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GIUSEPPE

OPERE

PEANO

SCELTE
a cura

d e ir U N IO N E

M A T E M A T IC A

IT A L IA N A

e col contributo del


CO N SIG LIO

N A Z IO N A L E

BELLE

VOLUME
GEOMETRIA

R IC E R C H E

III

FONDAMENTI

M E C C A N IC A R A Z I O N A L E - V A R I E

EDIZIONI

CREMONESE

ROMA

1959

Sono

riservati

Unione

tutti

* d i r i t t i

M a t e m a t i c a

alla

I t a l i a n a

{c ) 1959 by Edizioni Cremonese, Roma

Gubbio

Soc.

Tipografica

ODERISI,,

19 5 9

P R E F A Z IO N E

A L

VOL. I l i

I
lavori di G. P e a n o contenuti nel presente vol. I l i delle
Opere scelte sono divisi secondo il programma pubblicato nella
P R E F A Z IO N E al vol. I nelle tre categorie: Geometra e fonda
menti, Meccanica razionale, Varie.
Poich (secondo detto programma) ci si dovuti limitare alla
pubblicazione di note e memorie (salvo alcuni eccezionali brevi estratti
di trattati), chi vuole avere unHdea completa dei risultati conseguiti
da G. P e a n o nel campo della geometria dovr ricorrere ai trattati,
specialmente alle Applicazioni geometriche del 1887 ed al Calcolo
geometrico del 1888, sullimportanza dei quali rimando al passo di
G. A s c o l i da me riportato neZZ'INTRODUZIONE contenuta nel vol. I.
Cosicch, f r a i lavori geometrici della categoria Geometria e
fondamenti, mi limito a citare i lavori giovanili sulla teoria invariantiva delle form e algebriche {2, 3, 4) ed i saggi di calcolo geome
trico (30, 90), con alcuni brevi complementi estratti dalle Applicazioni
geometriche del 1887 e dalle Lezioni di A nalisi infinit. del 1893 e
pubblicati sotto il titolo: A lcuni teoremi di Peano sulle curve reali.
Nella stessa categoria di lavori invece compresa la serie pres
soch completa dei lavori sui fondamenti delVaritmetica e sui fondamenti
della geometria, salvo gli Arithm etices principia nova methodo expo
sita (16) ed I principii di geometria logicamente esposti (18), entrambi
del 1889, gi pubblicati nel vol. I I di queste Opere scelte f r a i
lavori di logica matematica per la loro importanza ideografica.
I n particolare cito Vestratto del lavoro n. 99 (pubblicato col
titolo: I fondamenti delParitmetica nel Formulario del 1898) ed il
lavoro n. 105 (Sui num eri irrazionali, 1899) che contengono Vesposizione
quasi definitiva dei fondamenti dellfaritmetica neWindirizzo di P e a n o j
il lavoro n. 64 (Sui fondamenti della geometria, 1894) che contiene
la redazione definitiva dei fondamenti della geometria basata sulle idee
primitive di punto, segmento e moto', ed il lavoro n. 98 (Analisi della
teoria dei vettori, 1898) che contiene i fondamenti della geometria

VI

basata sulle idee primitive di punto, vettore e prodotto interno di due


vettori, teoria che sar poi riprodotta in tutte le edizioni successive
del Formulario [a partire da F. 1899).
Fra i lavori di Meccanica razionale cito quelli sul moto del polo
(79, 80, 89) e quello sul pendolo di lunghezza variabile (87).
Non mi possibile invece accennare, neppur brevemente, al con
tenuto dei numerosi lavori raccolti nella categoria denominata Varie,
in cui sono compresi lavori storici, critici, didattici e di interesse
vario quali, per es., Vapplicazione della numerazione binaria alla
stenografia (103), Vimportanza dei simboli in matematica (176), Vese
cuzione tipografica delle formule (178), i problemi sul calendario (196),
le operazioni sulle grandezze (197), ecc.
Questi lavori provano la grande estensione del campo scientifico
coltivato da G . P e a n o secondo la sua massima ; bene non
restringere lo studio alla sola matematica perch tutta la scienza
bella se la si studia per se stessa e non allo scopo di esami o di lucro .
E ssi provano inoltre che, anche negli scritti minori come per
es. nelle recensioni che per lui sono quasi sempre occasione di esporre
idee originali e complementi vari suggeriti dal libro recensito , egli
lascia sempre secondo le parole di B . S e g r e (1955) Vimpronta
del suo spirito logico e del suo ingegno lucido ed originale .
I l volume termina con le fr a s i conclusive deWopuscolo n. 203
(Giochi di aritm etica e problemi interessanti, 1924), che sono come
la sintesi delle concezioni di G. P e a n o suWinsegriamento della mate
matica esposte nel lavoro n. 143 (Sui fondamenti dellanalisi, 1910)
pure contenuto in questo volume.
Le annotazioni da me premesse alla maggioranza dei lavori e
le note a pi di pagina (tutte munite della sigla IL C.) sono sempre
redatte secondo le norme indicate nell*AV V ERTEN ZA pubblicata
nel vol. I.
Ho pensato opportuno di corredare il volume di una breve aggiunta
alla B IB L IO G R A FIA (Sulla vita e sulle opere di G. Peano) e di un
elenco in ordine cronologico dei titoli dei lavori pubblicati nelle
Opere scelte , con ^indicazione del volume in cui si trovano e
della pagina iniziale.
Cos, a due anni e quattro mesi dal conferimento delVincarico di
curare Vedizione dei tre volumi delle Opere scelte di G . P e a n o
(13 gennaio 1957), ho il piacere di terminare Vopera affidatami.

VII

Ci stato possibile per il continuo interessamento della presidenza


dell*Unione Matematica Italiana e della casa editrice C r e m o n e s e .
A d esse rinnovo il mio p i vivo ringraziamento, come alla mia
assisteite D r . F u l v i a S k o f che ha continuato a coadiuvarmi efficacemente nella correzione delle bozze di stampa.

Coneluso il compito affidatomi, mi sia permesso di formulare


Vaugurio che le presenti Opere scelte siano completate con la
pubblicazione se won di tutte le opere del P e a n o almeno del
F o r m u la r io m a tlie m a tic o .

Sul valore e Vimportanza di tale opera ho scritto ampiamente in


due lavori del 1955, citati nella B i b l i o g r a f i a pubblicata nel vol. I ;
qui mi limiter a riportare il seguente giudizio conclusivo del mate
matico polacco E . S t a m m (1933) : unopera classica nella lettera
tura matematica di ogni secolo, di valore inestimabile per gli studiosi
di matematica .
Milano, m aggio 1959

U go C a s s i n a

y
GEOMETRIA E FONDAMENTI

(2). UN TEOREMA SULLE FORME MULTIPLE


(A tti della Reale Accad. delle Scienze di Torino, Vol. X V H , A . 1881, pp. 73-79)

I lavori n. 2, 3 e 4, collegati fra di loro e che sono fra i prim i scritti di


G. P e a n o allora 23-enne, riguardano la teoria delle forme algebriche.
Essi si collegano a precedenti ricerche d i A. C l e b s c h , di A. C a p e l l i e di
E. D O v i d i o .
D a notare, nel lavoro n. 3 (del 1881), il primo uso sistem atico, da parte d i
G. P e a n o , del principio di induzione m atem atica per la dimostrazione dei suoi
teorem i sulle formazioni invarian tive delle corrispondenze algebriche.
U. C.

Dir fo rm a multipla una funzione omogenea rispetto a pi


serie di variabili in numero qualunque. Formazione invariantiva di
pi forme multiple una funzione F intera, omogenea, dei coefficienti
di queste forme, e delle variabili, tale che se si fanno in tu tte le
variabili sostituzioni lineari indipendenti, ovvero non, fra loro, la
funzione analoga alla F, calcolata sulle forme trasform ate sia eguale
alla trasform ata di F moltiplicata per una funzione dei param etri
delle sostituzioni. Caso particolare delle forme m ultiple sono le for
me binarie doppie, che, poste eguali a zero, rappresentano corri
spondenze fra gli elementi di due forme di prim a specie. Finora
poco fatto intorno alle formazioni invariantive sia delle corrispon
denze, supposte le variabili assoggettate a sostituzioni indipendenti,
che delle forme m ultiple pi generali ; anzi fu messa in dubbio
resistenza, per le corrispondenze, di un sistem a finito di formazioni
invariantive, in funzione razionale intera delle quali si possa espri
mere ogni forma invariantiva (1). Io mi propongo di dim ostrare
l esistenza di questo sistema per le forme binarie doppie (corrispon
denze), e per alcune altre forme m ultiple comprese nellenunciato
del seguente
TEOREMA:

Suppongasi esistere nelle forme multiple date

(*) A. C a p e l l i , Sulla corrispondenza (2 ,2 ). Giornale di Matematiche, 1879,


pag. 70.

Gi u s e p p e

peano

una serie di variabili binarie x i e


assoggettate a sostituzioni
indipendenti da quelle a cui si assoggettano le altre variabili j si
ordinino le forme date rispetto alle x :
f fo %i + m f i xT * 1 x 2 +
g = Po x + n g x l~ 1 x2 + ....
dove le
f o t A > - So > Si !
( 2)
sono forme non contenenti le x } ma che possono contenere le altre
variabili. Se le forme (2) ammettono un sistema finito di forme in
variantive fondamentali, esiste pure tale sistema per le forme date .
Divider la dimostrazione in tre parti :
a]
Sia F una forma invariantiva del sistem a dato (1) j la
si ordini rispetto alla a?, e sia :
F = Fo'tff + p Fi tcf~l x,, + . . .
le forme F 0 , F i , . . . sono formazioni invariantive del sistema (2).
In fatti, mantenendo fsse le x , si facciano nelle altre variabili tra
sformazioni qualunque, e si rappresentino colle stesse lettere accen
tate le trasform ate delle funzioni precedenti j sar :
f ' f o %T ~b m f i T 1 #2 + * *
0 ' ff

0 i X i -1 x 2 H

F ' = F i x ? + p Fi x ? - 1 afa + . . . J
e si calcoli sulle trasform ate la forma analoga di F } e sia :
F " = n , x ? + p F [ x r 1x2 + . . . y
essendo F una forma invariantiva, sar identicamente F " = h F ',
dove h funzione dei param etri delle sostituzioni eseguite, ed
eguagliando in questa identit i successivi coefficienti di #2, si avr:
Fi' = ftF J,

F i' = f t F . . . ,

il che prova appunto che F 0 , F iy . . . sono formazioni invariantive


del sistema (2).
Si suppose nellenunciato del teorema che il sistema (2) am
m etta un numero finito di forme fondamentali, e siano esse
J ^2 i 4 >
le F 0 , F j , . . . sono funzioni razionali intere delle (3), ossia
formazione invariantiva del sistema (1) funzione razionale
delle a? e di un numero finito di funzioni (3) non contenenti

(3)
ogni
intera
le x .

UN TEOREMA SULLE FORME MULTIPLE

b] Si pu trovare un sistema finito di forme invariantive


del sistema (1), tale che in funzione razionale intera (lineare) dei
coefficienti nelle x di esse si possano esprimere le P. In fatti pon
gasi A co = -- ( - ^ y i -fq \o x i

o %2

y2 ), dove co una funzione di grado

g in a?, e le sono variabili cogredienti colle x ; pongasi inoltre


A%co = A (A a>), ecc. Si calcoli la funzione analoga alla P sul se
guente sistema :
f,

A f,

A * f,...A f

9,

dg,

A * g , . . . An g

s i o tte rr u n a fo r m a i n v a r ia n t iv a Q , c o n t e n e n t e x , y, e l e v a r ia b ili
c h e c o m p a r iv a n o i n

P, e la si p o tr o r d in a r e s e c o n d o l e p o t e n z e d e l

d e t e r m in a n t e (#y) ( C l e b s c h , B i n a r e n F o r m e n , 7), e s i a v r :

Q=

+ [xy)

+ (xy)2 Ai~2x + . ,

dove q il grado a cui Q contiene y, e le <p, y>, . . .


riantive contenenti x e non y :
(p <po # + f*<Pi a # - 1 x 2 + ... ;

forme inva

v V i a?- 1 #2 +

Pongasi ora nelleguaglianza precedente


= V%= 1.,

H Vi = 0

Q si riduce a P , [xy) ad 1, e le forme polari A? <p, Aq~ l \p, . . . ai


coefficienti cpq, ipqi , . . . delle forme cp, , . . . e si cos P espresso
linearm ente in funzione dei coefficienti delle forme <p, xp,. . . .
Siccome per ipotesi le P sono in numero finito, e da ciasche
duna di esse si deduce u n numero finito di forme invariantive,
cos il sistema delle forme
<p, v>,

finito.
c] U na forma invariantiva F delle forme m ultiple date
funzione intera delle x i , x 2 e delle P ; e sostituendo alle P le loro
funzioni dei coefficienti delle forme (4), F diventa funzione intera
delle variabili a?, e dei coefficienti nelle x delle forme
<Pi V p m .

Dico che, considerate F , <p , y>, . . . come binarie semplici fun


zioni delle x i , x %y incorporando le altre variabili nei coefficienti
la prim a funzione invariantiva delle ultime. Infatti, mantenendo

GIUSEPPE PEANO

fsse tu tte le altre variabili, si faccia nelle x la seguente trasform a


zione :
x i = yi
-|- z i X 8 ,
x2 = y%X 4 -|X2 ,
dove X 4 , X 2 sono le nuove variabili y i} y ^ t
z2 i coefficienti
della trasformazione di modulo (yz) j indicando con un accento
la trasform ata d una forma, e posto, per comodit di scrittu ra :
<P= (p%y W == Wx > F = F, si avr :
(p '= (p {yi X i -(- 2i X 2, /2 X i -(- 2:2^ 2) = y X f -f- [j,(py cpzX f 1X 2+ . . . I
/

V'V7'V I

V--1

v> = v/jXi + yv'y

'17' V1 TT I

V*x i

X2 + -

(d).

F '= P y X />+ i ) F yp 1F*Xf-1 X2+ ... )


Siano poi <p} \p"y. . . F" le forme analoghe a q?,
. F cal
colate sulle forme trasform ate; se l espressione di F in funzione dei
coefficienti delle (4) :
F = F 0 (<p0, <pi,..., Vo, Vi >...) x f + p F x (?o, <Pi,..., Vo, V i,...)

a?2 + ...,

si avr :
F " = F 0(>J', *',. . . , y j',

...) X f + . . .

. . . (6),

ma, essendo (p, \p , . . . F forme invariantive, si avr :


<p" = (yz)a v ' y

v"=

(y*)fi v' F" = (y zf F ' .

Sostituiamo in queste a 9/ , 1/ / , . . . F ' i loro valori (a) ) in se


guito questi valori di F " , yj', <p', . . . xpo , y>. . . nellespressione (6),
ed eguagliamo i coefficienti di X f in ambo i membri :
( z)* F * = F 0[(z)>, (yxfq^~1<Pz^...i(yzfwl, ( y * /v > r V ]
Si ordini il membro di destra secondo le potenze del determ i
nante {yz) che vi comparisce esplicitamente j i coefficienti saranno
funzioni di <p%,
<p2, . . .
, . . . contenenti y e 2 ; si ordinino poi
questi coefficienti secondo le potenze del determ inante {yz) col me
todo gi citato del Clebsch ; il membro di destra risulter ordinato
secondo le potenze del determ inante {yz) ed i coefficienti saranno
forme polari di funzioni invariantive delle <p , \p , . . . . Ma questa
stessa q uantit gi sviluppata a sinistra secondo le potenze del
determ inante (yz)) perch vale (yz)kJ
e non potendosi questo svi
luppo fare che in un sol modo (C l e b s c h , Binar en Formen, 7,
Teorema 2), si conchiude che nel membro di destra si devono a n
nullare i coefficienti di tu tte le potenze di (yz) diverse dalla
e
che F y eguale al coefficiente di (y zf ; quindi F una formazione
invariantiva delle forme binarie <p, y j, . . . c. v. d.

UN TEOREMA SULLE FORME MULTIPLE

O ra le forme binarie <p, y>, . . . in numero finito, ammettono


un nnmero finito di forme invariantive fondamentali (teorema di
Gordan), e siano esse
-

. . . (5)

in funzione intera delle quali si potr esprimere F j onde ogni


formazione invariantiva del sistema (1) funzione intera razionale
di un sistema finito di forme invariantive .

Cos dimostrato il teorema, passo ad esaminare i pi im portanti


sistemi di forme multiple contenuti nellenunciato del medesimo.
U n sistema di forme binarie doppie, o corrispondenze, ammette
per forme (2) forme binarie semplici, che soddisfanno alle condizioni
del teorema ; dunque :
finito il sistema di forme invariantive di quante si vogliano
forme binarie doppie o corrispondenze .
Abbiasi un sistem a di forme binarie triple ; le forme (2) saranno
forme binarie doppie, e per ci che si or ora dimostrato, esse
soddisfanno alle condizioni del teorema ; e cos continuando si :
T e o r e m a . Ogni sistema di forme binarie m ultiple conte
nenti quante si vogliano coppie di variabili indipendenti ammette
un numero finito di formazioni invariantive fondamentali .

A nche alla forma / = & ? (o ad un sistem a di tali forme)


dove le x sono variabili binarie e le w ternarie o quaternarie (coor
dinate di rette nel piano, o di piani nello spazio) applicabile il
teorema. Si osservi che / = 0 individua la rappresentazione parametrica dei p u n ti d una curva razionale dordine m piana o sghemba ;
e le formazioni invariantive di / tu tti gli enti geometrici collegati
proiettivam ente colla curva, o con punti della curva. Ecc., ecc.
La dimostrazione del teorema ci offre anche una regola pel
calcolo delle forme invariantive ; invero, date le forme (1), se ne
calcolino successivamente i sistemi (2), (3), (4) e (5); nel sistem a (5)
sono tu tte comprese le forme fondamentali cercate. Ma non tu tte le
forme (5) sono fondamentali, ed il numero troppo grande di forme
(5) sovrabbondanti fa s che questo non sia in generale il metodo
migliore pel calcolo delle formazioni invariantive.

(3). FORMAZIONI INVARIANTIVE


DELLE CORRISPONDENZE
(Giornale di Matematiche (di B atta gli Ni), Vol. X X , A . 1881, pp. 70-100)

Dicesi forma binaria doppia (w, fx) una funzione intera omogenea
di due coppie di variabili x , x2 e
, 2 contenente le prime al grado
m , le seconde al grado p :
f = S ----- ---------------- ^ T T -7-, a

ij (m i) \% I {fi j ) ! j ! v

(-J %

21

o simbolicamente f = a>a . Se le variabili {xi a?s) (t 2) sono le coor


dinate di due forme geometriche di prim a specie, / 0 individua
fra gli elementi di esse una corrispondenza {m , /*).
Supporr le due coppie di variabili assoggettate a trasformazioni
lineari indipendenti fra loro ; gi dimostrai esistere un numero finito
di forme invariantive fondamentali, e dalla dimostrazione dedussi un
procedimento per trovarle (4).
Io
mi propongo ora di calcolare il sistema completo per una o
pi corrispondenze (1, 1), per la (2, 1) e finalmente per la (2, 2).
Ma in questa ricerca converr sostituire al procedimento gi
noto un altro pi utile e simmetrico.

Doppio scorrim ento.


A bbiansi due forme binarie doppie / = a a , g = 6* f i l. Intendo
per doppio scorrimento (/t, k) della prima sulla seconda lespressione :
[ab)h (oc,1*)* a ^ ~ h b*~h a * fijr*
e lo rappresenter col simbolo (fg)h,k
(4)
XJn teorema sulle forme multiple . A tti della R. Accademia delle Scienze di
Torino, 27 Nov. 1881.

FORMAZIONI INVARIANTIVE DELLE CORRISPONDENZE

evidente che questo doppio scorrimento una forma invarian


tiv a delle due forme date, e viceversa ogni forma invariantiva di due
forme doppie contenente a primo grado sia i coefficienti della prima
che quelli della seconda uno scorrimento doppio delle due forme.
Lo scorrimento (0,0) il prodotto delle due forme ; lo scorrimento
(kj 0) lo scorrimento semplice imo delle due forme considerate come
binarie semplici funzioni della sola x j facile poi a vedersi che
{fg)h,k = ( 1)*+* ( ff/k t
La forma g pu essere identica alla / , e fra gli scorrimenti
d una forma su s stessa non sono a considerarsi che quelli in cui
h + le pari, gli altri essendo identicamente nulli.
T e o r e m a . Ogni forma in v a ria n tiv a . di forme date, contenente
ai grado h i coefficienti di una di esse / = aa , si pu decom
porre nella somma di pi forme invariantive, ciascuna delle quali si
ottiene facendo un doppio scorrimento di / su forme invariantive
contenenti i coefficienti di / al grado h 1 .
In fatti si immagini la formazione invariantiva F calcolata sotto
forma simbolica ; entreranno, in F, h simboli doppi equivalenti di / ;
sia uno di questi a a . Sostituisco in questa espressione simbolica ad
a 4, a2, otj, a2 rispettivam ente y2, y r2,
essendo le y variabili
cogredienti colle #, le rj cogredienti colle , avr una forma F ' in
variantiva, contenente i coefficienti di / al grado h 1 (il grado nei
coefficienti delle altre forme rimanendo inalterato), contenente le va
riabili e f agli stessi gradi di F, e le variabili y ed v\ ai gradi
m e fi* F ' contenendo le due variabili cogredienti (xr y), si potr or
dinare secondo le potenze ascendenti del determ inante (xy) ( C le b s c h ,
Binaren Formen 7), e si avr :
F ' = D m <pQ+ (xy) D m_1 <pi + . . .
dove <p0 <pt . . . sono funzioni invariantive contenenti

| , r, e non y ,

e dove il simbolo D rappresenta loperazione y

+ y2
. (Tra(tl171
Uil/2
lasciai in F ' i coefficienti numerici, che immagino per semplicit in
corporati nelle funzioni <p). Le funzioni (p0
contengono ancora
due serie di variabili cogredienti , ed r, e si potranno quindi, collo
stesso procedimento, ordinare secondo le potenze del determ inante
(r), e si avr :
F ' = D*A 9>00 + (xy) Dm_1 A <pi0 + . . .
+ (f>?) D " J'*-1 ?>01 + (xy) (fij) D *1 A*-1
+

...................... ........................... ................................

10

GIUSEPPE PEANO

doye <p00<rl0 . . . 9^01


sono funzioni invariantive contenenti le
sole variabili x e | , e non y ecl rj} e dove A rappresenta loperazione
d ,
d
V d ( , + v *d$i '
Pongansi in questa espressione di F ' invece di y i9 y2
rj2 ri
spettivam ente 2, av a2, a, ; il membro di sinistra si trasforma
in F, e per vedere come si comporti il membro di destra, se ne con
sideri un termine qualunque (xy)* {rj)k D w_i A^~k <pik, ossia posto sim
bolicamente <pik = p lx 7i*,
(xyY (fy)1

n l+h-> n -* ,

il quale, fatta la sostituzione precedente, si trasform a in


* *s P?*~m

(a* Y ~ k =

e quindi F resta decomposta nella somma di tan ti scorrimenti della


/ sulle forme invariantive <p contenenti i coefficienti di / ad un grado
minore du n unit, C. V. D.
Di qui si scorge che i doppi scorrim enti somministrano per la
ricerca delle forme invariantive delle forme binarie doppie un metodo
del tu tto simile a quello somministrato dagli scorrimenti semplici per
le forme binarie con una sola coppia di variabili ; anzi si possono
estendere agli scorrimenti doppi tu tti i- teoremi, e tu tte le osserva
zioni che si trovano nel C l e b s c h , Binaren Formen dal 30 al 32,
dopo fatte in alcuni semplicissime ed evidenti modificazioni. L esten
sione di quei teoremi non presenta difficolt di sorta, onde per bre
vit la immaginer fatta. Passer quindi senzaltro alla ricerca delle
forme invariantive per alcune semplici corrispondenze.
Forme binarie doppie bilineari.
Abbiasi una forma binaria doppia lineare f z = a x ot ; essa am
mette un invariante ( f f ) n = (ab) (a.() = A ; la forma / e l invariante
A costituiscono il sistema completo di formazioni invariantive. In
vero ogni forma invariantiva d i / , calcolata sotto forma simbolica,
o non ammette fattori determ inanti, ed una potenza di f \ o am
m ette il fattore (ab) senza contenere (oc4). esplicitamente ed del tipo
(&) { /J, . M ,
ed ; potendo anche essere simboli, ed ivi scambiando a con b, a
con p, e sommando si - i - (ab) (ufi) (fy) M = - - A . (fy) M , ossia
J
2
decomponibile ) analogamente se contenesse il fattore (a/3).

FORMAZIONI INVARIANTIVE DELLE CORRISPONDENZE

11

Geometricamente p o i / = 0 rappresenta una corrispondenza ( 1 ,1),


ossia una collineazione fra due forme di prim a specie ed A ne il
modulo.
A bbiansi due forme bilineari / , = ax a$ = a x
= . ..,
fi =
A bx fit = .
La teoria precedente ci offre gi due invarianti
a u = (aa') (')

A 22 = m

(/*/?'),

e gli scorrimenti di / 4 su f 2 dnno :


( / 1/ 2)01 =

(/?) = D

(fi / 2)10 = (a^) af fa =

( / 1/ A i = W ( = A 12,
e vedremo che le sette forme
fi

/2

-^-ii

-^-12 -^22

id

costituiscono il sistema completo ; prima converr studiare alcune


propriet di queste forme.
Facciasi lo scorrimento di D su / 2 :

2 (D /2)10 = (db') bxfa (ap) + a* (bb') fa (ap)


= (ab)(ccp)b^fa + 2az( b b ') p ^ P )

. = A

+ ax(bb') ((a/?) fa - (a/T) fa )

^ 12/2

^ 22/1

Analogamente
2 ( ^ / 2)01 = ^ 12/2
2 (D /^jq = 2

^ 22/1
= Ah / 2

A 2/ j .

F ra le sette forme precedenti passa una relazione identica, che


potremo trovare nel seguente modo:
D J = axbx (&p) (a'V) a*sfa = axbx (a'b') j (ppf) a* + (a0') fa ) a*
= - / , * W ) (*'&') M f + / 2 <4 (a'*') (/*')
= -

A22 + / . f (/*') f(6') i - (<*') i)

= - - - / . A22 + / , / 2 A 12 - / 2 (') (/30 ifti


-------- j ^ / l -^22 + / l / s ^12

12

GIUSEPPE PEANO

e finalmente

2DA = A ttf * - a A itf lf t + A n f * .


Conosciamo gi i significati geometrici di / , = 0 , / 2 = 0, A = 0,
A Z2 = 0, le quali formazioni contengono i coefficienti d una sola for
ma. D = (a/?) axbx il risultato delUel imi nazione delle | fra / , = 0
ed / 2 = 0 j quindi D = 0 rappresenta due elementi x i cui corrispon
denti in f i ed / 2 coincidono j e questi elementi saranno le radici
di A = 0 .
A d un elemento corrisponda in
un elemento x , in / 2 un
elemento y ; si avr axa$ = 0, byfe 0, ed eliminando le , si trova
la relazione fra x ed y
1
<p = a j ) y (ap)

= -1- DXD + A l2 (*),

che rappresenta una collineazione fra due punteggiate sovrapposte^


di elementi u niti D = 0 : se A 12 = 0 essa u n involuzione : nel caso
generale il rapporto anarmonico dei due elementi x ed y corrispon
denti ad un elemento arbitrario nelle due corrispondenze; e dei
due p unti radici di D = 0 il valore costante
^ _ a 12 H~ K a i2

a u a 22

a 2 yAll A (1A 22
( C l e b s c h , Binaren Formen pag. 69), o fatti sparire i radicali:
, ,

1
A

A +

4A?2 - 2 A A . , 2
A 4tA 22
*

Se A 12 = 0, X = 1 j chiamer in questo caso le due corrispon


denze armoniche.
La dimostrazione che le sette forme precedenti costituiscono il
sistema completo sar compresa nella ricerca pi generale che sto
per fare.
Abbiansi ora n forme binarie doppie bilineari :
fi

...,

/ 2 = bxf$ =

(1)

Gli scorrimenti di queste forme fra loro dnno luogo alle forme
invariantive :
^12 ^ (a/^

Djg = (a/)

i > Dy = {fif})01

(^)

.. n(n 1)
in numero di
---- -,
^12

t f dij

(fifjio

(3)

13

FORMAZIONI INVARIANTIVE DELLE CORRISPONDENZE

pure in numero di

A = (aa') (ota'),. . . , A = (//)u .


(4)
A 12 = (ab) (a/?)
in numero di

, A ij = (/< /,) .

i(n + 1)

Facciansi ora gli scorrim enti delle D sulle / j si avr :


Djg = {&fi) Mzbz j f s ==
2 (D 12/3)l0 = M

(aC) hx n +

( * f t (&C) a x Yt .

Si consideri daltra parte questa forma invariantiva


^2*2 = (<ac) bx (cefi) y$ (ab) cx (ay) fi(. (5)

123

^1^1

^2^1

^2^2
Hy2

i/i

ci 72

*^2^2

^2^1

1^2

Questa si p otr sostituire a (D12/ 3)10, e si :


^ ( ^ 12/ 3)10 = ^123 4 ^ 13/2

^ 23/1 >

( 6)

^23/ i 5

(7)

e scambiando le lettere latine colle greche :


2 (^ 12 / 3)01 =

^123

-^1 3 / 2

quindi si conchiude che gli scorrimenti delle / sulle D e sulle A inn (n 1) (n 2)


troducono le
forme 9 .
1.2.3
Formiamo ora gli scorrimenti delle 9 sulle / :

W.
<>i?i

c t7i

~x^(d^^

^1 Pi V

ci/

2 V i ^2^2 X

<m?2

JPj-(~d'^^x^ x ^ [ d ^ ~ I0

a^oCj ftjOtjj a^cc^ ttgOt* I


=

C2?2

e%Vi

xi

a*a2 (ad) (a<5)

V i

a2a2

bi fi

J*

ftla 2

(2S ) fJ o i
ai al

x% = M i M * (M) (M

*?! HY%\
(^12^84 + ^23r^U "t" ^31^-21^*

e* r t *r2 (<*) M

(8)

GIUSEPPE PEANO

14

Analogamente
(^128 > /JlO = ^12 ^34
Si in seguito
(0128 > /4)11 Cl'^OC^ djOCg
M
c

^23 ^14 + ^3t ^24

(9)

( a c ) (6 ^ ( /5 )( y i)- ( a 6 )( c )( y ) O T = B M

(10)

i ...........................
..............................................

* M i ...........................

n (n 1) (n 2) (n 3)
Ti
Cosi si un sistema di forme / , D , A , A , 9 , E tale che ogni
scorrimento di una / su una qualunque di queste d luogo a forme
dello stesso sistema : e vedremo ben presto che esse costituiscono il
sistema completo.
F ra le forme precedenti passano numerose relazioni :
e questi invarianti sono in numero di

Dijfh + Djhfi + D /; 0

(11 )

identit che si ricava dalla (ab) cx + (bc) ax -J- (c&) bx = 0 moltiplicando


per oiPsYs analogamente
Aij f u

DDftik -fAij Ahk

(12 )

+ Ajh f i + A m f j 0

(13)

j- DftiDjifc = 0
A^

-f*

AfiiAjk

(14)

Il prodotto di due invarianti R si pu eseguire colla moltiplica


zione dei determ inanti, e si avrebbe :
R 1234

^5078

L15

ki6

L17

Li8

(15)

(16)

L25

^35

Analogamente
1^1234 * ^587 ^15

^lfl

/.

^25

^26

27

^35

^36

^37

/3

A 45

47

/4

46

15

FORMAZIONI INVARIANTIVE DELLE CORRISPONDENZE

^123 ^456 ^14

^16

-^16

fi

(17)

'

Sono poi facili a riscontrarsi le seguenti identit


2 D 12*Zl34 A 13/ g / 4

f i 234

A 14/ 2/ g

f% ^134 + / 3 ^124

^ 2 3 / l / 4 + ^ 2 4 / l / 3 h/20134 /l0 234 (*8)

(19)

/4 ^123

^16 ^2345

= 0

(2 2)

^16^2345

= 0

(23)

ecc. ecc.
Possiamo ora dim ostrare clie ogni forma invariantiva delle n
forme bilineari date una funzione razionale intera delle / , D,
A,
9, R. Supponiamo invero dim ostrata la proposizione per tu tte le for
mazioni invariantive contenenti i coefficienti delle singole forme a
gradi non maggiori di certi numeri dati ; dimostrer la proposizione
anche per le formazioni invariantive in cui si aum enti di u n unit
il grado nei coefficienti di una forma qualunque j siccome la pro
posizione evidente per le forme di gradi p. e. 1, 0, 0 ,... essa
risulter dim ostrata in generale.
In v irt dellipotesi fatta, una forma invariantiva i cui gradi
non superano certi num eri dati la somma di pi term ini del tipo :
c n f tzD jiA * n9 tiA *tzR, dove o una costante, n f il prodotto
di ta n ti fattori / , ecc.j e per ottenere le formazioni contenenti i
coefficienti di f i ad un grado maggiore du n unit baster fare tu tti
gli scorrimenti di f i sul prodotto precedente. Potr supporre che in
questo prodotto manchino gli invarianti A ed E , perch, essi ripro
ducendosi inalterati nello scorrimento, daranno luogo a forme decom
ponibili. Potr supporre che nello stesso prodotto manchino o le D
o le A, perch al prodotto A D&* si pu sostituire l espressione (18) ;
potr supporre manchino le / e le 0, perch altrim enti una parte
dello scorrimento sarebbe il prodotto dello scorrimento della / su
una / 0 0 qualunque per gli altri fattori inalterati, risu ltati questi
tu tti noti ) ed in virt delle supposizioni precedenti, il prodotto su
cui si deve fare lo scorrimento un prodotto delle sole D o delle
sole A ) nel primo caso, essendo la funzione su cui si deve fare lo

GIUSEPPE PEAN

16

scorrimento di f i funzione della sola a, Punico scorrimento a farsi


10 (1, 0), ed esso si decomporr in pi term ini ciascuno dei quali
11 prodotto dello scorrimento (1, 0) di f i su una delle D per gli altri
fattori, risultati questi perfettam ente noti ; analogamente nel secon
do caso.
Quindi conchiudendo il sistema completo di forme invariantive
delle forme date consta :
1. delle n forme date f i ,
2. delle n forme D{J, ( ij essendo una combinazione sem2t

plice binaria dei num eri 1, 2,... w),


3. delle

- forme A ^ ( ij combinazione semplice binaria

di 1, 2,
4. degli

'
2

^ invarianti A y ( ij essendo una combinazione

completa binaria di 1, 2,... w),


5. delle

----- forme 0y* (ijfc combinazione ternaria

di 1, 2, . . . , n ) ,
6. degli

^ ----- invarianti R^b (ij Je l combina-

zione quaternaria di 1, 2,... n).


E d i loro significati geometrici sono :
f i = 0 rappresenta una collineazione fra due forme di prim a specie,
D# = 0 rappresenta i due p unti x ai quali corrisponde uno stesso
punto | in f i = 0 ed f j = 0,
<
Aij = 0 rappresenta i due p u n ti ai quali corrisponde uno stesso
punto x in f i = 0 ed / = = 0,
A ij = 0 dice che le collineazioni f i ed f j sono armoniche.
Ricordando che (0#* , f i ) n = Ritij si deduce che
=
yfj) n = (0#fc?fk)i i ^j onde
Qijk = 0 rappresenta quella collineazione (1, 1) in posizione unita
ad un tempo con fi, fi, f k,
RytI = 0 dice che la f i una combinazione lineare di f i f i / * ,
oppure che le quattro collineazioni/; = 0,/ = 0,/* = 0,
f i = 0 sono in posizione armonica con una stessa colli
neazione.
Non solo le forme precedenti costituiscono il sistema completo,
ma esse sono fondamentali, cio irreduttibili fra loro. Ci evidente
per le forme f i D, A, A ; se 0#* fosse riduttibile la sua espressione

FORMAZIONI INVARIANTIVE DELLE CORRISPONDENZE

dovrebbe essere
Qijic ^ f i

A jfc + fi f j Af* + v f ic A ij

quindi, essendo 0 una funzione lineare d i / * ^ / fe, sar nullo Pinvarian te R calcolato sulle quattro forme f i f j f k 9 ^ , il quale vale

{ijk j Qijkll

A*

Aifc

Aji

Ai?

Ajfc j

Afci

A&

A**

e in generale non nullo (2).


Se Rjt fosse riduttibile, la sua espressione sarebbe:
=

A A ij A ia +

fi A ik A j i - |- v A u A j k ,

e se noi prendiamo per f i la forma {xy) (77), si avr :


Qijfc =

^ A f j / k 4" f i A i k f j +

v A jk fi,

il clie impossibile, per quanto dicemmo.

Corrispondenza (2, 1).


*

Sia / = &, a j = fra /?$ = . . . = 0 (1) lequazione della corrispon


denza. / Punica formazione invariantiva di primo grado nei coef
ficienti. Le forme invariantive di secondo grado si ottengono facendo
gli scorrimenti di / su s stessa, e sono :
( / / ) 11 =

(&) ( f t a* K =

n i . . . (*)

(2)

U?h> = (ab? <*e fo = . . . .

(3)

Le forme di terzo grado si ottengono facendo gli scorrimenti di


/ su D e , e si :
( / D)io = (D) <*z D* a* = {ab) (a/5) {ac) bx cx y p 2z tz$ . . .
( / D)2o = {ab) {ac) {bc) (ap) y$ = 0

(4)

identicamente

(2) Esso la risultante delle f f / j f *

D=

a ll,i

a 12,l

a22,l

an,2

a12,2

a22t2

2
*2
A ggiunta autografa dell'autore.

~ X1 X2

X1
U. C.

IS

GIUSEPPE PEN

i f A )01 =

W (y) P( l= (aJ) M (y) Pe


+ (&) (*c) (ay)

ax ex = j>*

= a* (a J) /Jf .

Le forme di quarto grado si ottengono facendo gli scorrimenti


di / sullunica forma di 3 grado che p .
(/j> )oi=M aD )M>*(a)&*= y [(6D)a*(aD )yaA D *(a0)== ---- -- . D2
(/ i>)i o=

y ( a&)aA 4 [ ( ^ ) |

y D ^

(/p)n = {b) {<xA) {pA) ax bx = 0

identicamente

{fp)20 = (aD) {ab) (&D) oc*

identicamente

= 0

( ) i= (^ )l(w)=(aD)(a6)(6D)(fl=(DD02= ( a 6 ^ M ) ( / J ) ^ ( J J 7 = B ( 5 )
sicch lunica forma invariantiva fondamentale di quarto grado nei
coefficienti linvariante R.
P er ottenere le forme di 5 grado occorrer fare gli scorrimenti
di / sui covarianti di quarto grado j di essi nessuno fondamentale,
e gli aggruppam enti dei covarianti di ordine minore dnno tu tti ri
sultati evidentemente decomponibili, ad eccezione degli scorrimenti
(1, 1) e (2, 1) di / sul prodotto D A, che occorrer fare:
( DA, f ) n = (aD)(a J ) a .P xA( = l> lM ) A( , e siccome

(a

( D J ,/) U = al (zi') (A'A) As = - a l (AA') [(aJ) A t - (a/l') As]


= - \ a l z ( .{A A 'f= - -K .f
( D J ,/ ) m = - (aD)2 (ad) A, e siccome (aD)2 a* = 0, si avr pure
( D J , / ) 2ii = 0

identicamente.

Sicch anche questi scorrimenti dnno nulla di nuovo. Di qui


facile lo scorgere che il sistema completo di forme invariantive
consta delle cinque forme / , D, A} p , R. La dimostrazione rigorosa si
pu fare nel seguente modo :
Suppongasi dimostrato che tu tte le forme invariantive di / il
cui grado nei coefficienti minore od eguale ad un certo numero m
siano del tipo :
F = / D^ A*p9 R ;
dimostrer che le forme di grado m
1 sono pure dello stesso
tipo j la proposizione essendo vera per m = 1, 2, 3, 4, 5, risulter d i
m ostrata in generale.

FORMAZIONI INVARIANTIVE DELLE CORRISPONDENZE

19

Facciansi gli scorrim enti d i / s u ^ D M ^ R * , dove a + 2 (/? + ? )+


3 <5+ 4e = m ; se e > 0 , lo scorrimento conterr il fattore R*, e
sar quindi decomponibile in forme note ; se a > 0, oppure $ > 0,
una parte dello scorrimento sar lo scorrimento di / o su / o su p 7
che d risu ltati noti ; se fi > 0 e y > 0, una parte dello scorrimento
sar lo scorrimento di / su D z l, moltiplicato per gli altri fattori ;
quindi, comunque sia formato F, lo scorrimento di / su esso non d
altre forme fondamentali che le cinque note.
Quindi conchiudendo diremo che una corrispondenza (2, 1) am
m ette cinque formazioni invariantive fondamentali, che sono:
1.a la forma d ata / che posta eguale a zero individua la corri
spondenza (2, 1) ad ogni elemento | corrispondono due elementi x ,
e questi formano una involuzione quadratica.
2.a la forma di secondo grado in x : D = 0, che rappresenta due
elementi a?, i quali, a causa dellidentit (aD)2 a$ = 0 dividono arm o
nicam ente tu tte le coppie della involuzione nella x ; essi sono quindi
i punti doppi dellinvoluzione.
3.a la forma di secondo grado in : A {ab)2 a$ fi$ , che poten
dosi considerare come il discrim inante di / rispetto alle x , rappre
senta i punti cui corrispondono coppie di punti coincidenti.
4.a la corrispondenza (2, 1) p p ^ (={aD)axDx<xs=a^{aA)A{ ; p = 0
rappresenta una corrispondenza (2, 1) tale che ad ogni elemento
corrisponde in essa la coppia di p unti che divide armonicamente la
coppia D = 0, e la coppia / = 0. Si nno cos le tre coppie / = 0,
p = 0, D = 0, che si dividono armonicamente. Si pu anche dire che
la coppia delle x corrispondenti a in p, la coppia delle x corri
spondenti al coniugato armonico di rispetto a A in / .
5.ft linvariante R, potendosi considerare come il risultante delle
due quadratiche : a2 olx = 0, a2 a2 = 0, col suo annullarsi dice che la
corrispondenza/ = 0 si decompone in un punto x fisso, ed in una
corrispondenza (1, 1). (*)
(*) Se R = 0 , f = l x . mx ^ , D s

P il

l\ . {mm)

. {mm') (jip,)

Se D = 0 identicam ente, / = a2 .
, ossia si riduce al prodotto di una
funzione d i 2 grado in x, per uua d i 1 grado in , e viceversa. Sar allora :

R = 0,

/ l s ( a & ) 2 . [ a {l2 ,

, = 0.

Se p = 0 identicam ente, siccome { fp )ot s D 2, sar anche D = 0 , e quindi


[si ricade] nel caso precedente.
Se A = 0 identicam ente, p = 0, D = 0, R = 0, ed / eguale al prodotto
del quadrato duna funzione lineare di x, per una funzione lineare di , e viceversa.
Nota autografa d ellautore.
U. C.

20

Gi u s e p p e

pea n

F ra le cinque forme fondamentali passa una relazione identica j


la potremo trovare osservando che p (aD) ax T>x
il Jacobiano
delle due forme / e D, e quindi il suo quadrato si potr esprimere
in funzione di altre forme ( C l e b s c h , Binaren Formen pag. 119), e
si avr :
i>a = - -- [ ( / A o D 2 -

2 (/D )ao/ D + (DD)I0/2],

ossia

Le due corrispondenze (2, 1), / e j, determinano una serie li


neare semplicemente infinita di tali corrispondenze :
fxx x f + kp*
A ssunta questa per forma fondamentale, le forme invariantive
diventano :

^ ^2) (i>
r xJ =

A ^ ) 2r.

Di qui si scorge che le forme D , A , R sono combinanti della


involuzione x f + Xp ; se si prendesse per forma fondamentale p , si
avrebbe, ponendo nelle formule precedenti 7 = 1 , x = 0 ,
foi ~ P > Do, ~2 ~ D ? ^ot ~2 ~ ^ Poi "

/ 1

K0l = - ,

ossia tu tte le forme si riprodurrebbero a meno d un fattore, salvo


/ e p che si scambiano fra loro.

Corrispondenza (2, 2)
Sia / = a^ a2 = . . . = 0 (1) l equazione d una corrispondenza
(2, 2) j / Tunica forma invariantiva di primo grado nei coefficienti.
Facciansi gli scorrimenti di / su s stessa, e si avranno le forme

FORMAZIONI INVARIANTIVE DELLE CORRISPONDENZE

21

di secondo grado :
(f/h o = (af a2
t fi = 4 = d

(2)

(ff)02 = (a/)f al bl = l>l = D

(3)

(ff)n = (ab) (a/5) ax

(4)

f (tt = 1 ,?2{ = 0

( /f f c = (abf (affi = A .
Facciansi gli scorrimenti di /
forme di terzo grado :

(5)
eu D ,. J , 0 , e si avranno le

(/0)io = (at) ax tx 4 4 = m i /4

(6)

(M o i = (>) f

(7)

al il = nx 4

(fd )n = (at)(a&)ax tx as &s = p l 4


( / 0)20 =

(<)2 <4

( / 0)o2 = 0

(ab)(ao)(bo) (a/?) ois /?f j>{ = 0

(8)
id en tica m en te

identicamente

(9)

(10)

( / 0)2i = {atf(<x)oi& = (a&)(a/9)(ac)(bc)(a/)/5fy| = 0 identicamente (11)


( / 0)12 = 0-

identicam ente

(12)

( / 0)22 = m 2 M )2 = (oXo)(6c)(a/)(y)(^) = B

(13)

(/D )10 = - ( f f iW a & iW = \(ac)aj>lex \{fiyf*\ - (a/3)2y|]


= i- (ac)(ay)axblcx?s ((/9y)+0/%fl =(ac)(ay)axoxa((^y)fis= n iv ] (14).

(//!), = mi /4

(15)

(/D )20 = . . . = " A / 2p

(16)

( / <)2 = -^ -A /'-2i).

(17)

Quindi le forme invariantive di terzo grado sono quattro :


m = {fO)i0 = (fA )0 l ,

n = (f)Ql = ( f ) ) i0 , j> = (/0 )14,

B = (/0 )22.

Le forme invariantive di quarto grado si otterranno facendo gli


scorrimenti di / sulle forme m, n, p ; e siccome in queste tre forme
entrano i simboli di 0, essi entreranno pure nello scorrimento ; e
quindi le forme di quarto grado si otterranno facendo gli scorrimenti
di 0 sulle forme di 2 grado 0, D, A :

(>0)o2 = tl t'I (' f = E*

(18)

22

GIUSEPPE PEANO

m-ic= (tt'f $1# { = *4

( 1?)

(00)1 I = J - B /

(20)

(06)22 = ( tt'f ( W f = C
(dA)m = { A ) tld s 4 = 2 r l el

(21)
(22)

(0 J)o2 = . . . = - i - l / - - i - A 0

(23)

(0D)1O = 2 4 Of

(24)

(er)20 =

(25)

B/

Quindi le forme invarianti ve di quarto grado sono cinque r.


s, E, E, C.
Potrem o esprimere in funzione delle forme note altri, scorrimenti
che dnno luogo a forme di quarto grado j si avr, eseguiti i calcoli :
(fp)i0 = r

y (./01 = *

( / i 20= - E

( / i ) , i =

j j E/

- r A 0 +

( / i >)21 = 0

(26> (2 )

(fP \2 = ~ \ v

(28) (29)

(3 )

identicamente,

( f p ) l8 = 0 ,

(M * = 0

(31) (32)
(33)

(DD)20 = - - A D + E
(D D )40 = - | - A * - 2 C

,
,

( J J ) 0? = - - A J + E

(34) (35)

( J d )01 = - | - A * - 2O

(36) (37)

ecc.
F ra le^ forme precedenti passano alcune identit, che converr
stabilire. Si trovato m = (/0)1O= (/^o (formolo 6 e 15) : quindi
m si pu in doppio modo considerare come un Jacobiano, ed avre
mo due espressioni pel suo quadrato :
2 = - 4 - K /A o e* 2 =

[(//W ^ 2 -

= - y

2 ( / e t s o / e + W s o / 2] =
2 (/z f) 2 / d +

E/ 2

( ^ ) 02/ 2]

- 2, ) - - ( y A * + * ) /*

FORMAZIONI INVARIANTIVE DELLE CORRISPONDENZE

23

e paragonando queste due espressioni, dopo aver diviso per A, si


trova lidentit :
T>A = 02 + A / 2 4 p / ,
. (38)
e con questa :
2w2 = J 0 2 + E/ 2

2n2 = D03 + E / 2.

(39) (40)

U naltra identit si ricava da quella che esprime il prodotto


degli scorrimenti (01) e (10) di due forme bilineari, moltiplicandola
per simboli in modo da renderla applicabile a forme di gradi qua
lunque. Si in generale
2 (/irto, {fg)i o = ( f f ) n g* 2 {fg ) fg + (gg)Hf 2 ,
e posto, invece di g, 0, si avr :
-

ossia :

= ( / A i 02 -

2 ( / 0)H/ 0 + W t i / 2 ,

2ffl = 03 2/0p + - - B / 3 .

(41)

Questa identit per contenuta nelle precedenti ; e si pu


ricavare dalle (39) e (40) moltiplicandole ed avendo riguardo alla
identit (38); si trover il quadrato della (41); quindi essa con
ten u ta nelle precedenti irrazionalmente.
Le forme di 5 grado si otterranno facendo gli scorrimenti di
/ sulle forme del quarto grado :
r ~ ifp )io = ~2 ~(OA)0i

$ = (fp)oi y

(0D)1O,

E = (00)O2 = -

E = (00)2O = -

2 (fp)20

2 {fp)

e sul prodotto V A ; ma a causa dellidentit (38) questi ultim i scor


rim enti si possono tralasciare, e negli altri ci compariranno i sim
boli di p ; onde essi si possono ottenere facendo gli scorrimenti di
p sulle forme di 2 grado 0, D, A ; e si avr :
(p 6)i = qx xs

(p 9)n =

>4

(42) e (43)

(p6)m = {at)(a& ( 0 ( > s # # '!= l (atXat'Xtt'iaitdiKadjf (#')#{]


= - \

(i>0).i = X c/ + - B0

(44)

(46)

24

GIUSEPPE PEANO

{p9)ti = 0

{pQ)w = 0

(47) (48)

^ AB
(pA)01 = . . . =

<49)
Am q

(pl>)i0 =

A fc

(50) (51)

(2>^)o2= M (* ^ ) ( 4)(^)M a^I= ( * )( 'J)2(^^)M i^f^{{at)(xA)(A)aJzai Ae'!


2
ora (a^)2 al A] = A / 2 p , e quindi il primo termine, clie lo

scorrimento (1,1) di 6 su questa espressione varr 2 (p0)i t


y A (/0),, = Y C / + ~ B0 y A p ; analogamente (# J )2 4 4 =
-i- B / ---- A0 ; ed il secondo term ine varr

y B ( / A l + y A (0/)l l = - y B0 + y Ap ,
e sostituendo :
(2>A2= 4 c / - 4 B 0 _ y A^ e ( ^D)2O==Y c / _ T B e - T A^- (52) (53)
Quindi le forme fondamentali di quinto grado
9 =

(i> % > * =

sono due :

<JP0)ot

Si troverebbe poi col calcolo diretto che :


= - y < / E )o.

* = - y ( /E ),a -

(54) (55)

Le forme di 6 grado si ottengono facendo gli scorrimenti di /


su q e ft, e si trover :
( / 2)10 e(* (/fcJoi decomponibili essendo q e h Jacobiani,
(/>20 = (pt)(ap)(at) 4 n\ &2
e = (0/-)2o = -

(i)2o = T | ; .

(56)

t i- .

(57)

analogamente
(/* )* =

( 0 * ) u = - ( P * ) 0, =

(fq )o -decom ponibile, essendo q un Jacobiano; (fq)n un


term ine {pt) (pa) ta ax {noi) n{t a f
, il quale parte dello scorrimento
(1 , 0) di 9 su {pa) {noe) p x ax n$ a$ , il quale decomponibile ; {fq)02
un a parte dello scorrimento che (p t)p x tx ax n\ (a#)2 , il quale
contiene il fattore effettivo B, e quindi decomponibile j. (/#)12
2
2
una parte dello scorrimento che : {pt){pa) ax tx n^ ( a # ) , che ammette

25

FORMAZIONI INVARIANTIVE DELLE CORRISPONDENZE

il fattore effettivo B ; lo stesso fattore ammette una parte dello


scorrimento (fq)zz ; e lo scorrimento (2, 1) di / su q una sua parte
che si pu considerare come scorrimento (2,0) di 0 su { p a ^ ^ p ^ n ^ ,
risultato anche questo decomponibile.
,
Scambiando le lettere latine colle greche, si deduce che tu tti
gli altri scorrimenti di / su le non dnno forme nuove ; quindi le
forme di sesto grado sono due :
T{ = (ap)(at)(pt) al jrf

' T* = (a7i)(a)(n) a lp i tl

Potremo quindi esprimere in funzione delle forme trovate altri


scorrimenti che dnno luogo a forme invariantive di grado non su
periore al sesto ; e si avr :
(M o = -j- <A E + CJ) , (pp)02= ---- j-(A E-)-CD ) (58) (59)

(Oh = j 2 A B / + T 09 T Bp (pp) = T AC + 2 B* (60) (61)


(DE)10 = -

2T , (dE)ot = - 2 T

(62) (63)

ecc.
E fra queste forme passano alcune identit, che converr sta
bilire subito. Nello stesso modo che paragonando due espressioni del
quadrato di m si trovata l identit (38), cos potremo paragonare
le due espressioni del quadrato di r = (fp)i0 = -^-(0^)O1, e si tro^ /
ver lidentit :
D E + J E = 4|>2 + ^ - B / 0 A02 C / 2 .
O

(64)

In modo analogo si potrebbe ottenere u n altra identit parago


nando i due sviluppi del quadrato di q ; ma pi semplicemente as
sumasi per un momento per forma data 0, e si rappresentino colle
stesse lettere accentuate le forme invariantive calcolate in questa
ipotesi ; si avr
f ' = 6 , fl' = | B / ,

, D' = E , J ' = E , A' = C,

e sostituendo nella (38) :


E E = - i - B 2/ 2 H -O 02
y

(65)

Le forme finora trovate / , D, A, 0, A, w, fi, p, B, r, s, E, E,


C, 2, k, T, T costituiscono il sistema completo di forme invariantive.

26

GIUSEPPE PEANO

Suppongasi iuvero dimostrato che tu tte le forme invariantive i cui


gradi nei coefficienti non superino un numero dato N siano funzioni
intere delle forme precedenti j dimostrer che questa proposizione
sussiste anche per le forme di grado N -{- 1 . Invero per ottenere le
forme di grado N + 1 bisogner fare i successivi scorrimenti di f
sulle forme di grado N, che per ipotesi sono prodotti di potenze
delle forme precedenti j ma questi prodotti dnno risultati decom
ponibili, e quindi noti, se vi compaiono come fattori o invarianti
A B C, o forme invariantive i cui gradi rispetto ambe le variabili
non siano minori dei gradi di / ; quindi non vi potranno comparire
/ , 0, j), m, r, q n, s, le $ e dovremo lim itarci a fare gli scorrimenti
di / su prodotti di D, A, E, E, T, T, e precisamente sui prodotti
di una delle D, E, T ed una delle A, E, T, ossia DA, DE, ZIE,
EE, D T, J T , ET, ET, T T ; e a causa delle identit (38) e (65)
sar inutile il fare gli scorrimenti su DA e su EE.
(fT)io decomponibile essendo T = ---- ^-(D E)10.
2i
( / T )20 una sua parte che ax {htf p i {a.){ocn)(nd')
e quindi,
contenendo il fattore (b tf contiene il ftittore effettivo B, ed de
componibile.
Analogamente saranno decomponibili ( / T )01 ed ( / T ) 08.
Lo scorrim ento. (/, T x T)y si o tterr facendo lo scorrimento
(i 0) di / su T, e poi lo scorrimento (0 j) di T su questo j ma il primo
scorrimento essendo decomponibile, lo sar pure il secondo j per la
stessa ragione dnno risu ltati decomponibili gli scorrimenti di / su
T J , TE, TD, TE.
Rimangono a farsi gli scorrimenti (1,1), (1,2), (2,1), (2,2), di /
su D E e su A'E.
(/, D E)lt si pu ottenere facendo lo scorrimento (10) di / s u D ,
e si trova n = ( / D )10 = ( / 0 )O1 e poi lo scorrimento (01) di questa
espressione su E,* ma il risultato sar decomponibile essendo n un
Jacobiano.
(/, D E )12 si ottiene facendo lo scorrimento (02) di / su E, e si
trova una forma di quinto grado esprimibile in funzione delle note,
e quindi del tipo
b A p + j u m + (vC + qA * )f
essendo X} fi, v, g coefficienti numerici, e poi lo scorrimento (10) di
D su questa espressione j il risultato evidentem ente decomponibile ;
per la stessa ragione decomponibile (/, DE)22.

FORMAZIONI INVARIANTIVE DELLE CORRISPONDENZE

27

Finalm ente pure decomponibile (/, DE)2j , perch basta fare


questo scorrimento nella identit (64) per averlo espresso in funzione
di forme note.
Scambiando le lettere latine colle greche, si trova che gli scor
rim enti di / sul prodotto zi E non dnno forme nuove.
Potremo quindi conchiudere la trattazione precedente col dire
che una corrispondenza (2,2) ammette 18 forme invariantive fondam entali, cio :
1
2
3
4
5

Tre
Tre
Tre
Tre
Tre

corrispondenze (2,2): la data / , B


i> = ( /0 ) n .
invarianti : A = { f f )22, B = (/0 )22, C = (00)22 = (fp)22.
corrispondenze (2,4): m = (/9 )10, r ~ ( f p ) i0, = (j?0)lo
corrispondenze (4,2) : n = ( / 0)o, , 8 (f p )0l, k = (p9)0 i.
funzioni contenenti la sola x :

D =

( / / ) 02

E =

T = - y ( D E ) 10.

(0 0 )O2

6 Tre funzioni contenenti la sola :


J = ( / / ) 20 ,

E = (00)2O

- f ( ^ E ) 0 l.

F ra queste 18 forme invariantive passano numerose relazioni j


gi vedemmo le identit (38), (64), (65), che esprimono in funzione
di / , 0, p le qu an tit T>A, D E + E J , EE ; altre se ne possono trovare
osservando che / , 0, p sono tre forme quadratiche nelle x , di cui co
nosciamo tu tte le forme invariantive :
(/&)io = m . ( f f l io = r

(BPho = 2 s (ffh o = A t

(00)JO = E , (J)J))20 = (AE + CA)


(M io = 0 , (fpho = - y E ,

m 0 = - L BA ;

e l invariante simultaneo delle tre forme quadratiche T j quindi si


possono applicare ad esse tu tte le identit che si trovano nel C le b s c h ,
Binar en Formen 58, ed esprimere in funzione di A, E, / , 0, p i
prodotti mm, mr, mq, rr, rq, qq, mri \ r T f qrl\ T* (forinole (3), (4), (5)
del trattato) j la prim a lidentit (39) j lultim a sarebbe :
J
2T 2 =

- i - E

-=-BA

- - B A

- ^ ( A E + C A)

(66)

28

GIUSEPPE PEANO

e le formule (7) e (9) del trattato dnno :


/2

0
=

_ 4 ' e

1~ b a

- 4 -(a b + c j )
p

0.

(67)

(6 8 )

p
o

Inoltre quella teoria ci fornisce metodi semplici per esprimere


in funzione delle forme note gli scorrimenti delle fo rm e /, 0, p , i, r , q
considerate come funzioni della sola a?; fra questi ne ricorder uno
solo :
(mr) (mq) (rq) p* e*

= -- T2.

(69)

Scambiando le lettere latine colle greche si troverebbero a ltre t


tante identit.
A ltre si possono ottenere ricordando l identit (18) per le forme
bilineari.
Queste ci permettono di esprimere in funzione d i f $ p e degli
invarianti i prodotti mn, ms, mie, ni, rs, rie, qn, qs, qk. Una di queste
Pidentit (41).
A ltre identit poi si possono ottenere eseguendo sopra ambi i
membri di un a identit qualunque uno stesso scorrimento di una
forma.
Ma la ricerca particolareggiata di queste identit, lo studio delle
im portanti propriet analitiche e geometriche della corrispondenza (2,2),
che derivano da ciascuna delle formule ed identit precedenti, la sua
costruzione, ecc. mi porterebbero fuori dei limiti che mi sono pre
fissi ; mi limiter solo ad accennare alle propriet geometriche di
ognuna delle 18 forme trovate.
/ = a? a | = 0 individua una corrispondenza (2, 2). Considero due
punti ed , " a cui . corrispondono in / = 0 le coppie
a j .= 0 ,
a
=
e
coPPia armonica con amendue sar :
{ab) ax bx *\ 0* = - i - {ab) (afi) ax bx (a{ fin + a , fi() (fi?);

FORMAZIONI INVARIANTIVE DELLE CORRISPONDENZE

29

ossia potremo assumere per equazione della coppia


(a)) (a $

f a Pv +

S Pi) 0 ?

e facendo tendere j? verso | , questequazione si trasforma in


| = 0,
ossia 0 = 0 fa corrispondere ad ogni punto | quei due p u n ti x clie
dividono armonicamente la coppia corrispondente a in / , e la cop
pia corrispondente in / al punto infinitamente prossimo di .
% ay 0L\ = ^ice C^ e x e<^ V dividono armonicamente la coppia
corrispondente a ; dati x ed y essa d per due valori, cui corri
spondono coppie di punti che dividono armonicamente x ed y ;
ax ay &.n = 0 dice che ed ^ sono coniugati rispetto ai due punti
cui corrispondono coppie che dividono armonicamente x ed y ; signi
ficato analogo p e r . ^ ^ f ^ = 0 ,
Le due equazioni az ay a* a 7 = 0, tx ty v = 0, dove siano dati
x e , rappresentano due corrispondenze (1, 1) in y ed rj, ed esse
saranno armoniche fra loro se :
ax tx (at) <x(

( a ) = p 2x

0 .

Ad ogni elemento corrispondono in / = 0, 0 = 0, p = 0 tre


coppie di punti ; essendo m = ( / 0)1O, r ( / 0)lO , q (j?0)io , si de
duce che in m 0 ad ogni elemento corrispondono due punti ar
monici colle coppie corrispondenti a i n / = O e 0 = O ; e d analoghi
significati per r = 0, q 0. Scambiando le lettere latine colle greche
si avranno i significati geometrici di n , s , le.
D = 0, essendo il discriminante di / rispetto alle x rappresenta
quattro elementi cui corrispondono in /c o p p ie di punti coincidenti ;
E = 0, essendo il discrim inante di 0 rispetto alle x avr un signi
ficato analogo ; e scambiando le lettere latine colle greche si nno i
significati geometrici di A 0, E = 0.
R esta cos trovato per la prim a volta il sistema completo delle
forme invariantive fondamentali duna corrispondenza (22). Alcune
di queste forme sono gi n o te ; il C l e b s c h ne diede gi i tre in
varianti (Vorlesungen iiber Geometrie pagina 954); il C a p e l l i (Gior
nale di matematiche Vol. X V II pag. 69) ne trova le forme equiva
lenti a D, A, E, E, T e T, dimostra che ogni invariante della cor
rispondenza funzione razionale intera dei trovati, e che ogni cova
riante contenente le sole x si esprime in funzione razionale (fratta)
di D, E, T, e degli invarianti come il quoziente di due funzioni in
tere, il denominatore essendo un certo invariante (pag. 129). R isulta

30

GIUSEPPE PEAN

invece dalla trattazione precedente che il denominatore sempre riduttibile all'unit, ossia quella forma funzione intera degli inva
rianti, e di D , E, T.
Converr, per rendere del tu tto soddisfacente ci che precede,
far vedere che nessuna delle 18 forme invariantive esprimibile in
funzione di altre, ossia che esse sono fra loro irriduttibili, bench
non si abbia labitudine di farlo.
Nel nostro caso la dimostrazione molto semplice : facile il
vedere, con esempi particolari che nessuna delle 18 forme identi
camente nulla. Ci premesso, gli invarianti A, B, C sono fra loro irreduttibili (anzi fra loro non passa relazione di sorta), perch pos
siamo attribuire loro quei valori che pi ci piacciono.
/ , 0, p , ove non fossero tu tte fondamentali, una di esse si po
trebbe esprimere in funzione lineare delle altre due ; e se ci avviene,
considerando / , 0, p come forme contenenti la sola x , dovr essere
nullo il loro invariante simultaneo, che T ; e siccome T in gene
rale non identicamente nullo, / , 0, p sono irreduttibili fra loro, e
quindi anche colle altre forme.
Se m, r, q non fossero fondamentali, una di esse dovrebbe espri
mersi linearm ente in funzione delle altre due, e quindi dovr essere
nullo il loro invariante, considerandole come funzione della sola a?, iJ
che non avviene, perch questo invariante v a l e -----^ T 4 (formula 69).
L

In modo analogo sono fondamentali le forme , s, Jc.


D irreduttibile con altre forme, e quindi fondam entale; E,
ove non fosse fondamentale, non potrebbe valere che D moltiplicato
per un invariante, ed in questo caso (DE)J0 sarebbe identicam ente
nullo, il che non , perch questo scorrimento vale T ; T poi fon
damentale perch, a causa del suo grado nelle x , irreduttibile con
altre forme.
Analogamente sono fondamentali J , E, T, c. v. d.

(4). SUI SISTEMI DI FORME BINARIE


DI EGUAL GRADO E SISTEMA COMPLETO
DI QUANTE SI VOGLIANO CUBICHE
(A tti della Reale ccad. delle Scienze di Torino, Vol. X V II, A. 1882, pp. 580-580)

Si immagini il sistema completo di forme invariantive di


forme binarie di grado eguale n ; si dicano d uno stesso tipo due
formazioni che si possono ottenere l una dallaltra con operazioni
polari, derivando rispetto ai coefficienti di una forma, ed introdu
cendo quelli di u n altra ; le forme del sistem a completo apparterranno
ad un certo numero di tipi. Si supponga ora che N cresca indefini
tam ente ; si presenta la questione se il numero dei tipi cresce pure
indefinitamente, o rimane finito. Il calcolo diretto m ostra che per
# = 1 , e per n = 2 il numero dei tipi finito (e vale rispettiva
mente 2 e 4) ; voglio dim ostrare che lo stesso avviene qualunque
sia il grado delle forme. La dimostrazione che sto per dare basa
sul seguente teorema :
Una funzione F omogenea di n sistemi di n variabili si pu
ordinare secondo le potenze ascendenti del determ inante delle varia
bili in modo che i coefficienti siano forme polari di funzioni otte
nute da / con operazioni polari, e che contengono un sistema di
variabili di meno .
Questo teorema, che per n 2 d la formola di Gordan (4) fu
dimostrato dal chiar. Prof. A. Capelli prima per n = 3 (2) ed u lti
mamente per ogni valore di n (3).

(*) M ath. Annalen, Bd. I l i C l e b s c h - Binren Formen, pag. 15.


(2) Form algebriche ternarie a pi, serie di variabili. Giornale di matematiche,
voi. 18, pag. 17. Confr. anche id. id ., voi. 19, pag. 87.
(8) Debbo alla gentilezza del C a p e l l i la conoscenza di questo teorema,
presentato allAccademia dei Lincei n ella aednta 5 Febbraio 1882. Confr. anche
Transunti , pag. 165.

GIUSEPPE PEANO

32

Siano :
fi

= cto

fi

na i X\ 1 a?2 ~| *

&o #1 "H

&1

= ho X\ -J-

/ + i =

^0

-f* wfci %

3?2

-J- . . r
1 a?2 +

n + 1 forme binarie di grado n j .F una funzione intera omogenea


dei coefficienti di queste n + 1 forme (e, ove occorra, di altre
quantit) ; posto :
R = a0 a t . ,. . an
K

. ..

*4

. K

F si potr, in v irt del teorema citato, ordinare secondo le potenze


di R , in modo che i coefficienti siano forme polari di funzioni
9>o Pi ottenute da F mediante operazioni polari, e le quali fun
zioni non contengono k 0 k t . . . k n .
Se F una forma invariantiva delle
f l j f i y ^ ^ f n y fn + 1 ? /+2 ? * fn+i j
ordinandola secondo le potenze di R , le funzioni (p, che si o tten
gono da F con operazioni polari, sono funzioni invariantive di tu tte
le forme date, eccettuata la / n+i* Considerando le funzioni <p in
quanto funzioni dei coefficienti di / i , / 2 . . . f n , / + 2* si potranno
ordinare secondo le potenze del determ inante che si ottiene da R
sostituendo ai coefficienti della /+ 1 quelli della / n+2> e cos ope
rando i volte di seguito si avr la forma F espressa in funzione
di invarianti dello stesso tipo R } e di forme che si ottengono con
operazioni polari da formazioni invariantive di n sole fra le forme
date. Quindi s pu enunciare la seguente proposizione:
In un sistema di quante si vogliano forme binarie dello
stesso grado n prendansene n ad arbitrio, se ne calcoli il sistema
completo, e- si aggiunga ad esso l invariante R (ove sia fondamen
tale) ; si facciano di queste forme invariantive tu tti i sistemi polari,
introducendo i coefficienti delle altre forme ) si avr un sistema di
forme invariantive, in funzione delle quali si esprime ogni forma
invariantiva delle date ; in questo sistema trovansi perci tu tte le
forme fondamentali delle date forme .

Sui s i s t e m i d i f o r m e b i n a r i e d i e g u a l g r a d o e c c .

33

Od ancora, siccome le forme invariantive di n forme binarie


(rimanendo n costante) sono in numero finito, ed appartengono ad un
numero finito di tipi, non alterato con operazioni polari, conchiudo:
Le forme invariantive di forme binarie di egual grado, crescenti
in numero indefinitamente, appartengono ad un numero finito di tip i .
Le proposizioni precedenti ci perm etterebbero agevolmente di
ritrovare i sistemi completi gi noti delle forme lineari e delle
quadratiche j io lapplicher alla ricerca del sistem a ancora incognito
di quante vogliansi cubiche.
A bbiansi le cubiche binarie in numero qualunque :
f i = Q-z =

#1 ~|~

= bx =

a? a?2 b
a?i #2 "f*

La proposizione precedente dice che il loro sistema completo


si ottiene con operazioni polari dal sistema composto delle forme
fondamentali di tre di esse, per es. / t , / 2 , / 3 e dellinvariante
=

h
co

ci

dQ

dt

a%

a3

C2

*2

d$

= {ab) {ac) {ad) {bc) {bd) {cd) ;

ma far vedere che R non fondamentale, e che il sistem a di tre


cubiche si pu dedurre da quello di due.
Si ha invero V identit :
(ab) (ac) (ad) (bc) (bd) (cd) = L [(aft) (ed)3 + (bcf (a d f + (caf (M)3] (4),
o

che dice appunto non essere R fondamentale.


P e r la seconda parte mi occorre prem ettere un a formula (5). Il
teorema accennato del Capelli, d per n S:
F = 2A<p0 + 2 {X YZ ) A<pi + 2 { X Y Z f <pA2 + . . .
dove F funzione delle tre terne di variabili X i , X2, X 3 ; T i , Y%, F 3 ;
Z t , Z2, Z 3y {X YZ) il loro determ inante ; <p0 , <pt , . . . sono funzioni

(4)
(5)
analogia
$ 7, pag.

C le b s c ii - Binaren Formen , pag. 275.


Questa forinola, ed il ragionam ento per trovarla presentano completa
con quanto trovasi nel C le b s c u - Ueber eine Fundamentalaufgabe ecc.
22, oui rim ando per m aggiori schiarimenti.

IISEPPE PEAN

34

che contengono le sole variabili X ed


d operazioni polari, ed il 2 si estende
analoghi. Siccome u n operazione polare
lo annulla, si potr portare il simbolo
determ inante, e si avr :
F = 2 An + 2 A [(XYZ)

Y, A il simbolo d un sistema
alla somma di pi term ini
fatta sul determ inante {X YZ)
operativo A davanti al fattore

+ S A { ( X Y Z f <p2] + . . .

le nuove funzioni <p potendo diiferire dalle precedenti per fattori


numerici.
Prendasi per funzione F il prodotto X \ Y Z i e nella formula
alle variabili si sostituiscano le seguenti funzioni lineari di tre nuovi
sistemi con n variabili :
X t = ax ,

X 2 = Ac,

X s = yx }

= &z,

Y i fx,y ,

%% = Pz j

Y 2 = fiy ,

Yq = yy :

yz

A sinistra si ottiene alx Pyf', a destra si avranno funzioni delle


espressioni lineari precedenti j le operazioni polari fatte rispetto alle
variabili X, Y, Z e rappresentate dal simbolo A sono equivalenti ad
operazioni polari fatte sulle nuove variabili a?, y, z, perch si ha, es
sendo y> una funzione qualunque :
SV> y

, 8y>

Syj
sX i

c. y. d .
ed il determ inante (X Y Z ) diventa :
a?2 x n

a*

y%

&V

Pv

Yv

Vi Vi

a*

Pz

yz

Zi

#2 * * * Zn

a2 . . . an
Pi P% * Pn
Yl Y

yn

Sostituendo si ottiene :
1 x x . . . xn

i P yf = s n +

2A|
(

Vi - Vn

. .

. a

P\ Pn <Pi} +
Y i- - - Y n

che u n identit, qualunque siano le q uantit che vi compaiono.


Suppongasi in essa le a, p} y simboli ; il membro di sinistra pu
rappresentare qualunque funzione di tre sistemi di variabili x , y, z,
e lidentit continua a sussistere perch in ambo i membri i coeffl*

SUI SISTEMI DI FORME BINARIE Di EGUAL GRADO ECC.

35

cienti di questa funzione effettiva entrano a primo grado ; e la for


mula cos interpretata dice :
U na funzione F di tre sistemi di n variabili a?, y, z si pu o t
tenere m ediante operazioni polari da funzioni delle variabili x , y e
dei determ inanti della m atrice (#, y, z), ottenute alla loro volta da F
con operazioni polari .
Suppongasi ora n = 4, i tre sistemi di variabili quaternarie i
coefficienti di tre c u b i c h e / , , / 2, / 3, e la F funzione invariantiva di
esse j si avr F espressa m ediante forme polari di forme invarian
tive, funzioni dei coefficienti :
a0

ai

K
h
e dei determ inanti della matrice :
1

ao
h
co

ct

a2

a3

C2

C3

Si consideri ora il covariante cubico delle tre forme :


ao

a2

bo

co

el

C2

*2

*1*2

-* 1 * 2

= (ab) (ac) (bc) ax bx cx


T 3~ t/i ^23 + / 2 -^-31 + / a A 12]>

X*

posto A i2 = (abf, ecc., e l ultim a riduzione ottenendosi colla stessa


formula che gi serv per R . I determ inanti della matrice (abc) sono
eguali ai coefficienti di p * , e quindi funzioni lineari degli invarianti
A j sostituendo questa loro espressione in F , tu tti i termini, a meno
del primo, che contengono i determ inanti della matrice (abc) al grado
per es. r, vengono a contenere omogeneamente al grado r gli inva
rian ti A , e si decomporranno in funzione di questi invarianti, e di
altre forme invariantive di grado totale diminuito di 2 r; e appli
cando a queste nuove forme lo stesso procedimento, si ricava che
ogni forma invariantiva F sim ultanea di tre cubiche viene espressa
in funzione di forme polari di formazioni invariantive di due cubi
che, e degli invarianti A , che appartengono pure alla stessa categoria.
I
risu ltati precedenti, uniti al sistema completo noto di due cu
biche (6), ci permettono la seguente conclusione :
() C l e b sc h - Binttren Formen, $ 61. Ivi per presentatisi d u e covarianti li-

36

GIUSEPPE PEAN

Le forme invariantive di quante si vogliano cubiche binarie


appartengono a 10 tipi distinti, che sono i seguenti ogni tipo
essendo determ inato da una forma :
1 U na delle cubiche date (covariante cubico) ;
2 Il Jacobiano di due cubiche (covariante biquadratico) ;
3 L Hessiano di una cubica (covariante quadratico) ;
4 Il terzo scorrimento di due cubiche (invariante) ;
5 Il covariante Q di una cubica (covariante cubico) ;
6 Il secondo scorrimento di una forma (3) su una cubica
(covariante lineare) ;
7 Il risultante d una cubica (invariante) ;
8 Il Jacobiano di due forme del tipo 3 (covariante qua
dratico) ;
9 Il primo scorrimento di una forma (3) con un (6) (cova
riante lineare) ;
10 Il risultante di due forme lineari (6) (invariante) .
P er completare la questione si potrebbe trovare il numero delle
forme appartenenti ad ogni tipo, le relazioni che passano fra esse,
ed i loro significati geometrici. Riguardo al numero osserver sola
mente che le 26 forme invariantive di due cubiche si raggruppano
nei dieci tipi rispettivam ente in numero di 2, 1, 3, 1, 4, 2, 5, 3,
4, 1 ; e se le forme date sono in numero di
le forme fondamen
tali appartenenti ad ogni tipo sono rispettivam ente in numero di :
n

-L y p r -i),

J ^ N ( N + l ) ( N + 2),
J - N ( N + 1) ( N + 2) ^ + 3 ),

_ |_ 2 T ( y + i) ,
-l- ( J f _ l) A r (jr+ 1 ))
- g - ( f f - - l ) y ( 2T+ l ) C y + 2), ecc.

come per alcuni evidente, e per altri si dimostra dopo alcune


considerazioni.

neari appartenenti ad un undicesim o tipo, dim ostrati sovrabbondanti dal S ylvk s t e ii (Comptes'rendus, eto. nov. 1879) ed espressi in funzione dei fondam entali dal
mio Chm Prof. DO v i d i o (A tti R, Aeo. Torino , Dicembre 1879).

(15). TEOREMI SU MASSIMI E MINIMI


GEOMETRICI, E SU NORMALI A CURVE
E SUPERFICIE
(Rendiconti del Circolo Matematico di Palermo, Tomo I I, A . 1888, pp. 189-192)

Le proposizioni che seguono permettono di risolvere alcuni pro


blemi di geometria infinitesimale con procedimenti basati sulla com
posizione di segmenti, sui baricentri, e cos via. Alcune di esse sono
note ; ma credetti utile lenunciarle onde far meglio scorgere la loro
analogia colle seguenti, che ritengo nuove. T utte queste proposizioni
sono conseguenza di formule ottenute nel mio opuscolo Calcolo
geometrico secondo VAusdehnungslehre di H . O r a s s m a n n . La loro
dimostrazione pu essere un utile esercizio per gli studiosi.

I.

Se
, r%, . . . sono le distanze dun punto variabile P dello
spazio da punti, rette e piani fissi, e f ( r t , r 2 , . . . ) una loro fun
zione analitica, allora la normale alla superfcie luogo dei punti P
per cui / costante ha la direzione della risultante di forze appli
cate al punto considerato P , dirette ai p u n ti fssi, o normalmente
df
df
alle rette e piani fssi, ed eguali a
.
(17*|

CLYg

Si suppone che il punto P non coincida con alcuno dei p un ti


dati, n giaccia su alcuna delle rette o piani dati ; inoltre che la
risu ltan te di quelle forze non sia nulla.
Se per un punto P dello spazio, non giacente in alcuno dei
punti, rette o piani dati, / diventa massima o minima, la risultante
di quelle forze nulla.

38

GIUSEPPE PEANO

Questa proposizione trovasi accennata nelle opere di L e ib n iz (1).


E ssa fu chiaram ente enunciata dal P o i n s o t (z) ; e fu in seguito
oggetto di studio di molti matematici. La risultante considerata,
cam biata di segno, il parametro differenziale del L a m .
i

II.
Se, nello spazio, ri , r%, . . . sono le distanze d un piano varia
bile n da p u n ti fissi, e f ( r i , rz , . . . ) una loro funzione analitica,
lequazione / = costante determ ina un inviluppo di piani. Se n un
piano dellinviluppo, il punto di contatto di esso colla superfcie in
viluppata il baricentro dei piedi delle perpendicolari abbassate dai
punti dati sul piano tf, ai quali siano affissi pesi eguali a

(I /1

.
2

Si suppone che questo piano non passi, per alcuno dei punti
dati, e che la somma dei pesi non sia nulla.
E se, per una posizione speciale del piano n , la funzione /
diventa massima o minima, il sistema di forze applicate al piano n
come a corpo rigido, dirette secondo le normali abbassate dai punti
dati sul piano n , ed eguali a

CtV^

, ~ ~ , . . . , in equilibrio.

La prim a parte di questa proposizione fu enunciata da P. S e r


r e t . Si ha una proposizione analoga, pi semplice, per le rette dun
piano fisso. La proposizione corrispondente per le rette dello spazio
la seguente :

III.
Se p una re tta dello spazio,
, r%, . . . le sue distanze da
p unti fissi, si immaginino le forze F, applicate alla re tta p , giacenti
lungo le normali abbassate dai p unti dati sulla re tta p , e in gran
dezza eguali a

d rt

, . . . Le rette p per cui / costante formano


J

un complesso.
Le rette del complesso giacenti in un piano n inviluppano una
linea. Se p una re tta siffatta, per trovarne il punto di contatto

(*) Math. Schrifterif Berlin 1849, tomo VI, pag. 233.


(2) Statique , Bruxelles 1836, pag. 291.

TE O R E M I SU MASSIMI E MINIMI GEOMETRICI ECC.

39

collinviluppo, si proiettino normalmente le forze F sul piano n , e


si compongano considerandole applicate alla re tta p , come corpo ri
gido. Il punto dapplicazione della risultante sar il punto cercato.
Le re tte del complesso passanti per un punto P formano un
cono. P er trovare un piano normale a questo cono lungo una gene
ratrice p , si decomponga ogni forza F in una forza passante per P
ed in una coppia, e si compongano queste varie coppie. Il piano
passante per P e parallelo alla coppia risultante sar il piano cercato.
Se, per una posizione della re tta p nello spazio, la funzione /
diventa massima o minima, le forze F si fanno equilibrio.

IV .
Se, nello spazio, p una re tta passante per un punto fisso P ,
e faciente gli angoli a d, a2 , . . . con rette fisse, che possiamo sup
porre pure passanti per P, il luogo delle rette p , per cui costante
una funzione analitica /(o c j, a2 , . . . ) ^ questi angoli, un cono.
Si immaginino coppie di forze giacenti nei piani passanti per la
re tta p e per ognuna delle rette fsse, ed eguali a

, . . . Il

piano normale al cono considerato lungo la generatrice p parallelo


alla risultante di queste coppie. Se per una re tta p , / massimo o
minimo, questa risultante nulla.

V.
Se un punto P si muove nello spazio in guisa che rimanga co
stante il volume del solido formato dalle piramidi aventi per vertice
P e per basi le faccie duna superfcie poliedrica aperta, esso descrive
un piano. Questo piano normale alla risultante dei segmenti diretti
da P normalmente alle faccie del poliedro, e proporzionali a queste
faccie stesse.
Questa proposizione dovuta a S t e i n e r .

VI.
Se un punto P si muove in guisa che rim anga costante larea
della superfcie poliedrica formata dai triangoli aventi per vertice P
e per basi i lati d una linea poligonale data, esso descrive una su

40

GIUSEPPE PEANO

perfide. La normale a questa superficie d iretta secondo la risul


tan te delle forze ai>plicate in P , dirette normalmente ai lati della
linea poligonale, e proporzionali a questi lati. Se per un punto P
l area minima, questa risultante nulla.
Nei due ultim i esercizii alla superficie poliedrica e alla linea
poligonale si possono sostituire una superficie ed una linea qualunque.

Y II.

Abbiasi nello spazio una superficie o fissa, ed un piano varia


bile n che incontri la superficie a secondo una linea chiusa.
Se il piano n si muove in guisa che il volume limitato dal piano
n e dalla superficie o sia costante, il punto di contatto del piano n
collinviluppo il baricentro dellarea piana lim itata dallintersezione
di questo piano colla superficie.
Se il piano n si muove in guisa che risulti costante l area piana
lim itata dallintersezione del piano colla superficie, il punto di con
ta tto del piano n collinviluppo il baricentro della linea dinterse
zione di n colla superficie data, supposto che la densit in un punto
qualunque di questa liiiea sia proporzionale alla cotangente dellan
golo che il piano tangente alla superficie in quel punto fa col piano n.
Se il piano n si muove in guisa che risulti costante la lunghezza
della linea sezione di esso piano colla superfcie data, il punto di
contatto di n col proprio inviluppo il baricentro della linea sezio
ne, ove si supponga la densit in un punto qualunque proporzionale
al prodotto della cotangente dellangolo che il piano tangente alla
superficie fa col piano secante, moltiplicata per la curvatura della
curva sezione.

(30). GLI ELEMENTI DI CALCOLO GEOMETRICO


(Torino, tip. G. Candeletta 1891, pogg. 42)

I lavori principali dedicati da G. P e a n o al calcolo geometrico, ed alle sue


applicazioni, sono i tr a t t a t i n. 11 (Applicazioni geometriche del calcolo infinit., 1887)
e n. 14 ( Calcolo geometrico secondo V Ansdehnungslehre di S . Grassmann, 1888);
oltre ad alcnui capitoli dei tr a tta ti n. 60 ( Lezioni di analisi infinit., 1893, voi. 2)
e n. 138 ( Formulario mathematico, t. V, 1908).
Ma secondo il programm a nelle presenti Opere scelte hanno potato
trovare posto solo il presente opuscolo n. 30 (del 1891) a cni fa di comple
mento un breve estratto del tra tta to n. 60 ed il saggio n. 90 (del 1896).
Lopuscolo n. 30, che ebbe una versione tedesca (lavoro n. 30', del 1892),
costituisce la prim a esposizione didattica degli elementi di calcolo geometrico
secondo lindirizzo di G kassm ann-Pkano. In esso si fa uso solo delle formazioni
geometriche di prim a specie.
U. C.

PREFAZIONE
I I calcolo geometrico studia le questioni geometriche, eseguendo le
operazioni analitiche direttamente su gli enti geometrici, senza aver
bisogno di determinarli sempre mediante le coordinate. Questo calcolo,
previsto da Leibniz, f u sviluppato nel corrente secolo sotto forme di
verse, per opera specialmente di Mobius (18 2 7 ), Bellavitis (1 8 3 2 ), Grassmann (1844) e Hamilton (1 8 5 3 ) ; i fondamenti gi sono usati in molti
trattati di meccanica, fsica matematica, e calcolo infinitesimale.
I l presente opuscolo (N. 1-47) contiene gli elementi del calcolo geo
metrico. Questi permettono gi di arrivare a un gran numero di ri
sultati ; incidentalmente si dimostrano le principali formule di geome
tria analitica ; la loro lettura presuppone sole cognizioni elementari di
geometria. Per ulteriori ricerche veggasi' il mio :
Calcolo Geometrico, secondo l Ausdehnungslelire di H. Grassmann, Torino, 1888.
Nei numeri successivi sono accennate alcune d quelle questioni di
geometria infinitesimale le quali, per le teorie precedenti, acquistano
form a p i semplice.
Torino, gennaio 189 i.

L A utore.

42

GIUSEPPE PEANO

ELEMENTI DI CALCOLO GEOMETRICO

Tetraedri.

1. Essendo A, B, C, D dei punti, con A B CD intenderemo il


tetraedro avente per vertici quei quattro punti.
2. La scrittura A B CD = 0 significa che i quattro punti giac
ciono in uno stesso piano. Cos A A B C = 0 .
3. U n tetraedro A B C D , non nullo, dicesi destrorso, se una per
sona disposta lungo A B , col capo in A , coi piedi in B, e rivolta
verso il segmento CD, ha alla sua sinistra C ed alla destra D. Si
dir sinistrorso nel caso contrario. Cos ad esempio,
se A B C hanno la posizione che qui segnata, il volume
A B C D sar destrorso o sinistrorso, secondocli D
avanti o dietro al piano della figura.
4. Per rapporto

di due tetraedri a e u , di cui il secondo

non nullo, sintende il numero che misura il rapporto dei due vo


lumi, preso col segno -|- se hanno lo stesso verso, col segno
se hanno verso contrario.
5. Due tetraedri a e b diconsi eguali, se hanno lo stesso volume
e lo stesso verso. Se u un tetraedro non nullo, leguaglianza a = 6
equivale alleguaglianza fra i numeri ~

6. Quindi, fissato ad arbitrio il tetraedro , ci sar la corrispon


denza univoca fra i tetraedri a e i numeri reali (positivi, nulli o
a

negativi) . Perci i tetraedri si possono sommare e sottrarre, e


a b

moltiplicare per num eri (reali). Si ha : --------= zb ; e se ?

GLI ELEMENTI DI CALCOLO GEOMETRICO

43

onde, permutando in un tetraedro i vertici fra loro, il tetraedro non


cambia in valore assoluto, ma cambia, o non cambia segno, secondocli il numero delle inversioni fatte dispari o pari.

Somme di punti.
8. L insieme di pi punti A , B, 0 , . . . cui si immaginino affisai
dei numeri m, n, p , . . . si indica con
m A + nB

pC + .. .

Questo insieme si dir ancie Somma di p unti, o Forma geome


trica (di prim a specie), o, per brevit, F.
9. Dicesi prodotto duna forma geometrica
S = m A + nB + pG + . . .
per una terna di punti P Q R , la somma dei tetraedri :
SP Q R = {mA + n B - f p C + . . . ) P Q R = m A P Q R +
+ nB P Q R + pC P Q R - f - . .
10. Si dice che una forma geometrica S nulla, e si scrive
S = 0, se, comunque si prendano i tre p unti P Q R , si ha SP Q R = 0.
Es. A A 0.
11. Due formazioni geometriche S ed S ' diconsi eguali ( = S '),
se, comunque si prendano i punti P Q R , si ha SP Q R = S'P Q R .
Due P differenti solo per lordine dei term ini sono fra loro
eguali.
12. Essendo A e B dei punti, ed m ed n dei numeri, lequa
zione m A = nB significa che i p unti A e B coincidono, e che i
num eri m ed n sono fra loro eguali.
Infatti, se il piano PQ R passa per A , sar A P Q R = 0 , onde
dovr essere B P Q R = 0 , ossia ogni piano passante per A passa
pure per B } quindi A e B coincidono. Prendasi ora un piano P Q R
non passante per A ; si avr A P Q R = B P Q R j e dovendo essere
m A P Q R = n B P Q R , sar m = n.
13. Sono n aturali le convenzioni seguenti :
Quando in una forma geometrica un punto non ha coefficiente
sintende che esso sia lunit. Cos A B indica l insieme dei punti
A e B coi coefficienti l e 1.
Essendo S m A + n B + . . . e S ' = m 'A ' + n 'B ' + . . . due
F, per loro somma intenderemo la F che si ottiene scrivendo i ter

44

GIUSEPPE PEANO

m in i d i

S ' d o p o q u e lli d i S :

8 + 8' = m i + nB + . . . + m 'A ' + n 'B ' + . . .


P er prodotto di 8 = m A
nB + . . . per un numero le si in
tende la F che si ottiene moltiplicando i coefficienti di S per le :
JcS IcmA + IcnB + . . .
A
Quando ci far comodo, scriveremo A m al posto di mA , e
.
*
m
invece di A .
m

Riduzione delle F.
14.
Teorema. Se A e B sono due punti, e m ed n due numeri
tali che m + n ^ 0, allora la somma m A -|- n B si pu ridurre ad
(i + n) C, ove 0 il punto che divide il segmento A B in parti in
versamente proporzionali ad m ed n, internam ente se m ed n hanno
lo stesso segno, esternam ente se segno contrario ; vale a dire tale
che

ten en d o con to dei seg n i.

GB
m
Infatti, prendansi ad arbitrio i tre punti PQR. Se il piano PQ R
risulta parallelo ad A B , sar
A P Q R = B P Q R = CPQR,

perch tetraedri aventi la stessa base, e altezze eguali ; onde sar


tiA P Q R
|- n B P Q R = (w -|- w) CPQR,
Se il piano P Q R non parallelo ad A B , sia X il loro punto
d incontro. Si ha dalla definizione di G,
mAG

nBO = 0,

ossia
m (XG X A ) + n (XC X B ) = 0 ,
o ancora
m X A + n X B == (m + ji) XC.
Ora i
PQR, sono
sate da A ,
menti X A ,
tare ; onde

tetraedri A P Q R , B P Q R , CPQR, aventi la stessa base


proporzionali alle altezze, cio alle perpendicolari abbas
B , C su PQ R ; queste altezze sono proporzionali ai seg
X B , X C per una nota proposizione di Geometria elemen-,
sar
m A P Q R + n B P Q R = (m + n) CPQR.

LI ELEMENTI DI CALCOLO GEOMETRICO

45

Pertanto, comunque si prenda il triangolo P Q R si ha


(mA + nB) P Q R = (m + n) CPQRy

vale a dire

*
mA

n B = (m + n) 0.

15. EserciziL a). A -|- B rappresenta il punto medio di A e B


col coefficiente 2 ; onde il punto medio di A B sar espresso da
A + B
2

fi). Posto G = 2A B , sar G un punto. Lequazione prece


dente si pu pure scrivere 2A B
C7 onde A sar il punto me
dio fra B e G.
y). Preso un punto qualunque G della retta A B , si possono
sempre determinare due numeri m e n, non amendue nulli, tali che
risulti (m -f* n) G = m A -j- nB.
Basta prendere i numeri m ed n proporzionali ai segmenti GB
e AG, tenendo conto dei segni.
16. Dicesi massa duna forma S = m A + nB -|- pG -|- . . . , la
somma dei coefficienti m + n + p + . . .
17. Teorema. Ogni F la cui massa non nulla, riduttibile ad

un punto solo avente per coefficiente la massa della F data.


Infatti le somme dei coefficienti non possono essere due a due
nulle ; poich se m, n, p non sono nulli, non pu essere ad un tempo
m
n = 0, m
p = 0, n
p 0. Suppongasi m + n ^ 0 ; al
lora m A + nB riduttibile ad (m -f- n) X , ove X un punto deter
minato j e quindi
m A + nB + pG + . . . = (m + ) X + pG -j- . . . ;

cos la forma data ridotta ad unaltra con un punto di meno, e


le masse delle due forme sono eguali. Cos continuando si ha il
teorema.
18. Il punto 0 cui riduttibile m A
nB
pC
, sup
posto m - ^ - n - ^ - p - ^ ' . ' ^ O , dicesi baricentro del sistema dato. Esso
definito dalla eguaglianza:
( m - \ - n - { p - { - > . . ) G = m A -[- n B + pG +

ovvero
^ _m A
nB -|- pG -|- . . .
m -f- n -j- p + . . .

19. Esercizio a). Essendo A , B , G i tre vertici di un triangolo,


il suo baricentro - i - (A -f- B -f- G) j per esso passano le mediane

46

GIUSEPPE PEANO

A + B\

del triangolo, cio le rette

e si

dividono nel rapporto 1 : 2.


/9). B
C A rappresenta il punto d incontro delle parallele
condotte da B e da C ai lati opposti.
A -\-B B + G
04- A x
y). Il baricentro del triangolo ^
~
^
ancora
Z

-(A + B + C ).
). Costruire il triangolo AB C , conoscendone il baricentro G,
il punto K che divide il lato BG nel rapporto 1 : 2, e il punto K
che divide esternam ente il lato A G pure nel rapporto 1 : 2 . Si
avranno le equazioni A -)- B
G = 3G, 2B
C = 3H, 2A C = K ,
che risolte danno :

A = ^ G - -H + -K ,

B ------ i - e + ^ H + 4 - i r ,

C = 3 G - -M - K .
e). Essendo A , B, 0, D i vertici d un tetraedro, il baricentro
- i - (A + B + 0 + D) si trova sulle 4 rette che uniscono un vertic
A col baricentro - - (B -f- G + D) della faccia opposta, e le divide
iJ

nel rapporto 3 : 1 ; esso sta pure sulle 3 rette che uniscono i punti
medii (A
2

B) e (0 + D) di due spigoli opposti, e ne il


2

punto medio.
). Essendo A B C tre punti non collineari, e J> un punto del
piano A B C , si possono determ inare tre numeri
p non tu tti
nulli, tali che si abbia
(m + n

p) D = m A + n B + p G .

rj). Essendo A , B , C, D quattro p unti non complanari, ed E


un punto qualunque, si possono determ inare quattro numeri m, n ,
P j q non tu tti nulli, in modo che si abbia
{m -f- n + p + q) E m A -f- nB -|- pG + qD.
Vettori.

20.
Qui ci occuperemo delle F la cui massa nulla.
Definizione, Dicesi vettore la differenza B A di due punti
A e B.

GLI ELEMENTI DI CALCOLO GEOMETRICO

47

Il punto A dicesi origine, il punto B termine del vettore.


Per verso di B A s intende quello da A a B . Nelle figure si
suol rappresentare un vettore mediante il segmento di re tta che ne
unisce gli estremi, e una freccia che ne indica il verso.
Si ha B A + A = B , ossia un vettore aggiunto alla sua
origine d il suo termine.
21. Teorema. Affinch due vettori B A e B ' A ' siano
eguali, necessario e sufficiente che i segmenti A B e A ' B ' siano
paralleli, eguali in lunghezza, e diretti nello stesso verso.
B 4- A '
Infatti, dire che B A = B ' A ' equivale a dire ------- =
B ' 4- A
, ossia il punto medio di B A ' coincide col punto medio di

A B ' j e questo equivale alle condizioni geometriche precedenti.


22. Problema. Costrurre la somma O
(B A) di un punto
0 e d*un vettore B A .
Si costruisca il punto X tale che X O = B A , vale a dire
si porti da 0 il segmento OX, eguale, parallelo e nello stesso verso
di A B j sar X = 0
(B A).
23. Problema. C ostrurre la somma di pi vettori I , I 2 . . . I n .
Si prenda un punto arbitrario 0 ; si costruiscano i punti
X i X2 . . . X n in modo che sia
Xi = 0 + It ,

X2 = X , -)- J 2 , . . . X X_i + I n.

Sar :
X n 0 = li + li + . + I n .
Il
poligono i cui vertici sono 0, X t X 2, . . . X n dicesi, in Mec
canica, il poligono delle traslazioni.
24. Teorema. Ogni F la cui massa nulla, riduttibile ad un
vettore.
Sia S una F di massa nulla ; preso ad arbitrio un punto P , la
8 + P ha per massa 1, onde riduttibile (N. 17) ad un punto
Q = 8 -|- P. Di qui si ricava 8 = Q P, ossia S ridotta ad un
vettore. Questo vettore pu anche annullarsi.
25. Il prodotto di un vettore I per un numero x un vettore
parallelo ad X, rivolto nello stesso verso o verso opposto secondoch
x positivo o negativo, e la cui lunghezza sta a quella di I come
x : 1.
Infatti, se I = B A , sar x i x B x A una F di massa
x x = 0, onde riduttibile ad un vettore. F atto C A = x{B A ),
AC
sar C = x B + (1 x) A ; onde - - = x .

GIUSEPPE PEANO

48

La costruzione grafica di col facile quando x commensura


bile; pu essere difficile od anche impossibile coi comuni strumenti
per x incommensurabile.
26. Essendo I e J due vettori paralleli, e il primo non nullo,
si pu determinare un numero x tale che J = x l. Risulta dalla pro
posizione precedente.
27. Tre vettori diconsi complanari, se sono paralleli ad uno
stesso piano. Essendo x e y due numeri reali, i vettori I , J , x l + y J
sono complanari.
Teorema. Se I e J sono vettori non paralleli, ogni vettore JJ
complanare con essi si pu decomporre nella somma di due vettori,
Puno parallelo ad I e laltro ad J.
Infatti, preso ad arbitrio il punto 0, si costruiscano i punti
A 0 -j- I , B = 0 - f J y P 0 + U. I punti 0, A ,
P giacciono
in uno stesso piano. Da P s conduca la parallela a OB, che incon
tri OA nel punto M. Si avr
U = P 0 = (M 0) + (P M),

e cos JJ decomposto nella somma del vettore M 0 parallelo ad


I e del vettore P M parallelo a J.
28. Essendo / e J due vettori non paralleli, e JJ un vettore
complanare con essi, si possono determinare due numeri x e y in
modo che risulti
JJ = x l + yJ-

Infatti, decomposto TJ in due vettori, Puno parallelo ad l e


Paltro ad J , il primo si pu eguagliare ad x l ed il secondo ad y J .
29. Dati tre vettori 7, *7, K non complanari, ogni vettore TJ si
pu decomporre nella somma di tre vettori, Puno parallelo ad I ,
Paltro ad J e il terzo a K .
Dimostrazione analoga a quella del 'N. 27.
30. Dati tre vettori I , <7, K non complanari, ogni vettore JJ si
pu ridurre alla forma
TJ = x l + yJ -J- zK ,
ove x , y , z sono tre numeri.
Infatti, decomposto TJ nella somma di tre vettori, rispettiva
mente paralleli ad J, </, JT, essi si possono eguagliare ad
yJ, zK.
31. Se
J { K son vettori non complanari, e se i numeri x , y, z,
x% y ', z ' soddisfano alla relazione
x I + y J + z K = x ' I + y 'J + z 'K ,

sar x = x ', y = y', z = z \

'

49

GLI EL EM EN TI Di CALCOLO GEO M ETRICO

Infatti, dalla relazione supposta si ricava

X') I

(a? -

(y _

y') j . +

__

z') K

0 ;

ora se una delle differenze x x ', y y ', z z '} per esempio


l?ultim a, non nulla, dividendo per essa, si avr

K = ^ i+ y ^ z i,j,
z z'

z zf

onde (27) K complanare con l e / ,


fatta.

contrariam ente alla ipotesi

Coordinate di vettori e di punti.


32. Siano 0 un punto fsso, e J, J, K tre vettori non compla
nari. Allora ( 3 0 e 3 1 ) ogni vettore JJ si pu ridurre e in un sol
modo alla forma
' U xI + y J + z K .
I
numeri x , y, z diconsi le coordinate del vettore JJ rispetto ai
vettori di riferimento J, J , K.
33. Ogni punto P si pu ridurre alla forma
P = O + x l + yJ + zK.
I
num eri x , y , 2, coordinate del vettore P 0 , diconsi anche
le coordinate del punto P nel sistema (0, J, 7, K ).
34. La condizione di parallelismo dei due vettori
U = xi

y J + zK

U ' = x ' I + y ' J + z 'K

che le coordinate corrispondenti dei due vettori siano proporzio


nali, ossia che siano nulli i tre determ inanti della matrice :
x

x'

y'

z'

Infatti, se JJ non nullo, dire che JJ' parallelo ad JJ (25 e


equivale allesistenza di un numero k tale che U ' = IcJJ, ossia
tale che
x I
y'J -(- z 'K = Icxl -j- IcyJ + kzK ,
20)

o ancora (3 1 ) x' = lex, y '=


z f = lez \ e questo equivale alla pro
porzionalit fra le coordinate.
Converremo poi che un vettore nullo sia parallelo ad ogni
direzione. Allora, se JJ nullo, soddisfatto il parallelismo, e i
determ inanti considerati sono pure nulli.

50

GIUSEPPE PEN

La condizione di parallelismo si scrive pure


x' _
x

y' _
y

z
z *

convenendo che quando qualcuno dei denominatori nullo, questa


scrittura equivalga a dire che si annullano i determinanti considerati.
35.
La condizione di complanarit dei tre vettori JJ = xT -fy J + zK , U =
I + y 'J + *'JT, U" = x " I + y V +

z'

x"

y"

= 0.

Infatti, se U' e JJ" non sono paralleli, la condizione della loro


com planarit (N., 27 e 28) che esistano due num eri /c' e hn tali
che JJ = fe'Z/' +
ossia tali che
a? = fcV + fe'V',

y = Wy' -|- W y ,

z = feV + fc'V',

e questo equivale alla condizione precedente.


Se poi JJ' e U " sono paralleli, soddisfatta la condizione di
com planarit, e il determ inante pure nullo.
30.
EserciziL a). D ate le coordinate di due punti P e P ', tro
vare quelle del vettore P ' P .
Se P = 0 + x l + y J + zK , e P ' = 0 + x ' I + i/'J + zJT, sa
r : P ' P = (x* x) I
(y' y) J + (*' *) K. '
P). D ate le coordinate di due vettori, trovare quelle della loro
somma e differenza.
Se JJ x l + y J +
e V = 'I + y 'J -)- z K , sar :
F CT = (*' x) I + (y y) J + (*' z ) K .
y). D ate le coordinate d ?un vettore JJ e un numero m, tro
vare quelle di m . Si ha :
m (xl
y J -(- z K ) = m x l -|- viyJ -|). Trovare le coordinate del baricentro di pi p u n ti A i tA Sf...,
con dati coefficienti
w2, . . . , ove si conoscano le coordinate di
questi punti.
Se A r = 0 -f- xrI + yrJ + * detto 0 il baricentro, si ha
ove
^ g^a per indicare la somma dei term ini che
2m r
si ottengono dando ad r i valori 1, 2 , . . . Sostituendo agli A r le loro
espressioni, si h a :
2 m r xr
2 m r yr T . 2 m r zr
q

51

GLI ELEM EN TI DI CALCOLO GEO M ETRICO

e). D ire che il punto P = 0 -f- x i


y J -j- z K sta sulla retta
passante pel punto P 0 = 0 + x oI + VqJ +
e parallela al vet
tore JJ = a l + bJ + c K equivale a dire che P P 0 parallelo ad
Uf ossia (34):
x
a

_ V Vo _
b

* H
e

'

equazioni della retta passante per Pq e parallela ad JJ.


