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G IU SEPPE

OPERE

PEANO

SCELTE
a cu ra

d e ll U N IO N E

M A T E M A T IC A

IT A L IA N A

e col contributo del


C O N S IG L IO

N A Z IO N A L E

BELLE

VOLUME

R IC E R C H E

A N A L IS I M A T EM A T IC A - CALCOLO NUM ERICO

EDIZIONI

CREMONESE

ROMA

1957

G i n S E V V E P E A X O;
1 8.5 K - 1 9 a *2

Sono

riservati

Unione

tutti

Matematica

diritti

alla

Italian a

( c ) 1957 by Edizioni Cremonese, Roma

Gubbio

- Soc.

Tipografica

ODEHISI,,

19 5 7

PREFAZIONE

L a F acolt di Scienze della U niversit di Torino, pochi mesi dopo


la morte di G. P e a n o , prendeva in considerazione la possibilit di
pubblicare un Selecta delle opere di T e a n o , ed a tale scopo nom i
nava una commissione (professori Carlo S o m ig l ia n a , Guido F u b i n i
e Francesco TRiCOMij che elabor u n p rim o progetto (1933).
Dopo lu ltim a guerra lo studio di u n progetto analogo venite r i
preso da p arte di vari m em bri della medesima Facolt, particolarmente
ad opera dei professori Tommaso P ogg io , Guido A so oli ed A le s
sandro T e r r a c i n i ; m a in seguito l U niversit di Torino decideva
(1956) di rinunciare alla realizzazione di un progetto del genere, la
sciandola a ll iniziativa dell Unione M atematica Ita lia n a che aveva gi
da tempo incluso G. P e a n o f r a i m atem atici d i cui pubblicare le opere
e che aveva soltanto sospeso le deliberazioni in proposito p e r non in
terferire con l U niversit di Torino.
Cos, il giorno 8 aprile 1956, l Assem blea dei Soci dell Unione
M atem atica Ita lia n a deliberava in linea di m assim a di procedere alla
pubblicazione di una scelta delle opere di Giuseppe P e a n o .
I n seguito a ci, il p ro f. Giovanni S a n s o n e , presidente dell Unione M atematica Ita lia n a , incaricava il p ro f. U go CASSiNA 1di p r e
pa rare un progetto p e r la pubblicazione delle opere d i G. P e a n o da
presentare alla adunanza d i R om a, del 5 ottobre 1956, della Commis
sione scientifica della Unione M atematica Ita lia n a .
I n questa adunanza venite p o i nom inata una commissione, p er la
scelta definitiva delle opere da pubblicare, composta dei professori :
Giovanni SANSONE, A lessandro T e r r a c i n i ed U go C a s s i n a .
Ecco la p a rte f inale della relazione conclusiva di tale commissione :
. . . . L a commissione, dopo esauriente discussione delle proposte presentate
dai suoi membri, decide d i pubblicare 1 lavori di Peano contenuti in un apposito
elenco tra tto da un a ltro elenco pubblicato dal Cassina nel 1933 nei Rendiconti
del Seminario mat. e lis. di M ilano.

VI

I lavori saranno d istrib u iti in sette categorie ed in tre volum i secondo lo


schema seguente :
Voi. X. - Analisi matematica - Calcolo numerico
n. lavori
48
5

I. - Analisi m atem atica


II. - Calcolo num erico
Voi. II. - Logica matematica - Interlingua ed .Algebra della
grammatica
III. - Logica m atem atica
IV. - In terlin g u a cd Algebra della gram m atica

n. lavori
24
- 5

Voi. II I . - Geometria e fondamenti - Meccanica razionale Varie


n. la v o ri

V. - Geom etria e fondam enti


VI. - Meccanica razionale
V II. - Varie

16
7
28

Al prim o volume sar allegato, dopo una breve introduzione, il citato indice
cronologico dei lavori di Peano ; un elenco degli scritti (italian i o stranieri)
comm emorativi di Peano o comunque re la tiv i alle sue opere ; ino ltre il ritra tto .
U introduzione sar, scritta dal prof. Cassina a cui la commissione affida
anche la cura delledizione delle opere di Giuseppe Peano, secondo il piano a p
provato, autorizzandolo ad in tro d u rv i se lo creder opportuno eventuali
lievi modifiche.
II Cassina rediger in oltre le note redazionali a tte ad illu strare molto bre
vem ente i singoli lavori o groppi di lavori. T ali note saranno sempre accompa
gn ate dalla firma o d alla sigla dellautore.
L a commissione lieta di aver concluso i suoi lavori ed augura che la
pubblicazione delle opere di Giuseppe Peano, di cui si fe incom inciato a parlare
fin dal 1933, sia presto un fa tto compiuto.
Milano, 13 gennaio 1957.

G. S a n s o n e .- A. T e r r a c i n i - U. C assin a

I n seguito a queste deliberazioni, nel febbraio 1957, raccoglievo e


completavo il materiale p e r il Voi. I delle Opere scelte di G. P e a n o ,
che spedivo alla casa editrice ai p r im i di marzo.
T e r il vivo interessamento del p ro f. Giovanni S a n s o n e , p re si
dente dell U nione-M atem atica Ita lia n a , alla fi n e dello stesso mese ave
vano inizio le operazioni di stam pa, che dopo pochi illesi di lavoro
alacre e continuo avevano term ine, cos da potere avere oggi lonore
di presentare il volume completo.
Come detto nella relazione precedente, il Voi. I delle Opere
scelte di G. P e a n o dedicato ai lavori di A nalisi matematica e di
Calcolo numerico.

Vi X

Non il caso di entrare in particolari / tuttava un breve cenno


sul contenuto di detti lavori si trova nella INTRODUZIONE.
Tenuto conto della importanza notevole che ha il P e a n o nella
storia del simbolismo matematico, ho creduto opportuno di conservare
le notazioni originali, conservando anche nei limiti delle possibilit
tipografiche le piccole varianti di forma.
Mi sono limitato a correggere le sviste evidenti e gli errori di
stampa (con la speranza di non averne introdotti troppi di nuovi !), e
ad aggiungere talvolta, secondo il compito avuto alcune brevis
sime note editoriali.
Sullo scopo e la natura di esse rimando alla AV VERTENZA
premessa ai lavori pubblicati.
Nella difficile opera di correzione delle bozze di stampa ho avuto
un valido ausilio dalla; mia assistente, Dr. Fulvia S k o f, e di ci la
ringrazio vivamente.
Un particolare ringraziamento sento il dovere di porgere oltre
che al Consiglio Nazionale delle Ricerche che in questi anni ha dato
incoraggiamenti morali e aiuti finanziari per la pubblicazione delle
Opere dei grandi matematici italiani anche alla casa editrice
C r e m o n e s e e a tutto il personale della tipografia, per la cura posta
affinch il volume riuscisse stampato in veste elegante e corretta.
Milano, settem bre 1957
U g o C a s s in a

IN TR O D U Z IO N E

Questa introduzione ha lo scopo di fornire brevi notizie sulla


vita e sulle opere di Giuseppe P e a n o , ed seguita da una biblio
grafia che comprende i principali lavori (italiani o stranieri) dedicati
al P e a n o dal 1928 ad oggi.
Tale bibliografia incomincia collopuscolo commemorativo Giu
seppe Peano , pubblicato da un gruppo di amici in occasione del
70 anniversario del P e a n o (1928), e termina col volum e In me
moria di Giuseppe Peano , edito dal liceo scientifico di Cuneo (in
titolato a G. Peano) e pubblicato a cura di A . T e r r a c i n i (1955).
Questo volume contiene studi di Beppo L e v i , G. A s g o l i ,
B . S e g r e , F . B a r o n e , L. G e y m o n a t , T. B o g g io , U . Ca s s i n a ed
E. Ca r r u g g io . I titoli di questi studi si trovano nella bibliografia.
Qui basti il dire che essi hanno lo scopo di dare una visione sinte
tica su llopera com plessiva di P e a n o (Beppo L e v i ), o di rilevare
alcuni tratti caratteristici della sua m ente (G. A s g o l i ), o di lum eg
giare alcuni aspetti particolari della sua opera (L. G e y m o n a t , T.
B o g g io , U. Ca s s i n a , E. C a r r u g g io ), o di fare un suggestivo raf
fronto fra le vedute filosofiche e logico-matematiche di P e a n o e l o
dierno m ovim ento scientifico conosciuto sotto il nome di Bourbaki8mo (B. S e g r e ), od infine di fare uno studio dal punto di vista fi
losofico teoretico della logica simbolica peaniana (P. B a r o n e ).
N ella bibliografia figurano molti miei lavori : a partire dallo
scritto sintetico, inserito n ellopuscolo commemorativo del 1928, per
giungere allo studio su l Formulario mathematico inserito nel vo
lume edito a cura di A . T e r r a c i n i (1955).
Quindi mi si vorr perdonare se rimando ad essi ed in par
ticolare agli scritti pubblicati nel 1932 e 1933 chi desidera ampie
notizie in proposito.
Qui, mi limiter a pochi cenni comunque necessari nella in
troduzione alle opere di un autorie che potranno essere utili a

GIUSEPPE PEAN

chi trovasse difficolt a risalire agli scritti originali, pubblicati tal


volta in riviste poco diffuse o non pi in vita.
Giuseppe P e a n o nato a Spinetta, frazione del comune di Cuneo,
il 27 agosto 1858, da B a r t o l o m e o e da Rosa C a v a l l o . H a fatto
gli studi elementari a Cuneo e quelli medi a Torino, dove nel 1876
ha conseguito la licenza liceale, presso il Liceo Cavour, e vinto
una borsa del Collegio delle Provincie per frequentare Funivprsit (1876-1880).
Il 16 luglio 1880 consegu la laurea di dottore in matematica,
avendo avuto come insegnanti : E. D O v i d i o , A . G e n o c o h i , F. S i A c c i
e F . F a d i B r u n o . N el 1880 81 fu assistente di E. D O v i d i o , e
dal 1881 al 1890 assistente o supplente di A . G e n o c o h i , fino alla
morte di questi (1889).
N el dicembre del 1884 venne abilitato alla libera docenza di
calcolo infinitesim ale presso l universit di Torino j nel 1886 (21 ot
tobre) fu nominato professore stabile nella R. A ccademia di artiglieria
e genio di Torino (posto clie occup fino al 1901),* e nel 1890 (1 d i
cembre), dopo regolare concorso (in cui riusc primo), venne nominato
professore di ruolo di calcolo infinitesimale nella R. U niversit di
Torino, cattedra che egli conserv fin quasi alla vigilia della morte.
Infatti, solo allinizio dellanno accademico 1931-32, accett il suo
trasferimento alla cattedra di matematiche complementari ma la morte
doveva colpirlo improvvisamente, alla sera di u n consueto giorno di
lavoro, il 20 aprile 1932.
Il 21 luglio 1887 egli si era unito in matrimonio con Carolina
C r o s i o , che g li sopravvisse alcuni anni senza averne avuto figli.
Egli era membro residente della Reale A ccademia delle Scienze
di Torino e Socio nazionale della Reale A ccademia dei Lincei, oltre
ad essere socio di numerose altre accademie italiane e straniere. Era
stato pure, prima direttore, e poi presidente della A ccademia pr
Interlingua.
N ellindice cronologico delle pubblicazioni scientifiche di G. P e a
n o (annesso, al presente volume) ho elencato 193 lavori (di cui 13
volumi) dedicati alla matematica ed alla filosofia, e 38 lavori (di cui
3 volumi) dedicati alla filologia ed interlinguistica. U na trentina di
questi lavori ebbero varie edizioni e furono tradotti in varie lingue.
I
lavori di matematica e di filosofia possono essere divisi nelle
seguenti categorie : analisi matematica, calcolo numerico, logica ma
tematica, geometria e fondamenti, meccanica razionale, didattica e
questioni varie.

INTRODUZIONE

1
lavori d filologia e di interlinguistica possono essere divisi in
due categorie : quelli dedicati allo studio della derivazione che lo
hanno portato alla creazione della cosidetta algebra della gramma
tica e quelli di natura strettam ente filologica ed interlinguistica
che lo hanno portato al latino sine-flexione (divenuto poi l interlin
gua), allo studio scientifico comparato dei vari progetti di lingua au
siliari internazionale, ed alla redazione del vocabolario comune alle
lingue di Europa, che, nella edizione definitiva (1915), costituisce un
volume di pagg. X X X II-3 2 0 , degno per la ricchezza delle notizie
raccolte e vagliate di dare da solo fama al suo autore.
Ma non questo il posto per parlare dellopera filologica ed
interlinguistica di T e a n o , essendo lo scopo di queste Opere scelte
quello di raccogliere e di mettere a disposizione degli studiosi i la
vori pi significativi d ellopera matematica (in senso lato) di G. T e a n o .
Tuttavia, il Comitato per la scelta delle opere da pubblicare, ha
creduto doveroso di inserire in questi volumi anche alcuni scritti
dedicati al latino sine-flexione, allinterlingua ed allalgebra della
grammatica, perch il lettore di queste Opere scelte possa avere
u n idea anche di questi studi di P e a n o , che del resto hanno unim
portanza notevole per la chiara comprensione di molti suoi scritti
matematici posteriori al 1903.
Non nemmeno possibile nei lim iti di questa breve introdu
zione entrare nei particolari dei lavori di matematica e di filo
sofia di P e a n o , Mi limiter perci a ricordare alcuni dei suoi risul
tati pi. notevoli incominciando dai lavori di analisi matematica.
Dimostrazione della integrabilit delle equazioni differenziali
ordinarie e dei sistem i di equazioni differenziali ordinarie con la sola
condizione della continuit, ; integrazione per serie dei sistemi di
equazioni differenziali lineari (col cos detto metodo delle approssi
mazioni successive) ; la curva continua che riempie un quadrato ; i
teoremi sulle derivate, sui wronskiani, sugli jacobiani, sulla serie
di T a y l o r , sulle funzioni interpolari, sulla commutabilit delle deri
vate parziali, sui massimi e minimi delle funzioni di pi variabili,
sul nuovo concetto di lim ite da lui introdotto, sulla teoria dei com
plessi di ordine n e sulle sostituzioni lineari su di essi con lesten
sione a queste ultime dei concetti di modulo, di esponenziale, di
esponenziale generalizzato e di limite.
I
teoremi sui resti nelle formule di quadratura, ed in particolare
il teorema generale sul resto inteso come un particolare operatore
lineare per le funzioni reali di variabile reale.

GIUSEPPE PEAN

I lavori di matematica attuariale fondati sulla nozione d i in te


resse continuo, e lo studio del problema dellandamento equo di una
societ cooperativa con formule indipendenti dalle leggi di deca
denza risolto mediante l introduzione di una conveniente equa
zione alle differenze miste.
II lavoro sul teorema di Ca n t o r -B e r n s t e i n , sul principio di
Z e r m e l o e su llantinomia di R i c h a r d che pur di vivo interesse
logico da ritenersi di analisi matematica.
Gli studi sulle approssimazioni numeriche ed in particolare sulle
operazioni graduali : moltiplicazione, divisione, estrazione di radice
quadrata e risoluzione numerica delle equazioni algebriche.
Tutti questi scritti, di analisi matematica e di calcolo numerico,
sono contenuti nel presente voi. I di queste O pere scelte .
Il voi. II conterr invece i lavori di logica matematica e quelli
gi citati su llinterlingua e l algebra della grammatica.
N el campo della logica matematica ricordo che G. P e a n o stato
il primo a risolvere in modo completo e con una decina di sim
boli il problema di L e i b n i z di scrivere completamente in simboli
di significato preciso e costante e sottoposti a regole analoghe a
quelle del calcolo algebrico ogni proposizione di logica.
. N ellintroduzione al voi. II dar qualche ulteriore particolare
sui contributi di P e a n o allo sviluppo della logica matematica ; qui
mi limiter ad accennare ai suoi lavori dedicati allo studio delle de
finizioni matematiche, ed a llapplicazione sistem atica della sua ideo
grafia allanalisi dei fondamenti dellaritmetica e della geometria, ini
ziatasi nel 18S9 con due lavori, che il Comitato per la scelta delle
opere da pubblicare, ha inserito fra quelli di logica (per la loro im
portanza dal punto di vista simbolico), ma che sono strettam ente
connessi a quelli dedicati ai fondamenti della matematica, che saranno
contenuti nel voi. I l i di queste Opere scelte .
A proposito di questi lavori sui fondamenti, ricordo che G.
P eano si occup pii! volte e da pi punti di vista di questo
genere di studi.
Cos, ai principii di aritmetica del 1889, port modifiche n ote
voli nel 1898 e nel 1901.
Ed i principii di geometria di posizione, sviluppati nel 1889
a partire dai concetti di punto e di segm ento , vennero da lui
completati dal punto di vista metrico nel 1894, con la teoria
dei moti in tesi come particolari affinit. In seguito, G. P e a n o
dimostr come allidea primitiva di moto potesse sostituirsi quella
di distanza di due p un ti (1902) o di angolo retto (1928).

in t r o d u z io n e

5.

U n altra sistemazione logico deduttiva della geometria stata


svolta da G. P eano nel 1898 e riportata poi nelle varie edizioni
del Formulario : quella fondata sui concetti di punto , di
vettore e di prodotto interno di due vettori .
Fra i lavori di meccanica razionale ricordo quelli sul moto del polo
e sul pendolo di lunghezza variabile ; e, fra i lavori didattici e vari,
quelli dedicati alle operazioni stille grandezze, sullimportanza dei
simboli in matematica, su llesecuzione tipografica delle formule, ecc.
T utti questi lavori saranno contenuti nel voi. I l i di queste
Opere scelte .
Poich per ragioni di economia sono stati esclusi i trattati (salvo
alcuni passi del trattato di Calcolo del 1884 e del Formulario) credo
necessario dire qualcosa su di essi, limitandomi a parlare dei trat
tati di matematica ed escludendo il Formulario , che ha avuto
cinque edizioni di sette volum i com plessivi (dal 1895 al 1908)
e di cui l ultima, la pi completa dal punto di vista matematico ma
non dal punto di vista logico, la quinta pubblicata nel 1908.
Infatti, il parlare pur brevem ente del Formulario , della sua
genesi e del suo contenuto, mi porterebbe via troppo spazio e del
resto non potrei fare altro che ripetere quanto ho scritto in due
miei recenti lavori, pubblicati entrambi nel 1955, l uno nel volume
In memoria di G. Peano e l altro nel Bollettino dell Unione
matematica italiana , entrambi citati n ellannessa bibliografa. R i
mangono i seguenti trattati :
Calcolo differenziale e principii di calcolo integrale , pubbli
cato nel 1884, sotto il nome di A ngelo Genocchi , ma dovuto
completamente a G. P e a n o , come ha tenuto a dichiarare esplicita
m ente il G enocchi fin dal suo apparire, e come risulta ancor meglio
da alcune lettere e documenti inediti da me fatti conoscere nel 1952.
Lezioni di analisi infinitesim ale del 1893 (in due volumi).
Il Trattato di Calcolo del 1884 e le Lezioni di analisi del
1893 sono stati citati, dalla Encyklopiidie der mathematischen
W issenschaften , come due dei diciannove trattati pi importanti e
significativi, per lo sviluppo della teoria generale delle funzioni,
pubblicati dal tempo di E u l e r (1748) e C a u c h y (1821) fino ai
nostri giorni.
Fra i punti pi notevoli di tali trattati, ricordo innanzi tutto
le Annotazioni al trattato di Calcolo del 1884 ormai classiche
e che sono state incluse nel voi. I di queste Opere scelte ;
poi, nel voi. I delle Lezioni di analisi del 1 8 93 , la teoria dellinte-

GIUSEPPE PEANO

graie definito introdotto con le sole nozioni di lim ite superiore


ed inferiore e, nel voi. II delle stesse Lezioni , la teoria dei
complessi di ordine n , i teoremi sulla esistenza e la derivabilit dellefunzioni implicite e gli elementi della teoria delle variazioni , sv i
luppate secondo le nuove concezioni di P e a n o .
Il trattato Applicazioni geometriche del calcolo infinitesimale
del 1887 in cui sono svolti i primi elem enti di calcolo geometrico
(ancora nellindirizzo di B e l l a v i t i s e di C h e l i n i ) deve essere
ricordato, fra l altro, per le nuove definizioni di lunghezza di un
arco di curva e di area di una superficie curva.
A proposito di questultima, osservo che G-. P e a n o divide con
H , A . S c h w a r z il merito di avere per primi dimostrato l inesattezza
della definizione di area secondo S e r r e t . Che il non ancora ven ti
quattrenne P e a n o sia giunto allo stesso risultato dello S c h w a r z
in modo indipendente e contemporaneamente a lui provato da
un carteggio inedito di G e n o c c h i con S c h w a r z ed H e r m i t e , da
me pubblicato nel 1950.
N elle stesse A pplicazioni geometriche del 1887 compare per
la prima volta la nozione di figura tangente ad una linea o ad
una superficie (nozione che sar ripresa ed estesa ad un insieme
qualsiasi di punti nel Formulario del 1908), e la prima determi
nazione del resto nella formula di Ca v a l i e r i -S im p s o n mediante un
valore medio della derivata quarta.
N el trattato Calcolo geometrico del 1888, contenuto, come
introduzione, il primo lavoro di logica matematica scritto da G. P e a
no (e che sar incluso nel voi. I I di queste Opere scelte ), e poi
viene esposto il calcolo geometrico scrive l autore secondo
VAusdehnwngslehre di G r a s s m a n n . Ma il libro da ritenersi com
pletamente nuovo per la forma e per la sostanza, come ebbe gi oc
casione di notare Beppo L e v i (1932), che rammenta l interesse
quasi entusiastico che, giovane principiante, ha provato alla lettura
del calcolo geometrico del 1888 ed a llopposto l impressione di
malsicura astrattezza che il medesimo principiante ricevette volendo
affrontare la fonte, YAusdehm m gslchre del 1844 .
A lcuni dei risultati ottenuti da G. P e a n o nelle Applicazioni
geometriche (1887) e nel Calcolo geometrico (1888) furono ri
portati nelle edizioni successive del Formulario e nei libri di cal
colo vettoriale sviluppatosi nella scia del calcolo geometrico di
P e a n o da C. B u r a l i -F o r t i , E . M a r c o l o n g o e T. B o g g io , ma
da questi trattati non stato ancora ottenuto tutto il frutto che si
doveva ; cos da consigliarne lo studio alle nuove generazioni.

INTRODUZIONE

A tale proposito, ritengo opportuno riportare un passo del


citato articolo di G. A so o l i inserito nel volum e In memoria di
G. Peano (pp. 26-27) :

. . . Deve d irsi tuttavia che il merito maggiore di queste opere,


e specialmente delle Applicazioni, non sta tanto nel metodo usato,
quanto nel contenuto ; ch vi sono p ro fu si, in fo rm a cos semplice da
parere definitiva, idee e risu lta ti divenuti p o i classici, come quelli
sulla m isura degli insiem i, sulla rettificazione delle curve, sulla defi
nizione dellarea di una superficie, su llintegrazione di campo, sulle
fu n z io n i addittive din siem e; ed a ltri che sono tuttora poco noti o
poco studiati.
Ci basti indicare tra questi il concetto di lim ite di una figura
variabile, destinato a ricom parire, con altro nome d i autore, quaran
t a n n i dopo, presso la scuola di geometria infinitesim ale diretta
del B ouligand, e loriginalissim a definizione di fig u ra tangente ad
u n insieme in un punto , che ha fo rn ito a chi scrive, or qualche
anno, la chiave d i una difficile questione asintotica .
Ricordo infine il trattato Aritm etica generale e algebra ele
mentare del 1902, ebe in buona parte un estratto del Form u
lario (t. III) con aggiunte varie sia di carattere elementare che
superiore ; ed il t r a t ta t e li Giochi di aritmetica e problemi in te
ressanti del 1924, che un libretto divertente, ricco di erudizione
e pieno di saggezza, che costituisce un saggio del come intendeva
l insegnamento Giuseppe P e a n o .
Come conclusione del presente scritto credo utile riportare un
passo del citato studio di Beniamino S e g e e su Peano ed il Bonrbakismo (pp. 32-33) :
... N on universalmente noto e riconosciuto quale decisivo effetto
orientatore abbiano avuto le vedute filosofiche e logiche-matematiche di
Peano, il suo spirito critico estremamente sottile e lattivit da lui
svolta con la stam pa del Formulario Mathematico : m entre invece
come vedremo il N ostro pu a tale riguardo venir considerato co
in un antesignano dellodierno movimento scientifico vivo ed operante
sotto il nome d i Bourbakismo. L a grande im portanza di tale m ovi
mento non pu venir messa in dubbio, anche se su esso avremo da fa r e
qualche riserva ; va comunque rilevato come i contributi di Peano in
quellindirizzo non rappresentino che una pa rte della sua attivit scien
tifica, e neppure fo rse quella migliore.

GIUSEPPE PEANO

Peano in fa tti nel mezzo secolo e p i in cui rim ase alla ribalta
scientifica m ut p i volte i suoi interessi di studioso, talvolta ad
d irittu ra in modo radicale. A ssa i notevoli sono ad esempio f r a l'altro
i suoi apporti filolo gici e glottologici, con la stam pa del Yocabulario
commune ad liuguas de Europa e con la sua molteplice opera in terlin
guistica. E si pu in fin e osservare che molte delle sue cose di m inor
conto hanno p u re un loro stile inconfondibile, in quanto egli non rite
neva di abbassarsi occupandosi di questioni lievi od apparentemente
irrilevanti, applicandosi ad esse con la stessa seriet e lo stesso im
pegno con cui si dedicava a quelle p i gravi, lasciando ovunque lim
p ro n ta del suo spirito acutamente logico e del suo ingegno lucido ed
originale. Anche siffatta a ttivit secondaria che va dai calcoli n u
m erici a talune questioni pratiche assicurative, dai passatem pi e giochi
aritm etici ai problem i sul calendario, da certe questioni didattiche con
tingenti a quelle su llesecuzione tipografica delle fo rm u le matematiche
ha dato i suoi fr u t ti, d i cui non per a, tu tti nota lorigine : cosi,
p e r lim itarsi ad un solo esempio, a Peano che risale limpiego si
stematico orm ai molto diffuso specie oltre A tlantico della nu
merazione decimale p e r rin v ii a fo rm u le e teoremi .
U g o C a s s in a
Milano, aprile 1957.

BIBLIO G R A FIA
(S u lla Tita e s u lle opere di G. Peano)

Giuseppe Peana, Collectione de scripto in honore de prof. G. Peano in occasione


de suo 70 anno, edito per cnra de iuterlingnistas, collegas, discipulos,
amico ; Supplem ento ad Schola e t V ita , Milano, typogr. L. Bonfiglio,
27 augusto 1928, pagg. 96.
Contiene, f ra altri, i dne sc ritti seguenti :
U. C a ssin a , I n occasione de septuagesimo anno de Giuseppe Peano, p p . 7-28.

E. S ta m m , Logica mathematica de G. Peano, p p . 33-35.


U. C a ssin a , Vita et Opera de Giuseppe Peano, Schola e t Vita, 7 (1932), pp. 117-148.
U. C a s s i n a , Giuseppe Peano, R ivista m at. par applicata, T rapani, a. V II, 1932,
p p . 871-881.
M. G l io z z i , Giuseppe Peano, Archeion, 14 (1932), pp. 254-255.
Beppo L e v i , L opera matematica di Giuseppe Peano, Boll. Unione m at. ital., 11
(1932), pp. 253-262.
A. N a t u c c i , I n memoria di G. Peano, Bollettino di m atem atica, (2), 11 (1932),
pp. 52-56.
G. Vi v a n t i , Giuseppe Peano, R endiconti Ist. Lombardo, (2), 65 (1932), pp. 497-498.

T. B o g g io , Giuseppe Peano, A tti Accad. Scienze Torino, 68 (1932-33), pp. 436-446.


T. B oggio, I l calcolo geometrico e lopera del Peano, A tti Soo. It. Progr. Se., 21,
II, 1933, pp. 100-102.
V . C a s s in a , L opera scientifica di Giuseppe Peano, Bend. Sem. m at. li.s. Milano, 7
(1933), pp. 323-389.
U. C a s s i n a , S u la logica matematica di G. Peano, Boll. Unione m at. ital., 12 (1933),
pp. 57-65.
Beppo L e v i , Intorno alle vedute di G. Peano circa la logica matematica, Boll. Unione
m at. ital., 12 (1933), pp. 65-68.
U. C a ssin a , L oeuvre philosophique de G. Peano, Revue de M thaphys. e t de Mo
rale, 40 (1933), pp. 481-491.
A. P ado a , I l contributo di G. Peano allideografia logica, Period. m at., (4), 13 (1933),
pp. 15-22 ; rip o rtato in p a rte in A tti Soc. It. Progr. So., 21, II, 1933, p. 99.
G. V a c c a , Lo studio dei classici negli ti(.ritti matematici di Giuseppe Peano, A tti Soc.
It. Progr. Se., 21, II, 1933, pp. 97-99.
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E. Sta m m , J is e f Peano (in polacco), W iadomosci m at., 36 (1933), pp. 1-56.
,i
W. M. K ozl Ow s k i , Commemoratione de Giuseppe Peano (in polacco), W iadomosci
m at., 36 (1933), pp. 57-64.

10

GIUSEPPE PEANO

S. D ic k s t e in , Peano ut historico de mathematica (in polacco), Wiadomosci m at., 3S


(1933), p p . 65-70.

C. B o tto , Una gloria scientifica dIta lia : il matematico Giuseppe Peano, tipogr. N.
Menzio, Cnnoo, 1934, pagg. 24, estratto dallannuario lei E. Istitu to Tec
nico (li Cuneo 1933-34.
A. P ado a , Ce que la logique dott Peano, A ctual, sci. indnstr., 395 (1936), pp. 31-37.
U. C a ssin a , Parallelo fr a la logica teoretica di Hilbert e quella di Peano, Period.
m at., (4), 17 (1937), pp. 129-138.

, L area di una superficie curva nel carteggio inedito di Genocchi con Schwarz
ed Hermite, R endiconti Ist, Lombardo, 83 (1950), pp. 311-328.

, Alcune lettere e documenti inediti sul trattato di calcolo di Genocchi-Pea.no,


Rendiconti Ist. Lombardo, 85 (1952), pp. 337-362.

, Su lopera filosofica e didattica di Giuseppe Peano, discorso, Cuneo 6 d i


cembre 1953.

, Sulla critica di Grandjot allaritmetica di Peano, Boll. Unione m at. ital.,


(3), 8 (1953), pp. 442-447.

, L idographie de Peano du point de vue de la thdorie du. langage, R ivista


mat. Univer. Parm a, 4 (1953), pp. 195-205.

, Storia ed analisi del Formulario completo di Peano, Boll. Unione mat.


ital., (3), 10 (1955), pp. 244-265, 544-574.

I n memoria di Giuseppe Peano, sta d i d i Beppo Levi, Guido Ascoli, Beniamino Segro, Francesco Barone, Ludovico Geymonat, Tommaso Boggio, Ugo Cas
sia, E tto re Camicoio, raccolti da Alessandro T erracini, Cuneo, presso il
Liceo scientifico, 1955, pagg. 116.
^
Contiene, oltre alla prefazione d i A. T e r r a c i n i , i seguenti sc ritti :
Beppo L e v i , L opera matematica di Giuseppe Peano, pp. 9-21.
G. A sc Ol i , I motivi fondamentali dellopera di Giuseppe Peano, pp. 23-30.
B. S e g h e , Peano e il Bourbalcismo, pp. 31-39.
F. B a r o n e , Unapertura filosofica della logica simbolioa peaniana, pp. 41-50.
L. G e y m o n a t , I fondamenti dellaritmetica secondo Peano e le obiezioni filosofiche
di B. Russell, 51-63.
T. B o g g io , I l calcolo geometrico di Peano, p p . 65-69.

U. C a ssin a , S ul Formulario mathematica di Peano, pp. 71-102.


E. C a r r u c c i o , Spunti di storia delle matematiche e della logica nellopera di G. Pea
no, p p . 103-114.

Indico cronologico d elle pubblicazioui scien tifich e


di G IU S E P P E PEANO (*)

Nellindice seguente, lasterisco * indica le pubblicazioni di filologia o di interZinguistica.


I lavori, dal 1903 in, poi, sono contraddistinti da due numeri in cifre : il primo
indica il numero progressivo neWindice cronologico completo; il secondo quello progres
sivo rispettivamente neWindice delle opere di matematica e filosofia, o neWindice delle
opere di filologia ed interlinguistica.
I
trattati ed i volumi (di 64 pag.. almeno) sono preceduti anche da un numero ro
mano progressivo.
Le ristampe e le traduzioni sono segnalate sotto alla prim a edizione, con lo stesso
numero progressivo munito di apici.
A l dovuto posto cronologico sono ricordali anche all1infuori della numerazione
complessiva, e contraddistinti da una lettera latina minuscola gli otto volumi della
Rivista' di Matematica ed i sette volumi delle Discussioni e della Rivista delZ'Academia pr In terlin g u a, ed inoltre uno scritto di carattere politico (m).
Dallindice furono esclusi solo le brevi osservazioni direttoriali e gli scritti lingui
stici di carattere propagandistico ; ed inoltre quelli non firmati, anche se indubbiamente
dovuti a G. P e a n o .
Risulta cos che G. P eano ha dedicato alla M atem atica e Filosofia 193 lavori
di cui 13 volumi, ed alla Filologia ed In terlin g u istic a 38 lavoH di cui 3 volumi. In
totale 231 lavori di cui molti in varie edizioni italiane o straniere.

Oltre ai 16 volumi, 27 opuscoli vennero pubblicati a cura di tipografie torinesi e


non si trovano in collezioni periodiche. Essi sono i seguenti (i numeri indicano il posto
dordine nellelenco completo) : 16, 18, 30, 66, 72, 73, 74, 75, 111, 111', 114, 116, 116"
120, 123, 124, 127', 130, 131, 137, 153, 153', 167, 184, 185, 187, 205.

1881

1. Costruzione dei connessi (1,2) e (2,2). (A tti) Acc. (delle scienze di) Torino, 1881,
10 aprile, v. 16, pp. 497-503.
2. Un teorema sulle form e multiple. Acc. Torino, 1881, 27 nov., v. 17, pp. 73-79.
3. Formazioni invariantive delle corrispondenze. Giorn. di niatem. di B attaglini,
1881, y. 20, pp. 79-100.

(*) E stra tto d a : U. C a s s in a , L opera scientifica di Giuseppe Peano, Rend. Sem.


m at. fs. Milano , 7 (1933), pp. 379-389.

12

1882
1883

GIUSEPPE PEANO

4. Sui siatemi di forme binarie di egual grado, e sistema completo di quante si vogliano
cubiche. Acc. Torino, 1882, 16 apr., v. 17, pp. 580-586.
5. Sullintegrabilit delle funzioni. Acc. Torino, 1883, 1 apr., v. 18, pp. 439-446.
6. iSulle funzioni interpolar. Acc. Torino, 1883, 20 maggio, v. 18, pp. 573-580.

1884

7. Teoremi sulle derivate. (E stratti di due lettelo di Peano), (Errore in una dimostr,
di C. J ordan e polemica con Ph. G ilber t ), Nouv. Ann. m ath., (3) 1884,
gennaio, pp. 45-47 ; maggio, pp. 252-256.
I, 8. A n g e l o G e n o c c h i, Calcolo differenziale e principii di calcolo integrale, pubbli
cato con aggiunte da G. P ea.n o . Torino, Bocca, 1884, pagg. xxxn-338.
I', 8'. A n g e l o G e n o c c h i, Differentialrechnung und Grundzige der Integralrechnung,
herausgegeben von G. P e a n o , versione di G. B o i i l m a n n e A. S c h k f p con
n n a prof, di A. M a y k r . Leipzig, Tenbner, 1899, pagg. Vin-400.

1886

9. Sullintegrabilit delle equazioni differenziali del primo ordine. Aco. Torino, 1886,
20 giugno, v. 21, pp. 677-685.

1887

10. Integrazione per serie delle equazioni differenziali lineari. Aco. Torino, 1887,
20 feb., v. 22, pp. 437-446.
II, 11. Applicazioni geometriche del calcolo infinitesimale. Torino, Bocca, 1887, pagg.
xn-336.

1888

12. Integration par sries des quations diffrentielles linaires. ~ M ath. Annalen, 1888,
aprile, v. 32, pp. 450-456.
13. Definizione geometrica delle funzioni ellittiche. Giorn. d i m at. di B a t t a g l in i ,
1888, v. 26, pp. 255-256.
13'. Defmipo geometrica das funcpoes ellipticas. T eixeira Jo m ., Coimbra, v. 9,
1889, pp. 24-25.
I l i, 14. Calcolo geometrico secondo lAusdehnungslehre di H. G r a ssm a n n , preceduto
dalle operazioni della logica deduttiva. Torino, Bocca, 1888, pagg. xn-170,
(F. 1888).
15. Teoremi su lassimi e minimi geometrici, e su normali a curve e superficie.
Rend. del Circolo di Palerm o, 1888, v. 2, pp. 189-192.

1889

16. Arithmelices principia, nova mcthodo exposita. Torino, Bocca, 1889, pagg
xvi-20, (F. 1889).
17. Sur les wronskiens. Mathesis, Gand, 1889, v. 9, pp. 75-76, 110-112.
18. I principii di geometria logicamente esposti. Torino, Bocca,. 1889, pagg. 40,
( F \ 1889).
19. Une nouvelle form e du reste dans la formule de Taylor. Mathesis, Gand, 1889,
v . 9, pp. 182-183.
20. Su duna proposizione riferentesi ai determinanti jacobiani. Giorn. m at. di B a t
t a g l in e 1889, v. 27, pp. 226-228.
21. A n g el o G e n o c c h i (Cenni necrologici). Annuario R. U niversit, Torino, 18891890, pp. 195-202.
22. Sur une formule dapproximation pour la rectification de Vellipse. Paris, Coniptes R. de lAc. des So., 1889, t. 109, pp. 960-61.

1890

23. Sulla definizione dellarea duna superficie. (Rond.) Acc. Lincei, 1890, 19 genn.,
(4), y. 6 pp. 54-57.
24. Sur une oourbe qui remplit toute une aire piane. Math. Annalen, 1890, v. 36,
pp. 157-160.
25. Les propo8tion8 du V livre d1Euclide rfuites en formules, Mathesis, Gand,
v.' 10, 1890, pp. 73-75.

In d i c e c r o n o l o g i c o d e l l e p u b b l i c a z i o n i s c i e n t i f i c h e

1890

13

26. Sur linterversion dea drivationa partitile*. Mathesie, Gand, v. 10, 1890, pp.
153-154.
27. Dmorwtration de lintgrabilit dea quationa diffrentiellea ordinaires. Math.
Ann-, 1890, v. 37, pp. 182-228, (F. 1890).
28. Valori approssimati per l'area di un elliaaoide. Acc. Lincei, 1890, 7 die., (4),
v. 6j, pp. 317-321.
29. Sopra alcune curve singolari. Acc, Torino, 1890, 28 die., v, 26, pp. 299-302.

1891

30. Gli elementi di calcolo geometrico. Torino, C andeletti, 1891, gennaio, pagg. 42.
30'. Die Grundziige des geometrischen Calculs, versione di A. S c h e p p . Leipzig,
Tenbner, 1892, pagg. 32.
31. Principii di logica matematica. R(ivista) d(i) M (atematica), V. 1, 1891, pp. 1-10,
(F. 1891).
31'. Principios de lgica matemtica. E1 progreso m atem atico, Zaragoza, v. 2, 1892,
pp. 20-24, 49-53.
32. Sommario dei libri V II , V i l i , I X AEuclide. R. d. M., v. 1, 1891, pp. 10-12.
33. Recensione : E. W . H y d e , The directional Calculue, baaed upon th methoda o f
H . G r a ssm a n n . R. d. M., v . 1, 1891, p p . 17-19.

34. Recensione : F. D A r c a is , Corso di Calcolo infinitesimale. R. d. M., v. 1, 1891,


pp. 19-21.
35. Formule di logica matematica. R. d. M., v. 1, 1891, pp. 24-31, 182-184, <F.' 1891).
36. Osservazioni ad un articolo di C. Segre. R. d. M., v . 1, 1891, pp. 66-69.
37. Sul concetto di numero. R. d. M., v. 1, 1891, p p . 87-102, 256-267, (F .'' 1891).

38. Recensione : S. DiCKBTEIN, Pojecia i melody matematyki. R. d. M., v. 1, 1891,


p. 124.
39. Recensione : E. S c h r Od e r , Vorleaungen iiber die Algebra der Logik. R. d. M.,
voi. 1, 1891, pi). 164-170.
40. Lettera aperta al prof. G. Ve r o n e s e . R. d. M., v. 1, 1891, pp. 267-269.
41. I l teorema fondamentale di trigonometria sferica. R. d. M., v. 1, 1891, p. 269.
42. Sulla form ula di Taylor. Acc. Torino, 1891, 22 nov., v. 27, pp. 40-46.
42'. Veber die Taylorache Formel, Anh&ng III. Difterentialrech. etc., I ' 8', pp.
359-365.
a. liivista di matematica, v. 1. Torino, Bocca, 1891, pagg. iv-272.
1892

43. S u una questione proposta, . R. d. M., v. 2, 1892, pp. 1-2 (31 die. 1891).
44. Sommario del libro X dEuclide. R. d. M., v. 2, 1892, pp. 7-11 (31 die. 1891).
45. Sur la djinition de la drive. Mathesis, G and (2), v. 2, 1892, pp, 12-14.
46. Oeaervazioni sul T raiti dAnalyse par H. L a u r e n t . R. d. M., v. 2,1892,
febb., pp. 31-34.
47. Esempi di funzioni sempre crescenti e discontinue in ogni intervallo. R. d. M.,
v. 2, 1892, febb., pp. 41-42.
48. Questione proposta (VI). R. d. M., v. 2, 1892, febb., p. 42.
49. Sur le thorme gniral relatif lexistence des intgrales des quat. diffretitielles
ordinaires. Nouv. Ann. m ath., (3), v. 11, feb. 1892, pp. 79-82.
50. Generalizzazione della form ula di Simpson. Acc. Torino, 1892, 27 marzo, v.
27, pp. 608-612.
51. Dimostrazione dellimpossibilit di segmenti infinitesimi costanti. R. d. M., v. 2,
1892, marzo, pp. 58-62.

14

1892

GIUSEPPE PEANO

52. Sulla definizione del limite d'uva funzione. R. d. M. v. 2, 1892, apr., pp. 77-79.
53. R ecensione : A l b in o N a g y , Lo stato attuale ed i progressi della logica. R. tl.

M., v. 2, 1892, apr., p. 80,


54. Breve replica al prof. V e ro n e s e . Rend.' Circ. Mat. Palerm o, t. 6, 1892, 12
gingno, p. 160.
55. Extrait dune lettre M. B r i s s e (so un errore di H. L anrent). Nouv. Ann.
m ath. (3), v. 11, 1892, luglio, p. 289.
56. R ecensione : G. V e r o n e s e , Fondamenti di Geometria a pi dimensioni, ecc.
R. d. M., v . 2, 1892, ag o sto , p p . 143-144.

57. Relazione su una memoria del prof. V. M o l l a m e . Acc. Torino, 1892, v. 28,
p. 781.
1). Rivista di Matematica, V. 2. Torino, Bocca, 1892, pagg. lv-215.
1893

58. Formule di quadratura. R. d. M., v. 3, 1893, febb., pp . 17-18.


59. Sur les forces centrales ( E s tr a tto d i u n a le tte ra ). R. d. M ., v. 3, 1893, sett.,

pp. 137-138.
IV, 60. Lezioni di Analisi infinitesimale.
iv-319, I I voi. pagg. IV-324.

Torino, Candelotti, 1893, I voi. pagg.

60'. Die Komplexen Zahlen, Anhang V. Differcntialreclin. etc., V 8', pp. 371-395
(versione del cap. 6 del tr a tta to precedente).
61. Recensione : A. Z i w e t , A n elementari/ treatise on theoretical mechanics. R. d.
M., v. 3, 1893, die., pp. 184.
c. Rivista di matematica, v. 3. Torino, Bocca, 1893, pagg. iv-192.
1894

62. Sur les systmes linaires. Monatsh. fiir Math., v. 5, 1894, p. 136.
6 3 . Sulla parte V del Formulario Teoria dei gruppi di p u n ti . R. d. M., v. 4,
1894, m arzo , p p. 33-35.

64. Sui fondamenti della Geometra. R. d. M., v. 4, 1894, apr., pp. 51-90.
65. Un precursore della logica matematica. R. d. M., v. 4, 1894, agosto, p. 120.
66. Notations de Logique Mathmatique, (Introdnction an F orm ulaire de Math.).
T nrin, tip . Guadagnini, 1894, pagg. 52, gr. 8, (F. 1804, F 0).
67. Notions de logique mathmatique. Assoc. fran?. ponr lavanc. dea sciences ,
Congrs de Caen, 1894, 11 agosto, v. 23, pp. 222-226.
68. Sur la dfinition de la limite dune fovetion, Exercice de logique mathmatique.
Ani. Jo n rn . of M ath., 1894, v. 17, n. 1, pp. 37-68, (F ' 1894).
69. Recensione : H e r m a n n G r a ssm a nn s Gesammelte math. und phys. Werce. R.
d. M., v. 4, 1894, nov., pp. 167-169.
70. Estensione di alcuni teoremi di Cauchy sui limiti. Acc. Torino, 1894, 18 nov.,
v. 30, pp. 20-41.
d. Rivista di matematica, v. 4. Torino, Bocca, 1894, pagg. Iv-198.
|oqk

V, 71. Formulaire de Mathmatiques, t. 1. Torino, Bocca, 1895, pagg. VII-144,


(F. 1895, F,).
72. Logique mathmatique (in collab. con G. V a il a t i ). F. 1895, pp. 1-8.
73. Oprations algbfiques (in collab. con F. C a st e l l a n o ). F. 1895, pp. 8-22.
74. Arithmtique (in eollab. con C. B u r a l i -F o r t i ). F . 1895, pp. 22-28.
75. Classes de nombres. F. 1895, pp. 58-65.
76. Recensioni : F. C a s t e l l a n o , Lezioni di meccanica razionale. R. d. M., y. 5,
1895, genn., pp. 11-18.
77. I l principio delle aree e la storia di un gatto. R. d. M., v. 5, 1895, febb.,
pp. 31-32.

INDICE CRONOLOGICO DELLE PUBBLICAZIONI SCIENTIFICHE

1895

15

78. Sulla definizione di integrale. Ann. d i m at., (2), 1895, v. 23, pp. 153-157.
78'. Uber die Dfinition des Integrale, A nhang IV. Differentialrechnung etc.,
1' 8', pp. 366-370.
79. Sopra lo spostamento del polo sulla terra. Aco. Torino, 1895, 5 mag., v, 30,
pp. 515-523. .
80. Sul moto del polo terrestre. Acc. Torino, 1895, 23 gingno, v. 30, pp. 845-852.
81. E stra tto di nna le tte ra (Su una proposizione di Holevar). Monatsh. f. Math.,
1895, v. 6, pp. 204.
82. Recensione : G. F r e g e , Grundgesetze der Arithmetik, begriffsschriftlich abgeleitet.
R. d. M., v. 5, 1895, luglio, pp. 122-128.
83. Elenco bibliografico sullJusdelmungslehre di H. Q rassmann . R. d. M., v. 5,
1895, die., pp. 179-182.
84. Sul moto dun sistema nel quale sussistono moti interni variabili. Acc. Lincei,
1895, (5), v. 4g, 1 die., pp. 280-282.
85. Trasformazioni lineari dei vettori di un piano. Acc. Torino, 1895, 1 die., v.
31, pp. 157-166.
86. Relazione sulla memoria del prof'. G iu d ic e intitolata Sullequazione di 5 grado.
Acc. Torino, 1895, v. 31, p. 199.
e. Rivista di matematica, v. 5n. Torino, Bocca, 1895, pagg. iv-195.

1896

87. Sul pendolo di lunghezza variabile. Rend. Circ. m at. Palerm o, 1896, v. 10,
(24 nov. 1895), pp. 36-37.
88. Introduciion au tome I I du Formulaire de mathmatiques. R. d . M., v. 6, 1896,
pp. 1-4, (F. 1896).
89. Sul moto del polo terrestre. Aco. Lincei, 1896, (5), v. 5 1 mar., pp. 163-168.
90. Saggio di calcolo geometrico. Acc. Torino, 1896, 21 gingno, v. 31, pp. 952-975.
90'. Zarys Rachunku geometrycznego, v ersio n e d i S. D ic k s t e in , W arszaw a, 1897,
p ag g . 28.
9 0 ''. EntioiM ung der Grundbegriffe des geometrischen Calcute, v ersio n e d i A. L a n n e k .

Salzburg, 1897-98, pagg. 24.


1897

91. Studii di logica matematica. Acc. Torino, 1897, 4 apr., v. 32, pp. 565-583,
(F 0. 1897).
91'. ber mathematische Logik, Anhang I. D iflerentialrechn. etc., I ' 8', pp. 336-352.
92. Sul determinante wrnskiano. Acc. Lincei, 1897, (5), v. 64 (20 gingno), pp.
413-415.
V, 193. Formulaire de Mathmatiques, t. I I $ 1, Logique mathmatique. T nrin,
Bocca, 1897, (11 agosto), pagg. 64, (F. 1897, F. I I 1).
93'. Logica matematica. Congresso in t. dei niatem ., Zurigo, 1897, 9-11 agosto,
Leipzig, Tenbner, 1898, p. 299, (presentazione del lavoro precedente).
94. Generalit sulle equazioni differenziali ordinarie. Acc. Torino, 1897, 21 nov.
v. 33, pp. 9-18.
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206'-180\ De aequalitate. Circolare de Api, 1924, n. 5, pp. 8-11.
XVI, *207-27. Colleclione de Circularea ad Socioa de A p i. Torino, 1909-1924.

1925

*208-28. Pro hiatoria de Interlingua, 1. Volupiik, R evista de Api, 1925, n. 5,


4 nov., pp, 81-85.
n. Reviata de Academia pr Interlingua (Api), anno 1925, Cavoretto, Torino, pagg. 112.

1926

*209-29. Pro hiatoria de Interlingua, $ 2 . Academia in periodo 1 8 9 3 -19 08, Re


v ista de A pi, 1926, n. 2, pp. 33-34.
*210-30. Pro hiatoria de Interlingua, $ 3. Latino simplificato. R evista de A pi,
1926, n. 4, pp. 73-76.
*211-31. Sineme. R evista de A pi, 1926, n. 6, pp. 129-130.
212-181. Quadrato magico. Schola e t Vita, Milano, 1926, v. 1, pp. 84-87.
213-182. Jocoa de arithmetica. Schola et V ita, Milano 1926, v. 1, pp. 166-173.
o. Revista de Academia pr Interlingua, anno 1926. Cavoretto, Torino, pagg. 144.

1927

*214-32. Recensione : E. S. P a n k h u r s t , Delphoa th future o f intem. Language.


R evista de Api, 1927, pp. 14-20.
215-183. De vocabulo mathematica. Riv. inat. pn ra e appi., Reggio Cai., v. 2,
1927, 15 apr., p. 212.
216-184. Sulla riforma del Calendario. Acc. Torino, 1927, 8 maggio, v. 62,
pp. 566-568.
217-185. Hiatoria et reforma de calendario. R evista de Api, 1927, n. 3, 30 giu
gno, pp. 49-55.
218-186. Vocabulario mathematica, Riv. m at. p n ra e applic., Reggio Cai., v. 3,
1927, 15 nov., pp. 270-272.
p. Reviata de Academia pr Interlingua, anno 1927. Cavoretto, Torino, pagg. 112.

1928

219-187. Giov. F r a nc e sc o P e v e k o n e e altri matematici piemonteai ai tempi di Em.


F i l i b e r t o . S tudi pubbl. dalla R. U niversit di Torino, 1928, 8 loglio, pp.
183-189.
220-188. Hiatoria de numeros. Schola e t V ita, v. 3, 1928, agosto, p. 139-142;
Archeion, v. 9 (1928), pp. 364-366.
221-189. Intereaaante libro auper Calculo numerico. Schola e t Vita, v. 3, 1928,
sett.-ott., pp. 217-219.

1929

222-190. (C. B o c ca l at te ), La geometria basata sulle idee di punto ed angolo retto.


Acc. Torino, 2 dio. 1928, v. 64 (1929), pp. 47-55.
*223-33. Vocabuloa internationale. Schola e t V ita, v. 4, 1929, m arzo, pp. 58-61.
*224-34. Volapiik poet 50 anno. Schola e t Vita, v. 4, 1929, sett., pp. 225-233.
225-191. Monete italiane nel 1929. Giorn. m at. e fis., v. 3, n. 4, die. 1929.

1930

*226-35. Studio de linguaa. Rend. Unione professori, Milano, apr. 1930, pp. 1-2 ;
Schola e t Vita, v. 5, 1930, maggio, pp. 81-84.
*227-36. Quoeationea de interlingua: ablativo aut nominativo. Schola e t Vita, v. 5,
1930, maggio, pp. 138-140.
228-192. (F. A u d is i o ), Calcolo di ji colla serie di Leibniz. Acc. L in c ei, g in g n o
1930, (6), v. 11 pp. 1077-1080.
*229-37. Algebra de Grammatica. Schola e t V ita, v. 5, die. 1930, pp. 323-336.

1931

230-193. Jocos de Arithmetica. Rend. Unione professori, Milano, ott. 1931, pp. 50-51.
*231-38. Liberiate et Unione. Schola e t V ita, v. 6, die. 1931, pp. 323-325.

A VV ERTEN ZA

L e brevi annotazioni editoriali (con la sigla U . C.), che ho premesso


ad alcuni lavori, hanno soprattutto lo scopo di indicare i lavori col
legati f r a loro, e talvolta di richiam are lattenzione su qualche punto
del lavoro a cui si riferiscono.
N o n si propongono invece m ai d i commentare o di esprim ere un
giudizio su llopera pubblicata, perch non credo sia questa la sede p er
fa rlo .
I n fa tti, ritengo che lo scopo di queste Opere scelte sia quello
di mettere a disposizione del lettore contemporaneo o fu tu r o il
meglio della produzione scientifica d i Giuseppe P e a n o , affinch egli
abbia la possibilit di giudicarla da solo, senza suggestioni delleditore.
Tuttavia, 'poich pu esserci invece qualche lettore desideroso di
essere guidato nellinterpretazione e nel giudizio comparativo sulle opere
pubblicate, ho creduto opportuno citare alcuni lavori a tti a tale scopo
e, tra questi, anche alcuni d i quelli da me dedicati, in questultim o
trentennio, allo studio ed al commento della vita e delle opere di
Giuseppe P e a n o .
U go C a s s i n a

A N A L IS I MATEMATICA

(5). SU LLA INTEG K A BILIT DELLE FU N Z IO N I


(A tti d elia Reale A ccad. delie Scienze di Torino, V oi. X V11L A . 1883, pp . 439-146)

In questo lavoro fe nsato per la prim a vo lta (ancora otto forma im plicita)
la nozione d i integrale secondo P e a n o .
Questo concetto stato introd otto esplicitam ente nel tra tta to n. 8 (Calcolo
differenziale etc., 1884, p. 298 od Annotaz. al N. 193), nel tra tta to n. 60 (Lezioni
di analisi injinit., 1893, voi. 1, p. 139) e nella n ota n. 78 (del 1895).
Alla fine del lavoro n. 5 (del 1883) trov asi anche la definizione di area
esterna, in te rn a e p rop ria di n n a figura piana.
G. P ea n o , nel tra tta to n. 11 (Applicazioni geometriche del calcolo infinit.,
1887, pp. 155-158), definisce in modo analogo i concetti di lunghezza di una figura
re ttilin e a e di volume di u n a figura solida.
L a lunghezza, cos definita, non differisce dalla misura di C. J o r d a n , il
quale per la introdusse solo nel 1893.
U. C.

Lesistenza dell5integrale delle funzioni d una variabile non


dimostrata sempre con rigore e semplicit desiderabili in tale que
stione. Invero spesso si ricorre a considerazioni geometriche ; ma
parmi che il modo di ragionare dei principali trattatisti non sia
soddisfacente. Le dimostrazioni analitiche sono generalm ente lunghe
e complicate ; in esse inoltre s introducono condizioni o troppo re
strittive, od in parte inutili. Io mi propongo nella presente nota di
dimostrare l esistenza dell integrale, introducendo una semplicissima
condizione d integrabilit. Il ragionamento sar analitico, ma si pu
in ogni sua parte interpretare geometricamente.

1.
Sia y = f ( x ) una funzione di x data in un intervallo a b ; si
suppongono a e b quantit finite, ed i limiti superiore ed inferiore
dei valori di y in questo intervallo pure finiti, e li diremo A e B .
Si divida l intervallo a b in parti lii ht . . .h , tu tte del segno
di b a ; detto y, un valore qualunque assunto da y quando x

26

QIUSEPPE PEANO

varia n ellintervallo ht , si faccia la somma


w=

Vi -f-

y% -|- -J- hn yn = 2 ht ys .

Se, col diminuire indefinitamente di tutte le l i , u tende verso


un lim ite S (l), la funzione dicesi integrabile nell intervallo a b , e
questo lim ite chiamasi il valore dell integrale
b

j /(* ) x
a

2. .
Siano p e e q, i lim iti superiore ed inferiore di y , , cio dei valori
assunti da y nell intervallo A,; pongasi
P 2 ha
Siccome A > p B > y , >
si ha che le quantit

Q 2 hg

5* > B , moltiplicando per 7t* e sommando

A (b a) ,

P , u , Q,

B ( b a)

sono ordinate secondo la loro grandezza (decrescenti se le h sono


> 0 , ossia a < b , crescenti se a > 6) ; P e Q sono i lim iti supe
riore ed inferiore dei valori che pu assumere tt corrispondenti a
quella divisione di b a.
Variando la divisione di a b , variano P e Q , in modo per che
se a < 6 ogni valore di P maggiore dogni valore di Q. Infatti
r n

siano h i h2 . . . hn , h[ h '2 ... h'n>, due divisioni d i a b ; P =

K pr ,

r 1

87l'
2 K 1 ; si im magini la divisione formata dalla sovrappo
ni1
sizione delle due precedenti, e sia lc1 lc . . . . lcm ; ogni intervallo
Tca sar contenuto in un Kp ed in un h'y , ed ogni intervallo l i , ed
ogni h eguale ad uno, 0 alla somma di pi. intervalli le ; onde
sostituendo :
Q' =

am

P =

2 Kpp,
a1

am

Q 2 Jca q'f ,
a1

(') Col che si intende, che, fissata u n a q u a n tit piccola qu an to si vuole *,


se ne possa tro vare o n a ltra a tale che per ogni divisione d i a b p e r cui ogni
intervallo h sia < a , e per ogni scelta delle y t negli in terv alli, sia. sempre in
valore assoluto S v, < < ,

27

SULLA INTEGRABILIT DELLE FUNZIONI

e P Q' = 2 lca (pp <ly) ; ma pp il lim ite superiore dei valori


a

di y n ell intervallo hp che contiene


; q'f il lim ite inferiore dei
valori di y n ellintervallo hy che contiene
onde
Pe > 3y,

P Q '.> 0 y

P >

Q ',

e. v. d.

Se a > 6 , ogni valore assunto da P minore di ogni valore


assunto da Q.
Quindi si deduce che, se a *< b , le quantit P , tutte finite,
ammettono un lim ite inferiore, che diremo M ; e le quantit Q un
lim ite superiore N , e sar
P ^ M ^ N ^ Q .
. Se invece a > b , detto M il lim ite superiore dei valori di P ,
ed N il limite inferiore dei valori di Q , sar
P ^ M ^ N ^ Q .

h 3.
Se ,f(x ) integrabile, preso piccolo ad arbitrio e , si potr fis
sare uua quantit a tale cbe per ogni divisione di a b , per cui ogni
w sempre compreso fra
ed S e ; anche i valori
di P e Q corrispondenti a queste divisioni sono compresi fra /S-j-e
ed S e , perch u pu assumere valori tanto prossimi quanto si
vuole ad ogni valore di P e di Q ; e M ed N , quantit comprese
fra P e Q , saranno anche comprese fra S
e ed S e , ossia
sar M = N z= 8 , perch M , , S sono quantit costanti, ed e
tanto piccolo quanto si vuole ; quindi :
Se la funzione / (x) integrabile,
1 Le quantit M ed N sono eguali, ed il loro valore comune
eguale al valore d ell integrale';
2 Le quantit P e Q tendono verso S col diminuire degli
intervalli ;
3 La differenza fra due valori che possono assumere P e Q
corrispondenti alla stessa divisione, o a divisioni diverse di ab si
pu rendere tanto piccola quanto si vuole col prendere sufficientem ente piccoli gli intervalli delle due divisioni .
Se in quest ultima proposizione si suppongono P e Q corri
spondenti ad una stessa divisione, posto p , q, = d, (oscillazione
di y n ell intervallo li,) e D = 2 he d, sar
P Q = 2 h, (p , qs) = D ;

28

GIUSEPPE PEANO

onde :
Se / (x) integrabile, D ha per lim ite zero, col diminuire
indefinitamente degli intervalli li .
Le condizioni precedenti, necessarie per l integrabilit, non sono
fra loro indipendenti, come dimostra il seguente semplicissimo teorema.

4.
Teorema. La f u n z io n e /(x ) integrabile n ell intervallo a b ,
se M = N ; ed il loro valore comune $ il valore dellintegrale.
Suppongasi p. es. a < 6 ; facciasi una divisione qualunque di
a b , hl li2 . . . hn , tale per che ogni h sia < a , quantit a deter
minarsi ; e sia m = 2 h y.
Essendo S il lim ite inferiore dei valori di P , preso ad arbitrio
s , si potr fare una divisione h\ h i . . . h'n> di a b , per cui, posto
P 1 2 K p [ , sia P ' S < e . Si immagini la divisione di a b
proveniente dalla sovrapposizione delle precedenti ; e un intervallo
lca di questa sia compreso in hp ed in hy ; sar P ' = 2 K p 'y ,
a

u = 2 h a yfi, e P ' u 2 Jca ( p r yfi). Ora degli intervalli hp ala


cuni possono essere contenuti in qualche intervallo h'r ; sar per
essi P y > y p , ed i termini corrispondenti in P ' u positivi ; gli altri
intervalli hp contengono qualche punto della seconda divisione ; essi
sono in numero < ri , e, siccome hp < a , la loro ampiezza totale
< ri a ; a questi intervalli possono corrispondere in P' u ter
mini negativi, ma, poich p'y yp < A B , sar la loro somma
minore numericamente di ri o (A B), onde :
P u > ri a (A B ) ,
ossia
S + e+

(-4. P ) > i t .

A nalogamente, essendo S il lim ite superiore dei valori di


Q , si potr trovare una divisione h li'i, . . hn per cui, posto
Q" = 2 h" q", sar S Q" < e ; e, considerando la quantit u Q " ,
si dimostra nello stesso modo :
u > 8 e r i' a (A B).
Ora, preso ad arbitrio piccolo a , potremo nel ragionamento che
precede, supporre < 4 r , e r i a {A B ) ed r i' a [A B ) minori
2t
di , perch baster prendere <

, e <

SULLA INTEGRABILIT DELLE FUNZIONI

allora
+

a ,

ossia, fissata una quantit piccola quanto si vuole a , si pu deter


minare o tale che per ogni divisione di ab per cui ogni h < a , e
per qualunque sistem a di valori delle ys , si ha sempre S < a ,
e quindi u tende verso il lim ite 5 col decrescere indefinitamente
delle l i ,
c. v. d.
5.
D al teorema precedente si deduce questaltra condizione d in
tegrabilit :
Teorema. / (x) integrabile, se, fissato piccolo ad arbitrio
e , si pu trovare un valore di P ed un valore di Q (corrispondenti,
o no, alla stessa divisione di ab), la cui differenza sia < e ; e fra
questi due valori compreso il valore dell in tegrale.
Invero, essendo M ed 2V compresi fra P e Q , la cui differenza
< e , sar M = N~, come n ell ipotesi del teorema precedente ; ed
pure vera la proposizione inversa, come si visto al 3.
Se n ellenunciato di questultimo teorema si fa l ipotesi inutile
che P e Q corrispondono ad una stessa divisione di a b, ricordando
che P Q D , si ha :
Teorema. f ( x ) integrabile se il lim ite inferiore dei valori
assoluti di D zero (z).
P er completare la trattazione che precede, dar ancora i se
gu en ti teoremi :
Teorema. Ogni funzione continua integrabile .
Invero, supposto a < b , fissato e piccolo ad arbitrio, si potr
determinare una quantit hi tale che per ogni valore di x compreso
fra a ed a -f- /i, = a, sia / (a) / (a;) < s in valor assoluto ; poi
una quantit \ tale che per ogni valore di x compreso fra a, ed
i -j- li2 =

ia / (ai) / () <C e > e cos di seguito. S i avr in tal

(2)
I l semplice criterio d in te g ra b ilit enunciato in questo teorem a trovasi
gi dim ostrato nei Fondamenti per la teorica delle funzioni di variabili reali, di
U. D ini ; m a esso d edotto come conseguenza di lu ngh i ragionam enti, che non
possono riten ersi come e le m en tari; invero V illu stre A. lo deduce d a q uest'altro
criterio / (x) integrabile se lim D 0 col decrescere di tu tte le /*, nel quale
sono inclusi concetti in u tili (come quello del lim ite); e nelle Lezioni di Analisi
infinitesimale, P isa 1877-78, il D in i si lim ita a dim ostrare quest'ultim o criterio ; e
ad esso si lim ita pure il P asc h Einleitung in die Differential und Tntegralrechnung,
L eipzig 1882, a pag. 95.
Dai criterii precedenti si deduce con tu tt a facilit quello enunciato dal
R iem ann tes. Math. Verke, L eipzig 1876, a pag. 226.

3o

Gi u s e p p e p e a n

modo una serie di quantit a , at , a2 , . . , crescenti ; dico che pos


sono crescere in modo da raggiungere b : infatti, ove ci non avve
nisse, esse tendono verso un lim ite d g l i ; essendo /(,* ) continua
anche per x = c , potr determinare un intervallo c oc, c , tale
g

che per ogni valore di x in esso sia f (x) / (c) < ; ed essendo
c il limite superiore delle a a i ai . . . esister una quantit di queste
serie , dove i finito, compresa n ell intervallo c , c ; onde
/ (>) / (c) < -4 - , e supposto x compreso n ell in terva lli a<,

, e

fi

quindi anche nell intervallo c , e , sar f (x) / (c) < , e


t
f(<h) / (x) < e ; onde si pu assumere 4+! = c , vale a dire il
valore 0 pu essere raggiunto, e poi superato dalla serie delle
a j a.2 . . . , ossia questa serie di quantit pu effettivamente rag
giungere b. Sia a ai a2 . . . a_ 1 b una serie di quantit tali che
in ogni intervallo h, = a, a_1 sia / (_1) / ( * ) < ; sar
j)8 q3 < 2 s , D < 2 ((/ ), e quindi D si pu rendere tanto
piccolo quanto si vuole, perch si pu prendere piccolo ad arbi
trio, e la funzione integrabile (3).
Teorema. Ogni funzione (compresa fra limiti fluiti) discon
tinua per un numero finito di valori di x n ellintervallo a b in
tegrabile .
Invero, se / (x) diventasse discontinua per x c compreso fra
a e b, si divida l intervallo a , c e , entro cui la funzione con
tinua, in parti in modo che il valore di D corrispondente sia < a ,
e l intervallo c
(e', b in parti in modo clie il valore corrispondente
di X> sia < p ; anche a b risulter decomposto in parti, ed il valore
di D corrispondente a questa divisione sar
D < a +

? +

(s +

e) (A -

B)

e siccome e , e', a e /? si possono prendere tanto piccoli quanto si


vuole, il limite inferiore dei valori di D lo zero, e la funzione
integrabile.
Ecc. Ecc.
(3)
Il L i p s Ch it z nel Differential nnd Integralreehnuny, Bonn 1880, a pag. 91,
per dim ostrare lesistenza d ellintegrale, suppone s u b ito /( a :) c o n tin u a ; ed inoltre
a pag. 97 fa u na nuova ipotesi equivalente alla c ontin uit equabile, la quale
evidentem ente inutile. E gli dice invero Gogenwiirtig fiigen w ir noch die Vorauesetzung hinzn, dass jedes innoralb der W erthe a nnd b liegendo P a a r von
W erthen x nnd x + A, sobald d e r nnm erische W ertli von h n n ter eine gewisae
kleine Grosse 6 herabsinkt, kleiner bleibe als eine beliebig kleine Grosse X.

SULLA INTEGRABILIT DELLE FUNZIONI

31

Molti autori dimostrano l esistenza dellintegrale con conside


razioni geometriche ; ma, oltre allescludere dalla considerazione
funzioni integrabili, i ragionamenti non sono del tutto soddisfacenti.
Invero in essi si suol considerare larea della figura senza definirla;
e parmi che l area, considerata come quantit, duna figura piana
curvilinea sia appunto una di quelle grandezze geometriche, che,
come la lunghezza dun arco di curva, ecc., spesso la nostra mente
concepisce, o crede concepire, chiaramente, ma che hanno bisogno,
prima dessere introdotte in analisi, d essere ben definite (4) ; e parmi
questo pi importante per l area, perch sul suo concetto si sogliono
nei trattati elementari basare altre dimostrazioni.
Ora, avendosi una figura di forma semplice, il metodo pi
naturale per concepirne la sua area d immaginare dei poligoni, i
quali racchiudono nel loro interno la data figura, e dei poligoni,
contenuti n ellinterno della data figura ; le aree dei primi ammettono
un lim ite inferiore, e le aree dei secondi un lim ite superiore ; se
questi lim iti coincidono, il loro valore comune l area della figura
data, quantit ben definita, che si pu calcolare collapprossimazione
che si vuole ; se invece quei due lim iti potessero non essere eguali,
sarebbe ad escludersi in questo caso il concetto di area. Quindi, per
parlare dellarea duna figura necessario che si verifichi prima
l eguaglianza di quei due lim iti, il che non altro che la condi
zione dintegrabilit precedente.
Il
Serret dimostra appunto la loro eguaglianza nel suo Court
de Calcul d iffren tiel et intgral, Paris 1879 al N. 10, dove com
parisce l area limitata dalla curva y = f (x) , da due ordinate, e
dallasse delle a; ; ma in questa dimostrazione si debbono anzitutto
fare lipotesi che f (x) sia continua (pag. 12, linea 1C), e che non
faccia infinite oscillazioni nell intervallo considerato (pag. 13, prime
linee), le quali ipotesi non fa il Serret, il quale definisce pi tarili
la continuit delle funzioni ; oltre a ci la dimostrazione non pu
ritenersi esatta. Invero in essa si ricorre al principio del N . 9, il
quale enunciato e dimostrato in termini vaghi ed indeterminati ;
n pare facile, colle poche definizioni e proposizioni premesse dal
l autore, rendere rigorosi i ragionamenti dei numeri 9 e 10 ; ad ogni
modo certo che vi si considerano come infinitesime delle quantit
1
(4)
. . . J e com p te p a rm i ces 'p o in ts d fecto enx (della g eo m etria) l ob scu rit
q n i r g n e s u r les p rem ire s n o tio n s des g r a u d e n r s gom triqn ee, e t s o r la m an ire
d o n t on se re p r sen te l a m esn re de ces g r a n d e n r s . . . . L o b a t s G h e w s c k y , Thorie
des paralllea, tr a d . p a r H o O e l.

32

GIUSEPPE PEANO

della forma / (x + h) / (x) , ove sono variabili ad un tempo x ed


h ; in altre parole si ammette nella dimostrazione che si possa, fissato
ad arbitrio e , determinare una quantit a tale che per ogni valore di
h < a , e per ogni valore di x n ellintervallo considerato sia sempre
f ( x - \ - h ) / ( * ) < e ; ed vero che se si suppone f { x ) continua,
essa soddisfa alla condizione precedente (della continuit equabile),
ma questo un teorema che ha bisogno dessere dimostrato.

(6). S U L L E

FUNZIONI

INTERPOL ARI

(A tti della Reale Accad. delle Scienze di Torino, Voi. X V I I I , A . 1883, pp. 573-580)

Sia / (x) una funzione della variabile complessa x , uniforme,


continua, ed avente derivata per tutti i valori di x rappresentati da
punti nell interno d un campo G ; e siano
x t xz x3 . . .
valori di x nell interno dello stesso campo. Le funzioni interpolari
r tx
r 2)
) -- f
Jf (( x

<*)
^ /^( * * )

r 2 Xr 3)
) ----------------- / { X ' Xi
~
)
Jf (( r* , x

f {- X
l X:s),
-----------

...

si possono esprimere mediante integrali presi lungo il contorno di G.


Invero si La la formula
/ \* )

dando ad x i valori

J _ r / ( t) dt _
2 jt i ) t x '

ed x 2 , si ricava l espressione

/(* ) dt
f(r
x ) - J - [ ____I l
3 ( l ^ , _ 2n i J (t x t)
i) (< *a)
ed in generale la funzione interpolare dordine n 1 diventa :
/

. x n) =

(i)
o

l integrazione dovendosi fare lungo il contorno del campo G in modo


da avere a sinistra il suo interno.
Si riconosce subito da questa espressione della funzione inter
polare che essa funzione simmetrica, e continua delle variabili
x t . . . x n ; se i valori di queste variabili tendono tutti verso uno
(x \

stesso

valore

x , la

funzione interpolare

tende verso --------- - ,


{n 1) !

34

GIUSEPPE PEANO

perch si ha la formula :
J

1 1

2n i

J (t x)n
0
e se si fanno solamente eguali- alcuni dei valori di sc x 2 . . . x n , la
funzione interpolare si pu esprimere mediante valori di / (x ) e di
sue derivate, perch basta decomporre la frazione

______ 1
(t X^) . . (t

Xn)

in frazioni semplici, e l integrale nella somma di pi integrali della


forma
f /( ) d t
J (t x)a

S i ha l identit :
| / (*) = / K ) + (*
* 2) + . . .
(
-!r (x x l) . . . { x x n^ 1) f ( X i X . . . X n ) - \ - R n
dove

(2)

f
Rn=

(x

asi). . . (a- *) /

ovvero

Rn = ^ ~

x) . . . ( X - Xn)

(xi x 2 ... x n x ) ,

{t _ Xi) f ^ _ Xn) (t _

(3).

c
Suppongasi ora che le quantit Xi
x 3 . . . crescano in numero
indefinitamente ; / () sar sviluppabile in serie colle funzioni interpolari ove R n abbia per limite zero col crescere indefinitamente di
n . Potremo esaminare alcuni casi in cui questo avviene.
1 Caso.
Suppongasi Xi x2 = x 3 = . . . = x 0 ; si ritrova la serie di
Taylor.
2 Caso.
Suppongasi
X\ = x 3 = x 6 . . . = a
e
x =

Xi = x 0 = . . . = &,

prendendo 2n termini della serie interpolare, si ha :


/ ( * ) = / { ) + ( - 0 / ( > &) + (* ) (* &)/(<*> b , a)
+ (* (i)2 (# b ) f ( a , b , a , b) +

. . . + R 2a

(4),

36

S U L L E FUNZIONI IN TERPOLA RI

ovvero sommando a due a due i termini della serie precedente si ha :


/ (*) = (o +

) + (* ) ( * 6) (1 + h x ) +

+ [(* a) (a? 6)]2 (2 - f

x) + . . .

a) (X i))]"- 1 (a_! -j- /?a_i a?) -(-

7i>2n = ^
(a? o)n (x b)n f --------~ { ('td! -------------
2 n ty
' v
' J (t <t)n (t b)n (t x)
C
P er vedere quando B ha per lim ite zero, si immagini nel piano
rappresentativo della variabile x , la curva luogo dei punti tali che
il prodotto delle loro distanze da a e da b sia lina costante le2. Variando
2cz trovansi infinite curve (ovali di Cassini), e facendo crescere le1
da zero in su, ogni nuova curva contiene nel suo interno le pre
cedenti. Si immagini la pi grande delle curve del sistema, n el cui
interno / (x ) uniforme e continua ; / (a?) sviluppabile secondo la
serie indefinita (4) per tu tti i valori di x interni a questa curva.
Invero sia 7c2 il parametro di questa curva ; pongasi
7c2 = mod (x a) (x b)
sar k\ < 7c2 supposto x interno alla curva ; si consideri una terza
quantit lc\ tale che lt\ < 7c2 < le2 ; si facciano le integrazioni lungo
il contorno della curva di parametro k2 , che contiene x nel suo
interno, ed tale che nel suo interno, e sul suo contorno f (x)
uniforme e finita.
D etta A una quantit maggiore dei moduli di / ( t) , ove t per
corre il contorno della curva 1;\, h una quantit minore dei moduli
di t x , (il modulo d i i x non potendo mai essere nullo, perch
t trovasi sulla curva fc2 ed x nel suo interno), M a lunghezza di
questa curva, si ha :

,_

1 (k M A l

k.
e siccome - y - < 1 , col crescere indefinitamente di n, /i-2n ha per
2

lim ite zero, c. v. d.

