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ME MORI E E L E T T E RE

INEDITE FINORA Q DISPERSE


DI
GALILEO GALILEI
ORDINATE ED ILLUSTRATE COH ANNOTAZIONI
DAL CAV, GI AMBATISTA VENTURI
PROFESSORE EMERITO DELL UNIVERSIT DI PAVL&
MEMBRO DEL CESAREO REGIO INSTITUTO DI SCIENZE
E DI m ALTRE. ACCADEMIA
Opei* deftiiuu pet u r r i i di inppIemnto Ile principali CoUecioni (ia
yumpate degU' icntti di guell iatiga Filotofo.
P a r t e P r i m a
PalfAmto 1587 tin$ alla fine del 1616,
- s C * >
MO D E N A
PER G. VINCENZI E COMP,
M. DCCC. XVIII.
P R E F A Z I O N E
i hanno finora alle stampe le seguenti quattro Colleor delV o-
pere del Galileo.
1. In Bologna per gli Eredi del Dozza i 656 in 4. voi. n.
Carlo Manoles f u V autore di questa prima Colleone ^ da lui de
dicata a Ferdinando I I Gran Duca, Nel preambolo ai Lettori di
chiara j che oltre le opere del Galileo gi stampate a parte, il Prin
cipe Leopoldo di Toscana gli a fatto avere molte Scritture inedite,
della verit delle quali non resta luogo a dubitare, per esser eUe-
3, no uscite dalle mani del Signor Vincenzo Viviani dottissimo disce-
polo di COSI gran Maestro Sono queste i. La contirmazione del
Nunzio Sidereo, . La Lettera del Galileo sulla titubatone lunare.
3. Otto estratti di Lettere, che provano il Galileo essere stato il pri
mo discopritore delle macchie solari. 4 La Lettera al P. Grember-
gero sui monti lunari. 5. La Lettera al P. Castelli con una dimo
strazione intorno ai moti locali. 6. Soluzione d un Problema fisico
preposto dal Signor Conte Piero de* Bardi. Oltre di ci il Manolessi
trasport fedelmente nella sua edizione le prefazioni che si trovavano
unite ai varii Trattati gi pubblicati dal Galileo. E vi uni eziandio
quelle opere degli avversarii che a Lui diedero eccitamento a difen~
dersi, quali sono i libri del Capra, del Colombo, del Grazia, del
Grassi ec. Questa edizione, sebbene assai meno copiosa delle susseguenti,
di Crusca, ed tuttavia stimatissima.
n. A Firenze 1718 voi. 3. in 4* ,
Vi premessa una prefazione universale, iiell, quale si d idea
delle varie opere del Galileo^ poi segue la vita del medesimo descritta
dal Salvini e dal Viviani. I l primo volume, una semplice ristampa
del primo di Bologna, tranne V esservi inserita di pi una Lettera
del NozzoUni e la risposta del Galileo al medesimo, intorno, alle cose
galleggianti. I l a.volume di Firenze eziandio si pu dire copiato
dal secondo di Bologna^ se non che vi sono aggiunti infine il V ed
il VI Dialogo e divrse Lettere , intorno alle Scienze meeeaniche. f i
3.volume poi composto di Scritture, tutte inedite, concedute allora,
in un colle giunte suddette a stamparsi, da Jacopo Panzarni ni
pote ed erede del Viviani: e contiene inoltre. diverse note estese, al
dire delVeditore, da eublime acutissimo ingegno, ad illustrazione dei
varii trattati del Galileo. Alcune i queste note portano in fronte il
nome di Guido Grandi ; ma non oserei asserire, che tutte V altre
sien sue. Dicono che questa edizione f u procurata da Monsignor
Bottari, ed assistita da Tommaso Bonaventuri.
3. In Padova 1744* 4 4* '
Questa edizione f u diretta dall Ah. Toaldo giovine ancora. I nuovi
trattati e le TWte, che V autore della Fiorentina precedente non aved
potuto disporre secondo V ordine delle materie, per essergli giunti a
stampa gi inoltrata, sono in questa di Padova inseriti al loro po
sto nei tre primi volumi; apponendovi in margine i numeri delle pa>
gin* dell esemplare Fiotentifio, per esser questo citato dagli Accademici
della Crusca. In quei primi tre volumi si aggiunto di pi, JX Trat
tato della Sfera, quello di misurar con la vista, c diverse Lettere,
quasi tutto ricavato dalla libreria de PP. Sornascfd in santa Maria
della salute, a Venezia. I l quarto tomo contiene il Dialogo dei due
massimi sistemi, che ora esce finalmente alla luce colle debite licen
ze, e che era rintasto escluso dalle due edizioni precedenti.
4 Milano dalla Societ dei Classici Italiani 1811. voi. i 3 in 8.*
I primi dodici volumi sono puramente copiati dai quattro di Par
dova. I l i 3.presenta la Lettera a Madama Cristina, non imerit.
in alcuna delle tre edizioni anteriori; le Considerazioni sul Tasso
pubblicate in Roma nel 1798; e qualch altra piccola composiziont
del Galileo.
I l Signor Marchese Gherardo Rangone mi fece dono del trattato
manoscritto di Galileo intorno alle Fortificazioni, e mi ha poi solle
citato pi volte a pubblicarlo. Essendomi accinto finalmente all im
presa, ho veduto esistere tuttavia mlta copia di Scritture e Lettere
Appartenenti al medeSirno autore; aldine inedite, altre sparse in pi.
libri stampati, ma non unite sinora ad alcuna collezione jlle sue
Opere. Ho dunque creduto di fare impresa grata agli ammiratori di
quel sublime Fisico, raccoglierid insieme tutte queste reliquie di un
tant^ uomo, e forrandone un volume in 4% H quale servir possa di
supplemento, soprattutto alle due edioni di Firenze e di Padova}
I Monumenti inediti ho tratto dalla Biblioteca Ambrosiana di Mi
lano, dall Estense di Modena, dalla Reale di Parma^ dalla Riccar-
diana di Firenze, e dalla Librera Nelli della stessa Citt. I dispersi
ho raccolti principalmente dalle Opr Segunti:
I. Bulfon. Lettere Memorabili 12.* Napoli 696. voi. 4*
s. Kepleri Epistolae fol. Lipsiae 1718.
3. Lettere de Lincei; nel giornale di Roma 1749 in 4*
4 Fabroni. Lettere d Uomini illustri. 8.Firenze 1775. voi. a.
5. Targioni. Notizie degli aggrandimenti delle Scienze fisiche in
Toscana. 4Firenze 1780. voi. 2,.
6. Tondini^ Lettere d. uomini illustri. 4" Macerata 1782. voi. a.
7. Nelli. P'ita ec. del Galileo. 4 Losanna { ma Firenze ) 1793^
tuttavia inedita.
8. Morelli. Codici .manoscritti della Biblioteca Naniaa. 4 Vene
zia 1776. voi. a.
..... Monumenti Veneziani di varia Letteratura fol. Venezia 1796.
9. Odescalchi. Memorie de lincei. 4* Roma 1806.
10. Diversi Giornali letterarii. ec.
Tutti i documenti ricavati dalle sopraccitate sorgenti si sono distri
buiti secondo V ordine delle materie combinato, per quanto stato
possibile, coir ordine dei tempi. E vi si interposto sol quanto discor
so era necessario a collegare insieme i documenti suddetti, e ad illu
strare qualche tratto delV opere o della storia del Galileo.
I l Chiarissimo Signor Jb. Fontani Bibliotecario della Biccardiana.
in Firenze si accinto ad una simile impresa, ed io ben volentieri
avrei unito e subordinato le mie fatiche alle sue. N egli avrebbe
s'degnato di associarvisi; se gl impegni da lui contratti colla Famiglio,
Nelli, desiderosa di dar credito e spaccio all enunziato grosso vo-
urne scrtto dal Signor Senatore loro padre intorno alla vita del
Galileo, non avessero impedito al prelodato egregio Letterato di con
correr meco ad un medesimo scopo. Frattanto non ho mancato di .
inserire nella presente opera tutto ci che ho trovato di buono in quel
volume, e la massima parte dei Documenti della Libreria Nelli, che
pi da vicino interessano il Galileo. Se V opera del Signor Fontani
uscir, e vi sieno articoli nuovi ed importanti, si aggiungeranno in
.forma di Appendice all edizione presente.
d fegli Ingegni non disaggradiranno, spero, una fatica intrapresa
per loro istruzione e piacere, per compiere il Tempio consacrato alla
memoria del primo ristoratore dell sarui Filosofia, del maggior uomo
tke voriti ne suoi fasti l italiana letteratura.
S E Z I O N E P R I MA
MEMORI E RELATI VE AL GALI LEO
D A L L A N N O 1687 A L L A N N O 1604.
A R T I C O L O P R I M O
Studi suoi intomo la Meccanica. Diviene Lettore a Pisa.
Crtica del Tasso. Passa Lettore a Padova.
I l Galileo pubblic soltanto verso il fine della vita i fratti dello studio da lui
intrapreso ne suoi verdi anni intorno alla Meccanica ed ai movimenti locali; per
ch le scoperte sul cielo, e le liti che per esse incontr, sospesero per pi lustri
quelle sue giovanili meditazioni. Alla fine del Dialogo IV intorno alle due nuove
Scienze stampato nel i 638 (a) riportasi una sua dimostrazione intorno al centro
di graviti d un frusto piramidale, la quale nella Biblioteca Ambrosiana trovasi
munita in fine delle testimonianze seguenti.
Faggi fede, come le pregenti conclueioni e dimogtrazioni sono gtate
ritrovate da Megger Galileo Galilei. la Dicembre 1587.
Gio. Bardi de Conti di Vemio.
Lui^ Alamanni.
Giaibattigta de Riccagoli.
A<t ap Dicembre 1587. Io Giugeppe Meleto Lettore pubblico delle
Matematiche nello gtudio di Padva dico aver letto i pregenti Lemma
e Teorema, i quali mi gono pargi buoni, e gtimo Autore di eggi
eeeer buono et egercitato Geometra.
Ai suddetti studi del Galileo intorno ai centri di gravit appartiene il com-.
snerao di Lettere tenuto allora dal medesimo, particolarmente coi P. Glavio, e con
Guidubaldo del Monte. Del quale commercio riporto qui i tratti pi impoitanti
presi dalla Librerie Nelli.
I . I l P. Cristoforo Clavio al Galileo.
Roma 16 Gennaro i 588.
Lia ringrazio poi della correzione del centro di gravit del frugto
conoidale rettangolo a me mandata. Io non ho ancora avuto tempo
d i vedere detta dimogtrazione.
Michael Coignet ad Galilaeum.
Antwerpae i Aprls i 588.
Tiadidit nobig nuper Dominug Corteliug tuam de centro gravitati
( a ) TroTasi oell ediz. di Padova tom. 3 p. i 85.
frusti Conoidie parabolici inventionem; quam certe magna admirat^
ne contemplati sumus, praecpue ^ nane inventione rchimedit
ea de re longe faciliorem et praxi accQmodatiorem inveniamus.
3. Guidubaldo del Monte al Galileo,
Pesaro 94 Marzo i 586.
La sua dimostrazione ultima mi piacciuta assai.
4* Lo stesso.
Li 8 JWaggis,
La prego a non mancar di attendere a queste cose del centro di
gravita, che cominciato, essendo cose bellissime e sottilissime.
5. Lo stesso al Galileo^
n 3o Dicemlre i588.
Ho anche con grandissima mia soddisfaziooe sentito,^ eh ella voglia
mandar fuori le sue cose del centro della gravezza, che in verit
V. 6, ne acquister molto onore.
Il Problemd di determinare il centro di gravitai d una Piramide tronca sciolto
assai pi speditomente dal Guidino Lib. L Gap. XL Prop. 4- Galileo stesso
alla fine del Dialogo IV dine d essersi applicato a queste contemplazioni in sua
giovent ad istanza di Guidubaldo del Monte, ma che poi veduto intorno alisi
stessa materia il libro di Luca Valerio, non seguit pi avanti.
8
Guidubaldo raccomand il G^leo al Cardinal del Monte tuo Fratello per ana
Cattedra a Pisaj e questi gliela ottenne dal Gran Duca.
Nel 1590 essendo Professore a Pisa compose alcuni dialoghi sol moto contro
Aristotile, nei quali dimostr Che i mobili omogenei, diversi fra loro di mole^
e per di peso, non cadono in tempi proporzionali al loro peso. . Che l aria
non d impulso al mobile violento ec. (Libreria JVelli, e Vita scritta dal Fiviani),
gi prima di Lui cos avea scritto il Moleto sao antecessore a Padova, in alca.
ni dialoghi intorno alla Meccanica, i quali si trovano manoscritti nell Ambrosiana
(Cod. S. I CO) : gli interlocutori sono A. e P.
P. Aristotile detto, che per uno stesso mezzo la velocit delle
cose che si muovono per movimento naturale, essendo della stessa
natura e figura, siccome la potenza loro. Cio se dalla cima d
un alta torre noi lasceremo venir gi due palle, l una di piombo di
venti libbre, e l altra parimenti di piombo d una libbra, il movimento
della maggiore sar venti volte pi veloce di quello della minore.
A. Questo mi pare assai ragionevole, anzi quando mi fosse do
mandato per principio, lo concederei. P. Vos^noria s incannereb
be; anzi vengono tutti in un istesso tempo, e di ci se n e fatta la
prova non una volta, ma molte. v di pi, che una palla di l^no
o pi o men grande d una di piombo, lasciata venir gi d una stessa,
altezza nello stesso tempo con quella di piombo, discendono e tro
vano la terra o il suolo nello stesso momento di tempo.
Bollivano nello stesso Anno iSqo con pi calore che mai le controversie intorno
al Poema del Tasso riprovato dagli Accademici della Crusca: il nostro Fisico pvwe
con veemeasa il partito de suoi concittadini, e nell Anno 1S90 compose contro
quel poeina un acre invettiva, la quale duecento anni dopo avendo trovata il Si
gnor Serassi, vi not eh ei -non la darebbe alla luce, e non quando ,, arette
avuto agio di contrapporre le debite ritpotte alle tofitticbe e mal fondate accuse
,, di un ceniore in altre materie di tanta celebrit . Mancato di vita quel degno
Letterato, fnvvi altri che credette di dover pubblicarla. Frattanto una tale. invet>
tiva mi sembra coti mordace, coti lontana dal buon sento, che ho creduto di
provveder meglio alla riputaziono del suo utore, omettendola.
Per et. il Galileo tratta di inciulletca pedanteria quel verso Gant. III. Stanza 45.
Dura quiete preme e ferreo sonno.
Ma questa una pretta imitazion di Virgilio;
Olii dura qtes et ferreus urget
Somnus; il quale fu detto pure da Omero di bronzo,
Gant. IV. 8t. 63. La fama - E un eco, un sogno, ami del sogno wi'omira,.
Che ad ogni vento si dilegua e sgombra.
I1 Fiorentino Filosofo oppone, che il vento non distrugge l eco; mentre nel
enao del Poeta il vento fa solo dileguare lo spettro.
Gant. XVI. St. 5. il Tasso traduce letteralmente Virgilio;
Svelte nuotar le cicladi diresti
Per Fonde e i monti coi gran monti urtarsi.
L impeto tanto, onde quei vanno e questi
Co legni torreggianti ad incontrarne..
Il Galileo accusa la comparazione di otcrt e pedantere; e trova improprio i a
una Sooltnra ( quale pure la Virgiliana ) nrtatai delle navi iia loro con impeto.
Ibid. St. a5. Come gi Omero rinchiuse i vessi d'amore nel cinto di Venere, cosi
il Tasto li fonde entro il cinto d Armida. Ma il nostro Critico riprende qual so
lenne minchionera in quest ultimo 1 essere andato per tal guisa a prender la rogna
da pertoua di cui dovea conoscer gli errori.
Bastino questi pochi Meiopi per giustificare il partito che ho preso di escludere
dalla preeeate dizione una opera tale; senza eh io perci giudichi perfetto in ogni
sua parte il Poema del Tasso. molti saranno pure del sentimento del Galileo stes-
AA mlB ^a ^ aIYam ^ ^ >m>m^
9
derasi<me ^ altro miglior senso dimostra nella seguente Lettera da lui gi pieno
d anni scritta a Francesco Riouccini sul medesimo argomento. ( Martineui Lettere
8. Londra 1758. ) v
Arcetri 10 Maggio 16^.
Vo continuamente meco meaesmo meaitando, quale sia in me
maggior mancamento o di contenermi in silenzio continuo con V. S.
Illustrissima, 0 lo scriverle senza eseguire il desiderio, che ella gi
m accenn, di mandarle que motivi, che mi fanno anteporre l uno
all altro dei due Poeti eroici. Vorrei ubbidirla, e servirla; e talvolta
mi riuscirebbe impresa fattibile, se non mi fosse non so come uscito
di mano un libro del Tasso, nel quale avendo fatto di carta in carta
delle stampate interporre una bianca, aveva nel corso di molti mesi,
e direi anche di qualche anno, annotati tutti i riscontri dei concetti
P a r . I. ^ *
IO
comuni dagli Autori trattati, soggiungendo i motivi i miali mi facevano
anteporre uno all altro, i (juali per la parte dell Ariosto ecno
molti pi in numero, e ^i gagliardi. Parendomi per esempio, che la
fuga d Angelica fusse pi vaga, e pi riccamente dipinta, che quella
d Erminia; che Rodomonte in Parigi senza misura avanzass Rinaldo
in Gerusalenij che tra la discordia nata nel campo di Agramante, e
altra nel campo di Gofiredo ci sia quella proporzione, che dal-
immenso al mnimo; che amor di Tancredi verso Clorinda, ov
vero tra esso ed Erminia, sia sterilissima cosuccia in proporzione del-
amore di Ruggiero e Bradamante, adomato di tutti i grandi avve
nimenti, che tra due amanti accader sogliono, cio d imprese eroiche
e grandi scambievolmente tra loro trapassate. Quivi si veggono le
gravi passioni di gelosia, i lamenti, la saldezza della fede datasi e
confermta pi volte con altre promesse, gli sdegni concepiti, e poi
pljcati da una semplice condoglianza in una sola parola proferita.
Quale aridissima sterilit quella di Armida potentissima maga, per
trattenersi appresso amato Rinaldo? E quale all incontro la copia
di tutti gli allettamenti, di'tutti gli spassi, di tutte le delizie, con
le quali Alcina trattiene Ruggero! Lascio stare, che dalle discordie,
e dai sollevamenti, nati per hevolissime e piucch puerili cagioni nel
campo dei Cristiani, nessuna diminuzione di fortuna, che punto rilevi,
ne nasce; dove nella discordia tra i Saracini parte Rodomonte sde
gnato, muor Mandricardo, resta ferito a morte Ruggiero, partesi Sacri
pante, allontanasi Marfisa, sicch finalmente sopraggiungendo Rinaldo
d una ^andissima rotta ad Adamante, primo de suoi famosi Eroi;
onde poi finalmente ne segue la sua ultima rovina. L osservazione
poi del costume meravigliosa nell Ariosto. Quali, e quante, e
quanto differenti sono le bizzarrie, che dipingono Marfisa temeraria, e
iiulla curante di qual altra persona esser si voglia! quanto bene
rappresentata 1 audacia, e la generosit di Mandricardo ! Quante sono
le prove del valore, e della cortesia, e della grandezza d animo di
Ruggiero! Che diremo della fede, e della costanza, e della castit
d Isabella, d Olimpia, e di Drusilla, e all incontro della perfidia, e
infedelt d Origille, di Gabrina, e dell instabilit di Doralice ? Illu
strissimo Signore, quanto pi dicessi, pi mi sovverrebbero cose da
dire; ma 1 abbozzarle solamente, senza venire agli esami particolari
di passo in passo, n potrebbe dare soddisfazione a me medesimo, e
molto meno a V, S. Illustrissima; oltre che gi vede ella, che in
questo poco, che ho detto, niente ci , che non sia notissimo a
chiunque pur una volta abbia letto tali Autori. Per venire a capo di
una simile impresa, bisognerebbe sentire i contraddittori in voce; o
se pure in iscrittura, pro;porre a lungo da una parte, e leggere le
risposte dall altra, e di nuovo replicare, e andarsene^ per modo di
dire, in infinito, impresa per me (cio per lo stato mie) impossibile.
La prego ad accettare non dir questo poco, oh io scrivo, che so
I l
bene, ce non d prezzo alcuno; lna'lello, che io desidero da
V. S. Illuetrissima, , che ella mi perdoni, e scusi il mio silenzio,
sicch non mi pregiudichi punto nella sua buona grazia, nella pale
con caldo affetto mi raccomando, mentre riverentemente le bacio le
Tnani e le prcgo da Dio intera felicit. Le raccomando alligata per
il buon recapito.
Avendo il Galileo manifeetato il suo giudizio non favorevole ad una macchina
idraulica, sostenuta da Don Gio: de Medici figlio naturale dei Granduca, per vuo
tare la darsena di Livorno, Scorse nella disgrazia di qaeito Signore; stim quindi
consiglio migliore di abbandonare 1 Universit di Pisa, e con l appoggio del Signor
'Filippo Salviati e del Signor Francesco Sagredo pass Lettore a Padova.
Elezione del Galileo in Lettore a Padova; 6>c. (iJbrera NelliJ.
Pascalis Ciconia Dei gratia Dos Venetiarum .
Nobilibus et Sapientibus viris Jo. Baptistae Victurio de suo mandato
Potestati, et Vincentio Grademco Equiti Gapitaneo Paduae &c.
Significamus Tobis, hodie in Consilio nostro Rogatorum captam
faisse partem tenoris sequentis; videUcet Per morte del Moleti, che
leggeva allo Studio di Padova le Matematiche, vaca gi molto tempo
quella Lettura, la quale essendo di molta importanza per servir alle
Scienzie principali, si convenuto differir di elegger in suo loco,
perch non si avuto soggetto corrispondente, al bisogno. Ora che si
ritrova' Domino Galileo Galilei che legge in Pisa con sua grandissima
lande, e se pu dir ohe sia il principaf soggetto di questa Professio
ne, il qual si contenta di venir quanto .prima nel predetto studio
nofttro a \eggev detta Lezione, a proposito condurlo Per ander
parte Che il predetto Domino Galileo Galilei va condotto in detto
Stadio nostro la predetta Lezione delle Matematiche per anni quattro
de fermo, e dne di rispetto, e quelli di rispetto sieno a beneplacito
della S. N; con stipendio di fiorini cento ottanta all anno (a).
Datae in nostro Ducali Palatio die 16 Septembris Indictione VI iSpa.
Nel Ott(Ai 1S99 fu ricondotto Lettore a Padova avendo Lui per Io tempo
Nel 1604* Aprile Gio. Francesco dagredo scrve da Venezia al Galileo, che
l'aogiutia della cassa toglie la speranza di potereli per ora ottenere aumento.
(e) Zecchini fa.
(i) Zecchini i s 8.
A R T I C O L O i l . '
D i un Capitolo d Erone. Macchina per aitar Acqua.
Lettera sul sistema Copernicano.
I l Galileo ad Alvise Mocenigo (Biblioteca Ambrosiana ms. R. lo^)
Padova i i Gennaro i&94>
. Dalle parole di V. S. Ecc. , e dalla fabbrica assai confiisa posta
da Herone al N. 7, vengo in cognizione quella essere la Lucerna,
della quale Ella desidera la costrzione; per ho pi volte letta,
e finalmente non so dalle sue parole trarne tal senso, che non mi
resti qualche confusione. Ma non volendo interamente obbligarci a
tutte e sue parole, mi pare che voglia-inferire una fabbrica simile
all infrascritta.
Conitruatur Lucerna basim habens concavam ACDB { a ) inter-
sectam diaphragmate EF, Sit vero calathus oleum continens KL ;
et ex diaphragmate EF procedat tubulus MN, simul cum eo per-
foratus, distane a calathi operculo quantum sufficit ad aeris exitum.
Sit autem aline tubulus XO per operculum, distane a fundo calathi
quantum ad olei fluxum sufficit et ex operculo paululum excedens;
excessui vero aptetur alius tubulus P , habens superine osculum ob-
structum; cui adglutinetur alius tubulus exilis Q et simul cum eo
perforatus, per quem ellychnium influat. Sub diaphragmate vero F
conglutinetur clavicula R deferens in locum AEFB quae in ipsum
ECDF transeat. Sit autem in operculo parvum foramen
per quod locum AEFB implebimus aqua. Sabiato itaque ellychnio
QP calathum oleo implebimus per tubulum X O , aere per tubum
NM excedente, et adnuc per clavem apertam R quae est in fundo
E F , et per foramen H. Repleto autem calatho oleo, superponemus
tubulum P cum ellychnio Q et clausa clavicula i i , infundemus aquam
in locum AEFB. Quando autem opus fuerit oleum superinfunde-
re ellychnio, aperta clavicula R aqua in locum ECDF influet, et
aer per tubum MN impulsus oleum allidet per tubulum OX ad
ellychnium} et cum non opus fuerit amplius fluer , claudemus
claviculam.
Questo quanto per ora mi par di poter raccorre dalle parole d He
rone, come ho detto di spra assai confuse: e l*ho voluto mandare a
V. S. Ecc.*, acciocch avvertito dal suo giudizio possa con altra
occasione cvame forse miglior costrutto; ancorch la fabbrica espli
cata eseguisce quanto promette la proposta. Con che &c.
(fl) Tav. p.* Fig. p.*
Leggendo il Testo originale di rone, nei Mathetnatici veteres p . aaa. Paris
1693 i n f o i . , e nella traduzione del Gommandino tJrhir 1576), si vedr il
biiogno che vera di riechierarlo. E embra, che debba inoltre ettere anche nella
base CD una chiave, onde vuotare, occorrendo, il recipiente E C D F , quando
siasi riempiuto coll acqua in esso versata dalla chiave H, senza dovere scon
volger la macchina.
i3
n Senato di Venezia accorda al Signor Galileo il privilegio per la,
costruzione d una Macchina-da alzar acqua. \Libreria Nelli)
Pascal Coona Dux Venetiarum &c.
Dniversis et singolie &c.
Sig'nificamus hodie in Consilio nostro Rogatorum captam iiisse par-
tem tenarie inirascripti, idest ~ Che per autorit di questo Conseglio
eia concesso a D. Galileo Galilei, che per il spatio di Anni XX pros
simi, altri che Lui o chi avesse causa da Lui non possa in questa
Citt o luogo dello Stato nostro far 0 far far, ovvero altrove fatto
usar TEdifizio da alzar acque et adacquar terreni, che Col moto di
ttn solo Cavalle vinti becche di acqua, che si trovano in esso, get
teranno tutte continovamente, da Lui ritrovato; sotto pena di perder
gU Edifizi, c[aali sieno del Supplicante, et di Ducati 3co, il terzo
de* quali eia dell* Accusator, un terzo del Magistrato che far Ese
cuzione,, et un terzo della casa deir Arsenal nostro: Dovendo per esso
Supplicante in termine di un anno aver dato in luce detta nuova
forma dell Edfizio, et che non sia stata da altri ritrovata o raccordata,
n che ad altri ne sia stato concesso il privilegio; altrimenti la -
Beiate conceseione eia come se presa non fusse.
Quare anctotitate supradicti Consilii vobis mandamus &c.
Datae io nostro Z>ucali Palatio die 13 Septembrie, Indictione Vili.
Giacopo Mazzone in una su.a opera stampata del 1897, alla pag. i 3o prendendo
argomento da ci che Aristotele racconta drl monte Gaifcaso) Vedersi dalla sua ci
ma per molta parte di notte il lume del Sole, cosi ragiona contro Capernico. Se
poche miglia di maggiore elevazione sopra il centro della sfera stellata ci ren
dono visibile sulla cima di quel monte una porzione di cielo notabilmente maggiore
d un semplice Emisiro; quanto pi enome non dovr riuscire la differenza fra la
p^rzion visibile del Cielo e la invisibile, ove la Terra Fosse spostata e rimossa dal
centro di essa sfera per tante miglia, quante ne importarebbe il semidiamefto del-
I* orbita terrestre intorno al Solo? A questo argomento rispondeii nella lettera
egnente.
I l Galileo a Jacopo Mazzoni (Biblioteca Ambrosiana S. i.)
Pcidwa 3o Maggio >597.
Comparso qua in Padova il Libro di V. S. Ecc. de comparatone
Aristotelis et Platonis, per esser novissimo, non ancora sparso di
se quel ^do et applauso universale, che son sicuro che sparger,
come prima sia stato letto inteso et considerato dagli Studiosi di
questa Citt. Ma a me, come quello che per gl infiniti obblighi ch ho
a V. S. Ecc.> e per l immensa sua bont, e per la particolare affe
zione che so che mi porta, la riverisco ed osservo, si gi fatto pa
lese; e mi fatto partecipe, se non di tutte le sue bellezze, almeno
di quelle che il mio basso ingegno potuto sin qui capire, lascian
domi ancora in speranza di poter di giorno in giorno scoprirne del-
1 altre. Et oltre all universale dottrina, della quale esso ripieno,
e per la quale per esser apprezzato ed ammirato da ognuno,
egli a me in particolare arrecata grandissima soddisfazione et conso
lazione, nel vedere V. S. Ecc. in alcune di quelle questioni che
nei primi anni della nostra amicizia disputavamo con tnta giocondit
insieme, inclinare in quella parte che da me era stimata vera, ed il
contrario da Lei; forse per dar campo ai discorsi, oppur per mostrare
il suo felice ingegno potente anco a sostenere quando gli piacesse il
falso, o s per salvare incorrotta anzi intatta in ogni minima parti-
cella la sincerit della Dottrina di quel gran Maestro, sotto la cui
disciplina pare che militino, e che cos far debbano quelli che si
danno ad investigare il vero. N di minor contento mi stato il
vedere ( per quanto dalla sua Dedicatoria ho potuto comprendere ) ,
che si sia alleggerita da quei suoi tanti e s gravi travagli, che non
pur Lei ma tutti li suoi amici e servitori hanno longo tempo tenuti
oppressi. Sotto la qual credenza ho voluto pigliare la penna e venire
dell una cosa e dell altra unitamente a rallegrarmi seco ed a ripor
meli nella memoria, di dove forse da altre cure pi avi ero stato
rimosso. Io vivo adunque, ed al solito la riverisco, 1_ammiro, e le
sono servitore e ricordevole dei tanti e tanti benefici, che da Lei
ho ricevuti, dei quali vorrei pure, ma non so in che modo, mostrar
mele grato, non mi si porgendo altra occasione di poterla servire,
fiori che con la prontezza dell animo.
Ma tornando (per non finir cos presto il contento che ho di ra-
ponar con Lei ) alla conformazione delle sue opinioni con quelle che
io stimo vere, ancorch diverse dal, comune parere, io confesso di
tenermene buono e di stimar pi il mio giudizio che prima non fa
cevo, quando non credevo aver s forte Compagno. Ma per dir la
verit, quajito nelle altre Gonclnsioni restai baldanzoso, tanto rimasi,
nel primo affronto, confuso e timido, vedendo V. S. Ecc. tanto
resoluta^ et francamente impugnare la opinione dei Pitagorici e d.el
>4
Copernico circa il moto et sito della Terra; la ^ a le essendo da me
tata tenuta per assai pi prob^ile dell altra di Aristotele e di To^
lommeo, mi tece molto aprire le orecchie alla ragione di . S. come
quello che circa questo capo et altri che da questo dipendono, ho^
qualch umore. Per credendo per la sua infinita amorevolezza di
potere, senza gravarla, dirle quello che per difesa del mio pensiero
mi venuto in mente, lo accenner a V. S., acciocch o conosciuto
il mio errore possa emendarmi e mutar pensiero, o satisfacendo alla
ragione di V. S, Ecc. non resti ancora desolata la opinione di quei
grand uomini e la mia credenza.
Farmi dunque che la dimostrazione di V. S. proceda cos: Che se il
Sole fusse nel centro della sfera stellata 6 non la Terra, ma questa
fusee da esio lontana quanto dal Sole, dovremmo nella mezza notte
vedere assai meno della met di detta sfera, essendo segata dal no
stro Orizzonte non per il centro, et per conseguenza in parti dise
gnali, delle quali la minore in quel tempo sarebbe da noi veduta;
rimanendo la maggiore, nella quale il centro sotto Orizzonte: ed
il contrario avverria nel mezzogiorno. Ma sendo la verit che noi
sempre veggiamo' la met di detta sfera, resta cosa impossibile esser
la Terra cos dal centro lontana. Soggiunge poi non esser d alcuno
momento il dire col Copernico in sua difesa, tanta esser la vastit
del Firmamento, che in sua proporzione l intervallo tra il Sole e la
Terra sia incomprensibile, ed insufficiente a cagionare disegualit
notabile nella divisione degli Emisferi. Il che conseguente dimostra
V. S. Ecc. * con 1 esempio dell illuminazione del monte Caucaso :
poich, per quanto ci avverte il testimonio di Aristotele, sendo la
sua sommit per grande spazio di tempo prima percossa dai raggi del
Sole c\ve \a radice, necessario argomento prendiamo da detta sommit
ecoprirei molti ffradi oltre all Orizzonte termnatore della met della
sfera; di maniera che, se la sola altezzii del monte Caucaso pu esser
causa, che l Orizzonte divida la sfera in parti sensibilissimamente
diseraali, molto pi lo dovria fare, se per tanto intervallo, quanto
tra la Terra e il Sole, dal centro ci allontanassimo. Questa, se ben
1 ho compresa, la dimostrazione di V. S; la quale non negher che
quando prima fu da me vista, non mi movesse aesaissimo, s per esser
sottilissima e bellissima, s ancora per esser di V. S, et perch, come
di eopra le ho detto, mi toccava ( come diciamo ) nel vivo. Mi voltai
a considerarla con grandissima attenzione; e dopo un lungo discorso
cominci a venirmi in pensiero, come potesse essere che non essendo
tutto la.lontananza dal centro alla superficie della Terra (posta l o
pinione di Tolommeo ) bastante a far che Orizzonte dividesse la
sfera in parti sensibilmente diseguali; potesse poi la sola altezza del
Caucaso aggiunta al semidiametro della Terra fare che Orizzonte
la eiera segasse in parti cos notabilmente diseguali. Il che m indusse
a pensare che non la lontananza del vertice del monte dal centro
i5
della Terra, ma pi presto altezza di detto vertice sopra la super>
ficie della 1?erra potesse esser della detta disegualit cagione. Et que
sto perch, quand abbiamo occhio nella saperficie della Terra,
viene l'Orizzonte ad esser difinito' per quella superfcie piana, che
tocca il globo terrestre nel punto dov occhio: ma se 1^occhio
sar dalla superfcie della Terra elevato, come se sia la sommit del
monte Caucaso, allora 1 Orizzonte non resta pi una superficie piana,
ma piuttosto una superficie conica, il di cui angolo o vertice e nel-
occhio.
Come pi ampiamente si scorge dalla seguente Figura, dove per il
globo teirestre intendiamo il Cerchio A I (a). Quando occhio sar nel
punto A, sar l Orizzonte piano, et secondo la linea BAC\ ma ^ando
metteremo 1 occhio nel punto /> elevato dalla superficie della Terra,
sar determinato Orizzonte secondo le due linee contingenti
DFH, e sar la superficie conica. Dalla qual Figura possiamo com
prendere come altezza del monte AD, per esser elevata sopra la
superficie della Terra, fa assai maggior diversit circa il dividere
il Cielo disegualmente, che non fa tutto il semidiametro AM\ im-
S
ortando'questo 1 Arco l}Ky e quella il BG. Il che avendo io cosi-
erato, cominciai ad avvertire che gran differenza era tra il far di-,
scostare occhio posto nella superficie della Terra con tutta la Terra
dal centro del Cielo, e tra il fare alzare occhio sopra l superficie
della Terra; e che per conseguenza forse minor diversit, circa la
disegualit delle pi volte dette divisioni orizzontali, potria cagionare
la grandissima lontananza eh tra il Sole e la Terra, che la piccola
altezza del monte Caucaso.
Il che avendo poi pi particolarmente ricercato, parrai ( s io non
m inganno ) aver dimostrato, che il diecostar 1 occhio con tutta la
Terra dal centO'del Mondo, quanto la distanza tra la Terra et il
Sole, non faccia maggior diversit che il costituire l occhio (lascian
do la Terra nel centro) sopra un monte alto non pi d un miglio e
un settimo di miglio. Il che acci sia manifesto, piglieremo la ae-
guente Figura {b) ; nella quale il Cerchio BFE ci rappressenti la
sfera stellata, il cui centro C, ed intorno ad esso il globo terrestre
IG, e il punto L sia tanto lontano dal centro C, quanta la distan
za tra il Sole e la Terra. E congiungasi la linea' IC L, a cui sia
perpendicolare BLE, et ad essa parallela DIH contingente la Terra
in /, et dal punto B sia tirata la linea, BOA, che tocchi il cerchio
IG in O, et. in A concorra con LI. manifesto dalla Terra costi
tuita nel centro C 1 Orizzonte esser secondo la linea DIH: ma
tendo nel punto L, sar il suo Orizzonte ( quando 1 occhio sia nella
superficie) BLE; il qual taglier pi dell emisfero quanto importano
(a) Tav. p. Fig. a.
(i) Tav. p.* Fig. 3.*
i6
gH archi DB, HE. Ma se l occhio sar alzato dalla superficie.della
terra OI sino al punto A, scoprir tutto l arco BFE, non altrimenti
che s fusee nel punto L. Ecco dunque che tanto importa e e' acqui
sta con alzare 1 occhio dalla superficie della terra solamente per
l altezza A I , quanto importa il discostare la terra dal centro per
tutu la linea CL. Veggiamo adesso quanto sia l altezza A I in com
parazione del semidiametro dell orbe del sole. Secondo la comune
opinione il semidiametro dell orbe del sole contiene semidiametri del*
la terra i a i 6; e quello della sfera stellata ne contiene, pur secondo
la comune, 45aa5. Stando a queste supposizioni; di quali parti la
lineaCL i a i 6, di tali la CB sar 45aa5, e J5Ii(per esseri angolo
L retto) 452.08. E perch di tali la. C O = i ; sar la' linea BO dalla
superficie della terra insensibilmente minore della BC che va dal
centro al firmamento. E perch l angolo BOC retto, e sono del
triangolo OBC i lati 0, BC insensibilmente dieuguali; sar 1' angolo
OBC incomprensibilmente minor d un retto; e per l angolo OBC e
del tutto insensibile. E perch l angolo LCB escale alli due CBA,
BAC, sendo l angolo CBA come nullo; diremo 1 angolo BAL esser
eguale all angolo BCL. Ma il retto COA eguale al rettoL: adunque
li due triangoli .SGL., COA saranno simili; e come BL ;B C cos sar
CO : CAj cio -C I : CA. Et dividendo et convertendo, come BL a la
difierenza tra BC e BL, cosi sr CI ad lA . Ma LB 45ao8; e detta
dififrenza 17; e secondo la comune opinione C I semidiametro della
terra 3o35 miglia. Adunque l A sar miglia i e un settitno circa; cio
miglia j e passi 141 Farmi dunque, che da questo si concluda, che
il porre la terra lontana dal centro del firmamento, quanto la di
stanza tra essa e il sole, non possa far maggior differenza circa il
segar orizzonte la sfera stellata disegualmente, di quello che fareb
be V innalzarsi ( costituita la terra nel centro ) dalla sua superficie un
miglio e un settimo. se vorremo vedere quanto faccia scoprir pi
deir emisferio alzarsi dalla superficie della terra miglia i e un set
timo, troveremo con facile dimostrazione ci non passare i gradi 3a
dall una e dall' altra parte. E questa sar la diversit, che in questo
case nascerla dal porre la terra nel centro del firmamento, o il sole,
che nascerla, dico, quando ampiezza del firmamento fusse quanta
si supposto. Ma essendo, come suppone il Copernico, grandemente
maggiore, che maraviglia sar, se il nostro orizzonte tanto lontano dal
centro, quanto dal sole, segher il firmamento in parti eguali al senso.
Et ^ungasi a' questo, che la diversit che si dimostrata nascere
dall alzarsi dalla superficie della terra miglia 1 e un settimo, e che
eguale a quella che fa il- discostare la terra dal centro quanto dal
eole, e che si dimostrata post che la terra fiisse nel centro: se
la terra si inetter nel lu<o del sole, ci verr data da un monte
alto solamente un miglio. Onde seguir poi la differenza degli emi-
feri essere minore della gi dimostrata di gr, 3a. .
P. I. 3
*7
Ma per non infastidire pi lungamente V. S. Ecc., non voglio
darle pi lunga briga, ma solamente pregarla di dirmi, ee le pare,
che in questa materia si possa alvare il Copernico. Io sono stracco
dallo scrivere, ed ella dal leggere; per tagliando tutte le lunghezze
di cerimonie far fine con baciarle le mani ec...
A R T I C O L O I I I .
Corrispondenza col Keplero. Venuta d un prncipe di Svezia
a Padova. Invenzione del Termometro.
Il Galileo al Keplero ( Jo. Kepleri Epistolae fol. Lips. 1718.^
Padova 6 Jgosto 1597.
Libmm tuum (a) doctissime vir, a Paulo Ambergero ad me missum
accepi, non quidem diebus, sed paucis abbine borie; cumque idem
Paulus de suo reditu in Gennaniam mecum verba faceret, ingrati pro-
fefcto animi futurum esse existimavi, nisi bisce literis tibi de munere
accepto gratias agerem. Ago igitur, et rursus quam maximas ago, qw>d
me tali argumento in tuam amicitiam convocare sis dignatus. x li
bro nihil adhuc vidi nisi praefationem, ex qua tamen quantulumcum-
que tuam percep intentionem; et profecto summopere gratulor, tan
tum me in indaeanda veritate socium babere, adeoque ipsius veritatie
amicum. Miserabile enim est adeo raros ese veritatis studiosos, et
qui non perversam philpsophandi rationem prseqnantur; at q^ia non
deplorandi saeculi nostri mieeras hic locus est, sed tecum congra-
tulandi de pulcherrimis in vertatis confrmationem inventis ; ideo
hoc tantum addam et pollicebor, me aequo animo iibmm tuum per-
lecturum esse ; cum certus sim me pulcherrima in ipso esse repertu-
rum. Id autem eo libentius faciam: quod in Copernici sententiam
multis ab bine annis vencrim, ac ex tali positione multorum etiam
naturalium effectuum causae sint a me adinventae; 'quae dubio pro-
cul per comunem hypothesim inexplicabiles sunt. Multas conscripsi
et rationes et agumentomm in contrarium eversiones, quas tamen in
lucem hucusque proferre non sum ausus, fortuna ipsius Copernici prae-
ceptoris nostri perterritus : qui licet eibi apud aliquos immortalem
famam paraverit, apud infinitos tamen <tantus enim est stultorum
numerus ) ridendus et explodendus prodiit. Auderem profecto. meai
cogitationes premere, si plures qualis tu ee, extarent: t cum non sint,
hujusmodi negotio supersedebo. Temporis angustia, et studio librum
tuum legendi vexor: quare buio inem imponens tu me amantissimum..
(a) Il Prodromo delle dissertazioni cosmografiche.
'8
atque in omnibus pr tuo servitio paratissimum exihep. Vale, et
me jucundi$8ima8 tua mittere ne.graveris.
Jo. Keplerus Galileo (Librera Nelli)
Grecii i 3 Ociobris 1597..
..... Gonfide Galileo et progredere. Si bene conjecto, pauci de prae-
crpuis Europaeis matheii^aticis a nobis eccedere volent ; tanta vis est
veritatis. Si tibi Italia ninus est idonea ad publicationem, et si aliqua
babiturus. es impedimenta, forsan Germania nobis banc libertatem
concedet. Sed de bis satis: tu saltem scriptis mibi comunica privatim,
si publice non placet, si quid in Copernici comodum invenisti. .
Nel i6oo. 4 Maggia. Ticone Brahe scrive al Galileo ex arce Cesarea Benatica,
esponendogli'il suo eistema celeste.
I
Che un principe Gustavo di Svezia, mentre da giovine viaggiava inc(^nito per
Italia, si trattenesse per molti mesi ad ascoltare le speculazioni del Galileo in
Padova, .assicura il Galileo stesso in una sua' lettera al P. Vincenzo Renieri, la
quale si riporter nei monumenti dell anno |633. Nell et susseraente fa creduto
e scritto da diversi, ma senza testimonio contemporaneo e certo, che quell incognita
principe di Svezia uditore del Galileo foste Gustavo Adolfo, poi re e fulinlae,di
guerra in Germania.
Frattanto i letterati del Nord negano d arere presso loro verun documento, che
il re Adolfo sia mai venuto in Italia. Egli nacque alla 6ne del 1694, il Galileo
parti da Padova nel i 6ie; e non avrebbe potuto il giovinetto eroe nell et di -.oli
i 5 anni gustare ancora le sublimi speculazioni del Galileo. Oltre di ci gli storici
dello studio di Padova riportano all anno 1611 la venuta di Adolfo a quella Uni
versit, mentre il Galileo era gi passato nel 1610 a stabilirsi in Firenze. Finalmente
il Galileo nella sua lettera sopraccitata riferisce che fin da principio quando andai
,, lettore a Padova avea studiato e meditato sul' moto della terra, ed alcuna cosa
in questo proposito mi usc di bocca, quando si degn sentirmi il principe Gii-
Staro,,. Fu questa dunque una delle prime circostanze nelle quali os il Galile
parlare del movimento xlella terra: ma abbiam veduto opra, che sino del 1697 il
Galileo stesso ne avea, scritto al Mazzoni ed al Keplero} e nel i 6o3 EdmonJo
' Bruto scrive al Ke}>lero stesso {Kepleri'epist.) da Padova, che il Galileo ha ricevuto
il suo Prodromo (fondato sul sistema di Copernico) e che ne spiega come proprie'
le dottrine agli uditori. Dunque fu prima del i 6oo, che il Galileo dovette lasciarsi
uscir di bocca alcuna cosa favervole 1 Copernio in presenza del principe Gustavo,
e per questi non pot essere Gustavo Adolfo, il (juale non contava allora che sei
anni d et. Conviene per far ricerca, se fossevi alcun altro principe Gustavo di
Sve%ia, il quale potesse^ venuto a Padova, ascoltare le lezioni del Galileo intorno
al 1597.
Il gi egregio signor Bugati bibliotecario dell Ambrosiana avea intorno a ci un
opinione, la quale sembrami la pi ragionevole. Il principe Gustavo, di cui par!^
il' Galileo, inni fu Gustavo Adolfo il guerriero, ma beasi paello che naoquer di Er
rico XIV Te di Svezia l anno i 568, cio in quell'anno stesso, in cui suo padw Ai
deposto dal tlvno, e poscia ucciso dieci anni dopo in prigione. 11 giovinetto figlia
venne da suoi fidi salvato fiior della Svezi, visse poi col soccorso di Rodolfo impe
ratore, di Sigismondo re di Polonij nel 1600 si ritir 'aella Busiia, ed ivi mori

nel 1607 Non inverosimile, che questo principe Gustavo Adolfo, visitando i varii
paesi sotto il velo dell inco^ito necessrio troppo alle sue circostaose, capitHsae
anche a Padova. E siccome i viene dagli storici descritto- qual conoscitore di pi
lingue, amante della ChBiica e delle sciense naturali; tutto ci cospira a render
non improbabile, che intorno al 1S97, in et di 09 anni fosse egli quel principe di
Svezia, il quale in Padova ud i primi concetti usciti di bocca al Galileo intorno al
movimento della terra^ e tutt insieme apprese da lui le teorie della inilitare architettufa.
Il P. D. Benedetto Castelli in una lettera del i 638
(Nelli Vita del Galileo).
..... Mi sovvenne un esperienza fattami vedere gi pi di 35 anni
sono dal nostro signor Gdileo, la quale fu che presa una caraffella
di vtro di grandezza di un piccolo ovo di gallina, col collo lungo
due palmi circa e sottile quanto un gambo di pianta di grano, e r>
scaldata bene colle palme delle mani detta caraffella, e poi rivoltando
la bocca d essa in un vaso sottoposto, nel quale era un poco d acqua,
lasciando libera dal calor delle mani la caraffella, subito acqua co
minci a salire nel collo, e sormont sopra il livello dell acqua del
Taso pi d un palmo. Del qual effetto il medesimo signor Galileo si
era servito per fabbricare un istronento da esaminare i gradi del
caldo e del freddo.....
Gianfrancesoo Sagredo al Galileo (Libreria Nelli).
Venezia nel Staggio i 6i3.
L* istromento per misurare il caldo inventato da V. S. Ecc. *
stato da me ridotto in diverse forme assai comode et esquisite, in
tanto che la differenza dalla temperie di una stanza all altra si vede
fin cento gradi.. Ho con questi istromenti speculate diveree cose ma-
ravigliosej come per es. che nell inverno sia pi fredda l aria che
i l ghiaccio e la neve, che ora appare, pi fredda l acqua che l aria^
che pochissima acqua sia pi fredda cne molta.
Lo stesso Sagredo al Galileo ( Libreria N e lli) .
Fenea 7 Fehhrajo i 6i 5.
La pratica dell istnimento per misurare il caldo e il freddo stata
moltipu'cata' ed assottigliata da me per quanto mi pare a termine tale
che vi sarebbe assai da speculare; ma senza 1 ajuto suo malamente
posso soddisfare al . bisogno ed a me stesso. Con questi strementi ho
chiaramente veduto esser molto pi fredda l acqua de nostri pozzi il
verno che l estate; e per me credo l istesso avvenga delle fontane vive
e luoghi sotterranei, ancorch il senso nostro gidichi diversamente.
Due giorni che nevic, mostrava il mio strumento i 3o parti di caldo
ai
^ in camera pia di quello che gi due anni in tempo di freddo
rigorosiseim e etraordinario. U quale strumento immerso e sepolto
nella neve ne a mostrati 3o meno^ cio soli ico; ma poi immerso in
nere- mescolata con sale mostr ^tri loo meno e meno; sicch sendo
stato nel colmo del caldo d*. estate fino gr. 36o, si vede clie sale
congiunto con la.neve accresce il freddo per quanto importa un terzo
della differenza tra eccessivo caldo dell estate e eccessivo freddo
del verno; cosa tanto maravigliosa ch io non ne so apportare imma
ginabile cagione.
Del termometro vogliono aldini che foge ritrovatore Drebellio: nia stando ancbe
alle favolose narrative che t i fanno delle invenzioni di costai) noa ^etto cb* ei
le moetrMe se non quando nel i6ao fu'passato in Inghilterra, cio 17 anni dopo
che, come abbam veduto sopra, il Galileo ne faceva gi uso. Posteriori di tempo
altres ne scrissero pure, Fludd dopo il 1617, Santorio nel 1626, Questi tre
autori, e Galileo altres, formavano il loro ietromento con nna boccetta piena daria
di lungo collo sottile, la bocca del quale eaieado immersa nel liquore d .un vaso,
esso liquore ascendeva nel collo al' raffreddarsi della boccetta, e discendeva al ri
caidarsi della medesima (a); un tale istromento era tutt insieme termoscopio
baroscopio, n si sarebbe potuto sempre decidere, se ascesa del liquore nel tubo ibsse
dovuta al diminuito calore, od ia parte almeno all aumentato peso dell atmosfera.
Fludd confessa averne trovato la figura in un codice assai antico, e Santorio dico
averlo dedotto da Erone, il ^al e pi volte ne suoi spiritali fa col calore movere
l aria dentro i tabi. verosimile che Galileo pure, bens prima di loro, traeu
da rone l'idea del suo termoscopio.
A R T I C O L O I V .
Alcune lettere. Discesa dei gravi per un arco di cerchio.
I l Galileo a sua Madre (Originale presso me).
Padova 7 Jgosto .
Carissima et onoranda Madre.
D a nna vostra lettera e da una di mese. Piero Sali intendo del par
tito che ci vien proposto per la Livia nostra; in proposito di che non
Veggo di poteWi dar certa resoluzione, perch ancora che Al partito
mi venga lodato da detto mese. Fiero e che tale io. lo stimi, niente
di meno ora come ora non lo posso accettare; la causa cfie quel
signor Polacco, appresso di chi stato Michelangelo, ultimamente
tcritto ch*ei deva quanto prima andar l da lui, offerendoli partito
onoratissimo, cio la sua tavola, vestito al pari che i primi galantuo
mini di sua cortC) due servitori che lo servano, et una carrozza da
(e) SuNMhM hi primaa Fen. ee. Quaeit. VI. p. .
f h M philesopU vPHuc Cap. a.

quattro cavalli, di pi abo ducati ungari di prorvisicrae 1? aimo,


che sono circa 3cc ecud, oltre a donativi che earanno asiai, talch
risoluto di andar via quanto prima, n aspetta altro che occasio-
ne di buona compagnia, e credo che tra quindici giorni partir. Onde
a me bisogna di accomodarlo di danaii per il viaggio; et inoltre bi
sogna che porti seco ad istanza del suo Signore alcune robe; cbe il
viatico e le dette robe, non posso far di manco di non l accomodarlo
almeno di aoo scudi; sapete poi, se ne ho spesi da un anno in qua^
talch non posso far quel che vorrei. Dall altro canto mi viene scrit
to da Suor Contessa ch io deva in ogni modo levar la Livia di l, per
ch vi sta maKssimo volentieri; et io giacch aspettato fin qui,
vorrei pure che si vedesse di accomodarla bene, perch sebbene cre
do alle parole di mese. Piero, e che questo Pompeo Baldi sia buona
persona, pure sentendo come, tra quello ^che guadagna e quello che
pu avere d entrata, non deve arrivare a loo ducati, non so come
si possa con questo danaro manteiiere una casa. Per quanto al mio,
vorrei che si scorresse un poco avanti, perch Michelangelo, arriva
to cht sia in Polonia, non mancher di mandarci una buona partita
di danari, con i quali e con quello che potr fare io, si potr pi
gliare spediente della fanciulla, giacch ancora lei vuole uscire a
provare le miserie di questo mondo. Per vorrei che cercaste di ca
varla di l, e metterla in qualch altro monasterio, sinch venga la
sua ventura, persuadendogli ch l aspettare non senza suo grande
utile, e che ci sono e sono state delle regine e gran signore che non
si sono maritate se non d et che sanano potute esser sua madre.
Vedete dunque di vederla quanto prima, e date inclusa a Suor Con
tessa, la quale mi dimanda il salario per il Convento; per vi farete
dire quanto , che quanto prima lo mander. E sopra quanto vi scri
vo, potrete parlare con mess. Piero Sali, perch per non replicare
le medesime cose li scrivo brevemente, e lo rimetto a quanto trat
terete voi. Altro non mi occorre dirvi, se non che a tutti ci racco
mandiamo. N. 8. vi contenti.
Fra Paolo Sarpi in una lettera del ri Febbrajo i6oa parla al Galileo sella in-r
cTiiiizione della calamita, e ne suppone uiia grande riposta nelle riscere della terra
{^Librera Nelli). Era uscito due anni prima il Trattato di Gilberto in tdrno a que
sta materia: ^ gi molto tmpo prima il Fracastoro attribuir la direzione dell ago
calamitato a montagne magnetirhe de paesi eettentrionaK.
Lo iteseo Fra Paolo scrvendo al medesimo il 9 Ottobre 1604 etabilisce la Telo-
cit dei gravi ne) discendere essere eguale alla loro velocit ({uando ascendono
lanciati, ma esserlo in ordine inverso.
Nel volume 3. di Padova p. 34& lesesi una lettera del Galileo iatonio al mo
vimento accelerato, senza notarvisi n la data del mese, n a obi font difetta. Ma
nel i8ia il cavalier Laura scrisse al chiaTissimo caraliere Morelli, H'aver trovato
una nopia antica di essa lettera, colla data del 19 Ottobre 1804, e colla direziono
a Fr. Paolo 8arpi.
Sino del 1604 il Galileo scrieee a Guidubaldo del Monte, che la discesa d un
nave per due corde successive d un quarto di cerchio si eseguiva in un tempo pi
Breve, che per una sola corda la quale abbia i inedesinii termini delle due iiisieme
(edizione di Padova tm. 3 p. 35o ) . In ronseguenza di ri insegn poi nel suo
Dialogo 3.* del moto, che la discesa per l arco di rercbio eseguivasi in tempo pi
breve, che non per qualsiasi poligono iscritto all arco medesimo. Questa proposi
zione ho io procurato un tempo di rendere pi precisa e pi generale nella se
guente maniera, (a)
Sia (Tav. i . Fig. 4*) *1centro del cerchio ACB. Sia EB perpendicolare al
l orizzonte AF, l arco AB non maggiore di 60 gradi. Un corpo il quale in forza
della gravit da A discenda per l ' ano ACB, giunger a 5 in un tempo pi breve
che per quxisiasi altra curva ADE rondutta entro il medesimo arco ACB.
Dim. Tirati due raggi EDC, ETH infinitamente vicini fra loro, si descriva collo
tesso centro l archetto menomo DS Si alzi CZ perpendicolare ad AF, e con
dotte \ ZB parallela a CE, e_d al centro la ZE, si alzi pure perpendico
lare ad AF, e per eguale e parallela a CZ. Prendasi OD media proporzionale fra
QD ed XD, ossia fra ZC ed XD. ^
Essendo ^/'eguale o maniere di FB, ed FB >Z Cj sar pure EF> 3f E . Dunque
anche RX^ QR; e per RD maggiore della media aritmetica fra QD ed XD, e a
pi forte ragione sar maggiore della media geometrica OD. Onde ZC : 0 D> ZC:
A D . Ma ZC: R D = C E : D E = C H : DS. Dunque Z C : O D > C B : DS. Ora la ve
locit acquistata dal corpo raduto a A ia C sta alla velocit acquistata in D co
me ZC ; OD. Dunque la velocit in C Sta alla velocit in . D > C B : tS. Onde il
tempo per CBt sar minore del tempo per OS; ed a pi forte ragione sar minore
del tempo per .DI, che ipotenusa del triangolo DST. .Or ci si Vii-ifica per
tutto da A sino in B. Dunque ec.
Corollario i . Se l arco ACB maggiore di 60.*: e la curva ADB sia dentro
del cerchio finch si duplichi il coseno E F , indi .esca del cerchio ; si dimostrer
imilmente che il tempo della discesa per l arro del cerchio pi breve del tempo
per la curva proposte ; sia che la discesa airivi sino in B, sia che ti termini ad ua
qualnasi raggio del cerchio EDC.
Corollario a.* Il quarto di cerchio brachistocrono a confronto di tutte le curve,
c&e tirate fra i medesimi due termini- passano al di fuori di esso quarto; e il sesto
del cerchio brachistocrono a confronto di tutte quelle che giaccione dentro il
medesimo.
Corollario 3.* Qualunque curva, il di cui raggio osculatore sia tale, che sem
pre riesca CZ minore di EF, sar brarhistocrona di tutte le curve interiori, e se
riesca sempre CZ^ E F , la curva sar brachistocrona delle esteriori. Per es. se il
filo che coIIh sua evoluzione produce l elissi si accorci pi d<?lla met del parame
tro principale di essa elissi; la curva cos condes^ritta aH elissi sar la brachistocrona
delle interiori. E lo sar delle esteriori , se il ^etto filo si allunghi per pi _della
met della difirenza che passa fra 1 asse minote, della elissi medesima, e il suo
parametro.
CoTOliario 4* -^CB una cicloide : il suo raggio osculatore EC sempre
tagliato per met dall asse, e per RD sempre media aiitmetiea fra QJJ, ed XD.
(e) Tlsemaata ad nm rbyiiwm Jlntiiuo 1791 p^. 6.
a3
Onde i prover nello ft*MO modo fiicilmeate, che U oicloick la braehutoamu
di tutte le corv > eateriori, che interiori li. .
a4
Nella gopraccitata lettera a Guidabaldo del Moate il Galileo narra che , avendo
fatto oscillare due palle di piombo^ sospese da due fili egualmente lunghi, l una
per maggior ampiezza d arco, l altra per minore; non potuto iti cento vibrazioni
successive notare sensibile differenza fra il tempo delle oscillaziotii pi ampie
quello delle pi ristrette. Avrebbe torto chi da ci volesse arguire il N. A. di
poca diligenza nello esperimentare. Imperciocch sappiacio bens oggi che colla
stessa lunghezza di pendolo le oscillazioni circolari pi ampie, a rigor matematico,
importano maggior tempo di quello delle oscillazioni pi ristrette. Frattanto la dif
ferenza di codesti due tempi cos piccola, che in cento oscillazioni per ordinario
non riesce sensibile. Calcolando per es. sopra la forniola data dal signor Foisson
(Mechan. Voi. i p. 4')> pendoli eguali in lunghezza l uno oscilli per
l arco circolare di 3o gradi d ampiezza; e altro per quello di soli 3 gradi: si tro
ver che il primo non ritarda sul secondo, che di una in a5o oscillazioni all in
circa. Onde, facendo uso, come il Galileo, d pendoli sospesi da semplice flo, dei
quali difficilissimo il determinare la precisa lunghezza, un t\ piccolo divario di
tempo in cento oscillazioni non distinguibile.
vero altres, che stando al rigor matematico, le oscillazioni pi o meno ampie
dello stesso pendolo circolare non sono cos isocrone, come quelle che si fanno
nella cicloide. Ma con metodo particolare ho dimostrato altrove, (a) che se un
pendolo circolare nelle sue oscillazioni non esce dei tre gradi d ampiezza d arco,
come nelle usate lunghezze d ordinario non esce, le sue aberrnzioni dalla divisione
esatta del tempo in minuti secondi non giungono neppure a due seeondi per ogni
&4 ore. Per il pendol cicloidale d Ugenio sar, se si vuole, un elegante ritrovato
in teoria;foa il circolare del Galileo, quando abbia poca ampiezza d arco^ pi
semplice, e in pratica ai pu considerare egualmente esatto del primo.
(a) Theoremata, ut tuprt p. ).
S E Z I O N E I L
DELL ARCHI TETTURA MI LI TARE
Sebbene le opere del Galileo cu quest argomento cadano entro gli anni della **-
*ioo precedente, con tutto ci ho stimato, in vieta dlia loro mole, di aeparamele.
Bicevuto che ebbi l eaemplare dell'opera maggiore dal signor Marchese Rangoni,
lo oonfrontai con due simili manoscritti dell mbrosiana ai Milano, gi deV Pinelli}
poi con due altri della Riccardiana di Firenze} n da questi ho trovato discordare
ensibilmente i dne della Libreria Poggiali in iiWonuf. Da tutti insieme bo pre
scelto quella lenone, sulla quale comBinano o tutti o la maggior parte di essi,
che inoltre meglio cospira colla intenzion dli autore.
OltTQ l opera suddetta pi estesa, riscontransi nell Ambrosiana due*, eopie di un
altro breve Trattato del sig. Galileo Galilei lettor di Matematiche nello stadio di
Padova, dove per via di compendio s insegna il modo di fortificar l a citt, e4
,, espugnar le fortezze,,. Siccome esso in gran parte un compendio dell opera
maggiore, per si omesso di stamparlo; bens dove nel m^esimo s incontrano
riilMsiani mancanti nell opera, si Amer inserite in qnesta a luoghi convenienti,
contraasegnandole con due vii]golette.
Questo secondo trattato breve nel God, D. 3^8 dell Ambrosian porta la data
del 5 Maggio i 5q 3. N da quest epoca debb essere distante molto il trattato
primo e maggiore, si per analogia che hanno scambievolmente ' fra loro, come
eandio perch nella pi parte dei codici, al trattato maggiore trovatisi annessi
diver problemi comuni di condurre perpendicolari, delineare poligoni ec. che nella,
stampa si omettono: n qui n in tutta 1 opera, dove pure sarebbe assai opportuno,
il Galileo non cita mai il suo compasso, del quale cominci a spiegar l ' uso nel
1598. Onde anche U trattato maggiore sulle fortificazioni ^ebb essere anteriore a
quest epoca.
Si- sono da me raccolte diverse notizie intorno alla fortificazione si moderna,
che anteriore al Galileo, a fine d illustrarne pera, e gi lys ho pubblicata alcuna,
ed altre bo lette all Institntoj ma poi mi sembrata arrogante impresa il volerne
caricare questa edisione. Onde bo stimato meglio di darle poi tutte insieme rso-
colte in un volume separatO E Kbbene alcune delle regole di fortificare esposte
dal N. A. sieno oggi accresciute o modificate un po diversamente, ognuno per
altro dovr convenire, cb egli trattato l argomento con sano criterio ed ordine e
chiarezza sua propria.
La divisione in Capitoli fatta un po' pi minuta di quella cbe portano i
manoscritti. In alcuni di questi incontransi le parole bHovardo, passino , sendo^
le quali, con pochissime altre, si sono ridotte. aUe moderne forme di lingua.
Alla fine del mio Codice e dei due Poggili si a^iunge la risposta ragionata a
venticinque diversi quesiti intorno alle fortificazioni. .Che tale appendice fosse la>
voro di qualche veneto ingegn^e, me ne aveano persuaso lo stile, le misure, i pen
sieri; ancbe prima che trovassi-in tre Codici Ambrosiani l appendice medesima sepa
rata, con in fronte espresso nome di Giulio S<mrgrumo in qnaUt di su autore.
P. I. 4 >
TRATTATO DI FORTIFICAZIONE)
P E L S I G N OR G A L I L E O G A L I L EI MA T E M A T I C O
N E L L O S T UDI O DI P A DO V A
a6
C AP O PRI MO
Oggetto e fondamento della Fortificazione.
Dovendo noi diecorrere intorno al modo del fortificare i dobbiamo
prima reciirci innanzi la mente il fine, per lo quale sono state ordi
nate le fortificazioni, il quale non altro cbe il fare, ohe pdchi pos
sano difenderei da inoltij atteso che si deve sempre supporre che l
nemico venndo per impadronirsi d una fortezza sia per condurre
sempre assai pi numefoso esercito, che non la moltitudine de* di
fensori. Adunque bisog;na che qulli della fortezza s' ingegnino di
contrastar al. nemico con il vantaggio del sito.
Bisogna oltre di ci sapere, a quali sorti d ofiese si deve resistere,
se vogliamo talmente ordinar la fortezza che possa a dette offese
contrastare. E venendo al particolar nostro, poich s trovata 1 ar
tiglieria, strumento da guerra di tutti gli antichi violentissimo, non
possono quelle difese, che anticamente bastavano, essere ilei nostri
tempi atte a resistere: Per bisogna che troviamo altri corpi di difesa,
che agli antichi non furono di mestiere.
. Usavano anticamente, per difesa delle loro citt, cngerle di mu-
raglia atta resistere a quelle offese, che da diversi stromenti del
nimico le venivano. E per proibire le scalate, e che il nimico non
s accostasse sotto la muraglia, uscivano fiiori della cprtina co tor-
rioni o rivellini, come si vede nella Tav; ir.* Fig. 8.*, li. quali fa-
cendo fianco davano comodit ai difensori di potere, con sassi
balestre ed altre arme da lanciare, tenere il mmico lontano dalla
5, muraglia. Ma sendosi poi accresciute offese coll essersi trovate
,5 le artiglierie, le quali con forza grandissima e da lontano offendo-
,, no, stato di mestiero trovare altre maniere di difese, essendo le
gi dette, per la forma per la picciolezza e per la debolezza, ina
bili a resistere all impeto 4elle.artiglierie. Perciocoh quanto alla
,, foinqa, ne*torrioni tale, che non viene difega da tatte le parti,
come nelle iaccie dinanzi manifesto: il che/arviene ancora ne ri-
,, vellini, che per esser rotondi, qualche parte di loro rimane indi-
fesa, come per le linee tirate nella figura manifesto. Quanto alla
picciolezza, non vi si potendo maneggiare artiglieriai restano inu-
tili. quanto alla debolezza, essendo i torrioni di sempliee mu-
raglia possono fare poca resistenza. Per queste canoni stato di
,, mestiere trovare altre maniere di fortificare, per le quali si possa,
,, almeno pet qualche tempo, resistere alla violenza delle artiglierie,
ed agli assalti del nimico.
CAP O II.
Mezzi, coi qjiaU s attaccano le Fortezze,
L i mezzi, con i quali s o^Tendono ed espugnano le fortezze, pare
che sieno principalmente cinque; cio
1. La batteria, quando con 1*artieUeria si ajpre lontano una mura
glia, e per l apertura si fa adito all entrar nella fortezza.
a. La zappa, che si fa accostandosi alla muraglia, e con pali di
ferro, con piccni, e con altri instromenti si rovina.
3. La scalata, quando con scale si monta sopra la muraglia.
4. La mina, la quale per la forza dbl fuoco rinchiuso in una cava
sotterrnea { come a su luogo dichiareremo ) rovina in un istante
una muraglia.
5. Finalmente l assedio, quando togliendo a* difensori ogni sorta
di BUBsidio, si costringono per la fame a rendersi.
Lasciamo stare il tradimento, come maniera d espugnare ignomir
noea, ed alla quale mal si pu trovare rimedio, essendo impossibile
guardarsi da traditori.
Lasciamo per simil rispetto l improvvise ruberie, dalle quali non
S
n assicurare la forma della fortezza, ma solamente la vigilante cura
elle mardie.
Dalle quattro prime offese ufficio dell architetto il fare che la
fortezza venga assicurata ; per nell ordinare le nostre fortificazioni
avremo sempre dinanzi agli occhi, come scopo principale, l assicurarsi
dalle batterie, dalle scalate, dalle zappe, e dalle mine. E siccome
la maggior parte delle offese vengono oaUe artiglierie, oosi dalle me
desime vei:Tanno le principali direse.
CAPO III.
Cosa sia fianc^ggare, o far fianco.
P e r generaI8*ino precetto, e regola nvaral)ile terremo il fare, ch
tutte le parti della nostra fortezza scambievolmeiite e veggano. e Si
difendano; n in loro eia luogd ancor che minimo, dove il nemic
S
otesee stare senza essere offeiOt perch (piando potesse pur un sol
ato solo stare, senza essere offeso, sotto qualche parfe della muraglia,
comiucierehbe ad aprirla; e fatta una hua, dove potessero lavorar due,
a poco a poco l allargherebbero per 4* o 6, 10, o ao, e finalmente la
tirerebbero a rovinai
Bisogna dunquej che una parte della muraglia vegga altra e la
difenda; il che non pu fare una linea retta, ma m mestieri che
fiieno due, le quali s inflettano e facbiano angolo una sopra l'altra.
Come nella Tav. ii. Fig^ 9.* si vede, dov la linea AB, facendo an
golo con la la vede difend in tutte le sue parti, e dalla me
desima viene difesa e questa scambievole difensiona >si dimanda
fiancheggiare, o far fianco; e cosi diremo la linea B far fiunco alla
BC, e per l opposito la CB finnchcBgiare la AB. con simil modo
di linee reflesse si potranno circondar le citt e fortezze come si
vede neHa Tav. tl. Fig. io** ADEF ec, nella quale non resta
parte alcuna indifesa.
Ma perch mediante il ripiegar che fanno le linee indentro, con
grande Itinghezza di muraglia, e per eonseguenza con molta spesa, si
circonda poca piazza, si deve fiiggire tal modo di fortificare e cir
condar tutta Una fortezza con simili fianchi; e trovar modo di acco^
modar sopra angoli esteriori a linee dritte altri modi di fianchi^ come
Col progresso dichiarermo<
CAPO iV.
Descrizione di un corpo di difesa:
Quando iark circondata ima piazza di cortinej che non si rflettand
indentro ma facciano gli angoli per infuori, e per conseguenza non
possano 1* una 1* altra mfendrsi, non si potendo ancora difender una
Cortina i^tta da per se stssa, sar di bisognoi ritrovare ed ordinar
una maniera di fianchi, che le scuopra e difenda^ E questo che siamo
per dir ora deve ssere attentamente avvrtito,. perch il pria*
cipal- fondamento e ragione di tutta la fortifica2ione.
Supponiamo dunqftie una terr esdere circondata di cortine, che ei
ripieghino e facciano adgolo aU'iifEior, due delle quali sieno (Ta
vola. II.* iFig. II.*), secondo le. linee BAC>^ perche la cortina AB
non pu da se stessa difendersi, n difesa da altri, Bisogna uscir
di fuori con una mul*aglia secondo la linea DFi dalla quale verranno
vedute e difese tutte le patti dlia cortina DB; e cosi spra la mu
ngila DF tnendosi artigliera, si potr difendere la cortina DB^ E
perch per essere artighera etrottiento, il quale, per la sua grandez
ea 6 per lo .stornare che fa quimdo si scarica, non pu adperarsi in
0^1 breve spazi, per fa di mestiere che la .muraglia DF la quale
dimanderemo fianco della cortina DB^ sia tanto lontana dall* angolo A ,
ohe vi resti spazio capace per l^uso dell^ artiglieria. Sia dunque tale
spazio qtiell che. si vede rinchiuso fra le linee EGHD, il quale di
manderemo piazza da basso. Ecco lit^^OTata ^i la necessit del ar
la piazza da basso.
^Ma'perch bisogna pnsare di poter tenere nelle piazze l*artigli-
rie di maniera ehe non possano dal nemico esser omse, ed il lasoia^
le nella piazza cosi scoperte sarebbe molto pericoloso : stato cono*-
scinto necessario artnar e ricoprire con una fortissima e saldissima
tnnr^lia le dotte piazze, la qule ancora s* innalzi tanto che tolga
di vista al netiiico artiglierie. E per spingendosi avanti secondo la
drittura DE nel ptmto F, i fatto di grossa muraglia il sodo EFNG,
che.dopo -stat dimandato spalla. cosi abbiamo la cagione, per
ch il fianco si divide in piazza e spalla.
E questo che si fatto soprii la cortina B, intendasi ancora per
a medesima ragione fatto sopra la linea AC; cio la piazza KLM,
la spalla MSOL.
^;eBta finalmente che, per fiire il crpo di difbsa perfetto, seniamoi
la figai-a, congiuiigehdo Una spalla, coll'altira; il ohe si potrebbe iate
tirando per linea dritta dall*una all altra la muraglia NPO, ovver
io arco secondo la linea NQO. Ma h Punota altro di questi due
modi manca d imperfezione; atteso che le dette due linee ratriea
senza difesa, non essend da fianchi opposti in BC^ n da altro luo
go vedute. Per si chiuder il corpo di difesa coq le due linee rette
FR, SR, ordiiiandole di maniera^ che almeno dai due punti B, C,
dove saranno due altri fianchi vengano scoperte e difese. E tali due
linee si dimanderanno faccie o fronti del corpo di difesa.
Concludiamo adunque j ogiii corpo di difesa il quale deve fiancheg
giare una coriitaa, per lo discrso fiotto, dover eit'ere composto m
^tatiro linecj cio di due fianchi e due ikcoie.
4$
C A P O V.
Del Baloardo, e della Piattaforma.
Abbiamo per le dette cose potuto comprendere, come quelli co^ di
difesa che hanno a difendere le cortine, devono esser composti di due
fianchi e due faccier semita adesso che vediamo le'diverse maniere
d essi, e i diversi luoghi dove vanno collocati.
E prima da sapere, che ee si accomoderanno corpi di difesa so
pra gli angoli del recinto (Tav. ii. Fig. 12.*) GFHI ( e per ecinto
dobbiamo intendere tutto il circuito delle cortine,. che abbracciano
e-circondano la terra e luogo da fortificarsi), verr ciascuna cortina
ad aver doppia difesa, essendo posta in mezzo di due fianchi, e per
il crpo di difesa posto sopra 1 angolo sar il pi reale, e principale
^ tutti gli altri, e si domanda ballovardo quasi che beiguardo, cio
guardia e difesa della guerra, e sar il baloardo BAEDC, e il baloar>
oKLMNO.
E perch pu talvolta avvenire che la distanza tra l uno e l altro
baloardo sia tanto grande, che le difese che vengono dai fianchi d essi
non possano difendere scambievolmente l uno e 1*altro baloardo; al
lora in simil 'caso sopra la cortina tra essi sar lecito collocare un
altro baloardo, PQR, li cui fianchi difendono le due fronti DE, LM,
Ma se la lontananza fra uno e altro baloardo fosse cos grande
che le difese dei fianchi per difender le fronti de baloardi fossero
deboli, ma non per del tutto inutili, e volessimo, corriunque l e. si
fossero, mantenerle ed accreececvene altre; in tal caso non faremo
il baloardo suddetto PQR, perch, come si vede,, impedisce la vista
degli altri baloardi ai fianchi opposti: ma faremo, come nella Tav. 11.*
Fig. i 3. si vede, il corpo di difesa KHQLI tanto accosto alla corti
na, he non- impedisca ai fianchi AF, DE la vista- delle fronti EB,
FC.. Questo corpo di difesa si addimanda piattaforma, per essere una
figura piatta e schiacciata; e s usa fiire tra uno l altro baloar-
5, do, massime. quando la cortina si riflette indentro, come nella
Tav. li.** Fig. j 4 . V , ;
Ma per sebbene la piattaforma non occupa le fronti de? baloardi,
impedisce pur artiglierie- poste in A, D, che non poseono libera
mente scorrere titta la cortina AKID. Perloch s e ritrovato un
tet-zo corpo di difesa, come neHa Tav. 11; Fig. i 5.* si vede: dov si
aperta la cortina, , e ritirandosi indentro si sono accomodate le due
piazze E, F, dalle quali vengano difese le fronti GH, LM, senza im
pedire il libero passaggio dall uno all altro' dei fianchi de baloardi
opposti. E questo terzo corpo di difesa stato nominato piattaforma
rovescia. Quando la cortina diritta, non si vieine in fnon, per
3o
non impedire i fianchi de baloardi opposti^ ma ei fa la piattafor-
ma rovescia.
C A P O VL
C Off alterij e Casematte.
JLi corpi di difesa dichiarati di sopra pare che per lo pi servano
per difesa della muraglia e della fossa; ma volendo offendere e tra
vagliare il nemico alla campagna e da lontano, fa di bisogno che ab
biamo altri corpi di difesa, l quali essendo pi rilevati degli altri
possano meglio scoprire e dominar la campagna. Per questo sono stati
ordinati i cavalieri, li quali altro, non sono se non alcuni luoghi den
tro della cortina, che s innalzano sopra essa e ^li altri corpi di di-
fesaj e perch vengono compresi dentro al recinto, non importa qual
figura essi abbiano. Per ritro la figura del cavaliero migliore,
quanto pi del circolare, purch dalla parte di dentro vi si pos-
sa accompdare la salita.
ncora per Ip medesimo rispetto si possono collocare in qualsivo
glia luogo, cio; o sopra i baloardi^ come nella Tav. ii.* Fg. i6. s
veggono i cavalieri A, J5; ovvero accanto l balordoj come si vede
il oAVftliero C; o pure tra l un baloardo e l altro, come in 1?E. E
questi si fanno ordinariamente di terra pura, n hanno altro ufl&zio
che di nettare la campagna. I cavalieri si fanno in sul baloardo
ogni volta che il baloardo sia. tanto spazioso, che non venga occu-
pato e reso inutile. La materia de cavalieri di terra senz altro,
acci, quando sieno battuti, che le scaglie della batteria non impe-
disoimo quelli, che sono alla difesa del baloardo o della cortina,
9, in eu la (^ale posto il cavaliero.
Altri architetti con miglior provvidenza hanno ordinato alcuni ca
valieri, li quali abbiano uno e altro uso, cio di difendere la fos
sa, e spazzar la campagna; e per li hanno posti tra l uno e 1^altro
baloardo, con una parte' d essi fiiori della-muraglia, e l altra dentro;
come si vede nella stessa figura il cavaliero FGHED; facendovi nel
le parti di fuori due piazze basse per difesa della fossa; ed alzandoli
sopra la cortina, la piazza da alto scuopre la campagna. Questa par*
,, te esterna simile alla piattaforma nella figura e nell uffizio, i l
quale difendere la cortina, e le faccie de baloardi . Si fanno
ancra dalle parti di dentro due altre piazze, come si veggono D , E ,
le quali servano per difesa della ritirata, come pi distintamente a
suo luogo diremo. E sono cos fatti corpi di difesa domandati cava
lieri a caoallo.
Sono alcun*altre maniere di difese dette casematte, l officio delle
^lali non se non d offendere il nemico, quando fosse entrato nella
8
-fossa : e souq alcune pcciole stanze le quali s* aceomodano den
tro la cortina gi al plano della fossa, facendovi delle feritoje; per
le quali si possa con gli archibugi offender il nemico. Accomodanse-
ne ancora nella fossa, come la casamatta . negli angoli della con
troscarpa, come le I, L. Insomma s possono collocare in qualsivoglia
luogo, come ancora sotto ai fianchi ed alle fronti de* baloardi: e quel
le che si i^no nella fossa per lo pi si, costumano tonde, facendovi
intorno intorno le feritoje per le quali con archibugi si molesta il
nemico,
Ma da avvertirsi che per essere le casematte luoghi racchiusi,
il fumo di bandissimo impedimento a chi vi sar dentro. Pero
si dovr fare a ciascheduna il suo camino, o sfogatojo; e si fati
largo im braccio per ogni-verao.
C APO VII,
Tanaglie, Xhnti, e BivelUnik
O l t r e ai c ^ i di difesa gi dimostrati, ne sono ancora stati usati
altri. Perch dell! detti, alcuni in alcuni siti non sono tiecessarii, ed
altri in altri siti n<Hi si possono accomodare; come per eaempio ia
una fortezza di monte, ogni volta che non abbia vicino qualche luogo
pi elevato, sarebbe superfluo il far cavalieri ; e in una foirtezza po
eta in mare non occorre iar baloardi; siccome ancora se un sito per
esser circondato da rupi e precii^^ sar per natura inaccessibile,
farebbe superfluo il farvi corpi di difesa. Et ritornando al nostro in
tento, poich tutti i luoghi non ricercano, n sono capaci delle me*
desime fortificazioni, bisogna ritrovar le proprie di ciaschadunQ eito
particolare.
E perch alcuna volta accade, doversi fortificare un^luogo che da
due o pi parti viene assicurato da qualche precipizio, come nella
Tav. II. Fig. 17. si veggono li due precipisj X, , i'quali per na
tura rendono forte tal sito; in questo ca%o baster chinoere i luoghi
|>ercolosi con la cortina AD, accomodandovi per sua difesa li fianchi
AB, DE, con le fronti BC, EF, facendo due mezzi baloardi i quali
vengono a terminare sopra i precipizj : e questa maniera di fortificare
si doinanda forbice o tanaglia
Ma ^e occorresse dover fortificare una china d un colle, la quale
per la disugualit del sito non fosse capace di 'baloardi, o d altii
corpi di difesa reali e grandi, allora accomodano alcune picciole
cortine , difendendo ciascheduna con un fianco. Come ( Tav. 11.*
Fig. 18. si veggono i fianchi e le cortine A ,BfiJJ,X,Z; e questo
ttiodo si dice for^oar a der^. tal manieta di fortificaiEone si um
ancora per circondar gli alloggiamenti} jperch oltre allo ewer tale,
che in brcTe tempo 8i pu condurre a fine, non avendo corpi di di
fesa CTandi, pu ancora esser difesa da artiglieria minuta, anzi con
archibugi ancora. Anco 1 esempio di circondar gli alloggiamenti con
denti 8* ha nella Figura 19.*
Gonnumerasi ancora tra i corpi di difesa il rivellino, il quale
nn piccol forte separato e spiccato da tutto il corpo della fortifica
zione; perloch stato cos detto, quasi che sia rivulso e separato
dagli altri corpi. ) simili forti si costumano porre incontro alle porte
delle fortezze per loro maggior guardia e difesa: et a questi rivellini
ii pu andare per strade sotterranee, che riescono nella fortezza, ac
ciocch l nemico non possa impedire il transito.
C AP O V I I L
Delle diversit deliri,
Jt^rima che discendiamo alle regole particolari d ordinare i corpi di
difesa, necessario che dichiariamo alcuni termini attinenti ai tiri
deUe artiglierie, perocch con questi, come nel progresso sar mani
festo, abbiamo a disegnar tutta la nostra fortezza.
prima, quando un tiro d artiglieria va parallelo ed emiidistante
ad una. cortina, senza toccarla in luogo alcuno, si dimanda tiro di
striscio; come nella Tav. 11.* Fig. ao. si vede il tiro A B , il quale
striscia la cortina EDF. Ma quando il tiro va a percuoter e ferir
la muraglia in un solo punto, come si vede sopra la cortina medesima
il tiro CD, questo vien dimandato tiro di ficco, o ficcare,
H medesimo ancora si deve considerar rispetto al piano dlia cam
pagna, dimandando tiro di striscio quello che la va radendo, e di
ficco ^ e llo che venendo da alto la percuote in un sol punto. E cos
nella Fig. ai.* rappresentandoci la linea AB il piano dell orizzonte,
il tiro CD lo verr a strisciare, e il tiro EF venendo da luogo su
blime E fiecher nel punto F.
Ma pi propriamente, in quanto appartiene al piano della campa'
|>otremo considerar tre diverse maniere di tiri, cio: i il tiro
he viene da alto a basse, il quale si chiamer inclinato; 2 il tiro
4 a basso ad'alto, che dimanderemo elevato; 3 il tiro parallelo al
piano, detto tiro a livello, ovvero di punto in bianco. cos nella
stessa figura il tiro EF sar inclinato, GH elevato, CD a livello o
-dj punto in bianco. E chiamasi a livello, quasi ad libellam cio in
bilancio e che non inchini pi ad una che ad un altra parte,. E di
cesi di punto in bianco, perch usando i bombardieri la squadra con
1 angolo retto diviso in oodiei punti, chiamano l elevazione al primo
punto, al secondo, terzo ee. tiro di ponto oso di ponto due, di
P. I . _ S
38
S
unto tre ec. Quel tiro che non ha elevazione alcuna vien detto tiro
i punto in bianco, cio di punto niuno, di punto zero. E questo
bagti circa i tiri al presente.
CAPO I X.
Quello che s'intende per pigliar le difese.
j8sendo che, come nel progresso sar manife8t05 tutte le parti della
fortezza devono aver le lor difese, fa di bisogno che dichiariamo
quello che appresso gli architetti significhi pigliar le difese. Diciamo
adunque che il pigliar le difese d alcuna cortina o faccia di qualche
n
o di difesa non vuole dir altro che drizzarla verso quella parte
Lquale vengono le sue prime difese. Come nella Tav. ii. Fig. aa.
la fronte del b a l o a r d o p i g l i a le difese dal punto G, perch pro
lungata per diritto la linea AB batte* nel punto Q, di maniera che
il tiro posto in G viene a strisciare la faccia AB. E sebbene altri
luoghi ancovx veggono e difendono .la medesima faccia, come il pun
to D, il quale vi ficca, nientedimeno si dice pigliar le difese dal
punto G, per esser il primo luogo che la difende partendo dal pun
to C e venendo verso D. E per la medesima ragione la fronte EF
piglia le difese dal punto C, dal quale strisciata, e non dal punto
K, dal quale ficcata,
C AP O X.
Delle tre cause della prima imperfezione de* Baloardi.
P e r una delle mag^ori imperfezioni d importanza, che possono ac
cadere ad un baloardo, connumerano gli architetti Tessere l angolo
della fronte troppo acutoj perch, oltre aH esser debole e facilissimo
ad esser tagliato, con gran lunghezza di fronti sj^ circonda piccola
piazza; il che -4 cagione che non ' vi possono stare molti difensori,
n comodamente maneggiarvisi artiglierie, e in tempo di bisogno non
vi si pu far ritirata. Per come difetto notabile, dovremo esser cau
ti in ovviare a tale acutezza; il che potr da noi pi facilmente es
ser fatto, quando sapremo le canee che fanno riuscir angolo acuto,
le quali sono tre.
La prima quando l angolo del recinto, sopra il quale va posto
il baloardo, non sar ottuso.
La seconda il pigliar W difese delle faceie troppo da vicino.
La terza l ordinar i fianchi troppo lunghi.
L esempio della prima causa si vede nella Tav. ui.* Fig. a3.*,
34
nella quale essendo sopra l angolo di recinto ABC cstituit an
golo del baloardo FGH, che di necessit sempre minore dell* an
golo del recinto ( come facilmente si pu trarre dalla xxi Proposi
zione d Euclide, essendo dentro delle linee AG,CG dalli punti AjC
costituite le due linee AB,CB ), ogni volta che angolo B sar o
retto, o acuto, l angolo G sar pi acuto.
3
quali prendono le difese loro dai punti A,C pi lontani. E per
manifesta la verit della seconda causa che produce 1? angolo del ba
loardo acuto, la quale dicemmo essere la vicinanza delle difese.
Conoscesi finalmente per la Fig. a5.*, come pigliandosi le difese
dalli medesimi punti A,C, le cortine LH,LI fondate sopra i pi lun
ghi fianchi , costituiscono 1 angolo L pi acuto dell angolo K
compreso dalle^ fronti KF,KG terminate sopra i fianchi pi brevi DF,
J5Gj il che dipende dalla medesima proposizione ' d Euclide. Per
nell ordinare le fortezze dobbiam aver 1 occhio all acutezza degli
angoli del recinto, al non prender le difese troppo da vicino, e a
non far i fianchi troppo grandi; perch da tutti tre questi capi si
Terrebbe a causare impenezione nell angolo del baloardo.
CAPO XI.
Della Fossa, Contrascarpa, e Strada coperta^

