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D E G L I
SCRITTORI LATINI
CON TRADUZiONE E NOTE
. TERENTIUS VARRO
I
QUAE SUPE RSUNT OPERA
VENETUS
EXCUDI T J OSEPH ANTONEL L I
AVHEIS DONATUS )
M.DCrc.YMl
OPERE
DI
. TERENZIO VARRONE
CON TRADUZIONE E NOTE
VENEZIA
DALLA TIP. DI GIUSEPPE ANTONELLI ED.
DI . *
i846
L I B R I
DI M. TERENZIO VARRONE
millO UU UKGill ut iu
R I V E D U T I , T R A D O T T I , A N N O T A T I
DA P. CANAL
.M. I' eR. Va&RONI r e LL L1!(GKA L TIAA
PREFAZIONE
i er coinuDe otttI so de critici, scrive II Mulier {Praef. in Varr, de L. L,),
non V* hfi opem classica che ci sia venuta In peggio stato che questa di M. Terenzio
Varrone sopra la Lingua Latina : erano venticinque libri, e i^n oe rimasero che
sei, dal quinto al decimo ; e questi medesimi, la pi parte monchi e stroppiati.
Pensa, o lettore,*^qaal faccenda dovette essere il farne una traduzione. Dico una
traduzione, perch son certo chc questo vocabolo no 1piglieral a tutto rigore :
se ci non fosse, avrei detto meglio interpretazione ; perch In una materia, dove
s spesso il discorso vuol lu parola latiha ella uu forme nativa, una traduzione
strettamente detta non possibile ; e poniam fbsse possibile, non sarebbe qaelTo
che tu desideri, poich nessuno si mette a leggere un libro di qdesta fatta, se non
intende o bene o male il latino. Ci che pu giustamente desiderarsi una succinta
parafrasl, la quale con qualche chioserella bene innestata e quasi nata dal testo ti
faccia tirare innanzi, senza che ad ogni passo t abbi a stillare il cervello o ricor
rere a note. E questo, se non m riuscito, m'ingegnai almeno di fare ; e per fdrlo
mi convenne cingermi la giornea del critico, arrischiar congetture, rompermi il
capo fantasticando. Vero che la via era gii stata aperta e lastricata in gran parte
da due egregii filoioghi, Leonardo Spengel e Ottofredo Mfiller ; Il prmo de* quali,
per confessione del secondo, merit assaissimo di Varrone, perch con la sua edi
zione {BeroL 4836) condotta sul codice Fiorentino, ricca di congetture e riscontri,
pose quasi un muro, che non si potr mai varcare senza grw rischio, fra la scrit
tura proprie deir autore e I" interpolata {MUUer, Praef. in Fai'r. p. XXVIII) ; il
secondo poi, per confessione del primo (Philol Gditing, XVII, SB8), in un solo
anno rinscl a fare pi che non ha fatto egli in pi di trentatr anrti : tanta la
potenza d* alcuni ingegni privilegiati. Pur tuttavi lo stesso Miiller si dlcea loittaiio
dal credere ch la sua ftlca fosse Cosa compititi e tale da tenei^if campo per
molte et ; solo afidato dalla coscienza del proprio merito, ripeteva di s e dello
Spengel unitamente d eh* rasi scritto altrtl volta del Leto e del Rolandello, chc
a rimettere il testo nella genuina sua forma basterebbe un altro, il quale facesse
qtianto avea fatto ciascuno di loro due {Praef, in Farr. p, X \ e XL Ltps. 4833).
Terzo in ordine di tempo^ma lontanissimo in nerito, vengo ora io con questa
nuova edizione dell opera varroniana; e a dirtela schietta, o lettore, ti vengo
Innanzi concessa non senza qualche vergogna, pensando al poco eh io feci, rispetto
a quello che il Miiller pareva esigere da un terzo che rimettesse mano a cos fatto
lavoro. Ritoccai, vero, forse non sempre infelicemente, pi centinaia di luoghi, o
lasciati stare dal Muller come sfidati, o racconciali in modo che non mi parve
probabile ; e quanti mi sembrarono veri miglioramenti, proposti da lui o da altri,
per quanto io li conosceva e li poteva conoscere dieci anni fa (perocch tanti ne
corsero tra la pubblicazione del testo e il tempo in cui scrivo), da tutti trassi
profitto ; sicch almeno pet questa parte la presente edizione avvantaggiasi sopra
le altre che s usano comunemente in Italia. Conservai anche la divisione in piccoli
paragrafi, introdotta dal Muller ; perch, oltre al vantaggio d agevolare le cita
zioni e di dar Jume al discorso in una materia di per s sminuzzata, mi tornava
bene per affrontar meglio la versione al testo. Soggiunsi poi non poche note, prin
cipalmente dirette a giustificare le lezioni date nel testo, o a proporne delle nuove
che non mi erano cadute prima in pensiero. Potrebbesi forte desiderare eh io
v avessi Illustrato anche le dottrine insegnate dall autore : ma ci avrebbe ingros
sato d assai la mole delle note gi abbastanza grande ; e da altra parte chi ha
questo desiderio, pu trovargli pasto nella dotta opera dello Steinthal, intitolata
Storia della linguistica preo i Greci e i Romani (Berlino 4802-63), nella quale
sono anche esposte le dottrine di Varrone intorno a questa materia. A ogni modo
quello eh io feci, qualche cosa ; e tuttavia mi lascierei troppo ingannare dal-
amor di me e delle cose mie, s io non vedessi che molto e molto rimane a fare,
aia che le mie forze e la mia diligenza fossero scarse alla gravezza del carico, o
sia anche in parte che a dipanar la matassa, quand ben bene arruffata, la mag
gior fatica da ultimo.
Ma come c donde, chieder qualcheduno, tantj sconci entrati nell opera Tarro-
niana ? Rispondo volentieri a questa dimanda, perch il soddisfarle mi condurr ad
esporre, come avrei dovuto naturalmente fare, la storia di questi libri, e le vie
tenute o necessarie a tenersi per rammendarli. Il male, secondo crede il Muller,
sarebbe cominciato fin dall origine, per ci che Varrone non avrebbe messo fuori
egli stesso la propria opera, ne datole ultima roano. Vediamo ond ei argomenti.
Certo che Varrone non si mise a questopera che dopo il 706 di R., allorch,
rotta nell agosto di quell anno in Farsaglia la parte Pompeiana da lui seguita, si
ritir nelle sue viHe eh ei possedeva ricche e numerose in Tusculano, in Cuma, a
Monte Cassino ed altrove, e attendea quivi agli studii cou tanta tranquillit danimo
che solo pareva in porto, mentre tutti gli altri erano ancora in gran mare (Ctc. ad
fam, IX, 6). lia conformit de casi, detimori, de mpderati consigli, rafforz allora
fra lui e Cicerone quel vqcqIo damicizia che la stmiglianza degli studii avea
VII PREFAZI ONE Vili
stretto gran tempo prima (Cic. Jcad, Post 1,4) ; sicch a Cicerone volle dedicata
questa sua fatica, toltone I tre primi libri che aveva innanzi promessi a Publio
Settimio, gi suo Questore (Farr. L. L. VII, 409). Che il vedersi cosi onorato dal
maggior filologo di Ruma solleticasse alquanto la nota vanagloria di Cicerone, non
occorre dirlo: ne prova impazienza, con cui qua e l nelle sue lettere il vediamo
attendere adempimento della promessa, e Tessersi senza pi apparecchiato a ren
dergli la stessa misura, e da vantaggio, se gli fosse riuscito (Cic. ad AiL XUI, 42).
A questo fine rifece le sue Jccademiche, sostituendovi a Lucullo ed a Catulo, che
non erano uomini da tali dispute, la persona molto pi opportuna di Yarrone che
aveva udito in Atene lo stesso Antioco (Cic, ad Alt. XIII, 49 : 48 ; <6 e 25) j
e come prima ebbe terminato il lavoro, che crebbe assai di mole da quel eh* era
innanzi, nel 709 ne scrisse ad Attico lagnandosi che Yarrone, dopo avergli dinun-
ziata gi da due anni una grande e solenne dedicazione, avesse fatto come quel
Callipide che correva sempre e non acquistava mai neanche un cubito di strada.
11 medesimo rimprovero, sebbene un po inzuccherato, ripet allo stesso Yarrone
neir inviargli la propria opera. Quantunque, cosi a lui scriveva, esigere un
dono (fosse anche a noi stato promesso) non si suol fare n eziandio dal popolo, se
non sollevato ; tuttavia aspettar che io fo la tua promessa mi fruga che io le ne
ammonisca, non che tei ridomandi. Ti mando dunque quattro rammentatori non
troppo vergognosi (ci erano i quattro libri delle Accademiche) . . . ; e non
vorrei che essi per avventura adoperassero il sollicitare, quando io comandai loro
di domandare. Yeramente egli un pezzo che io stava aspettando, e riteneva me
stesso di non esser io primo a scriverti pruna d* aver ricevuto qualcosa da te, per
aver cagione di ricambiartene con un dono che al tuo al possibile somigliasse. Ma
badando tu, o piuttosto (come io intendo) limando la cosa, io non mi son potuto
tenere di non dichiararti come noi d* afiTetto e di studii siamo congiunti, con quel
genere di lettere che io potea (Cic. adjilL IX, 8). E similmente in sul principio
della stessa opera (cad, PosL I , 4), dicendosi da Attico che le Muse di Yorrone
tacevano gi da pi tempo che non solev^ano, non, a suo credere, per ozio in ch^
egli stesse, ma perch teneva celato ci che scriveva : No davvero, risponde Yar
rone ; ch scrivere ci che si vuol celare, mi par pazzia : ma il lavoro che ho per
le mani, grande ; perocch un pezzo che tolsi a comporre, per mandarle pro
prio a costui (e qui addita Cicerone), alcune cose, non vo dir quali, ma che son
certo di peso e eh io vengo limando con qualche cura. per queste appunto, gli
soggiunge qui Cicerone^beni^h di gran tempo le sto aspettando, pur, non ho cuore
d importunarti ; perch so di bocca del nostro Libone .. . che non gi per
riposi che tu li voglia pigliare, ma per la moka diligenza che ci metti, non levan
done mai le mani. Or non v ha dubbio che l opera di Yarrone, a cui accennasi
In questi passi, non siano i libri eh ei scrisse intorno alla lingua latina ; perocch
questi erano appunto cosa di gran peso e diretta a Cicerone, n si sa d altra
eh egli avesse a lui indirizzata. Che anzi gli antichi grammatici, tuttoch i primi
IX . TER. VARUOHE DELI A LINGUA 1 X
libri fossero dedicati a Settimio^pur nel citare quest opera dicono uni?ersalmente :
Cos Farrone nel (ale o tal altro libro a Cicerone ; donde raceogllesi che niunaltra
opera fuori da questa era stata a lui ietitohita, e questa'continuava col nome di lui
fino al termine. Noi sappiamo adunque per fermo che Varrone adoperatasi con
grande amore in questo lavoro nell anno 709 di Roma e nell antecedente ; che '
prima di quel tempo erano forse compiuti^ma probabilmente non ancor ripuliti,
certo non pubblicati, l tre Kbri dedicati a Settimio ; che I rimanenti, se pur li
vogliamo in buona parte abbozzati, nondimeno nel 709 erano ancora tanto lontani
dall esser condotti a perfesione, che l autore credeva di non poterne leggere
neanche un saggio ad Attico o a Cicerone senza arrischiare il suo onore.
Con queste deduzioni concordane anche gl* indizi! che qua e l trovansi tiegli
stessi libri ; perch ci che dicesi nel quinto della glrafa nuovamente condotta da
Alessandria in Roma (V, 400), non pu essere scritto che dopo agosto del 708,
ehe fa il tempo in cui per la prima volta fu data mostra al popolo di ^ strano
animale ne grandi giuochi {Plin. N. H. Vili, i8, 69 ; Dio. Cass. XLIII, 23) : e
intervallo di un giorno che pomi nel sesto libro (VI, 23) fra i Saturnali e le
Opalie, non poteva porsi piima della riforma Giuliana, che fu messa in atto nel 709.
Che se non occordasi con la riibrma Giuliana ci che vi leggiamo non molto prima,
del cinque ultimi giorni che solean torsi a Febbraio, quando intercalavasi il mese
di suppKmento (VI, 43); non so perch questo non possa essere un preciso indizio
del punto, insino al quale Varrone avea tratto il proprio lavoro innanzi al comin-*
dare dell* anno 709, cio qlfa riforma de! calendario. Basta supporre eh* egli abbia
lasciato stare ci eh era scritto, differendone la correzione insieme con la ripuli
tura ad un altro tempo ; e questa supposizione mi par probabile di quello sia il
credere che tosi Y una come laltro passo fosse gi scritto prima della detta riformo,
e sia poi stato"corretto uno e dimenticalo altro. Ma comunque siasi, qui comin
cia iljdubbio che autore non abbia dato mai ultima mano a quest* opera : n
sei^za ragione il crederlo, se nel 709 essa era ancora si poco innanzi. Diciannove
libri che tuttavia mancavamo al compimento, not erano cosa da tirar gi in pochf
mesi ; massimamente volendola lavorare con diligenza, perch non riuscisse inde
gna di Cicerone. Ondech volentieri concediamo al Muller che nel 74 , allrch
Varrone fu compreso anch egli da Antonio nella lista de* proscritti e fu miracolo
samente salvato da Caleno nella propria villa (jppian, B, C. , 47), avesse bens
tratto a termine questo lungo e faticoso lavoro, ma non avesse ancora pubblicato
n riveduto. E se cosi era, qual maraviglia che questi Kbri sieno stati fra quei
parecchi che Varrone stesso dicea scomparsi al tempo della sua proscrizione,
messigli a ruba gli armadK {Geli, If. A, I II , 40) T qtial maraviglia che il rapitore
medesimo per avidit di guadagno, o qualche altro men tristo, aHe cui mani fssero
poi venuti, per amor degli studii, gir abbia dati fuori cosi come stavano, non ancora
limati n licenziati dal loro autore, piuttosto che avessero interamente a perire.?
Tuttavia queste congetture poco varrebbero, se non fosse Tesarne dell* opera
XI P E A Z 1 n XI I
Bteesq, qual ci venutu, che d loro tontp pto do niuUrle quasi in certezza.
Poniomo pure che u q i s* abbia a (are niun conto della testimonianza di Cicerone
quanto allo special cura eh ei dice messo dall' autore in cpiupUare quest opera ; o
teniamolo per un suo presupposto non fondato in altro che nell* essere ormai andiiti
due anni da che attendeva adempimento della promessa^eh ei non imaginava di
tanta mole : ma ad ogni modo era naturale che, dedicando uno scritto al maggior
lume della romana eloquenza, non la si corresse poi tanto. Or non v' ha dubbio
che la parte rimastaci di quel lungo lavoro^nonch vi si vegga uno studio perch
non avesse a tendere 11Ano giudizio di Cicerone, resta assai di sotto per forbitezza
di stile dal Trattato dAgricoUiira del medesimo autore; sebbene anche questa
fosse materia che sdegnava ornamenti, paga dell essere insegnata. Vero e che la
pecca di negligenza non apparisce eguali^epte diffusa per tutta l opera : v hanno
preamboli e ragionamenti, non dir splendidi, ma luccicanti, di quel fare rotto ed
arguto che Varrone lodava in Egesia (Cic. ad U, XH, 6), e nel quale riconosci lo
scrittore delle Menippee ; l intera opera e ciascun libro, (uli^vedi orditi e diramati
a eccellenza : il male quando si viene a grammaticherie minute e a filatesse di
esempli. In cotesti luoghi, massime nel settimo U^ro, par propriamente che auto
re, dopo aver piantato le varie partite e notato in ciascuna que vocaboli o passi
bisognosi di chiosa che gli si offerivano allora, la^ciasi^e il conto cori ste per ag
giungervi di mano in mano que nuovi passi o vocaboli che gli venbsero o sotto gli
occhi net leggere o in animo nel meditare. Fatto sta che qualche cpnto vi sembra
rimastp tuttavia aperto ; perch segni^tamente nel settimo libro, npn optante la
scusa che vi si fa (Vl|, 409), non so a chi poj^sa entrare che Varrone abbia creduto
di saldarla con si poca spesa, qual un centUnwo passi, non tutti notevolissimi.
N tutte le giunte che probabilmente 1 autore avea notato nel margine, paiono
portate nel testo al debito luogo ; com del passo di Pacuvio intramezzalo a due
di Plauto nel settimo libro (VII, 60) ; n sempre yi si seppe distinguere le vere
giunte da qualche semplice memoria eh ei s* avea faUa per propria regola ed uso
nel rammendare, donde par nato l inestricabile viluppo di due luoghi, l uno del
quinto, altro del decimo libro (V, 78 ; 5. Fedi le noie a qt^sli due hioghi)^ a
voler pur tacere d un terzo luogo del quinto libro (V, 44), doviB, se le parole
/tir a merendo et aere non si rigettino, siccome intr^se^s ha un periodo storpio o
arruffato, e un' ^tinvologia fuor di sito, ripetuta poi variamente a non grande inter
vallo (V, 178). Qu^ntuqque non sarebbe qesto il solo caso che s al^bianp ripeti
zioni ed anche contraddizioni aperte Qquest ^pera : vQlte vi troyiai>ip data la
spiegazione della voce iufyar, con la medesima eUmolpgia e coi medfs|n( es?mPM
(VI, 6; VII^76); due vplt^si dice il cosi chiamato da perch da
segno coir ai)baiare (V, 99; VH, 32);^ ci ohe p^ggi4>^4ppo ver derivato
ympha dalla lubricit del suo scorrere (V, 74), iq ^llro lupgp si dice nato da
nympha (VII, 87) ; e vaticin^ari^ che i\el ^esto |ibrp (VI B?) si fa originato, per
ci che pare, dalla particella peggiorativa pel furor proprio do vii^cinanti,
XliJ , TEB. VARROMl DELLA LINGUA LATINA XIV
nel settimo invece (TU, 86) si supporrebbe disceso da viere, di qui traendosi
vates^ quasi tessitore di versi. E a dire che nel primo luogo si promettea di parlare
pi pienamente di cl^quando si venisse a* poeti, e poi nel settimo libro^clie
de4le voci poetiche, ci si scambiano le carte in mano, e siam mandati, quasi da
Erode a Pilato, a cercare una spiegazione pi piena dove si tratter de poemi.
Lascio, perch n ho toccato pi sopra, incostanza dell attenersi in un luogo
alla riforma Giuliana, e in un altro no ; n metter in conto tutti quei disordini
che il Muller giudica nati dall* aver male innestato le correzioni o giunte trovate
nel margine, perch qualche volta il disordine pu parer dubbio o derivato da
altra origine (\I , 70. Fedi a nota X, 44) : ma non so quali dubbi! si possano fare
n della verit n della causa della confusione nel sesto libro dal paragrafo 43
al 50, n dal i 8 al 20 nel decimo, n in parecchi j>assi del settimo che sarebbe
lungo e noioso lannoverare. Conchiudiamo adunque che probabilissima opinione
del Muller, accolta anche dal Merklin {Ind. Schol, Univers, Dorpal, d852), che la
prima fonte, cui s ha a recare i difetti di questi libri, sia esser tratti dalle bozze
non per ancora limute n interamente compiute dell autore, involategli al tempo
della sua proscrizione, com el dice in genere di non pochi volumi. N sar inutile
aver chiarito, se non con certezza, almeno con grande verisimiglianza, lorigina
rla causa dei male, perch a mettere in su la traccia della cura nulla pi giova che
il sapere donde il male nato.
Un altra fonte d alterazioni dovette essere la natura stessa dell* opera, che
spesso avviluppasi in minutezze e spinosit. Par che Varrone medesimo se l aspet
tasse, allorch sul fine del settimo libro, dopo una tirata di voci vecchie tutte di
Nevio, terminava dicendo : Ma non ondiamo pi innanzi ; perch anticaglie si
fatte, temo eh* io sar biasimato pi presto d averne raccolto troppe, che troppo
poche (\1I , 409). E pi espressamente mostrava questo suo timore nell* ottavo
libro (Vili, Bi), laddove dice: In questo particolare (era quel de*pronomi)
non ho voluto distendermi troppo, vedendo che i copisti, nel dar fuori queste
parti alqtitmto spinose, non baderanno pi che tanto. Certo i vocaboli disusati
doveano riuscire di frequente intoppo a copisti : peggio poi certi vocaboli nuovi
che l autore stesso viene formando qua e l di proprio capo per rischiarare eti
mologie, e sono le giuste forme che le parole avrebbero dovuto avere, se fossero
venute su dritte dai loro ceppo, senza pigliare una mala piega dalle volgari pro
nunzie. Cos (V, 22), traendo terra da ierere, dice : Igitur tera terra j e il sentiero
lo dice chiamato aemita ut seniiter (V, 35) j e la vendemmia, dall essere vinidemia
o vitidemia (V, 87) ; e Diana, cio la luna, quasi Diviana^ perch fa due vie ad un
tempo, per alto e per largo (V, 68) ; e il calamaro, prima che oUigo suppone che
siasi detto voligo da volare (V, 79), e la turma terima da ter (V, 94), e gli armenti
arimenta da arare (V^96), e vitulus quasi vigiiulus, perch vispa e vegeto (ivi),
e la capra carpa, e ariete arviges, e i cervi gervi, e la brassica praesica, e i
cocomeri atrvimtres, t il cacio coaxtus, t la rapa ruapa, e lo scudo seaitum, e il
XV P R li P A Z 1 E XVI
pile perilum, e la lappa ruitrumy e gU erpici iirpicesy e U muro moenus, e la prcUa
partda (V, 97, 08, 4M, 408, i45, i l 6, m , 478); e per raccosUre
iesca alia supposta origine tueor, finge tue$ca (VII, 4J ), e ambagio ed ocies e cla
pere per ispiegare adagio e eociea e c l ^ r e (VII, 31, 71, 94) ; e perch interpre
tazione di septentriones per stiie buoi non paia in aria, le fa un po di letto cremMlQ
la forma intermedia terriones (VII, 74). Sarebbero bastati meno eaempii di questi
a provare che fu consuetudine di Varrone giustificare le etimologie de vocaboli,
soggiungendone alla forma corrotta e dell uso la genuina e nativa da lui supposta ;
a ogni modo non sar stato inutile aver moltiplicato gli esempli, percM da ei
apparisce che non solamente us farlo, ma che il pratic di frequente} di maniera
che in questa pratica s ha una buona regola per indrizxarvi sopra la correzione
d alcuni passi, dove la stranezza degrimaginati vocaboli e la loro prossimit ai
veri fu causa che furono contraffatti od omessi. Cosi giustamente il Miiller nel
paragrafo 43 del libro 1 scrisse adveniinum (non Jventtnum, com ne* codici)
ab adventu /iomintim e. nel 449 del medesimo Kbro pede/tiu secondo lo Seioppo,
non pedevis secondo i testi ; e nel 436, dove i testi portano a quo ruturbairi, mi
parve che si potesse mantenere quasi inalterata la lezione, scrivendo a quo ruiu
ruairi j n crederei in verisimile che nel 4i4, in luogo di Tunica a tuendo corpore
tunica ut in ^ca, o indica come hanno i pi de codici, s avesse a porre : Tunica a
tuendo corpot'e luica aut tuinicaj e nel 446, Oladius .. a cade . .. cladius, non
gladium o gadius, come leggesi comunemente ; e nel 448, cibo cibila dieta,
non eillxba, Quant poi alle omissioni, cui poteano dare occasione cosi fatti scontri
di vocaboli simili, credo che una ve n abbia nel paragrafo 438, dove la parola
pallia proprio necessaria ; come per lo contrario credo aggiunta senza ragione
dal Miiller nel 48, dopo di ut troula, la voce trulla : e leggerei volentieri nel 49
del libro VI, Quoni etiam in corpore pilij ut arista in spica hordeis horrent,
horror^ j e nell* 86 del libro VII, stella Ludfer, quae in summo quod habet lumen
diffusum, ut leo in capite iubam, iubar;!. N meno frequenti che nei tre primi, erano
certo , gli scontri di voci simili nei tre ultimi Kbri che trattano dell analoga i cosi
stretto il cerchio, per cui v spesso obbligato a rigirarsi il discorso, massima-
mente dov* entrasi in materia di forme. Ond ragione di credere che anche ivi
eieno rimaste aperte non poche piaghe per questa causa medesima delia facilit
che ha occhio di saltore da un luogo a qualch altro simile ; e che in questo
supposto sia da cercare innanzi a tutto il rimedio ne passi errati, come gi fece
assai volte il Miiller, e non ha guari il Christ nelle emendazioni do lui proposte e
soggettate poi a giudizioso esame dallo Spengel {PhiloL Gtting, XVI e XVII) nel
Filologo di Gottinga. Il male che nel riempiere l vuoti, poniamo pure che non vi
sia dubbio del senso, se occorrono troppe parole, non s mai sicuri d avere indovi
nato la forma e lordine dell autore; sicch almeno da usare gran parsimonia e
cautele, per non attribuirgli modi e costrutti, di cui egli stesso non ci porga esem
pli. Fa poi maraviglia che alcuni voeabolaristi (e son di quelli di prima riga) abbia-
1, Ter. VAfinewE \.. L
XVII AI LIBRI DI M. TER. VARR. INTORNO ALLA LINGUA LATInX XVIII
no preso per buona moneta qualcheduno di que* vocaboli matti che abbiamo detto
finti a posta, non perch abbiano corso, ma perch servano una sola volta ad age
volare lo spaccio d* unetimologia. Tale \ fanare^ registrato nevocabolari!, e, ci
che peggio, interpretato per dire j dove Varrone non Tusa che a dichiarazione di
profanatum^ e lo spiega egli stesso per fare de! fanoj cio lasciare per intero of
ferta in propriet del tempio (VI, 54). E similmente mi pare che non avrebbe avuto
diritto di comparire fra le voci latine, neanche come anticato, superrimusj per la
sola autorit di Varrone che il d per intera e naturai forma di supremus (VI, 5 ;
VII, 54) ; n lo stesso actiosus, da cui fa nato axitiosus di Plauto, tanto pi che
luogo d* incerta lezione (Vii, 66).
Ma lasciamo le intrnseche e originarie cause d alterazioni e di guasti : veniamo
alla sorte che tocc a quest opera ne' tempi di poi. i testi di penna, in cui. ci ve
nuta, non sono molti; ma neanche cosi pochi che, se fossero buoni e di origine
dair altro diversi, non potessero essere sufficienti. Ha per disgrazia derivano tutti
da una medesima fonte, e ben altro che pura : n sicuro argomento il trovarvi in
tutti questi soli sei libri ; in tutti le stesse lacune, gli stessi spostamenti e in gran
parte gli stessi errori. N intendo solo quei piccoli trasponimenti che discendono
forse, come ho detto sopra, sin dalla priaia trascrizione del testo varroniano : ie
parlo qui principalmente d* una grande e indubitabile spostatura che trovasi nel li
bro V, e fu gi osservata dal Buchanan (Turneb. Adoers. XX, 29), riconosciuta da
molti, riordinata nel suo testo dal Miiller. Tutto il tratto che corre di dopo le voci
qui ad humum del paragrafo 23 fino all ut Sabini del 32, ne codici vien dopo a
quello che di l stendesi fino al Septimontium del 41 ; i quali due tratti cosi disposti,
come stanno necodici, turbano affatto lordine della materia, e lasciano nelle estre
mit perodi mozzi che non si reggon da s n si collegano punto; dove per lo con
trario scambiandoli di luogo, come s fatto, s ha il giusto ordine nella materia, e
gli addentellati si combacian benissimo. Codesti trasponimenti di lunghi tratti na
scono naturalmente da sbagli commessi nellj ordinare i fogli quando si legano i 11-
br ; ed in questo caso ad una spostatura, dopo un giusto intervallo, ne dee corri
spondere un altra simil#e dugual misura : o, se ci non , il trasponimento s ha a
creder nato da carte staccatesi di sieme e non rimesse al debito posto. Or questa
appunto ne devessere statala causa nel detto luogo di Varrone; perch i due trat
ti scambiati pareggiane! nella misura, e ciascuno era sufficiente a riempiere una car
ta da s; non facendo noia il divario dun centinaio di lettere in due migliaia e mez
zo, massime in un codice, dove uso che vi si faceva dabbreviature, poteva toglie
re anche questa piccola differenza. E il conto torna giustissimo anche per quella
parte che precede al luogo del disordine; poich le 7400 lettere incirca che vi si ha,
formano prossimamente tre carte della stessa misura media di 2450 lettere per cia
scheduna, ond verosimile che ivi appunto cascasse il termine duna carta e il prin
cipio d'un altra, e che il distaccamento e la spostatura seguitane delle due carte sia
proceduta da una sola causa, cio dall essersi rotto nel filo della piegatura il fogliet-
XIX PREF AZ I ONE XX
to medio dei quaderno. Vero che una misura alquanto minore di f460 lettere
alla carta raccogllesi da quel brano del decimo libro (X^3435) che, stando fra
due lacune, in ciascuna delle quali i codici notano il mancar di tre carte, non pote
va occupare che un numero intero di carte, e precisamente due, contandovisi 4i40
lettere. Ma neanche questo divario non dee parere gran cosa, se si considera il bre
ve spazio d una lettera e quante ne vanno alla riga; tanto pi che la materia
stessa ivi trattata domandava forse in pi luoghi che si spaiieggiassero le parole,
n permetteva un largo uso d'abbreviature. Del resto il mancarvi di tre carte da un
lato e d altrettante dall* altro d fondamento a credere che il foglietto conservatosi
fosse il medio del quaderno; sicch al paragrafo 35 sarebbe incominciato un nuovo
quaderno, che avrebbe compreso il rimanente del libro cosi monco, qual ci rest,
per la perdita deseguenti fogli. E di vero dal paragrafo 35 sino al termine sha in
torno a 17000 lettere, che distribuite per otto carte ne danno da 2400 per ciasche
duna; misura vicinissima a quella del foglietto medio sopraccennato. Quant poi al
sesto del codice, la congettura fatta piglia fona anche da ci che vi si ha nna con
venevole ed ovvia spiegazione del perch il codice Modenese e due Vaticani, in sul
principio del libro \11, notino la mancanza di nove carte, dove il Fiorentino ed altri
non ne confessano che la mancanza di una ; cicch pot nascere naturalmente dal-
Vaver creduto alcuni copisti che, oltre alla carta, la cui mancanza era chiara, si fos
se ivi perduto un intera quaderno. Se da queste indagini del Muller intorno al sesto
del codice e alla contenenza delle sue carte possa ricavarsi qualche utile deduzione
rispetto a luoghi pi guasti e alle minori lacune o notate o supposte, per certe cor
rispondenze che shanno a trovare cosi nelluna come nellaltra cosa, n egli il dis-*
te, n io qui il dir, per non filar troppo sottile e tenermi tanto allo sdrucciolo; mas
simamente che il contenuto delle pagine apparisce minore nel decimo che nel quinto
libro, n si sa dove incominciasse a scemare. N possiamo neanche dire con buon
fondamento con che sorta caratteri fosse scritto il codice : il IViebuhr sembro averli
creduti Longobardici {Scritti Min. p. 260) ; ma al Muller sapeva male che quel
grand uomo n* avesse solo toccato cosi alla sfuggita, senza dichiarare da che lo in-
feHsse; perch, a dire il vero, se guardasi atesti che ne derivarono, ed ai loro pi
frequenti errori, non vi si trova nulla che accenni ad una pi che ad un altra scrit
tura: sono le solite sbadatoggini de copisti, aiutate dalle ordinarie somiglianze di
lettere, dalla mancanza del puntino nell t e di spazieggiatura tra parola e parola,
dalla stranezza di qualche vocabolo, dal frequente e non costante uso dabbreviatu
re. Poich abbreviature, ve navea certamente; ce lo dice la natura defalli e delle
varie lezioni, che vediamo ne* codici da esso usciti : n guasta che fosse scritto in
nanzi al secolo undecimo, al qual tempo ne fu tratto il codice Fiorentino; perocch
uso delle abbreviature antichissimo, e ne fanno fede i palinsesti delle Istituzioni
di Gaio ed altre vecchie scritture. E qui dovrei aggiungere uno specchietto delle
principali sigle ed abbreviature che probabilmente v erano usate, perch apparisse
qual fondamento abbiano alcune correzioni che possono sembrare un purtroppo ar
XXI AI LlBBl DI M. TER. VARR. INTORNO AfXA LINGUA LATINA XXll
dite: ma tetno da?TeN>, o lettor^di farti rinegare la panehza con tante minnterte;
onde qeMa parte io credo per ora di lasciarla, e di dartela solo a ritaglio e a stret
to bisogno ndle note.
Da quest codice^quale i abbiamo descritto secondo le congetture del Miiller,
lacfvo in modo da non offrire neanche una quarta parte deir opera ; guastato qua e
l d manbanie e da spostature di fogli ; difTormato da lacune^da abbreviature, da
ogni maniera di errori, salvo che volontari! e provenienti da saccenteria; da questo
codice cos malcapitato, mmle a poche tavole rimaste dopo il naufragio, uscirono
tutti, o immediatamente o mediatamente, i testi varronlani che possediamo; sicch
ogtti lezione'od aggiunta che non paia sgorgare da questa fnte o dalle citazioni de
gli attichi grammatici, sha ad etere per interpolata. Immediatamente mostra es-
Bem useito (onde giustamente il ricordiamo per
4.) il codice Fiorentino o Laurenziano, che indicheremo nelle note con la lette
ra P. itiembt'anaceo, di lettera Longobardica, del secolo XI: appartenne un tempo
alla biblioteca di s. Marco, e fu gi consultato dal Poliziano e dal Puccio. Un esatto
spoglio ne fece pi Pier Vettori, aiutato da Iacopo Diacceto, e lo annot in un esem
plare dell edizlon prima, che conservasi nella biblioteca di Monaco. Da questo tras
se h) Spengel l sua edizione, assicurato dalla nota diligenza di Pier Vettori e dalla
dichiarazione, che Aggiunse in fine dell'esemplare, <f avere usato fa pi scmpohsa
osseroanty fino a registrare le scoirezioni.f ut, non ostante la diligenza del Vetto
ri, convien dire che qualche variante gli sia sfuggita dagli occhi; perch alcune le
zioni che il Niebuhr trasse dal codice Laurenziano, non convengono in tutto con
quelle del Vettori; sebbene il Bandin (Calai Bihl Lattrenl. I I j p. B29) sinbri aver
dimstrato coft ben fondate ragioni che il codice Marciano spogliato dal Vettori
tutt uno col Laurenziano. Sarebbe quindi desiderabile che s esaminasse il codice
direttamente; tanto pi che i rscontri del Keil accrebbero i dubbi!. Angelo Mai fu
davviso che sia questa la fonte di tutti i codici varroniani che esistono: ma la sua
opinione fu confutata dallo Spengel coti buoni argomenti.
2. Dal medesimo archetipo, non direttamente da esso, n per via del codice Fio
rentino, ma mediante due altri codici collaterali del Fiorentino, credons! discesi i
tre Parigini che contrassegnansi colle lettere Oj b, c. Fratelli appariscono il secon
do (Bibl Imper. n. 6149) ed il terzo (n, 7635) ; ambedue imperfetti, non contenen
dosi in quello che i tre primi libri e sette paragrafi dei seguente, in questo una sola
parte del primo libro dal principio sino al paragrafo 4 2; ambedue pieni derrori
non volontarii, in mezzo i quali conservano qualche preziosa lezione. Da ottima fon
te, molto diversa da quella degli altri due, mostra dessere sgorgato il primo dei tre
Parigini (Btl. Imper. n. 7489), codice d accurata scrittura, che non cede forse a
nessun altro in bont, se tolgasi il Fiorentino. Ninno per altro di questi tre codici
cartacei pregevole per antichit; stante che ! due primi sono scritti nel secolo XV,
il terz nel XVI. Di tutti e tre lo Spengel pubblic le varianti in sul fine della
sua edizione, secondo che gli erano state trascrtte dal Donndorf; ma, al sentire
XXIII P R E F A Z I O N E XXIV'
del ikfifler, v h& iaoghl che blso^ferebbe riteoncrere di , non apparendone
il netto.
3.Da utio stesso esemplare, fratello del primo Parigino (e), erede II Mttller che
aleno stati trascrtti tanto lHaviiiese, qaanto il Oothano, ehe tono depi autorevo
li. LHavniese {H) cartaceo, in forma di piccolo quarto, scritto per ci che pare
In sul fine del secolo X.1V; difetta nel I. VI, doTe, Mnia alcun indizio di lacnna, dal-
k parole del paragr. 66 item ah Ugendo legtiii qui ieem (cos tI si legge) saltasi
all ut non ipondet ilh dl parafr. 79. Fa spogliato dai Niebubr ancora gloTineUo
In servigio del KOIer; e di queMo spoglio pot TatersI pienamente lo Spengel per
cortesia del Seebodio. Il OothtHa {G) membranaceo. In qoarto, di bella scrittura
in apparenza antica, ma in fatto non pi vecchia M aecolo XVI a giudizio del Blum.
Per buon tratto del I. V aggiunge daltra mano le iezloni detesti Interpolati, e di
pi annota nel margine qualche cengettara moderna, come il ruenimbihit del Cri
nito (V, 7). Fu spogliato con somma dillgenEa dal Regel in servigio del Milller, che
ne diede Intera la lezione, parte nelle note e parte In fine del libro.
4.Un de migliori (u anche testo a penna, di cui fece aso Adriano Turnebo.
Il Mfiller sospetta che sa tutt uno con quell' anno testo della biblioteca
Mesmes, di cui parla Isacco Vossio in una lettera indirizzata all Heinsio {Syllo-
gt Burmann. , 66S).
6.Un breve frammento del I. V (4166) conservasi In penna nel Monastero
dt Monte Cassino sotto H n. Sei ; la lezione ne f\ii pubblicata da Giambattista Mor
gagni bella Raccolta veneta d'opuscoli teientificij T. IV, p. S e seg., e da Enrico
Heil nel Museo Renano (184S).
I codici che ho notalo fin ora, sono i soli non interpolati, ia cui lezione siasi fat
ta pubblica con la stampa : havvene per alcuni altri che forono appena sfogliati, e
pure sono anch essi dei buoni d esenti da Interpolazioni. Tali sono tre Vatieani
(1666, S949, 330S), che Indicheremo con le lettere greche et, , y . Il primo, che
il migliore, cartaceo, trame il foglio 4.eh membranaceo ; ha fotma di quarto,
e serlttnra onciale, pare dei sec, XIV j tutto interpolato, ma d altra mano, e reca
nel margine parecchie giunterelle e indicazioni. Segue in uno stesso volume ad al
cuni lessici latini. Il econdo i parimente cartaceo in forma di quarto, e vien dietro
allopera De montibus, fuminibus eie. del Roocaccio. Il terzo in ottavo, cartaceo,
a due colonne, mancante dei primi 91 paragrafi j appartenne a Fulvio Orsino, del
^lale vi si legge II nome. Onesti tre odici, massime il primo ed il terzo, concorda
no fira loro in mdo che, a gfudixio del MSDer^formano una sola famiglia ; e chi
n abbia riscontrato uno, 11ha riscontrati tutti. Ei ne possedevo le varianti dei tre
primi paragrafi del 1. VII e le indicazioni delle lacune, copiategli da Olao Retler-
mann. Esente da Interpolazioni e non per ancora spogliato aeche II Gmlfetitita
no. I l Mtiller k avea ri cetto un saggio dalla ebrtesia dello Sehneide^in, e lo disse
non molto Averse, ma assai pi scorretto dei Fiorentino. A questi sono da aggiun
gere due codici membranacei, In 4.*, di belHssima lettera, imbedue pregevoli, non
XXV U LIBRI DI . TER. VARR. I STORSO ALLA LINGOA LATINA XXVI
per antichit^ma. per bont di leiione ; dieo V mbroiiano (Se. 74) e il Modenese
(n. 22). 11primo, secondo che leggeei nel frontispizio, appartenne ad Annibaie Co
mero : in sul principio d i vocaboli greci con gran diligenza, ma di poi li omette ;
tace il numero di ciascun libro, e massimamente nel determinar le lacune conformasi
assai al primo dei tre PariginL Un po pi antico di questo il Modenese, splendido
esemplare, in cui vanno uniti i libri d* agricoltura di Catone e di Yarrone ; d giu
stamente per quinto il primo de libri sopravvissuti ; le voci greche, le omette o le
scrive con lettere latine } scempia i dittonghi, secondo la volgare pronunzia, e tol
tone tniHa e Delphoi e quur e partisy per lo pi ammoderna ortografia ; non ren
de precisamente nessuno degli altri testi conosciuti, ma concorda quasi sempre con
qualcheduno de migliori ; abbonda massime ne primi libri, di giunterelle interli
neari e marginali, raccolte dal confronto d ottimi testi j pecca in parecchie omis
sioni, alle quali rimediasi in margine presso che sempre ne primi libri, ma rare vol
te negli ultimi. questo il codice che pi di qualunque altro dispiaceva al Miiller
di non aver consultato; ci chei dichiarava che non avrebbe certo lasciato di (are,
se avesse potuto impromettersi di dare un testo racconciato in modo da tenersi in
posto per lungo tempo. Quantunque ei vedeva bene, e il dicea 1 esame degli altri
codici, che i vizii di quest' opera sono assai vecchi, e per poco pu sperarsi dal
moltiplicare i riscontri, stante che era gi viziato il fonte, da cui derivano tutti i
testi o esaminati o non esaminati che possediamo. Glie ne posso far fede anch io che
tengo l intera lezione di questo codice diligentemente riscontrata sopra un esem
plare dell edizione dello Spengel, n mi rincresce gran fatto d* averla avuta dopo
che era gi compiuta la stampa di questa mia fatica, perch veggo che poco profitr
to n avrei potuto cavare. Giova non di meno il trovarvi qua e l confermata qual
che bella e contrastata lezione ; come per esempio il leggere espresso nel paragra-^
fo 54 del libro V, vimineta fuerant j e nel 434, Prius de indutui aut aniictui j e nel
i45, et quae vendere vellent : e di qualche compiacenza sarebbe riuscito al Mtller il
veder sostenuta dall* autorit di questo codice la sua congettura dove nel paragra
fo 46 del libro Vili egli legge, Propter eorum qui dicunt^ $unt declinati casus s e
lasciato in bianco uno spazio dopo la voce inficientem nel paragrafo 78 del libro VI,
ov ei sospett lacuna. Anche in quelle parti, in cui questo codice si dilunga dagli
altri, ha qualche cosa del buono. Non parlo d alcuni trasponimenti di parole o muta
zioni di tempi o rivolgimenti di costrutto ; non della sostituzione di qualche sinoni
mo, come di occisus ad interfectus (V, 46), di virum fortem a civem fortem (V, 448),
di invocent a invitant (IX, 48), i inscitiam ad inscientiam (IX, 4i3): queste
cose s hanno ad avere per la pi parte come sentori della saccenteria ormai nate,
e preludii de pi gravi danni che dovea soffrirne quest opera : parlo d alcune va
rianti che non danno presa a cosi fatti sospetti. Notevolissima quella che troviamo
al paragrafo 20 del libro IX, dove tutti gli altri codici^di cui sha Aotizia, recano
concordemente: Quem enim amor assuetudinis potius in pannis possessorem retinet^
quam ad nova vestimenta traducit? Che sia luogo errato, chi pu farne dubbio? ma
XXVII P R E F I I O N E XXVIII
trovarci 11rimedio sembra difflelle, n riasci ancora a nessuno : io stesso JHiiller si
content di segnarvi nna croce, e notare eh era passo manifestamente viziato, ma
che non vedea modo di raddrszario. Ora il codice Modenese con nna mutazione
lievissima par che vi rechi il rimedio, leggendovisi patri, cio palriit, in iscam-
bio di potins. Buone lezioni, eh io accoglierei volentieri, mi sembrano anche l ut
et culmi in luogo di ubi et culmi (Y, 37), e il quod hae proiiciunl ante eot (non
ante aKo : intendi muro. V, 14), e il quod ibi (non ubi VII, \ ) mytteria
fiunt aut tuentur, e il J fe[m]ia in luogo di Etmiut Ennia (IX, 65). Io
poi ebbi caro di trovarvi nel paragrafo 9 del libro TI ab tolui cos intero e lam
pante, che conduce quasi di necessit a credere che il seguente tohtm sia nato,
da un abbreviatura di solitus tum, eom io aveva congetturato ; e vedendolo pi
volte scambiare da neirten a non e da notr ete a nse, mi parve daver guada*
guato un sostegno alla lezione da me introdotta nel primo verso del par. 26 del
I. VII ; e qualche peso mi parve anche acquistare la lezione posta in sul principio
del par. del medesimo libro, standovi propriamente Ma del codice Mo>
denese basti cos; ne dar lintelra lezione, se ristamper, come spero e veggo
necessario di fore, questo mio lavoro ; veniamo ora agli altri codici. Due se ne
conservano in Roma, uno nella libreria Barberina (n. 2i60), l altro nella Chi-
giafia (H, VII, 319). Il Hiiller li pone fra quelli che sono esenti da Interpola
zioni : ma tranne l esser ricordati dal Blum nel suo Fiaggio fatte in Italia, e il
vedervi lodato per eleganza il secondo che scritto nel <140, del resto confessa
il Miiller medesimo non sapersene nnlla. Un altro ne possede la biblioteca reale
di Stuttgard : ma anche di questo, salvo che dicesi scritto in sul- cominciare del
secolo XV, non se n ha altro lume. D ottimo conio sembra essere stato quello,
non si sa qual fosse, cui ebbe per le mani il Sahnasio (ad Solin. p. S86) ; e buoni
sha a creder che fossero anche il Basileese e il Vossiano, della cui fede si vale il
Gronovio, insieme con quella del Fiorentino, contro lo Scioppio fObterv. /, ,
p. 49): ma neanche di questi non s ha aotizi.
Bendi siasi detto, qui il torniamo a dire, che poco profitto ci possiamo ripro
mettere dal riscontro di nuovi testi ; tuttavi sa male il vederne ancora parecchi o
dimenticati in tutto o non ispogliati che in parte. Il drivar tutti da uno stesso in
nanzi non toglie almeno la speranza di raddrizzate, per via di confronti, quegli er
rori che non provengono dal primo e comun fdnte; e quanto a questi, pur qualche
cosa il trovare nella costanza di certe spropositote e insignificanti lezioni un indizio
dli* antichit degli errori e della buona fede de codici, e cos accertare, e, dove va
riano punto, moltiplicare le tracce della giusta e genuina scrittura. Il male di cer
ti codici, direi quasi, rifatti, he possono trarre faeilissimamente In inganno perch
le sdruciture e le toppe non danno nell occhio, se non vi si fissa : sono lavoracci di
quella et, in cui i bumi studii rinati avevano ornai abbastanza dintelligenza e dar
dire da avvedersi degli errori e attentarsi alla correzione, ma non ancora tanto di
pazienza e di senno, quanto ce ne voleva per non acciarpare. E da uno di questi
XXIX Al LIBRI DI M. TER. YAllR. lUl ORWO ALI.A LWGUA LATINA XXX
codici interpolati, non per de peggiori, PompoDio Leto cav la prima editione, cbe
fu fatta in Roma nel i474 ; e il medesimo teeto fu ricopiato da iingelo Tiferna (Ro
ma, 4474, m 4.), senonehi qualche ritocco data qua e U fa vedere eli ei non era
sproTYeduto di buoni codici, cui sarebbe stato meglio seguire. Un testo in tutto si
mile al Pomponiano per detto del Hiiller, conservasi in penna nella biblioteca del
Senato in Lipsia. Molto meglio merit di Varrone il Trivigiano Rolandello fyenet.
4476, f), che esamin buoni libri e aan molti luoghi, tanto che, se ristringasi
a lu, non parve del tutto falsa la lode che gli si d in fine del libro con queste pa
role : Si quispiam tertio loco fragmenti Farronit lantum addiderit, quantum Pom-
poniut primo, deinde Francitcus Rhohndellus Trivitanut tecundo, tuo uterque stu
dio ac diligentia, contulit s nimirum . Farro rmivisceL Nella sua edizione com
pariscono le voci greche e non poche parle e fino a interi periodi, che mancano
nelle antecedenti ; e tutte queste cose egK trasse non dal proprio capo, ma dalla te-
stimonianaa de libri, di maniera che a giudizio dello Sp^ngel tale edizione da non
poterne far senza chi voglia rammendar Varrone. Solo qualche cosuzza, erede I
Spengel chegli abbia mutato di sua testa: n io il negher; noto soltanto che le due
lezioni, contra eam (V, -1) scand>io di contra sa, ed fstxcyttcf scambio di />
(V, S), trovansi anclM nel codice Modenese, bencti la seconda vi corretta
in Dtargine>11testo del Rolandello fu poi ristampato parecchie volte, per lo piA In
uno stesso volume<;on Nonio e con Pesto! se la cosa camminava cos, manco male.
Anzi qualche miglioramento vi si pu dire Introdotto nel ristamparlo da Battista Pio
(Mediol. 4610, f.y e da Michele Sentine (Perii. 45f9, m 8.*), e da qualche altro eh
non espresse il suo nome. I guai ricomincian peggio ohe mai con edizione che ne
fece nel 4667 in Roma Antonio Agostino, valendosi d* un codice, il ^uale, com di
chiara egli stesso in una lettera a Latino Latlnio {nted, Litter. Romae 4778,
voi. I l, p.SSO), fu dAchille Maffei, e concorda eoo uno (B) spogliato gi dal Vettori e
rapportato dallo Spengel. Qui le interpolazioni son proprio al cohno : glossemi anti
chi e nuovi intrusi mescolatamente nel testo, toppe mal enclte, locuzioni ammoiler-
nate, la grafia mutata. Fa maraviglia cbe il dotto uomo si sia lasciato IngaMiare da
queir apparente ricchezza e facilit, e che sottosopra la sua lezione aia quella che
ebbe corso fino a d nostri. E a dire l che II Tumebo non si perit di chiamare lA-
gostino il salvatore unico, il vero Escalapio) il tetto di Varrone 1 ben vero che al
la sincerit di queste lodi Io Spengel non crede, e pi che alte facili parole sta al
fatto de molti biasimi che tacitamente gli d nelle sue deraria. Certo il Turne-
bo era uomo dacuto e purgato giudizio; e di pi aiutato da un ottimo codice, eh* eb
be fra roano, vide pi avanti che qualunque altro di qoedotti vecchi nellemendare
Varrone ; ma nell encomiare Agostino, pi che al cattivo testo eh egli avea dato,
guard forse alle buone congettare, parte sue e parte de suoi amici, che vi avea
soggiunte. E non inutile opera iii materia di congetture e di note fecero anche il
Vertranio (Lugd. 4668,8), e lo Scaligero (Coniect. in Farr. ex offic. Htnr. Steph.
467S), e Io Sdoppio fattosi forte con la schede di Fulvio Orsino flngoltt. 4609,13):
XXXI P R E F A I I O N E XXXII
ma con tutte queste belle cose, noi vediamo il testo dell Agostino, ripetuto dal Got-
tofredo, dal Popma, dai Bipontini, portar corona fino a di nostri, e un' infinita d
citazioni erronee di l cavate allagare gli scritti di quasi tutti i grammatici, e per
due buoni secoli nessun pi attendere alla correzion di Varrone. Dico nessuno, per
ch non mi pare che eia da mettere a conto la Lettera Critica che G. D. Kciler in
dirizz air Heyne intorno a venticinque passi di Varrone, e che ad ogni modo fu
scritta nel 4790 (Duisburgi ad Rhen. 8 min. p. 39). Pi che le sue congetture no
tevole il grave giudizio eh ei da sul cattivo stato di questi libri^secondoch anda
vano attorno, e il maravigliarsi che, ove ad altri men degni soprabbondavano i com
mentatori, Varrone si lasciasse stare in ^ cenci. Ed una huova edizione ne pre
parava egli stesso ; ed a questo efifetto faceva esaminare il codice Havniese, e, diffi
dando delle proprie forze ed aiuti, ricorreva all Heyne.
Risanar Varrone, tenendo per fondo edizioni cosi interpolate come correvano,
non era cosa riusciblle : bisognava In tutto ventre al taglio ; buttare tn un canto
le edizioni veglianti ; farsi da alto, porre a fondamento un codice, se non per
fetto, ch tali non ce ne ha, almeno esente da frodi ed antico ; delle interpola
zioni de cattivi libri non far pi conto di quello che fassi delle congetture dei
critici, che, quanto pesano, tanto valgono. Ci appunto fece lo Spengel, pren
dendo ad innanzi delia sua nuova edizione il codice Fiorentino, corredandola di
tesori critici dogni maniera, e certificando con una diligente censura che di quan
to aggiungevasi dal codice dell Agostino e simili, non v avea parola che non fosse
suppositizia. N opera di ripurgar Varrone gli parve finire nel toglierne queste
nuove giunte : vide egli bene che di glossemi, ancorch meno macchiato, non era
tuttavia netto neanche il testo Pomponiano, n lo stesso codice Fiorentino ; ed
anche questi cerc di sceverare con fino giudizio. Tolti gli errori della saccen
teria, restavano quelli dell ignoranza : e in questa parte lo Spengel avvi il lavoro,
ma non lo tir molto innanzi ; perch la prima e necessaria cosa eh egli ebbe
in mire, fu porre il fondamento, su cui ed egli e gli altri potessero poi edificare
sicuramente. E di fatto Guglielmo Pape di l a tre anni diede fuori le sue Le
310111 Varroniane (Bero. i829) ; e .Io stesso Spengel nel <830 pubblic in Mo
naco un Primo ayjyio di Emendazioni Varroniane, Senonch lutti parvero am
mutolire e ritirarsi dal campo, quando con una nuova edizione vi fece mostra
delle gigantesche sue forze Ottofredo Miiller {GoUing. 4833, 8). L eccitamento a
questopera gli era venuto dal vedere in Varrone un tesoro di antichit Romane,
che per la scorrezione de testi si potea dire tuttavia nascosto ed intero ; e pi
avea confortato la buona riuscita del saggio fatto, quando, scrivendo Gli Elru
schi, gli venne sanata e chiarita mirabilmente quella parte del libro V che rag-
guarda gli Argei e le are di Tazio. Cosi preso animo, narra egli stesso dessersi
ingolfato tutto in Varrone, leggendolo e rileggendolo da capo a fondo pi volte ;
perche gli pareva che miglior frutto se ne potesse ritrarre dall addomesticarselo,
che da un minuto esauip di quanto crasi fatto e detto da critici intorno ad esso.
.M. l KB. VaRT. PKLI.A M>Gl'A ?\
\XXI I I Al LIBRI DI . \\. VAlUl. liNTOKNO ALLA LLNGIJA LATINA XXXIV
D(on disprezzo per gli studii altrui : lod quelli del Turnebo^deHo Scali
gero, del Popma, e ne cav il meglio ; di quelli poi dello Spengel mostr di fare
gran capitale, confermandone i giudizii e ponendo edizione di lui per fonda
mento alla proprio. Che mano miracolosa per molte piaghe di Varrone sia stata
quella del Muller, non occorre dirlo : basta la fama di queir uomo^e raBuaira-
zione della soa opera, tal che nessuno eh* io sappia, n mentre ei visse, n per
pi anni dopo eh ei mori, s* arrischi di ripigliarne seriamente la cura ; eccetto
che il J acobs pubblic le varianti d' un codice di Gotha (Lips, iS36), e il Lach-
mann tratt dalcune voci, dichiarate da Varrone, nel Museo Renano (4830,^843).
Torn finalmente K) Spengel agK studii varroniani, come ad an primo amore e
ad un antica sua gloria ; e ragion prima nel Giornale d' Antiquaria (1846)
intorno ad un brano del libro quinto (V, 7 5p.), poi della Critica in genere di
cotesti libri (Abhndl, der philos. histor, Cl der Bayer, Acad. 1864) e del modo
di rammendarli (iionac/f. 1858); e non ha molto rivide magistralmente nel Fi7o-
logo di Gottinga le congetture del Chrlst, il quale, insieme col Roth (PhiloL
Gdtltng, 1860) e con C. E. L. Ox (De M. Ter, Karr. eiymis quibtisdam, Gymn,
Pr. Rreuznach, 1858), va pnr ricordato fra quelli che novellamente occuparonsi
nel correggere ed illustrare Varrone.
Mi resto a dire d'una recente operetta dAugusto Wilmanns, pubblicata nel
1864 in Berlino, intorno agli scritti grammaticali di Varrone e ai loro frammenti.
Riprovandosi ivi, fra le tante cose, opinione dei Miiller che ai libri de lingua
/atma sia mancata 1 ultima mano dellautore, forse era meglio parlarne allorch
esposi questa opinione non discostandomene che in qualche piccola parte. Tuttavia
mi parve che non ne sarebbe seguito nessuno sconcio se avessi differito sino a
questo punto : ora poi che il discorso, seguendo ordine de lavori fatti su i detti
libri, v! caduto da s, non potrei passarmene. Rispondo adunque alle obiezioni
del Wilmanns che n il Miiller n alcuno di quelli che lo seguirono, pretende cer
tezza, ma probabilit ; e questa parmi sussistere. Sia pur vero che ad un uomo di
quella vena, di cui era Varrone, a conti fatti non fosse mancato il tempo per ulti
mare e pulire la propria opera prima d* esser proscritto ; sia vero che il silenzio
di Cicerone non basti a provare eh egli mor (nel Dicembre del 711) senaa aver
ricevuto il dono promessogli : ma che per ci? Se non manc il tempo, sovrab
bond forse ? Se il silenzio di Cicerone non conchiude, non ha tuttavia qualche
peso ? Pretender poi che questo lavoro di Varrne non gli avesse a costare gran
tempo perch in pi parti avea fonti greche ove attignere e in qualchaltra attinse
da suoi proprii scritti, assottogliarla un po troppo ; come se il raccogliere, lesa
minare, 1accomodare al latino, massime nella sintassi che era >ia non battuta an
cora da niun latino, fosse stata cosa da corrervi a spron battuto. E che vuol egli
inferire quando appunta il Muller d aver pigliato sicurezza da un dubbio asserto
del Popma che la divisione della festa d Opi dai Saturnali sia cominciata con la
riforma Giuliana, e d aver quindi precipitato il giudizii) nel corre argomento da
\ \ \ \ P K L l z O N t XXXtl
quelle parole del libro VI ( 22): Satut-nalia dicla ab Salurno qnod eo die feriae
eiuSj ut post diem lerlium Opalia Opis ? Se non v ha testimonianze in furor del
Popma, havrene forse in contrario ? E se non havrene delle contrarie, non dee
bastare dall* altro lato la stessa testhaonianza che ne rend^ivi \arrone? Chi auto
rizza il Wilmanns a credere che le parole post diem tertium sielio state intruse da
qualche saccente dopo il tempo d* Auf iisto ? La divisione di quelle dt>e feste con
IntervaUo d un giorno non riscontra forse con aggiunta di due giorni fatta a
Dicembre netta riforma Giuliana^? E se Macrobio fSat, I, 44) stette su le generali
senza specificare questa particolarit, s ha per a negare? Ma peniamo che in
questa parte abbia ragione il Wilmanns : tanto pi terr la deduzione finale del
Miiller che Yarrone non ripul la sua opera; n ci sar bisogno di supporre, come
fece il Muller, eh egli abbia ritoccato qualche luogo e qualch altro no. Ecco a
che riesce opposizione del Wilmanns. Ma, se quest Qpera fu carpita ancora im
perfetta air autore, ond , chiede egli, che nessuno di quegli antichi (e son pur
parecchi) che la ricordano, fa menzione di questo fatto? Come e quando usci ella
in luce, se non fu autore che la diede fuori ? in che modo Varrone ne pot fare
un compendio in IX libri, come sha dal catalogo di . Girolamo, se non la aveva
fra mano ? Oh 1questo voler sapere un po troppo. V* ha nessun libro varro-
niano di cui sia detto che fu trafugato all' autore e dato fuori cos imperfetto ? E
pur Varrone ci attesta che glie n erano stati trafugati non pochi. Sia pure chegli
intendesse di quelli che non andavano attorno e credea forse perduti ; ma non
vha nulla onde credere ehe i libri de lingua Ialina siano venuti in luce vivendo an
cora l'autore; anzi per non crederlo a ha largomento di Verrio Flacco che, per
confessione dello slesso Wilmanns, non pareva aver letto cotesti libri. Ma se Var
rone ne fece un compendio, li aveva dunque fra mano. Giusta di qualunque altro;
ma non dell autore, il quale era impossibile che non avesse in mente ordine e
la sostanza del proprio scritto, e nello smarrimento stesso dell originale aveva
uno stimolo a pubblicarne almeno un compendio, poi eh era troppa la noia del
rifar tutto da capo. Senonch il pernio della quistione non ist in queste cose che
abbiam sinora discusse : importanza quell ntima persuasione che nasce da
una diligente lettura dell* opera stessa, e fu qiiella che trasse il Muller e dietro
a lui il Mercklin, il Lachmann, il Ritschel in quel supposto. Contrastare a minuto,
punto per punto, se gli sconci possano venire da qualch altra causa, seminar
dubbii per non raccoglier che dubbii. Concediamo allo Spengel e al Wilmanns
che nel voler recare a questa origine ogni maniera di sconci il Muller largheggi
troppo: basta che dall altra parte mi si conceda che la negligenza apparisce in
quest* opera molto diffusamente, e creder giusto il conchiuderne che la radice
prima del male sta nellaqtore. Che se qqestopera, la quale inviandosi a Cicerone
avrebbe dovuto vincere in accuratezza le altre, n anzi scadente, e alla maestria
del disegno non accompagna la bont dell esecuzione; che s ha altro a dire se
non che autore non le diede ultima mano ? Ma di ci basti : di questo piccolo,
X X X V l l Al LI BRI Di M. I KR VAl \ R. I NTOU. NO AL l . A TJ NGUA L ATI NA X XX Vi l i
XXXI X FUI u FAZI OlNE a i LIBHJ 1)1 1>I. I L U . VAHUUNK XL
ma ricco volumetto del Wilmanne parler nuovamente nel supplimento ai primi
libri di Varrone che verr qui appresso.
Ora non altro mi resta se non chio preghi il lettore d* avere a mente che^sq
se nel rammendare il teto non trassi profitto da alcuni lavori che ho pur qui ri
cordati^io non poteva neanche farlo ; perch son forse dieci anni da che com
piuta la pubblicazione del testo : tanto son badati a seguirlo, n occorre dirne il
perch, questi preamboli. Del resto non temo eh' ei non sia per usare con me
quella indulgenza che merita la difficolta del lavoro, pensando che in si fatte cose
chi ne vede una e chi un* altra, nessuno le vede tutte.
. TERENTI VARRONIS
DE LINGUA LATINA
LIBRI I, II, III, IV.
^ intera opera Varroniana intorno alla lingua Latina era divisa in venticinque libri; e di
questi in sul principio ne perirono quattro. La prima cosa ci detta da 8. Girolamo nel suo
catalogo delle opere Varroniane; Taltra ricavasi da*migliori testi d penna e dalle citazioni
de* grammatici che danno per quinto il primo de*sei libri rimasti, e cos avanti gli appresso
(V. la nota 4 al L V). Se Varrone non tocca che di tre libri antecedenti a quello che diciamo
quinto (V. 4 ; VII, 409), ci mostra solo che il primo libro era come un preambolo ; e lascia
insieme vedere perch Aldo e parecchi altri editori abbiano creduto quarto quel che doveano
dir quinto. E di vero a persuadersi che il. primo libro era pi che altro un preaubolo, bosta
guardare ai disegno dell opera. Poich la materia vi si Riandava distinta di sei in sei libri ; e
ciascuna di queste parti, che naturalmente erano quattro, suddivldevasi in duo corpi minori di
tre libri per ciascheduno. Simili divisioni cosi uniformi, non ostante il dover parere puerili, se
la materia non vi si arrende spontanea, Varrone le am e le pratic a bello studio anche in altri
suoi scritti, certo nelle Imagini e nella grande opera delle cose umane e divine. Or la prima
delle quattro parti, che quella dell etimologia, pigliava le mosse dI secondo e terminava col
settinio libro ; ondech il primo non poteva essere che un proemio. Non ce n* rimasto di certo
nessun frammento : e non pu nemmeno alTermarsi con sicurezza che anche questo, come i tre
libri seguenti, fopse indirizzato a quel P. Settimio che Varrone ebbe seco in qualit di questore.
4 ogni modo non credibile che vi si spendessero molle parole nel dedicarglielo, quando vedia
mo che non se ne spende nessuna nell inviare il rimanente dell* opera a Cicerone. Resta adunque
che se non era in tutto simile al primo libro della Storia Naturale di Plinio, gli si avvicinasse
nella sostanziale sua forma, cio nell espoiTO il fondamento, 1*ordine, la divisione dell opera ;
che fa il modo tenuto da Varrone anche nel primo libro delle cose umane e nel primo delle
divine {S. ugusL C. D. VI,*3). La stessa forma, in cui l'autore ricorda in sul Gne del settimo
libro daver/a//o tre parti del suo lavoro, accenna ad una divisione proposta sin dal princi
pio ; e pi apertamente lo dice il cominciare del libro ottavo che : Ouom oratio natura tri
partita essety ut superioribus libns ostendi etc, ; dalle quali parole rnccogliesi che upu solo
XLIIl UBl \ l DI M. TE RE NZI O VARRONE
la divisione s* ora proposta iiegll ontecedenti libri (e quel altra vi si potrebbe intendere, se non
il primo ?), ma eh* erosi altres dimostrato eh essa aveva il suo fondamento nella natura. Le
parti eh egli avea fatto del suo lavoro, Varrone le dice tre ; perch tre sono i capi pi principali
della materia presa a trattare, cio Torgine, la declinazione largamente intesa e Tordinamento
delle parole: ma, eiecorao la seconda parte terminava col decimoterzo libro, e per restava
alla terza un numero doppio di libri di quei che s eranadaU a ciascuna delle altre due, cos
probabile che autore seguitando il suo passo abbia ridiviso in due questa terza parte, ed asse
gnato anche a ciascuna di queste parti nei libri. Ma voler dire qual fosse questa divisione, e
quale la sua suddivisione di tre in tre libri, sarebbe un fabbricare in aria, non trovandovisi in
ci che resta di Varrone nessun fondamento. Benel deir altre due parti, sebben non le abbiamo
che per met, ci resta quasi intero il disegno, ed questo :
Parte 1di libri V! dal 11al VII.
Suo argomento ; Ouemadmodum rebus Luiina nomina essent imposila ad usutn noslrum
(VII, 109,110; Vili, 1).
Sezione 1.* teorica, dedicata a P. Seltimio, dal l. II al IV.
Sezione 2.* pratica, dedicata a M. Tullio Cicerone, dal l. V al VII.
Libro II : Quae dicantur quor ^ ncque ars sii neque ulilis sii.
----- I li : Quae sinl quor et ars ea sii et ulilis sii.
----- IV : Ouae forma etymologiae.
Libro V : Origines verborum locorum et earum rerum quae in locis esse
solent,
VI : Quibus vocabulis lempora sint notala et eae res quae in lem
poribus fiunt,
---- - Vll ; De Poeticis verborum originibus (VI, 97).
Sua divisione
Sezione 1.*
(V,1;V1I,109)
Sezione 2.*
(ivi)
Parte 11 di libri VI dalPVm al Xlll,
dedicata a Cicerone.
Sezione 1.*
(X, 0

Sezione 1.* teorica dal 1. Vili al X : De declinationum disciplina.


Sezione 2.* pratica dal I. X! al Xlll : Ex eius disciplinae propaginibus.
Suo argomento : Quo pacto declinala in discrimina abierunt (Vili, 1; VII, <0).
Sua divisione
(Vin, 24)
Libro Vili: Quae dicerentur quor dissimilitudinem (ivwfx>tav) ducem
haberi oporteret.
----- IX: Quae dicerentur quor potius simiiitudinem (ivaoylav) conve
niret praeponi.
----- X: Giusta teorica della declinazione: fundamenta^ ordo, nalura.
Sezione 2.* dal l. XI al XIII: Delle forme declinative, coniugative, derivative in particolore;
cio de formulis verbo'um (X, 33), o de copia verborum (Vili. 2, 20).
Ho posto qui coe minutamente il disegno delle due prime pacti per comodit deMettori,
giacch occasione il portava ; non perch io creda che Varrone, rendendo conto del suo lavoro
nel primo libro, sia disceso in tante particolarit. Ho anzi per ferm eh* ei vi proponesse eolten-
to la divisione generale, e la mostrasse nata dalla ragione intrinseca delle cose e delle parole :
ma che le suddivisioni si riservasse di proporle a mano a mano che finita una parte passava a
un altra. Cos nell'ottavo libro il vediamo esporre la materia desei nnovi libri che vi co-
lincidDo, e specificare gli argomenti de' primi tre; ma riepetlo ai tre segaenti soggiungere che
dichiarer V orgomeiilo di cioeciino dietintamente, quando, spacciate ad una ad una le cose
assegnale a primi, metter mano agli altri (VIU, 24); il qual eileozio e la qual promessa sa-
rebbero quasi ridicoli, se fin dal principio si fossero poste in mano al lettore tutte le fila. Non
tirer neenche ad indovinare quanto innanzi foss egli andato nel dichiarar la natura e l uti
lit del linguaggio: basta che qualche cenno ne dovette dare, n pot esentarsi dal dire che
cosa sia paroJa e quale il suo rispetto alle cose. Possibile eh* abbia occupato tre libri in filo
sofare su etimologie, e tre su analoga, e forse il doppio su la sintassi, e non abbia poi detto
sillaba per chiarire e fenware que concetti eh* erano come il perno deir intera opera? In qual
maniera avrebbe potuto n)ostrere senza di ci che la divisioue da lui promessa era fondata sn
la natura? Solo il vedere che nella distinzione delle varie parti del discorso lautore si distende
non poco nel libro ottavo, allegandovi varie opinioni senza dare indizio d averne fermato una
sin da principio, ci vieta il credere che nel primo libro fosse disceso neanche in questa parte
a minute particolarit.
V*ha nn*altra cosa che nel proemio dell opera, quale ho detto che era il primo libro, ve
niva tanto a proposito che appena se ne pu credere omessa : ci era il motivo che avea con
dotto l autore a trattare questa materia ; per quali vie e a qual punto si fossero traiti gli studii
della grammatica in Roma ; che bisogno avessero di nuova spinta o indirizzo; che cosa egli
intendesse di fare e quali orme seguire. Per due vie diverse i Greci aveano promosso cosi fatti
studii ; per unn, i grammuticl d Alessandria e di Pergamo ; per altra, i filosofi, massime gli
Stoici :in questi campeggiava acume ; in quelli erudizione {Varr. L. L. VI, 2). La necessit
di esaminare la verit de* giudizii e dei raziocinii nella loro espressione fece si che gli Stoici,
per quella somma diligenza che posero nel trattar la dialettica, entrarono anche nella gramma
tica ; e delle sottili loro disquisizioni s* aiutarono poi non poco anche i grammatici prcpriamente
delti. Quando Cratete di Mallo port primo in Roma queste discipline, verisimile che, essendo
egli stoico, non siasi contentato di sposizioni erudite, ma che v abbia fatto altres conoscere le
acnte indagini de' filosofi pertinenti a lingua, e innanzi a tutto la dottrina dell* anomalia, per
cui avea combattuto contro Aristarco. Senonch In Roma il terreno non era ancora apparecchiato
abbastanza per questo seme ; e u imitazione si stette al riandare con un po di cura qualche
poesia poco nota, ma che pareva pur bella, massimanente di persone care gi morte, o cos
metterle in voga col leggerla e commentarla {Svet. IH. Grarnvu 2). Pieno inviamento ricevette
poi la grammatica, allorch venne la sua stagione, dalla voce e dagli scritti di Lucio Elio ; di
maniera che da indi innanzi non isdcgnarono di trattarne qualche parte neanche gli uomini
della pi alta levato, e si dice che nvolte se n ebbe in Roma pi di venti scuole, tutte frequen
tate (/; 3). Kd anche d lui da credere che nell inviamento dato accoppiasse all erudi
zione le stoiche sottigliezze ; perch Aulo Gellio (XVI, 8) ne ricorda un opera de praloquiisy
eh era nateria trattata con diligenza dagli Stoici nelle loro dialettiche {Diog. Laert. VII, 65
e seg.); e Cicerone attesta dichiarataniente ch ei volle essere stoico {Bru. K6). Dice volle
essere, non fu, quasi appuntandolo d* aver messo bocca in matria non sua ; n diverso il
giudizio che troviamo in Gellio della sua opera : ma ad ogni modo chiaro che, se dove ei valse
fu lerudizione, o bene o male penetr anche nellaltro campo. Varrone adunque non si metteva
per una via nuova^quando vegghiava in quest* opera della lingua latina non solo alla lucerna
( Aristofane^ ma anche a quella di Cleante (V, 9); n egli il dissimula, almeno per una
parte, dicendo che Greci e Latini aveano gi fatto molti libri, chi a favore dell analogia e
chi contro (Vili, 23); fra quali, tuttoch mai noi ricordi, dovette certo con)preudere Giulio
Cesare chQ, durante la gueiTa Gallica, scrisse due libri su l analogia e li dedic al medesimo
('iceroie. Tuttavia, se Varrono non era il primo fra Latini che entrasse nel dfppiu campo, ern
XLv INTORNO ALLA IJ NGUA LATINA XLVI
per altro il primo th pigliesse a correrlo intero ; ed anche per quelle parli eh erano gi trattate
(aoltri scrillori latini, qnont' a dottrine, lasci stare i rivi e ricorse alle fonti greche; e nel
ricorrere aGreci non si ristrinse a scegliere gli ottimi, ma si fe* giudice delle varie opinioni,
non giurando in nessuno. Universalmente segu gli Stoici, ov era migliore e pi largo il pasto:
tali erano in fatti, e proprio stoici di prima riga, Cleiinte e Crisippo e Antipatro di Tarso chegli
dichiara daver preso a guida (V, 9; VI, 2; IX, I ), come apparisce ch ei fece dal riscontro delle
sue flottrine con ci che sappiamo di quegli antichi da Diogene Laerzio, da Sesto Empirico, da
Stobeo e da altri. Per questa via Tavea indirizzato sin da fanciullo lo stesso Lucio Elio^che
gli liu maestro nella grammatica ; n pot poi valere a ritramelo la scuoia e amicizia del ce
lebre accademico Antioco d scalona, perecch questi non solo nella dialettica accolse a braccia
quadre le dottrine degli Stoici, ma in lutto manc pochissimo (e questo pochissimo si ristrinse
air etica) che non fosse on poro e pretto stoico (C*ic. Acad. 11, 21, 67 ; 48, 132 ; 46, 143). Varrone
adunque poteva senza contraddizione tenersi stretto ad Antioco (C/o. ad All, Xlll, 12, 10) e
parere opporluno a sostenerne le parti nelle Accademiche di Cicerone, e non di meno apparire
stoico ne* suoi libri intorno alla lingua latina. Cosi cade a terra la supposizione del Mttller che,
non vedendo come accordare la stoicit'aperta di questi libri con Tesserne stato autore di-
scepolo e seguace d Antioco, imagin che Varrone avesse lasciato Accademia ed Antioco
per riparare alla Stoa, e che Cicerone ignorandolo abbia dato in fallo quanto alla parte asse
gnatagli nelle sue Accademiche. Veramente 1* errore sarebbe stato un po grosso, se fosse cre
dibile in quelle persone e in quel caso, massime dopo le consulte fatte con Atlico. Resta fermo
adunque che Varrone, come nella parte sopravvissuta, cos nel rimanente delT opera, s era atte
nuto alle dottrine stoiche, non dico servilmente in ogni minimo elle, ma nella sostanza delle
cose ed in genere.
Il saper d* nn opera perduta quali opinioni vi si profssavano, non poca cosa ; o se si
fossero conservati gli scritti degli Stoici greci a cui Varrone avea attinto, s avrebbe meno a
dolersi deir esserci venuto cosi imperfetto un lavoro che ad ogni modo il monumento antico
pi prezioso che abbiamo in si fatte materie. Ma degl insegnamenti degli Stoici in operadi
grammatica quanto poi quello che ci venuto, e per quali vie ? Angusto Wilmanns nella sua
operetta intorno agli scritti grammaticali di Varrone e ai loro frammenti, ribadi opinione di
Rodolfo Schmid! che quanto leggesi in genere d etimologia ne Principii di dialellica di
sant Agostino, sia propriamente cavato, facendone un piccolo fascio, da ci che Varrone aveva
ampiamente.esposto nel secondo, nel terzo e nel quarto libro, assegnati a questa materia ; e dal
primo di Varrone crede altres derivato ci che Agostino vi dice intorno alle parole c al rispetto
che hanno alle cose, de quali punti, come ho notato, Varrono non potea passarsi nel proemio
della sua opera. Le dottrine che insegna ivi Agostino, sono certamente le stoiche; sicch in
ogni caso nell attribuirle a Varrone si pu fare a fidanza, da che non preteudcsi d induvtnarie
le parole, ma i concetti e non pi. N questa generale conformit de principii il solo argo>
mento in cui fondasi opinione del Wilmanns. Saut Agostino avea letto, c ce lo attcsta egli
stesso {Confess, IV, 16, 50), ItUli i libri di quelle arii che diconsi liberali : pensate savea letto
un opera di tanta importanza, com era questa de lingua Ialina^ ei che stimava assaissimo au
torit di Varrune e la alleg tante volte, massime nella Cill di Dio, N mancano indizii parti
colari. Agostino dice nel capitolo VI eh ogni ricerca appartenente alle parole riducesi a quattro
capi, alla loro origine, al signiQcato, alla declinazione, all ordinamento. Or non questa la
divisiou generale che aveva fatto Varrone della sua opera, senonch i due primi capi credette
necessario trattarli mescolatamente e pi scarseggiare nel secondo (V, 2) Trovatemi un solo
detto in Ago.^tino che discordi da principii varroniani. Quanta conformit nelle etimologie! le
quali o son le medesime che troviamo in Varrono ne* libri rimasti, o si gim*orebbe che orano
XLVII . TERKNZIO VAKKOtNL XLVIII
. TERENTI VARROiMS
DE LI NGUA LATI NA
AD C I C E R O N E M
LIBER QUINTUS
-------------------------------
1. I . QuemadinotluiTi vocabulacMenlimpo
siti rebus iu lingua Ulina, sex libris exponere iii-
(itui. De his tris ante hunc leci, qnus Seplimio
misi ; in quibas est <Je disciplina, quam focaut
{ : quae contra eam dicerentur, vo
lumine primo; quae pro ea, secundo; quae de
ca, tertio. )o his ad te scribam, a quibus rebus
vocabula imposita sint in lingua latina; et ea
<|uatt lunt iu consuetudine apud poelas.
2. Quoro uoiusqaoiusque verbi naturae sint
liiae, a qua re et in qua re vocalmlum sit impo
situm ( itaque a qua re sit pertinacia quom quae
ritur, ostenditur esse a pertendendo ; in qua re
.sit impositam, dicitur quom demonstratur, iu
4|Uo non debet pertendi et perteudil, perlinaciam
45se ; quod, in quo oporteat manere, si in eo per
stet, perseverantia sit) ; priorem illam pariem,
libi quor et unde sint verl>a scrutantur, Graeci
vocant /^ ; illam alteram vift ^
: de quibus duabus rebus in his libris
promiscue dicam, sed exilius de posteriore.
3. Quae ideo sunt obscuriora, quod neque
ojsnif impositio verborum exiat, quod vetustas
quaedam delevit; nec quae exlaL, sine mendo
omnii imposita ;ner quae recte est imposita, cun-
M. T bb. Va ^hor b, d e l l a l i n g v a l a t i h a .
1 . H o tolto a sporre in sei libri per quai
modo siuusi dati i nomi alie cose ntlla lingua la
tina. Tre n' ho gi fatto e mandato a Settimio ;
ne'quali havvi quanto ragguarda arte che chia
mano etimologica : ci che se ne dice contro, ne!
primo ; ci che in pr, nel secondo ; ci die a
proposito, nel terzo. Ora in questi scriver a te
da quali cose siansi presi i nomi nella lingua la
tina, partitamente anche quelli che usano dai
poeti.
a. Due cose si possono considerare in ogni
vocabolo: da che sia preso, ed a che appropriato. .
Cos, se dimandasi da che sia pertinacia^ si fa/
vedere che vien da pertendere^ tener duro ; e '
ove dimandisi a che s'approprila lo si dichiara
dicendo che |>ertinacia se tengasi duro in cosa,
in cui non dovrebbesi ; perch lo star fermi, ov'
male il cedere, perseveranza. La* prima parte
che indaga origine e i| perch delle parole,
detta da Greci etimologia; la seconda, de'* si-
gnificati, lo in questi libri dir mescobtameote
d'ambedue queste cose ; ma pi scarsamente della
seconda.
3. Son eue pi oscure che non dovrebbero,
perch n tutti i nomi dati conservansi, avendone
alcuni cancellato il tempo; n quanti conMrvan-
si, furono tatti dati a dovere ; n quanti furono
M. TtKIiNTI VARRONIS
4
.eia roanel ( mulla enim verba Uleris commuUtis
sunt interpolala ) ; neqae omnis origo estnoitnie
linguac c vernaculis Terbis ; cl multa verba aliud
uunc ostendunt, aliud ante significabant, ut ho
stis : nam Ium eo verbo dicebant peregrinum
qui suis legibus uteretur; nunc dicunt eam, quem
tum dicebant perduellem.
In quo genere verborum aut casu erit il
lustrius unde videri possit origo, inde repetam.
Ila fieri oporlere apparet, quod recto casu quom
dicimus impos obscurius est esse a potentia^
quam quom dicimus impotem ; et eo obscurius
fit si dicas pos quam impos, videtur enim pos
significare poUus pontem quam potentem.
5. Vetustas pauca non depravat, multa tollit.
Quem puerum vidisti formosum, bunc vides de
formem in senecta. Terlium seculum non videt
eum hominem, quem vidit primum. Quare illa
quae iam maioribus nostris ademit oblivio fugi
tiva, secula sedulitas Muti et Bruii retrahere ne
quit. Noii, si non potuero indagare, eo ero tar
dior ; sed velocior ideo si quivero: non mediocreis
enim tenebrae in silva ubi haec captanda } neque
eo, quo pervenire volumus, semitae Irilae ; neque
lion in tramitibus quaedam obiecta, quae euntem
relinere possent.
G. Quo verborum novorum ac veterum dis
cordia omnis, in consuetudine communi quot
modis literarum commutalio eit facla qui ani-
luadverterit, facilius scrutari origines patietur
verborum ; reperiet enim esse commutata, ut in
superioribus libris oslendi, maiime propter bis
quaternas causas. Literarum enim fit demptione
aut additione, et propter earum adtraclionem aut
commutationem, item syllabarum productictie *
aut correptione, denique...... one quae quo
niam in superioribus libris, quoiusmodi essent,
exemplis salis demonstravi, hic commonendum
esse modo putavi.
7. Nunc singulorum verborum origines ex
pediam; quorum quatuor explanandi gradus. In
fimus is quo etiam populus venit ; quis enim non
videt unde arenifodinae et ? Secundus
quo grammatica escendit antiqua, quae ostendit
quemadmodum quodque poeta finxerit verbum,
lonfinxerit, declinarit. Hic Pacuvi rudentum si
bilus^ ilio incurncers^icum pecu\ hic clamyde
v.lupeat brachium.
8. u iiu> gradus |uo ptiilosophi:i ascendcns
ben dati, si mantengono interi, ch molti ne fu-
ron guasti da scambii di lettere ; n la nostra
lingua vien tuJla da latine origini, c pareoebiej
voci altro suonano ora da ci che indicavano
avanti. Cos jostis valeva un tempo forestieri
non soggetto alle nostre leggi, ed ora vale nemi
co, cio quello che dicessi allora perduellis.
4 Nel cercar origine d una pa^^'mi far
da quella forma o caso che ne pu dare piJame.
chiaro che si dee fare cos ; perch quando, a
cagion d esempio, diciamo impos in caso retto,
non s palese eh ei venga da potentia^ come
quando diciamo impotem ; e si fa via meno pa-^
lese se dici pos anzich impos^ parendo iignifi.
car ponte meglio che potente.
5. Poche sono le cose, cui non guasti il tem
po ; molle ne consuma in tutto. Chi vedesti bello
in giovinezza, or vedi sformato dalla vecchiaia ;
la terza genei^zione non vede pi quell'uomo,
cui ha||l|B|||prima. Sicch vien tardi la cura
di per poter ri torre all' obblio ci
che ha rapito a' nostri maggiori,
lo, perd^^PRlti uu' indagine, non per questo
mi sconforter ; bens piglir animo, se mi rie
sca : ch molto buia la selva, dov ho a scavare
s falle cose; n c via battuta che guidi al se
gno; e ne'viottoli stessi s'attraversano intoppi
che potrebbero tenermi il passo.
6. Chi abbia notato per quanti modi nel co-,
mune uso si sono falle mutazioni di lettere nelle
parole; ond' lulla la diversit fra gli antichi e
i moderni parlari ; perdoner pi facilmente il
bisogno di rifrugar le origini delle parole, ve
dendo eh' esse furono alterate, come ho chiaritoj
negli altri libri, per olio cause principulmentcJ
Poich ci avviene per sottrazione o aggiunta di
lellere, per attrazione o scambio di esse, |>er al
lungamento o abbreviamento di sillabe, final
mente per inversione o raddoppiamento. Le quali
cose, avendole gi dichiarate a bastanza con
esempi! ne' precedenti libri, qui ho creduto di
ricordarle soltanto.
7. Svolger ora le origini delle varie parole.
Nel dichiararle ci son quattro gradi. L ' infimo
quello, a cui giunge anche il volgo ; poich chi
non vede che arenifodina detta dal cavarvisi^
b sabbia, e viocurus dall aver la cura delle vie ?
11 secondo, no sale che la grammatica antica, \a^
qual fa vedere io qual modo i poeti per compo
sizione o derivazione formarono ciascuna voce.
Qui appartiene il sibilus di Pacnvio per dinotare
il ischiar delle corde, c incur\^icervicum pecus^
cio armento dal curvo collo, e clatnfde clupeat
brachium^ cio s'avvolge al braccio la clamide in
vece di scudo.
8. Il terzo grado c quello a cui Icvossi la filo-
^5 DE LINGUA LATINA LIB. V.
pervenit, atqoe en qnae in confoctudine cororon-
ni esseot aperire cocpt, ut a quo dictum enet
oppiduniy vicus^ ^ia. Quartus abi eat adi tua ad
initia rerum : quo ai non perveniam, scientiam ad
opinionem aucupabor : quod etiam in salute no*
alra nonnunquam facit, quom acgrotamua, me
dicus.
Q. Quod si snmmum gradum non attigero,
tamen secundum praeteribo ; quod non solum ad
Aristophanis lucernam, sed etiam ad Cleanthis
lucubravi. Volui praeterire eos, qui poetarum
modo verba ut sint ficta expediunt; non enifn
videbatur consentaneum quaerere me in eo verbo
quod finxisset Ennius causam, neglegere quod
.inte rex Latinus finxisset, quom poticis multis
verbis magis delecter quam uiar, antiquis magis
utar quam delecter. An non potius meo verba illa
quae hereditate a Romulo rege vcoenmL q^am
quae a poeta Livio relicta f
10. Igitur, quoniam in hnec lunt tripartita
verba, quae sunt aut nostra aut aliena aut obli
via; de nostris dicam cur sint, de alienis unde
sint, de obliviis relinquam. Quorum partim quo
ita invenerim, * partim quo * ita opiner scribam.
Ili hoc libro dioain de vocabulis locorum et quae
in hia sunt; in secundo de temporum et quae in
Ilis fiunt; in tertio de utraque re a poetis com
prehensa.
1 1. Pythagoras Samius ait omnium rerum ini
tia esse bina, ut finitum et infinitum, bonum et
iiialuro, vitam et mortem, diem et noctem. Quare
i lem duo, status et motus: quod stat aut agitatur,
nupus; ubi agitatur, locus; dum agitatur, tem
pus; quod est in agitatu, actio. Quadripartitio
magis sic apparebit : corpus est ut cursor ; locus
stadium qua currit; tempus hora qua currit;
actio cursio.
la. Quare fit ut ideo fere omnia sint quadri*-
partita, et ea aeterna ; quod neque unquam tem
pus quin fuerit motus, eius enim intervallum ten^-
pus ; neque motus ubi non locus et corpus, quod
alterum est quod movetur, alterum ubi ; neque
ubi id agitatur, non actio ibi. Igitur initiorum
quadrigae : locus et cofpus, tempus ct actio.
i 3. Quare, quod quatuor genera prima re
rum, totidem verborum ; hocuiuiam de binii, lo-
cia et iis rebus quae in his videntur, in hoc libro
summatim ponam. Sedqoa cognatio eius erit ver-
sofia, incominciando a spiegare quelle alMM pa
role che sono nel comune uso ; per esempio, onde
vengano oppidum^ ificus^ via. Il quarto grado
quello per cui entrasi ne' principii stessi delle
cose. Che se io non vi potr giungere, cercher
almeno opinion pi probabile; come fa talvolta
il medico, quando siam malati anche nel latto
della nostra salute.
0. A ogni modo, s io non toccher il sommo
grado, patter almeno il secondo, perch ho ve
gliato alla lucerna, non pur d'Aristofane, ma
eziandio di Cleante. Ho voluto entrare innanzi a
coloro che spiegano come sian fatte alcune voci
de* poeti, e non vanno pi l ; poich parevami
contraddizione cercare il perch d un vottbolo
fatto da Ennio, e non curar quelli ch^avea fatto
avanti il re Latino ; tanto pi che molle voci
poetiche ion pi d'ornamento che d^uso, e le
antiche in vece pi d'uso che d'ornamento. Non
fono forse pi mie quelle parole che mi vennero
in erediti da Bomolo re, che le lasciate dal poeta
Livio?
IO. E poich distinguonsi tre n^aniere d voci,
nostrali, straniere e divezze; delle nostrali dir
il perch, delle straniere indicher l'origine, del
le divezze lascier stare. E queste cose verr
scrvendo, parte perch cosi ho trovato in altri,
e parte perch cosi credo io. in questo libro apor-
r i nomi de' luoghi e di ci eh' io essi ; net
secondo i nomi de'tempi e di ci che avviene
ne'tempi; nel terzo d'ambe le cose qoauto ai
poeti.
t f . Pittagora di Samo dice che doppii sono t
principii di tutte le cose, come finito e infinito,
bene e male, vita e morte, giorno e noUe. Cos
dicasi di stato e moto ; ne' quali pu considerarsi
la cosa che sta o muovesi, cio il corpo ; il dqve^
cio il luogo ; il quando, cio il tempo ; il fatto
del muoversi, cio azione. Questa divisione ap
parir meglio cos : il corpo, a cagion d'esem
pio, nelle cone il corridore ; il luogo, lo stadio
per coi corre ; il tempo, l ' ora in cui corre ; a-
zione, il correre.
la. Da ci viene che quasi tutte le cose sono
quadripartite ed eterne ; perch non vi pot mai
esser tempo senza che vi fosse moto, non easen^
do il tempo che l'intervallo del moto; n vi pot
mai esser moto senza che vi fosse luogo e corpo,
essendo uno il subietto, altro il dove del muo
versi ; n vi pu non essere azione dov' corpo
che mnovexi. I principii delle cose formano adun
que due coppie, luogo e corpo, tempo ed azione.
1 3. E poich quattro debbono essere i sommi
generi, come delle cose, cos anche delle parole ;
di due fra questi, cio de' luoghi e degli oggetti
che vi si veggono^ tratter soonneramentc nel
ftl. TEKfcNTl VARRONIS
bi qote radices egerit extra fiues suas, perseque-
mur ; SMpe enim ad limitem rborii radicet sub
ficiiii pr<xlierDnt segetem. Quire noo^ qoom de
locis dcaro^ si ab agro ad agrosum hominem, ad
agricolam perrenero, aberraro. Multa societas
TcrboruiD ; nec ' siae uino expediri, nec
curia Caimbra mnn calatione potest aperiri.
11. 14. Incipiam de locis ab ipsius !oci origi
ne. Locus est, ubi locatum quid esse potest. Ut
nane dicunt conlocatum, veteres id dicere solitos
apparet, apud Plautum :
Filiam habeo grandem cassam dote at^ue in-
iocahilem^
Ifeque eam queo locare quoiquam ;
apad Enniam :
O terra Threea^ uti Liberi fanum indutum
Maro iocavi,
i 5. Ubi quidqoe consistit, locas : ab eo prae
eo dicitur locare ; qood osque id emit, quoad in
aliquo consistit pretium. Ind locarium quod da
tor in ftabalo et taberna ubi consistant. Sic loci
muliebres^ abi nascendi initia consistunt.
III. i 6. Ii06i natdrae tecondum antiquam di-
isiooeoi prima duo, caelum et terra ; deinde par-
ticulatim atriasque multa. Caeli dicantur loca
supera, et ea deorum ; terrae loca iafera, ct ea
hominam. Ut Asia, sic caelum dicitur modis duo
bus: nam et Asia quae non Europa, in qua etiam
Syria ; et Asia dicitur prioris pars Asiae, in qua
est Ionia ac provincia nostra.
17. SSc cadum et pars elns, sommum nbi stel
lae, et id qaod Pacuvius quom demonstrat, dicit :
Hoc vide circum supraque^ quod complexa
continet
Terram ;
qaoi snbiongit :
Id quod nostri caelum memorant.
presente libro. Non mi rester tuttavia ae qualche
parola sar trascorsa con le tue radici a Ikr messa
di l da questi termini $ siccome accade spesse
volte degli arbori posti ne* confini che viaggiano
con le radici sotto le messi del vicino. Non $ar
adunque un uscire di via se, parlando de' luoj^hf**'
da ager^ che vale quanto dir campo, verr ad jft'
grosus cio ricco di campi, e ad agricola. Largo
il parentndo d#i vocaboli ; n pu spiegarsi Vi-
nalia senza vinum^ n curia Calabra senxa ca
latio,
IT. 14. Trattando de^ luoghi, comincier dal-
origine dello stesso nome locus^ cio luogo. Fu
cosi chiamato dal potervisi locare alcun che;
poich a quel modo che dicesi ora conlocnte^\
antichi usavano dir locare. Lo troviamo in Plauto
ove dice :
f
C a ^ a i
figlia gi grande, tenia dote,
irtito ; n trovar so alcuno,
[arb per moglie ;
e presso Ennio in questo passo :
O tracia terra, dov* io Maro illnstre
Tempio a Bacco locai.
i 5. Come il luogo quello dove si ferma la
cosa, cosi locare^ o allogare, s detto anche dei
banditori ; perch negl incanti si fanno essi com
pratori, finch altri vi dice sopra ed in lui fermasi
il prezzo. Quindi locarium lo stallaggio o fitto
che pagasi per la fermata ; e loci si dicono nelle
donne quelle parti dove si ferma il seme.
. 16. 1 luoghi della natura, secondo la pri
ma e pi generai divisione, son due, ctelo e terra :
havvene poi molli partitamente neiruno e nell'al
tro. Caeli si dicono i luoghi di sopra, proprii dei
numi ; terra gr inferiori, ptoprii degli nomini.
Ma il nome di caelum^ come quello d Asia s'usa
in due aensi ; perocch tanto dicesi Asia per tutta
quella terra che non Europa e comprende an
che la Siria, quanto per noa parte di essa, dov'
Ionia e la nostra provincia.
17. Coti cielo tanto una parte di esso, cio
la sommit dove sono le steDe, quanto tutto ci
cbe intende Pacuvio cos additandolo :
...................... Questo contempla
Cbe aopra e intorno, e in s la terra abbraccia,
e soggiungendo poi :
Ciclo il chiamano i nostri.
DE LINGUA LATINA LIB^V. to
A ffio ktparUla cltisl^M Locfins Boorura unius
et vigilili librorum InUiom fedi hoc :
Aetheris et terrae genitabile quaerere tempus.
18. Caelum dielam tcribil Aeltos, qaod est
GteUlum ; atti, coiitrario nomine, celaium, quod
afierlum est. Non male; qnod posterius mullo
potius a caelo, qonm cielum a caelando. Sed non
mino iliad alterum dft celando potuit dici, quod
interdie celatur, quaro quod noclu non celatur.
*19. Omnino ego magia pntoa C/ieorAovm, *
hinc cavum * et hinc caelum ; quoniam, ut dixi,
itoc circum supraque^ complexu continet
terram cavum caelum. Itaque didt Andromacha
NocU:
Quae tava caeli signitenentibus conficis bigis ;
el Agamemnon:
in altisono caeli clipeo^
eatiim enim diprum ; et Ennlui ile d cava-
ttooem :
caeH ingentes fornices
ao. Quare, ut a caYo ca^^ea et caullae^ el con-
vallis cjiTata Tallii ; et caelum a cavatione : at
cavum sit ortum, onde omnia apad Heaiodom,
a Chao ; a cavo caelum.
IV. aI. Terra dicta ab eo, at AelSos scribit,
quod teritur; itaque terra in Aogurum libris
cripta cum K ano. Ab eo colonis locas commu
nis qui prope oppidam relinquitur, territorium^
quod maxime ieritar ; hinc linteam, qaod teri
tur ;corpore* extermentarium ; hinc In messi
tritmra^ qaod tam framentam teritur, et tri^o
Aim, qoi teritor ; bine fine grorom termini^
qaod eat parteis propter limitare iter maxume
terantur ; itaqae bine, quod is in Latio aliquot
l odf dicitur, at apad Acciam, non terminas sed
termen, hinc Graeoi qaoqae T^f/ueve : pote tcI
illino ; ETaoder enim, qui io Palatiam venit, e
Graecia Arcss.
Secondo questa bipartite divisione cominci Lu
cilio i suoi ventun libri a questo modo :
Delia terra e dell' eira il genitale
Tempo indagar.
18. Caelum fu dello, seCndoch scrive Elio,
quasi caelatm^ per essere fregiato di stelle; o
veramente, con nome contrario, per esser chiaro
ed aperto, cio non celato. Meglio la seconda co
sa ; perch' asMi pi probabile che venga caelare
da caelumj anzich opposto. Ma quauto al per
ch deir altra origine, pu dirsi ugualmente che
siasi nominato cielo da celare^ perch si cela di
giorno, quanto perch non si cela di notte.