L ovale di Cassini, nel cui interno valida la serie precedente,


pu constare di due parti staccate, ed f {x) deve essere uniforme e
continua nell interno di ciascheduna di queste parti. N ulla per im
pedisce che i valori assunti da f (x) in questi due campi possano
appartenere a due funzioni analitiche del tutto differenti.

GIUSEPPE PEAN

E sem pi: 1 Pongasi a =


= x2 1 .

1,

= 1, onde ( # n ) ( x 6) =

Sia / () = 2 ; questa

funzione

discontinua per

x 0 , onde la massima ovale di Cassini, di fuochi -f~ 1 e 1


nel cui interno / (x) continua la lem niscata ; quindi si ha che
-4 - sviluppabile in serie ordinata secondo le potenze di x 2 1 ,
x*
(i coefficienti essendo funzioni lineari d x), e si ha :
L

= ! _

(* _ 1) + (** _

1f _

(x* -

1 )* + . . . ,

serie convergente pei valori di x n ellinterno della lemniscata.


E ssa divergente per x = 0.
2 Moltiplicando la serie precedente per x si ricava la serie
*

-1 - = x x (x2 1) -{- as (x- l )4 . . .


X

convergente, ed avente per somma

OC

per x interno alla stessa

lemniscata ; essa per ancora convergente per x = 0 , ed ha per


somma zero.
3 Si moltiplichi la prima serie per le, e si sommi termine a
termine colla seconda ; si avr la nuova serie :
l l = (le _L *) - (le + x) (x2 1) -4- (le + x) (x 2 x4

1)- . . .

la quale convergente nell interno della stessa lem niscata ; essa poi
ancora convergente, ed ha |)er somma zero, per x = le , e sic
come le arbitrario, il valore le pu essere rappresentato da un
punto esterno alla lem niscata ; onde si deduce non essere vero che
la serie (4) sia divergente per ogni valore di x esterno alla pi. grande
curva del sistema non contenente nel suo interno punti di disconti
nuit o di diramazione. Ritorner su questo concetto.
4 Si pu formare una serie del tipo (4), convergente n ell in
terno della stessa lemniscata, e che valga -f- x quando la parte
reale di x positiva, e x quando la parte reale di x negativa.
Questa serie :
* = i + i-

_ 1) -

(x2 -

1)* +

(x2 -

1)* -

5 Pi generalm ente la serie :


-f
f ( x ) = 1. -f+ m (x2 - 1) +
m. (m 1 ) (m 2)
1- 2- 3

(** -

1)* +

. ..

SU L LE FUNZIONI IN T E R P O L A I^

37

convergente pei valori di x nell interno della stessa lemniscata,


e ha per somma, nellovale contenente + 1 , x 2m, e nellovale con
tenente --- 1 , (T X)2m.
6 anche a notarsi la serie
f (x ) = x z a;2 {x2 \) -\- x %(x2 l )3 . . .
che si ottiene moltiplicando quella del 1 esempio per x 2. Interpre
tandola solamente per x reale, essa convergente purch x sia com
preso fra
e + 1 2 , ed ha per somma sempre 1 , eccettuato
per x = 0 , dove la somma zero.
Essa poi anche convergente, ed ha per somma uno n ell in
terno della solita lemniscata.

3 Caso.
Generalizzando la discussione precedente, si deduce che, ponendo
xj

= fitg, . . . x n = an ,

#+1

f #h-}-2 ==

^*2+l ==

> ..............................................5

{p = y (x)

X2n

&n j

= {x ax) (x a2) . . . { x an),

la funzione / (a?) sviluppabile in serie della forma :


/ (#) =

Vo + <P Vi + <P%W% +

dove
v i Wz sono polinomii interi di grado n 1 in a;; e la
serie convergente per tutti i valori di x compresi nell interno della
pi grande curva luogo dei panti per cui costante il prodotto
delle distanze dai punti ai a2 . . . an , nel cui interno / (#) sia u ni
forme e continua.
Potendo questa curva constare di pi parti staccate (n al mas
simo), la serie precedente pu rappresentare in campi distinti fun
zioni analitiche diverse.
ancora a notarsi che la serie precedente pu essere conver
gente per valori di x fuori della curva accennata ; potrebbesi dimo
strare che questo non pu avvenire al pi che per n 1 valori
di x j ma lascier in disparte questa dimostrazione.

GIUSEPPE PEANO

38

4 Caso.
Suppongasi che le quantit, x 1 x2 . . . x n . . . ammettano un sol
valore limite a , in modo cio che in ogni intorno di a cadano in
fluite quantit del sistem a proposto, e siano in numero finito quelle
non contenute in questo intorno. D ico che la serie ottenuta colle
funzioni interpolari convergente pei valori di x interni al massimo
cerchio di centro a , e nel cui interno / (*) continua e univoca ;
inoltre la stessa serie pure convergente pei valori di x , esterni al
cerchio, ma eguali a qualcuna delle quantit a?i x 2 # 3 . . .
Invero sia B il raggio di questo cerchio ; pongasi
q

mod (x a) ;

onde essendo x interno al cerchio, > < B ; si prenda r in modo che


T n
,
.
q <C r
B , ed e <
; centro in a con raggio e descrivasi
un cerchio ; nel suo interno trovansi infiniti punti del sistema
X\X%
, e un numero finito. di essi trovansi esternamente ; sia n
un numero maggiore degli indici dei punti esterni al cerchio di
raggio e ; sar :
2ti i B n^.p
(x &i). . . (x

xn) (x

(x

x n^_p) J* ^__ _
0

/(< ) d t

- x n+P) (t x )

onde

I
(x x i)...(x x n)
{x x n 11/ (x x n-^-p) A
2n mod B n+P < mod - ------- - - -------- mod - ------- ^
^
2n r ,
{t # 1)... (t a?n)
(t
(t x n^.p) li

ove A > mod / (t) quando t percorre il cerchio di raggio r , ed


li < mod (t x ) , il quale modulo non mai zero, anzi il suo valore
minimo x q . Ora
mod {x a;-|-i) < mod (x a) -f- mod {xn+i a)
ossia
mod (x *n+i) <C Q + j e mod (t ^Vt-i) > r e ;
onde
mod

t x n+i

< g -+ f < 1
r e

e
11?
^
A x x 1) . . . { x x n) ( Q - \ - \ P A
mod E n+P < mod
[
J T r,
e facendo crescere indefinitamente p , si ottiene
Iim

0,

<
3. v. d.

39

SUL LE FUN ZIONI IN TERPOLA RI

Se poi si fa * eguale a qualcuna delle' quantit


la
serie si riduce ad un polinomio, ed perci convergente.
E s e m t i o . V ogliasi sviluppare in serie colle funzioni inter
polati una funzione tale che per x = 0 vale 1 , e che per x 1
e dintorni vale zero. B asta prendere X\ = 0 , x 2 x 3 = . . . = 1 ;
si ottiene la serie

f(x)

x(l

x)

x)2 x

(1

(1

a;)3

. . .

convergente per tu tti i valori di x compresi nel cerchio di centro 1


e di raggio uno, ed avente per somma zero ; convergente pure per
x = 0 , ed avente per somma uno.

5 Caso.
Ogni funzione / (x) continua ed uniforme in tutto il piano
sviluppabile in serie colle funzioni interpolari corrispondenti ad ar
gom enti che non crescano indefinitamente.
Invero sia l i maggiore del modulo di x x x 2 . . . , e si prenda
per contorno, lungo cui si integra, un cerchio di raggio R ' > R ,

oc

*_oc

J?

e sufficientemente grande ; sar mod -------- - < -------, che posso


I
fl'U
JXi --- Xb
supporre < 1 , perch baster prendere R ' > 3 R ; il resto della
serie
E . =

( -

,) ^

e quindi
/ 2R \ n
2* m o d / ^ C ^ r ^ J

A . 2. l i ' ,

essendo A > mod / (x) , ove t percorra il cerchio di raggio R ' ;


onde lim. mod R n = 0 , e. v. d.

(7). TEOREMI SULLE D E R IV A T E


(ESTRATTI D I DUE L E T T E R E D I PEANO E DI UNA DI GILBERT)
(Nouvelles A nualea eie M athm atiques, Serie 3, A . 1684,
pp. 45-47, 153-155, 252-256)

Alla nozione di derivata, G.


45 (del 1892) e 159 (del 1912).

eano,

ha dedioato i lavori n.> 7 (del 1884),

U. C.

JHxtrat d une lettre de M . le D r. J . Peano (pp. 45-47).


D ans son Cours dA nalyse de lcole Polytechnique, p. 21, M.
Jordan donne une dmonstration peu rigoureuse du tliorme suivant:
Soit y f (x) une fonction de x dont la drive reste fnie et
determine lorsque x varie dans un certain intervalle.
Soient a et a -f- h deux valeurs de x prises dans cet intervalle.
On aura
/ (a + h) f (a) = (ih ,
/a dsignant une quantit intermdiaire entre la
plus p etite valeur de / ' (x) dans l intervalle de
E n effet, dit lauteur, donnons x une
a i , a2 , . . . ,
intermdiaires entre a et a -{ li

plus grande et la
a -|- li .
srie de valeurs
; posons

/ (<*r) / (r_l) = (ar r-l) [ / ' ("r-l) + r] .


Supposons m aintenant les valeurs intermdiaires i , . . ,
indfiniment multiplies (et rapproclies). Les quantits i , 2 , . . .
tendront toutes vers zro, car sr est la diffrence entre
f

et sa ]jmjte f

(ar_j).

Or r - l

Oette afflrmation n est pas ju ste ; car


f { r ) / (a r ~ l)

quand on suppose ar_ ! fixe, et ar variable et s approehant indfniment de ar_ i ; mais on ne le peut pas affirmer quand varient en

41

TEOREMI SULLE DERIVATE

mme temps ar et n,.i , si l on ne suppose pas que la drive soit


continue.
A insi, par exemple, posons
V = /(* ) =

S'n \

avec

/ ( 0) = 0;
sa drive
f (x) 2x sin ----- cos

CO

pour x ^ 0 , et / ' (0) = 0 , reste toujours finie et dtermine, mais


discontinue.
Soit
a =

0 ,

li >

0 ;

posons
a

1
2nn

1
"2 (2 + l f ^

n3 , a4 , . . . quelconques.
On aura
az

al

mais
/ (i) = o , / (d2) = 0 , / ' (i) = 1 ;
donc
= 1>
et sa lim ite n est pas zro.
Presque la mme faute a t commise par M. Hoiiel (Cours de
Calcul infinitsim al, t. I, p. 145). J ajouterai enfinque lon dmontre
trs facilement la formule
/ (*o + h) f (x o) =

hf

(*o +

eh)

sans supposer la continuit de la drive.

L ettre de M. le p ro f. P h. Gilbert (pp. 153-155).


Monsieur le Edacteur,
Permettez-moi quelques mots de rponse la critique de M. le
Dr. Peano (*), laquelle M. Jordan n aurait eu aneline peine
rpondre lui-mme, s il n eut probablement apergu derrire quelqne
difficult plus subtile.
(4) Nouvelles Annales, jan v ie r 1884.

42

GIUSEPPE PEANO

J observe d aborrt quil nest pas ncessaire que les e tendent


vers zro pour tout mode de division de l'intervalle h en parties
indiniment dcroissantes } il suffit que cela ait lievi pour un mode
de division, et le tliorme dont il s agit sera dmontr. M. Peano
suppose, dans sa critique et dans son exemple, que les quantits
ar ne sont pas des valeurs fixes de la variable x. Or, rien n empche
de concevoir que l on fasse dcrotre les intervalles entre les valeurs
conscutives de x , tout en supposant celles-ci fixes, en intercalant
entre elles de nouvelles valeurs de * qui resteront fixes leur tour,
entre celles-ci de nouvelles valeurs galem ent fixes, et ainsi de suite
indfnimnt (2). Les intervalles , toujours subdiviss, pourrout
dcroitre au-dessous de toute grandeur donne, et chaque valeur
intercale x restant fixe, le rapport
f{ x - \- ) f(x )
- - l

ne pourra tendre, pour chaeune delles, vers une lim ite differente de
/ ' (,r). A moius donc que, pour tout mode de division de l intervalle
li en parties indiniment dcroissantes <5, la diffrence
<P (* ? ) f

(*)

n e reste suprieure une limite fixe pour un nombre fini ou indfiniment croissant de valeurs de x , quand tous les intervalles
tendent simultanment vers zro, la dmonstration pourra toujours
se faire de la mme manire.
Ce n est pas le cas, on le voit sans peine, pour la fonction

1
x
aussi le tborme contest lui est-il parfaitement applicable. En fai-

J_

_____ 1_

sant ai - et a.z = j
et faisant par consquent tendre
2 71 6 ***
(2 -|- 1) 71
simultanment
e t a2 vers zro, M. Peano introduit arbitrairement
une condition inutile. La dmonstration ne peut se faire p a r eette
voie, voil tout.
JVI. P e a n o croit quil est facile de dmontrer la formule
f { x + k) f ( x ) = h f (x - f Bh),
sans supposer la continuit de la drive. M. Jordan demande, non
sans malice, voir cette dmonstration, laquelle est impossible,
puisque le tborme est inexact.
(2) Ccst bien lik, en jugor p ar lee termes, la pense do M. Jordan.

TEOREMI SULLE DERIVATE

43

Supposons une fonction / (ar) gale ^2 p x depili x = 0


jusq u x a , et 2p (2a x) depuis x = a jusq u x = 2 a.
Cette fonction est continue, mais sa drive cesse de ltre pour
x a , ol elle passe de la valeur l / ~ la valeur 1/ .

1
I' 2a
\ 2a
On a videmment, h tant < a ,
f (n -f- h) f (a h) = \'2p (a h) j2 p (a A) = 0 ;
or il nexiste entre a h et a - \ - h aucune valeur de x pour laquelle / ' (x) se rduise zro.
Notons que le tliorme de M. Jordan reste vrai, au contraire,
dans ce cas-ci, car zro est compris entre les valeurs
1/
P
et _ l /
P
\ 2 ( a h)
\ 2 ( a h)
de f ' (x) qui correspondent a h et a - \- h. E t cependant
M. Peano pourrait ic renouveler son objection, puisque f (a -\- 6)
/ ( 5) n a pas polir limite / ' (a) lorsque & tend vers zro.
P h . Gil b e r t ,
Pvofosasur lUuiverait de Louvain

L ettre de M. le D r. J . Peano (pp. 252-256).


Monsieur,
Permettez-moi de rpondre la Lettre de M. Gilbert. Ses
observations n ajoutent rien la rigueur de la dmonstration de
M. J or d a n . Il suppose fixes les valeurs successivem ent interpoles
dans l intervalle consider ; mais, dans mon exemple, on peut bien
les supposer fixes, et le raisonnement subsistera toujours, si les
deux premires conservent la forme ^------- et - .
[2n -\- 1) ji
2)i ti
Enfin on a toujours un systm e de quantits si ,
, . . . dont
cbacune a pour limite zro, mais dont le nombre crot indfnimnt;
et, quand cela arrive, on ne peut pas conclure en gnral que leur
maximum tende aussi vers zro.
M. Gilbert dit que le tborme sera dmontr si lon prouve
que, pour un mode de division, les e ont pour lim ite zro. Si lon
entend par ces mots que, pour un mode de division, le maximum
des s a pour lim ite zro, la proposition est juste ; mais, comme
cela n arrive pas pour tout mode de division, le tborme rsultera

GIUSEPPE PEANO

44

dmontr lorsqne M. Gilbert aura trouv ce mode particulier de


division, pour lequel la condition prcdente est satisfatte.
E t je dis cela sans malice, pare e que ce mode existe, m ais je
laisserai le soin de le trouver M. Gilbert ; et, pour bien fixer la
question, je lui propose de dmontrer ce tborme, dont il se sert:
S i f ( x ) a une drive dtermine et fin ie / ' (x) pour toutes les
valeurs de x appartenant un intervalle fin i ( a , 6), tant fixe une
quantit e arbitrairem ent petite, on p e u t toujours diviser V intervalle
( a , b) avec les points

Xq a ,

X\ , X2 , * ,

1,

3*11 = b ,

de fagon que cliacune des diffrences


J Z IM

- f

(ar)

(r = 0 , 1

1)

r+ l r

soit, en valeur absolue, moindre que e.


J ai dit, dans ma premire lettre, quon dmontre facilement la
formule
f ( x + h ) - f ( x ) = h f ' ( x + Oh),
sans supposer la continuit de la drive, mais seulem ent son existence (cest--dire l existence dune drive dtermine et fnie pour
toutes les valeurs de la variable dans l intervalle considr). J ai
appris cette dmonstration de M. Genocchi, quand j tais tudiant ;
elle est due M. Ossian Bonnet, et se trouve dans le Gours de
Calcul de M. Serret (2 dit., p. 17) ; mais il y a quelques petites
imperfections, qui peuvent expliquer pourquoi i l . Jordan a des
doutes sur sa rigueur. Mais elle se trouve aussi parfaitement rigonreuse dans :
D i n i , Fondam enti p er la teorica delle fu n z io n i d i variabili reali,
p. 7 5 ; Pisa, 1878.
HARNAOK, D ifferential-im d Integralrechnung, p. 64 ; Leipzig,
1881.
PASOH, E nleitung in die D iff.-u n d Integralrecinung, p. 83 ;
Leipzig, 1882, etc. (*).
Lexemple eit par M. Gilbert, pour prouver que le tborme
est inexact, ne satisfait pas aux conditions du tborme. En eflet,
la fonction de M. Gilbert a, pour x = a , ce quon appello une

(*) J ai cn v o j cette dm onstration M. Jo rd an , il y a quolque tem ps ;


m ais vous la trouvorcz ci-jointe.
G. P.

45

TEOREMI SULLE DERIVATE

drive gauche et ime drive droite (riiclcwcirts und vorwiirts


gettonimene Differential-Q uotienten), et n a pas im e drive ordinaire
dtermine.
J ajouterai enfin, en rponse a M. Jordan, qne si

f (3' | }i\ __ f
tl

tend uniformment vers f ( x ) , .cette drive est continue, et rciproquement.


J ai lhonneur dtre, etc.
(!. P e a n o

V oici la dmonstration de la formule


f ( x + k) - / ( * ) = h f (x + Oh).
ThOKme I (de Rolle). S i f () a une drive dtermine et
fin ie f (x) pour toutes les valeurs de x appartenant V intervalle
(a , b), et si f (a) = 0 , f ( b ) 0 , on a, p o u r une certam e valeur ,rf
de x comprise dans l intrieur du num e intervalle,
/'( * : i) = 0.
En effefc, / ( , v), ayant une drive, est continue; et, en variant x
entre a et b , f ( x ) prendra sa plus grande et sa plus petite valeur.
Si ces valeurs extrines sont toutes les deux nulles, la fonction sera
constamment nulle, et lon aura aussi
/ ' <*) -

0.

Si elles ne sont pas toutes les deux nulles, soit X\ la valeur


de x par laquelle / (a), sans tre nulle, devient maximum ou m ini
mum. La valeur x Y est intrieure l intervalle ( a , b), c a r / ( a ) = 0 ,
et f (b) = 0 ; et pour x = Xi la fonction n est ni croissante ni dcroissante ; donc / ' (s^ nest ni n gative ni positive ; et, cornine on
a suppos quelle est dtermine et finie, elle sera nulle.
T h ORME II. S i f ( x ) a une drive dtermine et fin ie f (x)
pour toutes les valeurs de x appartenant Vintervalle (a , b), on a

f ( f i ) - f ( a ) = ( b - a ) f ' ( x 1) ,
o x 1 est une valeur de x comprise entre a et b.
E n effet, en appliquant le tliorme prcdent la fonction
F () = / (*) - / (a) -

\ f (b)

/ ()],

pour laquelle
F (a ) = 0 , F (b ) 0 , F '( x ) = f (x)

46

GIUSEPPE PEANO

on aura
ou
/ ' (*i)

b a

C. Q. F. D.

On voit quon ne suppose nullem ent la continuit de la drive,


,mais seulem ent sou existence. On peut faire abstraction de son
existence pour les valeurs x = a e t x = b, mais en supposant / (x)
continue pour ces valeurs ; le tliorme reste encore vrai si la
drive devient nfnie, mais de signe dtermin.
Cette dmonstration est de M. Ossian Bonnet.
G. P.

(8). {Estratto) A N N O T A Z IO N I A L TRATTATO


D I CALCOLO D EL 1884
( A n g e lo G en o cch t, Calcolo differenziale e p rin cip ii di calcolo integrale,
pubblicato con a gg iu nte <lal Dr. G iu sep p e T e an o ,
Torino, F ra te lli Bocca, 1884, pp. V II-X X X I1)

Il
lavoro n. 8 p o rta il tito lo : A. G e n o c c h i , Calcolo differenziale e principii
di calcolo integrale, pnbblicato con aggiun te dal Dr. Giuseppe P ea n o (Torino,
F ra telli Bocca, 1884).
Ma tn tto il tra tta to opera di G. P e a n o , come ha ten n to a dichiarare
A. G e n o c c h i fin dal suo prim o apparire, e come risu lta ancor meglio da alcune
lettere e docum enti in ed iti d i A. G e n o c c h i . (Cr. in proposito : U. C a ssin a ,
L opera scientifica di Giuseppe Peano, Rend. Sem. m at. fis. Milano , 7 (1933),
pp. 323-389 ; U. C a s s in a , Alcune lettere e documenti inediti sul trattato di Calcolo
di Genoccld-Peano, Rend. Ist. Lomb. , 85 (1952), pp. 337-362).
Chi vuole avere n n idea dei ris u lta ti consegniti da G. Peano in questo t r a t
tato cfr., p er es., la prefazione di A. M a y e r alledizione tedesca c u rata da
G. B o h l m a n n e A. S c h e p p (lavoro n. 8' del 1899); gli articoli di A. P b in g s h e i m
(II A 1) e di A. V oss (II A 2) nella E ncyklop. der m athem . W issenscbaften
(Bd. 2, 1899-1916) e lo loro versioni francesi corate d a J . M olk ( Encyclop.
des sciences m athm . II, 1, 1909, I I 3, 1912) ; ed il citato studio di U. C as Si n a sullopera scientifica di G. P e a n O. Cfr. anche G. A sc o li , I motivi fonda
mentali dellopera di Giuseppe Peano, nel volume In m em oria di Giuseppe Peano ,
Cuneo 1955, pp. 23-30.
Qui, si ripo rtano le A nnotazioni che precedono il volume.
Sono sta te per omesse le annotazioni ai N. 15, 49, 63, 69, 79, 97, 145, 148
e 160, perch lim itandosi a contenere brevi indicazioni bibliografiche al testo
(non riportato), sono divenu te superflue.
U. C.

N . 1-3. (p. V n -Y III)


Lanalisi si fonda, senza alcun postulato, sul solo concetto di
numero. E bench questo concetto gi si debba avere dallaritmetica
e dallalgebra, si credette bene di qui riportare la definizione dei
numeri incommensurabili, affinch ben chiare risultino le dimostra
zioni su ccessive (p. e. quella del N . 14).

48

GIUSEPPE PEAN

Il
co n cetto d i n um ero incom m en su rab ile qui introd otto, di tu tti
il p i sem p lic e e natu rale, a n ch e il p i com une. V. per u n p i
am pio sv ilu p p o il D i n i , Fondam enti p er la teorica delle fu n zio n i di
varibili reali, P isa 1878, pag. 1-14.
Identico in sostanza il modo di ragionare del D e d e k i n d ,
StetgTceit und irrationale Zahlen, Braunschw eig 1872, e riportato dal
P a s o h , E in leitun g in die D fferentia l-u nd Integral-Reclm ung, Leipzig
1882. Questi autori considerano delle due categorie di numeri da noi
introdotte solamente la prima, cui si d il nome di Zahlenstreclce, e
sopra questo ente si definiscono le operazioni aritmetiche.
Per altri matematici considerano i numeri irrazionali come
lim iti di numeri razionali. Fra questi il Ca n t o r , Ueber die Ausdehm m g eines S a tz e s . . . Math. A n n ., Bd. V, pag. 123, dopo aver
parlato dei numeri razionali, soggiunge :
W enn icli von einer Zalilengrosse in weiterem Sinne rede, so
geschielit es zuniichst in dem Palle, dass eine durch ein Gesetz
gegebene unendliehe Reilie von rationalen Zahlen
(1)

i 2 . . . an . . .

vorliegt, welche die Beschaftenlieit hat, dass die Differenz a+m an


m it wachsendem n unendlich klein wird, was aucli die positive
ganze Zalil m sei, oder m it anderen W orten, dass bei beliebig
angenommenem (positivem rationalem) e eine ganze Z ah i vor banden ist, so dass {an+m an) < e , wenn n S . n x , nnd wenn m
e in e beli ehi g p ositive ganze Zabl is t .
D iese Beschaffenbeit der Reilie (1) drueke ieh in den W orten
aus : D ie Reihe (1) bat eine bestim mte Grenze b .
Questa definizione riprodotta, a meno di qualche parla,
d a l l IlARNAOK, D ie Elemento der B i f f . u. In t. Rechnung, Leipzig
1881, e dal L i p s o h i t z , Qrundlagen der A n a lysis, Bonn 1877, pag. 37;
ma essa pare meno semplice della precedente.
La questione della definizione dei numeri irrazionali lunga
mente discussa dal D u B o i s - R e y m o n d , D ie Allgem eine Funetionentheorie, Tiibingen 1882.
Molti trattati di calcolo non definiscono i numeri incommensu
rabili. Ma facile scorgere in qualche dimostrazione delle asserzioni
gratuite. S i confrontino a questo proposito il S e r r e t , Cours de
Calcul d iff. et in t., Paris 1879, Tomo I , N . 96, e J o r d a n , Cours
dA nalyse, Paris 1882, pag. 102, dove sta contenuto in un videmment il concetto di numero incommensurabile.

An n o t a z i o n i a l t r a t t a t o d i c a l c o l o d e l 1884

49

P r e sso i m atem atici greci ci ch e m eglio corrisponde al nostro


c o n c etto di num ero la ragione, l y o 5, di d u e grandezze. Si confr.
il libro V di E u c l i d e .

N. 6. (p. V i l i )
La parola fu n zio n e eb b e il sign ificato co m u n em en te am m esso da
L e i b n i t z , A ota erudito-rum, 1G92. E s s a sta ta defin ita da G io .
B ernoulli :

On appelle . . . Fonction d une grandeur variable, une quantit


compose de quelque manire que ce soit de cette grandeur va riable et de constantes . Mtti, de lA cad. Roy. de Sciences de
P aris, 1718, pag. 100;
e pi tardi da E u l e r o :
F unctio quantitatis variabilis est expressio analytica quomo documque composita ex illa quantitate variabili et numeris seu
quantitatibus constantibus . Introducilo in A n a ly sin In fin ito rum ,
Lausannse 1748, pag. 4.
La definizione del testo, secondo la quale non necessario che
la y sia legata alla x da relazioni analitiche di L e j e h n e - D i r i CHLET, Doves R epertorium der PJiysilc, B d . I . Cfr. D i s i , Fondam enti,
ecc., N. 20.
N. 7. (p. Y III-X )
Il concetto di limite fondamentale nel calcolo. A lcuni autori
lo ritengono come intuitivo ; altri lo definiscono o incompletamente,
o con parole che avrebbero esse stesse bisogno di definizione. La
definizione qui riportata, che trovasi in tutti i buoni trattati, nulla
lascia a desiderare sotto laspetto del rigore e della chiarezza ; ma
alquanto lunga.
#

*#
A ggiunger qui un altro modo di definire il limite, che in so
stanza non differisce dal precedente, ma che tuttavia pu avere dei
vantaggi. Parler solamente del lim ite quando la variabile cresca
indefinitamente.
D irem o che f (x) col crescere indefinitam ente di x diventa mag
giore dun numero a, se da un certo valore di x in p o i tu tti i valori
d i f (x) sono maggiori di a.
D irem o che f (x) col crescere indefinitam ente di x diventa m inore
di a, se da un certo valore di x in p o i tu tti i valori di f (x) sono
m inori di a.

so

Gi u s e p p e P e a n o

D irem o che f (x) col crescere indefinitam ente d i x ha per lmite


i l , se f (x) diventa maggiore dogni num ero m inore di a , e minore
d ogni num ero maggiore di a.
Tutti i numeri, paragonati al modo di diventare di / ( * ) , s
possono distinguere in tre categorie : 1 numeri di cui / (x) di
venta maggiore ; 2 numeri di cui / (x) diventa minore ;
3 numeri di cui /(se) diventa n maggiore n minore. facile il
vedere che se un numero appartiene alla prima categoria, tu tti
suoi minori v i appartengono pure, e se un nunero appartiene alla
seconda, vi appartengono pure i suoi maggiori ; i numeri della prima
sono minori di quelli della seconda e della terza, e quelli della se
conda maggiori di quelli della prima e della terza.
T e o r e m a . L a condizione necessaria e sufficiente affinch f(x)
tenda ad un lim ite che esistano la p rim a e la seconda categoria, e
che nn esista la terza, ovvero contenga u n sol numero.
Infatti se / (x) tende verso il limite a, esso diventer maggiore
di tutti i numeri minori di a , ossia tutti i numeri minori di a ap
partengono alla prima categoria ; analogamente tutti i numeri m ag
giori di a appartengono alla seconda ; e alla terza categoria non
appartiene al pi che il solo numero a. Reciprocamente se esistono
la prima e la seconda categoria, e non la terza, esister un numero
a non minore dalcuno della 1% n maggiore dalcuno della 2 cate
goria ; e se la 3 categoria non contiene che un sol numero a , tutti
i numeri minori di esso apparterranno alla 1 , e i numeri maggiori
alla 211 categoria. In ogni caso / ( ) diventa maggiore di tu tti i
numeri minori di a e minore di tutti i numeri maggiori di a , dunque
/ (x) ha per lim ite a.
*

D el resto il modo di diventare duna funzione / (x) un ente,


che si pu introdurre in matematica, e studiare, almeno collo stesso
diritto con cui si introducono gli immaginarli.
Invero, potremo definire di questi enti l eguaglianza e diseguaglianza, e le operazioni analitich e fondamentali. Quindi essi appar
tengono alle quantit analitiche. Potremo assumere le seguenti d e
finizioni :
Diremo che, col crescere indefinitamente di x , f ( x ) diventa m ag
giore o eguale o minore di cp (x), se da un certo valore di x in poi
/ (x) maggiore o eguale o minore di <p (x ).
La rp (x) potrebbe anche ridursi ad un numero costante, ed al
lora resta definita l eguaglianza o diseguaglianza del modo di d iven
tare di / ( x) e di un numero.

SI

ANNOTAZIONI AL TRATTATO DI CALCOLO DEL 1884

Intenderemo per somma dei modi di diventare di / (x) e di <p {x)


il modo di diventare della somma f ( x ) -{- <p (x ) ; e in modo analogo si
possono definire le altre operazioni analitiche. Se -cp (x) costante,
restano definite le operazioni fra il modo di diventare duna funzione
ed un numero.
Dalle definizioni precedenti si ricava p. e. ehe x diventa m ag
giore di ogni numero ; che x 2 diventa pure maggiore d ogni numero,
ma anche maggiore di x ; anzi che x 2 diventa maggiore di Tcx, qua
lunque sia le, ossia dogni multiplo di x ; che diventa maggiore
di 0, dando ad x valori maggiori di 0, e diventa minore d ogni n u
mero positivo ; che S- X diventa minore dogni

numero positivo,

e maggiore dogni numero negativo, senza diventare n maggiore, n


eguale, n minore di 0 ; ecc.
Queste grandezze analitiche in cui non pi vero che una gran
dezza, ripetuta un numero sufficiente di volte, possa superare ogni
altra grandezza, si presentano pure nella ricerca dellordine dinfinit
delle funzioni, ed in alcuni problemi di calcolo delle probabilit. Ma
il loro studio ulteriore ci porterebbe troppo lontani.
Sulla teoria dei modi di diventare (o fiui ) di una funzione, G.
U. C.

eano

r i to r n a t o nel lavori n. 144 (del 1910).

N . 18. (p. X X I )
La dimostrazione di questo numero fu data da C a u o h y , A nalyse algbriqwe, Paris 1821, nota III.
La dimostrazione geometrica (pure data dal Ca u o h v , id., pag.
44), in cui si ritiene che la linea di equazione y = f ( x ) , che ha due
punti giacenti da parte opposta dellasse delle x , incontra questo asse
in qualche punto, non soddisfacente. Invero al sistem a di punti di
ascissa # , e di ordinata / (x) possiamo attribuire il nome di linea,
senza aver per il diritto di estendere a tale sistem a le propriet
delle linee che soglionsi considerare in geometria.
Per rendere pi manifesto il valore di questa obbiezione, si os
servi che una funzione f ( x ) pu essere continua per x = x Q quan
tunque essa non assuma che soli valori razionali nelle vicinanze del
valore x 0 ; quindi si potrebbe domandare se esista una funzione con
tinua in un intervallo (a , b) che assuma soli valori razionali. chiaro
che la rappresentazione geometrica non permette di rispondere a
questa domanda. Invece il teorema presente, ed il successivo dimo
strano che una tale funzione impossibile.

G i u s e p p e p e An o

La dimostrazione geometrica sarebbe esatta qualora si definisse


per funzione continua quella cbe non pu passare da un valore ad
nn altro senza passare per tutti i valori intermedia E questa defi
nizione trovasi appunto in alcuni trattati, e fra i recenti citer il
G i l b e r t , Cours d analyse infinitsim ale, Louvain 1 8 72 ; ma erronea
m ente l A . a pag. 55 cerca di dimostrare la sua equivalenza con
quella di cui noi ci serviamo. Invero, se col tendere di * ad a , f (x)
oscilla entro valori clie comprendono / (a ), senza tendere ad alcun
limite, f ( x ) discontinua per oc = a , secondo la nostra definizione,
ed continua, secondo la definizione del Gilbert. V . anche D a r b o u x ,
Mmoire sur les fonctions discontinue!;, Ann. scientif. de l cole nor
male sup., t. IV .
parimenti inconcludente la dimostrazione che n e d il S e r r e t ,
Cours d Algebre suprieure, tomo 1, pag. 95 (4n ediz.). Invero lA.
oltre ad altre inesattezze, ammette che un sistem a di infinite quan
tit positive sia tutto racchiuso entro due limiti positivi, cosa in e
satta perch il lim ite inferiore di un sistem a di numeri positivi po
trebbe essere zero.
N. 20 e 21. (p. XT)
U na pi ampia trattazione della continuit delle funzioni tro
vasi nel D i n i , F ondam enti, ecc.
Il
secondo teorema del N. 20 ed il primo del N. 21 sono dovuti
a W e i e r s t r a s s , cbe primo ne vide la necessit di dimostrarli. V.
S c h w a r z , Giornale di Creile, voi. 72, pag. 141.
Il
secondo del N . 21 a C a n t o R. V . H e i n e , Giornale di Creile,
voi. 74, D a r b o u x , M moire, ecc., p ag. 73, D i n i , Fondam enti, ecc., N. 40.
N. 28. (p. X II)
/

1 \m

La lettera e, per indicare il limite di 11 -|- 1 , fu introdotta


da E u l e r o , Introducilo in A n a ly sin infinitorum , I, 122.
N. 31. (p. X II)
Le proposizioni contenute negli eserczii 6 e 7 sono dovute a
C a u o iiy , A nalyse algbrique, pag. 48 e segg. La prima proposizione

enunciata in questi termini :


Si pour des valeurs croissantes de x la diffrence f ( x ~|- 1) f ( x )
ffx\

converge vers une certame lim ite le, la fraction :------ converger
x
en mme temps vers la infime lim ite , senza mettere la condizione

ANNOTAZIONI AL TRATTATO DI CALCOLO DEL 1884

53

dellesistenza del lim ite superiore dei valori di f ( x ) in ogni inter


vallo finito.
Le proposizioni 9a-13s sono pure dovute a C a u o h y , id., pag. 103.
La proposizione 9a pure vera senza supporre la continuit della
funzione f ( x ) , ma supponendo solamente che i valori che essa assu
me in un intervallo finito siano minori dun numero finito. V . D a r b o u x , S u r u n thorme fond am ental de la gomtrie projective. Math.
A nn., Bd. X V I I , pag. 55. La 13a fu pure trattata da P o i s s o n ,
Trait de mcaniquc, t. I, pag. 14, e da A b e l , Oeuvren complte*,
Christiania 1881, I, pag. 6. Per questioni analoghe V . Nouvelles an
nates, 28 srie, question 7C3.
Si pu aggiungere, come esempio rimarchevole di discontinuit,
il seguente :
a;2
Pongasi (p (x ) = lim
- , si ha <p(x)= 1 se x < 0 , e cp (0) = 0.
t-0 x
t
Allora la funzione di x
lim cp (sen n ! n x ) ,
il limite essendo ottenuto dando ad n valori interi e positivi cre
scenti indefinitamente, vale 0 se x commensurabile, e vale lunit
se x incommensurabile.

q n e s ta l a p rim a esp ressio n e a n a litic a d e lla fu n zio n e (d i D i r i c h l e t ) , che


p e r x ra z io n a le v a le 0 e p e r x irra z io n a le v a le 1. In se g u ito 6 . P e a n o h a d a to
a ltr e esp ressio n i a n a litic h e d i q n e s ta fu n zio n e ; cfr. il t r a t t a t o n. 110 ( Formulaire
de Mathm., t. I l i , 1901, p. 135).
U. C.

X. 32. (p. X II-X III)


Il
M ao -L a u r i n , A treatise o f F luxions, pag. 579, definisce per
derivata (flussione) duna funzione d una variabile : any measures
o f their respective rates o f increase or decrease, while they vary,
o r flow, to getlier, e precisa in seguito meglio questo concetto, e
trova le derivate delle solite funzioni analitiche.
Questo modo di concepire la derivata perfettamente rigoroso ;
in esso non entra esplicitam ente il concetto di lim ite ; e credo op
portuno di riprodurlo in poche parole.
Definito che cosa si intende dicendo che una funzione cre
scente o decrescente per un valore particolare della variabile, dicasi
che una funzione / (x) cresce pi rapidamente dunaltra cp (x), per
x x 0 , se la differenza f ( x ) cp (x) crescente per x = x 0 ; dicasi
in questo caso che <p (x ) cresce meno rapidamente di / ( x ) .

54

G IU S E P P E PEANO

Riconosciuto che in una funzione lineare costante il rapporto


dellincremento della funzione allincremento della variabile, e che la
funzione cresce tanto pi rapidam ente quanto pi grande questo
rapporto, si pu dare a questo rapporto costante il nome di derivata
della funzione lineare.
Diremo che f ( x ) ha, per x = a?0 , per d e r iv a ta / ' (jp0) , se, per
x = ct'Q,/ ( # ) cresce meno rapidam ente d ogni funzione lineare avente
una derivata maggiore di / ' (#0) , e cresce pi rapidam ente d ogni
funzione lineare avente derivata minore di f ' { x 0) .
#
#*
P er lungo tempo si ritenuto che ogni funzione continua avesse
derivata; ritenendo ci sufficientemente dim ostrato da considerazioni
geometriche sulle tangenti alle curve. In seguito ne furono date di
mostrazioni analitiche poco soddisfacenti. La questione fu infine ri
solta portando numerosi esempi di funzioni continue che mancano
di derivata per qualche valore speciale (V. eserc. 6-9), o per infi
niti, ed anche per tu tti i valori della variabile. Vedi fra gli altri
W e ie r s t r a s s , Giornale d i Creile , voi. 79, pag. 29 ; D a rb o u x , A n n .
tcientf. de lEcole Norm ale, 2 srie, t. IV , pag. 92, e t. V ili, pag.
195; D i n i , Fondam enti, ecc., pag. 1 4 7; W ie n e r , Grelles J o u r n a l ,
voi. 90, pag. 221.
#
*#
In n a tu ra presentansi spesso funzioni che sono definite solamente
a meno di u n a qu an tit costante e , che non pu pi essere m isu
ra ta dagli strum enti che si adoperano.
P er funzioni siffatte non si pu parlare di derivata. Invero, sia
f { x ) la vera funzione, e sia cp{x) la funzione che si sostituisce alla
vera, e che ne differisce meno di e ; posto f ( x ) = <p(x) + 9 (#), sar
f { x + h) f { x )
h

<p {x + h) <p (a?)


h

9 { x + h ) ~ 9 (x) _
h
}

e facendo tendere h a zero, dal sapere che 9(x) e 9 (x + h) sono in


valor assoluto minori della q u a n tit fissa e , nulla si pu dedurre
del limite dellultimo termine, e quindi anche del limite del membro
di sinistra.
N. 30 e segg. (p. XIV)
I
ragionam enti del testo dimostrano ad u n tempo
della derivata, e la determinano. Il procedimento seguito da
chi autori, anche moderni, di determ inare delle equazioni da
ricava la derivata, dimostrano solamente che se la derivata

lesistenza
parec
cui si
esiste,

ANNOTAZIONI A L T R A T T A T O DI CA LCOLO D E L 1 8 8 4

55

essa quella trovata. Cfr. S e r r e t , Calcili, ecc., N. 25, 26, 46, ecc. ;
J ordan , A n a ly se , ecc., N. 13, 23 ;... S turm , Analyxe, N. 38 e se
guenti.
N. 44 45. (p. XIV-XV)
La dimostrazione qui data della formula fondamentale del Cal
colo a ttrib u ita ad Ossia n -Bonnet . Cfr. S e r r e t , Caletti, ecc.,
N. 14. Come esposta dal S e r r e t si presta a qualche obbiezione.
Le parole il faudra quelle (la funzione) commence croitre en
p renant des valeurs positives, ou dcroitre ... esprimono un con
cetto inesatto, perch pu una funzione per un valore speciale della
variabile essere n crescente, n decrescente, n costante, come av
viene p. es. per la funzione x sen per x = 0 .
x

La dimostrazione data dal J ordan , Analvue, ecc.," suppone che


f< x _ l h ) f ( x )
- ------ ----- converga equabilmente verso f ' ( x ) pei valori di
fi

x compresi nellintervallo (a , b) , il che esige la continuit della de

rivata. (Cfr. gli esercizi! 9 e 14). Si vegga a questo proposito una


mia nota pubblicata nei Nouvelles A nnales, 1884, pag. 45. V. anche
ivi, pag. 153 e 252 ().
Basta, affinch il teorema N. 45 sia esatto, che la funzione / (x)
abbia derivata pei' valori di x interni allintervallo ( a , &), e sia con
tin u a agli estremi a e 6 ; questa derivata pu anche essere infinita
per qualche valore di x , purch di segno determinato. Cfr. D in i,
Fondamenti, ecc., pag. 69 e segg.

IJna formula pi generale di quelle del N. 45 la seguente :


Se
( x ) , yj (x) ammettono derivata per tu tti i valori di x ap
p artenenti allintervallo ( a , b) , si ha per un certo valore x t compreso
fra e 6
f

(i)

<P'

(*i)

w'

(*i)

/(<*)

<p(a )

V()

/ (&)

<P(&)

V (b)

= <>

Se si fa xp (x) = 1 si ha la seconda formula, e se si fa inoltre


cp (x) x si ha la prima.
U naltra formula che si deduce pure dal teorema del N. 44
la seguente, dovuta a W a r i n g . Se / (x) ha derivata f (x) in un
Certo intervallo e f (a) = f (b) = 0 , esiste un valore di x compreso
(*) Si riferisce al lavoro n. 7 (del 1884). U. C .

56

G I U S E P P E PEA NO

fra a e b per cui f (x) lcf(x) = 0, ove le una costante arbitraria.


Basta invero applicare il teorema accennato alia funzione / (x) e~kx.
Nel Nouv. A n n ., 2 srie, Y I, pag. 415, trovansi altre dimo
strazioni, in cui per si suppone la continuit della derivata.
N. 50. (p. XY-XYI)
Presso i geometri dei secoli X V II e X V III una serie rappre
sentava sempre la funzione da cui quella serie si otteneva con prcedimenti opportuni, n sempre si badava alla sua convergenza.
A Ca uchy , A n a l. alg., chap. VI, si debbono le definizioni pi pre
cise di cui ci serviamo al giorno d oggi ; a lui e ad A bel . le
dimostrazioni pi rigorose dei teoremi. Per molti di essi erano gi
rigorosamente enunciati e dim ostrati da B. B olzano di P raga
(1781-1848). V. S tolz , Math. A n n ., X V III, 255. T uttavia anche al
giorno doggi trovansi definizioni e dimostrazioni incomplete, come
la presente :
Eine unendliche Eeihe, welche einen bestiminten, endlichen
W erth reprasentri, heisst convergent . R a u se n b b r g e r , Tli. d.
periodischen Functionen, Leipzig' 1884, pag. 23.
Parm i oziosa la distinzione delle serie divergenti in divergenti
propriam ente dette, ed oscillanti od indeterm inate.
N. 55. (p. XVI)
Non esatta la proposizione, che trovasi in alcuni tra tta ti :
Si pu solamente affermare che se lim u 0 , la serie non pu
essere indeterm inata . N ovi, A lgebra superiore, pag. 56.
Cos ad es. la serie in cui = sen Vn-\- 1 n s e n / 71, tale
/n n

(n -\-ln -\-h m
2i

cbe lim un= 0, perch un = 2 s e n ---- 1---- -----------c o s ------------------- ,


Ju

e col crescere indefinitamente di n il secondo fattore compreso


fra 1 e + 1 , ed il primo ha per limite zero. T u ttav ia sn = sen 1 n n
col crescere di n non tende ad alcun limite, n finito, n infinito.
N. 56. (p. XVI)
Questo teorema stato enunciato da Cauohy , A n a l., pag. 124,
e riportato da molti altri, p. e. dal S e r r e t , Calcili, pag. 133. in
questi term ini :
La srie ua , u { , . . . est convergente Iorsque la somme
wn -f~ un+i
. . . -|- n+p+i tend vers zro, quel que soit p , quand
n augm ente indfiniment .

ANNOTAZIONI AL T R A T T A T O DI CALCOLO D E L 1 8 8 4

57

Ma queste parole si possono interpretare nel significato del


testo, e costituiscono un teorema esatto, ovvero nel significato che,
fissato ad arbitrio p , la somma
un+p_ i tenda a zero quando
n cresce indefinitamente, ed il teorema risulta falso. appunto in
questo secondo significato che l interpret il C atalan , Thorie lm.
dcs Sries, pag. 4, nota 2 , il quale quindi nega lesattezza del
teorema. U na prova di pi che gli enunciati delle proposizioni deb
bono essere ben chiari.
N. 62. (p. X V I X V II)
Questo teorema fu da diversi matematici enunciato in senso
troppo ampio. Gi O l i v i e r nel Giornale di Creile enunci come
condizione necessaria e sufficiente per la convergenza della serie che
lim n 7/n = 0 ; e A b e l dimostr nel medesimo giornale che questa
condizione non sufficiente {Oeuvre*, pag. 399). Per laffermazione
di A b e l che trs ju ste che la srie ne peut pas tre
convergente si le produit n un n est pas mil pour n = oo , si
deve interpretare nel senso che la serie non pu essere convergente
se n u n tende verso u n limite non nullo. Potrebbe per avvenire
che la serie fosse convergente, bench n u H non tenda verso alcun
limite. Cos per es. si consideri la serie in cui i term ini di indice
1 , 23 , 33 , . . . m 3
siano rispettivam ente
1

i.

J.

2Z 32 ' m2 " '

e gli altri term ini siano tali da formare da loro una serie conver
gente qualunque. Il prodotto n u n , se n un cubo = m 3 , varr
3_

m j n ; e facendo crescere indefinitamente n , n w n assume valori

comunque grandi.
Q uindi inesatta lasserzione del B e r t r a n d , Calcul d iff.,
pag. 239, che in u na serie convergente n un tend ncessairem ent
vers zro . Cfr. Id., id., pag. 232 ; N ovi, A n a lis i algebrica, pag. 102.
invece esatto il teorema :
I n una serie convergente a term ini positivi decrescenti con
tinuam ente lim n u n = 0 . In questi term ini enunciato p. e. dal
Catalan , op. cit., ma la dimostrazione che ne d incompleta,
perch dim ostra solamente che se lim nu diverso da zero, la
serie divergente, senza occuparsi del caso in cui questo limite
non esiste.

58

G IU S E P P E PEA NO

N. 67. (p. X V II-X IX )


La formula di T a y l o r , senza term ine complementare, secondo
il modo d'allora d intendere le serie, fu data da questo matematico
nel 1715.
per ad osservarsi cbe Gio. B e r n o u l l i diede nel 1094 una
formula, cbe porta il suo nome, e cbe equivale allincirca a quella
di Taylor, perch con cambiamenti di lettere dallima si pu passare
allaltra. Cfr. J o h . B e r n o u l l i , Opera omnia, tomo I, pag. 125.
Onde uon credo fuori posto la sua reclamazione di priorit : Quam
eandem seriem postea Taylorus, interjecto plusquam viginti an norum intervallo, in librimi, quem edidit a. 1715, De Mcthodo
incrementorum transferre dignatus est, sub alio tantum chara cterum abitu . Opera, T. II, pag. 584.
Il resto fu calcolato sotto forma (3) da L a grange , Tliorie des
fon ction s analytiques, Paris 1813, chap. VI, dove pure calcolato
sotto forma di integrale definito. La forma (2) fu data da Cauohy ,
Fxerciees de mathmatiques, tomo I, pag. 29, e Comptes rendus des
sances de lA c. Frang., 1840, pag. 642.
Furono date dimostrazioni sbagliate della serie di Taylor da
J . K n ig , N ouv. A n n ., 1874, pag. 270, e da E. A m ig u e s, N ouv.
A n n ., 1880, pag. 105.
#
##
Riguardo alla validit della serie di Taylor, o meglio, per sem
plicit, di quella di Maclaurin, si possono presentare i seguenti casi :
La serie pu essere valida per ogni valore di x , come avviene
per ex , sen x , cos x , ecc. ;
Ovvero pu essere valida solamente per valori di x conve
nientem ente lim itati, come avviene per log (1 -J- a;), (1 -f- x)m ,
are tang x , ecc. ;
Ovvero la serie pu essere convergente per alcuni valori di x ,
senza che la sua somma valga la funzione data. Questo avviene per
__ i_
es. per la funzione e
, la quale si annulla, insieme a tu tte le
sue successive derivate per x = 0 , e quindi la serie di Maclaurin
convergente per tu tti i valori di x , senza avere per somma la
funzione.

Ma si possono anche portare esempi di funzioni, per cui la


serie di Maclaurin divergente per ogni valore di x (tolto il valore

59

ANNOTAZIONI AL T R A T T A T O DI CALCOLO D E L 1 8 8 4

x = 0). Si consideri ad es. la serie

(X)

/(* )=

a x H
2
n-0 1 + bn X

ove le an sono q u an tit arbitrarie, e le bn sono q u an tit positive


scelte in inculo che la serie precedente sia convergente per un in
tervallo contenente nel suo interno il valore * = 0. I term ini della
serie precedente sono in valore assoluto minori, a partire dal terzo
(n = 2) dei term ini

bg

b3

bi

e questa serie si pu effettivamente rendere convergente ; latto per


esempio bn = n ! a , scegliendo il segno in modo che bn risulti
positivo, la serie formata coi valori assoluti della (2) sar conver
gente per ogni valore di x , e la (1) sar convergente e di conver
genza equabile in ogni intervallo finito.
Se si deriva pifi volte la serie (1) si troveranno altre serie,
ciascheduna delle quali si decompone nella somma di parecchie del
x'l~ a an l>rn

tipo

C2

\i

t-

, i cui termini sono in valore assoluto minori


)

dei term ini G ^ - x n~ 2 , e quindi tu tte le serie formate derivando


On

i term ini della serie proposta sono convergenti, e di convergenza


equabile in ogni intervallo. Perci la funzione f (x) ha derivate
determ inate e finite per ogni valore di x ; e si ricava
m = o , / '( o ) = i, ^

(o)= , -

0 b0 , ~ f " (

ih ,

f IV (0) ff4 2 bi -f- a0 b\

' () -- an --- <*w2 ^n2 i- (,n4

4 ---

Di qui si scorge che si possono determ inare le qu an tit arbitrarie


no >ai >a 2 i in modo che f ( x ) e le sue derivate abbiano per x = 0
valori dati ad arbitrio ; e si possono scegliere questi valori in modo
che la serie di M aclaurin sia- divergente per ogni valore di s . B asta
p. e. fare / (n) (0) = [ f .
Vedi D u B ois-E eym ond, Ueber d m Giiltiglceitsbereich dcr T a ylorscher Reihenentwickelung, M ath. A nn., X X I, pag. 109.

60

G IU S E P P E PEA N O

#
**
La formula di Taylor si pu enunciare a questo modo:
Se esistono le derivate 1B, 2 ,... ?i* di f ( x ) per x = x 0 , si ha
/( * + li) = f ( x 0) + h f (x0) + ... +

+ (tS ) ! / ,*-,>W + S ^ , W + *1ove e u n a qu an tit che ha per limite zero, col tendere a zero di
h . F atto n = 1 , si h a la formula che serve per definizione della de
rivata (N. 43). N aturalm ente, se f ( x ) ha derivata na per x = x 0 , do
vr avere le derivate precedenti anche nelle vicinanze di a?0; m a so
p ra la derivata na non necessario supporre n lesistenza n la con
tin u it nelle vicinanze di questo valore. Questa formula si dimostra
assai facilm ente,. e b asta per le applicazioni alla teoria dei massimi e
minimi, e alla geometria. Questo modo di concepire la formula di
Taylor parmi presenti molta analogia con quelli degli antichi geo
metri, quando ancor non si considerava la convergenza delle serie.

L a dimostrazione di questa form ula di P eano trovasi nel lavoro n. 19 (del


1889).
U na generalizzazione di qnesto modo di considerare la serie di T a y l o r tro
vasi nel lavoro n. 42 (del 1891).
U. C.

N. 70. (p. XX)

Gli sviluppi in serie di e*, sen x e cos x furono dati per la prim a
volta da N e w to n .
N. 72. (p. XX)
stato dimostrato da L i o u v i l l e che il numero e non pu es
sere radice d alcuna equazione di secondo grado a coefficienti com
mensurabili, ed infine da H e r m i t e , S u r la fonction exponentielle,
P aris 1874, che esso non pu essere radice dalcuna equazione al
gebrica a coefficienti razionali.
N. 75. (p. XX)
La formula del binomio fu d ata da N e w to n nelle lettere a
L e ib n i tz del 13 giugno e 24 ottobre 1676. La discussione completa
della convergenza della serie, e della sua somma fu fatta da A ie l,
Oeuvres, pag. 219.

ANNOTAZIONI AL T R A T T A T O DI CALCOLO D EL 1 8 8 4

61

X. 82-83. (p. XX)


Q uesta serie dovuta a J a c o b G r e g o r y , Exercitationex geome
trica;, 1GG8. J o h n M a c h i n calcol col suo procedimento il valore di
k con 100 cifre decimali nel 1706.
D a lungo tempo dim ostrata lirrazionalit di n e ?z2. L i n d e die Zahl n, Matli. A nn., X X , pag. 213, dimostr in
fine che esso non pu essere radice d alcuna equazione algebrica a
coefficienti razionali, e quindi limpossibilit della qu adratura del
cerchio colla riga e col compasso.

m a n n , Ueber

N. 84-87. (p. X X -X X III)


L e -propriet delle funzioni interpolari furono esposte in una
Memoria del tomo X V I (pag. 329-349) degli A n n a li (li matematica
d e l G e r g o n n e (Nismes 1825-1826), compilata dallo stesso G e r g o n n e sopra note molto sommarie somministrate dallA m p re . Po scia (nel 1840) quelle propriet vennero riprodotte dal C a u o h y nel
tom o X I dei Comptes rendus, p. 755-788, e in questo medesimo
volume X I, pag. 835-847 (e id. pag. 933), il C au o h y ha indicato
luso delle funzioni interpolari per la risoluzione delle equazioni
numeriche. Tali funzioni sono le medesime che sono state intro dotte da N e w to n nella; sua pi generale formula dinterpolazione
che si trae dal Lemma V, libro I I I dellopera P rincipia mathema tica Philosophice naturatili, dopo la proposizione X L (3* edizione,
Londini 1726, pag. 486-487) e che riferita dal L a g r a n g e nelle
L e zio n i elementari d i m atem atica alla Scuola N orm ale (Jo u rn a l de
l cole Polytechnique, tom. II, 7 et 8 cahiers, pag. 276; Oeuvres
d e Lagrange, P aris 1877, tom. V II, pag. 285) sotto la form a:
y = P + Qi ( x p) + R 2{ x p ) ( x q) + S 3( x i>)(x q)(x r)-\-ecc.-,

essa fu citata anche da J aoobi nel giornale di C r e l l e , tom. 30,


pag. 138.
Il C a u o h y ampli nel 1821 la formula di L a g r a n g e , deter minando una funzione razionale fratta che abbia u n num eratore di
grado n 1 , e un denominatore di grado m , e che per m
n
valori dati di x assum a m -|- n valori dati (Analyse algbrique,
p. 528). J a o o b i tra tt poi lungam ente la medesima questione nella
sua memoria test citata (C r e l l e , tom. 30, p. 127-156), e vi diede
molteplici espressioni del num eratore e del denominatore della cer cata frazione col mezzo di determ inanti, avvertendo essere di grande

62

G IU S E P P E PEA NO

importanza nella teorica dei trascendenti Abeliani la rappresenta zione di dati valori con'funzioni razionali fratte. Egli vi consider
eziandio espressamente il caso particolare in cui tu tti o parecchi
dei valori x 0 , x i ,...
_i assegnati ad x divengono eguali fra loro
(ivi, pag. 148).
A nche il prof. B e l l a v it is si occup a pi riprese delle fun zioni interpolari. Veggasi la sua Memoria letta allistitu to Veneto
il 22 giugno 1S56, S u lla risoluzione num erica delle equazioni, 15,
e la ltra del 17 giugno 1860 : Appendice alle Memorie sulla riso luzione numerica delle equazioni, 30 ; inoltre il R iassunto litogra fico delle lezioni d i A lgebra date da lui nellU niversit di Padova
nel 1807-GS, 81 e 84 . G enooohi , In to rno alle fu n z io n i interpo la ri , A tti della E. Acc. delle Scienze di Torino, X III, 1878.
In questa stessa nota il prof. G enooohi esprime le funzioni in
terpolari, e quindi anche il resto d u na formula d interpolazione, con
integrali m ultipli ; ed in un a ltra nota Sopra una p ropriet delle f u n
zioni interpolari, A tti della R. Acc. d. Scienze di Torino, X V I, 18S1,
dim ostra la formula del X. 86, senza ricorrere ad integrali. Ma la
dimostrazione riportata nel testo dovuta a S chw a rz , A t t i dellAcc.
di Torino, Voi. X V II, 1882, bench il concetto gi si trovi nel B e r
trand , Cale, dijf., pag. 164. Se le variabili sono complesse, la fun
zione interpolare si pu m ettere sotto forma di integrale definito, preso
lungo un contorno, analoga a quella notissima d una derivata. Vedi
P eano , Sulle fu n z io n i interpolari, A tti della R. Acc. di Torino, Voi.
X V III, 1883, dove trovansi alcuni sviluppi in serie o ttenuti colle
funzioni iuterpolari.
A ltre propriet di queste funzioni sono enunciate agli esercizi
31-34 alla fine del capitolo. Le funzioni interpolari di x m coincidono
colle funzioni A leph di W ronski , ossia fu n z io n i omogenee complete.
V. T r u d i , Giornale di Matematiche, Voi. 2, pag. 153.
V. ancora F r o b e n iu s , Ueber Relalionen zwischen den Nahermigsbriichen von Potenzenreihen, Giornale di Creile, 90, pag. 1.
#
#*
U na formula pi generale di quella del N. 87 la seguente :
Se le n -j- 1 funzioni f 0 (x) f t (ce)... f n (x) hanno derivate tino allordine
n 1 pei valori di x appartenenti ad un intervallo entro cui tro-

ANNOTA ZIONI AL T R A T T A T O DI CALCOLO D EL 1 8 8 4

63

vansi i valori che attribuirem o ad x , sar


()

/ o 1 -1 ' ( )
/o K )

/ . ( ' ,)

. . / ( * i)

f a (*-j)

/ i (**)

-/# (* ? )

/ o ('r )

/ i (*)

f n (arf)

ove w un valore medio fra le x , ,ra ... x n . B asta in questa formula


fare / (ir) = f ( x ) , e le funzioni successive eguali alle potenze succes
sive 0 ,1 , 2 , ... di x , per ritrovare la formula del N. 87.
Ti generalm ente ancora, il determ inante le cui linee si ricava
no dalla
/ ( . ) , / , . . . / ( ) (a) , f ( b ) , / ' (b), . . . f P \ b ) , . . . / ( * ) , / ' (l ) . . . / ( (?),/<()
attribuendo alla l e t t e r a / varii indici, ove n = (a -f- 3) -}- (/?
|- 1)
(...
+ (^ + 1) 1 , ed u un conveniente valore di x medio fra a , b ,
I,
nullo.
In questa formula sta compresa la precedente, e la formula di
Taylor.
*
*#
Le funzioni interpolari sono suscettibili di numerose applicazioni,
e perm ettono di dim ostrare con facilit grandissim a certe proposi
zioni di cui molti autori dnno dimostrazioni complicate, e spesso
inesatte. P. e. se F (t) u na funzione di t e di altre variabili, detti
t t ... tn n valori di t , il sistema delle n equazioni
F ( t t) = 0 ,

F (<2) = 0 , . . . F ( t n) 0 ,

si pu pure scrivere
F ( t t) = 0 ,

F ( t t , t2) = 0 ,... F ( t t , t2 ... tn) = 0 ;

e se si fanno tendere t x . . . t con legge arbitraria verso t , le equazioni precedenti diventano al limite
F (t) = 0 ,

F ' (t) = 0 , . . .

(t) = 0.

Q uesta proposizione occorre in geometria, nello studio del con


ta tto delle curve e superficie. Si confronti la dimostrazione prece
dente, p. e. con quella d ata dal J ordan , Cours d A nalyse, pag. 225.

N. 88. (p. X X III)

Il limite superiore dellerrore commesso adoperando le tavole


d interpolazione dei logaritmi, trovato in tal modo colle funzioni

G IU S E P P E PEA N

64

interpolari, quattro volte minore di quello dato dal S e r r e t , Galcul,


tomo I, N. 119, ed ' lottavo di quello dato dallo S turivi, Analyse,
I, N. 137.
N. 91-03. (p. X X III)
Le regole di convergenza dei prodotti infiniti furono trovate dal
C o r io l is ,. e pubblicate da Cauohy , A n a l. alg., nota IX . Le regole
di convergenza, indipendentem ente dallordine dei fattori, da W e i e r stkass , Crelle, 51, e D i n i , A n n . di M at., Serie 2a , II.
N. 94-9G. (p. X X III-X X IV )
Il C a u o h y nel Cours dA nalyse, pag. 131, ammise che la somma
d una serie convergente, i cui term ini sono funzioni continue di una
variabile, sa pure funzione continua. Linesattezza di questa pro
posizione, ove non si impongano altre condizioni restrittive, fu rile
vata da A b e l , Y. Oeuvres compi leu, C hristiania 1871, tom. I,
pag. 224. Cfr. D u B o is -Reymond , N o tiz iiber cinen Cauchy schen
Sats, ecc., M ath. A nn., Bd. IV.
Non esatto il teorema, riferentesi alla derivazione per serie,
enunciato dal D uh Am e l , Jo u rn a l de Liov,ville, X IX , pag. 118, e
riportato dal B e r t r a n d , Calcul diffrentiel, pag. 271 :
Lorsquune srie u0
(i
|. . . dont tous les termes sont
rels et fonctions d une mme variable x , est convergente pour
toutes les valeurs de x comprises entre deux limites
et x 2 , et
devient discontinue pour une valeur particulire x = a , de telle
sorte que pour x = a e et x = -)- la diffrence des valeurs
quelle acquiert reste finie quand e est infiniment petit, la srie
des drives

dx

4- 4 ^ - - ) - . . . est divergente pour x = a. .


dx

P e r convincersi della sua inesattezza, pongasi p. e.


(n x f
e e~nx
~ 1 + { n x f e - f e~nx '

Si verifica facilmente, che se * > 0 , lim / (x , n) = 1 ,


n oo

se

x < 0,

lim / (x , n) 1 ,
n ~ oo

e se

x = 0,

lim / (0 , n) = 0 ,

7100

e che inoltre la derivata f x (0 , n) = 0. Si immagini ora la serie in


cui la somma dei primi n term ini sia appunto / ( x , n) ; questa sar
f ( x , 1) ,

f { x , 2)' / ( * , 1),

f ( x , 3) f ( x , 2)

An n o t a z i o n i

al

trattato

di

calcolo

del

1884

65

ed convergente per tu tti i valori di x , ed ha per somma rispet


tivam ente 1 ,0 e 1 secondoch x positiva, o nulla, o negativa:
quindi la somma della serie considerata discontinua per x = 0 ,
e tu tta v ia la serie form ata colle derivate dei term ini, per x 0 ,
che
0 , 0 , 0 ,...
convergente. L inesattezza di questa proposizione gi fu notata
da D in i e D a rbo u x .

N. 99. (p. XXV)


A proposito della continuit delle funzioni di pi variabili,
m erita di essere rilevata la seguente inesattezza, enunciata da
CAtfOHY, Cours dA nalyse, p. 37 :
S o i t . . . / ( , y , z . . .) une fonction de plusieurs variables,
x , y , z , . . . ; et supposons que, dans le voisinage de valeurs
particulires X , Y , Z , . . . attribues ces variables, f ( x , y, z,...)
soit -la-fois fonction continue de x , fonction continue de y ,
fonction continue de z , etc. On prouvera aisment que, si lon
dsigne par a , f i , y , . . . des quantits inflniment petites, et si lon
attrib u e . x , y
les valeurs X , Y , Z , ,
ou des valeurs
trs voisines, la diffrence f ( x ~ \ - x , y -\- fi, z + y , . . . ) f ( x , y , z , . )
sera elle-mme inflniment petite .
Il
2 esempio del N. 123 prova linesattezza di questa propo
sizione.
(Ecco l'esempio in discorso, pp. 173-174 :
La funzione

col tendere di x ed y a zero non tende ad alcun limite, ma assume


nelle vicinanze dei valori (0 , 0) delle variabili tu tti i valori com
presi fra 1 e + 1. In essa
lim / ( x , 0) =

lira / (0 , y) 0

x 0

y 0

e se si attribuisce alla funzione il valore 0 quando si faccia x = 0


ed y = 0 essa per tu tte le coppie di valori di * ed y funzione
continua di x e funzione continua di y senzessere funzione continua
di x ed y considerate insieme.)

66

G I U S E P P E PEA NO

N. 103. (p. XXV)


Un esempio assai semplice di funzione di due variabili, i n
cui non lecito invertire l ordine delle differenziazioni, dato al
N. 123, 5.
A ltro e s e m p i o m e n s e m p li c e trovasi n e l l HARNACK, D iff. u. In t.
B ., pag. 97, e D i n i , Lezioni di analisi infinitesim ale, P isa 1877-78,
I, pag. 127.
(.Ecco Vesempio in discorso, p. 174 :
La funzione
x2

ove si f a c c i a / ( 0 , 0) = 0 , funzione continua delle variabili r , y ,


ed am m ette le derivate prime

__

y2
f'x (*. y) = y x i + y2 +
v ) - xx x0 * +
-y*
Jf y {<xx , y)

/jj2
+

ilxr ^ ffi2
+ y2

,
,

fm { 0 , 0) = / ; ( 0 , 0) = 0 ,

che sono pu re continue ; ma


f'Jy( 0 , 0) = - 1 ,

/ " < 0 , 0) = 1 ,

onde non lecito scambiare l ordine delle derivazioni. In questo


caso le derivate seconde sono discontinue.)
N. 109. (p. X X V -X X V I)
Erroneam ente il S e r r e t , Caletti, ecc., tom. I, pag. 194, ritiene
lesattezza della formula di Taylor per. le funzioni di pi variabili,
senza supporre la continuit delle derivate di ordine n. Q uesta con
tinuit, che non necessaria per le funzioni d una sola variabile,
lo diventa per quelle a pi, perch nella dimostrazione si derivano
delle funzioni composte, dove si suppone appunto la continuit delle
derivate (V. N. 100).
P e r riconoscere che la formula non pi applicabile se le de
rivate sono discontinue, si consideri la funzione
f{x,y)=

xy

A n n o ta z io n i a l t r a t t a t o

di c a lc o lo

d e l 1884

61

ove il radicale ai prende sempre positivo, e si s u p p o n e /( 0 , 0) = 0.


Q uesta funzione continua per tu tti i valori delle variabili, ed ha
per derivate parziali
fi(x ,V ) =

----- j ,

f y { * , V) = ----

(** + jI2f

(*2 + y 2f

per tu tti i valori di as ed y , tolta la coppia (0 , 0) per cui ambe le


derivate sono nulle. Si applichi a questa funzione la forinola
/ ( * o + 7t>Vo + ]c) f ( x ojVo) + 1lM *>o + Bh, y 0 + BJc) - f lcf^x 0 -J- 8 h, y a - f BJc),
ove si faccia x 0 = y 0 = a , h k a
+ ( + 6) [ /i

b -, si avr

>0 + f y (4 } *)] f

posto t = cc0 -(- Oh = y 0 + BJc . Ma


m

0 f $ t *)=

secondoch t 0 ; quindi si dedur

rebbe
6a
i . + i .
il che assurdo, essendo a e b qu an tit arbitrarie.
N. 110 e segg. (p. X X Y I)
Y. D in i , A n a lis i in f., I, pag. 153.

I teoremi a cni allude questa annotazione (pp. 149-164) sono quelli sullesi
stenza e d e r i v a b i l i t d e l l e funzioni implicito. Qnosta teoria venne rifa tta e sem
plificata da G. P e a n o nel suo tra tta to n. 60 (Lesioni di analisi infinti., 1893,
voi. 2, pp. 157-1G7). U. C.

N. 121. (p. X X Y I)
V. E u l e r o , Medianica, 1736, tomo II, 10C, 497, e Cale, diff.,
225. Si noti la dimostrazione dellinverso del teorema di Eulero.
L e r e l a z i o n i f r a le d e r i v a t e s u c c e s s i v e d e v o n s i a L a o r o i x , Cale,

diff., 292.

K 122. (p. X X Y I-X X Y II)


I
determ inanti funzionali furono studiati da J aoobi , D e determ inantibus functionalibus, Giornale di Creile, t. 22, pag. 319. Y. a n
che le sue Vorlesungen iiber D ynatnik, pag. 100. Il CAYLEY, Creile,

68

I U S E P P E PEA N

t. 52, pag. 276, li chiam Jacobiani. La notazione, analoga alle de


rivate, dovuta a D o n k i n . V . B a l t z e r , D eterm inanten, Leipzig 1875,
pag. 127.
Il
determ inante Hessiano fu studiato da H e s s e , Crelle, t. 28,
pag. 84, e ricevette questo nome dal S y l v e s t e k , V. B a l t z e r , id.,
pag. 134.

* *

A proposito di questi determ inanti, m erita di essere rilevata una


proposizione inesatta enunciata dal B e r t r a n d , Caletti diff., pag. G3.
La proposizione :
Siano y i y 2 . . . yn funzioni delle variabili x } x 2 . . . xn -, date alle x
n sistemi di incrementi, di cui uno sia At x , , Ai x 2 , . . . A( x n , e cal
colati gli incrementi corrispondenti delle y, e siano Aii/if A%yz ,...
il rapporto del determ inante formato colle Ay al determ inante delle
A x ha per limite il Jacobiano delle y rispetto alle x , ove si facciano
tendere le- A x a zero.
P . es. fatto n = 2 , il determ inante

A x i
A 2 x^

Ai x 2
A2 x 2

si annulla

facendo
A 2 x 2 , il che si pu supporre,
ndo p. es. A 1i x il = Al
At .v2,
x 2 , e A2 x i
= A2x
senza impedire la piccolezza delle A x ; ma il determ inante ^ 1^1 A 2/2
^ 2^1 ^ 2^2
non si annulla in generale per quei valori delle A x ; quindi il rap
porto dei due determ inanti assume, per valori comunque piccoli delle
A x , valori comunque grandi, ed anche il valore oo ; quindi non
tende verso alcun limite.
Si potrebbe dim ostrare che il teorema vero solo quando o le
funzioni date sono legate da una relazione lineare a coefficienti co
stanti, ed in questo caso il determ inante del num eratore identica
mente nullo, ovvero quando le y sono quozienti di funzioni lineari
delle x , il denominatore essendo lo stesso in tu tte le y . In questo
caso, servendoci del linguaggio della geometria a pi dimensioni, se
le x sono coordinate cartesiane d un punto in uno spazio, e le y
coordinate du n punto d un secondo spazio, fra i due spazii passa
un a corrispondenza omografica.
Sulla questione del determ inante jacobiano, G.
n. 20 (del 1889). U. C.

eano

rito rnato nel lavoro

N. 124-12G. (p. X X V II-X X V III)


Trovansi in molti tra tta ti di calcolo, negli enunciati e dim ostra
zioni riferentisi alle espressioni indeterm inate, delle inesattezze che

69

ANNOTAZIONI AL T R A T T A T O Di CA LCOLO D EL 1 8 8 4

meritano essere rilevate. A d es. il S e e s e t , Calcul, I, N. 124, dice


che se le due funzioni date tendono a zero, e se hanno derivata de
term inata, il rapporto delle funzioni ed il rapporto delle derivate
tendono ad uno stesso limite, o crescono amendue al di l d ogni
limite. Invece si dimostra solamente che se il rapporto delle derivate
tende ad u n limite (e se y>'(x) non nullo nelle vicinanze del valore
considerato), anche il rapporto delle funzioni tende allo stesso limite ;
quindi si deduce che se il rapporto delle funzioni tende ad u n li
mite, il rapporto delle derivate non pu tendere verso u n limite di
verso da esso, ma non si dimostra che il rapporto delle derivate
tenda ad un limite.
E che questo non si possa dim ostrare lo provano i seguenti
esempi :
Le funzioni siano x 2 sen , e x ; il loro rapporto tende verso
X

zero col tendere di a? a zero ; esse hanno derivate per tu tti i valori
di x , ma (V. N. 40, es. 9) il rapporto delle derivate non tende ad
alcun limite.
In questo esempio la prim a funzione ha derivata discontinua
per x = 0 . Ma facile il portarne u n altro in cui le derivate delle
due funzioni siano continue.
Si considerino perci le funzioni x f ( x ) , e x 2, ove f ( x ) una
funzione che ci riserveremo fissare. Il rapporto delle funzioni vale
f ( x ) , le loro derivate sono
2

x f ( x ) -\- x 2 f ' ( x ) ,

x,

ed il loro rapporto vale


/( * ) + \

x f'W

Si prenda ora per f ( x ) una funzione tale che


1 Esista un limite di f ( x ) quando x tende a zero.
2 Ohe abbia derivata per tu tti i valori di x , tolto al pi il
valore x = 0 .
3 Che f'{ x ) e x f '( x ) col tendere di a: a zero non tendano ad
alcun limite.
4 Che x 2 f ( x ) tenda a zero col tendere di a; a zero.

70

G I U S E P P E PEA NO

Soddisfa a tu tte queste condizioni p. es. la funzione / (%) =


X

sen

~] Hoc
. Ed allora si ha che il rapporto delle due funzioni
x

0
date tende ad un limite, che esse hanno derivata determ inata e con
tinua per tu tti i valori di x , ma il rapporto delle derivate non tende
ad alcun limite.
oo
La regola pel caso della forma indeterm inata ----- dim ostrata
OO
in seguito dal S e r r e t incompletamente, perch am mette a priori
l esistenza del limite cercato. La stessa dimostrazione incompleta
data da S tu rm , Analyse, I, pag. 152, da H e r m it e , A n a lyse , pag. 200,
da S ohlomiloh , Com pendim i der lioheren A n a ly sis , Braunschweig
1881, pag. 143, e loscurit in questa questione resa ancora mag
giore dallo S t u r m , ivi, pag. 156 ; ove dice che avant d appliquer
les rgles il faudra bien s assurer que lexpression propose, ainsi
<p' (%)

que - t , . . approche d une limite .