L uso et introduzione della fossa stato utilissimo per molti coin-


medi, che da essa s cavano, ed in particolare per le fortezze di pia
no: perciocch quando non si cavasse la terra intorno la fortezza,
ma e alzasse la muraglia tutta sopra il piano dlia campagna, verreb
be d maniera scoperta ed esposta alla i)atteria, che essendo battuta
dalla radice facilmente sarebbe tratta alla rovina; dove ohe l aver
intorno la fossa fa che dall altezza del su argine viene coperta tal
parte della muraglia, che non pu esser battuta se non molto alto.
Come dalla Tav. iii. Fig. a6.* si pil Comprendere ; nella quale per
le lettere ABC si rappresenta la muraglia; CD il fondo della fossa;
OEKF ar^ne d essa fossa il quale ricuopre tal parte della mu
raglia, che il tiro H posto in campagna non pu battere se non dal
punto B in su.
E di grandissima comodit ancora il far la fossa, perch dovendosi
terrapienare la muraglia, la terra che si cava dalla fossa, pu servire
per terrapieno.
ggiunges alle cose suddette, che dovendo talvolta quelli della
fortezza uscir fuori per disturbar il nemico o per altra occorrenza,
he
quando sopraggiutigendoli la calca de^nemin gli iuAee nceeetk di
ritirarsi, se la fortezza fusse spacciata di fossa et ai^ne, non avendo
tempo li difensori d'entrare nella fortezza repentinamente per una
piccola porta, verrebbero tagliati a p'ezzi. Dove che avendo la riti
rata dell*argine e strada coperta, possono in tal luogo fatti forti vol
ger la fronte al nemico e ribatterlo.
La parte della muraglia segnata BC, la quale si vede pendere in
dentro, si dimanda la scarpa^ e si fa in tal maniera pendente, ac*
ciocche jdal peso del terrapienoj dal quale viene calcata, non sia ro
vesciata nella fossa.' Giova ancora tal pendenza, perch venendo bat
tuta, minor effetto vi faranno le botte dell' artiglieria, ferendo non
ad angoli retti, ma obliqui.
Nella medesima Figura 6.* l argine detto DEKF s addomanda con~
trascarpai e quel piccolo piano segnato EK ci figura la strada coperta^
coperta dico dall altezza KF; la quale chiameremo parapetto della
strada coperta.
,, La contrascarpa cos chiamata, per esser posta incontro alla
scarpa' della muraglia. La quale contrascarpa si far tanto alta, che
), insieme col parapett della strada copra la cortina Almeno fino al
cordone. Per sostegno della contrascarpa, quando il terreno non
,, sia abbastanza forte, si deve far un muro sottile, quanto basti per
,, sostenere il terreno.
,, La strada coperta deve essere tanto larga, che vi sia luogo ca-
pace da scorrervi sette o otto fanti in fila. Questa strada si rico-
pre con un parapetto alto da essa tre braccia, o poco pi, facen<
dovi la panchetta attorno alta due terzi di braccio incirca.
, , 'Fuori di questo parapetto si fa l argine che a poco a poco vad&
,, declinando -verso la campagna; talmente' che da quelli. Che saranno
in su la cortina, venga quasi che strisciato: e questo tal argine
5, domanda spalto; il quale con il suo pendo viene a coprire di ma*
niera la cortina, che il nemico volendola battere costretto a
tagliare detto spalto e contrascarpa, ovvero ad alzarsi con cavalieri
,, al piano della campagna; l una e altra delle quali cose gli ap
,, portano non piccola difficolt.
C A P O .
t>W Orcchione,
Parlando disoOT del baloardo e dell sue parti, mostrammo come
per sicurt delle piazze da basso si facevano le' spalle, le quali ri'
coprivano e difendevano dette piazze dall artiglierie nemiche: ma
l esperienza ha poi dimostrato, che tal difesa non basta, perch non
assicura e difenae da tutte le parti. Come nella Tav. i l i / Fig. 27.*
. ^7
ciiaramehte si Veile^ che dal punto I della campagna s pu tirar
nella cannoniera E, ed offendere quelli che fossero nelle piazze, 6t
a questo non reca difesa alcuna la spalla EB". Perloch, volendo pur
li architetti ovviare a tal pericolo, andarono considerando che non
avendo altro fine le piazze da basso se non di difendere la fossa, si
poteva trovar modo, che le cannoniere non fossero cos esposte ad
esser imboccate et accecate^ e questo fu col tirar innanzi la spalla,
secondo che ne mostra (Figura suddetta) BDE; facendo un sodo di^
grossa muraglia, la quale ricoprisse la cannoniera E^ in modo che non
losse veduta dalla campagna: e questa tale ricoperta fu dimandata
orecchione e da altri musone. Ma bisogna avvertire , per disegnarlo,
d accomodarlo in modo che non impedisca le cannoniere -che non
possano far l officio loro nel ^fender tutta ta fossa. E con quali re
gole vada disegnato, dichiareremo a suo luogo.
,, L orecchione si fa sopra la spalla, dividendola per me2zo, e fatto
centro il ^unto della divisione descrivendo un mezzo cerchio. E
p, perch si e determinato che la spalla dev essere quaranta braccia,
i, l orecchione veir a porgere in foori venti braccia.,,
CAPO XIII.
Considerazioni nel determinar le difese.
Kn due maniere, come gi s detto, si pu usar la difesa della ar
tiglieria, cio strisciando o ficcando, tra gli architetti qualche
differenza nel determinare, quale delle due maniere sia pi accomo
data alla difesa della fossa e sue parti. Atteso che alcuni vogliono
che i tiri striscino la contrascarpa e la fronte del baloardo, come s
Vede il tiro della cannoniera C ,( Tav. iii .* Fig. 28.* ) , il quale stri
scia la contrascarpa IL^ e la faccia AF; dicendo, che in questo modo
un solo tiro offender tutti quelli, che fussero scesi nella strada co
perta, o si fussero posti sotto il baloardo, ovvero vi avessero ap
pressate le scale, il che non pu far il tiro che ficca^ il quale ferbce
in un sol luogo^
A ci rispondono quelli che vogliono il tiro di Jicco, dicendo tal
considerazione esser vana, atteso che li nemici mai verranno in or
dinanza su la contrascarpa o sotto il baloardo,, se prima non sar,
aperto, o fattavi scala per la salita. E volendo il nemico condursi
nella fossa, non verr se non ricoperto da trinciere, ed aprir la
contrascarpa, e per l apertra cercher di traversare la fossa j nel
qual caso le artiglierie di striscio non gli potranno recare impedi
mento alcuno, ma si bene quelle che ficcano. Come si vede per lo
tiro BM, il quale quando il nemico avesse aperta la contrascarpa nel
punto Af, potr tirar nell apertura e travagliarlo. E quando ancora
8 fosse condotto sotto la faccia del baloardo DE, ed avesse comin
ciato ad aprirlo nel punto O, il tiro BO non ve lo lascierebbe dimo>
rare, ficcando nell apertura: il che non pu fare il tiro CFj che stri-
. scia la fronte AF; anzi in ogni piccola apertura, come si vede nel
punto P, potr ricoprirsi un uom^ e cavando allargar luogo per molti.
Rispondono quelli che vogliono i tiri di striscio, che il fcc!.r nella
contrascarpa deve esser ufficio delle piazze da alto de baloardi, e non
*delle piazze basse; perch sendo i tiri delle piazze da basso poco ele
vati sopra il piano della fossa, non possono cos bene scoprire il ne
mico, come quelli della piazza alta; e cos quando il nemico avesse
tagliata la contrascarpa nel punto M , molto meglio potrassi trava
gliare nella piazza alta del baloardo vicino, come dal punto O, che
dalla cannoniera B bassa e lontana.
A questo s aggiunge, che dovendo la cannoniera B ficcare nella
contrascarpa IK, non si potr ricoprire in modo con 1 orecchione,
ehe non possa essere imboccata dalla campagna, come si vede nel
punto R, di dove potr essere imboccata k cannoniera B, e cos
verr ad essere impedito l uso dell orecchione, il qual era di fare,
che le cannoniere non fossero vedute di fuori della fossa.
Oltre di ci il voler tiri, che ficchino nella fronte del baloardo,
far venir l angolo del baloardo acuto; perch se vorremo che il tiro
CA ficchi nella fronte del baloardo opposto, bisogner mutar la fron
te la quale dal detto tiro strisciata, e tirarla pi in fiiori, secondo
che si vede per la lnea AS, il che facendo non dubbio alcuno,
che l angolo del baloardo s inacutisca.
Tuttavia soggiunge l altra parte, che lo sperare, che la piazza alta
possa molestare il nemico, eh abbia aperta la contrascarpa, cosa
vana; perch quando sar ridotto a cpesto termine, avr ancora or
dinato modo di far si che l difensori non possano in modo alcuno
affacciarsi sopra la muraglia; per lo che le loro difese saranno in
tutto tolte, di maniera che solamente il fianco del baloardo opposto
potr recar travaglio al nemico. E quanto a dire che tiro di ficco
;a causa, che le cannoniere possano esser imboccate; rispondesi che
volendo gli avversari! che la piazza possa molestare il nemico che
sia sulla fossa, potr nello stesso modo e pi facilmente ancora im
pedirlo, che non possa piantar artiglierie per accecare le cannoniere.
Considerate tutte le ragioni dell una e dell altra parte, le quali
sono efficaci e gagliarde, risolviamo ; che, potendosi, non meno la
contrascarpa che la fronte del baloardo sieno difese e di ficco e di
striscio; per dovendo in ciascun fianco esser almeno due cannoniere,
ordineremo che Una strisci il baloard<^ e ficchi la contrascarpa, e l al
tra strisci la contrascarpa e ficchi il baloardo: il che compartiremo
in maniera che non causi inconveniente alcuno> come a uo luogo
sar manifesto.
S8
C A P O XI V.
Della Pianta, e del Profilo
Volendo dar perfetta cognizione della pianta e del profilo, e della
loro differenza, biso^a farei un pco da lontano, e dichiarar come
in ciascan corpo sono tre dimensioni, senza le quali non si pu as
segnare e determinare l intiera sua quantit; et sono tali dimensioni
o misure lunghezza, larghezza, et altezza; et sono, come s detto,
necessarie tutte insieme per determinare l intiera grandezza di cia
scun corpo. Perch essendo noi dimandati quanto sia grande qualche
corpo, se diremo esser tanto lungo, diremo imperfettamente, potendo
con la medesima lunghezza esser congiunta maggiore o minor larghez
za, ed avere maggiore o minore altezza; n si sar risposto sufl&cien-
temente dicendo, esser tanto lungo, e tanto largo, senza dir ancora
esser tanto alto. Ma quando alla dimanda si risponder il corpo esser
tanto lungo, tanto largo, tanto alto, allora si sar soddisfatto al quesito,
Bon avendo corpo alcuno altre misure in se che le tre sopranominate.
E perch nei nostri discorsi, volendo dimostrar tutte le proporzio
ni delle parti della fortezza, abbiamo bisogno di dichiararne tutte le
misure; per sar necessario dire non solamente quanto ciascun mem
bro debba esser lungo, ma quanto largo ancora, e quanto alto. Ma
perch noi abbiamo bisogn d rappresentare i disegni della fortezza
in una superficie, non essendo la superficie capace se non di due
misure, non potremo nello stesso disegno rappresentar le lunghezze,
le larghezze, e le altezze; ma potremo bene rappresentarne due, cio
le lunghezze con le larghezze, ovvero le larghezze con le altezze.
t acci quanto si detto, con l esempio si faccia pi manifesto:
proponiamoci voler rappresentar le lunghezze e le larghezze d una
bortina con due mezzi baloardi, con la fossa e contrascarpa. E recando
innanzi la Fig. ag. della Tav. iii.* avremo per la linea EF la lun
ghezza della cortina; le linee ED, FG saranno le lunghezze dei fian
chi; dalle linee GHI, DCA ci -viene dimostrata la larghezza dell o-
recchione e lunghezza delli fianchi. Per le linee a. 3. 4 viene mo
strata la lunghezza della contrascarpa; e volendo vedere la sua lar
ghezza, cio quanto la pendenza della sua scarpa la fa slargare dalla
parte di sopra, guarderemo l spazio compreso dentro le due linee
a. 3. 4> S. 6. 7 ; e lo spazio tra le du linee 5. 6. 7, 8. 9. 10 sar' la
larghezza della strada coperta. La linea KLMNOPQR che rigira in
torno tutta la fortificazione, comprende quello spazio e larghezza,
che la parte inferiore acquista mediante la scarpa. L intervallo fra
le linee EFyST sar la larghezza del parapetto; e tra le linee ST,UX
sar la larghezza della banchetta. Ecco come nel presente disegno
abbiamo le lunghezze e larghezze, e non le altezze.
39
Se vorremo avere le altejsze, insieme per con le larghezie, le pren
deremo dalla Fig;ura 3o.*; nella qiale AB sar altezza della banchet
ta, BC la sua larghezza, CD l altezza del parapetto, DE la sua lar
ghezza e pendenza, EFG l altezza e pendenza della cortina e sua
scarpa, QH la larghezza della fossa, HI 1 altezza e pendenza della
contrascarpa, IK la larghezza della strada coperta, KL l altezza del
Buo parapetto. E cos in questa figura abbiamo le medesime cose,
come nella Fig. ag.*, ma rappresentate sotto altre dimensioni.
Concludendo diciamo, quel disegno che ci rappresenta le lunghez
ze con le larghezze dimandarsi pianta; e l altro, che ha le larghezze
con le altezze, esser detto profilo.
C A P O XV.
Della Scala, ovvero Misura.
4o
le misure non sono appresso tutte le nazioni le medesime,
ma alcuni usano il braccio e
corte; se vorremo fuggir am
altre misure pi lunghej ed alcuni pi
biguit e confusione, fa di mestieri che
stabiliamo e fermiamo con quali misure siamo per proporzionare e
misurare ciascuna parte della nostra fortezza: Diciamo adunque che
useremo per nostra misura il comune braccio toscano.
E perch si possa con le debite misure proporzionare ciascun mem
bro della fortezza in qualsivoglia picciola superficie, bisogna che di
chiariamo il modo di fare et usare la scala. Quando adunque avremo
determinato che figura vogliamo dare alla fortezza, e sopra , quale
spazio s abbia a disegnare, prima tireremo una linea retta di lun-
f
;hezza tale che giudichiamo a un di presso che tanto deve esser la
unghezza d uno dei lati della figura, o vogliamo dir una corna tra
l uno e l altro de baloardi; di poi che l avremo, come si dir delle
misure, la divideremo in tante parti eguali, quante braccia deve esser
la lunghezza di detta cortina, e cos avremo la scala delle braccia,
dalla quale caveremo tutte l altre misure.
Ma per fuegir il tedio di fare una cos lunga divistone > potremo
far con pi brevit in questa maniera. Poniamo ex. gr. che la cor
tina abbia ad esser lunga 400 braccia; pigliando la quarta parte della
linea, che ci deve rappresentare detta cortina, avremo la misura di
cento braccia, la quale/livideremo in X parti, e ciascuna d esse ci
rappresenta braccia X; dopo divideremo una di queste decine in dieci
particejle, ciascheduna delle quali dimostrer un braccio ; e cos da
tal divisione potremo facUmente prender il numero di quante braccia
ne piacer, come di 6, i 5, ao ec; siccome ciascuno >euza difficolt
pu d se etesso comprendere.
Deve pretiuneni, die il Galileo intencU io qnetU tua opere parlare del brac
cio che a que di iieavaei in Firenze per misurare i terreni. Il campione antico di
dvtto braccio era espoeto nel Bargello di detta citt, prima che il Granduca po-
ria Imperatore Leopoldo 8tabili8e mia gola misura unitrme per tutta la Toeca-
n i , e corrispondeva a linee a44>i^ del piede parigino odierno^ n da tal misura
discordauo molto i ragguagli che nel secolo del Galileo stesso ne diedero U Cassini
il Mentenno. Veggui Ximenes; J[fel Gnomone Fiorentino lih, i. cap. i .
4
CAPO XVI,
Prime conderazioni intomo alV accomodare diversi corpi di difesa .
alle Fortificazioni,
L a fortezza potr difenderei con i soli balardi quando la lunghez
za delle cortine noi sar troppo grande, come dimostra la Tav, ni.*
Fig. 3i . *; e in ciascun fianco si accomoderanno almanco due canno
niere, una accanto della cortina segnata A, la ijuale, come si vede^
striecia la faccia del baloardo opposto, e ficca nella contrascarpa; et
una a caato all orecchione segnata B, che striscia la contraecarpa, e
ficca nella faccia del baloardo; e tal fortificazione bonissima e sicura.
Nella Tav. ii. Fig. 14. sono accomodate tra i baloardi le piatte-
irme sopra le cortine reflesse, senza che impediscano le cannoniere
dei baloardi, di modo che la cannoniera a canto dell orecchione
etriscier la contrasoarpa, e ficoar nella faccia de) baloardo, e la
catiBomera accanto alla cortina ficcher nell uno e nell altro luogo,
lite -cannoniere poi della piattaforma istriecieranno le facete de baloar
di.. Tale fortificazione n<m da eleggersi per circondar tutta una for
tezza, ma si pu tolerare in un sol luogo, quando si avesse la distan
za tra l uno e l altro baloardo molto ^ n d e .
La piattaforma rovescia (Tav, n.* Fig. i 5.) s accomoder di modo
che strisci la fronte de baloardi; ma non potendo ella recar altra
difesa, non da eleggersi, anzi si deve fuggire, e solo porsi in uso
sforzati dalla necessit, quando non vi sia altro modo di cavar le difese.
Li cavalieri a cavallo (Tav. 11.^ Fig. 16.*) con le piazze da basso
strisciane le fronti de baloardi, e sono di maniera situati, che le oan-
- noniere de baloardi le quali sono a canto dell orecchione ficcano
nella-fccia del baloardo opposto, e strisciano la contrascarpa, nella
quale ficca la cannoniera a canto alla cortina.
Nel fabbricar questi cavalieri, siamo di parere ohe la cortina, che
U traversa, non si rompa, anzi s innalzi all altezza del cavaliero; ac
ciocch se mai venisse zappata e rovinata la parte d innanzi, resti
la parte di dentro sostenuta dalla cortina a guisa di sismplice cava
liere. Tale foitificazione molto meglio di quella della piattaforma;
perch, oltre quello che e detto, scuopre la campagna, fa traversa
P. I. 6
di dentro al batter pei cortina, serve per difesa della ritirata, e da
alto scuopre e batte i baloardi che fossero stati tolti.
Nella 'Tav. ni. Fig. 3a.* i baloardi A,B prestano tutte le difese da
per lro, e l cavalieri C aggiunti tra .l uno e l altro baloardo bat
tono solamente la campagna, e possono difendere, la ritirata, ed es
sendo preso un balodrdo potranno travagliare e scacciarne il nemico^
e ^esti si potranno fare di qualsivoglia forma.
Per accomodar un cavaliere sopra un baloardo, non troviamo di-
mQ^trato da altri modo alcuno, cne appieno ne satisfaccia, il che
stato cagione di farci pensar sopra, e finalmente creder averne ri
trovato un modo, il quale auramenti molte difese, senza ponto im
pedire o disturbare le solite difese del baloardo.
Il cavaliero dunque accomodato sopra la gola del baloardo quello
che ci vien rappresentato per le lettere ABCDEF; (Tav. iii.* Fig.
33,* ); e le piazze d stto del baloardo hanno, il muro BC ed EF che
comune a loro ed ancora al cavaliero, e sono dette piazze BCHI,
d EFKL; di queste se ne coprir con la volta la met, ovvero li
due terzi, acciocch venendo battuto per fianco il cavaliero, le sue
rovine non proibiscano il poter stare nelle piazze da basso. Queste
parti ricoperte sono segnate BCTV, EFRS; e quando saremo col oa-
valiero all altezza di dtte volte, si girer secondo la larghezza delle
piazze di sotto 'un mezzo cerchio di qu e uno d l dai lati del
cavaliero, i quali entreranno in corpo al cavaliero, come si vede M^N;
e questi si alzeranno su a guisa di due nicchie, e all altezza d sei
braccia circa .si chiuderanno; di maniera che, volendo noi tirare per
fianco dalla piazza di ^opra del baloardo, tra la larghezza delle volte,
e lo spazio acquistato dai due mezzi cerchi vi sar campo abbastanza
per lo stornare delle artiglierie, il quale spazio vien compreso per
le lettere TVNjSRM. Girerassi ancora in cerchio la parte dinanzi
del cavaliro, come si vede in EDC; e per poter salire sopra la piazza
alta del baloardo si far sotto il cavaliero una strada m volta segnata
AD; e le salite del cavaliero si faranno a canto le piazze di sotto,
l una dov RFP, e altra dv VBQ; si potranno accomodar an
cora le due stanze P,Q, le quali potranno servire per le munizioni.
I cavalieri a canto i baloardi nella Tav. ii.* Fig. i6.* sono in al
cune cose da posporsi al cavaliero piantato sopra T baloardo nel modo
5
000 fa dichiarato, perch restando dentro della cortina non portano
ifesa se non alla campagna oltre la fossa. ben vero che servono
eccellentemente per traversa al battere per cortina, e fanno buonis
simo fianco alla cortina per di dentro; et in somma fortificazione
da apprezzarsi.
Al cavaliero, che si fa tra due baloardi dentro della cortina,
lasciando fra esso e la cortina spasio assai capace, si faranno due
cannoniere per fianco^ le quali scuoprano la campagna. Ma nella
yt faccia dinan sar bene non vi far cannoniera alcuna, perciocch
4
vernano tanto scoperte che senza difficolt sariano imboccate.
,, L altezza del cavakero deve essere tanto pi della cortina, quanto
basti a scoprire la campagna, e travagliare s il nemico, che non
possa con ogni piccola ricoperta di trinciera o d altro venire in
su la fossa. Pero non dovr alzarsi sopra la cortina meno di sette
o otto braccia.
La.fortificazione della Tav. ii.* Fig. i 3. con la j^iattaforma sopra
la cortina diritta non ci piace, perche non si potr accomodar tal
mente, che non impedisca le dif^e scambievoli de fianchi de baloar-
di. N si potendo nella piattaforma per la sua picciolezza-accomodar
altro cbe un tiro, il quale strisci la faccia del baloardoj sar difesa
cos scarsa, cbe meglio sarebbe accomodarvi un altro baloardo.
E per dar qualche lume dell addattare tutti gli altri corpi di difesa,
abbiamo ancora posto la Fig. 34* Tav. iii.* composta di varii fianchi:
come forbici segnate A^B,C; denti DJ); linee reflesse E,E; linee curve
F; e G,G casematte. De quali fianchi non ve ne sono de reali altri
che le forbici, le quali* sono in efi*etto due, mezzi baloardi. Ed av-
vertiscasi che si dimandano corpi di difesa reali quelli che non si
possono difendere se non con pezzi reali; e pezzi reali si chiamano
quelli solamente, li quali tirano da otto libbre di palla in su; e gli
altri che portano meno di otto libbre di palla, si addimandano pezzi
piccioli o non reali.
C AP O XVI I .
De rimedi contro alle Scalate.
fjssendo nostra intenzione rimediare^ 'se sar possibile, a tutte le
ofise del nemico, e far una fortificazione cos ben ordinata che <ii
esse non si abbia punto a teiftere; sar necessario non solamente sa
pere con quali offese il nemico ia per venire ad assalirci, ma ancor
con quali mezzi egli eia per mettre ad ffetto tali sue offese. E in
quanto appartiene alle scale j chiara cosa che non si possono usai^
molto lunghe, perch o si fiaccano per lo peso dei soldati, o se si
vogliono Ur gagliarde, saranno tanto grosse e grevi, che del tutto
saranno disagiose per esser maneggiate Adunque il far un altezza di
muraglia da venti braccia in su sar ottidno rimedio per assicurarci
dalle scalate; e tal rimedio verr augumentato mediante la scarpa
che si dar alla muraglia dal cordone in gi, e dallo sportare un poco
il cordone in fiori; perch volendo l inimico accomodare la scala di
maniera che si accosti con la sua estremit al parapetto, sar forzate
discostarla molto dal perpendicolo, e metterla assai inchinata; il che
sar causa, che la scala pi facilmente si fiacchei;^ e per arrivare
all altezza della mufaglia dovr esser molto lunga: come nella Fig. 35..
43
, si Tede, nella miale aitoorch l altezza della muraela non eia
pi di venti braccia, la lunghezza della scala sar, pi di ventitr.
vvi un al^o ritnedio ottimo a tal offesa ; il qual e il far il letto
della fossa non a livello secondo la linea D B , ma a schiso e pen
dente secondo la linea DE} perch sullo sdrucciolo di tal linea non
potendosi fermare la scala, sar forza die arrivi dal punto A al punto
Ej e per oonsegileiiza sia tanto lunp. che noii si possa mane^are.
E la. medesima'pendente DE 6r ohe quando l inimico volesse pur
venir con ordigni e macchine da gettar le scale alla muraglia, npn
si potr accostare, e sar vana ogni sua fatica. E finalmente 1 aver
cannoniere, che striscino la cortina e le fronti de baloardi, fi>r proi
bire l accostare le scale e fermtle appresso la muraglia, con qua^
lunque mezzo l inimico ci far volesse.
C A P O XVI I I .
Della ],
. A l l offesa della zappa^ quando l nemico avr cominciato a porla id
opra, non pare vi resti altro rimedio che i tiri che ficcano.
Come dimostra la Figura 3i.* Tavola iii.*, nella quale avendo l ini
mico incominciato a penetrar dentro alla muraglia nelli punti CjF,
le cannoniere a canto orecchine BjE ficcheranno nelle aperture,
e facendo schizzar le pietre molesteranno e scacciefanno i zappatori,
n simile faranno ancora nella costina, quando il nemico venisse per
zapparla: ma ci rade volte potr avvenif, per essere la cortina sot
toposta e messa in mezzo alla doppia difesa e vicina delli due fian
chi, il che non avviene alle fronti de baloardi, per tal rispetto lo
deremo assai clie la cortina tra l uno 'e l altro, baloardo si rifletta -e
faccia angolo indentro^ come le due lnee AG,DQ, le quali ficcano
l una nell altra scambievolmente. Ma per esser l offesa della zappa
importantissima e scarsa di rimedii, bisogna star molto cauto e vigilante
per vietar che U nemic non si conduca sotto la muraglia: il che
acci possiamo fare^ sar di mestiere dichiarare e mostrare in qua)
maniera il nemico si conduca nella fossa.
C A P O XI X.
DeU^ Trincietot^
llissendo che 1 offesa della zappa non si pu usare se non da vicino,
come disopra si jdetto, ner bisogna che dichiariamo il modo col
quale si pu venir sotto 14 inuraglii, i l quale per via di triuciere
k 4 ^
sino in su la fossa ; e come poi s* attraversi la fossa dichiareremo
pi a basso.
3E prima supponiamo, che la fortezza abbia la tagliata ed ispianata
attorno attorno per lo spazio d un miglio, di maniera che il campo
nemico non poisa piantare li suoi alloggiamenti in luogo sicuro, se
non in maggior lontananza di un miglio, essendo dentro a tale spa-
o ogni luogo scoperto e mal sicuro; tiot si potendo praticar la
campala senza pericolo, bisogner cominciar la trinciera lontana
dalla torte la un mglio; e volendo far trinciera cavata per tutto il
detto miglio^ sarebbe opera molto laboriosa e lunga. Per lo che si
potr incominciar uq argine di fascine e legnami ammassati insieme,
il qnl lavoro non richiede molta lunghezza di tempo; e da questa
fascinala ricoprti si potr venir Un pezzo innanzi, cio sino che Si
potr giudicare 'che possa resistere alle artiglierie della fortezza. Ma
essendosi molto avvicinato, n bastando pi la difesa delle fascine,
ome lceva in maggior lontananza^ si comincier la trinciera cavata^
la quale per condiro ad effetto si terr tale ordine.
Prima di notte si mtterahii in opera cavatori, i quali possano
segnare, cavando un poco, la drittura^ secondo la qale dovr cam
minar la trinciera; la qual drittilra si far riguardare verso f a l c h e
parte che non possa per dritto esser imboccata dalla fortezza. E preso
tal segno si caveranno, pur di notte, molte buche sopra detta dfit-
tnra ^ profondandole circa due braccia, ed altrettanto larghe per
ogni^ vers ,, ; e lontane l una dall ltra circa dieci o dodici braccia :
in ciasctina delle qUli si. lascieranno due uomini, che potranno an
cora di giorno segfuitar il lavoro, e buttando il terreno cavato, sem
ate verso la fortezza, lavorar al sicuro: avvertendo che il primo ter
reno cavato sia buttato quattro o cinque braccia lontano dall estre
mit dell argine, talmente che vi resti spazio per l altro terreno da
cavarsi di mano in man.
La profondit della trincea sar, dal piano della cam^araa brac-
5, eia due e mezzo. Ma perch il terreno che si cava i butta poi
in su l argine, le ^ue . braccia e mezzo cavate importeranno pi
4 cinque all altea dell argine. Periocch la fossa della trincea
si dovr fare larga circa sette brccia, tanto in bocca, quanto in
fondo; e la grossezza dell argine verr circa sei braccia da basso,
e manco ancora nella sommit.
Ma perch vedendo ^lelli della fortezza apprecchiarsi inimico
d assalii'ii per via di tniiciere, e sapendo quanto sietto pericolose,
credibile che con ogni sforzo s ingegneranno di sturbarlo, e che molti
sortiranno dalla fortezza per venir ad amitaazzar quelli della trinciera,
i quali avendo molto lontano il soccorso dello esercito, prima sareb
bero tagliati a pezzi che ajutati dalli suoi, pero per provvedere a
tal pericolo sara bene fate alcune bastionate, come si vede nella Fig.
Tav. iv.* per le lettre le quali abbiano li loro aperti con
i ripari innanzi, acciocch dalla terra non possano essere im
boccate dall artiglieria, e (^este potranno servire per ritirata a ^ e l l i
della trinciera. E ancora vi potranno stare alcune compagnie di sol
dati per soccorrer quelli che fossero occupati nel cavare la trinciera.
Fannosi ancora trinciere di linee storte, come si vede dal punto
O al punto F; le quali si faranno nel medesimo modo che le aritte,
avvertendo d gettar sempre verso la fortezza. E nelle svolte, quanto
pi saranno strette, pi saranno ricoperte e sicure, perch manco

potranno essere scoperte dalla fortezza. Ma bisognando alcuna volta


rie capaci, acci vi si possa girare l artiglieria, s alzer pi il ter
reno verso quella parte che ricopre le svolte, che altrove; e vi s
metteranno de gabbioni, de ^ a l i chi sar alla campa/nia avr sempre
abbastanza. E facendosi le trinciere con qualche reilessone, angoli,
o fianchi, sar molto utile per poterle guardare e difendere; come
pi minutamente si dir, quando si tratter del fortificare gli allog
giamenti.
Ed acciocch meglio si comprenda quanto-s detto, riguardisi
nella suddetta Fig. 38., nella quale il punto O tanto lontano dalla
fortezza che non pu esser offeso; e di li cominciando la trinciera
di fascine s arriva al punto R, il quale comincia ad essere pericoloso,
n essere abbastanza assicurato dalla fascinata. Per quivi comincier
la trinciera cavata, la quale proceder, non come la EFj la G, la
EHj le quali ven^no imboccate'dalli baloardi o dalla cortina, ma
si drizzer come la QKj, ovvero R I, le quali non riguardano dritta
mente verso parte alcuna della fortezza, onde possano essere imboc
cate. I presiifii e ritirate, per i cavatori dlia trinciera sono QERj
nelli quali star, come s detto, il soccorso. La trinciera storta OV
sar sempre pi lunga che la dritta, pure talvolta non 8 potr fere
altrimenti.
C A P O X X
Come B*attraversi la .
C o n l ajuto e ricoperta della trinciera si potr rrivare sin su la
fossa, ma per traversarla bisogner ricorrere ad altri mezzi, atteso
che le onese, che verranno dalla piazza alta de baloardi, e di so
pra la cortina, saranno di grandissimo impedimento, per bisogner
torle via; il che si far in due modi. L uno col rovinare e tor via
il parapetto, di modo tale che niuno vi possa star di ditro ricoperto
ma venga veduto ed offeso dall artiglieria di iiori, che da qualche
luogo rHevato offenda quelli che stanno alle difese. L altro sar con
offenderli senza rovinare i parapetti; il che ekr col batter per cor
tina con qualche cavaliero. Il battere per cortina altro non eh
46
,, il fare un oavalero o altro luogo rilevato nella campagna, d dove
it si possa scoprire qualche parte del parapetto o cortina dalla parte di
,, dentro, e batterlo con artiglierie piantate in sul cavaliero,,. Co
me si vede per il cavaliero R il quale batte per di dentro la fronte
del baloardo AB, e per il cavaliero O il quale batte la cortina BC.
n modo del levar, le offese rovinan^ i parapetti non si pu- fare
da lontano, .'e per bisogna per accostarsi sicuro far le trinciere co
me gi s mostrato: e quando si sar vicino la muraglia a a5o o 3oo
braccia, e accomoderanno i gabbioni e bastioni di maniera, che die
tro ad essi potr star sicura l artiglieria e tirare parapetti. Come
B vede nella Fig. 38.* sopradetta, dove noi supponiamo che sieno
fatte le trinciere cavate QK, QI, e le trinciere L,M,N sopra la terra;
e volendo levare le difese da , tutte in un medesimo tempo,
si metteranno i gabbioni fra le due trinciere cavate, avvertendo sem
pre d accomodarli in faccia a dove si vuol battere, acci che il colpo
eia d an^li retti e faccia maggior effetto: per s' posto nella Fi
gura che i gabbioni L risguardino la faccia del. baloardo A, i gabbio
ni i lf la cortina, e li iV la faccia del baloardo J).
Da queste tre faccie ed ordini d'artiglierie si tirer alli parapetti:
e non e dubbio, come sanno i periti della jmerraj che facilmente si
levano via, o almeno si vieta lo starvi ad offendere chi viene nel fosso.
Levate che sieno nelli modi dichiarati le offese che vengono dalla
cortina e dalle piazze alte, .tutta la speranza di quelli di dentro si
riduce ne fianchi B,C; i quali si cercher anche di rovinare, od im
boccar le cannoniere per quanto sar possibile, acci che non facciano
effetto. questo si fa con piantare Pal i dell artiglierie >S^T,.r una
delle quali imbocchi il fianco C, c altra il B. Ma non per questo
saranno del tutto levate le offese, perch almeno le cannoniere a
canto gli orecchioni resteranno ancora salve, e potranno fare ancora
offesa. Per bisogna di notte aver preparate molte balle di lana e
gabbioni e simili ripari; ed arrivato che si sar alla testa della trin-
ciera I ovvero ,. *11 una e all altra nel medesimo tempo, si
taglier la contrascarpa fino al piano della fossa. Di poi-per poter
,, uscir fuori di tal tagliata , si comincier a mettere una balla o
un gabbione da mano destra, ed una da sinistra: e se ne ordineranno
due file, una KA, o ID che vada a trovar la punta del baloardo;
per far che il fianco dell altro baloardo opposto non impedisca l en
trata della trinciera nel fos^o; e l altra fila KX od IZ vada attra
versando il fosso alla volta dell orecchione, abbracciando con le
due file KA e KX, o ID ed JZ, tutto quello spazio della faccia
,, del baloardo, che si in animo di voler zappare,,. E nell istesso
tempo che si spingeranno innanzi le balle^ bisogna circondarle e ri
coprirle, il pi che sar possibile di terra; la quale (se la qualit
della fossa lo permetter) si caver da essa medesima, perch nello
stesso tempo si sbasser il fondo, per tutto quello spazio che rester
47
tra l uno e l altro d questi argini d balle o fageine;e e'alzert
la traveda, e sar ricoperta pi sicura ; perciocch ^esta dev
esser riparo a tutte le offese circostanti, cio ai tiri dei fianchi,
all impeto delle sortite, t all offese delle case matte.
Quando non si possa cavar la fossa, s ordineranno due file d*uo
mini nella trinciera, li quali con corbelli conducano il terreno in
questa maniera: che una fila vada porgendosi l un l altro i corbelH
pieni, e quelli dell altra fila riporghino indietro i corbelli vuoti, e
cos con prestezza si condurr gran .quantit di terreno; avvertendo
che le -file si voltino Puna all altra le spalle, acci non dieno impe*
draento. E quando quelli che hanno posto i corbelli pieni saranno
stracchi, metti in loro luogo gli altri che li riconducevano vuoti; e cosi
facendosi alternamente varranno a far molto lavoro. Avvertendo che
mentre queste cose si fanno, artiglierie non restino di tirare ai pa
rapetti,'e i cavalieri di battere per cortina; per il che fare bisogna
aver aggiustati li tiri di giorno; perch cosa credibile che quelli
della :fortezza faranno ogni sforzo per disturbar l inimico.
Le traverse, che hanno a servire per ricoperta nel passare la ibssa,
non vorranno esser manco grosse di venti braccia, volendo che pos
sano resistere all impeto dei fianchi; e per l altezza, quanto pi
saranno basse pi saranno gagliarde. per maggior sicurezza si far
una trinciera a canto della contrascarpa, come si vede la trinciera
KQr, (Fig. 38.) gettando il terreno verao i gabbioni LMN, dopo U
quale possano stare archibugieri, i quali con archbdgi da posta
leveranno l offese per tutto, come prima &ceya l artiglieria
con manco spesa e travaglio, ed aperta la contraecarpa in pi luoghi,
da detta trincira si potr al sicuro offender tutti quelli che sortisi
aero dalla fortezza.
Finalmente dopo futte queste preparazioni s verr sotto la mura
glia a zapparla. Sebben tutte queste cose, com il vero, nel mettersi
ad esecuzione sieno pericolose molto e difficili; tuttavia non resta che
non si possano fare e non si fiicciano. Per necessario pensarvi
inolto bene, ed ordinar la fortezza in maniera, come appresso dimo-
straremo, che tolga ancora la speranza al nemico di porsi a tal^
impresa.
E questo basti circa il condursi sotto la muraglia,
CAPO XXI,
Dei rimedi per proibir V accostarsi alla Fortez^a e zapparla^
Come s dichiarato disopra, per traversare e poter scorrere la spia*
nata user l inimico le trinciere, per traversar la fossa le traverse
di balle, li gabbioni; e finalmente s condurr all atto del zappare.
48
Per disturbarlo nel fare le trincere non ci sar pi opportuno rime
dio che il sortire e se saranno nella fortezza, come in effetto fa di
mestieri che vi sieno dei cavalieri e luoghi eminenti che signoreggi
no la campagna, (questi non. laeoieranno che il nemico possa piantare
le sue artiglierie per rovinar li parapetti e tor via le offese; e pari
mente potranno impedirgli il far cavalieri alla campagna per batter
per cortina; alla quale offesa, quando pure eia poeta in uso, si oster
col taxe delle traverse le quali non lascieranno battere per cortina;
se di gi saranno stati cavalieri a canto li baloardi, essi medesimi
mesteranno tal uso. Ma per disturbare il nimico nel traversare la
fossa .ci sar di mestieri^ s come in tutte altre occasioni di guerra,
di grwdissima prestezza nell uscir fuori a combatter la fossa, avanti
che siano fatte le traverse. E se dentro la muraglia, sotto la eo'ntra-
scarpa, e in diversi altri luoghi della fossa saranno delle casematte,
apporteranno comodo grandissimo, c forse sono, il pi opportuno ri<
medio che in simil aocidente usar si possa; e a parer mio, in tal .caso
pi da sperare in esse, che in qnahmque altro ajuto. Ma dato che
finalmente il nemico superasse tutte le difficolt, e si sia condotto
aU'atto del zaffare; potr portargli nuova difficolt esser la mnra^
glia &bbricata, secondo che piacciuto ad alcuni, con archi grandi
e larghi pi ehe sia possibile, i quali vengano ascosi da una sottile
caniscia di nuiraglia; perch venendo a tagliar inimico la parte
inferiore del muro, resteA tuttavia in piedi la superiore sostenuta da
detti ard, i quali non rovineranno se pma non verranno tagliate
loro le coscie ed imposte, ^queete con difficolt saranno affrontate
dal nemico, essendo nascoste e tra di loro molto lontane. se la for.
tificazione sar di terra, potr assai resistere alla zappa essendo tra
essa terra meeoolato del lenAme huogo e sottile, con le ue incate-
Datore, secondo ordim che disegneremo, quando parleremo del for
tificare di terra; poich venendo zappato da basso, il legname e Tin-
catenature sostengono assai il te r r e o di sopra.
Tntte queste cose serviranno solamente, come si dice in proverbio,
per tdlungtee l infermit, atteso che non vi ha dubbio alcuno, che
r
rseverando di stringere l dnimico s impadronir del luogo. Ma o per
lunghezza del tempo, o per nuovi soccorsi a qi^Qi della fortezza,
o per la morte d qualche prncipe, o per dissenciani e discordie
nate tra nemici, o per tonpi contrairi, o per mste o naUttie molte
volte finita la guerra con salvezza degli aesemati.
49
P. I.
C A P O X X I L
Come si formino le Mine^
Le mine- ei fanno con cave sotterranee, per le quali cave s va
sotto un fianco* d* un baloardo o sotto qualeTOglia altro edifizio che
si voglia rovinare. Perciocch condotta che si sia la cava al de-
stinato segno, allargandosi quivi in maggior ampiezza vi si pongono
molti barili di polvere, dalla quale si parte co un solco pol-
vere, e tornando indietro per la medesima strada che si tenne in
,, fare la mina, dandovi poi il fuoco, con notabile rovina si spiana
,, ed atterra qualunque e quanto si voglia gagliardo edifizio.... Per
pima fa di mestiero che- dimostriamo il modo, con il quale cam-
minando sotto terra ci ^ssiamo condurre al luogo disegnato.
Quando dunque si sara determinato, di voler fare la ^ na , e da
che luogo sia di mestiero cominciarla; primieramente si comincie-
r a cavare una buca a guisa d un pozzo, la quale vada n a
,, perpendcolo, e (mesta si far tanto profonda, che camminan> poi
sotterra verso il luogo che s intenda minare, s abbia a camminare
a livello, senza avere a salire o scendere. Perciocch quando non
s'andasse innanzi equidistantemente all orizzonte, la cava riuscii
rebbe corta, n ci condurrebbe sotto il luogo proposto, milmente
si deve avvertire di camminare innanzi per linea retta, senza tor-
cere a destra o a sinistra, se gi con qualche impedimento non ci
si proibisse, al quale poco appresso troveremo rimedio. Fatto dun>
,, que il pozzo con debita profondit, si piglier la distanza per linea
mritta dal pozzo al luogo, che si. voir minare, la qual distanza
,, bisogna che sia presa molto esquisitamente. Per potendosi acco-
stare al luogo destinato, si misurer con filo esattamente; quando
che no, s^r di mestiero con qualche istromento da pigliar distanze,
siccome a suo luogo insegneremo, prendere detta lontananza: la
,, quale presa si osserver, dal luogo dove s incomincia la cava, nella
bussola quanti gradi declini la linea retta, dal principio della cava
,, al luogo destinata, dalla linea meridiana; e questa declinazione,
presa che sia eequisitissimamente, si manterr sempre nella strada
sotterr^ea, accio non si venisse deviando a destra o a sinistta.
Ma quando si trovasse qualche impedimento, come sarebbe qual-
,, che pozzo, 0 simil altro ostacolo, e che non ci fosse conceduto il
procedere avanti direttamente; allora si decliner a destra o a si-
,, nistra, secondo che pi ci tornerik. comodo, avvertendo di torcersi
,, sempre ad angolo rtto, acci pi facilmente si possa arrivare al
luogo destinato; il che si potr fare in due maniere. La prima del-
le quali sar come nella Fig. 36.* Tav. iv. , che volendo andare
So
,, per linea retta dal punto al punto F, avendo ritrovato' l impe-
,, dlmento X, si torcer, come ei vede, secondo la stradji BC ad
angolo retto. D poi si andr innanzi dal C al X> tanto che giudi-
,, chiamo che basti per sfuggire 1* impedimento X. Di poi si xitor-
fy ner secondo la DE sempre ad angolo retto, facendo la distantia
DEsssCB. Il che fatto, sar il punto E ritornato in su la medesi-
ma dirittura e si sar camminato innanzi tanto quanto la
,, distanza CD, e seguitando alla medesima dinttura dal punto E al
punto F, si arriver al luogo destinato.
,, L altra maniera sar come si vede in PQRS; cio quando sare-
,, mo con la cava arrivati all* impedimento Z, usciremo in fuori ad
,, angolo retto secondo la strada QR, la quale si far tanto lunga
,, che basti per sfuggire detto impedimento. Quando poi saremo nel
luogo volendo per la pi breve condurci al luogo destinato S,
potremo' andue per linea retta. Ma qui necessario avvertire due
cose: l*una che la medesima declinazione della bussola non ci
,, potr servire nella cava RSj che ci avrebbe servito potendo segui-
tare per PQS. La seconda che la distanza dal punto R al pan<
to S sar magpore della distanza QS, e tanto pi grande, quanto
pi la QjR sara lun^. A questa seconda difficolt, cio del troncare
la distanza RS si rimedier in questa maniera: prima si conside-
,, rei quanta era tutta la distanza PQSj la quale poniamo per' es.
che fsse 400 braccia, da ^este si detragga la distanza P Q i la
,, quale suppongo 100 braccia, di maniera ohe rester la distanza
QS Soo braccia; le quali braccia 3oo si moltiplichino in se mede-
sime, che faranno pom. Di poi si moltiplichi in se medesima la
,, distanza QR, la quale poniamo che sia 40 braccia, che moltiplicate
in se stesse fanno 1600; e questo niunero si congiu^ga con il oom.
,, et avremo 91600, del quale piglieremo la radice quadrata, che
circa 3o3, tante braccia saranno da R ad S; e con questa m&>
desima regola si proceder sempre.
Per trovare poi la differenza della declinazione dalla linea me-
ridiana tra la cava QS ed RS, si disegner un triangolo rettangolo
simile al triangolo QRS^ cio che abbia i lati secondo le proporr
zioni delle tre distanze QRjRS^Q. Fatto questo si accomoder la
bussola sopra la linea QS 'd maniera che si vegga la declinazione
,, di QS dalla linea meri^ana. Di poi si accomoder l istessa bussola
sopra la RS osservando la sua declinazione dalla medesima linea
meridiana^ la quale declinazione osservata diligentemente sar quella
medesima che si deve osservare nel fare la cava RS per condursi al
,, luogo determinato senza errore.
Arrivati che saremo al luogo destinato si dar principio a far ilt
,, forno, il quale altro non che una piccola stanzetta a guisa d una
volta, nella ^ a le va posta la polvere. Questo forno si far
gura e grandezza diversa, secondo che si vorr rovinare diversi
5
edifi. l*erciocch se vorremo rovinare ena parte d una cortina,
,, il forno si deve fere pi lun^o che lar|o, facendo venire la sua
lunghezza sotto la lunghezza della cortina, e la larghezza che cor-
risponda alla grossezza della cortina: ma se vorremo minare qual-
che corpo d difesa d'altra figura, come sarebbe un fianco ovvero
una fronte d un baloardo, allora si potr fare il forno poco difie-
,, rente circa la lunghezza e la larghezza. Quanto poi alla capacit
e grandezza sua, ci dobbiamo r^olare secondo che. la fabbrica da
minarsi sar pi o meno gagliarda, e se si far detto forno, ohe
sia circa a <piattro braccia per ogni verso, sar di grandezza me-
diocre. Questo si deve d* ogni intorno armare di tavoloni grossi
due o tre dita^ acciocch assicuri la polvere dair umidit. Di poi
,, si sparger nel fondo di detto forno un suolo di polvere alto circa
-a ^attro dita: di poi s empier il forno di barili di polvere della
pi fina e gagliarda che si faccia. Fatto 'questo, si ordiner lo
stoppino, con che si vuol dar fiioco, e ^esto ancora per assicu-
rarlo dalPunudit si metter in un canale di piastra di ferro, &-
eendoli molti fori acciocch lo stoppino non venga a sofoearei e
spegnersi.
Ma acciocch la mina non venga, quando sia accesa, ad esa-
lare per la eava fatta, si terr (|ne8ta maniera. Quando con la
cava saremo vicini al luogo che s intende minare circa a dodici
o quattordici braccia, non si seguiter pi di fare la cava della
mina per linea retta, ma si andr torcendo con due o tre svolte:
di poi mando sar accomodata la polvere e lo stoppino, si vrr
ritnrando benissimo la cava, intraversandola con pezzi di travi e
,, con terra ben battuta e serrata. E perch il iuoco non fa forza se
non per linea retta, le svolte lasciate alla bocca del forno, con
raei sodi che tra esse saranno, faranno ^andissima resistenza al-
1 impeto del fiioco. Devesi ancora avvertire, che la parte superiore
,, del forno sia la pi debile, acciocch il fiioco non ritrovando dalle
bande dove rompere, pi facilmente spinga all? ins, levandosi in
capo tutto quello che trover, e cosi venga la mina a non esser
fatta invano.
C A P O X XI I l .
Rimedi contro la mina.
mina- quanto offesa violenta, ancora all* incontro fallace, ma
quando si conduce a fine non dubbio alcuno che riesce violentissima.
Se la fortezza, essendo antica, non avr le contramine .di gi^ or
dinate, bMgner che li difensori stiano molto vigilanti per accor|;ersi
piando il nemico verr, per minare) il che si potr xConosoer dallo
atrepito che far il nemico per zappar la strada .sotterranea. Perch
tenendo un orecchio appoggiato in terra, si sentir l intronamento
che sar fatto all intorno. Potrassi ancora il medesimo scuotimeiito
comprendere da qualche cosa che facilmente si muov, come sarebbe
col posare in terra un vaso pieno d acqua, la quale si vedr tremare
allo scuotere della terra percossa dalli cavatori. Alcuni usano drizzare
in terra un tamburo, sopra il quale pongono Bassetti leggieri, o fave*
o simili cose che facilmente si muovano, le quali all intronamento
delle percosse di chi cava si moveranno e renderanno strepito. Que
sti e simili sono i mezzi da venir in cognizione, quando il nemico
voglia minare.
E per rimediare alla mina, tutti i cavamenti fatti attorno al luo
go sospetto saranno opportunissimo rimedio : i quali cavamenti si
diranno sempre, Mtendoe, dalla parte di- fuori, cavando intorno al
luogo, che intenderemo voler assicurare, una fossa sotterranea, fa
cendo oltre ci in essa ad ogni venticinque o trenta braccia un pozzo;
e se nel fondo del pozzo si far una fossa che dall uno vada airal-^
tro, sar buonissima cosa. E quando non si possano far simili cava-
menti per di fuori, si faranno dalla pUrte di dentro, ordinando delle
cave, le quali vadano pendendo ed inchinando verso la mina ; e la
loro bocca si far lontana dalle mur^lie o altri luoghi atti a revi-
nare, acciocch isvaporando per essa il fuoco non offenda cosa alcuna.
L utilit di questi cavamenti , che quando sar acceso il forno,
trovando da poter rompere dai Iati, pi facilmente si far strada per
detti pozzi e cavamenti, che col levarsi in capo tutto il peso s^raposto.
Ma nelle fortezze che si avranno a fare di nuovo, acci si stia
senza sospetto s ordineranno le contramine intorno a tutta la finrtez-
z i dalla parte di fuori, facendo strade sotterranee con pozzi e ca-
vamenti, come gi s detto Avvertendo che non tutti i luoghi sono
sottoposti alle mine; anzi quelli che hanno attorno acq^e, e dove
l accpia cavando facilmente si trova, come sono i luogm di piano,
non corrono pericolo di mine; alle quali per lo pi sono sottoposte
le fortezze di monte.'
CAPO XXIV.
Della Batteria e suoi rmedi.
battera veramente la pi sicura e gagliarda oflQssa che usar
i possa: e di questa siamo per dire succintamente i mezzi che si
tengono per porla ad efiFetto , ed i rmedi ohe contra di essa usare
si possono. .
E piima volendo che la battera sia gagliarda, fa di mestieri piantar
53
artigliere vicine, perch qaanto pi saranno da preego tanto maggior
R
asata potranno fare. N sia chi tenga quell opinione rdicolosa, che
irtigliera facbia maggior effetto in una certa distanza, che da yicino;
perch del tutto fafso. Adnn(me aranti ora altra cosa bisogna che l
nemico ^ensi d approssimare la sua artigliera alla fortezza, il che
non potr fare se non col mezzo delle trnciere. Ma come i difensor
E
ossano sturbar inimico nel far tali trnciere, s detto di sopra a
astanza. E quando le artigliere sieno approssimate, bisogna scoprde
in campagna aperta volendo porle in uso per la battera^ per non
sar lecito ci iare, se prma non si torranqo 1 offese che vengono
di sopra i parapetti; cosi inimico o cercher' di rovinargli^ o di
battere per cortina di sopra cavalier alla campagna.
I rovinare di parapetti sar ottimo rmedio il farli grossi dieciotto'
o venti braccia, perch quando ben vengano battuti nella parte d in
nanzi, ne rester tuttavia per di dentro tal parte in |>iedi, che ser
vir per rcoperta. Al batter per cortina si rmediera con traverse;
anzi 1 cavalier a canto i baloardi in questo caso serviranno eccel
lentemente.
Tolti via li gi detti impedimenti, non per questo si porr ancora
il nemico alla battera, se prma non vedr d esser sicuro di poter
poi venir, all assalto; n avr tal sicurezza, se prma non toglie via
le difese de fianchi; per tenter d imboccare ed accecar le canno
niere, ovvero,'disarmando le piazze della rcoperta degli orecchioni,
renderle del tatto inutili.
A queste cose si osterr col far gli orecchioni grossi almeno qua
ranta o ancor cinquanta braccia; perch una muraglia cos grossa e
massiccia, quando anche venga tutta rovinata, non s abbasser mai
tanto, che le medesime rovine non rcuoprno le piazze da basso. Ed
all esser imboccate, o per dir meglio ^ tare, ohe quando bene fos*
sero imboccate, non per questo sieno rese inutili ne dimostreremo il
modo pi a basso, quando insegneremo la ibbrca d un perfetto ba-
loardo, e che al parer nostro possa resister a ^labivoglia offesa.
Le cose sin qui dette serviranno per impedire e difficoltar al ne
mico il venir a l atto del battere: e questo gli.sar reso ancor ma
lagevole, se la fossa sar assai profonda, perch l altezza della con
trascarpa gli occuper tanta parte della muraglia, che o non potr
battere se non dal cordone in su; e cos le rovine non saranno a
bastanza per far scala alla salita: o volendo battere a basso sar for
zato ad una delle due cose, cio; o ad innalzarsi con cavalier bat
tendo da alto a basso con suo poco profitto, essendo cl.e la battera
che viene da alto a basso di pocmssima forza; ovvero bisognerf
che tagli ed apra la contrascarpa; il che non potr far senza lunghez
za di tempo e senza percolo, e massime se ne fianchi saranno can
noniere che ficchino nella eontrascarpa.
Ma venendo finalmente alla batteria; se la muraglia ed il terrapieno
54
faranno fatti con buona disposizione, avr molto che fare; ed in
particolare se vi saranno i contraforti fatti nella maniera che pi di
sotto si dir, i quali, quando Lene eia rovinata la muraglia di fuori,
saranno bastanti a mantenere in piedi il terrapieno. Il quale se sar
capace dopo le cortine, e se i baloardi avranno le piazze alte spa
ziose in modo, che comodamente vi si possano far le ritirate, si dar
travaglio non picciolo al nemico nel venire all assalto, purch vi sia
no difensori; nell ardire e forze dei quali consste il nervo delli^
fortezza.
^Ed essendo fatta la ritirata, ei potr benissimo difendere*per fianco,
^ sopra i lati, che mettono in mezzo la rovina, accomodandovi, se
sia bisogno, dell artiglierie,.e per fronte sar difesa da archibugieri;
ed in simil caso non si pu esprimere di quanta utilit siano ' i ca
valieri a canto baloardi, li quali, come pi volte s detto, possono
far eccellentemente fianco, alla ritirata; la quale di tanto giova
mento, che purch i difensori non ai prdano d animo, pu render
vane tutte le fatiche e .pericoli 'superati dal nimico.
55
CAPO XXV.
Misure par ti col ar i del l a M ur agl i a d* una For tezza,
sua Scar pa, Contr afor ti , e Par apetto.
!Per procedere con la maggior chiarezza facilit e brevit che fia
possibile, dimostreremo successivamente il modo di disegnare ed ac
comodare ai loro luoghi tutte le parti della fortificatone con le loro
misure e proporzioni.
cominciandosi dalle pi universali e comuni, diremo della gros
sezza della muraglia la quale circonda intorno intorno tutta la for
tezza. se ben potrebbe ad alcuno parere, che quanto pi fosse
grossa, tanto fosse migliore, tuttavia siaino di parere contrario, cio
che si faccia pi iottile che fia possibile; anzi se la fortezza non si
avesse a mantener lungo tempo, basteria formarla di terra. Ma perch
nel processo del tempo i ghiacci, le nevi, le pioggie vanno rodendo
e . consumando il terreno, fa bisogno vestirlo di . muraglia, la quale si
far solamente tanto grossa, ajutandola ancora con la scarpa e con
traforti, che basti a sostenere il peso del terrapieno; perch la ; mu
raglia sottile, oltre al portar minor spesa, ancora manco esposta
ad esser rovinata che la pi grossa: e la ra^one questa,* che ti
randosi con l artiglierie in una muraglia che non sia passata dalle
palle, vien talmente intronata e scossa, che dopo non molti tiri ne
cascano grandissimi pezzi; ma la muraglia sottile dando luogo alle
botte non si scuote, n riceve altrove o^esa che dove forata. Per lo*
che nel risolversi intorno alla grossezza della muraglia dobbiamo aver
riguardo alla egualit del terrapieno; il quale se sar arenoso e non
molto fisso avra bisogno di pi gagliardo sostegno, ma se sar pi
tenace e saldo pi sottil muraglia baster a reggerlo. E per deter
minar in particolare:'per sostener un terreno mediocre, una muraglia
che da basso sia grossa tre braccia, e die a poco a poco assottiglian
dosi si riduca a due all altezza del cordone, e tale si mantenga dal
cordone in su, sar bastante; regolandosi poi col pi e col meno, e-
condo la qualit del terreno.
L altezza della muraglia sopra il piano della fossa deve esser tale,
che possa assicurarne dalle scalate; e per questo dal CQrdone in gi
si far sedici braccia incirca, e dal cordone in su quattro o cinque
onde tutta altezza non sia meno di venti braccia; dieci delle
vorrei che occupasse la profondit della fossa, talch la muraglia si
alzasse sopra il piano della campagna solamente braccia ^eci o undici.
La scarpa e stata giudicata molto utile e necessaria alle muraglie
delle fortificazioni moderne, per molti rispetti. E prima, perch
dovendosi terrapienar le muraglie, per il calcare e premere che
,, fa il terrapieno, facilmente la cortina si rovescierebbe in terra, se
dalla scarpa non fosse ritenuta. Oltre a ci, quando per la batte-
ria fosse rovinata la camiscia di fuori, se il terreno non restasse a
scarpa,,non si potrebbe per se stesso-sostenere, ma cascherebbe a
basso. utile ancora la scarpa per le batterie, perciocch ferendo
l artiglieria a angolo obliquo, o come si suol dire a scancio, non si
pu cosi appiccare a far effetto, come ^ando batta ad angolo
retto. Ciova ancora la scarpa a rendere pi malagevoli le scalate,
essendo costretto il nemico appoggiare le scale molto lontane dal
perpendicolo della muraglia, e per questo a pigliarle molto pi
lunghe.
La scarpa si far pi o meno pendente secondo la qualit del ter
rapieno, essendo che quanto maggiore sar la ^ndenza tanto pi
fortemente sosterr il peso del terrapieno; per quello che si costu
ma di dare ordinariamente, che per ogni cinque braccia d alteuA
uno, ci piace assai; quando il terreno sia buono e fisso.
Occorre alle volte fortificare d scarpa qualche muiragHa antica,
che o per vecchiezza, o per gravezza di nuovo terrapieno, noa
fosse bastante a stare in piede da se. llora si fanno daUa parte di
fuori alcuni contraforti distanti l uno dajl altro otto o dieci brac-
eia: e questi si fanno a scarpa, e lo spazio tra l uno e altro si
riempie di terreno ben fitto c ben battuto, e tutto questo si veste
P, poi d una oamiscia: e questa scarpa buonissima.
In questo luogo da notarsi, che molti costumano di far la mura-
.glia del baloardo pi alta che la cortina: il che pare da approvanti
ogni Volia che non si facciano cavalieri, perch allora dalla piusa
alta del baloardo si scuopre maglio la campagna. Ma facondow cavalieri
54
soj^ra a canto al baloardo, non occorrer alzar la muraglia d esso
pi che la cortina.
Seguita che diciamo de contraforti, i quali s appiccano alla mura>
glia dalla parte di dentro: e sono di grandissimo ajuto ed utile, e
questi alcuni hanno costumato di farli pi stretti in quella parte dove
appiccano con la muraglia, come si vede nella F ig. 37. Tav. iv.*,
dove i contraforti Cj D^E, ove appiccano con la cortina ABy sono sot
tili, e dall altra parte vanno allargandosi a coda di rondine. Ma simil
forma non ci piace, perch venendo battuta la muraglia, e restando
i contraforti in piedi, il terreno fra essi cascher nella fossa, non
avendo chi lo sostenga*, il che non avverr quando li centraforti sieno
fatti al contrario, come si veggono li contraforti ,, , nella parte
che appiccano alla cortina FG, sono ipi larghi, e vannosi strngendo
verso 1 altra testa; e questi, quando sia rovinata la cortina, restando
in piedi, sosterranno il terrapiencs essendo apertura fra 1 uno e
l altro pi stretta verso la parte di fuori, talch il terreno, che per
indentro va allargandosi, non possa smottare e uscir per la bocca
pi stretta.
5?
otto braccia; e la distanza fra l uno e l altro braccia doiUci incirca.
Il puapetto quella parte di muraglia che si fabbrica sopra il
,, terraglio dalla parte verso la campagna, la quale serve per rico-
,, perta a difensori, acci che dal nimico non sieno tolti di mira e
levati dalle difese. EH questo parapetto tutti convengono che non
deve essere pi alto di braccia due e mezzo; acciocch i difensori
accoetatisi sopravanzino tanto sopra esso, che possano adoperarvi
gli archibugi; e talora anche le picche, talora che il nemico ti
fosse sopra. d acciocch si possa pi comodamente stare alla di-
fesa, ci si fa intorno una panchetta alta mezzo braccio, e larga
altrettanto, o poco pi: sopra la quale salendo i difensori pi co-
modamente scoprono la campagna, e vi maneggiano 1 arcobugio o
la picca; e scaricato che hanno, scendendo c<u tornare uno passo
in^ieto, si cnoprono e tolgono di vista al nemico.
Quanto poi alla grossezza, il parapetto si &r tanto grosso, che
ancorch sia rovinato, lasci a ogni modo le sne rovine cos alte
,, sul terrapieno, che ricoprano li difensori. Per dovr esser la sua
grossezza dalle quindici braccia in l, ed acei che sa pi gagliaj-
do, si fabbricher una camicia dalla parte di fiiori sopra la dirt-
tura della cortina, la quale non sia punto pi grossa d U9 braccio,
,, ed un altra se ne fa dalla parte di dentro simile alla detta, inca-
tenandole insieme con alcune traverse di nmraglia, riempiendo gU
spazi di terra ben battuta, e facendovi sopra una coverta di mat*
toni per coltello, per difesa dalle pioggie e dai ghiacci.
P. I. 8
C A P O X X V L
Misur e dei Baloar di .
58
i: er ordinar poi i fianchi con le loro piazze, e tutte le misnre de>
hite a ciagcuna parte, procederemo nella segaente ihaniera; avverten
do che noi nel medesimo tempo disegneremo le misure di tutti i
membri particolari, ed il modo d ordinar un baloardo che possa resi
stere ad ogni sorte d offese: e perch le difese de baloardi vengono
scambievolmente dall uno all altro, n pu un baloardo difender se
medesimo, per nel disegnarli non si disegneranno soli, ma due in
sieme, cavando le forme loro dai tiri, dai quali debbono esser difesi.
Per prima si tirer una linea retta, la quale sar per la cortina,
tra l uno e l altro fianco, la cui lunghezza si determiner o maggiore
o minore, secondo la grandezza del recnto: avvertendo ben sempre,
ohe quanto pi li fianchi saranno vicini, tanto pi le difese loro ver
ranno a riuscir gagliarde. E ar la cortina ( T av. iv.* F ig. Sg.* ) la
linea A A , sopra la quale si metteranno ad angoli retti i fianchi, co
me ri. vede per le Unee segnate A B , delle quali si prenderanno braccia
trenta per le larghezze delle piazze di sotto, segnandole A C: ed avver-
tiscasi che andando li due fianchi ordinati nell istessa maniera, si
contrassegnano con le medesime lettere, e quello che si dir dell uno,
e intender detto dell dtro.
Dalla linea A C ci tireremo in dentro braccia sette, e tirata un*^
altra linea ad essa parallela, verr formata la grossezza del muro di
nanzi la jazza. Dipoi tirandoci in dentro sei braccia, tireremo un*
altra linea segnata E G, la quale comprender la sortiu; ed avremo
tra queste lnee una larghezza di braccia tredici, delle quali quando
noi saremo all altezza di sette in otto braccia dal piano del fosso, la
scarpa n avr consumato braccia uno e mezzo, talch resteiiano brac
cia undici e mezzo, essendo scemato dalla parte d fuori lo spazio
sino alla lnea F I . Pigliando dunque il mezzo tra le^ linee F I ed FXS,
vi tireremo una paraUela a loro, sopra la quale cominciando dalla
cortina A misureremo due braccia per la pr i ma cannoniera. Dopo pi
gliando col compasso la misura di braccia cinque e tre quarti, segne
remo un cerchio che avr di diametro braccia undici e mez^ ;
lasceransi poi due altre braccia per la larghezza della seconda carino^
nier a, dopo la quale disegneremo un altro cerchio con il medesimo
diametro, e dopo esso due altre braccia per la ter za cannoniera. E
cos delle trenta braccia n avremo consumate ventinove; cio ventitr
per li due cerchi ohe ci rappresentano due merloni, e sei per le tre
cannoniere, e <]^el braccio che avanza servir per risalto o spalletta.
Ordinate cosi le cannoniere, per disegnar 1^ pi azze con i loro
tramezzi, si far in tal maltiera. Pongasi nel mezzo di ciascuna can
noniera un asta; dipoi sopra il dritto del fianco, cio sopra la linea
A CB , fuori del punto B misurinei quante braccia vorremo per la
larghezza del fosso, la quale al presente poniamo braccia cinquanta;
dove porremo un altro contrassegno, che sar nel punto K . E perch
una cannoniera deve ficcare e altra strisciare, la prima striscier
la fOnte del baloardo, ed officio della seconda sar strisciare la con
trascarpa; per ritrandoei indietro nella piazza, e guardando per lo
segno m^so nella seconda cannoniera, si far passar una linea N M K
5g
angolo L del baloardo in X sar disegnata
trascarpa strisciata d^le seconde cannoniere, dopo le quali nelle piaz
ze si lascer il segno N nel luogo di dove si traguardo.
Per termin^ poi i tiri di ficco, traguardando per mezzo della
cannoniera prima contigua ad A al punto M , si far un segno nella
S
tazza secondo tal drittura, che sar O: e traguardando, per lo me-
csimo punto di mezzo della prima cannoniera, angolo del fosso X
contrapposto all angolo L del baloardo, si segner nelTa piazza il pun
to P , per dove fu traguardato. E poich li due punti 0, P ficcano
nelle estremit della contrascarpa, qualsivoglia altro tiro che ficchi
in ^lal parte si sia della contrascarpa M X non uscir fuori dei ter
mini 0,P . E traguardando per la medesima cannoniera e per lo pun
to S,-8 noter il punto O nella piazza, donde viene veramente stri
sciata la faccia del baloarao: il ficcar nella quale sar officio della
seconda cannoniera: onde traguardando per mezzo di raesta il punto
L si noter dove viene il tiro nella piazza, che sar il punto R.
Ma perch queste due cannoniere non possono essere tanto coperte,
che non sieno sottoposte all esser imboccate, e massime la prima; per
per provveder il pi che fia possibile, che il fianco non resti senza'
tiri,' v abbiamo aggiunta la terza cannoniera, la quale difender di
ficco la faccia del baloardo, e per traguardando per lo suo punto
di mezzo il punto L , si noter nella piazza dove viene il tiro, che
sar nel punto T. E questo ci dar regola all orecchione,.perche co
me si vede secondo il suo dritto bisogna formarlo e terminar la sua
grossezza: e la lunghezza si far o pi meno secondo ohe li tiri lo
conforteranno; perch alcuna volta sar terminata dal tiro N M , il
quale sarebbe impedito se orecchione fosse troppo lungo ; ed in
qualche altro caso sar terminata dal tiro OM . Per basta, che
sempre mai li due tiri L CT , e (^BL (a) fanno la grossezza dell orec
chione ; e la lunghezza si far che non occupi od impedisca i tiri
OM , N M .
(a) GonTen intendere che il primo di <jae8ti tiri eia da ano di doe fianchi e il
econdo esca altro fianco opposto. ( L editore.)
E.percli potrebbe essere ohe la terza cannomera^ per essere ta}
Tolta imboccate la prima e la seconda, restasse sola, e che venendo
inimico air assalto non potesse farli quel danno che sarebbe neces-
sarioj per abbiamo aggiunto una i>iazza Z nell* orecchione, officio
della quale difender la cortina, siccome fanno altre ancora nel
modo che si vede per li tiri segnati ZV , H F , Y V.
Resta ora che assegniamo la ragione del metter le traverse alle
piazze, che debbono andare a sghembo e secondare i tiri dell artiglie
rie, acci che esse nello stornare sieno libere, e non corrano rischio
di percuoter ne muri e rompersi. E per primieramente il tiro OM
causa che si faccia pendere indentro il muro della piazza AX : e
E
irch il tiro T L della terza cannoniera, e il tiro S V della seconda
sciano tra di loro spzio libero dietro al seconda merlone, si pu
ivi cavar la scala ohe va alla sortita.
Il-muro della piazza dell orecchione si deve tirar parallelo alla
faccia del baloardo LB^ lontano da essa braccia quaranta o almeno
trentacinque, acciocch per tal grossezza si mantenga la spalla, e la
piazza resti larga dieci ovvero quindici braccia.
Ed essendo impossibile il trovar modo che la prima e seconda can
noniera non sieno sottoposte all esser imboccate, perch dovendo ve
dere forza che sieno vedute, per dar maggior difficolt al nemico
abbiamo pensato almeno di far si, ohe tale inboccamnto resti vano;
atteso che non per altro s imboccano le cannoniere, che per fare che
non difendano la cortina ed impediscano al nemico il venir all assalto.
Noi per lo contrario cercheremo che sebbene sieno imboccate, non
sa loro tolto il difendere la cortina e vietar assalto; il che sar in
questo modo.
La prima cannoniera esposta ad essere imboccata dal punto M ,
sino a quanto tiene la contrascarpa, e li tiri che da tal luogo posso
no imboccarla comprendono nella piazza lo spazio chiuso tra i tiri
O^P, oltre i quali verso il punto Q tutto sicuroj e per si fatto
il tramezzo Q ed y , dopo il quale si sta sicuro, e per l istessa
cannoniera si striscia la cortina come mostra il tiro Y V. E perch,
come si detto, potrebbe essere che l nemico venisse nel tosso, e
di qui imboccasse la seconda cannoniera, venendo il tiro nel punto R,
stato necessario tirar l altra traversa o tramezzo fra R ed S. vr
vertendo che fra i tramezzi resti tanto spazio, che stornando il pezzo
vi capisca; e talvolta, bisognando, tra l uno e l altro si faranno tra
verse di terra o sabbione che ritengano artiglieria che non venga
a scoprirsi.
La lunghezza della piazza dalla linea A C alla X6 non si far man
co di quaranta braccia; facendola pender un poco verso la fossa, ac
ci che dall estremit di dentro ancora possa far effetto; e perci
si faranno le cimqoniere senza soglia o scaletto.
Quanto le cannoniere della piazza da basso ei faranno pi basse
6o
e vicine al piano del fsso, tanto saranno pi ricoperte dalla con
trascarpa, e per conseguenza men vedute dal nemico; ed oltre a
questo saranno migliori per difender la fossa, perciocch i loro tiri
verranno strisciando il piano della fossa, e quasi che di punto in
3, bianco. Dall altra parte poi il farle molt basse le fa soggette alle
,, scalate, ma quello che pi importa , ch ogni poco di rovina che
loro sia fatta innanzi le accieca, ed gni piccola trincea bastante
a coprire il nemico, quando fosse entrato nella fossa. Per ancora
in questo fa di mestieri tenere una strada di mezzo, facendole n
,, troppo alte n troppo basse: che sar, secondo il parere de pi
intendenti, se si faranno alte dal piano della fossa dalle sette alle
otto braccia.
C APO X X V I L
Del l a Fossa, e del Terrapieno.
Intorno al determinare, se sia bene che la ibssa sia con acqua o pur
senza, sono fra di loro discordi, gli autori, essendo che non mancano
ragioni per l nna e per altra parte. Ma se procederemo con di
stinzione, non sar difficile; il conoscere come ragionevolmente in alcuni
luoghi sia meglio aver la fossa con ac^a, e in altri snza. Il fosso
con acqua vuol esser,largo assai, e l asciutto vuol esser profondo.
L acqua deve essere almeno sino allo stomaco, acci che non possa
esser pass&ta senza grave danno. Riceveranno grande utilit dall acqiia
que luoghi che avranno il paese vicino occupato da nemici, per ren
derei sicuri dalle improvvise scalate; ma fa. di bisogno star cauto
ne tempi di ghiacci. Giova l acqua alle fortezze pccole, ove non
possono stare assai gente, e per conseguenza non si sortisce ma solo
si sta a guardia delle mura, per lo che bastano manco sentinelle, non
potendo il nimico passar l acqua e senza esser sentito venire alle
muraglie con le scale. Le fortezze nandi, ove sono genti assai da
poter sortire, e bene cha abbiano la fossa asciutta, perch sicura
mente si possa difenderla e combatterla. Oltre a ci, essendo asciut
ta, facilmente si va a levar la materia, con che il nemico cercasse di
riempirla: e dato che l nemico facesse fascinate per riempirla, si potran
abbruciare, il che non si pu nella bagnata. E utilissima ancora la
fossa sciutta, quando i soldati essendo usciti a scaramucciare ed im
pedir al nemico il far trinciere, e piantar gabbioni^ e simili eserczi,
avendo la carica addosso fossero forzati a ritirarsi e salvarsi nella
fossa; il che. far non potrebbero essendovi l acqpa: come ancora non
vi si possono fare strade coperte, case matte, e sortite, che pur sono
di grandissimo comodo. E in somma la fossa con acqua per quei
luoghi, che non avendo gran quantit di difensori stanno aspettando
6
di straccar il uemico che gli assedia: e l asciutta serre dote sono
assai difensori, e vogliono far forza di levarsi il nemico dalle spalle
pi presto che sia possibile.
La fossa asciatta alcuni l hanno fatta piana, ed altri l hanno
fatta pendente verso il mezzo, talmente che sia contenuta come da
j, due argini, uno verso la cortina, altro verso la contrascarpa. Al-
cuni hanno costumato nel mezzo della fossa asciutta fare un altra
fossetta tanto profonda che se si pu arrivi all acqua, acciocch
assicuri la fortezza dalle mine, e dia impedimento al nemico nel-
l accostarsi ^la muraglia: e questa tal fossetta non pu che lodar-
si; la- larghezza della quale baster che sia di sette in otto braccia.
L a larghezza poi della fossa in alcuni luoghi viene pi stretta, ed
in alcuni pi larga: pi stretta viene incontro alle fronti de baloar-
di, e pi larga incontro a quella parte della cortina, che sotto
,, a fianchi. Per nella sua minor larghezza non vorr esser meno di
sessanta braccia.
n terrapieno dentro la cortina, la sua salita, la strada dal ter-
,, rapieno aU abitato, tutto questo spazio stato chiamato pomerio;
io giudico che si debba dire pomenio, quasi post moenia, cio die
,, tro ed accanto alle mura. Questo pomenio, come ho detto, con-
tiene il terraglie, la sua salita, e la strada tra il terraglio e 1 * ^
tato. Il terraglio cosa chiara, che quanto pi sar largo, tanto
pi sar g&gliardo per resistere aliar batteria, ed ancora pi capace
per i difensori, e per potervi al bisogno adoperare qualche pezzo
di artiglieria: per, potendosi, non si dovr* far meno largo di qua
,, ranta braccia. la sua salita quanto pi sar dolce, tanto sar
meglio per potervi da tutte le parti spentamente salire. Ma quando
ci non si possa fare, vi si faranno alcune salite per lo traverso.
La strada poi a canto il terrapieno basta che sia tanto larga,
che vi si possa andare comodamente con fanteria, e con cavalleria
,, ancora, quando fosse di mestieri scorrere per soccorso da un luogo
a un altro. Questa vorr ebser larga venti o venticinque braccia.,,
C A P O X X V I I I .
Del l a diversit de^ Si ti , e loro pr opr i et.
6
aver veduti diversi corpi di difesa et il loro uso bene ^ utili-
.t per le particolari cognizioni-loro; ma la distinzione de siti delle
nature loro necessarissima, anzi quello che pi d ogni altra cosa
deve stimarsi in materia del fortificare: e per nell andar discorren
do intorno le diversit loro c ingegneremo darne sufl&ciente contezza,
dimostrandone ancora di pi gli esempi in disegno. ^
prima, per regola generale i luogni di piano sasanno ncuri dalle
mine, e le loro muraglie verranno ben ricoperte dall' arrne e spalto
della contrasoai^a; avranno abbondanza d acqua, il che e di grandis
sima considerazione. L artigliere di tale fortezza, tirando quasi di
punto in bianco, ed a livellD della camparaa faranno maggior effetto,
che se tirassero dall alto al basso. Ma all incontro sono tali siti sog
getti a cavalieri che facesse l inimico in campagna, ed alle macchine
le cpiali facilmente possono condursi. Oltre a ci avr l inimico minor
difficolt a venir alio assalto, non avendo a salire: avr inoltre co
modit di tener cavallera, che scorrendo rompa le strade, impedisca
il soccorso, e pi gagliardamente strnga la terra. Avr altres co
modit di faxe trnciere e con esse venire nel fosso, far de forti e
cavalieri, potendo comodamente lavorar di terra.
I siti di monte, ^ando avessero altri luoghi pi eminenti da quali
fossero scoperti e ei^oreggiati, non solo non devono fortificarsi pei
essere inutili^ anzi si devono s&sciare e smantellare. Ma quando non
siano da altri dominati, saranno assai jii forti di quelli di piano,
avvertendo soprattutto che eino capaci e spaziosi. Questi con man
co spesa di terrapieno (avendolo fatto dalla natura) si fortificheran
no, saranno sicuri da cavalieri, e dalle macchine che non potranno
condursi alle muraglie. Sar da queste tenuto lontano il nemico, e
combattendo si star a vantagpo, facendoli ancora rovinar materia
addosso per le valli che avr intorno, le quali essendo molte impe
diranno anche l assedio, e potranno i soccorsi pi facilmente venire
ascosi: Ma d incontro sono sottoposti alle mine, e l artiglieria ne
mica vi avrl pan forza battendo d sotto in su, patiscon d* acqua,
n possono valersi di cavalleria che tenessero dentro.
Dentro ai l^hi, ed al mare si sar sicuro da rubamenti e dalle
mine, e con dmcolt si potranno ikr batterie. In questi luoghi manco
guardie bastano, e manco difensori ancora. Ma quelle fortezze che
saranno poste in a ( ^ a dolce saranno pericolose ne tempi de* ghiacci;
oltre che per lo pi in sinli luoghi vi cattiva aria. Sopra i fiumi
o in mezzo d essi s sicuro dalle mine, n si patisce d acqua, ma
bisogna che il fiume> non possa esser deviato fuori del suo letto, onde
per esso si possa entrar n ^ a fortezza: si inoltre molte volte sotto-

tosto alle inondazioni e naturali e artificiali quando col turar l inimico


'uscita del fiume allaga e sommerge la fortezza.
Imper tenendo fermi questi avvertimenti, essendo noi sforzati ad
accomodarci ad uno d questi siti, dobbiamo cercar se sar possibile
rimediar a quelle lesioni che vi possono esser fatte. Come per esem
pio ne siti de monti si provveder alle mine con l ordinare le con-
trammine; e per non aver a patir d acqua si faranno conserve .grandis
sime. E simili avvertimenti si avranno intorno agli altri particolari.
Ma inoltre ci saranno molte considerazioni aincora, le quali sono
utili a tutti i siti. Come per esempio sar , di necessit considerar il
luogo da fortificarsi intorno intorno per lo spazio di mille passi, e
63
veder quali cose vi steno che possano nuocere alla fortezza e giovare
al nemico, e levarle via. Osservando per regola ferma ed infallibile,
che tutti li siti che hanno attorno altri luoghi eminenti, donde pos
sono essere scoperti e signoreggiati, si devono lasciar andare, perch
non sono capaci d esser fortificati. Lo spazio di mille passi vuole esser
tutto netto e Scoperto di maniera che non possa n anche un uccello
accostarsi alla fortezza, senza essere scoperto; per le case, gli arbori
e simili impedimenti si tireranno via spianando tutto all' intorno. Ma
da luoghi rilevati o bassi per natura non sar cos facile l assicurarsi:
da luoghi rilevati si pu esser battuto, scorticato ed oiFeso dentro;
e da luoghi bassi si possono far mine e cavamenti. Quanto ai luoghi
rilevati, si rimedier col far dentro de cavalieri, e rilevarsi tanto che
si venga a superar l altezza di fuori, che se ci far non si potr per
esser dominato da luogo troppo eminente, la fortificazione rimane vana
ed inutile; se gi non essendo tali luoghi troppo lontani non andas
sero ad abbracciarsi con le cortine, incorporandoli nella fortezza;
ovvero allontanandosene almeno mille pa'ssi. Quanto ai luoghi bassi;
dato che si possano far cavalieri o baloardi che li scuoprano, sar
ottimo rimedio; ovvero l andarli a trovare con <jualche cortina, don
de facilmente si possano scoprire: -e dato che n l un n altro far
si possa, sar bene a quella parte dentro la muraglia far de pozzi
rispetto alle mine, ed anche per sentir i cavamenti che l nemico
/cesse, per potervi a tempo nmediare,
C A P O XXI X.
Di ver si esempi d cmcomodar corpi di di fesa
secondo l a diver sit de siti .
Oonsiderando quanto abbiano forza gli esempi eensati in persuadere
e dichiarare i pensieri dell animo, abbiamo determinato, per dar
maggior lume della intenzion nostra, recare innanzi agli occhi diversi'
disegni, di lupgh fortificati.
E prima nella F ig, 4o. Tav. v , la pianta A B CD E F G sia di una
terra in campagna aperta, la quale avendo il recinto antico vogliamo
fortificar secondo l uso moderno- Per bisognato sopra le cortine
vecchie mettere baloardi; in qualche luogo si sono messi cavalieri,
dove gli spazi dall uno allaltro btuoardo venivano troppo lunghi, atteso
che rispetto alle cortine vecchie convenuto far i corpi di difesa
minori, o pi' vicini che in un altro luogo; come quelli della cortina
A B : Con tutto ci dal fianco dell uno al fianco dell altro saranno
circa 400 braccia. .perch nella punta E non era possibile sopra
le cortin. formar-baloardo che acutissimo non venisse,
ptato di necessit ritirarsi con i fiancai indentro, come si yede il
64
fianco I f e il fianeo O, e tirar la cortina I D , e la cortina OFy le quali
nei punti D ,F si congiungono con le cortine vecchie, e perch nel
{
|unto D la cortina fa refleseione in iiori, vi facciamo sopra. un cava-
iero grande, acci che se mai quel baloardo venisse tagliato e preso da
nemici, qliesti non vi si lascino stare; ed in tal maniera con bellis
sima, invenzione, e con poca mutazione delle due cortine vecchie
E D j E F nelle due nuove I D j OF viene accomodato il tutto. Nel re
sto tutte le cannoniere fanno quello s detto nella fabbrica del ba
loardo, strisciando e 'ficcando nelle faccie e nella coi^trascarpa. Il
terrapieno viene attorno con quaranta braccia di larghezza, e eoa
altrettante i cavalieri segnati N . perch simili fabbriche antiche
hanno intorno intorno mo^e toni, quelle che earnno troppo vicine
alli fianchi bisogna levarle; come ^ e lle che sono segnate Q. Nel far
i terrapieni s avvertir di mettervi de legnami, acci che non lascino
cos subito a^ravar le mura, ma vadano assodandosi "a poco a poco.
Nell esempio della pianta passata, per esser ella in piano, lbera ed
ispedita, non fu difficile l accomodar i corpi di difesa, non vi essen
do cosa altra di singolare, che di accomodar il baloardo in quella
punta acuta. Ma nella pianta della Pig. 41.* Tav. v.*, sebben anch ella
e in sito piano, ba nondimeno attorno due luoghi bassi, i quali di
necessit scoprire, come si vede, uno d essi con le punte A ,B , e lal
tro co baloardi , , . Ed avvrtiscasi per intelligeni della Fi^ra
passata e delle seguenti, ohe le Unee punteggi ate sono li corpi di
difesa fatti d nuovo, ed accomodati sul vecchio. per far miglior
effetto s venuto di fuori col cavaliero F^ al quale non acoader
dare pi una che un altra forma, essendo compreso in mezzo a due
baloardi. La punta G della cortina vecchia essendo troppo acuta fa
s che si lasci la refleseione G7, e tirata dall angolo G all angolo D
la fm'tificazione. nuova QE D si va a scoprire i luoghi, bassi pi co
modamente col baloardo c si forma 1 altro baloardo E sopra mi
glior ain^olo.
Gi di sopra si disse, che dentro, allo spazio di mille passi intorno
la terra si deve fra altre cose aver considerazione ai luoghi rilevati.
Imper la Fig. 4. T av. v.* ne mostra una terra la quale abbia vi
cino un luogo rilevato, non gi tale che superi le mura d altezza,
ma che facendovi li nemici qualche cavaliero facilmente vi domine
rebbero dentro; e principalmente potrebbero scortinare la cortina A B
dal punto C, e la E F dal punto D . E perch per la molta vicinanza
ohi se ne volesse discostare, sarebbe di bisogno ritirarsi almeno' sino
alla linea A E , riducendo la piazza in troppo breve forma, per sar
miglior partito andar a pigliar quel luogo rilevato con la fortifica
zione B K L M O.
Ma quando li monti e luoghi rilevati entrassero di molto la mu
raglia, h si. potesse andar a pigliarli, perche fossero molti l uno ap
presso all altro, che si seguitassero, come nell esempio della Fig. 43*
p. I . 9
65
Tav. V.* s scorge: in mile caso o bisogna del tutto tralasciare tal
fortificazione, ovvero, potendo, ritirarsi ed allontanarsi tanto che si
fngga l'offesa del monte, come chiaramente si vede per la ritirata
A B CD , con il cavaliero a cavallo C nell angolo della reflessione tra
li due baloardi di mezzo BJ O.
Quelli siti poi, i quali sono traversati da un fiume che li divide
per mezzo, si fortificheranno nell entrata ed uscita del fiume, come
ci mostra la Fig. 44* Tav. v.*. Cio se l fiume sar tanto largo, che
dall una ripa all altra non si possa fare batteria, baster fortificarlo
con due mezzi baloardi, i quali assicurino le parti verso terra, come
si vede in A , B ; avvertendo, che le due fronti CD , E F sieno in
maniera eltnnte, che no possan essere scoperte di terra, dalle mede-
siifie parti, ove sono pste. Ma quando la strettezza del fiume non
togliesse il poter far battera dall una all altra sponda, sar neces
sario fortificare la sua bocca con baloardi interi; come dalle piante
I j K si pu comprendere.
CAPO XXX.
.Seguono al tr i esempi d*etccomodar corpi di di fesa
ai Si ti .
L a pianta della Fi^. 4^* ci rappresenta il modo di fortificar i siti
S
osti dentro a etagm, laghi, o ancora dentro a qualche seno di mare:
ove da avvertirsi, che rimanendo fuori del recinto qualche spa
zio di terra ferma^ dove potesse sbarcare moltitudine di soldati, si
fortificher con baloardi ed altri corpi di difesa, . li quali sporgano
in fuori, come'si vede in X . Ma. nel restante del recinto, che arri
vasse sopra Tacque baster che sieno fatti cavalieri sopra gli an-