19. A ogni modo io credo piuttosto che da
Chaos siasi fatto chous e cavus e caelum ; per
ch il cielo ; come ho detto, questa griin cavit
che sopra e intorno e in s la terra abbraccia.
Ond* che Andromaca dke alla Nolte:
1 u che il concavo ciel con la stellala
Biga misuri ;
ed Agamennone t
NeHo scado del cielo allisonaute;
ove dalla sua forma detto scudo per cavil;
cui parimente accenna Ennio, scrivendo :
La gran volta del ciclo.
ao. Laonde, come da cavo si disse cavea la
gabbia e caullae i pecorili, e si form convallis
quasi valle cava ; cos dalla sua figura concava fu
nominato anche il cielo. Sicch da Chaos,, orif:inC
secondo Esiodo di tutte le cose, si fece ca^us^ e
da questo caelum.
IV. ai. La /erra, scrive Elio, fu cosi della da
terere^ cio logorare ; e per ne libri degli Au
guri sta scritta con un solo R. Dalla stessa origine
si chiam territorium,^ come il pi battalo, qiel
luogo che si lascia a comune uso presso la citt \
ed extermentarium 11 lenzuolo, perch logoro
dal corpo ; e nella messe si chiam tritura il treb
biare, perch vi si batte il fWimento, e trivolum
la trebbia, perch con tsu si batte. Dalla stessa
origine si son detti termini i confini de campi,
perch quella parte la pi battuta, essendo ivi
il tragel to. E poich in alcuni luoghi del I^zio
non si dice terminus^ ma termen^ com pure io
Accio ; anche i Greci ne h^nno fatto 4^.
Quantunque potrebb esser opposto, che i i a l i
ni V avessero preso dai Greci ; perch Evandro,
che venne a slanzbre nel Pallino, era greco
d Arcadia.
11 . TEEENTl VARRONIS
aa. Fioy sicut ifer, qnod ea Tehenclo tcritar,
iler ilu. Aetusy qaod agendo teritur. Eliam am-
hitus est quod circameando teritur ; nam ambi
tus circuiluf, ab eoque xii Tabularum interpre
tes ambitus parietis circuitum esse describunt.
Igilur tera itrra^ et ab eo poetae appellarunt
summa terrae, quae sola teri possunt, sola terrae.
a3. Terra, ot putant, eadem et humus ; ideo
Ennium in terram cadentis dicere :
cubitis pinsibant Immum ;
et quod terni stt humus, ideo is humatus mor
tuus qui terra obrutus. Ab eo, quom Romanus
combustus est, si in sepulcrum eius abiecta gleba
noo est ; aut si os exceptum est mortui ad fami
liam purgandam, donec in purgando humo est
opertus ( ut Pontifices dicunt, quoad inhumatus
sit)y familia funesta manet. Et dicitur humilior
qui ad humum demissior, infimus humillimus^
quod ia mundo infima humus.
Humor hinc ; itaque ideo Lucilius :
Terra abit in nimbos imbrtmque ;
Pacuvius :
terra exhalat auram at que auroram hu-
midam^
humectam. Hinc ager uliginosus humidissimus ;
hinc udus uvidus ; hinc sudor^ quod fluit * deor
sum in terram.
a5. Unde sumi p o t e , n i s i potius quod
f Aeolis dicebant, ut morafiv *, sic
a potu, non ut nunc A puteis op
pidum Puteoli^ quod incircum eum locum aquae
frigidae et caldae multae ; nisi a putore potius,
quod putidus odor i^i laepe ex sulphure et alu
mine. Extra oppida a puteis /wfico//,* quod ibi
in puteis obruebantur homines; nisi potius, ut
Aelius, scribit, putieulae^ quod putescebant ibi
cadavera proiccta. Qui locus publicus ultra Ex-
qniliai ; itaque eum Afranius subluculos * in to
gata appellat, quod inde suspiciunt perpetuo
lamen.
aa. Tanto via che iter si son posi detti dal-
esser battuti, quella per veicoli, questa per gite.
Cosi actus chiamossi la carreggiata 4le campi da
agere^ trasportare, perch IjattuU da traini. An
che ambitus quella linea che resta battuta dal-
rire intorno; perch vale in fatto circuito, e
per gP interpreti delle Dodici Tavole dichiarano
che per ambitus parietis vi si ha ad intendere
il sentiero intorno alla casa. Terra adunque
quasi fera, cio trita ; e i poeti ne dissero xo/tim,
cio suolo, la superficie, perrh'* la sola che si
pu battere.
aS. La terra, per ci che s avvisano, fu detta
anche humus. Allegano Ennio, il quale os que
sta voce descrivendo i cadenti.
Che percotean col gomito la terra :
n dircbbesi humatus il morto quando sotter
rato, se humus non valesse quanto a dir terra.
Anche pei Romani che bruciansi, se non s' git
tata la zolla sopra il sepolcro, o se fu riservato
un osso del morto per purgar la famiglia; in
ambedue questi casi i Pontefici, dichiarando con
taminata la famiglia finch queir avanzo del mor
to non sia coperto con la terra nel rito di purga
zione, si valgono della formola quoad inhumatus
sit. Per questo exiandio si dice humilior chi
pi depresso a terra, e humillimus infimo;
perch la terra la pi bassa parte del mondo.
a4- Di qua viene humor^ cio umore ; onde
Lucilio :
S ' assottiglia la terra in nebbia e pioggia ;
e Pacuvio :
Manda nebbia la terra, c i matutini
Vaport esala.
Di qua campo uliginoso^ cio umidissimo; di
qua'tf(/iij, o uvidus, cio bagnato; di qua sudor^
perch* umore che va gi verao terra.
a9. Dal potervi attignere fu^cTf puUftsW
pozzo; o piuttosto da ci che gli Eoli,com^hia4
mavaoo ^ non rere^oV, il fiume, cosi*
diceano vc^sov, dal bere,, quello cb^ora dicono
fSf> cio pozzo. Da' pozzi ebbe ii nome la citt
di Pozzuoli, perch intorno ad essa v' han molte
acque e fredde e calde ; se per non vogliasi no
mata in vece del puzzo, che v' frequente, di
zolfo e d* allume. Da' pozzi trassero pure il nome
que che si dicon puticoli fuori delle citt ; per
che ivi entro a pozzi si seppellivano gli uomf \
Potrebbero per altro dirsi puticulae^ come scri
ve Elio, per ci che vi si gettavano i cadaveri a
la
i3
2G. Lacus lacuna muglia, ubi aqua contineri
potest. Palus paululuin aquae in altitudinem, et
palam latius diiiusae. Stagnum a Graeco ariyvov,
quod non habet rimam : hinc ad villas rotunda
stagna, quod roluudum iacillirae continet, anguli
maxime laborant.
37. Fluvius^ quod floit ; item flumen : quo
kg praediorum urbanorum scribitur :
impuzzolire. In Roma tono essi iin luogo pubbli
co di l dalT Esqaili ; onde Afratiio nella sua
togata li dice suhuculi^ perch hanno sempre il
In me dall' alto.
a6. Lacus fu detto il lago, pcrch' una gran
de laguna^ cio cavit, atta tener l'acqua;
palus la palade> o da paululum per la poca al
tezza deir acqua, o da palam perch spandesi in
saperBcie ; e stagnum fu chiamato lo stagno dal
greco crtyf^ otturato, perch non ha a[>erture :
onde nelle ville gli stagni si fan rotondi, per ci
che il tondo tien meglio e gli angoli pi di leg>
gieri fan pelo.
27. Fluvius chiamossi il fiume da fluere^ cio
scorrere ; cos anche flumen. Onde nella legge
de' fondi urbani sta scritto :
pL LINGUA lATlNA LIB. V. 14
Stillicidia flumina^e ut fluant ita cadaniqut^
Inter haec hoc interest, quod stillicidium eo
quod stillatim cadat; flumen^ quod iluit con
tinue.
a8. Amnis id flumen quod circuit aliquid;
nam ab ambitu amnis. Ab hoc qui circum Atcr-
num habitant, Amiternini appellati ; ab eo qui
populum candidatus circum it, amlit; et qui ali-
ter facit, indagabili -j- ex ambilu causam dicit.
Itaque Tiberis amnis^ quod ambit Martium
rampum et Urbem. Oppidum Interamna diclum,
quod inter amnis esi constitutum ; item Anlem
quod ante amnis, qua Anio influit in Tibe
rim : quod bello male acceptum consenuit.
29. Tiberis quod caput extra Latium, si inde
nomen quoque exfluit in linguam nostram, nihil
d 46\^ latinum ; ut, quod oritur ex
Samnio, Volturnus nihil ad lalinam linguam.
At quod proxumum oppidum ab eo secundum
mare, Volturnum ^ut ad nos iam ut latinum
vocabulum ; ita Tiberinus nostrum : et colonia
enim nostra Volturnum, et deus Tiberinus.
3o. Sed de Tiberis nomine anceps historia ;
nam sunm Etruria, et Latium suum esse credit ;
quod fuerunt qui ab Thebri vicino regulo Vc-
ientum dixerunt appellatum primo Thebrim ;
sunt qui Tiberim priscum nomen latinum Albu
lam vocitatum literis tradiderunt, posterius pro
pter Tiberinum regem Latinorum mutatum, quod
ibi interierit, nam hoc eius ut tradunt sepulcrum.
VL 3i. Ut omnis natura in caelum et terram
divisa est, sic caeli regionibus terra in Asiam et
Europam; Asia enim iacet'ad meridiem et aa-
Grondaie e flumifluiscano cadano come
fanno ora.
Fra stillicidium^ cio grondaia, eflumtn^\2i dif
ferenza qtiesta, che il primo cos detto dal
cadere a stille, Tnltro dal fluire alla distesa.
28. Amnis fiume che inlomia un qualche
luogo ; perch cos detto da una particeli che
signiHrn intorno. Perci quelli eh'abitano intor
no airAlcrno si chiamarono Amiternini; e si
dice ambire il candidalo che va bucherando at
torno, e chi rompe cos la legge fatto reo d
ambito. Quindi il nome di amnis si d anche ai
Tevere, perch gira il campo Marzio e la ctll.
Da amnis fu denominala la citt Interamna^
perch* posta intra fiumi ; ed Antemnae^ perch
giaceva davanti a due fiumi, dovei' Aniene metto
nel Tevere ; ora mal condolta dalla guerra ruin.
39. Stante che il Tevere ha la sua origine
fuori del Lazio, se di l viene anche il nome nella
nostra favella, non ha che fare col latino etiraolo>
go; come non appartiene alla lingua latina il
Volturno^ per ci che nasce dal Snnio. Pure a
quel modo che anche Volturno spelta a noi come
vocabol latino, in qoanto nome di citl posta
ivi presso lungo il mare ; coai pur Tiberinus e
voce nostra ; perocch Tollurno una nostra co-
fonia, e Tiberino un nostro dio.
3o. Ma su '1 nome Tiberis ambgua la sto
ria ; oh Etruria il vuol suo, e suo lo vuole an
che il Lazio. Poich v' ebbe chi il disse chiamato
da prima Thebris da un signorotto de'Veienti
ivi presso dello stesso nome ; e V ebbe in vece
chi lasci scritto che antico nome latino del fiu
me Tevere fu Albula,, e s ' poi mutato nell'al
tro, perch vi mor Tiberino re de Lvtini^ onde
questo fiume come dicono il suo sepolcro.
VI. 3i. Come universo dividesi in cielo e
terra, CU8 dalle plaghe celesti la terra c distinta
iu Asia cd Europa ; perch Asia quella parte
i5
. TERETI ViKfiQNlS
9lrum, Enippa ad sqplcnilrioDa ct aquilonem.
Asia dicta a Nympha,,a qua ellii|>eto Iradilur
Prometheui. Europa ab Europa A genor ig, quam
ex Phoenice Mallius scribit taurum exporlasie;
quorum egregiam imaginem ex aere Pythagoras
Tarnti fecit.
33. Europae loca multae incolunt nationes.
Ea fere nominata aut translaticio nomine ab ho-
Boinibus ul Sabini et Lucani^ aut declinato ab
homiuibus ut Appulia et Latium : utrumque ut
Etruria et Tusci, Qua regnum ftiit Latini, uni
versus ager dictus Latium^ particulatim oppidis
cognominatus, ut a Praeneste Praenestinus^ ab
Aricia Aricinus
33. Ut nostri Augures publicf disserunt, agro
rum sunt geoera quinque, Romanus, Gabinus,
Peregrinus, Hosticus, inoertu. Romanus dictus,
unde Roma, ab Romulo. Gabinus ab oppido Ga-
Lis. Peregrinus ager pacatus qui extra Roma
ui|ia et Gabinum, quod uno modo in his ferun
tur auspicia. Dictus peregrinos a pergendo, id
est a progrediendo; eo enim ex agro Romano
primom progrediebantur. Quo circa Gabious
quoque peregrinus: sed, quod auspicia habet sin
gularia, ab reliquo discretu. Hosticus dictus ab
hosiibus. Incertus ia ager, qui de his quatuor
qui ait jgooralur.
34. Ager dictas in quam terram quid age
bant, et onde quid agebant fractus causa: alii
quod id Graeci dicoot Ut ager qno agi
poterat, sic qua agi acius. Eius finis miaimua
eonstitutuf in latitodinem pedet quatoor, fortas-
fe II ab eo quatoor qood ea quadrupes agitur ;
ia loBgitudioem pedei czx ; io quadratum actura
et latum et longum ease oxx. Multa autiqoi duo-
deoario oumero foieroot, ut u i decoriia actum.
Sb. lugerum diotom iunctis duobus actibus
quadratis. Centuria primo a oentum iugeribus
4ieta; poft duplicata retinuit nomen, ut tribus
tDolliplicatae idem tenent nomen. Ut qoa age-t
baot, actos ; sic qui Tehebant, viae dictae ; quo
frocCos^cooTehebintor, villae ; qoa ibant, ab ito
iferappellarunt} qoa idanguste^ semita otife-
miter dicta.
che stendesi a mezaodi t*d ostro, Eumpa quella
che giace a settentrione e tramontano. Cbiamossi
Asia la prima da una ninfa, la qtialc voce che
di Giapctu generasse Prometeo ; ed Europa Pal-
tra da Europa figlia d* Agenore che di Fenicia
fu qua portata da un toro, come scrife Blallio e
fu egregiamente figurato io bronzo da Pittagora
in Taranto.
32.1 luoghi d'Kiiropa, come son lenuli da
Tarii popoli, si sono anche per lo pi chiamali o
col nome stesso del loro popolo, come Sabini e
Lucani^ o con un nome tratto da quello come
Appulia e Latium^ o talrofta ancora in ambedue
le maniere oome Etruria e Tusci. Tatto quel
paese, in cu re^o fiatino, a' detto gtotralraen*
te Latium : in particolare poi rice?ette qua e l
arii nomi dalle sue varie castella : come ager
Praenestinus da Preoeste, Aricinus da Arici.
33. V'han cinque sorta di territorii, secondo-
che divisano i pubblici auguri, romano, gabino,
peregrino, ostile, ed incerto. 11 romano ebbe il
nome donde il prese Roma, cio da Romolo ; il
gabino dalla citt di Gabio. 11 peregrino terri
torio soggettato oltre i termini del romano e del
gabino ; che quanto al modo di pigliare gli au
spicii, in questi due il medesimo. Fu detto pe
regrino da pergere^ cio innoltrarsi, perch pri
mo ofi'rivasi a chi andava pi l dal territorio
romano. Vero che per questo rispetto dovrebbe
comprendere anche il gabino; ma ne fu separato
per la diversit degli auspicii. L ostile fu cosi
detto d a c i o nemico; Vincerlo^ dall'i-
gnorarsi a quale degli altri quattro sppartenga.
34* Ager si nom, da agere cio condurre,
quel terreno, dove e donde si conduceva alcun
che per cagion di frullo : allri il vuole dal greco
che vale il medesimo. Come ager si disse,
quello, in cui conducevasi ; cosi actus si chiam
lo spazio, per cui poteva condursi. V alto mini
mo fu slabilito di quattro piedi in largo ( forse
qualtiro perch vi si menan quadrupedi) e di
cento e venti in lungo ; il quadro poi, di cento e
venti si.in largo che in lungo. Parecchie cose gli
antichi han determinato pe> dozzine ; e cosi fe
cero neir atto che stabilirono di dieci dozzine.
35. Il giugero fu cos dello, perch' due atti
quadri congiunti ; e la centuria^ perch da prima
era cento giugeri, poi raddoppiata ritenne l'an
tico nome, siccome accadde delle trib non ostan
te il moltiplicarsi che fecero. A quel modo che
dal condurre si nom atto ; cosi da vekere^
cio trasportare, ai dissero vie quelle per cui tras
por tavansi, e ville i luoghi in cui trasportavansi i
frulli ; cosi da ire ai chiam iter il calle per cui
caoiminavasi ; e S4mita^ quasi umit^ cio loez-
zu calle, uo sentiero suelto.
iC
*7
DE LINGUA LATJ NA IJ B. V. i8
36. Ager cultas ab co qaoJ ibi cum terra se
mina coalcflcebaut, ut iaconsitus incultus* Quod
pi'iroum ex agro plano fructus capiebant, cam
pus dictus. Posteaquam proxima superiora loca
colere coeperunt, a colendo colles appellarunt.
Quos agros non colebant propter silvas aut id
genus ubi pecus posset pasci, et possidebant ab
usu suo, nominarunt. Uacc etiam Graeci
ro/uflii, nostri nemora.
3;. Ager, quod videbatur pecudum ac pecu
niae esse fundamentum,y<//i</Kf dictus ; aut quod
fundit qaotqiiotannis multa. Vintta ac vineae
a vile multa, f^itis a pmo, id a vi ; hinc vinde
mia^ quod est vinidemia aut vitidemia. Seges ab
satu, id est semine. Semen quod non plene id
quod inde ; hinc seminaria^ sementem^ item alia.
Quod segetes hrxxiiU fruges ; fruendo fructus ;
ab spe spicae : ubi et culmi, quod in summo
campo nascuntur, et summum culmen.
38. Dbi frumenta secta, ut terantur et are
scant, area. Propter horum similitodinem in urbe
loca pura areae: a quo potest etiam ara deuro,
quod pura; nisi potius ab ardore, ad quem ut
sit, (it ara : a quo ipso area non abest, quod qui
arefacit ardor est solis.
39. Ager restibilis qui restituitur ac reseritur
quotquotannis ; contra qui intermittitur, a no
vando nopalis. Ager arvus et arationes ab aran-
lo ; ab co quod aratri vomer sustulit, sulcus;
quo ea terra iacta, id est proiecta, porca.
40. Prata dicta ab eo quod sine opere pard-
ta. Quod in agri^ quotquotannis rursum facienda
eadem, ut rursum capias fructus, appellata rmra.
Dissidet in eo, quod scribit Sulpicius plebei rura
largita ad arandum. Praedia dicta, item uiprae-
des^ a praestando, quod ea pignore data publice
mancupis fdem praestent.
nunc est Roma, Septimontium
3 1 . T k b . V a i i o h e , d e l l a l i k g d a l a t u t a .
36. ^ger cultus si chiam il terreno coltivatOi
perch crescevano ivi le sententi nutrite ^alU
terra, ci che iicesl coalescere ; come per op
posito il terreno noo seminato fa detto ager in
cultus. Da capere, che vale pigliare, si pose alle
pianure il nome di campii perch furon le prime ;
da cui si pigliasse frutto ; e dopoch si tolsero :
coltivare anche le alture vicine, queste da colere !
si dissero colli. Que* terreni poi che non si colti- '
avano perch selvosi o di natura buona da pa
scolo, e s possedevano solo pel proprio coosuroo,
si denominarono saltus Diconsi anche dai
G reci, e nemora dai Latini.
37. Chiamossi fondo il terreno, perch pare
il fondamento de* greggi e dell ricchexza, o per
ch fonde^ cio spande, ogni anno tante cose. Fi
gneto e vigna dalle molte viti ; vite da vino |
vino da vis^cio forza : quindi vindemia o, come
ora diciamo, vendemmia^ quasi vinidemia^ o v^
tidemia^ cio toglimento del vino o spogliatur
delle viti. Seges si chiam il seminato da serere^
cio seminare; e semen la semenza dall'esser
meno di ci che rende : quindi seminarium il
semenzaio, sementis la seminagione, e via via.
O^ferre che vai produrre, ci che i seminali
producono fu detto fruges ; e dal fruire si nomi
n il frutto; e dalla speranza la spica;e culmus
(poich fa anch''esso a questo luogo ) si chiam
il gambo, perch fa colmo al terreno.
38. Jrea fu della Taia, perch dove mettesi
a trebbiare e inaridire il frumento dopo segato;
e per somiglianza si dilat questo nome alle spia
nate nelle citt. Forse ne vennero anche, come
rinelte, le are degli dei : senonch par meglio
dair ardere, al qual uso si fanno ; e da questa ori
gine non sarebbe lontano nemmeno area, perch
quello che vi secca il grano ardore del sole.
39. Restibilis si disse il campo che resta sati
vo e si risemina ogni anno ; quello alP incontro
cui si d riposo, dal rinovarsi detto novalis.
^4ger arvus cio campi sativi, ed arationes cio
terre arabili date dal comune a dedma, son dal-
arare; sulcus dal levar via, perch il vano
fatto dal vomere; porca da proiicere^ perch'
aiuola in cui si getta la terra levata dal solco.
40. Prata si dissero dall' esser parali senza
lavoro : rura da rursum^ perch ogni anno vi s
debbon fare di nuovo le stesse cose, chi ne voglia
di nuovo i frulli ; bench dissente Sulpicio, il
quale scrive che rura si son chiamale da arare
le terre salive date alla plebe. Come praedes
que'che stanno per altri co' loro fondi, cosprae
dia si son detli i fon<li da pratstare^ perch dati
in ipotc<< stanno sicurt al pubblico per la fede
l ^el compratore.
V. 4i* lliuogo dove ora c Uoma, si dicea
a
*9
. TERti l Tl VARRONIS
noiDiiialum ab tot montibus, qaos poaiea urbs
ranvis comprehendit. L quis Capitolium diclum,
quod hic, quom fundamenta foderentur aedis
lovis> capot humanum dicitur inventum. Hic
mons ante Tarpeius dictus a virgine Vestale
Tarpeia, quae ibi ab Sabinis necata armis et se-
pulta ; quoius nominis monimentum relictum,
qood etiam nunc eius rupes Tarpeium appellatur
saxum.
4a Hunc""antea montem Saturnium appella
tum prodiderunt, et ah eo late Saturniam ter
ram, ut etiam Ennius appellat. Antiquum oppi
dum in hoc fuisse Sa/ur/iia scribitur. Eius vesti
gia etiam nunc manent tria : quod Saturni fanum
in faucibus ; quod Saturnia porta, quam lunius
scribit, ibi, quam nunc vocant Pandanam ; quod
'posi adem Saturni in aedificiorum legibus pri
vatis parietes postici muri sunt scripti.
43. Jventinum aliquot de causis dicuut. Nae
vius ab avibus, quod eo se ab Tiberi ferrent
ave ; alii ab rege Aventino Albano, quod ibi sit
sepultus; alii adventinum ab adventu hominum,
quod commune Latinorum ibi Dianae templum
sit constitutum. Ego maxume puto quod ab ad
vectu ; nam olim paludibus mons erat ab reliquis
disclusus, itaque eo ex urbe advehebantur rati
bus : quoius vestigia, quod ea, qua itum, dicitur
Velabrum ; et, unde escendebant, ad infumam
novam viam locus sacellum Vtlahrum.
44 Vtlahrum^ vehendo. Velaturam facere
etiam nunc dicuntur qui id mdrcede faciunt.
Merces ( dicitnr a merendo et aere ) huic vectu
rae, qui ratibus transibant, quadrans ; ab eo Lu-
ciHus fcripsit :
Quadrantis ratiti.
Vlll. 4^ Reliqua Urbis loca olim discreta,
quom Argeorum sacraria in septem et xx partis
urbis sunt disposita. Argeos dictos putant a prin
cipibus, qui cum Hercule Argivo venere Romam
et in Saturnia subsederunt, E quis prima est
scripta regio Suburaua, secunda Exquilina, tertia
Collina, quarta Palatina.
46. In Suburanae regionis parie princeps est
Caelius mons, a Caelio Vibenno Tusco duce no
bili, qui cum sua manu dicitur Romulo venisse
auxilio contra Tatium regem ; hinc posi Caelii
mortem, quod nimis munita loca tenerent nequc^
sine suspicione essent, deducti dicuntur in pia-
Septimontium pei sette colli che furono poi com
presi dentro alle mura della citt. P'ra questi il
Capitolium^ o Campidoglio, prese il nome da un
capo umano che vi si dice trovato nello scavare i
fondamenti pel tempio di Giove. S ' addomandava
prima Tarpeo da Tarpea vestale, che fu ivi da Sa
bini uccisa con gli scudi e sepolta ; del quale an
tico nome di esso monte rimane ancora questo
ricordo che la rupe vi si chiama sasso Tarpeo.
4a. Prima d' allora voce che questo monte
fosse detto Saturnio^ e comunicasse per ampio
tratto al paese il nome di Saturnio^ qual e chia
mato anche da Ennio. Scrivono che in antico fosse
ivi un castello, di nome Saturnia : ne restano
ancora itt indizila cio il tempio di Saturno al-
imboccatura, essere stata ivi la porta Saturnia
ricordata da Giunio, detta ora Pandana ; e il tro
var chiamati, nelle leggi su i privati edificii, muri
postici^ cio mura di dietro, le pareli delle case
che son dopo il tempio di Saturno.
43. Del nome A ventino dan pi ragioni. Ne
vio il vuole da asfiSy uccello, perch vi si andas
sero a posar gli uccelli dal Tevere ; allri da Aven-i
lino re d Alba che dicono ivi sepolto ; altri, quas?
adventinus^ dal trarvi della gente al tempio di
Diana comune ai Latini, ivi costruito, lo il credo
piuttosto da ady^ehere^ tragittare ; perch una pa
lude lo segregava un tempo dagli altri colli, onde
dalla cill vi si tragittava sopra travate. Ne rima
ne ancora questa traccia, che il luogo, per cui vi
li andava, dello Velabro^ e in fondo alla via
nuova, dove cominciava ascesa, la cappella
Velabra.
44. Velabro in fatti da vehere^ trasporta
re ; onde si dice anche oggid velaturam facere
chi trasporta a mercede ; il qual nome di merce
de da merere, guadagnare, e da aes^ danaro.
E perch chi passava su la travata, la mercede per
questo tragitto era un quadrante ; pen:i scrisse
Lucilio :
Quadrantis ratiti,
Vlll. 45. Il resto della citt fu diviso in part
sino ab antico, quando si distribuirono per ven
tisette luoghi della citt i sacrarii degli Argei.
ArgeiW credon chiamati dai principali fra que che
vennero a Roma con Ercole Argivo e fecero stan
za in Saturnia. Nella descrizione di que'luoghi
posto primo il quartiere Suburano, secondo V E-
squilino, terzo il Collino, quarto il Palatino.
4 6 . lo capo del quarlier Suburano il monte
Ce/io, il qual ebbe il nome da Celio Vibenno,
nobile c-apilano Etrusco, che dicesi venuto con
la sua gente in soccorso di Romolo contro re
Tazio. Morto Celio, essendo i luoghi tenuti da'suoi
[> forti n essi eseoli da so.ipetlo, fama li
21 DE LINGUA LATINA LIB. V.
aa
nura. Ab eis dclas vicus Tuscus ; et ideo ibi
Vortumnuin stare, qaod is deus Etruriae prin
ceps. De Caelianis qui a suspicione liberi essent,
traductos ili euro locum, qui vocatur Caeliolus^
cum Caelio nunc coniunctum.
47. Huic iunctae ^Carinae, et iiiler eaj quem
locum Ctroliensem appellatum apparet, quod pri
mae regionis quartum sacrarium scriptum sic est :
Ceroiiensts ; quarticeps circa Minervium^ qua
e Caelio monte iter in Tabernola est.
Ceroliensis a Carinarum iuncta diclus Cari^
nae^ postea Ceroliuy quod hinc oritur caput Sa
crae Fiae ab Stretiiae sacello, quae perlinet in
Arcem, qua sacra quotquot mensibus feruntur
in Arcem,et perquam Augures ex Arce profecti
solent inaugurare. Huius Sacrae Viae pars haec
sola vulgo nola, quae ext a foro eunli primore
clivo.
48. Eidem regioni attributa Subura, quod sub
inuro terreo Carinarum: in ea est Argeorum sa
cellum sextum. Subura lunius scribit ab eo, quod
fuerit sub antiqua Urbe : quoi testimonium potest
esse, quod subest ei loco qui 1erreus Murus vo
catur. Sed ego a pago potius Succusano dictam
puto Succusam ; * quod in nota etiam * nunc scri
bitur tertia litera C, non B. Pagus Succusanus,
quod surrurrit Carinis.
49. Secundae regionis Exquiliae. Alii has
scripsere ab excubiis Regis dictas ; alii ab eo quod
excultae a rege Tullio essent ; * nlii ab aescule
tis. * Huic origini magis concinunt loca vicini,
quod ibi Lucus dicitur Facutalis^ et Larum
(Juerquetulanum sacellum, et Lucus Me/itis et
lunonis Lucinae : quorum angusti fines, iion
mirum ; ianxliu enim late avaritiae unae est.
5o. Exquiliae duo montes habiti, qood pars *
Oppius^ pars Cespeus mons suo antiquo nomine
etiam nunc in sacris appellatur. In sacris Argeo
rum scriptum est sic ;
Oppius mons ; princeps Exquiiis ouls lucum
Facutalem; sinistra t>/a secundum moe~
rum est.
tramutassero al piano ; donde il vico Tosco^ e il
trovarvisi il tempio di Vertunno, dio principale
deir Etruria. Aggiuntesi che de compAgni di
Celio, que che non diedero ombra, furono trat
tatati nel luogo che chiamato Celialo ed ora
unito col Celio.
47. A questo seguono le Carine^ ed in esse
quel luugo che troviamo dello Ceroliese^ poich
il quarto sacrario del primo quartiere disegna
lo cosi :
Nel Ceroliese^ sacrario quarto presso al tem
pio di Minen^a^ su la via che da monte
Celio va per la Tabernola,
11 Cero//exe,. siccome unito alle Carine, veniva
sotto un nome eoa esse ; ma fu poi detto Cero-
Zia, stante che ivi dalla cappella di Slrenia comin
cia la Fia Sacra^ che fa capo alla Rocca, e s'
nomata via sacra perch ogni mese vi si va in
processione alla Rocca con le sacre cose, e gli
Auguri, partendo dalla stessa Rocca, usano pi
gliarvi gli augurii. Volgarmente per Via Sacra
non %intende ora che questa sola parte ohe la
prima ascesa, venendo dal foro.
48. Al medesimo quartiere fu ascritta anche
la Subura, perch' di sotto dal lerraglo delle
Carine: in essa il sesto sacrario degli Argei. Fu
detta 5ci^Mro, scrive Giui^o, dall*esser sotto del-
aulica citt, quasi sul urbe; e fa perlui Tesser
ella eilttivamente al di sotto del terraglio, chia
mato il muro di terra. Ma io credo in vece eh ab
bia preso il nome dal borgo Succusano, e si di
cesse Succusa ; perch in abbreviatura si scrive
ancora col C, non col B, nel terzo luogo. Quel
borgo poi si chiam Sucusano da succurrere^
perch vien dietro alle Carine.
49. il secondo quartiere quel tWEsquilie.
Chi le volle da excubiae cio guardie, chi da ex
colere cio abitare ; perch ivi fece suo capo e
lenne suoi presidii re Tullio ; altri da uua selva
d'ischi. Questa origine si confa meglio coi nomi
de' luoghi vicini \ essendo l presso il Luco Fa-
cutaie che quanto dire de faggi, e la cappella
de" Lari Querquetulani quasi dicasi del quer
ceto, e il Luco di Mefite e di Giuntone Lucina,
Vero che questi luchi hanno ora angusti con
tini : ma qual maraviglia, se gi buona pezza
che Pavarizia si fa far largo da lutto ?
50. Le Esquilie abbracciavan due monti, VOp-
pio ed il Cespio ; perch ne sacri riti parte sono
distinte con 1 uno e parte con l altro nome. Nel
ceremoniale degli Argei sta scritto cos :
Monte Oppio. Sacrario primo delle Esquilie
di l dal luco FacUiale^ via a sinistra
lungo il muro.
93 . TEREHTl VARRONIS
4
Oppius mons; tertieeps cis lucum Exquili
num; dexterior via in Tabernola est.
Oppius mons; quoriiceps cis lucum Exquili
num ; via dexterior in Figulinis est.
Cespius mons ; quinticeps cis lucum Poete
lium .............. Exquilinis est,
Cespius mons ; sexticeps apud aedem lunonis
Lucinati ubi aeditumus hahere solet.
5i. Tertiae regionis colles quinque, ab deo
rum fanis appellati ; e quis nobiles duo colles. Fi~
minalis a lo?e Violino, quoi ibi arae : sunt qui,
quod ibi vimineta fuerint. Collis Quirinalis ob
Quirini fanum : sunt qui a Quiritibus, qui cum
Tatio Curibos venemnl Romam, qaod ibi ba>
buerint castra.
5a. Quod focabulum conianrtarum regionum
nomina obliteravit : dictos enim collis plureis ap
paret ex Argeorum sacrificiis, in quibus scriptum
jic est:
Collis Quirinalis ; tertieeps cis aedem Quirini,
Collis Salutaris ; quarticeps, advorsum est
Jpollinar^ cis aedem Salutis,
Collis Martialis ; quinticeps apud aedem
Deivi Fidi in delubro ubi aeditumus
habere solet.
Collis Latiaris ; sexticeps in vico Instelano
summoy apud auraculum ; aedificium
solum est.
Horum deorum arae, a quibus cognomina ha
bent, in eius regionis partibus sunt.
53. Quartae regionis Palatium^ quod Palan-
tieis cura Evandro Tcnerunt, aut quod Palatini
Aborigines cx agro Reatino, qni appellatur Pa
latium, ibi consederunt. Sed hoc a lii a Palanto
uxore Latini putarunt: eundem hunc locum a
pecore dictum putant quidam ; itaque Nuefius
Balatium appellat.
54. Huic Cermalum et Velias coniunxenint ;
quoJ io hac regione scripturo est
Cermalense quinticeps apud aedem Romuli ;
et
Feliense sexticeps in Velia apud aedem deum
Penatium.
Monte Oppio, S aerario terzo di qua dal luco
Esquilino^ via pi a destra nella Taber
nola.
Monte Oppio. Sacrario quarto di qua dal luco
Esquilino^ via de* vasai a mano destra.
Monte Cttpio. Sacrario quinto di qua dal
luco Petelio................ Esquilini.
Monte Cesplo. Sacrario sesto di presso al
tempio di Giunone Lucina^ dove suole
stare il san tese.
5i . 11terzo quartiere comprendea cinque colli
che presero il nome da' va rii dei, di cui v' erano i
tempii. I pi rinomati fra questi colli son due ;
do il Viminale cosi chiamato da Giove Armino,
di cui v'avean Tare ; ben ch'altri il Toglia da*v
mini col am macchiati ; e il Quirinale che trasse
il nome dal tempio d Quirino. V' ha per chi il
vuole da*Quiriti che vennero di Curi a Roma con
Tazio, per ci che avessero ivi il lor campo.
5a. Questo vocabolo, dilatandosi alle regioni
vicine, fe' dimenticare i lor proprii nomi. Certo
pi colli troviam nominali nei sacrifttii degli Ar
gei, dove leggesi :
Colle Quirinale. Sacrario terzo di qua dal
tempio di Quirino,
Colle Salutare. Sacrario quarto dirimpetto
al tempio d' j4pollOy di qua da quello di
Salute.
Colle Marziale. Sacrario quinto presso il tem-
pio del dio Fidio^ nel delubro dove sta
per uso il santese.
Colle Laziare, Sacrario sesto a sommo il vi
co Instelano presso V oracolo -f : fab-
brica sola.
Nelle Tane parli del detto quartiere stanno le are
di questi dei, da cui pigliano il nome.
53. Nel quartiere quarto, il Palazio s' cos
nomato da' Palanlidi che ci Tennero con Evan
dro, o deir esservisi stanziati i Palatini Aborigini
da un luogo di quel di Rieti, detto Palazio. Al
tri han creduto in vece da Palanto moglie di re
Latino ; ed alcuni il credono anche da halantes
che quanto a dir pecore, onde Nevio il dice Ba~ ^
latium,
54. Al Palazio s un il Cermalo eie Velie;
poich fra i sacrarii di questo quartiere dise
gnato come
Quinto^ il Cermalese appo la casa di Ro
molo ;
e come
Sesto^ il Feliese nella Felia appo il tempio
degV iddii Penati.
aS
DE LINGUA LAI INA LIB. V, kC
Cermalum a gertnanis Romqlo et Bemo; quoti
ad ficum ruminalem ibi ioventi, quo aqua iberna
Tiberis eos detulerat ia alveolo expositos. Vtlia
unde essent, plures accepi causas, in qnis quod
ibi pastores Palatini ex ovibus ante toosuram in
ventam vellere lanam siiit soliti, a quo vellera
dicuntur.
IX. 55. Ager Romanus primum divisus in
parteis tris, a qno tribus appellata Tatiensium,
Ramnium, Lucerum. Nominatae, ut ait Ennius,
Tatienses a 1 atio, Ramnenses a Romulo, Lu
ceres^ ut luniut, a Lucumone. Sed omnia haec
vocabula Tusca, ut Volnius, qui tragoedias Tuscas
scripsit, dicebat.
56. Ab hoc qua tuor quoque parteis Urbis tribus^
dictae ab locis Suburana^ Palatina^ Exquilina^
Collina. Quinta, quod sub Roma, Romilia : sic
reliquae triginta ab iis rebus, quibus in tribuum
libro scripsi.
X. 67. Quod ad loca, quaeque iis coniuncta
fuerunt, dixi : nunc de his quae in locis esse so
lent. Immortalia et mortalia expediam, ita ut prius
quod ad deos pertinet diram^ Principi dfj^Cae-
lum^ Terra. Hi dei idem qui Aegjpti Serapis et
Isis, etsi Arpocrates digito significat ut taceas
ctm. Idem principes in Latio Saturnus et Ops.
58. Terra enim et Caelum, ut Samothracam
initia docent, sunt Dei Magni^ ut hi quos dixi
multis nominibus. Non quas Samothracia ante
portas statuit duas Tirilis species aeneas. Dei Ma>
gni ; neque, ut Tolgus putat, ii Samothracii Dei
qui Castor et Pollux : sed ii mas et femina, et hi
quos Augurum libri scriptos habent sic: Divi
qui poteSy pro illo qood Samothraces ^fe/
varoi.
5q. Haec duo, Caelum et Terra ; quod anima et
corpus, humidum et frigidum terra. Sive
Ora parire solet genus pennis condecoratum^
Non animam^
ut it Ennius, et
post indu venit divinitus pullis
Ipsa anima ;
Cermalo si dice da germani Romolo e Remo,
perch furono col trovati presso il fico ruminale,,
portativi dalie acque grosse del Tevere, abban
donati dentro a una conca. Velie poi donde e
perch siansi dette, il trovo narralo in pi modi :
uno che i pastori del Palatino, prima che s im
parasse a tosar la lana, usassero in quel luogo
sveglierla dalle lor pecore ; ond' he le lane si
chiaman veliera, j -, ^ ^
IX. 55. 11 tenere di Roma fu diviso prima in
tre parli,<fra Taziesi, Hannii, e Luceri, detti per
tribi. Si nominarono, .secondo Ennio, i Taziesi
da Tazio e i Rannesi da Romolo ; i Luceri^ se
condo Giunio, da Lucumone. Ma, se crediamo a
Volnio autore di tragedie losche, son tutti c tre
nomi toschi.
56. Ad esempio di queste si chiamarono trib
anche le quattro parti della citt, che dal proprio
luogo si nomano Suburana^ Palatina^ Esqui-
lina^ Collina, La quinta trib, come aggiacente
a Roma, sappell Romilia : cos le altre trenta
ebbero il nome da varie cause che ho gi esposto
nel libro su le trib.
X. 57. De luoghi e delle loro aggiacenze basti
fin qui ; veniamo ora alle cose che sogliono es5er
ne Iuoghi. Esporr s le immortali e si le mortali ;
ma farommi prima da ci che spetta agli dei. Gli
ilei principali sono Cielo e Terra : li adora I E-
gitto sotto i nomi di Serapide e d* Iside, bench
di questa t*accenna Arpocrate col dito di dover
4acere ; li adora, come principali, il Lazio in Sa
turno ed Opi.
58. Perocch Terra e Cielo, secondo che in
segnano misteri de Samotraci, sono gli Dei
Magni; quali son questi che ho indicato ora con
varii nomi. Ch Dei Magni non sono gi quelle
due figure maschili di bronzo, che i Samotraci
hanno posto davanti alle porte ; u gli Dei Samo
traci sono Castore e Polluce, come crede il vol
go : ma quelli son maschio e femina, e Castore e
Polluce sono i medesimi che i nostri libri degli
Auguri chiamano Divi qui potes^ cio Dei po
tenti; il qual nome suona una cosa coti quello
che danno loro i Samotraci.di ^ot ufaroi.
59. Gli dei principali son questi due, Cielo e
Terra, perch v' anima e corpo, e la terra cosa
umida e fredda. O sia ci che dice Ennio che
Genera uova, non la vita, il gregge
Che tli peone sabbella^ e poi da cielo
Ne' polli entra la vita ;
^7
. TERENTI VARRONIS a8
sive, ut Zenon Gtieui animalium semen ignis is
qui anima ct meiTs ; hio caldor e caelo, quoti hic
innumerabiles ac immortales igoes. llaque Epi
charmus de ment humana dicit : Utic est de
sole sumptus ignis^ id est sol est, isque totus
mentis est ;
ut humores frigidae sunt humi, ut supra ostendi.
60. Quibus iuMclis caelum et terra omnia i;x-
genuerunt ; quod per hos natura
Frigori miscet calorem atque humori aritu
dinem.
Recte igitur Pacuvius quod ait r
Animam aether adiugat^
et Ennius, terram corpus quae dederit^ ipsam
capere^ neque dispendi facere hilum. Animae
et corporis discessus, quod natis is exitus, inde
exitium ; ut quom in uuum*ineunt, initia.
61. Inde omne corpus, ubi nimius ardor aut
humor, aut interit aut, si manet, sterile; quoi
teslis aestas et hiems, quod in altera aer ardet et
spica aret, in altera natura ad nascendum cum
imbre et frigore luctare non yolt et potius ver
expectat. Igitur duplem causa nascendi, ignis et
aqua ; ideoque ea nuptiis in limine adhibentur,
quod coniungit. Hinc et mas ignis, quod ibi se
men ; aqua femina, quod fetus ab eius humore.
62. Et horum vinctionis vis Venus, Hinc
Comicus :
huic victrix Fenusy
Videsne haec ?
non quod vincere velit Venus, sed vincire, ipta
Victoria ab eo, quod superati vinciuntur. Utri-
que testis poesis, quod et Victoria et Venus di
citur Caeligena. Tellus enim quod prima vincta
Caelo, Victoria ex eo. Ideo hac cum corona ct
palma, quod corona vinclum c;pitis, ct ipsa a
vinctura dicitur id esi vinciri ; a quo est in
Sola Ennii :
o che il seme stesso degli animali, come vuol Ze
none di Cizio, sia quel fuoco che vila ed ani
ma ; come che sia, questo calore non pu venir
che da] cielo, dove sono innumerabili e perpetui
fuochi. Onde presso lo stesso Ennio dice Epicar-
mo deir anima umana ;
E foco tolto al sol, per che tulio
Anima il sole ;
come per contrario ho gi indicato di sopra che
gli umori appartengono alla fredda terra.
60. Temperando umore e calore^ il cielo e la
lerra hanno generato tutte le cose; poich per
essi la natura
Mesce il freddo al calor, umido al secco.
Onde Pacuvio ha ragion nel dire che
L etra alma vi lega ;
ed Ennio che la terra^ come d il corpo, cosi
poi il riceve senza perder nulla, li dipartirsi
deir anima dal corpo, siccome esito che dee
avere ogni cosa nata, fu detto exitium; e initia
il loro congiungersi, quasi dalP ire in uno.
61. Quindi ogni corpo, dove soverchi Tumi
do o il caldo, perisce o, se pur dura, sterile : di
che fannoci fede la state e il verno; perocch in
quella, cocendo aria, le spighe si seccano, e in
questo la natura non suol lottare per nascere con
pioggia e freddo, e aspetta piuttosto la primave
ra. Due sono adunque le cagioni del nascere, fuo
co ed aequa ; ondech nelle nozze s'apprestano
sn limitare queste due cose, e con ci fassi u-
nione. Per ci pure ignis maschio, perch in
esso il seme ; ed aqua femina, perch dall' u-
more di essa formasi il feto.
6a. La virt di queste due cagioni congiunle
dair avvincere fu detta Venere ; onde scrisse quel
Comico :
Vedi, Venere tu che annodatrice
A lui fosti, tal falto ?
che certo victrix^\a. chiama ivi, non gi dal vin
cere, ma perch suole avvincere. Dcesi anche
Vittoria per ci che avvince quelli cui doma.
0' ambedue queste cose ci rendon fede i poeti,
nomando caeligena^ quasi dicano figlia di Ciclo,
s la dea Vittoria c s Venere; poich la prima
vittoieia fu (|ucllo slesso congiungimento della
terra col cielo. Quindi ohe la dea Vittoriji figu
rali con h corona c la palina : prrchc la roroiia
29 Dt LINGUA LATINA LIB. V.
3o
Ibant malaci viere Veneriam corollam ;
palma, quod ex utraque purte natura vincla habet
paria folia.
G3. Poelae de cacio quod semen igneuro ceci>
disse dicunt in mare ac naiam e spumis Vene*
rem, coniunclione ignis et hunioris quam habe
rent vim, significant esse Veneris. A qua vi naiis
dieta vita^ et illud a Lucilio :
Vis est \^itat sfides ; vis nos Jacere omnia
cogit.
4. Quare, quod caelum principium, ab salu
est dictus Saturnus^ et quod ignis, Saturnalibus
ctrei superioribus mittuntur. Terra Ops^ quod
hic omne opus, et hac opus ad vivendum ; et ideo
dicilur Ops mater, quod terra maler ; haec enira
terris genteis omnis peperit^ et resumit denuo
^uae dat cibaria^ ut ait Ennius. Quae, quod ge
rit fruges, Ceres; antiquis enim C quod nunc G.
65. Idem hi dei, Caelum et Terra, luppiter
et luno ; quod, at ait Ennius,
Istic est is luppiter quem dico^ quem Graeci
}focant
qui ventus est et nuhes^ imber postea,,
Atque ex imbre frigus^ ventus^ post f it aer
denuo,
Hatcce propter luppiter sunt ista quae dico
tibi^
Quoniam mortalis atque urbes belluasque
omneis iuvat.
Quod hinc omneis et sob hoc, eundem appellans
dicit :
divomque hominumque pater rex.
Pater,, quod patefaciat semen, iam cum est con*
cepium et inde cum exit quod oritur.
vinculo der capo e ditesi riVri cio avvincersi,
come in quel passo d'Ennio nel Sola ;
Ad intrecciar sen gta la delicata
Schiera il serto di \enere^
dove sta viere per intrecciare. Anche figurasi con
la palma, pereh* natura di questa aver quinci
e quindi due foglie uguali appaiale.
63. 1 poeti, fingendo che sia caduto dal del
in mare igneo seme e che dalla spuma sia nata
Venere, dichiarano che la virt di Venere ap
punto quella che hanno cielo e mare con unione
di fuoco ed acqua. da questa v^ij, cio virt
generatrice, s* nominata la vita; onde scrive
Lucilio :
Forza la vita, il vedi : arcana forza
Ad ogn opra ci spinge.
64. Essendo adunque il cielo principio delle
cose, fu detto anche Saturno^ ab satu^ cio dal
generare ; e perch' esso fuoco, ne' Saturnali si
mandano i ceri a' padroni. La terra poi a chia
mata Opi, perch nelhi coltivazione di essa stava
ogni opera, e di essa aveano d uopo per vivere ;
e questa Opi dicesi madre, perch la terra ma
dre delle cose, e fu ella, come scrive Ennio^
Che tutte gener, qaaote son genti
Su la terra ; d i cibi, e li ripiglia.
Per ci poi eh' essa porta le biade, da gerere che
vale portare, fu detta Cerere ; stante che gli ^
tichi usavano il C in cambio del G.
65. Anche Giove e Giunone dod sono che
questi medeiirai dd, Cielo e Terra; perocch,
come dice Ennio,
Questo quel dio che Giove io chiamo, e i Greci
Aer nomaro ; dio eh' vento e nube.
Quinci di nube si fa pioggia, e gelo
pioggia, e di gel vento, indi di nuovo
In aer torna. Questa vece Giove,
Perch a bruti, a ciltadi, ad uomia giova.
E perch lutti sono da esso e sotto di esso, il
medesimo Ennio lo nomina
11 re padre degli uomini e de' numi.
La qual voce pater,^ poich qui cade in taglio,
da patefacere,^ aprire, pel mostrarsi del seme pe-
terno, sin da quando vien concetto e di poi quan
do ne esce in luce il portato.
3 . TliRJ iMl VARnONlS
2
6G. Hoc iJcm magis otlendit anliquius lovij
nomeii naji olim DiovU el Diespiter diclus, il
ci\ lies palcr. A quo dei dicli qui inde ; el dius
et rfiVoi, ande' 51/0 <//Vo, Dius Fidius, luiqiie
inde eius perloralura leclum, ut ca videalur di-
, id esl caelum : quidam ncgant sub ledo per
Irnnc deierare oporlere. Aelius Dium Fidium di
cebat Diovis filium, at Graeci kmxofop Casio:
rem, el pulabat hunc esse Sancum ab Sabina
lingua, el Herculem a Graeca. Idem bic Dis pater
dicitur, iuAmus qua est coniunclus terrae, ubi
omnia oriunlur, ubi aboriuntur; quare, quod
fiuis ofof, Orcus dictus.
G7. Quod lovis luno coniux et is coeKim,
haec lei*raj quae eadem Tellus; et e dicla,
quod una cum love^ittrat^iuno, e| resina^ qud
huius omnia Terrestria.
G8. Soly vel quod ita Sabini, Tei quod lolus
ita lacet ut ex co dies sit. Luna^ quod sola lucet
noctu ; itaque ea dicta Woctituca in Palatio, nara
ibi noctu lucel templum. Hanc, ut Solem polii-
nem, quidam Dianam vocant ; Tocabulum Grae
cum alterum, alteram Latiuura ; et hinc, quod
iuDa in allitadinem et latitudinem simul eat, Di-
Tiana appellata. Kpicharmus Enni Proser
pinam quoque appellat, quod solet esse^ab ter
ris. Dicta Proserpina^ quod haec, ut serpens,
modo in dexteram, modo in sinistram partem
lale movetur. Serpere et pntterpere idem dice
bant, ut Plautus quod scribit :
Quasi proserpens bestia,
G9. Quae ideo quoque videtur ab Latinis
luno Lueina dicta, vel quod t ea terjr, ul Phy
sici dicunt, et lucet ; vel quod ab luce eius, qua
quis conceptas est, usque ad eara, qua parius
quis iu lucem, luna iuvat, donec meosibus actis
produxit in lucem, ficta a iuvandn et luce luno
Lucina : a quo parientee eam invocant; luna enim
nascentium dux, quod menses huitis. Hoc vidisse
antiquos apparet, quod mulieres potissimum su
percilia sua attribuerunt ei deae ; hic enim debuit
maxime collocari Ium\ Lucina, ubi a diis lux da
tur oculii.
GG. Ci chc dicevamo di Giove, ci dichia
rato aneor meglio dair antico suo nome; poich
appellavasi un tempo D o k hs e Diespiter^ cio
padre del giorno. Quindi si sou detti dei^ quelli
che di lui nacquero ; e dius o divus si nom ij dio
Fidio ; onde dicesi stare sub di\?o chi a scoper
to. Per ntl tetto di questo dio sta aperto un
foro, acciocch per esso pos|a vedersi il divo^ cio
il cielo ; ed alcuni aifermano che per questo nutne
non sia permeilo il epurare in luogo coperto. Elio
il voleva detto Dius Fidius quasi Diovis filius^
cio figlio di Giove, al modo stesso che i Greci
chi>tmarono AieVwfOK, cio figlio di Giove, Ca
store; e gli era avviso di' ei fosse il medesimo
che detto Sanco nella sabina ed Ercole nella
greca favella. Dello stesso cielo Tinfinifli parte,
dove si congiunge alla terra, iti cui tutto nasce e
muore, si chiam Dis pater., cio Dite \ cd aucke
Orcoy perch ^ e quanto dir fine.
67. Come Giunone moglie di Giove, e Gio- *
ve il cielo ; cos essa la terra, e loti uno cmii
la dea Tellure. S'addomand Giunone, perch
giova anch'essa insieme con Giove; e s'intitol
regina., perch ci eh' in terra lutto suo.
68. H Sole ebbe questo nome, o perch i Sa
bini cosi la chiamano, o perch solo basta col suo
lume a far giorno. \ Luna poi, perch fa luce
di notte; onde s'onora col titolo di Noctiluca
nel Palatino, perocch ivi splende di notte il sao
teojpiu. Come Jpollo il sole, cosi alcuni chiama
no Diana la luna ; de quali no^pi uno c greco,
altro latino ; poich la luna fu cosi delta, quasi
distiano., perch ia due vie ad un l^mpo per alto
e per largo. Onde nell Epicarm di Ennio de
nominata anche Prserpina, perch, come narrasi
di quella dea, suol dimorar<^ sotterra. S ' poi
detta Proserpina dal deviare che fa, a modo di
serpente, quando a destra e quando a sinistra,
perocch diceano del pari serpere e proserpere^
come Plauto l dove scrive :
Quasi bestia che serpe.
Gg. Anche par delta da Latini Giunone Lu
cinay o perch anch essa terra, come inseguano
i Fisid, e d luce ; o percli da quella sua luce,
cio da quella notte, in cui uom fu concetto, per
insino a quella in cui viene in luce, la luna che
il giova, finch, passati i debili mesi, lo fa uscire
alla luce. Perci le partorienti invocan Giunone
Lucina; perch la luna guida a nascenti, reg*
gendo i mesi. Che gli antichi avessero posto mente
a ci, si fa manifesto dal vedere che le donne de
dicarono a Quella dea segnatamente le lor sopn-
ciglia; poich'era giusto che a Giunone Lucina si
assegnasse innanzi agli altri quel luogo, dove gli
dei danno agli occhi la luce.
DE I J NGDA LATINA LIB. V.
S4
70. Ignis a oasoendo^ qnod hioc naaciliir, eC
omnt quod natcilar ignii gignit : ideo calel, ut
qui denaicilur eam amittit ac frigcjoil. Ab igoia
iam maiore vi ao ?iolentia Volcanus dictos. Ab
co qaod igiiia propter apleodorem fulget, etyW-
gor fXjulmtR tljulgur^ et fuiguriium * quod
fuiiDoe ictum oootraris dei#.
71. Ab aqaae lapto labroo lympha. Lympha
luturmOy quae ioTaret; itaque aegroti,
propter id nomen, hioc aquam petere folent. A
lbnli)>ui e( flomioibua ac ceterii aquie dei, nt
TVAtrmffi ab Tiberi, et ab lacu Velini Vtlinia ;
el Lymphat Commotiae ad lacum Cutilieniem
amotu, qnod ibi insula in aqua commovetor.
73. Neptunus^ qood mare lerras obnnbit ut
nubes caelum, ab nuptu, id est opertione, ut an
tiqui; a quo nuptiae nnptus dictus. Salacia
Neptuni a salo. Fenilia a veniendo ac Tentu illo,
qum Plaulof dicit :
Quod ille dixit <fui secando Mento vectus est
Tranquillo mari^ ffentum gaudeo,
73. Bellona a bello nunc, quae DueUona a
duello. Mars ab eo quod maribus in bello prae
i t aut quod a Sal>nis acceplus ibi est iMamers.
Quirinus a Quiritibus. VirtuSy ut viri ?is, a fi-
rilftale. Bonos ab honere, sive onere; itaqoe
honestum dicitur quod oneratum, et dictum :
OnuM St honos qui sustinet rempuhlitkm,
Castoris nomeu graecum ) Pollucis a Graeoii !
ia Latinis literis veteribus nomen quod est, in*
Kribilur, ut ^(, PoUtioes, non ol nuno
PoUux. Concordia a corde congruente.
74Feronia, Minerva^ Nw^nsidts a Sabinis.
Paulo aliter ab eiadem didmus Herculem^ Ve
siam, Salutem^ FortunamFontem^ Fidem,
Et arae Sabinum linguam olent quae Tali regis
volo tunt Romae dedicalae ; am, ut Annales di-
oont, vovit 0^1, Florae^ Fedio\^i Saturnoque^
S9/1, Lunae^ Folcano et Summano^ itemque
Larundaty Termino^ Quirino^ Vortumno^ La
M. Tea. VABBona, della lingua lativa.
70. Ignis sl chiam il fuoco dal nascere, per
ch da lui lotto nasce, e quanto nasce, egli che il
genera, ci che i Latini dicono gignere. Quinci
che ci ehe nasce caldo ; e ci che muore, perde
il suo fuoco e si fredda. Quando il fuoco ha pi
di forza e violenza, da questa appunto s'addo-,
manda Vulcano ; e perche il fuoco col fiammeg-;
giare rifulge, s detto anche secondo varii rispetti^
fulgore e fulmine e folgore, e fulguritum si '
diase an laogo che sia colpito di fulmine da nomi
avversi.
71. Dalla lubridt venne alP acqua il nome di
linfa. Linfa Giuturna fn detta perch credeasi
giovare ; onde molli infermi, a cagione di questo
nome, osano berne acqua. Pi fonti, e Aumi ed
altre acqne diedero il nome a lor proprii dei ;
come il l*evere a Tiberino^ il lago Velino a Ve
linia : le Linfe Commozie poi si son cosi dette
dal commooversi, perch l nel lago Cutiliese
un' isoletta che galleggia e muovesi su acqua.
73. Nettuno si chiam il mare, perch fa velo
alla terra come le nubi al cielo, da nubere che
presso gli antichi son velare ; onde nozze, quasi
velamenlo. Salacia^ moglie di Nettuno, da salo
che quanto dirmare. Venilia dal venire e pro
priamente da una venota di quelle, onde scrive
Plaato :
Come disse colni eh' ebbe al suo corso
Placido mar, prospero vento ; io godo
D* esser venuto.
73. Bellona la bell, cio guerra ; ond'era
prima Duellona, quando s' usava dire duellum.
Marte da' maschi, d cui preside io guerra ; o
da Mamerte, ch cos il chiamano i Sabini, da cui
ci venuto. Quirino da' Quiriti : Virt da viro,
quasi maschiezza : Onore da onere^ cio peso ;
onde honestus si nom, quasi onusto, chi regge
pubblici incarichi, e a* detto 1
Onere^ pi che onore, il comun carco.
Castore nome greco j Polhtee atorto dal greco ;
e di fatto, secondo che nelle vecchie scrittore
laHne, si dicea Polluees al modo di ^
non come ora Pollux. Concordia dalla con
formit del cuore.
74. Feronia^ Minerva^^ Novensidi vengono
da' Sabini ; n mollo diversamente da loro nomi
niamo Ercole^ Vesta, Salute^ Fortuna, Fonte
e Fede. Tengono del sabino anche i nomi di
quelle are ebe furono consacrate per voto di re
Tazio; |>oich narrali gli Annali ch ei vot are
ad Opiy a Flora^ a Vediove e Saturno, al Sole,
alla Lunoy a Vulcano e Summano^ e cosi pure a
35 . TERENTI VARRONIS 3G
ribus^ Dianae Lucinac^ue. E quis nonnulla no-
mina in ulraque lingaa habent radices, ol arbo
res quae in confinio natae in utroque agro ser
punt : potest enim Saturnus hic de alia causa esse
dictus aique in Sabinis, et sic Diana et de quibus
supra dictum est.
XI. 75. Quod d iramortaleis attinet, haec ;
deinceps quod ad mortalis attinet Tideamos. De
his animalia in tribus locis, quod sunt in aere, in
aqua, in terra. A summa parte ad infimam de
scendam. Primum, nomen omnium, alites ab
alis, volucres a Tolalu ; deinde generatim, de his
pleraeque ab suis vocibus ut haec : upupa, cucu
luSy corvus^ hirundo^ ulula^ bubo ; item haec :
pavo-f anser, gallina, columba.
76. Sunt quae aliis de causis appellatae, ut
noctua quod noctu canit ac vigilat, lusciniola
quod luctuose canere existimatur atque esse ex
Attica Progne in luctu facta avis. Sic galeritus
et motacilla, altera quod in capite habet plumam
elatam, altera quod semper movet caudam. Me
rula quod mera, id est sola, volitat; contra ab eo
graculi quod gregatim, ut quidam Graeci greges
Ficedula et miliariae a cibo, quod al
terae fico, alterae milio fant pingues.
XII. 77. Aquatilium vocabula animalium par-
tim sunt vernacula, partim peregrina. Foris mu
raena, quod ^ Graece, cfbium, et thyn
nuSy quoius item partes Graecis vocabulis omnes,
nt melandrya atque uraeon. Vocabula piscium
pleraque translata a terrestribus ex aliqua parte
similibus rebus, ut anguilla, lingulaca, sudis ;
alia a coloribus, ut hacc ; asellus, umbra, tur
dus ; alia a vi quadam, ut haec : lupus, canicu
la, torpedo. Item in conchyliis aliqua ex Graecis,
ut peloriSy ostreae, echinus ; vernacula ad simi
litudinem, ut surenae, pectunculi, ungues.
XIII. 78. Sunt eliam animalia in aqua quae
in terram interdum exeant, alia Graecis vocabu
lis ut polypus, hippopotamios, crocodilos, alia
Latinis ut rana, anas, mergus ; a quo Graeci ea
quae in aqua et terra possunt vivere, :
Larunda, a Termine, a Quirino, a ertunno,
ai Lari, a Diana e Lucina, Di questi nomi hav-
vane alcuni c' hanno radici nell' una e nell* altra
lingua ; come avvien degli arbori che, nati nel
conBne d ' un campo, serpeggiano anche nelP al-*
tro. N impossibile che Saturno, a cagion d
sempio, siasi detto presso di noi per altra ragione
che nella Sabinia : cosi t Diana e gli altri che ho
toccato di sopra.
75. Ci quanto agl' immortali ; vediamo ora
seguitando ci che ragguarda i mortali. E poich
fra questi gli animali sono distinti per tre diversi
luoghi, ci sono aria, acqua e la terra ; mi
far dal pi alto e discender gradatamente al
pi basso. Primieramente, quanto al nome comu
ne di que'che sono nell'aria, son detti alites
dall ali, volucres dal volo ; quanto poi alle lor
varie specie, la pi parte trassero il nome dalle
proprie voci, come upupa, il cuculo, il corvo l
perci hirundo si chiam la rondine, e ulul^t
Palocco, e bubo il gufo, ed anser Poca; e la
stessa origine hanno pavone, gallina, colomba,
76. Ma vi son anche uccelli che presero if
nome da altre cause ; come la civetta che si disse
noctua dal vegliar cantando di notte, e il lusi
gnuolo cos chiamato pel luttuoso suo metro,
onde credesi che sia P attica Progne Tolta fra il
lutto in uccello. Cos galeritus si nom P allodo-f
la, e motacilla la cutrettola ; perch quella hv
una piuma che le sorge su capo, e questa muo
ve sempre la coda. Cos il merlo denominossi da
merus, quasi soletto, perch non vola mai in com
pagnia; e per avverso le cornacchie si dissero
graculi, perch volano in greggia, ci che alcuni
Greci chiamano ^. Cosi fnalmente il bec
cafico s detto ficedula, e gli ortolani milia
riae, dal loro cibo ; perch quello ingrassa coi
fichi, questi col miglio.
XII. 77. I nomi degli animali acquatici son
parie nostrali, |arte stranieri. Di fuori e propria
mente dal greco ci vennero muraena, cybium,
thynntts, e gli stessi nomi delle varie parti del
tonno, come melandrya ed uraeon, 1nostrali poi
il pi sono tratti da cose terrestri in qualche parte
simili, come anguilla, lingulaca, sudis ; altri
dal colore, come asellus, umbra, turdus ; altri
da virt che hanno, come lupus, canicula, tor
pedo. Anche delle conchiglie, alcune hanno nome
greco, come pelris, ostreae, echinus ; altre no
strale, dato per somiglianza, come surenae, pe
ctunculi, ungues.
XIII. 7H. V* hanuo anche animali d'acqua,
che talvolta escono a terra, e per dai Greci si
son detti anfibii, perch possono vivere tanto in
acqua chc in terra. Anche questi hanno parte
vocabolo greco, come il polipo, P ippopotamo, il
37
DE LINGUA LATINA LIB. V.
e qui rana a tot dieta Yoce, anai a oando, mer
gus quod mergeodo aquam eaptal
79. Itcm alia in hoc genere a Graecia, ut
querquedula xff aeovf A, halcedo qiiod ea Xxuf ;
Lalpa, ut /tff/iK^quod testa tectum hoc animai,
Mligo quod sub?oIat, litera commutala, primo
oMgo. Ut Aegypti in flamine quadropea, tic in
Lat^o : nomiuati ftra ^Xfiher; lytra, quod suc
cidere dicitur arborum radices in ripa atque eas
dissoWere, ab \6u\ fiber, extrema ora fluminis
dextra et sinistra maxume quod solet videri, et
anliqai^^rtf/n dicebant extremum, a quo in sa
gis fimbriae et in iecore extremum fibra^ fiber
dictus.
XIV. 80. Quae sunt hominum propria pri
mum, deinde de pecore, tertio de feris scribam.
Incipiam ab honore publico. Consul nominatus
qui consuleret populum et senatum ; nisi illinc
potius onde Accius ait in Bruto :
qui recte consulaty consul siet.
Praetor diclus qui praeiret iure el exercito ; a
quo id Lucilius :
ergo praetorum est ante praeire,
81. Censor ad quoius censionem, id est arbi
trium, censeretur populus. Aedilis qui aedes sa
cras et privatas procuraret. Quaestores^ a quae
rendo, qui conquirerent poblicas pecunias, et
malefcia quae triumviri capitales nunc conqui
runt ; ab his postea qui quaestionum iudicia exer
cent. Tribuni militum^ quod fferni tribus tribu
bus Ramntnm, Lucerum, Titium olim ad exerci
tum mittebantur. Tribuni plebei^ quod ex tri
bunis militum primum tribuni plebei facti, qui
plebem defenderent, in secessione Crustunierina.
crocodilo ; parte hanno latino, come Ia rana,
anitra, io smergo; de'quali s* delta rana W
primo per Ia sua voce, anas V altro da nare cio
dal notare, mergus il terzo dall immergersi come
fa in acqua per beccarvi il cibo.
79. 1 n questo genere v han parimente degli
altri nomi, o storti dal greco come querquedula
e halcedo^ per cui i Greci dicono aifxoc/f/( e
aXxvw, o al tutto latini come testudo e lolligo.
Poich testudo chiamossi la tartaruga da testa^
cio dal nicchio che la ricopre, e lolligo il cala
maro dal sorvolare che fa, onde fu prima volligo
e mol poi la prima lettera. Come Egitto ha
nel suo fiume un quadrupede, cos ne ha il Lazi<^
ne* suoi, e li nom lytra e fiber, Lytra chiam"
la lontra da //y cio sciogliere, perch dices^
rodere le radici degli arbori lungo la riva e cosi/
distaccameli : fiber poi addoman J il castoro
quasi estremo ; perch suol mostrarsi massima-^
mente su estremo margine a destra o a manca
del fiume, ^fiber presso gli antichi valeva estre
mo, onde fimbrie si dissero gli orli de' sai e
f^ra estremit del fegato.
XIV. 80. Dagli animali che sono in aria ed in
acqua passando ora a quelli che vivono in terra,
dir prima di ci che pertiensi agli uomini, poi
de* bestiami e in ultimo delle fiere. Per gli uo
mini comincier da' magistrati. Console da con-
sulere che significa consultare e provvedere, o
perch suo uffizio chiamare il popolo ed il senato
a consulta, o per quella causa onde scrive Accio
nel Bruto :
Console sia chi ben consigli.
Pretore dissero da/>rae/re, cio stare avanti, chi \
dovea presedere a giodicii e all esercito ; perch
scrisse Lucilio :
Dunque a pretor sta esser primi.
81, Censore chi dovea fare il censo del popo^
lo secondo eh ei credeva, ci eh pur detto cen
sere, Edile chi avea la cura degli edifizii sacri e
privati. Questore^ da quaerere, chi dovea racco
gliere il danaro del comune e disaminare i delitti
riservati ora ai triunviri capitali ; onde pass poi
quel nome a chi tien giudicio nelle inquisizioni.
1 tribuni militari trassero il nome dalle tre tri
b de* Rannii, Luceri e Tizii, perch ne davano
un per ciascuna air esercito. I tribuni della plebe
dai militari, perch i primi che si crearono a tu
tela della plebe nell* ammutinamento di Crustu
merio furono gli stessi tribuni militari di quel
tempo.
38
39 . TEREI fll VARROWIS
8a. Dictator, quod a contale dicebalor, qooi
dicto audeolef omoej eitent. Magister e^uitum^
quod fumm polesUt hiiiut io cqatcs et accen-
fot, ut est summa populi dictator, a quo ie quo
que magister populi appellatus. Reliqui, quod
minores quam hi magistri, dicti magistratus^ ut
ab albo albatuf.
XV. 83. Sacerdotes uniTersi a sacris dicti.
Pontifices^ ut ScaeTola Quintua Pontufex Maxu-
mus dicebaf, a posse et facere ut potifices : ego a
ponte arbitror; nam ab his Sublicius est factus
primum ut restitutus saepe, quom in eo sacra et
uls et cis Tiberim non mediocri ritu fiant. Cu
riones dicti a curiis qui fiunt ut in his sacra
faciant.
84. FlamineSt quod in Lalio capite velato
erant semper, ac caput cinctum habebant filo,
filamines dicti. Horum singuli coguomina habent
ab eo deo, quoi sacra faciunt ; sed partim sunt
aperta, partim obsrura : aperta, ut Martialis^
Volcanalis ; obscura Dialis et Furrinalis^ quom
Dialis a love sit (Di ot i s enim), Furrinalis a Fur-
rina quoius etiam in Fasiis Furrinales feriae tunt.
Sic flameo Falacer divo patre Falacre.
85. Salii a salitando, quod facere in comitio
in sacris quotannis et solent et debent. Luperci^
quod Lupercalibus in Lupercali sacra faciunt.
Fratres Arvales dicli sunt qui sacra publica fa
ciunt proptcrea ut fruges ferant arw, a ferendo
et arvis feratres arvales dicli. Sunt qui a fra
tria dixerunt : jratria est Graecum vocabulum
partis hominum, ut Neapoli etiam nunc. Sodales
Titii dicti ab titiis avibus, quas in auguriis cer
tis observare solent.
86. Feciales^ quod fidei publicae iuter po
pulos praeerant ; nam per hos fiebat ut iustum
conciperetur bellum et, ut inde desitum, ut foe-
derr fidg pacis constitueretur. Ex his mitteban-
lar, autequam conciperetur, qui res repeterent ;
et per hos etiam nunc fit foedus, quod ftdus
Ennius seribit dictum.
XVI. 87. in re militari praetor dictus qui
4
8a. Dittatore da dicere, perch nomintvasi
dal console accioccb ognuno elesse a detto di
lui. Maestro de'* cavalieri da magis che k
quanto dir pi, perch aveva il poter supremd
su i soldati a cavallo e di supplimento ; come pei
una simil ragione si chiam anche maestro del
popolo il dittatore dalf avere il poter supremo
del popolo. Gli altri ufficiali, come inferiori
questi maestre, s'addomandarono maestrati^ al
modo che da albus si trae albatus,
XV. 83. Sacerdoti si dissero in generale dal-
Paver la cura delle cose sacre. Quanto poi
a particolari lor nomi, i Pontefici^ secondo che
fu avviso a Quinto Scevola pontefice massimo, fi
son chiamati cos, quasi potifices^ da potere e
fare ; se non eh' io li credo piuttosto denominali
da ponte, perch sono essi che hanno fatto da
prima, come poi rifatto pi volle, il ponte Subli
cio ; onde vi si usano sacrifizii dalPnna e dalPal
tra parte del Tevere con molta pompa. I Curioni
poi hanno questo nome dalP esser destinati a fare
i sacrifizii nelle curie.
84. Flamini si sono detti, quasi filamini, dal
filo o velo, onde porUvano cinto il capo, perch
dentro al Lazio il doveano sempre tener eoperto.
1 soprannomi poi qualitativi di ciascun flamine
soo tutti presi dai nomi de' varii dei, al cui culto
attendono ; tuttoch alcuni di questi soprannomi
non sono apertissimi. Si palesan da s Marziale
e Vulcanale ; m Diale e Furrinale sono un
po oscuri ; perocch il primo da Diovis che
quanto dir Giove, altro da una certa dea Fur-
rina, per cui troviamo anche notate ne* Fasti le
ferie Furrinali. Similmente flamine Fa/acre da
un dio delio stexso nome.
85. Salii son da saltare, come osano e deb
bono ne* sacrifizii annuali nel comizio. Luperci
dal sacrificare che fanno nel Lupercale il d delle
Lupercalie. Frati Arvali si dissero da ferre,
produrre, e da arvum^ campo, perch fan pub
blici sacrifizii per impetrare buona ricolta : altri
li vuol Bfratria^ che nome greco di compa>
gnia ed anco usasi in Napoli. Sodali Tizii dagli
uccelli di questo nome, cio da palombi, cui so
gliono osservare ne* loro augurii.
86. Feciali dal soprantcndere alU fede pub
blica tra popolo e popolo, poich per essi face-
vasi che non s'imprendessero se non giuste guer
re e che, finito*il combattere, si fermassero le
condizioni della pace legandovisi per fede. Prima
di rompere, si solca inviare qualcun di loro a di
mandare soddisfazione ; e dura tutUvia il costu
me che per mezto hro si lanno le alleanze che, a
detta di Ennio, son parimente chiamate foedus^
quasi da tWc.
XVI. 87. E venendo alle cose militari,/^re/ore
LINGUA LATI [fi LIB. .
praeiret eierdffai. Imperator i b imperio populi
qui eD, qai id IlenlMienl, oppressit hoslcf. Le^
gati qui lecti publice, quorum opem consilioque
uteretur peregre roagietratui, quive nancii teoa-
tus aut populi enent. Eatereitut^ quod everci-
land fit melior. Ltgioy quod leguntur milites in
delecto.
8. Cohors^ quod, ut in ei pluribus le>>
clis coniungitiir ac quiddam ftt unum, sic hic ex
manipulis pluribus copulator cohors; quae in
villa, quod circa eum locum pecus corceretur ;
tametsi cohortem in tiIU Hypsicrates dicit esae
Graece xdfrm apud poeUs dictam. Manipuhi
exercitus minimas manus, qoae unum sequuntur
signum. Centuria qui sub uno centurione sunt,
quorum centenarios insto nomeros.
69. Milites^ qood trium milium primo legio
fiebat, ac singulae tribus lltiemium, Ramnium,
Lucerum milia singula militum mittebant. Ha^
stati dicti qui primi bastis pugnabant, pilani qui
pilis, principes qui a principio gladiis : ea, post
commutata re miKtari, minut ilhistria sunt Pilani
triarii quoque dicti, quod in acie tertio ordine
extremis subsidio deponebantur. Quod bi subsi*
debantv ab co subsidium dictum ; a quo Plaulus:
Agite nune, subsidite omnes quasi solent
triarii.
00. Auxilium appellalam ab auctu, quom ac
cesserant ai qui adiumento essent alienigenae.
Praesidium dictura qui extra castra praeside-
bant in loco aliquo, quo tutior regio esset. Obsi
dium dictum ab obsidendo qoo minus liostis
egredi posset inde ; item ab obscidendo, quom
id ideo facerent quo facilius deminuerent bosteis.
Duplicarii dicti, quibus ob virtutem doplicia
cibaria ut darentnr institutum.
91. Turma terima ^E in U abiit ), quod fer
iqoites ex Ihbos tribobus Titiensium, Ra
mnium, Lucerum fiebant, itaque primi singula-
vmm decoriaram decurionts dleti ; qui ab eo in
s ' detto da praeire^ percMera il capodelPe*
sercito; imperatore dall* aver salvato riroper<t
del popolo romano, schiacciando il nemico che iR
minacciava ; legati^ perch eetli dal comune a
giovar con opera e col consigfo i magistrali
quand' eran fuori, o a portar le ambasciale del
senato o del popolo; esercito^ perch addcstra-
vasi con gli esercizii ; legione da legere.^ cio
raccorre scegliendo, come si fa nelle leve.
89. La coorte ha tratto il nome dalle corti
delle masserie ; perch a quel modo che pi tetti
raggiunti fanno ivi in certa guisa un sol lutto,
cos qui negli eserciti unione di pi manipoli
fa una coorie. Le corti poi delle masserie hanno
il nome da coircere^ affrenare, perch nel loro
giro sta chiuso il bestiame : sebbene Ipsicrale la
vuol voce greca, dicendo che ne'poeti queste
corti villerecce si trovano chiamate Ma
nipolo s* cos detto, perch' la minima mano,
cio compagnia, deir esercito, che abbia bandiera
propria. Centuria^ perch il suo giusto numero
di cento soldati, retti da un capo detto per
centurione,
69. Militi da mille, perch tanti ne dava
ciascuna delle tre trib, cio i Tizii, i Rannii ed
i Luceri ; onde da prima la legione fu di tremila.
Astati SI dissero quelli che combatleano primi
con Tasta; pilani gli armali di pilo; principi
quei che pugnavano con la spada dalle principia:
i quali nomi non balzano ora agli occhi, perch
s' mutato uso della milizia. 1 ptlani si chiama
rono anche triarii^ perch si lasciavano in serbo
nella lena linea, acci dessero aiuto ne'casi cstre^
mi ; onde da questo stare di rispetto, cio suhsi-
derey venne il nome di sussidio^ seoondocli
disse Plaoto :
Allo ; restale
Qui lutti di rispetto, come fenno
1 iriarii.
90. Ausifii si dissero, da augere cio rin-
grossare, gli aiuti che si mandavano dagli stranie
ri ; e presidio^ da praesidere cio stare avanti di
guardia, que'che mettevansi in qualche luogo
fuori del campo a guardare il paese. Ossidione^
da obsidere^ cio dal porsi di contro, per tagliar
uscita al nemico ; e forse anche da ohscidere^
stmte che facevasi pr soggettare i nemici pi
fiMilmente. Duplicarii chiamaronsi qoe* soldati,
a* quali in premio del lor valore si tolse a dare
doppia porzione di cibo.
91. 7*rma qoasi terima^ mutata la li in U, :
perch dalle tre trib de Tizii, Rannii e Luceri
si faeean Ire decnrie di cavalieri ; onde il capo di
ciascuna decoria si chiam decurione^ e dora
<3
. TERENTI VABRONIS
44
sogulU lurroiff sunt eliam oanc terni. Quos hi
primo adroinislrofl ipsi sibi adoptabant, optiones
Tocari coepti; quos nunc propter ambitiones tri
buni faciunt. Tubicines a iuba et canendo ; si
militer liticines. Classicos^ a tlasse, qui lituo cor-
nuve canunt tum cum classes comitiis ad comi
tiatum vocaot.
XVll. Qa. Quae fortuna vx>cabala, in his
quaedam minus aperta, at pauper, dives, miser,
beatus, sic alia. Pauper a paulo lare. Mendicus
a minus, quoi, quam opus est minus multo est.
Dives a divo qui, ut deus, nihil indigere videtur.
Opulentus ab ope, quoi ea opime. Ab eadem
inops qui eius indiget ; et ab eodem fonte copis
et copiosus. Pecuniosus a pecunia magna ; pe
cunia a pecu : a pastoribus enim horum vocabu-
loram origo.
XVIll. q3. Artificibus maxuma causa ars, id
est ab arte medicina ut sit medicus dictus, a su
trina sutor; non a medendo ac suendo. Quae
omnino ultima huic rei, earum rerum radices; ut
in proximo libro aperietur. Quare, quod ab arte
artifex dicitur nec multa in eo obscura, relin
quam.
94. Similis causa, quae ab scientia Tocantur
aliqua ; ut praestigiator^ monitor^ nomencla
tor: sic etiam, quae a spatio quodam dicuntur,
cursor^ natator^ pugil. Etiam in hoc genere
quae sunt yocabula, pleraque aperta ; ut legulus^
alter ab oleis, alter ab u t s . Haec s i minus aper
ta, vindemiator^ vestigiator et venator^ tamen
idem : quod vindemiator vel quod vinum legere
dicitur, vel quod de viti id demuot ; vestigiator,
a vestigiis ferarum, quas indagatur; venator a
venatu ; quod sequitur, verbum, ab ventu et
inventa.
XIX. 95. Haec de hominibus : hic quod se
quitur, dc pecore haec. Pecus ab eo quod per-
pasccbant; a quo pecora universa. Quod in pecore
pecunia tum consistebat pastoribus, et standi fun
damentum pes ( a quo dicitur in aedificiis area
pes magnus, et qui negotium instituit pedem
posuisse); a pede pecudem appellarunt, ut ab
codera pedicam et pedisequum ; et peculia tori
tuttavia il costume die iiv^ogoi torma i decprioni
son tre. Optiones si dissero i loro aiutanli, da
optio che vale scelta, perch da prima se li sce
glievano a modo loro gli stesti decurioni ; non
come ora che, per ovviare a' brogli, li fanno tri
buni. Tubicines sono i trombetti da canere
tubay oo dal sonare la tromba ; cos liticines^
que' che suonano il lituo. Classici poi si son noj
minati da classe quelli che, a suon di lituo o di
corno, chiamano a' comizii le classi, in che di
viso il popolo.
XVII. 92. Anche de' nomi che risguardan Tes
sere delle persone, havveue alcuni di riposta ori
gine ; come povero, dovitioso, misero, beato ed
altrettali. Povero dal poco suo essere. Mendico
dair aver meno assai di ci che gtl e d' uopo. Z)i-
i^ej, da cui dovizioso^ perch non bisogna di nulla
a uso d'un dio. Opulento da opis per opimo
suo stato ; e dal medesimo fonte si nom inops
chi n ha manco, e copis e copiosus quei che
n' abbonda. Pecuniosus dalla quantit di pe-i
cunia ; questa da pecus^ cio dal bestiame ; per
ch questi vocaboli nacquero da' pastori.
XVIII. 93. Pei nomi d'artisti la propria e
princple origine l'arte che fanno ; come dal-
arte del medicare e del cucire si dicon medicus
c sutory non immediatamente da mederi e suere^
cio dal medicare e dal cucire. Bens prima e pi
rimota origine per cotesti nomi son le radici, onde
nascono gli steui nomi delle varie arti; comedi-
chiarerassi nel seguente libro. Poich adunque
gli artisti si chiamano dalla propria arte, e io
questo particolare non v*ha molto d'oscuro, pas
ser avanti.
94. Somigliante origine hanno i nomi di chi
professa qualche scienza, come praestigiator^
monitory nomenclator; o qualche esercizio di
corpo, come cursory natatory pugil : ed auche;
questi son quasi tutti piani. Cos da legere st
chiama legulus chi raccoglie o le olive o I' ava.
Dello stesso genere, bench non tanto patenti,^
sono vindemiatory vestigiator e venator : poi
ch vindemiator si dice, o perch coglie il vino,
o perch il leva alla vite, siccome suona il latino
demere; vestigiator poi dai vestigi delle feret
eh' ei va ormeggiando ; venator da venagione ; t
il verbo venariy che n* la radice, dal venire e
rinvenire la preda.
XIX. 95. Basti sin qui degli nomini : venia
mo ora, come ho promesso, ai bestiami. Si sono
essi chiamati pecora dal tenere in pastura; oud'
vocabolo generale d' ogni bestiame di pascolo. E
perch ne bestiami stava allora tutto avere di
que* pastori, e piede la base su cui sostensi una
cosa ( onde si d questo nome alle piante degli
edifzii, e ehi avvi un affare si dice avergli dato.
DE LINGUA LATINA LIB. V.
4G
ac o?et aliudre qofd, iJ eoim peculium primum.
Hinc peculatum publicum primo lom cam pe
core diceretur mulla, et id esset coaclum in pu
blicum, si erat aversum.
96 Ex qoo fructus maior, hic est qui Graecis
usus. Sus quod ^ bos quod ^ iaurus quod
item ovis quod o7 ( ; ita enim anUqui di
cebant, non ut nunc m-f^arow. Possunt in Latio
quoque, ut in Graecia, ab suis Tocibus haec ea
dem ficta. Armenta^ quod boves ideo maxime
parabantur, ut inde eligerent ad arandum, inde
arimenta dicta; postea tertia litera extrita,
/tfj, quod Graece antiquitus ; aut, quod
plerique vegeti, vigitulos. luvencus iuvare qui
iam ad agrum colendum possel.
97. Capra carpa, a quo scriptum est omni
carpae caprae. Ircus^ quod Sabini fircus. Quod
illi fedus, in Latio rure edus qui in urbe, ut in
multis A addito, aedus. Porcus, quod Sabinis di
ctus aprunus porcus por, inde porcus ; nisi si a
Graecis, quod Athenis in libris sacrorum scripta
98. Aries^ quod quae educabant areis veteres
nostri arviga^ hinc arviges. Haec sunt quorum
in sacrificiis exta in olla, non in veru coquuntur,
quae et Accius scribit et in pontificiis libris vi
demus. In hostiis eam dicunt arvigem quae cor
nua habeat ; quoniam his, qnoi ovi mari testiculi
dempti, ideo, ut natura versa, vervex declinatum.
9Q. Pecori ovillo quod agnatus, agnus, Ca
tulus a sagaci sensu et acuto catulus : hinc canis ;
nisi quod, ut tuba ac cornu aliquod signum cum
dent canere dicuntur, quod hic item et nocticu-
bus in custoilia et in venaudo signum voce dat,
canis dictus.
XX. 100. Ferarum vocabula item partim pe
regrina, ut panther^ leo^ utraque Graeca ; a quo
piede ) ; ersi da piede, donde e pedica e pedise
quus^ si |dcnorainaroiio pecudes ; e per peculio
s'intesero da prima tori e pecore ed altre cose di
simil falla, perche questo fu il primo pcculio
Quinci il nome di peculato pubblico alle ladro
naie ; perch le multe che raccoglievansi allora a
favor del comune, erano besliami.
96. De' bestMmi che dan pi profitto, usiamo
gli stessi nomi che i Greci ; poich diciamo sus,,
cum' etti il porco ; e bos^ come il bue ;
e tauruSy come (7|^ il loro. Cos ovis rende
il greco eVi ; polche a questo modo chiamavano
un temprrla pecora, non come ora irfflarop
Tuttavia poirebb' essere che questi nomi si foe-
sero formati uguali in Grecia e nel Lazio pei*
un uguale ragione, cio imitando le voci di qui-
gli animali. Armenta si dissero dall arare, per
ch sopra tulio s procacciavano buoi per averne
di buoni da arare ; sicch chiamaronsi arimenta.,
e se ne lev poi la terza lettera. Fitulus^ o perch
i Greci diceano anch* essi anticamente /'< il
vitello, o quasi vigitulus perch la pi parte son
vispi e vegeti. luvencuSy cio giovenco, da gio
vare; perch cosi chiamasi quand in et da
lavoro.
97. Capra quasi carpa dal brucare, che fa,
ogni cosa, tanto che s dello omnicarpae ca
prae, Ircus si chiam il caprone per ci che i
Sabini lo"^TTcono frcus. Cos dal sabino feduSy
ne contadi latini s'acdomand e ^ ^ l becco; ed
in Roma aedus^ aggiuntavi un A, come in tan-
t altre voci. Anche porcus si pigli da Sabini
che dicono por il cinghiale; se per non invece
dal greco, giacch nel cerimoniale degli Ateniesi
troviamo KcTff# WfaM.
98. Aries si nomin, quasi arviges^ ariete,
perch i nostri vecchi diceano arviga quegli ani
mali che allevavano nelle aree, cio ne cortili.
Questi sou quegli animali, le cui interiora ne sa-
crfixii si cuocono in olla, non su lo spiedo, se
condo che scrive Accio e troviam ne libri dei
pontefici. Che anii nelle vittime, arviges si dico
no propriamente quelle che hanno corna ; poich
qoeH agnello, a cui siansi tratti i granelli, per
questa ioversion di naiura, s in vece nomato
vervex.
99. Agnus da agnatus, quasi nato in ag
giunta al gregge pecoriuo. Catulus il cagnolino
dicatus per l acuto e sagace odorato. Quindi
anche canis ; se peraltro non chiamossi in vece
da canere., come s usa dire di que che danno il
segftaTe i qualche cosa con tromba o corno, per
ch d il segnale anch egli con la sua voce e
quando fa guardia la notte e quando va in caccia.
XX. 100. Anche i nomi di fiere sono in parte
stranieri, come panther e /eo, ambedue greci;
47
. TERENTI VARRONIS
etiam et rete quoJdain panthera et muliercula
pantheris,et leaena. Tigris qui est ut leo yariug,
qui Tivut capi adhuc non potuit, vocabulum e
lingua Armenia ; nam ibi et aagida eU quol ve-
hementissiiuum, flumen dicitur tigris. Ursi Lu
cana origo; vel unde illi, nostri, ab ipsius voce.
Camelus suo nomine Syriaco iii Latium venit;
ut Alexandrea camelopardalis ouper adducta,
quod erat Ggura ut camelus, maculis ut panthera.
l oi . Apri ab eo quod in locis asperis; nisi a
Graecis, quod hi Kefrfoii^. Caprea a similitudine
quadam caprae. Cerici, quod magna cornua ge
runt, gervi, G in C mutavit, ut in mullis. LepuSy
quod Siculi quidam Graeci dicunt : a
Roma quod orli Siculi, ot annales veteres ootlri
dicuiit ; fortasse hinc illuc lulerun t et hic reli
querunt id nomeu. Volpns^ ut Aelius d icebat,
quod volat pedi bus.
XXI. loa. Proxumo animalia sunt ea quae
vivere dicuntur neque habere animaro, ut vir
gulta. VirguUum dicitur a viridi; id a vi qua
dam humoris, quae si exaruil, moritur. P'itis^
quod ea vini origo. Malum^ quod Graeci Aeolis
dicunl .9. P inus...... Inglans^ quod quora
haec nux antequam purgatur similis glandis, haec
glans optuina ei maxuma ab love et glande iu-
glans est appellata. Eadem r u x , quod, ut noz
aerem, huius sucos corpus facit atrum.
io3. Quae in hortis nascantur, alia peregrinis
vocabulis, ut Graecis ocimum^ m%nta^ ruta qoam
nunc vif>ajfor appellant. Itera caulis^ lapathium,
rapum ; sic enim antiqui Graeoi quam nime ra
phanum. Item haec Graecis vocabulis: serpil
lum^ rosa^ una litera commutala. Item ex his
Graecis Latina, coriandron^ malachem^ cymi^
non. Item lilium ab lirio, et malva a malache,
ft sisumbrima a sisymbrio.
104. Vernacula: Lactuca^ a lacte, quod olus
id habet lac ; brassica^ ut praesica, qnod ex eius
scapo minulalim praesicatur ; asparagi^ quod ex
asperis virgultis leguntur, et ipsi scapi asperi
sunt, non leves: uisi Graecum, illic quoque enim
licitur elwcifejej. Cucumerei dicuntur a -
donde poi naicooo leatna che lia koattsa,
panthera che tanto una aorta di rete, qoanlo
la pantera femina. 11 tigrt^ che quasi nn leone
laccato n s' e potuto per ai^cora pigliar vivo,
trasse il nome dalla lingua armena, in cui vuol
dire saetta, onde, perch rapidissimo, \i si chia
m Tigri anche un fiume. Orso vien da'Lucani,
o cos il nomarono anche i nostri per una causa
medesima, cio dalla sua Toce. 11 camela port
seco il proprio nome dalla Siria ; come port aeoo
il nome di camelopardalis la girafia venutaci di
poco da Alessandria, dove coti chiamavasi perch
alla figura rendeva imagine d ' un camelo, ed alle
macchie d'una pantera.
101. jpri si sono delti i cignali dallo atare
ne* luoghi aspri, o perch i Greci li addomanda-
no Caprta il camoscio, perch tien delle
capra. 1 cervi, quasi gervi, raulato eome apeno
avviene il G in C, per le grandi coma che por
tano ; poich gerere significa portare. Lepus il
lepre, perch alcuni Greci di Sicilia lo chiamano
XivofH ; e, siccome, a della de'nostri vecchi an
nali, i Siculi vengon da Roma ; cosi probabile
eh' abbiano essi e lasciato qui e portalo ivi que
sto vocabolo. Volpes^ secondo Elio, dal vobre
co' piedi.
XXL ioa. Agli animali seguono quelleeoie
che non hanno anima, ma pur ai dicono vivere,
come i virgulti. Virgulto da verde ; vtrde da
cio dalla virt dell* umore, diseccalo Uquale
il verde muore. Malum chiamotti il pomo, per
ch i Greci Eoli lo dicoio . Pinus ..... Ju
glans la noce, perch, prima che sia mondata,
somiglia alla ghianda ; onde, come ottima e mas
sima fra le ghiande, si disse iuglans^ cio ghian
da di Giove. 11nome poi di nocey ebbe da no,
|ierch il suo socco annera il corpo, come lanoUe
l ' aria,
103. Degli ortaggi alcuni han nomi stranieri ;
poich nomi greci hanno ossimo, la mejtte, la
ruta ; comech ora la dicano wwymew; e mede*
simamente U cavolo^ il lapa%io^ la rapa ; cb
cosi la dicevano gli antichi Greci, non fptnoi
come la dicono ora. Nomi greci, beitch guasti
d'una lettera, hanno altres il serpillo e la rosa ;
e serbata in tutto la greca forma, si disse corian
dron il curiandolo, e malache la malva, e c/mi-
non il cornino ; e, con qualche licenxa da Xi/fift
si fece lilium.^ e da malva^ e da
fifivi sisumbriunu
104. Da latina origine lactuca^ cos chia
mata dal latte che ha questo ortaggio ; e brassi^
ca che quasi praesica., per ci che s fatta ra
gion di cavoli tagliasi dal proprio torso per pi
riprese ; ed asparagi^ a cui danno il nome gli
aspri virgulti onde colgousi, c l ' asprezza degli.
Dii LINGUA LATINA LIB. V. 5o
ore ut curvimeres. Dicii fructus^ feruiido, rei
el eae quas fundus, et eae quas * quae in funclo,
ferunl ul fruamur. Unc declioalae fruges elfru
menta : sed ea e (erra ; etiam frumentum quod
ad exta ollicoqua solet addi ex raoia, id est ex
sale raolito. Upae ab uvore.
XKII. io5. Quae luanu facla suul, dicani de
viclu, de YCflitu, de iiistrumeuto, et si quid uliud
videbitur his aptum. De victu antiquissima puls:
haec appellata vel quod ita Graeci, vel ab eo unde
scribit Apollodorus, quod ita sonet quom aquae
ferventi iusipitur. Panis, quod primo figura fa>
ciebapt Dt mulieres in lanifcio, panus ; postea ei
Bgoras facere instituerunt alias. A pane et facien
do panificium coeptum dici, ilinc panarium ubi
id servabant, sicut granarium ubi granum fru>
iDenii condebant; unde id dictum; nisi abeo
quod Graeci id a^iiffiy, a quo a Graecis quoque
granum. Dictum et in quo eadem conduntur hor
reum ab hordeo.
106. Triticum^ quod tritum e spicis. Far a
faciendo, quod io pistrino fit. Milium a Graeco,
naro id %\. Libum qnod, ut libaretur prius-
qoam essetor, erat coctum. Testuatium, quod
in lesta caldo coquebatur, ut etiam nunc Matra
libus id faciunt matronae. Circuliy quod mixta
farina et caseo et aqaa circuitum aequabiliter
fundebant.
107. Hoc quidam qui magis iocondite facie
bant, vocabant lixulas et semilixulas^ vocabulo
Sabino ; itaque freqaeolati a Sabiuis. A globo fa
rinae dilatato, item in oleo cocti, dicti * globi.
Crustulum a crusta pullis; quoius ea quod ut
corium et uritor, crusta dicta. Caetera fere ope
ra a vocabulis Graecis sumpta, ut thrion ti pla
centa.
108. Quod^edebaiit cum pulte, ab eo pulmen-
M. Ta. Vaohe, d/.m \ lihgva latuti.
stessi lor gambi; sc per non trassero questo
nome dai Greci, ch cosi anch essi li chiamano.
Similmente i cocomeri si son detti quasi cunfi^
merei, per la loro curvezza ; c dal fruire, o da
ferreche va! produrre, s nominarono frutti tutte
quelle cose che son prodotte a nostro godimento
dal fondo o da ci eh' e in esso. Quindi fruges e
frumento: dico quello,, cui d la terra; perch
frumentum anche quel taiito di mola^ cio di
sale e farro macinalo, che suole aggiungersi ne' sa
crifci alle interiora les.vate. Uva fnalmenic di
usfor che significa umore.
XXIL io5. Ora verr a dire de Iavori ili
mano, o siano cibi, o ve.ititi, o strumenti, ed al
tre cose che mi paiano connesse a queste. Quanto
a cibi, il pi antico, che la polta^ fu cos chia
mato o perch il dicono allo stesso mudo anche i
Greci, o, come scrive Apollodoro, perch, quan
do gittasf neir acqua bollente, rende un suono
simile a quello del proprio nome. Panis quasi
panuSy [leixh facessi da prima a modo di pan
nocchia, come quegr involti di trama che le fe
mine nel lanifizio chiamano appupto ;>a/2i ; poi
si variarrHio forme. Da pano e fare, la fabbrica-
xiune del pane si nomin panacium ; come al
tres dal pane si chiam panarium la credenza,
ove tenevasi in serbo ; al modo stesso che gra
narium si disse il luogo, in cui riponevasi il
grano. Che anzi per questo riporro che si fa del
frumento, dopo eh* trebbiato, Be' granai, par
che da gerere sia venuto il nome allo stesso gra
zio ; se per non tratto in vece per simil causa
dal greco, giacch il riporre in granaio, i Greci
lo dicono Questo medesimo luogo, in
cui ripongonsi i grani, s' chiamato ancV.c hor
reum da ha ni ornili ro dalP orzo.