Y ()
Y. S tolz , TJeber Orenziverthe der Quotienten, Math. Annalen,
Bd. X IV , pag. 231, e X Y , pag. 556 ; B ouq u et , Nouvelles A nnales
de M ath., 2e srie, t. X V I, pag. 113.
N. 129-130. (p. X X V III-X X IX )
Meritano qualche attenzione i risultati di questi numeri, perch
si riferiscono a proposizioni male enunciate e male dim ostrate in
gran num ero di tra tta ti. Cos spesso si dice che il limite del ra p
porto dellincremento duna funzione di pi variabili al suo differen
ziale totale lunit (S tu rm , A nalyse, N. 102; J ordan , A nalyse,
N. 19, 22, ecc.) ; che nella formula di Taylor per le funzioni di pi
variabili il rapporto del resto dopo un term ine al term ine stesso
abbia per limite zero col tendere a zero degli increm enti delle va
riabili (J ordan , A n a l., N. 203 ; S e r r e t , Caletti, N. 134, 152, ecc.
B er t r a n d , Calcul, I, pag. 392). V. anche T o d h u n ter , Cale. diff.
Napoli 1880, N. 166.
Che queste proposizioni siano inesatte, risulta evidentem ente da
varii teoremi del N. 130. Ben vero che questi autori suppongono
spesso, p. e. nella formula di Taylor, che i rapporti degli increment:
delle variabili rim angano indeterm inati ; ma allora non pi deter
minato il concetto di limite d una funzione di pi variabili. Del re
sto nelle applicazioni della formula di Taylor ai massimi e minimi
delle funzioni di pi variabili e ai punti singolari delle curve am
mettono effettivamente che si possa determ inare una qu an tit t] , in

ANNOTAZIONI AL T R A T T A T O Di CA LCOLO D EL 1 8 8 4

71

modo che attribuendo alle variabili incrementi minori di , il ra p


porto del reato dopo u n term ine al term ine stesso sia costantem ente
minore duna quantit e fissata ad arbitrio, vale a dire attribuiscono
alla parola limite lo stesso nostro significato.

La teoria, a cui si riferisce qneBta annotazione (pp. 184-190), quella dei


lim iti delle fruizioni di pifi variabili che si presentano sotto la forma 0/0.
Q u e sta te o ria d i P

is a n o

s t a t a s p e c ia lm e n te a p p l ic a ta a llo s tu d io d e i m a s

s im i e m in im i d e lle f u n z io n i d i p ili v a r i a b il i,

6 . P eano ne h a fatto pure uso nel lavoro n. 20 (del 1889). V. C.

X. 133 136. (p. X X IX X XX )


Le dimostrazioni dei criteri per riconoscere i massimi e minimi
delle funzioni di pi variabili, date dal piil gran numero di tra tta ti,
sono fondate sulla proposizione che nella formula di Taylor per le
funzioni di pi variabili il rapporto del resto dopo u n term ine qua
lunque al term ine stesso abbia per limite zero col tendere a zero
degli incrementi delle variabili. Q uesta proposizione falsa in gene
rale, se il termine considerato non forma definita negli incrementi
delle variabili ; e se esso forma definita, quella proposizione ha
bisogno di dimostrazione.
Xon esatto il criterio enunciato dal S e r r e t , Calcul, pag. 219 :
le maximum ou le minimum a lieu si, pour les valeurs de h , J c , .. .
q u i annulent d2f et d3f , d4f a constam m ent le signe ou le
signe -J- .
P e r vedere linesattezza di questa proposizione, si consideri p. e.
la funzione intera
f { x , y ) = (yi z p*) (y2 2 qx),

ove p > q > 0 , e fatto x 0 = 0 , y 0 = 0 , si avr


' f( h ,J c ) = 4 pqli 2 2 (p - ( - 2) hlc2 -|- k4 .
Il
sistema dei term ini a secondo grado positivo per tu tti i v a
lori di li e le , tolto il valore di li 0 , per cui si immillano i te r
mini a terzo grado, e il sistema dei term ini a quarto grado posi
tivo. Quindi, secondo il criterio del Serret, f ( x , y ) minima per
x 0 . Ma facile a s s ic u ra rc i'c h e questo non . Pongasi invero
1y 2 = 2 l x ; facendo tendere x a zero anche y tende a zero, e si avr
/ [ x , 2 1 x) = 4 (l p) [l q) x 2 .
Q uesta qu an tit a nostro arbitrio positiva o negativa, secondoch
l fuori, 0 dentro allintervallo ( p , q) ; quindi la funzione / assume,

72

G IU S E P P E PEANO

in ogni intorno dei valori (0 , 0) di * ed y , valori positivi e valori


negativi, ossia valori maggiori e minori di / ( 0 , 0) = 0 , e / non
n massima n minima.
Lo stesso errore commesso dal B e r t r a n d , Calcul, ecc., pag.
504; T o d h u n t e r , Calcolo, N. 229, ecc.
N. 141 e segg. (p. XXX )
G ran parte dei teoremi sulle variabili complesse furono enunciati ed
ordinati da C a u o h y , A n a l. A lg ., chap. V II e segg.
N. 146. (p. XXX)
Le relazioni fra le funzioni trigonometriche ed esponenziali sono
dovute a Gio. B e r n o u l l i , bench pubblicate la prima volta da E u
l e r o , Introducilo, ecc., pag. 104.
N. 154. (p. X X X )
_
.
du
dv
du
do
Le condizioni = e = sono necessarie e sufficienti
dx

dy

dy

dx

(1%

per lesistenza della derivata. Le condizioni

dx2

s = 0 , ed
dy2
7

analoga per la v , sono pure necessarie, ma non sufficienti, come


per inesattezza dice il K 5 n ig s b e r g e r , Th. d. E lliptischen Funai.,
Leipzig 1874, pag. 17 e 18.

N. 168. (p. XXXI)


L integrazione delle funzioni algebriche razionali m ediante la de
composizione in frazioni parziali dovuta a Gio. B e r n o u l l i , Opera
omnia, t. I, p. 393. La teoria fu in seguito perfezionata, e semplificate
le regole per determ inare i num eratori costanti (che secondo B er
noulli sono determ inati facendo sparire i denominatori, ed eguagliando
i coefficienti delle stesse potenze di x), da E u l er o , Cauchy , ecc.
N. 174. (p. X X X I)
F (x\
, , nelle frazioni semcp(x) rp(x)
plici stata tra tta ta da E u l e r o , voi. I delle Mmoire de Ptersbourg (an.-1809), e Introducilo in A n a lysin , I, pag. 23; Cr e l l e ,

La decomposizione della frazione . .

voi. IX e X del suo giornale ; C la u sen , voi. V i l i dello stesso ;


J aoobi , id., voi. XV, pag. 108. V. anche T r u d i , Giornale di M atem.,
voi. 2, pag. 225, e B a l t z e r , D eterm inanten, Leipzig 1875, pag. 109.
La decomposizione dellintegrale d una funzione razionale nella
sua parte razionale, e nella trascendente, come fatta in questo n u

ANNOTAZIONI AL T R A T T A T O DI CALCOLO -DEL 1 8 8 4

73

mero, dovuta ad H e r m it e , Nouvelles A nnales, 1872, pag. 145, e


A nnales de lcole n o m i, sup., 2me srie, 1872, tomo I, pag. 214.
N. 193. (p. X X X I)
Q uesta definizione dellintegrale definito equivalente a quella
d ata da R iem ann , Oeu. Werlce, pag. 213; ma il considerare linte
grale definito come il limite inferiore di certe somme, e limite su
periore di altre, pare alquanto pi semplice clie il considerare lin
tegrale come il limite verso cui tende una somma. Le q uan tit S t
ed S 2 furono gi introdotte da Y. Y o l t e r r a , S u i p rin c ip ii del cal
colo integrale, Giornale di M atematiche, X IX . U na dimostrazione elementare della proposizione che se S l = S 2 , il loro valore comune
sia il limite verso cui tende la somma del N. 192, C ordi, (e che qui
. non riportata), fu data da me in una nota negli A tti dellAcc. delle
Scienze di Torino, A prile 1883.
N. 194-197. (p. X X X II)
Delle qu attro proposizioni del N. 194, le tre prime, che gi trovansi in Euclide, bastano a riconoscere leguaglianza o diseguaglianza
delle aree piane poligonali. La quarta, di cui implicitamente anche
Euclide si serve, nettam ente enunciata come postulato pi volte
da A r c h im e d e nei libri B e lla sfera e del cilindro, postulato 5, Delle
spirali, nella prefazione, e specialmente nella prefazione alla quadra
tu ra della parabola, ed essa necessaria per decidere delleguaglianza
di aree non decomponibili in p a rti sovrapponibili. Y. S tolz , Z a r Geo
metrie der A lte n , insbesondere uber ein A x io m des Archimedes, Math.
A nn. X X II. Y. anche De Z o lt , P rin c ip ii della eguaglianza di p o li
goni, Milano 1881.
Indipendentem ente da ogni postulato, supposto di saper m isu
rare ogni area piana lim itata da u n poligono, risulta dal N. 195,

che preso ad arbitrio u n numero maggiore di

f ( x ) d x , si pu for-

mare u narea poligonale m isurata da questo numero, e contenente


nel suo interno larea in questione, e preso un numero minore di
quellintegrale, si pu formare u n area poligonale m isurata da questo
numero e contenuta nellinterno dellarea data. Analogam ente pei
volumi, ed archi di linee.
N. 200. (p. X X X II)
Lo sviluppo in prodotto infinito di ~ , primo esempio di prdotti infiniti, fu dato da W a l l is (1016 1703), A rith m etica infinitorum .

(9). SULL INTEGRABILIT DELLE EQUAZIONI


DIFEE RENZI ALI D I PRIMO ORDINE
( A tti della Reale A ccad. delle Scieuze di Torino,
Voi. X X I, A . 1886, pp. 677-685)

Alla integrabilit delle eqnazioni differenziali e dei sistemi di equazioni dif


ferenziali ordinarie, G. P e a n o , ha dedicato i lavori n . i 9, 10, 12, 27, 49, 94 (pub
blicati dal 1886 al 1897), oltre ad alcuni paragrafi del tr a tta to n. 138 (Formu
lario mathematica, t. V, 1908, pp. 409-429).
T u tti questi lavori sono qui riportati, salvo il n. 10 (del 1887), di cui vien
dato solo il titolo, per il motivo che sar esposto.
Nel presente lavoro n. 9 (del 1886), G. P eano , dim ostra il teorema di esi
stenza di soluzioni dello equazioni differenziali ordinarie del 1 ordino con la sola
condizione della continuit.
Nel lavoro n. 27 (del 1890), G. P e a n o , dim ostra il teorem a analogo por i
sistemi di eqnazioni differenziali ordinarie.
L a questione dellunicit della soluzione stu d iata in generale nel lavoro
n. 49 (del 1892) o ripresa nel lavoro n. 94 (del 1897) ; naa di essa si ora gi oc
cupato nel lavoro n. 9 (parte 6 ft) e nel lavoro 27 ($ 5).
U. G.

Le dimostrazioni finora date dellesistenza degli integrali delle


equazioni differenziali lasciano a desiderare sotto laspetto della sem
plicit. Lo scopo di questa Nota di dim ostrare elementarmente
eh/

lesistenza degli integrali dellequazione - ^ - f { x , y ) , supposta so


lam ente la continuit della funzione f { x , y ) .
Teorem a.

S e f ( x , y ) funzione continua di x ed y per tu tti i valori delle


variabili che considereremo, e se a. e & sono due valori arbitrarti di
x ed y , allora si pu determ inare il valore A > a in guisa che :
1 Si possano formare infinite funzioni y l di x , determ inate
in tu tto lintervallo ( a , A ) , che per x a assumono il valore 6 , e
che soddisfano alla disuguaglianza

SULL'INTEGRABILIT DELLE EQUAZIONI ECC.

75

2 Si possano formare infinite funzioni y2 di x , che per


x = a assumono il valore 6 e che soddisfano alla diseguaglianza

3 Le funzioni y x hanno un limite inferiore Y t , che una


funzione di x , definita nellintervallo ( a , A ) , che per x = a assume
il valore b e che soddisfa allequazione

4 11 limite superiore delle funzioni yz una funzione Y 2 di


x , definita nellintervallo ( a , A ) , che per x = d assume il valore b
e che soddisfa allequazione
dYz
dx

5 Ogni funzione y di x , che per x = a assume il valore b ,


e che soddisfa allequazione

, nellintervallo ( a , A ) , compresa fra Y i ed Y z


Y ^ y ^ Y z.

6 S e f { x , y ) ha la derivata parziale rispetto y minore duna


quantit assegnabile per tutti i valori considerati delle variabili,
tu tte le funzioni y di x , che per x = a assumono il valore b e che
soddisfano allequazione differenziale

(tX

f { x , y) sono identiche fra

loro.
D

im o s t r a z io n e .

Sia p ' una quantit > /( ,& ) e si consideri la funzione lineare


y ' = b + p ' ( x a)-,

questa, per x = a , assume il valore 6 , e la differenza

una funzione continua di x , che per x = a assume il valore


i>'
qui ndi si potr determinare un valore a ' > a ,

76

GIUSEPPE PEANO

in modo che per ogni valore di x nelFintervallo {a , a') si abbia


diif

ancora ------- f ( x , y') > 0 , ossia


ose

Sia V il valore di y ' per x = a' (cio bf b - \ - p f { x a))} sia


p " una quantit >/('> & ')> e 81 consideri la funzione
y= b ' + p ' , ( x - a ' )
dy "
la qale per x af assume il valore V j la differenza ----

funzione continua di x , che per x = a ' assume il valore p"


f{ a % b ' ) > 0 ; quindi essa sar ancora positiva per tu tti i valori
di x compresi fra a ' e un certo valore a " > a' j ossia nelFintervallo
{a'y a) si ha

Sia b" il valore di y per x = a") detta p " una quantit


> / ( " , J"), la funzione
y'" = b " + p ' " { v - a " )

assume per x = a" il valore


Sfer allequazione

e in un intervallo (a", a ,H) soddi-

Cos si continui, e si ripeta questoperazione n volte. Si avr


una serie di intervalli successivi
a , a' ;

a \ a";

a",

;...

, d n) ;

ed altrettante funzioni
v%

y",

i(n>

tali che il valore della prima per x = a b , ed il valore di ciascuna


al termine del proprio intervallo eguale al valore della successiva
allorigine dellintervallo successivo; ciascheduna di queste funzioni
soddisfa, nel p'roprio intervallo, alla diseguaglianza

2>/e.
Sia y i la funzione di x (formata da una successione di fun
zioni lineari), che nei successivi intervalli considerati coincide rispet
tivamente colle funzioni y ' y n * . . .
Posto

si conchiude

s u l l i n t e g r a b i l i t

delle

e q u a z io n i

ecc

che y i una funzione continua di x , definita nellintervallo ( a , A t) ,


che per x = a assume il valore 6 , e che soddisfa alla diseguaglianza

Con ragionamento analogo, scambiando i segni > in < , si


dim ostra che si pu formare un a funzione y , definita in u n inter
vallo ( a , A s) che p er x a assum e il valore & e che soddisfa alla
diseguaglianza

Quindi, detto A il pi piccolo dei valori A , e A 2 , nellinter


vallo ( a , A ) si sono formate le funzioni y, e y 2 che soddisfano a
tu tte le condizioni della 1 e 2a parte del teorema, e siccome si
possono scegliere in infiniti modi le qu an tit p , p " , . . . , a', a " , . . .
e le loro analoghe per y 2 , si conchiude che le funzioni y t e y 2 sono
in numero infinito.
Prim a di passare alle altre parti del teorema, converr premet
tere queste proposizioni :
I.
Se due funzioni y l e y 2 soddisfano rispettivam ente alle
diseguaglianze

ovvero alle

e se per un valore speciale x 0 di x esse sono eguali, la differenza


2/ , y 2 , col passare di x da valori minori a valori maggiori di x 0 ,
passa dal campo negativo al positivo.
Infatti, per questo valore di x si ha evidentemente
oss

perci la differenza y i y 2 crescente per x = x Q, e siccome si


annulla per x = x 0 , essa passer dal campo negativo al positivo.
II.
Se due funzioni y l e y 2 soddisfano alle condizioni prece
denti, e se per x x 0 si h a y t
y 2 , per ogni valore di x > x 0 sar
Vi > y 2 -

Infatti, lo si neghi ; allora la differenza i/, y 2 sar per qualche


valore di x > x 0 nulla o negativa. Suppongasi che essa sia nulla, e

18

Gi u s e p p e

pean o

sia x i il pi piccolo valore di x per cui essa si annulla. Allora la


differenza y i y2 che non si annulla pi nellintervallo (x0 , x t) con
server il segno costante positivo, perch essa positiva per x = x 0 ,
Se i/i > Vt j ovvero, se nulla per x = x 0 , allora essa diventa posi
tiv a per x > x0 , per la proposizione precedente. Ora questo as
surdo, perch se per x x l le funzioni y i e /2 sono eguali, per
x <[ x i , la differenza y i y2 deve essere negativa, in v irt della
proposizione precedente. D unque la differenza y i y2 non potr
annullarsi per alcun valore di x > x a , e quindi nemmeno cambiare
segno e diventare negativa.
Ci premesso, le funzioni y i e y2 , che soddisfano alle condizioni
l a e 2 del teorema, cio che per x = a assumono lo stesso valore
b , e che soddisfano alle diseguaglianze
>/(*,!),

< / ( >Vi)

saranno tali eli e per ogni valore di x nellintervallo (a , A )


Vi > V % -

Quindi, attribuito ad x un valore qualunque nellintervallo con


siderato, gli infiniti valori che pu assumere y i sono tu tti maggiori
degli infiniti valori che assume y2 ; perci esiste un limite inferiore
y , dei valori di y i , e u n limite superiore Y 2 dei valori di y 2 ; e sar
r2
Saranno Y { e
due funzioni di x definite nellintervallo ( a , A ) , che
per x = a assumono il valore b , comune a tu tte le i/t e j/2 ; dico che
ciascheduna di esse soddisfa all equazione differenziale proposta.
Invero, pongasi Y i = F ( x ) . Diasi ad x u n valore particolare
x a , e facciasi per brevit f [ x 0 , F (se0)] = m . Sia un a q u an tit posi
tiva piccola ad arbitrio; si consideri la funzione
<P(*) = F K ) + ( * *o) (m )

Q uesta per x = x 0 assume il valore F (x 0) , e, per lo stesso


valore della variabile, soddisfa alla diseguaglianza

dy

dx

< / (x , y) ;

quindi essa soddisfer p u re a questa diseguaglianza per tu tti i valori


di x compresi fra x 0 ed un certo valore x i > x 0 . O ra ogni funzione
y 1 , che soddisfa alle condizioni della prim a parte del teorema, ha
per x = x 0 un valore maggiore di F (x0) = <p (x 0) , perch F (xg) il
limite inferiore dei valori delle funzioni y l : inoltre essa soddisfa
alla diseguaglianza

dy

> / (x , y t) ; quindi, per

una proposizione

U L L 'l N T E O R A B IL IT

D ELL E EQUAZIONI ECC.

79

dim ostrata, sar, per ogni valore di x nellintervallo (a;0, # i ) , Vi > <P(x )
perci F (a?), cio il limite inferiore dei valori di yi non sar minore
di < p (x ),F (x) ^ <p ( x ) , ovvero, sostituendo a q>(x) la sua espressione,

F (x) F (x0) + {x x a) (m e ),
clie si pu scrivere
X xQ

D altra parte, fissato ad arbitrio e > 0 , la quantit


. f f = m, + / [ * , i?{a?0) + * + (w + e) (x a?0)]

funzione continua di ed x , cbe per a = 0 e x x0 si riduce


a d e , qu an tit positiva. Q uindi si possono determ inare g > 0 e
x i > *0 >
modo cbe per ogni valore di a < g e per ogni valore di
x nellintervallo (x0 , x t) , si abbia H > 0 . Ora, poicb
(a?0) il
limite inferiore dei valori cbe assumono, per x = x0 , le funzioni yi ,
si potr determ inare una di queste funzioni che assuma, per x = xg ,
u n valore -F (*0) -)- , ove a <T p . Si consideri ora la funzione y (x)
che nellintervallo (a , ir0) coincide colla funzione yi or ora conside
rata, e che nellintervallo (x 0 , a:,) valga
V (* ) =

Sar
dx

CtX

/(* ,

F (xo) +

(m +

) ( * o)

0 ; quindi, nell intervallo {x (), acj) sar

v) A dunque la funzione xp (x) soddisfa a tu tte le con-

dizioni del num. 1 del teorem a; ma F(x) il limite inferiore delle


funzioni che soddisfano a quelle condizioni, perci nellintervallo
(x0 , a;,) sar F (x) < xp (ar), ossia

F (x) < F (x0) - f a - f (m

e) (x x0) .

Q uesta diseguaglianza soddisfatta qualunque sia a , che si


pu supporre piccolo ad arbitrio; quindi
F ( x ) ^ F (jt0) + (?n + )(* x0)
che si pu scrivere

* ( .) - * ( o>
x x0

Le diseguaglianze trovate
m

V F ( x ) - F ( x 0)
e < ----------------- < m
x x0

furono dim ostrate per % > ar ; ma, a causa della loro simmetria in

x ed x0 , si pu far astrazione da questa ipotesi.

G IU S E P P E PEA NO

80

Esse dicono appunto che


F ' ( x 0) = m ,

ossia, sostituendo ad m il suo valore, clie lequazione differenziale


F ' (x )= f[ x ,F (x )}

soddisfatta per ogni valore x 0 di x appartenente allintervallo


(a , A ) .

I n modo analogo si dim ostra che Y % soddisfa alla stessa equa


zione differenziale. (Del resto, ponendo y = z , le funzioni y l ,
,
y 2 , Y 2 si scambiano rispettivam ente in y 2 , Y 2 , y l , Yt) . Cos sono
dim ostrate la terza e la q uarta parte del teorema.
Siano ora y l . y2 e y tre funzioni di x , che per x = a assumono
il valore b , e che soddisfano alle condizioni
V i),

^ < f ( x , y 2) ,

= / ( * , V ).

Per un a proposizione dim ostrata sar nellintervallo (a , A )


V i > V > Vi i

quindi F , , limite inferiore delle funzioni y i , e Y 2 , limite superiore


delle y 2 , soddisfano alle condizioni
Y ^ y ^ Y 2,

che la quinta parte del teorema.


Ammessa puram ente la continuit di f ( x , y) non possibile il
dedurre altre conseguenze oltre allesistenza delle due funzioni Y e
Y 2 che per x = a assumono il valore b , che soddisfano allequazione
(lv
= f { x , y ) , e le quali comprendono fra loro tu tte le funzioni
che soddisfano alla stessa equazione, e che per x = a assumono il
valore b . Ma se si fa l ipotesi del num. G, tu tte queste funzioni
coincidono.
Invero, dalle equazioni

si ricava

ossia

SL L ^N T E G R A B IL IT D ELLE EQU AZION I ECC.

ove y u n valore medio fra Y i e Y 2 . Suppongasi ora che per tu tti


i valori di x compresi fra a e i , e per tu tti i valori di y compresi
fra F j e Y 2 si abbia /' ( x , j/) < M , ove M u n a costante finita;
moltiplicando per Y i Y % che qu an tit ^ 0 , si dedurr
H Tt- Y J
dx

Si integri questa diseguaglianza; perci si trasporti tu tto nel


primo membro, e si moltiplichi per e~Mx, qu an tit positiva; si de. eMx / y

__ y )

du rr ---------- ---- ^ 0 . D unque la

funzione e~Mx( Y l Y 2)

non mai crescente nellintervallo ( a , A ) ; essa nulla per x a,


perch, per questo valore di x , Y i e Y 2 assumono il valore b ; ed
essa non pu diventare negativa perch e~ltz > 0 , e Y t
Y2 .
Quindi essa nulla per ogni valore di x , ossia le funzioni T, e Y 2 ,
e tu tte le funzioni fra esse comprese coincidono in tu tto lin te r
vallo (a , b) (1).

( l) C a u c h y d i m o s t r p e l p r i m o

X ch e s o d d is fa a d e q u a z io n e

=
ax
loro b f supposto per che f ( X , y )

l e s i s t e n z a d n n a e d u n a s o l a f n n z i o n o

f ( x , y)

e che per x =

di

a assum e n o d a to va-

sia una funzione monogena delle variabili.


Questa dimostrazione s ta ta semplificata d a B r i o t e B o u q u e t (Journal de Peole
Polytechniqae, XXXVI cahier, pag. 133). Nuove dim ostrazioni della stessa propo
sizione, senza in trodurre la considerazione di funzioni monogene, m a con alcune
restrizioni sulla n a tn ra della funzione f ( x , y ) 9 furono date dai sigg. L i p s c i u t z ,
H o C e l , G i l b e r t , ecc. Il sig. V i t o V o l t e r r a (Giornale di Matematiche, voi. XIX)
generalizz questi risultati, lasciando tu tta v ia in dubbio la v e rit del teorema,
supposta solamente la continuit di f (x t y ) . Nella presente Nota si h a anche la
risposta a tale questione.

(10). INTEGRAZIONE PER SERIE DELLE


EQUAZIONI DIEEERENZIALI LINEARI
(A tti della Reale A ccad, delle Scienze di Torino,
Voi. X X n , A . 1887, p p . 437-446)

Questo lavoro citato perch in esso, G. P e a n o , introduce per primo (1887)


il metodo delle integrazioni successive (od approssimazioni successive) per V inte
grazione dei sistemi di equazioni differenziali lineari, che sposso a ttrib u ito ad
E. P i c a r d ed E. L i n d e l O f , i quali per lhanno in tro d o tto solo nel .1891-94.
(Cfr. il lavoro n. 94 del 1897).
T u ttav ia, il Com itato per l'edizione delle presenti Opere scelte , ha pensato
che fosse sufficiente pubblicare il seguente lavoro n. 12 (del 1888), che una
versione francese, con qualche modifica, del lavoro n. 10 (del 1887),
U. C.

(12). INTGRATION PA R SRIES DES


QUATIONS DIFERENTIELLES LINAIRES (').
(M athem atieche A n nalen , Bd. X X X II, 1888, pp. 450-456).

Cfr. la annotazione editoriale al lavoro n. 10 (del 1887).


I

la v o r i n . 10 e 12 d e v o n o

d u c e in essi le n n o v e

n o z io n i

di

anche

essere s e g n a la ti p e rc h

G.

Peano

in tro

m o d a lo , d i e s p o n e n z ia le e d i e s p o n e n

z ia le g o n o r a liz z a to d i u n a s o s titu z i n e li n e a r e s a i c o m p le s s i d i

o r d i n e n.

Q u e s t u l t i m o o p e r a t o r e u s a t o a n c h e n e l l a v o r o n . 9 4 ( d e l 1 8 9 7 ) .

U. C.

1.
Lobjet principal de cette Note est la dmonstration du thoruie suvant :
Soient donnes les quations diffrentielles linaires liomognes
- ^ r u X l + ... + r ln x n

d&n

= rni

i
|
+ ... + r nnx n

oi les rij sont des fonctions relles de la variable t , continues dans


Fintervalle (p , q ) , auquel appartiennent toutes les valeurs t , que
nons allons considrer. Que Fon substitue dans les seconds meinbres
des quations proposes, le place de x i ... x n , n constantes arbitraires a i ... an , et que Fon intgre entre t0 et t ; on obtiendra n fonc
tions a [ ... an de t . Que l on substitue de mme dans les seconds
membres des quations proposes, la place de x t ... x n les fonctions
a [ ... a!n, e t que Fon intgre de t 0 t ; on obtiendra n nouvelles fonc
tions a ... ah' . E n oprant sur a' ... ah' comme on a fait su r a [ ... a h ,
on obtiendra les fonctions al" ... a,7 ', et ainsi de suite. Les n sries
Xi = a\ -f- a[ -|- 1'

... y

..., x n = an

a'n

a'n ...

(*) C ette Note est, avec pen de modifications, la traduction d nn trav a il


publi dans les J t t i della li. Accademia delle Scienze di Torino, 2 0 Febbraio 1 8 8 7 .

84

Giu s e p p e

peano

seront convergei)tes pour toutes les valeurs de t dans lintervalle


(p , q) ; leurs sommes sont des fonctions de t qui satisfont aux quations donnes, et qui, pour t t0 , prennent les valeurs a , ... a .
P o ur dm ontrer cette proposition, et en gnral pour ltude
des quations diffrentielles linaires, il est trs-utile d introduire la
considration des nombres complexes, ou nombres forms avec plusieurs units, et de leurs substitutions. Ces questiona ont t tudies, sous diffrents points de vue, par G r a s s m a n n , H a m i l t o n ,
C a y l e y , S y l v e s t e r , etc. P o ur notre b u t il faut noncer les dfinitions principales, et les proprits qui en dcoulent immdiatem ent (2).
2.
On appelle nombre complexe, on complexe, d ordre n , la suite
de n nombres rels x l ... x , et on le dsigne p ar la notation [.r,,...
..., B]. Les nombres x ... x n se nomment les lments fin nombre
complexe donn. Nona indiquerons ausai un nombre complexe par
une seule lettre x =
... a?], y = \yl ... yn] , etc.
Dfinition de lgalit x = y :
(X = y) = (xt = y t) (*s y t) ... (xn - y n) (3).
Df. de la somme :
X + y = K + V i,

+ 2/2 , , <r + y].

Df. du produit k x , o le est un nombre rel :


le [Xi , ... , in] = [^'#1 ,

j lcXn}

Df. de la diffrence :
x y = x + ( 1) y .
Df. du nombre complexe 0 :
0 = [0 , 0 , ,

0].

On dduit que si x , y ,... aont des complexes d ordre n, et le, le',...


des nombres rels, le x + k' y -|- ... reprsente toujours u n complexe.
L addition des nombres complexes est commutative et associative ;

(s) Une exposition moina somraaire de cotte thorie est contenne dans mon
Calcolo geometrico, secondo lAusdehnungsfehre di H . Grassmann, etc. Torino 1888.

(3) Dans cette formule, e t dans qnelquos-nnes de cellcs qui suivent, le signe
= entre denx propositions indiqne leur qnivalence ; la conjonction de plnsienrs
propositions est indique en crivant ces propositions lirne aprs l antre. Ainsi
cette formule signifie : nona dirons qne deux nombres complexes sont gaux en
tre eux, si les lments des deux nombres sont respectivem ent ganx .

INTGRATION PAR SRIES DES QUATIONS ETC.

85

son modale est 0 ; le produit le x est distributif p ar rapport aux


deux facteurs.
Si P oh pose
11 = [1; o, 0 ,... 0],

ig [0,1, 0 ,... 0 ], ... ,

i n [0, 0, ..., 0 ,1 ],

to u t nombre complexe x = [xl ... x] pourra se rduire la forme


x =

x i i 4 + x2 i 2 + ... + xn in .

3.
On appelle substitution des nombres complexes d ordre n une
opration par laquelle tout nombre complexe x = [xt ,... ar] correspond un autre complexe
[n *1 + + r m x n , . . . , r nl x L -}- ... + rnn x n\
dont les lments sont des fonctions linaires et homognes des lments d a complexe donn. Nous dsignerons une substitutioo par
la m atrice
r n ... r ln \

...............>= N
t n i ^ n n )

forme avec les n2 coefflcients de la substitution ; nous indiquerons


anssi une substitution par une seule lettre R , S , ... Si x est un
nombre complexe, R une substitution, R x reprsente le complexe
qui dans la substitution R correspond x .
Dfinition de lgalit de deux substitutions :
(R = S) =

(pour to u t complexe x on a R x = S x ) .

Df. de lgalit dune substitution et d un nombre rel k :

(R = k) (pour tout complexe x on a R x = k x).


Df.
L opration R

(R + S )x = R x + S x .
S est une substitution q u on appelle somme de

R et S .
Df.

R S x = R (8 x ) .

L opration R S est une substitution q u on nomine p ro d u it de

R et S .
On dduit :

(R = S) = (les coefflcients de II et S sont respectivement gaux).


<k

... 0 \

86

G IU S E P P E PEANO

frij] + M =
jn j)

[Sij] =

Ii
(^) ,

% = rij + sij

O li

fy =

n 1 y +

r<2 s 2;- +

... +

r in s )y- .

Les sommes des substitutions sont commutatives e t associatives;


les produits d une substitution par un complexe, ou de deux su b sti
tutions, sont distributifs j mais, en gnral, ils ne sont pas commutatifs. Deux substitutions I t , S , telles que It S = S R , se nomment
changebles entre elles. Une substitution gale u n nombre est
changeable avec toute substitution.
On pose aussi It8 = R R , etc. Si le dterm inant form avec les
coefficients de R n est pas nul, il rsulte dtermine une su b stitu
tion R - 1 , q uon appelle linverse de R , telle que R It 1 = 1 .
4. Nous dirons q uune variable complexe x , ou une substitution
variable I t , a pour limite le complexe Constant a , ou la su b stitu
tion constante A , si les lments de x , ou les coefficients de R ,
ont pour limites les lments de a , ou les coefficients de A . On
prouve to u t de suite les thormes su r les limites des sommes, des
produits, etc. On dfinit la convergence des sries dont les term es
sont des nombres complexes, ou des substitutions, comme pour les
sries termes rels ou imaginaires. La convergence d une srie
dont les termes sont des' nombres complexes, ou des substitutions,
emporte la convergence des n sries formes avec les lments des
termes complexes, ou des nz sries formes avec les coefficients des
substitutions.
Si le complexe, ou la substitution, x () est fonction de la v a
riable num rique t , on pose
x ' (t) = lim -i- [x (i -f- h) x ()], pour h = 0 .
On dduit les dfinitioDS des drives successives, des diflrentielles, des intgrales dfmies e t indfinies, etc. On a les formules
d { K + S) = d R + d 8 ,

d . R 2= d R . R + R . d R ,

d R S = <ZR* S + R S ,
d R - 1 = R - 1 R R _ I , etc.

5. Pour simplifier les recherches su r les limites, nous introduirons les modules des complexes e t des substitutions.
Df.

mod. x = o c \ -|- x \ - \ - ... -{= sci, ;

On dduit :

mod. x ;> 0 .

INTGRATION PAR SRIES DES QUATIONS ETC.

87

Une srie termes complexes est convergente si la srie forme


avec les modules des term es est convergente.
De lidentit
(*1 4 " H" x n) (3/l + " + Vn) (Xi Vi + " + Xn Vn)Z
=

on dduit
(a)

{X i y j X j y i) 2

afj y t + ... +

mod.

mod. y .

Multiplions par 2 , ajoutons (mod. x )2 + (mod. y)2 , e t extrayons


la racine carre ; on a
(b)

mod. (x + y)

mod. x + mod. y .

Sot x une fonction de la variable relle t j on a :


1
( dxi .
d x n\
d - mo d . x
r i i * ' T T + ~ + x" T t )
dt
mod
do, par la (a),
d> mod. x
, dx
-----d~ji~
t +-----^ mod* Td 7t
Posons x au lieu de
dduit
(c)

(t t

, e t intgrons de

<1
mod. J x d t
h

t0 t , > t0 ; on

t\
J(m o d . x ) d t .
h

Df.
, mod. (Rx)
mod. R = maximum de ------- ------ ,
mod. x
o x est u n complexe quelconque.
Ce maximum

est

determino e t fini, car

/mod. ( R x )\8
,
I
I est

le quotient de deux formes quadratiques dans les lments de x , et


le dnom inateur est une forme dfinie. (*) On dduit :
(d)'

mod. (R x) < ; mod R mod. x .


On a :
,
^
mod. [(H + S )x]
mod. ( R x + S x )
mod. (R + S) = m a x .------- ------------- - = m a x .------------j ------'

mod x
mod x
mod. (R x) 4- m od. (S x)
< m a x .---------------- ;-------------mod. x
mod. R mod. x + mod. S mod. x
< ; m a x .------------------------ -------------------------mod. x
= mod. R + mod. S ,
(*) Cfr. i l t r a t t a t o n . 8 (Calcolo differenziale eto., 1884), p. 186, te o r. 1.

U.C.

88

G I U S E P P E PEA NO

en vertu des formules (b) et (d), e t d identits connues. On ddu it:


(e)

mod. (R + S)

mod. R -f- mod. S .

On a :
/t* ci\
mod. (R S x)
mod. R mod. (S x)
mod. (R S) = m a x .------- ^-------; ^ m a x .------------- ;------------mod. x
mod. x
_
mod. R mod. S mod. x
,
, a
^ m a x .---------------- 1---------------- = mod. R . mod. ,
mod. x
do
(f)

mod. (R S) < ; mod. R mod. S .


On dduit
mod. R < ; (mod. R)n .
Les formules prcdentes suffisent pour notre but. On p eu t en-

core ajouter que le carr de mod. R


Pquation en A :
>*11 +

>*21 +

. +

r ll r12

*nl ^ j

est la plus grande racine de

>*11 >*12 +

H >*ji1 Ynl j

rtf

>*22

4 " r n \ >n2 i
>2

A , ...

^ J

dont les racines sont toutes positives, ou nulles. O n dduit


mod. R

}fr\x -)- ... + r \n -f- ... -|- r \ i + ... +

car la quantit sous le signe radicai est la somme de racines de Pquation en X .


6. Dm ontrons m aintenant le thorme nonc. Posons
ni

r ln

. . . .

>*nl V'nn

Le systine dquations donnes se rduira lquation unique


t-%\

d X

n)

^ =

R x -

Soit a u n complexe Constant quelconque. Posons :


a '= y * R a d t ,

&" = j u a ' d t 7 a'" = J u a ," d t

o. les intgrales s tendent de


(2)

t . On doit prouver que la srie

x = a + a ' + a" +

INTG RA TION PAR SRIES D ES Q U ATION S E T C .

89

est convergente, et que sa somme x est line fonction de t (qui, videmment, a la valeur a pour t 10) satisfaisant lquation (1). En
effet puisque les r{j sont des fonctions continues de t dans l ' in ter
valle (p , q ) , mod. R sera ausai une fonction continue d e t , e t soit
m son maximum. E n supposant, pour simplifler, t > t0 , on a:
mod. a ' < ; J mod. (R a ) d t < , J mod. R mod. & d t < , m - mod. a (t 10),
mod. a" < ; J m o d . (R a') d t < ; J m od. R mod. a ' d t < .
< -i- m2 ' mod. a (t t0)z , etc.
li

mod. a(n) < ; 7 m .mod. a . (t tn)n .


n\

Dono la srie (2) est uniformment convergente, car les modules


des termes sont moindres que des quantits constantes qui forment
une srie convergente. E n difi'rentiant les term es de (2) on obtient
la arie 0 -(- R a -(- R a ' + ..., qui converge uniformment vers R x .
Donc x satisfait bien lquation propose.
7.
Substituons dans la (2) aux term es a ' , a " , a ' " ,... leurs v a
leurs ; on obtient :
x = ^l + ^ R d t + j R j R d t 2 + ...j a
Posons

= 1 + j R d t + f R j l l d t * + J u J k J r d t3 4 -...

Alors, E

reprsente une substitution telle, que si x 0 et x (

sont lea valeurs, pour t t0 et t t i , d un complexe x qui satisfait


lquation (1), on a :
j

= e ( . x 0 ,

On dduit :
hi

\*o.

90

GIUSEPPE PEANO

Si Pon pose 8 = r n + >*22 + + *tt, le dterm inant de la sub*0


J s dt
stitution E

a pour valeur e . Ce dterm inant est dono toujours

positif.
Kn posant E = E

j , ou dduit

l= R E ,

d ti

- l = ER.
d t0

Si dans les quations diffrentielles proposes, les coefficients r <;


sont des constantes, on p e u t calculer les intgrales : en supposant
t0 0 on a :
X

1 + R t -f- Y \

"V

ou, en posant e* = 1 + R + ~ R 2 + ...,


2!
x = ent a .
Si la substitution R est variable, mais que ses diffrentes v a
leurs sont changeables entre elles, on obtient
fild t
x = e

a.

dX
L quation diffrentielle -= = R x + p , o p est u n complexe
L Z

fonction de t , quivaut n quations diffrentielles linaires non


homognes. Son intgral est
x = E a + E

P &t

quon p eu t aussi reprsenter par la srie


x = H a + Jl> d t ~h J l l j l > d t2 + j l l j l l j p dt3+ .........

(13). DEFINIZIONE GEOMETRICA


DELLE FUNZIONI ELLITTICHE
(Giornale di M atem atiche (eli B attaglila), Voi. X X V I, A . 1888, pp. 255-256)

Il
signor H a l p h e n nel suo recente T ra it des fonctions elliptiques, etc., definisce geometricamente le funzioni ellittiche. Lo scopo
di questa breve N ota di dare u n a ltra definizione geometrica di
tali funzioni, a mio credere, pi semplice e pi conforme alle co
m uni definizioni delle funzioni circolari.
x2
y2
Sia lellisse di equazione 5- -4- -fs- = 1 rispetto agli assi ora

togonali Ox ed O y . Preso un punto P dellellisse, si segnino sul


l

raggio vettore O P i due punti il/ ed N tali che PM ----- ,


l
P N = -| , ove l un a lunghezza data. Variando P sullellisse, 1
A
p u n ti M ed N descrivono due concoidi dellellisse, ed il segmento
M N , che giace sul raggio vettore, e il cui punto medio P descrive

lellisse, descriver u n area piana.


Sia U l area descritta da M N m entre langolo P O x a. varia
da 0 ad a. , ovvero m entre langolo eccentrico 0 (per cui x = a cost,
y = b sen 0) varia da 0 a 0 . Applicando note formule di calcolo si
ricavano per V le espressioni :
a

da

(1 )

U I ab J

(2)

= la b [
U=

ilt1 cos2 a -|-a * sen2 a


dO

J t'a 2 cos2 0 ~t~ b2 sen2 9

Gli integrali che compaiono in (1) e (2) sono integrali ellittici


di prim a specie ; perci queste formule possono servire a definire le
funzioni ellittiche.

92

GIUSEPPE PEANO

Vrt2 b2
Partendo p. e. dalla (2), supposto a > 0, e fatto e = -----------,
si lia:
(3)

= lbJf ^ 1= ^e2 9sen^ 0


o

Quindi, fatto u ~

10

si ricava :
(4)

, (ovvero, supposto 2= 6 = 1, fatto w = U),


9 = am u .

D ette x e y le coordinate del punto P corrispondente allangolo ec


centrico 9 , r il suo raggio vettore, si ha :
(5)

x en u

(6)

y = b sn u ,

(7)

r=dn.

Le formule (4), (5), (6), (7) che si ottengono immediatamente


dalla teoria delle funzioni ellittiche, possono invece assum ersi quali
definizioni geometriche di tali funzioni.

(17). SUR LES WR0NSK1ENS


(Matlieeis, Tom a IX , A . 1888, pp. 110-112)

Sulla questione dei wronskiani, G.


(del 1897).
V. C.

eano

ritornato nel lavoro n. 92

La note ajoute la fin de inon petit article su r les W ronskiens


(Mathesis, p. 75-7G) si elle contribue la clart, n ajoute rien la

rigueur de la proposition conteste ; et je dois revenir su r ce sujet.


I. La proposition que je conteste est la suivante : S i le dterm inant fo r m avec n fonctions x t , . . . , x n d une m im e variable t ,
et leurs drives des ordres 1
1) est nu l po u r toutes les va
leurs de t , il y a entre ces fonctions une relation linaire homogne
coefflcients Constant #; autrem ent dit, on p eu t dterm iner n constantes,
C{ , . . . , Cn , non toutes nulles la fo is , telles que Cix l - \ - ... -j- Cnx n 0
po u r toutes les valeurs de t .

Si une des fonctions, par exemple a?,, est identiquem eut nulle,
ces fonctions sont lies par la relation linaire x , - \ - 0 x 2 -j- ... -)-0.rn= 0.
Donc la conclusion de la proposition en question n est point modifie
si lon ajoute les mots : ou hien lune des fonctions est identiquement
nulle.

Cette proposition peut encore snoncer ainsi : S i le WronsJcien


des fonctions x i , . . . , x n est identiquement n u l, le dterm inant fo r m
avec les valeurs des fonctio ns, lorsque lon donne la variable n valeurs
quelconques, est galement nul.
U n cas particulier du tliorme gnral est le suivant : S i le
dterm inant fo r m avec les drives des ordres 1 , 2 , 3 des fonctions
x ,y
dune mnte variable t est identiquement nul, la courbe dcrite
p a r le p o in t de coordonnes x , y , z est piane.
II. Tour dmontrer que ces propositions ne sont pas toujours
vraies, j ai indiqu dans ma note prcdente, un exemple, oii je ne
considre que deux fonctions x et y de la variable t ; le dterm inant
x y ' x 'y est identiquem ent nul ; mais entre elles n existe aucune

94

O I U S E P P E PEA NO

relation linaire. Ni lune ni lautre des deux fonctons n est identiquement nulle, car x est > 0 si t > 0, et y est > 0 si t < 0 .
Mais ces deux fonctions prsentent cette particularit que, pour
toutes les valeurs de t , l une ou lautre est nulle. P o ur faire disparaitre cette particularit, posons
X = t2 ,

Y t mod t .

Ces deux fonctions de t satisfont la condition X Y ' X ' Y 0;


elles sannulent seulement pour t = 0 , et entre elles n existe pas de
relation linaire homogne. La somme et la diffrence de ces fonc
tions sont les fonctions de mon premier exemple ; le point de coordonnes (A, Y ) dcrit m aintenant les deux demi-bissectrices des axes.
II I.
Les dm onstrations quon donne de la proposition (la vtre
comprise) perm ettent seulement de prouver qu elle est vraie si lun
des dterm inants m ineurs de la dernire ligne est toujours nul, ou
sil n est jam ais nul.
P o ur les dterm inants du deuxime ordre, on peut dmontrer
la proposition, sauf dans le cas o, pour quelque valeur de la v a
riable indpendante, les deux fonctions donnes et leurs drives
san nulent en mme temps.
Il
srait intressant de chercber tous les cas dans lesquels la
proposition subsiste.
J a i cru devoir publier cette p etite note su r les W ronsliiens,
car je n a i jam ais vu l a proposition bien nonce (Voir I I e r m i t e ,
Cours AA nalyse, p. 133 ; J o r d a n , Cours dA nalyse, I I I , p. 150 ;
L a u r e n t , T ra it dAnalyse, I, p. 183).

(19). UNE NOUVELLE FORME D U RESTE


DANS LA FORMULE DE TAYLOR
(Mntbeais, Tome I X , A . 1889, p p . 182-183)

Questo lavoro si collega collannotazione di P e a n o al N. 67 del tr a tta to n. 8


(del 1884) rip o rta ta nel presente volume , e col lavoro n. 42 (del 1891).
U. C.
T h o e m e I , iSoit f (,r) une fon ction ayant dea drives d ordre
1 , 2 , . . . ( 1) p o u r les valeurs de X compriseli entre x a et x 0 -\- h ,
et ayant une drive d ordre n p o ur x = x 0. S i lon pose

/ ('r o + h) = / ( * o ) + h f ( x 0) + +

(1)

(xo) + T *

on a

(2,

_ /w w

(, + y - /-> w

Ili
o
ht = e k ,

o< e < .

E n effet, on tire de (1)


hn

7n

/(*0 + h) /(* o ) - * / > o ) - = ~

hn

<*o) - ^ / (B) (*o)

nI

Donc e est le rapport (le deux fonctions de h , lesqnelles san


nulent, ainsi que leurs drives d ordre 1 , . . . (n 2), pour li = 0 .
P a r suite, d aprs un tborme connu, e est gal au rapport des
drives d ordre n 1 , pour une valeur hi de h comprise entre 0
e t li] on obtient ainsi la formule (2).
T h o e m e I I. Soit f ( x ) une fo nctio n ayant, p o u r x x 0 , des
drives d ordre 1
, 2
S i lon dfinit e p a r la fo rm u le (1), on
a, p o u r h = 0 , lini e = 0 .

96

G IU S E P P E PE N

En effet, la fonction / ($), qui a, pour x = x 0 , des drives d ordre 1 , . . . n , a ncessairement, aux environs de x 0 les drives d ordre 1
1) ; dono on a, quand h e st suffisamment petit, pour
e lexpresson (2) ; on en dduit, par la dfinition de la drive,
lim e = 0 .
J avais nonc cette proposition, dans laquelle on ne suppose ni
la continuit, ni lexistence de la drive d or (Tre n aux environs de
x = x 0 , dans mon Calcolo differenziale, Torino 1884, pag. X IX , sans
la dmontrer. J ai cru devoir en donner la dmonstration, parce qn'on
lit dans le T ra it dA n alyse de M. L a u r e n t , P a ris 1885, pag. 126,
que cette fo rm u le suppone la continuit de f W (x ).

(20). SU D UNA PROPOSIZIONE EIFERENTESI


A I DETERMINANTI JACOBIANI
(Giornale di M atem atiche ((li B attag liai), Voi, X X V II, A . 1880, pp, 228-228)

Questo lavoro si collega collannotazione di P e a n o al N. 122 del tra tta to


n. 8 (del 1884), rip o rta ta nel presente volume.
V. C.

Il
sig. B e r t r a n d , nel suo Calcul diffrentiel pag. 63, enuncia
un a proposizione, che, pei determ inanti di terzo ordine vale:
Se %
Ui sono funzioni delle variabili %i x 2 x 3 , e si attri buiscono a queste tre sistemi di incrementi
( A i , h , h3)

( A i , M , 1^)

(Ai', hi', 74')

allora il rapporto del determ inante formato cogli increm enti delle
u al determ inante degli incrementi delle %, col tendere di questi
incrementi a zero, ha per limite il determ inante jacobiano delle u
rispetto alle x .

G i nel 1884 feci osservare che questa proposizione inesatta t1).


Ora, siccome essa riportata, col nome di Thorme de M. B e r
t r a n d , dal sig. L a u r e n t nel suo T ra it d A nalyse (1885) teor. I ,
pag. 104 (2) , cos credo utile il dimostrare la sua inesattezza, e dare
alcune proposizioni esatte che la possono sostituire.
Si dim ostra facilmente la proposizione :
Se f ( x , y , . . . ) e <p (x , y , . . . ) sono due funzioni continue delle
variabili ( x , y ,...), e si annullano amendue pei valori (x0 , y 0 , . . . )

(1) Calcolo differenziale, pag. XXVII.


(2) 11 sig. L a u r e n t lennncia in questi term ini :
Le dterm inant dun systme de fonctions j , u2 , , un , p a r rap port
a u x variables x i , x2 , . . . , x n , est le rappo rt <1u d term in ant dn systme d ac croissements que prenuent ces fonctions au dterm inant dn systme correspon d a n t d accroisspmonts infinim ent petits des variables ,
Essa, tra d o tta nel linguaggio dei lm iti, la proposizione qni riportata.

Giu s e p p e

Peano

delle variabili ; allora, se col tendere di ( x , y , . . .) a (x0 , y0 , . . . )


f

il rapporto

tende ad u n limite (determinato e finito), in un

<P

conveniente intorno di (x0 , y0 , . . .) tu tti i valori di (x , y , . . .),


che annullano il denominatore <p , annullano parim enti il nume ratore / ( 3).
A pplicando questo teorema al rapporto dei due determ inanti,
funzioni dei 9 incrementi delle x , affinch esso ten da ad un limite
finito, necessario che le u sieno tali funzioni delle x , Che, se si
annulla il determ inante denominatore, si annulli pure quello al
num eratore. O ra questo avviene solo in casi specialissimi.
Onde veder meglio in questa questione, siano (xi ar2 *3) le coor
dinate (ortogonali) d un punto P nello spazio, e (1 us w3) le coordi
nate d an secondo punto Q, Essendo le u funzioni delle x , ad ogni
punto P corrisponder un punto Q. D ati alle x i tre sistemi di
increm enti, si avranno tre nuovi p unti P 1 P " P '" : siano Q' Q" Q '" i
loro corrispondenti. Allora il rapporto considerato dei determ inanti
Q Q' Q" Q '"

eguale al rapporto dei tetraedri p p , p i p n Affinch questo ten


da ad un limite, necessario che se P P ' P " P " ' giacciono in un
medesimo piano, anche Q Q Q" Q'" siano complanari. O ra questo
evidentem ente avviene solo o quando i punti Q , corrispondenti
a tu tti i pu nti P dello spazio, giacciono in un medesimo piano,
ovvero quando la corrispondenza fra i p unti P e Q u n omografia.
Sono invece esatte le proposizioni seguenti, di cui si lascia la
dimostrazione al lettore :
I. Se
(h h h j

(M iifc)

( K K K 1)

sono q u an tit fisse, il cui determ inante non nullo, e si attri buiscono alle x gli incrementi

(hi t , h2 t , h3 t ) ,

(h[ t' , hi t' , h'3 f ) ,

(III t" , h'2' t, K t " ) ,

allora col tendere

di t , t ' , t " a zero, il limite del rapporto dei


due determ inanti il jacobiano .

(3)

Questa ed a ltre proposizioni per determ inare il lim ite -del rapporto delle

funzioni d i pi variabili aventi la form a - y , furono da me date nel Calcolo


differenz. pag. 185. Una di osbo fu riprodotta, con nuova dimostrazione dal
O . S t o l z , nei Bericbten d e s n aturw . Vcreines i n Iunsbruck 1887-88.

s ig .

U D'UNA P R O P O S IZ IO N E ECC.

99

II. Se gli incrementi attribuiti alle x tendono a zero, in modo


che la quantit

CO =

/(.,

h% h3

l'l

i2

h'i

li3
K'

-- -

--------

Ih -j- h\ + Ih /hi + ]fhi 2 + . . .

si m antenga sempre in valor assoluto superiore ad una quantit


positiva e , il limite del rapporto dei determ inanti il jacobiano .
La q uantit co il seno del triedro formato dalle direzioni
P P ', P P " , P P " ' .
III. Se il punto P descrive un volume qualunque, il limite del
rapporto del volume descritto dal corrispondente punto Q , a quello '
descritto da P , col tendere di tu tti i punti di questo volume ad un
punto fisso, ancora il determ inante jacobiano.

(22). SUR UNE FORMULE D APPROXIMATION


POUR LA RECTIFIOATION DE LELLIPSE
(Comptes Rendna des Sances de l'A cad m ie des Sciences de P aris,
Tom e C IX , A . 1889, pp. 960-61)

Su q u e sta q u estio n e , G. P e a n o , r ito r n a to

analisi infinti., 1893, voi. 1, p p . 305-309).

n el t r a t t a t o

N. 60 (Lezioni di

U. C.

La formule d approximation de la longueur E dune ellipse

donne par M. Bussinesq dans les Comptes Rendus (T. CVIII, A. 1889,
p. 695) a dja t publie par moi dans mes Applications gomtriques du Calcul infinitesimal (Turin 1887, p. 233) sous la forme
( 1)

+ +

J ai trouv cette formule en dveloppant dans lexpression


Tt

. 7 = 4 J fa 2 cos2 t + Z>2 sin 21 d t


o

le radicai en fraction continue

+- '
2 a + ...

oh

a = a cos2 t -\-b sin2 t

f$ = (a b f sin2 t cos2 t .

Si lon intgre la premire rduite, on a


JB ^> ti (a
|6) j

SUR U NE F O R M U L E DAPPRO X IM A TIO N ETC.

101

la deuxime donne la formule (1). De la troisime rduite de la


fraction continue on dduit la nouvelle formule
9 \
2 s = a -\-b

)
,

p2 = ab .

Si lon prend le second membre comme valeur approche de E ,


lerreur est moindre que
5 n (a fc)6
16384 bb

(23). SULLA DEFINIZIONE D E L L A R E A


D UNA SUPERFICIE
(Rendiconti della R . A ccadem ia dei Lincei, Serie 4a , Voi. V I,
1 Sem., A . 1890, pp. 54-57)

Nel maggio del 1882, G. P e a n o , h a esposto un esempio che dim ostrava come
l'ordinaria definizione d i area di nna superficie curva fosse errata.
Allo stesso risultato perveniva in modo indipendente e pressoch contempo
raneam ente H. A. S c h w a r z .
(Cfr. in proposito : U. C a s s i n a , L area di una superficie curva nel carteggio ine
dito di Genocchi con Schw arz ed Hermite, Rend. Ist. Lomb. , 83 (1950), pp. 311-328).
Nel tra tta to n. 11 (A pplicazioni geometriche del calcolo infinita, 1887, p. 164),
G. P e a n o h a dato una definizione di area di una superficie curva, analoga a
quella di lunghezza di un arco di curva (esposta nello stesso libro a pag. 161),
In questo lavoro n. 23 (del 1890) questa analogia messa in rilievo m ediante
le nozioni di calcolo geometrico in tro d o tte da G. P e a n o .
U. C.

Scopo della presente N ota lesame delle varie definizioni date


dellarea di una porzione qualunque di superfcie (non piana), e di
alcune questioni relative.
I geometri greci, ragionando sulla lunghezza di linee e sullarea
di superficie (sfera, cilindro, ecc.), partivano da postulati invece che
da definizioni. Per la differenza solo formale. I postulati enunciati
da Archimede O valgono esattam ente le seguenti definizioni :
1) Lunghezza d un arco curvilineo piano convesso i l valore
comune del limite superiore delle lunghezze delle linee poligonali in
scritte, e del lim ite inferiore delle circoscritte.
2) A re a duna superficie convessa il valore comune del limite
superiore delle aree delle superficie poliedriche convesse inscritte, e del
lim ite inferiore delle circoscritte.

Egli dim ostra per le curve e superficie studiate la coincidenza


dei due limiti, la quale si potrebbe anche dim ostrare in generale.

(*) Della sfera e del cilindro, libro I, Xaji^avneva.

SULLA D EFINIZIO N E DELLAREA DUNA SUPERFICIE

103

Ora la prim a definizione non vale per le linee non piane. E ssa
si pub rendere applicabile in ogni caso omettendo le linee circo
scritte, cosi :
3)
Lunghezza d un arco curvilineo il limite superiore delle
lunghezze delle linee poligonali inscritte in esso (2).
Ma la seconda definizione, per le aree, non applicabile alle
superficie concavo-convesse, e pare difficile il renderla applicabile in
ogni caso.
I procedimenti, per determ inare la lunghezza dun arco e larea
d una superficie, seguiti dai vari matematici fino al principio del
corrente secolo, erano poco esatti (3). Solo nei tra tta ti di calcolo re
lativam ente recenti si suol definire la lunghezza d un arco e larea
d una superficie. Ora, se la prim a definizione non presenta difficolt,
la seconda lasci sempre a desiderare. La definizione data da Serret
e ripo rtata da ta n ti autori, nella quale si considera il limite verso
cui tende una superficie poliedrica inscritta, non vale ; poich una
tale superficie poliedrica pu tendere, dipendentem ente dal modo di
variare delle sue faccie, verso ogni limite maggiore di quella quan
tit che da tu tti si chiama area della superficie (4).
Il compianto H arnack, nella versione del tra ttato del Serret (5),

(2) Questa definizione


concetto di limite superiore
tende una quantit variabile .
lunghezza finita o infinita.

pi semplice della comune, essendo pi semplice il


dun sistema di quantit , che quello di lim ite verso cui

Da essa si deduce, senzaltro, che ogni arco h a una


Gi- osai tale definizione nelle mie A pplicazioni geome
triche del calcolo differenziale, pag. 161. Il sig. Jo rd a n nel suo Cours dAnalyse,
t. I l i , pag. 594, dim ostr la coincidenza delle due definizioni nei casi pi comuni.
(3) Cos in Lagrange, Thorie des fonctions analytiqm s, Parie 1813, pag. 300, il
risa lta to ottennio per mezzo dnna asserzione non esatta.
(4) Questa osservazione trovasi pubblicata per la prim a volta nelle lezioni
d a me date all'U niversit d i Torino nellanno 1881-82 e litografate dagli allievi,
a pag. 143, lezione- del 22 maggio 1882. La stessa osservazione fu pare fa tta dal
sig. Schwarz, e d a questi com unicata al sig. Herm ite, il quale la pubblic nel sno
Cours profess la f a c u iti des sciences, pendant le second seni. 1 8 8 2 , second tirage,

pag. 35, qualche tempo dopo la m ia pubblicazione. L/errore principale commesso


da Serret sta nel ritenere che il piano passante per tre p u n ti d una superficie
abbia per lim ite il piano tangente alla medesima, proposizione questa evidente
m ente falsa.
(5) Lekrbuch der DijferentaUund Integralreohnung, voi, II, 1885 pag. 295. Dalla
condizione imposta dallH arnack risu lta effettivam ente ohe i piani deile faccie
tendono verso i piani tan g e n ti. Il difetto sta in ci che se z = z f { x , y ) lequa
zione duna superficie, e f ( x , y ) univoca, non ne risu lta come conseguenza che
ogni superfcie poliedrica in sc ritta non poBsa essere in co n tra ta da una parallela
all'asse delle z in pi d i un punto.

104

G I U S E P P E PEANO

aggiunge la condizione che le faccie della superficie poliedrica siano


triangoli i cui angoli non si avvicinino indefinitamente a 0 . Ma nem
meno con questa condizione la definizione risulta soddisfacente, po
tendosi ancora fare la medesima obbiezione.
Il sig. H erm ite (6) dice : N olis abandonnerons dono la surface
polydrale, qui est lanalogue du polygone inscrit dans un aro de cour
be . . . , e definisce larea come il limite d un sistem a di poligoni non

contigui, tangenti alla superficie. Q uesta definizione, del tu tto rigo


rosa, lascia a desiderare in quanto che in essa entrano esplicita
mente gli assi di riferimento.
S pu ottenere ad un tempo il rigore e lanalogia fra le de
finizioni relative allarco e allarea, ove si faccia uso, oltrech del
concetto di re tta lim itata considerata in grandezza e direzione (seg
mento, vettore), anche del concetto dualitico di area piana considerata
in grandezza e giacitura. Questi enti furono introdotti in geometra
specialmente per opera di Chelini, Mobius, Bellavitis, G rassm ann e
Ham ilton. U n area piana cos considerata, o meglio la linea suo con
torno, si pu chiamare bivettore, essendo essa il prodotto, secondo
Grassmann, di due vettori (7).
Si ha la proposizione :
4)
D ata una linea chiusa (non piana) 1 , si p u sempre deter
m inare una linea p ia n a chiusa o bivettore 1', in guisa che, proiettando
le due linee l e i ' su du n pian o arbitrario, con raggi pa ralleli di d i
rezione arbitraria, le aree limitate dalle loro proiezioni risultino sem
p re eguali.
Q uesta proposizione conseguenza immediata della somma, o
composizione, dei bivettori, quando la linea l poligonale. Il solito
passaggio al limite perm ette di dim ostrarla quando la l una linea

curva, descritta da un punto avente sempre derivata finita, ed anche


in altri casi. Le aree si debbono considerare tenendo il debito conto
dei segni.
I n virt della proposizione 4), potremo chiamare bivettore ogni
linea chiusa, piana o no , due bivettori l ed V che soddisfino alle
condizioni della proposizione 4) si dicono eguali, o .equipollenti. Ter

(6) Ib. Troisim e dition (1887), pag. 36,

(7) Usai il nome di bivettore, corrispondente a quello di vettore introdotto da


Ham ilton, nel mio Calcolo geometrico, secondo V A usdehnung stelire di B . Grassmann
(1888).

SULLA D EF IN IZ IO N E D ELLAREA DUNA SU PERFICIE

105

grandezza e giacitura (lun bivettore non piano l , si intende la gran


dezza e la giacitura del bivettore piano equipollente l ' (8) .

chiaro che :
5) Se si proietta ortogonalmente la linea chiusa (non piana) 1
su d u n pia no variabile, il massimo dellarea lim itata dalla proiezione
di 1 vale la grandezza del bivettore 1; e questo massimo avviene quando
il piano su cui si proietta ha la giacitura di 1.
Se ora si intende per vettore dun arco di curva il vettore li
mitato dagli estremi dellarco, cio la sua corda considerata come
vettore, la definizione 3) si pu pure enunciare :
6) Lunghezza dun arco di curva il limite superiore della
somma delle grandezze dei vettori delle sue p a rti.
Analogamente se si intende per bivettore duna porzione di su
perficie il bivettore formato dal contorno di essa, si pu assumere
per detinizione :
7) A re a d una porzione di superficie i l lim ite superiore della
somma delle grandezze dei bivettori delle sue p a r ti (9).
F ra il vettore d un areo di curva, e il bivettore d una. porzione
di superficie passa un a analogia completa. Cos alla proposizione che,
sotto certe condizioni,
8) L a direzione del vettore du n arco infinitesim o di curva
quella della tangente ; e il rapporto f r a la sita grandezza e la lun
ghezza dellarco lunit,
corrisponde la proposizione che, sotto condizioni analoghe,
9) L a giacitura del bivettore duna porzione infinitesim a di su
perficie quella del piano tangente ; e il rapporto f r a la sua grandezza
e larea d i quella porzione lunit.

(*) L a proposizione 4) fe di u tilit in m olte questioni di geometria. Si con


sideri p. e. u n a spira d unelica, i raggi che vanno ai snoi estremi, e la porzione
compresa di asse j si b a cosi nna linea chiusa, e si riconosce facilmente che essa
equipollente alla circonferenza Lane del cilindro su cui sta le lic a: quindi pro
iettando su piani con raggi paralleli lo due linee, si deducono le aree di varie
curve piane.
(9)
Questa definizione, qualora si sostituisca al posto di grandezza dnn bi
vettore il suo significato, si trasform a in quella da me d a ta nelle Applicazioni
geometriche, pag, 164.

106

G I U S E P P E PEA NO

La proposizione :
10) I l p rim o termine nello sviluppo della differenza f r a un arco
a e la sua corda, secondo le potenze ascendenti d i 8 ,
ss

24 R a
ove E il raggio di curvatura,
ha per analoga :
11) I l p rim o termine nello sviluppo secondo le potenze di

q,
della differenza f r a larea dun ' cerchio geodetico tracciato sulla super
ficie, di raggio q , e la grandezza del suo bivettore,

|
8

1 V _ ^ g 4r
4

[ny-Ri)

ove R, e R s sono i raggi di curvatura principali, e C la curvatura


della superficie secondo la definizione del p ro f. Casorati (10).

(10)
Alesare de la courbure dea aurfacea suivaut lide commune, Acta Mathema
tica, tomo XIV, Stockholm.

(125). ( Estratto ) LESEMPIO D I PEANO


PER DIMOSTRARE LINESATTEZZA DELLA
DEFINIZIONE D I SERRET D I AREA
D I UNA SUPERFICIE CURVA
(Formulaire mathmatique, t. IV , 1802-03, Turili,
Bocca Frres, pp. 300-301)

Com e com p lem en to al la v o ro n . 2 3 (del 1 8 9 0 ) si rip o rta n o le p a g in e 3 0 0 (Formulaire mathmatique, t. IV , 1 9 0 2 - 0 3 ) , co n te n e n ti il


c ita to esem pio d i P e a n o e d a ltr e o sserv azio n i c ritic h e .
U . G.
3 0 1 d el t r a t t a t o n. 1 2 5

* 6*0 ue Clsp . Yolum % = 0 .3 .


Area u = lim {Volum (p n $3 [d ( x , ) < h]}/(2h)\h, Q , 0)

Df

D f de laire dune surface courbe.


On ne peut pas dfinir Taire dune surface courbe comme la
limite de laire dune surface polydrique inserite, car les faces du
polydre n ont pas ncessairement pour limites les plana tangente
la surface.
H faut supposer que les angles plans des faces ne deviennent
pas infiniment petits.
P ar exemple, supposons:
o e p . i 9j 9 f c e v . i 2 = j 2 = k% 1 t i X j j x k = k x i = 0 .
tt = i / j , m , u e N 1 . r e 0 , , , (m 1) . 8 e 0 {n 1) .

Considrons le triangle de sommets


o -|- e2rtMl/m i + Jcs/n,

o -|- e2ir+1)unlm i -|_ k s / n f

O -f- G(2r+l)unlm $

fc ($ -|- 1)/ft ,

et le triangle de sommets
'O -)- Qirunlm {

_j_ e (2i--l)u/m ^

QVr+Dunlm l _|_ fc (g _|_ i y n t

^jn

108

G IU S E P P E PEA NO

E n variant r et s , ces triangles forment urie surface polydrique inserite dans le cilindre ayant pour axe ole, pour rayon 1 ,
et pour hauteur 1 . Si l on dveloppe la surface cylindrique, les sommets
................des triangles forment la figure ci-contre (j = 5 , = 4 ) .
................On obtient la infime figure en dveloppant la surface
................
polydrique car elle ausai est dveloppable.
On calcule facilement laire de la surface polydrique
= 2 m sin (n jm ) \| ( 1 -f- i n 2 sin [ji/(2m)]4 j
dont la limite pour m o o , n oo n est pas dtermine. Si
lon suppose n t n , on a pour limite 2 n , aire du cylindre. Si
n vi2, on a la limite 2jhJ (1 -j- ji4/4) . Si n tn3, la limite
est = oo .
Le calcul qui prcde est tir de ma leon lU niversit de
Turin 22 mai 1882, pag. 143 de la litbograpbie du cours 1881-82.
Yoir aussi:
Sulla definizione dellarea duna superficie, LinceiA. a.1890 d.19.
La mme remarque a t faite, peu prs en mme temps,
d une fa^on indpendante, par
H. A. S c h w a r z (Mathematische Abhandlungen, Berlin a. 1890
t.2 p.309).
D ans ma note cite on trouvera une Df analogue la dfinition
de A re et fonde sur la considration des bivecteurs. Xous en
choisissons ici une plus lmentaire.
Quelques auteurs projettent l aire considre S su r u n p ia n ;
dcomposent l aire projection en lments inflniment petits zi A ;
et dfinissent comme aire de S la limite de 2 A A /c o s y , o y est
langle form par le pian de projection avec le pian tan g en t la
surface en un point quelconque de A A ..
Ctte D f n est pas homogne, car elle contient explicitement
le pian de projection. Il faudrait dire: l aire est la valeur con
stante de la limite considre, quel que soit le pian de projection .
La dfinition donne ici avait t reconnue possible par
B o r c h a r d t , a. 1854 (JdM. t.19 p.369) W erke p.67 :
On s a i t . que le volume compris entre deux surfaces parallles se rdu it au produit de laire de lune des deux su r
faces par leur distance, lorsque cette dernire devient inflniment
petite. L inversion de ce rsu ltat montre que laire d une su r
face peut tre considre comme la limite vers laquelle converge
le rapport, dont le num rateur est le volume compris entre la

L e s e m P i o

di

Peano

per

d im o s t r a r e

ecc

109

surface et sa parallle, et le dnom inateur la distance des deux


surfaces .
Sans avoir rem arqu ce passage de B o r c h a r d t , cette mme
dfinition a t propose par
M i n k o w s k i , Jahresber. der D eutschen Math. Yerein., Leipzig
a.1901 t.9 p.115. (Voir EdM. t.7 p.109).
H . Minkowski a donn aussi une dfinition analogue pour la
longueur d une classe de pointa qui coincide peu prs avec la P 7 0 .

(24). SUR UNE OOURBE, QUI REMPLIT


TOUTE UNE AIRE PLANE.
(M a th e m a tic h e A nn alen, B<1. X X X V I, A . 1890, pp. 157-100)

L a curva stu d iata in questo lavoro 6 ora universalm ente n o ta come curva
di P e a n o (o continuo peauiano).
V. 0.

D ans cette Note on dtermine deux fonctions a: et y , nniformes


et continues d une variable (relle) t , qui, lorsque t varie dans lintervalle (0 , 1), prennent toutes les conples de valeurs telles que
0 < ; x ^ 1 , 0 < . y < , 1 . Si l on appelle, suivant lusage, courbe con
tinue le lieu des points dont les coordonnes sont des fonctions con
tinues d une variable, on a ainsi n n are de courbe qui passe par
tous les points d un carr. Donc, tant donn un are de courbe con
tinue, sans faire d autres hypotlises, il n est pas toujours possible
de le renfermer dans une aire arbitrairem ent petite.
Adoptons pour base de num ration le nombre 3 ; appelons chiff r e cliacun des nombres 0, 1, 2 ; et considrons une suite illimite
de chiffres a t , a2 , a3 ,... que nous crirons
T -

0,

ctg flj]

(Pour ce m o m e n t, T est seulem ent une suite de chiffres).


Si a est un chiffre, dsignons par k a le chiffre 2 a , compim entaire de a ; cest--dire, posons
k 02,

k 1=

1,

k 2= 0.

Si b = k a , on dduit a = k b ; on a aussi k a a (mod. 2).


Dsignons par k a le rsu lta t de l opration k rpte n fois su r a .
Si n est pair, on a k n a = a ; si n est impair, k n a k . Si m = n
(mod. 2) , on a k m a = k" a .
Faisons correspondre la suite T les deux suites
-5T 0 ,

....

3T 0 , Cj Cg Cg ...,

Su r

une

courbe

qui

r e m p l it

tute

une

a ir e

plan e

ili

' oi les chiffres b et c sont donns par les relations


bi ai ,

ci k ^ n 2 ,

b2 = k a* n3 , ca = k '+>a4 , ba = k >+a 5 ,...

7, __t .*2 + ai + - + a2n~2


__ . al+ 3 + --+2n - l
On - K
tl2n1 5 Cn--- K
0>2n

Dono bn , nime chiffre de X , est gal a2n- i , ime chiffre de


rang im paire dans T , ou son complmentaire, selon que la somme
2
... 4 02112 des chiffrea de rang pair, qui le prcdent, est paire
ou impaire. A naloguem ent pour Y . On peut aussi crire ces rela
tions sous la forme :
!= & !,

<1 2 =

0, ,

03

___ i r cl + c2 + - + en - l j

fl>2n1---^

62

flt1 = k 6l+*,jc2 , . .. ,

___. Sl +

n --- K

62+

+&

On

Si l on donne la suite T , alors X et r rsultent dtermines,


et si lon donne X et I , la T est dtermine.
Appelons valeur de la suite T la quantit (analogue un nom
bre dcima! ayant mme notation)
t = v al. r = 2 . +

A chaque suite T correspond u n nombre t , e t lon a 0 < ; f < ; 1 .


Rciproquement les nombres t , dans liuteryalle (0, 1) se divisent en
deux classes:
a) Les nombres, difl'rents de 0 et de 1, qui multiplis p a r une
puissance de 3 donnent un e n tie r; il sont reprsents par deux suites, lune .
T 0 , a1 a ... _ 1 an 2 2 2 ...
o a est gal 0 ou 1 ; lautre
T ' = 0 , 0 ^ 0 2 ... n1 al* 0 0 0 ...
o a = a
1.
fi) Les autres nombres ; ils sont reprsents p ar une seule suite T.
O r la correspondence tablie entre T e t (X , Y) est telle que si
T et T ' sont deux suites de forme differente,, mais vai. T = vai. T ' ,
et si X , Y sont les suites correspondantes T , e t X ' , Y ' celles
correspondantes T ' , on a

vai. X vai. X ' ,

vai. Y = vai. Y ' .

E n eifet considrons la suite


T ---0 , (li

... rt2n3 (l2n2 rt2n1 ^ 2n 2

2 2 2 .,

112

GIUSEPPE PEANO

o fl2 - 1 e* a 2 ne sont pas tous les deux gales 2. Cette suite peut
reprsenter to u t nombre de la classe a . Soit
X 0 f hi &2 &n1 &n-fl
on a :
7
|* 2 + - + c2 2
7
__7l
__ 1 *2 + - + 2 - 2 + 2 o
bn K
ttzn 1 j ^n+ 1 --- "n-j- 2

Soit T ' lautre suite dont la valeur coincide avec vai. T ,


T 7=

0 , % W-2

an%&2n2 O'nl a2n 0 0 0 0 ...

et

X -0 j &i... bni hn

.*.

Les prem iers 2 n 2 chiffres de T ' coincident avec ceux de T ;


dono les premiers n 1 chiffres de X ' coincident aussi avec ceux
de X ) les autres sont dtermins par les relations
7l, ___lr 2+ - + 2n -2 ,

On ---K

&2n1 )

j,

___? ,

___

___. 2+ - " + 2n - 2+ a 2 n

^n-f- 1 ---- t>7^


f-2----- ... K

U.

Nous distinguerons m aintenant deux cas, su iv an t que a2n < 2 ,


OU 2n = 2 .
Si 2 n a la valeur 0 ou 1 , on a a^n = 2n + 1 j 2 -i = 2n -i ,
bn bn ,
2

H" rt2n2 + * 2 =

f* *' ~b a2n2

a2n h

d o
^+1 = &n-f-2 =

= &+l &/i+2 == = k 2

2n 2 .

