Sei sulla pagina 1di 21

LA CHANSON DE ROLAND

Opere molto importanti in Francia sono le “chanson de geste” ossia testi che raccontano le
vicende di Carlo Magno e dei suoi paladini o delle grandi dinastie feudali della Francia. La più
antica ed anche la più nota chanson de gest è la chanson de Roland scritta all'incirca tra la fine
dell'anno 1000 a ridosso della prima crociata è tramandata dal manoscritto di Oxford.
La narrazione si sviluppa in quattro episodi: inizialmente ci viene presentato Carlo Magno che
convoca i suoi paladini più fedeli per decidere circa la proposta di pace effettuata da Marsilio, re
dei Saraceni. In questo dibattito Orlando consiglia Carlo Magno di rifiutare la proposta di pace
ricordando i precedenti eventi mentre Gano, patrigno di Orlando, consiglia Carlo Magno di
accettare la proposta. A seguito di ciò Carlo Magno decide di inviare un’ambasceria a Marsilio ed
Orlando propone che sia proprio Gano ad effettuare tale compito che accetta nonostante sia
consapevole dei rischi che incorre ma al contempo decide di vendicarsi nei confronti di Orlando.
Quindi stringe un patto con Marsilio e proprio ciò porterà alla disfatta della retroguardia francese a
Roncisvalle e poi alla vendetta di Carlo Magno che condannerà a morte Gano per il suo
tradimento.
In generale l'episodio della disfatta richiama un evento realmente accaduto ovvero la disfatta
effettuata però da parte dei baschi e non dei saraceni quindi Marsilio, il tradimento di Gano e la
lotta tra cristiani e musulmani è pura invenzione.
Difatti la chanson de gest rappresenta pienamente la mentalità del suo tempo ossia il periodo in
cui gli arabi hanno conquistato dei domini nel mediterraneo che i cristiani cercano di riconquistare
e al contempo Papa urbano II ha dato avvio alla guerra per liberare Gerusalemme degli Infedeli,
difatti chanson de Roland riporta la lotta tra cristiani, che vengono considerati come giusti, e i
musulmani considerati come e infedeli che hanno torto, inoltre, secondo alcuni critici il confronto
tra Gano e Orlando rispecchia proprio la situazione politica della Francia dell'epoca in cui vi erano
contrapposti: alti ufficiali del re desiderosi di nuove conquiste e grandi feudatari invece ostili all’
instabilità che portava alla guerra e più autonomi rispetto al potere centrale tutto ciò evidenzia
come la chanson de geste sia proprio figlia del suo tempo.
Per quanto riguarda invece la struttura dell’opera: la coesione narrativa è garantita da
collegamenti a distanza mentre l’intera struttura dell'opera si basa su parallelismi di scene affini o
speculari. Le lasse utilizzate sono “similari” che hanno il compito di richiamare alla memoria
quanto già detto, è composto da 290 strofe, difatti, è una delle chanson de geste più brevi
esistenti.

Generalmente si tende classificare le chanson de gest in tre cicli


1. il primo ciclo è quello detto di Carlo Magno in cui vengono incluse le opere che parlano
delle imprese di Carlo Magno e dei suoi paladini

2. il secondo è quello di Guglielmo d'Orange, conte di Tolosa, cugino di Carlo, che narra le
vicende successe dopo la morte di Carlo Magno o mentre Carlo Magno è molto anziano e
di come a causa della debolezza del suo successore, Ludovico il Pio, spetti proprio ai vassalli
più fedeli di Carlo Magno di difendere i possedimenti della corona.
3. mentre il terzo ciclo è detto dei “vassalli ribelli”, questo ciclo rispecchia più fedelmente il
contrasto tra monarchia e feudalità. Infatti, tutte le opere di questo ciclo sono ascrivibili al
12º secolo periodo in cui si rafforza la monarchia con Luigi VII mentre si indebolisce il ceto
feudale.
Opera molto nota di queste terzo ciclo è “Gormund et Isembart” trasmessa in modo anonimo da
un solo codice duecentesco. Quest’opera narra le vicende di Isembart che ribellatosi al re di
Francia giura fedeltà al re saraceno, Gourmund, ma durante la lotta tra cristiani e musulmani
uccide il padre senza saperlo. Quindi abbiamo il classico tema della lotta tra cristiani e musulmani,
tuttavia originale è la conversione del protagonista alla fede pagana.
ROMANZO CORTESE: (Il romanzo si oppone alla "materia di Francia" in quanto presenta una
materia "vana e piacevole", come racconto di avventure in genere inventate, al contrario della
Canzone di Gesta che ha sempre - o meglio pretende di avere - fondamento storico)
A seguito dello sviluppo della letteratura epica, si diffonde il romanzo cortese che si divide in due
grandi filoni la materia di Roma ( sono scritti da chierici che traducono in volgare, commentano e
adattano le opere greche e latine) e la materia di Bretagna , in generale in questi romanzi cortesi
abbiamo tematiche amorose unite ad una sottile analisi psicologica dei personaggi ed i modelli
sono gli autori latini classici come ad esempio le Metamorfosi di Ovidio.
Tra i romanzi antichi, ossia di materia di Roma, rientra il “ROMANZO DI TEBE” giunto in forma
anonima da tre redazioni: la più lunga è composta da 15.000 versi, la più piccola circa 10.000 versi
e poi abbiamo una terza edizione di circa 12.000 versi che considerata la più prossima all'originale
ed è tramandata da un solo manoscritto databile ad inizio 400. In quest'opera viene ripresa la
Tabaide di Stazio per raccontare la storia della città di Tebe, l'incesto che riguarda Edipo e la
guerra fratricida tra Eteocle e Polinice; particolarmente importante è il prologo in cui lo scrittore
afferma l'importanza di recuperare le conoscenze antiche distaccandosi quindi dai modelli
popolari.
Poi abbiamo “Il romanzo di Enea” che riprende l’Eneide di Virgilio e il romanzo di Troia che
racconta la storia della città di Troia.
Ma in generale il più importante è il romanzo di Alexandre che parla della vita e delle imprese di
Alessandro Magno, materia che sarà trattata da molti scrittori tra cui i più importanti sono: Alberic
de Pisancon di cui ci sono giunti soltanto 105 versi e Alexandre de Paris che ha unito e rielaborato
quattro relazioni diverse e parziali del racconto. Nel Romanzo di Alexandre ci viene narrato il
cammino di formazione di Alessandro Magno che raggiunge la gloria terrena, acquisendo poi,
nuove conoscenze fino a sperimentare i limiti umani, limiti che rientrano nell’ortodossia cristiana,
ovvero la smisurata curiosità dell'uomo quindi e la sua convinzione di poter controllare tutto si
infrange di fronte al volere di Dio. Dopo quest’opera si diffonderà il verso detto, appunto,
“alessandrino” (verso composto da due emistichi si sette sillabe).
ROMANZO DI TRISTANO ED ISOTTA:
Tre romanzi più noti rientra anche il ROMANZO DI TRISTANO ED ISOTTA che narra la storia di
Tristano, figlio della sorella del re di Cornovaglia, Marco, che lo cresce come un figlio. Al momento
delle sue nozze re Marco incarica proprio il nipote, Tristano, a portare la sua futura moglie, Isotta
principessa irlandese, a Cornovaglia. Tuttavia durante il tragitto l'ancella di Isotta serve per sbaglio
la pozione che avrebbe dovuto garantire l'assoluta indissolubilità del matrimonio tra Marco e
Isotta a Tristano e Isotta legandoli così per sempre in un amore che li porterà alla morte in quanto
Tristano verrà colpito da una freccia avvelenata di cui soltanto Isotta conosce il rimedio ma viene
ingannato dalla sua compagna che gli comunica che Isotta non ha intenzione di salvarlo così lui
muore e nel momento in cui arriva la sua amata, straziata dal dolore muore anche lei tra le sue
braccia.
Questa storia ci viene narrata da molte opere tra le più antiche abbiamo il “romanzo di tristano”
del dello scrittore anglo normanno Thomas e il “romanzo di tristano” dello scrittore normanno
Béroul. Tra le due opere vi sono delle differenze, infatti nell’opera di Thomas il filtro d'amore è
permanente e a livello contenutistico vi sono delle sottili analisi della psicologiche dei personaggi e
dei loro sentimenti, in particolare l'amore viene presentato come una fonte che crea angoscia e
malessere sia a livello esteriore che interiore ed i personaggi cercano di affrontare questo dolore
che crea problemi sia a livello personale che civile senza però riuscirci in quanto appunto il
risultato di un evento soprannaturale. Mentre in Béroul il filtro d'amore dura soltanto tre anni,
quindi poi Tristano ed Isotta devono affrontare il ritorno alla “normalità” ed in più l'amore viene
considerato come un fattore che crea problemi a livello regale, quindi vengono analizzate e
maggiormente le dinamiche della società.
MATERIA BRETONE:
Il primo scrittore a trattare la materia bretone è stato il chierico Goffredo di Monmouth che tra il
1135 1137 scrivendo l'opera in latino “Historia Regum Britannie”, un'opera che avrà un grand
successo e verrà poi, tradotta e rielaborata in volgare da Wace che ha il merito di aver introdotto
nell'ambito della letteratura volgare la materia bretone e quindi aver introdotto luoghi incantati e
nuovi personaggi come: maghi, fate e lo stesso re artù e i cavalieri della tavola rotonda che creano
un nuovo codice etico basato sulla cortesia in quanto il re ed i suoi cavalieri più fidati hanno pari
poteri ed inoltre inserisce anche l'interazione tra amore e cavalleria.
Ma il vero maestro del romanzo arturiano è Chretien de Troyes il più grande scrittore medievale
prima di Dante. Sappiamo ben poco della sua vita, le informazioni che possediamo infatti, sono ciò
che lui ha scritto nei prologhi dei suoi romanzi, ma in generale l'attività di C. T è collocabile
all'incirca tra il 1160 e 1180, ed almeno per la sua fase centrale si svolge nella Corte Troyes
impegnata in primo piano, grazie alla contessa Maria de Champagne, nipote di Eleonora
d’Aquitania, alla promozione della nascente letteratura cortese. I romanzi più noti di chretien de
troyes che parlano del re Artù e dei suoi cavalieri sono Eric et Enide, Cliges, “Ivano o il Cavaliere del
leone” e “Lancillotto o il Cavaliere della carretta”.
ERECT ET ENIDE
L'opera di Erec ed Enide parla delle avventure di Erec, un cavaliere della tavola rotonda, che si
innamora di Enide ed a seguito delle nozze dimentica i suoi doveri di cavaliere, per questa ragione
viene fortemente criticato dai suoi compagni. Così, decide di affrontare 8 valorose imprese per
riaffermare la sua virtù tra cui sconfiggere il potente Cavaliere Mabograin, imprigionato in un
giardino fatato dopo aver giurato fedeltà alla sua dama. Dopo il superamento di tutte le 8 prove
consacra definitivamente il suo valore, quindi in questa opera possiamo scorgere una struttura
tripartita: abbiamo una situazione di equilibrio iniziale che viene destabilizzata da alcuni fattori di
crisi che inducono i protagonisti all'avventura per recuperare la situazione di equilibrio iniziale;
questi fattori di crisi che dal punto di vista narrativo sono il motore dell'avventura mentre dal
punto di vista morale inducono i protagonisti ad un perfezionamento che consacra le loro virtù.
Inoltre, possiamo scorgere anche un'analogia tra l'episodio della prigione d'amore di Mabograin e
l'isolamento di Eric dopo il matrimonio, in quanto entrambi sono travolti dall'amore irrazionale
che li allontana dei loro doveri, amore che però infine viene sconfitto dall’amore nobile dimostrato
dalla vittoria di Eric su Maboagrain.
CLIGéS:
Altra opera scritta da Chretien de Troyes è “CLIGES” in cui il protagonista è appunto Cliges, erede
al trono imperiale di Costantinopoli in quanto figlio di Alessandro un cavaliere di re Artù. Tuttavia a
seguito della falsa morte di Alessandro il fratello Alis usurpa il trono e al contempo chiede la mano
alla bellissima figlia dell'imperatore tedesco, Fenice, senza sapere che in realtà la donna ha giurato
amore a Cliges quindi dopo il matrimonio, Fenice è dibattuta tra i doveri di moglie e ciò che
desidera il proprio cuore, ma grazie ad una pozione fa credere al marito di aver passato ogni notte
con lui ed una successiva porzione aiuterà i giovani amanti a realizzare il loro sogno d'amore
mentre Alis morirà per la rabbia di essere stato raggirato. Così, Cliges potrà tornare in patria ed
essere legittimamente nominato imperatore di Costantinopoli.
Questa storia è molto simile alla storia di Tristano e Isotta difatti, l'opera è stata definita dai critici
come un neo tristano o un anti-tristano ma vi sono delle importanti differenze tra le due opere:
Fenice si concede soltanto l'uomo che ama e a differenza di tristano e isotta Fenice e cliché
riusciranno a coronare il loro sogno d'amore. Questo evidenzia come C. T oppone ad un amore
adultero che è appunto l'amore di Tristano e Isotta la sacralità del matrimonio.