). Dire che il punto P = 0 -f+ * sta sulla re tta pas
sante pei due p unti P 0 = 0 +
+ * e P 4 = 0 + x xI + . . .
equivale a dire che P P 0 || P, - Po, ossia
x o = y yo = z zo
X *0
Vi Vo
*o
equazioni della retta passante per due punti dati.
7j). Dire che il punto P = 0
x i + yJ + z K sta sul piano
passante pel punto P 0 = 0 + xQI + Vo'J + zqK e parallelo ai due
vettori
U = a l + bJ + cK

JJ' = a 'I + fc'J + c'tf,

equivale a dire che i vettori P Po, JJ, F ' sono complanari, ossia che

y y0 *

a'

= 0,

c
b'

c'

equazione del piano passante per un dato punto e parallelo a due dati
vettori.
0). Cambiamento di coordinate. Siano (O, I, J , iT) e ( 0 ', P , J 7, JT)
due sistemi di coordinate.
Siano note le coordinate d un punto P nel secondo sistema :
P = 0 ' + x 'T + y 'J ' + s'JT ,
e siano note le coordinate di O', I ', J ', K ' rispetto al primo sistema :
0 ' = 0 + a l + 6J + cK ,

r =

+ q J + rK ,

J ' = P 'I + g 'J + r 'tf , JT = _p"Z + g V + r " K ..


Si vogliono calcolare le coordinate di P nel primo sistema.
Sostituendo, nellespressione data di P , a 0 ',
J ', JT le loro
espressioni, e ordinando, si ha : ,
P = o + (a + li' + p'y' + p"z') I + (b + qx' + 'y' +
q"z') J + (c + r*' + r y + r'V ) K .

52

IUSEPPE PEANO

Vettori in un piano fisso. Operazione i.

37. Qui ragioneremo su punti e vettori contenuti in un piano


fisso. In questo piano fisseremo un verso positivo per le rotazioni
(e sia p. e. lopposto a quello in cui si muovono le lancette dun
orologio).
Definizione. Essendo JJ un vettore, con i TJ intenderemo il vet'
tore JJ rotato dun angolo retto positivo.
38. Facendo sopra i JJ di nuovo Poperazione i si avr ii JJ = JJ,
ossia i2 = 1. Loperazione i lia adunque la propriet fondamentale
delPunit immaginaria.
Essendo x un numero (reale) si ha \xTJ = x\TJ ) ossia moltipli
care un vettore JJ per un numero x , e poi farlo rotare dun angolo
retto, equivale a prima farlo rotare di un angolo retto, e poi molti
plicarlo per x.
Se JJ e V sono due vettori, si ha i(TJ
V ) \TJ
Y .
39. Colla parola numero intenderemo sempre numero reale.
Definizione, Essendo JJ un vettore, x e y due numeri, porremo
(x -1- yi) JJ = xTJ + yiTJ.

Loperazione x + yi dicesi un complesso. Quindi moltiplicando


un vettore JJ per il complesso x + yi si ha un nuovo vettore del
piano j esso la somma di x U parallelo ad TJ, e di yiJJ perpendi
colare ad TJ,
40. Essendo TJ un vettore, con grTJ indicheremo la sua lun
ghezza, cio la distanza fra i suoi estremi. Si h a: gr(iZ7) = grTJ,
Posto V = (x + tfiWi sar& ^ lipotenusa dun triangolo rettan
golo di cateti xTJ e yiJJj onde si avr:
g r V = \x %+ y * grTJ,

cos (U, V) = - r X

Sen ( XJ, V) =

tang (TT,V) = ^ - .
Cu

41.
Ricordando le definizioni di modulo e di argomento di un
complesso, queste formole dicono :
Teorema, Moltiplicare un vettore JJ per un complesso x + iy
significa moltiplicarlo pel modulo e farlo rotare delPargomento del
complesso.

GLI ELEMENTI DI CALCOLO GEOMETRICO

53

Quindi (cos t -f- i sen t) U e[t JJ indica il vettore JJ rotato del


langolo t.
Essendo 0 u n punto fisso, 0 -|- eu (P 0) rappresenta la posi
zione del punto P dopo aver rotato attorno ad 0 dellangolo t.
42, Se per vettori di riferimento in un sistema di coordinate si
prendono un vettore I in grandezza eguale allunit di misura, ed
il vettore iJ, le coordinate diconsi cartesiane (ortogonali). Il vettore
U di coordinate cartesiane x e y dato da
'' = (* + yi) I,

e il punto P di coordinate cartesiane x e y dato da


P = 0 + (x + yi) I.
43, Se il comjjlesso x + i si riduce a forma normale re**, ogni
vettore si potr ridurre alla forma
JJ =

re'* J ,

ove r ne rappresenta la lunghezza, e t langolo che esso fa con I .


Ogni punto si pu ridurre alla forma
P = 0 + reu I.
I num eri r e t chiamansi le coordinate polari del punto P.
44, Esercizio a). Se un vettore I si fa rotare prima dun angolo
a e poi d un angolo fi, esso avr rotato dellangolo a + fii onde
(cos fi + i sen fi) (cos a + *8en ) = cos (a -f- fi) + i sen (a + fi)Eguagliando separatam ente le p arti reali e i coefficienti di i, si
dimostrano le formule trigonometriche per laddizione degli archi.
fi). U n punto P si fa rotare dun angolo t attorno ad un
punto A , e poi dellangolo t attorno ad un punto B. Trovare la
posizione finale di P.
Dopo la prim a rotazione (N. 41) il punto si trova in

P* = A + l {P A),
dopo la seconda in
sostituendo a P 4 la sua espressione, e fatte le riduzioni:
P 2 = P + (1 e - 1*) (B A )
ossia il punto P ha ricevuto una traslazione rappresentata dal v et
tore (1 e_ii) (B A) = B -f- e~u [A B) A ; la sua origine si
pu prendere in A , e allora il suo term ine B + e-14 {A B ), cio
il punto A rotato attorno a B dellangolo t.

54

GIUSEPPE PEANO

y). Il punto P 4= 0 + e*(P 0) la posizione del punto P dopo


aver rotato attorno ad 0 dellangolo 1 (N. 41), cio dopo aver descritto
un arco eguale al raggio. Esso si pu facilmente costrurre per appros(
i8
i3
\
simazione. Invero si ha P 4 0 + 11 + i + g j + "gj + )
0)
Onde pongasi P ' = P + i (P 0 ), cio aggiungasi a P il v et
tore P 0 rotato dun angolo re tto ;

poi P " = P ' + - ^ - ( P ' P),


2(
cio aggiungasi a P ' il vettore P ' P rotato dellangolo retto, e

diviso per 2 ; poi P " = P " +

[P" P '), cio si aggiunga a P "

il vettore P " P ' rotato dellangolo retto, e diviso per 3 ; poi


p ,v =

P"' + J _ ( P " ' - P " ) ,

e cos v ia . I p u n t i 0 , P, P , P", P " , . . .

sono i vertici d una spezzata spiraliforme, e si avvicinano rapida


mente al punto cercato P t.
). D ate le coordinate cartesiane d un vettore, calcolarne la lun
ghezza. Si ha (N. 40), supposto g r J = 1, gr(# + i y) I
+ i) =
D ate le coordinate cartesiane di due p u n ti
P = 0 + (x + iy)I, P ' = 0 + (' + iy ') I ,
calcolarne la distanza. Sar
gr (P ' P) = gr [(*'*) + (/' y) i] 7 = {x* x f + (y y f .
e). D ate le coordinate di un vettore TJ (x -|~ i) 7, calcolare
quelle di iET. Si h a :
i7 = ( y + a?i) I.
y
). Essendo TJ e F due vettori, per si pu intendere quel
complesso x + \ y , per cui moltiplicando JJ si ha F . Si avr
F
gr V
V
mod =
, e largomento di l angolo 7, F.
rj). D ate le coordinate cartesiane di due vettori
TJ = (x + iy) 7,

F = (x' + iy') 7,

calcolare l anglo oc che essi fanno. Posto


r = gr JJ = fa?2 -|- y2

r ' = gr F = i x '2 + y '2 ,

si avr
F

rf
(C08 a + sen a )>

GLI ELEMENTI DI CALCOLO GEOMETRICO

55

ossia
x' + iy'
r* .
. .
.
---- \ - r - = (cos a + i sen a) ;
x + iy
r

riducendo a forma normale il primo membro, si ricavano cos a e


sen a .
0). Cambiamento di coordinate cartesiane. Siano (0, / ) gli eie*
menti di riferimento antichi, e (0', I ') i nuovi. Sia 0 ' = 0 + (a + M) J,
e J' = eia / . Allora se
0 ' + ( * ' + iy')I'

ha per coordinate x' e y' rispetto al nuovo sistema, sostituendo e


sviluppando si ha :
P = 0 + [(a + a?' cos a y' sen a) + (6 -|-

sen a -f- y' cos a) i] I.

Le quantit entro ( ) sono le coordinate di P nellantico sistema.


1). Essendo A, B , C, A', B ', 0' dei punti nel piano, lequazione
C A
C' A'
B A ~ ~ B' .A '

dice che i triangoli A B C e A'B'C' sono simili e nello stesso verso.


x). Dati i punti A , B , A', B', trovare C in modo che i trian*
goli CAB e CA'B' siano simili e nello stesso verso. Si avr le
quazione
C A
C A'
B A
B' A ' 1
e sostituendo a 0 A' = (C A) + (A A'), si ha una equazione
di primo grado in 0 A, che risolta ci d il punto cercato 0.

Prodotto di due vettori.


45.
Def. Chiamasi prodotto (interno, o geometrico) di due vettori
JJ e V, e si indica con JJ x F, il prodotto delle loro grandezze pel
coseno dellangolo compreso :
JJ x

V = g r U X g rF X cos ( JJ, V) .

Si ha :
a). Il prodotto di due vettori paralleli e nello stesso verso
vale il prodotto delle loro grandezze.
fi). Il prodotto U x JJ, che indicheremo pure con JJ2, vale
(gt U f .

56

GIUSEPPE PEANO

y). Il prodotto di due vettori paralleli e di verso opposto vale


il prodotto delle loro grandezze preso col segno meno.
). Il prodotto TJ X V vale il prodotto di JJ per la proiezione
ortogonale di V su JJ.
e). La condizione dortogonalit di due vettori TJ e V
U x T = 0.
). Si ha TJ x V V X TJ} ossia il prodotto geometrico di
due vettori ha la propriet commutativa.
r). Se m un numero (reale), si ha

(mTJ) X

V = m(JJ X F),

ossia, se, nel prodotto di due vettori, si moltiplica un fattore per


un numero, il prodotto viene moltiplicato per questo numero.
0). Essendo Z7, F, W dei vettori, si ha
(TJ +

V) X W =

TJ X W +

V X TF,

il che esprime la propriet distributiva della moltiplicazione rispetto


alladdizione. Inflitti, questa propriet evidente se i vettori sono
fra loro paralleli. Nel caso generale, siano U' e F' le proiezioni
di TJ e F su W ; la proiezione di U -|- F sar TJ'
V' ; onde
(JJ' + F') X W = U' x W + V' x W \ di qui, e dalla 0), si ha
la formula a dimostrarsi.

Coordinate cartesiane.
46.
Se i vettori di riferimento 7, J , K prendonsi eguali allunit
di misura, e a due a due ortogonali, il sistema di coordinate dicesi
cartesiano (ortogonale). Si avr allora :
7* = J 2 = i P = l ,

I x J

= I x K

= J x K = 0 .

a). Date le coordinate di due vettori, calcolare il loro prodotto


geometrico.
Se TJ = x l -f- y J
z K , e TJ' = x 'I -f- y 'J 4*
moltiplicando,
e tenendo conto delle regole , j;, 0, e delle ipotesi precedenti, si ha :
TJ x
TJ x

V x x1-f- y

zz' .

fi). La condizione d >ortogonalit di due vettori


V = 0 ; ossia xx ( -j- yy f + zz* = 0.

JJ e

y). Date le coordinate dun vettore, calcolarne la grandezza.


Se TJ = x l + y J
z K y si avr

JJ* = (gvU)* = *2 + y 2 + *2,

onde gr TJ j/2 -|- y2 + z 2 .

GLI ELEMENTI DI CALCOLO GEOMETRICO

57

). Date le coordinate di due vettori, calcolare il coseno del


loro angolo. Dalla forinola U x F = g r T x g r F x cos (U, F) sosti
tuendo a V x F, g r U e g rF i loro valori dati da a e y , si avr:
cos ( U, V) =

* ,' + *

+ ----------,

x%- f y2 + z%x'2 + '2 + z,%

47.
Esercizii. a). Dire che il punto P = O + x i + y J -f- z K sta
sul piano passante per P 0 = O + x0 1 -f- y 0 J
z0 K e normale al
vettore F a I
b J + ciT, equivale a dire che P P 0 perpen
dicolare a 7, ossia (46 fi)
(P -

P 0)

U = 0,

ovvero
(a? a?0) a + (y y0) 6 + (z z Q) c = 0 .
Questa, sotto luna o laltra forma, lequazione del piano pas
sante pel punto P 0 e normale al vettore F.
fi). Ogni equazione ax
by + cz + d = 0 , supposto a2 -jfc2 + c2 > 0 , rappresenta un piano normale al vettore a l + bJ -f- cK.
Infatti essa si pu identificare colla precedente.
y). La condizione di parallelismo del piano
ax + by

cz + d = 0

col vettore F = l i + niJ + n K , quella di perpendicolarit del


vettore U = a I + bJ + c K e di F, ossia :
al + fon + cn = 0 .

La condizione di perpendicolarit del piano e del vettore prece


denti quella di parallelismo fra i vettori 27 e F, ossia
l
a

m
b

n
c

). La condizione di perpendicolarit dei due piani


ax + by +

+ = 0

a'x -|- b'y + c'z + d! = 0

quella di perpendicolarit dei vettori loro normali a l + b J


e a 'I + b'J -|- c'K, ossia
aa ' + bb' + cc' = 0 .

La condizione di parallelismo sar analogamente

cE

58

GIUSEPPE PEANO

Il coseno dellangolo formato dai due piani eguale a quello


dellangolo formato dai vettori loro normali e quindi dato dalla
formula al N. 46, .
e). Siano A , B , G dei punti. Lidentit
B A = [B C) {A 0 ),

elevata a quadrato, d
{B A f = (B G f + (A G f 2{B G) X {A 0),

ossia in un triangolo qualunque il quadrato dun lato vale la somma


dei quadrati degli altri due lati meno il loro doppio prodotto pel
coseno dellangolo compreso.
). Essendo A , B y 0, D quattro punti qualunque, si ha :
{A B)

[G D) + (B G)

(A D) +

+ ( 0 A) x {B D) = 0 .
7]). Siano A , B, G i vertici dun triangolo, e sia D il punto
dincontro delle altezze abbassate da C su A B , e da A su B G j
sar {A B) x (G D) = 0 , e (B G) x {A D) = 0; quindi, per
la , sar pure (G i ) X {B J)) = 0, ossia il punto I) sta pure
sulla terza altezza. Quindi :
In un triangolo le tre altezze passano per uno stesso punto.
0 ). Se in un tetraedro A B G l gli spigoli opposti A B e CD
sono perpendicolari, come pure B C e A D , lo saranno pure gli spi
goli A C e B D . Conseguenza della ).
1). Lequazione della sfera di centro C e di raggio r si pu
scrivere (P C f = r 2.

Linee*
48.
Se un punto P espresso in funzione d.una variabile
numerica t7 variando questa, il punto descrive un luogo (linea). (*)
a). Essendo A un punto ed I un vettore dati, il punto P =
= A + I t descrive la retta passante per A e parallela ad I.
P). Il punto P = 0 +
ove 0 un punto fsso, I un
vettore eguale in grandezza allunit, r una costante positiva, col
variare di t descrive la circonferenza di centro 0 e di raggio r.
y). Il punto P = 0 + I t + J t z ove 0 un punto dato, I
e J due vettori qualunque, descrive una parabola passante per 0,
tangente ad 01, e coi diametri paralleli ad J.
(*) Per alcuni complementi alla teoria delle cnrve reali ofr. il seguente estratto
dal trattato.n. 60 (Lezioni d i a n a lisi i n f i n i t 1893, voi. 2).
U. C.

OLI ELEMENTI DI CALCOLO GEOMETRICO

59

). Il punto P = O + (a cos t - \ - i b sen t) J, ove O un punto


fisso, J un vettore in grandezza eguale ad 1, e a e b due costanti
positive, vale a dire il punto di coordinate cartesiane acostf e sentf,
col variare di t descrive Vellisse di centro 0 e di semiassi a e b
rivolti secondo I ed iJ.
Qt 1 0(
git ,_ g
E poich cos t = ------, sen t = ----- -----, sostituendo si ha
2
2i

pure : P = O +

e +

e - j 7.

e). Il punto P = O -f% ove 0 un punto fisso, e


A e B sono due vettori qualunque, descrive sempre unellisse. In
fatti sia I un vettore in grandezza eguale allunit di misura e di
retto secondo la bisettrice dell angolo (A , B). Posto gr A = a ,
gr B = 6 ,' e 2 = angolo (B , A), sar A = <ieia J, B = ba~la I ) so
stituendo si ha :
V =

0 +

+ Je- i (*+a)) I ,

che si pu identificare colla precedente ponendo , &, ^ -Joc al posto


a 4- b b ^

dl ~ 1 T ~ 5 ~
). Il punto P = 0 + t i + -- J, ove 0 un punto, I e 0
t

sono due vettori, descrive un iperbole di centro 0 , e di asintoti


0 1 ed OJ.
rj). I punti O -f- e^+'^ J, 0 -j- t 11, 0 -] J- eu J descrivono le
t

spirali logaritmica, dArchimede, e iperbolica.


0). Cicloide la curva descritta da un punto del piano dun

cerchio mobile, il quale si sviluppa su duna retta fssa.


Siano P il punto che descrive la cicloide, C il centro del cer
chio, h la distanza di P da 0, r il raggio del cerchio, M il punto
di contatto del cerchio colla retta, I un vettore parallelo alla retta
ed eguale in lunghezza allunit ; e sia 0 la posizione del punto M
quando P C ha la direzione e verso di i I. Supponiamo la
rotazione fatta nel verso negativo (nel verso delle lancette delloro
logio), e sia t 1 angolo di rotazione. Si avr M 0 = r t l ,
C M = r i i , P C = he~u il, onde
P = 0 + r t l + rit 7ie-it i/.
Dette a; e y le coordinate di P, cio i coefficienti di I e i l si
avr
x = rt h sen t ,

y = r h cos t.

60

GIUSEPPE PEANO

La cicloide dicesi allungata, o propria, o accorciata secondoch


h > r. Nel caso della cicloide propria sar

P = O + r [t + i (1 e-)] I .
t). Epicicloide (propria) la curva descritta da un punto della
circonferenza dun centro mobile, il quale si sviluppa su dun cer
chio fisso.
Sia P il punto che descrive la curva j siano 0 e 0 i centri del
cerchio fisso e mobile, . B e r i loro rispettivi raggi, M il loro punto
di contatto. Il punto P movendosi verr a trovarsi sulla circonfe
renza (0, R) ; sia 0 -|- R I questa posizione speciale di P. Dicasi t
langolo di M 0 con I. Allora si avr M = 0 + R 11 j G M
+ reu I. Gli archi di circonferenza venuti a contatto hanno per lun'R

ghezza Rt, onde langolo di P 0 con M G vale t> quindi


s*
P 0 = e r (M G), e sostituendo :
P = 0 + (B + r ) e i I re (1 + ' ) UI.
x). Elica. Siano 0, J, J f K gli elementi di riferimento in coor
dinate cartesiane. Chiamisi i loperazione (N. 37) che eseguita sui
vettori del piano 0 I J li fa rotare dun angolo retto positivo cio
da I ad J ; onde sar J = i l . Il punto

P = 0 + reHI + H K
variando t descrive lelica di raggio r e di passo ridotto li.

Derivate.
49.
Noi considereremo degli enti variabili, duna categoria qua
lunque, funzioni di enti di altre categorie.
Cos una forma 8 funzione duna variabile numerica t , se,
dato t , risulta determinato
Essendo $ ed S0 due F, la prima variabile e la seconda fissa,
diremo che lim 8 = SQ, se, comunque si prendano i tre punti P Q R }
si ha lim S P Q R = 8 0P Q R . Questa definizione analoga a quelle
date ai N. 10 e 11. Risulta subito che un punto variabile ha per
limite un punto fsso, se la loro distanza tende a zero j e che un
vettore ha per limite zero quando tende a zero la sua grandezza.

61

GLI ELEMENTI DI CALCOLO GEOMETRICO

50.
Se f (t) rappresenta un ente d7una categoria qualunque,
funzione della variabile t, estenderemo la comune definizione di
derivata scrivendo

Affinch questa definizione sia applicabile, necessario che


sugli enti considerati siano definite le operazioni indicate, cio la
differenza f { t + &) /(Q ? il quoziente di questa differenza pel nu
mero h , ed il passaggio al limite. Queste condizioni sono verificate
per le Fj sicch per esse definita la derivata. La derivata dun
vettore pure un vettore ; e la derivata dun punto un vettore.
Definita la derivata prima, si estenderanno le comuni definizioni
delle derivate successive e degli integrali indefiniti e definiti.
51. Sussistono le comuni regole di derivazione,* sicch, essendo
S, 8' delle formazioni variabili, ed x un numero variabile, si ha :
d [8 + S r) = d S + dfl'f

d(x8) = x d S + S x, ecc.

Se gli elementi di riferimento (0, J,


K ) sono fissi, e se
JJ = xI -f- y J + zK , ove le coordinate sono variabili, si avr derivando:
dU
dt

Se P = 0

dx
dt

dy

+ dr

dn U _ ^ d nx

d tly

~dF~dt^

+ dF

xi

yJ

dz
~i~dt
d uz

zK , derivando si ha :

accelerazione .

Essendo f { t ) una F avente derivata prima f ( t )

continua, si

/ ( O - / ( < ' ) , cio la derivata il limite del rapha f () = lim


t" r
o
porto fra l incremento della funzione e quello della variabile, ove
si facciano variare tutti e due i valori dati alla variabile. Infatti
basta moltiplicare per un triangolo arbitrario P Q R onde ricadere in
una nota proposizione di Analisi.

62

GIUSEPPE PEAN

Tangente ad una curva; differenziale dellarco.


52. Teorema. Se il punto mobile P ha derivata ^ non nulla,
Clt
dP
la tangente alla linea descritta da P ha la direzione di .
(I

Infatti, dato a t un incremento h, e detta P 4 la nuova posi


zione del punto, sar: tangente in P = lim retta P P i = lim retta
(P, P 4 P ) = lim retta ^P,

retta [ p ,

dP
Se continua, e non nulla, la tangente in P anche il
(ir
limite della congiungente due punti della curva P { e P 2 tendenti a
p

__p

dp

P. Infatti anche in questo caso il vettore ~ r ---- ^ ha per limite .


h
^t
dP
53. Teorema. Se continua e non nulla, il rapporto fra un
Qv
arco infinitesimo d e lincremento corrispondente d t vale
d8

dP

Infatti siano P x e P 2 due punti dellarco corrispondenti ai valori


<i e t%>
di t \ pongasi t = t% t iy e s = arco P t P 2. Si avr :
ds
s
arc P . P 9
corda P. P 9
= h m T7 = hm
' * X l n n -----1 2.
di
ot
corda P , P 2
t
Ora,

per

le

ipotesi

fatte

si

ha

arc P P
lim ------
co rn a i

11 g

= 1,

corda P | P 2
gr(P2 P,)
P s P,
dP
lim------ ~s = lim ^-- = lim gr ----- 1 = gr , onde si
O
j
g
Ig-- - tj
ha la formola a dimostrarsi.
54. Esercizii. a). Le equazioni della tangente alla
da P = O
x I -f- y J + z K } ossia le equazioni della
per P e parallela al vettore dP d x l + dyJ -f" (\zK,
le coordinate dun punto della tangente, sono (N. 30
X x
da?

Y y

dy

(l C

curva descritta
retta passante
dette X, Ir, Z,
e)

Z z
dz "

/?). Se M un punto del piano normale , sar {M P ) X


X dP = 0 , ossia, in coordinate cartesiane,
(X ia?) dj? -)- (3T y) dy -\-(Z z) dz = 0
lequazione del piano normale.

LI ELEMENTI DI CALCOLO GEOMETRICO

63

y). Se il punto P si muove in un piano fisso, il vettore


dP
i lia la direzione della normale alla linea descritta da P.
dt
<5). In coordinate cartesiane si ha

d8 = gr dP = fdx2 -j- dy2 + dz 2.


e). Siano r e M e coordinate polari dun punto nel piano
P = O J r rei t I ,

e suppongasi r funzione di t ; il punto P descrive una curva. Posto


dr
, sar :
d t7

r =

dP

_
Onde langolo che
r'

= (r' + r i) e r .

dP
fa col raggio vettore e1*I ha per coseno
t
r

.
. per seno . . . e per tangente .
|/r2 _|_ r 2 F
j/,,2 _|_ r'2
r'
ds
dP
Si ha poi = gr - mod (r + ri) = IV2 + r2 .
Qt
ul
). Cicloide . Conservando le notazioni di N. 48, 0, si avr:
dP
dP
onde i = r i i he~u i l P M.
dt

dP

Si conchiude che la normale i alla cicloide va a passare pel


Cl
punto M di contatto del cerchio colla retta fissa.
Si ha ~ = gr ^ = mod (r 7te_u) = i r 2 4- h2 2 rh cos t , e il
(U
d<
calcolo di s conduce ad integrali ellittici, salvoch sia r h (ci
cloide propria).

Formula di Taylor.
55.
Teorema. Se f (t) una F funzione della variabile nu
merica t, avente le successive derivate fino allnmft pel valore consi
derato di t9 si ha
7,2

f ( t + h) = / ( < ) + h f ( t) + - / " ( ) + ... +


ove k una F infinitesima con h,

In
[/(<) + *],

GIUSEPPE PEANO

Infatti, si moltiplichino i due membri per un triangolo arbitrario


P Q R ; posto c p { t ) = f { t ) P Q R , o meglio, chiamando q>{t) il numero

che misura questo volume, si avr :


?n(f) = f n( t)P Q R , onde:
hn

<p{t + h) = <p(t) + W (t) + ... + ferf (t) + k P Q R ).

Noi assumiamo dimostrata la formula di Taylor per le funzioni


numeriche; quindi, essendo <p(t) una funzione numerica di - 1, si
avr lim kPQ R = 0 . Adunque, comunque si prenda il triangolo

h-0
P Q R , il volume TcPQR ha per limite zero; quindi (N. 49) limfc = 0 .

Piano osculatore; curvatura.


56.
Teorema . Se il punto P, funzione di t , ha le derivate
P ' e P" non parallele, il piano osculatore alla curva descritta da P
contiene le direzioni di queste due derivate.
Infatti, dato a t un incremento h, e detta P x la nuova posi
zione del punto P, si ha
p i = p + h p ' + ^ [ p " + h},

ove k un vettore infinitesimo con li. Quindi il piano passante per


P, per la tangente in questo punto e per Pj contiene P, P ' e il
vettore P" + k. Passando al limite, il piano osculatore il iriano
PP'P".
Se P = 0 + x l + y J + zK) il piano osculatore, cio il piano
contenente P e i due vettori d P e d2P , avr per equazione (N. 3G) :
X a

r y

dx

dy

dz

d2x

dhy

d2z

Z z

= 0.

57. Essendo P un punto mobile col variare di t , porremo


ds
dP
v = = gr . Il numero v, quando t si chiami tempo , il valore
(l
Clc
assoluto della velocit.
Sia T un vettore eguale in grandezza allunit di misura e
diretto secondo P', cio secondo la tangente. Si avr : T 2 1, e
P ' = v T , onde derivando, T x T' 0, e P" = v'T + vT', La prima
dice che T' perpendicolare a T , cio alla tangente. La seconda
dice che T f contenuto nel piano P"T, cio nel piano osculatore.

65

GLI ELEMENTI DI CALCOLO GEOMETRICO

Quindi T' un vettore che ha la direzione della normale


principale.

58. Per vedere meglio la legge di variazione di T, fissato ad


arbitrio il punto 0 , si consideri il punto n O -}- T. Esso descrive
una curva sulla sfera di centro 0 e di raggio 1 , che chiamasi
Vindicatrice sferica della curva data. Si ha d?r = dT, onde la tan
gente all 7indicatrice parallela alla normale principale.
Dicesi curvatura della curva descritta da P il rapporto dellarco
infinitesimo da di indicatrice sferica allarco ds corrispondente nella
curva data. Detta la curvatura, si avr
Q

da
gr djz
1
= =
= gr T ,
q
ds
ds
v
1

onde

,
v
gr T .
Q

Sia JV un vettore diretto secondo T' cio secondo la nor


male principale, e in grandezza eguale allunit di misura. Si avr
T' = (gr T') 2V = JV. Sostituendo nella formula P" = v'T
Q

si ha :

vTf

qj
P" = v'T -\ ----- JT.
Q

Essa dice che la derivata seconda di P (laccelerazione di P)


la somma di due vettori : il primo v'T diretto secondo la tangente,
e misurato da v' ; laltro diretto secondo la normale principale, e
misurato da .
Q

59. Per le curve piane si ha N + i T, onde


P" = i -

y ij P'.

Se per variabile indipendente si prende Parco s, si avr v 1,


v ' = 0 , onde

d2P ___ J_ . dP
ds?
q 1 ds *

Piano tiingenle ad una superfcie.


60.
Se la posizione del punto P dipende da due variabili
numeriche, variando queste, il punto descrive una superficie. Cos
P = 0 + x i -f- yJ, ove 0 un punto e I e J sono due vettori non
paralleli, variando x e y descrive il piano OIJ.

66

GIUSEPPE PEANO

Dicesi piano tangente ad una superficie in un punto P il piano


n passante per P, e tale che, preso sulla superficie un altro punto
P t , l angolo che la retta P P i fa con n tenda verso zero quando
P 4 tende a P.
61. Teorema . Se il punto P, funzione delle due variabili
numeriche u e v. ha le derivate parziali
7

da

dv

continue e non

parallele, il piano tangente il piano


dw dv
Infatti, dati alle variabili gli incrementi u e v, e detta
P -{- P la nuova posizione del punto, si ha

ove a e /? sono vettori infinitesimi con u e v.


Questa formula dimostrata in Analisi per le funzioni nume
riche, e si estende facilmente alle F. Ne risulta che il vettore P
che congiunge il punto P con un altro punto della superfcie
dP
dP
complanare con - ---- 1- a e - 1- B . Facendo tendere u e v a
dw
dv 1
zero, langolo del piano
col piano

P ----dw v

tende a zeroj e a fortiori tende a zero langolo della retta P (P -|- P ) ,


che contenuta nel primo piano, col secondo. Onde questo il
piano cercato.

Parametro differenziale.
62.
Sia P un punto di coordinate cartesiane (ortogonali) x 7 y , z \
e sia un numero funzione di x , y , z , avente le derivate parziali
di primo ordine continue. Sar u un numero funzione della posi
zione di P.Chiameremo parametro differenziale (di primo ordine) di u , e lo
indicheremo con
il vettore

GLI ELEMENTI D CALCOLO GEOMETRICO

67

63.
Le pi importanti regole per trovare il parametro differen
ziale duna funzione geometrica sono:
a). Se r la distanza del punto variabile P al punto fisso A ,

p __________

supposto r > 0 , si ha V r = - , ossia y r un vettore diretto


da A a P, ed eguale in grandezza allunit di misura.
Infatti, posto P = 0 + x i + yJ
zK f e A ~ 0
a l b J
sar

cK,

V> = V {x a f + {y b f + [z c f =

Se r = 0 , non esiste il parametro differenziale.


/?). Se r la distanza del punto variabile P ad una retta
fssa o ad un piano fisso, \ / r un vettore normale alla retta o al
piano, diretto verso il punto P, ed eguale in grandezza allunit
di misura.
Infatti, sia A il piede della perpendicolare abbassata da P sulla
retta o sul piano. A sar in questo caso variabile con P, e si avr :
d>-

dx

L _ a ) + {* _ 6) " + (* _ c)

ma il vettore =
da?

da?

da?

da;

da?

da?

da?

contenuto nella retta o piano

dato, e quindi normale a P A ; pertanto la quantit entro f ],


che vale ^

dx.

x (P A ) , nulla, e ^ = -------, come se A fosse


7

dr

dx

dr

fisso. Analogamente per e .


y). Se u = / ( t t 1 , 2 >
> ove
funzioni della posizione di P, si ha

Vu =
v
di

1 1 dw2

, 2 > n sono numeri

V%h ~h a ^ ~ Vw

^
^ du
d f dw4 .
, d f dun
Infatti si avr =
- r 1- + + ~r~ ~r~
da?
d u t da?
dt da;

per ^
k

dy

dz

e analogamente

Sostituendo nella definizione di \ / u , si ha la formula

a dimostrarsi.
Cos si in caso di trovare il parametro differenziale di una
funzione analitica qualunque delle distanze del punto P da punti,
rette e piani fssi.

68

GIUSEPPE PEANO

64. Lintroduzione del parametro differenziale permette di enun


ciare sotto forma semplice le proposizioni di Analisi in cui compaio
no le derivate di u .
a). Se u costante, si ha V %= 0 , e viceversa.
. dw
dw
dw
_ .
Infetti essa equivale se costante sar = = = 0 ,
e viceversa .
p). Se u , per una posizione di P, massima o minima,

sar \Ju 0 .
(jw ciw
Infatti dallipotesi si deduce - = = = 0 , onde Vw = 0 .
ax
dy
az
y ) . Dando a P uno spostamento P , si ha u (Vu - |- 0) ><
X P, ove 0 un vettore infinitesimo con P.
Infatti si ha

* -(5 + -)* + (S + ')* + ( + ')* ove a , p , y sono numeri infinitesimi con P ; e fatto 9 olI -f-|- p j -|- y K si ha la formula a dimostrarsi.
Questa propriet caratteristica di \ / P potrebbe anche servire
per definizione.
). La normale al luogo dei punti per cui costante, ha
la direzione di V w , supposto questo vettore non nullo.
Infatti siano P e P + P due punti del luogo ; sar u = 0 ,
onde, per la y , sar (Vm + 0) X<5P = O, ossia P normale a
+ 9 . Facendo tendere P a 0 , sar lim 0 = 0 , onde langolo
che P fa con Vw ha per limite langolo retto, ossia Vm ha la
direzione della normale.
65. Esercizio a). Siano
r 2 . . . r n le distanze del punto P da
pi punti fissi. Si avr V (r4 + t'2 + . . . + >) = V^i + V **8 +
. . . + Vn Onde :
La normale al luogo dei punti per cui costante la somma delle
distanze da pi punti fssi ha la direzione della risultante di altret
tanti vettori diretti da P ai punti fissi, ed eguali fra loro.
Affinch, corrispondentemente ad una posizione di P, la somma
di quelle distanze sia minima necessario che la somma di quei
vettori sia nulla, ossia che il punto sia in equilibrio sotto lazione
di n forze eguali dirette ai punti dati.
Si possono attribuire nella somma r 4 -f 1 r 2 -f- . . . dei coefficienti
numerici alle distanze; invece dei punti fissi si possono considerare
delle rette fisse o piani fssi, e si hanno proposizioni analoghe.

GLI ELEMENTI DI CALCOLO GEOMETRICO

69

/?). Si ha V (?*! r2) =


V rz + r2 V r t . Onde, se P un punto
della curva per cui r x r 2 = costante (lemniscata), si porti da P nella
direzione di r 2 un vettore di lunghezza r t , e nella direzione di r x
un vettore di lunghezza r2 ; la somma dei due vettori normale
alla curva considerata.
y). Supponiamo che ad ogni punto P dello spazio corrisponda
un vettore Fj si cerca un numero u funzione di P tale che sia
\/ u = F. Questo problema che linverso di quelli del N. 63, non
sempre possibile; quando possibile la funzione u determinata
a meno di una costante (N. 64 ). Se il vettore F rappresenta una
forza agente su P, la funzione chiamasi potenziale.
p _^
Un caso importante quello in cui V =
(r e) ----------, cio
rs
j> __a
la somma di tanti termini della forma f ( r ) - , ove gli A sono
dei punti fissi, r la distanza di P da A , e f { r ) una funzione
numerica. Posto F8 (r 8) f f 8 (rj dr* basta fare U = 2 Fe (r*).

70

GIUSEPPE PEANO

NO T E

N. 8-13. Le notazioni di questi numeri sono dovuto a

M O b i u s , D e r barycen-

trische Calcul.

L'espressione S P Q R (N. 9), essendo fissi P Q R e variando S , proporzionale


al momento del sistema $ rispetto al piano P Q R . Quindi la definizione (11) si pu
pure enunciare : Due F Bono eguali quando hanno lo stesso momento rispetto
ad ogni piano .

,
N. 20. Il Mobius (ivi, $ 9), nel caso in cui la massa nulla, si limita a
dire che il baricentro allinfinito (unendlioh entfernt). La grande importanza delle
F in questo caso fu rilevata da G r a s s m a n n (Ausdelmungslehre, 1844, $ 99 e se
guenti). Il nome vettore fu introdotto da H a m i l t o n ( Lectures on quaternions). Esso
deriva da veliere (condurre), perch il vettore rappresenta una traslazione.
Questo nome, ora assai diffuso, ha sopra quello di segmento (Strecke ), pure
usato, il vantaggio di non confondere lente astratto qui considerato con qualcuno
dei varii significati della parola segmento in geometria elementare.
Qui il vettore un ente che appartiene alla classe delle F ; quindi non si
ha pii bisogno di definirne leguaglianza e la somma. Molti autori invece defini
scono direttamente leguaglianza (o equipollenza) dei vettori e la loro somma
senza passare per le F . Il procedimento qui seguito ha il vantaggio di condurre
alle varie formule col minimo numero di convenzioni.
N. 37. Loperazione i qui introdotta la pi semplice soddisfacente alla
condizione i2 = 1 ; per non la sola, anche riferendosi ai vettori nel piano.
La definizione del N. 39 conduce ad una rappresentazione dei numeri complessi,
alquanto diversa da quella di A r g a n d , C a u c h y e altri, e pi semplice. Queste
teorie sono dovute a B e l l a v i t i s (M eto d o d elle equipollenze).
N. 40. Le relazioni trigonometriche, che qui compaiono, si possono anche
assumere per definizione.
N. 44 a). Si osservi che qui si dimostrano direttamente e le formule trigo
nometriche per laddizione degli archi, e che largomento del prodotto la somma
degli argomenti dei fattori. Nei comuni trattati dalgebra, per dimostrare queste
proposizioni b assumono come note le formule trigonometriohe ( S e r r e t , A l
gbre, N. 38).
N. 46. Se il vettore U rappresenta lo spostamento dun punto materiale, e
V una forza applicata a quel punto, il prodotto U x V misura il lavoro dovuto
alla forza e allo spostamento.
Lespressione JJ x V fu chiamata da G r a s s m a n n (Prefazione all'nsdehnungslehre) prodotto interno (inneres Produlct). Esso fu pi tardi introdotto da R e s a l
( T r a it de Cinmatique p u r e , 1862, pag. 64), sotto il nome di p rodotto geometrico.
Vedasi pure S o m o f f , Theoretisohe Mechanik, trad. da Z i w e t . Nei quater
nioni di H a m i l t o n il prodotto dei due vettori a e fi risulta, in virt di altre

GLI ELEMENTI DI CALCOLO GEOMETRICO

71

convenzioni, indicato con S. a .(l. Anche secondo Grassmann il prodotto interno


non introdotto direttamente.
N. 55. La formula di Taylor per le funzioni numeriche, sotto la forma che
qui si assume, fu da me dimostrata in ana nota pubblicata nel giornale Mathe
sis, IX, p. 182.
N. 62. Il parametro differenziale, considerato in sola grandezza, fu introdotto
da L a m . H a i .m i l t o n lo considor come un vettore, e lo indic colla caratteri
stica V, con cui ora comnuemonte indicato.

(60). {Estratto) ALCUNI TEOREMI D I PEANO


SULLE CURVE R E A L I
ILe.ioni di analsi infinitesimale, vol. II, Toriuo, 181)3, tip. G. Camicitti, pp. 89-93, 103-107)

Como complemento al lavoro n. 30 (del 1891), che contiene fra laltro lo


stadio fatto col calcolo geometrico della linea descritta da un punto mobile, si
riportano alcuni teoremi di P eano riguardanti la determinazione della retta tan
gente e del piano osculatore in un punto singolare e la classificazione delle
singolarit ; inoltre le espressioni della l a e 2ft curvatura in funzione dello deri
vate del punto e la costruzione grafica del centro di curvatura.
Questi teoremi si trovano nelle A p p lic a zio n i geometriche del calcolo infinit. del
1887 (lavoro n. 11, pp. 63-65, 97-100, 268-269) e sono riportati nelle Lezioni di
analisi infinit. del 1893 (lavoro n. GO, vol. II, pp. 89-93, 103-107) sotto forma pi
succinta,, che perci stata preferita por la pubblicazione in queste Opere
scelte .
JJ. C.

Rtta tangente e piano osculatore in un


punto singolare e classificazione delle
singolarit
(pp. 89-93)

317. Nei precedenti, per determinare la tangente ad nna


curva, ed il piano osculatore, si supposto P ' non nullo e P " non
nullo n parallelo a P'. Vediamo che cosa avviene quando queste
condizioni non sono verificate.
Teorema I . Se la p r im a , e alcune derivate successive del punto
mobile P sono-nulle, e la p rim a non nulla quella d ordine p , allora
la tangente alla curva in P ha la direzione della p a derivata.
Infatti, la formola di Taylor, non scrivendo i termini nulli,
diventa :
7i*rd*P

ALCUNI TEOREMI DI PEANO SULLE CURVE REALI

73

ove fc un vettore infinitesimo con h. Quindi la retta P P 4 ha la


d*P
direzione del vettore + le , e passando al limite, la tangente
at ^

d*P
ha la direzione di .
di*
Si osservi per che se la prima derivata nulla pel valore
considerato di t , non pi vero in generale che la tangente in P
sia il limite della congiungente due punti della curva che tendono
a P ; e il rapporto fra un arco infinitesimo e la sua corda non
pi necessariamente lunit.
Consideriamo una curva piana, descritta da un punto mobile
P. Per una posizione speciale di questo punto conduciamo nel pia
no una retta. Pu avvenire, a seconda delle circostanze, che la
curva tagli la retta, cio passi dalluna allaltra banda di essa j
ovvero che tocchi la retta, cio che nelle vicinanze del punto consi
derato si conservi sempre da una stessa parte della retta. Per rico
noscere quale dei casi si presenta, si prenda una linea (p2) su que
sta retta, e sia a , e , detto P 4 un punto della curva che corrisponde
al valore t + h di t , si sviluppi larea P t a , che si annulla per
h 0 , secondo le potenze di h . Il segno di P Aa dato dal segno
del primo termine non nullo ( 71). Se questo contiene h con espo
nente dispari, questo termine cambia di segno con k , e la curva
taglia la retta ; se invece contiene h con esponente pari, la curva
tocca la retta. Ora

P 1 = P + AP' + | J P " + ...


onde, poich Pa = 0 ,
L2
P 1a = / t P / a + P " a + ...
ZI

e il segno di P Aa dipender dal segno del primo termine per cui


la derivata di P non nulla, n ha la direzione di a . Si deduce :
Teorema. Se delle successive derivate del punto P, mobile nel
piano, la p rim a non nulla quella d ordine p , allora :
Se p dispari, la curva taglia ogni retta diversa dalla tangente,
Se p p a r i , la curva tocca ogni retta diversa dalla tangente..
Se delle derivate del punto P che seguono quella d ordine p } la
p rim a non nulla, n coincidente in direzione colla p a quella d ordine
q, allora ;
. Se q p a r i, la curva tocca la tangente ,
Se q dispari , la curva taglia la tangente.

74

GIUSEPPE PEANO

Il caso pi comune quello in cui p = 1 , e q 2 , cio le


derivate prima e seconda non sono nulle n parallele. Allora la
curva taglia ogni retta diversa dalla tangente, e tocca la tangente.
Un punto siffatto dicesi ordinario. Sono tali tutti i punti delle curve
di secondo ordine.
Se invece p e q sono amendue dispari, il punto dicesi di flesso.
Se p pari e q dispari, il punto una cuspide di p rim a specie.
S & p e q sono pari, il punto una cuspide di seconda specie.
Cos nelle curve descritte dal punto
(1)
(2 )

P = O + t i + t*J
P = O + t21 + tsJ

(3)

P = O + t2I + t4J + t5I

si ha, per t = 0 , rispettivamente un flesso, una cuspide di prima


specie, ed una cuspide di seconda specie.
318. Per determinare il piano osculatore ad una curva si ha
il seguente:
Teorema. Se delle successive derivate del punto P , p el valore
considerato di t, alcune sono nulle, e la p rim a non nulla quella
d yordine p ; e se alcune derivate susseguenti allordine p sono nulle ,
ovvero la loro direzione coincide colla direzione della p at e la p rim a
di queste, n nulla, n coincidente in direzione colla p a la qa, il
piano osculatore alla curva in P il piano che contiene le direzioni
delle derivate d ordine p e

Infatti dalla formula di Taylor si ha :


P

P -U

p (g > -I-

hP+1 p ( f + l ) - 4 - . . ,

hv1
7j?
4 ----- - ------- P(?-D -L (P(?)+ Jc)
Cfl 1)1
3 !

ove le un vettore che ha per limite zero. Osservando che, per le


ipotesi fatte, p(*H-i)... p(?^D sono eguali a PM moltiplicati per nu
meri, si deduce
P 1 = P + mP(*> + n (PC) + c)
ove m ed n sono numeri. Quindi piano (P, P(*>, P^ = piano (P, P ^ ,
Pfo) + le), e al limite si ha : piano osculatore = piano (P, P<f), P ^ ) .
Si osservi per che, se alcune delle derivate successive del
punto P sono nulle, non pi vero in generale che il piano osculatore
si a ancora il limite del piano passante per tre punti della curva.
Per un punto P duna curva nello spazio si conduca un piano,
e si prenda su esso un triangolo a . Detto Pj il punto della curva

ALCUNI TEOREMI DI PEANO SULLE CURVE REALI

75

corrispondente al valore t ~\~ h di t , si consideri il tetraedro P t a ;


esso si annulla per li 0 j se annullandosi cambia segno, la curva
taglia il piano a nel punto P j se invece non cambia segno, la
curva tocca il piano a .
In modo analogo a quanto si fatto per le curve piane, si deduce:
Teorema . Se delle successive derivate del punto P la p rim a
non nulla la p a, allora :
S e p dispari, la curva taglia ogni piano non contenente la tangente.
Se p p a r i , la curva tocca ogni piano non contenente la tangente.
Se delle derivate che seguono la p a, la p rim a non nulla, n p a
rallela alla p a la qa, allora ;
Se q p a r i, la curva tocca ogni piano passante p er la tan
gente , e diverso dal piano osculatore.
Se q dispari , la curva taglia ogni piano passante p e r la tan
gente , e diverso dal piano osculatore.
Se infine , delle derivate che seguono la qa, la p rim a non nulla,
n contenuta nel piano osculatore Vra, allora :
Se r dispari, la curva taglia il piano osculatore.
Se r pa ri, la curva tocca il piano osculatore.
Un punto duna curva dicesi ordinario , se la curva taglia tutti i

piani passanti per esso e non contenenti la tangente, tocca tutti i piani
passanti per la tangente, e distinti dal piano osculatore, e taglia il pia
no osculatore. Questo avviene se il punto P ha derivate prima, seconda
e terza non nulle, n giacenti in uno stesso piano j cio se p = 1 ,
q = 2 , r = 3 ; e in generale se si ha p dispari, q pari e r dispari.
Ogni punto non ordinario detto singolare. Cos se in un punto la
curva tocca ogni piano non passante per la tangente (il che avviene
quando p pari), questo punto detto punto stazionario o di regresso ;
se la curva taglia ogni piano passante per la tangente, e distinto
dal piano osculatore (il che avviene se q dispari), a questa tan
gente si d il nome di tangente stazionaria o di fiesso ; e se la curva
tocca il piano osculatore (il che avviene quando r pari), questo
vien detto piano osculatore stazionario. In uno stesso punto possono
presentarsi anche due, o tutte e tre le singolarit accennate j e
combinando insieme tutti i casi di parit o non dei tre numeri p ,
q , r , si hanno otto casi, uno dei quali corrisponde al punto ordi
nario, e gli altri sette a punti singolari variamente conformati. Ol
tre a queste singolarit della curva provenienti da elementi (punti,
tangenti, piani osculatori) stazionarii, la curva ne pu presentare
altre, ove il punto che la descrive passi pi volte per una stessa
posizione, ovvero manchi di derivata.

76

GIUSEPPE PEANO

Espressione delle curvature mediante le


derivate del punto e costruzione del centro di curvatura
(pp. 103-107)

326. Calcoleremo ancora alcune formule. Si trovato :


P ' = vT

(1)

P" = v ' I + N

(2).

Derivando unaltra volta


2vvf
p'" = v 'T + v'T ' + N

e2

o'N + N '

e sostituendo a T' e N' i valori dati dalle formule di Erenet :


(3)
Quindi scomponendo P'" secondo la tangente, la normale prin
cipale, e la binormale, ed osservando che v, v ', g sono noti da P '
e P", si potranno determinare v ", q' e
Calcoliamoci il bivettore P'P". Si avr, moltiplicando le (1) e (2)
P'P" = TN

(4)

onde

mod (P'P") =

e risolvendola rispetto a

-i?3
e = mod (P'P")

/KX
(5)

Moltiplichiamo le (1), (2 ) e (3):


P 'P"P" = ----- v TNB ,
Q*Qi

e poich TNB = 1, si avr :


p,pp , = ___ t - = e*ei
e risolvendola rispetto a

[mod (F 'p T
ei

ALCUNI TEOREMI DI PEANO SULLE CURVE REALI

77

Introducendo le coordinate, e posto


P = O -j- x i -j- y J
onde

zK j

P ' = x'I -f- y'J -f- z ' K


P" = x 'I + y"J + z"K
P'" =

I + y'"J + z'"K,

si ricava
v = mod P ' = x'%+ y '2 + z n

P'P" = (y'ztf z'y") J K + (zV' x 'z ) KI + {x'y" y'x") IJ


mod (P'P") =

(7)
(8 )
^

= (y'*n *'y"? + (*v *V ')2 + (* V y'tt")2


p /p " p ' _
a?"'

y
y"
y"

z'
z

Sostituendo i valori di v7 mod (P' P") e P ' P" P'" dati dalle
formule (7), (9), (IO) nelle (5) e (6 ) si ottengono le espressioni dei
raggi di curvatura e di torsione in funzione delle derivate di ,t, y, z .
327. Dicesi cerchio osculatore ad una curva il cerchio clie
passa per tre punti consecutivi della curva.
Evidentemente il piano del cerchio osculatore quello del piano
osculatore.
Vogliamo determinare il centro ed il raggio del cerchio oscu
latore. Perci diamo alla variabile i valori
t 2 t3 e siano P t, P2,
P 3, i punti corrispondenti della curva; facciamo passare per questi
tre punti un cerchio, del quale siano 0 ed r il centro ed il raggio.
Consideriamo la funzione
/() = ( P - C ) * - r S ;
poich i punti

stanno sul cerchio, sar


/( * i) = 0 ,

/(**) = 0 ,

f ( t 3) = 0 ;

quindi, pel teorema di Rolle, vi sar un valore di t compreso fra


t t e t2 ed un altro compreso fra t2 e t3 che annulleranno f ( t ) . Inol
tre, poich f'(t) si annulla per due valori di t , la sua derivata /"(t),
per lo stesso teorema di Rolle, si annuller per un valore intermedio
tra quelli.
Passando al limite, facendo tendere
t2 t3 ad uno stesso valo
re t, i limiti del centro C e del raggio r, che indicheremo ancora

78

GIUSEPPE PEANO

con C ed r, soddisferanno alle equazioni


/ ( < ) = 0,

/'() = 0 ,

/"(() = 0 .

Sostituendo ad f ( t) il suo valore, la prima diventa


(P C)2 r2 = 0 .

(1 )

La seconda si ottiene derivando la (1), e dividendo per 2 :


(P C) | P ' = 0 .

(2)

E derivando unaltra volta :


(P C) | P" + P '2 = 0 .

(3)

La prima dice clie r = mod (P C) ; la seconda che il centro


del cerchio osculatore sulla normale principale alla curva ; la terza,
potendosi scrivere (0 P) | P" = P '2, dice che il vettore C P fa
un angolo acuto col vettore P", ossia C sta sai quella delle due parti
della normale che fa un angolo acuto colla derivata seconda.
Inoltre, detto <p questangolo, la formula diventa
r mod P" cos q> P '2,

p'2
onde

r = -=-=-77------ ^ ;
mod P cos (p

ora il denominatore rappresenta la lunghezza della proiezione di P"


sulla normale, che chiameremo componente normale di P", quindi il
raggio del cerchio osculatore la 3a proporzionale dopo la componente
normale della derivata seconda e la derivata p rim a .

Conoscendo le derivate prime e seconde P ' e P" del punto P


i
che descrive la curva, si pu
1
costrurre il centro del cerchio
osculatore.
Conduciamo dal punto P + P "
la parallela a P', e dal punto
P + P ' la parallela alla normale,
che incontri la precedente in Q.
Uniamo P con Q, e da P + P '
si abbassi la perpendicolare alla
PQ ; questa incontrer la normale
alla curva in un punto C, che
il centro del cerchio osculatore. Questo risulta facilmente consi
derando i due triangoli rettangoli P, P + P ', Q e P, P + P', C.

ALCUNI TEOREMI DI PEANO SULLE CURVE REALI

79

Ricordando lespressione del raggio di curvatura, si deduce che


il raggio del cerchio osculatore coincide col raggio di curvatura.
Per questa ragione il cerchio osculatore dicesi anche cerchio di cur
vatura , e il suo centro dicesi pure centro di curvatura .
Si pu dimostrare che la curva ha col suo cerchio osculatore
un contatto di secondo ordine, almeno.

Centro (li curvatura dellellisse (#)


Come esempio, applicheremo la costruzione precedente allellisse.
noto che se un punto P descrive una circonferenza di cerchio di
centro O, si prende per variabile langolo a che il raggio OP fa
con un raggio fisso OX, la derivata prima del punto P il raggio
OQ che fa con OP un angolo retto, e la derivata seconda un raggio
che fa con OQ un angolo retto, e che perci in direzione opposta
ad OP.
Si proietti ortogonalmente questa figura su ' dun piano. Dette
ancora O, P, Q le proiezioni dei punti del cerchio indicati colle stesse
lettere, il punto P descriver unellisse, di cui OP e OQ sono due
semidiametri coniugati, e le derivate del punto P sono OQ e OP.
Quindi la seguente costruzione :
Si costruisca il parallelogrammo OPUQ sopra OP e OQ j da U
si abbassi la TJHi OQj si segni
la PH, e da U la perpendicolare
a PH, che incontrer la normale
alla curva (cio la perpendicolare
in P a PU) nel centro di cur
vatura C.
La costruzione precedente si
semplifica se P un vertice A
dellellisse. Si costruisca allora il
rettangolo OAUB sui due se
miassi ; si conduca la AB, e da
U la 1 ad AB ; questa incontrer
Passe OA nel centro di curva
tura corrispondente ad A, e, per la stessa ragione, incontrer OB
nel centro di curvatura corrispondente a B.

(*) Questo passo tolto (lai trattato n. 11 (A p plic a zio n i geometriche del caU
colo infinti., 1887, p. 269).

U.C.

(37).

SUL CONCETTO D I

NUMERO

(Rivista di matematica, vol. I, 1891, pp. 87-102, 250-207, (F". 1891))

Il presente lavoro n. 37 (del 1891) collegato per la materia al lavoro n.


16 (Arithmetices p rin c ip ia , del 1889) - pubblicato nel vol. II di queste Opere
scelte - od ai lavori successivi n. 99 e 101 (del 1898) e n. 105 (del 1899) con
tenuti nel pres bite volume.
Per le novazioni di logica collegato alla parte I del lavoro n. 27 ( D
monstration de Vintgrabilit eie ., 1890), contenuto nel vol. I di queste Opere
scelte, ed ai lavori n. 31 (Principii di logica matematica, 1891) e n. 35 (Formule
d i logica matematica, 1891) contenuti nel vol. II.
Manca perci Fuso Bistematico del simbolo i e del suo inverso i.
I concetti primitivi del lavoro n. 37 (del 1891) sono ancora qnelli del 1889 :
numero natu rale (N), uno (1), successivo di ( + )
A partire dal 1898 (lavori n.* 99 o 101) sono introdotte alcune varianti
(nella scelta dei concetti primitivi e nello sviluppo della teoria) discusse a fondo
nel lavoro n. 101.
In particolare i concetti primitivi diventano qnelli di: numero intero asso
luto (N0), zero (0), successivo di (+ ) , elio non sarauno poi pit cambiati.
( C f r .: U. C a s s i n a , V o p e r a scientifica di Giuseppe Peano, Rend. Som. mat.
fis. Milano, 7 (1933), pp. 323-389, 8; S to ria ed analisi del F o rm u la rio com
p le to di Peano, Boll. Un. raat. it. , (3), 10 (1955), pp. 244-265, 544-574, 7).
U. C.

NOTA I

(pp. 87-102)

La natura delle varie specie di numeri pi o meno ampia


mente svolta in ogni trattato di aritmetica e di algebra ; e questa
questione fu loggetto di ricerche speciali di innumerevoli matematici
e filosofi. Molte delle discussioni fatte si riducono a semplici logo
machie. Ma negli ultimi anni, per opera di illustri scienziati, che
menzioneremo in seguito, la questione fu trattata con strumenti
sempre pi perfezionati, e posta su basi pi solide; e se al giorno
doggi sussiste ancora qualche contraddizione fra le opinioni di questi
autori, e qualche incertezza, gi per si pu intravederne la solu
zione completa.

SUL CONCETT DI NUMERO

Nei miei Arithmetices principia espressi in formole di logica la


teoria dei numeri interi positivi, dei fratti e degli irrazionali. Intro
ducendo per qualche cenno della teoria delle operazioni (funzioni),
alcune propriet dei numeri si possono far dipendere da altre pi ge
nerali, e trattare sotto forma pi concisa. Nella presente Nota intendo
appunto di trattare questi punti, e di aggiungere tutte quelle osser
vazioni e discussioni che paionmi utili su questo argomento. Questa
Nota fa seguito a quella di pag. 24, (*) e ne conserva lordinamento.
Ogni contiene una serie di formole, intelligibili a chi ha lette le
formole precedenti. Per esse sono seguite da opportune osservazioni.

1. Corrispondenze .
Essendo a e b delle classi, con a\b intenderemo segno che
messo dopo un a produce un b .(**)
1 . a, b s K . o
2.

3.

a e a\b . = : x e a . 0X e .

. a e a |6 . a, y e a . x = y : o . x a . = y a

: 0 . a a = y e ( x e a . x ( x y : = x a)
Osservazioni .

Questo contiene alcuni cenni sulle corrispondenze. Si ha una


corrispondenza 'dalla classe a alla classe b, se ad ogni individuo x
della classe a corrisponde un individuo y della classe 6. Queste
parole non costituiscono una definizione, poich lidea di corrispon
denza, o rappresentazione, o operazione, o funzione, del tutto sem
plice e primitiva. Lente corrispondente ad x si indica spesso facendo
precedere x da un segno (alcune parole), come : sen x } log x , la gran
dezza di x , il padre di x, ecc.; ovvero facendo seguire x da un
segno, come : x !, a?2, e i due ultimi esempi precedenti, tradotti in
latino.
Invece della espressione segno che premesso ad un a produce
un b scriveremo bja ; e scriveremo a\b invece delle parole segno
che messo dopo un ente qualunque della classe , lo trasforma in

(*) Trattasi del lavoro n. 35 (Formule d i logica m atematica , 1891) citato nella
annotazione preliminare alla presente nota.
U. C.
(**) Cfr. il lavoro n. 27 (D monstration de Vintgrabilit eto., 1890) citato nella
annotazione preliminare alla presente nota.
V. C.

82

GIUSEPPE PEANO

un b . Cos si ha log e q/Q che significa l og un'segno che


messo davanti a un numero positivo produce un numero reale
ossia qualunque sia il numero positivo x y log x un numero reale ;
e si ha : ! e N \N che significa il segno ! messo dopo un numero
intero positivo produce un numero intero positivo . In questa Nota
ci conviene considerare solamente i segni a\ b. Quindi :
1 Essendo a e b due classi, dire che a un a\ b significa
dire che, preso ad arbitrio un individuo x nella classe a , la scrittura
x oc rappresenta un individuo della classe b .
Questa proposizione si pu esprimere in simboli di logica. Lipo
tesi a e b sono classi che si indica con a, b e K . La tesi
luguaglianza fra la proposizione oc un a \ b f che si indica con
a e a \ b , e la qualunque si sia a? nella classe a, a? a un b, che
si indica con x e a . d* . # a e b . Sostituendo si ha la prop. 1 sopra
scritta in forinole.
Affinch a rappresenti effettivamente una operazione sugli a,
necessario che, eseguita su certi enti eguali, produca risultati
eguali, ossia:
2 Chiamando a e b due classi, se a un a\b, e se x e y sono
due individui della classe a, eguali fra loro, sar x y a .
m

Cos, essendo m ed n due numeri interi, colla scrittura


7

possiamo indicare o linsieme dei due numeri scritti luno sopra


l altro o il numero razionale cos indicato . Nel primo caso ha
significato la parola il numeratore della frazione ; nel secondo
caso questa espressione non ha pi significato. Analogamente, intesa
al modo solito la eguaglianza di due vettori, si potr parlare, p. e.?
della lunghezza di un vettore, ma le espressioni origine dun vet
tore , retta che lo contiene , non rappresentano funzioni dun
vettore.
s
Le proposizioni 1 e 2 esprimono le propriet fondamentali delle
operazioni a\b, e si possono assumere come definizione di questo
segno.
Se a un segno di operazione che trasforma gli a in b, con
a a intenderemo, seguendo il D e d e k in d (*), linsieme degli enti x a,
ove x assume tutti i valori nella classe a. Questa definizione si pu
enunciare in simboli.
Avendo a, b, a il solito significato, essa si pu esprimere:
Affermare che y un a a significa che esiste un individuo (almeno)
O Was sind und toas sollen die Z a k le n f, Bramiseliweig, 1888.

SUL CONCETTO DI NUMERO

83

x della classe a tale clie x a valga y , ossia :


(y e a a) = (esiste un x della classe a tale che x a = y).

Il secondo membro di questa eguaglianza logica si pu espri


mere dire che x un a e che x a y non , rispetto ad x , as
surdo , ossia:
<i,a:a = ; - = itA.
Quindi la definizione ad enunciarsi si scrive:
(y e a a) = (# e a . x a == y : - = x a).

E volendo avere nel primo membro non la proposizione y


un a ma la sola classe a a, basta trasportare il segno y e dal
primo nel secondo membro, coprendolo con una lineetta (Formule di
Logica , 5), e si avr:
aot. = y e ( x e a . x < x , = y : - = x a )

aa
a, e il
Si
In

linsieme degli enti y tali che esiste un x appartenente alla


cui corrispondente y.
ha cos la prop. 3.
conseguenza, ricordando le notazioni del 3 dei Principii
di Logica mat. (pag. 3):
N 2 significa i numeri quadrati, cio i quadrati dei nu
meri interi ;
N3

i numeri cubi ;
N !

il sistema dei numeri 1, 2, 0, 24, 120, ecc. ,


Generalizzando alquanto questa notazione, si ha:
a n , o . a + ^ = (numero intero maggiore di a ) ,
a, 6 e n . o . a + n& = (numeri congrui ad a rispetto al modulo b).
Se una classe, K s significa linsieme delle infinite classi della
forma x s , ove x sia una classe qualunque. Ma le classi xs sono le
classi contenute in s ; quindi :
Ks = (classi contenute in s).
Si ha parimenti:
log Q = q ,
sen q = (lintervallo da 1 a - f i ) ,
I
segni di funzione godono di numerose propriet; veggasi il
2 della gi menzionata opera del D edek ind , i miei Arithmetices
principia pag. XIII, e la Dmonstr. de Vintgr abilit etc., pag. 189.

GIUSEPPE PEANO

84

2. N umeri interi e positivi (N).


II seguo N si legga numero {intero e positivo ),

uno .
Essendo a un numero, a + si legga il successivo di a .
Proposizioni prim itive .
1. l e N
2. + N \ N

3. a, b e l $ . a - \ - = b - \ - : o , a = b
4. i - e N +

5. s e K . l s . s + D S D . N o * .
Conseguenze immediate .

6. f l e N . D . a + e N

7. a, b

. a b : o . a -\- = z b

8. a , h N . D : = 6 . = . + = H

9.

} [P2 = PO n P7]

[ = P7 " P3]

. a - = 6 :o .a + - &+

10. s c K . l e s . N s - = a : o .*.
, es.; + - s : - = arA

[ = P3]
[ = 3?5]

Osservazioni ,

I
primi numeri che si presentano, e con cui si formano tutti
gli altri, sono gli interi e positivi. E la prima questione si : pos
siamo noi definire lunit, il numero, la somma di due numeri? La
definizione comune di numero, che lEuclidea, numero l aggre
gato di pi unit, pu servire come schiarimento, ma non soddi
sfacente come definizione. Invero un bambino, a pochi anni usa le
parole imo, due, tre , ecc. ; in seguito adopera la parola numero ; solo
molto pi tardi nel suo dizionario comparisce la parola aggre
gato. E nello stesso ordine, come insegna la filologia, ci sono presen
tate queste parole nello sviluppo delle lingue ariane. Quindi, dal
lato pratico la questione parmi risoluta; ossia, non conviene in un
insegnamento dare alcuna definizione del numero, essendo questa idea
chiarissima agli allievi, e ogni definizione non avendo che leffetto di
confonderla. E di questa opinione pure la maggior parte degli autori.

SUL CONCETTO DI NUMERO

85

Dal lato teorico, per decidere la questione della definizione, oc


corre sia detto prima di quali idee ci possiamo servire. Qui si sup
pongono note le sole idee rappresentate dai segni n (e), u (o), (non),
e (), ecc., di cui si trattato nella Nota precedente. E allora il
numero non si pu definire , poicli evidente che comunque si com
binino fra loro quelle parole non si potr mai avere una espressione
equivalente a numero. Per, se il numero non si pu definire, si
possono enunciare quelle propriet da cui derivano come conseguenza
tutte le innumerevoli e ben note propriet dei numeri.
I
concetti, adunque, che non definiamo sono quelli di numero ,
N , di unit , 1 , e di successivo dun numero a , che qui si indica per
un istante con a + . Questi concetti non si possono ottenere per de
duzione j bisogna ottenerli per induzione (astrazione). Il successivo
di a si qui indicato con a + , invece che con a -(- 1 , come duso i
e ci si fatto per indicare con un segno solo, + , loperazione fon
damentale successivo di . Del resto nel seguente, definita la
somma a + b di due numeri, ne risulta che a + 1 vale appunto
a -j-, cio il successivo di a , e cos si ritorna alle solite notazioni.
Le i)roposizioni primitive, vale a dire le proposizioni esprimenti
le pi semplici propriet dei numeri interi, da cui derivano tutte le
altre, sono :
1. Lunit un numero .
2. Il segno -j- messo dopo un numero produce un numero .
3. Se a e b sono due numeri, e se i loro successivi sono
eguali, anche essi sono eguali .
4. Lunit non segue alcun numero .
5 . Se s una classe, contenente lunit, e se la classe for
mata dai successivi di s contenuta in s , allora ogni numero con
tenuto nella classe s .
Di queste proposizioni la 1 non ha bisogno di schiarimento.
La P2 equivale, per quanto si detto nel prec., allinsieme delle due :
6 . Se a un N, anche a + un N .
7. Se a e b sono N, fra loro eguali, anche i loro successivi
sono eguali .
Linsieme delle prop. 3 e 7 vale :
8 . Essendo a e b due numeri, dire che a = b significa dire
d
J= b
(.
chiaro che P 8 = P3 n P7. Possiamo per, per semplice eser
cizio, esaminare con quali trasformazioni si passi da queste due ul
time alla prima. La prop. 7
a , 6 e N . a = 6 : o . + = &+ ,

86

GIUSEPPE PEANO

in virt duna formola (Logica, 2 PIO), si pu pure scrivere


7'

a 7b e'N . o : a = b . o . a -f* = b +

'

Essendo a e b due numeri, allora, se essi sono eguali, anche


i loro successivi sono eguali .
La prop. 3, colla stessa trasformazione diventa :
3'

+ = &+

Allora per unaltra formola (Logica, 2 P18), linsieme delle 7'


e 3', che hanno la stessa ipotesi, equivale alla proposizione sola :
8/ a , & f i K . o . . a = & . o . a + = 6 - ) - : a + == b -|- , o . a = b

Essendo a e b due numeri, allora da a b si deduce a + = b


e viceversa . Quindi (Logica, 2 PI), la 8 ' si trasforma nella 8 .
La prop. 3 dice che loperazione + simile, ossia se i risultati
sono eguali, anche i numeri da cui si partito lo sono. Trasportando
la tesi nel primo membro, e la seconda parte dellipotesi nel secondo
membro, cosa permessa (Forinole di logica , 3 P4 ; vedasi pure
P rin cipii di logica, 4 PII), si ottiene la
9. Se a e b sono numeri diseguali, anche i loro successivi
sono diseguali .
La prop. 5 si pu enunciare :
Se una propriet (dei numeri), e se lunit ha questa pro
priet, e se tutte le volte che un numero ha questa propriet, an
che il successivo la possiede ; allora ogni numero ha la propriet s .
O ancora :
La classe dei numeri la pi piccola delle classi contenenti
l unit e contenenti il successivo dogni ente che vi appartiene .
Trasportando convenientemente delle proposizioni dalluno al
laltro membro, essa diventa :
10 . Se s una classe che contiene l unit, ma non tutti i
numeri (vale a dire se esistono degli N che non sono degli s), allora
esiste un individuo x della classe s , il cui successivo x
non ap
partiene pi a questa classe .
Questa propriet comunemente chiamata la regola di induzione
matematica . Essa intuitiva, e non si pu ridurre ad altre pi
semplici.
Le proposizioni primitive che precedono sono dovute al D ed ekind, op. cit. n. 71 ; c per una lieve differenza nellenunciato
della nostra prop. 5 (che la /3 del D edekind), sulla quale non ci
arresteremo. Esse nella sostanza sono identiche a quelle da me espo

SUL CONCETTO DI NUMERO

87

ste negli Arith. princ ,, salvoch l introduzione del segno a\b permetta
di semplificarne la forma.
Queste proposizioni esprimono le condizioni necessarie e suffi
cienti affinch gli enti di un sistema si possano far corrispondere
univocamente alla serie degli N j e si possono anche enunciare cos :
1 . Ad un ente particolare del sistema si sia dato il nome 1.
2 . Sia definita unoperazione per cui ad ogni ente a del sistema
ne corrisponda un altro, a + , pure del sistema.
3. E che due enti, i cui corrispondenti sono eguali, siano
eguali.
4. Lente chiamato 1 non sia il corrispondente di alcuno.
5. E infine che essa sia la classe comune a tutte le classi
che contengono lindividuo 1 , e che, contenendo un individuo, con
tengono pure il corrispondente.
facile il vedere che queste condizioni sono indipendenti. Sulle
prime due non v ha dubbio. La 3 non verificata per ogni opera
zione, essendovi delle operazioni (come elevazione a quadrato, inte
grazione, ecc.) che non vi soddisfano.
Che la 4 non sia conseguenza delle precedenti, risulta dal fatto
che la classe dei numeri interi, positivi negativi e compreso lo zero,
soddisfa alle prime 3 e non alla 4.
Per formare una classe di enti che soddisfino alle 1 , 2 , 3 e 4,
e non alla 5, basta al sistema degli N aggiungere un altro sistema
di enti che soddisfino alle condizioni 2, 3 e 4 j cos la classe formata
dai numeri interi positivi N , e dai numeri immaginari! della forma
i
|- N , cio che si ottengono aggiungendo allunit immaginaria un
numero intero positivo qualunque, soddisfa alle condizioni precedenti
la 5 e non a questa. Per far vedere che la 4 non nemmeno con
seguenza delle 1 , 2, 3 e 5, si considerino le radici dellequazione
xn = 1 ; si chiami p rim a radice (ovvero 1 ) la radice immaginaria
avente il pi piccolo argomento

successiva duna

radice a il prodotto di a per la prima radice ; saranno verificate le


condizioni 1 , 2, 3 e 5, e non la 4, essendo la prima radice anche la
successiva della n 1. Lo stesso esempio si pu enunciare sotto forma
volgare coi nomi delle ore ; lora prima la successiva della 12 a.
Perci gli enti per cui sono verificate le condizioni 1, 2, 3 e 5, ma
non la 4 , non corrispondono univocamente ai numeri interi, ma, si
potrebbe dimostrare, sono in numero limitato. Per vedere in fine
come la condizione 3a non sia conseguenza delle 1, 2, 4 e 5, si con
siderino i numeri 1, 2 e 3, e si chiami successivo di 1 il 2, suc

88

GIUSEPPE PEANO

cessivo di 2 il 3, e successivo di 3 il 3 stesso. Saranno verificate


tutte le condizioni, tolta la 3a.
Fra quanto precede, e quanto dice il D edek ind , vi li una
contraddizione apparente, che conviene subito rilevare. Qui non si
definisce il numero, ma se ne enunciano le propriet fondamentali.
Invece il D edekind definisce il numero, e precisamente chiama nu
mero ci che soddisfa alle condizioni predette. Evidentemente le due
cose coincidono.

3. A ddizione .
Definizioni.

1. s e K . a e s | s . a e s : o . a l = aa
2.

. b e N : o . a a {b + ) = (a a b) a.
Teorema.

3. s e K . a e s\8 . a e 8 . b

: o . a ab e s

[(1 ) Hp. b = 1 . P I : o . Ts.


(2) Hp. a a b e s . P2 : o . a a [b + ) s s.
(1) n (2) o 2 P5 . o . P3]
Conseguenze.

4. aeN. o. a- | -l = ft +
5. a, b e N . o . a + {b + ) = {a + b) +
5'

. o . a + (b + 1) = (a + b) + 1

6.

.o.a + h N

P2 = P5]

P3 = P 6 ]

Teorema .

7. 8 e K . a s| . e s . &, e e N : o . (a a b) a c = a a (6 + c)
[(1) Hp. c = 1 . P I . P2 : o . Ts.
(2) Hp. [a a 6) a c a a [b + c) : o . {{a a 6) ac) a = (a a (6 + c)) a
(3)

Hp. (1). (3) : o . Ts.]

: o . (ttot&) a(c -}-1)^ (ta (b -j- c "J~l)

SUL CONCETTO DI NUMERO

89

Teorema .
8 . a, &,c e N . D . ( a -|- b) -|~c = a -|-(6 4 " c)
Teorema .

9. a, b N . o . a -r\- b = &+ a.
Osservazioni.

Date le idee precedentemente introdotte, possiamo definire laddi


zione. Prima comincieremo dal definire le operazioni ripetute. Nelle
prop. 1, 2, 3 si suppone die s sia una classe ; a un segno dopera
zione clie ad ogni s faccia corrispondere pure un s ; e a sia un 8 .
Allora, essendo b un N , con a a b vogliamo indicare ci che si ot
tiene eseguendo su a loperazione a, b volte di seguito. In conse
guenza, se a un numero, a + b rappresenta ci che si ottiene ese
guendo b volte su a loperazione + , ossia il successivo di a, dordine
6, vale a dire la somma di a e di &. Ancora, se a un uomo, e con
ap indichiamo il padre di a, con ap2, ap3y .. si indicher rispet
tivamente il nonno, il bisnonno, ecc. Si noti che la scrittura a a 6,
ove si vogliano separare i tre segni con parentesi, si dovr scrivere
a(ab)} e non (aa)&, che non avrebbe significato.
Per tradurre in simboli la definizione ora espressa a parole di
a a &, comincieremo dal caso di 6 = 1 , e porremo
1. Nelle ipotesi enunciate, a a l significa a a .
Poi ammesso che cosa significhi a a b per un certo valore del
numero 6, si definisce la stessa operazione quando al posto di b si
legga il suo successivo :
2. Nelle stesse ipotesi, a a (&+) significa ci che si ottiene
eseguendo su a a b ancora una volta loperazione a .
A completare queste definizioni occorre il teorema
3. Nelle stesse ipotesi, essendo b un N, sar a a b un indi
viduo della classe s .
Infatti, per b = 1, a causa della def. 1, la cosa vera. E se
b numero per cui aab sia un s, a causa della def. 2 , anche aa(b-\~)
sar un s. Quindi per la legge dinduzione, la proposizione vera,
qualunque si sia &.
Ne risultano come conseguenze :
4. Essendo a un numero, a
1 indica il successivo di a .
Invero basta nella P I al posto di s ed a leggere N e +> onde avere
la prop. a dimostrarsi .

90

GIUSEPPE PEANO

Colla stessa sostituzione dalla 2 si ricava la 5, che si pu anche


scrivere sotto la forma 5', e dalla 3 la 6 .
TJn altro teorema sulle operazioni ripetute il *
7.
Conservando a, a, a il precedente significato, ed essendo
b e c due numeri, allora leseguire su a loperazione a, b volte, e sul
risultato la stessa operazione c volte, equivale ad eseguire lopera
zione , ft -f c volte .
La dimostrazione, che si fa pure per induzione, simile a quella
della'P3.
Facendo nella 7 la solita sostituzione si ha la P 8 , che esprime
la propriet associativa della somma.
La prop. 9, che ne esprime la propriet commutativa, trovasi
dimostrata sempre per induzione nel 1, prop. 24 e 25 degli Arith.
j?r., a cui rimando il lettore, non avendo da farci alcuna modifica
zione. Cos si hanno le propriet fondamentali delladdizione.
Le propriet 8 e 9 sono, in alcuni trattati dAritmetica (come
in quello del Bertrand), date senza dimostrazione, come un principio ;
e credo che questo sia ben fatto in un insegnamento secondario. Le
dimostrazioni contenute in altri trattati non sono soddisfacenti. Cos
per dimostrare che a -j- b b +
il ragionamento
Infatti la serie di a unit alle quali siano state aggiunte b
unit
1

1 + 1 + 1 + ... + 1 + 1 + 1 + ... + 1

guardata da destra a sinistra, non altra cosa che la serie di b


unit alle quali sono state aggiunte a unit,
non trasformabile in alcuna delle forme note di ragionamento ; ed
forse pi chiaro ammettere la proposizione a dimostrarsi che la va*
lidit di quel ragionamento.
Le dimostrazioni rigorose di queste propriet, e che noi abbiamo
riportate, devonsi a II. G rassmann (a). Esse furono poi ripetute da
H ankel (3), P eiroe , D edekind , ecc., il quale ultimo enunci pure
il principio di induzione matematica, di cui gli altri si servivano
nach einer bekannten Schlussweise , senza enunciarlo esplicita
mente.

(2) Lehrbuch der Arithm elik, Berlin 1861.


(3) Vorlee. U. d. Complexen Zahlen,

SUL CONCETTO DI NUMERO

91

4. Maggiori e Minori .
a, b, c}... s N . o

Definizioni.

1. > a . = . &e a + N.
2 . a < 6 . = . b >> a.
Teoremi.

3. a -j- ^ ^
4. < 6 . 6 < c : o . ( K ^ c.
5. f t < 6 . 0 . a + c < 6 + c
6. a < f c . e < d : o . a - | - c < - | - .
7. a = 1. u . a > 1.
8. a b . u . a > 6 . . a <&
9. a = &. a ] >&: = A.
10. a = 6 . a < b : a.
11. a > &. a < &: =

a.

Osservazioni .

Indicando con a, 6,. degli N, si dice (PI) che b maggiore di


a, se b uno dei numeri che si ottengono aggiungendo ad a un nu
mero (intero positivo). E, P2, che a < &, quando 6 > a. Le relazioni
> e < soddisfano ai teoremi 3-11, la cui interpretazione assai
facile e di cui si tralascia per brevit la dimostrazione.

5. D ello zero e dell inversione .


1. IC . a e s\ * ! O . fl a 0 = a
2. N , D . a - | - 0 = (i

[Def.]

92

GIUSEPPE PEANO

Definizione dellinversione.

3. a, b e K . a e a\b . y eh : o . y a = # e (# a = y) (*)
3',

:o . y a y a
Teoremi.

4.

'.O.x e y o t . . = . a = y

[P3 = P4]

5. s e K . a, a e s\s . x e s : o . oc a a = x
G.

: D. x a a = x

7.

. o . a? a ------- x oc

8.

. b e ~ N : o . x a fces

9.

* ) 3 P 3 . 0 . P 7 ]

: o . ff(a& ) = #(a 6).


Osservazioni.

La scrittura a a &, gi definita nel 3 quando b un N, si de


finir ora per &= 0 , e, in certi casi, per b negativo.
1. Essendo s una classe, ed unoperazione che trasforma
gli s in , ed a un s, allora porremo, per definizione, che a a 0 valga
a . La formola a a 0 si potr leggere ci che si ottiene eseguendo
su a loperazione a, nessuna volta.
2 . Leggendo nella precedente N e + al posto di e a, si
ottiene che, essendo a un numero, a + 0 , cio il successivo di a dor
dine 0 , vale a .
3. Essendo a e & due classi, ed a una rappresentazione de
gli a nei &, ed y un individuo della classe &, con yx intenderemo
la classe degli individui x , il cui corrispondente x<x, vale y .
3'. E, per comodit, scriveremo anche y a invece di ya. .
La prop. 3 contiene pertanto la definizione dellinversione; la
nuova funzione a , ovvero a , dicesi l inversa della funzione a , e
si pu leggere a inversa. Fra breve il segno dinversione si
(*) Questa definizione detta ambigua in nna nota marginale autografa
di G.

P eano.

Cfr. quanto egli scrive in proposito nel lavoro n. 93 ( Logique mathmatique,


F 1897), postilla alla P 530, contenuto nel vol. II di queste Opere scelte . U. C.

SUL CONCETTO DI NUMERO

93

potr leggere meno, e indicher i numeri negativi, e la sottrazione.


Il secondo modo, a , dindicare linverso di a, si pu considerare come
derivato dal primo, scrivendo il segno dinversione sopra la a ,
invece che dopo. Realmente per la notazione a, per indicare la fun
zione inversa di a, dovuta al D ed ek in d .
La scrittura y oc composta di tre segni j volendola decom
porre colle parentesi, si dovr scrivere y{oc ), cio su y si deve ese
guire loperazione a , e non in (ya) , che non avrebbe significato,
come esempi di inversione, se xp indica il padre di x , yp in
dicher i figli di y ) e poich x -f- indica il numero seguente x ,
ne risulta che y -|----- indica il numero che precede y (Vedasi la def.
6 P 6).
La prop. 3, ove ai due membri della tesi si facciano precedere
da x c, diventa
4. N elle stesse ipotesi, affermare che x un y oc, significa
che x a vale y .
Dato y nella classe b pu avvenire che ya non rappresenti
alcun ente j ci avviene se y non il corrispondente di alcun indi
viduo della classe a, cio se y non appartiene alla classe a oc. Pu
avvenire che ve ne siano parecchi, formanti una classe, e pu avve
nire che ve ne sia uno solo. In questultimo caso, se xa = y, si do
vr scrivere x = y oc , e non x e y a , essendo x il solo corrispondente
di y nella relazione a .
importante il caso in cui ad ogni individuo x della classe a
corrisponde un y xa. della
e viceversa, ad ogni y della classe b
corrisponde un solo x = y a della a , ossia in cui ocea\b e oc e b \ a .
In questo caso la corrispondenza dicesi univoca e reciproca , ovvero,
secondo il D edekind , simile .
5. Essendo s una classe, e oc una trasformazione degli s in
s , simile, cio se anche a fa corrispondere ad ogni s un 8 , ed x
un 8 , sar x oca = x ,
6 . e x oc oi = x ;
vale a dire, eseguire prima loperazione diretta e poi linversa, ov
vero prima linversa e poi la diretta, come non fare alcuna ope
razione. La 6 anche vera per le rappresentazioni non simili.
7. La funzione inversa dellinversa di a la a .
8 . Avendo s , oc e j? il solito significato, ed essendo b un
numero, la scrittura xoc b rappresenta un s . Invero, basta nella
prop. 3 del 3, al posto di a leggere la funzione inversa di a .
La scrittura x oc b rappresenta adunque ci che si ottiene
eseguendo su x l'operazione oc, invertita, b volte. Volendosi decom

GIUSEPPE PEANO

porre il gruppo precedente di quattro lettere, si dovr scrivere :


x [(a ) 5], ovvero x : a . b .

Linsieme del segno dinversione , e del numero positivo b


ci che si chiama numero negativo . Quindi il segno 5 ha il signi
ficato invertire, e poi ripetere cinque volte. Cos, se xp indica
il padre di x , la scrittura xp 2 significa il figlio del figlio
di x ; e se x un numero, x -]----- 5 , significa ci che si ottiene
facendo loperazione inversa di successivo di x , cinque volte ossia
il numero precedente x di cinque posti . Non avremo bisogno di
introdurre alcun nuovo segno per indicare numero negativo ,
bastandoci la notaz. N.
9.
Conservando le notazioni della prop. precedente, allora
ripetere loperazione a , b volte, e poi invertire loperazione risul
tante, equivale a invertire la a , e poi ripetere b volte .
Si ommette la dimostrazione, che si pu dare per induzione.

6. D egli n (numeri in t e r i ).

Definizioni.
1. n = N u 0 u N (*)
2. 0 + 1 = 1

3. 1 + 1 = 0
4. a e N . o . (&+ 1) -)- 1 = a

Teoremi .

5. + e n \ n
[Del*.]

6. a e n . o . a = a -|----7. e n\n
8 . s e K . a , a e s\s , a e s . b e n : 9 . aoi b s

9. a , b e n , o . a

b , a ben

10. * e K . a , a s \ s . a e s . 6 , c e n : o . ( a a J ) a c = a a (6 + c).

(*) In questa definizione 0 sta per tO ; ofr. $ 9.

U. C.

95

SUL CONCETTO DI NUMERO

Spiegazioni .

1. Indicheremo colia lettera n linsieme degli N (numeri


interi positivi), dello 0 (zero), e dei N (numeri interi negativi) .
Si vogliono disporre per ordine questi numeri, ossia si vuol
definire lespressione a
o a -f- 1 (successivo di a), anche quando
a nullo o negativo. Perci (P2), si fa lunit successiva di zero,
(P3), lo zero successivo di 1 , e (P4), se a un numero positivo,
il successivo di (a + 1) s*a a ^ e risulta (P5) che + il
segno doperazione che seguendo un n qualunque, riproduce un n.
Converremo poi (PG) di scrivere a invece di a ----- , cio di
precedente a . Ne risulta che (P7), il segno , che attualmente
linverso del + , seguendo un n riproduce un n .
(P 8 ) Essendo s una classe, a una trasformazione univoca e
reciproca degli 8 in loro stessi, a un 8 , e b un numero intero (po
sitivo o nullo o negativo), a a b rappresenta un s . Questa propo
sizione contiene in s le 3 P3, 5 P I e 5 P 8 .
Ne risulta come conseguenza, supponendo che l operazione a
coincida successivamente colle operazioni + e , che (P9), essendo
a e b due n qualunque, anche a
b e a b sono degli n , ossia
definita la somma e la differenza di due n qualunque.
Qui sarebbe opportuno lenunciare e dimostrare le propriet
delladdizione e sottrazione degli n ; ma noi lascieremo in disparte
questa trattazione.

7. P rodotto e P otenze .
Definizione .
1 . a f b e n . o . a x b 0 [(+ a) b]
1 '.

. ab = a x b

Teoremi .
2 . ayb e n . o . a x b e n

3. a, by c e n . o . ab
4. a, b s n . o . ab = ba

ac = a (b -f- c) [

G PIO . 0 . P3]

96

GIUSEPPE PEANO

5. s e K . a e s\s . ae 8 . b , c e N : o . a [(a b) c] = a [a(& X c)]


5 '.

. a , a s s\s . 6, c e n : o .

6. a, b , c e n . o .(a x b ) x c = a x ( b x c)

Definizione.
7. a e n . b e N : o . ah = 1 [(X a) b]

Teoremi.

( X
3 P 3 . o . P8J
A al

8. a c n . & e N : o . a 6 c n

9. a e n . & , c e N . o . a &ac = a6+


10 .

. o . (ab) = abo

3 P7 . o . P9]

I 7 P 5 . O. P 1 0 ]

11. a , b e n . c e N : D . (ab)0 = a0 b.

Osservazioni.
1 . Indicando a e b due n, per loro prodotto a x b inten
deremo ci clie si ottiene eseguendo su 0 loperazione +
b volte .
2. Qualunque si siano a e 6, la scrittura a x b rappre
senta un n determinato, come si ricava dalla prop. 8 del 0 , ove
si supponga che s indichi la classe degli n , loperazione ot sia
cio aggiungere
e allft di quella proposizione si sostituisca 0 .
Si noti che la def. 1 affatto generale, ed applicabile qualun
que siano i segni di a e b. Quindi, per definizione, a x 3 = 0 -|-fl
a + a , cio a + a + a , qualunque si sia a , positivo o nega
tivo ; e per avere a x { 3) si dovr eseguire su 0 loperazione
-j- a , invertita, tre volte, ossia si dovr eseguire tre volte loperazione a, e si avr 0 a a a . Ne deriva immediatamente la
regola dei segni.
La definizione, assai comune, moltiplicare un numero a per
un numero b significa eseguire sopra a le operazioni che si sono
eseguite sullunit per avere b , non soddisfacente, poich dire
che unoperazione (o complesso di operazioni, funzione) eseguita
sullunit d per risultato b , non determina la natura di questa
operazione, e quindi non si pu sapere il risultato di essa eseguita
su a . In altre parole, se / un segno di funzione, dal sapere che

SUL CONCETTO DI NUMERO

97

/ ( 1) = b , nulla si pu dedurre sul valore di f { a ) , essendo a diverso


dallunit.
Noi non svilupperemo qui le propriet della moltiplicazione,
ma accenneremo quelle sole che sono conseguenza immediata di
proposizioni precedenti.
Facendo la solita sostituzione nella PIO del 6 si ha la P3,
esprimente la propriet distributiva della moltiplicazione rispetto
alladdizione.
La P4 esprime la propriet commutativa della moltiplicazione.
La dimostrazione data dal D irichlet (Teora dei numeri , pag. 1)
non si pu ridurre a ragionamento di logica pura j essa, secondo
IH ankel , dedotta durch eine im Grunde geometrische Construc
tion . Si trova riprodotta nellAr&metca del B altzer . La dimo
strazione contenuta nellA n im e r del B ertrand , a rigore, prova
puramente che 3 x 5 = 5 x 3 ; ma si intuisce come essa si possa
generalizzare ; e cercando di enunciarla in generale e ridurla a for
ma di sillogismi, si ricade anche qui in quella data dal G rassmann ,
riprodotta in seguito da tanti autori, ed espressa in formole di lo
gica negli A rith. p rin cipia , 4, prop. 5, 6 e 7.
5.
Sia s una classe, a una trasformazione degli s in 8 ,
un individuo della classe s , b e c dei numeri positivi. Allora ha
significato loperazione ab, cio loperazione a ripetuta b volte ; ed ha
pure significato la (a b) c , cio l operazione a b ripetuta c volte j e
questa operazione vale loperazione a ripetuta b x c volte .
La 5' estende la prop. precedente, per 6 e c negativi, supposta
loperazione a simile.
Dalla prop. 5 si deduce la propriet associativa della moltipli
cazione, espressa dalla 6 .
7.
Essendo a un n e b un N, con ah intenderemo ci ch
si ottiene ripetendo su 1 loperazione x a , b volte .
Risultano subito, da prop. precedenti sulle operazioni, le prop.
8 , 9, 10. La prop. XI si pu dimostrare per induzione, (risulta
anche dalla 5).
NOTA I I

(pp. 256-267)

Nella precedende nota si analizzato il concetto di numero in


tero, e si sono esposte le propriet fondamentali di questi numeri,
in relazione alle operazioni di addizione, sottrazione e moltiplicazione.
Uno dei risultati cui pervenni si che le questioni :

98

GIUSEPPE PEANO

S i pu definire il numero, la somma di due numeri?


Si pu dimostrare che la somma ha la propriet commutativa ?
cosi enunciate, non ammettono soluzione scientifica. Lammettono
invece quando si enunciano sotto la forma:
Si pu definire il numero, mediante un dato sistema di idee?
Si pu dimostrare una propriet commutativa, mediante un
dato sistema di propriet ?
e la risposta dipende dal sistema di idee, o di proposizioni date.
Le stesse questioni ammettono pure soluzione nel campo prati
co, ove si enuncino cos :
Si pu definire lidea di numero, mediante idee pi semplici %
Si pu la propriet commutativa dedurre da propriet pi
semplici ?
B a queste domande si possono dare dai varii autori differenti
risposte, potendosi diversamente intendere la semplicit. Per mio
conto la risposta alla prima si che il numero (intero positivo) non
si pu definire (poich le idee di ordine, successione, aggregato, ecc.,
sono altrettanto complesse come quella di numero) (4). La risposta
alla seconda questione stata affermativa.
(4)
Il Prof. R. B etta zzi, nella sua opera Teoria delle grandezze (Pisa, 1890),
opera gi favorevolmente nota nel campo scientifico, giunge, a quanto pare, a
nn risultato diverso. Egli invero premette la teoria delle grandezze, avvertendo
pi volte (pag. 9, pag. 11) che il concetto di numero si suppone completamente
ignoto ; e Bolo a pag. 65 introdnce esplicitamente il concetto di numero, e a pag.
84 quello di numero intero e positivo. Ma invece il concetto di numero intero
gi comparisce pi o meno esplicito nelle prime pagine del sno lavoro. Cos a
pag. 7 trovasi un'operazione, la quale eseguita su p i oggetti A, B,... d'una cer
ta categoria... ; a pag. 9 : Se una grandezza il risultato della operazione S
eseguita sn una grandezza A, considerata pi. volte ; a pag. 22 : Le classi ad
nna dimensione contengono un numero infinito di grandezze disnguali , e cos
via. Del resto il concetto di numero (N) cos semplice e fondamentale, che ri
tengo difficile il trovare nn ragionamento un po' lungo, di qualunque siasi scien
za, in oui esso non compaia.
Nellappendice al suo lavoro, intitolata T eoria analitica del numero , TA. d,
com'egli dice, Bolo un cenno del come si possano introdurre i numeri in modo
puramente analitico. Introduce appunto, senza definirli, i tre concetti fondamen
tali di numero, di unit e di snoceBsivo dun numero. Per non enuncia tutte
le propriet ohe questi enti debbono avere. Cos non enuncia la legge di inda
zione ($2P5 della mia nota precedente), di cui si Berve in seguito pi volte.
Presenta gli Btessi inconvenienti lo scritto dello stesso A., S u l concetto d i
numero (Periodico d matematica per l insegnam. secondario, anno II). Invero, al
n. 19, volendosi ottenere il numero intero positivo colla considerazione di g ran
dezze discrete, cio quelle che risu ltano da aggregati di oggetti considerati uguali, af
ferma che se ad ogni oggetto dellaggregato A si pu collegarne uno ed uno solo

Su l c o n c e t t o d i n u m e r o

E ora continuiamo il rapido esame delle altre questioni dellAritmetica, continuando la numerazione dei incominciata nella nota
precedente.
8. D

iv is io n e .

Ci limiteremo alla sola definizione :


a e K . a = Q . b e n X a : Q ' b / a = n x e ( a x = b) (#)

[Def.]

Se a un numero intero, non nullo, e se 6 un multiplo di


a, con b/a intendiamo il numero (intero) x tale che ax = b .
Ricordiamo che n x a indica i multipli positivi e negativi, lo
zero compreso, di a j invece N x a indica i multipli positivi di a.
Quindi la relazione 6 multiplo di a si pu esprimere coi segni
introdotti scrivendo f t e n x a . Volendosi esprimere in simboli le
proposizioni elementari della teoria dei numeri, converr introdurre
dei segni per indicare le frasi massimo comun divisore e mi
nimo comune multiplo .
Delle notazioni proposte la pi semplice quella adottata dal
compianto L uoas, Thorie des nombres , 1891, pag. 345, il quale
scrive :
D(a, 6,...) per indie. il massimo comun divisore dei numeri a, 6,...
e m(a, 6,...)

il minimo comune multiplo

Conviene ancora introdurre un segno per indicare la relazione


a primo con b (chio altrove indicai con a n b ) ; e un segno per

dire numero primo , e sia Np. Per indicare la congruenza pos


siamo servirci della notazione di G a u s s :
a= b

(mod. 7c),

della classe B; e viceversa, non pu avvenire che si possa far corrispondere a ogni
oggetto di A mio solo e distinto in B, in modo che ne avanzino in B.
Ora siffatta proposizione vale solo per le classi contenenti nn numero finito
di elementi, poich per es. si pu far corrispondere ai numeri interi (classe B) i
loro doppi (classe A), e la classe A contenuta in B, senza esserle uguale. Ed
esaminando la dimostrazione dell'A. si vede che si ricorre a proposizioni su per
mutazioni, che sussistono solo trattandosi di oggetti in numero finito.
(*) Nel secondo membro di questa definizione manca il segno t (inverso del
segno i), nella forma del 1898, che serve a trasformare una classe costituita di
nn solo elemento nel suo elemento.
Cfr. il lavoro n. 91 (F0 1897, P 22) e il lavoro n. 93 (F 1897, P 430 e nota
relativa) contenuti nel vol. II di queste Opere scelte .
JJ. C.

Gi u s e p p e p e a n o

100

ovvero, senza introdurre un segno nuovo, possiamo scrivere


aefc + n x f c .

a benxlc,

Con questi pochi segni si possono esprimere quasi tutte le pro


posizioni della teoria dei numeri.

9. E numerazione .
In questo si analizzano alcuni concetti comuni, riducendoli a
quelli finora studiati.
Essendo a una classe, con num a intenderemo il numero degli
individui della classe a . Definiremo questo numero, e ne enuncieremo le propriet.
Per semplificare le formule conviene poter scomporre il segno
= , che esprime eguale, nelle sue due parti, cio f che indicato
con e, ed eguale, che indicheremo con i (iniziale greca di eguale ). Sic
ch essendo a un individuo qualunque, ia significa eguale ad a
e rappresenta la classe degli enti eguali ad a ; e la scrittura b e t a
significa b = a.
Definizione di num a x
1. a e K . o : num a = 0 . = . a = a
2 . a e K . m s N : D : : num a = m . ~
a = a : x e a . ox
num (a - i x) = m 1
Essendo a una classe, dire che il numero degli a 0 significa
che la classe a nulla.
Essendo a una classe, dire che il numero degli a un nume
ro w, significa che la classe a non nulla, e che, preso ad arbitrio
un individuo x nella classe a , il numero degli a non eguali ad
x m 1 .
Facendo, nella 2 , m = 1 , e tenendo conto della 1, si ottiene la
definizione di num a = 1 :
a e K . o : : num a = l . =

a = \ : x e a . ox . a i x = A,

ovvero

.aotx

[y e a . oy . y x)

che si trasforma in :
a e K . o : : num a = 1 . = .*. a - = a : x, y e a . ox>y . x = y

dire che il numero degli a vale 1 , significa che la classe a non


nulla, e che se x e y sono individui della classe a, sar x = y .

SUL CONCETTO DI NUMERO

101

Facendo nella 2 , m 2, si ottiene la definizione di num a = 2 ,


e cos via.
Data una classe a non sempre num a un K, poich N non
comprende n lo zero, n l'infinito. Quindi la proposizione num a e N
significa la classe a esiste effettivamente ed finita, cio contiene
un numero finito di oggetti .
Raccoglier ora alcune proposizioni sullenumerazione, affatto
elementari, analizzandole onde tradurle in simboli.
3. a, b e K . num a, num b e N . ab = A : . num (a u b)
num a -f- num 6.
Essendo a e b due classi non nulle e finite, non aventi alcun
individuo comune, allora il numero degli individui appartenenti al
linsieme delle due classi a e b vale la somma dei numeri degli a
e dei b .
La proposizione sussiste anche se num a = 0, o num 6 = 0 . Essa
sussiste pure se le classi contengono infiniti individui, purch si
facciano le solite convenzioni -|-oo = oo-|- = oo; oo-|-o o = oo.
4. a, b e K t b o a . b = a . &= a . num a N : num b e N .
num b < num a.
Se delle classi a e b la seconda contenuta nella prima, e la
classe b non nulla, e non eguale ad a , e se il numero degli a
finito, allora anche il numero dei 6 finito, ed minore del nu
mero degli a .
Questa proposizione cessa di sussistere se num a = oo .
5. m e N . O . num [N n (m N)] m 1
Essendo m un numero intero positivo, il numero dei numeri
interi positivi, minori di m, m 1 .
Vogliamo tradurre in simboli la proposizione seguente:
Se si hanno p classi distinte, ciascuna delle quali contenga q
individui, linsieme di quelle classi conterr p x q individui .
Sar a questo uopo conveniente introdurre la seguente notazione :
6 . u c KK . d . u u = x 8 ( x e y . y e u : = y a).

Essendo u una classe di classi, ossia un sistema di classi, con


u 9 u (che si pu leggere la somma delle classi u) si intende l insieme
degli x tali che esiste una classe y del sistema u , contenente Vx
come individuo; cio linsieme degli x che sono individui di qualche
classe del sistema u .

102

GIUSEPPE PEANO

Bench pel nostro scopo immediato non ci occorra, pu essere


utile in altre ricerche indicare con un segno, e sia n 9 u la classe
comune alle classi del sistema, cio il loro prodotto:
6'. u KK . o . n * u = x e(y e u .

.x

e y)

Tornando alla nostra questione, la proposizione enunciata diventa ;


7. u e K K . p , q e l X . n u m w = p : x e u . o x . num a? = q . \ x , y e u ,
x - =

y : o Xt y . x y =

A : : o . num u u = p x q

Se u una categoria di classi, e il numero delle classi della


categoria u p j e se qualunque si sia la classe x del sistema
il
numero degli x costante ed eguale a q, e se prese ad arbitrio due
classi x e y del sistema w, non identiche, esse non hanno alcun
individuo comune, allora il numero di tutti gli individui delle classi
del sistema u p x q .
Il
segno num un segno doperazione che ad ogni classe
fa corrispondere o un N, o lo 0, o loo ; ossia
num 8

u (0 u too) / K

Esso si pu invertire, e la relazione num a = p si pu scrivere


a e num p } la a una classe contenente p individui (*).
Vogliamo ancora analizzare i concetti di combinazione e analo
ghi. Essendo 8 una classe, allora una combinazione degli s preci
samente una classe degli s. Quindi
Ks = (combinazione degli s).
Per indicare combinazione degli s a f t a / c possiamo quindi
scrivere (Ks) num Tc, cio una classe degli 8 in numero di le.
Nei concetti di disposizione e permutazione sta racchiuso quello
di ordine. Onde analizzarli indicheremo con Zr , ove r un intero,
la classe dei numeri interi 1, 2,... r . Questa definizione di Zr si
traduce in simboli in questo modo:
10.

Z, = 1 1
r e N . 6 . Zr+i = Zr u t (r -f- 1)

la classe costituita dal solo numero 1 j e se r un nu


mero, con Zr+i intendiamo la classe che si ottiene dalla Zr aggiun
gendovi ancora il numero r -|- 1 .

(*) Sono state soppresse le proposizioni 8 e 9 perch asserite false in ima nota
marginale autografa di G. P e a n o ad nna oopia del presente lavoro.
U. C.

SUL CONCETTO DI NUMERO

103

Allora, essendo s una classe di oggetti, le disposizioni complete


di questi oggetti ad r ad r sono i varii inodi con cui si pu stabi'
lire una corrispondenza fra i numeri Zr e gli oggetti ; ossia
(disposizioni complete degli s a r a r) = s/Zr
Per definire le disposizioni ordinarie, conviene introdurre il con
cetto di corrispondenza simile (per abbreviazione sim ) ; porremo
11. a, b e K , f b/a ; o : : / e sim . =

co, y e a . a?- = y : oz, v

[Def.]

f -= fy.

Essendo a e 6 delle classi, ed / una corrispondenza degli a


nei 1), allora si dice che questa simile, se a due individui diversi
della classe a corrispondono individui pure diversi .
E allora si avr:
(disposizioni ordinarie degli s a r a r) = (sjZr) sim.
Quindi le permutazioni dei numeri 1, 2 , . . . r sono indicate da
(Z,./Zr) sim.

10. N

um eri

r a z io n a l i.

Essendo vi e p , degli interi, e g un intero positivo (o almeno


non nullo), se p multiplo di q, supponiamo dimostrato clie il pro
dotto m x ( p l q ) vale (:m x p ) / q , ossia:
1. w , ] ) n , g 8 N , j ) e n X ( | : 0 . i X {p/q) = (m x p ) / q .
Quando invece p non multiplo di q, la scrittura m x (p/q)
non ha senso, non avendo senso la sua parte p /q ; invece il secondo
membro delleguaglianza pu ancora avere significato, il che avviene
se m x p multiplo di q. In questo caso noi assumeremo quella
eguaglianza come definizione del primo membro, ossia porremo
2. m , p e n . q e N . p - e n x q . m X p s n x g : o . m x (p/q) =
(m X p ) / q

[Def.]

Cos definito il prodotto dun intero.per unespressione della


forma p/q , ove p s u e q e N. Scriveremo E al posto di numero
razionale positivo , e r al posto di numero razionale . Avremo
quindi :
3. R = N/N j

r = n/N

[Def.]