106. Triticum quasi tritum^ cio trebbiato.
Far o farina dal fare, perch si fa nel mulino.
Milium dal greco che vale egualmente
miglio. Libum^ perch si coceva per far con esso
la libagione prima di mangiare. Testuatium dal
cuocersi in un testo caldo, come fanno ancora le
matrone nelle feste di Matuta. Circuii^ perch
sono ci mbelle d una pa.^ta di farina, cacio ed
acqua, tirata uguale a forma di circolo.
107. Alcuni che le facevano pi alla grossola
na, con nome sabino le diceano lixulac e semi
lixulae ; ch cos s' usano presso i Sabini. Globiy
perch son pallottole di farina stiacciate e cotte
similmente nell' olio. Crustulum^ dalla somiglian
za che ha con la crosta delle polte ; e crusta^
cio crosta, da corium ed urere^ perch la su
perfcie e quasi il cuoio della polta abbrostito.
Gli altri lavori di pasta generalmente hanno nomi
tratti dai Greci, come thrion e placenta.
108. 1 camangiari, perch da prima luangia-
IH. TLRENTl VARROiNlS
tum^ ul Plaulus; \ \\c, pulmentarium dicluni.
Hoc priinum dcbuil pasloribus caseus^ a coacto
lacte ut coaxeus diclus. Deinde, poslcaqiiam de
sierunt esse conienti his quac suapte natura fere-
]). sine igoe^ in quo eraul poma ; quac mious
cruda esse poterant, decoquebant in olla. Ab olla
oler dieta ; quorum a genere cruda oler. L
quis, ad coquendum quod e terra erueretur, rua-
pa, unde rapa. Olea ab elaea. Olea grandis or
chitis, quod eam Allici orcliio morian.
109. Hinc ad pecudis camera perventuro. Ul
suill.i, &Cub aliis generibus cognominata. Hanc
primo assam, seniiido elixam, tertio e iure uti
cocpisse, natura docet. Dictum assum^ quod id
ab igni assudesdl.Uvidam enim quod humidum,
el inde, ubi id non est, sucus abest ; el ideo su
dando assum destillat calore, et, ut crudum ni
mium habet humoris, sic excoctum parum habet
suci. Elixum e liquore aquae dictum ; ei ex
iurc^ ((uod iiicundum magis conditione suci.
110. Succidia ab suibus caedendi.s ; nam id
pccus primum occidere coeperunt domini et, ut
servarcMit, sallere. Tegus suis ab eo quod eo te
gitur. Perna a pede sueris. Kx abdomine eius
off'ula dicla ab offa minima e suere. Insicia ab
co quod insecta caro, ut in carmine Saliorum est
quod in extis dicitur nunc prosectum. Curtatum
murta, quod ea large fartum.
1 1 1. Quod fartura intestinum crassundiis, Lu
canam dicunt, quod milites a Lucanis didicerunt ;
ut, quod Faleriis, Faliscum \'>entrem, Fundolum
a fundo, quod non ut reliquae partes, sed ex una
parte sola apertum : ab hoc Graecos puto r&pXoV
cVrSfOKappellassc. Abendcm farturaJarciminam
extis appellata. In quo, quod tenuissimam intesti-
nuni fartum, hila ab hilo dicta, quod ait l^nnius :
Ne(/ue dispendi facit /tilum.
Tansi con la polta si son chiaraati pulmenta corae
li troviamo detti in Plauto, e quinci poi pulmen--
taria. 11 primo polmentario de' nostri vecchi^
siccome eran pastori, dovette essere il cacio ; 0
questo fu detto caseusy quasi coaxeus^ perch
latte coagulato. Dopoch gli uomini non si con
tentarono pi di quei soli cibi che la natura di
per s appcestara senza bisogno di fuoco, quali
eran le frutta ; si pigli ad intenerire nell' oli#
ci che crudo non si poteva comodamente man
giare ; onde da olla, questi cibi lessali si dissera
oler ; e per essere del medesimo gene*e, appro-
priossi tal nome agli ortaggi anche erodi. Fra
questi, la rapa fu cos) detta, quasi ruapa^ dM
eruere^ cavare, perch ai cava dalla terra pei*
cuocerla. Olea da! greco iXala ; e parimente^
oliva grande ti chiama orchitis^ per che gli
Attici la dicono ifxtv^.
lOQ. Da questi cibi si venne fino alla carne
degli animali ; e le sue varie qualit s distinsero
con nomi presi dagli animali raedesini, come
suilla per la porcina ed altri cosi fatti. I>a natura
stessa ci dice che dovettero usarne prima arrosto,
poi allesso, e da ultimo in umido. L'arrosto fu
detto assum da assudescere^ cio dal risudare
che fa per la virt del fuoco ; perch anche la
carne, ci che la fa sugosa umore ; e dove non
uraore, non v' neppur sugo : onde pel caldo
arrosto suda e gocciola ; e, corae crudo ha trop
po di umore, cos, se stracotto, ha manco >()i
sugo. L'allesso si chiam elixum da liquido,
come colto in acqua ; ed ex iure 1' umido, per
ch il condimento del sugo lo fa pi giocondo.
1 IO. Succidia il salume, da sus e caeder0:
cio dal macellare i porci ; perch fu questo i l
primo animale che i padroni abbiano preso ad
uccidere e serbare insalandolo. Tegus se ne disse
il lardone, da tegere cio dal coprire ; perch
quello ond' coperto il porco ; perna il presciutr
to, da piede, perch n' la coscia ; insicia la sal
siccia, da insecare cio tagliuzzare, perch
carne sminuzzata: onde nel carme Saliare insicia
sta in luogo di quello che nelle interiora delle
vittirae chiaraasi ora prosectum^ cio pezzo di
carne. Murtatum poi fu detta la mortadella, per
ch empiuta profusamente eoo bacche di mirto.
111. Chiaman luganiche certi grassumi im
budellali, perch furono le milizie che le impa
rarono a fare da' Lucani ; corae Faliscus venter
la ventresca, perch s'impar da Falisci. Fun
dolum da fondo ; perch questo budello aperto
da un solo capo, non da amendue, corae gli altri ;
e per credo che i Greci V abbiano dello intestino
cieco. Da cotesto infarcire trassero il norae di
farcimina i ripieni d interiora ; e fra questi si
dissero hila quelli che iosaccansi nel pi follile
53 LINGUA LAI INA LJB. V
54
Quod io hoc iarciminc lumrao qaiddaro eminet,
ab eo quoU ut in capile apex, apexabo dieta.
Terliuin fartuni etl /o/i^aio, qaod longius qaani
duo illa.
iia. Augumtntum^c^uo ex irainolala hoxlia
desectum in ieeore in porriciendo augendi causa.
Magmentum a magis, quod ad religionem magis
pertinet ; itaque propter hoc magmentaria fana
instituta locis certis, quo id imponeretur. Mat
teae ab eo quod Graeci fiarrtieu. Itenj a Graecis
singillatim haec, bnlLum.....
XXlll. I I 3. Lana Graecum, ut Polybius et
Callimachus scribant. Purpura a purpurae ma
ritumae colore ; et poenicum^ quod a Poenis pri
mum dicitur allata. Stamen a stando, quod eo
stai omne in tela Telamentum. Subtemen^ quod
subit stamini. Trama ^quod trameat frigus id
genus vestimenti. Densum a dentibus pectinis,
quibas feritur. Filum^ quod minimum est hilum ;
id enim minimum est iu Testimento.
114. Panus^ Graecum, qui ea fecit ; panm^eU
lium dictum a pano et ToUendo filo. Tunica a
tuendo corpore tunica, ut induca. Toga a tegen
do. Cinctus et cingulum a.cingendo, alterum
viris, alterum mulieribus attributum.
XXIV. 115. y^rma ah arcendo quod his ar
cemus hostem. Parma, quod e medio in bmnis
parteis par. Conum^ quod cogitor in caeamen
vorsus. Asta^ quod astans solet ferri, laculum^
quod ut ittciatur fit. Tragula li traiciendo. Scu-
tum a sectnra nt seeotum, qaod e minute con
sectis fat tabellis. Umboneis a Graeco, quod
ambones.
iiG. Gladius^ C in G commutato, a clade.
budello, perocch hium vale una menomissima
cou, come iu Kn io ove dice : Neque dispendi
facit tilum^ cio non perde un minuzzolo.
Un'alira maniera di cosi Inili ripieni fu denomi
nata apexabo., perch le sporge di sopra un non
so che di simile air apice che i sacerduli portano
in capo. La tersa specie, che il longavo^ s ' cos
chiamata percir pi lunga <)cilc altre due.
1 12. Augumentum si nomin, .la augere che
vale anche ofTi ire agli dei, quel pezzo di fegato
che ne' banche!li sacti si Inglia dalla vittima im
molala, per offrirlo su Tara. Simili oiierte diconsi
anche magmenta ^^magis^ quasi maggior do
vere, di religione ; onde per questo s' diiicarono
in certi luoghi stabiliti delle are dette magmen-
tarie^ perch si ponessero sopra di esse cotesl*
oilrte. Matteae si chiamarono i manicaretti dl
grero uarruat ; ed anche in particolare v* hanno
pi nomi di cibi, tratti dal greco, come
bulbi e tant'altri.
XXIII. I I 3. Lana vocabolo greco per testi
monianza di Polibio e Callimaco. Purpura s
chismata perch colorita con la conchiglia mari
na di questo nome : dicesi anche poenicum., per
ch recataci, secondo che narrasi, la prima volta
dai Peni. Stamen da stare, perch quello onde
sta e tiensi insieme tutto il tessuto. Subtemen la^
trama, quasi sottostame^ perch passa sotto nl
ordito. Trama la tela, da trnmeare.^ cio pas*^
ssre, perch questa maniera di vesti lascia fassarq
il freddo. Tela densa si chiam da dente, comet
pigiata dai deuli del pettine. Filum da hilum,,
cio minuzzolo, perch' la miuima cosa chc sia
nella tela.
114. Panus che il fuso del ripieno con cui
essa si fa, vocabolo greco : dicesi uche panu-
vellium dallo stesso panus e dalP avvolgervisi
del filo. Tunica da tueri^ difendere, perch
difende il corpo ; e si form tunica da tueri^
come induca da induere. Toga da tegere., cio
coprire. Cos da cingere s' fatto cinctus e cin
gulum., che sono certi grembiali, quello degli uo
mini, questo delle donne.
XXIV. i i 5. Armi si dissero da arcere^ per-
ch con esse si tien lontano il nemico. Parme^
quasi pari da ogni parte, perch sono scudi di
forma tonda. Cono il cimiero, da cogere., perche
si raccoglie c stringe in punta. Asta da astare^
perch si tien rilla davanti. laculum da iacere^
essendo fatto per giltare. Tragula da traiicere.,
cio lanciar oltre. Scutum., quasi secutum., Hai
segare, perch si (a di tavolette sottilmente sega
te. Umbones poi, cio quelle piastre che rilevano
in mezzo lo scudo, si Sun chiamate dal greco -
fiwu che vale il meilesimo.
ii6. Gladius si nom la spada da clade.
51. TERENTI VARRONIS
56
quod fit ob hoslium cladcm gladium. Similiter
ah onnt pilum^ qui hostem feriret, ul pcrilum.
Lorica^ quod e loris de corio crudo pectoralia
faciebant : postea subcidit Gallica e ferro tub id
ocabulum ex anulis ffrrea tunica. Balteum^
quod cingulum e corio habebant bullatum, bal
teum dictum. Ocrea^ quod opponebatur obcrus.
Galea a galero, quo mulli usi antiqui.
117. Tuhae a tubis, quos etiam nunc ita ap
pellant tubicines sacrorum. Cornua^ quod ea quae
nunc sunt ex aere, tunc fiebant bubulo e cornu.
Fallum^ Tcl quod ca varicare nemo posset, vel
quod sinf^ula ibi extrcmn bacilla furcillata habent
fguram literae V. Cervi a similitudine cornuum
cervi. Item reliqua fere ab similitudine, ut vineae^
testudo^ aries.
XXV. 118. Mensam escariam cillibam appel
labant : ea erat quadra, ot etiam nunc in castris
eat. A cibo cilliba dicta. Postea rotanda facta ; et,
quod quae * a nobis media a Graecis 4^ mesa
dicta potest ; nisi etiam, quod ponebant pleraque
in cibo mensa. Trulla a similitudine iruae, quae
quod magna et haec pusilla, ut troula, trulla * :
hinc Graeci . Trua^ qua e culina in la
vatrinam aquam fundunt, trua, quod travolat ea
aqua. Ab eodem est appellatum truUum ; simile
enim figura, nisi quod latius est quol concipit
aquam, et quod manubrium cavum non est, nisi
in vinaria trulla.
119. Accessit matellio a matula dictus, qui,
posteaquam longius a figura matulae discessit, ah
aqua aqualis dictus. Vas aquarium vocant/u//;;;,
quod in triclinio allatam aquam infundebant.
Quo postea accessit nanus com Graeco nomine,
et cum Latino nomine Graeca figura barbatus.
Pehis pedeluis a pedum lavatione. Candelabrum
a candela, ex his enim funiculi ardentes figeban
tur. Lucerna post inventa, quae dicta a luce., aut
quod vocant Graeci /.
120. Vasa in mensa escaria, ubi pultem aut
iurulenti quid ponebant, a capiendo catinum
mutato il C in G, perch' destinata alia strage
degP inimici. Similmente si disse pilo quasi peri-
Ium., augurandosene cos la morte del nemico.
Lorica si chiam la corazza da lorum^ perch
facevasi allora con istriscie di cuoio crudo ; poi
sottentr sotto questo nome la corazza gallica, che
e quasi una tonaca tessuta con cerchietti di ferro.
Balteo si disse, quasi bullatum^ per le borchie,
di cui guernita questa cintura di cuoio. Ocrea
lo schiniere, quasi ob crus., perche protegge la
gamba. Galea elmo, dal galero onde usarono
parecchi antichi.
117. Tube le trombe, da que'cannoncelli che
i trombettieri de'tacrifizii anche al presente chia
mano tubi. Corniy percb'* eran corna di bue, non
fatti di rame siccome ora. Vallo., o perch nes
suno potea di la valicare, o perch, formandosi
di rami forcelluti, nelP estremit rende imagine
di contin i V. Cervi le palificate di rami forcuti
per la somiglianza che hanno con le corna di cer
vo. Cos per similitudine s son nominati presso
che tutti gli altri ingegni di guerra, come la i>/-
gna^ la testuggine^ ariete.
XXV. 118. La mensa, su cui mangiavano, da
cibo chiamavasi cilliba ; ed era di forma quadra,
qual s' usa ancora nella milizia. S' poi fatta ton
da ; e s appell mensa^ quasi media ^ come
dicono i Greci, dallo starvi intorno a mangiare^
ovvero, quasi misurata, perch il pi de'cibi vi
si apprestava in misurate porzioni. Trulla s'ad-
domand il romaiuolo con diminutivo di trua^
perch le somiglia alla forma, salvo che quella
grande e questo piccino : i Greci han quinci!
detta . Trua poi si disse da travolare
cio passar prestamente da un luogo alP altro,
perch' la cazza con che travasasi acqua dalla
cucina nel bagno domestico. Da essa si chiamQ
anche trulleum il.bacino, perch trae dalla sua
forma, sennch ha pi spasa la cavit che ricevo
acqua, e manca di maniglia; la qual soltantqr
nelle trulle o coppe da vino.
119. S'aggiunse il mesciroba, detto mnielhtt
da matula che il pitale ; sicch quando se iw
dilung troppo nella figura, gli si diede in vece
da aqua., il nome d' aqualis. La ciotola da acqua
si chiama futis dal fondere, per ci che in essa si
versava acqua portata nel triclinio. Se ne ag
giunsero poi d* Altra foggia, le quali con grec6
nome si dicon nani, e con latino barbati^ tutto^
ch serbino la greca forma. Pehis quasi pfd^t
luis dal lavarvi i piedi. Candelabro da candela^
perch s'infiggevano in essi delle funicelle ar
denti. Fu poi trovata la lucerna., che cos nomossi
da luce, o perch i Greci la dicono .
lao. Del vasellame da tavola, quel piatto, in
coi servivansi polle c cibi brodosi, si disse catino
57
DE LI NCI A LATINA LIB. V.
58
nominarunl ; nifi quoti Siculi dicunt Atriror ubi
assa ponebant. Magidam aulem, aot langulam^
altcnim a magnitudine, altcnim a lililudine fin
xerunt. Patinas a pattilo dixere ; ut pusillas, quis
libarent coenam, patellas. Tryhlia el canistra
quod putant esse Latina, sunt Graeca ;
enim ct noaouv. Graeca reliqua, quod aperta suat
unde sint, relinquo.
XXVI. 131. Mensa Yinaria rotonda nomioa-
batur cilibantum^ ut etiaro nune in castris. Id
videtur declinatum a Gracco kc/Xhi/m, id * a po
culo ojlice. Quae in illa, capis el minores capu
lacs a capiendo ; quod ansatae, ut prehendi pos-
sent, id est capi. Harum figuras in tasis sacris
ligneas ac fictilis antiquas etiam nunc Tidemos.
122. Praeterea in pocolis erant paterae.^ ab
eo quod latum * Latini ita dicunt, dictae. Hisce
etiam nunc in publico convivio antiquitatis reti
nendae causa, quom magistri fiunt, potio circnm-
fertur ; et iu sacrificando deis boc poculo magi
stratus dat deo vinum. Pocula a polione; unde
potatio., et eliam repotia. Haec possont a poto,
quod 6< polio Graece.
ia3. Origo potionis quod aequa sum
ma. Fo/iJ unde funditur e terra aqua viva, nt
fistula a qua fusus aquae. Vas vinarium grandius
sinumiiti sinu, quod sinum.maiorem cavationem,
quam pocula habebant, liem d i c t a e q u a e
eliam nunc in diebus sacris Sabinis vasa vinaria
in mensa tleorum suul posita. Apud antiquos
scriptores Graecos inveni appellari poculi genus
; qtiarc vel :nde radices in agrum Sa
binum et Romanum stiiit profectae.
124 Qui vinum dabant at minutalim funde
rent, a guttis guttum appellarunt ; qui sumebant
minutalim, a sumendo simpulum nominarunt. In
buiusce locum in conviviis e Graecia saccessit
epichysis et cyathus; in sacrificiis remansit gut
tos el simpulum.
125. Allera vasaria mensa erat lapidea qua
drala oblonga, una columella : vocabatur carti
hulum. Haec in aclibus ad compluvium apud
mullos me puero ponebatur, el in ea et cum ea
aenea vua. A gerendo cartibum, unde cariibulura
posi dictum.
dal capire, perch i Siculi cosi chiamano quello,
in cui mellon Tarrosto. Magida e langula furo
no delle altre due sorta di pialli, Tuna per la
sua grandezza, altra per la larghezza. Patinae
quasi patnle ; come patellae le minori, in coi fa-
cevansi lu libagion tiella cena. Tryblia poi e ca-
nistra^ sebben v'ha chi li crede nomi Ialini, sono
in tallo greci ; perch diconsi in greco ///
e neofovv. Altri vocaboli venuti dal greco, essen
done chiara origine, li lascio stare.
XXV]. 121. tavola rotunda pei vini si chia
mava un tempo cilibantum^ siccome chiamasi
anche oggid tra'soldati. Par nome storto dal
greco x&Xi&sror, che <la xc//, calice. De' ?asi
che sono in casa, certe coppe si son delle capides^
o capulae s' eran piccole, da capere cio piglia >
re, perch guernite di presa. L ' antica loro figo-
ra, la vediamo ancora serbala in alcune coppe di
legno e di terra, tra vasi sacri.
122. Fra le lazze, che s'usavano un tempo,
erano auche le patere^ cosi chiamale da una pa
rola latina che significa spaso. Se ne servono an
cora, per mantenere l'antico uso, nel banchetto
pubblico per l'elezione maestri^ portando
intorno da bere ; e nel sacrificare agli dei il Ma
gistrato presenta loro il vino con ana lazzl( di ;
questa foggia. In generale poi i vasi da ber i
son delli poculi da pozione, donde s' fallo an
che potatio e repotium. Ne potrebbe essere ori
gine il greco ^rorof, che vale anch'esso bevanda.
123. L'acytfa, che fu la prima bevanda, si
chiam cos quasi aequa., perch ha piaiia la so*
perficie. Fonte da fondere, perch manda fuori
dalia terra acqua viva ; come dalla stessa origine
si dicon fistule i cannoni che gettano l ' acqua.
De' vasi viiiarii, il pi grande si denomin sinum
da seno, perch' pi cupo e corpacciuto de* bic
chieri. Cos lepeste si dissero certi vasi vinarii
che si pongono ancora so la mensa degli dei nelle
fesle Sabine. In vecchi scrii lori greci ho trovalo
una maniera di lazze chiamata ; sicch
potrebb' essere che quesla voce avesse di l viag
giato con le sue radici fino alla Sabinia ed a Roma.
124. Quella boccia, di cui ser\ivansi a versare
il vino a minuto, da^u//a o goccia s* appell gut
tum ; e il bicchiere, con cui beveaai parimente a
minuto, da sumere o bere si chiam simpulum
Ora ne* convili sottenlr in ^ece la greca moda
deir epichisi c del ciato; ne'sacrifizii per re
starono il gotto ed il simpulo.
125. Usavasi anche un'altra tavola per vasel
lami, delta cartibulum : era di pietra, quadran
golare bisltinga, sostenuta da un aolo piede a
colonna. L' ho veduta, quand' io era fanciullo, in
parecchie case nell' ultimo piano sopra la corte, c vi
slavano posati i vasi di bronzo. Onde da gerere.,
. TLRENTI VARRONIS
Go
XXVII. laG. Praetcrca eral lertium genus
meiifae et quadralae Tasorum, tocalum urna
rium^ qiiocl urtias cum aqua poslas ibi polissi-
mum hab^banl in culina. Ab eo eliam nunc aule
balineum locua, ubi poni tolebal, urnarium -
catur. Urnae dictae quod urinant in aqua hau
rienda, ut urinator. Urinare ett mergi in aquam.
127. Imburvom fictum ab uryo, lod ita fle
xum ut redeat sunum Torius, ul in aratro quo<l
ett urtom. Calix a caldo, qnod in eo calda puls
apponebatur, et caldum eo bibebant. Vas ubi co
quebant cibum, ab eo caccabum appellarunt.
Feru a versando.
XXVllI. ia8. Ab sedendo appellatae sedes,
sedile^ solium^ sellae^ seliquastrum. Deinde ab
his subsellium : ul subsipere quod non plane sa-
pit, sic, quod non plane erat sella, subsellium.
Ubi in eiusmodi duo, bisellium dictum. Arca^
quod arccantur fures ah ea clansa. Armarium
et armamentarium ab eadem origine, sed de
clinata alUer.
XXIX. 129. Mundus muliebris dictus a mun
ditia. OrnatuSy quasi ab ore natus ; hinc enim
maxume sumitur quod eam deceat, itaque ob id
paratur speculum^ Calamistrum^ qnod his cale
factis in cinere capillus ornatur. Qui ea ministra
bat, a cinere cinerarius est appellatus. Discer
niculumy quo discernitor capillus. Pecten^ t|uod
per eum explicatur capillus. Specalum a specien-
<k>, quod ibi se spcclant.
i 3o. /^ex//x a telis ; fe/a ab eo, quod s^elhts
lana tonsa uiiiversa ovis; id dictum, quod velle
bant. Lanea ex lana facta. Quod capillum conti
neret, dictum a ret^ reticulum ; rete ah raritu
dine. Item texta fasciola qua capillum in capile
allii^arent, dictum capital a capite, quod sacer
dotulae in capite etiam nunc solent habere. Sic
rica ab ritu, quod Romano ritu sacrificium fe
minae cum faciunt, capita velant. Mitra et reli
qua fere in capite postea addita cum vocabulis
Graecis.
che significa portare, st chiam cartibum, e poi
cartibulum,
XXVII. 126. S'aggiungeva a queste una terza
specie di tavola per vasellami, quadra aich'essa,
detta urnarium ; perch sovr' essa prlncipaliiien-
,te tenean posale nella cucina le urne con acqua.
per questo che anche adesso quel luogo davanti
al bagno, dove s' usava porre quella tavola, chia
masi urnarium. Le urne poi si son cos dette
da urinare^ cio dal luflarsi sott'acqua, siccome
fanno uelP attignere, a uso de* marangoni chia
mati perci urinatores,
127. Imburyfum si form da ur\*um che il
bure deir aratro, perch, a modo di bure, si piega
e poi toma in su. Calice da caldo, perch in
esso servivasi la polta calda, o si bevean cose cal
de. 11 vao, iu cui si cocean le vivande, dal cuocere
si disse caccabus^ e veru lo spiedo da versare^
cio dal volger l arrosto.
XXVIII. ia8. Da sedere si fece sedes,, sedile^
solium^ sella^ seliquastrum per dinotare i varii
arnesi da sedere. Da sella si disse poi subsellium
lo scanno, quasi sedia imperfetta, come si dice
subsipere ci che non ha il giusto sapore; e quel
lo-scanno che basta a due, si chiam
Arca da arcere^ tener lontano, perch ti
lontana dai ladri la roba, chiudendola io s;
dalla stessa origine, sebben con forma diversa, si
nominarono armarium e armamentarium i ri-*
postigli de'varii corredi.
XXIX. 129. Mundus muliebris chiamossi la
teletta donnesca, perch munditia quanto dir
lindura ; e ornatus se ne dissero i finimenti,
quasi ore natus^ cio conforme aU'aria del voltos
poich de' ?arii ornamenti 1 donna studiasi di
sceglier quelli che le si vengono meglio, e per
s*us lo specchio. Ce/am/Vfru/n si chiam il ferrd
da inanellare i capelli, perche si scalda nella cni*
gi ; cinerarius^ da cenere, chi lo appresta caldo';
discerniculum,,A disccrnere, il dirizzaioio, per
ch spartisce i capelli; pecten^ da/>ec/ere, cio
distrigare, il pettine, (lercli ravvia i capelli ; spe-
culum^ da specere,, cio gUirJ arc Io specchii,
perch vi si stanno a guardare.
i 3o. f'^este da velo; x'elo da \cllo, che in
generale la lana pecorina tosata ; vello dasv;glic-
re, perch da prima la lana sveglit?asi. Ctc se la
veste falla di lana, diccsi lanea. La reticella, con
cui fermavansi i capelli, da rete fu detta reticu
lum ; rete poi c dalla sua rarezza. Similmente quel
nastro, con che annodavansi i capelli su'l capo, da
capo si chiam capitai : usano ancora le sotto-
sacerdotesse. Cos rica da rito, perdi' rito ru
mano che le donne sacrificando si velino il ca[o.
Mitra poi e gli altri abbigliamenti del capo, ge
neralmente s'aggiunsero dopo coi lor nomi greci.
6 DL LINGUA LATINA LIB. V. 63
XXX. i 3 i. Prus dein indutui, tura amiclui
f|uae sunt tangam. Capitium ab co quod capii
pcclus, id cit, ut anliqui diccbant, comprehendit.
Indutui iilterum quod subluf, a quo subucula ;
alterum quod supra, a quo supparus ; nbi id,
quod ilem dicuntOfce. Alleriut generis item duo:
unum quod forii ac palam, palla; alterum quod
intus, a quo intusium^ id quod Plautu dicit
Intusiatam patagiatam caltulam ac croco
tulam.
Multa post loxuria attulit, quorum vocabula ap
paret esse Graeca ut (Abeston*
i 32. Amictui dictum, quod ambiectunf est,
id est circumiectum. A quo etiam quo Testilas se
involvunt, circumiectui appellant; et quod ami
ctui habet purpuram circum, vocant circumtex
tum, Antiquissimis amictui ricinium : i d , quod
eo utebantur duplici, ab eo qood dimidiam par
tem retrorsum laciebant, ab reiciendo ricinium
dictum.
i 33. ilinc, quod facta doo simplicia paria,
rilia primo dicti ; R exclusum propter levita
tem. Parapechya^ clamjrdes^ sic multa Graeca.
Latna^ quod dc lana multa; duarum enim toga
rum instar. Ut antiquissimum mulierum rici
nium, sic hoc duplex virorum.
XXXI. 134- Instrumenta rustica quae serendi
ut colendi fructus causa facta, sarculum ab se
rendo ac sarriendo ; ligo, quod eo, propter lati-
tadioem, quod sub terra fadlios legitur ; pala a
pngendo ( G. L. quod fuit ) ; rutrum ruitrom
ruendo.
i 35. Aratrum^ quod arruit terram eius fr>
rnm. Vomcr^ quod vomit eo plus terram. Dens,
quod eo mordetur terra. Sapra id regula quae
stat, ifiVa ab stando ; et in ea transversa regula
manicula^ quod manu bubulci tenetur. Qui quasi
temo est inter boves, bura a bnbus; alii hoc a
curvo U/V0/7A appellant. Sub iugo medio oavuro,
XXX. i 3 i. Toccher ora di ci che serve al
vestilo, prima airinleriore, poi alPesteriore. Ca-
pitium^ cio capezzale, dal verbo capere^ onde
esprimeano gli antichi ci che direbbesi ora com
prendere ; perch^ una camiciuola che comprende
ed involge il petto. De' festili interiori uno, cio
la camicia, si porta sotto, ,e per fu detta subu
cula ; altro, cio il guarnelletto, di sopra, c
per il chiamarono supparus. Anche i vestili
esteriori son due : ano si disse palla,, quasi pale
se, perch' di sopra; altro intusium da intus^
perch* al di dentro. quello, cui Planlo dice
Abito rimboccato, del colore
Di fiorrancio c di croco.
Pi altre foggie di vesti ci ha poi recalo il lusso,
i cui nomi si palesan greci da s, come asbeston,
i 3a. Ci che serve alP esteriore vestito si disse
amictus^ qoasi amiectus cio gittato attorno :
onde anche quel panno, in cui s involgono al di
sopra delle vesti, lo chiamano roba da gittare at
torno cio circumiectui ; e quella sopravvesti
eh' orlala di porpora, la dicono circumtextum.
La sopravves la pi antica eh' abbiano osato por
tare le nostre donne, fu il ricinio, che cos no
marono da reiicere, cio arrovesciare ; perch^
osandolo doppio, una met del panno s'arrove
sciava su l ' altra.
i 33. Per questo appaiarsi di due tagli uguali
sovrapposti uno all' altro, si disse parilium, poi
palliumy omessa la H per pi mollezza di pro
nunzia. Parapechya e clamfdts e iimIIc all re sou
voci greche. Laena pui si chianj una specie di
zimarra dalla quaiitil della lana, perch equivale
a due toghe. Come per le donne il ricinio, cos
per gli uomini la lena fu la pi ant ica delle so
pravvesti doppie
XXXI. 134. Quauto agli sirumenli rustici
(atti per seminare o coltivare i fiutti ilella terra,
sarculum si chiam il sarchio da serere e sar~
rire che valgono seminare e chisciare ; Ugo il'
marrone da legerent cio cogliere, perch, essendo
pi largo, coglie pi facilmente che il sarchio ci
che si vuol cavar di tollerra ; pala il badile da
pangere^ cio conficcare, poich da prima avea il
G in luogo della L ; rutrum la zappa, quasi mi -
frum, da ruere cio scavare.
i 35. Similmente aratrum da arruere^ per
ch il suo ferro scava la terra. Fomer da vomere,^
perch serve a gettar fuori dal solco pi quantit
di terra. .Dens la puuta dell'aratro, perch, a
guisa di dente, intacca il terreno. 5/iVe,da stare,
perch' il manico che vi sla sopra ; come mani-
cula si dice astrcciuola che attraversa la stiva,
63 AL TEBJJNl l VA^RRONia
quod hura eilrema addita oppilatur, vocatur eous
a cavo, lugum et lumtntum ab iuuclu.
i 36. Irpices regula compluribus dentibus,
quam item ut plaustrum boves trahunt ut eruant
quae in terra serpunt ; sirpices (postea S detrita)
quibus dicti. Rastelli^ ut irpices, serrae leves;
itaque homo in pralis per fenisecta eo festucas
corradit, quo ab rasu rastelli dicti. Rastri^ quibus
dentatis penitus eradunt terram atque eruunt;
a quo rutu ruatri dicti.
187. Falces a farre, litera commutata : haec
in Campania seculae a secando. A quadam simi
litudine harum aliae; ut, quod apertum unde,
falces fenariae ei arboriae^ et, quod non apertum
unde, falces lumariae et sirpicuhe. Lumariae
sunt quibus sccant lumcta, id est quom ia agris
serpunt spinae, quas quod ab term agricolae sol
vunt id est luunt, lumeta. Falces sirpiculae vo
catae * ab sirpis ; hi * ab sirpando, id est ab alli
gando. Sic sirpata dolia quassa,.quom alligata hia,
dicta. Utuntur in vinea alligando fasces: incisos
f f a c u l a s ; hasfaculas^ quae sirpo ne^ae,
dicuntfasces.
.138. Pilum^ quo<i eo far pisunt ; a quo, ubi
id fit, dicitur pistrinum ; L et S inter ae aaepe
locum commutant. Inde post in urbe Lucili pir-
strina et pistrix. Trapetes molae oleariae ; vo
cant trapetes a terendo, nisi Graecum est ; ac
molae a molliendo, harom enim motu eo coniecta
molliuntur. Vallum a volatu, quod, cum id ia-
ctant, volant inde levia. Ventilabrum^ quo ven
tilatur in aere frumentum.
139. Quibus comporiiiiitur .fructus ac ueces-
sariae re^ de his fiscina a ferendo dicta; corb^^
perch quella cui liene in mano il bMblcu. L ' a l
tra stanga che spvrge a modo diliiiuuKriameKap
i buoi, da' buoi nominossi l^ira: ebiam^si aBcbe
urvum da curvo. Quell'incavo sotto iljnezzo del
giogo, ov'entrando adattasi Tutremit dell>ure^
da cavo si disse cous, lugum poi e iun^eMium
sono da iungere^ cio aggiogare.
136. Gli erpici son quei travicelli con molti
denti, che son liruii da' buoi, al modo de' carret-
ti, per cavar dalla terra le erbe che vi serpono \
sicch da queste si dissero sirpices^ e poi irpi
ces^ smussatone il principio. 1 rastrelli sono ai)^
eh'essi legni dentati, ma pi leggieri degli erpici,
e per con essi si rasliano le festuche dai pr4ti
dopo segalo il fteno ; onde per questo rastiare li
son chiamati rastelli. Rastri poi sono quelli che
hanno denti da intaccare e rastiar pi a fondo I
terreno ; sicch da ruere si son cos detti, quasi
ruatri,
7 . he falci hanno tratto il nome dal farro,
mutando una lettera: nella Campania le dicon
seculae dal segare. Per qualche somigliaoza con
queste falci da micLere diUtossi il medesimo
uome anche ad altre specie ; onde si disaero.( ed
chiaro il perch ) falces fenariae ed arboriae
le falci fienaie ed i segoli, e falces lumari e
sirpiculae i ronconi e le roncole, de quali d a
nomi non manifesta 1' origine. Lumariae si
dicono dall' uso, a cui servono, di tagliare gli
spini, se ne serpeggian pei campi ; i quali spini
si chiaioan lumeta da /aere, sciogliere, per que
sto appunto che i coltivatori li sciogliono dalla
terra, cio gli sterpano. Le roncole poi si son 00-
jninate sirpiculae da' sirpia cio 4' vinchi, e
questi dasirpare die quaato a dir legare; onde
sirpati si dicono i dogli scommetti, quando li
stringono con questi vinchi. Se ne servono i vi
gnaiuoli per legar le fascine: le bacchette tagliate
si dicon faculae^ e queste legate con uu vinco si
dicon fasces^ cio fascine.
138. 11 pestello, con cui tritasi il grauo, si
chiam pilum da pisere che vuol r pestare;
sostituita la L alla S, come in pi altre parole.
Quindi pistrinum il luogo, in cui tritasi il gra
no ; e mutati gli usi in citt, troviamo dato fin
da Lucilio il nome di pistrina al forno, e di
pistrix alla fornaia. Trapetes sono i macinatoi
per le olive, denominati da terere^ cio dal trita
re ; se non piuttosto vocabolo greco. Mole poi
si dicon le macine dal mollire, perch col loro
moto molliscono ci che vi si getta. Faglio dal
volare, perch agitandolo si fa volar via le.parti
leggiere. Ventilabro diitlo sventolare il grano
spargendolo aU' aria.
139. Degli arnesi ohe s ueaao per raunare i
ricolti e le varie bisognet ti chiam la
Dii IJNGUA 1 LIB. V.
ab ev quoti co sptcas aHu<i?e quid corruebant :
hoc mnorea eorbulae dictae. De is que iunien-
U ducQQti tragula ab eo quod trabtnr per ler-
ram ; sitpexy quod rirgis sirpatur, id est colli
gando iraplicalur, in qua stercus aliudve quid
lehitur.
i 4o. Vehiculum in quo faba aliudve quid ve
hitur, quod ex viminibus vietur aut eo vehilur,
brevi est vehiculum dicium. Ex aliis vehiculi %
arcera quae elim in duodecim labulis appella
tur, quod ex tabulis vehiculum erat factum ut
arca, arcera dicium ; plaustrum ab eo qaod non
ol in bis quae supra disi, sed ex omni parte pa
lam est quae in eo vehuntor, quod perlucet,, ut
lapides, asseres, tignum.
XXXl l . 4 . Aedificia nominata a parte, nt
inuUa : ab nedibus et faciendo maxume, aedifi
cium. 1^1 oppidum ab opi diclam, quod munitor
opis causa, ubi sint et, qUod opus eSt ad vilam
gerundam, ubi habeant tuto; et * oppida quod
opi muniebant, moenia dicta. Quo moenitius
esset cpiod exaggerabant, aggeres dicti; et qui
aggerem cuntinerel moerus^ quod moeniendi
causa |K)rUbalur, moenus [ quod sepiebant op
pidum J, e quo moenere moerus.
I fa. Kids summa pinnae ab his, quas insigniti
milites habere in galeis solent, et in gladiatori
bus Samnites. Turres a torvis, quod eae proi-
ciunt ante alioi. Qua viam relinquebant in mnro,
qua in oppidum portarvnt, portas.
143. Oppida condebant in Latio Etrusco ritu
multi; id est, iu|Ktis bobus, tauro et vacca inte
riore, aratro circoiDagebMit sulcom ( hoc
banl religionis cada die auspicato ), ni fossa et
muro essent moniti. Terram onde excolpterabl,
fossam voeabeot, et iotronom iactam murum.
Poet ea qoi febat orbisi uii>is principrm ; qoi,
q a o d erat post munuD,/)oWmcerimdictinn cios,
q a o autpicia urbana fniontor. Cippi pomeri
sUmt et circum Ariciam, et circom Romam. Quare
et oppida, qoae prios erant circumdocta aratro,
b orbe et urvo urhes ; et ideo coloniae nostrae
oBEUiis in literis antiquis scribuntor urbeis, quod
M . T S B . VARBORE, DELLA LINGUA LATIRA.
cesia da/erre cioc dal porlare, e corbes le corbe
da corruere^ perch vi si gettano a mucchio le
spighe od altrellali cose: quindi corbulae le mi
nori. Di quegli arnesi poi che son tirali da glu-
menfi, si disse tragula la treggia da trahere^
perch si strascica per terra ; sirpea il carrello a
cesia da jiV/>are, perch inlessulo di verghe a
uso di trasportare letame o altre cose.
140. Quel veicolo, in cui trasportasi fava c
alireltali cose, per brevit si chiam, da i>eere,
veicolo col nome stesso del genere ; se pure non
suo nome speciale per ci che fatto con vimi
ni insieme avvinti, e avvincere dello viere.
Delle altre specie di veicoli, arcera^ di cui
fatta menzione anche nelle dodici tavole, s' cosi
nomata da arce, perch* formala di tavola a modo
di cassa ; il plaustro poi da palam^ perch, es
sendo aperto alla vista da ogni lato, fa palese ci
che vi si trae, come pietre, p.inconi cd altri le
gnami.
XXXII. 141. Edifica si dissero, come tan-
l allre cose, da una loro specie particolare, cio
dal fare le case che i Latini chiamano aedes e
sono la pi frequente specie d ' editicii. Oppidum
si nom il castello da opis^ aiuto, perch fassi
cos munito come luogo d'aiuto, ove stare e te
nere in sicuro ci eh d*uopo alla vita; e da
questo munirsi delle castella, perch siano d aiu
to, venne ai ripari il nome di moenia. Siccome a
renderle pi riparate vi alzavano argini; que
sti, da aggerere cio ammonticchiare la terra, si
dissero aggeres ; e il muro che incamiciava di
fuori argine e circuiva il castello, come facevasi
per meglio munire il luogo, fu dello moenus^
poi moerus.
i 4a. I merli che fannosi sopra le mura, s no
minarono pinnae per qualche somiglianza coi
pennacchi che portano per distintivo sn Telmo i
soldati e fra i gladiatori qne'che si dicon Sanniti.
Torri si nomarono quasi torte, perch sporgono
innanzi al resto della muraglia ; e le aperture^
come lasciavansi per poter porlare ci che occor*
re va dentro al castello, cosi si dissero porte,
143. Neir edificar castella nel Lazio, molti
tenevano il rito Etrusco ; cio messi a giogo un
toro e una vacca, s che questa fosse dalla psrle
di dentro, con V aratro condocevano on solco in
giro (e per religione il facevano in giorno di
buon augurio ), per ripararsi con fossa e mura
glia : il vano fatto col cavare la terra, diccano
fossa : e il terrapieno alzato, arrovesciandola in
dentro, murus cio moraglia. 11 circolo, che se
guiva a questi ripari, era il principio della citt,
c se ne diceva il pomerio, quasi postmoerium^
perch era dietro alla muraglia: esso era il con
fine degli auspicii urbani. segnare il pomerio
5

6; Mi T f c i l l i M l VAKHOi^lS
60
itero cundtlae ut Horoa^ cl ideo coloubc ot urbet
c o n d u D t u r , qiiod intra poincnum ponuntur.
44' Oppidum, quod primum oonditum in
Latio stjrpis Romanae, La^finium; nam ibi dii
Penates nostri. Hoc a la t i ni fdia quae coniuncta
Aeneae, Lavinia appellata. Hinc post triginta an
nos oppidum alterum conditum Alba : id ab sue
alba nominatum. Haee t navi Aeneae quom fu
gisset LaTinium, triginta parit porcos: ex hoc
prodigio post Lavinium condituro annis triginta
haec urbs facta, propter colorem* suis et loci na
turam Alba Longa dicta. Hinc malcr Romuli
Rhea; ex hac Romulus ; hinc Roma.
145. In oppido vici a via, quod ex utraque
parte viae sunt aediBcia. Fundalae a fundo, quod
eiitum non habent, ac pervium non est. Angi
portum^ si id angustum, ab agendo et porUi. Quo
conferrent suas controversias, et quae vendere
vellent quo ferrent,ybriim appellarunt.
146. Ubi quid gcneratim, addiium ab eo co
gnomen; ut forum boarium^ forum olitorium :
hoc erat antiquum macellum^ ubi olerum copia.
Ea loca ttam nunc I^acedemonii vocant macel
lum: sed Iones ostia ortorum macellotae orto
rum, et castelli macella. Secuuduni Tiberim ad
] unium + forum piscarium vocant: de eo ait
Plautus :
Apud piscarium^
Ubi variat res.
Ad Cometa forum cupedinis a Gupedio \ quod
Tnulti forum cupidiiris a cupiditate.
147. Haec onttiia poSslcaquam ronlracia in
unum locum* quae ad victum perlinebant, et
aedificatus locus ; appellatum macellum^ ut qui
dam scribunt, quod ibi fuerit ortus ; alii quod
domnt foerit qnoi cognomen fuit Maeellus, quae
ibi publice sit diruta; e^ua acdificatuai hoc quod
vocetur ab eo macellum.
stano piantati alcuni cippi oolonnelli Ui liiComc
mI Aricia ed intorno u Roma; L cstelldun-.
que cui, nd fondwle, si guidava fartorso P aratro,
o da orbis^ giro, o da urvum die H bure del-
aratro, ti dinominaroiio urbes ; o ifdle antiche
scritture le colonie romane soo tutte etibioatc
urbeSy perch si fondavano al modo steMo di
Roma ; e il fondare queste colonie e castelli dicesi
C0ndere cio riporre, perch i obiiBidono dentro
al ponerio.
i 44 11 primo castllo i ronien sangue, he
siasi fondato nel Laiio, fu Lavinio ; penHMh ivi
sono gli dei Penati de' Romani. Denominossi da
Lavinia, 6glia di Latino, maritata ad Enea. Da
questo di l a trent' anni fu edi6cato il second
castello, chiamalo Alba da una troia bianca che
dalla nave di Enea era fiiggita a Lavioio e sgra-
vaiasi di trenta porcellini. Per questo prodigio,
trent* anni dopo edificalo fjavinio si fece questa
nuova citt, e addomandoisi Alba. Lunga pel co
lore della troia per la natura del laogo. Di l
enneRea, madre di Romolo$4a questa Ranwl o,
e da Romolo Roma.
145. Nelle cilt le contrade ti disaera m i ,
peroh sono vie fiaocheggiate da (abbrdia. Le
vie cieche, prive d ogni ruacita^ on fitn-
dulae dalP aver fondo) e se liaiio Btrelte amgi^
porti da ager e portus^ perch vi si entra eomc
in un porto. Quel luogo dove portavano e le liti
a sciogliere e le robe a vendere, da Jrre che v
quanto dir portare, ' chiamato foro.
146. Secondo le particolari specie di merd che
vi si vendevano, i fori si contraditiftinaero con
vani epiteti ; come di boario da* buoi, e di e/i-
torio dagK ortaggi chiamati oler. Questo dtce-
vast anticamente macellum ; e ooa ehiamansi
ancora da' Lacedemoni cosi fatti luoghi: gU looi
in vece dicono macellotes le chiusure degli orli,
e macella quelle de'castelli. Lungo il Tevere,
presso il tempio di Giano, quel che dicono forum
piscarium^ cio pescheria ; di col scrive Plauto :
Presso la pescheria, dov di tulio.
Il mercato alle Comete si disse forum cuptdi-
'nis da un certo Gupedio: molli il vogliono quaai'
forum cupidinis^ws^ mercat deUe ghiottonecie.
147. Dopoch queste txm pertinenti al vitto
si raccolsero tutte in un solo luogo edificato a
quest' uso, gli si diede il nome di macellum per
esservi stato prima un orto, secoudoch scrivono
alcuni. Altri dicono in veea ok'era ivi la casa
d' un certo Macello e he fu atterraU per pub
blico ordine ; onde, essendosi poi fabbricato con
essa quel mercat, gir rest il nome di raaoelW;
D& UNG^A LATINA LIB! V. 7 0
4^ l i i foro i ecMi n C urthim Gurti o il
ei mn OMMiat;* e t (1 o tri cep ; neitt et
PradK(PBoo^Ml efli ^roi i t*qBd Pisa nee qood
9i Corn^l i as SlHo modHis. A Prod l i o r el ah i n in
eo I mo t k i tte l erram, ei id ex S. Coa. ad ru-
tpMe#tl atum c m ; r cfpossum Deum Maftiom
poal ul iontni postulare, id est civem rorl issfoum
eo deraiUi ; turo qaeudam Curl ium ci fem fortem
armafeon aaceodiase i o equnm el a Goacordia
versom oi m equo eo praecipitatum : eo fiiclo l o-
ttua ooMt 1<| ' corpus ^Mni tos hamasse,
o r al i qoi genti>aeae monvmeotum.
1^9. Fiso ID Annalibus scribit, Sabino beilo,
qood foit JBLoffittlo et Tatio, Tiram fbrlisenum
Melium Curlium SabinuAt qoom Romuktt cum
soie ex soperiore parie impressionem fecisset, in
locum paUstrem, qoi tum iuil in foro, nteqoam
ci oocioe sontiMtoc^ teotigitse atqoe ad suoi se *
in Gapitoliom recepisse ; ab 00 bcam invediaie
iSiO CornolSas et Lolaties; scriboni, eum lo
ia ilgaritum, et ea SeoatiM Goa. aeplom
m ; id qood fiMloBTntt a Conio CoofoU <}00i
MorcoaGcaolBfattooHeg&,Curlion appeUatam.
iSi* ^rs9 Ir arcando, qund is locus munitis-
si ni u urbis, a qno faetUtma poatit hos^ prohi
be ri Carberttoomeiidovqwde^ireiQolusi pro-
hibaaterw lo ifeoopott quae aub terra TuUianum^
ideo qood additnm a ToUo rege. Qood Sjracusis,
ibi: idem cianai cuatodsuntur, vooanlor latomiae,
imleZtfiiilMM vtmMlatumH quod hic qnoqoe in
o Imo lapidMioae f u m a i .
iSa. In eo Luretum ab eo qood ibi sepullus
est Taline rex qui ab Laurentibus interfectus est :
el * ab siira laurea, quod, ea ibi excisa, est ae-
diloalua Teos \ ut Inter Saeram viam et macel-
Ivfo edi ta ! Comta a , quae abseisaae loco
roHqoerant nomeof fA Escmlttum ah eaeolo di-
etom, >et Faguiml a fo ( nnde etiam Tohs Fa
faEisJ, qnod ibi, jMeUnm^
i S 3. ALrmUMSUtmm uh M99hku lualri. Locus
idem Cirtu Mmmiimut d^loa, qood, oincom
apaatncnUa aedificatia, ibi ludi fiiMl, el qud ibi
cifcoo malaalerliav fiompa etaqui corrunt. lia-
Quel luogo dd foro che chiamasi lago
Curzio^ tutti s'aocordau nel dire che fu denomi
nato da Curzio: ma se ne contano tre dircrse
storie ; poich Procilio dilungasi dalla narraxion
di Pisone, e Cornelio Stilone da quella d en
trambi. Procilio narra che in quel luogo s'*aperse
un tempo h terra ; onde per decreto dei senato si
ricorse agli aruspici, i quali risposero che il Dio
de' Mani chiedeva che gli si mandasse gi il cit
tadino pi forte ; e che allora un certo Curzio,
prode cittadino, mont armato a cavallo e, par
tendo dal tempio della Concordia, vi si precipit
dentro insieme col cavallo: ci fatto essersi chiusa
la voragine e, seppellito cos per opera divina il
cadavere, esaer passato quel luoge, come un suo
monumento, alla gente Cnrzia.
149 Pisone scrive negli Annali che, nella
guerra sabina fra Romolo e Tazio, avendo Ro
molo co soi>dato la carica-da un ponio pi allo,
nn valoroaissimo uomo Mezio Curzio aabioosi
ritir in un luogo palustre eh era allora nel foro,
prima che si facessero le cloache, e per di l si
ridusse appo i suoi nel Campidoglio} onde qnel
lago ricevette il nome da lui.
I So. Cornelio e Lutaxio acrivono che quello
un luogo colpito di fiUmiue, e per sbarrato
per decreto del Senato : come ci arvvenne n^
consolato dt Corzo eh' ebbe a coHega Masco
Genuxio, oos quel luogo essersi chiamato Curzio.
i 5 f . La rocca si disse arx da arcere che vale
tener lontano, perch la parte meglio riparala
della cilt^ ond' pi facile tener lontano il n>
mico. Carcere da oorcere^ afirenare, perch a
quelli he vi si chiudono tolto uscire. La parte
aoilerranta del carcere delU Tulliano^ perch
^ fu aggionta dal re ! nome di Latmmia
stocto da quel di latomia, onde chiamasi in Si
racusa il luogo ove guardansi simili condannati (
perch in qnel sito v' erano anche qui delle cave
di pietre.
152. Neir Aventino, quella contrada che ai
chiama Laureto^ ebbe, questo nome dall' etaer
sepolto ivi il re Tazio ucciao da que? di iMirenlo,
o dall' esservi stalo un boaoo di lauri prima che,
Uglialolo, vi si fabbricasse quella contrada ^al
modo stesso che altura fra la Via sacra e il Ma^
cello si nom Cometa da' cornioli che, sebbei^
recisi, Uaclarono il lor Toaaboio al liaago ; c E
Uraise*l nome dagl* iachi, e i l F a n a le
da' laggi} onde anche U cappella eho ivi aocge,
della Giwe FagiUaie.
153. JrmiJusUum.A %inv vi aifii
imI lustro. Lo slesso Inogo chiamasi anche Circo
Massimo^ perch vi si aia a gnurdar^ gli s p e l l a i v
ili loggie edAfiaie in cerchio, e io cerchio corro-i
, 1:1 VKKOWS
que Uicluo) in Ck>rnicularia millij adventu qucni
circumeunt ludentes :
Quid cessamus ludos facere i Circhi noster
ecce adest.
In circo primo unde millunlur equi, nunc dicun
tur carcereSf Naeviuj oppidum appellat. Carce-
rej dicli quod cocrceniur equi, ne inde exeant
antequam magistratus tignum misit. Quod ad
muri speciem pinnis (urribusque carcercs olim
fuerunl, scripsit poeta :
Dictator
ubi currum insidit^ peri^ehitur usque ad op*
pidum.
154. Intumus circus ad Murcitn locatur, ut
Prociiiat aiebat ab urccif, qaod ii locus esset in
ter figulos. dicunt a rourteto declinatum,
quod ibi id fuerit : quoius yeetigiam manet, quod
ibi sacellum etiam nunc Murteae Veneris, Itera
simili de causa circus Flaminius dicitur, qui cir
cum aedificatus est Flaminium campam, et quod
ibi quoque ludis Tauriis equi circom metas cur
runt.
155. Comitium .fkh eo quod coibant eo corni-
iiis curialis et litium causa. Curiae daonim ge
ncrum ; nam et ubi curarent sacerdotes res <lT-
nas, ot Curiae Veteres, et nbi senalus, bumanas,
ut Curia Hostilia quod primum aedificavit Hosli-^
Hos rex. nte hanc i 2ox i r a; quoius loci * id
ocabulum, quod ^ex hostibus capta fixa sunl ro
stra. Sub dextra huius a Comitio locus substru
ctus, obi naUonum subsisterent legati, qui ad se
natum csseot missi. Is Graecostasis appeltatas a
pavte, ut multa.
i 56. Senaculum sopra Graecostasim, obi ae
dis Concordiae et basilica Opimia^ Cenaculum vo
catam, nbi senatnsaut ubi seniores consisterent ;
dictum ut gerusia apud Graecos. Lauiolae a
lavando, quod ibi ad Janum Geminam aquae cal
dae iaeroot. Ab his palus fuit in minore Fela-
hroy a qoo, quod ibi vebebantor lintribus, Vela-
bram ; oi illud maias, de quo supra dictum esi.
Do i cavalli c portensi iu processione le cose sacre
intorno alle mete. Onde nella Comicularia, al
sopravvenir d ' s o l d a t o , gli vaiui< allonio con
befiCe cosi dicendo ;
Su, raano a' giochi ; il nostro irto froDio*
Le mosse, cio quel luogo in su principio
circo, donde si lasciano i cavalli, al presanic si
chiamano carceres ; ma Nevio le dice ^ppidmm.
Carceres son nonainale da co'reere^ affreaar,
perch vi si tengono in freno i cavalli, ch non
nc escano prima che venga il segno dal magisira--
lo; oppidum poi, cio castello, lo chiam il poeta,
scrivendo :
Come so cocchio il drtlator s'assise,
Fino al castel s nvania,
per ci che le mosse erano fatte a somiglianza
delle mora, coni merli c torri.
i 5{. La parte pi interiore del Circo dieesi
ad Murcim^ econdo il credere i Proctlio, diagli
orci, perch quel luogo era in raexao a'vasai.
Secondo altri da' mirti, de' quali ToglioM foaae
ivi un boschetto : certo ne resta on indizio, che
nella cappella ivi posta a Venere, le si d ancora
il nome di Murtea, Per sinriK cause fu denomi
nato anche il Circo Flaminio^ perch s co**
strutto intorno al campo Flaminio ed anche ivi
ne' giuochi Taorii i cavalli corrono circa le mete.
155. Comizio da coire, adonar^ perci
che in esso adunavansi per gli squittinii delle
curie e per cagion di litigi. Curie dal cacarvi
( poich ve n ha di due sorta ) o i sacerdoti le
cose divine, come nelle Curie Vecchiey o il se
nato le amane, come nella curia, chiamata Osti-
Ha perch edificata la prima volta dal re Ostilio.
Innanzi a questa sono i Rostri; il qual luogo hai.
il nome dall euervi fitti i rostri, o sproni, de'oa-'.
vigli presi a' nemici. Di presso a qoesti a roaoo
destra verso il Comizio si costrosse on luogo, in
cui s'avessero a fermare gli ambasciatori maodati
dalle altre naaioni al senato ; e da una natione
particolare, come s ' fatto io tanV altri Romi, si
chiam Graecostasis^ cio stanza de Greci.
156. Di l dalla Grecostasiy dov' il tempio
della Concordia e la baslica Opimia, era il Sena-
colo che cos nomossi dal dimorarvi del senato o
de' seniori, al modo stesso che Greci chiamano
gerusic simili luoghi. Lau/o/ae dal lavare ; per
ch ivi, presso al tempio di Giano Gemino, erono
fonti di acque calde, che formavano ona palvde
nel Vtlahro minore^ deoeminato anch esso da
DE UNGILA LATlflA LIB: V.
l i
1 q Mq*>twMeK iKmuir
poblioo qaod regouni oocaparR Toloit il. Loco
ad Busta Gallica qaod, Roma recuperala, Gal-
loruA.oMay qui pomdcrool urbero, ibi coacer
vala ac oonaepU. Locus qui vocatur Doliola ad
cluacam maxumam, nbi non licei detpuere, a
^AlioHsfob lerra. Koraim doae Iradtlae hieloriae,
quod falli ncife aiual oaaa cadaverumy, alii Nu
raaePoaipilti peligioea quaedam poeC mortem eius
ipioffa. ArgiHum suot qui aeripserunl ab Ar-
gola, aeu qaod it hoc yenert ibiqoe aitiepi^llas;
alii ab^rgilU, qeod ibi id genm ierrae.
i 58. CU90S Puhlicius ab aedilibaa plebei
PaUioif qui eam publice aedificaranl. Simili de
caoia Pullius et Cosconius^ quod ab hia t oco
ria diooniar aedificati. Clivoa proxomoa a Flora
BQiaTevfoi Capiiolimm vitas^ qnod ibi Bacellum
lovi, lanoniiy Minerfae^ et id mtiqaiot qoam
atdij q i a m CoqHtolio facta.
159. EtqoKt ptcvs Africusy quod ibi obd-
dea ex Africa beNo Ponieo dicantur cuatoditi.
Ficus Cypwims a cy^ro, quod ibi SbinroiTes
additi oonaederant, qui a bone ornine id appella-
mnt ; am cjpnim Sabine bonum. Prope bone
viems SceUratus^ dictin a ToUa Tarqoini Su
perbi oxore, quod ibi quoro iaceret pater occi-
aB, aspra cam cerpentam mnlio ut inigeret
it.
XXXill. 160. Quonim vicui eonttat ex do-
mibut, none eanim vocabohi videemui. Domui
Ovaccum ; et ideo in acdibui aacria ante cellam,
ubi ,aedet dei aunt, Gracci dieunt po^o/uar ; quod
poUi 2e<ft> ab adito, quod plano
pede adiiMDt Jtaque execdibus efferr indictiio
funarc praeoo etiam eoa dici! qui ex iabernit ef-
feruntur^ et ornaci iu ccneo Tillaa inde dedioa^
muaacdea.
161. Gavam acdiaai diotom qui loeiia tectua
intra parietes relinqiebatr patula, qui eaaet ad
commime omnium neum. In boc locuf ai nallua
eAerw, come il maggiore di cui ho parlato di so*
pra, perch vi fi andava sopra barchetle.
157. Aequimtlium dall essere stala iti la casa
di Melio, che fu poi spianala o, come i Latini di
cono, acquata^ dal pubblico, perch volea farsi
re. La perle della Busti Gallici^ fu cos chia
mata perch, come suona il nome, Tossa de Galli
che sperano insignoriti di Roma, quando la cill
fu ripresa, s ammonticchiaron tulle in quel luo
go e si chiusero con un ricinto. L allro sito, dello
i Dolioli^ presso alla cloaca massima, dov proi
bito sputare, ha trailo il nome da piccoli dogli
che vi stanno sotterra. La sloria narrasi in due
modi diversi ; perch*altri vuole che vi sian den
tro ossa di morii, ed altri alcune cose pertinenti
a religione che, dopo la morte di Numa Pompi
lio, siansi col sotterrate. W Ar^ileto^ scrivono
alcuni che siasi cos chiamato da un ceflo argivo
eoulo a Roma e col sepolto; altri da Mrgill,
per esser quivi tei qualit di terra.
158. 11 c/iVo Pu/fcio ebbe il nome da'Pu
blicii, edili della plebe, che edificarono a pub
bliche spese. Parimente il Pullio e il Coscorro
da dee soprantendenti alle vie, cos chiamati, che
li fabbricarono. Il clivo appresso, salendo dal lem^
pio di Flora, si dice Campidoglio vecchio per
essenri una cappella di Giove, Giunone e Miner
va, pi amica del tempio che si costrasse loro
nel Campidoglio.
159. Nelle Esquilie, il pico Africo deriv il
nome' dagli statichi africani che voce essersi
ivi cpstodfti nella guerra cartaginese. Il ifico Ci"
prio da cipro^ voce sabina che significa quanto
dtr buono; perch, essendosi accasati in esso i
Sabini accolti in citt, cos il chiamarono per
buoi augurio. Allato a questo il vico Scelera
to^ che trasse il nome da Tullia, moglie di Tar
quinio il superbo, la quale vedendo ivi giacere
so padre iioeisof comand 1 cocchiere d sospin
ger le mule e passargli sopra col cocchio.
XXXllI. 160. Siccome i vicoli son formati da
case, vediamo ora i varii nomi che appartengono
a queste. Domus^ che n' il vocabolo generale,
voce greca ; e per ne tempii la parte davanti
alla cella ov il dio, da Greci chiamasi TfoVo-
e la parte di dietro ^. Aedis si
nom da prima la casa a un sol piano dal verbo
adire cio andare, perch vi si va senza salire
Ond che nel bandire i moviorii, anche s ab
biasi a levare il morto da una baracca, il gridatore
usa il modo efferre ex aede ; e le case di cam
pagna si registran tulle nel caluto col nome di
aedes.
i6f. Capum oecfisim chinmarono qnel luogo
coperto che lasciavasi Kbero in messo il ricinin
deUa casa, perch fosse a comune uso di lulti. Se
T i W m t ^AHRCNIS
7(^
rekctm ertlt l ab diToqut m e t , ^kcbalor 4esiu~
do b lesliidinf miliiadine, ut est in |re(orio
in castrif. Si reliclnro rat in medio ul iucem ca
peret, ileorgiuD qao iroploebaC ciumimpiuv^fmit
autom qua compluebat compluvium ; ulromque
a pluvia. Tuscanicum dictum a Tuicie, poalea-
qam ittoroBi cavuni aedium gmulare coeperuut.
4 irium appellatum ab trialibiis Tuk s ; illine
eiiim exemplum fumptum.
16^ Gircam oaTam aedium ennt onina quo^
inique rei ntilitatia causa parietibof disaepla. Ubi
quid condilntn esse Tolebanl, a celando cellam
ppeUaruQt ; penariam^ ubi penua. Ubi cnbabani,
cub9uliim : ubi eoenabant, oemaculumyot\a^
bantf ui'atiam nane Laouvi apad aedem lunonis
et in cetero Lalio ac Faleris et Cordubae dicnn-
tur. PosUaqnum in parte coenitare
coeperant, snperiory domus universa coenacula
<jiicta : postcaquaro ubi coenabant, plura facerc
coepcrunt, ut in caslris ab hieme bibema, hiber-
ffum domus vocarunt ; contraria................
Bie defeeit rempfar fbliU duoina.
XXXIV. i 63................ ligionem Porcins desi
gnai 4|uom de tinnio acribens dicit eom coluine
Tutilinae loca. Seqoitur porta Naevia^ quod in
nemoribus Naevii* {Naevii ^ eteoim looa, ubi
en ) sic dicta. Deinde Rauduscula^ qnod aerata
fuit. CS rqudus dictam : ex eo veteribus ili man
cipiis scriptum :
Raudusculo libram Jento,
Hinc Lavernalis ab ara I^veroae^ quod ibi ara
eiui.
164. Praeterea intra niuros video portas dici
ili Palatio Mucionis mmugitu, quod ea pecus in
bucita ciccum antiqaom oppidum exigebant ; al
leram Romanulam, ab Eoma dictam, quae habet
grailus in Nova via ad Volupiae iracellum.
iG5. Tertia est lanualis dicla ab iano ; et
ideo ibi positum laiii signum; ei ius institutum a
Pompilio, ut scribit in Annalibos Piso, tti sit
ftf)erla smper, nisi qiiom bellum sit nasquam.
non vi si aveva lateiato alevno i p n i o scop(!rto, si
dicea testudo da ana colai soirtigliania cot nicchi
deUe leituggini ; e tal R prelotrto ncRa^milfoib.
Altrimenti, se nel mezxo vi aveva lasciai aw
vano, per cui entrasse la luce; la parte di sotto si
chiamava implutium e la superire Aim,
ambedae dal piovere^ da che questa vi^raegli^
va 00^snoi pendenti acqoa piovana, e Tallwi ta>
rioev^a. Questo vacao ia meizo la casi^ dopoch*
vi ai v^lc imkar la foggia de' Toschi, g im&
anche Tuscanicum ; come atriwm denomiooM^
il portico che gin Mdetto corflles perch se w
pigli esempio dai Toschi d' Adri .
i6a. lotomo al medesimo eorlHe efan fanff
luoghi separati da mari, quante sono le occr
rerne di casa. Dotc voleano riporre in serbo al
cun che, dal celare la diceano cella ; penaria^
s ' eran mangiari, perch penus ogni cosa da
mangiare. La stanza da letto, dal cubare si solca
chiamare cubiculum ; e il tinello, dal cenare,
cotnaculum ; siccome chiamansi ancora presso
il tempio di Giattooe in Ijuiavio^ e nei rert del
L a o e in Faleria ed iir Cordova Ma dopa cks
venne in uso il cenare nella parie sopodore della
casa, le stanse dell- oitimo pisao ai dissero4**
cencoli : e poich, oltre al mangiare, tollero s
farvi moli' altre cose | perci, ooo vocaboia^pvot
prio de' soldati che il trassero da hiems^ inverno,
si chiam anche il cenacolo hibernum omui^
cio il qnarliero d' invcrao delb casa........... ..
Qui nell uemplart m^nean due ffi
XXXIV. i 63................ r indica Porxio allora
oh, parlando di Ennio, dice ohe abit presso
airara di Tutilina. Vien poi la porta Nevia^ coti
chiamala dall' essere nella selva Nevia^ come que
sta da un Nevio che la teneva. Quindi la Ram
duscula, dall*esser coperta di rame; poich il
rame diceasi raudus^ ond' scritto aelie antichr
leggi de* maocipii : Raudusculo libram ferit&n
cio Tocca col rame la ^/eacto Sagnitando,
la porta invernale ; e qaesla si oooi da Lave*-
na, perch n' ivi l ' ara.
16 i. Anche delle porte che sono dentro alle
mnra, quella di Mucione nel Palalino apparisce
che si nom dal muggire, staale che per essa si
menava foori armento ai pasaoli eh' erano in
torno air antica cerchia. La seconda porla, cio
la Romanula, ebbe li nome da Roma, ed quella
ov" la scalea dalla cappella di Vulnpia in Via
Nuova.
i 65. La teria la Gianuale denomiuala da
Giano;, sicoh 0 ' .ivi la alaiaa, e per islituaone
di Numa, come scrive Pisone ne* suoi Annali, dee
restar sempre aperta, eccetto il caso che non
77
DE LINGUA LAI INI LIB. V.
Trailfii^: .floemorUe Poaiplio rege hfte
opcniMOk et fM>st Ti ipMunlio Coniale, bello Car*
tliagiiiieitfi priiDo confecto, et fcodem o q o
perUm^
XXXV^.i(6. Svper lechilia origines qua
Tcrli bae* IttcUca^ quod legebant ade eam fii
cerepi stnui^eala .atque herbam, nt etiara mine
fil ia dal iii , Ltc^ tquod, ne esfent d terra, su*
bl i ^ in bia ponebani; disi ab ^quod Graeci
aoliqu licebaat X^xrfor, lectrisiA potios. Qui
leclifam iavolfebaot, ^od fere stramenta crani
e segete, feststxiam appelUrunl, ut eiiaoa nane
iu castris ; nisi si a Graecis^ nam 9iy9^w^, Ubi
leaus mortui fertur^ UiceliaDt ftrttrum nostri,
Graeci 0e>frfoi^.
167 Poftleq<iMa Isansierunt aU culoltasi qood
in ea. aoosranl toaaeotaaa alindfe ^I<1 calrabanf^
eb inoaloando. cm/ci/o dieta. Hac qodqeid in
Icnadbattl^ab Vcwntt strugulum appeUal>ant.
/ iv/iiMer fcl a pbiribus rei a polulis dedinarnat.
43iibMS)opartbaotuv,<ofMrimnto^et pallia ^per^
fiuia dixecant; in bis malta peregrina,iit Mgmm
t i reo0 Gallica, et fouMocum et amphimallum
Graeca. ConAM-Lilinoai <orB/,qaod anta torom ;
et torus a torso, quod iis in promptu. Ab bac tl-
m^iUidin^ io jaulierie capite onMto;
1O8. Qua aimpUci scaaaione scandebant in le-
cUira non aitino, scaeUwn; in altioreni, scam
num. Duplicala scaMsio gradus dicitur, quod
gerii in inferiora sopeviorcm. Graera sunt
'giromata ci peripetasmata^ ci si alii quid ilem
convTi causa i b i
XXXVI. 169. Mtika pecuoiac signaUc roca-
buia siHit. Aeris et argenti haec. As ab aere. /^-
pondius a duobus ponderibus, quod uiium pon
dus ahsipandium dceba|r : id ideo quod aserat
libra pondus. Deinde ab itumero reliquum di<>
duro usque ad cenluasis, ut as aingalari numero ;
ab tribus assibus rcf/i/yct sic ppoportione uiqiie
^d 4tntssis4
aTe guerrar in Bcmtea |>arle. Narrali ebe aia
tata chiusa regnando Numa; poi di nocivo cbio-
sa nel consolato di Tito Manlio, dopo finka la
prima guerra cartaginese, e n d r anno sloia ri
aperta.
XXXV. 166. De* nomi che ragguardano il
giacere, le origini che ho notato aon queste. Lei-
tiga da legere ebe quanto a dir cogliere,
perch a farla coglievaai paglia ed erba, come
s' usa ancora tra soldati. Lectus s chiam il lello ,
da sublices^ cio da' piedi, so cui il sollevavano,
perch non islesse su la terra ; se per da prima
non fu detto leetrum per ci che gli antichi
Greci Taddomandavano Xixrfw, La coperta,'onde
involgevano la lettiga, si denomin segestria da
seges che significa biada, perch solitamente ser-
Ta di coperta la* paglia delle biade, com' a n c m
coslume nella milizia ; se anche segestria non si
trasse da' Greci, che la dicono Quel-
arnese, in Cui portasi il letto con sopravi il mor
to, i Greci lo chiamano piftrfifs feretro i nostri.
167, Quando si b' passaggio alle materasK,
come le riempivano di pula o borra o che altr
fosse ; cori da inculcare cio calcar entro, le dis
sero culcitae. Ci che vi distendevano sopra,
<hllo stemere chiamarono stragulum. Puhinar
il capezzale o da plures pi, o da polulus picco
lo, perch quasi un altro e minor materasso. Da
operire cio coprire, dissero operimenta le co-^
per te, ed opercula le sopraccoperte. Di queste
v ha molli nomi stranieri, come sagum e reno
gallici, gaunatum ed amphimallutn La
tino toraly che vien da toro cio cuscino, per-
tib.disfeiHlesi innanzi ad esso ; come loro da
iof t o, perch faceasi torcendo checche veniva, fra
fiaiio. Dalla somiglianza che ha con questi ruo-r
, ti chiam torulus quell' abbigliamento che
usano in capo le donne.
168. Quella predella a un olo scaglione, per
cui si monta su '1 letto ; se non sia moli* alio la
dicono sgabello ; altrimenti scanno^ da fcande-
re. Se gli scaglioni son pi, si chiamano gradi
da gerere^ portare, perch portano abbasso chi
sa di sopra. Peristromata e peripetasmata (che
cosi cbiamansi t tappeti ed i cortinaggi) son uomi
^reci, come anche gli altri vocaboli apparleneuli
ai paralo de' le,Ili per li convilL
XXX VI. 169. V* ha parecchi nomi di inonete.
Di quelle di rame e d' argento, i nomi soci que
sti. Jsse da acj, cio dal rame ond' fallo.
Dipondioy quasi di due pondi o libbre, si chiam
la moneta che valeva due assi, al modo che un
solo fondo o libbra si diceva assipondio ; c ci
perch 1* asse ew una libbra in peso. Da^ due
'assi ai cento, delti centuss^t^ i-uomi sou ii^lli lor-
inali da aM dal proprio numero, e dicousi nel
79
. VARRONIS 8
^. ] denario numero hoc rauUl, quoU prt-
iiiuiii csl ab decem assibus decussis^ secundum
ab duobus decussibus vicessis. * Reliqua cootc-
liiunt, quod esi ul tricessis proportione usque
ad centussis^ quo maius aeris proprium Tocabu-
lura non est ; nam ducenti et sic proportione quae
dicuntur, non magis asses, quam denarii aliaeye
quae res significantur.
171. Aeris minima pars sextula^ quod lexta
pars unciae. Semuncia^ quod dimidia pars an*
ciae : se Talet dimidium, ut in selibra et semo
dio. Uncia 'ab uno dicla. Sextans ab eo quod
exta pars assis, ut quadrans quod quarta, ei
triens quod tertia pars. Sentis^ quod semis, id est
ut dimidium assis, ut supra dictum est. Septunx
a septem et uncia collisum.
179. Reliqua obscuriora, quod a deminutio
ne, et ea quae deminuuntur ita sunt ut extremas
sj^llabas habeant. Uudeuna dempta uncia, deunx\
dextans^ dempto sex tante; dodrans^ dempto qua
drante ; bes^ ut olim des^ dempto triente.
173. In argento nummi: id a Siculis. Dena-
ni^ quod denos aeris valebaut; quinarii^ quod
quinos. Sestertius^ quod semis tertius ( dupon
dius enim et semis antiquus sestertius est, et f e
teris consuetudinis ut retro aere dicerent, ita ut
semis tertius, quartus semis pronunciarent), ab
scmistertius dictus.
174* Nummi denarii decuma libella.^ quod li
bram pondo aeris valebat, et erat ex argento par
va. Sembella^ quod libellae dimidium quod semis
assis. Teruncius u Iribus uuciis, quod libellae ut
hjec quuria pars, sic quadrans assit.
175. KaJeni pecunia vocabulum mutai, nam
potest item dici dos, arrabo, merces, corollarium.
Vos^ si nuptiarum caasa dala : btec Graece
rtvn^ ita enim hoc Siculi. Aii eodem ; nam
Graece, ut ipsi, et, ut alii, ' /ua et, ut Al
lici, . Arrabo^ sic data ul reliquum redda
tur: hoc verbum ilem a Graeco Reli
quum^ quod ex eo quod debituni reliquum.
sicifolare come asse. Cosi un tre assi ohiaroasi
tressis^ e via a questo modo fino a nonussis
oio ai noTe assi.
170. Quando viensi al dieci, v e questa Taria-
zion che i nomi procedono non pi per onit,
a per decine di assi ; sicch il primo decussis
cio dieoi assi,U secondo vicessis cio venti, il ter
to tricessis cio trenta, e cos aegoitaodo con la
stessa regola fino a centussis che vuol dir cento
assi ed la maggior somma in rame eh' abbia ro-
cabolo proprio ; perch da indi in sa, quando di
cesi o dugento o altro simil numero, del pari che
assi possono intendersi denari o altra cosa qual sia.
171. La parte minima delPasse si chiam sex
tula^ perch' un sesto d oncia. Semuncia quan
to dire meix oncia, perch la particella se signi
fica mezzo, come in selibra che mezza libbra,
e in semodius che mezzo moggio. Uncia da
uno. Sestante dall essere un sesto d asse, come
quadrante un quarto, triente un terzo. Sem^ss
dair essere in fatto mezzo asse, come suona il no
me per ci che ho dello di opra. Septumx da
feptem ed uncia con piccola collisione.
173. Men chiari sono i nomi delle altre parti
delibasse, perch le denotano per via di levameQ-
to, e la quantit da levare vi sta di nanitra che
tien ultima sillaba. Cosi deunx nn aste, tol
tone un' oncia ; dextans^ toltone un sestante ;
dodrans, toltone un quadrante. Bes poi <1 des^
come diceasi in antico, Tallre due parti che reata-
QO, tolto un triente.
173. In argento abbiamo 1 nummi, Toce Te--
nuta da'Siculi. Denari si dissero, perch Taleano
dicci assi ; quinarii quelli che cinque. Sesterzio
sincopato da semislertio^ perch anticamente
cambiava si per due aui e mezzo, ed il vecchio
uso nell indicar le somme degli assi era di con
tare all' indietro dal nomero maggiore pi prossi
mo : sicch due assi e mezzo diceausi semistertius
cio mezzo il terzo asse ; poi mezzo il quarto e
via via.
174* La decima parte del denaro si ckiMB
libella cio libbra piccohi, perch Taleva una lib*
bra di rame cio un asse, ma, essendo d argento^
era piccola. Sembella per sincope dall' essere
met della libella, come il semiitse dell* asse. Te
runcius da tre oncie, perch' la quarta parte della
libella, come il quadrante dell' aste.
175. Olire che per variet di valore, la pecu
nia mula Bomi per diversit di rispetti ; poich,
rimanendo una la quantit, pu dirsi ora dote,
ora pegno, e quaodo mercede e quando giunta.
Dote s'appella, se data per cagione di nozze ;
e questa anche i Greci, certo quei di Sicilia, cbia-
nMin imrtfn. Dalla stessa origine domo ; peroc
ch in greco, come il dicouo i medesimi Siculi,
8 DB-UKGL LATINA UB.lV.
|, guoia ipiaui r
fe(am qtiam quanti constat Lucrum^ ab lueiir
do, si amplius, quam ol exsolveret quanti esset,
caplum. Detrimentum a detrilu, quod ea quae
trita mmoris pretii. Ab eadeto mente intertti
mentum ab eo quod duo, quae inter se trita, ei
demii^ula l, q^UQetiam L^t^trigo dkla.
177. Jldulta pecMoiA quae a magistratu dicta
ut e^igi posset ob peccatum. Qood singulae di
cuntur, appellatae eae multae; quod olimunum
dice^nt mullam il^que quom ia doiium aut ca^
leuni ?iqm addunt rusUci^ pcima urna addita,
dicunt.eliam uunc..Pi>e/7a a pHnieado, aut quod
post pecca lMnx3equitur> Pretium quod emptio-
bi a aestimati|onisve caus^ constituitur, diclem a
peritia, qnod bt aoU possunt, facere recte id.
^78. Si quid dalujn pro opera aut opere, /ne/v
W a merendo.. Quod mana Caelum erat et datum
pro eo, manupretium a manibus et preUq. Co
rollarium $\ additum praeter quam quod debir
tam eius : ocfluro fictum a cocoUis, quod eae,
cura placuerant adores, in scena dari solitae.
Praeda est ab hoslibus capta, quod manu parta,
ut parida, praeda. Praemium a praeda, quod
ob recte quid factum concessum.
179^ Hi' datum quod reddatur, mutuum,^
quod Suculi /M^ror; itaque scribit Sopbroo/cioi'-
ro dwri . Et munus^ quod mutuo animo
qut auBti dant officii causa. Alterum munus quod
mniendi causa imperatum ; a quo etiam muni^
ciperi qui MoamuQUS fungi debent^ dicti.
180; Ea pecunia quae in mdiciun venit in
bmy sacramenium a saevo. Qui petebat et
<|oi jnfitiabatur, de aliis rebua utrique quingenos
aecis ad pontem deponebant, de alus rebus i4em
cevto alio legitinao.numero assum ; qui iudicio vi-
cevaty suum sacrsroentum e sacro auferebat, victi
ftil ararrum redibat.
M. T e r . Vabbow TWA.
^mo ; sccondocb altri, ; secoodoch gli
Aitici, dati, Arraho ti chiam il danaro dato a
patto ch'abbia a resliluirKne quel tanto che sar ^
di 4vre; t d anche questo Toebelo greoo.
Btliffunm si disse il danaro che da restituire,
perph' ,quel che rita dopo soddisfatto H debito.
%)&, Danno, da demere cbe yvuA dir lerare
quando d' una cosa si ritrae meno di qol ch^
costa. Lucrot da luere cio dal pagare, quando
si ricava pi che non avrebbe bastato a pagarci
del capitale. Detrimento da derere^ trassina-
nare, perch cosa trsssinata scema di pregio. Per
simil causa s diss inUrtrimentum il calo, per>
ch le cose con lo strofinarsi msieme ( eh oos
suona la paroU ) si logoralo. D qua ptire inUr-
trigo, scorticatura.
177. Malta somma iotimata da ort magi-
sCrato percb possa esigerti per qualche oolpa.
Siceome ibtimaosi voka per vaila, cosi s disiero
molte, perch in antico ' matta chiamavasi uno,
e i contadini anche oggid, nel rpri'e in botti
od in otri il vino, la prms secchia che vi ripon
gono, la dicono malta. Pena dal punire, o forse
anche da dopo, perch va dietro al pecca
to. Prezzo ds perixia, percM a far bene la stims
di d che da comperare o valutare, si vuol
perixia.
178. Ci che si dava per qualche servizio o
lavoro, dal meritare addomandossi mercede. I^e
manifatture, cio tanto i lavori di mano che il
prezzo dato per essi, da mano e prezzo si dissero
manupretia. Coro//ar/o, se s aggiongea qualche
cosa sopra il dovuto ; nome derivato dalle coro
ne che su la scena s' usava dare agli attori quan
do piacevano. Preda quasi parida parta^
cio guadagnala a dauno del nemico. Premio da
preda, come quel tanto cbe se ne donava ad al
cuno per qualche bel fatto.
179. Dare perch sia ridalo si dMe mutuo
dal sicilisno \ da che propriameBle^
quale il descrive Sofroae, 90 aurC /,
cio grazia per grazia. Di qua viene anche mu^
nus in qaant significa dono ; pereh coloro che
hanno aniipo Mrviziato e grazioso, danno per
cortesiar, L altro munus che vale incarieo, dal
munire ; dacch s impone perch il comune sii
ben guardato, Quindi municipes quei ohe hanno
a reggere iasieme cotesti carichi.
180. La somma che si di in pegm> nei litigi,
si nom sacramentum da sacro, l'anto chi rido
mandava in giudicio, quanto chi negava, depo
nevano entrambi al ponte in alcune liti cinque
cento assi, in altre altra somma, secondoch era
stabilito dalle leggi : il vincitore pigliava indietro
da quel luogo sacro il soo {legno ; quello del vin
to s incamerava.
6
83 . TERENTI VARRONIS 84
181. Tributum dictum tribubus, quod ea
pecunia, quae poputo imperata erat, tributim a
ingUlje pro porlione census exigebatur. Ab hoc
ea quae assignata erat, attributum dictum ; ab
eo quoque, quibus attributa erat pecunia ut mi
liti reddant, tribuni aerarii dicti ; id quod at
tributum erat, ats militare. Hoc eat quod ait
Flautoe :
Cedit miles, aes petit;
et bine dicuntur milites aerarii, ab aere, quod
stipendia facerent.
182. Hoc ipsum stipendium ab stipe dictum,
quod aes quoque stipem dicebant. Nara, quod
asses librae pondo erant, et ^ qui acceperant ma>
iorem numerum non in arca ponebant ; sed in
aliqua cella stipabant, id eSt componebant, quo
minus loci occuparet ; ab stipando stipem dicere
coeperunt. Stips ab fortasse^ Graeco rer-
bo. Id apparet, quod, ut tura institutura, etiam
uuuc diis cum thesauris asses daut, stipem di
cunt, ct qui pccuniam alligat, stipulari et re-
stipulari. Militis stipendia ideo, quod eam sti
pem pendebant. Ab co etiam Ennius scribit ;
Poeni stipendia pendunt.
i 83. Ab eodem aere pendendo dispeiisator ;
et in tabolis scribimus expensumy et inde prima
pensio et sic secunda aut quae alia ; et dispen
dium ideo quod in dispendendo solet minus fie
ri ; compendium quod, quom compenditur, una
fit: a quo usura, quod in sorte accedebat, impen
dium appellatum ; quae non accederet ad sortem,
usu usura dicta, ut sors quod suum ft sorte.
Per trutinam solvi solitum , Testigium etiam
nunc manet in aede Saturni, quod ea etiam nunc
propter pensuram trutinam habet positam. Ab
aere aerarium appellatnm.
181. Tributo k da trib, perch le graiezze
imposte al comune esigevansi per trib secondo
estimo di ciascheduno. Quindi il soldo asse
gnato a qualcuno fi chiam attributum ; e gli
ufficiali, a cui consegnayasi il soldo da distribuire
assoldati, tribuni aerarli; ed aes militare il
soldo da distribuire. Onde aes lo chiama Plauto
ove dice ;
Va un soldato, e vien altro e il soldo chiede ;
e gli stessi soldati si dicono aerarii^ perch stan
no a soldo.
i8a. Questo soldo militare si chiam anche,
stipendio da stips ch'era quanto dir asse. Imper
ciocch pesando ogni asse una libbra, e per usan
do coloro che pi ne ricevevano, anzi che riporli
tu cassa, stiparli cio metterli a mucchi in qual
che stanza, perch pigliassero men luogo ; inco
minciarono a dirli cos quasi stipe : e forse la
prima origine n il greco arotfiti che Tale altre
s mucchio. Certo delP antico senso della Toce
stips abbiamo questi documenti che, secondo
uso entrato allora, chi d qualche asse in limo
sina nelle cassette degli dei, si dice anche oggid
stipem dare ; e obbligarsi in qualche somma
a vicenda si dice stipulari e restipulari. Adun
que da questa voce e da pendere cio dal pesare,
si son nomati stipendii le paghe de' soldati, per
ch gli assi non avevano anticamente conio, ma
si davano a peso ; onde Ennio scrsse :
Pesano i Peni gli stipendii,
volendo dire li pagano.
i 83. Cos dal pesarsi delle monete si chiam
economo; e ne'^quaderni diciamo
expensum, cio spesa, uscita, e prima pensio,
secunda pensio altra che sia, le varie rate dei
pagamenti. Cos dispendium si nomin il disa
vanzo, e compendium il guadagno ; quello dallo
scompartire il peso nelle due coppe della bilan
cia, questo dal riunirlo in una ; da che ivi s' ha
contrasto e perdita, qui aggiunta del contrappeso
al peso. Cos impendium si chiam V usura in
quanto appongasi al capitale ; perch altrimenti
se non si lascia ad aumento della sorte, s* detta
puramente usura dall' uso, come sorte si deno
min il capitale, perch la sorte che il d. Che
ne* pagamenti scusasse della bibncia, ne vediamo
ancora un indizio nel tempio di Saturno, dov'
erario; perche vi sta ancora in pronto una bi
lancia a uso di pesare. Aerarium poi da aes,
che vai rame o moneta di rame.
85 DE LINGUA LATINA LB. V.
8G
' X X X V I I . 184. Ad Tocabula quae pertinere
samiu rati, ea quae loca et ea quae in locis suDt,
satis arbitror dicta; quod ncque pamm multa
funt aperta, neque si amplias yelimus Tplumen
pateretur. Quare in proxumo, ut in primo libro
dixi, quod sequitur de temporibus dicam.
XXXVII. 1 8 4 . Quanto a'nomi de'luoghi c
delle cose che son ne' ruoghl, parmi a bastanza
ci che ho gi detto ; poich degli altri non pochi
son chiar per s; e s io volessi seguire, noi soster
rebbe il volume. Passer adunque a trattare nel
seguente libro, come ho promesso da prima, ci
che tocca ora riguardo ai (empi.
. TERENTI VARRONIS
DE LI NGUA LATI NA
AD . TULLIUM CICERONEM
LIBER SEXTUS
I. 1. O r i g i n e i Terboram quae sini locoram
et ea quae io his, in priore libro scripsi. In hoc
dicam de Tocabolis temporum et earum rerum
quae in agendo fiunt aut dicuntur cum tempore
liquo, ut sedetury ambulatur^ loquoniur. At-
que, si qua erunt ex diferso genere adiuncla,
potius cognationi Terborum quam auditori ca-
lumnianti geremus morem.
a. Huius rei auctor satis mihi Crysippus et
Antipater, et illi in quibus, si non tantum acu
minis, at plus literarum, in quo est Aristopha
nes et Apollodorus, qui omneis verba ex verbis
ita declinari scribunt, ut Terba literaa alia assu
mant, alia mittant, alia commutent, ut fit in turdo
et turdario^ turdo licet. Si declinantes Graeci
nostra nomina dicunt Lucienum Ktmuntiw et
Quintium Kotrrfv ; et 'hfiarafxc9 illi, nos Ari
starchum^ et / Dionem : sic, inquam, con
suetudo nostra multa declinavit a vetere, ut ab
solui solitus sum *, ab loeheso liberum^ ab
Lasibus Lares; qnae obruti Tetustate, ut pote
ro .eruere conabor.
II. 3. Bicemns primo de tfmporibni, qumn
quae per ea finnt, sed i t ot ante de natura co-
I. I. IVelP altro libro ho dimostralo le origini
delle parole che s ' appartengono ai laoghi ed agli
oggetti che sono in essi : in quest esporr i nomi
de' tempi e di quelle cose eh si fanno o dicono
con rispetto a tempo, come siedesi^camminasi^
parlano; e se rerrammi in taglio qnalehe vo
cabolo d'altra natura, ma pur legalo con questi,
(ar pi caso deir affinit de* vocaboli che delle
accuse di qualche maligno uditore.
. Bastami in questo fatto autorit di Cri-
sippo. e d* Antipatro e di quegli ^Jtri che, se han
meno acume, hanno per pi di lettere, come
Aristofane e Apollodoro, i quali lutti insegnano
da parole nascer parole, quali col prendere, quali
col gettar via, quali col cambiar qualche lette
ra, come avviene in tordo e tordaio^ che pur
deriva da tordo. Se i Greci, traendo alla loro
(orma i nostri nomi, dicono per Zu-
cieno e Ko/mof per Quin%io ; e il simile fac
ciamo noi de' nomi greci, declinando Aristarco
e Dione e gli altri alla nostra foggia ; nella stessa
guisa col mutare dei tempi ci siamo dilungali in
parecchie voci dall'antico uso, e non diciamo pi
soluiy ma solitus sum ; non loehesus^ ma Uher ;
non Lases^ ma Lares : e questi modi ornai se
polti dal tempo, mi stnier quanto posso per
dissotterarli.
II. 3. Prima di venire alle cote che si fan net
tempi, dir degli steflsi tempi, e innanxi a tutto
rum ; ea enim dux fuit ad yocabala imponenda
homini. Tempus esse dicunt inler?allum mundi
motus. Id divisum in parleis aliquot maiume ab
solis et lunae cyrsu; ilaquc ab eorum tenore
temperato dictum, unde tempestiva ; et
a molu eorum qui toto caelo coniunetus, mundus.
9*
4. Duo motus* solis: aller cum caelo, quo
ab oriente ad oc^casum Tenit; quo tempus id ab
hoc deo dies appellatur. Meridies ab eo quod
medius dies : D antiqui, non 11 in hoc dicebant,
ut Praeneste incisum in solario vidi. Solarium
dictum id in quo horae in sole inspiciebantur,
quod Cornelius in basilica Aemilia et Fulvia in
umbravit. Diei principium ma/ie, quod tum ma
nat dies ab oriente ; nisi potius quod bonum an
tiqui dicebat manum^ ad quoiusmodi religionem
Graeci quoque, quom lumen adfertur, solent di
cere .
. TERENTI VARRONIS
5. Suprema summum diei ; id a superrimo.
Hoc tempns XII tabulae dicunt occasum eue so
lis : led postea lex Plaetoria id quoque tempus
iobet esse supremum, quo praeco in comitio lu-
premam pronuntiavit populo. Secundum hoc di
citur a crepero. Id vocabulum sum
pserunt a Sabinis. Unde veniunt, Crepusci no
minati Amiterno qui eo tempore erant nati, ut
Zucif prima luce; in Reatino crepusculum si
gnificat dubium. Ab eo ret dictae dubiae cre-
perae^ qaod crepuiculm dies etiam nunc sit
an iam nox, mullis dubium.
6. iVbx, qnod, ut Catulus ait, omnia, nisi in
terveniat sol, pruina obrignerint, quod nocet,
nox ; nisij quod Graece ; nox. Quom stella
prima exorta ; cum Graeci vocant no
stri vesperuginem ut Plautus :
Neque vesperugo neque vergiliae occidunt ;
id tempuf dictum a Graecis Latine ve
sper :ut ante tolcm ortam, quod eadem stella vo-
della loro natura ; perch fu questa che servi al-
Vuomo di guida nel nominare le cose. Il tempo
dicon che sia intervallo del moto del mondo.
Se ne distinguon pi specie massimamente pel
corso del sole e della luna ; onde dalla loro tem
pera o regolato tenore, si disse tempo^ come ci
mostra il derivato tempestivo che se ne trae. Si
milmente dal moto di que' pianeti che con
giunto con tutto il cielo, fu denominato il mondo.
4. Due sono i moli del sole : uno quello, per
cui insieme col cielo va da oriente a occidente ;
c dal dio che muovesi, il tempo di questo moto
s* detto di. Meridies da medius e dies^ per
ch in fatto il mezzogiorno, e dagli antichi si
proferiva col D in luogo della R, come ho veduto
inciso neir orologio solare di Frenesie. E poich
qui viene in concio, orologio in genere si chia
ma solarium^ perch i primi orologi furono i
Molari, e fu poi Cornelio che introdusse un oro
logio air ombra nella basilica Emilia e Fulvia.
11 principio del giorno si disse mane, o perch
allora emanala luce dairoriente, o perch gli
antichi dicevano manus per buono ed aveano
forse un religioso costume simile a quello che
vediamo anche presso de' Greci, i quali allorch
recasi il lume, sogliono dire aya^o^y cio
buona luce.
5. Suprema lo scorcio del giorno ; voce
sincopata da superrima^ estrema. Nelle dodici
tavole dichiarato come il tramonto del sole : ma
la legge Pletoria stabil poi che s'abbia ad avere
altres per suprema queir ora, qual eh ella sia,
che il banditore avr annunziato come tale al po
polo nel comizio. 11 tempo chc vien dietro a
questo, si dice crepuscolo da creperus che si
gnifica incerto. E voce presa da' Sabini. I Crepu
sci in fatti hanno questo nome, perch in Ami
terno, donde vengono, cos chiamasi chi nasce
al crepuscolo, come Ludi son quei che nascono
sul far della luce ; e in quel di Rieti crepuscolo
si usa per dubbio. Quindi res creperae si dicono
i casi dubbiosi e di rschio, perch del crepuscolo
molti dubitano se ancor duri il giorno, o 9*abbia
gi incominciato la notte.
6. La notte si deMa nox dal nuocere ; per
ch se non sopravvenisse il sole, lutto, come
dice Catulo, resterebbe indurito dalle brine : se^
nonch forse dal greco / che vale il medesi
mo. Quando gi nata la prima stella ; da che i
Greci la chiamano Esper e Vesperugo i Latini
com' in Plauto, ove dice :
Non le Pliadi, non Esper tramonta;
perci questo tempo s'addomanda ^ dai
Greci e dai Latini vespero. E poich la stella
9^
93
DE LINGUA LATINA LIB. VI.
94
calar iuhar qaod iobaU, Pacuvinue didt pa
stor :
Exorto iubare^ noctis dcurso itinere ;
o qu3 i
jiiax^ quod * lumen, iubarne in coelo cerno ?
7. Intcr TeaperogiDem et abar dieta nox in
tempesta^ a l in Bruto Gaisii quod dicebat Lu
cretia :
Nocte intempesta nostram devenit domum.
Intempettam Aelius dicebat quom tempui agendi
est nuUuM ; quod alii ooncuhium appellarunt,
quod omnes tunc cubarent ; alii ab eo quod \e-
rtiur^ silentium noctis: quod idem Plautas tem
pus conticinium ; scribit enim :
Videbimus ; factum ifolo ; redito conticinio,
8. Alter motus solis est aliter ac * caeli, quod
moyetur bruma ad solstitiom. Dicta bruma^
quod brevissimus tunc dies est ; solstitium quod
sol eo die sistere Tidebatur, aut quod ad nos ver
sum proximum est solstitium. Quom venit in
medium spatium inter brumam et solstitium,
quod dies aequus fit ac nox, aequinoctium di
ctum. Tempus a bruma ad brumam dum sol re
dit, vocator annus ; quod, ut parvi circuli anuli^
sic magni dicebantur circites ani ; unde annus.