;oli, i quali signoreggino l ac<pie circonvicine, cwae ne mostrano le


e lettere C. Barassi oltre a ci, secondo la distanza di quattrocento
o 5oo braccia, una palificata P SR Q che circondi tutta la fortezza,
ficcando i pali solamente tanto che vengano ricoperti dall acque,
onde alle barche e navi sia tolto il potersi approssimare alla terra.
L ascierannosi bene alcune bocche, le quali conducano ai seni segna
ti A j che saranno come porti delle barche amiche; ma per ed essi
e l entrate si circonderanno con palificate simili, lasciandovi a canto
terra alcuni passi aperti, per li quali possano per loro comodit tra*^
ghettar le barche dall uno all altro seno; ed essendo detti seni in
curvati indentro, verranno assicurati in parte dai venti e benissimo
fiancheggiati dalle cortine. I canali poi e le bocche, che conducono
ai porti, per sicurt delle barche che vi alloggiano e di tutta la
terra, si sbarreranno la notte con catene di ferro, le quali proibiran
no il transito delle barche nemiche.
Nel numero de siti da fortificare sono posti i porti di mare, ne*
66
r
ali ricoTrandosi gn u quantit di legni, fa di meetiero assicurarli,
che s far col tortificare la bocca ed entrata del porto. Ma prima
da considerar il sito e natura di detto porto, e se vi altezza d a
cque sufficiente per lo transito delle navi: avvertendo che quelli i
quali sono fatti dalla natura saranno sempre migliori dei-fatti artifi>
ciosamente, perch non mai s alzeranno le muraglie di maniera che
qualche parte del porto non resti esposta qualche traversia , ma
il porto naturale dall altezza di monti e scogli circonvicini viene
molto meglio ricoperto. Ma, o sia fatto per arte o per natura, hiso-
r
a universalmente consideraret che tutte quelle bocche, per le qua-
entrano per linea retta venti, essendo esposte ad essi fiuranno tra
versia, e saranno pericolose: oltre che molte volte simili traversie
riempiono di rena la bocca e tutto il porto ancorale ci fanno alcuni
venti pi ed altri meno, e pi in un luogo che in un altro. E per que
sto bisogna procedere con molta considerazione, e tanto pi essendo
che simili muraglie sono di grandissima spesa, n si possono, fatte
che sieno, pi nmutare.
Dato adunque che s* abbia naturalmente qualche recinto fatto gran*
de e profondo abbastanza, s avvertir se l entrata troppo. larga,
perche essendo tale, sar forza ristringerla. Per lo che &re, si porr
in mezzo di essa la bussola, e si considerer quaU sieno i venti che
drittamente la imbocchino. Come per esempio abbiamo la Fig. 46.*
Tav. y . , dove si vede il recinto A B CD E j la cui bocca A E larga
braccia i 5oo, per lo che dentro non possono starvi legni sicuri da
venti e traversie, ed essendo luogo opportuno e capace necessario
accomodarlo: e per serrare ed assicurar la bocca, si trover prima,
come si detto, per mezzo della bussola posta tra i punti A , E , a
mali venti esposta, dove' s ve^e che il vento ostro per linea retta '
rimbocca, e perci pi di tutti gli altri molesta questo porto: e
per movendo dal punto A vers<^ E un muro A F lasciando tra l e
stremit F e la terra E spazio ragionevole per le navi, chiaro che
il vento ostro e libeccio non potranno pi nuocere come prima, tro
vando ititoppo del muro. Niente di meno per tutte le diritture che
sono parallele a due venti sopradetti potr venir molestata tale en
trata; onde sar necessario restringer ancora pi con l altra traversa
H I K , lasciando gli spazi F H ,K E per il transito delle navi. E perch
la bocca F H sarebbe imboccata dal vento di ponente, e* fatta al
tra traversa OQ; e tutto questo per sicurt contra I4 forza de venti
d ell onde.
Ma per assicurarci dalle invasioni de nemici, fa di mestieri che
fortifichiamo con corpi di difesa l entrata del wrto; il che potremo
fare col fortificar il molo, come nella F ig. 47.* T av. v.* A F Q ; o senza
tal fortificazione col far due forti in terra ferma segnati PyS, i quali
come si vede mettono in mezzo l entrata del porto. Volendo fortifi
car il molo; far in priim largo trentacinque o quaranta braccia.
67
armandolo e dall'una e dall altra parte, come si scorge nella Figura,
con baloardi. Vero che dalla parte del mare , essendo U molo A F
fiancheggiato dall altro OQ, baster far un solo corpo di difesa verso
terra. Ma poich oi sar bisogno aver luogo, ove possano abitar quei
soldati, che staranno alla guardia di detto porto, sar necessario far
la fortezza P dove alloggi tal presidio, la quale servir anche per
difesa delle oifese che venissero per terra. E non volendo fortificar
il molo, si far dall altra parte di terra il forte S, i quali due met
tendo in mezzo la bocca del porto la renderanno sicura. Abbiamo
fatto le due fortezze 5 di forma cos irregolare^ affinch si vegga
il modo dello andarsi accomodando alla qualit del sito, e come mol
te volte si viene forzati a far coipi di difesa pi grandi e pi pic
cioli, intieri ed imperfetti, second!o che l sito comporta e n capace.
Accade alcuna volta, che intorno ad una terra sprovvedta e non
fortificata sopraggiunge d? improvviso un esercito, dal quale per la
sua debolezza non pu lungamente difendersi, e per essere circondata
dal nemico non si pu uscir fuori a fortificarla: per in simili acci
denti bisogna che pensiamo al meglio che far si possa, che sar il
fortificarla di dentro; come si mostra per 1 esempio della F ig. 4^.*
T av. V.*. E prima non ci potr esser proibito fare quei corpi di difesa,
che non escono dalla muraglia, come sono cavalieri, tanaglie, e piat-
68
di dentro con li suoi fianchi e baloardi, come si vede in N A B C.
Ma quando non si avr tempo o che i nemici cominciassero a batter
qualche cortina, si ricorrer ad altro rimedio pi spedito, facendo
dalla parte di dentro i fossi OP j R F ; e la terra che m essi si caver
si getter dalle bande, facendo due argini grossi dieci o dodici brac
cia, ed alti il pi che si potr, dandovi al meglio che si potr forma
di corpo di difesa, come si vede in E P ,F O^R ,T V ; e sopra questi
argini per difesa de fossi si terranno artiglierie, e non ne avendo,
archibusoni da posta, ed archibusi ordinari: e queste saranno le di
fese per fianco, mettendo poi per fronte gli aomini armati di picca.
C A P O XXXI .
Pr epar ati vi per for ti fi car e di terra.
P ercb per fabbricar di muraglia in tutti luoghi si trovano mu
ratori ed uomini esperti in tal professione, non abbiamo detto o sia
mo per dir cdsa alcuna attenente al murare, non stimando neces
sario al .soldato 1 aver simile cognizione. Ma perch 1 edificar di
terra cosa molto difierente dal murare , n si uwndo che in
materia di fortificazione, di (raesto al soldato . necessario aver co
a z i o n e e pratica; per andremo discorrendo intorno alle cose at
tinenti a tale esercizio. E prima quanto alla forma della fortezz nel
le cortine, corpi di difesa, loro membri, ed in somma in tutte le
parti, si manterranno le stesse misure e proporzioni che si servereb
bero nel far una fortzza murata: Perciocch allora solamente si
fortifica di terreno, quando per l brevit, del tempo non ci
permesso di murare,,. Ma nel disporre ed accomodar le materie
si proceder diversamente.
E prima si deve aver in considerazione, se la fortezza fatta si deve
porre in uso e servirsene subito che sia fbnta, o pur se potr star
qualche tempo, avanti che abbia a difendersi; perch dovendosi noi
servire immediatamente della fortezza, bisogner fortificare ed assi
curar il terreno con pali grossi e lunghi piantati per dritto, ed in
traversati con molte incatenature di legname ; perche mettendovi
sopra le artiglierie, nel moto che fanno sparandosi, trovandosi il letto
non bene assodato, guasterebbero e rovinerebbero il forte; dove i pali
per dritto e incatenature saranno atte a tenerlo insieme. Ma se
avanti che vi si abbiano ad usar sopra artiglierie ci sar tempo di
lasciar assodare il terreno, baster mescolare tra esso certo legname
minuto, come pi distintamente a basso dichiareremo.
Ma si edifichi neir uno o nell ahr modo, bisogna pensare di inca
miciare la parte di fuori in maniera che possa difendere il tutto dal
le piogge, le quali dilavando il terreno- a poco a poco lo consume-
rebnono; e ci si far, col covertare d*una corteccia di piote: le quali
altro non sono che alcuni pezzi di terra erbosa cavati di praterie o
luoghi tali che per molto tempo non sieno stati rotti; avvertendo che
la ionna di dette piote deve essere non quadrata, come alcuni hanno
detto, ma alcuna delle forme segnate (Tav. vi.* Fig. 49*!
aooioceh meglio e pi fissamente si incastrino insieme, 6 dove non
fosse la comodit di simili piote, si proweder terra: da far mattni
della migliore che si trovi, cio che non sia arenosa n sassosa, e con
.questa si faranno in forme simili a quelle de mattoni alcuni pa
stoni D lunghi un braccio, e grossi nn quarto, e si faranno ben sec
care, mettendoli di pi in opera in lugo delle piote; e se tra la terra
s impaster pula di grano 0 altre biade, fieno trito, paglia battuta,
resti di scope,, scotolatura di lino o canape, sar buonissimo.
Et acciocch il terreno stia pi unito insieme, si piglino delle scope
0 altri legnami forti e sottili, come castagno o quercia, e presone
quanti comodamente entrano in una mano, lenendo fermo i pedali,
e avvolge e attorce il resto. Di poi destramente s addoppiano tor
cendo pur sempre, e cos addoppiati si legano con ^nestre o giunchi in
due o tre lati, facendo le manocchie, come si vede per i disegni K ,h M
( Tav. VI.* F ig. 5o. ) ; e di queste gran quantit si preparano. Usansi
ancora e saranno migliori le manajuole latte, come si dir; pigliansi
69
acope, che abbiano dai loro pedali un po di ceppo >e si legano in due
luoghi yicino ' al pedale, lasciandole verso 1 altra estremit sparse
come si vede N O.
Oltre ci per metter a filo i pastoni e le piote (Tav. vi. F ig. Si.)
fa di bisogno aver alcuni coltellacci grandi, simili al disegno P. In
oltre per battere e serrar bene insieme i pastoni e le piote, s avran
no certe mestole Q lunghe e di legname grave. E perch la terra
che dovr mettersi sopra le manoochie o manajuole aeve esser trita
e netta da sassi, si far provvisione di rastelli di ferro segnati R ; e
per rassodarla si avranno de'piloni o pistoni simili a quello che
segnato S ; e per ispianarla si adopreranno le mazzarangl^e T . Si
provvederanno oltre ci corbelli ed altri stromenti da portar la terra
e di questi gran quantit, pariinenti ancora di zappe, pale e vanghe.
Li gabbioni segnati V si metteranno in cambio di parapetti nelle
piazze di sotto; gli altri segnati Y che sono quadri, servono per tra^
mezzi e parapetti in altri luoghi. I graticci, come X serviranno per
la parte di dentro alle cannoniere e in altri luoghi in cambio di pio
te o pastoni; per si prepareruno molti vimini di castagno o di
quercia per poterli fare; ed ancora molti pali per far i cantoni de*
gabbioni.
F atte le provvisioni gi di sopra dette, acci che si possa du* prin
cipio alla fabbrica, bisogna far il quarto buono, conforme alla pen
denza che vorremo dare alla scarpa, e questo si far in tal manie
ra. Piglisi un qiwdrato di legno bene spianato, il quale sia circa un
braccio per ogni verso, come si vede nella Fig. Sa. Tav. vi.* A B C b ;
e secondo che vorremo dar di scarpa, uno per ogni 5^o 6 d al
tezza, ^videremo l lato B C in 4, 5, 6 parti -eguali. E supponendo
5
er adesso voler uno per quattro di scarpa, divideremo la linea B C itt
ue parti eguali nel punto F , e ciascuna d* esse in due altre nei punti
EjiGj e dal punto A al punto E tireremo la linea A E , e taglieremo via
il triangolo A B E ; e potremo ancora, per far pi l^gero lo stromento,
buttarne via la parte H F CD . Fatto questo e divisa egualmente la E F
in I , si divider anche la H O in L , dal qual punto si sospender
un filo con un piombino con ajuto del quale, ^ando avremo
a servirci dello stromento, Raggiusteremo alzandolo ed inchinandolo,
sin tanto che *1 filo batta appunto nel punto I , il che quando sar,
h. linea A E ci dar per appunto la pendenza della gcarpa. ner-
ch questo stromento jpicciolo, e la lubrica viene molto pi alta,
si piglier un regolo dritto e lungo e saldo, quale nella Figura si
vede M N , ed accostato alla linea A E , con l ajuto del medesimo filo
L S ci dar la debita inclinazione a tutto il regolo: con ajuto del
quale, come di sotto s dir, faremo la scarpa.
70
D ei r or dine da tener nelV edificar e di terra.
Preparate, come e detto, le materie e gli' istrumenti, si tireranno
le corde dove va- piantata la fortezza, e tirata la prima corda A B
(Tav. VI. Fig. 53.) di fuori, ee ne tirer un altra CD di dentro,
lontana dalla prima quattor^c braccia ; e lo spazio tra esse si far
cavare sino che ei trovi il terreno sodo, da poter sostenere sicura
mente la fortezza. ,, Di poi si comincier a riempire alzandosi in su
,, di mano in mano, ma pi dalla parte verso la corda esteriore, tal-
mente che la superficie del terreno venga piovendo all indentro,
,, ed abbia per ogni braccio di larghezza un quarto di pendio. E
quando si sar arrivato al piano di campagna ; scostandosi dal
primo filo esteriore A B cinque braccia si tirer un altra corda I K , ed
oltre a questa due altre G H ^F con intervalli tra di loro tre braccia;
e sar scompartito tutto il fondo in <mattro parti con le dette tre corde.
8i pone la prima distanza delle cinque braccia mag^or& delle
,, altre per amor della scarpa, che si deve dare alla fabbrica . Lun
go le tre corde ultimamente tirate I K J &H ^F si pianter un ordi
ne (U p a l i ^ s s i quanto la coscia d un uomo, e lunghi venti braccia,
lasciando &a l uno e l altro tre braccia di distanza, avvertendo che
^ e l l i del secondo ordine non incontrino quelli del primo, ma sieno
piantati come si vede nella F igura. E baetera che detti paji sieno fitti
in terra solo tanto che stiano dritti, poich nel riempir poi di terra
vanno sotterrati. Ma bisogna avvertire, che siano dritti} senza nodi,
acci che l incatenatura, che tra essi va intrecciata, possa senza im
pedimento abbassarsi, secondo che l terreno avvllera.
Fatto questo, si pianteranno regoli appresso il filo di fuori, pen
denti all indentro secondo l ordine del quarto buono, acci ' che si
possa far la scarpa per tutto conforme. Di poi si comincier a riem
pir dentro, avvertendo che il lavoro vada sempre uguale ed a livelloj
e secondo che va il filo di fuori, si metter un ordine di piote, la
sciando sempre la parte erbosa cU sotto; le quali acci che si possano
commettere bene insieme, si raffileranno col coltellaccio P (Fig. 5o.*),
e messone un filare si batteranno di sopra e di fiiori con la mestola
Q. Per di dentro appresso le piote si metter terra ben trita e sottile,
nettandola da sassi col rastello R , battendola ed assodandola col pi
lone S; ed avvertiscasi che non sia pi o meno alta che le piote, e
vada pendendo all indentro come il suolo di sotto. E quando sar
bene assodata col pilone, si spianer con la mazzeranga T. Di poi
col medesimo ordine si metter un altro filo di piote, ed un suolo
di terra; e spianato ed assodato il tutto, se ne metter un altro: e
7
CAPO XXXI I .
opra 8i metter un ordine di fascinate, pigliando delle frasche pi
lunghe e pi sottili che si pu; se saranno scope, saranno meglio
che le altre, e di si metteranno i pedali sopra le piote; ma
prima si saranno confitte le piote con cavigli di legno lunghi un brac
cio. E perch le frasche non sono tanto lunghe che possano traversare
lo spazio di quattordici braccia, se ne metteranno dell altre, soprap
ponendo i pedali delle seconde alle vette delle prime, avvertendo di
spianarle bene, acci che non rilevino pi in un luogo che in un
altro. Oltrecci fra i pedali posti sopra le piote si metter della mal
ta di terra fatta come quella che si usa nel murare di terra in cam
bio di calcina: e sopra si distender un altro filo di piote, mettendo
dentro sopra le frasche terra trita, unendo assodando e spianando,
in tutto come si fece da principio. E poi si metteranno due altri
lari di piote e suoli di terra al modo usato: e ad o ^ i terzo filaro
di piote si metter una fascinata: ad ogni quinto ordine di fascine si
metter una incatenatura.
Queste incatenature si fanno di legni grossi quanto la gamba d un
uomo, incrociandoli insieme a guisa di finestra inferrata: e negli an
S
oli de quadri verranno quattro legni di quelli che si ficcano per
ritto: e le intersecazioni delle incatenature si conficcheranno con
cavigU di corgnuolo, o altro legno forte: e si accomoder detta in
catenatura, che liberamente possa scorrere tra pali posti per dritto,
e calare mentre che il terreno abbasser; e per si disse oh era di
bisogno che i pali piantati fussino dritti e senza nodi, perch se
l incatenatura nell abbassare il terreno trovasse qualche intoppo, ri
marrebbe la fortificazione cavernosa, il che sarebbe grande imperfe
zione. T ali incatenature penderanno ancor esse per l indentro, secon
do che va il -suolo della terra. con miest ordine si alzer il ba
stione, mettendo ad ogni terzo ordine m piote una f a s c i n i , e ad
ogni cinque fascinale una incatenatura,
IL retante dello spazio per lo terrapieno di dentro si ander rem'*

iiendo di terra alla rinfusa; fabbricapdo con ordine detto, di piote


ascine e incatenature, lo spazio contenuto dentro alle quattordici
braccia. Quando poi si sar alzato il lavoro all altezza di ^indici
braccia, si metteranno in cambio di cordone alcune docce di legna-
TOCj le quali rigirando intornq, riceveranno l acque che verranno dal
parapetto, acciocch non dilavino la scalpa^ e Tacque ricevute in
dette docce si condurranno per mezzo di altre docce che traversino
la f^brica nella parte di dentro, mandandole in pozzi da smaltire;
e . questo conserver assai la fortezza. Dalle docce in su si tirer il
filo delle piote per di fuori con un ottavo per braccio di scarpa so
lamente , edificando con ordine precedente, se non che' si lascie-
ranno stare le incatenature. Il profilo si vede nella F ig. 54 Tav. vi.*,
dove A sono le docce, ed A B V altezza di due braccia, con un ottavo
per braccio di scarpa.
7
A questa linea, che ear dal piano de! fosso braccia diecisette, si
spianer per tutto a livello, come dimostra la linea B C, e si segne
ranno dal punto B indentro braccia dieci che sar nel punto C , e
cop tale spazio si tirer una corda CX di dentro intorno intorno; e
lungo questa corda, ad ogni me^zo braccio, 3 ficcheranno pali lunghi
sei braccia, e grossi come un braccio d un uomo, ficcandone sotterra
la met, e sopra s andranno intrecciando e collegando insieme con
vimini di castagno a guisa di graticcio; e questa sar la pelle di den
tro del parapetto, che verr secondo altezza CD ,X E . Dopo lo spazio
B C D E X I s rempier d terra boniesima e ben battuta, lascian^ la
pendenza secondo la linea D B ,E I ; It^ ^ a l pendenza si ricoprir di
piote commesse innieme esqniaitissimamente, lasciando la parte erbosa di
sopra, per maggior difesa dalle pioggie. S ander poi scompartendo
per accomodare i Ietti per le artiglierie, lungo ciascuno quindici brac-*
eia; le quali comincieranno dalla parie di dentro del parapetto, cio
dai punti N ,M , e andranno pendendo all indentro sino ai punti 0, P ;
e tra l uno e l altro letto si lascier uno spazio M D di (fieci brac
cia per li arcbibngieri, accomodandovi la banchetta R SV, acci che
vi possano montar sopra a scaricare, e dopo scendendo ritirarsi al
sicuro. Ma soprattutto si avvertisca, che Tacque sopir parte alcuna
del terrapieno non covino, ma abbiano i loro -scoli verso la parto
di dentro.
Alle piazze di sotto s faranno i ricinti con la peUe di fuori di
5
iota, bastionando con terra e fascine al modo detto una grossezza
sei braccia, facendovi i loro trammezzi con graticci e gabbioni
quadri. I merloni e le cannoniere si faranno dalla parte di fuori di
piote ben commesse ^ e di deatro armeranno e sosterranno eoo
gradicci.
Ma quando non s avesse comodit di piote, bisogner servirsi di
pastoni, adoperandoli in questa maniera. Metterasn secondo l ordine
del filo di fuori un filaro di manocchie, accostando la piegatura alla
corda, e tra esse si metter terra ben trita, assodandola ben sopra
con i piloni e mazzeranghe, avvertendo che la vi sia sopra sottilissima;
e poi si mtter un suolo di pastoni, conficcandoli da piede e da
capo con cavigli, come si disse delle piote; e di dentro si metter
della terra, assodandola e spianandola benissimo; e 9opra essa un suolo
di manocchie bene accomodate e spianate con terra, e di: poi un suolo.
di pastoni; e cos ad ogni due mani di pastoni si metter poi una
fascinata, e ad ogni .tre fascinate una incatenatura; e nel resto si se
guir in tutto come si detto. con quest ordine di piotee pastoni
si faranno corpi di difesa,^ e le cortine, cos in campagna, come in
torno alle terre.
E perch si possa meglio comprendere, come vadano accomodati
i letti, abbiamo disegnato la Figura in prospettiva.
P. I. IO
Riierrandomi come ho d*tto nel prineipio di questa eesione ngioBiire, i.n me
more separate, svi metodi di fortificazione proposti dal Galileo, porr qoi solo tre
breri note all o c r a precedente.
Al Gap. IIL Dirersi rinomati nngner, Landsbrgen, Herbert, Montalembert ec.
tengono per la fortificazione a stella sopra un dodecagono; e Camot medesimo la
consiglia per le fortezze <li palude o di monte. N in tale numero d angoli consu
ma essa maj^ore spazio, o pi denaro della fortificazione oo'baloardi.
Gap. V. La Toce Bleardo Tiene dal Tedesco Bollverck, che significa laocr
di legname, e corrisponde a hattita o bastione, (mia mem. sulla vita'dd Marchi,
p. 3i . )
Gap. XXVII. Vossio dottamente ossrvato, che come i latini da doron fecero
donum, cosi dissero moema inrece di mera: dell* ultima voce abbiamo l esempo
nell aggre moerorum che tre volte incontrasi nei codici antichi dell Eneide( Lib.
X . V. a4> 144^** v38a ) . Onde sta nell analogia anche il pomeri, che 4
post moena, come pomeridianus post meridim
74
S E Z I O N E I H.
OCCUPAZI ONI DE L GALI LE O
D A L L A NN O 1604 A L 1610.
A R T I C O L O I.
Stel l a nuova del 1604.
Que s t o fenomeno, smile quanto all apparenta a quello del iSSs, dur poco pi
di un anno, e diede mossa a pi scritti e quistioni, all occasion delle quali Bal-
tassar Capra, cominci a mostrare il tuo mi ninore contro il Galileo.
Il Chiramonti nel suo libro de tribus novis stellis (a) racconta che il celebre
Giovanni CiampoU,, mihi dixit inisse Pbilosoplinm Patavii celebrem, qui Oalilaenm
,, tum mathematicas ibi proftentem interrogaTt, quidnam esset parallaxiti velie
enim se illam scriptis confutare. Risit vir ille solertissimus propositum hominis,
qui jam decreverit confutare quod nondum intellexerat, verum esset an.falsum,,.
Questo Filosof che interrog il Galileo fu probabilmente Antonio Lorenzini da
Montepulciano, il quale stamp di fatti nel i 6o5 a Padova un Discurso intorno alla
nuova Stel in fol. cos sciocco, che combattendo argomento della parallasse, pi
volte la chiama invece Paralapse. Egli fu col ^s to in ridicolo per messo d alcuni
Dialogl di Cecco di Ronchitti da ruzene scrtti nel dialetto padovano. Non per
ci il deriso perdette coraggio, ma riprodusse in latino a Parigi le sue sciocchezse,
che fecero ^scUmare il Keplero: 0 curat hominum, o qttantum est in rebus inane !
I l Galileo altres recit nello studio di Padova intorno alla medesima stella tre
lesioni, per provare che essa era fuori della sfera elementare^ le quali lesioni a noi
non sono pervenute. Ma il Capra dal canto suo stamp sul medesimo argomento una
Considerazione astrononca, in 4* Padova ;6oS, nella quale sostenne bens contro
i l Lorenzini il fondamento della parallassi, e da essa argoment che tale astro foste
tra quelli del cielo stellato; frattanto in due o tre luoghi accus il Galileo, i.*
Percb non avesse espresso il giorno' preciso di tale apparisione al 10 Ottobre,
come il Capra glielo avea annuneiato, ma solo avesse detto incirca dall 8 al 10.
a.** Perch avendo il Capra fatto dare dal signor Gornaro al Galileo il luogo della
nuova stella da lui determinato, questi non ricordasse nelle sue lezioni il Gornaro
stesso. 3. Gbe avesse posto la stella in linea retta tirata dalla lucida della corona
boreale alla Ipcida nella coda del cigno, apparenza che non poteva sussistere.
(a) 4.to CcMBM ((a8>
Nella sua difesa per altri oggetti contro il Capra, della (jualo parleremo alla fi
ne dell articolo seguente, il Galileo risponde alla prima di tali accuse, che il dire
circa al giorno io fu prudenza, potendo altri averla veduta prim di tal giorno, (a)
Alla seconda, che esso Galileo si era espresso chiaro d aver ricevuto il luogo della
stella da Simon Mario maestro del Gapfa. lla terza, ch esli non aveva nominato
mai la lucida del Cigno, ma bens la prima nella coda dell Orsa maggiore, e che
di ci ne avea reso informato il Capre medesimo, come ne fa fede, il Cornaro. Ac
cenna ivi che un suo discepplo avea composto un apologia contro'le suddette ine
zie del Capra, ed a favore del Galileo, ma che questi ne imped la pubblicazione.
t*osseggo una delle stampe originali del libercolo del Capra, in margine al quale
i l Galileo scritto di sua mano alcune note. P?r esempio dove il Capra nella pri
ma accusa dice di non sapere a che si riferisca quella parola incirca, rispon de.
, , Mio bue, te Io dir io: quello incirca si riferisce a giorni, ma per questo che vuoi
tu dire ? Non vedi che ci detto con modestia: perch chi vorr asserire, che
la stella nuova fu osservata in tal momento di tempo nel tal giorno, potendo
essere stata vista anco un pezzo avanti non cogbito all Autore ec.
Il Capra decide esser falso che quella stella rosse simile i a grandezza a Vene
re 5 il Galileo vi scrve accanto. E perch ho da credere pi a te, che la
fai poco moggiore di Giove, che a quelli che la paragonano in grandezza a
Venere ,,? Kepleto per altro la decide minore di Venere.
In altro luogo dicendo'il Capra che fra le stelle fisse la parallasse non aenei-
bile; il Galileo vi not;, ,, Ivi non parallasse...
Nella prefazione del Capra: V . S. mi avr per iscuso... H Galileo in margine:
Io t ho per iectuo pur troppo; di grazia non t aifdticare, perch veggo che non
sai parlare nemmeno volgaje, non che latino.
Aggiungo qui una breve notizia d' altri opuscoli che aecirono allora intorno al
medesimo argomento.
Lodovico delle Colombe, che scrisse poi contro la teoria dei galleggianti del
Galileo, in un suo Discorso intorno alla stella del 1604 s impegn a sostenere l io-
corruttibilit de cieli, non ostante quella nuova apparizione. Pose egli per dato, che
la nuova stella foise tempre esistita sul primo mobile, ma che per la enorme di
stanza di orbe non cadesse in vista, se non quando una parte del cielo
cristallino, la quale era pi densa del rimanente, a mo d occhiale convesso, arriv
a passare davanti alla medesima stella e n ingrandii per quel momento imm*>
gine, in guisa di renderla visibile.
Alimberto Mauri ( nome finto) nelle sue Consideraoni sopra alcuni luoghi del
discorso di Lodovico delle Colonie intorno alla stella apparita nel 1604. 4 *irenxe
1606, combatte il delle Colombe^ adducend fra pi altre, la segunte riflessione:
la sfera cristallina progredisce a detta dei tolemaici con moto s lentOj che nella
ip'otsi del Colonibe la nuova stella avreblxi dovuto rimanere davanti all occhiale
e continuare ad esser vedota ][Ser quaranta e pi aftni.
Il delle Colombe non d diede per vinto, ed usc fuori con tin altro opuscolo
intitolato; Risposte piacevoli e curiose lle considetazion di (erta maschera sac
cente nominata Alimbertif Mauri ec. 4 ' Firenze 1608.
(a) Di ftti ntonio' Santucci la vide il giomo 8, e iAltobelli il 9 ( GUramontiu ut njr pij.
39 )
Tutt all opposto del Colombe, GioTann Heckio: Disputatio de nova ttella ser^
pentarii. 4* i 6o5. eoetenne che la nuora itella si era mostrata a noi, perch s*ab
batt a passarle davanti una parte rara e trasparente e quasi un fon> dot cielo
cristalline.
Pi spedito credette Elia Molerio: De Sydere novo Enartatio Apodictica in 4*
Genevae i 5o5: di salvare l aristotelica incbrruttibilit de cieli, dicendo che la nuova
Stella fu allora creata recentemente da Dio.
Raffiiele Gualterotti; jovre lapparizione una nuova stella 4 ^ re n ie i 6o5;
ammise il cielo penetrabile, e suppose che-i vapori usciti dalla terr s elevassero
fino all ottava sfera, per condensarsi ivi in folOia di stella..
Scrisse ppre di tale novit Davide Fabrcio: 4 JSamburgi in tedesco, a buone
osservazioni mescolando astrologche fantasie.
Michele Goigneto, e Paolo Amerio: Discorso sopra la nuova stella 4* Padova
i 6c 5: la riposero fra le stelle fsse/
Per ultimo con maggior precisione e BaMezza d* ogn altro n tratt il Keplero:
De stella nova in pede serpentarii. 4 * Pragae 1606: e i in tale occasione, che
scorgendo egli la gran ciurma d almanacchi, i c[ua1i s affaccendavano 4 indovinare
gli influssi e i proiiostici di quello insolito si^ttacolo, disse che bisognava per
donare all astrologia%18 folle le sue bambcciagglni, poich queste servivano
ad alimentare e sostenere la madre sapiente l astronomia.
A R T I C O L O .
i ?el Compass geoitietrico e ^i Utar et
N e l l a prefazione al trattato intorno a questa macchinetta uscito colle stampe; di
Padova nel 1606, il Galileb asserisce che la pi gran parte dell' invenzioni le
maggiori, che nel mio istromtoto si contengono, da altri sin qui non sono state
n tentate n immaginate . Cita quindi i nomi di alcuni principi i quali da
lui ne aveano ricevuta la spiegazine: e fra ^e s t i il principe d Holsasia, che
Patino 1598 apt>rese da me l uso di questo strumento, ma nort ancora a perfe
,, zione ridott ,, : indi il Langravio d ssia nel 1601, e il Sel'ettis^imo di Man
tova nel 1604. Da una lettera del Duca d cerensa nella Librera Nelli si vede che
sino del 1699 avea egli ricevuto dal Galileo alcune scritture stili uso del compasso.
Nelle sue difese contro il Capra recansi .le deposizioni de signori 8agredo e Badber,
i quali attestan d avere sinti del 1898 ricevuto dal Galileo tali compassi,nei^ua-
li poi egli mut e miglior alcune divisioni. Ed ivi pure citansi alcuni scritti vec
chi sopra uso del coYnpasso presentati dal signor Gomaro, il quale disse aver-
,, gli ricevuti dal detto autore sei anni kvaiiti cio intorno al 1601.
Ora nella Biblioteca Ambrosiana trovansi tre co'ci manoscritti del trattato di
Galileo, del_ quale ragioniamo. Il pi antico di essi il Cod. 8. 81, ed pi scar
so e diverso in parte dello staitipato Esso non contiene che circa dodici fra le
operazioni, delle quali lo stampato-ne trentadue, e qilelle poche descrive ltresi
con ordine diverso. Non d liom alle coppie di linee deeigpate sul compasso; ed
omette sopra tutto l uso deHe linee aritmeticlie e geometricbe nel risolvere i pro
blemi di calcolo. Oltre ci alle divisioni d alcune di esse linee assegnasi nel ma
noscritto un numero di parti diverso dallo stampato; e vi ibatlcano poi interamente
le linee ch ei chiatna aggiunte: Avverte invece una coppia destinata a dividere
la circonferenza in eguali porzioni; coppia Inutile, giacch a tale operazine bastano
le poligrafiche (Operai: XXVIU. dello stampato.)
7?
Due altri codici della etetse Biblioteca egnati D. 95, ed S. 99 preieotanp le
etesse coce del Cod. S. 81, ma accresciute succetsivamente in maniera di accoatarsi
per gradi allo stampato.
Sono questi adunque alcuni scritti T e c c f a i della natura quelli presentati come
opra dal Gornaro, o mandati all Acerenza ; ' e si riferisoono a quei compassi non
ancora a perfezione, ridotti, dei quali poi ^ l i mut e miglior alcune divisioni: so
prattutto non contenpno ancora invenzione che i l Galileo nello stampato chia<
ma la principale, ,, del poter qualsivoglia persona risolvere in un istante le pi
difficili operazioni d aritmetica.
Frattanto abbiam veduto sopra, che il Galileo indirettamente confssa che alcune
parti del suo compasso erano state da altri immaginate. E quali son queste ? Muzio
Oddi da Urbino nel suo compasso polimetro ( 4 Milano i 633) racconta, che 'ino
del i 568 il Gommabdino avea fatto in Urbino stesso da Simon Baroccio esegui
re un compasso a quattro punte, col centro mobile, e con alquanti numeri se
gnati per indicare dove dovesse fermarsi il centro, quando si.voleva divjdere una
data linea lA date parti corrispondenti a quei numeri. Gi mostra bens l origine
del compasso a centro mobile, ma nen del Galileano; a quest ultimo si appartiene
piuttosto quanto l Oddi soggiunge j che cio Guidubaldo del Monte, il quale in
quei tempi trovavasi in Urbino, veduto l istromento suddetto del Commandiuo,
fece fare dal soprannominato artefice uii compasso ,, con le gambe piane a guisa di
due regoli pi larghi che grossi, e da ciascuna parte fece che si tirassero linee
rette dal centro della snodatura alle punte; segnando quelle d una parte col
medesimo modo, che avea tenuto il Commandino nel suo, e quelle dell altra,
secondo le grandesse dei lati di diverse fifpire equilatere ed equiangole iscritte
nel cerchio... Queste sono le linee aritmetiche, e le poligrafiche del Galileo, e
sono forse quella parte del suo compasso che era stata da altri immagiuata.
Levino Hulsio stamp a Francfort in tedesco divergi opuscoli intorno ad alcuni
istromenti geometrici^ dei quali il terzo pubblicato nel 1607, ma annunziato e
citato gi sino del i 6o3 contiene un trattato del compasso di proporzione di Giu
sto Birgio macchinista dello Imperatore. Questo il compasso del Gommandino
a centro mobile colle faccie piatte: Una delle faccie porta i. la divisione in partf
eguali della linea retta, a.^ della linea circolare. Nell altra faccia sono propor-
. tiones homologorum planorum augendo vel minuendo, cio le linee geometriche
del Galileo; a.** proportiones homologorum corporum augendo vel minuendo, e sono
le stereometrichei 3. il punto a cui posto, il centro , e psto da una parte il dia
metro, si & dall altra la periferia; 4 " i punti per trasformare i sei corpi regolari
uno nell^altro, notati G,P,C,Ofi,I, cio Globus, Piramis, Cubus, Octaedrum, Do-
decaedrum, Icosaedrum. Da ci s vede che il Birgio non avea gi copiato il Gali
leo, ma partendo dal compasso del Gommandino, ne avea fatto di sua testa diverse
utili applicazioni, e tra queste alcune simili a quelle de} Galileo. N gi i princi
pi! dei due compassi sono molto diversi tra loro: Nella Figura v.* Tav. i.* EFHG
rappresenta il compasso del'Gommandino e di Birgio; ABC esprime il Galileano.
Ora dall' una banda EK:KF=EG:HF, e dall altra AM:AB=MN:BC. Onde il
fondamento geometrico del primo compasso si pu dire .lo stesso con quello del
secondo; se non che il principio del Galileano sembra pi naturale,e pi semplice.
E convien pure che il compasso di proporzione con le sole due coppie di linee
aritmetiche, e dei seni fattevi incidere da Guidubaldo fosse gi venuto in qualche
uso, giacch un simile istromento cosi semplice viea liconlato d:i SpecUle nella sua
architettura militare; e Glavio dice essersene veduti a Roma nel 1604; ed Henrion
racconta che gli n fu mostrato ano nel 1614. .. '
7.
. . . 79
eussMte eempre ohe traune forte le due prime coppie di linee, le aritmetiche cio
e le geometriche, le altre cinque coppie furono applicate nel compaeeo di centro
fsso, di proprio ingegno dal Galileo. Il quadrante da lui aggiuntovi veniva gi
comunemente impiegato nel secolo xvi , esso non che una derivazione di quelli
che si cottumavano da lungo tempo innanzi. I geometri concordemente riconoscono
che i l compasso di Galileo va soggetto a meno aberrazini, e riesce d un uso pi
pronto e pi esteso, che non quello di Birgio.
Ecco diverse edizioni, sia dell opera del Galileo, intorno al compasso di propor
zione, sia di quelle d altri dopo lui.
1604. L evim Hulsii. Beschreibung und Uaterricht des Jobst Burgi
proportional-Cirkels ira 4* Fr ancfur t.
1605. Horcher Philippi. Gonatructib circin proportionum ec. i n 4
Mogunti ae.
I s c r i v e la costruzione e i diversi usi del compasso di Birgio, che dice essergli
capitato per caso alle mani, seilza. ch ei mostri di saperne l inventore
1606. L e operazioni del compasso geometrico e militare di Galileo
Galilei. Padova i n fol .
Ristampato nel 1619. a Napoli ia folio; nel i 638, 164^, 1649 a Padova in 4.
pel 1698 a Roma in l a. in tutte le collezioni dell opere d u i autore.
1607. Balthasars Gaprae. Psus et {abrica cujusdain circini proporr
tioms. J ^atavii i 4'
...... Nic. Andreani. T ractatus de novo instrumento proportionum.
i n 4 Patavi i .
Forse l opera precedente col titolo cangiato, dopo che il Capra ebbe diviete
di spacciare' l ptopria.
68 Ziibler Leoiihard. Nova Geometria Pyrobolia 4 Zur i ch.
Contiene uno atrumento analogo al compasso di proporzione, colle sole linee
aritmetiche.
' 1610 Faulhabers. Proporzional-Zirkel ; nel stto tr attato dell e nuwe
invenzini di geometria e pr ospettiva. 4 Ulmae.
........ Galgemayers Georgiast Unterricht von prportonal cirkel.
Laugi ngen 1610; Augsbur g 1611; Uhn i 6i 5 1617. Centiloquium
circin proportionum. Number g 1619. Organum tbgicum. Aitgsburg
i 633, i 65i , i 655, 1688; e Fr ancfur t 1654, serripre in
l i a Galilaei. Tractatus de proportionum instrumento ex italica
lingua conversus i n 4 Ar gentor ati . E t i bid. i 635.
Da Mattia Bernegger, il quale vi fece molte utili annotazioni; e queste nelle
collezioni delPopere del N. A . , sono, poi state aggiunte dopo il trattato italiano
del compasso. L edizione del i 635 la stessa con quella del i 6 i a, cambiatone solo
i l frontispizio, e la prefazione. . ^
i 6 i 5. Laurenbergii Gbrist. Glavis instrumentalis; oder arithm. Geom.
Proportional-lnetrument. 4. L ei pzi g.
i 63 Metii diiani. Praxie nova geometrica per usum circini propor-
tonalis.. Frarteckerae i h 4 E t i bid. i 6a5. E t Amstelod^ 1629 i n 8.
i6a4 Henrion D. Usage du compae d proportion. 8. Par i s.
Deebayes il quale ripubblic nel 1681 quest opera accretciota. d lui con molti
cambiamenti, dice cbe dall anno t 63o in poi se ne erano fatte da renti edsioni;
e quella del i 6a4 fu una ristampa. Tutte per altro sono posteriori al 16x4, giac
ch' Henrion confessa ch ei ne ricevette la prima idea in tal anno.
i 6a6 Corpette Mch. La geometrie reduite en uno facile pratque
par deux instrumens, dont un est le pantoraetre ou compas de pro-
portion. in 8. Par i s,
...... Barthelt Nicolaus. Inetrumentnm inetrumentorum mathemati-
conim. Berlin^ e 1617 Rostoch; ambedue i n 8.
...... Lochman Wolngangus. Instrumentum instrumentorum ec. Al -
ten Stetti n; et 16*7 Rostoch; queste pur e i n Q.
1 633. Oddi Muzq. Fabbrica et uso del compasso polimetro. 4 Mi lano.
1634. Petit P. Gon^truction et usage du compas de proportion^
Paris m 8. '
i 656. Goldmann Nicolaus. De usa circini proportionalis. L ugd. Rat.
i n f oi , et i hi d. 1679, i n f o i . '
1660. Qugtred -g circles of proportion. 8. Lond. 1660.
i 66a. Alexander ndr. Kurzer Berichit Gebrauche dee propor-
tional Cirkels. i n 4 Number g. E t J enae i68a i n 4
1673. CaMti Paido. F abbrica et uso del compasso di proporzione.
4 Bologna. 'E ivi pur e i n \ .
1688 Ozanam. Usage du compas'de proportion: in, 8. Par i s. E t 1690,
1691^ 17^ m 8. E t r em par Gar nier 1795 i n la.
1697. Scheffelt Micbael. Unterricbt proportional Zirkel i n 4.
Vlm. E nel 1708 in 4, neue und vermebrte Auflage von Schei
bel 1781 Br eslau.
1729. Stone. A new T reatiseof construction and use a i theSector
8. hondon.
1759. Marcbelli Gio. Trattato del compasso di proporzione. 8.
Mi lano.
1768 Nouveau Viompae de proportion propos par le P. Toussaint.
Ddns l H i sti de V Academi e des Sciences 4 p> x3i.
1785. Gebrauch dee proportional zirkels. in 8. Salzbur g.
Si trovano eziandio diversi trattati del compasso di proporzion inseriti in alcun*
pollezionj come in Ltupold Tkeatro Maehinarum pari. vi.

A R T I C O L O I I I .
Del Cannocchi ale
Scr i ttur a di Gal i l eo Gal i l ei a lla Si gnor i a di Venezi a
( Morelli Monumen Veneziani fol. 1796 )
Sereniesimo Prihcipe
G"alileo Galilei, umiliseimo eerfro della Serenit Vostra, invigilando
assiduamente e con ogni spirito per .potere non solamente satisfare
al carico, che tiene della lettura di matematica nello Studio di Pa
dova; ma in qualche'utile e segnalato trovato apportare straordinario
benefizio alla Serenit Vostraj compare al presente avanti di quella
con un nuovo artifizio di un occhiale cavato *dalle pi recondite spe
culazioni di prospettiva : il quale conduce gli oggetti visibili cos
vicini all occhio, e cosi ^andi e distinti gli rappresenta, che quello
che e distante, verbigrazi, nove miglia ci apparisce come s fosse'
lontano un miglio solo; cosa- che per ogni negozio o impresa maritti
ma o teiTestre pu essere di giovamento inestimabile , potendosi in
mare ad assai maggior lontp.nanza dal consueto scoprire legni e vele
dell inimico, sicch per due ore e pi di tempo possiamo piima scoprire '
lui, ch egli scnopra noi, ^ distinraendo il numero e la qualit dei
vascelli, giudicare le sue forze ed allestirsi alla caccia, al combatti
mento,. o aHa fug; parimenti potendosi in t>erra coprire,, dentro alle
, allogg^menti, e ripari dell -
i l
f
iiazze, allogg^menti, e ripari dell inimfco da qualche eminenza bench
ontana; e pure anco nella campagna allerta vedere e particolarmente,
distinguere, con nostro vantaggio^ ogni suo moto e preparamento;
oltre a molte utilit chiaramente note ad ogni persona giudiziosa. E
pertanto giudicandolo degno di< essere dalla Serenit Vostra ricevuto
e come utilissimo stimato; ha determinatp di presentarglielo, e sotto
Parbitri su rimettere il determinare circa questo ritrovamento, or-
dMHtndo e provvedesdo^ che secondo che apparer opportuno alla sua
prudenza, ne staoD.,. < siane fabbricati.
Jet questo presenta con orai affetto il detto Galilei alla Serenit
Vostra come uno dei frutti della scienza, ehe esso gi 17 anni com
piti professa nello Studio di Padova, con speranza di essere alla gior
nata per presentargliene dei maggiori; se piacer al Signor Dio e alla
Serenit vostra, che egli secondo il suo desiderio passi il resto della
vita sua al servizio di Vostra Serenit, alla quale umilmente s inchi-
na, e da'Sua Divina Maest gli prega il colmo di tutte le felicit.
P. 1. 11
Decr eto del Senato.
(Mortili come sopra)
1609. a5 Agosto. In Pregadu
L egge Domino Galileo Galilei n anni diecisette le -Matematiche
con quella eoddisfazione uniTersale e utilit dello Studio nostro .d
Padoa, che noto ad ognuno, avendo in queste professioni pubblicate
al mondo diverse invenzioni con grande sua lode e comune benefizio;
ma in particolare ultimamente inventato un istrumento cavato dalli
secreti della prospettiva, con il quale le cose visibili lontanissime si
&nno vicine alla vista, e pu servire in molte occasioni; come dalla
sua Scrittura, con la quale lo ha presentato alla Signoria Nostra , si
inteso. E convenendo alla gratitudine e munificenza di questo Con
siglio il riconoscer le fatiche di quelli che s'impiegano in pubblico
benefizio; ofa. massime che s avvicina il fine della sua condotta.
L ander parte, che il sopradetto Domino Galileo Galilei sia con
dotto per il rimanente della vita sua a leggere le Matematiche nel
f
tubblico Studib nostro di Pada, con stipendio di fiorini mille al-
anno; la qual condotta gli abbi a principiar dal fine della prec&
djpnte^ non potendo ess?. condotta ricever mai aumento alcuno.
horen/so Pigrtoria A Paol o Gualdo a Vicenza.
{Lettere d uomini illustri 8. Fenexia 1744)
Padova 3i Agosto 1609.
n Signor Galileo k buscato mille fiorini in vita, ? s dice col be
nefizio d un occhiale simile a Quello, che di F iandra fii mandato al
Cardinal Borghese. Se ne sono veduti di qua, e fanno veramente
buona riuscita.
L o stesso al medesimo i l 19 setternbre 1609.
... E VS. non mi- d alcuna nuova del suo occhiale portato cesti ?
D nazia non invdii la gloria sua al signor Galileo, che io on posso
credere, che non abbia dato a lei cosa se non'perfetta.
Giambati sta Por ta al Pr i nci pe Feder . Cesi.
(Odescalcki Memorie de'Lncei. Roma 1806. 4O
Napoli a8 Agosto 1609.
Del secreto dell occhiale l ho visto, ed una minchioneria, d
preka dal mio libro iz de refractione: e le scriver, che volendola
8
ss
fare VS. ne avr pur piacere ( Tav. i. Pig. 7. ). E un cannello di
stagno o d argento Inngo un palmo, e grosso di tre diti di diame
tro , che k nel capo a un occhiale convesso. Vi un altro canale
del medesimo di quattro diti lungo, che entra nel primo, ed ha un
concavo nella cima saldato b cpme il primo. Mirattdo coq quel solo
primo, si vedranno le cose lontane vicine, ma perch la vista non si
fa nel cateto, pajoiio oscure ed indistinte. Ponendovi altro come con
cavo che fa il contrario effetto si Vedranno le cose chiare e diritte;
e si entra e cava fuori come un trombone, finch si aggiunga alla
vista del riguardante, che tutte sono varie.....
In Settembre del 160^ {Librera Nelli ) Giambatista Strozzi ed Enea Piccolomini
li con^atulano col Galileo per l'occbiale, del quale egli avea mandato notizia al
Gran Duca, aTendone questi provato piacere..
Il Galileo non prete mai d ester egli il primo inventore del cannocchiale,
ma eolamente d essere irne degli inventori. Nel principio del suo Nunzio Sideree,'
non meno che nel Saggiatore espone candidamente: che nell estate del 1609 essendo
In Vanesia, gli giunse notizia essersi in f'iandra U)bricato un occhiale con cui
gli oggetti lontani comparivano vicini e distinti; e .che pochi ^omi dopo fu di
questa nuova -assicurato da Parigi per lettera del signor Badoverce gentiluomo fran
cete: ch egli allora tornato a. Padova si pose a meditarvi sopra, e colla dottrina
delle rifrazioni il primo giorno dopo il suo ritorno suddetto riusc a comporne uno, il
quale amplificava tre volte il diametro degli oggetti, e ne diede subito coqto a
suoi amici in Venezia. Poco dopo, ne compose un altro di maggior perfezione, che
ingrandiva il diametro pi di otto vuUe, il quale sei giorni dopo port a Venezia, lo
fece col vedere per pi di un mese, e poi Io present al Senato. Finalmente
(insci a costruirne uno, che rendeva trentadue volte maggiore il diametro soprad
detto, e di questo si giov pochi mesi dopo a scoprire le celesti novit.
Come vedremo nell Articolo 3. della Sexioue seguente, il Galileo scrive al Ke
plero, che il Gran Duca * per se il cannocchiale col quale fironp scoperti i
naneti Medicei, e lo fece riporre nella sua Galleria. Esso probabilmente quello
che vi si riscontra oggid circa tre piedi lungo colla seguente iscrzioDe.
Tubnm opticum vides, Galilaei inventum et opus, quo Slis maculas et extitno
,, Lunae montes, et Jovis satellites, et novam quasi universitatm primiis dispexit.,,
L'obbiettivo ne rrep, e conservasi a- parte in un fregio, sostituitovene. un altro
nel tubo; sotto al fregio sta scritto: Sapiens deminabitar astri.
11 solo Galileo conobbe allora qual fosse, la combinazione delle lenti la pi fi-
vorevole ad ua sempre maggiore ingrandimento delle immagini, e p^ci due o tre
anni di seguito i preucipi e gli astronomi non tritvavano cannocchiale di vaglia,
se non veniva dalle mani del Galileo. Dentro anno 1610 egli ne present al
Gran Duca,ed al Principe D. Antonio de Medici, e n ebbe duecento scudi di re
galo. Altri diede richiestone ai Cardinali Borghese, Moiitlto, e del Monte; al Lan.*
gravio d Assia Cassel, all Elettore di Colonia, a Giuliano de Medici Ambasciatore
presso -S. M. Cesarea, ai Duchi d Acerenza, e d Acquaviva. (Libreria Nelli, *
Lettere di Keplero ) .
rosi vero che il Galileo non intese mai arrogani la priorit dell invenzione,
che nella prima edizione del suo Saggiatore ammise una latina composizioqe fatti^
da Gio. Fabro uo collega fra i Lincei, in sua lode, la quale incomincia coi quattro
guanti versL
Porta tenet prmas, h^eae Cermaue .eecnndas,
Sunt, Gallaee, tuus tertia rejgna labor.
Sidera eed quantum terrie coelestia distant, '
nte atios tantum tu, Calilaee> nites.
Il Fabio eteseo nella etoria dlie piante d America d Hernande* (pg 47^) c -
conta, che il principe Cesi, sentito avendo parlare del cannocchiale Batavictt., ne
compose uno prima che il Galileo recasse a Roma il suo. Ci dovette essergli fa
cile dopo la lettera precedente de^ Porta, che lo descrive di veduta. -Fu allora che,
mila proposizione di Demisiano Greco, e socio de Lincei, l accademia e il Prin*
ripe imposero al cannocchiale il nome di teliscopio; e questo nome fa poi anche
adottato .dal Galileo andato a Roma.
84
Divenuto sempre pi celebre questo istromento per l uso che ne fece il Galileo,
molti *a gara vollero appropriarsene iaveuzione. Lascio d banda coloro, ^ quali
male a proposito ne fecero possessori gli antichi. Venepdo a contemporanei d<*I
N. A., il Keplero Stesso credette di trovarne un idea nel Libro XFII. della Ma
gia di Gio. Batista Porta stampata prima del 1590, e nellArticolo a.** della sezio
ne qui seguente ne vedremp il passo da lui riferito. Ma il Porta' in quel passo
altro non dice, se che la lente convessa mostra ingranditi e chiari gli oggetti
vicini, la concava-rende piccoli ma distinti gli oggetti lontani, e che per congiun-
eendole insieme, si potranno vedere ingranditi e distinti gli obbietti s vicini che
lontani. Questo aiitore avanz a caso uoa tale proposizione come quegli che cer
cava sempre ne suoi discorsi il meraviglioso; ed era cos porq in grado di cem-
prendere l effetto delle due lenti combinate fra loro, che nella sua opera de .Re-
fractione 4 Neapoli venendo nel libro V i l i a parlare degli occhiai^ non fa
che avanzare le. due seguenti proposizioni;,) I vooht reggono pi chiaro cogli occliiali
,, convessi: i d'-boli di vista veggono pi acuto coi concavi ma poi non ne reca
veruna tollerabile dimostrazione, e non avanza pi nulla della loro combin-izione.
Contuttoci, veduto poi il cannocchiale ed i suoi effetti, se ne fece bello, e tent
poi,'ma indarno, di recarne la spiegazione. Al che i riferigoono i sottouotati documenti.
d o . Bati sta Manso a Paol o Beni , (L i br er i a N el l i .)
Napoli 18 Marzo 1610.
Il cannoccliiale del Galileo ha recato non piccola gelosia al nostro
signor Porta, il quale ha pensato un tempo fa che s potesse fare
ziandio in infinito (dico per quanto si potesse estendere la linea
visuale, remoti gli impedimenti) con proporzionare i punti del con
cavo e del convesso dei vtri.
Giambati sta Por ta gd un suo amico (Bi tUfon. Voi . i r . )
Napoli 39 Dicembre 1611.
Io Sto Componendo il libro , del telescopio, e ne dir quanto e n
pu dire, e lo dedico a VS. Ma la vecchiezza m impedisce che non
posso faticate.
ato stesso Porta al Principe Cesi. (Odescalchi Mem. d&*Linoet p, lo^.J
ffapoli I Giugno i6ia.
..... Tutti i libri, che mi mandati VS. del telescopio, non sanno
ie eieno vivi, e parlano all sproposito, perch non sanno di prospet
tiva. S'io lever le mani da una tragedia d'Ulisse, che compongo
per un signore, porr le mani a questo, e lo stamper con molte
bellissime esperienze, e le mander col libro, che se fosse visto dal
mondo, non avrebbero scritti tanti spropositi.....
Gi awhati sta Por ta ad -tm suo OmicOf i l qittth gl i chi edea,
per ch si tacesse intorno al l a invenzione del Cannocchi ale,
Vanno i i 3 (Odescal chi Mern. de Li ncei p. .
Meae negligentiae et supinitatis rationes aiFeram. Primo quod insi-
gnis S. C. Majest. M athematicns Kepleroe sua qua pollet animi in-
genuitate, e Germania, me tacente, reapondet; ostenditque xvi i na-
turalis meae magiae lilsro fabricam, mathematicas autem demonstra-
tiones libro de refractione vi i i , quos ante ab bine annis typis
excusos publicavi, clarissime contineri. Praeterea juemodi inventum
perfeci, taediosae sane et fastidioaae operationis, cum per arctum
foramen ^jiectro petenda via sit, nec dare et aperte contueri possis:
cum paulo post specillum invenissem, q[uod oculis appositum per
decem milliaria passuum hominem discemere possit., quod cannone
conditum longe mirabiliorA .apera visuntur et majora quam ' sci'ibi
poa^nt, quae T hawnatolo^e nostrae libro .coaduntur.
Telescopium multis oetendi ( lubet hoc uti nomine a meo principe
reperto ), qui in suas te^ones ' reversi inventionem sibi adscribunt;
fateor ingenue non iam aiTtfbre expolitumi
Valde tamen gratulor tam rude ,et exile meum inventum ad tam
ngentee utilitates exaltatuhi, cum nnper ope et ingenio doctissimi
Mathematici Galilaei Calilaei (non enim simplici, ed duplicibus et
doctissimis Galilaeis ad tam ardnum et exoellens facinus reperiendum
opus erat) tot Planetae coelo oberrent, tot nova sidera firmamento
renideant, quae tot aeculis delituerant, ut <ipera maximi et divini
conditori^ locupletiora conepiciantur.
Perspexeram an-te ie Lunae orbita, cavitate et eminentias... pleja-
dum et aliarum imaginum minora sidera; eed earantium circa Jovis
stellam instrum^nti imperfectio et morbosa enectus vetuit. Retulit
tamen P. Paulus Lembud Jesuita de Mathematica ( cum quo mihi cara
introe8Mt necessitudo) et mechanica benemeritus, orum motus obser-
vaese non a Galilaeo absonos, quae mihi fadle persuadet.
Niccol Stelliola Linceo ecrive al Principe Cesi, il l o Appile r6i 5, phe il Porta
poitoti ili letto a morire (la *ua morte cadde nell anno 1614) agoavasi, che l opera
85
del teleecopio era quella che l nccidera, siccome la pi difficile e U pi aMraga
Terainente. di quante mai ne avewe intraprese, (a) E ci altres una prova che
il Porta nulla intendeva della teoria del cannocchiale.
Dopo la morte del Porta, il suo Collega si accinse all impresa medesima, e ne
86
mento delle immagini per mezzo del cannocchiale. Ma egli mor nel i 63 lasciando
qne goli quattro primi libri: e se lecito argomentare. dal contenuto di ci che
esiste, rimane dubbio assai se lo Stelliola fosse in caso, non pi che il Porta, di pro
durre una chiara e geometrica spiegazione del telescopio Galileano.
Giover ricordare adesso alcuni autori che scrissero in qne tempi della eottra-
zione del cannocchiale.
Marci Antonii de Domins, De radiis visus et Incis. 4 Venet. 1611.
L approvazione del libro del 7 (rennajo 1610. Nella dedica Gio. Bartolo di
Lncignano dice d aver rhiesto all autore il suo sentimento intorno al nuovo istro-
mento, che dicevasi allora pubblicato dal Galileo per vedere^gli oggetti lontani,
n de ominis cav fuori i suoi commentarii scritti gi venti anni prima, e mostr
che in essi erano i fondamenti teorici del nuovo celebratissimo istromento; ma
nel pubblicarli vi aggiunse uno o due capitoli, per adattare la teoria al nuovo
istromento. Sono questi il Gap'. VII e IX ai queir operetta.
Hieronymi S i r t i i r Med olanensi s, TeleflCOpium, sive ars perfi ci end
novum i l l u d G a l i l a e i vi sori um i ns trumentam ad sidera. 4 Franco/. 1618.
'Nella Prefazione'si scusa d aver tardato a pubblicare questo libro, ch egli avea
gi fatto annunziare nei cataloghi sino del i 6i a. Nell opera loda il Galileo; dice
che questi non volle insegnare ad alcuno l arte di costruire il pannocchiale, e che
non pot pili riuscire a formarne uno eguale in bont al suo primo. Indi fattosi
a raccontare la storia dell invenzione prima del cannocchiale, cos ragiona.
Prodiit anno 1609, eeu genius eeu alter, vir adhuc ignotus Hollan-
d specie, qui Midd^elburgi in Selandia convenit Joannem Lippeneim;
is vir est solo aspectu insigne aliquid prae se ferens, et perspicilio-
rum artifex nemo alter est in ea. urbe: et jussit perspicilia plura tam
cava, quam convexa confici: condicto die, rediit ahsolutum opus cu-
piens, atque ut statim habuit prae manibus, bina suscipiens, cavum
scilicet et convexum, unum et alterum oculo admovebat, et sensim
dimovebat, sive ut punctum concursus, sive ut artificis opus . pro-
baret : postea soluto artifice abiit : artifex ingenii minime expers
et no-vitatis curiosus coepit idem facere ac imitari, nec tarde natura
euggessit tubo baee perspicilia condenda: ubi unum absolvit, advo-
lavit in aulaih principis Mauritii et hoc inveatum obtulit. Prin-
ceps babuerit p:|;ius nec ne, suspicandum erat rem militiae utilem et
pernecessariam nter arcana'custodiri: verum ut casu senserit vulgatam,
dissimulaverit industriam, et benevolentiam artificis atificans; inde
tantae rei novitas per totum effunditur orbem, et plura alia confi-
ciuntur specilla, sed nullum ei contigit melius aut aptius priori (ego
(a) Odcicslclii Memorie deLincei p. ia8.
idi et tractavi) adeo ut dicas non artes solum, sed ipeam naturam
omnia conferre ut magni principLbue inserviant. F erebatur etiam
nil praeterea eeee hoc'adinventiim, quam duo specilla tubo apposita,
et cum Porta in sua magia de hac re^ licet obscure, verba fecisset,
et oretenua etiam cum multis me praesente, videbatur pluribus ines
se hanc conceptidnem, adeo ut re audita, ipiilibet ingeniosus coejperit
sine esemplo pertentare opus. lii lucri cupiditate, Belgae, Galli,
Itali quoque proeurrebant, nemo erat qui authorem se non fa-
ceret. Mediolanum mense Majo advolavit Gallus, qui ejusmodi tele-
scopium obtulit comiti de Fuentes, is se socium Hollandi autboris
ajebat; cornee, cum dedisset argentario, ut tubo argenteo includeret,
incidit in mantts meas, tractavi, esaminavi, et similia confeci, etc.
Sirtur and a Venezia, iadi a Barcellona, empre corcando Tetri opportuni ,
finalmente capit a Roma.
Aderat Galilaeus cum suo num/jnam interiturae memoriae telescor
I
lio. Forte quadam die F ed.ericue princeps Caesius..... invitaverat il-
um ad caenam in vinea qnae dicitur ijnalvaeiae, ac praeterea non-
nullos alios literatos. Ante occasum Solis cum eo penrenissent, cae-
perunt telescopio prospectare inscrptionem Sixti V. in supercilio
januae Lateranensis, quae distat uno fere miliari. Successi ego et
vidi et ad satietatem le^ inscrptionem. Noctu deinde et post cae>
nam Jovem, et comitantium steUarum motus obserraTimus... Galilaeus
ut curositati satisfaceret eduxit lentem et cavum spcillum et palam
ostendit. Ego interim tubum scrutatus atque dimeneus lentem quo^
que deinde tractayi et consideravi, adeo ut possim ex fide ex arte
atque experientia refeire quatte sit. Id unum mibi deerat, exacta
proportio lentie^ej: cavi ut integram possiderem artem....
PaMato poi nel 1611 in Germania trov pretao l Elettor di Colonia delineato
esatUmente il cannocchiale del Galileo. Cos itraito descrive or l arte di formare
le lenti, di polirle di combinarla.
De vero telescopi! inventore, cum brevi omnium conspiciliorum
historia etc. uctore Petro Borello Regie Cristianissimi Consiliario,
et Medico ordinario. 4** Sagae Comitum ex Typogr aphi a Adr i ani
Ul acq i 655.
Riferiace egli le risposte date da Tarlo persone alle domande fatte loro dai Gpn-
oli di Middelburgo; ed ecco il compendio di tali risposte.
Gio. Zarharide nato nel i 6o3 ed occhialaio a Middelbnrgo depone d aTer
dire, che Zaccaria Joannide suo padre avea trovato i cannocchiali nel 1590, che
da principio non eccedevano in lunghezza sedici pollici, che due tali furono of
ferti al Principe Maurizio ed all Arciduca Alberto; e che nel i6iB egli e suo
padre impararono a farli pi lunghi.
Sara sorella del suddetto Zaccaria aiTerma, che dall anno 1608 o 1609 circa
(non sapendo dire il preciso) avea veduto suo fratello fabbricar telescopi!.
Tre altri testimonii asseriscono che il costruttore primo dei telescopi! a Mid
delburgo fu sino dell'anno 1610 un certo Gio. Laprey occhialaio.
Guglielmo Sorelli poi nato esso pure a Middelburgo in sua lettera sostiene eh
jSaccaria Joannid fu rinvebtore prima del microtcopioj poi nel4610 del telescopio:
che quindi Gio. Laprey altro occhialajo della >teea citt, per lo cato ' raccontnfo
dal Sirturo, impar egli pure la coatmzione dell ietromeiito. Questo io. Laprey
{giudica Pietro Borelli autore dell opera, che.sia i l lAppefseim xicotato a\ Sirtuio.
Combinando le testimonianze eudde'tte: si pu a tutta ragione concludere, che
non prima del 1609 ii trovata per caso la costituzione del cannocchiale in Zelan
da. Frattanto nissuno dei costruiti allora giugneva alla perfeeipne di quello, che
teppe formare pochi mesi dopo il Galileo.
Fra tutti gli scrittori di quei tempi, Keplero i i i il primo che spiegasse con prin
cipi! teorici l ingrandimento delle immagini per mezzo del.cannocchiale Galileano:
ci fece nella sua opera se^uente.^
D i o p t r i c e , seu demonetratio eoram quae v i s ui e t vi s ib i li bus propter
c o ns pi c i ll a non i t a p r i d e n i i n v e n t a a c c i d u n t e t c . 4 Augustae Vin-
delicorum 1611.
In questo libro, (dalla prefazione del quale trattala Continuazione del Nunzio
Sidereo inserita poi fra le opere del Galileo) il Keplero descrive inoltre ( Prop. 86)
il cannocchiale composto di due lenti conveie, che del nome del suo inventore
fii poi detto i] Kepleriano. Onde fuor dogni ragione il vanto che volle darei Fran
cesco Fontana, quando nella sua opera stampati lungo tempo dopo (a) pretese aver
trovato sino del i6o8 il cannocchiale del KepletO: di ci non pot poi produrre
altra testimonianza che d aver egli mostrato in Napoli un simile ordigno anno
1614, vale a dire tre anni dopo il Keplero, ai due Gesuiti Staserio e Lupo.
Guglielmi Camdeni Epistolae ( Londi ni 1691. EpisU 55. p . 69.^
. Hienrico W o t t o n o L e g a t o S. f t . Bri ta nn i ae apud Veuetos 6 . Cam-
denus. 10 F e b r u ar i i 1606. Causam metuendi,. mi Domine honoradesi
nie l i t e r i s tuie mi hi suggers, ne speculo i l i o Patavi no e x hac Epi st la
i n mores meos int r os pi ci as : f antum t m v i abest u t hoc
met uam, u t veUm me cl a t h r a t o esse pec.tore, <juo i n omaes mei late-'
bras e t recessus p e n e t re s . . .
P r o d i i t anno superiori L ug d . Batav . Geog rapbi a univerealie Pauli
M e r u l a e , i n cuj us pag. 4^2 codi cem Membranaceum laud at cl .
W e l s e r i , i it quo n o t i t i a utriuscpie i m pe ri i , i t i u e r a r i u m A n t o n i n i , et
ali a co nt i ne n t ur , . .
Questo prova che la data del 1606 giusta, peroh di fatti la geograda.del Me-
rula usc alla luce nell anno i 6o5.
Hanno preteso alcuni che sino del 1606 i l Cambdeno'nella sua lettera suddetta
alludesse al cannocchiale. Ma Io specchio catottrico Padovano, del qnale il Wotton
scrive al Cambdeno, era quello specchio concavo, che i l Magini fece, dopo vari!
altri, fabbricare allora a fine di presentarlo all imperatore; col quale specchio Et
tore Ausonio in un opuscolo stampato .dal Magini stesso pretendeva di poter di
#tinguere a molta distanza j lettere 4 una scrittura.
88
(e) Noraecoelettiuni ttirntrumqne reriun obfervatione. 4 NeapoU
A R T I C O L O I V.
Corrispondenza di L etter e dal 1604 al 1610.
n Gali leo M adama Cr i sti na di Lor ena mogli e del Gr an Duca
Fer di nando . (Fabhr oni Letter e Voi.
Pcidwa 11 Novembre i 6o5.
%
A v r e i , per mia naturale dspoBizione, e per amicizia che ho antiquata
col signor Cammillo Giueti,procurato sempre che l opera mia dovessa
essere al signor Matteo Giusti di ajuto negli studii delle matematiche.
Ora che si aggiagne il comandamento di V. A. S. , avr per mia
impresa principale, siccome son per antepor sempre i suoi cenni ad
ogni altro mio affare, reputandomi allora aver segno di partecipare
^ella grazia di V. A. S . , della qual vivo sommamente avido, quando
mi dar occasione di ubbidire a suoi comandi. Io sto aspettando che
mi siane mandati i due strumenti di argento per poterli s e c a
re (a) e rimandare perfetti. In Venezia ho fatto dar tpncipio ad in
tagliare le figure che vanno nel discorso circa l uso di esso mio stru>
mento, e intanate che-siano far subito stampar l opera, oonsecran-
dola al nome del mio Serenissimo ed umanissimo Principe, al quale
intanto con ogni maggiore umilt m inchino, dopo avere al Serenisi
eimo Gran Duca ed all A. V. con infinita riverenza baciata k veste,
on pregar loro da S. D. M. il colmo della felicit.
Cosimo Pr nci pe di Toscana al Gal i l eo. (L i br er i a Ne U .)
Firenze 9 Gennaro 1606.
Ho ricoDOscinto nella lettera di V. S. del 29 del passato la molta mo
destia che conobbi in lei continuamente, mentre 1 estate passata si la
sci vedere in queste bande, ma non vi avrei voluto vedere quel timido
lispetto e dubbio .di esser notato di temerit, se senza altri internunzi
mi avesse scritto} perch in questo modo V. S. dissimula di conoscere i
propri meriti, o crede che non sieno ben conosciuti da me. Dell eccel*
lenti viii sue ho veduto saggio tale in me stesso, che deve credere eh
ne conservi e continua e viva memoria. E sebbene quel virtuoso seme
che V. S. s ingegn di spargere nell intelletto mio per varii accidenti
non ha fruttificato come forse poteva e doveva, tuttavia spero in Dio
che se occorrer ch ella tomi a rivederlo, on lo trover forse tanto
(a) Si deve intendere de} compasso geometrico e militare da lui inTentato.
P. I. la
soffogato, cbe per la buona cultura sua non possa germogliare. E
quando ritorneranno qua gli istroment d argento segnati ed acco
modati da lei, mi saranno facilmente e di ricordo e di stimolo a ripi
gliargli ed esercitarli un poco. N deve dubitare V. S. che appresso
il Gran Duca e-Madama miei Signori si perda la memoria di lei; ed
io gliene bo rinfrescata con l occasione della sua lettera. Con che ec.
Essendo (tati in qpiest' anno banditi i Gesuiti dallo Stato Veneto, il Galileo &e
scrive l avviso a tuo fratello Michelangelo. (Libreria Nelli.)
n Gali leo a Madama Cr i sti na mogli e del Gr an Duca Fer dinando I .
(Fabbr oni Letter e Voi. pr i mo)
Padova 8 Dicemhre i6o6.
Il male, che mi cominci la notte avanti la partita di Pratolino,
che mi ritenne poi otto eiomi appresso indisposto in-Firenze, dopo
avermi concedute tante forze che mi potessi condurre a Padova, due
giorni dopo il mio arrivo qua, rompendo ogni tregua, mi assal e fer
m in letto con una terzana, la quale poco dopo convertitasi in una
continua mi ha ritenuto e mi ritiene tuttava aggravato, bench da.
sei giorni in qua non sia cos. severamente oppresso. Intanto ho con.
mio grandissimo dispiacere sentita la morte dell eccellentBsmo si-
S
ior Mercuriale (a) che sia in cielo, e appresso quella d altri me^
ci principali di Pisa; jper il che stimando io che siano per provve>
dere la Corte e lo studio di soggetti simili ai mancanti, 'mosso da
un purissimo affetto di servir sempre . V. S. ho voluto, bench
malissimo atto a potere scrivere, conferire con l A. V. un mio pen
siero, del quale far qul capitale, che il suo perfettissimo giudizio
le detter.
Qua come benissimo s 1*A. V. S. ai trova il signor AcquajMnden
te, il quale molto mio confidente ed amico di molti anni; egli
vve estremamente affezionato servitore delle Loro AA. SS. s per le
singolari cat-ezze che da loro ricevette quando fu cost, s per i pre
senti e donativi veramente regi che lie port in qua; in oltre som
mamente innamorato delle citt e del paese attorno di F irenze, n
si vede mai sazio di celebrare ci che cost vedde, e ^st. All in
contro avendo qua^ acquistato quanto poteva sperare di facult e di
reputazione,.e trovandosi per l et male atto a tollerare le fatiche
continue, che per giovare a tanti suoi amici e padroni gli cnviene
op ^omo pigliare, e perci essendo molto desideroso di un pooo
di quiete s per mantenimento della sua vita, 6ome per conduiT e a
fine alcune sue opere, ne gli mancando altro per adempire la sua vir
tuosa ambizione, che d pervenire a quei titou e gradi, ai quali altri
(a) Girolamo Mercuriale moti in Forl sua patria.
9
della saa professione aniTato, che non gli possono se non da qual
che gran prncipe assolato esser donati; pertanto io stimo che egli
molto volentieri senrirebbe A. V. S. Aggiungesi che ritrovandosi
egli una grossissima facolt, e non avendo altri che una figliuola di
un suo nipote fanciuUetta di dieci anni in circa, e che dovr esser,
dotata di meglio che 5ooo ducati, non dubbio alcuno, che esso
vede che quei costumi e virt, ohe a donna ben allevata si conven
gono, molto meglio in cotesti Monasteri nobilissimi, che ^ in ca*
sa sua potrebbe ella apprendere, ed essere poi al tempo ael suo ma
ritaggio favorito dal sapientissimo consiglio di V. A. S . , per le quali
tutte cose io congetturo qua disposizioni di cangiare stato (e). La
qual cosa ho voluto io di proprio moto, e senz. conferirne una mi
nima parola n ad esso signor Acquapendente, n ad altra persona
vivnte. Comunicare a V. A. S. ; il che la supplico a ricevere in buon
p-ado, e come effetto nato da uno svisceratissimo desiderio di servir
la. Ne far dunque V. A. quel capitale che alla sua prudenza parr,
e quando anche le paresse che iisse cosa da non ci applicar l animo,'
almeno certa, che con altri che con i miei pensieri ncm stato
ragionato. Degnisi dunque A. V. ricevere in buon grado la purit
del mio affetto, e mi scusi della presente cos male scritta, poich

er la gravezza del male, volendola scrivere di propria mano, mi


isognato metterci quattro giorni. Restami il supplicarla a baoiar con
ogni umilt la veste in mio nome al Serenissimo Gran Duca, ed al
Serenissimo signor Principe; ed all* A. V. con ogni umilt inchinan
domi prego da Dio somma felicit.
Cosimo Pr i nci pe di Toscana al Gal i l eo. (L i br er i a N el l i .)
j i SettmArt 1607.
Molto magnifico ed eccdllente mio dilettissimo.
gli orecchi miei non era pervenuta altra notizia delle calunni^
date a VS da quel galantuomo circa 1* invenzione del suo compasso
S
sometrico, se non che dimandando io di lei questa state, mi fii
etto sebben ini ricordo, ch ella era stata non so che tempo poco
l>en disposta, e poi occupata in un'certo negozio che le premeva
assai per l onore, ch6 dovea edser curamente questo.....
Nel tomo III. di Padova p. 355 tono due lettere del Galileo al'Pichena tcritta
l anno 1607 intorno ad un peszo di calamita, del qntle l i trattava acquiate per
il Gran Dura. Da altre lettere di quell anno e del ciiuegente nella L^reria NelU
i vede, cbe quella calamita era del Senatore Oie. Franceaco Sagredo: il Gryn Duca
gliela pag cento doppiej e il Galileo la tidiuM iA Biodo, che pelando eua S*
r i pioftMoir ia Pdr ito al tif ) .
. 9 *
once ne loeteneva i 3o. Il Leibniz che era airoacuro dell avrenato, coti ne crive
nel i6q8 al Magliabeccbi. (Clar. German. Epist. ad Magliab, voi. a. p. 87.)
Dolendum est magnetem illum mirabilem, cujus in Galifaei literis
fit mentio, nusquam comparere. Optandnm excuti quidquid superest
literamm Galilaei et Torricellii, ut appareat an non cognoeci possit,
quis fuert posseser magnetis. Certe apud sapientes, pretiosissimae
geminae praefertur hc lapis, qui promus condus esset niturus mira-
bilium experimentorum per quae aitine penetrali posset in arcana
naturae. Miror Galilaeum ipsum non satis admirabilem illam, quam
memorat, proprietatem commendasee. Quod si fecisset, ego quidem
non dubito magnum illum Ducem, cui Curtius Hcbena a secretis erat,
tantum naturae monumentum quovis pretio fuisse redempturum.
Beli sar o Vi nta Segr etar io del Orari Duca al Gali leo.
(L i br er i a N el l i .)
Firenze 18 Giugno 1608.
..... Madama la Gran Duchessa: mi disse: scrivi al Galileo, che es>
endo egli il primo e il pi pregiato matematico della Cristianit,
il Gran Duca e noi desideriamo che questa estate venga qua, ancor
ch gli sia per essere incomodo, per esercitare il signor Principe
nostro figliuolo in dette matematiche, che tanto se ne diletta; e che
con lo studio che far seco questa estate, potr poi risparmiarlo di
non lo far venire cos spesso qua; e che c'ingegneremo ai far di ma
niera che non si penta d esser venuto.....
Cosimo Gr an Duca al Gali leo. (Libr er ia N el l i .)
Firenze t i FeM>rajo 1609.
Li vostri afitti, per la morte del Serenissimo Gran Duca Ferdi
nando mio Signore e Padre che abbia il cielo, e per la sua successio
ne, vengono graditi da noi carissimamente, perche sono sincerissimi.
E portandovi noi benevolenza e tanto mag^ore inclinazione, quanto
sappiamo per -prova il merito della vostra virt, vi certifichiamo che
siamo per mostrarvene segni, nelle occasioni, di vostro comodo con
tento ed onore.....
I l Gal i l eo ad un suo. amico. (L i br er i a N l l i .)
. Padova nella primavera del 1609.
. L a lettera di V. S. per molti rispetti mi stata gratissima; prima
col rendermi testimonianza della memoria che tiene il Serenissimo Gran
Duca mio Signore di me, poi coll* accertarmi della continuata affezione
9^
dell illuetrseimo signor Enea Picoolomio da me infinitamente stimata,
come anco dell amore di V. S . , il ^ a l e facendole prendere a cuore
i miei interessi l induce cos cortesemente a' scrivermi intorno a par
ticolari di gran momento: dei lali ufifcii ed all illustrissimo signor
Enea ed a V. S. io resto perpetuamente obbligato,, e- gliene rendo
grazie infinite, e parmi debito mio, in segno di quanto ^adisca tan
ta, cortesia, slargarmi con le Signorie loro intorno a miei pensieri,
et a quello stato di vita, nel.quale sarebbe mio desiderio di passare
quelli anni che mi restano; acciocch in altra occasione che si pre
sentasse air illustrissimo signor Enea possa con la sua prudenza e
destrezza rispondere pi determinatamente al Serenissimo nostro Si
gnore; ^ la cui Altezza, oltre a quel riverente ossequio et umilissi-.
ma ubbidienza che da ogni fedel vassallo dovuta, mi trovo io da
cos particolar devozione, e siami lecito dire amore ( perche n anoo
Dio stesso altro affetto richiede in noi pi che amarlo ) inclinato,
che posto da banda ogni altro mio interesse^ non condizione alcu
na colla quale io non permutassi la mia fortuna, quando cos piacere
intendessi a quell Altezza. Sicch questa sola risposta potria bastare
ad effettuare ogni risoluzione che a quella piacesse d prendere sopra
la persona mia. Ma quando S. A ., com credibile, colma di quella
omamtk e cortesia che tra tutti gli altri la rendono e sempre pi la
renderanno riguardevole, volesse col suo servizio accoppiare ogn al
tra mia soddisfazione, io non rester di dire, come avendo ormai
travagliato venti anni, ed i migliori di mia et, in dispensare, come,
i dice, a minuto alle richieste d ognuno quel poco di talento, che
da IXo e dalle mie fatiche mi stato conceduto nella mia profes-
sion; mio pensiero veramente sarebbe conseguire tanto di ozio e di
quiete, che io potessi condurre a fine, prima che la v ita , tre
opere grandi che ho alle mani per poterle pubblicare, e forse con
qualche mia lode, e di chi mi avesse in tali imprese favorito, appor
tando per avventura agH studiosi della prefessione pt maggiore e pi
diuturna utilit di quello che nel resto della vita apportar potessit
Ozio maggiore di quello eh io abbia qui non credo eh io potessi
avere altrove, tuttavolta che e dalla pubblica e dalle private lezioni
.mi fosse forza di ritrarre il sostentamento della casa mia, n io vo
lentieri eserciterei in altra citt ehe in questa, per diverse raroni,
che saria lungo il narrarle; con tutto ci n anche la libert eoe ho
qui mi basta, bisoraandomi a richiesta di questo e di quello consu
mare diverse ore del giorno, e bene spesso le migliori. Ottenere da un*.
Repubblica, bench splendida e generosa, stipendii senza servire al
pubblico non si costuma, perch per. cavare utile dal nubblico biso
gna soddisfare al pubblico, e non ad un solp particolare; et men
tre sono potente a leggere e scrivere, non pu alcuno 4* Repubblica
esentarmi da questo carico, lasciandomi gli emolumenti; et in somma
simile comodit non posso io sperare da altri che da un prncipe
assoluto.
^3
Ma non vorrei da .quanto ho sin detto parere a V. S..di arer
pretensioni irragionevoli, come che io ambissi stipendii senza merito
o servit, perch non tal il mio pensiero. Anzi quanto al merito,
io mi trovo avere diverse invenzioni, delle quali anco una sola-, con
rincontrare in Principe grande che ne prenda diletto* pu bastare
per cavarmi di bisogno in vita mia; mostrandomi esperienza aver
cose per avventura assai meno pregiabili apportato ai loro ritrovator
comodi grandi; et questo stato sempre mio pensiero proporle, pri
ma che ad altri al mio Principe e Simor naturale, accio sia in arbi
trio di quello dispor di quelle e dell inventore a suo beneplacito,
et accettare quando cosi gli piaccia, non solo la pietra, ma anco la
miniera; essendo che io giornalmente ne vo trovando delle nuove,
et molte pi ne troverei, cniando avessi pi ozio, e pi comodit di
artefici, dell opera de* quau mi potessi per diverse esperienze preva
lere. Quanto poi al servizio quotidiano^ io non abbonisco se non
quella servit meretricia di dover esporre le mie fatiche al prezzo
arbitrario d ogni avventore ; ma il servire qualche Principe o Signore
grande et chi da quello dipendesse non sar mai da me abborrito,
ma sibbene desiderato et ambito.
E perch V. S.' mi tocca alcune cose intorno all utilit ch io
traggo qua^ gli dico* come il mio stipendio pubblico fiorini Sac, li
quau tra non molti mesi, facendo la<mia ricondotta, son come sicuro
che si convertiranno in tanti scudi; et questi gli posso largamente
avanzare, ricevendo grande ajuto-per il mantenimento della casa dal
tenere scolari, e dal . guadagno delle lezioni private, il quale quanto
voglio io. Dico Cosi perch pi presto sfuggo il leggerne molte, che
io le cerchi, desiderando infinitamente pi il tempo libero che l oro;
perche somma d* oro tale, che mi possa render cospicuo tra gli altri,
so che molto pi difficilmente potrei acquistare, che qualche splen
dore da miei studi. . '
Eccovi, signor, Ves. mio gentilissimo, accennato succintamente i
.miei pensieri, del quale avviso potr V. S> se cos sar opportuno,
far partecipe 1*illustrissimo signor Enea, del'favor del quale, con
quello dell illustrissimo signor Silvio (a), so quanto mi posso promet
tere, et a quello solo ricorrerei ip ^alunque occorrenza.
Intanto prego V. S. a non comunicare con altri quanto ho confe
rito seco ec.
Luca Valerio al Galileo, (libreria NelU.J
Roma 4 Aprile 1609.
Lo ringrazia, perchA senza onoicerlo di persona abbia lodato molto il S114 libre
de centro gravilatit.
(e) Egli pare de Piccolomini di Siena.
94
in altra lettera del ^3 Maggio enfieguente Io rnnazia fmre d alenai principii
che il Galileo gli avea mandato intorno alla discesa 'dei gravi nel piano inclinato.
I l Gal i l eo al signor N . N- (Dal l o scr ittojo dell e R. Possessioni. )
(Nov. Letter ar i e di Fir enze 1784*^
Padova 1 1 ...... 1609. Ciiell estate d questanno il Galileo compose il cannotichalei
onde questa lettera f u scritta in alcuno demesi anteriori. J
Ho inteso minutamente da mese. Benedetto Landucci mio cognato
il cortesissimo affetto, col quale V. E. illustrissima si mostrata fa
vorevole nlla consecuzione della grazia domandata da rello, e fi
nalmente con Pajuto del suo favore ottenuta: onde io le ne rendo
^azie infinite, e accerto, che in qiunto la debolezza delle mie
forze si estender, non mi avr V. E. illustrissima a posporre ad al
cuno de* suoi pi pronti e fedeli servitori.
Mi ordina inoltre mio cognato, che io deva scrivere a V. E. qual
che cosa di nuovo intorno a miei studii, essendo tale il suo desiderio;
il che ricevo a grandissimo favore, e mi stimolo a speculare pi
del mio ordinario. Ond fo sapere a V. E., come dopo i l mio ritorno
di Firenze sono stato occupato in alcune contemplazioni^ et in di
verse esperienze attenenti al mio trattato delle meccaniche; del quale
ho speranza che la maggior parte saranno cose nuove, n da altri
state tocche per addietro. Et pure ultimamente ho finito di ritrovare
tutte le conclusioni, con le sue demonstrazioni, attenenti alle forze
et resistenze dei legni di diverse lunghezze, grossezze, et figure} e
quanto sian pi debili nel mezzo che negli estremi; et quanto mag
gior peso sosterranno, se quello sar distribuito per tutto il legno,
che in un sol luogo; et qual figura doveria avere, acci fiisse per
tutto egualmente gagliardo: la qual scienza molto ^necessaria nel
fabbricare macchine ed ogni sorta di edifizio, n vi alcuno che
ne abbia trattato. Sono adesso intorno ad alcune questioni che mi
restano intorno al 'moto dei projetti, tra le quali molte appartengono
ai tiri dell artiglierie; et pure ultimamente ho ritrovata questa, che
ponendo il pezzo dopra f a l c h e luogo elevato dal piano della cam
pagna, et appuntandolo livellato giusto, la palla uscita del pezzo, sia
spinta da molta o da pochissima polvere, 0 anco da quanta basti sola
mente a farla uscir del pezzo, viene sempre declinando ed abbassan
dosi verso terra con la medesima velocita, s che nell istesso tempo
in tutti i tiri livellati la palla arriva in trra; e siano i tiri lonta
nissimi o brevissimi, eppure anco esca la palla del pezzo solamente e
caschi a piombo nel piano della campagna. E istesso occorre nei
tiri elevati, li quali si spediscono tutti nell istesso tempo, tuttavolta
che si alzino alla medesima altezza perpendicolare: come per esempio
( Tav. I.* Fig. 6. ) i tiri A E F j A GH ,A I K ,A L B contenuti tra le medesi
me parallele CD ,A B , si spediscono tatti nell istesso tempo; e la palla
96
consuma in fai* la linea J E F tanto tempo, quanto nella A I K , et in
ogni altraj et in coneeguenza le loro met, cio le j[>arti E F f i H f l K ,
L B , si fanno in tempi eguali, che rifondono ili tin liTellati.
Nella materia dell acque e degli altri fluidi^ ^arte ancor lei in
tatta, bo parimente scoperte grandissime propriet della natura, ma
non mi basta l angustia del tempo a poterle scrivere al presente, do
vendo spedir molr altre lettere. Mi riserver dunque, a maggiore
opportunitlL, a dire a V. E. tre o quattro conclusioni et efltti ve
duti e gi provati da me, che avanzano di maraviglia forse le mag-
^ri curiosit, che sin ora siano state cercate dagu uomini: ma tan
to basti per ora. .
Orano d ii Mdntt al Galileo. (labreria Nelli,)
16 Giugno 1610.
DnutiEa al Galileo la morte del propri Genitore, e che diverse Of.sre del me
desimo, le quali farebbe stampar Tolentieri, se in Padova fosse ua buon correttore.
... Le opere sono curiose. La coclea che innalza acqua, divisa in'
quattro libri (a). Diversi opuscoli, tra i quali: de mota terrae; de fioro-
l ogi i s; de r adi i s i n aqua r efr act s} i n novo opere Scoti ; de propor to-
I te contnua. E la fabbrica d alcuni istrumenti ritrovati da liii: delle
quali cose tutte vi sono le figure intagliate. Io prego VS. Ecc. av
visarmi, come potrei fere.
(a) Posseggo nn manosoritto di quest opera, e sem&raessere qnd medesimo, che
^idnbaldo avea-preparato e ehe in p<adato alla stampa.
$6
S E Z I O N E IV,
97
P E L N U N Z I O S I D E R E O .
A R T I C O L O I.
Avviso a Fi r enze del l e scoperte fatte sul ci elo.
N el principio di Gennajo i6io eteendo! Oalileo formato cannoocbiale eh
ingrandiva trentadue volte il diametro degli oggetti, Hutc) con eMO a aroprire i
Pianeti Medicei. Della quale aconerta, non meno che delle altre tue oewrraaionj
anteriori jicrisee le. teguenti due lettere.
JZ Gali leo a Beli sar io Vi nta Segretario del Gr an Duca.
(Fbr oni L etter e d uomini i l l ustr i , voi. pr i mo. )
Venezia So Germajp i6ip,
lo mi trovo al presente in Venezia, per fare stampare alcune 09^
terrazion, le quali col mezzo d un mio occhiale ho fatte nei corpi
celesti, e siccome sono d' infinito stupore, cosi infinitamente renao
grazie a Dio, che si sia compiaciuto di far me solo primo osserva
tore di costi ammiranda, e tenuta a tutti i secoli occulta. Che la
Luu4 sia un corpo similissimo alla terra, gi me n ero accertato
e in parte fatto vedere al Serenissimo nostro Signore, non avendo
ancora- occhiale dell eccellenza che ho adesso, il quale oltre alla Luna
mi fatto ritrovare una moltitudine di stelle fisse non mai pi ve
dute, che sono pi di dieci volte tanto quanto quelle che natural
mente son visibili. Di.pi mi seno accertato d quello, che sempre
stato controverso tra i filosofi, cio quello che sia la via lattea;
ma quello che eccede tutte le meraviglie ho ritrovato quattro pianeti
di nuovo, e osservati i loro movimenti proprii e particolari, dinerenti
fra loro e da tutti gli altri movimenti delle altre stelle; e questi
nuovi pianeti si muovono intorno un*altra stella molto grande, non
altrimenti che si muovono Venere e Mercurio, e per avventura gli
altri pianeti conosciuti, intorno al Sole. Stampato che sia questo trat
tato, che in forma d avviso mando a tutti i filosofi e matematici,
ne mander una copia al Serenissimo Gran Duca, insieme con uq
occhiale eccellente, da poter riscontrare tutte queste novit.
, P. I . i3
XI Galileo al medesimo Vinta. (Ivi.)
Padova i 3 Fehhrajo 1610.
Non prima di jeri son tornato da Venezia a Padova; ed bo ritro
Tata in casa una di VS. illustrssima, giunta il giorno avanti, piena
secondo il costume suo di cortesissimo affetto, nella quale mi d
conto del replicato uBzio per la reintegrazione dell'avere intero di
questo mio povero servitore, il quale si ritrova in et, ed in maniera
travagliato da una gravissima indisposizione di difficolt di orinare,
che dei trenta giorni del mese ne consuma pi di venti in letto; e
gi saria morto di necessit, se la sua buona condizione e fedel ser
vit passata non avessero meritato* cbe io lo sostenessi per carit:
egli rende a VS. illustrissima grazie infinite, ed in lei sola ha ripo
ste tutte le speranze; e io resto a parte degli obblighi, che in per-

ietuo avremo alla sua benignit. Quanto alle mie nuove osservazioni,
e mando bene come per avviso a tutti i filosofi e matematici; ma
non senza gli auspicii del nostro Serenissimo Signore; perch avendo-
mi Dio fatto grazia di poter con segno tanto singolare scprire al
mo Signore la devozion mia, ed il desiderio che ho, che il suo glo
rioso nome viva al pari delle stelle; e toccando a me primo scopri
tore il porre i nomi a questi nuovi pianeti, voglio all imitazione de
gli antichi scienti, i quali tra le stelle riponevano gli eroi pi eccel
lenti di quella et, inscriver questi dal nome della Serenissima S.A .
SoJo mi resta un poco di ambiguit, se io debba consecrargli tutti e
quattro al Gran Duca solo, denominandogli Cosmici dal nome suo,
p pure, nacch sono appunto quattro in numero, dedicargli alla fra
terna col nome di M edi cea Syder a. Io qua non posso, ne debbo pi
gliar consiglio da alcuno per molti rispetti, per ricorro a VS. illn-
9triss^ma, pregandola, che in questo voglia dirmi il suo parere^ e
porgermi il suo consiglio, essendo io certo, che ella come prudentis
sima, e intelligentissima dei termini delle gran corti, sapr propormi
quellp, che di maggior decoro. Due cose desidero circa questo fatto,
C di quelle ne supplico VS. illustrissima: una mella segretezza,
che assiste sempre agli altri suoi negozii pi gravi, r altra una su
bita risposta, perch per tal rispetto solo fo trattener le stampe; re
standomi da determinar questo punto nel titolo, e nella dedicatoria.
Io tQmo domani a Venezia, dove attender la sua risposta, la quale
potr cos piacendole raccomandarla al maestro delle poste, acci
capitando in altra mano non fosse inviata a Padova. Quanto al desi
derio, che mi accenna VS. illustrissima di ^vere, di veder queste os
servazioni, io non mancher di far si che resti servita tra breve
tempo, e se incontrer qualche poco ^ difficolt per non aver altra
volta praticato lo strumento, alla pi lunga questo Giugno le levere
mo tutte, dovendo io per replicato comandamento di S, A. S. ritro
varmi coat.
95
A R f l C O L O I .
Bdi zi one del Nunzi o Sidereo. Di ssertazione del Kepler
r elati va al medesirro.
Sydertus Nunius fil tfempato da Tommaso Baglioni a Venrtaia In 4 * t*!
medeiimo, cbe i legge in tutte le edizioni del Galileo. La dedica al gran Duca
drl IO Marzo 1610. Ed probabile, che ud esemplare ne fosse gi pervenuto a
Firenze prima del Marco, perch in tal giorno il Vinta (LU>rfria VW/i) d or
dine del Gran Duca scrive al Galileo, che in ogni modo il lunedi di Passione ( 6
Aprile ) venga a Bologna, dove trover la lettiga preparata per trasportarlo a Fi
renze, e mostrare ivi al tSran Duca i nuovi pianetij com egli diFatti eseral.
Un altro emplare del suo Nunzio fece il Galileo pungere, per mezzo di D. Oiu-
liano Medici Ambasciatore del Gran Duca presso l imperatore, in mano del Ke
plero a Praga; il quale ne procur tosto una seconda edizione, e la dedic, il 3
Maggio seguente all Ambasciatore suddetto; con aggiungervi una sua Lettera 9
Disset-tazione al Galileo. Questi facendo l anno stesso una terza edizione del suo
Nunzio, a Firenze presso Antonio Ganeo in 4*) la sopraccitata Dissertazione
del Keplero, cotne quella che servir a rendere pi verosimili le sae' nuove scoperto
sul cielo; ond essa non deve qui venire ommessa. Il titolo della ristampa del
zio a Praga, e la unitavi lettera del Keplero, sono come segue.
Jo. Kepleri Mathematici Caesarei Dissertatio cum Nimcio Sidereo
nuper ad mortales idsso a Galilaeo Galilaeo Mathematico Patavino.
Pr agae Typi s Dani el i s Sedesani 1610 i n 4*
Nobili et excellentiesimo Domino Galilaeo Galilaeo Patricio F io
rentino professori Matheseos in Gymoasio Patavino Jo. Keplerus S.
G. M. Mathematicus . P. D.
Jampridem domi n\eae consedefam ociosus, nihil niei te cogitane,
Gdilaee praestantissime^ tuasque literas. Emisso enim superioribiu
nundinis in publicum libro meo Commentarla de motibus M ar i i s in-
scfipto multorum annwcum. labore: exque eo tempore, quasi quid
difficilima expeditione bellica gloriae satis peperesem, Vacatione non-
nulla studiis. mia interposita fore putabam, ut inter baeteros et Ga-
lilaeus, maxime omnium idoueus, mecum, de novo astronomiae seu
physica coelestis genere promulgato, per literas conferret, intermie-
sumque ab annis duodecim institutum resumeret.
Ecce vero tibi ex in^inato circa Idus Martias celerum ope nun-
ciatum in Germaniam, Galilae mei, pr lectione alieni libri, occu-
pationem propriam insolentissimi argumenti, de quatttor Plantis antea
incognitis ( ut caetera libelli capita praeteream ) usu perspicilli du
plicati inventis: quod cum illustriss. Dom. Ces. Majest, Consiliarius,
et Sacri Imperialis Coneistorii Referendarius ( D. Joan. Matthaeu*
Wackberius a Wakbenfelsz) de curru mihi ante habitationem meam
nonciasset; tanta me incessit admiratio absurdissimi acroamatis con-
sideratione, tanti orti animorum motus (quippe eJt inopinato decida
39
antiqua inter noe liticula ) , ut ille gaudio, ego rubore, rieu nterque
ob novitatem confusi, ille narrando ego aumendo vix' sufficeremus.
Augebat gtuporem meum Wackherii adseveratio; viroe esse clariseimoe,
doctrina, gravitate, constanta upra popularem vanitatem longissime
evectos, qui baec de Galiiaeo perscribant, adeoque jam librum ub
praelo yersari, proximisque cursibus afiuturum.
Me, ut primum ab ore Wackherii diecesei, Galilaei potiesimum
movit anthoritae, judicii rectitudine ingeaiiq^e soler parta. Itaque
vieditatus mecum sum, qui posiit aliqua fieri accessio ad Planetanim
numerum, salvo meo mysterio cosmographico, quod ante annoe tre-
d'cim in lueem dedi: in quo quinque illae Euclidis figurae, quae Pro-
clug ex Pythagora et Platone Cosmicas appellat, Planetas circa Solem
non pluree eex admittunt.
Apparet autem ex praefation illine libri, et me timo quaetiviese
pluree circa Solem Planetae, eed frustra.
Qilod igitur baec perpendenti incidebat, currculo ad Wackberum
deti^: nimirum uti terra ( unue ex Pianetis Copernico ) Lunam suam
habeat extra ordinem eeee circumcorutantem; sic fieri sane posse, ut
Galiiaeo quatnor aliae Lunae minntiseimae angustissimi meatilms circa
Saturni, Jovis, Martis, et Veneris corpuscnla circumvolvi videantur:
Mercurium vero, circumeotarium ultimum, tam esse immersum in
Solis radios, ut in eo nihil adbuc simile potuerit a Galiiaeo deprebendi.
.Wackberio contra visum, baud dubie circa fixarum aliquas circum-
ire novos bos planetas (quale quid jam a multo tempore mibi ex
Cardinali^ Gusani et Jordani Bruni speculationibus objecerat ) ; ac, si
qnatuor ibi latuerint hactenus Planetae, quid igitur impedire, quia
credamus innumerabiles porro alios ibidem, hoc initio facto detectum
iri: adeoque vel mundum bunc ipsum infinitum, ut Melisso et Phi
losopbiae magneticae authori Gulielmo Gilberto Anglo placuit; vel
ut Democrito et Leucippo, et ex recentioribus Bruno et Brutio, t.uo
Galilaee et meo amico, visum, infinitos alios mundos, ( vel, ut Brunus^
terras) bujus nostri similes esse. Sic mibi sic illi visum, interim dum
librum Galilaei, ut erat spes facta, cupidine mira legendi expectamus.
Primum exemplar concessu Caesaris mibi contigit inspicere, cur-
simque pervolitare. Video magna longeque admi r ^i l i ssi ma spectacu
l a, pr oposita phi losophi s et astronomis, ni fallor et mibi; video ad
magnarum contempiationum exor di a omnes verae pfUlosophiae cupidos
coTwocari.
Jam tum gestiebat mibi animus me rebus inferre, quippe provo-
catum, et qui eadem de materia ante annos sex scripsissem; tecum-
que Galilaee solertissime, de tam inexbaustis Jovae conditoris tbesauris,
quorum alios post alios nobis aperit, jucundissimo scriptionie genere
conferre, quem enim tacere sinunt tantarum rerum Nuncii ? Qaem non
implet divini amoris abundantia, per linguam et calamum sese pr-
fundens ubertissimeP
10