D ans ce cas les deux sries X et X ' coincident en forme et en


valeur.
Si 2 = 2 , on a a2n-~i = 0 ou 1 , ^ = 0 , a 2 - i = 2 n- 1 + 1 ;
et en posant
8=

~\~ a\ +

-f- tt2n2

on a
bn - k 8 2n1 j

&n+i &n+2 - = k 8 2 ,

b'n = k8 ft2n1 j

^n+i

&n+2 == = k 8 0 .

Or, puisqne a 2_i = tf2 -i + 1 , les deux fractions 0 , a2-i 222...


et 0 , fljjni 0 0 0 ... ont la mme valeur j en faisant su r les chiffres la
mme opration k fi on obtient les deux fractions 0 , bn bn + 1 bn+2
et 0 , bh ftft+i &n+ 2 ** i qui ont aussi, cornine Fon voit facilement, la
mme valeur ; donc les fractions X e X ' , bien que de forme diffe
rente, ont la mme valeur.
A naloguem ent on prouve que vai. Y = vai. Y ' .
Donc si Fon pose a? = val. X , et i/ = val. Y , on dduit que oc
et y sont deux fonctions uniformes de la variable t dans Pintervalle

SUR UNE COURBE QUI REM PLIT T O U T E UNE AIRE PLA NE

113

(0,1). Elles sont continues ; en effet si t tend t0 , les 2 premiers


chiffres d u dveloppement de t finiront par coincider avec ceux du
dveloppement de tg , si t0 est un /?, ou avec ceux de lun des deux
dveloppements de tg , si t0 est un a ; et alors les n premiers cbiffres de x et y correspondantes t coincideront avec ceux des x , y
correspondantes t0 .
Enfin to u t couple [x , y) tei que 0 < ; a;
1 , 0 < y < ; 1 corrfespond au moins un couple de suites ( X , Y ) , qui en exprim ent la
valeur ; <\ ( X , Y ) correspond une T , et celle-ci t j donc on peut
toujours dterm iner t de manire que les deux fonctions x et y prenn e n t des valeurs arbitrairem ent donnes dans lintervalle (0 , 1).
On arrive aux mmes consqnences si lon prend pour base de
num ration u n nombre im paire quelconque, au lieu de 3. On p e u t
prendre aussi pour base un nombre pair; mais alors il faut tablir
entre T et (X , Y ) une correspondence moin sirnple.
On peu t former un are de courbe continue qui rem plit entirem ent un cube. Faisons correspondre la fraction (en base 3)
T 0 . otj ctg djj (i^ ...

les fraetions
X = 0 , hi l 2 ... ,

Y = 0 , ct c%...,

Z 0 , <7, d 2 ...

o
bl a l ,

Cj k*1 2 ,

a3 ,

(7j =

Cl +1..+ c _ 1+i1 + ...+


bn = k

a-in_ 2 ,

I <*1++ dn1+&1 + "+l>n

Cn K

__ v, 61 + - +

dn k

b2 k e*+<*i at , . . .

bn+cX+

+ en

3n1 i

flf-3n .

On prouve que x = vai. X , y = vai. Y , z = vai. Z sont des


fonctions uniformes et continues de la variable t = vai. T ; et si t
varie entre 0 et 1 , x , y , z prennent tous les ternes de valeurs qui
satisfont aux conditions 0 < ; x < ; 1 , 0 < , y < ; 1 , 0 < ; z < ; 1 .
M. C a n t o r , (Journal de Creile, t. 84, p. 242) a dmontr q uon
peut tablir une correspondence univoque et rciproque (unter gegenseitiger Eindeutigkeit) entre les points d une ligne et ceux d une
surface. Mais M. N e t t o (Journal de Creile, t. 8G, p. 263), et d autres
ont dmontr q uune telle correspondence est ncessairem ent discon
tinue. (Voir aussi G. L o r i a , L a definizione dello spazio ad n dim en
sioni ... secondo le ricerche di G. Cantor, Giornale di Matematiche,

1 14

Gi u s e p p e

pean

1877). D ans ma Note on dmontre q u on peut tablir d un cot l uniformit e t la continnit, cest--dire, aux points d une ligne on peut
faire correspondre les points d une surface, de faon que limage de
la ligne soit lentire surface, et que le point sur la surface soit fonc
tion continue du point de la ligne. Mais cette correspondence n est
point univoquem ent rciproque, car aux points { x , y) du carr, si x
et y sont des /?, correspond bien une seule valeur de t , mais si x ,
ou y , ou toutes les deux sont des a , les valeurs correspondantes
de t sont en nombre de 2 ou de 4.
On a dm ontr quon p eu t enfermer un are de courbe piane
continue dans une aire arbitrairem ent petite :
1) Si lune des fonctions, p. ex., la x coincide avec la variable
indpendante t ; on a alors le tliorme su r lintgrabilit des fonc
tions continues.
2) Si les deux fonctions x et y sont variation limite ( J o r d a n ,
Cours d Analyse, I II , p. 500). Mais, comme dmontre lexemple prcdent, cela n est pas vrai si lon suppose seulem ent la continuit
des fonctions a; et y.
Ces x et y , fonctions continues de la variable t , m anquent toujours de drive.

(138). {Estratto) LA CURVA D I PEANO NEL


FORMULARIO MATHEMATICO
{Formulario matliematico, t. V, Torino,
F ra tre s Bocca, 1908, pp. 239-240)

Come complemento al lavoro n. 24 (del 1890) si riportano le pagine 239-240


del tra tta to n. 138 (Formulario mathematica, t. V, 1908) relative alla curva di
P k a n o , con le indicazioni bibliografiche e le figure dovute allautore.
(Cfr. in proposito : U. C a s s i n a , I I concetto di linea e la curva di Peano, Ri
vista m at. U niversit Parm a , 1 (1950), pp. 275-292).
U. C.

3.

weN", .3 . g; (Cxn f q) cont n f a ( f q = Cxn)

E xiste complexo de ordine n , vel puncto in spatio ad n dimensiones, functio continuo de variabile reale, vel de tempore, tale que
trajectoria de puncto mobile pie toto spatio. Id es, existe linea con
tinuo, que transi per omni puncto de plano, et existe linea, que
tran si per omni puncto de spatio, etc. Ce re su lta ta habe interesse
in studio de principio de G eom etria; nam non existe charactere
specifico, que distingue linea, ab superfcie.
Si nos voi que, dum variabile t varia de 0 ad 1 , puncto de
coordinatas x et y , functiones de t , describe toto quadrato (9 i 0 ) ,
nos evolve t in fractione decimale, vel analogo ad decimale, in
aliquo basi :
t = 0

23. . .

ubi n , , 2 , 3 . . . es cifras. Si cum cifras de ordine pari nos forma


numero x , et cum cifras de ordine dispari nos forma numero y , nos
liabe correspondentia reciproco in ter uno fractione decimale et duo
alio fractione decimale. Sed duo fractione decimale de forma diffe
rente, u t 0-0999 . . . et O'IOOO . . . pot habe idem valore; et corre
spondentia inter numero t et numeros x et y non es continuo. Si
nos decompone quadrato de latere 1 in 100 quadratos de latere
1 /1 0 , tu n c si t transi de valores 0 0900 . . . O'OO'JO . . . ad valores
0-1000 . . . 0-1999 . . . , puncto (.r , y) transi de ultimo . quadrato in

116

Giu s e p p e

pean

primo columna ad primo quadrato de secundo collimila, et ce duo


quadrato non es adjacente.
Kos pone quadratos partiale, n t ilio fi adjacente. In basi 2 de
nu m eratone, nos suine 4 quadratos partiale in ordine u t in figura (a),
et in basi 3 n t in figura (6).
Tunc ine divide onmi quadrato partiale in alios quadrato, e t ita
ad infinito. Fig. (c) repraesenta successione de 1(5 quadratos in
basi 2 ; fig. {d) successione de SI quadratos in basi 3 .
1 2 '
Si nos repraesenta per signo fi successione
g , vel figura (a),
tunc figura (e) repraesenta successione de G4 quadratos in basi 2 .

I
0

2
3
(a)

2 3
1 4
(b)

nnnn

8
7
(o)

(d)

(e)

In scripto Sur une courbe qui remplit tonte une are piane, MA,
a.l8!J0 t.36 p.157, me da expressione analytico de correspondentia
continuo in ter numero reale t , et numero complexo (x ; y ) .
Vide H i l b e r t a .1891 MA. t.38 p.459, C e s r o , D arbouxB.
a.1897 t.21 p.257, M o o r e AuiericanT, a.1900 p.72, L e b e s g u e ,
Legons sur lintgration, Paris a.1904 p.45.

(26). SUL LINTERVERSION


DES DRIYATION S PARTIELLES
(M&tlieeis, Tome X , A . 1890, pp. 153*154)

Soient f ( x , y ) ime fonction de deux variables, f x , f y , f xy ,f'yx ;


ses drives partielles. Il sagit de prouver que, m oyennant certaines
conditions, on a f xy fyx M. Ma n sio n (Rsum du Cours dAnalyse
infinitximalc, page 63) le prouve pour les fonctions lmentaires.
D ans la dm onstration ordinaire (S citwarz, Archives des sciences
pliysiques et naturelles de Genve, 1873, t. 48, p. 38 ; S e r r e t , Calcul
diffrentiel, 1879, page 76 ; L ipso h itz , Lehrhuch der Analysis, 1880,
II, p. 270 ; JoRDAN, Cours d Analyse, I, 1882, p. 31 ; etc.) on suppose :
a) L existence des drives f'x , f y , / ^ , f yx.
b) La continuit de
et de f y X pour les valeurs considres
des variables.
M. S ohwarz a aussi prouv que l existence et la continuit
de fy X sont des eonsquences de l existcnce et la continuit de

fx ify xy
J e me propose dans cette note de rduire au minimum les con
ditions ncessaires la dm onstration du tliorme.
T h o r m e . Si fx y (x , y) existe aux environs de x x 0 , y y0 ,
et est continue pour x x0 et y y0 et si f y (x , y0) existe aux envi
rons de x x Q, alors f y'x (x0 , yQ) existe aussi, et lon a f yz (x0, y0)
= = fxy K

/ q)

Dmonstration. Soit e une quantit positive aussi petite q u on


le veut. Posons
(1)

fiv (x0 + h , y 0 + 1c) = f i v K ;% ) +

Puisque f xy (x , y) est continue pour x = x 0 e t y = yg , on peut


dterm iner une quantit positive q telle que, si mod h g l g, mod k rg p,
on ait mod a
e . Intgrons (1) par rapport k , de 0 k ; on aura
(2)

I l (*o + h y Vo + c>~ f x (*o + h >Vo) = k J*!i (*o ,Va) + k '

118

GIUSEPPE PEANO

o a ', lune des valeurs de a , ne sera pas, en valeur absolue, suprieure e j autrem ent dit, mod a ' ^ e .
Intgrons (2) par rapport l i , de 0 h j nous trouverons la
formule bien connue :
/ ( o + h , y 0 + le) f ( x 0, 2/0 + lc) ~ f ( x o + h >Vo) + / ( * o >Sto) =
(3)

= ftfc/xJ (* 0 ,i,0) + fcfc*'

et puisque a" est une des valeurs de a ', on au ra mod a" ^ e . On


dduit de l
/ K +

gp + *0 / K +
le

y0)

/(* o y0 + 7<) / K . y0) __


Te

= A / ^ ( * o , 2/0) + A a " .
Passons la limite, pour 7c = 0 . P uisque f y {x , y0) existe, on a
Um f J K + h l * * ^ f o + . ^

= / ; (ao + , % ),
= f y {, 0 ,

Dono a" aura aussi une lim ite a'", en valeur absolue, gale ou
infrieure s . On a ainsi
(5)

ou
(6)

f y (o + h 12/o) / (*0 > o) =

0,+ A lo)

,l / i (*o I yo) +

( ,, yfl) = / K , yo)-+

e t pour toutes les valeurs de h gales ou infrieures q , en valeur


absolue, a'" est, en valeur absolue, gale ou infrieure e . Donc,
par la dfinition des limites, on a
KmkJ ^ o

+ ^ - f i * o , V o ) = f ,, K ; yo).

A insi il est prouv que fy z ( x 01 y0) existe et que sa valeur est


f x y {Xq

Va)

D ans ce tborme, en supposant lexistence de f ^ , on suppose


implicitement celle de f x . Si lon applique la proposition dmontre
aux couples (a?, y) de la varit V dfinie p ar les conditions
xo ^
x <
"b ^ >Vq ^
i/0 <1 2/q
^ > 011 a
thorme
Si, dans V f f x i f y f x y existent et si la dernire est continue, on
a, dans la mme varit , f y X= f x y .
Il y a effectivement des fonctions qui satisfont aux hypotbses
nonces, e t pour lesquelles f x et f y sont discontinues.

(27). DMONSTRATION
DE IV INTGRABITJT DES QUATIONS
DIFFRENTIELLES ORD1NAIRES
(M athem atische A nnalen, Bd. X X X V H , A . 1890, pp. 182-228)

In questo lavoro viene esteso ai sistemi d i equazioni differenziali ordinarie


il teorem a di esistenza dim ostrato nel caso di nna sola equazione nel lavoro n. 9
(del 1886).
Ma il procedim ento a ttu ale diverso e la dimostrazione completamente
simbolica (per quanto ogni passo di essa sia preceduto da ampi riassunti e com
menti in linguaggio ordinario).
Per tale motivo tu tto il lavoro (e specialmente la sua p arte prima) stre t
tam ente connesso a quelli di logica contenuti nel volume II di queste Opere
scelte, e pu essere considerato come una parie del Form ulario com pleto di
P e a n o . ( C f r . : U. C a s s i n a , /Storia ed analisi del Formulario completo di Peano ,
Boll. Un. m at. ital. , (3), 10 (1955), pp. 244-265, 544-574).
Da notare che, nel lavoro n. 27 (del 1890), G. P e a n o , introduce per la prima
volta m ediante il simbolo t la distinzione fra l'individuo e la classe
composta di quel solo individuo ; od il concetto di classe completata di un insieme
a di complessi di ordine n denotata qui con C a (ed in lavori posteriori con X a)
e che d la m inim a classe chiusa (nel senso di' C a n t o r ) contenente a .
Nel lavoro n. 27 (del 1890) pure per la prim a volta enunciato e rifiutato
come estraneo alla logica ordinaria il principio delle infinite scelte arbitrarie,
detto comunemente postulato di Z e r m e l o , il quale per lo enunci solo nel 1904.
Su questa questione G. P e a n o ritornato nel lavoro n. 133' (del 1906).
Del teorem a esistenziale, dim ostrato nel lavoro n. 27 (del 1890), venne pub
blicata una volgarizzazione in linguaggio ordinario d a G. M i e (Beweis der Integrirbarkeit gewhnlicher Differentialgleichuigasysteme nach Peano , M athem atische Annalen , Bd. 43, (1893), pp. 553-568).
U .C .

Soit donn le systme d quations diffrentielles, ramen la


forme normale :
-fj- *Pi

x i i >.*) i

120

G I U S E P P E PEANO

o les <Pj, . . . , <pn sont des fonctions continues aux environs de t = fi,
a>i =
, , . . , xn = . Dans cette Note on prouve que lon peut
dterminer un intervalle (b , b ') , et, dans cet intervalle, n fonctions
. . . x n de t , qui satisfont aux quations donnes, et qui, pour t = b,
prennent les valeurs at . . . a. (l)
Toute la dm onstration est rduite ici en formules de Logique,
analogues aux formules d A lgbre ; car, bien qu elle ne soit pas dif
ficile, son dveloppement complet avec le langage ordinaire serait
d une complication excessive.
D ans la premire partie on explique les notations introduites, et
lon dveloppe quelque thorie dont dans la suite on doit faire usage.
L a deuxime p artie contieni la dm onstration du thorme.

r e m i r e

p a r t ie .

a.
Explication des signes.
K (classe), ^ (et), ^ (ou) , (non), e (est), (est gal), Q (est contenti
ou on dduit), jy (rien ou absurde). (2)
1.

Nous crirons K au lieu du m ot classe (varit, ensemble d tres


quelconques, Klass).

(1) L a dm onstration de 1*intgrali ilit des quations diifren ti elles, indpend ente de la thorie des imaginaires, laquelle esige des conditions restrictives
spciales, a t donne par C a u c h y , e t (incompltement) publie par M o i g n o
Legons de calcul diff. et de caloul inigral, 1844, Voi. 2, p. 385-454 e t 513-534. Elle
suppose lexistence e t la continnit des drives partielles des 9 ? par ra p p o rt anx
x . Elle a t ensaite donne p a r diverses autenrs, sous des conditions restrictives
quelque pen diffrentes, e t dont nous parlerons dans la suite.
(2) On d o it B o o l e Vtude des oprations e t relations de Logiqne, Ces
questions ont t ensuite tudies p a r plusieurs Auteura. Voir l'introssant ouvrage
E. S c h r o d e r , Vorlesungen ilber die Algebra der L ogik (Exacte L ogik)}
Leipzig, 1890 j
d o n t le prem ier volume v ient de parai tre.
J ai dj r d u it en formules les propositions de quelques thories, dans mes
Arithmetices principia, nova methodo exposita, T urin 1889 ;
P rincipii di Geometria, logicamente esposti, T n rin 1889 ;
Les propositions du cinquime livre d*Euclide, rduites en fo rm u les, (Mathesis, t. X) j
publications auxquelles je renvoie le L ecteur pour de plus ainples explications.
Le signe e est la lettre initiale de ta x i ; les signes Q e t a s<mt les initiales renverses des mots contieni et vrai,

D M O N S TR A TIO N DE LIN TG RA BILIT D E S Q U AT ION S ETC-

121

Si a , b , c sont des K , alors :


2.

a n b n e signifle la classe commune a , b , c .

3.

abc

4.

av b

5.

~ a

6.

x ea

7.

x jy

8.

a = )

9.

uQb

V
craindre.
c

7?

a n j n c loisquil n y a pas dam biguit


la plus petite classe contenant les a , b et c .
la classe des non a .

??

x est un a .

>7

x et y sont des a .

91

les classes a et & sont identiques .

77

la a est contenue dans la b ou to u t a est 6 .

10.

rien ou la classe nulle . A insi ab = a


77
signifle nul a est b .
Si a y b , c sont des propositions, alors

11.

a n b r t c signifle Faffirmation sim ultane des propositions a ,b7c.

12.

abc

13.

a v

b u

14.

la ngation de a . Si la proposition a con77


tient un des signes de relation q , = , e , etc. il est plus
commode d crire le signe de ngation avan t le signe de
relation. A insi nous crirons <i b au lien de (a b),
e t x e a au lieu de (x e a) ou x e a . A insi, si a et 6
sont des K , ab = A signifle quelque a est b.

15.

a= b

16.

a Qb

,,

de la a on dduit b ou si a , alors b .

17.

assurde . A insi a b = a signifle a q b .

77

a r\ b n c .

une au moins des a ,b ,c est vraie .

signifle les propositions a et b sont quivalentes .

Si a , b sont des propositions contenantes des lettres indtermines * , y , . . . alors :


18.

a qx b

19.

a Ox.y b

la b .

20 .

a x b
,,
pour toutes les valeurs de x , les propositions
a et b sont quivalentes .

21 .

a - = * a signifle la condition a n est pas, en regard de x ,


.absurde ou il y a des x qui satisfont la condition a .

signifle quel que soit x , de a on dduit b .


S i oc, y satisfont la a , ila satisfont aussi

122

G IU S E P P E PEANO

Noiis sparerons les diffrentes parties d uue formule au moyen


des parenthses, selou lusage. Mais, jiour sparer les propositions
partiellea d un tkorme, on adoptera les points . :
: : etc. P our
lire im e formule divise par des points, on unir d abord les signes
qui ne sont pas spars par des points, puis ceux qui le sont par
un, puis ceux qui le sont par deux, etc. Ainsi
ab . c d ' . e f . g

li . lei signifle ([(<<&) (cc?)] [(/) #]) [li (/ci)].

Lorsquune formule n est pas contenue dans une seule ligne, elle
se continue dans la suivante, un. peu droite.

Exemples.
1.

3 e Nombre premier .

2.

M ultiple de 0 q M ultiple de 2 .

3.

M ultiple de 6 Multiple de 2 n Multiple de 3 .

D ans les exemples suivants, au lieu des mots quantit relle


nous crirons q. (Voir le b).
4.

a , b e q . Q . ob = b a .

Si a et 6 sont des quantits (relles), on a ab = ba . lei les


points divisent la proposition en liypotlise, signe de dduction, et
tlise.
5.

a,&eq.a*-j-&2= 0 : Q : a = 0 . 6 = 0.

6.

a , 6 q .((6 = 0 : Q : a . = 0 . vy.6 = 0 .

7.

( i , 6 , c e q . c - = 0 : [ ) : a c = 6c- = - a = 6 .

D ans les ex. 5, 6, 7 les : divisent les propositions en trois parties ; le hypothses e t thses sont complexes ; la thse de 7 est l
galit logique entre deux galits algbriques.
Quelquefois il convient de considrer la formule ternaire a q b
comme un compos binaire de a et o &? 011 de a 0 et b .
8.

a,6,x ,y eq .
= a b.

x -(- y = a . x y = b : = : 2x = a -(- 6 . 2y

lei le signe
dcompose la proposition en deux parties ; la
premire est forme de lhypothse et du signe de dduction. La
partie qui su it . \ est la tbse ; elle est dcompose par les : en trois
parties, les deux membres d une galit logique, et le signe d galit.

D M O N S fR A T IO N DE LIN TG RA B ILIT D ES Q UATIONS E T C .

9.

123

a , b , c , a ' , b ' , c' e q : %e q . q x . ax2 + bx + c = a ' x 2 + b' x + c'


q : a = a ' . b b ' . c = cf .

tant a , b , c , a',
c' dea nombres, si, quel que soit le nombre
x , les deux trinmes ax 2 + . . . et a'x 2 + . . . sont gaux, alors . . . .
10.

a , &e q . 0 : : x q x2 + aa? +

= 0 : - = * A ' = .

4&;> 0.

Si a et b sont des nombres rels, la condition ncessaire et


suftsante pour lexistence d une racine relle de lquation x 2-\- ax -f-{- b = 0 est 2 4& 0 .
11

12.

a , b , a ' , b' e q . Q

x 1 y e q . a x - \ - b y = 0 . 'a; + Vy =
= 0 . u . 3 / = 0.*. Xyy A : : = & ' a'& = 0 .

; a;

r t , 6 , c e q . a > 0 J q : o .**. w e q .*. x e q . x > m : Qz . a2


+ bx + e > l : : a

Soient a , b , c des quantits, dont la premire positive ; soit l


uue nouvelle quantit. Alors il existe un nombre m tei que, pour
toutes les valeurs de x suprieures m , soit ax 2 -f- bx + c > Z ;
ou a.t2 + bx + c devient infini en mme temps que x .
Les notations ci dessus expliques suffsent pour esprimer toutes
les relations de logique entre individus, classes et propositions, lesquelles dans le langage commun sont reprsents par un trs grand
nombre de mots. Toutes les propositions dime Science quelconque
peuvent sexprimer au moyen de ces notations, et des mots qui re*
prsentent les tres de cette Science. Elles seules suffsent pour exprimer les propositions de Logique pure. Nous en crirons ici quelques unes, comme exercice :
1.
2.

a e K . 0 a 0 a

( quod est, est ),


3 .
aq c

3.

a e K. 0 : aa = a. a u a = a. (a) = a. a a = a* aA ~ A*
a^A a.

4.

a , b s K. 0 : ab = ha a v b = b v a. ab Q a. a ( j a
= (- )'-' (- b). - ( a wl ) ) = ( ) n (&).

5.

a, 6, c e K. q : (6) c = a(bc) = abc. (a<^b)vc = a <^(b^c) a v b c.


a * (& V c) = (a n J) KJ (a n c). a O (fe n c) = (rt o &) rv (rt o c).

6.

a , b s K. Q

a , b , c e K. a q b. b q c :

a q b.

= : x e a.

( syllogisme ) ,

b. {a a b)

Qa. x e b.

La correspondance entre les signes


et les mots et,
ou, est, . . . est seulement approche j car les signes ont toujours la
mme signification, ce qui n est pas des mots dans le langage
commun.

124

G I U S E P P E PEA NO

b.
Signes Q , q , 0 , t ~ t l , q,t , m .
*
Nous poserous :
1.

Q = quantit positive ou nombre positif .

2.

q =

nombre rel fini .

3.

9 =

les nombres x qui satisfont la condition 0 < ; x < ; 1 .

4.

t0~ t i , ou <0 et tl sont deux q , = les nombres eompris entre


t0 et ti , ou gaux lune des limites . P. ex. on a 0 = O1.

5.

q = nombre complexe d ordre n . (3)

On appelle nombre complexe d ordre n le systme de n nombres


rels. Nous dsignerons par (r, , x2 ,
, x) le complexe form des
nombres x t , x 2 , . . . , x , qui s appellent les lments d u complexe.
On dfinit l galit de deux complexes x (*, , x 2 , . . . , #) et
y (yi , y2 , . . , yn), leur somme e t diffrence, le produit du com
plexe x par u n nombre rel , le complexe 0 , et le module, mod x
ou m # , du complexe x , comme il suit :
6.

x = y. = :

7.

x zti y =

8.

ax = (axi , ax2 , . . . , axn).

9.

0 = (0 , 0 , . . . , 0).

10.

= y r x 2 = y2 , . . . , xn yn .
ih

f x 2 u t y2 , . . . >

z t j/m)-

m i = + Sx\ + x\ + . . . + x \ . ()

Si x e q , m* reprsente sa valeur absolue.


Les plus im portantes proprits des nombres complexes sont
donnes par les formules suivantes :
11.

xequ

12.

x , y e qn . x y : q . y = x .

-0

.x = x .

(3)
l e i les nombres com plexes son t in trodu its seulem ent ponr simplifier les
formnles, car ila perm ottent d'crire nne lettre senio et u n e quation senle an
lieu de n lettres on de n quations. Dos proprits nonces quelqnes unes son t
vid en tes ; les autres sont dm ontres dans ma Note In tg ra tio n p a r sries des qua
tions diffrentielles linaires , Math. Ann. X X X II, p. 450.
(*) On ponrrait aussi dfinir par n ix , la plns grande des valeurs absolues
des lm ents de x ) alo,rs les proprits des m odnles son t presqu' videntes.

D M ON STRA TIO N D E l/lN T G R A B I L I T DES Q U AT ION S ET C .

13.

x ,y ,z eqn . x y .y = z: q . x =

14.

x , y e q . Q . x + y e q.

15.

x ,y e q n .Q .x -{ -y y -\-x .

16.

* , y , s e q ^ 0 (* + f) + z = * + V + z) = * + V +

17.

x , y , z e q . x y : y . * + = y + a .

18.

x e qn . a e q : f) . ax e q u .

19.

x , y e q . a e q : o (# + il) = * + al!

20 .

21.

q , a ,

b e q:

Q .

(ab)x

ax -\-b.v

125

: o 6 (ax) (ba) x = b a x .
x

x = 0.x-{-0 = x . l x = x.

22.

a; e q . f) :

23.

x s qn. o :

24.

x , y e q . Q . m (x - f y) < ; m.T + my .

25.

E q . j r q u : f ) . m (ax) = (ma.) (ma;).

26.

mO 0 .

* Q . ^ . m# = 0 .

On dfinit aussi la limite a d un complexe variable x , et lon a:


27.

lim x = a = . lim m (x a) = 0 .

On dfinit la drive d un complexe x fonction d une variable


relle t , et lon a:
d
dx
28.
di
d
e.
F o n ctio n s; in version.
1. Dans la formule f ( x ) , ou f x , pour dsigner une fonction
de x , la lettre f sappelle signe (ou caractristique) de fonction.
2. Si a et 6 sont des K , par bja nous indiquerons les signes
de fonction qui cbaque a font correspondre un b , ou les reprsentations (Abbildimgen) des a dans les b .
3. Si a , b sont des K , e t f e b / a , nous indiquerons, avec
M. D e d e k i n d ( 5) par / le signe de la fonction inverse (umgelcehrte
(5)
IVae sind und wae sollen die Zahlen, Brannschw eig 1888, p. 8 . LAntenr
adopte l inversion seulem ent ponr les reprsentations semblables. DanB mes
A rith. principiti et P rincipii di Geom. par com modit typographiqne, au liea
de / , j cris [ / ] .

Giu s e p p e

126

pea n

Abbildung) (le / . Donc, si y e b , f y dsigne la classe des x qui sa


tisfont la condition y = f x . Qn a :
y = fx . = .xefy.
Lorsquil y a un seni x qui satisfait la relation y f x , ce
qui arrive pour les reprsentations semblables (hnliche Abbildungen),
on a
y = f x - x = / y .
4. E n appliquant linversion lopration indique par m (module), si p est une Q , m p indique les complexes d ordre quelconque
dont le module est p .
p e Q . x e q : q : ma; = p x e rap .
P o u r indiquer le complexes d ordre n et de module p il suffit
d crire q <*>m p ; mais nous crirons seulement mp , car dans cette
Note il sagit toujours des complexes du mme ordre.
5. Si p est une proposition contenante une lettre (variable) x ,
il rsulte dtermine ime classe forme des individus x qui verifient la condition p ; et lon a
x es = p .
Considrons le signe a? cornine un signe de fonction ; on peut
rsoudre cette galit par rapport s , et lon a
8 = x ep .
Donc, x e p signifle le s x qui satisfont la condition p ou les
racines de lquation p .
P a r ex. la df. 3. du b s nonce
0 = q x s (0 ^ x

1).

La df. 3 de ce snonce:
a , he K . f s b/a . y e b : o . / y = * e (y = f x ) .
C. Si a , b e K , et / e b ja , si s est une K contenue dans a ,
alors, suivant M. D e d e k i n d (6), f s indique la classe des b qui sont
1/ de quelque s ; en sig'nes :
a , b , s e K . f e b/a . s o a : q , f s y e [x e s . y = f x : - = a ]

() I b . p . 6 .

DMONSTRATION DE L'INTGRABILIT DES QUATIONS ETC.

127

Nous gnralisons un peu cette notation; si dans une formule qui


contient dans une seule place une lettre x , nous substituons x le
nom a dune classe, on obtient lensemble des valeurs de cette for
mule, lorsque x prend toutes les valeurs de la classe a .
Exemples:
a e q . Q . a -}- Q = les nombres suprieurs a ,

a Q = les nombres infrieurs a ,

a Q

qna?e|se>a.u.jr<a],

a , b s q . a <^b : q . (a

Q) n (b Q) = q ^ a?e {a < a? < ).

Il faut distinguer (a + Q)n(& Q) de a ~ b , dfini dans le b,


prop. 4 :
a , b s q . Q . a ~ b = a + 9 (b ).
Ces deux expressions reprsentent lintervalle {a , b) lune sans,
lautre avec les points extrmes.
7. Si a est une classe, par la convention prcdente, K a , ou
K n a reprsente lensemble des classes x a , ou .* est irne K qutslconque. Mais, en variant x , xa reprsente toute classe contenue
dans a } donc

Ka = classes contenues dans a ou classes de a .


Ainsi Kq signifie classe de q $ et Kqn signifie ensemble de qn
ou Punktmenge .
P ar la rptition du signe K on obtient K Kqn (dont nous nous
servons seulement dans e P 9 (4) et (5)) qui signifie classe de
classes de qu ou nom commun de plusieurs ensembles de points
ou proprit que des ensembles de points peuvent avoir .
8. Si le signe / fait correspondre, chaque individu de la
classe a , une classe de b , et si s est une classe contenue dans a ,
alors f s indique la classe des b qui sont un f de quelque 8 j en signes
a , b e K . / e (Kb)/a . 8 e K a : q . f s = y s [ x e 8 , y e f x : = x a ] .

Ainsi, si a e K Q , m a signife les qn qui ont pour module quelque a .


i

{reqn. ^eQi Q. aj + m^ x O m p = les qn dont la diffrence


x a un module non suprieur p .
x e q n. p , p ' e Q . y e x - { - 9 m p . z e y - { - 6 m p ' : Q . z e x - \ - 6 m { p - \ - p ' ) .

128

G I U S E P P E PEA N

C'.
Observiitioiis s u r le c.
1. D ans le prcdent nous avons introduit quelques notations,
et expliqu les cas particuliers, dont on fera usage dans cette Note.
Mais il n est pas inutile de donner quelques autres explications su r
cette im portante tliorie.
L ide de fonction (correspondance, opration) est prim itive; on
p e u t la considrer cornine appartenante la Logique. Gomme exemple pris du langage corri muri, posons h = liomme , p le pre
de ; on a p e li/li .
D ans l Analyse on a log e q/Q , sin e q/q ; mais on n a pas
tang q/q , ear ta n g ~ n est pas im e q .
A
2. P a r (b/a) continue nous entendons les b/a qui ont la pro
prit de la continuit. Cette proprit est dfinie seulem ent pour
les fonctions relles d une variable relle, et pour les complexes
d ordre m fonctions des complexes d ordre n . Le thorme de la
continuit uniforme s enonce :
x 0 , x l e q . f (q/j?0

continue, li e Q : Q

le e Q

x , x ' e x0~ x, .

m (x *') < le : Q*,*-. m ( f x f x ') < /t : : k \ .


La proprit fondamentale des signes de fonction est
a , b s K . f s bja. x e a : q . f x s b .
Lorsqon d it que f s b / a , on n exclut pas que lopration / soit aussi
dfinie pour des tres non appartenants la classe a :
a , 6 , c e K . / e b/a . c q a : 0 / * &/c
Lorsquon d it que f bj a, on ne suppose pas que to u t b soit V f de
quelque a :
a, b , c e K . f e b / a . b QC: Q. f e c / a .
On a aussi:
a , b , c e K . / c/a . f e c / b : o / c/(a u b ).
3. Lorsque / est une iilinliclie Abbildung, on a :
x = f fx ,

et

y= f f y .

A insi p. ex. si x s Q , et y e q , on a :
V = log x . = . x = log y ;

lo g y = ev-,

log log * = a; ;

loglogi/ = i/.

DM O N S TRA TIO N D E LIN TG R A BILIT D ES Q U ATION S E T C .

129

Dans toute formule algbrique ou logique fnissant par une lettre x


on peut considerer lensemble des signes qui prcdent x comme un
signe de fonction. Ainsi, si x , a , b sont des q , de
b a -f- # ,

ona

x = a -\-b ,

au lieu de

x ba,

J) = a x x ,

ona

x ax b ,

au lieu de

oc = .
a

(On ne peut pas appliquer cette notation


deux lettres ne se trouvent pas dans la
giner des conventions analogues, lorsque
une lettre x . Voir mes A rith . principia

aux puissances
car les
mme ligne. On peut imaune formule commence p ar
pag. X III).

Ces conventions sont analogues celle dont ont a fait usage


pour tablir la formule
x e 8 = ' p : = :8 = x e p .
On a ainsi
x e {% e 8) =

( qui est bonus =

bonus ),
x e ( x e p) = p

{ x est une racine de l quation ta n g # = a? signifie tanga? = ar).


4. Lorsque / n esfc pas semblable, / y est une classe. On a alors
y = f f y et x e j f x ' j il serait contraire nos conventions dcrire
x = f f y . Ainsi, si Pon pose, h = h o m m e , p = le pre d e ,
on a p e h/h non semblable, et l on a :
y p x = X Ep y

y est le pre de x =
Analoguement

x est un fils de y .

y = sin x = : x s sin y ,
au lieu de x = are sin y .
x e sin sin x

x est un des arcs dont le sinus est sin x .


5. Mais, si les conventions adoptes suffsent pour
elles ne rsolvent pas encore en gnral le problme de
Soit en effet / le signe d une fonction, qui ebaque
d une certam e classe fait correspondre une classe f x .

notre b ut,
Pinversion.
individu x
On aura

130

G I U S P P PEA N

considrer les deux relations


y = f x (y est la classe f x ; y est identique . f x ) ,
y ef x

(y est un individu de la classe f x ) .

En vertu de la convention adopte, on peu t invertir la premire, et


lon a x e f y . Tour rsoudre la seconde par rapport x , il fa ut une
convention nouvelle. Posons x e f ' y . Alors on a :
f y = x e ( y = f x ) = l es individus x tels que la classe f x est y ,
f ' y = x e(y efx) =

l es individus x tels que y est un f x .

P a r exemple, * tan t une classe de q , dsignons par Da; la classe


drive (suivant M. O a n t o r ) de x , et dont nous parlerons au d.
Alors y Da: (y est la classe drive de x), sinvertit par x e D y
(x est une classe dont la drive est y) ; on ne peu t pas crire
x = D y , car, dans des liypotlises convenables, il y a une infnit
de classes dont la drive est y . E t la relation t / j D a ; (y est un
point de la drive de #), sin v ertit par x e D ' y (x est une classe
dont la drive contient y).
J ai adopt ce secoiul signe d inversion dans mes Principii di
Geometria, pag. 9. Soient a , b ,c des points ; dsignons par ab len
semble des points du segment rectiligne ab ; alors c e ab signifle
e est un point de ab . On peut considrer, dans ab, le signe a ,
qui prcde b , comme un signe de fonction, qui chaque point .6
fait correspondre une classe ab de points. E n rsolvant la relation
ce ab par rapport il b on a b e a'c ; donc a'c dsigne celle des deux
parties indfinies de la droite ac , divise en c , laquelle ne contient
pas le point a . La formule ac provient de linversion de c = ab, et
en supposant a et & des points, c est un segm ent dont une extrm it est en a ; et alors ac reprsente lautre extrinit du segm ento.
Des deux signes d inversion / et f on ne peut pas exprimer le
second par le premier, mais on peut exprimer le premier au moyen
du second et d une nouvelle convention ncessaire dans d autres
rcherches. Dcomposons en effet le signe = en ses deux parties
est e t gal -, le mot est est dj reprsent par e-, reprsentons aussi
lexpression - gal par un signe, et soit i (initial de kjo?) ce
signe ; ainsi au lieu de a = b on peut crire a e i b . Alors, si lon
inverte la y e f x par x e f ' y , on invertir y f x , cest--dire y e t f x
par x e(i f ) y . P a r ex., si y est un q , D 'y signifle les classes
dont la drive contient le point y ; e t (i D)'y signifle les classes
dont la drive se rduit y .

D M ON STRA TIO N D E LIN TG RA BILIT D ES Q U ATION S E T C .

131

6. Le signe t perm et aussi de rsoudre une autre question. O n


p e u t considrer une classe comme tan t un individu, et ainsi former des classes de classes (KK). P . ex. si a est un point,- b une
droite, et c un faisceau de droites, dans les propositions a e b , a
est u n individu (point) de b , et b e c , b est un individu (rayon)
de c , la lettre b dsigne dabord une classe, puis un individu
de la classe c , ' laquelle est une K K .d e points.
Les formes du syllogisme
0 b b o c : o a o c ,
a e & - 6 o c 50 ,flC
sont exactes ) mais des prmisses a e b b e c on ne peut pas trer
de consquence. On voit aussi plus clairement quon doit bien
distinguer les deux signes e e t q .
O n peut aussi considrer les K K comme des in d iv id u a, leurs
classes sont des K KK ; et ainsi linfni ; mais lon sarrte bientt
dans le langage commun et dans ls applications.
P o u r indiquer la classe constitue des individus a e t b on crit
quelquefois a u b (ou a + b , en suivant la notation plus usite).
Mais il est plus correct d crire la v ib ; alors, p a r didentit logique
x ea v b : = : oc e a u . x eb :
on a exactement:
x e ta v ih i :'x 8 ta v x e ib : = : x = a u . x = b .
Cette distinction est ncessaire lorsque a et 6 sont des classes ;
alors a u fo, en vertu de la notation 4 du a dsigne la classe dont
les individus sont les individus de a ou de b ; l a u t b dsigne la
classe dont les individus sont a e t b . Si a et b sont des droites
(ponctuelles), a u b dsigne l ensemble des points qui se trouvent
su r lune ou sur lau tre des droites a e t b ; i a v ib dsigne la couple
des droites a e t b j les individus de a v b sont des points ; ceux
de i ( i u i b sont des droites.
La formule 23 du b pourra aussi scrire
x e Qn * 0 m# e (Q u i0)
ou
m e (Q u t 0)/qn .
7. Les deux dfmitions, donnes aux N. 6 e t 8, de f s , o. 8
est une classe, la premire appliquable si / fait correspondre un
individu i cliaque individu, la deuxime si / fait correspondre une

132

Giu s e p p e

pean

classe chaque individu, sont bien distinctes. A insi, si x e Q , m.r


dsigne lensemble des qn , dont le module est on, ou, si lon adopte
le langage gomtrique, la surface splirique de centre lorigine et
de rayon x . Alors, par la notation du N. 8, on a
m ti y e ( x s 9 . y e m x : = x a ) ,
ou, en oprant sur les deux membres par le signe y e , on a :
j( m 8 =

x e Q . y e m x : = x a ,

afflrmer que y est un in 6 signifle q u il y a un nombre x , appar


te n an t lintervalle 9 , tei que y ait pour module ce x . Donc m 0
dsigne lensemble des qn dont le module n est pas suprieur
lunit, ou la splre (volume) de rayon 1 ; elle est une K q .
Mais si lon attrib ue ni 0 la signiflcation donne au N. 6 on a:
m 0 = j t ( * 0 . y = m a ! ; = , ^ )

ou
y e m 9 = .'. x e 9 . y m x : - = x a
affirmer que y est un m 9 signifle q u il existe un x , dans lin ter
valle 9 , tei que y soit identique la surface sphrique de rayon x .
Donc, par le convention du N. C, m 0 dsigne lensemble des surfaces spliriques dont le rayon n est pas suprieur lunit. Les
individus de m 9 sont m aintenant des surfaces spliriques, et m &
est ime KKq .
8.
Les notations du F . G e t 8 ne d o n n e n t. pas, dans cette
Note, lieu
des difficults, qui se pourraient prsenter dans d autres
cas. Car, lorsque on donne f s une signiflcation, il faut dabord
sassurer quelle n a pas djil re?u une signiflcation differente. Ensuite,
lorsque / fait correspondre une classe des individus, il est nces
saire de distinguer si lon entend par f s ce q u on a dfini au N. 8,
ce qui se prsente ordinairem ent, ou si lon entend la classe des
classes qui rsulte du N. 6, et qu on doit tudier dans quelques cas.
Pou r viter ces difficults, dsignons p. ex. par f s la classe
dfinie au N. 8 ; cest--dire posons
fs

b(x s s .

y efx

: -

= * a).

Alors la classe considre au N. 6 rsulte indique par i f s ;


car, si dans la dfinition qui prcde on crit i f au lieu d e / , et
y = f x au lieu de y s i f x , on a :
.

/ * = y e{x s s . y = f x : - = * \ ) .

D M O N S TRA TIO N D E LI N TG RA BILIT D ES Q U AT ION S E T C .

133

On pourra supprim er les signes ' et t , lorsquil n y a pas


d anibiguit eraindre, et lon retrouve les dtnitions des N. 6 et 8.
P a r ex., si, ta n t x un qn (un point dans la varit n dimensions), on dsigne par p x la droite qui projette x d un point fixe
alors, si y est une droite (ponctuelle) quelconque, on a :
p y = le pian qui projette la y . Il est une K q .
i p y = le faiscean des rayons qui projettent les points de y .
Il est une KKq , dont les individus sont des droites.
Si z est un faisceau de droites,
p z = la varit 3 dimensions qui projette le pian de z .
Elle est une K qu .
t p z = lensemble (toile) des droites qui projettent les points
du pian de z . Il est une K K q n , dont les individus
sont des droites.
i p z le faisceau des plans qui projettent les droites de z .
Il est une KKq n , dont les individus sont des plans.
t ( j) z = lensemble des faisceau x de droites qui projettent les
'
droites de z . Il est une K K K q ,,, dont les individus
sont des faisceaux de droites.
d.
S ignes 1', 1, max, min, C .
P , H p , Ts ; substitution.
Notations.
1.
2.
3.
4.

a e K q Va = la limite suprieure des a .


,,

. q l,a =

infrieure

a, b e q Q may (a>*) = le Pllis grand des deux nombres a et b.

0 mil1 (>6) =

Pe tit

'

A insi p. ex. YQ = 1 , Ij0 = 0 , l t Q = 0 . Les tbormes connus


qui perm ettent de reconnaitre lexistence des limites 1' et 1, snoncent:
5.

a e K q . <x = A. - JP e ^1

+ Q) = A : 0

a Q -

Si a est une classe de nombres rels, non nulle, et si il y a


u n nombre p , tei que des nombres de la classe a , et suprieurs
p n existent point, alors la limite suprieure des a est un nombre
rel et fini.

134

G IU S E P P E PEANO

5 '.

a e K q . a - = \ . p e Q . a r> (p Q) = ^ : f) . 1, a e q.

6.

a ,b e K q . a Q 6 : : 1' a <. 1' b . lj a> \ b .

7.

a e K qn . x e a : 0 . 1 , m (a x) = 0.

Si a est une classe de complexes d ordre n et si x est un de


ces nombres, la limite infrieure des inodules des diffrences entre
x et les diffrents nombres a est 0 . Car 0 e m [a * ), cest- dre
une des modules de ces diffrences est prcisment 0 .
a K qu . q : 1' ni a e q = la classe a est finie .
Dfinition.
8.

a e K qu . q . C a = qu <->%e [1, m (a x) 0].

Si a est une classe de q , par C a nous entendons lensemble


des qn , qui sont des x tels que la limite infrieure des modules
des diffrences entre cet x et les diffrents a soit nulle .
Si, par distance du point x lensemble a on entend la li
mite infrieure dea modules des diffrences entre et les a , alors :
C a = les points dont la distance a est nulle .
On peut encore dfinir C a , sans les mots lim ite infrieure
comme il sut :
C a = qn n x e [h e Q ,

. a n (x -f- 6 m h) - == a ) .

C a = qn n x e [li e Q .

.'. y e a . m (y x) < li : - = a ]

On p eu t lire C a p ar la classe a complte .


Observations sur la dfinition 8.
ta n t donne une K q , par la considration des inflniment
proches, on peut en dduire une infinit d autres classes. M. C a n t o r
(Math. A nn. XV , p. 1, et X V II, p. 355) a tudi les proprits du
systme driv. Soit D a la classe drive de a ; on p eu t la dfinir :
D a = qu n * e [Ae Q . Qh .. y e a . y - = x . m (y #) < h : - = y a]D a = q n x e {14 m [(a. - i x) #] = (>).
(Ici le signe i a la signification explique au c ' X. 5 et 6).
Alors on a
C a = a <->D a
la classe C a est forme des points de et des points de la classe
drive de a . Mais la classe C a a une dfinition et des proprits
plus simples que celles de D a , comme on voit des thormes qui

D M ON STRA TIO N D E LIN TG RA BILIT D ES QUATIONS E T C .

135

suivent ; et elle su flit dans nos applications. La classe C a est,


su ivant C a n t o r , le plus p e tit ensemble ferm (clausus, abgeschlossene Pimlctmenge) contenant a . La proposition C = signifle
lensemble a est ferm .
Si a est une classe de q , on peut dcomposer, cornine j ai
fait dans mes Applicazioni geometriche p. 153 et dans les Arithmeticen
principia 10, lensemble des qu en trois classes l a (intrieur a),
E a (extrieur ) et L a ilimite de a), dfinies par les quations :
I q n a ; ( ^ e Q . a j - t - 0 m j p o : - v a ) = les comi>lexes
x tels q uon puisse dterm iner un nombre positif p de fagon que
tous les qn dont la diffrence x a un module non suprieur p
soient contenus dans la classe a .
E a = I a = les points intrieurs la classe des non a .
L = (I a) (E a) les points qui appartiennent ni lune
ni l autre des classes l a et E a .
A lors ou a :
C = I u L a = E a .
Notations.
9.
Nous renfermerons les dm onstrations des thormes dans
des ( ). D ans ces dm onstrations nous adopterons aussi les abrviations suivantes.
10. P 1 , P 2 , . . . dsignent les propositions 1 , 2 , . . . du mme
, o elles sont rappeles. 2 P 4 dsigne la proposition 4 d u 2.
11. H p et Ts signitient lHypothse e t la Tlite du thorme
q uon dmontre. P our indiquer lhypotlise d une autre proposition
on fera suivre H p du signe de la proposition.
12. P our indiquer ce que devient une proposition p , lorsque
au lieu des lettres x , y (variables) quelle contient, on substitue a
et 6, on crira

^j_p. Nous adoptons ainsi le signe connu de sub

stitution, bien qu on puisse exprim er ce rsu ltat au moyen du signe


d inversion.
Thormes.
13.

a e Kqn . Q Q Ca.

14.

a , ii e Kq . a q Zi : f). Ca q Cb.

| P 7 0 P13) .

j H p . * e Ca : q : 1, m (a x) ;> l t m [b x ) . lt m (a a;) - - 0 : 3
, x e 06) .

136

15.

G IU S E P P E PEANO

a ,b e K qu . 0 . 0 (ab) q (Ca) (Cb).


. |H p . q : ab 0 a . ab q &. P I 4 : q : C (ab) 0 Ca . 0 (ab) 0 Cb : q . Ts).

16.

a , b e K qn . Ca = a . 06 = 6 : 0 . C (ab) ab.
(Hp . P13 . P15 : o : ab q C (ab). C (6) q (Ca) (Cb) = ab : 0 . Tsj.

17.

a ,b e K q n . e qu : o .lj m [( u &) i]=miii[l1m(rt#),lj m{&ar)].

18.

a ,b e Kq . o . C (a u J) = Ca <->Cb.

19.

a e E q n . x e qu : q . 14 m (a x) = I4 m (Ca x).

20.

a e Kqu . 0 CCa = Ca.

21.

a e K q . l 'a , 1, a e q : 0 . l'a , lja e Ca.

22.

a e Kq . Ca = a . l'm a e q . f e (q/a) continue : Q . C'fa fa .

(P 1 7 o P 1 8 ].

(P19 q P20}.

e.
Lim ites de classes variables.
Dfinition.
1.

/ e (Kqu)/Q . 0 ,/ 0 = lini/A = qn n x e [lim lj in (f h x) = 0].


Consquences immdiates.

2. f s (Kqu)/Q . x e q : h e Q . Qh . x e f h .-. q . x e f 0.
(Hp . . lj m ( f h x) = 0 . q . Ts).
3.

/ (Kq)/Q . Q . qn <>a; e [Zi- e Q . Qft . e/7t] 0 / 0 .

4. f e (Kqn)/Q . a e K qn . Jc e Q : h e 9 le. Qh . f h Q a

(P2 = P 3 ).
q

.fO 0 Ca.

(Hp . x efO . h e 9 le : q : lim 1, m ( f h x) = 0 . 14 m ( f h x)


^ 14 m ( se) : 0 : lt m (ci x) = 0 : 0 : * e Ca).
5. f , g e (Kqn)/Q : h e Q . Qh . f h o g h .-. 0 , / 0 0 gO.
( H p . x e f 0 .li s Q : 0 : lt m ( f h x) ;> 14 m (gli x ) . lim 14m ( f h x)
= 0 : 0 ; lim lt m (gh x) 0 0 : x e r;0).
6. / , g s <Kqn)/Q . 0 . lim ( f h n gh) 0 / 0 n gO .
(Hp . h e Q : 0 -.fh n gh Q f h . f h n gh Q gh: Po : Q . Ts].
6'- / J i J t (Kq)/Q : h e Q . 0 , , li o f h o / 2 h : / , 0 = / 0
f i 0 ~ f i 0.
7. f e (K qn)/Q . 0 . lim f h lim C (fh).

0 ./0

(P5 0 P 67).
{ d P19 0 P7).

DMONSTRATION DE LINTGRABILIT DES QUATIONS ETC.

1 37

Thorme.
8. / fi (Kqn)/Q . q . 0 ( /0 ) = / 0 .
((1) H p . oc e Gf i ) . k e Q : o

9 m -^-Ic jn fO = A

(2) ITp. x e C /O . k e Q . x 'e fO . x ' e x


e 0 V.Ofc . f h o ^ ' + 0 m y Icj
-f- 0m

0 m ^ r-k :
- h>a

.v . A' e Q : h

+ 0m\lcQ x

.*.*. o :: A' e Q : 7i e 9 h'. Qh . f h n (x

9 m le) - = \

- ~h< A
(3) H p . * e O/O . fce Q . (1). (2) : o :: A' e Q : h e 9 h ' . Oh - f h
O (* + 0m 7v) - = A

- =*' A

(4) H p . x e C f O . (3): q . x e f O .
(5) H p . (4) : o . C/O o / 0 .
(6) H p . (5). (1 P 1 3 . o * T 8.)
Thorme.
9. / e (Kqu)/Q

h , k e Q . h < k : Oh,k - f h 0 f h

p e Q: h e Q . o h

. f h n 9 w p - = A - O /< > - = A Dmonstration.


(1) Hp. c e Kqa . h e Q . C n f h j ^ . k e 9 h : o - C n f k a *
(2) H p . c ? c' e K q n . h , h ' e Q . c n f h = A . c / n f h ' ^ . h " e Q n O h
0 h' : 0 (C Wc') n / f c " = A.
(3) H p . c , c' e K qn : 0

((1) 0 (2)).

he Q .e n f h = a : -

n f h ' = A : - =h< A - =

h' e Q . c'

7t" fi Q . (c u c ' ) n f h n = A : - = * " A*


1(2)0 (3)).

(4) H p . w = K qn n c e [ h e Q . c n f h = A *
e K K qu :: c , c' e K q n . q C]C/

A] *(3) : 0

c w c ' e u . = : c e u . u . c'

e tt::0 m ^ e w .
(5) m e K K qu : c , c' fi K q D. q CiC*

cv c

e u . = : c e u . \j . c' e u

: : $ f i t t . l ' m s e q . v . o: : a?f i Cs: A: f i Q. Of c. # + 0 m fte tt


= * A*
(C a n t o r , Ueber unendliehe, lineare
Math. Ann. X X III, p. 454).

Punktmannichfaltigkeiten,

138

(6)

G IU S E P P E PEA NO

H p . u = Kq n c e [/t e Q . Qu . c r>fh - = A ] . (4) . (5) : 0 :: x


e $ in 2} : & Q 0 * & + 0 m le e u .. p = x a -

(7)

H p . (0) : O

x e m P

= A

& 6 Q Ole ' h Q Oh (x + m *0 n .A

= *A

(8) H p . (7) : Q :: x e 0 m j) : 7i e Q . Q;,. 1, m (fh *) = 0


(9)

- = x a-

Hp. (8) : o : x s f O . = A ITp . (9) : o Ts.

Thormes.
10. / e (Kq)/Q

h , k e Q . h < le : O h.k-fh

/ 7 c .-.

li e Q . Oh . f h

- -= A h * Q V m f h e q : - = A :: 0 /<> - = A

{P9 o PIO).
11. f s (Kq)/Q . \ h , k s Q . h < l c : Oh,k . C f i Q f l c .: Q . / 0 = q n n x e
[li e Q . o h . x ef h).
{(1) H p . h s Q . li' e Q . li' < h : Q

le 0 li'. Ok . f l i 0 f h ' : P4 /. o ..

/0 0 c f h ' . c f h ' o f h .-. 0 . - . / o o f h .


(2)

H p . (1) : o ./O o q.. n x e [h e Q . Oh * ef h\ .


IIp . (2). P3 : o Ts).

12.

a e Kq . a - = a . f e (KqJ/a.
. l'm f t e q

t s a . o, : f t - = A C /t = f t

t , t ' e a . 1f > t : q

Q f t :: o . x e ( t e a

, Oi . x e f t ) - = a .

[PIO n P I I o P12);

e'.
Obsevyations sur le e.
Dans le e on tudie les classes variables f h , qui dpendent
d une variable positive h et lon dfinit Ieur limite pour h = 0 .
P 1. Si / fait correspondre une classe de qn cliaque nombre
positif h , par /O , ou par limite de f h lorsque h tend vers 0 , on
entend lensemble des complexes x qui ont la proprit que la limite

D M ON STRA TIO N DE LIN TG RA BIL IT D ES QU ATION S E T C .

139

infrieure des modnles des diffrences entre les individus de f h et


x , lorsque h tend vers 0 , a pour limite 0 .
Ces limites jo u en t un rle im portant dans cette N ote; mais elles
se prsentent aussi dans une fonie d autres rechercbes. Ainsi dans
les applications du calcili infinitsimal la gomtrie on parie toujoui's de la limite d uue figure variable, p. ex de la ligne commnne
deux surfaces d une mme srie (caractristique), sans la definir.
La dfinition quon propose ici est videmment la plus simple. J e
l ai dj donne, avec quelques tbormes, dans mes Applicazioni
geometriche p. 302.
On voit to ut de suite que :
P 2 et P 3. Lensemble des points cominuns toutes les classes
f h ap partient / 0 .
P 4. Si la classe variable f h , pour ime valeur de h et pour
toutes les plus petites, est toujours contenue dans une classe dtermine a , alors la limite de f h est contenue dans C a .
P 5. Si de deux classes variables f h et g h , la premire est
toujours contenue dans la seconde, la limite de la premire est aussi
contenue dans la limite de la seconde .
P 6. La limite de la classe commune deux classes variables
est contenue dans la classe commune leurs limites .
P 6'. Si / , / , , / 2 font correspondre, cliaque nombre positif,
des classes de qn , et si, quel que soit le nombre positif h , la classe
f th est toujours contenue dans f h , et celle-ci dans f 2h ; et si les li
mites de f j i et f 2h coincident, alors la limite de f h est la valeur
commune de ces deux limites .
P 8. La plus petite classe ferme, qui contient / 0 est / 0 ,
ou / 0 est une classe ferme .
Cornine exercice nous expliquerons ici toutes les formules de
la P 9 et de sa dm onstration. Les mots entre [ ] ne sont j)as contenus dans les formules.
Thorme.
P 9. Soit / le signe d une fonction qui chaque quantit po
sitive fait correspondre une classe de qu. Supposons que, lorsquon
attribu e la variable deux valeurs quelconques h et le, dont la plus
petite est h , la classe f h soit toujours contenue dans f k . Supposons
enfin q uil y ait u n nombre positif p , tei que, quel que soit le nom
bre positif h, il existent toujours des nombres de la classe f h dont
le module n est pas suprieur p. Alors la classe / 0 n est pas nulle

140

G IU S E P P E PEA NO

[eest--dire, il y a des qu qui appartiennent la classe / 0 ; la classe


f h , lorsque h tend vers 0 , tend eifectivement vers une limite].
Dmonstration.
(1) D ans les hypothses du thorme, si c est une K q , si h est
une quantit positive, [si nul c est un f h , cest--dire] si les classes
c et f h n ont rien de commun, et si le est un nombre non suprieur
h, alors nul c est flc. [Cette proposition est vidente ; mais si lon
dsire la dmontrer l aide des axioines logiques, on aura :
H p (1) . q . f k o / f t . D ans les Hp. de la (1), la f k est contenue
dans f h .
f k 0 fh 0 0 n f k D c <^fh- Si f k est contenue en f h , la classe
commune e e t f k , est aussi contenue dans e n f h , p ar laxiome
dsign par P 16 dans Aritlmetices principia pag. IX.
H p (1). Q . c n f h = A 0 c n f k = A Mais on a suppos que
c n f h soit n u lle ; donc, par les P 7 et IJ 33 des Arith. pr., on d
d u it la thse ].
(2) D ans les mmes H p , ta n t c et c' deux K q u , et li et li' deux
nombres positifs, si nul c est f h , et nul c' est f h ' ; e t si lon d
signe par li" un nombre positif non suprieur ni h ni li' , alors
la classe forme des deux classes c et c' et la classe f h " n ont aucun
point commun.
Cela rsulte de la proposition prcdente. [On peu t la prouver
cornine il .suit :
'
H p (2). (1) : o : c n f h " = A . c' n f h " = a (Arith. p r. P41 . P30)
: o . (c u c ')fli" = a . Des n p de la (2), et de la proposition (1), on
dduit q u e ..., et par deux principes de logique on dduit la Ts .]
(3) E t si c et e' sont deux Kq , alors affirmer quil existe une
quantit positive h telle que nul c soit f h , et une autre h' telle que
nul c' soit f h ' , est quivalent affirmer lexistence d une quantit
positive li" telle que nul individu ni de la c ni de la c' appartienne
la classe f h " .
La (3) est consquence de la (2).
(4) Toujours dans la mme Hp., appelons les classes de q qui
sont des c telles q uil n existe aucun nombre positif li tei que nul e
soit f h [eest--dire appelons u la proprit des ensembles de points
c tels que, quel que soit le nombre positif h, quelque c soit fh ] ;
alors, p a r la prop. (3) on a :
w est une classe de classes de complexes, ou une proprit dont
les ensembles de points sont susceptibles ou non ;

D M ON STRA TIO N D E L'IN TG R A B IL IT DES Q U AT ION S ETC.

1 41

si e et o' sont des ensembles de points quelconques, toutes les


fois que la plus petite classe contenant c et c' a la proprit , line
au moins des c et c' a la proprit u , et rciproquement, si lune
d entre elles a cette proprit, leur ensemble c u e' a aussi cette
proprit. (Cette proposition est la (3), dans laquelle on a pris les
ngations des deux membres de lgalit qui constitue la thse] ;
lensemble des q n do nt le module n est pas snprieur k p a la
proprit u,
(5)
Mais, par un tborme de C a n t o r , si u est une proprit
des ensembles de points ;
et si c e t e' ta n t deux ensembles quelconques, afflrmer que c u c'
a la proprit u quivaut affirmer que l une des classes c et v' a
cette proprit ;
e t s il y a une classe s qui a la qualit u , e t si [elle est fune,
cest--dire si] la limite suprieure des modules de s est une quantit fnie ;
alors il existe un x , qui est un point de la classe C s [cest-
-dire ou u n point de * ou u n point de sa drive], et tei que, quel
que soit le nombre positif le [arbitrairem ent petit], la splire (solide)
dont le centre est x et le rayon est A; a la proprit u [autrement
dit, il existe un point de C s tei que to u t ensemble de points qui
le contient dans son intrieur a la proprit u ] .
[Lutilit des notations de Logique est ici vidente. On peu t avec
elles, crire en deux lignes lnonc dun tborme qui dans loriginal
occupe une page. La forme des tborines est m aintenant d une
prcision rem arquable; on voit clairem ent toutes les conditions re
strictives q uon doit supposer ; et il est peu probable dans les dveloppements d en oublier quelqu une, plus ou moins cache dans
u n nonc ordinaire. On transforme les tliormes comme on tra n s
forme les formules d Algebre, et cela avec une facilit et une sret qu on ne peut pas atteindre avec le langage commun. La prop.
(5) dans la publication mentionne de M. C a n t o r est appele TUorme I. Les lettres
Y
j i *i > P-z > P )
, g
de M. C a n t o r correspondent ici
w, c, c , 5 , q , x .
Il y a quelque peu de dift'rence entre le tborme de M. C a n t o r
et la proposition (5) dont nous ferons usage].
(C) D ans les H p. du tborme dmontrer, si [a la mme
signification que dans la (4), cest--diie, si m] dsigne les classes

142

G IU S E P P E PEANO

qui ont quelque point commun avec toutes les classes f h , par les
prop. (4) et (5), on dduit lexistence d un point x , dont le module
n est pas suprieur p , et tei que, quel que soit le nombre posi
tif le, lensemble des q dont la diffrence x a un module non
suprieur le, a toujours la proprit u .
(7) Cela signifle quil existe un point x , de module 9 p , tei que,
quel que soit le nombre positif le, on a que, quel que soit le nombre
positif h , il existe des f h dont la diffrence x a u n module non
suprieur le. [La (7) sobtient de la (C) en su b stitu an t dans le se
cond membre la lettre M sa dfinition].
(8) Donc il existe un point * , de module Bp , tei que, quel que
soit h , la limite infrieure des modules des dift'rences x des points
de f h est 0 , [il existe un point x commun toutes les C ( f h ) , quel
que soit le nombre positif li].
[Remarquons la transform ation par laquelle de (7) on passe son
quivalente (8). E n gnral, si h , le sont deux variables, et si p , q ,
r sont trois propositions, dont la premire p contient la seule lettre le,
la deuxime q la seule l i , et la troisime r toutes les deux h et le\
alors la proposition :
p Qfc. q Qh r quel que soit le, pourvu q u il satisfasse il la condition p , on dduit que quelle que soit la valeur de li satisfaisante
la q , on aura la vrit de r
peut aussi scrire
P 2 0 h,k r toutes les fois que h et le satisfont aux conditions p
et q , sera aussi satisfaite la r
et, par consquence, on peut encore lui donner la forme
qOh -P Ok r de la condition q on dduit que : de la condition p
on dduit la r .
Or une proposition partielle de (7) est :
&e Q Ok h Q O/i (* + 0 111 h) n f h - = A
Intervertissons les h et le, en snivant la rgie nonee. Ou obtient
h e Q . Qh : le e Q . Ofc (x +

m le) n f h = a

Or par la dfipition de la limite infrieure, on a :


h e Q Ok (* + 9 m le) n f h - = a : = li m ( f h x) = 0.
E t au moyen de ces deux transform ations on passe de la (7) il la (8)].
(9) Donc il existe un x appartenant la classe f 0.
A insi est dmontr le thorme.

DM ON STRA TIO N DE LIN TG RA BILIT DES QUATIO NS ET C.

D e u x i m

p a r t ie .

Il 'la c tio n du th o r m e .
1. P o u r n avoir plus revenir su r les conditions de continnit
des fonctions (pl , q>2 , . . . , rpn de
on les supposera conti
nues pour toutes les valeurs des variables. Si elles sont seulement
continues pour les valeurs appartenant la varit V dfinie p ar
les conditions
b le < t < b

7c,

7it < # , <

+ ht , . . . , a n h n < x n < a n -\-lin,

il suffit de poser
n t b
= tan g ,

,
n x x a
^ = tang_^__L ,...

pour reprsenter la varit V dans une autre, dans laquelle les v a


riables t ' , x [ ,.. . ne sont plus assujetties A aucune condition.
2. Introduisons les nombres complexes, et posons x (xt , x 2 ,...
..., x n), <p ( t , x) = (<p,, cpz , . . . , <pn). Alors le systrne donn d quations
se rrtuit il une seule :
,4
\
= <p{t,x),

C l iE

entre la fonction complexe x , et la variable relle t ; la cp(t ,x ) est


fonction continue des deux variables. Le tborme qu il sagit de
dm ontrer dans cette Note snonce alors :
ft q . 6 e q : q

e&

Q -f * <1../&-& / / * : t e b ~ b q , . <
^ ~

= cp(t , ft )
Si o est un complexe d ordre n , et b un nombre rel, alors
on peut dterm iner b' et / , o b' est une quantit plus grande que
b , et / est un signe de fonction qui chaque nombre de lintervalle
de b b' fait correspondre un complexe [en dautres mots, / 1 est
u n complexe fonction de la variable relle t , dfinie pour toutes les
valeurs de lintervalle Zi-fc'j; la valeur de f t pour < =&> e s t a; et
dans to u t lintervalle b V cette fonction f t satisfait lquation
diffrentielle donne .
3.
On peut supposer les valeurs initiales b et a nulles, car il
suffit de poser t = b 4 * t ' , x a -)- x ' ; et alors, pour t b et x = a
on a t' = 0 , x ' 0 .

144

Gi u s e p p e

pean o

On peut aussi su p posero (0,0) = 0; car si lon pose x=t<p( 0,0)-}-a;',


le second membro de lquation diffrentielle en x ' et t sannule avec
les variables.
Enfin, puisque <p(t ,x ) e t continue, et <p (0,0) = 0, on peut dterm iner deux nombres positifs p et ti tels que l' mcp (6tt , 0mp) < 1.
Si le est le plus petit des nombres p et t i , et que lon pose x h x ' ,
d xf
t
le tf , on obtient lquation diffrentielle
= <p' (t' , x'), o
x') = 9>(k t', kx'), et lon a 1' m cp' (0 , in t) < 1. Si, an ben de
d (V
x ' , t ' , cp', on crit x , t , <p , on a lquation -y- = cp ( t , x ) , o cp (0,0) =
Cl t

= 0 , et 1' m <p (0 , m 9) < ; 1 .


Dono, sans ter de gnralit la qnestion, on peut supposer
1)

<p(t ,x ) toujours continue,

2)

<p (0 , 0) = 0 ,

3)

l'm cp (9 , m 0) < 1 .

Nous supposerons toujours ces conditions _satisfaites, bien que plusieurs propositions, comme on voit facilement, en soient indpendantes.
Nous voulons dm oatrer :
Thorme.
f e q/0 ./0 = 0 : t e 9 Qi

= <P(t , f t ) .-. - = / A

On peut dterminer dans lintervalle de 0


1 une fonction
complexe f i de la variable relle t , qui sannule pour t = 0 , et qui
dans to u t cet intervalle satisfait lquation diffrentielle donne .

Rsum de la dm onstration.
La dmonstration du tliorme, rduite en formules de logique,
est contenue dans les 1 7. Bien que les dveloppements com
pleta soient assez longs, les principes de cette dm onstration sont
simples et naturels ; on peut affirmer q uon doit ncessairement retrouver les mmes propositions toutes les foia q u il sag it de traiter
compltement lintgrabilit des quations diffrentielles, sans d autres hypothses que celles de la continuit.

D M ON STRA TIO N DE LIN TG RA BILIT DES QU ATION S ET C .

145

1.

-On tudie d abord les fonctions f t qui satisfont une ingalit


de la forme

o h est u n nombre posi tif ; on pourrait dire que ces fonctions sa


tisfont p ar approximation lquation diffrentielle donne.
P I . Si t0 et t i sont des nombres rels distincts, e t si li est
une quantit positive, on appelle fi (t0 , ti , li) les signes, ou caractristiques, des fonctions complexes dfinies dans lintervalle t0~ t i ,
et qui dans to u t cet intervalle satisfont la condition /? .
On voit facilement que (P 15), ta n t t0 un q , x 0 un q , et h
un Q , la fonction f t = x 0 -|- (t t0) <p (t0 , x0) satisfait la condition
fi dans u n certain intervalle t ' - t " , qui contient son intrieu r t0 .
E t plus gnralement (P 16), la fonction x0 -\- (t t0) z , o z est un
complexe dont la diffrence <p( t 0 , xQ) a u n module moindre que h,
satisfait la mme condition, aux environs de t = t0 .
P 2. ta n t t0 et
des q , li un Q , et x Q un qn , on appelle
B (x 0
li) les complexes x tels quon puisse dterm iner une fonc
tion f t , satisfaisant dans lintervalle t0~ t i la condition p , et qui
pour t = t 0 et t == tj a les valeurs x Q e t x .
Donc B (x0 , t Q, t l , h) dsigne lensemble des valeurs que prennent
pour t = ti les fonctions f t , qui pour t = t0 ont la valeur x0 , et
qui dans l intervalle t0 ~ ti satisfont la fi. videmment, si lon donne
arbitrairem ent x0 , t 0 , t i ,li, on ne peut pas toujours affirmer l existence de la classe B correspondante.
De la dfinition il rsulte immdiatement que :
P9. Si x i est un B (jc0 , t 0 , t i , li), alors x0 est un B (a^ , t 1 , t 0 , li).
PIO. Si li < le, B (x0 , t 0 , t i , li) est contenue dans B (x 0, t0, t l k).
P14. Si t0 , t i , t2 sont des q , disposs par ordre de grandeur,
si x0 , x 2 sont des q , et si les classes B (x0, <0, tit h) et B (x2, ?2, t v h)
ont des points communs, alors xz est un B (x0 , t 0 , t 2 , h).
Lorsque n = 1, et que par consquence les qn se rduisent
aux nombres rels q , les classes B sont en gnral lensemble des
points qui satisfont une doubl ingalit < < & ; quelquefois
ces classes stendent linfini, ou manquent.

2.
P I . Soient t0 , t i deux q , <0<
, x 0 un q , et p u n Q . Appelons l la limite suprieure des modules des valeurs de <p(t,x),
lorsque t varie dans lintervalle t0~ t t , et x dans la sphre de centro

4B

Giu s e p p e

pean o

*0 et de rayon p . Supposons tt t0

. Alors, h tan t une quanl


tit positive, quel que soit t dans lintervalle t0~ tl , il y a des
points de la classe B (x0 , t 0 , t , li), dont la diffrence x0 a un
module non suprieur (t f0) l .
P2. E t, par consquent, dont la diffrence a?0 a un module
non suprieur p .
P3. Si, dans la P2, t0 , <4 , x 0 , p on substitue 0, 1, 0, 1,
on obtient que, quel que soit le nombre positif l i , et quel que soit
t dans lintervalle 0 , il y a des B (0, 0 , t , li) dont le module est
infrieur lunit.
P4. Donc quels que soient la quantit positive l i , e t t dans
0 , la classe B (0 , 0 , t , li) existe effectivement .

3.
P o u r tudier les autres proprits des B, on dmontre d abord
le lemme :
P I . Si dans un intervalle de t0 > t deux fonction relles
/ j t et f 2 t satisfont aux ingalits f i t < y (t,/j t ) , et f i t^> y> (t, / 2 1),
o y>( t , z) est une fonction relle des deux variables relles t et z ;
et si les / 4 1 et / 2 1 ont la mme valeur pour t t0 , on aura / , i, < ;
< / 2 <i<
On dduit des tliormes qui lim itent les classes B.
P7. On p eu t dterm iner une quantit positive h telle que, quel
que soit t dans lintervalle 0 , les modules des points de B (0,0, t, li)
soient tous moindres que t , et en consquence, P 8, moindres que
lunit .
PO. <<li et k tan t deux qtiantits positives, alors non seulement
B (*0 , t0 , t i , li) est contenue dans B (ar0 , <0 , t l , h
k ) , comme dit
1 PIO, mais les points limites de la premire classe sont aussi
contenus dans la seconde .
Les 13 contiennent les proprits des classes B, qui se
p rsen ten t dans la suite. On p e u t encore no ter que les classes B
sont intrieures ellex mmes et continues.

4.

P I . Appelons m aintenant A (*0, <0 , <4) la limite de B (*0 , tg ,


ti , li), pour li 0 .

D M ON STR A TIO N D E LIN TG RA BILIT D ES QU ATION S ET C.

14?

A lors on a :
P4. Si la fonction f t satisfait dans l intervalle de t0 tt
lquation diffrentielle donne, et si sa valeur pour t = tQ est x 0 ,
alors sa valeur pour t = t i est u n des nombres de la classe A (x0 ,
f0 , f , ) . Nous en dmontrerons la rciproque dans le 7.
P7. . Quel que soit t dans lintervalle 9 , la classe A (0, 0, t)
existe effectivement . Cest une consquence du thorme sur les
limites des classes, dm ontr au e P9.
PO. La classe A (x0 , t a ,t) est la classe commune toutes les
classes B ( x 0, t 0 , t , li), lorsque h prend toutes les valeurs positives .
P15. Quel que soit t dans lintervalle 9 , le module de tout
nombre de la classe A ( 0 , 0 ,<) est infrieur lu n it .
P19. ta n t x 0 un qn et t0 un q , si lon fise une quantit
positive le [arbitrairem ent petite], on peut dterminer- deux nombres
t' et t", lun infrieur, lau tre suprieur t0 , tels que, quel que soit
t dans lintervalle
mais diifrent de t9 , et quel que soit le
complexe x de la classe A (x0 , t0 , t ) , on ait toujours :
mod

(P

1 *0)

P20. S i <o et fi sont des q ; et si f t est une fonction com


plexe dfinie dans to ut lintervalle t0~ t; si, ta n t t et tx deux
valeurs quelconques dans lintervalle t0~t'B, la / a la proprit que
f t \ est un A ( / f , < , < i ) ; alors dans cet intervalle la fonction f t
satisfait lquation difterentielle donne .

5*
La dmonstration, en gnral, du thorme, est donne au 7.
Mais dans ce et dans le suivant nous examinerons deux cas particuliers. Ici nous examinons le cas dans lequel la classe A (0, 0 , t) ,
laquelle, lorsque t est u n 9 , existe effectivement, se rduit u n
seul nombre.
P4. Si, quel que soit ( dans l intervalle 9 , A (0 , 0 , () est un
complexe dordre n , e t si lon pose f t = A (0 , 0 , t) ; alors f t est
une fonction complexe de la variable t , dfinie dans lintervalle 9 ,
qui sannule avec t , et qui dans le mme intervalle satisfait
lquation diffrentielle donne .
P5. E t elle est la seule qui satisfasse ces conditions .
P ou r reconnatre des cas, dans lesquels A (0 , 0 , t) est un qa ,
on a la

148

G I U S E P P E PEA N

P3. S il existe un nombre positif p , tei que, quel que soit t


dans l intervalle 9, et quels que soient les complexes x et
de mo
dule non suprieur l unt, le rapport m [y ^ ^ )---- y (*_>*)] soj^
7

m ( a ; ' x)

toujours moindre que p , alors, quel que soit t dans 0 , la classe


A (0 , 0 , t) se rduit un nombre .
Mais, pour que A (0 , 0 , t) se rduise un qn , il n est pas
ncessaire que le rapport considr ait toujours une valeur moindre
q u une quantit finie p .
m [cp (t x') w ( t, apl
------ - < p est equivalente a lexsLa condition
H i [oc

Ocj

tence de
quantits positives ci;-,
t , x et * dans la varit considre,
mod [r ( t , x [ , xli, . . . , x'n) (p i(t,x l ,
+ ci2 mod
X ) + . . . +

telles que, quels que soient


on a it toujours (7)
, . . . , x n)\ < c;i mod [x{ .rj)-)in mod (x'n xn) ;

car il sufft de poser p = n x (le maximum des cy).