104

GIUSEPPE PEANO

Si pu agevolmente dimostrare che se a e b sono due numeri


razionali, si pu sempre determinare un intero m in guisa che i pro
dotti ma e mb siano numeri interi, cio:
4. a, b s r . d / . m e N . ma, mb e n : = m A.
Due razionali a e b diconsi eguali, s qualunque si sia lintero
m , purch ma e mb siano interi, si ha ma = m b :
5. a, b e r . o

a = b . = : m, ma, mb e n . o m . ma = m&.

Per definizione della somma a + b di due razionali, ovvero


delleguaglianza a + b = c, si pu assumere se, qualunque si sia
lintero m, purch ma, mb ed me siano interi, si ha ma + mb = me ,
ossia:
6. a, b, c e r . o

a + 6 = e . = : m, ma, mb, me e n . om .

ma + m = me.
E pel prodotto
7. a, 6, c e r . o

ab = c . = : m, ma, (ma)6, me e n . om .

(ma)fe = me .
Le altre operazioni si definiscono senza difficolt.
Il
concetto di frazione si ottiene in molte opere con considera
zioni su grandezze concrete.
Volendo costituire lanalisi col solo concetto di numero intero,
dice J. T a n n e r y (Introduction la thorie des fonctions d une va
riable, Paris 1886, pag. VIII) une fraction ne peut pas tre re garde comme la runion de parties gales de l unit ; ces mots
pa rties de lunit nont plus de sens; une fraction est un ensemble
de deux nombres entiers, rangs dans un ordre dtermin ; sur cette
nouvelle espce de nombres il y a lieu de reprendre les dfinitions
de lgalit, de lingalit et des oprations arithmtiques . Veggasi pure : M e r a y , Thorie lmentaire des fractions dgage de toute
considration impliquant soit la subdivision de lunit abstraite, soit
lintervention des grandeurs concrtes (Nouvelles Annales de Mathm.,

1889, p. 421).
Nelle formule precedenti la frazione p jq si considerata come
il segno delloperazione moltiplicare per p e dividere per q .
Quindi due frazioni p jq e p 'jq ' diconsi eguali, se eseguite le opera
zioni che esse indicano su uno stesso intero, producono risultati eguali.

SUL CONCETTO DI NUMERO

105

Alcuni autori (5) definiscono leguaglianza di due fratti p /q e


p 'jq ' mediante l equazione p q ' = p'q, la somma mediante la p /q -(+ P'1%' =
+ P'< I (SO ecc* Ma queste definizioni paionmi meno
semplici.
Risulta dalle cose dette che la frazione p/q non esattamente
la coppia di numeri p , q ; poich due coppie p , q e p ', q' sono iden
tiche, quando p = p ' e q q \ Bens ad ogni coppia p , q si fa cor
rispondere un nuovo ente, indicato con pjq, e due di questi enti
diconsi eguali quando soddisfano ad una certa condizione. Quindi la
frazione ci che si ottiene per via dastrazione dalle coppie di
numeri, considerando le propriet comuni alle coppie definite eguali.
Siifatto processo, con cui, data una classe di enti, si definisce
su essi uneguaglianza diversa dallidentit, e colle propriet comuni
ai varii enti definiti eguali si crea un nuovo ente, assai comune
in matematica.
Cos dal fatto che la relazione di parallelismo di due rette gode
delle propriet delleguaglianza (V. Formule di Logica matematica ,
5, prop. 1, 2, 3; in questo volume a pag. 31), ad ogni retta si fa
corrispondere un nuovo ente, chiamato direzione di essa, e due rette
diconsi avere la stessa direzione se sono parallele. Ritroveremo
questo processo nel che segue.

11. N

u m e r i r e a l i.

Scriveremo Q invece di numero reale positivo e q invece di


numero reale determinato e finito . Quindi q contien i numeri
razionali e irrazionali.
Fra i varii metodi per definire i numeri irrazionali, il pi inte
ressante, a mio avviso, quello proposto dal D e d e k i n d , nel suo
opuscolo: Stetiglceit und irrationale Zahlen (Braunschweig, 1872.
Lidea del metodo contenuta nel Trattato dAritmetica del B e r t r a n d
(V. la versione italiana del 1862, pag. 185 e 235); e forse si pu
rimontare ancora ad poche anteriori, analizzando il concetto anti
chissimo di numero irrazionale.
Il
Dedekind dice (pag. 19): Data una divisione del sistema
R in due classi, A t e A 2 aventi solamente la propriet caratte ristica che ogni numero di A i minore di ogni numero di A %,

(5) S to lz , Vorlesungen iiber ArithmeiiJc, 1885, I, p. 43.

106

GIUSEPPE PEANO

noi per brevit chiameremo questa divisione una sezione, e la


indicheremo con (A , A2).
(Pag. 21). Ora, se si ha una sezione ( A , , A 2), la quale non
prodotta da alcun numero razionale, noi creeremo un nuovo
numero, un numero irrazionale a , che considereremo come com*
pletamente definito da questa sezione (At , A 2) .
In seguito definisce leguaglianza dei due numeri determinati
dalle classi [ A i , A 2) e ( A i , A2) .
Analizziamo questo modo di creare (erschaffen) lirrazionale, e
traduciamolo in simboli di logica. Il dire che (A4 , A2) una sezione
significa :
A x , A 2 e K . A 1 = A . A z - = a . A , n A 2 A . A t w A z = R . \
x e A x . y b A 2 : ox, y < y

A d e A 2 sono classi, non nulle, non aventi alcun individuo


comune, formanti insieme la classe dei numeri razionali, e preso
ad arbitrio un individuo x nella prima, ed uno y nella seconda, si
ha x < y .
Ad ogni sezione (A4 , A 2) si fa corrispondere un ente, che
lautore chiama numero definito da quella sezione, e che io indicher
per un istante con d e f ( A , , A 2)j si definisce quand che questo
nuovo ente eguale ad un numero razionale a :
a = def (At , A *). = .*. x e A x . o x . x

a : y e A 2 . ov . y

Si dice che a il numero definito dalla sezione (At , A 2), se


ogni numero di A i minore di a, e ogni numero di A 2 ne mag
giore, la diseguaglianza non escludendo leguaglianza .
Si definisce poi leguaglianza fra due di questi enti definiti da
( Aj , A 2) e ( Aj , A 2 ) :

def ( A i , A 2) = def ( A i , A 2) . = : : x e A 4 . y e A2 : 0XtV - x ^ y


x' s A 2 . y' e A [ 1 ox\ y* . x ' ^ y '
Si dice che le due sezioni (Ax , A 2) e ( A i , A 2) definiscono uno
stesso numero, se ogni numero di A 4 minore dogni numero di
A 2 , e ogni numero di A 2 maggiore dogni numero di A i, la dise
guaglianza non escludendo leguaglianza .
In conseguenza il numero reale (razionale 0 irrazionale) ci
che si ottiene per astrazione dalle sezioni, tenendo conto delle defi
nizioni precedenti.
Invece di considerare amendue le classi A t e A 2 , come gi
osservava il Dedekind, basta considerare p. e. la prima, A if poich
l altra A 2 linsieme degli R che non sono A if in simboli:

SUL CONCETTO DI NUMERO

107

A 2 = A j . E per semplicit si pu supporre che la classe A t non


abbia massimo. Cos arriviamo alla definizione del P a s c h , Einleitung
in die differential und integrai Becknung (Leipzig 1882). Questi
chiama segmento (Strecke o Zahlenstreelce) ogni classe di numeri

razionali (effettivamente esistente), non contenente tutti i razionali,


tale che se contiene un numero x, contiene pure tutti i suoi mi
nori, e non avente massimo. In simboli :
a e (Strecke). = : : a s KR . a - = A . a = R x e a . y e l i . y <a? : ox,y
y e a ,\ x e a . ox : y e . y > oc . = y a
In seguito sostituisce alla parola segmento la parola numero
(Zahl), sicch, secondo Pasch, i numeri reali sono i segmenti di
numeri razionali.
Una difficolt di forma nellesposizione del Pasch si trova ove
dice senza alcun schiarimento precedente o seguente (pag. 4) : Se
il segmento A limitato dal numero (razionale) a, sar A a .
Ora fra due enti di natura diversa, cio fra una classe A di numeri,
ed un numero a } non pu sussistere una eguaglianza, ma solo che
un ente collegato allaltro. Noi non possiamo affermare che il
numero a sia identico al sistema A dei numeri di esso inferiori, ma
solo che A la classe degli R minori di a, o che a ci che
limita A . Quindi per togliere quella difficolt conviene di far corri
spondere ad ogni segmento A un nuovo ente, che io indicher con
V A (limite superiore degli A) ; e per indicare la relazione in que
stione si scriver V A = a. I numeri reali sono allora i limiti supe
riori dei segmenti.
Invece di considerare i limiti superiori delle classi particolari
di R chiamati segmenti di numeri, possiamo parlare dei limiti
superiori delle classi di R in generale, e la trattazione acquista, a
mio modo di vedere, semplicit. Eccone alcuni cenni. Possiamo
proporci di definire prima i numeri reali positivi Q, ovvero diret
tamente i numeri reali q. Seguiremo la seconda via.
Sia a una classe di numeri razionali (Kr), e sia x un numero
razionale. Pu avvenire che esistano numeri della classe a maggiori
di x , cio esistano numeri a n, (x -(- R). Converremo di indicare
questa relazione fra il numero a* e la classe a scrivendo x < Va ,
che si pu leggere x minore del limite superiore degli a :
1.

a e Kr . x e r : o : oc- < Va . = . a n (x + R) - = A

Risulta immediatamente che :


2.

a e Kr . x} y e r . x < y . y < Va : o . oc < Va .

[Def.]

108

GIUSEPPE PEANO

Essendo a una classe di razionali, e b un numero razionale,


diremo che il limite superiore della classe a il numero 6, se ogni
razionale minore del limite superiore degli a minore di b7 e
viceversa :
3. a e Kr . b s r : o :: Y a = b . =

x e r . oz ' x < Y a . = . x < b

Per riconoscere leguaglianza fra i limiti superiori di due classi


a e b si ha la regola :

4. a, b e K r . o :: Ya = Yb . = . \ x e r . ox < 1' = x <


I limiti superiori delle due classi a e b sono eguali, se ogni
razionale minore delluno pure minore dellaltro, e viceversa ; e
questa regola si dimostra agevolmente se questi limiti superiori sono
razionali, e si assume per definizione se irrazionali.
Essendo a e b due classi di razionali, a -)- 5, com noto, indica
linsieme dei numeri che si ottengono sommando un numero qualun
que della classe a con uno qualunque della classe b. Si ha :
5. a , b e K r . o . Y{a + b) = Ya + Yb,
formola che si deve dimostrare quando i limiti superiori sono razio
nali, e assumere per definizione nel caso contrario. Analogamente
pel prodotto, e cos via.
Gli enti ora introdotti col nome di limiti superiori delle classi
di razionali, cio l'Kr, sono appunto i numeri reali, q, compresovi
il -|- oo :
6. a e K r . o
e il

oo

l'a = oo . = : a? e r .

, che si presenta quando a =

. a n (a; + ^) " = A
a

Quindi

7. q = (l'Kr) ( - t oo) ( - t oo)


I numeri reali sono i limiti superiori delle classi di razionali,
esclusi il + oo e il oo .
Analogamente
8. Q = (l'KR) ( - * o o ) ( - * 0)
I
numeri reali si possono pure definire formalmente mediante
una loro rappresentazione.;
Data una successione indefinita di cifre (cio dei numeri 0, 1, 2,...
9), a i , a2 , a3 ,... a questa successione facciamo corrispondere un nuo
vo ente, che indicheremo con
0, aAa2 a8 .....

SUL CONCETTO DI NUMERO

109

e sopra questi enti definiremo le relazioni e operazioni in modo da


farli coincidere colle frazioni decimali, la cui parte intera 0. In
tal modo, dare un numero reale equivale a dare la sua parte intera,
e la legge che determina la serie delle sue cifre decimali.
La definizione dei numeri reali data dal C a n t o r (Math. A n n ., V ,
p. 123) parmi meno semplice delle precedenti.

Cos ho esposto quei metodi di trattare i fondamenti dellArit


metica clie, a mio avviso, sono migliori. Procurer dora in avanti
di tenere il lettore al corrente dei nuovi studii clie si pubbliche
ranno su questo soggetto.
Nelle pagine precedenti moltissime questioni sono solamente
accennate j le formule scritte contengono solo alcune delle propriet
delle operazioni studiate. Il mio scopo in certi punti fu di far pu
ramente vedere come certe idee complesse si possano analizzare e
decomporre in idee pi semplici. Ma siffatte questioni a causa del
loro interesse e dellimportanza che hanno, anche per luso scolastico,
meritano di essere pi profondamente esaminate ; ed io raccomando
vivamente agli studiosi questo genere di ricerche.
Sarebbe pure cosa utilissima il raccogliere tutte le proposizioni
note, che si riferiscono a certi punti della matematica, e pubblicare
queste raccolte. Limitandoci a quelle dellaritmetica, non credo si
possa trovare difficolt ad esprimerle in simboli logici j ed allora
esse, oltre allacquistare nella precisione, acquistano pure in conci
sione ; e probabilmente le proposizioni riflettenti certi soggetti della
matematica possono essere contenute in un numero di pagine non
maggiore di quello che richiederebbe la loro bibliografia.
Il
trasformare in simboli le proposizioni e le dimostrazioni espresse sotto la forma comune spesso cosa facile. Ed cosa faci
lissima ove si tratti delle proposizioni degli autori pi accurati che
gi analizzarono le loro idee ; basta nelle opere di questi autori so
stituire alle parole del linguaggio comune i loro simboli equivalenti.
La cosa presenta maggiori difficolt in altri autori ; qui occorre ana
lizzare completamente le idee dellautore, onde poterle tradurre in
simboli; e non raro il caso che una proposizione pomposamente
annunziata non sia che una identit logica, o una proposizione pre
cedente, o una forma priva di sostanza.
La R ivista di Matematica procurer nel prossimo anno di pub
blicare delle raccolte di questo genere ; quindi invitiamo i lettori a
comporne, e a volercene inviare.

(51). DIMOSTRAZIONE D E LL IM PO SSIBILIT


D I SEGMENTI IN F IN IT E SIM I COSTANTI
(Rivista di matematica, vol. II, 1882, pp. 58-62)

Si dice che una grandezza u infinitesima rispetto alla gran


dezza v , se ogni multiplo di u , secondo nn numero intero finito,
minore di v. Lesistenza o meno di grandezze infinitesime dipende
dal significato che attribuiamo alla parola grandezza. Ed effettiva
mente si sono formate delle categorie di enti, sui quali si possono
definire le relazioni e operazioni analoghe a quelle dellalgebra sui
numeri, nelle quali categorie di enti si trovano degli infinitesimi.
Cos lordine di infinit duna funzione pu essere infinitesimo ri
spetto allordine di infinit dunaltra. In un mio scritto (*) gi feci
vedere che nella stessa formula di Taylor i successivi termini si
possono considerare a nostro arbitrio come infinitesimi variabili o
costanti dordine diverso..
In tutti questi casi lente determinato da una funzione reale
di una variabile reale. Ma fra le grandezze comuni, p. e. fra i
segmenti rettilinei, esistono degli infinitesimi ?
Questa questione, dibattutasi fra i dott. V i v a n t i e B e t t a z z i
sulla R ivista di Matematica , assai interessante tanto pi che negli
ultimi tempi sullipotesi della loro esistenza si sono fatte teorie e
stampati dei volumi. Ad essa rispose negativamente il C a n t o r ; ma
la dimostrazione che questo illustre matematico ne diede cos con
cisa, che fu giudicata incompleta. Scopo della presente nota si di
sviluppare questa dimostrazione.
1.
Su dupa retta.si fssi unorigine o \ i punti della retta da
una stessa parte di o, p. e. a destra di o, saranno chiamati punti

(*) S u lla f o r m u la d i T a y lo r , Atti R. Ace. Scienze di Torino, 22 novembre 1891.


(Trattasi del lavoro n. 42 contenuto nel vol. I di qneste Opere scelte
U . C.)

DIMOSTRAZIONE DELL'IMPOSSIBILIT DI SEGMENTI ECC.

Ili

della semiretta , o pi semplicemente P. Il punto o un estremo della

semiretta, ma non un punto della classe P :


o - e P.

il punto o non un P .

2. Essendo p un punto della semiretta, con op intenderemo


l insieme dei punti compresi fra o e p. La classe op dicesi segmento
terminato ; o ne Vorigine, p il termine . Siccome tutti i segmenti
che considereremo hanno la stessa origine, colle parole il segmento
avente p e r termine p intenderemo il segmento op. Scriveremo S in
vece di segmento terminato:
p e P . o . op c S

Se p un punto della semiretta, op un segmento terminato .


3. Spesso indicheremo un segmento con una lettera sola
v t ...
Il termine del segmento w, la sua origine essendo o, indicato con
ou in virt della convenzione sullinversione delle funzioni (Sul concetto di numero , 5, prop. 3 j Riv. di Mat. I, p. 97). (*)
u e S . o . ou c P

Se un segmento, il suo termine un punto della semi


retta .
Si badi che un segmento op una classe di punti j gli estremi
o e p non appartengono alla classe op (2).
4. Se u una classe di punti P, ou rappresenta (Jd., 1, prop.
3 ; Riv. di MaU I, p. 87) la classe dei segmenti che hanno per ter
mini i punti di u . Come caso particolare, se u un segmento, ou
rappresenta la classe dei segmenti che hanno per termine qualche
punto di u , cio i segmenti minori di u :
w , t f e S . O : u < . = . > . = . ou . = , ov e u
Essendo u e v due segmenti, dire che v minore di u , ossia
che u maggiore di v , equivale a dire che d un segmento termi
nato ad un punto di u , ovvero che il termine di v un punto di u .

(2) inutile losservare pel lettore intelligente che il non appartenere o e p


alla classe op dipende dalla convenzione fatta di indicare con op linsieme dei
pnnti compresi fra o e p. Si avrebbe potato fare la convenzione di indicare eoa
op linsieme del ponto o, dei punti compresi fra o e p, e del pnnto p \ ma le for
male riuscirebbero inutilmente complicate.
(*) Trattasi del precedente lavoro n. 37.
U. C.

GIUSEPPE PEANt

112

5. Se le una classe di segmenti, e quindi una classe di classi


di punti, allora u /c rappresenta linsieme dei punti ciascuno dei
quali appartiene almeno ad un segmento della classe le (I d .7 9,
prop. 6 ; Riv. di Mat . 1, p. 259). Quindi se una classe di punti,
e quindi ou una classe di segmenti, o ou rappresenta linsieme dei
punti, ciascuno dei quali sta su qualche segmento ou, cio ciascuno
dei quali ha alla sua destra qualche punto della classe u.
6. I segmenti terminati si sanno sommare j e qui si suppongono
note le propriet della somma, che permettono di dedurre il teorema :
M , 1) e S . D . M - | - D = o(ou + 01)
Essendo u e v due segmenti terminati, il segmento u + v
il luogo dei termini dei varii segmenti che si ottengono sommando
un segmento qualunque terminato ad un punto di u con un seg
mento qualunque terminato ad un punto di v .
7. Si ha:
e S . o . t t = A . ' - = P . ^7ou = u
Essendo u un segmento terminato, esso :
1 Contiene effettivamente dei punti.
2 Non contiene tutti i punti della semiretta.
3 Ogni punto compreso fra o e un punto di pure un
punto di u.
4 E viceversa : ogni punto di u compreso fra o e qualche
altro punto di u .
8. Ora considereremo le classi di punti che hanno le quattro
propriet ora enunciate, cio le classi u che contengono effettivamente
dei punti, ma senza contenerli tutti j se un punto appartiene alla
classe uf ogni punto alla sua sinistra appartiene pure alla classe u ;
e se un punto un m, sonvi degli altri punti della classe u alla sua
destra. Le classi di punti siffatte si diranno segmenti , e per brevit s :
U S . =

: U 8 K P . M -

A . tt =

. u ow =

U .

Risulta dalle cose dette che ogni S un s ,* la proposizione inversa


che ogni segmento sia limitato, costituisce il postulato di D edekind
(V. R iv . di Mat. I, p. 109, nota 3a). Da questo postulato deriva, come
ben noto, e come del resto risulter da quanto segue, limpossi
bilit dellinfinitesimo costante. Quindi noi non ammetteremo n
negheremo questo postulato.

D IMOSTRAZIONE DELL'IM POSSIBILIT DI SEG M E N T I ECC.

113

chiaro che se le una classe di S, tutti minori dun segmento


dato, la classe di punti indicata con ^le un segmento. Esso si
potrebbe chiamare il limite superiore dei segmenti 7c.
9. La somma di due segmenti in generale si riconduce alla
somma di segmenti terminati prendendo la propriet 6 come defi
nizione :
S.O.tt-f =

o(ou +

ov)

Per somma dei segmenti u e v si intende il segmento luogo


degli estremi di tutti i segmenti che si ottengono sommando due
segmenti terminati luno ad un punto di e laltro ad un punto di v .
10. Sapendo sommare due segmenti, terminati o no, si pu de
finire il multiplo dun segmento u secondo il numero intero e posi
tivo n, indicato con nu. Ricordiamo che N sta per le parole nu
mero intero positivo ; quindi Km rappresenta i multipli di
La
scrittura uKit rappresenta i punti che stanno su qualche segmento
multiplo di u, cio i termini dei segmenti minori di qualche multi
plo di
Porremo
o o = uXw,
cio chiamiamo multiplo dordine infinito di u linsieme dei punti che
stanno sopra qualcuno dei segmenti , 2w, 3,... o il limite supe
riore dei multipli di . chiaro che se non esistono segmenti infi
nitesimi, oo u rappresenta l intera semiretta P.
11. Dicesi che il segmento u infinitesimo rispetto al segmento
0, e scriveremo u e v / o o , se ogni multiplo di minore di v :
u, v e S . o : u e u/oo . = . ov e uNm.

Risulta che, se m infinitesimo rispetto v, la classe oo un


segmento contenuto in v. In conseguenza possiamo aggiungere ad
00 u il segmento u, ottenendo il segmento (oo -|- 1 )w, a cui aggiun
gendo u otteniamo (oo -f- 2), ecc. Possiamo sommare oo u con s
stesso, ottenendo cos 2 oo tt, ed in generale possiamo formare tutti
1 multipli di oo u ; possiamo moltiplicare oo u per o o , ed ottenere
o o e cos via.
Ma tutti questi varii segmenti, che si ottengono moltiplicando
u pei numeri transfiniti di Cantor sono eguali fra loro, come dicono
le formule seguenti :
8

1 4

1 2.

G IU S E P P E PEAN

u, v e S . u e v/oo . d . (oo -|- 1) w = oo

Ogni segmento che pu essere superato da un multiplo di u


pi una parte di u pu essere superato da un multiplo di u, e vi
ceversa .
13.

v/oo . o . 2 oo u = oo u

Ogni segmento che pu essere superato dalla somma di due


multipli di u pu essere superato da un multiplo di w, e viceversa .
E cosi via.
Bisulta che il segmento oo u quantunque compreso nel segmen
to v, non pu essere terminato, perch se ad un segmento terminato
si aggiunge il segmento u , ovvero si raddoppia, si avr un nuovo
segmento maggiore del primo.
Ciascuno di questi risultati in contraddizione col concetto co
mune di segmento. E dal fatto che il segmento infinitesimo non pu
essere reso finito mediante alcuna moltiplicazione attualmente infinita,
per quanto potente essa sia, conchiudo col Cantor, che esso non
pu essere elemento di grandezze finite.

(64). SUI FOND AMENTI DELLA GEOMETRIA


(Rivista di matematica, vol. IV , 1894, pp. 51-90)

Nuova rielaborazione, con aggiunte varie, del lavoro n. 18 ( I p r in c ip ii d i


geometria logicamente esposti , 1889) contenuto nel vol. II di queste Opere scelte

(citato da G. P kano con la notazione Geoin. ).


Come nell'opuscolo del 1889, la geometria di p osizion e fondata sai con
cetti primitivi di punto e di segmento (o, se si preferisce, la relazione che passa
fra tre punti quando uno si trova fra gli altri duo) ; ed i postulati (in numero
di 17, ciascuno dei quali un'affermazione semplice) sono ancora gli stessi.
La geometria metrica (aggiunta al lavoro attaale) fondata sai concetto
primitivo di moto (inteso come una particolare trasformazione geometrica) ed 8
postulati (anch'essi costituiti di affermazioni semplici).
(C fr. : U . C a s s i n a , Sul

teorema fon dam en tale

della geometria p r o iettiv a ed i

p r in o ip ii della geometria, Period. mat. , (4), 20 (1940), pp. 65-83 ; S u r

V histoire

dee concepts fo n dam en taux de la gomtrie projective, t} Les confrences du Palais de

la Dcouverte ", srie D, n. 50, Paris 1957, 36 pagg.).


Altri lavori di G. P e a n o sui fondamenti della geometria sono : il n. 98
(del 1898) fondato sulle idee primitive di punto , vettore , e prodotto
interno di due vettori ; il n. 122 (del 1902) fondato sulle idee primitive di
pnnto e di distanza (di due punti) contenuti nel presente volume ;
ed il lavoro n. 222 (del 1928, pubblicato sotto il nome della scolara C. B o c c a latte)
fondato sulle idee primitive di punto e di angolo retto non
contenuto nelle "Opere scelte.
TJ. C.

Numerosi trattati di Geometria veggono la luce ogni anno in


Italia e allestero; spesso ne arrivano alla redazione della Rivista,
con domanda di una recensione.
Ora questi nuovi trattati non sono, in generale, perfezionamenti
di quelli gi pubblicati ; ma vi si ripetono, sotto varie forme, le cose
contenute in altri, e non si tien conto di quelle osservazioni e studii
speciali fatti sui fondamenti della Geometria, i quali studii, bench
fatti con scopo puramente scientifico, pur tuttavia fin dora permet
tono, in certa misura, di semplificare, rendendoli pi rigorosi, i prin
cipii della Geometria.

ne

Gi u s e p p e p e a n

In questa nota mi propongo appunto di trattare sommariamente


quei punti in cui si pu effettivamente raggiungere il doppio scopo
del rigore e della semplicit ; e di far notare agli insegnanti ed agli
studiosi che, anche nella matematica pi elementare ci sia ancor
vasto campo di ricerche per loro natura interessanti, e che possono
essere immediatamente utili, perfezionando i metodi di insegnamento.
Questi studii non esigono vaste cognizioni, ma logica rigorosa.
ben noto che, in Geometria, non tutto si pu definire; ci
esplicitamente detto da pi autori.
Per varia assai presso i diversi autori il numero e la natura
degli enti geometrici non definiti.
Affinch risulti ben chiaro quali enti si definiscono in un trat
tato qualunque, e quali no, si osservi che i termini, che trovansi in
esso, appartengono in parte alla Grammatica generale, o Logica ;
sono tali i termini f sono, e, o, n o n . . . Chi si propone la loro clas
sificazione ricostruisce la logica matematica.
Considereremo come termini geometrici tutti i termini che com.
paiono in un libro di geometria, e che non appartengono alla logica
generale.
E il primo lavoro a farsi si la distinzione di questi termini,
o delle idee che essi rappresentano, in idee prim itive , che non si de
finiscono, e in idee derivate , che si definiscono.
Dire che loggetto, o nome a?, si pu definire, significa che, com
binando convenientemente i termini esprimenti le idee primitive coi
termini di logica, si pu formare unespressione identica a quella
indicata col nome x.
Se in una definizione oltre al termine che si vuol definire, com
parisce qualche termine che non stato definito, n classificato fra
le idee primitive, si deve conchiudere che la classificazione non fu
bene eseguita.
chiaro che le idee primitive si debbano ridurre al minimo
numero ; e che per idee primitive si debbano assumere idee sempli
cissime, e comuni a tutti gli uomini ; esse debbono avere il loro no
me in tutte le lingue. Chi incomincia lo studio della Geometria deve
gi possedere queste idee primitive ; non punto necessario che co
nosca le idee derivate, che saranno definite man mano si progredir
nello studio.'
Premesse queste osservazioni generali, passeremo rapidamente in
rassegna le idee che nei comuni trattati si dnno come primitive.

SUI FONDAMENTI DELLA GEOMETRIA

117

Sul concetto di spazio ,

In quasi tulli i trattati italiani moderni si introduce per primo


il concetto di spazio , dicendo che esso non si definisce, ma gli si
attribuiscono le propriet di essere omogeneo, illimitato, infinito, di
visibile, immobile, ecc., propriet queste parimenti non definite.
Ritenendo pertanto il concetto di spazio come fondamentale per
la geometria, ne viene che non si potrebbe scrivere un trattato di
questa scienza in una lingua che per avventura manchi di tali pa
role. Quindi non si potrebbe scrivere di Geometria nella lingua
dEuclide ed Archimede, ove appunto manca la parola corrispondente
al termine spazio, nel senso in cui lo si usa negli odierni trattati.
In conseguenza una prima e notevole semplificazione si ottiene
col sopprimere puramente e semplicemente il termine spazio , gli ag
gettivi omogeneo, illimitato e tutti i postulati che legano quel sog
getto con questi attributi.
Questa osservazione sulla inutilit del termine spazio , in Geo
metria, riuscir strana agli autori che incominciano il loro libro col
parlare dello spazio.
Per lesempio di Euclide e di tanti altri che non ne parlano
affatto, del tutto convincente. In seguito si vedr meglio il perch
della superfluit di questo termine.
Intanto per, nel presente articolo critico, si continuer ad usare
il termine spazio nel significato usuale.
Sui concetti di linea, superficie, solido .

Euclide definisce la linea, la superficie e il solido mediante al


trettanti termini non definiti lunghezza, larghezza e altezza .
Molte altre definizioni furono in seguito proposte, ma tutte la
sciano a desiderare.
Cos da pi. autori chiamasi solido una parte dello spazio, e su
perficie il limite dun solido. Ma anche i punti che stanno su duna
superficie o su duna linea si trovano nello spazio, e quindi sono
una parte dello spazio. I punti la cui distanza da un punto fisso
razionale, costituiscono una parte dello spazio ; ci che separa questa
parte dello spazio dal rimanente spazio, cio il contorno di questo
gruppo di punti (attribuendo a queste parole il significato preciso
che hanno nella teoria dei gruppi di punti), lo spazio intero, in
vece di essere una superfcie.

118

GIUSEPPE PEANO

Spetta a Mbius 0) losservazione, che si possono dare super


ficie che hanno una sola faccia, od una sola banda ; vale a dire, per
usare termini dell7uso comune, se si colorisce la superficie, a partire
da un suo punto, con continuit, senza mai attraversare Porlo della
superficie, si finir per aver colorita tutta la superficie, da ambe le
parti di ogni punto di essa. Un esempio di siffatta superficie si forma
^
intagliando il rettangolo ABCD,
i r
--------------------e poi riunendo i lati AB e CD,
in guisa che C venga in A e B
in D . Una siffatta superficie non
pu costituire con altre superficie
B
C
comunque prese, il limite dun
solido.
Si vede cos che i concetti di solido, superficie, linea, in gene
rale, siano alquanto indeterminati j e per far vedere meglio questa
indeterminazione, gi altra volta, come esempio (2) diedi lespressione
analitica dun punto, che si muove con continuit col variare duna
variabile numerica, e tale che la linea descritta dal punto copre
lintero piano, e ogni arco di linea copre unarea piana j e indicai
pure lespressione analitica duna curva di cui ogni arco occupa un
volume.
Queste difficolt si evitano facilmente col non parlare di solido,
superficie, linea in generale, ma parlando solamente della retta, del
piano, della sfera,... cio di quelle linee, superficie e solidi che com
paiono effettivamente in Geometria elementare, lasciando alla mate
matica superiore lo studio di questi enti in generale.
Liberatici cos dai concetti inutili e mal determinati, lesame
dei concetti fondamentali di Geometria acquista notevole semplicit.

Geometria

di

Posizione .

La semplificazione diventa pi grande se anzitutto ci occupiamo


solo di quel gruppo di proposizioni in cui non comparisce lidea del
moto, e quindi nemmeno quella di lunghezza o di altre grandezze
geometriche i questo gruppo di proposizioni costituisce la Geometria
di Posizione.
(*) M nseitige Polyder. Gesammelte Werke, II Band, pag. 519.
(*) S u r une oourbe ... Math. Ann. Bd. 36, pag. 157. Vedasi pare K i l l i n g ,
Orundlagen der Geometre, Paderborn, 1893, ove queste questioni sono profonda*
niente discasse.

SUI FONDAMENTI DELLA GEOMETRIA

119

Il Pasch, nel suo importante libro Vorlesungen ber neuere Geometrie (Leipzig, 1882) giunse a sviluppare la Geometria di Posizione
assumendo tre soli concetti primitivi, cio il punto , il segmento ret
tilineo e la porzione finita di piano. Ma il terzo di questi concetti
si pu ridurre ai precedenti assumendo per definizione del piano, o
duna sua parte, una delle ben note sue generazioni. Sicch, ammessi
i due concetti, di punto e di segmento rettilineo, si possono definire
tutti gli altri enti, e sviluppare tutta la Geometria di Posizione.
Invece di dire c un punto del segmento ab forse pi
comodo dire e giace fra a e b j sicch tutta la geometria consi
derata basa sul concetto di punto, e sulla relazione fra tre punti
a , b , c espressa dalla frase c giace fra a e b . Questi concetti s
debbono ottenere collesperienza.
In seguito si far anche uso delle notazioni di logica matema
tica, e per indicare le due idee primitive, scriveremo
p invece di punto ,
c e ab invece di c giace fra a e &.
Un trattato di Geometria potrebbe cominciare con parole come
le seguenti :
Il punto si segna dagli agrimensori, sul terreno, con una pa lina o con una pietra (termine). Sulla carta, sul legno,... con un
segno fatto con un corpo terminato in punta. In agrimensura si
verifica che un punto c giace fra a e b , quando una persona, po sta in a , vede che loggetto c copre h. Dai disegnatori, fabbri, ...
per riconoscere questa relazione fra i tre punti si adopera lo stru mento detto rigo ; alcuna volta si usa una corda ben tesa... .
Premessi questi od altri consimili schiarimenti, od anche sop
pressili del tutto, bisogner determinare le propriet dellente non
definito p , e della relazione c e ab , mediante assiomi, o postulati.
Losservazione la pi elementare ci indica una lunga serie di pro
priet di questi enti j a noi non resta che a raccogliere queste co
gnizioni comuni, ordinarle, ed enunciare come postulati quell sole
che non si possono dedurre da altre pi semplici.
Nel mio opuscolo I principii di Geometria (3) pubblicai la
nalisi di queste proposizioni fondamentali, fatta colla logica matema
tica. I postulati ivi introdotti per trattare la geometria di posizione

(3) Torino, Bocca, 1889. Havvi qualche lieve diversit di notazioni fra le
formole di questo opuscolo, e le corrispondenti della presente nota.

120

GIUSEPPE PEANO

sono in numero di 17, ciascuno dei quali unaffermazione semplice.


I primi 11 coincidono in sostanza con quelli proposti dal Pasch.
Credo cosa utile il riportarli qui di seguito. I numeri dei postulati,
e tutte le citazioni si riferiscono al mio opuscolo anzidetto, che sar
indicato colla abbreviazione Geom. .

P o s t u l a t i I -V I I .

Post. I. Si pub segnare un punto .


p - = A.
Post. II. Segnato un punto a , possiamo segnare un nuovo
punto x , diverso da a .
a c p . o : a ? e p . a ? = #. = x a

Post. III. Fra due punti coincidenti non giace alcun punto.
a e p . o . aa =

Post. IY. Fra due punti distinti giacciono dei punti .


a , & e p , a - = &.D.fl&- = A.

Post. Y. Se il punto c giace fra a e b , esso giace pure fra


6 ed a ; ossia il segmento ba identico ad ab .
a yb e p . c e ab. . o . c e b a .

Post. VI. Il punto a non giace fra a e b ; ossia lestremo dun


segmento non interno al segmento stesso .
a } b e i > . Q . a e a b .

La relazione fondamentale fra tre punti a , b , e espressa dalla


frase b giace fra a e c , come enunciata, ha per soggetto il
punto intermedio b j noi vogliamo darle unaltra forma in guisa che
abbia per soggetto un estremo c. Perci porremo :
Definizione. Invece di dire che b sta fra a e c , diremo che o
sta sul raggio a'b .
a , 6 , c e p . o : c e a'b . = . b ea c .

(Geom. 2 P i)

La relazione b e ac si pu anche risolvere rispetto ad a , poich


(Post. V) basta scriverla sotto la forma b e c a , onde, per la defini
zione ora introdotta, a e c ' b .
Il raggio a'b adunque lombra del punto 6 rischiarato da a .
Invece di dire raggio a'b spesso diremo il prolungamento del

SUI FONDAMENTI DELLA GEOMETRIA

121

segmento ab dalla parte di b , ovvero pi semplicemente il pro


lungamento di ab . Il prolungamento di ba il raggio b ' a .
Post. VII. Dati due punti a e b distinti, esistono punti del
raggio a'b j ossia un segmento si pu prolungare da una qualunque
delle due parti .
a , 6 p . a = 6 . 0 . a'b =

I
postulati finora introdotti non esigono alcun schiarimento.
Essi lianno differente importanza, come si vedr in seguito, quando
saranno adoperati.

P o stulati

VIII-XI.

Losservazione comune ci indica molte altre propriet dei seg


menti e dei raggi. Eccone le principali.
1.

a , c e p . b e ac . i) . ac ab ^ t b u bc .

2.

b . ab n bc =

(Geom. 7 P4)
(Geom. 7 P35)

Dati due punti a e c , e un punto b fra essi, allora il seg


mento ac resta scomposto nel segmento a b , nel punto b e nel seg
mento bc ; i segmenti ab e bc non hanno alcun punto comune.
3.

a , b s p . c , d e ab , o . cd o ab .

(Geom. 7 P45)

Se i punti c e d appartengono al segmento a b , tutto il seg


mento cd giace in ab .

4.
5.

a , b s p . o . ab n a'b =

o . a'b

n b'a =

a .

(Geom. 6 P19)
(Geom.

P21)

Dati due punti a e b , il segmento ab ed un suo prolunga


mento non hanno alcun punto comune; e i due prolungamenti del
segmento ab non hanno alcun punto comune .
6.

7.

a , b , c e p . b e ac . o . a'c = b'c .

(Geom. 9 P3)

. o . a'b = bc u i c v b'c . (Geom. 8 P4)

Dati tre punti a , b , c se b giace fra a e c , allora i raggi a'c


e b'c coincidono ; e il raggio a'b consta del segmento b c , del punto
c , e del raggio b'c .
8.

a , b e p . c , d e a'b . o . cd o a'b .

(Geom. 8 PI4)

122

GIUSEPPE PEANO

Se c e d sono punti del raggio a ' b , lintero segmento cd giace


sul raggio a'b .
Analizzando queste proposizioni, si scorge anzitutto che esse
sono dei gruppi di affermazioni, e non delle affermazioni semplici.
Cos, nella tesi della prop. 1 si ha leguaglianza fra due classi ;
ora uneguaglianza a = b equivale allinsieme delle due proposizioni
a o b , b o a ; quindi la prop. 1 equivalente al sistema delle prop. 9
e 10 che seguono :
9.

a , c s p . b e ac . o . ab u t b ^ bc 0 ac .

10 .

. o , ac

ab u ih

kj bc

(Geom. 6 P5)
(Geom. 7 P3)

La proposizione 9 alla sua volta, in virt dell identit di logica a u b o c , = : a o c . b o c (Introduction au Formulaire, (*), 12,
prop. 4'), si scinde in tre proposizioni :
11.

a , c e p . b e ac . o . ab o ac .

12.

, o . i b o ac .

13.

. o .bcoao.

(Geom. 6 P3)
(Geom. 6 P4)

La 11, ove non si vogliano altri segni che i primitivi p , e


o e ab , diventa
a 7 c ej> . b s a c . o : d e ab . Od d e ac

o, importando lipotesi (Introd. 12 prop. 13)


a,ce]).beac.deab.D.d6ac

e cambiando lettere, cio leggendo b , c , d invece di d , b , c , onde


avere la corrispondenza fra lordine alfabetico delle lettere, e la suc
cessione dei punti, si avr
Post. V ili. a } d e - p . c e a d . b e a c , o . b e a d y
e siccome non sappiamo ridurre a forma pi semplice questa propo
sizione, n la sappiamo dedurre dalle precedenti, la assumeremo co
me postulato.
La prop. 12 si pub leggere b e a c . x = b . o , e a c , che uni
dentit logica.
La prop. 13 si ottiene dalla 11 scambiando a con c, ed osser
vando che ca a c , in virt del post. V. Sicch la prop. 13 con
seguenza dei postulati V ed V ili.
La prop. 10, ove tutto si esprima coi segni primitivi, e cam
biando lettere, diventa
O Trattasi del lavoro n. 66 (F 1894, F0), contenuto nel vol. II di queste
Opere scelte
U . C.

SUI FONDAMENTI DELLA GEOMETRIA

Post. IX.

123

a yd e i > ' b , c e a d ' O i b e a c . v . b = c . v . b e c d j

che assumeremo come postulato. Pertanto la prop. 1 ha dato luogo


a due nuovi postulati j e precisamente
Post Y . Post V i l i . Post IX . o . prop 1.
Nel postulato V ili al posto di d si legga b j si avr :
a , b e p . c s ab . b e ac . o . b e ab .

Ma, pel post. VI, b e b a , e quindi (post. V) b b ; onde la


tesi assurda j perci sar assurda lipotesi (Form. I, (*), \ 3 P13)
(Geom. 6 P18)

a,be'p.C6ab.beaC' = A

la quale conseguenza dei postulati V, VI e VIII. Questa propo


sizione si enuncia :
T e o r e m a . a s s u r d o c h e tr e p u n t i a , b , c s ia n o t a li c h e b
g ia c c ia fra a e c , e c fra a e b .
Esportando la prima parte dellipotesi di questo teorema, e ri
solvendo la terza rispetto a c , si avr :
a jb e p . o : c * ab . c e a'b

.=

0a

ossia (Introduction, 16 P2, e Formulario, I, 4 P3)


a , b e p . o : c s (ab n a 'b ) . = c a

da cui, eliminando il c (Introd., 16 P 5 ),


a , b e p . o . db n a'b =

(Geom. 6 P19)

cio
T e o r e m a . Dati due punti a e b , il segmento ab ed il suo
prolungamento dalla parte di b non hanno alcun punto comune .
Con uno scambio di lettere si ha che il segmento ab non ha nessun
punto comune col suo prolungamento dalla parte di a.
Se invece, nel teorema indicato con 6 P I 8 si risolvono le pro
posizioni rispetto ad a , esso assume la forma ;

b , c e p . a e b'c . a e c'b . =

onde, esportando come prima :


b

,c

ep

o : a e b'c . a e c'b . a a

(*) il lavoro n. 71 (F 1895, i \ )


queste Opere scelte
JJ. C,

contenuto (in estratto) nel vol. II di

1 21

GIUSEPPE PEANO

da cui eliminando a , collo stesso processo con cui si eliminato or


ora il c , si avr :
b

cep

o . b'c

c'b

e leggendo a e b al posto di b e c , si avr :


a , b e p . o . a'b n b'a = a ,

(Geom. 6 P21)

cio :
T e o r e m a . Dati due punti a e b , non solo, come gi si di
mostrato, il segmento ab non ha nessun punto comune coi suoi pro
lungamenti da ambe le parti, ma nemmeno questi prolungamenti
hanno alcun punto comune .
Cos le propriet espresse dalle proposizioni 4 e 5 sono conse
guenza dei postulati V, YI e V ili.
Si ha il seguente
T e o r e m a . Dati due punti a e d , se c sta fra a e d , e b
fra a e c , allora c sta fra b e d .

a , d e p . c e ad . b e ac . o . c e bd .

(Geom. 7 P5)

Infatti dalle ipotesi fatte, e dal post. V ili si trae b e ad .


Hp . o . b e ad .
Ora dalPipotesi b e ac , e dal post. VI, si deduce che b distinto
da c :
Hp . o . c = b .
DalPipotesi b e ac y e 6 P I 8 s trae :
Hp

. D .

o c ab .

Quindi si ha:
(a)

Hp . o . a , d

p . b , c e ad . e = b . c - e ab .

Ora il post. IX, ove si scambi b con c , e si trasportino due


parti dal secondo nel primo membro, diventa
(P)

a , d ] ) * b ) C e a d . c ab t c - = b . Q , c e b d .

Le (a) e ( fi) sono le premesse dun sillogismo, la cui conclusione


Hp . o ., c bd
che il teorema a dimostrarsi. Esso dipende dai post. V, VI, V ili, IX.
La propriet espressa dalla prop. 2 si pu enunciare
a , c e p . b e a c . d e a b . d e bc. = a ,
ed essa conseguenza dei postulati finora introdotti.

SUI FONDAMENTI DELLA GEOMETRIA

125

Invero, pel teorema ora dimostrato (Geom. 7 P5), si ha :


(a)

a , c e p . b e a c . d e ab . d . b e de ;

(post. V, VI, V ili, IX)

moltiplicando i due membri per d e bc si ha :


(|5)

a , c e p . b e ac . d e ab . d e bc . o . b e de . d e bc .

Ma una delle proposizioni gi dimostrate (Geom. 6 P18)


(y)

b , c y d e p . b e de . d e bc . =

(p ost.

V, YI, V ili)

da (P) e (y) si deduce il teorema a dimostrarsi, che conseguenza


dei postulati V, VI, V ili, IX. Anche la propriet espressa dalla
prop. 3 si pu dimostrare, e dedurre dai postulati III, V, V ili, IX.
T e o r e m a , Se sopra un segmento ab si prendono due punti e
e d , lintero segmento cd contenuto in ab . In simboli
ajbeji.Cydsab.o.edoab'

(Geom. 7 P45)

Infatti, nelle ipotesi enunciate, in virt del postulato IX, o d


sta fra a e e , o coincide con c , o giace fra c e b.
Ma, se d giace fra a e c , il segmento cd sar contenuto in ca ;
ma poich c giace fra a e b , il segmento ca sar contenuto in ab j
quindi cd sar contenuto in ab .
Se d coincide con c, il segmento cd nullo, e quindi conte
nuto in ogni classe.
Se d giace fra c e b , sar cd o bc ; ma be o ab) quindi cd o ab .
Dunque, qualunque sia la posizione dei punti o e <2 i n a i , sem
pre il segmento cd contenuto in ab.
In modo analogo si possono scomporre in proposizioni semplici
le propriet affermate dalle proposizioni C , 7 , 8 ; si trover un gruppo
di proposizioni fra cui due sole si debbono assumere come postulati,
e sono
Post. X. a j b e ] ) . c , d e a'b . 0 : c d . v . c e bd . v . d e bc .
S e c e d sono due punti del prolungamento di a b , allora o
essi coincidono, o e sta fra b e d , ovvero d sta fra J e c,

Post. XI. a j b , c , d ep .6 e ac . c b d . o . c e a d .
Se b sta fra a e c , e c fra & e d , allora c sta fra a e d .
Definizione della retta .

Finora si sono considerati semplicemente dei segmenti e dei


raggi. In pi modi si pu definire la retta illimitata. Si pu ad esempio porre :

GIUSEPPE PEANO

126

D e f i n i z i o n e . Essendo a e b due punti distinti, dicesi retta


determinata da a e da b la figura formata dal segmento a b , dai suoi
estremi a e b , e dai suoi prolungamenti a'b e b'a .

a \b e p. a = b . o . retta (a, b) = b 'a ^ i a ^ a b v i b v a ' b ,

(Geom. 9 P8)

Si osservi clie retta ( a , b) una classe di punti ; e la formola


c e retta ( a , b) si legger c un punto della retta ab .
Si ha immediatamente retta (a , b) = retta (b , a ) , poich scam
biando a con b , non si fa altro che permutare le parti della retta.
Se c un punto del segmento a b , sar retta ( a , b) = retta
( a , c ) Invero, dalle ipotesi fatte si avr
b'a = c'a . b ac v t c v cb . a'c = i w i i u a'b ;

sostituendo e raggruppando convenientemente le parti in cui


scomposta la retta a b , si forma la retta a c . Analogamente se c
un punto del raggio a'b , ovvero del raggio b ' a , sar sempre
retta (a,b) = retta (a,c) ; onde :
a,&ep.a-=&.Cfiretta(a,).c-=a.D.retta(a,&) = retta (a}c). (Geom. 9 P I 3)
Di qui risulta che una retta determinata da due suoi punti ;
e due rette aventi due punti comuni coincidono.
Tre punti diconsi collineari se giacciono su duna stessa retta.
La condizione affinch tre punti siano collineari che o due coin
cidano, ovvero che uno appartenga al segmento determinato dagli
altri due.
Il raggio, o semiretta a ' b , come si detto, il raggio che va
da b in direzione opposta di a . Nelluso comune si parla spesso
della semiretta che ha per origine a , e che contiene il punto b j la
indicheremo in seguito con semiretta ( a , 6), e per abbreviazione
Sr (a , b) ; sicch
a , b e p . a = b . o . Sr (a , b) = ab u i b u a'b .

Diremo complemento del raggio Sr (a , b) il raggio che va da a


in direzione opposta di b , cio porremo
Co Sr (a , b) = b'a .
Si avr
retta ( , b) = Sr (a , b) u t a ^ Co Sr (a , b) .
Sull*indipendenza dei postulati della retta.

Le proposizioni finora esaminate costituiscono una parte della


Geometria, che si potrebbe chiamare Geometria della retta. Lanalisi

SI FONDAMENTI DELLA GEOMETRIA

127

di queste proposizioni, e la loro scomposizione in postulati si deve


in sostanza al prof. M. Pasch. Havvi qualche diversit fra quanto
precede e le trattazioni del Pasch, come pu assicurarsi chiunque
esamini i due lavori ; per non credo di arrestarmi su queste leggiere
differenze.
La prima questione scientifica che si presenta si se le pro
posizioni assunte come postulati siano effettivamente indipendenti,
ovvero se si possano ridurre fra loro.
Un lavoro fu pubblicato su questo soggetto dal Dott. V a i l a t i ,
col titolo Sui prin cipi fondamentali della Geometria della retta (Ri
vista di Matematica, tomo II, pag. 71). Ivi PA. studia il sistema di
punti duna retta fissa considerati come seguentisi in un senso, sic
ch abbia un significato la frase : il punto b segue il punto a .
Mediante questa relazione fra due punti PA. esprime quella indicata
colla frase : il punto c giace fra a e 6 , e ne ricava tutte le pro
priet da tre proposizioni primitive. Ma questa riduzione non ap
plicabile ai punti dello spazio, poich la relazione fondamentale fra
tre punti, espressa dalla frase il punto c giace fra a e 6 non si
sa esprimere mediante una relazione fra due punti soli.
Si pu provare lindipendenza di alcuni postulati da altri, me
diante esempi. Gli esempi per provare lindipendenza dei postulati
si ottengono attribuendo ai segni non definiti, che qui sono il punto,
e la relazione fra tre punti espressa con c e ab , dei significati affatto
qualunque j e se si trova che i segni fondamentali, in questo nuovo
significato, soddisfino ad un gruppo di proposizioni primitive, e non
a tutte, si dedurr che queste non sono conseguenze necessarie di
quelle ; ossia che il secondo gruppo di proposizioni esprimono pro
priet dei punti e della relazione fondamentale c e ab che ancora non
erano espresse da quelle.
Quindi per provare lindipendenza di n postulati, bisognerebbe
portare n esempi di interpretazione dei segni non definiti (nel nostro
caso p , e c ab) ciascuno dei quali soddisfi a n 1 postulati, e non
al rimanente.
Siffatto complesso di esempi mi riusc possibile costrurre per
dimostrare lindipendenza delle propriet che si assunsero per ca
ratteristiche dei numeri interi (Vedasi il mio articolo Sul concetto di
numero (*), Rivista di matematica, t. I, pag. 87). Qui invece siamo
ben lungi dallavere completata questa prova.

(*) Trattasi del lavoro n. 37 (del 1891) di qnesto volarne.

U. C,

GIUSEPPE PEANO

128

Ecco alcuni esempi :


1. Se con p si intende numero positivo, Q (ovvero numero
reale q, o numero razionale positivo R , o numero razionale r), e
con c ab si intende clie c compreso fra a e b , cio c e a T b , esclusi gli estremi, sono verificati tutti i postulati dalll all11. Il
segno a 'b , se a > b , indica linsieme dei numeri minori di b , e se
a < b , linsieme dei numeri maggiori di b . La retta ab coincide col
sistema dei numeri considerati. Lo stesso avviene se si considerano
i punti duna curva aperta, i quali cio si possano mettere ordina
tamente in corrispondenza coi numeri precedenti.
2. Se con p si intende numero intero (positivo o negativo) n ,
e con c e ab si intende ancora che lintero c sia compreso fra a e 6,
sono verificati tutti i postulati precedenti, eccettuato il IV, poich
se a e b sono interi successivi, fra essi non compreso alcun nu
mero intero. Cos dimostrato che il post. IY non conseguenza
degli altri.
3. Se con p si intende linsieme dei numeri reali compresi
fra 0 e 1, compresi gli estremi, cio lintervallo 0 , e con c e ab s
intende sempre che c compreso fra a e b , saranno verificati tutti
i postulati precedenti, eccettuato il YII ; questo pertanto indipen
dente dagli altri.
4. Con p si intenda linsieme dei punti che stanno sulle tre
semirette aventi la stessa origine j con c e ab la frase c giace sul
# pi breve cammino che unisce i due punti a
/$
e b , questo cammino essendo fatto sulle serni/
rette date . Sono verificati tutti i postulati
/
precedenti, eccettuato il X j poich se a , fc, <?,
^ hanno la disposizione della figura, vero che
&
jV. b sta sul pi breve cammino fra a e c e fra

a e d , ma non ne risulta che c e d coincidano,


ovvero che c appartenga al segmento b d , ovvero d al segmento bc .
5. Se con p intendiamo numero intero positivo, N , e con
c e ab la relazione c un multiplo comune di a e di b , saranno

soddisfatti i postulati 1, 2, 4, 5, 8, 11 ,* se dicendo c un multiplo


di a , si esclude il caso c = a , vale a dire si intende ce(N + l ) x a ,
sar ancora vero il postulato 6; gli altri non sono verificati.

SUI FONDAMENTI DELLA GEOMETRIA

129

6. Se con p intendiamo i punti dello spazio ordinario, e con


e e ab intendiamo il punto c equidistante da a e da b , allora
ab rappresenta il piano perpendicolare alla retta da a a b , nel suo
punto medio, e a'c la superficie sferica di centro c e passante per
a . Sono verificati i postulati 1, 2, 4, 5, 6, 7, e non gli altri. Nel
postulato 6 per si deve supporre a = b .

7. Se con p intendiamo i punti dello spazio ordinario, e con


e e ab intendiamo langolo acb retto, e c distinto da a e da b ,
allora ab rappresenta la superfcie sferica di diametro ab , e a'c il
piano passante per c e perpendicolare alla retta a b . Sono verificati

i postulati dalll al 7, e non i successivi.


Cosi si pu continuare ; ma in questo istante noi possiamo so
lamente affermare che non si sanno scomporre le proposizioni as
sunte per postulati in altre pi. semplici j n si provata la loro
indipendenza.
Geometria del piano.

Scriveremo p2 invece della parola retta.


Essendo a , 2 , c dei punti, scriveremo (a , b , c) e Coll, o anche
a , b , c e Coll, per dire a , b , c sono punti collineari.
Post. XII r e p g . O e p . e r . - = x a .
Post. XIII. afacep^afac) Coll, d e bc.ee ad.o: feac.ee b f . = /A .
Post. XIV.

.fe a c .o : e a d .e e b f .- = e a .
Cio : Data una retta r , si pu segnare un punto x fuori di
essa .

Se a , b , c sono tre punti non collineari, e se d un punto


del segmento b c , ed e un punto di a d , allora esiste un punto /
appartenente al segmento a c , tale che e giaccia fra b ed / ; vale a
dire il segmento ac e il prolungamento di be hanno un punto comune.
Avendo a , b , c lo stesso significato, se d un punto di b c ,
ed / un punto di ac , esiste un punto e comune ai segmenti ad e b f .
Prima di procedere oltre, introdurremo alcune notazioni.
D e f i n i z i o n e . Se a un punto, e k una figura, o classe di
punti, con ak intendiamo linsieme dei punti che stanno sui seg
menti che vanno da a ai varii punti di k .
a e p . k Kp . o . a k = pn# e(y e k , x e ay.= y a ) . (Geom. 2 P3)

In conseguenza, essendo a , b , c dei punti non collineari, con


a{bc) si intende linsieme dei punti che stanno sui segmenti che uni
scono a ai varii punti di bc.
o

1 30

GIUSEPPE PAN

Questa definizione applicabile anche se tutti i punti conside


rati giacciono su duna retta. Cos a(ab) = ab (Geom. . 6 P16). La
scrittura a(a'b) rappresenta il raggio che ha per origine a e che
contiene b :
Sr (a , b) = aa'b .
Indipendentemente da ogni postulato geometrico sussistono le
proposizioni :
a e p . h , Te s Kp , k o le, o , ah o ak.

. o . a (h u le) = a h u ale .

(Geom. 3 PIO)
(Geom. 3 P13)

Date due figure h e fc, se la prima parte della seconda,


anche la proiezione della prima da un punto a contenuta nella
proiezione della seconda; e la proiezione della somma logica delle
due figure la somma logica delle proiezioni delle medesime .
Il postulato X III contiene nellipotesi la lettera d , che non
comparisce nella tesi. Quindi con un procedimento di logica (Intro
duction, 18 prop. 10), essa si pu trasformare in :
a,6,c c p . (ayb,c) - s Coll : d e bc,e e a d = a A :o: f e ac.e e &/.= / a.
Dati i punti non collineari a , b , o , se si pu determinare un
punto d appartenente al segmento b c , e tale che e sia un punto di
a d , allora si pu determinare un punto f di a c , tale che e sia un
punto di bf .
Ma, per la definizione precedente,
d e b e . e e ad . - = a A equivale a e s a (bc)

/ e ac . e e b f . - ==/

e e b (ac),

onde la proposizione precedente diventa :


a , b , c e p , ( a , b , c ) e Coll. e e a (bc). o . e s b (ac) .

Esportando le due prime parti dellipotesi, questa si trasforma in


a , &, c p , (a , &, c) - e Coll. o : e e a (bc) . o e . e e b (ac)
ovvero

. o . a (bc) o b (ac) .

Se in questa si scambiano a con b , si avr

. 0 . 6 (ac) o a (bc) .

Moltiplicandole logicamente membro a membro, si ha infine


a , 6 , c e p . ( a , 6 , c ) - Coll. o . a (bc) = b (ac)
cio :

(Geom, 10 PC)

SUI FONDAMENTI DELLA GEOMETRIA

131

T e o r e m a . Se a , b , c sono punti non collineari, il triangolo


che si ottiene proiettando da a il segmento bc coincide con quello
che si ottiene proiettando da b il segmento ac . Daltra parte (post.
V) si lia che bc cb , onde a (bc) = a (cb) . Scriviamo abc invece di
a (bc). Pertanto nella successione abc permesso di permutare il
primo punto col secondo, ed il secondo col terzo; onde permesso
di invertire comunque lordine dei vertici del triangolo.
T e o r e m a . D a t i tr e p u n t i n o n c o llin e a r i a , b , c , e p r e s o fra
ab u n p u n to p , e s u ac u n p u n t o q , t u t t o il s e g m e n t o pq a p p a r
t ie n e a l tr ia n g o lo abc .

a , b , c p - Coll. p e ab . q e ac . o . pq o abc .

(Geom. 10 PIO)

Infatti, poich q e a c , ne risulta p q o p a c , per la definizione di


p (ac ). Ma pac = cap , pel teorema precedente.
Dall'ipotesi p e ab , e dal postulato V ili si ricava ap o ab ; onde
cap o cab . Infine si ha cab = abc .
Dunque pq o pac . pac cap , cap o cab . cab = abc ; da cui p q o a b c ,
La proposizione precedente sussiste pure se a , b , c sono colli
neari^ purch a non appartenga al segmento b c .
D e f i n i z i o n e . Una figura k dicesi convessa , se il segmento che
unisce due punti di essa tutto contenuto in essa .
7c 8 Conv . = : k e Kp : x , y e k . ox, y . xy o k .

(Geom. 2 P14)

Senza bisogno di postulati geometrici si dimostrano le seguenti


proposizioni :
T e o r e m a . La figura comune a due figure convesse una fi
gura convessa .
h , k e Conv . p . h n k e Conv .

(Geom. 3 P31)

T e o r e m a . Se a , b , c sono punti duna figura convessa, il


triangolo abc tutto contenuto in essa; e se a , b , c , d sono quat
tro punti duna figura convessa, il tetraedro abcd fa parte di essa .

k 8 Conv . a , 6, c e k . o . abc o k .

, a , b , c , d e k . o . abcd o k .

(Geom. 3 P33)
(

34)

Alcune proposizioni gi enunciate nella Geometria della retta,


introducendo il concetto di figure convesse, si semplificano. Cos
abbiamo :
Il segmento compreso fra due punti a e & una figura con
vessa; come pure lo stesso segmento cui si aggiunga un estremo,
o tutti e due. Un raggio una figura convessa, anche se gli si
aggiunge lorigine. Ogni retta una figura convessa .

132

GIUSEPPE PEANO

a , b e p . o . ab, ab v i a , ab u La u t be Conv. (Geom. 7 P46,47,48)

a'b , a'b ^ tb e Conv .


(Geom. 8 P I 5, 16)

retta (a , b) e Conv .
(Geom. 9 P17)

Ritornando alla Geometria del piano, lultimo teorema dimostrato


si trasforma in questaltro:
T e o r e m a . Se si proietta una figura convessa le da un punto a
fuori di essa, la figura risultante alt pure convessa .
h e Conv . a e p . e le . o . ale e Conv .

(Geom. 10 P13)

Ne risulta che un triangolo a b e , ove a e b e , figura convessa.


T e o r e m a . Dati tre punti a , &, c non collineari, se p un
punto del triangolo a b e , allora questo triangolo resta scomposto nel
punto p , nei segmenti p a , pb , p c , e nei triangoli pah , p b c , pea .
a , b , c e p - Coll. p e abe*o.abc=ip u p a v p b u p c upab upbc v p e a .

(Geom. 10 P26)
Infatti per definizione, se ]) e a b e , esiste un punto d di b c ,
tale che p s ad .
Ora se d e bc , sar bc = bd v t d u de ; onde proiettando,
abe = abd ^ ad v adc .

E se p un ad , sar ad = ap ^ tp v p d ; onde abd = bad = bap u


bp v bpd , e adc = cad = cap u cp u cpd . Sostituendo nellespres
sione di abe si avr questo triangolo scomposto in parti nel modo
indicato.
T e o r e m a . Presi nellinterno del triangolo abe due punti di
stinti p e q , il raggio p 'q incontra il perimetro del triangolo .

a,&,cep-Coll4>,ge abc.p - = q .o .p 'q n (t a u a b u ib u bc u ic u c)-= A .


(Geom. 10P27)
Infatti, poich p e abe , sar, pel teorema precedente,
abc = t p u p a wpah

pb u pbc j?c u jjca

e poich q e abe , e - = p , sar


q e p a u pah v p b v pbc u p c w
cio
j ej j j t f l uaf t ui i wJ owt cucf l ) ,

Ci significa che g sta su qualche raggio che da p proietta il


perimetro del triangolo. Ci equivale alla proposizione a dimostrarsi.
D e f i n i z i o n e . Dato un punto a ed una figura Jc, con a'ic
intendiamo la figura descritta dal raggio a 'y , ove y coincida suc
cessivamente con tutti i punti della figura le , cio lombra di le

SUI FONDAMENTI DELLA GEOMETRIA

133

illuminata da a :
a e p. k e Kp. o. a 'k p n x e (y e le. x e a'y.- ==y a) . (Geom. 2 P4)

In conseguenza, essendo a , b , c tre punti non collineari, a'bc


rappresenta la figura descritta da a ' y , ove y percorra il segmento
bei essa limitata dal segmento bc e dai due raggi a'b e a ' e . La
scrittura a'b'c , cio a'(b'c ) rappresenta Vangolo limitato dai raggi
a'c e b'c . Se r una retta non passante per a , a 'r rappresenta il
semipiano limitato dalla retta r , e che non contiene a .
Indipendentemente da ogni postulato geometrico sussistono le
proposizioni :
p . h , k 8 Kp . li o k . o . a'h o a ' k .

, o . a' (A u &) = a'h v a'k .

(Geom. 3 P II)
(

P14)

Ricorrendo al postulato XIV s dimostra


Teorema. Se h una figura convessa, e se un punto non
appartenente ad l i , allora la figura a'h convessa; come pure la
h u a'h ; come pure la ah u f tu a'h (Geom. 11 P6, 7, 8).
Dati tre punti non collineari a , b , o , con piano (a , b , c) si
pu indicare per definizione, la figura costituita dai tre punti a , b , c ,
dai segmenti ab , ao , bc , dai loro prolungamenti
, fc'a , a'c ,
c'a , bfc ,
, dal triangolo fa , dalle tre figure a'bc , b'ca , c'aft,
e dagli angoli a'b'c , b'c'a , c ' a 'b ,
Teorema. Il piano ,( , b , c) non si altera se al posto di
a , b , c si mettono tre punti qualunque non collineari d , e , / del
piano stesso , ossia
, &, c e p Coll . d } e , f e piano (a , b , c) . d , e , / - s

piano (a , b , c) = piano (d , e , / )

Coll f o

(Geom. 11 P23)

Daremo un cenno della dimostrazione di questa proposizione,


rimandando per lo sviluppo completo allopuscolo menzionato.
Supponiamo anzitutto che, essendo a , b , c non collineari, d sia
un punto di bc . Allora, dalla Geometria della retta, risulta
( 1)

bc = bd u id u d e .

Proiettando si ha:
(2)

abc abd u ad u adc

(3)

a'bc = a'bd u a'd u a'de

(4)

b'c'a = 'd'a u d'a u d'c'a .

GIUSEPPE PEANO

134

Si ha
(5)

d'b = c'b

da cui
(6)

a'd'b = a'c'b .

Si iia, sempre dalla Geometria della retta,


(7)

b'd = de

sj

i c v b'c

da cui
(8)

a'b'd = a'de u a'c v a'b'c .

Ricorrendo ai due postulati XIII e XIV si dimostra che


(9)

b'ad adc u ac v b'ac .

(Geom. 11 P15)

Trasformando convenientemente questa, si ha:


(10)

d'ab = c'ab u c'a w c'd'a .

(Geom. 11 P16)

Le prop. (1) ... (10) dicono che le diverse parti costituenti il


piano (a , b , c) , convenientemente raggruppate, formano il piano
(a , b , d) , cio
(11)

d e bc . o . piano (a , 6 , c) = piano (a , 6 , <Z).

(Geom. 11 P17)

Si scambi nella (11) c con d e si ricordi che se d e bc , dire


che a , b , c non sono collineari, equivale a dire che non lo sono
a f b , d . Essa diventa:
c

. o . piano (a y by d) = piano (a , b , c)

ovvero
(12)

d e b'c . o . piano (a , 6 , c) = piano (a , b } d ) ,

Scambiando in questa b con c , si ha:


d e c'b . o . piano ( a , c , 6) = piano (a , o , d) .

Ora piano (a , c , b) = piano (a , b , c) , dalla definizione del


piano; essendo poi b fra a e c , per la 11, piano (a , c , d) = piano
(,&,(*)} dunque
(13)

d e c'b . o . piano ( a , , c) = piano (a , &, d ) .

Le prop. '(H)y (12), (13) dicono che se si prende il punto d sul


segmento b c , o su uno qualunque dei suoi prolungamenti 6'c o c'&,
sempre i due piani coincidono. Quindi, comunque si prenda d sulla
retta b c , purch distinto da b , sempre i piani abe ed abd coincidono.
(14)

dcretta(&,c).<Z-=&.c>.piano(tt,&,c)=piano(a,&,d). (Geom. 11 P18)

135

SUI FONDAMENTI DELLA GEOMETRIA

Ne risulta
(15)

d e abc . o . piano (a , b , c) = piano (a , b , d ) .

Infatti, dallipotesi si deduce che esiste un punto p tale che p e b c .


d s ap , Quindi per la (11) piano (a , b , c) piano {a , b , p ) , e
piano {a f b , p ) = piano ( &, &, ).
(1G)

d s a'bc . o . piano {a , b , e) = piano (a , b , d ) .

Infatti esister un punto ^ tale che p e b c , d e a ' p ; per la (11) sar


piano (,6,c) = piano (<,&,), per la (12), piano (afi^p) = piano (,&,d).
(17)

d e a'b'c . . piano (a , 6 , o) = piano (a , b , d ) .

Di qui si deduce che qualunque sia il punto d del piano , 6, c, pur


ch non collineare con e b, sar sempre piano (,6,c)=piano(a,&,d).
Se ora e un nuovo punto del piano, non collineare con a , b , d ,
sar piano [a , b f d) piano (a , d , e) ; ed infine se / un punto
non collineare con d ed e , sar piano (a , d , e) = piano ( <?, , / );
quindi piano (a , b , c) = piano (d , e , / ) .
D e f i n i z i o n e . Quattro punti diconsi complanari (per abbre
viazione Cmp.) se giacciono in un medesimo piano .
Risulta dalle cose dette che la condizione necessaria e sufficiente
affinch quattro punti siano complanari o che tre di essi siano
collineari, ovvero che uno di essi sia interno al triangolo determinato
dagli altri tre, ovvero che i segmenti di una delle coppie che si
ottengono unendo a due a due i punti dati si incontrino:
a , b , c , d e Cmp . = : a , b , c e Coll. u . a , b , d

a , b , c , dej > .Q

e Coll. u . a , c , de Coll. u . b , c , d e Coll. ^ . a e bcd . <j . b e a cd .


u . c abd . u . d e abc . u . ab n c d ^ a . u -ac n b d - = A . ^ .a d
n bc - =

(Geom.

11

P 28)

T e o r e m a . Se la retta r ha comune col piano p due punti a


e b distinti, lintera retta r giace nel piano p (Geom. 11 P29).
Infatti, se c un punto del piano p non collineare con a e b ,
il piano p coincide col piano determinato dai tre punti a , b , c .
Ma il piano a f b , c , per definizione, contiene la retta ab , cio
la retta r j dunque la retta r giace nel piano p .
Data una retta r , ed un punto a fuori di essa, si ha a consi
derare la figura a'r che dicesi un semipiano; e la figura r'ra che
pure un semipiano. Porremo

Sp (r , a) = r'ra
Co Sp (r , a) = a'r .

GIUSEPPE PEANO

136

Si ha
r p2.ap.a-e>\&eSp(r,a).o.Sp(r,<i)=Sp(r,&)

(Geom. 11 P35)

.o.Co Sp(r,a)=Co Sp (r}b)

.b e Co Sp(r,a) .o.Sp(r,b)=Co Sp(r,a)

.o.piano(r,a ) = r u Sp(r,a) wCo Sp(r,a).

P33)

P34)

Geometria solida .

Post. XY. Dato un piano h , si pu segnare un punto a


fuori di esso.
Scriveremo p3 invece del termine p ia n o ; sicch
ftep3 . o : a p . e ft. = a A .

Dati i punti non complanari a , &, e , d , ha significato la


scrittura a (bcd) , che indicheremo pi brevemente con abcd , e che
il tetraedro luogo dei segmenti che vanno da a ai varii punti del
triangolo bcd .
T e o r e m a I. Se a , b , c , d sono punti non complanari, i
tetraedri abcd e bacd coincidono .
a , b , c , d e p Comp . o . abcd = bacd .

(1)

Infatti, per definizione di abcd si ha:


x e abcd . = : y e bcd . x e ay .

cio, dire che a? un punto del tetraedro, equivale a dire che si


pu prendere un punto y della base bcd tale che x eia un punto
del segmento a y . Ma per definizione del triangolo bcd si ha
y e bcd . = : z e c d . y e bz . =* a .

Sostituendo si ha :
(2)

x e abcd . =

z e cd . y e bz . -

a : x e ay : = y a

cio, dire che ap un punto del tetraedro, equivale a dire che si pu


determinare y in guisa che si pu determinare un punto z del seg
mento cd tale che y stia fra b e z , e che y sia tale che x stia fra
a ed y , Il secondo membro di questeguaglianza si trasforma, ser
vendoci dellidentit 5 del 18 dell Introduction, in
x e abcd . = : z e cd . y e bz . x e ay . = tft0 a

cio, se a? un punto del tetraedro, s possono determinare i due


punti y e z in guisa che z appartenga a cd , y a b z , e x ad ay .

137

SUI FONDAMENTI DELLA GEOMETRIA

Questa proposizione, colla stessa identit logica si trasforma in


(3)

x e abcd . = . \ z e cd : y e bz . x e ay . -

A : = BA

cio, dire che a? un punto del tetraedro, equivale a dire che si


pu determinare un punto z di cd in guisa che si possa determinare
un punto y del segmento bz tale che x giaccia fra a ed y . Ma si
ha, per la definizione del triangolo
yebz .x e a y .

A:=

. xeabz ;

perci lultima eguaglianza si trasforma in


(4)

x e abcd . =

*. z s cd . x e abz . - = , a

la quale si ottenuta dalla prima, cio dalla definizione, con pure


trasformazioni logiche. Ora poich a , b , z non sono collineari, dal
postulato XIIX si dedotto abz = baz j onde
(5)

x s abcd . = : z e cd . x e baz , - = 8 A .

Se nella (4) scambiamo a con b si ha :


(6)

x e bacd . = : z cd . x e baz . - g A .

I secondi membri della (5) e (6) essendo uguali, deduciamo


(7)

x e abcd , . x e bacd ,

donde, operando con x e sui due membri, si ha la formula a dimo


strarsi.
II lettore pu dimostrare facilmente le proposizioni che seguono :
II. Se e un punto interno al tetraedro a b c d , questo tetra
edro viene scomposto nel punto e, nei quattro segmenti che vanno
da e ai vertici del tetraedro, nei sei triangoli e a b , ... formati da e
cogli spigoli del tetraedro, e nei quattro tetraedri di vertice e e di
base le faccie del tetraedro dato .
III. Il prolungamento dun segmento contenuto in un tetra
edro incontra sempre la sua superficie .
IV. a , 6 , c , d e p Comp . e e bcd , f e ad . q . ae n bcf - = a .
Dimostreremo ancora il seguente
T e o r e m a V. Se in un piano q sono contenute due rette ab
e c d , e se e un punto fuori del piano q , i piani eab e ecd hanno
comune una retta :
q e p Q. a , b y C ^ d e q . a = & . c - = d . e e p . e - e q . o i r e p 2 .
r o p ia n o ( e , a , b) . r o p ia n o (e , c , d ) . = r a . (G eom . p a g . 38) (*)

(") Nota al $ 12 del lavoro n. 18.

U. C.

138

GIUSEPPE PEANO

Infatti, poich i punti a , b , c , d sono complanari, o tre di


essi sono collineari, o uno di essi interno al triangolo determinato
dagli altri tre, o si incontrano i segmenti ab e c d , ovvero ac e bd,
ovvero ad e bc. (Geom. 11 P28)
Se a , b , c sono collineari, allora la retta ec giace nei due
piani dati.
Se a interno al triangolo b c d , ci vuol dire che il raggio b'a
e il segmento cd si incontrano in un punto / , e la retta e f giace
nei due piani dati.
Se i segmenti ab e cd si incontrano in un punto / , la retta ef
giace nei due piani.
In tutti questi casi semplicissimi cosi dimostrato il teorema,
ed anzi determinata la retta cercata mediante il suo punto din
contro col piano q . Rimangono a considerarsi gli ultimi due casi,
in cui o ac incontra b d , o ad incontra bc ; i quali si riducono luno
allaltro collo scambio delle lettere c e d . Se le rette ab e c d , che
giacciono in uno stesso piano, si incontrassero, la dimostrazione si
pu dare come le precedenti ; ma in quanto segue non faremo al
cuna ipotesi sullincontrarsi o meno delle rette indefinite. Si badi
incidentalmente che non abbiamo ancora parlato delle parallele con
dotte da un punto ad una retta, e non sappiamo se ne esista una
o pi.
Supponiamo adunque che i punti a , b , c , d siano tali che
esista un punto h comune ai segmenti ad e b c , cio h e a d . h e ho.
Si prenda sul prolungamento di ae un punto m , sicch sia
m e a ' e , cosa possibile pel postulato VII.
Poich i punti m , a , d non sono collineari, e un punto di
m a , ed h un punto di a d , ne risulta, pel postulato XIV, che esiste
un punto n appartenente ai segmenti ed ed mh .
Poich i punti m , b , c non sono collineari, ed k un punto
di bc f ed n un punto di m h , esister (postulato XIII) un p u n to /
giacente su m b , e tale che n giaccia su c/. Dico che la retta ef
la retta cercata.
Infatti, poich e m a , si ha piano (e , a , b) = piano (m , a , 6).
Ma / un punto di mb j dunque / appartiene al piano (e , a , b) .
E poich n un punto di e d , ed / un punto di c 'n , sar / un
punto del piano (c , e , d) .
Dunque il punto / giace nei due piani eab ed e c d , e la retta
e f giacer pure nei medesimi.
Se le rette ab e cd si incontrano effettivamente in un punto

SUI FONDAMENTI DELLA GEOMETRIA

139

questo sar un punto della retta e f j e cos si ritrova il teorema


di Desargues sui triangoli omologici, che si pu enunciare :
Se fra i dieci punti e , a , 6 , c , d , h , m , n , / , x } di cui i primi
quattro non sono complanari, passano nove fra le relazioni :
h e a d . he b c . e e am . n e ed . n e mh . / e mb . n e c f . a e xb . c e xd . e e x f y
passer pure la rimanente.
Di questi dieci punti uno comparisce nelle dieci relazioni, tre
volte come interno ; due punti compaiono ciascuno due volte come
interni, ed una come estremi del segmento ; tre punti compaiono
ciascuno una volta come interni, e due come estremi ; quattro punti
compaiono sempre come estremi.
Dicesi che tre rette, non giacenti tutte in un stesso piano,
appartengono ad una stessa stella, se a due a due sono complanari.
Se due di esse si incontrano, allora anche la terza passa pel loro
punto dintersezione. La costruzione precedente permette di condurre
la retta passante pel punto e , e appartenente alla stella determinata
dalle due rette ab e c d .
Si dimostra il teorema dei triangoli omologici anche per punti
di un piano ; la costruzione precedente risolve il problema di unire
il punto e col punto inaccessibile dincontro di due rette date, e la
figura tutta contenuta nel foglio del disegno, se questo rettan
golare o almeno convesso.
Il teorema dei triangoli omologici, nel piano, per conseguenza
del postulato XV, e quindi un teorema di Geometria solida. Che
esso non sia conseguenza dei postulati precedenti, risulta da ci
che se per p intendiamo i punti di una superficie, e con c e ab in
tendiamo di dire che il punto c sta sullarco di geodetica che unisce
i punti a e b , allora sono verificati tutti i postulati dallI al XIV,
e non sussiste sempre la proposizione sui triangoli omologici. Questa
proposizione continua per a valere per le superficie a curvatura
costante.
Arrivati al teorema di Desargues, si pu continuare senzaltro
lo studio della Geometria di posizione, i cui principii sono cos
analizzati. Ora si possono introdurre, mediante definizioni, i punti
improprii o ideali, ecc. seguendo per es. il Pasch, nella sua opera
citata.
Si dimostrato il teorema V, il quale afferma che i piani che
congiungono due rette giacenti in uno stesso piano con un punto
fuori di questo piano, si incontrano secondo una retta. Per affer
mare che due piani qualunque, aventi un punto comune, hanno di
comune una retta, occorre un nuovo postulato :

140

GIUSEPPE PEANO

Postulato XVI. Dato un piano p , ed un punto a fuori di


esso, e preso un punto b sul prolungamento duno dei segmenti
che vanno da a a qualche punto di p , allora comunque si prenda
il punto x dello spazio, o esso giace nel piano p , o il segmento ax
incontra il piano p , o il segmento bx incontra il piano p :
p3. a ep .a ep .b a' p . x e p . o i x s p . u . a x n p - =

. u .bxn p - a .

Solo dopo questo postulato si pu parlare delle due bande del


piano.
La scrittura a'p rappresenta il semispazio limitato dal piano
p , dalla parte opposta del punto a .
E arrivati al semispazio, facile lo scorgere che cosa si inten
da colla parola spazio . Lo spazio il luogo dei punti, o linsieme
di tutti i punti, o la classe dei punti . Questa frase si traduce in
simboli con spazio = punto , bench nella lingua nostra i due
termini, spazio e punto, soddisfino a regole grammaticali distinte,
come i termini uomo e umanit , soldato ed esercito , ecc. j in
questi esempi, ed in analoghi, c nella lingua nostra una doppia
nomenclatura j un termine (punto, soldato, ecc.) usato specialmente
come attributo ; laltro termine (spazio, esercito,...) come soggetto.
In alcune ricerche successive occorre il postulato detto della
continuit della retta. Si pu enunciare sotto la forma :
Post. XVII. Data una figura convessa A, un punto a appar
tenente ad essa, ed un punto b fuori di essa, si pu determinare
un punto x interno al segmento a b , o coincidente con uno dei suoi
estremi a , b , tale che il segmento ax appartenga alla figura A, e
il segmento xb sia tutto fuori di A :
Ae Conv.a,& ep.ae A. 6 eh . o i x e a b u t a ^ t b . a x o h . b x o A. - = * A.
Esso si pu pure enunciare sotto la forma
a , b e p . A Kp . J c ~ = A ' J c Q a b . Q . t x e a u i b J c r \ x b = A i y e
a x . oy . A n yb - = a : - = * A .

Dati due punti a e b , e una classe A di punti, classe effetti


vamente esistente, e contenuta nel segmento a b , allora si pu de
terminare un punto x appartenente al segmento a b , o coincidente
con b j tale che nessun punto della classe A appartenga al segmento
x b , ma tale che comunque si prenda il punto y fra a ed a?, sempre
esistono punti della classe A compresi fra y e b .
Per ricavare la seconda forma dalla prima, basta porre A=
ale u i a , cio chiamisi h la figura che si ottiene proiettando da a
i varii punti di A, cui si aggiunga il punto a . Sar A una figura

SUI FONDAMENTI DELLA GEOMETRIA

141

convessa, contenente il punto a , e non contenente b ; quindi, appli


cando il postulato XVII, si deduce la prop. a dimostrarsi. (*)
E prima di abbandonare questo soggetto, sar ancora utile
unosservazione sulla natura pratica, o sperimentale dei postulati.
Certo permesso a chiunque di premettere quelle ipotesi che vuole,
e lo sviluppare le conseguenze logiche contenute in quelle ipotesi.
Ma affinch questo lavoro meriti il nome di Geometria, bisogna che
quelle ipotesi o postulati esprimano il risultato delle osservazioni
pi semplici ed elementari delle figure fisiche. La Geometria di po
sizione, o proiettiva, poi, una parte della Geometria generale j
quindi i suoi postulati si debbono trovare fra quelli assunti per
la Geometria generale.
In conseguenza, sotto il punto di vista pratico, non parmi lecito
lassumere ad es. come postulato su cui fondare la Geometria pro
iettiva il seguente :
Due rette giacenti in uno stesso piano hanno sempre un
punto comune , poich questa proposizione non si verifica collos
servazione, ed anzi in contraddizione coi teoremi di Euclide.
La Geometria proiettiva parte dai postulati della Geometria
elementare, e, con opportune definizioni , introduce nuovi enti, detti
punti ideali (sia nella Geometria Euclidea, che nella non Euclidea),
e ne risulta cos che i nuovi enti ottenuti soddisfano alle proposi
zioni precedenti.
Sulle figure congruenti .

Analizzati cos i principii di quella parte della geometria che


la Geometria di posizione, il nostro lavoro non sarebbe completo
se non dicessimo qualche parola dei fondamenti della Geometria
metrica, in cui comparisce il concetto di figure eguali , o sovrappo
nibili , o, come diremo abitualmente, congruenti, e quindi il concetto
della sovrapposizione, o trasporto, o moto duna figura.
Noi vediamo, nel mondo fisico, dei corpi rigidi a muoversi col
variare del tempo. Possiamo studiare la successione delle infinite
posizioni che assume il corpo j ovvero possiamo limitarci ad esami
nare i rapporti fra due posizioni della figura, la prima e lultima,
senza occuparci delle posizioni intermedie assunte dal corpo nel

(*) Sul postulato della continuit, nelle varie forme di P eano, cfr. : U.
Cassina, E lem enti della teoHa degli in siem i , I, Period. mat. , (4), 33 (1955), pp,
193-214, $ 5.

V . C,

142

Gi u s e p p e p e a n

passare dalPuna allaltra. Questo solo studio particolare fatto da


Euclide, e si pu considerare come studio geometrico. Il primo stu
dio, pi generale e molto pi complicato, fa parte della Cinematica,
e si pu escludere dalla Geometria. Quindi mi pare conveniente di
escludere da un libro di geometria elementare le seguenti proposi
zioni e simili :
Un punto movendosi descrive una linea .
Un punto che percorra la retta, non pu passare dalPuna
banda allopposta di un punto fisso m di questa retta senza coinci
dere una volta con esso .
Mettendoci adunque dal primo punto di vista, se m un moto,
ed a un punto dello spazio, risulta determinato un nuovo punto,
che indicheremo con m a , e che si chiama la nuova posizione che
ha il punto a dopo il moto m . Quindi il moto una trasforma
zione di punti in punti ; in simboli : moto D p f p .
Invece di parlare del moto, si pu parlare, come chiaro, di
figure eguali ; il moto m allora la corrispondenza per cui, dato
un punto a della prima figura, risulta determinato Pomologo ma
della seconda.
Lanalisi del concetto di moto, e la determinazione dei postulati
fondamentali, si pu fare seguendo la solita va. Si scrivano tutte
le propriet che risultano dalPosservazione del moto fisico. Si scin
dano queste proposizioni in tante affermazioni semplici ; e poi si
esamini quali di queste affermazioni sono gi implicitamente conte
nute nelle rimanenti. Procedendo avanti in questo esame, finch
sar possibile, troveremo un gruppo di proposizioni esprimenti ve
rit irreduttibili fra loro, e che costituiscono i postulati del moto.
Il Pasch, a pag. 101 della sua neuere Geometrie , pi volte men
zionata, stabilisce dieci postulati sul moto. Indichiamo col segno ^
la congruenza delle due figure fra cui sta quel segno ; con ( a , b) ,
(a , b , c) ecc. la figura composta dei punti a e 6 , a , e c , ... I
postulati del Pasch sono :
1. a f b e p . d . {a , b) ^ (b , a)
cio un segmento ab si pu trasportare in modo che a coincida
con b , e b con a . Questo postulato dice che ogni segmento si pu
rovesciare.
2. a , b yc s p ^ C o \ \ t o : b i eST(a ,6). (a,&t) 2 (a , e ) . - = 6| A .
Dati tre punti a , b , c non collineari, si pu portare il raggio
ac su ab ; ed il punto c verr ad assumere una posizione bt sul
raggio ab , tale che dbi sia congruente ad a c .

143

SI FONDAMENTI DELLA GEOMETRIA

3.

a jb ,c ,

, bj j ct p . (a , b , c) * (a1,

. c e ab . o . ci e at bt .

Date due terne di punti a , b , c , e


, 64 , c4 , se le figure
(a , b , c) e
Cj) sono congruenti, e se c giace nei segmento
fra a e 6, anche ct giace fra d4 e 6,.
4. Se il punto ct giace fra a e 6 , e si prolunga il segmento
aOj del segmento c1cg congruente ad acx, e questo dun nuovo seg
mento cgc3 eguale ai precedenti, e cos via, si arriver sempre ad
un segmento c cn+i che conterr il punto b ,
5. Se nella figura abc i segmenti ac e bc sono congruenti,
anche le figure abc e bac sono congruenti : a,6,cep.ac^ b c . o.(a,6,c) ^
{ b , a, c). In conseguenza langolo abc si pu rovesciare.
6. Se due figure sono congruenti, anche le parti omologhe
sono congruenti.
7. Due figure congruenti ad una'terza sono congruenti fra loro.
8. Date due figure congruenti a e /5, e preso un punto x ,
si pu determinare un punto y in guisa che la figura che si ottiene
unendo alla figura a il punto x sia congruente colla figura otte
nuta aggiungendo alla /? il punto y .
9. Dato un triangolo f g h , ed un segmento ab congruente ad
f g , ed un semipiano limitato dalla retta a b , si pu in questo semi
piano determinare uno ed un sol punto c , tale che il triangolo abc
sia congruente ad f g l i .
10. Se a , b , c , d sono punti non complanari, ed e un punto
diverso da d , le figure abcd ed abce non sono congruenti.
Accenneremo qui ad una nuova via per trattare del moto, con
siderandolo come una speciale affinit.
A ffinit.

Dicesi affinit (abbreviato in Aff), ogni corrispondenza m fra


punto e punto dello spazio, tale che se il punto c giace fra a e 6,
anche fra i loro corrispondenti me, ma ed mb passi la stessa relazione.
1.

Aff = ( p f p ) o m e [ a , h p . c f l & . oai&l0 . me e (ma) (r&)].

GIUSEPPE PEANO

144

Ne risulta
2.

m e Aff. a , b p . a - = b . o . ma - = m b .

Se m unaffinit, a due punti distinti a e 6 corrispondono


due punti ma ed mb pure distinti . Invero se a e b sono distinti,
si potr determinare un punto c compreso fra essi (post. IY) ; quindi
per def. dellAff, anche me sar compreso fra ma ed mb , e quindi
(post. Ili) ma ed mb sono distinti.
3.

m e Aff. a , b e p . c e a' b . o . me e [ma)' ( mb) .

Se il punto c sta sul prolungamento di ab , anche me sta sul


prolungamento di (ma) (mb) . Questa proposizione si ottiene dalla
definizione dellaffinit, scambiando b con e .
A tre punti collineari corrispondono, nellaffinit, punti colli
neari; a punti complanari, punti complanari.

4.

m e A ff. a , b , o e p Coll . D . ma , mb , me e Coll .

5.

. a , 6 , c e p . e abe . o . md e (ma) (mb) (me) .

6.

. a , b , o , d e p . e e abcd . o . me e (ma) (mb) (me) (md) .

7.

m , n e Aff , o . mn e Aff .

Cio se m , n sono due affinit, anche il loro prodotto unaf


finit, vale a dire se di una figura si fa la figura affine collaffinit
n , e di questa si fa la figura affine collaffinit m , allora la terza
figura pure affine alla prima.
Fra le corrispondenze pure a considerarsi 1Hdentit, per cui
ad ogni ente si fa corrispondere s stesso. Indichiamola con co ,
cio poniamo, qualunque sia a ,
cd a = a .
Si avr che lidentit pure unaffinit, ossia
8.

co e Aff.

Se m unaffinit, ogni punto del segmento ab ha per corrispon


dente un punto del segmento (ma) (mb) ; ed inoltre (prop. 2), a punti
distinti corrispondono punti distinti; quindi la figura corrispondente
al segmento ab contenuta nel segmento (ma) (mb) ; possiamo noi
affermare che essa sia il segmento (ma) (mb) ? Ecco una questione di
cui non conosco la soluzione.

Sui f o n d a m e n t i d e l l a g e o m e t r i a

145

Postulati del moto.

Scriveremo fi invece della parola moto ; e porremo i postulati


seguenti :
Post. 1. fi o Aff.
Ogni moto unaffinit. Ci equivale a dire che:
(1)

me f i . a, bex>.ceab.o.mc{ma)(ml)). Esso il post. 3 del Pasch.

Quindi pel moto sussistono tutte le propriet dellaffinit gi viste.


Post. 2. co e fi ,
Lidentit un moto , cio a dire ogni figura congruente a
s stessa. lassioma (o cognizione comune) VII di Euclide, libro I.
Post. 3. m s p , o . m e p .
Se m un moto, anche la trasformazione inversa, m , pure
un moto , cio se la figura A si pu portare a coincidere colla B ,
anche la B si pu portare a coincidere colla A ; ossia se la figura A
congruente colla B , anche la B congruente colla A .
Dalla propriet (1) si deduce, esportando le due prime parti
dellipotesi:
m e fi . a , b e p . o . m (ab) o {?) (mb)

(a)

cio il segmento ab , dopo il trasporto contenuto nel segmento


determinato dai punti ma ed mb . Se in questa, al posto di m
leggo n i , ed al posto di a e b leggo ma ed mb , si ha:
m e fi . ma , mb e p . o . m ((m<t)(mb)) o (m ma) (m mb)

ossia osservando che dallipotesi m e f i . a , b s p , si deduce m n . ma ,


mb e p , e che m ma = a , m mb = b , si ha:
m e f i . a , b e p . O . (ma) (mb) o m (ab) .

(fi)

Dalle proposizioni a e p si ricava:


( 2) .

m f i , a , b e p . o . w , (ab) == (ma) (mb) ,

cio il segmento ab , dopo il trasporto, coincide col segmento limi


tato dalle nuove posizioni di a e di b .
In conseguenza ogni figura ottenuta da pi punti congiungen
doli con segmenti, o prolungando questi segmenti, si trasforma, nel
moto, nella figura analoga costituita colle nuove posizioni dei punti.
Quindi, se m un moto, a , b , c , d e p , si ha :
m (a'b) = (ma)' mb

io

146

GIUSEPPE PEAN

m Sr (a , b) = Sr (ia , mb)

m retta (a , b) = retta [ma , mb)


m Co Sr (a , b) = Co m Sr (,&) = Co Sr [ma , m&)

(abc) = (ma) (m&) (me)


m (a&cd) = (ma) (mZ>) (me) (md)
m piano (a , b , c) = piano (ma , mb , me)
m Sp (a& , c) = Sp ((ma) (m&) , me)
m Co Sp (ab , c) = Co m Sp (a& , c ),
ecc.
Post. IV. m , n e fi . o . mn e f i .
Se m ed n sono moti, anche la loro successione un moto ,
cio se la figura A pu portarsi a coincidere colla B , e la B pu
portarsi a coincidere colla C , anche la A pu portarsi a coincidere
colla C ; in altri termini due figure congruenti ad una terza sono
congruenti fra loro.
Il postulato II conseguenza dei postulati III, IV e dellesi
stenza dun moto. Invero, se m un moto, anche m un moto, quin
di anche m m = co un moto.
Le proposizioni precedenti dicono che i moti costituiscono un
gruppo delle trasformazioni dette affinit, gruppo che contiene liden
tit, linverso dogni moto, e il prodotto, o successione di due moti.
Rimane a distinguere il gruppo dei moti dalle altre affinit.
Perci enuncieremo come postulati le seguenti cognizioni comuni.
Post. V. Dati due punti a , a, , si pu portare a in a4;
a , ! p . D : i e ^ . wfl = a, . - = w A .
Post. VI. Dati tre punti a , 6 , bx si pu, tenendo fisso il punto
a , far coincidere il raggio ab col raggio abt :
a b7bi e p . a - = b . a - = b i.o:m e f i . ma=a.mSr(a1&)=Sr(a,&l) .- = mA.

Post. VII. Dati i due punti distinti a e b , e i punti e e c{


fuori della retta ab , si pu, tenendo fisso il punto a e il raggio
(a,b) , far coincidere il semipiano (ab , c) con (ab , c4) :
a , p . a-=& . c y ci e p - r e tta (a, &). o : m e f i . m a = a . mr(a,Z>)
= Sr (a ,b ) . m Sp (ab , c) = Sp (ab , ct) . - = m a .
I
postulati V, VI e VII si possono riunire in questa sola
proposizione:

SUI FONDAMENTI DLL GEOMETRIA

14?

Dati i punti a , 6 , c non collineari, ed i punti a x ,


non collineari, si pu sempre determinare un moto, che tra
sformi in n il raggio (a , b) in raggio (a, , bt) , e il semipiano
{ab , c) in semipiano (a11 , o4) .
T e o r e m a ..

bl ,

a , b , c s p - Coll . a l J bi , c i e p - Coll. o : m e f i . m a = a l . m Sr {a fi)

= Sr (, , 6j) . m Sp {ab , c) = Sp (161 , c t) . - = TOa .


Ora dovremo dire che questo moto determinato:
Post. V ili, a , b , c s p - Coll . m ^ n e f i . ma = na . wS r (rt,J) = wSr
{a y h) , m Sp (a , c) = n Sp {ab , c) . o . m = n .
Indicheremo con

,^ ^

\ 0i^ quel moto che tra-

\a Sr {a , b) Sp {ab , c) j
sforma a in a x , la Sr (a , b) in Sr (ax , bx) , e il Sp {ab , e) in
Sp {atbt , c,) j cio porremo (*)

D ef . a , 6, c ep-Col l . aj j^Cjep Oolln ( a i S r ^a M S P ^ i b ei'>\


\a Sr (a,ft) Sp (ab,e) )
= p fue[m a=at . m Sr (a, &)=Sr (ai1 bx) . m Sp {ab , c)=Sp (ahi , ctl].
I
postulati V-VIII si possono condensare in questa unica
proposizione:
f,&,csp-Coll. a {, &n c , Ci> -c o ii.o .(\Sr(n,;'',)
fi
1
\flSr(a,fi) Sp(a6,o) I

Simmetra assiale.

Siano a , b , c tre punti non collineari.


Lidentit co sar rappresentata da
a
a

Sr {a , ft) Sp (& , c)\


Sr [a , 6) Sp (ab , c)J

Noi considereremo tre moti assai importanti, che chiameremo


a , fi , y , e sono:
(21
(2)

/ Sr(,4) Co Sp(n6, c)\__/


CoSp(,r6,e)\
Sr (a, 6) 8p (<*,) ] p Sr( 6) Sp(6, e) )

(*) Nel secondo membro di questa definizione manca il seguo j (nella forma
del 1898), clie serve a trasformare una classe formata da un solo elemento nel
suo elemento.
Cfr. i lavori n. 91 (F0 1897, P 22) e n. 93 (F 1897, P 430 e nota relativa)
contenuti nel vol. II di queste Opere scelte
U. C.

GIUSEPPE PEANO

148

C oSr (a , 6) Sp(a&,c)\

CoSr(a,ft)

B= (a
^
\o

(4)

_(a CoSr(a,&) CoSp(a&,c)\_/ CoSr(a,6) CoSp(a6,c)\


y
Sr(a,&)
Sp(&,c) j \a ,Sr(a,&) Sp(a&,c) J

S p (06, c)j

\ , Sr(a,6)

1 J

Gli ultimi membri di queste eguaglianze sono modi abbreviati


per indicare un moto, quando alcuni elementi rimangono fissi. Si ha
immediatamente
(5)

a2 =

(6)

ap = pa = y .

cd .

/52 w .

y2 = a> .

ay ya = p .

py = yp a ,

cio ciascuno dei moti a , P 9 y ripetuto due volte, produce liden


tit; e la successione di due di essi produce il terzo.
Infatti si ha, per definizione di a , a a a , onde a2 a = aa = a .
Dalla definizione si ha pure a Sr (a, b) = Sr (a, Z>), onde a2Sr (a ,6)
= Sr (a , 6) .
Dalla definizione si ha aSp(a&, c) = Co Sp(a&,c); onde a2Sp(&,c)
= a Co Sp (ab , c) = Co a Sp (6 , c) Co Co Sp (ab , c) = Sp (ab , c).
Pertanto il moto a2 lascia inalterati a , Sr (a , b) , Sp (ab , c ),
perci esso lidentit co .
Analogamente si provano le altre eguaglianze.
T e o r e m a . Il moto a lascia fisso ogni punto 6 della retta ab ,
(7)

ab = b .

Infatti, poich b s Sr (a , b) , la quale semiretta non si altera col


moto a , anche ab apparterr a Sr (a , b). Ora Sr ( a , b) = at u / b u a'6,
vale a dire il punto a o giacer nel segmento ab , o coincide col
suo estremo b , o giace nel suo prolungamento a ' b .
Se a b giace nel segmento ab , a2Z>giacer nel segmento a (a b) ,
e quindi a maggior ragione (post. VIII della Geom.) giacer nel
segmento ab ; ma a2 coincide con b ; ed il punto b non appartiene
al segmento ab ; dunque assurdo che a b giaccia in a b .
Scambiando in questo ragionamento b con a b , si prova che
assurdo il dire che ab giaccia sul prolungamento di ab .
Dunque ab coincide con b .
D efinizione. Dicesi che il raggio ab perpendicolare al raggio
ac , e scriveremo Sr (a , b) J_ Sr (a , c) , se tenendo fsso il punto
a e il raggio ab , e scambiando il semipiano (ab , c) nel suo com
plemento, il raggio (a , c) si trasforma nel suo complemento:
(8)

Sr{a,b) J_ Sr(a,e).= .^ t , Sr(a,Z>),

Sr(n,cl=CoSr(n,c).

149

SUI FONDAMENTI DELLA GEOMETRIA

Ne risulta
(9)

Sr (a,6) _LSr(,c).=.Sr(a,&) 1 CoSr(a,c).=.CoSr(a,6) J_ Sr(a,c)

cio se il primo raggio perpendicolare al secondo, il primo pure


perpendicolare al complemento del secondo; invero se la trasforma
zione considerata a trasforma il raggio ac nel suo complemento,
poich a% co , essa trasformer pure il complemento nel raggio
stesso. E se il primo raggio perpendicolare al secondo, anche il
complemento del primo perpendicolare al secondo, poich la tra
sformazione a non si altera scambiando il raggio ab col suo
complemento.
In conseguenza, date due rette ab ed ac , diremo che la prima
perpendicolare alla seconda, se esse si incontrano in un punto a ,
e se prendendo sia sulla prima che sulla seconda retta uno dei raggi
partenti da a , il raggio preso sulla prima perpendicolare a quello
preso sulla seconda; poich questa propriet indipendente dalla
scelta dei raggi considerati.
T e o r e m a . Essendo a , b , c punti non collineari, la retta ab
perpendicolare alla retta che unisce il punto c col punto a c , es
sendo a la trasformazione (a, Sr(a,6),
^a\ 1 ^
\ 7
7 7 Sp (ab , c)
(10)

retta (a , b) _j_ retta (c , a c) .

Infatti, poich c appartiene a Sp (ab , o), il quale, pel moto a ,


si trasforma nel suo complemento, il punto a c appartiene a CoSp
(ab , c) ; quindi il segmento c (a c) incontra la retta (a , 6) in un punto
x , che ha per corrispondente s stesso. Dunque a Sr (u , c) =
Sr (x , a c) CoSr (x , c) ; dunque il raggio (x } c) colla rotazione a
si trasforma nel suo complemento, ossia la retta ab perpendicolare
alla xc , cio alla c (a c) .
Questa proposizione permette di risolvere il problema : Data
la retta ab , ed il punto c fuori di essa, segnare sulla retta ab il
punto x tale che ab J _ xc*
Si osservi che il segmento c (a c) si pu rovesciare, poich colla
trasformazione a , c va in a c , ed a c in c .
T e o r e m a . Nel piano abc esiste un raggio ax che non si altera
col moto p :
(11)

x e Sp (ab , c) . p Sr (a , x) = Sr (a , x ) . - = x

Infatti prendasi nel semipiano (ab , c) un punto qualunque c .


Siano p b e p o i corrispondenti di b e di c nella trasformazione p .

150

GIUSEPPE PEANO

Poich b sta su Sr (a , b) , che nel moto p si trasforma nel suo com


plemento, p b star su Co Sr (a , b) ; e poich il semipiano (ab , c)
si trasforma in s stesso, e c appartiene a questo semipiano, anche
P c v i apparterr.
Se p c appartiene al raggio (a , c), il raggio
, c) avr per cor
rispondente (a , p c) ossia lo stesso raggio (a , c) ; dunque il raggio
(a , c) non varia nel movimento p , e la proposizione dimostrata.
Se p c non appartiene al raggio (a , c ) , le rette (b , p b) e (c , p c)
non hanno alcun punto comune j poich se ar un punto comune a
queste rette, anche p x sar un punto comune alle due rette j e sar
P x - = x , poich Puno di questi punti sta su Sr (a , 6), e Paltro
sul suo complemento ; quindi le due rette distinte date avrebbero
due punti comuni, il che assurdo.
Pertanto, essendo b , p b , c , p c complanari, e le rette (6 , p b)
e (c , p c) non incontrandosi, ne avviene che o il segmento b (p c)
incontra c (fi b) , o il segmento bc incontra (p b) (p c). Sia x il loro
punto dincontro. Poich colla trasformazione p il primo segmento
si trasforma nel secondo, ed il secondo nel primo, ne risulta che il
punto x non varia colla trasformazione p j e quindi il raggio ax
non si altera col moto P .
Quindi il moto p si pu ridurre alla forma
/
a, ,
. Co Sp (ax , b)\
[ a S l { a >X ) S p ( x , b )

ossia ha la stessa forma del moto a , in cui al posto di b e di c si


legga x e b .
La proposizione precedente permette di risolvere il problema :
Data una retta ab , ed un piano abo , passante per essa, innal
zare nel punto a la retta ax , contenuta nel piano abe , e tale che
ax J_ ab .
T e o r e m a . Il movimento y fa corrispondere ad ogni punto d del
piano abe un punto del complemento del raggio ad :
(12)

d e piano (a , b , c) . d = a . o . y d a Co Sr (a , d ) .

Infatti se d appartiene al Sp (ab , c) \ poich y Sp (ab , c) =


= Co Sp (db ,_c), y d apparterr a Co Sp (ab , c) j perci il segmento
d {y d) che unisce due punti appartenenti a bande diverse della retta
ab , incontra questa retta in un punto x , tale che x e d (y d) e x e
retta (a , b) .
Il punto x della retta ab , o coincide con a , o giace su Sr (a , b)y
o su Co Sr (a , b) .