IVANO O IL CAVALIERE DEL LEONE:


Un'opera che si distacca da CLIGES e che mette al centro nuovamente la Bretagna come luogo
reale e metaforico in cui si svolge l'avventura è “Ivano o il Cavaliere del leone”.
Quest’ opera racconta le avventure di Ivano che sposatosi con Laudine viene spronato dal suo
fedele compagno Galvano a non abbandonare le armi, Ivano decide così di partire
all'avventura. La moglie accetta la sua decisione, ma soltanto a patto che lui ritorni entro un anno
altrimenti perderà il suo amore.
Dopo numerose avventure Ivano dimentica il giorno prefissato, quindi perde l'amore di Laudine e
pazzo di dolore si rifugerà nella foresta dove vivrà come un selvaggio finché non sarà salvato grazie
a una pozione magica ed in seguito decide di affrontare valorose imprese per ristabilire il suo
onore e recuperare l'amore della donna ed infine riuscirà nel suo intento.
La struttura di questa opera è molto simile all’opera di Erec et Enide in quanto ritroviamo una
struttura tripartita ovvero un momento di equilibrio destabilizzato poi, da fattori di crisi che
spingono il protagonista dell'avventura a recuperare la situazione di equilibrio iniziale.

LANCILLOTTO O IL CAVALIERE DELLA CARRETTA:

Un'altra opera scritta da Chretien de Troyes è “Lancillotto o il Cavaliere della carretta”, opera che si
presume sia stata commissionata da Maria di champagne. In questo romanzo Chretien introduce
un nuovo personaggio Lancillotto figlio di leggende autonome che lo descrivono come il difensore
di Ginevra tuttavia però nell’ opera di Chretien de Troyes Lancillotto oltre ad essere il difensore di
Ginevra, moglie di Re Artù, è anche il suo amante quindi in quest'opera Chretien de Troyes parla di
un amore adultero diverso rispetto alla sacralità del matrimonio evidenziata nelle altre opere
come ad esempio Cliges o Ivano e il Cavaliere del Leone. Tuttavia, in realtà in quest’opera è
proprio l'amore puro che esige che l'onore venga svilito per dimostrare la superiorità del
sentimento assoluto, in questo caso per amore puro si intende proprio l'amore della fin amor
ovvero amore e dedizione totale alla donna amata.
Inoltre, a differenza delle altre opere qui il Cavaliere non deve superare degli ostacoli per poter
affermare il proprio valore o riconquistare la donna amata, ma effettua una vera e propria “quete”
cioè una ricerca volontaria per raggiungere l’oggetto del desiderio, in questo caso la donna amata,
per il cui amore Lancillotto dovrà rinunciare alle armi.
Inoltre rispetto alle altre opere scritte da Chretien, Lancillotto è un anti-eroe in quanto combatte
esclusivamente per un fine privato che lo allontana dal servizio di corte però dal punto di vista del
codice amoroso egli si trasforma da cavaliere desiderante a perfetto amante.

PERCEVAL O IL RACCONTO DEL GRAAL:


Un’altra opera scritta da C. T è perceval o ilracconto del Graal in cui si narrano le vicende di
perceval che da giovanissimo entra a far parte dei cavalieri della tavola e dopo numerose imprese
decide di staccarsi dal gruppo di cavalieri per cercare la lancia e il graal così, trascorre 5 anni
compiendo valorose imprese senza però riuscire nel suo intento e dimenticandosi completamente
di Dio ma un giorno decide di confessarsi presso un eremita che si rivelerà poi essere lo zio e lo
educherà ai misteri più profondi della fede che guideranno successivamente nel suo percorso.
Dopo ciò C.T abbandona perceval e racconta le avventure di altri cavalieri come Galvano.
In Perceval possiamo riconoscere più gradi di significazione il primo grado possiamo considerare
l'opera come un romanzo di formazione, in chiave metaforica invece perceval cerca di conquistare
la sua libertà di scelta staccandosi dal resto dei cavalieri per ricercare il gral, mentre nel grado più
più elevato il percorso di perceval caratterizzato da colpa, pentimento e redenzione finale è il
cammino che dovrebbero compiere tutti i cristiani.

LAI DI MARIE DE FRANCE:


Alla materia Bretone si ispira anche il genere della LAI, ovvero brevi componimenti narrativi in
versi in cui la tematica amorosa si intreccia con gli elementi fantastici tipici delle tradizioni celtiche.
Un esempio di questo genere sono le LAIS DI MARIA DE FRANCE, un’autrice sconosciuta. Il tema
principale delle Lais è l’amore adultero, quindi il motore dell’azione è l’amore segreto. Un altro
valido esempio è la LAI DI ARISTOTE componimento satirico che ebbe molta fortuna, in cui si
evidenzia come l’amore vince su tutto e tutti colpendo anche gli uomini più sapienti, come
Aristotele. Assimilabili a questo genere sono anche l’opera giovanili di Chretien de Troyes
“Philomela” e l’anonimo Lai di Narciso, entrambe ispirate alle Metamorfosi di Ovidio.
FABLIAUX:
Tra la fine del 12º e l'inizio del 13º secolo si diffonde in Francia un genere una nuova narrativa
caratterizzata da componimenti in versi di contenuto comico con un tono realistico, spesso
iperbolicamente volgare, in cui protagonisti sono uomini del popolo e vengono ritratti eventi della
vita quotidiana. Le fonti di questo tipo di narrativa sono diverse come ad esempio: la commedia
Latina, opere di contenuto ageografico ecc..
Tra questi componimenti rientra per esempio “La mucca il prete” in cui si evidenzia come a
rimanere truffato possa essere lo stesso truffatore ed in questo caso il truffatore è un prete quindi
vi è un chiaro attacco al clero.
Tuttavia nel repertorio dei giullari oltre alle lai ed ai flabliaux rientrano anche i racconti
devozionali, quindi di argomento religioso, il più famoso narratore di materia religiosa Gautier dei
conci che ha scritto “Miracles de nostre Dame” che racconta 58 miracoli.

ROMAN DE RENART:

Sempre alla fine del 12º secolo di carattere satirico, con l'obiettivo di divertire, si diffonde l'opera
“ROMAN DE RENART” caratterizzato da diversi episodi, spesso indipendenti fra loro in cui, il
protagonista è Renart una volpe che simboleggia l'ingannatore universale, altri personaggi sono ad
esempio l'asino che rappresenta il clero, il re rappresentato dal leone, quindi in generale in
quest’opera la società feudale è rappresentata da animali, una chiara fonte dell'opera è la
letteratura misogina medievale, in quanto da Eva la prima peccatrice sarebbero nate le bestie
selvatiche.