La mme condition est une consquenee de lexistence e t de la
continuit des drives partielles des fonctions relles
par rapport or,,...

car il sufft de poser C j/= max mod

Rciproquement, si le rapport considr a toujours une valeur moin


dre quune quantit finie p , on ne p e u t pas dduire lexistence des
drives partielles

, mais on dduit que les extrmes oseilla-

toires de ces fonctions sont toujours finis. (8)


On a ainsi dmontr les tbormes de C a u c h y et de L i p s c b i t z .

0.
Lorsque n = 1 , la question se simplifie. D ans ee cas on pourra it dm ontrer que A(0, 0, t) est un intervalle, cest--dire lensemble
des points compris entre les limites infrieure et suprieure de
A(0, 0, t), y compris ces limites. On dm ontr :
P 8. Si f t est la limite suprieure de A(0, 0, t), alors f t est une
quantit fonction de t, dfinie dans lintervalle 9, qui s annule avec
la variable, et qui dans le mme intervalle satisfait il lquation dif
ferenti elle donne .
P9. La limite infrieure de A(0, 0, t) a aussi les mines pro
prits .
(>) Cest la conditim i snppose par M. L i p a c h i t i ( B ullette de Darhoux, X,
p. 149; A n n a li d i M atematica, serie II, t. II, p. 2&8 ; DiJJ'er&ntial nnd Iniegralrechnuvg, p 500).
t8) V. V o l t e r r a , Sui p rin cipii di calcolo integrale, Giornale di matematiche, t. XIX,

D M O N S T R A T IO N D E L IN TG R A B ILJT D E S Q U A T IO N S E T C .

149

Mais lorsque ces limites ne coincident pas (le cas de la concidence a t tudi au 5), il y a une infinit dautres fonctions qui sa
tisfont aux mmes conditions, et dont lexistence rsulte du suivant.
, J ai donn le thorme, qui est lobjet du 6 dans ma Note
Sullintegrabilit delle equazioni differenziali di primo ordine (A tti Acc.
Torino, 1886, t. X XI), avec une dm onstration quelque peu differente.
7.
Pour dm ontrer le thorme en gnral, formons la fonction f t
dfinie p ar les conditions suivantes :
P9. Posons f 0 = 0 .
PIO. Posons f i gal un nombre arbitraire de la classe A(0, 0,1).
Alors, quel que soit t dans 9 , il y a une classe commune
A(0, 0, t) et A ( f l, 1, t) ( 4P18). Il p eu t arriver que cette classe
commune se rduise un seni individu ; appelons le ft ; alors, en
suivant les dm onstrations du 5, on p eu t prouver que ft satisfait
lquation diffrentielle donne ; e t elle est la seule solution qui
sannule pour t = 0, et qui pour t 1 prend la valeur f i, arbitrairem ent choisie dans la classe A(0, 0, 1). D ans ce cas la solution de
lquation diffrentielle est dfinie par sa valeur initiale, et par sa
valeur finale quon doit prendre en A(0, 0, 1).
Mais si cela n arrive pas, on peut diviser lintervalle 0 1 en
deux parties gales et prendre pour f

un individu arbitraire de

la classe A(0, 0, -^-) n A (fl, 1, - ^ - ) , et ainsi de suite. .


2t
2
P I I . Bn gnral, si f t est dfinie pour tous les nombres
^
2
2r _1
0, . , . . . , - , 1 , quon obtient en divisant r fois l in2r 2*"
2r
tervalle 9, alors, si t est la moyenne arithm tique de deux nombres
successifs ft e t t2 de cette suite, prenons pour ft un individu arbi
traire de la classe commune A(ftt,
t) et A(ftz, (2, <).
P12. Enfn, si t est un nombre de lintervalle 9 , mais non de
g
la forme , o r e t * sont des entiers, prenons ft gal lindividu
commun toutes les classes A (ft', t', t), o t ' est un nombre quel
conque dans Q, de la forme .
Il
n est pas vident priori que les dfinitions donnes soient
compatibles. On le prouve dans les
P13. La fonction f ainsi dfinie fait effectivement correspondre
chaque nombre 9 u n q n .
P I 4. Quels que soient t et t dans 9, ft' est un individu de
la classe ^l(ft, f, t') .

G IU S E P P E PEA NO

150

Voici quelques explications su r la dm onstration de ces deux


thormes :
(1) (2) (3). Ila sont v ra is pour r = 0 .
(4)
(5) (6) (7) (8) (9). S ils sont vrais pour une valeur de r , ils
le sont aussi pour la valeur r -|- 1 ,
(10) (11) (12). Donc il sont vrais pour toutes les valeurs de t
de la forme -4 - .
2r

(15). Si tg est un nombre de lintervalle 0 , mais non de la


g

forme , il existe effectivement des individus communs toutes


2r
les classes A(f{, t, t0), o. t est un nombre quelconque de lintervalle
s
0 , infrieur t0 et de la forme .
(16). E t il n y a qu un seul .
(17) (18). Appelons-le x0 ; alors il est aussi commun toutes
les classes A (it\ t', t0), o t' est un nombre quelconque de linterg

valle 9, suprieur t0 , et de la forme .


(19). Donc il y a un et u n seul individu commun aux classes
de la P 12 .
(21). A insi est pronve la P13 .
(22) (23) (24). La prop. 14, dj dmontre (12) lorsque't et il o nt la
g

forme , est aussi vraie lorsque un seul a cette forme, ou q u aucun


U
des deux n a une telle forme ; elle est donc dmontre en gnral .
P15. La fonction ft ainsi dfinie, satisfait dans l intervalle 9
lquation donne, comme il rsulte de la P14 et de la 20 du 4 .
Nous avons tra d u it lexpression ma, o a est une Kq , qui se
prsente dans les PIO et P I I , par un individu arbitraire de la
classe a . Mais comme on ne peut pas appliquer une infinit de
foia une loi arbitraire avec laquelle une classe a on fait corres
pondre un individu de cette classe, on a form ici, une loi dtermine
avec laquelle chaque classe a , sous des liypotlises convenables,
on fait correspondre un individu de cette classe :
P I . Si a est une K qB , nous appelons ma le complexe (a?,,
, x 3 , . . , ) dont le premier lment x i est la limite suprieure des
premiers lments des complexes de la classe a ;
le deuxime lment x 2 est la limite suprieure des deuximes
lments des complexes qui appartiennent la classe ,, e t dont le
premier lment est x i ;
le troisime lm ent zr8 est la lim ite suprieure des troisimes
lments des complexes qui sont dea a , et qui ont pour premier
lment a , et pour deuxime
;
et ainsi de suite .

D M ON STRA TIO N D E LINTGRABIL1T DES Q U ATIO N S E T C .

151

P2. Si a est une K q n , non nulle, finie, e t ferme, alors wa


est un individu de la classe a .

1.
S u r les classes B .
Dfinitions.
1.

t0 e q .

t0 Q . h e Q : Q . fi

, li)

= (qa/t0~ t t) n

/e

< Meo2.

tn e q .

e tQ

Q . h e Q . Xq e q^ Q B (Xq , q ,

, h) qn n x e

\ f e P (^o >h >h ) . f t 0 x 0 . / t , = a? : = / a ]


3.

<0 q . h s Q . Xq e qn : q . B (&0 , t0 , t0 , h) = xg .
Consquences immdiates.

4.

tQ e q . fj e t0 :+: Q . h e Q : Q . fi (tQ, t t , h) = (4 , t0 , h).

5.

,,

,,

6.

t0 e q .

e t,0

7.

t0 ,

. h fk eQ .h
Q .

e ti

, <jj e q . q
:

le : q . /?(a ,

, h) q

/} ((0

, i , , k).

Q . h e Q : Q . fi (t0 , t2 , h) q fi (tQ, ti , li).

tz h s Q *f e fi fto >

i h) *f e fi

j t% , h)

o i h , h)-

8.

to e q . t i e t o Q . h e Q . f e 0 ( t o , t i k) : Q . / ^ e B ( fi0 , t0 , ^ , h).

9.

.r0 qn . <0 , <t q . h e Q . x t e B (x0,

, tt , h) : q . x 0 e B (* j, t t , t0, h)
| P 4 0 P9) .

10.

t0, t t s q * l i , k 6 Q . h

11.

t0 q . <, e t0 + Q . t2 e , + Q . h e Q . x 0 e q . x 2 e B (x0 , ta , tz , h)

12*

i,, h) 3 B (a?0, tq,


k)
j P5 q PIO ].

0 B (x0y t0. <j , 11) r\ B(#g, <2> ) h) ~ A

tg fi q t^ fi tg -j'
.

le . x Qe qn : 0 . B (Cq,

ig e t, I- Q h c Q . j*q fi q n .

e B (*j, t j ,

B (a;0,

I 1*6 O P

c B (Xq ? ^0 j ^1 j
( P7 q P12 |.

(s) En snpposant que la drive d une fonction f t satisfasBe une ingalit,


on sappose ioi lexistence de la drive ordinaire, ou au moins des denx drives
droite e t il gauche, qui satisfassent 4 la nu'me ingalit. Natuxellement, aux
extrnics de l iutervalle, on considre luno seulement des drives.

152

13.

G I U S E P P E PEANO

t0 e q . tt e t0

Q. tz e t, -)- Q . h e Q . x0 e q . x i e B (x0 , t 0 ? ti , h)

: Q . B (#1 , t l , t-2 , li) q B (a?0 , f , t% , li)


14.

fg e q .

s tg

Q . tg e

j P12 = P13 J.

-|Q . h e Q . x^ , x2 e qu B (xq ,

n B (*2, t2, f j , h) = a 0 *2 B (a;0 , t0 , t2 , h)


{P12 = P14 j.
Thormes dont dans la suite on ne fe ra pas dusage.
lo .

bq

. Xq e qn f t
. t" e t0

16.

Xq -j- It

t^) tp (fg ; x^) li s Q Q . t e tg

Q . f e p (t', t", li) :

CJ

*0e q . af0e q n . Q . * q n . m[z cp{x0, f0)] < li . f t = x 0 + (t t0) z


: o .*. t' e t0 Q . t" e t0 -}- Q . / e fi (t', t", li) :

2.
E xistence des classes l .
Thorme.
1.

t0 e q . ti e t0 - f Q . x 0 e qn . p s Q . I = 1' m cp [ta~ t l , x 0 -f- 9 m p )


. (t, i0) l < P h e Q : Q : t

0/ B (x0 , t0 , t , li) n [x0

-f- (t _ t0) 9 m J] - = a
Dmonstration.
(1)

H p . le', le" e Q

t , V e t0~

. m (i t') < le . x * *' e x0 -(- 9 m p

. m (x x') < le" : Qt,

. m[cp [t , x) q>(t', *')) < l i :

k'.k" A>
( Cest le thorme connu sona le nom de la continuit qnable,
gleichmassige Stetigkeit j.
(2)

H p . le e Q ,v t, t'e t0~ t i . m(< t') < le. x ,x 'e x Q-f- 0mp . m(x *')
< M

, x) <p(t, a?')] < h : : - = * a -

| H p (1).- Jc = min (le', y j ' 0 (2)j .


(3)

H p(2). t' e t0~ t t

(<' t0) m91. t"s t'~ tt . t" < t ' - \ - l c . f t

= x' + ( t - t') y (?, x') : o \ f t " e B (x', t', t", li) .ft"e x0
+ (<" t0) 9 m l.

DMONSTRATION DE LINTGRABILIT DES QUATIONS ETC.

j Hp . t e t ' - t " : 0 : t , t'e t0- t t . t t' < h . m{ f t ')


< lei . f t e x ' -\- 6mp? :: o0 : m [<p (< ,/<)

15 3

{t *') l

(', *')] < h

d /i

d( -?>(,/*) < h.

H p . O : f s P ( t f , t " , h ) . f f = x'. 1 P 8 : Q . Ts |.

(4)

Hp(2). t* e
.B

(5)

+ (t' t0) Orni .t " e t ' ~ t t .t " < t ' + le:


, t", li) ~ [* + (t -

) 0mi] - = A

((3) 0 (4)).

Hp(2) . t' e t0- , .*' e B(*0 , 0 , t', li) n [,i'0 + (f t0) 0m(]. t"e t~ t,
. (" < f - f le : o . B(*0 , o >4")

n I*o + (*" <o) 0m*J - = A


((4) . 1 P13 : 0 (5)1-

(6)

Hp(2). 2 = t e (t e t0-

. B(a;0,

t ft) n [*+(< g 0mi] - = A) =0 : :

t0 e z . ' . t ,e z . t ' , et ' t i . t ' ' < t ' - \ - l c : Q t' j " . t " Z
(7)

t0 e q .

+ Q . e K q . z q t0 . 0 e . le e Q

((5) Q (6)].
f e 2 . t e

Qt'.t" . t" : : o = *o *i
(Proposition vidente).
(8)

Hp(6) . o . * = t - 1, .

( (6) (7) o (8)).

(9)

Hp(2) . t e t0- t j : o . B(*0 , t 0 , t , h ) n [.! + (t g 0mi] - = A


1(8) = m i

ao)

H p o Ts

((2) (9) 0 (10) = P I )

Thormes.
2.

t0 e q . , e t0 + Q . #0 e q n . p e Q . I = I' m <p {t0~ t t , x 0

. (i

q) l <C. p A Q . t e tQ t i : q . B (#0 , t0 , t h) n (a?0 -|-

0mj>)- = A
3.

0nl>)

( P I O 1*2 )-.

h e Q . t e 9 : 0 . B (0 , 0 , i , k) n m0 - = A

)/ v-HiVo

4.

k e Q . t e 9 : Q . B (0 , 0 , t , h) A

x o VJ

( P3 Q P 4 j.

154

G I U S E P P E PEANO

3.
P ro p ri t s des classes B .
Lenimes.
{Dans les lemmes suivants, ip (t , z) dsigne une fonction relle
des deux variables relles t et z).
!

E *1

Q f i >f i e *lAo

f y t o = f i

t do

0 <: f i t

((1) H p . 0 : : f { t0 < f i t 0 .Q -.-.t etg + Q : t e (f0 + Q) r, ( f -

Q ). 0 t

f i t < - f t =t> A
(2)

H p . t2 = 1'V e [te tg~t, : t s ( t g + Q) n ( t - Q ) . 0 t - A < / 2 1\. (1)

(3)

Hp(2) . / , % = f 2 t2 : 0

: 0 : ^2 *0 H~ Q *2

/ i < <C / s *

*1 f i h

/? ^2

f [ t 2 < f i t2 : t e (f -j- Q) n (t2 Q) . Q1

0 >A

(4)

Hp(2) . (2) . (3) : o : <2 <0 + Q % ^

(5)

Hp(2) t?, <1 t i . f t tt <d f 2 t2 : q : :


f i t

fi t

= (8 A O *3 *o~

" 1*3 ~ Q) Ot f i t < f i t


(6)

*3

< A <2
t2 \ t e t

Qt

*2 * e (^0 I- Q)

- = hA : !0 A

Hp(2) . (4) . (5) : q : h t i . / ^ < / 2, .


H p . (6) :

2.

-/i

e tf~ ti . t3

tg e q .
<

e t0

Ts.)
Q , f i , / 2 e <ljt0~ t i . /,< 0 f 2t0

t e t0<t . Ot f i t

V (< ; / i 0 - f i t > y> {t , f 2t) i : O -/i<i > M

j Dm. analogue. Il sufflt aussi de clianger t en t dans le


lemme 1 ) .
3.

tg e q . ti e t0 Q . / , , f 2 e q/t0~ t t . f i t0 = f 2 10
<V>( t ,/,<)

t e tg~ti . q , : / { t

> V>(< >/**): ; 0 '^ 7t,--- 7t0^ > 0


| P l r . P 2 = P3 j .

(*) le i / J e t / 2 dsignont les drives des / , e t / 2 . Snr lenr existeuce on


fa it les mmes euppositions qne dans la note au $ 1 . Les fonctions t \ et f t sont
douc nccssaircinent continues,

D M O N S TR A TIO N D E L'IN TG RA B IL IT D E S Q U A T IO N S E T C .

155

Thormes,
.

t0 e q

t0 Q . h

,h

+ {t tQ) a + (t

*A> = *o

e Q . x0 , a e qa : t e t0~ t i

t0) m (ft + ft)]

0 m

(H p ./i* == in[/f

x0

a)

.Y m

< ft : / e

j <p [ t , x0
{*0

~ fl) < h + *
{t

<0) a] ,/gi =

g (A +

ft). y ( M

= ft + l'm (95 [t , 0 - f ( i <) a + m ] a) : 0 : - f i >fz


q/*<T*i - f i h = f % h = O . - . t e t o - t j . Oe / I

m (/'* )

[ /'f <p {t , /*)] + m [9? ( t , /) a\ < A - |- l'm (<p[,a?0


+ _(< t0) a + m f t t] a } = y j { t
/ 2 t)

5.

t ) . f i t = h + lc> y>{t,

I>3 =: o ==

> 0 =: Q . Ts ).
ri
*'0
t0 e q . t i e tQ zh Q ft , h e Q . x 0 , a e q . p e Q . m (ti - 1- t0)
< -_ ^ h + k l' [9>Wo-*.,*o + Orni) ] < k . x, e B
(*o > <0 > <1 ,

{(1)

H p . s

: 0 m (t ' t j ~ ") < k + u

i, : 0 :

+ (* ~ *<>) + .(* _ fo) m (A + *0 0

0) m (in ri + h + ft) o .r0 +

l'm (<P [* #0 + (* W ft

+ (f tQ) m{h + ft)] a) ^


(2)

+ 9 (*i

^ , #0 + mp) o] < 7c.

H p - f e fi {tQ , t i t h) . f t 0 = x 0 . / ^ = ar, . (1) . P4 : o Ts.


H p . (2): o . T s ) .

'C.

^0e q . t, e<0 i; Q . ft, 7ceQ . i0, a e q u . ^ f i Q . m ^ i

<0) x ( m a + ft + A)

< p . l'in[<p(tf0- i, , x 0 + 0mi?) ] < ft : o : B(x0, t0)


+ (<i <0) la + Qm (ft + ft)].

7.

A) o x 0

( Po = P 6 ].

ft c Q : < e 0 . q ( . B (0 , 0 , t , ft) Q m0

- =a a

((1)

ft e Q . ft < 1 l'm 9?(0 , m0) : - = h A

(2)

ft e Q . ft < X l'm go (0 , m0) : o


ft : = k a

(3)

h e Q . ft < 1 l ' m <p (0 j m 0) . fc e Q . l ' m (p (0 , m 0) < ft < 1


-l.te B .P '
\<0J


&Q1

ft Q . l'm <p(0 , m0) < fc < 1

1 P 6 : o . B (0,0, t j ft) Q m 9 t .
a,

(1) (2) (3) o P7 )

8.

h e Q : t e 6 . Qt B (0 , 0 , t f ft) Q m0

- = Aa

( P7 0

156

G IU S E P P E PEA NO

Thorme.
9.

x0 e q n . t0 e q :

t0 -f- Q . h , le e Q : q . CB (,r0 , t0 , tt , h) Q B (x0 ,

t'Q ) {i 1 h H- ft) . .

Dmonstration. (u )
(1)

H p . a?4 CB (a?^, t0 , ti , h) . a = cp (f, , x 4) : f)


Q) P Q l'iu [P ( h ~ t i >x i + emJ) ~

t2 e (t0 -)- Q) n (<,


a\ <

4O- k

(u ) Nous tradnirons en langage ordinaire cette longue dm onstration :


(1). Dans les Hp. d n Thor., soit x { n n point de la classe CB (x0, i0 , t L, h).
[Le cas nons interesse, ol x L na p p artien i pas la classe B(#0, tQf t,lf h), mais oli il
est un point lim ite de cette classe]. Posons, pour simpliiior, a <p (tt , j). Alors
[par la dfiuition de la continuit] ou peut dterm iner u n nom bre ts plus grand
que t 0 e t plus p e tit que tL , e t mie q u an tit positive p , de fa$on qne, lorsque t
varie dans lintervalle
ti , et qne x acquiert toutes les valeurs qui diffrent de
dune q n an tit d o n t le module n est ims suprieur p , les valeurs de tp ( /, x)
diffrent de a = ( p ( t l , x i) d une q u a n tit dont le module soit toujours infrieur

( 2 ). x t e t a a y an t la mme signification que dans ( 1 ), si t2 e t p sont des


nombres qui o n t les proprits quon v ient d expliquer, e t si lon appelle f3 le plns
*
g rand des nombres t2 e t

------------- ------ - ; alors


est plus g rand que *0 e t plus
m a -}- h +
p e tit que tt ; lorsque t varie dans lintervalle t^ ~ ti} e t a dans la sphre de centro
x { e t de rayon p , les diffrences e ntre Ics valeurs de <p ( t , x) e t a ont des modiiles tonjours moindres que

k ; et lo p ro d u it de tt 13 p a r ma -f* h + k n est

pas suprieur p ,
(3). Dans les miues notations de (1), si p .est u n nom bre positif, e t f3 une
q u an tit entre tQ et tt , qui a les proprits quon v ien t d iioncer, toute la sphre
de centro x i +

t{) a , e t de rayon

(<3

f3)

B ( ^ i , ti , ta , h + A:).

contenne

dans

E n effet soit xz un point do cette sphre ; posons f t = x i - 1-------- - (x3 t ).


t3

ti

Alors les valeurs de la fonction f t pour t t{ e t t = <3 sont respectivem cnt x {


et x3 ; quel que soit t dans l'intervallo t3~ tL , la diffrence e ntre f t e t x t a un
module infrieur p [car dans cette diffrence ------ -- (xs x {), le prem ier facteur
nest pas suprieur lunit, e t puisque

m [*3 xi -

*3

*i) ]

est un p o in t de la sphre, on a :

((i h) (,l + y ,CJ

D M O N S TR A TIO N D E LIN TG R A BILIT D ES QU ATIO N S E T C .

(2)

157

ETp(l). t2 e (t0 -f- Q) (, Q ) . p e Q . Yva[(p(t^-ti , x t - f 6mp) a]


< k . t 3 = m zx(t ,ti Q) - l'ip

(t3

- ^ - + j y . O : t 3 e(t0 + Q ) n (tl

+ 0m p) a] < ^ - l c - ( t l -

<3) (ma

+ h + lc)< p.

(Vo
ni (x3 xt ) < (/t 1a) (m a -f h +

ftj < (<t t 3) (ma + A + ft) < j>| .

P a r consquent la diffrence. entro <p (I , f t ) e t a

ft

un m odale infrienr .

Da utre p a rt / 'i = j e t m [ f t rp { t ,/()] nest pas snprienr la somme

[ x _x

-2------ - a , qni est infrieur on gal h + -= -, e t de m [ < p ( ( , / 0 a ] ,

l3 ~ ti

infrieur . k . Donc, quel qne soit i dans f3 | , on a m [ / 'i 7 ( ^ / 0 ] < i h + k.

Cela signifie que Za fonction f est nne de celles qnon a appeles /?(/,, t$, h -f- le)
e t sa valeur a*3 pour t = t3 est effectiveinent nn p oint de B(x4 , f4 , 13 , A + ft)(4). M aintenaut [pnisque sc est nn point lim ite de B (x0
A)], on peut
dterininer un point ac[ de B(x0
A) d o n t la distance x t soit plus petite
que le nom bre positif -- ft (ft f3).
(5). x t f a f p f t3 a y a n t toujours la mme signification, si arj est un point qui
a les proprits qnon vient de dire, alors tonte la classe B(a:J, ^ , <3 , A) est con
tenne dans la sphre de centro x L -{- (t3 tt) a e t de rayon (/, i3) ^
dont on a parl dans (3).
E n eftet si dans la P 6 ,

<0

, <4 , ft, x 0 on substitne tx , <3 , -g- ft, a:' , on voit

que toutes le bypothses sont satisfaites ; on dduit que B(xJ , tl , t3 , A) est con
tenue dans l sphre de centre xj -f- (3 t4) a , e t de rayon (tl f3)

~ ftj ;

de l jpuisque m(a*J a,) < -1 - k{ll <3)j on d d u it la prop. dmontrer.


(6 ). Donc, par les (3) e t (5), la classe B (x[ , , <3 , A) est contenne dans
B (ajj, , <3 , A + ft).
(7). Dans les H yp. du Thor., si x { est nn CB (x0 , t 0, t , A) ; si p est nn
nombre positif, e t t3 un nombre plus g rand que t0 e t plus p e tit que t{ , tels que
lorsque t varie dans ts~ tt e t x dans la spbre de centre x e t de rayon p les va
leurs des modules des diffrences entre les valenrs de <p(t, x) e t q>{ti , x4) soient
toutes m oindres que ft ; si

(*4

<3) [m tp (tt , 4) + A + ft] < p ; e t si

est un

poiut de B (x0 , t 0 f t l t h ) t dont la distauee x i est plus p e tite qne ft (< 4 <3) ;

158

(3)

Gi u s e p p e

peano

H p(l) . p e Q . t3 e (t0 -(- Q) r (, Q ) . \'m[ip(t3- t i , 4 + 0nyj) a\


t3) (ma + h + le) < p : Q : x t + (t3 t t) a +

<
0m f/t +

*1

D B ( * h <4 , <3 , h 4- le).


rt + 0m ( li

A(*3
ct

t3

le

: 0 : : / t = , . / * , = a?3

: / i + &mP [<p (< ,ft) ] <


.

. f t = xt +
f e f3-< , : o

m | f t <p(t. ,/t)}

tj

/ 3

fc + ft : : o : ://?(*, , <3 , h + le) . * 3 B (xi , t i , t 3 , h + fc)j.


(4)

Hp(3) . o

1 e B (x0 , t0 , t t , l) . m (x[ x t) < - i - le (ft t3)

i A
(5)

H p(3). x\ e B(jj0 >tQ, ti , 7i). m(:i


, h , A) 0 * i . + (<3 t d
h

V<0 *1

1
3 * *'i\ p c . 0 .
^

4) <[ Jc(ti

- f 011)
B ( .r l

fg) : q . B(a?i,

(* + -H

h)

0 .x[ + {h _ g ><

*0/

( + T :

0 (Sm

altire, p a r la ^ 1 P I I , il y a des points comimins anx deux classes B(ar0, t0, t3, li)
e t B (* i, t1 , 3 , li) ;
donc il y a anssi des points commnns aux denx classes I(x0 , <0 , t3) li) et
B(ajj , t l , i 3 , h + k), car, par la (6 ), la derniro classe de cette conpie contient la
denxime classe de la conpio prcdente ;
donc, il y a anssi des points commnns anx deux classe B (i0 , (, t3 , li -f- k)
e t B (* |, i j , t 3 , A + le), car, par la $ 1 PIO, la premire do cette couple contient la
premire de la conpie prcdente ;
et enfin, p a r la $ 1 P I 4, x t est nn p oint de B(x0 , t0 , / , , li 4- le).
(8 ). Dans la conclnsion de (7) n e n tre n t plns p , t3 , et. x ^1 ; mais comme dans
les (1), (2) e t (4) on a dmontr lenr existence, on a :
Des Ilyp. du Thor., si x t est un point lim ite de B(as0 , t 0 , t l , li), il est un
point de B(x , t0 , tt , h + k).
Ainsi est dmontr le thorme.

D M O N S T R A T IO N D E L/IN T G R A B IL IT D ES Q U ATION S E T C .

159

(6)

Hp(5) . (3) . (5) : o . B(ari , t l t t9 9 h) 0 B (x i ,

(7)

Hp(5) . 1 P I I : o : B(.z0J t01 t3 , h ) n B(a?i, t i , t3 , h) - = a . (6) : O

: B(#0

) ^3 ?

j ^ j ^3 ^ "t

, t 3 9 h + 1c).

~ A * 1 PIO : ^

B(*0>*o> 4sj 7t + ;0 n B(#i, <i> h i h + *) - = A 1 P14 I 0 :


e B(^0 , 0 , t t , A + le).
(8)

H p . x i e OB (x0 , t 0 , t i t h) . (1) . (2) . (4) . (7) : Q *t B (ay, , 0 ,


h + ^)*
H p . (8) : o . Ts.

4.
Sur les classes A.
J)finition8.
1.

f0 e q . t4 e *0 Q . ar0 qn : 0 A (*0 , <0 , t4) = B{x0 , t 0 , < 0) = lim


B(^0 q j

2.

^)*

e q . a?0 e qu : 0 A (x0 >

^o) =

Thormes.
3.

x0 e q n . t0 , t x e q . art e qn : h e Q . Qa *

fi B (jf0 , t0 ,

e A(;r0 , *0 , ,)
4.

#0

e q .

<F(t /*)

, A)

( e P2 o P 3 ).

e Q / e Qn/^o

/^o = x o ^ e

h 01

0 - A * A (#o *o > <i)-

( Hp . o : 7t c Q . Oft */

i h t h) *0* - flt e B(0*o *i> A) : 0 *Ts 1*

5.

Xq e q . t0 ,

e q : Q . CA(#0 , tQ , ft) = A(a?0 TtQ y ij).


{e P 8 0 P5) .

C.

#0 e q . ft e *0 Q . a*0 fi q . p e Q . I = l'm 9>(*<T*i

+ 0 mJP)

. m(, g < X 1 c *0_* : 0 * A l,r fo > *) " = A ((1) H p . 1 FIO : o .* A , * Q * < fc : 0 *,* B(a?0 , 0 * j A) 0 BK
*o ? ^
(2)

H p . 2 P2 : o : A e Q . 0 * . B(;r0 , t0 , t , 7t) ^ (jr0 + 0mj>) - = A


H p . (1) . (2) . e P 9 : o . Ts ).

1 60

GIUSEPPE PEAN

j(

7.

< 0 : O . A ( O , O , t) - = A .

8.

tQ , t s 9 . t0 < t . x 0 e qn . m x0 < t0 : o * M xo > fo i f) " = A

_ l(
9.

# . J ) P 6 = P 7 J .

1 ; ")p - p8-

3C0E q . t0J te q : Q M x o, h i t) = q n a; s [A*Q . 0 /. ^ eB(;r0) *0,

A)].

(3 P 8 . e P I I : o . P 9 |.
10.
11.

a?0 e q . t0 , t q . A e Q : Q . A{x0 , t 0 t ) o B{#0 *o * ;0


{P9 o PIO).
e q . t0 ,

e q . x i s A(a?0 , t0 , t t) : q . a?0 A(a?, , t i , 0).

- {Tip . PIO : o : : A c Q : Oh : #i e B(x0 , < ,


B(a?t , t , 0 , A)
12.

P3 : : 0 Ts}.

< e q . ft e t0 + Q . tg <j + Q . a>0 e q . a?! A(.r0 , t0 , *,). x 2 fi A (a?, ,


j

* 0 * x%e A(&q f t0 , t2).

(Hp . PIO : Q : : A e Q : Oh :

e B(0 , *0 ,

. 1 P12 : Oft . a?2 B(ar0 , t0 , tt , A)


13.

, A). #2 fi B(i1 t t i 9 t2 A)
P3 : : o . Ts).

t0 q . t i e t0 + Q . t2 e t x + Q . ccQe qn . arl e A{ xq , t0 , J,) : 0 . A


(*i j

14.

, A) . 1 PO : Qh : x Qe

0 -^-(*01 ^0 j

( r i 2 0 ri3 ).

tQ q . ti e tQ Q . Ti e Q . x 0 , a e q . p e Q . I = 1' m <p (t0~ t ,


*0 + Omp) . m(t, g < -J - l'm[<p(0- t , , xa + 9mp) ]
< k . *, e A(.r0 , 0 , i,) : 0 m ^

__ * j <

| H]> . li = le 1' rn [ip (/0t, , x 0 -|- 0 m p) n] : [) i 1 e Q . T m

Wo_ i i * + Omi) ] < fc


*0 . *. > 1 )
15.

< ( * - 4 - ) + 4 : Ts|

t e 0 . x A(0 , 0 ,^J : 0 . ma? < ; t .

!G t I I M
1G.

3 P5 : 0 : *, B^*0 ,

l ) p u = pi5| - -

i3i>7 pi = i .

t0 , t e 0 . t0 < t . a?0 A(0 , 0 , t0) : q . A (*0 , t0 , t) - = A


{Hp . P15 : 0 : mx0 ^

tQ . P 8 : q . Ts).

D M O N S T R A T IO N D E LIN T G R A B IL IT DES QU ATIO N S E T C .

17.

161

tw t s e . t0< t . x 0 s A (0,0 ,t0) . x e A (x0, tw t ) : Q . m { x x 0) < t t0.


li,

y-P'

17'. t0 , t e 9 . t0 < t . x0 e A(0 , 0 , f0)': q . A(a; , t0 , t) ft x 0 -f- 6m(t t0)


{P17 = P I 7').
18.

t0 , tt }

e B . t0

^(*0 >

tt

tg . x 0 e A(0 , 0 , t0) . x2 e A (xg , t0 , t^,) : Q .

? *i) n A (x 2 1 ^2 i *i) = A

((1)

H p . f h = B(*0 , f0 > h i A) n B(** > *2 >

(2)

H p ( l) . h s Q . PIO : o : x2 B(x0

t h) : 0 . / e K q n/Q .

(3)

H p ( l ) . h , le e Q . h < h . 1 PIO : o / * 0 / *

(4)

H p(l) . h e Q . 1 P13 : Q f h 0 B(0 , 0 , e4 , h).

(5)

H p . 3 P 8 : o

(6)

H p(l) . (1) . (2) . (3) . (4) . (5) . e PIO : 0 . / 0 - = A*

(7)

H p(l) . e P 6 . o . /O o A(a;0 , t0 , t j n A{xz , t2 , t j .

h ) . 1 P I I : 0 /* = A-

h e Q . l'mB(0 , 0 , tt , h)

1 : = h a .

H p . (6) . (7) : q . T s).


19.

x0 e qn <o e <1 ^ e Q : 0

t e t0 Q * t" e t0

tQ x e A (Xq , tg , t) : QitX . ni
::
{(1)

\x-X n
t -

Q , \ t e t'~ t". t
..

. < k

- <p (t0 , XQ)


t0

H p . t i e t0 Q . t2 e t0 + Q . p e Q . l'm [cp ( t ~ t 2 , x 0 - f 0mp)


<P% i *0)] <C ^ J = t j , tj.p A

(2)

H p(l) . f = max (, , f0 -

= min (t2 , t0 +

+ . ,-) t
. t 8 t ' ~ t " . x e A(x0 , t 0 , t ) . l

= l ' m <p(f0- t , x 0 + Bmp) : q : l < m<p{t0 , x 0) + h . m{t t0)


< JL.(t > ^
l

*0);
,

p i 4 . Q >Tgi
xj

H p . (1) . (2) : Q . Ts j .
20.

tg ,

e q . f 8 qn/fg to t ,

tg 10

f t ^ 8 A ( f t , t 14) . .

d ft

0 : t 8 t0~ t t . Qt - j j - = <P(* , fi)11

Giu s e p p e

pe

An o

H p . t e t0~t'a .Tc e Q . P19 : Q ,v . t' e t Q . t" s t -(- Q

tt s

t'~ t". q (| . m f h - f i <P(t f t ) < le : : - = t',t" A


t
H p . t e <0 . (1) : 0

= <P{t ? /<)}

5.
Existence de lintgrale, lorsque A ( 0 , 0 , t ) se rduit
il un seul nombre complexe.
Lemme.
a , & q .

d /i
e Q . / e q /0 -< j : #* 0 - * , . o, < a

0 .-.Q - A

< -T-{ebtl !)

{Hp . gt = e~bt
= e~bt

I f t : fO =

:0
a b ftj < 0

d gt
dt

00 = 0 : t e 0<j . Qt
o

gti < 0 .% 0 . T s j .

Thormes.
p eQ

t e 9 . x , x' e m0 : Qt,x,x' . m [99 ( t , x ' ) 93 [ t , a)] < p x


m(a;' x)

li'e Q : t e 0 . q . B(0, 0, t, ) q m0

h e Oli', tte 9
2 li
i > *2 B ( 0 ) h i }l) : : 0 m (*2 ~ *1) < (?<1 1)

{H p -f i 1 fu &/?(0 j

j h) / , 0 = / 20 = 0 .

t e 0 ,. Oi ~
-

V (t , m

= x i . f ti = x t : 3

m i f z t ^ t) ^ m (/^ t f { t )

+ m[/i< -

9, (f , / ^ J +

m [/ t

, f 2t) - < p ( t ,fit)]

. m [/2< <?'(t2, / 2t)] < A . m [/It 9o(t ,/jt)] < k . f i t , f . J e m 0


m [9? (< , /g<) 99 (<, fit)) < p X m (/2i fit) .-. ry

t e 0f,

Oc -jjj m ( f 2t f f i < 2 h + p x m (/,t / ,t ) : P I Q

Ts}.

p e Q . - . t e O . x , x e m0': Qe,*,*'.
t e e : : 0 . A(0 , 0 , t) e qn .

x') <p(t, x)J < p X m ( x ' x)

DMONSTRATION DE L'INTQRABILIT DES QUATIONS ETC.

163

((1) H p . 4 P 7 : o , A ( 0 , 0 , * ) - = .
(2)

H p . 3 P8 : o

V e Q . B(0 , 0 , t , k') q m9 : -

(3)

H p . h' e Q . B(0 , 0, t , V) o m0 . x v x2 e A(0 , 0 , t ) . 4 PIO . P2 : Q

2h
: h e 9h ' . Oh . x i , x t e B(0 , 0 , t , h ) . q a . m(;r2 x ^ <

2 9h!
{ePh 1) : o : m(a;2 arj ^ 1A- y (e** X) = 0 .
(4)

Hp . x t j x 2 e A(0 , 0 , t) . (2) . (3) : o ,

H p . (1) . (4) : o Ts.).


4.

e 9 . Ot A(0 , 0 , t) e qn : f t = A(0 , 0 , t)
'teO-0

((1)

o .. / e qn/0 ./ 0 = 0.

H p . t , te 9 . t t > < . 4 P18 : 0 : A(0 , 0 , t) n A ( f i i ,

, t) - == A

. / e qn : 0 : f i e A { f t i , t t , t ) . 4 P I I : o : f i t e A { f i , t , t).
(2)

H p . t , t x e 0 . (X) : o . A M f i > < *i)H p . (2) . 4P20 : o . Ts.).

5.

d ft

t s 9 . Ot A(0 . 0 , t) e q n : f e qn/0 . / 0 = 0 : t e 9 Ot *
fi)

0 : t e 9 . Ot ./* = A(0 , 0 , t).

= <p(* ,

(4 P4 . 0 . P6).

6.
In t g r a b ilit d a n s le cas d e n = X .

Dans ce on suppose n = I . Alors les complexes qn se rduisent aux nombres rels q.


Thormes.

1.

t0 e q .

e tQ+ Q . x Q , x e q . x 0 < x 0 . li e Q . x x e B{xot tot t tJ h).

x[ e B (4 , t0 , tt , h) . x[ > x i : 0 :
e B(#o ?

((1)

e B (a?0 , t 0 , t i h ) . x i

i A)*

Hp . / , g e (q/t0- t4) continues. f t 0 > gt0 . f t t < gtt : o

h e V fi

*f i z 9^2 = *i A
(2)

Hp . / , g e p (t0 , t, , A) . /* 0 = a?0 . f i i =
(1 ) 1 0

c t0-

. /f2 = gt% : * = ( ,

. flf0 =
.

= *i

164

(3)

Gi u s e p p e p e a n o

H p(2). #2 e 0 fj f% = 0 2 *1
^07

7i)

n B(^i ,

^.

'0
n

B(a?0 ,

, A) r\ B(a?o ,

, tj , i2 ; 7t) : o : BO^o ?^o ) ^2 )

, <2 j ^) " = A B(#q j f0 j t% , h) n B(#4 ,

, 7i)

- = A ! P *4 : 0 Ts.
H p . (2) . (3) : 0 T s.|.
2.

t0 e q .

f0 + Q . x Q, , 4 fi q . x'Q < a?0 . x i e A (a?0 , t0 , t) . x[ e

A(#q f tQ f j). Xi

a?i : Q : X\ e A(a?0 ? tp , ,) x i e A(#o, 0 , ft).

(Hp . 4P10 . P I : 0 : : h e Q . Qa : x[ e B (#0 , t0 , ti , h) . x i e B(a?,


*0 ; ^1 >
3.

f0 e q . j e

** ^P3 : : 0 . Ts).
-J- Q . Xq , ocq e q Xq

^ KA^o j tQ? ^i) *

Xq : (3 : 1 A (x0 , #q , t1)

-^-(^g 1 ^0 r ^1) *==^ ljAfxo j #0 , tj).

( P 2 0 P 3 ).
4.

fi 9 . 0 : 1' A (0 , 0 , t) e A (0 , 0 , t) . lt A (0 , 0 , t) e A(0 , 0 , t).


(H p. 4P7, 4P15. dP5P5' : 0 : l'A(0 , 0 , t) , 14 A (0 , 0 , t) e q .
dP21. 4P5 : 0 Ts).

5.

t , ti e & . t i > t . x = V A (0 , 0 , t) . x { = T A(0 , 0 , f,) : q


= l'A (x , t , ti).

((1)

H p . P 4 : 0 ; %e A(0 , 0 , t ) . 4 P13 : 0 : A{x , t , t 4) 0 A{0 , 0 , tt)


: 0 = VA(* , t , tj) ^

(2)

H p . 4P18 t o . A(0 , 0 , t) n A (a*, , t, f t) - = A .

(3)

H p . x'e A(0 , 0 , Q .

(4)

H p . (2) . (3) : 0 . x t < l'A(* , t , i4).

A(a74 ,

, t ) . P3 : 0 : x

. l'A(a?', t , t) ^ TA(x , i , O : 0 * i ^

x . c1 e A(#', t ? t ()
l'A (* < 4i).

H p . (1) . (4) : 0 Ts].


6.

t ,

e 9 . tt > t . x = 1, A(0 , 0 , i) . x t = lt A(0 , 0 , ^ : 0 . ^


= 1, A (x , ^ , t^ .

(Dm. analogue la prcdente).

7. f t = l'A (0 , Q , t) . t , tt e 9 : 0 f t i e M f t , < , i).


((1)

H p . <4 >

t . P5 : 0 - f x = l'A (/f

(2)

H p . > ^ . (1) : 0 ' f i e A ( f t t , t t , t). 4P11 : 0 . Ts.

(3)

Hp . =

. 4P2 : 0 . Ts.

H p . (1) . (2) . (3) : 0 Tsj.

0 . Ts.

DMONSTRATION DE LINTGRABILIT DES QUATIONS ETC.

165

8. f t == l'A(0, 0, t) . o .. / e q/9 ./O = 0 : t e 9 . o* *^


(Hp. P7. 4P20 :
9.

. Ts).

f t = ltA(0, 0, ). o . - . / e q/0 . / 0 = 0 : 0 . o< ~

<p(< ,/)

(Dm. analogue la prcdente).


10. / e q/9 . / 0 = 0 : t e 9 . > ^

= <p(, ft)

0 : 4 0 Ot

(4 P4 . o . PIO).

7.
D m onstration de lintgrafoilit en gnral.
Notations pour les P 1 et 2.

Si x = ( xj , x%, . . . , x u) est un qQ, par E 4a?, E 2# , . . . , Ena? nous


dsignerons ici le premier, le deuxime,. . . , PniBM lment de x :
E j37

, EgX 3?2 ) * * j Enfl?

Les signes E , , E2 , . . . sont donc des q/qQ. Ces fonctions sont


continues et distributives.
Si Xj q , par la convention de Vinversion ( c), E 4 x t signifie
les qn dont le premier lment est x { .
Pour simplifier Fcriture, dans la df. 1, et dans la dmonstra
tion du tborme 2 on suppose n = 3.
Dfinition de Vopration co,

1.

a e Kq3 .

= l'E jft. x 2 = l'E 2(a n E ^ ) . x 3 = l'E 3(a E ^ n E 2a:2)

: o . eoa = {xi , x 2 , x3).


Tliorme,

2.

a e Kqn . a = A

e q . Ca = a : o . eoa e a.

(Hp . dP22 : o : x t e Ej

- C(a n E ^ )

= a n Ejirj : 0 : af2 e E2(a ^ EjCj) . a n E ^ j n E2x2


" = A :0 :

e E 3(a n E ^ o E 2a?2) . a n E ^ n B 2x 9

n g Xg - = A :

> ^2 ^3

q (^1 ? ^2 ^ 3) a :

Ts)

166

G IU S E P P E PEA NO

Thormes.
3.
4*

< 8 0 . 0 - cdA(0, 0, t) e A(0, 0, t).


, fjj S 0 . fg ^

(4P7 . 4P15 . 4P5 . P 2 : o . P3).

Tj A(0, 0,

. w fA ^j , ti , f) n A(*g ,

i
, <)] e A(*j j

f j, fz) f

*2 *0

, <) rt A(g ,

j ).

(4P18 . 4P17 . dP16 . P 2 : 0 P4).


Notations.
~S = nombre entier positif ou nul .
N
1
r e N . f) . Z, = 0 n
lensemble des nombres 0 ,
,
2

2r

2r >

2r
1 1

2r

2r

Z = * e ( r f H . S ! e Z , : - = r a ) = les nombres de lintervalle 0,

de la forme , o r et s sont des N .

Cnsquences immdiates.
5.

Z0 o Z, o Z2 [) . . . o Z 0 9,

6.

r e N . t e Zr : q . 2r t e N.

7.

r N . < Z r+1- Z r : o . < ~ 2^ T) < + - 2^ Z r .

8.

OZ = 0.
Dfinitions de la fonction f.

9.

fO = 0.

10.

f i = <0 A{0 , 0 , 1).

11.

r e N . f e qn/Zr . < Zr+1 - Zr . i, = f

: D =
2 .

#8 = < + ^

, < ! , < ) - A(f<2 , <2 , <)]

< 0 - Z . Q . f f = x e [t'e Z . Qt> . x e A (ft', t', t)|.


Thormes.

13.

f qn/0 .

14.

t , t'e 9 .

H'e A(f<, t , t').

167

DM ON STRA TIO N D E LIN TG R A BILIT D E S QU ATION S E T C .

Dmonstration des thormes 13 et 14.


(1) f e q J Z 0

_ . ( P 9 . PIO. P 3 : o . ( l ) ) .

(2)

t , t' e Z0 . t' > t : o : t = 0 . t' = 1 . P 10 . P 9 . P 3 : Q f*'


A(ft , t , t').

(3)

t , t'e Z0 . (2) . $4P11 : 0 . ft'e A(ft , t , t').

(4)

r e N . f e qn/Z r : < ,
qn/Zr+1 .

e Z, . Qf,' f *' e A (f t , t , t')

o f e

j(a) H p . t e Zr+| n Zr : 0 . f< e q .


(/?)

H p . < < Zr+1- Z r . tt = t -

*, = t + ~

. P7 : o s<i, h

e Z r . ftj e A(0 , 0 , tt) . ft2 e A(f<, , t{ , t2) . P 4 : ) . ft e qD .


(y)

H p . t e Zr+1 . (a) . (0) : 0 . ft e qn.


H p . (?) : O . Ts}.

(5)

Hp{4) . t e Zr . t 'e Zr+l - Zr . ' > t : o


(H p . it = t'
A(ft4 ,

(6)

A(ft , t , t').

: o * h Zr <, 2> t . ft, e A(ft , , e,) . ft'e

, 0 . 4P12 : o Ts).

Hp(4) . t e Zr+1 - Zr . t' e Zr . t' > t : o . ft' e A(fl , * , ').


(Hp .

= < -j- r+1' : Q ; t <[

t . (j Z , . fij A(f< , < , 2)

ft e A{ftz y t% f t ) : ([) . Ts).


(7)

Hp(4) . t , t e Zr+1 - Zr .

> t :0

(Hp . #j = t -f-

A(tf , * , *')
: O : t < h ^ *i < *' *2)

e Zr . f<2 e A(ft , <, <2) . ffj e A(ft2 , t2 , <t) . ft' e A (ftt , <t , t)
: o . Ts).
(8)

Hp(4) , t , t e Zr+1 . (5). (6) . (7) : o ' A(ft , t , f).

(9)

r e l . f * q/Zr : < , t' e Z, . Qe.*' ft' e A(ft , , ' ) .-. Q


/ Zr+1 : , ' Zr+1 . 0(,(' ft' A(ft , t , t).
((4) (8) 0 ())

(10)

r ST. 0

f q/Zr : < ,

e Zr . Qt,t' . ft' e A(ft , t , ?).

((1) (3) (9) o (10)) .


(11)

f e qn/Z.

(12)

t ,t'eZ .

)
0

. It'e A { f t , t , t'))

(10) = (11) (12) .

f Qn

168

G I U S E P P E PEANO

(13)

^ 2 . O . f A ( 0 , 0 ? i).

((12) 0 (13)).

(14)

t0 8 0 - Z . gt = A(ft , t , t0) . a = Z n {tQ Q) . 4P 5 . 4 P16


. 4 P 15 . 4 P 13 : q : : g e K q n/a

t e a . Ot G gt ^

gt

g t - = A l'm 9t ^ l .\ t , t' e a . *'"> t : o . g t ' q gt


eP12 : : ) . x e {t e a . o* . se e pt) = a
(15)

t0 e 0 - Z . o . oc e \t e Z n (t0 Q) . o* oc e A(ft , t , g ] - = A

(16)

t0 9 - Z .

0 (15))g 8 q : t e Z n (t0 Q ) . 0 *. *! , 2 A(f, t, g

. x i = ocz .
(Hp . t e Z n (/0 Q ). 4 P17 : q : m (ft x x) < t0 t . m(ft a?2)
< *o * ' 0 *

acx) < 2(t0 t).

H p . q : t e Z r>(tQ Qj . Q
(17)

^i) < 2(*o <) : 0 T s -

t0 e 0 - Z . oc0 = X e [t e Z n (f0 Q ). Ot oc e A {ft, t, g ] : 0 . ocQe qn .


{(15) (16) 0 (17)).

(18)

Hp(17) . t' e Z n {t0 + Q) : Q *0 e A (ft',

((a)

Hp . h e Q .

e Z n (*0 Q ) . t0 ^ < - L . 4P17': 0 *A(f <j, g

0 i + 0m y
0

g.

aJ0) < A . 4 p i s : 0 : A(ftt ,

,g

+ 0mfc. A(ft1? t1; t0) A(ft', *f, *0) " = A 1 0 : (o + 9mc)

n A(ft', t% g - = AH p . (a) : O : ff0e CA(ft',


(19)

t e 0 - Z . 0 . oc e [$' e Z . o t> co e A(fi', ', <)] qn.

((17) (18)
(20)

g . 4P5 : 0 . Ts).

(19)1.

f e q n/ ( 0 - Z) .

[(19) 0 (20)).

(21) f e q/e.

((11) (20) o (21) = P13).

(22)

i ee - Z . f eZ :

(23)

< , ' e 0 - Z . o . ft' e A(ft , , ').

: fi A(f<',

t) : q : ft' s A( , t , (').

(H p . ( " s Z (-') : o : ft" e A (f< , t , t") . ft' s A (ft" , t" , t')


: o . Ts).

(24) t , t' e 0 . o . ft' e A(ft , t , f).


((12)2(22) (23) o (24) = P14).

DM ON STRA TIO N D E LIN TG RA BILIT DES Q U AT ION S ET C.

169

Thorme.
15.

t e 6 . o ^

= <p(t , ft).

(P14 4P20 : o . P151-

8.
O bservations.
On a ainsi prouv que, tan t donne lquation

o le second membre es^ une fonction continue, il existe au moins


une fonction f t , dfinie dans les environs de t = b, qui pour t = b
acquiert la valeur arbitraire a, et qui satisfait lquation donne..
La condition ncessaire et sufflsante pour que cette fonction soit
unique est que A (a , b , t ) se rduise n n seul individu.
E n supposant seulement la continuit de la fonction q>, la classe
A(a , b , t ) p eu t effectivement contenir plusieurs nombres. fos en
donnerons ici quelques exemples, pour n = 1.
Soit l quation entre les variables relles * et t
dx
l
dJ = 3X
o le second membre est fonction continue. Les fonctions qui satis
font cette quation, et sannulent avec i sont (pour t > 0)
1.

x = t3= l'A (0 , 0 , t),

2.

x = 0 = 1jA(0 , 0 , t),

3. les fonctions qui dans un intervalle 0 ~ t i sont nulles, e t qui


de ij + o ont la valeur (t t)3.
Ces dernires fonctions coincident entre elles dans un intervalle
fini. On arrive des rsultats analogues en considrant des quations
qui ont des solutions singulires.
Yoici une autre exemple, o il n y a pas de solutions singulires,
bien que la solution qui s annule avec t soit indtermine.
Soit lquation
d*
4 xta
di
x2 -)- t* '
Si lon fait tendre a? et t 0, le second membre a pour limite
0, car on peut le rduire la forme
4 X1
*" x * ~ + ti

170

G IU S E P P E PEA NO

o le premier facteur a pour limite 0, et le second est toujours compris entre 2 et 2. (*) Si donc on suppose le second xnembre nul avec
x et t, il Bera fonction continue des deux variables. Les solutions de
cette quation, qui sannulent avec t, sont
1.
2.
3.
4.

x =

= l'A (0 , 0 , t),

= 1jA(0 , 0 , t) ,
x = 0,
x = c jc1 + *4. e* * = <P + t4 o , o o est une constante positive.

Ces fonctions, gales pour t 0, sont diffrentes pour toutes les


autres valeurs de t. Les autres intgrales d lquation propose sont
x = (e + io8 + t*).
La condition de lexistence et co n tin u iti de la drive de <p{t, x)
par rapport * , ou au moins d une limite suprieure finie pour le
rapport

------ , suffisante pour dduire lexistence dune so

lution unique qui a une valeur initiale donne, comme on a vii dans
le 5, n est pas ncessaire. Considrons en effet lquation
dx

' at = * ] >
o tp(x) est continue et jam ais nulle pour les valeurs de x dans
lintervalle a ~ b. Alors, si x 0 est une valeur dans cet intervalle, et
que l on pose

il existe nne et une seule fonction x de t, dfinie dans lintervalle


a '~ b ' qui satisfait lquation donne, et qui pour t = t0 a la va
leur x Q; comme cela rsulte de lintgration de cette quation. E t
sur la drive de <p(x), on n a pas fait d hypothses.
Lorsque <p(t , x) a une drive cp^t , x) par rapport x finie et
continue, alors, en supposant <0 et suffisamment proches, A (x0, tB, t{)
e st la valeur, pour t = #, , de la fonction qui satisfait lquation
diflrentielle, et qui pour t = t0 a la valeur x 0 . Sa drive par
rapport x 0 est
k
dA(a?0 , t0 , tt) _ ^
da?o

A(Cg, io, ()]

(*) Cfr. il tra tta to n. 8 (Calcolo differenziale etc., 1884, p. 174), ove G.
m ette in rilievo una propriet notevole della funzione z 2xy* / (x1 + y1).

P eano

U.C.

(138). (Estratto) I TEOREMI D I PEANO


SUI SISTEMI D I EQUAZIONI DIFFERENZIALI
ORDINARIE NEL
FORMULARIO MATHEMATIOO
(Formulario mathematico, t. V, Torino, F ratres Bocca, 1908, pp. 409-429)

Come complemento al lavoro n. 27 (del 1890) si pubblicano alcune pagine


del F orm u lario m athem atico (lavoro n. 138), dedicate alla teoria dei sistemi
d i eqnazioni differenziali ordinarie ed alle premesse necessarie.
I passi pubblicati contengono u na nuova dimostrazione del teorem a di
esistenza, stabilito d a G. P e a n o nel lavoro n. 27 (del 1890), ed una generalizza
zione del teorem a di u nicit esposto n el lavoro n. 49 (del 1892).
L a nuova dim ostrazione del teorem a d i esistenza ($ 30, n^. 1-8), p a r coinci
dendo nei p u n ti essenziali con quella del lavoro del 1890, contiene migliorie v arie
n ella form a e nella sostanza. (Cfr. in proposito : U. C a s s i n a , Sul Formulario
math/ematico di Peano, nel volume I n memoria di Giuseppe P ean o , studi di
v ari auto ri raccolti da A. T e r r a c i n i , Cuneo, 1955, pp. 71-102).
Qui, ci lim itiam o a dire che, n ella nuova dimostrazione, h a a n im portaoz
capitale il teorem a (ed alcuni corollari) sullesistenza della intersezione di un in
sieme di complessi di ordine , dim ostrato per la prim a v o lta d a G. P e a n o
senza fare ricorso al principio delle infinite scelte a rb itra rie appunto nel pa
ragrafo d i complementi alla teoria dei complessi di ordine n , qui rip o rta to (cfr.
$ 29, P. 2V1 e P. 2.3).
L a nuova form a del teorem a di u n icit ( 30, n. 9) fondata sulla nozione
di d e riv a ta generale di un complesso di ordine n , in tro d o tta nel paragrafo pre
cedente ( 29, n. 3).
Le dim ostrazioni sono scritte in simboli, ma di ogni passo d a ta la versione
in linguaggio ordinario (facendo uso, come tale, del latino sine-flexione od
interlingua).
I
simboli, sia di logioa che di m atem atica, hanno orm ai assunto la forma
definitiva dellideografia peaniana.
( C f r . in proposito i lavori pubblicati nel volume I I di queste Opere scelte
ed anche : U. C a s s i n a , Storia ed analisi del Formulario completo di Peano, Boll.
Un. m at. ital. , (3), 10 (1955), Note I I e III, pp. 544-574).
V. C.

172

G IU S E P P E PEA NO

29 C o m p l e m e n t o

* 1.

su per N umeros
(pp. 409-415)

o o m p l 'e x o

Era

neN, O . Cw = Cxw

D ef

. x e Cn . re 1"n O . E r = x r

. ,v e ClsC . i o v . re 1

. u e ClsOw . Xu = u . re 1n o . XEru E rw

D ef

O . E r 3 E rv

Nos abbrevia in C, campo ad n dimensione , numero complexo de ordine n.


D ato numero naturale n, et complexo x de ordine n, (vide p. 114),
si r indica uno ex numeros inter 1 et n, tunc E r,, lege : elemento
vel coordinata de loco c de * , indica ipso xr, Signo E es signo de
prsefunctione (p. 73). Tunc, si u es classe de complexos, E ru indica
coordinatas de loco r de complexos u (p. 77).
Si classe u continere in v, et coordinatas de loco r de u continere in coordinatas de v . Si classe u es clauso, et classe de suo
coordinatas de loco r, es clauso.
3

N, . x e Cn .D. m# = mod

D ef

.eNj .D. ra = Cw n x3(mx < 1)

D ef

Nos abbrevia symbolo mod in m.


m n indica complexos de ordine n, de modulo minore de 1, vel
spbsera ad n dimensione, de centro puncto zero, et de radio 1 .
5

MaNj . ue ClsCra O .
Xu = Cw ^ as[reQ .3 r. g; w <-. (* -j- rra)]

Defp

Classe limite X de dato classe u, jam definito supra (pag. 139


pr numeros reale, citato in pag. 145 P4 pr complexos), pot es
expresso per novo symbolo ni : Xu es classe de complexos de ordine
n, e t x tale que, pr omni radio r, semper existe elemento de classe
u, in spi)ara de centro x et de radio r.
* 2.
0

tteNj . f t ClsC F N 0 : reN0 .Z>r. & f r . Y m fr e Q . I f r f r


/ ( r 4* 1) ^ f r

C i m w {re 1 "n . "Dr. x r = 1,(1' E r {f p <~i

za [se l - ( r 1) .Z>#. z, = * ,])| j)N 0]) e fi / N 0


1

Hyp-o O . a n / N 0

1 T E O R E M I DI PEA N O SUI S IST E M I DI EQUAZIONI EC C.

173

D ato numero naturale n, si / es classe de complexos de ordine


n, functione de num eros 0, 1, 2, ... ; vel si fO, f i , f 2 , ... es succes
sione de classes de complexos de ordine n ; et si pr omni valore
de indice r, semper :
classe f r existe, vel non es vacuo,
es limitato, vel limite supero de modulos de f r es finito,
es eiauso, vel classe limite de f r coincide cum se ipso,
et classe f( r + 1) sequente f r es parte de fr ,
tunc P l dice que existe elemento commune ad omni classe f r , et
in modo plus preciso, P-0 dice que uno elemento commune x es ita
determ inato :
Sume numero p , considera classe f p , suo coordinatas primo
'Enfp, suo limite supero l 'E t f p , varia p in campo de numeros, et
sume limite infero de limites supero ; isto es x { , primo coordinata
de x .
Sume in f p individuos que habe u t primo coordinata a?,, et
opera in modo analogo super coordinatas secundo ; resulta secundo
coordinata de x. E t ita continua. Isto elemento x es commune ad
omni classe f p pr omni numero p .
Dem.
Si n = 1, theorema sume forma :
fe ClsqFN 0 : rsN 0 .Z>r . & f r . l 'r n / r e Q . I f r f r . f( r + 1) D f r : 3 .
l ^ V ) |* N0] n / F 0

Isto theorema es simile ad theorema super existentia de classe


limes (Lm) de omni successione de quantitates, exposito in pag. 213,
Prop. 2-V4 ; et uno es reductibile ad altero. Demonstratione que
seque et propositiones (1) (2) (3) (4) es analogo ad Dem. de pag. 213,
et ad Prop. correspondentes.

H p . m,s eN0 .D. f(m

s) Z> f m . 33. l'f(m +

^ Vfin

(1)

In hypothesi dato si m et s es numeros, tunc f(m + s) es parte


de fm , nam primo classe seque secundo de s loco.
Ergo, limite supero de primo classe es minore a u t ajquale, de
limite supero de secundo. R esulta ex applicatione de operatione 1',
secundo regula pag. 116 Prop. 11-3.
mN0 . (1) .3 . y i 'fs | sN0] = \,[Vf(m + s) \ sN 0]

(2)

Ergo limite infero de valores sumpto per l'fs, ubi s sume omni
valore numerico, fequa limite infero de valores sum pto per l'/s,
ubi s varia de m in post.

lf4

GIUSEPPE PEAN

m S0 . (2)

1,[1'/* |N0] e X V[f(m + s) |% ]

(2')

Ergo limite infero dicto, es valore limite de limites supero de


classes f(m + s), ubi varia 8 ; nam limite infero (1,) de classe es va
lore limite (/l) de classe, secundo pag. 140 Prop. 1*5.
m,s e N 0 o . l'/ ( w + s ) fi A /(m + s). Xf[m-\-s) = f{ m + s ) . / ( w + s ) O f m .3 .

(3)

V f(m + s) e f m

Dato duo numero m et s, tunc limite supero de classe f{m-\-s)


es valore limite X de classe f(m + s) j ce classe es clauso, et suo
classe limite coincide cum /(*+*), que continere in fm . Ergo limite
supero de f(m
s) es uno ex valores de fm .
m e 8 0 .D. Yf(m + s) |s* ^ 0 3 /m

(3')

Ergo, dato m, classe de limites supero de classes f{m + $), ubi


varia s, continere in fin.
meN0 . (2'). (3') .D. l,[l'/ |sN0] e Xfm . X fm = fm O . U l'/s |s ^ 0] e fm (4)
Hunc, per Prop. (2'), limite infero considerato in theorema es
limite X de valore considerato in (3'), que continere in f m ; ergo ilio
limite infero es elemento de omni classe f m j quod es theorema demonstrando.
Dem. pr n = 2.
g = E t f r |r .Z>: ge Clsq F

: rN0 O , .

gr . l'm gr e Q . Xgr = gr .

g(r + 1 ) D gr o . x i e ( \ E //? |s %

In vero, si nos voca g classe de primo coordinatas de f r , ubi


varia r tunc g es successione de classe de qu an titates } et pr omni
indice r, ce classe existe, es limitato, clauso, et omni classe conti
nere in pnecedentes. Ergo, per theorema in casu = 1, quantitate
vocato
es elemento commune ad omni gr.
h= E% fr zs(zx= x ^ |r .o : reN0 .3 . Rlir . Ym hr e Q . X h r ^ l ir . 7t(r+l)D
lir :D. x %e D E J f r o z3(zt = x ^

Nunc, si nos voca h classe de secundo coordinatas de elementos de / r , que habe ut primo coordinata x i 9 h es novo successione
de classes de quantitates ; omni classe es non vacuo, limitato, clauso,
et continere in praecedentes. Ergo quantitate vocato x 2 es commune
ad omni hr.

I TEOREMI DI PEANO SUI SISTEMI DI EQUAZIONI ECC.

lt5

rK0 O . a / r r\ zd(zi = x {) n za(z2 = x 2) .D. a / r n za(2 = x) . 3 . # e /r


Si nos elimina signos D, E, resulta : si r es numero, tunc existe
elemento in f r que habe u t primo coordinata aei9 et u t secundo
vel que es quale ad x, id es, x es elemento commune ad omni f r .
In modo simile, pr omni valore de n.
Nota.

Theorema P2*l es ab aliquo auctore demonstrato u t seque :


Divide toto spatio ad n dimensione in cubos de latere 1.
Tunc existe aliquo cubo, que habe proprietate que, pr omni
valore de r, aliquo elemento de classe f r es commune ad isto cubo.
Divide isto cubo in novo cubos de latere 1/2, 1/4, 1/8, ...j semper
existe aliquo cubo partiale, que habe idem proprietate. Resulta suc
cessione de cubos, de latere vergente ad 0 ; ergo cubo verge ad puncto
limite, que satisfac thesi de theorema.
Isto typo de demonstratione occurre in B o l z a n o , a. 1817,
C a u c h y , Cours dAnalyse, a. 1821 note 3 (CEuvres s. 2, t. 3 p. 378),
et ssepe in W e i e r s t r a s s . Vide MA. t. 23 p. 455.
In isto demonstratione occurre elige, in numero infinito de vice,
cubo inter plure cubo j quod non lice, si nos non da lege generale
de electione. Vide infra, 30 PC. Ergo nos da lege de electione, et
nos scribe expressione de puncto limite, in Prop. 2*0 j id es pr de
monstratione de existentia de classe, nos da expressione de uno in
dividuo que pertine ad classe.
2

Hyp-1 .=>. I n / K 0 = n / N0

Classe commune ad omni classe de successione /0 f i


considerato in Prop. *1, es clauso.
Dem.

21

.z>. H / ' N q ^ f n
^ / N o ^ %fn
(1 ) . D J f / N 0 D n / % . D . P

f 11

f 2 ...
(1)

t T j . fe ClsCn F N 0 : rcN 0 . 3 ,.. a f r . l'm /r e Q.

+ 1) 3 / o . a n / N0

Dem.
p i .d . a n a / n 0
r S 0 . i (pag. 139) P -l .3 . f ( r + 1) 3 Xf{r + 1) 3 f r
(2) .3 . fi f( r + 1) |rN 0 3 fi Xf(r + 1) |rX 3 f l / K0 .

n & + 1) |r<N0 = n / N0 .z>. n * / n = n /< x 0


(1) . (3) O . P

(i)
(2)

<3)

G IU S E P P E PENO

176

Theorema P'1 ad nos occurre ( 30 P S 12) sub forma:


3

N, . f e ClsC FQ : heQ .Da . a /f e . l'm f h e Q .


h, leeQ . h < le .Z2h,k. X fh D f h O . a H / Q

Si / es classe de complexos de ordine ; functione de qu an ti


tates positivo ; et si pr omni valore de q uantitate positivo h, classe
f h es non vacu et lim itato, et si pr omni li < le, classe limite de
f h continere in fle, tunc existe elemento commune ad classes f h ,
pr omni valore de h.
Dem. g= [f{ 1/) jn, N J O : ge ClsC FN , : reNt O . a gr . l'm gr e Q.
lg[r + 1) => gr : hed . 3 . </[E (1/7*) + 1] D f h Z> g[K (1/7*)] :
P 2 21

O.

n g~si . n g~S1 = f i / Q .3.

Tribue ad h valores 1, 1/2, 1/3, ..., et es in casu de P -l .


Theorema P 2 l , fundam entale in plure theoria de Analysi,-pote
Sume vario forma :
4

N, . / e ClsC F N 0 : >eN 0 . 3 r. g / r . l'm / r e Q.


f[r + 1 ) =>fr o . a n (ifs |N0)

Si nos tace conditione que classe f r es clauso, tu nc existe ele


mento commune ad classes limite de classes dato.
5

neN, . fe ClsC F N 0 : reN = r. a f r f( r + 1) 3 f r :Z>.


a PI (A f s | N 0)
Nos supprime hypothesi que classes de successione es lim itato ;

8 uffice scribe A (classe limite generale), in loco de A (classe limite

finito). Vide pag. 139.


6

eN, . f e (ClsCm - t A) F N 0 .3 . a ^ [A U / (* + N 0) |#ISro]

Nos elimina hypothesi que omni classe contine sequentes ; tunc


nos considera signo U de summa, in sensu logico, de classe que
seque classe de loco s.
7

H yp

-6 . 3 . L m / = n [ ^ U / (8 + N 0)| N0]

D ef

Classe que figura in secundo membro de P -6 vocare limes


(Lm) de successione / . Si omni classe de successione consta ex uno
solo individuo, resu lta u t casu particulare Def. de p. 211 Pl'O, pr
qu an titates reale ; defnitione generale jam occurre in Geometria

177

T E O R E M I DI PEA N O SUI S IST EM I DI EQUAZIONI ECC.

pag. 237 P 714, e t es adoptato in pag. 331, pr definitione de figura


tangente. Tunc Prop. sume forma :
8

H yp

-6 .3 . a L m /

analogo ad p. 213 Prop, 2-4, pag. 231 Prop. 40-4, pag. 331 Prop. 68'3.
9

jwST, . m ClsClsC : w v ew . = . uew

vew : uew .

l'm u e Q :3 . a Xu n aa[raQ .3 ,- oc -)- rm n e w]


Dem. / =

{U [(n+ 0 F l )/2* o w n Z3fa znu)\ |, N 0j . 3 . a n / 'N o (1)

H p(l) . xe n / N 0 . rsQ . 3 . xe h i . x +

ew

Es dato numero naturale n. Kos considera w. que es classe de


classes de complexos de ordine n ; id es, w es proprietate de classes
de complexos (non es proprietate de individuos de classe).
Nos dice que ce proprietate es distributivo, quando, si summa
in sensu logico de duo classe w e t v habe proprietate w, tunc uno
ex classes u e t v habe proprietate ; et viceversa, si uno ex classes
u et v habe proprietate w , tunc summa de duo classe habe idem
proprietate.
N unc, si aliquo classe u habe proprietate w et es lim itato, tunc
existe aliquo individuo in classe limite de u, et x tale que, si nos
fisa ad arbitrio radio r, sphaera de centro x et de radio r habe pro
p rietate w.
I n vero, figura composito ex cubos de latere 1/2*, que es w, et
que habe aliquo puncto commune cum u, ubi varia numero integro
s , habe proprietates dicto in P -0 ; ergo existe elemento commune ad
omni figura, pr omni *. F u n e , si nos voca x elemento commune,
ilio satisfac thesi.
P re se n te forma de theorema P 2 l occurre in G. C a n t o r , Ueber
unendliche Punktmannichfaltigkeiten, M ath. A nn. t. 23 a. 1884 p. 454.
Exemplo. Propositione classe u contine infinito individuos es
proprietate de classe u, distributivo ; ergo si u es classe cum infinito
individuos, et es lim itato, tu nc existe elemento x, prope , tale que
omni sphsera de centro x contine infinito individuos de classe u. Yide
p. 141 Prop. 5 -l .
Alio applicationes de proprietate distributivo es in meo libro
a. 1893 t. 2 p. 48.
* 3.

D g (derivata generale)

neN, . ue Clsq . f e Cn u . xe u n 6u . 3 .
Dg f x = L m [D (/; x, y) \y, u, x\

D ef
12

G iu s e p p e

178

peano

D ato functione / , complexo de variabile reale, in hypothesi de


definitione de derivata (pag. 275 Pl*2, pag. 284 P15), tunc D g / x ,
lege d eriv a ta generale d e / , pr valore x , indica classe limes
(Lm) de ratione incrementale de / , pr valores x et y, dum varia y,
in campo ubi es definito / et verge ad x.
Classe limes (Lm) es definito in pag. 230 P 40, pag. 235 P 51,
et supra p. 413 P 2 7.
Ergo omni functione complexo de variabile reale, pr valore x
in campo de variabilitate de functione, et in suo campo derivato,
habe semper derivata generale, que es classe non nullo.
O peratione D es ligato ad Dg, u t lim ad Lm (p.. 214 P3'0) :
1

Hyp-0 O . D/a? = 7 D g / z

id es, si classe D g f x consta ex uno solo individuo, ilio es derivata


de f x .
Regulas de derivatione subsiste cum pauco modificatione, si nos
substitue D g ad D, vel Lm ad lim.
2

Hyp-0 . ge Cn F u . l'm Dg f x , l'm Dg gx e Q O .


D g [(/* + 9) |*> ]* =>

fx +

0*

Si derivatas generale de duo functione es limitato, tu nc derivata


generale de summa continere in summa de derivatas. Yide D p. 279
P5-1, Lm p. 217 P6-2.
3

Hyp-0 . ge Cn F u . D gx eq . 3 .
D g [(fx x gx) \x, u]x = f x x ~Dgx + gx x Dg/

Si uno factore habe derivata in sensu proprio, tunc derivata


generale de producto es dato per regula jam esplicato in p. 280.
4

Hyp-0 O . D g m o d / r 3 0 mod Dg f x

ve Clsq . u D du . neN 4 , / e C x F # : xeu ,D X. D g f x D q


D . f e cont

Si u es classe de quantitates, condensato (p. 160), vel que con


tinere in derivata, et si / es complexo de ordine n , functione defi
nito in campo u ; e t si pr omni valore x in campo w, derivata ge
nerale de f x es classe de quantitates (finito), tunc functione / es
continuo. Yide pag. 279 P 3-3.

i T E O R E M I DI PEANO SUI S IST EM I DI EQUAZIO NI ECC.

a, b e q . a = b . neNl . / On F a .

b .D .

( fb fa)/{b a) e Medio U D g f la ~ b
Theorema de valore medio (pag. 288 pr functione reale, pag. 312
pr functione complexo) sume forma :
Si / es complexo de ordine n , functione definito de variabile
ab a ad b, tu nc suo ratione increm entale, pr valores a et b , es
medio in ter classe de classes de derivata generale de / , in in ter
vallo dato.

30.
JEquationes differentiale.
(pp. 416-429)

* 1.

Theorema

nsNj . aeC n . xsq . r, s e Q . f t Cn F (a -f- krmn . x -|- Asai^cont.


I = l 'm / (a + krmn . x -}- Asaij). t min(ts w ir/l) o .
a [C F (x -|- fTOj)] n g3 [gx = a . Dg = [figa, z) |z, * + <m,]}
n indica numero naturale ; a es complexo de' ordine n ; x es
quantitate reale ; r, s es quantitate positivo ; / es complexo de or
dine m, functione continuo de duo variabile, uno in interno et in
superficie de sphiera ad n dimensione de centro a et de radio r ,
altero in intervallo de * ad x -(- , extremos incluso. Kos voca
l limite supero de modulos de valores de / , ubi variabiles varia in
campo dato (causa continuitate de / in campo clauso, l es finito)
et voca t minimo de duo q uantitate s et r/l.
Tunc existe complexo de ordine n, functione definito in in te r
vallo de x t ad * + t, et g tale que, pr variabile = x, sume va
lore a, et que pr omni z in intervallo dato satisfac sequatione :
D g z = f (g z ,z ) .
Si nos voca g tz, g^z,... elementos de gz, et f v f 2 ... elementos de
/ , tunc fequatione precedente vale systema de n a;quatione ditte rentiale :
D !V = f i ( 9 i Z, g2z, - SnZ, z)
Vgg? M

D ynz = / (

180

G IU S E P P E PEANO

Complexo g vocare in aliquo casu puncto mobile ; variabile


z vocare tempore . Theorema dice que existe puncto mobile func
tione de tempore, que pr tempore x habe positione a, et que habe
velocitate Dgz dato in functione de gz et de z.