9. Unius temporis pars prima hiems^ qaod
tum mulli imbres ; hinc hibernacula^ hibernum :
vel quod tum anima quae Oatur omnium appa
ret, ab hiatu hiems. Tempus secundum i^er, quod
tum virere incipiunt virgulta ac vertere se tem
pus anni ; nisi quod Iones dicunt ver. Ter
tium ab aestu aestas; hinc aestivum; nisi forte
a Graeco Quartam autumnus-----
medesima innanzi al nascer del sole si chiama
tubar^ cio Lucfero, perch ha quasi una criniera
di luce ; perci dice quel pastore presso Pacuvio :
Sorto in cielo Lucfero, e fornito
Della notte il cammino;
ed nnio :
Che lame, Aiace, quel che in eielo io veggo f
Lucifero forse ?
in ambedue i quali luoghi per Lucifero detto
iubar.
7. Lo spazio dair apparire di Esper a quel
di Lucifero si chiatna nox intempesta^ come nel
Bruto di Cassio quando dice Lucrezia :
AI nostro tetto
Ei venne che gi ferma era la notte.
Elio dice chiamarsi notte intempesta quando
non pi tempo da far nulla ; e questo quello
spazio che altri dissero concubium^ perch tutti
ornai dormono ; altri silenzio della notte^ per
ch s tace. Pianto chiam conticinium questo
medesimo tempo, l dove scrive :
Il vedremo ; lo vo' ; toma qui a notte.
8. L ' altro moto del sole diverso da quello
del cielo, perocch muovesi dalla bruma al solsti
zio, cio dal tropico boreale alP australe. Bruma
si chiam quasi brevissima, perch' il giorno pi
corto ; solstizio poi da sole e da stare, perch
in quel giorno il sole sembra far sosta, e sta per
rivolgersi nuovamente a noi. Quando giunto
alla met dello spazio fra un tropico e altro,
quel tempo detto equinozio^ perch i giorni si
pareggiano con le notti. 11 tempo consumalo
.dal sole, partendo dal tropico boreale, per ritor
narvi, s* chiamato anno ; perch a quel modo
che i piccoli cerchietti s\addomandano anelli^
cosi i grandi cerchi si diceano ani ; donde poi
si fece anno.
9. prima parte di questo tempo, cio V
verno, s* dello hiems per le pioggie che allora ;
abbondano ; o dair iato della bocca, perch allo
ra, ce alcuno alita, se ne vede il fiato. Quindi /-^
bernacula i quartieri d inverno, ed hibernum il
luogo in cui svernasi. La seconda parte o stagio
ne, cio la primavera, s ' chiamata ver o da ver
de, perch allora rinverdiscon le piante, o da ver
ttre^ girare, perch il giro dell'anno si rinovella;
o forse meglio da tff che il nome, onde appel
lano g r Ioni. La terza stagione della estate dii
95
. TERENTI VARROmS
9
IO............... ab sole, tic mensis a lanae mola
clictus, dura ab iole profecta rursas redit ad eum
Iona, qiiod Graece olim dieta ^, nnde illorum
\ ab eo nostri. A mensibus intermestris
dictus, quod putabant inter prioris mensis sene
scentis extremum diem et novam lunam esse
diem ; quem diligentius Attici {wnv xmi vicv ap
pellarunt ; ab eo quod eo die potest fideri extre
ma et prima lana.
\\. Lustrum nominatum tempus quinquen
nale a luendo, id est solvendo ; quod quinto quo
que anno Tectigalia et ultro tributa per censores
persolvebantur. Seclum spatium annorum cen
tum vocarunt, dictum a sene, quod longissimam
spatium senescendorum hominum id putaraat.
Aesfum ab aetate omnium annorum ( hinc acf*-
quod facium est eeferniimj, quod Grae
ci mva : id ait Chrysippus esse aa/ Ab eo
Plautus :
ffon omnis aetas ad perdiscendum est satis ;
hinc poetae Aeterna tempU eo4li,
111. la. Ad naturalia discrimisa ciTiiia veca-
buia dierum accctserunt. Dicam pris qoi deo
rum causa, ium qui homioam sint instituti dies.
Agonales per quos rex in regia arietem immoUl,
dicti ab agone, eo quod ielerrogaiur principe
civitatis ei prioeeps gregi imaiolatur. Carmen
talia nomiMaMur, quod era tum et fieriae Car-
mentis.
i 3. Luperealia dicta quod in Lupercali lu-
perct sacra faciuni. Rex, qoonj fierias menstruas
Nonis Februariis edicit, hunc diena Februatum
appellat. Februum Sabini pargamcBlum, et id
iu sacris nostris verbum ; nam et Lupercalia fe
bruatio, ul in Antiquitatum libris demonstravi.
Quirinalia h Quirino, quod ei deo feriae el
coriun bominitm qui Furnacalibus suis non fue
runt feriati. Feralia ab inieris et ferendo, quod
ferant tam epuks ad sepulcrum, quibas ius iiii
aestus die quanto a dir caldo : se Don invece
dal greco che significa ardere. Quindi
aestivum il soggiorno da state. La quarta si disse
autunno . . . .
10. Come dal giro del sole, cos il
mese ebbe il nome dal moto della luna ; perch
il tempo eh' ella consama per ritornare in con
giunzione col sale dopo essersene allontanata,
la luna.dagli antichi Greci era detta /iifri ; onde,
anch' essi denominarono { i loro mesi, e di';
qua poi venne il nome latino. Da mese si chiam
intermestris V interlunio, cio quel giorno che
poneano in mezzo fra la vecchia luna e la nuova.
Gl! Attici il chiamarono pi propriamente w
*ai via cio Tecchia e nuova, perch in quel
giorno medesimo pu vedersi il fine dcHa pre
cedente e il principio dell' altra luna.
1 1. Lustro si disse lo spazio di cinque anni,
da luere che significa anche pagare, perch ogni
cinqn' anni per mezzo de' censori si pagavano
le gabelle e le contribuzioni spontanee. Secolo lo
spazio di cento aonii da seoe, cio vecchio ; per
ch cent' anni parve L pi che un uamo possa
invecchiarsi. Aevum^ da cui eterno sincopato da
aeviternus^ si chiam intera et, cio lo spazio
indefinito di tutti gli anni dal greco itkr che ha
lo stesso valore e che Crisippo dice formato da
all' oK che quauto a dire sempre esistente.
Quindi leggiaoio ia Plaolo :
Scarsa ad nn amante
Per apprender saria inlera etade ;
e i poeti chiamano efeme le regioni del cielo.
HI. l a. Alle naturali disttnziom de* tempi si
aggiunsero le civili eoi lor proprii nomi ; e fra
queste dir prima de'giorni presi per gH dei;
poi verr agli uomini. Giorni agonali son quelli^
in cui stabilKo che il saerificolo imraoH nella
reggia nn ariete. Si son chnmati cosi, perch il
ministro nel vibrare il colpo, domanda prima
agone? che tanto a dire quanto cA' io vibri?
e ci domandasi al sacrficolo cio al capo della
citt, e immolato il capo del gregge. Carmen
talie si dissero dalla dea Carmenta, di cui ca
dono in quei giorni i sacrifizii e le ferie.
i 3. Le Lupercalie trassero Hnome dal sacri
fizio che laperci Amno nel Lupercale. Il sacrift-
coo, quando alle none di Febbraio annunzia le
ferie del mese, chiama questo d Jehruato; perch
fehruo in sabino vale purificazione, ed voce
usata nei nostri riti, ed anche le Lupercalie sono in
latto una purificazione, come ha fatto vedere nei
libri delle Antichit. Le Quirinalie nomaronsi dal
dio Quirino, d cui sono la festa ; alla quale par-
tecipano^anchc tutti quelli che non festeggiarono
9^
DK tlNGUA LATINA LB. Vi.
9
pfireiiUre. Terminalia^ qaod la diet anni extre-
mot constilotas ; duodecimus tfnim mensit fait
Februarias, e t , quom inteMlatur, inferiores
quinque diet duodecimo demuntur mense. Equi
ria ab equorum cortu ; eo di enim ludis cur
rant in Martio campo
1 f . Liheralia dieta, quod per totum oppi-
dura eo die sedent sacerdotes Liberi, anni edera
coronatae, cum Hbis et foculo pro emptore sa
crificantes. In libris Saliorum, quorum cogno
men Agonensium, forsitan hic dies ideo appel
letur potius Agonia, Quinquatrus hic dies unus,
at nominis errore obserfatur proinde ut sint
quinque. Dictus, ut ab Tusculanis post diem tex
tum Idus similiter Tocatur Sexatrus^ et post
diem seplumnm Septimatrus; sic hic, quod erat
post diem quintam Idus, Quinquatrus. Dies Tii-
hulustrium appellatur, quod eo die in atrio Su
torio sacrorum tubae lustrantur.
15. Megalesia dicta a Graecis quod ex libris
Sybillinis arcessita ab Attalo rege Pergama, ubi
prope murum Uegalesion templum eius deae,
onde advecta Romam. Fordicidia a fordis bu
bus : bos forda quae fert in ventre. Quod eo die
publice immolantur boves praegnantes in curiis
complures, a fordis caedendis Fordicidia dicta.
Palilia dicta a Pale, quod ei feriae, ut Cerealia
a Cerere.
16. Vinalia a vino. Hic dies lovis, non Ve
neris. Huius rei cura non Icts in Latio ; nam
aliquot locis vindemiae primum ab sacerdotibus
publice fiebant, ut Romae etiam nunc ; nam fla
men Dialis auspicator vindemiam, et, ut iussit
inum legere, agna lovi facit, inter quoius exta
caesa et porrecta flamen primus vinum legit. In
Tusculanis sacris est Mriptum :
Vinum novum ne vehatur in urbem ante
quam vinalia kalentur,
Robigalia dicta ab Robigo: tecundum tegetet
haic deo tacrificator, ne robigo occapet tegetei.
17. Diet Vestalia^ ut virginei Vettales, ab
Vesta. Quinquatrus Minusculae dictae Ioniae
Idot ab similitodine Maiorum; qood tibicines
tura feriati vagantur per urbem, et conveniant
ad aedem Minervae. Dies Fortis Fortunae ap-
M. TiB. Vamohb, d e l l a lingua ,.
il loro giorno nelle Fomacalie. Le Feralie da
inferi^ morti, e ferre^ portare, perch in quel
giorno si portano i funerei cibi al sepolcro di fa
miglia da chi v'ha diritto. Le Terminalie da
termine, perch ivi finiva Panno, da che il duo
decimo mese era Febbraio, e, quando aggiungesi
il mese intercalare, al duodecimo si tolgono i
cinque ultimi giorni. Le Equirie dalle corte
eqnettri, di cui in quel giorno ti d spettacolo
nel campo Marzio.
14. Le Liberalie si son cos dette, perch in
quel giorno stanno sedute per tutta la citt come
sacerdotesse di Libero cio di Bacco, certe vec
chie incoronate di edera, con focaccie e fornelli,
sacrKcando pei compratori Ne' libri de'Salii so-
prannomati Agonesi, potrebbe essere che questo
giorno fosse perci chiamalo Agonie, 11 Quin
quatro che accasca qui, non che un d solo ; ma,
per un errore nato dal nome, si osserva come
fossero cinque. Si chiam Quinqoatro, perch'
il quinto giorno dagl' idi, come i Tusculani chia
mano ancora Sesastro il d sesto dagP idi, c set
timatro il settimo. La festa delle Tubilustrie
s ' cos nomata, perch in quel giorno si purifi
cano nell* atrio Sutorio le tube dei sacrfiii.
15. Le Megalesie coschiamaronsi con greco
nome, perch Megalesion il tempio di questa
dea presso alle mura di Pergamo, donde fu por
tata a Roma, quando per consiglio de'lihri sibil
lini fu domandata al re Attalo. Fordicidie si
dissero da forda e caedere^ perch in quel gior
no s'immolan dal pubblico nelle curie molte
vacche pregne che, da ferre cio dal portare nel
ventre, i Latini chiamano forde. Palilie dalla
dea Pale cui sono sacre, come Ceree/ie da Cerere.
16. Vinalie diconsi dal vino ; e bench t si
onori anche Venere, tuttavia son propriamente
festa di Giove. Del vino si prendeano nel Lazio
non lieve cura ; perch in pi luoghi la vendem
mia doveva esser fatta prima da'sacerdoti, sicco
me usasi anche presentemente in Roma ; poich
il flamine Diale apre egli la vendemmia, e dopo
avere ordinato che si colga uva, sacrifica a Gio
ve un' agnella, e in quel tanto che fra uccisio
ne offerta, coglie primo uva. Nel ceremo-
niale de' Toscolani sta scritto : Il vin nuovo non
si porti in cittdy se prima non siansi bandite
le Vinalie, Le Robigalie tratter il nome dal dio
Robigo, a cui si sacrifica pretto i teminati, per
ch le biade non tiano ofTete dalla mbigine, cio
dal melnme.
17. Come Vettali le vergini, coti Vestalie ti
ditte il giorno consacrato alla dea Vetta. Quin
quatrie minori chiamaron gl' idi di Giugno dalla
tomiglianza con le maggiori, perch ti fctteggia-
no da' tonatori girando per la citt e raccoglien-
7
99
. TERENTI VARRONIS
pelUlus ab Servio Tullio rege, qaoJ is fanum
ForUs FortuQie secundum Tiberim ezlra urbem
Romam dedicavit luuio mense.
18. Dies Poplifugia videlar oominaloi, quod
eo die lumuUu repente fageril populos ; non
mullo enim post hic dies, quam decessus Gallo
rum ex urbe, et qui tum sub orbe populi, ut
Ficuleates ac Fidenates et finitimi alii, contra nos
coniurarout. Aliquot huius diei vestigia fugae* in
sacris apparent, de quibus rebus Antiquitatum
libri plura referunt. Nonae Caprotinae^ qnod eo
die in Latio lunoni Gaprotinae mulieres saerif-
cantur, et sub caprifico faciunt ; e caprifico adhi
bent virgam. Cur hoc toga praetexta data e i s .....
19. Apollinaribus ludis docuit po
pulum. Neptunalia a Neptuno ; eius enim dei
feriae. Furrinalia Furrinae, quod ei deae feriae
publicae dies is ; quoius deae honos apud anti
quos; nam ei sacra instituta annua et flamen
attributus: nunc vix nomen notum paucis. Por
tunalia dicta a Portuno, quoi eo die aedes in
portu Tiberino facta et feriae institutae.
20. Vinalia Rustica dicuntur ante diem xiv
Kalendas Septembres, quod tum Veneri dedicata
aedes, et orti ei deae dicantur, ac tum fiunt feriati
olitores. Consualia dicta a Conso, quod tum fe
riae publicae ei deo, et in circo ad aram eius ab
sacerdotibus ludi illi, quibus virgines Sabinue
raptae. Volcanalia a Volcano, quod ei tum fe
riae, et quod eo die populus pro se in ignem ani
malia mittit.
a i . Opeconsiva dies ab dea Ope Consivia,
qaoius in Regia sacrarium, qood ideo artum, ut
eo praeter virgine Vestales et sacerdotem publi
cum introeat nemo. Is cam eaty suffibulum ut
habeat^ scriptam. Id dicitur ab subviendo, ut
subligaculum. Vortumnalia a deo Vortumno,
quoius feriae tum. Octobri mense Meditrinalia
dies, dictus a medendo, quod Flaccus flamen
Martialis diccbat hoc die solitum vinum novum
ut vetus libari et degustari medicamenti causa ;
quod facere solent etiam nunc mulli, quom di
cant ; Novum vetus vinum bibo ; novo s*eteri
vino morbo medeor.
dosi nel tempio di Minerva, ita feste di Forte
Fortuna ebbe il nome e orgine dal re Ser
vio Tullio che nel mese di Giugno dedic il
santuario di questa dea foor di Roma lungo il
Tevere.
i8 Il giorno del Poplifugio p r cos nomi
nato per ci che in esso sia fuggito il popolo le
valo ad improvviso tumulto. Ed in vero questo
d poco dopo a quello, in che i Galli lasciarono
Roma ; al qual tempo i Ficolesi e i Fidenati ed
altri popoli presso, che formavano alloca i sob
borghi di Roma, le congiurarono contro. Ne' sa-
crifizii di questo giorno v'han.pi ricordi che
accennano a si fatta fuga : ipa di queste cose ho
trattato pi pienamente nei libri delle Antichit.
None Caprotine si d isser, perch nel Lazio le
donne in quel d sacrificano a Giunone Caproti-
na, e questi sacrifizii si fanno sotto on caprifico,
e vi si usano verghe di caprifico. Perch poi in
questo giorno concedasi loro la pretesta,.............
19................insegn al popolo co' giuochi A-
pollinari. Nettunalie chiamaronsi da Nettuno^
perch son feste d questo dio. Furrinalie da
Forrna, della qual dea questo giorno era la pub
blica festa. Perocch questa dea era in onore
presso gli antichi, talch le avevano istituito sa
crifizii annuali ed assegnato un flamine : ora po
chi sono che ne conoscano appena il nome. Por
tunalie si dicono da Portuno, a cui in quel gior
no fu dedicato un tempio nel porlo del Tevere
ed istituita una festa.
ao. Si d il nome di Vinalie rustiche al di
ciannove d' Agosto, perch in quel giorno si de
dic un tempio a Venere, ed a questa dea sono
sacri gli orti ; onde d feriato per gli ortolani
Le Consualie trassero il nome da Conso> a cui
onore si fanno allora pubbliche ferie, e da' sacer
doti nel circo presso all' ara di questo dio si ce
lebrano que giuochi, ne' quali furono rapite le
donzelle sabine. Le Fulcanalie cosi chiamaronsi
da Vulcano, perch son feste di lui, e perch il
popolo in questo giorno getta nel fuoco animali
in cambio delle proprie vile.
a i . La festa Opiconsiva ebbe il nome dalla
dea Opi Consivia, di cui nella Reggia sta il san
tuario, stretto a bello studio perch non vi possa
entrare nessuno oltre alle Vestali e al pubblico
sacerdote. Al .sacerdote leggiamo prescritto che,
quando v' entra, abbia una specie d'accappaloid
che vi chiamato suffibulum ; e questa voce I
da subviere^ cio legare di sotto. Vertunnalie s
dissero dal dio Vertunno, di cui sono ferie. Lei
Meditrinaliey che sono in Ottobre, dal medica
re ; perch in questo giorno, a detta di Fiacco
flamine marziale, s' usava libare ed asuggiare il
vin nuovo, chiamandolo vecchio e considerandolo
100
DE LINGUA LATINA LIB. VI.
32. Fontanalia a Fonte, quod is dies feriae
cius : ab eo Ium et in fontes coronas iaciunt et
puteos coronant. Armilustrium ab eo quod io
armilustrio armati sacra faciunt, nisi locus potius
dictus ab his; sed quod de his prius, id ab lu
dendo aut lustro, id est quod circumibant luden
tes ancilibus armati. Saturnalia dicta ab Saturno,
quod eo die feriae eius, ut post diem tertium
Opalia Opis.
23. Angtronalia ab Angerona, quoi sacrifi
cium ft in coria Acculeia etquoius feriae publi
cae is dies. Larentinae^ quem diem quidam in
scribendo Larentalia appellant,ab AccaLareotia
nominatus, quoi sacerdotes nostri publice paren
tant, secto die, qui ater dicitor dum parentatam
Accde Larcntinis.
24. Hoc sacrificium.'fit in Velabro, qua in
No?am viam exitur, ut aiunt .quidam, ad sepul
crum Accae ; ut quod ibi prope faciant Diis Ma
nibus Serxilibus sacerdotes ; qui uterque locos
extra arbem antiquam fuit non longe a porta
Romanula, de qua in priore libro dixi. Dies Septi
montium nominatus ab his septem montibas, in
quis sila Urbs est ; feriae non populi, sed monta-
norom modo; ut Paganalia^ qoi sunt aliquoiot
P*g
25. De statutis diebus dixi ; de annalibus nec
dum statutis dicam. Compitalia dies attributas
laribus Vialibus ; ideo ubi Tiae competunt, tum
in competis sacriHcatur. Quotannis is dies conci
pitur. Similiter Latinae feriae dies conceptivos,
dictas a f^tinis popolis, qoibus ex Albano monte
ex sacris carnem petere fuit ius cum Romaais, a
quibus Latinis I^lioae diclae.
36. Semtntipae feriae dies is qui a Pontifici-
bufldictus; appellatos a semente, quod sationis
causa susceptae. Paganicae eiusdem agriculturae
causa sosceptac, ut haberent omnis pagus, unde
paganicae diclae sunt. Praeterea feriae concepti
vae, ^oae non sunt annales ; ut hae quae dicuntur
sine proprio Tocabolo, aut cum pcrspicoo at No
vendialis sont.
qoal medicina. Molli il sogliono fare anche ades
so, dicendo certe parole che cos suonano :
Yin nuovo-vecchio beo ; curo con tale
Vio nuovo-vecchio il male.
22. Fonlanalie da Fonte, di cui qoel gior
no la festa ; onde allora gettan corone ne' fonti
ed inghirlandano i possi. Armilustrio dal nome
del luogo, in cui sacrificano armati ; se per al
contrario non fu il luogo che traue il nome dalla
festa. A ogni modo quello che primo si chiam
da lodo o da lustro^ perch giravano giocando
armati d' ancili. Saturnali si dissero da Saturno,
di coi son festa ; come, tre giorni dopo, le Opa
He da Opi.
23. Angeronalie da Angerona, coi si sacri
fica nella coria Accoleia, e di cui in questo giorno
si fa dal pubblico la festa. Larentine^ o Laren-
talie^ come alcuni le dicono, nome tratto da
Acca Lareniia, a cui i sacerdoti romani fanno
pubbliche esequie, dimezzando il giorno, che di
cesi atro finch non sieisi fatte ad Acca le dette
esequie.
24. Questo sacrifizio si fa nel Velabro, dove
si sbocca in Via Nuova al sepolcro d'Acca, come
alconi il dicono, poco discosto al sito, in cui i
sacerdoti similmente sacrificano ai Mani Servili.
Ambedue questi luoghi son foori dell' antica cer
chia, non lungi da porta Romanula, di cui ho
parlato nel precedente libro. La festa del Setti
monzio s ' nominata dai selle monti, su cui
posta Roma^ e non feria del popolo, ma de' col
ligiani soltanto ; come le Paganalie son ferie di
qoe' ch' appartengono a qualcbe pago.
25. Delie feste fsse ho parlato ; di qoelle che
si celebrano ogni anno, ma non han per ancora
giornata fssa, parler ora. Le Compitalie son
festa assegnata a' Lari Viali ; onde in essa sacrifi
casi ne'crocicchi ohe i Latini chiamano compita
da competere^ cio dal mettervi capo pi vie.
Festa non fissa son anche le Ferie Latine^ che s
stabilivano da' popoli latini che avean diritto di
partecipare in un coi Romani alle carni de' sacri-
fizii su '1 monte Albano, onde da que Latini
s'addomandaron latine.
26. Le ferie Sementive si stabiliscono da' Pon
tefici, e traggono il nome da semente, perch
istituite per la seminagione. Le Paganiche furo
no ancb' esse istituite per la coltivazione de' cam
pi, sicch vi dovessero partecipare insieme tutti
quelli d' uno stesso pago ; e per questo si sono
dette pagaoithe. Havvi inoltre delle ferie mobili
che non fannoei ogni anno; qaalison quelleehe
non hanno alcon nome proprio, ma eoi generale
vocabolo chiamansi conceptivae^ cio non fisse.
i o3 . I bREMTl VRROms
.o4
1V. 2j. De hie diebug nuiic iam, qui hominam
causa constiluli, rideamus. Primi dica roensiuro
nominali Calendae ab co quod bis dieboi calan
tur eius mensis Nonae a poniifcibus, quintanae
an septimanae sint futurae, in Capitolio, in curia
Calabra sic : Dies te quinque calo luno Casella.
Septem dies te calo luno Coiteli a.
a 8 . 19onae appellatae aut quod ante diem no
num Idus semper, aut quod, ut noTUs annus Ca
lendae Isnuariae ab sole appellatae, novus
mensis b * no?a luna Nonis ; eodem die enim in
urbem ab agris ad regem conveniebat populus.
Harum rerum veeUgia iu sacris Nonalibus in arce,
quod tunc ferias primas menstruas quae futura*e
sint eo mense, rex edicit populo. Idus eo quod
Tusci Itus, ?el poliufl quod Sabini Idus dicunt.
29. Dies postridie Calendas, Nonas, Idus ap
pellali /ri, quod per eos dies novi incipercnl.
Diesfasti^ pt*r quos praetoribus omnia verba
sine piaculo licet fari. Comitiales dicti, quod tum
ut esset populus constitutum est ad suffragium
ferendum ; nisi si quae feriae conceptae essent,
propter quat non liceret, ut Compitalia el La
tinae.
3o. Contrarii horum vocantur dies nefasti^
per quos'dies nefas fari praetorem do^ dico^ ad-
dico ; itaque non potest agi, necess^enim aliquo
eorum uti verbo, cum lege quid peragitur. Quod
si tum imprudens id verbum emisit ac quem ma
numisit, ille nihilo minus est liber, sed viti ; ut
magistratus vitio crcatus nihilo secius magistra
tus. Praetor qui tum fatus est, si imprudens fecit,
piaculari hostia, facta piatur; si prudens dixit,
Quintus Mucius ambigebat eum expiari, ot im
pium, non posse.
Si. Intercisi dies sunt per qaos mane et ve
speri est nefas; medio tempore inter hostiam cae
sam et exta porrecta fas: a quo, quod fastum
ioierccdit aut eo est intercisnm nefas, intercisum.
Die qui Tocatur sic: Quando rex comitiavit^
o se han nome proprio, P hanno per s patente,
come le Novendiali,
27. Ma tempo omai che parliamo de gior
ni istituiti per gli nomini. Il primo di ciaKun
mese si nom calende da calare che t u o I dir
chiamare, perch in quel giorno i pontefici nella
curia Calabra, in Campidoglio, chiaman le none,
cio bandiscono se saranno a d cinque o sette del
mese, con queste parole : Per cinque^ o Per sette
giorni ti chiamo Giunone Covella^ cio luna
nuoTa.
* a8. None si dissero, perch sono immutabil
mente il d nono innanxi agl' idi ; o a quel modo
che le calende di Gennaio dal nuovo sole si son
chiamate anno nuovo, cos esse dalla nuova luna
possono essersi chiamate none, quasi mese nuo
vo; perocch in quel giorno concorreva il popolo
dalla campagna in citt presso del sacrificolo. Di
queste cose resta un ricordo ne' sacrifizii che si
fan nella Rocca il di delle none ; da che in essi il
sacrificolo pubblica il principio di ciascuna feria
che dovr osservarsi in quel mese. Idi chiama-
ronsi, perch gli Etruschi li dicono i/i, o meglio
perch i Sabini li dicono parimente idi.
39. I giorni che seguono immediatamente alle
calende, alle none d agl idi si dissero a/ri, per
ch da essi incominciano nuove serie di giorni.
Fastiy da fari cio dire, si chiamarono quelli, in
cui i pretori possono pronunziare senza sacrilegio
qualunque delle lor parole solenni. Comiziali^
da comizii, quelli in cui era stabilito che il po
polo si raccogliesse a render partito, se non fosse
stala qualche feria mobile, come le Compitali o
le Latine, che lo vietasse.
30. 1 giorni di natura contraria a questi si son
chiamali nefasti ; vale a dire son quelli in che
vietato al pretore di profferire le parole do^ dico,,
addico^ cio do, giudico, aggiudico ; onde in quei
giorni non pu tenersi ragione, perch, quando
si d sentenza, d ' uopo usare qualcuna di quelle
tre parole. Che se un pretore in un di que' giorni
rabbia profferita inavvedutamente e con essa
abbia affrancato alcuno; l'affrancato libero,
bench dalla parte del pretore v' abbia difetto ;
come un magistrato per difetto d'elezione non
resta d'essere magistrato. Bens il pretore che
pronunzi in quel giorno quella parola, se fu
inavvertenza, se ne dee purgare con vittime espia
torie ; e se fu malizia. Quinto Mucio era di cre
dere che, siccome empio, non si potesse n anco
espiare.
3 1. Giorni intercsi son quelli, in cui la mat
tina e la sera nefasta ; ma il tempo che si fram
mette tra l'occision della vittima e l'offerta delle
interiora, tutto fasto ; sicch da questo interce
dere di tempo fasto, o meglio dall' esserne inler-
io5
DE LINGUA LATINA LIB. VL
i 6
fas^ is fliclus ab eo qaoJ co die rex sacrifictolug
ilal ad coroiliuro, ad quod lempag est nefag, ab
eo fas ; iUqne post i*l teropus lege acturo saepe.
3a. Dies qui Tocalur : Quando stercum de-
latum^fas^ ab eo appellatos quod eo die ex aede
VesUe stercns eTerritor et per Capitolinum cli-
Tom io locum defertur certum. Bies Alliensis
ab Allia A u t o dictus; nam ibi exercitu nostro
fugato Galli obsederunt Romam
33. Quod ad singulorum dierum Tocabula
pertinet dixi. Mensium Tocabula sunt aperU fere,
si a Martio^ ut antiqui constituerunt, numeres.
Nam primus a Marte. Secundus, ut Fulfius scri
bit et lunius, a Venere* quod ea sit Aphrodite ;
quuius nomen ego antiquis literis quod nusquam
inTeni, magis polo dictum, quod ver omnia ape
rit, Aprilem, Tertius a maioribus ; quar
tus iunioribus dictos lunius.
34 Dehinc quintus Quintilis^ et sic deinceps
usque ad Decembrem, a numero. Ad hos qui ad
diti, prior a principe deo lanuarius appellatus ;
posterior, ut idem dicunt scriptores, ab diis in
feris Februarius appellatos, quod tum his pa
rentetur. Ego magis arbitror Februarium a die
februato, quod tom febroatqr popolos, id est lo-
percis nudis lostrator antiquum oppidum Palati
num gregibus humanis cinctum.
V. 35. Quod ad temporum vocabula Latina
attinet, hactenus sit satis dictom: nunc quod ad
eas res attinet quae in tempore aliqoo fieri ani-
madverterentor, dicam, ot haec sont : legisti^
cursus^ ludens. De qois doo praedicere volo,
quanta sit mnltitodo eorom, et quae sint obMU-
riora quam alia.
36. Quem Terborom declinatuum genera sint
quattuor, unum quod tempora adsignificat neqoe
habet casos, ot ab lego legis^ alterum
quod casus habet neque tempora adsignificat, ut
ah lego leetio et lector; tertium quod habet
utrumque et tempora et casus, ut ab lego legens^
lecturus ; quartum quod neutrum habet, ut ab
lego lecte ac lectissime : horum vocabulorum si
primigenia sont ad mille, uk Cosconius scribit,
e i eorum dcdiaaiionibus verborom discrimina
cito il nefasto, son detti giorni intercisi. II dl che
si chiama : Quando rex comitiavit Jas, cio fa
sto dopo che il re fu al comizio, s' cos nomato
perch in quel giorno il re sacrificolo dee andare
al comizio, e sino a queir ora tempo nefasto,
da indi in poi^fasto, e per spesse volte dopo quel-
ora fu tenuto ra^one.
3a. 11 dl chiamato : Quando stercum dela
/cim, fas ; cio fasto dopo che fu portato via lo
sterco, s ' cos detto perch in quel giorno si
leva lo sterco dal tempio di Vesta e pel divo ca
pitolino trasportasi nel luogo assegnalo. Giorno
Alliese si disse dal fiume Allia, perch ivi i Galli
ruppero il nostro esercito e ne passarono a strn
ger Roma.
33. Quanto a' nomi de' vsrii giorni particola
ri, basti sin qui. Per ci che s appartiene a'mesi,
i loro nomi son quasi tatti chiar, le li conti da
Marzo^ secondoch li hanno ordinali gli antichi.
Perocch il primo da Marte. 11 secondo, Fulvio
e Giiinio il voglion da Venere, perch si chiama
Afrodite : ma io, non trovandola nominata in al
cuna delle nostre antiche scritture, credo in vece
che siasi detto Aprile pe ci che la pnmave-
ra apre ogni cosa. 11 terzo denominato Mag^
gio da' maggiori d' eia, come Giugno il quarto
da' giovani.
34.1 seguenti traggono il nome dal loro nu
mero, come Quintile dall' essere il quinto, e cos
gli altri fino a Dicembre. Dei due mesi aggiun
ti, il primo si chiam Gennaio da Giano, dio
principale ; il secondo avviso ai sopraccennati
autori che siasi delto Febbraio dalle esequie che
si fanno allora agli dei infernali : ma mi quadra
meglio che Febbraio sia dal d februato^ in cui
si purBca il popolo, cio i luperci ignudi giran
purgando l'antico castello Palatino, circondato
un tempo da greggi ed ora da uomini.
V. 35. DI ci che ragguarda i nomi latini
de* tempi parmi aver detto a bastanza ; dir ora >
di ci che appartinosi alle cose che notansi sicco
me falle in qualche tempo, quali sono leggesti^
corso^ giocante. Della qual ipatera parlando,
voglio premetter due cose, cio come grande sia
la quantit di cos fatti vocaboli, e quali sieno pi
oscuri degli altri.
3G. Quatlro sono le specie di derivativi fatti
da verbi : una hu la distinzione de' tempi, ma non
ha casi, come quando da lego si fa legis e leges ;
la seconda ha casi, ma non distinzione di tempi,
come, dallo stesso lego^ lectio e lector ; la terza
ha tutte e due queste cose cio casi e tempi, come,
parimente da lego^ legens e lecturus ; la qnarla
non ha n una n l ' altra cosa, come lecte e lectis
sime dallo stesso lego. Poniamo adunque che sia)
un migliaio di primitivi : variandoli secoudo tutie4
7
51. TERENTI VARRONIS to8
qiiiogenta milia esse possant iJeo, qaia singulis
verbis primigeniis drciler qaingcntae species de
clinationibus fiunt.
3^. Primigenia dicantur verba at lego^ seri
bo^ stoy sedeo et cetera quae uon sant ab alio
quo verbo, sed suas hibent radices. Contra verba
declinata suut quae ab alio quo oriuntor, ut ab
lego legii^ l^garn^et sic indidem hinc pe r -
multa. Quare si quis primigeniorum Terbornm
origines ostenderit, si ea mille sunl, qningentum
railium simplicium verborum causas aperuerit
uoa ; sin nullius, tamen qui ab his reliqua orta
ostenderit, satis dixerit de originibus verborum;
quom, unde nata sint, principia erunt pauca;
quae inde nata sint, innumerabilia.
38. A quibus iisdem principiis, antepositis
praeverbiis paucis, immanis verborum accedit
numerus ; quod praeverbiis mutatis, additis atque
commutatis aliud atque aliud fit ; ut enim pro
cessit et recessit^ ixK^accessit et abscessit ; item
incessit et excessit^ sic successit et decessit,
concessit et discessit ^Quod si haec decem sola
praeverbia essent, quoniam ab uno verbo decli>
nationum quingenta discrimina fierent, his de
cemplicatis coniuncto praeverbio, ex uno quinque
milia numero efficerent ; ex mille ad quinquu
gies ceotum milia discrimina fieri possunt.
39. Denocritu, Epicurus, item alii qui infini
ta principia dixerunt, quae unde sint non dicunt,
sed quoiusmodi siot; tamen faduni magnum,
quol, quae ex hia constant in mundo, ostendunt.
Quare si Etymologos principia verborum postu
let mille, de quibus ratio a se non poscatur, et
reliqua ostendat, quod non postulet ; tamen im
manem verborum expediat numeram.
4a De multitudine qnoniam quod satis est
admonui, de obscuritate pauca dicam. Verborum
quae tempora adsignificant, ideo locus difficilli
mus %^ quod nequ his fere societas cum
Graeca lingua, neque vernacula ea, quorum in
partum memoria adfuerit nostra. De quibus, ut
dixi, quae poterimus.
le quattro specie predelle, noi ne potremo avere,
come scrive Cosconio, fino a cinquecento migliaia
di forme diverse; poich da ogni primitiv sene
fanno da cinquecento.
37. Primitivi diconsi que verbi, come legg^
scrivo^ stOy siedo e gli altri, che non derivano da
alcun altro verbo, ma hanno in s le loro radici.
Derivativi in vece son quelli che nascono da
nn'altra forma, come leggiy legge^ legger ed
altri mollissimi che nascono tutti da leggo. I>aon-
dechi abbia dichiarato le orgini de* primitivi, se
questi sian mille, avr dichiarato a un tempo le
origini di cinquecentomila parole semplici ; e po
niamo non ne dichiari alcuna, ma fiiccta solo di
rapportare a'primitivi tutti i lor derivati, non di
meno avr fatto assai quanto alle origini delle
parole; perch le radici, onde nascono, saran
pochissime, e i derivativi che ne nascono, innu
merabili.
38. S aggiunge a questi un infinit di parole
che si fan tutte da que' primitivi medesimi col
premetter loro poche preposizioni ; poich dalle
varie combinazioni di queste e accozzate e scem
pie s' hanno altrettanti verbi diversi. Cosi da
cedere^ con aggiunta delle particelle pre o re,
s indicher avanzarsi o il ritrarsi ; con le par
ticelle ab o abs^ accostarsi o lo scostarsi ; con
la in o la ex il venire o il partirsi ; con la sub o
la de, il sottentrare in un luogo o il levarsene ;
con la cum o la dis^ accompagnar visi agli altri
o lo scompagnarsene. Ancorch le particelle che
possono preporsi a' verbi non fossero che queste
dieci ; tuttavia, formandosi da un solo verbo cin
quecento voci diverse ed essendo dieci i verbi
che per quella unione si traggono da un sol pri
mitivo, pigliato il decuplo di cinquecento, si
avrebbero cinque mila voci derivative per ciascun
verbo primitivo, e cinque milioni per mille.
39. Democrito, Epicuro e gli altri che pon
gono un indefinito numero d'elementi, di cui
non dicon le orgini, ma solo le propriet, senza
pi fanno assai col dichiarare le cose che nascono
da quegli elementi nell'universo. Cos se un eti
mologista assuma un migliaio di vocaboli elemen
tari, di cui non gli si abbia a chieder ragione, ma
bens da questi la renda di tutti gli altr ; non
istar per questo eh*egli non ispieghi un numero
tragrande di vocaboli.
40. Detto cos quanto basta su la moltitudine,
resta c h ' i o dica qualche parola su oscurit.
L etimologia delle voci che denotano tempo
tema difficilissimo ; perch fatti vocaboli rars-
sime volte hauno che fare col greco, e come no
strali hanno orgine cosi rimota, che non me
moria la qual vada s addietro. Ne dir adunque,
come ho gi avvertito, quel che potr.
109
DE LINGUA L\ 1 INA LIB. VI. no
41. Incipiam hinc primum quod dicitur ago,
Aelio i b agitatu facta ; hinc dicimua agit gestum
tragoedus, ct agitantur quadrigae ; hinc agitur
pecus pasturo. Qua agi potest, hinc angipor
tum ; qua nil potest agi, hinc anguliis ; quod in
eo locus angustissimus, quoius loci is anguKis.
VI. 4a. Actionum trium primus agitatus men
tis ; quod primum ea quae sumus acturi cogitare
debemus, deinde tum dipere ac (acere. De his
tiibus minime putat Tolgos esse actionem cogita
tionem: tertium, in quo quid facimus, id maxu-
mum ; sed et quom nos agitamus quid ei eam
rem agitamus in mente, agimus. Itaque ab eo
orator agere dicitur causam, et augures agejre
augurium dicuntur; quom in eo plura dicant
quum faciant.
43. Cogitare a cogendo dictum qoom * mens
plura in unum cogit, unde eligere possit. Sic e
lacte coacto caseus nominatus ; sic ex hominibus
concio dicta ; sic co'tnptioy sic compitum no
minatum. A cogitatione concilium ; inde consi
lium ; quod et vestimentum apud fullonem quom
cogitur, conciliari diclum.
44* Sic r e m i n i s c i ea quae teuaitmens
ac memoria, cogitando repetuntur. Hinc etiam
comminisci dicturo a con et mente, quom fin
guntur iti mente quae non sunt; et ab hoc illud
quod dicitur eminisci^ quom commentum pro
nuntiatur. Ab eadem roente meminisse dictum ;
et amens qui a roente sua descendit.
45. * Meminisse a memoria^ quom id, quod
remansit in mente, init, quod rursus movetur ;
quae a manendo ut manimoria, potest esse dicta.
Itaque Salii quod cantant Mamuri Veturiy si
gnificant veterem memoriam. Ab eodem monere.^
quod is qui monet proinde sit ac memoria. Sic
monimenta quae in sepulcris ; et ideo secundum
viam, quo praetereuntis admoneant et se fuisse
et illos esse mortalis. Ab eo cetera quae scripta
ac facta memoriae causa, monimenta dicta.
41. Gominciero prima dalle cagioni del verbo
agere. Azione si disse, quasi agitazione, dal muo
vere; code agere s" usa del tragico che atteggia,
e della qaadriga che scorgesi, e dell armento chc
menasi alk pastura. Quindi angiporto^ simil
mente da agere^ dove appena si pu passare ;
ed angolo^ dove pi non si passa ; perch d* on
luogo qualunque, angolo la parte, in cui pi
angusto.
VI. 43. Delle tre maniere d'azioni che s'han
no a distinguere, la prima quella della mente ;
perch, qualunque cosa abbia a farsi, bisogn
prima peiMare, e poi dire e lare. Di questa prima
maniera, cio del pensiero, il volgo non s avvede
eh un azione. Gerto azione massimamente la
tena, in cni facciam qualche cosa : m anche
quel moto spirituale della roente che raggira in
s alcuna cosa, bench non appaia di fuori,
azione; e per giustamente dicesi agifare la cosa
chi la considera dentro da s. Per simil ragio
ne diceai deir oratore che tratta nna cau
sa, e deir augure che interpreta gli auspicii;
tuttoch uno e altro vi spendano pi parole
chc fatti.
43. Cogitare si disse da cogere che significa
radunare ; perch la mente, quando che pensa,
raduna in s molle cose, da cui poter poi fare la
scelta. Dallo stesso verbo si chiam cacio il latte
rappreso, e coacione una radunanza di uomini ;
e nella stessa guisa da altri verbi si chiam com-
ptio la compera di pi cose a un tempo, e com
pitum il luogo dove concorron pi vie. Simil
mente dair ammassare si nom il concilio^ donde
poi consiglio ; perch conciliare dicono i Latini
anche de' panni, quando si ammassano e pigiano
presso il purgatore.
44. Gos reminisci si chiam il rammentare,
perch* ripetere co! pensiero ci che la memoria
e la mente hanno conservato. Quindi, da con e
da roente, si disse in vece comminisci chi finge
nella sua mente ci che non ; ed eminisci chi
10 esprme altres con parole. Per simil ragione
11 ricordare si chiam meminissent ed amens chi
fuori di roente.
45. Meminisse vien da memoria ; ed quan
do essa, movendosi indietro, rincontra ci che
rroase nella mente; sicch potrebbe essersi detta
memoria dal rimanere e dal muovere, quasi ma-
nimoria. Gosl i Salii, quando cantano Mamuri
Veturiy vogliono dire memoria antica. Dalla stes
sa (bigine venne monere^ perch chi ammonisce
altrui gli tien vece di memoria. Perci monimen
ta si dicono le inscrizioni de sepolcri ; e pongoosi
appunto lungo la via per ricordare a chi passa
che anch' egli, come coloro che sono ivi sepolti,
dovr morire. Di qui roonumcuti si chiamano
. TERENTI VARRONIS
46. Curare a cura dictam ; cura qaod cor
urat ; curiosus^ qui hac praeter modum utitur.
Recordare rursus in cor revocare. Curiae^ ubi
scoatus rempublicam curat, et illa ubi cura sa
crorum publica : ab his curiones.
47. Folo a voluntate dictum et a Tolatu, quod
animus ita est, ut puncto temporis pervolet quo
volt. Lubere ab labendo dictum, quod lubrica
nens ac prolabitur, ut dicebant olim. Ab luben-
do iibidOf libidinosus ac Poenus Libentina et
Libitina ; sic alia.
48. Metuere a quodam motu animi, quom id
quod maium casuram putat, refugit mens. Quom
vehementius in movendo, ut ab se abeat, foras fer
tur, ; quom pavit, ab eo pavor.
4g. * Hinc etiam, ut * metuo mentem quo
dammodo moto, vel metuisti amovisti ; sic, quod
frigidus timor, tremuisti timuistt Tremor di
ctum a similitudine vocis quae tunc quom valde
tremunt, apparet. Quom etiam in corpore pili ut
arista in spica hordei, horrent.
5o. Maerere a marcere, quod etiam corpus
marcesceret. Hinc etiam macri dicti. Laetari ab
eo quod latius gaudium propter magni boni opi
nionem diffusam. Itaque luventius ait :
Gaudia sua si omnes homines conferant
unum in locum^
Tamen mea exsuperet laetitia.
Sic quom se habent, laeta,
5 r. Narro cum alterum facio narum ; a quo
narratio^ per quam cognoscimus rem gestam.
Quae pars agendi est ab dicendo, ac sunt aut
coniuncta cum temporibus aut ab*his ; eorum hoc
genus videntur (.
anche tutte le altre cose o fcritte o fatte per con-
servar la memoria di qualche cosa.
46. Curare si ditte da cura ; cura da cor ed
urere^ quasi brncior di cuore : donde curiosus
chi usa di troppa cura. Da cuore si disse anche
recordare il richiamare in cuore ; e da cura pre
sero il nome le curie^ s quelle dove il senato ha
cura della repubblica, e s altre dove il pubbli
co ha cura delle cose sacre : donde curioni i sa
cerdoti di queste curie.
47. yolo si disse ugualmente nel senso di vo
lere e in quel di volare, perch anima di tal
natura che vola in un attimo a ci eh' ella vuole.
Lubere fu detto di cosa che piaccia, da labi cio
sdrucciolare ; perch a ci che la alletta anima
lubrica e piglia presto andare ; onde prolabi
dicean gli antichi questo correr df 1 anima a' pia
cimenti. Di qui libidine e libidinoso e Vener
Libentina e Libitina ed altri si fatti.
48. Metuere si chiam il temere da un certo
moto dell* animo, onde rifugge da un male che
stima gli abbia ad accadere. Che se pel troppo
impeto di questo moto animo spinto fuor di
s stesso, cos fatto timore da fuori si disse for^
mido; e se fa battere il cuore, da pavire cio daf
battere s* dett pavor,
49. * Quindi anche, a quel modo che si disse
metuere dal muovere o per un certo agitarsi del-
animo o pel fuggire eh* ri fa; cos, per quel
brivido cui produce il timore, si nom il temere
dal tremare ; e ce ne ia fede la maggior somi
glianza de' due passali tremui e timui, li tre
mito poi si nom per imitazion della voce, qual
essa appare in chi trema assai. Che se di pi s'ar
riccino i peli nel corpo, dal somigliare alle resi
d orzo, questo si chiam inorridire,
50. Maerere si disse V essere afiBitti dal mar
cire, perch l'afflizione dell*animo strugge anche
il corpo. Di qui pure venne il nome a' magri.
Laetari dissero il gioire da lato cio largo, per-
ch' un gaudio versato nell' anima pi largamen
te dal pensiero di qualche gran bene. Onde disse
Ginvenzio :
Se pur tutti i mortai ponetser tutti
I lor gaudi in un cumulo; la mia
Letizia a pareggiar poco saria.
Chi in tal condizione dicesi lieto.
51. narrare da narus che l'opposto di
ignaro ; perocch narrare far chiaro altrui di
qualche cou. Di qui narrazione si dice quella
che ci fa conoscere un fatto. Di questa seconda
specie d'azione che sta nel dire, le etimologie
de' principali vocaboli che han distinzione di tem
po, o nascon da questi, credo che sian le seguenti.
ii3
DE LINQUA LATINA LIB. VI. u4
5a. Fatur u qui prmura homo eigoi6oiJbUeqi
ore millit Tocem. Ab cq, quam ila faci^at,
puer dicoDiur infantes ; qqoin ita factan^ iam
fari; cura hoc vooabulura^ a similitudine Tocis
pueri, ac faluus fari sit dicturo. Ab hoc teiupore,
quod lum pueris constituant Parcae fando, dictum
fatum et res fatales. Ad haoc eandem Tocero qui
facile fantur, facundi dicti ; et qui futura prae
divinando soleant fatidici : dicti idem vati
cinari^ quod vesaoa meute faciunt. Sed de hoc
post erit usurpandum, quom de poetis dicemus.
53. Hinc fasti dies, quibus verba certa legiti
ma sine piaculo praetoribus licet fari ; ab hoc ne-
fasti^ quibus diebus ea fsri ius dod eil, et, si fati
sunt, piaculum faciunt. Hinc ^ata dicontor quis
augures fioem auspiciorun^ caeleslum extra ur
bem agris sunt efifati ut essel. Hinc ^ a ri templa
dicuntur ; ab auguribos enim fantur qui in his
iines sunt.
54. Hinc fana nominata, quod pontifices in
sacrando fati siot finem. Hinc profanum est quod
ante fanum, coniunctum fano. Hinc profanatum
quid in sacrificio, atque inde Herculi decuma ap
pellata ab eo est, quod sacrificio quodam fanator,
id est ut faai leg fit. Idem dicitur polluctum^
quod a prriciendo est fictum ; quom esim ex
mercibus libamenta porrecta eunt Herculi in aram,
lum polluctum est, ut, quom profanatum dicitor,
id est proinde ut sit faoi factom ; itaque ibi olim
fano consumebatur omne qood profanatum er^t,
ut etiam fit quod Praetor Urbis quotannis fi^it
quom Herculi immolat publico iuvencam.
55. Ab oodem verbo fari fabulae^ uti tragoe
diae et comoediae, dictae i hinc fassi ac confessi
qui lati id quod ab his quaesitum : hinc profes
si; hinc fama et famosi. Ah eodem falli^ sed et
falsum et fallacia ; qoao propterea qood fando
quem decipit, ac contra quam dixit, faciat. Itaque
si quis re fallit, in hoc non proprio nomine falla
cia, sed trala titio, ut a pede nostro pos lecti ac
betae. Hinc etiam famigerabile ; et sic c9mpofi-
titia alia, item ut declinata, multa, io quo et Fa
tuus et Fatuae.
50. Loqui ab loco dictum, quod qui prino
M. Ter. Varboue, de l l a lingua latiita.
52Fari si dice do' primi suoni significativi
che i fanciulli mettono; onde, avanti che il faccia-
no, chiamansi infanti^ e fanti quando gi il (#0-.
no ; perch con questo vocabolo volle; esprime^
re, per imitatone de suoni puerili, quel parlale^
a modo degli ^ m i , th per ci appunto diconsi
fatui. E perch sin da quel tempo le Parcho di
segnano a fanciullelti la loro sorte, pronuoiian-
dola con parole ; quindi^/o e cose fatali, palla
medesima origine, chi ha facile la favella s chia
m facondo^ e fatidici quelli che sogliono prono
sticare il futuro ; i quali por diconsi i^aticinare^
perch, quando il ianno, son fuor di s. Ma di
questo verr in concio il parlarf, quando apdre-
mo ai poeti.
53. Di qui fu^ti quei giorni, in cui i pretori
possono profferire sema sacrilegio le parole pro
prie de' giuilicii ; e per nefasti quelli che non
lecito, ed sacrilegio se il fanno. Di qui ^'ato
quello spazio fuor di citt che gli auguri hanno
dichiarato qual termine degli auspicii celesti ; ed
e^ari detto de tempii, perch i confini ne son
dichiarati dagli auguri.
54 Di qui il nome di fana venuto a tempii
per la medesima causa che nel consacrarli i pon-
tefici ne dicono i confini. Di qui profano ci che
innanzi a l ^ n o e peritene ad tuo. Di qui pro
fanata si dire la parte eh' offresi ne ^acrifiwi^ *
in particolare per la decima d Ercole ; perch
con una specie di sacrifiiio, viene, a cosi dire,
fanata, cio per legge divenU quasi del /ano.
Ondech profanatu, torna il medesimo che pol
luctum, voce storta da porricere che vale offrire ;
poich nelle libagioni delle merci, che fanuosi ad
Ercole,7>o//ac/i/m esse averle oramai oflerte
su la sua ara ; e profanatum quanto a dire che
la cosa ormai fatta del tempio; t per una voltai
ci eh' erasi profanato, cio oflerto, si consuma
va ivi tutto in uso del tempio, come s usa fare an
che adesso della giovenca, che il Pretore orbano
sacrifica ogni anno ad Ercole pel comune.
55. Dallo stesso verbo fari si nominaronoy-.
bulae le tragedie, le commedie e le altro recita
lioni; efassio confessi si dissero quelli che ben
dichiarato ci che fu loro chiesto; o si form pro
fessare e fama e famoso. Dallo stesso verbo si
tXoTst fallire e falso t fallaci ; e questi, perch
Jallire pigliare altrui con parole, e fare altri-
iDcnti da quel che si disse: onde chi tragga altrui
in errore coi falli, si dice usare fallacia, non per
propriet, ma per traslazione, a quel modo che il
vocabolo piede si trasporta da noi ai letti ed an
che alle bietole. Dallo stesso verbo in line si fece
famigerabile, e tantaltri e composti c derivativi,
come son Fatuus e Fatuae.
56. Loqui da loco ; perch chi incomincia a
8
i i 5
. TERNT1 VARRONIS 116
dictar iara fari, et ?ocabula et rellqaa Tcrba di
cit, ante quam sao quidque loco ea dicere polest,
hanc Ghrysippas negai loqni, led ot loqui : qaa-
re, ut imago hominii non lit homo; sic in cortis,
cornicibus ; poeris primitus incipientibus fari,
erba non esse verba, quod non loquantur. Igitur
ia loquitar, qui suo loco quodque verbum sciens
ponit ; et is tura primo locutus, quom in animo
quod habuit, extulit loquendo.
57. Hinc dicuntur eloqui ac reloqui in fanis
Sabinis, e cella dei qui eloquuntur ; hinc dictus
loquax qui nimium loqueretur, hinc eloquens qui
copiose loquitur; hioc colloquium quom conve
niunt in unum locum loquendi causa ; hinc ad-
locutum mulieres ire aiunt, quom eunt ad ali
quem locutum consolandi causa ; hinc quidam
loquelam dixerunt verbum, quod iu loquendo
efferimus. Concinne loqui cum cinno, ubi inter
se conveniunt paries ita, ut * instar cinni condiant
aliud alia.
58. Pronuntiare dictum enuntiare ;;?ro idem
valet quod aule, ut in hoc : proludit. Ideo acto
res pronuntiare dicuntur, quod in proscenio enun
tiant ; quo maxume tum id dicitur proprie, no
vam fabulam quom agunt. Nuntius enim est ab
novis rebus nominatus, quod a verbo Graeco
ifios potest declinatum ; ab eo itaque Neapolis il
lorum Novapolis ab antiquis nostris vocitata.
59. quo etiaia extremum novissimum quo
que dici coeptum volgo, quod mea memoria ut
Aelius, sic senes aliquot, nimium novum verbum
quod esset, vitabant ; quoius origo, ut a vetere
etustius ac veterrimum, sic ab novo declinatum
novius, et novissimum quod extremum. Sic ab ea
dem origine novitas et novicius,, et novalis in
agro, et Sub novis dicta pars in foro aedificio
rum, qod vocabulum ei pervetustum, ut Novae
viae^ quae via iam diu vetus.
60. Ab eo quoque potest dictum nominare^
quod res novae in usum quom additae erant, qui
bus ea novissent, nomina ponebant. Ab eo nun
cupare^ quod tunc civilale vota nova suKipiun-
lur. Nuncupare nominare valere apparet in legi
bus, ubi nuncupatae pecuniae sunt scriptae ;
item in choro in quo est ;
pronunziare i uomi e le altre parole, e sa
metterle ancora al loro luogo, si d i c e ^ n ; ma
loquiy cio parlare, nota Crisippo che non pu
dirsi, se non per una talquale somiglianza ; onde
a quel modo che imagine d un uomo non uo
mo, n tampoco d' un corvo, d' una cornacchia ;
cos insegna egli, ne' bambini che incominciano
allora ad articolare i suoni, non sono vere parole,
perch quello non parlare. Parla adunque sol
tanto quegli che intendendo pone ciascuna parola
a suo luogo ; ed allora solo comincia a parlare,
quando esprime parlando ci ch'avea nell animo.
57. Quindi eloqui e reloqui dice, nc tempii
Sabini, degli dei, quando parlano dalla lor cella ;
quindi loquace chi parla troppo, ed eloquente a
cui abbonda il parlare ; quindi colloquio^ quan
do ci troviamo in un luogo a parlare insieme ;
quindi a/Zo^i/i chiaman le donne il visitare altrui
condoleodosi ; quindi loquela dissero alcuni le
voci che mettiamo parlando. Concinne loqui si
disse, dai cinni o composte, quel favellare in cui
le parli conveugonsi fra di loro in guisa che, co
me gP ingredienti nelle composte, una parte di
condimento all altra.
58. Pronuntiare quanto enunciare ; se non
che la pr vi dice innanzi^ come in proludere
che il provarti iunanzi alla battaglia. Onde pro^
nuntiare si usa degli attori scenici, perch stanno
a recitare dinanzi alla scena ; e per con tutta
propriet ci dovrebbe dirsi di loro, quando fan
no qualche rappresentazione nuova : perocch
nunzio ebbe il nome dal dar novelle, cio da
nuovo; e nuovo pu essere dal greco via che vale
lo stesso ; onde quella che i Greci chiaman Neapo
lis^ i nostri vecchi solean chiamare Novapolis.
59. Di qui pure entr ora uel comune uso no
vissimo per estremo ; la qual parola mi ricordo
io che si schivava e da Elio e. da alcuni altri vec
chi come troppo nuova. Nacque dal declinare U
voce novum pe ' suoi varii gradi ; onde a quel mo
do che da vetus si fa vetustius e veterrimum^
cos da novum s volle far novius e novissimum
per indicar ci eh' ultimo. Dallo stesso fonte
novit e novizio^ e novale ne' campi ; e Sub novis
si chiama un ceppo di edifcii nel foro, e questo
gli nome antichissimo, come si segue a dire Fia
nuova^ bench da un pezzo si possa dire via vec
chia.
60. La medesima origine ebbe forse anche no
minare ; perch, quando si metteva in uso alcun
che di nuovo, gli si imponeva il nome per con
trassegnarlo e conoscerlo. La medesima origine
ebbe nuncupare^ quasi novum capere,, in quanto
signiQca imprendere nuovi voli per la citt; o
quasi nomen capere^ in quanto vale generalmente
oominare, come vedesi nelle leggi dove nuncu-
117
DE LINGUA LATINA L1B. VI 118
A enea ! Quii enim est qui meam nomen
nuncupat?
ileip in Medi
Quis tu eSy muliery quae me insueto nuncu
pasti nomine f
6i . Dico originem hubet Grecm, quod
Graece ius ^txn\ hioc eiiira dica^ atque hioc
dicare, Hinc indicare^ qaod tonc iat dicatur ;
hioc iudexy quod iudical, accepta potestate, id est
qaibasdafn verbis dicendo finit ; sic etiam^ aedis
sacra a magistrata, pontifice praeeante, dicendo
dedicatur ; hinc ab dicando indicium ; hinc illa :
indictivum indixit Junus^ prodixit diem^ addi
xit iudicium ; hinc appellatam dictum in mimo
ae dictiosus; hinc in manfpalis castrensibus dicta
ducibus; hinc dictata in ludo; hinc </ic/a/or
ragister populi, quod is a consule debet dici ;
hinc antiqaa illa: dicis numero ti dicis causa
et addictus.
6a. Si dico quid inscienti,quod ei quod igno
ravit trado, hioc doceo declinatum; vel quod,
qoom docemus, dicimus ; vel quod qui docentur,
inducantur in id quod docentur. Ab eo quod scit
docere qui est dux aut doctor, qui ita inducit nt
doceat; ab sciendo ducere disciplina et discere^
literis commutatis paucis. Ah eodem principio do--
eumenta qaae exempla docendi caasa dicuntur.
63. Disputatio et computatio ex proportione
potandi, qnod valet purum facere. Ideo antiqui
^xixjxm putum appellarunt; ideo putator^^io^
rbores pnras facit; ideo ratio putari dicitur, in
qua somma fit pura : sic is sermo, in qoo pure
disponontar verba, ne sit confusus atquc nt di
luceat, dicitor disputare.
64. Quod dicimos disserit^ item translatitio
atqoe ex agris verbo : nam, ut olitor disserit in
reas soi qooiutqoe generis res, sic in oratione
patae pecuniae equi tale a somme determinate^
similmente nel Coro ove dice :
Enea ! Chi noma il nome mio ? - r
e in quel luogo del Medo :
Femmina, chi te tu che mi chiamasti
Con insolito nome?
Gr. Dico da origine greca; poich da'Greci
il diritto si chiama ond' il latino dica^
da cni s' fatto dicare Di qui giudicare.^ quasi
ius dicere^ cio render ragione ; di qui giudice^
perch' deputalo a renderla, e il fa col profferir
certe formole ; di qui parimente dedicare i tem
pii, perch anche questo si fa dal magistrato col
dire certe parole, che gli vien suggerendo il pon
tefice; di qui indizio; di qui i modi indictivum
Junus^ indixitfunus^ ne'mortori! che intimansi
per via di bando ; e q u a n d o ag
giornasi ; e addixit iudicium^ quando si fa luogo
ad azione; di qui dictum e dictiosus del mot-
teggiare de'mimi, e dieta degli ordini dati dai
capitani ne'militari drappelli, e dictata degl'in
segnamenti impartiti nelle scuole; di qui Tessersi
chiamato dittatore il supremo magistrato del po
polo, siccome quello che dev esser dello, cio
nominato dal console ; di qui gli antichi modi
dicis numero e dicis causa quando si vuol salvo*
almeno il colore della giustizia, e addictus per*
dinotare chi passato in altrui potere per debiti.
6a. L'ammaestrare si disse docere o dal dare,
perch ammaestrando si d altrui quella cogni
zione ch ei non aveva ; o dal dire, perch s am
maestra dicendo ; o da ducere^ perch ammae
strato vien quasi scorto e introdotto in ci che
gli si insegna. E poich chi scorge o ammaestra,
sa scorgere se fa ch'altri impari; quindi da ducere
e scire^ cio dal saper iscorgere, si nomin, col
mutamento di poche lettere, disciplina la scnola
e discere imparare. Dalla medesima origine si
chiamarono documenti gli esempli chediconsi in
ammaestramento altrui.
63. Disputa e computo si disse per analogia
da putare che vale potare e generalmente pur
gare; onde gli antichi osarono putus per puro.
Quindi potatore^ perch purga gli arbori ; e si
milmente putare rationem^ quando si purga,
cio si liquide, un conto. Cos disputare fu detto
quel distribuire nel discorso le parole si netta
mente, che non v'abbia n confusione, n oscurit.
64. Anche disserere fu detto per metafora
tratta egualmente daU'agricoltura ; perch diser
tus si chiami qoegli che fa ne'tuoi ragionari a
>'9
. t e r e Ut i v a r r o n i s Mo
qui facit, disertus. Sermo^ opinor, esi a serie,
unde serta el io vesiimento sartum quod com
prehensum; sermo enim non polesl in uno ho
mine esse solo, sed ubi oratio cum altero con-
iuocla. Sic conserere manum dicimur cum ho
ste ; sic ex iure manum consertum vocare ; bine
adserere manu in libertatem quom prendimus ;
sic augures dicunt: Si mihi auctor est veruSy
rem mnu asserere dicit f.
65. Hinc* tonsortes; hinc etiam, ad quae ipsi
consortes, sors; hinc etiam sortes^ quod in his
iuncta tempora curo hominibus ac rebus ; ab his
sortilegi; ab hoc pecunia qua in foeoore, sors
rsl, impendium quod inter se iungat
tSS. Legere dictum, quod leguntur ab oculii
literae; ideo etiam legati^ quod, ut publice mit
tantur, leguntur, item ab legendo /e^u//qui oleam
aut qui uvas leguot ; hinc legumina in frugibus
variis. Eliam le^es quae lectae et ad populum la
tae, quas observet ; hinc legitima. Et collegae
qui uua lecti; el qui in eorum locum suppositi,
sublecti; additi adlecti; et collecta quae ex plu
ribus locis lo unum lecta. Ab legendo ligna quo
que, quod ea caduca legebantur in agro, quibus
in focum Qtereutur. Indidem ab kgendo legio et
diligens et dilectus.
67. Murmuratur dictum a similitudine soni
tus; dictus qui ita leviter loquitur, ut magis e
sono id facere, quam ut intellegatur, videatur.
Hinc etiam poetae murmurantia litora. Similiter
fremere^ gemere^ clamare^ crepare ab similitu
dine Tocis sonitus dicta. Hinc illa: arma sonant^
fremor oritur ; hinc :
nihil increpitanda commodes.
'68. Vidna horum tfuiritate^ iuhilate. Otii
ritare dicitor is qui Qoiriiftrt fidem t:laaiaos im
pl o r i . Quirites t Cnrasfbus, ab Hs qei c a
Tatio rege in locielattm \ettefant civitatis. IA
modo dell'ortolano, quando distribuisce i semi in
diverse aiuole secondo le diverse specie, ci che
dicesi propriamente disserere. Sermone pare da
serie, ond hanno il nome anche i xerfi, e sattum
dicesi ne' vestimenti ci eh' attaccato con cuci
tura; stante che sermone non pu essere in un
solo uomo, ma discorso appiccato con altrui.
Cos conserere manum diciamo razzuffarsi col
nimico, ed ex iure manum consertum vocare il
far querela al tribunale, e asserere manu l'affran
care. Cosi manu asserere dicono gli auguri il far
libero con l ' armi ci eh' tenuto o minacciato
dal uimico, allorch etmsigliano a battaglia con
questa formola : Se il dio non m' inganna^ sua
volont che franchiamo il nostro con la forza.
65. Di qui il nome di consorti; di qui anche
ior/e, in quanto quello, in cui siamo consorti,
cio compartecipi ; di qui le sortii come Ticende
annesse agii uomini ed alle cose, donde poi sor*
tilegi; diqui^enalmeDte lo stesso Home di sorte^
in quanto il capitale messo ad usura, perch va
crescendo con uuione del frutto.
66. Leggere si storse dal auo proprio lensa
che crre o scegliere, perch leggere ua coi^
re, che si fa con gli occhi, le lettere. Dallo stesso
verbo ebbero il nome i legati, quasi scelti per
esser mandati a nome del comune ; e leguli sad*
domandarono quelli che colgon uva o le olive }
a legumi s dissero pi maniere di civaie. Aiicht
le leggi han derivato il lor nome da questo fontei
perch sono lette e promulgate al popolo, acci 1^
osservi: da legge s poi fatto legittimo, E col-
leghi dallo stesso fonte si dissero gli eletti insie
me, e sublecti i sostituiti, e adlecti gli aggiunti,
e collecta le cose raccolte da pi luoghi in u d o .
Cos da) raccorre le legna morte ne'campi per
valersene agli usi del focolare, denominarono
legna; e dallo scegliere, legione e diligente e
di letto.
67. Mormorare voce formata per imitazione
del suono, e si disse di chi parla s piano, th
sembra aver voglia di susurrare pi che di farsi
intendere ; onde i poeti ch|amano mormoranti
anche i lidi. Voci formate per imitazione de' suoni
son anche fremere^ gemere^ sciamare^ crepita
re ; onde nacquero le locuzioni ^ttnano Varmi^
ttn fremito si Itv, e quel detto:
Nulla col tuo
lucrepar m'atterrisci.
68. Vicini a questi son quiritare e iubilare.
Quiritare si disse di chi implora gridando k fede
de'Qoriti, e Quiriti chiamoroasida'qiic Careia
che sotto re Tanto eotrarcao in comoosnza di
DE LINGUA LATINA LIB. VI.
quiritare urbanorum, sic iubiare msticoram;
ilaque hos imitans Apritaiue -|- ail:
r, Bacco ! Quis me hthilatt
Tricinas iuus antiquus.
Sic triumphare appellatam, quod com napera-
lore mUle^ redeuntetdaroitant per urbem ia Ca
pitolium eonli: Io triumphe, Id a ^^ ac
Graeco Lberi cogaomento, potest diotum.
69. Spondere est dicere : spondeo a sponte ;
nam id valet folanlate. Itaque LikIds scribit
de Cretea, cum ad se cubitum Teoerit ua -
luotate,
Sponte ipsam suapte adductam^ mt tunieem
el cetera reiceret.
Eandem voluntatem Terentius significai, oom it
satius esse
Sua sponte recte facere^ quam alieno metu.
Ab eadem sponte, qua dictum spondere, decli
natum spondet et respondet et desponsor el
sponsa^ item sic alia. Spondet enim qui dicit a
sua sponte : spondeo; spondettiMm sponsor^ qui
idem liioiat obKgatur.
70. Sponsus consponsus. Hoc Naetius signi
ficat, com ait consponsi. Spondebatur pecunia
eut iilia noptiaram causa ; appellabatur et pecu
nia el quae desponsa erat, sponsa ; quae pecunia
inter re contra spotisam rogata erat, dicla spon'-
sio; cei desponsa qune era, sponsus; quo die
sponsum erat, sponsalis.
71. Qui spoponderat filiam, despondisse di
cebatur, quod de sponte eius, id est d voluntate
exierat; non enia si volebat, dabat, quod sponsu
erat alligatus. Nam, ut in comoediis vides dici:
Sponden' Nictm gnatam filio uxorem meo ?
citt eoi Roroni. Come ^uiW/ere parola citta
dinesca, cos iubilare de'rustici dairinterie-
sione io ch*usan chiamando; onde Aprissio-f%
volendone initare il linguaggio, pose di ritconlro
iubilare ed io in un luogo che dice :
Ol, Buccooel Chi mi grida? Un vecchio
Tuo vicioo.
Simile origine ebbe triumphare,, dal gridar che
fanno : Io triumphe^ i soldati reduci dalla guer
ra, quando accompagnano per mezio la citt al
Campidoglio il lor comandante. Triumphus poi
potrebb' essere dal Greco eh un so
prannome di Bacco.
69. Spondere eqnivale a dicere^ ed tratto
dft spnte che significa volont. Onde LucKo,
parlando di Crelea che venne di sua volont a
giacersi con lui, scrive che
dal voler sospntii
La tonica gHt, con gK altri paimi ;
e dove qui dice volere^ tr i sse egli sponte. Nd
medesimo senso di volont l'uso Terenxio o?e
dice che meglio
Far di sno grado il ben, che dalla tema
Altrui costretti.
Da sponte., come si fece Spondere., in quanto
dire, cio significare altrui ci che vuoisi, vien
parimente spondere in quanto promettere o
salletare, e respondere e desponsor e sponsa^ e
cos via; perch chi promette, d la sua parola
di volont propria, e cos pur fa il malle?dore,
chiamato sponsor^ obbligandosi a stare per altri.
70. Sponsi s ' addomandaroD gli sposi, qnaii
promessi uno air al Ir: lo accenna Nevio c<^
dire consponsi. Ne'coniralii di noue si promet
teva o la figlia o q' amaoenda^ c tanto l una che
altra si dkea sponsa., cio promessa; la aomma
di danari stipulata per ammenda, chi avene man
cato alla fede data, si chiam sponsio ; e sponsus
quegli, a cui alcuna fidanzava ; sponsalis il
giorno, in cui fidsnzavasi.
71. Chi avea tdanxalo la figlia si dicea de
spondisse^ perch quanto a questo era omai fuori
de sponte., cio di libert, non istando pi in lai
il darla o no, dopo eh era legato dalla promessa.
Ed in vero a quel modo c ht dicesi despondere
filiam di chi promette la figlia, perch, come vedi
velie commedie ai chideva al padre:

Mi prometti di dar la tua AgKaok


Per iiposa a mio Agli ?
23 . TERENTI VARBONIS ia4
quod Ium et praetorium iu ad legem el oenio-
rium iudiciura d nequum existimabatur; sic de
spondisse animum quoque dicitur, ut despondis
se filiam, quod suae sponlis statuerat finem.
72. qua &ponte dicere cum spondere quo
que dixerunt, tum ad spontem, respondere^ id
fst ad voluntatem rogationis. Itaque qui ad id
quod rogatur non dicit, non respondet ; ut non
spondet ille, statini qui dixit : spondeo, si iocandi
causa dixit, neque agi potest cum eo ex sponsu.
Itaque quoi quis dixit iu tragoedia :
MeminisM te spondere mihi gnatam tuam i
quod sine sponte sua dixit, cum eo non potest
agi ex sponau.
73. Ltiam spes a sponte potest esse declinata,
quod tum sperai, quom, quod Tolt, fieri putat ;
nam quod non volt si putat, metuit^ non sperat.
Jlaque hi quoque qui dicunt in Astraba Plauti:
Nunc sequere^ adsequere^ Poljrbadisce; meam
spem cupio consequi.
Sequor hercule quidem ; nam libenter^ mea
sperata, consequor:
quod line sponte dicunt. Tere neque illa sperat
quae dicit adolescens, neque illa sperata est.
74Sponsor et praes et vas neque idem, ne
que res a quibus hi, sed e re simile. Itaque praes
qui a magistratu interrogatus in publicum ut prae
stet; a quo et, quom respondet, dicit: praes.
Vas appellatus qui pro allero radimoninm pro
mittebat. Consuetudo erat quom reus parum es
set idoneus inceptis rebus, ut pro se alium daret ;
quo caferi postea lege coeptum est ab his qui
praedia Tenderent, Tades ne darent. Ab eo scribi
coeptum in lege mailcipionim :
Vadem ne poscerent^ nec dabitur.
75. Canere et accanit et succanit^ ut canto
et cantatio^ ex Camena, permutato pro ot.' n.
Ab eo quod iemel, canit; si saepius, canUt. Hinc
cantitatyiitm alia; nec tine canendo./i6ici/i^....
onde poi si valutava rammenda, cui dovea pa
gare chi non avesse tenuto patto, e pel diritto
pretorio secondo la legge, e per giudicio censorio
secondo equit; nella stessa guisa si dice anche
despondisse animum del disperato, perch ha
posto gi l'animo e rassegnalo la sua volont.
73. Come spondere fu detto anche il parlare
di propria volont ; cosi respondere si disse il
parlare a volont altrui, cio secondo il senso dejlA
domanda. Sicch chi non parla a proposito di ci
che gli domandato, non si pu dir che risponda;
come non pu dirsi spondere^ cio promettere,
chi soggiunge tosto : Prometto, se fa da burla ;
n t ' luogo a querela di promessa non attenuta.
Onde chi lagnayasi in quella tragedra, dicendo :
Non ti rammenti che promessa a sposa
Tu m'avevi la figlia?
non potea farne querela davanti al giudice, perch
quegli non avea promesso di vera volont.
73. Anche il nome di spes^ onde chiamasi la
speranza, tratto forse da sponte; perch si spera,*,
quando si crede eh*abbia ad avvenire ci che si
vuole, e chi atlendesi ci che non vuole, questi
non ispera, ma teme. Ond'anche nella Basterna
di Plauto, allorch dicono :
Polibadisco, or via segui e consegni; *
Ch la mia speme d'ottener mi tarda
lo seguo in ver; ch troppo d'ottenerli,
Speranza mia, mi larda
n la giovanotta che dice sperare, spera da vero,
n ella sperata, perch no dicon di cuore.
74. Sponsor^ praes e vas non sono una cosa,
n denominati da una cosa, ma da cose simili.
Praes adunque si chiam queglj che davanti al
magistrato fa sicurla al comune, ci che si dice
praestare; onde interrogato se la voglia fare,,
nell' acconsentire vi risponde praes. Si chiam in
vece vas chi prometteva di vadere^ cio compa
rire, io luogo d' un altro. Era costume di chi si
fosse obbligato ad altun cosa che, quando non
v'era sufficiente da s, sostituiva in sua yece un
allro; il pei'ch si provvide poi contro le preten
sioni di quelli che vendeano fondi,con una legge
che non si desse loro alcuna cauzione personale;
e per s scirisse di loro nella legge de'"mancipii :
Non pretendano pegno.^ n si dar.
75. Canere eh' modulare la voce, ed acca^
nere cio accompagnarla, e succanere cio ri-1
sponderle, come altres cantare e cantatio^ tras
sero il nome da Camena^ mutata la v in v. Chi
125 DE LINGUA LATINA LIB. VI. iati
dicti ; oranium enim horum quoddam canere.
Etiam bucinator a vocis aimilitudine et cantu
dictus.
76. Oro ab ore el perorat et exorat oratio
et orator et osculum dictum. Indidem omen^
ornamentum : alterum, quod ex ore primum ela
tum est, osmen dictum; alterum nunc cum pro
portione dicitur folgo ornamentum, quod, sicut
olim, osnamentum scenici plerique dicuut. Hinc
oscines dicuntur apud augures quae ore faciunt
auspicium.
V l l l . 77. Tertium gradum agendi esse dicunt,
ubi quid faciant. In eo, propter similitudinem
agendi et faciundi et gerundi, quidam error his
qui putant esse unum. Potest enim aliquid facere
et non agere^ ut pota facit fabulam, et non agit ;
contra actor agit et non facit, et sic a |>oela fabula
fit, non agitur ; ab actore agitur, non fit. Contra
imperator, quod dicitur res gerere^ in eo neque
facit, neque agit ; sed gerit, id est sustinet, trans
latum ab his qui honera geruut, quod hi su
stinent.
78. Proprio nomine dicitur facere^ a facie,
qui rei, quam facit, imponit faciem. Ut fictor,
quom ciXfingo^ figuram imponit; quom dicit
informo^ formam ; sic, cum dicit facio, faciem
imponit ; a qua facie discernitur, nt dici possit
aliud esse vestimentum, aliud ?as; sic item, quae
fiunt apud fabros, fictores, item alios, alia. Qui
quid administrat, quoius opus non extat quod
sub sensum veniat, ab agitatu, ut dixi, magis age
re, quaoi facere putatur. Sed, quod his magis
promiscue, quam diligenter, consuetudo est usa ;
iranslatitiis utimur verbis: nam et qui d i c i t , f a
cere scerba dicimus ; et qui aliquid agit, non esse
inficientem.
79............. qui adlucct. Dicitur lucere ab lue
re ; et ab luce dissolvuntur tenebrae. Ab luce No
ctiluca. Lugere item ab luce, quod propter lu
cem amissam is cultus institutus. [Acquirere est
modula una volta si disse canere; chi spesso,
cantare. Di qui cantitare^ ed altre simili parole ;
e da canere presero anche una parte del loro no
me i sonatori di tibia e d' altri strumenti, detti
tibicines^ tubicines e di quelPandare; perch di
tutti questi proprio un certo cantare. Anche il
trombetta si chiam bucinator. un imitazione .
del suono e da canere,
76. Orare da oi, bocca ; come anche per
orare, ed exorare ed oratio ed qrator ed oscu
lum. Di qui pure omen ed ornamentum : quella
si disse osmen, perch i primi presagii cos chia-
mati, eran le voci uscite di bocca a qualcuno ;
questo si dice comunemente ornamentum^ e si-^
milmente i suoi simili, ma una volta ( e cosi fa
ancora la pi parte degli attori scenici) si diceva
osnamentum. Di qui finalmente appo gli auguri
si chiamano oscines quegli uccelli che danno
auspicio col canto della lor bocca.
Vl l l . 77. Il terzo modo d'azione dicono che
quando si fa qualche cosa. Nel qual particolare
s'ingannano alcuni che, per la somiglianza di si
gnificazione che tra i verbi agere, facere e
gerere^ li credon tuti' uno. Poich v'hanno casi,
in cui non pu stare uno per altro : cos del
poeta, il qual compone una rappresentazione,
suol dirsi facere ; ed agere in vece delPattore che
la rappresenta ; non indifferentemente : e la di
stinzione medesima si Conserva anche nelle loro
forme passive, che sono fieri ed agi. All incon
tro n P uno n Valtro verbo fa al caso del capi
tano, di cui dicesi gerere^ perch sostiene, anche
non operando, tutta impresa ; onde per somi
glianza, s pigliato a prestito questo verbo da
que' che portano pesi.
78. Facere vien da facies^ e per dicesi pro^-
priamente di chi d faccia, cio forma, ad alcun^
cosa. A quel modo che si disse fingere il dar figu
ra, e formare il dar forma ; cos, quando diceSi
facere, s ' intende imporre alla cosa la sua pro
pria faccia, per cui s'abbia a distinguere che quel
lo un abito, questo un vaso, e cos ogni altro
lavoro di materia o dura o molle che foggiasi
da'varii artefici. Che se l'azione non termina in
nulla che venga distinto al senso; a questo, me
glio che il nome di facere^ credesi convenir quello
di agerey preso, come ho gi detto, dal muovere.
Vero che questi due verbi non si sono sempre
usati nella stretta loro propriet ; ma alcune volte
si scambiano: tuttavia ci iassi per traslazione ;
come quando diciamo facere verba di chi ragio
na, e chiamiamo inficiens ozioso.
79................chi fa lume. Lucere da luere
che quanto a dir sciogliere : la luce in fatti scio
glie le tenebre. Da luce si chiam Noctiluca la
Luna adorala nel Palatino ; e parimente da luce
127
. TERENTI VARRONIS
ab ad et quaerere ; ipsoni quaerere ab eo qaod,
quae res ut reciperetur, datur opera : a quaerendo
quaestio ; ab hiaqut quaeStor\.
8o. Video a vi ; quinque eDim aeneuuin ma
ximus in oculis : nam, quom aenaua nullus, quod
abest raille pastus, sentire possit; oculorum sen
sus TS usque pertenit ad stellas. Hinc visenda^
vigiUni^ ifigilium^ invident; et Attianum illud,
ob yiolavit : Qui invidit? invidendum. A
quo etiam violavit virginem pro Titiabit dice
bant ; aeque eadem modestia potius cum muliere
fuisse^ quam concubuisse, dicebant.
Ai. Cerno idem valel ; ilaque pro tideo ait
Ennius :
Lumen iubarne in caelo cerno ?
Canius :
Sensumque inesse et motum in membris cerno.
Dictum cerno a cereo, id est a creando; dictum
ab eo quod, cum quid creatum est, tunc denique
cernitur. Hinc fines capilli descripti, quod finis
f idetor, discrimen ; et cernito ^in testamento,
id est facito tideant te esse heredem : itaque in
cretione adbibere iubent testes. Ab eodem est
quod ait Medea :
Ter sub armis malim vitam cernere^
Quam semel modo parere ;
quod, ut decernunt de vita, eo tempore multoram
rideatur \ilae finis.
8a. Spectare dicturo ab antiquo, quo etiam
Ennius usus :
Fos epulo postquam spexit ;
et quod in auspiciis distributum est qui habent
spectionem^ qui non habent; et quod in auguriis
eiiara nUuc augures dicunt avem specere. Con-
suetodo communis, quae curo praeTerbiis con
iuncta fuerunt, etiam nunc servat, ut aspicio^
tt disie lugere il far lutto, perch un costume
ifltituito per quelli che hanno perduto la luce.
[Acquirere si fece dalla prepoaizione ad t da
quaerere ; quaerere poi da quae res e re, per-
ch adoperarti a riaver qualche cosa. Di qui vien
quaestio e quaestor.'\
80. Video da vis^ forza ; perch de'cinque
sensi, la maggior forza sensiva negli occhi : ch,
mentre gli allri non poston torre oggetto a un :
miglio di distanza ; Tocchio con la sua virt giun
ge fino alle stelle. Di qui visendum ci eh' de
gno d'esser veduto, e vigilare lo stare ad occhi
aperti, e vigilium la veglia, e invidere il por l oc
chio, e quel modo d Accio : Qui inviditi i\ cam
bio di viol, ed incidendum ci che fa invidia.
Per la stessa ragione tliceano copertamente viola
re una vergine, anzich viziarla ; e con pari roo-
detlia, essere stati con donna^ invece d csser gia
ciuti con essa.
81. Anche cernere sta per vedere, come in
quel luogo di Ennio :
Qual lume . . . . in cielo io veggo ?
Lucifero forse ?
e in quello di Canio :
K senso e moto nella membra scemo.
Si disse cerno da cereo^ cio dal creare, perch la
cosa si vede solo quand^' gi falla. Di qui discri
men si dissero gli spartimenti della capellaturH,
perch delle divisioni proprio il farsi vedere.
Di qui il cernito de' testamenti, che quanto a
dire: Falli vedere siccome erede ; onde per ac
cettazione delle eredit, che da questo cernere si
della cretio,^ prescritta la presenza di testimo
nii. Di qui cernere vitam per cimentare la vita,
l dove dice Medea :
Pi volte
Vorrei nell' armi cimentar la vita,
Prima che partorir sola una volta;
perch quando combattesi, si vede allora qual fosse
il corso di vita segnato a molti.
8a. Spectare da un antico verbo, di cui |>
nio us il passato spext l dove dice :
Poi ch*avvisovvi epulone;
ed abbiamo il derivativo spectio nelle leggi che
diffiniscono chi abbia ispezione negli auspicii c
chi no; e la radice stessa conservasi anche oggid
uegli augurii, dove osservare gli uccelli si dic^
dagli auguri avem specere. Nel comune uso
^ 0
DE LINGUA LATINA LIB. VI.
iSo
conspicio^ suspicio^ despicio^ tic alit ; in qoo
etiam exspecto^ qaod ipectare folo. Uinc specu*
lor ; bine speculum, quod in eo apecicnaf imagi-
aem ; specula^ de quo prospicimus ; speculator^
quem roillimns ante, ut respiciat quae volumut.
Uofi qui oculot inanguimuf quibui fpedmus,
specillum.
83. Ab auribus Tidenlur dieta verba audio et
ausculto. Audio ab aveo, quod bis a?erous disce
re semper ; quod Ennius Tidetur { osten
dere Teile, in Alexandre quom ait :
Jam dudum ah ludis animus atgue aures averti
A Sfide exspectantes nuntium.
Propter hanc aurium avidilatem theatra replen
tur. JVb audiendo etiam auscultare declinatum ;
quod hi auKultare dicuntur qui auditis parent, a
qoo dictum poetae :
audio, haud ausculto.
Litera commutata, dicitur odor olor ; hinc olet
et odorari et odoratus el odora res.
84. Sic kb ore edo^ sorbeo^ hibo^ poto. Edo
a Graeco i : hinc esculentum et escae^ edulia ;
et qa od Graece yii/ire/, Latine gustat. Sorbere^
item bibere^ a Tocis sono, at fervere aqoam ab
ius rei simili sonita. Ab eadem lingua, quod
*0%potio ; uTt, poculum^ potatio^ repotia.
Indidem puteus., quod sic Graecum antiquum,
Dn ut nunc dictum.
85. A mana manupretium ; mancipium,
q a o d mtfnu capitur ; quod coniungil plures ma-
manipulus ; manipularis, manica ; ma-
mubrium^ qood manu tenetur ; mantelium^ ubi
manus tergantnr.
M. U ta. Va mo se, d i l l a l ibg l a l at ina.
restano ancora i composti che se ne fecero con ^a-
rie preposizioni, come aspicio^ conspicio., suspi^
cio^ despicio ed altri di simii fatta ; fra quali sl^
pure exspecto^ perch tanto aspettare, quanti]!
voler vedere. Dallo stesso verbo si trasse specul^
ri; e speculum si chiam lo specchio, perch vi ai
veggon le imagini ; e specula quella, da cui pro
spettasi ; e speculator si manda innanii a spia
re ci cLe vogliamo ; e specillum lo siilctto dar
unger gli occhi, che sono gli strumenti, con cui
vediamo.
83.1 verbi appartenenti agli orecchi sembra
no essere audire ed auscultare. A udire viene
da as>ere^ cio dal desiderare, perch con gli otec
chi desideriamo sempre d apprendere. Ennio stes
so par ch abbia volato indicare questa etimologia,
allorch disse nell Alessandro :
Da buona pezza in avido desio
Stanno gli orecchi e il cor, qualche novella
Aspettando da* giochi ;
ed argomento di questa avvita degli orecchi il
veder zeppi i teatri. Dal verbo audire si trasse
poi auscultare; perch si dice di chi presta ob
bedienza a quello che ha udito; donde la distin
zione del poeta :
Odo, ma non ascolto.
Con Io scambio d una lettera, si dice odor in
vece di olor. Quindi olere il mandar odore,
odorari il fiutarlo, e odoratus organo con cui
si fnta, e odora la cosa che manda odore.
84. Cos, quanto alla bocca, si disse edoy gu
sto^ sorbeoy bibo^ poto. Chiamossi edere il man^
giare, dal greco i^ity che vale lo stesso : di qui
esculentum ci eh' mangereccio, ed esca il ci
bo, ed edulia i camangiari. Anche gustare dal
greco, perch in quella lingua dicesi yttftc^ar.
Sorbere poi e bibere son voci fatte imitando il
suono del sorbire e del bere, come per una simile
imitazione fu detto fervere il bollire delP acqua.
Dal greco anche potare^ perch -roroK chia
mano i Greci la bevanda : di qui poculum la Uz
za, e potatio lo stravizzo, e repotia le nozze ri-
novate in casa il marito. La stessa origine ha pu
teus ; perch cos si chiamava dagli antichi Greci
il pozzo, non come il dicono ora.
85. Da mano si chiam manupretium la ma
nifattura ; mancipium la cosa venuta in propriet,
per ci che pigliasi con la mano ; manipulus una
compagnia di soldati, perch pi manipoli uniti
fanno una mano, cio un esercito ; manipularis
chi appartiene al manipolo ; manica ci che av
volge le mani; manubrium il manico, perch
0
3
tiensi In nuno ; manulium k tal?ietta, perche t
li DctUa le roani.
. TERNTI VAaaONIS lU
IX. 86. Nodo primam ponam de Censoriis
tabolis:
Ubi noctu in templum censurae auspicave-^
rii atque de eaelo nuntium erit^ praeconi sic
imperato ut 9ros vocet ;
Quod bonum^ fortunatum felixque saluta-
reque siet populo Romano Quiritium^ reique
puhlicae populi Romani Quiritium^ mihique
collegaeque meOy fidei magistratuique nostro !
omnes Quirites^ pedites^ armatos pri^atosque^
curatores omnium tribuum^ si quis pro se sive
pro altero rationem dari volet^ voca inlicium
huc ad me.
87. Praeco in templo primum vocat; postea
de moeris item vocat.
Ubi lucet i Censor^ scribae^ magistratus
murrha unguentisque unguentur.
Ubi Praetores^ Tribunique plebei^ quique
in consilium vocati sunt^ venerunt; Censores
inter se sortiuntur uter lustrum faciat.
Ubi templum factum esty post tum con--
ventionem habet qui lustrum conditurus est,
88. In commentariis Consularibus scriptum
sic inTeni :
Qui exercitum imperaturus erit, accenso
dicit hoc: Calparni.^ voca inlicium omnes Qui
rites huc ad me.
Accensus dicit sic : Omnes Quirites^ inii-
cium visite huc ad ludices.
C. Calpurni, Cos. dicit, voca ad conventio
nem omnes Quirites huc ad me.
Accensus dicit sic : Omnes Quirites, ite ad
conventionem huc ad ludices,
Dein Consul eloquitur ad exercitum : Im
pero qua convenit ad comitia centuriata.
89. Qnare hic accenso, illic praeconi dicit,
haec est causa : in aliquot rebus, item ut praeco,
accensus acciebat, a quo accensus quoque dictus.
Accensam solitum ciere Boeotia ostendit, quam
comoediam Aquilii esse dicunt, hoc Terso :
Ubi primum accensus clamarat meridiem.
Hoc idem Cosconius in actionibus scribit, prae
torem accensum solitum tum esse iubere, ubi ei
tidebatur horam esse tertiam, inclamare boram
tertiam esse, itemque meridiem et horam nonttn.
90. Circum moeros mitli solitus quomodo in-
IX. 86. Ora porr qui prima Ia formola trai-
ta dalle tavole de' censori :
Quando la notte si sar avuto nel tempio
augurale auspicio per la censura e i l cielo
dar il segnale^ ordina al banditore che aduni
i maschi d* et virile.^ cos :
Se ci abbia a tornare in hene.^ in prosperi
t e felicit e salute al popolo romano de"*Qui
riti e alla sua pubblica cosa^ a me ed al mio
collega^ adempimento fedele del carico no-
f i qui popolo presso di me, chiamando
tutti i Quiriti^ pedoni^ armati e privati^ e i cu
ratori di tutte le tribii^ a render confo, secon
do che vorranno, o per s o per altri.
87. I l banditore chiama prima dal tempio
augurale; poi f a il simile dalle mura.
Quando f a giorno, il censore.^ i segretarii,
i magistrati s* ungono di mirra e d* unguenti.
Quando son venuti i pretori, i tribuni e i
chiamati a consiglio ; i censori traggono a
sorte qual di lor due abbia a fare il lustro.
Quando fornito il tempio^ allora quello
dei due che ha da fare il lustro, tien radu
nanza.
88. Ne comentarii de' consoli trovai scritto
cosi:
Il console che ha da tenere i comizii^ dice
al donzello : Calpurnio, f a qui popolo, chia
mando tutti i Quiriti, presso di me
Il donzello dice : Quiriti, venite qui tutti a
vedere, che si fa popolo presso i giudici.
Caio Calpurnio, dice il console^ chiama in
adunanza tutti i Quiriti qui presso a me.
I l donzello dice cos: Quiriti, venite qui
tutti in adunanza presso i giudici.
Dopo ci il console intima all* adunanza
Seguitemi al luogo pei comizii centuriati.
89. Che uno d ordine al donzello e Paltro al
banditore, la ragione che in alcaae cose anche
il donzello, del pari che il banditore, ayeva il ca
rico di chiamare; ed anzi per questo che si
disse accensus da accire, cio dal chiamare. In
fatti che anche il donzello facesse da gridatore,
ce lo mostra la commedia, che s intitola Beozia
ed credau d* Aquilio, con questo verso :
Come il donxel gridava il meztogiomo.
Lo stesso scrive Cosconio nelle Azioni; ot che
il pretore, quando gli pareva ehe fosw tersa, era
solito di ordinare al donzello che la gridasse :
cos a mezzogiorno ed a nona.
90. In qual maniera il gridatore che s usava
i33 DE UIWiUA LATINA LIB. VI.
34
lcerti populam eatif, unde vocare pouet ad
conlionem, non folam ad oonsulea ei censores,
sed etiam qoaestorea coiniDeDtarom indicat ve
tas anqoisiiionis . Sergii Mani filii Quaestoris,
qai capitis accasavil Trogani, in qua sic est :
Auspicio orando sede in templo auspi^
cii^ dum aut ad Praetorem aut ad Consulem
mittas auspicium p%titum.
Commeatum Praetoris voce^ ut ad te reum
de moeris vocei, praecnid impera reportet.
Cornicinem ad pr9ati ianuam et in Arcem
mitias^ ubi canat.
Collegam rogis^ ut comitia edicat de Ro
stris, et argentarii tabernas occludant.
Patres censeant exquaeras^ et adesse iu-
bjas. Magistratus censeant exqmaeras % Con-
sules. Praetores Tribunosque plebis collegas-
que tuos^ et in templo adesse iuheas omnes ;
acy eum mittaSy contionem advoces.
ga. In eodem commentario anquisitionis ad
eztreronm scriptam caput edicti hoc est :
Item quod attingat qui de Censoribus clas
sicum ad comitia centuriata redemptum ha
bent^ uti curent eo die quo die comitia erunt^
in Arce classicus canat^ tum circumque moe
ros et ante privati huiusce T. Quinti Trogl
scelerosi hostium canat., et ut in Campo cum
primo luci adsit.
93. E i inter id, quom circnra muros miltilur
et cum contio advocatur, interesse lempus appa
ret ex iis quae interea fieri inlicium scriptum est.
Sed ad comilia tum vocatur populus ideo quod
alia de causa Kio magistratus non potest exerci-
lam orbanom convocare ; censor, consul, dicta
tor, interrex potest : quod censor exercitum cen
turiato constituit quinquennalem, quem lustrare et
in orbem ad vexillum ducere debet ; dictator et
consul in singulos annos ; quod hio exercitui im
perare pote, est coeat ad * id quod propter cea-
luriata comitia imperare solent.
94. Quare non est dobium, quin hoc inli-
eium sit, quom eircom muros itur, ut populos
inlieiatur ad magistratus conspecturo, qoi Qoiri-
ttisndare intorno alle mura, facMie popolo, che di-
cevasi inlicium^ cio attirasse gente in parte, don
de potesse poi chiamarsi a conclone, non solo pres
so i consoli ed i censori, ma anche presso questo
ri ; ce fanno vedere le antiche memorie d d pro
cesso fatto dai questore Marco Sergio, figlio di
Manio, a Trogo, in causa capitale, dove sta scrit
to cos :
91. Siedi a pregare V auspicio nel tempio a
c/, mentre die mandi od al pretore od al con
sole a domandare auspicio.
Ordina al banditore che riporti licenza
dalla bocca del pretore per chiamar daUe mth
ra dinanzi a te V accusato.
Manda uneorntUorey perch suoni dinanzi
alla porta del privato e nella Rocca.
Invita il collega ad intimare dai Rostri
che si venga ai comizii ; ed ai banchieri di
chiudere le lor botteghe.
Chiedi i l parere d^ senatori^ e ordina loro
che sten presenti. Chiedi il parere d^ magi
stratio cio de consoli^ de* pretori^ tribuni
della plebe., e de" tuoi colleghi., e ordina che
sieno tutti presenti dentro al tempio ; e quan
do va il messo, chiama a concione.
92. Nella memoria medesima di quel processo
sta scritto in fine questo articolo di editto :
Similmente^ per ci che dee appartenere a
que'* che hanno in appalto da' censori il carico
di far le chiamate ai comitii delle centurie^
sar loro cura che nel giorno^ in cui saranno
i comiziiy il cornatore suoni nella Rocca., quin
di intorno alle mura e innanzi alla porta di
casa di questo scelerato T. Quinzio Trogo., e
che su fare del giorno si trovi nel campo
Marzio.
93. Che fira il mandare intorno alle mora e il
chiamare a concione anche qui si ponga alcun tem
po in mezzo per quello che dicesi inlicium^ il roo-
stran le cose che in quel tanto scritto che sgab
biano a fare. Che se qui allora non si fa popolo
presso al questore, ma si chiama ai comizii ; ci
perch questo magistrato non pu convocare Te
serei to urbsuo, che per questa sola causa. Pu
convocarlo bens per pi cagioni il censore, il
console, il dittak>re, interrege; perch il cen
sore forma dalle centurie an esercito per cinque
anni, e tocca ad esso fame la rassegna e chiamarlo
in citt sotto le bandiere; e cos per un anno fa
il diltatore ed il console: ma i questori, la sola
cosa che possono comandare alP esercito, di adu
narsi a quello, per cui sogliono ordinare i comicii
delle centurie.