ROMAN DE LA ROSE:
Il capolavoro del filone allegorico è “ROMAN DE LA ROSE” in realtà, si tratta di un opera scritta da
due autori diversi Guglielmo de la rose che avrebbe scritto i primi 4mila ottosillabi e Jean Chopinel
de Meun, che avrebbe scritto gli altri 18.000 versi. Tuttavia, sono pochissimi i manoscritti che
riportano soltanto la prima parte, infatti, secondo alcuni studiosi Guglielmo de Loris sarebbe
soltanto un alter ego di Jean che sarebbe quindi l'unico vero scrittore dell'opera. L'argomento
principale del roman della rosa è la difficile conquista della rosa che simboleggia la donna amata.
Nella prima parte ci viene narrato il sogno del narratore, in cui cerca di cogliere la rosa ma l'unico
modo per farlo è attraverso il regno di Amore, popolato da personificazione come ad esempio: il
piacere, il dolore, l'invidia e la ragione. In questa prima parte riesce a cogliere il bacio della rosa ma
viene poi ostacolato da invidia che imprigiona la sua aiutante Bella accoglienza tuttavia nella
seconda parte riesce a cogliere la rosa grazie all’aiuto di Venere.
Quest’opera riprende molto la dottrina cortese infatti vi è la personificazione di Amore
rappresentato con arco e freccia che innesta nel cuore della sua vittima una passione che non
potrà più estinguere e al contempo vi è la ripresa del linguaggio vassallatico ad esempio amore
chiama la sua vittima come Vassallo mentre la vittima chiama amore Sire e per potersi guadagnare
la sua protezione deve seguire date regole ovvero le regole del perfetto amante.
Nonostante il Roman De la Rosa sia un'unica opera sono molte le differenze tra la prima e la
seconda parte infatti nella seconda parte vi è la ripresa di autori classici latini come Boezio, padri
della chiesa, autori arabi tradotti in latino, trovieri, quindi nella seconda parte sono presenti molte
disgressioni soprattutto di carattere polemico attraverso cui il poeta critica i vizi della società un
bersaglio privilegiato sono ad esempio le donne a cui recrimina la presunta dissolutezza.
A livello di significazione possiamo scorgere diversi livelli il primo livello è quello della “fable” in cui
ci viene raccontato il sogno nel suo sviluppo narrativo, il secondo è quello della metafora erotica e
del coronamento del servizio d'amore secondo i canoni dell'etica cortese, mentre il terzo quello
più profondo indica come sia la conoscenza a condurre a Dio e quindi alla vera felicità.

LA LIRICA DEI TROVIERI:


La prima lirica dei trovieri ossia la lirica in lingua d'oil è “D’AMORS, QUI M’A TOLU A MOI” Scritto
all'incirca nel 1170 da Chretien de Troyes in cui difende i valori dell’ortodossia cortese ossia la
completa devozione alla donna amata e ad amore nel dibattito tra i trovatori the Orange e Bernard
de ventadorn. In quanto il primo si dichiara essere stregato d'amore come Tristano mentre il
secondo non accetta il dolore causato dal rifiuto della donna amata e la abbandona mentre per
Chretien de troyes la devozione ad amore e alla donna amata è volontaria ma definitiva quindi va
contro the Orange in quanto egli fa riferimento al filtro d'amore di Tristano e al contempo all’
inconsistenza di Bernart de Ventadorn.
A partire dalla chanson di chretien de Troyes sono stati scritti circa 2000 testi e la lirica dei trovieri
è la diretta discendente della lirica occitana (lingua d’oc), tuttavia a differenza dei canzonieri della
lirica occitana i canzonieri della lirica oitanica ripartano nella quasi totalità la ripartizione musicale.
Dalla lirica occitana la lirica oitanica riprende: tematiche di base e le principali forme metriche ma
troviamo delle differenze:
-nella lirica oitanica le tematiche della fin amor si intrecciano con modelli arcaici di derivazione
folkorica;
-ai protagonisti amante e amata, della lirica trobadorica, si aggiunge un terzo protagonista ovvero
Amore inteso come fonte di vita o di morte prima che come fonte di passione ed è personificato
quindi si viene a creare una sorta di triangolo al cui apici troviamo la dama e poi amante con la sua
passione però personificata.
Un importante troviero della prima stagione è CANON DE BéTHUNE chi ha scritto circa una decina
di chanson tra cui “Ahi! Amors, com dure departie”. In questa chanso il tema centrale è
l'abbandono della donna amata per andare a servire la fede in Terra Santa, consapevole che
l'amore verso la donna resisterà e anzi l'onore dell'impresa potrà aumentare il suo pregio agli
occhi dell’ amata al contempo conferma quanto sia importante servire la causa cristiana e
ammonisce le donne dei crociati a salvaguardare il decoro coniugale.
Un altro importante troviero della prima stagione è Gace Brulé attivo tra il 1180 e 1190. Il tema
principale delle sue chanson è l’amore infelice ma oltre ad aver scritto delle chanson è considerato
come il primo autore di un JEU-PARTI, (in occitano corrisponde al partimen), ossia un
componimento dialogato in cui il compositore fissa un tema e pone il suo personaggio difronte a
due ipotesi invitandolo a seguirne una.
Un esempio di jeu-parti è “Gasse, par droit me respondez;” in cui l’interlocutore è il conte di Gran
Bretagna ed il tema principale è se continuare a servire o meno una donna infedele.
A livello di significazione possiamo scorgere l’opposizione tra cortesia e villania, in quanto il conte
si rifiuta di sottomettersi alla tirannia d’Amore, rivelando un’indole materialistica, quindi viene
meno il dislivello sociale poiché il conte si comporta come un villano, mentre il poeta si eleva per
la dignità del proprio sentimento; perciò tra le righe vi è l’opposizione tra nobiltà d’animo e nobiltà
di natali. Oppure l’intero componimento può essere letto in chiave religiosa, in questo caso il
servizio incondizionato va inteso nei confronti di Dio.
Mentre della seconda generazione spicca Thibaut de Champagne, conte di Champagne e re di
Navarra nel 1234, che scrisse circa una 60 di componimenti e figura nel De volgari Eloquentia
come unico rappresentante della lingua d’oil degno di essere inserito tra i poeti più illustri.
Un componimento rappresentativo della sua poetica è “DE BONE AMOR” in cui parla delle virtù
che esalta amore e senza delle quali non può esistere ovvero: armonia e onestà. Tuttavia, abbiamo
comunque una descrizione d’amore oggettiva, descritto come munito di arco e frecce che
innestano nella vittima una passione che non può estinguere, quindi segue i dettami cortesi.
Si distaccano invece dalla concezione amorosa e cortese i poeti più tardi come Adam de Halle e
Rutebeuf.
Adam de Halle scrisse circa 80 componimenti i più rappresentativi sono i CONGES D’ARRES, in cui il
tema principale è l’addio in quanto abbandona persona a lui care e luoghi per andare a studiare a
Parigi mentre Rutebeuf è considerato come il precursore della poesia autobiografica e intimistica.
(Teatro 1.12) Inoltre Adam de Halle ha scritto le prime opere teatrali di carattere profano intitolate
“Jeu de la Feullée” (La commedia della pergola) e “Jeu de Robien et Marion”, scritte all’incirca tra il
1276-85. La prima fa satira sui cittadini della città di Arras, compreso lo stesso scrittore e suo
padre. Mentre la seconda, di carattere bucolico narra la storia di due pastori Robien e Marion e di
come quest’ultima venga rapita da un cavaliere di passaggio dopo aver rifiutato le sue avance ma
salvata da Robin.
Nonostante queste opere di Adam il primo luogo di diffusione delle opere teatrali francesi
medievali è la chiesa, ed il primo componimento teatrale in volgare risale alla metà del 1100
intitolata “Jeu d’Adam” che riprende alcuni passi della Genesi e si può dividere in 3 episodi
centrali: il peccato di Adamo ed Eva, l’uccisione di Abele per mano del fratello Caino e la
processione dei Profeti che annunciano la venuta del Salvatore.
Soltanto un secondo dopo, quindi nel 1200, avremo un’opera più indipendente rispetto agli
abituali contesti liturgici, scritta da Jean Bodel intitolata “Jeu de San Nicolas”, anche se comunque
pur sempre di argomento religioso. In particolare, parla del miracolo del Santo effettuato su
l’unico crociato cristiano sopravvissuto, Jean, che grazie al sostegno del Santo riuscirà a vincere
contro i saraceni e far convertire il re e i suoi sudditi.

LA PROSA:
Prima del Duecento non abbiamo testimonianza di testi in prosa tranne testi di dominio pratico-
utilitario quindi documenti, atti notarili, volgarizzamenti delle Sacre scritture ed alcuni testi
storiografici come ad esempio i testi scritti da Robert de Clari e Geoffrey de Villehardouin.
Robert de Clari fu un cavaliere piccardo che partecipò ad importanti eventi della Crociata narrati
nell’opera “Storia di coloro che conquistarono Costantinopoli” in cui oltre all’evento bellico
effettua delle digressioni parlando di eventi a cui non partecipò in prima persona.
Mentre G. de V. nasce nel 1150 e partecipa alle 4 Crociata evento narrato nell’opera in prosa
intitolata “La conquista di Costantinopoli” in cui usa l’epa a fini encomiastici quindi le personalità
più in vista sono protagoniste di episodi esemplari di prodezza e virtù.
Mentre tra il 1215-1230 vengono scritti testi in prosa legati a temi religiosi in particolare trattano
le storie del Graal, le cui vicende riguardano la salvezza dell’intera umanità, quindi hanno una
portata universale. Questo corpus verra detto “Ciclo della Vulgata” e contiene 5 opere: “La storia
del Graal”, Merlino, Lancillotto, “La ricerca del Graal” e la “Morte di Re Artù”. La fonte delle prime
due opere sono i testi attribuiti a Robert de Borno, invece “Lancillotto” è una sorta di
volgarizzazione del Lancillotto di Chretien de Troye e la fonte “La ricerca del Graal” è “Historia
Regmun Britannie” di Goffredo di Monmouth. Nonostante l’eterogeneità delle fonti la coesione
del corpus è garantita da richiami interni e parallelismi per esempio la forza distruttiva e
peccaminosa dell’amore sarà la causa che impedirà a Lancillotto di essere prescelto per la
conquista del Graal e infine sarà la causa della distruzione dell’universo arturiano, inoltre viene
molto utilizzata la tecnica dell’entrelacement, quindi vi sono raccontate contemporaneamente più
storie.
Per quanto riguarda l’autore la tradizione attribuisce la paternità a Gautir Map, ipotesi smentita in
quanto Gautier era un funzionario di Enrico II Plantageneto che risulta essere morto nel 1210 e gli
studiosi attribuiscono l’opera ad un rappresentante del clero che ha saputo unire sensibilità
spirituale e cortese.
Altri testi in prosa sono il “Roman de Trsitan” in cui la storia si narra la storia di Tristano ed Isotta
intrecciandola con la materia arturiana in quanto Tristano diviene un cavaliere della Tavola
Rotonda e il “Guiron le Cortois” scritto tra il 1235-40 in cui i protagonisti sono i progenitori dei
camponi della Tavola Rotonda. Proprio questi ultimi due testi, data la loro linearità rispetto alla
Vulgata, diverranno dei modelli delle opere più tarde francesi e italiane.