Addebant animum angustissimi Gaeears Rodulphi imperia, qai
meum de hac materia judicium expetebat. >e Wackherio vero quid
dicam? Ad quem ut yeni sine libro, lectionem tamen ejus profes>
ras, in Tieum mihi rixatum etiam fiit; deniqne piane conclusum ut
in hac materia non differrem fieri qnam disertissimns.
Dum aliquid meditor: supenreniunt literae tuae ad. illustriss. Magai
Hetmriae Dcis L egatum, plenae tui in me amoris, ut qui hoc mihi
honoris impertitus sis, ut per tantum vinim potissimum me, et trans-
misso esemplari et addita commonefiiotone, provocandum ad acri-
bendum ceiieueris: quod et praestitit in tui gratiam per quam huma-
niter, et me in clientelam auam suscepit beneTolentiseime.
Quod igitur mihi propria animi propensione, quod amicis placet,
quod diligenter ipse roga, id &<am: nonnulla epe induotus, me hao
epistola id tibi profiiturum, si em censuerie ostendendam, ut contra
morosoe novitatnm ceneores, quibus incredibile quicquid incognitum,
profanum et nefandum quicquid ultra coneuetas aristotelicae angustiae
metae, uno proaspiste eie processurus instructior.
T emerarius forte videri ^ssim qui tuie aesertionibus, nulla propria
experientia sufiultus, tam facile credam. At qui non credam M a t e
matico doctissimo, cujus vel ausus judicii rectitudinem arguit, qui
tantum abest ut sese vanitati dedat, seseque Tidisse dictitet quae
non vidert, populM*em auram captans: ut Tei reoeptissimis opinioni-
bus veritatis amore non dubitet repugnare, vnlgique yituperia
deque ferreP Quid quod publice scribit, probrumque, si quod .com
mitteretur, clam habere nequaquam possetP Ego ne ut patricio Fio
rentino fidem derogem de iis quae vidit? perspicaci lusciosus? in-
stromentis ocularibus instructo, ipse nudus et ab su]^ellectili inops?
Ego non oredam omnes ad eadem epectacula iuvitanti, et quod caput
est. Tei ipsum suum instrumentum, ad faciendam fidem oculis offerenti.
An parum hoc fuerit magnorum Hetmriae Ducimi familiam ludifi
cari, Mediceumque nomen figmentis suis praefigere, planetas interim
veros poUicentem?
Quia quod propriis expeiimentis, quod et aliorum asseTerationibug
in parte libri deprehendo veraoiseimum ? Quid causae sit, cur solum
de quatuor planetis deludendum sibi putaverit orbem ?
Tres sunt menses cnm augustissimus Imperator super Lunae ma-
culis varia ex me quaesirit, in ea constitntus opinione^ terrarum et
continentium simulacra in Luna ceu in speculo resplendescere. Al-
legabat hoc potissimum, sibi videri expressam Italiae cum duabue
ac^acentibus insulis effigiem. Specillum etiam suum ad eadem con-
templanda offerebat in dies sequentea, quod omusum tamen est. Adeo
eodem tmpore, Galilaee Christi Domini patriam vocabulo praeferens,
bhristiani orbis monarcham {ejusdem irrec^eti spintus instinctu, qm
naturam detectum ibat) deliciis tui aemmatus es.
tOA
Sed et antiquiasima est haec de maculis Lunae narratio, ralta ati^
thoritate Pythagorae et Plutarch 6ummi philosophi, et qui, si hoc
ad rem iacit, proconsulari imperio Epinim tenuit sub Gaeearibtts. tTt
Maestlnum adeoque et mea optiqa ante annos sex edita praeteream,
inque suum looom inferius dineram.
Haec igitur cum coneentieutibue testimoniis etiam alii de Lunae
corpore aegevereut, consentanea iis, quae tu de eodem longe diluci-
dissima afifers experimenta: tantum abest, ut fidem tibi in reliquo
libro et de quatuor circumjoTalibus planetis derogem, ut potius optem
mibi in parato jam esse perspicillum, quo te in deprehendendis cir-
cum-Martialbus (ut mibi proportio videtur requirere) duobus, et cir-
cum>Satumiie sex vl octo praevertam, uno forsan et altero circum-
Venerio et circum-Mercuriali accessuro.
Quam ad venaturam^ quod Martem attinet, tempus erit maxime
idoneum October venturus, qui Martem in opposito Solis exbibet,
terris ( praeterquam anno 1608.) omnium proximum, errore calculi
trium ampliue graduum.
Age igitur, ut de rebus certissimie, meisque oculis, ut omnino spero,
vidends, tecum Galilaee sermonem conferam ; tui quidem libri me>
tbodum secutums, omnes vero pbilosophiae partes, quae vel ex hoc
tuo Nuncio ruinam minantur y e l connrmantur Tel explicantur, -
xta perragaturus; ut nihil supersit, raod lectorem Philosophiae 4e
ditum suspensum teneat, et vel a fid^ tibi periiibenda prohibeat, vel
ad coutemnendam quae bactenus erat in precio, philosopniam impellat.
Primum libelli tui caput in fabrica perspicilU versatur, tantae qm-
dem efficaciae, ut rem spectanti millies exhibeat majori planitie,^
quod tum fit, si diameter tricies bi* repraesentetur longior. Quod si
racultas aestimatoria manet in sententia consuetae magnitudinis, ne>
cesse est ei tunc rem videri tricies bis propiorem. Distantiam enini
oculus non videt sed conjicit, ut docent Optici. Da enim hominem
aliquem abesse tribus millibus et ducentis passibus, videri vero sub
angulo tricies bis majorem, ut videtur alius sine perspicillo centum
passibus absens: cum certum babeat oculus hominem illum remotum
habere consuetani magnitudinem, censebit non pluribus centum abes^
se passibus, adjuvante et clarificatone visionis perspicillo procurata.
Incredibile muhis videtur epichirema tam efficacie perspicilU; at
impossibile aut noTum nequaquam est; nec nuper Belgio pro^t,
sed tot jam annis antea proditum a Jo< Baptista Porta, Maae natura^
lis libro XVII cajp. x de cryetallinae lentie aiFectibus. Inque appa-
reat ne compositionem quidem cavae et convexae lentie esse novamj
age Verba Portae producamus. Sic ille:
Posito ocido in centro, retro lentem, quae remota fuerint adeo
propinqua videbie, ut quasi manu ea tangere videaris, ut valde
rerootos cognoscas amicos; Uteras e^stolae in debita distantia col-
locatae adeo magnas videbis, ut perspicue legas. Si lentem iucUnabi,
,, ut per oblqnum epistolam inspiciae, Uteras satis majusculaB Tide>
,, his, ut etam per viginti passue remotas legas. E t si lentes multi -
pl i car t noveris, non vereor quin per Centurn passus imnimam li ter am
it conspicers; ut ex una in alteram majoree reddantur caractere.
it Del>ili8 visus ex visus qualitate specillis utatur. Qui id recte sci-
,, verit accomodare a non parvum nanciscetur secretum. Goncavae
M lentes, quae longe sunt, clariesime cernere faciuut convexae pro-
tt pinqua; unde ex visus comoditate bis fru poteris. Concavo longe
,, parva videe sed perspicua, convexo propinqua majora sed turbiaa.
Si utrumque recte componere noveris, et longinqua et proxima majora
et elara videbia. Non parum multis amicis auxilii praestitimus, qui
,3 longinqua obsoleta, proxima turbida conspiciebant, ut omnia per<
fectssime contuerentur Haec capite x.
Capite XI novum titulum facit de speci lli s, quibus supra omnem
contatnm longissime quis conspicere queat: sed demonstrationem de
industria (quod et profitetur) sic involvit, ut nescias quid dicat, an
de lentibus perlucidis ^ a t ut bactenus, an vero speoulam adjungat
opacmn laevigatum, cujusmodi unum et ipse in animo babeo, quod
res remotas, nullo discrimine absentiae, in maxima quantitate ideo*
que ut propinquas, et praeterea proportionaliter auctas exbibet: tanta
claritate, quanta ex speculo (quod necessario coloris fusci est) sp&
rari pptest.
Huic loco libri Portae, cum viderem praefixam qnaerelam initio
oapitis X. Cavarum et convexarum lenti um et specillorum, tantoper
humanis usibtu necessariorum, neque effectum neque rationes adhuo
nemine allatti s: eam operam sumpsi ante annos sex in astronomia
par te opti ca; ut quid in simplicibus perspicillis acQideret, luculents
demonstratione geometrica redderem expeditum.
Videre est ibi capite v , ubi demonstro illa quae pertinent ad
modum videndi, fol. aoa conjunctas in scbemate effigie cavi et '
vexi perspicilli, piane ad eum modum, quo solent bodie in vulgatia
tubis inter se jungi. Quod si non lectio Magiae Portae, occasionem
dedit huic macbinamento ; aut si non aliquis Belgarum ex ipsius
Portae instructione fabrefactum instrumentum solutis silentii legibus
morte Portae {a) multiplicavit in plura exempla, ut mercem venalem
faceret; baec certe effigies ipsa fol 2oa. Libri mei potuit curiosum
lectorem admonere de structura, praesertim si lectionem demonstra-
tionum mearum cum textu Portae conjunxit.
Non est tamen incredbile, solertes sculptores ingente industria, qui
perspicillis ad sculpturae minutias videndas utuntur, casu etiam in
fabricam banc incidiese, dum lentes convexas cavis varie associant,
ut quae combinatio melius serviat oculis, eam eligant.
Non ista dico ad deprimendam inventoris meebamci laudem, quisquis
^ t . . Scio quantum intersit inter rationales conjecturae et ocularen).
(a) Porta ingr nel
io3
lO^
experenliami inter Ptolemei disputationem de ntipodibus, et Co
lombi deteetionem novi orbie: adorne et inter i ^ e vulgo circnm-
latoe tubos bilente, et inter tuam Galilaee macninam, qua ooelum
ipsnui terebrasti: eed nitor bic fidem increduli facere instmmenti tui.
Fatendum est me ex eo tempore, quo optica sum cre-
berrime a Caesare rosatum de Portae eupraecriptis artinciia, fidem ut
pluliinum derogaste. Nec mimm, miscet eoim manifeste inoredibilia
probabilibus: et titulus capitis xi verbis (Su/7ra omn*m cogi tatum
quam longissime prospic&fe.) videbatur absur^tatem opticam involvere:
quasi vitio fiat emittendo, et perroicilla acuant oculi jaculos, ut ad
remotiora peoetrent, quam si nulla perspicilla adhiberentur: aut si,
ut agnoscit Porta, visio fit recipiendo, quasi tunc specilla rebus vi-
denois lucem eoncilient vel augeant: cum boc potius verum sit, quae
non ultro ad nostros oculos ejaculantur aliquam luculam, qua me
diante eospiciantur, numqnam illa ullo perspicillo detegi posse.
Praeterea credebam non tantum aerem ess crassum et colore cae^
ruleo, quo visibilium partes minutae eminus obtegerentur et confuo*
derentur; quod cum per se oertum sit, frustra videbam expeetari a
perspicillo, ut banc aeris interfiisi substantiam a visibilibus detergati
sed'deipsa etiam coelesti eesentia tale alicpiid suspicatus som, quod
noe, id maxime Lunae corpus in immensum augeamus, impedire poe-
sit, quo minus exiguas ejus particulas in sua puritate seorsim a ooe
lesti materia proiundisnma agnoscere poseimtis.
Has igitur ob eaussas abstinui a tentanda mecbanica, concurronti
bus insuper aliis etiam impedimentis.
At nunc merito tuo, Galilaee solertissime, commendo indefeasaoi
tuam industriam, qui diffidentia omni posthabita, recta te ad ooulo-
rum experimenta contulisti, jamque orto per tua inventa veritats
sole, omnes istas titubationum larvas cum nocte matre di^ulitti, quid
quid fieri posset facto demonstrasti.
Te monstrante agnosco substantae coelcstis incredibilem tenuit
t e m, quae quidem et ex opticis meis fol. 127 patet si proportionem
densitatis aeris ad araam conferas cum proportione densitatis etberis
ad aerem, procul dubio multo majori: quae efficit, ut ne minutissima
quidem stellati orbis (nedum lunarie corpors stellamm bumillimae)
particula nostros oculos eiRigiat tuo instrumento instructos, multoque
plus materiae (vel opacitatis) in uno specilli corpusculo interponator,
inter oculum et rem visam, quam in toto ilio immenso aetheris tractu:
quia ex ilio aliquantula resultat obscurtas, ex hoc nulla; ut pene
concedendum viaeatur, totum illud immensum spatium vacuum esse.
Etti igitur avide tuum Galilaee instrumentum expecto: tamen si ^ a
mihi 6ors a0ulgebit, ut mechanica remotis obstaculis tentare possim;
strenue me in iis exercebo, idque gemina via. Nam vel multipUcabo
lentes perfectarum spbaercarum bine inde superficierum levissime
assargentium, easque certis ntervalHs in arundine disponam, exteriores
loS
latiores, ut tamen oculas intra, terminum intenectonie parai
lomm onmium lentiuin constitnatur: de quibus terminie vide optca
mea foL 190 et fol. 440 -yvel at in unica superficie errorem ( si qui
esset) &C1U8 corrigere possim, unam solam lentem seu umbonem
effigiabo, altera superficie proxime plana, quippe in conyexitatem
phaerioam soline dimidii mdus seu 34 minutorum assurgente; reli
oua non sphaerica ^ a e ad oculum vergit, ne milii contingat, qupd
tol. 194 ostendit Scnema, fiatque partium rei visae distorsio et con*
iusio, de qua est prop. xviu fol. 193, sed in umbonem assurgente, ut
f*t fol. 198 in Schemate demonstratum, ut sit humori crystallmo ocu-
U similis; linea qmppe hyperbolica tornata deseriptum, quam fol. 106
in Schemate quaenvi propter machinamenta oplica, ut est fol. 96 et
fol 109; soilicet ut non distorta fiat t s o , sed partiutai rei visae ima-
gines augeantnr proportionaliter ut prposui fol. i d 5.
Haec ia<^am in constituenda lente convexa observabo, ut majora
praestem visibilia: oculumque non longe ab boc pnncto collocabo in
quod omnium rei visae punctorum rai (quae proprietas est buju*
nmbonis byperbolici) umce confluunt: byperbola eousque continuata
erit, ut ra^us ex puncto seu centro hoc in contingentem extremum
hyperboles faciat angnlum 27.* ideoque refiitictionem ciroiter 9.* ut ad
t r i s t a semisses graduum habeam in utriusque laterie refiractionb^
extima, in intermediis proportionaliter minus. >
Quia vero unus puncli de re lucente tam remota radiatines pr*
xime parallelae descendunt ad umbonem, post quem conTer^entes in
humorem oculi orystallinum inoi^unt, a4oo ut pst crystallinum fa-
cta refiraotione concurrant in puncto proxime crystallinum, et ab co
se mrsum dilatent donec in retiibrmem veniant jm dilatati instar
penicilU, atque ita pr punctie L unae singulis, smgnlae retiformis
illustrantur superficies, aaeo ut coniusissima fiat visio; ideo ad oculum
cujuslbet spectantis peculiarem' pr diversitate oculorum adbibel>o
lentem cavam, ut convergentes unius puncti radii, contraria refractio-
ne in cavo facta, prohibeantur convergere, sed petius divergentes, et
sic velut ab aliquo propinquo puncto venientes in crystallinum in-
cidant*, perque eum reuucti in retiformi ipsa sortiantur sua colle
ctonum puncta; quae definitio est visionis distinctae. Quae omnia
demonstravi fol. aoa meae optices. ^ -
Atque haec de instrumento ipso. Jam quod usum ejue attinet, ar-
gutum sane est inventum tuum, quomodo cognoscatur, quanta fiat
rerum per instrumentum anroliatio, et quomodo singula in coelo mi
nuta minutorumque partes dignosci possint. Qua in re cum in certo'
men veniat industria tua. onm Tychonis Brahei in obserrando cei^
indine accuratissima: non abs re fuerit aliquid interloqu.
Memini eum Polyhistor ille scientiarum omnijm Jo. Pistorius ex
me quaereret non una vice; num adeo limatae sint firaheanae obser-
vationes, ut piane pbil in iis desiderari posse putem? Valde me
P. I. 4
oontendisee, ventum esae ad enmmHm, nec relictum eeae <piicqiuiii btt-
manae induetriae, cam nec culi majorem ferant evAtUitatem, nec
refractionum negooum syderum loca reepectu horizontie stata moTens:
atqne hic iUam contra conetantiseime amrmasee venturam olim, qui
perepicillorum ope eubtiliorem aperiat methodnm: cui ego refnctio-
Hee perspicillorum ut ineptas ad obeervationum certitudinem oppoeui.
At nunc demum video, verum in parte vatem fueee Pietorium. Ipsae
^lidem Brabei observatones per se stant, babentque sam laudem.
Nam quid sit in coelo areus 6c graduum quid 34 minuta ; hoc
Brabei instmmentis innotesct. tqui Braheus boc pacto gradus coe-
lestes ( Tel etiam ego meo artificio optico L unae diametrum) in coelo
fiierimus dimensi: jam superveniens tuum Galilaee perspicillnm, et
quantitatem illain a Brabeo et a me proditam compfectens, sub^ie-
sime illam in minuta et minutorum parte eubdivitt, seseque Brabei
metbodo observandi, elegantissimo conjugio, associai: ut et Brabens
S
se babeat, qno tu observationis meUiodo gaudeat, et tu toam ex
rabeana necessario instruas.
Vis dicam quod sentio? Opto mibi tuum istrumentum in eclijpseo
lunarie contemplatione: sperarem ex eo praestantissima praesidia ad
expoliendum, est ubi et reformandum, totum Hipparcbum meum, seu
demonstrationem interrallorum et magnitudinis trium coimomm, ^ lis,
Lunae, et T errae. Diarnetrorum enim Solis et Lunae difierentiam va
liabilem digitosque in L una deficientes nemo exactius numerabit, nisi
qui tuo instructus oculari diligentiam in obserrando adbibtteiit.
Stet igitur Galilaeus juxta Keplervm, ille Lunam obserrans cnvei^
so in coelum vultu, bic Solem aversus in tabellam ( ne ocolum urat
specilluin), suo uterque artificio: et ex bac societate prodeat ota
nitidissima interyallorum doctrina.
Quin etiam (praeter Lunam) Mercnrum ipsom in disco Solis hoc
meo artificio vidi: vide libellum bac de re editam.
Nec minas etiam, si Cometa quispiam afiulserit, parallaxes ejiM
(ut et L unae) ad stellulas illas minutissimas et crel^rrimas, solo tuo
instrumento conspicuas, coUatae observari rectissime potemnt; ex qui-
bus de altitudine corporum illorum certius, quam bactenus unquam,
licebit argufnentari.
Atque baec tecum Galilaee, ad primum libelli tui caput, oonferre Ubuit.
Transis secundo ad pbaenomena L unaria praestantissima, qua men-
tione refricas mibi memoriam eorum quae in astronomiae parte optica
cap. VI de luce Syderum, numero 9 super maculis Lunae, ex Plutar
co, Maestlino, meisque experimentis, adduxi.
Ac initio perquam jucundum est, et meipsum in ejuedem Lunae.
maculis, non ut tu converso,'sed averso vultu observandis, esse ver-
satuni. Schema bujus rei babes fol *4? libri: ex quo illud patet,
mibi quoque limbum Lunae apparuisse lucidiseimum nndiquej solum
corpus intarios maculis fuisse distinctum.
\ o6
E x ubt animum certare tecom in peiridendis illis minulis ma
calia a te prmum in parte lucidiore animadversis. Id autem hoc pa-
cto me spero perfectnrum mea obeerrand ratione, vultu a L una
averso; si Lunae lumen pe^ foramen in tabellam pertica ciroumlatam
intromisero, sic tamen, ut foramen obvallet lens crystallina, sphaerico
mjuumi circuii ^ b b o , et tabella ad locum collectionis radiorum ac*
cemodetur. Sic in pertica pedes longa, Lunae corpus perfectissime
depingetur quantitate monetae argentaee majore. Artificium demon-
stravi prop, 348 fol. 196 et a i i L ibri mei ; simplicins tamen ftdt pro-
positttiB a Porta primo titulo cap. Vi de lente, cum egO de integro
globo demonstraferim.
Perganute6 alilaee, taa exoutere phaenomena; nam c u n aetate Lunae
a.ugpicaris observata tua, primumqne os te nt a , quid corniculatae de-
sit ad ovalis lineae perfectionem. Ovalem esse epeciem circuii illu-
minatoris demonstravi numero 8 fol. 2 4 4 L ibri mei: terse igitur et
piane mathematice loqueris.
In consideratione macularum a te primrnn animadyersarum in parte '
L unae lucida, omnino optice demonetras ex illuminationis ratione,
illas esse cavitates aliquas sen depressas lacunae in lunari corpore;
Sed exctae disputationem, quidnam sint illae tam crebrae Lunae ma-
culae partis antiquitus lucidae putatae. T u eas cum Tallibus compa^
ras noetrae Telluris, et fateor esse nonnullas bujusmodi vallee prae-
eertim in Styria provincia, specie quasi rotundas, faucibus angustie^
simis fluvium Muram recipientes snpra, emittentes infra, ut sunt
campi dicti Graecensis, Libnicensis, et ad Dravum Marpurgensis,
aliique per alias regiones, quos eampos altissima consnrgnatr
montium juga,. speoiem aheni exprmentia: qnippe non minima pars
latitudinis camporum est altitudo circunneotanim crepidinum. Equi-
dem f a t ^ et talee in Luna vallee esse posse, sinnosis montium re
cessibus propter fluvios escavatas. At quia addis tam crebra esse
has maculae, ut assimilent lucidam partem oorporis lunarie caudae
pavonie in varia epecula, velut oculoe, distinctae: subit igitur ani-
mum, num in Luna hae maculae quid aliud notent. Apud noe enim
in T ellure eunt sinuosae nonnullae vallee, at sunt etiam in longum
protensae secundnm fluviorum decursus, profunditatis non contemnen-
aae, cujusmodi veluti perpetua vallis est Austria fere tota propter
Danubium, inter Moraviae et Stiriae montee dejnressa, et quasi re>
condita. Cur igitur nullas tales longas in Luna maoulas prodisP cur
plerasque crculo oircumductas? Anne licet conjectoiis indulgete,
Lunam veluti pumicem quendam esse, creberrimis et maximie pori
undique debiscentem P Patierie enim aequo animo, ut bic per oca
tionem aliqmd indulgeam speculationibus meis, Contmentar o de Mar t
cap. xxxiv fol. 167 propositis: ubi* ex eo quod Lana a T ellure duplo
celerius incitatur, quam partes ipsae Telluris extimae in ciroulo
^equatore; collegi, lunare corpus eeie rarum admodnm, quodqu
107
exgua matenae pancae eontinnaicui praeditom, raptui Tolhuif nn
multum resistat.
Venmtamen haeo ( de abeolatit cavitatibas non per monte formats)
tanti non suntj ut juxta tnas teqttentes narrationes stare omnino
neqneant, pertnaciter defendenda ptttem. Nam clarMimie experment
lege piane optca Teddidisd oonfirmatiseimum, in lanari corpore tnul-
t08 per lucidam pi^em, praeaertim inferioe, coneivgere a]picM instar
altigeimorum nKmtittm nostpie Telluris, qui primi orentie in Luna
Solie luce frunntur, eaqne tiBi pertpicillo tuo utenti detenntur.
Quid jam dicam^ de tua super antiquis maculis Luna dispotatoiie
exactiseima? Cosa fol. aSi Libri mei sententiam I^utarchi adduxis
sem, Lunae Macula illa antiqnae pr lacnbue seu maribm habentis,
lucidas partee pr continentibna: non dubitavi me ^ponere, et con
traria ratione in maculis continente, in lucida pnritate bumoris vim
ponere: in re mibi Wackheriu* valde applaudere est soli tua. Adeo-
qne bis oisputationibne superiori aestate indulsimus ( credo quod na
tura per noe eadem moliebstnr, qiiae ]>er Galikemn obtinnit paulo post)
ut in ipsius Waekberi gratiam, eliam astronomiam noYam, quat
pr iis qui in Luna babitant, planeque Geograpbiam quandam luna-
rem conderem, cujus inter fondamenta et boo erat, maculas esse con
tinentes, lucidas partee maria. Quid me movert, ut bic Plutarco
contradicerem, 'ridere est fol. nSi Libri mei , experimentum soilcet
ibi allecatum qu<^ coepi in monte Stiriae Scbeckel, ex quo miU sub-
jectus nuvius videbatur lucidas, terrae tenebrosiores. At infirmitatem
^pplicationis folio verso margo ipse in^cat. Silicet non luce comma
mcata ex Sole, ut terrae, lucebat flurius, sed luce re^rcussa ex aere
illuminato. Propterea et causas experimenti tentavi nfeliciter. Nam
contra doctrinam Aristotelis libro de coloribus, boo affirmavi: aquai
min^ de tro participare, quam terras. Qui enim hoc vehim esse
possit, cum terrae a ^ e tinctae nigriores evadant? Et quid multis?
da Lunam ex alba gleba constare, ut Cretam insttlam (quomodo Lu-
cianus Lunam <tixit casei similem terram esse), concedendum erit,
clarius resplendescere illam ex illuminatione SoUs, quam maria, quan*
tumvie iion atramente imbuta.
Itaque nibil me Liber meus impedit, quo minus- te audiam contra
me pr Plutarco matbematicis argumentis dsserente, illatione argu-
tiseima et invicta. Lucidae qmppe partes multis ecritatibas debiscnnt,
lucidae partes tortuosa linea iliuminantur, lucice partes eminentias
babent magnas, quibus vicinas partes praeyertint in illuminatione:
aedem et contra Solem snnt lucidae, parte a Sole aversa tenebrosae;
qiue omnia in aicco et solido et eminenti locum babent, in liqmdo
minime. Contra tenebrosae partes, notae antiquitus, sunt aeqi^iles)
tenebrosae partes tarde iliuminantur, quod earum i^rmit humUitatem,
cum circumstantes eminentes jam longe lateque colluceant et a te-
nebresis iUominatis nigrore^ quodam velut umbra ^tinguantur; linea
io8
iUamittationis in parte tenebroe reota Qst in quadris; Ia yicissim
i n hamorem competimt ima petentem e t pondero suo fiuom ad ae
.
His incjaam argumentb piane eatie&ciati: do macnlae esse maria
do Incidas parte esse terram.
Neqoe haec tua expermenta perspicacissima, vel meo ipsius testi
monio carent. Nam fol. optices meae habes Lunae biseetae li-
neam tortnoeam, ex quo elicni eminentias et dejvessiones in Lunae
corpore. Fol. aSo exhibeo Lnnam in edipei, figura laniatae carnis aut
asseris confiracti, striis Incidis sese in partem umbrosam insinuantibus:
qua observatione idem tecum sed alio argumenti genere evinco, Lu-
nae partes inaequales esse, bas eminentes, illaa profindas; non jam
ex umbrae projectione^ sed ex eo qood debiltatum Solis radium in
confinio eclipsis aliae Lunae partes lortiue, aliae debilius excipiunt
et revibrant. At haec confuse tantum et superficiarie a me annotata
sunt, nulla distinctone maculosa'rum partium a lucidis. Tua vero
diligentia, quam ordinatim omnia perse^iturP Qui etiam macula
ipsas yeteres albicantibus areolis aequabiubus, cen maria planis . in-
sulis, interstinctas exbibes.
N e ^ e satie mirari possum quid sbi velit ingens illa circuloque
rotundata cavitas in sinistro, ut ego loqui soleo, oris anguloi aaturae
ne opus sit, an manus artificis. Nam profecto conaentaneum est, s
ennt in Luna viventes creaturae (qua in materia mibi post Pytbago-
ram et Plntarcbum jam ohm anno 1593 Tubingae scripta disputatione,
nnde in opticis meis fol. a$o et nupernme in supracta Geographia
Lunari ludere placuit), illas ingenium sua^ provinciae imitari, quae
multo majores habet montes et vaUes quam nostra tellus ; ideoque
mole corporum maxima praeditas, immania etiam opera patrare: oum-
que diem babeant quindecim nostros dies lo n g ^ , aestusque sentiant
intolerabilesj et fortasse careant lapidibus ad munitiones contra Solem
erigendas, at contra glebam forsan babeant in modum argillae tena-
cem; banc igitur illis aedificandi rtionem usitatam esse; ut campo
ingentes deprimant, terra circulo egesta et circumfusa, forte et hu-
moris in profundo eliciendi causa;, ut ita in-proiindo, post tumulos
egestos in umbra lateant, intusque ad motum Solis et ipsi circum-
ambulent umbram consectantes; atque baec sit illis veluti qUaedam
speoies urbis snbterraneae; domus, speluncae creberrimae, in crepidinem
iflam circularem incisae; ager et pascua in medio, ut Solem fugien-
tes praediis tamen non cogantur recedere,
Sed sequamur porro etiam filum tuae scriptionis. Qaaeris cur non
inaequaUs etiam appareat extremus Lunae circulus ? Nescio quam id
diligenter fueiis contemplatus, anne potius bic ex opinione vul^ quae*
ras? Nam libro meo fol. et fol. aSo in pleniluniis aliquid sane in
bac extima circuii perfectione desiderare me professus sum. Perpende
et qnid tiH yideatur iterato enuncia; tuis enim ocularibus fidam.
*9
t i o
Ad quaestionem tu quidem, ut de re certa rspondes getnino modo.
Primus mei8 experimentie non repugnat. Nam si irequentia et con-
stipatio verticum aliorum post alice in extremo aspectabilis hemie-
phaerii limbo, epeciem exhibet perfecti circuii, fieri non potest, nisi
vertices ad tornum aeqnati et abrasi sint, ut non minutnlae non-
nullae limulae aut tuberculi compareant, quod mei obsenratis eeset
consentaneum.
In altero modo Lunae circumfundie sphaeram aeriam, quae in de-
vexa globi reducta, profunditatem aliquam radiis solaribus et terre-
stribue, adeoque et nostris oculis objiciat; unde ille limbi merus et
emacnlatus splendor, tota interiori facie, qua non ita profunde nostris
obtutibus obstat bic aer, crebris maculis ecatente.
. Potuit te hujuB aerie lunarie admonere Liber meus fbl. aSa et 3oa,
quae libri mei loca tuie bic experimentis egregie confirmas.' Sane non
video, qui Selenitae illi in plenilunio quod nos videmus (caeterique
inTeibils bemispheri^ in novilunio), quibus temporibus ipsis est me-
ridies, immanes Solis aestus tolerare posnt, si non aer turbidus So-
lem illis, ut fit apud Peruanos, crebro tegat, aestumque bumore tem-
peret; qui aer in plenilunio et maculas magis occultai, et splendorem
ex Sole ingentem combibit atque ad nos revibrat.
Quid tu de aere dicis circa L unam, cum Maestlinus libello Tubin-
gae edito anno 1606 etiam pluvias in ea conspexerit ? Sic enim ille
Th. i 5a.
In eclipsi Lunari vespere Dominicae Palmarum anni i 6o5, in
corpore Lunae versus Boream, nericane quaedam macula conspe-
et fuit, obscuribr caetero tot corpore, quod candentis ferri figu-
ram representabat. Dixisses nubila in multam regionem extensa,
pluviis et tempestuosis imbribue gravida; cujusmodi ab exoelsorom
montium jugis in bumiliora convalliuih loca videre non raro con-
tingit . Haec ille.
Ne vero putes antiquaruiti macularuih unam fuisse, monstravit ipse
mibi Maestlis anno superiori diagramma. Macula erat et situ et
magnitudine differens: quippe quae quartam circiter aut quintam par-
tem planiciei Lunarie occupabat; et praeterea adeo atra, ut etiam in
obtenebrata L una eluceret.
T radlt eo libello T h. 88 Lunae affinitatem cum terra, in densitat,
umbra, caligine, luce a Sole mutuatitia: quae globum utrumque cir-
cumambulet, quae aequales et terricolis Lunae phases exhibet, et luni-
colie T errae; ut utrumque corpus ab altero aequaliter illuminetur, quo
loco magnam ]partem complectitur meae astronomiae Lunarie. Alterum
gradum cognationis horum corporum Th. ga collocat in asperitate
superficierum: qnodque notatu dignum est, ex tribus locis Averroie
citat dictum Aristotelis ex libro de animalibus, quod Luna terre-
nae naturae admodum sit affinis .
In s^cie de aere circa unare corpus circumfaso T h. r45 ex profess
I l i
ait, cja ita snt verta Th. 149 tns Calilaee yerbs adeo Bmilia,
ut ex tao libello dsumpta videantur: Si L nnae corpus, inquit,
cunque phasQ, probe intuearis, extremam oram , multo limpidiori
,j purorique luce claram, nec ullis maculis conspersam videbie: cum
tamen ab interiori corpore plurimae nigricantes notae passim emioent.
Quis ilio dicet, uniformie illius lucis non esse aliud quam huja
obscurioris turbidi et maculati splendoris subjectum?,, Coneludit
bine corpus limbi esse perlucidum, quasi vitreum, aerium, denique
aeris nostri circumterrestris piane simile.
Multue quidem est in eo, ut tecum Galilaee, bunc aerem ex eo
etiam signo probet, quod pars lumine Solis perfusa amplioris cir-
,, cumferntiae apparet, quam reliquum orbis tenebrosi quod Mae-
stlinus multis probat experimentis, non nocturnis tantum, quorum
causa in visqm r^ici possetj sed et diunus, quando stella Veneris,
se jwst Lunae bifidae partem umbroeam recipit. Verum pace vestra
mibi liceat, ego etsi aerem Lunae concedo, tamen super hoc experi-
mento maneo in sententia: Lumen bine Lunae inde stellae. de die
etiam^ sese in oculo ampliare, locumque partis tenebrosae carpere, ut
ei minuta, lucida magna putetur. Vide optica mea foL a 17.
Sequitur in tuo libello fol. i 3 ingeniosa et legitima demnstratiq
ejus quod a me quoque fol. aSc passim dictum est, demonstratum
vero minime; montes lunares multo majores esse terrenis, idque i^on
tantum in proportione suorum globorum, quod ego dixeram: sed in
comparatione simplici. Seilioet desiderabatur, ad boc demonstrandum,
tuum perspiciUum, tua in observando diligentia.
Nec minus ingeoiose te fol. 14 comparas ad observationes disci Lu-
aaris, cum ei prmum enascuntur cornua, docesqne comua objectu
tecti tegere; ut reliquus discus emineat. Est bic mibi modus obser^
vandi usitatissimus.
Quod vero demonstrationem attinet, quae ostendit hoc lumen ex
nostra Tellure eiFuodi, ea jam a vipnti annis eoque ampline fuit pe^
nes Meastlinum, ex cujus doctrina ilUm transtuli in meam Astronomiao
partem opticam cap. vi num. 10 fol. a5a pienissimo tractatu: ubi
easdem etiam opinienes {quod lumen boc sit Sole, vel a Venere)
tecum eodem modo refuto, nisi quod hanc ultimam merito suo, paulo
quam -tu, moUius excipio.
Putas fol. i 5 ruborem illum L unae ahenenm, quem circa extremi
tatee umbrae terrenae . L una eclipsata retinet, reliquo corpore iuea
et evanida, esse ex illuminatione vicinae substantiae aetberiae. dju-
vas meam de eodem rubore disputationem fol. 271 optioorum, ubi
eam ex refractis in nostro aere SoUs radiis deduco: et accomodas ea
quae fol. 3oi adduxi, ad rationem dicendam, our in totali Solis edi
pei non semper nox fiat mera; quae in libro de stella nova fol. 117
Tepetii. Dubito Galilaee, an podsit haec a te dieta causa buie suf-
ficer^i rubori: haec enim, uti vi? aurora, lunare corpus circumstat
multo aequabilitie, mam ut rabor iste sic inaeqaabilitr in Lu^m
derTetur, ut ostendunt noea foL aliata experimenta, quae ubi u
tuo systemate mundi in considerationem adduxera, pero te hac in
parte tanto feliciue de rerum oansis dieputaturum.^
Ad pallorem tamen Lnnae in mediam umbnun immenae efficien
dum, ubi cessant fadii Slie rfracti facile patior, ut juxta tid^ra
Solem circometantia, qbus ego fol. *77 pallorie oausam trana<ipai^
haec tua aurora, ut potor causa adducatur.
Absolri altemm libelli tni caput de Luna: transeo ad t#rtimn de
Sideribo caeteris.
Prima tua obserratio est magnitudini* sidemm, quorum orposcnla
perepicillo inspeeta, in proportone ad Lunae diametrum aia minai. Ad
ducis et alia similia quilms tellae minuuntur; verissima et .mihi lengo
U8U comperta, orepusculwn, diem, nubem, relum, vitrum coloratom.
Hic tuas excutio locutiones, aagnlum visorium non a {mnMrio
,, Btellae corpusculoy a late cirenmfuso splendore terminar; item,
perepicillo adsoititios aocidentalesque fulgores stellis adimi,.
Quaerere lubet ex te Galilaee, num acqniescas in causis me al
latis hujus rei, ubi de modo visionis disputo fol. 217 ac praesertim
ibi. aai opt. Nam si nibil desideras, licebit tibi porro proprie loqui,
luminosa puncta conos iundere suos in crystallinum, et post eum
refractione facta eos mrsum in punctum contrabere: quia vero id
punctum non attin^t retinam, diiautione nova superficiecnlam retinae
occupat, cum debuerit occupare punctum; itaque pernieillomm open
fieri ut alia refractione intercedente punctum illud in retiformem
competat. Non igitur aliqni descendunt radii in oculum a sfdendors
stellis extenus eircttmfueo; sed contra qui descendunt ab ipso lucido
corpore radii, ii vitio refractionum, et per noctem amplifioatione fo-
ramims uveae, difiunduntur in splendorem in retiformi circa punctum,
quod stellam debuit representare, circumjectum. Neque perspicillum in
terra adimit aliquid stellis in coelo, sed adimit aliquid lucis retifor
mi mantum ejns redundat.
Altera jacundiseima tua obseryati est figurae fixamm radioiae, dif
ferentis a planetarum figuris circularibus. Quid aliud inde Galilaee cql-
ligemus, quam fxas lumina sua ab intus emittere; planetae opaco*
extrinsecus pingi: boc est, ut Bruni verbis utar, illas esse Soles, hoe
Lunas seu Tellures.
Ne tamen is nos in suam pertrabat sententiam de mundis infini-
tie, totidem nempe quot sunt fixae, omnibus hujus nostri einUbue y
subsi^o nobis venit tertia tua obserratio innumerabilis fixamm mul-
titudinis supra eam quae antiquitus est cognita; qui non dubitaa pro
nunciare vider stellamm supra decem millia. enim piaree e t
confertiores, tanto verior est mea rgumentatio contra innnitatem
mundi, libro de stella nova cap. xxi tol. 104 proposita, qaM prebat
'
liqnc in venamur homines, nostro cum Sole et Pla^eti^, e99
praecipuum mundi einum, neque fieri posse, ut ex ulla fixarum ta)9
1
>ateat in mundum prospectue^ qualis ex nostra T llure vel etiam So*
e patet. L ocum brevitatis causa sup6redeo describere; prpderit a4
fidem, totum perle^,
Accedat auctnarii loco et haec Argumentatio. Mihi, qui debili suny
visu, eiduB aliquod majusculum, ut canis, parum cedere videtur ma
gnitudine' diametro Lunae, si r^dios ^gidps accenseam; at <|ai sunt
visu correctissimo, qui^e instrumentis iftuntur astronomicis, quibuy
non imponunt hi cinoiuni ut oculo nudo, ii quantit^tes diametris
etellarum suas describunt per minuta et minutorum partes. Quod si
ex mille solum fixis nulla major eeeet uno minuto, ( sunt autem ple-
raeque ex numeratis majores ) eae cpactae omnes in imam rotundam
Buperiiciem aequarent, (adeorae et 9Upera|nt) diametrum Solis, Quan
to-magie stellarum decies millium 'disculi in unnin conflati superunt
magnitudine aspectabili, epeciem disci'ftoli^? Si hoc ferum, et si sunt
illi Soles ex eodem genere cum. hoc nostro Sole, cur non etiam illi
Soles universi superant splendore hunc nostrum Solem ? Cur adeo ob-
Bourum universi lumen fundunt .in patentissima Ipca, ut Sol per fo-
ramen puncto aciculae minimo apertum irradians in cameram co^clu-
eam, )am statim ipsam iixarim claritatem quanta esset tota camera
ablat, infinito pene intervallo superetP Dices mihi, nimium illas a
nobis Ostare? Nihil hoc juvat hanc causam. Quanto enim distante
magie, tanto ^am Sol madori diametro sunt vel singnlae. At inter-
fusus aether iortasse pbscurat illas? fiequaquam: cernimus enim ilias^
eie cum scintillationibus, suo cum discrinune figurarum et colornm;
^ o d non esset,' si dciisitas aetheris alieni obstaculo es^etf
Satis igitur bine clamm est, corpus hujus nostri Solis inaestimabiU
lAeqsnra esse lucidine, quam universas fixas, ac proinde hunc nostrani
mundum non efse e .promscuo ^ege infinitorom aliomm <^ua de re
infra plura s c r i b a ,
Habee innumerabilitati? ^tellarnm pculatos tester plurimos. lUbi)
nos ajunt numerare supra duodecim millia; novi reUgiosum, ^ i no-i
cte quadam illuni plures qwdraginta numeravit in clypeo Orionis,
Maestlinns majuecnias in Plejadibus ordinrie numerat, nisi fallor,
qaatnprdecm non infra tna^tudinum terminps,
De Galaxia nubecuKs nebulpsis cpnvolutipn|bas beasti Astrono^
mos et Phisicos detect earum essenti, et confinnatis iis, qui piidem
hoc idem tecum assevend)ant, nihil esse msi cpngeriem stellaruin
eonl(isie Inminibus pb oculorum hebetudinem,
Itaque desinent porro cpmetas et nova sidera oum Brahe effor*
mare ex via lactea, ne TOrfectprom et perennium mun^ corporun)
interitcun absarde inttoaucant.
P. I.
Tandem ad planetae tecum traneeo; rem pmcipuae admira-
tionis in libello tuo; paucula teciim super eo negooio, praeter ea quae
initii) dieta, collecturuB.
Primtim exulto, me tuia laboribus nonnhil recrear. Si circa onam
fxarum diecureitantes invenisses planeUe, jam erant mihi apud Brani
innumerabilitatee parata vincula et caroer, imo potius exilium in itlo
infinito. Itaque magno in praesens me liberasti nieto, quem ad pri
inam libri tui famam ex opf^nentis mei triumpbo ooncepenun; <mod
quatuor istos planetas non circa unam Qxarum,'sed circa eidos Jovit
aie discurrere.
Ingens sane Wackherinm pblosophiae illius borridae de novo coepe
rat admiratio, quae, quod nuperrime Galilaeus oculis suis perspexiseet,
tot annig antea non tantum opinationibus introduxerat, 'sd piane
argumentationibus stabiliverat. Nec immerito sane magni funt, qui
in consiniilibus philosopbiae partibus, seneum ratione prevertant. Quii
enim non majons faciat nobilitatem doctnnae astronomicae, quae cum
pedem extra Craeciam numquam extulisset, tamen zonae fngid&e
proprietatee prodidit: q o ^ vel Gaesaris experimentationem, qui cle-
psydris ad littus Britannictun noctes deprenendit, Romani* noctibus
paulo breviores; Tel Belgarum in septentrione byemationem, stuporis
^uidem plenam, sed quae citra cognitionem doctiinae illius fusset
impoesibilis ? Quis non celebrat Platonis fabulam de Atbitica, Plu-
tarcbi de insulis auricolpribus T rans-T bulanis, Senecae de futura ori
novi <letectione yersiculos fatidicos; postquam tale md ab rgonaata
ilio Fiorentino tandem iiit praestitum ? Ipse Columbus dubium tenet
lectorem suum; plus is ingenium admiretur novum orbem ex vento-
rum flatu conjicientis, an fortitudinem tentante ignoto* finctos, nt
meneumque Oceanum; et felicitatem optatis potiti.
Scilicet in mea .etiam materia erunt miraculo Pythagoras, Plato,
Euclides, quod rationie praestantia subvecti concluserunt, aliter fa
ctum esse non posse, quam ut Deus mundum ad exemplar quinque
regularium corpomm exomaret; licet in modo erraverint; vulgaris
con tra laus erit Copernici, qui ingenio quidem usus non vulgari, de-
scriptionem tamen mundi quasi ocularem fecit, solum x vt in lucem
efferens; cedet long veteribus Keplerus, ^ ex oculari intmtu sy*
stematis Copernicani, quasi t* ascendit ad causas easdem adque
t titii quod Plato a priori desuper tot ante saeculis prodiderat;
oetei^ditque in systemate'mundi C<memioano expressam esse rationem
quinqne corporum Platoncortim. Neo abtordum aut invidiosum hoc
est, illos bis praeferri; postulat id ipsa rei natura. Nam si major est
gloria arcbitecti bujus muncQ, .quam contemplatoris mundi, quantum
vis iugeniosi, ^ a ille rationes fabricae ex seipso deprompsit, bic
expressas in fabrica rationes vix magno labore agnoscit: certe qm
rerum causas, antequam ree patent sensibus, concipiunt in^nio, i i
arcbitecti nobilores sunt caeteris, qui post rem yisam cogitant
pausie.
114
i i S
Ita<}tie non invidebis Galiltee noetrie antecessorbus snam hic lau*
dem, qui quod nuperrime tuie oculis deprehendisse aie, sic esse opoiv
tere tibi tanto ante praedixerant. Taa nihilominas gloiia haec erit,
quod ut Coprnicue, et ex eo ego, veteribue errorem in modo demon*
Btravmug, qu putabuit espressa esse in' piando <pin^e cordoni;
snbstituto modo genuino et verssimo} sic tu hanc Brntii nstri ex
firno mutuatam doctrinam emendas, partim et dubiam reddis. Pu-
tabant illi, circumiri etiam alia corpora suis Lunis, ut Tellus nostra
sii: verum illos in genere dixisse demonstras: at putabant fixas stel
las esse <^e sic circtihiirentar; causam etiam dixit Brunus cur esset
neceese: nxas qnippe solaris et igneae esse'naturae, planetas aqueae;
et fieri le^e naturae inToUbili, ut diversa ieta combinentur, neque
Sol planetis, i ^ is aqu sui, neque vicissim baec ilio carere possit.
igitur illius rationem infirmam:es8e tua detegunt experimenta.
Primum esto ut fixa quaelibet Sl sit, nullae illas Lunae hucusque
circumsitare visae sunt. Hoc igtur in incerto manebit, quoad aliqois
ai^tilitate obserrandi imra instructus et hoc detexerit; quod quidem
hic succeasus tuus, judicio quorundam nbis minatur. Jupiter contra
planetanim est unus, quos Brunus T elluree esse dicit; et eoce quatuor
alios circa illum planetas: at hoc T ellurbus non Aadicabat Bruni
ratio, sed Solibua.
^Interim temperare non possum, quih Par&doxos illos ex tuie
tis etiam hac m parte juvem, moneamque veri non absimile, noa
tantum in L una,-sed etiam in J ove ipso incolae esse; aut (quod nn-
perrimo congressu quorundam philosopbantum jucunde motiim) de-
tgi nunc primum regiones illas; Golonos vero, primum atque quis
artem volandi docuerit, ex nostra hominum gente non deftfturos. Quis
credidisset olim tranquilliorem et tutiorem esse navigationem rastis-
simi oceani, qfuam angustissimi Sinus Adriatici, mari Balthici, freti
Anglicani? Da naves, aut vela coelesti aurae accomoda, erunt qui ne
ab illa quidem vastitate sibi metuaAt: Adeoque quasi propediem af-
fiitnris, qui hoc iter tententj ego L unarem, tu, Galilaee^ Jovialem,
condamus stronomiam.
HaCc jucunde sint interposita miraculo audaciae humanae, quae
in huius potissimum saeculi hominibus sese effert. Non sunt enim
mibi deridiculo Yeneranda sacfae bistoriae mysteria. ^
. Neque tamen etiam vile operae pretinm duxi, obiter aurem -vel
licare altieri philosophiae, cogitet an quicquam fnistra permittat gen-
tis humanae supremus et providus ille custos, et q^nam ille consifio
veluti priidens promus hoc potissimum tempore nobis isthaec operum
uprum penetralia pandat, (Juod congerro noster Thomas Segethus,
multiplici vir erucutione, movit ; aut s i , qiiod -ego respondi, Deu
conditor, universitatem hoitiinum, veluti ^endam auccrescentem et
paulatim maturescentem puerulum, successive ab aliis ad alia cog^o-
scenda ducit (uti ^dem tempus erat, cum ignoraretur planetarum
k xb diecrimen, et sero. admodnm a Pythagpra exve Parmemde ani-
inadrerBum, etmdem esse Veeperoin et L ucifenun ; nec in Mose, Jobe,
aut Peaimie alla mentio flanetarum) ; perpendat igitur, et quodamtnodo
respiciat ; qnimeque progreesdm sit in co^iton liaturae j qtiantam
restet: et quid prro xjfctaiidiim sit hmi ibe.
Sed ad faumilioi^s cogtationes redieainuB, et quod coepttun abeoiVa
mu8. Si enim quaidor pknetae Jovem circumcureitent diaparibas inter-
vallis et teinpriLtis: qtiaiitur cui bono, ei nnlli wnt in Jo t s g^lobo,
qui adtniraudln hanc varietatem notent oculis ? Nam qmd noe
in hac tei^a attitet, nescio quiboe ratiotiibne 'quia mihi persmdeat,
ut illoe HobB ptissimni'eenrire credam, qdi illoe nuncpiam nspi-
^inus; et expectandunii ut tuie Gliae otfuldHbu^ toaterBi
instructi illoe poito vulgo bserraturi eimue.
Qti loco opportune occmtendnm dco etam alii cuidam eoept-
cioni. runt enim^ qiibns vana videtuf^ astrologa nostra terrstrie,
eeii ut pbilsophice dicam, doctrma d aspctibus; cum numerum
^laiietarum aspectu* facientium ad hanc usque diem iraoraverinus.
Verum ii frstr sunt, astra emm in riod aguut iis moduHsj quibus eo->
rum mptus sese bis telti insiniiaiit. Per^spectus enim agunt; at aspe-
ctus afiectus e>: anguli in centro terrae vel oculi. Scilicet non ipsa
in tos gunt, sed aspectus eoruin fiunt objectum et stmulus facul-
iatum trrestrium ratione partcpantuiri citi' disciirsum^soloinstinctu.
Jam vero quatuor hi'^ ut ex tuie Galiiaee observatitiibue patet
et minimi sunt, et n^quam a Jove ultra 14 minuta digrediuntur,
ut tots estimi planetae orbis minor sit disco Sois vel L unae. Quare
ut dein ipeoy Hn impediente minuta quanti tate, concurrere per asp-
Ctus ad mVidas iacultates sublunares, non tamen aniplius c[tiid po-
tenintj) ^am ut t ipsi quatiior, et Jupiter centmm cuHicttidriax
eonim^ junctim aequent (nec id crebro) Solem, in diuturnitate non
nulla aspectus, ob diametri latitudiem.
Atque boc pacto manet astrologia suo loco, patetque simul qua-
ttir bos novoS non primario nobis in Tllare versantibus^ sed {ircul
diibi o Jovialibus creaturis, globuin Jovii circam bbit-nTtlpiB cona^
partos;
Id videntius patet ili, qui tecum Cailaee mecumqde topemicuni
squitur in Systemate mundano; videmus enim ih eo Lunairi, irum-
teristrm piahetam, sic comparatam, ut non pOssit videri aliis globis^
qam soli T elluri, quam cursibus suis ciririt, destinata. Ejus curti-
diametr babetur.pro vigesima pat diamtri orbis m a ^ Tel
lune circa Solem. Ego vix trigesimam existimo. Subftidit igitilt iti-
ns tribus, velj ut e^o^ minue duobus gradibus, ex Sole inspctus.
At cum S^uiTii altitudo sit decupla j Jovi quintupla circitr: e*
Saturno in'specta nostra Lttia ultra 16 vel ia minuta
poterit a Tellui discedere, Cx jov ad 56 vel Minuta, quo pacta
est eju ratio piane eadm Sattii^ t joTia incolis, quae plaaetaruni
il6
oircam-JoTaliam nobis terrestribas creaturs. Ne abludit ittagnitu
dinis ratio. Esto enim, u t parallaxia Solie sit 3 minuta^ etei multo
minorem esse putem. T erra i gitu r x Sole inspecta habebit 6 mi
n a t a , Luna sesqui. Imo Terra, multo minor, etiam L uae rlicpiet
minus, nerope non unum minutum. A t ij u e hoc ex Saturno inspectom
6 forte secunda videbitur, e x Jove l a seconda. Piane ij^tili* sic. est,
quod nobis est in T ellure nostra Luna, hoc non est globis caeteris,
e t ^ o d J o t snnt i ll ae quatuor Lnnulae, id non sunt nobis, e t v i -
cissim sing;ul8 planetarum globis eorumque incolis j sui senriunt oir*
cnlatores. E x qua consideratione de incolis Jovialibus summa proba-
H l i t a t e concludimus, qud quidem et Tychoni Brabo ex sola con-
sidei^tione Tastitatis illomm globorum aequ visum fuit.
deoque et hoc argutissime Wackherius jam menuit, etiam Jovem
circa suum volvi axem, ut nostram Tellurem, ut ad illam convolo-
tionem ^yratio illa quatuor Lunarum sequatUr, uti ad nostrae T ellu-
ris gyrationem nostrae Lunae conversio in eandem plagam sequitur;
adeoque nuilc demum se credere rationibus magneticis, quibus.ia
nupero meo phisicae. coelestis Commentario, volutione Bolis circa axem
et polos corporis', causas motuum planetariomm expedivi.
Nimirum ( ut tu Oalilaee pttlbre infere ) si Jovem cuniculo duode-
tiiia aniiotnm occupatum quatuor citculatored ante pone cingunt j
quid absurtji dixit Gopernicus, Telluri^ dum annuo motii redit, unam
Lunam eadem ratone adhaerescere ?
Quid igitur, inquies; si sunt in coelo globi eimiles nostrae Telluris;
nne igitur cum iliis in certajnen yenimus, utri mlioiem mundi pia
gam teneant ? Natn si nobilires illorum globij non sumus nos creatu-
rarum rationaiiim nobilissintae. Qiiomdo i^tof omnia propter homi*
nem? Quomodo nos domini operum DeiP
Diificil est nodum hnc expedif, eo qiiod nondttnl omnia, quae
iiic pertinent, explorata habmuSj ut temeritatis notam vix ePugituri
bimus, multa de ha quaestione disserenddi
Non retcebo tamen, quae mih philosophica videantnr argomenta
adduci posse; quibus obtineatur non tantra in' genere, ut supra, hoc
System planetariim ( in quorum uno nos honlines verSamur ) in prae
cipuo mundi sinu, circa cor. mundi, Solem nmpe, rei^ari, sed etiam
in specie nos homines in eo globo versar, qui creaturae-rationli
primaria, et ilbiUssimae (ex corporeis) piane debetur.
Priri iHrmati de intimo sinu mundi vide argumenta supra a mul-
titudine fitnim, qiiae pro' muro hunc sinum certo vallant; et a da'*
ritat iiostr Soi prae fixis. Qilibils adde hoc tertium, <^uod mihi
bisce diebus xprssit Wackberusj 'ilentioqtte consentire visus est.
Geometria una et aeterna est) in mente Dei refulgens; cujus con-
Sortium hominibus tributuni intr causas ' est cur homo sit imago
Dei. In geometria vero figurafum a gl(^0 perfectissimum est genus,
corpora quinque Euclidea. Ad horum vero nonnam et archetypum
117
distributus est hic tioeter mundus planetanns. Da igitur, infinita
esse mundos alios ; i aat diesimiles erunt hujas nostri aut ei-
railes, Similee non dixere.' Nam cui bone infiniti si unns qnis>
que in se perfectionem habet? liud enim est d creatniis gene-
rationis euccessione perennibus. Et Brunus ipse defensor infinitatis
ceneet differre oportere singulos a reliquie totidem motum geheribus.
Si motibus; ergo et interrallis, qnae pariunt motuum periodos. Si
intervallis, ergo et figurarum ordine, genere, perfectione, ex quibus
intervalla desumpta. Adeoque si mundos inricem similes statueres per
omnia, creaturas- etiam fecers similes, et totidem Galilaeos, nova ei-
dera in novis mundis observantes, quot mundos. Id antem cui bone?
Quin potine cavemu uno verbo, ne progressus fiat in infinitom, qnod
recijpiunt philosopbi; cum assentiatur progressus versus minora fini
tile, cur non et versus majora? Esto enim spbaera fixarum; hujus pars
forte ter millesima Saturai sphera, hujus item decima pars Telluris
sphera, Telluris porro tercenties millesima diametri homo, hominis
tantula pars cuniculus subcutaneue. Hic sistimus, nec progreditur natura
ad minora. -Pergamus igitur ad alterum membrum dilemmatu: sint
illi infiniti mundi dissimiles nostri; aliis igitur quam perfeotis quinque
figuris erunt exomati, ignobiliores igitur noe nostro; unde conficitur,
ut noster hic mundus sit illorum omniiun, si plures essent, praestan-
tissimus.
Dicamus jam etiam hoc, cur Tellus globo Jovio praestet: dignior-
que it dominantis creaturae sedes.
Sol quidem in centro mundi est, coir mundi est, fons lucis est,
ione calorie, origo vitae motusqne mundani est. At videtur honM> ae
quo animo ilio trono regio abetinere debere. Goelum coeli Domino
SoU juetitiae, terram autem ddit filiis hominum. Nam etsi Dea*
corpus non hdbet nec habitaculo indiget, in Sole tamen ( ut passim
per scripturam in coelp ) plus exerit virtutie, qua mundus gubema-
tur, quam in globis caeterie. Agnoscat igitur homo ipsius etiam ha-
bitacnli sui distinctione suam indigentiam, Dei abundantiam. ^ n o -
scat se non esse fontem et originem ornatus mundanr, eed a fonte
et ab origine vera dependere. Adde et hoc, qnod in opticis dixi:
contemplationie causa, ad quam homo factus, oculisque omatus et
instructue est, non potuisse* hominem in centro quiescere; sed roortere,
ut navigio hoc Telluris, annuo motu, circumspacetur, luetran cauea;
non secus atque meneores rerum inacceseamm, stationem statione per-
mutant ut triangulo meneorio justam basim ex gtationum intervallie
concilient.
Poet Solem autem, non eet nobilior globue, aptiorque homini quam
T eline. Nam is primnm numero medius est ex globie primariis (circu*
latoribus hic , et Lunae globo circumterrestri seposito, ut par est)
habet enim eupra, Martem, Jovem, Satumum, infra complexum sui
circuitus, currentes Venerem,.Mercurinm, et tornatum in medio So*
i i 8
lem, cursuum omnium in?tatrem, vere Apollinem, qua voce Brunas
crebro utitur.
Deinde cum (piinque. corpora abeant in duas clases, trium pri-
marimm, Cubi, T etraedri, Dodecaedri, duorum secundariorum Ico
saedri et Octaedri, Tellntie circitue eie inter utrtlmque ordinem-,
veliiti maceries, intrcedit, ut superius Dodecaedri centra planorum
duodecim, inferius respondentis Icosaedri an^los duodcim stringata
quo vel solo situ inter figuras, prae caeteris orbibue, jiotabilis est
orbis T lluris.
T ertio no* in Tellure Mercurium, planetarum primariomm ultimnm,
t x visu apprebendimus, propter propinquam et nimiam Solis clari-
tatem. Quanto minus in Jove vel Saturno, Mercurius conepicuue erit?
Summo itaque consilio bic globus homini videtur attributus, ut omnes
{
>lanetae contemplari posset. Adeoque quis negabit, in compensationem
atentium apud Joviales planetarum eorum, qaos noe Terricolae ,vi-
demus, attnbutos esse Jori qnatuor alios, ad numerum quatuor in-
feriorum, Martis, Tellurie^ Veneris, Mercurii Solem ambientium intra
Jovie ambitvrn ?
Habeant i^tur creaturae Joviae quo se oblectent; eipt illie etiam,
placet, quatuor sui planetae dispositi ad normam classis trium
rhomboicomm coiyorum, quorum unum (quasi rbombicam) Gubus ipse
est, secundam Cubooctaedricam , tertium Icosidodecaedricum, sex,
duodcim, triginta planorum quadrilaterorum ; babeant inquam illi
sua; noe' homines Terricolae non utique frustra (me doctore) de prae-
tantistima nostromm corporum habitatione gloriari possumus, Deo-
que conditori grates debemus.
Haec super novis dubitationibus, quas tids Galilaee e;cprimentie
extasti, philosopbice teciun dieserere mihi placuit.
Sed cum eaepius jam structuram mundi, per qunquc regularia cor
pora, ex meo mysterio cosmograpbico adduxerim, tnbus verbi obje-
ctionem initio epistolae tactam penitus eliminabo.
Cum quatuor ni planetae angustissimis meatibus Jovem ipsum cir-
cumambulent; nejno metuat, turbatum iis iii rationem meam inter>
poeitionis figuraruin Pytbagorae nter planetae. Quin potius spero bos
cwculatores Jovios, et -si quoe babent alii etiam planetae, tandem
omnem qua restat discrepantiam sublaturos. Rationem enim a Deo
etiam borum circulatonrm babitam in figurarum interpositione, cir-
cnlator Trrae^ L una scilice^ arguit, cujus cirenitm circa T erram
n e g l ^ r e non potui, cum illud negocium serio tractarem.
Atleoque etiamnum in restitutio'ne orbium et motuum Martie, Ve-
ne.ris, ex observationbus Brabei, deprebendo biare plusculum nter
etitia, ut Dodecaedri angulis a Peribelio Martis extensie, non aese-
quantur centra planorum, Lunam in Apogaeo suo et Apkelio T ellu-
lifl consttutam; ncque centra Icosaedri Aphelio Venerie accomodata
119
lao ^ .
porrigant angulos Icosaedri ueque ad Lunam in Apogeo suo et Peribelio
T elluris constitutam, quod argumento est, speresse aliquid loci inter
Perihelium Martis e f angulos Dodecaedri; sic inter centra Icosaedri
et Aphelium Venerie; et quod miraculo esse possit, paulo plue illic,
quam hic: quibm ego spacioiis spero me Lunas ciccum-Martiales et
oircum-Venerias, si quas Galilaee olim depreheneurus es, fucillme
locaturum.
Tecum Galilaee incepi, tecum finem faciam. Mirane non frustra,
cur tanto discrimine magnitudinis Medicea Sidera soas mutent facies.
Causae, quas cmminisci quis posset, tres rejicis argute t mathema-
tice. Ponis unam Physicam ut possibilem, de qua tempus docebt.
Occurrit vero mihi ista; i quatnor hi planetae disci forma plano ad
Jovem converso circumeant, ut ad excursus maximos nobis et $oIi
objiciantur ut lineae, supra et ' infra irradientur perpendiculariter,
vidanturque magni, et forte diversicolores sint, pr diversitate pla-
nitierum. Sufficiat monuisse.
Quod superest, vehementer abs te peto, Galilaee celeberrime, ut
in observando strenue pergas, quaeque osservando fiieris aseecutus,
nobis primo quoque tempore, communices; denique prolixitatem hanc
meam, dicenmque de natura libertatein boni coneuas. Vale. Pragae
19 Aprilis 1610.
A R T I C O L O I I I .
Estrntto delV opere pubblicate, dal l Hor ky e dal Sixio
contro i l Nunzio Sidereo.
JV^Ientre lo scopritore delle celesti novit era faTorito premiato da Cosimo n, men
tre il Keplero ne accoglieva con approvazione gii avvici: due presuntuosi Scrittori,
Horky e Sisio si avanzarono a combatterlo, ed il presente articolo conterr nna bre
ve idea delle loro opposizioni.
Martino Hor ky a Gio. Keplero. (K epl er , Epist. fol . Lips. 8.^
Bologna 7 Aprile 1610.
Concredam tibi furtum quod feci: Galileus Galileus MMhematicue
Pataviensis venit ad noe Bo'noniam, et perspicillum llud, per quod
quatuor fictos Planetas vidit, attulit. Ego a4et aS Aprilis die et
nocte numquam dormivi, sed instrumentum hoc Galilei millies mille
modis probavi, tam in bis inferioribus quam in superioribus. In infe-
rioribus facit mirabilia, in coelo fallit, quia aliae stellae fixae dupli*
catae videntur. Sic bservavi nocte equente cum Galilei perspicillo
. .
etllulam, quae super medam tiium in oauda Ursae majorle vUitur}
et aeque (juatuor minutMimae stellulas vicina vidi, uti Galleus in
Jove observaTit, Habeo teste excellentissinio viroa, AQ,toiiium Roffeni
in Bononienai Aoademia Mathematicnm eruditiseimam, aliosc^e pi,
rimos, (jui una mecum Praeeepe in coelo eadem nocte aS ^riUe prae*.
sente ipso Galileo observarant; sed omnes instrumentum iallere sunt
confessi. At Qalileus obmutuit, et die a6 tristis ab illustriss. Ma-
gino discessit summo mane, et pr beneficiis, comtationibus infinitis
quia fabulun vendidit repletus, ^ t i a s non et. Maginus honqr
ratnm convivium et lautum et delicatum Galileo paravit. Sic miser
Galileus Bononia cum suo perepicillo die disces^t. ^ , quamdiu
Bononiae fuerat, numquam dormivi, sed instrumentum hoc semp^
infinitis^ modis probavi.... Perspicillum illud in cera exculpsi, nemi-
ne conscio, reversusq^e domum Dei {avente ^atia, praestantns per^
picillum construam ipso Galilei perepicillq.
H o r k y , v o l e n d o pr ova r e c h e il c a n o o c c h i a f e inganqa, riiri|icto l OBsenri^EQne delle
minori t el l e, c h e tnedeuino ai veggoao in Tcinanza dello maggiori, e che aen-
ca eiM rim<ingono invisibili ad occhio nndo. Ma questa oseervasioae lungi dall' es
tere una illusione ottica, A qna verit, ed qna delle tooperte del GaUleo sul cielo.
Martino Horky a. Gio. Keplero. (Kepleri Epist fai. Idps. 1718.^
Bologna Maggio i8to.
Sorpii durissime contra Nuncium Syderenm, illa omnia Nunci)
buius Pater, me inscio, Bononia abstulit. Quia autem multos amico
bio babet, muto animum, et secundnm diseertationem tuam doctissi-
mm. formam aliam sequar, et quamprimum illa, quae contra Nunciun)
typis dare voluero, descripsero, primo tibi ad revidendum mittam.
Scio deceptio nude veniat, banc tu vir doctissime in dissertatione
in ultimo arj^mento p. 34 invenisti. Ej^Q contra, cum ejusdem Ga
lilei perspicillo in coelo errorem invem et probavi. Haec tibi cou-
<do, extra limen nibil. Video omnes Italos Galileo faverei video
illa quae contra scribo, Maginum ut typis prodeant impedire; lupus
lupum non mordet, neqne canis canem allatrat. At Italo iUi Patavino
quatnor uvos Pianeta# in Nuncio suo, vel cum capitis mei pericnlo,
non cedam. Illud enim perspicillum quod fabricavit, et in superiori:
bus et in inferioribus ult. Hic lunien quadruplicatum nocte mon-
etrre ^ssnin. go cum Galileo ipso, in domo nobilis viri Massimiani
Caurarae, spicam V i r ^ i s mediante bpc perspicillo dupUcatam die
s 5 Aprilis nocte sequente Bononiae coiupezi.
n So Giugno seguente Horky mand al Kepleio la sua contro il
O^lileo, come segue . ( / i i i . )
P. I. 16
I l
Mar ti ni Hor ky a liochwnc, brenssima peregrinano contra Nuncium
Sidereum nUper ad omnes Philosophos et Mathemati cos emissum a
Gali laeo Gali laeo Patr i ti o Fiorentino, Academiae Pataviensis Mathe-
matico puhlico.
Ohseqmum amicos, mritas odium parit.
[ Excusum Jdutnat 1610. ( L approvazione per la tampa del 18 Giugno (610.)
Excellentiseimie, humaniesimsque doctoribus philosophiae ac Me-
dcinae in celeberrima Academia Bononiensi S. P. D. = Germaniam
incolui. Gallorum urbes vidi> Italiam philosopfaiae ac medicinae amo
re exul adii: terrstri peregrinationi sat factum. Coelestem circa Jovie
stellam caeterarum nobilissimam Nunoiue Sidereue magna miraque
epectacula omnibus mortalibus pandene me aggredi jussit; etc.
Christophorus Horky L ochovicenus peregrinatori propempticon fra*
temitatis ergo cecinit.
Ito cito, et quam fere, placide impertire salutem;
Mellea verba -feras, ferrea verba feras.
I tamen et parvi facias baec garrula flagra,
Palladi si placeas, quid tibi plura petas? etc.
Nel preambolo dice, che Keplero rivendicato a Porta il Cannoccliiale , a se le
macchie della Luna, agli antichi le stelle della via lattea: restano dunque a Galileo
i soli quattro nuovi Pianeti, e Horky i propone di levarglieli.....
"Ego, fremat Orbi et Orcus, quatuor problemata brevissima contra
Nuncium Sydereum propono dijudicauda omnibus mortalibus. i. utnim
x{uatuor novi planetae circa Jovem sint. a. quid sint. 3. qaales sint.
Ultimum CUT ipt,
Primum Problema.
..... Te Galihtee Deus ipse cum tuo perspicillo mibi dedit.... omnia
illa arcana coelestia te ipso monstrante dioici. Quaerit ne Nuncius
quid didici? eloquar an sileamP Veritati suus locus tribuatur necee-
se est: didici novos quatuor planetas'circa Jovem non esse... Quod. i n
coelo non eint cum ipsius autboris proprio perspicillo vidi, probavi
expertus Bum.... Audiat Galilaeus juvenem doctissimum Franciaonna
Sitium, audiat ^mice omnes alios viro doctos.....
Nessuno veduto i nuovi Pianeti. Ticone, che veduto tante minute stelle,
non dovea essere senza cannocchiale, non gli veduti.... Se tali pianeti vi /bsaero
cadrebbono tutte le teorie astrologiche....Se v* chi sappia quadrare il circolo
far la pietra filosofale, duplicare il cubo, anche il Nuncio Sidereo potrA difendere
j suoi nuovi pianeti intorno a Giove.
Alterum Problema.
..... Quomodo tota ballucinatio in hoc toto tuo novo invento, Ga-
lilaee, veniat, inveni, Illam scio ver et cert; quemadmodum scio
l a l
Deum eese trinum et unum, in coelo, animam meam esser in meo
corpore, ita etiam scio quod tota illa deceptio veniat per reflexionem.
Eatenus enim quatenus reot perspicillum ad corpus Jovis dirigisi
projectio illa radiorum, quae venit a Jore concentrata peipendictlla-
riter et per lineam parallelam apparens, supra et infra irradiatur, et
sic necessario necessitate fattjus perspicilli omnes hatce ({uatuor ma-
culas minutissimas conspiciendas exmbet. Sed cum Jupiter radios auos
perfect non potest egerere, tunc nil novi, Galilaee, nobis adfert; o-
litariam tum demum yitam agit. Sin -radiorum projectio confortari
incipit , incipiunt et ipsi crescere: unde aut duo^ aut tres, aut
oranes quatuor apparent. Sed cum prspicillum lent a corpore Jovis
amovens, centrum hoc, ubi novos planetas videbam, quaesivi, tum
etatim mihi surrexit Jupiter, et non erat hic novus pianeta: Unicus
eniih Jupiter reetabat, reliqui autem quatuor famuli Joviales ultra
polos avolanint. Hanc meam opinionem et veram contra novos hoe
planetas ocularem demonstrationem, quam per quatuor annos lunares
didici et cum proprio Galilaei perepicillo vidi, confirmat diseertato
cum Nuncio Sidereo Joannis Kepleri Sacrae Gesareae Majestatis Ma-
th ematici praestantissimi pag, 34 ubi sic ait: Occurrit ver mi hi ista;
si quatuor hi planetae disci for ma plano ad J ovem converso circum-
eant ut ad excursus maximos nobis et Soli objiciantur, supra et infra,
irradientur, videanturque Tnagm^et fr te diversicolores sint pr diversita-
te planitierum. Hic Galilaeus obiectionem et ipsum .Jovem intueatur,
examinet ad unguem Lunam videbit in fine quod cantio t hujue
toni, pr ut D. Keplerus dixit.
Fit eodem modo in Sole cum pareli! apparent: sic simili ter acciilit
in Luna cum Paraselenae conspiciuntur. Unde-historici nobis Uteri
proditum rejiquere saepe visos fuisse sex aut plures interdum Soles;
quatuor aut mures apparuisse Lunas. Cum tamen certum s it, quod
unicus sit eolummodo Sol, unica Luna, unicus tantum Jupiter, qui
per concursum radiorum visus sensum fallit. Sed Nuncius Sidereus
mcat contra: Si istae maculae essent ex concursione radiorum a Jove
projectorum, idem faceret perspicillum in aliis: at consequens est. fal-
sum: ergo et antecedens. Hic discat Nuncius Sidereus, et anteceden
et consequens esse verissimum. Quia scio hoc quomodo fallat, et pos-
sum hoc lAonstrare, quod in suo hoc perspicilli crystallo superiori una
candela accensa possit similiter multiplex conspici, quemadmodum
nperius videntur novi circa Jovem planetae. F acit haec magna ini-
raque spectacula tuum perspicillum in bis inferioribus ? Quid circa
coelestia sydra efficit? Anne herbam mihi.porriges si steUas dupli-
catas tibi ostendam? Vidimiis eadem nocte in domo illustrissimi do
mini Maximiliani Caurarae, in praesentia multorum noblissimorum. rum
tuo proprio perspicillo, spicam Virginis duplicatam : duplicatio hujue
Btellae tibi Galilaee D. Doctore Antonio Roffeni est primo nionstrata:
Tu viceversa te videre duplicatam negabas, quia errata confiteri est
ree Adamante duror. itane dapicatioiiem T d i et era. Sed non Plato
hio quiesct et Tnanum de perspicillo amovendam jnbet; aitine coelom
quam tu Galilae, volasti, ascendi. Observavi illa nocte inter caetera
etellulam qnae super mediam trinm i cauda Drsde majoris- visitur,
( Equitatorem eeu urinm dicnnt amoolae ) qaasi qui super medio
equo semper sedeat ^ Videbatur mini iWa haec stellula illa nocto
similes stellulas erraticas vicinas repraesentare quales fecit Jupiter.
Hic (si placet) Mathematici habebunt novos nrsales planetas. Cui
illos Tolnmus vendere? Ego illos omneSj cum auriga et equitatore,
Calilaeo in novum annum instantem dono, quia milii ansam illos
quaerendi cum suo perspicillo praebuit. Sed spero brevi venturam
aquilam (si artem volndi didicerit) quae Tbeolo^cis, PhiloMphiciSf
Mathematicis, Opticisque ratinibus et demonstrationibus meam banc
ooularem demonetrationem confirmabit^ et si iosa noi! veniet> faciet
d pulcbrrime mene Secretarius de madonna Luna; Capitaneus Viae
Lactaee; Dapifer Orionis; Oculatus testis quatnor novorum planetarum.
Ubi o i ^ a quae bic a me sunt dieta et per quatqor annos lanaree
in eol obsrvata i^tionibns certissimis (andita prius Nnncii contra
peregrinationem meam responsione) omnium bominnm censurae mu
nita subjiciam,- exemplis et testimoniis vivis Calilaeo ostendam. Pe-
regrinatus enim sum cum boc Nuncio Sidereo non tantum per Bo
noniam, sed etiam foris pemoctavimus, Galilaee, Ferrariae, ubi Mer
curio eramus amiciores miam Minervae. Ubique male audiebat Nonclne
Sidereus. Rect ergo Nnneium nominasti, quia Nnnou plenunque,
fabulas vendunt. Et sio conveniunt rebus nomina saepe soie... etct
Tutto n rimanente dcjlo etesso calibro. Nel terso problema dice che i nnon
Pianeti tono come una mosca minutiteima contro un groiM elefante; e e ride, che
il Galileo voglia miiurarne le distanze da Giove in gr<id e minutf. E finalmente
in risposta al quarto problema conchinde che i quattro finti Pianeti ninn uso aver
possono nelle matematiche discipline^ ma servono al Galileo ad auri f a n m , ed e
s per U discassione.
Di amoi Astronofnic, Opti ca, Physica^ qUa Syderei T^untii rumor
de quatnor Planet s a Gali ldeo GalUaeo Mathematico celeberrimo re-
cens perspicilU cujusdam ope conspectis vanus redditur. iiCtore ran^
cisco Sitio Fiorentino. ^4* Venet. 1611; di p. 76.y
IMica il libro a D. Giovanni de*Medici ( nemico del Galileo ) li 7 d* Agosto 1610.
Nella prefazione parla dell arrivo del Galileo a Finente per mostrarvi i nuovi fe
cielo, che l Autote pur vide, e della dissertuione del Keplero oscita
eoi Nnnso Sidereo^ indi prosiegne.
De bis novis paradoxis cum Martloii Horky a Locbovic doctisaimi
et exoellentisfimi Mathematici lAa^pni draestioo por Utert agre
iiS
Cepi, et dabitations circa iaiio pinioneitl exeurgentem aiiiiov
conferre et Beiltentias nostras circa hanc opimonem mutuo aperire.
Hinc ille peregrinationem contra Sydereum Nuntium scripturae ety-
lum haud reserans commemoravit, ego uti illi par referrem hanc
tneam Stavout* manifestaTi; ille ut in lucem ad communem literatorum
ntilitatem emitterem, negane se euam peregrinationem in lucem ernie
euram, quia Maginus inhibuerat, adhortabatur. Ego vero multas et
praecipuae causae etiam meam lucem spectare cohibeqtes af-
lerens typie me illam conceseurum negavi..Cium de bac re literia inter
noe ageretur, ille caueae inanes reddere insudabat^ suadendo ut libel-
lum bone typie committere vellem^ ego ilUe exploeie majoree diMcuU
tatee excitabam, ut-ex.bie ibrum praelo consignare me non posse
pateret: attamen quaedam ralionee noetri partus bie literi insereba-
irtue. Martinus, ut reor, epe depoeita Matinam proficiecititr, opuscu-
lum euurti' plenum (Hcteriie et calumniis me inscio eKcndit', inque suum
librum nomen meum testimonii canea, ut et plurtlm doctiseimorum
virorum refert. Aegro d ferene animo ad eum rescribo, ut meum no
men e libro abradat, quasi iuturomm praeeagus. At ille a Magino
hanc ob caueam domo sua expaleus, Bononia migrane buie negotio
remedinm aliquod non attulitj mumqne nomen ut et cateiOrum
doctissimomm virorum excusum remansit. Qui liber ctim ad Qalilaei
.manus pervenisset, isque plurimae literas iritr me et ipsum Marti-
num conscriptas fuisse reeciviwt, animo male aiTectue, me illum dict-
riie et calumniie .proscidisse, literie ad. coneanguineum ecriptis, hoc
indicio levi adductus, quod liber laudati Martini dieteriia equallebat,
quasi ego bujue rei coneciue extitieeemy meoque inetinctu, meque
anctore talia cenecripeieeet, conqueetue est. Hae literae um mihi oeten-
sae fiiseent, justo dolore percitne fii, et me falsis caueie ineimolar
et redargui aeg^re tuli; unde omnee tam meas q^ain Martini literas
exhibui, ex quibue coasanguineue meus agnovit Galilaeum, causa in-
dicta, eie ialeo me bujue crimini ineimulasse; qua de causa animum
tane ad publici juris hunc libellum^ rudem informemque partum, fa-
cieudum appuli, nt Galilaeo apertine cnjus toni.metbodique sint mea
cripta innotescret, et quibus de Causis ad ecribendum contra euum
Sideteum Nuncium permotus fuerim, et quaM a caluiAniis et dicte-
rie conscribendis, cum de rebus eeriis agitar animue meus alienua
exletat.
Esttatto del Libro di Sizio.
Par te Prinia.
I . Tutti ^li Astronomi hanno eempre rconotciuto Pianeti e non pi.
a. Oio. Pico nelI Heptaplo prova che la S. Scrittura riconosce esser v i i i Pianeti.
1 Rabbini sostengono lo stesso, e ne recane in prova il Candeliere con se(te lampa
de nell Esodo.
3. Il nnmer o perfetto) oi ide i p^t o umano i n eatte mesi ri esca compl eto, t
U' eetti ai ana 4 sette gi orni .
4. Le qualit fiaich de Corpi eon 4 =Fredda d Satarne, Seaoa da Marte, Ceda
da Giove, Umida da Venere; gli altri tre temperano econdo gli petti. Onde
undici Pianeti sarebbero inutili.
5. Si rovegcerebbono tutte le teorie astrologiche delle Gaie de Pianeti, del loro
colore ec.
6. Tairti eono i Pianeti, quanti metalli. Dunque non pi di v i i .
Par te Seconda.
Gli Tvrsarii oi>pongono. ^ Si vede or un atellite solo, or due, or tra.
Risposta. Si, ma con vieione rifratta, che talvolta moltiplica gli oggetti, come fa
anche il dito premendo un occhio. Quindi i molti Parelii ec.
. Si veggono i satelliti or da una banda di Giove, or dall altra.
Risposta. Gos) Iride apparisce or mattutina, or vespertina; cos gli Aloni, i
Pareli! or sono da una banda, or dall altra del Sole; eppure ivi la rifracione ai fa
nell aria eempLic: molto pi dunque ci avverr nella rifraxione in pi vetri. Coti
un globo vitreo pieno d acqua ed altri pezzi di vetro fanno comparire Aloni, Iridi,
Verghe intorno alle stelle.
3. Perch i satelliti appaiono intorno a Giove solo?
Risposta. Perch il cannocchiale proporzionato a produrre tali apparenze nella
distanza di Giove, e non in altra distanza
4- La nostra scienza nasce dai sensi, onde se i satelliti si vedono, vi M>no.
Risposta. 11 senso c inganna speaso, nella grandezza dei corpi celesti, nella loro
distanza, nel loro moto ec. Il cannocchiale neppure in terra mostra le cose vicina
troppo. Anche in terra gli istramenti ottici spesso ci mostrano .duplicati gli oggetti,
la nostra immagine pendala in aria.
Par i e Perz.
t Dal Nunzio tesso risultano Bioti affatto irregolari ni satelliti.
a. I satelliti non avrebbero inflnsM in terra, nan vedendosi ad occhio nnde On
de sarebbero inutili, e non esistono; ipperciocch influsao non ai fa che
per mezzo della luce visibile.
3 . 8e fossero i satelliti reali, bisognerebbe per le varie viste aver vani cannoc
chiali; lo che non accadde.
4 Se i satelliti vi fossero, qualcuno degli antichi n avrebbe parlato. Tanto pi
che al riferire di Porta, nel Faro d AIesaandria Tolommeo area costrutto un ean
nocchiale da vedere a 5oo stadii lontano le navi. E Leon x dicono che da Firenxe
con un OMhiale distingueva gli uccelli volanti a Fiesole. Gli antichi no sapevaa
pi di noi; e nit dictum quod non dietim prius.
5. Ponendo l occhio ora nel centro del cannocchiale, ora ai lati, debbono le
apparenze variare, e noi non ci accorgiamo del cambiamento di luogo nell occhio.*
' Recordare Calilaee, illa nocte, in qua cum plurimis alii te
cum Jovem contemplatus sum , ut ipsemet priori obeervtione unam
8olam Jots imaginem conepexisti, cum vere aliquie illustrinm yiromm
adetantium, qui post tuam prmam obserTationem Jovem inep^t, duw
videro fassus est; tu iteratis bservationibs duas etiam Jovie imap-
f
'jies conepexisti, quod pluribus adstantibus viris illa noct contigit.
go vero nunquam Jovis imaginem nisi simplicem intuitus sum; eed
non semper eodem ai tu et forma: v^ quia specillum meie oculis non
erat idoneum; vel forte, ne deciperer, prope concentneam qaoad ejo
ia6
fieri potot aculum applicare euravi ; eed, ut ingenue fktear, oum
imaginem illam nepiciebam, Jovem non Tdebam- nsi oculum conveiv
tiesem, quae rea ansam dubitandi nuhi praebuit.
La vieione diretta erra nella luce, nel colore, nell anticipata nozione ec. La ri-
fleua aggiunge altri errori. E la rifratta molti pi ancora. Maseime in tanta distanza
in cui Giove; in notte umida con pochissima luce; in tanta variet di superficie
refringenti. Dunque non vi si pu sopra far fondamento.
Ex 'tjuibus cum omnes qualitates in faac visione deficiant <pias ad
periectam visionem cncurrere oportet, et ampline aliae hallucina-
tionum causae in refractione accidentes i hoc pefspicillum concur-
rant; visas stellas seu erronee vere erroneoe esse meras et certa hal-
lucinationes, et solummodo Jovis ipsiusmet imagines duplatas triplatae
et qadruplata8, prout media dispoeita reperiuntur ad eas repraesen-
taiulas, asseverare non dubito.
147
A R T I C 0 L O I V.
Risposte al l Horky. I l Keplero conferma le scoperte del Galileo,
e tr atta V Horhy secondo i l suo merito.
I l Galileo, seguendo anche il consiglio del Keplero, dal ^ a l e fii disapprovata 1-
tamente la condotu dell Horky, noa si cur di rispondere a simili scioccherie;
nu t itt hi rispose.
Epistola apologetica cantra caecam peregrinationem cujusdam fuf-
riosi Marti ni cognomine Hrkii editam adversus Nuntium Sidereum
etc. fBononiae apud Haer. J o. Rossi. i 6 i i di pag. 5i.y
L Horky avea citato, nel suo libro contro il Galileo, Gian Antonio Roffeni
Astrologo Bologniese, discepolo del Magini. Egli, aflne di purgarsi col Galileo stesso,
gli diresse nell Agosto i 6io la lettera sopracitata, parte della quale come segue.
Perillustri atque excellentissimo Galilaeo Galilaeo nunc Magni Ducis
Matbematico.
Quam antea videram oppugnationem. Nuncii Siderei manuscriptam^
eam mihi quarto KaL Augusti ostendit excellentiss. Papazonius noster
a Martino Horkio impressam: Martinum autem non ita consilii exper-
tem arbitrabar, ut am ederet censuram; quam quemadmodum propter
puerilem doctrinam quilibet mediocriter rerum mathemticarum peri-
tus nullo refutaret negocioj ita ipse propter maledicta, si excellenr
tissimo Magino et mihi paruieset, perpetuis tenebrie damnare debebat:
et Maginue quidem non solum disertie verbis dissnasit ne ederet, sed
etiam aegre tulit homines euspicari poese, cum invido hoc partu nato
domi soae obetetricie munere se se esse perfunctum; et furioso tan
dem critico edixit se illum vel sub praelo perempturuwi: verum qua*