94. Non v** dubbio adunque che inlicium
non sia questo andare intorno alle mora per atti
rare il popolo alla presenxa d' un magistrato, coi
i35
Itf. TERENTI TAWONIS
iS6
tes * vocv pokfi, in eum locum,. unde voi ad
9ontieneni Vocanlii ci^ifU(]iri postit..Quare
origine nlici et inlicis quod in Choros Proserpi
nae est, et ptlUxit quod in Hermiona^ quora ajt
Pacavini:
re^ni alleni cupiditas pellexit.
Sic E lid i /oi/xera in Aventino ab eliciendo.
% I
g 5. Hoc Buoc aliter ft tlque olim; quod au-
Contali adesMum com exercitus imperatur,
ac praeit quid eum dioere oporteat. Consal augari
imperare solet, tit ia hiliciuiii vocet, nn coenso
.ai>l praeconi. Id iaceptvm crddo, euta non adesset
'ccn8iivtt nihil intererat quoi impemret^^et dicii
fiebant qnaedam neqae item facta neqde
item dicta semper. Hoc ipsum inlegium scriptum
inveni id M. ludii commentariis ; quod tamen ibi
idem eat, quod inlicilo inlexit qua 1 cum E et C
um O mafnam fiabcnl communitatam.
X. Sed quoniam id hoc de paacis rebus ver
ba feci plura f d t pluribus rebus verba faciam pau
ca, et potissimum quae a Graeca lingua putant La-
Una, ut scalpere a &/, sternere a arfuv
vtfuify lingere a X/Xfcaa^si/, i ab l/, ite ab /t6,
gignitur fiyptraiy ferte a ^ipfrf providere a
iTfotdiuV, errttre ab ab eo quod dicunt
^eeyykftv^ trangulare; tin^uere riyyU,
t^ra^lerea abes ab a i r u; ; ab eo quod illi -
wtify nos malaxare; ut gargarissare a yetfya-
putere a ^^^ domare a ^~
^iffy mulgere ab ^ pectere a ^,
stringere a vrfdyyttv; iude enim rfayyi^ ;
nt runcinare a runcina, quoius ftntavn origo
Graeca.
XI. 97. Quod ad origines verborum huius libri
pertinet, satis mullas arbitror positas huius ge
neri. Desistam ; et quoniam de bisce rebos tris
libres ad ta mittera institui, da oraliodt soluta
stia cbiamare j Quinti, sioch>rAccolgasi io luogo,
onde il po.ssa .adirar qtiando invita a concione.
Vien esso adunque dalia raedceima origine, da cui
ci cV ttiraltivo fu detto inUx nel Coro di
Proserpina, in Pacuvio pellexit sta per attrasse,
quandi) scrive nelP Ermione :
Del regno altrui desio attrasse.
Cos da elicere^ che qeanto a dire trar fuori, fu
nomata Para di Gioire /1010.nell Aventino.
95. Nel far questo illicto si tiene ora altro
modo da quel bhe teaetas no tem^o ; perocch
al console, quando comanda, come suol dirsi, Te-
aerei lo, assiste ora n ngurc Che gli saggerisce
ci che ha da dire ; e non al donzello o al bandi
e r e , ma allo stesso augure il console suol ordi
nare che faccia popoto. Cominci que<t' uso, cre-
d io, iancndo per avventura il donzello, perch
non iacea nieote he ordine fosse dato ad uno
piuttosto che un altro, e la certe cose, che toii
sperano sempre fatte o dette ad ufi modo, bastava
fosse salva apparenza. Ne* comentarii di M. Gin-
nio, in iscambio di inlicium, trovai scritto in/e-
gium : ma torna il medesimo, perch da inlicere
si fa pure inlexit^ per la grande comunicanza
che hanno 1 con la E e il C col G.
X. 96. Ma poich su questo particolare per
poche cose ho speso molte parole., ne spender
ora poche per molte cose, trattando in ispezielt
di que* verbi che credonsi venuti nella latina dalla
greca favella. Cosi scalpere^ cio incavare, da
0^/; sternere da ^ ; lingere, cio
leccare, da ; e una stessa voce, i ed ife,
suona in greco e in latino il comando d'andarsene;
e gigni s detto il nascere da yiyv%9^m ; e
fiTf, del pari che ferte^ vale portate ; e providere
viene da vfo/V^i/V, errare da strangulare
da >(, tingere da riyy^tY, Arrogi ahes
ed che stanno ugualmente per ci ch
sarebbe tu sei lontano; malaxare e \9%^
che importano parimente ammollire; gargaris-
sare^ o gargarizare, che una cosa con ya^r
; putere che sta altres per putire, come
il greco ^%^ ; domare che da ^% ;
mulgere che da iy%^v, cio mugnere ; pe
ctere che da /, cio pettinare. Cos strin
gere dall antico ^rfeyyfiy, donde ai chiamano
vr^aryyiii le goccie che si fan gemere strin
gendo ; c runcinare dal greco ^ che equi
vale al latino runcina^ cio pialla, da cui a'
detto runcinare il piallare.
XI. 97. Di quel genere di parole, di cui toc
cava a questo libro il dichiarare le origini, parmi
che il numero finora esposto debba essere auffi
ciente ; sicch far fine. E poich intorno a questo
i 37 DE LINGUA LATINA UB. VI. i 33
duo, de poUca urtata; et ex folola oratione ad
te misi dao, priorem lodi elqaae in locii saiit,
hunc de temporibus et qoae ciim bis sant con-
iuncta ; deinoeps io p r o x m o de po&icis terbo-
ram origioibas scribere institoL
argomento m) aon proposto di toandarti tre li
bri, dae per la linguA prosaica^ ed uno per la
poetica ; e dae te nt lio gi mandato per ci che
rag^uatdavft 1 lingua prosaica, net primo dei
quali esppti i aomi de^laogbi e delle cose che y
i trovano, 1 altro i nomi de' tempi e i Toca-
boli che incbindono rispetto a tempo; a voler
compire ci che mi sono propoito, ti seri?ero nel
segaente libro intorno allo origini delle t o c
poetiche.
. TERENTI VARRONIS
DE LI NGUA LATI NA
AD M. TULLIUM aCERONEM
LIBER SEPTIMUS
1. Hic deest in txemplari folium unum^ in
^uo est principium libri rii.
[Temporum Tocabnla et eorum qaae eomonot
font, aut in agenda fiant, ant cum (empore aliquo
enuntiantur, priore libro ixi. 1b hoc dicam de
poeticis vocabulis et eorum originibusf ki quis
multa difficilia. Nam]
I ................. repent ruina operuit; ut verbum
quod conditum est e quibus literis oportet, inde
si posi aliqua dempta sit obscurior 6 t vokintas
impositoris. Non reprehendendum igitur in illis,
qui in scrutando verbo lileras adiiciont aul de
munt, quo i^l facilius^ quod sub ea voce subsit,
videre possint. Ut enim facilius obscuram operam
Myrmecidis ex ebore oculi videant, estrinsecui
admoTenI nigras selas.
a. Quom haec admioicala addae ad eruendam
voluDtatem impositoris, tamen latent muUa. Quod
si podice, quae * in carminibus servavit multa,
prisca quae essent, sic etiam quor essent posuis
set ; fecundius poemata ferrent fructum. Sed ut
in solata oratione, sic in poematis neque * Terba
omnia, quae habeant irwfia, possunt dici ; oeque
multa ab eo, quem non erant m locubrtlionc li<
1. Qui ntiP sempiar9 manca una carta in
cui era ii principio d^l libro nt,
[Net precedente Ifbro ho parlato de vocaboli cbe
denotano tempo, od hn rispetto a tempo, perehi
riiguardauo il fare; o se risguardano Tessere,
portan per considerazione di tempo, cio sono
Terbi. In questo libi*o parler ora de'vocaboK
poetici e delle origini loro, fra le qnaU ce n' ba
molte che aon difficili. Perocch]
............... la raina tdrueciobndo le ricoperve.
Cos) se la voce era chiara quando fu compoeta oo
tutte le lettere cbe le si dovevano ; levatane poi
qualcheduna, non apparisce pi qual fosse la men
te di chi invent quella voce. Sicch non havvi
ragione di biasimo, se, scrutinando un vocabolo,
si aggiunge o toglie una lettera, per vedere pi
facilmente ci che vi sta sotto; ch il simile si
costuma fare negli avorii di Mirmecide, dove con
nn contorno di nere setole ' aiutano gli occlii a
rilevare quelle minate e quasi invisibili opere
a. Cosi ci bastasse ; ch non ostante si falti
aioti per discoprire h mente dell* inventore, molli
TocalMli reitano non di meno ocoolti. Cbe se Tarla
del poetare, a quel modo che serb n'verbi molta
forme invecchiate, cosi ce ne avesse anebe dichia
rato il perch ; la lettura de poemi ci sarebbe fe
conda di mafgior frotta. Ma come nelle prote,eos
anche nelle poeiie,n di tatti i vocaboG li pod dir
,43 . TERENTI VARRONIS
44
terse proseculae, mullum licet legerit. Aelii, bo-
rainif in priuio iti literis Lalinis ezcrcititi, inler-
pretationem carminum Saliorum yidebis ei exili
titera expeditam, et praelerita obscara mul(
S. Nec mirum, quom non modo Epimenides
post annos L. experrectus a multis non cognosca-
titr, aed etiam Teucer Livii post annos xv ab suis
qui sit ignoretur. At hoc quid ad verborum poe
ticorom aetatem? quorum st Pompili regnum fons
in carminibni Saliorum, neque ea ab superioribus
accepta, tamen habent d o c . annos. Quare quor
scriptoris industriam reprehendas qui herois tri-
taTum, alavum non potuerit reperire, quom ipse
avi, tritavi matrem non possis diceref quod in
tervallum multo tanto propius nos, quam hinc ad
initium Saliorum, quo Romanorum prima verba
poetica dicunt inlata.
4. Igitur ife originibos verboram qui mulla
dixerit com node, poli ns boni consulendum^qnam
qui aliquid nequiverit reprehendendam : prae>
sertim curo dicat etymologice non omnium ver
borum dici pos^ie causam, nl qait quare res ad
medendum /nee/Zcina ; neque, si non norim radi
ces arboris, non posse me dicere pirom esse ex
ramo, ramum ex arbore, eam ex radicibus quas
non video. Quare qui ostendit esse ab
equitibus, equites ab equite, equitem ab equo,
oeqae equus nnde sit dictt ; tamen hic docet et
^lara^et satisfacit grato; qaem iimlari possimasne,
i f i e Uber erit indicio.
II. 5. Dtcam in hoc libro de verbis qaaea poe-
ffe eimt potita, primum de locis, deinde de bit
qaae in locis sQnt, tertio de temporibuf, tum quae
cum temporibus snntconiuncta; sed ita^atqnae
6om hii sunl coniuncta, adiungam ; e t i i qaid ex
cidit ex Jiac quadripartitione, tamea in ea ut
comprehendam.
6, Incipiam hinc :
Vnms rit quem tu tolles ad caerula caeli
Templa,
donde vengano; n il pu dir che di pochi, per
istudiar eh' abbia fatto, chi nel suo jtodio non
abbia avuto a compagna Tarte de'grammatici. Lo
stesso Eliu, uomo quant'altri mai addestrato nelle
lettere latine, tu puoi vedere con cht magfo co-
roento si sia sbrigato Be'carmi de'Stlii, e quante
cose saltasse degne di spiegazione.
3. N dee far maraviglia; poich non solo
Epimenide dopo cinquant'anni risvegliandosi non
rioonoseiuto dai pi, ma lo stesso Teucro, de
scritto da Livio, dopo quindici anni di lontananza,
quando ritorna fra* suoi, non trova pi chi il rav
visi. pare non egli questo un nonnulla all'et
di tante voci poetiche, le quali, posto che non si
fossero gi trovate in nso, ma le avessero allora
per la prima volta fatte, quando,sotto il regno di
Numa, le adoperarono nei carmi de' Salii, avreb
bero non di meno settecent'anni? Perch recar
gli a difetto d'arte,se uno scrittore non ha potato
pescare il bisarcavolo di qualche eroe o pi l,
quando tu stesso non mi sapresti dire chi fosse la
madre di tuo avolo o di tuo bisarcavolo ; che
pure una distanza tanto minore da noi, che non
il farsi sin dal principio de' Salii, al cui tempo
dicono introdotte le prime voci poetiche presso i
Romani ?
4. Sicch nell'esporre le origini delle parole,
chi abbia fatto aggiustatamente di molte, dovr
aversi a grado, anzich dargliene carico se non gli
avvenne di tutte: massimamente insegnandoci
Tarte che non di tutte le voci si pu dir la ragio
ne, com' a facile a dire perch medicina siasi
chiamato, da mederi cio dal rimediare, il rime
dio ; e che, sebbene lo non vegga le radici del
l'albero, non resta per ch io non possa dire che
la pera venuta dal ramo, e il ramo dall* albero,
e l ' albero da quelle radici che pur non veggo.
Laotide chi fa vedere che equitatus nomossi la
cavalleria da equites c\i^ sono i cavalieri, e qnest^
dal sao singolare eques^ ed eques da equus che;
il cavallo ; tuttoch questi non sappia poi dire
donde sia equus^ pore ha chiarito pi cose, e de-^^
'esserne p*go chi non ingrato: che se io potr
meritar qualche biasimo, sar solo io<quaato non
sappia T r i t a r l o .
IL 5. In questo libro sporr i vocaboli usati
da'poeti,prima pei luoghi, poi per gli oggetti che
son nc luoghi, indi pei tempi, e in ultimo per le
eose ch'han rispetto a tempo. Ma di questi qttat^
tro capi tratter in guisa che distenderommi ao-
che alle loro attenenze ; e te vi sar cosa che non
paia in essi compresa ve la recher ad ogni modo.
6Comincer di qui :
Un vi sar che negli azzurri templi
lanaizerai del deio.
M5 DE LINGUA LATINA LIB. Vii. >46
Ttmpum Iribaj modis dicitar, ab natar, ab au-
fpiciendo, ab timililndine : naiara, in caelo; ab
Dfpiciis, in ferra; ab tirailitudine, sub lerra. In
cacio Icmplura dicitur, ut in Hecubn :
O magna tempia caelitum^
Commixta stellis splendidis;
in lerra^ ut in Periboca :
Scrupea saxay Bacchi tempa^ prope adgre
ditur ;
sub terra, ut in Andromacha :
Acherusia^, templa alta Orci^ saWeie^ infera.
7. Quaqua initium erat oculi, a tuendo pri
mum templum dicturo: quocirca caelum, qua
Ituimur, dictum templum. Sic:
Contremuit templum magnum lovis altito
nantis;
id eit, ut aitNaeyius,
Hemisphaerium^ uhid aethra caerulo
Septo stat.
Eius templi partes quattuor dicuntur, sinistra
i b oriente, dextra ab occatu, antica ad meri>
diem, postica ad septentrionem.
8. In terris dictum templum locus augurii aut
aaspicii causa quibusdam conceptis lerbis finitus.
Concipitur ?erbis non isdem usquequaque. In
Arce sic :
Templa tescaque me ita sunto^ quoad ego caste
lingua nuncupavero,
Ollaec arhos^ quirquir esty quam me sentio
dixisse^ templum tescumquefinito in si
nistrum,
Ollaec arhos^ quirquir esty quam me sentio
dixisse^ templum tescumque finito in *
dextrum.
Inter ea conregione^ conspicione^ cortumione^
utique ea rectissime sensi.
9. In boe templo faciundo arbores constitui
lines apparet et intra eas, regiones, qua oculi con-
M. T s . VAAaOHE, DELLA LIBODA LATINA.
In tre modi si disse tempio^ per natura, per gli
auspicii per somiglianza : per natura, in cielo ;
per gli auspicii, in terra ; per somiglianza^ sot
terra. In cielo dicesi tempio, come nell Ecuba :
O templi alti de' numi.
Sparsi di lucid' astri ;
in terra, come nella Peri bea :
S? appressa agl irli
Sassi,templi di Bacco;
sotterra, come nell' Andromaca :
Io vi saluto, o abissi
Acherontei, dell'Orco oscuri templi.
7. liS parte, doyc cominciava l'occhio, si disse
templum da tueri primum^ cio dal guardar pri
mamente : onde s'appropri questo nome al cielo,
per quanto ci sta innanzi al guardo. Cos :
Trem di Giove altitonante il grande
Tempio ;
cio, come dice Neyio,
L ampio emisfero, dove all'etra siepe
Fa il ceruleo ricinto.
Delle quattro parti di questo tempio, sinistr^^
jchiamasi l'orientale, f ra l'occidentale, anter
riore quella che sta a mezzod, posteriore quelli
che sta a tramontana.
8. In terra si chiam tempio un luogo divisato
con certe formole per augurii od auspicii. Queste
formole non son le medesime per ogni luogo.
Nella Rocca usasi questa :
Il tempio e il tesco sieno per me stabiliti den
tro a' confini, eh'* io sinceramente diviser
con parole.
Queir arbore^ qual eh'* ella sia, di cui ho in
teso di parlare^ termini il tempio e il
tesco a sinistra.
Queir arbore, qual eh' ella sia^ di cui ho in
teso di parlare^ termini il tempio e il
tesco a destra.
Fra que' termini sieno il tempio e il tesco per
dirittura e prospetto e intenzione^ e per
appunto secondo che fu il mio pensiero.
g. chiaro che, nel far questo tempio, si sta
biliscono per confini degli arbori, e in mezzo a
10
*4?
. TERENTI VARRONIS
4
ipiciant, id est lueamnr ; a quo templum dictam
et contemplare : nt apad EDoiam in Medea ;
Contempla^ et templum Cereris ad laevam
aspice.
Contempla et conspicare idem esse appiret ; ideo
dicere, tam cam tvmplura fiicit, aagurem conspi
cione^ qaa ocalorom conspeotqm finiat. Quod,
com dicunt conspicionem^ addunt cortumio-
nem^ dicitur a cordit tsu ( cor enim oortamionii
origo.
10. Quod addit templa ut sint tesca^ aiunt
saacta esae qui gloasas seripsermit. Id st falsum ;
aam curia Hostilia templum est, et sanctam non
at. Sed hoc ut putarent, aedem sacram ease tem
plum taseum, fktum quod in orbe Roma plera-
que aedes sacrae sunt templa, eadem sancta ; et
quod loca quaedam agretiia, quod aliqaoius dei
sunt, dicuntur tesca.
1 1. Nam apud Accium in Philocieti Lemnio :
Quis tu es mortalisy qui in deserta et tesca te
apportes loca ?
Eaim loca qoae sint designat, qqom dicit :
Lemnia praesto
Litora rara^ et celsa Cahirum
Deluhra tenes mysteriaque
Pristina castis concepta sacris ;
deinde :
Folcania templa sub ipsis
CollibuSy in quos delatus locos
Dicitur alto tth limine caeli ;
et
Nemus expirante vapore vides.
Unde ignis cluet mortalibs clam '
Divisus,
questi lo spatio per dirittura, ohiaBato conregio^
doT' hanno gli occhi a guardare} ondech da
rcieri, cio da questo guardare, a' detto iem-
plum e contemplare. Cos presso Ennio, odia
Medea, quando dicesi :
Contempla
E di Cerere il tempio manca osserva ;
si fa palese che contempla ed osserva toma il
medesimo; e che perci gli auguri, quando fanno
il tempio, chiamano conspicio il prospetto, cio
quello spazio entro al quale circoscrivono la vi
sta ; perch conspicere tanto , quanto osservare.
Aggiungono cortumio^ cio intenzione, per in
tuito deir animo che accompagna quello degli
occhi ; poich cortumio da cor,
10. A tempia notano qui i chiosatori che ag
giungasi tesea, intendendo santi, per ci che i
tempii 80 santi. Ma questo falao ; perch la ca
ria Ostilia tempio, e aon luogo santo. Ci che
ha fatto lor credere che templum tescum stia per
aedes sacra^ che in Roma i luoghi delti aedts
sacrae per la pi parte son tempii, e per tempii
santi ; e che alcuni luoghi selvaggi, per essere di
qualche dio, chlamansi tesca.
1 1 . Cos leggiamo, presso di Accio, nel Filot-
tete in Lenno :
Chi sei tu che mortai t'appressi a questi
Deserti lochi e teschi
Ma quali luoghi chiami egli cos), lo dichiara ore
dice:
Di LeuBo a te davanti
Stanno i deserti liti;
Qui da' Cahiri i santi
Delubri, e puri riti,
Custodi de'vetusti
Sacri misteri augoMi *
e in ci che segue :
Qui templi i monti sono.
In cui Vulcan e* accoglie,
Vlto, se vero il suono,
GtdaH'eteree sogUei
e dove soggiunge:
Vedi dalPermo loco
Qual igneo fumo esali?
Di l rapito i! foco
Fu diviso a* mortali.
DE UNGUA LATMiA LIB. VII.
i5o
Qa i i ^ haec qaod tettt dist, noD erravit ; nqoe
ideo quod mu c U, aed qoed obi royateria 6oat
aat tventar, tueaea dieta.
l a. Tueri dao lifntfical: uaam ab aipeclu^
ni dili ; unde eat Enni illad :
Tueor tcj senex^ pr luppiter!
et :
Quis pater aui cognatui volti $contra tueri
Allerora a curaodo ac tutela, ut cam dicimut
belle: Tua tueor^ et tueri villam ; a quo etiam
quidam dicunt illuoiy qui curat aedes facrai, aedi
tuum, QOD aeditumum. Sed tamen hoc ipsum ab
eadem est profectum origine ; quod, quem t oIu-
mui doBBum curare, dieimo: Tu domi videbis ;
ut Plaotnsy oom ait :
Intus para^ cura^ vide quod opus siet.
Sic dicta vestispica qoe veslem spiceret, id est
videret vestem ac tueretur. Quare a tuendo et
templa et tesca dicta cum discrimine eo quod
dixi.
i 3. Etiam indidem illud Enni :
Extemplo acceptum me necato etfilium.
Extemplo enim esi continuo \ quod omne tem
plum esse debet continuo septum, nec plus unum
introitum habere.
14. Quo eit apod Aedum :
Pervade polum,
Splendida mundi sidera^ higis ;
Continuis et sepi spoliis.
Polus Graecum; id significat circum caeli; quare
quod est Pervade polum^ valet : Vade per po
loni. Signa dicuntur eadem el sidera : aigna
quod aliquid aignificent, ut libra aequinoctium |
sidera quae insidant atque ita significant aliquid
Non err dunque Accio nel chiamar iesca quei
luoghi; n li chiamano cosi, pereh aanti; ma
quasi tuesca^ da tueriy perch vi si fanno o cu
stodiscono misteri.
la. Perocch tueri ha due sensi. L ' uno, sic
come ho detto, mirare ; ed a questo modo lo
usa Ennio in quel passo :
Gran dio! te miro, o veglio?
e oeir altro :
Netfuuo degner mirarci in volto,
N congiunto, n padre.
i l secondo senso a?er cura e tutela ; come quan
do diciamo non senza grazia : Tua tueor^ cio :
Mi curo del fatto tuo ; e tueri villam^ cio cu
stodire la villa: ond'anche il santese, chi il chia^
ma aedituuSy perch ha cura del santo, e non gi
aeditumus. Tuttavia questo secondo uso d lucri
si riduce al primo ; perch, se diamo ad alcuna la
cura domestica gli sogliamo dire : Tu domi vi
dehs^ cio : Tu avrai occhio alla casa ; come
in quel di Plauto :
In casa pensa tu, disponi, l occhio
Abbi a ci eh' mestieri.
E similmente da specere^ che quanto tueri o
vidtre^ si chiam vestispica la massaia che ha
cura de' vestili. Dallo stesso tueri^ pei due diversi
suoi usi, nascono adunque e templum e tescum ;
quello dalP osser?are, questo dal custodire.
13. Di qui viene anche avverbio extemplo^
d cui us Ennio in quel luogo :
Prendici, e tosto
Me uccidi e il figlio.
Perocch extemplo quanto a dire senza inter
ruzione, stante che ogni tempio ha da esser chiu
so senza interruzione air intorno, n dee avere
pi che un ingresso.
14. Onde leggiamo presso di Accio :
Spingi il cocchio per le cerule
Vie degli astri; e, ira gli eterni
Fuochi inserte le tue spoglie^
Chiudi il tempio de' superni.
Per cielo ala ivi polus, che voce greca e denota
circolo celeste ; onde andare pel cielo vi detto
pervadere polum. Per costellazioni sta sdera
che t ut f uno con* signa ; perocch signa si
cliiaoiano dall esser segno di qualche cosa, come
5 . TERENTJ VARRONIS | 52
io lerrif perurenJo aliudvc; quare ut signum
candens in pecore.
i 5. Quod est :
Terrarum anfracta revisam ;
anfractum est flexuro, ab origine duplici dicium,
ab ambilo et frangendo. Ab eo leges iubent io
directo pedum V i l i esse, io anfraclo XVI, id est
in flexo.
16. Eonios:
Ut tibi Titanis Trivia dederit stirpem Uberum.
Titanis Trivia Diaut est, ab eo dicta Trivia,
qood io trTo ponitor fere in oppidis Graecis ;
Tei quod luna dicitor esse, qoae io caelo tribus
Tiis raoTetor, in altitodinem et latitodioem et
longitudioem. Titaois dicta, qood eam genuit
Titanis Lato ; Laio enim, ut scribit Maoiliul,
Est Coeo creata Titano^
et, * ut idem tfcribit,
Latona pariit casta complexu lovis
Deliadas geminos^
1J est Apollinem et Dianam ; dia quo Tilauis, De-
Hades eadem.
17. O sancte /ipollo, qui umbilicum certum
terrarum obtines!
Umbilicum dictum aiunt ab umbilico nostro,
quod is medius locus sit terrarnm, ut umbilicus
io nobis; qood utromque rsl falsum. Neque hic
locus est terrarum medius, neque noster umbi
licus est bomitiis medius; itaque pingitur quae
Tocalur i/xwr ric/>a>ofer, ut media caeli ac terrae
lioea ducatur iofra umbilicum per id, quo discer
nitur homo mas ao femina sit, obi ortos bumaous
similis ut in mundo, ibi enim omnis nascuntur
in medio, qood terra mundi media. Praeterea si
quod medium, id est ombilicus ; ot pilae intima,
non Delphi, medium est terrae. Medium, non
hoc, sed qood vocant Delphis; in aede ad latus
est quiddam, nt tbesiuri specie, qood Graeci -
la libra deirequinoiio; sidera si sono dette da
insidere cio dalP improntare, perch infloiscono
col bruciare od altro, e cosi fanno segno io terra;
come signa si chiamano quelle marche a fuoco,
di cui s'impronta il bestiame.
15. Do? egli dice :
A riveder le flessuose vie
Torner della t e r n ;
per fleuuose vie sta a / ^ a c f a , che voce di dop
pia origine, da una particella che vale intorno e
da frangere. Qoeslo vocabolo troviamo anche
nelle leggi, dove prescrivono piedi otto nel dritto,
e sedici nelle svolte.
16. Dice Ennio :
Ove t te fgli
La tilanide TriTa abbia concessi.
La titanide 7*riVia Diana, chiamata TriTa,
perch solitamente nelle citt greche si trova po
sta ne' trivii ; o perch dicesi ch'ella sia la looa,
la qual fa tre vie, movendosi in cielo all ins e
per traverso e per lungo. Titanide poi s ' detta,
perch naCque della litania Lalona. Latona in fatti,
siccome scrve Manilio:
Dal Tilan Geo fu generata )
e, come scrive egli stesso,
Deir amplesso di Giove, i due gemelli
Numi di Deio partor la casta
Latona ;
i quali numi di Deio sono Apollo e Diana ; onde
Titanide anche Diana che la stessa dea di Deio.
17. O santo Apollo, tu che umbilico
Verace lieni della terra.
Umbilico vogliono che siasi qui detto per ci
che Delfo sia il mezio della terra, come in noi
umbilico; ma queste cose sono ambedue false.
N quel luogo il mezzo della terra, n umbi
lico il mezzo della nostra figura; e in quella
che dicesi imagine di Pitagora.^ il mezzo del-
1 universo rappresentato con una linea tirata,
di sotto dall umbilico, per quella parte da cui di-
stinguesi il maschio dalla femina, dov' il princi
pio della generazione umana, al modo stesso che
nell' universo lotto nasce nel mezzo, perch la
lerra ne tiene il centro. Ma quando pure um
bilico foue il mezzo dell oomo ; quel della terra
f , come in una palla, la parte pi interiore, e
i53
DE LINGUA LATINA LIB. VII. i54
cant ^ qaera Pjlhonos aiunt Itimolum :
ab eo nostri ioterpretei umbilicum di
xerunt.
i8. Pacuvius:
Calfdonia altrix terra exuperanfum virum.
ager Tusculanus, sic Calydonius ager est, non
terra : sed lege poetica^ quod terra Aelolia, in
qua Calydon, s parte totam accipi Aetoliam voluit.
19. Accius :
Mystica ad dextram vada praetervecti.
Mystica a mysteriis, quae ibi in propinquis loris
nobilia fiunt.
Enni :
Areopagitae qui dedere sumbolam,
Areopagitae ab Areopago : is locus Atheois.
90. Musae^ quae pedibus magnum pul
satis Olympum,
Caelum dicunt Graeci Olympum, montem in Ma
cedonia omnes ; a quo potius puto Musas dictas
Olympiadas. Ita enim ab terrestribus locb aliis
cognominatae Libethrides^ Pimpleidety Thespia
deSy Heliconides,
a i . Quasi Uellespontum et cZoiOire, quod
Xetrses quondam eum locum clatfsit ; naro, ut
Konius ait,
Isque Hellesponto pontem contendit in alto:
nisi potius ab eo quod, Asia et Europa ubi colli
dit, mare itiler angustias facit Pro|>oulidis fauces.
22. Pacuvi
Liqui in Aegeo freto.
non Deifo. II mezzo della ferra ; non in proprio
senso, ma secondoch chiamali in Delfo ; ) una
spezie di ripostiglio che y' da lata nel tempio
ed ove voce che sra sepolto il Pitone. E perch
i greci lo dicono ^ i nostri, voltandone
letteralmente il nome, hanno chiamato umbilico.
18. Pacuvio:
T41 calidonia terra,
Madre di forti.
Come il tenere di Toscolo si dice ager^ non terra;
rosi anche avrebbe dovuto nomarsi quello di Ca-
lidone. Ma perch terra Etolia in cui Cali-
done ; il poeta, conforme alle leggi della sua arte,
disse terra calidonia, denotando con la parte Pio
ter Etolia.
19. Troviamo in Accio ;
Poi che dietro rimasi alla lor destra
Furu i mistici guadi.
Mistici disse pei famosi misteri che vi si cele-
brano nel luogo presso.
In Ennio :
Gli A reopaci li che lor voci diero.
Siconsi Areopagiti da Areopago, che un luogo
in Alene.
ao. Muse, che il grande Olimpo
Col pi premete.
1 Creci chijmano Olimpo il cielo: universalmente
poi cos chiamasi un monte della Macedonia ; e
da questo mi par pi probabile che le Muse siensi
dette Olimpiadi; perchsimilniente da altri luo
ghi terrestri le vefgiam nnmate Libetridi^ Pim
plee^ Tespiadiy Eliconie.
21. Cosi in luogo d" Ellesponto si disse aiichc
claustra.^ cio la chiusa ; perch Serse chiuse un
tempo quel sito, quando, come scrive Ennio,
D' Elle neir allo mar protese un pouie :
se non crediamo piuttosto che siasi chiamala
chiusa per ci che il mare, ridotto ivi in istretto
dalle terre Asia e d' Europa che vi si affronta
no, fa la bocca della Propontide.
22. Pacuvio dice fretum per somiglianza E-
geo, dove scrive :
l^scini nel mare Egeo.
i55 . TfcRENTl VARRONIS
56
Dictum fretum a linitlilodiae er?enlif aquae,
quod in frelum faepe concurrat aeitui atque ef-
ferfcfcal. Aegtum diclum ab iusulii, quod in eo
tnari scopuli in pelago vocantur ab fiinililudine
ciiprarum aeges.
a3. Ferme aderant aequore in alto ra
tibus repentibus.
%
Aequor mare appellatura, quod aequatum quom
commotum vento non est. Ratis navis longas di
xit, ot Naevius quom ait :
Conferre queant ratem aeratam quin perbitet^
Sei^ dum mare sudantes eunty aliques sedent ?
Ratis dicta navis longa propter remos, quod ii,
quom per aquam sublati sunt dextra et sinistra,
duas ratis efficere videntur; ratis enim, unde hoc
tralatum, Ullc ubi plurea mali aut assei'es [iuncti
aqua ducuntur. Hinc naviculae cum remis ratia-
riae dicontur.J
Hic deest in exemplari folium unum.
III. a4 [ agrestis infulatas hostias^
Agrestis ab agro dictas apparet ; infulatas ho
stias^ quod velamenta, his a lana quae adduntur,
infulae. Itaque tum, quod ad sepulcrum ferunt,
frundem ac flores addidit ;
lanas^ sed i^elatas frondentis comas.
a5.
Cornuatam umbram iaci.
Dicere apparet cornuatam a cornibus : cornua a
curvore dicta, quod pleraque cnrva.
26. Musata queis memorant nomen esse
Casmenarum,
Priscum vocabulum Ila natum ac scriptum est ;
alibi Carmenaenh eadem origiuesunt declinatae.
In multis verbis, in quo antiqui dicebant S, po
stea dictum R ; ut in carmine Saliorum sunt haec:
Freta si aomano propriamente gli stretti %fer
9eret cio dal bollire, per ci che ivi dal frequente
urto delle maree acqua sembra bollire. S* poi
detto Egeo per le isole ; dacch in quel mare gli
scogli, che vi stanno in mezzo, si dimandano per
similitudine aeges, cio capre.
a3. Eran gi presso, per acquoso piano
Scivolando le navi.
Aequor^ cio piano, cliamato il mare, perch' '
naturalmente agguagliato, ae il vento Don lo
sconvolge. Disse poi rates le navi lunghe, o galee,
al modo di Nevio l dove scrive :
Come addur salva la rostrata nave ;
Se, mentre gli uni vanno in mar sudando,
Siedono gli altri ?
rates chiamansi le galee per cagione de* remi
che, quando son levati attraverso liacqua a destra
e a sinistra, par che facdan due zattere ; perch il
vero senso di ratis^ donde si trasport alle galee,
pi travi o tavole unite, tratte daUa corrente.
Di qui le barche a remi si dicono ratiariae.
Qui nell* esemplare manca una caria.
III. a4. agresti vittime infulate.
pittime agresti chiaro dirsi da' campi, dove
s'allevano ; infulate poi, perch infuU son quelle
bende di lana che si metton loro su capo. Onde
allora, stante che la viilima non tratta all' ara,
ma ad un sepolcro, dice il poeta :
Fronde
E fior le appose, non di lana il eapo.
Ma di fronzuti rami ineoronando.
a5. Mandar ombra cornuta.
Chi non ved che cornuata^ cio cornuta, da
corna ? Corna poi si dissero dalla loro curvit,
perch la pi parte son curve.
a6. O Muse, che nomate dicono Casmene,
Questa, non gi Camenae^ fu originaria forma
e la pi antica scrittura del loro nome ; donde
altre volte si fece poi Carmenae^ allo stesso modo
che in tant' altre parole, dove io antico era la S,
fu sostituita la R. Cosi nel carme de'Salii, l dovt
dice :
i 57
DE LINGUA LATINA Llfi. VII. i55
* Cozoiauhido* et ; omiita enim^eFO
Ad patula" ose" misse lani cusiones,
Duonus Cerus eset dunque lanus ve^et,
Posi :
Melios eum recum
Eie spatium decem linearum relictum
erat in exemplari.
27. . . . foedtsum foederam, plusima
plurima, meliosem meliorem, asenam areoam,
ianitos ianitor. Quare ex Casmena Carmena,
carmina^ carmen^ el, R exirito, Camena fa-
ctom. Ab eadem yoce canite ; pro qao in Saliari
Terso scriptum est eante^ hoc versa :
Di^om empete cante^ di^om dio supplicate.
a8. l o carmine P r i ui i quod esi :
Feteres Casmenas cascam rem odo profari^
E t Priamum ;
cascum significat Teios; ius origo Sabina, quae
osque radices in Osotm Hofoam egit. Casoam
Teios esse significat nnios, qod ait t
Quam Prisci^ casci populi, tenuere Latini.
Eo magis Manilius, quod ait :
Qascum duxisse Cascam non mirabile est^
Quoniam Caron eas conficiebat nuptias.
Item ostendit Papini ^^ qood io
adolescentem fecerat Cascam :
Ridiculum est cum te Cascam tua dicit amica^
Fili Potonis^ sesquisenesi puerum.
Dar alia danxa i sooni; cb fli oreochi attesi.
Di Giano i cnrioni gi i i segnali han resi.
Sari di beni aotore Giano che non sanore,
sta eso per ero, ed oses per aures^ ed Uri di
qocsto andare ; e di poi : Melios eum reaun^
per melior eorum regum.
Qui nelt templare mancavano dieci linee.
%. Similmente in allre antiche scrittore tro-
Tamo foedesum per foederum^ plusima per
plurima^ meliosem per meliorem^ asenam per
arenam^ ianitos per ianitor. Da Casmena adun
que si fece Carmena^ da cui carmina si dieser
i Tersi ; e di l i poi, leTatone Ta la R, s fe' Ca
mena. Dalla stessa Toce si disse canere il cantare;
in luogo del coi impcratiTo canite^ nel carme dei
Salii leggiamo cante in quel Terso ohe significa :
Alzale al Nume i canti con festosi moti ;
De* numi al nome innanti chini fTrtte i Toti.
28. Nel carme di Priamo, doTe s legge :
Dalle Camene antiche, t o ' che Priamo, aolie
Storia, si narri ;
per antica storia sta cascam rem. Cascrnn in.
fatti significa antico ; ed Tocabolo di Sabina
origine, donde poi propagossi fin nelP Osco idio
ma. Che tal ne foase il Talore, ce lo mostra Ennio,
chaamamlo casci populi Prischi Lathii, li dofe
dice:
Tennerla i Prischi
Latin, popoli antichi ;
e meglio ancora Manilio, usandolo per vecchio in
quella celia :
Una Tecchia un Tecchio ha lolla ;
Grande il caso non far;
A Caronte questa Tolta
Far il pronobo tocc.
Medesimamente ce di a Tedere qneir epigram-
metto di Papinio, eh' era stato fatto per un gioT*
netto dei Caschi, e dice cos :
Mi fa rider la Ina dama,
O buon figlio di Potone,
Qoaodo Casea la ti chiama,
Ella Tcochia Ce garxone.
i 59 . TERBNTl VAEROMS
Dc9 illam pusam : sic fiet mutua muli;
iCd
Nam ^tre pusus tu^ tua amica senex.
29. lleiD ostendit quod oppidtfra vocatar Ca
sinum; hoc eniro ab Sabinis orti Samoites tcone-
ninl, et nunc nostri etiam nane Forum Vetus
appellant, llcm significant in tellanis ali quod
Papponi senem, quero Osci casnar^ appellant.
3o. Apud Lucilium :
Quid tibi tgo ambages Ambivi scribere coner?
Profectum a ferbo mbe^ quod ioest in ambitu
et ambitioso,
3 i. pud Valerium Soranum:
vetus adagio est^ o P. Scipio ;
quod Tcrbum usque eo evanuit, ut Graecum pro
eo positum magis sit apertum; nam idem est quod
afo//u/cnr Tocant Graeci, ut est :
Auribus iupum teneo.
Canis caninam non est.
Adagio est, littera commutata, ambagio dicta ab
eo quod ambit orationem, neque in aliqua una re
consistit eob. Ambagio dicta, ut ambustum quod
circum ustum est, ut ambiegna bos apud augures
quam circum aliae hostiae constituuntur.
3a. Quoni tria siut coniuocta, in origine ver
borum quae sint animadvertenda, a quo sit im
positum et in quo et quid ; saepe non minus de
tertio quam de primo dubitatur, ut in hoc, utrum
primum una canis aut canes sit appellata ; di
cta enim apdd veteres una canes, itaque nnius
fcribit :
Tantidem quasi feta canes sine dentibus
latrat ;
Lucilius ;
Aequam et magnus homoy laniorum immanis
canes ut.
Vuoi pigliarne buon rotClof
Fa che bimba tu la dica,
Dacch il bimbo se' tu in fatto,
E la grima la tua amica.
29. Un altro argomento ce ne porge il castello
detio Casinum ; perch quel castello fu tenuto
prima da* Sanniti che vengono da* Sabini, ed ora
i nostri, conservandone tradotto il nome, lo chia-
mavauo tuttavia Foro Vecchio, Ce lo conferma
no in fine alcuni scrittori d'AtelIane, dando il
nome di Vecchio Pappo a quel personaggio ohe
gli Oschi ilicono Casnar,
30. Troviamo in Lucilio :
Non ragipn che a scriverti le ambagi
D' Ambivio mi travagli.
dalla voce ambe^' che vale intorno ed entra in
ambitus e ambitiosus,
3 1. In Valerio Sorano, la dove dice :
O Publio Scipion, proverbio antico,
per proverbio, leggesi adagio ; ia qual parola
sparita dalfuso a segno che chi adoperasse in vece
il vocaboi greco equivalente, sarebbe pi di l eg-'
gieri inteso. Perocch importa ci che i Greci
chiamano // ; quali sono questi modi: Io
tengo il lupo per orecchie ; Cane non mangia
di cane. Si disse adagio quasi ambagio^ con It
sostituzione d' una lettera ; perch il suo senso
non fermasi nella sola cosa particolare che dicesi,
ma le gira intorno e distendesi a tutto ci che ha
somiglianza con essa. Si f* poi ambagio nel modoi
stesso che si disse ambustum ci eh* bruciato^
air intorno, ed ambiegna bos si chiama dagli au-i
guri quella vacca eh' intorniata da altre vittime.
32. Poich nell* origine delle parole accadooo
da esaminare tre cose fra lor congiunte, vale a
dire da che sia tratto il vocabolo ed a che dato e
come dato ; di frequente avviene che si dubiti
non meno della terza che della prima cosa, come
per esempio se la prima forma del siogolare sia
stata canis o canes. E di vero noi troviam negli
antichi detto canes d una sola cagna o cane ; co
me in Ennio ove scrive :
Quasi sJendata cagna
Che latra a guardia de' lattanti 6gli ;
e in quel passo di Lucilio :
Un poltron d'ooMCcioDe, pari a grouo
Cau di beccaio.
lc
DE UNGUA LATINA LIB. VII.
162
I m p o t i t l o Qoi u e d t f b o i t tate caB i , p i D f a m c a a e i ;
f e d n e q o e E i h i q j c o a n u t o d i a e n i l l a m t e q u e n j
r e p r v b e n d e n d u s . Dee U q u i d o i c d i c i t : Canis
caninam non est, S e d c a o e i , q u o d J a t r a i u ii>-
g n o m d a n t . ut t g o a c a n u n t , c a / t e i a p p e l l a t a e ; e t
q u o d e a y o c e i n d i c a n i n o c l u q u a e l a t e o t , latratus
a p p e l l a t u .
33. Sic dictam a qaibuadam, ut una canci,
una trabes.
trahes * remis rostrata per altam ;
Enoios :
Utinam ne in nemore Pelio securibus
Caesa accidisset abiegna ad terram trahes ;
q u o i u t ? e r b i s i n g u l a r i s c a s u s r e c l u s c o r r e p l u S | i c
facta trabs.
34. l o Medo :
Caelitum camilla^ exspectata advenis^ sai^e
hospita.
Camillam.^ qui glossemata interpretati, dixerant
administram; addi oportet, in bis quae ooealtio-
ra ; itaqne dicitur nuptiis camillus., qui cume
rum fert, in quo quid sit, in ministerio plerique
extrinsecus nesciunt. Bine Casmilus nominatur
Samothrece mysteriis dios quidam administer
Diis Magnis. Verbum esse Graecum arbitror,
quod apud Callimachum in poematis eius inveni.
35. Apud Ennium :
Suhulo quondam marinas propter astabat
plagas.
Suhulo dictos, quod ita dicunt tibicines l usci ;
quocirca radices eius in Etroria, non in Latio
quaerundae.
36. Fersibus quos olim Fauni ^atesque
canebant.
Fatmi dei Latinorom, ita ut Fanse* et Fiona
it. Hoi Ttrtiboi, qaos vocant Satornios, in silvt
Alribus I0S traditam est aolitos sri fotura, a quo
fando Faunos dictos. Antiqui poetas kiletappel
M. T e r . Va r i o i i b , d i l l a l i n g u a l a t i n a .
La prima ionnti Ut] oumero dell" ooo dovette
ser canis^ e canes in quello dd pr : non $om
per da riprendere n Ennio cbe tenne uso di
verso, n chi dice ora : Canis caninam non est.
Del resto s' addomandarono cani^ perch danno
segno con Tabbaiare, e del dav segna dicesi cant
re ; come latrati chiamafonsi i loro abbaiar da
latere che stare nascosto, perch con essi la
notte porgono indxio di ci eh' naseosto.
33. Al modo di canes, aleaiii diisero nei no-
mioativo del singolare foche trahes ; com' in
qael lugo :
Spinta da* r4oai
U mmr fendeva la roairals^ l^ave ;
e in queir altro di Enoio :
Oh ! se caduta al suol mai mai non fosse
Trave recisa da sonanti ferri
Nelle selve del Pelio !
11 nominativo singolare di questa parola fu poi
accorciato, e im venne trabs.
34. Nel Medo, ove dicesi :
Salve, rasoistra de' celesti^ amka
Visitatrke ; deMt gioogi,
per ministra sta camilla^ che i chiosatori inter
pretarono appunto per ministra: bisogna aggiun
gere, nelle cose pi occulte; ond' cbe nelle noz
ze chiamasi camillo quegli che porta il paniere
coperto, in cui che cosa stia dentro, i pi de aer-
venti no M pouoo sapere da ci che appare di
inori. 11 perch in Samotracia dicono casmilo
ne'misteri un certo nume ministro, degli Dei Ma
gni. Credo sia voce greea ; perch Tbo trovala
nelle poesie di Callimaco.
35. In Ennio ove dioe :
Sfavasi un giorno presso alla marina
Di flauto un sonator,
per sonatore di flauto si legge subulo. Cos lo
chiamano i Toschi ; onde la radice di questa pa
rola s ha a cercare in Elruria, e non gi nel Uzio.
36. Versi, quali cantar solcano un giorno
1 Fauni e i vati.
I Fauni sono dei de" Lalioi, tali che v Fauno
e Fsnna. NarrAsi di loro che io akuat loogbi
silvesUri fossero ioliti a predir lavvenire con quella
sorte di versi obe si dioon saloroii, e cbe per da
11
i63 . TERENTI VARRONIS
labant a venibus Tieqdis, ut de * poematis cam
scribam, ostendam.
37. Corpore Tartarino prognata Palu
da virago,
Tartarino dictum a Tartaro. Plato io quattuor
fluminibus apud inferos quae sint, in bis unum
Tartarum appellat; quare Tartari origo Graeca.
Paluda a paludamentis : haec insignia atque or
namenta militaria ; ideo ab bellum quom exit im
perator ac lictores mutarunt Testem et signa in-
cinuerunt, paludatus dicitur proficisci : quae,
propterea quod conspiciuntur qui ea babeot, ac
fiunt palam, paludamenta dicta.
38. Plautus :
Epeum fumificum^ qui legioni nostrae habet
Coctunt cibum,
Epeum fumificum^ cocum ; ab Epeo illo, qui
didtnr ad Troiam fecisse equum Troianum et
Atridis * cibum curasse.
39. Apud Naevium :
Atque prius pariet locusta Lucam bovem.
Luca bos, elephas. Quor ita sit dicta, duobus
modis inveni scriptum. Nam et in Corneli com
mentario erat : Ab Libycis Lucas ; et in ^irgilii :
Ab Lucanis Lucas ab eo quod nostri, quom ma
ximam quadrupedem, quam ipsi haberent, voca
rent bovem, et in Lucanis P jrrhi bello primum
vidissent apud hostis elephantos, item quadrupe
des cornutas (nam quos dentes multi dicunt, sunt
cornua), Lucanam bovem quod putabant, Lucam
bovem appellassent.
40. Si ab Libya dictae essent Lucae, fortaue
an pantherae quoque et leones non Africae be
stiae dicerentur, sed Lucae; neque ursi potius
Lucani, quam Luci, * si ab Lucanis Luci. * Quare
ego arbitror potiuf Lucas ab luce, quod longe
rclucebant propter inauratos regios clupeos, qui
bus eorum tum ornatae erant turres.
farit cio dal pacare, siensi nominali Fauni. '
Vati poi si chiamarono anticamente i poeti da
viere^ cio dal legare, per quel legame che for
male al verso.
37. La paludata
Dira, discesa da tartareo seme.
In luogo di tartareo detto tartarino^ che pa
rimente da Tartaro. Platone fra i quattro fiumi
che pone nelP inferno, uno ne chiama l'artaro ; '
ondech origine della voce Tartaro greca. Di
cesi paluda^ cio paludata, la dixa, dai paluda
menti, che sono insegne e fregi militari ; per cu},
quando il comandante parte per la guerra e i lit
tori mutarono veste e le trombe hanno gi dato
il segnale, dicesi eh' ei parte paludato. Quelle
insegne poi si nomarono paludamenti da palam^
perch distinguono quei che le hanno, e ne fan
palese la dignit.
38. Dice Plauto :
11 fumi fero Epeo, che ha rotto il cibo
Al nostro reggimento.
Fumifero Epeo tanto quanto cuoco, per qael-
Epeo che nella guerra troiana dicesi aver fab
bricato il cavallo troiano, ed atteso alla cucina
degli Atridi.
39. Nevio chiama Lucas boves gli elefanti in
quel luogo, ove dice :
Innante
Da una locusta nascere
Vedrassi un elefante.
Il perch di questo nome, lo trovai esposto in
due maniere diverse. Nel commentario di Corne
lio notavasi ; Lucae da Libici ; e in quello di Vir
gilio era scritto in vece : Lucae da' Lucani, ag
giungendo che, siccome i nostri erano usi a dir
bue il maggior dei quadrupedi che aveano essi ;
cos, quando nella guerra con Pirro videro per
la prima volta in Lucania gli elefanti nelle schiere
oemiche, con quattro piedi e coma, al modo dei
buoi (perch quelli che molti chiamano denti, ef
fettivamente son coma), li credettero buoi di Lu
cania, e per li dissero Lucas boves,
40. Ma se Lucae si fossero detti, perch na
tivi di l^ibia ; anche le pantere e i leoni, sarebbe
staU ragione che s chiamassero, non bestie afri
cane, ma Lucae ; come per l'altra parte, se ave*-
sero tratto il nome dalla Lucania, anche gli orsi
non si direbbero Lucani^ ma Luci, Laonde i o
sono di credere che siansi piuttosto cosi nomali
i65
DE LINGUA LATINA LIB. VIL 166
41. ApadEoni am:
Orator sine pace redit^ regique refert rem.
Orator dictus ab orlieoe; qui enim verba ora
tiooom haberet poblice adversas euro quo lega-
bator, ab oratione orator dictos. Quoro res maior
erat, oratores * legabantur potissimum qui cau
sam commodissime orare poterant; itaque En
nius ait :
Oratores doctiloqui.
4a. Apud Enniom :
Olli respondit suavis sonus Egeriai.
Olli valet dictum illi, ab olla et ollo. Quod alte
rum, comitiis quom recitatur a praecone, dicitur:
Olla centuria^ non illa ; alterom apparet in fune-
ribos indictivis, quom dicitur: Ollus leto datus
esty quod Graecof dicit id est oblivioni.
43. Apud Ennium :
Mensas.constituit idemque ancilia * .
Ancilia dicta ab ambecisu, quod ea arma ab
atraque parte, ut Thracum, incisa.
44 Lihaque.,fictores.^ Argtos^ et tutulatos.
Liha^ qaod libandi causa fiunt ; fictores dicti a
fingendis libis ; Argei ab Argis. Argei fiunt e
scirpeis simulacra hominum X X l l l l ; ea quotan
nis de ponte Sublicio a sacerdotibus poblice deici
solent in Tiberim. Tutulati dicti ii, qoi in sacris
in capitibus habere soleot ut metam ; id tutulus
appellatos ab eo quod, matres familias crines con-
Tolotos ad verticem capitis quos habent vitta *
Telatos, dicebantor tutuli, sive ab eo quod id
tuendi causa capilli fiebat, sive ab eo quod altis-
simunl tn urbe quod est, a n , tutiuimom Tocator.
da luce, per lo splendore che mandavan da Iungi
pei regii scudi dorali, ond' erano ornate le loro
torri.
4i . 1'roviamo in Ennio :
Bitorna orator, ma non adduce
La chiesta pace, e tutto narra al duce.
Oratore si disse da orare, perch questo nome si
dava a chi orasse in nome del comune alla pre
senza di quello, a cui era invialo. Quando occor
revano cose di grande importanza, si sceglievano,
per inviarli in qualit d'oratori, quelle persone
che potean trattare nel miglior modo la causa ;
ond' cheiu Ennio si parla di oratori da lui detti
doctiloqui^ cio dotti nelP arte di favellare.
4a. 11 medesimo Ennio osa olii per i7//, che
quanto dire a lui, in quel verso :
In dolce suono Egeria gli rispose.
Gli antichi, in vece di ille ed i//a, diceano ollus
ed olla Quanto alP uno, allorch il banditore
chiama ne'coroizii le centurie, dice ancora Olla
centuria^ e non illa ; dell' altro poi abbiamo
esempio ne' morlorii intimali per via di bando,
allorch si dice ; Ollus leto datus esty cio : Que
gli morto; giacch letum sla pl de Gre
ci, che vale oblivione.
43. Leggesi in Ennio :
Da lui principio degli dei le mense
Ebber, da lui gli ancili.
Ancili ti dissero da ambe e caedere^ cio dal ta
gliare intorno, perch quegli scudi sono incavati
da ambedue le parti, come quelli de' Traci.
44 Segue :
e le focacce,
1 formator, gli Argei, i sacerdoti
Dal conico berretto.
Per focacce il testo ha liba^ perch servono di
libagione ; per formatori vi sta fictores^ da fin
gere che equivale a formare, perch sono quelli
che formano le focacce ; gli Argei trassero il no
me da Argo, e sono ventiquattro figure d'uomini,
fatte di giunchi intessuli, che solennemente si
gettano ogni anno da'sacerdoti dal ponte Sublicio
nel Tevere. Quelli poi che diciamo sacerdoti dal
berretto conico, si chiaman nel testo tutulati ; e
sono quelli che ne' sacrificii sogliono portare su ' i
capo una specie di cono, nominato tutulq per la
somiglianza cbe ha con racconciatura delle madri
di famiglia, che s aggruppano i capelli sopra il
i7
. TERENTI VARRONIS
i 6 S
45. Eandem Pompiliam ait fcie flamines,
qni qoom omnet sunl tingolis deii cognominati,
in ({oiboadam apparent |<rc//uery ut cor iit Martior
lis et Quirinalis ; soni in quibo flaminnro co-
gnominibof latent origines, nt, in big qui soni
Ttriibos, pleriqne :
Voltnrnalem^ Palatualem^ Furrinalem
Floralemque^ Falacrem et Pomonalem Jecit
Hic idem ;
quae obfcura nuit. Eorum origo Voltomn, diva
Palatua, Furrina, Flora, Falacer pater, Pomona.
46 Apud Ennium :
lam eata signa fera sonitum dart troce pa
rabant.
Cata acuta ; boc enim ^erbo dicunt Sabini: quare
catus Aelius Sextus
bon, nt aiunt, lapieni, aed acutui ; et quod eal :
Tunc cepit memorare simul cata dicta^
accipienda acuta dicta.
47. Apud Lucilium :
Quod thfnno capto cohium excludunt foras ;
e t :
Occidunt elopes^ saperdae et iura siluri ;
el :
Nmritae atgue amiae^
piaoiam nomina iunt, eorumqae io Graecia origo.
cocuxzolo, altorcendoli con bende. Queste capel
lature cos aggruppale a lodo di piramide si di
cono tutuli, o da iueri, che sta per proteggere,
siccome falle per protegger meglio i capelli;
da tutus che quanto a dire sicuro, per imagi
ne cbe rendono delle rotebe, le quali poste nella
parte pi alta della citt, se ne chiamano, siccome
sono, il luogo sicuro.
45. Aggiunge Ennio cbe il medesimo Pompi
lio istitu anche i flamini : e nei nomi di questi
(ch ciascuno il trasse dal proprio dio), elimo-
logia in altri chiara, ed in altri meno chia
ro donde si chiamino il flamine Marmiale ed il
Quirinale: ma non il medesimo nella pi parte
di quelli che son ricordati ne'seguenti versi :
Ei stesso
Fece il Palaluale, il Voltumale,
11 Fnrrinale, il Faacre, il Florale
E il Pomonale.
L' origine di questi nomi sono la dea Palato,
Volturno, Furrina, il padre Falacre, Flora, Po
mona.
46. Catus su per acuto in quel luogo di
Ennio :
S* apprestavano ornai con fiera voce
Il segnale a mandar le acute trombe ;
ed in questo senso usano io fatto i Sabini. Il
perch anche dove s d questo epiteto a Sesto
lio, si dee intendere acuto, e non saggio, come
altri dicono ; e caia dieta si vogliono interpre-
tare per molli acuii in quel verso che, rettamente
esposto, significa :
Allor si diede
Insieme a rammentar gli acuii molli.
47. Thjrnnus^ cobius ed altri oscuri vocaboli,
cbe troviamo in Lucilio l dove dice :
Fuor getta il ghiosso chi pigliato ha il tonno ;
e l dove scrive :
Elopi, sarde e brodi di siluro
Adducono alla tomba ;
e in queir altro luogo, in coi dice ;
Neriti ed amie,
son tulli nomi di pesci, la cui origine e da cercai j
re in Grecia.
69
48. Apad Ennhim :
DE LINGUA LATINA UB. VIL
46. lo nnio :
170
Quat (qute id eit corpora) cava eaeruteo plo
cortina receptat.
Cava cortina dieta qaod est io ter terraoi et eae-
lum, ad fimililudDem cortinae Apollinis; ea a
corde, quod inde sortes primae existimatae.
49. Apod Enninm :
Quin inde inviiit sumpserint perduellibus.
Perduelles dicantur hostes : ut perCecit, sic per-
duellum ; et duellum^ id postea bellum. Ab ea
dem causa facta Duellon Bellona.
5o. Apud Plautum :
Ifeque iugula^ neque vesperugo^ neque vergiliae
occidunt.
Jugula tignuo
qnom ait :
quod Accius appellat Oriona^
citius Orion patescit,
Huioi signi caput dicitur ex tribus stellis, quas
infra duae clarae, quai appellant ameros ; inter
quas quod videtur iuguluro, iugula dicta. Vespe
^ugo stella quae Tespere oritor, a quo eam Opilius
scribit Vesperum, lubar dicitur alterum. Vesper
alter, qnem dicunt Graeci
5i. Naevius:
Patrem suum supremum optumum appellat.
Supremum a superrumo dictum ; itaque in XII
tabulis dicunt :
occasu diei suprema tempestas esto.
Cui (cio i quali corpi) ricetta la concava cortina
NelP azxurro suo velo.
Concava cortina detto lo spazio che fra il
cielo e la terra, a tomigliaoia della cortin.* d' A-
pollo. Questa poi ebbe il nome dal cuore, perch
da esso si credettero venire i primi oracoli.
49. in Ennio, ove dice :
Senza che tr se deggiano, a malgrado
De nemici ;
io luogo di nemici sta perduelles. Come da per e
fecit si fa perfecit, cos s ' fatto perduellum da
per e duellum che significa guerra e s' poi mu
tato in bellum ; onde anche la dea della guerra,
che diceasi,prima Duellona^ fu poi chiamata
lona,
50. In Plauto, l dove dice :
N Orine, n Vespero, n Pleiadi
Non tramontano mai ;
in cambio d Orione leggesi iugula ; ma in fatto
la costellazione medesima che Accio chiama in
vece Orione, dicendo :
Primo Orine al guardo si dischiude.
Tre stelle unite ne fanno il capo : sotto di esse ve
n ha due di chiara viste, che se ne appellano gli
omeri ; e perch lo spazio, che vaneggia in mezzo,
pare che ne sia la gota, cio latinamente iugulum^
cos intera costellazione s'ebbe il nome di iugu
la. Vespero poi chiamato ivi da Plauto vespe-^
rugo^ da vespera che quanto a dir sera 5 per-
ch' quella stella che nasce appunto in so la sera,
onde anche latinamente Opilio la chiama vesper.
Quello che i Greci dicono cio dop^
pio Vespero, da' Latini distinto con due diversi
nomi : iubar^ cio Lucifero, uno, e vesper^ cio
VesperoTTiltro.
5 1. Dice Nevio :
Ei ottimo supremo suo parente invoca.
Supremo quanto dire che di sopra d' ogni :
altro ; perch* una storpiatura di superrimus,,
qual dovrebb'ensere il superlativo sceso da xu/7er.
Quindi vale anche estremo; ed a questo modo
nelle dodici tavole chiamano diei suprema tem
pestas lo scorcio del giorno, comandando che
j41 tramontare del sole sia la parte estrema
del giorno.
171 . TERENTI VARRONIS
*7
Libri Au gurum pro tempestate tempestutem di
cunt supremum augurii tempus.
52. Io Corniculana :
QiiJ regi latrocinatus dtcem annos Demetrio.
Latrones dicti ab latere, qui circam latera erant
regi atque ad ]atera habebant ferrum, quos postea
a stipatione stipatores appellaruiii ; et qui con
ducebantur, ea enim merces Graece dicitur Xerrpov.
Ab eo yeteres poetae nounuuquam milites tppel-
lant latrones, quod item et milites cum ferro, aut
quod latent ad insidias faciendas.
53. Apud Naevium :
Risi egomet mecum cassabundum ire ebrium.
Cassabundum a cadendo. Idem :
Diabathra in pedibus habebat amictus epicroco.
Utrumque vocabulum Graecum.
54. In Menaechmis :
Inter ancillas sedere iubeas^ lanam carere.
Idem est hoo verbum in Cosmetria Naevii. Ca
rere a carendo, quod eam Ium purgant ac dedu
cunt, ut careat spurcitia ; ex quo carminari dici
tur tum lana, cum ex ea carunt quod in eu haeret,
neque est laua ; quae in Romulo Naevius appellat
assulas solocis.
55. In Persa :
lam pol ille hic aderit credo congerro meus.
Congerro a gerra : id Graecum est, et in Latina
cratis.
Nella stessa guisa i libri dagli Auguri denotano
Testremo spazio di tempo conceduto alPasgurio;
senonch, in vece di tempestatem^ dicono tempe
stutem.
52. Nella Cornicularii, ove dicesi :
che fu dieci anni al soldo
Del re Demetrio,
per essere al soldo usasi il verbo latrocinaris La
trones s ' addomandarono le guardie del corpo,
dette poi stipatores dallo stiparsi d'attorno al re,
o perch gli erano allato, o perch avevano da
lato il ferro, o perch stavano al soldo del re
questa maniera di soldo in greco dieesi .
Quindi gli antichi poeti chiamarono alcune volte
latrones gli nomini di guerra, stante che anche
essi hanno da la lo il ferro, o perch si studiano
di stare lalenti per aggnalare.
53. Nevio, l ove dice:
Risi ben io che venir meco il vidi
Ebro, cascante,
per cascante us cassabundum.^ che parimente
da cadere. Sel medesimo Nevio, per denotare
due particolari foggio d' arredi, una da piedi,
altra da vita, troviamo diabathrum ed epicro-
cum.^ che sono tutti e due vocaboli greci. Il luogo
l dove dice :
par di pianellette a' piedi avea,
E indosso di vel rancio una gamurra.
54. Nei Menecmi leggiamo crere per petti
nare la lana, ove dicesi :
Fa che sieda
ra le fantesche a pettinar la Una ;
e il medesimo verbo troviamo anche nella Cosme
tria di Nevio. E da carre che vale esser privo,
perch la lana col pettinarla si purga e striga, si
ch abbia a rimaner priva d' ogui suddume. Di
qui carminari.^ o cardare, quando se ne leva via
qoanto V* attaccato die non sia lana ; ci che
Nevio in Romolo chiama assulas solocis^ cio
bruscoli irsuti.
55. In quel luogo del Persiano :
Gnaffe,
Non pu star che sia qui quel mio baffone ;
per baffone dicesi congerro. Viene da gerra^
corbelleria; ed vocabolo greco, il cui primo
senso graticcio.
73
56. In Meoaechrois :
Dii LINGUA LATINA LIB. ViL
56. Nei Menecmi
*74
Idem istuc aliis adscripiipis fieri ad legionem
sotet.
Adseriptivi dicti, quod olim adscribebanlar iner-
raef, armatis militibas qui inocedercDt, i i qaii
corom deperisset.
57. In Trinammo ;
nam illum tibi
* Ferentarium esse amicum intentum inieU
lego. ^
Ferentarium a ferendo, id eit inanem ac tine
fractu ; aut quod ferentarii equitet hi dicti, qui
ea modo habebant arma quae ferrentur, ut iacu-
Ium. Huiutcemodi equites pictos vidi in Atiscniapii
aede Tetere et ferentarios adscriptos.
58. In Frifolaria:
Ubi rorarii estis ? En sunt. Ubi sunt accensi ?
Ecem,
Rorarii tficti ab rore qui bellum committebant
ante, ideo quod anta rorat quam pluit. Accensos
ministratores Cato esse scribit : potest id ab ac
ciendo ad arbitrium eiug, quoius minister.
59. Pacavi
Quom Deum triportenta .
Go. Iu Mercatore :
Won tibi istuc magis dimidiae ^st^quam mihi
hodie fuit.
Hoc itidem et in Corollaria Naevius. Dividia tb
dividendo dicta, quod divisio distractio est do
loris ; itaque idem in Curculione ait :
Sed qmd tibi est? Lieik enecat^ renes dolent^
Pulmones distrahuntur.
Questo suoi farsi
Anche con gli altri soprannumerarii
Ne' reggimenti.
Ci dicesi, perch agli armati s usava una volta
Qclle legioni alcani disarmati che sot
tentrassero loro, se Alcun ne periva; e questi per
ci chiamavansi adscriptivi^ cio soprannumerarii.
57. Nel Trinummo :
S, davver che un amico ferentario
Ti fu trovato in loi !
Ferentario detto, o per antifrasi da ftrre^ pro
durre, quasi vano ed infruttuoso ; o per trasla
zione da' ferentarii della milizia, quasi uomo che
gitta lazzi e vuol la baia d un altro. E di fatto
cavalieri ferentarii si diceano, da ferre in quan
to vale portare, quei eh' erano guerniti di sole ar
mi da portare, cio da gittar contro. Ne ho veduto
dipinti nel vecchio tempio d'sculapio, e v ' e r a
scritto il nome di ferentarii.
58. Nella Frivolaria :
I rorari ove sono? Eccoli Dove
Sono gli accensi f Eccoli qui.
Rorarii si dissero quelli che appiccavan primi la
zuRa, da ros che vale rugiada ; perch, prima di
piovere, comincia uno spruzzolo a mo' di rugia
da. Gli accensis secondo che scrive Catone, erano
gli aiutanti degli uiEziali ; e potrebbero essersi
cosi nominati da accire^ cio dal chiamare agli
ordini di quelli, di cui erano aiutanti.
59. Pacuvio :
Quando la dea triforme.
60. Nel Mercatante :
Non t cd di pi strazio, che non lia
Stato oggi a me.
Qui per istrazio ita dividia ; e alla stessa guisa ne
us anche Nevio nella Corollaria. E dal dividere,
per quello strazio che fa il dolore ; onde il meile-
simo Plauto dice nel Gorgoglione :
Ma via che hai La milza mi trafigge.
Mi dolgono le reni, mi si stracciano
1 polmoni.
175
6 i. In Phagone :
Honos syncerastQ perit^ pernis^ glandio.
Syneerastum est omne eduliora, aniiquo Toca
buio Graeco.
6a. In Parafilo Pigro :
Domum ire caepi tramite dextera via.
Trames a transferto dictui.
63. InFugitifia:
Jge respecta^ vide vibices quantas, lam in
spexi quid esset.
Vibices a ?i, excitatum verberibus corpus.
64. l o Cistellaria :
Non quasi nunc haec sunt hic limaces lividae?
Limax a limo, quod ibi ?Tt.
Diobolares^ schoenicolaty miraculae.
Diobolares a binis obolis. Schoenicolae ab schoe
no, nugatorio unguento. Miraculae a miris, id
eit monstrii ; a quo Accius ait personas distortas,
oribus deformis, miriones.
65. Ibidem :
Scratiacy scrupipedae^ strittabillae^ tantulae.
Ab excreando scratias hic adiigntflcal. Scrupi
pedas Aurelius scribit ab scauripeda ; Inventius
comicus dicebat a verraicnlo piloso, qui solet esse
in fronde cum mollis pedibos; Valerius a pede ao
scrupea. Ex eo Acci positum carioM ; itaque esi
in Melanippa :
61. Nel Fagone :
M. TEaENTl VABRONIS [ . 7 6
Scredkatc ornai ion le fricawee
Le ganasce, i proscintti.
Per fricassee sta qoi syneerastum antico Tocabolo
greco, onda chiamasi mMuglio di caaMngiari.
6s. Nel Parassito Pigro :
A casa m' avviai per fa traversa
A man dritta.
Traversa i qoi trames, che voce derfata anche
essa dal traversare
^ 63. Nei Fuggitivi :
Ors, guarda qi dietro (
Ve' che grossi bernoochi ! <Ho gi guardalo
Che cosa fosse.
Questi bemocchi, od cD6alure del corpo per a?er
tocco le busse, sono detti vibices da vis^ quasi
nascente furiate.
64. Nella Cestellaria :
Non ti paiono proprio atre lumache
Queste donnette che son qui f
Limaxy cio lumaca, da limo, perch five nel
fango. Segue :
Stradine
Da due soldi, che putoa di manteche.
Brutte befane.
Ov detto da due soldi, il testo ha diobolares^
cio propriamente da due oboli. Aggiunge schoe
nicolacf da schoenum che unguento di niua
valore ; poi miraculae da mirus^ cio mostri ;
donde anche Accio chiam miriones certi perso
naggi da scena tutti storti, con isconci visacci.
65. Quel eh' ivi segue, par che significhi :
isi da sornacchi.
Zoppicanti, spedate, nanerelle.
Dissi pare ; poich la prima voce, ohe scratiae,
cono da excreare cio dallo spurgarsi, cosi si
manilesla da s ; m la seconda voce, ohe e j ct i -
pipedae, s'interpreta in tre yri modi. Aaretio
la dice storta da scauripeda^ quasi dioasi da' pie*
nocchiuti ; il comico Giuveno la volea derivata
da quel fermicello peloso con molte gambe che
suol trofarsi nelle foglie | Valerio da pts e serupa
cio dal rancare, come fiachi aoi per una iirada
sassosa. Di qua il titolo della commedia d' Aedo,
177
LINGUA LATINA LIB. VJL
Reiicis
178
Albs tt reit^ionenty scrupeam imponis mihi'*?
strittabillas a sI rillilaDJo ; i l rtl Ure ab eo qui
si i i i i aegre.
66. In Aslraba :
Axitiosae annonam caram e vili concinnant
viris.
Itidem * in Silellilergo iJcm ail:
AittUer ci, uxorcula ; vir ego : novi^ scio axi
tiosum.
Sic Clandiut scribit axitiosat demonitrare con
supplicatrices. Ab agendo axitiosas: at ab una
faciendo factiosac, sic b una agendo actiosae
dicUe.
67. In Cesislione :
De strebula aut de lumbo obsona bucera.
Strebula^ ut Opilius scribit, circum coxendices
sunt bovis ; id Graecum est ab eius loci versura.
68. In Nervolaria :
Scobina ego illum actutum adrasi erim.
Scobinam a scobe ; lima enim materiae Tabri-
lis est.
69. In Poenulo :
Vinceretis cervum cursu, vel gralatorem
gradu,
Gralator a gradu magno dictus.
70. In Trnculento :
Sine virtute argutum civem mihi habeam pro
praefica.
M. TbB. VaBR05B) DBLLA lingua L4TI!A.
che quanto si fosse detto Ia scrupolosa ; e simil-
nienle nella Melanippe, relgio scrupea periscru
polosa ossertanza, l oTe dicesi :
Tu il duver disconosci, e me si stretta
Legge ne fai ?
In cambio di spedate, il testo ha strittabillae, b
Toce storta da strittilare^ da cui dicesi anche
strittare chi mal si regge so i piedi.
60. NelPAstraba, ovvero Basterna, ove dicesi:
Buona massaia fa signoril vitto
Con pca spesa ;
per massaia leggesi axitiosa ; e similmente nel
Silellitcrgo, o Nellssecchi, dello stesso autore,
ove dice:
Moglina, to sei donna, e sou uomo io ;
Ti conosco, so ben che sei massaia.
Iaudio dice altres che axitiosae si chiamano
quelle che s'uniscono a supplicare. voce tratta
da agere, cioi dall operare ; ed a quel modo che
da facere si dissero factiosi quelli che s uniscono
a far qualche cosa, parimente la agere si dissero
axitiosaCy quasi actiosae, le cooperatrici.
67. Nel Cesistionc :
Fa la spesa
D un buon taglio di manio> di culatta
O d* argnone.
Per culatta vi detto strebula ; col qual vocabolo,
secondoch scrive Opilio, chiamansi i tagli intor
no alla coKia del bue. Viene dal grecp, per la
svoltatura che fa ivi il corpo.
68. Nella Nervolaria :
lo trovai tosto all uopo una scoffioa.
Che raschi bene il riccio.
Scoffina, o scobina, da scobs che signiHca ra
schiatura ; perch la scoflna la lima, con cui si
raschiano i legni.
69. Nel Penulo, o Cartaginesino :
Superereste al corso un cervo, al passo
Un che vada su i trampoli.
Chi va su i trampoli s detto gralator, da gra~
dus cio da passo, pei grandi paui che fa.
70. Nel Trocnlento :
Un dicitore argulo.
Senza uicrti, a una prefica il pareggio.
>79
. TtRENTl VARRONIS 1 8 0
Praefica dieta, ul Aurelius scribil [mulierJ ab
loco, quae comlucerelur quae ante domum mor-
lui laudeis eius caneret. Hoc faclilalum Aristote
les scribit in libro qui inscribitur
fixer. Quibus testiraooiuro est quod Freto ioest
NaeTii ;
ffaec quidem hercle^ opinor^praefca est; nam
mortuum collaudat,
Claudius scribit : Quae praeHceretar ancillis
quemadmodum lameolarenlur, praefica est dicta.
Utrumque ostendit a praefectione praeficam di
ctam.
71. Apud Ennium :
decem coclites^ ques montibus summis
Ripaeis fodere.
Ab cocles^ ut odes, dietus qui unum habe
ret oculum ; quocirca in Curculione est :
De Coclitum prosapia te esse arbitror ;
Nam hi sunt unoculi.
IV. 73. None de temporibus dicam. Quod est
apud Cassium ;
Ifocte intempesta nostram devenit domum ;
nox intempesta dicta ab tempestate ; tempestas
a tempore : nox intempesta quo tempore nihil
agitur.
73. Quid noctis videtur in altisono
Caeli clipeo? Temo superat
Stellas^ sublime etiam cogens
Atque etiam noctis iter.
Hic multam noctem ^stendere volt a temonis mo
tu ; sed temo uude et cur dicatur, latet. Arbitror
antiquos rusticos primum notasse quaedam in
Praefica^ secondoche scrive Aurelio, si nom,
dal luogo in cui faceva il suo ufficio, il qual luo>
go era innanzi all' uscio del morto, quell donoa
che, presa a soldo, ne rantava le lodi. questo
uso parla Aristotele nel libro intitolato ; Consue*
tudini straniere ; e vi si arroge la testimonianza
di Nevio in qnel luogo del Freto, ove dice :
Una prefica certo la cred* io^
Per che loda il morto.
Claudio scrive in vece cht praefich si disse quella
che si preponeva alle ancelle, perche ne regobsse
il piagnisteo ne' mortorii. Qualunque di queste
due sposizioni s'abbia per vera, ambedue sacc^r-
dano a dire che praefica da praeficere^ cio dal
porre innanzi.
71. In Ennio ;
Dieci di que' monocoli, che l ' oro
Disotterrar' ne' vertici Rifei, ^
Per monocolo sta quivi cocles. Cos chiamoesi ila|
oculuSy quasi oc/ex, chi ha un occhio solo ; oodej
leggiamo oel Gorgoglione :
Io credo che ta sia del nobil sangue .
De' Coditi ; perch son ei che stanno
Con un occhio a sportello.
IV. 73. Veniamo ora a'vocaboli che appar
tengono a tempo. Quanto a quel luogo di Cassio :
Al nostro tetto
Ei venne, che gi ferma era la notte ;
se per notte ferma dicesi ivi nox intempesta^ ci
perch intempestum^ o intempestivo, come a
dire fuori di tempo ; poich viene da tempestas^
e tempestas da tempus : onde intempesta nox
qudi' ora della notte, che non pi tempo da far
niente.
73. In Ennio chiede Agamennone :
Quant' oltre p*ar la notte
Nella gran volta altisonante?
a cui il vecchio risponde :
11 temo
Gi sormonta alle stelle e alta noUe
Pi e pi nel corso incalza.
Per questo moto del timone vuol significare che
era notte avanzata; ma donde e perch liasi detto
temo o limone, non palese, lo sod di credere
6
Dii LINGUA LATINA LIB. VH.
i 8 s
Gelo signa, quae praeler alia erant nsigna, alqae
a<l aliquem usum, u t * culturae teropu designao
Ioni, convenire animadTerlebaolur.
74 E^iut signa aunt quod has seplem slellaa
(traeci, ut Hon)eruf, vocant */ur^ et |iropQ^
quuni eius aignooi Borny ; nostri eat aepten\
steHas bopes et temonem et prope ea axem.
Triones enirn borea appellantur a bubulcis eiiam
nunc, niaiunie quota arant termm ; a quia ut di-
eli valentes glebarii qui facile proaoindunt gle
bas, aie omnis qui terram arabant, a terra terrio
nes ; unde triones ut dicerentur K detrito.
75. Temo dictus a tenendo ; is enim continet
iugum. El plaustrum appellatam, a parte totoro,
ut multa. Pouunt frionei dicli aeptem, qood ita
sitae itellae, ut teroae trgona factant.
76. * Aiaxy quod lumen, iuharne in coelo
cerno ?
tubar didlur itclla Lacifer, quae in aummo quod
habet luraan dififusum, ut leo io capite iubam. Hu>
us ortoa significat circiter case eitremam noctem ;
itaqae ait Pacuvius:
Exorto tubare^ noctis decurso itinere.
77. Apud Plautum io Parasito Pigro:
inde hic bene potus primo crepusculo^
Crepusculum ab Sabinis, quod id dubium lem-
pus ooctis an diei sii. llaque in Condalio est:
lam crepuscula sera clamant: Lampades ac^
cendite
Ideo dubiae res creperae dictae.
78. |n Trinummo :
Concubium sit noetis priusquam ad postre
mum perveneris.
che gli antichi contadini siano stali i primi a con
trassegnare nel cielo alcune coslellaiioiii pi che
le altre notevoli, che s* erano trovate acconcie a
qualche uso, come a dinotare il tempo de' lavori.
74. Ce ne porge indizio il vedere che da Gre-
ci> e fra gli altri da Omero, queste sette stelle aon
chiamate carroy eBoote^ cio bifolco, la costella
zione vicina ; e che da* nostri queste sette stelle
medesime sono distinte in bjioi e timone, e pres
so quel che nomano asse. Ho detto buoi, perche
il nome di trioni non auona altro che buoi, e eoai
li chiamano anche oggid i bifolchi, masiimameote
quando arano la terra. In quella guisa che usano
dire valentes glebarii^ cio gagliardi aollevalori
di zolle, que* buoi che fendono con poca pena il
terreno ; cos tutti quelli che a:doperavano ad ara
re, da terra li dissero generalmente Urriones;
donde, levala , stfece triones.
75. Temo si disse da tenere, perch tiene il
giogo. Per carro si disse anche plaMtrum^ deoo
minandolo, come tant'altre coae, da una apecie
particolare. Del resto quelle sette sielle potrebbe
bero essersi chiahiate trioni^ perch poste io mo^
do che, pigliandole per ternarii, formano dei
triangoli.
76. Che lume, Aiace, quel che io cielo io
Teg*oi
Lucifero forse ?
Lucifero qui detto ii<5({r4Krch oella parte di
sopra gli si spaod?intorno uo chiarore, come le
giube su capo al leooe. Quando nasce questo
pianeta, vuol dire che la notte gi su lo scorcio}
e per disse Pacuvio :
Sorto in cielo Lucfero, e fornito
Della nolte il cammino.
77. Nel Parassito Pigro di Plauto, l ove dice:
Indi ben cotto al primo far del giorno,
sta in vece primo crepusculo. voce presa dai
Sabini, appo i quali significa dubbio ; perch'
quel tempo che dubbio se appartenga alla notte
o al giorno. La stessa voce us nel Condalio, cio
oeU'Aoello, ove dice :
Avanzata la sera mai c^intima
Che s'accendano i lumi.
Quindi res creperae i casi dubbiosi e di rischiti.
78^ Nel Trinummo, ove dicesi:
Tarda notte verria prima che giunto
Fossi air estremo ;
,ft3 . TERENTI VARRONIS
Concubium roncubitu dormifnli caosa cliclum.
i84
79. In Asinaria:
ridebitur,facium volo; at redito huc conticinio.
Putem aconliciscendo co/ific//i/um,8?e, ui Opi-
lius scribit, ab eo quom conticuerunt homines.
V. 80. Nunc de his rebus, quae adiif^nifcant
aliquod tempus quom dicuntur aut fiunl, dicam.
Apad Accium :
Ueciprca tendens nervo equino concita
Tela.
Reciproca est, quom unde quid profectum, redit
eo. Ab recipere reciprocare fictom; aut quod
poKere procare dictum.
81. Apod Plautum :
Ut transversus^ non proversus cedity quasi
cancer solet.
Prooersus * dicitur ab eo, quod init quo est
ersos, et ideo qui exit ia ^eslibulum, quod est
ante domum, prodire et procedere; quod cum
leno non faceret, sed secundum parielem transver
sus iret, dixit: Ut transversus cedit quasican^
cery non proversus ut homo.
8a. Apud Ennium :
Andromachae nomen qui indidit, recte indidit,
Item ;
Quapropter Parim pastores nunc Alexandrum
vocant.
Imitari dum voluit Euripidem et ponre fvoyy
est lapsus. Nam Euripides quod Graeca posuit,
irufjta sunt aperta. Ille ait, ideo nomen additum
Andromachae, quod : hoc Ennii
quis potest intellegere illum * versum significare :
Andromachae nomen qui indidit., recte indi
dit; aut Alexandrum ab eo appellatum in Grac-
per tarda nolle concubium noctis. Chiamasi
cos da concubitus.^ quasi ora d' andarsene a letto
per dormire.
79. In quel luogo delPAsinara :
11 vedremo, lo vo ; toma qui a notte,
per dire a notte Plauto us conticinio; credo dal
tacere, perocch Tora^ in cui, come scrive Opi
lio, gli uomini tacciono.
V. 80. Ander ora a*quelle cose che portano
seco qualche rispetto al tempo, in cui si dicono o
fanno.
Accio chiam reciproci i dardi, descrivendo
Filottete,
Che si traeva al petto i risalenti *
Dardi sospinti dalP equino nervo.
Reciprocum si dice quel che torna al punto, da
cui s' mosso. Da recipere^ cio dal rimettersi,
si fece reciprocare ; se non in vece da procare
eh* quanto a dir chiedere, quasi repetere cio
tornare al suo luogo.
81. In Plauto, ove dice :
Ve* ch'ei non va diritto, ma per fianco.
Proprio al modo de' granchi ;
per dirilto adoper proversus. Cos dicesi, da
pr innanzi e ^^versus voltato, chi va contro la
cosa a cui voltato ; e per chi vien fuori nel ve
stibolo, dacch questo innanzi alla casa, dicesi
prodire e procedere. Siccome poi quel mezzano,
di cui parla Pianto, non facea cos, ma se ne an
dava per fianco rasente il muro ; perci diue che
camminava a sghimbescio come un granchio, e
non dritto via come fanno gli uomini.
82. Troviamo in Ennio ;
Ben li nom chi nome
Andromaca ti pose ;
ed in altro luogo :
E per non pi Pari, ma Alessandro
Il chiamano i pastori.
In questi due passi volendo imilare Euripide ed
etimologizzare) diede in nulla. Perocch in Euri
pide che scriveva in greco, etimologia era pia
na; egli dicea che ad Andromaca ben si veniva
questo nome, perch in greco suona apertamente
donna che gareggia o contrasta con 'gli uomini :
ma chi pu intendere che ci sia espresso da quel
i85
DE LINGUA LATINA LIB. VIL
i80
eia qui Paris fuiitet, a^quo Herculem quoque
cognomioatum Alexicacorty ab eo quoti defensor
essei hoiniauni T
83. Apod Acciom :
lamque auroram rutilare procul
Cerno.
Aurora dicilur ante solis orlura, ab eo quod ab
igni solis tum aureo ar aurescat Quod addit ru
tilare^ est ab eodem colore ; aurei enim rulili, et
lode etiam mulieres ^alde nafae rutilae dictae.
84. Apud Terenliura :
Scortatur^ potata olet unguenta de meo..
Scortari est saepius meretriculam ducere, quae
dicta a pelle ; id enim non solum antiqui dicebant
scortum^ sed etiam nunc dicimus scortea ea,
quae ex orio ac.pellibus sunt facta. Inde in ali
quot sacris ac saoellis scriptum babemus:
Ne quid scorteum adhibeatury ideo ne mortici
num quid adsit.
In Atellanis licet animadvertere rusticos dicere
te adduiisse pro scorto pelliculam,
85>Apad Accium :
Multis nomen vestrum numenque ciendo.
Numen dicunt esse imperium, dictum ab nutu,
omnium qnod eius imperium maximum esse vi
deatur ; itaque in Jove hoc et Homerus et aliquo-
tieus Livius.
86. Apud Plautum :
Si unum epityrum estur^ insane hene.
Epityrum vocabulum est cibi, quo frequentius
Sicilia, quam Italia^ usa. Inde vehementer quom
vellet dicere, dicit insane^ quod insani faciunt
omnia vehementer.
verso di Ennio: Ben ti nom chi nome Andro^
maca ti pose? e chi s apporrebbe dal secondo
passo, che Paride si fosse in Grecia chiamato in
vece Alessandro per la ragione medesima, per cui
Ercole vi fu soprannomato */0() cio^dal-
Tessere stato difensore degli uomini?
83. Scrive Accio :
E gi lontana rutilar Vaurora
Veggo.
Aurora chiamasi il tempo inninii al nascer del
soli, perch Paria pare allora inaurarsi per gl in
focati raggi del sole. Soggiunge Accio che la vede
rutilare^ per questo colore medesimo; perch ru
tili quanto a dir aurei, onde rutilae si dicono
eziandio le donntf che tirano ad un rosso carico.
84. Tereniio, ove dice;
Se sbordella, sbevazza, si profuma,
Lo fa del mio,
per andare sbordellando us scortari. Viene da
scortum^ che da pelle pass a significare femina
di mondo. E di fatto non solo gli antichi diceano
scortum la pelle ; ma anche adesso ci che fat
to di cuoio o pelle il diciamo scorteum. Cos
nelPordine scritto in alcuniiempetti e altri luo
ghi sacri, che non vi si adoperi alcuna cosa
fatta di pelle^ perch non vi sia nulla di morti
cino. Si pu notare che i contadini delle Atellaoe
quando vogliono dire d*aver recato al piacere
altrui una mala femina, furbescamente la chiama
no pellicula^ che pu essere del pari da pellis
come da pellex,
85. Leggesi in Azzio :
Con molte preci il vostro nome e il vostro
Nume invocando.
Nume^ secondoch dicono, si chiam il comando
da nuere^ cio dal far cenno col capo ; stante che
questa pare che sia la pi alta maniera di coman
do ; onde Omero e talvolta anche Livio ce la di
pingono in Giove.
86. In Plauto :
S ' anco non vi si mangia che un tortino
D ' olive, dovrei starvi arcibeoissimo.
Questo tortino d'olive, chiamato epityrum^ ci
bo usato in Sicilia pi che in Italia. Per arcibenis-
simo dice poi insane bene^ quasi bene alla pazze
sca ; perocch i pazzi, qoaluoque cosa facciano, vi
ai gettano a furia.
18;
8 7 . Apud Pacuvi um :
M. mE N T l VARRON18
8 7 . I n PacuVio *.
18 8
Flexanima^ tanquam lymphata * aut Bacchi
sacris
Commota. *
Lymphata diola a lyropha ; lympha * a nyrapha,
ut, quod apud Graccos /^9 apud Ennium :
Thelis illi mater
In Graecia oomraoia meole quos nymphoUptos
appellant, ab eo lymphatos dixerunt nostri. Bao^
chi: est Liber, quoius coiniles Bcchae, Et vinara
in Hispania baccha.
88. Origo in his omnibus Graeca, ot quod
apud.Pacu?iam :
lcyonis ritu litus ptrvolgans furor ;
haec enira avis nane Graece dicitur aXxumv^ a
iiostris alcedo. Haec hieroe quod pullos dieitur
tranquillo mari facere, eos dies alcyonios appel
lant. Quod est in versu alcyonis ritu^ id est eius
institoto ; ut qaom aruspex praecidit ut suo quis
que ritu sacrificium factal, et nos dicimus XII vi
ros Graeco ritu sacra, non Romano facere. Qood
enim fit rite, quod * id ratum ac rectum est; ab
co Accius recte perfectis sacris volt accipr.
89. Apud Ennium :
Si voles advortere animum^ comiter monstra
bitur.
Comiter., hilare ac lubenter; quoius origo Grae
ca inde comissatio Latine dicta, et in
Graecia, ut quidam volunt, comodia.
90. Apud Atilium :
Cape, cede^ lide^ come^ conde. +
Ca/fy unde accipe. Sed hoc in proiumo libro re
tractandum.
Forsennata, qual donna cui maligno
Spirto o furor di Bacco agiti alma.
Cotesta donna invasata da maligno spirito, nel
testo della lymphata. Lymphatui da lympha^
e qnesta una storpiatura d nympha. Siccome
quella che i Greci chiamano Tetide, da Ennio
fatta Tlide l ove dice:
Tclide gli fo madre ;
cos il^greco nympha da'nostri fo malato in \ym-
pha^ e que forsennati che in Grecia dicesi nym
pholepti^ cio presi dalle Ninfe, presso di noi per
la ragione medesima si sono delti lymphati, Bac^
'co poi il dio Libero de' Latini, e le sne compa
gne s'appellano Baechae o Bocanti. Mbe il
vino in Ispagna chiamato baccha,
88. Tutti questi vocaboli hanno greca origine,
come pur quello d alcione^ che troviamo io Pa
cuvio l dove dice :
Per lutto il lido dal oror porla!
Iva e rediva, d'alcione in guisa.
Cotesto uccello da'nostri si chiama ora alcedo;
e perch dicesi ohe d'inverno, qoando fa i pai*
cini, il mare in bonaccia, que' gioroi s'appella-
Do alcionii., L ' espressione poi uMta da Pacuvio
per dire in guisa d'alcione, alcyonis ritu; pe
rocch rito equivale costume, n altro inictade
l ' aruspice intimando che ciascuno sacrifichi se
condo il suo rito, e noi quando comunemente di
ciamo che il collegio dei dodici tiene il rito gre
co, non il romano. Che se il grammatieo Atzio
vuol che per rite s'intenda compiute rettamente
le cose sacre, ci perch quel che fassi confor
me al costume, approvato e retto.
89. Ennio, ove dice :
Se por mente vorrai, scoperto il vero
Lietamente ti fia ;
per lietamente us comiter.^ che quanto a dire
di buon grado e con festa ; poich l'origine n' i
greco ^ che significa una gozzovigliata feste
vole. Di qua il latino comissatio che vale il me
desimo, e, secondoch vogliono alcuni, il greco
nome di comoedia.
90. Dice Atilio: CapCy cede^ lide^ come^ cqn^
de. -f Cape tanto quanto piglia : fissene accipe^
che sta per ricevi. Ma a questo dovr tornare nel
seguente libro.
i 89
9 1 . Apod Pcuvi uni :
DE LINGUA LATI NA LIB. VIL
9 1 . Pacnvi o, ove di ce :
>0
nulla res nequt
Cicurare^ neque mederi potis est^ neque
Reficere,
Cicurare roansaefacere ; quod enim discretam a
fero, id dicitur cicur^ et ideo dictum cicur in
genium oh tenue, roaosuetum ; a quo Veturii
quoque nobiles cognominati Cicuri. Hinc natum
a cicco cicur videtur. Ciccum dicebant membra
nam leouem, quae est ut in malo Puuico discri
men ; a quo etiam Plautus dicit :
Quod volt demensum^ ciccum non interduo,
9a. Apud Naevium:
Circumvenire video ferme iniuria.
Ferme dicilor quod nunc fere: utrumque di
ctum a ferendo, quod id quod fertur, est in motu
atque adveniat.
93. Apud Plautum:
Evax^ imrgio uxorem tandem abegi ab regia.
Evax verbum nihil significat, sed eflutitiom oa-
luraliter esi, ut apud Ennium :
Hehae ! ipse clipeus cecidit ;
apud Eonium :
Eheu! mea puella^ spei quidem id successit
tibi;
apud Pompilium :
Heu ! qua me causa^ Fortuna^ infyte premis ?
Quod ait iurgioy id est litibus; itaque quibus res
erat in controversia, ea vocabatur lis; ideo in
actionibus videmus dici : Quam rem sive mi li
tem dicere oportet ; ex quo licet videre iurgare
esse ab iure dicturo, quom quis iure litigaret: a
quo obiurgat is qui id facit Histe.
Nessuna cosa il pu lenir, n
Medicina o ristoro ;
per lenire pose cicurare che da cicur, col
quale epiteto si contrassegna il contrario di fo
rum^ cio quello che dimesiico e mansueto. Di
qui cicur ingenium si disie in cambio di indole
delicata e mansueta ; e privilegiandosi per questa
dote i Veluri, n'ebbero il soprannome di Cicu-
rii. Pare adunque che la radice ne fosse ciccum.,
che sono quelle dclicale membranuzze che divi
dono, a cagion d'esempio, grano da grano nel
melo granato, e da cui PUoto traase quel modo :
S'ei vuol la provvigione, non fa cica.
ga. Nevio, volendo dire:
Quasi circonvenir mi veggo a torto,
per quasi us firme ; ora drebbesi Jere, L*uno
e altro da ferre che sifEnifica portare ; perch
ci che si porla, gi in moto ed in via,
93. Plauto, ove dica:
Ben sta ; col mio piatire ho alfn cacciala
Dal suo domiaio quula mia, do o moglie,
Ma tiranna.
in luogo di ben sta scrisse evx^ che non ona
parola significativa, ma un' interiezione naturale.
Cosi per espression di dolore troviamo /lehae in
questo luogo di Ennio:
Ahi l ahi I lo scudo stesso gi caduto :
ed eheu in quest'altro:
Ahi! figlia mi, l'avvenne
Ci che pur t'aspettavi ;
ed heu nel seguente passo di Pompilio:
Ahi! per qual colpa, infesta
Mi persegui, o Fortuna?
Dove sta scrtto col mio piatire, il testo ha iurgio^
che quanto a dire con liti. Se v'era controversia
sa qualche cosa, anche qursla si diceva lite; onde
nelle azioni vediamo usar qualche clausola : o cosa,
o lite eh" io la debba chiamare. Di qui apparisce
che iurgare da iure e importa litigar di dirit
to : onde obiurgare si dice chi il fa giustamente.
*9'
94 Apud Lucilium :
M. TERENTI VABRONIS
9 4 . Dice Lucilio :
192
Atqut aliquos libri ab rebus clepsere foroque.
Clepsere liiil, unde eliera alii clepere^ id est
corripuere : quorum origo a clam, ut lit dicturo
clapere, unde clepere, ex E. A. commutato, ut
niulta. Polest vel a Graeco dictum xXiirrUv.
95. Apud Malium :
Corpora Graiorum maerebat marrdier igni.
Dictum mandier a mandendo, unde manducari ;
a quo in Atellanis edonem senem Tocant Man
ducum,
96. Apud Matium :
Obscaeni interpres funestique ominis auctor.
Obscaenum dictum ab scena^ eam ut Graeci, at
ut Accius scribit, scaena. In pluribus verbis A
ante E alii ponunt, alii non ; ut quod pariim di
cunt sceptrum partim scaeptrum ; alii Faene
ratricem Plauti, alii Feneratricem : sic faenisi
eia ac fenisicia ; ac rustici Pappum Mesium,
non Maesium, a quo Lncilios scribit :
aecilius Pretor * ne rusticus fiat.
Quare turpe ideo obscaenum, quod, uisi iir scae
nam, palam dici non debet.
97. Potest vel ab co, quod puerulis turpicula
res in collo quaedam suspenditur, oe quid obsit,
bonae scaevae causa, Scaevola appellata. Ea dicla
ab scaeva^ id est sinistra, quod quae sinistra sunt,
bona auspicia existimantur; a quo, fieri tum comi
tia aliudve quod sinit, dicitur avis sinistra quae
bona est. Id a Graeco est, quod hi sinistram vocant
. Quare quod dixi obscaenum omen, est
omen turpe; quod, unde id dicitur, osmen^ equo
S extritura.