La letteratura francese del tardo Medioevo:


Tra i generi più coltivati nel tardo Medioevo francese vi è la poesia.
Figura molto nota è Guillaume de Machaut che scrisse circa 400 componimenti poetici e circa una
decina di DITS, (componimenti brevi con finalità esemplari o didascaliche) sotto la protezione de
più potenti principi dell’epoca. I temi principali della sua poesia sono: fugacità del tempo, caducità
ed invecchiamento.
Altra figura molto importante è Christine de Pizan, nata a Venezia nel 1363 da padre italiano che
essendo al servizio di Carlo V la fa studiare a Parigi. È scrittrice sia di opere in prosa che in versi, un
elemento importante nei suoi testi è la rivendicazione della propria dignità di “donna delle lettere”
quindi si scaglia contro gli scrittori che per secoli hanno criticato il gentil sesso come Ovidio o Jean
de Maun nell’opera “Roman de la Rose”.
Altro poeta di spicco è Charles d’Orléans, appartenente all’alta nobiltà, che coltiva una sua vena
malinconica e aggraziata, frutto dei suoi anni trascorsi in prigione. Difatti, la sua produzione
poetica può essere considerata un “diario della prigione”, che racconta il servizio del poeta presso
il Dio amore fino alla morte della donna amata che causerà la rinuncia definita alla passione.
Nonostante il tema non sia completamente nuovo, in quanto riprende i dettami della tradizione
cortese, egli inserisce il proprio sentimento personale fatto di tragicità e rassegnata malinconia.
Mentre affronta temi diversi il poeta Francois Villon che dà forma ad una poesia aspra e vigorosa,
giocata sui doppi sensi, nel quale io poetante propone squarci della propria vita viziosa e dolorosa
spesa tra bordelli e taverne. Molto noti sono i componimenti: “Petit Testament” e “Testamento”.
Nel primo effettua una parodia della tradizione cortese in quanto il poeta figurandosi di dover
lasciare Parigi a causa di una delusione d’amore utilizza lo stratagemma meta-letterario del
testamento lasciato ad amici e conoscenti per utilizzare lo stile comico, osceno e dell’autoironia.
Mentre in “Testamento”, composto da 186 strofe di 8 versi, ritroviamo uno stile completamente
diverso con un poeta, già trentenne, segnato dell’esperienza delle prigioni (quindi è un
componimento più intimista).

La letteratura in lingua d’oc


Sono oltre cento i manoscritti che ci trasmettono la lirica dei trovatori occitani o provenzali in
lingua d’oc.
Il corpus della lirica dei trovatori è composto da circa 2600 testi poetici. La poesia privilegiata è la
poesia d’amore, detta CANSO, che segue i dettami della FIN AMOR, ovvero la donna chiama
MIDONS dal latino MEUS DOMINUS (mio signore) è elevata a sovrana d’amore che può decidere
della felicità del DRUT (amante), ma sono trattati anche altri generi:
-il SIRVENTES, in cui vengono riprese le strutture metriche tipiche della canso, ma temi diversi tipo
politiche-militari di cui il maestro è Bertran de Born, cantore di guerra, istigatore e fustigatore dei
signori e sovrani;
-TENSO: in cui ritroviamo due o più interlocutori che dialogano su uno stesso tema a strofe
alternate all’interno di un medesimo componimento;
-PASTORELLA: in cui ritroviamo una pastorella corteggiata da un cavaliere che accetta o meno le
sue richieste d’amore;
-ALBA: che descrive il momento della separazione dei due amanti, appunto l’alba, dopo aver
trascorso la notte insieme ed avvisati da una sentinella che può essere ad esempio il canto di un
uccello.
Il primo trovatore di cui abbiamo notizie è un signore feudale, Guglielmo IX duca d’Aquitania (nato
nel 1071) uno tra gli scrittori più vividi e originali del Medioevo.
Proprio con questo scrittore il centro della cultura non è più la curia vescovile ma la corte signorile
che diviene propulsore della letteratura volgare, da qui nascono i termini “cortese” inteso come
colui che aderisci ai riti di corte e “cortesia” inteso come codice dei comportamenti sociali relativi
alla vita di corte”. Quindi la letteratura trobadorica è una letteratura che nasce e fiorisce nelle corti
feudali, ciò la contrappone alla cultura clericale latina e alle tradizioni popolari, anche se riprede
forme e tecniche della poesia paraliturgica mediolatina e dalle tradizioni popolari.
Il codice erotico si modella secondo le istituzioni feudali, ovvero all’apice della piramide è posta
MIDONS, generalmente una donna di alto rango, sposata pressoché irraggiungibile e l’amato si
pone completamente al suo servizio, esaltandone bellezza e virtù, al fine di ottenere mercé.
L’irraggiungibilità della donna non esclude, né estingue il desiderio. Questo rapporto è ben visibile
in Jaufré Rudel che nonostante la lontananza della donna amata continua a perseguire il suo
desiderio amoroso che è quindi sempre frustrato ma rinnovato, un amare senza essere amato.
(Il termine TROBAR si suppone derivi da “tropus” ovvero una particolare forma metrico-musicale.)
Jaugré Rudel è il secondo grande trovatore dopo Guglielmo IX, morto molto probabilmente nella
metà nel 1100 in Terrasanta.
Una delle sue canso più nota è “LANQUAN LI JORN SON LOC EN MAI” che si apre con un esordio
stagionale in cui la condizione paradisiaca del locus amenus viene associata al pensiero amoroso
che tuttavia provoca dolore nel peota a causa della lontananza della donna amata, considerata
come la “più nobile e perfetta” in grado di elevare spiritualmente e moralmente colui che a lei si
consacra. Significativo è il termine “chaitius” che signfica “prigioniero” e “infelice” quasi a voler
convalidare, semanticamente, la condizione di patimento connessa all’amore che in questo
componimento viene considerato come una forza destabilizzante che si nutre della tensione di
due impulsi opposti: amore terreno, (gaug) ed amore spirituale e astratto ovvero JOI GIOIA
DELLO SPIRITO.
Per quanto riguarda la VIDA di J.R è stata scritta da un autore anonimo che riprende le
informazioni soprattutto da ciò che il trovatore scrive nei suoi stessi componimenti. Ci viene detto
che è il J.R era il principe di Balia che si innamora della principessa di Tripoli, senza averla mai vista
ma in base ai racconti dei pellegrini di ritorna da Antiochia. In seguito, decide di incontrarla, si fa
crociato ma durante il tragitto si ammala, viene portato a Tripoli ed avendo avute sue notizie la
contessa lo raggiunge e J. R morirà tra le sue braccia. Sarà poi fatto seppellire dalla stessa contessa
nel Templio mentre lei per il dolore si farà monaca.
Il viaggio di J.R Oltremare per incontrare la contessa è stato interpretato come metafora del
cammino di perfezionamento che ogni cristiano dovrebbe effettuare per guadagnarsi la
ricompensa eterna.

LA LIRICA DEI TROVIERI: la questione degli stili


I trovatori avevano due modi di poetare: il “trobar leu”: un modo di poetare facile senza ricorrere
a complicazioni retoriche e semantiche e il “trobar clus” chiuso, oscuro. Di questi due modi erano
già consapevoli gli stessi trovatori, come Giuraut de Bornelh che difende il “trobar leu” in quanto
per lui la fin amor ha un valore etico collettivo, mentre Raimbaut d’Aurenga difende il “trobar clus”
in quanto per lui la fin amor dev’essere comprensibile soltanto a chi è in grado di intendere. Le sue
idee sono esplicite della canso “FLORA ENVERSA”, titolo che può far riferimento a un “non fiore”
quindi indicherebbe freddo, gelo o al giglio che nel Medioevo veniva chiamato, appunto, “fiore
inverso”. A dispetto di ciò nella canso è chiara la ricerca di un’oscurità come “strategia di
copertura” al fine di creare un messaggio per una società ideale.
Il fondatore del “trobar clus” è Marcabru, trovatore di poco posteriore a Guglielmo IX. In lui
l’oscurità è soprattutto un’oscurità di contenuto e di messaggio, al servizio di una poesia polemica
moralistica. Quindi vi sono differenze tra il “trobar clus” inteso da Marcabru e il “trobar clus”
inteso da D’Aurange, in quanto per quest’ultimo significa linguaggio per pochi, per cui è il
contenuto ad essere in funzione dello stile, mentre per Marcabru è un distacco morale e
comportamentale quindi, è il linguaggio ad essere in funzione del contenuto. Queste differenze
sono evidenti anche nei prosecutori dei due trovatori:
-i prosecutori di Marcabru hanno degli obiettivi “etici”;
-i prosecutori di D’Aurenga sono ossessionati dalla rima difficile, dalla parola rara, pregiata che
sfocerà nel TROBAR RIC (stile ricco, raffinato, ricercato)
Un noto prosecutore di D’Aurenga è ARNAUT DANIEL, il trovatore più amato da Dante e Petrarca
per la sua straordinaria arte verbale. È considerato come l’inventare della SESTINA che inaugura
nella canso “Lo ferm voler q’el cor m’intra” formata da sei sestine e una tornada di 3 versi.
All’interno di questa canzone non vi sono rime ma bensì PAROLE-RIMA uguali in tutte le strofe con
un ordine diverso, questo meccanismo di progressione ed inversione è detto “retrogradatio
cruciata”.
A livello contenutistico Daniel parla di un amore quasi ossessivo ostacolato da diverse figure tra cui
lo zio e secondo alcuni studiosi attraverso questa figura Arnaut rimanderebbe alla storia di
Tristano e Isotta.