SUI FONDAMENTI DELLA GEOMETRIA

131

Se x e Sr (a , b) , e x e d (y d) , operando colla y , si ha :
y x e Co Sr (a , b) e y x e (y d) d ,

dunque il segmento d (y d ) , che incontra il raggio (a , b) in x , in


contra pure il suo prolungamento in y x , il che assurdo.
Parimenti assurdo che d (y d) incontri Co Sr (a , b) j dunque
d (y d) incontra la retta ( , b) precisamente in a , ossia a e d (y d ) }
da cui y d e d'a , c. v. d.
A Sr ( a , d) corrisponder perci y Sr (a,d )= Sr (a, y d) = Co Sr (a, d).
T e o r e m a . Se il raggio oc perpendicolare al raggio ab , sar
il raggio ab perpendicolare ad ac :
(13) , b , c s p - Coll. Sr (a , c) J_ Sr (a , b ) . o . Sr (a , b) J_ Sr ( a , c).
In altre parole, se facendo rotare ab attorno ad ac di 180, il
raggio ab si trasforma nel suo complemento, viceversa facendo ro
tare c attorno ad (tb di 180, il raggio ac si trasforma nel suo com
plemento. Infatti si tratta di dimostrare che a Sr (a , c) = Co Sr (a , c).
Ora il moto a equivale al moto y ; quindi a Sr (a , c) = y fi Sr (a , c).
Ma p Sr ( a , c) = Sr ( , c) , poich nella trasformazione /5 il raggio
(<i , c) non varia j dunque a Sr (a , c) = y Sr (a , o). Ma y Sr (<i, c) =
Co Sr (a , c) j dunque a Sr (a , c) = Co Sr (a , c) .
T e o r e m a 14. Gli angoli piani, opposti al vertice, sono eguali.
Infatti essendo a , b , c tre punti non collineari, langolo formato
da Sr (<i , b) e Sr (a , c).ove si applichi il movimento y , si trasforma
nellangolo formato da Co Sr ( , 6) e Co Sr (a , c) , che lopposto
al vertice dellangolo precedente.
T e o r e m a . Essendo a , b , c , d quattro punti non complanari, se
la retta ab perpendicolare sia alla ac che alla ad , allora la retta
ab perpendicolare ad ogni retta ae contenuta nel piano a c d .
(15)

e p-Comp. Sr (a , b) J_ Sr (,c). Sr (a ,6)


Sr(a,d).
e e piano (a , c , d ) . e - = a . o . Sr (a , b) J_ Sr (a , e).

Infatti, dalle ipotesi fatte, risulta che la trasformazione

tale che a Sr { a , c) = Co Sr (a , e ) , e a Sr (a , d) = Co Sr (a , d) j
quindi a Sp (ac , d) = Co Sp (ac , d) ; quindi
Co Sr (a , c) Co Sp (ac , d )'
f 1 1Sr (a , c)
Sp (ac , d) ')
ossia la trasformazione a si ottiene dalla y , ove alle lettere a , b , c

152

GIUSEPPE PEANO

si sostituiscano a 7c , d . Perci essendo e un punto del piano acd


diverso da a , sar a Sr(fl,e) = Co Sr (a , e) , ossia Sr (a , b) J_ Sr (a , e).
La retta a b , perpendicolare a due rette ac e ad contenute in un
piano, e quindi perpendicolare a tutte le rette ae contenute in esso,
dicesi perpendicolare al piano.
T e o r e m a 16. Essendo a , b , c , d quattro punti non complanari,
il moto

trasforma il semipiano

(ab,d) nel suo complemento.

a Sp (ab , d) = Co Sp (ab , d) .
Infatti il piano perpendicolare ad ab in a incontri il semipiano
(ab , d) secondo Sr (a , e) . Si avr Sr (a , e) Co Sr (a , e) j quindi
a Sp (a& , e) = Co Sp (ab , e) ; ossia a Sp (a!> , d) = Co Sp (afe, d ).
In conseguenza il moto chiamato a non varia se al posto di a
mettiamo un punto qualunque della retta (a , b) ; e non varia se al
posto di c mettiamo un punto qualunque dello spazio. Esso perci
caratterizzato dalla sola retta ab. Il moto a dicesi simmetria rispetto
allasse ab , o rotazione di 180 attorno ad a b .
Se la retta ab si chiama r , il moto a si chiamer Sr . La sim
metria assiale un movimento assai importante poich ogni moto
il prodotto di due simmetrie. Si ha sf. = co , e Sr = Sr , cio 'una
simmetria ripetuta due volte d lidentit, ed ogni simmetria lin
versa di s stessa.
Il moto p si visto che si ottiene dalloc con una permutazione
di lettere ; quindi detta ac la retta _[_ alla retta ab contenuta nel
piano abe , sar p = Sao . Anche il moto y una simmetria assiale.
Infatti in a si conduca il piano perpendicolare alla ab , che incontri
il piano abe secondo ac ; in esso si innalzi la perpendicolare ad alla
ac. Sar Sr (a , d) J_ Sr (a , c) per costruzione ; e Sr (a, d) J_ Sr (a , b)}
poich Sr ( a , b) perpendicolare ad ogni Sr {a , d) contenuta nel
piano perpendicolare al primo. Ora y Sr (a , d) = a p Sr (a , d) , poi
ch y = a p . Ma, essendo Sr (a , d) _L Sr ? c) j sar p Sr (a , d) =
Co Sr (a , d ) , ed essendo Sr (a , d) J_ Sr (a , b ) , sar a Sr (a , d)
Co Sr (a , d) , quindi a Co Sr (a , d) = Sr , d) ; onde y Sr (a , d) =
Sr (a , d ) , ossia Sr (a , d) si riproduce inalterato col moto y .
Adunque, dati tre assi a due a due perpendicolari, il prodotto
della simmetria rispetto al primo per la simmetria rispetto al secondo
d la simmetria rispetto al terzo.

153

SUI FONDAMENTI DELLA GEOMETRIA

Traslazione .

Essendo a , b , c punti non collineari, pongasi


b Co Sr {b , a) Sp (ab , c)\
a Sr (rt , b)
Sp (ab , c)J *
Il moto r dicesi la traslazione lungo la retta ab , nel piano abe
clie trasporta a in .
T eorem a 1. I punti a , x a , t2 a , ... x 1 a , x-2 a , ... stanno sulla
retta ab , ed essendo m un intero positivo, o nullo, o negativo, il
punto xm a giace fra xm 1 a e x*+1 a .
Infatti, per definizione, t a b ; e poich b sta su Sr (a , b) ,
la quale ha per corrispondente Co Sr (b , a) = a' b , t b giacer su
a'b , cio x b e a'b , ossia b e a (r b) , o ancora x a e a (x2 a ) .
Moltiplicando per xn_1 si avr xn a e (in~: a) (xn+1 a ), che la
proposizione a dimostrarsi.
Si deduce che se p , q , r sono interi, n , e j ) < g < r , il punto
x? a giace fra t? a e xr .
T eorem a 2. Essendo rt , b , o punti non collineari, e d un punto
del prolungamento di ab , si pu determinare un numero intero po
sitivo n , in guisa che il punto d giaccia fra a e la posizione che
assume a dopo n traslazioni r = ( ^ Sp (ab , c)
\a

a , b j e e p Coll

d e a'b . o : n e N

d e a (x11a)

= n a

Infatti, poniamo per assurdo che qualunque sia il numero n ,


sempre d sia fuori del segmento compreso fra e xn a .
Allora consideriamo Vinsieme dei punti x a , x2 a ,... cio xNa ; e
diciamolo le , cio poniamo k x ^ a .
La classe k una classe di punti compresi fra a e d , effetti
vamente esistente. Dunque, pel postulato della continuit, esister
un punto x appartenente al segmento ad , o coincidente con d , tale
che fra x e d non giacciono punti della classe k , ma tale che preso
un punto qualunque y fra a ed x , esistono punti della classe k com
presi fra y ed x o coincidenti con x .
Poich colla trasformazione x la retta ab non varia, e x appar
tiene a . questa retta, anche x-1 x vi apparterr ; perci x1x o coin
cide con x , o si trova sul raggio (x , a ), o sul suo complemento a'x .
Ma se x*1 x coincide con x , ossia x = x x , la trasformazione x
che lascia inalterato il punto x , il raggio (x , a) e il semipiano (xa , c),
lidentit, il che assurdo perch la trasformazione x fa' corrispon
dere al punto a il punto diverso b .

354

GIUSEPPE PEANO

Se x~l x appartiene al raggio (# , a ) , esister qualche punto della


classe le compreso fra x~1x e x , o coincidente con x ; cio esister
un intero n tale che t na e (r-1 x) x ; eseguendo loperazione t , sar
r n + 1 a e x (x x) ; ora x compreso fra t - 1 x e t x j t - 1 x compreso
fra ed a? ; dunque r a? sar sul prolungamento a'x ; e z"*1 a che
compreso fra a? e r a?, sar pure sul prolungamento a'x , ossia sul
segmento xd j vale a dire esistono punti xn+1 a che stanno fra x e d,
cosa assurda colla ipotesi fatta, che x sia tale che fra esso e d non
giacciano punti della classe le = t n a . '
Se i-1 x appartiene al raggio a'x , tx apparterr al suo comple
mento Sr (x f a) ) quindi fra t x ed x esisteranno punti della classe
h . Sia n un intero tale che %11 a sia compreso fra %x ed x , cio
xn a e (x x) x ) sar Tn_1 a compreso fra x e x~1 x , quindi zn_1 a
appartiene al raggio a ' x , ossia esistono punti della classe le compresi
fra x e d , il che in contraddizione collipotesi fatta.
Dunque il supporre che qualunque si sia il numero , il punto
zn a giaccia sempre fra a e d conduce sempre ad un assurdo j ossia
esiste nn numero n tale che d giaccia fra a e in a .
Fra i valori di n che soddisfano a queste condizioni havvi il
minimo j dettolo n , se d non un punto della serie t wa , esso punto
giacer fra
1a e t w a .
T eorem a 3. Essendo d un punto del raggio a'b , x d appartie
ne al raggio a 'd .
La cosa chiara se il punto d appartiene alla serie t n a .
Se d non vi appartiene, s determini il numero n in guisa che
d sia compreso fra xn a e Tn+1a :
d e (rn rt) (t71+1rt) .

Sar
x de

a) (tn+2 a).

(a)

Ora xn+2 a appartiene al raggio a' (xn+1a) ; dunque


(r+1a) (rn+2a) o a' (in+1a) .

(fi)

Il punto d sta fra a e rn+1a , dunque


a' (t'!'1*!) o a'd .

(y)

Dalle (a) (fi) (y) si deduce la proposizione a dimostrarsi.


Ne risulta che se un moto di traslazione fa corrispondere al
punto a un punto b , ad un punto d del raggio a'b non pu far
corrispondere un punto interno al segmento ad .

SUI FONDAMENTI DELLA QEOMETRIA

155

T eo rem a 4. Essendo a } b , c tre punti non collineari, si dia al


segmento ab prima la traslazione x che porta a in 6, poi lo si ro
vesci attorno alla perpendicolare by alla ab , contenuta nel piano abe .
Allora il punto b verr a coincidere con a ; ossia ogni segmento si
pu rovesciare :

Sjj, t b = a
Infatti, dicasi a il moto considerato

e sia d = a b . Si vuol dimostrare che d = a .


Poich b appartiene a Sr { , b) , alla quale corrisponde in x Ja
Sr (b , a) , il punto a b = d apparterr a Sr (b , a ) , vale a dire o giace
sul segmento ba , o coincide con a , o giace sul prolungamento di b a .
Se d e ha , sar o2 a = d ; o2 Sr (a , b) a Sr (b,a) = Sr (o , a ) =
Sr (d , b) ; o2 Sp (ab , c) = Sp (ab , c) ; dunque

ossia o2 una traslazione. Essendo d e ba , sar a d e (a b) (a a) , cio


a a s db .
Noi abbiamo cos una traslazione o2 che al punto a fa corri
spondere a2 a d , che sta fra a e b , e al punto b fa corrispon
dere a2 b =s o d , che sta fra e b , il che assurdo. Dunque il
punto d non pu giacere fra e b .
Analogamente si prova che d non pu appartenere al prolun
gamento di b a . Dunque il punto d coincide con a .
Se nelFespressione di a2 si legge a al posto di d , si ha o2 = co .
Si pu scrivere

T eo rem a 5. II moto a = Sfey x la simmetria attorno ad un


certo asse xz contenuto nel piano abe , e perpendicolare alla retta ab .
Infatti si consideri il moto

_ /6
ab0- \ a

, a , Co Sp (6 , c)\
, b , Sp (ab , c) } m

Si ha (Sab a f a) . Sia e un punto qualunque del piano a b e ,


e sia
= (S5 a) c .

156

GIUSEPPE PEANO

Poich a Sp (ab , c) corrisponde il suo complemento, c, giacer


rispetto alla retta ab da banda opposta a quella in cui giace c j dun
que il segmento cci incontra la retta ab in un punto x . Il punto x
non varia col moto S0&o ; invero questo moto conserva inalterata
la retta ab ; al segmento cct fa corrispondere c,c, cio il segmento
stesso ; quindi anche il loro punto dincontro fisso :
S0b o x = x .
Moltiplico per S06 , cd osservo che (Sa&)2 = co , e S*6 x = x ,
poich So6 lascia inalterati tutti i punti di ab ; e trovo
ox = x .
Dunque il moto o lascia inalterato il punto x , trasforma il
raggio xa nel suo complemento, e lascia fisso il Sp (xa , c) , cio
/
0= T

Co Sr (a? , a)
A
Sr<*, )
>Sp( e)j

perci a la simmetria attorno allasse xz perpendicolare alla retta


ab nel punto x , e contenuto nel piano abc :
o Sj<|
T e o r e m a 6. Ogni moto di traslazione x il prodotto di due
simmetrie assiali, i cui assi sono perpendicolari ad a b , e contenuti
nel piano a b c .
Invero, dallultima formula, sostituendo a o il suo valore, si ha :
S y T =

e moltiplicando avanti per S&y ,


T == &by

che dimostra la proposizione enunciata.


Rotazioni.

Essendo a , b , c punti non collineari, pongasi

_ / Sr (a , e) Co Sp (ac ,ft)\
\ Sr (a , b) , Sp (ab , c) /

Il moto o dicesi la rotazione attorno al punto a , nel piano


a b c , che trasporta il raggio (a , b) sul raggio (a , c) .
Dicesi angolo compreso fra i raggi ab e ac , essendo a , b , c
tre punti non complanari, la figura piana seguente:
Ang (Sr (a, b), Sr (a, c)) = Sp (ab} c) n Sp (ac, b) = abc <-bc u a'bc .

SUI FONDAMENTI DELLA EOMETRIA

157

Si dimostrano, in modo analogo a quanto si fatto per le


traslazioni, le proposizioni seguenti :
T eo rem a 1. Se i raggi o Sr (a , b) , o2 Sr (a , b) , ... om Sr (a , b)
appartengono tutti al semipiano (a b , c) , allora ognuno di essi
compreso nellangolo formato dal raggio precedente col seguente.
T eo rem a 2. Essendo d un punto del semipiano (ab , c ), allora
o il raggio (a , d) uno dei raggi oN Sr (a , &), ovvero compreso
nellangolo formato da due di questi raggi successivi.
Teo rem a 3. Essendo d un punto del semipiano (a b , c), ester
no allangolo di ab con ac , cio se d e Ang (Sr (a , c) , Co Sr (a , )),
il raggio a Sr (a ,d) non appartiene allangolo dei raggi (a , b) e (a , d).
T eo rem a 4. Se sulla figura (a , b , c) si fa prima la rotazione
o , poi la simmetria Soc, il raggio ab verr in a c , e il raggio ac
in ab , sicch langolo si pu rovesciare.
T eo rem a 5. Il moto Saoo ora considerato la simmetria attor
no ad un certo asse ax (bisettrice dellangolo bac)
Sao o
Sgi.
T eorem a 6. Ogni rotazione a il prodotto di due simmetrie

assiali
O
S^o S(x

Si vede facilmente che con nuove combinazioni di questi moti


si possono ottenere nuove propriet} si ha cos un vasto campo di
studii e ricerche. Esaminando quanto precede dal solo punto di vista
didattico, dobbiamo confessare che questa trattazione non ha ancora
assunto quella semplicit che necessaria per essere introdotta negli
elementi. Studii ulteriori possono semplificare le singole parti, con
pi opportune combinazioni di postulati.
Pur tuttavia nutro fiducia che alcune delle osservazioni fatte
possano essere utili per la pubblicazione di trattati elementari ) e
sar lieto del mio lavoro se esso contribuir a rendere pi esatte
le definizioni e dimostrazioni di Geometria elementare, e ad analizzare
meglio i concetti su cui basa questa scienza.

(85). TRASFORMAZIONI LINEARI


DEI VETTORI D I UN PIANO
(A tti della Reale Accnd. delle Scienze di Torino, Vol. X X X I , A . 1895-96, 1 dio. 1895, pp. 157-100

Le trasformazioni lineari dei vettori compaiono in pi rami


della matematica; sono studiate in geometria proiettiva come omo
grafie dei punti allinfinito, ma dal solo punto di vista del loro pro
dotto. In geometria infinitesimale rappresentano le deformazioni delle
figure infinitesime; in fisica matematica determinano le forze prodotte
da queste deformazioni, ecc.
Nella presente nota si espongono alcune formule sulle trasforma
zioni dei vettori contenuti in un piano fisso. Dapprima sono rapida
mente richiamate alcune definizioni, onde ben fissare la nomenclatura
di cui ci serviremo, essendo essa ancora un po varia nei diversi
autori. Per uno sviluppo pi ampio di queste definizioni rimando al
cap. IX del mio libro Calcolo geometrico . Il lettore pu pure util
mente consultare lo scritto del sig. C a r v a l l o , Sur les systmes li naires, le calcul des symboles diffrentiels et leur application la
physique mathmatique (Monatshefte fiir Mathematik und Physik, 1891,

pag. 1, 225, 311).


Queste formule presentano analogia con quelle dei quaternioni,
da cui differiscono per qualche segno.

1. Sistemi lineari e loro trasformazioni .


Un sistema' di enti dicesi lineare , se gli enti di esso si possono
sommare, e moltiplicare per numeri reali, e se la somma e questa
moltiplicazione conservano le ordinarie propriet. Quindi se a t, a 2, ..., an
sono enti del sistema, e m{ , ..., m sono numeri reali, anche
wi at +
+ +
rappresenta un ente del sistema.

T r a s f o r m a z i o n i l in e a r i d e i v e t t o r i d i u n p i a n o

159

Gli enti j ffg ... a n diconsi (linearmente) indipendenti , se fra essi


non passa alcuna equazione lineare. Il sistema dicesi ad n dimensioni,
se sonvi n enti indipendenti, e non ve ne sono n -f- 1. Se il sistema
ad n dimensioni, e <i1 a%... an sono n enti indipendenti, ogni ente
del sistema si pu ridurre alla forma mt aA -f- ... -f~ % an , ove
wij m2 ... mn sono numeri reali.
Una corrispondenza fra gli enti di due sistemi lineari dicesi una
trasformazione lineare , od operazione distributiva, se, essendo <xx
lente corrispondente allente x del sistema dato, si ha a (x -f- y) =
= ax -|- ay , qualunque siano gli enti a? e y del sistema dato; e
a (ma?) = in a # , qualunque si sia il numero reale m .

2. Vettori.
Useremo la lettera Y invece della frase vettore contenuto in
un piano dato. Essendo a , b due V, definita la loro somma,
che pure un vettore, ed essa ha la propriet commutativa e
associativa:
1.
2

, h V. q . a -f- b V. a + b = b + a.
et, bj c V ) a
J(b -j- c) = (d -j- b) -jc == a, -Jb *-|- e .

Essendo a un V, ed m un numero reale (q), m a rappresenta


pure un vettore:
3.
4.

a V, wi q 0 waeV.
h V. w, n 6 q .

. m [a -f- b) = ma -|- mb . (m + ) a =

ma + na . m {na) = (mn) a = mna .

Fisseremo ad arbitrio un vettore t, la cui lunghezza assumeremo


come unit di misura ; e chiameremo j un vettore eguale in lun
ghezza ad i, e normale ad i; langolo retto (i, j) si dir positivo.
Allora ogni vettore u del piano si pu ridurre alla forma
x* + yjf 6
un sol modo. Ne risulta che Y un sistema lineare
a due dimensioni.
Qualche volta useremo il prodotto esterno dei due vettori a e &,
indicato con ab. Potremo in questa nota intendere con ab il numero
che misura larea del parallelogrammo costrutto sui due vettori
e , essendo lunit di misura in grandezza e in verso il qua

1 60

Gi u s e p p e p e a n o

drato

ij, Si lia quindi:

5.

a,1> Y. Q . flfc q.

6.

, a 7 b} c Y. o . a& = &a . (a + &) c = ac + bc.

7.

8.

a , b , c t Y. o . (bc) a + (ca) b + (ab) c = 0.


x, y, x', q . o . (* + W) (*'* + 'j) = *3f' ~

La condizione di parallelismo dei due vettori a e 6 ab = 0.

3. Sostituzioni.
Una trasformazione lineare dei Y in Y dicesi una sostituzione.
Useremo la lettera S invece della parola sostituzione. Le S sono
quindi definite dalle seguenti propriet:
1.
2.

a S . a EV. Q . aa Y.
a E S , a, K Y . o . a (fl +

3.

1
+ *

a e S . a C Y . m e q . Q . ama = mota.
Ne risulta clie:

4.

aS . ai i'. aj = / . a?, y q . 0 (a* + W) =

+ V/*

Quindi per conoscere la sostituzione a, basta conoscere i vet


tori V e y corrispondenti ad i e ad jV Indicheremo con (*'*/') la so
stituzione che ad i e ad j fa corrispondere i ' e j \ Invece di dare i
vettori V e j% possiamo darne le coordinate t' = p i -f- q j , j ' = p ' i +
q'j ; indicheremo con [p, q ; p ', q'\ la sostituzione (*>+ ?/-*>'*+ ?'>).
I numeri p 7 qy p \ q' diconsi i coefficienti della sostituzione.

4. Operazioni sulle sostituzioni.


Se a, P e S . a eV, si scrive (a + p)a invece di aa + pa. Lope
razione a + p pure una sostituzione:
1.
2.

3.

i',r,

a, P e S . o + P S.
o . ({';/') + ( f ; f ) = (i' t i";J' + r )-

p, q, p% 9', Pi, tu p\, si e <1 o li, ;

= li + pi, +

p ',

?'] + [i>i, Si; i>i, Il =

i ; p ' + pi, ' + !]

T r a s f o r m a z io n i l in e a r i d e i v e t t o r i d i u n p ia n

i6 1

Nelle stesse ipotesi P a a sta per indicare p ( a) ; loperazione


Pa pure una sostituzione:
4.
5.

a, fi 6 S . Q . p a S.
i', / ,

j"EV.0 .

p (f; p = <>";f ).

La moltiplicazione delle sostituzioni ha la propriet associativa,


e la distributiva rispetto alladdizione j ma non in generale com
mutativa. Quindi, p. e., si avr ancora:
( a +/})* = a * +/> + /? + 0*,
ma il secondo e terzo termine non si possono pi ridurre fra loro.
La moltiplicazione dun vettore per un numero reale m una
sostituzione:
m = (7 -^ ) = [w, 0 j 0 , m\.
Quindi, se a, /, . . . sono sostituzioni, m, w, . . . sono numeri
reali, wa + np + rappresenta pure una sostituzione. Essendo
Pi <hP'i 2' delIe <b si 1111:
ti r , p ' ,

2 '] =

p (| J) +

a ({f) +

p ' (J p +

2 ' (J j).

Ne risulta che le S formano un sistema lineare a quattro


dimensioni.
Senza difficolt si definiscono le altre operazioni sulle S j ci
limiteremo alla definizione dellesponenziale:
6.

a e S . 0 . e" = l + a + i + ^ + ....

La dimostrazione della convergenza di questa serie, qualunque


si sia la sostituzione a (anche in sistemi lineari a pi dimensioni),
trovasi, p. e., nel mio articolo Intgration p a r sries des quations
diffrentielles linaires ( Mathematische Ann. , XXXII, 1888,
p . 450).
5. Forma canonica delle S.
Essendo u un vettore, con tu intenderemo ci che diventa ut
dopo aver rotato dellangolo retto positivo. (+) Sicch:
1.

ri = j . tj = i . i = (/ -J) . t2 = 1.

(*) Per ragioni tipografiche non stato possibile fare nso per la trasfor
mazione lineare t di nu carattere diverso da quello della operazione l di lo
gica (come invece fatto nelloriginale).
In altri lavori, per esempio nel lavoro n. 30 (del 1891) contenuto in qnesto
volarne, G. PeaNO, al posto della lettera 1 , fa uso della i .
U. C.

162

OIUSEPPE PEANO

Quindi la sostituzione t ha la propriet caratteristica dellunit


immaginaria. Se x, y Z q, allora x + iy rappresenta una sostituzione;
e questa interpretazione degli immaginarii, alquanto diversa da quella
comune di Gauss, affatto elementare, e si pu introdurre nellinse
gnamento, utilizzando cos in ricerche di geometria, la teoria alge
brica dei numeri immaginarii.
Essendo u un vettore, con xu intenderemo il simmetrico (o co
niugato) di u rispetto al vettore L Quindi:
xi = i . xj = j . x = (j -) . x2 = 1.

2.

Mediante le due sostituzioni t e x si possono esprimere


tutte le sostituzioni; e precisamente ogni sostituzione a si pu
ridurre alla forma:
a = m + x i -f- y x

zixt

ove m9 x , y, z sono numeri determinati. Questa forma cui si possono


ridurre le S si dir loro forma canonica . Si ha:

3-

[p,q-,P',q' = Y {p + q') +
+

') * +

y <9 +

{9~ p ' ) , +
v' **

m + x i + y x -j- z i x = [w + y, x -|- *

4.

w y]

Data una seconda sostituzione:


a ' = m' + x't

y'x + z ' i x t

ove m', x 'y y', z ' sono q, si avr:


5.

a -)- a ' = (m + *') + (a? + a?') i -f- (y -(- O * + (* + *')**

Per moltiplicare due sostituzioni date sotto forma canonica,


basta osservare le regole:
t2 = 1 , x2 = 1, xi = i xf
donde
txt =

x,

x tx ~

i , ix ix =

1.

Quindi:
6.
J

a 'a = (m' xx' -|- y \ f -|- zz') + (m'x + x'm y 'z + z'y) i +
(m'y + y'm x'z + z'x) x + {m'z + mz' -|- x'y y'x) ix.
Come caso particolare:

7.

a2 = m2 x 2 -f- y2 -f-

+ 2wT< -|- 2?wyx -|- 2 m z i x .

TRASFORMAZIONI LINEARI DEI VETTORI DI UN PIANO

163

Si deduce lidentit:
8.

a2 2ma -f" (Wl8

V2 32) = 0,

che permette di esprimere il quadrato di a, e quindi le sue succes


sive potenze, mediante a.
Sono ancora a notarsi le formule:
9.

(ai + ta) = (m + Xl) 1


z

10.

(at toc) = (y

31.

-i- (aa' a'a)


2

zi) x t

X'

y'

z'

IX

6. Invariante e determinante d una sostituzione.


Sia a una S. Presi ad arbitrio due vettori i e j, il rapporto
dellarea (a i) (a j) allarea ij indipendente dalla scelta dei vettori
i e j . A questo rapporto daremo il nome di determinante di a, e lo
indicheremo con det a. Si ha:
1.

a S . i, j V . Q . (ai) (a/) = ij det a.

2.

det [p, q ; p ', q'] = pq' p'q.

3.

det (m

xi

y x

z ix) = m2

x2 y 2 z 2.

det (aa') = det a X det a 7.

4.

Mettendo a ed a ' sotto forma canonica, e applicando le for


mule 3 e 4 si ottiene lidentit:
(m2 + x2 y 2 z 2) ( m 2 + x '2 y'2 z 2) =

= (mm' xx ' + yy' + z z ' f + (m'x + x'm z + z y)2


(m'y

y m x'z + z x)2 (m'z + mz' + x'y + x ) 2

analoga a quella di Eulero, e che si pu anche dedurre da quella


di Lagrange. Un numero m rappresenta una sostituzione parti
colare, e si ha:
5.

m q . q . det m = m2.

6.

det i = l , det x = 1.

164

GIUSEPPE PEANO

Se a una S, e i un numero, a -|- t una S , ed il suo


determinante si pu sviluppare sotto la forma det (a -f* 0 = -A. +
2Btf + t 2, ove A e B sono dei numeri. A vale evidentemente
det a j il coefficiente B di 21 lo diremo linvariante di a, e lo indi
cheremo con inv a. Si ha pertanto:
7.

a E S . tf q . Q . det (a + t) = det a

2t inv a + t 2.

Linvariante, espresso mediante i coefficienti della sostituzione,


vale :
8.

inv [p, 2 | p ', q'] = ~ (p + q').


Se la sostituzione data sotto forma canonica, si ha:

9.

inv

(wi +

x i

y x

* *) =

i .

Se la sostituzione data mediante le coppie i} j , i \ j \ di vettori


corrispondenti, si ha:
\*,j)

2v

11.

inv (a + a') = inv a 4- inv a'.

12.

a E S . m E q . q . inv (?a) = m inv a.

13.

a, a' E S . o . inv (aa') = inv (a'a).

14.

a S . ) . det ea = e2 lnv a.

15.

a S . o = inv a t inv (i a) +

inv

(x

a) + <x inv (t x a).

La formula (8) del 5, tenendo conto delle (3) e (9), si pu


leggere:
1C.

a2 2 (inv a) a + det a = 0.

7. Sostituzioni particolari .
Fra le sostituzioni alcune meritano menzione speciale.
1. Involuzione . Si chiamano involuzioni le sostituzioni il cui
invariante nullo. Ogni involuzione della forma x t + y x + z i x .
La somma di due involuzioni uninvoluzione! Le involuzioni for
mano quindi un sistema lineare a tre dimensioni. Ogni sostituzione
la somma dun numero reale m, suo invariante, e duna involuzione.
2. Rotazione . Essendo u un V e t una q , ed u rappresenta

TRASFORMAZIONI LINEARI DEI VETTORI DI UN PIANO

165

il vettore che si ottiene facendo rotare u dellangolo t. Quindi


eli cos t -f- sen t rappresenta la rotazione dellangolo t. Il pro
dotto di due rotazioni una rotazione.
3. Una similitudine diretta rappresentata dal prodotto di un
numero r per una rotazione ee, quindi della forma r eu ; essa si
pu pure ridurre alla forma m
x t. Esse corrispondono ai numeri
complessi dellalgebra j formano quindi un sistema lineare a due
dimensioni.
4. Simmetria. Il vettore simmetrico di u rispetto al vettore
fsso i fu indicato con x u ; quindi x rappresenta una simmetria ri
spetto al vettore i. Per avere il simmetrico di u rispetto ad un asse
che faccia con i langolo t , basta far rotare u dellangolo t , e si
ha e - u u, poi se ne fa il simmetrico rispetto ad i, e si ha x e ~ u u, e
infine lo si fa rotare di nuovo dellangolo t , e si ha elt x e~lt u. Dun
que la simmetria rispetto allasse che fa langolo t con t rappre
sentata da eu x e~lt= e2tt x = x
Dunque ogni simmetria il
prodotto duna rotazione per la simmetria particolare x .
5. Similitudine inversa. Essa il prodotto duna simmetria
per un numero r ; quindi ha la forma r e2tt x ; si pu pure rappre
sentare con y x -|- z t x . Ogni sostituzione m -\- x i
yx
z ix la
somma di una similitudine diretta m + x t e duna inversa y x - \ - z t x .
6. Dilatazione. Chiamasi dilatazione ogni sostituzione ridut
tibile alla forma \

\ u , tu J

, ove u un vettore e a e b sono numeri

reali. Essa fa corrispondere ai due vettori ortogonali u q tu altri due


vettori aventi le stesse direzioni di essi. Questa dilatazione si pu tra. a + b . a b f u , tu\ .
. ..
,
.
v
sformare in 1----- 1------ I
, m cui il primo termine un
2
iS \u , tuj
numero ed il secondo una similitudine inversa. Perci ogni dilatazione riduttibile alla forma:
m + y x + z t x , ovvero

m + r e2u x .

Se a una involuzione, ta una dilatazione, e se a una


dilatazione, tot una involuzione. Dire che a una dilatazione equi
vale a dire che inv (tot) = 0.
7. Ogni sostituzione il prodotto duna rotazione per una dila
tazione. Infatti, ridotta la sostituzione alla forma r eu -f- r ' e lt'x essa
si pu pure scrivere:
e it

_j_ r f

ovvero
(r

+ r'

x) elt,

166

GIUSEPPE PEANO

e quindi decomposta nel prodotto duna rotazione per una dilata


zione, ovvero duna dilatazione e duna rotazione.
8.
Sono ancora a notarsi le sostituzioni il cui determinante
nullo.
Si hanno le formule: r, r', t, t f e q . q ,
det elt = 1, inv elt = cos t , inv elt i = sen tf
det r elt == r2, inv r eu = r cos
det r' ea' x = r'2, inv r'
det (r

x = 0,

+ ' e**' x) = r 2 r'2.

(90). SAGGIO D I CALCOLO GEOMETRICO


(A tti della Reale Accad. delle Scienze di Torino, Vol. X X X I , A . 1895-96, 21 gi. 1890, pp. 052-975)

Nel presente lavoro sono esposti gli elementi della teoria delle formazioni
geometriche di 1, 2, 3, e 4 grado e dei loro prodotti.
Invece del prodotto regressivo generale, sviluppato nel lavoro n. 14 ( Calcolo
geometrico, 1888), si fa uso solo delloperazione a definita direttamente come nel
lavoro n. 60 (Lezioni di a nalisi infinti,, 1893, voi. 2, pp. 27-34).
Cfr., per il collegamento con gli altri lavori di calcolo geometrico, la nota
preliminare al lavoro n, 30 (del 1891) di questo volume.
Il
presente saggio stato tradotto in polacco ed in tedesco (lavori n. 90'
(del 1897) e 90" (del 1898) del nostro indice).
U. C.

XI Calcolo geometrico differisce dalla Geometria cartesiana in


ci che questa opera analiticamente sulle coordinate, mentre quello
opera direttamente sugli enti geometrici.
Un primo tentativo di Calcolo geometrico spetta a L e i b n i z , la
cui vasta mente apr varie nuove vie alla Matematica.
Lanalisi infinitesimale si svilupp per la prima, per cura dei
suoi coetanei e discepoli, n calcolo geometrico, di cui qui ci occu
piamo, si sviluppato nel corrente secolo, quantunque non ancora
sufficientemente diffuso. La logica matematica, i cui principii furono
chiaramente esposti dal Leibniz, solo ora va rapidamente sviluppan
dosi, e risolvendo le varie difficolt che si presentano sul suo cammino.
Su questi varii punti Leibniz si limit a scrivere dei cenni.
Del calcolo geometrico parl con enfasi nella sua lettera a H u y g e n s
(8 sett. 1769) spiegandone i grandi vantaggi.
Dopo Leibniz, sorvolando sullinterpretazione geometrica degli
immaginarii di A r g a n d , troviamo M o b i u s ad occuparsi assai feli
cemente della stessa questione col Calcolo baricentrico (1827), che
applic a pi questioni, e di cui fece uso costante nella sua Mecca
nica celeste (1842).

168

GIUSEPPE PEANO

Contemporaneamente, e per via affatto indipendente, B e l l a v i


espose il Metodo delle equipollenze (1854), le cui origini trovansi
gi in suoi lavori del 1832, facendone numerose applicazioni.
Nel 1844 H. G r a s s m a n n pubblic VAusdehnungslehre, opera poco
letta e non apprezzata dai suoi contemporanei, trovata poi ammira
bile da numerosi scienziati, e di cui ci occuperemo specialmente in
questo scritto.
E , per finire questi sommarii cenni storici, H a m i l t o n cre per
via affatto indipendente la teoria dei quaternioni, che un nuovo
metodo di calcolo geometrico ; un cenno di questa teoria fu pubbli
cato nel 1843: lesposizione completa fu fatta nel 1853. Lopera di
Hamilton ebbe fortuna presso i contemporanei ; fortuna dovuta in
parte alla chiarezza dellesposizione, ed alla felice nomenclatura in
trodotta. I quaternioni furono usati in molti lavori e trattati sia di
matematica pura che applicata, fra cui ad esempio il Trattato di eleU
trieit e di magnetismo di M a x w e l l . M a ai nostri giorni si cerca
da molti di semplificare la teoria dei quaternioni (M a o f r l a n e ), e
da altri di ritornare alle idee di Grassmann, o di combinare fra loro
i varii metodi di calcolo geometrico.
Ed invero questi varii metodi di calcolo geometrico non si con
traddicono punto fra loro. Essi sono le varie parti di una stessa
scienza, ovvero i varii modi sotto cui si presenta lo stesso soggetto
a pi autori, ciascuno dei quali lo studia indipendentemente dagli
altri.
Poich il calcolo geometrico, come ogni altro metodo, non gi
un sistema di convenzioni, ma un sistema di verit. Cos il metodo
degli indivisibili (Cavalieri), degli infinitesimi (Leibniz), delle flussioni
(Newton) sono la stessa scienza, pi o meno perfetta, ed esposta
sotto forme diverse.
La teoria di Grassmann oggigiorno, dai varii autori che lhanno
riesposta ed applicata, giudicata coi pi grandi elogi. Il lettore pu
consultare lElenco bibliografico mVAusdehnungslehre di H. Grass
mann, pubblicato nella Rivista di Matem., a. 1895, p. 179; e spe
cialmente il recente ed importantissimo opuscolo D ie Grassmann9sche
Ausdehnungslehre di Y. Schlegel.
Pure, se tanto tard questopera a farsi conoscere, e se tanta
difficolt presenta tuttora nel diffondersi, la ragione ci devessere ;
e, secondo me, essa sta nella forma dellesposizione, forma metafisica
e nebulosa, lontana dal linguaggio solito dei matematici, e che fin
da principio, invece di attirare i lettori, li stanca ed allontana. Ed
anchio, nello studio di questopera, rilevai la potenza del nuovo
t is

SAGGIO DI CALCOLO GEOMETRICO

169

metodo solo nellesame delle applicazioni, specialmente quelle pub


blicate nel 1845 nell*Archiv di Grunert (H, Grassmanns Werke, I,
p. 297),
Partendo da queste applicazioni mi fu possibile il ricostrurne la
teoria, e dare le definizioni degli enti introdotti, facendo uso della
sola geometria elementare. Pubblicai questa teoria, facendone nume
rose applicazioni, nel mio Calcolo geometrico , secondo VAusdehnungslehre di H. Grassmann, Torino, 1888 . Le stesse definizioni furono
subito adottate dal signor Carvallo (Nouvelles Annales de Math
matiques, 1892, p. 8-37) in uno scritto, L a mthode de Grassmann,
notevole per chiarezza e semplicit desposizione. In seguito (Lezioni
di analisi infinitesimale, 1893) espressi coi simboli della logica
matematica le proposizioni di questa teoria. Sicch, per opera di varii
autori, da una parte si resa semplicissima lesposizione del metodo
di Grassmann, dallaltra si sono sempre estese le sue applicazioni
alle varie parti della matematica.
Le esposizioni complete del calcolo geometrico, in cui si presup
pone nota la sola matematica elementare, sono necessariamente al
quanto voluminose. Daltra parte molti procedimenti di questo cal
colo sono affini a processi introdotti, spesso posteriormente, in geo
metria analitico-proiettiva, in analisi, in meccanica, e parecchi teo
remi sono noti da queste scienze sotto forma alquanto diversa. Quindi,
indirizzandomi non ad allievi, ma a colleglli, credo di soddisfare ad
un desiderio da pi manifestato, collesporre in breve le definizioni
e le propriet fondamentali degli enti su cui opera il calcolo geo
metrico, confrontandoli cogli enti analoghi che sono considerati in
varie parti della matematica.
Saranno qui definiti gli enti introdotti, cio le forme geometri
che di 1, 2, 3 e 4 grado, di cui sono casi particolari i vettori,
bivettori e trivettori ; la relazione deguaglianza, unica relazione che
qui figuri ; le operazini di addizione e moltiplicazione, e le due ope
razioni indicate coi segni co ed | . Questo sistema completo di ope
razioni permette di trattare tutte le questioni di geometria. In un
insegnamento particolare si possono considerare solo alcuni di que
sti enti e di queste operazioni.
1. Tetraedri.

Essendo A, B, C, D dei punti, ABCD indica il tetraedro di


vertici i punti dati.
ABCD = 0 significa che i quattro punti giacciono in un piano.

170

GIUSEPPE PEANO

In un tetraedro non nullo considereremo, seguendo Mobius, il


senso. Il tetraedro ABCD si dice destrorso , se una persona col capo
in A, coi piedi in B e rivolta verso CD ha alla sua sinistra C e
alla sua destra D. Si dir sinistrorso nel caso contrario.
Il concetto di senso dun tetraedro, quantunque assai semplice,
riducendosi a quello di destra e sinistra, non trovasi nei libri di
Euclide ; lo si deve spiegare immaginando una persona disposta nel
modo indicato. Una volta introdotto il concetto fisico di senso dun
tetraedro, si potr definire il senso degli altri enti che introdurremo.
Due tetraedri diconsi eguali se hanno la stessa grandezza e lo
stesso senso. I tetraedri si possono sommare e moltiplicare per nu
meri reali, positivi o negativi, e si ha sempre un tetraedro. Sicch,
essendo t x , ... tn dei tetraedri, x t ... x n dei numeri reali, x x tt -|- ... +
xn tn un tetraedro, e questo polinomio ha tutte le propriet dei
polinomi algebrici ; cio si pu invertire lordine dei termini j e la
moltiplicazione dun numero per un tetraedro ha la propriet distri
butiva rispetto ad ambi i fattori.
Il tetraedro ABCD cambia segno se si invertono fra loro due
vertici, cio (Mobius, Werce, p. 41):
ABCD BACD = ACBD = ABDC.
t

Per rapporto di due tetraedri t ed , di cui il secondo non


u

nullo, si intende il numero reale per cui moltiplicando u si ottiene


t. Questo rapporto dicesi anche il numero che misura t essendo
lunit di misura. In pi questioni invece di tetraedri si pu par
lare dei numeri che li misurano.
Il
tetraedro ABCD si dir anche il prodotto dei quattro punti
A, B, C, D, ovvero del punto A pel triangolo BCD, ovvero della
linea AB per la linea CD, ovvero del triangolo ABC pel punto D.
Questo prodotto non ha la propriet commutativa , ma invertendo due
vertici si produce un cambiamento di segno, propriet che fu detta
alternata . Vedremo per delle ragioni che giustificano il nome di
prodotto.
2. Formo geometriche.

Siano a?,, x 2 ,... x y numeri reali ; e indichiamo con lettere maiu


scole dei punti. Porremo per definizione :
(xt A, + ... + xr A r) BCD = x t At BCD + ... + x r Ar BCD
(xx Aj Bj -(- ... -j- x r Ar Br) CD = x x A 4 Bj CD -|- ... -j- x r Ar Br CD

(.Tj Aj Bj Cj -f- ... -\-xr Ar Br Cr) D =

A i B j Cj D -J- ... -j-

Ar Br Cr D.

SAGQIO DI CALCOLO GEOMETRICO

171

I primi membri di queste eguaglianze non hanno finora signi


ficato ; noi attribuiremo loro il valore rappresentato dai secondi mem
bri, che sono somme di tetraedri.
Dicesi fo rm a di prim o grado ogni espressione della forma:
-|- ... -j- x r Ar ,
cio linsieme dei punti A t ... A r coi coefficienti, o masse, x 1 . . . xr )
dicesi form a di secondo grado ogni espressione della forma :
Xj A4 Bt -|- ...

xr A r Br ;

dicesi fo rm a di terzo grado ogni espressione della forma :


A.^

Cj -j-

...

Xf

Af Bj> Cf

Potremo chiamare f o rm a di quarto grado ogni somma di tetrae


dri, la quale poi riduttibile ad un tetraedro unico,.
Moltiplicando adunque una forma di primo grado per tre punti,
o una forma di secondo per due punti, o una forma di terzo per
un punto, si hanno tetraedri.
primo \
secondo j grado si dice nulla, e si scrive s 0,

terzo

J
tre punti \

due punti j presi ad arbitrio si ha per proun punto )

dotto zero.

primo j

secondo [ grado si dicono eguali, e si seriterzo

tro )j punti arbitrarii, si ot


ve * = s ' , quando moltiplicandole per (J due
tengano prodotti eguali.
Queste definizioni dellannullarsi duna forma, e delleguaglianza
di due forme, sono fondamentali nella nostra teoria ; ad esse si deve
sempre ricorrere quando sorga qualche dubbio sullinterpretazione
duna formula.
II prodotto duna forma geometrica di primo grado per un trian
golo BCD proporzionale, col variare della forma, al momento di
quella forma rispetto al piano del triangolo, cio alla somma delle
distanze dei punti di quella forma dal piano, moltiplicate per le ri
spettive masse. Quindi due forme di primo grado si dicono eguali
quando hanno lo stesso momento rispetto ad ogni piano.
Se una linea AB rappresenta una forza, il prodotto ABCD
proporzionale a ci che si chiama momento di quella forza rispetto
allasse CD j quindi due forme di secondo grado diconsi eguali quando
hanno lo stesso momento rispetto ad ogni asse.

172

GIUSEPPE PEANO

Si vede cos lanalogia delle forme di primo grado colla teoria


dei baricentri, e delle forme di secondo colla riduzione delle forze
applicate ad un corpo rigido.
3. Operazioni sulle forme.
Gi dicemmo linea il prodotto AB di due punti, e triangolo il
prodotto ABC di tre punti. Per qui queste parole hanno un signi
ficato affatto speciale, e sono casi particolari di forme di secondo e
terzo grado. Quindi leguaglianza ABC = A ' B' C' significa, per la
definizione data, che comunque si prenda il punto D si ha sempre
ABCD = A' B' C' D ' il che equivale a dire che i due triangoli giac
ciono in un medesimo piano, hanno la stessa grandezza e lo stesso
snso. Analogamente AB = A 'B ' significa che i due segmenti stanno
sulla stessa retta, hanno la stessa grandezza, e lo stesso senso ; e ci
non per definizione, ma come conseguenza immediata della definizione.
Daremo ora della somma e del prodotto di forme geometriche
le seguenti definizioni intuitive :
Somma di due forme dello stesso grado la forma che si ottiene
scrivendo dopo i termini della prima quelli della seconda.
Prodotto duna forma di grado i per una di grado j t supposto
i + j ^ 4, la somma dei prodotti dogni termine della prima" per
ogni termine della seconda.
Conseguenza immediata di queste definizioni, s che il calcolo
geometrico che ne risulta differisce dal calcolo algebrico in ci che
1 Possiamo moltiplicare solo due, o tre, o quattro punti ;
non si hanno forme di grado superiore al quarto.
2 Si ha AB = BA, e quindi A A = 0.
In tutto il resto il calcolo geometrico ha tutte le propriet del
calcolo algebrico sui polinomii.
Laddizione commutativa ed associativa, la moltiplicazione
associativa, e distributiva rispetto ad ambi i fattori. Dovunque ad
una forma possiamo sostituirne una eguale.
Questa coincidenza dei due calcoli costituisce limmenso van
taggio del metodo di Grassmann. Esso permette di operare e ragio
nare con un grande risparmio di sforzo e di memoria ; poich in
questo nuovo calcolo si opera come in un calcolo gi conosciuto.
Questo metodo risponde quindi al principio del minimo sforzo, il
quale sussiste non solo in meccanica, ma anche in didattica.
Reciprocamente, attribuendo ad ABCD il significato gi detto,
e volendo che sussistano le dette regole algebriche, si ottiene di ne
cessit il calcolo di Grassmann, che risulta cos definito. Per sif

SAGO IO DI CALCOLO GEOMETRICO

173

fatta definizione sarebbe sovrabbondante ; essa equivale ad un gruppo


di proposizioni, alcune delle quali sono vere definizioni, e le altre
ne sono conseguenza. (#)
4. Vettori,
Fra le forme di primo grado merita menzione speciale la diffe
renza B A di due punti, cio linsieme di due punti A e B coi
coefficienti 1 e + 1 . Siffatta differenza dicesi vettore .
Due vettori B A e B ' A ' sono eguali quando, per la de
finizione data, comunque si prendano i punti PQR, si ba
BPQR APQR = B'PQR A'PQR.
Ma questa condizione si trasforma facilmente nellaltra : i due
vettori sono eguali quando hanno la stessa lunghezza, sono paralleli,
e diretti nello stesso verso .
A e B diconsi Vorigine e il termine del vettore B A.
Lorigine dun vettore si pu prendere ad arbitrio.
Per sommare un punto A con un vettore I, si determini il punto
B tale che B A = I. Trasportando si ha B = A + I.
Per sommare due vettori I ed J, preso ad arbitrio il punto A,
si costruisca il punto A -f- I, poi il punto A + I + J y il vettore
(A + I + J) A vale I + J. Sicch la somma di due vettori un
vettore.
Moltiplicando un vettore per un numero reale si ha un vettore
parallelo al primo.
Data una forma di primo grado
Aj -j- ... x n An
ed un punto O, si ha lidentit :
i

Hh 4" Xn -A =

O+
+ xi
O) + ... + xn (A O),
cio ogni forma di primo grado riduttibile ad un punto arbi
trario O con coefficiente la somma dei coefficienti della forma data,
pi un vettore .
Ogni forma di primo grado, in cui la somma dei coefficienti
sia nulla, riduttibile ad un vettore ...........
Ogni forma di primo grado, in cui la somma dei coefficienti
non nulla, divisa per questa somma stessa, d un punto .
(*) Sai vari modi di edificare la teoria delle forme dei vari gradi e del loro
prodotto (alterno) progressivo ofr. il lavoro n. 125 ( F orm u la ire mathmatique,
(F. 1 V = F 1903), pp. 277-285).
. C.

Ili

GIUSEPPE PEANO

Questo punto il baricentro dei punti dati colle rispettive masse.


Cos ne vien fuori il calcolo baricentrico ; e precisamente la teoria
delle forme di primo grado coincide sia nella sostanza che nelle no
tazioni col calcolo di Mobius.
Per il Mobius si limit a pochi cenni del caso in cui la forma
si riduce ad un vettore, non rilevando limportanza grandissima di
questo caso.
Il
termine vettore fu introdotto dallHamilton ; esso corrisponde
esattamente al segmento di Bellavitis ; ma il primo nome, che esclude
ogni equivoco, quello il cui uso va sempre pi generalizzandosi.
Per questi A. considerarono direttamente il vettore, senza farlo
dipendere dalle forme di primo grado, assumendo come definizioni
delleguaglianza e della somma, quelle propriet che abbiamo test
esposte. Del resto il concetto dei vettori, e della loro somma, o com
posizione, assai pi antico, poich gi esso comparisce nelle velo
cit e forze ; per spetta sempre a questi A. il merito di aver fatto
vedere come, sulla loro composizione, si possa fondare nn calcolo
geometrico.
Tanto Bellavitis quanto Ilamilton indicano con AB il vettore
di origine A e di termine B, e che noi indichiamo, secondo Grass
mann, con B A. Anche Hamilton not il vantaggio di indicarlo
con B A, ma senza poi far uso di questa notazione.
Secondo le nostre notazioni, B A ed AB sono enti affatto
distinti. Indipendentemente da ci, le formule di Ilamilton (A, B, C
sono punti)
BA = AB ,
AB + BC + CA = 0
esprimono quanto quelle di Grassmann
A B = (B A)

(B A) + (C B) + (A C) = 0 ;

e si vede che queste ultime hanno la forma di identit algebriche;


mentre le prime hanno forma diversa, e bisogna fare un nuovo
sforzo per ricordarle. Si vede cos come il calcolo di Grassmann
presenti su quello di Hamilton maggiore economia.
Il
Bellavitis introduce un segno per indicare lequipollenza di
due segmenti ; sicch per i segmenti si ha a considerare legua
glianza e lequipollenza. Due segmenti equipollenti si possono so
stituire luno allaltro in certe formule, che bisogna ricordare. In
vece, avendo noi un sol segno deguaglianza, possiamo sempre in
ogni formula, ad ogni ente, sostituire un suo eguale ; regola questa
che non potrebbe essere pi semplice.

SAGGIO DI CALCOLO GEOMETRICO

175

5. Form di 2 3 grado.

La teoria delle forme di secondo grado coincide colla teoria dei


sistemi di forze applicate ad un corpo rigido j per nella prima com
paiono puri concetti geometrici, e le operazioni si fanno collalgoritmo algebrico.
Eccone qualche saggio. Si ha A (B A) = AB, ossia ogni linea
il prodotto dun punto per un vettore ; e viceversa. Per vettore
duna linea AB si intende il vettore B A. Per vettore duna for
ma di secondo grado si intende la somma dei vettori dei suoi termini.
Si ha identicamente
ABt -f" AB2 + + AB = A [A -|- (Bt A) + ... -|- (Bn A)],
cio la somma di pi linee aventi la stessa origine una linea avente ancora la stessa origine, e il cui termine il punto racchiuso
entro parentesi.
Il prodotto di due vettori dicesi bivettore. questa una forma
di secondo grado, che corrisponde alla coppia della meccanica. La
somma di due bivettori un bivettore. Ogni forma di secondo grado
riduttibile in infiniti modi alla somma duna linea e dun bivettore.
Le forme di terzo grado non hanno interpretazione meccanica.
Si ha il teorema:
Ogni somma di triangoli riduttibile o ad un triangolo unico,
ovvero al prodotto di tre vettori .
Il prodotto di tre vettori dicesi trivettore .
Se si aggiunge un trivettore ad un triangolo, si trasporta que
sto parallelamente a s stesso.
Un breve esercizio pu bastare ad impratichirci di questo cal
colo, che differisce dal calcolo algebrico per ci solo che la moltipli
cazione alternata.
Non saranno forse inutili le seguenti osservazioni :
Il
vettore B A una forma di primo grado j la linea AB
una forma di secondo grado.
Due vettori B A e B ' A' sono eguali quando moltiplicati
per tre punti arbitrarii dnno volumi eguali ; due linee AB e A ' B'
sono eguali quando moltiplicate per due punti arbitrarii dnno vo
lumi eguali.
Da AB = A ' B ' si deduce B A = B' A', ma non viceversa.
Il
bivettore (B A) (0 A) = BO + CA + AB una forma
di secondo grado, il triangolo ABC una forma di terzo grado.
Moltiplicando quel bivettore pel punto A si ha il triangolo ABC.

176

GIUSEPPE PEANO

Due bivettori AB -f- BC + CA e A ' B'


B' C' -f- C' A' sono
eguali quando moltiplicati per due punti arbitrarii dnno prodotti
eguali ; due triangoli ABC e A ' B ' C' sono eguali se moltiplicati per
uno stesso punto arbitrario dnno prodotti eguali. Leguaglianza
ABC = A ' B' C' dice che i due triangoli giacciono in un medesimo
piano, hanno aree eguali, e dello stesso senso. Leguaglianza AB -fBC + CA = A ' B ' + B' C' + C' A ' dice che i due triangoli giac
ciono in piani paralleli, hanno aree eguali e dello stesso senso.
Da ABC = A 'B 'C ' si deduce AB + BC + CA = A 'B 7 + B'C' +
C'A', ma non viceversa.
Un trivettore riduttibile alla forma (BA) (CA) (DA),
o sviluppando,
BCD ACD + ABD ABC,
cio alla superficie del tetraedro ABCD. Moltiplicando quel trivet
tore per un punto arbitrario si ha questo tetraedro. Se due tetraedri
sono eguali, sono pure eguali i loro trivettori, e viceversa.
Abbiasi in un piano fisso una forma di secondo grado, cio un
sistema di linee
Aj Bj
Ag Bg ... -|- An B.
Supposto, ad esempio, che il vettore di questa forma non sia
nullo, essa riduttibile ad una linea sola CD, sicch, comunque si
prenda, nel piano, il punto P, si avr
PA t B4 + PA* Bg + ... + PA Bn = PCD.
La costruzione della linea CD che risulta dalla nostra teoria
identica alla costruzione della risultante delle forze At BA+ Aa B2 + . . . ,
e della trasformazione duna somma di triangoli in un triangolo, e
come caso particolare, della trasformazione dun poligono in un trian
golo, che si insegna in statica grafica. Per noi abbiamo ammesso
il concetto di aree eguali senza analizzarlo. Ora facile il vedere
che questa trasformazione basa sulla identit fra tre vettori I, J, K :
(1 + J )K = IK + J K ,
che costituisce il teorema di Varignon .
I
bivettori, o aree dei due membri, si possono scomporre in
parti sovrapponibili. Quindi il poligono dato si pu effettivamente
scomporre in p.arti che diversamente disposte formino il triangolo
che dicemmo suo eguale. Si ha cos una via per risolvere la que
stione, in questi anni assai dibattuta, che poligoni eguali secondo
Euclide, si possono scomporre in parti sovrapponibili ; e questa di
mostrazione coincide in sostanza con quella del sig. L. Grard, Sur
la mesure des polygones (Bull, de Math. lin., 1896, p. 102).

177

SAGGIO DI CALCOLO GEOMETRICO

12

178

GIUSEPPE PEANO

Le forme date hanno adunque per espressione :


x i Aj -f- x 2 Ag -|- x3 A3 x 4 A4
Vi
+ yz A2 + y3 Ag + y4 A4
z i A i + z%A2 + ' z 3 A3 + z 4 A 4
t{ A*
t2 A2 -f- ^3 A3 "1 ^4

Moltiplichiamo questi polinomii. Il prodotto conster di pi ter


mini ; ora quando si moltiplicano due termini appartenenti alla stessa
verticale si ha per prodotto zero. Bisogner adunque moltiplicare i
termini presi in orizzontali e verticali diverse. Un termine del pro
y2 z3 t4 A t A2 A3 A4 ; ogni altro termine si otterr da
dotto sar
questo permutando gli indici 1, 2, 3, 4 ; e se vogliamo far comparire
fattor comune A, Ag A3A4, bisogner dare al coefficiente il segno
+ o secondoch il numero delle inversioni pari o dispari. Si
ha cosi per prodotto
x>
1 2
Vi

V2 Vs

Va

Zi

*4

<1

tz fg

t4

Ai

A 2 A 3 A 4 >

e ci per la definizione di determinante.


Si vede qui comparire il concetto di determinante, la cui teoria
si pu tutta sviluppare coi metodi generali del Grassmann, ma su
cui basti questo cenno, poich qui intendiamo parlare delle applica
zioni geometriche.
Gli elementi di riferimento A4 A %A3 A4 possono essere qualun
que. Merita menzione speciale il caso in cui si prendano per ele
menti di riferimento un punto O e tre vettori, non complanari, I,
J, K . Il sistema di coordinate si dir cartesiano. Ogni forma di pri
mo grado riduttibile alla forma
wO-f-l + J + z K ,

ogni punto alla forma


0 + o?I + y J + z K ,
ogni vettore alla forma
Ogni forma'di secondo grado riduttibile a
ZOI + m O J + t t O K + . p J K + g K I + r I J .
Se la forma rappresenta un sistema di forze, le sei coordinate
della forma diconsi in meccanica le caratteristiche del sistema.

SAGGIO DI CALCOLO GEOMETRICO

Il prodotto della forma per s stessa vale


lannullarsi di questa quantit la condizione affinch la forma si
riduca ad una linea o ad un bivettore.
Ogni bivettore riduttibile alla forma :
p JK + gK I + r J.

Ecc.
7. Applicazione alla Geometria analitico-proiettiva.

Le forme geometriche finora considerate sono in stretta relazione


con enti noti. Una forma di primo grado, non nulla, riduttibile ad
un punto con massa, o ad un vettore. Se la si moltiplica per un
numero, non nullo, la posizione del punto, o la direzione del vettore
non viene alterata. Quindi una forma di primo grado determina un
punto o una direzione, cio determina in ogni caso un punto pro
iettivo. Le quattro coordinate della forma di primo grado diconsi le
coordinate omogenee di questo punto. Se si moltiplicano le coordi
nate per uno stesso numero, la forma risulta moltiplicata per que
sto numero, ma il punto proiettivo non varia.
Se gli elementi di riferimento A t A2 A3 A4 sono quattro forme
qualunque, le coordinate furono dette proiettive ; se essi sono quattro
punti, si hanno le coordinate baricentriche ; se un punto e tre vet
tori, le cartesiane .
Una forma di secndo grado, non nulla, ma tale che sia nullo
il prodotto della forma per s stessa, riduttibile ad una linea o
ad un bivettore j determina quindi una retta o una giacitura ; cio
determina in ogni caso una retta al finito o allinfinito.
Le sei coordinate della forma diconsi le sei coordinate omoge
nee della retta.
Una forma di secondo grado, tale che il prodotto di essa per
s stessa non sia nullo, determina un complesso lineare .
Una forma di terzo grado non nulla, riduttibile o ad un trian
golo o ad un trivettore j nel primo caso determina un piano al fi
nito ; il trivettore corrisponde al piano allinfinito. Le quattro coor
dinate della forma sono le coordinate omogenee del piano (4).
(4) Un pi ampio sviluppo delle coordinate projettive, dedotte dal calcolo
geometrico, trovasi in C. B u r a l i - F o k t i , I I metodo del Grassm ann nella Geom. p r o j.
(Rend. circ. Palermo, a. 1896, p. 177).

180

GIUSEPPE PEANO

8. Prodotti regressivi.

Abbiansi due forme di primo grado (o punti) A e B ; ed un


triangolo (o piano) ti. Togliamo trovare il punto dincontro della retta
AB col piano n . Perci ogni punto della retta avr unespressione
della forma x A + yB ; e dovendo esso giacere in n, dovr essere
(x A + y B ) n = 0 ,

cio
x A n + yBn = 0,

Questequazione soddisfatta se prendo x ed y proporzionali ai vo


lumi B;i e A7i. Quindi indicando con [] il numero clie misura il
tetraedro t rispetto ad un tetraedro fisso, la forma :
[B 7i] A [A tt] B
giace sulla retta AB e sul piano n ; il punto che determina lin
tersezione di quella retta con questo piano.
Ora si pu dimostrare che questa forma, clie si presenta come
funzione di A e di B, in realt funzione del solo prodotto AB,
cio che essa non varia ponendo al posto di A e B altre forme A'
e B' tali che AB = A'B'. Perci chiameremo lespressione trovata
il prodotto di AB per n, e scriveremo
AB . n = [B n] A [A n] B.
Il prodotto duna forma di secondo grado per una di terzo
quindi una forma di primo grado, pienamente determinata. Il punto
che questa determina lintersezione della retta e del piano deter
minati dalle forme date.
Analogamente si definisce il prodotto di due forme di terzo grado
(piani), che una forma di grado 3 + 3 4 = 2 (una retta) ; e il
prodotto di tre forme di terzo grado che una forma di grado
3 + 3 + 3 8.
Questi prodotti, che diconsi regressivi, hanno ancora la pro
priet distributiva rispetto ad ambi i fattori j passano notevoli re
lazioni fra questi prodotti ed i prodotti progressivi prima conside
rati. Siffatto studio interessante per la Geometria superiore, poi
ch il metodo di Grassmann permette di indicare in simboli ogni
costruzione ottenuta proiettando e segando, di poter ragionare sopra
queste formule, onde ad es. trasformare una costruzione in unaltra,
e riconoscere il grado dun luogo cos definito. Molti autori, che trovansi menzionati nel mio Calcolo geometrico, proseguirouo per questa

SAGGIO DI CALCOLO GEOMETRICO

181

via, arrivando a notevoli risultati. Ma, essendo questi prodotti re


gressivi un po meno semplici delle altre operazioni, basti su loro
questo cenno.
9. Operazione co sulle forme.
Importante il caso del prodotto regressivo, in cui un fattore
sia un trivettore fisso co, assunto come unit. Ma non volendo par
lare di prodotti regressivi, daremo le definizioni seguenti :
Se s una forma di primo grado, con cos ne indichiamo la
mcwsa, cio la somma dei coefficienti.
Se una forma d secondo grado, con eus indichiamo il vettore
di s, cio la somma dei vettori dei suoi termini : sicch, se A e B
sono punti, cu (AB) = B A.
Se s una forma di terzo grado, con cos indichiamo il bivettore
di s ; sicch, essendo A, B, C dei punti, sar
t(ABO) = ( B - A ) ( C - A ) = B C + C A + AB .

E analogamente co (ABCD) indicher il trivettore del tetraedro


ABCD, cio
BCD ACD + ABD ABC.
Loperazione a) distributiva, cio co {s + ') = cos +
vale
a dire in tutti i calcoli il segno co si comporta come un fattore co
stante. Loperazione co, eseguita su dun vettore, o un bivettore, o
un trivettore, d per risultato 0.
10. Operazione Indice sui vettori e bivettori.

Dicasi metro lunit di misura delle lunghezze.


Per modulo dun vettore I si intende la sua lunghezza misurata
in metri.
Per modulo dun bivettore I J si intende larea del parallelogrammo di lati i vettori I e J, misurata in metri quadrati.
Il modulo dun vettore, o dun bivettore, perci un numero
positivo o nullo.
Dato un trivettore IJK, oltre alla sua grandezza, cio al volu
me del parallelepipedo costrutto sui tre vettori dati, misurato in
metri cubi, si ha pure a considerarne il senso. Il trivettore si dir
positivo, se ad es. il tetraedro OIJK destrorso.
Per comodit di scrittura identificheremo un trivettore col nu
mero che lo misura, preceduto dal segno conveniente.

182

GIUSEPPE PEANO

In altri termini, sia co il trivettore prodotto di tre vettori, di


lunghezza il metro, a due a due ortogonali, e tali che il tetraedro
IJK
Oco sia destrorso. Allora nel rapporto ----- noi sopprimeremo (quan
do non siavi pericolo dambiguit) il denominatore, e scriveremo sem
plicemente IJK.
Dicesi indice dun bivettore IJ, e si indica con | (IJ) quel vet
tore K che normale ad IJ, nel verso che rende IJK = K IJ posi
tivo, e il cui modulo eguale a quello di IJ.
Se K = | (IJ), s dice anche che I J lindice di K, e si scrive
IJ = | K.
Adunque l?indice dun bivettore un vettore, e viceversa.
Se il bivettore rappresenta una coppia di forze, lindice dicesi
in Meccanica Vasse momento della coppia.
Loperazione | distributiva, e nei calcoli questo segno si com
porta come un fattore costante.
Loperazione | determina quella polarit che da alcuni autori
chiamasi l 'assoluto. Essa permette di studiare le propriet metriche
delle figure. Eccone alcune conseguenze :
I | I = (mod I)2 .
(1)
cio il prodotto dun vettore per lindice di s stesso vale il qua
drato del suo modulo. Grassmann abbrevia 111 in Li. Fotremo scri
vere senza ambiguit I 2, e leggerlo il quadrato di I, col che si in
tende I | I e non 11 = 0, Dallequazione precedente si pu ricavare
mod I. Le stesse cose sussistono se invece di I si legge un bivettore.
rappresenta un vettore di lunghezza lunit, e che ha
la direzione e il verso di I.
Siano I e J due vettori di lunghezza lunit. IJ un bivettore,
e mod (IJ) un numero, che dicesi seno dellangolo dei due vettori.
Se I, J non sono eguali allunit di misura, prima li si ridurranno,
e si avr '
/T T.
m od(IJ)
sen (I, J) = - _
' .

mod I mod J
Il seno dellangolo di due vettori un numero sempre compre
so fra 0 e 1.
Sia I un vettore, j un bivettore, i cui moduli siano lunit. Il
numero I j si dir seno del loro angolo. Se i moduli di I e j sono
qualunque, si avr
lj

mod I mod j

SAGGIO DI CALCOLO GEOMETRICO

183

Il seno dellangolo dun vettore con un bivettore un numero


compreso fra 1 e | 1 .
Per coseno dellangolo di due vettori I e J si intende il seno
di I e I J, cio
I| J
COS (I, J) =
mod I mod J
Il coseno dellangolo di due vettori compreso fra 1 e + *
Questa formula, fatti sparire i denominatori, dice che il prodotto
dun vettore per lindice dun altro vale il prodotto dei moduli pel
coseno dellangolo compreso.
Il prodotto I | J fu dal Grassmann chiamato prodotto interno
dei due vettori. Egli disse loro prodotto esterno il bivettore IJ. Que
sto prodotto interno comparisce in Meccanica, poich il lavoro fatto
dalla forza I ove il punto dapplicazione abbia ricevuto lo sposta
mento J j e in pi trattati di Meccanica si proposto per questo
prodotto un segno speciale.
Cos le operazioni della matematica elementare : distanza di due
punti, area dun triangolo, seno, coseno dun angolo, le quali ope
razioni non sono distributive, ma hanno propriet complesse, si esprimono mediante prodotti esterni ed interni di Grassmann, sui
quali si opera con regole pressoch identiche alle regole algebriche.
11. Applicazioni alla geometria Cartesiana.

Siano I, J, K tre vettori, di lunghezza lunit, a due a due


ortogonali, e tali che IJK = + 1.' Sar
X| I = J | J = K | K = l ,
| (JK) = I ,

I | J = I | K J | K = 0,

I (KI) J,

| (IJ) = K .

(1)

Un vettore U di coordinate a?, y, z ha per espressione


U = tfI + y I + * K .

(2)

Moltiplico U per | U, cio ne faccio il quadrato. Esso vale (mod U)2j


nel secondo membro sviluppo il quadrato colle regole algebriche,
tenendo conto delle identit (1), ed ho :
(mod U)2 = a2 + y2 + *2.

(3)

Se i vettori I, J, K non fossero ortogonali, si presentano an


cora i termini 2 xy I | J + ... ; ove I | J = cos (I, J).
La condizione affinch il punto
P = 0 + xI + yJ + zK

(4)

184

GIUSEPPE PEANO

giaccia nel piano del triangolo di coordinate a , , c, d} cio


re = a OJK b OIK + c OIJ d IJK

(5)

che il loro prodotto Pre = 0 ; sviluppando e sopprimendo il fattor


comune OIJK, si ha :
+ by + cz -f- d = 0

(6 )

equazione del piano di date coordinate.


Larea del triangolo re la met del modulo del suo bivettore cure
con

cl JK

-j- b KI

^"7

onde
area re = ~ ^a2 + fe2 + c2.
li

(7 )

Vogliasi la distanza <5 del punto P dal piano re.


Si ha

Pre = ~ ^ ~ mod (<on ) m* ,


o
2

ove per omogeneit s scritto il fattore w3 (metro cubo).


Osservo che

OIJK = -- w8,

onde :

mod {con) OIJK 9


e sostituendo a Pre, con i loro valori, si ha la formula cercata.
Come ultimo esempio, abbiasi una forma di secondo grado s, di
coordinate l , wi, n , p } q, r, cio
= ZOI- f- mOJ + O K - | ^ J K + g K I + r I J .
Dice questa formula che 8 la somma della linea O (/I + m J -}- K)
di origine il punto O, e il cui vettore ha per coordinate
ny e
del bivettore di coordinate p t q, r . Si vuol trasformare nella somma
duna linea i e dun bivettore u fra loro ortogonali
8 = i + M.
Deduco cos = coi, poich cu = 0. Quindi , che deve essere
normale ad coi = eus, sar della forma u = x \ ws, ove a? un nu
mero (reale).
Deduco 8 x \ cos = i ) moltiplico questa equazione per s stes
sa, osservando che (| a>) (| cos) = 0, e ii = 0 ; ricavo
8 8 2 X 8 | 0)8 = 0 ,

onde
88

x = ----------

28

| CO8

SAGGIO DI CALCOLO GEOMETRICO

185

e infine
ss
u = -j----

2s | cos

eus.

Si ha cosi il bivettore , detto in Meccanica il momento prin


cipale del sistema di forze fc, espresso mediante la sola forma s . In
trodotte le coordinate s ricava :
Ip + mq -f- nr
*=
-f- m2 -|- n2 l JK + KI + IJ).
La linea i si pu ottenere per differenza : %= 8 u.
Questi esempi elementari provano che il metodo di Grassmann
non esclude punto la Geometria analitica ordinaria ; ma anzi indica
vie semplicissime per trovare le formule in ogni sistema di coordi
nate. Inoltre per questa via si ha il significato geometrico separato
del numeratore, del denominatore, di ogni fattore e di ogni termine
delle formule di geometria analitica.
12. Geometria influitesi male.

Dicesi che la forma variabile di primo grado S ha per limite la


forma fissa S0, se, comunque si prenda il triangolo PQR, si ha
lim S P Q R = S0 P Q R .
Analogamente per le forme di grado superiore.
Se una forma S (t) funzione duna variabile numerica t , si pone
*S(t)
- ,/

at

v S(* + fc) S()


ft_o
h

= lim ! ---------

ove, nel secondo membro, tutti i segni introdotti gi furono definiti.


Sussistono per le somme e per i prodotti di forme le regole co
muni di derivazione; i simboli cu ed | si comportano come fattori
costanti. Si bader per solo a non invertire lordine dei fattori.
Le definizioni di derivate successive e di integrali sono qui ap
plicabili. La formula di Taylor sussiste sotto la forma ad es.
Se S () una forma geometrica, funzione di t , avente per
t = tQ le derivate prima e seconda, si ha :
S (<0 + h) = S (<0) + li 8 ' () + S" ( y + E ,
ove R una forma infinitesima con h dordine superiore al secondo .
Non si ha bisogno di ammettere p. es. la continuit di S" (<),
come provai nei miei trattati.

186

QIUSEPPE PEANO

Lespressione del resto, sotto forma dintegrale, sussiste senza


variazione alcuna.
Quella di Lagrange ha bisogno di leggera modificazione : e sic
come nel mio Calcolo geometrico (Cap. YIIT) enunciai il risultato,
senza scriverne la dimostrazione, non sar inutile di qui esporla :
D e f i n i z i o n e : Dicesi che una forma geometrica S media fra
pi altre A, B ,... dello stesso grado, p. e. del 1 grado, se, comun
que si prendano i punti PQR, si ha che SPQR medio fra APQR,
BPQ R,... .
T e o r e m a : Data la forma S {<) funzione della variabile reale
avente le successive derivate fino alln, nellintervallo da t a t
A,
si ha:
1in^
hn
S(t +

ft)=S(t) +

/S') +

.. +

()t_

i ) , S(- ( Q +

^ K ,

ove K una forma geometrica media fra i valori di S*"1(t + 0 /i),


ove 6 varii fra 0 ed 1 .
Yale a dire, mentre per le funzioni numeriche, K uno dei va
lori della derivata nft, qui per le forme geometriche, K solo un
valor medio fra quelli che assume la derivata ?ia.
Infatti, la formula vera se S (0 un numero funzione di t,
poich K allora uno dei valori assunti dalla derivata ft, e quindi
medio fra quelli che pu assumere. Essa anche vera se S ()
un tetraedro, o forma di quarto grado, poich i tetraedri sono mi
surati da numeri, reali.
Se S (t) una forma di primo grado, si moltiplichi la formula
scritta per un triangolo arbitrario PQR ; siamo ridotti a tetraedri ;
si deduce che KPQR medio fra i valori di S<n>(<) PQR, onde K
medio fra i valori di S ^ (0 *
Se P un punto funzione della variabile reale t , le sue deri
vate sono vettori. La tangente alla curva descritta da P la retta
PP' e il piano osculatore il piano P P'P
Si suppone che quella
linea e questo triangolo non siano nulli ; altrimenti si presentano
singolarit studiate ad es. nelle mie Applicazioni geometriche. (*)
Se il punto P funzione delle due variabili t e it, il piano
P dP
P tangente alla superficie descritta da P.
dt d u

(*) Cfr. l'estratto del lavoro n. 60, pubblicato in questo volume come com
plemento del lavoro n. 30, sotto il titolo: A lcu n i teoremi d i Peano sulle curve
reali.

U. C.

(98). ANALISI DELLA TEORIA D EI VETTORI


(Atti della Reale Accad, delle Soien*e di Torino, Vol. X X X I II , A. 1897-08, 13 mar. 1898, pp. 613-534)

Lanalisi fatta nel presente lavoro permetto di edificare tntta lordinaria


geometria sulle tre idee primitive seguenti : p un to, la relazione di equidifferenza
fra quattro punti (che porta alla nozione di vettore), il prodotto interno di dne
vettori ; e sa 19 postatati (riducibili a 17) ciascuno costituito da unaffermazione
semplice.
La teoria che ne risulta stata riportata, con alcune modifiche di sostauza
(di cni terremo conto nella presente edizione) e di forma (di cui non terremo
conto), nelle edizioni successive del F orm u lario a partire da quella del 1899 (lavoro
n. 10 6 = F 1 8 9 9 = F . II, $ S) allultima del 1908 (lavoro n. 138 = F 1 9 0 8 = F . V).
In questultima edizione, oltre ad aggiunte varie, sono contenuti alcuni
paragrafi d collegamento fra la presente teoria e gli altri modi di edificare la
geometria studiati da G. P e a n o .
(Cfr., in proposito, lestratto del lavoro n. 138 pubblicato noi preseute vo
lume sotto il titolo : Complementi a lla teoria dei vettori secondo Peano. Cfr. anche :
U. Cassina , L 1opera scientifica di Giuseppe Peano , Rend. Sem. mat. fis. Milano ,
7 (1933), pp. 323-389, $ 9 ; e lannotazione preliminare al lavoro n. 64 (del 1894)
di questo volume di Opere scelte ).
U. C.

Per esporre la teoria dei vettori, e il calcolo geometrico, si


sogliono presupporre cognizioni di Geometria pi o meno vaste.
Mi propongo in questo lavoro di esaminare quali idee si incon
trano nella teoria dei vettori, e di classificarle in primitive, che si
ottengono dallosservazione dello spazio fisico, e in derivate di cui
si d la definizione j e di esaminare quali sono le proposizioni che
si devono assumere come primitive, e quali se ne deducono in con
seguenza, con puri processi logici, senza oltre ricorrere all intuizione.
Cos la teoria dei vettori risulta sviluppata senza presupporre
alcuno studio geometrico precedente. E poich con questa teoria si
pu trattare l intera Geometria, ne deriva la possibilit teorica di
sostituire alla Geometria elementare stessa, la teoria dei vettori.
In studii di questo genere strumento pressoch indispen
sabile la logica matematica. Far quindi uso dei segni logici

188

GIUSEPPE PEANO

y 3 , n , = , rw, a , t , nel preciso significato che hanno nel For


mulaire de Mathmatiquesy t. II, 1, indicato con F 2 1 (1).
Idee primitive.

Assumeremo due idee primitive. I/una quella di punto ,


termine che abbreviamo in pnt .
La seconda idea primitiva la relazione fra quattro punti
a, b, c, d, che indichiamo colla scrittura
a b= ed ,

e che si pu interpretare, col linguaggio comune, come segue :


I segmenti ab e cd hanno la stessa lunghezza, la stessa
direzione e lo stesso verso ;
ovvero La figura abdc un parallelogrammo ,
ovvero Con un moto di traslazione, si pu portare ab a coincidere
con cd .
Assumendo come primitiva la relazione indicata, non ci tocca
analizzare le espressioni corrispondenti del linguaggio ordinario ; ma
ci basta assumere, quali proposizioni primitive, quelle propriet della
relazione considerata, da cui dipendono tutte le altre.
Ammettiamo come proposizioni primitive, e le indichiamo con
Pp, le seguenti : (*)
a , b , c, d , e , / pnt 3 *
1.

a b ab

Pp

2.

a b = c d *3*o d = a b

Pp

3.

a b = c d 0 d = e f 0 ' a b = e /

Pp

che esprimono le propriet riflessiva, simmetrica, e transitiva del


segno = .
Queste tre Pp hanno la forma di proposizioni di Logica
(F2 1 P81, 82, 83); ma esse esprimono fatti geometrici; ed solo
(1)
11 segno d negazione ~ ha la forma invalsa nelle pubblicazioni dell'Accademia.
(*) Nelle edizioni sncooBBive del F orm u lario (a partire da F 1899 in poi)
G. P e a n o ha aggiunto i seguenti postulati :
p C ls,

gp,

aep.D.gp-ia,

in cui p = p n t . Cio :
I punti formano una classe esistente.
Se a un punto qnalsiasi, allora esiste almeno un punto diverso da a.

U. C.

ANALISI DELLA TEORIA DEI VETTORI

189

perch esse sono verificate, che ci conviene indicare la relazione


considerata fra i quattro punti sotto forma di eguaglianza.
Per riconoscere la verit delle Pp basta la semplice osservazione
dello spazio fisico; questa una condizione necessaria per le Pp,
affinch il nostro studio possa essere immediatamente utile.
Per riconoscere invece che esse sono indimostrabili, e indipendenti
fra loro, si attribuisce alle idee primitive uninterpretazione differente
in guisa che essendo verificate alcune di esse, non lo siano le altre.
Se, conservando a pnt il suo significato, colla relazione
a b = o d intendo i quattro punti giacciono in uno stesso
piano , sono soddisfatte le condizioni 1 e 2 , e non la 3 ; la P3
esprime pertanto una propriet della relazione considerata, che non
conseguenza delle 1 e 2.
Se con a b = c d intendo la distanza da a a 6
maggiore, o eguale a quella da & ad a , saranno verificate le P I
e 3, e non la 2.
Se con a b = e d intendo i quattro punti a , b , e , d
coincidono , saranno soddisfatte le condizioni 2 e 3, e non la 1.
Le PI, 2, 3 sono tutte verificate, quando con a b = c d
sintenda una relazione avente la forma, o riduttibile alla forma :
una funzione di a e di b eguale alla stessa funzione di c
e di d .
Per distinguere la relazione considerata da tutte queste egua
glianze ci occorre unaltra Pp, che assumeremo sotto la forma :
4.

a b = c d ' Q *a c = b d

Pp

e che a causa della sua identit formale con una proposizione


daritmetica si enuncia : in una equidifferenza geometrica si pos
sono alternare i medii .
Che la P4 non sia conseguenza delle precedenti risulta dal
fatto, che se con a b = c d intendiamo la distanza da
a a b eguale alla distanza da c a d , la retta ab parallela
alla cd , ecc. Sono verificate le 1, 2, 3 e non la 4.
Dalle P 2, 3, 4 si deduce :
5.

a b cd . = .a c
. = .& a
.= .6d =
. = .ca =
.= .cd
. = .d b =

bd
d c
a c
d b
a b
oa
. = .<2 o = 6 a

190

GIUSEPPE PEANO

cio ogni equidifferenza geometrica si pu mettere sotto 8 forme


equivalenti. Per dimostrare ad es. la 2a proposizione, da
a b= cd

alternando (P4) si ha :
a c b d j

invertendo i membri (P2) :


bd a c

alternando (P4)
b a = d c \

e da questa con processo inverso si deduce la equidifferenza


proposta.
Dalla P I, alternando (P4), si ha :
6.

a a = b 6,

cio lespressione a a non si altera, sostituendo al posto del


punto a un altro punto qualunque b. Il valore costante di a a
si indicher, come in algebra, col segno 0; che si pu definire
come segue :
7.

0 = t x t (a 6 pnt . Qa . x = a a)

def.

0 il valore comune dei valori a? che pu assumere lespressione


a a , ove al posto di a si metta un punto qualunque .
La coincidenza di posizione di due punti e b , che si indica
con a = b , si pu collegare alle notazioni precedenti mediante

le formole :
[8.
9.

a o= 60. o .a = b

Pp

a = b. = .a b= 0.

Se alla relazione fondamentale si attribuisce il significato la


relazione a' = c' d' sussiste fra le proiezioni di a , 6 , c , d
su un piano fisso questa Pp 8 non sar verificata, bench tutte le
precedenti lo siano.
Dimostrazione della P 9. Dallipotesi a = b per la P 3 si ha
a b = 0 ; dallipotesi a b = 0 per la P 3 si ha a b = b b
da cui per la P' 8 si deduce a = 6.] (*)
(*) La parte fra [ ] redatta secondo le modifiche introdotte da Q. P eano
a partire da F 1899.
Cfr. l'annotazione preliminare al lavoro.
U. C.

ANALISI DELLA TEORIA DEI VETTORI

191

Vettori.

La differenza b a di due punti dicesi vettore , abbre


viato in v<vtt .
10.

vtt = x

E [a

(<*, b) (a , b E pnt . x = b a)].

def.

La definizione della somma dun punto e d* un vettore si


esprime in simboli come segue :
11.

a pnt . u E vtt . Q . a + u t pnt b (b a = w).

def.

Per somma del punto a e del vettore u si intende quel punto


b tale che b a = u .

Di punti siffatti non ne pu esistere che uno solo j poich se


a = t t , e o a = u j sar b a o a , onde (P8), b c.
Che ne esista uno, cosa evidente dallintuizione geometrica.
Ma questa esistenza non conseguenza delle proposizioni scritte,
poich se per pnt intendiamo i punti interni ad una sfera, saranno
verificate le P I -4 ; ma non sempre, dati i punti interni alla sfera,
a, 6, c, il punto d che soddisfa alla condizione a b = c <Z, sar
pure interno alla sfera. Ci occorre quindi esprimere questesistenza
mediante la proposizione primitiva :
b

12.

a e pnt . u vtt

0 . a pnt b 6 (b a u).

Pp

In conseguenza sono soddisfatte le condizioni per lapplicabilit


della definizione P430 di F2 1, e si deduce :
13.

pnt. u

vtt. q .a + u

E pnt.

Ad un punto aggiungendo un vettore, si ha per risultato


un punto .
14.

a E pnt . u E vtt . o ( + w) a = w.

15.

fl, b E pnt . u E vtt. Q \ b = . = . b = a - (-.

La seguente convenzione, identica in forma ad una algebrica,


sopprime delle parentesi :
16.

a Epnt . u , v E v t t . o a + u + ^ = (a + ) +

def.

Fra le tante identit analoghe alle algebriche che si possono


ottenere, sono per noi subito utili le seguenti :
17.

a pnt . w, v vtt

M+

192

GIUSEPPE PEANO

Infatti dalla P14 si ha


(a + v) a = v ,
e leggendo a + al posto d a ,
(a -j- u + v) (a -f- ) = v ,

onde (P3)
(a + u -f- v) (a 4- u) = (a + v) a

alterno (P4)
(a + + v) (a + v) = {a + u) a ,
e per la P14 :
= u.
Trasporto il secondo termine (P15), ed ho la tesi.
18.

a y b pnt . u vtt . o . (a -f- ) {b + w) = a b.

Infatti dalla P14 si ha u = (a + u) a = (b + ) b ;


alterno i medii ed ho la tesi.
19.

a y b pnt . u , v v t t . q . (a + + v) a = (b -f + v) b.

Infatti dalla P18 si ha


(a - f u) (b + ) = a b
e leggendovi a -f* ?, b

(1)

u e v ai posto di <t, 6, it, si ha

{a + u + v) (6 + u + v) = (a + it) (6 + ),

(2)

da (1) (2) si ha :
(a + w + v) (6-|-w -|-tf) = a 6
alterno i medii, ed ho la tesi.
Adunque il vettore (a + u -f- v) a non si altera se al posto
del punto a si mette un altro punto qualunque b. Esso si chiama
la somma dei due vettori u e v ; e si definisce simbolicamente
come segue :
20.

u , v v t t . o . u + v t ar [a pnt. Oo. a? ((* + ) + v) ] def.

Per somma dei due vettori u e v si intende il valor costante


dellespressione a + u -|- v a , qualunque si sia il punto a .
Bisulta dalla definizione :
21.
22.

u , v vtt . Q . u + v vtt.
u y v v t t . a pnt

+ =

+ +

193

ANALISI DELLA TEORIA DEI VETTORI

e trasportando un termine
23.

u , v v t t . a 6 pnt

+ w+ ^ =

Il primo membro di questa eguaglianza sta per (a


(P16)j quindi questa somma lia la propriet associativa.
24.

u) + u

vtt . Q . + = + ,

clie esprime la propriet commutativa della somma di due vettori.


Infatti, dalla P I 7, tenendo conto della 23, essendo a un punto,
si ha
a + (w + *0 a + (v + u )i
e sottraendo a (P14), si ha il teorema.
25.
u , v , w vtt . o w
+ w) = (u +
+ w>
che esprime la propriet associativa della somma di vettori. Infatti,
sia a un punto j dalla P23, che esprime la propriet associativa
della somma dun punto con due vettori, si ha :
+ [(* + ) + H = [ + ( + )l + > = [( + U) + v]
+ io = (a -f- u) + ( + w) = a + [ -j- ( + w)]
e sottraendo a dal primo e dall ultimo membro di questa serie
di eguaglianze si ha la nostra P.
Essendo u un vtt, con u si intende il vettore u cambiato
di verso ; si pu definire come segue :
26.

a , b C pnt . Q . (a b) = b a.

def.

Per differenza di due vettori u d si intende la somma del


primo col secondo cambiato di verso :
27.

u , v e vtt . o u v = u + (

def.

Si ha:
28.

29.

u vtt . Q . u 6 vtt
u u = 0
( u) = u.
u 6 v t t . o u = i vtt x (u -f- x = 0).

Essendo u un vettore, u quel vettore x tale che


u + x = 0 . Questa proposizione si potrebbe assumere per de
finizione. (*)
(*) Precisamente, a partire da F 1899 (lavoro n. 106, p. 154) la P29 diventa
definizione e la P26 teorema, la cni dimostrazione esplicita trovasi per la prima
volta in F 1903 (lavoro n. 125, p. 257).
. C,
13

194

GIUSEPPE PEANO

Prodotto d* un vettore per un numero.

Dovendo occuparci di numeri interi, e fratti, positivi e negativi,


bisogna supporne nota la teoria (F2 2), ed i simboli relativi,
che sono :
N = (numero intero positivo)
n = (numero intero)
r = (numero razionale),
e in seguito
Q = (numero reale positivo)
q = (numero reale),
e i segni di operazioni sui numeri
, , X , /. 1
Per definire il prodotto dun intero a per un vettore , basta
porre queste eguaglianze :
30.

u e v t t . o Oh = 0

def.

31.

u 6 v t t . a e n . q . (a + 1) u = au -f- .

def.

Dalla seconda, ove si faccia a = 0 , e tenendo conto della


prima, si ha l u = u.
Fatto nella seconda a = 1 , e tenendo conto del risultato ora
ottenuto, si ha 2u = u + u ; e cos 3m = u -f- u + u , ecc. j
cio se a un N , au la somma di a vettori eguali ad u .
Facendo nella stessa a = 1, e tenendo conto della prima, si
ha 0 = ( 1 ) u -f" u , onde ( 1 ) u = u ; ( 2 ) u = 2 w, ecc.
Cos ne risulta il significato di a u , qualunque si sia lintero a f
cio :
32.
u e v t t . a n . Q . au 6 vtt.
Colla scrittura u a , non ancora definita, ci conviene indicare
lo stesso a u , cio porremo :
32'.
33.

u 6 v t t . a n . $ . ua = au.

u E vtt. a y b n. (y . (a

def.

b) u z= au -j- bu.

Questa formula esprime che il prodotto dun numero per un


vettore ha la propriet distributiva rispetto al fattore numerico.

ANALISI DELLA TEORIA DEI VETTORI

195

Essa si assunta, per definizione (P30) per 6 = 1. Suppostala


riconosciuta per un certo valore di 6 , si avr :
[a + (6^+ 1)] u = [(a + 6) -|- 1 ] j dallAritmetica,
= (a + b) u + u , per la P31,
= au + bu

u,

per lipotesi,

= au + (bu + w), per lassociativit della


somma, P25,
= au + (6 + 1) ? per la def. P31 ;
cio essa sar ancora vera per 6 + 1 . Viceversa, se vera per
b + 1 , risulta dalle formule scritte, che pure vera per 6 ; dunque
essa vera per ogni valore intero, positivo o nullo o negativo, di 6.
34.

a n . u , v v t t . q , a(u + u) = au + av.

Questo teorema dice che il prodotto dun numero per un vettore


ha pure la propriet distributiva rispetto al fattore vettoriale. Per
dimostrarla, si osservi che, per la def. P30, essa verificata per
a = 0. Suppostala verificata per un certo valore di a , sar :
(a + 1) (u + v) = a (u + v) + ( + v)

per Ia def. P31

= au + av + u + v

per ipotesi

= au + u + av + v

perch la somma
commutativa (P24)

= (a + 1) u + (a + 1) v per la def. P31 ;


cio essa sar pure verificata per a + 1 ; e dalle formule scritte
si ha pure che, se essa verificata per a + 1 , sar pure verificata
pel numero precedente at Dunque essa vera qualunque sia
lintero a.
Riconosciuta la propriet distributiva del prodotto rispetto alla
somma di due termini, lo si estende alla somma di 3, 4 . . . termini.
Sar quindi
K + a2 + . 0 u = a i u + a%w + >
e supposte le a tutte eguali, ed in numero di 6 , si avr (per 6
positivo)
35.

a , b n . u v t t . q . (ba) u = 6 ()

196

IUSEPPE PEANO

propriet associativa del prodotto di due numeri e dun vettore ; e


che si riconosce dalle cose dette vera qualunque sia il segno di b.
Se un vettore nullo, moltiplicandolo per un numero qualunque
si ha per risultato 0 .
Viceversa, si ha :
3G.

o E N . t t f vtt . au 0 . Q . u = 0,

Pp.

come si riconosce dall7intuizione geometrica. Ma non potendo noi


dedurla dalle proposizioni precedenti, con processi di logica pura,
ci occorre assumerla come proposizione primitiva.
Che la P36 non sia conseguenza delle precedenti, risulta da
ci che se per pnt intendo i punti duna circonferenza, e al
lequidifferenza a b =* c d attribuisco il significato larco ab
si pu portare a coincidere con cd con un moto rotatorio attorno
al centro cio gli archi ab e cd sono eguali, e dello stesso
verso, sono verificate tutte le Pp finora introdotte, PI, 2, 3, 4, 8 ,12,
ma non la P36 ; poich in questa interpretazione, un vettore rap
presenta una rotazione ; lo 0 rappresenta lidentit ; e una rotazione
ripetuta pu produrre lidentit.
Ne deriva :
3G'.

a E N . u , v E vtt . au = av . o u v*

Invero
ITp . Q . au av = 0.
. P34 . Q . fl(tt v) = 0.
. P36 . q . Ths.
Dividere un vettore u per il numero intero positivo a , o
come preferiamo di dire per non introdurre forme nuove di opera
zione, moltiplicarlo per / a , cio pel reciproco di , significa trovare
quel vettore v , che moltiplicato per a d u :
37.

u E v t t . a E N . o /a = vtt v (av = w).

def.

Affinch questa definizione sia applicabile, bisogna che siano


soddisfatte le condizioni sotto cui si pu usare il segno t (F2 1
P430) ; cio .che esistano vettori v che soddisfino alla condizione
av = u ; e che ne esista uno solo. Questa ultima condizione con
seguenza della P36' ; poich se fosse av = u e avf = u , sarebbe
av = av'} onde v =
Che ne esista uno, risulta dallintuizione; ma non conse
guenza logica delle cose dette.

ANALISI DELLA TEORIA DEI VETTORI

197

Invero, quanto precede vero se per pnt intendiamo i


numeri interi n , e non sempre il rapporto di due interi
un intero.
Lo affermeremo colla seguente proposizione primitiva ;
38.

u e vtt . a e N . o . a vtt v 6 (at? = ).

Pp.

Ne risulta
39.

u 6 vtt . a N . q . u/a 6 vtt.


(u/a) x a = u.

Dalle cose dette, essendo b un intero (n), ed a un intero


positivo (N), ha significato la scrittura ( m x b)/a . Questo vettore
dipende dai due numeri a e b ; ma noi vedremo subito che esso
funzione del solo rapporto bja . Dicesi che un ente, funzione dei
numeri a e b , funzione del numero razionale b ja , quando
sostituendo ad a e a & due numeri c e <?, tali che djc = b ja , il
valore di quellente non varia. Cio si ha :
40.

a , c N . b , d e n . bja = d/o . u 6 v t t . o . (ub)ja (ud)/c.

Infatti la Ths, a causa della P36', conseguenza di


[{ub)ja] (ac) = [(ud)/c] (ac).

Questa, per la P35, equivale a


( [(ub)ja\ a ) c = ( [(ud)/c\ c )a ,
che, per la P39, vale
(ub)c = (ud)a ,

e per la P35
u(bc) u (da),

che vera, poich, per le Hyp fatte


bo da.

Il
rapporto bja , ove b i n, ed a N, rappresenta ogni numero
razionale r. Quindi porremo:
41.

u 6 vtt . x 6 r . o
xu = i v e [a e N . b 6 n . bja x . o a>6 . v = ub/a],

Essendo u un vettore, ed x un numero razionale, positivo


o nullo o negativo, per xu si intende il valore che ha sempre

198

GIUSEPPE PEANO

lespressione u b /a , ove a un intero positivo e 6 un intero


qualunque tali che il loro rapporto bja eguagli il razionale x .
H prodotto dun razionale per un vettore ha la propriet distri
butiva rispetto ad ambi i fattori :
42.

x v . u , v vtt . o . x (u -f- v) = xu + xv

43.

x , y r . u vtt . o (x + y) u

+ Vu >

e il prodotto di due fattori razionali per un vettore ha la propriet


associativa :
44.

x , y r . u vtt . 3 . x(yu) = (xy)u ,

la cui dimostrazione conseguenza delle propriet P33, 34, 35.


Si ha pure che il prodotto dun numero per un vettore nullo
solo quando si annulla un fattore :
45.

x r . u vtt . xu = 0 . 3 : x = 0 . u , u = 0.

La definizione del prodotto dun numero irrazionale per un


vettore, in questo istante presenta gravi difficolt. Lo definiremo
simbolicamente solo dopo introdotte le idee di distanza e di limite.

Sodi 111e di punti.

Dicesi somma di punti, o forma geometrica di prima specie,


abbreviato in
, un insieme di punti ai , a%, . . . am , con
altrettanti numeri (razionali) x t x 2 . , . xm e si rappresenta con
H X2 a2 H

In miei lavori precedenti si fatto dipendere la definizione


delleguaglianza di due forme dal concetto di tetraedro (2), concetto
certo elementare, ma non ancora ridotto ad idee intuitive. Potremo
far dipendere questa eguaglianza dalla teoria dei vettori, i quali ne
sono caso particolare, nel modo seguente :
Due forme di l ft specie, x f ax -f- x %a%+ . . . -|m e
Vi
^2 + +
Vn bn diconsi eguali, se, comunque si scelga
il punto 0, si ha che la somma dei vettori che vanno da 0 ai punti
della prima forma, moltiplicati questi vettori pei rispettivi coeffl*
cienti, eguale alla corrispondente somma pella seconda forma:
(B) Clcolo geometrico, a.

1888. Lo stesso procedimento seguito nelle

Leons de Cinmatique del K oenigs , a. 1897, p. 423-8.

ANALISI DELLA TEORIA DEI VETTORI

46.

199

Wlj WE N iPj , . &rn E T Q>^ , . dm 6 pilt Jfj , . . J/n r.

b t ,. . . bn p n t . o

+ . . . + x m a, = y t bt + . . . + yn K . = :

o E p n t . o 0 . a?! (! o) + . . . + a?m (m o) =
4- + y

o)

)*

^ef.

Dicesi massa duna somma di punti la somma dei coefficienti


dei punti, e si indica col segno doperazione co :
47.

m e N . X i , . . . xm 6 r . i , . . . am p n t . o

co (i i + . . . + x m am) = Xx + . . . + x m.

def.

Se da una somma di punti si sottrae un punto arbitrario o


con coefficiente la massa del sistema, si ottiene un vettore :
43.

fi F i . o 6 p n t . q . 8 (co s) o vtt.

Infatti sia s = xi ax + . . . + x m a m, ove queste lettere hanno


il significato noto. Sar s (c s) o = x x a* -j- . . . + xm am
(.r4 + . . . + xm) o = x t (a4 o) - f . . . + xm (am o) ; ora la somma
di pi vettori a* o , . . . , am o , moltiplicati per x {. . . x m, d
un vettore.
In conseguenza, se la massa di s nulla, s si riduce ad
un vettore:
49.

s e F 4 . co 8 = 0 . o * vtt.

Se invece la massa non nulla, posto


0 =

O +

[fi

(CO )

0]/(cO 8)

sar g un punto, ed a = (co s) g :


50.

. co s ~ = 0 . o 3 Pnt 9 6 [8 = (< 8) 9

cio, data una somma di punti, con massa non nulla, essa si pu
ridurre ad un punto unico g con massa la somma delle masse del
sistema. Questo punto dicesi b a r i c e n t r o dei punti dati, colle ri
spettive masse ; e si pu indicare con g = s/cos.
Prodotto interno di due vettori.
Nelle pagine precedenti siamo partiti da due idee primitive ;
luna quella di pnt , e laltra la relazione fra quattro punti

200

GIUSEPPE PEANO

espressa in forma di equidifferenza. Queste due idee si sono deter


minate mediante 8 Pp, che sono le 1, 2, 3, 4, 8, 12, 36 e 38.
Si definito successivamente lo 0 (P7), il vettore (PIO),
la somma dun punto e dun vettore (PII), la somma di due vettori
(P20), e la loro differenza (P27), il prodotto dun vettore per un
numero razionale (P30, 31, 37, 41) j e infine la somma di pi punti
con coefficienti interi, o razionali (P46).
Queste somme hanno le propriet delle somme algebriche ; e il
calcolo geometrico che ne risulta formalmente identico al calcolo
algebrico. Questa coincidenza prodotta dal fatto che si indicata
sotto forma di equidifferenza la relazione fondamentale fra i quattro
punti, e con opportune definizioni si sono estese alla geometria delle
identit algebriche. Si avrebbe avuto un calcolo geometrico ancora
identico allalgebrico, se la relazione fra i quattro punti si fosse
scritta sotto forma di proporzione a/b = cjd) in tal caso i segni
0

(P7), a + u (PII), u + v (P20), u (P26), ua (P30, . . . 41),


x

ai + H H + +

an (P46)

dovrebbero essere rispettivamente sostituiti con


1, a x u , XD, /,

Se invece di indicare il vettore di estremi a e b con b a ,


come fece II. Grassmann, e qualche volta anche Ilamilton, lo si
indica con a b , si avr un calcolo geometrico di forma diversa
dallalgebrico. Ad es. la formula (a b) -|- (b c) = a c si
presenterebbe sotto la forma ab -f- bc = ac.
Colle operazioni finora introdotte si possono esprimere relazioni
e funzioni di punti. facile il vedere che ogni funzione siffatta non
si altera passando dalla figura considerata ad una sua affine. In
conseguenza colle operazioni precedenti non potremo parlare della
distanza di^ due punti, del valore degli angoli, e in generale di nes
suna delle propriet metriche delle figure. Per parlare di queste
propriet necessario introdurre una nuova idea primitiva. In Geome
tria elementare lidea primitiva introdotta quella di moto, da cui si
deduce leguaglianza dei segmenti, degli angoli, e le operazioni
somma e differenza, seni, coseni, ecc. Mediante questi concetti si
suol definire nel calcolo geometrico, il prodotto interno di due vet
tori u e v, che indicheremo con u | v, seguendo Grassmann, e che

ANALISI DELLA TEORIA DEI VETTORI

201

si legge w indice v, come il prodotto delle loro lunghezze pel


coseno dellangolo compreso . (*)
Non volendosi parlare di coseni, si pu definire come segue :
Il prodotto di due vettori paralleli e dello stesso senso vale
il prodotto delle loro lunghezze. Il prodotto di due vettori di senso
contrario vale il prodotto delle loro lunghezze preso col segno .
Il prodotto di due vettori non paralleli vale il prodotto del primo
per la proiezione ortogonale del secondo sulla direzione del primo.
Volendo esprimere questa definizione coi simboli ideografici, ci
occorre analizzare i termini lunghezza dun vettore, o distanza di
d due punti , proiezione dun vettore ecc. ; il che importerebbe
a ricostrurre la Geometria. Tanto fa assumere lespressione |y
come idea primitiva, determinandola mediante le sue propriet
fondamentali, e deducendone la Geometria metrica.
Noi ammetteremo pertanto che :
51.
52.

u , v e vtt . Q . u | v 6 q

Tp.

0 . | v = |tt

53.

U f V

64.

u e vtt . u ~ = 0 . o . u | u e Q.

vtt . Q . (u

Pp.
v)\w =

u\w

-\-

v\w

Pp.

Pp.

Il prodotto interno di due vettori un numero reale ; esso


ha la propriet commutativa, e la distributiva rispetto alla
somma. Il prodotto dun vettore non nullo per s stesso un
numero positivo .
Dalla propriet distributiva, espressa dalla P53, si deduce :
Si ponga v = 0. Si avr u\w == u \w + 0 1w, onde0|w = 0,
e cambiando lettere :
(I).
0 1w = 0.
O Nelle edizioni successive del F orm u lario (a partire da F 1899, p. 156) il
segno di prodotto interno di due vettori ha assunto la forma X ed il segno
v tt stato modificato in vct ed abbreviato in v .
Nelle ultime due edizioni del F orm u lario (F 1903, F 1908) il segno indice di
Grassmann stato deformato in I ed introdotto il segno a per indicare
il prodotto alterno progressivo (di solito sottinteso). Allora si ha :
, i v , 3 , # x = ! ( # I v)/xp ,
ove y> b nn qualsiasi trivettore unitario di riferimento, cio del tipo i a j a k
in cni i t j , k sono vettori unitari ortogonali.
(Cfr. il lavoro n. 138, (F 1908= F. V), p. 198, P21-3).
V. C.

2 02

GIUSEPPE PEANO

Applicando pi volte la P53, e detti u x , , . u n dei vettori, si ha


(i + u2 + . . . + un)\v =

| v + w 2| v + . . . + un\ v ,

e supposti tutti gli u eguali :


(2).

mEN.o.

(m i ) | v

= n (u | v).

Nella P53 pongo al posto di v , si ha


0 1io = u |w -|- ( u)\Wy
e tenendo conto della (1), e cambiando lettere :
(3).

( - u)\v = -

(4).

(u\v).

C N , \ ) . ( nu) | v = n(u\v ).