Altri al foro rapiti ed a' negozii
Furon dai dotti libri ;
e per rapirono vi usa clepsere. Altri dalla stessa
radice e nel medesimo senso dissero invece clepe^
re. Pare che origine ne fosse clam vale a dire
celatamente, e che il verbo formatone fosse c/a-
pere^ donde sarebbe venuto regolarmente il pas*-
sato clepere, mutala A in E, come in lant allrlli
passali. Pu nondimeno esserne stato origine an
che il greco che ha Io stesso valore.
95. Dice Mazio :
Forte il cor gli'piaogea nel veder tante
Salme di Greci divorar dal fuoco.
Per esser divorate sta ivi mandier,, che da #-
dere^ da cui pur manducare. Quindi nelle Atei-
lane il vecchio pappone detto Mandueus,
96. Nello stesso Mazio, ove dice :
Qualche indovino interprete del tristo
Augurio abbominatoy
per abbominato sla obscaenum. Viene da scena;
il qual nome, tnlloch dai Greci si scriva senza
dittongo, in Accio scaena. V' ha molfe parole,
in cui altri preraetle un'A all' E, ed altri no. Cosi
per esempio chi dice sceptrum^ chi scaeptrum ^
e Usuraia di Plauto, chi la noma Faeneratrixy
e chi Fe/iera/rix; similmente la segatura del fie
no, chi la dice faenisicum^ e chi fenisicium ; e
il Pappus Idaesius delle Atellane da'rustici
detto Mesius ; onde scrive Lucilio :
Che Cecilio pretore
Rustico non diventi^
profferendo cio il nome praetor con la semplice
E. Da scena adunque si chiamarono oscene le cose
turpi, perch non si hanno a dir^ palesemente,'
salvoch su la scena.
97. Potrebbero anche essersi chiamate cos
per quelle turpi figurine, che s'appendono al collo
de' fanciulleUi per guardarli dal fascino, e per
diconsi scaevolae. Poich scaeva quanto a dire
augurio o influenza : significa propriamente si
stra ; ma si trae a buon senso, perch gli auspicii
da sinistra s'hanno per buoni, tanto che il nome
stesso \ sinistri si diede prima agli uccelli di
buon augurio da sinere^ cio dal permettere che
si facciano o i comizii o tal altra cosa. Scaeva
adunque dal grec che vale sinistra ; ed
obscaenum omen importa siccome disti, augurio
193
Dii LINGUA LATINA LIB. VII >94
98. PUotQin :
Quia ego antehac te amassi * et mihi amicam
esse creici, *
Cret>i ttAei constitui ; itaque here, quoro consti
tuit se heredem esse, dicitur cernere et, quom
id fecir, crevisse.
99. Apud eundem quod est :
Mihi frequentem operam dedistis^
valet assiduam ; itaque ei * qui adest assiduus
fere et quoro oportei, infrequens opponi solel.
Itaque illu J quod eaedem mulierculae dicunt:
Pol istoc quidem nos pretio tanti est frequen^
tare ;
Ita in prandio nos lepide ac nitide accepisti;
apparet dicere : Facile est curare ut assimus,
quom lam bene nos accipias.
100. Apud Ennium :
Decretum est fossari corpora telis.
Hoc verbum Ennii dictum a fudtendo; a quo
fossa
101. Apud Ennium :
Vocibus concide^ fac is musset obrutus.
Mussare dicturo, quod muli non amplius qaam
dicunt; a quo idem dicit, quod id minimum
est :
nequey ut aiuni^ facere audent.
lou. Apud Pacuvium :
Dei monerint meliora^ atque amentiam
jiverruneassint,
M. Tei. Va be o be , d s l l a l i n g u a l a t i n a
turpe. Omen poi secopdo etimologia, dovrebb'es
sere osmen ; ma ne fu tolta S.
98. In PIauto,^o?e dice :
Se prima d ' or ti volli bene, e feci
Pensier che tu dovessi essermi amica,
per feci pensiero sta crevi. In (alti da cernere^
ed quanto a dire : Ho stabilito. Cos dell crede,
quand' egli si stabilisce per tale, accettando so
lennemente eredit, dicesi cernere^ e crevisse^
quando ha gi fatto.
99. Il medesimo Plauto, volendo dire:
Assidua opra mi desle,
in luogo d'assidua us frequentem. Cos) infre
quens suol contrapporsi a chi presente quando
mestieri e presso che assiduo ; t frequentare
in quella stessa scena di Plauto sta per trovarsi
quasi assiduamente in un luogo, quando quelle
dunnicciuole rispondono :
A questo prezzo in vero mette conto
Lo starti sempre attorno : si gentile
Accoglienza ci festi a larga mensa ;
che quanto a dire : Non ci sar gran fatto Tesser
qui di continuo, quaodo ci accogli s bene.
100. Ennio, ove dice :
Han fermo in core di lasciarsi ai tVrri
Tutta aprir la persona,
per aprire pose fossare^ e il form da fodere^
donde anche fossa.
101. Il medesimo Ennio, dicendo :
Dagli in su la voce,
S che borbotti soffocato invano,
per cotesto barbotlare us mussare un verbo
tratto da quel mu che unico suono cui prof
feriscano i muti ; da cui il medesiroo autore, vo*
tendo dire :
Non ardiscon neanche far un tilto,
Come suol dirsi,
fece il modo mu facere^ quasi il minimo suouo
che possa mettersi.
loa. Pacuvio ove dice :
Miglior consigli il Ciel l ' inspiri, e tanta
Follia rimova,
a
96 . TERfcNTl VARRONIS
. 9 6
Ab iTerteodo as^erruneare ; ot deai, qui }n eis
reboi praeett, ^^erruneus, Ilaqoe ab eo precari
foleot, ui pericula avertat.
io3. In Aalalari
pipulo te diferam ante aedis.
id eft conyfcio ; declinatum a pipatu pullorum.
Molta ab adiohalium focibui tralata homines,
paftim quae rant aperta, parUra obicura. Perspi
cua, ut Ennii :
animus cum pectore latrat ;
Plauti :
Gannit odiosus omni totae Jamiliae ;
CaecUii :
Tantum rem dibalare ut pro nilo habuerit;
Laplii :
Haec^ inquam^rudet ex rostrisatqueeiulitabit;
cioidem:
Quantum hinnitum attfue equitatum !
104. Minos aperta, nt Porcii ab lupo :
volitare ululantes ;
Bnni a ?itulo :
Tibicina maximo clamore mugit ;
tinsdem a bo?e :
clamore bo9antes ;
eiusdem a leone :
pausam fecere fremendi ;
per rimuovere us averruncare che da averte
re, Cosi il dio sopra ci detto Averrunco^ e ad
a lui ricorresi, perch rimuova i pericoli.
103. Neir Aulularia leggiamo :
Far davanti alP ascio un pigolio,
Che sarai la novella del paese.
Pipulum, cio pigolio, sta qui per gridio, ed
voce derivala da pipare che esprime il pigolar
de' pulcini. V' ha molte parole pertinenti a~voci
d'animali, che trasportaronsi egli uomiui ; le quali i
in parte son chiare, ed in parte oscure. Chiaro
quel d'Ennio :
Latra anima in petto ;
e quel di Plauto :
Con quel suo gagnolar ha tuttaquanta
Fradicia la famiglia ;
e quel di Cecilio :
Che di gir belando
Del fiitto sol, non ebbe alcun rMpetto ;
come pure quel di Lucilio :
Cosi) dico,
Raglier, metter strida dai rostri ;
e altro del medesimo autore:
Quanto
Annitrio ! quanta fre^ cavallina!
104. Meno aperti sono i traslati segenti : in
Porcio lo scorrazzare ululando, per somigliane
xa deMupi ; in Ennio il muggir de'vitelli traspor
tato al sonatore, quando
l'ulta sua lena nella tibia inspira ;
e il boato de' buoi dato agli uomini,
eh' alto boato
Mandan gridando ;
e il fremire de' leoni appropriato similmente agli '
uomini dicendo : \
Dal fremir si restaro ;
>97
dem ab haedo :
DE LINGUA LATINA LIB. VII.
9
Clamos ad catlutti voivendui per aethtra vagit;
Soeti a fireodicc :
Frtnde et fritinni suaviter ;
Maccii io CaiDa a friugiUa :
Quidfringutis ? ^uid isiuc tam cupide cupis
Sacti a belila iraU et a lardo :
Tecum irrit neque in
ludieium Aesopi nec theatri trittilet
io5. Jq Colace :
Nexum
Nexum Mamilius scribit orone quod per libram
et aei geritur, in (fuo sioi maocipia. Mulius qaae
per aes et libram fiant ut obligentur^ praeter
quam mancipio dentur. Hoc verius case, ipsum
erbum ostendit, de quo quaerit; nam idem quod
obligatur per libram nequesuum fit, inde nexum
dictum. Liber qui suas operas in servitutem pro
pecunia quadam debebat, dura solveret, nexus
Tocatur, ut ab aere obaeratus^ Hoc, C. Poplilio
auctore, Visolo dictatore, sublatum ne fieret, ut
omnis, qui bonam copiam iurarunt, ne eisent
neii, sed solati.
106. In Casina:
sine amet^ sine quod lubet id
Faciat^ quando tibi nil domi delicuum est.
Dictom ab eo qaod deliqoalam non tir, at torbi
da qoAt soat deliquantor, ut liquida fiant. Aare-
KcM oribit delicuum esae abliqdtdo ; Glaedins b
^qoato. Si qoif aitenrtrom malet, babebit
aoQtorem apud Atilioni :
e vagire^ che propranlenle il belar de* capretti,
detto per somigliania d'<i/t c/amor che per Paria
Al oiel si volge di vagito io suono;
cosi in Suezio il fritinnire, cioA qoel cotal frig
gere delle rondini^ trasportato ad uomo, ove dice:
Friggi con dolce tremito ;
e fringutire^ che proprio de* fringuelli, usato
in questa guisa da Plauto nella sua Casina :
Perch tanto sfringuelli ? Perch muori
Di questa voglia ?
ed in Suezio irrire t irutiiare^ tolti, ano dal
ringhiare delle bestie irate, altro dal tordo, ove
dice ;
Teco digrigna, a non Irutilar contro
Il gadicio d Esopo e del teatro.
105. Nel Colace, do nairAdolatore, leggiamo :
Nexum
Nexumy secondo che scrive Mamilio, qoanto
concludasi solennemente, cio con bilancia e mo
neta, compresi quindi i mancipii. Muzio lo defi
nisce in vece ci ^he si obbliga con quella solen
nit^ senza che diasi in mancipio. E che ci sia
pi vero, ce dice 1 parola stessa eh ei vuol de
finire : perocch /lexum, cio cosa legala, si chia
ma appunto per questo eh' vincolata altrui con
le dette formalit e non passa in mano di lui. Si
milmente unjibero che per qualche somma era
tenuto a prestare altrui la sua opera in qualit di
servo fino all intero saldo, si disse nexus, come
anche obaeratus da aere^ cio dalla somma che
egli doveva. Questo uso fu tolto via per proposta
di Caio Publilio nella dittatura di Yiaolo, stan
ziando che chiunque ha dito una siearl reale
sufficiente, non sia pi vincolato nella persona.
106. Nella Casina, dove si dice:
Lascialo amoreggiar, lascialo fare
Ci che pi gli talenta, quando nulla
Ti fa in casa d'aperto,
per aperto ata delictam ; coma ai dceaie noUa
obe ataai Itqaidlol cio chiarito, si modo deUe
ooae torbide che ai chiarificano col liqoidack.
(M e Aarelio che deiouum aia da liquido ;
Glandio da deliquare^ cio dal liqoidare colando.
99
. TERENTI VARRONIS
200
Ptr laetitiam liquitur animus,
A liqaando liquitur fictam.
VI. 107. Multa apuJ poetas reliqaa esse verba,
quorum criginea posainl dici, non dubito : ut apod
NacTnm in Heaiooa :
enimvero gladii lingula^
a lingua ; in Clastidio :
. i^itulanteSy
A fitula ; in Dolo :
caperata fronte,
a caprae fronte ; in Demetrio ;
persibus^
a perite, itaque sub hoc glossema callide subseri^
bunt;*D Lampadione:
protinam^
a protinus, continuitatem significans; iti Nagidone:
elucida tusy
suavis, tametsi a magistris accepimus mansuetum;
iu Romulo :
sponsux,
contra sponsum rogatos ; in Stigmatia :
praebia^
a praebendo ut sit tutus, quod sint remedia in
collo pueri ; in Technico ;
confictant^
a conficto, convenire dictum ;
108. in Tarentiila:
luculehtumy
ab luce, illustre ; in Tuniculari
exbolas quassant^
tragulas quae eiiciunlnr, a Graeco verbo
dictum ; in Bello Punico:
nec satis sarrare -f,
ab serare dictum, id est aperire; hinceliamserae,
qua remota fores panduntur.
VII. 109. Sed quod vereor ne plures sint fata-
ri, qui de hoc genere me, quod nimium multa re
scripserim, reprehendant, quam, qaod reliquerim
quaedam accusent ; ideo potius iam reprimendum
quam procudendum poto esse volomen. Nemo
reprehensus qui e segete ad spicilegium reliqait
stipalatD. Quare, institotis sex libris, quemadmo-
Con qualunque dei due vorremo stare, ci dari
appoggio quel luogo d Atilio,
S strugge di letizia il core ;
poich si strugge vi significato da liquitur^ che
storto da liquare.
VI. 107. Non dubito che non rimangano nei
poeti molte altre parole, di cui si posaao dire le
origini. Tale lingula^ diminutivo di lingua^
nell* Esione di Nevio, ove dice :
Con la linguetta
Del pugnale, vuoi dir ;
e vitulantesy cio schiamazzanti per allegrezza, da
vitula^ nel CUstidio ; e caperata fronte,, cio con
frotile increspala a modo di capra, nel Duloreste ;
e persibus da perite^ cio saviamente, nel Deme
trio, nde vi scrvon sotto la chiosa callide'^ e nel
Lampadione, protinam Awl protinus^ persignifi-;
care continuazione; enei Nagidone, clucidatus
per soave, dal greco yXffxij sebbene da maestri
udimmo spiegare per mansueto; e nel Romolo,
sponsus per denotare un eh' richiesto contro la
promessa ; e nella Stimazia, cio nel Servo bollato,
praebia per que' rimedii che mettonsi al collo dei
fanciulletti, da praebere^ quasi dicasi cosa che
porge lor sicurezza ; e nel Tecnico, confictant da.
confingere^ per rimanere di concordia.
108. Cosi nella Tarcntilla luculentum da
luce, e sta per isplendido ; nella Tunicolaria, ex
bolas quassant quasi dicasi :
Squassano i giavellotti,
dal greco che quanto a dir getto; nel
la Guerra Punica, nec satis sarrare significa :
N ben aprire,
cio intendere ; ed verbo tratto da^rare, don
de serae si chianiano le stanghette, col levar le
quSfTTaprono gli osci.
VII. 109. Ma perch'io temoche in questo
nere di parole sar pi facii trovare chi mi ripren
da d'averne raccolto troppe, che non chi m'ap-
punU d'averne lasciato alcune ; credo meglio le
varne le mani, che tirar pi avanti con questo li
bro. Certo a nessnno si rec mai a colpa, se nella
ricolta lasci per la spigolatura le stoppie. Cos
aoi DE LINGUA LATINA L1B. VII. 202
doro rebns Ltlina nomina etseot impotilaad afni
noatram ; e qui tres scripsi Septamio qui mihi
fuil Qaaestor, Iris libi quorum hic est terlius ;
priorei de disciplioa Terboruin originis, poslerio-
res de Terborum originibus: in illis qui ante luot,
io primo volumine est quae dicanlur qucit Vry
ncque ars sit neque otilis sit, in secun
do quae slot quor ei ars ea sit et utilis sit, in ter
tio quae forma etymologiae.
I IO. Io secundis tribus quos ad te misi, itm
generaiim discretis, primom, in quo snnt origines
Terborum locorum et earura rerum quae in locis
esse solent ; secundum, quibus vocabulis tempora
sint notata et eae res quae in temporibus fiunt :
tertius hic, in quo a polis item sumpta at illa,
quae dixi in duobus libris, soluta oratione. Qoo-
circa, quoniam omnis operis de lingua Latina Iris
feci parteis, primo quemadmodum vocabula im
posita essent rebus, secundo quemadmodum ea in
casus declinarentur, tertio quemadmodum con-
iungerentnr; prima parte perpetrata, ut secuo-
dam ordiri possim, huic libro faciam finem.
mi sar adebitato'de'iei libri, ch io avea promes
so, su modo in cui si nomarono ad uso nostro le
cose in lingua latina : tre ne ho scritto a quel Set
timio che fu mio questore ; tre a le, e n' questo
il terzo : io quelli esposi la dottrina su le orgini
delle parole; in questi son venuto alla pratica e le
ho indagate : nel primo di quelli mostrai con qua
li argomenti si creda abbattere la possibilit e la
utilit d'un' arte etimologica ; nel fecondo con
quali provisi che questuarle esiste ed utile ; nel
tene qual sia la forma dell'etimologia.
Ilo. Gli altri tre libri che bo4ndiriszato a te,
sono och'etsi fra lor distinti di maleria. Nel pri
mo do le origini de'vocaboli che ragguardano
luoghi e le cose che aolitamente vi sono;Il fecon
do de' vocaboli pertinenti a tempi ed alle cose
che avvengono in essi ; il temo questo, e vi ho
trattato dei due medesimi ordini di vocaboli che
negli altri due, tolti per da' poeti, non, come io
quelli, da' prosatori. E poich dell' intera open
su la lingua latina ho fatto tre parti, l ' una del
modo in coi si nomaron le cose, l'altra del snodi-
ficarsi di questi nomi secondo i loro accidenti, la
terza delle leggi con coi onisconsi nel discorso ;
ora che ho gi fornita la prima parte, porr fine
al libro per poter disporre Vordito della seconda.
. TERENTI VARRONIS
DE LI NGUA LATI NA
AO M. TCLUUM aCERONEM
LIBER OCTAVUS
1. 1. Quom oratio nator Iriparlila emet, ut
tuperioriboa librit ostendi, qaoiu prima para
qeemadmodQm Tocabola rebua eiaent impoitta,
secaoda qao pacto de bis declinata io diicrimDa
ieroDt, lerta ut ea ioter ae ratione coniancta teo-
tentiam efiferaot; prm parte exposita, de secon
da incipiaVn bine ; ot propago omnia natora secon
da, quod pros illud reclura onde ea sit declinata ;
itaque declinator in Terbia : rectnm homo ; obli
quum hominis^ quod declinatura a recto.
a. De boiosce moltiplici natora discriminum
orae sunt bae: qnor et quo et quemadmodum
in loquendo declinata tunl Terba. De quibus duo
prima duabus causis percurram bretiter: quod
et tum, cum de copia Terborum acribam, erit re-
trMtandum ; et quod et de tribua tertium qood
est, babet soas per mullas et maguM partes.
II. 3. Declinatio indocta in sermones non
solom Latinos, sed omnium bominum, utili et
necessaria de cauta : nisi enim ita esset factoB,
neqne discere tantum nomerom terborum posse-
mos ; infinitae enim sont nttorae, in qoaa ea de^
clinntar; neque quae didieissemo, ex hia, qoo
inter se rerom cognatio esset, appareret. At none
ideo f idemos qood itmile est, qood propagatum.
1. I. Poich il mio discorso, come ho dieha-
rato ne' libri innanzi, si steodefa natoralmeate a
tre parti ; e la prima era in qi|kl modo siensi dati
i nomi alle cose, Paltra come qoesti nomi si arre
sero a Tariet di flessioni, la terza come a' oni-
scano insieme a rappresentare i concetti : ora eh
bo aspoeta la prim^arte, ander alla seconda,
.per qodla naturai i ^ e che prima la pi|pta di
ritta, e poi le propaggini, in cui storce; n Ta
altrimenti la coaa nella declinaiton de* Tocabofi
dote homo, a cagion d'esempio, i il caso retto,
quasi la pianta diritta ; ed komimis il caso obli
quo, cio la propaggine che se ne storee.
a. Le Tarie cose eh' io ho a trattare io questo
libro, s ridocono sommariamente a questi tre capi :
per qual fine, in quali parole, e con quali leggi siali
introdotto uso di declinare del cliscorso. Dei due
primi capi toccher leggermente per dee ragioni,
ri perch dotr rimettervi mano quando tratter
della copia de tocaboli, e s perch il terzo capo
ha senza pi pef a stesso molte grandi parti.
IL S. Fu introdotto uao del declinare nell
Vitelle non por de'Latini, ma di tolti i popoli^
per oiilil insieme e per necesail. E di tero, ae
non si fosse fatto eoa), sarebbe impossibile OmbhU-
re a mente si gran nomero di parole qoaate too
le forine c Im , senza confine, se n traggono col de
cliiiare ; e in qoelle stesse che afvssiino mandalo
a mente, non ipparrebb ql affinili abbian
a>'7
. TERENTI VARRONIS
ao8
Legi ul declinatam esi Ugo^ duo tiinal appa-
rent, quodamroodu eadem dicfet non eodem (em
pore &ctum : at ai Terbi grafia alterum horum
diceretur Priamus^ alterum Hecuba; nullam uni
tatem adsignificaret, quae apparet io lego et legiy
et io Priamus et Priami.
4. Ut in hominibus quaedam sunt agnationes
ac gentilitates, sic in verbis. Ut enim b Aemilio
homines orti Aemilii, ac gentiles ; sic ah Aemilii
nomine declinatae Tooes in gentilitate nominali :
ab eo enim, qood est impositam recto casu Ae~
miliuSy orta Aemilii^ Aemilium^ Atmilios^
Atmiliorum^ et sic reliqaa eiusdem .quae sunt
stirpis.
5. Ooo igitur omnino verborum principia,
impositio et declinatio : alterum ot fons, alteram
ct riTus. Imposititia nomina esse voloerant quam
paocissima, quo citius ediscere possent ; declinata
qoam plurima, quo facilios omnes, qnibus ad
usum opus esseot, dicerent.
6. Ad illad genas quod prios, historia opas
est ; oisi descendendo enim, aliter id non perve-
nit ad nos : ad reliqaam | ^ i s quod posterius,
rs ; qaam opus est paMs praeceptis, .qaae.
snnt brefia. Qua enim ratione in ano focahulo
declinare didiceris, in infinito numero nominum
uti possis. Itaque notis nominibus allatis in con
suetudinem, sine dubitatione eorum declinatus
omnis dicit populus : etiam no?icii servi empti in
magna familia, cito, omnium conservorum nomi
nis recto casu accepto, in reliquos casus declinant
7. Qui st nonounquam offendunl, non est
mirum ; etenim illi qui p^imi nomina imposue
runt rebus, fortasse an in quibusdam sint lapsi.
Voloiue enim putant singularis pes notare, ut ex
his in multitudinem declinaretur, ah homine
homines ; sic mares liberos voluisse notari, at ex
his feminae declinarentur, ut est ab Terentio
Terentia ; sic io recto casu quas imponerent
voces, at illioo essent futarae quae declinaren
tur : sed haec io omnibus tenere neqaisse, qaod
et ooae dicuntur scopae^ et mas et femina
/a, et recto et obliqao vocabulo m .
Ira loro le cose significate. Ora invece noi ci appo-
oiam facilmente che ana cosa simile a uo'altra,
per questo appunto che da essa ha il nome. Cos,
per esempio in legiy derivato com da lgo^ si
pal ano due cose a un tratto; cio che le azioni
dinotate sono a un di pressale stesse, e non lo
stesso il tempo, in cui si son fatte. Che se per con
trario quest'azione del leggere, una in s stessa,
si fosse contrassegnata con due diversi nomi, se
condo i dne diversi tempi, a cui si rapporta, ver-
bigrazia con quel idi Priamus nelP uno e con
quel d'ffecuba nlPaltro ;*uoii^i lascierebbe pun
to vedere questa unit, che si fa toccare quando
si dice ego e legi^ Priamus ^Priami.
4. V' ha in certo modo famiglie e schiatte
nelle parole, come negli uomini. Perch, a quella
guisa che i discendenti di Emilio e intei*a schiat
ta si dissero Emilii ; cos dal nome di Emilio si
pigliarono le varie voci per tutta attenenza del
nome ; cio da Aemilius^ che il caso retto e
primo, si trasse Aemilii, Aemilium^ Aemilios^
Aemiliorum^ e cos gli altri casi che vengono
dallo stesso ceppo.
5. Le parole adunque, per rispetto alla loro
orgine, si dividono tutte in queste due specie :
altre son primitive, altre derivative ; quelle son
quasi fonti, queste i loro rsi. Le primitive si
vollero pochissime per poterle imparar pi pre
sto ; le derivative quante pi era possibile, perch
qualunque cosa accadesse dire, fosse facile trovar
vocabolo appropriato.
6. Per la prima difision di parole d' uopo
la storia, perch ci vennero non per altra via che
passando d' et in et ; per la seconda fa di me
stieri Parte, e questa si tiene a pochi e brevi pre
cetti. Perocch basta aver imparato il modo di
declinare nn vocabolo, ch la medesima regola
giuoca in infiniti altri ; talch se mettasi in uso
qualche nomo nuoto, tutto il popolo lo declina
da s per tutti i suoi accidenti sema dubitar
punto ; e in una famiglia, comech grande, i servi
che v'entrano nuovamente comprati, udito ch'ab
biano il nome de' lor compagni nel^sso retto, lo
sanno dire senz'altro in tulli gli obliqui.
7. Che se qualche volta danno in errore, non
gran fatto; perch pi volle ci diedero forse
quegli stessi che primi imposero i nomi alle cose.
Credesi in fatti che, quanto al numero, fosse lor
volont che la prima e nativa forma fosse il sin
golare, e d qui si traesse il plurale, per esempio
da homo homines; che quanto al genere, prece
desse Dei liberi il nome del maschio, e da questo
si storcesse quel della femina, come da Terentius
Terentia; cosi quanto al caso,che primo fosse il
nominttivo, e se ne traesMro poi tulli gli altri :
ma noo di meno, tuttoch questa paia essere stata
aoij DE UNGU LATINA LIB. Vili.
aio
8. Quor haec non Uni aiot in culpa, quam
l^ylant, pleraque solvere non difficile; eed nunc
non necesse. Non enim quid potueriot adiequi,
sed quid voluerint, ad hoc quod propoiitum est,
reierl ; quod nihilo miuus leclinari poteal ab eo
quod imposoerunt scojoatf scopa^ quam li impn-
suissent scopa^ ab eo scopae ; sic alia.
11). 9. Causa, inquaro, quor * ab impositis
nominibus declinarint, ea est * quam ostendi. Se
quitur in quia voluerint der.lioari aut nolufriot,
ut generatim ao summaUm, ilem in formia. Duo
enim genera verborum : unum fecundum, quod
declinando multas ex se parit dispariles formas,
ut est lego, legis^ legam^ sic alia : alterum genus
sterile, quod ex se parit nihH, ut est etiam^ via:,
cras^ magts, quor.
10. Quarum rerum usus erat simplex, ibi
elam vocabuli declioatns ; ut in qua domo unus
crYua, noo servili opust nomine ; in qua multi,
pluribus. Igitur et in his rebus quoiosmodi sunt
nomina, quod discrimina vocis plura, propagines
plures ; et in his rebus quae copulae sunt ac iun-
gunt verba, quod non opus fuit declinari plura,
fere singula sunt : uno enim loro alligare possis
vel hominem vel equum vel aliud quod, quidquid
est quod cum altero potest alligari. Sic quod di
cimus in loquendo : Consul f u it Tullius et An
tonius ; eodem illo et omnis binos consules colli
gare possumus, ?el dicam amplius, omnia nomina,
atque adeo etiam omnia verba, cum fulmentum
ex una syllaba illud et maueat unum. Quare duce
natura, si quae imposita essent vocabula rebus,
ne ab omnibus his declinanduiu pularent.
IV. 11. Quorum geoerum declinationes oriun
tur, partes orationis suut dnae, si, item at Dioo,
in tris diviserimus partes res quae verbis signifi
cantur : unam qoae udsiguificat cassus, alteram
quae tempora, tertiam quae neutrum. Oe hia Ari
stoteles orationis duas partes esse dicit, vocabula
ct verba, ut homo et eguus^ ct legit et currit,
M. 1 ' e d . Va r b o n e , d e l l a l i n g u a l a t i n a .
la lor volont, noi veggiamo che in alcuni nomi
non venne loro tenuta questa regola ; perch fco-
pae^ con la terminazione del pi, dicesi anche una
scopa sola, ed aquila cos il maachio come la fe
mina, e vis la fona tanto nel primo caso che nel
secondo.
8. Vero che nella pi parte di questi casi
non diiEcile a dimostrare che errore men
grave eh' altri non pensa : basta, qui non occorre
il farlo. Perocch al nostro proposito ci che im
porta , quale sia stata la volont di que' prini
che posero i nomi alle cose, non quanto sia lor
riuscito di Care) che del resto nello stesso modo
che da scopa^ se tal fosse stala la prima forma, si
avrebbe ottenuto declinando il plurale scopae ;
cosi da scopaey poich tal questo nome, ai pu
venire al singolare scopa ; e simUmenle negli altri.
III. 9. La ragione adunque, onde tollero che
si moltiplicassero i nomi eoi declinare, qeella
che bo gi fatto vedere. Ora da mostrare, non
solo sonsHiariameote ed in genere, ma anche nelle
particolari iorme, quando abbiano voluto o 00 che
si declinasse. V ha due maniere di parole : altre
sono feconde^ che declinate producono molte al
tre diterae forme ; oonie lego, legis^ legam e
cosi ria; altre sono sterili, che non producono
alcun altra voce, come etiam^ vix, cfas^
quor.
IO. Per quelle cose, il cui uso era semplice,
semplice fu anche la variaxione del nome, a quel
modo che in una casa, dove non che un servo,
basta nn sol nome servHe, e pi se ne vogliono,
dove i servi son molti. Onde nelle oose^ quali sono
i nomi, ve ha luogo variet d'accidenti, anche
la parola si varia per molte forme ; e quelle voci
che sono i legamenti del discorso, D<m biaognan-
do di variaiioni, se ne stanno a una forma sola;
perch a legare una coaa a 'altra pa esser buo
na una fun sltsu, sisu cavalli od uomini, o altra
cosa qualunque atta a legarsi. Cosi a quel modo
che diciarao : Fu console Tullio ed Antonio^
con la medesima congiunzione e, possiamo invoe
legare qualunque altra coppia di consoli; dir
anxi di pi, tutti i nomi, e finanche tutte le p r o
le, restando sempre ad unico sostegno questo mo
nosillabo e. Fu adunque la natura stessa che
guid i primi autori dttl linguaggio, quando cre-
dellero che non ogni vocabolo si potesse variare
per diverse forme.
IV. 11. Le parti del discorso, che possono
variarli per diverse forme, si troveranno esser
due, se d' significati delle parole ai ^cetano,
come fa' Dione, tre dtvbioni, secondo ohe hanno
^ aigificatione del caao, o la sigili-
ficazioue ilei tempo, ovveff n Tana n rallni.
Di queste tre divisioni Aristotele non fa die due
>4
. TERENTI VARRONIS
aia
la. Ulriosqae gcnerit, et ?ocbali t verbi,
qoaedam prior, quaedam posteriora : priora, at
Aorno, scribit; posteriora, ut doctus, docte : di
citur enim homo doctus^ et scribit docte. Haec
sequitor t locus et tempus ; quod neque homo
oec scribit potest sine loco et tempore esse ; ita
ut magis sit locus homioi coniunctus, lampus
scriptioni.
i 3. Quom de his nomen sit primum (prius
enim nomen est quam verbum temporale, et re
liqua posterius quam nomen et verbum ; prima
rgitur nomina) ; quare de eorum declinatione,
qoam de verborum, ante dicam.
y . 14. Nomina declinantur aut in earum
rerum discrimina, qutrum nomina sunt, ut Te
rentius Terenti ; aut in eas res extrinsecus, qua
rum ea nomina noa sunt, ut ab equo equiso. In
sua discrimina declinantor aut propter ipsius rei
naturam, de quo dicitur, aut propter illius, qui
dicit. Propter ipsius rei discrimina aut ab toto, *
aut a parte. Kh toto, * ut ab homine homun
culus^ ab capite capitulum : propter multitudi
nem, ut ab homine homines ; ab eo quod alii
dicunt cervices^ * id Ortensius in poematis cert.
i 5. Qoae a parte declinata, aot a corpore, ot
a mamma mammosae^ a manu manubria; aut
b animo, ut a prudentia prudens^ ab ingenio
ingeniosi. Haea sine agitationibus : at ubi motus
maiores, item ab animo, ut ab strenuitate et no
bilitate strenui et nobiles ; sic a pugnando et
currendo pugiles et cursores. Ut aliae declinatio
nes ab animo, aliae a corpore ; sic aliae extra ho
minem, ut pecuniosi, agrarii^ quod foris pecu
nia et ager.
VI. 16. Propter eorum qui dicunt, sunt de
clinati casus, uti is qui de altero diceret, distin
guere posset quom vocaret, quom daret, qoom
accosaret ; sio alia. Eiosdem discrimina, quae nos
et Graecos ad declinandum duxerunt, sine con
troversia sunt quinque : quis vocetur, ut Hercu
ies ; quemadmodum voceinr, ut Hercule ; quo
sole parti dei discorso, cio vocaboli e verbi ; come
uomo e cavallo^ ^^88^^corre : le altre ne sono
giunture.
la. In ambedue i generi, cio tanto ne voca
boli che ne' verbi, altri iK>n principali ed altri di
pendenti : per esempio uomo e scrive son prin
cipali, dotto e dottamente son dipendenti ; per
ch si dice uomo dotto^ e scrive dottamente. Ad
ambedue i generi s'accoropagna idea di luogo e
di tempo ; perch n uomo n scrive pu essere
senza luogo e tempo : pure con uomo pi stretta
idea del luogo ; con scrive idea del tempo.
i 3. Come fra le parli del discorso la prima
il nome ; dacch il verbo finito vien dopo il nome,
e le altre part dopo il nome e il verbo, ond'
primo il nome ; parler innanzi delle variationi
de' nomi che di quelle do' verbi.
V. 14. 1 nomi o si piegan solo seguendo le
variet della cosa, di cui son nomi, come quando
da Terentius si fa Terentii^ o passano ad altre
cose di fuori, come quando da equus^ che il ca
vallo, si chiama equiso il cavalcatore. Nel primo
modo, ciof dentro alla lor famiglia, si variano o
per la natura della cosa onde parlasi, o per la na
tura della persona che parla. Si variano per la na
tura delU cosa, applicandoli or come tutto, ed or
come parte : come tutto, quando da homo e da
caput si chiama homunculus un omicciattolo e
eapitulum un capolino ; e cosi pore, quando per
la differenza del numero da homo si forma Aomi-
neSy e per converso quando Ortensio dall' usitato
cervices trasse nelle sue poesie il singolare cervix,
i 5. Si variauo in vece applicandoli a modo di
parte, tanto nelle cose del corpo ; come quando
da mamma dicesi mammosa chi ha grandi pop
pe, e da manus si fa manubrium ; quanto nelle
cose dell' animo, come quando dalla prudenza si
noma il prudente e dall' ingegno ingegnoso
N solo dove non movimento notevole, come
negli addotti esempli ; ma altress dove pi di
moto, come in strenuus e nobilis da strenuitas
e nobilitaSy per ci che ragguarda animo, e in
pugil e cursor^ da pugnare e currere^ per ci
che ragguarda il corpo. E come fansi dirivativi
rispetto all' animo e al corpo ; cosi altri se ne
fanno anche dalle cose che sono al di fuori dell'uo
mo, per esempio pecuniosus^ agrarius e somi
glianti ; giacch il danaro ed i campi sono cose al
di fuori di noi.
VI. 16. Per la natura della persona che parla,
s'introdusse la declinazione per casi, acciocch
potesse distinguere se chiamava, o dava, o acca
sava, e cosi gli altri accidenti. Di queste dififerenae
di caso, donde i Greci e i Latini furono condotti
a declinare, quelle che non han contrasto son
cinque ; chi sia quagli che chiamavasi, cio per
ai3
Dii LINGUA LATINA LIB. YllL
214
Tocetar, ut d Herculem ; qooi vocelur, ul Her
culi ; qaoius focetar, ut Herculis.
VIL 17. Propler ea verba quae erani proinde
c cognomiaa, ul prudens^ candidus^ strenuus ;
quod in bis praeterea suut discrimina propter in-
cremeotum, quod maius vel minus in bis esse
potest ; accessit declinationum genus, ut a cand-
doy candidior^ candidissimum, sic a longo di
vite^ id genus aliis, ut fieret.
18. Quae in eu res, quae extrinsecus, decli
nantur, sunt ab equo equile^ ab ovibus ovile^ sic
alis. Haec contraria illis quae supra dicta^ ut a
pecunia pecuniosus^ ab urbe urbanus^ ab atro
atratus. Ut nonnunquam ab homine locus, ab eo
loco homo ( ut ab Romulo Roma^ ab Roma Ro
manus, '
19. Aliquot Tuodis declinala ea quae foris:
nam aliter qui a maioribus suis Latonius et
Priamidae ; aliter quae a facto, ut a praedando
praeda, a merendo merces. Sic alia sunt, quae
circum ire non difficile ; sed, quod genus iam vi
detur et alia urgent, omitlo.
VIII. ao. In verbornm genere, quae tempora
adsignificant quod erant tria, praeterilum, prae
iens, futurum; declinatio facienda fuit triplex, at
saluto, salutabam, salutabo, Quoro item perso
narum natura triplex esset, qui loqueretur, ad
quem, de quo ; baec ab eodem ?erbo declinata :
quae in copia ferboram explicabuntur.
IX. 21. Quoniam dictum de duobus, decli
natio quor et in qoa sit forma ; tertium quod re
linquitur, quemadmodum, nunc dioelur. Oecliua-
tiooom genera tuoi duo, Toluntarium et natura
le. Voluntariam est, quo, ut cuiusque tulit yolun-
tas, declinavit. Sic tres quom emerunt phesi sin
gulos servos, nonnunquam alius decliuat tionirn
b eo qui vendit Artemidorus, atque Arternam
appella! ; lius a regione, quod ibi emit, ab lonia^
lona ; alius, quod bpbesi, Ephesium ; sic alius
ab alia aliqua re, ut fisum est.
22. Contra naturalem declinationem dico, quae
non a linguloram oritur voluntate, sed commu-
esempio Hercules ; come si chiami, cio Hercu
le ; dove si chiami, cio ad Herculem ; a chi.
cio Herculi; di chi, cio Herculis.
VIL 17. Per quelle parole che hanno natura
di soprannomi' e per diconsi addiettivi, verbi-
grazia pruiens, candidus, strenuus ; siccome in
esse la cosa dinotata pu variare anche nella
quantit, avendovi luogo il pi ed il meno ; cosi
%aggiunse la declinazione per gradi, come ce/i-
didus, candidior, candidissimus ; e cosi in hn-
gus, in di^es e negli altri di questa fatta.
18. sempii di voci che variate passarono ad
altre cose al di fuori, sono equile da equus, ovile
da ovs e somiglianti ; perch il cavallo e la pecora
non sono n tutto o parte della loro stalla. On-
dech questi diridativi sono contrarii a quelli-che
ho detto di sopra, ci erano pecuniosus da pe
cunia, urbanus da urbs, atratus da atrum. Co
me i luoghi dagli uomini, cos talvolta anche gli
uomini prendono il nome dai luoghi : da Romolo
si disse Roma ; da Roma Romano,
19. Anche di queste declinazioni al di fuori
ci ha pi maniere ; ch altro quando si noma
alcuno da'iuoi maggiori, come il Latonio, i Pria-
midi ; ed altro quando dal fare si denomina la
cosa fatta, come dal predare la preda, dal meritare
la mercede, E ce n' ha degli altri di questi modi,
n sarebbe cosa difficile a volerli distinguere: ma
perch omai apparisce qual la natura delP in
tero genere, ed altre materie m* incalzano, li la
scio stare.
Vili. 20. Quanto a' verbi, essendo tre i tempi
a cui raccbiudon rispetto, cio il passato, il pre
sente e il futuro; convenne fare una tripliee de
clinazione, com** per esempio saluto, salutabam,
salutabo. Similmente, essendo tre le persone, cio
quello che parla, quello a cui parla, e quel di cui
parla ; si pieg il verbo anche a queste tre forme.
Ma di queste cose tratter distintamente, quando
verr a parlare della copia de vocaboli.
IX. 21. E poich dei tre punti proposti n'ho
gi spiegato due, cio perch e in quali parole
abbian voluto che si decliuasse ; passer ora al
terzo, cio al modo di declinare. V' ha due modi
di declinare, uno volontario, l altro naturale.
Volontario quello, per cui ciascuno declin pri
mo secondoch port il genio. Cosi di tre padro
ni che siansi comperato uno schiavo per ciascuno
in Efeso, veggiamo talvolta che uno, storcendo il
nome da un Artemidoro che gliel vendette, lo
chiama Jrtemas; uno, perch il compr nella
Ionia, dalla regione lo dice lon ; altro da Efeso,
Ephesius; t cosi altri da altre cose, come lor
pare.
22. Naiurale in vece chiamo quel modo di de
clinare che non viene dalla volont di nenono in
ai5
. TliUfcNTI VARRONIS aiG
ni consensu. llJh|ue omtics, impositis nominibus,
coTuro ilem decHminl ca&m, a!que eo<lem mo<io
dicunt huius Arttmat et huitis Ionis et huius
Ephesii ; sk in cssibus aliis.
a3. Cura utrumque nonnunquam accidat, et
ut in * declinatione anirnadvertatur na
tura, et in naturali voluntas ( quae qaotusmodi
sint, aperietur infra), quod utraque declinatione
alia funt sieailia, alia dissimilia ; de eo Graeci
Latinique libros fecerunt multos ; partim quom
alii potarent in loquenda ea verba sequi oportere
qoae a similibus similiter essenl declinala, quas
appellarunt ^ ; alii cum id neglegendum
potarent, ac potius sequendam dissimilitudinem
quae in consuetudine est, quam Tocant -
: cum, ut ego arbitror, ntranque sit nobis
sequendum; quod in declioatione voluntaria sil
anomalia, in naturali magis analogia.
24. De quibus utrinsque generis declinationi
bus libros faciam bis ternos: prioris tris de earum
declinationum disciplina; posterioris, ex eius di
sciplinae propaginibus. De prioribus primus erit
hic, quae contra similitudinem declinationum di
cantur ; secundus, quae contra dissimilitudinern ;
tertius de similitudinum forma. De quibus quse
eipediero singulis libris; tum de allerts totidem
scribere ac dividere incipiemus.
X. 25. Incipiam, quod huiusce libri est, dice
re contra eos qui similitudinem secuntur ( quae
est : ut in aetate puer ad senem, puella ad anum ;
in verbis, ul est scribo scribam^ dico dicam) ;
prius contra univers.im analogiam ; dein Ium de
singulis psrtibu. A. natura sermonis incipiam.
XI. 26. Omnis oratio cum debeat dirigi ad
utilitatero, ad quam tum denique pervenit, si est
aperta et brevis ( quae petimus, quod obscurus et
longus oralor est odio); et cum efficiat aperta
ut intellegatur, brevis ut et cilo intellegatur, et
apertam consuetudo, brerem temporantia loquen-
tis; et utrunique fieri possit sine antilogia : nihil
ea opus est. Neque enim, utrum Htrculi an Her
culis cla^m dici oporteat, si doceat analogia,
quom otrumque sit in consuetndine, non negle^
gendum, quod aeque sunt et brevia et aperta.
particolare, ma dal comune consenso. Cosi, se
stette prima nella volont di ciascun padrone il
dar quel nome che pi gli piacque allo schiavo
comprato ; quando gliePhan dato una volta, tulli
il declinano pei varii casi allo stesso modo, di
cendo nel genitivo Artemae^ loniSy Ephesii^ e
cos avanti.
23. Come per qualche volta avTeogono tutte
e due queste cose, che nella declinazione volonta
ria li lascia veder la natura e nella naturale in
vece la volont; perch s in questa che in quella
(e ne mostreremo pi ionanzi il modo) v ha de
rivativi simili, e ve n'ba di non simili; cos e
Greci e Latini scrissero molti libri su questo ar
gomento. Altri erano d'opinione che nel discorso
si debba stare airanalogia, secondoch la chiama
rono, cio le parole simili abbiano a declinare
similmente; ad altri in vece era avviso che a que
sta proporzionalit non sia da avere nessun rispet
to, ma s all' uso, qual eh'esso , senza regola, cio
a quella che dissero anomalia, lo credo in vece
che debba siarsi ed all* una rd alPaltra; perch
nella declinazione volontaria ha luogo massima*
mente anomala, nella naturale analogia.
24. Su queste due maniere di declinazione
scriver sei libri : nei primi Ire sporr la teorica,
negli altri le conseguenze. In questo, che sar il
primo dei Ire precedenti, riferir quanto dicesi
contro lanalogia nel declinare; in quel che verr,
ci che diresi contro anomali ; nel terzo mo
strer la natura e i confini dell'analogia. Quanto
alla materia degli altri tre libri, la dichiarer di
ciascuno distintamente, quando, spacciate ad una
ad una le cose assegnate a questi, dar roano a
quelli.
X. 25. Or Tengo senza pi a parlare, come
4)0 promesso per questo libro, contro quelli che
prendono a gui da Tanalogia, la quale posta nella
medesimil de rapporti ; onde per esempio nella
eia sta puer a senex come puella ad anus^ e nelle
parole scribam a scribo come dieam a dico.
Parler prima contro analogia in generale ; poi
minutamente per ciascuna parte.
XI. 26. per pigliare le mosse dalla natura
del favellare, ogni discorso dee pur ferire a qual
che fine, n vi pu riuscire che con la jcbiafezia
e la brevit ; perch ogni parlatore, a oscuro e
lungo, torna in fastidio, e la chiarezza fa che e'in
tenda, e la brevit fa di pi cbe s'intenda presto.
Ora In chiarezza viene dall'uso, la brevit dalla
temperanza del dicitore ; n il seguir uso, o
essere temperanti nel dire, dipendono dall' ana
logia. Dunque essa inutile. E di vero che im
porta che analogia m'insegni che s'ha adire
clava Herculis e non Hereuli^ se uno e altro
neir uso ed egualmente bwve ed aperto ?
217 DL LINGUA LATINA LB. Vili. 2 1 8
XIL 27. Preterea^ quoia uliliUli caos
quaeque res sii intenta, s e i ea quii i j sit con
secuius, roplius ea scrutari quom sit nimiam
oliosi ; et cum utililalis causa verba ifleo sint im
posita rebus, ut ea significent ; si id ooosequimur
una consuetudine, nihil prodcst analogia.
Xll L 28. Acccdii, ut quaecumque asQS caos
ad vitam sint assumpla, in his nos aiilitatera
quaerere, non similitudinem; ilaqoe in Testitu,
quom dissimillima sit virilis toga tunicae muliebri
stola pallio; tamen inaequalitatem hanc seqaimur
nihilo miniM.
XIV. 29. In aetlificiis, quod non fidemot
habere atrium a<1 * vff/arvXoy similitudioem, et
cubiculum ad equile, quod tamen propter ntilita-
tem, in his dissimilitudines potitis quam similitu
dines sequimur ; itaque et hiberon triclinia et
aestiva non i|em valvata ac fenestrata facimos.
XV. 3o. Quare quom, ut in vestitu, aedificiis,
sic in supellectile, cibo caeterisque omnibus quae
nsu ad vitam sunt assumpta, dominelor inaequa
litas; in sermone quoque, qui Mt usus causa con
stitutus, e non repudianda.
XVI. 3i. Quod si quis dnpUeem putat esse
sommato, ad quas metas naturae sit pervenien
dum in usu, utilitalis ct elegantiae ; qood non
ohim vestiti esse volumus ut vitemus frigas, sed
etiam ut videamur vestiti esse boneste; non do-
roum habere ut simus in lecto et tuto svlum, quo
necessitas contruserit, sed etiam ubi voluptas re
linere poMit ; non sohim vasa ad victum habilia,
sed etiam figura bella atque ab artifice (quod
aliod homiiki, aliud humanitati satis est: quodvis
sitienti poculum homini idoneum; humanitati,
nisi bellum, parum): sed, cum discessum est ah
utilitate ad voluptatem, tamen ia eo ex dissimili-
litudine plus voluptatis, quam ex aimilkudine,
saepe capitur.
32. Quo nomine et gemina conclavia dissimi
Kter poliunt, et lectos non omneis paris magnito-
dine ac Rgora faciuot. Qood si esset analuga pe-
tepda supelleelili, omnes lectos haberemus dotui
ad ooam formam el mH com fulcro, aut sine eo;
nec, cora ad tridiniareu}, gradum, non item ad
Gobicularem ; neque potius deltetaremor sopelte-
etile, distincta quae esset ex ebore,aliisque rebus
disparibtts figuris, quum grabatis qui
ad similem formam pleromqoe eadem materia
fiont Quare aot negandam uobii disparia esse
iuconda; tat, quoniam necesse st coofitcri, di-
. 27. Senzach in ogni cuss, quando se
n'ha ottenuto it fine, per cui fatta, il brigarsene
pi oltre da uomo che non sa che fare del tem
po ; ir flbe poi, onde si posero i nomi alle cose,
fa perch ne fossero segno ; e a ci basta uso :
siocb nulla giova F atoalogia.
Xlil . 28. Aggioogasi che in tutte le eose o-
trodotte per gli osi della vita, noi guardiamo al-
P utile, oon alla somigliansa. Cosi ne' vestiti, per
csgion d'esempio, bench la toga de' maschi dii-
ferentissima dalla tunica delle donne, e il pallio
dalla loro stola; noi tutUvia teniamo questa dis
formit.
XIV. 29. Parimente negli edifizii se non ve
diamo gli atrii somigliare ai peristilii e i dormi
tori alle stalle ; tuttavia, facendosi per ntilit, vi
preferiamo la diversit alla somiglianza ; e ne ti
nelli di state non leniamo uno stesso modo di
finestre e d imposte, come in quelli d inverno.
XV. 3o. 11perch, se ne'vestiti, negli edifizii
e medesimamente nelle soppeQettilif ne cibi e io
ogoi akra cosa iutcodotta per gli osi della vita,
domina incostanza; non regione di rigetUrla
dalla lingua, che fatta aocb esia per gli usi del
la vita.
XVI. 3r. Senonch dir alcuno che non la
sola otilita, ma due sono in lutto i fini che nato-
ralmente ci proponiamo in ci che serve alla vita,
rotilit insieme e Teleganxa. Forse che ne ve
stiti ci basU avere on riparo dal freddo, o non f i
cerchiamo anche signorii vista? Ci eontentiamo
per casa d un ricoirero, qual eh esso sia, dove d
abbia giltato la necessil, purch vi si stia al co
perto e in sicoro ; o oon la vogliamo anche tale
che ci alletti con piacere a restarvi? E nel viel-
lame, ci par egli assai che sia opportuno pei cibi,
se non ha bella forma e maestrevol lavoro? Altro
ci che basta all uomo, ed altro ci che doman
da la ci villi: all uomo assetato basta qualunque
bicchiere; alla civilt, se non bello, non basta.
Sia por vero lotto questo ed altro : ma, se dalla
consideratione dell olile si vnol passare a qoella
del piacere, non egli allreri vero che pi spesso
torna in piacere la variet che la somiglianza?
32. per qocsto che noi veggiamo dare a
stanze gemelle intonachi differenti, e i letti nOd
farsi lulti d tina foggia e d una grandezza. Che
se nelle maswriiic s avesse a guardare Taoak-
gia, noi avremmo nelle nostre case i letti tulli di
una stampa o coi piedi o senza ; e il predellino,
come in quei da convito, cosi in qoei di dorroira;
n ci piaceremmo d arnesi fregiali d avorio e di
altre cose di varia forma, pi che de lellucci por
tatili che pur si fanno solitamente, secondo ana
logia, pari in materia eil in forma. O convien
dunque ue^re che U varief diletti ; o, j^ich
aio
. TERENll VARRONIS aao
ceodoRi verboruro dissimilitudineni, qoae tit in
coDfueiadine, non esse filandam.
XVII. 33. Qaod si analoga sequenda esl no-
bis; aut ea nobis observanda est qaae est in con-
saeludine, ant quiie non est. Si ea qaae esl, se-
qaenda est ; praeceplis nihil opus esl, qaod,qaom
consueladinem sequamur, ea noi sequetur : si,
qoae non esl in consuetudine, quaeremus; ut
quisque duo ?erba in quslluur formis finierit si
militer, quamvis haec nolemus, tamen erunt se
quenda, ut luppitri^ Marspitrem ; quas si quis
servet analogias, pro insano sit reprehendendus.
Non ergo ea est sequenda.
XVllI. 34. Quod si oportet id esse ut a simi
libus similiter omnia declinentur verba ; sequitur
nt ab dissimilibus dissimilia debeant fingi, quod
non fii. Nam et a similibus alia fiunt similia, alia
dissimilia, et ab diuimilibns partim similia, par*
lim dissimilia : ab similibus similia, ut a 0/10et
ma/Oy onum ma/um ; a iimilibus dissimilia, ut
ab /upuf UpuSy lupo lepori; contra ab dissimili
bus dissimilia, ut Priamus PariSy Priamo Pa
ridi; b dissimilibus similia, ut luppittr ovis et
lovi 09,
35. Eo etiam magis avaXoytitMi dissimilia
6nguntur, * quod non a similibus finguntur
ted etiam ab iisdem vocabulis dissimilia ;. naque
dissimilibus similia, sed etiam eadem. Ab iisdem
Tocabulis dissimilia fingi apparet, quod, cum duae
sint Albae, ab una dicuntur Albani^ ah altera
Albenses ; cQm trinae fuerint Alhenae, ab una
dicti Athenaeiy ab altera Athenaeis^ a tertia
Athenaeopolitae.
36. Sic e i diversis verbis multa facta in de
clinando inveniuntur eadem ; nt quom dico ab
Saturni Lua Luam^ et ab luo luam. Omnia fere
nostra nomina virilia et muliebria multitudinis,
quom recto c h s u fiunt, dissimilia ; cum dandi,
eadem * : dissimilia, ut mares Terentiei^ feminae
Terentiae; eadem in dandi, viris Terentieis^
et mulieribus Terentieis, Distimile Plautus et
Plautiur; et commune huius Plauti^ et Marci,
XIX. 37. Denique, si est analogia, quod in
multis verbis est similitudo verborum; sequitur,
quod in pluribus est dissimilitudo, ut non sit in
s ermone sequenda analogia.
iPi, 38. Postremo, si est in oratione, aut in
omnibus eius partibus est, aut in aliqua; ct in
questo non si pu non concedere, sar fona dire,
che la disparit delle forme nel declinare, quand'
neir uso, non cosa che si debba fuggire.
XVII. 3a. E poi qual questa analogia che si
vul darci a guida? QnelU che gi nelPuso, o
quella che non ? Se intendono quella che gi
nelPuso, non mestieri precetti : basU cammi
nare con uso, e analogia ci verri dietro di
necessit. Che se intendono quella che non nel-
uso; quando alcuno con due parole abbia fatto
quattro forme che stiano in proporzione fra loro,
vogliansi o no, bisogner ad ogni modo accettar-
tarle; come luppitri^ Marspitrem e somiglianti,
che son pur tali analogie da farc avere per pazzi,
chi le voleue ouervare. Dunque Tanalogia non
regola.
X Vili. 34. Che se comnn legge delle parole
che le simili s'abbiano a declinar similmente; nc
vien per converso che le dissimili si debbano de
clinare dissimilmente. E pure ci non avviene;
perch tanto da voci simili che da diuimili s firn-
no forme simili, e se ne fanno di non simili : si
mili da voci simili, in bonum e malum da bonus
e malus ; diuimili da voci simili, in lupo e lepo
ri z lupus e lepus; alP inconiro dissimili da dis
smili, in Priamo e Paridi da Priamus e Paris ;
simili da dissimili, in loifi ed o^i da luppiter
ed ov/x.
35. Che anzi s fanno anche form^ tanto pi
dissimili per analoga, quanto che sono dissimili,
venendo da voci non pur simili, ma in tutto egua
li ; o sono non pur simili, ma in tutto eguali, ve
nendo da vuci dissimili. Che da voci eguali si
traggan forme diverse, ce le mostrano i seguenti
esempii : poich, essendovi due Albe, quei deir una
s dicono Albaniy e quei delPallra Albenses ; ed
essendovi stata una triplice Atene, da una si no
marono Athenaeii da un'altra Athenaeis, dalla
tena Athenaeopolitae,
36. Cosi da parole diverse vediatno spesso de
rivar forme al tulio eguali ; cerne quando si dice
luamy che pu tanto essere da Lua figlia di Sa
turno, quanto dal verbo luere. Quasi tutti i nostri
nomi maschili e femminili, nel numero dei pi
fanno il nominativo fra lor diverso, e il dativo
eguale. Cosi Terentiei diconsi i maschi, Teren
tiae le femmine ; e quando viensi al dativo, Te-
rentieis serve ai maschi, come alle femmine. Di
versi son Plautus e Plautius ; ma il genitivo
Plauti il medesimo. Cos Marci ed altri.
XIX. 37. Finalmente, se vuoisi analogia nella
lingua, perah in molte parole v' somigliania ;
noi diremo con pi ragione che analogia nop
regola nel favellare, perch le pi son diverse.
XX. 38. E poi, se v' analogia nella lingua,
o sar in tutte le sue parti, o in alcnnc. Ma ia
&ai DE LINGUA LATINA LIB. Vili. aaa
omnibui DODest, in liqaa ette param efi ; nt
albom eise Aethopam non talts ett qood habeat
candidos dentes. Non est ergo analogia.
XXI. 3g. Qaoro ab similibus verbis qaae de
clinantor, similia fore polliceantar qai analogias
esse dicunt, et cara simile tam denique dicani esse
erbo terbam, ex eodem si genere, eadem figora,
transitum de cassa in cassum similiter ostendi
possit; qui haec dicunt, utrumqoe ignorant, et in
quo loco similitudo debeat eue, et quemadmo
dum spectari soleat simile sit necne. Quae cum
ignorant, sequitur ut, quam analogiam dicere non
possint, sequi debeamus.
4o. Quaero enim, verbum utrum dicant vo
cem quae ex syllabis conBcta, eam quam audi
mus; an quod ea significat, quam intellegimus;
an utrumqne. Si vox voci esse debet similis, ni
hil refert qnod significat mas an femina sit, et
utrum nomen an vocabulum sit, qnod illi interes
se dicunt.
4i. Sin illud, quod significatur, debet esse si
mile ; Diona et Thtona^ quos dicunt esse paene
ipsi geminos, inveniuntur esse dissimiles, si alter
erit pner, alter senex, aut anus albus, alter Ae
thiops ; item aliqua re alia dissimiles. Sin ex atra-
que parte debet verbum esse simile, non cito in
venietur quin in altera utra re claudicet ; nec
Perpenna et Aiphena erit simile, quod alterom
nomen virum, alterum mulierem significat. Qua
re, quoniam ubi similitudo esse debeat nequeunt
ostendere, impodentes sunt qai dicunt esse ana
logias.
XXU. 4a. Alterum illud quod dixi, quemad
modum simile spectari oporteret, ignorare appa
ret ex eorum praecepto, quod dicunt, quom tran
sierit e nominandi casibus in eos quos appellant
vocandi, tum denique posse dici rectos esse simi
lis aut dissimilis : esset enim ut si quis Henaech-
mos geminos quom videat, dicat non posse indi
care similesne sint, nisi qui ex his sint nati con
siderant num discrepent inter se.
43. Nihil inquam, quo magis minusve sit si
mile, quod conferas cum altero, ad indicandam
extrinsecus oportet sumi. Qoare, cum ignorent
quemadmodum similitudo debeat sumi, de ana
logia dicere non possunt. Haec apertius dixissem,
nisi brevius eo nunc mallem quod infra sunt pla-
tutte non certamente, e essere in alcune non
basta ; come non basta, perch sia bianco un Etio
pe, chegli abbia candidi i denti. Dunque non v'
analogia.
XXI. 3.9.1 suoi difensori, quando aAicurano
che le forme tratte da parole smili dovranno es
ser simili, aggiungono che parole simili sono
quelle, in coi pu mostrarsi che da uno stesso
genere e da una stessa figura si pass di caso in
caso similmente. Ma dicendo questo, noe sanno
n in qual parte debba stare la somiglianza, n in
qual modo s'usi provare se due cose siano simili
no. Ondech si dovrebbe seguire nn' analogia,
eh'essi medesimi non possono determinare.
40. Poich, domando io, che cosa intendono
essi per parola?Quel suono, composto di sillabe,
che ci tocca gli orecchi ; o ci che quel suono si
gnifica, onde tocca la mente ; o tutte e due que
ste cose? Se intendono che la somiglianza debba
esser nel suono, il significato non ci ha che fare,
sia pur maschio o femmina, sia nome proprio o
comune. Perch vogliono adunque che di queste
cose li tenga conto?
41. Se intendono che la somiglianza debba es
sere in vece nelle cose significate; le stesse parole
Olona e Theona^ che essi dicono presso che ge
melle, si troveranno euer dissimili, dove uno
sia fanciullo e altro vecchio, o bianco uno ed
Etiope laltro, o per qoalcM altra cosa dal-
altro diversi. Finalmente, se le parole si voglio
no simili per ambedue i rispetti, del significato e
del suono; non sari facile a trovar parola che non
vada zoppa o dairuna o dall altra parte; e fin
Perpenna ed Aphena non saranno simili, per
ch quello nome di maschio, questo di femmi
na. Non saper dunque mostrare in che debba es
sere la somiglianza, e tuttavia dire che v* analo
gia, da uomo che non ha faccia.
XXII. 4> L'altra cosa detta, eh'essi non un
no il modo, in cui s'ha ad esplorare la somiglian
za delle parole, ce la fan vedere con quella rego
la, che due nomi non si possono dir simili n dis
simili, finch non siasi conoKiuto qual mo<lo ten
gano nel passare dal caso retto negli obliqui ; che
tanto , quanto se alcuno dicesse di due gemelli^
posto che similittimi come i Menecmi di Pianto,
che a voler giudicare se siano simili o no, non
basU vederli, ove prima non siansi esaminati ben
bene anche i loro figli, non forse avessero qual
che dissomiglianza.
43. Per giudicare della somiglianza di due
cose, non pu mai far bisogno ana terza cosa da
riscontrare con esse e vedere se sia pi o meno
simile. Imparino dunque a determinar prima la
somiglianza, e poi ci vengano a parlare d' analo
gia. Queste cose, le avrei esposte pi chiaramente.
123 . TERENTI VARRONIS 324
nius asurpaoda. Quare, quod ad onTeriani natu-
ram verborura allinet^ hacc alligiite modo sa
tis esi.
XXIII. 44 Quod ad partis singulas orationis,
deinceps dicam ; quoioi quondam sunt divisiones
plures, none ponam polissimum illam, qaa divi
ditur oratio, secando, ut naturam, in quattuor
partis : in illam quae habet casus, el quae habel
tempora, et quae habet neutrum, et io qua est
utmmque. Ilas vocant quidam appellandi, dicen
di, adminiculandi, iungendi: appellandi dicitur,
ut homo et Ntstor; dicendi, ut scribo et lego;
iungendi, ut ct que ; adminiculandi, ut docte
' et commode.
45. Appellandi paries sunt quattuor; e quis
dicta a quibusdam provocal>ula, qute sunt ut
quis^ quae ; vocabula, ut scutum^ gladium ; no
mina, ut ilomu/i/x, iZe/ncfr; prouomioa, ut /i/c,
. Duo media dicuntur nominatus; prima et
eitrema articuli. Primum gequs est infnitum, se
cundum ut infinitum, tertium ut etfinitum, quar
tum Anitum.
46. Haec singulatim triplicia esse debent quoad
seiumt multitudinem, casum : sexum, utrum virile
an muliebre an neutrum sit, ut doctus, docta^
doctum; multitudinem, unum an plura significet,
at hic hi, haec hae; rasum, utrunrrecto sit, ut
Marcus^ an obliquo, ut Marco^ n communi, ut
IPL,
XXiV. 47* discretis partibus, singulas
perspice, quo facilius nusquam esse analogias, quas
sequi debeamus, videas. Nempe esse oportebat
vocis formas ternas, ut in Y q c \humanus huma
na humanum; aed habent quaedam bioas, ut
cer\'us cerva ; quaedam aingula, ut aper, et sic
multa. Non ergo est in huiuscemodi generibus
analogia.
XXV. 4^ Et in roultitudine, ut uaum sigui-
ficat pater^ piares patres ; sic omnia debuerint
esse bina. Sed et singularia solum sunt multa, ut
eicer, m e r ; nemo enim dicit cicera, sisera; et
multitudinis sunt, ut salinae^ balneae * ; non enim
ab bis siugulari specie dicitur salina et balnea.
Neque abeo qaod diouot balneum^ habet mulli-
todinis coasoetudo ; nam, quod est ut praedium,
balneum, debuerint esie plura, ut praedia, baloea,
quod non est. Non est ergo in his quoque ana
logia.
se qui non credessi belh la brevit, dovendole
svolger da poi. Basti adunque ci che ho toccato,
su l'analogia in generale.
XXIII. 44 Ora la considerer a mano a mano
in ciasctna parte del discorso ; e poich le divi
sioni che si fanno, son varie, qui terrommi a
quella, per cui il discorso dividesi, come la natura
partendolo in quattro elementi ; cio in quelle
voci che hanno casi, iu quelle che hanno tempi,
in quelle che non han n casi n tempi, ed in
quelle che hanno si 1' una che P allra cosa. Al
cuni facendo pur quattro le parti del discorso,
le distinguono in appellative, spositivc, coadiu
vanti, e copulative: appellative son, per esempio,
homo ^Nestor; spbsitive scribo, t lego; copu
lative et e que; coadiuvanti docte e commode.
45. Le appellative si ridividono in quattro;
perocch altre si chiaman da alcuni provocaboli,
come quae ; altre vocaboli, come scutum^
gladium ; altre nomi, come Romulus.^ Remus ;
altre finalmente pronomi, come /ite, haec. Le due
spezie di mezzo .^i dicono anche in genere nomi,
comuni i primi,'.proprii i secondi; le altre due
spezie si chiamano con un solo nome articoli.
Quanto al concelle, la prima speiie indetermi
nata, la seconda quasi indeterminata, la terza qua
si determinata, altima determinata.
46. Queste quattro spezie debbono avere tre
modi di declinazione, per sesso, numero e caso :
per sesso, come doctus., docta^ doctum^ secon-
doch la cosa, onde parui, maschio o femmi
na, ovvero n uno, n Taltro; per numero, se
condo eh' uno o pi, come hic ed Ai, haec ed
hae ; per caso, secondoch' retto come Marcus^
od obliquo come Marco., o comune come lo^is.
XXIV. 47 Efamina ora ad uno ad uno questi
tre modi, che ho distinto, e t avverr di vedere
pi tacilmenlc che non v analogia da poter
pigliare per regola. E di vero, per la distinzione
del genere, le voci dovrebbero avere tre forme,
cora' in humanus^ humana., humanum ; e pure
alcune voci n hsn due, come cervus., c#na, al
cune una sola, come aper ed altre assai. Dun
que ne' generi non v' analogia.
XXV. 48. E quauto al numero, come si dice
pater d" un solo padre e patres di pt, cos ao*
che le altre voci avrebbero dovuto avere questa
doppia forma. Pur ve n* ha molle che hanno la
sola forma del meno, come cicer e x/jer, ch
nessun dice cicera e sisera; e molte hanno in
vece la sola forma dei pi, come salinae e bai-
neae., ch i singolari salina e balnea noo dicont.
Che anzi, avendosi pure il singolare balneum.,
il sao plurale in veee fuor d*uso; perocch,
comt praedium fa nel plorale praedia., balneum
che della stessa natura, dovrebbe far balnea;
225 DE LINGUA LATINA LIB. VIIL 2 2 6
XXVL 49* habeot et redo et obli
quos, alia reclos solum, alia modo obliquos. Ha
bent utrosque, ut luno Junonis; rectos modo,
ut luppiter^ MaspUer; obliquoslolucn, \xiIovis,
los^em. Noii ergo iu his csl aualogia.
XXVn. 5o. Nunc videamus io illa quadripar
tita. Primum si esset analogia in infeineiteis ar
ticulis, ut est quis quem quius^ sic dicerelur
qua quam quaius ; et ut est quis qui, sic dictr>
relur qua quae (oam est proportione simile), ut
deae bonae quae sunty sic dea bona qua est ; et
ut est quem quiSy sic ques ques : qaare quod
nunc dicilur qui homines^ dici oportuit ques.
XXVili. 5f. Praeterea, ut est ab is ei, sic ab
ea eae diceretur, quod nunc ilicitor ei; prootto-
liaretur ut in iis sic eis mulieribus ; et ut
est in rectis casibus is ea, iu obliquis esset eius
eaius^ Nunc non modo in virili, siculio muliebri,
dicitur e/i/^,sed etiam io neutris articulis, ut iW
i^/W, eitts mulieris^ eius pabuli ; cum discrinji-
neutur in rectis casibus ix, ea, id. De boc genere
parcius atligi, quod librarios haec spiqoeiora in
diligentius elaturos putavi.
XXIX. 52. Ue aomina4ibus quae accedant
proxime a8 intinilam naturam articulorum atque
appellantur vocabula ut /, equus, eorum de
clinationum genera suot quattuor: unam nomi
nandi, ut ab equo equile; alteram casuale, ut ab
equo equum ; tertium augendi, ut ab albo albius ;
quartum minuendi, ut a cista cistula.
53. Primum genus, ut dixi, id eil cum aliqua
parte orationis declioata sunt recto caso vocabu-
U, ut a balneis balneator. Uoc fere triplicei ha
bet radices: quod et a vocabulo oritur, ut a vena
tore venabulum ; et a nomine, ut a Tibure Ti
M. TbB. Va RROHB, DBLI.A LINGUA LATINA.
CQcbe non . Dunque ue anche nel numero non
v analoga.
XXVI. 49 Cos, quanto ai casi, vediamo che
alcune voci hanno tanto i#retto, quanto gli obli
qui; ed altre invece hanno il solo retto, altre i
soli obliqui, lunoy per esempio, ha tutti i sooi
casi ; di luppiter e di Marspiter mancan gli obli
qui, di lovis il retto. Sicch non v" analogia
nemmeno rispetto ai casi.
XXVII. 5o. Vediamo ora se siavi partitamente
nelle quattro spezie di appellativi che abbiam
noverato. Cominciando dall'articolo indetnito ;
se vi fosse analogia, come dicesi nel maschile quis^
quem, quoius ; con nel femminile dovrebbe dirsi
qua, quamy quaius ; e come per la differenza
de'nnmeri i due nominativi maschili sono quis
e qui^ cosi, a voler seguire la proporzione, i due
femminili sarebbero qua e quae ; onde d pi
dee si direbbe deae bonae quae sunty e d'una
dea sola dea bona qua est. Similmente, se guar
diamo i casi, ai singolari quis e quem dovrebbe
ro corrispondere i plorali ques c ques ; sicch
avrebbe a dirsi ques homines^e non, come si
usa ora, qui homines.
XXVili. 51. Oltracci, come iV nel terzo caso
fa ei, cos il femminino ea dovrebbe far eae ;
e nel plurale, come degli uomini si dice iiV, cos
delle donne si dovrebbe dir eis ; e come i primi
casi sono is ed ea, cos i secondi vorrebbero es
sere tius ed eaius ; mentre il fatto che il me
desimo eius serve non solo al mascolino ed al
femminino, ma fn anche al neutro ; onde si dice
del pari eius viri^ eius mulieris ed eius pabuli ;
comech abbiavi per tutti tre i generi un nomi
nai ivo diverso. Ma in questo particolare non ho
voluto distendermi troppo, vedendo gi che i co
pisti, nel divolgar opera, non ti sarebbero fatta
coscienza di troncar parte di qneste spinose mi
nuzie, se non avessi troncala io.
XXIX. 52. Pei nomi in genere, qaelli che pi
s' accostano alla natura indefinita degli articoli,
sono i comuni, detti vocaboli; come, per esem
pio, ifomo, cas^allo. Questi hanno quattro ma
niere di declinazione ; una la denominativa,
come quando da equus^ che il cavallo, si deno
mina equile a stalla di cavalli ; un'altra la casua
le, come quando da equus si fa equum e simili ;
la terza aumentativa, onde da album., che sta
per bianco, si dice albius ci che in comparazio
ne pi bianco ; la quarta la diminutiva, per
cui da cista si chiama cistula la cestella.
53. La prima maniera, cio la denominativa,
, come ho detto, quando da qualche parte del
discorso s forma un vocabolo nel caso retto; per
esempio, quando da balneum.^ che il baguo, si
dice balneator il bagnaiuolo. perch tre sono
i 5
7
. TERtNTl VABRONIS
22%
burs ; et a verbo, ut a correndo curtor. In nul
lo borum analogiam sertari Tidebis.
XXX. 54. Primum cum dicatur ut ab ove et
flue o\>ile et suile^ tic a boTc bovile non dcilur;
et cum simile sii avis et ovis, neque dicitur ut
ab ave aviarium^h * ove oviarium, neque ut ab ^
ove ovUe^ ab ave avile 5et cum debuerit eue, ut
a cubatione cubiculum^ sic a leuione sediculum,
non est.
35. Quouiam taberna ubi venit viaum, a vino
vinaria^ a creta cretaria^ ab unguento unguen-
taria dicitur; si essent vocabula,
ubi caro venit carnaria, ubi pelies pelliaria, ubi
calcei calcearia diceretur ; non lanitna ac ptll-
suina et sutrina. Et sicut est ab uno uni, a tri
bui trni^ a quattuor tfuatrini; sic a duobus dui
d , non &1/1Xdiceretur : nec non nt quadrigae^
trigae., sic potius duigae quam bigae. Permulta
sunt huiusce geoeris, quae quoniam admonitos
perspicere potest, omitto.
XXXI. 56. Vocabula quae ab nominibus oriun
tur, si ab similibus nominibus similia esse debent ;
dicemus, quoniam gemina sunt Parma, Alba,
Roma, ut ^Parmenses^ Albenses % sic * Komen*
ses*; aut quoniam est similis Roma, Nola, Parma,
dicemus ut Romani.^ Nolani^ sic Parmani : et ul*
a Pergamo, ab Ilio similiter, Pergamenus^ Ilie-
nus; aut ut Ilius * et Ilia mas et femina, sic Per
gamus et Pergama vir et mulier: et quoniam si
milia nomina sunt Asia, Libja, dicemus Asiati
cos et Libyaticos homines.
XXXII. 57. Quae vocabula ducuolor a verbis
ut a scribendo scriptor^ a legendo lector^ haec
quoque non servare similitudinem licet videre ex
bis: cam similiter dicatur ut ab amaodo amator^
et ab salutando salutator et ab cantando canta
tor; et cum dicatur lassus sum metendo, ferendo:
ex his vocabula non reddunt proportionem, quo
oou ft ut messor et fartor. Mulla suoi item in
hac specie, in qoibos potius consuetudinem se
quimur quam rationem verhonim.
le parti dei discorso, da cni sogliono origioarfi
vocaboli ; aocbe qoesta maniera rdividesi in tre :
una quella de vocaboli originati da altri voca
boli, come venabulum da venator; la seconda
de' vocaboli originati da nomi proprii, come Ti
burs da Tibur; la lena de' verbali, cio dei voca
boli originali da verbi, come cursor da currere.
In nessuna di queste maniere vedrai osservata
analogia.
XXX. 54 E primieramente, se le stalle di
pecore e di pbrci si dicono, ovile una da ovi>,
suile altra da sus ; perch la stalla di buoi non
dicesi allo stesso modo bovile f Se avis ed ovis
sono vocaboli simili ; perch aviarium il serba
toio degli uccelli, ed ovile qot:] delle pecore ; anzi
che avile anche qoello, od anche qoesto avia
rium ? Se da cubare si chiam cubiculum il
luogo dove ci corichiamo ; perch non sedicu
lum^ dove sediamo ?
55. A quel modo che la bottega dove si vende
vino, detta vinaria ; e dove creta, cretaria ; e
dove unguento, unguentaria ; cos, se valeste
l'analogia, la bottega dove si vendono carni, sa
rebbe delta carnaria^ non laniena ; e dove si
vendono pelli, pelliaria^ non pellesuina ; e dove
calzari, calcearia^ non sutrina. E come i distri-
botivi cbe formiosi da mif, da tres^ da quat
tuor^ sono unit trini^ quatrini ; cos da duo si
farebbe non bini come dicesi quadri
gae e trigae^ cos direbbesi anche duigae e non
'bigae. Ma le anomalie di qoesta fatta sono molti-
sime : basta che n' ho fatto on cenno, perch cia-
scono le potr notare da s.
XXXI. 56. Venendo adunque a'vocaboli ori
ginati da nomi proprii, se dee aver luogo l'analo
gia, come quei di Parma e quei d'Alba si dicono
Parmenses e Albenses^ cos quei di Roma (poich
Parma^ Alba e Roma sdn nomi in tutto gemel
li) si diranno Romenses ; o poich gemelli son
Romat Nola e Parma^ come da quelli si fa Ro
mani e Nolani^ cos da questo si far Armani ; c
come da Pergamum Pergamenus^ cos da Ilium
dirassi llienus ; o come Ilius ed 7/ra, stante i due
sessi, cos Pergamus e Pergama ; e come Asia
tici quei d'Asia, cos Libratici si diran quelli di
Libia, perch Libya ed Asia son nomi simili.
XXX^l. 57. Quanto a'vocaboli originati da
verbi, quale scriptor da scribere^ lector da le-
gere^t che neppur essi stiano alla regola della so
miglianza, il puoi veder dagli esempli. Si fanno
pur similmente amator da amare^ salutator da
salutare^ cantator fla cantare ; e poi, tuttoch
siano tra loro simili metere e Jerre.^ si fa messor
dall' uno, c dalTallro non si fa fertor, E di questa
fatta ne abbiamo assai, dove seguiamo anzi uso
che la ragione lei verbo
339
DE LI NGUA LA I JNA LiB. Vl l L
a3o
58. Praeterea quom sini ab eaJem origine
erborum ?ocabula dissimilia superiorum, quod
simal habent casas et tempora, quo vocantur par
ticipia ; el multa sint cootraria, ut amor amo, seco
ecor : ab amo et eiusmodi omnibus fcrbis oriua
tur praesens el futurum, ut amans t\. amaturus ;
ab eis verbis tertium quod debet fingi praeteriti,
in lingua Latina reperiri non potest. Non ergo
est analogia. Sic ab amor, legor el eiusmodi ver
bis vocabulum eius generis praeteriti temporis
fil, ul amatus eram,sura, ero; neque praesentis
et futari ab his fit.
59. Non est ergo analogia ; praesertim quod*,
curo tantus numerus vocabulorum in eo genere
interierit quod dicimus, in his verbis quae con
traria non habent, loquor et vtnor^ tamen dici
mus loquens et venans^ locuturus ei venaturus^
quod secundum analogias non est ; quoniam di
cimus loquor et venor : unde illa erant supe
riora, ea minus servantur. Quid, cum ex his quae
contraria verba non habent, alia efficiunt terna,
ea quae dixi ; alia bina, ut ea quae dicam, cr-
rens ambulans^ cursurus ambulaturus ? tertia
cnira praeteriti non sunt^ ut cursus sum, ambula
tos sum.
60. Ne in his quidem, <{uae saepius quid fieri
ostendunt, servatur analogia; nam ut est a can
tando cantitanSy ab amando amitans non est, et
sic multa. Ut in his singularibus, sic in multi ludi-
ois; sicut enim cantitanteSy sedilantes non di
cuntur.
XXXIIL 61. Quoniam est vocabulorum ge
nas, quod appellant compositilium, el negant
conferri id oportere cura simplicibus, de quibus
adhnc dixi ; de compositis separalim dicam. Quom
ab tibiis et canendo tibicines dicantur, quaeruui,
si analogias sequi oporteat, cur non a cillia: ; r{
psalterio et pandura dicamus citharicen el sic
alia : si ab aede et tuendo aeditumus est, cur non
ab atrio et luendo* potius atritumus sit quam
atriensis. Si ab avibus capiundis auce/i# dicatur,
deboisse aiunt ex piscibus capiundisi at aucupem^
sic piscipem dici.
58. V' ha un'altra maniera di vocaboli, simili
a questi per ci che anch* essi sono originati da
verbi, ma diversi in ci che olire a' casi hanna
auche tempi, e per chiamami participii. Di que
sti, siccome tre sono i tempi, cos tre dovrebl^ro
ftser le forme in ciascuna delle due voci contra
rie che hanno luogo nella pi parte le' verbi, cio
tanto neirattiva che nella passiva. Ma il fatto sta
che in tulli i verbi attivi noi non ne troviamo che
due, una di tempo presente come amans^ Taltra
di tempo futuro come amaturus; la terza forma
che serva al passato, nella lingua latina non si sa
trovare; onde non v' analogia. E peggio net
passivi, dove non bassi che un participio solo, e
questo di tempo passato, come da amor, amatus;
il presente in vece e il futuro vi mancano affatto
contro ogni debito d'analogia.
59. Tanto pi apparir non euervi analogia,
quando s consideri che, mentre in questo genere
di verbi, di cui parliamo, mancano tanle forme;
air incontro in loquor venor^ che non hanno la
corrispondente voce contraria, diciamo tutlavib
loquens e venans^ locuturus e i^enaturus^ che
son fuori di regola, perch i verbi sono loquor e
i>e/ior, n si conservano pi loquo e t^e/io, da cui
cadrebbero le dette forme. Che an^ questa manie
ra di verbi, che ha una sola voce, tanto pi di-
partesi dalPanalogia, quanto che alcuni fanno tre
participii, come quei che ho detto, ed altri soltan
to due, come quei che dir ; verbigrazia curro ed
ambulo^ che fanno currens cursurus^ ambulans
ambulaturust ma non gi cursus ed ambulatus
che sarebbe la terza forma pel tempo passato.
60. E in que che dtconsi frequentativi per
ci che dinotano il frequente ripetersi detrazione,
osservata forse Tanaloffia ? Bench da cantare
si faccir CA/i/i7a/ix^ da amare si fa egli amitans^
e tanl' altri simili? O ha luogo almeno l'analogia
nel plurale, cosicch quelli che stanno spesso se
duti si possano dir seditantes^ come cantitantes
s dicono quei che cauticchiano ?
XXXIII. 61. V' ha un'altra sorta di vocaboli
che s' addomandan composti ; i quali poich non
vuoisi ch'abbian riscontro co'semplici di cui ho
finora parlato, consideriamoli pure separatamen
te. Dimandasi adunque per qual ragione, le dee
tenere I' analogia, si chiami tibicen^ da tibia e
canere^ il sonatore d tibia ; e non si chiami simiU
mente citharicen il sonatore di cetra, e con la
stessa regola quel di salterio, quel di pandura.
Perch, se aeditumus^ da turi aedem^ il guar
diano del tempio ; il guardiano delP atrio non sia
anch' esso atritumuSy non atriensis. Se uccel
latore, da capere as^es cio dal pigliare gli uc
celli, si disse auceps ; chi piglia i pesci non era
ragione che si dicene pisciceps?
93 . TERENTI VARRONIS a32
6a. Ubi lavetur aet aerarias^ uon aerilavinas
nominiri, ut ubi foJiaiur, * aerijodtnas : ubi fo
diatur* argentum, argentifodinas Jici ; iiequc
ubi fodiatur ferrum, ferrifodinas: qui lapides cae
dant, lapicidas ; qui ligna, Iignicidarnon dici:
Dcqoe ut ai/r^cem, sic argentificem: aon doctuitf
dici indoctum non salsum insulsum, Sic ab hoc
qooque fonte quae profluant, animadvertere est
facile.
XXXIV. 63. Relinquitur dc casibus, in quo
Aristarchei suos contendunt nervos.
XXXV. Primum si in his esset analogia, di
cam debuisse omnes nominatas et articulos ha
bere totidem casus; nunc alios habere unum so
lam ut literas singulas omnes ; alios tris, ut prae
dium praedii praedio ; alios quattuor, ul mei
mellis melli meile ; atios quinque, ut Quintus
Quinti Quinto Quintum Quinte ; alios sex, ut
unus unius uni unum ime uno: non esse ergo
in casibas analogias.
XXXVI. 64. Secando, qood Crates, quor
quae singulos habent casus, ut literae Graecae,
non dicantur alpha alphati alphalos. Si idem mihi
respondebitur quod Crateti, non esse vocabula
noatra, sed penitus barbara ; quaeram quor idem
nostra nomina et Persarum et caeterorum, quos
Tocant barbaros, curo casibus dicant.
65. Quare, si esset analogia, aul, ut Poenicum
et Aegyptiorum toeabula, singulis casibus dice
rent, iut plaribas, at Gallorum ac caeterorum ;
nam dicunt alauda alaudas^ et sic alia. Sin,
quod scribunt, dicent, qnod Poenicum sint, sin
gulis casibus ideo eas litteras Graecas nominari;
tic Graeci nostra senis casibus, qinis non dicere
debebant: quod cura non faciunt, non est ana
logia.'
XXXVII. 66. Quae si esset, negsnt ullum ca-
eum duobus modis debuisse dici; quod fit ron-
tra. Nam sine reprehensione volgo alii dicunt in
singulari hac os^i et ai^i, alii hac oi>e et ave; iu
iDultitudinis hae puppis^ restis^ et hat puppety
restes. Item quod in patrico caso hoc genus dis
pariliter dicuntur diritatum^ parentum^ et civi
tatium. parentium ; in accusandi hos montes^
fonttSy et hos montis^ fontis.
6a. Andiamo innanzi. 1 luoghi, ove purgasi il
rame, si dicono aerariae : perch non aerilavi
nae, come aerifodinae quelli in cui caTasi?
gentifodinae son le miniere d argento: perch
non ferrifodinae quelle di ferro? Se lapicida
chi taglia pietre, perch non dir lignicida ii ta
glialegna? Se aurifex si chiam l orefice, perch
non argentifex argentiere? Formare indoctus
da non doctus^ e da non salsus formare inxii/-
xux? Anche ne vocaboli che sgorgano da questo
fonte, chiaro adunque die non vale proporzione.
XXXIV. 63. Resta a dire de* casi : e qui dove
gli ristarchii si mettono coll'arco dell'osso.
XXXV. Se vi fos.se analogia ne'casi, diro io
loro primieramente, tutti i nomi io genere, tulli
gli articoli dovrebbero averne il medesimo nu
mero : ma ftto sta che alcuui ne hanno un solo,
come lutti i nomi delle lettere; altri ne hanno tre,
come praedium praedii praedio; altri quattro,
come mel mellis melli meile ; quali cinque, come
Quintus Quinti Quinto Quintum Quinte ; e
quali sei, come unus unius uni unum une uno:
onJech ne'casi non v' analogia.
XXXVI. 64. In secondo luogo domander an-
c h ' i o con Cratete, perch quelle Toci che hanno
un solo caso, come le lettere greche, non si decli
nino in vece al modo deH'altre ; per esempio, aU
pha^ dlphatos^ lphati. Se r t i sar risposto, co
me a Craiete, che non sono voci nostrali, ma al
tutto barbare ; chieder loro onde sia che altre
voci, tuttoch persiane o d altra barbara favella,
si variano per casi come le nostre.
65. Se vi fosse analogia, o si terrebbero tutte
per indeclinabili, come i nomi fenicii ed egiziani ;
o tulle per declinabili, come i nomi de'Galli e
degli altri popoli, dacch dicesi in fallo alauda
di una sola allodola, e alaudae di pi. Se mi di
ranno, come Icggesi ne'loro scritti, che i nomi
delle lettere greche non hanno pi d una termi
nazione, perche soii fenicii; io risponder che a
qucslo modi3 anche I Greci nel rendere i nomi
nostri, avrebbero dovuto usare di sei casi, e non
gi di cinque : ci che per altro non fanno. Dun
que non v' analogia..
XXXVII. 66. S ' ella vi fosse, un caso stesso
non dovrebbe avere pi che una desinenza. Pare
non cos ; ch lablativo di ovis e d ' avis chi il
fa uscire in i, echi in e, a suo piacimento; e
nessuno ha che ridire: cosi nel nominativo plu
rale chi (lice puppis e chi puppes^ chi restis e
chi restes. Ka medesima incostanza nel geniti
vo plurale di questa spezie di nomi, dicendosi
indiiTerentemente civitatum e civitatium^
rentum e parentium ; come pure nell' accuM-
tivo, che tanto montes^ fonteSy quanto montiSy
fontis.
233 DE LINGUA LTlN LIB. Vili. 234
XXXVIII. 67. Item cura, fi t( aoalogia, de
beant ab siroilibus verbii imililer declinatis simi
lia fieri) et id non fieri ostendi possit; despicien
dam eam esse rationem. Alqai ostenditur ; nam
quid potest similius esse quam gens^ mens^ dens?
quom horum casus patricus et accusativus in mul
titudine sint disparilis; nam a primo gtntium
et gentis, utrobique ut sit 1 ; ab secundo men
tium et mentes^ ut in priore solo sil 1 ; ab tertio
dentum et dentes^ ut in neutro sit 1.
68. Sic itero, quoniam simile est recto caso
sciurus^ lupuSy lepus, rogant quor non dicatur
proportione sciuro, lupo, lepo. Sio respondeatur
similia non esse, quod ea vocemus dissimiliter
sciure, lupe, lepus (sic enim respondere voluit
Aristarchus Crateti: nam, cum scripsisset similia
esse Pbilomedes, Heraclides, Melicertes, dixit non
esse similia ; in vocando enim cum L brevi dici
Philomedes, cum longo Heraclide, curo A brevi
Melicerta ) ; in hoc dicunt Aristarchum non in-
lellixisse quid quaereretur, sic eum solverit.
69. Sic enim, ut quidque in obKqais casibus
discrepavit, dicere potuit propter eam rem rectos
casus non esse similis : cum quaeratur duo inter
se similia sint necne, non debere extrinseeos as-
umi cur similia sint.
70. Item, si esset analogia, similiter ut dicunt
e w , Oi^eSysues^ dicerent item et avium, ovium,
suium. Si analogia est, iuquit, cur populus dicit
dii Penates^ dii Consentesy cum sit, ut hic reus,
ferreus, deus, sic hi rei, ferrei, dei 7
71. Item quaerunt, si sit analogia, cur appel
lant omnes aedes deum Consentum et non deo
rum Gonsentium Pitem quor dicatur miile dena
rium^ non mille denariorum ? Est enim hoc vo-
cabolum figura, ut Vatinius, Manilius, denarius ;
debet igitur dici, ut Vatiniorum, Manilioruro, de
nariorum: et non equum publicum mille assa
rium esse, sed mille assariorum ; ab uno enim
assario multi assarii, ab eo assariorum.
72. Ilem secundum illorum rationem debemus
secundis syllabis longis dicere Hectorem^ l'iestd
rem ; est enim ut quaestor, praetor, Nestor ;
quaestorem, praetorem, Nesto"rem ; quaestoris,
praetoris, Ncsto~ris. bt non debuit dici quibus das,
quis das ; est enim ut hi qui, his quis, aut sicut
quibos hibos.
XXXVIII. 67. Inoltre, se avcue luogo ana
logia, da voci simili, declinandole, com'essa vuol,
similmente, dovrebbero uscir forme simili. Che
se pu farsi vedere che ci non avviene, vorr
dire che non si declinano similmente e che non
tiene la regola. Ora il fatto lo dice; poich quali
voci potrebbero esser pi simili che gens^ mens
e dens ? pure nel secondo e nel quarto caso plu
rale discordano; poich dalla prima si Ugentium
e gentiSy ambedue con 1; dalla seconda men
tium e mentes^ uno con 1, Paltro no ; dalla terza
dentum e dentes^ ambedue senza.
68. Parimente, essendo simili nel caso retto
seiurus^ lupus e lepus ; ond che non fanno
similmente sciuro^ lupo e lepo Si risponder
forse che questi non son vocaboli simili, perch
differenziano nel vocativo, che sciure e lupe
ne' primi, lepus nel terzo. Tal fu la risposta, con
cui Aristarco si credette di turar la bocca a Cra
tete, rimproverandogli d' aver chiamato simili i
nomi Philomedes^ Heraclides^ Melicertes; men
tre, diss egli, escono diversamente nel vocativos
il primo in S con breve, il secondo in lun
ga, il terzo in A breve. Ma che dicono i Gratesii ?
Che Aristarco non intese la quistione, quando la
sciolse cos.
69. Poich a questo modo basterebbe qualun
que differenza de casi obliqui per togliere la so
miglianza de retti. Quando s* ha a vedere se due
Cose sieno simili o no, le somiglianze o le diffe
rente s' hanno adunque a cercar di fuori P
70. Se vi fosse analogia, come apex, oveJ, suts,
cos direbbesi similmente anche asfium^ oviutn^
suium; n andrebbe per tutte le bocche dii Pe
nates^ dii Consentes^ in iscambiodi dei; mentre
deus come reus e ferreus^ che ntl plurale fan
no rei t ferrei.
7i. Ond , continuano a domandare, che i
tempii degl dei Consenti si chiamano da tutti
aedes deum Consentum^ e non deorum Consen-
tium ? che on migliaio di denari, tutti il dicono
mille denarium^ non mille denariorum ? Se va
lesse TOnalogia, come da Vatinius^ Manilius si
fa Vatiniorum^ Maniliorum ; cos da denarius
che della medesima forma, si farebbe denario
rum ; n direbbesi mille assarium per significa
re la somma data dal pubblico pel cavallo, fna
bens mille assariorum ; perch da assaritis
cade il plurale assarii^ di qui assariorum.
72. Aggiungono che, chi volesse stare alla
dottrina degli Aristarchii, dovrebbe dirsi Hecto
rem, Nestrem^ allungando la seconda sillaba ; e
cosi via negli altri casi obliqui, seguendo il modo
di quaestor e praetor, a cui sono simili. N do-
vea farsi da quis il terzo caso plurale tanto quis
che quibus ; perch, esseodo simili i doe pronomi
a35
. TKRENTI VARRONIS a36
73. Qaom iJicalur caiu palrico familiae^ si
analogias seqai vellent, licere non debuerunt hic
paterfamilias ; quod est ot Aliniae Scaliniae la-
miliae, sic una AUnia Scatinia familia, llem plu-
res patresfamilias dicere non debuerunt, ied,
ut Sisenna scribit, patres familiarum.
74. Neque oportebat consuetndinem natare,
lios dicere boum greges, alios hoverum ; et si
gna alios ioum, alios Jove rum : cum esset, ut
lovis, bovis, struis; et Io?em, bovem, struem;
lofi, bovi, strui. Nec, cum haec convenirent in
obliquis casibus, dubitare debuerint in rectis, pro
quibus nunc in consuetudine aliter dicere, pro
lous Inppiter, pro bous bos, pro struus strues.
XXXIX. 75. Deinceps dicam de allero genere
vocabulorum, in quo contentiones fiunt, ut a/-
5fim, albius^ albissimum ; in quo item analogias
non servari apparet. Naro cum sit simile salsum,
caldum, et dicatur ab his salsius, caldius^ sal
sissimum^ caldissimum ; debuit dici, quoniam
simile est bonum, malum, ab his bonius el malius,
bonissimum e\ malissimum. Nonne dicilur ho~
num^ melius, optumum ; malum^ peius pessi
mum
76. In aliis verbis nihil deest, ut dulcis dul
cior^ dulcissimus ; iii aliis primum, ut peium,
peius^ pessimum ; in aliis medium, ut caesior
caesiusy caesissimus. In aliis bina sunt quae de
sint ab eadem voce declinata, et ea ita ut alias
d^int srcundum et tertium, ut in hoc mane ma
nius manissime ; alias ut duo prima aluinl, ut ab
optimum optius optum ; alias ut primum et ter
tium desit, ut a melius melum meliuimum.
77. Praeterea si dicerentur similiter, cum si*
milia essent macer sacer tener el macerrimas sa
cerrimus tenerrimus, non discreparet in hfs ma
crior et magis sacer et tenerior ; neqoe alia tri
syllaba, * alia quadrisyllaba * fierent. Et si in his
dominaretur similitodo, diceremus, ut candidis
simus candidissima, pauperrumus pauperrima, sic
candidas candida, pauper paupera ; et ut dicimus
doctos docta, doctissimus doctissima, sic dicere
raus frugalissimus frugalissima, frugus et fraga.
78. t si proportione essent verba, ut uno
vocabolo dicimus virum et mulierem sapientem
hi e 71/1, analogia voleva che si dicesse guis
come /li/, hibus come quibus.
73. N dovea dirsi paterfamiliasy quando il
genitivo familiae^ come Atiniae, Scatiniae^
perch sono simili i nominativi familia^ Atinia^
Scatinia: e nel plurale, se volea seguirsi analo
gia, meglio che patresfamilias^ era il dir con Si
senna patres familiarum.
74. N doveva ondeggiare la consuetudine, si
che delle mandre chi dicesse greges boum e chi
bosferum; delle statue di Giove chi signa loum
e chi loverum ; mentr' era aperta analogia in
/0W15 bovis struis^ lovem bovem struem^ lavi
bovi strui. E convenendo questi nomi ne* casi obli
qui, non si potea dubitare anche de' retti ; ove ora
Tusoli ha dilungati un dall'altro, dicendo luppi
ter in vece di Jous^ e bos per bous^ e strues in
iscambio di struus.
XXXIX. 75. Dir ora, seguitando, di quel
li altro genere di vocaboli, in cui fannosi compa
razioni; come album^ albius^ albissimum; ed
anche io questo vedrassi che non mantenuta
analogia. E di vero, se da salsun} e caldum si
trae pei gradi superiori salsius salsissimum^
caldius caldissimum ; anche da bonum e malum^
che sono lor simili, si dovea trame bonius e ho
nissimumy malius e malissimum. Ma forse che
non diciamo in vece bonum melius optimum^
malum peius pessimum
76. In alcune voci non manca nestuno di que
sti tre gradi, come in dulcis dulcior dulcissi
mus ; in altre o manca il primo, come peium a
peius e pessimum^ o quel di mezzo, come cee-
sior a caesius e caesissimus ; in altre ne man-
can due, come a mane il secondo e il terzo, ad
optimum il primo e il secondo, a melius il primo
c il terzo.