La lirica dei trovatori: contesto, sviluppi, tramonto

Partendo dall’analisi dei testi trobadorici, lo studioso tedesco Erich Kohler formula la tesi secondo
cui il codice della fin amor sarebbe stato inventato dalla piccola nobiltà, per cui le tensioni tra
grande nobiltà, detentrice di terre e potere, e piccola nobiltà senza feudo sarebbero state
superate dall’invenzione di un codice etico e di comportamento che privilegia la nobiltà d’animo
ovvero un codice ideale che sublima e trasfigura la condizione di sudditanza e di servizio,
facendola diventare il perno di un sistema di valori in cui la sottomissione è una scelta
consapevole, finalizzata a dimostrare la propria virtù e a diventare materia di canzoni, poesia e
letteratura.
In particolare, per dimostrare la sua ipotesi lo studioso tedesco effettua un’analisi della canzone di
Bernart de Ventadorn intitolata “Can vei la lauzeta mover”. Secondo Kohler nella prima stanza vi è
l’ispirazione dell’io lirico ad una condizione sociale superiore che renda felici, nella 4 stanza
parlerebbe, sotto l’invettiva misogina del poeta rifiutato, della condizione di frustrazione della
piccola nobiltà a seguito del rifiuto delle loro richieste da parte dell’aristocrazia, nella 5 stanza
individua la causa di ciò nell’eccessiva distanza sociale tra le due classi e nella mancata ricompensa
della fedeltà del servizio vassallatico ed infine nella tornada, secondo lo studioso, Bernart si rilega
tra i cavalieri poveri di cui si fa portavoce. [appunto: in questa canso can vei.. Bernart infine a
causa del rifiuto della donna rende nota la sua volontà di volerla abbandonare]
Un altro genere tratto dai trovatori occitani è il SIRVENTESE di taglio moralistico, didattico e
satirico.
Un trovatore che trattò molto questo genere è Piere Cardenal. Nei suoi sirvetesi Cardenal attacca
soprattutto l’ipocrisia e la corruzione degli ecclesiastici.
Altro importante trovatore che trattò questo genere è Bertran de Born che scrisse sirventesi
guerreschi, ispirati ad eventi storici da lui vissuti in prima persona come il conflitto per alcuni
possedimenti tra Enrico II d’Inghilterra ed Eleonora d’Aquitania, Onoltre questo trovatore viene
anche menzionato da Dante nella Divina Commedia che lo colloca nella bolgia infernale tra i
disseminatori di discordia per aver istigato Enrico III contro suo padre Enrico II.
GUIRAUT RIQUIER nato all’incirca nel 1230 è considerato l’ultimo trovatore. Egli tentò l’inedita
strada del canzoniere riordinando le sue liriche secondo criteri cronologici e tematici. Questa
raccolta viene tramandata da due manoscritti e ricopre un periodo che va dal 1254-1292, il nucleo
tematico più importante è quello che ruota intorno alla figura di “Bella Gioia” che indica la donna
terrena amata dal trovatore e la “Donna Celeste” dopo la morte della prima.
Tra le liriche scritte da Guiraut abbiamo anche il ciclo delle 6 pastorelle. La prima segue i tratti
tipici del genere della pastorella quindi abbiamo un cavaliere che corteggia una pastora, in un
ambiente bucolico, ma viene rifiutato. Tuttavia, dal punto di vista strutturale Guiraut utilizza le
COBALAS TENSONADAS, ossia la voce degli interlocutori non si alterna all’alternarsi della strofa ma
la domanda e la risposta avvengono nella stessa strofa.
Le successive 5 pastorelle raccontano l’incontro tra il poeta e la pastorella fino all’ultimo datato
1282 che avviene in una taverna quando la pastorella è ormai una vedova con sette figli ed un
nuovo ricco spasimante mentre il poeta rivolge le sue attenzioni alla figlia della pastora ma viene
rifiutato in quanto già sposata. La scelta di collocare l’ultima pastorella in una taverna indica un
distaccamento rispetto all’ambito cortese ed anche ciò di cui discutono i due amanti mancato
ovvero matrimonio combinato e figli, mette in luce valori materialistici, quindi l’esito finale della
fin amor viene spostato in un realismo borghese.
Bisogna sottolineare che con Guiraut siamo nel periodo di decadenza della letteratura occitana
iniziato a partire dal 1209 con la Crociata contro gli Albigesi, promossa da Papa Innocenzo III per
estinguere l’eresia catara della Sud della Francia e al contempo appoggiata dalla corona francese
per eliminare le corti indipendenti del Sud, ovvero il centro della letteratura trobadorica. A seguito
di ciò i trovatori emigrano, evento che viene definito “DIASPORA OCCITANA”, verso Spagna e
Italia.
Infine, nel 1539con l’editto di Villers-Cotterets la lingua ufficiale della Francia diventerà il francese
mentre l’occitano entrerà a far parte dei patois, cioè dei dialetti.

L’ECCEZIONE NARRATIVA:
La letteratura occitana non è solo produzione lirica ad esempio abbiamo molte produzioni
agiografiche come l’opera “Sancta Fides” che racconta il martirio della santa Agen perseguitata
sotto Diocleziano, un poema epico RONSASVALS che parla del classico scontro tra Cristiani e
Musulmani, aggiungendo però un elemento nuovo ovvero l’incesto di cui si è macchiato Carlo
Magno da cui poi è nato Roland quindi non il nipote ma bensì il figlio di Carlo Magno.
Abbiamo anche un noto romanzo “FLAMENCA” che parla della storia di Flamenca, una donna
bellissima, che il marito per gelosia e paura di essere tradito fa rinchiudere. Tuttavia, riesce ad
avvicinarsi alla donna Guillem, un cavaliere, che travestito da chierico riesce ad entrare nella
prigione di Flamenca dove i due si dichiareranno amore ed avverrà il tradimento.
Nel romanzo sono ripresi molti elementi della canso trobadorica: il servizio d’amore dell’amante,
midons che ricompensa la fedeltà del suo spasimante concedendogli sé stessa, ma al contempo
questi elementi sono contaminati da una sottile ironia ad esempio il primo incontro tra Flamenca e
Guillem, incontro in cui si scambiano le rispettive dichiarazioni d’amore, avviene in un bagno.
Inoltre, all’interno della lirica trobadorica si genera il corpus della VIDAS che raccontano la vita del
trovatore, spesso prive di fondamento storiche e costruite in base a racconti o ciò che il trovatore
stesso scrive nelle sue liriche e le RAZON, ovvero spiegazioni della genesi e del contenuto di alcune
poesie.
Molto fantasiosa è ad esempio la vida dei Giullem de Cabestaing, poeta-amante che verrà
scoperto dal marito della donna che lo farà uccidere servendo il suo cuore alla moglie infedele,
provocandone poi, il tragico suicidio.
Questa vicenda sarà ripresa anche da Boccaccio nel Decameron.
Un altro genere è quello degli “insegnamenti” poemetti di didattica cortese o mondana.
LA LETTERATURA GALEGO-PORTOGHESE
All’incirca nel Millecento si sviluppa nelle corti signorili della Penisola Iberica una tradizione
poetica in volgare che riprende la lirica dei trovatori occitani, quindi riprende le tematiche
dell’amor cortese ma con tratti originali, questa lirica viene chiamata GALEGO-PORTOGHESE in
quanto la lingua utilizzata è la GALEGA.
Due elementi originali di questa lirica è l’uniformità linguistica e lo sviluppo di tre generi:
-cantiga d’amore ossia la canzone d’amore
-cantiga d’amigo : canzone di donna
-cantiga de escarnho o de maldicer canzone satírica
Il primo trovatore gallego-portoghese a noi noto è Johan Soarez, originario del Portogallo, che
scrisse una cantiga di argomento politico databile 1196-1200 in cui parla delle invasioni del Re di
Navarra nei territori castigliani ed aragonesi. In questa cantiga Soarez riprende molto i sirventesi
occitani in particolare quelli di Bertran de Born.
L’ultimo trovatore invece è identificato in don Predo de Pertugal, conte de Barcelos, morto nel
1354 che formulò un importante canzoniere di cui oggi ci sono rimaste soltanto due apografi
composti a Roma all’incirca nel 1525 su indicazione dell’umanista Angelo Colocci.
Un altro canzoniere che ci tramanda alcune cantigas d’amore è il “CANZONIERE DELL’AJUDA”
mentre le altre testimonianze sono molto frammentarie come ad esempio la “PERGAMENA
SHARRER” contenente sette cantigas d’amor di Don Denis (re Dionigi).
In totale il corpus di liriche galego-portoghesi che ci è giunto supera le 1600 unità, conosciamo il
nome di 150 scrittori di diversa provenienza: portoghesi, aragonesi, castigliani.. e di diversa
astrazione sociale: sovrani, giullari, borghesi e chierici.
LA CANTIGA D’AMOR:
La cantiga d’amor corrisponde alla canso provenzale o alla chanson francese, difatti ritroviamo il
monologo di un io lirico che loda la bellezza e la virtù della donna amata, una donna di alto rango,
di cui egli è un fedele servitore e seguendo il modello delle liriche trobadoriche chiama con
l’appellativo “mia senhor”, mentre la sofferenza d’amore viene definita COITA dal latino classico
“Cogere” che indica frustrazione amorosa al limiti dell’ossessione e dell’oppressione, quindi il
termine è usato come sinonimo di angoscia, sofferenza, tormento ed una delle possibili causa di
questa sofferenza è il dover “celar”, mantenere segreta, la passione amorosa.
Nonostante queste riprese dalla lirica occitana ritroviamo anche delle differenze:
-nella lirica galego-portoghese i poeti non usano l’esordio stagionale, ma già la prima strofa si apre
con il tema che verrà trattato nelle strofe successive.
-in genere sono molto più brevi e concise, generalmente una canzone è composta da 3 stanze più
un eventuale congedo definito FIINDA.
-anche le rime sono piuttosto semplici:
.la stanza può essere costituita da 4 versi con rima alternata o incrociata con un ritornello di due
versi a rima baciata;
.oppure da 2 versi a rima baciata più un ritornello
. da 7 versi con rima alternata o incrociata con una sirma in rima baciata, chiama CANTIGA DE
MEESTRIA.
In generale i poeti galego-portoghesi rispettano la struttura e i temi della cantiga d’amore, quindi
risulta difficile individuare delle caratteristiche che differenziano un autore da un altro, ed anche
se alcuni hanno provato a svincolarsi del tema della “morte per amore” o dell’ingratitudine della
donna amata che risultano essere però sperimentazioni episodiche che non alterano la struttura
del genere, le cui peculiarità sono ribadite in due canzoni di Don Denis titolate: “Quer’eu en
maniera de proencal” e “Proencaes soen mui bem trobar” in cui contrappone la lirica profana
galego-portoghese a quella provenzale considerata meno sincera.
Nella prima Don Denis afferma di voler poetare nella “maniera” dei provenzali, considerati dei
maestri nella lode della donna, mentre nella seconda li critica per l’uso dell’esordio stagionale (in
quanto cantano, si rallegrano soltanto in primavera e poi non hanno motivi di poetare).
LA CANTIGA D’AMIGO:
Un altro genere di canzone sviluppata nella Penisola Iberica è la cantiga d’amigo, (il nome deriva
dall’appellativo dato all’amato da parte dell’io lirico) ossia canzoni in cui l’io lirico è una donna,
anche se gli scrittori rimangono uomini, che generalmente canta il suo dolore per la lontananza
dell’amato, infatti, la forma più ricorrente è il monologo anche se vi sono canzoni in cui ritroviamo
due o più interlocutori.
Ci sono pervenute quasi 500 cantiga d’amigo. Questi componimenti riprendono le tradizioni
popolari e il più antico corpus di lirica romanza giunto sino a noi ossia le “KHARAGIAT”
mozarabiche: brevi poesie inserite alla fine di un componimento scritto in arabo o ebraico.
Questo genere è molto più semplice e dirette della cantiga d’amor, ritroviamo molte immagini
naturalistiche che si caricano di valenza simbolica o metaforica, per esempio il mare diviene
l’interlocutore privilegiato degli scrittori di cantiga d’amigo, mentre a livello strutturale ricorrono a
procedimenti parallelistici ad esempio abbiamo la “leixa-pern” ossia coppia di strofe parallele,
generalmente di due versi quasi identici.