D em onstratione.
Xn vero, nos nosce positione gx = a de puncto mobile ; ergo es
noto suo velocitate Dgx = /{gx, x) ; vel es noto puncto successivo de
gx, vel puncto ad distantia infinitesimo. Noto novo puncto, es de
term inato suo velocitate, vel tertio puncto successivo ad secundo ;
et ita continua.
Isto demonstratione, vel explicatione, plus a u t minus diffuso,
occurre in libros de Analysi ab E u l e r , Institutiones calculi integralis,
a. 1768, t. 1 p. 493, usque ad L a c r o i x a. 1810 p. 2.
Sed in ilio tempore, vocabulo infinitesimo non es definito.
C a u c h y defini infinitesim o u t q u a n tita te variabile que verge
ad 0 j et isto definitione es secuto hodie in generale (et si aliquo
puncto mane obscuro, et existe alio interpretatione). Ergo C a u c h y
a. 1840, Exercices p. 327, evolve demonstratione precedente u t seque :
In teg ra per approximatione aequatione dato, e t tran si ad limite. A n a
lysi de demonstratione pone in evidentia plure propositione in te r
medio, non exposito in modo explicito ab auctores. Isto analysi, vel
demonstratione completo, es m ulto longo.
Nos indica per B solutione approximato de sequatione dato, vel
solutione cum errore minore de qu an titate positivo c ; et in P2-3
nos stude proprietates de B. Nos voca A limite de B, quando er
rore fc verge ad 0 ; et in Prop. 4-5 nos stude proprietates de A ;
P7 da expressione explicito de functione que satisfac sequatione dato.
Nam dem onstratione de propositione existentiale existe a li
quo a semper consta ex constructione, per symbolos de Analysi et
de Logica (vel per lingua commune), de aliquo elemento x in classe
, secundo regula pag. 12 Prop. 2*1.

* 2.

B
H y p P I .D:
*0

ye (x + tn,s) - ix . 7ceQ O .

B(a, xf y, c) = Cw r* ba

( -f- r uin) F (x ~ y ) gs [gx a . gy ~ b :

ze x ~ y .z>z Dg gz D /{gz, z) + fcmn]

D ef

t TE O R E M I DI PEA N O SUI SIST E M I DI EQUAZIONI ECC.

181

In hypothesi de theorema supra enunciato, si y es valore in


intervallo de x ad x -f- s, differente de x, et si le es quantitate
positivo, tunc signo B(, x, y, k), lege valores de solutiones de q u a
ttone dato, que i ex , de x ad y, cum errore minore de le indica
omni complexo b tale que existe complexo g sum ente valores in
sphasra de centro a et radio r, functione definito de variabile in
intervallo x " y , que pr valores x et y de variabile sume valores a
et b, et que pr omni valore z in intervallo x"~y, satisfac sequatione
differentiale dato cum errore minore de k ; id es, derivata generale
de gz continere in f(gz, 2 ), plus complexo de modulo minore de le.
1

leeQ . 3 . B(a, x, x, le)

Def

Si y x, classe B es reducto ad solo elemento a.


2
3
4

Hyp'O . be B(a, x, y, le) . 3 . eie B(6 , y, x, k)

. ze x ~ y . c e B (a, x, z, le). b e B (e, z, y, le) .3 . b e B (a,x,y, k)

. 6 e B(a, x, y, le) . 3 . a B(, x, z, le) B( 6 , y, z, k)

* 3.

H yp P I . 3 :

ye x - f

. heQ .3 . B(a, x, y, le) 3 B(a, x, y, le + h)

fceQ . 3 . 3 !

x, y, le)

Si y es valore in intervallo ab * t ad x - ] - t, et le es quantitate positivo, tunc classe B(<i, x, y, le) non es vacuo, id es existe func
tione, dato in intervallo x~~y, que pr valore x de variabile sume
valore a, et que satisfac sequatione differentiale dato, cum errore
minore de le.
Dem.
IceQ . 3 . a (h', h")3 \h', h"e Q : y, ze tf-ftuij . m(y z)< h '. b,c e
m(& c) < h" 0 ,Zi4iC. m[/(c, z) f[b, y)\ < le]

.
(1 )

In vero, functione f(b, y) es continuo in campo clauso conside


rato pr b et pr y ; ergo habe continuitate uniforme (pag. 239
Prop. 1*3), id es, nos pot determ ina duo quantitate positivo h' et
h" in modo que, si y et z es duo valore arbitrario in intervallo de
x t ad x - j - 1, sed differente in valore absoluto minus que k et
si b et c es duo valore in spbfera de centro x et de radio r, diffe
rente inter se in valore absoluto minus que h, semper differentia
in ter valores de functione /(e, z) et f(b, y) es minore, in valore abso
luto, de le.

182

G IU S E P P E PEA NO

IceQ . {, l'e u t supra} . j>eNj . p ^ t / h ' .p > ltjh " . g i {Oft F (-(-ini,)
r. ga [gx = a :
qe 0 - ( p l) . x q =*-1-qt/p . ze Qtjp

. x q= x

g(xt + z )= g x g + zf{gxq, xq) :


(x_q z)= g x _ q zf(gx_q,x_ q)]\:

D: gre Cn F (a? -f- tm,) : ze x + suij O * . D g j o

*) + Jcmn

(2)

Si fe, h', h" habe valore u t in propositione priecedente, nos di


vide intervallo de x t ad x -f- t in 2p partes fequale, cum valores
. ..... x 2 t/p, x tjp, x , x - \ - t/p, x -(- 2 t / p , ... et nos considera ilio
functione g, definito in intervallo de * t ad x - j - t u t seque :
gx = a . Si nos nosce valore de g pr puncto de divisione
xq = x
qt/pj ubi q es uno ex numeros d 0 ad p 1 , tunc func
tione g, pr omni xq -(- z, in intervallo sequente, es definito u t func
tione lineare
9*q +
g, *) i
et in modo analogo in intervallo de a; t ad .
Nos elige p ita magno, u t intervallo t/p < h', et (lt)/p < h".
Tunc functione g es definito in toto intervallo de x t ad x-\-t,
et ibi 8atisfac eequatione differentiale dato, cum errore minore de k.
Nam functione g es definito pr valore * : gx = a ; ergo es defi
nito in intervallo de x Q x ad x t = x
tjp, et pr valore x :
gxi = gx0 + (*, x 0)f(gxQ, x 0) ;
nunc mod f(gx0, x 0)

l ; ergo

gxi e a - \ - (xl x 0) lmn Z> a - rm n ,


vel pertine ad nostro campo de variabilitate. Noto gxlt resulta definito
functione g in intervallo de x { ad x t , et gx.t e a-\-(x2x 0)lmn D a-\-rmn,
pertine ad campo de variabilitate. E t ita porro. Ergo functione g es
definito in toto intervallo de x t ad x
t.
N unc si nos considera aliquo valore xq -)- z, interno ad aliquo
intervallo partiale, ibi functione g habe derivata in sensu proprio,
fiyxq, Xq) ; nunc Z < t/p < , g{xq + z) gxq = zf(gxq, x q), unde
+ z) gxq] < tljp < li".
Ergo m[f[g(xq -f- z), x q z] f(gxq, x q)\ < k, et functione y satisfac aequatione, cum errore minore de le.
In omni puncto de divisione x q, functione g habe duo derivata,
uno in intervallo ante puncto, altero in intervallo post puncto,
ambo satisfaciente conditione. Ergo derivata generico de g satisfac
asquatione.
( 1 ) . ( 2 ) . D. F

I TE O R E M I DI PEA N O SUI SIST EM I DI EQUAZIONI ECC.

183

h ,k e Q . p e 9 r . qe Qt . l'm [/(a -|- p m n x -f- q m ^ f(a, ar)] < h


q X [m/(a, x)

li] < p . ye x

gui; .Z>.

B(a, x, y, k) D a + (y x) [f(a , x) + (h -f-./c)ui]


Dato duo qu an titate positivo h, le, et p minore de r, et q m i
nore de t, in modo que limite supero de modulos de differentias
f(c, z) /(, x), ubi c varia in sphara de centro a et de radio p, et
e varia in intervallo de centro x et de semi-amplitudine q, es minore
de h, e t qne producto de q per modulo de f(a, x) plus h plus le eg
minore de p ; et si y es valore in intervallo de x q ad x -(- q ,
tunc classe B, pr elementos a, x, y, le, continere in sphsera de centro
a
(y x)f(a, x), et de radio h -)- le.
Dem.
ge (a -f- pai,,) F x~~y . gx = a : ze x ~ y .Z>. D g gz Z>f(gz, z) + lcxnn O
:

D g gzZ>f{a,x)-\-hmn-\-'kain :

29 P3-6 O . gy e a + (y #)[/(, x) - f {h - f 7c)ral

(1)

Si g es functione definito in intervallo de x ad y, que sume


valores in sphaera de centro a et de radio p ; que pr valore x, sume
valore a ; et que pr omni valore in intervallo de x ad y satisfac
aequatione differentiale dato, cum errore minore de le; tunc (*) pr omni
valore z in intervallo x y , derivata de g differ de f(a, x) de quan
tita te minore de h
k. TJnde, per theorema de valore medio, gy es
in sphtera de centro a -)- (y x)f{a, x) et de radio (y x) (h -f- le).
be B(, ar, y, k) . ge (a -f- rm n) F x

y . gx = a . gy b:

ze x y .Z), . D g gz 3 f(gz, z) -f- kxan :


v = [m(gz a) p \z, x
Hp(2) . x' s x

: ze x
:

y\ :D: ve (q F x~~y) cont . vx^)< 0

(2)

x ' .D* . vz < 0 O

. gz e a + p ra : (1) :3 .

m{gx' a) < q x [m/(a, ar) -f- h -|- k\ < p .3 . vx' < 0

(3)

N unc si b es uno ex valores de B(a, x, y, k), et si nos determ ina


g, complexo sum ente valores in sphsera de centro a e t de radio r ,
functione definito in intervallo de x ad y, que pr valores ar e t y
sume valores a et b, et que in intervallo de x ad y satisfac sequatione differentiale cum errore minore de k ; nos dem onstra que va
lores de g es in sphaera de centro a et de radio p . Nam nos voca
(*) Per lHyp. P 3 2 .

V. C.

184

G IU S E P P E P EA N O

v functione mod(gt? a) p, ubi varia z, in campo x~"y tunc v es


quantitate reale, functione continuo in intervallo de oc ad y, que pr
x suine valore negativo ; et es tale que si in interno de aliquo in
tervallo x a;', es semper negativo, resulta etiam negativo pr extremo x'.
x, y e q . x= y . ( q T x ~ y ) c o n t . iw < 0

x'e x " y : ze x

x ' o z. w < 0

O */ . v x ' < 0 ,\D : za x " y ,Z>2 . vz < 0


H p(2). (3). (4) :Z>: ze x ~ y

(4)

. vz < 0 O . ge [a + p m n) F x""y . (1) O .

be a -J- (y x) [/(a, x) -f- (h - f 7r)nin]

(5)

Ergo (per Prop. 2'1 de pag. 239, transformato), ilio es semper


negativo in toto intervallo ; id es valores de gz es semper in sphfera
de centro a et radio p < r ; unde, per P(l), gy b satisfac conditione scripto.
(5) . Elim g . Oper ba O . P
Si nos elimina g, que existe in hypotesi scripto, et nos opera
per ba, resulta theorema.
3

h, k e Q . ye x -)- ioij .D. AB(a, x, y, h) O B(a, x , y , h - f- k)

Dato duo quantitate positivo li et k, et y in intervallo de cen


tro x et am plitudo 21, tu n c classe limite de B, pr errore h, conti
nere in B, pr errore li -\-k.
Dem.
be AB(a, x, y, h ) . pe Q . ze x~~y . l'm [/(5 -f- p m n i z ~ y ) f(b, y)] < k/ 3.
(y z)x[mf{b,y)-\-h-{-k]<.p . c e B(a,x,y,h) . m(c& ) < % z)/3. P-2.
Z>. B {e,y,z,h) z>c-\-{z y)[f{b,y)-\-(h+k/3)x!^]. ce b + (z y)(k/3)uu .=>.
B(c, y, z, h) D b + (z y) [/(&, y) - f (h - f 2k/3)mn]
(1)
Si b es valore limite de classe B(a, x, y, h), et si nos determ ina
quantitate positivo p, et valore z in intervallo de x ad y, in modo
que limite supero de modulos de differentia inter valore de / pr
valores in sphrera de centro b et radio p, et in intervallo z ~ y , et
f(b, y), es minore que k j3, et in modo que y z multiplicato per
mf(b,y)
li -{-le es minore de p (et semper lice determ inaton e de
p e t de z), et si nos sume valore c in campo B(, x, y, h), que differ
de lim ite 6 minus que k(y z)j3 (quod lice), tunc, per propositione
precedente, B(c, y, z, h) continere in c-\-(z y) [f(b, y) (h -f- 7c/3)tti] ;
vel, per relatione inter b et c, continere in b-\-{zy)[f(b,y)-\-(h-\-2k/3)mn].

I TEOREMI DI PEANO SUI SISTEMI DI EQUAZIONI ECC.

Hp(l) . P2-4 o . a B(a, x , a r, f t ) B(c, y ,


3

(6

A ) . (1) O .

B(, ,*,>) n (6+ (z y) [/(^ 3/)+(A+ 2fc/3)ra]|

Hp(l) . d e B ( a , a r , z , A) ^
^ = [d +

185

(6

(2)

+ (* - y) [fl, y) + (h + 2fc/3)nin]).

d){w z)/(i/ at) |u, sHy\

gz = d . gy = b :

ue x ~ y O u . Dgw = (& d)/(y z) e /(&, y) + {k + 2k/3)mn o :


f(gu, u)\ < A + 2ft/3 + fc/3 = A + ft

(3)

Si literas serva valore precedente, existe valore commune ad


classes B de x ad z , et de y ad z ; sed secundo classe continere in
classe sapra scripto, ergo, si nos sume aliquo valore d in classe B,
de x ad 2 , et tale que m[(d b)/(z y) /(&, y)\ < h + 2fr/3, et si
nos voca g functione lineare, que pr valores z et y de variabile u
sume valores d et b, isto functione satisfac quattone differentiale
cum errore minore de h + k.
Hp(3) .3 . be B(d, 2 , y ,

*^*

Vi k-\-k)

(4)

Ergo 6 pertine ad classe B, ex dy de z ad y, pr errore minore de


h + k ; sed d pertine ad classe B, ex a, de x ad z y cum errore mi
nore de h , ergo cum errore minore de h -f- k j ergo b es valore de
solutione de sequatione dato que i ex a, de x ad y, cum errore mi
nore' de h + k.
(4) . Elim p , z t c ,d . Oper bz . 3 . P
Si ex (4) nos elimina literas p , z , c, d f que figura in hypothesi
et non in thesi, et que repraesenta elementos existente per hypothesi
de theorema, et si nos opera per ba, resulta Prop.

H yp P I .13:
0 ye x + nijt . 3 . A(a, x, y) = fi [B(a, x , y, k) |ftQ]

Def

In hypothesi de Prop. 1, super / , a, x, r, t, tunc, si y es in in


tervallo de x t ad x + t, nos pone A(a, x , y) = parte commune ad
omni classe B(a, a?, y, k ), ubi varia Zc, et sume valores positivo.
1

A(a> x 7x) = ia

[P*0 . P2*l .3 . P]

Hyp*0 . be A (a,

Hyp*0 .3 . AA(a, x, y) = A(a, a;, y)

y) . 3 . ae A(6 , y, x)

4 H yp0 . ze x ~ y . ce A (a,

2)

[P2'2 3 P]
[29 P2*2 O . P]

. 6 c A{c, 2 , y) O . fa A(a, a;, y)


[P2*3 3 P]

186

G IU S E P P E PEANO

*5-1

H yp P4-0 . 3 . a A(a, x, y)

In hypothesi supra scripto, existe aliquo individuo in classe


M a, x, y).
Dem.
keQ . P 3 l .3 - a B(a, x, y, k) . B(a, x ,y , k ) 3 a -)- r ra

. he die . P3'3 . 3 . AB(, x, y, h) z> B(a, x, y, le)

29 P2-3 . 3 . a

n B(,

y , ]c) |&Q -3 . p

In vero, pr omni k, classe B existe ; et si h < k, classe limite


de B pr h continere in B pr le ; ergo, per propositione de p r e
cedente, existe elemento commune ad omni B.
2

H yp l . be A(a, x, y) . ze x ~ y . 3 . g A(, x, z) p A(b, y, z)


Dem.

keQ . D ef A . 3 . be B(, x, y, k)

(1)

keQ . pk = B(a,x,z,k) . P'k = B (b,y,z,k) . (1) . P2.4 . 3 . a Pk o p'k

(2)

Hp(2)

heQ

h < k . A(p.l40) P l-4

P3-3

O .

\{pli n p'h) Z3 kph r, Xp'h.

ipii Z> Pk . iP'k 3 p 'k O . l(pk n P'h) D p k * p'k


(2) . (3) . 29 P2-3 .D . a H {ph * P'h \hQ).
n
3

(3)
(3)

^ p'h |AQ) 3 (fi PQ) ~ (n P'Q) = A(, x, z) ~ A (&, x, b) .3 . P


heQ .3 . a Ot n k3 [ye x -+- fcm, ,Z>V .

A (a, x,y)Z> a + (y x)\f(a, x) - f hxan]


[P3-2 .D. m Bt'lczlye x-\-km l . 3.B(n,a:,y,ft/2) D -|-(y)[/(,x)-\-hm\
. A(a, x, y) 3 B {a, x, y, hj2)j. 3 . P]

* 6.
' 1

weN, . Me ClsCw O . cou = i Cn n xa jre 1"* .3r< *V=


l'E r u ->Z3 [se 1"(r 1) .3. zs = #,])

D ef

weNj . Me CIsCm . a w l'm e Q . lu = u . 3 . wu e u

In P7 nos debe elige uno individuo in classe determinato, que


contine plure individuo ; et hoc per numero infinito de vice. Forma
de ratiocinio, ubi occurre electione de elemento arbitrario, per n u
mero infinito de vice, se p re s e n ta in plure libro ; observatione que

I TE O R E M I DI PEA N O SUI SIST E M I DI EQUAZIONI ECC.

187

iato electione non es licito, occurre in meo articulo de MA. t. 37


p. 210, a. 1890 et alibi. Vide EdM. t. 8 p. 145;
J o u r d a i n , Quarterly Journal a. 1907 p. 352,
Z e r m e l o MA., a. 1908 t. 65 p. I l i , etc. etc.
Ergo nos da lege, que, ad omni classe satisfaciente aliquo conditione, fac corresponde individuo in ce classe.
1 Si n es numero, et u es classe de complexos de ordine n,
tu nc aju indica ilio complexo x tale que suo primo coordinata ar,
sequa limite supero de primo coordinatas de individuos de w ; suo
secundo coordinata fequa limite supero de secundo coordinatas de
individuos de classe u, que habe n t primo coordinata a?, ; et in ge
nerale, suo coordinata de indice r vale limite supero de coordinatas
de individuos de classe w, que habe omni coordinata precedente
<equale ad coordinata jam determinato de x.
2 Si classe es existente, vel non vacuo, et lim itato et clauso,
tunc cou indica individuo in classe u.
Dem. pr n = 2.
H p o * E , u e Clsq . a E , m . l'm E , u e Q . AE, u E, u O .
x i = l'E j w e E t u .3 . a u n ys(yi a?4)
( l ) , # , = i i n ys(yl = x ,) .Z>. a Mi . u i Z> u .

x2 i ' e 2, *e 2m4 o- a
o . a w n y3(y x)

(1)
=? , .D.

i y^y<i=x) o- a ^ y3(yi= x i . y2= x 2)

x *w

Si nos considera successione composito ex classes sequae ad w,


tunc limite de successione es ipso classe u. In isto casa, theorema
de 29 P 2 -0 determ ina uno individuo in classe u, que es ipso wu.
Sed nos prsefer demonstratione directo de theorema.
3

meN0 . x, y e q O . Zm = x + (y x) ( 0 - 2 m)/2m

Def

Z = \ J ( Z m \m (N0)

D ef

* 7.
H yp P I . ye x -\- mt< . be A(a, x ,y ) . g = i (Cw F a f y ) gs
\g x = a . gy = b:
meN0 . ze Zm+ - Zm . z i = z {y ~ a;)/2m+ 1 . z2 = z + (y x)j2m+K
Z>. gz = co [A(gzu * z) ~ A(gzS) 8, z)] :
ze af^y Z .O . gz = i ( [A(pit, u, z) |u Z \ )
.D. ge Cn F x ~ y . Dg [f(gz, z)\z, x ^ y ]

188

G IU S E P P E PEA NO

Si n, a, x , f , r, t habe 8ensu u t in Prop. 1, si y es valore in in


tervallo de * t ad x -j- t, et b es complexo in classe A (a, x, y), et
si nos determ ina g, complexo functione definito in intervallo de x
ad y, per conditiones sequente :
Pro variabile x e t y ,g sume valores a et b.
Si nos divide intervallo de * ad y in duo parte acquale, et pone
z x - \ - ( y x)/2 , tunc existe classe commune ad A ( g x , x , z ) et
A {gyyy ,z)'} sume in isto classe individuo ct> ; isto es valore de gz.
Nos divide intervallo partiale in novo partes ; ita functione g es de
finito pr omni valore de classe Z ; vel pr omni puncto de divi
sione de intervallo x ~ y in numero potestate de 2, de partes 03,quale.
Si z es in intervallo x ~ y , sed non es aliquo puncto de divisione,
tu n c gz es elemento commune ad ornni classe A(gu, w, ), ubi u sume
omni valore in classe Z.
Tunc g es in realitate complexo functione dato in intervallo
x~~y, vel conditiones scripto defini functione, et g satisfac sequatione
differentiale dato.
Dem.
(et)

zeZg .ZX gz e Ora


[

zeZ0 : s : z = x ,u. 2 = y ; gx = a . gy = b O . Ths

Si z es uno ex extremos de intervallo a f 'y , tunc gz es complexo


determinato.
(a')

z, z'eZ0 O . gz' e A {gz, z, z')


[

O : z = x . z y ,u. z = y . z ' x .w, z = z ' .% .u. z = z = y :

P 4 '2 .P 4 l : =>. P
E t, si * et 2 ' es
classe A de gz ; nam
a u t aeA(b, y, x), quod
a u t bsB(b,y,y), quod
(fi)

]
extremos (coincidente a u t non), gz pertine ad
hoc significa a u t bsA(a, x , y), quod es hypothesi ;
resulta ex hypothesi per P4-2 ; a u t aeA(a, x , x),
resulta ex P4*l.

meN0 : zeZm O z . gz e Cw : z, z'e Zm . 1 . gz' A (gz, z, z )


:Z3: zeZn+x O z . gz e Cn : z, z'e Z m+1 O*,^. gz'e A (gz, z, z')
[

ze Z m+1 - Zm . z i= z ~ ( y x)j2m+1.

*)/2m+ 1 O .

z i,zi e Z m . 3 . gz% e A(gzl,zi,z2) .3 . ^i[A(gzl,zi,z) n A(gz^z^,#)].


l'm[

] eQ .

P4-3 . A(pag. 140) P l-4 1 O . A[

1=[

P6-2 ,Z>. w[

]C#

189

1 TE O R E M I DI PE A N O SUI S IST EM I DI EQUAZIO NI ECC.

. 3 . gz e Cn . gz e A(gzu z v z) , gz e A(gz2, zt , z)

(1)

ue Zm o x~~z O . gzj e A (gu,u,zt) . gz e A (gzv z v z) .3 . gz e A(gu,u,z)

(2)

ue Z m <-> 2~ y O . 0Z2 fi

2)

e
. (2). (3) .Z3. gz e A(gu, u, z)

(3)
(4)

z2,z2,z) .3 .

z,z' e Z m+1 - Z m . z" e Z m ~ z ~ z ' . 3 . ^z" e A{0 z,z,z") . grz' e A(gz",z,z')


. 3 . gz e A(gz, z, z')
(1 ).(5 ).3 . P

(5)

Si functione g es definito pr punctos de divisione de inter


vallo x ~ y in 2fon partes, et semper, si z et z' es punctos de divi
sione, gz' es A de gz ; tunc functione g es etiam definito pr punc
tos de divisione successivo, et satisfac idem conditione.
In vero, si z es puncto de divisione in 2,\(m-\-l) partes, distincto
ab punctos de divisione in 2jw partes, et si nos voca z i et z2 punc
tos de classe Z m que contine z, tu n c gz2 es A de gzt 5 ergo classe
commune ad A ex gzlt ab z t ad 2 , et ad A ex gzs, ab z2 ad z, es
non vacuo, lim itato, clauso ; ergo operatione co da individuo deter
m inato in classe.
(2)(3)(4)(5) dem onstra secundo parte de theorema.
(y)

zsZ.Z). gz s Cn
[

z,z'e Z . 3 . gz' e A(gz, z, 2 ')

( a ) . (a') . (fi) . Inductione .3 . P

Ergo, pr omni puncto de divisione de intervallo x*~y in partes,


in numero arbitrario, semper es determ inato g, et omni valore de
functione g es A de omni alio, pr variabiles in campo Z.
(<5) ze aT^y . 3 . gz e Cn
[ ze x~^y~Z . ue Z n x 2 . ve Z <1 z y . (y) . 3 . gv e A(gu}u,v)
. P5-2 . 3 . s {A(gu,us) n A(*gv,vp)\
.u'e Z u 2 . 3 . A (gu',u,z) 3 A(gu,u,z) (*)
ze x ~ y Z . ve Zr\z"~y . 3 . a (fi [A(gu,u,z) |m (Z'\x~z)\nA.(gv,v,z)\
ze x " y Z . 3 . 3 (D [A(gu,u,z) |w (Z x ^ zj] fi [A(gv,v,z) \vl (Z~z~y)]j
.3 . a fi [A(gu,u,z) |w Z\

(1)

c,d e fi [A(gu,u,z) |uZ\ . ueZ .3 . c,deA(gu,u,z) 3 gu-\-(zit)(J/2)mn .3 .


m(cd) e 61 m(zu)

. 3 . m(cd) e 0xl,m [(zu)\u( Z\


. 3 . m(cd ) = 0 .3 . c = d

(1 ) . (2 ) . 3 . P

(2)

(*) Qneata affermazione conseguenza della (y) e della P2-3.

U. C.

9 0

G I U S E P P E PA N

Nunc nos demonstra que pr omni valore de intervallo de x ad


y , functione g e i determinato.
(e)

z, z'e gH y .3 . gz' e A{gzf z,z')


[ zeZ . z'e x ^ y Z . D ef gz . 3 . Ths
z,z'e x ^ y Z . z"e z ^ z '

(1)

Z . 3 . gz e A{gz,z,z") . gz' e A{gz'\z" ,z')


.3 . Ths

(r ) . ( l ) . ( 2 ) . 3 . P

(2)

E t que omni valore de functione es A de omni alio.


(C) ze x ~ y .3 . T)gz = f(gz} z)
[ heQ . P5*3 .3 . g; Qnfesftee x ^ y (z-^-km^ . 3 .
A(0 z,z,) 3 0z + ( z)[/(0 z,z)+ftra ] .3 .
gu e

,3 .

m[{ffu gz)/{u z) f(gzyz)\ < A) . 3 . P }


Ergo functione 9 satisfac equatione differentiale dato.
(6M 0.3.P

* 8.
1

H yp P I

. ye x +

. &.A(, a?, y) .3. g

(Cn F a O /) n g 9

(ila: = a . sy = t> . Dp = [f[gz, z) |z, aT>]}


I n hypothesi dato,
tunc existe complexo g
que pr extremos x et
tione differentiale dato.
2

[ P7 .3 . P J

si b es uno ex valores in classe A (a, x, y),


, functione definito in intervallo ab x ad y ,
y sume valores a e t , et que satisfac sequaSeque de Prop. precedente.

H yp P I . 3 . a [C F {x + fui,)] n ga [gx = a . gy = &.

D0 = Iftffz, *) K * + to ij)
[

P*1 . Elim & . P5-1 . 3 . P-2

PI

Ergo, existe complexo g, functione definito in intervallo ab x t


ad ar+f, que pr .valore x sume valore a, et in toto intervallo sati
sfac fequatione differentiale d ato ; quod es theorema P I , demonstrando.
Si A(a, x f y \ que es classe non vacuo, u t es dem onstrato in
Prop. 5*1, contine plure individuo, nos pot sum e plure valore b in
ilio, e t resulta plure functione que satisfac q uatton e d ato, e t que
pr variabile = x sume valore a.

I T E O R E M I DI PEA N O S t/I SIST EM I DI EQUAZIONI ECC.

191

U t isto functione es unico, id es, u t functione es determinato


per aequatione differentiale, et per valore initiale (a, x), es necesse et
suffice que classe A(, x, y), pr omni y, contine uno solo individuo.

* 9.
H yp P I . l'm U Dgj f(a -j- rm n i x -|- tftu,) e Q . g, g'g Cn F [x -J- *<n,).
gx == g'x = a . Dg = \f{gz, z) \z, x + tni,].
W

= \f{g'z,z) K * + nij .3 . g = g'

A d hypothesi Prop. 1, nos adde novo conditione. Considera


f(a , x) u t functione de suo primo elemento ; et fac suo derivata.
Isto derivata es derivata partiale, indicato per D ,/(a , x), in
pag. 328. Sed a es complexo ; ergo nos es in casu de pag. 330, et
D ,/( a , x) re p rss e n ta substitutione de ordine n, id es substitutione
expresso per matrice que habe pr elementos derivatas partiale de
n coordinatas de / pr n coordinatas de a.
Pro majore generalitate, nos non suppone existentia de deriva
tas ; ergo nos considera derivata generale, supra definito.
Nos adde conditione que limite stiper de modulo de omni va
lore in classes de derivata generale de / , pr primo elemento, ubi
duo variabile varia in campos dato in Prop. 1, es finito. Hoc signi
fica que omni derivata generico partiale de coordinatas de / pr
coordinatas de a, es minore de q uantitate determinabile. Id es,
m[f{d, u) f( d ', u)]/m(d d')
pr omni system a
d , d ' e a - \ - rutn, u e x -f- ira,,
habe limite supero finito.
Tunc, si g et g' es duo functione, que habe idem valore a pr
variabile = x, et ambo satisfaciente aequatione differentiale dato, ilio
es semper identico.
Id es existe uno, et uno solo complexo functione definito in in
tervallo de x t ad x
1, que pr variabile = x, sume valore a,
et que satisfac aequatione differentiale dato.
Dem.
H p . p = l'm U D g j/(...) . d, d'e a

rn i 0 . ue x -j- tra, .D.

m[f(d, w) f{d', u)\ ^ p X m(d d')

(1)

H p(l) . ue x -(- 6t . 3 . Dg m(gu g'u) 3 m{T)gu Dg'u) Q 0


3 m[f[gu, u) j\g'u, u)] Q 0

o P X m(gu g'u) Q 0

G I U S E P P E PE A N O

9 2

. 3 . [Dg m(gu gu) p x m ( g u g 'u ) ] x e ^ pu) 3 Q0


.3 . D g [m(gu g'u)Xefi(pu) \u, x-}-9t}u 3 Q0
.3 .

A[

|m; x , u ]

.3 . m(gug'u)xefr(pu) g O . 3 . m(gug'u)= 0
. 3 . gu = g 'u

(2)

(2) 3 P
I n vero, si nos voca p limite supero de modulos de derivatasubstitutione de / , pr primo elemento, in toto campo supra consi
derato de duo elemento, limite supero que es finito, tunc mod(firg'u),
ubi varia it, es nullo pr u = x, et suo derivata generale es classe
de valores minore de p x m(gu g'u). Ergo isto functione satisfac
in-aequatione differentiale lineare, simile ad quattone differentiale
lineare, tractato in pag. 323Nos tracta in sequatione in modo analogo.
Multiplica per e/|(pu), resulta functione que habe derivata ge
nerale negativo a u t nullo ; ergo suo incremento es negativo au t nullo ;
sed pr u = x, functione es nullo ; ergo ilio, que non sume valores
negativo, es semper nullo ; id es, pr omni valore de u, es gv, g'u ;
quod significa g = g'.
*10.

Exemplo.

1 / e qF q . D / = [3 (/*)*(:2/3) |, q] . = .
/ = ( t 0 q) . u.
a q 03 [ / = (tO i a Q0) ^ [(x a f \x, a + Q 0]j .^.
a 4 a3 1 / = [()s |*> Q0] u (*0 + Q 0)|
a (a, b)3 (<?, 6 e q . a ^ b . / = [(*a)3 \x, aQ0] <->(iO i a~~b)
[ ( iS_ 6 )8

|x>l+Qo]]

Omni / , functione reale de variabile reale, que pr omni x , sa


tisfac sequatione
D / r = 3(fx)j(2/3),
a u t es semper nullo,
a u t es nullo de oo usque ad aliquo valore finito a, et de isto
valore in post, habe forma (x a)3,
a u t habe forma (x a)3 pr valores de oo ad c, et es nullo
de a ad -}- oo,
a u t de oo ad valore finito a habe forma (xa)3, de a ad
valore maiore b , es nullo, et de 6 ad
co habe forma (x )3.

I TE O R E M I D I PEA N O SUI SIST E M I DI EQUAZIONI ECC.

193

Ergo existe infinito functione, que satisfac quattone differen


tiale et que pr valore arbitrario a, sume valore 0.
2 f e qFq . D / = [x3(/*)/(a?4 + [fx f] \x, q) . = .
a q o c s ( / = [c V(c2 + x4) \x, q])
Omni solutione de quattone differentiale scripto in primo mem
bro habe forma scripto in secundo, ubi e es constante arbitrario.
Si per c > 0 nos sume radicale cum signo , et per c < 0 , ra
dicale cum signo -|-, resulta solutiones, in numero infinito, que sa
tisfac conditione / 0 = 0.
D'fx es dato u t functione continuo de x et f x , si ad expressione,
pr x = 0, f x = 0, nos tribue u t valore suo limite 0.
Hi&toria
C a u c h y , Hxercices a. 1840 p. 327, demonstra theorema P I et
P9, in hypothesi de existentia et continuitate de D , / , id es, de deri
vatas partiale de coordinatas de / pr coordinatas de a.
L i p s c h i t z , A nn. di Mat. a. 1868 p. 288, BD . a. 1876 p. 149,
expone theorema eq u iv alen te ad P9.
Me habe reducto in symbolos demonstratione in :
D m onstration de lintgrabilit des quations diffrentielles
ordinaires, MA. a. 1890 t. 37 p. 182. Yide :
Torino A. a. 1886, A nnN . a. 1892 p. 289.
G. Mi e , MA. a. 1893 t. 43 p. 553.
Encyclopadie t. 2 p. 197.
E x dem onstratione resulta que, pr existentia de solutione, suffice
que functione / es continuo.
Demonstratione in pag. 416-428 es reproductione de dem onstra
tione nunc citato, post aliquo reductione de ratiocinio et de scriptura.
Ch. d e l a Y a l l e - P o u s s i n, BruxellesM. t. 47 a. 1893, et
C. A r z e l , BolognaM. t. 5 a. 1895 p. 225, t. 6 a. 1896 p. 131,
dem onstra que in hypothesi de continuitate de /(a , as) pr a, e t integrabilitate pr x, classe B verge ad limite A.
W . F. O s g o o d, Monatsh. t. 9 a. 1898 p. 322 dem onstra que so
lutione de quattone differentiale es univoco, non solo in hypothesi de
Prop. 9, sed et si m[f(d,u)/(d',w)]/m[(<Td)log m(dr (7)]
vel

/m[(d'(Z)logm(rf'<Z)loglog m(d'<Z)]
etc., ubi d,d',u varia in campos indicato in Prop. 9, habe limite su
pero finito.
13

194

G IU S E P P E PEA NO

Univocitate subsiste et in alios casu. P . ex. ^quattone T>gx


f(S x)i si / non es nullo, habe solutione unico, u t resulta ex P ll- 2 ,
et nullo hypothesi es facto super derivata de / .
Yide : B l i s s , The solutions o f differential quations..., A nnals of
Math. s. 2 t. 6 a. 1905 p. 49.
B o i z a , AmericanT. a. 1906 t. 7 p. 464.

(28). VALORI APPROSSIMATI


PER LAREA D I UN ELLISSOIDE
(Rendiconti della R. Accademia dei Lincei, Serie 4*, Voi. V I, 2 Sem., A . 1890, pp. 317*321)

Sia E larea totale dellellissoide, in coordinate cartesiane :

Il sig. Boussinesq, nel suo Cours dfAnalyse nfinitsimale , Pa


ris 1890, tome II, pag. 74*, propone come valori approssimati di E
le due quantit

Egli riconobbe che E" approssimato ora per difetto ed ora per
eccesso, ma non diede alcun criterio per riconoscere i limiti dellerrore.
Si pu dimostrare facilmente che anche E ' approssimato ora
per eccesso ed ora per difetto ; e che lerrore relativo commesso pren
dendo E ' ovvero E" invece di E pu diventare comunque grande.
Invero, facendo tendere c verso zero, si avr

quindi supponendo a sufficientemente prossimo a ft, e c sufficientemente piccolo, E ' ed E" sono minori di E. Se invece si fa crescere
a
o

b
a

, il trinomio - r - A--------h

6 1

pu diventare comunque grande : e

E;
E*
e^
ii i rapporti ~ ed possono superare ogni limite dato.
quindi
iu
hi
hi

1USEP>E PEA N

In questa N ota sono contenute alcune formule semplici di ap


prossimazione per E, e i limiti degli errori corrispondenti. Pongasi
(1)

x a senO cosv' = X , y = b sen0 seny = bY , z = e cos0 = cZ.

Si avr
(2)

X 2 + Y 2 + Z2 = 1,

e il punto (X, Y, Z), corrispondente al punto {x , y, z) dellellissoide,


descriver una sfera. Pongasi ancora
(3)

dea = sen 9 d9 dy>,

sicch dco lelemento infinitesimo di secondo ordine di questa su


perficie sferica. Si avr
(4)

E = J ^ i2c2X 2 - f c W

+ 2&2Z2 dco ,

ove lintegrale esteso a tu tta la sfera (2), vale a dire le due inteTt
grazioni rispetto a 9 e xp si faranno fra 0 e , e si moltiplicher
il risultato per 8. Supponiamo a > &> c. Allora sar ho <. ca < ab ;
e sostituendo in (4) al posto di ca e ab la quantit minore bc, si avr
(5)

E >

bc.

Analogamente, sostituendo in (4) ab al posto di bc e ca, si avr


(6)

E < 4 ti ab .

Facendo nella (4) c = 0, si ha la formula (evidente)


(7)

E > 2 ti ab .

Quindi, se si prende come primo valore approssimato


(8)
si avr
(9)

E j = 4 ti ab ,
- E 4 < E < E , .

Si pub, con maggiore approssimazione, prendere la media a rit


metica dei due limiti dati dalle (5) e (6), comprendenti E, ossia porre
(10)

E 2 = 27i (ab + bc) = 27tb ( -f- c)

P er giudicare lerrore E E 2, pongasi


(11)
Si avr

A = bc,

B cn,

C = ab.

+ B 2Y2 + C2Z2 dco

(1^)
E2

2 ti (A + 0)

197

VALORI A PPRO SSIM A T I P E R LAREA DI UN ELLISSOIDE

Se qui, ove A < B < O, si pone al posto di B successivam ente A


e C, si avr
f ^A2(X2 + Y2) + C2Z2 da>
/I Q\ [_________________________/
l J
2n (A + C>

f (/A 2X 2+ C2(Y2+ Z2) dm


___ / J_______________________
E^
2n (A + C)

e introducendo le variabili 0 e y>, ed eseguita una integrazione


71

~2
. y f fA 2 senz0 + O2 cos20 sen0 d9 <
A + CJ
(14)
2
<

J ^A2 cos20 -)- C2 sen20 sen 9 d9,

( j __a
e fatto | = le, cos9 = x, si avr :
C
|- A
1
X
(15)

ft*

(16) | ( l + l

k f + 4 kx2 dx

+ ft)2 4 fez2 dx

< |

< < 1 10+

9^2

c tongl .

Sviluppando in serie :

(17)
< 1 + T * + m

i ' - 3 ^ * , + 5 X 9 4 - ' -

Il primo membro, che vale 1 per fc=0 e per fc = l, ed per gli altri
valori di k minore dellunit, diventa minimo per u n certo valore
43
di le. Questo minimo maggiore di , il quale il minimo della
4o

somma dei primi tre term ini ; onde si avr

i>SE
E siccome precisamente eguale al primo membro della (17)
-k2
quando 6 = a, si deduce ebe P a r e a d e l l e l l i s s o i d e d i r i v o
l u z i o n e s c h i a c c i a t o , di s e m i a s s i a e e , a > c, m a g

198

QIUSEPPE PEANO

g i o r e di

m a n e d i f f e r i s c e m e n o d i - d e l

2 n { a b - { - b 2),

suo valore,
Si riconosce parimenti che lultimo membro della (17), cresce
col crescere di k, e il suo massimo valore, per k =
(19)

1,

Tt

j onde

0,89 E 2 < E < 1,57 E 2 .

Sommando i tre primi termini nelle serie di (17), si avr a


fortiori :
,nA. J ,a 4 - 2 c , . (a c)2 26
, 2 a + c . . (ac)2 2 b
(2 0
7ib\- -----H r - < E < 4 7 r6 g + n K AKl .
'
3
1
15 a + c
3
1
15 a + c
Un valore approssimato di E, semplice ed importante,
(21)

E 3 = 4,

a6

+ ; c + tc .

Esso sempre approssimato per difetto, ossia


(22)

E > E3 .

P er dimostrare questa formula mi servir dun processo analogo a


quello da me seguito altrove per calcolare valori approssimati per la
lunghezza dellellisse (*). Pongasi :
TT = b*c* X 2 + c V Y2 + a12 Z 2
(23)

V = Se X 2 + ca Y2 + ab Z 2
W = a2 (6 c)2 Y2 Z2 +

62

(o a )2 Z2X 2 - f c2 (a )2 X 2Y2

Si avr
(24)

tr = v + f r ^

onde U > V, ed integrando si ha la formula (22).


Lerrore R 9 = E E q dato da
w
JJ^V

(25)

e siccome T J + . V compreso fra 2 bc e 2ab, V / W dco si eseguisce


immediatamente, si avr
(26)

Es > i Y b [a%{b ~ 0)2 + 62

(27)

Bj < f b

[2

{b

+ * ( - 6>si

0)2+ 52( - c>2+ c2( - V] '

(i) Comptes rendus des sances de lAcadmie des eoiences, 1889, p. 960.

VALORI A PPRO SSIM A T I P E R LAREA DI UN ELLISSO ID E

199

Ricorrendo ad alcune diseguaglianze algebriche, dalle (26) e (27) si


deduce a fortiori :
(28)

-i- n
(a c f < R 3 <
n
o
a
lo c

(a c f .

E
I l rapporto , che si visto essere maggiore di 1 , diventa
8

massimo per c = 0 , come si potrebbe dimostrare, sicch si ha


(29)

E3 < E < - E 3.

D alla (2 2 ) si deducono a fortiori


ab -I- 2 bc
" 3

(30)

E > 4*

(31)

E > 4ji (abcf.

Essendo E funzione omogenea di secondo grado in a, b, c, pos


siamo determ inare quella funzione intera di secondo grado in a ,b ,c
che pi si approssima ad E, p. e. quando si suppongano infinitesime
le differenze a 6 ed a c. Q uesta funzione intera che si appros
sima pi di ogni altra, quando lellissoide ha forma prossima alla
sfera,
(32)

E 4 = 4 all + al + b -\- - L [ ( a -

b f + (a -

c f + (b -

c)2]

I l primo term ine in E 4 appunto E 3 . Si pu pure scrivere :


(33)

E = i n

(34)

E 4 = 43!

4 ab -f- ac -f-

1 a 2 + 62 +
5
3

P e r calcolare lerrore R 4 = E E 4 , conservando i significati


di U e V dati in (23), pongasi
(35)

M = 4 - (a b f X 2Y2 + -~ (a c f X 2Z2 - f
(b c f Y ^ 2.
2
2

Si pu verificare che V -)- M il%polinomio intero in a, b, c


che pi si approssima ad U ; e si h a appunto / ( V -f- M) dai E 4.
Pongasi ancora N = (a b f [(c2 ab) X 2Y2Z2 + c (c 6) X 4Y2 +
-)- c (e a) X 2Y4] + due term ini analoghi. Si avr
TT

N M2

200

G IU S E P P E PEA N O

_
4

f y M2
j u + T-i-M

Approssimando questo integrale, come si fatto per E g , si


ha infine :
(36)

E 4 > 0,052.4 k " (<t ~ 0)8 0,004.471 ^ ~

(37)

E 4 < + 0,052.471 U (a ~ C)8 .

bo

OC

bc

(29). SOPRA ALCUNE CURVE SINGOLARI


(A tti della Reale Accad. delle Scienze di Torino, Voi. X X V I, A . 1890, pp. 299-302)

Lo S taudt, nel 11 della sua Geometria di posizione, tra tta per


via sintetica, di alcune propriet della tangente e del piano oscula
tore ad un a curva qualunque. Queste propriet si dimostrano in cal
colo infinitesimale colla formula di Taylor ; quindi si suppone che le
funzioni che si considerano siano sviluppabili con questa formula.
Invece lo S ta u d t non assoggetta le curve chegli considera ad alcuna
condizione, salvo quella della continuit. Io mi propongo di dimo
strare con esempi che quelle condizioni restrittive sono necessarie, e
che quindi le proposizioni enunciate dallo S ta u d t non sono rigoro
samente vere ; e pubblico questi esempi, che credo nuovi, colla spe
ranza di invogliare qualcuno a rendere rigorose le proposizioni e di
mostrazioni di S taudt, senza abbandonare il campo sintetico.
Lo S ta u d t al N. 144 enuncia una proposizione, che in linguag
gio ordinario suona : Se P e P ' sono due p u n ti d una curva piana,
avente tangente in ogni suo punto, col tendere di P ' a P, il punto
d incontro delle tangenti t e 1? in P e P ' ha per limite il punto P .
Si p o s s o n o i n v e c e d a r e d e l l e c u rv e , p e r cu i, col
t e n d e r e d i P ' a P, i l p u n t o t t ' n o n t e n d a a d a l c u n l i
m i t e . Sia lequazione y = x z sen - - (e per x = 0, sia y = 0) ; la
y funzione continua di x ; perci questa equazione rappresenta una
curva continua, passante per lorigine, e poich lim = 0, avente
xo %
ivi per tangente lasse delle x. Considerando un altro punto q ua
lunque di ascissa x , si avr

= y' = 2x sen ----- cos , e il


da;
x
x
punto d incontro della tangente ivi colla tangente allorigine avr

202

G IU S E P P E PE A N O

per ascissa
x i sen
x

2x s e n --------cos
x
x
V'
e per ordinata 0. Facendo tendere x verso 0, lascissa x ------ r , non
tende ad alcun limite, ma ha per estremi oscillatorii oo e + oo.
Quindi il punto d incontro della tangente in P colla tangente in 0
non tende ad alcun limite ; ma preso ad arbitrio un punto A sullasse
delle x, in ogni arco di curva, arbitrariam ente piccolo, avente un
estremo in 0, ci saranno sempre dei pu nti in cui la tangente viene
a passare per A . I n questa curva, y \ col tendere di a: a zero, non
tende ad alcun limite, ma ha per estremi oscillatorii - 1 e + 1 ;
quindi la tangente in P non tende ad alcun limite col tendere di P
verso 0 .
Nellesempio precedente la curva incontrata dallasse delle x
in infiniti punti nelle vicinanze dellorigine. La curva

incontrata da ogni re tta in un numero finito di p u n ti; ed ha le


stesse propriet della precedente.
Si possono dare delle cu rv e per cui col te n d e r e
d i P' a P, l a t a n g e n t e t' a b b i a p e r l i m i t e t, s e n z a c h
i l p u n t o t t' t e n d a a d a l c u n l i m i t e . Sia la curva :
y = x a sen
x
E ssa passa per lorigine, ed ha ivi per tangente lasse delle x. Si ha
y' == 3x2 sen ----- x cos , e lim y' = 0 ; onde la tangente nel
X

xQ

punto di ascissa x ha per limite la tangente nellorigine. Ma lascissa


del punto dincontro delle due tangenti
a? sen
x
y

3x s e n --------cos
x
x

col tendere di a; a zero non tende ad alcun limite, ed h a per estremi


oscillatorii oo e + oo .

203

SOPRA ALCUNE C U R V E SINOOLARI

S i p o s s o n o d a r e d e lle c u r v e p e r c u i, col t e n d e r e
d i P' a P, l a t a n g e n t e t' a b b i a p e r l i m i t e t, e i l p u n t o
t t' t e n d a a d u n l i m i t e , s e n z a c h i l l i m i t e d i q u e s t o
p u n t o s i a P . Sia la curva di equazione
(
- 1
y = x> + z 2 (sen 3
-

- 1\
cos
.

E ssa passa per lorigine, ed ha ivi per tangente lasse delle y .


Si ha :
- 1
- 1
co3 ^T + sen3 13-

fi

? i \

--------;---------- 1- 2x ( sen 3 5- cos 3 -)


i l
i l
\
*
* /
cos* r9 sen

y = -3-* 3'

Il terzo term ine in y' tende a 0 ; la somma dei due primi term ini
si pu scrivere
cos
~

x* 2

E n tro le parentesi, il primo term ine tende a zero ; nel secondo


term ine il num eratore compreso fra 1 e 3^2 ; il denominatore , in
valor assoluto minore dellunit ; quindi il secondo term ine in v a
lor assoluto maggiore di 2. Moltiplicando per
si deduce lim y' = co ; e si ha pure lim xy' =
25 0

, che tende ad
00

00,

. Q uindi la tan-

35 0

gente nel punto di ascissa x ha per limite lasse delle y , cio la


tangente nellorigine ; il punto d incontro delle due tangenti, il quale
ha per ascissa 0, e per ordinata y xy', col tendere di x a zero,
poich lim y = 0 e lim xy' = 0 0 , tende verso il punto allinfinito
dellasse delle y.
Analogamente, ammessa puram ente la continuit duna curva
gobba, se P e P ' sono due pun ti di essa, t e ? le tangenti, n e r i
i rispettivi piani osculatori, non si possono enunciare, con Staudt,
le proposizioni :
Il piano
? (N. 146).
Il piano
La re tta
H punto
Il p unto

71 il limite del piano passante per t e parallelo a

n il limite del piano P ? (N. 148).


t il limite della re tta n r i (id.).
P il limite del punto t r i (id.).
P il lim ite del punto ? n (id.).

(42). SULLA FORMULA D I TAYLOR


(A tti della Reale Accad. delle Scienze di Torino, Yol. X X V H , A. 1891, pp. 40-46)

Questo lavoro, eh contiene lo sviluppo di u n a funzione in u na serie asinto


tic a di potenze, si collega al lavoro n. 19 (del 1889). Esso stato pubblicato
anche in tedesco, come appendice I I I , all'edizione tedesca del tr a tta to di Calcolo
del 1884 (lavoro n. 8' del 1899, pp. 359-365).
U. C.

La formula di Taylor, che si pu considerare come fondamentale


del calcolo infinitesimale, si enunci, fin dopo Lagrange, sotto la
forma :
/ ( * + l) = f { x ) - \ - h f (x) +

f " {*) + etc.

senza alcuna preoccupazione sul significato preciso di questa egua


glianza.
Ma dopo la distinzione accurata delle serie in convergenti e
divergenti, nel corrente secolo la si ritiene valida solo quando la
serie del secondo membro convergente, ed ha per somma il primo.
E poich la serie scritta pu essere divergente per alcuni, e anche
per tu tti i valori di h, ovvero essere convergente e non aver per
somma il primo membro, ne viene di conseguenza che la formula
perde ogni valore teorico, ed in ogni caso pratico bisogna esaminare
se la formula sia vera o non.
Ma la stessa formula si pu interpretare in un altro modo, indipen
dentem ente dalla convergenza delle serie, e allora la formula suddetta
sussiste qualunque sia la funzioner;), purch avente le derivate che
si scrivono. Oggetto di questa N ota appunto questa nuova in ter
pretazione. Dico nuova, perch in nessun libro (chio sappia) espli
citam ente enunciata ; per essa estremamente affine a ci che
scrissero tu tti gli autori, studiando le serie senza preoccuparsi della
loro convergenza j ed anzi in certi pu nti non faccio che rienunciare,
legittimandole, le loro proposizioni.

SULLA FORM ULA D i TAYLOR

205

Sia / (x ) un a funzione reale della variabile reale x. Suppongasi


che col tendere di x a zero, f(x) tenda ad un limite 0 . Se f ( x )
continua, sar a0 == /(0). Allora f(x) a0 una q uan tit infinitesima
con x , la si divida per x, e si passi al limite facendo tendere x a
zero. Si supponga che questo limite sia determinato e chiamiamolo ai :
i im m

= 3
/

.
*

Allora la differenza

------- 2 a infinitesima con x : divix


1

diamola per x , e passiamo al limite, e sia


f V ) 0
X

l i m ---------------------=
- ^ - ^ *
______ - = lim
l i m^
X

X*

= a2
*

e analogamente sia
/ ( * ) o

a.
do
~
2 iim -LU.---------o---f ( x ) an i-------------2
a. x a9 x 2 _
l..i m -----------------------------
x
xd
*
e cos via.
Con questo processo, data la funzione f{x), deduciamo una suc
cessione di qu an tit reali a0 , at , a2 , . . . , la quale pu continuare
indefinitamente (cosa che avviene nei casi pi comuni) ovvero arre
starsi quando uno di quei quozienti non ha pi un limite determi
nato e finito.
Noi converremo di scrivere :
f ( x ) = a0 + jff + azx z

anxn + ecc.

...

(1)

per indicare che


/( * ) ~ o ~ i* ~ -atx nm

- ~ a-!*71- 1 _ . n . . . . W

A dunque il significato del segno = nella (1) non quello che


la serie del secondo membro sia convergente ed abbia per somma
f( x ) , ma quello espresso dalla formula (2). Questa formula si pu
pure scrivere sotto le forme :
/ ( * ) n atX ... an- 1"- 1 anxn

lim*' ------ 2-------!---------------- 2-J------------ 2_ = o ,

x-0

f( x ) = ag

Xn

atx

... -|- anxn -|- axn, ove lim a = 0 ,


0

...(3 )
\

. . . (4)

Giu s e p p e

206

peano

e si pu anche enunciare cos : leguaglianza (1) sta per indicare che


la differenza fra f ( x ) e il polinomio a0 + atx +
infini
tesima con x, dordine superiore all0.
Se f ( x ) sviluppabile in serie secondo le potenze ascendenti di
x, fino al term ine di grado n, secondo la formula (1), il che significa
se esistono le quan tit determ inate e finite a0 a, . . . an che soddisfano
alla condizione (2), allora, come facile a vedere, si avr :
l i m / (x) - - a0
,
ao2 a.
bm / ( * )-----x

, / ( * ) a0 alX n-2*-2 _
l i m --------------------- "-1?
ossia la (2) h a per conseguenza tu tte quelle che da essa si deducono
leggendo al posto di n , uno qualunque dei numeri di esso minori.
Diamo ora alcuni teoremi sulle operazioni su questi sviluppi.
T e o r e m a I . Se

f ( x ) = .0
(atx -f- ... -j- anxn

ecc.,

e
(p[x) ba -)- btx

bnn + ecc.,

sar
f(x ) +

cp{x) =

(0 +

b0) - f (a, + 6 4) x +

... +

(a - f i n) x n +

ecc.

Infatti scritto f(x) sotto la forma a0


|... anxn + axn, e <p(x)
sotto la b0
bn x n -\- fixn , sommando sar f(x )-\-< p (x) =
= K + bo> + - + K + bn)
ove si fatto y = a + /J ; e
poich a e /? sono infinitesimi con x, anche y infinitesimo con x,
ossia sussiste la formula a dimostrarsi.
T e o r e m a I I . N ella stessa ipotesi sar :

/(x)X < p(x)= a 0b0-\-(a 0b1-\-a ib0) x -{- ... -f(a 06-)-a1&n_ i-|- ... + a 6 0)ap"-f- ecc.

Dimostrazione analoga.
T e o r e m a I I I , Se

f{x) = a 0 + * + - +

+ ecc.,

e
yj(x) =

c0

cix +

-f- o"* +

e c c .,

Su l l a

form ula

Di Ta y l o r

e supposto a 0 non nullo} si ricava/no le

b 0b j . . . b n

I- flj&g == Cjj ... , a>Qbn |

a0b0 Cqj

207

dalle equazioni :

i -j- ... ~j~

o,

si avr .*
in (rrt\

1>0 + bxx + b^xr + ... + bnPn + ecc.

/<*)

Se lespressione /(a? + A) si pu sviluppare secondo le potenze


di ft, nel significato definito, e si ha:
f (x

a i^ I"

h) = a0

H ecc*

sar a0 = lim/(a? -f- ft) 5 quindi se /(# ) continua pel valore consi*
A0

derato di a?, sar a0 = f{x).


f i x + h) f (ix)
In questa ipotesi sar j = lim 1^---- 'L^ - L j quindi f[x) ha
A

derivata pel valore considerato, e questa vale at .

T e o r e m a I V . : Se la derivata f'(x + h) si pu sviluppare in


serie secondo le potenze di h fino al termine di grado n , cio :

f ' ( x + ft) = f \ x ) -\- Ojft -|- fl2ft2 + ... + anhn + ecc.,


sar
J,2

f ( x + h) = f(x) + h f ( x ) 4 - o 4 _

7,3 .

frH * i

+ o2 +

^ - j - y + ecc.

Infatti completando il polinomio del secondo membro con ftn ,


ed integrando, rispetto ft, si avr
h
f ( x + ft) J\x) = ft/'(ar) + ... + an r-T +
+

I aftn dft .
0

r
ft"+i
Ma lultimo termine si pu scrivere f} J hndk = ( n _^_i > ove ?
o

uno dei valori di a nellintervallo da


tesimo, lo pure fi.

ad ft ; e poich a infini

T e o r e m a V. Se f(x) ha le successive derivate, fino all nma.


pel valore considerato di x, si ha :

/ ( * + *) = / M + f c /'M + - + 7 f / (*) + ecc-

Infatti, per ipotesi, si ha :


lim Z - 1^ + ) - / - > ) = / ( > w

'

208

G IU S E P P E PEA NO

ossia
/<- (X -|_ h) = /( - 1 ) (*) - f &/() (a;) -j- ecc..
integrando rispetto h, vale a dire applicando il teorema precedente,
si ha :
/( " 2) (x -f- l) = / < n- 2) (x) -j-

(x ) -\ f (n) (x)
A

ecc.,

e integrando ancora n 2 altre volte si ha la formula cercata.


Questo ultimo teorema fu gi da me dato nel Mathesis, t. IX,
p. 110.
Cos restano, interpretate alcune formule e legittim ati alcuni
passaggi affatto comuni nei Matematici dei secoli scorsi.
Si osservi per che dal fatto che f ( x -\- l) sviluppabile se
condo le potenze di li,
f(x

A) = #o + aJ l + a 2h2 + + aJin + ecc.

non ne deriva la sua continuit. Cos f(x) pu essere, come gi si


osservato, discontinua pel valore considerato di x, se f (x -\- li) tende
ad un limite diverso da f ( x ) col tendere di li a zero. Supposta la
continuit di f( x ) , pel valore considerato di x, non ne viene la sua
continuit nelle vicinanze di esso. Cos se indichiamo con E (z) il
massimo intero contenuto in z , e poniamo 9(z) = z E(z) , allora
la funzione

ove si convenga di attribuirle il valore 0 per x 0, continua per


x 0, sviluppabile secondo le potenze di x fino al term ine di grado
n (e tu tti i coefficienti sono nulli), ma essa discontinua in ogni
intorno del valore

attribuisca il

valore 0 per x = 0, sviluppabile indefinitamente, e tu tti i coeffi


cienti sono nulli ; per essa discontinua in ogni intorno di 0.
Se / { x
li) sviluppabile secondo le potenze di li, ed con
tinu a pel valore considerato di x, cio se
f { x - 1- li) ==/(#) + aih +

+ ecc.,

ne viene di conseguenza, come gi si detto, che ,= /'( ) ; quindi


la definizione data da Lagrange, che f'{x ) il coefficiente di li nello
sviluppo di f ( x -|- h) secondo le potenze di li, coincide colla attuale.
Ma non ne viene di conseguenza che anche f (x -\- h) sia sviluppa
bile in serie, e si abbia / ' (x
l) f (x) -|- 2a.Ji
ecc. B asta con

209

SULLA FORM ULA DI TAYLOR

siderare i due esempi precedenti, in cui f(x) sviluppabile in serie,


ma, essendo discontinua nelle vicinanze di 0, non ha, in quelle vi
cinanze, derivata. Quindi ancora, dal fatto che
f ( x + h) = f ( x ) + h f'( x ) - f a ^ + ecc.,
non ne deriva come conseguenza che a% sia eguale a

f"(x)

; poich
A
pu la funzione m ancare di derivata prim a nelle vicinanze del v a
lore considerato di x, e quindi non avere per quel valore di x de
rivata seconda.
P ertan to i teoremi I, I I e I I I che dnno i coefficienti dello svi
luppo duna somma, d un prodotto, dun quoziente di due funzioni,
m ediante i coefficienti di queste funzioni, supposta lesistenza delle
derivate, permettono di trovare, e per una via alquanto pi semplice
dellordinaria, le derivate successive d un prodotto e d un quoziente.
Q ueste regole per sono alquanto pi generali delle regole di deri
vazione, potendo ancora sussistere quando mancano le derivate.
Gli infinitesimi che compaiono nello sviluppo di
f ( x ) = o + a ix + a2x2 - f . . .
sono essi variabili o costanti ? La risposta a questa questione di
a ttu a lit dipende dal punto di vista da cui la consideriamo.
Possiamo considerare la quantit onx n, cio il valore che assume
la funzione anxn quando ad x si attribuisca un valore qualunque ; e
questo valore un numero variabile ed infinitesimo con x ; cos si
ha un infinitesimo variabile.
O ppure possiamo considerare la funzione indicata con anxn, os
sia loperazione per cui ad ogni numero si fa corrispondere la sua
potenza na moltiplicata per a; e questa funzione, o operazione, o
corrispondenza un ente costante, dati lesponente n e il coefficiente n.
Ora, date due funzioni f(x), g(x), definite in un intervallo da 0 ad un
numero positivo conveniamo di dire che nelle vicinanze di 0. la prima
maggiore della seconda, e di scrivere / > <7, se si pu determinare
u n intervallo da 0 ad un numero positivo in modo che per ogni va
lore di x interno ad esso si abbia f(x) > g(x) ; e chiamiamo, secondo
il solito, multiplo secondo il numero (reale) vi, di f ( x ) , la funzione
m f( x ) . Allora, posto f r(x) = x T, ne viene che f r(x) maggiore nelle
vicinanze di 0, di ogni multiplo di f T+i(x), ossia, qualunque sia m ,
si ha f r > m / r+i ; ossia / r+1 un ente costante, infinitesimo rispetto
ad f r, m entrech f r+\(x) un ente variabile, infinitesimo rispetto ad

f r (*).

14

(45). SUR LA DFINITION DE LA DR1YE


(M athesis, 2a Serie, Voi. 2, A . 1892, pp. 12-U)

Cfr. il lavoro n. 7 del 1884.

U. C.

La dfinition ordinaire est la suivante :


f 1% _L

__ f (x)

A. L a drive de f (x) est la limite de ---------- t --------- j lors


que, x tant fixe, h tend vers zro.
On pourrait aussi prendre cette autre dfinition :
f j - f //p \
B. L a drive de f ( x ) est la limite du rapport
2----- -
I
X2 X\
lorsque x i et x 2 tendent vers la mme valeur x.
Les deux dfinitions ne sont pas to u t fait quivalentes.
Si / (x) a une drive selon la dfinition A, et si cette drive
est continue, elle a aussi la mme drive d aprs la dfinition B.
E n effet, de la formule connue
/K ) - /K )
x % x t
o u est une valeur comprise entre x l et x 2 , en supposant la continu it de f (x), on dduit

lim
X X i z

'* '2

Eciproquement, si f ( x ) a une drive selon la dfinition B,


elle a aussi la mme drive selon la dfinition A, et cette drive
est continue; en d autres termes, si f ( x ) a une drive suivant la
dfinition B, cette drive est continue. E n effet, soit une quantit
positive arbitrairem ent petite. Puisque
Um/ < a w w
-r> _

= / -w ,
' ' ''

SUR LA D FINIT ION D E LA D RIV E

211

on p eu t dterm iner un intervalle (x h , x -J- h ) , tei que l on ait


f ( x 2) - / J x i l _ //( g )

<

O,

(1)

quelles que soient les valeurs de x t e t x2 dans cet intervalle.


Soit x ' une v a le u r . quelconque dans cet intervalle. Si x i et x 2
on t pour limite x ', elles finiront par tre comprises dans le mme
intervalle, et alors elles satisferont la condition (1) ; et en passant
la limite, on a
\ f'( x ') - f'( x ) | ^ 2
d o lon dduit la continuit de f (x) .
Donc, en p a rta n t de la dfinition A, on comprend les cas o
la drive est discontinue ; en adoptant la dfinition B, on les
exclut. Laquelle des deux dfinitions est prfrable ?
D ans lenseignement lmentaire il est peut-tre prfrable
d exclure ces cas de discontinuit, en p a rta n t de la dfinition B ;
et alors, au lieu de dire, dans plusieurs thormes : si f {x) a une
drive continue, il suffit de dire : si f ( x ) a une drive.
La dfinition B correspond des dfinitions analogues gnralement admises en mcanique et en physique mathmatique. P a r
exemple, la densit d un corps, en u n de ses points P , est la limite
du rapport de la masse d une portion du corps son volume,
lorsque tous' les points de cette portion tend en t vers P . E n supposant le systme m atriel linaire, la dfinition analogue est : la
densit dune ligne matrielle a u point P est la limite du rapport
entre la masse et la longueur*dune portion de la ligne, dont les
points tendent vers P ; et non d une portion de la ligne dont une
extrmit est P et dont lautre ten d vers P.
Lorsque on p art de la dfinition A, si f( x ) n a pas de drive,
on tudie les drives gauche et droite, et, au dfaut de cebesci, les quatre valeurs extrmes oscillatoires, suprieures et infrieures,
droite e t gauche. E n p ren an t la dfinition B, la question se
simplifie. Soit x une valeur de la variable; considrons u n intervalle
(x l i , x

h) ; tous les rapports

ISL f 0 x t et x 2 sont
x % x i
compris dans lintervalle considr, sont leur to ur compris entre
leur limite infrieure a et leur limite suprieure fi. Si h tend vers 0,

(i) | a | indique la valeur abBolue de a.

212

Giu s e p p e

pea n o

a et /?, qui varient, la premire en croissant, la deuxime en


dcroissant, tendent vers des limites que je dsigne ici par / , (x) et
/'(a?), et lon a / 4 (x) ^ f (#). Si f i (*) = / ' ( # ) , leur valeur commune
est la drive de f { x ) , selon la dfinition Tt. Si f (x) < / ' (x),
lensemble de ces deux fonctions, toujours existantes, joue le rle
de la drive; et il serait intressant d en tudier les proprits.
En voici deux assez simples :
1. Si ot est une quantit arbitrairem ent petite, on p e u t dter
miner un intervalle x h , x -f- l i , tei que pour toute valeur x ' de
x dans cet intervalle, on ait
A W 2. Le rapport

< / i (*') < / '< * ' ) < / ' ( * ) + a .


est compris entre les valeurs de

f i (x) et / ' (x) correspondant une mme valeur de x quon peut


dterm iner dans l intervalle ( a ,b ) .

(47). ESEMPI D I FUNZIONI SEMPRE CRESCENTI


E DISCONTINUE IN OGNI INTERVALLO
(R ivista d i M atem atica, Voi. 2, A . 1892, pp. 41-42)

La possibilit di funzioni di una variabile, sempre crescenti e


discontinue in ogni intervallo, fu riconosciuta da H a r n A c k , Matkematische Annalen , B d . X X III, e il d o t t . R. B e t t a z z i , nella s u a
nota : Stt una corrispondenza fr a un gruppo di punti ed un continuo
ambedue lineari (Annali di Matematica, 1888, p. 49) studi le pro
priet del gruppo dei valori di queste funzioni.
Io
mi propongo di portare alcuni esempi semplici di funzioni
siffatte.
Sia x un numero dellintervallo da 0 ad 1, e sia precisamente
0

a? < 1 .

Si sviluppi x in frazione decimale infinita :

10 1 100 1 1000

ove oti a 2 . . . sono cifre, cio dei numeri 0 , 1 , . . . 9 . Ogni numero


x d luogo ad una sola frazione decimale, cio ad una sola serie
di cifre, eccettuato il caso in cui x sia eguale ad una frazione
decimale finita ; nel qual caso fra i due sviluppi infiniti, dei quali
il primo, da una certa cifra in poi, ha tutte le cifre eguali a 0 , e
laltro ha tu tte le cifre eguali a 9 , sceglieremo il primo. Pongasi :

Si ha per es. :
per

x= 0
x = 0,5
0 = 0 ,1 1 1 1 ..

x = 0,4342 . .

/ ( ) = 0,

f (a?) = 0,25,
f ( x ) = 0 ,0 1 0 1 0 1 0 1
f{x) = 0,16091604

214

G IU S E P P E PEA NO

S vede immediatamente che f ( x ) crescente m entre x varia


da 0 ed 1 , e che discontinua per ogni valore di x rappresentabile
con u na frazione decimale finita.
Si arriva allo stesso risultato ponendo
cp (* ) =

0 , 0 a , 0 a 20 a 3

cio

e cos via,
Si vede da questi esempi e da altri gi pubblicati, che svilup
pando la variabile x in frazione decimale x = 0 ,
a 2 . . . e poi
colle cifre a , a 2 . . . formando un nuovo numero, si ottengono facil
mente delle funzioni presentanti date discontinuit, o anche funzioni
continue, m ancanti di derivata, ecc.
Le funzioni precedentem ente considerate sono integrabili; e si ha

(49). SUR LE THORME GNRAL RELATIF


LEXISTENOE DES INTGRALES DES
QUATIONS DIFFRENTIELLES ORD IN AIRES
(Nouvellee Annales de Mathmatiqnee, 3a Serie, Voi, 11, A . 1892, pp. 79-62)

Complemento al lavoro n. 27 (del 1890). Si stabilisce una condizione suffi


ciente per l'u n ic it della soluzione ; rip o rta ta sotto a ltra form a anche nel
lavoro n. 94 (del 1897).
P e r una generalizzazione d i questo teorem a, cfr. un passo del tra tta to n. 138
(Formulario mathematico, t. V, 1908, p. 427, $ 30, n. 9), g i incluso nel presente
volume oome complemento al lavoro n. 27 (del 1890).
17. C.

M. E. Picard, sous ce mme titre {Nouvelles Annales , t. X,


p. 197), prouve que, si Fon envisage le systme des n quations du
premier ordre,
d

o Jes / sont des fonctions continues relles de x


w
, dans
le voisinage de x 0 , u 0 , . . . , w Q, et si de plus on suppose que Fon
puisse dterminer n quantits positives A , B , . . . , L , telles que
/ v'

<\ f ( x

f u '>

w ' )

- |-

/(*J
w) l < ^ \ u ' u \
B | v' v j + . . . + L | w w' | ,

alors il existe des fonctions u , v , . . . , w de x , continues dans le


voisinage de x 0 , satisfaisant aux quations diffrentielles, et se
rduisant respectivement, pour x = a?0 , u0 , v0 , . . . , w 0 .
Or, pour dmontrer lexistence des intgrales, lhypothse (a)
nest pas ncessaire. En la faisant, on peut dduire non seulement
Fexistence des intgrales dont il sagit, mais aussi quelles sont
uniques. J ai prouv cela dans ma Note Dmonstration de Vintgra
Iflit des quations diffrentielles ordinaires (Mathematische Annalen,
t. X X X V II, p. 182). La dmonstration de la premire partie de ce

2 16

GIUSEPPE PEANO

que j affirme est un peu lon g u e; la deuxime partie (la plus intressante dans lenseignement lmentaire) se prouve aisment.
E n effet, soient u , v , . . . et w', v' 9. . . deux systmes de fonc
tions de x , dfinies aux environs de x x 0 , satisfaisant aux qu a
tions diffrentielles, et se rd uisan t tous les deux u0 9 v0 , . . ,
pour x = xQ. On aura
du

U , V , . .., w ) ,

= / , ( ,

= f i (x , u ', v',

d o Fon dduit

....

(A
Or, quelle que soit la fonction u de x , on a

a IH

dw

da?

da?

E n posant u ' u 9 v ' v , . . . au lieu de u dans cette ingalit,


en vertu de (a) e t de (/?) on a

(y)

= A I _ I+ B I ~ * I + ' - + L I

~ I

M
Soit la plus grande des quantits A , B , . . . , L j posons
X = \ u ' | + | u7 'u | . . .
M ; on a
(d)
P o u r tirer X
facteur intgrant)

|oo' to | . Sommons les ingalits

dx
de cette ingalit, multiplions par
e-jr(*-*) ^

(le

_ JVfxj g 0 ,

d o
d (e-Ji/fx-*,) j ) g 0 ,
UvC

Bone
X , qui sannule pour x = a?0 , et dont la drive est
^ 0 , sera, pour toute valeur de x > a?0 , ngative ou nulle
e-jr(*-*0) x < 0 .

SUR LE THORME GNRAL RELATIF L'EXISTENCE ETC.

21 7

Mais
est positif, X est positif ou nul; donc X = 0 , et
chacune de ses parties . | u ' u | , \v ' v \ , . . . est aussi nulle, do
u' = u , v' = v , . . . .

Cela prouve quil j a un seul systme de fonctions qui satisfait


aux quations donnes, et qui prend des valeurs donnes pour la
valeur fxe de la variable.

(50). GENERALIZZAZIONE DELLA


FORMULA D I SIMPSON
( A tti dblU Reale A ccad. delle Scienze di Toriuo, V oi. X X V TI, A. 1892, pp. 606-612)

F ra le formule per le quadrature sono notevoli quella dei trapezii

If ( x ) d x

()

ba
2

ove
R

(b a)3
12

e quella di Simpson :
b

f ( x ) dx

( P)

ba

/()-+4/

+ R

ove
E =

(b a)5
4! 5! / IV(),

rappresentando costantem ente con u un valore intermedio fra a e


b (*). I l resto nella (a) nullo, se f ( x ) intera di primo grado, e
nella (/?) il resto nullo, se / ( x) intera di grado non superiore
al terzo.
Parallelam ente a queste formule si hanno quelle di Gauss.
L analoga alla (fi)
ba
2
\

(fi) J f(x )d x -

1 b a
fi

(a + b
\ 2

(*) Pubblicai quellespressione del resto della form ula di


plicazioni geometriche del oaleolo infinitesimale, pag. 206.

1 b d
2~

S im p s o n

nelle A p

219

G EN ER A LIZZAZIO N E DELLA FORM U LA DI SIM PSON

ove
^

f i v ly\

180.4! ?

'

e il resto nullo per le funzioni di grado non superiore al terzo.


Paragonando le formule (fi) e (fi'), che si possono considerare come
egualmente approssim ate, risulta che pi semplice, in generale, il
calcolo dei tre valori f( a ) ,

? /(&)> che esige la formula (j5),

che il calcolo dei due


/ + &
J \ 2

1 b n\ f (a + b . 1 6 o\
fi
2 )J \ 2 ^ fi
2 )

che esige la formola (fi'). Questo spiega il maggior uso della formula
(fi) di Simpson sulla corrispondente (fi') di Gauss.
Le formule di Gauss costituiscono u na successione infinita, mentrech le formule dei trapezii e di Simpson erano finora isolate. Io
mi propongo di esporre qui una successione di infinite formule di
quadrature, di cui le due prime sono appunto la (a) e la (fi).
P e r semplicit supporremo i lim iti dellintegrale eguali a 1
e -f- 1, poich b asta fare il cambiamento
2

> a _ ,
2

onde ridurci a questo caso.


La questione che ci proponiamo questa : D eterm inare gli m-j-1
coefficienti A 0, A t , . . . A, e gli n 1 valori x l x i . . . Xni compresi
fra 1 e - 1 in guisa che la formula^
+i
(1) J f( x ) d x = A J ( - r ) + A J i x J + A J i x , ) + . . . + A ^ i M ^ + A J V )

sussista, qualunque sia la funzione f ( x ) intera di grado 2n 1.