77. Senzach, se nel declinare i vocaboli per
questi gradi valesse lanalogia, essendo simili i Ire
addiettivi macery sacer e tener, e di pi simili i
loro superlativi macerrimus^ sacerrimus e te
nerrimus ; non s ' avrebbe poi questa ditconve-
nieiiza che di sacer mancasse il comparativo sem
plice, e negli altri due si formasse differentemen
te : cio IrifilUbo, siccome maerior^ nell* ano ;
quadrisillabo, com' tenerior^ nell* altre. Pari
mente se valesse la proporzione, come ai superla
tivi candidissimus e candidissima^ per la difle-
renxa de'sessi, corrispondono i due positivi can
didus e candida, cosi a pauperrimus e pauper
rima dovrebbero corrispondere pauper e pau
pera ; e come frugalissimus e frugalissima^ cos
direbbesi anche frugus e fruga.
78. in quella guisa che una termioazionc
sola serve al maschio e alla femmina quando s' ha
237
DE LINGUA LATINA LIB. Vili. a38
et diligentem, et sapieniiorem et diligeotioreiii ;
tic ^dicercnao ilem cam perrenisserDas ad sum
mam, qaod ouDc factmos aliter ; nam Trum dici
mus sapientissimum et diligentissimum, (emi
nam sapientissimam tV diligentissimam. Quod
ad Tocabulorom huius generis exempla perlinet,
mulla sunt reliqna : sed ea qnae dicta, ad iudi-
candum salis sunt quod analogias in collatione
Tcrbomm seqni non debemns.
XL. 79. Alagnitndinis yocabala cum possint
esse terna, ut cista cistula cistella ; in aliis me
dia non sunt, ul in his : macer macriculus me
cellttS^ niger nigriculus nigellus. Item minima
in quibusdam non sunt, ut avis avicula a?icella,
caput capitulum capitellum. In boc genere ?o-
cabulorom quoniam multa desunt, dicendum noo
esse in eo potias sequendam, quam consuetodi-
oem, rationem. Quod ad vocabulorum genera
qoatuor pertinet, ut in hoc potius consuetudinem,
quam analogias dominari facile animadverti possit,
dictam est.
XLI. 80. Sequitur de nominibus, quae dlfle-
runt a vocabulis ideo quo<l sunt finita ac signifi
cant res proprias, ot Paris^ Helena; quom voca-
bala sint infinita ac res communis designent, ot
v/r, mulier. E quibas sant alia nomina ab nomi-
nibas, ut Ilium ab Ilo, et Ilia ab Ilio; alia a
vocabolo ut ab albo Albius^ ab atro Atrius, In
neutris servata est analogia.
8t. Nam et cum sit a Romalo Roma^ propor
tione non est quod debuit esse; et * Perperna mu
lieris nomen esse debiiit et nata esse a Perperno ;
quod est, at Arvemus Percernus, Perpernus; Ar-
erna Percerna, Perperna. Quod si Marcus Per
perna virile est nomen, et analogia sequenda ;
Lucius Aelia et Quintus Mutia virilia nomina esse
debebant.
8a. Itera quae dicant, ab Rhodo Andro Cy-
zicOf Rhodius Andrius Cyticenus^ similiter Gj-
licios debuit ; et civis unusquisque, non ut Ae-
naeus dicitur rhetor nomine, etsi non sit Athe
niensi). In hoc ipso analogia non est, quod alii
noroen habent ab oppidis, alii aut non habent aut
nciti, ut debent, habent.
a dire sapiente o diligente, ed altres in compara
zione altrui pi sapiente e pi diligente ; cos, se
le parole serbassero la voluta proponione, anche
quando viensi al supremo grado, non direbbesi
diversamente del maschio e della femmina, jo-
pientissimus e diligentissimus uno, sapien
tisima e diligentissima altra. Molti esempi po
trei aggiungere per questa fatta di vocaboli : ma
i pochi, che ho recato, mi paiono assai perch si
debba inferirne che neppur nei gradi di compa-
raxione non da seguire analogia.
3JL, 79. Tre diversi gradi possono aversi an
che nel quarto modo d declinazione, che abbia
mo detto diminutivo ; quali vediamo in cista ci
stula cistella, Pnre in alcuni vocaboli non tro
viamo che il primo ed il terzo grado, come in
macer macellus^ niger nigellus ; ch macricu
lus e nigriculus non dicesi : in altri il primo e* il
^condo, come in avis avicula^ caput capitulum;
non per il terzo, che sarebbe avicella e capiteU
lum. Ondech difettando di tante voci, anche in
questa filiazione de* vocaboli non potr dirsi che
vi si debba pigliare a guida la ragione pi presto
che uso. E poich il medesimo s'era prima di
mostrato degli altri tre modi di declinazione^che
possono aver luogo ne' vocaboli ; amai chiarito
abbastanza che universalmente ne'vocaboli signo-
reggia uso pi che analogia.
XL1. 80. Veniamo a'nomi proprii che diffe
riscono da'vocaboli, cio da'nomi comuni, in
questo che sono determinati e proprii d' solo
particolare, come Paride^ Elena ; dove i vota-
boli sono indeterminati e comuni a un'intera spe
cie, come uomo e donna. De' nomi proprii a|^
sono originati da altri nomi proprii, come Ilium
da 7/i/i, llia da Ilium ; altri da vocaboli, come
Albius da albus^ Atrius da ater. Ora in nessu
na di queste due specie conservata analogia.
81. Perocch lo stesso nome di Roma^ ve
nendo da quel di Romolo, non quale il doman
da l'analogia; e Perperna avrebbe dovuto essere
nome di donna, e Perpernus dirsene il padre,
con la distinzione medesima che fra Arvernus
e Arverna^ Percernus e Percerna. Che se ilfor-
cus Perperna nome di maschio ; perch non
diremo del pari, quando s* ha da stare all'analo
gia, e Lucius Aelia e Quintus Mutia^ priando
di maschi?
8a. Cos, quando da Rodi, Andro, Cizico, si
d ad alcuno il nome di RhodiuSy Andrius^ Cy-
%icenuSy analogia vorrebbe che si dicesse Cyu
cius ; e che si nomasse a questo modo da' luoghi
solo chi n' cittadino, non come il retore Ateneo
che col nome si dice ateniese, e non . Ma non
v' ha costanza n anche in questo che le persone
piglino il nome da' luoghi ; perocch altri il
a39 . TERENTI VARR. DK LINGUA LAT. LIB. VllI. a4 o
83. Uabenl plerique liberliDi a municipio mi-
tiumifsi ; in quo, ul socielalum, et fanorum servi
non servarunt proportionem. Ratione et Rorot-
norum liberti debueruot dici, ul a Faventia Fa-
ventinuSf ab Reate Reatinus, lic a Roma Roma-
QUi ; ut nominautur, e libertinis, orti publicis
serris, Romani^ qui manumissi ante quam sub
magistratuum nomina, qui eos liberarint, su<ce
dere coeperint.
84. ilinc quoque illa nomina Ltsat^ Uftnas^
Carinae^ Maecenas^ quae, cura esient ab loco
ut Urbinai, item Arpinas, ab his debuerint dici
ad nostrorum nominum similitudinem. . .
Hic spatium I U I chartarum relictum
erat in exemplari.
pigUaoo altronde, 0 que' che il piglian da' luoghi,
no fanno sempre debitamente.
83. Traggono il nome dal luogo i pi de' li
berti affrancali da' municipii : ma vanno fuori di
questa regola i servi de' tempii, come quelli delle
societ. Secondo l analogia, anche i liberti de Ro
mani avrebbero dovuto ricevere similmente da
Roma il nome di Romanus^ come ricevono gli
altri, da Faenza quello di FaventinuSy da Rieti
quello di Reatinus. Ma qui nou tiene questa re
gola, se non nei fgli di pubblici servi affrancali
prima che incominciasse uso di por loro i nomi
de'*m*gistrati, da cui hanno la libert.
84. Ond anche i nomi Laenas^ Uftnas^ Ca
rinas, Matcenas ; essendo questa desinenza di
patria, come in Urbinas^ Arpinas ; dovrebbero,
secondo analogia de' nostri nomi, derivare dai
luoghi. Pur ci non
Qui erano nelt esemplare quattro carie
lasciate in bianco.
. TERENTI VARRONIS
DE LI NGUA LATI NA
AD . TULLIUM CICERONEM
LIBER NONUS.
------------
I. 1................. neteioDt docere, quam dfteere
qae igDoranl. In qoo fuit Crates nobiKf fram-
maticos, qai fretui Crjtippo, homine acotininio,
qui reliquit sei libro# nrff/ vofMaXim^ hit libris
contra camXvyt'a alqoe Aristarchoro est oixos;
icd ita, ut scripta indicant eius, nt neatrhis -
deatur pervidisse TolnnlaCeni: quod et Crysip^
pus, d inaeqnabiliute cum scribit lermonis, pro-
positnm habet ostendere stmiles res dissiaiHibas
erbia t similibus dissimiles esae focabnlis nota
ta, id quod est TCrum ; et quod Aristarchos, de
aequabiKtate cnro scribit et de Terbomm similitu
dine, qaomndam indinationes sequi inbet, quotd
pntiatar oonsueludo.
a. Sed ii qui in loquendo partim sequi inbent
ooe consaetndinem, partim rationem, non tam
discrepant; quod consuetudo et analogia conim-
ctiores sunt inter se, quam iei credunt.
3. Qood est nata ex quadam consuetudine
analogia, et ex hac consuetudo, ex dissimilibus et
similibos verbis, eorum quod declinationibus
constat; neque anomalia neqne analogia est re-
podiaoda, nisi si non eti homo ex anima, qood
est homo ex corpore et anima.
4. Sed ea quae dicam quo facilius pervideri
potsiof, prius do tribus copulis discernendum ;
nam con eonfusim. ex utraqoe parte pleraque
dicantur, quorum alia ad aliam referri debent
BH. T i i . Vaieohs, dbl l a l iwgva l at ina.
I. 1...................Hannovi alcuni, i quali, innan-
xi che apprendere, vogliono farti maestri di quel
che non tanno. Di qnetto numero fu Cratete,
grammatico di gran nome, che da' sei libri lascia
tici su P anomalia da qnelf acutissimo ingegno
cbe fu Crsippo, prese baldanza a combattere Ari
starco e analogia, senza bene intendere ( e ne
fanno fede i suoi scritti ) che cosa volesse n un
n altro. Poich Crisippo, parlando delP inco
stanza delh lingua, si propone di far vedere che
ci ha cose simili contrassegnate con voci distimili
e cose diuimili contrassegnate con voci simili,
ci eh' verissimo ; ed Aristarco, ove tratta della
costanza e della conformit delle voci, vuole che
le desinenze d'alcune siano di norma per altre,
in quanto il comporti uso.
a. Or chi prescrve che nel favellare debba
starsi alPuto, non poi tanto diverso da chi vi fa
guida analogia ; che analogia ed uso sono pi
strelti fra loro, eh'altri non pensa.
3. Perch da un talquale uso nata analo
gia, e dair analogia nasce Tuso, per quanto ha di
costanza nella declinazione delle parole, parte si
mili, parte dissmili ; e il rigettar dalla lingua o
V anomalia o analogia, sarebbe quanto negare
che Tuomo abbia anima, per ci che ha unita
mente anima e corpo.
4. Ma perch sia pi facile andare al fondo di
quel eh' io dir, convien prima distinguere quanto
a tre doppi rispetti, che pu aver la quistione;
poich trattandola, come suol farsi, confusamente,
16
. TERENTI VABRONIS
44
gummam. Prtronm de copulii oalurae ei utuis;
haec enim duo sunt qoae exigunt di?erta, quod
aliod esse dicere Terborom analogias, aliud dicere
uti oportere analogiis: secundum de copulis mul
titudinis ac finis, atrum omnium verborum dica
tur analogiarum usus an jnaioris partis : tertium
de copulis personarum qui eis debent uti, quae
sunt plures.
5. Alia enim populi oniTcrsi, alia singulorum;
et de ieis, non eadem oratoris et poetae ; qood
eorum non idem ius. Itaque populus uniTersus
debet in omnibus Terbis uti analogia et, si perpe
ram est consuetus, corrigere se ipsum, quom ora
tor non debet in omnibus uti, quod sine offensio
ne non potest, cum poetae transilire lineas impune
possint.
6. Populus enim in sua potestate, singuli in
illius ; itaque ut suam quisque consuetudinem, si
mala est, corrigere debet, sic populus suam. go
populi consuetudinis non sura at dominas, at ille
meae est. Ut rationi obtemperare debet guberna
tor, gubernatori unusquisque in navi ; sic popa-
lus rationi, nos singuli populo. Quare ad qusm-
cnnque summam iu dicendo referam, si animad-
Tertes, inielliges, utrum dicatur analogia esse an
uti oporteret redigeretur, dici id in populum ;
aliter, ac non de omnibus, dici in eum qui sit in
popolo.
II. . Nunc iam primum dicam pro universa
analogia, cur non modo videatur esse reprehen
denda, sed etiam quor in usu quodammodo se
quenda. Secundo de singulis criminibus, quibus
rebus pouint quae dicta sunt contra solvi, dicam
ita at generatim comprehendam et ea quae in
priore libro sunt dicta, et ea quae possunt dici
atqne illic praeterii.
III. 8. Primam quod aiunt, qui bene loqui
velit, consuetudinem seqai oportere, non ratio
nem similitadinum ; qaod alteram si neglegat,
sine offensione facere non possit; alterum si se
quatur, quod sine reprehensione non sit futurum ;
errant, quod qui in loquendo consuetudinem qua
oportet ati, sequitur, non sine ea ratione.
IV. 9. Nam vocabula ac verba quae declinamus
similiter ac in consuetudine esse videmus, et ad
eam conferimns et, si quid est erratum, non sine
si accumulano dagli uni e dagli altri molte partite
spettanti a conti diversi. La prima distinzione e
fra natura e pratica, le quali due cose portano
esigenze molto diverse; ch altro dire: V' ana
logia nelle voci; ed altro il dire: Bisogna attener
visi nella pratica. L altra distinzione ragguarda il
numero e i limiti ; cio se analogia voglia esten
dersi a tutte le parole, o basti alla maggior parte.
Il terzo rispetto quello delle persone che han
no a uure ; perch anche queste possono esser
diverse.
5. Altro il comune, altro l'uomo in pertico^
lare ; e questo, non indifferente che sia oratore
o poeta, Tulli han diritti diversi : al comune sta
di seguire Panalogia in tutte le vod, e se malav
vezzo, correggersi ; oratore no *1 dee fare in
tutte, perch no pu senza carico; bens al poeta
concesso di passare i trmini.
6. Il comune in fatti psdron egli del atlo
suo 0 di quel d' ogni individuo; ed a qoel modo
che dover di ciascuno di mettersi nella buona
via, se n' fuori, cosi dee fare anche il comune.
Ma io non ho alcun diritto su oso del comune ;
bens il comune sul mio. Come in una nave cia
scuno deve ubbidire al piloto, e il piloto alla ra
gione ; cos alla ragione deve ubbidire il cornane,
ed al comune ciascun di noi. Laonde, sebben io
ragionando non mi dar la briga di dichiarare
per ogni partita in qual conto si debba mettere,
ti sari facile intenderlo, se porrai mente che ogni
qual volta si dice : V' analogia ; o. Si dee fare
cos e cos^ sicch siavi ; si dice questo rispetto al
comune, non a ciascuno di quelli che ne fan parte,
pei quali da dire diversamente, e noli lo stesso
per tutti.
II. 7. Ora tempo eh' io tolga prima ad
esporre ci che fa universalmente a favore del-
analogia, mostrando che a torto le si da biasimo,
mentre anzi la pratica le si dovrebbe in certa guisa
acconciare. Passer poi alle varie accuse speciali,
e far vedere di ciascheduna con qunli argomenti
possa sventarsi, abbracciando genere per genere
tutto ci che ho detto nell* altro libro ; e qualche
altra cosuccia che poteva dirsi e non dissi.
III. 8. Chi vuol rettamente parlare (di qui
comincian costoro ) dee seguire usanza, non la
ragione de'simili ; perch non potrebbe n dipar
tirsi da quella senza corraccio dei pi, n abban
donarsi a questa senza cadere in censure. Ma stan
no in errore ; perch in effetto chi nel parlare va
dietro a quel giusto uso che si dee seguire, non
pu non ricorrere insieme alla ragione de* simili.
IV. 9. Perocch, quando decliniamo nn nome
od un verbo secondo che 1' aso ci par domanda
re, no ragguagliamo noi forse con la misara
45
DE LINGUA LATINA^ LIB. IX.
a4 6
fa corrigimui. Nam ut, qui Iricloiura contira
ruDt ti quem lectom de tribat unum iroparem
potuerant aut de paribut nimioin antparam pr
duxerunt, una corrgimua et ad oontuetudinein
communem et ad aliorura tricliniorum analogia! ;
tic ti quit in oratione in pronuntiando ita decli
nat yerba ut dicat ditparia, quod peccat redigere
debemut ad ceterorum timilium Terborum ra
tionem.
V. 10. Cum duo peccati genera tini declina
tionum, unum qod in contuetudinem perperam
recepturo ett, alternm quod nondum ett et per
peram dicatur ; nnum dant non oportere dici,
quod non * tit in contueludine ; alierum non
conceditur quin ita dicatur: ut tit timiliter, quom
id faciant, ti quit puerorum per dcliciat pedet
male ponere atque imitari valiat coeperit, hot
corrigi oportere ti concedat ; contra ti quii in
contueludine ambulandi iam factut tit vatia aut
compernit, ti eum corrigi non concedat.
II. Non teqoitnr ut ttnlte iaciant qni pnert
in geniculii alligent terperatta, nt eorum depra
vata corrigant crura f Curo Tituperandut non tit
medicos qg|! e longinqua mala contuetndine ae
grum in meliorem traducat ; quare reprehenden
dos sit qui orationem minus Talentero propter
malam consoetudinem traducit in roeliorem f
VI. la. Pictores Apelles, Protogenes, sic alii
artifices egregii non reprehendundi, quod con-
soetudinem Miconos, Dioris, Arironac etiam
superiorum non tunt teculi; Arittophanes impro
bandos, qui potius in qoibosdam ?erilatem, quam
consuetudinem tecutus f
VII. i 3. Quod ti viri sapienlistimi, et in re
militari et in aliit rebot mulla contra yelerem
contuetudinem cum essent uti, laudati; detpi-
ciendi tunt qui pntiorem dicunt ette contuetudi
nem ratione.
VIII. 14 An quom quit perperam coniuerrt
qoid facere in civitate, non modo patiemor, sed
etiam poena afficiemos : idem, ti quit perperam
conioerit dicere verbum, non corrigemus, cora
id fiat tine poena ?
IX. i 5. t bi qoi poeros in lodom mittoni,
ot discant, qnae nescioni verba, qnemadmodom
Mribant ; idem barbatos, qoi ignorabunt verba
quemadmodum oportoit dici, non docebimos, ot
sciant qua ratiooe conveniat dici ?
X. 16. Sed ut nntrix pueros a lacte non subito
avellit a consuetodine, cum t cibo prittino in me
liorem tradncit ; tic mars in loquendo a minos
commodis verbis ad ea quae sont coro ratione,
modice tradocere oportet. Com liot in consutto-
de'simili ; e s' altri ha sgarrato, no correggiamo
con essa? Se nel preparare un triclinio non siansi
ben uguagliati i tre potti, e il parato dell uno sia
vantaggialo o scarso dalla misura degli altri due ;
lo racconciamo secondo il comune nso, quando il
rechiamo alla proporzione degli altri triclinii : e
se ad alcuno vien fatto errore nel discorso, sdruc
ciolando in terminazioni fuori di regola, che altro
modo terremo per aggiustarle, se non questo me
desimo di ridurlealla forma delle altre voci timilif
V. 10. Piano, ritpondono ; che non tutte le
terminazioni erronee tono da pigliare a mazzo :
ce n* ha di erronee in t ttette, ma gi accettate
dalPuto; e ce n'ha di erronee non per ancora
accettate. Quetle, ragion di fuggirle, pereh
non tono in uto : ma nelle altre, non permetto
dire altrimenti. Ci quanto concedere che, te
un giovinetto incominci per giuoco a por male i
piedi e fare il bilenco, d uopo correggerlo ; e
vietar di fare altrettanto, se ha gi preso la mala
piega neir ordinario uto del camminare.
II. Non ne viene forte che fanno male tutti
quei che t'ingegnano di raddrizzare le gambe ai
giovinetti, se le hinno ttorte, legandovi i ginoc
chielli f O loderemo il medico che s'adopera a
migliorare le male abitudini degl' infermi, totto-
ch vecchie ; e biasimeremo in vece chi, trovan
do infermo il lingoaggio per male abitodini, lo
migliora e sana ?
VI. la. Sar tornato in gloria ai pittori Apel
le e Protogene, e ad litri eccellenti artefici, lesserti
allontanati dall' uto di Micone, di Diore, d'Arin-
na e d* altri pi antichi ; e ti dar biatimo ad
Arittofane, te in alcune voci, pi presto che l'uto^
am di teguire la verit f
VII. i 3. Che te nomini tapientittimi furono
lodati per estere molte volte ntciti dalla contoelu-
dine antica e nell' armi e in altro ; ti dovranno
anzi tener per nulla le ciance di coitoro che vor
rebbero far valere la consuetudine su la ragione.
Vi l i . i 4* Se qualcheduno nella citt usa male
operare, non solo no 'I lasciamo fare, ma lo pn-
niimo : e i pravi nti del favellare, non li correg
geremo nemmeno, dacch per questi non vi son
pene
IX. i 5. Mandano essi alla scuola i lor figlio-
letti, perch v' impirno come s'hanno a scrivere
le parole che non sanno : e s'eglino stessi non
conoscono le parole come s'hanno a dire, ci guar
deremo dal farneli istrotti, per ci che han grigia
la barba 7
X. 16. Por tottavia, come la balia nel divet-
zare i bimbini di latte non li h passare di tratto
dal vecchio al noovo cibo, bench migliore ; coll
anehe nel recare gli adulti dagli scorretti parlari a
que'che toc di ragione, non si dovr andare troppo
47
. TERENU YARRONIS 246
dine conira riUonem tla fcTb ita al ea facile
toUi pouiiit^ alia ut videantur cut fixa : qnae le
viter baerent, ac line oHentione commutari poi-
ioty stalim ad rationero corrigi oportet : quae
autem lont ita ot in praeaentia corrigere nequea
quin ita dicala his oportet, fi ponia, non ati ; aio
enim obsolescent, ac postea iam obliterata facilius
corrigi poterunl.
XI. 17. Quas noTas yerbi daclinalionet ratione
introductas respuet forum ; his boni poetae, ma-
lime scenici, consuetudine subigere aureis populi
debeot, quod poetae multum pouunt in boc :
propter eos quaedam Terba in declinatione melius>
quaedam deterius dicuntur. Consuetudo loquen
di est in motu ; itaque aoient fieri et meliora de
teriora, et deteriora * meliora. Verba perperam
dicta apud antiquos, aliquos propter poetas, non
modo nunc dicuntur recte; sed etiam quae ratio
ne dicta sant tum, nune perperam dicantur.
XII. 18. Quare qui ad consuetndinem noi vo
cant, ai ad rectam, aequemnr; jn eo quoque enim
est analogia : si ad eam invitant qoae est depra
vata, nihilo magis sequemur, nisi cum erit necetse,
quam ih ceteris rebus mala exempla ; nam ea quo
que, curo aliqua vis urget, inviti aeqnemnr.
X l l l . Nequeenim Lysippnaartificum priofua
potius est vitiosa eecutna,qnam artem. Sic populus
ioere debet : etiam singuli^ tine offensione quod
fiat populi.
19. Qui anissa non * modo quaerant, sed
etiam quod indicium det; idem, ez aermone si
qutd deperiit^ uon modo nihil impendunt ut re>
quirant, sedeliam contr iikUoea repngnant^ ne
restituatur verbum.
, Quod novum et ratione introductum, quo
mistts ut recipiamus vitare non debemua.
XIV. Nam ad usum in vestimentis, aedificiis,
supellectili, novitati non impedit vetus consuetu*
do. Quem enim amor assuetudinis potiua in pan
nis possessorem retinet, quam ad nova vesti
menta traducit f
XV. An non aaepe vetere leget abrogatae no
vb cedunt T
bruscaoMnle e di aalte. V'ha certi scorretti usi
che facilmente t'arrendono a chi li voglia levare;
e ve n' ha degli altri che paion fitti. Quelli adun
que che hanno poca radice e si possono svegliere
senza corruccio d'alcuno, si dovranno tosto re
care alla regola della ragione : gli altri in vece che
coa di tratto non si posson correggere, e bisogna
in tutto dirli a quel modo, converr almeno, se
necessit non ci stringe, cercar via di fuggirli :
cos ne verr che andranno io disuso ; e dimenti
cati che siano, tari poi facile emendarli.
XL 17. Sar uffixio de' buoni poeti, massima-
mente scenici, indocilire col loro uso gli oreechi
del popolo a certe nuove desinenze introdotte se
condo ragione, che il foro tuttavia rigettaste. 1
poeti possono valer molto a ci ; ed per opera
loro, che alcune voci si declinano ora pi regolar
mente che un tempo, e qualch altra peggio. Cato
che le lingue non posano mai ; sicch Unto dal
bene vi si pu venire al male, che dal male al be
ne ; e noi veggiamo che alcune parole, in cui er
rarono gli antichi, si dicono ora correttamente in
graiia di qualche poeta, e veggiamo insieme che,
colpa loro, qualche altra parola ti diceva un tem
po secondo ragione, ed ora vi ai fa ^||ore.
XII. 18. Prima adunque di abbandonarci alla
consuetudine, che costoro ci voglion dare per gui
da, noi guarderemo a' ella buona o cattiva : se
buona, le anderemo dietro, perch con essa sta
analogia; ma ae cattiva, non la seguiremo fin
che neoetsil non ci sproni, niente pi eie non
Cacciasi de' mali esempli nelle altre cose ; ch an
che questi pur forza seguire, bench a malin-
oorpo, quando la necessit cel comanda.
XIII. Cos credette Luippo di dover piuttosto
seguire la ragion dell' arte, che i viziosi esempii
degli artefici che avean preceduto ; e cos dee
fare il popolo nelle parole : n solo il popolo, ma
anche ciascuno in particolare, finch gli pu ve
nir fatto senza richiamo del popolo.
19. Che anzi di richiami poco avr da temere}
perocch, mentre nelle altre cose, checch siati
perduto, non tolo se ne va in cerca, ma ae ne do
manda indizio a ciascuno ; nelle parole mvece, te
n' perita qualcuna, non che darci attorno per
ricuperarla, ci opponiamo ansi a chi ne d indi-
Ilio e ce la vorrebbe restituire.
ao. tanto meno dobbiam temere per le no
vit che ci saran consigliate dalla ragione.
XIV. Forsech negli abili, negli edifizii, negli
addobbi, le vecchie foggie hanno mai potuto far
contffasto alle nuove? Chi che, per amore del
consueto, voglia restar ne* suoi cenci rattoppali
e tucidi, ibnanxi che mutare vestito f
XV. E nelle tietse leggi, foneoh le vecchie
non dtnnosovente luogoad aUre di nuovo fatleP
M9
DE LmOUA LATINA LIB. IX.
5o
XVI. ai. Noone bvsuUi ornu Ttaoroin r-
ccotibue ex Graecia allalis obliteratae aatiquac
oonscneladioit linorum et capalaram species T His
ibrmis Tocabalorum al coDtamDatis ali noUenU
quBS docuerit ratio praeter ooosuetudioem fete-
rem? t tantom ioter doos seosus iotercsse vuliiot,
ot oculis aemper aliquas figuras supeliectilis novas
conq^uiraat, contra auris expertis feliat esse
XYIL aa. Qaotas quisqoe ian aerrof habet
priscis nominibas? quae muKer eaum iostromeii*
tum yestis atque aur Yctcribus Tocabulls appel*
lat ? Sed indadis ooa m iraaoeoduia y qnam
buiuKe praviuti patroois.
aS. Si enim usquequaque oon esset analogia,
lam sequebatur ut in Terbis quoque non esset ;
Jioii cem esset usquequaque ot est, oon esse in
erbis.
XYl l l . Quae eoim est pars mundi, quae oon
innumerabiles babeat analogias : caelum, ao mare,
an terra, ao ar, et cetera quae sunt in his f
a4- Nonne in caelo, ut ab aequinoctiali crcolo
ad solstitialem et bine ad septentrionalem divi-
sum sic contra paribus partibus idem a bruma
Tersum a contraria parte ? Non, quautum polus
superior abest * a septentrionali circulo et is ad
solstitium, tantundem abest ioferior ab eo quem
antarcticum vocant astrologi, et is ad brumalem f
Non quemadmodum quodque signum exortura
hoc anao, quotqoot annis eodem modo exoritur f
a5. Nora aliter aol a brunui fenit ad aequino
ctium, ae contra cum ab solstitio venit ad aequi*
ooctialem circolom et inde ad brumam P Noone
luna, ut a sole discedh ad aqoiloaem et inde redit
in eandem viam, sic inde fertur ad austrum et re
greditur inde ? Sed quid plura de astria, bi dif
ficilius reperitur quid sit aut fiat in notibua dia-
aimiUterf
XIX. afi. At in nari, credo, motus non habeot
similitudines geminas, qui io XXIV boris lunari
bus quotidie se muUot ; ac cura sex boris aestus
creverunt, totidem decrevemot, rursus idem,
itemqu ab his. An hano analogiam ad diem ser
vant, ad mensem non item alii motus, sic item
eom habeant alios ioter se convenientes de qui-
biu in libro qoem de aestuariii feoi, scripti t
XVI. ai. E nelle forme de* ?ul, lenooTe fog
gio venute di Grecia non fecero dimenticare le
coppe e i fiaschi aU' anlioa ? Pereh duaque si
avr a temere che il popolo fagga, a guba di sco
municati, le nuove foggie di terminauoiii, eoi
detter la ragione; e fra il aeoso della visU e quei
dell'odit debba (are si gran diffiereoxa, che, men
tre agli occhi si procaccia sempre ouovo pasto
variando mode, voglia poi lasciare digiuni d^ogni
novit gli orecchi ?
XVII. aa. Ma ch^ anche ne' vocaboli a' ami
anxi la novit eccoti prova. Quanti ci restano omai
che contrassegnino i servi coi vecchi nomi? qnal
donna che segua a chiamare con gli antichi voca
boli il suo fornioMolo di vesti e d'orerie P Se-
noQcb, dicono, non taoto da pigliarsela contro
A fatte novit, quando aooo gi entrate io uso,
quanto piuttosto contro i pairocinator di cotesta
corruiion del linguaggio.
a3. Che ae non vi fosse analogia da per lutto,
potrebbero forse aver ragione di non volerla nelle
parole. Ma ella in tutta la natura; e potr esclu
dersi dalla favella ?
XVHI. V* parte alcuna dell universo che
non abbia analogie senza numero? Quante non
ne ha il cielo* il mare, la terra e Taria, e il resto
che vi si accoglie !
a 4 Alle divisioni che sono in cielo dal circolo
equinoziale a quello del solstizio estivo e da que
sto al settenirionale, non corrispondono farse al
trettante dTiiioni air opposto lato verao il aolati-
zio invernale ? quanto dal polo di sopra al
circolo settentrionale e da questo al solstizio esti
vo, non egli altrettanto dal polo di sotto a quel
circolo che dagli astronomi chiamato antartico,
e da questo al solstizio invernale ? Ed a quel modo
che ciascun segno nato quest' anno, non nasce
forse tutti gli anni ?
a5. Non veggiamo il sole rivolgersi con la
stessa legge dal solstizio invernale all* equinozio,
come per lo contrario dal aolstizio estivo airequi-
oozio medesimo, e quindi all'altro aolstizie? Non
veggiamo la luna, come si parte dal sole tenendo a
tramontana, cos poi lotnare so la medesima via,
e di l volgersi ad ostro, e da ostro rappresursl
al sole ? Ma a che gittar pi parole favellando de
gli aslr^ se nei loro moti difficile trovar cosa
che non sia ed avvenga oon uniformit ?
XIX. a6. E i moti del mare non hanno an-
ch* essi una doppia convenienza, se in ventiquat-
tr'ore lunari ai mutano ogni di quattro volte con
qoeata uniformit che per aei ore la marea cresce
e per aliretUnte discresce, poi fattasi da capo si
milmente cresce e discresce? N solo v' questa
proporzionalit ne'moti diurni delle rame; ma
anche i mcnsuaN hanno an simile corrispondenza,
aSi
. TERENTI VARRONIS 352
XX. 27. Non D terra is latinibot serfits
analoga ? oeo qooiiisiDodi in praeterito tempore
Iroclaoin genera reddidit, similia io praetenti
reddit? et qaoiaimodi, tritico iacto, reddit fege-
tes^ sic, ordeo sato, proportione reddit parilis f
Non ut Eoropa habet Bomina, lacns, montis,
oampos, sic habet Asia ?
XXI. a8. Non in Tolacribos generatim serra
tor analogia ? non ex aqoili%aqailae, atqne nt ex
tardis qai procreantor, tardi, sic ex reliqois sai
qooiosqoe generis ?
XXII. An aliter hoc fit, qaam in aSre, in aqoa f
non hic conchae inter se generatim innumerabili
numero similes? non pisces? an e murena fit lu
pos aut merula ? Non bos ad bo?em collatus si
milis, et qui ex his progenerantor, inter se Tituli?
Etiam ubi dissimilis foetus, ut ex equa mulus,
tamen ibi analogia : quod ex quoconque aiino et
equa nascitur id est malos aut mola, at ex eqoo
et asina hinnolei.
XXIII. 29. Non sic ex firo et muliere omnis
similis partus, quod pueri et puellae? Non horam
ita inier ae non omnia similia membra, ut sepa-
ratim iu suo uiraque genere similitudine sint pa
ria ? Non, omnis cum jint ex anima et corpore,
partes quaeque horum proportione similes?
3o. Quid ergo cum omnes animae hominum
sint difisae in octonas paricis, eae inter se non
proportione similes ? quinque quibus sentimus,
sexta qua cogiUmus, septuma qua progeneramus,
octata qoa voces mitti mas? Igitor, qooniam lo-
qoimor voce orationem, hanc qooqoe necesae est
natura habere analogias; itaque habet.
XXIV. 3i. An non yides, ut Graeci habeant
eam quadripartitam, onam in qua siot casus, alte
ram io qua tempora, tertiam in qua neutrum,
quartam in qua utromqae, sic noe habere? E^oid
erba, nescis, ut apud illos sint alia finita, alia non,
sic uiraque esse apad nos ?
3a. Equidem non dobito quin animadverterint
item in eum innumerabilem similitudinum nu
merum, ut trium temporum ferba, ul trium per
sonarum.
XXV. Qoia eoim poteal non una animadver*
titae io omni oratione esse ut legebam lego leganty
che ho gi fatta federe nel mio libro sa le ma
remme.
XX. 27. Cos anche in terra osservata Tana-
logia nelle seminagioni. Le qualit di frutti ch ella
rendeva per lo passato, rende anche al presente ;
e come seminata di frumento, rende frumento ;
cos, seminandovi orto, d orzo, secondoch do
manda la proporeione. E come Europa ha fiu
mi e laghi e monti e pianare, cos ha pur Asia.
XXI. 28. E ne'varii generi d'uccelli non
conservata forse Panalogia ? Dalle aquile non na
scono aquile, e da' tordi i tordi, e ciascan altro
uecello dal proprio genere ?
XXII. O questa regola vale soltanto per aria,
e non anche per gli animali d* acqua e di terra ?
Non ci ha conchiglie e pesci senta numero, tutti
fra loro conformi secondo le proprie famiglie?
Dalla^ murena nasce forse il lupo od il merlo? 11
bue paragonato col bue non gli forse simile ; e
cosi i vitelli che di lor nascono ? Che anzi negli
alessi parti diuimili, come quando da una cavalla
esce un mulo, pure tenuta V analogia ; ch di
qualunque asino e cavalla ci che nasce mulo o
mula, e di cavallo e d' asina nascono sempre
bardotti.
XXIII. 29. On' altra somiglianza da conside
rare ne parti e* anche questa che, siccome aon
maschio e femina i generanti, cosi parte maschi e
parte femine sono i generati. Che se diflrenta
fra generati io alcane membra, le diflTerenze son
tali che, raffrontandoli separatamente col proprio
genere, cio i maschi coi maschi e le femine con
le femine, si trovano in tatto simili. Tolti poi
sono ngaalmente composti d'anima e corpo ; in
tatti Vanima e il corpo hanno le stesse potenze.
3o. E di vero lotte le anime umane han quelle
otto potenze, di cui cinque servono al sentire, la
sesta al pensare, la settima al generare, ottava
al parlare : ondech per tutti questi otto rispetti
stanno in proponione di somiglianza una con
Taltra. Che se v* analogia nel parlare, egli poe-
sibile che non vi sia naturalmente nelle voci, con
cui parliamo ?
XXIV. 3i. Non vedi che, siccome i Greci
hanno quattro sorta di voci, cio quali con casi,
quali con tempi, quali con ambedue queste cose e
quali senza ; le medesime quattro sorta di voci
abbiamo anche noi ? Non sai che i verbi, come
presso di loro altri sono finiti, altri infiniti, cosi
sono anche presso di noi ?
32. Io non dubito che vi sia alcuno, l qual
non abbia oltracci notalo quell' infinit di somi
gliante che sono offerte dai tre tempi e dalle tre
persone nei verbi.
XXV. E chi non dee avere insiememente os
servato che non solo in tutta la lingoa v' ha quelle
a53 DE LINGUA LATINA LIB. IX. 254
tic leg tegis hgii^ cara hsec eadem dicanlar
aliai at tingala, aliai ut plora fignificeotur f Quia
est tam tardas, qoi iliat quoque non anioiadTer-
tert similitudines, qaibue ntimur in imperando,
qoibus in optando, qoibat in interrogando, qui
bus in intectis rebus, quibus in perfeclis, sic io
aliis discriminibus ?
XXVL 33. Quare qui negant esse rationem
analogiae, non fident naiuram non solura oratio
nis, sed eliaro mundi : qui aulero fident et seqai
negant oportere, pugnant conira naturam, non
contra analogiam ; et pugnant folsillis, non gla
dio, cum pauca eicepta ferba ex pelago sermonis
populi minus trita affennt, cura dicant propterea
analogias non esse : similiter at si qui fiderit mu
tilum bofem aut luscum hominem claudicantem-
que equum, oeget in boTom, bominum et equo
rum natura similitudines proportione constare.
XXVll. 34. Qui autem duo genera esse di
cunt analogiae, unum naturale, quod ut ex lenti
bus seminatis nascantur lentis, sic ex lupinis lu
pinum ; alterum Tolontarium, at in fabrica cum
fident scaenam ut in dexteriore parte sint ostia,
sic esse in sinisteriore simili ratione facta : de his
duobus generibus naturalem esse analogiam, ut
sit in motibus coeli ; foluntariam non esse, quod
ut quoiqoe fabro lubilum sit^ possit facere partis
scaenae ; sic in hominum partibus esse analogias,
quod eas natura facist, in ferbis non esse, quod
ea homines ad suam quisque f oluntatem fingat ;
ilaque de eiidem rebus alia ferba habere Grae
cos, alia Syros, alia Latinos : ego declinatus fer-
borum et oluntarios et naturaleis esse puto, fo-
lontarios qoibus homines Tocabula imposuerint
rebus quaedam, ut ab Romulo /2omo, ab Tibore
Tiburtes ; naturales, ut ab impositis focabulis
quae inclinantur iu tempora aut in casus, at ab
Romulus * Romulo^ Romuli^ Romulum^ et ab
dico dicebam^ dixeram.
35. Itaque in foluntariis declinationibaa in-
constantia est, in naturalibtas constantia : quas
utrasque quoniam iei non debeant negare esse in
oratione, quom in mundi partibus omnibus sint,
et declinationes verborum innumerabiles, dicen
dum est esse in bis analogias. Neque ideo statim
due triplici distinzioni, V una di tempi, come /e-
gebam lego legam; altra di persnoa, come lego
legis Ugit: ma che di pi a qaeste forme, le
quali s'usano parlando di an solo, ne corrispon
dono alcune altre quando s* ha a parlare di pi ?
Hsffi mente si grossa che non siasi addata di
quelle desinente comoni che adoperiamo, quali
nel comandare, quali nel desiderare, quali nel
chiedere ; altri nelle axioni compiute, altre nelle
imperfette, altre in altri accidenti ?
XXVI. 33. Per la qual cosa chi nega esserri
ana regola d'analogia, non fede li natura non
pur del linguaggio, ma n delP intero aniferso ;
o se, TedenJola, tuttaTia nega che debba pigliarsi
a guida, combatte contro la natara, non contro
analogia ; e combatte con le molletle non colla
spada ; perch tratte fuori poche parole men 1a-
Torate dalla corrente del comun afellare, fuol
per dire che non f * analogia ; che il caso stesso
di uno, il quale, per afer feduto uo bue Con un
corno mono, o un uomo cieco d an occhio, o un
cafallo zoppo d'un piede, si precipitasse a dire
che nella natura de'buoi, degli nomini, de'cafalli
le parti corrispondenti non hanno pruponione
fra loro.
XXVII. 34. Ma non a' hanno a confondere,
dicono alcuni, due difcrsi generi d'analogia: uno
naturale, come per esempio che, seminando
lenticchie, vengano lenticchie, e di lupini lopioi ;
altro folontario, come quando feggiamo la
facciata d' una fabbrica armonixxata in modo che
le porte a destra si corrispondono con quelle a
sinistra. Di qaeste due maniere d* analogia ha
luogo, dicono, la nataraft, com' ne moli celesti ;
ma altra non regola, perch ogni maestro pu
far le due parti della sua fabbrica, come gli tiene
il meglio; e cos da dire degli uomini : f ' pro
porzione nelle loro membra, perch natura che
le fa ; ma pu non essere nelle parole, perch se
le fanno gii nomini, ciascuno a suo piacimento,
tal che una cosa medesima ha dTferso nome dai
Greci, dai Siri, dai Latini, lo a costoro rispondo
che il declinarsi delle parole in parte volontario,
in parte naturale: folontario quello, per cui si
imposero certi nomi alle cose, traendo a cagion
d^esempio Roma da Romulus, Tiburtes da Ti
bur ; naturale in fece il fariarsi de' nomi steui
per tempi o casi, cio che da Romulus si faccia
Romulo^ Romuli^ Romulum^ da dico dicebam^
dixeram e somiglianti.
36. Nella declinazione folontaria t ' dunque
incostanza ; nella naturale costanza. E poich non
debbono negare che nella fafella f ' tanto una
che altra cosa, perch le Irof iamo in tutte le
parti dell universo, e innumerevoli sono le voci
che fannosi col declinare ; confessar debbono
a55
. TERENTI VA^aRONlS aS6
ea in omnibot verbis est seqoeoda ; amn qva
perperam dedioavit Terba coosaetudo at ea ali
ter * efferri noo potami * sioe offeosiooe bquIIo-
runiy hinc ratiooem ?erboram praeleraHleodain
ofteodii loqaendi ratio.
XXVllI. 36. Qood ad aniTersan pertinet caa-
lani, cor aimilitudo et sil in oratione et debeat
obserrarl et qaam ad finem qnoqne, salis dictum.
Quare qaod sequitur de partibus singulis deinceps
espediemns, ac singula crimina, quae dicunt in
analogias, soWemns.
37. In quo animadvertito natura quadrupli
cem esse formaro, ad quam in declinando accom
modari debeant verba : qnnd debeat sabene res
quae designetur ; et ut sit ea res in usu ; et ut yo~
cis natura ea sit quae significavit ut declinari
et similitudo figurae verbi ut sit ea quae
ex se decKnata genus prodere cerlum possit.
38. Quo neque a terra terrus ut dicatur po
stulandum est, quod natura non subest ut ia hoc
Mlterum maris, alterum feminae debeat esse. Sic
neque propter usum, ut Terentius significat unum,
plores Terentii, postulandum est ut sic dieamus
f ih a et fabae ; non enim in simili usu utrumque.
Neque, ut dicimus ab Terentius Terentium, sio
postulandum ut inclinemus ab A et B, quod non
omnis voi natura habet declinatui.
39. Neque in forma colbta quaerendum so
lum quid habeat in figura simile, sed etiam non-
nunquam in eo quem habet effectum. Sic enim
lana Gallicsna et Appula videtur imperito similis
propter speciem, curo peritus Appulam emat plu
ris, quod in usu firroior sit. Haec nunc strictim
dicU, apertiora fient infra. Incipiam hinc.
XXISL 40. Quod rogant ex qua parte oporteat
simile esse verbum, ah voce ao si^ficalione, re
spondemus ab voi:e: sed tamen nonnunquam
quaerimns genere aimiliane sint quae significan
tur, ac nomen virile cum virili conferimus, femi
nae cum muliebri; non quod id, quod significant
voces, commoveat, sed quod nonnunquam in rt
dissimiles figurae formas indissimiles imponunt
dispariles : ut calcei muliebris sint an virile^ di
cimus ad similitudinem figurae, cum tamen scia
mus nonnunquam et mulierem babert calceos v
rilu et virum muliebris.
insieme che v* hanno analof^ie Ira le voci. Non per
che analoga debba seguirsi in tutte le parole a
chius' occhi ; perocch se in alcune pecchi ormai
uso, n ce ne possiamo partire senza corruccio
dei pi, la buona regola del parlare consegna
allora a lasciar da parte quella delle parole.
XXVIII. 36. Ma per ci che risguarda la qui-
slione in genere, cio se v' abbia somiglianza tra
parole e fino a qual segno debba esser di regola,
ho gi parlato abbastanza. Resta ora ch'io esami
ni ad una ad una le varie parti, e risponda capo
per capo alle accuse che roettonsi a campo contro
le analogie.
37. Nota adunque che quattro sono le condi
zioni, a coi debbonsi naturalmente acconciar le
parole nel declinare. Innanzi a tutto non dee man
care la cosa da dinotarsi ^1 declinato ; di pi de-
v'essere io uso; in terzo luogo la stessa parola ha
da confessar natura atta ad essere declinata ; final
mente la sua somiglianza d figura ha da esser
tale che non lasci incerta la forma dei declinati.
38. Laonde non si dee pretendere che d /er
ra si possa far terras ; perch la cosa non di
tal natura che v' abbian luogo due nomi, uno pel
maschio ed un per la feroina. Cosi, quanto alPuso,
non a'ha da esigere che, al modo in coi dicesi
Terentius e Terentii^ secondo eh' uno o pi,
possa dirsi ugualmente faba e fahae ; perch Tuso
che s i della cosa, non domanda qui questa mi
nuta distinzione. N dee nemmeno volersi che, al
modo di Terentius Terentii, possano variarsi
per casi anche A ed il B ; perch non ogni pa
rola ha natura atta a declinarsi.
39. N basta sempre che le due voci parago
nate sieno simili di figura, se non s ragguaglino
anche i loro effetti, cio le forme che se ne trag
gono. A chi non pratico, anche la lana dell Gal
lia par simile alla pugliese per quanto dice 00-
chio: ma chi n ha fallo esperienza, paga pi la
pugliese, perch fa lavoro pi sodo. Ma basti ora
aver toccato queste cose; chavr a spiegarle pi
avanti. Veniamo alle obbiezioni fatte.
XXIX. 40 domanda che fanno, in ohe si
abbia a cercare la somiglianza delle parole, nel
significalo o nel suono, rispondo che nel suono.
Pur qualche volta guardiamo anche se le cose si
gnificate convengano nel genere, e il ragguaglio
faui de' maschili co'maschili e de' femminini coi
femminini ; non perch il significato abbiavi alcun
valore, ma perch talvolta, quando discordan le
cose, anche le parole discordano in qualche forma
corrispondente. Cosi, allorch diciamo calzari di
uomo o di donna, noi guardiamo solo alla somi
glianza delia loro figura ; tuttoch sappiamo che
qualche volta v' ha uomini oon calsari di donna
e donne oon calzari d'uomo.
5; Uh LliNGUA LATINA LIB. IX. a58
41. Sic ilici virum Perpen //1, ut Alpheamn,
muliebri forma ; et cooira parittnty ut abittem^
esse forma similem, quom alterum vocabuluni <li>
catur ^irile, alleruro muliebre, et utrumque Da
tura ueutrum. Sic ilaqne ea virilia dicimus, non
quae virum sigoifcant, sed quibus proponimus
hic ei hi; et sic muliebria, io quibus dicere pos
simus haec aut hae.
XXX. 4> Quare nihil et quori dicunt Theo-
na el Diooa non esse similis, si alter est Aethiops,
alter Gallus, &i analogia rerum dissimililuiliues
assumat ad discernendum vocis verbi figuras.
XXXI. 43. Quod dicuuf, simile sit necoe oo-
meo nomini, impudenter Arislarchum praecipere
oportere spectare non solum ex recto, aed etiam
ex eorum vocandi casu ; esset enim deridiculum, si
simileis inter se parentes sint, de filiis indicare : *
errant, quod non ab eo obliquis casibus fit ut recti
simili facie ostendantur, sed propter eos facilius
perspici similitudo potest eorum quam vim ha
beat : ut lucerna in tenebris allata non facit, quae
ibi sunt posita, similia sint ; sed ut videantur,
quae sunt, quoius vis sint.
44 Quid similius videtur quam in his est
extrema litera X, critr, Phryx ? quas qui audit
^oces, auribus discernere potest nemo ; quom
easdem non esse similes ex aliis verbis iniellega-
mus. Quod, curo sit cruces et Phryges, et de hia
extremis syllabis exemplum s i t E ; ex altero fit,
ut ex C el S, crux ; ex altero, G et S, Phryx :
quod item apparet cum est demptum S ; nam fit
unum cruci, allernm Phrygi.
XXXII. 45. Quod aiunt, cum iu maiore parie
orationis non sii similitudo, non eue analogiau ;
dupliciter stulte dicunt, quod et in maiore parte,
et, si in minore sil, tamen sit : * nisi etiam nos
calceos negabunt habere, quod in maiore parte
corporis calceos non habeamus.
XXXllI. 46. Quod dicant nos sequi dissimi
litudinem, itaque in vestitu, in supellectile dele
ctari varietate, non paribus subuculis uxoris ; re
spondeo, si varietas iucunditas, magis rarium esse,
in quo alia sunt similia, alia non sunt: itaque sicut
abacum argeolo ornari, ut alia paria sint, alia di-
Kpiiria, sic orationem.
M. TH. VaAROPE, d e l l a LINGDA LAlllfA.
41. Nella stessa guisa vediamo declinarsi su la
forma femminina, Perptnna uomo, come Alpht-
na femmina ; ed alP incontro paries ed abies^
smili anch'essi nella forma, e di lor natura n
maschio n femmina, tuttavia seguire uno il
genere de' maschi, altro quel delle femmine.
Ondech nel dire un vocabolo o maMhile u fem
minile, non guardiamo gi alla natura della cosa,
ma solo al nome in s stesso, secondocbc gli si
accompagna articolo maschile od il femminile.
XXX. 4a Dunque danno in nulla dicendo che,
se l'analogia nel ragguagliar le figure de'vocaboli
dee mettere in conto le difierenxe delle cose si
gnificale, neppur Theona e Diona non sono li
mili, solo che l'uDo sia Etiope e altro Gallo.
XXXI. 43. Domandano poi con qual fKcia
Aristarco poteste dire che pel ragguaglio de' 00-
mi^non bastano i casi retti, se non si confrontino
ncbe i lor vocativi. ben ridicolo, ci cantano essi,
che per giudicare de' padri, se si somiglino, sia
prima d' uopo squadrarne i figli ! Ma anche que
sta volta mordono ari : perch non gi che il
riscontro de* casi obliqui faccia si che appaian si
mili i retti ; bens aiuta a scoprire di che valore e
natura sia la lor somiglianza. Neppur la lucemn
portata nel buio fa somiglianti gli oggetti che vi
son posti ; fa per vedere ne' somiglianti, di qual
natura siano.
44 Qual cosa iu apparenia pi simile che il
medesimo X su la fine dei due vocaboli crux e
Phryx^ dove non orecchio d' uomo che valga a
notar dififerenxa? Pure il riscontro d'altre parole
ce'l fa vedere diverso : ch dovendo essere i due
nomi interi cruces %Phryges^ed essendosi levata
la E dall' ultima sillaba \ ne venne lo X dal rac
coglier la S in un segno solo nel primo nome col
C, neiraltro col G. Or questo appare ne'casi obli
qui, quando n' scacciata la S ; perch 1' uno fa
cruci l ' altro Phrygi^ e cos appresso.
XXXII. 45. L'altra cosa che dicono, cio non
esservi analogia, perch non trovasi somigliauza
nella maggior parte della favella, una doppia
corbelleria ; perch in effetto la somiglianza tro
vasi nella maggior parte, e posto che fosse nella
minore, a ogni modo vi sarebbe; se per avventura
non voglion dire che noi non abbiamo i calzar,
perch non H abbiamo nella maggior parte del
corpo.
XXXIII. 46. Ma il bello, dicono, la variet :
noi la cerchiamo negli abili, negli arredi ; fin nelle
camicie, le nostre donoe. Che la variet piaccia,
chi il nega ? ma non v' anzi pi. variet dove
alcune cose rispoudonsi, ed altre no? Siccome
usiamo nelle argentere ad ornamento delle cre
denze, ch'Jtre vi sono appaiate ed altre sole; coli
nella lingua.
7
a59
. TtRfcNll VARROMS a6 o
47. Rogant, si siraililudo sii squeada, cur ma-
limiis habere leclos alias ex ebore, alios ex leslu-
Jine, sic item geoere aliqiio alia Ad quae dico
UGO diuimilitudioes * solum nos, sed simililudi-
nes quoque sequi saepe : idque ex eadem supeU
ledili lioel Tder ; oara oemo ficit triclDi leclos,
nisi pareis el maleria el alUtudioe et figura. Quis
facit mappas tricliniareis qq o similis inter se ?
quis pulfioos ? quis denique caetera quae unius
generis sunt plura f
48. Cum, inquit, utilitatis cauu introducta sil
oratio, sequendum nou quae habebit similittidi-
l i e m , sed quae utilitatem. Ego quidem uliliUlis
l ausa orationem faciam concedo, sed ul veelimen-
tum: quare ut hic similitudinea sequeremur ul
virilis tunica sil virili similis, ilem toga togae, sic
mulierum stola ul sit stolae proportione el paU
lium pallio simile ; sic cum sint nomina ulililatis
causa, lamen virilia inter se similia, item mulie
bria iuler se sequi debeamus.
XXXIV. 49 Quod aiuDl, ul persedit et per
stitit sic percubuit.... quoniam non sit, non esse
analogiam ; f el in boc errant, quod duo posterio
ra ex prioribus declinata oon sunt, cum analogia
polliceatur ex duobos similibus similiter declinatis
similia fore.
XXXV. 5o. Qui licunt, quod sit ab Romulo
Roma el non Romul, neque, ul ab o?e ovilia^
sic a bove bovilij^ non esse analogias^ errant ;
quod nemo pollicetur e vocabulo vocabulum de
clinari recto casa singuUn in rectum singularem,
sed ex duobus vocabulis similibus casus similiter
declinatos similes fieri.
XXXVI. 5i. Dicunt, quod vocabula literarum
Latinarum non declinemur in casus, non esse
analogias. Ui ea quae natura declinari non pos-
suul, eorum declinatus requirunt, proinde ul non
ca dicatur esse analogia, quae ab similibus verbis
similiter esset declinata. Quare non solum in vo
cabulis literarum haec non requirenda analogia,
sed ne in syllaba quidem ulla ; quod dicimus hoc
ba^ iiuius boj sic alia.
52. Quod si quis iu hoc quoque velit dicere
esse analogias rerum, tenere poteat. Ut enim di-
cuul ipsi alia nomina, quod quinque habent figu
ras, babere quinque casus, alia qualluor/ sic mi*
nus alia ; dicere poterool esse literas ac syllabas,
in voce quae singulos habeant casus, in rebus
plurimos: quemadmodum intrr se conferent ca
(|uac quaternos habebunt vucabulis casus, item
*:a inlei sc quae ternos ; sic, quae singulos habe-
47. Ma, ae dee cercarsi la somigliania, ond' ,
continuano essi, che noi vogliamo i Itili, quali di
avorio, quali di tartaruga e quali daltra materia?
Certo, rispondo io, noi non vogliamo le cose tulle
simili ; ma neppur tutte dissimili. Guarda pure,
poich sei entrato nel parlicolare de' letti, le mas
serizie di casa : trovi tu alcuno che non faccia i
letti del triclinio tulli eguali in maleria e in altex-
za e in forma f Chi non vi fa eguali e le salviette
e i cuscini ed ogni altro finimento ?
4. il linguaggio, dicono, fu introdotto per
utilit, e per vi si dee cercare, nou la somiglian
za, ma la comodit delle forme. Concedo anch' io
che il linguaggio fallo per utilit, ma al modo
de* vestimenti ; sicch in quella guisa che voglia
mo in essi la somiglianza, e facciamo le tuniche e
le toghe virili tulle a una loggia, e il medesimo
fanno le donne nelle loro stole e ne' loro pallii ;
cos a cagiou d'esempiu anche i nomi, lutloch
trovali per utilit debbano essere fra loro simili,
i maschili a maschili ed i femminini ai femmiuioi.
XXXVI. 4^ Ma veniamo al particolare. Di
cono che non v' analogia ne' composti ; perch
sebben facciasi persedit e perstitit^ non si fa per
percubuit n .......... Anche qui fallano ; perch
analogia porta solo eh' abbiano ad esser simili i
declinali corrispondenti di due voci simili : ma in
questo caso le due voci paragonate non vengono
dalle altre due.
XXXV. 5o. Fallano medesimamente dicendo
che non v' analogia, perch da Romulus ai fece
Roma^ non Romula^ e ovi/e chiamasi la stalla di
pecorc, non cos bovile quella di buoi. E di vero
nessun pretende che possa declinarsi nome da no
me, procedendo cos da nominalivo singolare a
nominativo sipgolaie i ma intende solo che i
casi corrispondenti di nomi simili deouo esser
simili.
XXXVI. 5i. Negar poi l'analogia per ci che
i nomi delle lettere latine non si varian per casi,
volere che si declini ci che di sua natura non
declinabile, e trarne argomento a negare ana-
logia dove s* hanno declinati simili di voci simili.
Laonde non s ha a cercare analogia, non pur nei
nomi delle lettere, ma neanche iu quei delle silla
be ; perch si dice, senza declinazionc alcuna, &a,
be e simili, qualunque sia il caso.
52. Nondimeno chi volesse dire che anche in
questa partila v' analogia dal iato delle cose, non
darebbe in nulla. Perch come insegnano essi me
desimi che alcuni nomi, risptb> all'uscita, hanno
cinque casi, ed altri quattro, ed altri ieno ; coe
polrasai anche dire che vi sono i uomi delle let
tere e delle sillabe, i quali non hanno che un so&o
caso, quanto all' uscita, bench gli accidenti del
la cosa sian molti. Onde a quel modo che si
hunt, ut conferant intfr se, dicentes, nt sii hoc
A huic A, esse hoc K * hoc K.
26 f
XXXVii. 53. Qaod dicont ewc qoaedam ver
ba quae habeant declinatus, ut caputa quorum
par reperir qaod non possit, non ewe analogias;
respondendum, sine dnbio, si quod est singulare
erbum, id non habere analogias. Minimura duo
esse debent verba, in qnibus iit similifudo ; quare
in hoc tollunt esse analogias.
54. Sed in nihil vocabulum recto rasu apparet
ifi hoc:
Quae dedit ipsa capit^ neque dispendi facit
hilum ;
quod valet nec dispendii facit quidquam. Idem
hor obliquo apud Plautum :
Video enim te nihili pendere prae Philolache
omneis homines ;
quod est ex ,ne et hili. Quare dictus est nihili qui
non hili erat, cash stante, cum commutatur de
quo dicitur; de homine dicimus enim, hic homo
nihili est, et huius hominis nihili ; et hunc homi
nem nihili. Si in illo commutaremus, diceremus,
nt hoc linum et libum, sic nihilum, non hic nihili,
et ut ^huic lino et libo, sic nihilo, non huic ni
hili. Potest dici patricus casus, u( ei praeponantur
praenomina plura; ut hic casus Terentii, hunc
casum Terentii, hic miles legionis, huius militis
legionis, hunc militem legionis.
XXXVIII. 55. Negant, cura omnis natura sit
nut mas aut femina aut neutrum, non * debuisse
ex singulis vocibus ternas vocabnlonim fguras
fieri, ut albus alba album ; nunc fieri in mullis
rebus binas, ut Metellus Metella^ Ennius En
ni ; nonnullis singub, ut tragoedia^ comoedia ;
sic esse Marcum^ Ifumerium^ at Maream, at Nu-
meriam non esse; dici corvum^ turdum^ non dici
corvam, turdam ; contra dici pantheram^ tneru
lam^ non dici pantherum, merulum : nuIHus no
strum filium et filiam non apte discerni marem
ac feminam, ut Terentium t Terentiam ; contra
deorum liberos et servorum non itidem, ut lovis
filium et filiam lovem et loram : item magnum
DB: l i n g u a LATINA LIB. IX.
paragonan fra loro que'nomi che hanno quattro
uscite, e parimente fra loro quei che n* han tre ;
cosi potrebbero anche paragonarsi insieme i nomi
che hanno un'uscita sola, dicendo : Sta A nomina
tivo ad A dativo come E nominativo ad L dativo.
XXXVII. 53. Ma ci sun p.^role pur declinabili,
ripigliano essi, che non hanno nessun riscontro,
siccome caput: dunque non v e analogia. S
certamente : se v* qualche parola unic nella sua
forma, quests non ha anilgie : perch ci debbo
no essere almen dne parole accioccb vi sa somi
glianza ; e per in questo caso tolta ogni possi
bilit d'analogie.
54. Mi quanto a /7, i he la sua forma inte
ra nel nominativo sia nihilum^ quasi ne hilum^
ce lo fa vedere quel luogo d Ennio ove dice che
la terra il corpo,
Cui di, riceve, ed oncia non ne pe^^e ;
poich Pultima sentenza v' cosi espressa : Neque
dispendifacit hiium^ che quanto dire : N per
de nulla. E il regolare genitivo di questo nihilum
troviamo in Pianto l dove dice :
Vedo che tu,
A petto di Filolache, non stimi
Tutti gli uomini un frullo;
perocch il testo ha te nihili pendere. Ond' che
nihili si disse anche ftssolulament d un uomo
da nulla: n per declinasi, quando varia di caso
il nome, a cui legasi; poich diciamo homo nihili^
homi is nihiliy hominem nihili. Che se variasse
anche il nihili^ come diciamo ho6 linum^ hoc li
hum^ huic lino^ huic liho^ cos dircbbesi anche
nihilum^ non hic nihilL, e nihilo^ non huic ni
hili. Ma ogni genitivo dipendente resta invaria
bile, bench varii il nome, da cui dipende ; onde
dicesi hic casus Tetyntii^ hunc casum Teren
tii^ hic miles legionis^ huius militis legionis^
eccetera.
XXXVIIL 55. Dicono che tutto in natura
maschio o femina, o non n Tuna n Paltra cosa;
e per in ogni vocabolo s dovrebbere vere tre
diverse forme, al modo di albus alba album. Ma
in molte cose ne abbiamo due, come Metellus
Metella^ Ennius Ennia ; in alcune una sola, co
me tragoedia^ comoedia ; di Marcus e TVieme-
rius tra gli uomini, di eorvus e turdus fra le be
stie non usasi il femminino, di panthera e me
rula il mascolino ; in tutti i nostri figli distin>
guonsi comodamente i maschi dalle fcmioc con
due uscite diverse, come Terentius e terentia ;
non cos ne figli degli dei, n de servi, ch n
Giovi si nomino i figli i Giove, n Giove le
a6 2
263
. TERENTI VARRONIS
a6 4
namerum ?oCAbulorum in hoc genere non eertt-
re analogiai.
56. Ad haec dicimus omnii orationii, qoamTs
re natura euhiil^ tamen si ea in usum non per-
Tenerit, eo non perrenire Terba : ideo equus dici
el e<fua^ in uiu enim horum discrimina ; corvus
el corva non, juod sine usu id quo dissimilis na
tura. Itaque quaedam aliler olim ac nunc : nam
el cum omnes mares et feminae dicerentur co-
lumbae^ quod non erant in eo nsu domestico quo
nunc ; nunc * contra, propter domesticos usus
quod inlernoTiraus, appellatur mas columhus^
femina columba.
57. Natura cum tria genera fransit, el id est
in usu discriminare ; lotum denique apparet^ ut
est in doctus et docta et doctum : doctrina enim
per tria haec transire potest, el usus docuit dis
criminare doctam rem ab hominibus et in hii
marem a&femioam. In mare et femina et neutro
neque natura maris transit, neque feminae, ne-
que neutra ; et ideo non dicitur feminus femi
na feminum, sic reliqua; itaque singularibus ac
secretis Tocabulie appelbti sunt.
58. Quare io quibus rebus non subest similis
natura aut usus, in his Tocabulis huiuscemodi ratio
quaeri non debet. Ergo dicitur, ut surdus vir,
surda mulier, sic surdum theatrum ; quod omne
hae res ad auditum sunt comparatae. Conlra ne
mo dicit cubiculum surdum, quod * ad silentium,
non ad audiium: ai li fenestram non habet, dici
tur caecum, ut caecus el caeca; quod omnia ubi ^
habitent, lumen habere debent.
59. Mas et femina habeni inter se natura quan-
dam societalem ; neutra cum his, quod sunt di
versa, non interest, quodque de his perpauca sunt
quae habeant quandam communitatem. Dei et
servi nomina quod non item ut libera noslra tran
seunt, eadem est causa : quod ad usum altiuet,
institui opus fuit de liberis, de reliquis nihil atti
nuit ; quod in servis gentilicia natura non siibest
in usu, in nostris nominibus, qui sumus in Latio
et liberi, necessaria, llaque ibi apparet analogia,
ac dicitur Terentius vir, Terentia mulier.
60. Tertium genus in praenomi ibus ideo non
iit, quod haec instituta ad usum singularia, qui
bus discernerentur nomina gentilicia ; ut ab nu
mero Secunda, Tertia^ Quarta; in viris ut
figlie; e infiniti dicono essere i nomi che in questa
decl i nazi one per generi non serbano analogia.
56. A ci rispondiamo che in tulla la lingua,
bench siavi in natura la cosa da nominare, pure,
se non se iie fa uso, non ha ne anche vocabolo. Noi
diciamo adunque eguus ed equa^ perch de' ca
valli facciamo uso secondo la diflTerenia de'sessi ;
ma non diciamo corvus e corva^ perche ne* corvi
questa differenza di natura non appartiene airuso
che ne facciamo. Ondech in alcune cose si diceva
un tempo diversamente che ora : poich, mentre
columbae si nomavano indifferentemente tolti i
colombi e maschi e femine, quando per ancora
non si nutricavano in casa ; ora in vece il dome
stico uso port che si distinguessero, chiamando
columbus il maschio c columba la femina.
57. Quando la natura stessa distendesi per
tulli tre i generi, e Tuso vuole che si distinguano;
si lascia vedere P intera forma declinaliva, qual
in doctus docta doctum: perch la dottrina pu
trovarsi in ciascuno di questi generi, e l uso in
segn a distinguere la cosa dotta dalle persone
dot le, e in queste o uomo o donna. Ma chi potreb
be pretendere che s* avesue ^rimenle a dire^mi-
nus femina feminum^ altra cosa simile? Certo
nessuno ; perch essere maschile o feminile o
neutro non si possono accomunare ; e per hanno
nomi solitarii e proprii.
58. Laonde ogniqualvolta n^nca nelle cose la
somiglianza della natura o dell' uso, non si pu
richiedere nei vdtaboli questa triplice forma. Cosi
surdus dici.imu d'un uomo, surda d'una donna,
Hurdum d un teatro ; perche tutte e tre queste
cose son fattr per ricever suoni : ma non sarebbesi
deltocu6fCu/iim perch le camere amano
in vece il silenzio. Bens direbbesi caecum^ se doo
avesse finestre ; perch ad ogni stanza sta bene
il chiaro: e per anche in questo vocabolo hanno
luogo tutte e tre le forme.
59. Del resto maschio e femina sono appaiati
in natura ; ma i neutri non han legame con essi,
perch sono diversi, e pochissimi che abbiano un
certa comunicanza. Quanto poi a' nomi degli dei
e de servi, la ragione che non passano, come i
nostri, ne figli, parimente l uso che domandava
quel contrassegno ne liberi, e no curava negli
altri. Poich ne servi non ha luogo per alcun uso
che debba farsene, la distinzione gentilizia, la quale
necessaria invece nei nomi di noi, che abbiamo
i diritti de Lntini e de liberi. Onde qui si lascia
v e d e r e ranalo^iii, e diciamo Terentius \\maschio,
Terentia la femina.
60. Non ha luogo il neutro ne pronomi, per
ch son note introdotte all uopo di oonlraddistio-
guere quei c hanno comune il nome di schiatta.
Cosi dal numero si dicono Secunda^ Tertia^
365 DE LINGUA LATINA LIB. IX. a6 G
Q u i n t a Sextus^ Decimus ; sic ab M t rebus.
Curo eiteot duo Terentii aut plures, difcemendi
caoM, ot aliquid siogulare haberent, notabant ;
forsitan ab eo, qui mane natus, ut is Manius es
set ; qui luci, Lucius ; qui post patris njortero,
Postumus.
6 r. E quibus, quae cura item accidissent fe
minis, proportione ita appellata declinarant prae
nomina mulierum antiqua, Mnnia^ Lucia^ Po
stuma, Videmus enim Maniam matrem Larum
ilici; Luciam ^o/amimam Saliorum carminibns
appellari ; Postumam a mnllis post palris mor
tem etiam nunc appellari.
6a. Quare quocumque progressa est natura
cum usu Tocabuli, similiter proportione propagata
est analogia ; cum in quibus declinationibus t o -
luntariis maris et feminae et neutri, quae Tolun-
taria, non debeant similiter declinari, sed in qui
bus naturales sint declinatus, hi qui esse reperiun-
tur. Quocirca in tribus generibus nominum inique
tollunt analogias.
XXXIX. 63. Qui autem eas reprehendunt,
quod lia Tocabula singularia sint solum ut cicer,
alia multitudinis solum ut scalae^ cum debuerint
omnia esse duplicia ut t^uus e^uiy analogiae fun
damentum esse obliTiscuntur naturam et usum.
Singulare est quod natura unum significat ut
e^uus^ aut quod conioncta quodammodo ad unum
usum ut bigae ; itaqne ut * dicimus una Musa^
sic dicimus unae bigae.
64. Multitudinis Tocabula sunt, unum infini
tum ut Musae, alterum finitum ut duae, tres, qua-
tuor; dicimus enim, ut hae Musae, sio onae bigae
et bina et Irinae bigae, sic deinceps. Quare tam
ifffi et unae et una quodammodo singularia sunt,
quam unas et una et unum : hoc modo mutat,
quod altera in singularibus, altera in coniunctis
rebus ; tt ut duo, tria sunt moltitudinis, sic bina,
trina.
65. Est tertium quoque genus singulare, ut in
mnltitadioe, uter^ in quo moltitudinis utri ; id
est uter poela singolari, otri poetae mnltitodinis
est. Qua explicata natura, apparei non debere
omnia TocaboJa moltitudinis habere par singola
re ; omnes enim nomeri j doobus sosum ?ersos
soollitodinis sont, neqoe eorum quisqoam habere
Quarta Ic femine ; Quintus^ Sextus, Decimus
i maschi; o similmente da altre cose. Per esempio,
se erano due o pi Tereniii, dovendo pur distin
guere dalPaltro, li contrassegnaTano con
qualche cosa di proprio, e chiamaTano Manio
quello che per a?Tentora era nato su l mattino,
o Lucio s'era nato di giorno, o Postumo se fosse
gi morto il padre.
61. E similmente, occorrendo queste ragioni
in donne, da questi sperano tratti anticamente an
che per esse gli analoghi prenomi di Mania^ di
Lucia^ di Postuma, In fatti noi Tcdiamo chia
marsi Mania la madre de* Lari, e Lucia Vola-
minia Iroviam ricordata ne' carmi de' Salii ; e
Postuma si noma ancora da molti quella che na
sce dopo la morte del padre.
6a. Sicch quanto si estese la somigliania di
natura e il bisogno del Tocabolo, altrettanto si
estese anche analogia ; perch quanto haf?i di
Tolonlario nelle declinazioni per generi non ha
obbligo i secondare analogia ; e in quanto son
naturali, si lro?ano in (atto quali debbono essere.
Dunque negano a torto analogia nei tre generi
de' nomi.
XXXIX. 63. Quelli poi che appuntano ana
logia, perch alcuni nomi hanno il solo singolare
come c/cer, ed altri il solo plorale come scalae e
simili ; mentre lutti i nomi, dicono essi, doTreb-
bero avere tutti due i numeri ; si dimenticano che
il fondamento dell' analogia la natura e uso.
singolare il nome, tanto se dinota cosa che sia
una in natura, come equuSy quanto se le cose sian
pi, ma in qualche modo congiunte a un unico
uso, come av?iene in bigae ; e per, come dicia
mo una Musa^ cosi diciamo unae bigae,
64. Dei plorali, altri sono indeterminati come
Musae^ altri determinati come se dicasi duo,
tres^ tfuatuor Musae: ma ad ogni modo non
possono cominciare che di U dall' uno. Ora, co
me diciamo determinatamente nel singolare una
Musa, e poi, passando al plurale, due Muse, tre
Muse ; cosi egoalmente diciamo unae higae^ e poi
binae e trinae bigae^ e ?ia a questo modo. On-
dech unit unae^ una sono in certa goisa singo
lari, non meno che unus^ una^ unum : la sola
difierenta questa che la seconda forma si ado
pera in ci ch' uno in natura, e l'altra in ci
eh ono per oongiontione. Bina poi e trina
sono plurali come duo e tria,
65. V anche uua tersa maniera di singolare
che pure abbraccia pi d'uno : ed iifer, il cui
plurale utri, sicch singolare uter poita^ ed
utri poitae il plurale. Spiegata cosi la natura
de* numeri, chiaro che non tutti i plorali deb
bono avere il loro corrispondente singolare; per
ch tutti i numeri di l dal due sono plorslt, n
267
. TERENTI VARRONIS 2 6 8
polest singulare rompar. Ininrin igitnr poftoUiH^
si qua sint singularia, oportere habere mulli
tudinis.
XL. 66. Item qui reprehendant quod non di
catur, ut unguenium unguenta, vinum vina, aie
acetam aceta, garum gara, faciunt imperite, qui
ihi desideraDt roultilodinis vocabulum, quae aob
mensuram ac pondera polias qaam aub naroerura
succedunt ; nam in plumbo, oleo, argento, cum
incrementum acceuit, dicimus multum oleum,
sic multum plumhum^ argentum, non mulla
olea, plumba, argenta ; qaom quae ex hisce fiant,
dicamus plumbea et argentea ( aliud enim cum
argenteum; nam id tam cum iam ?as; argenteum
enim, si pocillam aut qoid item); quod pocilla
argentea molta, non quod argentum multom.
67. Ea natara, in qaibos esi mensura, non
numeras, si gedera tn se habent plura et ea in
iiaum Tenerunt ; e genere multo sic vina, unguen
ta, dicta ; alii generis enim Tinum quod Chio,
aliod quod Lesbo ; sic ex regionibus aliis quae
ipsa adducantur nane mollias unguenta, qaorum
nane genera aliqnot. Si item discrimina magna
essent olei et aceti et sic ceterarum reram eius-
inodi in usa communi, dicerentur sic olea, ut -
na. Quare in ntraqae re inique rescindere conan
tur analogiam, et quom in dissimili usu similia
ocabala quaerant, et quom item ea quae meli-
mar, atqae ea quae numeramus, dici putant
oportere.
XLI. 68. Item reprehendant analogias, quod
dicantur mullilodinis nomine publicae balneae^
oon baloea ; contra quod priTati dicant unum
balneum^ quom plura balnea non * dicant. Qui
bus responderi potest non esse reprehendendum,
qnam * quod scalae et aquae caldae^ pleraqne
quae cam causa, multitudinis Tocabulis sint ap
pellata neqne eoram singularia in nsum Tcnerint,
idemqae item contra. Primum, balneum nomen
at Graecum introiit in urbem, pablire ibi conse
dit, ubi bina essent conioncla aedificia la?andi
caasa ; anom ubi viri, alternm ubi mulieres Ut-
rentur. Ab eadem ratione domi saae quisqae, ubi
lavatur, balneum dixerant; et quod non erant
duo, balnea dicere non consoevemnt, cum hoc
antiqui non balneum, sed la**atrinam appellare
conaucssent.
69. Stc aquae caMae, ab loco et aqua quae ibi
ce n* alcuno che possa avere un singolare corri
spondente. 11 perch pretendono torto che non
et debba essere singolare senza il proprio plorale.
XL. 66. Similmente chi oppone che unguen-
tum e vinum hanno il loro plurale, ed air incon
tro acetum e garum non hanno, fa oso di poco
senno volendo il plorale in cose, le quali cadono
meglio sotto misura e peso che sotto numero ;
poich nelPolio, nel piombo, nelPargento, qaando
crescono di quantit, si dice molto olio e molto
piombo od argento, non gi molli olii o piombi
od argenti. Bens ne lavori che se ne fanno, han
luogo i plurali plumbei ed argentei; perch allora
non pi l'argento che consideriamo, ma i lavori
falli con esso argento, come coppe od altro; sic
ch diciamo molte coppe argentee pel loro nu
mero, non per la quantit dell argento.
67. Pure anche le cose non soggette a nume
ro, ma a misuro, se abbiasene di pi qualit che
siano gi in uso, per rispetto alle qnalil diverse,
si dissero cos in plurale vi/io, unguenta ; perch
altro il vino di Chio, altro quello di Lesbo, e
cos varii gli unguenti che oggid con troppa
mollezza traggonsi anch essi da altre lerre. Che
se nel comune uso vi fossero pi qualit ben di
stinte d olio e d'aceto e d altrettali cose, come
di vino ; avrebbero neh essi il loro plurale. Co
loro adunque che sforzansi con questi eseropU di
abbattere lanalogia, fanno doppio errore, e qaan
do pretendono vocaboli simili in cose d oso di-
aioailc, e quando credono che s abbia a tenere
ano stesso modo in ci che ha numero t in ci
che ha misura.
XLI. 68. Tassano inoltre l analogia, pench
i pobblici bagni si dicono nel numero dei pi
balneae^ non balnea ; mentre de privali si dice
balneum, s uno, ed ove sian pi, tuttavia 000
dicesi balnea. A costoro si pu rispondere che
in ci non havT che biasimare, pi che nell es
sersi detto scalat ed aquae caldae nel numero
dei pi, escludendo quello dell uno, ed in altri
nomi facendo invece il contrario ; le quali cose
hanno pur tutte la loro buona ragione. La pri
ma forma, sotto cui quel nome entr in Roma,
fu balneum secondo il greco uso : ma, perch il
bagno pubblico, a cui s applic, formossi di due
fabbriche unite, acciocch vi si lavassero separa
tamente, in una gli uomini, nell altra le donne ;
cos chiamossi balnea^ non balneum ; donde poi
la moltitudine, pigliando per singolare quel no
me, ne fece balneae, A somiglianza del pubblico,
ciaacuno chiam allora balneum anche il suo ba
gno domestico ; ma no '1 disse balnea^ perch
non erano doe. Primi d allora cotesto bagno do
mestico si soleva dir lavatrina,
69. Cos, quando i nostri, per le delzie dei
a6.j
DIl l i n g u a LAllIS LIB. IX.
2JD
scalerei, cum ul colercnlur venistel in luum uo-
Iris, cum aUae ad alium morbum iduoeae eeteol,
eae cura plurei cssent, ut Puleolis et in Tufcis,
quibas a t c b i o t u r , roulliludiois polius quam s d -
gulari Tocabulo Hppcllarunl. bictcalas, quod ab
scandeodo dcanlur et singulot gradus scaoderenl,
nagis erat quaerendum, si appetlasseoi singulari
vocabulo scalam, cum orif o uomioatus osteodcrel
coDlra.
XLll. 70. llem rcprehvnduulde casibus^ quod
quidam nomioalus habenl reclos, quidam obli
quos ; quod dicuoi utrosqu iu vocibus oporlere.
Quibus idem responderi polcst, in quibus usos
et natura Bon subsii, ibi non csie aDalogiam.
71. Sed ntrc in vocabuHs que declinantur, si
transeunt e recto casu in rectum casum ; quae
tamen non discedunt ab ratione sine iuita causa,
ut hi qui gladiatores Fausiini. Nam quod pleri>
que dicuntur, ut tris extremas syllabas habeant
easdem, CasceUiani^ J^uiliani, Caeciliani;
animadvertant, unde oriuntor, nomiiMi dissimilia
CasceDius, CaeciHus, Aquilius, * Faustus : quod si
esset * Faustius, recte dicerept Fauslianos. Sic a
Scipione qoidam male dicunt Scipiooinos ; nam
tst Scipi^mriOS. Sed, ut dixi, quo<l ab buiusoe-
modi cognominibus raro declinanlBr cognomina,
neque iu osum etiam perducta ; oatant quaedam.
XLlll. 72. item dicunt, cum sit simile stultus
luscus, et dicatur stultus stultior stultis simus ^
non dici luscus luscior luscissimus ; sic iu hoc ge
nere multa. Ad. quae dico ideo iieri, quod natura
nemo lusco magis sit luscus> cum stultior fieri
videatur.
XLIV. jS. Quod rogant quor nou dicamus
mane manius manissime, item dc vesperi ; in tem
pore vere magis et minus esse non potest, ante et
post poteal ; itaque prius est hora prima quam
secunda, non magis hora ; sed magis mane sur
gere tamen dicitur qui primo mane surg^t, quam
qui non primo. At eiiiiu dies non polesl esse ma
gis quam mane; itaqua ipsum boc quod dicitur
magis, sibi non coustal, quod magis mane aigni-
dcal primum onum, ma^is s^espere novissimum
vesper.
XLV. 74 abhuiusceinodi similitudinibus
riprehendilur atoalugia, quod, cum ait auus cadu
luoghi e per aequa cbe vi scaturiva, tolsero a
frequentare le fonti termali, essendo buone quali
per uu morbo e quali per un altro, e per varie
le fonti di cui usavano, in Pozzuoli, in l'oscana
ed altrove, le chiamarono nel numero del pi
aquae caldae^ amiche in quello dell' uno. L
scale poi, traendo il nome da scaudere, sarebbe
stato piuttosto da farne carico se si fossero nomi
nate nel numero dell' uno; mentre Torigiuc della
parola, nou salendo&i che di gradino in gradino,
voleva il contrario.
XLll. 70. Auche ne'* casi dicono zoppicare
l'analogia, perch alcuni nomi hanno il solo ret
to, altri i soli obliqui; mentre, com' loro avviso,
in tulli ci dovrebbero essere e questi e quello.
Ala vale anche qui la solita risposta che, dove
mancii la natura e uso della cosa, cessa insieme
analogia.
71. Lo stesso dicasi della declinazione de' vo
caboli da nominativo a nominativo ; tuttoch non
partasi presso che mai dalla regula senza una giu
sta ragione, come pu vedersi ne' gladiatori delti
Fausiini. Poi eh ben vero che la pi parte
degli altri s chiamano con desinenza diversa Ca-
scelliani^ Jfuiliani^ Caeciliani; ma da notare
che son por diverse le origini Cascellius^ Cae
cilius^ Jguilius, t Faustus: che se il nome fosse
stalo Faustius^ allora s che avrebbero dovuto
dirsi Faustiani Cos da Scipione akuni (anno
nsalamente Scipionini; perch si dee dire Sci
pianarii. itf a nomi proprii da nomi proprii, come
ho gi dello, nou se ne Iraggon che rari, n son
tanto in oso ; sicch alcuni ondeggiano#
XLlll. 72. Domandano pui per qual ragione
ni luscus u taol'allri addicttivi, non si declinino
per gradi; mentre stultus^ cbe pur simile a
scusy ia stultiar e stultissimus. Ci viene, ri
spondo io, perch, dicendosi luscus obi devo
d' un occhio, iu ci la natura non comporta gra
di *. bens nella slolteakza ba luogo il pi ed il meno.
XLIV. 7^ Anche a quelli che vorrebbero
gradi negli avverbii mane e vesperi^ similmente
rispondo che nel tempo non prende veramente
luogo il pi ed il meno, ma il prima e il da poi ;
onde la prima ora rispetto alla seconda chiamasi
antecedente^ e non pi ora dell' altra. Tultavia di
chi levasi su'l primo fare del giorno, usiamo dire
eh ei sorge magis /isa/ie,cio pi di buon mattino,
che non chi si levs a d fallo : ma propriamente
nel giorno pi cbe di mattina non vi pu euere ;
ch sarebbe ntte, e non gi mattina. Ondech
questo uso medesimo di magis nou ha costanza ;
poich magis mane dinota il principio della mat
tina, e magis vespere invece il fine della sera.
XLV. 74 Anche Be' diminutivi Irovan difetto
d* analogia ; perch, essendo simili anus e cadus
271
. TLKLNll VAKRONIS 2 9 2
timile et lit ab uu anicula anicilla^ cado duo
reliqua nou sini propagata ; aie nou dicalur a pi-
icioa, pitdnula, piscioilla. Ad huiuMemod foca-
bula aoalogias eue^ ut dixi, ubi inagotudo ani-
roadverteada tit in unoquoque gradu, eaque sii
io U8UcominnDi, ut est cista cistula cistella et
canis catulus catellus^quod io pecoris usu esi.
Itaque coosuetndo frequeotius res in bioas di fidi
partcis ut maius et mious ; ut lectus et lectulus,
arca et arcula^ sic alia.
XLVl. 75. Quod dicuDt casus alia uon habere
rectos, alia obliquos, et ideo noo esse analogias,
falsum est. Negant habere rectos, ut io hoc frugi*
frugi frugem^ il em colis coli colem ; obliquos
non habere, ut iu hoc Diespiter Diespitri Diespi
trem, Maspiter Maspitri Maspitrera.
76. Ad haec respondeo et priora habere no
minandi, et pusteriora obliquos. Nam et frugi re
ctus est natura frux ; atsecundum consuetudinem
dicimus, ut httec avis, hec oys, sic hsKC frugis.
Sic secundum naturam nominandi est casus cois,
secundum consuetudinem colis; cum ulrumque
couveoiat ad analogiam, quod e( id quod in con
suetudine non est, quoiusmodi debeat esse appa
ret, et quod est in consuetudine nunc in recto
casu, eadem est analogia ac pleraque qoae ex mul
titudine cum transeunt in singulare, difficulter
efferuntur ore. Sic cum transiretur ex eo quod
dicebatur hae oves, ona non est dicta ous, sed
additum I ac factum ambiguam verbum, nomi*
nandi an patrici esset casus, ut ovis et avis.
77. Sic in obliquis casibus cor negent esse
Diespitri, Diespitrem, non video, nisi quod mi
nus est tritum in consuetudine quam Diespiter :
quod nihili argumentum est ; nam tam casus qui
noo tritus est, quam qui est. Sed esto in casuum
serie alia vocabula non habere nominandi, alia de
obliquis aliquem : nihil enim ideo, quo minus siet
ratio, percellere poterii hoc crimen.
78. Nam ut signa quae non habent caput aut
aliam quam pariem, nihilominus in reliquis mem
bris eorum esse possunt analogiae; sic iu vocabu
lis casuum pouunt item fieri, ac reponi quod
aberit, ubi patielur natura et consuetudo : quod
nonnunquam apud poetas invenimus factum, ut
in hoc apud Naevium in Clastidio :
yita insepultmy laetus in patriam redux.
di quello abbiamo i due gradi inferiori anicula
ed anicella ; ma non li abbiamo di cadus^ n
tampoco di piscina e d'altri. Rispouder ci che
ho detto altre volte, che anche iu queste voci I V
nalogia noo vale se non doye occorra notare la
grandezza della cosa in tulli i suoi gradi, e se ne
faccia comunemente uso. Cos delle ceste; onde
dicesi cista^ cistula^ cistella: cos de'cani che,
servendo all uso de' greggi, hanno parimente i
tre gradi canis^ catulus^catellus. Ma solitamente
baslan due gradi, ticch distinguasi il maggior
dal minore, come lectus da lectulus^ arca da ar-
cii/a, e somiglianlL
XLVI. 75.11 dir poi che ad alcuni nomi man
ca il caso retto, e ad altri gli obliqui, sicch nou
v' analogia ; dir cosa non veni, lo (alti quali
on questi nomi 7 Manca il retto, dicono essi, io
frugis frugi Jrugem e colis coli colem ; manca
no gli obliqui in Diespiter e Maspiter.
76. N i due primi nomi, rispondo io, difet
tano di nominativo, n di casi obliqui i secondi.
Il nominativo naturale di frugis kfrux : ma se
condo uso diciamo Jrugis, al modo di as^is ed
o\fis. Cos deir altro il vero nominalivo sarebbe
cols ; usitato eolis : ma n uno n lUo
ripugna all' analogia { perch, se il primo 000 s
usa, per chiaro qual dovrebb' essere ; e quello
che s* usa ora, segue la regola di tanl' altri nomi
che, nel passare dal numero dei pi a quello del-
uoo, darebbero aspro e diffidi soono. Cos da
oves volendosi fare il nominativo nel numero
deir uno, non si <lisse oui, ma ovisy tuttoch po
tesse confondersi col genitivo che parimente o\^is.
77. N veggo perch si neghino i casi obliqui
Diespitri, Diespitrem^ te 000 perch meno usi-
tati di Diespiter: ma questo argomento da nul
la ; perch il farsene poco o molto uso non toglie
che non siano ugualmente casi. Ma concedasi pure
che vi sia qualche vocabolo, a cui nella serie dei
casi ne manchi alcuno, a chi il retto, a chi qual
che obliquo. Questa mancanza non guasterebbe
punto, sicch non reggesse analogia.
78. Poich a quel modo che in una statua,
V aver mozzo il capo o qualch'altra parte, non Fa
s che la proporzione non resti nelle altre mem
bra ; cos ne' vocaboli b mancanza di qualche
caso non toglie che possano ragguagliarsi gli altri,
e restituire quei che vi mancano, in quanto il pa
tiscano la natura 0 oao ; come reggiamo aver
fatto alcune volle i poeti. Cos da' casi obliqui
trasse Nevio il nominativo redux in quel luogo
del Clastidio, ove dice :
Lieto con 1' alma
Al sepolcro fuggita ia patria torna.
DE LINGUA LATINA LIB. I X,
XLVIL 79. Hem reprebcndaul, qaod dicatar
haec struesy hic Hercules^ hic homo ; debuisset
eoim dici, fi esiet aoalogi, haec stroi, hic Hercal,
hic homeQ. Haec osteDduot non analogian non
eise, scd obliqao casui non habere capul ex ma
analogia ; naiB al si in Alexandri stalua imposue
ris caput Philippi, membra conTeniant ad ratio
nem, Hcel ad Alexandri membrorum simolacmm
caput quod respondeat id non sii. Non, si quis
tunicam in asa ita consuit at altera plagula sit
angostis cUt s, altera latis, utraque pars in suo
genere caret analogia.
XLVIll. 80. llem negant esse analogias, quod
alii dicunt cupressus^ alii cupressi: item de ficis,
platanis et plerisque arboribus, de quibus alii
extremam US, alii EI faciunt. Id est falsom; nam
debent dici Ii et I fic i ut nummi, quod est ut
nummi fici, ut nummorum ficorum. Si essent
plores ficus, essent ut niauus diceremui, ut ma
nibus, sic ficibns, et, ut manuum, sic ficaum ; ne
que has ficos diceremus, sed ficus, ut non manos
appellamus, sed * manas ; nec * consuetudo di
ceret singularis obliquos casus huius fici neque
hacfico^ ut non dicit huius mani, sed huius ma-
nus^ et hac mano, sed hac manu.
XLIX. 81. Etiam illud putant esse causae
quor non sit analogia, quod Lucilius scribit :
Decussi^
Sivt decussibus est.
Qui errant, qaod Lucilius non debuit dolMlare,
quod utrumque. Nam in aere usque ab asse ad
centussis numerus aes adsignificat, et eius numero
finiti casus omnis a dupondio sunt, quod dicitur
a multis duobus modis hic dupondius et hoc du
pondium^ ut hoc gladium et hic gladius. Ab tres
sibus virilia multitudinis hi tresses^ et His tres
sibus conficto ; singulare Hoc tressis habeo, et
Hoc tressi conficto : sic deinceps ad centussis.
Deinde numerus aes non significat.
$a. Numeri qni aes non significanli, osque a
qoaluor ad centum, triplicis habent formas, quod
dicontur hi quatuor, hae quatuor, hacc quatuor :
quom perfentum est ad miliarium, assumit sin-
M. Teb. Vabbobb, dbl l a l ihgda l at iba.
XLVll. 79. Un altro argomento per negare
analogia Ireggono dai nomi strus^ Hercules^
homo^ perch dofrebbesi dire strus^ Hercul^
ed homen. Ma che significa questo ? Forse che
non t ' analogia? No, ma soltanto che in questi
nomi i casi obliqui non hanno il proprio retto
corrispondente. Cos per esempio, se dalla statua
di Filippo si mutasse il capo in quella d'Alessan
dro, ci non guasterebbe che le altre membra non
istessero in proporzione fra loro, bench il loro
capo non sarebbe quello. E chi si facesse una tu
nica con larghe liste da una parte, e strette dal-
altra ; ci non ostante ciascuna parte avrebbe
analogia nel suo genere, quella con le laticlavie,
questa con le angusticlavie.
XLVIII. 80. Negano inoltre che sienvi analo
gie, perch nel nomine!ivo plurale altri dice cu
pressus, altri cupressi^ e il medesimo de' fichi,
de' platani e della pi parte degli arbori, che i
loro nomi plurali chi li fa uscire in US e chi in I.
Ma errore di chi non conosce la vera uscita ;
perch al tutto dee dirsi fic i con EI, cio con 1
lungo, al modo di nummi^ stante che i genitivi
sono fici e ficorum,^ al modo di nummi e num
morum. Che se il nominativo plorale ioue ficus,
seguirebbe la regola di manus^ e ficibus
come manibus, e ficuum come manuum^ e lac
cusativo sarebbe ficus^ non /icox, come e manus^
non manos. Cos nel numero dell' uno non s'use
rebbe dire fici e fico, come non dicesi mani e
ma/io, ma bens manus e manu.
XLIX. 81. Si fanno arma a combattere l ana
logia anche di quel passo di Lucilio, ove dice ;
O decussi o decussibus^ qual vnoL
Ma hanno torto, perch Lucilio non vi dovette
far dubbio quando pose ambedue le forme. Poi^
ch ne computi in rame, da un asse a cento, il
numero consignifica a/, ed i varii casi sono tutti
determinati dallo steuo numero, salvo che nei
due aui, che molti dicono dupondius nel genere
del maschio, e molti invece dupondium nel neu
tro, come la spada tanto gladius che gladium.
Dai tre assi in su diciamo nel plurale maschile hi
tresses e simili ; Bis tressibus conficto. Con
vengo per li tre assi, eccetera ; e nel singolare.
Hoc tressis habeo^ Ho questi tre assi ; Hoc
tressi conficto. Contengo per questi tre assL
Cosi con questa regola fino a centussis, cio a
cento assi : di l non s aocorapagna pi al nume
ro la specie aes.
8a. 1 numeri che non dio^no bench
dal quattro al cento non abbiano ch una sola
uscita, servono per a lutti tre i generi^ cio dice
ti Qgaalmente hi quatuor^ hae quatuor ed haec
id
. TERENTI VARRONIS ^76
gelare neotnim, quod didior hoc millt dena
riunty qao muItitodDi fit milia denaria.
83. Qoare, qoom ad analogiai qaod pertineat
non eit ul onioia fimiKa dicantor, aed at in lao
quaeque genere timililer declinentur; ttuUe quae
runt, cur ai et dupondint et trestis non dicanlur
proportione, cum as sit simplex, dupondius fictus
quod duo asses pendebant, tressis ex tribus aeris
quod sit. Pro assibus nonnunquam aes dicebant
antiqui ; a quo diciraus assem tenentes : Hoc aere
aeneaque libra, et Mille aeris legasse.
84. Quare, quod ab tressis usque ad centussis
numeri ex eiusderomodi sunt compositi, eios-
demmodi habent similitudinem ; dupondius, quod
dissimilis est, ut debuit, dissimilem habet ratio
nem ; sic as, quoniam simplex est ac principium,
et unum significat et multitudinis habet suum
infinitum; dicimus enim asses: quos eum finimus,
dicimus dupondius et treisis et sic porro.
85. Sic videtur mihi, quoniam finitum et in
finitum habeat dissimilitudinem, non debere u-
trumque item dici ; eo magis quod in ipsis voca
bulis, ubi additur certus numerus in miliariis,
aliter atque in reliquis dicitur ; nam sic loquon-
tur: Hoc mille denarium^ non Hoc mille denarii,
et Haec duo milia denaria^ non duo milia de
narii. Si esset denarii in recto casu atque infini
tam multitudinem significaret, tunc in patrico
denariorum dici oportebat, et non solum in de
nariis, victoriatis, drachmis, nummis, sed etiam
in virifl idem terrari oporteret, qoom dicimus
iodiciom fuisse triumvirum^ decemvirum^ non
triumvirorom, decemvirorom.
86. Nomen antiqui habent analogias, qood
omnibus est una novenaria regula, duo actus,
tres gradus, sex decuriae, quae omnia similiter
inter se respondent. Regula est numerus novena
rias, quod ab uno ad novem cum pervenimus,
rursus redimus ad unum, et hiac et novem et no
naginta et nongenti ab una sunt natura novena
ria ; sic ab octonaria, et deorsum vertas ad sin
golari ptrveninbl.