LA CANTIGA D’ESCARNHO E DE MALDIZER:


La cantiga d’escarnho e de maldizer è simile al sirventese occitano di tema politico, militare,
morale tuttavia riprende anche altre tradizioni come la poesia goliardica mediolatina, la poesia
comico-gioiosa toscana.
Ci sono giunte circa 400 cantiga d’escarnho e de maldizer accomunate dalla FUNZIONE SATIRICA.
Abbiamo la “SATIRA POLITICA”, tuttavia a causa del potere monarchico è molto limitata la
possibilità di far satira sul potere ufficiale, mentre ciò era possibile nella Francia del Sud
caratterizzata da corti autonome antagonisti fra loro.
-SATIRA LETTERARIA, componimenti in cui si attaccano altri trovatori, più spesso giullari a cui si
recrimina l’incompetenza tecnica e la mediocrità intellettuale,
-SATIRA MORALE in cui si parla della decadenza dei costumi o valori cortesi. Trovatori conosciuti
che hanno trattato questo tema sono: Martin Moxa e Airas Nunez che ha scritto un
componimento in cui attacca la corruzione e l’ipocrisia del clero;
-SATIRA di COSTUME E SCHERNO PERSONALE fondata sull’attacco personale attraverso doppi sensi
sarcastici e allusivi.

GENERI MINORI:
Abbiamo poi alcuni generi minori come:
-la TENZONE ossia un componimento dialogato affine per tema e stile alla satira letteraria;
-il PRANTO: componimento funebre che esprime il cordoglio per la scomparsa di un importante
personaggio, ci sono pervenuti cinque PRANTOS, 4 dei quali scritti da Pero da Ponte;
-PASTORELLE, componimenti che riprendono per tema e stile il genere oitanico o occitano, quindi
ritroviamo una pastorella, arguta e maliziosa, che viene corteggiata da un cavaliere ed infine
accetta o meno le sue avance.

LA PROSA RELIGIOSA:
Importante figura nell’ambito galelo-portoghese è Alfonso X, detto il Sabio, re di Castiglia e Leone
dal 1852 al 1284, mecenate e protettore di poeti ed eruditi. Egli stesso scrisse circa 40
componimenti tra cui le “Cantigas de Santa Maria”, 420 componimenti di metro e lunghezza varia
che si fondono in un organismo unitario, difatti, si è potuto parlare di una sorta di “canzoniere”, in
cui si loda non più la donna terrena me bensì quella celeste.
Difatti in questi componimenti si riprendono le immagini e il lessico della lirica cortese trasportate
però in ambito religioso quindi il trovatore offre il suo servizio di fedeltà non alla donna terreste
ma a quella celeste, insuperabile in quanto ultraterrena.
Questa cantiga era destinata ad essere canata in pubblico e nei codici è accompagnata spesso
dalla notazione musicale a dispetto di altre opere di tema religioso come i “Miracles de Nostre
Dame” di Gautier de Coinci.

La prosa: per quanto riguarda la prosa l’opera più importante è il “LIVRO DE LINHAGENS” una
raccolta di genealogie scritta da Pedro de Portugal e le traduzioni dei romanzi francesi del ciclo
bretone.

LA LETTERATURA CASTIGLIANA
Gli unici tre poemi epici castigliani che ci siano stati materialmente conservati sono: Roncesvalles,
Cid, Mocedades de Rodrigo.
Il primo appartiene all’epopea carolingio-rolandiana quindi parla di Carlo Magno e dei suoi
paladini inserendo però elementi orginali rispetto alla Chanson de Roland, ripresi da altre fonti
letterarie ed orali. Nonostante quest’opera la letteratura castigliana è una letteratura autoctona
ovvero si ispira a vicende storiche locali come il “CANTAR DEL MIO CID”, scritto all’incirca nel 1140
rielaborando materiale eterogeno prevalentemente orale. Il protagonista del componimento è
Rodrigo Diaz de Vivar conquistatore di Valencia nel 1904, morto nel 1099. L’opera è divisa in 3
cantares per un totale di 3700 versi, in cui si possono notare le peculiarità formali della scrittura
epica castigliana come: lasse e versi di lunghezza variabile, semplicità espressiva, amore per la
famiglia, rispetto e lealtà nei confronti dell’autorità regale. Caratteristiche che sono riprese
nell’opera che parla della giovinezza del Cis: MOCEDADES DE RODRIGO.
Il Cantar del Mio Cid si apre con l’esilio di Rodrigo Diaz de Vivar punito ingiustamente dal re
Alfonso VI in quanto accusato ingiustamente di aver sottratto delle tasse dall’erario del re, quindi è
costretto ad abbandonare la moglie Jimena e le figlie Elvia e Sol. Deciso a riconquistare la fiducia
del re supera valorose imprese ed infine conquista Valencia. A seguito di ciò viene riammesso a
corte e su richiesta di Alfonso VI, Elvira e Sol sposano gli infanti di Cárrion che si riveleranno essere
dei vili, interessanti soltanto alla dote e che arriveranno a picchiare e abbandonare le mogli,
disonorato il Cid ottiene la sua vendetta a duello mentre le figli infine sposeranno il Re di Navarra e
di Aragona.
La parte più propriamente epica è la prima in cui abbiamo l’eroe disperato ed errante, mentre per
quanto riguarda la struttura si alternano situazioni negativi e situazioni positive infatti il Cid si eleva
da membro della piccola nobiltà a Signore di Valencia e da padre disonorato a suocero di Re.
L’opera si chiude con il nome del presunto scrittore “Pietro abate” ma la sua identità rimane
misteriosa, difatti non possiamo sapere se sia realmente lo scrittore o il nome del copista
dell’esemplare da cui deriva l’unico testimone del poema giunto sino a noi e databile al pieno ‘300.
Le MOCEDADES DE RODRIGO parla della gioventù del Cid, durante la quale uccide Gómez de
Gormaz colpevole di aver arrecato un danno ingiusto a suo padre inoltre cattura i figli maschi e
Jimena, la sorella, per salvarli si offre in sposa a Rodrigo che colpito dalla fedeltà della donna,
decide di non consumare il matrimonio senza aver prima vinto 5 valore imprese che lo porteranno
in Francia, arrivando fino a Parigi per sfidare i dodici pari, tuttavia la nascita del figlio del re di
Castiglia impone una tregua di 12 anni e qui si interrompe l’unico manoscritto che ci tramanda
l’opera attribuita ad un chierico di Palencia che l’avrebbe redatta tra il 1350-1360.