ftipgiiLi. alios ab incepto reTocassent, M siinul onncta ne mutatimi
quidem Martini impetnm retardare potnenuit. Mutinam igitur, ubi
impressionem meditabatat, ee animi gratia ittirum simulati Magnoe
etatim ut factus eet a quodam Mutinenei patricio hac de re certiorf
hominem ab ee dimittit, tamquam ejue craem paulo ante Florentia
rdeuntem hospicio exceperat, amici promtorem: et satius profectQ
iiieset Martino apud hominem humaniesimum in studia medicinae
incumbere^ donec ei laurea decreta fuisset, quam ^in ejue, qui tot
annos Patavinae cademiae dignitatem etiam curo incremento susti-
nuit, tam acerbe invehi existiniationem.
Prosegue indi a rilevare la temerli, l ignoranza, la mald fede dell Horky,
conchiude.
Satius igitur fuisset hu|c homini, aut tacere, aut ad diluendam
hanc novam sententiam non fictitia, sed vera et solida afferre fun>
damenta. Verum mi Galilaee, ne tibi longiori epstola taedium afferam,
pluribus supersedebo. Reliquum est, ut quando nobiles ^ t n t u do-
c t i ^ e vili saepe me conveniunt, ut de hoc noVo astrologiae invento
coUoquantur, in lucem cpiam primum edas reperti a te organi theo*
ricam, ut te ab adversanorum calumniis vindicare posslm,
Quatuor problematum} quete Martinus Hor ky contra Nuntium Sjr~
dereum de quatuor planetis novis proposmt; confutatio per J o. Vod-
derhomium Scotfibritannum. (Patavi i ex Typogr. Petr i MarmeUi 1610
in 4di carte 16.)
La dedica al Weiton Ministro Britannico a Yenesia del 6 Ottdre 1610.
rigendo il diecorto all Horky, dimoatra che questi mutilato, traarisato, mal com
preso i pani della lettera del Keplero da lui riportati. Nega che Ticono avetie
cannocchiale. Gonfeua che da principio e^li pure mosfe difficolti al signor Donate
Morosini intorno al Nunzio Sidereo^ nifi pochi giorni dopo, considerata meglio la
cosa, diresse lo scioglimento di tali difficolt al signor Wotton, aggiungendov i uoa
sua disputa contro coloro che d una maniera afiTittO inetta insoi^gerano contro le
osservazioni del Galileo, soprattutto intorno alla Luna.....
Scit gymnasium Patavinum, sciunt Bibliopolarum officinae, quam
acnter inter nos condiscipulos dissertatum fuit; ubi non solum con-
centrationes, reflexiones, et alia plura in mediuni adduximus, verum.
etiam expermenta plurima et rationes varias ex refi^ctionibus.........
adeo ut nihil tibi relictum iiierit, praeterquam calumniari et diserte
loqui. , '
Nella risposta al primo Problema dell Horky riferisce ( Wodderbomio scrveva
nel 1610) che il Galileo sin da quel tempo faceva uso del suo istnunento p e r
osservare da vicino le cose minutissime
Audiveram paucb ante diebus authorem ipsum excellentiseimo D .
Gr^oninp Purpurato philosefho varia narrantem ecitu dignisaima,
et inter caetera quomodo ille rainiinorum animuitiam organa nMtas
et.fensus ex perspioillo ad unguem distinguati in particolari autem
de quodam inseoto qaed-ntramqne habet cultun membraan *
cula ve9ttum, quae tamen septem foraminUjae^ ad instar larvae fer-
reae militis cataphract, terebrata viam praeb^t speciebus visibiliam
En tibi noTum argumentum, quod perspicillmn per concentraiionem
radiomm multiplicet obiectum (a) : sed aud prus quid tibi dicturus
sum: in caeteris anmalbue ejuddem magnitudinis vel minoiie, quo
rum etiam aliqua splenddiores babent oculos, gemini tantum apparent
cum 8U8 superciliis, aliisque partibus annexis.
Al quarto Problema doll Hon(y, nel quale questi domanda a che 'tervano nel-
rastrologia i Pianeti? 11 Wodderborpio risponde, che erropo a tormentare
confondere Horky, e tutti gli astrologi auperetiziosi.
1^9
Hasdalie al Galileo (Tar gi oni Scienze Fisiche Voi, a./
Praga la Ltiglio |6i ,
..... Che <piello, che }e ho scritto del Magino e suoi segnaci, eia
vero, lo tomo a confermare, n occorre dubitarne un pelo, e m ob
bligo sempre di verificarlo con le loro medesime lettere, Et aveano
fatto una fi lon e si gagliarda, prima che partisse il Zugmesser per
Vienna con il suo padrone, cbe avevano iniettata tutta la corte; ma
per grazia del Signore Iddio, e merc della verit sono restati chia
riti, almeno si Tanno chiarendo poco a poco. povero Keplero non
e
>teva pi resistere a queste opposizioni che le Tenivano fatte con
ttere di Bologna, con le quali pretendevano che V. S. fosse partita
di Bologna confusa e scontenta, cantando il trionfo costoro, co
me se appoggiati in una sentenza del^nitTa dell'Universit di Bolo
gna. S. M. Cesarea stato cagione, che il progresso fatto d^li Av-
yersarii sia andato calando, perch S. M. si chiatna contentissima e
soddisfattissima, Cpine torna il Zugmesser da Vienna, non inancher
d'ingegparmi d farlo capace, con mello eh*ella mi scritto, della
contesa con il Capra. Tomo a 3 M. Due o tre settimane fa il signor
Ammorale T as ricev da Venezia dal signor Ferdinando suo Parente
nn paro d occhiali, de*quali S. M. disse che restava soddisfattissima,
come ho detto di sopra. Ora jeri il medesimo Taxis n*eU>e un.altro-
per ordinario, insieme con lo strumento fatto dall stesso Maestro
che serve a V. S. Questo fu portato jeri a S. M. a) tardi... noi
Bo ancora come sia riuscito..,
(e) Borky pretendeva che il rannoechiale noltpUoaMe gli per una certa
da lai sognata concentrazione di raggi.
P. I. *7
Oioifanni Keplero al Gali leo (K epler i Epi st. fol . Lips,
Praga ai primi d Agosto 1610.
ccep sb illustriseimo Hetruriae Ducis Oratore continuationem
luarum observatonum circa Medicaea Sydera, Magno me desiderio
incendist -videndi tuum instrumentum, ut tandem et iisdem tecum
potiar coelestihus spectaculis. Nam quae hic habemus ocularia, quae
optima, decnplant diametrum, caetera vix triplicant. Ad vigecuplum
meum unum pervenit, sed debili et maligna luce. Causa me non
latet, et video ut clarificari poflsunt, sed sumptus subteriunmus. Nul
lo ex i8, quae hactenus videre potui, stellae minutae deteguntur,
uno excepto quod ipse construxi} id non majorem tripla diametrum
facit, aut snmmum quadrupla. Stellae tamen viae lacteae plurimas
distintissime exhibet; mirum, cum in buno usnm formatum sit ut'il-
luderet spectatori: causa est claritatis, quia copiosissimam admittit
lucem, nec enim, ut caeteris, limbus lentie convexae tegitur, tota
lene patet: itaque et in latam regionem visus excurrit, et facile quae
quaero assequor. Proximo interlunio Martem matutinum aum con-
templatus. liqnot stellaa minutae vidi, sed non in longitudinem Zo
diaci dispositas; puto accensendas lino Piscium. Jovem nondum per
d aspexi. Caetera ut quodque melius, et praesertira quod vigecuplat,
panlatim mibi detegunt Lunae faciem; satis enim illa luminie habet
etiam cum per tenuiseimas limas inspicitur. Video igitur dispositio-
nem macularum accurate; video in media sectione primae quadrae
E
romontoria duo lucida; video paulatim et vitr glacialis speciem.
>ie sancti Jacobi, ut et duobus ante mensibus, notavi in imo coma
noduih lucidum divieum et a comu supra et ^ extremo lucis acu-
mine ad ortum. Quos dicimus oculos, soleo comparare quadrupedi in
pastum menti, rictu et pedibus primoribus, idque est sinister oculus
e regione nostri dextri. Ha>ec effigies cum gena dextra, latissima
macula, oonnectitur flexuoso ductu maculae, qui quam proxime Grae-
corum I repraesentat in typis Henrici Stepbani. In gena ipsa sex.
distinctae numero lucidas insulas in recta transversa versus os.
Dum baec scribo, in manus meas venit importuna cbarta bominis
Boben^ Mutinae excusa (a). Miram adolescentie temeritatem, qui
muBsitantibus omnibus indigenis solus obloquitur, ipse peregrinus re
nondum comperta: credo ut bistrionibus persona, sic ei novitas et
nominis obscuritas audaciam addidit. An. babes tu fortassis aemulos
Italos, qui conduxerunt operam peregrini ; ut meam Germani in-
vidiosam dissertationem petulatia Bohemi ulciscerentur ? Indignae
paginae in .quibus tempus teras; sed tamen quia mea epistola abuti-
tur, statui rationem tibi quodammodo reddere facti alieni. Noscere
me cepit Pragae anni eunt aliquot: cum opera me indigeret. Uteri
(n) Martini Horkii peregrioatio.
i3o
Bononia missis fores amcitiae meae pulsare coepit, vix tandem agno-
vi quis esset ; cepi de novo favere homini, quod studiostie eeset
et literariim et mai. Ut primum ntellexi ex ejus literis, esse ti-
bi obtrectatores , ipsam vero seqai studia vulgi ; gnarus quam ea
novis obstent inventi, properavi ad te scribere, si forte praeriperem
occasiones. Ad ipaum esemplar epistolae impressae misi, ut ex eo
disceret vel sapere vel certe - Quid vero is eo fecerit, videe:
amicitiam hanc inquam vix dum obscurissime spirare visam morte
famosissima jupilavit. Arcanum hoc effertj scilioet revocatum te a
me ad principia tuarum observationum: scilicet non ipse hoc in prae-
fatione dixeram ? Hoc conjectore aut proditore opus fuit? At non ideo
recensui ^ o d simile antea fuerit observatum, ut ipse' obtrectaret, sed
ut caeteri cederent plurium testimonio; et ut epistola mea fuco ca-
reret, ingenuitate sua lucrefaciens aemulos et pertinaces. Saepe irati
satiantur exigua exosi muleta ; at non ille; quin exprobrat, jactat,
insultat,, auget. Si quod te habere dixi meorum simile circa maculas
L nnae, at et plura habere te dixi, nec mutuatum dixi hoc in illa pu
lii ioa epistola; temeritatis profeeto esset id affirmare, saepe diversia
ad eundem scopum converiitur viis. Si me credit aliqua obiter innuere
Toluiss, ne quaeso me oscitasse putet, qui neglexerim id aperte di
cere: me mihi relinquat. Ego non existimo cuiquam licere in quo-
quam aliena recognoscere; nisi qui etiam peculiaria nova rara pulchra,
quae invenit, agnoscere capere et discemere aptus est. Sed nihil ma
gie me pungit, ^am quod laudibua me effert, sputum hominis. Con-
tumeliam mihi infert, quicumque laudem criminis quaerit ex mea
qualicumque fama, Dubitationem mihi impingit ex eo quod salvum
volui cujusque judicium... Oh vanum argumentum! Quod ego per-
pendo, tu non perpendis, poasum et ego credere et tibi non credenti
imoscere. Sd dogmata propria subjicio examini: quid vero -haeo ad
fidem habitam alieno affirmato? Exaggeravi scelas si pr veris ficta
tradidisses, hoc ille vult impugnar! fidem Nnncio? At haec quidem
vis est, ego fidem Nuncio astruo. Certamen hoc virtutis est cum
vitio. Ego ut bonus vir de Calilaei affirmatis judico, ncm cadere in
illum tantam nequitiam: ille nullo adhuc gustu honestatisj eoque eam
, sus(^e deque habens cadere affirmat; ex suo forte ingenio caeteros
aestimans. Esto ut deceptus sim ( quod absit ) , ego _mea credulitate
bonus, facto miser habebor, ipso eventu felix, calliditate pessimus.
Quia haec via juris est ut quilibet praesumatur bonus, dum contra-
rium non probetur, quanto magie si circumstantiae fidem fecerint?
Et vero non problema pliilosophicum, sed quaestio juris est, an -ttu^
dio Galilaeus orbem deluserit? Hanc mihi quaestionem placuit initio
tractare, tum quia vestibulum obsideba.t, tum quia tam multi erant
qui malebant credere te fallere, quam rem novam detegi. Rationes
ero me et argumentationes invictissimas contra hunc Nuncium protu-
Usse ? Hoccine bonae indolie indicium, amici et benefactoris intentum
3
peivertere P Et uW artee invemonum ? cur nori probat jjtiod dixit ?
cur non receneet illa argumenta? ut omnes vidant pessima fide di-
cttm. Extat plstola mea^ i l k loquatur. Passim per epistolam lusue
inteMpersi hot consilo, ut inisores risa praevetim in traditione
rei fivae^ et in vulgus absurdae. Si quis forte pamm attentas ex bis
lusibud alisam sumit dubitand de mea sententia^ hic certe scurra ex
eOtlinI numero non est, qui ex privatis meis literis satis quid t ^
nerem, fuit edoctus. Haec sunt, Galilaee, quae me mordente reliqua
rideo. Nam punctus ejus jiOmiscos quibus me iiilpetit, ut muscae
alicnjus, aeque contenino. Nec sum adeo stupidus, ut movear auctori
tate vul^i negativa, aut ab ejus oscitantia et ine^itudie, contra
astronotni experientiam et dexteritatem ratiociner. Quid m n m *-
fessoree academiarum promiscuos opponere se se inventioni rei novae
in illa provincia, in qua rei tritissimae et apud omnes astronomos
contestatissimae, parallaxium ecilicet, extent oppu^atores loco emi
nentissimi, eniditionis fama celeberrimi. Neque enim celare te volo,
complurium Italorum literas Pragam ferri, qui tuo perspicillo piane-
tai illos yideri pemegant. Ego quidem mecum ipse causas dispicio,
our tam multi negent, etiam qui perspcillum tractant: et ^si com-
parem ea quae mini interdum eveniunt, video non esse impossibile,
ut unus videat quod non vident mille alii. Sic Vams ille ex Drepa-
no prospexit classem e portu Gartaginie solventem, numeravitq&e
naves; quod nemo tota Sicilia potuit. Saepe usuvenit, ut quae mihi
proeunt perspicilla, ea non prosint aliis, et quae caeteri laudant, ea
ego'de nebulis acousem. Ipse unus et idem cum incipio contemplari
E
fruor aepectn, ubi aliquantiUA immoror, colores iridis oriuntur.
t etsi mecum nondura quioquam dubito; ' dolet tamen, me tamdia
tui testimoniis aliorum ad fidem caeteris faciendam. Te Galilaee
rogo, ut testes ali^os primo quoque tempore producas, ex literis enim
tuis ad diversos didici tibi non deesse testes; sed neminem, praeter
te, hoc jactabtem producere possum, quo famam epistolae meae de
fendm^ Nisi forte placet tibi testimonium ab hoete: fatetur se tuo
nstrumento, die a4 Aprilis vidisse duos planetas circa Jovem, >die
a5 quatuor. Raptim produxi cbartam tuam ad illustrissimum Orato-
rem transmissom; et ecce tu quoque ad 24 Aprilis exbibes duos ad
a5 qtiatuor platietas^ Invenit tamen ista Sycopbantia naeniam impu-
dentissmam de reflexionibus, qua populum abduceret. Vulgus enim
opticaram rationum imperitum aures libenter accomodat obtrectatori
ex opticis loqueiiti, quia inter caecum et videntem nescit distinguere,
gaudetque qualibuscumque imperitiae suae Tribunis. Quos si jobeas,
adire scrptores opticos, in rem praesentem venire, li^Ilum stultie-
simnm ex se ipso refellere: experiers malie hoc doctore curnun di
cre rectum, ut lascivire contra philosopUam possint, quam t i d
laboris sibi sumant. Et imperabit sibi doctus aliquis bujus scientiae
gnarus, ut papyrum perdat in refutandie bis nu^s? 0 sapientem
l^tha^oram, <rai ntilla re alia majeetatem philosopfaiae oontiner edeat
mam silentio r Nunc quia jeoisti aleam Galilaee val^qae proplasti
haec coelorum adyta, quid aliud rstat, quam ut coutemua concitato
8t08 trepitud) gratumque stultis meifcimomnin inscitiam , aticept
contumelia, loco pretii vendas; quipp vulgiis contm^tum philosophiae
in 88 ipso ulciscitur iperpetua ignorantia. Licebit tibi tamed hanc epi
stolam publici jurie tecere, 8i tua intereese putaverist mea nihil iiH
terest, nec dignor hominem si nemo doctos centra scribit.
Gio. Keplero a Martino Horky (Kepleri Epist fo l. Lips. 1718.^
. Praga 9 AgiU i 6 i < .
Tuam Peregrlnatinem ex concesdil Marci Veleeri legi. tsi igitur
candoris mei famm juxta tuam amicitiam tueri non pdseum, eoque
nuncium tihi remitto; patrie tamen tui causa, et quia n hosti qiiidem
alicujus mali causa esse velim, duo tibi signieco> teitium admoneo.
Frlmum est, quod epistolanl ad Galilaenni ecrpsii qualem te meniisso
aestimare potcs, eique potestatem feci, si velit; piibUce iniprimendi.
lterum quod conditio tm parenti? nota sit Secretano BL^s Hispa-
nianim Oratorie, et ex. ejus relatn caeteris Italie, qui hic sunt, adfiii
enim cum recenseret illis: viderie igitur t u , aii in ile partibiu tibi
liaec notitia sit incommdatura ; niei forte omnee sancti Consilium
tibi sujipeditaverint percula ista praeveniendi^ T ertiiim; |>ater tuua
non bunus quam eco, imo multo maxime, pr te est soliicitus^ quan
to magie ei sciret de tua Peregrinatione et de mea invectiva? Ejus
patemum consilium si vis seqtti, primo quoque die te ex illis looia
proripies utcumque poteris.
HasdaUe al Galileo (Targioni Scierae iti Toscana Fol. .J
Prqga 17 i6io.
n 2<tlgme86r ara m i questa settimana; far con lui, se non ba^
etera, con l istesso Elettore, il quale che avr caro, di leggere le
lettere di V. S* piene di modestia e d* umanit, da confondere Sciti
e Tartari^ non che barbari Germanici. Ho fatto venire il sapore alla
jbocca non men che collera al fiele a G... (e) con <Mel capitolo, ohe
i l Cardinale Borghese le vea levato dalle mani queir occhiale fatto
di mani sue. Sua Maest ha prorotto in queste parole;,, in somma
, , questi Preti vogliono ogni Cosa . Mi dato ordine di scrivere a
V . S. a nome suo; ma mi sono scusato con dire eh* ella aveva scritto
al signor Ambasciatore di Toscana^ che al sioara avrebbe mandato
la) Forte Cesare.
t33
al doppio pi perfetto di quello che avuto Borgheee. Vedendo
che S. M. non s acquietava, l ho fermata finalmente con dire, che
ella apposta ra stata chiamata a Fiorenza dal Gran Duca, per fame
qualche numero da mandare a varii Principi. Ho fatto vedere al
signor Keplero quello, che V. S. scrive et al signor Ambasciatore et
a me. In parte supplito coll*ordinario passato, in parte mi ha pro
messo di supplire questa sera con un altra lettera, se per il vino
che abbiamo bevuto insieme a pranzo, non gli fa metter la testa sul
capezzale. L a avuto ad impazzire ed intendere quella cifra: caro
Signore, non ci tenga cos a bada, avendo cos segnalati mallevadori
contro chi volesse arrogarsi lo scoprimento di quella grande maravi
glia maggiore della prima, cio de. Pianeti.....
n Gali leo a Gio. Keplero (K epler i Epist. Lips. fot.)
f
Padova 19 Agosto 1 6 1 0 .
Knas tuas epistolas, eruditissime Keplere, accepi; priori jam abs te
jurs pubUc factae in altera mearum observationum editione respon-
debo; interea gratias ago, quod tu primus ac fere solus, re minime
inspecta, quae tua est ingenuitas atque ingenii Sublimitas, meis as-
sertionibus integram fideni praebueris: secundae ac mox a me receptae
responeum dabo breviesimum; paucissimae enim supersant ad scriben-
dum horae. Primo autem signincas perspiclla nonnulla apud te esse;
verum non ejus praestantiae, ut objecta remotissima maxima atque
clarissima repraesentent, ob idque meum te expectare: verum excel-
lentissimum quod apud me est, quodque s^ctra plusquam millies mal-
tiplicat, meum amplius non est; ipsum enim a me petiit Serenissimus
Hetruriae Magnus Dux, ut in tribuna sua condat, ibique, inter inn-
gniora ac preciosiora, in perennem facti memoriam custodiat. Paris
excellentiae nullum aliud construxi: praxis enim est valde laboriosa;
verum machinas nonnullas ad illa configuranda atque expolienda ex-
cogitovi; quae hic constmere nolui; cum exportari non possent F lo-
rentiam, ubi in posterum mea futura est sedes. Ibi quam primum
conficiam et amicis mittam. Ex tuis adnotatis in Lunam conjicio>
tuum prspicillum mediocris tantum esse efficaciae, ob idque ad pla-
netas conspiciendos forte minime idoneum ; quos quidem planetas a
V Julii jam cum Jove matutino orientales pluries conspexi, atque
adnotavi. Ex coelo deniqne descendis ad orcum: ad Bohemum sclicet
illum, cujus tanta, uti vidisti, est audacia stultitia et ignorantia, u t
absque nominis illius gloria, de eo verba proferre vel etiam in)urio-
sa minime possimus. Lateat igitur apud orcum: totiusque pariter vul^i
contumeliam sns^e deque faciamus; namqiie contra Jovem nec gi-
gantes, nedum pigmei. Stet Jupiter in coelo, et oblatrent sycophajti-
tes, quantum volunt. Petis, carissime Keplere, alios testes: Magnum
i34
Hetruriae Ducem produco, qui cum enperoribug mensibus Planetas Me
diceos mecum saepiue obeervaeeet Pisis, in meo diacessu munus pretii
plusquam aureorum mille dedita modoque in patram me convpcat,
cum stipendio pariter aureoram mille in siiigulie annis, cumque titulo
Philosophi ac Mathematici Gelsitudinie euae, nullo insuper onere im-
K
osito, sed tranquillissimo ocio largito, quo meos libros conficiam
lechanicorum, Constitutionis universi, nec non Motua localis tum
naturalis tum violenti, cujus symptomata complurima inaudita et
amiranda geometrice demonstro. Me ipsum produco, qui in hoc
gymnasio stipendio insigni florenorum M. decoratus, et quale mathe-
maticarum scientiarum professor nullus habuit unquam, et quo tuto,
dum viverem, frui possem, etiam illudentibus planetis et efTugientibus:
discedo tamen, et eo me confeio, ubi illusionis meae poenas inopiae
atque dedecoris luerem. Julium fratrem Juliani illustrissimi oratorie
Magni Ducis exibeo, qui Pisis cum multis aliis aulicis pluries planetas
observavit: verum, si errai adversarius meus, quid amplius egemus
testibus ? Pisis, mi Keplere, Florentiae, Bononiae, Venetiie, Paduae
complurimi viderunt, silent omnes et haesitant: maxima enim pars, neo
Jovem aut Martem, vix saltem Lunam, ut planetam dignoscunt. Qui
dam Venetiis contra me obloquebatur jactitans se certo scire, stellas
ineas circa Jovem a se pluries observatas, planetas non esse, ex eo
quod illas semper cum Jove spectabat, iptumque aut omnes aut rars
modo eequebantur, praeibant modo. Quid igitur agendum? cum De
mocrito aut cum Heraclito etandum ? volo mi Keplere ut rideamus
insignem vulgi stultitiam. Quid dices de primariis hujus gymnasii
philosophis, qui aspidis pertinacia replet nunquam, licet me ultro
dedita opera millies offerente, nec Planetas, neo Lunam nec perspi
cillum videre voluerunt? verum ut ille auree, sic isti oculos contra
veritatis lucem obturarunt. Magna sunt haec, nullam tamen mibi in-
ferunt admirationem. Patat emm hoc hominum geaus, philosophiam
esse librum quemdam velut eneida et Odyseea: vera autem non in
mundo, aut in natura; sed. m confrontatione textunm (utor illorum
verbis) esse quaerenda. Gur tecum diu ridere non possum ? quos
ederes eachinnos, Keplere humanissiiue, si audires, quae contra me
coram Magno Duce Pisis a philospho illius gymnasii primario prolata
fuerunt, dum argumentis logicalibus, tamquam magicis praecantatio-
ziibus novos pianeta e coelo divellere et avocare oontende'ret ? Ve-
rum instat nox, tecum esse ampline mihi non lieet. Vale, vir erudi
tLBsme, et me ut soles, ama.
i35
Galileo a Giuliano de* Medici Jmhaseatore del Gran Duca
41 Praga ( Kepleri Epist. foh lps.
firemu primo Ottobre 1 6 10 ,
Io ho sentito gran contento che il signor K^lero e altri insieme ab
bi finalmente potuto vedere et osservare i Pianeti Medicei col mezzo
dell occhiale che mandai ai Serenissimo Elettore di Colonia, e molto mi
S
iace ohe ei voglia di nuovo scrivere in questa materia, a con&sione
i una gran moltitudine di maligni ed ostinati. Io non ho ancora data
alle stampe ultima sua lettera scrittami^ in biasimo di quel Martino
Orchi, e per le occupazioni del trasportar casa da Padova a Firenze,
si ancora perch volevo accompagnarla coA' un* altra scrittami nel
medemo proposito dal signor Gian Antonio Roffeni, il quale pur
eitato dal med. Martino a suo &voi, nella qual lettera esso signor
Roffeni gli lava la testa nom men che il sigpor Keplero, e solo
sto aspettando che ei me la mandi fatta latina, avendomela mostrata
io Bologna scritta vulgarmente. Il signor Keplero per avere scritta
kt detta lettera neiristesso tempo che leggeva la Peregrinazione di
Martino, cio in grandissima fretta, ha tralasciato alcune estreme ba
lordaggini di colui, le quali son sicuro che aver vedute dopo; come
S
nella quando cita la mia scrittara tronca; e quando, non inteiKeii
o egli niente la ragione immaginata dal siraor Keplero, e posta nel
fine della sua dissertazione in proposito delraraarire i Pianeti Me
dicei or maggiori, e or minori; dice fshe mella principalmente mi
estermina, io son sicuro che se i} signor l^eplero avesse vedutOt e
avuto tempo di avvertire questi e altri luoghi, non gli avrebbe la
sciati sotto silenjo; e per se ^ volesse aggiugnere, e Inserir qualche
altro concetto in questo proposito, io tratter il pubblicarlo sino alla
risposta di V. S. ilhistrissinia. Non ho in tanto mancato di scrvere a
Venezia dove mi parso opportuno, come non aria impossibile l avere
suggetto cos eminente in quello studio, quando loro procurassero
di averlo; e tajito bastato, non avendo il suo valore bisogno di
attestazione d altri l dove benissimo conosciuto, per io tengo per
fermo ch ei sar ricercato, e condotto onoratissimamente; il che saria
a me di contento infinito, per la comodit del poterlo godere da
S
reseo, e anco talvolta presenzialmente. Io non sono ancora accomo-
ato di casa, n sar sino a Ognissanti conforme alla consuetudine
di Firenze, per oon ho potuto fare accomodare miei artificii' da la
vorar gli occhiali, delli quali artificii parte vapno murati, n si pos
sono trasportare, per non si meravigli V, 3 illustrissima se tarder
ancora a mandargli il suo, ma procyer bene che la dimora sia
compensata con } eccellenza dello trumento ; mi necessita ancora
indugiare il lavpro il mancaqieQtP del vetro, del quale i n quattro
i3$
pomi M. NicCoI Sisti ne deve di commissione del G. S. mettere
una padella in e mi promette di fare cosa purissima e ec
cellente per tali artificii. Io prego V. S. illustrissima a favorirmi di
mandarmi l (^tica del signor Keplero, e U Trattato sopra la stella
nuova, perch n in Venezia n qua gli ho potuti trovare. Deside-
rerei insieme un libro che lessi due anni sono sul catalogo di Frane-
fort, il quale per diligenza fatta con librari di Venezia che mi pr-
meMero farlo venire, non ho mai potuto avere: io non mi ricor
do del nome dell autore, ma la materia de mota Terr ae; e il
signor Keplero ne ^ver notizia, mi far insieme favore avvisarmi della
spesa, ^ quale rimborser qua in casa sua, o dove mi ordiner. In
{uesto punto ho ricevute lettere dal signor Magini, il quale mi avvisa,
Pianeti Medicei essere stati osservati pi sere a Venezia dal signor
Antonio Santini amico suo, e dal signor Keplero: io per ora non ho
comodit d osservargli per non aver luogo in casa che scuopra l o
riente; ma nella casa one ho presa, e dove tomo a Ognissanti, ho
un terraglie eminente, e che scuopre il cielo da tutte le parti, e vi
avr gran comodit di continuare le osservazioni....
Ci. KeplerH al Galileo ( Kepleri Epist foL lps. 1718.^
Praga a 5 Ottobre 1 6 1 0 .
Ex literis tuis, celeberrime vir, quas ad illustrissimum Oratorem
F lorentinum Kalendis Octobris Florentia misisti, salutem qua me im-
pertiri voloisti percepi, proque ea gratias ago teque mutua mea im-
pertior. Ad caetera, quae desiderasti, dominus Segethus quid nobis
in commune visum meo loco respondebit, nam in Italica tyro sum.
Narrationis etiam meae exemplum ex ipsius literis accipies. Querelam
tamen super ipsius facto reticere non possum: qui nimis tui, nonnullo
etiam mei stumo, sed praepostero et pertinaci, epigrammata sua meae
narrationi per vim subnexuit: nobilissima illa quidem et in te honp-
rificentissima, sed quibus ego semper existimavi narrationem meam
adulationis in te suspectam redditum iri : pracsertim si quo pacto in-
Botescat, quid ad me promovendum ex instiactu illustrissimi Orato-
ris moliaris. Tunc enim invidi detrectatores, quorum pieni sunt ho-
diemi Uteratorum cactus, aperte prorumpent, et causabuntur mulos
mutuum scabere. Saepe monui sua seorsim ederet. Gaeterum is ita
se comparaverat, ut citra oiTensionem repelli non posset, quod tanto
concessi libentius, quod perpenderem temperie diutiirnitate omnes fu-
lioeorum locutiones facile expiraturas, Jove interim cum suo famuli-
cio perpetuam semitam pergente. Gertiorem te reddo, venisse ad me
hesterna die Martinum Hrky reducem ex Italia, quamvis passim in
Italia moras nexuerit; miram et spectabilem occursationem: cum ille
exaitante vultu, et veluti triomphato Galileo me ut coasentieatem
P. I. 18
i 3 j
aHoqueretur, ego vero responderem ex formula epstoli, quo ipei a-
mictiam renunciaveram. Id tanto ntmmque magie perturbavit, quod
nec ille de mea renunciatone eciebat ( quippe literae meae Bononiam
delatae sunt post ejue discessum ), neque ego alitar qnam lectum ilU
epistolium in animum induxeram. Poet multam altercationem demum
patuit error utrueque persnaeionum; a t^ e ille mhi enarum rationum
momenta sui certiseimus sincerissimo afiectu recensuit; ergo illi ar-
gumenta sua solvi, seu potine oppressi, nihil nisi meis ipsius obser-
vationibus propriis ingestis. Non erat, opinor, constantiae, non ex
autoritate pvd)iici scripti, ad primam meam instantiam sententiam
mutare. Mansit bac vice in sententia: caeterum doluit pessime quum
illi recenserem, quid ad te scripsissem. T une enim quasi hoc unico
labore proposito, summa persuasionis vi me oppugnare cepit, ut de
concepta opinione me dejiceret, nihil ipsum vkoa7^ko contra me
egisse: omnino persuasum fiisse, hanc, quam ipse in scriptum suum
transtulisset, esse genuinam meam sententiam, Faciebant fidem bis
attestationibus etiam argumenta, quibus etiamnum contra Joviales
Satellites, adeoque et contra meas ipsius observationes, meamque nar>
rationem (^am coram exhibui ) pugnat acerrime. De iis vero, quae
contra te durius scripsisset, sic respondebat ; obsecundatum se hic
publicae famae doctissime in Academia Bononiensi Professoribus non
S
aucis, aliisque per Italiam: de quorum consensu fidem mihi fecit
ocumentis manifestissimis. Quamvis iis mihi non erat opus. Anne
igitur hoc non esset viri honi justissimo dolori Academiarum acco
modare calamum, oppugnare ngmenta portentosa, in fraudem ve-
ritatis, in contumeliam naturae comparata? Denique eo rediit snm
ma orationis, ut appareret, plures per Italiam viros doctos, in pro-
cinctu stetisse publicae contradictionis; quos non mutatio sententiae,
sed tui domicilii translatio (id est metus ofFensionis tui Principie)
hactenus retinnerit. Certamen igitur hoc fuisse, qninam caeteros in
hac palaestra publicae scrptionis praeverteret. Caetera, quae plus
apud me ponderis habebant, prudens praetereo. Quid multis ? expu-
gnavit me, agnovi temeritatis illecebras, ignovi: rediimus in gratiam;
sic tamen, ut ille piimum atque me monstrante visurus et agniturus
sit Joviales satellites, sententia sua cessurum profiteretur. Erat autem
in transitu ad parentes suos, revertetur brevi Pragam. Nunc te, Oa-
' lilaee, rogo, quando videe mihi satisfactum: ut quia te lisque ad prae-
eentium illustrissimi Oratorie literamm adventum difFerre velie dixisti
publicam literamm mearum deecriptionem: illa igitur in meam gra
tiam supersedeae in totum. Maior erit gloria triumphi, si tibi, uti
spero, bostis tui confessionem ultroneam transmisero. Nam etei careo
S
riori instrumento, snccessit tamen aliud, propinquo perfectionis gra-
u: plus enim quam decuplat. Eo jam bis vi(u binos planetae Medi-
ceos: eodem spero me et illi monstraturum. Interim hac excusa
narratione mea, autpritatem meam perperam contra te adductam
i38
rectissime dilues. Si adolescentiam ipeiue respcs: nihil eat in hac aeta-
te famliarus, quam in placiti praceptorum fervide transircj exque
iie, veluti ex aliquo propugnaculo, temerario ausa procurrere, et ma-
num cnm hoate conserere. Sin oculoe in te ipsuin convertie: equidem
non adeo decorum, nec ex gravitate tua est, projectam hanc laces-
sendi et impetendi libidinem in curae parte ponere, aut sumptue in
refatandas ejus refutationes impendere. Si doctus vir esset, si alicujus
nominis, aliud dicerem. Piane xistimo, tum demum pravum vulgo*
hominum aliquid tribntumm buie futili ecripto, cum tu contra id,
eu pse, eeu per' alios, ineurrexerie. Nam imperitia euspiciones etiam
de innocentissimie euppedit&t. Omnino magni animi est mediocria,
etiam parvi aeetimare et contemnere: contra, si eaeperis altercari cura
uno, excibis et caeteros, passim occasiones praebebis obloquendi etiam
levibue, si de scopo ipso nullam spem hweant. Praeterea, si dissi-
mulaveris, principum morem sequeris: sin autem responeabis, ad Scbo-
lasticorum eubsellia rursum descendes. Atqui non habes jam, a quo
expectes insanos clamoree: responde, responde, de suggestu descende.
Relinque igitur scholae, qua de exiisti, moree suos. Atque baed in
S
enere, de quibns tu viders. Meam in ejcie epistolam unico conten
o omitti, quod si non pesuasero, saltem summas facias rogo argumen-
torum seu responsionum fnearum. Denique si ne qaidem hoc obti-
neo, saltem titulos personales et probra verborara justissima. quidem,
sed jam remissa, expungas. Cujusmodi sunt, quod ajo, ipsum nullam
famae suae curam habere ( contra quod ipse totam vitam suam ad
examinandum proposnit), ^ o d petulantiam ilU tribuo, quod sputum
hominis vocilo, quod promtionie inciiso , quod sycopbantam, qnod
curram impello, imperitiam, temeritatem, stupiditatem, infelicl$simum
meorum verborum intellectum, et quae alia Imjus classis tolerabiliora
xistimo: quia non animi mor, non vitae probra, sed vel aetatis
vitia. Satie de bis, ne nostrae amicitiae aut tuae virtuti videar diffi-
dere. Desino igitur, si boc adbuc subjunxero, audio enim Florentiae
recueam esse Dissertationem meam: cupio ejus exemplum videre. Jam
vale, et noe primo quoque tempore desiderio tuae novae inventionis
leva: neminem habes, quem metuae aemulum.
Gi ino del a6 Settembre 1610, Lorenzo PignQria tcrivea a Paolo Gualdo ( Let
tere d uomiol iUiutri del >ec. xvii Vea. 1744) i> Le do aaoira, coma in Germa-
nia il Keplero ha otaervato aacb etso i quattro Pianeti nuovi, e che vedendoli
y, etclam, come a suoi d Giuliano Apoitata, Galilaee vcisti, Quetto l'avrio
del (ignor Veliero.,,
1^9
Gio. Keplero al Galileo. (Kepleri Epist. fai . Lips. ni B .J
Praga, dopo la precedente nell autunno medesime del i6io.
Ego, Gallaee clarssime, neque Italus sum, neque ex politiggima
Gennanorum natone orundus, neque lautie domug patriae coadtio>
nibue inter speciosa sermonis gestuumque exercitia eaucatus, ut teoum
insigni artifice urbanitate oontendam, qui cum quidris aliud scriptu-
ru8 videreris deprecationem potissimum arripuisti. Leto Bohemi scur*
tili libello excandui, ad te scribendum censui, ne silentio yiderer
approbare simulatioiiem pessimam mbi imputatam. Eam e^stolam
ita scripsi, ut si forte tui defendendi causa-eam velles edere, id intel-
ligeres tibi per me licere. Cam postea ro|;are meam sententiara super
loco quodam dissertationa me praetento: hoc jam certum argu-
mentum mihi erat destinataje abs te editionis, eo<|ae eie attemperavi
responsum, ut quod esset edendum. Si edidisses tui defendendi causa,
nihil eram-habituTUB, quo de.quererer: quippe quod jam bis conce-
seram: sin autem mei nominis studio id lecisses, insuper etiam gratiae
tibi a me debebautur. Siipervenit reconciliatio Bohemi, hominis con-
temnendi potius . ob nominis obscuritatem , ingeniique tenuitatem ,
adeoqup commiserandi ob tementatem infelicem, quam persequendi
publice b scurrilitatem. Itaque revocavi quod concesseram, non jure
nisue sed precibus. Si jam erat edita .mea responsio, mhil in me pec-
catum, terapors cuiypa est: sin res est integra, tnque intennitte, mei-
que amore tibi ipsi dees, rursum ego gratias debeo. Sin autem, quod
scribis, multo minoris faci Bobem vituperari, quam ego laudari:
gratolemur invicem uterque; ego, quod errore sum liberatus ciie*
tuum editionis a^tatae consilium; tu, quod editionis mihique gratfi-
candi onere, conmncto cum aliqua tua molestia. Nullum ullibi repe
llo deprecationi locum, nisi tua civilitate meique cultu, quem vicis-
sim deprecor. Quare mittamus ista. Unum rogo; transmittas ad illu-
strissimum Oratorem si quid est editum. Vidi Wedderbomii confu-
tationem: placet. A ludicris ad ^ulo seria magis, quamvis tenuiat
ignosce; difficultates aulicae docent aestimare etiam tenuia. Disser-
tatonem edidi meis sumptibus, misique Francoiurtnin aliquem justum
numerum: Florentinus itaque typographus ad damnum me redegit sua
editione; id per se inhumanum, an etiam injustum, viderit F lorentia.
Nam si non recognoscit Qaesareni superorem, nihil queror. Sin autem;
equidem privilegio munitus erat libellus. Propter hanc ambiguitatem
in suepenso eiit, quo nomine illustrissimo Oratori sim obligatus. A t
nisi fallor, non sedet is Pr^ae typographi causa, sed magni Dacie;
suamque munificentiam sibi vindicat. Quod si mihi juris aliquid esset
in typographum, condemnarem illum ad multane hanc, ut tuie operis
solveret pr uno bono et lato vitro cojivexo, quod esset fragmentum
i4o

ephaerae duodecim pedam semidiametri, aut ei aequipolleret. Nam


hic Pragae facile invenire^n, qui cavijm mihi aocomodaretj in coa-
yexis solis difficultas est. Suis enim phialis parum efficiunt et mea
dictato simulant se spemere, ex quo iateHigo esse ipsis expiecndi
consilium. taue ego umptus non habeo instruendi clomi machinam,
alis manu inielix sum, solis speculationibus deditus. Hujusmodi vitro
nisi. ialiunde iastruar, adempta mihi est commoditas. contemplandi
tuum illum vtulum Geryonem tricorporeum; in quo in terras viucto
deducendo tu altemm te ^raestitisti Herclem. Est et. altera querela
negligentiae, quae mutilavit meum libellum phaenomeni singularis,
aut si omnino breve aliquid excerpere voluit, cur non ipsum nucleum
excripsitj ipsam scilicet meam observationem; cur in refutatione ejus,
qui observationem Adelmi BeneiUctini negavit,*filum abrumpit? O
p e s t i librorum, si id ex more facit. Itaque tanto major est ejus
culpa, qui non tantum privilegia contemnit, sed etiam vitiosa et
mutila recudit. Sed baec typogrjmho meo remitto, qtti sumptus in Phae-
nomenon impendit. Nam, nisi fallor, solent illi mutuura invicem re^
pendere. Certiorein te facio, scrpsisse me superiori Augusto et Se-
ptembri Dioptrien, quae constat propositionibils et axiomatibus pro
miscue numeratis centum quinquaginta una minus: eam tradid Electori
Goloniensi. Ingens quidem labr in causis erunds, non minor tamen
voluptas in inventione earum, quam tibl ex Mediceorum aut figurae
Satumiae inventione. Id ago^ ut imprmantur pauca exemplara; id
si impetro, ad te mittam unum; jcundiseimaB ridebis causas contin-
gentium circa baec duplicata specula, si modo non antea es rima-
tue eadcm.
Giambatista Por ta al Principe Cefi Marchese di Monti ceVi.
(Tar gi oni Scienze Fisiche voi. primo.)
Napoli .... 1611.
Ho ricevuto il libro contro il signor Galileo (a), del quale non ho
veduto coea pi spropositata al mondo. esso si gloria autore
con tanti argomenti provare il contrari, e non ne vale ninno: e
mentre ha pensato torgli autorit, ce l pi confermata. Attesta me
nella prospettiva molte volte, e mai a proposito: conoscesi non sape
re la prospettiva.
(d) Ia DiBiioia Astronomica del Sitio.
A R T I C O L O V.
Altr e Lettere del 1610 relative al Nunzio Sidereo, e nuovo scritto
del Keplero a confermatione del medesimo.
MartettTelsero al P . Cristoforo Clamo f Targioni Scienze Fisiche
in Toscana Voi. .)
Augusta la Marzo 1610.
..... N o n posso mancare di. ricordarle, che da ^adova mi viene
scritto per cosa certa e sicura, che il signor Galileo Galilei matema
tico di quello studio ha ritrovato coll istrumento nuovo, da molti
nominato visorio, del quale egli si fa autore, quattro Pianeti nuovi
quanto a noi, non essendo ijaai stati visti, per ^anto si abbia no
tizia, da uomo mortale; con di pi molte stelle fisse non conosciute
n viste primaj e circa la via lattea mirabilia. Io so molto bene,
che tarde, credere est. nervus sapientiae, per non mi risolvo a nulla,
ma prego vostra-Reverenza, che me ne mca in confidensa liberamen
te la sua opinione intorno questo fatto....
Lodovico Car di Cigoli al GalUo. (Librer ia Nelli . J
Roma I Ottobre 1610.
..... Il Clavio capo di tutti disse ad mio amico delle quattro
stelle che se ne-rideva, e che bisogner fare un occhiale che le faccia
e poi le mostrij e che il Galileo tenga la sua opinione, ch'egli terii
I^ sua*....
Ma il sj Dicembre seguente il P. Clavio stesso in tua lettera confssa poi d aver
egli medesimo osservato 1 Pianeti Medicei.
I l P . D. Benedetto Castelli al GaMlo. (Libreria Nel l i .)
Brescia. 5 Nwemire 1610.
^serva che se i Pianeti girano intorno al Sole, Venere debb esser ilcatd) e k>
aebbe pur esser Marte nelle q^dratnre: onde chied se ci si verifichi. Con altra
lettera del 5 Dicembre snccessivo ripete le stessa opinione ed inchiesta. A quest
lettere ris^nde il Galileo con sua del 3o Dicembre 1610 (Tomo a di Padova p. 4^)
coU' osservazione il pensiero del Castelli.
Nell edizione di Padove, alla lettera ora citata del Galileo manca il smenta
Postscriptum, che pur trovasi dopo la stessa lettera manuscritta nella Biblioteca
di Parma.
Mi ero scordato di dirgli come la pattata notte osservai 1* eclisse
della Luna che fi alle dieci ore e un terzo. Non ri cosa notabile,
n praeter imaginationem, vedesi solamente il taglio dell ombra con-
fuiesimo cio non tagliente e terminato, ma indistinto et anneb
biato molto, dove che le ombre causate nella L una dalle eminenze
sue proprie sono crudissime et terminatissime come ({nelle che na*
scono da corpi tenebrosi Ticinissimi ad esse ombre, ma ombra della
terra tanto remota dalla Luna non pu fare il suo termine, et con
fine con la parte luminosa altrimenti che sfumato indistinto et an
nebbiato. Ebbi istessa notte occasione di osservar pi volte i Pianeti
Medicei et le loro mutazioni le quali metter di sotto insieme con
le distanze nuste tra loro et Giove. Se la mia mala complessione mi
concedesse il far continue osservazioni, spererei in breve di poter de
finire i periodi di tutti quattro, ma mi e necessario, in cambio di
dimorare al sereno, starmene bene spesso nel letto. Bacio a V. Rive
renza di nuovo le mani.
Die ap Dee. Hor. seq. noctis 3. ^ * ........... * . q . . *
i t a 5 3
* occi
oriensx i a 5 3 /den*
Hor. IO. X * : * ....................... O ' * *
\ I a 5 '3
J J odovico Car di Ci goli al Galileo. (Tar gi oni Sci eme in Toscana. J
Roma a6 Novembre i6i o.
Non risposi a V. S . , perch non avevo trovato il signor Luca, al
quale poi ho mostro la sua lettera, della quale si' rallegr molto, di
cendo che s era trovato molte volte a ' difenderla. M dispiac-
ciuto molto la nuova della sua indisposizione; che a Dio piaccia re
cuperi la sanit presto, acciocch, poich io non la posso godere,
cost, almeno per un anno, ella jiossa venir qua, si per goderla, come
perch V. S. possa chiarire questi satrapi e gran baccirtari. F^ci le
iticcomandaziai al signor Buonaroti, tornano duplicate, e cosi dal
signor Luca, e dal signor P^sigdani; ed io li.sono, sebbe&e per mia
disgrazia lontano, pi afiezionato srvitore di tutti.
Marco Velsero al P . Clamo (Tar gi oni Scienjfi Fisiche in Toscana
Voi. i .J
Augusta 7 Gennajo i 6 i i .
jEssendo io stato sempre ostinato a non creder li Piimeti nuovi, ora
i4
sono costretto di Tacillare per il contenuto di una lettera del signor
Galileo di 17 Dicembre, di questo tenore.
Sono finalmente comparse alcul^e osserrazioni circa^ i Pianeti Me
,, dicei, veduti da alcuni P. Gesuiti scolari del P. GUvio, e dal me-
,, deeimo-P. Glario scritte e mandat anco a Venezia. Io gli ho fatti
vedere ad alcuni de*medesimi Padri qui in Firenze, pure a
,, tutti questi che ci sono, et ad altri che ci sono passati, e questi
j, se ne s<mo serviti in prediche et in orazioni, con concetti m(dto
graziosi. Tuttavia non mi confido poter espugnare a^juni di codesti
,, filosofi, o per dir meglio non credo che siano per essere cos facili
a lasciarsi cacciar da me queste carote. A Pisa morto il filosofo
,, L ihri accerrimo impugnatore di queste mie ciimcie, il quale non
le avendo mai voluto vedere in terra, le vedr forse nel passare
al cielo.
Desidero che V. Reverenza confermi avviso, in quanto tocca lei
e i suoi scolari per cavarci totalmente di dubbio.
Lo stesso Velsero al P . Clcwio. (I vi )
Augusta II Febbraio 1611.
Dalla lettera di V. R. resto sincerato et assicurato con molto mio
gusto, de miracoli trovati dal signor Galileo circa le stelle di Giove,
Saturno, e Venere. Perch sinora, non ostanti le tante sue assevera
zioni, ne restai sempre con qualche scrupolo, sapendo quanto facil
cosa sia l ingannare se stesso ancora non pensando, e che per diffi
cilmente si suole credere agli attestati in causa propria- Ora resta
solo di ammirare 1* immensa bont e grandezza di Dio, umiliandoci
sotto la potente sua mano, che con questo mezzo ci fa conoscere
quanto poche' siano, le cose *da noi conosciute, a proporzione deHe
ignorate, eziando tra <raelle, che dalla speculazione dell umano
ingegno sarebbon penetrili.....
J oannis Kepler i S. Caesar. Maj estat. Mathematici. Narr atio de
chser^atis a se quatuor J ovis satelUtbus erronibus, quos Galilaeus Oa~
lilaeus MthematicU flor ent nus j u r e. iwentionis Medi cata Si der a
Ttuncupavit. Cum adj uncta Disserfatione de Nuncio Sidereo lutper cui
nutrtales misso. (Francofurti sumpt. Zach^ria^ Palthemi 1611 in 4 ^
J oannes Keplerus S, Caes. Maj est. Mathematiciis.
Amico Lectori Salutem.
Temporis filia veritw; cui me obstetricari non pudet: ut sic e t
indicium neri me faottun, non irrxtum esse comprobem, et oaeteroe
*44
anxietate enper eventu gestationis liberem. Veritati bonus testi-
moniura neget? Dei opera quis philosophue ocaultetr Qui Pharaone
crudelor mperabit obetetriebus, ut foetum natum expooant, oppii
mant, neceot ? Atque ita mhi Dominus Deus benefacat, ita mihi
meie^ae demos ediflcet, uti ego veritatis hoc testimonum verbi
omnino veris ingenuis et simplicibus efieram: si paucula praemieero.
Erunt enim qui me foelici inagis quam excusabili conjectura judi-
cium menm de Galilaei observationibus periculose praecipitasse di
cent: quibus non sufficient rationes in Epistola mea ad Galilaeum
allatae; eo quod popukres sint, et ad vulgo satifaciendum compara-
tae; ut quibus passim ad subsellia judicum quaestio facti exerceatur.
udiant igitur rationes mea^ credulitatis occultiores; tales nempe*
quae oum statim initio ad primam observatiouis f^imam animo meo
intus pianissime ^atisfecerint, foris tamen in vulgum, qui pendebat
animi dubius, jactari, et illis juridicis praeferiante fdem eventu fa;
ctam, citra lu^brium non potuerunt.
Nam quis quaeso est rationum astronomicarum peritus, quis infinitae
mixtionis motuum coelestium expertus; qui non statim prima fronte
veraces bas ebservationes deprenendat? Nam si consilium cepisset
autbor ementiri novos planetas, cur quaeso non innitos circa fixae
infinitas commentitus ^st, ut Cardinali Cusano, ut Bruno aliisqud
enffragaretur, eorumque autboritate verisimiiia diceret? Quod si non '
placnerunt fixae, cur circa Jovem, omisso Saturno, Marte, Venere?
Cur quatuor inxisset, et non vel utium, uti circa Tellurem est una
Luna, vel sex uti circa Solem sunt sex? Et quia Jupiter electus est,
cur non longas illis periodos potius attribuit, quia et Jovis circuitus
longus annorum duodeciin: cur adeo breves ut tardiseimus quatuorde-
cim diebus rcdeat? Nam si quae est' proportio reditus Lunae ad redi- '
tum T elluris, quam Luna cingit curricmo, eadem fuisset statuta pro
portio reditus unitts ex hoc Joviali satellitio ad reditum Jovis, ad mi-
nus annum unum solarem satelles ille sortitue esset. Denique cum
satellites illi easdem pei^etuo partes, et ad noe convertant et ad
Solem, eoque semper lucidi esse debuerint: quid attinuit comminisci
splendorem inconstantem, ut obscuri essent in excursibus maximis,
clari prope Jovem ? Cur quaeso quis rem de industria involveret, talia
confingens, quorum rationes invenire desperet? Neque dum enim ullae
mihi eatisfaciunt hujus rei rationes, neque quas Galilaeus attujit, ne
que quas ego in Epistola. Adde incompertas celeriorum trium pe-
riodos et nescio an unquam inveniendas. Si enim libuit Galilaeo
mentiti, cur non (uti memorem ajunt oportere esse mendacem) ap-
paritiones illas ex certi^ circulis et periodis conceptas ordinavit, et
quasi ex ephemeride deprompsit ? An non ingenua est coufessio rerum
observatarum qu credibiUum qii incredibiUum.
Has ego rationes assensus mei praecipitati si fuissem professus in
Ejnatola: quid aliud mihi fuisset expectandum, quam ut calidus aliquii
P. I .
i45
iuvenis exclamaret; me niliil aliud iis rationibus aeere, nt Gki-
lilaejas observationes reiutem ? Quando haec eycopnantia ne eie qui-
dem mea Epistola pervertenda abetinuit. Quare ne nunc quoque refu-
tationem potiue quam confirmationem instituisee videar, ad ipgas meas
obeervationee recti me confero. Tuum erit, lectof, has meas onm
Galilaeiis conferre, si medo iisdem diebus ie observaverit, suasque
edderit: Nam testis est mihi Praga has meas ad Galilaeum non mis-
sae, eoque ne scripsi quidem ad ipsum interea, ^amvie respondendum
erat. Caeteri vero praeter nuneium rei in genere, perecribere ex
cbartie domi meae repositis nihil potuerunt: uti .nec ab ilio ad me
mitti ad bunc usque diem potuerunt obeervationee dierum omni-
no proximorum. Itaque certus esse potee, nihil communicatis ger
cousiliie. Qod si^ lector, invenies aliquam situa disclrepantiam, aat
si, ut opinor, pauciores interdum vidisse me deprehendes, ^am Ca
lihieum: id circa rem ipsam te non turbet. Prima enim haec mea
rudimenta sunt bujus generis obseryationum; coelum plerumorue fuit
nubilum, L una praesens negocium exhibuit, instrumentum fuit nec
optimum nec commodissimum, sostentatio instrumenti in itu immo
to, et deprehensio quaesiti Jovis difficillima; nec instmmento distinxi
et numeravi minuta: contentu? in tam brevi tempore aestimatione
instrumenti crassa.
Mense Augusto Reverendissimus et Serenissimns Arche|scopn8 Co-
loniensis, Elector, et Bavariae Dux, Emestus, etc. Vienn Austriae
redux instrumentum mihi commodavit, quod a Galilaeo sibi missum
dicebat; quod ipse ^lidem aliis quibnsdam, quae secum habebat, er
commoditate quam ipse inde videndo caperet, longe postposuit^ qn-
slus stellas repraesentari quadrangulas.
Jtaque mane diei 3o Augusti stylo novo Jovem inter nubila som
contemplatus, praesente Benjamine Ursino, astronoraiae studioso : qui
cum artem amet et exercere philosophando institnerit; nequaquam
cogitat fidem, quae astronomo nituro est uecessaiia, statim a prin
cipio falso ullo indicio decoquere. Et visus ego eum videre steilulam
orentalem a Jove, secundum Eclipticae ductum. Id autem veri ei
militudinem acquirit ab observatione sequenti.
Die 3i Augusti vespere Satumum et Martem contemplati sumus;
nullas in vicinia vidimus amplitudine instrumenti, quae pene dimi-
diam Lunae diametrum capiebat. Luna.praesens suspecta nobis erat
de impedimento.
Mane sequenti diei i Septembris hor post mediam noctem uni e t
duabus, eoque amplius. Luna jam cadente, vidimus primo Plejadee
numerosissimas. Dein Martem contemplati, (qui fere erat in linea ex
media supremarum Ceti ad sequens coma Arietis, proprior illi mediae,
quam illa extremis, ut media cum Marte et squente apud se for-
maret angulum rectum, Mars apud se, cum eadem media et praece-
dente, paulo minorem recto) vidimus intra ampUtudiiiem instrumenti
4
stella* 30 minuta crcumstantee, et ^intam paolo longius, et
eextam proxme ipsuin fuisse docebant dies sequeatee. Cum igitur
misiseet Galilaeus bue quasdam literas tranapositas, numero 87, quibue
ait contneii novam obeervationem priori quatuor Jovis eatellitum
mirabiliorem, quas ego literas memoriae causa, ut potui,' in hujus
semibailiarum versum redegeram:
Salice umbistineum geminatum Mar ti a proles.
Multa nos incessit cogitatio, si foi*san et circa Martem aliquas talee
Lunulas videamu^ Sed sequentium dierum observatio docuit, Martetn,
quamvis tardo motu, exisse e septo harum stellularum versus orien-
tem, et denudatum penitus. Itaqae fixae erant, de quibus ideo nul-
lam porro iaciam mentionem..
Joyem surgentem contemplati prmam mdubitatam et pulcbefrimam
adepti sumus obeervationem Medioeorum. Rationem banc tenaimus
ut quid quilibet observasset, id tacitus creta pingeret in parie te se-
orsim ab alterius. conspectu: Postea alter ad alteris picturam simnl
transiremus, exploraturi consensum. Id intellige et de sequentibue.
Certi Bumus de tribus, de quarto obscuro qui Jovi propior erat, du-
bitavimus, magis Ursiniis quam ego. Clarissime visi sunt duo occi-
dentales in multam auroram, p^ne contigui; tuno denique piane
duo, tres videbantur. Duplo pliis distabat orientalis a Jove, quam
pccidentalissimus, et plus, quam ante biduum distare putaveram' illum
orientalem faae?itanter visum. Idne omnium rect, praesertim ooci-
dentalium, quae instar quinti nodosi radii erat, paulo longiori quam
caeter quatuor. Nam t nobis Jupiter, ut et Mare, et mane Mercu-
rius, et Sirius apparuenint quadranguli. ^ ter enim diametrorum aii-
^ulosorum caeruleus erat, alter paniceus, in medio corpus flauum, ful
gore admirabili. Hc totum accidit imbecillitte visus conniventis ad,
tam confertam lucem, uti eam accumulat instrumentum. Nam et de
die spectantibus per hoc instrometitum proptr nimim lucis copiam
eolores iridis oriuntui*.
Omnibus bisce diebus, et pauciiUs ante, post quadram scilicet Lunae,
in ejus corpose visus est clarissimus umbo quasi triangularis, versus
partem superiorem vergens, et in orientem quasi dodrante paralleli
sui ad bisectionem recti, le primo stabat ante terminum justum il-
luminationis, jam illmninatus, post conditus intra lucis rationem sem-
E
er clartate emicuit. Diceres animi CTatia nivem in exceleissvmis alpi-
U9. Hoc die spectator et testis mibi mit oculatus Ursinus supradictus.
Die 4 Septembris mane, Jupiter per nubila cum duobus satellitibna
est visus, dar occidentali, minus dar orientali, dupla dietantia
occidentdis ad distantiam orientalis, linea recta et. ardua, quasi plus
^am Ecliptica. Occidentalis fere distabat, ut occidentalissimus die i
Septembris. Erat baec distantia, fere stellae patentis pars parva, for
te quinta awt seirta. Praesto fuerint reliqui duo aa non, baud constat.
Nubila enim celeberrima turbarunt inquisitionem.
*4?
Die 5 Septembrie mane, unus claroe eatellee Jovie ad orientem,
tertia parte instrumenti, nulli jpraeterea coelo claiissimo, sed iam
multum albicanti ob auroram et lumen Lunae. Vidit et T homas Se-
gethus Britannus vir jam celebrium virorum librs et lteris -iiotue,
cui sua ideo nominis existimatio cordi est.
Non possum praeterirej quin animi gratia explicem et epectacolam
quod nobia Luna decreecene exbibut.
Est in Lunae facie, supra oculum ejus sinistram e regione nostri
dextri, parvula macula vulgo nota, instar puncti, nigenimi: quam
nunquam aliud quid esse censui, quam proiundam cavitatem, eam
orescente Luna par est minus esse conspicuam ; qua in deveza L u
nae vergens soli rectius objcitur, quam si Luna piena faert> tuno
enim declinane lumen Solis, magie obumbratur. Haec vesperi 4 Se
ptembrie , ut erat instrumento explicata in speciem latissimae ma-
culae, ferruginei coloris erat, limbo limpidissimi luminis circumdata.
At hoc mane 5 Sptembris lmhus hiabat versus obscnram partem
Lunae; nam circulus seu terminus illuminationis super hanc maculam
transibat linea syncere curva. Limbue vero fulgidissimus utroque bra-
chio procurrebat ultra terminum luminis in regionem obumbratam;
reducta-habens brachia, et introrsum flexa, instar Probolarum, quibus
Anconae, Messanae, Genuae, et alibi portus efformantur, in fine acuto
flexu.^ Erat expressissima lacus effigies, conformatione mare Gaspium
dixeris: sed contentis magis.Ponto Euxino, aut mari Jonio similis.
Erat enim in ipso lacu, qua introrsum versus corpns Lonae vergebat,
lucidior areola, Isthmo conjuncta littoribns Incidiraimis. Sic tria di-
stincta erant lumina, clarissimum littoram et montium, ferrugineum
et obscurum maculae seu lacus, osque ad terminum illuminatonsj me^
diocre, viciniu^ tampn acus obscuritati, candor illiu areolae.
Veeperi hor nona, cum esset orta Luna, lumen lacum omnem de
seruerat, littora conspiciebantur flexa circulari pulcherrimo, quasi
exsecta easet Luna aut excavata. Sola peninsula intra Hlam Uttorum
cavitatem adhuc illuminabatur.
Istbmus apparuit clarissime, erat species veluti Tauricae Ghersonnesi
in Ponto, aut potius Peloponnesi, divisae utrinque sinubus ambrosi
longa tamen fronte, et lacu; recte objeet, neo ut nomiiiatae penin-
sulae, angulo acuto prorsum in lacum procurrente, sed triplo fere
longior quam htior.
Mirum autem; in Peninsula, qua Isthmo conjungitur littoribo
t w s , punctum erat lucidissimum, montis instar: e regine in laci-
disaim littorum continente punctum erat umbroeumj indicium forte
Tallis, per iraam patena in lacum egesta peninsolam eficit, ut de
aggestione Aegypti philosophatur Herodotus.
An haec sunt Vestigia Neronis alicvjus Isthmum perfodientis, aut
Cleombroti peninsulam vallo moiefttis neacio wmih 2 erxia
exercitum ?
i48
Yespere eodem Sataraum aepexi: nihil etellaram erat in tam arct
i49
vcinia.
Die 6 Septembre mane hor seoimda. post medam noctem, circa
Jovem epectaTmas T hmas Segethus et ego eatellites daos orentales,
invicem proximoe, Jupiter quasi duplo aberat pr9piori: liaea duo-
rum supra Jovem transibat. Clarssma utraijuey magie tamen orienta-
lior; distantia oriefltalis a Jove, quaei quarta pars instrumenti.'
. Gum perpenderem, inetrumentum angustam coeli partem amplecti;
incideretque si forte superioribus diebus remotiorem aliquam praeter-
iverim, aut non satis diUgenter quaesiverim: ampliata instrumeati
fenestra (quae tamen paulo admodum plus dimidia diametro Luaae
sic cepit) lustravi occidentalem et oiientalem Jovis plagam.-Ergo per
anram valde albicantem a praesentia Lunae, visus tamen sum ego
ridere minimam aliquam in occidente debilissimo liumne secundum
ductum Eclypticae, amplitudine a Jove paulo minore, quam instru-
mento capiebat.
Vicissim hor terti ,et mst, Segetbus visus est sub ipsis Jovis ra
dile versus occidentem vicfere pixnctum lucidissimum, quod hor se-
cund non viderat. Haec uterque pr se, ignaro altero, neo ad eadem
quaerenda admonito.
Die 7 Septembris mane bora 4 Jupiter est visus cum duobus sa-
tellitibus, uno parvo et. dar ad orientem, sub ipsis radiis Jovis, al
tero, quasi terti parte instrumenti ampliati versus oocas'um. Testis
Ursinus.
Hor quinta non amplius vidi imentalem, vidit tamen et agnovit
Dn. T engnaglius, Arcbiducis Leop<^di etc. scretus consiliarius (ad-
monitus), sed vicissim jion vidit occidentalem. Erat L una propinqua.
Mare stabat supra Lunam fere duabus L unae semidiametris, non-
dum in linea sectionis.
Die 9 Septembris hor a et 3 vidimus 'tres, duos >ocidentales, cla-
rissimum qui. Jovi propior, minus distantes, quam clarissimus dista-
bat a Jove. Extimus minus dimidio instrumenti distabat a Jove. UnuK
orientalis sub ipsis radiis Jovis, clarus, a Jve dimidio distane ejus,
quod inter se distabant occidentales. Segethus omnea tres vidit et
eodem modo disposuit. Di Schultetus Caesaiis Fiscalis per Silesiam
agnovit (sed adraonitus) clarissimam occidentalium.
Hisce observationibus habitis, et fide narratorum Galilaei suiBcienter
eonfirmat, cum et discessurus putaretur Elector: restitu instrumentum.
Tibi vero, Lector amice, hoc <raicquid est paucarum et properatarum
observationum impertiendum publioe censui, ut aut meam meorumque
testium fidem sequutus, posthac omni seposiU dubitatione veritatem
jpatefactam agnoscas, aut tibi de boao instmmento prospicias, cpod
in rem praesentem te deducat * .Vale et Deum in .opribue
8U8 celebrare nunquam de^ne. Pra^ae 1 1 Septembru anno 1610.
Thonuu SegetU Br itanni in illustrissimi viri QaUlaei Gali laei
Patr ci i Fiorentini et Sereniss. Magni Hetruriae Ducis Cosmi n
PHlosophi et Mathematici ohservationes coelestes Epigrammata.
L
Quae lature soli saedis incognita pri*cie.
Magno animo in lucem protulit ante L igor:
ccola niinc Arni eaedis incognita cunctis
Protulit in lueem quae lature poli.
Ille dedit multo vincendae gangmne terra:
Sidera at hic nulli noxia. Major uteri
II.
Un quae quondam lucebant eidera coelo^
Quae fieran^ solis cognita coelitibus,
Humano aepicienda dedit generi Galilaeus,
Mortales hoc est reddere diis similes.
IH.
Lucebant coelo, jam et terris sidera lucent.
An non hoo lucem est addere sideribue ?
.Quantum ! quam pulchrum.(nisi tu Gallaee fii88es)
Dvinae mentis delituisset opus!
Abdita ^ o d 'primum per te patefecit Olympi,
Permmtum debes tu Galilaee Deo,
At tibi multuin bominee, debent tibi sidera multum:
Multmn etiam debet Juppiter ipse tibi.
IV.
Aetbere eubductum mortalibus intulit igaem,
Et meritus poenam est Japetionides,
At tu, qui ocultos antebac Galilaee tot igne
Inyezti terrie, quid mereare? Polum.
V.
Terrgenas genus invisum^ molimine yasto
Gonatos terras j ungere siderbus
Vindex destra Jovis manes detrusit -ad imos;
Ambiti merces baec foit ioiperii.
Nil tale affectans Galilaeus si( era terris
Junxit, et ignotas edoeuit choreasj
Et decus astruxit coelo, divieque, sibique,
Ausus inaccessas primus inire vias.
Pro mertis Galilaee, tua inter eidera quondam
Ipse noTum ambibie tidos, ut illa, Jorem.
i5o
Si
Quod si nulla diee Medicela sidera perdet;
Nulla des nomen perdet in orbe tuum.
VL
Keplrue, Galilaee, tuus tua sidera vidlt.
T anto quis dubitet credere teste tibi?
Si quid in hoc; et noe Medicela vidimue astra,
Pragae marmoreum fert ubi Molda jugum.
Vicisti Galilaee. Fremant licet Orcus et umbrae^
Juppiter illum, istas opprimet qrta dies.
V I L
A d Serenissimum Magnum Hetruriae Ducem Cosmum i i de collato
in Galilaeum Gali laeum oh siderum Mediceorum ohsrvationem plus
quam mille aureorum munere, ttuloque Philosophi et Maihematici
sui cum honorario mille aureorum aniuLOrum.
T uscorum Dux Magne, anin^o quam nomine major.
Auspice quo patuit gloria magna Jovis.
Mens coelo cognata tua est praeclara foventis
Jngenia, exemplo ut regibus esse queas.
Ilegius isti animo titulus debetur, et olim
Hetrusco reges jura dedre solo.
Felix patrono Galilaeust Juppiter illi,
Quae tu donasti, praeniia debuerat.
Pro meritis, Dux Magne, soli, cum sero relinques
Sceptra, locum cedet Juppiter ipse tibi.
V i l i ,
Ejusdem argumenti ad Galilaeum. '
Non frustra medio es venatus in aetbere stella
Olim latentes, et stupenda Cyntbiae.
Foecondus labor hic tibi. Tu Galilaee cohortem
Jovi dedist,. Juppiter Jovem tibi. .
IX.
X)e Dioptro seu Perspicillo quod Serenissimus Cosmus i i Magn. Hetr.
Dux Technothecae suae inferendum ibidemque memoriae caussa
asservandum curavit per prosopopejam.
Quo primum patuere poli secreta, dioptron
Hic habito. Dices ugnum habitare polo.
Non libet, obynit potior mihi sedibus illis
Gloria, tecta mihi sunt Medicea polus.
Anche la precedente operetta del Keplero fa reUmpata cubito a Firenze da
Cosimo Giunti. 1611 in 4
A R T I C O L O VI .
n GaUUo nominato dal Gran Duca suo Matematico
Filosofo.
I dae Articoli preoedenti tuppongono talvolta che il Galileo gi passato a
stabilirsi in Firenze. Cme abbiam veduto, and mI sul principio di Primavera
del 1610 a Hrense ed a Pisa per mostrare col i Pianeti Medicei: indi passando
per Bologna il 04 Aprite restituissi a Padova, sino a che il Gran Duca lo dichia
r sno Matematico e Filosofo. Le Lettere sedenti parlano di tale nuovo incarico
del Galileo, e delle sue relazioni d^illora oofla Corte di Toscana.
Galileo a Belisario Fi nta. ( Fbbroni Voi. primo.)
Padova 7 Maggio 1610.
Come per la mia passata accennai a V. S. illustrssima, ho fatte tre
lezioni pubbliche, in materia dei quattro Pianeti Medicei, e delle al
tre mie osservazioni, ed avendo avuta l'udienza di tutto lo studio,
ho fatto restare in modo ciascheduno capace e soddisfatto, che final
mente quei prm^ medesimi, che erano stati acerbissimi impugnator,
e contrari assertori alle cose da me scritte, vedendosela finalmente dispe
rata e perduta afiatto, costretti o da virt o da necessit hanno cor am
populo detto, s ijon solamente essere persuasi, ma apparecchiati a
difender e sostener la mia dottrina contro a qualunque filosofo, che
ardisse di impugnarla, sicch le scritture minacciate saranno assolar
tamente svaiute, come svanito tutto il concetto, che questi tali
avevano fin qui procurato di suscitarmi contro; con speranza forse
'di esser per sostenerlo, credendo eh' io atterrito dalla loro autorit,
o sbigpttito dal profluvio dei loro creduli seguaci fussi per ritirarmi
in un cantone ed ammutirmi; ma il negozio passato tutto il rove
scio; e ben conveniva che la verit res1;^sse d sopra. Sapr appresso
V. S. illustrissima, e per lei le LL. SS. AA. come dai Matematico
deir Imperadore ( Gio. Keplero ) hq ricevuta una lettera anzi un in
tero trattato di otto fogli scritto in approvazione di tutte le particole
contenute nel mio libro, senza pur contraddire o dubitare in una'
sola minima cosa; e creda pui V. S, illustrissima che istesso ave-
riano anche parimenti detto da principio i Letterati d Italia, s io
fussi stato in Alemania, o pi lontano; in quella gmea appunto, che
possiamo credere, che gli altri. Principi circonvicini d Italia con oc^
chio un poco pi torbido rimirino la eminenza e . potere del nostro
Serenissimo Signore, che gl immensi tesori e forze del Mosco, o del
Chinese, w r tanto intervallo remoti. Ora il negozio qu in stato
tale, che V invidia oramai non ha pi attacco di abbassarlo col con
vincerlo d ialsit, n pure anche col metterlo dubbio. Resta a tioi>
sna principalmente a nostri Serenissimi Padroni di sostenerlo in ri
putazione e grandezza col mostrare d fame quella stima, clie a cos
segnalata novit si conviene, essendo ella in effetto stimata per tale da
tutti quelli, che ne parlano con'sincero animo. L ilustrissim signor
Ambasciador Medici mi scrive da Praga non essere in quella Corte oc
chiali se non di assai mediocre efficacia, e perci me ne domanda
uno avanzandomi essere desiderato da S. M. , e mi scrve che io lo
debba far consegnare in Venezia al Segretario del signor Residente,
acci lo mandi sicuro ; io per intendo che detto Segretario non ri
cever, o mander cosa alcuna senza ordine di V. S. illustrissima,

>er contentandosi S A. che io ne mandi per tal via, sar V. S. il-


ustrissima servita di dar ordine in Venezia, che sian ricevuti e man
dati: intanto non me ne ritrovando degli esquisiti, vedr di condurne
a fine un paro o due; sebbene a me grandissima fatica, n io vor
rei esser necessitato a mostrare ad altri il modo vero di lavorargli,
ee non a qualche servitore del gran Duca, come per altra le ho scrit*
to. Per, e per altri rispetti ancora, e ^incipalinent per quietarmi
di animo, desidero grandemente la risoluzione dell altro negozio sta
tomi pi volte*accennato, ma particolarmente da V. S. illustrissinia
ultimamente in Pisa: perch sono in tutti modi risoluto, vedendo che
ogni ^orno pasisa un giorno, di mettere il chiodo allo stato futuro
della vita che mi avanza, ed attendere con ogni potere a con
durre a fine i frutti delle fatiche di tutti i njipi studi passati, dai
quali posso sperarne qualche gloria: e dovendo trapassare quelli anni
che mi restano o <|ui o in F irenze, secondo che piacer al nostro Se*
renis. Signore, io dir a V. S. illustrissima quello che ho qui, e quello
che desidererei cost, rimettendomi per sempre al comandamento
di S. A. S. Qui ho stipendio fermo di fiorini looo l anno in vita mia,
e questi sicurissimi, venendomi da un Principe impiortale e immutabi
le. Pi di altrettanto posso guadagnarmi da lezioni private, tuttavolt
che io voglia leggere a signori oltramontani; e quando io fossi incli
nato agli avanzi, tutto questo e pi ancora potrei mettere da canto
ogni anno col tenere gentiluomini scolari in casa, col soldo dei qua
li potrei largamente mantenerla; inoltre l obbligo mio non mi tien le
gato pi di sessanta mezz ore dell anno, e questo tempo non cos
strettamente, che per qualunque mio impedimento io non possa sen
za alcun pregiudizio interporre anche molti giorni vacui: il resto del
tempo sono liberissimo, e assolutamente mei j ur s: ma perch e le le
zioni private, e gli scolari domestici mi sariano d impedimento e ri
tardanza a mei studi, voglio da questi totalmente, ed in gran parte
da ^ele vivere esente: per quando io dovessi rimpatriare, desidererei
che la prima intenzione di S. A. S. fiisse di darmi ozio e comodit
di potere tirare a fine le mie opere senza occuparmi in leggere; n
vorrei, che perci credesse S. A. che le mie fatiche fussero per esse
re men profittevoli agli studiosi della professione, anzi assolutamente
P. I, ao
53
variano pi: perch nelle pnlibliche lezioni non ei pu leggere altro
che i primi elementi, per il che sono molti idonei, e tal lettura
solo d impedimento, e . di niun ajuto al condurre a fine le opere
mie, le quali tra le cose della professione credo che non terranno
1* ultimo luogo ; per simile rispetto, siccome io reputerei sempre
a mia somma gloria il poter leggere ai Principi, cos all incontro io
non vorrei aver necessit d leggere ad altri. Ed in somma vorrei,
che i libri miei indirizzati sempre al Serenissimo nome del mio Si
gnore fussero quelli che mi guadagnassero il pane; non reetamlo in
tanto di conferire a S. . tante e tali invenzioni, che forse niun
altro Principe ne ha delle maggiori, delle quali io non solo ne ho
molte in efietto, ma posso assicurarmi di esser per trovarne molte
ancora alla giornata, secondo le occasioni che si presentassero; oltre
ch di quelle invenzioni, che dependono dalla mia professione, potr
essere S. . sicura d non esser per impiegare in alcuna di esse i
suoi danari inutilmente, come per avventura altra volta stato fatto,
ed in grossissime somme; n anche per la8cia;*si uscir delle mani
qualunque trovato propostogli da altri, che veramente fusse utile c
hello. Io dei secreti particolari tanto di utile, quanto^di curiosit ed
ammirazione j ne ho tanta copia, che la sola troppa abbondanza
mi nuoce, ed ha sempre nociuto; perch se io ne avessi avuto un
solo, avrei stimato molto, e con quello facendomi innanzi potrei
appresso qualche Principe grande aver incontrata quella ventura, che
finora non ho n incontrata, n ricercata: magna, longeque admira-
bilifl, apud me habeo: ma non possono servire, o per dir meglio essere
messi in opera se non da Principi, perch essi fanno e sostengono
guerre, fabbricano e difendono fortezze, e per loro regii diporti fan
no superbissime spese, e non io, o gentiluomini privati. Le opere che
ho da condurre a fine sono principalmente: due libri de systentate,
sm constitutione universi; concetto immenso, e pieno di Filosofia,
Astronoma, e Geometria. T re libri de motti locali, scienza intera
mente nuova, non avendo alcun altro n antico n moderno scoper
to alcuno dei moltissimi sintomi ammirandi, che io dimostro essere
nei movimenti naturali, e nei violenti; onde io la posso ragionevols-
simamente chiamare scienza nuova, e ritrovata da me fin da suoi
primi principii. Tre libii delle meccaniche, due attenenti alle dimo
strazioni dei principii e fondamenti, ed uno dei problemi; e bench
altri abbiano scritto questa medesima materia, tuttava <raeIlo che
ne stato scritto fin qui, n in quantit, n in altro e il quar
to che ne scrivo io. Ho anche diversi opuscoli di soggetti naturali
come ds sorw et voce, de visu et coloribus (a), de maris aestu, de
(e) Non sa che eieta cosa alcuna di qneet opera, come neanche dell eltre dfO
compositione continui, et de animalium motibus- Una delle chiuse della perdita di
melt opi;re del Galileo fu l ignoranza di un uo nipote per nome Cosimo, il (jaal^
54
conpos!ione continui, de anirnlium motibus} ed altri ancora. Ho
auche ia pensiero di scrivere alcuni libri attenenti al soldato for
mandolo non ohuneiite in idea, ma insegnando con regole molto
esquisite tiitco quello che si appartiene di sapere, e che depende
dalla mitCin iticlij; come la cognizione delle castramentazioni, ordi
nanze, fortiticazioni, espugnazioni, levar piante, misurar con la vista,
cognizioni attenenti alle artiglierie, usi di vari strumenti, ec. Mi bi-
so-i,ia di pi ristampare l uso del mio compasso geometrico dedicato
a S. A. non se ne trovando pi copie; il-qual strumento stato tal
mente abbracciato dal mondo, che veramente adesso non si fanno altri
etrumenti di q-.iesto genere, ed io so, che finora ne sono stati fab
bricati alcune rnigliaja (a). Io non dir a V. S. illustrissima quale
occupazione mi sia per ayjportare il seguir di osservare, ed investi
gare i periodi esquisiti dei quattro nuovi Pianeti, materia, quanto
pi vi penso, tanto pi laboriosa, per il non si ^sseparar mai, se
non per brevi intervalli, l uno dall altro, e per esser questi e di
colore e di grandezza molto simili. Sicch, illustHssimo Signore, bi
sogna che io pensi a disoccuparmi da quelle occupazioni, che passo
ne ritardare i miei studi, e massime da quelle,' che. altri pu lari in
caujjlo mio; per la pre^o a proporre alle LL. AA,., ed a se m^de-
si:na queste considerazioni, ed avvisarmi poi la loro resoluzione. In
tanto non voiflio riistar di dirle, come circa lo stipendio mi conteu-
tci- di qasilo die ella mi accenn in Pisa, essendo onorato per un
servitore di tanto Principe; e siccome io non soggiungo niente sopra
la quantit, cosi sou sicuro che dovendo io levarmi di qua, la beni
gnit di S. A non mi mancherebbe di alcuna di. quelle comodit, che
si sono usate con altri bisognosi anche meno di me, e per non
ne parlo adesso. FiiiaLnente quaiito'al titolo e pretesto del mio ser
vizio, io desideraij , oltre al nome di Matematico, che S. A. ci &g~
glugnesse quello di Filosofo; professando io di avere studiato pi anni
in filosofia, che mesi in matematica pura; nella quale, qual profitto
io abbia fatto, e se io possa e debba meritar questo titolo, potr far
vedere alle LL. A A. qualvolta sia di piacimento il concederini campo
di poterne trattare alia presenza loro con i pi stimati in tal facolt.
Ho scritto lungamente per non aver pi a ritornare sopra tal materia
con eoo nuovo tedio; mi scusi V. S. Illustrissima, perch sebbene
questo a lei, che consueta a maneggiar-negozi gravissimi, parr
frivolissimo e leggiero, a me per egli il pi grave che io possa in
contrare, concernendo o la mutazione, o la confermazione di tutto
lo stato e Tesser mio.... ,
i>rnci gran quantit di crittiii9 ppartenenli a suo nonno, pennato di ren<iere
con queit azione pi acc!*tto al Signore il taorifizio, che fece di ( t<?*8o nel vsitir
V abito di Prete della Mieeione.
(e) Un certo Mazzoleni Padovano fu quegli di cui si serv il Oalileo nel mecca
nico lavoro le eiv romn-asi.
iSS
elisario Finta al Galileo. (Fahbroni Letter e Voi. primo. ^
5 Giugno 1610.
Hanno queste Altezze deliberato di dar ttolo a V. S. di SSatemil
tico primario dello studio di Pisa, e di Filosofo del Sereniesimo Gran
Duca senz obbligo. di leggere, e di risedere n nello studio, n nella
citt di Pisa, e con l stipendio di mille scudi anno moneta F io
rentina, e con esser per darle ogni comodit di seguitare i suoi stu
di, e di finire le sue composizioni;! e siccome vivendo presso le AA.
L L. e con esso loro conversapdo conosceranno, e proveranno sem
pre pi la sua valorosissima ed eminentissima virt in tanti e tanti
conti, cos accresceranno sempre al suo merito amore e stima, e alla
sua persona favori onori e grazie: e se V. S. si contenta d questo,
bisogna che ella me lo specifichi ben bene con sue lettere, don far
sene poi in nome di lei la supplica, e da S. A. il decreto e rescritto,
e la pubblicazione, quando vorr V. S. e intanto si terr pi secreto
che sar possibile; e non avendo potuto questo giorno far il mandato
dei aoo scudi, che S. A. le dona per le spese intorno agli occhiali,
e stampe di altra sua composizine sopra i ritrovati Pianeti, s far
domani, o posdomani, e questi faccia conto di avergli in borsa, e le
bacio le mani.
I l Galileo a Beli sario Vinta Segretario del Gran Duca
( Fbbroni Voi. pr i mo.)
Paiooa 16 Giugno i6i o<
La lettera umanissima di V. S. Illustrissima scrittami ultimamente
non mi fu resa qui in Padova se non il sabato prossimo passato, sicch
era trascorso d un giorno il tempo di poterle dar risposta. Avendo
ora intesa la determinazione delle LL, AA, Serenssime, e ricercan
domi ella sopra ci l ultima mia e specificata deliberazione, le dir
che a quanto le LL . AA. Serenissime hanno stabilito s circa lo sti
pendio, come circa il titolo, niente o poco sono per domandare che
si dteri, come qtlegli che dtro non mai ho desiderato che l intera
satisfazione delle Loro Altezze Serenissiifle, e questo poco s ristrin-
g a stabilire e specificare la mia condotta essere durante la vita
miaj siccome in vita ero -condotto quj se cominciavo il servizio al
prossimo Ottobre ventuiO; e circa il titolo, piacendo alle LL. AA.
Serenissime di ndttiinarmi Matematico primario dello studio di Psa^
desidero, che pur tuttavia mi resti il titolo non solo di F ilosofo del
Serenssimo Gran Duca, ma di Matematico ancora: e sopra questo mi
fermo, e di tanto ne do certa e risolata |>arola a V S. illustrissima
i56
acci possa ultimare e eiTettaare quello che resta: il che stim che
sar bene che segua quanto prima, perch avendomi il Serenissimo
Gran Duca comandato che io fossi cost questa state, io potessi li
berarmi di qua con ogni prestezza , e trasferirmi a Firenze senza aver
pi bisogno di ritornar qua di nuovo. Circa poi il ristampare il libro
intorno id Pianeti Medicei, giudico che sia bene aspettare il ritorno
di GioTe fuori dei raggi del Sole, per poterlo osservare ancora mat
tutino, e por nell opera molte osservazioni fatte in questa costitu
zione, oltre a quelle che ho fatte di pi mentre e stato vespertino,
il quale ho potuto vedere benissimo insieme con i suoi Pianeti ade
renti , fino a tre settimane fa. Il tempo di poterlo ricominciare a
vedere orientalmente mattutino, sar tra meno di due mesi, e si ve
dr comodamente due ore avanti giorno; e frattanto andr segaitaa-
do le mirabilissimi: osservazioni e descrizioni della Luna, la qual vista
avanza tutte le maraviglie; e massime ra ohe ho |erfezipnato mag
giormente l'occhiale, sicch scopro in essa bellissimi particolari: que
sto stesso tempo mi baster ancora per ampliare il trattato, nel quale
Voglio inserire tutti i dubbi, e tutte le difficolt statemi promosse,
iisieme con le loro risposte e soluzioni, acciocch il tutto resti in
dubitatissimo, siccome in effetto non solamente vero, ma pi di
quello ohe ho detto e scritto. Non voglio restar di far sapere alle
LL. A A. Serenissime, come ho con diligeaza osservato pi volte in
tomo a Marte e a Saturno, vedendosi ambedue la mattina avanti
giorno in effetto non veggo che abbiano altri Pianeti loro assisten
ti; cosa che mi di sommo contento; poich possiamo sperare di do
ver esser noi soli, e non altri stati graziati da Dio di quest onore.
Se le LL. AA. Serenissime avranno fatto ordinare in Venezia che mi
sieno contati gli scudi aoo, che mi scrive V. S. illustrissima, vtiTan-
tio opportuni o per la spesa della stampa, se mi tratter qua tanto,
O per la condotta mia e delle mie robe 6 per parte del risarcimento
del danno, che sentir nel disfar casa qua e rifarla in Firenze, il
quale non sar leggiero, e in questo caso io stesso poi far la spesa
intera della stampa. Restami finalmente di significare alle LL. A A.
Serenissime come per ridurmi in perfetto stato di qmete di mente,
mi bisognera liberarmi da alcuni obblighi che ho, e in particolare
con due miei cognati, per il resto che dovria per sua parte pagar
loro mio fratello, avendo io sborsata la parte mia, e assai pi: ma
S
erch mi trovo obbligato per lu i , e esso non si trova in facolt
i poter satisfare al suo debito, forza che sottentri io per lui; psr
mi sono promesso tanto dalla benignit delle LL. AA. Serenissime,
che quelm comodit ch ad altri molte volte hanno fatta, e io pi
volte ho ricevuta qil da questi Sigiior, mi debba, supplicandonele
io, esser conceduta, e questa l imprestit dello stipendia d due
anni per doverlo scontare ne prossitrti quattio venturi, e ci doman
do io per grazia specifica della loro infinita cortesia,, dalla qu de sola
*57
intendo di riconoscerla, e non da altra condizionej avendo io, come
da principio ho scritto, fermo projMnimento di non mutare articolo
alcuno essenriale di quelli, che dall assoluta deliberazione delle LL.
AA. mi sono stati proposti. Altro pi non soggiungo in questa ma
teria, ma star attendendo da. V. S. Illustrissima quanto prima lo
stabilimento e efTettuazione del negozio, per venirmene poi subito
a servire e riverire presenzialmente i miei Serenissimi Signori e
Padroni naturali.
Diploma del Gran Duca Como n al GaUUo (Librer ia Nel l i . J
Fireruu io Luglio 1610.
L* eminenza della vostra dottrina, e della valorosa vostra sniBcien^
za, accompagnata da sngolar bont nelle matematiche e nella .flo-
sofia, e ossequentissima affezione vassallagio e servit, che ci avete
dimostrato sempre, ci hanno fatto desiderare di avervi appresso di
noi; e voi a rincontro ci avete fatto sempre dire, che ripatriandovi
avreste avuto per soddisfazione e nazia grandissima di poter venire
a servirci del continuo, non solo di primario Matematico del nostro
studio di Pisa, ma di proprio primario Matematico e F ilosofo della
nostra Persona. Onde essendoci risoluti di avervi qua vi abbiamo e-
letto e deputato per primario Matematico e Filosofo: e come a tale
abbiamo comandato e comandiamo a chiunque s'appartiene de no
stri Ministri, che vi dieno provvisione e stipendio di mille scudi
moneta Fiorentina per ciascun anno, da cominciarsi a pagare dal di
che arriverete in Firenze per servirci, soddisfacendovi ogni semestre
la rata, e senz* obbligo di abitare in Pisa, n di leggervi, se non ono
rariamente quando piacesse a voi, ovvero lo commettessimo espresso
ed estraordinariamente noi per nostro gusto, o di Principi o Signori
Fiorentini che venissero: risiedendo voi per l ordinario qui in Firen
ze, e proseguendo la perfezione de vpstn studii e delle vostre fatiche.
Con obbligazion per di venir da noi dovunme saremo anche fuor di
Firenze, sempre che vi chiameremo. d il Signor Iddio vi conservi
e contenti.
I l Gali leo a Cosimo 11 Gran Duca (Fabhroni Lettere Voi pr i mo/
Pmdwa a3 Luglio 1610.
Ancorch io sia in brevi giorni per poter presenzialmente far que^
sto uffizio debito di congratulazione con V. A. S. per la nascita del
Signor Principe novello (a), tuttavia quel gaudio universale ed ec
cessivo, che per la nuova del felicissimo parto ingombri^ i petti di
(a) Che Al ppi ferdinando n.
i58
tutti i suoi ftevotissimi vassalli, non ha potato lasciarmi la lingua e
In penna in silenzio, sicch io non corra a dar serao all A. V. S.
deir immensa allegrezza, che ho sentita e sento per la grazia singolare
conceduta dalla JDivina sapienza e bont al suo fortunatissimo stato,
con assicurarlo doppiamente e nella giovinezza dell A. V. e nella
succedente prole, di volergli continuare il pi soave e pi benigno
governo, che in qualsivoglia pi avventurosa etade si sia ritrovato in
terra. Perpetui dunque S. D. M. nella felicit di V. A. S. la beati
tudine terrena di tutti i suoi sudditi, tra i quali io devotissimo me
le inchino, ed umilissimo le bacio la veste.
GaUho a Belisario Vinta Segretario ec. (Fabbroni Voi. pr i mo.)
Padova 3o Luglw 1610.
Sar questa solo per far reverenza a V. S. illustrssima, e signifi
carle conte per diverse occupazioiii, e tra le altre per la CTavissi-
ma, e finalmente mortale infermit del mio povero Alessandro, non
). axulAKe a Venezia, dove andr doman 1 altro, e
spedito di li m incamminer a ctesta~volta, m--prima-le scriver
ancora, e la supplicher a impetrarmi dalle LL. AA. Serenissime una
lettiga da Bologna a Firenze, sendomi impossibile il cavalcar per s
lunga e malagevole strada. Ho cominciato il d aS stante a rivedere
Giove orientale mattutino con la sua schiera de* Pianeti Medicei, e
pi ho scoperto un altra stravagantissima maraviglia, la quale desidero
che sia saputa dalle LL. AA. e da V. S . , tenendola per occulta,
finch nell opera che ristamper sia da me pubblicata: ma ne ho
vohito dar conto alle LL. AA. Serenissime, acci se altri l incontras
te, sappiano che ninno ha osservata avanti di me, sebben tengo per
fermo che muno la vedr, se non dopo che ne avr fatto avvertito.
Questo che la stella di Saturno non una sola, ma un composto
di tre, le quali quasi si toccano, n mai tra di loro si muovono o
mutano; e sono poste in fila secondo la lunghezza del zodiaco, es
sendo quella di mezzo circa tre volte maggiore dell altre due laterali,
e stanno situate in questa forma oQo , siccome quanto prima far ve
dere alle LL. AA. essendo in questo autunno per aver bellissima co
modit di osservare le cose celesti con i Pianeti tutti sopra l orizzonte.
Non occuper pi V. S. illustrissima, e baciandole con Ogni riverenza
le mani la supplico ad inchinarsi umilmente in mo nome alle LL.
AA. Serenissime. 11 Signore la feliciti.
59
a r t i c o l o VI I ,
Noti zi a d*un Libro del Lagalla e di un altro deW Mber gatti
intorno al la Luna,
De phacnomens in orbe Lunae novi telescopii usu a D, GalilacQ
Calileo nunc iterum suscitatis: physica disputatio a D. J ulio Caesare
L agalla in Romano Gymnasio habita philosophiae in eodem Gymna^
sio primario Professore. Nec non de luce et lamine altera disputeUio,
(Venetiis i6ia apud Thomam Balionum, in 4*/
L a dedfca del aa Settepibre 1611, al Cardinale Capponi Fiorentino....
Te noveram tanta cum voluptate Galilaeum naec demonstrantem eu
ecepisse, crescenti patriae gloriae gratatum, quae valuti sa^roiibus
annis Vesputium dedit novi orbis nventorein, ita nano Galilaeam
habet novorum Syderum authorem.....
Egli rassomiglia il Galileo col telescopio a Mercnrio col cadaceo ; perch quegli
pure I . pi apre il cielo, a. rist|s(:it4 le ombre dei defanti io Filolao, 3. recati Forno
alle tre Dee, Aetronoinia, Acoademia, e Scuola Pripa^tioa.
Sebbene il Lagalk confessi la 0a cannocchiale, e delle osserrazioni del
G a l i l c u , Uelle quali dice essere stato egli medesimo in Roma testimonio oculare,
con tutto ci non ammette il sistema di Copernico, e fra le altre belle ragioni
adduce le due seguenti, i Iddio non sta in terra, bia in cielo; onde pu moFcre
il cieJo non la terra, a II cielo mosso da una intelligensa che le anima, |Oi^
}a terra non animata.
gli opina, che non sieno nella Luna vere montuosit, che ess abbU ut
perfide bens tornita e lincia, ma composta di parti pi o meno bianche, pi 9
meno trasparenti; e questa fu pure opinione del Clavio.gU reca frattanto il
giiente passo di Agostino Nifb nel Comment. 49 >u a.m de coelo.
Foreitan non est remotam dicere L unae partes esse dirersas, veluti
sunt partes terrae, marmn aliae sunt vallosae, ex quarum differentia
eifici potest facies lla Lunae. Nec est rationi dissonum; nam L una
est corpus imperfecte sphaericum, cum sit maxime a eummo coelo
remotum.
Oltre a quanto abbiamo nell articolo 11 precedente sentito dirsi da Krolero e
Mestlino intorno alla montuosit della Luna, beu chiaro ne parl nel 160& Alim^
berto Mauri nelle sue Considerazioni sopra la stella apparsa nel i 6o4 >dor dice.
Non sconvenevole il pensiere, che }a Luna non sia per tutto
eguale alla terra nello stesso modo; ma siccome nella terra, ancora
in lei si ritrovino monti/ di smisurata grandezza, anzi tanto maggio^
ri quanto a noi son sensibili: dai quali e non da'altro ne nasca poi
in essa quella poco dichiazata oscurit; conciossia che la curvit
grande de monti non pu, come insegnano i Perspettivi, ricevere e re
flettere il lume del Sole in quella guisa che fa il restante della L una
piano e liscio. E per prova di questo addurrei un agevole e bella
osservazione che si pu di continuo fare quando ella in quadrato
r6pett.p al sole. Perciocch allora ella non fa il mezzo cerchio pulito
e ne^^p, ma sempre con qualche bemocolo nel mezzo. Di che qual
cagione si addurr mai ancora probabile, se non la curvit di quei
monti ? per li quali e in particolare in quel luogo ella viene a per
der la sua perfetta rotondit.
Ritornando all o|>era del Lagnila, l altra tua disputa intorno alla luce ed al la
me tutta pei'ipatetica, e oo comincia.
Quum aliquando intempes'ta nocte Federicus Caesius rei literariae
in urbe patronus, ac dom. Jo. Demiscianusj vir omni disciplinarum
genere instructus, cujus solerti ingenio novum Telescopii nomen per-
spicillo aptissime inditum debemus, neo non Jo. Clementius rerum na-
turalium 8olert88mu8 indagator, Dom. Galilaeum conveniasemus vi-
sendi gratia Venerem perspicillo falcatam speciem praeseferentem, nec
non circa Satumum obaimiulantes alioe hermes; nubibus observatio-
nem siderum nobis eripientibus, interim variie de rebus, ut in-
ter doctos solet, habebalur. senno. Incidit autem mentio de lumine;
ad quam cum ego ingemuissem prorsus humani ingenii tenuitatem....
adhuo enim non constat si substantia sit vel accidens, si corpus vel
incoi^oreum aliquod, si qualitas vel relatio etc. Quae cum ego pro-
nunciassem, Galilaeus in eandem mecum sententiam venit, ac se li-
benter tenebroso carcere includi ac pane tantum et aqua substentari
passurom (modo boc exacto tempore, quum .luci restitueretur, ejus
naturam perfecte caperet et intelligeret ) constanter asseveravit: di-
gnam certe quidem viro pbilosopbo sententiam. Ut vero hanc eam-
dem dubitandi rationem nobis confirmaret, quum apud omnes ex
communi schola notum esse cognosceret, lumen, esse qualitatem in-
corpoream, quae. jugiter a corpore lucido in diapbantim producta ma-
naret: ipse centrarium se nobis ostensurum obtulit, occupata seorsum
a diapbano illuminato luce atque inclusa; ita ut omnibus appareret
in tenebris, neque accensa aut ignita ali^a materia, ut fieri cofisuevit,
eed luce tantujn seorsum sumpta, ac veluti ex integro corpore muti
lata. Qod cum omnibus paradoxum viderefur, ipse rtox se ostensii-
rum pollicitus -est. Quum primum igitur matutino crepusculo lumen
irradiationem Solis praeveniens aerem illujtravit, accepta lignea pi-
xide, nobis omnibus ostendit lapillos in ea contentos, ut videremus
an lucem aliquam haberentj ostendit autem illos primum in luc ac
censa candela, deinceps vero in tenebrie nnllo admisso lumine: quum-
que fateremur omnes, nuHum ipsos habere lumen; exposita extra fe-
nestram pixide, ita ut lumine ilio, non radiorum quod primarium di-
cunt, sed dubio adbuc atque anticipiti eiusdem crepusculi et secunda-
rio qnale in umbris esse- consuevit, lapilli illustrarentur; post exiguum
temporis spatium, rursum claiua fenestra ac nullo admisso lumine,
in meris tenebrie coruscantes atque lucidos lapillos nobis ostendit,
nullo ardore concepta aut retenta luce, aeque 'ac accensae prunae in
tenebrie fulgere consueverunt: hanc vero eandem lucem, quod mira-
l>iliue est, paulatim languore ac tandem evanescere videbamus.
quibus multa deducebantur argumenta invicem pugnantia etc.
P. I, a i
6
11 LagalU ci aTTua dopo, che era qneita la Pietrm Btlognese. Lo che baterel>-
be a provare che la propriet fbt&rica di questo minerale ra cooosciata aatat prima
del i 63o, al qual anno Prieitley pone l epoca del rao diaciMiriinento. Il Lieeto
la vuole ritrovata intorno aU aono i 6c3. (Litheoaphonu m u de Lapide Bononien-
8i Gap. 3.)
i6a
Mi reputerei a delitto, le defrauda leggitori della piacovol notizia d* un Umo
tale, qual il seguente.
Di alogo di Fr. Ulisse Abergotti Arretino CtwaUere GerosoUnUtanOt
e Commendatore di San Pietro al la magione di Siena. Nel quale si
tiene, contro V opiniorte comne degli Astrologa Matematici e Filosofia
l a .Luna esser da se luminosaf e non ricevere i l lume dal Sol e, n
che gl i eclissi di lei si causino dalV interposizioie della terra fr a
questi doi luminarii, e che n anco quelli del Sole tieno auioti dal
V interposione della lama fr a noi ed i l Sole.
I nterlocutori Astro e Logi a.
Jn Tterho appresso Girolamo discepolo i 6i 3 in 4 "
{I vi pag. 47) La Luna simile ad un.lume entro ad una lanterna
detta da ladr i , la quale essendo cliuea, da nssun si vede lume;
ma girandosi a poco a poco quella parte mobile che le chiude il
lume, si scopre alla vista nostra, crescendo sempre, finch la chiu
denda mobile, arrivata alla met della circonferenza del corpo del
tondp della lanterna; onde passata quella met il lume si va copren
do, e poi scoprendo dalla parte contraria ove incominci a scoprirsi
e coprirsi il lume che entro vi sta rinchiuso... Altra comparazione
ne ho in mente (ma io m accosto pi alla sopradetta), (^ale che
la Luna abbia solo una parte lucida, cio la parte davanti, com la
faccia dell uomo etc.
L Eclissi della Luna e del Sole nascono al dire dell Abergotti da qualche p o r
Eone di sfera inferiore e pi opaca del rimanente, che passa davanti ad alcano di
qua due luminari e gli ofiusca.
La Sacra Scrittura in molti luoghi nomina la Ltina come un laminare distinto
separato dal Sole. Onde non ricevo da questo il suo lume; oc.
S E Z I O N E V.
IL GA^LILEO ME6U 1611, 161 , i6ii .
i63
A R T I C O L O I.
Suo primo Viagpo a Ronuu
Galileo al Finta Segretario del Gran Duca,
f Fabbroni Lettere d uomini illu d i. Voi. primo.)
cfM i6 Getmajo 1611.
JMon pet ora eatisare ee non ^ una parte delle dmande di
V. S. UIuetrMiraa iutoroo al si^or Pap^szoni, cio che e d et d
circa 65 anni al mio giudizio, d compleeetone ner assai robusta,
gioviale, e di graziosa conversazioae, per ^anto lo conobbi nel pas
sare per Bologna otto mesi sono. Quale stipendio abbia quivi, o quel
lo cb ei pretenda altrove io non so ; ma avendo pur ora ricevute
lettere di Bologna del medesimo che mi scrisse altro giorno del
medesimo negozio, io gli ho riscritto e ordinatogli, che quanto prima
vegga d intendere l animo del detto signor Direttore, avvisandomelo
subito, insieme con gli altri particolari domandati da V. S. illustris-
nma, e in breve ci dovr essere la rspoeta; e finora ci saria stata
quando io avessi stimalo, che le LL. A. fossero per far elezione e
provvisione cosi presto. Quanto all altro negozio della mia andata a Ro
ma, star attendendo l ordine delle LL. A..Ser., ricordando per in
tanto a V. S. illustrissima come il tempo, prolungandolo molto, non
earia cos opportuno come di presente, n accomodato a far toccar
con mano ad ognuno tutte le novit delle mie osservazioni, le quali
sono tante, e di s gran conseguenza, che tra quello che aggiungono,
e quello che rimutano per necessit nella scienza dei moti celesti,
eosso dire che in gran parte sa rinnovata,- e tratta fuori delle tene
bre-, come finalmente sono per confessare tutti gl intendei^ti ^. per
se io come professore di essa me ne mostro ansioso, debbo non solo'
trovarQ scusa, ma ajuto in far vive e palesi le cose, che per il favor di
Dio ho scoperto. Io al presente mi trovo alle Selve villa del signor
FUippo Salviati, dove dalla ealobrit dell aria ho ricevuto notabil
64 . ^ .
giovamento alle molte indeposizioni che mi hanno i mesi passaU
grandemente travagliato in Firenze.
Lorenzo Pignora a Paolo Gualdo ( Lettere d uomini illustri.
8.** Venezia 1744/^
Padova 19 Gennaro 1611.
........Il signor Galileo ricaduto, e la notzia si ha da buona
banda. In somma l andare minutamente ricercando i ee^eti del cielo
fu sempre azione poco meno che temeraria, e tanto^ pi e egli ci a-
vesse piantato delle carote.....
I l Gali leo a Belisario Vinta. fFabbroni Lettere Voi., primo.)
*
Roma I AprH i t i i .
Giunsi qua il marted santo con buona salute, e presentai la let
tera del Serenissimo Gran Duca all illustrissimo signor mbasciadore
dal quale fui cortesemente ricevuto, e qui mi trattengo. Fui 1*istesio
giorno dall illustris. rereriendiee. signor Card, del Monte, al quale pa^
rimenti resi l altra lettera di S. A. e trattai sommariamente del ne
gozio, per il quale son qua, H che da S. S. eccellentissima e reve
rendissima fu attentamente ascoltato e cortesemente abbracciato, con
ferma speranza che io non sia per partire di qua senza ricevere e
dare compita satisfazione e giustificazione delle verit integrissime di
quanto ho scoperto osservato e scritto. Fui il giorno seguente dai
PP. Gssuiti, e mi trattenni lungamente col P. Clavio, e con due
altri PP. intendentissimi della professione e suoi allievi, i quali tro
vai occupati in leggere non senza gran risa quello che ultimamente
mi stato scritto e stampato contro dal signor F rancesco Sizi.; e
credami V. S. Illustrissima, che ne sentii gran dispiacere in veder
scritte, e in mano d uomini tanto intendenti, cose degne di scher
no, come sono queste; per esser quelle d autore Fiorentino, ed an
che per altre cause, che per ora lascio sotto silenzio. Ho trovato
che 1 nominati PP., avendo finalmente conoaeinta la verit dei nuovi
Pianeti Medicei, ne hanno fatte da due mesi in qua continae osser
vazioni, le quali vanno proseguendo, e le abbiamo riscontrite con le
mie, e si rispondono giustissime. Essi anoera si affaticano per ritro
vare periodi delle fero rivoluzioni, ma concorrono col matematico
deir ImpN^radore in gidioare, che sia per esser negozio difficilissimo
e quasi impossibile; io per ho grande sperania di avergli a.ritrovare
e definire, e confido in Dio benedetto, che siccome mi ha fatto gra
zia di essere stato solo a scoprire tante nuove maraviglie della ma
mano, cos sia per concedermi, che io abbia a ritrovare otdiie
assolato dei loro rivolgimenti : e forse al mio ritorno avr ridotto
questa mia fatica veramente atlantica a segno di poter predire i siti
e le disposizioni, che essi nuovi .Pianeti siano per avere, in ogni tem
po futuro, e abbiano anche avuto in ciascun tempo passato; purch
le forze mi concedano di poter continuare fino a molte ore di notte
le oftservanoni, come ho fatto fin qni> Io rimando a V. S. illustrie-
ma la lettera per illustrissimo ed Qccellentiesimo signor D. Virginio,
poich per mia sventura sono arrivato tardo.
Gianfrotceico Sagredo joi Galileo (Noveaux Memoires sur I tal i e
par deux Gentilhommet Svedois. 1764 ).
Fenezia nella Primavera del i 6 u ,
...... Per ^azia divina il mo viaggio riuscito felicemente per la
via di Marsiglia, di dove mi sono inviato alla mia patria..... E vera
mente parmi, che Iddio mi abbia concesso molta grazia, facendomi
nascere in questo luoco tanto bello e. cosi dissimile da tutti rii altri,
che per mio giudizio chi avesse veduto tutto il mondo, trastereadosi
poi qui potrebbe esser certo di veder molte cose degne e non pi
vedute. Qui la libert e la maniera del vivere in ogni stato parmi
cosa ammiranda e forse unica al mondo. Perci mentre che io con>
sumo il tempo in pensare a queste cose, credami pure V. S. eccel-
lentissiraa che io son corso con animo subito alla sua persona, con
siderando che s' partita di qua, e le mie coneiderazioni son tutto
fondate sopra il suo e mio interesse.
Quanto al mio, io non vi trovo rimedio 0 consolazione sufficiente,
perch dall'absenza alla presenza vi troppo gran passaggio..... Io
posso ben immaginare di essere con il mio signor Gauleo, posso vol
germi nella memoria molti dei suoi dolcissimi ragionamenti; ma come
e possibile, che l immaginazione mi serva per rappresentarmi et. in
dovinare tante grandissime novit, che nella sua gentilissima conver
sazione io soleva trarre dalla sua viva voce? Possono forse essere
compensate da una' letteruccia alla settimana. Ietta da me s con
molto gusto, ma scritta, forse da lei con troppo incomodo. In questo
capo adunque, che fondato sopra l'interesse mio, mi riesce la par
tenza di V. S. eccelleutiasima d inconsolabile et incomparabile
dispiacere.
Quanto poi a suoi interessi, io mi riporto al suo giudizio, anzi
al mio senso. Qui lo stipendio e qualcb &ltro suo utile noh era per
mio credete in tutto sprezzabile: l'occasione della spesa credo inolt
poca con assai gusto, e il suo bisogno certo non tanto che dovesse
metterla in pensiero di cose nuove per avventura incerte e dubbiose.
La libert e la monarchia di.se stsso dve potr trovarla come in
Venezia? Principalmente avendo li appoggi che aveva V. S. leccellentis.
i65
i quali ogni giorno con accrescimento dell* et et autorit de noi
amici si facevano pi considerbili.
V. S. eccellentissima al presente nella sua nobilissima patria, ma
e anco vero, ,, che partito dal lupgo- dove avea il suo bene. Serre
al presente il Principe suo naturale, ^ n d e , pieno di virt, gio-
vane di singolare aspettaaiode; ma qui ella aveva il comando sopra
quelli che comandano e governano gli altri, e non aveva a servire
se non a se stessa, quasi monarca dell'universo.
La virt e magnammit di quel Principe d molto buona speranza
che la devozione et il merito di V. S. sia gradito e premiato; ma
chi pu nel tempestoso mar della Corte promettersi di non esser
dalli iiriosi venti dell emulazione non dir sommerso, ma almeno
travaglinto ed inquietato ?
^ non considero la et del- Principe, la quale par che necessa
riamente con gli anni abbia da mutare ancora il temperamMito e la
inclinazione col rsto de gusti, che gi sono informato che la sua
virt i cos buone radici, che si deve anzi sperare sempre migliori e
pi abbondanti frutti: ma chi sa ci che posson fare gl infiniti ed
inoomprensibili 'accidenti del mondo, ajutati dalle imposture degli
nomini cattivi ed invidiosi, i quali seminando et allevando nell* ani
mo del Principe qualche falso e calunnioso concetto, possono valersi
appunto della giustizia e virt di lui per rovinare un galantuomo. *
Prendono un pezzo i Principi gusto alcune curiosit; ma chiamftti
spesso dall interesse di cose maggiori volgono l animo ad altro. Poi
credo ohe il Gran Duca possa compiacersi mirando con uno degli
occhiali di V. S. la citt-di Firenze e qualch altro luogo circonvicino;
ma se per qualche suo bisogno gli far di mestiere vedere quello che
si fa in-tutta Italia, in Francia, in Spagna, in Alemagna, et in
Tante, egli porr da un canto l occhiale di V. S . , la q n ^ sebbea
con il suo valore trovei^ alcun altro strumento utile* per questo nuo
vo accidente, chi sar colui che possa inventare un occhiale per di-
stinraere i pazzi dai savi, il buono dal cattivo con^lio, l architetto
intelligente da un proto ostinato ed ignorante? Chi non sa che pu
dico m ^esto dovr esser la rota di un infinito numero di milioni
di sciocchi, i voti dei quali sono stimati secondo il numero e non
a oeso?
Non voglio pi diffondernii nel suo interesse, perche gi da j)rin-
cipio mi obbligai stare al suo giudizio e volere. Gli altri amioi di
V. S. eccellentissima parlano molto diversamente; anzi uno che ^
era de* suoi pi cari, mi protestato di rinunziare alla mia amicizia,
quando avessi voluto continuare in quella cU V. 8. ; la quale siccome
non pu ricuperare il perduto,i mi persuado che sappia conservare
l*ac^istato. Ma quell essere in luogo, dove l autorit degli amici del
BerUnzone (a), come ragiona, Tal molto, molto ancora mi travaglia.
(a) I Gesuiti ch rane allora bancUtt da VnttU
i66
?
Se questo Autnnno Ella si lascier vedere, sentir grandissima
coneolazinej ec.
VigUetto del Card. Bellarmino ai quattro Gesuiti Cristoforo Clavio,
Cristoforo Griemberger, Odo Malcotio, Gio. Paolo Lembo.
{Targioni Scienze Fisiche in Toscana Voi. . )
Rama 19 Aprile 1611.
Molto Reverendi Padri. So che le RR. W . hanno notizia delle
aove osservazioni ce lati di un valente matematico, per mezzo di
uno instramento chiamato cannone, ovvero occhiale, et ancra io ho
visto per mezzo deirietesso instramento alcune cose molto maravi-
gliose intornp alla L una, et a Venere: per desidero mi faccino pia-t
cere di dirmi sinceramente il parere loro, intorno a l l e cose seguenti.
I . Se approvano la moltitudine delle stelle fisse invisibili con il
eolo occhio naturale, et in particolare della via lattea, e delle nebu
lose, che sieno congei-ie di minutissime stelle.
a. Che Saturno non sia una semplice stella, ma tre stelle insieme
congiunte.
3. Che la stella di Venere abbia le mutazioni di figure, crescendo
e scemando cme la Luna.
4. Che la Luna abbia la uperficie aspera et inequale.
5.. Che intorno al pianeta ai Giove disoorrno quattro stelle mobi
li, e di movimenti fra loro differenti, 9 velocissimi. Questo desidero
saj^re, mrch ne sento parlare.
E Je RR. VV. , come esercitate nelle scienze matematiche, faoil>
mente mi sapranno dire, se queste nuove invenzioni sieno ben fon
date, oppure sieno appacenti, e non vere; e se gli piace, potranno
mettere la risposta in questo istesso folio.
disposta dei medesimi. {Ivi./
Dal C itile^ Romano &4 ^prUt 1611:
Risponderemo in questa carta, conforme al comandamento di V. S.
illustrissima, intorno alle varie apparenze ohe si vedono nel cielo
con l occhiale, e con lo stesso ordine che V. S. illustrissima fa.
Alla prima: vero che appaiono moltissime stelle, mirando con
l occhiale, nelle nuvolose del Cancro e Plejadi, ma nella via lattea
non cosi eerto che tutta consti di minute stelle, e pare pi presto
che siano parti pi dense continuate, bench non si pu negare, che
non ci siano ancora nella via lattea molte stelle minute. vero ohe,
per quel che w vede nelle nuvolose del Cancro e Plejadi, si pu
coDghtturare probabilmente, che ancora nella via lattea grandie-
8ima moltitudine di stelle, le quali non si possono disceiHere per
essere troppo minute.
Alla seconda: abbiamo osservato, che Saturno non tondo ootn
si vede Giove e Marte, ma di figura ovata et oblonga; sebbene non
abbiamo veduto le due stellette, di qua e di l, tanto staccate da
quella di mezzo, che possiamo re essere stelle distinte.
Alla terza; verissimo che Venere si scema, e cresce come la Luna,
et avendola noi vista quasi piena, quando era vespertina, abbiamo
osservato, che a poco a poco andava mancando la parte illuminata;
et osservatala poi mattutina dopo la congiunzione col Sole, l abbiamo
veduta comiculata, colla parte illuminata verso il Sole; et ora va
sempre, crescendo secondo il lume, e mancando secondo il diametro
visuale:
Alla (raarta: non si pu negare la grande inegualit della Luna; ma
pare al P. Clavo pi probabile, che non sia la superficie ineguale,
ma pi presto che il corpo lunare non sia denso uniformemente, e
che abbia parti pi dense, e pi rare, come sono le macchie ordi
narie che si veggono con la vista naturale. Altri pensano essere ine
guale la superficie, ma infinger noi non abbiamo intorno a questo
tante certezze, che lo possianfo afirmare indubitatamente.
Alla quinta: si veggono intorno a Giove quattro stelle, che velo-
cissimamente si-muovono ora tutte verso'levante, ora tutte verso
ponente, e quando parte verso levante, e quando parte vrso ponente,
in linea quasi retta, le quali non possono essere stelle fisse, poich
hanno moto velocissimo, diversissimo dalle stelle fisse, e sempre oiih
tan le distanze fra di loro, e Giove.
Questo quanto ci occorre, in risposta alle domande di V. S. V
lustrissima, alla quale fiicendo umilissime riverenze, preghiamo dal
Signore compiute felicit.
Monsignor Pietro Dim a Cosimo Sassetti. (Riflessioni sopra
i l Memoriale de P P . Gesuiti. Tom. i 3.
Roma lYMaggio 1611,
..... Del signor Galileo non saprei dove mi comineiare a dar rag
guaglio a V. S . , bastando malamente una lettera. Per cominciare e
per abbreviare posso dire a V. S. che ogni giorno converte degli
eretici che non gli credevano, restandoci, ancorch pochi, qualche
capone, che per non restar chiariti in particolare delle stelle in
torno a Giove, non vogliono n anche guardare; e se a me ne viene
alcuno alle mani voglio esortarlo a guardare, e sentire se dice che
non le vede, che a questo non ci e riprova. Il signor Cardinale Bel
larmino ha scritto una polizza a Gesuiti, dove gli domanda informazione
i68
di aloHU Cpi di queste dottrine del Galileo; e i detti Padri hanno
ria{)oto nna delle favorite lettere che ei pom, e sono grandi amici
suoij e in questa religione sono grandissimi uomini, e i maggiori
oao qua.
I l Cardirude. del Monte *1 Gran Duca Cosimo i i ,
(Targioni ScUme Fisiche in Toscana Voi.
Roma 3i Mggio 1611.
Il Galileo ne giorm che .stato in Roma, ha dato di se molta
soddisfazione, e credo- che anche esso abbia ricevuta, poich ha
avuto occasione di mostrar si bene le sue invenzioni, che sono state
stimate da tutti li valent uomini e periti di questa citt, non solo
verissime e realissime, mi|. ancora maratigliosissime; e se noi fussimo
ora in quella repubblica romana antica, credo certo ohe gli sarebbe
stata eretta una statua in Campidoglio, per onoYare eccellenza del
Suo valore. Mi parso debito mio accompagnare il suo ritorno con
questa ietter, e far testimonianza a V. A. S. di quanto sopra, assi
curandomi che ella sia per sentirne gusto, per la benigna volont
ohe tiene verso i suoi sudditi e valenti uomini, come il Galileo,
A R T I C OL O I I .
Oiverse Lettere del Galileo ritornato a Firenze; 1611^ n , |3.
Reetituitosi il N. A. da Roma a Firenze continu ri a tenere corrispondenza
co enoi amici, e prattutto col Principe Federico Ceti fondatore deU Accadeniia
de Liacei, alla ^lale il Galileo trovanoMi a Roma era stato aggregato.
I l Galilei Lodovico Cardi Cigoli. (Targioni Scienze Fisiche
in Toscana Voi. %.*J
Firenze 1 (htoire i 6i r.
Sono in d)hUgo di rispondere a duo gratissime di V. S. ; ma per
ohe sono occupatissimo per finire una scrittura di i S fpglij in prupo*
sito di certa contesa stata tra certi di questi Filosofi Peripateti(.-i .e
fae questi giorni passati (a) , la qu^le fo per il Gran Duca, e forse
s stamper^ mi e forza esser brevissimo con lei. Ho caro ohe V. S.
abbia veduta la risposta mia^ mandata al Padre Grienbergero (b) et
(a) Intorno ai ^Ileggianti.
(t) Tom. A.** edizione di Padova p. 4<>9
P. 1. a
x6g