Invero il primo membro di questa eguaglianza, per la (3), vale

e questo, per la (2), vale il 2 membro. Le (1) (2) (3) (4)


si compendiano in
(5).

a n . o . (au)\v = a (u\v).

Nella (2) al posto di u leggasi -i-u. Si avr | v = n ^ - |

onde
(6).

n 6N . o .

wj | v -- ( | t>).

Nella P(5), al posto di u leggo -jj- u , e trasformo V ultimo


membro colla formula ora scritta :
(7).

n N . a 6n . o

Ma , ove n un intero positivo, ed a un intero qualunque,


rappresenta ogni numero razionale. Onde si ha infine il teorema che
comprende tutte le formule ora scritte :
55.

u , v 6 vtt . x r . q . (aw) | v = x (u | u)

che esprime la propriet associativa del prodotto dun fattore razio


nale e di due fattori vettoriali.
Sussistendo le propriet commutativa ed associativa (P52 e 53),
sussistono pure tutte le formule algebriche di secondo grado, le
quali siano interpretabili fra vettori.

ANALISI DELLA TEORIA DEI VETTORI

56.

u vtt. Q .

= u \u

203

def.

cio diremo quadrato dun vettore il prodotto interno del vettore


per s stesso. Grassmann sottolineava lesponente 2 j ma si pu
adottare la scrittura pi semplice senza ambiguit. Dalla P54 si ha
che w2 una quantit positiva, o nulla se nullo . Porremo per
definizione :
57.

u 6 v t t . Q . mod u = V(w2).

def.

Il segno modulo di corrisponde alle frasi lunghezza


o grandezza del vettore u , distanza degli estremi del vettore u ,
questa distanza essendo misurata con una fissata unit di misura .
Si ricava
58.
59.
60.

u vtt . o raod u = 0 . = . u = 0

mod ( u) = mod u

u vtt . E r . Q . mod (w) = mod x mod .

Infatti, per dimostrare questultima, si ha


mod (xu) = ^ [(aw)2] = V(x2u2) = fa? ^

= mod x mod u.

61. u , v e v t t . o . mod (w|v) < mod u mod v .


Questa formula, differente delle formule algebriche, esige dimo
strazione speciale.
Essendo x un r , per la P54 si ha :
(xu + v)2 > 0.

Sviluppando si ha :
x 2 u2 -|- 2# u \v -|- v2 > 0

Ora il primo termine si pu rendere tanto piccolo quanto si


vuole prendendo convenientemente il razionale
quindi neces
sario, perch sia soddisfatta questa diseguaglianza, che sia

cio
(mod u)2 (mod v)2 > (u \ v f ,

204

GIUSEPPE PEANO

che equivale alla proposizione a dimostrarsi. In questa dimostrazione


si supposto implicitamente che il fattore mod u , per cui si
diviso, fosse diverso da zero. Se mod u = 0 , la proposizione evi
dentemente vera.
62.

u , v E v t t . o . mod (u

v) < mod u + mod v.

Il modulo duna somma di vettori non supera la somma dei


moduli . Essa equivale alla proposizione di Geometria :
In un triangolo un lato minore della somma degli altri due,
proposizione dimostrata in Euclide, e assunta come postulato
da Legendre. Noi la possiamo derivare dalle nostre premesse.
Invero si ha:
(u -f- v f = u2 - 1- 2u | v -f- v2
ed essendo
u | v < mod (u | r) < mod u mod v ,
si avr :
[mod ( + fl)]2 < (mod u f -|- 2 mod u mod v

(mod v f ,

ed estraendo le radici quadrate si ha la formula P62.


[Per definire il prodotto dun numero irrazionale per un vettore,
ricorreremo alla teoria dei limiti. Tutto quanto detto nelle mie
Lezioni di analisi infinitesimale , a. 1893, 279-288, sui limiti
dei numeri complessi dordine qualunque, sussiste inalterato par
lando di punti invece che di numeri complessi ; anzi in vista di
questa applicazione se ne fabbricata la nomenclatura. Ma qui
bastano le definizioni.
Supporremo noti i simboli di logica K, ed f; e i segni di
analisi D (classe derivata), e lim davanti ad una funzione
numerica.
63.

u 6 K q . x QE D u . / vtt f u . a 8 vtt . o :
a =

G4.

/ oo . = . linia;,^ mod {fx a) = 0.

u E K q . oc0 E D u . / E put f u . a e pnt. Q : idem.

def.
def.

Sia u un gruppo di numeri reali, a?0 un numero della classe


derivata di , cio a cui i numeri del sistema u si possono avvicinare indefinitamente ; / sia il segno dun vettore funzione definita
nella classe u \ e sia a un vettore determinato. Allora dicesi che a
il limite del vettore f x , ove x , variando nel gruppo u , tende
ad a?0, quando il limite del modulo di f x a Io zero. Lo stesso
dicesi pure se f x un punto funzione di
ed a un punto fisso.

ANALISI DELLA TEORIA DEI VETTORI

205

Per prodotto dun numero irrazionale x 0 per un vettore u


intendiamo il limite del prodotto dun numero razionale x per u ,
ove x tenda ad 0 :
65.

0 q ~ r . u v t t . o . 0 u = lim *,^ (it).

def.] (*)

Bisogna, ammettere che questo limite esista :


66.

#0 e q ~ r . u v t t . y . x0 u vtt

Pp.

il che non conseguenza delle Pp precedenti ; poich esse sussistono


tutte se al posto di pnt leggiamo r , attribuendo ai segni
doperazione il significato che hanno in aritmetica; e non verificata
quest ultima.
Sussistono in conseguenza tutte le identit coincidenti formal
mente con identit algebriche, e che sono interpretabili colle con
venzioni geometriche finora fatte.
Essendo i un vettore non nullo, q i significa vettore parallelo
ad i . Era essi compreso il vettore 0 ; poich basta moltiplicare
i per 0.
Ma esistono vettori non paralleli ad i :
67.

i vtt ~ tO . o a vtt ~ (qi).

Pp.

Sia j un vtt non parallelo ad i ; qi + <1j rappresenta il sistema


dei vettori della forma xi + y j , ove # ed y sono dei q. Quindi
qi + qj = vettore complanare con i ed j .
(*) La definizione del prodotto d'nn numero irrazionale por nn vettore
che risulta dal passo fra [ ] stata fondata (a partire da F 1899, p. 158) sul
concetto pih somplioe di limite inferiore (14) di una classe di nnrneri.
Precisamente G. P ean o d, le definizioni seguenti :
(1).
(2).

u e Cls v

X u = v n x a[l4 mod (u jc) = 0]

u e v . x e q . 3 . x u = t |A [(r n Q x) u] n X [(r n x f $ ) tt]j

Df
Df

che possono leggersi cos :


(1). La classe lim ite di u (ove una classe di vettori) o minima
classe chiusa contenente u linsieme dei vettori x tali che il limite inferiore
della classe descritta da mod (y x) al variare di y in u sia eguale a zero .
(2). Se x nn numero (irrazionale) ed un vettore, allora il prodotto
x u lunico individuo comune alle classi Xuf e Xunf ove u ' indica la classe
formata da tutti i prodotti di per i numeri razionali minori di x, ed u" la
classe formata da tutti i prodotti di u per i numeri razionali maggiori di x .
(Cfr., per es., il lavoro n. 138 (F 1908= F. V) p. 177 ; cfr. anche : U. Cassina ,
1. o. nell'annotazione preliminare, p. 364).
U. C.

GIUSEPPE PEANO

Ma questi non formano ancora l insieme dei vettori ; cio :

68.

i vtt ~ tO . j e vtt ~ (qi) . Q . g[ vtt ~ (qi + qj).

Pp.

Dato un vettore i non nullo, ed un vettore j non parallelo


ad i , esistono vettori non complanari con i ed j . Detto le un
vettore siffatto, qi + qj + qJc rappresenta tutti i vettori della
forma xi -f- yj + ze , qualunque siano i numeri reali x , y , z.
Ora tutti i vettori sono di tale forma, cio :
69.

i E vtt ~ 0 . j e vtt ~ (qi) . h 6 vtt ~ (qi + qj) . ).


vtt = qi + qj + qJe.

Pp.

Questa proposizione spesso si enuncia sotto la forma Io spazio


fisico a tre dimensioni .
I
tre postulati esistenziali ora scritti sono necessarii in alcuni
casi. Che essi non siano conseguenza dei precedenti risulta da ci
che se noi consideriamo i soli vettori paralleli ad i, non verificata
la P 6 7 } se consideriamo i soli vettori complanari con i ed j , non
verificata la P68 ; e se invece di vettori parlassimo di q4 (numeri
complessi del 4 ordine), non sarebbe verificata la P69.
70. Hyp P69 ,x , y, z t q . x i

yj

zie = 0 . o . x = 0 . y = Q. z = 0 .

Infatti se z ~ = 0 , dividendo Inequazione xi -f- yj -f- zie = 0 per


z , si ricava le = m i + n j, ove m e n sono q, (e precisamente
m = #/2, n = y jz \ dunque le sar complanare con i ed j , con
trariamente alle Hyp. Dunque z = 0.
Allora lequazione diventa xi
yj = 0. Se y ~ = 0, dividendo
per y, si deduce j e qi, contrariamente allHyp. Dunque y = 0.
Lequazione diventa x i == 0. Se x ~ = 0, si deduce i = 0, con
trariamente alPHp. Dunque x = 0.
71.

Hyp PC9 . x, y , z} x% y',

e q . xi + yj -|- ze =

= x 'i -f- y'j -j- z'k , Q. F = a?'.y = y/ . = z \


Infatti, dallHyp si deduce (x x ) i + (y y')j + (z z') le = 0,
onde, per la P70, x x' = 0, y y' = 0 , z z' = 0, che
la Ths.
Ridotto un vettore u alla forma x i -{- yj + zie , i numeri
a?, y, z diconsi le coordinate del vettore u ; qualche volta i
vettori xiy yj , zie diconsi le componenti del vettore u.

'

ANALISI DELLA TEORIA DEI VETTORI

207

Essendo p un punto, diconsi coordinate del punto p le coor^


dinate del vettore p o, ove o un punto fisso, detto origine.
Definite le coordinate, sono stabilite le basi della geometria
analitica.
Mi limito qui a dire come, colle idee precedenti, senza introdurre
alcuna idea primitiva nuova, sia possibile definire il volume ed il
senso dun tetraedro, concetto fondamentale nel calcolo geometrico ;
ma mi riservo di sviluppare questa teoria in un altro lavoro. (*)
o

Cfr. il lavoro n. 125 (F 1903= F. IV), pp. 277-285.

JJ. C.

(138). {Estratto) COMPLEMENTI ALLA TEORIA


D EI VETTORI SECONDO PEANO
(Formulario mathematico, t. V, Torino, Fratres Bocca, 1008, pp. 176-183)

Como complemento al procedente lavoro n. 98 del 1898 si riportano alcune


pagine del F o rm u la rio mathematico (lavoro n, 138 = F1908 = F. V), che collegano la teoria do vettori secondo P e a n o (svolta nel lavoro n. 98) cou i principii
di geometria fondati snlle idee primitive di pu n to , segmento e moto (lavori n.1 18
del 1889 e 64 del 1894) e con i principii di geometria basati Bulle idee primi
tive di p u n to e di distanza (lavor n. 122 dol 1902).
U. C.

mod
*

21.

u,vev . 3 :

*1 mod 0 = 0

di8t

modtt = |/(w2)

Df

11 modtt = 0 .= . u 0

2 mod(u) = modw
3 a?er . ZD. mod(#) = modo? modtt
[ mod(#tt) = y [(m)2] = ^(a?2tt2) = ^(^(tt8) = mod# modtt ]
4 mod(wxv) ^ modtt modv
[ xer .3 . (a?tt-|->)8 ^ 0
a?2tt2-|-2tfttXv-f-8 ^ 0 O .
(modw)2 (modu)2 ^ ( x ^ f O . P ]
*5 mod(w~j-u) ^ modtt-|-mod>
[ P*4 ,D. mod(w-)-v) = V(2+ 2 x v + v 2) ^
[(mod)2-|-2mod modu-f^^odu)2) .3 . P |
*

22.

afiep . u,ve Clsp .D:

1 d{a,b) = dist(6,a) = mod(6a)


2 d(a,v) = l/ d (a$) | y (v

Df
d(w,&) = 1, d [x}b) | x u

Df

209

Co m p l e m e n t i a l l a t e o r i a d e i v e t t o r i s e c o n d o p e a n o

*3

d(,v) = 1, d(a?,y) |0r,y)(wto)

Df

d(a,6), vel dist (a,b) indica distantia de a ad b ; a et b es puncto


(P 'I), aut classe de puncto vel figura (P*3).
*

23.

a 7b,c,d e p . D .

*1

d(,6) ^ d(a,c)+d(c,&)

[ = P2X*5 ]

( E u c lid e I P20 :
ITavz xQ iyvov a? vo nXevQa xfj Xouzfj juelov d a t . )
*2

d (a,b) = d {a,c) = d (htc) = 1 . 3 .


d [(a + 6 )/2 f c] = r 3 / 2

d[(a+ 6+o)/3, /*] = /|/3

j E uolide x iii P12 :

E v el xvxXov xglycovov

jrAevgti

otzXevqov yyQa<prj, ^ t o v r g t j w o u
TpuiAaa&wi' lori xfj kx xov xvzQov x 06 xvxXov )

Mediana et radio de circulo circumscripto ad triangulo regulare.


*3

d(a,b) = d(a,c) d(a}d) = d(&,c) = d {b,d) d(o,d) = 1 .D .

d[(a+6)/2, (o+d)/2] = fl/2) . d[(a+6+o)/3, d] = V(2/3) .


d[(a-i-6+o+d)/4, a\ = V(3/8)
( E u o l i d e x i i i P13 :
5 xfj 0 <patQ0L<; i/jiexQo dwa/ut fjfioXta aiJ ztj nXevQ xfj

nvQaplo . )
Distantia de latere opposito, altitudo, radio de sphaera circum
scripto ad tetrahedro regulare.
*

24.

Si nos sume ut idea primitivo puncto , et relatione inter trs


puncto fl,6,c, que nos indica per
d(fi,o) d(&,c)
lege a et 6 es aequidistante de o, nos pote defini omni ente de
Geometria (*).
Definitione de puncto medio de duo puncto a et b, indicato
per (a-f&)/2 :
1

a,hep .D. (+&)/ 2 = i p n oca[d(#,a) = d(a?,&) :

y*p . d(y,a) = d(a?,). d(y,6) = d(x,b) ."Dy . y = x ]

Dfp

(*) Cfr. il lavoro n. 122 (L a geometria basata sulle idee d i pu n to e distan za ,


1902) contenuto nel presente volume.
U. C.

14

210

GIUSEPPE PEANO

Df de aequalitate de duo vectore:


3 afb}cydep .13: a b = cd .= . (a-\-d)/2 = (b-\-c)/2

Dfp

Ergo habe sensu serie de Prop 1-10.


u}vev .3 / .

4 modw = modv .= : acp .Da. d(a,a+) = d(a,a+v)

Dfp

Df de aequalitate de modulo de duo yectre.


Tunc P22*l dfini distantia de duo puncto.
5 u x v = 0 .= : mod(w+^) = mod(wv)

Dfp

Df de relatione u x v = 0, vectores u et v es perpendiculare .


*6

tiyvev . D :

modtt ^ modv .= . g vn zd [u x z = 0 . modw = mod(v-)-z)] Dfp


Df de relatione ^ inter duo long-ore; unde nos deduce relatione > .

pnt
*

29.

a,bep O .

1 arb = +0(6a)

a w b = a-\~Q{b a)

Df

Indica segmento de punctos comprehenso inter a et 6. Existe


Geometria de positione fundato super idea primitivo pnt et
segmento . Vide Peano Principii di Geometria a. 1889 et RdM.
a. 1894 p.51-90 (*).
2 aep . ue Clsp .3 . a Mtt = p n # ? a w n y3(xe a My)

Df

*3 ttybep . ce a Mb .3 . d(,o)-fd(<?,&) = d(a,6)


*4 a,6,cp . e e a Mo. t fe&M e . 3 . d(0,&)+d(d,c) ^ d(a,&)+d(a,c)
( E uolide I P21 )
[ Hp . ee aH c . ds b H e o . d(d,c) ^ d(tf,e)-fd{e,o). Oper + d(M)
d(ft,d)+d(d,c)^d(&,d)+d(<*,fl)+d(,o). P-3 o . d(M)+d(<V>)^d(V)+
d(e,c) . d(&,e)^d(&,a)+tf(a,c) .D. d(6,d)+d(d,c)^d(6,a)+d(a,e)+
d(e,c) = d(fc,a)-|-d(a,c) J
(*) Trattasi dei lavori n. 18 e 64 del nostro indice, il primo pubblicato nel
vol. II di queste Opere scelte ed il secondo nel presente volume.
U. C.

211

COMPLEMENTI ALLA TEORIA DEI VETTORI SECONDO PEANO

U
*

30.

ue vi0 . 3 .

1 mod Uw = 1

0 JJu = ufmodu

Bf

. U(m) = Uw . aeQ .3 . U au = V u

2 t,j,fcev . i2= j 2= /c2= l . i x j = j x f t = f t x t = 0 . ^y^zeq .

^ + y 2+ ^ > 0 O . U(a;i+0+2&) = (^i+^*+sA0/l/(#2+ y2+*2)


[ Df U 3 P ]
U, lege unitate de u , es introducto per Hamilton. Responde
ad sgnw de Arithmetica pag. 94.

2 . recta

p2 pian

p3

Ce contine propositiones relativo ad symbolos, frequente in


lingua commune, et minus importante pro calculo geometrico (*).
*

1*1 aep . ue v-tO . 3 . recta(a,) = a+qw

Df

Recta que transi per a, et es parallelo ad vectore u .


11 H p'l . me q-tO .3. recta(, ) = recta(, mu)
2 p2 = xa j a (a, u)3 [fl.p . ev-tO . o?= recta(a, )] j

Df

= recta .
3 Hp-1 . bep .3. d[b, recta(a, u)\ = V((&)2[(6)Xwf|

*4 ep . be p-ia . 3 . recta(a,6) = recta(a, ba) = a+q(6a)

Df

2-1 fp . ue v-tO . ve v-qw . 3 . plan(a,w,v) = a+qw + q ^

Df

Plano determinato per uno puncto et duo vectore.


2 p8 = X3 (a(a,w,tf)3[afip . ue v-tO . ve v -q u . x = plan(a,,v)J)

Df

= plano .
3 ap . be p-tfl . ce precta(a,6) . 3 .
plan(a,,o) = plan(a,&a,ca)

Df

(*) In questo paragrafo sono dedotte le principali propriet della teoria dei
U . C.

m oti svolta nel lavoro n. 64 (del 1894), contenuto nel presente volume.

212

GIUSEPPE PEAN

cmp 11 cmp J_
*

3. us ytO . v}wsv . Z2.

*0 (cmp | | u)v = (uxU)Uw

Df

componente parallelo ad u de v .
01 (cmp_|_w)^ = v(cmp 11u)v
componente normale ad u de v .

Df

1 (cmp 11) (v-|-w) = (cmp [ |)v-|-(cmp 11u)w


*11

_[_

_L

2 (cmp| |m)v = 0 .= . u x v = 0

_[_

: (cmpj^f)v = 0 .= . ve qw

proj
*

4*1 #p . cp2 .O.


(proja)a? = i an y^[zsa

{y a?)X(yz) =0]

Df

= projectione super recta a de x .


2 ffep . aep3 O .
(proja)a? = i an y9[zea O * . (y a?)x(yz) = 0]

Df

= projectione super plano a de x .

3 #ep . rtcp2 .O. d(,a) = d[#, (proja)x]

Dfp

Dfp

. dpg .3.

5.

,VV.D.

Transi

*0 Translw = [(2>+w)|jp, pi

Df

= translatione repraesentato per vectore u .


1 (Transi v)(Transl) = Transl(u-|-v)
*2 ?eNj . D . (Transltt)*" = Transi mu
*3 (Translw)"1 = Transl(u)
Sym
*

0. a,bep . WV . D :
0 Syma = ([a+(a)J | a?, p )
= symmetria relativo ad .
1 (Syma)2 = (idem, p)
-2 (Syma)-1 = Syma

Df

COMPLEMENTI ALLA TEORIA DEI VETTORI

SECONDO PEANO

213

"3 (Sym&)(Syma) = Transi 2(&a)


*4 Transi = [Sym(a-|-w/2)] (Syma)
5 (Transl)(Syma) = Sym(a+w/2)
6 (Syma)(Translu) = Sym(a/2)
*

7.

aep2 .3.

'0

Syma = {[2(proja)tf

*1 (Syma)* = (idem, p)

p)

Df

*2 (Syma)-1 = Syma

*3 a,bep2 .3 . [(SymaXSymft)]"1 = Syrnft Syma


*

8.

aepg .3 . P7*0-*2

*1 aep . jUev . t?-=0 . uxv = 0 .3.


Sym(a-f-w/2_|_q?)Sym(a-|-qv) = Transiti
aep . u ^ w e

V -*0 .

Xu

Xt0

to x u =

0 .3 .

*2 Sym(a-j-qii) = Sym(a+qt>) Sym(a-|-qto)


*3 Sym(a-f-qw) Sym(a+qv+qto) = Syma
*4 Syn^a-l-qtf+qw) Sym(a+te-|-qo-|-qw) = Transi 2u
*

9.

Motor

0 Motor = wj(a(rt)6)3[rt,6 ep2 . m = (Syma)(Sym6)J)

Df

Motor indica motu de corpore rigido, rato ut transformatione


de puncto in puncto. Nos pote defini illo ut producto de duo symmetria.

*1 uev .3. Transit* e Motor

[ P8*l 3 P ]

2 aep2 .3 . Syma e Motor

[ PS2 3 P ]

Translatione et symmetria circa axi es motor.


3 w,ne Motor .3 . mn e Motor
4 m Motor .3. m1 e Motor

[P7*3 3 P]

5 me pFp : x,yep . 3*,*. d(mx,my) d (x,y) :3:


me Motor ;u; aep3 .3. (Syma)m e Motor

Si m es transformatione de puncto in puncto, et si distantia de


duo puncto x,y semper aequa distantia de correspondentes mx^my,
tunc aut m es Motor, aut, si a es plano, producto de m per sym
metria circa a es Motor.

214

GIUSEPPE PEANO

6 mfn7pe Motor .3 .
a(a,&,c)?[a,&,cepg . (Symfl)m = (Symb)n = (Symc)|)]
(H lphen a.1882 AnnN. 8.2 t.l p.299:
Trois positions quelconques dune mme figure dans lespace
sont les symtriques dune seule et mme figure prise respectivement
par rapport trois droites . )
7 me Motor . 3 . a p2 n xa(mlx = #)

( Mozzi a.1763 p.5 :

Il movimento si riduce a due altri, uno dei quali... di rotamento... e laltro sar rettilineo... e parallelo allasse di rotazione .
CHASLES a.1830 Bulletin de Frussac t. 14 p.324:
Quand on a dans lespace un corps solide libre, si on lui fait
prouver un dplacement fini quelconque, il existera toujours dans
ce corps une certaine droite indfinie, qui aprs le dplacement, se
retrouvera au mme lien quauparavant . )
*8 aep . me Motor . ma = a . 3 , ap 2ny3(xey .3*. m x x)
Omni motu que tene fixo puncto a es rotatione circa axi per <r.
| E u le r, Formulae generales pro translatione quacumque corporum
rigidorum , PetrNC. t.20 p.202 )
9 a9bya 'fb'ep . d(a,6) = d(a',b') . b a = b'a' . 3 . a(n,y)?
[ne Motor . yep2 . n a = a ' . n b = b ' : xey .3*. nar=a?]

Si distantia de puncto a ad b aequa distantia de ' ad b'y tum


existe translatione aut rotatione circa axi, que fer a in a', et b in b \
*

10.

Homot

a,b,o,|>p . h fa q . ev . 3 .
0 Homot(0,7c) = ([o+fctpc)]|j>, p)

Df

= Homothetia de centro c et de ratione Jc .


1 Homot(c,l)j? p . Homot(c, l)jj = (Symo)j)
*2 Homot{(J,fc)&Homot(o,7c)a = Jc(b a)
3

k - = 1 . 3 , Homot(0,7c)Transltt = IIomot[c-|-ttfc/(lfc), k]

*4 hk -==1 . 3 .
[Homot(6,fe)] [Homot(a,7i)J = Homot[a-|-(&a)(lfc)/(lAfe), hk]
5 k - = 0 . 3 . [Homot(&, /k)] [Homot(a,fc)J = Transi (6a)( 1/k)
6

.3 . [Homot(c,fc)]m = Homot(o,7cw)

(99). ( Estratto ) I FONDAMENTI DELLARITMETICA


NEL FORMULARIO DEL 1898
{Formulaire de mathmatique*, t. H , 2, Turili, Booca Frres, 1898, p. V i l i , pp. 1-15)

In queste pagine del lavoro n. 99 (F 1898 = F8 $ 2) i fondamenti dellarit


metica sono basati per la prima volta sulle idee primitive di zero (0)
e di ninner intero assoluto (N0), (oltre a quella di Hcceaaiuo di ( + ), gi introdotta
negli Arithmetices p r in c ip ia (lavoro n. 16 del 1889)).
I
postulati dell'ari fonetica hanno ormai assunto lassetto defluiti vo, salvo
l introdnzione esplicita del postulato N0 e Cls ( / numeri ( interi assoluti) fo rm a n o
una elasse ), ohe sar fatta nella terza edizione del F orm u la rio (lavoro n. 110 =
F 1901 = F. III).
Invoce la teoria subir ancora alonue varianti con il ritorno in gran parte
allordinamento dogli
j>rioi/ria del 1889.
(Cfr. il trattato n. 118 '(Aritmetica generale ed algebra elem., 1902), in oui la
teoria pu dirsi abbia assunto l assetto definitivo, e le ultime edizioni del
F orm u lario (lavoro n. 125 = F 1903 = F. IV e lavoro n. 138 = F 1908 = F. V).
P o r lo Btudio comparato del presente lavoro n. 99 coi precedenti lavori di
G. P e a n o sullargomento cfr. il seguente lavoro n. 101 (del 1898), contenato in
questo volume delle Opere scelte ).
Nella presente edizione dellestratto del lavoro u. 99 si tenuto conto di
alcune leggere modifiche autografe dellautore,
U. C.

(p. V ili)

Ordre des signes d7Arithmtique.

0 N 0 + 1 2 3 4 5 6 8 9 X N i - n x / l r il - 2 / / >
< 5 < mod agn num oo Nc< infn max min ! Cmb quot rest Dvr
mit Np mp 0 E &.
On recontre dabord les signes des ides primitives. Ensuite tout
signe est dfini par les prcdents.
Les propositions du 2 sont ordonnes selon les combinaisons
des signes dAritlimtique qui les composent. Ces combinaisons de
signes forment les titres des ensembles de P. On trouvera ici la
place dune proposition, peu prs comme on trouve la place dun
mot dans un dictionnaire.

216

GIUSEPPE PEANO

Sigles des collaborateurs.


C h in i, Form. d. Math ., t. II.
= Formulaire de Mathmatiques t. I, a. 1892-95, parties II et III.

2. =

Ces parties ont t rdiges et compltes en collaboration ; y prirent


part, notamment la 11 partie, M. F . C a s t e l l a n o , et la III M. C .
B u r a l i F o r t i.

= Peno, Arithmetices principia , a. 1889.


5* s=

Sul concetto di numero, R. d. M. a. 1891.


% = P a d o a , Form . d. Math., t. II.
< = V acca,

t. II.
Les propositions qui nont pas de sigle ont t ajoutes dans
cette nouvelle dition.
(pp. 1-15)

N0 + O 1 2 3 4 5 6 7 S 9 X
Ides primitives.
001*1. 0 = zro
2. N0 = nombre (entier, positif ou nul)
3. a e N0 .D. a + = le successif de a
002*1.
2.
*3.
4.
5.

Propositions primitives.
0 e N0
a N0 .D. a + e N0
a, b e Nq . a -j- ^ b -}- .O. === b
a e N0 .13. a + - = 0
e Cls . 0 e s ; x e 8 .D*. x -f- e s :D. N0
jP*5 = Induct = loi dinduction)

Pp
Pp
Pp
Pp
Pp

P0012. Notes.
Les P001 expriment, par le langage ordinaire, la signification
des symboles N0 ,+ , 0, qui reprsentent des ides primitives, par
lesquelles, combines avec les signes de logique, nous donnerons la
dfinition symbolique de toutes les ides darithmtique.
Nous proposons de lire le signe N0 par le mot nombre, bien
que ce mot ait plusieurs significations. Le signe N0, typographi
quement compos, doit tre considr comme un signe seul, qui

I FONDAMENTI DELLARITMETICA ECC.

217

reprsente une ide simple. Les nombres commencer par X seront


indiqus par
; cfr. P020. Selon lcole de Pythagore, le pre
mier nombre est 2 j on traduira donc le mot
dEuclide
par N0 + 2.
Le signe -j-reprsente dabord lide simple de successif.
Mais bientt, par les Df. 011, il indiquera la somme, selon lusage
ordinaire.
Les ides primitives sont dtermines par les 5 propositions
primitives 002 desquelles dcoulent toutes les P de lArithintique (*).
Dans la lecture des propositions il convient de sapprocher
autant que possible du langage ordinaire. On lira les F002 p. ex.
comme suit :
*1 0 est un nombre.
2 Soit a un nombre ; son suivant est aussi un nombre
dtermin .
3 Si deux nombres a et b sont suivis par le mme nombre,
ils sont gaux .
4 Le nombre qui suit un nombre quelconque nest jamais 0.
5 Soit s une classe ; supposons que 0 appartienne cette
classe j et que toutes les fois quun individu x appartient cette
classe, son suivant y appartienne aussi j alors tous les nombres
appartiennent cette classe. On appelle principe dinduction
cette Pp . On peut aussi la lire : Si une proposition est vraie
pour le nombre 0, et tant vraie pour le nombre x , elle est aussi
vraie pour le nombre x -f-, elle est vraie en gnral. Ou encore
le systme N0 est le plus petit systme qui satisfasse aux con
ditions *1 et *2.
Les PO03 sont des consquences ou des transformations des Pp.
Les Pp nonces sont ncessaires dterminer les ides pri
mitives ; autrement dit, elles expriment des vrits indpendantes.
Cela est vident pour les P*1 et *2, qui expriment que nous consi
drons une classe N0, laquelle appartient un individu appel 0,
et dans laquelle est dfinie une correspondance, ou opration, ap
pele successif ou + .
Pour reconnatre lindpendance dune Pp, il suffit de donner
aux symboles primitifs 0,N0, -J- une interprtation, telle que toutes
les Pp, diffrentes de la considre, soient vrifies.
(*) necessaria anche la Pp : N0 e Cls introdotta esplicitamente ia
F 1901. Cfr, lannotazione prelimiuare al lavoro.
U. C.

218

GIUSEPPE PEANO

Pour former un systme qui satisfasse aux conditions *1 2 '3 *4


mais non la '5 il suffit aux K0 ajouter nn autre systme qui
satisfasse aux conditions '2 *3 et *4. Par ex. si lon remplace la
classe N0 par la classe N0 u (i -j- N0), o i est lunit imaginaire, et
si au symbole a -)- on donne toujours la signification de a -j- 1 ,
on aura satisfait toutes les Pp, lexception de la *5. Les nombres
cardinaux transfinis de M. C a n t o r (P210) forment un autre systme
qui satisfait aux conditions l-, mais non la *5.
Pour satisfaire aux conditions *1 2 *3 '5, mais non la *4, il
suffit de considrer un systme priodique; p. ex. les heures astro
nomiques du jour, o lheure qui suit 23 est 0.
On satisfera toutes les conditions, moins la *3, par un
systme priodique, prcd dun antipriode ; comme la suite
0, 1, 1, 1,...
ff
Ces Pp, dont nous avons vu la ncessit, sont suffisantes (#) pour
dduire toutes les proprits des nombres quon rencontrera dans
la suite. Mais il y a une infinit de systmes qui satisfont toutes
les Pp. Par ex. elles sont toutes vrifies si lon remplace N0 et 0 par
et 1 ; cest sous cette forme quelles sont nonces dans ^ et S3.
Tous les systmes qui satisfont aux 5 Pp sont en correspondance
rciproque avec les nombres. Le nombre, N0, est ce quon obtient
par abstraction de tous ces systmes j autrement dit, le nombre N0
est le systme qui a toutes et seules les proprits nonces par
les 5 P primitives.
Lanalyse des ides fondamentales de larithmtique a donn
lieu dinnombrables travaux ; son progrs tout fait moderne, est
d au dveloppement de la Logique mathmatique. Nous reprodui
rons ici la suite des dfinitions donnes par :
R. D e d e k i n d , TFas sind und was ollen die Zahlent , Braun8chweig, a. 1888 :
3. Ein System A heisst Theil eines Systems S , wenn jedes
Element von A auch Element von ist.............wollen wir [diese
Beziehung] durch das Zeichen A 3 8 {**) ausdrcken .
17. Ein Ding g heisst gemeinsames Element der Systeme
A , B, C..., wenn es in jedem dieser Systeme ... entlmlten ist. ... unter
der G e m e i n b e i t der Systeme A , B , C ... verstehen wir das vollstandig bestimmte System G (4, B , C ...) welches aus allen gemeinsamen Elementen g von A , B , C ... besteht.
(*) Cfr. la postilla procedente.
U. C.
(**) Per necessit tipografiche il segno stato alquanto deformato.

U. C.

1 FONDAMENTI DELLARITMETICA ECC.

219

21. Unter einer A b b i l d u n g <p eines Systems S wird ein


Gesetz verstanden, nach welchem zu jedem bestimmten Element 8
von S ein bestimmtes Ding g e h r t , welches das B i l d von 8
heisst und mit q> (s) bezeichnet wird j ... Ist min T irgend ein Theil
von S y so ist in der Abbildung <p von S zugleich eine bestimmte
Abbildung von T enthalten, welche ... darin besteht, dass jedem
Elemento t des Systems T dasselbe Bild <p (tf) entspricht, welches
t als Element von 8 besitz j zugleich soli das System, welches aus
alien Bildern <p (<) besteht, das Bild von T heissen und mit <p (T )
bezeichnet werden,... Der Bequemlichkeit halber wollen wi r . . . die
Bilder von Elementen s und Theilen T entsprechend durch
und
T ' bezeichnen... .
26. Eine Abbildung ^ eines Systems S heisst ahnlich... wenn
verschiedenen Elementen
des Systems 8 stets verschiedene Bilder
a' = <p (a), bf = <p (b) eutsprechen.... .
36. ...Wir nennen daher 9? eine Abbildung des Systems 8 in
s i c h e e l b s t wenn 9? (S) 3 8 ist,....
37. K heisst eine K e t t e , wenn K ' 3 K ist....
44. Ist A irgend ein Theil von 8 , so wollen wir mit A 0 die
Gemeinheit aller derjenigen Ketten (z. B. 8) bezeichnen, von welchen
A Theil ist;... wollen wir A 0 die K e t t e des S y s t e m s A oder
kurz die Kette von A nennen... .
71. Ein System N heisst e i n f a c h u n e n d l i c h , wenn es
eine solche ahnliche Abbildung <p von N in sich selbst giebt, dass
N als Kette (44) eines Elementes erscheint, welches nicht in q> {N)
enthalten ist. ... besteht mthin das Wesen eines einfach unendlichen
Systems N in der Existenz einer Abbildung <p von N und eines
Elementes 1, die den folgenden Bedingungen oc, P7 y , geniigen :
a. N 3 N.
/5. - s r = i 0
y . Das Element 1 ist nicht in N ' enthalten.
. Die Abbildung <p ist ahnlich.
73. Wenn man bei der Betrachtung eines einfach unendlichen,
durch eine Abbildung (p geordneten Systems N von der besonderen
Beschaffenheit der Elemento ganzlich absieht, lediglich ihre Unterscheidbarkeit festhalt und nur die Beziehungen auftasst, in die sie
durch die ordnende Abbildung <p zu einander gesetz sint, so heissen
diese Elemento n a t i i r l i c h e Zahlen... .
003-1. + e (N0jN0)
2. a,2>fiN0 . a = b .D. a-f- = -|~
Demi. P-l 1P503 o . P

[F002-2. 1P500 .D. P] g


^

220

GIUSEPPE PEANO

Dem2. [Hp . 1P81 o . + = a +


(1)
. (1) .D. ae X3 (a + = # + )
(2)
. (2) .1P84 .3 . be X3 (<i+ = + )
(3)
. (3) O . Ths].
3. a,&eN0 . a - = b .D. a + - = 6 + ** [P0023. Transp .D. P]
*4. + e (N0jN0)Sim
[P*3 . 1P520 .3 . P]
5. ,6eN0 .3: a = b .= . a + = +
[= P-2"P23 p
*6. - a N0 o aa (a + = 0)
[ = P2*4)
'7. se Cls . Oes . + e (sjs) ,D. N0 D
[ = P2-5]
*8. se Cls . 0 e s . a N0 s ,D. a n j j (a?+ e s)
[ = P2*5] &
'90. se Cls .D.\ Os : xe N0ns ,Z>X. + es := . N0 D
[ = P2'5J
91. s Cls .D: Oes . + (N0ns)js .= . N0 3 8
[ = P2.5] %
010. 1 = 0 + . 2 = 1 + . 3 = 2 + . 4 = 3 + . 5 = 4 + .
6 = 5+. 7 = 6+. 8 = 7+. 9 = 8+. X = 9 + .
Df^d
PO10. Note sur les chiffres .
Nous avons ajout aux chiffres 0, 1,... 9, le signe X des romains
pour indiquer le nombre dix ; il nous est ncessaire jusquaux
conventions sur la numration (P110), lesquelles suivent ncessaire
ment la multiplication et llvation puissance.
Un grand nombre de savants ont dcrit les signes de numra
tion chez les divers peuples. Il nous suffit ici de mentionner :
M. CANTOR, Oesehichte der Math. a. 1880, t. I.
C. BAYLEY, On the genealogy o f modem numerals. Journal of the
Asiatic Society, a. 1882, p. 335, et a. 1883, p. 1.
P. LINDEMANN, Zur Oesehichte der Polyeder und der Zahlzeichen.
Sitzungsberichte der math. phys. Cl. d. Akad. zu Miinchen, t.
26, a. 1896 p. 625.
Voici quelques indications sommaires :
Les nombres qui suivent 0, sont exprims, sans les conventions
PO 10, par
0+ ,
0+ + ,
0 + + + , etc.
Si lon remplace les + par des barres, et si lon sousentend
le 0, ils seront indiqus par
1 II
III
...
par la rptition dun mme signe ou comme runion des units.
Cest la notation primitive des nombres, qui date des temps les
plus reculs, et encore en usage dans des cas spciaux, comme la
taille de la boulangre.

1 FONDAMENTI DELL'ARITMETICA ECC.

221

Dans les hiroglyphes des anciens gyptiens, les nombres 1,


2, ... 9 sont figurs par 1, 2,... 9 barres. Puis il y a un signe (n)
pour reprsenter 10, et des signes pour reprsenter 100, 1000, etc.
Dans les critures hiratiques et dmotiques (a. 2000), dfor
mations de la hiroglyphique, les scribes ont runi ces barres, et
ont form des signes simples, ou chiffres, pour reprsenter les nom
bres de 1 9 ; comme on voit encore dans nos chiffres 2 et 3, qui
proviennent videmment de la runion de deux (=) ou de trois barres
(=). Ces deux chiffres ont, dans le calendrier gyptien, presque la
mme forme que chez nous et chez les indiens. Chez les arabes ils
rsultent de barres verticales, et ont peu prs la forme to et w.
Les chiffres 4 et 9 se ressemblent encore chez les diffrents peuples.
La forme des chiffres 5, 6, 7, 8 a vari beaucoup chez les gyp
tiens, les indiens, les arabes, et chez nous. Mais tous ces chiffres
ont la mme source, comme aussi les apices , que B o t h i u s (A rs
geometrica a.-|-500) attribue P y t h a g o r a s (a.550) ; il est pro
bable que, dans ses calculs, ce philosophe sest servi des chiffres
gyptiens (Lindemann, p. 745).
Pour la reprsentation des nombres suprieurs 10, voir la
Note sur les systmes de numration (P110).
011. a, be N0 o .
I. a + 0 = a
*2. a + (6+) = (a + b)+
Df
2'. a + 1 = a +
[P*2. b = 0. D. P]
a -|- 2 = (a
l)~j~ = -| ([ .6 = 1 . ]
a -J- 3 == a -|- 2-\- = a-\ |J*3. a + 6fiN0
*
[ Hp . 6 = 0 . P* 1 o . Ths
(1)
Hp . a + b e N0 . P* 2 . P002-2 o . +(&+) eN0
(2)
(1). (2). Induet .D. P]
4. + 6 e N 0jN0 [ = P*3]
*5. + b s (N^N^Sim
[ = P012-2]
*0. 0 -j- a = a>
[ a = 0 . P*1 o . Ths
(1)
Sp i 0
j- a = a . 3 . 0
((fl-)-) (0 -[ fl) -J- = a
J
(2)
(1). (2). Induct o . P]
7. a + (ft + ) - ( + ) + 6
J?
[ Hp . 6= 0 . P -1 .=>. Ths
(1)
Hp.+(& +)=(a+)+&.P-2.D.a+[(&+)+]=[a-H& +)]+
P-2.=>.
(1). (2). Induct .3 . P]

=[(+)+&]+

= (a + )+ (6+ )

(2)

222

Gi u s e p p e p e a n

POH. Note.
Les PO ll1 et *2, donnent, par induction, la dfinition de la
somme a + 6.
a -f- 0 signifie a ; et si lon connat la signification de a
6,
pour une certaine valeur de 6, par a~\- (6+) on entend le successif
de a -|- 6 .
Si,
dans la *2, on pose 6 = 0 , on aura dabord la signification
de a -f* 1 ; si lon fait 6 = 1, on aura la valeur de a -[- 2, etc.
Laddition dans D i o p h a n t e et les algbristes hindous, est
indique par labsence de signe.
La somme et la diffrence sont indiques par les signes p et m ,
abrviations des mots plus et moins , dans P a c i u o l o a. 1494
et dans D e l a R o c h e a. 1520. On trouve les signes -(- et ,
avec la signification actuelle dans S t i f e 1, a. 1549, qui les appelle
diser meiner zeichen .
On rencontre aussi ces signes dans W i d m a n , a. 1489; mais
ils sont plutt des signes de direction que des signes dopration.
P. ex. 4
f- 3 de lA. signifie 4 quintaux plus 3 livres.
Le signe daddition, dans les A. du sicle XVII, a lu forme -t-.
Lopinion la plus rpandue est que les signes -j- et sont des
dformations des signes p et m , Voir :
D e M or g a n , On the E arly History o f th signs + and , a. 18G4,
Transactions of the Cambridge Philosophical Society, t. 11, p. 203.
C l i f t on, idem, p. 213.
E n e s t r m , Interm. d. Math. a. 1894 p. 119. Idem p. 237.
Les POI2 expriment les proprits fondamentales de laddition.
012. a ,b f ce N0 .D.
*1. a + 6 = 6 + a .
[ 6 = 0. P l l 1'6 .D. Ths
(1)
a - f 6 = 6 + a . P ll-2 .D. a + (6 + ) = (a + 6) +

= (b -j- a>) -jP ll-2 .D.

= 6 + (a -f-)
=(6+) + a
(2)
P ll- 7 .3 .

(1). (2). Induct .D. P],


*2. a + o = 6 -j- c .= . a b
[ c = 0 ,D. Ths
a = 6 .= .a + o = 6 + c : P003*5.P011*2:D:a=6.*=.a-|-(o+)=6-l-(c+)
(1). (2). Induct .D. P]

**

^
(1)
(2)

223

t FONDAMENTI DELL*ARITMETICA ECC.

3. a -|- b + o = (a + ) + c

Df ^

*4. a + b + c = a + (b + c)

[ o = 0 .3 . Ths . .
a-|-*&+0=<H-(&+c). Pll*2.3.(i'-|-&-|(c-|-)^(ci-|--}-c)-J-

(1)

=+((*+c)+]

= a + [ i +(c-j-)J
(2)
(1). (2). Induct .3 . P]
'5. fl -|- b -j- c = a -{- c -jb
IP-4 . P -l O . P] 18
014. se Cls ue sjs . aes .
.3.
*1. a0 = a
DfJ?
*2. au (6+) = (aub) u
D f
&
*3. aub es
[ Hp .6 = 0 . P I .3 . Ths
( 1)
Hp . aub es . P*2 .3 . au (6+) s
( 2)
(1) . (2) . Induct .3. P]
N)
4. (ub) e 8}S
[= : P-3|
*5. us (sjs) Sim .3 . {ub) e (sjs) Sim
[ Hp . = 0 .3 . Ths
(D
Hp . ub e (sjs) Sim t x yy es . x - = y .3 . xub - = yub
3
.(
xub)u -=(
yub)u .
3.
f
f
w
(
6
+
)-= yu(b-\~)

Hp. ub e (sjs) Sim . (2) .3. w(6+) e (sjs) Sim


(1). (3). Induct .3 . P]
015, c Cls . u , ve s$8 ; xes .3*. xuv = xvu : a, b e N0 . xes :3.
*1. (xua)v = (xv)ua
[ Hp . a = 0 . P014-1.3 . Ths
Hp . (xua)v = {xv)ua . P014*2 .3 . [w(a-|-)]tf = [(a?Ma)tt]u =
[(xv) ua\u = (xv)u(a-{-)
(1). (2). Induct .3 . P]
2 . (xua)vb = (xvb)ua
[ Hp . {ua , v , b) I(v , w , a) P l .3. Ths ]
3. [(tt>)a] = x(ua) (va)
[ Hp . a = 0 .3 . Ths
H p . x[(uv)a] = x(ua) (va) .3 . x[(uv) (+)]== x[(uv)a]uv =
x(ua) (va)uv = x(ua)u (va)v = [w(ft-f-)] [^(^4)]
(1) . (2) . Induct .3 . P ]

(2 )

(3)

(D
(2)

(1)
(2 )

224

GIUSEPPE PEANO

016. ss Cls . ue sjs . a, he N0 . xes O .


1. x(ua) (ub) = x(ub) (ua)
[PO15*2 . v = u .3 . P]

2. (xua)ub = xu(a -|- b)


te
| Hp . b = 0 . P011-1. P014*l .D. Ths
( 1)
Hp . (xua)ub = 0Mi(a -f- b) .3. \(xua)ub)u = [#w(a + b)]u
(2)

.3 . (xua)u (6+) = #(+ b-\~)


(3)
Hp . (1). (3) . Induct .D. Ths ]
017. (N0, + ) \ (s, u) P014*l -2 *3 -4 *5 016*1 *2 .3 .
P011-1 *2 3 *4 *5 012*5 *4
P014-017. Note .
Ces propositions contiennent le signe de fonction j , qui a t
dfini par F 21P500 {*). Les dfinitions 014*l-*2, et les thormes qui
suivent ont une grande importance dans notre thorie, car on peut
en dduire les dfinitions et les principales proprits de la somme,
du produit et de la puissance.
(P014*l) Soit s une classe, u une transformation des en s;
soit a un s y et b un nombre ; alors par w0 on indique a j (P*2)
et par (&-[-) nous entendons ce quon obtient en oprant sur aub
encore une fois par le signe u .
Si lon fait, dans la P*2, b = 0, on obtient awl = au; en faisant
6 = 1 on a au2 = (au)u , auS = aunu ,... et ainsi de suite. En cons
quence, par induction, on obtient la signification de aub, quel que
soit le nombre b (P'3). Si p. ex. par classe 8 on prend la N0, et par
opration u lopration + (successif), on aura (P011) :
a
|- 0

a,

a
|- 1

, a

ct-j- -j- ,...

La formule aub doit tre dcompose, lorsqu il est ncessaire,


en a(ib). Soit donc u une opration dfinie dans la classe s; quel
que soit le nombre b on obtient la nouvelle opration ub (P*4), quon
appelle lopration u rpte (itre) b fois * .
On dduit : (P*5) Toute fonction semblable rpte est aussi
semblable .
(P015*l) Si lopration u est commutable avec lopration v f
lopration ua sera aussi commutable avec v , et (P*2) lopration ua
est commutable avec v b , quels que soient les nombres a et b .

(*) Trattasi del lavoro n. 93 (F 1897 = F. II $ 1) del nostro indice, pubbli


cato nel vol. II di queste lt Opere scelte .
JJ. C .

1 FONDAMENTI DELLARITMETICA ECC.

225

(P*3) Si les oprations et v sont coinmutables entre elles dans


la classe s , alors lopration uv rpte a fois est, dans la classe s ,
identique lopration (wa) (va) .
Quelques Auteurs appellent puissance dune opration lop
ration rpte. (P01G*1) Deux puissances dune mme opration
sont commutables entre elles .
(POI7). Des propositions 014 et suivantes, par la substitution
de N0 et + la place de et dcoulent les propositions 011 etc.
sur laddition .
019.

e ClsN0 . f

lfN 0 . D ,

*1. s- 1- = [a 8 n ys(x = 2/ + )]
2. s + a = x [a: s n y^{x y + a)J
*3. a
s

(x = a
y)]
.
4. -f- i = #3[a:(, z)a (yes . zst . x = y -f- z)j
. a + s = s + a = ta- | - *
G, s -)- t = t
s
*7. #-|-(J-|-tt) = (+*)+% =
8. N0 + N0 = N0

Df
Df
Df
Df

Ex.: N0-|- signifie successif de quelque nombre ; cette classe


est indique par
P020. N0-)-a, a + N 0 P021, P046 j
P084*l.
Voir F21 P530 note.
N0 +

N,

020. N, = N0 +
( = nombre positif ) (*)
Df
1. N, 3 N0
[ = P002-2]
2. 0 - N,
[ = P002-4]
3. N0 = (0 u N,
[ 0 e (0 U y ,
(1)
x e N0 .3 . x -|- e N,
(2)
(1) . (2) . Induct .3 . N0 3 (OuN, (3)
P0021 . P-l .3 . tOuN, 3 N0
(4)
(3) . (4) .3 . P]
4. N, = N0-iO
[P-3 . P-2. 1P352 .3. P ] Df
5. e e N j J t l f ( 3 . o + 5 K,

(*) Iq altri lavori al posto di Nt stato scritto N.

. C.
15

GIUSEPPE PEAN

226

^0 +
021. a e N 0 . b e a -|- K0 . 3 .
1. b a = [^o x3(x + a &)1
Df
^
2. 6a e N0
*
3. (ba) + a = b
^
Dem P*2*3 :
[ Hp . 3 . a N0 xs(b x + a)
(1)
Hp . x , y e N0 . b = x + a . b = y + a . P0122 ,Z>.x = y (2)
(1) . (2). 1P421 o . 6a e N 0 n x3{x+a = b) . 3 . Ths ]
4. c = 6 - a . = . CN0 .ft = c + a
[ = P'1] v
5. a0 = a
[POI 1-1 D P]
6. aa = 0
*
[P011-G3P]
T. - ( +

N 0) , N 0

( = P 2 )

*8. b[ba) == a

022. a,he N0 .3:


1. ce (N0 -|- a)n(N0 + b ) . c a = c b .3 . a = b
[ Hp .3. c = a + (c a) = b+{c b) . POI 2*2 .3 . Ths ]
*2. ce N0 + a . ca = c-f b .3. a = 0 . b = 0
[ Hp .3. c + 6 + a = o .3. b + a = 0 . P020-5 .3 . Ths ]
3. ce b -f- N 0 . 3 . (a
c)(a + 6) = c6
023. a,b,c e N 0 . 3 :
1. a-\-b e o-\-N0 .3 . a-\-b o = (-J-6)o
a e 6+ N 0 .3 . ab-\-c = (a&)+c
a 8 6-|-c+N0 .3. a b c = (ab) c
2. b e c + N 0 .3 . a+{6c) = a-f-6 c

Df
Df
Df

[ Hp . 3 . a 4 (6c)-|-c = a-| -[(6


Hp . P021-3 .3 .( 6 c)+c = b

(1)

(2)
(3)

Hp . (1) . (2) .3. a+ (6c)+o = a + 6


Hp . (3). P021*4 . 3 . Ths ]
*3. a e c+ N 0 . 3 . a-\-b c = a c+
[ Hp . 3 . a + 6 c = 6 + a c = 6-Ka- c) = a c-\-b ]

4.
*5.
*0.
*7
8.

afie c+ N 0 .3. a-\-(be) = ac-\-b


be o+N 0 . a e 6+ N 0 .3 . a (bc) = a b-\-c
be o+K 0 . a e b c+ N 0 .3 . a (bc) =a-(- c b
d 6+C)-N0 .3 . fit(ft-j-c) = a b c

.3 . a b c = a c b

[P*2.P*3.3.P]
^
^
^

! FONDAMENTI DELL'ARITMETICA ECC.

024. + N 0 =
N0 n a3(x = +a)]
N0 =
N0 n a^(a? = a)]
025. a,bs Nq .3 . <i-j
^ a -\-6
a- j- (6) = a b

227

Df
Df
Df
Df

N0 -|----- n
030. n = + N 0 u N0 .
( = nombre entier )

Df &

Note sur les nombres positifs et ngatifs .

P021*l. Soit a un nombre, et b un nombre suprieur ou gal


a. On indique par b a le nombre x qui satisfait lquation
a?-|-a = b .
P*2. En consquence, dans les Hyp. nonces, b a est un
nombre dtermin .
P*7. Soit a un nombre ; alors a est une opration qui, ap
plique un nombre non infrieur a produit un nombre .
Elle nest quune forme diffrente de la P*2. On peut la com
parer la P015*4, laquelle dit que + a , cest i\ dire lopration
rpte a fois, est un N0j N0.
Les signes + N 0 et N0 (P024) correspondent, . peu prs, aux
mots nombre positif et nombre ngatif ; ils se prsentent com
me des oprations j . Le signe + a est quivalent lexpression
ajouter a et a signifie retrancher a .
Mais, selon lusage rpandu, nous appelons nombres entiers
(P030) ces oprations, et par les df. P025, 037 et 039*1 on produit
la concidence formelle des nombres N0, et des nombres positifs + N 0.
La P039*l dit que nous convenons, selon lusage commun, de
reprsenter par le mme signe les deux objets diffrents a et
.
On pourrait videmment supprimer ces dfinitions, et cette conci
dence j notamment on supprimerait la df. P039l, qui ne satisfait
pas aux lois sur les dfinitions (F21P7).
P031. Deux nombres entiers x et y sont gaux, par dfinition,
lorsque pour tout nombre positif u , on a u-\-x = u~\-y} pourvu que ces
oprations soient possibles en nombres positifs .
031. x,y &n . 3 . \
ir = y , = :flN0. u -\-x} u + y cN0,DM. u ^ - x = u-\-y
Df
032. + 0 = 0 . [u e N0.P01M.P021-5 .!>. w+0 = u 0 = w. D. P]

228

GIUSEPPE PEANO

033. fl,&N0 .3 : -\-a = + 6 . = . a = 6


a 6 . = . a = b
-|-a b . = . = 0 . 6 = 0
[P012X-*2 . P022-1--2 ,Z>. P]
034. x , y e n .D.*. # + # =
i nnzs[McN0 . u -{-x , u-\-x-\-y e N0 .Z>u. u-\-x-\-y = +*]
Df
035. a , b e K 0 .D.
+ + & = + { a+ h)
[P012-4 D P]

a b = (a+J)
[r023-7 D P]
. a e 6 + K 0.3. + a b = + (a 6)
[P *2 D P]

.3 . a-\-b = (ab)
[P *5 3 P]
. b e a + N 0.3. -\-a b = (6a)
[P -G Z> P]

O . a + b = + (6a)
[P -4 3 Pj
( B r a h m a g o u p t a , n. a. 598, Cfr. Rodet, Journal Asiatique ,
a. 1878 p. 24:
19. La somme de deux biens est un bien ; celle de deux
dettes une dette j dun bien et dune dette, leur diffrence, ou, si
elles sont gales, zro. La somme de zro et dune dette est une dette j
dun bien et de zro est un bien j de deux zros est zro.
20-21. Rgle pour la soustraction.. . .
Dette retranche de zro devient un bien, et bien devient une dette....
Si lon doit retrancher un bien dune dette ou une dette dun
bien, on en fait la somme . )
( LuoA P a o i u o l o , a. 1494, p. 114 :
pi con pi gionto fa sempre pi
men con mono gionto fa ancor men
pi oon meno gionto sempre se abbatte
e far la magiore denominatione
meno oon pi quello medesimo che pi il con meno . j

03G. a,b,ce n .D. -0 a-\-b e n . -1*5 = F012*l-*5


036'. a = ? nnatt(a+o;=0)

Df

037. a e N 0 .D. (+a) = a

(a) = -f-a
038. a , 6 e n . 3 .
*1. a e n
*2. (-a) = a
3. a6 = a + (b)
Df
4. a a = -|
Q
*5. (a+6) = a b
6. (a6) = b a
*7. a b .= . a = b
*8. a = b .= . a b = 0
9. a = b .= . a-|-&=0
*91. xen . a+a? = b .= . x e n . x = 6 a
92. a + 6 = 0 . a b = 0 .= . a = 0 . 6= 0
93. a + n n

^
^

.
^
^

! FONDAMENTI DELLARITMETICA ECC.

0391. a e N0 . 3 . a = -\-a

229

Df

N0 3 n

3. s e Cls . 0 e s . s-|- = s . 3 . n 3
+ X
041. a,bsN0 .3 .
0. a x 6 = 0 [(+ a)fr]
Df
*0'. ab = a x b
Df ^
( Note . Soient a et & des nombres j par a x b , ou fl, on
dsigne ce quon obtient en faisant sur 0 lopration
b fois .
L e i b n i z (a. 1666, Opera, II, p. 347) indique la multiplication
par le signe o, et la division par j, en suivant B a r r o w , Euclides ,
a. 1655.
On rencontre le signe X dans O u g h t r e d , Clavis mathematica,
a. 1631.)
01. afijCeN .D. a X b - { - c = ( a x b ) - \- c . a - { - b x c = a - \ - ( b x c )
Df
1. a X 0 = 0
Df? 1= P*0
2. a x (b -|- 1) = a X b -f- a
Df?

21. 0 X a = 0
*22. a X 1 = a
[ a x l = 0[(+a)l] = 0 + a = ] 2.
23. 1 x a = a
f i x a = 0[(-fl)a] = 0(+) = 0 + a = a ]
3. a X b e N0
>d
[(N0,+,0) | (,,a)P0143 . 3 . P] g
042. se Cls . ue sj8 . aes . 6,ceN0 . 3 . a[(6)c] = a [w(& X c)]
&
[ Hp . o = 0 .3 . Ths
(1)
IIp . 3 . fl[(it&) (o+l)] = a[(&)c] (ub)
Hp . a[(w&)o] = a[(6xo)] .3. a[(ub)c]ub = a [m(xc)]&
. 3 . a\u (bxc)]ub = au (bxc-\-b) = att[fcx(o+l)]
Hp . a[(wfc)c] afw(6xc)] . 3 . a\(ub) (o+l)] = w [f>X(o+l)]
(2)
(1) . (2) . Induct . 3 . P]
043. a, b, c ,
.3 .
1. ab+ ao=a{b+ o) v
[(N0, + a,b,c,0) | (*,,,&,)P016-2 . 3 . P] i?
( E u c l i d e s , VII, P5j.
2. (b+c) a = b a + c a
[(K0, +&, + c, 0) | (,,,*) P015-3 . 3 . P]
3. (a+&) (o+d) = a b + a d + b c + b d
* [P1 . P 2 . 3 . P]
4. ab = ba

( E u c l i d e s , VII, P16 :
vEox(ooav vo qi&joI ol A ,
Ha 6 juiv A xov B noXXajiXaotdoa xv T noidxa>,
B xv A
S
,

230

GIUSEPPE PEANO

yco, n too iazlv J* t<5 J. )

[ Hp . 6 = 0 . P l 121 .D. Ths


(1)
Hp . Pl*2 o . (6+1) = a b+ a
(2)
Hp . ab = ba .3 . ab-\-a = ba-\-a
(3)
Hp . P-2.P1-23 O . ba + a = (6+l)a
(4)
Hp . ab = ba . (2).(3).(4) .3 . fl(6+J) = {b+ l)a
(5)
(1) . (5) . Induct .D. P]
>d
5. ( a x b ) x c = x(&Xo)
>d
[(N0,+a,0)|(s,,a)P2 .D. P] ^
*6. a x b x o = (flxb)xo
^
Df
7. ab= 0 .= : a = 0 .u. 6= 0
^
044-2--7 = (X | +)P019-2-*7
+

i X

045. a,6,ce N, .D.


1. a x 6 eNj
2. ao = bc .D. a = 6
3. be N,Xfl . ce N4x 6 O . ce N,X
*31. NjXNjXft Z> NtX
*4.

>d
^
*d
'd

6,ce N tX .15. 6 + c e N j X f l

41. N j X f f + N j X a D N tX a

5.

6, 6
|o e N , x a .ID. ce N tx a

-d

6.

be NjX .D. 6c NjXwo

8.

a + 6 e 2Nt . = : a fbe 2N t .o. afbe 2 N 0+ 1

9.

a (a + l) e 2 N {

91. a ( a + l) ( 2 a + l) e 6N,

a ( a + l) (a + 2 ) e 6N4

>a

92. a(a + l) (a+2) (a+3) e 24Nt

2.

Cont F240-3

046. bjC N0 . ae 6+ N 0 .3 , (a b)o = ac bc


( E u o l i d e s , v i i , P7 )
d
[ Hp . P043-2 .D. [(a6 )+ % = (ab)c+bo
(1)
P021-3 .3 . a 6+6 =
(2)
Hp . (1) . (2) .13. ac = (a)c+6o
(3)
Hp . (3) . P021-4 .D. Ths ]
>d
047. bydNQ.aeb + N0.oed + N0 .3. (a 6) (cd) = ac + bd bc ad ^

I FONDAMENTI DELLARITMETICA ECC.

K0 +
0 4 S l . aen . bN QO . a x b =
3'.

n X
Df

0 [(+ fi)fe ]

. 3 . a X ( b) =

231

0[( a)6]

*2, aen o . X O = 0 . a x l = a . a x ( 1) =

Df
a

3. <tjb e N 0 .ID. (~l-fl)x{-|-6) = -|-(<iX)


( a)x(+6) = ( a x b )
(+)X( *) = (ax6)
( a)X( b) = +(ax6)
( D io p h a n t u s ,
I, 9 :
/le<y< &z Xstiptv noXXanXaotaoetoa n o tti vnaQ$tv. AeiyJi <5 b d
vnaq^tvy n o m Xetytiv . )
| L u c a P a o iu o l o , a. 1 494 p. 112 :
pi via pi sempre fa pi
meno via meno sempre fa pi
pi via meno sempre fa meno
meno via pi similiter anche fa meno, j

049. ajbjOjen . 3 .
*0 a x b e u
l-*7 =

Sr*

P043*l-*7

8. a(b c)-\-b(c a)-{-c(a b) =

*9. (a b) (o d)-\-(b c) (a d ) + ( o a) (b d ) = 0
03.-992. (n | N 4) P 045-3--92

^
^

(101). SUL 2 DEL FORMULARIO, t. II:


ARITMETICA
(Revue de mathmatiques (Rivista di matematica), vol. V I, 1890-1899, (1898), pp. 75-89)

Questo lavoro oontiene nella prima parte il confronto sistematico del


paragrafo 2 del tomo II del Form ulario (lavoro n. 99
F 1898 = F8 $ 2) con i
lavori precedenti sullo stesso argomento (aritmetica), specialmente con gli A rith m e
tices p r in c ip ia (lavoro n. 16 = F 1889) e con lo scritto SmI concetto di numero
(lavoro n. 37 del 1891).
(Nel presente volume sono contenuti il lavoro n. 37 e le prime 15 pagine
del lavoro n. 99 ; invece il lavoro n. 16 contenuto nel vol. II di qneste
Opere soelte ).
Nella seconda parte, della presente nota n. 101, G. P e a n o accenna ad alcune
caratteristiche della II edizione del F ormulario ed espone il programma ed il
regolamento per le edizioni successive.
( C f r . : U. C a s s i n a , Storia ed analisi del Form u lario c o m p le to di Peano,
Boll. Un. mat. it. , (3), 10 (1955), pp. 244-265, 544-574, $ 4).
U. C.

Il
2, ultimamente pubblicato, contiene le proposizioni e dimo
strazioni relative allAritmetica, gi ridotte in simboli in lavori
precedenti, insieme alle aggiunte proposte dai varii Collaboratori
(vedi pag. Vili), e alle nuove proposizioni, ridotte in simboli in oc
casione di questa stampa, e che non portano sigle. Nel 2 solo
contenuta la teoria dei numeri razionali. Quella degli irrazionali, e
le successive, sono in corso di stampa.
Si sono dovute vincere molte difficolt, di vario genere, affinch
questo F2 potesse raggiungere il suo scopo ; cio riunire e coor
dinare il molto materiale, gi contenuto in lavori precedenti, relativo
alle teorie che formano oggetto del nuovo ; ordinare il tutto in
modo da riuscirne facile la ricerca, e con una legge indipendente
da ogni opinione personale, e da ogni abitudine invalsa ; correggerlo

233

SUL $ 2 DEL FORMULARIO, t. II : ARITMETICA

e completarlo. Inoltre si doveva fare in modo da rendere facili le


aggiunte e correzioni, le quali vanno completando e perfezionando
il Formulario ; e clie in una prossima edizione (tomo III del
Form.) non vada perduto il grande lavoro fatto nella correzione
tipografica.
Le notazioni di Logica matematica furono ideate in modo da
non presentare difficolt tipografiche. Invero formule siffatte furono
gi stampate nelle pi. svariate tipografie di Torino, Milano, Roma,
Napoli, Palermo, in Francia, Spagna, Germania, Russia, America,
ecc. Ma per stampare un libro di pure formule, si reso necessario
un materiale tipografico apposito. Nel provvedere questo materiale
si cercato di riunire la chiarezza delle formule colla facilit della
composizione. Si fissata ad es. la lunghezza dei segni
=

>=>

/i

|!

proporzionale ai numeri
10

10

10

che le misurano in punti tipografici (*) ; queste dimensioni aiutano a


leggere naturalmente le formule secondo le comuni convenzioni sulla
soppressione delle parentesi. Si sono soppresse tutte le complicazioni
non necessarie, ma dannose che alcuni A. amano introdurre nelle
formule matematiche.
Le varie notazioni in uso sono riportate nelle note al Formu
lario, adottandone la pi semplice. Si introdotto un segno nuovo,
per indicare la potenza, pure conservando lusuale notazione delle
sponente in alto, quando esso ha una forma semplice j ma si usa il
nuovo segno quando lesponente ha una forma complicata. In con
seguenza le formule di Matematica possono essere scritte, senza
eccezioni, mediante segni seguentisi sullo stesso rigo ; quantunque
ci non sia costantemente fatto nel F , onde non scostarci troppo
dall uso comune. Senza questa convenzione, siccome nel F si incon
trano formule comunque complicate, gli esponenti possono portare
altri esponenti, linee di divisione, indici, radicali, e cos via j sicch
si aumenta indefinitamente il numero dei corpi tipografici, arrivando
ben presto ai microscopici, senza che vi sia alcuna ragione per cui
ci che sta allesponente sia meno leggibile di ci che sta alla base.
(*) Questi dati si riferiscono ai caratteri originali del F o rm u lario e nou a
quelli osati, per necessit tipografiche, nelle presenti Opere scelte .
U. C.

234

GIUSEPPE PEANO

Queste semplificazioni, per cui le formule si compongono come


il testo ordinario, saranno molto apprezzate da chi ha qualche co
noscenza dellarte tipografica ; alcune furono gi accettate, e altre
lo saranno da chi dovr stampare a proprie spese un libro conte
nente molte formule.
Siccome le numerose e continue aggiunte rendono inapplicabile
la stereotipia al F, finora si deciso di conservarne la composi
zione, onde poterlo ristampare coi perfezionamenti, senza pericolo di
nuovi errori.
Come si gi fatto pel 1 (RdM t. VI, pag. 48-52), anche qui
necessario dare la corrispondenza fra le P dei lavori precedenti e
quelle del nuovo 2, dando le ragioni delle modificazioni e soppres
sioni fatte. Queste ragioni saranno date un po sommariamente, a
causa del lungo cammino fatto da F x ad F2.
Il
segno a dopo il numero duna P indica che occorre cer
carla nelle aggiunte pubblicate in questo stesso fascicolo.
Confronto degli Arithmetices principia, nova methodo exposita
a. 1880, con F2 2.
Il
primo lavoro, che continuo ad indicare colla sigla
, comin
cia la numerazione dallunit invece che dallo 0, come in F. Fatto
questo cambiamento, si ha che le P
1
6 7 8 9 di 1 diventano le
002*1 *2 *3 *4 *5 di F2 2.
Le 2, 3, 4, 5 di gi furono enunciate nella logica F21 (*) P81*84.
Veramente la nuova Pp 002*3 un po meno restrittiva della antica
7 ; e precisamente le antiche P 7, 16 e 16' valgono le nuove 003*5
003*2 002-3.
Lantica PIO ha dato luogo alla nuova 010.
Le PI I , 12, 13, 14, 15, 17, trasformazioni logiche delle prece
denti, si sono soppresse.
Le antiche
18
19
20
22
23
25
27
valgono le nuove 011*2 *3 012*3
*2
*4
*1
*5.
Le 21, 26, 28 si sono soppresse, causa la semplicit.
Le 24 e 24' si sono incorporate nella dimostrazione della 012*1.
In ts 2 le P :
1

6 7

10

11

{*) Trattasi del lavoro n. 93 (F 1897, F. II $ 1) contenuto nel vol. II di


queste "Opere Bcelte .
U. C.

235

SUL $ 2 DEL FORMULARIO, t. II : ARITMETICA

sono diventate con qualche perfezionamento, le


021-1

150*1

14
151*2

-2

15
-1

-1 021-3 *4 022*4 023*1


16
17
18
-3 152*2a 150*5

Soppresse le 4,
trasformazioni fatte.
Pe P di 3

1 2

20,21
151-5

22
*6

'6

23
*4

, 13, 19 perch perdono importanza nelle

1 2
diventano
-'
- *'a
* "'a
La 5, di minore importanza, si tralasciata.
Corrispondenza fra 4 ed F :
2 2 0 - 1

1
041*22

2
*2

3
4
5
7
-3 043*2 041*23 043-4 -1

10

046

11, 12 13 15
160*1 *2 043*5

Le , 9, 14 si sono tralasciate. Le antiche dimostrazioni si sono


sostituite con quelle comparse in
, ove si fa uso delle funzioni.
Le P di
5
6

1 2 3 4 5
6 7 8 9
diventano 080*21 -2
-3 -22 081-1
-2
-3 173-1 -2.
Nel
di
si erano introdotte le notazioni a B b b a a a n b
per indicare rispettivamente le relazioni a divide b b divisi
bile per a a primcf con b . Ma gi nel tomo I di F, e ora nel
tomo II, si sono soppresse queste notazioni (quantunque sia stretta
la analogia dei segni d e a coi > e < ), potendosi le due prime
esprimere coi simboli precedenti sotto la forma 6 e Nt x , e la terza
come scritto in F 2 P310 nota.
In conseguenza si sono soppresse le antiche P 2, 3, 5, , 7,
,
14, 15, 22, 24, 31, 32 j come pure, perch poco importanti, le , 9.
Le altre sono riportate come segue : *
6

1 1

050-1
25
055-la

330

10
050-4

12
- 6

26
27
*2a 045*4

13
-5

16
17
18 19
20
21
23
052*4 050-3 053*1 -7
-5
097 045*3

28
29, 30
33
*5 049*993a 311-0

34
35
36
37
313-1 310-2 311*5 311-6

Le Pl-24 del 7 di si sono trasformate ordinatamente nelle :


085*8, 045*9, *9', *91, 313*3, -31a, 039-1, 333, 340*1, 342*1, 319*9,
311*6, 334, 337*1, 311*12, -13, -15, -11, 322*1, 323*2, 321-5,
338*3, 339, 337*30.

236

GIUSEPPE PEANO

Nel
1
054

di ^ le P corrispondono alle nuove

2
3
4
5
062-1 060 050-6 062-2

12,12', 13, 13', 14


064*9a

,7
8,10
062-3 31334a

15
18
19,20
062-4 068*10 161-2

25, 26, 27
28,29
30
164-2
163-5-6-2-4 061*2
36
067*3

9
11
*35a 061-6,-7

31
067-1

21
162*5

22
-4

23

24
-3

*6

32
33
34
35
061*3 061*4 062-10 063*0

37
38
39
40
41
-2 062*22 064-0 062-24 065*1

Le proposizioni dei 9 e 10 di
Esse saranno riprodotte nel 3.

trattano degli irrazionali.

Nello scritto Sul concetto di numero, a. 1891 indicato nel Form,


col segno , introdotto nel il concetto di funzione, ora contenuto
in F 1 P500 e segg, lo applicai a semplificare alcune proposizioni,
e ad enunciarne delle nuove. Eccone la corrispondenza con F ;
1

2
Pl-10
F
P002-1--5,003-1-8

Pl-3
014*l-*3

8 2

Pl-3
1501*3

7
4
5
-5 151-2 -1

*3

4-6
017

9,10
-5

*4

7
016*2

, 8

11

5 P I
014*1

*6

9
012*1
2
011-1

Le altre P di 3 5 trattano dellinversione; gi furono ripor


tate in F, I, e ne abbiamo parlato in F L.
&
si introducono i numeri negativi ; ma questa tratta
zione si cambiata in F 2, onde non far uso dellinversione.
2

^
F

PI
2 P041-0

1'
-0'

| 6

La P di g

9
2

2
3
-3 043-1

4 5
*4 042

10

11

081-1

*3

-2

7
043*6 080*0 -3
6

diventa la 050*1.

P 1
P200-1

2
3
4
*2 201*1 202

5
200-4

7
200*3 100*0
1 0

Le antiche -P , ' trovansi in F


P461 e 462; la 11 diven
tata la 520 di F 1.
Le antiche P e 9 sono soppresse, a causa delle nuove P210
pi. generali.
6

2 1

J |1 0
F 2
2

P 1
P053-2

3
060-0',071

4
5 6 7
064*9a 061*1 *2 *3

237

SUL $ 2 DEL FORMULARIO, t. II : ARITMETICA

Il 11 di * si occupa dei numeri reali Q e q ; le P ivi conte


nute saranno riprodotte nel prossimo fascicolo del F. Sicch quanto
contenuto nei miei lavori w e
riportato in F8, salvo gli ul
timi in corso di stampa.
Confronto del Formulaire de Mathmatiques ,
t. I, parti II, III, Y e YI con F g 2.
F JIJ
F
2

PI
2
P011-3 012*2

12
-3

, - 6

13
-10

23
151*2

3
4
-1 *3,-4

5
7
9
011*1 038-1 -7 -2 -4
6

14
15
16
17
18
-11 021-3 022-4 021*8 023*2
24 25
-1 -3

26,27
31
-12 038-18

32 33
*13 -14

10

19
*5

-8

20 21
-7 150-3

34,35
063*7

11
5
22
-l,-2

36
37
020*2 072-1

41, 42, 43 44
45
51
52
53 54 55
56
58
190
191*3 -2 100*1-2 101-22-23 -12 -31 194*1 100*3 101-21
Le antiche P28, 29, 30 si sono soppresse, poich semplici. Nel
passaggio dalla P51 alla nuova 100 si sostituito alla notazione
del Dedekind la nuova per le ragioni ivi addotte in F g. In conse
guenza sparisce la P57.
Fj II2
PI
F
2 P041-3
2

12,13
049*91a

2
-0'

3 4
5
6
7
8 9 10,11
*1 -22 048*2 043*4 043*5*6 -1 046 043*7

14
15,16
17
18,19,20
21-24
25
045*1 160*1,160'a 191-4 048*3,164-8a 065-3l-*34 074*1

26
27
28
29
052*4 051-8 053*6 062*3
37
38
39
-12 066*1-2 062-13

40
*8

30
31
32
33
34
36
-10 193*5 063*21 -22 071*51a 062*6
41
-9

42
43
-14 121-22

44
-12

45
*31

46
103*2

47
48
121*51 194*2.
Alcune formule hanno subito trasformazioni, quali le 19 e ,
e quelle contenenti il segno 77, cio le 43 e segg. La P35 si sop
pressa, causa la semplicit.
2 0

Fj II3
PI
2
F
2 P080-3 *22
2

11
096*4

12,13,14
193*6,*7a

3 4 5 6
7 8 9
-23 -21 098*1 080-1 081-1 *3

15
173*1

16,17
*2

18
125.

*2

10
098*2

238

GIUSEPPE PEANO

F t II4
PI
Fg 2 P043-3
11
095-7

12

2
047

3
4,5
095-1 082-1

G
095-2

13 21
22
23
-5. -10 082-2 083 1

-4

7
9
*3 083-11 049-8

10
*9

24 25
26
*12 -13 095 11

27
28
12 *13

29,34,35
30
31
32
33
36
40 41
42
43
14
095-5 083-13 -14 095*16 -17 *20 082-3 083*16 *17
44
095*25

45
*26

46 47 48 49 . 50 51 52 53
54
55
*27 *30 *21 *32 *33 *34 *35 083*3 095*28 083*18

56
57
095*31 *20'a

58
-20"a

F, II5
P2
3 4
F
2 P160-3 170-1 *7
19
20
-11 -8,14

Le P di Fj II

60
*23

61
*40

11
12
13
171*1 *2 174*1

18
*12

59
*22

21
-4

22
*17

23
171-19

63
*5

14
15
16 17
*2 171 ,-9 *15 *7
6

24
1621

25
*3

26
*2

e 7 saranno contenute in F 3.
2

F II
PI
2 3 4 5
F 2 P021-4 074-1 *2 *3 *4 075*1
4

62
083-4

-2

*5

1 0

1 1

*3 *4

*6

Le seguenti saranno contenute in F 3 ; come pure quelle di


F, II9.
2

F t II10 P I, 2
Fg 2
P113

5-9
114-1 104*4 *5
1 0

244

17
080*1

1 1

1 2

130

13
104-3

14
*2

15
181*1

20
081-3

Delle P contenute nelle aggiunte a F t II (pag. 117) si ba la cor


rispondenza :
F t II2
Fg 2

P42'
P062-2
10

P14-39
soppresse

P25
26
115*2 180-3

52'
CO'
095*36 083*2

27,28
*4a

6 6
*6

67
*7

29
-2

Alcune P tralasciate troveranno il loro posto in altre teorie.


F t III1
F
2

30
240*1

P
P045-3
6

31
*2'

"7
-4,-5

8
*6

32 33
34
*3' -4 020-3

2 0
*8

2 1

,22
-9

23,24
*91

25, 26
093*1

27 28,29
094 085*1

239

SUL $ 2 DEL FORMULARIO, t. II : ARITMETICA

Le P I -5 e 10-15 si sono soppresse, perch semplici, ovvero riferentesi alla teoria delle congruenze, che non ha ancora trovato posto in F2.
F, III2
PI
F? 2 P300-0
12
8

13
* 'a
8

14
300*5

2
*2
15

3
*3
16
*9

*6

4
5
-10 302-1

7
9 10
11
*2 *3 -4
300*4 302*7
6

' 6

17
-7.

Sono soppresse le P18-20.


Fj III3
PI
F,
P3U-2

2,5
*3

15
33a

7
'
*4 311*1 *4 -3
6

9 10
*5

16
17
18
*5 311*9 -11

*6

19
19'
-13 *14

10'
-8

13
14
7 313*32a

21
*15

Fra le P soppresse menzioneremo le Def P3 e 4, di cui non si


pi fatto uso, modificando alquanto alcune P successive. Potreb
bero essere utili in altre teorie.
F, III4
Fs

PI
P321-2

Ft III5
F
2

PI
P330

2,3
-3
2
331

4
5
*4 323-2
3,4
333

13
16
17
18
19
341*1 339 338*2 -3 350-1
43
352*6a

9,10
-1 321-5 322*4
6

12
323*5

1 1

321-7

5
7
9 10
11 12
340*1 342*1 -2 -3 334 337-1 *2 -30
6

20 21
-2-3 *4

24 25
-5 341-2

41
42
352-1 350*5

44
-7a.

Fj III
PI
3
4
5 11,12 13 14
17
F
2 P352-2 350*6 352*5a *3 353*1 -2 *3 354-4
6

18 20 21
-3 -5
*6

Nelle agg. a Ft III (pag. 118) le 1 P27' 3 P " 5 P I'


P3
sono diventate
^ 82 P093-3 313*3a 330 350*6
8

F ,Y
PI
F 2 P200-1
1

2
-2

3 4
5
7
-3 203*1 -2a 204a 201*1
6

8
*2

11
-3

Le P9 e 10 sono gi contenute in F 1. Le P12-16 sono con


tenute nella P210.
2

Fj V2
PI
F
P220-1
2

2
*'
1

3
4
5
7
10 11
227 220-7'a *7a 223*7a *7'a 220*6 * '
6

13
222'

14,15
223*9

16
224

12
222

240

QIUSEPPE PEANO

I successivi di r Y saranno pubblicati in seguito.


S sono pure riportate alcune delle P di F t VI, sulla teoria degli
aggregati, raccolte dal prof. V ivanti.
Delle due notazioni m e Nc, dovute rispettivamente al Cantor
ed al Vivanti, si conservata solo la seconda, perch pi semplice.
In conseguenza lantica P I del 1 diventa la nuova 210*1.
Le 2, 3, 4 si trasformano in altre gi enunciate in Logica. La
5 diventa la 211*1 ; le antiche , 7, 10, 11 si trasformano nelle nuo
ve 210*2 *9 5 * . Le , 9, 12 e successive racchiudono le idee di
numero algebrico, q, q ',... non ancora definite in F2.
In Fj YI 2 la P I diventa la nuova 210-1. La P2 si potr rimet
tere quando se ne continui la teoria. Ma le successive definizioni
non soddisfano alle leggi delle definizioni simboliche.
Cos la P3
4

u , v e K . unv = a . O . Ncm-+- Ncv = Nc*( H- i),

che vera, non si pu assumere come definizione della somma di


due numeri cardinali j perch dovrebbe avere la forma Somma di
due numeri cardinali = funzione nota di essi . Bisognerebbe ridurla
ad ea. alla forma :
f l , &fi Nc, D. a + ft= :? [ ,)fi Cls . - a u n v . Nc* = . Nc lv = h . ott|v.
9

z = Nc* (wov))

cio dicesi somma dei due numeri cardinali a e b il valore costante


dellespressione N c o v e u e v sono classi qualunque, non aventi
individui comuni, ed aventi per numeri cardinali rispettivamente a
eh.

Parimenti la P7 contiene non solo nel primo membro dellegua


glianza, ma anche nel secondo, un segno non noto ; cosa del resto
ben avvertita dallA. in RdM, a. 1894, p. 136.
In conseguenza, queste P e le successive non possono essere
riportate nel Formulario, finch qualcuno non le abbia riordinate,
dando definizioni puramente simboliche, e non aventi bisogno del
linguaggio ordinario per essere intese.
Lordinamento del migliaio di P contenute nel F port pure un
lavoro lungo, che si dovuto rifare pi volte. I termini Aritmetica,
Algebra, Teoria dei numeri , non esprimono punto scienze con con*
fini nettamente definiti. Chi fa cominciare lAlgebra colluso delle let
tere chi coi numeri negativi. Da nazione a nazione questi termini
cambiano affatto significato ; e in una nazione stessa i varii A. at*

241

$UL $ 2 DEL FORMULARIO, t. II : ARITMETICA

tribuiscono loro senso differente. Ci che si chiama ordine logico


non spesso che una abitudine pi o meno invalsa. Per rendere il
Formulario indipendente da ogni arbitrio personale, si sono raggrup
pate le P a seconda dei segni che le compongono (F
pagi Vili).
I
segni si seguono in un ordine tale che ogni segno, eccettuati
i primitivi, sia definito mediante i precedenti. Ci non vuol dire che
ogni segno debba seguire immediatamente quelli mediante cui vien
definito j cio questa legge non basta a ordinare tutti i segni. Ad
es. dopo il gruppo di idee primitive OK + (P001-019) si pu paS'
sare, come si fatto, agli Nj (P020) o al (PO21), come pure al
X (P041), ai e 2*(P100 e segg.), al > (P150), al num (P200)j
poich ognuno di questi segni definito mediante i primi.
Si cercato di comporre il Formulario in modo che si possa
leggere in tutti gli ordini legittimi, come si scorge dai titoli delle P,
La numerazione delle P che era progressiva, con lacune, nel
, qui si fatta parte progressiva, e parte decimale, il che rende
pi facile linterpolazione di formule. Tuttavia essa ancora inco
moda assai nei rimaneggiamenti di formule che si sono dovuti fare ;
poich ognuno di essi richiede la correzione attenta di tutte le cita
zioni, In una futura pubblicazione si tenter un sistema pi comodo.
Le indicazioni storiche sia sulle pubblicazioni, come sulle nota
zioni, utili sempre, sono utilissime nel Formulario, perh riposano
un po il lettore, e manifestano meglio limportanza delle proposi
zioni, e spesso il vantaggio della ideografia. Ma anchesse richie
dono molto lavoro per poter avere un qualche valore. Le indicazioni
che trovansi nei libri delle generazioni passate, e ancora in qualche
libro moderno, secondo cui p. e. lAlgebra dovuta a Des Cartes,
o a Vite, o ai matematici italiani del secolo XIII, o agli arabi, o
agli indiani, o ai greci, non hanno alcuna precisione. N lha ad
es. laffermazione pi precisa che luso delle lettere sia dovuto a
Vite, trovandosi esse in Aristotele, e di uso comune in Euclide,
come risulta dalle citazioni contenute nel F.
N possono essere utili per noi indicazioni della forma : Il
segno
dovuto a Leonardo da Vinci . Lesame di una frase
siffatta importa un lunghissimo lavoro j da cui risulta che effettiva
mente il segno + fu usato da questo scienziato per indicare la cifra
4 j lattribuire a questi luso del segno H- vale quanto attribuirlo
al primo abitante delle caverne che abbia incisa una croce. Simile
la citazione di Widman.
Le indicazioni poi che portano con precisione il nome dell Au
tore, e la pagina del libro citato, passando per pi mani, a causa
8 2

io

242

GIUSEPPE PENO

degli errori materiali accumulati, spesso sono inesatte ; e invano si


cerca al posto indicato il passo in questione. Altre volte lo si trova,
ma ha senso ben diverso da quello che gli attribuiva lo storico.
In conseguenza si dovuto rimontare allorigine dei passi ci
tati ; le citazioni del F portano le indicazioni precise, in modo che
chiunque possa facilmente confrontare il libro citato ; e spesso si
riporta il passo citato. Ci finch fu possibile j perch anche nel F
alcune citazioni attendono di essere meglio precisate.
Si badi poi che le indicazioni storiche contenute nel F non pre
tendono punto di rimontare alla prima origine della P in questione j
ma solo di indicare un A. ove essa si trova. Uno studio ulteriore
potr sempre sostituire ad esse altre citazioni relative ad epoca pi
antica. Del resto qui si fatto uso delle ricerche storiche di M.
Marie, M. Cantor, di quelle contenute ne\V Intermdiaire des Math
maticiens, ed in varii altri lavori stati menzionati.
H Formulario d Aritmetica, nello stato attuale, contiene gi
lanalisi completa delle idee dAritmetica. Ogni segno posto eguale
per definizione, ad un gruppo di simboli precedentemente definiti ;
e ci finch si arriva alle idee primitive. Questa analisi che io ho
fatta in massima parte nel citato lavoro del 1889, ci che diffe
renzia nella forma e nella sostanza questo F dagli altri libri. Alcuni
di questi studii gi furono introdotti in trattati scolastici, quali :
C. B u rali -Forti e A. R morino, Aritm etica , Torino 1898
P. Gazzaniga , Libro di Aritmetica e di Algebra elementare, Pa
dova, a. 1897

M. Nass, Algebra elementare, Torino 1898


ma le proposizioni, private della loro forma simbolica perdono assai
della loro chiarezza e ragione dessere ; sicch non sempre il lettore
rimane convinto che questa via sia migliore di altre. Lasciando in
disparte i trattati mal fatti, su cui ben parl it prof. Ciamberlini al
Congresso della Societ Mathesis (Periodico di Matematica, a.
1898, p. 37), molti A. cominciano laritmetica con definizioni che
hanno la forma di circoli viziosi.
Cos la Df
Numerare -oggetti significa considerarli come omogenei, insieme
raccoglierli, e ad essi singoli far corrispondere altri oggetti che si
considerano anche come omogenei ;
traduzione letterale di quella con cui comincia 1 Encyklopadie der
Mathematischen Wissenschaften, a. 1898, p. 1 , e a cui lA. si ar
resta dopo lesame di molte definizioni del numero, non che un

SUL $ 2 DEL FORMULARIO, t. Il : ARITMETICA

24 3

accozzamento di parole. Invero con essa sarebbe definito il zahlen quando fossero precedentemente definiti i termini gleichartig,
ansehen, auffassen, zuordnen,.... , i quali ad un lettore possono riu
scire pi complicati del termine che si vuol definire ; e ci si pu
dimostrare con argomenti tratti dalla filologia, dalla storia delle ci
vilt e dalla pedagogia.
Insomma, trattandosi di termini che si incontrano nel linguaggio
comune, affinch una definizione possa avere un qualche valore,
necessario che prima sia costrutta una tabella di parole, delle quali
si suppone noto il significato, e poi che la definizione, oltre al ter
mine che si vuol definire, non contenga che termini di quella tabella.
Ma chi fa questo lavoro, ricostruisce la Logica matematica.
Lanalisi delle idee dAritmetica contenute in F
lunica
che esista attualmente. Per quel gruppo di proposizioni 002*l-*5, che
si potrebbero chiamare definizione del numero intero positivo, usando
la parola definizione in un significato pi. ampio .di quello dato in
Fj 1P7, il lavoro pi prossimo quello del Dedekind, a. 1888, di
cui nel Formulario, pag. 3 si sono riportati i passi pi importanti,
in guisa da formare un testo intelligibile di per s. Gi vi appare
un principio di Logica matematica, coi segni di deduzione e molti
plicazione logica fra classi, usati sotto forma speciale. Ma vi man
cano tutti gli altri segni di Logica matematica che costituiscono un
ideografia completa.
La composizione del mio lavoro a. 1889 fu ancora indipendente
dallo scritto menzionato del Dedekind; prima della stampa, ebbi la
prova morale dellindipendenza delle proposizioni primitive da cui
io partivo, nella loro coincidenza sostanziale colle definizioni del De
dekind. In seguito riuscii a dimostrarne lindipendenza.
I
cos detti numeri negativi ed i fratti sono definiti come ope
razioni, sottrarre e dividere j essi rimontano cos alla pi remota an
tichit, e rappresentano bene luso che di essi facciamo ; la teoria
ne risulta molto semplice. Cos sono considerati in varii trattati, in
modo pi o meno chiaro.
Altri A. invece nellintroduzione di questi enti rasentano
lassurdo.
Invero, avendo ancora la parola numero il significato di nu
mero naturale o N j, se per 35, o per 3/5 si definisce quel nu
mero che sommato con 5, o moltiplicato per 5, d 3, si deve ri
spondere che tal numero non esiste. N se ne pu ammettere lesi
stenza per postulato, come alcuno fa, essendo tal postulato una pro
posizione falsa.
2

- 1

244

GIUSEPPE PEANO

N vale laggiungere esso non esiste ma per ovviare a siffatto


inconveniente, e per la generalit delle operazioni, noi lo creeremo .
Queste parole, di veste troppo diversa da quella consueta nelle scienze
matematiche, portano a conchiudere che si pu far esistere ci che
non esiste ; e quindi a togliere ogni distinzione fra il s e il no, fra
il vero e il falso. Queste difficolt in cui si sono imbattuti alcuni
Autori credo provengano dalla terminologia non precisa, come luso
non fisso della parola numero , che, seguita da aggettivi, acquista un
significato pi ampio.
Il Formulario ha indirizzo puramente scientifico. I risultati
nuovi contenuti in esso non sono gi i teoremi, dovuti ad Autori
spesso antichissimi, ma lo studio della loro dipendenza; lafferma
zione e la prova che una determinata idea si possa, o non si possa
definire, che una data proposizione si possa dimostrare o meno, e
la raccolta delle varie definizioni, dimostrazioni e teorie possibili,
ci che contiene di nuovo il F ; e alla soluzione di questi problemi
necessaria la Logica matematica quale qui fu costrutta, o uno
strumento equivalente da costruirsi.
I risultati che cos si ottengono sono tanto importanti dal lato
teorico quanto la scoperta dogni altra verit matematica. Essi sono
poi direttamente utili alla pratica ; perch utile, e direi doveroso
per gli insegnanti il sapere a che punto si arrivati con questo
strumento analitico, ancorch non lo si voglia introdurre nella scuola.
Del resto questanno mi sono deciso ad introdurre il nuovo F
nellinsegnamento superiore, con ottimi risultati. Ho visto gli allievi
interessarsi vivamente alla precisione e chiarezza della scrittura ideo
grafica, apprendendola assai pi facilmente di quanto mi sarei im
maginato. Essi invero per apprendere ci, hanno dovuto fare molto
minor fatica di quella che dovemmo fare noi.
Ma si pu tener conto di questi studii anche nellinsegnamento
secondario ed elementare, col sopprimere tutte quelle definizioni di
numero, e di somma, che sono pure parole; questa soppressione, e
semplificazione dellinsegnamento gi stata proposta per ragioni
didattiche da alcuni, eseguita da lungo tempo da altri ; pur tuttavia
ricompaiono in qualche libro. Da alcuni anni meditavo come si po
trebbe compilare un libro di Aritmetica elementare, che seguisse fe
delmente il mio lavoro del 1889 ; mi accorsi che nelle linee generali
questo libro coincideva collA ritm etica che il prof. Gerbaldi aveva
pubblicato, seguendo essenzialmente ragioni didattiche.
II Formul. 2 potrebbe forse essere usato nelle scuole liceali
come libro di consultazione, quali tavole di logaritmi. A un profes
5

SUL $ 2 DEL FORMULARIO, t. II : ARITMETICA

245

sore che ne manifest desiderio, ottenni che le copie siano cedute al


puro prezzo di costo. Credo poi che queste teorie siano gi sufficiente*
mente mature perch si possa fare un trattato dAritmetica e dAl
gebra ad uso delle scuole secondarie, introducendo e facendo uso
costante della Logica matematica (#).
Se questo formulario di Aritmetica in una prima lettura si
presenta come una abbondante raccolta di teoremi, dimostrazioni,
teorie e note storiche, ogni lettore pi attento vi scorger lacune
numerose e gravi.
Ad es, mentre di tutti i segni introdotti data la definizione
simbolica, cosa che non era ancor fatta in F t , le dimostrazioni spesso
mancano.
Il colmare queste lacune non spetta a me, editore di questa
pubblicazione, assorto in conseguenza in svariati affari, e desideroso
di andare avanti, onde raccogliere le numerose teorie cui si gi
applicato lo stesso metodo analitico, ed applicarlo ad altre. N spetta
ai Collaboratori che volonterosi mi aiutano in questa impresa, ma
che sono ancora pochi. Spetta invece ai tanti studiosi della Matema
tica, che trovansi dovunque, e numerosi in Italia, i quali potrebbero
portare un utilissimo contributo al perfezionamento del Formulario.
Fra le lacune pi appariscenti, menzioner le dimostrazioni alle
teorie del Dvr (P310) e mit (P320). Queste dimostrazioni sono pre
gevoli alcune per la loro remota antichit, altre, recenti, per la loro
semplicit.
Le definizioni e teoremi sui Dvr e mit si possono estendere ai
numeri razionali, come trovasi ad es. nellAritmetica del Bertrand;
questa estensione pu essere fatta con cura da qualche cooperatore.
La teoria dei Np (P330 e segg.) un aggruppamento di alcune
proposizioni; essa quasi completamente a scrivere. Lanalisi inde
terminata manca.
La teoria delle operazioni sui numeri espressi in cifre, esige la
costruzione dun simbolismo appropriato onde potersi scrivere. Que
sta teoria importante sia per le applicazioni pratiche, che sotto
laspetto storico.
Sui numeri cardinali (P210) non sono raccolte che poche propo
sizioni, mentrech molte pi sono note, anche di quelle che possono

(*) Il trattato a cui qni si accenna il lavoro n. 118 (Aritmetica geniale


ed Algebra elementare, del 1902).
, C.

246

GIUSEPPE PEANO

stare in F 2, cio che non dipendono dai numeri irrazionali, non


ancora stampati. Oltre alla ricca bibliografia contenuta in F t VI, si
confronti : B o r e l , Leons sur la thorie des fonctions , a. 1898.
Non sono raccolte le P sul grado e divisibilit dei polinomi, sul
loro massimo comun divisore, ecc. Qualche cosa fatta in F, IX ;
ma per sviluppare questa teoria occorrono nuove notazioni j e ritengo
che per errore esse trovano posto nellinsegnamento secondario.
Un utile modo di collaborare al Formulario si di confrontarlo
con trattati. Si pu usare un trattato qualunque, antico o moderno,
e sempre un lettore attento scorge, frammezzo a tante questioni che
gi sono svolte in F, alcune volte anche meglio, delle altre che in
F non sono sufficientemente trattate. 11 confronto con libri antichi
permette spesso di aggiungere o modificare indicazioni storiche. E
ritengo utile il confronto con qualunque siasi trattato, poich, in
Italia specialmente, le condizioni librarie sono cosi poco floride, che
se un A. si decide a pubblicare un libro, lo fa per esporre una qual"
che sua idea originale. Spesso per il libro, migliore degli altri in
alcuni punti, ne inferiore in altri, sia perch non havvi autore
enciclopedico, sia perch egli si stanca durante il lavoro. Ci non
avviene nel F, che non deve ubbidire ad alcun programma prefisso,
ma pubblica le proposizioni man mano che qualcuno ad esse si inte
ressa, le riunisce e le invia per essere stampate.
I
varii giornali di Matematica sono pure una miniera di P da
aggiungersi al Formulario, perdute frammezzo ad altre che non hanno
i pregi della novit e del rigore.
Sono pure utili le pubblicazioni aventi un indirizzo affine a
quello del Formulario j quali :
LASKA, Sammlung von Formeln, Braunschweig , a. 1888-9,
H a g e n , Synopsis der hoheren Mathematik, B e r lin , a. 1891-4,
P a s c a l , Repertorio di Matematiche superiori , M ila n o a . 1898,
e VEncyJclopadie der Mathematiscken Wissenschaften, L e ip z ig a . 1888,
2

d i c u i or a u s c it o il 1 fa sc ic o lo .

Chiunque sinteressi di- Matematiche pu collaborare al F, e se


prende la cosa pel giusto verso, avr una buona occasione di istru
zione e di vero divertimento. Se si interessa alle pubblicazioni mo
derne relative ad un ramo della Matematica, pu tenere al corrente
di queste il capitolo corrispondente del F. Se preferisce i libri antichi,
o di altre civilt, come laraba, legiziana, la cinese, pu fornire utili
citazioni al Formulario. Se predilige la storia, essa ancora a scri
vere nel F, nella massima parte dei casi. Se ama il proprio insegna
mento, e ad esso solo si dedica, pu confrontare la sua lezione col

SUL $ 2 DEL FORMULARIO, t. II : ARITMETICA

247

corrispondente Formulario ; se alcune volte questo contribuir a


perfezionare la sua lezione, spesso essa servir a perfezionare il F,
mettendone in miglior ordine le P, dandone dimostrazioni mancanti,
o semplificandole. Chi ama lo studio individuale, senza libri, ha da
costrurre intere teorie. Ma il non far uso di libri cosa pericolosa :
credo che dovunque sia possibile il procurarsene ; ad ogni modo se
qualche lettore trova difficolt pu rivolgersi direttamente a me, che
cercher di facilitargli la consultazione dei libri desiderati. Gi la
RdM possiede una ricca biblioteca di libri e giornali, che mette ben
volentieri a disposizione dei lettori.
Finora il Formulario proceduto avanti senza alcun regolamento.
Ma, col suo progredire, e collaumentare dei collaboratori, al fine di
rendere il F indipendente, per quanto possibile, da ogni opinione
personale, potr essere utile il seguente :
S a g g io

di

R egolam ento

pel

F o r m u l a r io .

. Il Formulario di Matematiche ha per scopo di pubblicare tutte


le proposizioni, dimostrazioni e teorie, man mano che esse sono
espresse coi simboli ideografici della Logica matematica ; come
pure le indicazioni storiche relative.
. Chiunque pu proporre nuove proposizioni, sia isolate che formanti
una teoria, per farle inserire dapprima nella RdM, e poi nella
successiva edizione del Formulario, sempre col nome del propo
nente, il quale si rende cos garante dellesattezza e dellimportanza della proposizione.
3. Le P a inserirsi nel F debbono essere completamente scritte con
simboli ideografici. LA. pu usare quelli prima introdotti ; ne
pu introdurre dei nuovi, per esprimere le idee nuove che si
incontrano nella teoria che intrapprende a trattare. In nessun caso
pu dare ai simboli attuali un significato diverso da quello che
ora hanno in F. Chi vuole alterarne il significato, dovr cam
biarne, anche leggermente, la forma.
4. Ogni proposizione riconosciuta inesatta, qualunque sia la causa
dellerrore, sar cancellata j salvo a ristamparla corretta. Una
definizione che non soddisfi alle leggi delle definizioni simboli,
che, o che non sia intelligibile senza laiuto del linguaggio co
mune, o dia luogo ad ambiguit, sar esclusa dal Formulario,
insieme a tutte le P in cui se ne fa uso.
5. La nota storica dogni P indica il pi antico lavoro in cui chi
propone la nota incontr la P. Una stessa P pu portare pi
indicazioni storiche, corrispondenti a civilt diverse, ovvero ad

248

GIUSEPPE PEANO

A. che successivamente la generalizzarono e la perfezionarono.


Altrimenti ogni citazione annulla le posteriori. bene che le ci
tazioni siano tali da permettere a chiunque di consultare facil
mente lopera originale ; i passi citati pi importanti si possono
anche riportare.
. Le proposte di modificare la forma dei simboli, o il loro valore,
o il loro ordine, pur soddisfacendo alla legge cui questordine
deve ubbidire, e tutte quelle proposte che possono contribuire
al perfezionamento del F saranno pubblicate nella RdM.
7. Ogni Collaboratore al F avr labbonamento onorario al tomo della
RdM e del F in corso di stampa. Inoltre tante copie del fasci
colo contenente le P aggiunte, quante sono queste.
6

(105). SUI NUMERI IRRAZIONALI


(R em e de mathmatiques (Rivista di tuatorontio), voi. Y I, 1896-1899, (20 maggio 1899), pp. 126-140)

Collegato col lavoro n. 37 (Su l ooncelto d i numero, 1891) pubblicato in questo


volume, e col lavoro n. 16 (Arithm etices p r in c ip ia , 1889) pubblicato nel vol. II
di queste Opere scelte
(Cfr. l annotazione preliminare al lavoro n. 37).
U. C.

Le propriet dei numeri irrazionali sono note da tempo antico ;


poich il libro X dEuclide contiene proposizioni interessantissime su
essi ; se ne pu vedere la versione in simboli ideografici in RdM t. 2 p. 7.
Alcuni A. attribuiscono a Platone degli studi sugli irrazionali
(Baltzer, Elem. d. Mathem. a. 1885 p. 100; Encyclop. p. 49). Invero
nei dialoghi di questo filosofo trovansi qua e l dei termini matema
tici, ma riuniti in modo cos incerto da farli ritenere come parole
difficili con cui un interlocutore cerca confondere lavversario; allincirca come nei giornali politici del giorno doggi sta scritto incom
mensurabile invece di grandissimo . Il passo pi volte citato, nella
IloXaela V ili 646 considerato dai commentatori Jowett and Camp
bell, Oxford a. 1894, come un riddle . Al pi da un passo del Seanrjjog
143 E, si pu dedurre V < 3 , e ci parmi la cosa pi importante
contenuta in quelle opere su questo soggetto.
In Euclide non sono considerati che irrazionali quadratici, cio
ragione di due segmenti che si deducono luno dallaltro colla riga e
col compasso. Lesistenza di questi irrazionali conseguenza della
costruibilit di questi segmenti. Quindi nel loro concetto stanno in
clusi dei postulati geometrici, non ancora ben analizzati, poich
lanalisi dei principii della Geometria, e specialmente della Euclidea,
meno avanzata dellanalisi dei concetti aritmetici.
Pare che Apollonio abbia considerati gli irrazionali che proven
gono dallinserzione di pi medie geometriche, cio dallestrazione
di radici dindice qualunque, in un libro di cui tent la ricostruzione
il Woepke, servendosi dun manoscritto arabo (Mmoires des savants
trangers , a. 1856 p. 694). Ma nessun teorema su questi irrazionali
pervenuto fino a noi.
8

250

GIUSEPPE PEANO

Solo ai nostri tempi, per opera di Matematici in gran parte


viventi, nello studio di importanti questioni analitiche, si vista la
necessit di dare la definizione generale del numero reale, razionale
o irrazionale, Q. La definizione antica, che si potrebbe dire Euclidea :
numero reale = rapporto di due grandezze
esige lanalisi dellidea di grandezza ; e in questa analisi, fatta
da pi A. e in F,IV dal prof. Burali-Forti coi simboli ideografici, si
incontrano precisamente le stesse difficolt che nel definire direttamente il numero reale ; del resto in geometria un passo equivalente
a quello che costituisce la definizione del numero reale in generale
rappresentato da un postulato ben noto, detto postulato di Dedekind.
1

Trattandosi solo di radici, ad es. quadrate, si pu assumere per


denizione:
1 eR2 0 . f a = Rn x*(x%= )

Df

essendo a un razionale quadrato, con Va si intende quel razionale


che elevato a quadrato d . E se a -e R2, senza definire fVr, si
pu definire la relazione 6 > Va :
2 a,beR . a-eR2 . : b >
3

.= . b2> a

Df

seguendo Bertrand, Trait d Arith, a. 1851 p. 197:


On dit quun nombre est plus grand ou plu petit que VN
suivant que son carr est plus grand ou plus petit que N .
Si pu pure definire la n^a, calcolata a meno dununit , che
indicheremo col simbolo Enf a , avvertendo che i segni E e y non
si possono ancor separare:
3

. aeR . D . E n^a = max Nq" 3 (xn^La)

Df

e cosi via. Ma la cosa si va rapidamente complicando.