LA POESIA DIDASCALICO-NARRATIVA E IL MESTER DE CLERECíA GONZALO DE BERCEO


Le principali forme di poesia didascalico-narrativa sono i poemi di tematica religiosa e i “contrasti”
ossia componimenti in forma dialogata in cui generalmente gli interlocutori sono delle
personificazioni come ad esempio l’estate e l’inverno, la Quaresima e il Carnevale, che discutono
tra loro.
Tra i contrasti ritroviamo “el debate de Elena y Maria” e “Razon de amor con los denuestos del
agua y el vino”. La prima opera parla di Elena e Maria, innamorate rispettivamente di un chierico e
un cavaliere e si interrogano su quale sia il miglior partito, mentre la seconda, scritta molto
probabilmente da un chierico, è suddividibile in due parti: nella prima a prevalere è il tema
amoroso con riprese della lirica trobadorica come l’esordio stagionale e la lode alla donna, in
quanto il poeta incontra nel mese di aprile in un giardino fiorito una bellissima donna con un
intreccia un dialogo ed inizia a lodarla, mentre la donna risponde con una cantiga d’amigo, quindi
vi è la ripresa anche di tratti originali della lirica galego-portoghese.
Mentre nella seconda parte il poeta rimane solo ed una colomba versa dell’acqua nel suo bicchiere
ed in questo momento ha inizio il contrato tra acqua e vino che rappresentano, rispettivamente,
l’amore pure e l’amore carnale.
Tra i poemi di tematica religiosa vi è la “Vida de Santa Maria Egipciaca” che riprendendo un opera
francese parla della prostituta d’Alessandria che a seguito della visione della Vergina si redime,
trascorre il resto della sua vita nel deserto e sul punto di morire incontra un monaco da cui riceve
la Confessione, Comunione ed infine una degna sepoltura. Nello stesso manoscritto che ci
tramanda quest’opera ritroviamo il “Libro de la infancia y muerte de Jesús” che racconta episodi
della vita di Gesù.
Di tema religioso è anche una delle prime opere della letteratura castigliana scritta intorno alla
metà XII secolo intitolata “Representacion de los Reyes Magos”, costituita da 147 versi e
suddivisibile in 5 scene:
1. È espresso il pensiero dei Re Magi;
2. L’incontro dei Re Magi;
3. Incontro dei re Magi con Erode
4. Il monologo di Erode;
5. Si interroga sull’identità del santo neonato;
Manca la parte dell’Adorazione quindi possiamo supporre che l’opera sia incompleta.
Le opere rappresentative della letteratura castigliana del XIII secolo appartengono al “MESTER DE
CLERECIA” che si oppone al “MESTER DE JUGLARIA” ossia relativo ai giullari, mentre appartengono
al primo le opere scritta da chierici o scrittori che conoscevano il latino e l’arte retorica e sono
accomunati dalla tecnica utilizzata, ossia la CUADERNA VIA, verso di 14 sillabe con secura sulla
settima (quindi alessandrino francese) , tecnica utilizzata ad esempio nel “libro del Alexandre”.
Uno tra i maggiori poeti del Duecento è Gonzalo de Berceo, scrittore di opere religiose come “La
vida de San Millan” e “Vida de Santo Domingo de Silos”, opere suddivisibili in tre parti: nella prima
parla della vita del santo, nella seconda dei suoi miracoli in vita, nella terza dei suoi miracoli
postumi, quindi mischia reale, verosimile e fantastico al fine di esaltare la figura del santo, scrisse
anche poesie mariane come “Loores de Nuestra Señora” ed il suo capovaloro “Milagros de
Nuestra Señora” la cui struttura ruota interno al numero 5, ovvero il numero mariano per
eccellenza. All’interno dell’opera Gonzalo de Berceo loda la bellezza e la potenza della Vergine e
racconta episodi miracolosi. Il suo atteggiamento come quello del pubblico è del fedele devoto e
sottomesso e lo scontro dei valori di villania e cortesia si proiettano sul piano morale della virtù e
del vizio.
Altra opera attribuita a Gonzalo de Berceo è “LIBRO DE ALEXANDRE” in cui si riprende
“ALENSANDRES” di Gautier de Chantillon e l’opera francese “il Roman D’Alexandre”.
Altri poemi scritti in “cuaderna via” sono: “Libro de Apollonio” e “Il poena de Fernan Gonzalez”.
Il primo, anonimo, è stato scritto all’incirca nella seconda metà del XIII secolo.
La trama parla del Re di Antichia, Antioco, innamorato nella figlia che per allontanare i pretendenti
stabilisce che la potrà sposare soltanto colui che avrà risolto il difficile indovinello. Riuscirà a
risolverlo Apollonio che però sarà bandito e quindi costretto a fuggire per mare, subirà un
naufragio e giungerà sulla spiaggia di Pentapolis. Qui si innamorerà della figlia de Re, Luciana e la
sposerà. Nel frattempo muore Antioco e Apollonio decide di recarsi ad Antiochia per rivendicare il
suo trono, tuttavia durante il tragitto la moglie incinta sta male, viene creduta morta e gettata in
mare con un messaggio con la speranza che possa ricevere una degna sepoltura. Ma approdata ad
Esefo riacquista i sensi e si monaca, mentre Apollonio affida sua figlia, Tarsiana, ad una coppia di
amici che però la faranno rapire da alcuni pirati e sarà costretta a prostituirsi, tuttavia, i clienti non
la toccano in quanto sono commossi dalla sua voce e dalla sua storia. Infine, Apollonio riuscirà a
trovare sia lei che la moglie a seguito di una visione.
L’opera ha da un lato le caratteristiche del romanzo come: l’intreccio di viaggi e naufragi, l’amore
per la famiglia mentre dall’altro punisce il peccato della lussuria ed esalta l’amore ispirato a Dio,
ovvero aiutato dalla provvidenza diventa come l’incontro tra Apollonio e Luciana.
Molto diverso è invece il “Poema di Fernan Gonzales” che ci è giunto attraverso una copia
anonima del XV secolo, ed è molto probabilmente la versione colta di un precedente cantar in cui
vengono esaltate le gesta di Fernan Gonzales, sostenitore dell’indipendenza di Castiglia.
Fernan G. è un personaggio realmente esistito, morto molto probabilmente nel X secolo, che riuscì
ad unire le signorie castigliane dando vita alla potentissima contea di Castiglia, e all’interno
dell’opera è descritto come un modello di valore militare e virtù cavalleresche.

LA PROSA. 4.3
La prosa castigliana del XIII secolo è influenzata dalla traduzione di testi arabi di carattere:
scientifico, filosofico e didattico. Il centro di queste traduzioni dall’arabo al latino era la città di
Toledo poi, nel secolo successivo (XIII) queste opere vengono tradotte anche in castigliano.
Un importante figura per la prosa castigliana è Alfonso X, Re di Castiglia, detto il Sabio che scrisse e
commissionò moltissime opere trasmesse, in buona parte, da manoscritti di eccellente fattura.
Queste opere trattano i temi più vari, abbiamo:
-testi scientifici,
-giuridici come il “FUERO JZGO” corpus di leggi emanate da Fernando III emanate per la città di
Cordova nel 1241 tradotte dal latino al volgare e “LAS SIETA PARTIDAS”: il primo corpus unificato
delle leggi spagnole,
-opere di carattere storico come “ESTORIA DE ESPANA” e “Grande e General Estoria”. Della prima
Alfonso X scrisse e revisionò soltanto i primi 565 capitoli che ricoprono un periodo storico che va
dalle origini al regno di Fernando III mentre gli altri capitoli furono scritti dopo la sua morte ed è
un’opera in cui confluiscono eventi storici realmente accaduti e tradizioni leggendarie; mentre la
seconda era un ambizioso progetto ovvero la storia dalla creazione alla contemporaneità, per
questa ragione riprende moltissime fonti tra cui i cantares de geste.
In seguito dopo il periodo alfonsiniano, durante il ‘300 verranno tradotte le opere francesi di
materia troiana e arturiana. Si discosta da questa tendenza il “LIBRO DEL CAVALLERO ZIFAR” che
mescola diverse tradizioni: sermoni, vita dei santi, romanzi cavallereschi ecc... Il protagonista è
Zifar, un cavaliere di sangue reale costretto però dalla sfortuna a vivere in povertà con la moglie ed
i figli, fin quando non decide di partire alla ricerca di un futuro migliore e diviene protettore del re
Marton, ne sposa la figlia ed ottiene così il trono. Alla morte della consorte si riunisce con i propri
cari e fa del primogenito l’erede al trono, mentre il secondogenito Raboán decide di affrontare una
serie di avventure che metteranno in risalto le sue virtù cavalleresche e cortesi rendendolo degno
di essere proclamato imperatore. Le fonti riprese per la creazione dell’opera sono diverse:
letteratura indiana, materia arturiana e letteratura didattica e dottrinale.

IL CONTE LUCANOR:
Nel XIV secolo una figura importante per quanto riguarda la prosa castigliana è DON JUAN
MANUEL, nipote di Alfonso X, partecipò attivamente alla vita politica e amministrativa castigliana
del primo 300 ed è il primo prosatore in cui si può scorgere un’autocoscienza artistica di stampo
preumanistico. Scrisse molte opere, soprattutto di carattere didattico e pedagogico-morale come:
trattati sulla cavalleria, sull’amicizia, sulla formazione di giovani nobili, ma il suo capolavoro è il
CONTE LUCANOR. Opere divisa in 3 parti:
-libro de los exiemplos costitutito da 51 apologhi;
-libro de los proverbios organizzati dal più facile al più difficile;
-Tratado de doctria, 3 capitoli che parlano della fede, dell’uomo, del rapporto con il mondo.
La cornice dell’opera è il dialogo tra il discepolo ossia il Conte Lucanor che pone delle domande al
maestro, Petronio, che risponde con argomenti desunti da storie esemplari.
(Viene scelto l’exemplum in quanto veicola un insegnamento morale).

IL LIBRO DE BUEN AMOR DI Juan Ruiz


Il nome di Juan Ruiz compare per la prima volta in un documento del 1400 copia di un originale del
1330. Di pochi anni dopo è la composizione della sua opera “IL LIBRO DE BUEN AMOR” in cui la sua
firma compare più volte. Secondo alcuni studiosi J. R. sarebbe il figlio illegittimo di una coppia di
cristiani prigionieri in terra islamica, questo spiegherebbe l’influenza della tradizione islamica
nonostante venga ripresa la tradizione letteraria romanza.
L’opera ci è giunta attraverso 3 manoscritti in cui però è riportata diversamente sia dal punto di
vista del contenuto che linguisticamente e ciò ha indotto la critica ad ipotizzare l’esistenza di una
doppia redazione dell’opera.
Il libro de buen amor è composto da oltre 7000 versi, organizzati per lo più in quartine di cuaderna
via e parla dei fallimenti amorosi dell’autore.
L’opera è ricca di disgressioni che la fanno apparire come disorganica, tuttavia, questo è l’assunto
profondo dell’opera che oppone da un lato l’amore ideale disciplinato dallo spirito religioso e
dall’altro l’amore folle a cui l’uomo non ha la forza di sottrarsi.
Per quanto riguarda le fonti, riprende la tradizione misogina del tempo, la letteratura moralistica
romanza e mediolatina, abbiamo ad esempio la personificazione di Don Carnevale, che
rappresenta il piacere materiale e Doña Quaresma, poi vi è la ripresa di Ovidio, della letteratura
cortese provenzale in particolare della pastorella anche se in quest’opera la pastora non è astuta
ma bensì rozza, episodio controbilanciato dalla Lode alla Vergine, Donna perfetta, che pone
l’autore in uno stato di inferiorità assoluta.
In generale l’opera- che sia un trattato amoroso o un canzoniere personale- può essere
considerata come uno tra i più originali esempi della tendenza in voga, tra la fine del XIII e l’inizio
del XIV secolo, di far confluire l’opera poetica in una cornice autobiografica di carattere più o
meno fittizio come lo sarà poi “VITA NUOVA” di Dante, quindi l’unità profonda del componimento
è garantita dell’io personaggio-autore-protagonista.