La soluzione la seguente. Pongasi
(2)

A vendo la funzione (x2 1)" le radici 1 ed 1 m ultiple d or


dine n , la sua derivata (n 1)*, Y n , avr le radici x 0 = 1 ,
%n = 1, semplici, ed n 1 radici oci x2 . . . xn^ distinte e comprese
fra 1 e -j- 1. Si calcolino i coefficienti A 0, 1 . . . colla formola
(3)

+1
A r = [ ( * *<>)-(* X*~l) & *r-fi) . . ( * Sn) ^
J far #o) * far
l) far
1

220

G I U S E P P E PEANO

Allora sussister la formula (1).


Infatti, si divida la f ( x \ funzione intera di grado 2n 1, per
r, di grado n -f- 1 j siano <p{x) il quoziente, y>(x) il resto, onde :
(4)

/ w = v () + - y n <p (x).

Sar y(x) di grado n, e </(#) di grado n 2. Attribuendo ad x


gli n + 1 valori x w x x . . . x n , per cui si annulla r, si avr
/ W

V (n), / ( * i ) =

V (* l), . / ( * ) =

V (*)

Quindi la funzione
intera, di grado w, di cui si conoscono
i valori per n -)- 1 valori della variabile, si pu esprimere colla
formola dinterpolazione di Lagrange :
(5)

{5)

w(x) -

~ Xo) ' ' ' {X ~

r { X r - XQ) . . . {xr -

Xr~ x)
~ Xr+l) {X ~
Xr.- a ) ( * , - * H - l ) . {xr-

Xn) f ( x \

X nY^'

Balla (4) si ha :
+i
(6)

+i

+i

J f ( x ) dx = J tp{x) dx +
Y n <p{x) dx.
i .
-
-i

Ora, dalle (5) e (3), si ricava


+i

(7)

Jy> {x) dx = 2 A rf { x r) .

Riguardo al secondo integrale, collintegrazione per parti si ha :

J n tp{x)dx = j

tp (a?)

(a?2 l)n dx =

d \ n'2

<p(n2) {oc)-{xz l)n

/ H \3

j <p(n_1) (a;) (a:2 1 )" dx .

Mettendo i limiti 1 e -|- 1 , tu tti i termini integrati nel se


condo membro si annullano, perch contengono il fattore x % 1 ;
e siccome tp {x) di grado n 2 , sar c p ^ 1) (js ) = 0 , onde :
(8 )

?I T n tp (x) dx

Sostituendo nella (6 ) ai due integrali del secondo membro i loro


valori dati dalle (7) ed (8 ), si ha la formola (1) che si voleva dimostrare.

g e n e r a l iz z a z io n e

della

form ula

221

di s im p s o n

La formola (1), esatta se / (x) intera di grado 2n 1, ap


prossim ata se f ( x ) una funzione arbitraria. P e r calcolare lerrore
R , tale che si abbia :
+i

J f { x ) d x = X A rf { x r) + R ,

(9)

si formi la funzione F ( x \ intera, di grado 2n 1, che soddisfa alle


2n condizioni :
= / W > F &i) = / W
= / ( * 8)>
. . . F {Xn-i) = /{#_,), F {xn) = f ( x n),
-F > l) = f { x i), F'( x 2) = f ( x z) , . . . F'(Xn^.i) = /(iT n-0 .
Si avr, com noto :
(10) f( x ) = F{x) + (x x 0) {x x r f {x x %f ... (x x ^ f {x x n)

/( 2n) (u\
^

+1

Integrando si avr appunto j F(x) dx = 2 A r f { x r), onde

(11)

R =

(x x 0) (x x ^ f . . . (x a^-i)2 (x g n)^ 2Jyp' <**

f ( 2nUu)
P ortando fuori del segno integrale il fattore
, cosa lecita,
\ii) !
poich il fattore rim anente ha u n segno costante nellintervallo di
integrazione, si ha :
+i
(12)

R = ^ 2 ) ! ~ ^

^ X^ ' ' ^ Xb_1^ ^ _ ^

Facendo n 1, si ha la formula dei trapezii (a).


P e r n = 2 si ha la formula di Simpson ().
P er n = 3, fatti i calcoli, si ha :

1
ove

! ' ( - f * ) + T ' ( ] / t ) + T /(1)+J?

3 . 52. 7 . 6 !
e il resto nullo per le funzioni di grado inferiore al 6.

G IU S E P P E PEA N

P er n = 4 si ha :

| / w

/( -

X) +

( " F

r ) +

i s ' <0> +

ove
R

_____= _
22.3 4.5 Z. 73

/ (8) ()
2778300"

Nota. La stessa questione fu gi tr a t t a t a d al compianto D. T urzza , nel


suo scritto : Intorno a lluso dei compartimenti disegnali nella ricerca del valore nu
merico di un dato integrale (Memorie I. R. Istitu to Veneto, voi. V, 1855, pag. 277
298). Credo per nuove le espressioni di Y e dei resti.

(52). SULLA DEFINIZIONE DEL LIMITE


D I UNA EUNZIONE
(R iv ista di M atem atica, V oi. 2, A , 1892, pp. 77*79}

Alla nozione d i lim ite di u na funzione, G. P b a n o , l a dedicato i lavori


n. 52, 68, 70, 161, pubblicati d al 1892 al 1913, ed alcuni paragrafi del tr a tta to
n. 60 (Lezioni di analisi infinit., 1893, voi. 2, cap. VI, pp. 53-67), ag giu n ti anche,
come appendice V, alledizione tedesca del tr a tta to di Calcolo del 1884 (lavoro
n. 8', del 1899, pp. 384-395).
L a nozione di lim ite, in tro d o tta d a G. P eano nel lavoro n. 52 (def. B), p u r
avendo analogia con le nozioni di lim ite secondo Cauchy e D u B ois -R eymond ,
nuova. (Cfr. in proposito : U. Cassina , /Storia del concetto di limile, Period.
m at. , (4), 16 (1936), pp. 1-19, 82-103, 144-167, (n.i 16 e 19)).
U. C.

Il
limite della funzione f x dipende dalla variabile indipendente
x , dalla classe di valori u che essa pu assumere, e dal valore,
finito od infinito, a , cui x , variando si avvicina.
B aster considerare il limite f ( x ) , per * = oo , potendosi il
limite di / (x ), per *==. , colla sostituzione x = a -j'

(V

, rid urre al

caso in cui x ' tende ad co .


La classe u deve avere valori comunque grandi, onde il limite
superiore degli u infinito : l ' u = oo .
La definizione di limite che attualm ente trovasi in tu tti i buoni
tra tta ti, e che vien a ttrib u ita al W e i e k s t r a s s {V. S t o l z , Allgemeine
Arithmetik, I, p. 156), la seguente :
A]
Essendo u una classe di num eri reali, il cui limite supe
riore oo , / il segno d una funzione reale definita per tu tti i valori
della classe u , ed y u na quan tit determ inata e finita, allora diremo
che / (x), quando x , assumendo i valori della classe u , tende ad
oo , ha per limite y , e scriveremo y = limIiUi ^ f x , quando, comun
que si prenda la q u a n tit positiva h (arbitrariam ente piccola), si pu
determ inare u n numero a, in modo che, per ogni valore di x nella
classe u , maggiore di a , f x differisca da y duna quan tit minore,
in valor assoluto, di h .

G IU S E P P E PEA NO

224

In segni essa :
u e K q . l 'u = oo , / e q / . y e q . Q :: y = limIiMi00/ * . =

h e Q . Qa :

a e q . / ( n (a + Q)) o (y h + Q) n (y -f- h Q ) . - = a A

Alcuna volta si esprime pi concisamente, ma meno chiaramente,


questa definizione, a questo modo : Dicesi che f ( x ) , per x o o , ha
per limite y , se la differenza f ( x) y, col crescere di x , pu diven
tare, e conservarsi, minore di una q u an tit piccola ad arbitrio.
In modo analogo si definisce q uand che f ( x ) h a per limite il
-)- oo , o il oo .
Ma si pu alquanto diversam ente definire il limite, sopprimendo,
nellultim a definizione, linciso e conservarsi. Q uesta ltra definizione,
sviluppata, la seguente :
B]
A vendo w , / ed y lo stesso significato, dire che y un
limite di / ( * ) , ossia un valore limite di f x , significa dire che,
comunque si prendano la qu an tit positiva li (arbitrariam ente pic
cola), e la quantit a (arbitrariam ente grande), la funzione / ( x) ,
assumendo x valori, nella classe w , maggiori di a , assume sempre
valori la cui differenza da y in valor assoluto minore di h .
Q uesta definizione, in simboli, la P. 1 del 1 della parte V
della Raccolta di formule.
Le definizioni analoghe pei limiti -)- oo e oo costituiscono le
proposizioni 2 e 3 dello stesso .
Le due definizioni A e B sono simili, come si vede, perch
constano delle stesse parole diversam ente disposte, ma non sono
identiche.
La loro analogia sta in questo che se f ( x ) ha un limite finito
od infinito, secondo la definizione A , esso pure il limite secondo
la definizione B , Viceversa, se il limite, secondo la definizione B
(che in generale una classe), si riduce ad un sol individuo, esso
il limite secondo la definizione A .
La loro differenza sta in questo, che / ( . i) pu non avere limite,
secondo le A ; m entrech esso ha sempre un limite secondo la B ;
e questo limite u na classe di valori, sempre esistente (V. la prop.
4). Questa classe ha sempre il massimo ed il minimo (V, 2, P. 5),
che furono - considerati da P. D u B o i s - R e y m o n d col nome di
Unbstimmtheitsgrenzen, e, in casi particolari, chiam ati dal D i n i
estremi oscillatorii.
L esistenza in ogni caso, del limite, secondo la definizione B ,
ci fa propendere per l adozione della definizione B invece della A .
Quindi, intendendo con lim f x , ci che risulta dalla definizione B ,

225

SULLA D E F IN IZ I0 N E D EL LIM IT E DI UNA F UN ZIO N E

cio la Y , 1, P. 1, la scrittu ra lim f x e q significa f x ha un


limite unico e finito, ovvero la f ( x ) ha un limite determ inato e
finito, secondo la A . E la proposizione l i m / l e q u i c o u i oo
significa /( * ) ha u n limite determ inato e finito, o l infinito posi
tivo, o linfinito negativo .
A dottando la definizione B, parecchie proposizioni si enunciano
pi semplicemente. Cos si ha :
5. Avendo w ed / il solito significato, se m un numero reale,
il lim ite di f x , quando x , assumendo tu tti i valori della classe u ,
tende ad oo , coincide col limite di f x , quando x , assumendo i
soli valori della classe u che sono maggiori di m , tende all oo .
6. Siano u e v delle classi di numeri, la prima contenuta nella
seconda, e la prima (e quindi anche la seconda) illim itata superior
mente. Allora il limite di f x , quando x tende all oo , assumendo i
valori del sistema u , contenuto nel limite di f x , quando x as
sume tu tti i valori della classe v .
7. Quindi, se f x , quando x assume i valori della classe v , ha
un limite determinato, finito o infinito, assumendo x i valori del
sistema u , f x ha lo stesso limite.
2, P. 14. Il limite duna somma contenuto nella somma
dei limiti.
P. 15. Ma se i term ini della somma hanno limiti determ inati
e finiti, allora il limite della somma vale la somma dei limiti.
19. S e f x tende a 0, e l oo non uno dei valori limiti del
modulo di g x , allora il prodotto / x x g x ha per limite zero.
P er vedere la semplificazione degli enunciati recata dalla defi
nizione B , b asta enunciare completatnente le proposizioni precedenti
servendoci della definizione A .
Secondo la B si dovr dunque dire :
che lim*,q,<*, s e n x , cio il limite di se n a :, ove x , assumendo
tu tti i valori reali, tende all o o , lintervallo da - 1 a + 1 ,
compresi gli estremi ;
che lim (x sen x) costituito dai numeri reali, dal
oo
e dal oo ;
che la somma dei primi n term ini della serie
1 1 + 1 1-}-...
ha per limite il sistem a dei due numeri 0 ed 1 ;
e quella della serie
1
2
3
4
lia per limite il sistema dei due numeri log 2 e 1 -j- log 2 .
15

(62). SUR LES SYSTMES LINAIRES


(lo n ata h efte fiir M atliem atik n n d P h yaik , Bd V, A . 1894, p. 136)

M. Carvallo a p u tii dans ce Journal, deuxime anne, pag. 1,


225, 311, sur ce sujet, dea notes de la plus grande importance.
Mais il y a deux lacunes, q uil convient de combler.
la page 11, on admet pour e*, lorsque cp est un systme
linaire, la dfinition

e = l + ( P + f j + -- e t il ajoute : Il resterait m ontrer que ce dveloppement est


convergent . Or j ai donn cette dm onstration dans ma note
Intgration p ar srie des quations diffrentielles linaires (A tti
Acc. Torino, 1887, et M athematische Annalen).
la page 227 lA. en tra ita n t la formule de Taylor applique
aux vecteurs, d it : Toutefois ce dveloppement doit tre indfniment prolong car on ne sau rait tablir ici la formule du reste .
J ai donn, dans mon C a l c o l o g e o m e t r i c o , (Torino, 1888) plusieurs formes du reste R dans le dveloppement
f(t

h) = f ( t )

hn
h f ' ( t ) + .... +

Iti

+ R ,

lorsque f i t ) est un complexe quelconque (nombre imaginaire, vecteur,


quaternion, systme linaire etc.) fonction de la variable relle t .
On a :

cest dire, R est un inflniment petit, avec h, d ordre suprieur


ce]a en supposant seulement lexistence des drives crites
dans la formule, pour la valeur particulire t de la variable, sans
supposer leur existence ou continuit aux environs de la valeur
considre.
1>n iwe

SUR LES S Y S T M E S LIN AIRES

227

(2)

o iti est une valeur moyenne entre celles de f {n+1) (t -j- 0 h ) , lorsque
la variable relle 0 varie entre 0 et 1. Elle correspond l expression de Lagrange ; mais on ne peut pas affirmer ici que m est une
des valeurs de /( " + ') (t + 0 A.), comme cela arrive si f ( t ) est une
fonction relle.

(3)

j( 1_

1) (t -(- 0 h) d 9 ,

0
comme pour les fonctions relles.
J e ne donne pas ici les dmonstrations de ces formules, et de
beaucoup d autres formes du reste, quon obtient en transform ant
celles crtes ; car cela est une application bien simple des thormes
de lAnalyse, gnraliss aux nombres complexes dordre quelconque.

(68). SUR LA DFINITION DE LA LIMITE


D UNE EONCTION.
EXEROIOE DE LOGIQUE MATHMATIQUE
(A m erican Jo u rn a l o f M athem atica, Voi. X V I I , A . 1894, pp. 37-68)

In questo lavoro, G. P u a n o , dim ostra le p ro priet fondam entali del limite


di una funzione, definito nel modo esposto n el lavoro n, 52 (del 1892).
Le dim ostrazioni sono simboliche, ma commentate passo passo col linguaggio
ordinario. I l lavoro perci strettam ente connesso a quelli di logica contenuti
nel volume I I di queste Opere scelte , e pu considerarsi come una p arte del
F orm ulario com pleto di P e a n o .
I
simboli a d o tta ti sono ancora quelli del lavoro n. 27 (del 1890), salvo
qualche varian te di forma.
(Per i legam i fra la definizione di lim ite secondo P e a n o e quelle degli altri
au tori cfr. : U. C a s s i n a , Teoria dei lim iti , Rend. Ist. Lomb. , 69 (1936), pp,
1025-1056, 70 (1937), pp. 13-48 ; e la mem oria storica c ita ta nellannotazione al
lavoro n. 52).
TJ. C.

Selon la dfinition de la limite, aujourdhui adopte dans tous


les traits, toute fonction a une limite seule, ou n a pas de limite ;
une variable ne peu t tendre la fois vers deux limites diffrentes
(voir p. ex. Jordan, Cours d Analyse, 1892, pag. 9).
Mais, en faisant un petit changem ent dans la dfinition com
mune, on obtient une nouvelle dfinition de la limite ; alors toute
fonction a des limites fnies ou infinies ; si la limite est unique, on
retrouve, comme cas particulier, les propositions communes.
J ai donn cette nouvelle dfinition dans la R ivista di M ate
matica, 1892, p. 77, e t je lai adopte dans mes Lezioni di A nalisi
infinitesimale (1893) ; mais on rencontre la mme ide dans des
publications antrieures. M. Giudice dans un intressant article
(Sulle successioni, Rendiconti di Palermo, t. Y, a. 1891, pag. 280),
nonce les proprits plus im portantes des suites, et les dcompose
en suites convergentes. P. du Bois-Reymond a introduit les TJnbestimmtheitsgrenzen qui sont la plus petite et la plus grande des
limites que nous allons dfinir. Mais on les trouve dans cette propo
sition de Abel (CEuvres, II, pag. 199) :
P o u r quune srie E u n soit convergente, il fau t que la plus
petite des limites de nun soit zro .

229

SUR LA D F IN IT IO N D E LA L IM ITE DU N E FO N C TIO N . ET C .

Cette ide plus


par Cauohy ; on lit
1821, p. 13:
Quelquefois . . .
limites diffrentes les

gnrale de la limite est clairement nonce


en effet dans son Cours dA nalyse algbrique,
une expression converge la-fois vers plusieurs
unes des autres *>,

et page 14 il trouve que les valeurs limites de sin -1-, pour


X

x = 0 , constituent l intervalle de 1 + 1 . Les auteurs qui ont


suivi Cauchy, en chercbant de prciser sa dfinition un peu vague,
se sont mis dans u n cas particulier.
L objet de cette Note est de donner cette dfinition gnrale
de la limite, et de dm ontrer ses principales proprits. Nous ferons
usage, dans cette tude, de la Logique mathmatique. Cette Science
s est rapidem ent dveloppe de nos jours, et on la applique dans
plusieurs travaux. Nous aurons citer le Form ulaire de Mathmatiques (abrg en Form.), que publie m aintenant une socit de
professeurs, dans la R ivista di Matematica.
L introduction ce formulaire explique les notations ; la p re
mire partie contient toutes les propositions ou rgles de logique
qu on a ju s q u prsent rencontres. P our notre travail, nous aurons
aussi occasion de citer la partie Y, qui regarde la thorie des en
sembles de nombres, des limites suprieures et infrieures, des
ensembles drivs, etc.
M. Burali-Forti vient de publier son tra it Logica m atem atica
(Milano, Hcepli, 1894), livre d un grand avantage pour ceux qui
voudront se m ettre au conrant de cette Science. On trouvera des
expositions plus ou moins rapides des notations toutes les fois que
j en ai fait usage ; notam m ent dans larticle publi dans les Mathe
m atische A nnalen, t. X X X V II.
Mais, pour notre but, il sufflt une connaissance sommaire des
notations ; cest--dire des signes de logique w ,
Ai
8i = i
K, des points, du signe de fonction f, et des signes de mathmatique Q , q , N , 1', l j , et quelques autres qu on rencontrera dans la
suite. Les rgles seront expliques dans chaque cas, en renvoyant
au Form ulaire pour des plus amples explications ; ainsi cet article
sera un exercice de Logique mathmatique.
Soit f x une fonction relle de la vriable relle x. Cette varia
ble x peut tendre vers une valeur finie a, ou vers co ; mais par
le changem ent de variable x = a

, le premier cas est rduit

230

G IU S E P P E PEA NO

au deuxime. Si x tend vers o o , en posant x = x ', x ' tend


vers -f- o o . Donc, sans ter la gnralit de la question, on peut,
supposer que la variable indpendante tende vers + oo.
La fonction f x sera dfinie pour les valeurs de la variable
appartenant un ensemble u. Si cet ensemble coincide avec len
semble des nombres rels, cest--dire si u = q , la fonction sera
dfinie pour toutes les valeurs relles de la variable, comme x 2,
sin x , . . . ; si u = Q , la fonction sera donne pour les valeurs positives, comme Ioga?, \ x , . . . .
Si u est lensemble des nombres entiers positifs, w = N , ont
signiflcation les symboles f i , f 2 , . . . qui forment une suite. Mais la
question gnrale de la lim ite dune fonction n est pas rductible
au cas particulier de la limite dune suite, sans perdre de sa gnralit ,* car si w est un ensemble continu, p. ex. u = q , on ne peut
pas m ettre ses individus en correspondance semblable avec les nom
bres 1 , 2 , 3 , . . . E n consquence les auteurs qui, en dfinissant la
limite, parlent d une suite x i , x 2, . . . x n , . . . se placent dans u n cas
trop particulier, duquel on ne peut tirer la dfinition de la limite
d une fonction, dont on fera usage dans lanalyse infinitsimale.
Afin que la variable x puisse tendre vers -(- o o , il faut que la
classe u de ses valeurs contienne des nombres aussi grands que
lon veut ; cest--dire que la classe u soit illimite suprieurement,
ou la limite suprieure des u soit o o . E n rptant ces conditions,
nous pouvons donner la dfinition de la limite :
Dfinition. Soit w une classe de quantits [weKq], dont la
limite suprieure est infinie [l' u = oo], et soit / le signe d une
fonction relle dfinie dans la classe u [/eqfw]. ta n t y une quantit
finie |yeq], nous dirons que y est une valeur limite de f x , lorsque
x , en variant dans la classe u , tend l o o , [et nous crirons
ye lim*, u, cofx] , lorsque, ta n t donn un nombre positif arbitrairem ent
p e tit h [AQ], quel que soit le nombre a , aussi grand que lon veut
[asq], il y a toujours des valeurs de x , contenues dans lensemble
u [xeu], et plus grandes que a [x > a], qui rendent la diffrence
f x y, en valeur absolue, plus petite que h [mod ( fx y) < h] .
E n liant ces conditions par les notations de logique, cette
dfinition s nonce :
1.

K q.l'w = oo./eqfM .yq.j 3 : :


yelim,,;, f x . = .'.heQ.aeq.Qi,,a'-xeu.x^>a.mod(fxy)<C.h.~=xj. Def.

Nous ferons quelques rem arques sur cette dfinition. Nous


avons transform les mots tan t donn un nombre positif, arbi-

SUR LA D FINIT ION D E LA L IM ITE D U N E FON CTIO N . ET C .

231

trairem ent p e tit h en heQ , car les mots arbitrairem ent p e tit
sont nn plonasme. Analoguem ent pour a.
Ce qui prcde le signe q : : est lhypothse de la dfinition;
elle explique la signification des lettres u , f , e t y . Ce qui su it le
signe de dduction est lgalit qui constitue la dfinition. Son
premier membre, qui est en avant du signe = .. est lexpression
qu on dfinit ; le deuxime en indique la valeur.
On dit q uune lettre variable x est apparente dans une expression qui la contient, si cette expression en est indpendante. Ainsi
b
6
4
dans J f x d x , la le ttre x est apparente, car J f x Ax = J f z dz. L expresa

sion que nous avons dfinie, ye lim*, mf x , contient la lettre appa


rente x ; si lon ne v eu t pas de lettre apparente, il sufft de changer
de n o ta tio n ; on pourrait crire p. ex. y e i m f (co , u), ou y e f (oo , u),
ou yefu oo , etc. Mais la notation adopte est la plus commode.
L expression dfinie dpend effectivement des seules lettres
variables y , u , f contenues dans l hypotlise, et dans le second
membre de la dfinition. Ce second membre est une dduction, dont
la thse est une ingalit logique. Il contient aussi les lettres
h , a , x ; mais elles sont des lettres apparentes ; car la tbse, o
figure la lettre x , a au signe = lindice x ; donc cette thse est
indpendante de * . E t les lettres h et a sont des indices au signe
de dduction ; donc le second membre est aussi indpendant des
lettres h et a (voir In tr. au Form., 14). Les deux membres de
lgalit contiennent les mmes lettres.
D ordinaire on indique la limite cherche par limI_ 00/j! , en
sousentendant la classe w des valeurs de x. Dans ce qui suit, pour
abrger, nous crirons simplement lim au lieu de lim*,,,,,,,; en
revenant, lorsquil faut, la notation complte, qui ne produit
jam ais des ambiguits.
Nous commenfons par transform er cette dfinition. Comme nous
venons de dire, elle a la forme
(a)

H ypoth. q .

l er membre = 2me membre.

Or les deux membres de lgalit sont des propositions ; et l galit


entre deux propositions a et 6, a = b, est identique lensemble
des propositions aQ b. b^a (voir Form. I, 1, P 3).
Donc en exprim ant le signe == par le signe o , la proposition
(a) se transform e en
(/?)

Hypoth. q . l ermembre o 2me membre. 2mmembre Q l ermembre.

282

G IU S E P P E PEA N O

M aintenant, tan t a , b , c des propositions, la arjb c est qui valente


lensemble a j b . uqo (Form. I, 1, P 36). Nous dirons, avec M.
Burali, qu on compose les propositions
. a ^ c , lorsquon les crit
sous la forme a^bc ; et quon dcompose celle ci, lorsquon la rduit
la forme primitive. Dcomposons donc la (fi), dont la thse est
l ensemble de deux propositions ; on obtient (/3) = (y) (&), o
(y)

H yp. q .

l 6r membre 2me membre.

()

Hyp. q .

2 me membre 3 l 6r membre.

Or, tan t a , b , c des propositions, lexpression oq . bQc (de a on


dduit que de b on dduit c) est identique . abqc (Form. I, 1,
P 39, et In tr. 12, P 13). On appelle importer l hypothse a, la
trnsformation de la premire la seconde forme, et exporter lhy
pothse a, la transform ation inverse. Im portons donc l H yp. dans
les (y) e t () ; elles se transform ent en :
(e)

H yp. l 6rmembre. q. 2me membre.

()

H yp. 2ra6 membre. Q. l or membre.

Cette transform ation de la (a) dans () (f) est tout--fait gnrale j si a , b , c sont des propositions, la aQ . b c est identique
a 6 [)c . acQb, comme dit la P 44 du 1 de la premire partie du
Form. Mais nous avons prfer de faire les transform ations une
la fois. Substituons aux abrviations l er membre 2me membre, leurs
valeurs. crivons, selons les notations adoptes, H p P l pour indiquer lhypothse de la proposition 1. La P I se transform e dans
lensemble des prop. 2 et 3 :
2.

H p P l. p lim /a ;. 0 .\/ieQ.aeq.Ofc,a::Mw.a;>>a.mod(/a: y ) < h . ~ = xA -

3.

H p P l ..fteQ.aeq.QA

a. mod ( f x y)<Jh.~ = x h .--0 yelimfx.

La P 2 a encore la forme 0 &De j importons encore lhypothse ;


elle se transform e en :
4.

H p P l. ye i m f x . heQ . aq. q : x eu . x > a . mod ( fx y ) < ^ h . ~ = x a

q uon lit a y a n t u , f , y la signification explique dans les H ypoth.


de la P I , si y est une limite de f x , si h est une quantit positive,
et si a est une quantit relle quelconque, il y a toujours des valeurs x, appartenant lensemble u, plus grands que a, et qui
rendent la diffrence f x y moindre, en valeur absolue, que h .
Remarquons la loi qui rgie les indices dans la transform ation
de la P2 dans la P4. D ans la P 2 le signe de dduction principale,
q . \ , ne porte pas d indices ; ils sont sousentendus, et sont toutes

SU R LA D FINIT ION D E LA L IM IT E D 'U N E FO N C TIO N . E T C .

233

les lettres variables dont dpendent les deux membres, u , f , y .


Le second signe de dduction q : a comme indices les lettres h et a.
E n im portant lhypothse (Int. 18, P2 ), on m ettra au signe unique
de dduction q : qui remplace les deux, tous les indices des deux
signes; dans notre cas, u , f , y , h , a ; mais puisque dans la P 4 ce
signe de dduction indique la dduction principale, on les sousentend tous.
La condition entre u , f , y , h , a ,
(a)

xeu . x > a . mod ( fx y) < h . ~ = * a >

contient la lettre apparente x. On peut la liminer, cest--dire mettre cette condition dans une forme, o ne figure plus la lettre x.
cet effet, exprimons la relation x > a , par le signe e, sous la
forme ze a -)- Q ; lensemble xeu . x > a devient xeu . xe a
Q , ou
xeu . (a + Q) ; car une formule de Logique (Int. 16, P 2) d it que,
tan t a et 6 des classes, lensemble des propositions Tea. xeb est
identique la prop. xea ~ ^ b . A u lieu de mod ( f x y) < h , on
peut crire mod ( f x y) eh Q ; et la proposition (a) se transforme
d abord en :
(fi)

x e u ~ . ( a + Q,). mod ( f x y )e h Q , . ~ x a -

M aintenant, ta n t u une classe, et g u n signe de fonction, p a r gu


on entend l ensemble des valeurs de la fonction gx, lorsque x prend
toutes les valeurs dans la classe ; et alors, tan t v une autre
classe, on a la formule de Logique (Int. 29, P5),
xeu . gxev. ~ = x A :

dire qu il y a un x, appartenant la classe u, dont le gx est un


v, est identique dire que les. classes gu et v ont des individus
communs. Appliquons cette transform ation notre cas. Posons
donc w
(a -|- Q) au lieu de w, mod ( f x y) au lieu de gx, et
h Q au lieu de v. La (/3) devient
(r)

m o d ( / [ a ^ ( a + Q)] y) ^ (fc Q ) ~ ^ A

e t ainsi on a limin la x. En su b stitu an t dans la P I , on a :


5.

HpPl.o

ye lim f x . = : heQ . aeq . Qa.h .


mod {/[ --' ( + Q)] y) * (A Q) ~ = A

On peut prsenter sous une autre forme cette limination.


ta n t a et b deux quantits, et a < b. on dsigne par a
b lin
tervalle de a . b, cest--dire (a -f- Q) (fc Q) ; donc xea
b
signifle a < x < b. Alors la proposition mod ( f x y) < h est qui-

234

G I U S E P P E PEA NO

valente
h < fx y < h
ou
y h < fx < y + h
et enfin
f x e (y h ) ~ (y + h),
cest--dire/ * appartient lintervalle de y h y -f- h. Alors la
proposition (a) devient
()

xeu ^ (a + Q ). f x e (y h ) ~ (y + h) . ~ = * A

Appliquons maintenant la transformation logique nonce, en y faisant la substitution


tu (a + Q), / , \y h)
(y + h)\
\
9>

)
cest--dire, en posant au lieu des lettres crites en bas les expressions suprieures ; la (d) se transforme en :
(e)

/ [w ^ (a - f Q)] ~ (y h) (y + h) ~ = a ,

et la dfinition 1 devient
6 . HpP1.0.-.2/lim/x.=:AeQ.<iEq.0A,./[M^(rt-f Q)]^(yh)

(y-\-li)~=A-

Ayant u, f et y la signiflcation explique, y est une valeur limite


de fx , lorsque, en prenant un nombre positif h et un nombre a, il
y a toujours des valeurs de la fonction f , correspondant des va
leurs de la variable de la classe u, et plus grands que a, qui appartiennent lintervalle de y h y + h.
On a donc limin la lettre x, et transform la P I dans la 5
ou la 6 , par la convention sur la signiflcation de fu , lorsque u est
une classe. On peut substituer la condition (a) la (y) ou la (e) dans
les propositions 2, 3, et 4. En substituant dans la P4 on a :
7.

H p P l . ye lim f x . heQ . q . q ./[w~(a+Q)]<-*(yh) (y+ft) ~ = A

Transportons le second membre de la dduction dans le premier,


et lhyp. ye lim f x du premier dans le second, par la rgie de logi
que que n&Qc est identique a ~ cq ~ b (Form. I, 2, P24) ; il faut
nier les propositions quon transporte ; la ngation du second mem
bre sobtient en supprimant le signe ~ au devant de 1 = ; et lon a :
8.

H p P l. heQ.aeq . / [ ^ (a-|-Q)|

(yh)
(y+fc)=A 0 V~ lim/*.

'
1
En conservant les lettres u, / , y la mme signiflcation, si h est un
nombre positif, et a une quantit quelconque, et sil n y a pas de

SUR LA D FINIT ION DE LA L IM IT E D U N E F ON CTIO N . ET C .

235

valeurs de la classe f [ u
(a -f- Q)] appartenant lintervalle de
y h k y
h, alors y nest pas une limite de fx .
Nous voulons maintenant liminer la lettre apparente h, qui
figure au second membre de lgalit dans la dfinition de la limite.
Ce second membre, sous la forme de la P5 est
()

heQ . nq . QhjIt. mod j f [ u ^ (a + Q)] y) ^ (k Q) ~ = a -

Exportons lhypothse oq, selon les rgles dj vues ; il se trans


forme en
(/*)

o * : heQ Oh m<>d {f [ u

a*

Quel que soit a, alors, quel que soit h , on a etc. Or de la


thorie des limites suprieure et infrieure dun ensemble de nom
bres, on a (Form. V, 3, P20) : .
MeKQ . q . \ lj = 0 . = : heQ .

.u

(h Q) ~ = a -

tant u un ensemble de nombres positifs ou nuls, leur limite


infrieure sera zro, lorsque, quel que soit le nombre positif h, il y
a toujours des nombres de l ensemble u plus petits que h. Posons
ici mod [ f[ u
(a -(- Q)] y] au lieu de ; lhypothse ueKQ0 est
satisfaite, car les modules sont des nombres positifs ou nuls ; et on
ne lcrit plus, en vertn du principe de Logique (Form. I, 1, P I 2)
a.aQb.Qb : Si la proposition a est vraie, et de la a on dduit la b,
alors la b est aussi vraie. Envertissons les deux membres ; nous
av o n s:
heq.r)h . mod { /[

(a + Q)] y) ^

(h Q )~ = a :

= .'lj mod {/[* --v ( + Q)] y) = 0 .


Substituons dans la (yS) la thse sa valeur ainsi transforme;
la prop. 5 se transforme en :
9.

H pP L f.'.ye lim f x . = : aeq . Qa lj mod { f [ u ^ ( a

Q)J y} = 0.

Ayant u , / , y la signification connue, la y est une limite de


fx , lorsque, quel que soit le nombre a, la limite infrieure des valeurs
absolues des diflrences entre les valeurs de f [ u
(a -|- Q)] et y
est zro.
On peut donner une autre forme au rsultat de llimination de
h. tant u un ensemble de points (nombres), dans plusieurs questions danalyse on a considrer la plus petite classe ferme contenant u (selon la nomenclature de M. G. Cantor). On la dsigne

236

G I U S E P P E PEA N O

par C u , quon peut lire lensemble u renda ferm (clausus) ; sa


dfinition est (Form. V, 7, PI) :
(a)

weKq . o . Cu = q

xe [lj mod (u x) = 0].

Def.

On appelle Gu l ensemble des nombres x tels que la limite in


frieure des valeurs absolues des diffrences entre les nombres u et
x soit nulle. Lensemble Cu contient tous les points de u, et les
points limites ; il ne faut pas le confondre avec la classe drive de
u. Commen^ons par rduire la prop. (a) la forme plus utile pour
notre but ; oprons sur les deux membres de lgalit par le signe
xe, cest--dire posons ce signe en avant des deux membres. Le pre
mier sera xeCu. Le second membre devient xe[q^xe [ljHiod^u)=0]] ;
mais, tant a et & des classes, on a l identit logique dj mentionne xea ^ b . = . xea . xel (Intr. 16, P'J) ; donc cette expression se
transforme en :
xsq . xe xe [1, mod (u x) = 0 ] ;
les deux signes xe et xe, qui reprsentent des oprations inverses, se
dtruisent (Int. 17, P I, et 28), et il reste
Mq . Ij mod (ti x) = 0 .
Donc la dfinition (a) se transforme en :
(/?)

ueKq . o
xe Cu . = . aeq . Ij mod (tt x) = 0.
I
Posons ici f [ u (a -j- Q)] au lieu de w, et 1/ la place de x ; supprimons les propositions f [ u
(a -J- Q)] sKq, et yq, contenues dans
les hypothses, et lon a, en envertissant les deux membres :
(y)

1, mod [ f[u ^ (a - f Q)] y] = 0 . = . ye Cf [u ^ (a + Q)].

Substituons ; la PO devient :
10.

H p P l. 0 .*. ye lim f x . = : aeq . Oo 2/8 Of[u

(a

Q)].

La condition ncessaire et suffisante pour que y soit une limite de


f x , est que, quel que soit le nombre a, y appartienne toujours len
semble / [w
(a -|- Q)] rendu ferm.
On a ainsi limin la lettre h, et lon a obtenu les prop. 9 et
1 0 , par une nouvelle convention, de la limite infrieure, ou de la
classe ferme. Maintenant il n y a plus dans le second membre de
la 10 que la lettre apparente a ; pour la liminer il faut une nou
velle convention ; cette nouvelle convention est la dfinition mme
de la limite. En eflfet la proposition 10 dit quon crit le premier
membre qui ne contient pas a, au lieu du deuxime oi figure cette
lettre apparente.

SUR LA DFINITION D E LA LIMITE D'U N E FONCTION. ET C.

237

Ju sq u prsent nous avons dfini la proposition ye lim fx , dans


les liypotlises de la P I. On n a pas dfini le signe lim f x . Pour
bien voir la classe quon a dfini, prenons la dfinition sous la forme
de la proposition 1 0 . tant a , b , c , d des propositions, lexpression
abQ.e = d est identique f).6c bd ; on passe de la premire , la
deuxime en important b ; et en exportant & on a la transformation
inverse (Form. I, 1, P45). Dans la PIO importons lhypothse yeq,
quy est contenue ; on a :
eKq.l'M = oo ./eqfa.Q.-.yeq.yelim/x . = :yeq : aeq. Oa-yeGf[u-~~(a-\-Q)\.
Oprons les deux membres de lgalit par le signe ye. gauche,
par des transformations que nous avons dj reneontres, on obtient
q
lim f x ; droite ye yeq se rduit q j et lon a :
11. tsKqj. l'w =oo ./eqfa.Q.q

\irafx= q^ye{aeq.Q a.yeCf[u . (a+Q)J).

Donc la classe quon a dfini est q /-v lim f x , les nombres finis
qui sont des limites de fx .
Maintenant nous allons dfinir les propositions o o e lim f x , et
oo lim f x :
12. H p P ll. Q::coe\imfx.=.'.a,meq.Qa,m:x e u .x > a .fx > n i.~ = x A. Def.
Ayant u et / la signification connue, nous dirons que loo e 8t une
valeur limite de fx , lorsque, quels que soient les nombres a et m, il
y a toujours une valeur de x, appartenant lensemble u, plus grande
que a, qui rend f x suprieure m.
Cette proposition se transforme comme la P I. La condition
xeu.x'>a.fx> m .~ x\ se transforme en xe u>~*(a-\-Q).fxe m -|-Q.~ = x\ ,
et en liminant la x, par l identit logique dj rencontre (Int. 29,
P5), en f [ u ^ (a -f- Q)] ^ (m -f- Q) ~ = a - Donc la P12 se transforme dans la P13, analogue la P5,
13. H p P ll. .ooelm/c. = : ,mq.Oa, m./[tt'~ '(a+ Q )]'-.(m -|-Q )~ = A .
Le second membre de cette galit, en exportant lhypothse eq,
devient
<rsq . Oo =

0 > / [

( + Q)1

(* + Q) ~ = A-

Or, tant u une classe de q, par la dfinition de la limite suprieure,


on a (Form. V, 3, P5),
P ii = oo . = : meq . q, . u ^

(m

Q) ~ = a>

238

G I U S E P P E PEA N

la limite suprieure des 11 est infime, lorsque, quel que soit le


nombre m, il y a toujours des nombres de la classe u plus grands
que m. Substituons ici / [u . (a + Q)] au lieu de u ; en envertissant les deux membres, on a :
meq . 0 * - f \ u ( + Q)] (w + Q) ~ A : = 1' / [''>( + Q)] = 00
Substituons dans la P13 ; elle se trans fo r m e en :
14.

H p P ll. o

00

f x . = : aq . Q0 . 1'/ [

>(a + Q)] = 00

Loo est une valeur limite de fx , si, quel que soit le nombre a, la
limite suprieure des valeurs de la fonction, lorsque la variable prend
les valeurs suivantes a, est infime. On a ainsi limin la ni. Cette
proposition est lanalogue de la P9.
Nous voulons trouver la signiflcation de la proposition loo
n est pas une limite de fx . Le second membre de la P13 est une
dduction ; transportons la tbse dans le premier membre, en la niant,
en vertu de Fidenti t logique q . = . a ~ b =
(Form. I, 3, PS).
La prop. 13 devient :
H p P ll. O.\oo e lim/o\=:a,iq .f[ u ^ (a-f-Q)] < (m +Q) = A = , A
et, en niant les deux membres de lgalit (Form. I, 2, P5),
15. HpPll.o.\oo~lim/a;.==:a,mq./[w^(a-|-Q)]''-'(i4-Q)==A.~=<i, mA Loo n est pas une limite de la fonction, lorsquon peut dterminer
deux nombres a et m, tels que nulle valeur de f [ u /-* (a + Q)] ne
soit plus grande que ni.
Analoguement la P12, on pose par dfinition :
16. H p P ll. q::oo lim f x

teq . q,ot : xeu.x>a . f x < m , ~ = x a

et en liminant la x, la m, et en niant les deux membres, on a les


correspondantes des prop. 13, 14, 15 :
17. H p P l l . o \ ooelim/a: .=:a,wteq.0 Oim./[w^(a-(-Q)]^(m Q)~=A>
18.

.()..

.=:flq.o 0.l 1/[it^ (a + Q )] = oo,

19.

.Q .\oo~elim/a;.=:,weq./[M^v(a+Q)]^(wQ)=a -~ =,iA*

Nous avons donc dfini (PI) la proposition ye lim fx , o y est un


nombre fini (voir la P II). Puis nous avons dfini (P12) la proposition oo e lim f x ; cest--dire la proposition ye lim /*, lorsque y oo.
Examinons bien ce passage ; on a :
(a)

y = oo ,

: ye lim f x . . oo e lim f x

S u r l a d f i n i t i o n d e l a l i m i t e iy u N E f o n c t i o n . t c .

239

ar lidentit logique a = b . q : aea . = . beu , consquence imxndiate de la PIO du 4, partie I du Form. Multiplions (logiquement)
les membres des dductions P12 e t(a )j cest--dire appliquons la for
mule ao& . cQd : o acQbd (Form. 1, 1, P30) j on a :
(/3) H p P ll. y = o o . Q : : ye lim f x . = . oo e lim f x : : oo e lim f x . =

etc.

en indiquant par etc. ce qui est droite du signe =


dans la d
finition P12 ; de la Thse de la (fi) on a ye lim f x . =
etc. (par
lidentit a = b . b = c . q . a = c) j donc, par le syllogtime
(y)

H p P ll . y = oo . q : : ye lim f x .

etc.

Analoguement on a dfini (p.16) la proposition ye lim f x , lorsque


oo. Donc la proposition yeMmfx est dfinie lorsque y e q . ^ .y
= o o .w .y = oo. La proposition y ~ o o snonce au moyen du signe
e et du signe t (signe qui signifie gal} Xaog, voir Intr. 31) ; et devient yet oo j la proposition y = oo se transforme en yet oo ;
et lensemble
yeq .w . y = oo .w , y = oo

devient ye q .w , yei oo .w . yet oo. Or (Intr. 16, P3) xea .w . xeb est
identique xe a ^ b ) donc on a dfini yeMmfx lorsque yeqw toow too.
Maintenant il ne convient pas d tendre la signification de la propo
sition y e l i m f x d autres cas j et nous poserons, comme dfinition
du signe lim f x :
20.

H p P ll.

[3

. lim f x = (q w i oo ^ t oo) --n lim f x .

Def.

Par lim f x nous entendons les nombres finis, ou gaux + oo ,


qui, selon les dfinitions 1 , 1 2 , 16, sont des valeurs limites d e/# . .
En dveloppant les dfinitions de la limite d une fonction, nous
avons fait usage des limites suprieure et infrieure dun ensemble,
et des ensembles ferms. Ces ides sont plus simples que lide de
la limite d une fonction. Les ides des limites suprieure et infrieure
dune classe, et aussi des points limites d une classe, sexpriment au
moyen de la seule ide logique de classe j la limite d une fonction
exige encore Pide de fonction ou de correspondance. En consquence
les auteurs qui dfinissent les points limites d un ensemble en se
servant de la limite dune fonction, expliquent une ide facile au
moyen des ides plus compliques $ et sexposent encore des difficults, sur lesquelles nous ne voulons pas nous arrter.
Sont lies la limite dune fonction deux classes, que nous in
diquerons par fj' (fy u) et
( / , u), et que nous allons dfinir.

240

21.

G I U S E P P E PEA N

H p P ll . o /<*'{/, )
= q ^ n e (<uq ./[M ^v(4-Q )]^(m +Q )=A . ~ =

)- Def.

Ayant / et w la mme signiflcation, par / / ( / , u) nous dsignons


tout nombre m tei quil y a un nombre , de fagon que nulle valeur
de y [m -- (a Q)1 ne soit plus grande que m.
21'.

H p P ll. o . f,l (f, u)


= q ,-^me jq

Q)=A- ~ =aA-

Def.

Au second membre de l galit qui figure dans la df. 21, la lettre


a est apparente puisquelle figure aussi comme indice au signe ~ = .
La lettre m est aussi apparente ; car la proposition entre ( ) est
une condition contenant la lettre m, et en posant en avant le signe
me, on a une classe indpendante de m (Intr. 17). Donc ce second
membre dpend des lettres / et u j et nous lavons indiqu par fx'(f, u).
Mais, puisque dans cette Note les lettres / et u ne cbangeront jamais de signiflcation, pour abrger nous crirons fi' au lieu de fi'(f,u);
et crirons \ii u lieu de j i ^ f, u).
Oprons sur les deux membres de l galit qui figure dans la
P21 par le signe me ; en appliquant les rgles que nous avons dj
vues, et en simplifiant lexpression me me on a :
22. H p P ll. Q.\me/j.'. : meq : aq ./[w ^(a+ Q )].^( -|-Q )= A ' ~ aA>
m appartient la classe fi', lorsquil est un nombre fini, et quon
peut dterminer un nombre a tei quil n y a pas de valeur de fx ,
pour x contenu dans la classe u et suprieur et, qui soit plus
grande que m.
La proposition conditionnelle :
(a)

a,meq . / [ >(a -f- Q)] ^ (m - f Q) = A- ~ =a,m A

qui figure au second membre de lgalit dans la P I 5, est identique


(/?) mq : aeq . f [ w ^ ( a -j- Q)] ^ (w - f Q) = a ~ = A : ~ = m ACest lintuition qui nous dit que les propositions (a) et (/}) sont
quivalentes ; mais on peut riger en rgie gnrale cette transformation de la (a) dans la (/?). Si ax et bXiV sont des propositions
contenant les lettres qui figurent comme indices, la proposition
axbxy ~
a il y a des valeurs de x et de y qui satisfont aux
conditions aJ)XV est identique la ax.bxy ~ = y a . ~ %A (ou, en
adoptant les parentlises, ax(bxy ~ = y\ ) ~ = * a ) il y a des valeurs
de x qui satisfont la condition ax et tels quil y a des valeurs de
y qui satisfont la condition bxy . En examinant lIntroduction au

SUR LA DFINITION DE LA LIMITE DUNE FONCTION. ETC.

241

Form, on voit que cette transformation est la P3 du 18, dans laquelle on a pris les ngatives des deux membres.
Or, ce qui dans la (/S) prcde le signe ~ m a , par la P22, est
identique w ie/, Donc la (/?) se transforme en
ir)

*//. - = a

laquelle est identique


()

A*'~ = A ,

par une identit logique contenue dans Form. I, 4, P 6 (Intr. 16,


P5). Substituons enfin dans la P15 au second membre (a) sa valeur
(<5) ainsi transforme j on a
23.

H p P ll. O : oo ~ lim/a? . = . pf ~ = a

L infini n est pas une limite de fx , lorsque la classe


rciproquement. Analoguement
23'.

H p P ll. o : 00 ~ lim/ar . =

existe, et

~ = a

Nous allons prouver que


24.

H p P ll. m'e/t'.

. Q . m/ !> mi .

Tout nombre m' de la classe / / est suprieur, ou gal, tout


nombre mt de la classe /*,. En effet, substituons m'ej/,
les
valeurs quon tire des dfinitions de y f et /*,, P22. En sousentendant
toujours H p P ll, qui explique la signification des lettres u e t / , on a :
(a)

m '[*',

. = ; m'e q : acq . / [ ^ (fi + Q)] ^ (m '- 1- Q)

= A ~ = A =
: actl ' / [ H ^ Q ) ] ^ ! - ' Q ) = A ~ =<*A*
Groupons diffremment les propositions du second membre de la (a),
ce qui est permis par les proprits commutative et associative de
la multiplication logique. E t ensuite appliquons la rgie de logique
(Int. 18, P7) qui transforme lensemble des propositions
ax ~ = x a ^ ~

A>

il y a des x qui satisfont la condition x , et il y a des x qui


satisfont la condition bz dans son quivalente
aybi ~ ~y,z A?
il y a une valeur de y et une de z qui satisfont aux conditions
ay)z. (On se tromperait en la transformant en axbx ~ = * a*) Dans
notre cas nous avons deux propositions qui contiennent comme in
dices la mme lettre a j nous en ferons une proposition seule en
crivant deux let^jjes diffrentes a' et
dans les deux formules,

242

Giu s e p p e

pean o

et lon a :
(/S) m'ep'.

. = : to', m ^q : a', ,q ./[ - ^ ( a '+ Q J j ^ w '+ Q )

= A /[
(1 + Q)] ~ (w! Q) = A ~ =',!A)
dire que to' et mi appartiennent respectivement aux classe / / et
Hl est identique dire quils sont des nombres finis, et quon peut
dterminer deux nombres a' et j.tels que nulle valeur de /[ ''(a'-j-Q)]
ne soit plus grande que to', et nulle valeur de / [
(a1 -|- Q) ne
soit plus petite que mv
(y)

to', m yeq . a',

q ./

[tt

>(a'-\- Q)] ^ (to '+ Q)

= A - / [ M'~'(ai + Q ) W wli1Q )=A - 0 ^ M^'(/+Q )'~'( i+Q)-~=*A Or, tant in' et mx des quantits, et a', , des quantits qui
veritent aux conditions dont on a parl prcdemment, on peut d
terminer un nombre x appartenant la classe w, plus grand que a'
et que a,. En effet, puisque l'tt = oo, il y a dans la classe u des
nombres suprieurs a' et at.
(<5)

Hpty). x e u ^ (a '+ Q ) >(j + Q) Q -foo < .m '.

En conservant les hypotb. de (y), et si x est un nombre dont on


vient de parler, f x ne supre pas tu'. Si lon dsire analyser ce passage, remarquons que f [ u ^ ('
Q)] ^ (to'
Q) =
en transportant le second facteur dans le second membre, et en posant to' Q0
au lieu de ~ (m'-\- Q), se transforme en / [u
(a' -)- Q)] o m' Qo j
maintenant des hypothses
x e u ^ {a'

Q) . f [ u ^ (a' + Q)] Q to' Q0,

on dduit
f x e to' Q0,
comme rsulte de la formule logique xeu .fuQ v . Q .fxev, (consqucnce
immdiate de Intr. 29, P3) et f x e to' Q0 est identique la tbse
f x < ; to'.. Analoguement
(e)

Hp(<5). o P

mi .

Composons les () et (e), qui ont la mme hypotlise :


(0

Hp() . o - fon ^ m' . f x ^ mi .


Or de la Thse de (f), par larithmtique on a to' ^ mi ;

(v)

Ths(f) . o . to' ^ ml ,

et la thse de (tj) est la thse du thorme 24 dmontrer. Dans


les dmonstrations quon fait avec le langage ordinaire, on sarrte
habituellement ce point ; mais nous voulons, par des transforma-

Su r

la

d f in it io n

de

la

L IM IT E D UNE FO N C T IO N . E T C .

243

tions successives, obtenir toute la P24. cet effet, les () et (rj)


sont les prmisses dun syllogisme (Form. I, 1, P13), dont la conclusion est Hp(f) q Ths(>?), ou, en dveloppant :
(0)

Hp^) . e

(a' + Q)

(a, + Q) . o

Ici lHyp. contient la lettre x, qui ne figure pas dans la Thse ; on


la limine par la loi que une dduction aXtVQXtVbx , o lHp. contient
la lettre y qui ne figure pas dans la Ths., est identique la
fl*,? ~ = y A DJ>x : S il y a des valeurs de y qui satisfont la con
dition ax,y, alors est vraie la bx (Intr. 18, PIO). P ar cette trans
formation la (0 ) devient
(t)

Hpfr) : x e u ^ ('-j- Q)

(a1 + Q ). ~ = xj^ : q . ThsP24,

dans les Hp. de la (y), sil y a un nombre x tei que . . . . , alors


est vraie la Ths. du thorme. Or la (y) dit que la seconde partie
de lIIp. de la (t) est consquence de la premire partie ; donc on peut
supprimer cette seconde partie, par lidentit logique aQ& . = . a=ab
(Form. I, 1, P33). En la supprimant, et en dveloppant iabrviation
Hp(y) on a :
(x) i m'eq . a', a ^ q .f[u*-*(a' + Q)]
(w' -{- Q)
= A / [
( i + Q)]
(*! Q) = A 0 ThsP24.
L Hp. de cette proposition contient les lettres a' et a, qui ne figurent pas dans la Ths. ; on les limine avec le mme procs, et lon a:
(X)

m t, m'e q : a', ateq . / [ ^ (a1 -f- Q)]

(i'

Q)

= A / 1 (1+ Q)] ~ (% Q) = A *~ =',,A : 0 ThsP24.


Mais par la {fi), lHp. de la (A) est identique m'e/*'. mle/j.l ; donc :
m'efi.

. q . m' ;> to4.

c. q. f. d.

Thorme. Ayant u et / la mme signification, si loo et


oo ne sont pas des valeurs limites de f x , alors la limite infrieure
des nombres jx' et la limite suprieure des nombres /u, sont des
nombres dtermins et finis, et la premire n est pas infrieure la
seconde :
25.

H p P ll. oo ~ e lim f x . oo ~ e lim f x . o

lV ie(l ^M'

l'/^i-

En effet la P23 a la forme aQ . b = c, laquelle est identique len


semble db ~)c et acrjb ; comme nous avons dj dit pour expliquer la
transformation de la P I dans les P2 et P3. Nous crirons seulement
la premire des deux propositions, laquelle est :
(a)

H p P ll. oo ~ e lim f x .

. /lc' ~ = a -

244

GIUSEPPE PEANO

De la P23' on tire analoguement


(a')

H p P ll. oo ~ e lim f x . o fa ~ = A

La P24, en exportant H p P ll, devient :


(fi)

H p P l l . o : m'g / . m ^ f a .

mv

Multiplions logiquement membre membre les propositions (a) (a')


et {) (Form. I, 1, P30) ; en simplifiant, cest--dire en crivant une
seule fois les facteurs logiques rpts, comme dit lidentit logique
aa = a (Form. I, 1, P 6 ), on a :
(y)

H p P ll. oo ~ e lim f x . oo ~ e lim f x . q :


= A fa ~ A *

m ^ fa Om', toj .

Or dans la thorie des limites suprieures et infrieures des ensem


bles, on a la proposition :
(d) w, i>eKq.u~ = j^.v ~ =

l'v e q .l^ ^ l'u .

eu.'misv.Om\

tant u et v des ensembles de nombres, effectivement existantes,


si chaque nombre de u est suprieur, ou gal, chaque nombre de
i>, alors la limite infrieure des u et la limite suprieure des v ont
des valeurs finies, et la premire est suprieure, ou gale, la deuxime. Cette proposition est une consquence de Form. V, 3, P4,
P 4 'j mais elle nest pas explicitement contenue dans le formulaire
publi, et il sera bien de lajouter. Si, dans la (<5) au lieu de u et v
on lit p! et fiv elle devient
(e)

Ths(7 ) o ThsP25.

Mais on peut mettre la {y) sous la forme


(0

HpP25 0 Ths(y).

Les (e) et () sont les prmisses dun syllogisme, dont la consquence est
HpP25 o T1is P25.
Thorme. Si la limite infrieure des nombres y f est finie
(comme cela arrive dans les hypothses de la proposition prcdente),
elle est une valeur limite de la fonction f x :
26.

H p P ll. 1 ^ 'e q . Q .

lim fx .

En effet, appelons l cette limite infrieure, cest--dire posons

l=

(a )

La dfinition de la limite infrieure d une classe est (Form. V, 3, PI'),


(fi) tteKq . l e q . 0 : :

.= .\ ^ ( Z Q )=A : 2/ei+Q.Qy.it^(a/Q) ~ = A -

245

SUR LA D F IN IT IO N D E LA LIM ITE D 'U N E FON CTIO N . ET C.

tant u un ensemble de nombres, et l un nombre fini, on dit que


l est la limite infrieure des u, lorsquil n y a pas de nombre w in
frieur l ; mais, quel que soit le nombre y suprieur l, il y a
toujours des nombres w infrieurs k y. Posons dans la (fi) / / au
lieu de u ; par HpP26, hypothses que dans cette dmonstration nous
sousentendons toujours, lhyp. de [fi] est vraie, et on ne lcrit plus ;
et la (a) se transforme dans lensemble des deux propositions (y) et (3) :
(y)
()

m'

>(l Q) = A,

ye l + Q . o /*' ^ (y Q) ~ = ATransformons dabord la (y). Oprons par le signe me ; on a :

.()

mefi' . me l Q . =mA-

Substituons me/t' sa valeur donne par la P22 ; remarqnons tout


de suite que meq . m el Q se rduisent me l Q, car la premire
condition est contenue dans la seconde ; on a :
(0 m el Q : aeq . / [ ^ ( a + Q )] ^ (m + Q) = A - ~ = A : =mA*
Or la proposition ax . bxy ~ = a = * A i U n y a pas de valeur
de x qui satisfasse la condition ax , et telle quon puisse dterminer un y qui satisfasse la condition bXi y est identique la
proposition axbxy =*, a > ^ n y a Pas de valeurs de x et de y
qui satisfassent aux conditions axbxy (Intr. 18, P3). Appliquons
cette transformation la (f), en supposant que x soit m, y la a,
que ax reprsente la me l Q, et bxu toute la proposition entre ( : ).
On a :
(tj)

m el Q . aq ./[ ^ (a + Q)1

(m + Q) a

= a ,m

Transportons le troisime facteur danS le second membre, par lidentit logique ab = a - = . 0 ~ 6 ; on a :


(9)

m el Q . aeq . o,m /[

( + Q)] ~ (m + Q) ~ = A

Posons l h au lieu de m ; la me l Q devient l h e l Q, ou


heQ, et on a :
(t)

heQ . aeq . Qa,h .f[ u

(a + Q)] ~ (l h + Q) ~ = a

Quel que soit le nombre positif h, et quel que soit le nombre a, il


y a toujours des valeurs de f[ u -. (a. -fQ)] plus grandes que l A.
Maintenant transformons la prop. (). Posons l + h au lieu de
y; on a :
{*)
foQ . Oa fi'
(l + h Q) ~ = A
Oprons la thse par me ; substituons me/x' sa valeur donne par

246

O IU S E P P E PEA NO

P22 ; rduisons les deux propositions ieq , m e l - \ - h Q la dernire


[cfr. la transformation de la (y) en ()] ; la (x) devient
(X) AfQ.OA.'.WJ+AQ :6q ./[^(a+ Q )]^v(7+ Q )= A -~ = aA :~=mAOr une proposition de la forme ax : by . cXt . ~ = a : ~ = * A (il y a
des x qui satisfont la condition ax et tels qu il y a des y
qui satisfont aux conditions by . cX]y) est identique la proposition
l y : ax . c*, y . ~ = x \ : ~ = y a , transformation analoghe celles
que nous avons dj appliques plusieurs fois (Intr. 18). Appliquons cette transformation la thse de la (A) ; les lettres
x et y sont ici m et a; ax est me l + li Q, by est aeq, et cx<y
est / [u ^ (a -f- Q)] ^ (vi + Q) = A 5 la W 86 transforme en :
(ju) AQ.oA.-.aeq:we?-)-7iQ ./[M ^(a.+Q )]^.(m .+Q )=A -~=m A :~=oA*
Or on a :
(v) aeq.mel-\-h Q ./[m H + Q )]H + Q )= A - 0 -/[ ^ ( + Q )] 0 ^+AQt
ta n t a un nombre, m un nombre plus petit que l
sil ny
a pas de valeur de / [w (a
Q)] suprieure m, alors toutes'les
valeurs de /
(a -|- Q)] sont infrieures l -f- h. En effet
f[w ^ (a -)- Q)] ^ (m + Q) = a est identique f[ u ^ (a Q)] q m Q0 ;
la classe m Q0 0 Z+ li Q , tout nombre non suprieur m est
infrieur l + h ; donc / [u ^ (a -f- Q)] 9 l -)- h Q . Dans la (r),
l Hyp. contient la lettre m, qui ne figure pas dans la Thse ; on la
limin, selon les rgles connues (Int. 18, P 10), et lon a :
() aeq : me l + li Q .f[ u

(a - f Q)] ~ (m -{- Q) = ^ ~ m A : 0
/ [ ^ ( a + Q)]0 Z+ A _ Q .

Or tant a et b des propositions, de a,Qb on dduit a ~ = A - 0.& ''' A


(Form. I, 3, P 14). Donc, en oprant sur les deux membres de la
(f) par le signe ~ a a , on a :
(o)

Ths(;u). 0 : aeq

(a + Q)] 0 i + A Q . ~ = a a

P ar le syllogisme, de (ju.) et (0) on tire


(ji)

heQ . Qh : aq . / [ ^ (a + Q)] q l + h Q . ~ = a A .

Quel que soit le nombre positif h, on peut dterminer un nombre


a tei que toutes les valeurs de la fonction, pour a? > a, soient plus
petites que l -|- h.
Nous avons donc dcompos la (a) dans lensemble (j>) (<5), transform la ( 7 ) en (t) et la () en (n) ; nous allons recomposer les (1)
et (n). Soit h une quantit positive, a une quantit choisie de fajon
que toutes les valeurs de / [u
(a + Q)J soient plus petites que
l + * > soit b une quantit quelconque, appelons 0 le plus grand

SUR LA D F IN IT IO N D E LA L IM IT E D UNE F O N C TIO N . E T C .

247

des deux nombres a et b. Sera c un nombre ; donc, en substituant


c a dans (t) on a :
(g) heQ . aeq ./[ tt

(a -f- Q)J Q l + & Q

c = max (a , 6 ). q .

/ [w * (c -1" Q)] ^ (t A -(-Q )~ = A

il y a des valeurs de / [ m ^ ( c - |- Q ) ] plus grandes que l h.


Or, puisque c ;> a, o n a e + Q o + Q , tout nombre suprieur
c est aussi suprieur a ; en multipliant par u :
u

(e -j- Q) q u '>(a -{- Q) )

oprons par le signe / (Form. I, 5, P 5) ; la relation subsiste dans


le mme sens :
f [ u - (o + Q)] o / [ >(a + Q)].
Mais par Hp(^) ) / [ ^ (a + Q)] o l + h Q ; donc
(a)

n p (e ). 0 / [ -(e + Q)] o l + A Q >

toutes les valeurs de / [u ^ (c + Q)] sont plus petites que


On peut aussi crire cette dduction sous la forme
/ [w

(o

Q)] = / [ ^ (c + Q)]

(l + h Q ),

par l identit logique oq& . = . = & (Form. I, 1, P 33). Substi


tuons dans le second membre de la (q) / [ - -(<:-{- Q)] sa valeur
quon vient de trouver ; on a
(r) H pfe). o ./[ ~ (c + Q)J ~ (l + h - Q) ~ (i - h + Q) ~ = A
On peut remplacer (l + h Q) --* (l h -f- Q) par l intervalle
(l h) - (l -(- h) ; et l on a :
(v)

H p(e). 0 . / [u ~ (c + Q)] ~ (l - h) (I + h) ~ = A ,

il y a des valeurs de / [u (c -|~ Q)] appartenant lintervalle de


l h l -\-h j dautre ct on a

dy

c + Q Q6 + Q ,
m^ (c + Q) o m
/[w

(6 + Q) >

(c + Q)] 0 / [ ''(& + Q)1,

/ [ ^ ( o + Q ) J ^ ( * ) (Z + & ) o / [ * ^ ( 6 + Q ) ] ^ ( i ) ~ ( t + A).

Faisons suivre les deux membres par le signe ~ = a >


relation
subsiste dans le mme sens (Form. I, 3, P 14) ; on obtient
(<p)

* Ths(t)). o . / [ -> (6 + Q)] >(l li)

(l - f h) ~ = A

I 248

GIUSEPPE PEANO

Des prmisses (v) et (<p), par le syllogisme, on a Hp(g) o Ths(9?), ou,


en dveloppant
(x)

ae(l f \ u

(a + Q)] O ^

^ Q &eQ c = max(a , b) . q .

/ [ ~ ( & + Q ) W i - A ) (l + * )~ = A -'
L Hp(^) contient les lettres et c qui ne figurent pas dans la thse.
On limin c en supprimant la proposition c = m ax(a, 6), car tant
a et & deux nombres, il y a toujours le plus grand. On limin a
par la,rgie connue (Int. 18, PIO), et Fon a:
(vO heQ : aeq . f \ u ^ {a + Q)] Q l + h Q . - = a a : beQ :. o . Thsfc).
Mais la deuxime partie de cette hypothse est contenue dans la
premire, comme dit la (tt) ; on peut donc la supprimer, par la
rgie a^b . = . a = ab ; on a :
(co)

heQ . beQ,. 0 . / [u ~ (6 + Q)] ~ (l - h) ~ (l + h) ~ = A .

Mais, par la P 6 , la (w) est identique


le lim f x ,
qui est la proposition dmontrer.
Analoguement on a :
26'.

H p P ll. l'/^eq . 0 ^ i e lim f x

II suffit en effet de faire quelques changements des signes + en


et Y en 1} dans la dmonstration de la P26 pour dmontrer la
26'. Mais, puisque cette dmonstration est assez longue, et dans
cette Note nous nous proposons dtudier les diffrentes formes de
raisonnement, on peut dduire la 26' de la 26 par la transformation
suivante. On a (Form. V, 3, P 16)
= ii ( /i) >
ou, en crivant toutes les lettres, quon ne peut pas ici sousentendre
(voir P 21 et P 21'),
(a)

I V j ( / , tt) =

lj [ _ ^ ( / , u ) ] .

Mais on reconnait facilement que


(ft

'

= /*'( / w ),

la classe des nombres fix , correspondants la fonction / , et la


classe m, changs de signe, est identique la classe des nombres /*',
correspondants la fonction / , et la mme classe u. Donc :
(r)

( / , ) = li/*'(/ , )

SUR LA DFINITION DE LA LIMITE DUNE FONCTION. ETC.

249

Maintenant, par la P26, que nous venons de dmontrer :


(<3)

l j ft' ( / , w)

e lim ^, Wt oo

Il est aussi facile de prouver que


(c)

lim*, Ut00

f x

lirD*,,oof x

De la (y), (5) et (e) on dduit la P26'.


Thorme. Ayant u et / la mme signification, si ni oo ni
oo ne sont des limites de f x , alors il y a des valeurs finies,
limites de f x .

27. H p P ll. oo ~ lim f x . oo e lim fx . Q . q ^ lim /# ~ = A .


En effet, la P25 et la P26 donnent :
(a)

H p P ll. o o ~ e I i m / r . oo ~ e lim /r . Q . 1,^'eq ,


H p P ll. ljjtt'eq . o . 1 ^ 'e lim f x .
On en dduit
(fi)

(y)

H p P ll. oo ^ 6 lim f x . oo ~ e l i m f x . o . 1 ^ 'e q ^ lim f x .

La forme de cette dduction est, que si ab^yc . ac d . q . ab^cd , o


a H p P ll, 6 = (oo ~ e lim/) ( oo ~ e lim f x ) , c = (lj/^'eq), et
d = (l^t'elim /jc). Cette formule de logique n est pas explicitement
contenue dans le Form. ; mais elle est rductible aux formes qui y
sont contenues. Or, tant u une classe, de xeu on dduit u ~ = a >
(si x est un individu de la classe uy alors la classe u nest pas
nulle) ; donc :
()
Ths(y). 0 ^ ^ lim/a? ~ = A
Les (y) et () sont les prmisses dun syllogisme, qui a pour conclusion la proposition dmontrer.
Dans la P27 transportons les Hp oo~lim/a?. oo~elim f x dans
le second membre, selon lidentit logique a b c o d .* = .a )d '~ '~ b '~ '~ c
(Form. I, 2, P25). On a :
(a)

H p P ll. o . q ^ l i m f x ~ = A w 0 0 e

f x w 00 e

fx

Ou il y a des nombres finis qui sont des limites d e / # , ou l oo,


ou oo en sont des valeurs limites. La prop. o o e lim /r est
rductible la forme i oo ^ lim f x ~ = a *
la (a) devient ;
(fi) H p P 1 1 .0 .q ^ lim /c ~ = A w *too^ i m/ r~ = A w -(t oo)<~*4im/c~=A*

La formule a. ~ = A w &~ = A ' = *a w &/s' ==A (Form. I, 3, PIO)


transforme la (fi) en :
(y) H p P ll. Q . ( q ^ l i m / r ) ''(too>-slim/a?)w(l o o ^ l i m /c ) ~ =

250

GIUSEPPE PEANO

et la ( a ^ c ) v ( i ^ c ) = ( f l v j ) ^ c (proprit distributive de la
multiplication, Form. I, 2, P22), transforme la (y) en :
(5)

H p P ll. Q . ( q w [ o o ^ ( oo)

lim f x ~ =

Celle ci, par la dfinition PIO, devient


28.

H p P ll. o lim/a? ~ = \ .

Toute fonction f x , donne pour les valeurs de la variable appar


tenant un ensemble lllimit suprieurement, lorsque la variable
tend loo, a des valeurs limites.
Thorme. S un nombre z est suprieur quelque nombre
il n est pas une limite de f x .

m de la classe

29.

H p P ll. mefi' . ze m + Q q . &~ e lim f x .

En effet, posons h = z m ; h sera une quantit positive. Tout


V intervalle de z h z -\-h sera contenu dans lintervalle de m
oo, car
(z h) (z + h) = (z h + Q)
(z + h Q) par la dfinition de
P intervalle (Form. V, 4, P41),
(z h + Q) ^ (z -|- h Q )q* h -j- Q, par la formule a&Qa (Form. I,
1, P5), z ^ + Q = m + Q , puisque z h = m .
Donc :
(a) wieq , z s m + Q . h = z m .Q . heQ . (z h) * (* + A) 0 w + Q
Maintenant soit a un nombre tei que / [ ^ ( a + Q )]^ (w + Q) = a ;
il sera aussi
f [ u * (a + Q)] ^ ( h) (z + h) = a
par la formule de logique a^b . fcc = a * 0 ac = A (Form. I, 3,
P31) ; et lon a :
{fi) H p P ll. H p(a). ftsq . f [ u ~ {a + Q)] ~ (m + Q) = a 0
heQ . aeq ,f[ u ^ (a + Q)]

(z h) (z + &) = A

Nous avons dans la Ths. rpt lHp. aeq, par la formule de


logique aQb. q . kqab (Form. I, 1, P29). Or, par la P 8 on a :
(y)

Ths(|5). o . - e lim f x ,

des prmisses (fi) et {y) on a, Hp(/3) q Ths(y), ou, en dveloppant :


(<3) H p P ll. meq.ze m -{-Q .h= zm .aeq./[u^v(a-f-Q )]^(i+Q )=A 0
z ~ e lim fx .

SUR LA DFINITION DE LA LIMITE DUNE FONCTION. ETC.

251

On limine la lettre h, qui ne figure pas dans la Ths., en supprimant la proposition h z m, qui est sa dfinition. On limine a
par le procs bien connu (Int. 18, PIO),
(fi) H p P ll. m e q a e m + Q : a e q ,f[u ^ ( a + Q)] ^ (m -)- Q )= A ~ = o A : 0 *
z ~ e lim f x .

Or, par la P22, me q : aeq . f \ u ^ (a + Q)] ^ (m + Q) A ~ = A


est identique mep' ; en substituant, la (e) se transforme dans la
proposition dmontrer.
Dans lHp. de la P29 il y a la lettre m qui ne figure pas
dans la Ths. ; liminons*la ; on obtient :
(<%)
{fi)

H p P l l . ze q : mep' . m s z Q . ~ = m A : 0 ' ^ ' V lim /# ,

. ( 2

Q) ~ = a 0 *

Or / / ^ ( z Q) ~ = a il y a des nombres de lensemble fi', plus


petits que z est identique >
la est plus grande que
la limite infrieure des / / . Substituons dans la (/?); on a le thorme
30.

H p P ll. zeq . z > \ f i ' . q . 2 ~ e lim f x . -

Si z est un nombre plus grand que la limite infrieure des nom


bres / / , il n est pas une limite de f x . Analoguement on a :
30'.

H p P ll. zeq . z < V/zL 0 *z ~ e 1im/

On dduit que la 14/*' et 1 '^ , lorsquelles existent, sont respectivement le maximum et le minimum de la classe lim f x .
Il est intressant le cas o il y a une seule valeur limite de
la fonction. Appelons-la y. Pour indiquer que y est la seule valeur
limite de f x , sans introdurre des notations nouvelles, il sufft de
dire que la classe l i m f x est identique la classe forme de lindi
vidu y j or cette classe est indique par i y \ donc nous crirons
lim fx = t y .

Dans la pratique on pourra sousentendre le signe t ; et crire (comme


nous avons vii) ye l i m f x pour indiquer y est une limite de f x ,
et (selon lhabitude) y = lim /# pour indiquer y est la limite de
f x . Mais ici nous adopterons la notation complte (voir Int. 31).
Thorme. A yant u et / la signification connue, et tant
y un nombre fini, la condition ncessaire et suffisante pour que y
soit la limite de f x , est que la limite infrieure des nombres
et

252

G I U S E P P E P EA NO

la limite suprieure des nombres


31.

coincident avec

H p P ll. y e q .Q - . i y = lim f x . = . \ y *= \ ' p i = y .

En effet, des HpP31, si lim f x = iy, puisque y ~ = oo, cest--dire'


puisque oo ~ e i y , en substituant iy sa valeur gale lim fx , on a
oo ~ e lim f x :
(a)

HpP31. ly = lim /c . 9 . oo ~ e l i m / z .

Analoguement
(/S)

HpP31.

ly

= lim f x . 9 . oo ~ e lim f x .

Composons les (a) et (fi) :


(y)

H p(a). o . oo ~ s lim f x . oo ~ e lim f x

de la P25 on a :
(<5)

H p(a). Ths(y). o . \ n ' , l'/^e q .

Supprimons ici Tbs(y), qui, par la (y) est consquence de Hp(a); on a:


(e)

Hp(ot). o li/*', ! > !

Or, en multipliant les propositions 26 et 26' on a :


(f)

H p(a). Ths(). o . Ij//, I' jMjS lim/ .

Supprimons Ttas(e), qui est consquence de Hp(a), comme dit la


prop. (e) ; dveloppons le second membre ; on a :
(rf)

H p(a). Q . 1 ^ ' e lim/ac. V /xi t lim f x .

Substituons lim f x sa valeur gale i y, comme dit Hp(a) :


(0)

H p(a). 9 . ljfi'e ty . Vfiv e t y .

Or le groupement des. signes e t est identique au signe = ; en sub


stituant, et en dveloppant Hp(a), on a :
(t)

HpP31. lim f x = t y . 9 .

= y . lV i = V

Rciproquement, de la P26 on a :
(x)

HpP31. y 1 ,// = l '/ i j . 9 . ye lim f x ,


Hp(). 9 .
1> j e q .

Or si une classe a une limite infrieure, ou une limite suprieure


elle existe, effectivement :
weKq . Vueq . 9 . u ~ = a .
Cette formule n est pas crite dans le formulaire ; on fera bien deIajouter. Dans notre cas :
(fi)

Hp(). Ths(A). 9 . f i '~ = A /*i ~ = A

SUR LA D FINITION D E L L IM ITE DUNE F ON CTIO N . E T C .

253

Supprimons Ths(A) qui est consquence de Hp(), par la prop. (A) ; on a :


(?)

Hp(x). 0 P ' ~ A Mi ~ A

Or (P23 et P23'), / / ~ = a signifie o o ~ g l im / # ; et /*t ~ = A


signifie o o ~ l i m f x j donc :
()

Hp(). 3 . oo ~ e lim f x . oo ~ e lim f x ,

La P30 dit dans notre cas :


(o)

Hp(). ze q . z > y . Q . z ~ e lim f x .

zeq . > y substituons ze y + Q j transportons le deuxime mem*


bre, et exportons Hp() j la (o) devient
(?r)

R i p ( x ) . d i z e y + Ql . z e \ i m f x . = zA

et, en oprant la Ths. par z e ,


(e)

h p(*) *o *(y + Q) ~ Um/# = a .