che le sia piaccinta: quando il signor Cardinale di Gioiosa sar in


Roma, V. S. potr vedere quello, che scrivo in materia del Colomlio
circa asprezza della Luna, perch tal mia scrittura una lettera,
che scrvo al Maestro di Gunera del detto Cardinale (e). Avrei bea
caro vedere <^ello, che rispose, il P. Clavio al medesimo Colombo.
Ho caro che il signor Passignani vada osservando il Sole, e le sue
rivoluzioni; ma bisogna che V. S. li dica, ohe awertisca, che la parte
del Sole la qual nel nascere la pi bassa, nel tramontar poi la
pi alta, per lo che gli potrebbe parere, che perci il Sole avesse
qualche altro rivolgimento in se stesso, oltre a quello, che veramente
credo ch egli abbia, e che mi pare di osservare mediante le mu
tazioni delle sue macchie; aver molto caro 1* osservazioni fatte in
ci dal signor Cavaliere, per confrontarle con le mie.
{Librera Nelli). QnMt'anno 1611 il Cigoli scrve da Roma al Galileo, che Luca
Valerio pi volte dile$e contro gU le ine oMerrasioni sul cielo.
Poi al 16 Oicem|>re dello etetao aqno lo avvisa, che i Frati ooapiravaiio contro
d lui,
H Galileo a l Prncipe Federico Cesi. (Giornale Letterario
di Rama 1749^
Firefuu 09 JHetmhrt 1611.
L a niia, anzi le mie molte indisposizioni m* hanno ritenuto dal dar
subita risposta alla cortesissima di V. E . , con la quale ricevei gl*-
pigrammi del signor Demessiani, al quale con obbligata rendo parti
delle debite grazie. La nuova del signor Terenzio (^) m altrettanto
dispiaciuta per la gran perdita dlia nostra Compagnia, quanto all* in^
contro piacciuta per la santa resoluzione, e per rcquisto dell'altra
Compagnia, alla quale io devo molto ; ed alla nostra V. . aver
trovato compenso con aggregazione del signor Teofilo, del valor d.el
.quale basta il testimonio di V. E. Ho sentito eoatento, che eli*abbia
letta la lettera scritta al Padre Grembergero (c) con qualche gusto,
siccome io ho avuto per fine di non disgustar alcuno, ma solo dir
mie ragioni', e mie scuse; io non so come il Padre l abbia ricevuta,
noich non ho avuto sua risposta: saprei anco volentieri se il si^or
jLagalla vi ha trovato cosa m sua soadisfazione, e che gli diminuisca
qualche scruj^lo, e sto con gran desiderio attendendo la sua scrittura
in ^esto proposito, ed intanto gli vivo al solito servitore affettuo
sissimo. All altra parte della sua, dove mi domanda avviso particolai^
re dello stato mio, non posso diluii alcuna cosa di buono attenente
(e) Lotter del Galileo al Gallanconi. Edizione di Padova tom. a p. j 3.
(b) Gio. Terenzio Linceo entr nei Gesuiti, ed and nella China. Fu ammessa
D su vece fra i Lincei Teofilo Molitore Tedeaco.
(c) Sulle montuosit della Luna. Tom. a di Padova pag. 4<9
alla co8titB2one del corp, poich mi troyo da due. mesi in qua eoa
dolori contnui di rene e d petto, e con altri intermittenti di gambe
l>racia ed altre part, e pi da ^indici nomi in qua con gran pr*
fluvio di sangue, ohe mi na quasi votate le vene, e reso molto de>
bole; ho in tutto perso il gusto e l appetito, il sonno quasi intera-
meBtei e tutt i mali riferisco alla contrariet di quest aria, ed in
particolare a chi non la iugge totalmente la notte: quest cose mti
conturbano la mente, ed arrecano malinconia, ed essa poi augmenta
loro; tuttavia vo , cos zoppicando, facendo qualcosa; e tra pochi
orm mander a V. E. un discorso di una disputa avuta con alcuni
Ferpatetici, e spedito da questo voglio attendere per qualche giorno
ad aicnne .risposte di lettere; intermettendo tra tanto le osservazioni
celesti con qualche aggiunta di esquisitezza.
n Galileo al signor Principe Cesi (BuUfon Voi. iv .J
Dalla FUa dell Selve l a Maggio i6ia.
lo non psso pr ancora dar a V. S. illustrissima nuove della mia
sanit; anzi pur vanno continuando le mie indisposizioni, e tuttavia
mi t r a t t e l o alla Villa, dove ho cominciata purgarmi per vedei* di
superare il male. Ho notato il mio nome conforme il suo comanda
mento, e le rendo grazie di tanto favore, sendosi ella degnata di dar>
mi luogo tra nomini di tanta eccellenza.
n mio discorso intorno alle cose che stanno sull acqua, si va stam
pando, e ne sono finiti cinque fogli; tra quindici di dovr esser finito
del tutto e lo mander a V. S. illustrissima ed eccellentissima.
Gol prossimo ordinario le mander una lettera che scrivo al signor
Maroo Velsero in materia delle macchie solari, pregato da S. Signo
ria di dover dir il parer mio intorno alle tre lettere mandategli dal
finto Apelle, le raali V. S. eccellentissima avr vedute cost in Ro
ma. Circa le quali macchie io finalmente concludo e credo di poterlo
necessariamente dimostrare, che le sono contigue alla superficie del
corpo solare, dov* esse si generano e si dissolvono continuamente
nella guisa appunto delle nugole intmo alla terra, e dal medesimo
Sole vengono portate in ^iro, rivolgendosi egli in se stesso in un
mese lunare, con revoluzione simile all altre dei Pianeti, cio da
ponente verso levante intorno ai poli dell Eclttica. La quale novit
dubito che vo^ia essere il funerale, o piuttosto estremo et ultimo
giudizio della p ^ d o filosofia; essendosi gi veduti segni nelle stelle
nella Luna e nel Sole; e sto aspettando di sentir scatorire gran cose
dal Peripato, per mantenimento della immutabilit de cieli, la quale
non so dove potr essere salvata e celata, pacch istesso Sole ce
l addita con sensate e-manifestissime esperietize: onde io sper che
le montuosit della Lun sieno per convertirsi in uno scherzo e in
17
t?A
un eoUeticOf r>p^t ai f i a t i l i dUe migole dei vapori fiunoaiti
che 8U la faccia stesga del Sole ai Taimo produoendo moTeado e di-
eolvendo continuamente. Io ne ho acrtto questa lettera di tei f>g;li,
che sar buona per il volume; ma con altra occasione ne a e r i v i
p 'iisolutamente e demonetratiramente*
V. E. e gli altri signori Lincei avvertiscano, nello scHvere interno
alle cose mie, di non preg'uidicare a quella <8, nella qu^e gli
hanno posto appresso i l mondo tant altre condiziom eccelleatissme.
Perch la scatola, in che venne la nota dei Lincei^ arriv in pez,
e qui in villa non ce ne sono, u ci tempo di mandare a Firense,
gliela rimando accomodata in ^st* altro modo, insieme con alcune
osservazioni notate delle macchie solari fatte eoa aonuna. giustezza,
s delle ibrme come dei tiri; prego S. E. lasciarne pigliar copia al
signor Cigoli Pittore, che verr a domandargliela.
I l Galileo al signor Prncipe Cesi. (Balifon Voi. ^.)
Di Fhretue a5 Maggio i 6 i a .
Ricevei la scatola con la scrittura, circa la quale ho per mio som
mo onore eseguito quanto V< Ei comandava, e per il presente Pro^
caccio dovr riceverla ben condieionata, avendogliela io consegnata in
propria mano, e caldamente raccomandata. Sto con attensiooe aspettane
do le cose del signor Persio, per vederle e sentire che il Feripato
ne dir, ma duUto ohe ormai sia, non dir per rimoversi dalV ostina
zione, ma per ammutirsi, che cos mi pare che faccia in proposito delie
macchie solari; intorno al quale argomento mando a V .. copia della
lettera che scrive al signor Marco Velseri, dove veder accennata opi
nion mia, nella ^ a l e sono per risolutissimo e sicuro, che non si per
trovare che il latto stia {atramente da quel che io dico> 6io. Che le
dette macchie del Sole sono nella superficie dell* istesso corpo solare,
dal quale sono portate in giro, rivolgendosi egli in se stesso nello
spazio d un mese lunare incirca da ponente verso levante, conforme
a tutte 1* altre conversioni celesti; quivi se ne producono continua-
mente *e se ne dissolvono, sedo altre di pi lunga, ed altre di pi
breve durazione, secondo he noi le veggamo maggiori o minori, e
pi o meno dense et opache: vannosi per lo pi mutando di giorno
in gionio di figura, e spesso una si divide in due o tre e pi, ed al
tre prima separate si uniscono; imitando in somma i particoiari sin
tomi delle nostre nugole, le quali sendo ubbidienti a massiimi ed uui-
versali movimenti della terra, diurno ed annuo, non restano perb d* an.
darsi mutando di figura e di sito fra loro, ma dentro a piccolissimi
confini. Sopra di ci non ponga V. . diU>bip alcuno, perch ne ho
dimostrazioni necessarie:
Sono al fine della mia purga, e domattina credo che piglier ultima
Me^oilu; non per ipero d* essere per ridurmi nel pristino stato di
, sanit, non avendo usato tropM escpisita diligenza nell* asteaerm
dai disordinij e in particolare ^11 aria notturna, dalla Tigilia, e da
oontinaa fatica e a^tazione di mente: sicch in questo sono stato e
posso essere ^00 ubbidiente al consiglio del signor Fabbri; ma non
ar gi tale in eseguir gli altri suoi comandamenti concernenti al
Comodo suo i qualunque volta le piacesse d onorarmene, siccome
desidero. Quando scrive al signor rorta, prego ad offirinnegli per
servitore, e per tale mi ricordi a tutti questi signori Lincei.
i l Principe Federico Cesi al Galileo. ( Pahhrom Scienza Fisiche VoL . )
Roma li 4 Giugno
Monsignor Magi Vescovo di L ucer, pasdandosene a Milano per
Modesta volta, si mostrato desiderosissimo di conoscere V. S. di
{
presenza, come l stimata et amata per fama: ed io che onora molto
e peregrine virt di S. S. veverendiasima, mi parso eoa questi di
bigniiioarlo a V. S . , aoo, non solo conforme alla sua nobil astura,
ma ancw per mio rispetto, fccia partecipe detto Monsign. del no
singolarissimo valore, e dell' ammirande speculazioni celesti, sicuro
ohe ne sentir quel gusto che prova <^i dotto in^gno. Monsigno>
re desidera di veder egli propri, poich non credendo prima, ha
cominciato a farlo per autorit di molti, e vuol finire di soddisfarsi
allo stesso fonte
I l Galileo a Giuliano de* Medici Ambasciatore a Praga.
{Kepleri Epistolae f o l . Lips. 1718;^
Pirtnae &3 Giugno i6ia (e iton i6i tome porta la stampa midetta. f
Con occasione del mandare a V. S. illustrissima e Reverendissima
una copia d uA mio trattato scrtto intorno alle cose, che stanno su
V acqua, o che in quella si muovono, vengo a recordargli la mia devo-
xione e servit, rompendo quel silenzio che varil acdenti e in par
ticolare una mia molto loaga indisposizione mi hanno fatto usare
E
er molti mesi. Mi convenuto scriver questo discorso in lingua ita-
ana, acci possa esser inteso almeno in gran parte da tutta fa citt,
perch cosi ha portato occasione di certa dsputa, come nel princi
pio deir opera intender, se mai aver ozio di dargli una lettura, si
come io sommamente desidero j ben mi dorr se il sigiAr Keplero
mancando della nostra ltigUa ton lo potr Vedere ; dal qual signor
Keplero gran tempo che non ho nuova alcuna, e suppongo che i
tumulti passati ue siano stati cagione; ora in questa quiete avr
molto caro intender di lui, e quello che fa, se per ella ne avr
173
notizia} il qtiale credo che sentri con giisto come io lio finalmnte
trovati i periodi dei Pianeti Medicei, e fabbricate le tavole esatte,
81 che posso calcolare le lor costituzioni passate e iutore senza er-i<
rore di un minuto secondo. Sappia di pi V. S. illustrissima come
scoprimenti celesti non hanno ancora finito, ma sono circa quindici
mesi e pi che cominciai a vedere nel Sole alcune macchie oscure,
e pur 1 anno passato del mese d Aprile essendo in Roma le feci ve
dere a diversi Prelati, e altri Signori. Ma da poi sendosi sparso <pesto
grido, sono state in molti luoghi osservate; e dette e scritte diverse
opinioni intorno a questo particolare, ma tutte lontane dal vero. Io mi
son finaiment accertato di quello, che nel primo aspetto gli pan forse
cosa assai stravagante, et che tali maccme sono non pur vicine al
Sole ma contigue alla superficie di <mello, dove continuamente altre
se ne producono, e altre se ne dissolvono, essendo altre di breve, e
xdtre-di lunga durazione, cio alcune si disfanno in due tre o quattro
giorni, et altre duran quindici venti trenta et ancor pi. Vannosi
mutando di figura, le quali figure sono per lo pi irregolarissime, si
condensano e si distraggono, sendo tal ora alcune oscurissime e altre
non cos negre: spessb una si divde in tre o quattro, ed altra volta
due o tre o pi si a^egano in una sola ; hanno poi un movimento
Isolato, secondo 1 <piale uniformemente ven^no tutte portate in
C
dairistesso corpo solare, il qual s muore in se stesso in un mese
ire in circa, moto simile a quelli delle sfere celesti, cio da
occidente verso oriente; tali macchie Bon eaaesno mai vicine poli
del rivolpmento del Sole, ma aolamente intorno al eercluo mosso d
mezzo, ne da <raello se ne trovano in maggior lontananza di ventotto o
ventinove grad in circa, tanto verso uno quanto verso altro polo,
il quale spazio risponde giusto alla zona torrida, o per meglio dire
a quella lascia che comprende le massime declinazioni dei pianeti.
Furon scritte circa sei mesi fa alcune lttere in questa materia al
signor Marco Velsero in Augusta, e poi si stamparono sotto nome
finto di A^elles, et il medemo signor Velsero me le mand, pregan
domi che io dovessi scrivergli il parer mo sopra tali lettere, il che
feci reprovando opinione del detto Apelle e accennando la mia.
Ora gliene scrivo un altra pi resoluta, e fira poc giorni far che
V. S . illustrssima vegga Tona e 1*altra.
n Gatileo a l Prncipe Federico Cesi (BuUfon Voi. IP'. )
Fhetue 3c Giugno i6i a^
Ho sentito con mst che V. 8 . illustrissima si occupi talvolta nella
contemplazione del sistema di Gopernicoj e non senza inclinazione
all'anteporb al 'Tolemaico, e massime se con quello si potessero to
talmente levar gli ooentrioi e gli Epicicli. Circa il qual particolare
^?4
io voglio solamente rappresentare a V. E. quello eh* ella sa molto
meglio di me, et che noi non doviamo desiderare, che la natura si
accomodi a quello, che parrebbe meglio disposto et ordinato a noi>
ma conviene che noi accomodiamo intelletto nostro a quello che
ella fatto, sicuri tale esser l ottimo e non altro: e perche ella si
compiacciuta di far muover le stelle erranti circa centri diversi, poe
tiamo sser sicuri, che simile costituzione sia perfettissima et ammi
rabile; e che l altra sarebbe priva d ogni eleganza, incongrua, e pue
tile. Et bench il signor LagaUa nomini per stolti quei filosofi ch'e
veramente tenessero per veri gli Eccentrici e ^li Epicicli , io mi
contento esser riposto in tal numero, avendo la sensata esperienza
e la natura dal mio, pi presto che negar quel che io toccher con
col seguito di gente infinita. Et se per movimeiiti eccentrici
noi intendiamo quei moti circolari che abbracciano la terra, nia si
fanno circa altro centro che quel di lei, et per moti epicicli quelli
che si fanno in cerchi che non includon la terra ; ae alcuno vorr
eegare questi, converr che neghi la revoluzione delle stelle Medicee
intorno a Giove, e le conversioni di Venere e di Mercurio intorno
al Sole, e in conseguenza che Venere non si vegga talora rotonda e
talora falcata: e negando quelli converr dire che il vedere Marte
ora ViMi^smQ alla terra t ora lontanissimo sia una illusione, ben
ch ci siano i tempi determinati e previsti dei suoi appressamenti e
diecostamenti; li quali sono cosi differenti che ci mostrano tale stella,
quand vioinissima, eeuatA volte che quando remotis
sima: non son dunque chimere introduzioni di tali movimenti; anzi
non pur ci sono moti per cerchi eccentrici e per epicicli, ma non
ce ne sono d altri, n si d stella alcuna che si muova in cerchio
concentrico alla terra. Io potrei addurre a V. E. cent altre ragioni
necessarie^ se il tempo e occupazioni mie necessarie me lo pei'met-
tessero, o se la questione n avesse maggior bisogno. Che poi la natura
per esegiwe tali movimenti abbia biso^o di orbi soUcB eccentrici,
et epicicli, ci reputo io una semplice immaginazione, anzi una chi
mera non necessaria.
Quanto alle due figure notate da V. E. ; dico che il Copernico
si serve dell una e dell altra in diverse occasioni, senza considerare
solidit alcuna di orbi, ma solo i semplici cerchi descritti dalle re-
Yoluzioni delie stelle. Pi ne avr in breve in una lettera ohe scrivo
circa le Contraddizioni del signor Lagalla, per il vplum ec. Non
posso pi esser seco, per mi scusi; e in difetto di non l aver fatto
altra volta, la ringrazio infinitamente dei due volumi della M^^a, q
nu scasi perch ho la testa divisa in trenta parti.....
?5
n Cardinal Conti al Galileo, {Libreria Nelli)
fyma 7 Luglio i6i>.
..... In quanto a miello che mi nchlede, se la Scrittura santa favo
risca i principii di Aristotele intorno alla costituzione dell unTersa.
iSe V, S, parla dell incorruttibilit del cielo.., le rispondo non esser
dubbio alcuno che la Scrittura non fj^orisce ad Artotele, aim piut
tosto alla sentenza contraria, sicch fu comnne opinione dm Padri
che il cielo fosse corruttibile,...
S
uanto poi al moto della terra e del Sole, si trova che di due moti
i ten-a pu esser quistione, l uno de quali retto e fassi dalia
mutazione del centro della gravit ^ ponesse tal moto non di
rebbe cosa alcuna contro la Scrittura, perch pesto moto acciden
tario alla terra, e csi lo not Lorino sopra il primo versetto dell Ec
clesiastico. L altro moto circolare, sicch il cielo stii fermo e a
noi appare moversi per il moto della terra, come a naviganti appare
moversi il lido; e questa fu opinione de Pitagorici seguitata poi dal
Copemipo, dal Calcagnino, ea altri; e questa pare meno conforme
colla Scrittura: perch sebbene quei luo^i, dove si dice che 4a terra
sia stabile e ferma, si possono intendere della perpetuit della terra,
come not L orino nel luogo citato, nondimeno dove si dice che il
Sole giri, ed i cieli si movnnn^ nn ^ ^yare altra interpretazione
la Scrittura, se non che parli a comun modo del volgo^ U qual modo
d inte:roretare senza gran necessit non si deve ammettere. Nondi
meno Diego Stunica sopra il 9. Gap. di Giob. al Vere, 6. dice esser
>i conforme alla Scrittura moversi la terra} ancorch comanenente
a su.a interpretazione non sia seguita.
17^
l
Marco VeUero a Paolo Gualdo a Padova.
(Lettere d uomini illustri del secolo XFii. 8. Venezia 1744. J
Augusta i 3 LugU x6ia.
..... Non occorre che mi mandi il discorso del signor Galilei uscito
ultimamente, essendomene gi capitata una copia per altra via. Ho
cominciato a leggerlo, e per quanto ho yisto sin ora mi riesce fatica
bella curiosa ed utile, che stuzzicher di nuovo i filosofi ddla sola
ordinaria, e ci sar da fare e da dire; sed viffat veritas. E per l amor
di Dio non facciamo questo torto al nostro seoolo di voler preferire
S
ii errori invecchiati alle vrit di nuovo ritrovate. L altro scritto
elle macchie soUri mia intenzione non era che fosse trasferito in
latino, ma che si divolgasse nella volgare come si ritrova; perch a
ypler far altrimente, oltre forse la difficolt di ritrovar cosi subito
inteiprete che scrvesee bene e pulitamente, ci sarebbero diverse op
posizioni. Per se V. S. crede di poter impetrare dall autore licenza
di pubblicarlo, le sar molto facile di ritrovar subito uno stampatore
in Venezia cbe avr di grazia d esser onorato di opera di tal argo
mento ed autore, dovendola uno e altro render visibilissima.
177
Dalla lettera a Giuliano de Medici, poco fa riportata, iatendiamo, che ano del
i6ia il Galileo avea fabbricate le tavole esatte dei Pianeti Medicei, lenza errore
di un minuto eecundo Il 7 di Settembre in quell anno iteuo la segretaria del
Gran Duca fece proporre alla Corte di Spagna un nuovo trovato del Galileo etetao
per determinare le longitudini in mare; ed m tale occasione chiese alcune facilit
{
>er la navigazione ed il commercio della Toscana nelle Indie (iVe/it). Anche nelle
ettere scritte intorno al medesimo argomento del 1616 (Tom. di Padova p. 4^5
o g) si ricorda, che quattro /.ani prima enne tata fatta la proposizione alla
Spagna.
Appartiene du^iu od a quella prima occasione, o ad alcuna delk prossime alla
medesima posteriori il promemoria seguente. Esso con pi altri monumenti del
Galileo e del P. Gaeteili trovansi nella regia Biblioteca di Parma ; una parte dei
quali stata pubblicata nel Voi. 4 della Raccolta d'acque stampata in Parma stes
sa l anno 176&; dei rimanenti debbo la comunicazione alla gantilABM dell egregio
signor Aogelo Pezzana presidente della Biblioteca suddetta,
l
Proposta della Longitudine.
Quel problema massimo e maraviglioso di ritrovare la longitudine
d un loco determinato sopra la superficie terrena, tanto desiderato
in tutti i secoli passati per le importantissime conseguenze, cbe da
tale ritrovamento dipen&no nella geografia e carte nautiche, e nella
loro totale perfezione, ha eccitato a travagliare diverti ingegni siao
alFet presente, non solo per riportarne quella gioita che simile in-f
venzione pu meritamente pretendere, ma ancora per oonsegirne i
reali premii e rimunerazioni p-oposte gli inventori. Ma inora tutte
le fatiche sono riuscite vane, ne mai si sono potuti fare maggiori
avanzamenti di quello, che dalli antichi, e particolarmente da To-
lommeo, stato con sottile e nobile invenzione ritrovato. E forsi
era assolutamente impossibile la soluzione di cotale problema, se pri>
ma non erano dagli ingegni umani ritrovati altri problemi stupendi,
^d a prima vista ed apparenza di molto pi difficile risoluzione, che
l istesso problema di ritrovare la longitudine. E) per meglio esplicar
mi esporr in breve, che cosa sia longitudine e latitudine di un de-
,terminato loco sopra la superficie della terra, e come quella sia stata
ain*ora dalU antichi ritrovata, ed in quante difficolt involta ed
intricata.
Latitudine dnque non altro, che l arco del meridiano intrapreso
tra il vertice di un luogo, e l equinoziale, il quale arco sempre
^ a l e all arco del medesima meridjapo preso tra il polo del mondo
P. I .
e l orizzonte, cio alla elevazione del polo di quel loco. Longtadine
oi non altro, che un arco deiremiinoziale, preso tra il meridiano
i un loco, e il meridiano di un altro: e perch comunemente da
*7
_________ _ equinozia ,
che passa per le Isole Canarie, ed il meridiano del loco.
Ora devesi sapere, che tutti i modi di ritrovare tale longitudine
ein ora proposti, meritamente sono stati riconosciuti vani e fallaci
da due in poi: il primo delli quali sarebbe la notizia del viagno iti
nerario per il parallelo del loco, ed il primo meridiano. Ma tal modo
rimane totalmente inutile, se fra i due meridiani fosse frapposto qual
che vasto mare, ovvero altro tratto di spazio impraticabile per cam
mino. L 'altro modo, sinora da pandi Cosmografi adoperato, col
mezzo delli eclissi lunari, il qual modo il pi esquisito, che sin
ora sia stato mai praticato: con tutto ci patisce ancor egli molte
e gravissime difficolt; e per spiegarle brevemente e facilmente pi
che sia possibile: sia per esempio cercata la lonntudine di Roma per
un eclisse lunare, che si faccia in Roma a ao di Dicembre a ore i S
min. 3c dopo mezzo giorno, ed il medesimo eclisse si faccia all* isole
Canarie a ore i i do^ mezzo giorno: manifesto, che il meridiano
di Roma si trova pi orientale di quello dell Isole Canarie per due
ore e mezza; e perch un ora importa quindici grad d equinoziale,
per diremo che la longitudine di Roma sia 87 grad e 3o minuti.
Ora, come si detto, questo modo di ritrovare la longitudine
soggetto a diverse difficolt: la prima delle quali la rarit delli
eclissi della Luna; poich non si faranno pi che due eclissi della
Luna visibli all anno, ed alle volte un solo, e talvolta nessuno. lu
oltre assai difficile osservare precisamente il principio, o il mezzo,
o il fiee dell eclisse; imperocch quando la Luna comincia a immer
gersi nel cono dell ombra terrestre, quell ombra tanto tenue e
sfumata, che l osservatore resta perplesso, se la L una abbia o no
cominciato ad intaccarla. E per tanto non credo, che possa restare
dubbio a nessuno che intenda queste materie; che quando si trovasse
modo di rendere questi eclissi lunari pi frequenti in modo, che
dove ne abbiamo cos pochi in capo all anno, che si pu dire che
sotto sopra se ne faccia un solo, noi ne potessimo avere tre o quattro
o cinque ed anco sei per notte, questo negozio sarebbe ridotto in un
grandissimo vantag^o, poich sarebbero tali eclissi pi di mille l anno:
e quando bene non fossero eclissi lunari veramente, ma cose in cielo
ed apparenze equivalenti e eimili all eclissi lunari, manifesto, che
il guadagno sarebbe grandissimo. Di pi, stante come si detto, che
gli eclissi lunari sono precisamente inosservabili i^ei loro princpi
mezzi e fini, in modo che si pu errare forsi pi di un quarto d ora
(che sarebbe errore nella longitudine di quattro gradi incirca)
ynanifestOy ohe quando il negozio ai. riducesse a tanta esquisitezza,
ohe non si errasse di un minuto d ora, si sarebbe ancora fatto ua
ac^isto di grandissima considerazione. Aggiungesi di pi, che le ta
vole dei moti del Sole e della Luna, da quali dipende il calcolo
delli eclissi lunari, non sono ancora ridotte a tanta correzione, che non
ci sia talvolta errore di mezz ora, e forsi pi; in modo che quando ci
ayeesimo da servire di dette tavole, si potrebbe far errore nella lon
gitudine di otto gradi incirca; e pertanto manifissto, che quando i
nostri eclissi, o quali si siano altre apparenze, fossero dependenti e
regolati con tavole tanto esqnisite, che. non ci fosse errore di un mi
nuto d ora, tutto il negozio sarebbe ( si pu dire ) ridotto a una totale
perfezione per quanto le nostre coraizioni possono arrivare.
Ora io dico, che ingerao grande, e le fatiche atlantiche del signor
Calileo Galilei primario Filosofo del Serenissimo Gran Duca di Toscana
(al quale signor Galileo meritamente si deve il titolo di grande)
sono arrivate a scoprire nel cielo cose totalmente incognite ai secoli
passati, le quali equivagliono a pi di mille eclissi lunari ogn anno^
osservabili con minutissime precisioni: e quello che pi importe, ri
dotte a calcoli e tavole giustissime ed esquisite. E tutto questo nego
zio sarebbe ponsegrato alla gran Maest del Re Cattolico, si^plicando
che non essendo per qualsivoglia cagione abbracciata tale offerto. Sua
Maesta benignamente inclinasse concedere grazia : che quando nei
tempi venturi altri pi fortunati rappresntassero questa medesima
impresa, e venisse abbracciata, non per questo dovesse il signor Ca
lileo o suoi discendenti rimanere privi di quelli onori e grazie, che
all inventore stesso dalla grandezza della benignit r^ia fossero
destinati.
vero, che questa proposta in primo aspetto forti pu parere para-
dosBG assolutamente impossibile, e per indegno d essere ascoltoto: con
tutto ci non pare, che l importanza di cos nobile inmresa meriti
di essere per una vanit conaennata, se prim non sia da. persone in
telligenti della professione diligentemente esaminata e considerata.
Devesi ancora mettere ia considerazione, che, dovendosi ridurre
alla pratica quanto viene proposto, e necessario distinguerlo in parti,
delle quali alcune spettano assolutamente al signor Galileo, altre ri
cercamo le grandezze e potenze regie. Al signor Galileo tocca mostra
re il modo di operare, avvertire le diligenze che si ricercano, rap-
presentere in disteso tutte le tavole, che ci bisognano, e proporre
tutto quello, che necessario per conseguire il nostro intent^ Ma
dall altra parte, trattandosi di moltitudine d uonun da essere impie
gata, e prima instrutti e' disciplinati; ed essendo di pi necessaria la
navigazione con grossi e forti vascelli per vastissimi mari, e bisognando
per l instruzione delli uomini erigere Accademie, cose tutte, che non
possono dependere da altro, che dalle grandezze de Monarchi e Re
grandi; questa parte non deve essere desiderata n ricercata dalla
*79
tenue fortuna del signor Galileo, ma dalli ordini, comandamenti, e
provvieioni di S. M., come pi minutamente si rappresenter, venen
do l occasione.
N si deve tralasciare urna importantissima considerazione, la quale
, che proponendosi questa impresa di nuovo con scienze ed arti
nuove, ancorch tutto veng proposto ( come si vedr ) co mezzi gi
ridotti in alto grado di perfezione; con tutto ci si pu sperare dalla
continova pratica et esercizio ogni giorno maggiori ed importantissi-
mi avanzamenti, come si vede in tutte le meravigliose e sottili inven
zioni ritrovate dagl ingegni umani, cosi nelle arti, come nelle scienze.
i8
l u c a Valero al Galileo, (Librera N e lli.)
Roma 3i Agosto i 6i 3.
Vengo a darle ragguaglio di alcune mie nuove fatiche, non avendoglie
ne detto prima, perciocch erano ancora in erba. Ci sono tre trattati
in forma di lettere. Nel primo de quali si dimostra la V.* dimanda
del primo d Euclide, quella dico delle linee concorrenti, dopo aver
rifiutata quella degli Arabi, che aacor ne Gommentaiii'del P. Glavio
( il che sia detto con ogni reverenza della felice memoria di si grand*
nomo e mio maestro | come non geometrica, e che abbia poco manco
bisogno di dimostrazione, che la dette domanda; come che il P. Gam-
bergiero ci non possa inghiottire. L a deduzione si estende per molte
proposizioni e passi difficili, ma per con facilit e chiarezza dimo
strati. Il secondo contiene alquante dimostrazioni lopche e metafisi
che , che la prima proposizione del primo d Euclide non eia stata
dimostrata non solo come problema, ma n anco come problema geo
metrico; senza le otto proposizioni che io dimostro.
I l Prncipe Cesi al Galileo. (Libreria NelU^J
Roma 17 Settembre i 6i 3.
Lo prego a farmi grazia di avvisarmi minutamente, e con tutte le
circostenze di tempo lu<^o figura peso e simili, della pietra che cad
de dal cielo in quello di Firenze; che V. S. ibi accenn ramonando
^ando fii qui, ohe allora la mand^ a Pisa, acci quei filosofi ne
mscorressero. sarebbe caiissimo averne il ritratto disegnato.
I l Galileo a Gio. CammiL Glorioso. {Gloriosi Responsio
ad vindicias Soveri. 4 * NeapoU i 63o.y
Firenze xdtimo Novembre i i 3.
^Io ricevetti contento noa piccolo, quando intesi dall* illustrissimo
signor Sagredo della elezione caduta in V. S . , stimando che non
poteva cadere in persona pi atta a <j[ue8ta lettura (a) ^V. S. comin
cia quel corso, nel quale io ho spesi dieciotto anni con mia gran
satisiazione, servendo a Principe tanto benigno^ ond ella si pu pro
metter l istessa, et tanto maggiore quanto ella di maggior merito.
Le rendo grazie infinite del cortese afietto che mi dimostra, l as
sicuro che ne contraccambiata, come dall* esperieaza stessa cono
scer, qualunque volta ella si deser di comandarmi, come ne. la
prego. Intanto favoriscami di far reverenza in mio nome a tutti co-
teati signori Lettori, e mi conservi la grazia sua.
Il T assoni nel l a sua Tenda roMa pubblicata del i 6t3 cos parlm relativament
al Gal i l eo.
I l i VIelampodio..... fammi risovvenire d* un altro bell umore simile
a l ui , 11 quale non volendo credere, che di nuovo fossero scoperte
nel cerchio di Giove le stelle chiamate Medicee: e invitato da un
Pri nci pe grande a vederle egli stesso con gli occhi suoi col mezzo
d un telescopio, rispose; che non voleva mirare perch sapeva che
non c erano: onde quel Principe fu forzato a dirgli, ch egli era, o
un grandissimo maligno, o un grandissimo inorante. E veramente io
non saprei qual maggior ignoranza, p malignit si potesse trovare.
8
----------------- , pi
fondati, ed esperimentati nella matematica, e nell astronomia, che
non fu mai Aristotile, il quale non ebbe per principale oggetto que
ste professioni: ma il proprio eziandio.
(a) Partito da Padova il Galileo, la tua Cattedra vac& tre anni ; o dopo vari
prove e diverti impegni fu nominato nel i 6i 3 alla medesima per sei anni il Glo
riosi. Terminata la condotta, non si curarono t Riformatori dello Stadio di ricon
durlo 11 cendittoiii che vnsbbe Tokito il eiorioei; ma nwninaroao alla Cdttedra
fiartolomeeo Soveio di Friburgo aUa Svizeera.
A R T I C OL O I I L
Delle Macchie Solari in particolare.
*
Ti Principe Federico Cesi al Galileo. (Targioni Scienne fisiche
in Toscana Voi. . )
Roma 4 Agosto tta.
Oonosco l assidue occnpazioni d V. S. e la oompatisco in fatiche
s grandi, ammirando la sua diligenza nel soddisfare a si gran parte
d esse, col porre anche a sbaraglio la propria sanit. Quello che mi
i8a
ragio
nevolmente vien lodato ed approvato da sani giudici; e questi tutti pu-
dicano che V. S. non debba rispondere ad alcuno ex professo, n in
torno a <piesto, n intorno ad altra delle sue speculazioni ed osserva
zioni; ma solo in altri trattati o scrvendo altro, obiter possa soddisfarli
secondo il merito.' Aspetto la seconda al signor Velsero; che ciascuno
parla della novit solare, e i Peripatetici al solito storcono, e schivano.
Lo stesso ai. medesimo, ( Ivi.)
Roma I Ottobre l ia.
Ho ricevuto oggi un altra sua con accluse copie delle due lettere
de* matematici, le ^ a l i mi pajono a proposito, ma bisogner far ca
dere qualche occasione dell inserirle nell opera; n a prima conside-
nzione mi par bene che s inducano per testimonio, che non appa
risca ai malevoli, che di quello s abbia bisogno. Mutarei il titolo
della pi breve ad ogni modo, e levarci dal ttolo dell altra quel
fortuitissimo:^ si pu venir considerando. Poco dopo mi sono rica
pitati li venti trattati delle cose, che sopranuotano all acqua, de
n
li la ringrazio insieme con tutti gli altri Lincei, che godranno
a soprabbondanza della cortesa d V. S.
Lo stesso a l medermo ( Iv i.)
Roma i 3 Ottobre i6ia.
Mi mand il s ^ o r Marco Velsero 1* altr opera d Apelle aacoeto, e
appunto l aveva tornita d scorrere, e coneiderave ricercasse una terza
lettera di V. S . , quando m' giunta la sua delli 8 del predente, nel
quale m accenna il suo pensiero di soddisfarli, che molto mi piace.
Panni per sia necessario sollicitare per pi rispetti, et i Germani
sono prestissimi e facilmente prevengono. Aspetter adunque ella
avvisi come e a chi deve essere la dedicazione, e se altro .vuole av
vertire. Intanto saranno finiti gl intagli, avendone gi il Greuter re
cati dieci: le ne mando un paro per mostra. Se le pare bisogni ri
stampar ultime di Apelle, si far. degna di considerazione la
differenza della lin^a, e per forse potrebbe inserirsi alcuna delle
lettere del signor Velsero, acci apparisca che la risposta segue la
proposta. Bacio a V. S. le mani e al signor Salviati.
n Galileo a l Prncipe Federico Cesi. fGiom. Letter. di Roma 1744^
Dalle Selve 3 Novembre i6ia.
Ho ricevuto grandissimo alleggerimento dall intender per 1 ultima
di V. E. la ricevuta delle mie, che per la tardanza gli avevano data
occasione di querelarsi della dilazione nel mandar fuori le lettere
solari, il che rincresce a me ancora; ma non posso farci altro,perch
arie occupazioni, e le molte cose, che mi passan per la testa per
altre occasioni ancora, non mi lasciano esser tutto qui; credevo con
questo ordinario mandargli la terza, ma non ho ancora finita, riu
scendomi pi lunga di quello che credevo; ma non per ^lesto si
pigli pensiero che mi venga usurpato molto, perch spero di far ve
dere quanto scioccamente sia stata trattata questa materia: dal G..(a)
col quale voglio far quel risentimento che conviene ; ma il volerlo
far senza disgusto de S. V. (b) mi apporta difficolt non piccola, e
mi cagione di tardanza. V. E ha benissimo accompagnato con
quell* altro, ejusdem ordinis. Ma si stupirebbe oltre modo, se vedesse
nna lunga scrittura che questo medesimo mi ha mandato ultimamente
in risposta di quella mia, che gli capit nelle mani; dov CQsa mi
rabile il veder l audacia e franchezza, colla quale persiste in asse
rire, quella materia essere stata trattata da lui diversamente da quello
che la scrissi io, ancorch possa costare ad ogn uno che e 1* ha co-,
piata dal mio Nunzio; certo che son restato storditissitno in veder la
risolutezza che egli usa meco, come si dice, a quattr occhi, e penso
ci che direbbe per difendersi in palese. Solleciti pur V. E. quanto
pu la pubblicazione, che la terza lettera sar finita fra quattro gior
ni, e gliela mander insieme con quelle del signor Velsero. La ragione
che m adduce in proposito del titolo m appaga, per accomodilo co
me pi gli piace, che di tutto iq riinetto, come sempre ho fatto, al
uo prudentissimo consiglio.
(a) Gesuita P. Scheiner.
{b) For8 Velsero.
i83
)e8dero che nelU prima lettera, venti Tersi in cbca dopo che
comincio a trattar di Venere; aggiunga dopo le parole, meno che la
testa parte d i quello che si mostrer nell* occultwiortef aggiunga dico;
matutina, o exorto vespertino.
Le dne prime lettere del Qalileo al Velsero intorno alU maccle lolari furono
preaentate airAccademia de Lincei da Angelo de Filli Bibliotecario della mede-
ima, il 9 Novembre i 6ia. L Accademia ne decj-et a proprie tpese la stampa:
,, attefo il pregio sommo, la chiarezza dell opera, la novit della (coperta tatt
propria del Galileo, , . Sono le parole del Decreto.
I l Galileo al Principe Federico Cesi. (Bulifon, Voi. 4-J
Dalle Stive li 5 Gennajo i 6i 3. (a)
Manda il frontispizio del sno libro sulle maccbie solari, e direrse correzioni per
la stampa. Indi prosegue.
Quando abbia parlato al signor Luca di quel particolate, sentir
volentieri la sua resoluzione, perch in effetto non par bene ch io
butti via una fatica non piccola gi fatta; ed il signor Salviati che
ultimamente l ha veduta non vuol per niente che resti morta; ma
spero che il s ^ o r L uca non dover ricusar ci, perch per mio parere
tender pi alla sua gloria che alla mia, n io mi asterr di cele
brarlo e di conceder la preminenza alle sue veramente divine inven
zioni; le quali siccome mi concitarono a bramar la sua amicizia, cos
mi faranno vivergli sempre servitore ed ammiratore del suo felicissi
mo ingegno.
Io rendo grazie a V. E. e all amico mio carissimo delle provvioni,
su che stanno continuamente per mia sicurezza contro alla malignit,
la quale qua ancora non resta di macchinare, e tanto pi quanto il
nimico fier vicino; ma perch son pochi in numero e della lega
( che cos la chiamano lor medesimi tra di loro ) che V. . pn scor^
S
ere nelle loro scritture, io me ne rido. stato in Firenze un goffo
icitore che si rimesso a detestare la mobilit della terra; ma que
sto buon uomo tanta pratica sopra l autor di questa dottrina, che
e lo nomina l Ipernico: or veda V. E. come e da chi viene trabalzata
la povera filosofia.
Ma io attendo a scrivere Msai, e i calcoli aspettano e mi ricordano
la strettezza del tempo.
. (f*) Questa ed altre lettere del Oalleo portano la data secondo uso de Fioren*
tini, che cominciavuno l anno da Marzo. Io vi ho costituito l anno comune, ogni
volta che le circostanze delle lettere lo indicavano.
I l Galileo a l signor Principe Cesi, (Bulifon Voi. 4 ^
JDaUe Selve a5 Qennaro i 6i 3
Come per altra mia ecrissi a V. E . , mentre, venivi giorni fa aU
Selve assai maltrattato da miei dolori di gambe, e da una febbre
cagionatami dall aere di Firenze molto contraria in questa stagiona
alla complessione mia; qui ho cominciatQ a riavermi, e sono tornato
ai calcoli, i quali far per li due mesi Marzo e Aprile, giacch la
spedizione della stampa va pi lenta che non credevamo, Con l altra mia
mandai a V. E. la mutazione di quelle due parole che davano fastidio
al revisore; ed ora le dir quanto mi occorre circa le prudenti an
notazioni del signpr Luca.
Quanto alla prima, sopra il luogo della faccia 9 sul principio,
pareva al signor Sajviati et anco a me, che non si trattando qu^ella
materia teologica ex professa^ si potesse orp.toriamente dire, che Dio
per sua benignit, potendoci fare un verme o niente, ci aveva fatti
uomini, onde noi dovevamo ringraziarlo ec; et io so d averlo pi
volte sentito dire sopra i pulpiti da Predicatori stimati assai; tuttavia
per fuggire ogni scrupolo, quando loro determinano che si rimupva,
si potr levar quel concetto e dire: Or qualunque si sia il corso
della vita nostra, dobbiamo riceverlo per sommo dono dalla mano
di Dio, et anco dell afflizioni render grazie alla sua bpnt, la quale
con tali mezzi ec.
Quanto alla lifficoit dell'esperimento a facc, aa nel fine, rispondo,
che tocca primo all avversario il provare che i raggi procedenti dalle
parti di mezzo del disco solare sien pi gagliardi. Di poi esperienza
che si potrebbe domandar da me, non per avventura impoisibile, n
anco molto difficile, perch rgurdando noi il Sole iiascente o occi
dente non lo scorgeremo punto pi lucido nel mezzo che ^egli estremi,
ovvero facendo passar la siu specie per lo telescopio sopra la carta,
si vede il cerchio tutto egualmente lucido: per io non crederei aver
molta difficolt in sostenere questa proposizione, che io credo verissima.
Alla facc. 29 lin, 3, e facciata 3o nel fine, bene che si emendi
come dice il signor Val., dicendo nel primo luogo e congiungasi la
linea retta N D , e nel secondo luogo si leveranno le parole
producasi la linea iVI> . Intaqto il signor Luca scuser la mia
inavvertenza, e il non aver potuto rileggere una sol volta la lettera;
et io ringrazier la sua diligenza,
Quanto alla notazione della facc. 49 9> dico essere quasi- im-
possibil cosa il trattare materia alcuna, fuorich le pure matematiche,
tanto saldamente e demonstrativamente, che del tutto si tronchi la
strada ad altri di potere, almeno con apparente ragione, contraddire,
e massime dove le materie npn si grattano ex professo, ma si vanno
P. I. 24
w
trascorrendo qn& incidentemente. Io son eicoresimo, cbe la refleesio-
ne della terra d gran lunga pi efficace ohe quella della Luna,
et ho molte ragioni neceesarie da dimostrarlo, <|uando ex professo mi
verr occasione di farlo: vero che tali ragioni vogliono essere smi
nuzzate con grande esquisitezza e pazienza, il che non conviene farsi
dove solo per un passaggio mi viene occasione di toccar tal proble
ma, com in questo luogo. Per che si lasci attacco di contraddire,
n Io posso sfuggire, n credo che sia necessario, perch io mi sento
veramente tanto in sicuro di poter rispondere ad ogn istanza, eh io
non aver punto per male che gli avversarii mi oppongano.
Quello, che tocca il signor Luca; verissimo, che il medesimo cor
po lucido pi vivamente illumina da vicino che da lontano; ma anco
vero che lucidi di grandezza diseguali, ma di luce egualmente intensa,
non illuminano egualmente; ma il maggiore da eguale distanza illumina
pi, ed illuminer egualmente da distanza maggiore. Quando dunque
io considero la reflessione che ci viene da un muro e la comparo
con quella che ci vien dalla Luna, vero che quella che ci vien dal
muro vicina, ma quella della Luna ben da un corpo incompa
rabilmente maggiore; et io ho sempre avuta intenzione che si para
goni la reflessione della L una con la reflessione d* un muro tanto
minor della L una, quanto quella pi lontana di lui; sicch il luogo
tenebroso, dove si da ricevere il riflesso della Luna e del muro,
non sia illuminato da nn muro di superficie apparentemente maggio
re del visual disco della Luna-
Onde per meglio spiegar il mio concetto, si potranno aggiunger nel
luogo citato le seguenti parole. Dopo le parole ,, tocco dal Sole
cancellinsi, ed aggiungasi poi ancorch tale reflessione passi per un
,, foro cos angusto, cne dal luogo dov ella vien ricevuta non appai-
risca il suo diametro sottendere ad angolo maggiore che il visual
,, diametro della Luna, nulladimeno tal luce seconda eia e con
potente, ec.....
Il luogo della facc. 5^ Un. p. e a.* levisi interamente, e credamiei
ch io non aveva penetrata l arguzia.
Quanto all ultima notazione: per levar la contraddizione tra questi
due luoghi, e dichiarar meglio l intenzion mia; nella fac. 45 cancellinsi
le parole ,, Io non solo lo stimo tale, per sino a i n iraesto luogo
dicendo che , e in vece loro scrivasi Intendendo pero per abita-
tori gli animali nostrali e soprattutto gli uomini, io non solo con-
,, corro con Apelle in reputarlo tale, ma credo di poterlo con ragioni
,, necessarie dimostrare. Se poi si possa probabilmente stimare nella
Luna, o in altro pianeta, essere vventi e vegetabili, diversi non
solo dai terrestri, ma lontanissimi da ogni npstra mmarinazione*
io per me n Io affermer n lo negher, ma lascer che pi di
, , me sapienti determinino sopra ci, e seguitar le loro determina-
zioni, sicuro che sieno per esser meglio fondate della ragione addotta.
da' Apelle in questo luogo, cio che farebbe assurdo, ec.....
Favorieca V. . di render g n e infinite al signor Lnca, per gli
avvertimenti, che sono teetimonii di vera amicizia ed affetto puro.
Il signor Demissiani ii cpii per poche ore, ma con disgusto parti
colare del signor Salviati e mio non volle passare altramente a Li
vorno, per dove il eraor Salviati gli aveva apparecchiata una delle
sue carrozze per condurlo e ricondurlo.
Io resto con infinito obbligo a V. E. per la grazia procuratami
presso codesto Orator Cesareo; dispiacemi di non aver cristalli chtf
vagliano per un telescopio degno ai tanto Signore: dovendo io ritor
nar fra pochi giorni a FHrense per P occasione del ritorno del G. D.
tenter se posso fame un paro sopra la mediocrit, sebbene ci .
grandissima difficult in trovar cristallo paro ; se mi succeder. di
poterli fare, gli inviar a V. E. : intanto favoriscami di baciar la
veste in nome mo ad un tanto Prelato.
P. S. Sono in necessit di &r sapere a V. E . , come avendo mo
strato le due lettere mandatemi da lei a diversi amici letterati, sono
state Radicate per fi^nte per del medesimo autore e per di V. 1^. ,
che mi fatto maravigliare. L istesso m accadato poi qui col si
gnor Salviati, al ^ a le avendo io poi confessato il tutto in confidenza
e pi detto che U medesimo giuaizio ayevan fatto altri amici in Fi
renze, gli caduto in considerazione, che venendo tampate, in mano
de mei detrattori se gli potrebbe dare un attacco di mordere ter
ribilmente, opponendo che per palliare le mie menzogne mi fosse
necessario l andar con finzioni e fraudi ingannando il mondo; del
quale artefizio non sendo io ponto bisognoso, bastandomi che si sap
pia la pura verit, pareva a detto Signore, che ogni detto di V. E . ,
mio e di altri deve essere schiettissimo e nulla palliato. Onde if
contenuto di esse lettere, ohe per altro piaciuto infinitamente,
pareva ohe per avventura fosse stato meglio porgerlo sotto forma pi
libera e sicura d non dar attacco alla malignit: io per mi ri
metto a quanto determiner la sua prudenza, ed intanto si fanno
maggiori i miei obblighi, nel veder con quanto affetto ella invigili
nel mo padrocnio.
I l Principe Cesi al Galileo (Fabbror Scienze
Fisiche Voi. %.)
Roma 8 Febhrajo i 6i 3.
Tengo la sua breve, dolendomi grandissimamente della stia indispo
sizione colica, e sperando a quest ora ne debba esser libera, d che
sto aspettando nuova con grandissimo desiderio. CtMne vedr, la stampa
fra otto giorni pu esser finita, e si star aspettando mandi quanto
prima la costituzione delle Medicee, senza pregiudizio per della ea-
nt, quale prima d ogn altra cosa si desidera, pregandola perci a
187
rallentare talvolta il soverchio fervre delle etndioie fatiche^ essendo
la sua sanit utilissima al mondo, carissima a qaelli che l amano, ed
a me sopra ogn altro, ec.....
Monsignor Virginio Cesarini al Galileo. (Targioni Scienzt
in Toscana Voi. a.y
Roma i 5 Febbraj i 6i 3.
Ricevuta oggi la gratissima sua con le conrtituzioni delle Mediee*
e . la dedicatoria con li avvertimenti, ho dato subito ordine che
'eseguisca il tutto, conforme V. S. avvisa. L e lettere del Glavo et
altre si lasceranno. L e costitosioni pare, che vorranno cinque facce,
e dovranno farsi in cinque T avole in rame, giacch queste venute si
fanno in cinque T avole in rame. Riusciranno bene, e senza dubbio
non potevansi fare altrimenti. Vengono inclusi li due fogli et ora
appunto *i tira l ultimo, et anco ultimo Apelle: aspetto il seguente
ordinario il restante delle costituzioni, la nota degli errori, insieme
con la prefaone al lettore, che subito saranno messi in opera.
Mi duole infinitamente delle sue indisposizioni, che tanto trava
gliano lei, e li suoi amici insieme, e tanto dannose sono al pubblico:
dovremo per sperare che entrando gi la buona stagione sia per ri
cuperare la sanit.
Da Monsignor di fiamberga V. S. stimatissima, e secondo il do
vere; pertanto io non lasoier di esporle un altro desiderio ch ho io
lui scoperto, acci, se non, le dmcile, possa ma^ormente grati
ficarlo. Vide un peczetto di quella materia, che riceve e conserva
la loce, in mano del signor Fabbri, e con grandissima diligenza li
dimand come avrebbe potuto fare ad averne, n volle accettar quel
la; io gli avrei fatto parte di quella che V. S. mi e grazia, ma ^
sei mesi in qua perso molto del suo primo vigore. Abbiasi V. S.
buona cura, e ci consoli presto con la desiderata nuova di sua sanit.
Con che bcio le mani a V. S. con ogni affetto.
i88
L opera intorno alle macchie olari fu etampata in Roma preAo Giacomo Ma
scardi in 4* e diatribuita fra i Lincei il ao Fehbrajo i6i3. Angelo de Filiis, che
per ordine ed a nome dell Accademia ne procur l edieione, dedicolla al ignor
Filippo Salviati pur Linceo, amiciseimo del Galileo, e che bene epeMo lo accoglie
va nella tua Villa delie ISlve. Fremette pure il de Filiie arviyo al lettore, dove
rende testimonianza dell*avere il Galileo sino dell Aprile 1611 mostrate le m4cchie
a diverti in Roma; e quindi merita esso avviso d essere conservato fra lo opere del
Galileo, come lo fti gi nella colleiione di esse del i 656.
Angelo de Filis lAnceo al Lttore,
Se in questa ^an macchina dell universo, i celesti corpi per la
propria natura sono tra tutti gli altri nobilissimi; dorr senz alcun
dubbio principalissima ancora e degna d eroici intelletti esser ripu
tata la contemplazione intorno ad essi; e di non poca gloria degni
, che questa agevolano et arricchiscono, giovando tanto in cos
ardue e remote materie innata avidit, c abbiamo tntti di cono
scere.. Per la quale, se mentre gl istorici dell inferior natura, eh a
nostri piedi soggiace, qualche parto di quella non pi veduto, siasi
pianta, animale, o deforme zoofito ci palesano, tanto piacere ne pren
diamo, e tanto del ritrovamento gli lodiamo, quanto dovremo godere
essendoci appresentati nuovi lumi nella superior natura dell altiasitno
cielo, e le ikccie dei pi. nobili se(n>erte, che per prima velate n ap
parivano P Quanto saremo tenuti a lor sagaci e dilgenti ritrovatori,
e quante lodi glie ne doveremo rendere? Ecco dunque agl intelletti,
che il vero studiosamente ai nostri tempi ricercano, grande e celeste
materia; e dove nel cielo con erculee colonne chiuso, teminato era
il campo a cercatori; n dai primi Astronomi in qua, altro di pi era
stato veduto, che le stelle fisse vicine al Polo australe, e queste merce
delle nuove navigazioni, e qualche accidente nell altre forse vanamen
te osservato; ora pi oltre penetrando il sipior Galilei, nuova copia
di splendenti corpi, et altri ascosi misterii della natura colass ci
scuopre; e questo segue sotto l ombre, e felici auspicii del Serenissimo
D. Cosimo Gran Duca di Toscana, che per prwria virt e magni
ficenza, et ad imitazione dei Gran Lorenzi, e Goeirai, et altri eroi
della regia famiglia de Medici suoi Avi, veri Mecenati delle nostrali
e peregrine lettere, non cessa mai di favorir le scienze, e procurare
a pubblico utile ogni maggior accrescimento e illustramento di quelle.
Mostraci dunque il signor Galileo innumerabili s^adre di stelle fis~
se, sparse per tutt il firmamento, molte nella Galassia, e molte nelle
nebulose, che prima erano offuscate, et indistinte; ritrova la regia
compagnia di Giove de* quattro Pianeti Medicei; scorge la Luna di
montuosa e varia superficie; e tutto questo nel suo avviso astrono
mico a ciascheduno palesa e comunica. Ne nasce subito stupore, ogni
altra cosa aspettandosi, che simil novit nel cielo. Pi oltre seguendo
1*impresa, scuopre la nuova triforme Venere emula della Luna, passa
al tardo e lontano Saturno, e da due stelle accompagnato triplice ce
lo mostra, avvisa ci a primi Matematici d Europa, e il tatto con pa
role notifica, e per levar con esperienza stessa 1* incredibilit, che
sempre le cose inaspettate e maravieliose suole accompagnare, dimo
stra a ciaeonno in fatti la via da vedere il tutto, e godere a suo modo
i sopraddetti scoprimenti; n ci fa in un luogo solo, ma ih Padova,
in Fiorenza,- et poi nell istessa Roma, dove da dotti con uni versai
consenso tengono ricevuti, e con sua gran lode nelle pi pubbliche
189
e famose cattedre spiegati, ltre ci, non prima si parte di Roma,
eh* egli non pur con parole aver scoperto il Sole macchiato vi accen
na, ma con r effetto stesso lo dimostra, e ne k osservare le macchie
in pi d un luogo, come in particolare nel Giardino Quirinale del-
illustrissimo signor Cardinal Bandini, presente esso signor Cardina
le con li reverendissimi Monsignori Corsini, Dini, Abbate Cavalcanti,
signor Ciulio Strozzi, et altri signori. E come che si scorga esser a
lu solo riservato, non solamente li celesti scoprimenti insieme col
mezzo del conseguirgli; ma di pi il penetrar con gl occhi della mente
tutta quella scienza, che d essi aver' si pot; stavasi con universal
desiderio aspettando il parer suo circa di esse macchie, quando final
mente, s intese da signori Lincei aver lui di tal materia pienamente
scritto in alcune lettere all illustrissimo e dottissimo signor Velser
privatamente inviate, quali avute, e visto, che una lunga serie d os
servazioni il compimento dell impresa secondo il desiderio apportava*
no; stimarono che non fisse da permettere in alcun modo, che d esse,
e. delle solari contemplazioni, non potesse ciascuno a sua voglia sod
disfarei; ma che dovessero perci di private, pubbliche divenire in^
sieme con le proposte del sign. Velseri. Appreso io il eomun volere,
diedi (conforme a quello, che la mia particolar cura ricerca) ordine,
acci uscissero in luce; giudicando devano esser gradite da tutti gli
studiosi; da tutti dico, se per qualche importuna passione ad alcuni
particolari non le rende discare, quali, o per pretensioni ch avessero
circa il ritrovamento d esse macchie, o per desiderio che U giudizi
loro, et opinioni intorno alle medesime restassero in piede, o pure
perch tal novit e loro consequenze troppo perturbino molte e molto
grandi conclusioni nella dottrina da loro sin qui tenuta per sald^si-
ma; forse non riceveranno con candidezza di mente ci. che dal since
rissimo affetto del signor Galilei, e puro desiderio e studio della ve
rit derivato: ma la soddisfazione di questi (se alcuno ve n ) non
deve talmente esser riguardata, nemmen da essi, che per loro partico-
lar interesse si devano occultare quegli effetti veri e sensati, che
per aggrandimento delle scienze vere e reali l istessa natura va pale
sando. A quelli poi che pretendessero anteriorit nelle osservazijoni di
tali macchie, non si nega il poter loro averle osservate senza avviso
precedente del signor Galilei, com anco manifesto. averlo essi pre
venuto nel farle pubbliche con le stampe; ma anco altrettanto o
pi chiaro a moltissimi, averne il signor Galilei molto avanti, che
scrittura alcuna venisse in luce, daj:a privata contezza qui in Roma,
et in particolare, come di sopra ho detto, nel Giardino Quirinale l A-
prile del i 6 i i , e molti mesi innanzi ad amici suoi privatamente in
Fiorenza, dove che le prime scritture, che di altri si sieno vedute,
che sono quelle del finto Apelle^ non hanno pi antiche'osservazioni,
che dell ottobre del medesimo anno 1611. Resti per tanto noto a
ciascuno, esser veramente particolare determinazione, eh in un solo
i^
soggetto caschi nella nostra e t , non solo il celeste uso del tele
scopio, ma anco gli scoprimenti et osservazioni di tante novit nelle
stelle e corpi superiori. N ci si ascriva, come alcuni pur tentano
per diminuir forse la gloria dell* Autore, a semplice caso o fortuna:
poich da loro stessi rimangono questi tali convnti e condannati,
essendo stati quelli, che per lungo tempo negarono, e si risero de
primi scoprimenti del signor Galilei; ma se dopo esserne stati avvi
sati stettero tanto tempo prima, che venissero in certezza delle stelle
Medicee, e dell altre nuove osservazioni, come potran eglino non
confessare, che per quanto dipende dalla possibilit loro, le mede
sime cose sariano perpetuamente rimaste occulte? Non devono dun
que chiamarsi accidenti fortuiti o casuali, le grazie particolari, che
191
che per natura, o per grazia divina ci vengono concedute. Ora se il
signor Galilei per la strana novit de suoi trovati, stato per non
breve tempo soggetto del morso di molti, come per tante scritture
oppostegli, ripiene la maggior parte pi di affetto alterato, che di
fondata dottrina e salde ragioni, si scorge; non devono, mentre di giorr
no in giorno si va maggiormente scoprendo, non averci egli proposta
cosa che veramente non sia, contendersegU (quelle lodi, che giusto et
onorato prezzo sogliono e devono essere di si uli et oneste fatiche.
' ' ' - - - - ^jgooperto
a tua
^lie ne
arai gratissimo, e massime se attentamente andrai considerando con
qual maniera, e fermezza di ragioni ( nelle quali il caso parte alcuna
aver non puote) venga il tutto trattato e stabilito. E se in private
lettere, che bench scrtte a persone di eminente dottrina, pur si
scrvono in una corsa di penna, trovi tal saldezza di dimostrazioni,
tanto pi devi sperare di veder ristesse materie, e molte altre ap
presso ne particolari trattati del medesimo Autore pi perfettamente
spiegate. ra per tuo diletto et utile si fanno a te pubbliche queste
lettere. Gl invidi e detrattori s astenghino pur da tal lettura, non
eendo scritte per loro; anzi essendo dall Antore inviate privatamente
ti un solo, dotato di molta intelligehza, e di mente sincera; non devo
io con suo pregiudizio inviarle a persone contrariamente qualificate;
non per s aspetta talmente il tuo favore et applauso, che si ricusino
le tue censure e contraddizioni in quelle cose, che dubbie e non ben
confermate ti apparissero: anzi ti rendo certo, che al signor Galilei non
meno le correzioni che le lodi, non meno le contraddizioni, che gli
assensi, saranno sempre care: anzi tanto pi quelle che questi, quanto
quelle nuova scienza possono arreccargli, e questi la gi guadagnata
solamente confermargli. Vivi felice.
Sono premeeai all'edizione Romana (addetta i dae tegiteati Spigramni
In GUlaeum Galilaeum Lynceiun Lucae Valerti Lynceij Mathe
maticue et CiviUs Philosophiae in ahnae urbi) Gymnao Profcstoris,
Dum radio, Galilaee, tuo coelum omne retectum
Spectat et insolito murmure terra fremit:
Quae contra tempus solido non aere resistit,
etema in f r a ^ stat tibi fama yitro.
Jo, Fabri Lyncei Bamhergensisj SimpUciarii Pontificii, oc Botanicam
in urbe publice profitentis.
Non tibi Daedaleis opus est, Galilaee, volanti
Ad Solem pennis; Sole tepente cadunt.
Nec Gapymedaea Teheris super astra volucrij
Imbelles pueros haec modo portat arie.
Ast tibi, ceu Lynci, penetrent quae maenia coeli
L umina praeclarum contulit ingenium.
Queis nova demonstras tu sydera primus olympo,
Atqne subesse novas Sole doces maculas.
Alta suddetta ledidope fti anito da Lincei il ritratto del Oalileo incieo da Fran
cesco VillameDa: il medesimo rame serv\ pure all edizione del S^fiatore nel i 6 ai
io Roma, come altres alla collezi<me dell opere del N. A. ia Bologaa i6S6. il
ritratto posto in fronte a questn prima part delle Memorie del Oalileo copiato
fedelmente d a l suddetto del Villamena. In capo a l l a a* parte si porr altro ri
tratto del Galileo assai pi vecchio, preso da quello che dipinto da Suttemunn
cnuservasi mila R. Galleria di Firenze.
19
La pretesa dello Scheiner d'esser egli stato il primo scopritore delle macchie
solari fa distrutta dal Galileo stess9 con solide teatimonianm. N altro giudizio
deve farsi del libro seguente,
Jo, Fabritii Frisii. De macuUs in Sole ohservatis, et apparente ea-
ruTfi Clan Sole conversione, narratioi ^4 * Wittebergae 16i i . T y p ii
Laurentii Seuberlichii e tc.f
Si preteso, che Davide Fabrizio padre del suddetto QioVanni avesse osservate
le macchie sino dell anno 1607. Ma di ci non si addotta alcuna valida prova;
se gi non si tratti di qualche grossa macchia visibile ad occhio nudo. Come lo atee*
anno osservolla il Keplero, e la credette esser Mercurio, il quale passasse allora
davanti al Sole. E come il Galileo stesso verso il fine della sua seconda lettera al
Velsero, riporta dagli annali di Francia, che a tempi di Carlo M. da tutti fu ve
duta per otto giorni continui una macchia nera nel disco solare, e fu pure allora
creduta esser Mercurio congiunto col Sole.
Mona gnor Gio. Batista Agucchia a l Galileo. (Targioni Scienze
fisiche in Toscana Voi, %.)
Rama 8 Giugno i 6i 3.
Non cos tosto il signor Principe Cesi mi favor del libro delle
macchie 83, che con grandissima avidit il lessi, e nelle due prime
lettere ch io vidi manoscritte dell anno passato, bench io le abbia
lette pi attentamente, perch non ho avuto il male che mi mole
stava allora, non ho ritrovata cosa eh io non avessi prima considera
ta, n che mi abbia mosso verun dubbio j ma piuttosto qualchedunoi
che gi mi venne in mente, ora si del tutto dileguato, merc delle
sode ed efficaci prove che V. S. va recando per dimostramento delle
Bue proposizioni; le quali rispetto all apparenze che noi veggiamo io
etimo tutte vere e sicure: e cos parmi che sieno da altri senza pa
ragone di me pi intendenti stimate. E bench io sappia che non
mancano de contradditori, parte per la novit quasi incredibile della
cosa, parte per invidia, o per ostinazione di aver gi cominciato a
contraddire: nondimeno io son certissimo, che il comune consenti
mento del mondo confirmerk col tempo le cose dette da V. S. ; poi
ch avuta che si sar l interanotizia del fatto immutabile per quanto
io stimo, le conseguenze necessarie eh ella ne trae, saranno ancora
senza dubbio approvate.
Mi sono ancora allegrato d averci trovato alcune delle considera^
sion, che nell osservare dell anno passato le macchie, io ne avea
fatto intorno. Ma niente io aveva prima considerato, che ne suoi
dottissimi discorsi io , abbia veduto.
Dalla terza lettera poi, che io non aveva pi letta, ho preso gran
dissimo piacere; nella quale V. S. rifiuta in guisa le opinioni del fal
so Apelle, che non so ee sieno in lui pi falsi o il nome o la dottri
na: ma spero ch egli si accorger d aver fatto saviamente a scrivere
sotto finto nome. Nel rimanente della stessa lettera si accennano altre
cose maravigliose, che non dir io, ma il mondo tutto sta attendendo
che da V. S. sieno un giorno manifestate. F ra questo mentre aspet
teremo (poich pi da vicino ella ne d speranza) la teorica delle
telle Medicee, le positure delle quali ho riguardato pi volte, e se
condo le note di V. S., e mi sono riuscite assai giuste.,.,.
Lo stesso Motitignor Agucchia aree nel i 6 i i formata ua impresa dedotta dalle
stelle Medicee, accomp^nandola con uo discorso analogo, eh ei mand al Oslileo,
osi ricbietto da lui. ( Targioni cerne sbpra, )
19^
P. I. *5
A R T I C OL O I V.
Opera sulle galleggianti.
I l discorso intorno alle cose che stanno sull acqua dovette eMer pubblicato dal
Galileo intorno la fine di Maggio dei i6iaj come da lettera del la Maggio del-
anno gteeeo al Principe Ce riportata nell Art- a di questa Seeione. Eiaendone
stati ben toeto distratti gli esemplari, Cosiino Giunti ne fece dentro l anno mede
simo una seconda edizione, alla quale dice, che
L autore aggiunse alcune cose a maggiore chiarezza, senza rimover
ne o mutarne alcuna delle scritte da prima..... e le suddette dichia
razioni si sono stampate di diverso carattere, perch si possali cono
scere prontamente da tutti.
Questa diversit di carattere stata conservata nelle susseguenti edizioni.
194
Oltre il Colombo ed il Grazia, le opposizioni dei ^ a l i si trovano fra le opere del
Galileo, due altri peripatetici, Palmerini e Coressio, insorsero contro il discorso dei
galleggianti; e di questi fa menzione il Castelli nel preambolo dnUa sua risposta
ai due primi sopranominati, inserita pure fra le opere del Galileo; nella quale ei
cos parla.
..... N si maravigli di non veder particolarmente risposto a tutti
quelli che in ^esto caso hanno scritto contro al discorso del signor
Galileo, perch ci facendo m era necessario crescer soverchiamente
il volume, e ritrovando ad ogni passo in pi d* uno le medesime op
posizioni, replicare con troppo tedio le risposte medesime. Imper
m parato a sufficienza eleggere due, quegli a chi ho stimato sieno
pi in pregio i loro errori; tralasciandone gli altri due, che a mio
credere poco se' ne cureranno. L uno di essi che usc fuori con la
maschera al viso, avendo per altra strada potuto conoscere il vero,
poca cura dee pigliarsi di s fatte cose, altro da quel tempo in qua,
per sopravvenimento di nuovi accidenti, per avventura costretto a,
stare occupato in ^Itri pensieri.
Il primo degli ommessi come sopra dal Castelli (i Tommaso Palmerini, il quale
era gi morto, quando il Castelli pubblic le sue considerazioni. Il secondo fa
Giorgio Coressio, il quale abbandon la cattedra di lingua greca in Pisa, e se ne
part nel i 6i5; lo che dalle parole del Castelli possiamo argomentare, non fsse
per motivi a lui aggradevoli. Accenner qui poco pi che il titolo degli opuscoli
usciti allora dai detti due autori contro il discorso del Galileo.
Considerazioni sopra i l discorso del signor Galileo Galilei intoma
alle cose che stanno sull acqua, od in quella si muovono. Dedicata
alla Serenissima D . Maria Maddalena Arciduchessa d'Austria Gran
Duchessa di Toscana: fa tte a difesa e dichiarazione della opinion
d Aristotile. Da Accademico incognito. (P isa appresso Gio. B a tista
Boschetti etc. i 6 ia. in 4 * di pag. aS.J
igS
L operetta acrtta il primo Luglio i6ia in latino da qnel mascherato clie ee-
condo il Gjstelli mori poco dopo. Ma la dedica e la traduzione sono di Arturo
Pannochieschi de Conti d Elei Provveditore dello studio di Pisa; il quale eeprimesi
come segue.
Fu impugnato Arietotile dal discorso del signor Galileo: al quale da
certe considerazioni d autore incognito essendosi in buona parte latina
mente risposto, molti mi hanno fatto forte istanza di mandarle in
luce tradotte nel nostro idioma: quasi che uffizio fosse di provvedi
tore generale di questo studio di Pisa pubblicare le difese d altri in
torno a (^ella dottrina che qua si professa, e da eccellentssimi fi
losofi a ci condotti e provvisionati s insegna. Nondimeno a s giusta
domanda il negare dava sospetto di poca stima o di poca cura. Ma
alla grave mole della dignit e dell eccellenza di s borioso filosofo,
qual Aristotele, per innalzarla ed ampliarla, richiedendosi maeista e
virt superiore, niuna ho creduto pi atta che quella di V. A.... ec.
Operetta intomo al galleggiare de corpi solidi. AlV illustrissimo et
eccellentissimo Principe D . Francesco M edici. D i Giorgio Coressio
Lettore della lingua greca nel famosissimo studio di Pisa. ( Firenze
appresso Bartolommeo Sermartelli i 6 ia in 4 di p . S6.J
Egli eostienej r. che il ghiaccio h acqua condensata; a. che coerentemente ad
Aristotele gli elementi gravi si muovono all ingi per la gravit, ed i leggeri per
la Inggereaza si muovono all ins; 3. che la figura piana del grave poeto sul-
1 ai^ii trova in questa una resistenza la quale non la lascia discendere ; 4
l aria aderente al corpo piano disteso sull acqua non pu comunicargli leggerezza;
5. e che per la figura sola che fa galleggiare il solido piano disteso sull acqua.
Egli pretende di trovare ben trenta errori in quel tratto del discorso del Gallino,
dove questi parla del dissenso fra ristotele e Democrito intprno all ascendere dei
corpi pi leggeri nell acqua.
Coressio pubblir altres lo stese anno i6ia a Pisa un libercolo di considerazioni
sopra il discorso del signor Galileo intorno alle cose che stanno sull acqua, il quale
libercolo di pag. a5 non vai meglio del precedente.
Dalla opinion comune stata attribuita al P. Castelli la risposta al Colombo, ed
al Grazia, in difesa del Galileo. Ma Monsignor Michel Angelo Ricci in una sua
lettera, parlando della vita del Galilpo scritta dal Viviani (a) dice.
In essa vita s attribuisce al P. D. Benedetto Castelli la risposta al
eig. Lodovico delle Colombe. Ma il P. D. Benedetto mi disse, eh egli
vi aveva fatto un poco di princpio, e che il signor Galileo glielo pi
gli e lo seguit nel modo che sta, n la dettatura di D. Benedetto...
Il Viviani pure in fine al trattato delle proporzioni pag. io5 cos parla:
L altra un libretto in folio di mano del P. Castelli, intitolato:
Errori del signor Coressio raccolti dalla sua operetta, del galleg-
f ^ r della figura, ma con qualche postilla e rimessa in margine di
mano del Galileo. Dal che, siccome dal vedere che le bozze delle
risposte e cpneiderazioni di esso P. Castelli contro al Grazia ed alle
(a) Nlli. S*(gio di Storia Lttrwia Fiorentiu p. 5$.
Colombe per la ma^^or parte di mano del medesimo Galileo,
io prendo argomento di credere, che e quelle opere e queste fossero
dettate, se non in tutto, almeno in qualche parte da esso Galileo al
detto Padre, e poi da lui fatte pubbUcare, e a lui attribuitele, > 8
per non dare onore di soverchio col proprio nome a tuoi cos deboli
oppositori.
Gio. Bardi in sna lettera al Galileo del ao Oiogno 64 (Liirera Netti) gli rac
conta che et per leggere nei Lincei una ditaertazione che di guto al P. Griembcrger}
......... e mi ha aetto che se non avesse dovuto aver rispetto ad Ari
stotele, al quale essi per ordine del generale n(m possono contraddire^
avria parlato pi chiaro..... perch in questo eg;li ci sta benissimo^ e mi
diceva che non meraviglia, che Aristotele sia contro, perche ancora
si ingannato chiarissimamente in quello, che V. S. ancora ne dice
va una volta, di quei due pesi ohe cascano prima e poi.....
La DHertasione letta, come sopra, dal Bardi la segucate.
Eorum quae vehuntur in aquis experimenta a Jo, Bardio Fiorenti
no ad Archimedis trutinem examinata XX Kal. Jul. An. Dom, MDCX19
/ 4 * Romae ex Typographia Bartholomaei Zanetti.)
..... Referam ad vos breviter quae Galilaeus Gallaeus mena olim
praeceptor de iis quae aquis innatant fusius dissenut, reotabo quae
didici, causamque aperiam cur ea quae oh gravitatem excellentiareni
immer^ aquis ex natnrae leribus deberent, praeter naturae ]ura iis
dem insider atque eminere deprehendantur.
Prosegne addncendo le dottrine e le eaperienze del Galileo, per provare che la
rMittenza del mezzo e la difficolt di penetrarlo ritarda benei la refocit del corpo
^cificamente piii grave che in ee*o immergesi, ma non ne impedisce la diacea
E conclude col riportare da Sterino la descrizione dello esperimentoi, nel quale
nna libbra d anqna poita in nn braccio della bilancia essendo costretta ad alzarsi,
perchi premuta da aii cilindro di metallo 6mo nel maro, fa equilibrio con dieci
libbre d acqua libera posta nell altro braccio. Del quale esperimento o d altro an>
logo sciTeTa Paniello Antonino al Galileo (Libreria Nelli.)
DilUngen i t Gennaro 1611.
..... Nell altra mia V. S.'avi^ avuta quella bilancia idrostatica di
braccia uguali, nella quale un*oncia d acqua da una parte pu eolie
vare facilmente cento libbre di peso dall* altra parte posto con i l
mezzo di quella forza, per la quale potrebbe il Galione nnotare in
nna inghistarra d* acqua.
Intono al auddetto eaperimento dello Stevino, un valente fisico mi osserva, eh*
alcuni trattatisti male a proposito confondono la pressione del fluido contro il fiM
do di un vaso, con la pressione dal medesimo esercitata sulla bilancia. Sianvi nn
bicchiere ed iuta bot^lia, ambedue d egual peso, capaciti, e dianetro nel fimdc]
Aia il bicchier sia cilind, e la bottiglia, restrinfeadosi B*U ak abbia uo lao(
1^6
*9f
lOTo pre-
eer tanto
WDore della pressione eul fondo della bottiglia, quanto e alea meno l acqua entro
il biccbiero, d quel che fccia su per lo collo della bottiglia.
e stretto collo. Ambedue questi rasi s riempiano d acqaa, eguale sari la
sione sulla bilancia; ma la pressione dell acqua sul fondo del bicehiero i
Non essendomi parso ancora pienamente illustrato l argomento che diede brig
al Galileo intorno alle cose che stanno o si movon nell acqua, ho creduto conve
niente instituire alcuni esperimenti relativi al medesimo argomento: li quali hanne
fornito occasione a due memorie da me lette, non molto, l una al Cesareo Regio
Instituto in Milano, l altra all Accademia delle scienze in Modena; n far qui
che recare delle medesime un compendio.
I.
egli vero, come sostenne il Galileo, ehe l aoqua nd suo interno possa bens
colla sua ineraia ritardare il movimento de corpi nella medesima immerei, ma non
possa mai impedirlo affatto, ove siavi un comunque menomo disequilibrio di gravit
tra il colpo immerso e l arqoa stessa?
Esperimento x." In due vasi cilindrici, comunicanti fra loro per meno d un lunga
tubo assai angusto che ne congiuDge i due fondi, ho versato acqua fio verso la met
di loro altezza, lasciandovela riposare. Poi con un piccolissimo bicchierino sono
andato aggiungendo a riprese una tenuissima quantit d acqua al primo dei due
vasi; cos tenne, che rimanendo anche tutta nel primo vaso non pu ciascuna volta
alzare in esso la superficie del fluido, se non un trentesimo di linea, misnrd di
Parigi. Da un galleggiante, che nuota nel secondo vaso, sporge in alto una verghetta
guemita di segni in traverso, ad osservare i quali dirigesi orizzontalmente un mi
croscopio mwiito di fili micrometrici. Guardando con tale microscopio: ciascuna
volta che si aggiungeva la suddetta porzioncella tenue di fluido nel primo vaso,
io vedeva col microscopio la verghetta del galleggiante alzani nel secondo vaso un
sessantesimo di linea, cio quanto appunto dovea alzarsi, poeto che la porzion
d acqua aggiunta si distribuiss egualmente ne due vasi.
' Poich in questo esperimento l acqm continuava a scorrrere dal primo nel ee-
eondo vaso, sino a che fossero eguagliate dall una banda e dall altra le altezze
di un sessantesimo di linea volute dal calcolo: per convien dire che la sola dif
ferenza della met di tale altezza era valevole a spingete l aoqua in traverso per
le angustie del tubo comunicante. Per anche solo un cenventesimo di linea d al
tezza d acqua premente basta a farne muovere nell interno le parti.
Questo primo esperimento instituii in Milano, presso il signor Co. Direttore Mo
scati, col suo microscopio di Martin; e l'ho ripetuto pi volte presso me con un
mirroscopio di Dollond.
Esperimento a.** 11 signor OitellI fiibricatore di tubi da livello di vetro, con spi
rito di vino e bolla d aria, me ne a formato uno assai dilicato con entro acqua
invece di spirito. Egli pure , con approvazione dell Instituto, costruita una mac
chinetta destinata a far prova della sensibilit dei livelli suddetti, macchinetta co
s dilicata, che tre secondi di grado di variata inclinazione del tubo a livello nella
sua lunghezza divengono sensibili ad un indice mobile per la circonferenza d
cerchio. Adattando su questa macchina il suddetto tubo da livello ad acqua, in
modo che la sua bolla d aria riposasse al mezzo del tubo, ho poi variata incli
nazione del medesimo tubo nella sua lunghezza, per tre secondi ora a destra ^
ora a sinistra. Nell un caso e nell altro la bolla d'aria faceva un visibile movi
mento di ascesa, ora a sinistra ora a destra al lungo del tubo.
Da questo esperimento Wgue, che la gravit rispettiva, nata nell' acqua da tre
secondi d Dclinauone del piano al quale ( appog^aj baitanti per meverla. Or
tre erondi eono circa la gettantamilleuma parte del rnggio: OHa nel caso noctro
] altezza del piano inclinato ita alla sua lunghezza, come uno a aettanta mila. Dun
que a movere l'acqua nel uo interno batta la lettantamilleaima parte della tua
gravit astoluta; che una ben tenue quantit, e pretto che nulla.
Siamo cos fatti certi, r'he quando un corpo tepolto entro l acqua non abbia con
questa veruna aderenza od afliuit, etso non trover nel fluido verun ottacolo ten
ibile, che lo trattenga dal discendere, per poco che il corpo tia tpeoificamente pi
grnve dell'acqua; o dall ascendere, quando ne eia un tal poco tpeciframeiite men
grave. Nell un caso e nell altro potranno i tuoi movimenti di atceta o ditceu
venir ritardati dall inerzia del fluido, ma non potranno mai ettere interamente
estinti. Ed in ci avea ragione il Galileo; recando fra pi altri l etempio dell ac
qua torbida d un fiume, che in capo ad alcuni giorni ti chiarifica, latciando lea-
taineute cadere al fondo le materie che nuotavano entro la medetima.
Ala te il corpo immerijo abbia affinit o adetione coll acqua, non ben ticnro
ch eeao eia per movervisi entro con egual libert. Molti tali, comunque tpecifira-
mente pi gravi drll'acqua, poeti al tondo ti tciolgono, ed atcendendo vanno a
distribuirei per tutto il fluido. Vi pu estere un tal genere di affinit che leghi
alcuna delle faccette elementari del corpo nuotante con le rorriepondenti del fluido
in cui nuota, -e ne inceppi e ne impeditca i movimenti di semplice gVavit. Per
queeto motivo non oto ammettere come ben sicura la valutazione che il signor Co.
di Rumfort d alla tenacit dell acqua (a), col petarvi entro una quantit di fili
di eeta epiegHti prima in ampio volume, e potcia raccolti' ivi in pi rittretti ma-
taata ; nel quale secondo caso li ritrova cretciuti di peto. Tanto meno oso ammet
tere la conteguenza del tignor Rumfort, quanto che H^ukabee istitu la medesima
prova, tervendoei di ottone e di pietra focaja, ora in pezzi interi, ora diviti, quello
in laminette, questa in polve; e petandoli neirnnostafo e nell altro entro l acqua,
vi trov sempre il medetimo peto specifico {b). L etito di queste esperienze riutc
dunque contrario all etito di quella tentata come topra da Rumfort.
Quett ultimo autore penta, ed altri fitici opinarono anche prima di lui (e), che
la tenacit interna dell acqua aia pur tanta da poter manten^rviti entro sospesi
corpicelli tenuissimi, sebbene tperificamente pi gravi, e sebbene etti oon abbiano
veruna chimica affinit colle menome particelle dell acqua. N la cota per se
impottibile od assurda; ma siamo ancora troppo lungi dal conoscere tutti gli effetti
delle menome attrazioni dei varii corpicciuoli fra loro per potere sii tale opinione
pronunziare con sicurezza. ,
li.
L acqua avrebbe mai, nella sua ettema tuperficie , una maggior tenacit e resi
stenza di quello eh essa abbia all interno? Giova qui prendere il soggetto. della
quistione da tuoi primi elementi.
I fisici convengono, che le menome particelle dell acqua, mobiliteime una snl-
l altra, hanno frattanto, ciascuna d esse, una forza di attrazione, la quale ti spi^a
su tutte le altre circostanti particole, e cesta d esser sensibile a qualunque siasi
distanza finita.
Dentro al fluido queste attrazioni circondano tutt all intorno ciascuna particola,
in guisa di ^uilibrarei fra loro: onde ogni particole vi rimane in libert di
non fii .
igual mente equilibrate
*98
versi da un luogo all altro internamente, poich essa non fii allora che passare dal-
l una all altra sfera di attrazioni eguali, e tutt all intorno e|
fra loro.
( e ) Biblioteque Britumi<{a n. 1807 voL 3^ et 35.
CM Eiper. Firic. Meccan. Fir. 1716. p. 148.
(c) Bordili de motionil)ut gravitate prop. i 5, i 58. Gulieleini . d 11>: te * d a i t
awai pi modemi. r r
Non coti avviene alla lupericie del fluido tesso. Ivi ciascuna particola k ben
s nna mesza sfera d attrazione che la spinge Verso l'interno del fluido: ma le
manca l altra mezza sfera d attrazione verso l esterno, che possa controbilanciare
la prima e distruggerne l effetto. Onde le particole poste nella superficie sono pree-'
ate e strette ver^o la massa interiore del fluido stesso.
Una tale aderenza e compressione del contorno dell acqua superficiale verso il
no interno fece gi nel sec. xvii immaginare al signor del Papa (a), che l acqua
fosse un ammasso di corpicelli rotondi avvolto dentro a membrane sottilissime, daU
le quali fossero legati insieme que globicini, senza impedirne lo scorrimento e la
fluidit nell interno. Monge avea parlato, e Rumfurt insistito su d una simile
pellicola superficiale dell acqua, la quale non altro che l effetto, e si pu dire
l espression metaforica della coesione locale sopraindicata: su di questa il signor'
la Place fondato la sua teoria de fenomeni capillari. N gi le particole esteriori
ono di natura diversa dalle interiori, ma la mera posizione d loro quella particolar
coerenza. samiaiame alcuni effetti di questa superficiale adesione,
Qualunque siasi la forza di essa, non toglie che una menoma potenza, un crine
trave per
verso
199
s*
gior ditficolt a moversi di quel che farebbe nell interno, dove la pressione super
ficiale si comunica ed agisce per tutto egualmente.
Supponendo una goccia di fluido libera da ogni altra fona estranea, le pressioni
verso l interno in ciascun panto della superficie debbono riuscire perpendicolari
alla superficie medesimaj ed allora saranno fra loro in et^ilibrio, quando sien tutte
guali. Queste due condizioni esigono che la goccia si disponga in forma di sfera.
Se poniamo la goccia suddetta sopra un piano orizzontale col quale essa non ab
bia affinit, vi rimane tuttavia la gravit della goccia che deve alterarne la forma
sferica. Ma diminuendo il diametro d una siera, ne cresce altrettanto il rapporto
della superfirie al volume: e nel globetto fluido la compressione della pellicola
esterna espressa dalla sua superficie, mentre la gravit lo dal volume. Perci,
quanto minore il diametro della goccia, tanto il suo peso minor forza di alt'
rame la sfericit: e quindi veggiamo le gocce di mercurio o d acqua non attratte*
dal piano sottoposto accostarsi tanto pi alla sfericit perfetta, quanto sono pi piccole.
Nelle predette circostanze ingrossando pi e pi sempre la goccia, la gravit n
schiaccia pi e pi sempre dall alto al basso la forma: sino a che tale sferoide sem
pre pi compressa va a divenire qtiel colmo, a che il fluido versato destramente in
nn vaso, cogli orli del quale non abbia affinit, pu innalzarsi in arco sopra il
livello d<*gli orli medesimi.
EsBtTimenio 3." Misuro 1 altezza del colmo, al quale pu, come si detto, mon
tare V acqua sopra gli orli del vaso; e trovo che tale altezza pu giungere a cinque
terzi di linea, prima che l acqua rompa le sponde fluide del colmo, per scorrere
liori del vaso. Tdnta dunque la pressione dell acqua soprastante nel colmo, al
la quale pu resistere la sponda fluida laterale, in grazia dell aderenza che preaie
essa sponda, e la costringe verso l interno.
Pragoniamo l altezza qui trovata con quelle, che nei due primi esperimenti ab-
biam veduto mover l acqua nel sub interno: e vedremo che la forza richiesta a
distaccare anche solo lateralmente una porzion d acqua dalle sponde fluide del col
mo, incomparabilmente maggiore di quella che basta a fare scorrere nell' interno
le parti dell acqua, una snll'altre.
Esperimento 4* (J>) i Ho immerso 1 orifizio inferiore d un tubo capillare di,
f a ) Della natura dell*umido e del secco. 4*to Firenze i68x.
(^) Peasuti. Mm, ddU Soc. l u i , voi, xiv- p. i4a.
aoo
vetro appena otto la tuperfieie dell acqua, e qoeiU montata nel tubo all* altesu
di 3a linee, a. Ho ollevato il tubo (tempre perpendicolare all orisaonte) , aicchi
il no orfiuo interiore rinaciaae bens un po pi alto del livello dell acqua nel
vao, ma le ai atteneste ancora, tirando seco all ins un poco del liquor sottoposto;
questo allora rimatto alto entro il tubo solamente 3 i linee. 3. Finalmente cavato
mori del tutto il tubo fuor d acqua, vi ho applicato all orifieio inferiore nuna goc
cia d acqua, e il fluido montato allora entro il tubo all altesza di 36 ^nee.
Ho ripetuto esperimento con diversi tubi capillari, e sempre acqua vi e Nion
tata entro a maggiore altesca nell' ultimo, che nel primo de suddetti tre casi.
Questo esperiipento dimostra, che il contorno della goccia sirica esercita sulle
interne parti del fluido una pressione maggiore di quella che eterciti la supeifici
piana dell acqua stagnante entro di un vaso.
Quando si pone con destreeza sull acqua uaa lamina anche specificamante pi
grave, la quale non abbia affinit coll acqua stessa, bene spesso avviene ch essa
non cada al fondo del vaso, ma scavi una pozza nella superficie nell acqua, ed
ivi riposi. Gli arginetti o sponde fluide, che in tal caso circondan la pozu,' sono
10 stesso fenomeno colla sponda fluida che sosteneva il colmo nel 3. speriiaento.
qui dove il Galileo wbe seria lite co'suoi contraddittori.
Questi erano di parere, che quando una falda d ebano o di metallo 'arresta in
una pozza alla superficie dell acqua, non si possa dire, eh essa rompa la superficie
medesima; ma soltanto che prema alquanto la superficie, piegandola come farebbe
una coltrice, od una tela tesa (a), e che ivi s appoggi aostenata dalla coesione
superficiale dell acqua. Il Galileo in contrario nel suo discorso pretese, che la
falda fsse veramente penetrata nell acqua, ma che non discendesse oltre, perch
11 vano della posza apertasi, congiunto col pese della ^Ida, formava un composto
apecificamente pi leggero dell acqua soprasUate agli arginetti. In breve, qn^li
davan tutto alla coerenza superficiale deH'cqua, e questi dava tutte all equili
brio della gravit specifica.
Or sarebbe mai vero, che l'nna e l altra cagione si combinassero insieme alla
prodnzion del fenomeno?
Esferimento 6.* Ho preso tre lastre o latte di frro, di groneow diveiM fra Vno.
La grossezza della (irima lastra era un ottavo )
. . . . della seconda . . un quinto > di linea del piede parigino.
. . . . della terza . , . un terzo )
Da queste lastre ho reciso molti deschi circolari piani d vario diametro; ed no
gendoli tutti finamente con budro, onde avessero minore affinit coH acqua, ho
procurato di adagiarli, uno a parte dell altro, sulla superficie dell acqua, in modo
che vi si sostenessero. Quando otteneva di frveli galleggiare, essi vi deprimevano nna
pozza pi o meno profonda, con li tuoi arginetti acquei all intorno, e dentro a que
sta si ripMavano. La riuscita di tali esperienze stata come ^ u e .
I deschi della minor grossezza e di un solo ottavo di linea si sostennero a nnoto,
sebbene avessero in ampieraa il diametro di 3, di 17, e ^ n anche di 48 lnee. Ma
il desco pi ristretto e di sole tre linee in diametro escav, nna pozza assai mene
profonda che quella dei detchi pi ampii.
1 deschi presi dlia latta di grossezza media, ossia di un quinto di linea, sor
nuotarono finch il loro diametro non eccedette i due pollici. Pi ampii rompevan
la pozza, e se n andavano |d fondo.
Finalmente i deschi grossi un terzo di linea non vollero galleggiara n con 17,
n con 7, n con 3 Unee di diametroj e per sostenerli ^ convenne lidama
il diametro a meno di due linee.