(juatuor. Qoando vienti al migliaio, osasi mille
singolare neutro a questo modo: Hoc mille dena
riumy Questo migliaio di danari ; e se ne fa il
plurale milia denaria^ migliaia di danari,
83. Domandare adunque perch as^ dupon
dius e tressis non tengano una medesima regola,
una scioccheria : perch ci che richiedesi alPa-
nalogia non che tutte le voci sgabbiano a dire
in un modo, ma che ciascuna convengasi col pr
prio genere. Ora as parola semplice ; gli altri
due composta : dupondius dall esser due pondi,
cio due assi, in peso ; e tressis dal proprio nu
mero e da aeris^ cio dall' equivalere a tre assi.
Perocch gli antichi usavano qualche volta aes
per asse; donde seguitiamo a dire, tenendo Passe
in mano: Hoc aere aeneag^e libra^ cio Con
questo asse e questa bilancia di rame ; e nei
testamenti mille aeris legasse quanto a dire
Aver lasciato un migliaio d* assi.
84. Quindi che da tressis fino a centussis^
euendo tutti i numeri composti dallo steuo aeris^
seguono anche la stessa regola ; dupondius io
vece, com' formato diversamente, tien anche di
verso modo; ed ai, essendo semplice e primo, ha
tanto il singolare, quanto il suo indeterminato
plurale asses: quando poi si determina il numero
di questi assi, diciamo dupondius se sono due,
tressis se sono tre, e cos avanti.
85. Siccome poi determinato ed indeterminato ti
diflerenzian di genere, non parmi giusto cheTuno
e Paltro si dovessero dire allo steuo modo; tanto
pi che anche nelle migliaia, quando se ne deter
mina il numero. Io stesso nome si dice ahrimeoti
che neir altro caso ; poich d'un migliaio di danari
si dice hoc mille denarium^ non hoc mille dena
rii; e di due migliaia, haec duo milia denaria^
non duo milia denarii. Se si fossero dinotati pi
danari senza determinarne il numero, il nominati
vo sarebbe stato denarii^ e per il genitivo dena
riorum. Che anzi questa differenza fra il plurale
determinato e P indeterminato pu non solo in de-
nariusf in victoriatus^ in nummus^ ma auche nel
nome vir ; ch, parlando de'triumviri o dei de
cemviri, non diciamo iudicia triumvirorum^ ma
triumvirum^ n decemvirorum^ ma decemvirum.
86. Negli antichi numeri v' analogia, perch
procedono tutti con la misura del nove, e si divi
dono in due grandi ordini fra loro simili, con tre
gradi corrispondenti in ciascuno, onde nascono tei
decurie. La misura il nove; perch, quando dal-
uno siamo giunti al nove, ci rifacciamo da capo
alP uno ; sicch nove, novanta e novecento too
d'una stetui natura : cos otto, ottanta e ottoceo-
to, e tutti gli altri corrispondenti, finch vienti
alPuno, cio ad una sola uniti, ad una tela dedoa,
a un tol centinaio.
377
DE LINGUA LATINA LIB. IX. 9 7 8
87. Aclof primoa est ab uno ad noagenU, se
cando! a mille ad nongenla milia. Quod idem
valebat unam et mille, uirumqoe lingulari nomi
ne appellatar ; nam, ut dicilar hoc unum^ haec
duOy ^sic hoc mille^ haec duo * milia^ et sio
deiuceps muUiladinis in duobus aclibus reliqui
omnes item numeri. Gradus singularis est in utro
que actu ab uno ad novem ; denarius gradus a
decem ad nonaginta; ccnlenariui a centum ad
nongenta. Ita tribns gradibus mx decuriae fiunt,
tres miliariae et tres minores. Antiqui his numeris
fuerunt contenti.
88. Ad hos tertiam et quartam actum adicien-
tes minores, imposuerant vocabula, non quae ra
tione, sed tamen non contra eam, de qua scribi
mus, analogian. Nam deciens cum dicatur hoc
deciens ut mille hoc milicy ut sil utrumque sine
casibus vocis ; dicemus, ut hoc mille huius mil
/e, sic hoc deciens huius deciens ; neque eo mi
nus in altero, quod est mille, praeponemoi hi
milUy horum mille.
L. 89. Quoniam in eo est nomen commane
quam vocant ^^ obliqui casos ab eodem
capite, cbi erit %^ qao minus dissimiles
fiant analogia non prohibet. Itaque dicimus hic
ArguSy cum hominem dicimus ; cum oppidum
Graecanice hoc Argos^ cum Latine Argi. Item
faciemus, si eadem voi nomen et verbum signi
ficabit, nt et in casus et in tempora dispariliter
declinetur, ut faciamus a Me/o, qood nomen est,
MetoniSy Metonem ; quod verbum est, metam
metebam.
LL 90. Reprehendunt, cam ab eadem voce
plura sunt vocabula declinata, quas
appellant ; ut Sappho * Sapphoni et Sappho^ *
et Alcaeus Alcaeoni^t\ AlcaeOytic Gerjon Ge
rjoni et Geryonae. In hoc genere, quod casns
perperam permutant quidam, non reprehendant
analogian, sed qui eis ntuntur imperite. Quod
quisque caput praehenderit, sequi debet eius con
sequentis casas in declinando, ac non tacere, cam
dixerit recto casu Alcaeus, in obliquis dicere Al-
caeoni et Alcaeonem : quod si miscuerit et non
secutus erit analogias, reprehendendus.
Lll. 91. Reprehendunt Aristarchum, quod
haec nomina Melicertes et Philomedes similia
neget esse, qood vocandi casos habet alter Bfeli-
87. Dei dae grandi ordini il primo da uno
a novecento, altro da mille a novecentomila )
ed per questa conformiti dell'uno col mille,
che ambedue hanno nome singolare. Perch al
modo stesso che dicesi hoc unum, haec duOy di
cesi anche hoc miVe^ haec duo milia, e cos se
guitando sempre nel namero dei pi tanto nel-
Tuno, quanto nell* altro ordine. In ambedae v'ha
tre gradi, il primo di unit da uno a nove, il se
condo di decine da dieci a novanta, il terzo di
centinaia da cento a novecento. Cosi tutti i nu
meri sono ordinati in sei decarie, tre minori, e
tre millenarie. Gli antichi non andaron pin l.
88.1 moderni poi, aggiongendo a questi due
altri ordini, non osservarono, vero, nei nomi
dati intera regola degli altri ; ma non ascirono
nemmeno in tutto da quella proporzionalit, di
cui parliamo. Perocch usandosi il deciens neu
tralmente, siccome mi7/e, e non variandosi n
un n altro per casi ; potremo dire hoc de-
cienSy huius deciens^ come hoc milUy huius
milUy e ci non ostante nel secondo ordine, che
del mille, si potr premettere hi mille, horum
mille.
li. 89. Allorch un nome medesimo comune
a cose diverse, l'analogia non divieta che da qoella
origine equivoca, per qaeslo appunto eh' equi
voca, si traggano casi obliqui dissomiglianti. Cosi
per togliere equivocazione, essendovi un Argo
uomo e un Argo citt, dell'uomo diciamo hic
Argus, e della citt hoc Argos alla grechesca o
Argialla latina. E non altrimenti avverr, quando
una voce medesima sia tanto nome che vecbo ;
poich declinata piglier due forme diverse, l'un
di tempi e l'altra di casi ; come, per cagion d'e
sempio, da Meto, in quanto nome, facciamo Me
toniSy Metonem, ed in quanto verbo, metam,
metebam,
LI. 90. Tassano inoltre quelle che con greco
nome si chiamano sinonimie, cio quando una
sola voce declinasi in pi modi diversi ; come
Sappho che fa Sapphoni e Sappho, Alcaeus che
fa Alcaeoni ed Alcaeo, Geryon che fa Geryoni
e Geryonae. Ma quanto a ci, se alcuni scambia
no forme appartenenti a ceppi diversi, non se ne
dia biasimo all* analogia, ma a costoro che non
sanno usarle. Ch qualunque il ceppo, a coi ci
appigliamo, ragione che ci attenghiamo ad esso
in lutti i casi che ne discendono ; e quando s'
detto Alcaeus nel nominativo, non dicasi poi
Alcaeoni ed Alcaeonem ne' casi obliqui. Chi fa
tali miscogli e non segue analogia, egli che
merita il biasimo.
LII. 91. Riprendono Aristarco perch neg
che Melicertes e Philomedes sieno nomi simili,
(oeado o d o nel vocativo MelicertOy e altro
79
. TERENTI VARRONIS a8o
certa, ilter Philomedet : sk qui dicat lepus t
lupus non esse simile, quod alterius Tocandi ca
sus sit lupe, alterius lepus ; sic socer^ macer^
quod in transitu fiat ab allero trisyllabum soceri,
ab altero bisyllabum macri.
ga. De boc etsi sopra responsum esi, cum dixi
de lana, hic quoque amplius adiciam similia non
olnm a facie dici, sed etiam ab aliqua coniuocla
vi ct potestate, qnae et oculis et auribus latere
soleant; itaque saepe gemina facie mala negamus
esse similia, si sapore sunt alio : sic equos eadem
facie nonnullos negamus esse similis, si nationes
ex procreante dissimilis.
93. Itaqne in hominibus emendis, si natione
alter est melior, emimus pluris; atque in hisce
omnibus similitudines non sumimus tantum a
figura, sed etiam aliunde, ut in equis aetas, ut in
OTS cuinsmodi faciant pullos, ut in pomis quo
sint succo. Si igitur idem sequitur in similitudine
erborum quis, reprehenduodum non est.
94. Quare dissimilitudinum discernendarum
causa nonnunqoam ut pronomen assumitur, sic
casum aliquem assumi ; ut in bis nemus, lepus,
hic lepusy hoc nemus^ itaque discedunt ac dicun
tur hi lepores^ haec nemora ; sic aliud si quid
assumptum erit extrinsecut, quo similitudo peni-
tns perspici possit ; non erit remotum a natura :
neque enim magnelas lapides duo, inter se simi
les sint necne, perspicere possis, nisi minulum
xtrinsecus prope apposueris ferrum, quod simi
les lapides similiter ducunt, dissimiliter dissimiles.
95. Quod ad nominatuum analogian perlinet,
ita declinatum arbitror, ut omnia quae dicuntur
contra, ad respondendum ab his fontibus sumi
possit.
LUI. Quod ad verborum temporalium ratio
nem attinet, cum paries sint quatnor, temporum,
personarum, generum^ di?isionnm, ex omni parte
quoniam reprehendunt, ad singula respondebo.
LIV. 96. Primum quod aiunt analogias non
ervari in temporibus, cum dicant legi lego le
gam et sic similiter alia ; nam quae sint ut legi
perfectum significare, duo reliqua lego et legam
inchoatum; iniuria reprehenduut. ex eodem
genere et ex divisione idem verbum, quod sum
ptam est, per tempora traduci potest, at disc-
Philomedes ; medesimaraente chi dice che le
pus e lupus non sono simili, discordando i lor
vocativi lepus e lupe^ e che non sono neanche
simili socer e macer^ stante che nel passare dal
caso retto agli obliqui uno diventa soceri tr
sillabo, e altro macri dissillabo.
93. Quanto a ci, s' gi risposto sopra con
Tesempio della lana gallica e della pugliese : pure
dir qui per giunta che la somiglianza non si giu
dica soltanto a vista, ma che vi li dee tener conto
anche d' una certa affinila di natura e di virili, che
solitamente si cela all' occhio e all' orecchio ; e
per due poma che sian tult'uno a vederle, non
di meno, come spesso incontra, le diciam dissi
mili, se hanno sapor differente; ed alcuni cavalli
che occhio dice gemelli, neghiamo che sieno
simili, se differiscon di razza.
93. Cosi anche nel comperare gli schiavi,
guardiamo alla nazione, e quanf migliore, pi
li paghismo ; e in tutte queste cose non pigliamo
le somiglianze solo dal di fuori, ma anche da al
tre parli, qual ne cavalli l et, nelle nova i pul
cini che danno, nelle poma il sugo. Che se qual
cuno lien la medesima regola nelle somiglianze
delle parole, chi lo potr biasimare l
94. Il ricorrere adunque a qualche caso per
discernere le dissomiglianze de nomi, in quella
guisa che ricorriamo alcune volte alParticolo, co
me in lepus e nemus^ che siccome portano uno
articolo maschile e altro il neutro, cos li ve
diamo poi dilungarsi, e nel nomiuativo plurale
l uno far lepores e l altro nemora; il ricorrer
dico in questa guisa medesima a qualche al Ira
cosa di fuori, con cui si possa scandagliare pi a
fondo la somiglianza, sar anzi tanto quanto se
guir la natura. Poich in qual modo potresti tu
vedere se due caiamite sieno simili o no, senza
appressar loro di fuori qualche minuzzolo di fer
ro, essendo naturai legge che le simili il traggano
similmenle, e le dissimili dissimilmente?
95. Per ci che lagguarda l analogia de no
mi, credo d averla sin qui difesa in maniera che
non siavi obbiezione fallale, a cui da queste fonti
medesime non si possa trar la risposta.
LUI. nder adunque all analogia de* verbi ;
e poich son quattro le cose che v hanno luogo,
tempi, persone, generi, divisioni, ed io ciasche
duna trovan che opporre, risponder a cosa per
cosa.
LIV. 96. Dicono in prima che 1 analogia non
serbala nei tempi, perch legi (e il medesimo
d ogni altro verbo) non ha, rispetto al passato,
la natura stessa, che ha lego rispetto al presente,
e legam rispetto al futuro ; stante che legi dinota
azione di gi compita, e gli altri solo incoata. Ma
hanno torto; chpreso un verbo, qual eh esao
a8f DE LINGUA LATINA LIB. IX.
a8a
barn disto diseam^ et eaJein perfecti sic dice
ram^ didici^ didietro.
LV. x qoo licei scire Terbonim rationem
constare; sed eoa qui triura teiaporum Yerba
p r o n u D t l a r e elint, s c i e n t e r id f a c e r e .
97. Itero illad reprehendant, quod dicamus
amor^ amabor^ amatus sum ; d o d enim debuis
se in una serie unum Terbura esse duplex, cum
duo simplicia essent. Neqne ex divisione si unius
modi ponss ferba, discrepant inter se; nam in
fecta omnia simplicia similia sont, et perfecta
duplicia inter se paria in omnibus verbis, ut haec :
amabar^ amor^ amabor; amatus * eram, sum^
ero,
98. Quare item male dicunt /eno, feriam,
percussi; quod est ordo feriam^ ferio^ ferie
bam ; percussi^ percussero^ * percusseram. * Sic
deinceps in reliquis temporibus reprehendenti re
sponderi potest.
LVJ. 99. Similiter errant qui dicant ex atra-
l|ue parte verba omnia commutare syllabas opor
tere, aut nullam, in his : pungo^ pungam^ pu
pugi; tundo^ tundam^ tutudi; diuirailia enim
conferunt, verba infecti cum perfectis. Quod li
infecta modo conferrent, omnia verbi principia
incommutabilia videreutar, ut in his : pungebam^
pungo, pungam; et contra ex utraque parte
commutabilia, si perfecta ponerent, ut pupuge
ram^ pupugi^ pupugero.
LVII. 100. Item male conferant/mi, Jum,
ero ; quod f u i est perfectum, cuius series sibi, ut
debet, in omnibus personis constat, quod est fue~
ramy fuif fuero. De infectis, sum quod nunc di
citur, olim dicebantur esum, et in omnibus per-
sonu constabat; quod dicebantur esum es est,
eram eras eraty ero eris erit. Sic huiuscemodi
cetera servare anaiogian videbis.
LVllI. 101. Etiam hoc reprehendunt, quod
quaedam verba oeque personas habeot ternas ne-
sia, pu farsi passare per tutti tre i tempi, senta
mai uscire dello stesso genere e della stessa divi*
sione. Cosi discebam^ disco^ discam dinotano
rapprendere nei tre vrii tempi, come atiooe in-
coata ; didiceram^ didici^ didicero, come azione
compita.
LV. Onde pu vedersi che v' ha una regola
costante quanto ai tre tempi, solo che non se ne
falli la scelta.
97. Trovano mendo anche nel ternario passi
vo amor^ amabor^ amatus sum^ perch non
avrebbe dovuto esservi in una serie sola una sola
voce composta, mentre le altre due sono sempli
ci. Ma anche qui Terrore sta nella scelta ; peroc
ch pigliando*tutte e tre le voci da ona divisione
medesima, si troveranno conformi; tutte e tre
parimente semplici nei tempi imperfetti, e tutte
e tre parimeute composte nei perfetti. Semplici
infatti sono amabar^ amor^ amabor^ che nolano
cosa incoata nei tre vari! tempi ; composti aH'in-
contro amatus eram^ amatus sum^ amatus ero^
che notano cosa compiuta.
98. Il medesimo errore fanno dicendo ferio^
feriam^ percussi ; perch l ordine feriam^ f
rio^ feriebam ; percussi, percusseram^ percus
sero: onde, sebbene il verbo ferire sia difettivo
e debba ricorrere sd altro verbo, non di meno
conserva intera la proportionalit in ciascuna di
visione. Nella stessa maniera si pu rispondere
alle obbiezioni che fanno per gli altri tempi.
LVL 99. Similmente s'ingannano, allorch
vengono in campo con queste serie: pungo^pun^
gam^ pmpugi: tundo^ tundam^ tutudi^ perci
che la terza voce si varia, non solo nelPuscita, ma
anche nel principio ; mentre analogia vorrebbe
che la variazione da ambedue le parli dovesse
succedere in tutte e tre le voci o in nessuna. S'in
gannano, dico, perch confrontano tempi fra lor
dissimili, cio i perfetti cun gP imperfetti. Che
se confrontauero imperfetli con imperfetti, ve
drebbero che il principio vi costantemente in
variabile, come in pungebam^ pungo^ pungam ;
mentre nei perfetti variabile tanto il principio
che il fine, come vediamo in pupugeram^ pupu
gi, pupugero.
LVll. 100. Cos malsmente confrontano fui,
sum ed ero; perch fui perfetto, e il suo ter
nario fueram f u i fuero, in cui tutte le voci e
le persone concordano. E qoanto a' tempi imper
fetti, da notare che in cambio di sum dicevasi
anlicamenle esum^ e per v era costanza in tutte
le persone e le voci : poich dicevasi esum es est,
eram eras erat^ ero eris erit; e similmente nel
le altre forme corrispondenti.
LVin. l o i . Ci oppongono inoltre che qual
che modo non ha n tutte tre le persone n tatti
a63
. TERENTI VARRONIS
qne lempor lema. Id imperite reprehendonl,
ui si qais reprehendat nataram, qaod non oniat-
modi finxerit animalis omois. St enim natara non
omnes formae Terbomm terna habeant tempora,
ternas personas ; non habeant totidem verborum
divisiones. Qaare, eam imperamus, natara quod
infecta verba solum babel, cum el praesenti et
absenti imperamus, fiunt terna, ut ege^ * legitOy
legat ; perfectum enim imperat nemo. Contra
quae non * sunt imperandi, ut lego legis legit^
novena fiant terba infecti, novena perfecti.
LIX. 102. Quocirca non si genus cum gene
re discrepat, sed in suo quoiusque genere si quid
deest, requirendum. Ad haec addita si emnt ea
quae de nominatibus supra sunt dicta, facilius
omnia solventur. Nam ut illic ex senis caput re
ctus casus, sic hic in (orma est persona eius qui
loquitur, et tempus praesens, ut scribo, lego.
i o3. Quare, ut illic fil, st hic item acciderit
in formula, ut aut caput non sit aut ex alieno
genere sit ; proportione eadem, qoae illic, dici
mus, quor nihilominus servetur analogia : item,
licut illic, caput suum non * habebit, et in obli
quis casibus transitio erit in aliam quam for>
mulam ; qua assumpta, reliqaa facilius possunt
videri verba unde sint declinata. Fil enim ut re
ctos nonnunquam sit ambiguus, ut in hoc verbo
volo^ quod id duo significat, unum a voluntate,
alterum a volando; itaque a volo intellegimus et
volare et velle.
LX. io4 Quidam reprehendunt quod pluit
et luit dicamus in praeterito et praesenti tem
pore, cum analogiae sui cuiusque temporis verba
debeant discriminare. Falluntur, nam est ac pu
tant aliter ; quod in praeterito U dicimus -
gora, pluit^ luity in praesenti breve, pluit^ luit ;
ideoque in venditionis lege fundi ruta caeSa ita
dicimus ot U producamus.
LXI. io5. Ilem reprehendunt quidam, quod
putant idem esse sacrifico et sacrificor^ et /a-
vat et laifatur; quod sit an non. nihil commovet
analogian, dum sacrifico qui dicar, servet sacri
ficabo et sic per totam formam, nec dicat sacri
ficatur aut sacrificatus sum ; haec enim inter
se non conveniunt.
tre tempi. Stolta aceosa ; come se ti rimprove-
raue la natura di non aver fatto tutti gli animali
ad un modo. Imperciocch se alcune forme de'ver
bi non hanno in natara i tre tempi e le tre perao-
ne ; non neanche possibile che le divisioni ab
biano tutte uu egual numero di voci. Onde nel-
imperativo, non avendovi luogo per sua natara
che ioli tempi imperfetti ( poich cosa di gi com
piuta non si comanda ), e due potendo essere le
persone, a cui si comanda, cio tanto un presente,
quanto un lontano; nascono quelle tre voci e non
pi, come lege^ legito^ legat. Negli altri modi al-
incontro, dove non si comanda, si fan nove voci
di tempi imperfetti, e nove di perfetti.
LIX. 103. Vi sarebbe adunque difetto, se con
siderato il genere in s, vi si trovasse mancar qual
che cosa ; non per differenza che abbia da altri
generi. Che se uniscasi a questo ci che ho detto
sopia rispetto ai nomi, sar vie pi facile lo scio
gliere qualunque nodo. Poich, come ivi fra' sei
casi il ceppo il retto; cosi qui nella coniuga
zione del verbo il ceppo la prima persona di
tempo presente, come scribo^ lego.
i o3. Onde se accada anche qui, come talvolta
nei nomi, che il ceppo manchi o che sia d'altra
natara ; applicando al fatto de'verbi ci che ab-
biam detto de' nomi, affermiamo che ci non
ostante v' analogia. Soltanto si dovr dire an
che qui che manca il ceppo corrispondente, e che
qnei rami appartengono ad altra pianta ; suppo
sta la quale, apparir chiara la lor formazione.
N gi insolito il caso che per determinare il
ceppo si ricorra ai rami ; che ci pur fassi di ne
cessit quando il ceppo ambiguo, come avviene
in Qoloy che tanto pu dinotar il volere, quanto
il volare.
LX. to4. Alcuni colgono cagione da ci che
pluit e luit e somiglianti servono insieme e al
passato e al presente, mentre l ' analogia vorrebbe
che ciascun tempo diverso fosse contrassegnato
diversamente. Ma s'ingannano, che la cosa al
trimenti da quel che credono, perch, servendo
al passato, questi verbi prolungano la vocale U,
che breve invece nel presente; e per .nella
vendita de' fondi, se aggiungesi ne' patti 1' ecce
zione del ruta caesa^ noi profferiamo la prima
di queste due parole in modo da farvi quasi sen
tire un doppio U.
LXl. io5. Tassano anche i verbi sacrifico e
sacrificor, lavo e lavor^ perch, a loro credere,
sotto torme opposte significano una cosa stessa.
Sia vero o no, per analogia non fa nulla ; pur
ch presa una Torma, non ci partiamo da quella.
Il coutruto sarebbe se, dopo aver detto sacri
ficOy dicessimo sacrificatur e sacrificatus sum
in cambio di sacrificat e sacrificavi.
i 85 DE UNGUA LATINA LIB. IX. a86
106. Apod Pkalam, cam dict : 106. Vero che io Plaalo, o?e dice :
Piscis ego cr^do^ qui usque dum vivunt lavant^
Diu minus lavari^ quam haee lavat Phrone
sium ;
d lavant lavari non convenit, ut 1 lit posire-
mam, led E : iid lavantur analogia lavari red
dit Quod Plauti aut librarii inendum si esi, non
ideo analogia^ sed qui scripsit est reprehenden
dos. Omnino et lavant et lavantur dicitur sepa
ratim recle in rebus cerlis ; quod puerum nutrix
lavaty puer a nutrice lavatur^ nos in balneis et
lavamus et lavamur.
107. Sed consuetudo alterum utrum cum satis
haberet, in loto corpore potius utitur lavamur^
in partibus lavamus ; quod dicimus lavo ma-
nus, sic pedes et caetera. Quare e balneis non
recte dicunt lavi ; lavi manms^ recte ; sed quo
niam in balneis lavor^ lavatus sum sequitur : ut
contra, quoniam est soleo^ oportet dici solui ut
Cato et Ennius scribit, non at dicit folgus soli
tus sum debere dici ; neque propter haec, quod
discrepai in sermone pauca, minus est analogia,
nt supra dictum est.
LXIl. 108. Item cur non sit analogia, asse>
runt quod ah similibus similia noo declinentur,
ut ab dolo et colo ; ab altero enim licitur dola
vi^ ab allero colui: in quibus assumi solet ali
quid, quo facilius reliqua dicantur, at in Myr-
mecidis operibus minutis solet Heri. Igitur in
verbis temporalibus quom similitudo saepe sit
confusa, ut discerni nequeat nisi transieris in
aliam personam aut in tempus ; quae proposita
sunt non esse similia intellegitur cum transitum
est in secundam personam, quod alterum est </0-
las^ alterum colis,
109. liaque in reliqua forma verborum suam
utmroque sequitur formaro. Utrum in secunda
forma verbum temporale habeat in extrema syl
laba AS an IS aut ES, ad discernendas dissimili
tudines interest: quocirca ibi potius iodex ana
logiae quam in prima, quod ibi obstrusa est
dissimilitudo, ut apparet ia bis: meo, neo^ ruo;
ab his enim dissimilia funt transitu, quod sic
dicuntur : meo, meas ; neoy nes ; ruOy ruis ;
quorum unumquodque suam conservat similitu
dinis formam.
Neanche i pesci che nel bagno tutta
Consumano la vita, non cred'io
Che stien tanto a bagnarsi, come questa
Fronesia ;
nel senso di bagnarsi, leggiamo prima lavant^ e
poi lavari^ quantunque uniformit chiedereb
be che parimente nel primo luogo si dicesse la
vantury o nel secondo lavare. Ma da chiunque
sia provenuto errore, o dal copista, o da Plau
to ; certo la colpa non dee cadere su analoga,
ma su lo scrittore che err. Difgiuntamente pu
dirsi, secondo i casi, tanto lavant^ quanto lavan
tur ; poich della balia che lava il iauciullo si
dir puerum lavata o pauivamente puer lava
tur^ e del lavarsi che facciamo ne'* bagni pu stare
ugualmente e lavamus e lavamur.
107. Tuttavia uso, bastandogli o una o
altra di queste forme, dice pi volentieri lava
mur di tutto il corpo, e lavamus di qualche par>
te, come sono le mani, i piedi od altre membra.
Onde il dir /api, parlando de bagni, non retto
uso ; giusto lavi manus; ma del bagnarsi, come
il presente lavor^ cosi il pastaio dovrebbe es
sere lavatus sum. Per la ragione medesima, es
sendo il verbo soleo e non soleor^ dovrebbe in
vece far il passato soluti come troviamo in Cato
ne e io Ennio, e non gi solitus sum^ come a* usa
ora Ma poche ecceiioni, che sMucontran nel-
USO) non butano a togliere l'analogia,come ho
detto sopra.
LXll. 108. Nuova guerra alPanalogia fanno
dicendo che da parole simili cadono forme diui-
mili ; quali sono i due passali dolavi e co/ai, tut
toch discesi da dolo e colo che son similiuimi.
In queste cose avviene come nei minuti lavori di
Mirmecide, che a ben discernerli bisogna aiutarsi
con qualche ingegno ; perocch spesso ne' verbi
la somiglianza confusa, n si pu distinguere
senaa passare a qualche altra persona o tempo.
Cosi i due verbi allegati si vede chiaro che non
sono simili, quando si passa alla seconda persona,
che neir uno dolaSy nelP altro colis.
109. Onde poi ciascuno segue la sua propria
via in tutto il resto della coniugaxione. I/ uscita
della seconda voce del verbo ; secondocb sia o
AS o IS o ES, quasi il lutto per dislioguere le
dissomigliarne, tanto che indizio deir analogia
da cercare pi in questa che nella prima voce,
dove la dissomiglianza non mai aperta. Eccoti
prova nei verbi meo, iteo, rao, che nel passaggio
si manifestano subito come dissimili, facendo
uno meas^ altro nes^ il terzo ruis^ e procedo
no poi sempre con questa regola.
d87
. TERENTI VARRON15 a88
LXliJ. 1IO. Analogian item de hit quae ap-
pellantor participia, reprehendanl mulla iniuria;
naro non debent dici terna ab ingulia verbis
amaturus^ amans^ amatus^ quod est ab amo
amans et amaturus^ ab amor amatus. Illud
analogia quod praestare debet, in suo qnidque
genere habet casus, ut amatus amato et amati
amatis ; et sio in mulieribus amata et amatae :
item amaturas eiusdemmodi habet declinatio
nes; amans paulo aliter; quod hoc genus omnia
sunt in suo genere similia proportione, sic virilia
et muliebria sunt eadem.
LXIV. III. De eo quod in priore libro ex
tremum est, ideo non esse analogian, quod qui
de ea scripserint aut inter se non conveniant, aut
in quibus conveniant, ea non consuetudini ; di
screpant verbis otrimque. Sic enim omnis repu
diandum erit artis ; quod et in medicina et in
musica et in aliis multis discrepant scriptores ;
item in quibus conveniunt, nt scriptis sibi, etiam
re pugnant naturae ; quom, ita ut dicitur, non
lit ars, sed artifex reprehendendus, qui debet in
scribcndo non vidisse verum^ non ideo non posse
scribi vernm.
II a. Qui dicit hoc monti et hoc fonti, cnm
lii dicant hoc monte et hoc fonte^ sic alia quae
duobus modis dicuntur^ com altemm sit verum,
alterum falsum, non uter peccat tollit analogias,
sed uter recte dicit, confirmat : et quemadmodum
is qui peccat in his verbis, ubi duobus modis di
cuntnr, non tollit rationem cum sequitnr falsnm ;
sic etiam in his quae non duobus dicuntur, si
quis aliter putat dici oportere atque oportet, non
scientiam tollit orationis, sed suam inscientiam
denudat.
LXV. 113. Quibus rebus solvi arbitraremur
posse quae dicta sunt priori libro contra analo
gian, ut potui, brevi percucurri. Ex quibus si id
confecissent quod volunt, ut in lingua Latina
esset anomalia, tamen nihil egissent ideo quod in
omnibus partibus mundi utraque natura inest,
quod alia inter se similia *, alia dissimilia * sunt.
Sicut in animalibus dissimilia sunt, ut equus, bos,
ovis, homo, item alia ; et in unoquoque horum
genere inter se similia innumerabilia. Item in
piscibus dissimilis natura muraena lupo, is soleae,
haec mnraenae et mustelae, sic aliis, ut maior ille
numerus sit similitudinem earum quae sunt le-
paratim in mnraenis, separatim in asellis, sic in
generibus alii>.
LXIII. ii o. Hanno pur grate torto qoando
combattono analogia ne' participii ; perch non
vero che cisscun verbo ne debba aver Ire al
modo di amaturus^ amans., amatus^ poich i
due primi appartengono al verbo attivo, e il terxo
al pauivo. bens dovere d'analogia che ciascun
di loro si declini per generi e essi regolarmente;
e questo il vediamo fare per appunto in ama
turu^ e amatus. Che se 1*altro participio amans
si diparte alquanto dal modo di que*due; ci
avviene, perch lutti i nomi di questa fatia hanno
una sola declinazione, comune al maschio e alla
femina.
LXIV. I l i . Quanto alP altra obbierione che
ci hanno fatto sul fine dell' antecedente libro,
cio non esservi analogia perch gli autori che
ne trattarono o discordan fra loro, o pooiam che
s*accordino, ne discorda l uso; sono in contrad
dizione con s medesimi. Poich a questo modo
converrebbe negare qualunque arte, perch an
che nella medicina e nella musica ed in moli' al
tre varian gli autori, e come variano ne' loro
scritti, cos anche do?e consentono, hanno con
traria nel fatto la natura ; e pure di cosi fatti eoo-
irasti ci vanno cantando che non si dee dar cari
co alParte, ma s all^artista, di coi s' avr a dire
che non vide il vero, e non gi che non si possa
scrivere il vero per eh' ei non lo scrisse.
Ila. Se alcuni dicono nelPablativo monti e
fonti., ed altri monte e /on/e, e cosi altrettali
nomi di doppia uscita ; estendo una la buona, e
falsa Tal I r a , non ne viene che chi segue b falsa
distrugga l'analogia, ma bens la conferma chi
segue la buona. siccome chi falla in queste pa
role di doppia desinenza non toglie via la regola
colano fallare; cos anche dove la desinenza
una sola, chi falla nel porla diversa da quel che
dev' essere, non nuoce alla scienza dal favellare,
ma scopre la propria ignoranza.
LXV. I l 3. Ho scorso rapidamente, come ho
potuto, ci che mi pareva bastante a sciogliere
gli argomenti recali nell'altro libro contro l ana
logia. Ma quando pure qn^gli argomenti fossero
riusciti a provare ci che gli avversarti pretendo
no, che nella lingua latina v ha anomalie ; noa
avrebbero fatto nessun profitto; ch non parte
del mondo, dove non regni analogia insieme e
anomalia, essendo tutte le cose parte simili e
parte dissimili. Cos negli animali terrestri tro
viamo spezie dissimili, quali sono il cavallo, il
bue, la pecora, uomo e tant'altre ; e in ciascona
spezie ' ha individui simili senza numero. Nella
stessa gnisa, fra i pesci la morena non somiglia al
lupo, n il lupo alla sogliola, n la sogliola alla
morena o alla mustela o ad altra spezie; ma non
s, che il numero delle spezie dissimili oon a
a89
DE UNGUA LATINA UB. IX.
390
114. Quare, cum io decIDationibus ?erbonim
namerus sit magnas a dinimilibus verbis ortos ;
qood etiam Tel maior est io qoibus similitodioes
rcperiaolor, confitendum eit esse analogias. Item-
que cum ea ooo molto mioos, qoam in omnibus
Terbis, patiatur oti cootoelodo commuois; fa>
tendom illud, quoqno modo aoalGgian seqoi oos
debere unifersos, singulos aotem praeterquam
qoibos verbis otfensuca sit coosoetodo commu
nis, qood, ot dixi, alind debet praestare popolos,
aliud e populo singuli bomines.
1 15. Neque id mirum est, cum sioguli quoque
non sint eodem iure ; nam liberios potest pota,
qoam orator, sequi analogias. Quare cum hic li
ber id, quod pollicitos est demonstraturus, ab
solverit, faciam finem : proxumo deinceps de de
clinatorum verborum forma scribam.
scarso appo quello degi' individoi simili che tono
nelle morene, negli asioelli e in ogni altra anezie
separatamente.
114. Per la qoal cosa, sebbeoe fra i dfeclioati
ce o' ha di molti che oon somigliaoo alla loro
origine ; tottavia, esseodo maggiore il oumero di
quei che somigliaoo, forza coofessare che v ha
analogie. E siccome il comone oso ci consente di
attenerci all' analogia presso che in lotte le voci ;
convien por coofessare che debito delP ooiver-
sale attenervisi ad ogni modo, e di cuscono io
particolare quaoto il patisca oso comooe ; ch
altro il dover del popolo, altro d' oo iodividoo.
115. N ci dee far maraviglia ; ch gli stessi
iodividoi ooo haono tott egoali diritti, e mag
gior liceoza ha il poeta che oratore, se vool se
guire analogia. Ma per questo libro io mi son
gi sdebitato di quanto aveva promesso ; sicch
ir fine, riservandomi a trattar nel seguente della
vera forma dei declinati.
l em. Va e b o r i , d i l l a l i r o d a l a t i k a .
. TERENTI VARRONIS
DE LI NGUA LATI NA
AD M. TULLIUM aCERONEM
LIBER DECIMUS
I. I. i o Terbornin decHotlionibot ditcipUoa
loqaendi difrimilitadinem to aimilitadiaem -
qoi deberei, malti quaetieronl; cam b hii ratio
quae ab limililadiae oriretur^Tocaretor analogia,
reliqoa pan appelbretar aDomalia. De qoa re,
priore libro, qoae dicereotar qoor dinimilitudi-
Dem daoeiD haberi oporteret, dixi ; fecando con
tra qoae dicerentor qoor potias timilitodioem
coDYeniret praeponi. Qoarom rerom qod oec
fondamenta, ot deboit, poaila ab ollo, neqoe or
do ac natora, ot rea poatolat, explieila ; ipae eioa
rei formam exponam.
a. Dicam de qoatoor rebos qoae continentor
declinationiboi ^erborom, qoid aii aimile ac dia-
limile, qoid ratio qnam appellant Xyov, qoid
proportione qood dicant thaXoyoTy qoid con*
aaetodo : qoae explicatae declarabiint tfXoyiea^
et drii/uaXiar, onde fit, qoid ait, qooioamodi ait.
'. 3. De aimilitodine et diaaimilitodine ideo
primom dicendom, qood ea rea eatfondamen-
tom omniom declinationum ac continet rationem
erborom. Simile eat qood rea pleraaque Tidelor
habere eaadem qoaa illod qooioa qoid aimile:
diaaimile eat qood ?idetor eaae contrariom hnioa.
Minimom ex dooboa oooatat orane aimile, item
diaaimile ; qood nihil poteal eaae timile qoin ali-
eoioa fit limile, itero nihil didtor difaimile qoio
ddatar qaoios iit dinimiU.
I. I . S e arte di ben parlare debba attenerai,
nel declinar le parole, alla norma de' aimili o no,
fo coaa diapolata da molti, chiamando analogia
quella norma che naace dalla aomiglianxa, e ano
malia il contrario, lo, di ci trattando, gi apoai
nel primo libro ci che ai dice in fa?ore del-
anomalia, perch a' abbia da pigliare a guida ; e
aoggionai poi nel aecondo ci che ai dice in con
trario, facendo goida analogia. Ma perch neaao-
no poae i fondamenti di qoeate coaecome do?eTa^
e ne avolae ordine e la nalora come la materia
domanda; diviaer io tutto ordinatamente.
9. Dir di quattro coae pertinenti alle decli
nazioni delle parole, cio che aia aimile e che
diaaimile, che a^ntenda per Ioga o relatione, ohe
per analogo o proporzionale, che per consoetu-
dine o aao. Chiarite queate quattro coae, appari
r inaieme onde naacano analogia e anomalia,
che coaa e di che maniera aiano.
II. 3. CouTien cominciare dal aimile e dal dit-
aimile, perch il fondamento d'ogni declinazio
ne e fa la relazione delle parole. Simile adunque
quello che moatra aver qoalit per la pi parte
comoni con ci coi aimile ; diaaimile inrece, ae
la pi parte paion di?erae. Ogni aimile ed ogni
diaaimile abbraccia almeno doe coae; perch nien
te aimile, ae non ha coi, e chi dice diiaimile dee
ioggionger da che.
*95
. TERENTI VARRONIS 9 6
4. Sic dicitur similii homo homini^ eqoas
equo, et ditsimilif homo equo ; nam eimile est
homo homoi ideo quod eafdem Bgoras membro-
rum habent, qnae eoa dividunt ab reliqnornm
animalium specie. In iptis hominibus simili de
causa Tir Tiro similior quam Tir mulieri, quod
pluris habent easdem partis ; et sic senior seni si
milior quam puero. Eo porro similiores sunt qui
facie quoque piene eadem, btbitu eorporie, flo :
itaque qui plura habent eadm dicuntur similio
res ; qui proxome accedunt ad id ut omnia ha
bent eadem, vocantur gemini, simillimi.
5. SuDt qui tris naturas rerum putant esse,
simile, dissimile, neutrum, quod alias Tooeat non
simile, alias non dissimile. Sed quamvis tria sint
simile, dissimile, neutrum, tamen potest dividi
etiam in duas partes sic, quodcumque conferas
aut simile esse aut non esse; simile esse et dissi
mile, si videatur esse ut dixi ; neutrum, si in
neutram pariem praeponderet, ut si duae res,
quae conferuntur, viceuas habent partes, et in
his denas habeant easdem, denas alias, ad simi-
litndinem et dissimilitudinem aeque animadver
tendas. Hanc naturam plerique snbiiciunt sub dis
similitudinis nomen.
6. Qoare quoniam fit ut potius de vocabulo
quam de re controversia esse videatur, illud est
potius advertendum, quom simile quid esse dici^
tur, qain quoi parti simile dicator esse ; in hoc
eoim aolet esse error, quod potest fieri ot homo
homini simile sit et non sit, ut multas parteis ha
beat similis et ideo dici possit similis habere ocu
los, manus, pedes, sic alias res separalim et una
plura.
7. Itaque quod diligenter videndum est in ver
bis, qaas partis et quot modis oporteat similis ha
bere ut similia * dicantur, infra apparebit. Is lo-
ns maxime lubricus est. Quid enim similius po
test videri indiligenti quam duo verba haeo suis
et suis? quae non sunt, quod alterum significat
ipere, alterum suem ; itaque similia esse vocibus
ac syllabis confitemur, dissimilia esse partibus
orationis videamus, quod alterum habet tempo
ra, jilterum caioi, quae duae re vel maxime di-
icemunt analogias.
8. Item propinquiora geoere inter se verba
ti^ilem saepe psriunt errorem : ut in boc quod
nemus et lepus videtur esse simile, quom utrum-
que habeat eundem casum rectum ; led non est
4. Cosi diciamo ximili Vuomo all' uomo, il
cavallo al cavallo, e dissimile invece uom dal
cavallo ; perch gli nomini han tutti la medesima
fazion di membra che li assomiglia fra loro e li
difide dalle altre specie animali. Per lar ragione
medesima negli stessi nomini pi simile il ma
schio al maschio che il maschio alla femina, per
ch hanno pi parti uguali : cosi il vecchio al
vecchio che al fanciullo, e procedendo, tanto
pi sono simili quei che hanno l'aspetto, il por
tamento, i lineamenti presso che ugnali. Onde
pi simili si dicon quelli che pi han di comuqe ;
e quei che per poco non han comune ogni cosa,
si dicon gemelli o similissimi.
5. Fra il simile ed il dissimile alcuoi pongono
in metzo un altro rispetto delle cose, che ora
chiamano non simile, ora non dissimile. Ma seb
bene questi tre rispetti siano veri e distinti, tut
tavia possono ridarsi a due, dicendo che tutte le
cose, chi le paragoni fra loro, o sono simili d non
sono wnili. Simili o dissimili son quando appa
iono quali ho gi detto ; e non sono n simili n
dissimili, che altro rispetto, quando non v'
preponderanza da un lato pi che dalP altro : co
me se, per esempio, due cose paragonate avessero
ciascuna venti parti, e dieci di queste fossero le
medesime in ambedue^ e le altre dieci diverse;
ficcb non vi avesse da notare niente pi somi
glianza che diuomiglianza. Questo terzo genere,
i pi lo comprendono sotto il dissimile.
6. Laonde, poich il contrasto par pi del vo
cabolo che della cosa; converr piuttosto guar
dare che, quando una cosa si dice simile, non
dicasi per avventura simile per qualche parte sol
tanto ; ch qui sta spesso errore. Perciocch a
questo modo pu essere che un uomo, per cagion
d'esempio, sia simile a un altro, e non sia, tutto
ch abbia pi'parti simili, e perci possa dirsi che
ha simili gli occhi, le mani, i piedi, e cos altre
parli separatamente od anche pi insieme.
7. Si mostrer adunque pi avanti, con quella
diligenza che si domanda, in quali parti ed in
quanti modi debbano convenir le parole, perch
si dcauo simili. cosa ov' facilissimo errare.
Niente infatti pu parere pi simile a chi non
guardi pi che tanto, di suis e suis, che pure
son lontanisiimi, significando l ' uno cucire e l'al
tro porco ; onde che per lettere e silUbe li 000-
fessiamo simUi, ma come parti del discorso li veg*
giamo in fatto dissimili, poich l ' uno ha tempi
altro casi, che sono i due caratteri pi valevoli
a differenziare le analogie.
8. E simile errore nasce sovente aoche da vo
ci di pi vicina natura ; quali son nemus e lepus
che, endo aguale termiaazioae oal caso retto,
paiono simili, e non sono| ptrfb a formare L
99
filoile, qaod cit certa
DE LINGUA LATINA UB. X.
eimiliUriiae opus iiut,
hi qao est Dt io genere opminora siot eodem^
qaod in hi oon eat ; om io yirili genere et! le
pos, ex neutro ueinni ; dicitur enim hic Upm et
hoc nemus. Si eiutdem generi eoenl, atriqoe
pnepooeretnr idem, ac diceretor aot hic lepot
et hie nemusy aot hoc lepoa et hoc nemus.
9. Qoare quae et quoioimodi funt genera
similitudinum ad hanc rem, perspiciendum ei
qui declinationis verbrum proportione sintne
q ow ti, Qnem locom, qoed est difficilis, qui de
his rebus sctipseront^ ant TlaTenint, aot ince
perunt neque adseqni potuerunt.
10. Itaque in eo meno^ ncque ea uniusmo
di apparti. Nam ali de omnibos uni?eriis discri
minibus posuerunt numerum, ut Dionysius Si
donius, qui scripsit eas esse septuagioU unam ;
alii partis eius quae habet casus, quoius ideukhic
quora dicat esse discrimina quadraginta septem,
Aristooles rettulit in literas quattuordecim, Par-
meniscus octo, sic alii pauciora aut plura.
11. Quarum similitudinum si esset origo recte
capta et inde orsa ratfo, rainns erraretur in dedi-
nationihus verborum. Quarum ego principia pri
ma' duom generum sola arbitror esse, ad quae
similitudines eiigi oporteat; e quis unum posi-
tnm in verborum materia, alterum ut in materiae
figura quae es declinatione fit.
la. Nam debet esse unum nt terbum verbo,
unde declinetur, sit simile ; alterum ut e verM>
in ferbum declinatio, ad quam conferatur, eius-
demmodi sit: alias enim ab similibus verbis simi
Wler declinantur, ut ab herus ferus hero fero;
aUas diuimiliter herus ferus heri ferum. Quom
utrumque et verbum verbo erit simile et declina*
tio declinationi, tbm denique dicam esse simile,
ac duplicem et perfectam similitudinem habere,
id quod postulat analogia.
i 3. ^ d ne astutius videar posuisse duo genera
esse similitudinfim sola, cum utriusque inferiores
species sint plurep, si de his reticuero, ut mihi
reUnquam latebras ; repetam ah origine similitu
dinum, quae in conferendis verbis et inclinandis
sequendae aut vitandae sint.
14. Prima divisio, in oratione quod alia verba
nusquam declinantur, ut haec vix mox ; alia de
clinantur, ul ah iimo limabo, a Jtro ferebam. Et
qttom, nisi in his verbis quae dediiiantur, non
possit esse analogia; qni dicit simile eue mox el
somiglianxa son necessaiM eerte determinate con
formit, qnal nei nomi qoeHa del genere, che
qui invece diverso, maschile nelPnaoi, neutro
nell' altro, il fatto che a lepus si prepone l'arti
colo maschile hic ; a nemus il neutro hoc. Che
se fossero d* un medesimo genere, arrebbero an-
the il medesimo articolo, ambedue il maKhile o
ambi due il neutro.
9. Onde chi vuol vedere se abbia o no pro
porzione nelle declinauoni delle parole, dee pri
ma conoscere quante e quali sono le varie specie
di somigliane per questo rispetto. poich
difficile il ben distinguerle, quei che scrissero di
cosi fatte materie, o schivarono affatto questo
punto, o vi fecero poco buona prova.
10. Sicch vi troviamo discordia d'opinioni
da pi lati. Perocch altri diedero il numero di
tutte le specie universalmente, come Dionigi Si
donio che le fe* settantuna ; altri si ristrinsero a
quella parte che ha casi e, mentre Dionigi vi n<H
vero quarantadue spezie, Aristocle le rapport a
quattordici lettere. Par menisco ad otto ; e cosi al
tri, quale a pi, quale a meno.
11. Che se si fossero fatti da alto alla vera ori
gine di queste somiglianze, di l pigliando fonda
mento ai riscontri, si errerebbe meno nelle dedi
nazi^ni ddle parole. 1 sommi capi, a cui s'han da
ridurre le somiglianze, a mio giudhno, non son
che due : uno posto nella materia della paro
la ; altro in qudla colai forma che le si d de-
dinando.
12. Poich nel confronto conviene in prima
che sieno simili fra loro le due parole che s'haono
a declinare ; e conviene secondaramenle che la
variazione introdottavi declinando sia in ambedue
la medesima ; perocch le parole, tuttoch simili,
tanto si possono dedinar similmente, come herus
ferus^ hero fero^ quanto dissimilmente 00me se
si facesse herus ferus^ heri ferum. Quando-sa
ranno simili ambedue queste cose, s parola a
parola e s declinazione a dedinazione ; allora aolo
dir esservi vera somiglianza, cio quella doppia
e perfetta conformit che voluta dall analogia.
13. Ma perch non credasi che Taver posto
due soli generi di somiglianza sia stata un'astuzia
per ischermirmi dal noverare le varie spezie sog
gette, che sono molle tanto nell* uno, quanto
ncir altro genere ; spprr, facendomi dalla loro
origine, tutte quelle somiglianze, cui deesi avere
o non avere rispetto nel ragguagliare e dedinar
le parole.
14. La prima divisione sta in d, che nel di
scorso alcune parole non si declinauo mai, come
pix mox; ed altre si declioano, come da iimo si fa
lijnoko^ da fero ferebam. Siccome poi analogia
nn ha lur*go,se non fra parole che si declinano ;
a99
. TERENTI VARRONIS 3d o
nox^ errant, qaod o o d ett eioideni geoerii o t n ^
qne verhaia, eum nox succedere debeat tub ca-
faura ratione, mox neque debeat neqoe pcoit.
i 5. Secunda diTUio ett de hia Terbiaqoae de
clinari poiiant, quod alia aunt a volantate, alia a
natura. Voluntatem appello quom unuiquifia a
nomine alio imponit nomen, nt Romulus Romae
Natnram dico quom nnifersi acceptum nomen
ab eo, qui imposuit, non requirimus quemadmo
dum is Tclit declinari, sed ipsi declinamos; ut
hoius Romae, bane Romam, bac Roma. De his
duabus partibos, Toluntaria declinatio refertur ad
consuetudinem, naturalis ad rationem.
16. Qnare, proinde ac simile, conferri non
oportet, ac dicere, ut sit ab Roma Romanus^ sio
ex Capua dici oportere Gapuanus. Quod in con
suetudine, yebementer natat; quod declinantes
imperite rebus nomina imponunt, a quibus cum
accepit consuetudo, tnrbulenU neaesse est dicere.
Itaque neque Aristarchi! neque alii in analogiis
defendendam eius susceperunt causam, sed, ut
dixi, hoc genere declinatio in communi consue
tudine Tcrboram aegrotat ac languescit, quod
oritor e populi multiplici imperio; itaque in hoc
genere in loquendo magis anomalia, quam ana
logia.
17. Tertia ditisio est, quae f erba declinata a
natura * difidit in partis quattuor t in nnam quae
habet casus neque tempora, nt docilis^ facUit ;
in alteram quae tempora neque casus, nt docet^
facit ; in tertiam quae utraque, ut docent^ f a
ciens ; in quartam quae neutra, ut docte et face
te. x hac di?isione singulis partibus tres reli
quae dissimiles. Qeare, nisi in sua parte inter se
collata erunt Tcrba, si * confeniunt, non erit ita
simile ut debeat facere idem.
18. * Quoniam species plures, de singuli di
cam. Prima pars casualis di?iditnr io parteis duas,
in nominatus sciliaet et articulos, * quod finitum
neque finitum est, ut hic et quis, Oe his generi
bus dnobus utrum sumpseris, cum reliquo non
confundendum, qnod inter se dissimiles habent
analogus.
19. In articulis vix adnoabraU est analogia,
et magis rerum quam vocum ; in nominatibus
magis expressa, ac plus etiam in Tocibus ac sylla
bis * quam in rebus suam obtinet rationem. tiam
illud accedit nt in articulis habere analogias osten
dere sit difficile, quod singnla sint verba ; hic
contra facile, quod magna sit copia similium 00-
cod chi dicesse siaili mox e nox, commettereb
be errore, perch son parole di diverso genere,
stante che Tuna dee cadere sotto la legge de^ casi,
e Taltra n deve n pu.
15. La spexie declinabile (lasciata altra, ove
Tanalogia non ha luogo) ridividesi in due, secon-
doch la declinatione volontaria o naturale.
Volontaria dico la prima impositione del nome
che ciascuno a suo piacimento fa ad una cosa,
torcendolo da quel d'un* altra, come quando da
Romolo si nom Roma) e naturak chiamo quella
declinatione, per cui, udito che abbiamo il nome
da lui prima imposto, di per noi stessi il declinia
mo tutti ad un modo senta domandare la volont
di chi primo impose. Cor da Roma tutti fac
ciamo naturalmente Romae^ Romam, Roma, La
declinatione volontaria appartiene all' uso, la na
turale a regola.
16. Non si dovranno adunque ragguagliare
come simili, n dire che da Capua s^ha da far
Capuanus^ come da Roma Romanus. Ci che
appartiene alFuso incertissimo : perch glinven
tori de*Aomi li formano per lo pi alla grossa ; e
come Puso gli ha da loro, cosi non pu non tenere
qualche mistura ne'suoi parlari. Onde n gli Ari-
sUrchii n altri si fecero mai a sostenere analo-
gb in questa sorta di voci ; ma da questa parte,
come ho gi detto, la declinatione nel comune
oso va toppa, perch piglia origine dai varii umori
del popolo, sicch vi prevale anomalia.
17. La spetie, ove ha luogo declinatione na
turale, si ridifide in quattro : una ba casi e non
tempi, come docilis^ facilis ; un'altra ha tempi e
nan oasi, come docet^facit ; la tersa ha una e
altra cosa, come docens^ faciens ; la quarta
non ha n una n altra, come docU e facete.
Ciascuna di queste quattro spetie dissimile dalle
altre tre ; e per se le voci paragonate fra loro
non apparterranno alla medesima spetie, pognamo
che sian conformi, la somiglianta non sar tale
che s'abbiano a declinare ugualmente.
18. poich queste spetie abbracciano pi
parti, dir di ciascuna. La prima, cio quella che
ha casi, si difide in nomi ed articoli ; e questi
sono o determinati, come hic^ o indeterminati,
come quii. Di que' due modi qual che tu abbi
pigliato, no dei confonder con altro, perch
hanno analogie separate.
19. Negli articoli analogia appena adom
brata, e su pi nelle cose che nelle prol e) nei
nomi rileva meglio, ed ha riscontri di lettere e
sillabe pi ancor che di cose. Sentach negli arti
coli difficile il far vedere che v' analogia, per
ch son parole unicbe nella propria spetie ; qoi
air incontro facile, perch i nomi limili tono in
3 DE LINGUA LATINA UB. X.
3oa
mmatiniin. Qaare non tam hanc perlem ab ili
difidendom, qaam iliad videndam at aatia all
verecQodi etiam illam in eandem barenatn Tocare
pagnatum.
20, Ul in articnlia doae parlea, finitae et infi-
Dilae, aie in nominaliboa * duae vocabolam et
nomen; non enim idem oppidum et Roma^ qoom
oppidom alt Tocabolom, Roma nomen. Qoonim
diacrimen in hia reddendia ratonibna alii diaoer-
nont, alii non : noa aicubi opoa fuerit, quid ait et
qnor, ascrbmna uninaqaoiasqne prtea.
ai. Nominatui ut aimilia dt nominatua, habere
debet ot ait eodem genere apecie eadem, aie ca-
au, exito eodem : genere, ol, ai nomen eat quod
conferaa, cm quo oonferaa ait nomen ; apecie ai-
mile, ni non solum, aed utmmque ait Tirile; caan
aimile, ut, ai allerum ait daudi, item Itemm ait
dandi; exitu, ot qoaa unnm babeat eztremaa li-
teraa, eaadem alterom habeat
aa. Ad bone qoadroplicem fontem ordinea
deriguntnr bini, uni tranarerai, alteri derecti ut
in tabula aolet, in qua latninculia ludont. Trans-
Tersi snnt qui ab recto caso obliqui declinantur,
ut ahtis al bi albo ; derecti aunt qui ab recto ca
so in rectoa declinantor ut aUus alba album,
UtrSque sunt partibus transTersorum or
dinum partea appellantur caaua, derectorom ge
nera ; utrsque inter ae implicatia, forma.
aS. Dicam proi de transTerais. Caaoom t o -
cabula alius alio modo appellatit: noe dicemoa,
qui nominandi caeaa dicitor nominandi Tel no-
minalTom............
Eie detunt trio folta in exemplari
a4................. et seopae^non dicitur una sco
pa ; alia enim natura, quod priora aimplicibus,
posteriora in coniunctis rebus Tocabula ponun
tor. Sic bigae^sic quadrigae a conioncto dictae ;
itaque non dicitor, ut haec una lata et alba, sic
una biga, sed unae bigae ; ncque ot didtur hae
duae latae albae sic hae doae bigae et qoadrgae.
gran copia ; sicch non tanto giusto che non con
fonda osi insieme queste due spezie, quanto da
Tedere piuttoato che non sia Tergogna il chiamare
qoello scarao nomero al paragone con si gran tor
ma in una medesima arena.
ao. Come t ' han doe sorta di articoli, il de
terminato e indeterminato ; cosi v'hanno anche
doe aorta di nomi, comune e proprio: ch altro
dire easiel/oy ed altro Roma ; quello e nome co
mune, e questo proprio. Di cos fatta differenia,
nel collaxionare i nomi, altri tengono conto ed
altri no : io, se mai possano occorrere queste pi
sottili distinzioni, credo bene di soggiungerle a
ciascona spezie notandone il come e il perch.
at. 1nomi, perchsieno smili, debbono ooih
formarsi in qoalit e genere e caso e terminazione :
in qualit, che se proprio quello che paragona
si, sia proprio anche altro con cui paragonasi |
in genere, che ae uno maachile, aia maschile
anche altro ; in caso, che ae uno dativo, aie
anche V altro datTo ; in terminazione, che quali
aono le ultime lettere nell* uno, tali sieno anche
nell* altro.
aa. A questo quadruplo fonte mettono capo
doe dTersi ordini. Tono trasTcrsale, altro di
ritto, al modo d* uno acacchiere ; il trasvertale
degli Dbliqui che cadono dal caao retto, come
Mus albi albo ; il diritto de' retti che cadono
parimente da retti, come albus alba album. Am
bedue gli ordini hanno aei parli : quelle del tras
versale diconsi casi ; quelle del dirtio generi, con
doppia distinzione pel numero delPuno e dei
pi ; e dalP intrecciamento di questi due ordini
naice la forma o declioazione.
a3. Nel trattare di questi ordini, mi far pri
ma dal trasversale. Quanto al nome de' casi, chi
li chiam in nn modo, e chi in un altro : io dir
nominatifo qoello che a'usa per nominare..........
Qui nelt esemplare mancan tre carie.
a4. Nel fatto de' numeri neceanria unp
certa medesimit di natura nelle cose significate.
Onde, sebben pare che, a quel modo in cui dicesi
lata e laime, alba ed albae^ debba anche dirsi
scopaci e scopae^secondoch nna scopa o pi ;
tuttavia scopa non dicesi, perch cl paragone non
vale, atante la differenza delle cose ; aTTegnach
la prima forma, cio quella dell'uno si usa nelle
cose semplici, e in ci eh' uno per accoppia
mento usasi inTCce la aeconda forma, cio quella
dei pi. Coa una biga fu detta bigae^ e una qua
driga quadrigae; perch sono una o due coppie
unite ; n vi ha luogo 11confronto col singolare
feminino lata ed alba^ n col suo plurale latae
3f3 flf. TERENTI VAREONIS
3o4
a5. Itera fgura verbi i|UbIi tit refiort, qood
in figani voci alies commoUlio fit io primo ver
bo : ittin ut modo, fui; aiM in medio^ ut curro
eunito ; alias in extreno, ut doceo docui ; aUai
communit, ut Ugo UgL Refert igitur ex quibnt
Kterit quodqoe verbum conetet, et maxime ex
trema, quod ea io plerisque ooromutatur.
a6. Quare in bis quoque partibus timiUtudi
net ab aliis male, ab aliis bene quod solent sumi
i casibus conferendis, recte an perperam fiden
dam. Sed ubicumque conunofentnr literae, non
solum bae sunt animadvertendae, sed etiam quae
proxumae sunt neque moventur ; haec enim vi
cinitas aliquantum potens io verborum declina
tionibus.
27. In quis 6guris non ea similia dicemus
quae similis res signifleant, sed quae ea forma
sint ut eiusmodi res similis ex instituto significare
plerumque soleant; ut tunicam virflem et mu
liebrem dicimus, non eam quam babet vir aut
mulier, sed quam habere ex instituto debet ; po
test enim muliebrem vir, virilem mulier habere,
ut in scaena ab actoribus haberi videmus; sed
eam dicimus muliebrem quae de eo genere est
quo indutui mulieres ut uterentur est institu
tum. Ut actor stolam muliebrem, sic Perpenna
et CaecUa et Spurinna figura muliebria dicun
tur habere nomina, non mulierum.
a8. Flexurae quoque similitudo videnda ideo
quod alia verba quam vim habeant, ex ipsis ver
bis unde declinantur, apparet, ut quemadmodum
oporteat ut a praetor^ consul^ praetori, consnli.
Alia ex transitu intelleguntur, ut ocer, macer,
quod alterum fit socerum, alterum macrum.,
quorum utrumque in reliquis a transitu suam
viam sequitur et in singularibus et in multitudi
nis declinationibus. Hoc fit ideo quod naturarum
genera suo| duo, quae inter se conferri possunt :
unum quod per se videri potest, ot homo et
eqmts; alterum sine assumpta aliqua re extrin
secus perspici non possit, ut eques et equiso^
uterque enim dicitur ab equo.
ed al hae; ma il singolare wae (i^e,non mna
biga, mil plurale binae^ trinae bigae^ ion duae
bigoei ir et bigae.
a5. Similmente converr tener oont della
figura della parola, perch talvolta vi succede il
cangiamcoto d* una lettera sul principio, Come
in sunt, qual ora, che forma fui ; tal altra nel
messo, come in curro cursito ; tale invece sul
fine, eome in doceo docui, e tale eziandio in pi
luoghi a un tempo, come in lego legi, Ond' da
guardare alle lettere, di cui composta la parola ;
e sopra tutto all' ultima che suol mutarsi pi
spesso.
a6. Non basta adunque la conformit dell'u-
adta ; ma convien vedere come e quanto s* abbia
a curare nella collazione de'casi anche la eonfer*
formit di quest'altre parti, nel che molti fallano.
Che anzi, dovunque avviene un cangiamento di
lettera, si dee por mente non solo alla lettera can
giata, maanche alle sue vicine, bench non si
cangino ; perch la vicinanza ha qualche valore
nella declinazione della parola.
27. Quanto poi alla somiglianza delle cose si
gnificate, perch i nomi si possano dir simili nel
la figura, basta che quella forma che hanno sia
destinata per uao a significar cose simili, senza
guardare pi l se nel caso particolare le cose si-^
gnificate sieno effettivamente simili o 00. Cos
nel dire una tunica virile o muliebre non abbiam
rispetto a chi 1*ha indosso, se sia uomo o donna,
ma al comune uso degli uomini e delle donne ;
ch del resto potrebbe alcuno, tuttoch nomo,
essersi messo una tunica di donna, ed e converso,
come veggiamo fare agli attori su la scena : ma
muliebre diciamo quella che ha la forma assegna
la dal costume alle donne. Onde a quel modo che
dicbmo un attore scenico aver la stola muliebre,
cosi Perpenna^ Caecina, Spurinna diconsi aver
nomi di figura feminile, non per nomi di femine.
a8. Risogna aver ocohio anche al passaggio
de' nomi, cio alla piega die prendono nel pas
sare dal caso retto agli obliqui : perch se la pie
ga non la medesima, non si potranno dir simi
li, n sempre se ne ha sicuro argomento dal caso
retto. In praetor e consul ciascun sa dire, quan^
do li ha uditi, che finranno praetori e consuli:
ma di soeer e macer chi penserebbe, udendoli,
che Vuno dovesse fiir socero^ e altro macro T
Rasta per altro averne osservato il passaggio ;
perch la piega che pigliano da principio, la con
servano poi in tutti i casi si del singolare e si del
plurale. Ci avviene perch universalmente delle
cose paragonabili altre s'intendono per s, come
homo ed equus^ ed altre hanno d' uopo d'un
riscontro di fuori per essere intese, come eques
ed equiso che sono originati da equus.
3o5
Db: LI NGUA L ATI NA LI B. X. 3o6
*9 Qoarti homiiieiD hoinini similem esse ut
non esse., si xoiituleris, t% ipsis homiabus oi
roadTersis scies : al duo iuter se simili ierne sint
h>o(riores qoara sunl eorum IValres, licere non
pofsis,' si illos breviores, cum (|uibiis confuruu-
tur, quam loiigi siol iguores. Sic Utirum alque
al l i orum, item caelera eiusdem generis^ sine as
sumpto e&trinsecus aliquo perspiri similitudines
non possuni. Sic i gi l ur quidam casus quoil ex
hoc genere sunl, non facite rst dicere similis esse,
si eorum siogul orum slum aniinadvertiis vnces,
Disi assumpseris allerum, quo flectitur in trans
eundo TOX.
30. Quod ad oominalunm si niitudines sni-
roadverteudas arbitratus sum tatis esse tangere^
hjiec suot. Relinquitur de articulis, in quibus
qusedam eadeni, quaedam alia. De quinque enini
generibus duo prima habeiit eadem, quod sunt el
Trilia et muliebria et neutra, et quod alia sunl
ut signi6ccnt unum, * alia ut plura ; ? t de casi*
bus quod habent quinos, nam vocandi voce no
tatus non est. Proprium illud habtrnt quod par-
li m sunt finita ut hic et partim infinita ut
<fuis et quae. Quorum quod adumbrata et tenuis
analogia, in hoc libro plura dicere non * necet-
se est.
3 1, Secundum genus quae verba tempora ha
bent neque casus, sed habent personas, t or um
declinaluifiD species sunt sex : una quae dicitur
temporalis, ut legebam gemebam., lego gemo ;
altera personarum, sero metOy seris metis ; tcr-
lia rogandi, ut scribone legane^ scribis ne legis
/l ef quarta respondendi, ut Jingo pingo^ jingis
pingis ; quinta optandi, ut dicerem facerem^ di
cam faciam; sexta imperandi, uicape rape, ca
pito rapito.
3a. Iteni sunl declinationum spei ies quatnor^
qae 1emf)ora habent sine personis : in rogando,
ul foditurne ? seriturne ? el fodieturne ? sere^
furne? ab respondendi specie eaedem tigurae
fiunt, extreifiis syllabis demptis : optandi species,
u< viscatur ametur^ i^iveretur amaretur : impe
randi dfclinstus sintne, habet dubilatinncm, ct
eorum siine haec ratio: paretur pugnetur., pa
rari pugnari.
33. Accf dunt ad has .pecies a copulis tlivisid-
num quadrinis : ab inieuti et perfecti, emo edo,
emi edi i a semel el saepius, ut scribo lego, seri '
ptitavi l ecti tari ; facienili el patiendi, at uro
ungQy uror ungor ; a singulari el multitudinis, ut
laudo culpo, laudamus culpamys. Huius geiie-
M. . VaRHOMF, PELL4 115 LAllKT
29. O n j e se uo nomo somigli o no < un al
tro, sol che ne facci il confroolo, lo rinioscerai
da loro stessi c ol f osservarli : ma a dir di due
uomini, se ciascun di loro sia ugualmente pi lun-
del proprio fratello, come puoi fare, se non
sai quanto sien lunghi i due fratelli pi pccoli,
con cui si confrontano? C(;si le ragioni di lar-
^hetia e al l etta e si falle, impossibile vedere#
se si corrispondano, stando a due soli termini.
lo stesso d' alcuni casi, th sono auch' essi
d quelle Cose che hanno bisogno d* un riscon
tro di fuori ; sicch non fatile a dire se siano
simili o no, stando ad essi soli , senza osservare
la piega* che la f oc e piglia passando al secondo
caso.
30. Queste sono le cose che ho creduto di do
ver toccare, come bastanti a chiarire le somiglian
ze de' nomi . Resta a d i r degli articoli, i quali,
sebben convengono in alcune cose, in altre non
han che fare. Sono comuni auche ad essi i due
primi fra i cinque generi di declinazione, poich
si variano per sesso e numero : casi poi non ne
hanno che cinque, dacch il vocativo non vi ha
voce sua. II [>roprio de^li articoli che altri sono
determinati, come hic cd haec ; altri iodelermi -
iiati, come (fuis e <juae. Ma giacch in essi non si
rinviene che una tenue ombra d analogia, sareb
be superfluo il ragionarne pi a lungo in questo
libro.
31. Passer adunque al secondo genere di pa
role, cio a quel le (be hanno tempi e pe r i t one in
cambio di rasi, l o queste prendono luogo sei mo
lti di drrliuazione : il temporale, come legtbam
gemebam., lego gemo e tali ; il personale, come
sero meto, seris metis ; interrogativo, come
scribone legane^ scribisne Ugisnr ; il risponst-
vo, come Jingo pingo, Jingis pingis ; Toi l al i vo,
ci)mc <y cerem 'facerem^ dicam faciam ; 9 Ti m-
peraiivo, come cape ropCy capito rapito.
32. A que.<li sei moili si debbono aggiungere
forse altri <piattro che hanno tempi, ma non per
sone, onde cliiamansi impersonali. Tnl , interro
gando, seriturne? e fodieturne?
sereturnt ? Le sU ssc forme valgono pel modo
risponsivo, traendone ultima sillaba. Jl terzo
modo impersonale ottativo, come vivatur
ametur^ viveretur amaretur. 11 quarto sarebbe
impersonale imperativo; ma si fa dubbio le
siavi, e se abbia la fornja paretur pugntlur, pa
rari pitgnari.
33. Seguono altri quattro modi, che nascono
da allreltante divisioni bipartite, che hanno luogo
ne' verbi. 11. primo dalla divisione de tempi in
perfetti e imperfetti ; come emo edo, emi edi, e
simili. Il secondo dalia doppia forma, singolare
t frequentativa, come scribo lego^ scriptitavi
. TE RE NTI VARRONI S 3
rit vrbortim, qaoi ni spcci exposui, quro Uie
^uidque pHleat et ciniismodi efficiat ffrijm. .in
)ibrb,qui i4e formulis TrborHin erunt, diligenlius
xpeiJielur.
34 Tertii generila quae declitiiniur cum tem
poribus ac catihu, ac vocantur a mullis ideo par-
ticipalta, snnl hoc ge .
Hic destini iria folia.
35............quemadmodum declinamus., quae-
Hfous casus eius; etiamsi is qui fiiixil poeta ali
|uod vociibulum et ab eo casum ipse aliquem
perperam declinavit, potius eum reprehendimus
qoam sequimur. Igitur ratio quam *dico, utrobi-
que est et in his verbis quae imponuntur, et in
his quae declinantur; neque non eliam lertia ilia
quae ex utroque miscetur geoere.
36. Quartim unaquaeque ratio collala cum al
tera aut similis, aut dissimilis, aut saepe verba
lia, ratio eadem; et nonmititjuam rutio alia, ver>
eadem. Quae ratio iii mor amori^ eadem in
dolor dolor i ^neque eadem in dolor dolorem ;
I cum eadem ratio quae est in timor et amoris^
sil in amores ei amorum; tamen ea, qiiod non
in ea qua oporiei, confertur materia, per se so
lum efficere non potest analogias prupter dipa-
rilitalem vocis figurarum ; quod verbum ropule-
liim singulare cum niuilitudine, ila cum est pro
portione ut eandem habeat rationem, tum deni
que ea ralio conficit id qood pos4iJt analugLa, de
qua deinceps diram.
fll. 37. Seqiiiltir tertins 1ocn, quae sil ral4o
{MToporlione quae a Graecis vocatur tiveiXoyov : ab
analogo dicta analogia. Ex eodem genere quae
re inter se aliqua parte dissimiles rationem ha
bent aliquam, i ad eas duas ret alterae dtiac
ollalae sunt quae rtioncm habeant eandem ;
quol ca verba bina habent undem >, diei-
Uir utrumque seprvitim ^ ; simul coHalu
^nuluor analogia.
38. Nam nt in geminis quotn simile dicm^^s
-esse Menaechmum Menarci)mo, de uno dicimus;
cufn limiUtudincni esse in bis, de utroque : sic
lectitavi; il terzo dalla doppia voce, attiva e
piissiva, come uro ungo^ uror ungor ; il quarto
ilal doppio numero, dell* uno e dei pi, come
laudo culpo^ laudamus culpamus^ Quanto df-
stendasi e quali figure produca ciascuno dei modi
esposti in questo secoodo genere di parole, s far
vedere minutamente oei libri che tratteranno su
le coniugaiioni de' verbi.
34. 11 terio genere di quelle parole ch si
declinano con tempi e casi, e per da molti si di
cono participii..........
Qui mancano tn carte.
35, Che se per avventura in qualche nom
composto non troviamo i casi secondo che deeli-
nansi nel seniplice ; quand' anche il primo che
dcclin cos sregolatamente quei casi sia stalo io
stesso |H)eia che form il vocabolo, ro, nonch
creda di doverlo Seguire, gliene do biasimo. Dun
que la relazione, di cui parliamo, ha luogo si nei
primilivi, .e s ne derivativi, tanto in ciascun dei
du generi separatamente, quanto paragonando
i-uno con J altro.
36 Se si confronti ona relazione, qna| ch ella
sia,con un'altra, o le si mostrer simile o no:
avverr eziandio olte volte cbe le parole saran
diverse, e la relazione nna stessa, e tafvolta iti
vece opposto, che la relazione sar diver|^ e le
parole une tiesse. La relazione che fra amor e
amori, e altresi fra dolor e dolori ; non per
Tra dolor e dolorem^ bench la parola* sia l me
desima. Che anzi, tuttoch sia moris ad amor
come amorum ad atnores; ci non di meho que
sta medesimit di relazione non basta all'analo
gia. perch il ronfronto non cade nella debita ma
teria, essendo figure diverse. Quando s accoppii
Hsingotar col plurale da ambedtie le parli, e I
relazione sia nna medesima ; allora si che questa
relazione ha efficacia ric*liieslMdall* analogia, di
cui verremo ora a parlare.
HI. 37. Poicli gi tempo che dichiariamo
la terza delle quattro cose proposte sin da prin
cipio, cio cbe sia relazione .proporzionale, ol
analogo, come la chiamano 1Oreci, onle venne
il nomed analogia. Se con due cose d un medr-
simo genere, ma iti q^jalche parte dissimili, che
riscontrale haino una qualche relitzionc fra loro,
se ne collazionano nllre due,, che abbiano seco la
relazione medesim: ciascuna coppia scparata-
irenlc dicesi analoga dall' aver romune^il mede-
airoo logo o relazione, e le due coppie poste a ri
scontro diconsi analogia.
38. Come in materia di so:miglianza, ' i di'co
de'due gemelli : Menecmo simile a i^lenecmo^
btnob la cosa per s reciproca^ pure io la dtct>
3,^9
DE LI NGUA U T I N A LI B. X. 3t
<)uoii) Ui'imua en<lemralionern habere astem ad
semissem, (|iian hahet in argento libelki a<l sem-
hrltarii, qui.l Caiialogoo osteodimus; qoom a
Irobiqiie dicimus e t 'ia aere et in ar^ieolo esse
eaiidem rationem, tum dicimus de aualoj;ia.
39. Ut sodalis el sodalitai, civis et ci?itas non
est idem, sed ulrumqtie ab endem ac coiiiunctuin ;
iic Miudogon et an^lof;ia idem non esl, sed item
est congeneratum. Quare si homines sustuleris,
sodlissustuleris; si sodalis, sodalilateni: sic item,
ai sustuleris >, sustuleris analogon ; si id,
analogian.
40. Quae fciKu inier se tanta sint cognatione,
debeb*is subtilius udire, quam dici exspectare ;
id est, cum dixero qui<l de utro, quod ei eril
commuiie ne exsf>ecies dum egu in scribendo
transferam in reliquum, sed nl potius tu perse
quare aniiuo.
4 i.liaecHunt in dissimilibus rebus, ut in nu
meris si contuleris cum uno duo, sic cum decem
viginti ; quam * rationem duo ad unum habent,
eandem habent viginti ad decem : in nummis, in
similibus, si est ad unum victoriatum denarius,
sio ad idlerum Victoriatum alter denarius.. Sic
iteia in aliis rebus omnibus proportioue dicuntur
ea, tn4|uo.esl sic quadruplex natura ; ut in pro
genie, quomodo est filius ad patrem, sic si est filia
d matrein; et, ut est in temporibus meridies
d dierii, sic media nox ad noctem.
4a. Hoc poetae genere in similitudi ibus utun
tur ; mullum hoc acutissime geometrae ( hoc in
oratione diligentius, quam lii, ab Aristarrho
gr^mipaticf ; ut quom dicuuiur proportionesi
milia esse amorem amorifdolorem dolori^ quom
ita dissimile esse videant amorem et dolori quod
csl a^o casu, item dolorem ti^dolori.
43. Sed dicunt quod ab similibus nonnum
quam raticnes habet implicatas duas, ut. sit una
derecta, altera transversa. Quod dico, apertius
sicTiet. Esio sic expositos eise numeros, nt in
primo versu sit unum, duo, qnatuor ; in secundo
decem, viginti, quadraginta ; in tertio centum,
ducenti, quadrigenti. In hac formula numerorUm
duo inefuot quos dixi Xoyot, qui diversas faciant
analogias : unus duplex q*j} est in obliquis ver
sibus, quod est nt tinos ad duo,*sic duo ad qu-
tuor ; alter decemplex in derectis ordinibus, quod
eit ut unus ad decem, sic decem ad centum.
d* un solo ; e per opposto s io dico che v* t tr
lor somiglianza, comprendo in up sol rispetto
ambedue: nella stessa guisa s'avr un analogo
s'io dir, [>er esempio, che Ta^se al semisse ha
la relazione medesima che ha in argento 1liti
haalla ttmhela ; e %' io dir invece che da ambe
le parli v'e la relazione medesima, ivi io rame
jui in argento, avrassi un* analogia.
39. Analogo ed analogia, bench non sieoo
una cosa, son per congiunti ed originali da odo
slesso principio, come compagno e compagntM,
cittadino e citt. Senta uomini non hai compago,
e senza compagni non hai compagnia : similmen
te senza logo o relazione, non hai analogo ; n
senza analogo, analogia.
40. Onde lo s|iecifcare minutamente iu cose
tMjito vicine, star pi a te nelP intendere, che a
me nello scrivere ; non t'aspettal e cio che di
quel-ch'avr detto per Tuna delle due cose, in
quanto sia comune, ne debba far;: scrivendo -
plicazione anche all'altra ; ma falla tu stesso nel
la tua mente.
41. Queste proporzioni si fanno e in cose di'*
simili, paragonando, esempigrazia, nei numeri
il due cou ]' uno e cosi il venti col dieci, giacch
la relazione la stessa ; ed in cose simili, seni
pij^razia in opera di monete, se dirai essere un
viitoriato a un denaro come un altro vitturiato a
un altro denaro. Cos parimente in ogni altra
cosa si dice esservi proporzione quaudo s'ha
quattro termini .^u quest'andare; per esempio,
se in materia ^i figli pongasi stare il figlio al pa
dre come la figlia alla madre, e quanto a tempi
il meriggio al giorno come la lueziauotte alla
notte.
42. Di questo genere si valgono i poeti nelle
similitudini; l'usano mollo e sottilissmamen-
le ^geometri ; e nelle parole, cou pi diligenza
che gli altri grammatici, lo adoperano i seguaci
d Aristarco : come quando ci dicou simili per
proporzione le due coppie amorem amori^ do
lrem dolori^ sebben veggono che dolorici dia-
somiglia in caso da amorem^ ed altres da do
lorem,
43. Ma ci non ostante le dicono simili per
proporadone, perch nelle proporzioni che fannosi
di cose simili, alcune volte s' ha due relazioni
intrecciate, P una per dritto, altra per fianco.
La cosa si far pi aperta con questo esempio.
Suppongansi tre file di numeri ordinati io modo
che nella prima stia uno, due, quattro ; nelfa se
conda, dieci, venti, quaranta ; nella terza cento,
ducento, quattrocento. In questa formola s'avran-
DOdue relazioni atte a dare pro|>orzioni diverse ;
uua del doppio, se si procede per fianco, per
ch sta uno a due come due a quattro ; altra
'Stt . Tl i RI i i NTl VAKRONJ S 3 12
4/}. Similiter iu Terboruiu declinationibus est
bivium, quod et ah reclucaiu declinatur in obii
i|Uiim, et nb re^io casu * io rectum, ita ut formu
lam similiter efficiant; qaoii sil primo versu hic
albus^ huic albo^ huius albi ; secundo haec al~
ha^huic albae^ huius albae ; tertio hoc album^
huic aibo^ huius albi, Itiqae liunt per obliquas
drclinationes ex his analogiae hoc genus : Albius
Jtrius^ ^Ibio AtrlOy quae scilicet erit particula,
ex formula analngiaram de qua supra dixi, bina
riR : per derectas iletlinationes : Albius Atrius^
Albia Atria^ quae scilicet erit particula ex illa
45. Analogia quae dicitur, eios genera st^U
duo, uuum dciunclam sic est : ut unum ad duo,
sic lecem ad Tiginti ; alterum coniunctuin sic :
ut est unum ad duo, sic duo ad quatuor, in lioc
quod dno bis dicuntur et cum conferimus ed
unum et tunc cum quatuor.
/}6. floc quoque natura dicitur quadruplex.
Sic c septem chordis citharae, tamen duo dicun
tur habeie letrachordM, quoil quemadmodum
crepat prima ud quartam chordam, sic quarta ai
septiimam respondet ; media est alterius prima,
ulterius extrema. Medici in aegrotis septumos
dies qui obs^rTant, quarto die idto diligentius
iipna morbi advvrlunt, quod qnar rationem ha
boif primos dies ad quartum, eandem praesagii
habiturum qui est futurus abeo quarius et qui
est septnmus a primo.
47. Qnaprnplices deiunctae in canibus eint
vocabulorum, ut rex regi*^ lex legi*, Coniun-
ri;ie suni triplices in verborum tribue tempori*
bu5, ut legebam lego legam ; c^uod quam ratio-
neu) habet legebam ad lego^ hanc habet lego ad
legant. In hoc fere omnes homines peccant, quod
pt;rpcram in tribus temporibus haec verba dicuui,
quom proportione volunt pronnncrare.
Nam cnm sint verba alia infecta, ut lego
el legls^ alia perfecta, ut legi et legisti^ et debeanl
jiui qUoiusque generis in coniungendo copulari,
el cjuom recte sil ideo lego ad legebam ; non
recte est lego ad legi^ quod legi significai quod
perfectum : ut haec tutudi pupugi^ tundo pun
go, tundam pungam, item necatus sum^ ver
hcratus sum^ necor s^erberor^ necabor^ * ver
berabor^ iniuria reprchendaut, quod et iofecti
dei decuplo, ac si va per diitto, perch sta uno a
dieci comY dieci a ceuto.
44 Similmente nella declinazione deUe parole
V*hanno due vie, poich <leclinasi e da caso retto
ad obliquo e da retto a retto ; onde nasce una
formola pari all'antecedente ;* dove rremo, pfer
cagion d* esempio, albus albo albi nella prima
fila, alba albac albae nella seconda, album albo
albi nella terza, l'enendoci adunque alle decli
nazioni trasversali, ne trarremo proporzioni di
questa fatta: Albius Atrius^ Albio Airio; e
questa sar quasi la particella di ragion doppia
della formola numerica che ho sopra esposta :
procedendo invece all* ingi, ne formeremo Al-
bius Atrius^ Albia Atria^ clic sar la particella
di ragion decupla della detta formola.
45. Di questa proporzine di cui parliamo,
che tutta di simili, v hanno due specie; la dis
continua, eh' a questo modo: Sta uno a due,
come dieci a venti; e la continna, qual , per
esempio : Sta uno a due, come due a quattro ;
perorch qui si ripete due volte il due, e quando
si confronta con uno, e qnando si confronta il
quattro con esso.
46. Anche questa specie si dice aver quattri
termini, a quel modo che le cetre di sette cord*
ci non ostante si dicono avere due tetracordi,
perch la relazione di suono che fra la prima e
la quarta corda, altres fra la quarta e la setti
ma : cos la corda di mezzo la prima d iin te
tracordo e estrema deiraltro. Similmente i me
dici che osservano ne'maiali il settimo giorno,
nolano anche con peculiar diligenza i segni della
maUttia nel quarto, perch d presagio che quale
fu esso in comparazione del primo, ta) debba es
sere il setiimo, th al pari*distante, in compa
razione di esso.
47. Proporzioni discontinue di quattro ter
mini ci sono date dai casi dei nomi, quali sareb
be rex regiy lex legi ; *le contnue invece di tre
termini, le troviamo nei tre tempi corrispondenti
de' verbi, quali sono legebam lego legam
ch la relazione medesima che fra legebam e
legOy e anche fra lego e legam. Qui e dove quasi
tutti pigliano errore; ch, volendo mettere in
proporzione secondo tre tempi i verbi, fallano
nella scelta.
48. Poich, essendo i verbi altri di tempo im
perfetto, come lego e legis^ altri di tempo per
fetto, come legi e legisti^ e dovendo i termini
di ciascona coppia essere fra loro omogenei ; il
giusto ragguaglio di lego a legebam^ e non gi
a legi che significa cosa compiuta. Onde hanno
torto coloro che paragonano i tempi a questo
modo, tutudi pupugi^ tundo pungo^ tundam
pungam^ e nella voce passiva necatus sum^
3i 3 DL LI NGUA MB. X. 3 . 4
inier e siiiiiliii sunt et perfidi inicr le ; ut tun
debam tundo tundam et tutuderam tutudi tu
tuderOy ti6 amabar amor amabor et amatus
eram amatus sum amatus ero. Itaque repr>
hendoDt, qui contra analogiae licuiit quor Jispa-
rililer in Iribui tcroporibui dicantur quaediim
Terbfl, natoraiD.
49. Cum quadruplex sit natura analogia; ut
nonniinquani* ut dixi, pauciores Tdetur hHhere
partis, sic etiam alias pluris, nt quoni*rsl : Qufni-
admodnm ad tria unum et duo, sic ud sex duo
ctqualuor; quae tamen quadripartita compre*
henditur forma, quod bina a<I singula conferun
tur. Quod in oratione quoque nonnnnquam rr-
perietur, si cum Diomedes conferiur * Diomedi
ei * Diomedibus^ * sic diciUir nb Hercules Her
culi el Herculibus.
50. Et ul haec, ah uno capite, ab recto, cnm
duo obliqui descendunt casus ; sic contra multa,
b duobns capiiibus recti cum* confluunt in obii*
qiiom anum. Nam ut ah his rectis, hi Baebiei^
hne Baebiae^ fit his Baebiis, sic est ab his hi
Caelii^ hae Caeliae^ his Caeliis. Ab duobus
similibus similiter declinantur, at fit in his, ne
mus oius^ nemora olera : alia ab dissimilibus
similiter declinantur, ut in articulis ab /c, iste^
hunc istunc.
5 1. Analogia fundamenta habet aut a volon-
tale hominnm, aut a natnra verborom, aut re
iilraque. \olnntaiem dico impositionem vocabu
lorum ; naturam declinationeVn ocabuloram,quo
decurritur sine doctrina. Qui impositionem se
quetur, dicet, si simile in recto t:asu dolus et
innluSy fore in obliquo dolo et malo; qui natu
ram seqnet ur, si sil simile in obliquis Marco
Quinto^ fore ut sit Marcum Quintum ; qui
iJirumque aequetur, dicei ab hoc simile, transi
tus ut est in servus serve^ quod sil item in cer
vus cerve. CoAimune omoiiim est ut quatuor
figurae foois habeant proportione declinatus.
5a. Primam genus tst ortum ab limilitdine
in rectis casibus; secundum ab similitudine quae
est in obliquis; tertium ab similitudine quae est
in transilibus de casu in casuro. Prirao genere
verberatus sum^ necor verberory necabor verbe-
rabory e nepano proporzionalit in riascun verbo
da se ; poich eficttivamente Ia somiglianxa non
manra, purch il confronto non fiieciasi fra tempi
perfetti e imperfetti mescolatamante ; come Mp-
pariiice in tundebam tundo tundam^ tutuderam
tutudi tutudero., e parimente per la voce passiva
in amabar amor amabor^ amatus eram ama^
tus sum amatus ero; e per chi combatte Tana-
logia, dicendo che in alconi verbi i tre 1 non
sono simili, combatte la stessa natura.
49. Bench la pro^iortione per sua natura
di quattro termini ; pur rome ho detto che alcu
ne volte in apparenza ne ha meno, cosi altre volte
enihra averne pi, erme quando dicesi : Uno e
due stanno a tre> corbe due e quattro a sei. Ma
aosiunzialmente anche'questa forma compresa
nella quadripsiriita, non difierendo in altro, se-
nonch in ciascuna coppia il primo termine c
doppio. Il medesimo si trover avvenire laUolla
nelle parole, se, per esempio, si confronti />/0-
medi e Diomedibus con Diomedes^ corae retto
comune d^anibeJuc i numeri, e similmente da
Hercules si far cadere Herculi el Herculibus.
50. E come abbiamo qui queste proportini
dal diramarsi <li due casi obliqui da un retto
comune ; molte altre di simil fatta ne nascono,
quando per lo contrario due casi retti mettono
in un obliquo comune ; perch a quel modo che
dai nominativi Baebii e Baebiae si fa parimente
BaebiiSy da Caelii e Caeliae dee farsi Caeliis.
Poich non solc^da simili si forroan simili, come
da nemus ed oluSy nemora ed oler ; ma til-
volta anche da dissimili, come hunc ed istunc
da hic ed iste,
51. Le proporzioni si fondano o su la volont
degli uomini, o su la natura delle parole, o in
tutte e due queste cose. Volont chiamo impo-
nimento de' nomi ; natura la loro declinazione,
per ri che va pe' suoi pie<li, n oestieri chi te
la insegni. Chi star all* imponimeoto, dalla somi
glianza de' casi retti, come io doltts e malus^ in
ferir simili am be gli obliqui, come dolo e malo;
chi stari alla natora^ dalla somiglianza d' un caso
obliquo, comedi Marco 9 Qt/i/i/o, inferir simili
anche gli altri, come Marcum e Quintum ; final
mente chi si terr a tutte e due, dir simili i due
nomi, allorch li vegga passare dal caso retto
agli obliqui con la variazione medesima, com'
in servus serve^ cervus cerve. Qualunque di
queste vie si tengan, hannosi quattro useite pro
porzionali.
5a. La prima via parte dalla gomiglianza
de'casi retti; la seconda dalla somiglianza fra
obliqui ; la terza dalla somigliania (he nel pas
sare da un caso alP sitro : la prima dalP iinpoui-
3i 5 . TERENTI VARROJilS 3i 6
b imposito ad naturam proficisci mu r, in tccun-
do coDlra, io. tertio ab utroque. Quocirca eliara
&0C tertium potest bitanam divisum tertium et
quartum dici, quod iu eo yei prosus vel roios
potest dici.
53. Qui iuilia faciet ani(K>giae impositiones,
b his obliquHS figuras declinare debebi t; qui
aturam, coiitr ; qui ab utraque, reliquai decli
nationes ab eiusmodi Irausitibus. Impositio eat in
uostro dominatu ; oos iu iiaturae. Quemadmo*
dum enim quisque volt, imponit nomen ; at de
clinat queniadmodum volt n*tur.
54. Sed quoniam duobus modis imponitur
ocabulnm nut re singulari ut multitudine, fin-
gulari ut cicer, multitudinis ut sr.alae ; nec du
bium est quin orlo declinatuum, in quo re|
aingulares declinabuntur soUe,^b singulari ali
quo casu proKteiscatur, nt cicer ciceri cicerix ;
item contra iu eo ordine, qui mnltitudinis erit
solum, quin a multitudinis aliquo c n s m ordiri
conveniat, ut scnlae scalis scalas: aliud viden
dum est, quom duplex natura, copulata, ac decli
natuum biivi fant ordines, ut est mas tnarets^
ulffde lura ratio analogi)ie dtbeat ordiri, utrum
ab singulari re in multitudinem, an contra.
55. Neque enim, ti natura b uno ad duo per-
Tenii| idcirco non potest'amplius esse in docendo
posterius, ut inde indpias ut, quid sit prius,
osten.dai. Itaqoe et hi qui de omni natura dispu
tant atque ideo vocantur physici, tamen ei his,
ab universa natura profecti, retro, quae essent
principia mundi ostendunt. Oratio quom et Jilc
ris constat, tamen ea grammatici de literis oalen-
dunl.
*56. Qnare, iu demonstrando, quoniam potius
proficisci oportet ab eo quod apertius est, quam
ab eo quod prius est, et potiuj quam * ah cori'u-
pto * ab incorrupto principio, ab natura reVum
(|uam ab libidine hominom ; et haec tria quae
sequenda magis sont, minus sunt in singularibus
quam in.multiludiuis* : a multitudine commodius
potest ordiri, quod in his principiis niinus est
rationis verbis fingendis verborum forma.
.57. Facilius singularia videri poyse, quam ex
singularibus, ex * multitudinis, haec ostendunt :
trabes^ trabs ; duces^ dux. Videmus enim ex his
verbis, trabes^ ducts^ de extrema syllaba E lite-
ram exclusam,, et ideo in singulari factum esse
trabs^ dux: contra ex singularibus non tam vi
demus qurinadmudum facts sint ex B et S trabs,
t ex C et S dux.
mento che volont, va a ci che natura ; la
seconda dalla natura all* imponimento ; la terza o
da questo a quella, o da quella a questo. Onde-
ch, quest' altima essendo doppia rispetto alla di
rezione, si pu anche dire che siano quattro le vie.
53. Chi muove dalP imponimento, trarr da
esso le uscite de' casi obl i qui ; chi muove dalla
natura, far il contrari o; e chi muove da ambe
due, inferir dai detti passaggi le uscite degli
altri casi. L ' imponimento dipende da noi ; noi
dalla natura ; poich ciascuno i mpone il nome,
secondoch vuol e; ma lo declina,secondoch Tool
la oatura.
54. Ma^poich il nome pu essere imposto
tanto nel numero delP un con>e ci cer, quanto
in quello del pi, come scalae ; pur da vedere
se nelle proporzioni debba procedersi dal nume
ro dei r uno a quello del pi o al contrario. Pe r
ch se il nome non ha plurale, chi pu far dubbio
che nel decli nare non debba partirsi da qualche
caso del singolare, come in c i c e r ciceri ciceris i
e similmente se il nome non ha singolare, non si
potr non partire da qualche caso del plurale :
ma se vi sieno ambedue i numeri, come in mas
mareis^ e la decliiiai ione s' abbi a a condurre per
tutti i loro accidenti ; non senza ragione il chie
dere onde abbiasi k cominciare.
55. Poich, sebbene in natura si va dalP uno
al due, non ist per questo che nelP i nsegnar
non torni bene talvolta il farsi da ci c h ' secon
do per dichi arar ci eh' primo. Onde anche i
fisici, trattando, come dice il lor nome, della na
tura in universale, partono dall e considerazinue
del mondo, qual esso , e di qui tornano indietro
a mostrare quali ne fossero i principii ; ed i gram
matici, tuttoch il discorso sia formato di lettere,
spiegano le l ettere per t s del discorso.
56. Che se nell' insegnare sta megljo il pren
der le mosse da ci che pi chiaro, non da ci
che primo ; e da un principio incorrotto, anxi-
ch da un guasto ; e dalla natura delle cose, noo
dal talento degli uomini : metter pur conto che
ne' riscontri' si parta dal nominativo plorale,stante
che in esso le tre dette cose, a cui vuoisi princi
palmente guardare, si trovano pi che Del si ngd.
lare, il quale ha meno riscontro con le fari e voci
che se hanno a fare nella decIiiAzione dei nomi.
57. E di vero che i singolari medesimi si pos
sano pi facilmente conosc'ere dai lor plurali che
da s stessi, cel mostrano i>nomi trabes e trabs^
duc^ dux. Poich dai plorali trabes e duces
vediamo che i singolari s^n divenuti trabt e dux^
per essersi levata l E dai r ultima ilUba ; e dai
singolari all' incontro non apparisce tanto che
uno e l ' altro nacquero siniilmcnte dall ' unione
della conabnante vicina con la S.
3i 7 DE LINGUA LATINA LIB. X.
3i S
56. Si niultiludinis rectus cafus farle figura
corrupta erit, il quod accidit raro ; prius id cor
rigemus quam inde ordiemur. Ab ^obli quis casi
bus assumere oportebit figuras eas, quae iiod
eroot ambiguae, sive singulares* sive maltitndi-
nis, ex quibus i ti quoi usmodi debet esse, perspici
possit.
59. Nonnoroquairt al l eram e i allero videtor,
ut Chrysippus scri bit ; quemadmodum paler ex
fitio et filias ex patre: neqoe minus in fornicibus
propter sinistram dextra stat, quam propter dex
tram sinistra. *Quapropter et ex rectis casibus
obliqui, et ex obli quis recti, et ex singularibus
multitudinis, et cx multilodinis singulares ooa-
nai cqnam recoperari possunt.
60. Principium id potissimum sequi dehemus,
ut in eo fundamentum sil in naiura, qund in de
clinationibus ibi facilior ralio. Facile rst enim
animadvertere, peccainm magis cadere posse in
impositiones eas quae fiunt plerumque in reclis
casibus singularibus, quod homines imperili el
dispersi vocabula rebus imponunt quorumque
os libido invitavit ; natura incorrupta pl mi m-
que est suapte spoule, nisi qui eam usu inscio
flepravabii.
61. Quare si quis principium analogiae poliua
posuerit in naturali|ius casibus quam impositi
f i l i ; non mull a i