Kronecker, senza definire gli irrazionali in generale, svilupp la
teoria completa degli irrazionali algebrici. Vedasi pure Drack, Introd.
... Valgbre sup.} Paris a. 1895 p. 123-332. Si pu notare che per
questa via il teorema che ogni equazione di grado n ha n radici
si riduce ad una identit, cio allincirca la definizione stessa del
lirrazionale algebrico (p. 171). Questi studii interessanti meritano
certo di essere tradotti in simboli ideografici. Per per luso pratico
e per linsegnamento attuale tale via si presenta non intuitiva ed
estremamente complicati*,

251

SUI NUMERI IRRAZIONALI

Daltronde in non veggo difficolt nella definizione generale di Q;


varie definizioni sono state date, che paionmi del tutto soddisfacenti
sia sotto laspetto del rigore che quello della semplicit; e se sopra
esse tanto si discusso e si discute tuttora, ci verte sulla incerta
interpretazione di qualche termine del linguaggio ordinario, o su ra
gioni didattiche.
La riduzione delle definizioni relative agli irrazionali, in simboli
ideografici, fu pubblicata nel mio opuscolo: Arithmetices principia ,
nova methodo exposita, a. 1889 p. 15. A causa della sua brevit, e
per dispensare il lettore dalla ricerca di quellopuscolo, qui la
riproduco.

Rationalium Sistemata, Irrationales.


Explicatio. Si a e K E, signum T a legitur terminus summus , vel
Umes summus classis a. Supra hoc novum ens relationes ac opera

tiones tantum definimus.


Definitiones.
= A2

. a e I C R . e R : ::: = T a . = .v. a . 9 > x : = a


< x : Q /. a . 3 > u : - = A-

3.

aeKR.eR:

'
u 8 R u

.\ > T a . = : < T a . # - = T .
Theorema.

4.

x e R . Q!:# =

T : R . 9 <^x.

Explicatio. Signum Q legitur quantitas , numerosque indicat


reales positivos, rationales aut irrationales, 0 et o o exceptis.

Definitiones.

5.

Q = [x e] (a e IC R : -

6. a9b e Q . o i : a =; b . =

: R 3> T a = A : T = *
J l . 3< a : = : R . 3 < b.

7.

a, b e Q .

8.

<, b e Q . o : b > a . = . a < b.


1

: a < b . = /. R . 3 > . 8 < 6 : - = * = a -

- =A)-

252

QIUSEPPE PEANO

Theoremata .

9.

aeQ.q

R . a < a : = a*

10.
11.

R O Q.
Definitiones .

12.

a, b e Q . o . a + b = T [z fi] ([(or, y) e] :

.* + y*a - =
13.

eR .* < a

. y

<

a ).

a, b e Q . o . ab = T [z ] ([(*, y) e] : x, y e E . * < a . y < b . xy

= * . .- =

a ).

Ut valeant hae definitiones, demonstrandum est subsistere pro


positiones 12 et 13, ei a, fceR.
Subtractionem et divisionem ut operationes inversas additionis
et multiplicationis definire licet.
2

Nei dieci anni trascorsi da questa prima applicazione della Lo


gica matematica ad oggi, il simbolismo si alquanto trasformato.
Avendo il segno < il valore di minore di , nel lavoro del
1889 si rappresentato con s < lespressione minore di , sicch
e a < ritorna a valere < . Ma, per diminuire il numero delle conven
zioni, questa notazione non fu piit in seguito usata, sicch la classe
minore di a indicata allora con < a ora indicata colla
scrittura x 9 (#<a).
Invece di a = \ (la classe a non la classe nulla), si introdotta
la notazione a a (esistono deglia). Vedasi F2N1(*), nota alla P400.
Si cambiata la forma del segno K, trasformato in Cls ; come
pure al segno dinversione, allora indicato colle parentesi quadre,
sicch [x e] di quel lavoro ora si scrive x . Il segno aritmetico T si
scritto poi sotto la forma 1' (limite superiore).
Le convenzioni espresse in F2N2 (##), P019 e analoghe, per cui si
chiama somma di due classi u e v e si indica con tt+tf, la classe otte
nuta sommando ogni u con ogni v , permettono pure qualche riduzione.
(*) Trattasi del lavoro n. 93 (F 1897), pubblicato nel vol. II di queste Opere
scelte " con il titolo: Logique mathmatique (Formulaire de math,, t. II, $ 1).
JJ. C.
(**) Trattasi del lavoro n. 99 (F 1898). La proposizione citata trovasi nel
l'estratto pubblicato nel presente volume con il titolo : I fondamenti dell'aritmetica
nel Formulario del i8 9 8 ,
JJ. C,

SUI NUMERI IRRAZIONALI

253

Tenendo conto di queste considerazioni, le P precedenti diventano:


ue ClsR . areR . D :
1.

Df

Yu .= . a wn(a?+R)

2. x = Yu . = : - a w^(a?+R) : ycR . y < # . r>y . a uo(y-|-R)

Df

3. a> l'te .= . -(a? < 1'). (#= l'te)

Df

4.

5.

1' Rn (<a?)
Q = xs ( a Cis R n a[ aa . a Rn y 3 {y^> l'fl). x = l'a ] )

fl,6eQ . D :

6.

a = 6 . = . Ro 2s(2<a) = Rn za(2<6)

a < 6 .= . 6 > a .= . a Rn a??(a<a;<6)

7.8.

9.-11.

Df
Df
Df

a Rn # ? (# < ) . a Rn a ? 9 (0 ) . R d Q

12.

<i+6 =

13.

axb =

14.

< 6 . 0 . 6 a = i Qn x 3 (a-\-x = b)

15.

/a = Qn x 3 (x

( [Rn **(*<*)] + [Ro a*(x<6)] )

Df

Df

a = 1)

Df

16. thcN, . D . am = 1 (xa)m

Df

17.

Df

. 3 . m^a = Qn .T3(jpm= a )

Esse significano:
Sia u una classe di R. Noi introduciamo la funzione Yu (limite
superiore degli te), di cui non diamo una definizione nominale, cio
della forma
Yu = (espressione composta mediante i segni precedenti) j

ma definiamo solo le relazioni in cui figura questo segno. Essendo x


un razionale, diremo, P I, che a?<l'w, quando esistono degli u mag
giori di x. Le P2 e 3 definiscono le relazioni x = Yu e a?>l'M. Si
deduce (P4), che un numero razionale il limite superiore dei nu
meri pi piccoli di esso.
P5. Il limite superiore duna classe di razionali, supposto per
questa classe effettivamente esistente, onde escludere lo 0, e tale che
esistano dei numeri y maggiori dogni numero della classe, onde
escludere l'oo, chiamasi quantit, o numero reale positivo, e in
simboli Q.
P6. Due quantit a e 6 diconsi eguali, se ogni razionale mi
nore delPuna pure minore delPaltra, e viceversa. P7. Si dice a < 6 ,
o 6 > a se esistono razionali compresi fra a e 6. Ne risulta (P9, 10)

254

GIUSEPPE PEANO

che data una quantit qualunque, esistono razionali minori, ed altri


maggiori di essa. Ogni K un Q.
PI 2. Dicesi somma di due quantit a e & il limite superiore
delle somme dun numero razionale minore di a , con un razionale
minore di b. Analogamente pel prodotto.
P I 4-17. Le altre operazioni si definiscono come per i numeri
razionali.
Si pu aggiungere la
1'. a?< l'R
ogni razionale minore del limite superiore della classe R .

3
Invece che dagli R, razionali assoluti, si potrebbe partire dagli
r, razionali relativi, o con segno. Ecco alcune proposizioni tra
sformate : .
ue Clsr . xer .3:

1.

Vu .= . xe n R

2.

x = Vu .= . x R = u R

4,

x V(x R)

Df
Df

Invece di definire le relazioni = e < fra Q, che sono i limiti


superiori di classi speciali, in cui si era escluso lo 0 e loo, si pos
sono definire in generale :
MjVeClsr o :
C.

Vu = Vv .= . wR = v R

Df

G'.

Vu = l'(MR)

7.

Vu < Vv

l'v > l'u .= . a (vR)-(uR)

Df

8.

1' ^ Vv

hR 3 v R

Df

Si possono considerare le 7 e 8 come definizioni indipendenti,


e i segni < e 5^ come segni semplici, e dedurre le P I 51 *7*9 ; ov
vero assumere una di queste come def. al posto di una delle 7 e 8
ora scritte.

SUI NUMERI IRRAZIONALI

255

Seguendo questa via conviene definire direttamente q o


quantit relativa cio il numero reale con segno, anzich Q.
Si potr porre
5.

q = X3 a Clsr n 3 [aa . a r(aR ),

5'.

Q = qo 373(j?>0)

l'a]

Df

Questo procedimento per non conviene alla disposizione del


Formulario; poich esseudo tutte le prop. e teorie ordinate a se
conda dei segni che vi figurano, una teoria che contenga il segno
R, ma non r, deve necessariamente precedere quella che contiene r.
La disposizione del Formul. anche qui va daccordo colluso comune,
perch nellinsegnamento suolsi parlare prima dei Q, numeri reali
assoluti, e poi dei q.
Si pu fare la teoria dei Q, scrvendo formule egualmente sem
plici delle precedenti, introducendo un segno per indicare frazione
propria , cui daremo la forma
Ricordiamo che gi in F8N2, 0
significa la parte frazionaria di ; e in F4 9 significa lintervallo
fra 0 ed 1 . Essendo la nuova idea affine alle precedenti, si indi
cher con un segno pure simile (#).
Le P seguenti hanno la forma consueta del Formulario. Qualche
citazione si riferisce alledizione in corso di stampa; ma il lettore
non trover difficolt a riscontrarle nelledizione pubblicata.
4
R <
0

= R a?3(jp<1)

( = fraction propre )

Df

N0 + Nj - X / R < 0
01

R -N 4 = N0+ #

-02

1 =

03 & = Rn(lR) Df?

04 # = xs a (a;6)a[ a, b 6 ^ . = , / ( + 6 ) ]

Df?

11 x,yt& . 3 . xy e&

[ > P6-2 D P ]

12 xe& . D . a

y 3 (x8 &y)
[a,beNi . x = a / ( a + b ) . y = ( a + l ) l ( a + b + l ) . $ > F 7 L 'D .x < y .y < 1 .0 .T h a ]

13 M = 0

[ P -ll O .

14

15 R =

= m = R

: P-12 .3. d z t d :D. P ]


I & u il

(*) In seguito, a partire dal tomo IV del Formulano (lavoro n. 125 :


F 1903 =s F. IV), il aeguo stato mutato iu 17.
U C.

GIUSEPPE PEANO

256

a,beR . D:

21 &a = Ro x3(x<C,o) = Rn(aR)


22 & 0

. 6e

23 d a l ) db . Z i . a^ .b
24

[ Hp .D. fc-e#& O . 6-e#<i . D. < .3 . Ths ]

= #& . D . a=&

[ Hp . P-23 .D.

. b<La .D. Ths ]

25 tf(n + b ) = &a + &b


[ X P2-02 .3. t y a + b ) Z> &a+&b

(1)

xe &<i .y e & b . > P23 O . ai~\-y e #(+&)

(2)

(2) O . & a + b 3 ^(a+)

(3)

(1). (3) .D. P ]


v,v e OlsR . 3 :

31 #w = Rn xa [attn ya(y>#)]

*32 #(?ti>) = (i?u) X (tf) [F13dP]

*33 # (i-|-v) =
[ x P202 .D. fl(w+i>) D &U+&V

(1)

xeu . yev . ze &x-\-fiy . P*25 o .

(2). Elim(#,y) .D.

y) .D. are #(it+i>)

D i?(m+ v)

(2)
(3)

(1).(3) .=. P ]

In conseguenza, essendo a un R (numero razionale positivo), da,


significa frazione propria di a , cio numero razionale minore
di a ; ed essendo una classe di R,
vale frazione propria
di qualche u .
Con questo segno, le P precedenti diventano
5

R <

&

1'

Uyve ClsR . aeR O :

1.

a < Yu .= . ite t

2.
G.
6'.
7.
8.

a = 1' .= .
= &u Df
Yu = l'u .==. i?m =
l' = l'0tt
l'v < l'w .= . Yv > l'u .= . a
Yu ^ l't> .= . l'w ^ Yu .= .

4.

l'u ^ l'R

'.

Df
a = l' da

6".

".

4'.

1 = 1'#
Df
l'N t = l'R = l'(a+R)
Df
Df
RD^m . D . l'tt=l'R

Sui

n u m e ri

irra z io n a li

25

Se il 1' razionale, la P*2 non definisce Y u , ma solo la rela


zione a = Yu.
possibile il dare in questo caso la definizione nominale di Yu :
1. ue ClsR . a Rn x 3 {&x = #u) . 0 . 1' = j Rn c3 (&x ftu)

Df

Sia u una classe di razionali ; e supponiamo che esista un razio


nale x tale che &x = &u. Allora con l'w si intende questo razionale .
Si deduce:
2.

Hyp PI ,D. l' cR . di' = u


[ a?,yeR .

. #P*24 .D, x = y

(1)

. (1) . Hyp. P431 .D. P ]


3.

aeR . 3 . = l'#a = l'i

4.

ue ClsR . acR . d a =

.3 . a = Yu

Per dalla 1 non si pu dedurre Ia P2 del 5, poich Yu ha


solo senso nellHypPl. Questa P si potr dedurre dalla attuale PI,
e dalla 5 P6.
Ricordiamo poi che le definizioni del 5 non sono del tutto indipendenti, cio si sovrappongono alquanto. Invero, le relazioni
Yu Yvj Yu < Y v j . . . hanno gi significato se questi 1' sono razio
nali ; si deve provare che queste definizioni concordano con propo
sizioni note in questo caso particolare, il che conseguenza immediata
delle P*23*24 di #. Anche le definizioni a < Yut a > Yu si possono
dedurre dalla a = Yu e Yu < Yv .
7
Prima di procedere oltre, opportuno introdurre unoperazione di
logica, di cui gi si parlato in F032-33 (#), e in altri lavori, quantun
que finora nelle applicazioni alla Matematica non se ne sia fatto uso.
Cls e f 4
a,b,cydeCls . ue hfa , ve

. O a . dD a .3 :

0 ua = i/a a n x 9 (ux = y ) Df *01 a v = y a s a n x 3 (xv = y ) Df


1 xea . 3 . ux uela [ Hp . P-0 . 3 . ux = y . 3 . ye ula : P84 . 3 . Ts ] ^
(*) Trattasi del lavoro n. 66 (F 1894 = F0), pubblicato nel vol. II di queste
Opere scelte sotto il titolo : Notations de logique mathmatique (Introduo. an
Form, de matli.).
U. C.
17

1USEPP PAN

258

Db

[ Hp . P501 . P84 .3: xea . u x = y .3. ye&


Hp . P*0 . (1) .3 : yetfa .3. & :3. Ts ]

(1)

3 x m .3 . ulix = t ux

p,

[ Hp . P422 . P505 . 3 u*(&frc)

(1)

Hp . (1). P O .3: yeultx .3^ . a *^CT(iM:=). P424 . = y .


ffe[2(tt2=y)] . = j , . u x ~ y , P421 , = y . yenu? (2)
Hp . (2). P17 .3 . Ts]
4 uc 3 wa

*5 ul{cvd) = tt*c o ud

6 ue (bfa)rcp .= : ue (&fa)Sim . ula = b


7

Jce Cls .3 . ClsA;= t/ 9 a Cls nx 3 (xk = y) = Clso y*{y3fc)

^
Dfl

Il segno ula , che si deve considerare decomposto in (*)<*, cor


risponde alla frase u degli a o u di qualche a . H segno 1 si
pu sottintendere in pi casi, specialmente nelle formule algebriche,
ma non sempre ci lecito, senza produrre ambiguit.
In conseguenza ClsR significa classe di razionali , come
scritto sempre in questo articolo. In F2N1 e N2 lapostrofo era ro
vesciato.
8

Fra le classi di R meritano menzione speciale quelle che mol


tiplicate per # si riproducono ; cio soddisfano alla condizione u = u.
Esse sono le classi tali che se un R vi appartiene, ogni R pi pic
colo di esso appartiene pure alla medesima ; e viceversa, ogni nu
mero della classe possa essere superato da qualche numero della
stessa classe j questultima condizione equivale a dire che la classe
non ha massimo. Aggiungendo a queste classi la condizione che esse
esistano effettivamente e che non contengano tutti i numeri razio
nali, si ottengono classi, che si possono chiamare segmenti di ra-.
zionali , o segmenti , e che indicher col simbolo Sgm . La
definizione e le principali propriet di questi segmenti sono espresse
dalle P seguenti ;
R & Sgm
0 Sgm = ClsR n 0 3 {&a = a . aa . a R-a)
*01 ae Sgm . = : ae ClsR . d a = a . aa . a Ra
*02 ue ClsR . a . a Ib~&u .3 . &u e Sgm
[ Hyp . P-01. flP*13 .3 . Ths ]

Df
[ = P ,0]

SUI NUMERI IRRAZIONALI

03 *Sgm
05 ae Sgm . ys Ra .D . aZ> &y

259

04 eR .D,

e Sgm

a,b,C6 Sgm .3 :

*1 a

e Sgm . a-\-b = -)" . a-J-b-j-c = (a+ 5)+ c = a+ (b+ c)


a x b e Sgm . ab = b a . abe = (ab)c = a(be) . a( +c) = aft+ao
*3 a Sgm n iw[ - a Rna?a( u = & x )]
+

I segmenti cos definiti non differiscono che per la nomencla


tura dai numeri reali. La somma ed il prodotto di due segmenti
gi stata definita precedentemente in F N2 P019 e analoghe. In
queste operazioni | e x , i segmenti si comportano come i numeri reali.
Ma, essendo a e b dei segmenti, a b, a/, come pure a/tm, ove
mi un intero, hanno gi significato ; ed esso non coincide col va
lore di queste espressioni se a e b sono numeri reali.
P. es. se un segmento, /, che significa reciproco di qualche
non pi un segmento. Analogamente w2, che vuoi dire pro
dotto di due u eguali , non un segmento ; esso non vale tm 9 pro
dotto di un u per un w.
Si potrebbero definire delle nuove operazioni, che indicher pel
momento con 1 /', ', ponendo
a
Sgm .3. bf'a = i Sgmn# ( xa = b ) . a /2 = a X a ...
La soppressione da FaN delle convenzioni espresse dalla P019
e analoghe, permetterebbe di indicare cogli stessi segni

operazioni ora definite ; ma quelle convenzioni sono assai utili.


Anche in altri casi un numero reale considerato come un
oggetto diverso da un segmento di razionali.
Si scrive < ^ , <^3, mentrech, considerando ^2 e S q u a l i
segmenti, queste relazioni si possono scrivere e ^ , V D ^3.
II numero 1 e il segmento # hanno propriet diverse.
Nelluso comune il numero reale, quantunque sia determinato
da un segmento m, e lo determini, si considera come lestremo, o
termine o limite superiore del segmento.
possibile, parlando sempre di segmenti, di costrurre una teo
ria completa degli irrazionali ; ma le formule, ove si voglia escludere
ogni pericolo di ambiguit, si presentano sotto una forma alquanto
diversa da quella in uso oggi in Algebra. .
Pur convenendo che questa forma propria delle civilt in cui
viviamo, e che gran parte dei teoremi relativi a questa teoria gi
trovansi in Euclide, sotto forma differente, tuttavia necessario ac
cordare le nostre notazioni con quelle usate da tutti.
2

,6

/ 4

GIUSEPPE PEANO

260

9
Mantenendo sempre distinti il segmento ed il numero reale, suo
limite superiore, potremo riprodurre semplificate le P I,2,6,7,8 del 2:
u ,V 8

Sgm . aeR . 3 :

1.

a < l'tt .= . aeu

6.

Yu = V v . = . u = v

Df

2. a = Vu

Df

da u

Df

7. l'u < l ' v . = . a v - u

Df

8. V u ^ V v . = . u ^ v

Df

Alcune altre proposizioni si semplificano ancora, se, essendo a


un Q , si indica con ja quel segmento di razionali, il cui limite su
periore a .
Si ottiene :
10

Sgm 1' Q ,i

1 Q = 1'4Sgm

Df

*2 aeQ .3* ,1 = Sgm n u3 ( a = \'u )

Df

3 ue Sgm .3 . Yu Q .

Y u =w

4 aeQ .3 . t\a e Sgm . 1' t\a = a


a,beQ . 3 :

*5 a = b .= . j =

6 a -f &= 1' (,ia+,l&)


8 a < b

*7 a x b =

Df

l)e a + Q .= . a Cl&)-Q)

U
Si pu introdurre il limite inferiore, 1,, dei numeri di una classe
o direttamente, come nelle Pl-8, o collegandolo col limite superiore
come nelle P9-11 seguenti. Il segno Df qui vuol dire definizione
possibile .
uyve ClsR . afiRr.D:

l ttt .= . ae {hi

Df

2 a = ltu .= . a/# = u/&


3 a Hnx 9 (x/& = u/d) .3.
4

a = lt(a/^) = 14 ta

Df
= j R nW9 (x/& = uj&)
-4'

1 = 1,/#

Df

261

SUI NUMERI IRRAZIONALI

Df

5 ljM = \ tv . = . ujd = v/ d
6 1t U

1^u/d)

7 ljtt ]>

Df

.= . a {v/d)-(u/d)

8 ljtt ^ l 4v .= . u /d ^ v / d
90 l'ii = 14 R(#w)
92 1' = IjV

Df .

Df
*91 lt u = l'R-(/)

= R{vjd) .= . v/# = R-(#u)

Df
Df

12
La parola definizione , anche nei libri di Matematica, ha pi
significati.
Il
prof. C. Burali-Forti, nel trattato Logica Matematica , Mila
no a. 1894 p. 120-148 ha classificate le definizioni che si incontrano
nelle teorie gi espresse in simboli ideografici, distinguendole coi no
mi : definizioni nominali, per induzione, per astrazione, ecc. Di queste
varie specie di definizioni, le nominali si presentano come le pi sod
disfacenti. Molte definizioni delle altre specie contenute nei primi
lavori di Logica Matematica poterono essere trasformate in definizio
ni nominali. Delle definizioni per astrazione, in FaN2 (Aritmetica)
non se ne incontra pi jche una sola, la P210*l, per definire il nu
mero cardinale, o potenza, di un insieme.
Il
1', nella teoria esposta, salvo il caso speciale del 6, non
definito nominalmente, cio non si ha una definizione della forma
ue OlsR o . Vu = (espressione composta coi segni precedenti)

ma definito per astrazione, cio sono definite le relazioni = > <


fra un razionale ed un limite superiore, e fra due limiti superiori.
Una definizione nominale non si pu dare altrimenti che iden
tificando i numeri reali coi segmenti di razionali, e costruendo sui
primi una nomenclatura diversa da quella gi usata sui secondi.
Porremo adunque :
ue ClsR .D:

Df

1 Yu = du

Df
3 aeR .D.

Vda

Df

Colla P l noi conveniamo di indicare con Yu (limite superiore


degli u) ci che gi si chiamato du.

262

GIUSEPPE PEANO

P*2. Noi scriveremo Xu ^ Y v invece di d u dv ; cio se la re


lazione considerata fra le classi u e v scritta coi d , metteremo
framezzo il segno 3 ; se scritta coi 1', useremo il segno ^ .
Secondo luso comune i numeri razionali sono compresi fra i
reali : E d Q. Questa coincidenza non una verit assoluta, ma il
risultato di una convenzione generale, secondo la quale i numeri as
soluti sono contenuti nei numeri con segno, N0 o n, gli intieri nei
fratti, Nt d R, e cos via, nelle successive generalizzazioni del ter
mine numero . Queste generalizzazioni non trovansi ad esempio
in Euclide, ove sono sempre considerati come oggetti distinti un nu
mero intero, e la sua ragione allunit.
Volendo far entrare gli R nei Q, poniamo la definizione P'3,
cio identifichiamo, ossia indichiamo collo stesso segno il razionale
a, e il limite superiore dei razionali minori di a.
Essa, tenendo conto della *1, si pu pure scrivere :
*3' a e R . Z ) , a = d a .
Si deduce :
3

3" 1= d

cio, dora in avanti, invece di d si scriver 1 j e il lettore dovr


dedurre dal contesto della formula se il segno 1 indica il numero
intiero 1, ovvero la classe d.
Quantunque i simboli Q e Sgm siano equivalenti, pure, se a,beQ,
a , a/b ,... hanno il valore dato dalle P 14 ecc. di 2 ; se invece
a e b sono Sgm, le altre operazioni hanno il significato di cui
parlato nel 8.
Definizioni della forma delle *3, *3', *3" gi si incontrano in FSN2:
P039*l
054

asN 0 .3 . a =
fljftcNj .D. b/a = (x b ) { ja )

le quali dicono che noi indichiamo collo stesso segno il numero as


soluto a, e loperazione aggiungere a j
come pure il quoziente b/af e loperazione moltiplicare per b
e poi dividere per a .
In queste definizioni ambo i membri sono espressioni note.
Per la via indicata dal presente 12, quantunque elimini la de
finizione per astrazione del 1', parmi meno pratica di quella seguita
precedentemente.
Accennati cos vari procedimenti con cui si pu ridurre in sim
boli ideografici la teoria degli irrazionali, interessante lesaminare
come alcuni Autori hanno esposte queste definizioni.

SUI NUMERI IRRAZIONALI

263

G u i 1m i n , Dfinitions prcises arithmtiques des racines et des lo


garithmes incommensurables , Nouv. Annales, a. 1847, p. 313-323, dice :
Quest ce que ^2?...
Les racines approches par dfaut forment une suite croissante;
ces nombres ont cependant une limite suprieure, car aucun deux
ne peut dpasser une quelconque des racines correspondantes par
excs .
Cio, secondo lA,, 2 , per definizione, il limite superiore della
classe di razionali formata dalle radici approssimate per difetto.
Ci differisce poco dalla nostra teoria, secondo cui il numero
reale , per definizione, il limite superiore di una classe di razionali.
J. B e r t r a n d , Trait d Arithmtique, Paris, a. 1851, oltre il
passo gi citato nel 1, dice a p. 231 :
Nous supposons que cette dfinition (du nombre incoinmensu rable) consiste indiquer quels sont les nombres commensurables
plus petits on plus grands que lui .
Quindi, secondo lA. un numero reale definito mediante la clas
se dei razionali minori di esso (o quella dei maggiori).
Questa classe di numeri razionali, che diciamo essere pi, pic
coli del numero a definirsi, non pu essere qualunque. E sottinteso
che se contiene un R, contenga i suoi minori ; che non abbia mas
simo ; che esista effettivamente, e che non coincida colla classe R.
Questa classe pertanto un segmento. Dunque un numero reale
definito da un segmento.
*
Il passo per distinguere Q da Sgm non sviluppato.
R. D e d e k i n d , Stetigkeit und irrationale Zahlen , a. 1872, p.
12, dice :
Ist nun irgend eine Eintheilung des Systems E in zwei Classen
A i9 A 2 gegeben, welche nur die charakteristische Eigenschaft besitzt,
dass jede Zahl a t in A t kleiner ist, als jede Zahl a 2 in A v so wol len wir der Kiirze halber eine solche Eintheilung einen S c h n i 11
nennen und mit (At, A 2) bezeichnen .
La sezione (Schnitt) dellA. linsieme dun segmento Aj e del
suo complemento R -A se essa determinata da un numero irra
zionale, ovvero anche da un razionale, purch questo non si com
prenda nel segmento :
Jede rationale Zahl a zwei Schnitte hervorbringt, welche wir
aber nicht als wesentlich verschieden ansehen wollen .
Eliminato questo caso di eccezione, lo Schnitt ed il segmento
sono forme diverse della stessa idea.

264

GIUSEPPE PEANO

Jedesmal nun, wenn ein Schnitt {A v A z) vorliegt, welcher


durch keine rationale Zahl hervorgebracht wird, so e r s c h a f f e n
wir eine neue, eine i r r a t i o n a l e Z a h l a, welche wir als durch
diesen Schnitt {A i} JL2) vollstiindig definirt ansehen .
In questo erschaffen (creare) appunto indicato che il numero
reale considerato come un ente diverso dalla sezione, o segmento.
M. P a s c h , Einleitung in die Differential-und Integralrechnung,
a. 1872, alla cui teoria noi maggiormente ci siamo avvicinati nei
8 e 12, chiama Strecke il segmento. Si pu riscontrare lequi
valente delle nostre P '3 *1 del 12 a pag. 4 e 11 sotto la forma :
Wird die Strecke A durch die Zahl a begrenzt, so ist A = a .
... werden wir uns einfach des Wortes il Zahl knftig statt
Strecke ... bedienen .
G.
R i c c i , D ella teoria dei numeri irrazionali secondo il concetto
di Dedekind , Giorn. di Matem., a. 1897, t. 34, introduce gli irrazio
nali mediante il Postulato : Ad ogni ripartizione di Dedekind tale
che ogni numero razionale trovi posto o nella prima o nella seconda
classe corrisponde uno ed un solo numero, che sar detto m m ero
irrazionale .
G.
C a n t o r , Math. A n n t. 5, a. 1871, p. 128 e Maih . Ann.,
t. 21, a. 1883, p. 567, prende per base una successione di numeri
razionali, che soddisfano alla condizione generale di convergenza;
il numero reale un ente determinato da questa successione : und
ich ordne ihr eine durch sie zu definirende Zahl zu .
Essa si pu enunciare sotto la forma :
a?e r f K0 : heR O * . a 'Slf\m3 [pe m +N j .Dp . mod(p x m) < h] :
D. lima? c q
che, sotto forma di teorema, trovasi in B o l z a n o , a. 1817 7.
Ora ogni successione di razionali crescente continuamente, ma
non indefinitamente, soddisfa alla condizione di convergenza. E vice
versa ogni quantit il limite di una successione siffatta di razio
nali. Quindi basta limitarci a queste serie particolari. Ma allora il
limite della successione il limite superiore della classe formata dai
numeri della successione :
/ e (r f N0)cres o . lim/ = V f *N0
Sicch, mettendoci da questo punto di vista pi semplice, ma
altrettanto generale, la teoria di Cantor si riduce a quella dei limiti
superiori.

SUI NUMERI IRRAZIONALI

265

Ch. M r a y , Leons nouvelles sur Vanalyse infinitsimale, a.


1894, riproduce una sua teoria, gi pubblicata nel 1869 e 1872, e
simile a quella di Cantor. Parte dalle variantes convergentes , cio
funzioni di pi numeri interi, detti indici, clie soddisfano al criterio
generale di convergenza ; e a pag. 31 :
On prfre uniformiser et imaginer le langage par un ensem ble de conventions...
Quand une variante convergente ne tend pas vers quelque li mite, on lui en assigne une idale , quon nomme un nombre ou
une quantit incommensurable .
W e i e r s t r a s s nelle sue lezioni espose una teoria dei numeri
reali, di cui non conosciamo che riproduzioni discordanti. Vedasi E n cyklopdie , a. 1898, p. 55, nota (27).
J. T a n n e r y, Introduction la thorie des Fonctions , a. 1886,
espone le teorie di Dedekind e di Cantor.
P. B a c h m a n n , Vorlesungeti Uber die Natur der Irrationalzaklcn ,
a. 1892, considra due successioni, luna crescente e laltra decre
scente, di cui la differenza diventa infinitamente piccola, e pone la
definizione (p. 8) :
Die beiden gegen einander convergirenden Zalilenreihen be s t i m m e n mit einander eine Zahl oder es entspreche ihnen eine
Zahl .
A. C a p e l l i , Algebra Complementare , a. 1898, seguendo altre
sue pubblicazioni precedenti, sostituisce alle due successioni delle
classi; e quantunque indichi (p. 12) con
az ... gli individuigli una
classe, avverte (p. 28) :
che con ci non intendiamo stabilire fra le a alcun ordine di
successione o di grandezza .
Altri A. fanno lievi modificazioni ai metodi precedenti.
Un Q definito da un Sgm e viceversa dato questo deter
minato quello; come pure un Q definito da una sezione di Dede
kind, e la definisce, eliminata leccezione di cui si parlato, poich
la sezione ed il Sgm si corrispondono univocamente fra loro. Invece
dato un Q, esistono infinite successioni di cui esso il limite, ed
esistono infinite classi di R di cui esso il limite superiore, ed in
finite coppie di classi contigue di cui esso limite di separazione.
Quasi tutti gli A. che partono da una rappresentazione non re
ciproca dei Q, dnno delle operazioni + e x definizioni non omo
genee.

266

GIUSEPPE PEANO

La definizione della somma, ad es. deve avere la forma :


a,bsQ .3 . a + b = (espressione composta colle lettere a e e con
simboli fissi).
La forma pi semplice quella che trovasi in
P* .
Non regolare il definire come somma di due irrazionali il li
mite della successione che si ottiene sommando i termini corrispon
denti di due successioni che determinano i due sommandi. Ci che
si definisce funzione delle due successioni, ma non dei numeri rea
li dati, poich queste successioni non ne sono funzioni. Le defini
zioni non omogenee sono numerose in molti libri. Quantunque qui
si possano poi giustificare, col far vedere che ci che si definisce
indipendente dalla scelta particolare della rappresentazione dei nu
meri considerati, pure bene abolirle, perch costituiscono sempre
una difficolt per i discenti, e si possono sostituire con definizioni
esatte.
Farimenti non si pu assumere per definizione la F :
6

1 0

UyVe OlsR o . Yu-\-l'v = r(+v)

Conchiudendo, si hanno le proposizioni :


a) Ogni classe di numeri (razionali), tutti inferiori ad un
numero assegnabile, ha per limite superiore un numero reale .
In simboli :
ue ClsR . a u . m e l . t o d m .3 . l't* sQ . 1'

Essa si enuncia in molti trattati sotto la forma : Una varia


bile crescente continuamente, ma non indefinitamente, tende ad un
limite .
b) Ogni segmento (di razionali) ha un estremo a destra ; ov vero ogni scomposizione dei numeri (razionali) in due classi tali
che ogni numero della prima sia minore della seconda, fatta da
un numero reale . In simboli :
tte Sgm .3. Vu Q

c) Ogni successione (di razionali), che soddisfi al criterio di


convergenza, converge effettivamente verso un limite .
Gi fu espressa in simboli.
d) Date due classi (di razionali), tali che ogni numero della
prima sia minore (o = ) dogni numero della seconda, e tali che il
limite inferiore delle loro differenze sia , esiste uno ed un solo nu
mero reale maggiore (o = ) di tutti i numeri della prima, e minore
(o ) di tutti i numeri della seconda .
0

267

SUI NUMERI IRRAZIONALI

Iu

sim b o li ;

uyv e ClsR . au . av : x e u . ysv

: J^R .Da . a (j?,y) [j?W.


3

ysv . mod(y#)<&] :D. 1 ' eQ . ltv Q . l'u = l tv

Queste P, tutte vere, anche se si sopprime la condizione di


razionali scritta fra parentesi, si deducono facilmente luna dallal
tra. Una di esse deve essere trasformata in definizione degli irrazio
nali. Varia l'opinione degli A. sulla sua scelta.
Nelle applicazioni, specialmente allanalisi, si ricorre pi spesso
alle P a) e c). Anzi nei comuni trattati, per riconoscere la conver
genza delle serie, o d integrali, ecc. si fa uso quasi costante della
c). Quindi giustificata lopinione di Cantor (ib. p. 565), che il suo
metodo sia die einfachste und natiirlichste von alien e, come par
lando di quello di Dedekind, p. 567, Egli dica: die Zahlen in der
Analysis niemals in der Form von u Schnitten darbieten, in welche
sie erst mit grosser Kunst und Uinstandlichkeit gebracht werden
mlissen .
Ma in alcuni miei lavori ho fatto vedere che la definizione di
integrale dipende dal solo concetto di limite superiore, e non da
quello di limite verso cui converge una funzione ; come pure, nelle
applicazioni geometriche, che convenga ad es. definire la lunghezza
dun arco di curva quale limite superiore delle lunghezze delle po
ligonali inscritte, anzich quale limite verso cui converge la lun
ghezza, di queste (vedi Encyclopdie , p. 72). Sicch la forma pi. con
veniente del principio che si applica costantemente in analisi parmi
sia la a), a cui quindi conviene attaccare direttamente la definizione
dellirrazionale.

(122). LA GEOMETRIA BASATA SULLE IDEE


D I PUNTO E DISTANZA
(A tti dell* Reale Acead. delle Scienze di Torino, Vol. X X X V II I , A . 1002-3, 10 nov. 1802, pp. 6-10)

Collegato col lavoro n. 98 (Analisi della teoria dei vettori, 1898) contennto
nel presente volarne.
(Cfr. anche Testratto del trattato, n. 138 (Formulario mathematico t .V =
F 1908 = F.V ), pubblicato nel presente volume col titolo: Complementi alla teoria
dei vettori secondo Peano, e l annotazione preliminare al lavoro n. 64 (Sui fonda
menti della geometria, 1894) puro contennto noi presente volume).
U. C.

Lanalisi delle idee fondamentali o primitive della Geometria,


cio di quelle che non si possono definire ma che dobbiamo ricavare
dal mondo fisico, diede luogo a numerosi lavori, specialmente in
questi ultimi tempi.
Il
sig. M. Pasch, nelle sue Vorlesungen iibcr Geometrie della. 1882,
espresse tutte le idee geometriche mediante quattro : ptuito , segmento,
piano , moto.
Nel 1889, nellopuscolo I prin cipii di Geometria , io applicai la
Logica matematica, allora eretta a sistema, per analizzare i fonda
menti della Geometria. Eliminai dal gruppo delle idee primitive
quella del piano ; scomposi gli assiomi introdotti dal Pasch nei loro
elementi. Risult cos che una gran parte della Geometria, cio quella
che si suol chiamare Geometria di posizione , si pu sviluppare con
due sole idee primitive, quelle di punto e di segmento. In un succes
sivo articolo, comparso nella Rivista di Matematica, a. 1894, p. 51, espres
si le idee della Geometria metrica colle precedenti e con quella di moto.
Il
prof. M.- Pieri, in una serie di lavori pubblicati dal 1897 in
poi, di cui parecchi nei volumi delle nostre Memorie , analizz
dapprima le idee primitive della Geometria proiettiva, e in seguito
quelle della Geometria elementare. Ed arriv al risultato, notevole
sotto ogni aspetto, che la Geometria si possa costrurre con due sole
idee primitive, quelle di punto e di distanza di due punti. E anzi

LA GEOMETRIA BASATA SULLE IDEE DI PUNTO E DISTANZA

269

che questa seconda idea non sia necessario di assumerla come una
relazione fra quattro punti a, b, c, d sotto la forma la distanza da
a a eguale a quella da c a d >, ma basti assumere come primi
tiva la relazione fra tre punti , li, c : i punti a e b sono equidi
stanti da c . Veggansi gli atti del Congrs de Philosophie tenutosi
nel 1900 a Parigi, t. 3, pag. 386. Uno sviluppo completo della idea
geniale del prof. Pieri vivamente a desiderare.
Seguendo un altro indirizzo, nel mio articolo: Analisi della
teoria dei vettori , pubblicato negli Atti di questa Accademia nel
1898, sviluppai una parte della Geometria colle idee primitive di
punto e vettore j per completarla occorreva unaltra idea primitiva,
che assunsi sotto la forma di prodotto interno di due vettori . Questo
lavoro riprodotto nel Formulaire Mathmatique , (#) a. 1902-3, p. 253
e segg., insieme alle citazioni di altri autori, quali S o h u r , M o o r e ,
P a d o a , e altri che si occuparono dello stesso soggetto.
Qui mi propongo di collegare il sistema di idee primitive del
Pieri con quello della mia teoria dei vettori.
Continuer a far uso delle notazioni della Logica matematica, le
quali vanno sempre pi diffondendosi, e recentemente per opera dei
sigg. R u s s e l l e W h i t e h e a d furono applicate alle pi astruse teorie
matematiche (American Journal of Mathematica, a. 1902, fascicolo 4).
6

Idee primitive.

p si legge punto .
Essendo a , , c dei punti, d (a , c) = d (&, c) si legge la distanza
da a a c eguale a quella da b a e .
Queste idee si assumono come primitive.
La relazione d (a , c)=d ( , o) si pu risolvere rispetto ad uno qua
lunque dei punti che contiene, e si ha:
6

0P 0 P n a 3 [d (a, c) = d (bt c)] = (sfera di centro c passante per b).


Dati due punti b e o , il luogo dei punti a che soddisfano alla
relazione considerata, la sfera indicata .
a, b 6 p . Q . p n o 3 [d (a, c) = d (&, c)] = (piano normale al segmento ab

nel suo punto medio).


Quindi la relazione primitiva considerata si pu sostituire con
quella sfera o con questo piano. Sono diverse forme di una stessa idea.
(*) Trattasi del tomo IV del Forviulario (lavoro n. 125 =f F 1903 F. IV). . C.

270

GIUSEPPE PEANO

Definizioni della retta per due punti


e del piano per tre punti.

Queste definizioni devonsi a L e i b n i z , che ne vide limportanza,


e parlando della seconda dice esplicitamente : Haec definitio mihi
est (Veggasi il Formulaire , p. 265). Esse sono:
a 7 b p . a ~ = = h . Q . recta (a, b) = p n x 3 [y l p . d (y, a) =
d (x, a ) . d (y, 6) = d(, b) . o V = *]

Df

Essendo a e b due punti distinti fra loro, per retta (n, b) si


intende linsieme dei punti x tali che, comunque si prenda il punto
y che disti da a quanto x } e da b pure quanto x , necessariamente
questo y coincida con x .
Si pu anche dire che la retta (a, b) il luogo dei punti di
contatto delle sfere di centri a e b.
a e p . e p ~ < a . p ~ recta (a, b) . Q . pian (a, , c) =
p r>X 3 \y p . d (y, a) = d (x, a ) . d (y 7 b) = d (xy b) .
d ( /, 0 ) = d {x, 0 ) .
. V = 00]
6

Df

Dato un punto a, un punto b distinto da a, e un punto 0 non


sulla retta (a. &), per piano (a, 6, c) si intende linsieme dei punti x
aventi la propriet che ogni punto y che disti da a, , 0 quanto x y
necessariamente coincida con x .
6

Definizione del punto medio di due punti


e delleguaglianza di due vettori.

Il

punto medio dei punti a e b si indica con (a + b)j2, secondo


e altri. Esso si definisce:

M b iu s , G r assm a nn

a, b Cp . rt = b .o . (a-]-b)/2 = recta(, b) n x
a

[d (a?, a) = d (a?, b)]

p .Q. (a + 0/2 = a.

'

Df
Df

Dati due punti a , , se essi sono distinti, il loro punto medio


per definizione quellelemento (punto) della retta (a, b) equidistante
da a e da b. Se essi coincidono, il loro punto medio la loro posi
zione comune . '
6

a, 6 , c, d 6 p . q : a 6 =

d . = . (a + d)j 2 =

(6

+ c)/2.

Dati quattro punti a, 6, c, d f si dice che il vettore che va da


a a & eguale al vettore che va da c a d , quando il punto medio
di a e d coincide col punto medio di b e 0 .

LA GEOMETRIA BASATA SULLE IDEE DI PUNTO E DISTANZA

271

Cos, partendo dallidea di distanza, essendo giunti a definire


leguaglianza dei vettori, che nel Formulaire era assunta come idea
primitiva, possiamo supporre trascritte le definizioni successive conte
nute nel Formulaire , e basate su quella sola idea (p. 255-259); e
precisamente il simbolo v per indicare vettore , il vettore nullo
( vct PS'O'l), la somma dun punto con un vettore (P4*0), la somma
di due vettori (P5*0), il prodotto dun vettore per un numero
razionale (P - 9), e il baricentro di pi punti con masse ra
zionali (PIO).
Per procedere oltre senza introdurre alcuna altra idea primitiva
(quale quella di prodotto interno, assunta nel Formulaire a p. 2G0),
occorre costrurre una nuova via.
6

Definizione delleguagliauza dei valori assoluti


o
moduli di due vettori.

, v Ev . o

mod u = mod v . = : a p . Qa . d (a, a + ) = d (, a + t>).

Dati due vettori u e


diremo che essi hanno egual lunghez
za, se, comunque si prenda il punto a, la sua distanza dal punto
a
w eguagli quella da a + v .
La Prop ( vct P22*l)
ai & P 0 d K &) = md (& <0

Df

unita colla precedente, ci dit il significato della relazione la di


stanza da a a b eguaglia quella da c a d , che non si assunta
come primitiva.

Definizione della perpendicolarit fra due vettori.

Per non introdurre simboli nuovi, consideriamo la scrittura


u x v = 0 (seguendo le notazioni del Calcolo geometrico), come un
simbolo per dire che i vettori u e v sono perpendicolari; lo si defi

nisce come segue:


u, v

v .o

ux v=

. = : a p . Oa. d(a +
6

a -|- v) = d( -|- u f a v).

Due vettori u e v diconsi perpendicolari, quando comunque si


prenda il punto a, il punto a - f equidistante da - f t i e d a a v .

GIUSEPPE PEANO

2 72

Relazione > fra lunghezze.

.q: mod

modv .= .

v n ?r [w x r= 0 . modtt=mod(v-|-w)] Df
3

Dati due vettori u e v, dire che la lunghezza del primo


maggiore o eguale a quella del secondo, equivale a dire che si pu
determinare un vettore w tale che esso sia normale a v, e tale che
la lunghezza di u eguagli quella di v - { - w .
Definita la relazione
risulta definita la relazione > , escludendo leguaglianza.
In altri termini, la propriet che la perpendicolare abbassata da
un punto su duna retta minore dellobliqua, opportunamente tra
sformata, acquista la forma duna definizione.
Se a e b sono punti, si pu definire linsieme dei punti interni
alla sfera di centro a e passante per b come
= p c [d(c, a) < d( , b)],
3

e il segmento di retta compreso fra a e & come la parte della retta


interna alla sfera di centro a passante per b e alla sfera di centro
b e passante per a.
per noi interessante losservare che colla relazione < fra di
stanze risulta senzaltro definita la figura limite duna data figura o
complesso di punti, e quindi il prodotto dun vettore per un numero
reale, anche irrazionale ( vct P 25-26), e le coordinate cartesiane dei
punti e dei vettori (P33), sicch si pu continuare colla Geometria
analitica.
Del resto sussistono inalterate le definizioni, contenute nel For
mulaire , della projezione dun punto su duna retta, o su di un piano
( vct P 43), delle simmetrie centrali, assiali, ecc. e infine quella del
Movimento (P 67), risultando distinta la congruenza diretta di due
figure dalla congruenza inversa o specchiamento (*).
(#) Cfr. l'estratto del lavoro n. 138 (F 1908 = F. V), pubblicato nel presente
volume, di cui allannotazione preliminare.
U. C.

(143). SUI FONDAMENTI DELLANALISI


(Bollettino della Mntlidaia Societ italiana di matem atica, anno I I , giugno 1910, pp. 31-87)

In questo lavoro sono esposto, tra laltro, le concezioni di G. P e a n o snll inBegnamento della matematica.
Si veda in proposito anche il lavoro n. 158 (Contro gli esami, 1912), e
lestratto del lavoro n. 203 (Gioofti di aritmetica e problemi interessanti, 1924),
contennti nel presente volarne.
(Cfr. : U. C a s s i n , Vita et opera de Giuseppe Peano, Schola et V ita ,
7 (1932), pp. 117-148, n. 8 ; Su Vopera filosofica e didattica di Giuseppe Peano,
discorso tenuto a Cnneo il 6 dio. 1953, Celebrazioni per l intitolazione a G.
Peano del lioeo scientifico statalo di Cuneo, pp. 7-19),
Il
lavoro n. 143 Btato tradotto in interlingua da N.
Schola et Vita , 8 (1933), pp. 39-47).
U. C.

M astropaolo

(cfr.

I
principii di matematica si studiano nelle scuole elementari.
Nelle scuole secondarie si ricomincia colle definizioni. Nelle univer
sit, varii corsi di analisi cominciano colla definizione delle varie
specie di numeri. Nei trattati di calcolo, che una volta comincia
vano colle derivate, si sentito il bisogno di premettere la teoria
dei limiti, poi quella degli irrazionali, poi le definizioni di tutte le
specie di numeri. E finalmente laureati, e liberi di studiare ci che
si vuole, e dovendo insegnare agli altri, ci accorgiamo di avere sui
fondamenti della matematica, idee confuse. Quindi si cercano con
avidit i libri che trattano di questi soggetti. Ogni anno se ne
pubblicano dei nuovi, che gettano nuova luce sulle questioni contro
verse, ma anche nuova oscurit in quelle ritenute chiarissime. Valga
un esempio.
L e g e n d r e introdusse quale definizione della retta, in sostitu
zione della Euclidea, ritenuta poco chiara, la ben nota : La retta
il pi breve cammino fra due punti , Questa definizione appariva
chiarissima ai tempi di, Legendre, e parr tale agli allievi che inco
minciano uno studio di Geometria. Invece cosa nota a tutti che
lidea di cammino, o lunghezza duna linea, che comparisce nella de
18

274

IUSEPPE PEAN

finizione di retta, molto pi complicata dellidea che si definisce;


e i trattati di calcolo non sono ancora concordi nella definizione della
lunghezza di linea, e nella teoria relativa. Quindi la definizione di
Legendre, che esprime unidea semplice mediante una pi complicata,
si deve rifiutare ; e cos fatto nei moderni trattati.
Diventando lo studio dei fondamenti sempre pi ampio e inte
ressante, si fondarono societ collo scopo di seguirlo e di promuoverlo.
Sorgono ovunque societ collo scopo di arricchire i socii del metallo,
la cui cupidigia causa di tanti mali. Sorgono societ per difendere
gli interessi materiali e morali dei socii. Invece i professori di ma
tematica fondarono societ in Francia, Germania, Inghilterra e Ame
rica, collo scopo di trattare i problemi scientifici, filosofici e didattici,
che tangono il loro insegnamento. Ed ecco, pel medesimo puro, no
bile e disinteressato scopo, sorgere in Italia la societ Mathesis , una
delle prime per tempo, e purtroppo una delle ultime per i mezzi
materiali di cui dispone.
Lo studio di queste questioni filosofico-didattiche anzitutto una
soddisfazione della mente umana, alla continua ricerca della verit.
interessante il trovare nella trita via percorsa per secoli da tutte
le generazioni, nuovi studii, nuove teorie, che esigono tutto lacume
della nostra mente.
Ma essenzialmente questo studio di utilit immediata al nostro
prossimo, al pari di una scoperta, che ci permetta di correre pi
veloci, o che abbassi il prezzo del pane. Perch la conoscenza di
quelle questioni, e del modo di risolverle, ha per effetto di perfezio
nare il nostro insegnamento, di far procedere pi veloci gli alunni
nello studio, e dare a minor prezzo di fatica le cognizioni necessarie.
Le persone che ai piaceri della filosofia preferiscono piaceri pi
materiali, scartano questi studii con una pregiudiziale. Siffatte que
stioni, essi dicono, non si potranno mai trattare nelle scuole secon
darie, perci ogni loro discussione e studio inutile. vero che
queste questioni non si possono trattare nella scuola ; ma neces
sario che linsegnante conosca la soluzione, o le soluzioni di esse,
affinch sappia scegliere la migliore, e non ripetere quella sola che
ha studiato in scuola; ed essenzialmente conosca le questioni che
non hanno soluzione, e su cui si deve tacere. Chi non conosce bene
i fondamenti duna parte qualunque della matematica, rimane sempre
titubante, e con una esagerata paura del rigore.
Altri credono la matematica, almeno nei suoi fondamenti, im
mobile, sempre occupata a ripetere che due e due fanno ventidue.
A sentir parlare di nuovi studii, e di dubbii sui metodi che

SUI FONDAMENTI DELL/ANALISI

275

comunemente si seguono, se la prendono come offesa personale, ed


in ogni occasione manifestano il loro odio contro il rigore, fino a di
ventare pericolosi. Cave canem !
Il
rigore matematico molto semplice. Esso sta nellaffermare
tutte cose vere, e nel non affermare cose che sappiamo non vere.
Non sta nellaffermare tutte le verit possibili. La scienza, o la ve
rit, infinita ; noi non ne conosciamo che una parte finita, e infi
nitesima rispetto al tutto. E della scienza che conosciamo, noi dob
biamo insegnare solo quella parte clie maggiormente utile agli
alunni.
Quindi, per essere rigorosi, non necessario di definire tutti
gli enti che consideriamo. In primo luogo, non si pu tutto definire.
Non si pu definire il primo ente, e come gi osservava Aristotele,
non si pu definire la definizione, cio il segno = . Gli studii pi
moderni riducono ad una decina gli enti appartenenti alle varie parti
della matematica, cio Logica, Aritmetica e Geometria, che non si
sanno definire.
'
E anche dove si pu definire, non sempre utile il farlo. Ogni
definizione esprime una verit, cio che si pu stabilire unfT egua
glianza, il cui primo membro lente definito, e il secondo, o membro
definiente, unespressioue composta cogli enti gi considerati. Ora
se questa verit di forma complicata, o comunque difficile ad esporsi,
essa apparterr a quellordine di verit che non conviene insegnare
in una data scuola, e che conviene tacere.
Cos oggi noto che tutti gli enti geometrici si possono definire
mediante due : punto , e distanza di due punti. Ma prima che il prof.
P i e r i nel 1898, e il prof. H i l b e r t nel 1899, mettessero ci in luce,
questa verit era ignorata.
E anche ora, che essa acquisita, non esiste ancora alcun
trattato scolastico basato su questa riduzione. La risposta alla que
stione delle definizioni geometriche esiste nel campo scientifico, non
ancora in quello didattico.
Parimenti, ogni dimostrazione esprime una verit di un altro
ordine ; cio che una data proposizione conseguenza logica delle
proposizioni precedenti. Se la dimostrazione complicata, noi pos
siamo tacere questa verit.
Ad esempio, si cominciato a dimostrare le propriet commu
tativa, associativa, distributiva delladdizione e della moltiplicazione,
cio a ridurle ad altre pi semplici, prima da L e i b n i z , che per primo
dimostr 2 + 2 = 4, poi da G r a s s m a n n , e lanalisi fu continuata dal
D e d e k i n d e da altri. Tuttavia il mondo ha sempre conosciuto queste

276

GIUSEPPE PEANO

verit; e vediamo ancora contadini illetterati a farne uso nelleseguire a memoria le moltiplicazioni di cui hanno bisogno, arrivando
ad una perizia di calcolo mentale, mirabile per il pubblico assuefatto
a fare i calcoli sulla carta. Perci la dimostrazione di quelle verit
costituisce una nuova verit, la cui importanza pu essere inferiore
a quella di altre teorie; e si possono tacere quelle dimostrazioni.
In conseguenza, un libro qualunque, anche il pi spropositato,
si pu rendere rigoroso, cancellandovi quanto vi di falso, e ci
che rimane la parte utile di quel libro. Si vede cosi che il rigore
produce la semplicit e leconomia nellinsegnamento.
Quindi da molti trattati di aritmetica, che ancora infestano le
scuole, togliamo la definizione : Laddizione quelloperazione per
cui si sommano (si riuniscono) pi numeri che esprime aggiungere
mediante i sinonimi sommare o riunire . Sopprimiamo la definizione
del sottrarre mediante il levare o togliere , parole queste non definite.
Queste pseudo-definizioni si basano sul fatto che il linguaggio co
mune ha una moltitudine di forme differenti per esprimere la stessa
idea, una ricchezza o spreco di parole. Queste frasi che si fanno pas
sare per definizioni, non danno alcuna idea delladdizione e sottra
zione, e se gli allievi arrivano a intendere e eseguire queste opera
zioni, ad onta di quelle definizioni, vi riusciranno meglio non dando
alcuna definizione, come del resto gi si fa in pi scuole.
Sopprimiamo dalle Geometrie dette Euclidee, la definizione di
punto mediante parte , di linea mediante lunghezza, di superficie me
diante larghezza , le definizioni di retta , di piano , che tutte esprimono
lignoto per lignoto (*). Sopprimiamo tutto ci, e sostituiamoci nulla,
perch sempre punti rette e piani stanno davanti ai nostri occhi.
Sopprimiamo dallaritmetica di E u c l i d e la definizione : (libro
VII, 1) : Mova oriv, xaO
exaatov taiv ovtcdv ev Xyetai, che vale
in sostanza : unit ci che uno . Cos la definizione di nttmero.
Per secoli si operato sui numeri negativi, sui fratti, sugli ir
razionali, sugli imaginarii ; solo lultima generazione si occupata
di darne definizioni rigorose ; ma il lavoro non finito, le teorie
che si espongono non sono concordi, e spesso si presentano teorie
nuove. Ad es., la definizione di numero fratto, gi trattata da tanti
con metodi diversi, fu di nuovo posta a concorso dalla vostra bene
merita societ Mathesis , durante il congresso dello scorso autunno
(*) cnroso losservare che Aristotele, cento anui prima di Eaclide, riporta
e critica alcune definizioni di Euclide. Cos la definizione ygappy lati fxrjxo
nkax (la linea lunghezza senza larghezza), criticata perch negativa.

SUI FONDAMENTI DELLANALISI

277

in Padova. Il premio in denaro era molto minore dei premii per le


corse di cavalli o di automobili. Ma notevole che i socii si siano
privati di una parte del loro non lauto stipendio per sentire a par
lare di numeri fratti ; e pi notevole ancora che qualcuno, spinto non
dal premio, ma dal comune ideale, vi sia indotto a lavorarvi, e farne
oggetto di lezione. Il premio fu vinto dal prof. P a d o a di Genova,
con una sua nuova teoria.
La critica allopera di Euclide o d altri, non significa man
canza di rispetto ma indice di stima. Lopera di Euclide sfida i
secoli. Invano il grande Legendre tent, or un secolo, una geo
metria superiore allEuclidea j invano negli ultimi cinquantanni si
introdussero nei trattati di geometria delle teorie di K a n t sugli spazii j il libro di Euclide apparve sempre superiore a tutti. Del resto,
in greco, definizione indicato per toju, e cos dice sempre A r i
s t o t e l e . Invece le proposizioni di Euclide, criticate quali definizioni,
portano il titolo #oc, e q o s significa termine . Quindi quelle pagine
sono una raccolta di termini, come un dizionario, e le proposizioni
relative non sono definizioni, n postulati, n teoremi ; sono schia
rimenti ; la versione di 8 q o per definizione pu essere impropria.
In generale, la critica deve sempre essere intesa nel significato
etimologico e benevolo della parola. Solo chi ha lavorato pu essere
soggetto alla critica e discussione. Chi non lavora al di sotto della
critica.
Del resto, le definizioni dellignoto per lignoto sono ancora ab
bondanti nei trattati di matematica. Per pi anni io ho insegnato :
chiamasi serie una successione di quantit formate con legge deter
minata , e solo pi tardi mi accorsi che le parole successione e legge
dovrebbero alla lor volta venir definite (?).
Se da un trattato di aritmetica sopprimiamo ci che inesatto,
e ci che superfluo, quale la molteplicit di termini equivalenti, il
libro si riduce molto, e finisce per ridursi a soli simboli. Se da al
cuni anni, e precisamente verso il 1889, io pervenni, con altri, per
via puramente teorica, alla scrittura simbolica, collo scopo d analiz
zare alcune questioni difficili di matematica, specialmente relative ai
fondamenti, altri prima di noi, e condotto da pure ragioni didattiche,
arriv allo stesso risultato. Per limitarci al nostro paese, il prof. G e r b a l d i , ora alltJniversit di Pavia, pubblic unaritmetica ad uso
delle scuole elementari, di cui ledizione, che qui presento, del 1888,
(2) Tali sono la definizione di funzione medianto corrispondenza, di gruppo
mediante insieme e propriet, eoo.

278

GIUSEPPE PEANO

che tutta in simboli. Questa aritmetica, pubblicata per incarico


del comune di Roma, dietro consiglio del compianto prof. Cerniti, fu
adottata per molti anni, con ottimo successo. Essa rappresenta il ri
gore assoluto.
I
simboli sono tutto ci che si possa imaginare di pi rigoroso
ad un tempo, e di x>i semplice chiaro e facile per gli alunni. I nuovi
metodi sono difficili, non agli allievi, ma agli insegnanti. Questi sono
obbligati a fare uno sforzo a studiarli, e a guardare da un nuovo
punto di vista delle cose che furono presentate loro sotto un diverso
aspetto. Siamo tutti occupati nei nostri lavori, e impossibilitati a
seguire tutte le novit. Alcuni, al vedere le novit, possono dire
rettamente : saranno magari delle belle cose, ma non le posso stu
diare. Altri invece pretendono di aver la scienza infusa, e dicono
a priori che il libro difficile, che essi non lo capiscono,, e allora
come lo potranno intendere gli allievi! E alle volte si espongono al
ridicolo degli allievi di scuole secondarie, che hanno capito.
Per riconoscere se una teoria sia esatta, occorre la logica natu
rale. I suoi metodi, studiati e classificati, in quanto si riferiscono
alla matematica, costituiscono la logica-matematica. Un criterio estra
neo sta nel consultare su di una stessa questione, pi libri. Se ve
diamo divergenza di opinioni, possiamo in generale conchiudere che
la teoria non ancora assodata.
Uno dei punti pi controversi, e a cui mi limiter, lintrodu
zione delle varie specie di numeri, naturali, negativi, fratti, irrazio
nali e imaginarii. E qui finisce j poich le definizioni dei varii nu*
meri complessi, quaternioni e sostituzioni, non presentano pi diffi
colt.
La difficolt nella definizione di questi varii enti in parte lin
guistica. Introdotta la parola numero, come versione delPde?/5c di
Euclide, o numero naturale , la frase numero prim o indica e in gram
matica e in matematica, una classe di numeri, come uomo bianco indica
una classe di uomini. Invece la seconda frase numero negativo , non
indica una classe di numeri, secondo la grammatica, ma bens una classe
pi ampia di quella dei numeri. Qui Paggettivo non restringe la classe
cui si applica, ma la dilata. Cos numero razionale indica una classe
non contenuta, ina contenente la seconda, e numero reale indica una
quarta classe pi ampia della terza. Questa nomenclatura, contraria
alluso comune, non si trova in Euclide, quantunque i pi interessanti
calcoli sugli irrazionali vi siano sviluppati. Essa abbastanza recente.
In conseguenza si volle per forza che la frase numero negativo
indicasse un numero, e cos si fabbric il principio di permanenza
dallHANKEL nel 1867.

279

SUI FONDAMENTI DELLANALISI

Vediamolo in azione. Si sogliono premettere le proposizioni, su


cui non cade alcun dubbio :
Non esiste alcun numero (della serie 0,1, 2,....) che aggiunto a
1 dia per resultato 0.
Non esiste un numero (intero), che moltiplicato per 2 dia 1.
Non esiste numero (razionale), il cui quadrato sia 2.
Non esiste numero (reale), il cui quadrato sia 1.
Allora si dice : per ovviare siffatto incoveniente, noi estendiamo
il concetto di numero, cio introduciamo, fabbrichiamo, creiamo, (wir
erschaffen, dice D e d e k i n d ), un nuovo ente, un nuovo numero, un
segno, un Zeiclien-Verknpfung, ecc., che diremo l o 1/2, o ^2 ,
o 1 , che soddisfi alle condizioni imposte. Cio :
1 = quel numero x tale che x + 1 = 0,
1/2 =

&X 2 = 1,

x 2 = 2,

x 2 = 1.

\! 2

]f 1 =

Se nel secondo membro, per numero si intende ci che fino a


queiristante ha quel nome, gli enti considerati sono contradittorii
in s ; quindi si sono dati varii nomi allente non ente. Ovvero nel
secondo membro per numero sintende un nuovo ente, e allora re
sulta definito lignoto per lignoto j e il dire che esso ganz verschieden von alien Zahlen , dice ci che esso non , e non ci che .
poi naturale il domandarsi, perch qui si creano nuovi enti, e in
altri casi di impossibilit, no. Non esiste il massimo numero primo ;
per la generalit dellaritmetica, fabbrichiamo un numero primo ideale,
maggiore di tutti i numeri primi. Due rette parallele non hanno
punto euclideo comune, e si imagina il punto allinfinito ; due rette
sghembe non hanno punto comune ; per togliere tutte le eccezioni
attribuiamo loro un punto transinfinito comune. Ecquis risum te
neat , dice G a u s s a proposito di questa introduzione degli imagi
narii. Hoc esset verbis ludere seu potius abuti .
Il
principio di permanenza pervenne al suo apogeo con Schu
b e r t , nella Encyclopdie der Mathematischen Wissenschaften ,
il quale afferma che si deve beweisen dass fiir die Zahlen in erweiterten Sinne dieselben Satze gelten, wie fr die Zahlen in noch
nicht erweiterten Sinne (#). Ora se tutte le proposizioni che valgono
(*) Cfr. il lavoro n. 127 (Prinoipio de permanentia, 1903) contenuto in questo
volume (nella oategoria VII, Varie).
U. C.

280

GIUSEPPE PEANO

pegli enti di una categoria, valgono pure per quelli di una seconda,
le due categorie sono identiche ; e quindi, se si potesse provare ci,
i numeri fratti saranno interi, Nelledizione francese dell Encyclo
pdie , le cose furono messe a posto. Si dice che si deve essere
guid par le souci de conserver autant que possible les lois for
melles . Cos il principio di permanenza acquista il valore di un
principio non di logica, ma di pratica, e della massima importanza
nella scelta delle notazioni. Precisamente fondandosi su questo prin
cipio, caso particolare di quello che il M a c h chiam principio del
leconomia del pensiero, i proff. B u r a l i - F o r t i e M a r c o l o n g o riu
scirono a districare larruffata matassa delle notazioni del calcolo
vettoriale, ove tutto era arbitrario, e molti credono ancora che le
notazioni siano necessariamente arbitrarie.
Gli enti prima considerati 1, 1/2, / , j/ 1, si possono defi
nire, cercandoli in una categoria nota che li contenga. Risultano per
astrazione, ovvero come operazioni.
2

Le questioni cui ho accennato sono tanto piti interessanti, quanto


pi si studiano. Chi ha tempo, pu consultare un capolavoro del
R u s s e l l , The principies o f mathematics del 1003. Altri libri pi re
centi sono del M a n n o u r y e del K l e i n . Anche P o i n c a r ha comin
ciato a occuparsene. Il Periodico di Matematica del prof. L a z z e r i
contiene spesso articoli interessanti su questi soggetti. Lultimo nu
mero contiene un bellissimo articolo del prof. C i p o l l a sulle frazioni.
Pregevoli pure, sotto lo stesso aspetto, sono molti articoli nel BoU
lettino pubblicato dal prof. C o n t i . Questi studii, oltre allinteresse
scientifico, rendono subito linsegnante pi atto al suo officio. que
sto un beneficio che si diffonde e propaga, e ne genera altri.
Auguro alla societ Mathesis, per lottimo indirizzo in cui si
avviata, per merito dei collaboratori, e in modo speciale, delPinfaticabile suo fondatore, completo successo.
E ringrazio gli intervenuti, che ebbero il coraggio di sacrificare
la giornata di riposo, per ascoltare delle chiacchere sui fondamenti
dellanalisi, e non la loro esposizione.

VI

MECCANICA RAZIONALE

(59). SUR LES FORCES CENTRALES


AGGIUNTA AD UNA NOTA DI E. CARVALLO
(Rivista di matematica, vol. I l i , 1893, pp. 187-138)

Prima trattazione vettoriale della questione in oggetto.

U. C.

E. C a rv a llo . Sur les forces centrales . Nouvelles Annales de


Mathmatiques, 1893, pag. 228.
In questa breve nota lA. applicando la teoria dei vettori, tratta
la questione enunciata deducendo dal principio delle aree che lacce
lerazione centrale, e conchiude: Voil, parmi tant dantres, un
exemple o la mthode du calcul gomtrique peut rendre service
lenseignement .
11
passaggio inverso, che pure assai usato nellinsegnamento,,
si pu esporre come segue.
Siano q e <p le coordinate polari dun punto P del piano. Si avr
P = O+

I,

(1)

ove O il polo, e I un vettore, di lunghezza lunit, diretto se


condo lasse polare. Supposto il punto P mobile, e quindi q e q>
funzioni del tempo t , derivando la (1) si avr la velocit
(2)

P ' = {Q' + Q<p'i) e ^ I

e, derivando una seconda volta, laccelerazine


P" =

(Q"

+2

q '<p '

q <
p'2 +

<p" i ) e*

I.

(3)

Se si vuole che P " sia parallelo a P O, cio a e^I, la quan


tit entro parentesi dovr essere reale, e quindi
2 q'<p ' +

q<
p"

= 0,

(4)

che integrata d
q 2 <p' = costante,

(5)

284

GIUSEPPE PEANO

che esprime il principio delle aree. Tenendo conto della (4), la (3)
diventa:
P" = (e" g

(6)

Se si vuole che il valore assoluto di P " sia una data funzione


f ( g ) del raggio vettore, ossia che
V"=f()e^I,

dovr essere
e" e <p'*=f (e)-

(V

Le equazioni differenziali (5) e (7), che non contengono pi


vettori, si trattano ora come in tutti i libri di meccanica.

(77). IL PRINCIPIO DELLE AKEE


E LA STORIA D I UN GATTO
(Rivista ili matematica, vol. Y, 1806, gen., pp. 81-32)

I lavori n, 77, 79, 80, 84, 89 (degli anni 1895-96) ani moto del polo, che
hanno preso lo spunto dalle celebri esperienze sulla caduta del gatto discusse
allAccademia delle Scienze di Parigi nella seduta del 29 ottobre 1894, sono
stati oggetto di una polemica con V. V o i .tekua per motivi di priorit e di
sostanza.
Perci, essendo stati pubblicati nelle Opere matematiche di V . V olttcrra
a cura dell*Accademia dei Lincei tutti i lavori sull'argomento, si pubblicano nelle
present (( Opero scelte anche tutti i lavori di G. P e a n o : in particolare auclie
la presente nota informativa n. 77 (del gennaio del 1895), che il primo lavoro
dedicato da G. P k a n o alla questione.
L nltimo il lavoro n. 89 (presentato allAccadentia dei Lincei il 1 marzo
1896) in cui, facendo oso dellanalisi matematica classica, G. P eano ritrova e
conferma tutti i risultati gi ottenuti mediante il suo calcolo geometrico.
(Cfr. : U. C a s s i n a , S u nn teorema di Peano e il moto del polo, Rend. Int.
Lomb. (Scienze A), 92 (1958), pp. 631-655).
U. C.

Molti giornali si sono occupati della discussione avvenuta allAc


cademia delle Scienze di Farigi, a proposito della questione citata;
sicch non sar fuori di luogo il darne un cenno ai nostri lettori.
Come noto, per studiare i moti degli animali, moti troppo
celeri per potersi analizzare ad occhio, si fa con speciali apparecchi
una serie di fotografie istantanee dellanimale in moto, ad intervalli
vicinissimi fra loro.
Dallesperienza popolare risulta che un gatto, comunque abban
donato, cade sempre sulle proprie zampe. Il signor Murley, distinto
fisiologo, volle appunto studiare i movimenti di un gatto abbandonato
con le zampe allins, e present allAccademia delle Scienze di
Parigi, nella seduta del 29 ottobre 1894, 32 fotografe da lui fatte
durante la caduta di questa bestiolina. Da esse risulta chiaramente
che il gatto ha compiuto esattamente un mezzo giro.

286

GIUSEPPE PEANO

Questa comunicazione diede luogo a discussioni, cui presero parte


parecchi Soci, poich ci pareva in contraddizione con la legge di
meccanica chiamata principio delle aree. Invano il Delaunay (*) af
ferma che se un essere animato abbandonato libero nello spazio,
non solo non pu spostare il suo centro di gravit, ma nemmeno
darsi un moto di rotazione intorno a questo punto.
In conseguenza, chi spieg il fenomeno che il gatto si effet
tivamente voltato, ricorrendo alla resistenza dellaria; altri suppose
che il gatto, nellistante che abbandonato, si imprimesse un moto
rotatorio appoggiandosi con le zampe contro le mani dellesperimentatore. Ma queste spiegazioni non sono soddisfacenti, ^er ragioni che
qui inutile esporre. Daltra parte, esaminando meglio il principio
delle aree ne risulta bens che un corpo rigido non pu di per s
mettersi a rotare, n un corpo comunque deformabile non pu, in
virt di forze interne, anche per un solo istante, rotare come rota
un corpo rigido, ma effettivamente un corpo non rigido pu, con
moti relativi delle sue parti, deformarsi in modo che in fine esso si
capovolto, o se vogliamo ha rotato, bench effettivamente in nessun
istante del suo movimento esso roti come un corpo rigido. E la
possibilit di questo fenomeno fu spiegata dai sigg. Guyou, Lvy,
Mesny, Appell, Lecornu, ecc. Il Deprez fece costruire un apparecchio
il quale, in virt di azioni interne, poteva rotare di un certo angolo.
Ma la spiegazione del moto del gatto parmi assai semplice.
Questo animale abbandonato a s descrive colla sua coda un cerchio
nel piano perpendicolare allasse del suo corpo. In conseguenza, pel
principio delle aree, il resto del suo corpo deve rotare in senso op
posto al moto della coda; e quando ha rotato della quantit voluta,
egli ferma la sua coda e con ci arresta contemporaneamente il moto
suo rotatorio, salvando in tal guisa s e il principio delle aree.
Questo movimento della coda si vede benissimo ad occhio nudo;
risulta egualmente chiaro dalle fotografe fatte. In esse si vede che
le zampe anteriori, avvicinate allasse di rotazione, non influiscono
nel movimento. Le zampe posteriori, pure distese in vicinanza del
lasse di rivoluzione, forse descrivono dei coni, nello stesso senso
della coda, e quindi contribuiscono alla rotazione del corpo in senso
opposto. Ne risulterebbe che un gatto senza coda b capovolgerebbe
con molto maggiore difficolt. Avvertenza importantissima: fare
queste esperienze con un gatto fidato I

(*) Mcanique rationnelle; p. 450.

IL PRINCIPIO DLLE AREE E LA STORIA DI UN Q A T tO

287

Questo moto del gatto diventa cos una elegante applicazione del
principio delle aree. Altre conferme sperimentali sono facili ad imma
ginarsi. Cos se un uomo si dispone in modo da poter rotare libera
mente attorno ad un asse verticale, p. e. salendo su di unaltalena
appesa ad un punto, e se con la sua mano descrive delle curve
chiuse orizzontali, il suo corpo roter in senso opposto, come se la
curva descritta dalla mano fosse una ruota che ingrani nel suo corpo.
E se si fa rotare un lungo bastone in un piano orizzontale, il suo
corpo roter in senso opposto. Questo bastone corrisponde alla coda
del gatto.

(79). SOPRA LO SPOSTAMENTO


DEL POLO SULLA TERRA
(Atti dolla Reale Aecad. delle Scienee di Torino, Vol. X X X , A . 1894-95, 5 maggio 1895, pp. 615-523)

In questo lavoro e nel successivo n, 80 (entrambi del 1895) il moto del polo
stadiato coi metodi del calcolo geometrico, in particolare con luso delle forme
geometriche di secondo grado.
Per le notazioni di calcolo geometrico ofr. il lavoro n. 90 (Saggio i calcolo
geometrico, 1896) contenato in questo volnme fra i lavori della categoria V
(Geometria e fondamenti).
Per il riferimento al problema della caduta del gatto e alta polemica con
V . V o l t e r r a cfr. l'annotazione preliminare al lavoro n. 77.
U. C.

Alla fine dello scorso anno(*) allAccademia delle Scienze di


Parigi si provato collesperienza che certi animali, quale il gatto,
mentre cadono, possono, mediante azioni interne, modificare il proprio
orientamento. Si subito spiegato dai Meccanici la possibilit di
questo moto. In un breve articolo pubblicato nella Rivinta di Mate matca (in principio di gennaio 1895), io esposi sommariamente la
questione; cercai di descrivere con quali moti ciclici il gatto effet
tivamente si raddrizza, e aggiunsi altri esempi.
Si presenta naturale la questione: Pu il globo terrestre cam
biare il proprio orientamento nello spazio, mediante sole azioni interne
come ogni altro essere vivente? Sotto laspetto meccanico la questione
identica. Ma spetta al prof. Volterra il merito daverla pel primo
proposta. Egli ne fece Poggetto di alcune note presentate a questAccademia, e delle quali la l ft in data del 3 febbraio scorso.
Come si afferma clie quando un grave cade sulla terra, anche
la terra si avvicina al grave, cos si pu affermare che ogni sposta
mento dun corpo sulla terra produce un opposto spostamento del

(*) 29 ottobre e 5 novembre 1894.

So p r a l o s p o s t a m e n t o d e l p o l o s u l l a t e r r a

289

globo. Quindi se Maometto va alla montagna, anche la montagna si


avvicina a Maometto ; e se un cavallo fa un giro in un ippodromo,
obbliga la terra a rotare in senso opposto ; colla differenza per che
se il cavallo dopo descritto un ciclo ritorna al posto da cui par
tito, la terra invece ha rotato solo dun angolo piccolissimo, e assume
un orientamento diverso da quello che avrebbe se il cavallo non si
fosse mosso. Uno spostamento qualunque dun corpo sulla terra pro
duce nella parte rimanente di questa uno spostamento del baricen
tro; e ci che pi interessa, un moto rotatorio attorno ad un asse
passante pel baricentro.
Sulla terra s muovono le acque dei mari sotto forma di cor
renti, latmosfera, lacqua che si eleva sotto forma di vapore, e
trasportata dal vento cade sotto forma di pioggia o neve, e, fecon
date le pianure, per lalveo dei fiumi ritorna al mare. Ecc. (2).
Oggetto di questa nota si di esporre come si possa fare il
calcolo degli spostamenti prodotti sulla terra dal moto relativo di
sue parti, e di farne una applicazione numerica.
Il
calcolo si fa, senza quadrature, applicando il solo principio
delle aree . Converr richiamarlo brevemente onde averlo sotto la
forma qui adottata. Far uso dei concetti e delle notazioni del cal
colo geometrico, esposto in alcune delle mie opere.
Abbiansi degli elementi materiali ; siano P4, P2 , ... Pn le loro
posizioni, m i ,
, ... mn le loro masse. Questi elementi agiscano fra
loro due a due con forze eguali e contrarie, dirette secondo le loro
congiungenti. Supponiamo non vi siano forze esterne. Le equazioni
differenziali del moto si ottengono dalla
( 1)

ove ad i si attribuiscano i valori 1, 2, ... . Ay rappresenta la forza


con cui lelemento i sollecitato dallelemento j .
Moltiplico la (1) per P<, e sommo. Avr
(2)

perch nel secondo membro Pi A y


Integrando si ha

P; A;<= 0, per le ipotesi fatte.

d Pi

(3)

(B) Vedasi

P orro,

m Pi - r r = costante.
dt

Astronomia aferioa,

pag.

63.
19

290

OIUSEPPE PEANO

Chiamer quantit di moto dun sistema materiale lespressione


~

^ d?i

UT
che una forma geometrica di seconda specie. Allora la proposi
zione precedente si enuncia: Nel sistema materiale proposto la
quantit di moto costante .
facile il riconoscere nel teorema (3) le proposizioni note sulle
quantit di moto o sulle aree. Il prodotto di due linee dicesi anche
momento delluna rispetto allaltra. Quindi, moltiplicando la (3) per
una linea AB si ha:
-

2 mi Pj

dPi

at

AB = costante

cio la somma dei momenti delle quantit di moto del sistema con
siderato rispetto ad un asse qualunque costante . Se poi i numeri
che misurano i tetraedri precedenti si moltiplicano per un triangolo
n di area lunit, s avr che la somma delle proiezioni su dun
piano qualunque tt, parallelamente ad un asse arbitrario AB, delle
derivate delle aree descritte dai raggi vettori che vanno dal punto
fisso A ai punti mobili, moltiplicate per le rispettive masse
costante .
La proposizione (3), che esprime ci che suol chiamarsi principio
delle aree o delle quantit di moto, contiene pure il teorema sul
moto del centro di gravit. Invero, prendendo i vettori di ambi i
membri della (3), o ci che fa lo stesso, moltiplicandoli pel tri vettore
unit co, si ha:
v

* *
d 2 mi Vi
du r = costante, ovvero ----- = costante,
dt
dt 2 wi<

ossia la velocit del baricentro un vettore costante .


Abbiasi ora un corpo rigido e mobile. Si ha il teorema :
In ogni istante si pu determinare, ed in modo unico, una
forma di Beconda specie a , tale che la velocit dogni punto P del
solido sia espressa dalla formola
(4)

^ = |,(P ).

Vale a dire, per aver la velocit del punto P, si consideri il


prodotto Pa, che un triangolo; se ne prenda il bivettore .co (Pa),
e di questo lindice (o asse momento) | cu (Pa). Questa la velocit

SOPRA LO SPOSTAMENTO DEL POLO SULLA TERRA

291

del punto P ; e viceversa qualunque siasi la forma a , la formula (4)


determina un moto infinitesimo del corpo rigido. (Vedasi il mio
Calcolo geometrico , a. 1888, p. 164). Converr dare alla forma a
un nome,* e la chiameremo la velocit del corpo rigido nellistante
considerato.
Se linvariante di a, cio il prodotto di a per s stessa, nullo,
la a riduttibile o ad una linea o ad un bivettore; nel 1 caso il
moto rotatorio attorno alla linea ; il vettore di questa dicesi anche
velocit angolare del corpo; nel secondo traslatorio normalmente
al bivettore. Se invece aa non nullo, il moto infinitesimo elicoidale.
Sia C un corpo rigido, e sia a la sua velocit in un d^to istante.
La sua quantit di moto, che indicheremo con cp (C, a), poich essa
dipende dalla natura del corpo, e dalla sua velocit, varr:
(5)

cp (C, a) = X mi P | co (P< a).

La somma estesa al corpo 0. Conserveremo questa stessa nota


zione anche quando C non un corpo rigido.
Essa una funzione lineare omogenea di a ; sicch
(6)

cp (C, a + a') = cp (C, a) + <p (, a').

Dicasi somma di due corpi 0 e 0 ' il corpo che si ottiene consi


derando i due corpi come le due parti in cui si scomposto un
corpo totale C + C'. Quindi, poich cp (0, a) funzione lineare omo
genea delle masse dei punti di C, sar ancora
(7)

cp (C + C', a) = cp (0, a) + cp (0', a).

Pongasi h = cp (C, a). Dato il corpo C, e la sua velocit a ,


determinata adunque la quantit di moto h ; viceversa, data la
quantit di moto fr, e dato il corpo 0, determinata la sua velocit a }
che indicher con
a = cp (C, h) ;
la funzione cp una specie di funzione inversa della cp. Per ricono
scere ci si pu ricorrere alle coordinate; a ed A sono forme di
seconda specie, aventi ciascuna 6 coordinate (caratteristiche). Perci
nella equazione h = n p (0, a) eguagliando le coordinate corrispondenti,
si avranno 6 equazioni di primo grado nelle 6 coordinate incognite
di a , che risultano cos determinate.
Per assicurarci per che non v alcuna eccezine, sar bene fare
il calcolo, tanto pi. che le formule che troveremo possono essere utili.

GIUSEPPE PEANO

Prendansi per elementi di riferimento il baricentro G e tre vet


tori unitari I, J, K diretti secondo gli assi dinerzia del corpo 0.
Le proposizioni note sui baricentri e sui momenti dinerzia condu
cono a questo risultato:
Teorema . Se y> P una funzione omogenea intera di se
condo grado del punto P, allora si ha:
m< (y Pi) = M (V G) + A (y I) + B (y J ) + C (y K),

ove la somma estesa a tutti i punti P dun corpo, il cui bari


centro G, i cui assi dinerzia sono diretti secondo i vettori unitari
I, J, K, e i cui momenti principali dinerzia sono A, B, 0. M la
massa di C, cio M = 2 wi* .
Se la funzione xp P non omogenea, basta moltiplicare i termini
di 1 grado e il termine noto per co P e (co P)*, che valgono lunit*
per renderla omogenea. Invece di somme, si possono considerare
integrali tripli, estesi al campo considerato; e si ha cos il modo di
calcolare lintegrale duna funzione di secondo grado esteso ad un
campo qualunque.
Nel nostro caso, poich <p (C, n) appunto la somma di tanti
termini, ciascuno dei quali funzione omogenea quadratica di P*,
cio xp Pj = Pi | co (P< a ), si avr .
(8) <p C, a) = MG | a) (Ga) + AI | co(I) + BJ | co (J a) + CK | co (Ka)
e posto a = G (ZI -|- w*J + nK) + jJK -f- q \ i l
rlJ , cio dette lt m ,
n i Pi <h r le coordinate di a, fatti i calcoli si avril:
(9)

(p (C, a) == M G (jpl + q J + r K) +

+ (B + C) J K + (0 + A) m K I + (A + B) wl J.
Quindi le coordinate di <p (C, a) sono ordinatamente
M^, Mfl, Mr, (B + C), (0 + A) ro, (A + B)n.
Viceversa, date queste coordinate, risultano determinate quelle
di a, poich le quantit M, A, B, 0 sono tutte positive. Si badi che
se a una linea passante per baricentro, cio G a = 0, vale a dire,
il moto rotatorio attorno ad un asse passante pel baricentro,
<p (C, ) un bivettore ; e viceversa.
Essendo h = (C, a) funzione lineare omogenea di a y sar pure la
sua inversa a = <p (0, h) funzione lineare omogenea di ky cio
(10)

V (0, h + h') = ? (0, h) + (C, K).

SOPRA LO SPOSTAMENTO DEL POLO SULLA TERRA

293

E sullo stesso soggetto, enuncer ancora la proposizione seguente,


quantunque in questa nota non se ne faccia uso.
Teorema . Se un corpo rigido ha in un istante la velocit
rappresentata dalla forma di seconda specie a, e ad esso applicato
un sistema di forze rappresentate dalla forma di seconda specie &,
il lavoro fatto da queste forze in un intervallo di tempo infinitesimo
dt vale ab dt .
Abbiasi ora un corpo T, che diremo terra , costituito da due
parti, luna C, che diremo continente, e che supporremo rigida, e
laltra M, che diremo mare , mobile comunque.
Facciamo astrazione dalle forze esterne (attrazione del sole e dei
pianeti). Allora la quantit di moto del sistema T costante, e sia h.
Il
continente 0 abbia la velocit a. La sua quantit di moto
sar <p (0, a).
La velocit dogni punto P< del mare si scomponga in due, luna,
che diremo velocit di trascinamento, data dalla formola | co (Pa),
come se il punto P* si movesse insieme al continente C, e laltra
relativa Rit La quantit di moto del mare si scinde nella quantit
di moto di trascinamento, che vale cp (M, a), e nella quantit di moto
relativa 2
Pi Ri.
La quantit di moto del sistema varr adunque
cp (0, a) + cp (M, a) + ( 2 vii Pi Ri) = h ,

ossia
cp (0 -f- M, a) -|- ( 2 mi Pi Ri) = li.

(11)

cp (0 + M, a) = h 2 i Pi Ri

da cui si ricava, osservando che C -j- M = T


a = cp (T, h 2 mi Pi Ri),

ovvero anche
(12)

a = cp (T, l) <p (Tf 2

Pi Ri).

Ossia la velocit del continente la differenza fra la velocit


che avrebbe tutta la terra, supposta rigida, corrispondente alla quan
tit di moto costante h, meno la velocit corrispondente alla quantit
di moto relativo 2 ti Pi Ri.
interessante il caso in cui la quantit di moto relativo un
bivettore j cio quando co 2 nti Pi Ri = 0, ovvero 2 mi R* = 0, o an
cora quando la velocit relativa del baricentro di quei punti nulla.
In tal caso il moto dovuto a questo bivettore rotatorio attorno ad
un asse passante pel baricentro della terra. Si ha ad esempio questo
caso quando le parti delloceano si muovono in cicli.

294

GIUSEPPE PEANO

Come applicazione numerica vogliamo stimare lo spostamento del


polo che produrrebbe la corrente del golfo (Gulfstream). Assumeremo
per questa corrente la portata di 40 milioni di metri cubi al 1".
(E. Reclus, La terre, t. II, p. 84). Possiamo ritenere che essa per
corra il perimetro dun rettangolo sferico, camminando verso il nord
lungo il meridiano di longitudine 80 ovest da Parigi, verso lest
lungo il parallelo di latitudine 40, verso il sud lungo il meridiano
di longitudine 20, e verso lovest lungo il parallelo di latitudine 20.
Supporremo poi la terra sferica, omogenea, di densit 5,56. Il bivet
tore che rappresenta la quantit di moto di questa corrente si pu
scomporre in due, luno contenuto nel piano dellequatore, e laltro
normale ; il primo produce accelerazione nel moto rotatorio terrestre.
Il secondo produce una rotazione attorno ad un asse normale allasse
terrestre, sicch le terre che si trovano al polo si spostano, lungo
il meridiano di longitudine 150; vale a dire lo Spitzberg si va
avvicinando al polo.
Per trovare la velocit di queste terre, si pu proiettare il ciclo
descritto dalla corrente sul meridiano di longitudine 150; calcolare
larea della proiezione; quindi, moltiplicandola per la portata al 1"
si ha il valore assoluto della quantit di moto; eguagliandola alla
quantit di moto che assume la terra per una velocit rotatoria
co, si trova questa velocit. Ovvero, si pu osservare che delle quattro
porzioni di correnti che formano il ciclo, quello che va verso il nord
imprime alle terre del polo una velocit diretta secondo il meridiano
che contiene quel lato di corrente. Le due parti che percorrono dei
paralleli non influiscono sul moto delle terre polari ; il lato della cor
rente che si allontana dal polo lungo il meridiano di longitudine 20
imprime alle terre polari una velocit opposta, cio secondo il meri
diano di longitudine 180 + 20. La velocit del polo sar la risul
tante delle velocit dovute alle due correnti che vanno luna al nord
e laltra al sud.
Fatto il calcolo, si ha che la corrente del golfo imprime alle
terre polari una velocit di circa 3 millimetri al giorno, o di
metri 1,1 allanno (#).
Il
numero ottenuto non si deve considerare che come un indice
dellordine di grandezza delle quantit considerate. I dati per la cor
rente del golfo sono polo noti fra limiti ampi. E oltre alla corrente

(*) Per la rioostruzione di questo calcolo numerico cfr. U. Cassina , 1. o.


nell'annotazione preliminare al lavoro n. 77, p. 652.
XJ. C.

SOPRA LO SPOSTAMENTO DEL POLO SULLA TERRA

295

del golfo, che di tutte la pi studiata, sonvi tantissime altre cor


renti, i cui effetti si compongono, e in parte si elidono.
Sicch la conclusione di questo calcolo si che, in virt delle
correnti marine e atmosferiche, le terre polari si possono spostare,
in una direzione per ora ignota, di alcuni metri allanno.
Ci d una spiegazione plausibile delle alternative di freddo e
di caldo indicate dai fenomeni geologici.
Lo spostamento del polo proviene dalla irregolare distribuzione
delle correnti sulla terra. Se le correnti terrestri fossero due a due
simmetriche rispetto allequatore, i loro bivettori paralleli allasse
della terra si elidono. Lo stesso avviene se le correnti fossero a due
a due simmetriche rispetto allasse terrestre.
Lo spostamento delle terre polari .accompagnato da una nuta
zione diurna dellasse istantaneo di rivoluzione.
Invero delle due componenti la velocit rotatoria del continente,
runa, che la velocit che avrebbe la terra se fosse rigida, non
varia. Laltra, che dovuta al moto relativo delle parti, rappre
sentata da un bivettore che gira insieme alla terra. Ma questa nuta
zione, che potrebbe misurare lo spostamento del polo, estremamente
piccola. Se il polo si sposta dun metro allanno, lasse di rivoluzione
della terra descrive ogni giorno un cono j la cui apertura corrisponde
ad un arco della terra minore dun millimetro.

(80). SUL MOTO DEL POLO TERRESTRE


(A tti della Reale Acc&d. delle Scienze dj Torino, Vol, XXX, A. 1894-95, 23 giugno 1895, pp. 845-852)

Continuazione del precedente lavoro n. 79.


(Cfr. le annotazioni preliminari ai lavori n. 77 e 79).

U. C.

Nella prima nota su questo soggetto, in data 5 maggio, mi oc


cupai dello spostamento del polo prodotto da moti relativi delle parti
terrestri; e feci vedere come in siffatte questioni il principio delle
aree, inteso sotto forma geometrica, ci dia subito ci che chiamai
velocit del corpo, e quindi permetta nel nostro caso di calcolare la
velocit del polo per via elementare.
Con questo metodo non si hanno pi a considerare le forze, ma solo
quantit di moto. Il calcolo di queste quantit di moto facilitato
dalla considerazione di archi curvilinei come forme di seconda specie.
Si presenta ora la questione : supposta una qualche legge su
questi moti relativi, e sulla costituzione della terra, trovare la po
sizione del polo alla fine del tempo t .
Questa questione fu gi trattata sotto le pi svariate ipotesi.
LIng. O. Zanotti-Bianco ne pubblic un accurato studio storico, che
si estende fino agli ultimi anni, col titolo : L a variazione delle la*
titudini (Cosmos, vol. XI, Torino, 1892-93 ; vedasi pure una nota del
medesimo A. nella Bibliotheca Mathematica di Enestrm, a. 1893,
p. 75). Debbo poi alla sua squisita gentilezza altre indicazioni storiche
e bibliografiche importanti.
Bessel nel 1814 rilev una variazione nella latitudine, attribuen
dola a moti nelPintemo del globo. Molti calcoli furono fatti da
Gyldn (1870), Resai (1872), W. Thomson (1876), G. Darwin (1877),
ecc. (Vedasi H e l m e r t , Theorien der hoheren Oeodsie, Leipzig, a.
1884, p. 408 ; T i s s e r a n d , Mcanique cleste, t. II ; VAnnuaire du
Bureau des longitudes (anni 1891-1895) contiene i progressi annuali
di questo studio). Il prof. Schiaparelli (De la rotation de la terre ,
St. Petersbourg, 1889, p. 23), partendo dalPipotesi che la terra si
adatti immediatamente alla forma di equilibrio corrispondente ad ogni
asse di rotazione, conchiude che lintensit delle azioni geologiche

SUL MOTO DEL POLO TERRESTRE

297

pi che sufficiente per imprimere ai poli di rotazione dei vasti


movimenti irregolari di ampiezza qualunque .
Per molti autori ritengono che, supposto rigido il continente
terrestre, e data la relativa piccolezza delle quantit di moto delle
parti, e la sensibile differenza dei momenti dinerzia della terra, il
polo non possa fare che piccole oscillazioni, e non possa assumere
un moto progressivo (4). Per decidere siffatta questione occorre fare
completi i calcoli, nulla trascurando. Oggetto di questa nota sono
questi calcoli. Da essi risulta che, anche supposto il continente ter
restre rigido, dei moti relativi comunque piccoli, agendo per per
un tempo sufficiente, possono produrre uno spostamento secolare del
polo, in modo da portare ad es. le regioni polari allequatore.
Il calcolo geometrico, anche limitato alla teoria dei vettori, per
metta di presentare questi calcoli sotto forma assai semplice.
Trattandosi del moto dun corpo con un punto fisso, invece
delle forme geometriche generali basta considerare i vettori e loro
prodotti. Quantunque siffatta teoria sia gi penetrata nellinsegna
mento, pure richiamer le principali convenzioni, poich presso i di
versi Autori la nomenclatura e la notazione non ancora uniforme.
Il vettore si considera come una forma geometrica speciale, cio
la differenza di due punti. Si pu pure intendere per vettore un
segmento considerato in grandezza, direzione e verso. I vettori si som
mano (compongono), e si moltiplicano per numeri reali, e sussistono
per essi le propriet dei polinomii.
Il prodotto di due vettori U e V dicesi bivettore. Si pu inten
dere con ci il parallelogrammo costrutto sui due vettori U e V con
siderato in grandezza, giacitura e verso. I bivettori si sommano come
i vettori.
Ad ogni bivettore UV si fa corrispondere un vettore, detto in
dice del bivettore, e indicato con | UV, che normale al bivettore, ne
ha eguale il modulo (valor assoluto), ed ha un senso convenientemente
stabilito. Cos ogni considerazione sui bivettori ridotta ad una sui
vettori.
Se UV rappresenta una coppia di forze, | UV ne lasse mo
mento.
(!) Ad ea. lo

S c h w a h n (Ueber die Aenderung der Lage der Figur- und der Ro-

tationsaxe der E r d e ...., 1887, pp. 18-20) arriva a questa conolusione partendo dal

lipotesi ohe la quantit di moto relativa sia, rispetto alla terra, rigorosamente
costante in grandezza e direzione. Altri Autori considerano a p r io r i come infini
tesimi trascurabili dei termini ohe diventano grandi in un moto progressivo.

298

GIUSEPPE PEANO

Se W = | UY, si pone anche UY = | W, cio lindice dun vet


tore un bivettore.
Il prodotto di tre vettori UYW dicesi trivettore. Con ci si pu
intendere il parallelepipedo costrutto sui tre vettori. Un trivettore
misurato da un numero positivo o negativo. Come -caso particolare
si pu considerare il prodotto dun vettore U per lindice dun vet
tore V, e si ha U | V, che dicesi anche prodotto interno dei due
vettori, e vale il prodotto dei moduli dei due vettori pel coseno del
langolo compreso.
Questi cenni sono sufficienti per costrurre lintera teoria, e per
intendere le formule che seguono.
Abbiasi ora un corpo rigido che rota attorno ad un punto fisso
O. Ci che nella mia l a nota chiamai velocit del corpo in questo
caso una linea OY passante per O e il cui vettore sia V.
Questo vettore chiamasi velocit rotatoria del corpo, e la formula
(4) della Nota precedente, la quale d la velocit dun punto P del
corpo diventa :

e posto U = P O, sicch U un vettore qualunque collegato col


corpo rigido, si ha la sua derivata espressa da

Se V la velocit rotatoria del corpo rigido, e se A, B, 0 sono


i momenti principali dinerzia del corpo rispetto agli assi dinerzia
(e che corrispondono ai valori B + C, C + A, A + B della formula
9, nella nota l ft), per avere lindice R della quantit di moto del
corpo, basta scomporre V in tre vettori diretti secondo gli assi di
nerzia, moltiplicarli rispettivamente per A, B, C e poi comporli. E
viceversa dato R, lo si scomponga in tre vettori diretti secondo gli
assi dinerzia, si dividano per A, B, C, e si compongano j si avr la
velocit rotatoria V del corpo.
Detti I, J, K tre vettori unitarii diretti secondo gli assi diner-.
zia, si ha lidentit :
V = ( V | I)I + ( V | J )J + ( V | K ) K ,
(io
e i tre termini sono appunto le componenti di V secondo gli assi j
quindi
(2)

K = A (V J I) I + B (V | J) J + O (V | K) K

299

SUL MOTO DEL POLO TERRESTRE

formula che esprime R in funzione di Y ; e viceversa si pu espri


mere V in funzione di R colla formula :
(3)

y = J L (E I ) I + J r ( R | J ) J . + A - ( R | K ) K .

Si suppone naturalmente che A, B, 0 non siano nulli, cio il


corpo non si riduca a punti materiali allineati.
Supponiamo ora che il corpo considerato sia meccanicamente di
rivoluzione, cio A = B.
Pongasi poi
2

^ .

onde 0 = A + A .
Allora le espressioni (2) (3) di R in funzione di V, e di V in
funzione di R diventano
. R = A [(V | I) I + (Y | J) J + (V | K) K] + A (V |
V

K)

= i - | ( l l I I )I + (H | J ) J + (R | K) K] - - --1-8q:-T) (B I K) K ,

e per la 1') :
(5)

R = AV + Ac (V | K) lt

<>

t X k _ TT 5 <b|K|K'
La (5) dice che lindice della quantit di moto la somma di
due vettori, luno diretto secondo V e laltro secondo K j e recipro
camente la velocit rotatoria V la risultante di due velocit ro
tatorie, luna diretta secondo R, e laltra secondo lasse dinerzia K.
Abbiasi ora un sistema, che diciamo terra , composto duna parte
rigida (continente), e duna mobile (mare). Sur^rrem o fsso il bari
centro della terra. Siano I, J, 1C i vettori unitarii diretti secondo
gli assi dinerzia della terra, A, B, G i suoi momenti dinerzia ri
spetto agli assi.
Per le cose dette nella mia nota precedente, la quantit di moto
del sistema un bivettore costante. Sia R lindice di questo bivettore.
Suppongo che la velocit relativa del baricentro del mare sia
nulla, vale a dire che la quantit di moto relativa sia un bivettore,
il cui indice chiamo W.
Diciamo (Nota l a formula 11) che la quantit di moto che avrebbe
la terra quando rotasse colla velocit V che ha il continente, che

300

GIUSEPPE PEANO

data dalla (5), eguale alla quantit totale di moto


quantit di moto relativo | W ; e si ha :

(7)

| R, meno la

R W = AV + A e (V | K) K .

Risolviamola rispetto a V. Basta nella equazione (6) porre R \Y


al posto di R, e si ha :
(S)

Cio la velocit rotatoria la risultante di due, luna diretta,


secondo R W, e laltra secondo Passe dinerzia K.
Yolendo la derivata del vettore K che va al polo dinerzia, si
ricorre alla formula (l), = | VK, e sostituendo nella (8) a V il
ut

suo valore, e osservando che K1C = 0, si ha:


(9)

cio la velocit di K la stessa come se V si riducesse al solo primo


termine. Sparisce cos il secondo termine, che contiene lo schiaccia
mento e della terra.
Se \V = 0, si ha il problema di Eulero, cio si tratta il moto
della terra, supposta completamente rigida. La formola (0), paragonata
colla (1), dice che Passe dinerzia IC rota attorno allasse fisso R ; il
valor assoluto della velocit rotatoria vale v = mod

, sicch

questa velocit rotatoria costante in grandezza e direzione. Avuto


K in funzione di ty la (8) ci dar V = - - R
A

(R | K) IC ,

p 6j

cio la velocit rotatoria del corpo. Si ritrovano cos facilmente i ri


sultati ben noti.
Se W costante, si ha ancora il problema di Eulero, in cui al
vettore costante R si sostituisca Paltro vettore costante R W.
Supporrema quindi W variabile.
Chiamisi K[ la posizione che assume K ove lo si faccia rotare
attorno allasse R dellangolo vt, ove, come prima, v=mod
Per quanto si disse, Kt sarebbe un vettore costante se W = 0.

SUL MOTO DEL POLO TERRESTRE

301

Dicans parimenti YJ? W t, Rt ci che diventano Y, \V, R dopo


la stessa rotazione. Sar Rt = R.
Allora la velocit di K4 la risultante della velocit Yt =
| (R >yt) Kt , e della velocit dovuta al moto rotatorio atA
torno a K, che vale appunto----- | RK4; quindi si ha :
A

<10>

| w k *

e cos si fatto nella (9) sparire il termine con R, e si ha il solo effetto


della quantit di moto relativo, rappresentato dal vettore W t. Se ora
>Vj costante, la formula (10), paragonata alla (1), dice che il vettore
Kj rota con velocit rotatoria rappresentata dal v e tto re ---e il suo estremo descrive una circonferenza. Se \V4 normale allasse
R, e la posizione iniziale di K coincide colla direzione di R, allora
lestremo d K t descrve con moto equabile il cerchio massimo della
sfera di raggio 1, che passa per lasse R delle quantit di moto. Il
movimento dellasse dinerzia K si ottiene ricomponendo i due moti
in cui lo si scomposto j cio supponendo che K descriva con moto
equabile il cerchio massimo passante per lasse R, e che questo cer*
eli io roti con moto equabile attorno ad R (*).
In questo caso adunque lasse dinerzia K si allontana equabil
mente dallasse delle quantit di moto R, e passa dalle regioni po
lari alle equatoriali.
Il moto del polo, per W t costante, si pu anche descrivere in
questaltro modo : il polo dinerzia rota uniformemente, attorno allasse
R della quantit di moto, col periodo Euleriano ; contemporaneamente
langolo che esso fa con R va aumentando proporzionalmente al tempo.
Se il vettore W 1 variabile, ma costante la sua direzione, allora
Kt rota ancora attorno a
, ma con velocit variabile. Posto w = mod
W = mod Wj, langolo di rotazione varr f jodt. Succedono fenomeni
sensibilmente identici se W t si sposta poco da una direzione fissa.
In ogni caso, qualunque si sia lespressione di W4 in funzione
del tempo, il determinare la posizione di Kt , conoscendone in ogni
istante la velocit rotatoria, cio integrare lequazione (10), un
problema ampiamente trattato (Y . D a r b o u x , Leons sur la thorie
des surfaces , Paris, 1887, Chap. II). E alle cose note posso aggiun(*) Per la dedazione analitica di questo risultato cfr. U. Cassin, 1. o.
nell'annotazione preliminare al lavoro n. 77, $ 2.
U. C.

Gi u s e p p e P e a n o

gere che, essendo la (10) unequazione lineare, vi si pu applicare lo


sviluppo in serie, clie indicai nello scritto Intgration par sries
des quations diffrentielles linaires (Math. Annalen , t. 32, p. 450).
W
Leggendo K al posto di Kn e W al posto d i ------ 1*, cio se
A.