(a) Galilo, V i s i o n di P*dov voi, primo pMg. Sai.


aoi
Da tali esperienze embra dorerei iaferire. che la sottigliezza e non l ampiezza
dei deechi li fa galleggiare, a." A eoetenere i deschi, oltre equilibrio della - gra
vit, concorre l altra cagione della consistenza della pellicola dell acqua, la qua
le non pu cedere all interno senza spinger fuori, sia all alto sia ai lati del
colmo, le parti riciney al che queste resistono per la loro coesione superficiale:
quindi i piccoli deschi profondan la pozza notabilmente meno di ci che importe
rebbe equilibrio della gravit. 9. N anche i deschi pi ampii e pi psanti
possono riposare sull acqua, se non in quanto che la coesione superficiale' sostiene
gli arginetti intorno 41a pozza: senza di tale coesione l equilibrio di gravit noa
f
'U esercitare la sua azione a far galleggiare i deschi. Onde, cessando di ungerli,
arginetto non regge, e la lamina assai pi presto precipita al fondo.
Non ebbe adunque il Palmerini tutto il torto, quando alla fine della sua opera
opracitata disse:
Si' potrelbe forse concluderei a favore del Galilei e degli Avversari,
che, e la resistenza della figura e del mezzo secondo 1opinione di
^esti , e la leggerezza dell aria unita seconda opinione del Galilei,
fossero unitamente cagione del galleg^are le cose gravi sopra.l acqua.
Et io che amo la pace, molto volentieri convenhei in questo, mezzo
termine, se le parti si contentassero della met della vittoria.
Ben vero che il Galileo nel suo discorso non parla mai di qpiesta coesione
superficiale dell acquaj ma se ne avvide poi, e scrvendo alcuni mesi dopo al si
gnor Nozzolini (a), ammette che gli areinetti della buca si sostenpno per quella
stessa cagione, per cui sopra una su^rficie asciuttasi mantengono eminenti goc
ciole d acqua in figura di porzione di sfera: vale a dire, perch le particole mini
ne dell ac(raa fesittono a separarsi e staccaHi 1 una parte interamente dall'altrb,
ebbene poi contrasto facciano aHandar permutaode ioeieme i loro toccamenti.
() Ediaione di Padova voi. piioko f
P. I . a6
eoa
S E Z I O N E VL
IL SISTEMA m GOPERNICO OPPUGNATO.
VIGGIO SECONDO DEL GALILEO A ROMA; EG. 1614, i 6i 5, 1616.
A R T I C O L O I.
'Movimenti contro il sistema di Copemic nel i 6 i 3^ 1614
*
I l P. D. Benedetto Castelli al Galileo. (Libreria Nelli.)
Pisa 6 Nwemir* 6
A.nclai a far riyerenza a ^Slonsgnor. reverendiieimo Artare (a) ; dal
qHale fai ricevuto con ogni dimostrazione d* affetto; e jie* primi ra-
S
'onamenti mi disse, eh io non dovessi entrare in opinioni di moti
terra , ec. Al che io risposi con queste formate parole; ^uoo-
to V. S. illustrissima mi comandato, che come comandamenti ricevo
i cenni suoi, mi stato dato per consiglio dal signor Galileo mio
maestro, del quale ancora sono per tenere ogni conto, majme eh io
so ch egli in &4 armi di lettura non d mai trattato cotal materia.
Alle raali parole S. S. mi rispose,' che qualche volta per dicr^sione
avrei ben potuto toccare simili questioni come probabili. Ed io sog
giunsi, che mi sarei astenuto ancora da questo, quando che S. S. noni
mi avesse comandato altro.
H P. Castelli al Galileo. (lbreria NelU. )
Pisa Dicembre i 6i 3.
Gli racconta che estendo presente alIaTaTIa de'Padroni Sereniesimi parl ivi
delle scoperte ^tte dal Galileo. Indi uscito f richiamato. ^
..... Entro in camera di S. A., dove si ritrovava il Gran Duca, Ma
dama, e Arciduchessa, il signor Antonio, e D. Paolo Giordano, e il
Dott. fioscalia (questi a tavtua avea detto a Madama, che il moto
(a) D EIci Provveditore deU Universit di Fisa, di cui si parlato nell Articolo
ultimo della Setion precedente.
della terra era contro la S. Scrittura); e quivi Madama cominci, dopo
alcune interrogazioni dell esser mio, a argomentarmi contro la S. Scrit
tura, e cosi con quota occasione io, dopo aver fatto le debite pro
teste, cominciai a far da teologo con tanta riputazione e maest, che
V. S. avrebbe avuto gusto di sentire; il signor D. Antonio mi ajatava,
e mi diede animo talei che, ; . . . mi diportai da Paladino; e il Gran
Duca e l rciducheesa erano dalla mia, ed il signor D. Paolo Gior
dano entr in mia difesa con un passo della Scrittura molto a pro
posito. Restava 30I0 Madama Serenissima che mi contraddiceva, ma'
con tal maniera eh io giudicai che lo facesse per sentirmi; il signor
Boscaglia si restava senza dir altro. Tutti i particolari che occorsero
in questo congresso tael tempo di due ore, saranno raccontati a V. S.
dal signor. Nicol Arrighetti.....
J l Galileo al P . Benedetto Castelli. (Poggiali testi di lingua
Voi. prinuh)
PTtntt ai Dicembre i 6i3. .
Jeri mi fu a trovare il signor Nicol Arrighetti, il quale mi dette
ragguaglio di V. P . , onde io presi diletto infinito in sentir quello, di
che io non dubitavo punto, cio della soddisfazione grande ch ella
dava a tutto cotesto studio, tanto a sopraititendenti di esso, quanto
egli istessi lettori, ed alli scolari di tutte le. naziom; il qul applau
so non aveva verso di lei accresciuto il numero degli' emoli, cme
8U0I avvenire a quelli che sono simili d esercizio, ma bene l aveva
ristretto.a pochissimi; e questi pochi dovranno essi ancora quietarsi,
ee non vorranno che tale emulazione, che suole talvolta meritar ti
tolo di virt, degeneri e cangi noine in effetto biasimevole, e datino-
eo pi a quelli che se ne vestono, che a nessun altro. Ma il sigillo
di tutto il mio gusto fu il sentirgli raccontare i ragionamenti eh ella
ebbe occasione, merc alla benignit di codeste Serenissime Altezze,
di promuovere alla tavola loro, e di continuare poi in camera di
Mad. Serenissima (a), presenti pure il Gran Duca, e la Serenissima
Arciduchessa {b), e gli illustrissimi ed eceellentssimi signori D. An
tonio, D. Paolo Giordano, et alcuni di codesti molto eccellenti signori
filosofi: e che maggior favore puoi ella desiderare, che il veder loro
Altezze medesime prendere soddisfazione di discorrere aeco e di pro-
movergl dubbii, di ascoltar le resoluzioni , e finalmente restare ap
pagate dalle risposte della Paternit vostra ?
Li particolari ch ella disse, riferitimi dal signor Arrighetti, mi han
no dato occasione, di tornare a considerare'alcune cose circa al portare
(o) Crietiaa di Lorena madre del Gran Duca Cosimo n.
(^) Maddalena d'Aiutra- Grandnchetsa.
io3
la Scrit. aera in dispute di cose naturali, et alcune altre in partico
lare sopra il luogo d Ciosu propostogli, in contraddizione della mo
bilit della terra e stabilit del Sole, dalla Gran Duchessa Madre,
con qualche replica della Serenissima Arciduchessa.
Quanto alla prima dimanda generica, di Madama Serenissima,, pai^
mi che prudentemente foeee proposto da quelU, e conceduto e ta
bilito dalla P. V. moltoi reTerendissima, non poter mai la sacra Scrit
tura mentire o errare^ ma essere i suoi decreti di assoluta ed invio
labile verit. Solo avrei aggiunto, che sebbene la Scrittura non puoi
errare, potrebbe nondimeno errare alcuno de suoi interpreti et espo
sitori in vani modi sia: qual uno sarebbe gravissimo & frequentissimo,
quando volessimo fermarci sempre sul puro significato delle parole
perch cos ci apparirebbon'o non solo diverse contraddizioni, ma gravi
erese e bestemmie; poich sarebbe necessario dare a Do mani piedi
orecchie, e non meno affetti coiyorali ch&'umani, come .d ira, di
pentimento, d odio, et ancora talvolta d oblivione delle cose passate,
ed ignoranza delle future. Onde siccome nella Scrittura si trovano
molte proposizioni, delle quali alcune, quanto al nudo senso delle pa>
role, hanno aspetto diverso dal vero, ma sono poste in cotal guisa
per accomodarsi all incapacit del volgo, cos per quei pochi, che
meritano d sser separati dalla plebe, necessario che i saggi esposi
tori producano i veri sensi, e ne additino le ragioni particolari per
ch seno cotali parole prferite. Stante adunque che la Scrittura in
molti luofhi non solamente capace, ma nuovamente biso^osa d[*e-
sposizione diversa dall apparente significato delle parole, mi pare cbe
nelle dispute matematiche-ella dovrebbe esser riserbata nell ultimo
luogo; perch procedendo dal-Verbo divino, la Scrittura sacra e U
Natura, quella come dettatura dello Spirit Santo, e questa come ese
cutrice degli ordini di Dio, et essendo di pi convenuto nelle Scrit
ture accomodarsi irintendiment dell universale in molte cose d*
verse in aspetto quanto al significato, ma all incontro essendo la
Natura inesorabile ed immutabile e nulla curante che le sue recondite
ragioni e modi di c^erare siano o non siano esposti alla c^f^it de
gli uomini, perloche ella mai trasgredisce il termine delle leggi im
posteli; pare che quanto agli effetti naturali, che o sensata esperien
za ci pone avanti gli occhi o le necessarie dimostrazioni ci conclu
dono, non abbiano in senso alcuno esser revocati in dubbio, per luoghi
della Scrittura ohe avessino mille parole diverse j)tiracchiate ; poich
non ogni detto della Scrittura legato ad obblighi cos severi, come
ogni effetto di Natura. Anzi se per questo solo rispetto, di accomo
darsi alla capacit degli uomini rozzi e indisciplinati, non e aste
nuta la Scrittura d adombrare i suoi principalissimi dogmi, attribuen
do aU istesso Do condizioni lontanissime e contrarie alla sua essenza,
chi vorr sostenere asseverantemente ch ella, posto .da. banda cotale
rispetto, nel parlare anco incidentemente della terra o del Sole o
o4
aoS
d altra creatura, abbia eletto di contenerei con tntto rigore de eaoi
ristretti'sgiii6 cati delle parole, e massiine pronunziando di esse creature
cose lontanigsime dal primario istituto di esse sacre lettere, anzi cose
tali che dette e portate con verit nuda e scoperta avrebbono pi
prest danneggiata l intenzione primaria, rendendo il volgo pi con
tumace alle persuasioni dell articoli concernenti alla Sua salute ?
Stante questo, ed essendo di pi manifesto che due verit non pos
sono mai contrariarsi, offizio de saggi espositori affaticarsi per tro
vare i veri sensi de luoghi sacri concordanti con quella, conclusione
naturale, della quale prima il senso manifesto o le dimostrazioni ne
cessarie ci avessero resi certi sicuri. Anzi essendo, come ho detto,
chele Scritture,bench dettate dallo Spirito Santo, per l addotte ra
gioni ammettono in molti luoghi esposizioni lontane dal suono literale,
e di^ pi non potendo noi con certezza asserire che tutti gli inter-

jreti parlino ispirati divinamente; crederei che fosse prudentemente


atto, se non s permettesse ad alcuno l impiegare i luoghi della Scrit
tura, e obbligarli in certo modo a dovere sostenere per vere alcune
conclusioni naturali, delle quali una vlta il senso e le ragioni dimo>
Btrative e necessarie ci poteesino manifestare il contrario. Chi vorr
porre termini agli umani ingegni? C hi vorr asserire gi essersi sa
puto tutto quello che al mondo d scibile? E per questo, oltre agli
articoli concernenti alla salute e allo stabilimento della fede, contro
la fermezza dei quali non pericolo alcuno che possa cangiar mai
dottrina valida ed efficace, sarebbe forse ottimo consiglio il non ne
aggiungere altri senza necessit: e se cos , quanto maggior disordine
sarebbe l aggiungerli a richiesta di persone, le quali, oltre che inge
gnosissime se parlino ispirate da Dio, chiaramente vediamo ch elleno
eono del tutto ignude di (Juell intelligenza che sarebbe necessaria non
dir a redarguire, ma a capire le dimostrazioni, con le quali le acu
tissime scienze procedono nel confermare alcune loro conclusioni.
Io crederei che l autorit delle sacre lettere avesse la mira di per-
ebadere agli uomini quelli articoli e ^ e lle proposizioni, che sono
necessarie per la salute loro, e superando ogni umano discorso non

iotevano per ltra scienza n per altro mezzo farsi credibili, che per
a bocca dello stesso Spirito Santo. Ma che quel medesimo Dio, che ci
dotati di sensi di discorso e d intelletto, abbia voluto^ posponendo
l uso di questi, darci con altro mezzore notizie che-per quelli pos
siamo conse^re, non penso che sia necessario il crederlo, e massime
in quelle scienze delle quali-una minima particella, e in conclusioni
diverse, se ne legge nella Scrittura, quale appunto l astronomia, di
cui ve n cos pccola parte, che non si trovano pur numerati tutti
i Pianeti. Per se i primi scrittori sacri avessino avuto pensiero di per
suadere al popolo le disposizioni dei movimenti de corpi celesti, non ne
avrebbono trattato cos poco, che come un niente in comparazione
deirinfinte conclusioni altissime et ammirande che in tale scienza
s contengono.
dunque la V. quauto, Se io non erro, dieordinaUmente
procedano quelli clie nelle dispute naturali e che direttamente non
tono di fede, nella prima froate coetituiecono luog)ii della Scrittu
ra, e bene spesso malamente da loro intesi. Ma se questi tali vera
mente credono d avere il vero senso a quel luogo particolare della
Scrittura, e in conseguenza si tengono sicuri d aver in mano l^asso^
luta verit della questione che intendono disputare, dicano appresso
ingenuamente, se loro stimano gran vantaggio aver colm, che in una
disputk naturale s incontra a sostenere il vero, vantaggio dico sopra
air altro, a chi tocca a sostenere il falso. So che mi risponderanno
di s, e che quello che sostiene la parte vra, potr, aver mille espe
rienze e mille dimostrazioni necessarie per la parte sua, e che l altro
non puole avere se non sofismi paralogismi e fallacie. 'Ma se ^lino
contenendosi dentro a termini naturali, i> producendo altre armi
che le filosofiche, sanno d essere superiori all avversario, perch nel
venire poi al congresso por subito mano ad un arme inevitabile e
tremenda, che con la vista sola atterrisce ogni pi destro ed esperto
campione? Ma se io devo dire il vro, credo che essi' sieno i primi
atterriti, e che sentendosi inabili a poter star forti contro gli assalti
dell avversario, tentino di trovar modo di non se lo lasciare accosta
re: ma perch, .come ho detto pur ora, quello che la parte vera
dalla sua gran vantagno anzi grandissimo sopra avversario, e per
ch impossibile che ^due verit si contrarino, per non doviamo
temere d assalti che ci vengano fatti da chi si voglia, porche a noi
ancora sia dato campo di parlare e d essere ascoltati da persone in
tendenti, e non foverchiamente ulcerate da prepostere passioni ed
interessi.
*In confirmazione di che vengo ora a cdnsiderare il luogo particolare
di Giosu, pei^ il quale ella apport alle loro Sernissime Altezze tre
dichiarazioni, e piglio la terza ch ella produsse come mia, siccome
veramente ; ma v aggiungo alcuna considerazione .di pi, la quale
non credo averle detto altra volta.
Posto dunque e conceduto all avversario per ora, che le parole del
Testo sacro s abbiano a prendere nel senso appunto ch elle sono,
cio , che Dio a preghi di Giosu facesse fermare il Sole e prolungas
se il giorno, onde esso ne conseguisse la vittoria; ma richiedendo io
ancora, che la medesima deteituinazione vaglia per me s, che lavverea-
rio non'presumer d legare ma di lasciar libero, quanto al potere
alterare o mutare i significati delle parole: io dir che qbesto luogo
ci piostra manifestamente la falsit e l impossibilit del mondaiio si
stema Aristotelico e Tolemaico, e all incontro benissimo s accomoda
al Copernicano.
I.Io dimando all avversario se egli sa di quanti movimenti si
muove il Sole ? S egli lo sa, forza eh ei risponda quello muoversi
di due movimenti, jcio annuo da ponente in levante, e diurno da
levante a ponente. Ond io
ao6
a. Gli, dimando se questi due movimenti, cos diveni e (piasi con-
trari tta. di lor, competono al Sole o sono suoi proprii. egualmente ?
Et forza risnondere di no, ma che uno solo vero proprio e par
ticolare, cio annuo, e altro di primo mobile in ore e c . ,
quasi ontrario a moti dei Pianeti che rapisce.
3.Li domando con qnal moto produrr il giorno e la notte ? E
ibrza che risponda, del primQ mobilej e dal Sole dipendere le stagioni
diverse e anno istesso.
Or se il forilo dipende non dal moto del Sole ma da quel primo,
mobile, chi non vede ehe allungare il giorno bisogna fermare il
primo mobile e non i l Sole ? Anzi chi ^sar che intendendo questi
puri elementi d astronomia, non conosca che s Iddio avesse fermato
i l moto del Sole, in cambio di allungare il giorno,. 1*avrebbe scepato e
fatto pi breve ? Perch essendo il moto del Sole al contrario della
conversione diurna, quanto pi il Sole si movesse verso oriente, tanto
pi si verrebbe a ritardare il mpto con il suo corso all occidente ?
e diminuendosi o annullandosi il moto del Sole, in tanto pi breve
tempo giungerebbe all occaso: il quale accidente certamente si vede
nella Luna, la quale tanto fa. le sue conversioni dlume pi tarde di
quelle del Sole, quanto il suo movimenta proprio pi veloce di
quello del Sole. Essendo adunque assolutamente impossibile, nella co
stituzione d* Aristotile e T olomeo,'fermare il moto del Sie ed allun
gare il ^omo, s come afiem la Scrittura essere avvenuto; adunque
Bisogna che movimenti non siano ordinati come vuoi Tolomeo, o
bisogna alterare il senso delle parole, e dire che quando la Scrittura
disse che Iddio ferm il Sole, volesse dire che ferm il primo mobile,
ma che,'accomodandosi alla cap&cit di quei che sono a fatica idonei
9. intendere il nascere o il tramontare del Sole, ella dicesse al ea
trario di quello che avrebbe detto parlando ad umini sensati.
Ag^ungesi a questo che non credibile che Iddio fermasse il Sole
solamente, lasciando scorrere altre sfere j perch senza necessit al
cuna avrebbe alterato e perturbato l ordine tutto, gli aspetti, e le
disposizioni delle altre stelle rispetto al Sole, e grandemente pertur
bato tutto il corso della natura: ma credibile ch ei fermasse tutto
il sistema delle celesti sfere, le quali dopo quel tempo della quiete
'wterposta, ritornassero concordemente alte loro opere, senza confu-
9one o alterazione alcuna.
Ma perch gi siamo convenuti non doversi alterare il senso delle
parole del Testo, necessario ricorrere ad altra costitiizione delle
S
arti del mondo, e vedere se conforme a quella il entineato nudo
elle parole saria rettamente e senza intoppo, si come veramente i
^corge avvenire.
Avendo io dun^e scoperto e necessariamente dimostrato, il globo
4 el Sole rivolgersi in se. stesso, facendo una intera Conversione ia un
mese lunare incirca, per quel verso appunto che si fanno tutte le altre
ao7
converaiom celesti; et essendo di pi molto probahle e r^onevole
che il Sole, come strumento massimo della natura, quasi uore del
mondo, dia non solamente, com'egli chiaramente d, la luce, ma il
moto ancora a tutti i Pianeti che iniomo se gli raggirano, se con
forme alla posizione del Copernico noi costituissimo la terra muoTersi
almeno di moto diurno, chi non vede che, per fermare tutto il siste
ma senta punto alterare il restante delle scambievoli rivoluzioni dei
Pianeti, solo si prolungasse lo spazio e il tempo della diurna illumi
nazione, basta perch fusse fermato il Sole, come appunto tuonano
le parole del sacro Testo ?
Ecco dunque i l modo, secondo il quale, senza introdurre confusio
ne alcuna delle parti del mo'ndo e senz alterazione delle parole della
Scrittura, si puoi con il fermare il Sole allungare il giorno intero.
Ho scritto pi assai che non comportano, le mie indisposizioni, e
S
er finisco con offerirmele servitore, e le bacio le mni, pregandole
a N. S. le buone Feste e ogni felicit.
I l Galileo g, Monsignor Dini. ( Moretti Codifii Naniani Voi J
Firenze i6 Febhrajo 1614.
Perch so cbe V. S- molto illustre e reverendissima fu subito av
visata delle replicate invettive che furono alcune settimane fa. dal
pulpito fatte, e contro la dottrina del Copernico'e suoi seguaci, e
pi contro i matematici e la matematica stessa, per non le repliche
r nulla sopra questi particolari, che da altri intese; ma desidero
bene ch ella sappia come non avendo n io n altri fatto un minimo
moto o risentimento sopra gli insulti, di ch fimmo non con molta
carit aggravati, non per si sono acchetate le eccessive ire di quel
li; anzi essendo ritornato/da Pisa il M. del Padre, che si era mto
mano
una
passato al Padre Matematico di Pisa {Co-
s t e lli) ,.i n proposito dell apportare l autorit sacre in dispute natu
rali, ed in esplicazione del luogo di Ciosu; vi vanno esclamando so
pra, e ritrovandovi, per quanto dicono, molte eresie, si sono in somma
aperti un nuovo campo di lacerarmi. Ma percb da ogni altro che
ha veduto detta lettera, non mi st^o fatto pur minimo segno di
scrupolo, vo' dubitando che forse la trascritta pqssa inavvertentemente
aver niutata qualche parola-, la.qual mutazione congiunta con un po
di disposizione alle censure possa far apparir le cose molto diverse
dalla mia intenzione. E perch alcuno di questi Padri, ed in parti-,
colare queir istesso. che parlato, se ne son venuti cost per fare,
come intendo, qualche altro tentativo con la sua copia di detta mia
lettera, mi parsp non fuor di proposito mandare una copia a V. S.'
jto8
reverendissima nel modo giusto che l ho scritta, pregandola che mi
faTorieca leggerla insieme col Padre Grembergiero Oesuita Matema
tico insigne e mio grandissimo amico e padrone, e forse lasciargliela,
se parr opportuno a S. R. di farla per qualche occasione pervenire
in mano dell'illustrissimo Cardinale Bellarmino. E questi Padri Do-
mnicani si son lasciati intendere- di voler far capo, con speranza di
far per lo meno dannare il libro di Copernico, e la sua opinione e
dottrina.
L a lettera fu da me scritta currenti calamo; ma queste ultime con
citazioni, e i motivi che questi Padri adducono per mpstrare i de
meriti d questa dottrina, ond ella meriti d essere abolita, m hanno
fatto vedere qualcosa d pi scritta in simil materia; e veramente
non solo ritrovo tutto quello che ho scritto essere detto da loro, ma
molto pi ancoraj .mostrando con quanta circospezione bisogni andare
intorno a quelle cogniziom naturali, che non eono de fide^ alle quali
possona arrivar l esperienze e le dimostrazioni necessarie, e quanto
^'miciosa cosa sarebbe l asserire come dottrina risolata nelle sacre
Scritture alcuna proposizione, della quale una volta si-potesse avere
dimostrazione in contrario. Sopra questi casi ho io distesa una Scrit
tura molto copiosa, ma non l ho ancora al netto in maniera che ne
possa mandar copia a V. S., ma lo far quanto prima: nella quale, quel
che si sa dell efficacia delle ime ragioni e discorsi, di questo bene
son sicuro, che ci trover molto pi zelo verso salita Chiesa e la di
gnit delle sacre lettere, che in questi miei persecutorL Poich essi
procurano di proibire un libro ammesso tanti anni da santa Chiesa,
enza averlo pur mai essi veduto, non che letto o inteso; ed io non
fo altro che esclamare, che si esamini la sua dottrina, e si ponderi
no le sue ragioni da persone cattolicissime, che si riscontrino le sue
proposizioni con l esperenee sensate, ed in somma che non si danni
se prima non s trova falso, se Vero che una proposizione non possa
esser vera ed erronea. Non mancano nella Cristianit uomini inten-
dentissmi della professione, il parer dei quali circa la verit o fal
sit della Dottrina non dovr esser proposto all arbitrio d chi non
punto informatoci e che p,ur troppo si conosce esser da qualche a&
fetto alterato, siccome benissimo conoscon molti, che si trovan qua
in fatto, che veggono tutti gli andamenti, e sono informati almeno
in parte delle macchine e trattato.
Niccol Copernico fu uomo non pur cattol^, ma religioso Canonico,
fi chiamato a Roma sotto Leone x, quando nel Concilio Lateranense si
trattava l emendazione del Calendario ecclesiastico, facendosi capo a
lui come grandissimo astronomo. Rest nondimeno indecisa tal rifor
ma, per questa sola cagione, perch la quantit degli anni e dei mesi
dei moti del Sole e della Luna non ergao abbastanza stabiliti: ond e-
gli d ordine del Vescovo Semproniense, che allora era sopracapo di
questo negozio, si messe con nuove osservazioni ed aacuratiesimi studi!
P. 1. ^ a7
309
aie ^
all investigazione di tali periodi; et ne conaegni in somma tal cogni
Qone, che non solo regol tatti i moti dei corpi celesti, ma si acqui
Bt il titolo di eonuno astronomo, la cui dottrina fu poi seguitata da
tutti, e conforme ad essa regolato ultimamente il Calendario. Ridusse
le sue fatiche intorno ai corsi e costruzione dei corpi celesti in tre
dici libri, i quali a richiesta -di Niccol Scobergio Cardinale Capuano
mand in luce, e gli dedic a Papa Paolo lu; e da quel tempo in
qua si son veduti pubblicamente senza scrupolo alcuno. Ora questi
buoni Frati, solo per un sinistro affetto contro d me, sapendo ch io
stimo quest autore, si vantano di dargli il premio delle sue fatiche
con farlo dichiarare eretico.
Ma qydlo eh pi degno di considerazione, la prima lor mossa
contro d questa opinione fa il lasciarsi metter su da certi miei ma
lgni, che gliela dipinsero per opera mia propria, senza dir loro che
ella fasse gi settant anni fa stampata; e qttesto medesimo stile vanno
tenendo con altre persone, neUe quali cercano d* imprimere sinistro
concetto di me: e questo loro va succedendo in modo tale che, es
sendo pochi giorni sono arrivato qua Monsignor Gherardni Vescovo
di Fiesole, nelle prime visite a pien popolo, dove si abbatterono al
cuni amici miei, proruppe Con grandissima veemenza contro di me,
mostrandosi gravemente alterato, e dicendo che n era per far gran
passata con le L L. AA. Serenissime, poich tal ma stravagante opi
nione ed erronea dava he dire assai in Roma, e forse avr a que
st ora fatto il debito suo: se gi non l* ritenuto essere destramen^
te fatto avvertito, che autore di questa dottrina non altrimenti
un Fiorentino vivente, ma un Tedesco morto, che la stamp gi 70
anni sono, dedicando il libro al sommo Pontefice.
Io vo scrivendo, n me ne accorgo, che parlo a persona informa
tissima di questi trattamenti, e forse pi d me, quanto che ella si
trova nel luogo dove s fanno gli strepiti maggiori. Scusimi della prO'
lssit; e se scorge equit nessuna nella causa mia, presentimi il sut
favore che gliene vver perpetuamente obbligato. Con che le bacio
riverentemente le mani, e me le ricordo servitor devotissimo, e dal
Signore Iddio le prego il colmo delle felicit.
P. S. Ancorch io dfi&clmente possa credere, cne si fosse per pre
cipitare in prendere una tal risoluzione d annull^e quest autore;
tuttavia sapendo per altre prove quanto sia la potenza della mia di
sgrazia, quand congiui^ta con la malignit ed ignoranza de miei av-
vereari, mi pare d aver c^one d non m assicurare del tutto sopra
la somma prudenza e santta di quelli da chi a da dipendere l ultima
risoluzione, sicch quella ancora non possa essere affascinata da questa
fraude che va involta sotto il manto di zelo e carit. Per per non
mancare per quanto posso a me stesso ed a qelo della Scrittura,
vedr in Ireye V. S. reverendissima, che vero e purissimo zelo,
Al l
desiderando che almanco ella poesa esser veduta; e poi prendasi traella
risoluzione, che piacer a Dio; ch io per me son tanto bene edineato
e disposto, che pnma che contravvenire a miei superiori, quando non
potessi far altro, e che quello che ora mi par di credere e toccar con
mano, m*avesse ad esser di pregiudizio all* anima, ruerem oculum na
me scandalizaret.
10 credo che il pi presentaneo rimedio sia il battere a P. Gesui
ti, come quelli che sanno assai sopra le comuni lettere de Frati, per
potr dar loro copia della lettera, et anco legger loro, se le piacer,
mesta eh*io scrivo a lei: e poi per la sua solita cortesia si degner
larmi avvisato di quanto i.vr potuto ritirarne. Non so e fosse op
portuno essere col signor L uca Valerio, e dargli copia d detta let
tera, come uomo che di casa del Cardinale Aldobrandino, e potreb
be fare con S. S. qualche offizio. Di questo e d ogni altra cosa mi
rimetto ec.
11 Veecovo Sempronieote, ricordato dal Galileo nella lettera precedente, Paolo
di Middelburgo Vetcovo di Fo*(ombrone, autore del celebre raro libro recta
Paschae celebratione etc. fol. Forosempronii i5i3.
I l Principe Cesi al Galileo. (Librera Netti,)
Roma 1 Marzo i 6i4
..... n signor Colonna mi significato che in Napoli nn certo Frate
in una sua opera di cose teologiche e miste s era posto con molta
collera e risoluzione a riprovare gli scuopriment di V. S . , e parti
colarmente i nuovi Pianeti, come pregudiciali al Settenario, e non
figurati nel Candelabro.....
Monsignor Pietro Dini al Galileo. (Lihrerid N elli. J
Roma 14 Marzo i6i4>
Non ho potuto abboccarmi col signor Ciampol; ho ben di poi trat
tato con illustrissimo Barberino, il quale mi disse ristesse cose che
si ricordava aver detto a V. S . , cio del parlar cauto, e come Pro
fessore di Matematica, e la* assicur che non avea sentito parlare mai
di questi interessi di V. S . , eppure nella sua Congregazione, o i n .
iquelle di Bellarmino, capitano i primi discorsi d s fatte cose; onde
andava dubitando, che <malche poco amorevole le andasse accrescen
do; ma non per questo da non oi pensar pi.

I l Galileo a Momigiior Pietro Dini. (Cav. Morelli
Codici Naniani Tom. . )
Firenzi a3 Marta i 6i 4
Risponder saccintamente alla cortesissima lettera di V. S. molto
illustre e reverendissima, non mi permettendo il poter far altrimenti
il mio cattivo stato di sanit. Quanto al primo particolare cb'ella
mi. tocca, che al pi che potesse esser deliberato circa il libro del
C opernico, sarebbe il mettervi qualche postilla, che la sua dottri
na fosse introdotta per salvare le apparenze nel modo eh* altri in
trodussero gli Eccentrici e gli Epicicli, senza poi credere ohe re
ramente sieno in natura; gli dico ( rimettendomi sempre a chi pi di
me intende, e solo per zelo che ci che si per fare sia latto con
ogni maggior cautela) che quanto il salvar l apparenza, il medesimo
Copernico aveva g\ per avanti fatta la fatica, e satisfatto alla parte
degli astrologi secondo la consueta e ricevuta maniera di Tolomeo;
ma che poi vestendosi abito di filosofo, e considerando, se tal co
stituzione delle parti dell* universo poteva realmente sussistere in
rerum natura^ e veduto che no, e parendogli pure che il problema
della vera costituzione fosse degno d*esser ricercato, si messe all in
vestigazione d tal costituzione, conoscendo che se una disposizione
di parti finta e non vera poteva satisfar alle apparenze, molto 'gi
ci si avrebbe ottenuto della vera e reale ; e nell istesso tempo si
sarebbe in filosofia guadagnato una cognizione tanto eccellente, qaal
il sapere la vera disposizione delle parti del mondo. E trovandosi
egli per le osservazioni e studii di molti anni copiosissimo di tutti i
particolari accidenti osservati nelle stelle, senza i quali tutti diligea*
tssimamente appresi, e prontissimamente afiissi nella mente impos
sibile il venir in notizia di tal mondana costituzione ; con replicati
studii e lunghissime fatiche consegu quello che reso poi am
mirando 9^tutti quelli che con diligenza lo studiano, s che restino
capaci de suoi progressi; talch il voler persuadere che il Coperni
co non stimasse vera la mobilit della terra, per mio credere non
potrebbe trovar assenso, se non forse appresso chi non l avesse letto,
essendo tutti sei i suoi libri pieni di dottrina dipendente dalla mo
bilit della terra, e quella esplicante e conservante. E se egli nel
la sua dedicatoria molto ben intende e confessa, che la posiziorie
della mobilit della terra era per farlo reputare stolto appresso l uni
versale, il giudizio del quale egli dice di non curare; molto pi. stol
to sarebbe egli stato a voler farsi reputar tale per un opinione da se
introdotta, ma non interamente e veramente creduta.
Quanto poi al dire che gli autori principali, che hanno introdotto
gli Eccentrici e gli Epicicli, non gli abbiano poi reputati veri, questo
non creder io mai; e tanto meno quanto con necessit assoluta biso
gna ammettergli nell et nostra, mostrandocegli il senso stesso. Per
che non essendo Epiciclo altro che un cerchio descritto dal moto
d una stella, la quale non abbracci con tal suo rirolgimento il globo
terrestre, non reggiamo -noi di tali oerchii esserne da. quattro stelle
descritti quattro intorno a Giove? E non egli pi chiaro che il.
Sole, che Venere descrve il suo cerchio intorno ad esso Sole, senza
comprender la terra, e per conseguenza forma un Epiciclo ? E l i-
steseo accade intorno a Mercurio. Inoltre essendo 1 Eccentrico un
cerchio che ben circonda la sterra, ma non la contiene nel suo cen
tro, ma da una banda; non s a da dubitare, se il corso di Marte sia
^centrico alla terra, vedendosi egli ora pi vicino ora pi. remoto,
intantoch ora lo veggiamo pccoiissimo, ed altra volta ai superficie
sessanta volte maggiore; adunque, qualunque siasi il suo rivolgimento,
.di circonda la terra, egli una volta circa otto volte pi ppeeso
che un altra, talch il voler ammettere la mobilit della terra, solo
con quella concessione e probabilit che si ricevono gli Eccentrici e
gli Epicicli, un ammetterla per sicurissima verissima ed irrefr^abile.
Ben vero, che di quelli che hanno negato gli Eccentrici e gli
Epieicli io ne trovo due classi: una di quelli che, essendo del tutto
ignudi delle osservazioni -de movimenti d^lle stelle e di quello che
bisogna salvare, negano senza fondamento nessuno quello eh e* non
intendono, ma questi sono degni che di loro non si faccia alcuna
considerazione. Altri molto pi ragionevoli non negheranno i movi
menti circolari descritti dai corpi delle stelle intorno ad altri centri
che quello.della terra, cosa tanto manifesta ohe all incontro chiaro,
nessun de Pianeti far il suo rivolgimento concentrico ad essa terra;
ma solo negheranno ritrovarsi nel corpo celeste una struttura di orbi
solidi e tra se divisi e separati, che arrotandosi e fregandosi iisieoi
portino'i oorpi dei Pianeti, o questi creder io che benissimo discor
rano, ma questo non un levar i movimenti fatti dalle stelle in cer
chi eccentrici della terra, e in epicicli, che sono i meri e semplici
assunti d T olomeo e degli astronomi grandi, ma un repudiar gli
orbi solidi materiali e distinti introdotti dai fabbricatori di tcoriciic
per agevolar l intelligenza dei principianti e i computi de calcolatori,
e questa sola parte fittizia e non reale, non mancando a Iddio niti
do di &r camminare le stelle per gli immensi spnzii del cielo, ben
dentro a limitati e certi sentieri, ma non incatenate e -forzate.
Per quanto al Copernico, egli per mio avviso non capace di
mod.erazione, essendo il principalissimo punto di tutta la sua dottrina
e l universal fondamento la mobilit della terra e stabilit del Sole:
S
er o bisogna dannarlo del tutto o lasciarlo nel suo essere ; parlan-
o sempre per quanto comporta la mia capacit. Ma se sopra tal re-
soluzione e sia bene attentissimamente considerare, ponderare, esa
minare ci eh egli scrve, io mi sono ingegnato di mostrarlo in una
ai3
mia scrittura, per quaato da Dio benedetto mi stato cnceduto;
non avendo mai altra mira che alla dignit di santa Chiesa, e non
indirizzando ad altro fine le mie deboli fatiche: il qnal purissimo e
zelantissimo affetto io son ben sicuro che in essa scrittura si scorge
r chiaro, quando per altro ella fosse piena d errori o di cose di
poco momento. E gi averei inviata a V. S. Reverendissima, se alle
mie tante e navi indisposizioni non si fiese ultimamente aggiunto un,
assalto di dolori colici, che m travagliato assai, ma la mander
quanto prima. Anzi per il medesimo zelo mettendo insieme tutte le
ragioni del Copernico, riducendole a chiarezza intelligibile da molti,
dove ora sono assai difficili, e pi aggiungendovi molte^ e molt' altre
considerzioni, fondate sempre scrara osservazioni celesti, sopra esjse^
rienze sensate, e sopra incontri di effetti naturali; per offerirle poi ai
piedi del sommo Pastore, et all infallibile determinazione d santa
Chiesa,, che ne faccia quel capitale, che parr alla sua somma prudenza.
Quanto al parere del M. R. P. Grembergero, io veramente lo laudo
e volentieri lascio la fatica delle interpretazioni a ^elU che inten-.
dono infinitamente pi di me. Ma quella breve scrittura che mandai
a V. S. reverendissima, come vede una lettera privata scritta pi
d un anno fa all amico mio, per esser letta da lui solo; ma avendosi
egli.pur senza mia saputa lasciato prender copia, e sentendo io che
era venuta nelle mani di quel medesimo (a) che tanto acerbamente
m avea sin dal pulpito lacerato, e sapendo eh ei l aveva portata ce
sta, giudicai ben fatto che ve ne Ause un altra oopia per poterlm in
ogni occasione incontrare; e massime avendo quello ed altri suoi ade>
renti teologi sparso qua voce> come detta mia lettera era piena d e
resie. Non dunque mio pensiero di metter mano a impresa tante
superiore alle mie forze, sebbep non si deve anco diffidare, che la
benignit divina talvolta si degni d ispirare qualche raggio della sua
immensa sapienza in intelletti umili, e massime quando sono alm^ao
adomati d sincero e santo zelo: Oltre che quando si abbino a con
cordar luoghi sacri con dottrine naturali nuove e non comuni, ne
cessario aver intera notizia di tali dottrine, non si potendo accordar
due corde insieme col sentirne una sola. E se io conoscessi di pmber
promettermi alcuna cosa della debolezza del. mio in^gno, mi pig^e
rei ardire di dire, d ritrovar tra alcuni luoghi deltt sacre lettere e
di questa mondana constituzione molte convenienze, cbe nella vul*
gata filosofia non cos ben mi pare che consuonino.
P. S. L avermi V. S. reverendissima accennato, coie il luogo del
Salmo i8 dei reputati pi repugnanti a q u e s t a opimone, m ia fatto
farvi sopra nuova riflessione, la ^ a le mando a V. S. con tanto meno
renitenza, ^anto ella mi dice, cne illustrissimo e rererendiseimo
signor Gardiuale Bellarmino volentieri vedr, se ho alcuno altro di
(a) Il P. Caccini OomenicaiK.
!tl4
tali luoghi, per avendo io satisfatto al semplice cenno di S. S. illma
e reverendissima, veduta che abbia S. S. illustrissima questa ma
qualunque ella si sia contemplazione, ne faccia quel tanto che la sua
somma prudenza ordiner; che io intendo solamente di riverire et
ammirare le cognizioni tanto sublimi, et obbedire i cenni de miei
superiri, et alr arbitrio loro sottopor ogni mia fatica; per non mi
arrogando, che, qualunque si sia la verit della supposizione ex parte
juiturae, altri non possine apportar molto pi congruenti sens} alle
parole del Profeta, anzi stimandomi io inferiore a tutti, e per a tutti
1 sapienti sottoponepdomi, (a) direi parermi, che nella natura si ri
trovi una sustanza spiritosissima tenuissima e velocissima, la quale
difibndendosr per 1* universo penetra per tutto senza contrasto, riscalda
vivifica e renne feconde tutte le persone viventi, e di questo spirito
par che il senso stesso ci dimostri il corpo del Spie esserne ricetto
principalissimo, dal quale espandendosi un immensa luce per l uni
verso, accompagnata da tale spirito calorifico e penetrante per tutti
i corpi vegetabili, gli rende vividi e fecondi: questo ragionevolmente
stiipar si pu esser qualche cosa di pi del lume, poi che ei penetra
e si difibnde per tutte le sustanze corporee, bench densissime, per
molte delle quali non cos penetra essa luce. Talch si come dal no
stro fuoco veggiamo e sentiamo uscir luce e calore, e questo passar
per tutti i coi^i, bench oj^achi e solidissimi, e quella trovar contra
sto dalla solidit et opacit, cos 1 emanazione del Sole lucida e
calorifica, e la parte calorifica la pi penetrante. Che poi di
questo spirito, e di q^uesta luce, il corpo solare sia (come ho detto)
un ricetto, e per cosi dire una conserva, che ab extra gli riceva, pi
tosto che un principio e fiinte primario, dal quale originariamente si
derivino, parmi che se n abbia evidente certezza pelle sacre lettere,
nelle quali veggiamo avanti la creazione del Sole, lo spirito con la
sua calorifica e feconda virt foveritem aquas, sm Ticuhantem super
aquaSf per le fiiture generazioni; e parimente aviamo la creazione
della luce.nel primo giorno, dove che il corpo solare vien creato
il giorno quaito. nde molto verisimilmepte possiamo affermare que
sto spirito fecondante, e questa luce difiusa per tutto il mondo con
correre ad unirsi e fortificarsi in esso corpo solare, perci nel centro
dell universo collocato, e quindi poi fatta pi splendida e vigorosa
di nuovo diffondersi. Di questa Juce primogenia, n molto splendida
avanti la sua unione e concorso nel corpo solare, ne aviamo attesta-
';zione dal Profeta nel almo 78 v. 17, tuus est dies, et tua est nox: tu
fabricatus es auroram et Solem, il qual luogo vieue interpretato: Iddo
aver fatta avanti il Sole una luce simile a quella dell aurora; e per
nel testo ebreo in luogo di aurora, si legge lume, per iusinuarci
(e) Questo pezzo sino all'autorit d) S. Dionigi (tampato nel Tomo it dell e-
dizione di Padova'p &63.
i5
luce, che fu creata molto avanti al Sole, assai pi debole della medesima
ricevuta fortificata e di nuovo suiFusa da esso corpo solare. A questa
sentenza mostra d* alluder opinione d alcuni antichi filosofi, che
hanno creduto lo splendor del Sole esser un concorso nel centro de!
mondo degli splendori delle stelle, che standogli intorno sferi^amen
te disposte vihran i raggi loro, i quali concorrendo ed intersecandosi
in esso centro, accrescono ivi e per mille volte raddoppiano la luce
loro: onde ella poi fortificata si riflette e si sparge assai pi vigorosa
e ripiena (dir cosi) di maschio e vivace valore, e si diffonde a vi
vificare tutti i corpi, che ad esso centro si ag^rano intorno. Sicch
con certa similitudine, come nel cuore dell* animale si fa una conti-
mia regenerazione di spiriti vitali, che sostengono e vivificano tutte
le membra, mentre per viene altresi ad esso cuore altronde sommi
nistrato il pabulo, e nutrimento, senza il quale ei perirebbe; cos nel
Sole, mentre a extra concorre il suo pabulo, si conserva quel fonte,
onde continuamente deriva e si difinde questo lume e calore proli
fico, che d la vita a tutti i membri, che attorno gli riseggono.
Ma come che dalla mirabil forza^ et energia di questo spirito e
lume del Sole difiso per l universo io potessi produrre molte atte
stazioni di filosofi e gravi scrittori, voglio che mi basti un luogo solo
del Beato Dionisio reopagita nel libro de divinis nominibus: il quale
tale. Lux etiam coUigit, coiwertitque ad se omnia, quae videntur,
quae mwenfur, quae illustrantur, quae calescunt, et uno nomine ea,
quae ah ejus splendore continentur. Itaque Sol lUos dicitur, quod
omnia congregete colligatque dispersa. E poco pi abbasso scrive del-
Tistesso: Sol He, quem videmus, eorum quae sub sensum cadunt, es-
sentias et qualitates, quamquam multae sint oc dissimiles, tamen ipse
qui unus est, aequahiUterque lumen fu n d it, renovat, a lit, tuetur, perfi-
cit, dividit, conjungit, fovet, foecurida reddit, auget, mutai, firmat,
edit, movet, vitaliaque fa c it omnia; et unaquaeque res hujus urver'
sitatis pr capto suo unius atque ejusdem Solis est particeps, causas'
que multorum quae participant in se aequahiliter ax:cepts habet: cer
te majore ratiore etc. Ora stante questa filosofica posizione, la quale
forse una delle principali porte per cui si entri nella contempla
zione della natura, io crederei parlando sempre con quella umilt e
reverenza, che devo a santa Chiesa, et a tutti i suoi dottissimi Padri
da me riveriti et osservati, et al giudizio de quali sottopongo me et
ogni mio pensiero, crederei dico, che il luogo del Salmo potesse aver
questo senso, cio, che Deus in Sole posuit tahernaculum suum, come
in sede nobilissima di tutto il mondo sensibile. Dove poi-si dice, che
Jpse, tamquam sponsus procedens de thalamo suo, exuliat ut gigas a d
currendam viam: intenderei ci esser detto del Sole irradiante, cio
del lume e del gi detto spirito calorifico, e fecondante tutte le cor
poree sustanze, il quale partendo dal corpo solare, velocissimamente
si dififonde per tutto il mondo: al qual senso si adattaho puntualmente
i6
tutte le parole: e prima nella parola sponsus avlamo la virt fecon
dante e prolifica; V exultare ci addita quell emanazione di essi raggi
solari fatta in certo modo a salti ^ come il senso chiaramente ci
mostra: ut gigas, evvero ut fortis, ci denota efficacissima attivit
e virt di penetrar per tatti i corpi, et insieme la somma velocit
del moversi per immensi spazii, essendo l emanazione della luce co
me istantanea. Confermasi dalle parole ^rofedens de thalamo suo, che
tale eianazione e movimento s\ deve riferire ad esso lume solare, e
non air istesso corpo del Sole, poi che il corpo e globo del Sole
ricetto e tamquam halamus d esso lume: ne tornabene a dire che
thalamus procedat de thalamo. Da C[uello c ^ segue, summo coeli
egressio eius, aviamo la prima derivazione, e partita di questo spirito .
e lame dall* altissime parti del cielo, cio^ sin dalle Stelle del firma
mento, o ance dalle sedi pi sublimi; E t occursus ejus usque ad sum^
mum eius: ecco la reflessione, e per cos dire la riemanazione dell i-
stesso lume sitio alla medesima sommit del mondo. Segue; Nec -est qui
se abscondat a calore ejus: eccoci additato il calore vivificante e
fecondante distinto dalla luce, e molto pi di quella penetrante per
tutte le corporali sustanz, bench densissime: poich dalla penetra
zione della luce molte cose ci difndono, e ricuoprono; ma da qae-
et altra virt non est qui se abscondat a calore ejus. N devo tacere
cert altra mia considerazione non aliena da questo proposito. Io gi
ho scoperto il concorso continuo di alcune materie tenebrose sopra*
il corpo solare, dove elleno si mostrano al senso sotto aspetto di mac
chie oscnrissime, et ivi poi si vanno consumando e risolvendo, et
accennai come ^este per avventura si potrebbono stimar parte di
quel pM>ulo, o forse gli escrementi di esso, del quale il Sole da al
cuni antichi filosofi fu stimato bisognoso per suo* sostentamento. Ho
anco dimostrato per le osservazioni continuate di tali ihaterie tene*
brose, come il corpo solare per necessit si rivolge in se stesso, e di
pi accennato quanto sia ragionevole il credere, che d tal rivolgi-,
mento dipendino i movimenti de Pianeti intorno al medesimo Sole ec.
Di pi noi sappiamo, che l intenzione di questo Salmo di laudare
la legge divina, paragonandola il Profeta col corpo celeste, del quale
tra le cose ' corporali nessuna pi bella pi utile e pi potente;
per dopo aver egli cantati gli eQcomii del Sole, e non gli easendo
occulto eh egli fa raggirar^ intorno tutti i corpi del mondo, pas
sando alle maggiori prerogative della legge divina, e volendola ante
porre al Sole, soggiu^e lex Domini immaculata, comfertens animas etc:
quasi volendo dire, che essa tanto pi eccellente del Sole stesso,
quanto* esser iinmaculato, et aver i^ult di convertire intorno a
se anime, pi eccellente condizione, che l essere sparso di mac
chie com i l Sole, et il farsi raggirar attorno i globi corporei e mon- -
dani. So, e confesso il mio soverchio ardire nel voler por bocca,
essendo imperito nelle sacre lettere, in esplicar sensi di i alta
P. I . . a 8
*7
contemplazione; ma come che il sottomettenni io totalmente al giu
d ic o de mei superiori pu rendermi kcusato, cos qel che segue
del versetto p esplicato : Testimomum Domini fid e U , sapientam
pritestans parvulis mi ha dato speranza poter esser che la infinita
benignit di Dio possa indirizzar verso la purit^ della ma mnte un '
minimo raggio della sua grazia, Mr la quale mi si^ allumni alcuno
de reconditi sensi delle sue parole. Quanto ho scrtto un piccol
parto bisognoso d* esser ridotto a miglior forma, lambendolo e ripu
lendolo con affezione e pazienza, essendo solamente abbozzato e di
membra apaci si di figura assai proporzionata, jna per -ora incom^
eie e rozze: se avr possibilit, l andr riducendo a miglior simetria:
intanto la prego a non lasciar venire in mano d persona, che ado-
prando invece ideila delicatezza della lingua materna, l asprezza et
acutezza del dente novercale, in luogo di ripulirlo non la lacerasse,
e dilaniasse del tutto. Con che le bacio reverentmente le mani
insieme con li signori Buonarroti, Gnidueci, Soldani, Qirald <p
presenti al serrar della lettera.
ai8
Intorno alla fine d Agoato ilei 1614 il P SclieineT pubblic io lagolttad alenile
te&i col titolo: Oisquiiticoe Mthematicae de controverniia et novitatibn utrono-
,, micie,, in , nella qual opera combatte il sistema di Copernico. Ricorda altreai
i'^Omen d^le macchie folari ; quae aTiquot nunr annis pTodieroiit ab ApeUe
in tabuli* duplicibus, deinde etiam a Galilaeo... An etellite aint certatut adhuc;
,, dies multa pandet. Goncule tabulas Apellia, liittoriam Gulilaei ad, plura nio
., tempore expecta , , . Confetea ( p. 88 )^on estere ben sicwa la tua opinione, che
le macchie del Sole aieno altrettante stelle o Lune iatorno al Sole, qmd nomud&t
videt^r, ted adhuc certatur et strenue inquirtur.
Alla p. 5o della tte^ opera Scheiner cita.il seguent patto del Clavio, da qaetti
p6co prima di morire inserito nel tuo commentario sopra il cap. primo della tfera
del Sacrobotco, deve cosi parl del cannocchiale.
Hoc instmpento cemuntur plurimae stellae in firmamento, quae
sine eo nullo modo videri possunt..... Luna uole, quaado est cor*
niculata aut semipiena, mirtim in modum ren-acta -et aspera apparet,
u t ffUrari satis non passim^ in carpare lunari tantas esse inaeqtiaUteii-
tes. Verum hac de re conenle libellum Galilaei Galilaei <piem Side-
rium Nuncium inscripst, Venetiis impressum anno' 16io. Inter alia
quae hoc instrumento visuntur, hoc non postremum lociim obtinet,
niniimm Venerem recipere lumen a Sole instar Luntie y ita ut comicu-
lata nunc magie nunc minus pr distanta ejus a Sole appareat; I d
quod non semel cum aliis hic Romae bservavi. Saturnus ^oque ha-
bet conjunctas duas stellae ipso minores, unam versus orientem, e t
versus occidentem alteram. Juppiter. denique habet quatuor stellae
erraticas, .quae mirum in modum situm et inter se et cum Jove va-
riant, ut diligenter et accurate Galilaeus Galilaei describit.
Quae cum ita sint, videant astronomi, qua pacto orbes coelestes
cohsliiuendi sint^ ut haec phenomena possint saivari.
lio stesso Stlieiner rtel suo Sol Uipticus da Ini dedicato nel Dicembre 1614
airArciduca Massimiliano d Austria racconta (p i ) d'aver veduto nel Settembre
l6ie ad occhio nudo una grande macchia nel Sole poto all orizzonte.
A R T I C O L O I I .
Proseguono nel 1615 le accuse contro i l sistema Copernicano,
specialmente a Roma.
A.vendo il P. Gaccini Domenicano inveito contro il sistema di Copernico, con una
ua Predica detta in Firenze, alla quale avea premesso il testo! Viri OalUaei qttid
tatmaspicimtes in coelum? il Galileo ne port lagnansa al P. Lnin Maraffi Ge
nerale de Diamenicani, il quale gli rispose nei termini seguenti (JUlreria Nelli.)
Roma dalla Minerva 10 Gtnnajo i 6i 5.
..... Dello scandalo seguito ne ho sentito infinito disgusto, e tanto
pi che l autore ne stato un Frate della mia religione^ perch per
mia disgrazia sto a parte di tutte le bestialit che possono fare e che
fanno trenta o quaranta mila Frati (<x)..... ncora che io sapessi la
<^lit dell ftomo attissimo a essere smosso, e le condizioni di chi
1 forse persuaso, ad ogni modo non avrei creduto tanta pazzia; tan
to pi che il P. Antifatti mi diede certa speranza ohe non avrebbe
parlato..... Piglino informazione dal Cardinal Giustiniano che essendo
Legato a Bologna, ed il medesimo predicando-in S. Domenico, lo fece
ricantare a forza di sbirri, per una simile scappata fatta in Pergamo....
n P. Caccin Fiorentino, stamp nel 1637 la storia del Concilio Nioeno; nel 1639
e 1648 due volumi d*annali ecclesiastici, e mor l anno 1648.
Roma i 5 Gennaro i 6i 5. {Librera Ifelli.J.
n Principe Cesi avvisa Galileo, essere opinione del Bellarmino che la Sentenza
Copernicana fosse eretioa.
MoTuignoT Gio, Ciampoli al atilo {Librera N ellL)
Roma a8 Febhfajo l 6i 5.
OU 8 Novembre 1614 scritto al Galileo da lloma d essr doVnfo partir da
Firenze senza salutarlo, e gli chiese una lettera per farla conoscenza del Principe
Cesi {Targioni Scienze fisiche Voi. 11). Ora gli d notizia, non essersi sentita-mossa
intorno all affare del Copernico} che egli e Monsignor Dini staranno attenti, se mai
ec. Indi prosiegae.
n Cardinal Barberino ( poscia Urbano rm ) il quale, com* ella a per
(a) La proposizione , dir vero, ben forte, nella penna del Generale, che si
presume ssere il padre, alni che 1^accsatore di tutti in corpo i suoi dipendenti.
219
ao
esperienza, & sempre ammirato il suo valore, mi liceva par jerserft)
che stimerebbe in queste opinioni maggior cautela il non uscire dalle
ra^oni di Tolommeo o del Copernico, o finalmente che non eccedes
sero i limiti fisici o matematici, perch il dichiarar le Scritture pre
tendono i teologi, che tocchi a loro....
IJ P . Castelli a l Galileo. (Libreria N e lli.)
Pisa Marzo i 6i 5.
Fui da Mons. illustriss. Arciv. ( di Pisa ) , il quale^ cominci can
tatevolmente ad esitarmi, che io lasciassi certe opinioni gtrava^giilij
ed in particolare del moto della terra, sognungendo che questo sa>
rebbe stato il mio bene, e non l facendo la mia rovina, perch que
ste opinioni oltre Tesser sciocche erano pericolose scandalose e te
merarie, essendo dirette contro la sacr Scrittura... Con una ragione
sola, tralasciandone altre, ^asi mi, tir dalla sua; la somma della
^ a l e fii questa, che essendo ogni creatura stata fatta in servizio del-
Puomo, per necessaria conseguenza restava ili chiaro che la terra
non si poteva movere come le stelle.
Monsignor CiampeU a l Galileo ( Libreria N flli. /
Roma at Marzo i 6i5.
Sono stato questa mattina con Monsignor Dini dal signor Cardinale
dal Monte, il male la stima singolamente e le mostra affetto straor*
dinario. S. S. illustrissima diceva di averne tenuto lunco ragionamento
col si^or Cardinale Bellarmino j e ci concludeva che, quando ella
tratter di sistema Copernicano e delle sue dimostrazioni, senza en
trare nelle Scritture^ la interpretazione delle quali vogliono che sia
riservata ai professori di teologia approvati con pubblica autorit, non
ci dovr essere conttariet veruna; ma ohe altrimenti difficilmente
si ammetterebbero dichiarazioni di Scrittura, bench ingegnose, quan
do dissentissero tanto dalla comune opinione dei Padri.... Non ho fin
qui parlato con alcuno che-non giudichi grande impertinenza il volere
che 1 predicatori entrino su pe pulpiti a trattare fra le donne e il
popolo, dove s poco numero d intelligenti materie di catte^a
tanto elevate.
Lo stesso a l Galileo. ( I v i.)
Roma a8 Marzn i 6i5.
Andai a far riverenza al signor Principe Cesi.... non si pu parlare

con magare venerazione ed affetto di quel eh ei faccia di V. S.
eccellentiesima mi diss^e avere mandato il libro al P. Fosoarino, ed
io ho letto con molta soddisfazione.
Jeri mattina con Monsignor Dini lessi la sua modestissima ed inge
gnosissima lettera sopra il passo del Salmo Coeli enarrant etc. Quan
to a me non so conoscere che possano apporvi. Siamo affatto chiari,
che della opinione, non s . trattato qua tra pi che quattro o cin
que non nolto affecionati suoi; e niuno di loro parlato col Maestro
ael S. Palazzo, ma con un Padre amico di detto maestro; il che mi
iu confermato dal Grazia istesso; e per forse bene non ne trattare
molto, che cos pareva al signor Princ. Cesi, per non parere d incol
parsi col voler tentare le difese dove non chi mova guerra.
Monsigmr Pietro Dini oZ Galileo (Ubreria N elli. J
Roma i 5 Aprile i 6i 5.
..... la vedendomi il signor Cardinale Bellarmino mi disse aponta-
neamente queste parole: delle cose del signor Galileo non sento che
se ne parli pi; e s egli segtdter di farlo come matematico, spero
non gli sar data fastidio....
Lo stesso al Galileo. (.Ivi.)
Roma a Maggio i 6i 5<
..... Parve al signor Principe Cesi, che io noti presentassi quella
lettera a quel personaggio; poich essendo esso e molti altri d auto-
rit pretti Peripatetici, si dubita di non gli irritare in un punto gi
raadagnato, cio che si possa scrivere come matematico, e per ragio'n
d*ipotesi, come vogliono che abbia fatto il Copernico; il che sebbene
non si concede da suoi seguaci, basta agli altri* che l effetto mede
simo ne risulta, cio del lasciare liberamente, purch non s? entri,
come si detto altre volte, in sagrestia....
\
Monsignor Pietro Dir ai Galileot ( I v i.)
Roma i6 Maggio l i t i .
..... Per adesso non tempo di volei pon dimostrazioni disingan
nare i giudici, ma sibbene tempo di tacere e di fortificarsi con
buone e fondate ragioni s per la Scrittura che per le matematiche
ed a suo tempo darle fuori... (Parla indi sull*opera del P . Contarini. )
..... Intendo <^e molti Gesuiti in segreto sono della medesima opi
nione, ancorch tacciano; e con questi e con ogn altro non manche
r mai di fare quanto sapr.
A R T I C O L O I I I .
Lettera del Galileo a Madama Cristina Gran Duchessa.
Opuscolo del Keplero.
un eoa lettera iicrtta nel Giugno del i 635 a Fr. Fulgentio (Editione di Pa-<
dova Tom. a. p. 545) il Galileo riferiace, che la icrittara a Madama Cristina di
Lorena Gran Ducheua era stata da lui composta vent anni prima, lo cbe viene a
cadere nel i 6i 5. Parimenti nel principio di essa scrittura dice, i suoi awersaril an
dare mormorando fra il po^lo, che la dottrina CoMmicana sar in breve dall au
torit. suprema dichiarata dannanda ed eretica: egli adunque scrireva ci prima
del 1616. Abbiamo yedoto nell articolo i di questa sesione, ohe alla carola del
Gran Duca si era parlato sino del i 6i 3 intorno al sistema Copernicano, preteso da
alcuni contrario alla religione, e che Madama si mostr allora &TOKTole al Galileo:
cresciuta per la penecusione, il Galileo avr stimato di dover difendere la sua
causa presso la Gran Duchessa medesima. Ma la detta scrittura fu solo pubblicata
per la prima volta dal Bernegger a Strasburgo l anno i 636, colla traduzione la
tina a fronte. L originale it^ an o fu ristampato unitamente al Dialo^ dei aiatuni
nel 1710 a Napoli colla falsa data di Tirense; dove per errore s nomina tal lettere
come non pi stampata. Essa 'stata nltimamente riprodotta nel Voi. x u i del
Galileo di Milano. Ma perch manca a tutte le tre ediuoni anteriori delle sue
opere in 4 * ; per si inserita qui per supplemento alle medsime, ommettendone
la traduzione latina. Il Galileo ha raccolti in (mesta lettera diversi pensieri da lui
^gi sparsi entro ad altre sue riportate sopra nell articolo primo: ed verosimil-
mente quella Scrittura, la quale nelle sue lettere suddette a |tfoiisignor Dim del
16 FeUirajo e 04 Mano 1614 dice che stava componendo.
Nov-anti.qua Sanctissimorum Patrum et probatorum Theologorum
Doctrina dcsacrae Scripturae tesHmoriSf in conchisiorubus mere natu-
ralihus, quae sensata experientia et necessariis demonstrationibus'evin
ci possunt, temere non usurpandis. ~ In gratiam Serenissimae Lotha
ringae Magnae-Ducis Hetturiae, prwatim ante complures annos ita
lico idiorrtate conscripta a Galilaeo Galilaeo nobili Fiorentino, Pri~
maria Serenitatis ejus Philosopho et Mathematica. Nunc vero Jur-
rii publici facta, cum latina versione Italico textui simul adjuncta.
( Augustae TrAoc. Impensis ElzeviriQrum. Typis Dmidis Havtti. i636
in 4" di pag. 6 0. J
Bemeggemt Rchertino suo S. P. D4
Remitto tibi, virornm t amicormn eximie, quamquam expectati^
ne pujblioa, meaqae deetinatione, el^ias lquanto, Galilaei pr S amia
Philosopliiai centra nostri aevi Cleanthni objectiones, Apofogeticam,
quem S ystemati Cosmico incomparabilis illius stronomiae restauratoris
annectendum, pridem ad me misiet. Pro mea et bono publico erviendi
t tibi gratficandi cupiditete, feci libenter, ut e^tionem . egrepi
Aaa
ecrpt, quantum in me esset, promoverem: idqne statini cum ipso
eistemate, anno snperiore promisset in lucem ; si, quod vehemen-
ter optaveram, aut a te ipso latine oonyersum, aut saltem tempo-
riue, ut adhuc ante Sistematis editionem ab alio verti posset, no-
biscuin communicasses. Nunc dam et quaero interpretem, et Biblio-
polae longius absentis exqniro voluntatem, annue abiit. Oravi autem
atque adeo exoravi vrum, aviti generis splendore juxta ac virtutum
et eruditionis exquisitae, multiplici junctae cuna experientia, deco
ribue illustrem, Aelium Deodatura Jurisconsultum Parisnum, ut hanc
nobis interpretandi commodaret operam, qua ille benevole praestita,
non minuS) ac tu facta prompte scripti copia, remp. litterar. ipsam-
que posteritatem dememistis insigniter. Nam de autore ip8o,et quo-
modo is institutum hoc nostrum accepturus alt, non habeo dicere.
Cum enim ille (qpiod nunc primum ex epistola tua recte didici, et
ex uno alteroque loco Sistematis antea subobscure conjeci ) suis ab
aemulis, ad quoe refellendos bic comparatus Apologeticu* -est, indi
goissime tractetur; fieri sane queat, ut libnim tot per annos domi
nabitum, nunc demum in lucem aliena curiositate protractum nolit; ne
scilicet adversando responsandoque publice, istos ex insanie insaniores
efficiat. Est enim .baec natura taliuiQ hominum, qui persuasionis perti
nacia jam occaluemnt, nt implacabili diversa sequentibus indicto odio,
etiamsi commoostrato etrore oamss ceciderint, non tantum non ce
dant, sed de genu etiam pngnent adversus manifestam veritatem: ad
haec hominum vulgus, hoc est mperitissimum judicem etiam eorum
quae ante -pedes sunt, in parte vocent: ad extremum oalumniis cep
tent; adversus quas, cum omnia feceris, arma silentio tutiora nulla
reperies. Ut proinde credibile sit, sapientissimum virum inimicorum
impotentiam furorem atque vecordiam, generoso contemptu, magnani
moque silentip debinc ulcisci, hoc est contumeliae ipsi contumeliam
iacere malie. Sufficit nimirum illi in. hoc tempore judicium saniorum
paucorum; apuH postetos cum obtrectationis invidia decesserit, lu
eulentiaeimum industriae testimonium consecuturo. Quod enim De
mosthenes de rebus gestis veterum Atheniensium dicere solebat, lau
datorem iis dlgnum esse solummodo tempus, id de magno quoque
Galilaeo non absurde pronunciaveris. Hostium eju* degeneres obtr-
ctationes oblivio mox obruet: per ingenii divini monumenta posteri-
tati monstratus (nec me fallit augurium) superstes erit. Utut sit^

'aota alea est, et si vel iniquo npstram tranmpinorum hominum di-


igentiam animo vir summne est excepturus, impune certe peocave
rmus, ut in abscateizu Vale, jucundissime mi Robertine, et quod
iaeis, nhi meisque favere perge. Scr. Aog. Treb. Galend, Febr, i 636.
3
Alla Serenissima Madama l Gran Dueheisa Madre,
Galileo Galilei.
Io scoperei alcuni anni addietro, come ben sa 1*Altezza Vostra Se-
reniseima, molti particolari nel cielo, stati invisibiU sino a questa et;
li quali, si per la novit, s per alcune oonse^enze, che da essi di
pendono, contraranti-ad alcune proposizioni naturali comunemente
ricevute dalle scuole de filosofi, mi eccitarono contro non picciol
numero di tali professori; quasi che io di mia mano avessi tali cose
nuovamente collocate in cielo, per intorbidar la natura e le scienze;
e scordatisi in certo modo, che la moltitudine' de veri concorre al-
l investigazione all accrescimento e stabilimento delle discipline, e
non alla diminuzione e deetruzione. E dimostrandosi neU istesso tem
po pi affezionati alle proprie opinioni, che alle vere, scorsero a
negare e far prova d annullare quelle novit, delle quali il senso
stesso, quando avessero voluto con attenzion riguardarle, gli av'rebbe
potuti render sicuri.. E per questo produssero varie cose, ed alcune
ecrittr pubblicarono ripiene di vani discorsi, e quel che fa pi
grave errore, sparse di attestazioni delle sacre Scritture, tolte da
luoghi non bene da loro intesi, e -lontano dal proposito addotti. Nel
quale errore forse non sarebbero incorsi, se avessero avvertito un nti-
liesimo documento, che ci d S. Agostino, intorno all andar con Traai^
do nel determinar resolutmente sopra le cose oscure, e dtBoiu ad
esser comprese per via del solo discorso; mentre, parlando pur d eerta
conclusion naturale attenente ai corpi celesti, scrve cosi: (e) Nunc
autem, servata aemper moderatione. piae gravitatisi nihil credere de
re obscura temere debemus^ ne forte, quod postea veritas patefeeerit,
quamvis libris sanctis, sive Testamenti veteris, sive nevi, nullo modo
esse possit adversum, tamen propter amorem nstri erroris oderimus.
E accaduto poi, che il tempo andato successivamente scoprendo
a tutti le verit prima da me additate, e con la verit del fatto ei
fatta palese la diversit degli animi tra quelli, che schiettamente
e senTa altro livore non ammettevano per veri tali scuopimenfi, e
^elK che all* incredulit aggiugnevano qualche affetto alterato. Onde
siccome i pi intendenti ^Ua scienza astronomica e della naturale
restarono persuasi al mio primo avviso^ cos si sono andati quietando
di grado in CTado gli altri tutti, che non venivano -mantenuti ne-
gativa o in dubbio da altro, che .diJl inaspettata novit, e da non
aver avuta occasione di vederne sensate esperienze.. Ma quelli, che
oltre all amor del primo errore, non saprei quale altro loro imma
ginato interesse gli rende non bene affetti, non tanto verso le cote,
(e) Nel Lib. de Genei ad literam nel fine.
a4
quanto verso autore di quelle ; non le potendo pi nej^re, le cuo-