I ROMANCES:
La lirica castigliana si sviluppa relativamente tardi, dopo il declino della poesia galego-portoghese
da cui si differenza per alcuni tratti originali: il tema trattato è quasi esclusivamente quello
amoroso, l’io lirico è una voce femminile e l’uso di forme metriche popolari.
Tratti che richiamano il più antico corpus di lirica in lingua romanza le “kharagiat”, brevi strofe in
cui l’io lirico è una donna, scritte tra l’XI e l’XII secolo da poeti arabo-andalusi che le inserivano
come conclusione delle loro poesie scritte in arabo o ebraico, ciò sottolinea una tradizione lirica
iberica autoctona da cui poi nascono le cantigas d’amigo in galego-portoghese e la lirica
castigliana.
Il genere principale della lirica castigliana è il VILLANCIOCO che si apre con una strofa di apertura il
cui tema viene poi amplificato da un testo più lungo detto GLOSA, altro genere molto importante è
il ROMANCE ovvero poemetti narrativi, di estensione variabile, di carattere epico-lirico-narrativo.
Si distinguono due gruppi: il ROMANCERO VIEJO che comprende tutti i romance scritti tra il 400 e il
500 anche se secondo alcuni studiosi come Menendez Pidal i primi romance sarebbero stati scritti
a partire del Duecento e il ROMANCERO NUEVO in cui rientrano i testi scritti da autori più recenti
como: Lope de Vega, Quevedo, Góngora su imitazione dei modelli antichi.
Mentre dal punto di vista tematico abbiamo: romances historicos (tema storico), romances epicos
(basati sul cantar de gesta), novelescos (legati al folkore), liricos (di ispirazione soggettiva e
sentimentale). I romance presentano una struttura fissa scomponibile in 4 parti: marco, ossia
presentazione dei personaggi e del luogo, una situazione inziale che pone un problema o un
conflitto, complicazione che lo sviluppa e risoluzione che lo risolve positivamente o negativamente.
(In seguito, fine XIV secolo, si diffonde in Spagna una lirica colta e cortigiana su influsso della lirica
italiana).

LETTERATURA ITALIANA DELLE ORIGINI E TRADIZIONI GALLO-ROMANZE:

6.1 La diffusione della lirica trobadorica e i trovatori d’Italia


La presenza e la ricezione della lirica trobadorica in Italia è attestata già prima della fine del XII
secolo come dimostra il componimento scritto in occitano da uno scrittore italiano, Peire de la
Cavarana, intitolato “D’un serventes faire”. Ma gli scambi poetici tra Francia del Sud e Italia si
fanno sempre puù intesi durante il Duecento, periodo in cu in la Francia del Sud è colpita dalla
tragica situazione politico-militare che sfocerà nella Crociata contro gli Albigesi che causerà
l’emigrazione di moltissimi trovatori in Spagna e nell’Italia settentrionale in cerca di una migliore
accoglienza e soprattutto protezione e mecenatismo.
Tra i trovatori che hanno soggiornato in Italia vi è: Raimbaut de Vaqueiras e Uc de Sant Circ.
Il primo scrisse proprio in Italia le sue opere più innovative come alcuni componimenti poliglotti
che sono le prime testimonianze di una lirica d’arte in italiano, come il componimento “Donmna
tant vos ai preida in cui si alternano la voce del poeta in provenzale e la voce della donna in
dialetto ligure.
Mentre Uc de Sant Circ oltre a scrivere componimenti poetici scrisse una delle prime grammatiche
dell’occitano “DONAT PROENSAL” e su indicazione del suo protettore Alberico de Romano,
compose il più antico canzoniere trobadorico giunto sino a noi, intitolato “LIBER DOMINI
ALBERICI”, oggi conservato della biblioteca degli Estensi.
Durante tutto questo periodo nell’Italia settentrionale viene ripreso completamente il modello
trobadorico, al punto che i “trovatori italiani” possono essere iscritti di diritto alla letteratura
occitana, mentre il primo movimento unitario di lingua e cultura poetica italiano si ha con
cosiddetta SCUOLA SICILIANA, fiorita -all’incirca tra il 1220 e 1226- durante il trono di Federico II di
Svevia, con epicentro in Sicilia. I poeti siciliani, così chiamati non per la provenienza territoriale ma
bensì per l’adottamento di una lingua poetica comune ossia il “siciliano illustre”, sono degli eredi
diretti della tradizione trobadorica, da cui riprendono forme metriche, termini-chiave e ideologia
cortese, il tutto però adattato al contesto in cui si trovano ad operare ben diverso da quello dei
trovatori, in quanto non abbiamo tante piccole corte feudali, spesso in lotta tra loro, ma bensì uno
Stato retto da un unico sovrano attraverso un sistema amministrativo guidato da funzionari,
giuristi e burocrati, a seguito di ciò i poeti siciliani non tratteranno il genere del sirventese, ma
quasi esclusivamente il tema amoroso con un trattamento più “astratto”, intellettualistico. Inoltre,
l’unica via attraverso cui i poeti siciliani conoscono le liriche trobadoriche è attraverso i libri e non
testimonianze dirette, infatti è noto che Federico II non abbia accettato all’interno del suo regno i
trovatori al fine di promuovere una nuova poesia in una nuova lingua poetica da contrapporre al
provenzale.
La canzone più celebre della scuola poetica siciliana è “Madonna dir vo voglio” scritta da Giacomo
da Lentini, un notaio imperiale, attestato durante gli anni Trenta del ‘400. Questo componimento
è una traduzione-adattamento della canzone di Folchetto di Marsiglia “A vos, midontc, voill
retair’en cantan”. Questa traduzione non è una traduzione letterale in quanto G. da L. non
riprende fedelmente il testo di Folchetto ma omette ed inserisce porzioni di testo, effettua dei
cambiamenti sia a livello sintattico che lessicale tuttavia mantiene l’ideologia, il senso della canso
di F. di Marsiglia quindi potrebbe essere considerata anche una traduzione “poetica”.
Vi sono altri componimenti siciliani in cui sono tradotte canzoni trobadoriche come il
componimento “Umile core e fino amoroso” che traduce la canso “LONGA SANZON AI ESTAT VAS
AMOR”, in queste traduzione viene modificata soprattutto la struttura metrica, ciò indicherebbe il
disinteresse per la destinazione musicale del testo ma tuttora il problema della presenza o meno
della musica e della vocalità nella Scuola poetica siciliana rimane aperto, mentre è indubbio il fatto
che proprio a quest’altezza si pongano le basi per la divisione tra musica e parole che
caratterizzerà il genere lirico italiano.

LA DIFFUSIONE DEL FRANCESE:


Durante il Duecento e il Trecento molti scrittori dell’Italia settentrionale utilizzano la LINGUA D’OIL
ad esempio nella redazione di adattamenti di storie bretoni, avventure cavalleresche e nella
scrittura di opere storiografiche e didascalico-enciclopedico. Il motivo dell’uso di questa lingua è
legato alla sua larga diffusione nella Romani, difatti era utilizzata come strumento di
comunicazione tra le diverse nazioni dell’Impero Latino d’Oriento, quindi utilizzare questa lingua
significava raggiungere un pubblico molto più ampio e diversificato, ad esempio Brunetto Latini nel
prologo della sua opera Tresor dichiara di aver utilizzato il francese sia per la sua qualità estetica
sia per la sua diffusione.
Importante opera, la cui prima stesura è stata scritta in lingua d’oil, è il “MILIONE”, scritto da
Rustichello da Pisa a seguito dell’incontro con Marco Polo in una delle carceri di Genova. L’opera è
suddivisibile in 3 parti: la prima parte parla del viaggio di Marco Polo verso la Cina, la seconda della
figura di Kubilai Khan e la terza delle spedizioni nei territori dell’estremo Oriente e del viaggio di
ritorno per mare.

FRANCO-VENETA:
Il prestigio culturale francese in Italia si afferma soprattutto in Emilia, Lombardia e Veneto. Qui
vengono trascritti e adattati da copisti locali moltissime opere di provenienza francese, soprattutto
i romanzi arturiani e le chanson de geste, dando vita ad una lingua ibrida definita “franco-italiano”,
“franco-lombardo” o “franco-veneto”. Questa lingua verrà utilizzata per scrivere autonome
chanson
de geste come: Geste Francor, nome utilizzato per indicare otto poemi uniti dal tema dell’ostilità
della casa di Maganza nei confronti della stirpe reale di Francia, ma con una marcata attenzione
alle vicende familiari dei paladini piuttosto che alle loro imprese. Altra opera, scritta in franco-
veneto, è l’ENTREE D’ESPAGNE che narra le vicende di Carlo Magno e dei suoi paladini nella
Spagna dei Mori, sette anni prima degli eventi narrati dalla Chanson de Roland. Il protagonista
indiscusso è Orlando che compie numerose nobili imprese, tra cui la conquista della città di Noble,
avvenuta però, senza discutere prima con re Carlo, per questa ragione incorre nell’ira del re e
decide di partire solitario all’avventura. Fingendosi un pagano giunge in Persia, dove si batte a
duello per difendere la figlia del Soldano, ottiene così la sua riconoscenza e lo convince a
conquistare la città di Gerusalemme e a convertirsi, informazione però che può essere ipotizzata
grazie a fonti indirette in quanto il testo è qui mutilato. Infine Orlando ritorna in Spagna dove
viene accolto tra feste e onori.