Pequazione differenziale ha la forma

# = i WK>
detto K0 il valore di K per t = 0, si ha la serie :

K = K+ I J
|

w d t K 0+ ]

Wdt

K0 +

W dt | J w d t l J w d l K 0 + ........

ove W funzione integrabile di t. Questa serie sempre conver


gente. Colla scrittura

| J w d t l J w d t K 0 si indica il risultato

delle operazioni : moltiplicare K0 per W dt , poi integrare, prendere


lindice, moltiplicare per W dt , integrare,.... Gli integrali sono presi
a partire da 0.
Cosi provato che non vha alcuna necessit matematica affin
ch il polo della terra sia fisso, oppure si sposti di pochissimo. da
un punto fisso. Esso pu errare comunque sulla terra, in virt di
moti relativi visibili alla sua superficie, anche deboli, collo scorrere
dei secoli ; e ci anche supposto il continente rigorosamente rgido.
Lipotesi di W, costante equivale a supporre che W, indice della
R
quantit di moto relativo, roti attorno ad E con velocit , Que*
A

sta velocit alquanto maggiore di quella con cui rota la terra, che
R
sensibilmente . Quindi W non ha una posizione fissa sulla terra,
ma si avanza alla sua superficie in guisa da descrivere un giro nel
periodo Euleriano. Si pu facilmente immaginare VV variabile rispetto
alla terra, supponendo che le varie sue correnti, anche conservando
una posizione sensibilmente fissa rispetto ai continenti, abbiano una
quantit di moto variabile.
Questo mio studio puramente teorico. Rispetto al fenomeno
astronomico mi limito a questa osservazione. Se il periodo Euleriano,
che calcolato, supponendo la terra rigida, in circa 305 giorni, diven-

su l m o t o

De l p o l o t e r r e s t r e

303

tasse, a causa della sua plasticit (?), identico allanno, allora il moto
relativo del vettore W rispetto alla terra avrebbe per periodo lanno ;
e linterpretazione fisica di tal periodo sarebbe affatto ovvia.
(*) S. N e w c o m b , ^WrouownsoAe Nachriohten, N . 3097, a. 1892. Il periodo di
Cliandler, secondo le ultime osservazioni ( I v a n o f , B ulletin Astronom ique, marzo
1895), sarebbe di poco superiore all'anno. Per comodit di alcuni lettori non sar
inntilo losservare che le grandezze ohe qui compaiono sono difficili a misurarsi
astronomicamente. Un attuale spostamento progressivo e continuato del polo dun
motro allanno pare poco probabile se il meridiano secondo oui si sposta passa
nelle vicinanze dogli ossorvatorii dEuropa o dAmerica. Le future osservazioni
potranno scoprire uno spostamento quattro o cinque volte pi piccolo.

(84). SUL MOTO D I UN SISTEMA NEL QUALE


SUSSISTONO MOTI INTERNI V A R IA B IL I
(Rendiconti della R. Accademia dei Lincei, Serie 5a , Vol. IV ,
2 Sem., A. 1895, 1 die., pp. 280-282)

Le cine note, a oni G. P e a n o si riferisce in principio, sono i precedenti


lavori n. 79 e 80.
Per il riferimento al problema della caduta del gatto ed alla polemica con
V. V o l t e r r a cfr. lannotazione preliminare al lavoro n. 77.
U. C.

In un articolo avente questo stesso titolo, e pubblicato nei


Rendiconti della R. Accademia dei Lincei, il 15 settembre scorso, il
prof. Volterra conferma con i suoi calcoli uno dei risultati cui per
venni nelle mie due Note Sullo spostamento del polo terrestre, pub
blicate negli Atti della R. Accademia di Torino, in data 5 maggio e
23 giugno. E siccome la questione del moto del polo ora assai
interessante, credo utile lesporre in poche parole i risultati cui per
venni, e che si possono ritrovare per ogni via.
noto che circa un anno fa (29 ottobre e 5 novembre 94),
nelPAccademia delle scienze di Parigi fu discussa la comune affer
mazione che un gatto, comunque abbandonato, cade sempre sulle sue
zampe. E se per un istante si ritenne ci contrario al principio delle
aree, si riconobbe poi facilmente che questo principio, rettamente
inteso, spiega completamente il fenomeno. Io pure mi occupai breve
mente della questione nella Rivista di Matematica (gennaio 1895).
E precisamente un essere vivente pu cambiare a suo arbitrio il
proprio orientamento col far descrivere un ciclo chiuso ad una parte
del suo corpo (la quale, nel gatto, ritengo sia la coda).
Discutendosi in seguito la questione dello spostamento del polo
terrestre, prodotto da moti delle parti della terra, quali le correnti
marine, feci notare a qualche persona lidentit delle due questioni,
poich invece del gatto e della -sua coda si pu parlare della terra
e del suo mare. Ma non essendomi prestata fede, pubblicai la mia
prima Nota (5 maggio).
In questa dapprima, introducendo il calcolo geometrico, metto
alcuni noti principi di meccanica sotto forma nuova, e che io ritengo
pi. intuitiva. In seguito considero un corpo, che diremo terra , com

Su l m o t o d i u n s i s t e m a n e l q u a l e s u s s i s t o n o e c c .

305

posta di una parte rigida (continente), e duna mobile qualunque


{mare). Faccio astrazione dalle forze esterne. Allora il principio delle
aree, o delle quantit di moto, dice che
(Quantit di moto delcontinente)+(Quantit di moto del mare)=costante,
ove le quantit di moto sono considerate come forme geometriche.
Conoscendo la costante del secondo membro, e la quantit di moto
del mare, deduco di qui quella del continente; e conoscendone gli
elementi di inerzia, deduco la velocit dun punto qualunque della
terra, e quindi la velocit del polo.
Onde riconoscere se le correnti quali noi vediamo sulla terra,
possano produrre uno spostamento sensibile del polo, feci il calcolo nu
merico sulla corrente del Golfo (Gulfstream), e trovai che essa da sola
imprimerebbe al polo la velocit di circa un metro allanno (1). Onde
conchiudo che queste correnti possono produrre effetti non trascu
rabili. Non mancai per di notare che le correnti marine, regolar
mente distribuite sulla terra, producono un effetto nullo.
Sicch il principio delle aree, convenientemente enunciato, con
tiene sotto forma finita ed a primo grado la velocit del polo. In
questa questione non compaiono derivate seconde, n accelerazioni,
n forze, ma sole quantit di moto. Si capisce senzaltro che la stessa
equazione permetta, data la velocit del polo, di trovare la quantit
di moto che la pu produrre ; il problema sempre di primo grado.
Quindi noi potremmo far muovere il polo a nostro arbitrio, se potes
simo produrre convenienti correnti marine.
Ma molti autori dicono esplicitamente che le correnti dellinten
sit di quelle che noi vediamo, supposto il continente rigido, non pos
sono produrre che piccoli spostamenti, oscillazioni, moti periodici del
polo. I calcoli sono fatti trascurando dei termini che sono trascurabili
solo quando si sappia gi che questi spostamenti sono piccoli.
Per decidere completamente siffatta questione, nella mia 2a Nota
(23 giugno) risolsi il problema : Data la quantit di moto del mare in
funzione del tempo, trovare non solo la velocit del polo, ma bens la
sua posizione alla fine dun tempo qualunque t . Trattai dapprima alcuni
casi particolari in cui basta la matematica elementare. Fra questi tro
vasi il moto per cui un punto della terra passa dal polo allequatore
con moto equabile, descrivendo un meridiano, il quale ottenuto com(4)
Sir William Thomson calcol ne]^ 1874 che i fenomeni meteorologioi e
marittimi possono prodnrre una variazione di latitudine di mezzo secondo ( = 15 ua.).
Ma non pubblic il modo oon cui fece il calcolo. Vedasi ad es. VAnnuaire du
Bureau dea longitudes , a. 1895, B. 10.

306

GIUSEPPE PEAN

ponendo due moti rotatori equabili. questo il risultato che il


prof. Volterra viene a confermare colla sua ultima Memoria. Qua*
lunque si sia poi quella funzione, ricondussi il problema ad altro
noto, ed espressi la posizione del polo mediante una serie sempre
convergente.
Ora se la questione si pu per questa via facilmente e com
pletamente risolvere, la ragione per cui altri si imbatt in gravi
difficolt, credo dipenda dalluso abituale di lunghe formole per
indicare idee semplici.
Cos il prof. Volterra, nella sua Memoria Sulla teoria dei moti
del polo terrestre (Atti Acc. Torino 3 febbraio 1895), comincia collo
scrivere tre equazioni le quali, geometricamente intese, dicono che
un certo vettore (indice della quantit di moto) costante. Egli le
deriva, le trasforma, e nel caso generale che ci interessa, giunge ad
un solo integrale (ultima pagina della Memoria), che significa La
lunghezza di quel vettore costante .
E chi non ama il termine vettore, elevando a quadrato e som
mando le tre prime equazioni (2ft pagina), trover lintegrale del
prof. Volterra.
Il medesimo autore nella sua Memoria Sui moti periodici del
polo terrestre (id. 5 maggio 95) non tratta il problema generale ; ma
parte dal presupposto che i moti del polo di rotazione siano decompo
nibili in moti armonici (pag. 547); ammette in seguito che certe quan
tit siano piccolissime, cio che il polo si sposti di pochissimo, e
trascura pi termini (pagina 550 e nota a pag. 551). Ad onta di
queste limitazioni, il moto progressivo del polo, quale io trovai, non
sarebbe del tutto sfuggito se Fautore a pag. 552, dopo aver diviso
per una quantit che pu esser nulla (4 co), non avesse con
chiuso : Le formole precedenti perdono ogni significato quando sia
Xn c= a) , ..., dovr dunque essere Xn < co . Se invece si bada che
f e d t d una funzione periodica per a diverso da zero, ma d il
termine secolare t per a = 0, sarebbe in questo comparso il moto
progressivo.
Credo inutile aggiungere altro, poich infine il prof. Volterra
convenne nel mio risultato che moti relativi comunque piccoli,
agendo per un tempo sufficiente, possono spostare comunque il polo
terrestre anche supposto il continente rigido .

(87). SUL PENDOLO D I LUNGHEZZA VA RIABILE


(Rendiconti del Circolo Matematico di Palermo, Tomo X, A. 1896, 24 nov. 1895, pp. 30-37)

Il sig. L e c o r n u pubblica negli Acta Mathematica (a. 1895)


un interessante lavoro avente questo stesso titolo, e in cui determina
il moto dun pendolo la cui lunghezza sia funzione lineare del tempo.
il moto oscillatorio della secchia dun pozzo, quando si fa rotare
con moto equabile il cilindro su cui si avvolge la fune.
In questo articolo mi propongo di studiare un altro caso, il quale
d la spiegazione del fenomeno, per cui un uomo posto sullaltalena,
semplicemente collinnalzare od abbassare il proprio corpo, cio coi
variare la distanza del suo baricentro dal punto di sospensione, possa
aumentare comunque lampiezza delle proprie oscillazioni.
Abbiasi adunque in un piano verticale un punto fisso 0, centro
di sospensione; ed un punto mobile, pesante, legato al punto fisso
con un filo di lunghezza variabile. Sia q la lunghezza del filo, $
langolo che esso fa con la verticale. 11 principio delle aree ci d
subito lequazione:
(1)

B e ne .

Supponiamo ora dato g in funzione di 6, cio supponiamo data


la traiettoria che il punto mobile deve descrivere. Allora si vede che
lequazione precedente ammette il fattore integrante

q2

dO
, onde,
dt

integrando :
(2)

= ff j e 3a e u 6 d 0 ,

ove la costante si suppone incorporata nel segno


Il punto mobile faccia unoscillazione; cio parta da A con
velocit nulla, e passando per B sulla verticale condotta da 0,

308

GIUSEPPE PEAN

arrivi in C di nuovo con velocit nulla. La formula precedente d:


(3)

f q3 sen 9 dO = 0 ,

essendo a e fi i valori di 9 che corrispondono ai punti estremi A e C.


Quindi i valori di questo integrale, quando langolo 9 varia da
a a zero, e poi da 0 a /? sono eguali e di segno contrario.
Questo integrale ha uninterpretazione geometrica assai semplice.
o
L J q8 sen 9 d 9, vale 6 volte il volume generato dal settore A O B
a

fi

rotando attorno alla verticale O B ; e If e * s e n 0 0 vale 6 volte il


0
volume generato dal settore BOC. Quindi questi volumi sono eguali,
e si ha il teorema:
Se un pendolo di lunghezza variabile, in una oscillazione de
scrive la linea A B C , il volume generato dalla rivoluzione del set
tore A O B attorno alla verticale O B eguale al volume generato
dalla rivoluzione del settore B O C .
Quindi, per aumentare lampiezza delle oscillazioni, si deve
allungare il pendolo finch langolo 9 che esso fa colla verticale
diminuisce, ed accorciarlo quando questo cresce; cosa che si osserva
facilmente nellaltalena (*).
(#) Il testo va cos modificato: al poBto d " si deve" leggere "basta", e
dopo }> accorciarlo quando questo cresce " aggiungere " in modo cho nei punti
egualmente inclinati sulla verticale la lunghezza del pendolo nel punto in cui
soende Bia maggiore di qnella che ha nel punto in cui sale
Questa osservazione, dovuta ad U. C a s s i n a , stata esposta dapprima inci
dentalmente in una recensione del 1922 e poi nel lavoro ; Su l pendolo di
lunghezza variabile, Hend. Aco. Lincei , Classe so. fis. mat. nat., vol. XV,
serie 6, 1 sem., giugno 1932, pp. 950-952.
U. C ,

(89). SUL MOTO DEL POLO TERRESTRE


(Rendiconti della R. Accademia dei Lincei, Serie 5, Vol. V, 1 Sem., 1890, 1 marzo, pp. 163-168)

Rielaborazione coi metodi olassici del problema trattato nei lavori n. 79 e


80 del 1895.
Cfr. lanuotazione preliminare al lavoro n. 77.
U. C.

Nella mia Nota, pubblicata negli Atti della R. Accademia di


Torino, 5 maggio 1895, ed avente questo stesso titolo, dopo aver
applicato lAusdelinungslehre di H. Grassmann ai principi della mec
canica, come esercizio numerico dellultima proposizione, mi proposi
di stimare la velocit con cui si spostano le terre polari in virt dei
moti della parte fluida del nostro globo. Ma laver fatto uso di questo
nuovo metodo, e lavere in una Nota: Sul moto dun sistema nel quale
stissistono moti interni variabili (Rendiconti della R. Acc. dei Lincei,
1 dicembre 1895) esposti i risultati sopprimendone la dimostrazione,
pu lasciare oscurit in qualche lettore. Quindi non sar del tutto
inopportuno il tradurre alcune di quelle formule in coordinate car
tesiane. Le formule diventano pi lunghe: ma il ragionamento non
perde punto della sua semplicit.
Abbiasi un sistema composto duna parte rigida, e duna mobile
qualunque. Per brevit di linguaggio, diremo terra il sistema, conUnente e mare le sue due parti. Supponiamo che sul sistema non
agiscano forze esterne. Allora il principio di meccanica: la somma
dei momenti delle quantit di moto del sistema intorno ad ogni asse
costante equivale alle sei equazioni

* < (* - )- * .
(i)

2 m ti = a > In iii = e'

X m i~ = f '

ove , &, ... f sono sei costanti, che qui dir costanti iniziali . Questi
sei numeri sono le coordinate, o caratteristiche, di quella forma geo
metrica, che proposi di chiamare quantit di moto del sistema ; e
queste equazioni equivalgono alla (3) della mia Nota.

310

GIUSEPPE PEANO

Lipotesi che il continente sia rigido, si traduce in quella che


le coordinate, o componenti della velocit dogni suo punto (a*,y*)
siano espresse da:
^ dx* , .
(2) = l + qzi ryi,

dp*
dzi
-- = + ra* p * , ^ = n-jr p y i qxi ,

ove l , m , n , p , q , r sono sei "costanti invariabili con (x( , y ,, z,).


Vedasi ad es. il pregevole Corso di meccanica razionale che ha or
ora pubblicato il professor Maggi, 303. I sei numeri l , m , ... r
sono le coordinate della forma geometrica che chiamai velocit del
corpo rigido , e queste equazioni equivalgono alla (4) della mia Nota.
Siano u t , V,-, Wi le componenti della velocit relativa del punto
(&i>yi}2i) del mare, rispetto al continente; sicch la velocit asso
luta di questo punto abbia per coordinate:
(3)

dxi
.
i--I +

dvi
=

dz*
-g- .

Sostituisco nelle (1) alle ^ , ... i valori dati dalle (2) pei punti
ut

del continente, e dalle (3) pei punti del mare. Pongasi


a ' = 2 mi (yi ta Zi v ) ,

b' = . . . ,

d ' = 2 mi i n ,

e' = ..., / ' = ...

c' =

...

ove il 2 si estende ai punti del mare. Queste sei quantit, analoghe


alle (1), ove invece di velocit assolute si considerino le relative,
dipendono dalle sole velocit relative degli elementi del mare, che
suppongo note. Le (1) divengono:
n 2 miji m 2 miZi + p 2 fnt (y\ + z\) q 2 m {XJ t 2 v Xz { = a

.......................................................................... ........................ = & (4) : ............................................................................... .....


l 2 m i - \ - q 2 m i Z i r 2 m iy i = ^ d ^ d '

. . .

...........................................== e er
...........................................= / - / '
equivalenti alla (11) della mia Nota. Il 2 si intende qui esteso a tutti
i punti della terra. Se ora supponiamo noti i dieci coefficienti:
2 n i i , massa della terra,
2 i^ij... coordinate del baricentro terrestre, moltiplicate per la massa,
2 u (y i + *?)>..., 2 mi y iZ ij ... momenti dinerzia della terra,

311

SUL MOTO DEL POLO TERRESTRE

da queste equazioni possiamo ricavare l , w ,... r in funzione di *


/ ' ; e sostituendo questi valori nelle (2), si hanno le
componenti della velocit dun punto qualunque del continente
(^i >Vi , *i) ; e sia

(5) ^ = 9 > ( o 'r // ' ) , ^ = y>(a a',... / / ') , ^ =

Ora, senza eseguire i calcoli indicati, si osservi che le (4) dnno


le sei quantit a a ', . . . / / ' quali funzioni lineari omogenee delle
sei l , , ... r ; risoltele, avremo queste quali funzioni lineari omo
genee di quelle; e sostituendo nelle (2), pure lineari omogenee in
l , ro,.. . , avremo infine che le tre funzioni <p, y>, % ora considerate
sono lineari ed omogenee; quindi si avr:
(6)

= <p(a, b , ... / ) ?(d',


9

... / ) ,

e analoghe

e si conchiude la proposizione di cui feci uso nellesempio numerico:


La velocit dun punto qualunque del continente la risul tante di due. Luna, di coordinate
./), vK , /), *(>/)
che dipende ' dalle sole costanti iniziali ; essa la velocit che
avrebbe il punto se si suppone a' = 6' = ... = / ' = 0, cio se si
suppone la terra irrigidita. Laltra, di coordinate
che dipende dalle sole velocit relative dei punti del mare; questa
la velocit che avrebbe il punto supponendo a = b = ... f 0 ,
cio nulle le costanti iniziali; vale a dire la velocit che avrebbe
il punto supponendo daver arrestata la terra nella posizione con siderata, ed in seguito si mettano in moto i mari (#).
Lindipendenza delle due velocit conseguenza della sola forma
lineare delle equazioni considerate. Ad esempio, la velocit dun punto
della terra, ove su essa si spari un cannone, la risultante d due :
luna la velocit che avrebbe il punto se il cannone non fosse spa~
rato; e laltra la velocit che avrebbe il punto stesso supposta
fermata la terra, e poi si spari il cannone. Amendue queste velocit
si calcolano, o colle formule scritte, o scrivendole semplificate in
ogni caso particolare.
O Sai modo di dednrre e sulle conseguenze di questo teorema ofr. U. Cas
sida, 1. o. nellannotazione preliminare al lavoro n. 77, $ 1.
U. C,

312

GIUSEPPE PEANO

Prendiamo per origine il baricentro della terra; sar 2 w X =


= ... = 0 ; per assi coordinati gli assi dinerzia; sar Zi y i =
= . . . = 0. Facciasi astrazione dal moto del baricentro terrestre;
sar d = e f = 0. Suppongasi che il baricentro del mare sia fsso
rispetto al continente, il che avviene quando si considerino solo cor*
renti chiuse o cicli; sar d' = e' = / ' 0. Detti A, B, C i momenti
principali dinerzia, le (4) diventano:
( A p == a a',
(7)

Bq b b \

Or c c'

(l = m n = 0.

Quindi il continente rota attorno al baricentro della terra; la sua


velocit rotatoria, considerata come un vettore (considerazione gi
comune nei trattati), avr per componenti
a a'

b b*

c c'

ed la somma, o risultante della velocit di componenti


a

B- '

(T

dovuta alle costanti iniziali; e della velocit di componenti


m
()

_ h'
' 0

dovuta al moto del mare.


Ora, riferendoci al globo terracqueo, i momenti dinerzia A ,
B , C , che compaiono al denominatore delle formule (8) sono noti
con discreta approssimazione da studi astronomici e geodetici. Ma i
numeratori
6', c', momenti della quantit di moto del mare, ci
sono incogniti. Volendo riconoscere se i moti marini, quali quelli che
noi vediamo, possano produrre una velocit rotatoria sensibile, cal
colai quella prodotta dalla Corrente del Golfo. La portata e la posi*
zione di questa corrente sono date, con approssimazione grossolana,
dalla Geografa. Per calcolare il momento della quantit di moto
duna corrente chiusa, si hanno pi metodi dal calcolo geometrico.
Il pi semplice ad esporsi si di proiettare ortogonalmente, sul
piano perpendicolare allasse, il ciclo considerato ; il doppio dellarea
proiezione, moltiplicato per la portata della corrente, d il momento
della corrente rispetto allasse. Cos si hanno a',
c'. Risulta dal
calcolo numerico che questa corrente imprime alle terre polari, ad es.
allo Spitzberg, una velocit di pi dun metro allanno.

SUL MOTO DEL POLO TERRESTRE

S IS

Ma non sar inutile il ricordare che le correnti regolarmente


distribuite attorno allasse polare, o simmetricamente rispetto allequatore, imprimono velocit che si distruggono fra loro. Quindi in questo
calcolo non si pu tener conto n dei venti alizei, n di altri feno
meni regolari; ma solo delle irregolarit che queste correnti hanno
nei due emisferi, e secondo i vari meridiani.
Avuta la velocit dei vari punti del continente, si potrebbero
determinare le loro posizioni alla fine dun tempo qualunque, supposte
note le quantit
... / ' nella successione dei tempi. Ma noi non
conosciamo i loro valori attuali, e meno i futuri. Variando il polo,
la corrente del golfo potr gelare, e altre correnti si produrranno.
Ritengo perci puro esercizio di analisi il fare ipotesi speciali sulle
leggi che regolano queste correnti, onde dedurne dopo integrazione,
la posizione della terra alla fine dun tempo qualunque. Sotto laspet
to analitico, una conveniente scelta di queste ipotesi pu rendere
lintegrazione immediata, ovvero introdurre ogni funzione trascendente
che si desidera. E sotto laspetto pratico, che pi importa, due ipo
tesi, che paiono rappresentare prossimamente il fenomeno fisico, pos
sono, dopo integrazione, condurre a risultati del tutto opposti.
Poich mentre noi possediamo regole semplici per stimare lappros
simazione nelle operazioni di analisi finita, la questione assai com
plicata quando si integrano equazioni differenziali approssimate.
E un esempio ci dato in questa stessa questione. Lo Schwahn,
dal fatto che supponendo costanti certe quantit ne deriva che il polo
terrestre pu fare solo piccole oscillazioni, emise lopinione che ci
avvenga in generale; e tale opinione manifestarono pure Helmert,
Schiaparelli, ed altri, di cui feci menzione nella mia seconda Nota
(23 giugno 1895). Per togliere ogni dubbio scrissi questa seconda
Nota, in cui supposta la terra di rivoluzione, riduco lintegrazione
generale ad un problema noto. Come caso particolare feci vedere che
una corrente dellintensit di quella del golfo, e che si comporti col
variare del tempo in modo conveniente, trasporterebbe effettivamente
le terre polari allequatore in 10 milioni di anni. facile il vedere
che lo stesso avviene considerando la terra come un ellissoide
a tre assi.
La conclusione si che lintensit delle attuali correnti atmo
sferiche e marine pi che sufficiente ad imprimere ai poli vasti
movimenti irregolari, di ampiezza qualunque, e ci sia supponendo
la terra plastica, come gi afferm lo Schiaparelli, sia supponendola
rigorosamente rigida. Spetta allAstronomia e alla Geologia il rico
noscere se questi spostamenti ci siano, o ci siano stati.

V II
V A R I E

(21). ANGELO GENOOOHI


(Annuario dtOlt R. Universit di Torino, anuo 1889-90, pp. 195-202)

Il giorno 7 marzo del corrente anno 1889, alle 6 s/4 antimeri


diane spegnevasi in Torino nnillustrazione del nostro Ateneo, uno
dei non molti nostri matematici la cui fama varc i confini dItalia.
Si fu con vero timore chio accettai dalla Facolt lincarico di
scrivere per lannuario le notizie biografiche di questo illustre scien
ziato, poich un peso di troppo superiore alle mie forze il dire
degnamente di Lui. Laffetto chio sempre ho nutrito jier Chi mi fu
per tanti anni Maestro, vagliami di scusa allaccettazione di tale in
carico.
Il mo cmpito si , da una parte, assai semplificato, poich gi
lAccademia delle Scienze di Torino pubblic una esatta ed elegan
tissima necrologia del suo Presidente, scritta da Chi gli fu collega
ed amico affezionato (1). Daltra parte per esso si reso pi diffi
cile, poich rispetto allo scritto del prof. Siacci troppo sfigura il mio
stile disadorno.
In quella pubblicazione il Genocchi magnificamente descritto
come uomo, come cittadino e come scienziato. Quindi, onde non fare
una inutile ripetizione, citate le date indispensabili della vita del
compianto professore, qui mi limito ad esaminare il suo multiforme
ingegno sotto il solo punto di vista di insegnante, rimandando il
lettore alla pubblicazione sullodata per ogni altra notizia.
A n g e l o G e n o o o h i nacque in Piacenza il 5 marzo 1817. Intra
prese nella citt nativa gli studii legali, e si addottor in Giurispru
denza. Nel 40 cominci ad esercitar ivi lavvocatura j fu poi nomi
nato professore di Diritto romano, che insegn fino al 48. In que
stanno prese parte attiva ai moti rivoluzionarii ; ritornati in Piacenza
gli Austriaci, venne esule a Torino.
Quantunque il Genocchi si fosse distinto nelle scienze giuridiche,
pur tuttavia la Matematica, e specialmente lastrusa teoria dei numeri

GIUSEPPE PEANO

furono per lui un fascino irresistibile. Studente in leggi, passava


lunghe ore in biblioteca su libri di matematica ; le Disquisitiones
Arithmeticae del sommo Gauss, erano, comegli mi disse, sua lettura
favorita.
Venuto a Torino, rinunci allavvocatura, e ritiratosi in una ca
meretta, tutto si applic ai suoi studii prediletti. Frequent le lezioni
date allUniversit da Plana, e fu assiduo a quelle di Felice Chi,
che in quel tempo professava Fisica matematica, e con cui fu sem
pre legato da vincolo di grande amicizia, rotta solo colla morte del
Chi, avvenuta nel 71 (2).
La prima pubblicazione matematica del Genocchi data dal 51 ;
lultima dell85. Grande il loro numero. Lelenco completo delle
medesime fu pubblicato dal professore Siacci nella citata commemo
razione ; credo quindi inutile il riprodurlo (3).
Negli innumerevoli scritti del Genocchi, oltre la novit dei ri
sultati, si ammira specialmente il rigore nelle dimostrazioni e la chia
rezza nellesposizione. Egli si dimostra un critico acuto dei varii
metodi ; molte teorie furono da lui perfezionate, e rese ora pi fi sem
plici, ora pi rigorose. Ma unanalisi accurata dellimmensa mole di
questi scritti esige tempo e studio, che a me fecero finora difetto ;
e non qnesto il luogo acconcio per nn tale lavoro.
Il Genocchi fu nel 57 nominato reggente la cattedra di Algebra
e Geometria complementare nella nostra Universit ; nel 59 ne di
venne titolare. Insegn in seguito Analisi superiore, e poi Introdu
zione al Calcolo, fino al 65, quando pass allinsegnamento del Cal
colo infinitesimale, che profess con assiduit e diligenza fino agli
ultimi anni, in cui la sua malferma salute glie lo imped. Io lo sup
plii dal maggio 81 al marzo 84; egli fece ancora regolarmente il
corso 1884-85, e alcune lezioni nellanno scolastico successivo, le
quali furono le ultime. Nel 78 fece altres, come conferenze di Ma
gistero, alcune lezioni di Analisi superiore trattando di alcuni inte
grali definiti, e delle funzioni prive di derivata.
Le doti della chiarezza e del rigore, che appaiono nei suoi scritti,
manifestavansi pure nelle sue lezioni. Egli le aveva in gran parte
scritte, e le esponeva in scuola quasi letteralmente, sicch il suo
dire era sempre preciso, e nella semplicit elegante. Parlava calmo,
con tono uniforme ; mai si ripeteva ; ogni sua frase era parte inte
grante della materia di insegnamento. Gli allievi, alternandosi ogni
lezione, scrivevano le formule sulla lavagna ; in faccia a questa stava
ritto il professore, indicando colla mano come si dovevano scrivere.
Certo non tutte le lezioni riuscivano egualmente. Alcuna volta, spe

ANELO g e n o c c h i

3 19

cialmente negli ultimi anni, dopo notti insonni, perch travagliato


da palpitazione, il suo viso non era pi sereno come il solito, roc
chio era torbido, le parole non sgorgavano pi facili, e intercalava
il discorso con numerosi dunque.
Gli allievi avevano di lui alta stima e come insegnante e come
scienziato, e nutrivano per lui vera affezione. Mai, durante il tren
tennio dinsegnamento, avvenne in iscuola il minimo disordine.
Il corso di Calcolo professato dal Genocchi si distingue sovra*
tutto per aver accoppiato al rigore una grande semplicit. Com
noto, i cultori del Calcolo infinitesimale si occuparono dapprima mag
giormente a estendere questo potente mezzo di ricerca, onde risol
vere nuove questioni appartenenti alla Geometria, alla Meccanica e
alla Fisica, che a ben analizzarne i principii. E se tutti ammiravano
le grandi scoperte cosi ottenute, da molti si rimpiangeva lantico
rigore tramandatoci dai geometri greci. Ma nel corrente secolo, per
opera di Lagrange (4), Cauchy, e molti altri, e negli ultimi anni spe
cialmente per opera di molti illustri in gran parte viventi, i prin
cipii fondamentali del Calcolo, e della Matematica tutta, furono og
getto di studii profondi. Quindi al giorno doggi, specialmente in un
corso di calcolo, non volendo mai fare asserzioni gratuite, o dare
dimostrazioni riconosciute insufficienti, spesso si corre il pericolo di
rendere pi complicate e difficili le teorie. Alcune volte questa mag
gior complicazione indispensabile; spesso non necessaria; e ba
sta in certi casi sopprimere alcuni termini mal determinati ed inutili
per ottenere ad un tempo rigore e semplicit. Fu studio costante
nel Genocchi, e nelle sue pubblicazioni, e nei suo insegnamento, ol
trech rendere rigorose le dimostrazioni insufficienti, di dar loro una
forma sempre pi semplice, o per servirmi di un suo termine pre
diletto, pi elementare, e spesso si occupava di ci nella conversa
zione, e nella corrispondenza che teneva con molti illustri matematici.
Egli, pi volte sollecitato a pubblicare il suo Corso, mai lo fece.
Forse nei primi anni non aveva ancora raggiunta la perfezione che
si proponeva e negli ultimi gli mancarono le forze. Solo nell83 la
Casa editrice Fratelli Bocca ottenne di pubblicare le sue lezioni per
mio mezzo, e una parte usc lanno successivo (5). Egli, allora ma
lato, volle rimanere estraneo a tutto il lavoro. Io, servendomi di
sunti fatti da allievi alle sue lezioni, li paragonai punto per punto
con tutti i principali trattati di calcolo, e con Memorie originali,
tenendo cos conto dei lavori di molti. Feci in conseguenza alle sue
lezioni molte aggiunte, e qualche modificazione. Ora, se in gran parte
tali aggiunte sono contrassegnate o dal mio nome, o dal carattere

320

Giu s e p p e p e a n o

di stampa pi minuto, sonvene alcune, di minore importanza, non


aventi alcun contrassegno. Dal che risult che quella mia pubblica
zione non rappresenti esattamente le lezioni del professore (6),
bench, come trattato, abbia riscosso lapprovazione di molti scien
ziati (7) (*).
Le lezioni del prof, Genocchi trovansi nelle migliaia di sunti,
generalmente fedeli, scritti dagli allievi j loriginale deve trovarsi in
sieme agli altri suoi manoscritti presso la locale Accademia delle
Scienze (8). Sarebbe un vero vantaggio per la scienza la loro pub
blicazione integrale, o almeno di quella parte finora in nessun modo
pubblicata.
Fra i punti del tutto elementari in cui il corso del Genocchi si
scosta dai comuni, citer la teoria (elementare) delle serie (9). Non
si sa se pi ammirare in quella trattazione, o il rigore assoluto, ov
vero la grande semplicit dei mezzi con cui tal rigore si ottiene (10).
Esponeva qualche volta in iscuola qualcuna di quelle teorie,
oggetto di sue pubblicazioni, chegli riusciva a rendere elementari.
Cos le propriet delle funzioni interpolari, chegli dimostr rigoro
samente nel 78, e pi semplicemente nellSl, fecero, negli ultimi anni,
parte dellinsegnamento (11).
Anche nelle lezioni finora in nessun modo pubblicate trovansi
procedimenti suoi proprii. Menzioner fra questi la trattazione di
alcune serie trigonometriche, e la teoria di alcuni integrali come
OO
egli faceva in modo del tutto rigoroso ed assai
u

semplice, mentrech nei trattati chio ho consultati o i ragionamenti


mancano di rigore, o sono molto complicati. Per alcune poche di
quelle mende, che trovansi ad ogni passo negli antichi trattati, ri
manevano ancora nelle lezioni del Genocchi.
Il ricordo di Angelo Genocchi vivr imperituro fra i suoi di
scepoli e colleghi. Una traccia profonda di Lui rimane nella scienza.
Sarebbe un monumento degno di lui la raccolta e la classificazione
dei suoi lavori, ora sparsi in tante differenti riviste, o non ancora
pubblicati.

(*) Cfr. in proposito: U. C a s s in a , Alcune lettere e documenti inediti sul trattato


di calcolo di Genocohi-Peanof Rend. Ist. Lotnb. (Scienze), 85 (1952), pp. 337362.
17. 0.

An g e l o o e n o c c h

321

N O T E

( 1 ) Cmii necrologiei d i A n g e l o G e n o c c h i , ie tti i l giorno trigesimo d a l l a sua


mrte da F. Si a c c i (Memorie della R. Accademia delle Soieuze di Torino, Serie
II, t. XXXIX).
La morte del Genocchi fu annunciata dal sig. H k r m it e allAccademia delle
Soienze di Parigi (Comptes rendus des sances de VAcadmie des sciences, 11 mars
1889, p . 4 7 5 ) oolle seguenti parole :
Le gomtre minent et Vhomme de bien, dont la vie entire a t consacre
Vtude, laisse les plus profonds regrets ses amis et tous ceux gui Vont connu.
L Italie, oi VAnalyse est cultive aveo clat, conservera jamais le souvenir de limpulsion que M . Genocchi y a donne aux Mathmatiques par son enseignement comme
par ses nombreux et excellents travaux, o l'rudition salliait une science profonde
et gui, depuis longtemps lui avaient acquis Vestirne et la sympathie des gomtres.
Vedasi pure:
AiizklA., LUniversit, itiafa delVistruzione superiore, pag. 245, (anno 1889).
D O v i d i o e P k a n o . Un articolo sul giornale La letteratura , 1 aprile 1889.

(2) Il Genooohi ne pubblic la biografia nel Bollettino di Bibliografia e Sto


ria del Boncompagni nel setteinbro 1871.
(3) Il catalogo, di 9 pagine in 8, comprende 174 pubblicazioni.
Al N. 81 la data devo essere sostituita da 1885 (voi. 99).
Al N. 146 la data mancante 1876 (vol. II, p. 153).
Si aggiungano :
Sur une formule de Libri (Nouvelle correspondance mathm. 1878).
Sur diverses questiona de la thorie des nombres (Nouvelle correspondance ma
thm. 1880).
Premire partie du chapitre X I I I de la Note sur la thorie des rsidus quadra
tiques. (Journal fiir dio r. u. a. Mathem. t. 104 p. 345).
(4) Il Lagrange contribu al rigore dei principii del Calcolo speoialmente
colla sua opera Thorie des fonctions analytiques, contenant les principes du Calcul
diffrentiel, dgags de toute considration dinfiniment petits, dvanouissant, de limites
et de fluxions (Paris 1813).'
Per, cora noto, p. e. la derivata non ancora in Lagrange esattamente
definita.
(5) Col titolo: A n g e l o G e n o c c h i , Calcolo differenziale, e principii di calcolo
integrale, pubblicato con aggiunte da G . P e a n o . Bocca, 1884.
(6) V. la dichiarazione pubblicata dal Genoochi negli Annali di Matematica
(Serie 2, tomo XII), e la mia prefazione alle Applicazioni geometriohe del Calcolo
infinitesimale (Torino 1887) pag. V ili. Non punto difficile, servendosi delle in
dicazioni ivi date, discernere oi che spetti al Genocchi, e quali furono le mie
aggiunte.
21

322

GIUSEPPE PEANO

(7) ... Ouvrage excellent ; les principes de VAnalyse infinitsimale y sont exposs
avec une rigueur et clart remarquables *. P. M a n s i o n , Mathesis, Tomo V (1885)
pag. 11.
(8) Le poche informazioni ohe qui d di qnel manoscritto e delle sue let
tere le ebbi verbalmente da lui. Io non ebbi mai occasione di vedere i suoi ma
noscritti.
(9) Essa riprodotta pressoch letteralmente nei N. 50-55, 57-61 della mia
pubblicazione.
(10) Nei comuni trattati (Stnrm, Serret, Jordan...) si fa uso del criterio ge
nerale di convergenza, (che nella mia pubblicazione sta al N. 56) pit o meno ben
stabilito. Invece il Genoochi ricorre solo al principio una quantit cresoente eontinuamente e non indefinitamente tende ad un limite . Lo B te sso procedimento se
guito in alonni recenti trattati.
(N.
dal
fra
pre

(11) Le note relative sono pubblicate negli Atti dell'Accademia di Torino


134 e 138 del Catalogo del prof. Siacci) ; tale teoria fn ancora Bemplicata
signor Schwarz. Questa teoria permette di risolvere facilmente molto questioni,
cui quelle riferentisi ai contatti di ourve e superficie, le quali non sono sem
trattate rigorosamente e semplicemente.

(25). LES PROPOSITIONS DU CINQUIME LIVRE


D EUOLIDE, RDUITES EN FORMULES
(Mathesis, Tome X , A . 1890, pp. 73-76)

Cfr. il lavoro n. 135 (del 1906) di questo volume.

. C.

Je me propose, dans cette note, de dterminer le minimum des


signes et des conventions ncessaires pour exprimer les 25 proposi
tions du Livre V dEuclide (*).
Ces conventions sout les suivantes :
1. Nous dsignons par les lettres a , b ... des tres (grandeurs,
nombres) quelconques.
2. Laffirmation simultane de deux ou plusieurs propositions
sera indique en les crivant lune aprs lautre.
3. Pour sparer les diffrentes parties dune formule, on se ser
vira des parenthses selon lusage habituel. On arrive au mme but,
avec une plus grande simplicit, au moyen des points . :
etc. Pour
lire une formule divise par des points, on unira dabord les signes
qui ne sont spars par aucun point, puis ceux qui le sont par un,
ensuite ceux qui le sont par deux, etc. Nous adopterons ici les points
seulement pour sparer les propositions partielles d un mme
thorme.
4. Le signe o entre deux propositions a et b (aQb) signifie que
de la premire a , on dduit la seconde b .
5. Le signe e signifie est. Ainsi a eb signifie a est un b . Au
lieu dcrire a e k . b e k . e e k, on crira a , b , c e k (a, 6, e sont des k),
fi. Les signes + , , = , > , < , entre des grandeurs auront la
signification ordinaire. Le produit de la grandeur a par le nombre m
se reprsente par ma ; et la raison des grandeurs a et b par ajb.
7. Au lieu des mots grandeur et nombre (entier positif), nous
crivons G et N. Alors les propositions dEuclide deviennent :
(4) Jai dj rsolu la mme question dans mes Arithmetices principia, nova
methodo exposita et Principii di Geometria, Turin 1889, pour dautres systmes do
propositions.

IUSEPPE f>EANO

. a, >e G . m e N : o . ma + mb = m (a + &).

. f t G . m , n e N : o . ma + na = (m + n) a.

3.

. n (ma) = (nm) a,

4. a, J, c, d e G . m, n N . a/ = c/d : Q . (ma)/( ) = (mc)/(d).


6

5. a, fti G . m e N Q , ma mb = m(a ).
6

. a e G . m , n K : o ma na = (m n)a.

7. a, ft, c e G . a = &: Q : afe = &/c . c/a = c/&.


8.

. a > 6 : Q : a/c > &/c . c/i > c/a.

9.

, a/c = bjc : ) . a = b.

>c/a = ojb : o . a = 6.

. a/c > &/c : Q . a > &.

. c / b > cja : Q . a > b.

10.

11. a, bt c,

d, c , / e G . a/b = c/d . c/d = c// : q . a/& = e//.

12 .

. a/> := c /d = c//*; ). a/& = ( a - j - c - | - ^/(fr-J-d -j-/).

13.

,a/b = c/d . c/d > e / f : o . a/& > e/f.

14. a, &, c, d e G . a/b = c/d ; Q

a > c . Q . 6 > d : a = c. o. & = d:

a < c . o &< d.
15. a, &e G . m N : Q . (roa)/(?&) = a/b .
16. a,

c, d e G . a/6 = c/d : q . a/c = 6/d.

17.

: o . (a b)/b = (c d)/d.

18.

19.

: q , (a c)/(& d) = a/&.

o (a + &)/&= (c + d)/d.

20. a, 6, c, d, e , / f i G. a/b = d/e . &/o = c//: 0 .%a > c . o . d > / :


a = c. o d = /: a < o . o . d < /.
21.

. a/6 = fi//. &/o = d/e : o /. a > c. Q . d > / :


a = c. o . d = /: a < c. o . d < /.

22.

. a/ft = dje . b/c = e /f : o . a/c = d//.

23.

. a/& = e / f . /c = d/e : o a/c = <*//.

24.

.a/& = o / d . e / 6 = / / d : Q. ( a + e)/ft = (c+ /)/d.

25. a, &, c, d 6 G . a/ft = c/d . a > fc . a >- c : q . a + d > 6 + c.

(32). SOMMARIO D EI LIBRI V II, Y I II E IX


D I EUCLIDE
(Rivista di matematica, vol. I, 1891, pp. 1012)

I
libri degli Elementi dfEuclide che trattano di geometria furono
tradotti ad uso scolastico. Sono invece meno noti i libri VII, V ili
e IX che si riferiscono allaritmetica, e il libro X che tratta degli
irrazionali. E siccome la lettura di questi libri presenta qualche
difficolt, panni utile il tradurre i principali risultati ivi contenuti
in linguaggio algebrico, in guisa che chiunque si possa fare facil
mente unidea esatta dello stato della scienza in quei tempi.
Libro YII

In quanto segue a, 6,... e} f rappresentano dei numeri interi


positivi (N).
Scriveremo mcd al posto di massimo comun divisore .
a < 6. o. mcd (, b) = mcd (a, b a)

(Prop. 1 e 2)

Scriveremo a x N al posto di multiplo di a .


6 f l XN. o. mcd (a, b) = a
b, c e a >< N. 0. mcd (, c) e a x N
mcd (a, by c) = mcd [a, mcd (6, c)]

(Prop. 1 e 2)
(Coroll. Prop. 2)
(Prop. 3)

Scriveremo a/b per indicare il quoziente o rapporto dei due numeri


a/b = e/d. = . a/b = {a + c)/{b + d)
a/b = c/d. = . afe = b/d
a/b = d/e. b/o = e //: o. a/c = d / f
ax b bX a
(ac)/(bc) = a/b
a/b = c/d. = . ad = bo

(Prop. 5, 6, 7, 8,11,12)
(Prop. 9, 10,13, 15)
(Prop. 14)
(Prop. 16)
(Prop. 17 e 18)
(Prop. 19)

3 26

GIUSEPPE PEANO

Scriveremo a n b invece di a primo con b .


ajb = c/d . a n b : o* c a x N
a, b e N . \ x, y e N . a/b = x / y . # <

(Prop. 20 e 21)
a : = XiV A.: : 0. a n b

(Prop. 22)
ab n c. = : a ti c. &n c

(Prop. 23, 24)

a n 6. o. a* n b

(Prop. 25)

a ti c. a ti d. bTio . b n d : o. ab ti cd

(Prop. 26)

a7ib. = . a*7ib*

(Prop. 27)

aTib. = . a

(Prop. 28)

b 7ib

Scriveremo Kp al posto di numero primo .


a e Kp. J - e a x K :

(Prop. 29)

a e Kp. bc s a x K : o : b s a x N. u . c e a x N .

(Prop. 30)

a e K. o

x e Kp. a e a ? x N : = * A

(Prop. 31 e 32)

a/d = b/e o/f. mcd (a, bf c) = 1 : o. d e a x K

(Prop. 33)

Scriveremo mcm al posto di minimo comune multiplo .


mcm (a, &) = (a X b) / mcd (a, b)

(Prop. 34)

a e 6 x K. a o x K : o. a e [mcm (6, o)] x K

(Prop. 35)

mcm (a, b, o) = mcm [a, mcm (&, o)]

(Prop. 36, 37)

Libri Vi l i e IX

In questi libri si trattano le propriet delle progressioni geo


metriche. Trasformate in simboli algebrici, esse si riducono alle
propriet delle potenze:
(ab)m = am bm

(Libro V ili, prop. 11, 12; IX, prop. 4)

(a/b)m = am f b

(VIII, 11, 12; IX, 5)

() = *

{VHI, 13; IX, 3 e 9)

am+ n = am an

(IX, 11)

Sono ancora a notarsi le proposizioni seguenti:


a ti 6. o. an 7tbn
JnaBx K . o J a x K
a e Kp. &ne a x K : o . & a x K

'

(Vili, 2, 3)

(V ili, 6, 7, 14-17, 22-25)


(IX, 12)

SOMMARIO DEI LIBRI VII, Vili E IX DI EUCLIDE

827

Scrivendo aN invece di potenza di a si ha:


a e Np. an b x N : . b e aN

(IX, 13)

a, 6, o, d e Np. bcd c a X N : o : a = 6. u, a = o. u , a = d
[IX, 14)
a 7t b. Q \ a*

ab n b%. * - \ - b2 n ab

11 numero dei numeri primi infinito.

(IX, 15)
(IX, 20)

La prop. 35 del libro IX d la somma dei termini duna pro


gressione geometrica.
Chiamando tXeio (perfetto) un numero quando eguaglia la somma
dei suoi divisori, lunit compresa ed esso eccettuato, si ha:
2 + i 1 e Np. o. 2" (2"+i 1) e (tXeio).

(IX, 36)

(34). RECENSIONE : F. D'ARCAIS, CORSO DI


CALCOLO INFINITES IMALE
(Rivista di matematica, vol. I, 1891, pp. 19-21)

Corso di Calcolo infinitesimale Vol. I,


Padova 1891, pag. 622.

F r a n c e s c o D A r o a i s

Negli ultimi decennii gli studii di illustri Matematici arrivarono


a risultati che hanno scosso, per poi riedificare immediatamente su
basi pi solide, i principii fondamentali dellAnalisi j sicch questa
scienza al giorno doggi eccelle in rigore fra le altre parti della ma
tematica. A questo rigore vanno informandosi i recenti trattati di
Calcolo, anche, qualche volta, a scapito della semplicit e brevit
delle dimostrazioni. Lopera del professore DArcas, che, come dice
lA., ha indole didattica ed elementare, raggiunge completamente il
suo scopo, collassoluto rigore e con notevole semplicit ; sicch non
dubitiamo di affermare che essa sar una utile guida per gli stu
denti, e reca un vero servigio allinsegnamento.
Daremo anzitutto un sommario dellopera. Nella parte I, gi
ammessa la genesi delle varie specie di numeri, si definisce il limite
duna funzione e si danno parecchi esempi in cui il limite o finito,
o infinito, o manca ; si dimostrano i teoremi sui limiti, e il prin
cipio generale di convergenza ; e infine si tratta della continuit o
discontinuit delle funzioni.
La parte II, Infinitesimi , contiene, fra laltro, i due noti prin
cipii fondamentali sui rapporti e sulle somme di infinitesimi, che
trovansi in pressoch tutti i trattati. Ma a questo proposito mi sia
permesso di osservare che il primo, quello riferentesi al rapporto di
infinitesimi, di applicazione cos ovvia, che parmi non necessario
venga espressamente menzionato ; il secondo poi, riguardo ai limiti
di somme, dalla massima parte dei trattati enunciato sotto forma
inesatta. LA., seguendo il Dini, introduce la convergenza- in ugual
gradoy ottenendo cos lassoluto rigore ; ma il principio diventa pi
complicato ; daltronde si pu benissimo fare a meno anche di questo
secondo principio.

RECENSIONE: F. D ARCAlS, CORSO DI CALCOLO INFINITESIMALE

329

Le parti III e IV contengono le regole di derivazione, i teoremi


sulle funzioni continue e le relazioni fra funzione e derivata, i teo
remi sulle derivate parziali, la teoria delle funzioni implicite, ecc.
La parte V, Serie7 contiene i comuni criterii di convergenza, la
regola di derivazione delle serie, le formule di Taylor e Mac-Laurin,
e gli ordinari sviluppi in serie.
La parte VI, Applicazioni analitiche del Calcolo differenziale ,
tratta delle forme indeterminate, e dei massimi e minimi delle fun
zioni duna o pi variabili.
La parte VII, infine, contiene le pi semplici e fondamentali
applicazioni geometriche del calcolo differenziale.
Qualche punto dellopera si presta ad osservazioni j e per quanto
queste siano in questa occasione minute, ritengo cosa utile nelle re
censioni il non limitarsi ad una descrizione sommaria dellopera, ma
anche ladditare quei punti, ove si creda di poter recare qualche
perfezionamento.
Alcune proposizioni dellA. contengono condizioni restrittive so
vrabbondanti.
Cosi nel teorema del N. 92, supposta la continuit di f ( x , y ),
si pu sopprimere la condizione dellesistenza di

f
dx

nel teorema del N. 93 si possono sopprimere le parole se si


suppone inoltre che la

Sf
ijX

- sia continua nel punto (#0, y0) ;

nel teorema del N. 113 si pu sopprimere la condizione una


delle quali ^

dx

sia in c continua rispetto alla variabile y , (oppure ^

oy

continua rispetto alla no) , essendo essa gi contenuta nelle rimanenti j


nel teorema del N. 152 si possono sopprimere le parole e sono
continue in un intorno del punto x 01 insieme a quelle loro derivate
successive che occorrer considerare, lultima delle quali basta sia
solo continua nel punto x 0 j
nel teorema del N. 158 le parole : Si supponga esistere un in
torno di a, .... e f n (x) sia anche continua nel punto a ;
nei due teoremi del N. 174 si pu sopprimere la continuit di
d2y
d ^ ] eCC'

Queste condizioni sovrabbondanti trovansi pure nella maggior


parte dei trattati, p. e. nelle lezioni litografate del prof. Dini. Na
turalmente ogni Autore, senza mancare punto al rigore, pu intro
durre quelle condizioni superflue che pi gli aggradano j ma chiaro

330

GIUSEPPE PEANO

che se esse si possono abolire senza rendere pi complicata la di


mostrazione, rendendo invece pi semplice lenunciato del teorema,
convenga sopprimerle. Per sopprimere alcune di quelle condizioni
restrittive per necessario modificare alquanto la dimostrazione.
Al N. 182 FA. definisce come la maggior parte dei trattati
(Serret,...) la lunghezza dun arco ; e aggiunge riservandoci di dimo
strare altrove, ed ammettendo ora, che questo limite esiste... . Si
pu ovviare immediatamente a questa difficolt ove, per lunghezza
dellarco, si definisca il limite superiore dei perimetri delle linee po
ligonali inscritte ; e allora non si ha pi a dimostrare il teorema.
Naturalmente le proposizioni dellA. sono vere sempre, cio senza
eccezioni ; non soddisfano per a questa condizione quelle dei N. 194
e 195. Ben vero che lA. aggiunse le parole in generale, e tratt
lungamente dei casi di eccezione ; pure, a mio modo di vedere, que
ste proposizioni stonano colla precisione generale del libro.
Ci arresteremo infine nn istante sulla definizione del piano tan
gente ad una superficie in un suo punto M. La definizione comune
(Serret, ecc.) il piano tangente il piano che contiene le tangenti
a tutte le curve che si possono tracciare, per questo punto, sulla
superficie data , come noto, lascia a desiderare. Invero, data que
sta definizione, dallaffermazione che il piano tangente in M ad una
data superficie (p. es. ad una sfera) sia nn dato piano, risulta che,
tracciata sulla superficie una curva qualunque passante per M, essa
di necessit ha in quel punto tangente, e questa contenuta nel
piano dato. E questa conseguenza legittima della definizione in
contraddizione col concetto comune di piano tangente, potendosi
sulla superficie condurre una curva non avente tangente, come la
lossodromia in un suo polo. LA., nel N. 207, non d una vera de
finizione del piano tangente ; ma conclude solo che esso cos il
luogo geometrico delle tangenti alle infinite curve, dotate di tangente,
che'passano per M e sono situate sulla superficie. Questa espres
sione, ove si consideri come una definizione, lascia a desiderare. In
vero da essa deriva immediatamente solo che se due superficie si
incontrano secondo una linea, di cui un punto sia M, se esse hanno
in questo punto piani tangenti distinti, e se la curva intersezione ha
tangente in M, questa lintersezione dei due piani tangenti j men*
trech sussiste la proposizione, anche sopprimendo la condizione sot
tolineata, ed di uso comune.
La minuzia di queste osservazioni conferma la grande precisione
dellopera, alla quale, pel bene dellinsegnamento, auguriamo vita
prospera e lunga, e che presto sia seguita dal secondo volume.

(i). SOMMARIO DEL LIBRO X D EUOLIDE


(Rivista di niatomatio, vol. U , 1882, pp. 7-11)

Il X libro il pi voluminoso fra tutti i libri degli Elementi di


Euclide. Esso tratta delle grandezze irrazionali. Sostituendo alle gran
dezze i numeri che le misurano, gli irrazionali considerati sono delle
forme
, )/pm, j/i ]/, jtym fn , ove m ed n sono numeri razio
nali. Prenderemo per testo ledizione pubblicata da H e i b e r g (Lipsiae,
Teubner, 1886), Fatta astrazione dalla nomenclatura ivi usata, le
proposizioni dipendono in gran parte da identit algebriche affatto
elementari.
a notarsi la risoluzione in numeri interi dellequazione

x* + y2 =
che trovasi nel lemma I, precedente la P I 9, basata sullidentit
(2xy)s + (a*
= (* + 2)*;
e le proposizioni dalla 54 alla 59 e dalla 91 alla 96 che dipendono
dallidentit
= ] /

" ~ y

~ n

supposto w* > n. Questa identit parmi la cosa pi notevole di


tutto il libro.
Daremo ora un rapido cenno delle notazioni usate da Euclide,
e trasformeremo in simboli di algebra e di logica le principali propo
sizioni. Ricordiamo che Q sta per numero reale positivo , e rappre
senta le grandezze o quantit (^eyefliri); e che R sta per numero razio
nale positivo.

Per indicare che le grandezze a e h sono commensurabili


(mjnnetpa, def. 1) scriveremo a ^ b (che si pu leggere a razionale
rispetto a b). Quindi a f b significa a e b sono incommensura
bili (ovpLueTQa) .

GIUSEPPE PEANO

832

Euclide fissa una lunghezza fondamentale, colla quale paragona


tutte le altre lunghezze. Prenderemo come unit di misura la lun
ghezza fondamentale, ed allora tutte le proposizioni diventano propo
sizioni su numeri.
La radice quadrata dun numero razionale, cio /R , chiamata
gr\t, che FHeiberg traduce in rationalis , ma che non bisogna inter
pretare nel significato che ora ha la parola razionale. La classe dei
^R contiene quindi anche i numeri razionali.
Le prop. 1-4 si riferiscono al massimo comun divisore di pi.
quantit, e sono analoghe alle prime del libro VII (V. Rivista di
Matern., vol. I, pag. 10).
a, b Q . d : a f b . = . a/b e R

Prop. 5, 6, 7, 8

a, b, c, d e Q . a/b = c/d : o :

b . = . c f d

at b, c c Q . a f & . & f c i a . a f o

P. 11
P. 12, 13

ay by Cy d e Q . a > b.ajb = c/d . a* 6* ^ a : o . o* d2 ff c


a, b e Q . o : a ^ b . = . a +

a, b e )/r .

P. 15, 16

. a > 6 :o :a -|-^ a 2

P. 14

fa2 b2. = .fa* 62lfa P. 17, 18

b : o . ab e R

P. 19

a e f i l . o . l/a e ^R

P. 20

a7 b e ^R . a f b : o . ab e R

P. 21

A questo punto Euclide considera le radici quarte dei numeri


razionali non quadrati perfetti, che chiama nffr] (media), e che per
abbreviazione indicheremo con fi :
fi = j'R - H-.

Le propriet delle fi sono:


a f i ^ . 6 e ^ R : o : 2/ e j^R . a2/b - H b

P. 22

fl, b e Q . a e fi >bji a t o . b e fi

P. 23

a, b e f i . a f 6 : o . ]/ab e ju

P. 24

. a - f . a 2&2: o . / c fi u l/l

.a

b : o . a% 62 - e R

?w, n e R R2 . m ^> n : 0

)n - eR

P. 25
1
)

P. 26

333

SOMMARIO DEL LIBRO X D*EUCL1DE

Le prop. 27-35 si riferiscono allesistenza di certe coppie di


irrazionali :
.a2^ b 2 .]fab e fR : - = a

a ,b e

P. 27

)fab e pi : = A

a > 6. fa8

P. 28

a :- = A

P. 29

.f a 8 62 - f a : - = A

>

a2;f &8.fa&6/R.a;>&.}/a22f a : - =

.fa&e/i.

:- =

P. 33

./ 2+ 2eyu.i/a 6 e /R :- = A

P. 31
P. 32

a, fceQ.a2^ ^ .f a ^ + P s ^ R .fabe/j.: - = a

P. 30

P. 34

./ae/x.a& f a 2 + &2: - =

P. 35

Nelle prop. 36-41 e le 73-78 sono contenute le definizioni di do


dici specie di irrazionali, clie si ottengono sommando o sottraendo
le coppie di irrazionali ora considerate. Noi le indicheremo coi segni
[1], [2], ... [61, e [1'], [2'], ... [C']. I nomi di queste specie sono con
tenuti nella seguente tabella:
[l'J
[2']
[3']
[4']
[5']

[1] x vjo vop-atcov,


[2 ]

jA eaco v

jiq c o tt },

[3] euTQa,
[4] neCcov,
[5] T)tv xal ncov vva^vr],
[6] 8vo [Jioa vvafivr).

[6']

aJlOTO^,
florj dtOtO^Tl ttQCOTT],

evta,
Xaaacov,
^let ^rjtot ^aov t olov jtoiofioa

^lcrov

Le definizioni sono:
a, f t e ^ R. a - 1 b\ o .a -\- be [1]

P. 36

,a ^ > b : o . a be [l'J

a, &e/*.a f b.a? f b2.abejl : o . a + b e [2]

P. 74
P. 38, y. p, 28

. a > 6 : o . a &e [3']

a , b e Q . a * - T b 2. r f + T 2e\fc.bm
6fit:o.a + be [4]

P. 37, y. p. 27

. a > 6 : D .a &e [2']

f p : o . a + ^ fl [3]

P. 73

P. 75
P. 39, v. p. 33

. a > f c : o . a be [4']

P. 76

334

GIUSEPPE PEANO

<i,6Q.a8- 1 6 2.|/^ + 6 i e/.l,06t|,R :0 .a + 6e [5]

P. 40, v. p. 34

. a > & : o . a be [5']

P. 77

. a b fi,a b a2+ b2: o ,a - \ - b e [6]

P. 41, v. p. 35

,a > b :o .
a be [6']

P. 78

Mettendo in evidenza certi fattori, gli irrazionali [1] ... [G] si


possono ridurre alle seguenti forme:
m , a?eR.a?< l.a?eR2:o:|^m(l + J^) fi [1]
4

. m R2.wwR2 :o.j/m(1 -^-~x)e |2]

. mx - e R2: D. .

e [3]

. 1a?-R2: o . J ^ w i ( / l - f f x ) e [4]

m , a?eR.a?< 1.a?-eR2.i -cR*.?(l #)eR2:o.?m(/1 + V i-|-/1

E se nei binomii entro


dera la differenza dei due
11'] ... [6'].
Le prop. 42*47 e 79*84
specie [1] ... [C], [1'] ... [6']
mente eguali:

.(1a?)cR*:o.

15]
e [C]

parentesi, invece della somma si consi


termini, si hanno gli altri irrazionali
dicono che due grandezze della stessa
eguali hanno i due termini rispettiva

w,n,w',n'eR.m/n-cR2.m>>w.w'>n/./m+^n=|^?-|-l,rt/:o:i=m/.n = n /
Prop. 42

f n ': o : m = m '.n = n '

Prop. 79

.jm

Prop. I l i
4

4 __

w,m',ar,a?'fiR.ir<l.a'<l.af,flf'e-R2.?a:,nVfiR2./wi(l+f/a;)=/m '(l+f/7):
0;m=w'. x = x '

Prop. 43

Gli irrazionali [1] vengono suddivisi in sei classi, che Euclide


chiama prima, seconda, ... sesta; e che qui indicheremo con [11],
[12], ... [16]. Parimenti gli irrazionali [1'] sono divisi in sei classi

335

SOMMARIO DEL LIBRO X DEUCLIDE

corrispondenti alle precedenti, e che noi indicheremo con ]1'1],


[l'2], ... [1/6]. Le definizioni di queste classi sono:
i, a?eR.a?<l.tffiR*.wieR2.(?Hff-eR2).l-eR2::fi(l-|-/ic)e [11] . /wi(l-i) [t'i]

.(?eR2).ia?cR8.

[12] .

[i'a]

.?h- R2.kc- cR2.

[13] .

[l'3]

.wcR2.(ma?cR2).l--eR2:o:

[14] .

[l'4]

.(i-cR2).Mi#fiR2.

[15] .

[l'5]

,iR^.wx-cR2.

[16] .

[l'G]

Le condizioni chiuse entro ( ) furono scritte solo per simmetria, es


sendo esse conseguenza delle altre ipotesi gi fatte.
Le proposizioni successive 48-53 e 85-90 dimostrano lesistenza
di tutte queste categorie di irrazionali:
[11]A . [ 1 2 ] - = a ......... [16]= A . [ l ' l ] - = A ...........[ l'6 ] - = A .

Le proposizioni 54-65, 71, 72 e 91-102, 108-110 dicono:


[1]* = [11]. [2]8 = [12]. [3]* = [13]. [4]2 = [14]. [5]* = [15]. [6]* = [16]
{l']a = [l'X]..............................................................................[6']2= [l'6 ]
Le prop. 67-70 e 103-107 dicono che un numero commensurabile
con uno appartenente ad una qualunque delle categorie considerate
appartiene alla stessa categoria:
R X [1] = [1] ........ R x [6'] = [6']
1/[1] = M
m, n e Q . o . {]fm + jn)

Prop. 112 e 113


|fn) = m n

Prop. 114

Nella prop. 115, che lultima, si accenna allesistenza di infi


nite altre classi di irrazionali tutte distinte dalle precedenti e di
stinte fra loro, che si ottengono con successive estrazioni della radice
quadrata dagli R non quadrati perfetti.

(46). OSSERVAZIONI SUL


TRAIT D ANALYSE PAR H. LAURENT
(Rivista di matematica, vol. II, 1892, pp. 31-34)

Questo trattato consta di 7 volumi : I (1885), II (1887), III (1888),


IV (1889), Y e VI (1890), e il VII (1891). Questopera senza dub
bio meritevole di encomio e per la vastit della materia svolta, e
per la precisione e chiarezza con cui sono enunciate le proposizioni.
Qui io non intendo di lare una recensione di questo trattato, ma,
approfittando delle doti del medesimo, mi propongo di rilevare solo
quei punti in cui si pu aggiungere o maggior rigore o maggior
precisione ; insomma mi propongo di pubblicare le osservazioni che
feci leggendo questopera.

Co n t in u it

delle

f u n z io n i

(I, 79).

T h o r m e . Deux fonctions cp (ar), \p (a?), ayant mme d


rive, et restant continues, ne peuvent (tant quelles restent conti
nues) diffrer lune de lautre que par une constante .
In questo enunciato si possono sopprimere le parole restant
continues e quelle entro parentesi, poich, come PA, gi osserv
a pag. 60, una funzione avente derivata necessariamente continua.
La stessa osservazione si pu fare alle pag. 129 e 155, ove lA. ri
pete la condizione della continuit.

F o r m o l a d i T a y l o r (I, 125).

LA. dimostra la formola :


f(x +

11)

= /(*) + h f (0) + . . . + / (*) + _ * ,

Os s e r v a z i o n i s u l t r a i t d ' a n a l y s e p a r h . l a u r e n t

337

ove s una quantit infinitesima con h , aggiungendo, insieme a tutti


gli Autori, Cette formule suppose la continuit de / (a?) . Gi
nelle annotazioni al Calcolo differenziale (1884) io aveva annun
ziato clie questa condizione della continuit non necessaria e lho
dimostrato nel Mathesis, IX, p. 182. In conseguenza moltissimi teo
remi sulle espressioni che si presentano sotto forma indeterminata,
sui massimi e miuimi, sul piano osculatore, ecc., possono essere sem
plificati.
Sulle

d if f e r e n z e

f in it e

(I, 102).

Si / ' l+l (a?) existe, ou si / n () est continu, la limite de

Anf (x)

, n

ZJ X

pour A x = 0 est f n (x) .


Le ipotesi dellesistenza di / " + 1(x) , o della continuit di f n (#)
sono inutili. Gi fece questa osservazione il prof. D i n i (Fondamenti
per la teorica delle funzioni di variabili reali, risa 1878, pag. 227)
dimostrandolo per solo per = 2 .
Ricorrendo alla formola di Taylor, come si ora scritta, se ne
ha una dimostrazione generale, e pi semplice. Invero pongansi in
essa, al posto di h , i valori 0 , A , 2 A , . . . n A , e siano 0 , et , ez , . . .
en i valori corrispondenti di s ; poi si prendano le differenze nme.
Nel secondo membro le differenze dei termini il cui grado in h
minore di /t sono nulle ; si ha poi
An (h") = n I A xn
Anf(.v) = A x f n (x) +

An (hu e),

e dividendo per hn = A x n si ha :
An f (x)
- - n = /(#) -f- un polinomio omogeneo di primo
A xn
grado in el , e2, . . . a coefficienti numerici.

Al limite, poich tutte le e tendono a zero, si avr la formola a di


mostrarsi.
S ui

s im b o l i d is t r ib u t i v i

(I,

133).

LA. definisce :
Un symbole P est distributif quand on a P (a -f- &) P a + P ^
Poi enuncia la proposizione :
22

338

Gi u s e p p e p e a n o

En appelant A nne constante numrique, on a P.Aa = A.Pa ,


e lo dimostra per a intero, o razionale = V poi aggiunge :
Cette proposition tant vraie, quels que soient p et q , est
vraie pour les valeurs incommensurables de A .
In questo passaggio trovasi una grave difficolt. Anzitutto non
vero che ogni propriet dimostrata pei numeri razionali, sussista
pure per gli incommensurabili, ma occorrono condizioni restrittive ;
la condizione che si suol comunemente ammettere, in siffatti passag
gi, quella della continuit. Ma in questa questione speciale la
continuit non ha alcun senso ; p. e. loperazione P pu rappresen
tare il segno d di differenziazione ; non ha alcun significato il dire
che questa operazione d sia continua o discontinua.
In alcune mie ricerche sullo stesso soggetto (Calcolo geometrico,
Torino 1888, p. 145) io fui obbligato ad assumere per definizione
delle funzioni distributive le due propriet
P (a + &) = P a - | - P & ,

e P (ia) = m (P a ) ,

qualunque sia il numero reale m .


S u l l i n v e r s i o n e

d*f

delle

d e r iv a z io n i

(I, 139).

d*f

La formola
, - dimostrata con un numero eccessi
va' dy
dy dx
vo di condizioni restrittive, e la dimostrazione stessa lascia ancora
a desiderare. Non mi fermer su questo punto, tanto pi che dimo
strazioni esatte trovansi nei trattati di S e r r e t e J o r d a n , e che la
questione di ridurre al minimo numero le condizioni restrittive, fu
trattata da S o h w a r z , Gesammelte Mathematische Abhandlungen, Ber
lin, 1890, t. II, p. 275 j da B e t t a z z i , Sulla derivata totale delle f u n
zioni di due variabili reali} e sullinversione delle derivazioni (Gior
nale di Matematiche, vol. XXVI), e da me, nel giornale Mathesis,
1890.
Sui

d if f e r e n z ia l i

totali

(I, 148).

T h o r m e f o n d a m e n t a l . Laccroissement que subit une


fonction de plusieurs variables, quand on donne des accroissements
de mme ordre ses variables, est, aux infiniment petits dordre
suprieur prs, gal sa diffrentielle, et par suite, dans un limite
de rapport, laccroissement dune fonction peut tre remplac par sa
diffrentielle sans changer le rsultat .

OSSERVAZIONI SUL TRAIT D'ANALYSE PAR H. LAURENT

339

Questa proposizione trovasi, con leggiere modificazioni, in quasi


tutti i trattati ( J o r d a n , S e r r e t , T o d h u n t e r , ecc.). Ma essa non
esattamente enunciata.
Invero, sia p. e. /(o?,y) una funzione intera di grado superiore
al primo. Si attribuiscano ad a? ed y gli incrementi h e k \ sar
A f ( . v 9y) funzione intera di h e
supponiamo che essa non sia
J i1

divisibile per li +
d

dy

k . Allora facendo tendere li e k a zero,

A /

incondizionatamente, il rapporto

ha i^er estremi oscillatori oo

df

e -|- oo, e non ha per limite lunit.


Se invece h e le tendono a zero, sotto certe condizioni, bisogna
k

esaminare se i valori che pu successivamente assumere


li

s a n o e s s e r e c o m u n q u e p r o s s im i a

pos-

df df
i .
- / -j - , o v v e r o n o ; n e l p n d oc d y

mo caso la proposizione falsa j nel secondo vera.


L a condizione imposta dal L a u r e n t , che h e k siano infinitejc

simi dello stesso ordine, ossia che

sia in valor assoluto sempre

compreso fra due numeri finiti e positivi, non ha per conseguenza


che i valori di questo rapporto non possano essere comunque prosd f ,d f
suni a - j - / , ossia non ha per conseguenza la verita del teorema.
di oc d y

Analogamente la proposizione (pag. 150):


T h o r m e . Les quantits dnf et Anf sont gales, des
termes prs dordre suprieur n
lia bisogno di condizioni restrittive j essa vera assoggettando gli
incrementi delle variabili a convenienti limitazioni. Essa vera,
senza limitazione alcuna per questi incrementi, se dnf una forma
definita.
Sui

d e t e r m in a n t i

J a o o b i a n i (I, 104).

T h o r m e de M. B e r t r a n d . Le dterminant dun syst


me de fonctions u{ , u2 , . . . un par rapport aux variables sc 9 x i 9 ..a:n
est le rapport du dterminant du systme daccroissements que pren
nent ces fonctions au dterminant du systme correspondant dac
croissements infiniment petits des variables .
Questa proposizione cos enunciata inesatta ; si possono otte
nere delle proposizioni vere in pi modi, con convenienti restrizioni.
Veggasi un mio articolo nel Giornale di Matematiche , vol. XXVII,

(69). RECENSIONE : HERMANN GRASSMANNS


GESAMMELTE M ATH EM ATIC H E
UND PHYSIOALISOHE WERKE
(Rivista di matematica, vol. IV , 1894. pp. 167-109)

A u f Vcranlaxsung der mathematisch-physischcn Klasse der Kgl. Sachsischen Gesellschaft der Wissenschaften , und unter Miticirlung der
Herren : Jacob Liiroth, Eduar d Study, Justus Grassmann, Her
mann Grassmann der JUngere, Georg Scheffers herausgcgebvn von
Friedrich Engel . Ersten Bandes erster Tlieil, Leipzig, Teubner

1894, pag. XII + 435, prezzo 12 Marchi.


Lannunzio della pubblicazione delle opere complete di Grass
mann, sotto il patrocinio dellAccademia delle Scienze di Sassonia,
fu accolto con piacere da tutti i matematici, e specialmente da coloro
che si propongono di perfezionare i metodi geometrici.
La Geometria analitica cartesiana fu certo un grande progresso.
Ma da lungo tempo si osserv che essa tratta le questioni geome
triche per via indiretta, e spesso con lunghi ragionamenti e formule
complicate arriva a risultati facilissimi ad ottenersi colla geometria
sintetica elementare. Questa osservazione trovasi a pi riprese nelle
opere di Leibniz, il quale anzi tent colla sua characteristica geome
trica di porvi rimedio. Je ne suis pas encor content de lAlgbre,
en ce quelle ne donne ny les plus courtes voyes, ny les plus belles
constructions de Gomtrie. Cest pourquoy lorsquil sagit de cela, je
croy quil nous faut encore une autre analyse proprement gomtrique
ou linaire, qui nous exprime directement situm , comme lAlgbre
exprime magnitudinem (*).
Ma questa, come altre idee di Leibniz, impieg assai tempo a
maturare ; e il lavoro pi profondo che abbiasi su questo soggetto
(*) Leibniz a Ilnygona, 8 sett. 1679.

RECENSIONE: HERMANN QRASSMANNS WERKE

341

senza dubbio VAusehnungslehre pubblicato dal Grassmann or sono


appunto cinquantanni. Quantunque lopera del Grassmann sia del
tutto originale, alcune sue idee si trovano in libri anteriori. Le forme
di prima specie, o somme di punti, spettano al Mobius. Lidea di
vettore, la loro somma e il loro prodotto per numeri immaginarii al
Bellavitis. Lo stesso prodotto esterno di due vettori (bivettore)
stato studiato qualche anno prima dal De Saint Venant, e prima
ancora dal nostro Chelini. Spetta al Grassmann il merito di avere
studiato un sistema generalissimo ed organico di operazioni com
prendenti come caso particolare le precedenti.
Ma, se i sistemi di calcolo geometrico che precedettero Grass
mann si diffusero poco, meno ancora si diffuse il metodo suo. Du
rante la vita del professore ginnasiale di Stettin, nessuno se ne oc
cup, se si eccettua qualche voce isolata sorta nellultimo decennio
della sua vita. E invero la sua tendenza allastrazione, il suo modo
filosofico di presentare le questioni, la sua forma espositiva insomma,
rendono la lettura della sua opera assai difficile e penosa.
Tifi fortunato fu il suo successore ITamiltou. La sua idea dei
quaternioni del tutto originale ; ma i calcoli relativi finiscono per
coincidere con quelli del Grassmann, con qualche variet di nota
zione. Cos nelle applicazioni alla fisica, il prodotto di due vettori,
secondo Ilamilton, figura solamente ora per la sua parte scalare, ed
ora per la sua parte vettoriale j la prima il prodotto interno (a
meno del segno), e la seconda il prodotto esterno dei vettori, secondo
Grassmann. LIIamilton brilla anche per la sua belli* espositiva, ed
i suoi metodi si diffusero con sufficiente rapidit ; un numero gran
dissimo di autori li applic a tante questioni di Geometria, di Mec
canica e di Fisica matematica. G specialmente nella teoria dellElettricit e del Magnetismo che essi paiono fatti apposta per rappre
sentare nel modo pi chiaro e semplice i fenomeni fisici.
Ma, secondo parecchie persone che conoscono i due metodi, e
tale pure la mia opinione, a tutti gli usi cui si prestano i quater
nioni di Ilamilton, si presta pure il metodo di Grassmann, e coi
vantaggi della pi grande generalit e semplicit dei concetti fon
damentali, e della maggiore brevit delle notazioni. Al giorno doggi
i metodi di Grassmann vanno sempre pi rapidamente diffondendosi,
e non passa mese che non si pubblichi una qualche opera o nota,
o qualche nuova applicazione. Alcune delle idee di Grassmann, quale
il prodotto interno, furono poi ritrovate, indipendentemente da lui,
da autori di Meccanica.

342

GIUSEPPE PEANO

Per la diffusione di questi nuovi metodi, atti a trattare per


via pi semplice e intuitiva le questioni di Geometria, di Meccanica,
di Fisica matematica, meno rapida di quanto si desidererebbe da
chi ama i progressi della scienza. La ragione sta in ci che per ben
giudicare di siffatti metodi, occorre esserne del tutto padroni, e di
averli applicati in pi occasioni j o come mi diceva un mio valente
insegnante, questi metodi sono come un nuovo strumento messo in
mano ad un operaio ; se loperaio us per lungo tempo della sua
vita un dato strumento, se ne rende cos facile il maneggio, che gli
riesce preferibile ad uno strumento pi perfezionato, ma nuovo, col
quale debba ancora impratichirsi. Alle nuove generazioni spetter
luso di questi strumenti pi perfezionati.
Intanto ledizione completa delle opere di Grassmann non man
cher di far conoscere meglio i suoi metodi ; e molti che si limita
rono finora a nominarlo con un certo rispetto, vorranno penetrare
pi addentro nelle sue opere. Questa edizione era tanto pi deside
rata, inquantocli la sua Ausehnungsehrc del 1862 era da tempo esa uri ta ; e difficile riusciva la ricerca di altri suoi scritti disseminati
in varii periodici scientifici.
Il primo impulso a questa edizione fu dato dal prof. F. Klein
nel 1892, in una seduta dellAccademia delle Scienze di Lipsia ; e
la sua pubblicazione fu promossa da questAccademia, dalleditore
Teubner, dalla famiglia Grassmann, e dai vari scienziati, il cui noine
figura nel frontispizio, e che si assunsero la redazione delle varie
parti dellopera. Il volume ora uscito (lft parte del 1 volume), con
tiene VAusdehnungslehre del 1844, colle aggiunte della seconda edi
zione del 1878 ; e la Geometrische Analyse , del 1846. Contiene inoltre
prefazione, osservazioni ed indice delleditore, ed il ritratto del
Grassmann. La seconda parte del 1 volume che contiene VAusdehnun *
gslehre del 1862, sar possibilmente publicata in principio del venturo
anno. Gli altri volumi non tarderanno a comparire.
Possa questa nuova edizione delle opere di Grassmann, servire
a meglio far conoscere e stimare i eervizii chegli rese alla Ma
tematica.

(76). RECENSIONE: F. CASTELLANO, LEZIONI


D I MECCANICA RAZIONALE
(Rivista di matematica, vol, V, 1895, pp. 11-18)

Iu questa reconsoue G. P k a n o ha ocoasione di esporre sinteticamente la


storia del calcolo geometrico (uello suo varie forme) e mediante alcuni con
fronti di mostrare i vautaggi arrecati dallnso in meccanica razionale del
calcolo geometrico secondo lindirizzo d Grassmann.
U. C.

F.

Ca st e l l a n o ,

Lezioni di Meccanica

razionale,

Torino, 1894,

pag. 512,
Lo scrvere un trattato di meccanica razionale ad uso di allievi
che se ne servono al solo scopo di studiare meccanica applicata, al
giorno doggi unimpresa che presenta gravi difficolt.
I
concetti e i principii fondamentali della Meccanica diedero
luogo ad infinite discussioni che non sono punto esaurite; anzi fre
quentissime sono le pubblicazioni in cui si propone di schiarirli,
ovvero di fondare la meccanica su nuove basi. Per dare unidea
della variet di oinuioni basta citare il parallelogrammo delle forze,
die da una schiera di valenti matematici vien dimostrato; mentrech
unaltra schiera di egualmente valenti matematici lo ritiene come un
postulato, e qualche volta lo si d come definizione. Lo stesso a
dirsi del principio delle velocit virtuali (*).
A questa prima difficolt si ovvia adottando, nelle questioni sog
gette a controversia, lopinione pi diffusa, e cos fa il nostro autore.
Ma difficolt daltra natura, e non lievi, si presentano ancora a chi
voglia scrivere un trattato scolastico. Le scienze su cui la Mecca(l) Veggasi ad es. H e r t z , Die Prinzipien der Mechanik, 1894. LA. dopo aver
fatto a pag. 8 le osservazioni che precedono, conchiude : In una scienza logicar
monte completa, nella matematica pura nna tale differenza di opinioni inconce
pibile . Veggasi pure M a c h , The 8eienoe o f mechanios, 1893, dovo sono accuratamonte esaminate tutte le dimostrazioni date da Archimede in poi, per provare le
leggi fondamentali della meccanica, e vi si nota dappertutto la loro origine
sperimentale.

344

GIUSEPPE PEANO

nica basa, quale il calcolo infinitesimale, subirono in questi anni


pi trasformazioni. Ad es. nel calcolo furono messe in dubbio molte
proposizioni prima ritenute vere; e queste stesse proposizioni furono
poi riconosciute esatte, purch pi liberamente intese, e non secondo
le definizioni e restrizioni, qualche volta artificiose, imposte solo pi
tardi ; tuttavia molte proposizioni di calcolo sono oggigiorno accom
pagnate da condizioni restrittive minute, e che non s sanno sosti
tuire con altre pi semplici, n si possono togliere senza rendere
inesatti i teoremi.
Il prof. Castellano ebbe la ventura di essere, durante la sua
carriera dinsegnamento, successivamente assistente di Algebra, di
Geometria analitica, di Calcolo infinitesimale e di Meccanica razio
nale presso lAteneo torinese; pot cos farsi una chiara idea dei
metodi scientifici e didattici pi moderni. In seguito da vari anni
professa Meccanica razionale presso la R. Accademia militare, sicch
fu in caso di pubblicare pei suoi allievi lattuale trattato di mecca
nica, che soddisfa sia sotto laspetto scientifico che quello didattico
ad ogni pi minuta esigenza.
Questo trattato preceduto da una introduzione di 8 pagine, in
cui sono richiamate le operazioni sui vettori, delle quali si fa nel
seguito ampio uso. appunto questa la caratteristica che pi diffe
renzia questo libro dai comuni trattati di meccanica; e non esitiamo
punto ad affermare, che ci costituisce nel libro del nostro Autore
uno dei pi notevoli progressi che si siano fatti in questi anni nella
esposizione della Meccanica. E siccome questo il punto capitale
del libro, sar, bene arrestarci alquanto, senza pretendere di fare qui
la storia del Calcolo geometrico, da cui derivano queste notazioni (*).
Da quasi mezzo secolo Pamilton introdusse il nome nuovo
vettore per indicare nn ente geometrico speciale gi studiato dal
nostro Bellavitis; oltre alle operazioni gi note, defin il quoziente
di due vettori che chiam quaternione, sul quale introdusse un
gruppo di operazioni (scalare, vettore, tensore, versore,...) e ne rilev
lutilit con elegantissime applicazioni a questioni geometriche, e
specialmente di meccanica razionale e superiore.
LIIamilton era, oltre che valente matematico, valente inse
gnante, ed espose con chiarezza le sue teorie; quindi numerosi au
tori Io seguirono per la via indicata, e basti menzionare il Maxwell

p.

(*) Nel l i b r o
128-156 t r o v a s i

d e l l'H A G E N ,
una

Synopsis der hheren Mathematik, t . II, a

e sp o siz io n e

c h ia ra e c o m p le ta ,

v a r i i m e to d i d i c a lc o lo g e o m e tr i c o fin o ra p r o p o s ti.

q u an tu n q u e

1894,

co n c is a ,

dei

RECENSIONE : F. CASTELLANO, LEZIONI FCC.

345

che espresse coi quaternioni tutte le formule del suo celeberrimo


libro sullelettricit e sul magnetismo.
E qualche anno prima di Ilamilton, II. Grassmann fondava la
scienza dellestensione. Limitandoci alla geometria, egli introdusse
degli enti geometrici formati con legge uniforme e di cui i vettori
sono caso particolare, e su questi in sostanza due sole operazioni,
laddizione e la moltiplicazione j sicch il calcolo di Grassmann
estremamente semplice e analogo al calcolo algebrico sui monomii
e polinomii.
Il Grassmann diede alla Meccanica uno strumento di ricerca
potentissimo, e ben a ragione il Mach, nel libro citato, comincia
con Archimede lelenco delle persone che diedero un notevole im
pulso alla Meccanica, e lo termina con Grassmann. Ma la forma
nebulosa e di difficilissima lettura, con cui il Grassmann espose le sue
teore, non ne attir i lettori j durante la sua vita i suoi libri furono
poco stimati, ed egli non pot nemmeno veder soddisfatto il suo
desiderio di venir nominato insegnante in una Universit, onde poter
insegnare le sue teorie a menti giovanili, pi aperte alle teorie nuove
e sintetiche. Solo in questultimo decennio i libri del Grassmann
furono pi ampiamente studiati, lasciando una viva ammirazione in
quanti compirono il faticoso lavoro di penetrarvi dentro. E numerosa
sempre pi si fa la schiera delle persone che applicano i metodi di
Grassmann a varie teorie, e specialmente a questioni di Meccanica.
Ma se numerosissime sono le persone che ritengono utilissimi
alla Meccanica il calcolo di Hamilton o quello di Grassmann, e lo
provarono con tante applicazioni, finora quei metodi non penetrarono
nelPinsegnamento n nei libri scolastici.
La maggior parte dei trattati di Meccanica, copiandosi luno
sullaltro, rimasero estranei ad ogni idea nuova. Per gi numerosi
sono quelli in cui si introducono i vettori. Ma spesso si usano me
todi ibridi e notazioni difettose. Cos mentre Ilamilton coni il nome
nuovo vettore per distinguere Pente geometrico, oggetto dei suoi
calcoli, da ogni altro affine, ottenendo cos una gran chiarezza, il
sig. A p p e l l [Trait de Mcanique rationnelle , Paris 1893) chiama
vettore un ente che non il vettore di Ilamilton, ma bens Pinsieme
dun punto e dun vettore, e fa su questi enti delle operazioni pi
complicate di quelle di Hamilton e di Grassmann, e finisce per farne
pressoch nessun uso nel suo libro.
I
vettori delPAppell coincidono cogli angeheftete Vectoren del
B u d d e (Allgemeine Mechanilc, Berlin, 1890-91). Questi considera
inoltre i freie Vectoren (I pag. 11) e i linienfliichtige Vectoren

346

G IU S E P P E PEANO

(II pag. 168), introducendo tre specie di addizioni, indicate con tre
segni diversi, e in conseguenza pure tre specie di sottrazioni, ed a
rigore avrebbe altres dovuto introdurre tre specie di eguaglianze,
rendendo estremamente complicato quello che semplicissimo. Osser
vazioni analoghe si possono fare sul trattato dello S c h e l l , Th . d.
Bcicegung, ecc., 2* ediz.
Il R e s a l (Trait de cinmatique pure , a. 1862, pag. 18) indi
pendentemente dagli autori menzionati, introduce una notazione pei
vettori e la loro somma, la quale seguita dal S o m o f f (Theoretische
Mechanile, 1878) pag. 10. Ma questa notazione difettosa. Invero si
indica con u la lunghezza dun segmento, e con u il segmento conside
rato in grandezza, direzione e verso, cio il vettore. Ora la lunghezza
dun vettore funzione del vettore, ma non viceversa; quindi
permesso, indicando un vettore con un segno, di indicare colla combi
nazione di questo stesso segno e di un altro, la lunghezza del vet
tore, ma non viceversa; altrimenti, essendo 2 la lunghezza dun vet
tore, si potr avere la scrittura 2 che non ha alcun senso determi
nato. Quindi bench questi autori si servano elegantemente delle
loro notazioni, senza mai cadere in equivoci, pure questi si possono
produrre, e si produrrebbero certamente in un insegnamento scolastico.
Se adunque da tanti indizi risultava chiaramente la pos
sibilit di trattare la meccanica con metodo semplice ed uni
forme colla teoria dei vettori, spetta al Castellano il merito di
aver tradotto questa possibilit in atto. Il nostro Autore non
si serv di tutti gli enti geometrici introdotti dal Grassmann,
ma semplicemente dei vettori, dei prodotti di due vettori, o bivet
tori, e loro indici, e dei prodotti di tre vettori, o tri vettori. In
conseguenza se a e b sono vettori, a \ b e | ab rappresentano
rispettivamente ci che nella teoria dei quaternioni chiamasi scalare
cambiato di segno, e vettore del prodotto dei vettori a e b ; queste
due operazioni a \ b e | ab si presentano continuamente nella mec
canica ed gi stato osservato che ci che si presenta naturalmente
a | b , cio lo scalare cambiato di segno, e non lo scalare col
proprio segno (8).
Nulla si pu immaginare di pi semplice di queste idee; per
se esse derivano dalla teoria generale del Grassmann, limitate a
quanto precede sono gloria italiana, poich a meno del nome, dob
biamo i vettori al B e l l a v i t i s , ed i bivettori al C h e l i n i (j ).
(8) VeH nota in fino.
(4)
Saggio di Geometria analitica trattata con nuovo metodo, Koma, 1838,
pag. 39 e 44.

RECENSIONE: F. CASTELLANO, LEZIONI ECC.

347

Usando, con quella precisione che necessaria nella matema


tica, di queste poche operazioni, V A . sviluppa lintera meccanica con
notevole semplicit rispetto ai trattati precedenti, in cui si fa uso co
stante delle coordinate. Se in un problema di meccanica si presentano
naturalmente tre assi, ci sar convenienza di scomporre i vari vet
tori secondo questi tre assi, ed il metodo dei vettori coincider con
quello delle coordinate. In ogni altro caso il metodo seguito dal
nostro Autore pi semplice di quello ordinario. Questa semplicit
si manifesta apparentemente col fatto che Egli in generale scrive
una sola equazione invece di tre, e che quella sola pi breve di
ognuna di queste tre. Ma il vantaggio reale assai pi importante
di questa semplificazione di scrittura; e sta nel fatto che sempre si
ragiona sugli enti che compaiono nel problema, senza aver bisogno
di introdurre nel ragionamento assi estranei alla questione. Le for
mule ottenute hanno tutte la propriet invariantiva ; n questa pro
priet lia bisogno di prova; siccome si sono ottenute senza intro
durre assi coordinati, esse risultano indipeudenti dalla scelta di questi.
Ad esempio paragoniamo le definizioni di velocit e di accele
razione dun punto mobile date dal Castellano con quelle date dal
K i u c h i i o f f (Mechanik, Leipzig, 1883). Il primo {pag. 20) determina
la velocit e laccelerazione mediante la derivata prima e seconda
del punto; e la derivata sempre il limite dei rapporto dellincre
mento della funzione allincremento della variabile. Il secondo
(pag. 2-0), per introdurre questi enti, comincia a riferire il punto ad
assi cartesiani ortogonali, e dette oc , y , z le sue coordinate, chiama
(pag. 3) grandezza della velocit il valore aritmetico di

e sua direzione, la direzione della retta che fa cogli assi coordinati


angoli aventi per coseni
(JC
dt

e poi fa una trasformazione di assi e un lungo calcolo per provare


che la velocit cos definita dipende solo dal moto del punto, e non
dal sistema di coordinate. E la stessa questione si ripresenta nelle
successive pagine per laccelerazione. Cos si vede che due righe del
Castellano bastano ad esprimere chiaramente e completamente ci

348

GIUSEPPE PEANO

che il Kirchhoff esprime in pi, pagine; colla prima via non c nulla
a dimostrare, nella seconda sonvi lunghi calcoli a giustificare le
definizioni date. La stessa questione si presenta una terza volta a
pag. 15 del Kirchhoff, e cos via.
Il Kirchhoff si mette per una via lunghissima, per la percorre
rigorosamente. Ma sonvi altri Autori, anche di Calcolo infinitesi
male, che dnno definizioni p. es. per la lunghezza dun arco o per
larea di una superfcie, nelle quali entrano esplicitamente gli assi
coordinati, e si dimenticano poi di provare che ci che definito ,
un ente collegato colla sola figura oggettiva, e indipendente dagli
assi coordinati.
Possiamo pure paragonare il primo esempio di moto studiato
dal Kirchhoff* (pag. 6 e 7) colla trattazione del Castellano. Esso il
moto dun punto pesante supposta costante la gravit. Il primo
sceglie tre assi, quello delle z verticale, integra le tre equazioni
differenziali; eliminando convenientemente il tempo, trova che la
traiettoria piana; riferisce allora la curva a due assi in questo
piano, e continua il suo ragionamento. Il Castellano (pag. 28) invece
scrive lequazione
P" = a ,
che integrata d successivamente
P ' = PJ + od

p = p0+ < p i + - |.( t


la quale equazione esprime tutte le propriet cercate del moto.
Il
lettore pu consultare la teoria del moto centrale data dal
Kirchhoff a pag. 7 e segg. con quella del Castellano a pag. 30 e segg.;
e si possono indefinitamente moltiplicare gli esempi, poich non c
pagina del libro del prof. Castellano che non porti una notevole sem
plificazione rispetto alla trattazione comune, e non solo una sempli
ficazione di scrittura, ma essenzialmente una semplificazione di con
cetti e di ragionamenti. Mai prima di questo libro si cos ben
applicto il principio meccanico del minimo sforzo allinsegnamento
della meccanica stessa.
Daremo ancora un rapido cenno della distribuzione della materia.
La parte I dedicata alla Cinematica. Sono a notarsi (Cap. I) la
facilit con cui si ottengono le propriet delle accelerazioni tangen
ziale e normale del moto odografo. Le considerazioni sulle derivate,
sulle tangenti, piani osculatori, ecc., che nei trattati di meccanica

RECENSIONE: F. CASTELLANO, LEZIONI CC.

349

(e anche in qualche trattato di calcolo) sono fatte in generale un


po allingrosso, sono invece qui sviluppate con rigore insuperabile.
Nel Cap. II, cinematica di corpi rigidi, si pu notare la semplicit
con cui si ottengono le formule di Eulero per la rotazione dei corpi
solidi ; nel cap. III si trovano per via elegante le coordinate dellac
celerazione dun corpo rotante attorno ad un punto (pag. 85) ; nel
cap. IV si ottengono per via semplicissima le velocit ed accelera
zioni del moto composto.
La parte l i la statica e dinamica del punto materiale. La re
lazione fra la risultante di pi forze e il baricentro di pi punti
ridotta ad una identit (pag. 173). Si pu notare leleganza del pro
blema a pag. 174 sul moto centrale dun punto per mezzo del suo
odografo, lo studio del moto dun grave in un mezzo resistente
(pag. 191), lequazione di Binet (pag. 212).
La parte III la meccanica dei sistemi materiali. Sono semplici
le formule generali pei volumi materiali a pag. 281, ed elegante la
determinazione del potenziale a pag. 284. La teoria dei baricentri
tutta notevolmente semplificata (pag. 291) ; come pure la riduzione
dun sistema di forze applicate ad un corpo rigido (pag. 350), il
significato geometrico dellinvariante (pag. 378, 380), la teoria dei
poligoni funiculari (pag. 397), delle curve funiculari (pag. 401), la
dinamica dei sistemi (pag. 409) ; nel cap. XIX lA. sviluppa la di
namica dei sistemi rigidi, il moto dun corpo avente un punto fisso;
integra le equazioni nel caso in cui nullo il momento delle forze
rispetto al punto fsso, ecc. Il cap. XX tratta delle percosse e degli
urti, e il cap. XXI tratta del principio dei lavori virtuali e finisce
colle equazioni del moto di Lagrange.
Si pu indicare qualche menda al libro ; trovansi errori di stampa
e di scrittura; molti sono rilevati nellerrata corrige, ma alcuni sono
ancora sfuggiti, e potranno essere corretti in unerrata supplementare.
Indicher quello a pag. 275, linea 15a, dove invece di coordinate car
tesiane si deve leggere distanze mutue ( P o i n s o t , Statique, 1836, p. 303)
ovvero coordinate di configurazione ( H e r t z , 1. c., pag. 58), poich
questo errore di scrittura pu far fraintendere il libro da chi lo legga
un po sommariamente. Ma tutto insieme questi errori di stampa e
di scrittura sono meno numerosi di quello che si possa temere in
una prima edizione di un libro di oltre 500 pagine.
La parte III tratta dei sistemi materiali e dei vincoli andando
dal particolare al generale; e questa via che ha i suoi vantaggi quando
si debbano trattare pochi casi particolari, come probabilmente far
lA. nel suo insegnamento, si presenta, a mio avviso, meno comoda

350

GIUSEPPE PEANO

del cammino inverso, avendosi a trattare Finter materia come ha


finito di fare il Castellano nel suo libro.
In conclusione, trattando la meccanica per via nuova, il Castel
lano fece limportante lavoro di semplificare non solo le formule, ma
gran parte dei ragionamenti j in tal modo egli, pure sviluppando
minutamente i singoli passaggi, e specialmente quei punti su cui mag
giormente si deve fermare linsegnante, pot nel suo volume racco
gliere grande quantit di proposizioni ed esempi. Noi siamo certi
che il libro del Castellano avr un onorevole posto nello sviluppo
della meccanica, specialmente sotto laspetto didattico.

Nota.

Le operazioni considerate sui vettori si presentarono direttamente


a molti studiosi ; e ne risult una variet di denominazioni e nota
zioni, di cui qui diremo qualche cosa.
Il
bivettore ab chiamasi anche da Grassmann prodotto esterno
dei vettori a e &, il quale lo indic pure con a . b e con [ah].
Loperazione a | b fu chiamata dal Grassmann prodotto interno;
esso si pu definire direttamente, come il prodotto delle lunghezze
dei due vettori pel coseno dellangolo compreso ; ovvero si pu con
siderare come il prodotto esterno del vettore a per Findice del vet
tore b. Sotto il primo punto di vista il segno | figura come segno
di moltiplicazione ; sotto il secondo punto, esso figura come segno
doperazione distributiva, e nei calcoli si comporta come un fattore
costante j ad es. se a e 6 sono vettori funzioni di , si ha :

Le notazioni usate dal Castellano, che sono quelle stesse del


Grassmann, oltre alPessere semplici, presentano ancora il vantaggio
che nella loro esposizione lecito di arrestarsi quando si vuole. Si
pu definire direttamente il prodotto interno di due vettori j oppure
farlo dipendere dal prodotto esterno e dalFoperazione | . Presentan
dosi loccasione, si pu parlare delle forme geometriche di varia spe
cie, dei prodotti di punti, di linee, di superficie, prodotti progressivi
o regressivi, fare la teoria delle trasformazioni lineari, appena ac
cennata dal Grassmann, e che acquista ai nostri giorni sempre
maggiore importanza, trattare dei numeri complessi dordine qualun
que, della loro moltiplicazione alternata (onde provengono i determi-

RECENSIONE: F. CASTELLANO, LEZIONI ECC.

nanti), e delle varie altre specie di moltiplicazione ; e cos via. A


qualunque punto uno si arresti momentaneamente, e da cui voglia
poi ripartire, non avr mai a cambiare le notazioni j poich queste
notazioni sono derivate dalla teoria vastissima e profonda studiata
dal Grassmann. Sicch mai alcuna ambiguit sar a temersi. Per,
estendendosi le definizioni, in uno sviluppo successivo possono com
parire come teoremi delle proposizioni che in una teoria parziale si
davano come definizioni.
Per il Grassmann stesso, in circostanze speciali, usa varie no
tazioni. Nella sua Geometrische Analyse invece di a \ b scrive a x b .
Il Macfarlane (Algebra o f Physies ) scrive cos ab e Sin ab rispettiva
mente al posto di a | & e | ab. Queste due operazioni, specialmente
dagli elettricisti, sono pure chiamate prodotto scalare e prodotto
vettoriale di a e di b, con termini derivati dai quaternioni.

(103). LA NUMERAZIONE BIN A RIA APPLICATA


ALLA STEN OGE AEIA
(Atti dell Reale Accad. delle Scieuze di Torino, Vol. X X X IV , A. 1898-99, 13 nov. 1898, pp. 47-55)

Cfr. : G. V a c c a , Sulla storia della numerazione binaria, Atti del Congr-jsso


internazionale di Scienze storielle (Roma, 1903), vol. XII, Roma 1904, pp. 63-67.
Per ragioni tipografiche sono stati fatti i clich delle parti contenenti i
simboli nnovi.
U. C.

La numerazione binaria, o diadica, ha per base 2, cio il pi


piccolo numero che possa servire come tale.
Gi L e i b n i z fece vedere che le propriet dogni sistema di
numerazione sono, in questa base, ridotte a forma semplicissima.
Yedasi Opera omnia a. 1768, t. Ili, p. 346-354, 390-394, 515, 517,
t. IV, p. 208-210, ecc.
Due cifre, aventi il valore 0 e I, bastano per scrivere ogni
numero in questa base. Dando a queste cifre la forma . e
i numeri 1, 2, 3, . . . , 10 sono in questo sistema espressi da
:,
, :::,
. I punti inferiori stanno per
indicare il posto delle cifre. Essi si possono sopprimere se il posto
delle cifre pu essere diversamente indicato, come avviene in pi
casi. In questi casi le cifre 1 e 0 sono indicate dalla presenza o
assenza dun segno.
Laddizione s fa contando le unit dei varii ordini dei som
mando Per la moltiplicazione basta sapere che 1 x 1 = 1, e la
cosidetta tavola pitagorica sparisce. La divisione si eseguisce senza
tentativi. Il Leibniz accenna ad applicazioni allanalisi, e lapplica
zione pratica ai pesi e alle monete, poich con questo sistema si
determinano i pesi, entro dati limiti, col minimo numero di pesi
campioni additivi.
Fra gli A. successivi che si occuparono un po diffusamente
dello stesso soggetto, menzioner E. L u c a s , Rcrations mathma
tiques, a. 1891, t. I, p. 145 160. Egli dice che questo sistema si
presterebbe pi naturalmente dogni altro alla costruzione di mac
chine aritmetiche. Col suo mezzo trov dei numeri primi molto pi

LA n u m e r a z i o n e BINARIA APPLICATA ALLA s t e n o g r a f i a

3 53

grandi di quelli avanti conosciuti. Ivi lA. applica la numerazione


binaria ad alcune ricreazioni. Fra questi giuochi, del tutto semplici,
citer, perch utile in seguito, quello di indovinare il numero pen
sato da una persona, presentando a questa una serie di tabelle, e
domandando se la tabella contiene il numero pensato. Le successive
risposte s e no, esprimono le successive cifre binarie 1 e 0 del
numero pensato.
Unaltra applicazione del sistema binario si ha nelle classifica
zioni, ove il posto dun oggetto definito mediante successivi s e
no , come nel giuoco sopra menzionato. Queste classificazioni, dette
dicotomiche, furono introdotte nelle scienze naturali dal Lamarck
(a. 1744-1829).
Una classificazione binaria importante quella fatta da A m
p r e , Essai sur la philosophie des sciences, a. 1838, di tutte le
scienze. Egli le distingue in due regni, ognuno dei quali diviso
in due sottoregni, e cos sette volte di seguito. In questa classifi
cazione ogni scienza rappresentata da un numero di sette cifre
binarie ; ad es. (Cinematica) =
Leibniz riscontr in un libro cinese, detto libro delle varia
zioni , delle figure, in cui riconobbe i numeri scritti nel sistema
binario. Queste figure, o Tcioa, spettano a Fu hi , fondatore della
scrittura e civilt cinese, in unepoca semistorica di 5000 anni fa.
Leibniz si fece tradurre da missionarii questo libro ; ma esso riusc
poco intelligibile, poich gi i cinesi da lungo tempo (egli dice) ne
hanno perduto il significato. E si limita a conchiudere (t. Ili, p.
394) : Je ne sai sil y a jamais eu dans lcriture Chinoise un
avantage approchant de celui qui doit tre ncessairement dans une
Caractristique que je projette. Cest que tout raisonnement quon
peut tirer des notions, pourrait tre tir de leur Caractres par
une manire de calcul, qui seroit un des plus importants moyens
daider lesprit humain . Questa caratteristica , com noto, la
logica matematica, che ai nostri giorni progredisce a grandi passi.
Il
libro delle variazioni o I king ebbe varie traslazioni
in occidente. Vedasi T h e M o n i s t , Chinese philosophy , a. 1 8 9 6 ,
p. 1 8 8 . I varii commentatori vanno poco daccordo. Ci solo mi
par chiaro che esso una classificazione binaria delle idee, fatta
con criterii non ben noti a noi. Vedasi pure C. Pum i, Le origini
della civilt , Firenze, a. 1 8 9 1 .
Questi vantaggi del sistema binario non sono per sufficienti
per sostituirlo, come alcuno ha proposto, al decimale, in uso
presso tutti i popoli civili. Lo potr sostituire in speciali ricerche
23

GIUSEPPE PEAN

354

teoriche, ed anche in applicazioni pratiche, come quella che sto


per esporre.