irono sotto un continuo silenzio, e divertono il pensiero ad altre


ntasie; ed inacerbiti pi che prima da quello, onde gli altri si
fono addolciti e quietati, tentano di pre^udicarmi con altri modi.
De TOali io veramente non farei maggiore stima di quel eh io m ab
bia tatto dell altre contraddizioni (delle quali mi risi vempre, jsicuro
deir esito che doveria avere il negozio ),s io non vedessi, che le nuove
calunnie e persecuzioni non terminano nella molta o poca dottrinar
{ nella raale io scarsamente pretendo ), ma si estendono a tentar
d offendermi con macchie, che devono ssere e sono da me pi ab
bonite, che la morte; n devo contentarmi, che le sieno conosciute
per ingiuste da quelli solamente, che conoscono me e loro, ma da
ogn altra persona. Persistendo dunque nel primo loro instituto, di
voler con ogni immaginabil maniera atterrar me e le cose mie; sa
pendo com io ne miei studii d astronomia e di filosofia tengo circa
alla constituzione delle parti del mondo, che il Sole, sen^a mutar
luogo, resti situato nel centro delle conversioni degli orbi celesti, e
ohe la terra, convertibile in se stessa, se gli mova intorno : e di pi
sentendo, che tal posizione vo confermando, non solo col reprovar
le ragioni di Tolomeo e d Aristotile, ma col produrne molte in con
trario; ed in particolare alcune attenenti ad effetti naturali, le cause
de quali forse in altro modo non si poseon assejgaare; ed altre astro
nomiche, dependenti da m o l t i riscontri di nuovi scoprimenti celesti,
li quali apertamente confitano il sistema Toleihaico, e mirabilmente
con quest altra posizione si accordano, e la confermano: e forse con-*
ihsi pet la conosciuta verit d altre proposizioni da me affermate',
diverse dalle comuni; e per diffidando ormai di difesa, mentre re
stassero nel campo filosoBco, per questi, dico, cotali rispetti si son
risoluti a tentar di fare scudo alle fallacie de loro discorsi, col manto
di simulata religione,.e con l autorit delle Scritture sacre, applicate
da loro, con poca intelligenza, alla confutazione di ragioni ne intese
n sentite,
prima hanno per loro medsimi .cercato di sparger concetto
nell universale, che tali proposizioni sieno contro alle sacre lettere,
ed in conseguenza dannando ed eretiche: di poi scorgendo, quanto
per lo pi 1 inclinazione dell umana natura^ eia pi pronta ad ab
bracciar quelle imprese, dalle quali il prossimo ne venga, bench
ingiustamente, oppresso, che quello oud egli ne riceva giusto solleva
mento, non gli e stato difficile il trovare chi per tale, cio per dan-^
nanda ed eretica, 1 abbia con insolente confidenza predicata sin dai
pulpiti con poco pietoso e men considerato aggravio, non solo di
mesta dottrina e di chi la segue, ma di tutte le matematiche e
<ie matematici insieme. Quindi venuti in maggior confidenza, e va*
namente sperando, che quel seme, che prma fond radice nella mente
loro non sincera, poss^ qi^Qiider vuoi rami ed alzargli verso l cielo,
P. I . a 9
aaS
yanno mormorando tra l popolo, che per tale ella sar in breve di
chiarata ddr autorit suprema. E conoscendo, che tal dichiarazione
pianterebbe non solo queste due conclusioni, ma renderebbe danr
nande tutte 1* altre osservazioni astronomiche e naturali, che con esse
hanno corrispondenza e necessaria connesfione; per agevolarti il ne
gozio, cercano, per quanto possono, d fare apparir questa opinione
(almanco appresso all universale) come nuova particolare; diesi
mulando di sapere, che Niccol Copernico fu il suo autore, o pi
presto rinnovatore e confermatore: uomo non solamente cattolico, ma
Sacerdote, Canonico, e tanto stimato, che. trattandosi nel GonciUo
Lateranense, sotto Leon x, dell emendazion del Calendario ecclesia
etico, egli iii chiamato a Roma sin dall ultime parti della Germania
per questa riforma; la quale allora rimase imperfetta, solo percii
non si avea ancora esatta co^izione della ^usta misura dell^anno,
e del mese lunare: onde a lui ii dato l carice* dal Vescovo Sen^iro-
niese, allora soprantendente a quest impresa, di cercar, con replicati
studii e fatiche, di venir in.maf^or lume e certezza di essi movi
menti celesti: ond egli-, con iktidie veramente atlantiche e col suo
mirabile ingegno, rimessosi a tal sti;dio, si avanz tanto in queste
scienze, ed a tale esattezza ridusse la notizia dei periodi dr movi
menti celesti, che si guadagn il titolo di sommo Astronomoj e con
forme alla sua dottrina, non solamente si poi regolato il Calendario,
ma si fabbricarono le tavole di tutti i movimenti dei Pianeti. d
avendo egli ridotta tal dottrina in sei libri, la pnbbiob al numdo,
ai prieghi del Cardinal Capuano, e del Ve$eoyo Culmese: e come
quello ohe si era rimesso con tante fatiche a questa impresa d ordi
ne del sommo Pontefice, al sup succestore cio a Paolo in dedic il
suo Ubro delle Revobtziom Celetti: il quale stampato pure allora
stato ricevuto da S, Chiesa, letto e studiato per tutto u mondo, sen
za che mai si sa presa pur minima ombra di scrupolo nella sua dot
trina; la quale ora, mentre si va scoprendo quanto ella sia ben fondata
sopra manifeste esperienze e necessarie dimostrazioni, non mancano
persone, che non avendo pur mai vduto tal Ubro procurano il pre
mio delle tante fatiche al suo Autore, con la nota d farlo dichiara
re eretico. E questo solamente per soddisfare ad un loro pardcolare
sdegno, concepito senza ragione, contro di un altro, che non ha pi^
interesse, col Copernico che 1*approvar la sua dottrina.
Ora per queste false note, che costoro tanto ingiustamente cercano
d addossarmi, ho stimato necessario, per mia' giustificazione appresso
universale ( del cui giudizio, in materia di religione e di reputa
zione, devo far grandissima stima ) discorrer circa quei particolari,
che costoro van producendo per detestare ed abolir questa opinione,
ed in somma per dichiararla non pur falsa, ma eretica; facendosi
sempre scudo di un simulato zelo di religione; volendo pure interessar
le Scritture ^acre, e farle in certp modo ministre de loro non einoeri
%
proponimenti; col vokr di pi, e io non erro, contro all intenzione
quelle e de Santi Padri, estendere (per non dire abusare) la loro
autorit: sicch, anco in conclusioni pure naturali e non de Fide, u
debba lasciar totalmente il senso e le ragioni dimostrative, per qual
che logo d Scrittura, che tal volta sotto le apparenti parole potr
contener sentimento diverso; dove spero di mostrare, con quanto pi
pio e religioso zelo procedo io che non fanno essi, mentre propongo,
non' che non si danni questo libro, ma che non si danni, come vorreb-
bon essi, senza intenderlo, ascoltarlo, n pur vederlo: e massime sen-
do Autore, che mai non tratta di cose attenenti a reli^one o a fede;
n con ra^oni dependenti in modo alcuno da autorit di Scritture
sacre dove egli possa malamente averle interpretate: ma sempre se
ne sta su conclusioni naturali, attenenti ai moti celesti, trattate con
astronomiche geometriche dimostrazioni. Non che egli non avesse
S
osto cura ai luoghi delle sacre Lettere: ma perch benissimo inten
eva, che sendo tal sua dottrina dimostrata, non poteva contrariare
alle Scritture intese perfettamente; e per nel fine della Dedicatoria,
parlando al sommo Pontefice, dice cosi. Sifortasse erunt Matheologi,
qui cum omnitm Mathematum ignari sint, tcuntn de iis judicium ns~
sumunt, propter aliquem lociun Scrpturae male ad suum propositum
detortum, ausi fuerint hoc meum institutum reprehendere ac insecta-
ri, illos Thil moror., adeo ut etiam. illorum judicium tamquam teme-
rarium contemnam. Non emm obscurum est, Lactantium, cefebr^m
alioqui Scriptorem sed Mathematicum pantm, admodum pwriUter
de frma terrae loqui, cum derdet eos, qui terram globi formam -
here prodidenmt. Itaque non ' d e t mirum idderi studiosis, si qui ta-
les nos etiam ridebunt. Mathemata Mathematicis scribuntur, quibus
et hi nostri labores (si me non falUt opimo) videbuntur etiam Rei-
publicae Ecclesast^ae conducere aliquid, cujus principatum Tua San-
titas nuTic tenet.
E di questo een&ce si scorge esser*questi, che s ingegnano di per
suadere, che tal Autore si danni, senza pur vederlo; e per persuadere
che ci non solamente sia lecito, ma ben fatto, vanno producendo
alcune autorit della Scrittura, e dei sacri Teologi, e de Concilii; le
quali siccome da me son riverite e tenute di suprema autorit, sic
ch somma temerit stimerei esser quella di chi volesse cotraddirgli,
mentre vengano conforme aU inetituto di santa Chiesa adoperate; cos
credo, che non sia errore il parlare, mentre si pu dubitare, che
alcun voglia per qualcher suo interesse produrle e servirsene diversa
mente da quello, che nella santissima intenzion di santa Chiesa.
Per protestandomi (ed anco spero che la sincerit mia si far per
e stessa manifesta), che io intendo, non solamente di sottopormi
rimuover liberamente quegli errori, nei quali per mia ignoranza po
tessi in questa scrittura incorrere in materia attenente a religione;
mi dOhiara ancora non voler nelle istesae materie ingaggiar lite eo
nesfuno, ancorch fuesero punti disputabili: perch il mio fine noti
tende ad altro, se non ohe in queste considerazioni remote dalla mia
profession propria, tra gli errori che ci potessero esser dentro, ci
qualche cosa atta ad eccitar altri a qualche avvertimento utile per
santa Ghieea. Circa il determinar opra il sistema Copernicano, ella
sia presa e fattone quel capitale, che parr ai superiori. Se no, sia
S
ure stracciata ed abbruciata l mia scrittura; poich io non 1-<
o o pretendo di guadagnarmi frutto alcuno, che non fusse pio e
cattolico. E di pi, bench molte delle cose eh io noto le abbia sen
tite con i proprii orecchi, liberamente ammetto e concedo a chi
l ha dette^ che dette non l abbia, se cos gli piace; confessando po
ter essere ch io abbia franteso, e per quanto rispondo, non sia detto
per loro, ma per chi avesse quelle opinioni.
Il motivo dunque, che loro producono per condennar Popinion
della mobilit della terra e stabilit del Sole, , che leggendosi nelle
sacre Lettere, in molti luoghi, che il Sole si muove, e che la terra
sta ferma; n potendo la Scrittura mai mentire o errare, ne seguita
S
er necessaria conseguenza, che erronea e dannanda sia la sentenza
i chi volesse asserire, i l . Sole esser per se stesso immobile, e mobi^
le la terra.
Sopra questa ragione panni primieramente da considerare, essere e
santissimamente detto e prudentissim&mente stsibilito, non potei' mai
la Scrittura sacra mentire, tutta volta che si sia penetrato il suo vero
sentimento; il quale non credo, che si possa negare esser molte volte
recondito e molto diverso da quello che suona il puro significato delle
parole. Dal che ne seguita, che qualunque volta alcuno, nell esporlai
volesse fermarsi sempre nel nudo suono grammaticale, potrebbe, er
rando esso, far apparire nelle Scritture, non solo contraddizioni e
proposizioni remote dal vero, ma gravi eresie e bestemmie ancora:
poich sarebbe necessario dare a Iddio e piedi mani e occhi; e
non meno affetti corporali e um&ni, come d'eira, pentimento, d o
dio; ed anco talvolta la dimenticanza delle cose passate, e l ignoranza
delle iitture: le quali proposizioni, siccome dettante cos lo Spirito
Santo, fiirono in tal guisa profferite dagli Scrittori sacri, pei accomo
darsi alla capacit del vulgo assai rozzo e indisciplinato; cos per
quelli, che meritano d esser separati dalla plebe, necessario che i
saggi Espositori ne produchino i veri sensi, e n additino le ragiom
particolari, |>erch e siano sotto cotali parole profferiti. Ed questa
dottrina cosi trita e specificata appresso tutti i Teologi, che superflao
sarebbe il produrre attestazione alcuna.
Di qui mi par di potere assai ragionevolmente dedurre, che lame
desima sacra Scrittura, qualunque volta gli- occorso di tirmunzia-
re alcuna conclusione naturale, e massime delle p ii recondite e dif
ficili ad esfer capite, ella non abbia pretermesso questo medesimo
avviso, per non aggiugner confiieione nelle ment di quel medesimo
popolo, rendero pi contumace contro ai dogmi di pi alto miste-
rio. Perch se (come si detto, e chiaramente si scorce) per il solo
rispetto d aocomodarsi alla capacit popolare, non si e la Scrittura
astenuta di adombrare principalissimi pronunziati, attribuendo si
no ir isteeso Dio condieioni lontanissime e contrarie alla sua Essenza;
chi vorr asseveranteniente sostenete,- che 1 istessa Scrittura, posto
da banda cotal rispetto, nel parlar anco incidentemente di Terra,
d Acquaj di Sole, o d altra Creatura, abbia eletto di contenersi con
tutto rigore dentro ai puri e ristretti significati delle parole? E
massime nel pronunziare di esse creature cose non punto concernen
ti al primario inatituto delle medesime sacre Lettere, cio al culto
divino ed alla salute delle anime, e cose grandemente remote dall
apprension del vulgo<
Stante adunque ci, tni par che nelle dispute de problemi natura
li non si dovrebbe cominciare dall autorit de luoghi delle Scritture,
ina dalle sensate esperienze, e dalle dimostrazioni necessarie: perch
procedendo di pari dal Verbo divino la Scrittura sacra e la Natura,
quella come dettatura dello Spirito Santo, e questa come osservan
tissima esecutrice degli ordini di Dio: ed essendo di pi Convenuto
nelle Scritture (per acomnodarsi all intendimento dell universale) dir
molte cose diverse in aspett quanto al nudo significato delle pa
role, dal vero assolutoi ma all incontro essendo la natura inesorabile
ed immutabile, e mai non trascendente i termini delle leg^ imposte
gli, come quella che nulla cura, che le sue recondite i^ o n i e mo*
di d operare sieno esposti alla capacit degli uomini: pare, che
r
ello, che gli effetti naturali o la selisata esperienza ei pone innan-
agli occhi, o le necessarie diiostrazioni ci concludono^ non debba
in conto alcuno esser revocato in dubbio non 'fshe condennato, per
luoghi della Scrittura^ che avessero nelle parole diverso sembiante:
poich non o ^ detto della Scrittura legato ad obblighi cos severi,
come ogni efikto di natura; n meno eccellentemente ei si scuopre
Iddio negli effetti naturali, che ne sacri detti delle Scritture: il che
volse per avventura intender Tertulliano in quelle parole. Nos defi-
nimus Deum primo natura cognoieendum; deinde doctrina recogno^
tcetidutni natura, ex periims; dootrina ex praedieatiombus (e).
Ma non per questo vogtio inferire, non doversi aver somma consi
derazione dei luoghi delle Scritture sacre, anzi venuti in certezza di
alcune conclusiom naturali, dobbiamo servircene per mezzi accomo
datissimi alla vera esposizione di'esse Scritture, ed all inveetigazioii
d quei sensi che in loro neceasariamente -si contoogano, come variar
fiimi e concordi con le verit dimostrate. Stimerei per questo, che
autorit delle sacre Lettere avesse avuto la mira a persuadere prin-
eipalmente agU omini quegli articoli e proposizioni, ohe superando
(a) Tertull. contro Marciooe nel lib. i al eap i8.
ogni uman discorso, non potevano per altra scienza., ne per altrd
mezzo farcisi credibili, che per la bocca deU* istesso Spirito Santo^
Di pi; cbe ancora in qnelle proposizioni, che non sono de Fide, 1*
autorit delle medesime sacre Lettere debba esser anteposta all au
torit d tutte le scienze umane, scritte non con metodo dimoctra-
tivo, ma e con pura narrazione, o anco con probabili r^on; direi
doTersi reputar tanto convenevole e necessario, quanto l istessa divi
na sapienza supera ogni uman giudico e conjettura.
Ma che quello istesso Dio, che ci ha dotati di sensi discorso e
d intelletto,'abbia voluto, posponendo l uso di questi, darci con altro
mezzo le notizie, che per quelli possiamo conseguire, cch anco in
quelle conclusioni naturali, che o dalle sensate esperienze, o daUe
necessarie dimostrazioni, ci vengono esposte innanzi agli occhi e all*
intelletto, dobbiamo negare il senso e la raMone, non mi pare, che
eia necessario il crederlo; e massime in quelle scienze, delie quali
una minima particella solamente, ed anco in conclusioni divise, se
ne legge nella Scrittura; quale appunto l astronomia, di cui ve n
cos piccola parte, che non vi si trovano n pur nominati i>Pianeti,
eccetto il Sole e la Luna, e una o due volte solamente Venere, sot
to nome di Lucifero. Per, se eli Scrittori sacri avessero avuto pen
siero d persuadere al popolo le disposiziom o movimenti de corpi
celesti; e che in conseguenza dovessimo noi ancora dalie sacre Lttere
apprendere tal notizia, non ne avrebbon, per mio credere, trattato
cos poco, ohe come niente in comparazione delle infinite conclUr
sioni ammirande, che in tale scienza si contengono e dimostrano.
Anzi, che non solamente gli Autori dlie sacre Lettere non abbino
preteso d insegnarci le costituzioni e movimenti de* cieli e delle
stelle, e loro figure e grandezze e distanze, ma che a bello studio
(bench tutte queste cose frissero a loro notissime) se ne siano aste
nuti, opinione di santissimi e dottissimi Padri: ed in S. Agostino
si leggono le seguenti parole. Quaeri etiam solete {a) quae forma et
figura Coeli esse credenda sit secundum Scripturas nostras. Multi -enint
multum disputant de his rebus, quas majori prudentia nostri Authores
onserunt, d beatam vitam non projuturas discentibus, et occupantes
( quod pejus est) multum proUxa et rebus salubribus impendenda
temporum spatia. Quid enim ad me pertinet, utrum Coehtm, sicut
sphaera, undique conchidat terram in medio mundi mole Ubratam;
an eam ex una parte desuper, vebit ditcut, operiatur ? Sed quia de
fide agitur Scripturarum, propter iUam causam, quam non semel comn
memoravi, ne scilicet quisquam eloqut divina non intelUgens, cum
de his reifus tale aliquid, vel imenerit in libris nostris, vel ex ilUs
audiverit, quod perceptis assertiombus adversari videatur, nullo modo
eis coetera utiUa monentibus,' vel narrantibits, t e i pronunciantibu
fa) S. Agostino nel lib. a. de . ad litsnuii o.
aSo
i Si
credat: breviteir iUcenduni est^ de figura totU hoc scisse Aufhores no~
stros, quod veritas habeU sed Spiritum Dei, qui per ipsos loquebatur,
Ttoiuiss ista decere homines, nulli ad sahitm profutura (a).
pus rietesao diepreno avuto da medesimi Scrittori sacri nel de
terminar quello che si deve credere di tali accidenti dei corpi ce
lesti, ci yien nel seguente Captolo io. replicato dal medesimo Santo
Agostino, nella quistione, se si debba stimar, che il cielo si muova
o pure stia fermo, scrivendo cos. De motu etam coeli, normulU Frof
tres qiaestionem movent, ittrum stet, an moveatur: quia si movetuTt
inquUmtf quomodo firmamentum est? autem stai, quomodo sydera,
quae in ipso fixa creduntur^ ab Orierte in Occidentem circumeunt,
Septentrionalfus breviores gyros, juxta cardinem peragentibusj ut coe-
hn: si est alius nobis occiltus cardo, ex aiio.vertice^ sicut ^haera;
t i mutem nullus alius cardo est, velati discus rotori videaturf Quibus
respondeo, multum mbtilibus, et laboriosis rationihus ista perquiri, ut
vere peroipiatur, utrum ita an non ita sit; quibus. ineundis atque tra-
ctandis, nec mihi jam tempus est, nec illis esse debet, quos ad sautem
juam, et sanctae Ecclesiae necessaria utiUtate cupimus informari.
Dalle quali cose, discendendo pi al nostro particolare, ne seguita
|>er neoessaria conseguenza, che non avendo voluto lo Spirito Santo
insegnarci, se il cielo si muova o stia fermo, n se la sua figura sia
in forma di sfera, o di disco, o distesa in piano: n se la terra sia
contenuta nel centro d esso, o da una banda; non avr manco avuta
intenzione di renderci certi d altre conclusioni dell istesso genere, e
ollegate in maniera eon le pur ora nominate, che senza la determi*
azione di esse non se ne pu asserir questa o quella parte: quali
ono, il determinar del moto e della quietie di essa terra e del Sole.
E se istesso Spirito Santo a bello studio ha pretermesso d inie--
^narci simili proposizioni, come nulla attenenti^alla sua intenzione cio
alla nostra salute; come si potr adesso affermare, che il tener di
essere questa parte e non quella, sia tanto necessario, che Tuna sa
die Fide, e 1*altra erronea? Potr dun^ie esser una opinione eretica
nulla concernente alla salute dell anime? o potr dirsi aver lo Spi*
rito Santo voluto non ns^narci cosa concernente alla salute? Io
direi quello, ohe intesi da persona Ecclesiastioa constituita in
eminentissimo grado (i); cio l intenzione dello Spirito Sapto essere
d insegnarci come si vadi al cielo, e non come vadi il cieo. Spiritai
Sancto mentem fuisse nos docere, quomodo ad coelum eatur, rufn qiuy
modo coelum gradiatur.
Ma torniamo a oonsiderare, quanto nelle conclusioni qaturali si deb '
bano stimare le dimostraziom necessarie, e le sensate esperienze, e
di quanta autorit le abbiano reputate i dotti ed i santi Teologi;
(a) Lo stesso si l e^e {n^sfo Lpmbardo ne} lib, a. all 4istiqt, i 4
(jb) Csrd. BoTonio. ^
dai quali, tra cento altre attestazioni, abbiamo fe Beguenti. l l u i
etiam (a)diligenter cavtndum, et omnino fiigiendum et, ne in tracia
da Mosis doetrina, quidquam affirmative et asserverenter tentiamus et
icamus, quod repugnet manifestis experimentis, et raticnibus JPloso
phiaSf vel aliarum disciplinarum. Nam cum verum omne semper cum
vero congruat, non potest verit^ sacrarum Literarum, . veris rationibut
et experimentis humanarum doctrnarum esse contraria.
Ed appresso Santo Agostino si legge. Si marUfestae, ) certtuque
rationi, velut sacrarum literarum objicitur authoritaSf non intelUgit
qui hoc facit: et non Scrip^rae sensum ( ad quem penetrare non po-
tuit ) sea suum potius bjicit ventati: nec id quod in ea, sed quod in
se ipso velut pr ea invenit, opponit.
Stante questo, ed essendo (come si detto) elie 4ue verit non
possono contrariarsi, ufficio de sagr Espositori abticar8, per pene
trare* i veri sensi dei luoghi sacri, che indubitabilmento saranno con
cordanti con quelle conclusioni naturali, delle quali il senso manife
sto, e le dimostrazioni necessarie ci avessero piima resi certi, e sicari.
Anzi essendo, che le Scritture ( come si detto ) per addotte rano,
ni, ammettono in molti luoghi esposizioni lontane dal significato del
le parole; e di pi non potendo noi con certezza asserire, che tatti
gl interpreti parlino inspirati divinamente; poich ( se cos fiuse )
niuna diversit sarebbe tra di loro, circa i sensi de* medesimi luoghi:
crederei che fusse molto prudentemente fatto, se non si permettesse
ad alcuno l impegnare i luoghi della Scrittura, ed in certo modo ob
bligargli a dover sostenere per vero queste o qnelle conclusiom natu
rali, delle quali una volta il senso, e le ragioni dimostrative e ne
cessarie ci potessero manifestare il contrario. E chi vool por termi
ne agli umani ingegni ? e chi vorr asserire gi essersi venato e sa
puto tutto yjello, che al mondo di sensibile e di scibile? Forse
quelli, che in altra occasione confesseranno ( e con gran verit ) che
ea, quae scimus, sint minima pars eorum, quat ignoramus? Anzi pure
se noi abbiamo dalla bocca dell istesso Spirito Santo, che Deus trm>
didit mundum disputationi eorum, ut non inveniat homo opus, quod
iperatus est Deus a principio ad finem; non si dovn, per mio parere,
contraddicendo a tal sentenza, precluder la strada al libero filosofare
circa le cose del mondo e della natura; quasi ohe elle siano di gi
state con certezza ritrovate, e palesate tutte. N si dovrebbe stimar
temerit il non si quietare nelle opinioni gi state quasi copiuni; n
dovrebbe esser chi prendesse a sderao, se alcuno non aderisce in
dispute naturali a quella opinione che piace loro; e massime intorno
a problemi stati n migliaja d anni controversi tra filosofi grandissi
mi, quale e la stabilit del Sole e mobUit (ielU torta; opinione tenuta
(e) Pererio nella Genesi piroi principQ,
(b) NeJla pist. 7. a M arcfUino.
i3ft
da l^ittagora e da tutta la sua setta: da EracHde Pont^o, da Filolao
maestro di Platone, e daP iete^so Platone, conte riferisce Aiistptile;
e del quale* Plutarco nella vita di Numa, che esso Platone gi
^atto vecchio diceva, Asgurdissima cosa essere il teore altramente.
1^ istesso fu creduto da Aristarco Samio, come abbiamo appresso Ar
chimede; e forse dall istesso Archimede ; da Niceta filosofo riferit
da Qicerouej e da molti altri: finalmente ampliata e con molte os-
eervazipni e dimostrazioni confermata da Niccol Copernico, Sene
ca, eminentissima filosofo, nel libro de Cometis ci avvertisce, doversi
con grandissima diligenza cercar di venire in certezza, se sia il cielo
o la terra, in cui risegga la diunui conversione,
E per questo, oltre agli articoli concernenti alla salute, ed allo sta-
Bilimento della Fede ( contro la fermezza de quali pericolo al
cuno, che possa insr^r mai dottrina valida ed efficace), non saria
forse se con saggio led til consiglio il non ne aggregare altri sen^a
necessit. se cos , disordine veramente sarebbe r aggiugnergli a
richiesta di persone, le quali, pitreoh noi ignoriamo se parlino in
spirate da celeste virt, chiaramente vediamo, che in esse si potreb
be desiderare quella intelligenza, che sarebbe necessaria, prilla a ca
pire, e poi a redarguire le dimostrazioni, con le quali le acutissime
scienze procedono nel confermar situili conclusioni.
Ma pi direi, quando mi fisee lecito produrre il mio parere; che
>rse pi converrebbe al d ec o ro ed alla maest di esse sacre Lettiere
il provvedere, che non ogni leggiero e vulvare Scrittore potesse ( per
autorizzar sue composizioni bene spesso rondate su vane fantasie)
spargervi luoghi della Scrittura sacra, ii^terpretati, o pi presto stirac
cpiati^ in sensi tanto remoti dall'intenzion retta di essa Scrittura, quan
to vicini alla derision di coloro, pbe non senza qualche ostentazione
se ne'vanno adomando. sempii di tal abuso se tie potrebbono addur
re molti; ma voglio che n bastino due, non remoti-da queste mate*
rie Astronomiche. Vunp 4e quali sieno le scritture, che furono pub
blicate contro i Pianeti Medicei ultimamente da me scppeiti; contro
la cui esietepza furono opposti molti juoghi della sacra Scrittura, Ora
che i Pianeti si fa^ao veder da tutto il mondo, sentirei volentieri,
con quali nuove interpretazipni vie^ da quei medesimi oppositpri
esppsta la Scrittura, e scusata la Jor semplicit. L altro esempio sia
di quello, che pur nuovamente ha stampato contro agl) astronomi e
filosofi, che la Luna ppii altramente riceve il lume dal Sole, n^a
per se stessa splendida; la miale immaginazipne ccnferma in ultime,
o per meglio ai'e si persuade di confermare, con yarii luoghi della
Scrittura, }i quali ^li par che non si ]^tesser salvare, qt^aqdp la sua
opinip^ non fusse vera e necessaria. Tuttavia, che la Luna sia per
se ^ teneWosa, non men chiaro, ohe lo splendor del Sole,
Q9indi resta manifesto, che tali Autori, per non aver penetrato i
veri sensi della Scrittura, avrebbono ( quando la loro autorit f^se
P. I . . . 3p
a33
di gran momento) poeta in obbligo di dover costringere altmi a te
ner per vere, conclusioni repugnanti alle ragioni manifeste ed al een-
80. Abuso, che Deus avertat, che andasse pigliando piede o autorit;
poich bisognerebbe in breve tempo vietar tutte le scienze epecolati-
ve. Perch essendo per natura il numero degli uomini poco atti al-
intender perfettamente e le Scritture sacre e le altre scienze, mag
giore assai degl intelligenti; quelli scorrendo superficialmente le Scrit
ture, si arrogberebbero autorit di Mter decretare sopra tutte le qni-
stioni della natura, in vigor di qualche parola male intesa da loro,
ed in altro proposito prodotta dagli Scrittori sacri. N potrebbe il
piccol numero aegl intendenti reprimere il furioso torrente di quelli,
i quali troverebbon tanti pi seguaci, quanto il potersi far reputar
sapienti senza studio e senza fatica, pi suave^ che il coosumarsi
senza riposo intorno alle discipline laboriosissime. Per grazie i nfinite
dobbiamo rendere a Dio benedetto il (male, per sua benignit, ci
libera di questo timore, mentre spoglia d'autorit simil sorte di per
sone; riponendo il cpnsultare risolvere e decretare sopra determina
zioni tanto importanti, nella somma sajuenza e bont di prudentissi
mi Padri, e nella suprema autorit di quelli, che scrti dallo Spirito
Santo, non possono se non santamente ordinare; permettendo che
della leggerezza di quegli altri non sia fatto stima. Questa sorte di
nomini son ^ e lli, per mio credere, contro i quali, non senza reso
ne, si riscaldano i gravi e santi Scrittori, e de quali in particolare
scrive S. Girolamo. Hanc ( sacram Scriptoram scilioet) garrula amus (e|j
hanc delirus senex, hanc sophista vewotus, hanc universi praenanuntt
lacerant, docent, antequam discant, AU, adducto supercio, grandia
verta trutirumUs, inter mulieradas de $acris Idteris philosophantur.
Ahi discunt, proh pudori a foeminis, quod virot docenti et ne parum
hoc sit, quadam facilitate vetborum, imo audacia, edisserunt aliit
quod ipsi non intelligunt. Taceo de mei simiUbu$, qui ti forte ad
Scripturas sanctas, post seculares literas venerint, et tenmme compo^
sito aurem populi rmtlserint; quidquid dixerint, hoc legem Dei jnttant,
nec scire dignantur, quid Prophetae, quid Apostoli senserint, sed ad
sensum suum incongrua aptant testimonia: quasi gremde sit, et non
vitiosissimum docendi genus, depravare sententias, et ad vqfuntatem
' suam Scripturam trahere repugnantem.
Io non voglio metter nel numero di simili Scrittori secolari alcuni
'Teologi, reputati da me per uomini di profnda dottrina e di santi*
simi costumi, e perci tenuti in grande stima e venerazione; ma non
posso gi negare di non rmaner con scrupolo, ed in conseguenza con
desiderio- che mi fisse rimosso, mentre sento, che e^si pretendono di
poter costringere altri, con autorit della Scrittura, a seguire in
dispute naturali quella opinione, che pare loro, che pi coosuoni
(e) Nella Pietol. i3, a Paul,
a34
Cn luoghi eli etmandosi ineietne d ndn' essere in obbligo
di elrere le ragioni ed esperienze in conti'ario. In esplicazione e
Confermazione del qual lor parere dicono, ohe essendo la Teologia
Kegina di tutte le scienze, non deve in conto alcuno abbassarsi per
accomodarsi ai dogmi delle altre men degne ed a lei inferiori; ma si
ben le altre devono riferirsi ad essa (come suprema Imperadrice), a
mutare ed alterar le loro conclusioni, conforme alli statuti e decreti
Teologicali. E pi agpungono, che quando nel)a inferiore scienza si
avesse alcuna conclusione per sicura, in vigor di dimostrazioiii o di
esperienze, alla quale si trovasse nella Scrittura altra conclusion re
pugnante, debbano gli stessi professori di quella scienza procurar per
se medesimi, di scioglier le lor dimostrazioni, e scuoprir le fdlacie
delle proprie esperienze, senza ricorrere a Teologi e Scritturali ; non
convenendo ( come si detto) alla dignit della Teologia, abbassarsi
alla investigazione delle fallacie delle scienze soggette: ma solo bastan
do lei il determinargli la verit della conclusione, con assoluta
autorit, e colla sicurezza del non poter errare.
Le conclusioni poi naturali, nelle quali dicono essi che noi dob-
biam fermarci sopra la pura autorit della Scrittura, senza glosarla
o interpretarla in sensi diversi dalle parole, dicono esser quelle, delle
quali la Scrittura parla 'sempre nel medesimo modoj ed i Santi Padri
tutti nel iriedesimo sentimento la ricevono ed espongono.
Ora intorno a q u e s t e determinazioni, mi accalcano da .considerare
alcuni particolari, li quali proporr, per esserne reso cauto da chi pi
di me intende di queste materie; al giudizio de quali io sempre mi
eottopongo^ E prima dubiterei]^ 'che potesse cader qualche poco di
equivocazione, mentre che non si distinguessero le preminenze, per
le quali la sacra Teologia degna del titolo di Regina. Imperocch
ella potrebbe esser tale: ovvero perch quello, che da tutte le altre
scienze viene insegnato, si trovasse compreso e dimostrato in lei, ma
con mezzi pi eccellenti, e con pi sublime d^kttriua, nel modo che,
per esempio, le regole del misurare i campi e del conteggiare, molto
pi eminentemente si contendilo nell aritmetica e geometria di Eu
clide, che nelle pratiche degli Agrimensori e de Computisti; ovvero
perch il suggette, intorno- u quale si occupa la Teologia, superasse
di dignit tutti gli altri suggett, che sono materia delle altre scienze;
ed anco prch i suoi insegnamenti procedessero con mezzi pi su
blimi. Che alla Teologa convenga il titolo e autorit regia nella
?
rihia maniera, non credo che possa essere affermato per vero da quei
'eolOgi> che avranno qualche pratica nelle altre' scienze ; de quali
nessuno (creder io) dir^ che molto pi eccellente ed esattamente
si contenga la Geometria, l Astronomia j la Musica, e la Medicina,
ne* libri sacri, che in Archimede, in Tolomeo, in Boezio, in Galeno.
Per pare, che la regia sopreminenza se gli debba nella seconda ma
niera; cio per l altezza del soggetto, e per l ammirabile insegnamento
a35
delle divinie rTelazioni in quelle tiofioluiini; che per altri mezir noil
potevano dgli uomini eeeer comprese e che sommamente coucemontf
airacquisto dell eterna beatitudine. Ora se la Teologia, occupandosi
nelle altissime contemplazioni divine^ e risedendo per dignit nel trono
regio (per lo che ella fatta di sonlma autorit) t nou discende alle pi
basse ed umili speculazioni delle infiiori' scieU2e; anzi ( come di so->
pra si dihiarato ) quelle non cura^ come not coiceri^ti alla bea
titudine; non dovrebbpno i professori di quella arrogarsi autorit di
decretare delle professioni non esercitate e studiate da loro. Perch
questo sarebbe, come se un Principe assoluto) oftoeceodo di poter
liberamente comandare e farsi ubbidire, volesse (non essendo egli n
Medico, n Architetto) che si medicass e fabbricasse a modo suo,
con grave pericolo delk Vita de miseri iufermi, e manifesta rovina
desi edifizii< *
Il comandar poi agli stessi professori di strouomia, ebe procurino
per lor medesimi di cautelarsi contro alle proprie osservazioni e di
mostrazioni, come quelle che non possino essere akro che fallacie e
sofismi^ un comandargli cosa pi che impossibile a farsi; perch
non solamente se gli comanda che e^ non vegghino ^elle che e
veggono, e che e flou intendino quello che iutendono; ma che
cercando trovino il contrario di quel che gli. vien per le mani. Per,
prima che far questo ^ biiojrerebl^ che fusse lor mostrato il modo
m far, che. le potenae dell anima si comandassero Tuna all* altra, e
le inferiori alle superiori; sicch l immaginativi e la volont potes^
sero e volessero credere il contrario di quel, che l intelletto intende.
Parlo sempre delle proposizioni pure'oaturaU e che non ono de Fi
de, e non delle soprannaturali e de Fide.
Io vorrei pregare questi prudentissimi e sapientisemi Padri, che
volessero con ogui diligenza considerare Id differenza che tra le
dottrine opinab^, e le dimostrative; coi rappresentandosi bene avanti
la mente; con qual forza stringhino le necessarie illazioni, s accertas
sero maggiormente, come non in potest de^ professori delle scien
ze dimostrative il mutar l opinione a voglia loro, applicandosi ora a
questa, ed ora a quella; e che gran differenza tra il comandare ad
un Matematico o ad un Filosofo, e *1 dispfre un Mercante o un
Legista; e che non con l istessa facilit s possono mutare le con
clusioni dimostrate circa le cose della Natura e del Cielo, che le
opinioni circa quello, che lecito o no in un contratto, in un censo,
o in un cambio. Tal differenza stata benissimo consciuta dai Padri
dottissimi e santi; come l aver loro posto grande studio in confutar
molti argomenti, o per meglio dir, molte fallacie filosofiche, ci ma
nifesta; e come espressamente si legge presso alcuni di loro, ed. in par
ticolare abbiamo in S. Agostino le seguenti parole. Hoc indt^tanUr (a(
(a) Nel cap. a i del lib. i della Genesi ad liteiam.
a36
ienendutn e.stf ut quicqidd sapiente hujnf mundi de natura rerum
veraciter demonstrare poluernt, ostendamus nostris libris non esse coni
trarium; quicquid autem illi in suis voluminibus contrarlunt saerit Li
te ris docent, sine ulta dubitatiom credtnus id falsissimum esse; et ,
quoquo modo possumus, etiam ostendamus; atqu ita teneamuS Fidem
Domini nostrii in quo s'unt ab sconditi omnes thesauri sapientiae^ ut
ncque falsae philosophiae loquacitate seduCmu/f neque simulatae re
ligioTs superstition terreamur.
Dalle quali parole mi par cke si cavi questa dottrina, cio, che
ne' libri de Sapienti di questo inon4o ei contenghino alcune cose della
natura dittioetrate vei'aceinente, ed altre eemplideittente iilsegnate;
che quanto alle prime sia ufficio de* saggi Teologi mostrare che le
non son contrarie alle sacre Scritture; quanto alle altre insegnate ma
non necessariamente dimostrate, se vi sar cosa contraria alle sacre
.lettere, si deve stimare pei indubitatamente falsa^ e tale in ogni pos-
eibil modo si deve dimstrar.
Se dunque le conclusini naturali dimstiate Veracemente, non
8* hanno a pos^rfe a iuoghi della Scrittura, ma s ben dichiarare
come tali luoghi non contrariano ad esse conclusioni; adunque bisogna
prima che condannare lina proposizione naturale, mostrar che ella
non sia dimostrata necessariamentet miesto devon fare, non quelli
che la tengono per vera, ma quelli che la etiman ialsat e ci par molto
ragionevole e conforme alla natura; cio che molto pi follmente
ien per trovar le iallacie in un discorso quelli che lo stiman falso,
che quelli che lo reputan vero e concludente. Anzi in questo partico
lare accadcrk che i sguaci di qiiesta opinine, guanto pi andrau
rivolgendo le carte, esaminando le ra^onr, replicando le osservazioni,
riscontrando le esperienze, tanto pi si confermino in questa cre
denza. E l Altezza Vostra sa quel cne occrse al Matematico passato
dello studio di Pisa, che messosi^ in sua vecchiez;ta, a veder la dottri
na del Gop^icoi con s^i-anza di poter fondatamente confutarla
( poich in tanto la reputava falsa, in quanto non 1* aveva mai vedu
ta ) gli avvenne, che non prima rest Capace de suoi fondamenti pro
gressi e dimostrazioni, che e si trov perdtlaeo; e da impnjgnatore ne
divent saldissimo mantenitore. Potrei anco nominai4e altri Matema
tici i quali mossi dagli ultimi miei scuoprimenti, hanno confessato
^ s er necessario mutare la gi conce|>ita constitttzione del mondo, non
potendo in conto alcuno pi sussistere (a) Se per rimov^re dal
mondo questa opinione e dottrina, bastasse il serrar la bocca ad un
eolo, 6om6 forse si persuadono quelli >che misurando i giudizii degli
altri con il prprio, li pare impossibile che tale opinione abbia
a poter sussistere e ttovar seguaci questo sarebbe facilissimo a farsi:
ma il negozio cammina altramente ; perch per eseguire una tale
( a ) 11 P. Gesnita. (Vedi opra a p. ai8. )
aS7
determinaKone, earebbe necessario proibir non solo il libro del Co
pernico, ed i scritti degli altri Aatori, che seguono isteesa dottrina,-
ma interdire tutta la scienza d Astronomia in terra j e pi, vietare
agli uomini il guardar, verso il cielo, acci non vedessero Marte e
Venere, or vicini alla terra or remotissimi, con tanta diflferenza, che
questa si scorgesse in superficie quaranta volte, e quello sessanta, mag*
giore una volta che l altra; ed acciocch la medesima Venere non si
scorgesse or rotonda, ed or falcata, con sottilissime coma; c molte
altre sensate osservazioni, che in modo alcuno non si possono adatta
re al sistema Tolemaico, ma son saldissimi argomenti del Copernicano.
Ma il proibire il Copernico, ora che per molte nuove osservazioni
e per Tapplicazion di molti letterati alla sua lettura, si van di giro
in giro scoprendo pi vere le su^ posizioni, e vera la sua dottrina,
avendolo ammesso per tanti -anni, mentre egli era men seguito e
confermato, parrebbe, a mio giudizio, un contravvenire alla verit,
e cercar tanto pi d occultarla e rappriraerla, quanto pi ella si di
mostra palese.e chiara.
11 non abolire interamente tutto il lib|:x>, ma solamente dannar per
erronea questa particolare opinione, sarebl^, se io non /m inganno,
detrimento maggiore per le anime; lasciandoli occasione di veder
provata una posizione, la qual fosse poi peccato il crederla.
Il -proibir tutta la scienza, che altro sarebbe, che un reprovar cento
lughi delle sacre Lettere, i quali c*insegnano, come la gloria e la
grandezza del sommo Dio mirabilmente si scorge in tutte le sue Pit
ture, e divinamente si legge nell aperto libro del cielo? Ne sta ehi
creda, che k lettura degli altissimi concetti, che sono scritti in quel
le carte, finisca nel solo veder lo splendor del Sole e delle stelle ed
il lor nascere ed ascondersi ( che il termine, sin dove penetrano gli
occhi de bruti e del vulgo) ; ma vi son dentro misteri tanto profondi
e concetti tanto sublimi, che le virlie le iktiche e gli studti di cento e
cento acutissimi ingegni, non gli hanno ancora interamente penetrati
con investigazioni continuate per migliaja d anni. E OTedin pure
gl idioti, che siccome quello, che gli occhi loro comprendono nel
riguardar l aspetto esterno d un corpo umano, piccolissima eosa
in comparazion degli ammirandi artificii, che in esso ritrova uno esqu-
sito e diligente Amtomista e Filosofo, mentre va iiivesdrando l uso
di tanti muscoli, tendini, nervi, ed ossi; esaminando gli uffici del cuo
re e degli altri menibri principali; ricercando le sedi delle facolt
vitali; risecando ed osservando le- maravigliose strutture degli stru
menti de*sensi; e senza finir mai di stupirsi o di appagarsi, contem
plando 1 ricetti dell* immaginazione della memoria e del discorso:
cosi quello, che il puro senso della vista rappresenta, come nulla
in proporzion dell alte maravielie, che merce delle lunghe ed accu
rate osservazioni, l ingegno dedi intelligenti scorge nel cielo. E que
sto quanto mi occorre considerare circa questo particolare.
a38 .
ag
Quanto poi a , che aog^angno, che quelle proposizioni na
turali, delle quali la Scrittura pronunzia sempre istesso, e che i
Padri tutti concordemente nello stesso senso ricevono, debbano essere
intese conforme al nudo significato delle parole, senza glose o inter
pretazioni, e ricevute e tenute per verissime, e che in conseguenza,
per esser tale la mobilit del Sole e la stabilit della terra, sia de
Fide il tenerle per vere, ed erronea opinion contraria: Mi occorre
di considerar prima, che delle proposizioni.naturali, alcune sono, del
le quali con ogni umana scienza e discorso, solo se ne pu conseguire
pi presto qualche probabile opinione e verisimle conjettura, che
una sicura e dimostrata scienza; come per esempio, se le stelle siano
animate: Altre sono delle quali, o si ha, o si pu creder fermamente
che aver si possa, con esperienze e con lunghe osservazioni e con
necessarie dimostrazioni, indubitata certezza ; quale se la terra e
il cielo si movino, o no; se il cielo sia sferico, o no. Quanto alle
prime, io non dubito punto; che dove gli umani discorsi non possono
arrivare, e che di esse per conseguenza non si pu aver scienza, ma
solamente opinione e fede, pienamente convenga conformarsi ed asso
lutamnte col puro senso verbale delle Scritture. Ma quanto alle altre,
io crederei (come di sopra si detto) che prima fosse da accertarsi del
fatto, il quale ci scorgerebbe al ritrvamento de' veri sensi -delle Scrittu
re, li quali assolutamente si troverebbon concordi col fatto dimostrato;
poich due veri non possono mai contrariarsi. E questa mi par dot
trina tanto retta e eicura, -quanto io la trovo scritta puntualmente
in S. Agostino, il quale parlando appunto della figura del cielo, e
^ ale ella si debba credere essere; pobh pare, che quel che ne af
fermano gli Astronomi sia contrario' alla Scrittura ( stimandola quelli
rotonda e ehiamandola la Scrittura come una pelle ; determina che
niente si ha da curar, che la Scrittura contrarii agli Astronomi, ma
credere alla sua autorit, se quello che loro dicono sar ialso-e fon
dato solamente sopra conjetture della infermit umana; ma se queUo
cbe loro aflFermano, fusse provato con ragioni indubitabili, non dice
questo santo Padre che si comandi agli Astronomi, ohe loro medesimi,
ftolvendo le loro dimostrazioni; dichiarino la loro conclusione per fal
sa; ma dice, che si deve mostrare, che quello che detto nella Scrit
tura della pelle, non contrario'a quelle vere dimostrazioni. Ecco
le sue parcde, Sed ct aliquis, {a) quomodo non est contrarium iiSj qui
figuram sphaerae coelo t^ u u n t, quod scriptum est in Ubris nostris;
qui extendit coehtnij sicut pellem ? S i f sane contrarium, si falsiun est
quod illi dicunt: hoc enim verum est, quod divina dicit authorita$
potius, quam illud, quod humana infirmitas conjicit. Sed si forte i l
lud talihus illi documentis probare potuerint, ut dubitari inde non
deheat; demonstrandum est hoc, quod apud nos est de pelle dictum,
veris illis rationibus non esse contrarium,
(a) Nel lib. a dlU Genesi ad liter. al cap. 9,
^ Segno poi di ammonirci, che noi non dobbiamo ener meno oseer-
vanti in concordare un luogo della Scrittura con una proposizione
naturale dimostrata, che con un altro luogo della Scrittura, che so-
nasse il contrario,
Anzi mi par degna di essere ammirata ed imitata la circospenone
d questo Santo, U quaie anco nelle concluNoni oscure, e delle qtuU
si pu esser sicuri che non se ne possa aver scienza per dimostrazio
ni umane, va molto riservato nel determinar quello, one debba cre
dere, come si vede da quello che egli scrive nel fine del secondo libro
della Genesi ad literam, parlando, se le stelle siano da credersi ani
mate. Quod licei in praesenti facile non possit- comprehendi, arbitror
tamen in processu tractandurum Scripturarum, opportvniora loca posti
occurrere, uhi nobis de hac re, secundum sanctae authoritatis Uteras,
eisi non estendere certum aliquid, tamen credere Ucebit^ Nunc autem^
servata semper moderatione piae gravitatisi mhil credere de re obscura
temere deberruis; e forte, quod postea vHtas patefecerit, quarrwis U-
bris sanctis, sive Testamenti Veteris sive Novij nullo modo esse possit
adversum, tamen propter amorem nostri erroriSj oderimus.
Di qui, e da altri luoghi, parmi (se io non m'inganno) la inten-
zion de santi Padri essere, che nelle quistioni naturali e che non
sono de Fide, prima si debba considerare, se elle sono indubitabil
mente dimostrate, o con isperienze sensate conosciute; o vero, se una
tal cognizione e dimostrazione aver si possa: la quale ottenendosi, ed
essen^ ella ancora dono di Dio, si deve applicare alla invest^c^oao
de yerj sensi delle sacre Lettere, in quei luoghi che in apparm;a
mostrassero di sonar diversamate; quali indubitatamente saranno
netrati da* sapienti Teologi, insieme con le cagioni, perch lo Spirito
Santo ^li abbia voluti talvolta per nostro esercizio, o per altra a me
recondita r&^one, velare sotto parole di significato diverso.
Quanto all altro punto; ritardando noi al primario scopo di esse
sacre Lettere, non crederei che l aver esse parlato sempre nell ietesso
senso, avesse a perturbar questa regola; perch se occorrendo alla
Scrittura, per accomodarsi alla capacit del volgo, pronunziare una
_______ j : _______ j :___
*4
cosaf Anzi mi pane, che il fare altramente, avrebbe cresciuta la
confusione, e scemata la credulit del popolo.
Che poi della quiete o movimento del Sole e 'della Terra, fusse
necessario, per accomodarsi alla capacit popplaK, asserirne imello
che suonan le parole della Scrittura, l esperienza e Jp mostra <^aro;
Poich anco a|r et nostra, popolo assai meno rozzo viep mantenut
aell istessa ppnippe, da ragioni che ben ponderate ed esaminate si
troveranno esser fievolissime, ed esperienze o in tutto , 4> total
mente fuori del caso. N si pu pur tentar di rimuoverlo, non ^ssiendo
capace delle ragioni contrarie, dependenti da troppo esquieite osser-
vazioni e sottili dtmaetrazoni, appoggiate sopra astrazioni, che aL
esser concepte ridiie^gono t3t>ppo gagliarda immaginativa. Perlocfa
quando bene apmesso i sapienti fusse pi che certa e dimostrata la
stabilit del ciefo e l moto della T erra, bisogpaerebbe ad ogni modo^
per mantenersi il credito apf^csso il sumerosissimo vf>lgo, proferire
u contrario. Poich di mille uomini volgari, che vengono interrogati
opra questi particolari, forse non se ne trover un solo, che non
risponda parergli, e cosi creder per certo, ohe l Sole si muova, e
he la Terra sti4 ferma. Ma non per deve alcuno prendere questo
comunisHmo asseroo popolare, per argomento della verit di quel che
viene asserito^ pecchi se noi interrogheremo gli stessi uomini, delle
cause e motivi, per i quali e credono in quella maniera ; ed all in
contro ascolteremo, quali esperienze e dimostrajsioni inducbino quegli
altri pochi a creder il contrario, troveremo questi esser persuasi da
aldissime ragioni^ e quelli da semplicissime aj^arenze, e rincontri
vani e ridicoli.
Che dunque necessario attribuire al Sole II moto, e la quiete
alla Terra, per aoa confonder la poca capacit del volgo, e renderlo
renitente e contumace nel prestar fede agli articoli principali, e che
eono assolutamente de Fide, assai mauifesto. E se cos era necessa*
rib a rsi, non ponto da m a r a v i g l i a r s i , che cosi sia stato con som
Mia prudenza ese^uUo uelle divine Scritture,
Ma pi4 dir, che non solamente il rispetto della in^pacit del
Tolgo, ma la corrente opinion di.OTiei tempi fece, che ^ Scrittori
acri, nelle cose non necessarie alla beatitiidine, pin si accomodarono
a i r uso ricevuto, che all essenza del fatto. Di che parlando 8. Giro-
.lacno, scrive (0), Qua non multa in Scrpturis stinctis dicenttur ju xta
opinmem illius temponsj quo gesta referunt, et non ju xta quod rei
verit^ pontin^at,
d altrove il medesimo Santo CansuetudMs Scripturanm estt
u t opinionem muitarum rerum tic narret Historieus, quomodQ eo tem>
p w e ab ofnmbut credebatur,
S. Tommaso in Giob. al cap. 27 sc^ra le parole: Qui extendit
Afuilonem super i>acuum, et oppendit terram super nifUlum: nota,
ohe la Scrittura chiama vacuo e niente, lo spazio ohe abbraccia
circonda la Terra, e che noi sappiamo non esser vuoto ma ripieno
d*aria: nulladimeno dice egli, phe la Scrittura, per accomodarsi alla
credenza del volgo, ohe pensa che in tale spazip non sia nulla^ lo
chiama vacuo e niente. Eceo le pfirole di S. Tommaso. Quod de supe
riori hemisphaerio eoeli nihil nobis apparet^ /tisi spatium aere plerMtHj
( a) Nel cap. s8 d Gerem.
{b) Nel cap. i 3 di g. Matt,
T. h 3i
4
quod vulgares homines reputant vacuum; Uquitur enim seeundum
existimationem vulgarium hominum, prout est mos in sacra Scriptura.
Ora da questo luogo mi pare, che auai chiaramente argomentar si
possa, che la Scrittura sacra pe* il medesimo rispetto abbia avuto
molto pi gran ragione di chiamare il Sole mobile, e la Terra stabi
le. Perch se noi tenteremo la capacit degli uomini volgari, gli tro
veremo molto pi inetti a restar persuasi della stabilit del Sole e
mobilit della Terra, che dell'esser lo spazio che ci circonda ripieno
d ariai Adunque se gli Autori eacn, jn questo punto, che non aveva
tnta difficult appresso la capacit del volgo ad esser persuaso, nul-
laditneno si sono astenuti dal tentare di persuaderglielo, non dovr
parere se non molto ragionevole, che in altre proposizioni molto pi
recondite, abbiano osservato il medesimo etile. An*i conoscendo 1 i>
stesso Copernico, qual forza abbia nella nostra fantasia una invec
chiata consuetudine, ed un modo di concepir le cose, gi sin dal
l infanzia fattoci famigliare; per non accrescer confusone e difBcult
nella nostra astrazione, dopo aver prima dimostrato, che i movimenti
li quali a noi appariscono esser del Sole o del Firmamento, sono ve>
ramente della Terra; nel venir poi a ridurgli in tavole, ed all appli
cargli aH uso, gli va nominando per del Spie, e del cielo superiore
V Pianeti; chiamando nascere e tramontar del Sole e delle stelle,
mutazioni della obliquit dui Zodiaco, e variazioni ne* punti degli
Equinozii, movimento medio, anomalia, e prostaitaraiidel Sole, ed altre
cose tali, quelle che sono veramente della Terra. Ma percb sendo
noi congiunti con lei, ed in conseguenza a parte di ogni suo movi
mento, non gli possiamo immediate riconoscere in lei; ma ci convien
far di lei relazione a corpi celesti, ne'quali ci appariscono; per gli
nomimamo, come fatti l, dove fatti ci raasembr^no. Quin^ si noti,,
quanto sia ben fattq accomodar?; a} nqstrQ pi cooweto modo
o intendere,
Che poi la comune concordia de Padri, nel rieevere una pr^posizii^
ne naturale della Scrittura nel medesimo senso tutti, debba autenti
carla in maniera, che divenga de Fide il tenerla per tale, ewderei
che ci si dovesse al r intendere di quelle conclusioni solamente, le
quali fussero da assai Padri state discusse e ventilate con araoluta di
ligenza, e disputate per l una e per altra parte; accordandosi poi
tutti a reproTar quella, e tener questa. Ma la mobilit della Terra e
stabilit del Sole, non son di questo genera; cpncioeiach tale opinio
ne fosse in que tempi totalmente sepolta, e remota dalle qiiietioiii
delle scuole, e non considerata, non che seguita da veruno. Onde si
pu credere, che n pur cascasse in concetto ji Padri di disputarla:
avendp i luoghi della Scrittura la lor propria opinione, e 1 assenso
degli uomini tutti concprdi nell istesso parere, senza che si pentisse
la contraddizipne d alcuno.
Inoltre, non basta il dir che i padri tutti ammettano la stabilit
della Terra, ec. ; adnnque il tenerla de Fide: ma bisogna provar che
essi abbin condannata opinion contraria; imperocch io potr sempre
dire, che U non avere avuta loro occasione di farvi sopra riflessione
e discuterla, ha fatto, che hanno lasciata ed ammessa solo come
corrente, ma non gi come risoluta e stabilita. E ci mi par di poter
dire con assai ferma ragione; imperocch o i Padri fecero riflessione
sopra questa conclusione . come controversa, o no; s no, adunque
niente ci potettero, neanco in mente loro, determinare. N deve la
loro non curanza mettere in obbligo noi a ricever que precetti, che
essi non hanno, n pur con intenzione imposti; ma se ci fecero ap
plicazione e considerazione, gi l avrebbono dannata, se avessero
giudicata per erronea; il che non si trova, che essi abbian fatto. An
ni, dopo che alcuni T eologi hanno cominciata a oonsiderare, si vede
che non l hanno stimata erronea; conte si legge nei commentarli di
Didaco a Stunica sopra Giob, al capo 9 verso 6, sopra le parole. Qui
commovet terram de loco suo etc, dove lungamente discorre sopra la
posizione Copernicana, e conclude, la mobilit della Terra non esser
contro alla Scrittura.
Oltre che io avrei qualche dubbio circa la verit di tal determi
nazione, cio se 4a vero che la Chiesa obblighi a tenere come de
Fide simili conclusioni naturali, insignite solamente di una concorde
interpretazione di tutti i Padri, e dabito^ ohe possa essere, che quelli
che stimano in qmeta maniera, possino aver desiderato di ampliar, a
ikvor della propria opinione, il Decreto de*Goncilii, il quale non veg
go che in questo proposito proibisca altro, se non-4o stravolger in
sensi contrarii a quel di santa Chiesa, o del comun consenso de Pa
dri, quei luoghi solamente che sono de Fide, o attenenti ai costumi,
concernenti all edificazione della dottrina cristiana: 6 cosi parla il
Concilio Tridentino nella ses. 4. . .
Ma la mobilit o stabilit della Terra o del Sole, non s o d o de Fide,
n contro ai costumi, n vi chi voglia scontorcer luoghi della Scrit-.
tura, per contrariar a santa Chiesa o ai Padri: anzi-chi ha scritta que
sta dottrina, non si mai servito di luoghi sacri; acci resti sempre
nell autorit di gravi e sapienti Teologi, d interpretar detti luoghi
conforme al vero sentimento.
quanto i Decreti de Concilii si conformino co santi 'Padri in
questi particolari, pu esser assai manifesto, poich tanto ne manca,
che si risolvine a ricever per de Fide simili conclusioni naturali, o
a reprovar come erronee le contrarie opinioni, che pi presto avendo
riguardo alla primaria intenzione di santa Chiesa, reputano inutile
l occuparsi in cercar di venir in certezza di quelle. Senta di nuovo
1* Altezza Vostra quello che risponde S. Agostino (a) a quei fratelli, che
Hiuovono la quistine, se sia vero, che il cielo si muova, o pure stia
(e) Nel Oene nd literam nel cap. 10. del lib. a.
i43
fermo. Qubus respondeo, multum subtiliter, et laboriosa rtUionbus,{HA
perqurij ut vere percipiatur, utrum ite,, an rton ita sit: quibus ineundi
atque tractandis, nec mihi jm tempus est, me ilUs esst dehet, ftto4
aa saluteM sitam, et sanctae Ecclesiae necessariam tilitatem cupimu
informari. ^
Ma quando pure anco nelle proposimom naturali, ^ Iihi^^Ib delU
Scrittura esposti concordemente nel medeeiau senso da tetti Paiiri,
si avesse a prender la resolnzione di condennarle o anmettierle, non
per veggo, che (fuesta regola avesse luom nel nostro caso, arreega
che sopra i medesimi luo^i si Jeggono dei Padri diverse espoaom;
dicendo Dionisio Areopagita^ che non il Sole, ma il primo mobile
si ferm: l isteeso stima S. Agostino, cio che si fermassero tatt> i
corpi celesti: deir*8tessa opinione l Abulense. Ma pi tra gli ^
tori ElMei, (ai qmli pplandiMvioseevf alcaoi. hanno stimato, he
veramente il Soje non si fermasse, ma che cosi apparve, mediante la
brevit del tempo, nel quale grisraeliti dettero la sconfitta a*nimici.
Cosi del miracolo al tempo di Ezechia, Paolo Bnrgenee stina non
essere stato fatto nel Sole, ma neH orivolo.
'Ma, che in effetto sia necessario chiosare e ipterpretare le parole
del testo di Giosu, qualunque si pon^a la constitnzione del mondo,
dimostrer pi a basso.
Ma finalmente, concedendo a questi signori pi d quell cito e'
domandalo, >iio5 di sottoscrivere interamente al patere de sapienti
Teologi; giacch tal particolar disquisizione non si trova essere stata,
fetta dai Padri antichi, potn esser fatta dai sapienti della nostra et,
H quali ascoltate prima le es^rienze, V osservazioni, le ragioni e le
dimostrazioni de* Filosofi ed Astronomi, per una e per altra parte
( poich la controvenia di problemi naturali, e di dilemmi neces-
sarii, ed impossibili ad esser altramente, che in una delle due manie
re controversa) , potranno con assai sicurezaa determinar quello che
le divine ispirazioni gli detteranno. Ma che senza ventilare' e diseutere
minntissimamente tutte le ragioni delFona. e dell altra parte, e che
senza venire in certezza del fatto, si sia per |nrendere ima tanta resola-
mone; non da sperarsi da quelli, che non si curerebbono d arrisehiar
la maest e dignit delle sacre Lettere, per sostentamento della vipftta
ziode di loro Vane imma^nazieni; n da temersi da qUeOi, che tton
ricercano altro, se non che ai vadi ea somma attenzione ponderando
^ a l i siano i fondamenti di quella dottrina; e questo aolo per Tilo san-
tissimo del vero, e delle sacre Lettere, e della maest dignit ed auto
rit, nella qu^e ogni cristiano deve procurar che esse sieno mantenute.
L qual dignit, chi noU vede con quanto maggior zelo vien desi
derata e procurata da quelli ^che sottoponendosi onninamente a santa
Chiesa, domandano, non che si proibisca questa quella opinione,
ma solamente di poter mettere in consideralzione cose, ond* ella mag
girmente si assicuri nell elezione pi sicura, che da quelli, che
M4
abbagliati da proprio intereete, o sollevati da malico suggestioni 5
S
redicano, che ella flmini eenz altro la spada, poich ella ha potest
i farlo; non comiderand, che non tutto quef^ che s pu fare,
sempre titile che si faccia< Di questo parere non eon gi stati i Padri
santissimi; anzi conoscendo di quanto pregiudizio, e quanto contro al
S
rimario iustituto della Chiesa cattolica sarebbe il volere da luoghi
ella Scrittura definire conclusioni naturali, delle'cpiali, 0 con espe
rienze o con dimostrazioni necessarie, si potrebbe in qualche tempo
dimostrare il contrario di quel che suonano le nude parole, sono an
dati non solamente circonspettissimi, ma hanno per ammaestramento
degli altri, lasciati i seguenti Jirec^^ (a). ih reAus obscuris, atque a
nostrs oculis remotissimisy si qua inde scripta etiam divina legerimis,
qufle postinij salva-fide qua imhuimur, alias atque alias parere seri-
tentias, in nullam carum w Ajfftt'm.atioti ita prjtciamus,
ut si forte diligentius discussa veritas eam recte lahefa^taverit, cor-
' ruamus; non pr sententia divinarurri Scripturarunif sed pr nostrd ita
dimicantes, ut eam velimus Scripiurarum ess, qua nostra est, cutn
potius eam, qnae- Scfiptufarurrt est) nostram esse velie dehearfius^
Soggiunge poco di sotto, per annnaeetrarci, come niuna proposizio
ne pu esser contro la Fede, se prima non dimostrata esser falsa^
dicendo. Tamdiu non est extra fidem, donec meritate certisma refel-
atur. Quod si factum fuerit, non hoc hahbat divina Scripturai sed,
hoc senserat humana ignorantia.
Dal che si vede, come falsi sarebbono i sentimenti che noi dessimo
a iuogbi della sacra Scrittura, ogni volta che non concordassero con
le verit dirnotite. E per devesi, con l ajuto del vero dimostrato,
cercare il senso sicuro della Scrittura; e non conforme al suono. delle
parole, che sembrasse vero alla debolezza nostra, volere in certo modo
sforzar la natura, e negar esperienze e le dimostrazioni necessarie.
Ma noti di ^n Altezza Vostrai con ^ante circonsi^ion cammi
na questo santissimo uomo, prima che risolversi ad affermare alcuna
intrpreiazione della Scrittura per certa, e talmente sicura che non
s abbia da temere di potere incontrare qtttlche difficolt^ che ci ap
porti disturbo, che non contento che alcun senso della Scrittura con
cordi con alcuna dimostrazione, soggiugne.i Si autem hoc verum esse
liera ratio demonstraverit, adhuc inceftum eriti utrurri hoc in illis ver-
his sanctoruM InbtorurA scriptor sentiri "poluerit, ari dllquid aUud non
minus verum, Qiiod si coetefa contextio sermonis non hoc um votuisse
prbaveritf non ideo fdlsum erit atiudy quod ipse inteUigi vobtj sed.
et, verum, i t quod utilius cgnoscaiuf.
Ma quello, che ccfesct la mataviglia circa a circotispezion con
la quale -questo autore catnminnj , che fton si ^ssctii^nqo sii I ve
dere, che e le ragioni dimostrative, e quello he suonano le parole
(a) S. Agostino nelk Genesi ad litefatn nel ib. i al cap.' 18 e seg<
^4^
della Scrittura, ed il resto della testura precedente o snsee^ente)
coDspirino nella medesima intenzione, aggiugne le seguenti parole. Si
autem contextio Scripturae, hoc voluisse int^Ugi Scriptorem non repur
gnaverit, adhuc restabit quaerere, utrum et aliud non potuerit.
N si risolvendo ad accettar questo senso, o escluder quello, anzi
pon gli parendo di potersi stimar cautelato a sufficienza, seguita. Quod
si et aliud potuisse invenermus, incertum erit, quidnam eorum ille vo-
luerit; et utrumque sentire voluisse non incoiwenienter creditur, si
utrique sententiae certa circumstantia suffragatur.
E finalmente, quasi volendo render ragione di questo suo .instituto,
col mostrarci a quali pericoli esponebbero se e le Scritture e la Chie
sa, quelli che riguardando pi al mantenimento d un suo 'errore,
che alla dignit della Scrittura, vorrebbono estender autorit di
quella oltre ai termini, ch ella ftteaaa ai p r e s c r i v e , soggiugne le ee-

uenti parole, che per se sole dovrebbero bastare a reprimere e mo-


erare fa sovercliia licenza, che taluu pretende di potersi pigliare.
Plerumque enim accidit, ut aliquid de terra, de coelo, de coeteris
hujus mundi elementis, de motu et conversione, vel etiam magnitudi
ne et intervallis siderum, de certis defectihus Solis et Luno, de cir~
cuitibus annorum et temporum; de naturis animalium, fruficum, tapi
dum, atque hujusmodi coeteris^ etiam non cristiaru ita noverit, ut
certissima ratione vel experientia teruat. Turpe autem est nimis et
perniciosum, ac maxime cavendum, ut christianum de jUs rebus, quasi
secundum christianas Uteras loquentem, ita delirare qiUbet infidelis
audiat, ut, quemadmodum dicitur, toto coelo errare conspiciens, risum
tenere vix possit: et non tam molestum est, quod errans homo derl
detur, ted quod authores nostri, ab iis qui foris sunt, talia sensisse
creduntur, et cum magno exitio eorum, de quorum salute satagimus,
tamquam indocti repreheriduntur atque respuuntur. Cum enim quem-
quam de numero christianorum, ea in re, quatn opime norunt, errare
deprehenderint, et vanam sententium su^m de nostri* Idbris assereni,
quo pacto illis libris ereditari sunt, de resurrectione. mortuorum, e t de
spe vitae aetemae, regnoqj^ coelorum, quando de bis rebus, quas jam
experiri, vel indubitatis ratiombus percipere potuerunt, fallaciter pur
taverint esse conscriptos?
Quanto poi restino ofiFesi i Padri, veramente saggi e prudenti, da
^esti tali, che per sostener proposizioni da loro non capite, vanno
in certo modo impegnando i luoghi della Scritturaj rducendosi poi
ad accrescere il primo errore col produrne altri looghi meno intesi
deprimi, esplica il medesimo Santo, con le pinole che seguono. Quid
enim molestiae tristitiaeque ingerant prudentibus fratribus, temerarU
praesumptores, satis dici non potest, cum si quanao de falsa, et prava
opinione sua reprehendi et convinci coeperint ab iis , qui nostrorum
lbrorum authoritate non tenentur, ad defendendum id, quod lenissima
temeritate et apertisissima falsitate dixerunt, eosdem lAbros samstOft
46
unde id probent, proferre conatur; v tl etiam memoriter, quae ad te-
stimomum valere arhitrantur, multa inde verba pronunciant, non in-
telUgentes, ncque quae loquuntur, neque de quibus affirmant.
Del numero di questi parmi che sian coloro, che non volendo o
non potendo intender le dimostrazioni ed esperienze, con le quali
1* autore ed i seguftci di questa posizione la confermano, attendono
pure a portar innanzi le Scritture; non si accorgendio, che quante
pi ne producono, e quanto pi persistono in affermar quelle esser
chiarissime, e non ammettere altri sensi, che quelli che essi gli dan-
no|, di tanto maggior pregiudizio sarebhono alla dignit di quelle
(quando il lor giumzio lusse di molta autorit), se poi la verit co
nosciuta manifestamente in contrario, arrecasse qualche confusione,
tilmeno in quelli che son separati da santa Chiesa; de quali ella pure
i zelantissima e madre desiderosa di ridurgli nel suo grembo. Vegga
dunque Altezza Vostra, quanto disordinatamente procedono quelli,
che nelle dispute naturali, nella prima fronte constituiscono per loro
argomenti luoghi della Scrittura, e )>ene spesso malamente da loro
intesi.
Ma se questi tali veramente stimano, ed interamente credono d a
vere il vero sentimento di un tal luogo particolare della Scrittura,
bisogna per necessaria conseguenza, che e si tenghino anco sicuri
d aver in mano l assoluta verit di quella oonclusion naturale, che
intendono d diputare; e che insileme conoschino d aver grandissimo
vantaggio sopra l avversario, a cui tocca a difender la parte falsa;
essendoch quello che sostiene il vero, pu aver molte esperienze
sensate e molte dimostrazioni necessarie per la parte sua, mentre che
l avversario non pu valersi d* altro, che d ingannevoli aj^arenze, di
paralo^smi, e di fallacie. Oraj se essi oontenendosi dentro ai termi
ni naturali, e non producendo altre armi che le filosofiche, sanno ad
ogni modo d esser tanto superiori all avversario : perch nel venir
poi al congresso, por subito mano a un arme inevitabile e tremenda,
per atterrir con la sola vista il loro avversario ? Ma s io devo dire il
vero, credo che essi piano i primi atterriti, a ohe sentendosi inabili
a potere star forti contro gli assalti dell* avversario, tentino di trovar
nodo di non se lo lasciare accostare, vietandoli l uso del discorso,
che la divina Bont gli ha conceduto, ed abusando autorit giustis
sima della sacra Scrittura, che ben intesa ed usata, non pu mai,
conforme alla comune sentensa de* Teologi, oppuraar le manifeste
esperienze, cio le necessarie dimostrazioni. Ma che questi tali ri-
fugghino alle Seritture, per coprir la loro impossibilit di capire,
non che di solvere le ragioni contrarie, dovrebbe s io non m ingan-
ao, essergli di nessun profitto, non essendo mai sin qui stata cotal
opinione daimata da santa Chiesa, j^er ^ando volessero procedere
con sincerit, dovrebbero, o tacendo confessarsi inabili a poter trattar
.di simili materie, o vero prima considerare, che non nella potest
*47
loro, n d altri che del sommo Pontefice e de eacri Constili, U di
chiarare una proposizione per erronea; ma che bene sta nell arbitrio
loro il disputar della sua nilsit. Dipoi intandeudo, come imposti-
))iie, cjie aciina propoeizii^ne sia in9me vera ed eretica dovrebbero,
dico, occuparsi in quella parte, che jm aspetta a loro, cio in di
mostrar falsit di quella, la quale come avessero scoperta, o non
occorrerebbe <pi il prcbirla, perch nessuno la seguirebbe, o il proi
birla sarebbe sicuro^ e senza pericolo di scandalo ^oono.
Per applichinsi prima questi tali a redarguire le ragioni del Co
pernico e di altri, lascino il condeanarla poi per erronea o e-
retica a chi ci si appartiene; ma non ispeiino gi d eteer per t r '
vare ne circospetti e sapientissimi Padri, e nell assoluta sapiensa di
quel che non pu errare, quelle repentine resoluEoni, nelle quali
essi talora lascierebbero precipitare da qualche loro affetto
interesse particolre. Perch sopra queste ed altre simili proposdooi
che non sono direttamente de Fide, non chi dubiti, ohe sommo
Pontefce ritien sempre assoluta potest di ammetterle o di <!bndei>
narle; ma non gi in poter di creatura alcuna il farle esser vere o
false, diversamente da quello, che elleno per sua natura e tU facto
si trovano essere.
Per par che miglior consiglio sia, l assicurarsi piima della necet
^aria ed immutabil verit del fatto, sopra la quale peteuoo lia impe
rio} che senza tal sicurezza, col dannare uva parte, spogliarsi deL
autorit di poter sempre eleggere, riducendo sotto necessit quelle
determinazioni, che di presente seno indifferenti e libere e ripost
nell arbitrio dell autorit suprema.
Ed in somma, se non possibile, che una conclusione sia dieliia
rata eretica, meptre si dubita phe ella possa esser vera, vana dovr
esser la fat:ica di quelli, che pretendpn d dannar la mobilit della
Terra, e la sub^it del Sole, se prima non hanno dimostrato, seer
impossibile e falsa.
liesta finalmente che consideriamo, quanto sia vero, che il luog^
di Giosu si possa prendere senza alterare il pur significato delle
parole: e come possa essere, che obbedendo il Sole al coman<UmentQ
di Giosu, che fii, eie egli ri fermasse, ne potesse da oi aegaire^ch^
U giorno per molto spazio si prolunga^,
La qual cosa, stante i movimenti celesti eonfenae alla conattu<^
ne Tolemaica, non pu in modo alcuiwr avvenire} perch facendosi il
movipieQto del 3ole per l eclittica, second l ordine de ^egpi, il quale
da occidente ^n onente, contro al moto del primo melue,U quale
da oriente in pccidente ( che quello che fa il giorno e la notte ),
phiara cosa che, cessando il Sole dal suo vero e proprio meviniei^to,
il giorno si farebbe pi corto, e non pi lungo; e che all incontro
il modo di allungarlo sarebbe 1 affrettare il suo movimento in tanto,
che per fare che il Sole restasse eojpra l oriazonte per qualche tempo*
548
in un istesso. luogo, sensa declinar verso 1* occidenteconverrebbe
accelerare il suo movimento, tanto che e pareggiasse quel del-primo
mobile, che sarebbe un accelerarlo circa trecento sessanta volte pi
del suo consueto-
Quando dunque Ciosu avesse avuto intenzione, che le. sue parole
fussero preee nel lor puro e propriissimo significato, avrebbe detto al
Sole, ch egli accelerasse il suo movimento.j^'tanto che il ratto del
primo mobile non lo portasse all occaso': ma perch le sue parole
erano ascoltate da gente, che forse non aveva altra cognizione detno-
vimenli celesti, che di questo massimo comunissimo da levante a
S
oneste, accomodandosi alla capacit loro, non avendo intenzione
insegnargli la constituzione delle sfere, ma solo che e comprendes-
ero la grandezza del miracolo fatto nell allungamento del giorno,
parl conforme all intendimento loro. . . .
Forse questa considerazione mosse prima Dionisio Areopagita a di
re |a), c6e in questo miracolo si. ferm' il primo mobile; e ferman
dosi questo, in conseguenza si fermarono tutte le sfere celesti: della
quale opinione ristesse S. Agostino; e Abulense diffusamense la
conferma. ' *
Anzi, che intenzione delF istesso Gieeu fusse, che si fermasse
tatto il sistema dlie celesti sfere,' si comprende dal comatidainento
fatto ancora all& Luna, bench ella non avesse che fare nell allun
gamento, del gioiti;-e sotto il precetto fatto ad essa Luna s inten
dono eli orbi degli altri Pianeti, tacciuti in questo luogo, come in
tutto 1 resto delle sacre Scritture; delle quali uoo stata intenzione
d* insegnarci le _cienze astronomiche.
Farm? danqcie, s io non m'inganno, che assai chiaramente si scorge
che .posto il sistema Tolemaico, sia necessario interpretar le parole
con qualche sentimento 'diverso dal loro puro significato. La quale in
terpretazione. (ammonito dagli utilissimi documenti di S. Agostino) non
direi esser necessariamente quella che h detto, sicch altra forse
migliore e pi accomodata non potesse sovvnir ad alcun altro.
Ma se forse questo medesimo, pi conformer quanto leggiamo jn
Giosu, si potesse intender nel sistenui Copernicano, con aggiunta
d un altra osservazione nuavaniente da me dimostrata nel .corpo so
lare, voglio per ultimo mettere in considerazione, parlando sempre
con quei medesimi riserbi di non esser talmente affezMuato alle cse
mie, che io voglia anteporle a quelle degli altri, e credere, chtf di
migliori e pi conformi all intenzione delle, s&cre Lettere, non se ne
possaio addurre.
Posto dunque prima, che nel miracolo di Giosu ai fermasse tutto
i l sistema delle conversioni celesti, conforme i parer de sopran
nominati: autori; e questo, acciocch fermatone una sola, non si
(e) NelU Pistola a Policarpo.
P. 1. 3a
*49
confondessero tutte le constitnzon, e si introducesse senza neceseit
gran perturbamento i tuttofi corso della natura: vengo nel secondo
luogo a considerare, come il corpo solare, bench stabile neiristeseo
luogo, rivolge per in se stesso, faeendo un intera conversione in un
mese in circa, siccome concludentemente mi piU: d aver dimostrato
nelle mie lettere delle macchie solari: il <jual movimento vergiamo
sensatamente esser nellaT parte superiore del globo inclinato verso il
mezzogiorno; e quindi verso-la parte inferiore pie^rei verso Aquilone;
nciristesso modo appunto, che si fanno i rivolgimenti di tutti gli orU
de Pianeti. Terzo; riguardando noi alla nobilt del Soe, ed essendo
egli fonte di luce, dal qal pur, com io necessariamnte diibostro,
non solamente la |juna e la Terra, ma tutti gli Itri Haneli, nell i>
stesso, modo, per se stessi tenebrosi, vrgono illuminati; non credo,
che sar lontano dal ben ilosc^are il dii:e,. che egli, come ministro
iiiassinq della Natura, ed in certo modo anima e cuore del mondo,
infonde agli altri corpi che lo circondano non solo la luce, ma il
moto ancora, col rigirarsi in se medesimo, sicch nelP isteeso modo,
che'cessando il moto dei cuore dell animale, cesserebbono tutti gli al
tri movimenti delle sue membra cosi cessando la conversione del So
le, si fermrebbono tutti gli altri movimenti^ e le conversioiii di tutti
i Pianeti.' E come che de la -mirabil forza ed energa del Sole io po
tessi produrre gli assensi di molti gravi Scrittori, voglio che mi basti
un luogo solo del B. Dionisio Areopagita nel libro' de' Divinis nomi-
nibus: il quale, del l^le scrive cos. : jus coUigitj convertitque
ad se omnia, quae. vi'dentur, quae moventur, quae iUustrantuf, quat.
calescunt, e t uno nomine ea, quae ab ejus splendore contineiitur- Ita-
que Sol dicitura ^lod omnia congreget, colligatqufi dispersa. E
poco inferiormente aggiunge. Si enim Sol hic, quem videmus, eorum
quae sub sensum cadunt essentias et quaUtates, quaeque multae sint,
ac dissimilesj tamen ipse, qui unus est a^qualiterque lumen fundit,
renvat, alit, tuetur, p e r n ii, dixddit, conjungit, fovet,foecunda redditi
ougct, mutai,, firmai, edit, movet, Oitliaqu* fa cit omnia; et unague^
que res hujus universitatis, pr captu suo, unius atfue ejusdem Solis
est pariicepsj causasque multorum, quae participant, in se aequabiUter
aniicipatas habet, aerte majori ratione, 'etc.
Essendo dunque il Sole e fonte di luce> e principio di movimento,
volando Iddio, he al comandamento di Ciosii restasse per molte ore
Tiel'medesimo stato immobilmente tutto il sistema mondano, bast
fermare il Sole, alla cui .quiete fermitesi tutte le altre coaversioni,
restarono, e la Terra e la Luna e l Sole nella medesima, conetituzio-
ne, e tutti gli altri Pianeti insieme: n per tutto quel tempo declin
il giorno verso la notte; ma miracolosamente si prolung. Ed in
sta maniera col fermare il Sol, senza alterar punto o confondere gli
altri aspetti e scambievoli constituzioni delle stelle, si potette allun
gare il giorno in terra, conforme esquisitamente al senso litterale del
sacro T esto.
55
aSi
Ma <raeIlo di ebe, o non m* inganno, si deve far non piccola
Btima, e, che con questa ciHUtituzione Copernicana si ha il senso
litterale apettiesimo e faciliagimo d un altro particolare, che si leg
ge nel medesimo miracolo; il quale 'che il Sole si ferm nel mezzo
del cielo: sopra il qual passo ..gravi Teologi muovono difficolt; poich
par molto probabile, che ^ando Giosu domand lluhgamento del
giorno, il Sole -foss vicino al tramontare e non nel meridiano:
perch quando fusse stato nel meridiano, essendo allora intorno al
solstizio estivo, e per i giorni lunghissimi, non par verissimile-, che
fusse necessario pregar l Allungamento del giorno per conseguir vit
toria in un conflitto; potendo benissimo bastare per ci lo spazio di
sette ore e pi, che rimanevano ancora. Dal.che mossi gravissimi
T eologi, hanno veramente tenuto, che il Sole ibsse vicino air.ocoaso;
e cosi par ohe suonino anco la parole, dicendosi: Fermati Sole, fer
mati. Che se fuiee stato nel meridiano, o non occorreva licercare il
miracolo, o sarebbe bastato pregar solo qualche ritardamento. -Di questa
opinione il Cajetano, alla qua^e sottoscrive il Magaglianes, confer
mandola con dire, che Giosu-aveva quell isteso gioro-fatte tante,
altre cose avanti il comandainento del Sole, che impossibile era che
fussero spedite in un mezzo-giorno. Onde si. riduQono a interprtar
le parole in medio coeii^ veramente con qualche durezza, dicendo, che
le importano istesso,-che il dire, che il Sole si ferm ' essendo nel
nostro emisferio cio sopra l orizzonte. Ma tal durezza *ed ogn altra
( s'io non erto ) sfuggiremo noi, collocando conforme al sistema Go-
S
emicano, il Sole nel mezzo, cio nel centro degli orbi celesti, e
elle conversioni dei Pianeti, siccome necessariissimo di por velo.
Perch ponendo qualsivoglia ora del giorno, o la meridiana o altra .
quanto ne piace vicino alla sera, il giorno fu allungato, e fermiate
tutte le conversioni celesti, col fermarsi il Sole nel mzzo del cielo,
cio nel centro di esso cielo, dove egli risiede; senso tanto pi acco
modato alla lettera ( oltre a quel che si dettoV^ quanto che, quando
jaiico si volesse affermare, la quiete del Sole essersi fatta nell ora del
Inezzo giorno, il parlar proprio sarebbe stato il dire stetit in meridie
vel in meridiano circulo, e non in medio coeli: poich d un corpo
sferico,' quale il cielo, il mezzo veramente e solamente il centro.
Quanto -poi ad altri luoghi della Scrittura, che pajono contrariare
a questa posizione, io non ho dubbio, che quando ella fiisse conosciuta

ier vera e dimostrata, que medesimi Teologi, che mentre la reputan


alea, stimano tali lughi incapaci di esposizioni concordanti con quella,
ne troverebbono. interpretazioni molto ben congiunte: massime quando
air intelligenza delle sacre Lettere aggiugnessero qualche cognizione
delle scienze asttOnomiche., come di presente, mentre la stiman
falsa, gli par d incontrare nel legger le Scritture, solamente luoghi ad
essa repugiianti, quando si avessero formato altro concetto, ne incon
trerebbero per avventura altrettanti d concordi, e forse giudicherebbero
che* santa Chiesa molto acooncianieute narrasse,^ die Iddio ooloo^ il
Sole nel centro del cielo, e che raindi col rigirarlo in e eteeeo a
guisa d una raota, contribuisse gU ordinati co8 alla Liuu> ed al*
altre stelle erranti, mentre ella canta:
Coeli Deus sanctissimei
Qui lucidum centmm poli
Candore pingis igneo,
Augens decoro lumine;
Quarto die qui fiammeam
Sois ro'tam constituens .
.Lunae mirUstrat ordiner,
V.agosque cursus siderum. ^ ^
E potrebbon dire il nome di 'Firmamento convenirsi molto bene ad
iiteram alla sfera stellata, ed a tutto quello, ohe sopra le conrei^
sipni de Pianeti, poich secondo questa disposizione, totalmente fer
mo ed immobile. Finalmente ad Uteram (movendosi la Terra circo
larmente) s intenderebbono i suoi ppli, dove si legge. Neo dm Ter
ram J'ecerat, et fluntna t cardines orbis Terrae: I quali cardini, pa-
jon indarno attribuiti al globo terrestre, se.egli sopra non se gli deve
rag^rare.
Naturam rerum invenire, difficile: et ubi irweners, indicare iti vulr
nefat. Plato.
Diego Stnnica (Gomment. in Job. Toleti 1684 in 4 ) pretende, che debba ia-
tendergi -del movimento Chperticano della Terra il detto di Giobbe; ,, Qai com-
movet T^rram de loco luo, et oolnmnae eju ooncutintur ; ma qaeate cerumento
per tal movimento non scuotono. Ed chiaro che ivi parlasi del terremoto.
Nella Edizione dei Dialoghi del 1710 pure inserita la ,,'Lettera del P. Paolo
,,.Fogcarini Carmelitano sopra l opinione de Pittagorici e del Gopernino; nella quale
, , si accordano ed appacftno i luoghi della sacra Scrittura, e le proposizioni teoio-
, , giche che giammai poetano addarsi contro di tale opinione. Napoli t6i S , La
quale qui ti ommette, essendovi stat4 con miglior contigfio tottituita nel Voi. i t
di Padova la DittertaBione del P. Galmet intorno al'medesimo argomento.
Bens replichiamo qui la tegnente operetta.
Perioche ex Introductiene in Martem Jo. Kepleri Mathtmatici Caetarei.
Sunt autem multo plures illorum, qui pietate moventur mio miniM
adsenti'antur Copernico, metuentes, ne Spiritui Sancto in ScripturU
loquenti mendacium impingatur, si Terram moveri, Solem stare di-
xerimus. Illi vero hoc perpendarit, cum oculomm sensu pittima et
potissima addiscamus, impossibile jiobis esse, iit sermonem - nostrum
ab hoc oculorum sensu absjtrahamus. Itaque plurima quotide iaeidunt>
tibi cnm ecnlormn aensn loqnimuT, tn certo scmus tem iptam aliter
habere. Exemplum est in lio versa Virgli.
Provefmur portu. Terraeque urhesqut recedtmt.
Sic cum ex angustis vallis alicujiu emergimus, magnam sese campum
nobig aperiri dcimus*. Sic Christne Petrot Ihic in altum: quasi mare
sit altius littoribue. Sic cnim apparet o.culis et Opti^ci'aueas demon-
etrant hnjns fallaoiae. Chiiets vero sermone utitur receptistimo, qui
tamen ex hac ocutonim. fallacia: est ortus. Sic ortum et occasum si-
deram, hoc est adsceiisum et descensum fiirgmus: cnm eodem tmpo
re Solem alii dicant descendere, quo nos dicimus illuni adscendere.
. Vide Opticee stronomiae cap. io, fl. Sa? Sic etiamnum Pianeta
stare diciint Ptolemaici, quando per aliquot continuos dies apud eas-
em Fixae baererC videntnr; etei putent .ipsoa tuic revera moveri
deoreum in linea recta, vel gnrsnm a terris. Sic Solstitium dicit omnis
. scriptorum natio: et8 negant vere stjire Solem. Sic nunquam quis^
quam adeo deditns erit Copernico, qain Solem dicturtts eit ingredi
Cancrum, vel Leonem; etsi innuere vnlt Terram ingredi Gapricor-r
nnm, vel Aquarium. Et aetera eimiliter. Jam vero, et acrae Litte-
rae, de rebus vulgaribus (in qnibiis illaram institntum non est borni-
nes instmere) loqauntur cnm hominibus buman mere, ut ab homi*
nibu'e pero^iantur atantur us, qu sunt apud horaines in confeeso-,
ad ineinuanda lia rablimiora et divina. Quid iniriun igitur si Seri-
ptura quoqne cnm eenaitms Uqnutur bumanis, tunc cum reram verit*
a sensbus discrepat, seu sclealibus bominbus, eu i^aris ? Quia enim
nescit Poeticam esse allnsionem Psalmo 19, ubi, dum -sub- itoagine
60IS, cursus 'Evangelii, adeque et Cbristi Domini in bnnc mundum
nostri -causa euscepta peregrinatio deeantatur; Sol ex Horizontis ta-
bemacuo dicitnr emergre, ut ^sponsus de thalamo .suo; alacris ut
gighs ad cufrendam <Bixm? quod imitatur Virgilius.
JFithohi erocmim linquens aurora cubile.
Pirior qupppe Pmss apnd Hebreos fiit. Non exire Solem ex Ho-
^zonte. tenquam e tabemaculo etsi sic oculis apparpat) sciebat Psal-
tes: moveri rero Solem existimabat, propterea quia oculis ita app-
tet. Et tanlen ntrumque dicit, ^i a ntrumqne culis ita: videtur. Ne-
^ne' falsum hi'o Vel illicdioere eenseri debetc est enim et oouloruTu
omprebeneioni sua veritae, idonea secretiori. Psaitis instituto, cursui-
que Evangelii ideoque filH Dei adumbrando. Josua etam vallee addit
contra qnasSol et Lun moveantur^ scilicet quia- ipsi ad Jordanem
hoc ita apparebat..Et tamen uterqu suo intento potitnr: Davides Dei
magnifcentili patefacta (et cum eo Siracides), quae effecit, ut baeo
sic oculis reprae.sentarentur, vel etiam, mystico sensu per baec visibi-
lia espresso: Josua vero, ut Sol die integro retineretur sibi iu coeli
mdio, reepectu eensus oculorum suorum;' cum aliis hominibus eodem
temporie epatio. sub terra moraretur. .Sed incogitantes respiciunt ad
olam verbomm ontrarietatem: Sol stetitj id est. Terra stetit; non
aS3
a54 . . . . .
prpendentee, quod hae centmrietate* tntum i n ^ liimtee.. Optoea
et Astronomiae nascantur; nec ideo ee extroraum ia utum. boniinua
efferant: aec videre volunt^ hoc unicum-in votie habuisae Josnam,
ne Hiontes ipei Solem eriperebt, quod votum vefbis expHcuit, sensui
oculorum conformibus} cunf importunum admodum fuist^t, eo-tempore
de Astrnomi d^que visus erroribue cogitare: Si qws enim monui^
set, Solm non vere cootra vallem Ajalon -moveii, sed ad seneura
tantum; annon exclamasset Josua, se petere, .ut die* ipei producatur,
quaciungue id ratione fiat P Ek>dem igitur modo, si c^is ipei Utem
movisset de Solie prenni quiete, Terraaine motu. Facile autem Deui
ex Josuae verbis, quid is vellet, intellexit: praestititque inbibito mota
Terrae, ut illi stare videretur 'Sol. Petitioais enim Joenae eumma bue
redibat, ut hoc 'sic sibi videri posset, quidquid interim : quippe
hoc videri vanum et.inritum non ioit, ed conjiiuctiun com efieota
optato.
Sed vide cap. io. Astronomiae partis Opticae; invenie* rationes,
cur adee omnibus hominibus Sol mov^ .videatnr, non vero Terra;
scilicet cum ^ 1 parvue appareat, Terra vere magna; neque Solis mo-
tiis comprehendatiir vieu, b tarditatem apparentem, sed ratiocin&-
tione soTum; ob mutatam post tempua aUtpod propoquitatem ad mon-
tes: impossibile igitur eat, ut ratio non prius monita sibi aliud iffiagi>
netur, qam Tellarem oum' imposito ^ e l i fornice esse quasi magnata
domum, in qua immobili, Sol tara parva specie, instw volume in aere
vaganti ab una plaga in aliam tranee^t. Quae adeo imagin&to homi-
num omnium, pnmam lineam dedit in sacra pagina., Initio, inquit
Moses, creavit Deus coelum et terram; qua scilicet hae duae partee
potiores occumint oculorum senaDi. Quasi diceret Moeea bomini; to-
tum hoc aedificium mnndanun), ^od videe,, luoidum supra, nigrum
Htissimeque porrectum infra, cui instis, et quo tegeris, credit ^us.
Alibi qttaeritur ex bomine, num pprvettigare noverit altitudituetn copi*
sufsumi et profunditatem Terrae deorsum: quia ecilipet vulgo honii-
num videtur utinimque aeque infiniti^ excurrere spatiie. Neque tamea
extitit, qui sanus audiret, et Aetronomomm diligentiam, iseu in oatea-
denda Tellurie contemptissima exili tate ad coemm eompaptae, seu
in pervestigandis Astronomicis intervallie, per haec retta circujqaecri-
beret: cum non loquantur de raticinatoria dimeneione, sed . i^ali,
quae humano corpori tenie affixo aeremqu liberom haurient penitue
est impossibilis; Lege totum Jobi cap. 38 et compara cum iis, quae in
Astronomica, inque PMeica.dieputantur. Si quia.allegai ex Fs. 24 Terram
supra flumina preieparatam: ut novum aliquod plmosophema etabiliat
absurdum auditu, Tellurem inUatare'fluminibus; noime.hoc illi recto
diceretur, missum faciat Splritum Sanctum, neque in echolas physicaJB
cum ludibrio pertfahat ? nihil enim aliud ibi loci iiinuere .velie PeaJ-
ten, nisi quod homines antea jciant et quotidie experianturTerrM
(post operationem aquartun in altum eublatas) itrfluere ingentia
flttinina, circninfiaere maria. Nimirm eandem ette locnlionem alibi,
cum sese super flumina Babylonis leraelitae sedisse canunt, id est,
juxta flununa, vel ad ripas upbratis et Tigris.
Si .hoc libepter. quis recipit, cur non et illud recipiat, ut in aliis
locis, quae nu>tui Telliu'is opponi eolent, .eode^n modo oculos a Pby-
eica ad institutum Sciipturae convertamus ? Generatio praeterit (it
Ecclesiaetes ) et generatio advenit, terra autem in aeternum stat. Qua
si Salomon hic dsputet cum Aetroao'mis I ac non potine homines suae
mutabilitatis admoneat; cum Terra, domicilium humani generis, semper
maneat ead^m: Solis motus pf^etuo in se redeat: VentUs in- circu-
kun figatur, redeatque: eadem uumina a fontibus in mare effluant, a
mari in fontes. redeaut: denique homins bis pereuntibus nascantur
alii^ e^em sit ibula vitae, nibil sub Sole novum. NuUum
audiis dogma Pbysicum. iNovdwui est morali rei qut^e per se palet, et
abeerytur omiuuci ocitlis,; sed parum perpenditur: eam igitur-Salo-
jnonr inculeat. Qujs enim nescit Terram semper eandem esse ? quis
non videt, Solemquotidjie ab Ortu resurgere, flumina pereimiter de-
currere in mar, ventprum statae redire vicissitudines, homines alios
aliis .succedereP Quis vero perpendit eandem agi.perpetuo vitae fa-
bulam, mutatis' personis: nee qiiidquam in rebus bumanis, novum
es9e? itaque Saloioon commemratione eorum, quae videut omnes,
admopet ejus, qaod a plerieque perperam intelligitur.
Psalmo vero 104, puuuat otnnino disputationem contineri Physicam,
quando, de rebus Pbysicis ttue eet. Atque Uh J^us dicitur fundasse
Terram super stctblitaiem suam, Ulamque non inclinatum iri in secw-
him^meculi, tqai longissime abest Psaltes a speculatione causarum
-Pbysicarum. Totiu enim aoquiescit. in magnitudine* Dei, qui ieci(
haec .omnia, bymoamque pangit Deo Conditori} in quo Muiidumi ut
ie ^paret ocuu8,..^ercurrit ordine: quod si beae perpendaSj commen-
tarue est-supef Hexaepieron. Geneseos. Nam ut in ilio tres primi
des dati sunt separationi Regionum, primus Lucie a tenebrie-exte-
rionbs, secundus quarum ab aquis interpositu expansi, tertius Terr
rarum a maribu^, b terra vestitur plantis -et stirpibus: tres vero
psteriores dies Regiooum eie distinctarum impletioni, quarius Coeli,
quintus Marium et Aeris, sextuB Terrarum: sic in hoc psalmo sunt
distinctae-, et sex diei um operibus analogae partes totidem. Nam yer-
gu secundo Lucem, craturmim primam primaeque diei opus, Crea
tori circumdat pr vestimento. Secui^da pars incipit versu tertio, agit-
que de ^quis. super coelestibus, extensione Coeli, et de Meteoris, quae
videtur Psaltes accensere. aquie superioribus, ecilict de Nubiims,
Ventis, Presteribs, Fulguribus. Tertia pars incipit a versu sexto, ce-
lebratque terram ut fundamentum rerum quae hic considerat. Omnia
quippe, et terram, amq^e inhabitaiitia animalia refert: scilic^t quia
ooulorum judicio duae primariae sunt partes Mundi, Coelum, et Terra.
Hic igitur considerat, terram tot jam saeculis non subsidere, non
455
fatiecere, non rnere: cum taihen nemini eompertum eit, super quid
illa fundata eit. Non Tult docpre, quod ignorent homines, sed ad
mentem revocare qood ipei neglignnt, magnitadnem et po-
tentiam Dei in creatione tantive moli?*, tam firmae et etabiU. Si
Astronomu doceat terram per sdera ferri, i no evertit quahio
dict Pealtes, nec convellit hominnm experientiani. Verfem eniin -m-
Lilominus est non mere terras Dei arcbiteoti opus, ut 8<^ent ruere
nostra aedificia yetustate et carie ooneumpte, non inclinari ad latera,
non turbar sedes animantium, consstere motes et littora immota
contra- imptus ventorum et ftuctuum, et erant ab initio.. Subjnngit
autem Psaltes pulcher?imam hypotypoein se]^r&tioBs undamm a con
tili eiitibus: exomatque eam adjectione 'fontsum, et utilitatnm, quas
exliibeirt fontee et wtrae volucribas et qnadrupedibns Nee .praeterit
exomationem superficiei Tellurie a Mote coihipetnoratam inter open
diei tertiae, ed eam a causa repetit aitine, ab Immectatioae pota
coelesti: et exoniat commomoi^tione utiltatum, quae redeunt abill^
exomatione ad yictum, et hilaritatem bominie, et beetamm babita-
cula. Quarta pars incipit versa ao. celebrane qvartae diei opus, Solem
et Lunam, eed praecipue utilitates, quae ex distindone temponim
redeunt ad animantia et Hominem, ' quae-ipei jam est sabjeGta mate^
ria: ut dare appareat ipsum bic non ager strnoinnni. Non enim
omieisset raentionem cpiinque 'Planetarum, quomA mota uibil est
admirabilius, nibii pnlobrue, nibil, quod Gnoitorw apientiam teste-
tiir evidentius apua. eos' qui capinnt. Quinta pArs est venxi de
quintae diei opere, mpletqae maria piscibus, et ornat naTgatodUme.
Sexta obecurius. annectitur a versu a8, a^tque de terrarum iiftolis
animalibus, sexfo die creatis. Et denique in genere ubdit bonitatem
Dei sustentantis omnia>et creantia nova. Omnia igitur, ^lae de Mundo
dixerat, ad animantia refert, nibil quod non #it in Confesso commemo-
rat; Fcilicet quia animus ipsi est extollere nota, non inqnirere incogni
ta, invitare vero homines ad considerando bene^cia, quais ad, ipsos
redeunt ex: bis singulorum dierum Operibus.
Atque.ego Lectorem-meum quoque obtestor, ut non oblitas boni-
tatis divinae in homines collatae, ad quam <.copsiderandam psam
Psaltes TOtismum invitai; ubi a tmpio reversas, in scbolam Astrono
mica m nierit ingressus; mecum etiam. ladet et oelebret eapientiam
et magnitudinem Creatoris, quam ego ipsi pero, ex fortnae mnnda
nae penitior explicatione, caus^um inqiiisitione, visus errorun de-
tect^ne; et sic non tantum in Tellurie firmitudine t stabiHtate, ea-
lutem universae' Naturae viv^ntium, ut Dei munus exoeculetur; eed
etiam in ejusdem motu tam recondito, tam admrabili, Cieatorie
agnoecat eapientiam.! Qui Vero bebetior est, quam ut Astronomicam
scientiam capere possit, vel infrmior, quam ut Inoffensa pietate Co
pernico credat, ei suado, ut missa Scholat Astronomicaj damnatie
etiam si placet Pblosophorum quibuecumqne placitip, suae re agat^
56
' et ab liao pregrinatione mnndana. deeistene, domum ad agellam suum
excoleadnm se recpiat, ocalieqne, quibus eolie Tdet, in hoc aspecta-
bile colam sublatis, toto pectore in gratiarum actionem, et laudefl
Dei Conditorie effundatur: certus, se non minorem.Deo oultum prae
stare, quam Astronomum, cui Deas hoc dedit, ut mentis oculo per-
spicacius videat, quaeque inveniet, super is Deum suum et ipae o&-
lebrafe poseit et velit.
Atque haec de sacranim Literaram auctoritate. Ad placita vero
Sanctorum de hs naturalibue, uno verbo respondero. In Theologia
quidem auctoritatum, in Philosophia vero rationum esse momenta
ponderanda. Sanctus igitur Lactantius, qui terram negavit esse ro-
tundam; Sanctus Augustinus, qui rtunditate concessa, negavit taAien
Antipodas; Sanctum OiBcium hodiernorum, qui exilitate Terrae con
cessa, negant tamen ejus motnm; At mgis lihi Sancta Veritas, qui
Terram, et rotundam, et Antipodibus circumhabitatam , et contem-
ptissimae parvitatis esse, et denique per sidera ferri, salvo Docto-
iTim Ecclesiae feepectu, ex Philosophia demonstr.
57
A R T I C 0 L O I V.
fecondo viaggio del Galileo a Roma.
I l Gran JDuca al Cardinale del Monte (Fabbror Lettere
d uomini illustri voi. primo).
att Novembre i6i 5.
Jtl Galilei matematico molto ben conosciuto da V. S; illustrissima mi
detto, che essendosi sentito aspramente pugnere da alcuni suoi
emuli, i quali lo vanno calunniando di aver nelle opere sue tenute
opinioni erronee, si risoluto spontaneamente di venirsene a Roma,
e mene ha chiesto licenza, con ammo di giustificarsi da tali imputa
zioni, e far apparir la verit, e U sua retta e pia intenzione. Io me
ne son contentato molto volentieri, perch avendolo sempre tenuto
in concetto d oomo dabbene, e che stima l onore e la coscienza, mi
persuado che con la presenza e voce sua render buon conto di se,
e ribatter agevolmente le opposizioni, che gli vengono fatte. In que
sta patte io tmo che egli non abbia bisogno della mia protezione,
Teiccome non prenderei mai a proteggere mialsivoglia persona, che
S
retendesse ricoprire col mio favore qualche difetto, massimamente
i religione o d integrit di vita: ma l accompagno solamente a V. S.
illastrissima con questa mia lettera, acciocch ella, vedendolo volen
tieri come mio grato e eccetto servitore, ai contenti di favorirlo per
P. I . 33
il gineto, particolannente in aver 1 occhio che egli a udito da
persone intelligenti e discrete, e che non diano orec<^o a perseci^
cioni appassionate e maligne; perche quando egli, conforme alla spe
ranza che io ne ho, sar trovato netto da ogni sorta di suspizione
la quale possa macchiate la sua virt, tengo per certo che V. S. U>
lustrissima sia per fare stima pi che ordinaria di lui, e riceverlo
nella benevolenza e grazia sua, co dargli maggior animo di conti
nuare i suoi studii, e condurre a fine le sue opere, le quali si pu
credere che accresceranno onore e riputazione a lui, e giovamento
ed utile all universale.
I l 'Cardinal del Monte al Gran Duca. (Fabbroni Lettere Voi. primo.)
Roma t i Dketnir i 6i 5.
n Galilei matematico tanto mio amico, che per questo rispetto
solo, e per la cognizione che ho del suo valore, mi sarei mosso a pre
stargli ogni sorte di servizio; ma per l'avvenire mi trover tanto pi
pronto ad ajutarlo e proteggerlo dove sar bisogno, quanto che il co
mandamento di V. A. S. mi si converte in violenza. Con che le ri
cordo la mia solita costantissima servit, e le bacio amUissiinamentd
le mani.
Antol Qutrenghi al Cardinale Alessandro d* Ette.
(Biblioteca Estense.)
Roma 3o Dieemh-e i 6i 5.
Abbiam qui il Galileo, che spesso in ragunanze d*uomini d intel
letto curioso fa diversi stupendi intorno u l opinione del Copernico
da lui creduta per vera... Si riduce il pi delle volte in casa de* si
gnori