Alcuni Autori, fra cui il Lucas, hanno per aggiunto che il


eistema binario incomodo a causa della grande quantit di caratteri
necessarii per scrivere un numero un po considerevole. Ora questa
incomodit solo apparente. Se ad esempio vogliamo scrivere col
telegrafo, col sistema Morse, i numeri dalll al 999, occorrono
14 445 segni; invece colla numerazione binaria, usando il punto e
la linea del sistema Mose per indicare le cifre binarie 0 ed 1,
occorrono solo 8 977 segni. Il sistema binario permette di rappre
sentare i numeri, e quindi tutto ci che numerabile, per la via
pi semplice ; sia che si voglia adottare la scrittura lineare, come
quella del telegrafo, o delle cordicelle annodate dei popoli primitivi,
sia che si vogliano rappresentare con figure piane, come la scrittura
ordinaria, sia con suoni, o con qualsiasi altro mezzo.
Si osservi anzitutto che le cifre dun numero scritto nel siste
ma binario si possono raggruppare ad n per volta. Considerando
questo gruppo come un segno solo, Io stesso numero scritto in
base 2 \ Quindi ogni numero scritto in base 2 perci scritto an
che in base 4, 8, 1G, ecc.
Per rappresentare con una figura piana i varii gruppi di n cifre
binarie, si formi una figura composta di n tratti. Ognuno di questi
tratti rappresenti una determinata unit binaria; la figura risultante
da alcuni di quei tratti rappresenter il numero formato dalle unit
binarie che sono disegnate.
Una figura semplice quella duna stella regolare ottagona
i cui raggi possono rappresentare le prime 8 unit binarie.
Prendendo per origine il raggio che va allingi, e
^
/8
lordine
inverso a quello delle lancette dun orologio,
j\*
affinch le unit si leggano nel senso diretto, si avranno
,/
*
28 = 256 figure rappresentanti i 25G primi numeri scritti
in base 2, ovvero, se si preferisce, le cifre della numerazione in
base 256. Ad es. :
< =

= 4+ 1= 5

. + =

* =

= 8 -f 2 = 10 ,

= 128 + 32 + 8 + 2 = 170 .

Laggruppamento delle cifre binarie ad 8 per volta, che si pu


disegnare cos facilmente, presenta pure il vantaggio che questi
gruppi sono all incirca quanti i suoni semplici, o sillabe, delle lingue
comuni : sicch potremo stabilire una corrispondenza fra quei nu*
aneri e queste sillabe.

LA NUMERAZIONE BINRIA APPLICAI*A ALLA STENOGRAFIA

355

antica 1 idea di attribuire un valore numerico ai suoni


parlati. Gi lo fece Ariabatta per la lingua sanscrita, per mandare
a mente tavole di trigonometria e dastronomia (vedasi Formulaire
de Mathmatiques, t. II, 2, p. 29). Lo stesso si trova nella Mn
motechnie dellAbb M o ig n o (Paris, a. 1879), per ricordare date
storiche, il numero n, e cos via.
Per stabilire una corrispondenza fra i numeri del sistema bi
nario e le sillabe, basta applicare a queste una classificazione dico
tomica. Per fare questa classificazione non possiamo servirci delFalfabeto fenicio usato dai popoli europei, perch non corrispondente
ad alcun ordine logico. Perfettamente ordinato invece lalfabeto
sanscrito ; ma esso contiene molti suoni non comuni alle lingue
europee. Limitandoci a questi suoni, si assumano come sillabe tipo le

a,

d i,

in , p er,

con

formate duna consonante muta, duna vocale e duna semivocale ;


le consonanti possono mancare. Si possono stabilire le convenzioni
seguenti :
Colle tre prime unit binarie che si presentano leggendo il
numero da sinistra a destra, ovvero nel senso delle lancette, cio
quelle di 8, 7, e 6 ordine, indicheremo le consonanti mute.
La prima unit significhi colla sua presenza consonante dura ,
quali p, t, le j lassenza di questa unit significhi consonante molle,
quali b, d , g .
La 2a unit, sola, significhi labiale b o p .
La 3a unit sola significhi dentale d o t. La 2a e la 3a insieme
significhino gutturale, le, o g.
La 1 unit, senza la 2ft e 3a, abbia il valore dellaspirata h.
L assenza delle tre prime unit significhi assenza di consonante
dura, o spirito dolce dei greci.
Colle tre successive unit, cio con quelle dordine 5, 4 e
3 formeremo le vocali. L unit dordine 5 significhi i ; quella
dordine 4 significhi a ; quella dordine 3 valga u. Colla loro
presenza simultanea faremo i dittonghi o trittonghi ; per linsieme
delle unit dordine 4 e 3 (au) si pu leggere o, senza inconveniente.
L assenza di queste tre unit si legger con una e stretta o muta.
Colle due rimanenti unit, dordine 2 e 1, indicheremo le
semivocali. L unit dordine 2 significhi trillata , quali l ed r. L u
nit del 1 ordine significhi nasale, quali m ed n. L insieme di
queste due unit significhi sibilante , s. La loro assenza simultanea,
lassenza di semivocale finale.

356

GIUSEPPE PEANO

A d es.
si leggono colle sillabe assunte prima
come tipo.
I suoni con cui si leggono, secondo le convenzioni ora fatte,
i 256 gruppi di 8 cifre binarie sono fra loro abbastanza distinti.
Essi sono comuni alle lingue ariane. In altre lingue civili mancano
alcuni di questi suoni ; si potranno allora sostituire con suoni
prossimi. Ad es. in cinese mancano le mute molli
d, g ; ma sonvi
sempre due serie di mute p , t , Jc, p t % Jcf7 con cui si potranno
leggere le tre prime unit binarie.
Se in una lingua non comparissero altre sillabe che le 256
sopra considerate, sarebbe senzaltro costrutta una scrittura appro
priata ad essa/ Ma nelle principali lingue sonvi altre sillabe. Il
classificare e numerare i suoni delle varie lingue parlate* e costrurre
un alfabeto universale per scriverli fu ritenuto problema pari a
quello della pietra filosofale (*). I suoni variano da nazione a nazione
per gradi insensibili ; e sono in numero infinito. Per in ogni lingua
i suoni usati sono pochi ; le differenze regionali di pronunzia sono
trascurate. Le lingue europee esprimono i loro suoni colla ventina
di segni dellalfabeto fenicio, i quali in origine rappresentavano
sillabe, come quelli qui introdotti. Con maggior facilit si potranno
rappresentare coi 256 segni della scrittura binaria.
L importanza pratica della questione mi porta a formulare
alcune di queste convenzioni, conducendo a termine la scrittura
binaria della lingua italiana.
Le consonanti palatali italiane ci e gi, comuni a moltissimi
popoli, si rappresentino come in italiano; cio coll unione della
gutturale colla vocale i : ^
$ . Per indicare le sillabe chi, gii
basta separare la gutturale dalla vocale V ,
.
L assenza delle unit dordine 5, 4 e 3, rappresentanti le
vocali, significhi vocale muta. Ad es. , ha per nome bet e per
valore fc, * ba per nome emt e per valore m. Cos si hanno i segni
per rappresentare le consonanti isolate.
Col segno u intenderemo la vocale o ; il dittongo au si rap
presenter separando i segni della e dellw.
La vocale e si rappresenter colla riunione dei segni dell t e
dellrt. Separati significano ia o ai} a seconda dellordine in cui si
seguono. Questa rappresentazione delle vocali e ed o mediante le a,
t, u presa dal sanscrito ; e trovasi pure nella scrittura francese#
(*) Cosi l l i s , Encyolopdia britannica , voce Speech, dopo aver introdotti 243
simboli per indicarli.

LA NUMERAZIONE BINARIA APPLICATA ALLA STENOGRAFIA

357

Le vocali straniere eu ed u francese, o e tedesche, saranno


ben rappresentate dalle combinazioni * e v .
Le trillate in lingua italiana sono due, l ed r. Converremo che
l unit binaria del 2 ordine significhi l ; unita al segno dell h
significhi r. Questi segni si possono riunire in p ( kl ), ma per la
scrittura rapida pi comodo separarli, scrivendo prima il segno
dell Z e poi quello di h.
Le nasali nellalfabeto latino sono espresse con due segni m
ed n. In sanscrito si hanno 5 nasali, cio tante quante le serie di
consonanti mute ; inoltre in quellalfabeto si ha un segno, detto
anusvara, e che significa nasale. Nelle lingue neolatine si hanno
quattro nasali j cio : s*
1 la nasale labiale, che precede 6 e p, indicata con m, e che
noi potremo indicare collinsieme dei segni nasale e labiale, cio
2 La nasale dentale, che precede e t, ed il suono finale
del francese ime, che potremo indicare con
.
3 La nasale gutturale, che precede c o gf ed il suono fi
nale del francese un, che si indicher con
. I greci indicano que
ste tre nasali coi segni fx , v , y.
4 La nasale palatale, italiano e francese gni, che si indicher
con
.
Nella lingua italiana si pu convenire che il segno v seguito
da una consonante muta, significhi nasale senzaltro ; la sua specie
quella della consonante seguente, come nel sanscrito. Il segno
di nasale seguito da vocale significhi m ; si scriva mh per indicare n.
Le sibilanti hanno nellalfabeto latino un sol segno . Potremo
distinguere la molle dalla dura, quando ci non sia gi indicato
dalla consonante molle o dura che segue, col segno di consonante
dura. Le sibilanti palatali, in francese je e che, si possono indicare
aggiungendo ai segni delle sibilanti precedenti quello dell/, con cui
gi si formarono le palatali.
Le aspirate sanscrite si possono indicare accoppiando alla muta
corrispondente il segno u. Fra questi segni prenderemo il / (ph)
per rappresentare l italiano /, e togliendovi il segno di consonante
dura si avr il segno / rappresentante la molle corrispondente v .
E, per esaurire anche le convenzioni ortografiche, la consonante
doppia si pu indicare come nella ordinaria scrittura ; ma spesso
basta staccare il segno della consonante da quello della vocale. L ac
cento si pu indicare facendo seguire la vocale dal segno A. La
punteggiatura (., :) si pu indicare con 1, 2 o 3 spazii.

GIUSEPPE PEANO

358

Queste convenzioni bastano per scrivere la lingua italiana. Si


sono costrutti dei segni per rappresentare i suoni di questa lingua,
come appunto si fa in stenografia, e non gi dei segni per rappre
sentare i segni dellalfabeto. Per avendo le lettere dellalfabeto im
portanza storica, utile rappresentarle con dei segni della scrittura
binaria. Si prendono i segni aventi valore pi prossimo, e si pu
stabilire la corrispondenza seguente :

^ ^

fc

v?

Le cifre decimali si possono rappresentare coi corrispondenti


numeri binarii. Siccome lo 0 della scrittura binaria si pu confon
dere collo spazio, si potr indicare lo 0 decimale col segno che rap
presenta dieci nella binaria : cio si pu stabilire la corrispondenza :

Oo l O

Per scrivere i segni della scrittura binaria sulla carta, la penna


riesce incomoda. Col pennello gi la scrittura binaria si manifesta
pi rapida della comune. Ma una grande rapidit si pu ottenere
con unapposita macchina a scrivere.
Quella che io ho costrutta consta di 8 molle, disposte secondo
i raggi dun ottagono regolare, fisse allestremit esterna, e portanti
allestremit interna un timbro, che segna un raggio della stella co
stituente la scrittura binaria. Queste molle toccate direttamente col
dito imprimono su della carta i segni delle sillabe. Dei tasti conve
nientemente collegati colle molle permettono di scrivere una sillaba,
o meglio uno dei 256 segni della scrittura binaria, toccandoli con
sole tre dita. Nel tempo che colle macchine a scrivere ordinarie si
imprime una lettera, con questa, assai pi semplice, si scrive una
sillaba.
Una macchina stenografica che scrive una sillaba per volta,
quella del Michela, in uso presso il nostro Senato. L A . ha fatto
uso delle combinazioni di 10 tasti, attribuendo loro pure un valore
numerico. Commissioni tecniche nominate dal Senato (30 gennaio
1880) e dalla Camera dei deputati, dichiararono che con questa mac
china si vincevano a gran pezza le trascrizioni stenografiche ordi
narie, cos nella rapidit come nellesattezza .

LA NUMERAZIONE BINARIA APPLICATA ALLA STENOGRAFIA

359

Ora la scrittura binaria notevolmente pi semplice e pi ra


pida di quella usata nella macchina Michela. Facendo uso di ambe
le mani, e raddoppiando i caratteri, si possono scrivere in un sol
colpo 16 cifre binarie, o linsieme di due sillabe j esse formano
65536 combinazioni.
La scrittura binaria ora esposta esige lo studio dun alfabeto
speciale, il quale non pi difficile a impararsi di quello che lo
sia lalfabeto dun popolo qualunque, o un alfabeto stenografico, o
la disposizione dei cassetti duna cassa tipografica. Anzi pi sem
plice ad impararsi, essendo i segni formati con leggi generali.
Essa ha tutti i vantaggi, per la lettura, della scrittura ordina
ria. Pu essere scritto, usando duna macchinetta assai semplice,
con rapidit superiore a quella della stenografia. Pu essere tele
grafato, usufruendo di tutta la potenza del filo telegrafico, cosa che
non fanno ancora completamente gli apparecchi Baudot e Ostrogowich. E se alcuna delle applicazioni precedenti entrer nelluso
comune, far vedere come possa essere stampato con vantaggio sulla
stampa ordinaria. Questi ed altri vantaggi derivano dalla pura
applicazione della numerazione binaria.

(113). RECENSIONE: O. STOLZ UND


I. A. GMEINER, THEORETISCHE AR1THMETIK
(Revue de mathmatiques (Rivista di matematica), voi. V II, 1900-1901, 15 luglio 1901, pp. 112-114)

O. S t o l z u n d I. A . G m e i n e r

TJieoretische ArithmetiJcj I. L e ip z ig ,

Teubner, a. 1900.
n nome dello Stolz ben noto nel mondo scientifico pei suoi
lavori originali, e pei suoi trattati di Aritmetica e di Calcolo infi
nitesimale, ove si osserva un rigore eccezionale insieme alluso degli
ultimi risultati cui pervenne la scienza su questi soggetti. quindi
con piacere che sar appresa la notizia di questa nuova opera. Esso
un trattato scolastico ; e quantunque espresso col linguaggio ordi
nario, per la sua precisione si pu subito paragonare punto per punto
col Formulario, a. 1901, che indicheremo con F.
Nella l a sezione, che serve dintroduzione, dopo aver introdotta
Videa di grandezza, in modo che la si pu considerare come idea
primitiva, PA. si occupa a p.2 delPeguaglianza, enunciandone le tre
propriet caratteristiche (F 1 P10*l-*3). Ed aggiunge la condizione :
Je zwei Dinge des Systemes mlissen entweder gleich oder ungleich sein , la quale non una propriet delPeguaglianza, ma un
principio di logica, se colla parola ungleich = diseguale si intende
non eguale (F4 P I *2 e 3*6).
L A. d al segno = un significato pi ampio di quello che abbia
nel F, e quindi non ammette la 1 P10*6. Diversamente detto, PA.
considera varie specie di eguaglianza, tutte indicate collo stesso se
gno = . Invece nel F il segno = rappresenta costantemente unegua
glianza sola, detta anche identit. Le relazioni soddisfacenti alle con
dizioni *1*2*3 di 1 PIO sono espresse col segno = accompagnato
da altri segni. Ci necessario a farsi nel F.
A p.5 PA. parla del segno < , che considera come rappresen
tante unidea primitiva, determinata mediante un sistema di pr*

RECENSIONE : O. STOLZ UND I. A. GME1NER, ECC.

361

priet. La 1) a p.6 si potrebbe erigere in definizione nominale sotto


la forma
*
6< a . = .
La 2) identica alle > P2*5 del F.
La 3) esprimente una propriet del segno = secondo PA. sop
pressa dal F, ove il segno = ha un valore costante.
La 4) coincide con > P2*l del F.
Siccome nel F il segno > definito nominalmente, queste P
si presentano come teoremi, e non come Pp.
A p.9 PA. spiega Puso e la soppressione delle parentesi, assog
gettandolo a regole chiare.
A p.10 PA. spiega la regola di logica detto Teorema di Hauber F /\ P26, e la regola delle negazioni data da P2'4.
La 2a Sezione tratta dei numeri naturali . L A. esaminata la
definizione euclidea, e le osservazioni di Helmholtz, Kronecker, De
dekind, sceglie la trattazione del Formulaire , sia nella sostanza
che nella forma. Il numero successivo dun numero a indicato con
a-\- ; con questa operazione definisce le cifre, compreso il simbolo X
per indicare il dieci . L addizione definita per induzione e i teo
remi sono dimostrati come nel F.
E noi siamo ben lieti nel vedere che le teorie pure sviluppate nel
Formulario acquistino sempre pi importanza anche nel campo di
dattico.
L A . incomincia la numerazione con 1, come in F1888 ; mentre
nel F i 898 e oggi la numerazione comincia con 0, onde eliminare la
difficolt nel definire lo 0.
Inoltre, a causa del valore che PA. attribuisce al segno = , egli
aggiunge ancora alle Pp la a = a , che nel F appartiene alla logica pura.
Il principio dinduzione, o della conclusione da n ad n -\-1 ,
dallA . attribuita a Bernoulli, mentre nel F citato Pascal.
La definizione del prodotto pure data per induzione, e le di
mostrazioni coincidono con quelle del formulario.
L A. a p.28 introduce il nostro sistema di numerazione e Io 0 ;
ma manca la definizione nominale di questo segno.
A p.34 trovansi alcuni esercizii alla 2ft sezione che possono es
sere utilmente tradotti in simboli.

a, b, c, d e

o:

4)

a > quot(&, c) . = . ac^>b

5)

quot(a, b) > quot(c, d) . = . ad > bc

6)

identico a quot Pl*5

7)

identico a quot Pl*51

362

GIUSEPPE PEANO

o . quot(<i,fc) > quot(c,d)

8) a > c .

11) identico a quot P I *2

12) trasformabile nella 11)

13)

e x quot(a,5)^g quot(ac,&) ^ [quot(a,&)+l]c 1

14)

identico a quot P I '3

16)

quot(a,&) x quot(c,e?) ^ quot(a&, cd) ^ quot(ct,&) quot(c,d) +

15)

complicata

quot(a,fc) + quot(c,d)
17)

complicato

18)

quot (a,b) + quot (c,&)^quot (a-j-c,&)5^quot (,&)-)- quot (c,&) + 1

7) identico a mlt l'42

8) =

P4-1

10) = idem

La Sezione 3B Teoria analitica dei numeri razionali si occupa


delle operazioni su coppie di grandezze. Sono notevoli i teoremi :
Se unoperazione su 3 grandezze associativa, essa lo pure su
pi grandezze . Essa commutativa se lo su due . Essi sono
seguiti da una serie di formule ; ma la loro redazione completa in
simboli presenta delle difficolt.
A p.57 i numeri razionali souo indrodotti con una definizione
che nel Formulario detta per astrazione . Su questo punto, ac
cennato in F I 901 / P3 nota, gi si parlato in RdM. t.l p.262.
L A . d la defi :
A l l insieme di due numeri naturali afi con riguardo al loro
ordine noi facciamo corrispondere un nuovo oggetto che si indica
con a/b , e dicesi frazione .
Def2. due di questi oggetti a/b e cjd diconsi eguali, se a x d ~

=bxc.
Def3. si dice che a/> c/d , quando ad^> bc ,
Questa 3 def. non omogenea (F p.8). Come pure non omo
genea la D f del prodotto di due frazioni (/5*2).
La def. della somma resa sensibilmente omogenea mediante un
teorema precedente (p.59) ma complicata.
A p.61 PA. introduce i numeri negativi, facendoli dipendere
da coppie di numeri positivi, e imitando il processo seguito per
introdurre gli irrazionali.
A p. 63 PA. indica con |a| il valor assoluto del numero a,
e adduce ragioni per provare che questa notazione pi comoda
della moda di Cauchy. Queste ragioni trovansi gi esposte, e discusse
nel F p.84 e la ragione per cui ivi si preferisce la notazione di Cauchy.
p.64 Teor. 1 = mod 1*4.
La regola dei segni (p.65) = F x 6, non assunta propriamente
come definizione, ma conseguenza immediata della Df.

RECENSIONE : O. STOLZ UND 1. A. GMEINER, ECC.

363

A p. 70 PA. introduce le radici quadrate, come nuovi enti senza


parlare di irrazionali. Pare che ci corrisponda ad un bisogno sentito
nelle scuole austriache, come lo pure attualmente nelle scuole ita
liane. Poich nei nuovi programmi di matematica pei Licei si fa
al 2 anno la teoria delle radici, e al 3 la teoria dei numeri irra
zionali.
Il nostro A. sviluppa la teoria con rigore; per le definizioni
paiono un p7 artificiose.
La sezione 4a sviluppa sinteticamente la teoria dei numeri ra
zionali, introducendo le parti dellunit . A p.77 introduce i nu
meri negativi per una via che parmi difficile ridurre in simboli : le
def. date dallA. non soddisfano alle leggi delle definizioni simboli
che. L A. segue il nuovo principio di distinguere i segni 4" e da
vanti ad un numero, dai segni per indicare laddizione e la sottra
zione. Invece di a. scrive ; e cita la notazione di Spitz {a con
una freccia orizzontale), di Mray (con una freccia sovrapposta), di
Pad (an = a negativo). Nel F. si seguita lidea opposta, perch
introducendo i numeri negativi, ed i fratti, come operazioni, il valore
dei segni + e lo stesso, sia nelle formule & + , ba, che nelle
-\-a e a.
Frazioni sistematiche sono le frazioni corrispondenti alle de
cimali in una base qualunque.
Le ultime pagine si riferiscono al calcolo numerico sai numeri
decimali. Altra recensione, dovuta al prof. Vivanti, trovasi nel Bol
lettino di Bibliografia giugno 1901 p.42.

(119). CONFRONTO DEL FORMULARIO CON LE


LEZIONI D I CALCOLO INFINITESIMALE
D I C. ARZEL
(KeviBta de mathematica, voi, V ili, 19O2-19U0, 1002, die 72 (13 marzo), pp. 7-11)

G. A r z e l .

Lezioni di calcolo infinitesimale, (v o l. I, p a r te l a).

Firenze, Le Monnier, 1901.

Confronto col Formulario .


Credo utile confrontare le varie proposizioni contenute nellopera
del prof. Arzel, di cui precede la recensione scritta dal prof. Chi
ni (*), colle corrispondenti formule del Formulario.
I varii teoremi non sono che il materiale di cui si compone Popera. Le lezioni, aventi uno scopo didattico, costituiscono unordinata
raccolta di quelle proposizioni, fatta con criterii che si potrebbero
dire artistici, e nei quali il nostro A. valentissimo. Questo lato
importante dellopera sparisce del tutto nellanalisi che segue.
II confronto che segue reso possibile, da un lato, causa la
gran perfezione cui arrivato il Calcolo infinitesimale, e dal rigore
con cui il nostro A. lo tratta. E anche dal fatto che il Forami, nelle
successive edizioni diventa una raccolta sempre pi completa di teo
remi e dimostrazioni.
User ledizione del Forami. 1902, salvo nella Trigonometria e
Geometria in cui mi riferir alledizione 1901, non essendo ancora
pubblicata la nuova.
#
#*
p.l. L A.. chiama
masi semplicemente
b) c). D f del lim
p.2 d). Invece di

successione ordinata , ci che da molti chia


successione , in simboli qfN 0 .
duna successione = lim 3-1.
ym> x m leggasi ym^ x tlt

O pp. 1-6 dello stesso volarne della rivista.

U. C.

Co n f r o n t o d e l f o r m u l a r i o c o n l e l e z i o n i e c c .

365

e). Condizione di convergenza = lim 3*3.


p.5. Altra forma della stessa condizione = lim 3*4.
p.6 h) = lim 4*2*3.
p.8. L A porta lesempio = lim 10*3.
p.9. limite infinito = lim 3*2.
linea 6* dal basso. Il termine crescono deve essere sostituito con
variano .
p.9-10 n). Da una successione PA. ne t r a e unaltra. Questo
termine parmi ambiguo. Se estrarre dai numeri naturali, che possono
essere gli indici della successione data, unaltra successione, significa
formare una (N 0fN 0)cres, tutto va bene. Se invece si intende di in
dicare una (K0fN 0)sim, allora si deve dimostrare la prima proposizione
dellA. dandone una Dm equivalente a lim 5*1, e ritenere evidente
la seconda (poich fra queste corrispondenze v anche lidentit),
contrariamente a ci che fa PA., che ritiene evidente la prima, e
dimostra la seconda.
Forse PA. intende di indicare i teoremi lim 62*4, e colla j>) il
lim 62*5.
p.12-13. Il troppo noto enunciato affinch una serie sia con
vergente necessario e sufficiente che sia lim Rn = 0 un circolo
100

vizioso, perch solo definito il resto, quando la serie con


vergente.
p.13. Attribuisce a Newton la formula del binomio molto pi
antica.
13.15. L A. parla costantemente del limite duna successione,
secondo lim 3*1 j e non vi si trova mai definito il limite duna fun
zione duna variabile variante in un campo, i cui valori non sono
ordinati in successione, e spesso non sono ordinabili. Cio PA. non
enuncia una D f corrispondente a lim 62*1. Ci obbliga PA. tutte
le volte che deve parlare del limite duna variabile reale, a ricon
durlo al limite duna successione (pagine 70, 94-95).
p.19. Gruppi di numeri. Enuncia e dimostra Num 10*7.
p.20. e Num 11*2.
p.22. Esempi = 5*6.
p.24 = q 2*1.
L A. dimostra i teoremi sui limiti superiori e inferiori partendo
da quelli sui limiti, cammino inverso a quello seguito nel F, ove
prima si parla dei limiti superiori e poi dei limiti.
L analisi delle idee fondamentali che entrano nella costituzione
dei concetti di limite superiore dun gruppo , e di limite duna

IUSPP PEANO

successione , prova che la prima contiene non solo un minor numero


di idee aritmetiche, ma anche di idee di logica.
p,26. Lemma di Darboux.
Questa P, il cui enunciato occupa una pagina, non trovasi nel
Forinul., come non trovasi nelle mie Lezioni a. 1893, perch se ne
pu fare a meno, per le ragioni accennate in S nota.
Essendo per una P vera, ed importante storicamente, si pu
inserire nel Formili, sotto la forma seguente :
S 2*6 f s qf . l'/ 0, l// q . heQ O .
a Qn foftteNj . xe (0fO *)cres . #o= 0 . xn= l : re 0(n- 1)
Xr+ i Xr< J t 0 )2;. S '( / , l , T , 0 ) S ' ( / , 6 > ) < f e ]

'

( D a r b o u x a.1875 p.GGj

cio :
Sia / una quantit funzione duna variabile compresa nellin
tervallo da 0 ad 1 . Supponiamo finiti il limite superiore e il limite
inferiore dei valori della funzione nellintervallo considerato.
Fissiamo una quantit positiva (arbitrariamente piccola) lu
Allora si pu determinare unaltra quantit positiva le tale che:
comunque si divida lintervallo da 0 ad 1 in n parti (n un numero
naturale), coi valori crescenti #0= 0 , x i9 a?2,... xn = 1 ,
ma in guisa per che lampiezza dogni intervallo parziale sia </c,
ne risulta sempre che la somma s' dei prodotti delle ampiezze degli
intervalli parziali pei limiti superiori della funzione in quegli inter
valli, differisca dallintegrale superiore S' meno di h .
p.37. Che non si possa determinare una successione assegnan
done ad arbitrio gli infiniti termini, gi risult in MA. t.37 p.208-210
e p.223. E ci perch intraducibile in simboli di logica matematica
siffatto ragionamento. Nella trasformazione del suddetto lavoro fatta
dal Mie, queste questioni di Logica furono eliminate. E questa os
servazione ha molta importanza pratica ; perch si)esso nei libri co
muni si danno dimostrazioni di questa forma, inconcludenti. Sarebbe
tale ad es. quella del nostro A. a pagina 3, ove non vi si trovassero
le due ultime righe, che la rendono del tutto rigorosa.
p.41 d). Teorema di Weierstrass,. generalizzato = lim Gl-].
p.56 d). Facendo maggior uso degli integrali superiore ed infe
riore, qualche Dm si semplifica; si confronti con S 3*1.
p.61. Primo teorema della media == S 3*61, colla stessa Dm.
p.64. Gli eleganti calcoli di alcuni integrali, dedotti direttamente
dalla Df, gi interessarono il D.r Boggio, che li tradusse in sim
boli in RdM, ed ora trovansi nel Formul. p.182...

CONFRONTO DEL FORMULARIO CON LE LEZIONI ECC.

3 6?

p.70. Continuit. L A . assume per D f cont 1*01, ne deduce la


r 0 7 servendosi del limite duna successione per le ragioni dette a
proposito della pag. 15.
Questo scambio di D f obbliga lA. a rienunciare a p.81-86 dei
teoremi sulla continuit, che sono la ripetizione di quelli sui limiti.
p.87 b) =cont2-3.
p. 8 8 c) = cont 2 *2 .
p.92 /). Teorema di Cantor = cont 1*1.
Nel Formul. esso attribuito ad altri. La Dm del nostro A.
abbastanza semplice, e meriterebbe dessere tradotta in simboli.
p.93 g) = S 14*1.
p.94-96. L A. riconduce il concetto del limite duna funzione
duna variabile reale a quello del limite duna successione.
Si pu scrivere in simboli questo modo di vedere dellA. enun
ciando la definizione possibile (#) :
lim 62*7 ue Clsq . fe qfw . xe u O .
lim(/,tt,a?) =s ? za(ye wfK 0 . lim y x ,Z)y *z= \im fy)
1^.104.
p.115.
tradotti in
p.122.
p.123
p.130

Dfp

secondo teorema della media = S3*7.


I teoremi sulla sostituzione degli infinitesimi non furono
simboli, e se ne pu fare a meno.
Derivata ordinaria, a destra, a sinistra = D 1*0.
b). Continuit della funzione avente derivata = D 5*2.
2.a). = P5-1-11.

p.134 e). Merita menzione il teorema, da aggiungersi al Formul.:


cont 2*4 a,beq .
. fe (qfttH i)(contnsim) .3 .
fe (qfa M&)(cresudecr)
p.138. === S 20*4.
p.141 b) == D 2-0.
p.142 c) = D 4*8.
d) = log 7-2.
" p.143 ) = log 7*1.
/). Si trova in F 1901 ; sar contenuta nelledizione futura.

(*) Questa definizione d e lV A R Z E iA (qui scritta per la prima volta sotto forma
simbolica) possbile (per le funzioni definite in nn insieme generico) solo ae si
ammette il principio della scelta. Cfr. : U. C a s s i n a , Teoria dei lim iti, Rend. Ist.
Lomb. (3), 70 (1937), pp. 13-48, cap. II.
. C.

68

Gi u s e p p e p e a n o

p. 156. Teorema del valore medio = D 5*4. Nel Formul. c il


passo corrispondente di C a v a lie r i, mentre il nostro A. lattribuisce
aLagran ge.
p.171. da un punto di vista, pi generale, e da altro caso
particolare di S 20*2. Invero non necessario supporre clie la deri
vata sia generalmente continua, affinch sia integrabile.
p.179. Derivata della somma = D 2*2. L integrale della somma
esige, per questa via, la condizione della continuit, che, come l A.
ha gi osservato prima, superflua.
p.182 = S 2 0 *6 .
p.188. funzioni di funzioni = D 3*].
p.194. integrazione per sostituzione = S 20*5. Dalla Dm pare
risulti che non necessaria la continuit di u', supposta dallA. e
nel Formul. Questione a studiarsi.
Nellenunciato a pag. 194 l A. ha introdotto, non so perch,
condizioni dipendenti fra loro.
p.307. Il teorema per riconoscere lintegrabilit allinfinito duna
funzione rassomiglia a S 10*5. Per lenunciato non concorda colle D f
precedenti. Invero Sdx/(x\ogx) esteso alloo, oo, e la funzione a inte
grarsi infinitesima dordine maggiore di 1, secondo la D f a pag. 109.
p.308. Questi integrali corrispondono a ti10 di F I 901. L ultimo
di p. 308 deve essere corretto secondo il 10*23 del Formul.
p.310 = sin 12*5 di F1901.
La lunghezza dun arco di curva definita con troppe restrizioni,
sicch resta escluso p.es. larco della spirale logaritmica, contato dal
polo, perch (p.324-325) non pu decomporsi in un numero finito
di parti incontrate da una retta qualsivoglia parallela ad un asse in
un punto solo .
p.331. L arco di spirale dArchimede va corretto come in RdM.
t.7 p.105 vct53*2.
p.346 2.a) = DS*3.
p.350. formula abbreviata di T a ylor = D 1 1 *1 . Essa per
di Lagrange. L A. non enuncia la PIO, di Taylor-Bernoulli.
p.356. Regola dellHospital per le espressioni che si presentano
sotto forma indeterminata = D 6*1. Secondo studi aggiunti al For
mul. dal sig. Enestrom, essa spetta a Joh. Bernoulli.
Per la P del nostro A . coincide con D 6*2 ) ed ottiene la *1
del Formul. con ipotesi restrittive non necessarie.
p, 373. La determinazione del massimo o minimo duna frazione
coincide con D 12*4, salvocli lA . fa lipotesi inutile della continuit
della derivata seconda.

C o n f r o n t o d e l f o r m u l a r i o c o n l e l e z i o n i e CC.

3 69

p.388. Convergenza in egual grado . L A . d un solo criterio


per riconoscere questa convergenza; nel Formul. questo criterio
introdotto nei teoremi stessi, come in lim 37*1.
p.389 d). = S 13*12.
p.391 /). = cont 3*3.
p.392 g). D 14*2.
p.397-39S. Curiosi teoremi sulla convergenza equabile. Mancano
nel Formulario, ma la traduzione in simboli non semplice.
p.399. Serie di potenze = q' 10*2.
p.403. Intervallo di convergenza = q ' 10-21*22. L A. parla
qui dei punti limiti duna successione ; ma questi non sono i punti
del gruppo derivato (in simboli <5), n i limiti (lim) come ha definito lA.,
bens i Lm (classe limite) del Formulario, che lA. non ha definito.
Siccome questa lacuna della D f del segno Lm, o di termine equivalente, diffusissima, sar utile uno schiarimento.
La serie 1 -j-op
ha per intervallo di convergenza 1~ 1.
Il gruppo dei rapporti dei coefficienti consta del solo numero 1 ;
esso non ha gruppo derivato, cio non ha punti limiti secondo le
D f di questi, date dal signor Cantor, e usate generalmente (Formul. ).
Quindi lestremo 1 dellintervallo di convergenza non il massimo
di questi punti limiti che non esistono.
In altri termini, quasi tutti gli autori confondono le idee espresse
(lai simboli A <5 lim Lm.
p.407 e). Aggiungere al Formul.
q 'll* l

H p l0 '2 .3 .

D([2'(Mu^l|)i,Ko)]|-2;,q/ n03(mod2;<moda),ij7j =
/). Aggiungere al Formul.
liin 31-11

jtaqfNo . fiClsq . 0eu : xeu . 3 *.

_Z(<ixn|n,N0), 2,(6.u,N0) eq . J(rtn"|n,N0)


=

:Z>:'eN0 .3,. ar= b r

Parimenti i teoremi <7 ), h), le) dellA. meriterebbero dessere enun


ciati in simboli. Essi trovansi pure nelle mie aggiunte alle Lezioni
del Genocchi a. 1884 p.229.
p.417. e) = D 14 1.
p.421. g) = D 11*2.
p.426. Sviluppi in serie = log 4-1*2.
p.429. Arco d'ellisse = F1901 sin 14*1.
p.430 = S 13*3.
24

(121). SUR LA DFINITION


DBS NOMBRES IMAGINAIRES
(ESTRATTO D I U N A LE TTE R A )
(Bulletin dea sciences mathmatiques et physiques, PariB, voi. V II, 1902, 15 giugno, pp. 275-277)

Turin, 23 mai 1902.


Monsieur et cher collgue,
L introduction des nombres imaginaires dans le but de rendre
possibles des quations impossibles est videmment absurde, comme
Pavait dj remarqu Gauss ( Werke, t. 3, p. G) : Quodsi quis dicat,
triangulum rectilineum aequilaterum rectangulum impossibile esse,
nemo erit qui neget. A t si tale triangulum impossibile tanquam
novum triangulorum genus contemplari, aliasque triangulorum pro prietates ad illud applicare voluerit, ecquis risum teneat? Hoc esset
verbis ludere seu potius abuti... .
Une faon lgitime dintroduire ces nombres est celle quon trouve
dans plusieurs traits, et que vous exposez clairement dans le Bul
letin des Sciences Mathmatiques, 15 mai 1902, p. 247. Permettez-moi
de la rsumer par les symboles de la Logique mathmatique, vous
bien connus, et qui en faciliteront Panalyse.
Etant donn un couple (x, y) de nombres rels, on y fait corre
spondre un tre, que vous indiquez par E(, y) (ensemble de oe et de y ),
sans dire quel est cet tre, cest--dire sans poser une galit de la forme
E(, y) = (expression compose par les ides des nombres rels),
mais en posant les dfinitions suivantes:

x, y, te',

' e q (') . o :

1.

E(a?, y) = E(a?', y ') . = . = x'. y = y'

Df

2.

E(a?, 0) =

Df

3.

E (ccf y) + E(ap', y') = E(# + x', y + y')

Df

4.

E(, y) x E(', y ') = {xx' yy% xy' + yx')

Df

(*) <1 s ig n if ie

nombre rel .

371

SUR LA DFINITION DES NOMBRES IMAGINAIRES

Ces dfinitions ne sont pas indpendantes, car la premire dfi


nition est consquence des successives; cest--dire si lobjet E(#, y),
quelle que soit sa nature, satisfait aux conditions 2 ,3 ,4 , ncessai
rement il satisfera la condition 1. On ne peut pas prendre comme
D f une proposition quon peut dmontrer.
En effet, de
E(jt, y) = E(', y'),
en oprant sur le deux membres par + E(a?', y), ce quon peut
faire, quelle que soit lgalit quon considre (Formulaire de Math
matiques, d. Carr et Naud, Paris, a. 1901, f 1*1), on a
E(, y) + E( -

- y) = E y') + E( - V , -

y)

et, par la Df3,


E (a? x% 0) = E {0 , y' y).
Elevons au carr, par la Df4,
E[(* - x % 0] = E[ -

(y' - y?, 0],

et, par la Df2,

(x x ' f = (y' y f

et, puisque

y, x', y' sont des nombres rels, on dduit = ', y = y'.

Une autre remarque est relative la forme des dfinitions pr


cdentes. Les Logiciens, en suivant Aristote, divisent les dfinitions
en relles et nominales. Toutes les dfinitions mathmatiques sont
nominales. Ils donnent la rgle que la dfinition procde p e r genus
proximum et differentiam specificam . Nulle dfinition mathmatique
ne satisfait cette rgle.
La classification des dfinitions quon rencontre dans les scien
ces mathmatiques a t faite par M. Burali-Forti dans sa Logica
matematica, a. 1894. Il appelle dfinitions de premire espce celles
qui ont la forme
x= a
Df
o x est le signe simple quon dfinit, et a est un groupement de
signes connus. Le signe = accompagn de D f signifie est gal
par dfinition ou noua nommons .
Ont cette forme les D f suivantes:
2= 1+ 1

Df

3= 2+ 1

Df

Dans votre thorie, il ny a pas de D f de premire espce, car


il ny a pas dgalits de la forme
E = (expression compose par les signes prcdents).

72

GIUSEPPE PEANO

Yotre B f est ce quon appelle une D f par abstraction . Dans


les D f de cette forme, on dfinit toute une galit.
Par exemple, dans la gomtrie de position, on ne dfinit pas
le mot direction , ou point linfini , mais lon pose

ay be (droites) .Q. (direction de a=direction de b)=(a est parallle b).


La D f de la raison dEuclide, livre Y , Dfinition 5, est aussi
une D f par abstraction.
Plusieurs analystes introduisent les nombres rationnels par
abstraction, en posant

a , &, c, d e (nombres naturels) . q :


a/b = cjd . . ad = bc,
mais cela nest pas ncessaire, car on peut en donner une D f de
premire espce.
D une faon analogue, votre D fl est une D f par abstraction, car
elle dfinit une galit.
Or, il est bon de remarquer quon peut dfinir les nombres ima
ginaires par des D f de premire espce, et quil nest pas nces
saire de recourir des D f par abstraction.

(127). PRINCIPIO DE PERMANENTIA


Exercitio de Latino recto
(Iloviata do Mathematica (Rivista di matematica), vol. V i l i , 1902-1906, 1903,
die 293 (20 ott.), pp. 84-87)

In questa nota usato per la prima volta il latino sine flexione introdotto
nel lavoro n. 126 (del 1903), contenuto nel vol. II di queste Opere scelte".
JJ. C.

[ Omne vocabulo es inflexibile.


Vocabulario latino commune, qui contine nominativo et genitivo
eie nomeu, infinito de verbo, contine omne vocabulo de hic Nota,
aut identico, aut cum abreviatione :
) Si termina in -a, muta -a in -are, vel in -ari, et es infinito de verbo.
) Si termina in -e, muta -e in -ere, vel i , et es infinito de verbo;
vel muta -e in -is et es genitivo de nomen,

-es et es nominativo de nomen.


In loco de me, te, aliquo quaere ego, tu, aliquis .
c) Si termina in '-i, muta -i in -ire, vel -iri, et es infinito de verbo.
d) Si termina in -o, muta -o in us -um -u, et es nominativo de nomen,
vel muta -o in -i et es genitivo de nomen.
e) es quaere sum, esse. ]
Aliquo auctore introduce numero negativo, fracto et imaginario,
ut applicatione de regula, qui ille dice principio de permanentia .
Hic principio varia aliquanto prope diverso auctore.
Prof. Sohubert, in Encyclopddie der Matliematischen Wissen
schaften, t. 1, p. 11, expone hic principio sub forma claro sed er
roneo. Ille dice:
Princip der Permanem in viererlei besteht :
erstens dar in, jeder Zeichnen-Verknpfung, die keine der bis
dahin definierten Zahlen darstellt, einem solchen Sinu zu erteilen,
dass die Verknpfung nach denselben Regeln behandelt werden
darf, als stellte sie eine des. bis dahin definierten Zahlen dar ;

374

GIUSEPPE PEANO

zweitens darin, eine solche Verknpfung als Zahl im erweiter ten Sinne des Wortes zu defnieren und dadurch den Begriff der
Zahl zu erweitern ;
drittens darin, zu beweisen dass fur die Zahlen im erweiterten
Sinne dieselben Siitze gelten, wie fr die Zahlen im noch nicht
erweiterten Sinne;
viertens darin, zu defnieren, was im erweiterten Zahlengebiet
gleich, grosser und minor heisst .
\
Versione :
Principio de permanentia ex quatuor articulo consta :
1 . ad omne signo-reunione (*) qui non repraesenta numero qui
nos ante defini, nos tribue tale senso, ut nos posse tracta reunione
ju xta idem regula, velut si hic reunione repraesenta numero, qui
nos ante defini;
2. nos defini hic reunione ut numero, in lato senso de voca buio, et ita nos extende idea de numero ;
3. nos demonstra quod per numero in lato senso omne theo rema vale, ut per numero in non lato senso ;
4. nos defini, quod in campo de numero lato nos voca aequale,
maiore et minore .
Si omne regula et omne theorema super numero in senso non
lato subsiste super numero in senso lato, necesse es ut numero in
senso lato es identico ad numero in senso non lato. Nam duo ente
es inter se aequale, si omne proprietate de uno es quoque proprie
tate de alio. Hoc es ipse definitione de aequalitate:
Eadem sunt quorum unum in alterius locum substitui potest,
Salva veritate (Leibniz, vide Formulario (t. IV ) 2, P4*3) quod me
traduce: P lu re ente es idem, sinos posse substitue uno de ille in
loco de altero, et veritate (de propositione) es salvo .
Quum nos trans-i ab uno specie de numero ad specie magis
lato, semper debe omitte aliquo proprietate.
Relatione

a-\-b^>a
es vero per numero absoluto, falso per numero cum signo.
Si nos trans i ab numero imaginario simplice ad quaternione,
nos omitte proprietate commutativo de producto.

(*) Vide Latino sine flexione $ 6 j ) .

PRINCIPIO DE PERMANENTIA

375

Ergo definitione, qui nostro auctore da de 0, de numero nega


tivo, de fracto, etc. basa super principio absurdo. Hic definitione
non es legitimo.
Nos repete idem critica ad Elementare Arithmetilc und Algebra
de ipse Prof. S c h u b e r t (Leipzig a. 1899, pag. 33) qui enuntia ipse
principio cum primo et secundo articulo.
H a n k e l , Theorie der Complexen Zaklensysteme, Leipzig, a. 1867,
quum nancisce principio de permanentia de lege formale , dice
in pagina 5:
Wenn &>c ist,.., die Substraction ist.... unmoglich. Nichts
liindert uns jedoch, dass wir in diesem Falle die Differenz (e b)
als ein Zeichen ansehen, welches die Aufgabe [(c )-|~6=c] lst
und mit welchem genau so zu operiren ist, als wenn es eine nu merisclie Zahl aus der Reihe 1, 2, 3... ware .
Versione: S i b > c es, subtractione es ne-possibile. Nihil obsta
tamen, quod nos in hic caso considera differentia (c b) ut signo ,
qui resolve quaestio, et cum qui exacte nos debe opera, ut si ille
numero ex serie 1,2,3... e s .
Contra hic modo de ratiocinio Gauss antea dice:
Quodsi quis dicat, triangulum rectilineum aequilaterum rectangulum impossibile esse, nemo erit qui neget. A t si tale triangulum
impossibile tanquam novum triangulorum genus contemplari, aliasque
triangulorum proprietates ad illud applicare voluerit, ecquis risum
teneat? Hoc esset verbis ludere seu potius abuti. (Formul. (t. IV )
pag. 219). Versione:
Si aliquo dice quod triangulo rectilineo aequilatero rectangulo
impossibile es, nemo tunc es qui nega. Sed si aliquo velle con templa tale triangulo impossibile tanquam novo genere de trian gulo, et applica ad illo omne alio proprietate de triangulo, an qui
ten e riso? Hoc es lude cum verbo, vel potius abute .

Prof. C h r i s t AL, Algebra , Edinburgh a. 1889, p. 6, re-dice


idea de Hankel:
Assuming that the quantity -\-ab always exists, we may
show that the laws of commutation and association hold .
Versione:
Si nos assume quod quantitas -\-ab semper existe, posse
monstra quod lege de commutatio et associat io mane . (2)

(2) Nota analogia grammatioale de show cnm monstra

376

GIUSEPPE PEANO

Hoc es, si nos assume absurdo, non solo nos posse deduce lege
de commutatione, sed omne lege qui nos velle, nam ex absurdo
omne consequentia deriva.
Non sub forma de principio absoluto, sed sub forma de consilio,
lice quod nos dice:
Quum nos introduce novo calculo, es multo utile quod nos
sume nomenclatura et notatione ita ut novo calculo fie quam ma
xime simile ad calculo antiquo .
Me dice quam maxime simile , nam identico es absurdo.
Ita Algebra, qui indica cum idem signo
X , ==... operatione
non solo inter numero integro, sed etiam inter fracto, es magno
progresso super longo methodo de antiquo graecoj Algebra reduce
toto libro X de Euclide, noto per magnitudine et difficultate, ad
uno pagina, qui professore sole doce in uno lectione in Instituto
tecnico (3).
In saeculo ultimo plure auctore indica cum idem signo -f-, sive
summa de algebra, sive resultante de vectore, et ita construe Cal
culo geometrico, qui in respecto ad Geometria, es idem progresso
quam Algebra in respecto de Arithmetica graeco.
Tunc principio de permanentia idem es ac principio generale
de oeconomia, qui subsiste in linguistica, didactica et politica, ut
demonstra E. Mach, in capitulo de natura oeconomico de progresso
physico de Popular Vorlesungen, Leipzig a. 1903.

(3) Vide Formul. (t. IV) p, 111.

(135). SUL LIBRO Y D I EUCLIDE


(Uolleltiiio li mntematica (Couti), Iiolopia, l'JOO, Anno V, pp. 87-91).

La Commissione Reale per la riforma della Scuola media si in


dirizza agli Insegnanti con una serie di profonde osservazioni didat
tiche, e con un ampio questionario. Il Bollettino di Matematica
pubblic nel n. 3-4, la parte dei questionario relativo alla Matema
tica, e apre le sue colonne alla discussione. Accettando il gentile in
vito del Direttore del Bollettino, tratter della questione che porta
il n. 10, cos enunciata :
Che pensate della maggiore e minore convenienza di seguire,
nella trattazione delle proporzioni, il metodo del V libro di Eue lid e ? .
Esaminiamo quali verit Euclide afferma e dimostra nel libro V.
La proposizione 1 cos tradotta dal Betti e Brioschi :
Se quante grandezze si vogliano siano equimoltiplici di altret tante grandezze, ciascuna di ciascuna, quante volte una molti*
plice della sua corrispondente, tante volte la somma delle prime
sar moltiplice della somma delle seconde .
Questa una versione di parole greche in parole italiane ; non
una versione di concetti. L allievo, cui si vuol proporre lo studio
del Y libro di Euclide, gi conosce i simboli, cos detti algebrici,
= + X , e Fuso delle lettere. La versione dEuclide ad uso degli
allievi deve esprimere le idee del primo sotto quella fra le forme
note ai discenti, che la pi chiara. Perci continuando la versione
della proposizione 1, colPintrodurre questi simboli, essa diventa :
Se a , b , c , d sono grandezze, ed m un numero naturale, e
se c = ma , d = mb , sar c -f- d = m (a + b) .
Le lettere c e d si possono eliminare, e si ha :
Se a , b sono grandezze, ed m un numero naturale, sar
m a-\- mb = m (a + b) .
Infine introduco i simboli della Logica-Matematica :

378

GIUSEPPE PEANO

Q = quantit o grandezza,
N" = numero naturale,
e = , sono,
D = si deduce,
e i punti di divisione. La proposizione tradotta in :
P r o p o s i z i o n e 1.

a , b s Q meN D m (a + b) ma -f- mb ,
esprimente un caso della propriet distributiva di x rispetto a + .
Passiamo a tradurre la proposizione 2 :
Se la prima grandezza sia moltiplice della seconda come la
terza della quarta, e la quinta sia moltiplice della seconda come
la' sesta della quarta ; saranno anche la prima e la quinta insieme
moltiplici della seconda, come la terza e la sesta insieme sono mol tiplici della quarta .
Chiamiamo a , b , c , d , e ,/ le grandezze prima, seconda , . . . se
sta, m il come la prima grandezza moltiplice della seconda, e
n la ragione della quinta alla seconda. La proposizione viene tra
dotta in :
, b j O} d f e ,/eQ -i , 9iN*a-= m b-o=^m de == n b - f i-3 a
e
= (mi
t) b c
|f = (wt ii) d
Elimino le lettere a , t f , e , / , sostituendole coi secondi membri
delle equazioni in cui esse figurano :

b , d e Q m , n e 'N D mb

nb = (m + ) b md

nd = (m -f- ) d.

Essa afferma due volte la stessa propriet:


aeQ m , n s N 3 ma + na = (m + n) a
altro caso della propriet distributiva di x rispetto a
L analoga versione della Proposizione 3 :
aeQ . m , n e N 3 * m (a) = (wm) a ,
propriet associativa del segno X .
Le singole proposizioni del Y libro dEuclide sono tradotte in
simboli nel Mathesis diretto dal prof. Mansion, a. 1890, t. X,
p. 73. Quelle dei libri YIT, V i li, IX , X sono tradotte in Rivista
di Matematica tomo 1, a. 1891, pag. 10-12, e tomo 2, a. 1892
pag. 7-10 (#).
Questi libri, che Euclide chiama Aritmetica, costituiscono in
sostanza il corso di Algebra dei Licei e Istituti tecnici, compresa
(*) Trattasi rispettivamente dei lavori n. 25, 32, 44 di questo volume.

. C.

379

SUL LIBRO V DI EUCLIDE

la trasformazione di ]/ a + 7 & , oggetto principale del libro X. I trat


tati scientifici dovrebbero, dogni proposizione, citare il nome del
lautore. Cos fatto nel Formulario Mathematico per lAlgebra (To
mo V pag. 95, 96, 109), e in alcuni libri didattici.
Cos risulta che lAlgebra elementare dovuta in gran parte
ad Euclide j fu completata da Diophanto j e vi portarono poche ag
giunte gli Indiani, gli Arabi, e gli Europei della nostra civilt, ai
quali spettano i complementi e la continuazione dellAlgebra.
La questione proposta dalla Commissione reale, pertanto significa :
Oltre ad esporre lAlgebra, col linguaggio algebrico moderno,
dobbiamo noi ancora esporre le propriet fondamentali dei segni
+ , , x , col linguaggio dEuclide ? .
Se si avesse molto tempo disponibile, si potrebbe rispondere
affermativamente. Allora conviene porre fra le mani Euclide auten
tico nelloriginale greco, accompagnando ogni proposizione della sua
versione completa nel linguaggio algebrico equivalente. In tal modo
si fa la storia del linguaggio matematico ; e risulta evidente il suo
perfezionamento in 2000 anni, e l enorme semplificazione apportata
dalluso dei simboli. Invece luso duna semplice versione letteraria
del libro Y porta molti allievi a ritenere che la scienza ivi svolta
sia cosa diversa dai fondamenti del calcolo algebrico.
Ma dato il difetto di tempo, per gli allievi delle scuole medie,
data la mole di cose pi utili a impararsi, e pi igieniche a farsi,
questo studio storico-comparato si pu rimandare al quinto anno del
corso di Matematica pura.
La coesistenza, nella scienza Matematica, di due o pi linguaggi,
che esprimono la stessa cosa, collapparenza di cose diverse, si pre
senta in varie questioni.
Una trentina danni fa era comune una doppia teoria dei loga
ritmi, luna cogli esponenziali, laltra colle progressioni. Lo stesso
ente era indicato in una teoria colla notazione cartesiana a, e nel
laltra teoria colla versione letterale della frase costante in Euclide
Fm termine della progressione geometrica di ragione a , e col pri
mo termine 1 (libro IX , prop. 8, ecc.).
Spesso si dice che esistono pi teorie degli irrazionali, o pi
modi di introdurli. Analizzando i varii modi proposti, ed esprimen
doli in simboli di Logica-Matematica, come fatto nella RdM . t. 6
pag. 126-140 (*), in modo che ogni idea risulti espressa da un sol sim

(*) Si riferisce al lavoro n. 105 di questo volume.

U. C.

3 80

GIUSEPPE PEANO

bolo, indipendente dalle varie forme di linguaggio, risulta che questi


modi coincidono fra loro. La loro differenza solo linguistica.
Con triplice linguaggio si esprimono le stesse proposizioni, in
una parte di Geometria elementare, in Trigonometria, e nella teoria
degli esponenziali imaginarii. Le formule di Eulero permettono di
sviluppare cos facilmente le proposizioni di trigonometria, che lo
studio di questa scienza, quale si fa nelle scuole medie, non d
vantaggio all'insegnamento successivo.
Le varie Geometrie sono un altro esempio di linguaggi diversi
per esprimere le stesse idee.
Il linguaggio matematico italiano, come tutto il linguaggio scien
tifico, ci comune coi Francesi, Inglesi, Tedeschi e Russi, e va tra
sformandosi continuamente. Considerato a alcuni secoli di distanza,
fa apparire diverse le teorie identiche. Ma esso varia in modo sen
sibile in pochi anni. Quando un insegnante si serve di risultati svi
luppati da altro insegnante, il linguaggio del primo sar o pi an
tico o pi moderno di quello del secondo.
Questa variazione basta perch gli allievi non riconoscano le
proposizioni studiate, richiamate sotto altra forma. Perci ritengo
opportuno che ogni insegnante faccia il suo corso completo, col ri
chiamare in principio le cognizioni necessarie, e col terminare colle
applicazioni pratiche delle teorie spiegate. Si astenga dal dire che
la tal teoria che egli spiega, sar utile agli allievi nei corsi suc
cessivi ; poich probabilmente essa o non verr pi richiamata, o
verr richiamata sotto forma diversa ed irriconoscibile agli allievi.

(142). NOTATIONS RATIONNELLES POUR LE


SYSTME VECTORIEL
(LEnseignement, mathmatique, vol. XI, 1909, 15 maggio, pp. 210-217)

Les modifications suggres par M. T i m e r d i n g dans YEnseigne


ment mathmatique du 15 mars 1909 (p. 129-134), sont trs oppor
tunes. Un bon choix de la forme et des dimensions des symboles
mathmatiques aide beaucoup la lecture des formules. L criture
a + b X C, avec un grand signe X suggre la lecture (a - f b) X C,
alors quun petit signe x suggre la lecture a -f- (b x C), conforme
lusage. En consquence j approuve compltement les notations
a x b et a a b pour indiquer le produit scalaire et le produit vec
toriel. Et j approuve aussi la lecture par a en\) , et a contre b ,
qui a lavantage de la brivet et de la prcision. Et je suis heu
reux de constater que la discussion libre des notations, entreprise
par YEnseignement mathmatique, tend produire laccord entre les
auteurs et dveloppe une thorie latente des notations.
Il reste deux notations concurrentes pour indiquer la valeur
absolue dun nombre ou dun vecteur : mod a et j a \ . La
'premire a l avantage de la priorit, car elle se rencontre chez Argand (1814) et Cauchy. La deuxime est de Weierstrass (1851).
Avec la deuxime notation, dans une formule comme \a -f- b |,
les signes | |jouent le double rle dopration et de parenthses,
comme cela rsulte de la comparaison avec la notation de Cauchy:
mod (a + 6), o figurent explicitement lopration mod et les
parenthses. Cela peut paratre un avantage de la notation moder
ne ; mais celle-ci peut produire des ambiguts lorsque les signes | |
se prsentent au milieu de la formule. Ainsi la formule |a |b + c \ d \
peut tre interprte mod [a mod (6
c) d\ ou (mod a) b + c (mod d).
La notation mod a est longue ; on peut l abrger en ma. Si
lon indique les symboles fixes en caractre romain, et les lettres
variables en italique, comme : log x, sin (a j b), on ne confondra pas

382

GIUSEPPE PEANO

le symbole m (module), avec la lettre m. On pourra mme revenir


la notation de Hamilton : Ta au lieu de ma. L essentiel est din
diquer lide de valeur obtenue par un symbole, et ne pas introduire
un symbole | | avec la valeur compose T ( ) de Hamilton, ou mod ( )
de Cauchy.
Pour avoir des notations claires et rigoureuses, cest- dire sans
ambigut, il faut que chaque symbole reprsente une seule ide,
et chaque ide soit reprsente par un seul symbole. Les parenth
ses sont introduites en Arithmtique, pour grouper des symboles ;
en consquence on ne peut pas leur laisser une autre signification
sans produire des ambiguts. On ne peut pas utiliser les paren
thses pour indiquer des fonctions ; on ne peut pas indiquer par
(ab) et par [ab] les produits des vecteurs, et en cela laccord est
maintenant gnral. On ne peut pas indiquer la variable par des
parenthses; dans la formule/(#), les parenthses sont inutiles, ou
insuffisantes ; il faut revenir la notation de Lagrange fx. Le vin
culum qui se reprsente encore dans le radical, a la valeur des
parenthses ; son limination, en crivant }\a + b) au lieu de ^a-\-b ,
a aussi un avantage typographique bien connu.
La ligne de division a aussi le double rle dindiquer lopra*
tion division, et de fonctionner comme vinculum. Il y a une ten
dance, spcialement dans les livres anglais, remplacer a ^ ^ par

(a + b)/c .
La remarque que dans |a + b |, les lignes | | remplissent sans
ambigut au double rle de signe dopration et de parenthses, est
analogue lautre quon peut supprimer les parenthses au commen
cement et la fin des formules.
Ainsi lcriture
+ &)( + * ) ] ( + /
est aussi claire que

[(a + l)(o + d)p (+/).

(158). CONTRO GLI ESAMI


(Torino Nuova, 17 agosto 1912, p. 2)

Cfr. lannotazione preliminare al lavoro n. 143 (Su i fondam enti dell*analisi,


1910) di questo volume.
TJ. C.

Gli esami clie si danno nelle nostre scuole sono spesso inutili,
e non di rado dannosi. Il governo e gli enti pubblici in generale,
debbono dare ogni specie di istruzione.
Ognuno si serva di questa istruzione largamente impartita se
condo le condizioni proprie e della sua famiglia. Chi pi. impara,
pi sar potente. Ma lattestazione che il governo d cogli esami
ufficiali, e a cui tutto il pubblico italiano crede, ha pochissimo valore.
Nella vicina Svizzera, un ragazzo di 6 anni inscritto nella
prima elementare, a sette anni nella seconda, e cos via. Non av
viene lo sconcio che un ragazzo sia rimandato, una o pi volte,
come da noi, sicch un giovinotto di 16 anni frequenti la classe di
quelli di 12 anni, in cui completamente spostato, e in cui cor
rompe le menti dei suoi compagni. Ognuno fa dellinsegnamento il
profitto che pu. Gli esami ci sono pr forma per gli allievi; dati
alla presenza dun ispettore governativo, servono solo a riconoscere
che il professore ha fatto il proprio dovere. Non ci sono premii o
distinzioni speciali che producano invidie fra i piccoli alunni. Per
gli alunni deficienti sonvi scuole speciali.
un vero delitto contro lumanit il tormentare i poveri alunni
con esami, per assicurarsi che essi sappiano cose che la generalit
del pubblico istruito ignora.
Cos nelle scuole superiori, e nellUniversit.
Queste scuole superiori danno un titolo agli allievi che segui
rono con profitto i loro corsi; ma questo titolo, raccomandazione
efficace per trovarsi un impiego, non ha valore legale.
In Svizzera, Germania, Inghilterra, America, la professione
dellingegnere libera.

3 84

GIUSEPPE PEANO

Chiunque pu proclamarsi ingegnere come proclamarsi falegname.


Il diploma, o laurea universitaria, serve agli alunni come raccoman
dazione per un primo impiego. In seguito occorre che l ingegnere
provi, con attestazioni dei capi delle officine, che egli in caso di
ben esercitarlo. Cosi mi fu assicurato dai politecnici di Zurigo, di
Monaco in Baviera, di Charlottenburg presso Berlino ; ove lidea del
diploma per esercitare la professione di ingegnere fu considerata
come cosa ridicola.
Pi controversa la questione della laurea per lesercizio della
medicina. In Svizzera ogni Cantone segue criterii speciali. Sonvi
Cantoni, come quello di Appenzel, e alcuni altri, ove lesercizio della
medicina perfettamente libero.
Ivi si impiantarono stabilimenti grandiosi, per la cura delle ma
lattie, indipendenti da ogni metodo ufficiale, cui ricorrono gii amma
lati di tutto il mondo. E non ci consta che i risultati siano inferiori
a quelli ottenuti con medici diplomati.
Negli Stati Uniti dAmerica vige la stessa variet di legisla
zione; in alcuni lesercizio della medicina libero.
Questa questione degli esami di promozione ha nulla in comune
cogli esami di concorso.
Ogni amministrazione, privata o pubblica, ha il diritto di sce
gliere il suo personale coi criterii che crede pi opportuni. Mentre
gli esami di promozione sono spesso di poco valore, o dimostrano
ferocia nellesaminatore, gli esami di concorso sono necessariamente
serii, e difficili. Nessuno bocciato agli esami di concorso; pu riu
scire o no nel numero prefissato degli eletti.
Mentre linsegnamento cosa grata, e per linsegnante e per gii
allievi, lesame pone l uno contro gli altri. Il lavoro che si fa negli
ultimi giorni per prepararsi agli esami d nessun profitto scientfico,
e rovina la salute di tanti studenti piccoli e grandi.
Il
professore che riunisce la duplice qualit di insegnante e di
esaminatore, non riconosciuto bene dagli studenti se sia un amico
o un nemico. Pater et judex, diceva un mio antico professore; e lal
lievo non sa se amarlo come pater , o detestarlo come judex.

(172). DEFINITIONE DE NUMEROS


IRRATIONALE SEOUNDO EUCLIDE
(Bollettino della Matliesis, Pavia, anno V II, IDI5 , aprile, pp. 31-35).

III
presente articolo scritto in Interlingua; e cosi il lettore
pu farsi unidea del movimento, accentuatosi in questi ultimi anni,
in favore della lingua internazionale.
Sonvi pi specie dinterlingua, con varii nomi ; tutti basati su
grammatica minima, e sul vocabolario oggi internazionale. Alcuni
giornali matematici, quali L Enseignement mathmatique di Ginevra,
e il Mathesis di Gand, ed altri italiani, cominciano a farne uso.
L Interlingua qui usata il latino sine flexione . Le sue re
gole risultano evidenti a chi avr la pazienza di leggerne una pagina.
Per ulteriori spiegazioni, vedasi il mio Vocabulario commune, 2* ediz.
1915].
Euclide expone proprietates de numeros irrationale in plure suo
libro ; in modo speciale in libro X. Tractatione incipe in libro Y.
Me trascribe definitione N. 5, cum versione interlineare :
aEv
In

tco

>t>

Xycj)

pieydr]

Jlcy ercii

etvai jtQcjtov

jtq

illo ipso ratione magnitudines se-dic que-es, primo ad

eiJtepov xa tqicov jeq tetarov,


ad

tou

Jtgakou

xa

quando

illos

de

primo

et

et

TCrou

lodfou

aioXXajdacia

ta>v

tofi

eutQOU xa tetfxptou

tertio

aequo-vice

multiplices

de-illos

de

secundo

toMajtXaacov xafr3 rcoiovouv

aequo-vice multiplices,
xatou

quarto,

secundo

aaxi

tertio

tav

per quocumque

apia ujcepeXiri

r\

cl\lol

et

quarto

jtoM,ajtX(xaicta|j,v exatepov
multiplicato

Xaa. ' fj

a^ia

singulo
Meijrfl

de'Singulo, aut simul supera, aut simul aequo es aut simul defice,
JiT]<pOevTa

xatdXXrjXci.

sumptos

correspondentes.

386

Gi u s e p p e p e a n o

Yocabulos juncto se-dic,... de-singulo responde ad uno solo


vocabulo de originale graeco.
Versione in latino de Heiberg (editore Teubner) supprime vocabulos per quocumque multiplicato singulo de singulo . Nullo
versione pote es toto fidele. Nos semper debe lege lib iW in origi
nale j versione auxilia solo ad lectura.
Nunc nos da ad propositione praecedente, constructione simile
ad linguas neolatino ; et nos habe :
Nos dic que, dato quatuor magnitudine, ratione de primo ad
secundo aequa ratione de tertio ad quarto, quando sumpto mul tiplices de primo et de tertio juxta uno numero arbitrario, et
sumpto multiplices de secundo et de quarto juxta alio numero
arbitrario, si multiplice de primo es majore, aut aequale, aut mi>
nore de multiplice de secundo, tunc in correspondentia, multiplice
de tertio resulta majore, aut aequale, aut minore de multiplice
de quarto .
Si nos adopta symbolos de algebra, et scribe proportione sub
forma a/b = c/d , nos habe :
Dato quator magnitudine a, bt c, dt nos dic que a/b = c / d ,
quando, sumpto ad arbitrio duo numero m, n, si ma > nb, seque
w c > n d\ si ma = nb, seque me = nd ; si ma < nb, seque mc <[ nd .
Nunc nos adopta symbolos de logica-mathematica, symbolos que
per opere de C o u t u k a t in Francia, de R u s s e l l et W h i t e h e a d
in Anglia, de H u n t i n g t o n et de M o o r e in America, hodie es de
usu internationale.
Symbolos es :
e, que indica propositione individuale,
q

propositione universale, aut deductione.


Definitione de Euclide sume forma :
a, b, c, d e magnitudine . O /. a/b = c/d
:
m, n e numero . ma > n>. o m,n wic > nd :

. ma = nb , q m>n ,m c = nd:

ma < nb . o m,n mc<^nd


Tres puncto (/.) divide propositione in 3 parte ; primo parte
consta ex hypothesi a, b, c, d es magnitudine , et ex signo de
deductione q tunc .
Secundo parte es aequalitate diviso per duo puncto (:) in primo
membro a / b = c/d, et signo = sign ifica . Secundo membro es af
firmatione simultaneo de 3 propositione diviso per :, nam singulo
propositione es diviso in partes per punctos simplice, si w, n es
numero et si ma > nb, tunc pro omni m et n , es mc > nd.

De f i n i t i o n e d e n u m e r o s i r r a t i o n a l e s e c u n d o e x c u d e

Ultimo forma de definitione Euclideo, contine duo vocabulo


m agnitudine et nu m ero. Vocabulo nu m ero, versione de
grco aidjji, significa actuale numero integro positivo indicato
in Formulario mathematico per signo N (aut Nj).
Euclide non adopta expressione aequivalente ad nostro nume
ro rationale j sed semper scribe Xoyo ov piftfx jcq ifyiv 'xei
ratio quam numerus ad numerum habet j in symbolos N/N.
Et Euclide non adopta expressione numero reale (rationale
aut irrationale) j sed semper loque de ratione de duo magnitudine.
Magnitudine, de que nos considera ratione, es homogeneo j conditio
ne de homogeneitate es scripto in Euclide, in definizione 4, praece
dente ilio que nos considera.
Ergo, si in loco de ma > nb nos scribe a/b > n/m ; si in loco
de a/b et de c/d nos scribe x et y, et in loco de n/m nos scribe z\
resulta que x et y es quantitate reale (Q de Formulario), et z es
numero rationale (R de Formulario), Definitione sume forma :

x, y e Q . Q

y.

:z

R .z < x . & .z <

. z = x . Q z . z = y:

. z > x . Q *. z > y
Nos die que duo numero reale x et y es aequale, quando omni
numero rationale z , minore de x es minore de y j et omni rationale
majore de x , es majore de y; et si z = x , resulta etiam z = y .
Et in modo plus breve:
Duo numero reale (irrationale) es aequale, per definitione,
quando omni numero rationale minore de primo es minore de se
cundo, et viceversa ,
aut quando classe de numeros rationales minore de primo
coincide cum classe de rationales minore de secundo .
Logica-mathematica adopta signo a, pro indica operatione inver
so de e. Signo ^ significa et . Ergo R ^ z s (z < x) significa ra
tionales et z tale que satis fac conditione z < x .
Tunc definitione de Euclide sume forma :

X j y e Q . y t x = y . . R ^ z 3 ( z < ^ x ) R ^ z s ( z <Cy),
scripto in Formulario mathematico, editio V, 1908, pagina 105,
Prop. 2*1.
Ergo omni numero reale x divide rationales in duo classe, ra
tionales minore de x , et rationales majore de x. Isto divisione es
vocato sectione ( Schnitt ab Dedekind in 1872). Euclide pone per
definitione, que duo numero reale es aequale, si responde ad identico
sectione de rationales.

388

Gi u s e p p e p e a n o

De duo classe de rationales, suffice de considera primo j nam


secundo classe es complemento de primo. Primo classe, id es classe
de rationales minore de uno numero reale, es vocato segmento
(Strecke de Pasch, 1872). Ergo Euclide die que duo numero reale
es aequale, quando es extremo de idem segmento.
Quod praecede es puro et simplice versione de definitione in
Euclide. Kos verte non solo graeco in interlingua, sed etiam lingua
de mathematica de ilio tempore in symbolos actuale.
Quod non es scripto in Euclide, es existentia de irrationales.
Euclide considera solo irrationales que resulta ex constructione geo
metrico, id es per extractione repetito de radices quadrato ; et exi
stentia de magnitudines resulta ex geometria.
In Euclide non existe propositione de typo :
Ad omni sectione de rationales responde uno numero reale ,
aut omni segmento de rationales habe limite supero rationale
aut irrationale ,
aut omni fractione decimale illimitato repraesenta uno numero
reale ,
etc. etc.
Propositione existentiale praecedente, scripto post theoria de
numeros rationale, contine idea novo numero reale irrationale ;
ergo non es postulato, que es relatione inter ideas noto.
Et non es definitione, nam non liabe forma :
numero reale = expressione composito per ideas praecedente.
Super natura de isto propositione existentiale, et suo transfor
matione in definitione, multo es scripto in ultimo tempore. Isto
quaestione pertine ad theoria de definitiones per abstractione.
Prof. B u r a l i - F o r t i , R u s s e l l , et plure alio, stude cum acumine
isto quaestione. Labores plus recente es :
Cipolla , Analisi Algebrica , 1914.
M a c o a f e r r i , Sulle definizioni di enti astratti, e sul concetto di
numero reale, Periodico di Matematica, 1915.

(176). IMPORTANZA D EI SIMBOLI


IN MATEMATICA
(Scientia ltivista di Scieuza, vol. X V III, -4. IX (1915), 1 sett., pp. 165-173)

Tradotto in francese nella stessa rivista (lavoro n. 176').

U. C.

Lo splendido e altamente suggestivo articolo di Eugenio Rignano,


feb
braio e marzo 1915), mi induce a trattare una questione analoga,
cio la funzione che i simboli hanno in matematica.
I simboli pi antichi e oggi pi diffusi sono le cifre dellarit
metica 0, 1, 2, ecc., che noi imparammo verso il 1200 dagli Arabi,
e questi dagli Indiani, che le usarono verso lanno 400.
II primo vantaggio che si vede nelle cifre la brevit; i numeri
scritti in cifre indo-arabiche sono molto pi brevi che gli stessi nu
meri scritti in tutte lettere in una nostra lingua, e sono anche in
generale pi brevi degli stessi numeri scritti colle cifre romane
I, X, O, M.
Ma un esame ulteriore ci fa vedere che le cifre non sono dei
puri simboli stenografici, cio delle abbreviazioni del linguaggio co
mune; essi costituiscono una nuova classificazione delle idee. Cos
se le cifre 1, 2 , . . . 9 corrispondono alle parole uno, due,. . . nove ,
invece alle parole dieci, cento non corrispondono pi simboli
semplici, ma i simboli composti 10, 100 . E il simbolo 0 non ha
alcun equivalente nel linguaggio volgare; noi lo leggiamo colla parola
araba zero) i Tedeschi e i Russi usano la parola latina nullo. Il
simbolismo non consiste nella forma dei simboli; gli Europei usano
le cifre sotto una forma fissata dopo linvenzione della stampa, e
molto diversa dalla forma delle cifre arabiche; tuttavia giustamente
le nostre cifre diconsi indo arabiche, perch hanno lo stesso valore
delle corrispondenti cifre arabiche.
L uso delle cifre non solo rende pi breve la scrittura, ma essen
zialmente rende i calcoli aritmetici pi facili, e quindi rese possi
bili certi lavori, e permise di ottenere certi risultati, che altrimenti
non si potrebbero praticamente ottenere.

Le forme superiori del ragionamento (in Scientia , gennaio,

890

GIUSEPPE PEANO

A d esen to, la misura diretta assegn al numero n, rapporto


della circonferenza al diametro, il valore 3. La Bibbia ci informa
che Salomone costrusse un vaso di getto di dieci cubiti di diametro
e - di trenta cubiti di circonferenza (1 0 libro dei Re, 7, 23) ;
onde n 3.
Archimede, 200 anni prima di Cristo, collinscrivere e circo
scrivere poligoni alla circonferenza, o meglio col calcolare delle serie
di radici quadrate, servendosi delle cifre greche, trov n a meno
di 1/500 . La sostituzione delle cifre indiane alle greche permise su
bito ad Aryabhata, verso il 500, di spingere il calcolo a 4 decimali,
e permise ai matematici europei del 1600 di spingere il calcolo fino
a 15 e poi a 32 cifre, sempre seguendo il metodo di Archimede.
11 progresso ulteriore, cio il calcolo di 100 cifre, fatto nel 1700, e
il calcolo moderno di 700, dovuto allintroduzione delle serie.
#
##
'
La stessa cosa si pu dire per i simboli dellalgebra + , , x ,
~ i ]>>
di uso universale. Le equazioni algebriche sono molto
pi brevi della loro espressione in linguaggio comune; sono pi
semplici e pi chiare, e su esse si pu operare e fare dei calcoli.
E ci perch i simboli algebrici sono simboli che rappresentano delle
idee e non delle parole. Ad esempio, il simbolo -f- si legge pi ; ma
quel simbolo e questa parola non hanno lo stesso valore. Noi diciamo
ad esempio a b pi grande di b , e scriviamo in simboli a > b ,
senza che alla parola pi corrisponda il segno + ; e la frase som
ma di a con b tradotta in simboli con a -|- b , bench la frase
non contenga la parola pi. Il simbolo + permette di rappresentare
ci che nel linguaggio ordinario si esprime con p i , somma, e
anche addizione, termine, polinomio . Parimenti il segno x rap
presenta, senza esserne equivalente, le parole moltiplicazione, pro
dotto, fattore, coefficiente . I simboli algebrici sono molto meno nu
merosi delle parole che essi permettono di rappresentare.
Oggi non si potrebbe concepire unalgebra senza simboli. In
realt, tutte le proposizioni di algebra, che ora si studiano nelle
scuole medie, si trovano in Euclide e in Diofanto, senza simboli.
Iv i le parole del linguaggio ordinario hanno assunto un significato
tecnico speciale, ed hanno gi il valore di simboli fonetici. Cos la
frase euclidea la ragione del numero a al numero b vale esatta-

mente il nostro simbolo ; la parola ragione, in Euclide \6yoq, non


ha che una lontana origine comune colla parola della lingua volgare,
e colla logica che ne deriva.

IMPORTANZA DEI SIMBOLI IN MATEMATICA

391

L evoluzione del simbolismo algebrico questa : prima il lin


guaggio comune ; poi in Euclide un linguaggio tecnico, in cui gi
si stabilisce una corrispondenza univoca fra parole ed idee ; poi lab
breviazione delle parole del linguaggio tecnico, cominciata verso il
1500, per opera di molti e sotto forme diverse, finch un sistema di
notazioni, quello usato da Newton, prevalse sugli altri.
L uso dei simboli algebrici permette agli allievi delle scuole me
die di risolvere facilmente quei problemi, che solo potevano risolvere
le vaste menti di Euclide e di Diofanto, e permise la trattazione di
tante nuove questioni algebriche.
*
* *

Il simbolismo del Calcolo infinitesimale una continuazione del


lalgebrico. Qui la storia pi. sicura. Archimede misur larea di
alcune figure, ricorrendo ad una forma di ragionamento detto me*
todo di esaustione . Keplero nel 1605, Cavalieri nel 1639, Wallis
nel 1665, ecc., dissero che larea descritta dallordinata di una curva
la somma di tutte le ordinate. Leibniz abbrevi la parola somma
nelliniziale 8 , che Bernoulli chiam integrale , e che ora ha la forma
di una 8 allungata.
L esprimere larea incognita mediante la somma di infinite ordi
nate, somma che non definita, pare esprimere loscuro pel pi
oscuro. Ma in realt questa somma o integrale ha le propriet fon
damentali della somma ordinaria, il che facilita molto i calcoli. Le
ordinate, la cui somma larea, sono gli indivisibili di Cavalieri, gli
infinitesimi di Leibniz. La maggior parte dei geometri di quel tempo
rifiutarono i nuovi metodi ; dissero che con essi non si trovavano
che risultati noti, e ci era vero fino ad un certo punto ; dissero
che i risultati ottenuti si potevano pure trovare coi metodi antichi,
e lo provarono rifacendo le dimostrazioni col linguaggio di Archimede, il che sempre possibile. Poi si stancarono, e il mondo adott
il nuovo simbolismo, che molto pi comodo.
#
##
La Geometria si prest meno al simbolismo. La Geometria ana
litica d veste algebrica alle questioni geometriche. un metodo di
studio, potente in alcune ricerche, ma indiretto e spesso inferiore
alla geometria elementare. Molti cercarono un calcolo che operasse
direttamente sugli enti geometrici. Herigone nel 1644, Carnot nel
1801, e molti altri, costrussero dei simboli per dire retta, piano,

392

GIUSEPPE PEANO

parallela, perpendicolare, triangolo, quadrato, ecc. . E alcuni di essi


sono usati in trattati moderni di geometria elementare. Ma questi
sono simboli stenografici rappresentanti parole, e clie non si presta
rono ad alcun calcolo.
La moderna teoria dei vettori permette di trattare le questioni
geometriche con un calcolo diretto simile al calcolo algebrico. L idea
di vettore trovasi, in germe, in Euclide ; pi chiara in alcuni autori
verso il 1800, e nel nostro Bellavitis nel 1832 j questi li chiam
segmenti, poich il segmento della geometria elementare un ente
molto simile al vettore. Ma luso con un nuovo significato duna pa
rola che gi ne possiede un altro, causa di confusioni, tanto pi
gravi quanto pi i due enti sono simili. Hamilton nel 1845 chiam
vettore questo nuovo ente ,* e in due volumi ne spieg il calcolo sem
plicissimo, e lo applic alle questioni di geometria elementare, ana
litica, projettiva, infinitesimale, alla meccanica, allastronomia, alla
fisica matematica, dando nuova forma pi semplice a risultati noti,
e trovandone dei nuovi. Ma gli studii di Hamilton non passarono
sul continente, finch Maxwell, pure inglese, adott questo metodo
nellesposizione delle sue teorie sullelettricit e sul magnetismo.
Oggi i vettori sono noti, almeno di nome, a tutti i matematici,
e usati da molti, senza essere finora inclusi nei programmi ufficiali.
Ora avvenne che varii autori si permisero di modificare le notazioni,
di introdurre nuovi simboli non necessarii, di dare il nome di vet
tore ad altri enti simili ma non identici, riproducendo lambiguit
che Hamilton aveva eliminata. Non parlo di quelli che attribuiscono
ai vettori delle propriet contraddittorie, che rendono impossibile
ogni calcolo. Ne origin una confusione tale che lillustre matema
tico Lai sant pose recentemente nel periodico ^ L Enseignement ma
thmatique di Ginevra, la questione Cosa un vettore ?
Questa arruffata matassa fu dipanata dai prof. Burali-Forti e
Marcolongo, in alcuni articoli pubblicati nei Rendiconti di Pa
lermo. Risult che le notazioni non si possono prendere ad arbitrio,
ma debbono soddisfare a leggi definite. X suddetti professori, in unione al prof. Boggio, Bottasso ed altri, hanno cominciato la pub
blicazione duna serie di volumi, ove sono trattate le principali ap
plicazioni dei vettori. Sicch i pi bei libri su questa teoria, che
una volta erano stampati in Inghilterra, ora sono pubblicati in Italia.
Che cosa un vettore? Il vettore non un segmento cui si
aggiungano delle propriet. Il vettore non si pu definire colla geo
metria elementare, cio non si pu scrivere uneguaglianza il cui pri
mo membro sia la parola vettore, e il secondo membro sia un gruppo

IMPORTANZA DEI SIMBOLI IN MATEMATICA

393

di parole della geometria elementare. Il vettore risulta da un seg


mento, o meglio da una coppia di punti, astraendo da alcune prpriet. Si pu definire leguaglianza dei vettori.
Essendo A , B , C , D dei punti, la scrittura A B = C D
significa che i segmenti A B e C 1) sono di egual lunghezza, sono
paralleli, e diretti nello stesso senso j cio che A B B C sono vertici
consecutivi di un parallelogrammo j o in altre parole, che il punto
medio di A D coincide col punto medio eli B G j o anche in altre
forme. Il vettore A B linsieme delle propriet comuni a tutti
i vettori G D eguali ad A B . In conseguenza si parler della
somma di due vettori ; ma non si parler dellorigine dun vettore,
della retta che lo contiene, di vettori adiacenti, ecc., perch sosti
tuendo ad un vettore un suo eguale, lorigine pu cambiare.
La teoria dei vettori non presuppone nessuna cognizione di geo
metria analitica, e nemmeno di geometria elementare. Il prof. Andreoni la usa nella scuola industriale di Reggio Calabria, per spie
gare la geometria j e si potrebbe benissimo spiegare in una scuola
inedia.
#
##
Il simbolismo della logica matematica, o calcolo logico, o algebra
della logica, fu l ultimo a comparire ; ma gi nel suo attube sviluppo
si dimostra in nulla inferiore ai precedenti dellaritmetica, dellalge
bra, della geometria.
In qualunque libro di matematica sonvi termini, o simboli, che
rappresentano idee di algebra o di geometria. I termini rimanenti,
circa un migliaio, rappresentano idee di logica. La logica matematica
classifica le idee di logica che si presentano nei libri di matematica,
le rappresenta con simboli, ne studia le propriet, o regole del cal
colo logico. Sicch tutto il libro risulta espresso in simboli, di ma
tematica e di logica (1).
(*) Gli autori che usano i simboli di logica, sogliono spiegarli nella prima
pagina dei loro lavori. La R ivista di matematica, da me edita, tomo 7, pa
gine 3-5, contiene lelenco di 67 lavori relativi alla logica matematica dal 1889
al 1900; e il Formulario mathematico, da me pubblicato, edizione 5a , pag. XIVXV, contiene l'elonco di 62 lavori dal 1900 al 1908. Altri comparvero dopo. Fra
essi merita speciale menzione VAlgebra der L ogik di Schrcider, elle contiene oua
ricchissima bibliografia, specialmente dei lavori pi antichi.
Il lettore che desidera avere pi ampio cognizioni su questo soggetto, pu
consultare : C. B u u ali-F o h ti, Logica matematica, Milano, Manuali Hoepli, 1894,
e il libro pi recente, e al corrente dei nuovi risultati : A. Padoa, L a logique
dductive dans sa dernire phase de dveloppement , Extrait de Revue de mtaphy
sique et de morale , Paris, 1912.

394

GIUSEPPE PEANO

Il primo vantaggio clie si vede nei simboli di logica, la bre


vit che essi producono. Cos il mio Formulario contiene trattazioni
complete di aritmetica, di algebra, di geometria, di calcolo infinite
simale, definizioni, teoremi e dimostrazioni, il tutto in un piccolo
volume, molto inferiore ai volumi che contengono le stesse cose espresse col linguaggio comune.
Poi si vede che, mentre le parole del linguaggio comune, che
esprimono relazioni logiche, sono un migliaio, i simboli di logica
matematica, che esprimono le stesse idee, sono una decina, tante
quante le cifre arabiche. E ci in pratica, poich il prof. Padoa, nel
libro citato, ha ridotto il numero dei simboli teoricamente necessarii
a soli 3. Cos risulta che i simboli ideografici sono molto meno nu
merosi delle parole che permettono di esprimere ; quindi non c la
corrispondenza univoca fra simboli e parole j quei simboli non sono
abbreviazioni di parole, ma rappresentano delle idee.
Ma Futilit principale dei simboli di logica si che essi faci
litano il ragionamento.
Tutti coloro che usarono 41 simbolismo logico attestarono la sua
utilit.
Mario Pieri, rapito alla scienza nel fiore della sua attivit nel
3 913, adott i simboli di logica in una serie di Memorie, relative ai
principii della Geometria proiettiva, e pubblicate dal 1895 in poi.
Di massima importanza il suo lavoro : Bella geometria elementare
come sistema ipotetico deduttivo. Le prime definizioni che si incon
trano nei comuni trattati di geometria, le definizioni di punto, di
linea, di retta, di superficie, ecc., non soddisfano un logico. Il dire
che la linea una lunghezza senza larghezza esprimere lignota
idea di linea per due idee pi ignote lunghezza e larghezza, l Pieri
pervenne ad analizzare e classificare le idee di geometria, e tutte le
defin in funzione di due idee primitive : punto e distanza di due
punti (2).
(2)
I risultati cui pervenne il Pieri costituiscono nnepoca nello studio dei
principii della Geometria. B. Russell, dellUniversit di Cambridge, nel suo libro
The principies o f Mathematica, 1903, dice del lavoro del Pieri This is tlie best
work on the prosent subject. E tutti coloro che in seguito trattarono dei prin
cipii della Geometria, si servirono ampiamente del lavoro del Pieri, e diedero dei
giudizii equivalenti a quello riportato dal RusselL Citer Bocher, nel Bulletin
of the American mathematical Society, 1904, pag. 115, Wilson, nello stesso pe
riodico, 1904, pag. 74 ; Huntington, nelle Transactions della stessa societ,
in una serie di Memorie dal 1902 in poi, Veblen nello stesso periodico, 1904.
Eco., eco.
Il Pieri in altri lavori, espose anche i risultati cni pervenne, senza far uso

IMPORTANZA DEI SIMBOLI IN MATEMATICA

395

La pi grande opera, tutta scritta in simboli ideografici, : A.


N. Whitehead and H. Russell, Principia Mathematica (3). Gli Autori,
nella prefazione, spiegano lutilit, anzi necessit, del simbolismo.
Essi dicono di essere stati obbligati ad usare i simboli, a preferenza
delle parole, poich le idee nel loro libro usate sono pi.astratte di
quelle considerate nel linguaggio ordinario; e quindi non sonvi pa
role che abbiano il valore esatto dei simboli. Anzi le idee astratte
e semplici considerate nel loro lavoro mancano di espressione nel
linguaggio comune, che rappresenta pi facilmente idee complesse.
Perci il simbolismo pi chiaro ; permette di costruire serie di
ragionamenti quando limmaginazione sarebbe interamente inabile a
sostenere s stessa senza aiuto simbolico. Ecc. Questopera tratta i
principii dellanalisi e della geometria, la teoria degli insiemi di punti,
gli infiniti, infinitesimi e limiti, e tutte le questioni pi difficili e
controverse della matematica (4).

d simboli. Ma sempre volle affermare che Egli li ottonile servendosi dei simboli
della logica matematica. Vedasi ad esempio la sua comunicazione al Congrosso
internazionale di filosofa, Parigi, 1900, col titolo L a Gomtrie comme systme p u
rement logique, specialmente a pag. 381.
E, incaricato del discorso inaugurale per lanno 1906-07 nella R. y^niversit
di Catania, il Pieri scelse come tema Uno sguardo al nuovo indirizzo l gico-matematico delle scienze deduttive. Il discorso stampato neU Annuario di 'quella Universit, ed una limpida esposizione di questo grande movimento scientifico,
fatta in modo accessibile al pubblico non matematico, che ivi pu farsi rapida
mente unidea chiara della questione.
In quel periodo di tempo una schiera di illustri matematici italiani lavor
nello stesso indirizzo. Sicch nel 1900, L. Conta rat, mentre dichiara che l'cole
italienne avait atteint des rsultats merveilleux de rigueur et de subtilit , era
ancora incerto si lon devait les attribuer Futilit du symbolisme logique ou
la pntration des savants qui le m anient; ma noi 1905 afferma senza esitare,
que c'ost Finstrument indispensable pour rejoindre la puret logique des con
cepts, et la rigueur dductive des raisonnements.
(3) Cambridge, University Press, Vol. 1, 1910, pag. 666 ; Vol. 2, 1912, pa
gine 722; Vol. 3, 1913, pag. 491.
(4) Fra gli Autori di, altre opere importanti di logica matematica ci limi
tiamo a rammentare i seguenti :
Il prof. Huntington dellUniversit di Cambridge in America, il quale, nella
serie di scritti pubblicati nelle Transactions of the American Math. Society , a
partire dal 1902, analizz le idee di grandezza, di numero reale, dei gruppi di
sostituzioni, ecc., usando ivi in parte il simbolismo logico, e dichiara servirsi dei
lavori dei prof. Burali-Forti, Padoa, Couturat, Amodeo II prof. Moore dellUuiversit di Chicago, il quale ha applicato il simbolismo della logica matematica
a studiare il nuovo problema delle equazioni integro-differenziali, in una comu
nicazione nel 4 congresso matematico internazionale di Roma nel 1908, e poi nel

396

GIUSEPPE PEANO

La logica matematica, utile nei ragionamenti matematici (ed in


questo solo senso io ne feci uso), interessa pure la filosofia. Louis
Couturat, morto per una disgrazia allinizio della guerra del 1914,
scrisse importanti e numerosi articoli nella Revue de mtaphysique
et de morale ed in opuscoli e libri separati.
Si riconobbe che parecchie forme di sillogismo considerate in
logica scolastica mancano duna condizione. Che le regole per le de
finizioni date nei trattati di logica scolastica, non si applicano alle
definizioni matematiche j e che viceversa queste soddisfanno ad altre
regole che non si trovano nei comuni trattati di logica. Lo stesso
avviene per le regole delle dimostrazioni matematiche, le quali non
si possono ridurre al sillogismo della logica classica, ma bens as
sumono altre forme, completamente classificate.
*

##
Bisogna dunque distinguere fra opere e opere di logica mate
matica . Se giuste sono le critiche di Eugenio Rignano contro co
loro che considerano la logica matematica quale scienza a s, i cui
lavori, verissimo, sono spesso poco proficui ; invece pi non lo sa
rebbero allindirizzo di coloro, quali quelli da me citati, che consi
derano la logica matematica come uno strumento utile per risolvere
questioni matematiche resistenti ai metodi comuni. Del resto quanto
riconosce il Rignano stesso l dove afferma lo scopo completamente
raggiunto e lutilit del nostro Formulario. Che con un simile stru
mento simbolico nuovo si siano ottenuti risultati nuovi, risulta dalle
dichiarazioni concordi degli autori che ne fecero uso. E che questi
risultati nuovi siano importanti, risulta dal fatto che i lavori fatti
col simbolismo logico furono letti, citati da numerosi autori, e ser
virono come base a nuove ricerche.
libro Introduction to a Forvi o f generai Analysis, 1910. Lo stesso metodo fn appli
cato dalla Dottoressa Maria Gramegna, vittima del terremoto di Avezzano nel
gennaio di questanno, nello scritto Serie di equazioni differenziali lineari, pubbli
cato in A tti della R. Acc. delle Scienze di Torino, 13 marzo 1910.
Menzioner ancora i lavori del prof. Cipolla dell'Universitft di Catania, re
lativi alle congruenze, pubblicati nella Rivista di Matematica . E il libro tanto
apprezzato : G. Pagiiero, Applicationes de calculo infinitesimale, Torino, Paravia,
1907, tutti scritti in simboli. E nel campo didattico, i varii trattati di Aritme
tica e di Algebra, del prof. Catania, in Catania, ove non si fa uso di simboli,
ma vi si applicano i risultati della logica matematica, e cos ne risulta nn'esposizioue chiara, semplice e rigorosa ; le quali qualit sono generalmente unite.
grazie ai collaboratori prof. Castellano, Vacca, Vai Iati ed altri, che il Formulario
mathematico pervenne allo stato attuale.

(178). LESECUZIONE TIPOGRAFICA DELLE


FORMULE MATEMATICHE
(A tti della Reale Accad. delle Scienze di Torino, Voi. LI, 1915-10, 20 dio. 1916, pp. 279-286)

Gli autori di libri e di memorie di matematica, in generale re


putano che, due notazioni equivalenti, ed egualmente facili a scriversi
sulla carta, siano anche egualmente facili a riprodursi in tipografia.
Invece chi conosce larte tipografica, sa che alcune notazioni esigono
molto pi lavoro di altre.
L operaio tipografo cerca di riprodurre le formule del manoscritto,
il pi fedelmente possibile, servendosi del materiale tipografico a sua
disposizione, ma non pu riprodurre il manoscritto. *jn conseguenza
le formule complicate diventano di difficile lettura, e' il prezzo della
composizione sale inutilmente a cifre altissime. E tutto ci a danno
dellautore, sia che egli debba pagare il prezzo della stampa, sia che
il prezzo sia pagato da un editore o da una societ scientifica, che
meno volontieri pubblicher un lavoro inutilmente costoso.
Perci mi propongo di esporre alcune norme, seguendo le quali,
le formule matematiche possono diventare pi chiare e meno costose.
#
* *
Una pagina tipografica composta di moltissimi caratteri , che
sono dei parallelepipedi rettangoli di metallo, su una /cui faccia
inciso un segno.
Le dimensioni di ogni carattere sono misurate in punti tipogra fici , legati al metro dalla relazione 8 punti = 3 millimetri. I caratteri
di una tipografia debbono avere rigorosamente la stessa altezza , o
dimensione normale al foglio. Quelli duna stessa linea hanno la
stessa lunghezza, che misurata in punti , chiamasi corpo. Questo ar
ticolo stampato in corpo 10. La larghezza dei carattere varia col
segno inciso j minima per la lettera i massima per la m .

398

IUSEPPE PNO

II compositore tipografo, fissata la lunghezza della linea, dispone


i caratteri duno stesso corpo, luno Vicino allaltro, inclusi i bianchi
fra le parole, finch ve ne stanno, secondo le regole ortografiche ;
poi completa o aggiusta la linea con degli spazii fini, intercalati vi
cini ai grossi. E aggiunge linea a linea. Legata la pagina con uno
spago, se tutte le operazioni furono fatte con cura, essa si comporta
come nn corpo rigido, che si pu sollevare colla mano. In caso con
trario, se le linee non sono ben aggiustate, nel maneggiare la pagina,
questa si sfasci, 'e tutto il lavoro fatto distrutto.
#
* *

Le formule matematiche del tipo

a -f- by a 6, a x b , a b, a > b, n i , log x7 cos x , tang (x +


che si possono eseguire con caratteri dello stesso corpo, disposti in
fila, sono di composizione tanto facile quanto un testo qualunque j
salvoch il compositore, oltre a prendere i caratteri nella cassa del
carattere tondo, bisogner che adoperi pure quella del corsivo, dei
segni matematici, e del greco. 1ba complicazione si presenta quando,
invece della composizione unilineare, si debbano usare caratteri di
corpo diverso, a disporsi in diverse linee, come avviene nelle frazioni,
negli esponenti, negli indici, ecc.

Il
rapporto di due numeri a e b indicato nei varii libri, colle
notazioni imilineari a/b , o a : b , o
e pi comunemente colla

notazione trilineare . Per eseguire questultima notazione, il com


positore deve comporre tre linee, luna pel numeratore, laltra per
la linea di frazione, e la terza pel denominatore. Il comporre quelle
linee bianche che fissano il numeratore e denominatore in modo che
la pagina non si sfasci, esige tanto lavoro, che nei lavori a cottimo,
in cui loperaio pagato a tanto per linea, la frazione trilineare viene
computata per tre linee. Se sulla stessa lnea sonvi altre frazioni,
esse aggiungono una linea per frazione (1). Sicch la formula

_1___ 1__ J_
2

3 ~

(*) Federazione italiana fra i lavoratori del libro, Sezione di Torino, Tariffe
dicembre 1912.

L'ESECUZIONE TIPOGRAFICA DELLE FORMULE MATEMATICHE

399

computata per 5 linee, cio il suo prezzo 5 volte quello della


formula egualmente chiara
1/2 1/3 = 1/6 .
Quindi, se la composizione delle formule di un trattatello di aritme
tica, in cui le frazioni hanno la forma unilineare a/b costa ad es.
100 lire, la composizione delle stesse frazioni sotto forma trilineare
verr a costare 400 lire di pi., senza che nulla sia aggiunto alla
chiarezza del libro.
Quando poi la frazione alla sua volta il numeratore o deno
minatore di altra frazione, o figura come esponente, o come indice,
il numero delle linee, ed il prezzo di composizione, cresce vertigino
samente.
Perci i trattati di matematica inglesi, libri notevoli per leleganza tipografica, onde semplificare le formule, usano spesso la nota
zione a/b.
Questa notazione si trova, per esempio, in :
B asset,

A treatise on hydrodynamics, Cambridge 1888,

G r a y and M a t h e w s ,
P ie r p o n t ,

A treatise on Bessel functions , London 1895,

Lectures on th theory of functions^!of real variables.

New York 1905,

e in tutti i libri che ho consultato.


La notazione a : b, invece di a/b , meno diffusa ; trovasi in Eu
lero, concorrente colla trilineare, onde semplificare le formule. Essa
deriva da una confusione di notazioni. Euclide nel libro V prop. 5
definisce l eguaglianza di due ragioni a/b = c/d) e nella prop. 6 defi
nisce la proporzionalit fra quattro grandezze a : b n c : d . I due lin
guaggi si sono conservati fino agli ultimi tempi, e le differenti no
tazioni, esprimenti idee differenti, si trovano ancora in Legendre. Ma
molti autori identificarono il segno di proporzionalit : : col segno di
eguaglianza, ed allora a : b, che rappresentava la coppia dei due enti
a e b, risult identico ad a/b.
La notazione a -f- b si trova in Cayley, e pochi altri.
#
##
Per eseguire in tipografia la potenza am, presa la lettera a nella
solita cassa di corpo 10, loperaio prende poi la lettera m nella cassa
di corpo 6 ovvero 5, e la fissa in alto della linea, mediante spazii
al di sotto e .laterali. Questa operazione dicesi riporto , o parangonnage,
ed il suo lavoro in tariffa stimato equivalente alla composizione di

400

GIUSEPPE PEAN

una linea. La stessa cosa avviene per gli indici am. Gli accenti, o mi
nuti di a' a " sono fusi sul corpo 10, e si compongono correntemente.
In molte tipografie, gli esponenti pi frequenti 1 2 3 ..., sono f usj
sul corpo 10, e si compongono correntemente senza riporto. Col ri
porto si pu comporre a ) coi caratteri in corpo 10, essa assumer
la forma a. Il compianto professore Cuccia, fondatore del Circolo
matematico di Palermo, impiant una tipografa matematica onde pub
blicarne i Rendiconti. Egli fece fondere le lettere e segni che pi spesso
si presentano come esponenti ed indici, sul quadrato di corpo 5. Allora
lesponente di am- n ha la forma della s c r i t t u r a a m a c c h i n a ,
in cui tutte le lettere sono equidistanti. In tal modo, loperazione
del riporto pi facile.
#
* #
Ma se lesponente o indice ha alla sua volta esponenti, o indici,
od una frazione, 0 una espressione qualunque plurilineare, lesecu
zione tipografica diventa difficile. Non sono in uso corpi tipografici
inferiori al 5, perch i caratteri resulterebbero microscopici. Quindi
nellespressione amy, le lettere m ed r sono necessariamente dello
stesso corpo 5. E per attaccare la r alla , col coltello o con altri
strumenti, si taglia una parte del carattere della lettera r. Le lettere
tagliate non servono pi per una nuova composizione. Il taglio non
si pu eseguire colla precisione con cui le lettere sono fuse j perci
queste lettere oscillano nella pagina composta ; la formula a + b ve
rificata nelle prove di stampa potr risultare stampata + a b. Inoltre
alcune volte quasi tutta la formula risulta composta nel minutissimo
corpo 5, di lettura faticosa. In una formula le varie lettere hanno
eguale importanza, e non c ragione di renderne una parte meno
visibile dellaltra,
#
##
De Morgan nel 1845 adott per la potenza un segno, che nel
Formulario mathematico da me edito, ha la forma
=
Il
segno h (leggi elevato) la ]/ capovolta. Questo segno usato
nel Formulario suddetto solo in qualche formula, per poter esprimere
la propriet distributiva dellh rispetto al x , analoga alla distribu
tivit di X rispetto + . ivi anche usato quando lesponente una
formula lunga. Fu pure adottato in alcuni libri di matematica ele
mentare.

LESECUZIONE TIPOGRAFICA DELLE FORMULE MATEMATICHE

401

Volendo semplificare le formule, senza introdurre il segno elevato,


basta indicare con una lettera la parte complicata di una formula,
specialmente se essa si presenta pi volte.
*
##
Per indicare le radici si pu scrivere ^2 o f%. Il tratto orizzon
tale sul radicando del tutto inutile, ed esige una linea di compo
sizione. Esso non esiste nei trattati inglesi gi citati, e nemmeno
nelle tavole logaritmiche del Kohler.
Il
tratto orizzontale che prolunga il segno )/ un residuo del
vinculum usato da Leibniz, Newton, ecc. per indicare le parti duna
formula, la quale indicazione da Eulero in poi fatta colle parentesi,
sicch lantica scrittura a X b + c diventata
)
Alcune volte quel tratto orizzontale conserva la funzione di vin
colo ; sopprimendolo, bisogner introdurre delle parentesi :

ia + b

diventa

y (a -J- b).

Anche la linea di frazione ha qualche vojia la funzione di vin


colo ; quindi
j-q l

si scriver

a/(b -f- c).

Alcuni autori pongono dei tratti sopra certe lettere ; egual


mente facile lo scrivere l o V j ma la prima notazione importa una
linea di pi, che fssi a suo posto il tratto ; se la linea consta di 50
lettere, lesecuzione tipografica di l costa 50 volte quella di V. Pa
rimenti il far stare un punto sopra una lettera, come x invece di
D x , importa una linea di composizione.
La composizione di parentesi tonde, quadre, graffe per corpo su
periore al 10 costa 50 lire per 1000, mentre in corpo 10 la tariffa
di 50 centesimi per mille.
#*
Alcuni autori vogliono i simboli 2 (somma), 77 (prodotto), / (in
tegrale), in corpo maggiore del 10, il che importa la composizione
di tre linee, oltre a quelle che contengono i limiti. La formula

n
2

Jsen x dee = 1 ,
o
20

402

GIUSEPPE PEANO

su 7 linee, dice quanto la formula


S (sen, 0 11t z / 2

) =

1,

pi conforme al linguaggio di Cavalieri e di Keplero. Il segno S in


Leibniz, Eulero, ecc. una s minuscola, come la lettera sua compagna
d , che indica il differenziale. L ingrandimento di queste lettere data
dai tempi di Cauchy. Questi us anche dei 2 nel cui interno
scritta la variabile rispetto alla quale si fa la somma ; ma questa
notazione difficile a eseguirsi in tipografia fu abbandonata.
La notazione di Eaabe

numero delle com-

binazioni di in oggetti ad n ad n, pu essere sostituita dalla unili


neare C (m, n).

Unaltra difficolt tipografica proviene dalla frequenza delle let


tere. In ogni lingua le lettere dellalfabeto si presentano con una
frequenza accuratamente studiata dai fonditori di caratteri tipografici.
Le lettere pi frequenti in italiano sono le vocali, le meno frequenti
sono fc, w, se, y, z. In una cassa, in cui i caratteri sono in quantit
proporzionale alla frequenza, quando un cassetto si vuota, anche gli
altri sono sensibilmen