Analoguement la P 30' devient


(e')

h p(*) * o iv Q) ~ iim /s = a

Or, P20, lim /# = (q w oo w t oo) ^-s lim f x . L ensemble des nom


bres rels q se dcompose dans les nombres infrieurs, gaux, et
suprieur
q = (y Q) ^ iy w (y -j, Q) donc
(o)

Hp() . o . lim f x = [i oo w (y - f - Q ) w j y w (y Q) w t( oo)] ^

lim/#.

Or la (i) dit que t oo ^ lim /# = a>


<lue (* oo)
lim /# = a j
les (q) et (e') donnent (y + Q ) ^ lim /# = a , et (y Q ) ^ l i m / # = AJ
donc la (a) se transforme en :
(t)

H p ( > ) . q . l i m f x = iy ^

lim /# ,

qui, par V identit logique a = ab . = . aftb devient


(v)

Hp(x). o lim /# Q ty *

On peut crire la (x) sous la forme :


(<p)

Hp().o.(yolim/#.

Composons les (v) et (9?) ; on a, en dveloppant Hp(x) :


(X)

HpP31. y = 1 ,// = l > t . 0 *lim/ # = t y .

Les propositions (t) et (x) ont la forme a&Qc . acQ&, qui est rductible
la forme aQ . b = c ; en faisant cette combinaison des (t) et (%) on
a la proposition dmontrer.

254

Giu s e p p e

pean

Nous voulons enfn rduire la proposition lim f x ly une


autre forme, et prcisment la forme quon prend gnralement
par dfinition :
32.

H p P ll. yeq . 9
lim/a; = t y .
= :: heQ . Qh aeq : xeu . x > a . q* . mod (f x y) < 7t : ~ = a A

Ayant u et / la signiflcation connue, si y est un nombre fini, la


condition ncessaire et suffisante pour que la limite de f x se rduise
au nombre y, est que, pour toute valeur du nombre positif h, on
puisse assigner un nombre a, tei que lon ait mod ( f x y) <^h pour
toutes les valeurs de x, appartenant l ensemble u, et suprieures a.
En effet, le thorme prcdent transforme la proposition
lim f x = ly en y = 1, / / = V/ul :
(a)

HpP32. P31. q : lim f x = iy . = . y = 1 , / / = l'fii .

Supposons
puisque y
nombre tu',
et puisque
un nombre

donc y = 1 ^ ' = 1'/^ ; prenons un nombre positif h -,


est la limite infrieure des fx, on peut dterminer un
appartenant lensemble / / , et plus petit que y -|- h ;
y est la limite suprieure des (iit on peut dterminer
ml de lensemble
, plus grand que y h :

(/?) HpP32. y = ljjii' = Vf.i . heQ, . 0 : m'efi' . m ' < y - \ - h .


~ ==mf A *
^ y h ~ 7/1j A
E t tant m' et ml les nombres dont on vient de parler, par la
dfinition de p f et //,, on pourra dterminer un nombre a' tei que
nulle valeur de / [w ^ ( '+ Q)] ne soit plus grande que ni', et on
pourra dterminer un nombre ai analogue pour la classe
:
(y) Hp(/3).m,6Jit'.m'<;2/-)-/.w1(M1.9 1> 2//t.Q:a'q./[M^~.(a'-|-Q)]--v(m'-)-Q)
= A- ~ =< A : a i*q /[ ( i Q)] ~ (i Q) = A ~ = , A

Or, tant a' et ai les nombres dont on vient de parler, si l on


nomme a le plus grand des nombres a' et a , , il est facile de voir
que les valeurs de f [ u ^ ( a
Q)] sont comprises entre y h et y -[- h :
( )

H p ( y ) . a ' e q . / [ M ^ ( a ' + Q ) ] ^ ( ) n {+ Q ) = A . a 1e q . / [ M ^ ( a , + Q ) ] H > 1 Q )

= A - = m ax(a',a 1 ) . 0 ./[ ^ v (a + Q)]o(y h) (y + h).


On prouve cette dduction par des transformations connues. Des Hp.
on a a ;> a', do a + Q 0 a1-)- Q, f [ u ^ (a
Q)] 0 /[w
(a + Q)] ;
mais f[ u '-v (a
Q)]
(to' + Q) = a , Par Hyp., donc f[u>-(a + Q)]
/-< (m + Q) Aj Par la formule de logique a 0 &. 6c = a 0 c = A*
Analoguement on a ;> ,, d o / [ '(a-|-Q)] 0 / [ w ^ ( a t+Q)] ;
mais / [ a (a 1+Q)]--'(TO1Q)=A? donc / [ ^ ( + Q ) ] ^ ( w tQ)=A*

S u r l a d f i n i t i o n d e l a l i m i t e Du n e f o n c t i o n . e t c .

255

On peut crire ces deux relations sous la forme f [ u


(a + Q)]
(a + Q)] 0 rni + Qo ; en les composant, on a :

0 m ' Q0 , f \ u ^

f [ u ^ (a + Q)] o (to' Qo) ^ (wix + Qo) ;


mais m ' et mi sont des nombres de P intervalle (y h)
(y + h) ;
donc (m' Q0) ^ (*i + Q0) 0 (y h) ; (y + h), do la Ths. de (3).
On peut multiplier la Ths(<5) par aeq, qui est une consquence
des Hyp. :
()

Hp(<5). o . aeq . / [ ^ (a + Q)] o (y h)

(y + h) .

Or de la Ths. de la (e) a est un nombre tei q u e . . . on dduit


on peut dterminer un nombre a tei q u e . . . . Nous pouvons
noncer en gnral cette forme de dduction. tan t az une propo
sition contenant la lettre x , on a ax q . ax ~ = * a si a* est vraie,
il y a des x qui satisfont la condition a*, dans notre cas:
(0

Hp(<3). o : aeq ./[ ^ (a -J- Q)] o ( y h)

(y + A) ~ = A

Dans cette thse la lettre a est apparente j elle ne contient que les
lettres / , u , y , h ; r Hyp. contient encore les lettres a , a', a i , m', m i ,
que nous liminons. On limine a en suj>primant sa dfinition
a = max (a', ai). On limine a ' et a i , en supprimant les propositions
qui les contiennent, comme dit la (y) ; on limine m ' et m\ en
supprimant aussi les propositions qui contiennent ces lettres, com
me dit la (/?) \ et Pon a :
fo) HpP32. y=li/* =l>i.AQ.o:<wq./[(H-Q)]0 (yh) ~ i y + k)-~=aAExportons une partie de PHp. :
(0 ) HpP32. y = li/*' = l '^ i . 0 *'* fteQ . Oh aeq /[ ^ (a + Q)]
o ( y A)
(y + A ) . ~ = * a Eciproquement, si h est une quantit positive et a un nombre tei
que toutes les valeurs de f [ u ^ (a + Q)] appartiennent Pintervalle
de y h y + A, il ny a pas de valeur de f [ u ^ {a -f- Q)] sup
rieure y + h, ni infrieure y h :
(t) HpP32. A eQ .aeq./[M ^(a + Q)]o(y h) (y + A).Q./[tt'M* + Q)]
^ (y + a + Q) = a ./[ ^ ( + Q)] ^ (y h Q) = a
Mais si f [ a ^ (a + Q)] ^ (y + h + Q) = a > V + & esfc un nombre
de Pensemble fx' $ analoguement y h est un
:
Hp(i) . Q . y + h e f t ' . y h e /ii.

256

G I U S E P P E PEANO

Donc lifi ^ y + h, l'/ti ;> y h ; et en tenant compte de la P25 on a :


(A)

HpP32. heQ . aeq . / \u ^ (a + Q)] 0 (y h) (y + h ). q


y + h ^ lif i ' ; > l> i ^ y h .

liminons a, qui figure seulement dans lHyp. :


(fi)

HpP32. 7tQ:aq./[M^(a + Q)j0 (y h)

(y + h ) .~ = aA - 0 - ^ W -

Si h est un nombre positif, et si lon peut dterminer un nombre


a tei que . . . , alors les quantits y + li, lift', Vfi\ , y h forment
une suite dcroissante. De la (fi) on tire
(v)

HpP32 .-. heQ . O/. : 1 </[


( + Q)] 0 (& h)
(V + Jl)
~ = a A O : ,leQ Oft y + h ^ li/*' ^ l'/*i ^ V ~ ll

On peut noncer la loi avec laquelle on passe de la (fi) la (v). La


a la forme a b c Q d , la (y) a la forme a . 6 q c . q . &Qd; la loi est donc:

(/i)

abcQd . o : a . bQc . q . b^d .


On ne trouve pas cette formule logique dans le Formulaire ; mais,
en important toutes les Hyp. on la rduit des formes qui y sont
contenues. La (v) signifle si quel que soit le nombre positif li, on
peut dterminer un nombre a tei q u e . . . , alors, quel que soit le
nombre positif li, on a q u e . . .
Maintenant, de la Tlis. (r), quel que soit li, on a y-\-h>\if i '>
> l'/tj
li, on dduit y = 1^ ' = V fil ; donc :
()

H pw o - y V ' = *>i-

Les prop. (6 ) et (f) ont la forme u q c . acQb ; leur ensemble est donc
rductible la forme oq . 6 = c :
(n)

H pP32. o : = V = V ' = I7*i*

= / . heQ . Qft : aeq .f[ u

(a+Q)] 0 (V h) (y + A) ~ =* A-

Substituons ici y = l t/ t ' = l ,/tt1 sa valeur lim /* = ty, comme. dit la


(a). Au lieu de / [u ^ (a + Q)] 0 (V (y +
011 Peut crire
xeu . x > a . q . m od(fx y) < h ; et la (n) se transforme dans la
proposition dmontrer.
Maintenant on pourrait se proposer de dvelopper la thorie des
limites, et de gnraliser les propositions connues, lorsquil y a une
seule limite, en les rendant valables sans faire cette hypothse. Par
exemple le thorme de Caucby :
fe qfN . lim^N oo [f ( x + 1) fx] eq . q . lim ^ - = lim [ /( * + 1) f x J.

SUR LA DFINITION D E LA L IM IT E DUNE FON CTIO N . E T C .

257

tant / une fonction relle dfinie pour les valeurs entires de la


variable, cest--dire, tant / l , / 2 , / 3 , . . . . une suite de nombres, si
la limite de / ( - ( - 1 ) f x a une valeur dtermine et finie, alors la
fx

limite de - coincide avec la limite prcdente, se gnralise en :


x
/ qfN . q . lim 0 med lim [ / ( # + 1 ) f x\X

fx

Quelle que soit la s u i t e / l , / 2 , . . . . , toute valeur limite de ~

est moyenne entre les valeurs limites de la diffrence f { x


1 ) fx .
Mais nous arrtons ici notre exercice. On remarquera que la
Logique mathmatique reprsente avec le plus petit nombre de conventions toutes les propositions de mathmatique, mme celles trs
compliques, dont la traduction en langage ordinaire serait fatiguante.
Mais elle ne se rduit pas simplement une criture symbolique
abrge, une espce de tachygraphie ; elle permet d tudier les lois
de ces signes, et les transformations des propositions. Nous avons
expliqu les lois que nous avons rencontres. D abord cette analyse
est longue ; ensuite on voit que ce sont toujours les mmes rgles
qui se prsentent. On compose ou decompose des propositions, on
importe, exporte, transporte des conditions, on limine des lettres,
on forme des syllogismes, etc. Seulement le syllogisme a t tudi
par les anciens logiciens ; on n a dcouvert les autres rgles quaprs
lintroduction des symboles. Les deux objets de la logique mathma
tique, la formation dune criture symbolique, et ltude des formes
de transformations ou de raisonnement, sont troitement lis. Nous
terminerons avec les mots de Oondillac. (*) Tout lart de raisonner
se rduit bien faire la langue de chaque Science. Plus vous abrgerez votre discours, plus vos ides se rapprocheront ; et plus elles
seront rapproches, plus il vous sera facile de les saisir sous tous
leurs rapports.
(") La Logiqne, 1780, pag. 127 e t 149.

(70). ESTENSIONE D I ALCUNI TEOREMI


D I OAUOHY SUI LIMITI
(A tti della Keale Accad. delie Scienee di Torino, Voi. XXX, A. 1894, pp. 20-41)

Collegato coi lavori ni 52 (del 1892), 68 (del 1894) e 161 (del 1913).

V. C.

In virt della corrispondenza univoca fra le idee ed i segni


usati dalla logica matematica per rappresentarle, questa nn valido
strumento per riconoscere lidentit di espressioni differenti nel lin
guaggio comune, e per rilevare facilmente ogni minima differenza
che passa fra due espressioni analoghe, e che esigerebbe molta cura
per essere rilevata col linguaggio ordinario.
Applicata al concetto di limite, ne risult che la definizione di
limite ora usata comunemente nei trattati di Analisi, per cui ogni
funzione ha un limite solo, o manca di limite, caso particolare del
concetto di limite che trovasi in Ouchy, Abel e altri, secondo cui
ogni funzione ha dei valori limiti. Se questi si riducono ad uno, si
ha la definizione particolare ordinaria ; se sonvene pi, fra essi c
sempre il massimo ed il minimo.
Non ci fermeremo qui a definire il limite in generale, n ad
esporne le principali propriet. Queste definizioni e proposizioni fu
rono raccolte dal eh .10 Prof. R. B e t t a z z i nella parte V II del For
mulario pubblicato dalla Rivista di matematica, cui rimandiamo il
lettore. In nn mio recente articolo Sur la dfinition de la limite
(American Journal of Mathematics, 1894), la dimostrazione di queste
proposizioni tu tta ridotta alle forme di ragionamento studiate in
Logica matematica.
Cos generalizzato il concetto di limite, si presenta un vasto
campo aperto agli studiosi ; si tratta di esaminare le varie proposi
zioni note nel caso particolare del limite unico, e di vedere con quali
modificazioni esse sussistano trattandosi di limiti in generale.

259

E S T E N S IO N E DI ALCUNI T E O R E M I D CAUCH Y SUI LIMITI

In questa nota et proponiamo di estendere al caso in cui la fun


zione abbia pi valori limiti, il teorema di Cauchy, che in F V II 4
P 6 (cio nella prop. 6 del 4 della parte V II del citato Formulario
di Matematica) espresso in questi termini :
/1 4 -/2 +

J - /a ;

/EqfN .lim ,,Nf00/arq^wowt(co).o.lim,N,oo-------- ---------- = lim


X

Essendo / una quantit reale funzione dei numeri interi po


sitivi, cio essendo / l , / 2 , .... una successione di quantit, se, quando
x assumendo valori interi e positivi tende alloo, f x tende ad un li
mite determinato e finito, o ha per limite il + oo, o il oo, an
che la media aritmetica dei primi x valori della funzione, cio
/ ! H~ / 2

+ fx

quan(j 0 x vani nel modo indicato, tende allo

stesso limite di f x .
Il prof. Cesro, nel suo pregevolissimo libro Corso di Analisi
Algebrica , pag. 101, gi estende questo teorema al caso in cui, non
avendo f x un limite unico, tuttavia la successione dei valori di f x
si pu scomporre in successioni parziali in ognuna delle quali f x
abbia un limite unico. Allora, se sono verificate altre condizioni per
cui rimandiamo allopera citata, anche la media aritmetica tende ad
un limite unico. Noi ci vogliamo occupare specialmente del caso in
cui la media aritmetica dei valori di f x non ha un limite unico.
Per brevit di linguaggio dicendo limite intenderemo limite
ottenuto facendo tendere la variabile x alloo attribuendole i soli va
lori interi e positivi , e scriveremo lim invece di lim^N;.*
Teorema I. Essendo f x una quantit reale, funzione della
successione dei numeri interi, cio essendo / l , / 2 , ... una successione
/ I

_ |_ / 2 - L

-j-/r

di quantit, il pi grande dei valori limiti d i----- -----------, non


x

supera il massimo dei valori limiti di f x .


Invece di parlare del massimo dei valori limiti, si pu parlare
del loro limite superiore, poich nel nostro caso essi coincidono, come
dice la F V II 1 P I 9. Invece di scrivere f i + / 2 + ... + f x si pu
scrivere 2 f x (F V ili 1 P I,3). Il teorema enunciato si esprime in
simboli :
Teor. I.

f i qfN . 0 . l'iim

^ l'iim fx .

Infatti, se ? una quantit maggiore di l'iim f x , si pu deter


minare una quantit a, tale che qualunque sia lintero x, maggiore

260

G IU S E P P E PEA N O

di a, sempre si abbia f x < m. In simboli :


()

Hp Teor I. mEq . m > l'iim /# . o


ai.q : EN . * > a .

qx

. fx < m : ~ = a A

Questa proposizione caso particolare della seguente :


(A)

w Kq . Yu = oo . / 6 qftt . (Eq . m > l'iinix.u.oo f x . Q


Eq : ujEm . x > a . Qx . f x < m : ~ = /V.

Essendo u un gruppo di numeri reali, illimitato superiormente,


e / una quantit reale funzione definita nella classe u, se m una
quantit maggiore del limite superiore dei valori limiti di fx , ove x
variando in u tenda all, allora si pu determinare una quantit fi,
in modo che comunque si prenda un numero x appartenente alla
classe u, e maggiore di a, sempre si abbia f x < m .
La prop. A ora riportata trovasi dimostrata nel mio articolo
citato ; essa non trovasi nel Formulario, e sar bene aggiungerla. Se
nella A al posto di u si legge N, e si sopprimono le prop. vere
NeKq . l'N = i numeri interi e positivi costituiscono una classe
di numeri reali, illimitata superiormente , si La la prop. ().
La prop. (a) dice che, date le ipotesi, esiste un numero reale a,
tale che ecc. Noi vogliamo invece affermare che esiste un numero
intero positivo a tale che ecc. ; cio vogliamo al posto di Eq poter
scrivere EN -, o in altre parole vogliamo dedurre la prop. (A) die
seguir.
A questo scopo si ha:
(/?)

Hp(a) . Eq : #EN . x > a . Qx . f x < m : a' =


min N r (a + Q) : o a'E N.

Nelle ipotesi della (a), se a una quantit tale che per ogni
valore intero di x , maggiore di a , sia f x < m, chiamisi a' il pi
piccolo numero intero positivo maggiore di n. Anzitutto sar a' un
numero intero positivo .
(y)

Hp(0) . xEN . x > a' . q . x > a.

E inoltre se x un numero maggiore di a', esso sar pure


maggiore di <..
()

Hp(y). Ths(j'). 0 . f x < m .

Dunque dalle ipotesi fatte, e da quanto si dedotto, cio


dallipotesi della (y), e dalla sua tesi, si deduce f x < m . La forma
di ragionamento qui adottata a . aQh . o b se vera la a, e da

ESTE N SIO N E Di ALCUNI T E O R E M I DI CAUCHY SUI LIMITI

261

a si deduce b, sar vera la b . Invero in Hp(y) . Ths(y) si hanno le


prop.
. x > a : xOT . x > a , qx . f x < m, da cui si tira f x < m.
Ora, poich Ths(j') conseguenza di Ilp(y), invece di Hp(y).Ths(j)
si pu scrivere semplicemente Hp(y), in virt del principio di logica
a o &. = . = &. Si ha cos, sviluppando Hp(y),
(e)

Hp(/).

. x > a' . Q . f x < m.

Portiamo fuori Hp(/?), in virt, del principio di logica che la


prop. ab[)c equivalente alla 0 . &0C. Si ha :
(e')

Hp(/?) . 0 : xN . x > a' . 0 X. f x < m.

Componiamo le [ft) ed (e') che hanno la stessa ipotesi, cio ap


plichiamo lidentit di logica 0 6 . 0 c . = . aQbc. Avremo :
()

Hp(fi) 0 a 'eN : xN . x > a ' . Qx . f x < m.

La tesi di questa
intero maggiore di ',
interi a' tali che.... ,
se x un individuo
Cio :
(j)

() dice a' un intero, tale che se x un


si ha.... , da cui si deduce esistono numeri
in virt dellidentit di logica xEa.0 . ~ = A
della classe a , questa classe non nulla .

Ths(f) . 0 .. a'EN :

. x > a ' . 0 * . f x < m : ~ = a-A

Le () ed (rj) sono le premesse d un sillogismo la cui conseguenza


Hp(f) 0 Ths(;), o sviluppando ;
(0 )

Hp(a) . afq : xEN . x > a .

= min N r> (a + Q ). 0

'(. N :

qx

. f x < m : a' =

.x > a '. 0 *.fx < m :~

La tesi di questa proposizione contiene la lettera a' solo appa


rentemente ; e non si altera leggendo al posto di a' unaltra let
tera o segno di variabile qualunque ; e ci perch ogni lettera che
in una proposizione figura come indice ad un 0 , o ad un = , una
lettera apparente. Anche la lettera x, che figura sia nellipotesi che
nella tesi, e vi comparisce come indice al 0 , in ambi i posti let
tera apparente. La tesi adunque una relazione fra le lettere rima
nenti / ed m. Lipotesi invece, oltre alle lettere / ed m, contiene le
lettere a ed a'. Possiamo eliminare queste lettere. La a' si elimina
sopprimendo la sua definiz. a' = min N <->(a + Q), e si ha :
(1)

Hp(a) . Eq :

. x > a . 0 * . f x < m : 0 . Ths(0).

La a si elimina scrivendo la prop. precedente sotto la forma :


(x)

Hp(a) /. nq :

. x > a . 0 * .fx < m : ~ = A

0 Ths (0).

262

G I U S E P P E PEA NO

Nelle ipotesi della (a), se esiste una quantit reale a tale che...,
allora esiste un intero a' tale che.... . Questa eliminazione di lettere
variabili esposta nellIntroduction au Formtilaire, 18, prop. 10. La
parola eliminazione ha qui lo stesso significato che in algebra. Cosi,
essendo f x e <px funzioni intere della variabile ac, la proposizione
arEq'. f x = 0 . cpx . = 0 . ~ x / \ .
Esiste un numero immaginario x che annulla le due funzioni
contiene la lettera apparente x, ed esprime una relazione fra le let
tere rimanenti / e <p. Eliminare la x vuol dire esprimere la stessa
proposizione stto altra forma, in cui non figuri pi la lettera x.
Ora la seconda parte della ipotesi di (x) la tesi di (a) ; perci
Hp(x) = Hp(a) Tlis(a) = Hp(a), in virt della propriet gi citata
che aQb.=.a=ab. In conseguenza la (x) si pu scrvere Hp(a)QThs(9),
o sviluppando, e scrivendo, la lettera a al posto di a' nella tesi
(A)

Hp Teor. I . wEq . m > l'iim f x . Q


aN : a;N . * > a . qx . f x < m : ~ = a A

Il passaggio dalla prop. () alla (A) stato lungo, perch si


voluto fare una sola trasformazione semplice per volta, e di ogni
trasformazione citarne la ragione logica. Sottintendendo queste re
gole di logica, si possono fare pi trasformazioni alla volta, ed esporre
ad esempio tutto il ragionamento precedente sotto la forma :
Hp(/?). o

<*' N : a;N . x > a' . o* . x > a . qx - f x < m

O . Ths (0).

Avendo / , m a, a il significato detto in (/?), sar a' un intero ; e


se a? un intero maggiore di a', esso sar pure maggiore di a , e
quindi sar f x < m. Onde si deduce che esiste un intero a' tale
che ecc. .
Continuando il nostro ragionamento, nella ipotesi di (A), o di (a)
che la stessa, se a un intero tale che ogni x maggiore di a
renda f x < m, e se x appunto un numero maggiore di a , sar
/ (a -j- 1) -|- f (a
2) -(- ... -J- f x <[ m (x a) :
(fi)

Hp(A). EN : #N . x > a . qx . f x < m : ;rEN . x > a : q .


/ ( * f 1 ) f ( a + 2 ) + ... + f x < m (x a).

Aggiungo ai due membri di questa diseguaglianza 2 fa , cio


f i + / 2 -)- ... + f a ; si ha :
M
divido per x

Hp(^) . o . 2 f x < 2 f a + m (x <i)


2 f x ^ . 2 fa

m (x a)

263

ESTENSIONE DI ALCUNI TEOREMI DI CAUCHY SUI LIMITI

Sia ora A una quantit positiva qualunque. Dico che posso


----- <C m + A .
x
Risolvendo infatti questa disuguaglianza rispetto ad x si ricava
^ 2 f a ma .
. ,
.
x > = 7------ j in simboli :
ti
, v , ^
S f a ma
2 fa 4- mix a) ^
. r
(o) Hp(jt). AeQ . x > ------ =------ . o -----------------------< m + h.
fi
x

prendere x cos grande che si abbia

Moltiplico logicamente membro a membro le prop. (#) ed (o), scri


vendo una volta sola le proposizioni che vengono enunciate due
volte, in virt dellidentit logica aa = a. Nella tesi si avr una
doppia diseguaglianza della forma x < y . y < 2 , da cui si ha x < z ;
si trova
()

Hp(o) . o

< m + h,

o sviluppando
(tt')

Hp(a) . aN : xtN . x > a . q* . f x < m :-xN . x > a . AeQ.


^ 2 f a ma
*

>

-------------- :

2 fx

'

, ,

x < m + h-

.
2 f a ma T
Chiamisi b il massimo dei due numeri a e -------=-------. La
h
prop. precedente si trasforma in :
(e)

Hp(a) . aEN :

m ax fa ,

. x > a . fa . f x < m : AEQ . b =

2 fa

j . EN . x > b : o . Ths(7i).

Si applichi a questa proposizione la trasformazione logica


ab$c . = : a o . 6 qc, cio si porti fuori tu tta la parte dellipotesi che
precede
. x > 6 . Si avr :
(o)

Hp(a) . aeN : ttEN' . x > a . o* / * <C m : AeQ . b =


/ .2 / a ia\
__
_ _
max I #, -------- 1 : Q : ;pN , x > .

2 fx
.
* < 9 -|- A.

Ora una proposizione della teoria dei limiti, che dimostrata


nel mio articolo menzionato, e che converr aggiungere al Formu
lario,
(B )

K q . l'w

oo . / e

qftt . wiEq . aq : xtu . x

f x ^ m : o . l'iim f x < , m .

>

a.

0* *

264

G I U S E P P E PEANO

Essendo u una classe di quantit, illimitata superiormente, ed


/ una quantit reale funzione definita nella classe u ; se una
quantit tale che per ogni valore di x della classe u, e maggiore di
a, si abbia f x < ; m, allora il limite superiore dei valori limiti di/
non supera m .
In questa al posto di u, di fx , di a e di m, si legga rispettiva2 fx
mente N, , &, ni -}- li ; sopprimendo le proposizioni vere, o asso
lutamente, ovvero perch contenute nelle ipotesi, si avr
(t)

#E N . x > b . Q x .

< m -f h : 0

m +

?i-

Le (o) e (r) sono le premesse dun sillogismo, la cui conclusione :


(v)

Hp() . aEN : a;EN . x > a . Qx . f x < m : AeQ . b =


( 2 f a ma\
2 fx
, ,
li.
max I or,------ - ------ 1 : o . l'iim < m

La tesi di questa proposizione contiene le lettere / , iti, li (la let


tera x apparente) ; lipotesi contiene inoltre le lettere a e b che
elimineremo. Il 6 si elimina sopprimendo la sua definizione, e si ha
(f)

Hp() . EN : *EN . x > a . Q* . f x < m : UQ : q .


l'Iim 1
x

li.

La a si elimina col solito processo :


(X)

Hp(a)

EN : xN . * > a .
AEQ

qx

.fx < m : ~ = A

o . Ths (y ).

Ma la seconda parte di questa ipotesi contenuta nella prima,


come dice la prop. (k) ; dunque si pu sopprimere, e si ha :
(yi)

Hp(a) . AEQ . o . Ths(<p).


Esporto Hp(a), e sostituisco a Ths(<p) il suo valore :

(xp')

Hp(a) . q : AEQ . <yh . l'iim

<. m

h.

Ora, dallaritmetica si ha che se, qualunque sia la quantit


2! fx
positiva h, l'Iim minore od eguale ad m -(- l i , deve essere
x
2 fx
1 lim
ni, onde, sviluppando Hp(a)
(x)

Hp Teor I . iq . m > l'Iim f x .

. l'Iim

<; m.

E S T E N S IO N E DI ALCUNI T E O R E M I DI CA UCHY SUI LIM ITI

265

Esporto Hp Teor I ed ho :
(co)

E fx
Hp Teor I . O : m^(l m > l'iim f x . Qm. l'iim < ; m.
x

Nella ipotesi del teorema si ha che, qualunque siasi la quan


tit m, se essa maggiore di l ' lim f x , essa pure maggiore, od
2 fx
eguale al l'iim 1 . Quindi, per una regola di aritmetica, si deX

duce che la prima quantit maggiore od eguale alla seconda


Hp Teor I . o l'I'm f x

l'iim

che il teorema a dimostrarsi.


Teorema II.

fi. q f N . o lt lim

i> li lim /*

Essendo f i , / 2 , ... una successione di quantit reali, il limite


inferiore (o minimo) dei valori limiti della media aritmetica dei va
lori di questa successione maggiore, o al pi eguale, al minimo
dei valori limiti della successione data .
Questa proposizione si pu dimostrare ripetendo tutti i ragiona
menti fatti pel teorema precedente, con alcuni cambiamenti del se
gno > in < . Ma pi comodo farlo dipendere dal teorema prece
dente come segue :
_2 fx
2 fx
Hp . o lj lim = lj l i m ---------- (per unidentit algebrica)
X

oc

2 fx
2 fx
= 1, li m ------ (per la formula
x
x
lim f x = lim f x , E V II 3 P 33)

. f) . 1, l i m

_2 fx
_2 fx
. 0 1( lim ------- = l ' lim ------ (per la formula
x
x
1, u = 1' u, F V 3 P 16)
_2 fx
. 0 . l ' li m ----------<, l ' lim f x (pel teorema I, in cui ad /
X

si sostituisca / )
. o l ' lim f x = 1' lim f x = lt lim f x (per le formule
gi viste).
Componendo queste deduzioni, si ha la prop. a dimostrarsi.
Diremo che un numero x Medio fra i numeri duna classe u
di numeri reali, compresi anche loo e il oo, e scriveremo x Med u,

26l>

G IU S E P P E PEANO

se si possono determinare due numeri y, z della classe w, tali che


y < .x ^ z :
Def.

m K (q u t oo u j oo) . q

x Med u . =

= . y , z t n . y <, x <, e . ~ =,* \ .


Se invece della condizione y <L x <, z si scrive y < x < z si
ha definita unaltra classe indicata con med n nel F V 7 P 22, di
cui qui non dobbiamo far uso.
chiaro che se la classe u ha un massimo ed un minimo,
Med ii rappresenta lintervallo compreso fra il massimo ed il minimo,
compresi questi estremi.
(C)

Hp Def. max w, min # E (q u t oo u i oo) . q : a; E Med u . ^


= . min u <S x <, max u.

Una classe v di numeri finiti o infiniti avr tutti i suoi numeri


medii fra quelli della classe u, se l'u <; max u, ljU ;> min u :
(D)

Hp(C) . ?EK(q

v i a> v i oo) . q : t> q

; . l'v <, max u . ljV

Med

u . =

min u.

Dai due teoremi I e II si deduce adunque :


Teorema III.

E fx
/ q f N . q . lim q Med lim f x .

Ogni valor limite della media aritmetica della successione/l,


/ 2 , ... medio fra i valori limiti di f x .
Sia g un numero reale funzione dei numeri interi. Pongasi
f = Eg , cio pongasi f x = gx g (x 1 ) per x > 1 , e f i gl.
Sar g E f , cio gx = E f x . Sostituendo, lultimo teorema assume
la forma :
(IX

0 q f J T. o lim D Med lim*iNi00 E gx.

Ora lim*, u, co E gx lim^


oo E g x lim^i n, oo E g (1 -f- z)
= liin2,N|0o [g{z + 1) gz] = lim^K,, \g{x + 1) gx]. Sostituendo e
leggendo / al posto di g, si ha :
Teorema IV. / E q f N . Q . lim

o Med lim [ f ( x -|- 1) /*]

x ____________________________

Teorema V. / Q f N . o . lim f /1 X / 2 X ... X f x Q Med lim fx .

E S T E N S IO N E DI ALCUNI T E O R E M I DI CA UCHY SUI LIM ITI

267

Infatti :
()

H p . p . l o g / 6 q f y Teor H I . p . lim 1 0 6 / 1 +

+ ~ + l0g^

0 Med lim log f x .

E, per propriet dei log. :


(fi)

Hp . o . lim log f i X / 2 X ... X f x Q Med lim log fx .

Ora, essendo / una quantit positiva funzione definita per un


gruppo di valori della variabile, sia che quella funzione abbia un li
mite unico, o abbia pi valori limiti, sempre si ha lim lo g /r= lo g lim fx ,
purch si convenga che log 0 = co, log oo = oo (Cfr. F. VII, 3,
P. 67). Nel nostro caso adunque :
X

Hp . 0 . log lim 1f i

X /2 X

... X

f x q Med log lim fx .

Ora si dimostra facilmente, dalle note propriet dei logaritmi,


che :
a KQ . q . Med log <i = log Med a .
Trasformando con questa regola lultima espressione, si ha :
X

()

Hp . o . log lim f l ~ x f 2 x ... X f x o log Med lim fx .

E infine, per unaltra propriet dei logaritmi, che si pu


enunciare :
a, b KQ . 0 : log a 0 log 6 . = . a 0 6
e che conseguenza delle prop. 5 e 24 del 5 della parte I del
Form, si ha la prop. a dimostrarsi.
Se in questo teorema V al posto di / si legge TIf, cio si con
sidera la funzione f i x / 2 X ... X fx , si trova collo stesso processo
con cui si passato dal teor. II I al IV, la prop.
Teor VI.

/ e Q f N . 0 . lim tffx 0 Med lim

~l~ *)
fx

che la generalizzazione di F V II 4 P 2.
Il teor. III dice che i valori limiti di

f x sono
x
medii fra i valori limiti di fx . Vogliamo ora dimostrare che linsieme
fi
f 2 + ... 4 - f x
dei valori limiti di ----- ------------ '----- continuo, ossia sono valori
x
limiti di questa espressione tu tti i numeri compresi fra il limite su

G I U S E P P E PEA NO

268

periore e linferiore di quei valori limiti, purch per f x non abbia


fra i suoi valori limiti ad un tempo il + oo ed il oo , La prop. a
dimostrarsi adunque :
Teor. VII.

/ q f N.i/EMed lim

oo

. y 6 lim

0 00 >

E lim f x .

Data una successione / 1 , / 2, / 3, ... di quantit reali, se y


2 fx
un numero medio fra i valori limiti di ------, senza essere un limite
x
di questa espressione, allora tanto il + 00 quanto il oo sono valori
limiti di f x .
2 fx

Infatti, poich y non un valor limite di , per la definiX

zione di limite (F. V II 1 P I, P 33) si possono determinare una


quantit positiva h ed una quantit a, in guisa che non esistano
valori di x, maggiori di a, che rendano f x compreso fra y h ed
y + h:
2 fx
(a)
Hp . Q .'. AEQ . Eq : a;EN . > . & ' h < -jj < y -J4- A = * A ; ~ =h,a A
(La prop. 33 ora citata del Form, questa qui scritta, in cui
si sia eliminata la lettera apparente x).
Se ora si pu determinare un numero b tale che per a? > b si
2 fx
abbia sempre < y
li, detto c il massimo dei numeri a e b,
X

attribuendo ad x un valore maggiore di c, esso sar maggiore di a,


2 fx
e perci non appartiene allintervallo da y h ad y
h ] e<l
X

2 fx

essendo x > b , sar

< y 4 - li ; quindi f x non potr superare

y hi
(i8)

Hp . AeQ . aEq : <eEN . x > a . y h <

< y

h . = xA:

2 fx

6 Eq : #EN . * > 6 . 0 * . < y 4* h c = max(a, 6) : 0 :


X

xN ..x > c . 0*

2 fx

<; y

Quindi, pel teorema B gi citato, da questa tesi qualunque


2 fx
, . 2 fx
sia x , maggiore di c, non supera y li si deduce 1 lim
x
x
2 fx
< , y li, da cui ancora l'Iim < y .

STENSIONE D ALCUNI TEOREMI DI CAUCHY SUI LIMITI

Hp (ft .

n im

269

< y.

2 fx
x

Ma questa tesi l ' lira < y in contraddizione collipotesi


2 /ir
y Med lim 1 , onde si ha Hp(/S) o A > ovvero H p {8) = A > poich
x

aQ/y = a = A Sviluppando ed eliminando la lettera c col sop


primere la sua definizione, si ha :
()

Hp . AeQ . Eq : ffEN . x > a . y h < - ^ < y + A . = ie A :


x

&6q : a*N . x >

2 fx

. o* . < y + h : = A .
X
2 fx

Trasportiamo la prop. a?EN . x > b . o* ----- < y + ^ nel se


ti'
condo membro. Perci comincieremo a ridurla col secondo membro
/V,

sotto la forma

.x >

2 fx
x

. ---- ;>

^ * = * A? e nel

secondo

membro bisogner negarla, e si avr :


(e)

2 fx

Hp . 7tEQ . aEq : &6N . % > a . y h <


&Eq : 0 :

< y + A. =* A!

2 fx

* > & ----x ^ y + & ~ = * A

Nelle ipotesi del teorema, se U una quantit positiva, a un


numero qualunque, e se non esistono valori interi di a?, maggiori di
2 fx
x

a, che rendono compreso fra y h ed y

h9 e se & un nu-

mero qualunque, allora esistono sempre valori interi di a?, maggiori


di

2 fx
x

e che rendono superiore o eguale ad y -f- h .


Analogamente si dimostra :

(C)

2 fx
x

Hp ().): <rN . x > b . ----- ^ y h . ~ = * A


Nelle stesse ipotesi di (e), dal valore arbitrario b in poi della

2 fx
x } l a ----- assume sempre dei valori minori di y h 9 non esclusa
x

leguaglianza .
Ci posto, sia%& una quantit positiva arbitrariamente grande
e sia af un numero qualunque. Sia b il massimo dei tre numeri

270

G I U S E P P E PEA N O

TU ___ V

a, a', e

Ali

. Per la (), si potr determinare un intero c mag-

S fe
giore di &, clie renda ----- < ; y h :
c
(it])

2 fx

Hp . AeQ . Eq : EN . x > a . y li <


EQ . 'Eq . b = max ^a, a', m ^

< y -\- h . = x A :

: q : cEN . e > & . ~

y h . ~ =e A
Nelle ipotesi di (??), e se c un numero maggiore di 6 , che
2 fc
rende < ; y A, esistono, per la (e), numeri a? maggiori di c che
c
2 fx
x

rendono
(9)

y 4- h .
Hp (ij) . cEN . c > 6 .
tfEN .

2 foc
> C . >

<. H h . q :

A- il . ~

= a ;

Quindi esiste il minimo di questi numeri x che soddisfano alla


tesi, in virt di FV 2 P4 : data una classe non nulla di numeri
interi e positivi, sempre si ha il minimo di questi numeri . Chia
miamo d questo minimo ; si avr :
(i)

Hp(0) . d min a?E #EN . x > o .


d iS . d > e . ^

]i

^ y + h . 2fd [d_ 1 1} < y + h .

Ora poich d > c, sar d 1 ;> c ; ma c > b, b ;> a, dunque


d 1 > a. Quindi, per lipotesi di (e), ^ ^

^ fuori dellinter

vallo da y li ad y -\- li ; ma la stessa quantit minore di y -{-li)


dunque essa sar pure minore, o al pi eguale ad y li :
(*)

H p ( t) . o . ^

^ 11 + h .

< .y h.

Da questa tesi si ricava 2 f d ;> d (y -}- li) , 2 f [d 1) < ;


(d 1 > (i/ h) ; sottraendo f d ;> 2 d li
y -f- li e ancora f d >
> 2dh + y .
(A)

IIp (i) . o . f d > "2dii -f- y .

27

feSTENSIONE DI ALCUNI T E O R E M I D CAUCHY SUI LIM ITI

Ora poich d > c , e c > fc, e

- , sar 2 d h -j-

VTl _y
y > 2 =7-^ h -f- y = w ; inoltre < ? > ' ; onde
(*t)

Hp() . 0 . /<i > w . d > a';

da cui, con un processo gi incontrato,


(v)

Hp(<) . 0 : f?N > a' . f d > m . ~ = d a ,

e sviluppando
2 fx
Hp . 7tQ . aq : #EN . x > a . y h < < y -f- h . = x A :

(o)

wEQ . a'Eq . b max

a ', ^

. cEN . c > b .

y h . d = min a; xN . a? > e . ----- ;> y + h

O:

<?EN . d > a ' . f d > vi . ~ =<i A


Questa lunga proposizione si semplifica. Nella tesi la d appa
rente ; essa dipende dalle sole lettere a', f ed m. Lipotesi contiene
inoltre h, a , b, c, rZ che elimineremo. Si elimina il d sopprimendone
la definizione. Si elimina c sopprimendo le prop. che lo contengono,
2 fc

poich dalle ipotesi fatte in virt di (f) si ha cEN . e > 6 . - <;


y 7t . ~ = c a . Si elimina il b sopprimendo la sua definizione. Si
eliminano infine h ed a in virt della (a), col sopprimere le pr]po

sizioni che le contengono ; e la (o) diventa :


(ti)

Hp . mEQ . a'Eq . Q : d i N . d > a' . f d > m . ~ =<( A


Esporto Hp ; e leggo a al posto di a', e x al posto di d :

(e)

00

Hp . 0

W*Q Eq 0, :

x > a . f x > m . ~ = x fli.

Ma per la def. F V II 1 P 2 , questo secondo


lim f x ; dunque

(0 )

Hp . q .

00

membro vale

lim f x .

Analogamente si prova che 0 0 Elim f x , e cos si ha il teorema.


Sinora della s u c c e s s io n e /l, / 2,... si considerata la media
aritmetica. Si possono attribuire a questi termini dei pesi, o coeffi
cienti variabili g l, g 2 , ... che supporremo tutti positivi, e proporci di

272

G IU S E P P E PEA NO

stu d ia re il lim ite d ella m edia

gl x / 1 + g2 x f 2 + ... + g x x f x
g l + g2 + ... + gx
ove x tenda all oo. Si La il seguente
Teor V i l i .

/ q f N . g E Q f N . Z T gx = . 0

lim ** X / 1 g+l +f g2
^ + ...+ + gx
+

^0 * l i /J* -

E s s e n d o /l, / 2,... una successione di quantit reali, e gl, g2,...


lina successione di quantit positive formanti una serie divergente,
allora ogni valor limite della media aritmetica dei n u m e r i / l , f 2 ,. .. f x ,
coi coefficienti gl, g 2 ,... gx medio fra i valori limiti di f x .
Infatti, nelle ipotesi, e se m una quantit maggiore del limite
superiore dei valori limiti di f x , si potr determinare un intero a,
tale cbe per x > a si abbia f x < m .
(a)

Hp . mq . m > l ' lim f x . q

ET : ,rN . * > a ,

fx < m : ~ = A
Cos determinato a, e se ar un intero maggiore di a, saranno
/ ( + 1)>/(<* + 2 ),... f x tutti < m , onde g(a + 1) X f { a + 1) +
+<? (o+2) X / ( + 2 ) + . . . + g x x f x < [g{a + 1) + g(a-\-2) + . . . + gx] m ;
aggiungendo i primi termini della somma considerata, e dividendo
per Zgx, s avr :
(/?)

Hp(a) . N : #N . x > a .

qx

.fx

m : *EN . x > a : o .

21 gx x / * ^ Z l g x x f x , 2a+i </
--------- 1 z
>
Z i gx
Z^ gx
gx
e siccome

^
Z gx

< 1 , si pu ancora scrivere :

Z i gx

Z lg x

Ora, col tendere di x allco, il primo termine del secondo membro


della diseguaglianza lia per limite zero, poicb il numeratore finito,
e il denominatore per ipotesi tende a l l oo; dunque il secondo membro
lia per limite m ; e applicando un teorema sui limiti (F V II 3 P I)
si avr:
()

Hp(/?) . o l'Iim 2

E S T E N S IO N E DI ALCUNI T E O R E M I DI CA UCHY SUI LIM ITI

273

Eliminando dalla ipotesi le lettere x ed a, si ottiene :


(e)

Hp .

q . m > l'iim f x . q . l'iim

><f x
2 gx

da cui, con una trasformazione gi vista :


(t)

Hp . o . l'iim ^ St, X f x ^ riim fx .


2 gx
Analogamente si ha :

(rj)

Hp . 0 . 1 , lim Sg^ ^ X ^ ]i ,im f x >

dalle (f) ed (jj) si ha il teorema.


fx
Se nel teorema V in al posto di f x si legge , esso si tra(JX

sforma in :
Teor IX.

/ q f N . j r Q f l ir . ^<?a o = oD. 0 .
lim

2 gx

0 Med lim ;

gx

e se in questo al posto di / e g leggo 2 f e 2 g, si avr :


Teor X .

/E q f N . g (q f N) cres. lim gx oo . q .
!
f x o Medj ,
1 ) fx .
lim
lim / ( * +, ----gx
g ( x - \ - l ) gx

Essendo / I , / 2 , ... una successione


u n altra successione di quantit crescenti
fx
nitamente, ogni limite di medio
gx
/(a + lj-/.
g(x + l) gx
Queste proposizioni sono le estensioni
Un esempio di successione in cui la
valori limiti, :

di quantit, e g l , g2 ,...
continuamente e indeffra i valori limiti di

di P V II 4 P4, P5.
media aritmetica ha pi
1 ; + 3 , 5 , + 7 ,...

detto f x il termine generale, si avr f x = ( 1 )* (2 x 1 ).

(4) Qnesta propriet devesi allo S t o l z , che la enunci, senza dimostrazione,


in u n a nota a pag. 340 delle sue Vorleaungen iiber A rilh m etik, voi. I.
18

274

G I U S E P P E PEANO

La f x col tendere di a: ad oo ha per valori limiti il + oo e il


oo. Il ^ f xmlia sempre per valori 1 e 1 , che ne sono cos i
x

valori limiti :
fx

1 )* ( 2 %

lim

1) . 0 * l im

fx

= t ( 1 ) u

tc o v l{

co).

E volendosi un esempio in cui f x tende a limiti finiti, si con


sideri la successione :
1, +

1,

1?

+ h

+!)

formata da una unit negativa, seguita da 3 unit positive, seguite


da 5 negative,. . .
Il termine generale f x di questa successione
f x = ( l ) ^ ,

ove con In t z si intende il massimo intero contenuto in z. La f x lia


per valori limiti il +

2 fx

; la media

, se x un quadrato

perfetto, assume gli stessi valori assunti dalla media dellesempio


precedente, e se a; non quadrato perfetto, assume valori intermedii.
^ 4/JQ
Quindi il massimo minimo valori limiti di ----- sono + 1 e 1 :
x

e poich f x non ha limiti infiniti, si deduce, pel teorema VII, che i


valori limiti della media costituiscono tutto lintervallo da l a

+ 1:

_
f x ( ijiuty* b q '

f a i l v t ( 1 ).

l i m ^ = ( - l ) H ( + 1 ).
00

Si ha cos un nuovo esempio di successione di quantit discrete,


il cui limite una classe continua.
Le quantit finora considerate si sono supposte reali j e invero
i teoremi I e II, come sono enunciati, non hanno significato per va
riabili immaginarie. Ma gli altri si possono estendere a variabili
immaginarie, o -complesse d ordine qualunque, mediante opportune
convenzioni.
Essendo x ed y due complessi dello stesso ordine n , si chiama
(seguendo G r a s s m a n n ) loro prodotto interno , o prodotto del primo
per Vindice (o complemento) del secondo, la somma dei prodotti delle
loro coordinate corrispondenti, e lo si indica con x | y . Sicch, se

E S T E N S IO N E DI ALCUNI TE O R E M I DI CA UCHY SUI LIM ITI

X (xv x2, ... x), 1J = {yv Vv

275

yn) sar :

* I y ~ ^iVl + *22/2 + - + XnVn


(F V 4 P24). Quindi il prodotto interno dei due complessi un nu
mero reale.
D ata ora una classe u di numeri complessi dordine n , si dice
clie x Medio fra i complessi del gruppo u , quando * un com
plesso tale che, comunque si prenda il complesso y, sempre il pro
dotto x | y sia Medio fra i prodotti x | y ottenuti moltiplicando i
varii numeri del complesso u per y ; e questa frase ha gi significato,
poich i prodotti considerati sono reali (FV 7 P23) :
w Kqn . 0 x Med # , = : * qn : y qn . Qy . x \ y Med u | y.
Ad esempio un punto medio fra pi punti, se appartiene alla
minima figura convessa contenente i punti dati. Se un complesso
medio fra pi complessi, anche le coordinate del primo sono medie
fra le coordinate degli ultimi, ma non viceversa.
Ci premesso, il teorema V ili si pu generalizzare come segue :
Teor X I.

/ qn f N . g Q f N . 2 g

= od . q .

, l x / l + , 2 x /2 + z + gxx/x
4 - S-2 + ... + gx

Med

D ate due s u c c e s s i o n i / l , / 2 ,... e gl, g 2 ,..., la prima di nu


meri complessi d ordine n, e la seconda di numeri positivi, formanti
una serie divergente, ogni valor limite della media di quei complessi
coi coefficienti i corrispondenti numeri positivi, medio fra i valori
limiti di quella successione di complessi .
w

h p . m . 0 - u - * x [</1) g' fl i ...-

gx x l(/,) 15,1 o

Med lim [(/*) | y\.


Nelle ipotesi del teorema, e detto y un numero complesso dor
dine n , il prodotto (/*) | y una funzione reale della variabile x ;
quindi, applicando il teorema V i l i si ha quanto si ha sopra scritto.
Ora per la propriet distributiva del prodotto di complessi
(F V 4 P27-29) :
(P)

Hp . yqn . q lim

gl x f i +
+ g* x f x
Iy
g l - f ... - f gx

Med lim [(fx) | y] .

2?6

IUSEPPE PEAN

Essendo y costante, si ha lim [(/#) | y] = (lim fx) \ y ; quindi :


w

, . w . . o . (n .

x ' ) i o

(Med lim fx) | y .


Esportando PHp, si ha :
(3)

Hp .

o : /<! 0 (lim r^ ~ ^ ) | y

0 (Med lim fx ) \ y.

In virt della definizione data, la tesi di questa proposizione


coincide colla tesi del nostro teorema.

(78). SULLA DEFINIZIONE D I INTEGRALE


(Annali di Matematica Pura ed Applicata, Serie 2a , Tomo X X III, A. 1895, pp. 153-157)

Cfr. il lavoro n. 5 (del 1883) lannotazione di P eano al N. 193 del t r a t


ta to di Calcolo del 1884 (lavoro n. 8), gi incinsi nel presente volume.
Una versione tedesca del lavoro n. 78 (del 1895) s ta ta pubblicata, coma
appendice IV, alledizione tedesca di d etto tra tta to di Calcolo (lavoro n. 8' del
1899, pp. 366-370).
U. C.

Il prof. G. A sooli nel suo articolo, avente lo stesso titolo


(Annali di Matematica, a. 1895, pag. 67), rimette sul tappeto questa
questione importantissima.

Egli giustamente rivendica la priorit degli integrali superiori


ed inferiori, che trovansi nella sua Nota Sul concetto di integrale
definito (Atti dellAcc. dei Lincei, a. 1875, p. 863). Per per esat
tezza conviene notare che contemporaneamente il sig. D a r b o u x ,
nella sua Memoria Sur les fonctions discontinues (Annales de lcole
Normale Suprieure, a. 1875, pag. 57) considera gli stessi enti, e
dimostra teoremi simili. Anzi, se invece della data del volume si
bada alla data della Memoria, il lavoro del D a r b o u x (19 marzo
1873 e 28 gennaio 1874) precede quello dellASGOLl (6 giugno 1875).
10 intendo qui richiamare lattenzione del lettore su alcune mie
idee sopra questo soggetto, le quali credo portino una semplifica
zione nella questione, e che non veggo ancora adottate da alcuno.
11 concetto, che informa alcuni miei lavori, sta nella sostitu
zione del limite superiore (o inferiore) d un gruppo di numeri, al
posto del limite verso cui converge una funzione. Ritengo difficile
laffermare chi pel primo abbia distinti questi due concetti simili,
e che tuttora si confondono spesso da chi non usa un linguaggio
preciso. Si suole ci attribuire al W e ie r s t r a s s (v . P in o h e r l e ,
Giornale di Matematiche, a. 1880, pag. 242); si trovano questi li
miti superiore ed inferiore nei lavori citati di D a r b o u x e A sooli ,
e si possono dire entrati nel dominio comune. La definizione conte

278

G IU S E P P E PEA NO

nuta nel Formulario di Matematica , parte Y, 3, prop. 1 :


1. ite Kq w ~ = _ A . ' * * q , Q. \
x = Yw = : u --v (a? -(- Q) = a =V e x Q Qy u ^ (y + Q) ~ = A
che si legge : Essendo u una classe di numeri reali, classe non
nulla (poich in logica matematica compaiono anche classi nulle), e
se * un numero finito, allora dire che a; il limite superiore
degli u equivale a dire che :
1 . non esistono numeri del sistema u maggiori di x ;
2 . e dato ad arbitrio un numero y minore di x , esistono
numeri del sistema u maggiori di y .
Introdotto poi il limite superiore infinito, la cui definizione
(Formulario, parte V, 3, prop. 5) non vogliamo qui riportare, si
ha la propriet fondamentale (id., prop. 6 ) :
2. Hyp 1 0 l ' w e q w . ( oo .
Ogni classe u ha sempre un limite superiore, finito o infinito.
E non sar inutile losservare che la dimostrazione di questo
teorema semplicemente una trasformazione della definizione di
numero irrazionale.
Riesce pi. complicata la definizione del limite verso cui tende
una funzione. Questa funzione pu dipendere da una o pi varia
bili indipendenti, e pii anche avvenire che sia variabile il numero
delle variabili indipendenti, come appunto succede nelle proposi
zioni di cui ci occupiamo. Il concetto comune di limite duna fun
zione, limitandoci ad una variabile indipendente, e supponendo che
questa tenda allinfinito, caso a cui possiamo sempre ridurci, viene
espresso dalla seguente proposizione (Formulario, parte VII, 2,
prop. 1 ) :
3. u e K q - Y u = o o - f e q f u - y s q - Q i :
y = lim f x =
it,u,oo

hsQ Qh : aeq f [ u ~ (a -f- Q)] 0 (y h)

(y-{-h)
~ = aA

Sia u una classe di numeri, il cui limite superiore sia linfl nito. S ia/la.caratteristica duna funzione reale definita pei numeri
del gruppo u -, e sia y un numero finito. Allora dire che y il limite
verso cui tende la funzione f x , ove x , variando nella classe w ,
tenda allinfinito, significa dire che, comunque si prenda la quantit
positiva h , si pu sempre determinare un numero a , in guisa che
i valori assunti dalla funzione / x , ove la variabile assuma nella

SULLA D EF IN IZ IO N E DI IN TEG R A LE

279

classe u i soli valori maggiori di a , appartengano tutti allinter vallo da y h a y


h .
Si vede chiaramente che la definizione 3 pi complicata
della 1. Esaminandole nella scrittura simbolica, si ha che nella 1
figura il solo concetto di classe (in simboli K) ; la 3 contiene inol
tre il concetto di funzione o corrispondenza (in simboli f).
Inoltre non sussiste la propsizione analoga alla 2 ; mentre ogni
classe ha un limite superiore, non ogni funzione converge verso un
limite. Si potrebbe, vero, stabilire una certa analogia modificando
il concetto di limite d uria,, funzione, secondo le idee da me esposte
nella Rivista di Matematica a. 1892, e sviluppate nell American
Journal of Mathematica a. 1894, ritornando cosi ai concetti di
C a u o h y e di A b e l , secondo cui ogni funzione ha dei valori limiti.
Ma non vogliamo dilungarci su questo punto.
In conseguenza chi definisce i limiti superiori dei gm ppi di
punti, e concetti analoghi, mediante i limiti verso cui tendono le
funzioni, esprime unidea semplice mediante altre pi complicate ;
inoltre si espone ad altri inconvenienti ; e credo utile lesporne uno
preso dal classico libro del J o r d a n , Cours dAnalyse, 2. d., a. 1892,
pag. 10 del 1 . voi. Questi dice :
On nomme point limite dun ensemble tout point qui est la
limite d une suite de points de lensemble.
Detto u il gruppo, questa definizione in simboli si esprime :
(z e punto limite di u) = [ f e u f T z = l i m / x ~ = / a )
Ora siccome si pu considerare una successione di numeri
eguali, ossia una funzione pu ridursi ad una costante, ne risulta
che ogni punto del gruppo ne un punto limite, poich il limite
duna successione di punti coincidenti con esso. In conseguenza
linsieme dei punti limiti di w non la classe derivata di u (indi
cata nel Formulario con D u), ma bens la classe u resa chiusa (nel
Formulario Cm)(1). Le definizioni delle classi Dw e C u sono date
nel Formulario parte V, 5, prop. 1 e 7, prop. 1.

Cos visto che il concetto di limite superiore (o inferiore) duna


classe in s pi semplice di quello di limite verso cui tende una
funzione, esaminiamo quali semplificazioni apporti la sostituzione
del primo al secondo concetto in alcune questioni di analisi.
(*) Qui la parola chiuso corrisponde al ferm , abgeschloaeen del G. C a n t o r ;
e al p a r f a i t del J o r d a n ; il C a n t o r al p er feci attribuisce a ltro significato.

280

G IU S E P P E PEA NO

Si definisce comunemente la lunghezza dun arco di curva co


me il limite verso cui converge la lunghezza d una poligonale in
scritta, i cui Iati decrescano indefinitamente. E questa definizione
richiede si dimostri che, sotto certe condizioni, quel limite esiste, e
la dimostrazione lunga. Inoltre si presenta unaltra difficolt che
esamineremo nel libro del J o r d a n . La lunghezza della poligonale
inscritta nellarco funzione del modo in cui si scompone larco,
cio a dire dei valori tt , <2 , . . . , tn dati alla variabile indipendente,
e queste variabili ti , . . . , tn variano anche in numero, che cresce
indefinitamente. Ora lAutore a pag. 8 definisce solamente il limite
dune suite illimite de valeurs x i
. cio di una q f N ;
in altri termini xn una quantit che dipende dal numero intero
positivo n ; e non definito il limite duna quantit che dipende
dal modo con cui si scompone un intervallo. Per tale lacuna si
pu colmare, con opportuna definizione (8).
Si eliminano ad un tempo queste difficolt assumendo la defi
nizione seguente : (Vedansi le mie Applicazioni geometriche del Cal
colo, a. 1887, pag. 162.)
Dicesi lunghezza di un arco il limite superiore delle lunghezze
delle poligonali inscritte in esso.
Ne risulta che ogni arco ha una lunghezza finita o infinita,
pel teorema 2, senza bisogno di altre dimostrazioni. Si pu notare
la facilit con cui si ottengono le formule per gli archi ; e lanalo
gia, anzi coincidenza di questa definizione col postulato 2. di A r
chimede (della sfera e del cilindro).

Passiamo infine alla definizione di integrale. Sia / x una fun


zione definita in tutto lintervallo da a a b , avente limite superiore
e inferiore finiti, cio :
a , 6 e q a < b f e q f a H b Y f ( a I- ! b), l j / ( H b)e q.
\.
Si considerino le somme :
rn

S ' = 2 (av+1 xr) Y (xr l-l xr+1)


r0

= 2 (av+l

l4/(* r l-l ov+l) )

(*) DA rc a is, Calcolo infinitesimale, tom. II, pag. 3, a. 1894.

SULLA D EFINIZ ION E DI IN TEG R A LE

281

ove x0 = a , oci , . . . , xn_ j , xn = b sono i punti duna divisione


dellintervallo dato ; 8 ' la somma dei prodotti delle ampiezze degli
intervalli parziali pei limiti superiori dei valori della funzione in
essi. Nella somma
invece dei limiti superiori compaiono gli
inferiori.
Il
D a r b o u x e IA s c o l i dimostrano amendue che sia 8 ' che
S t , col tendere a zero degli intervalli parziali, tendono ciascuna ad
un limite determinato ; e che se il limite verso cui converge S'
coincide col limite di 8 i , allora la funzione data integrabile.
Io
trovo pi semplice il presentare questo teorema sotto la forma :
Se il limite inferiore dei valori di 8' eguale al limite supe riore dei valori di S l , la funzione integrabile.
E nella mia Nota Sullintegrabilit delle funzioni (Atti della E.
Accademia di Torino, a. 1883), diedi di questa proposizione una
dimostrazione diretta. In quanto precede una funzione si disse in
tegrabile nel senso di R i e m a n n (Werke, pag. 226). Ma parmi si
possa ottenere una semplificazione maggiore, modificando ancora la
definizione di integrale ; e nelle mie lezioni di Analisi infinitesimale,
do le definizioni seguenti : (*)
Chiamo integrale super

il limite inferiore dei

valori di 8'-, integrale inferiore il limite superiore dei valori di S t ,


. . .

f b

e Io si indica con f f x d x . Se gli integrali superiore e inferiore


coincidono, la funzione si dice integrabile, e il loro valore comune
f

dicesi f f x d x .
Cos il limite verso cui tende una funzione completamente
sostituito, nella definizione dellintegrale, dai limiti superiori e infe
riori di classi.

(*) Voi. I, 1893, p. 139,

V. C,

(92). SUL DETERMINANTE WRONSKIANO


(Rendiconti della R. Accademia dei Lincei, Serie 5a, Voi. VI, 1 Sem., A. 1897, pp. 413-415)

Complemento al lavoro n. 17 del 1889.

U. C.

Siano x1x2 ... xn funzioni reali duna variabile reale t. Se fra


esse passa la relazione
Cl Xl + c2 x2 + ... + cn xn = 0 ,
ove Cj e2 ... c sono costanti non tutte nulle, noto che il Wronskiano,
cio il determinante formato colle a?, Da;, D2x ,... D "-1* identica
mente nullo.
La proposizione inversa, contrariamente ad unopinione diffusa,
richiede qualche restrizione. Invero, se le funzioni sono semplicemente due, x ed y , per dedurre dallequazione
x dy y dx = 0
che il rapporto di ce ad y costante, si suol dividere per xy, e poi
integrare ; si dovr perci supporre mai nulle le funzioni x ed y .
Si potrebbe dividere per y2, o per x 2 -f- y2, e si dimostra la propo
sizione, supposta mai nulla la funzione y , ovvero rispettivamente
che non esista alcun valore della variabile che annulli ad un tempo
a? ed y.
Che linversa della proposizione citata non sussista senzaltro,
risulta dallesempio (*)
x t2

y t mod t ,

ove il determinante Wronskiano sempre nullo, mentre il rapporto


x/y vale - f i o 1 secondoch t positivo o negativo.

(*) Diedi qnestesompio noi Mathosis, a. 1889, pag. 110.

283

SUL D E TE R M IN A N T E WRO NSKIANO

Lo scopo di questa Nota di enunciare e dimostrare il seguente


Teorema. Se per tutti i valori della variabile t appartenenti
ad un certo intervallo, il Wronskiano delle funzioni Xi x2 ... xn
nullo, ma non esiste alcun valore Ai t, nellintervallo considerato,
che annulli tutti i suddeterminanti dellultima orizzontale, allora fra
le funzioni considerate passa una relazione lineare omogenea, a
coefficienti costanti, non tu tti nulli .
Facendo uso dei numeri complessi dordine n , e dei prodotti
alternati, di Grassmann, la proposizione si pu enunciare coi simboli
di Logica, e dimostrare facilmente. Lintervallo entro cui varia la
variabile indipendente si pu supporre, senza ledere' alla generalit,
che sia lintervallo da 0 ad 1, indicato nel Formulaire col simbolo
9. Il prodotto alternato dei numeri complessi x ' , y , . . . z , in numero
< ,n , si indica con [x . y .......z] ; e se il numero dei fattori n ,
esso il determinante formato cogli elementi di questi complessi.
E allora la proposizione si enuncia
xe qf 9:

[ x .D x .......T>n1x]t Q.\x. D x ........ Dn- 2x]l ~ = 0:f).


a q (~ 0 ) ce [t e 9 . q, .

(c< x t), = 0 ],

Sia x un numero complesso dordine n , funzione definita


duna variabile nellintervallo 9; e suppongasi che per ogni valore
di t il determinante Wronskiano sia nullo, ma sia diversa da zero
la matrice -formata colle n 1 prime orizzontali. Allora esiste un
numero complesso c d ordine n , , differente da zero, e tale che
01 *1 l + Cn
0 .
Infatti pongasi m = mod [x . D .r.......Dn - 2a?l, cio chiamisi m la
radice quadrata della somma dei quadrati dei determinanti minori
dell ultima orizzontale ; e si consideri il complesso (*)
c = [x . B x .......D"-2#] :
m
1

(*) In questa dimostrazione, G . P e a n o , indica con la stessa lettera e nn com


plesso di ordine n ed il ano indice, che un prodotto alternato di n 1 complessi
d i ordine n , indicato d a H. G r a s s m a n n con |c e d etto ErgUnzung.
Volendo conservare alla le tte ra e il solo significato di complesso di ordine ,
e fare nso delle notazioni di G r a s s m a n n , basta scrivere |o al posto di c nella
definizione di c d a ta da P e a n o e nella dimostrazione della form ala [c.DcJ = 0,
che diverr [| c.D | c] = 0 ; la quale per equivale alla precedente. In fa tti si ha :
[|c.D | c] = [|e. | De] = | [o.Do].
U. C.

284

G I U S E P P E PEA NO

esso un complesso dordine n, finito, perch per ipotesi il divisore


ni non nullo; c non nullo, poich il suo modulo 1. La somma
1

} \ e, Xi vale [x . T>x.......D'1-2# . *] che nulla, perch due fattori


sono identici. Resta a riconoscere che e costante ; e basta perci
calcolare la derivata. Dispongo il calcolo come segue : dalla defini
zione di e risulta
[a-. Da;.......Dn_2a'] me ;
derivo :
[x. Da?.......D"-3x . Dn_1a;] = (Dm) c -f- m De .
Faccio il prodotto regressivo dei due membri. Il termine con Dm
si annulla e si ha :
[x . Da;.......I )"-;3x . D* 2x . D'l1x ]. [x . Dx1. .... D'*~3a] = m2 [c . De]
e siccome il Wronskiano nullo, si ricava
[c . De] = 0 ;
daltra parte, essendo c 1 , si ricava c | De = 0 . Ora lidentit
(c) (De)= [c . De]-(- [e | De],
tenendo conto dellannullarsi dei due termini del secondo membro,
d (D ep = 0 , onde e = costante.
Si ha cos una condizione sotto cui si pu invertire la propo
sizione sui Wronskiani. Sarebbe interessante trovarne delle altre, a
causa dellimportanza di questi determinanti in Analisi.

(94). GENERALIT SULLE EQUAZIONI


D IFFERENZIALI ORDINARIE
(A tti della Reale Accad. delle Scienze di Torino, Voi. X X X III, A. 1897, pp. 9-18).

Complemento ai lavori n* 9, 10, 12, 27 e 49 pubblicati dal 1886 al 1892.

U. C.

Abbiasi un sistema di equazioni differenziali ordinarie, ridotto


a forma normale
^lj x n)

..............
=fn(t,

[w

ove tu tte le variabili sono essenzialmente reali.


Una dimostrazione dellesistenza dellintegrale del sistema pro
posto dovuta a C a u o h y ; essa si riduce ad integrare per appros
simazione, con una poligonale, le equazioni date, e poi passare al
limite. Ma ci che su questo soggetto ha pubblicato il M o i g n o ,
Legons de Calcul diffrentiel et intgral, a. 1844, p. 385 e segg.,
solo un abbozzo di dimostrazione ; le condizioni restrittive non sono
punto analizzate ; il passaggio al limite incompletamente fatto.
Il
L i p s o h i t z ( Bulletin de Darboux, t. X , p. 149, a. 187C;
Annali di Matematica , t. II, p. 288) diede la dimostrazione
dellesistenza dellintegrale, quando, oltre alla continuit dei se
condi membri delle (1), si supponga verificata una condizione sui
rapporti incrementali di questi membri, condizione che suolsi indi
care col nome dellA., e di cui discorreremo in seguito.
In una Nota S u W integrabilit delle equazioni differenziali di
primo ordine , pubblicata negli A tti di questAccademia, a. 1886,
limitandomi al caso di n = 1, cio allequazione

286

Giu s e p p e

pean

ne dimostrai lintegrabilit, supposto puramente continuo il secondo


membro. Lintegrale si presentava come limite inferiore, o superiore,
delle funzioni soddisfacenti ad una delle diseguaglianze differenziali
dx
d t > / { t x)

dx
d t < f { t x)-

In un lavoro successivo Dmonstration de V intgrablit des


quations diffrentielles ordinaires , pubblicato nei Mathematisclie
Annalen, t. 37, a. 1S90, dimostrai lesistenza dellintegrale del
sistema generale (1 ), supposta puramente la continuit dei secondi
membri. Dedussi come casi particolari i risultati del Lipschitz, e
quelli da me ottenuti nella Nota precedente. Tutte le proposizioni
sono ivi espresse coi simboli della Logica matematica, e tutte le
dimostrazioni sono fatte colle regole di questa scienza. La mole di
questo scritto dovuta in parte alla lunga serie di teoremi sui
limiti di gruppi di punti variabili, su cui basa la dimostrazione.
Essa fu, nelle parti principali, tradotta in tedesco dal sig. M ie nei
Matliematisclie Annalen , t. 43.
11
prof. 0. A ezel ottenne lo stesso risultato, come conse
guenza dei suoi teoremi Sulle funzioni di linee nella Memoria
Sullintegrabilit delle equazioni differenziali ordinarie pubblicata
dalla E. Acc. delle Scienze di Bologna nel 1895 ; e per nuova via
vi arriv pure in unaltra Memoria pubblicata ivi nel 1896.
Mi sono arrestato . alquanto su questi lavori, i quali sono d un
reale vantaggio alla scienza, poicli dallenunciato dun teorema
fondamentale fanno sparire le condizioni restrittive inutili e compli
cate, lasciando solo quelle cbe sono evidenti.
Il
sig. Pioakd, nel 1891 ( Bulletin de la Socit mathm.
de France , voi. XIX, e Nouvelles Annales de Matlim. , t. X),
per dimostrare lesistenza dellintegrale, adott un procedimento,
che chiam delle approssimazioni successive. Ma per questa via lA.
riusc solo a provare l esistenza dellintegrale nelle precise ipotesi
del L i p s c h i t z . Iii una breve comunicazione da me fatta ai Nou
velles Annales , t. X I, p, 79, a. 1892, feci notare come gi prima
si era arrivati a risultati pi completi di quello trovato dal sig.
Picard j ed esposi, in forma breve, e usando le stesse sue notazioni,
come, nelle ipotesi del Lipschitz, si dimostri anche lunicit dell in
tegrale, di cui son dati gli elementi iniziali ; unicit che il Picard
dimostr poi nel 1893, nel sito Trait dAnalyse , t. 2 , p. 299,
facendo lipotesi inutile della continuit delle derivate.

G EN ERA LIT SUL LE Q UAZIO NI D IFFERENZIALI ORDINARIE

28?

Limitandoci per un momento alle equazioni differenziali lineari,


la questione fu gi da tempo completamente risolta, poich nella
Nota Integrazione per serie delle equazioni differenziali lineari ,
presentata a questa Accademia il 20 febbr. 1887, e riprodotta nei
Mathematische A nnalen, a. 1888, io diedi lo sviluppo dellinte
grale in serie sempre convergente. Il teorema dimostrato in questa
Nota il seguente :
Siano le equazioni differenziali lineari
dx i

r n X\ +

... -f- T \n %n

= rni x! + ... + rnnx n,


ove le rij sono funzioni reali e continue della variabile t , in un
determinato intervallo p H q ,
Si sostituiscano nei secondi membri di queste equazioni alle x y
delle costanti arbitrarie i
e moltiplicati per dt, si integrino
fra tQ e t. Si otterranno n funzioni di t : ai a... a'n . Nei secondi
membri delle equazioni proposte alle x si sostituiscano le a', e si
integri fra l 0 e
si otterranno le nuove funzioni a' all Da
queste, collo stesso procedimento, si dedurranno le a[ " ... a'n' , e
cos via. Le n serie
#1 =

4 al +

1 ** j X n =

&n 1 &n

(/?)

sono convergenti per ogni valore di t j le loro somme sono gli


integrali delle equazioni proposte, che per t = t0 , assumono i valori
iniziali a i ... an .
Il
metodo con cui qui si formarono queste serie quello stesso
che il sig. Picard nella Nota citata del 1891 chiam metodo delle
approssimazioni successive, e che io preferirei chiamare delle inte
grazioni successive. Ma che questo metodo conduca nel nostro caso
a serie (/?) sempre convergenti, fu dai sigg. Lindelf e rica rd ritro
vato solo nel 1894 j vedasi la Memoria pubblicata nel Bulletin de
la Socit Mathm. , p. 52, avente per titolo Sur la mthode des
approximations successives, et les quations diffrentielles ordinaires .
I
teoremi ora enunciati sulle equazioni differenziali lineari o
non, furono da me trovati colluso dei numeri complessi dordine
qualunque, e delle loro sostituzioni ; il che ne semplifica anche
lesposizione.

288

G I U S E P P E PEA N

La teoria dei qn, o numeri complessi dordine n si pu ritenere


sufficientemente nota. Essa contenuta ad es. nel Formulaire de
Mathmatiques, t. I, parte V, 4 (Torino 1895).
Le sostituzioni dei numeri complessi sono una estensione delle
sostituzioni finite studiate in Algebra ; e sono meno note. Ne esposi
la teoria nellultimo capitolo del mio Calcolo Geometrico (Torino
1888), e varie propriet nei lavori citati sulle equazioni differenziali.
Qui mi limiter a richiamare le definizioni principali.
Dicesi sostituzione (o trasformazione lineare) dei q, e indiche
remo con S, ogni operazione da eseguirsi sui q, il cui risultato
pure un q, ed avente la propriet distributiva. Questa propriet
distributiva espressa dalle proposizioni
r Sn . x , y q. q . r (x + y) = rx + ry .
r S ra. ;zqn . f c q . Q. ' (lex) = h (rx),
delle quali la seconda si deduce dalla prima per h razionale; ma
si deve fare qualche altra ipotesi, p. e. la continuit, per dedurla
per Tc irrazionale ; onde pi semplice darla come definizione. La
definizione simbolica di S
1.

S = (q f q) r , r i [ x , y qft. q XjV.r (x - f y) = rx + ry :
x q. k q . q*,* . r (lev) = le (rx)].

Df.

Una Sn data dando le ?t2 coordinate degli n elementi corri


spondenti agli n elementi fondamentali ; cio rappresentata dalla
matrice dun determinante dordine n.
Si definisce la somma e il prodotto di due sostituzioni :
2.

v , s S,,.# qa .O. (r -J- s)x = rx + sx

3.

. q . (rs) x = r (sx).

Df.
Df.

Si dimostra che la somma di due S pure una S, e cos


pure pel prodotto ; e continuano a sussistere le propriet commuta
tiva e associativa della somma, le propriet associativa e distribu
tiva del prodotto ; ma questo non ha la propriet commutativa,
potendo essere re diverso da sr.
Nelle nostre questioni, e in tutte quelle in cui si passa al
limite, conveniente introdurre la definizione del modulo duna
sostituzione r. Esso il massimo dei valori del rapporto
(mod rx) / (mod x), ove x un q qualunque.
In simboli :
4.

r S .q . mod r max ([(mod ra?)/(mod;)] x qj

Df.

G EN ERA LIT SULLE EQ UAZIONI DIFFERENZIA LI ORDINARIE

289

e si dimostra lesistenza di questo massimo, e le propriet :


5.

r, 8 Sn . q . mod (r -|- s) < ; mod r + mod *

6.

. 0 m0(i (r ) ^ md r X mod .

I
qn Sono anche detti punti nello spazio ad n dimensioni, e le
S, delle quali in Geometria si considera il solo prodotto, ne sono le
proiettivit. noto che ogni Sn ha n invarianti, dei gradi 1 ,2 , .. .n
negli elementi suoi. Ci basta, per queste ricerche, ricordare quello
di grado massimo, che detto il suo determinante, poich il
determinante della matrice che rappresenta la sostituzione, e che
indicando con [a;, . x2 ... a?] il prodotto progressivo degli n complessi
d ordine ,
x 2 ... xn, secondo Grassmann, e con i i , . . , i gli ele
menti di riferimento, viene espresso da :
7.

r Sn . O determ r = [rii .r i 2 .......rin]/ [i4 . i2 ........in}.

Gli altri invarianti sono i coefficienti delle successive potenze del


numero reale le nello sviluppo di determ (r
k)n. interessante
lultimo, di 1 grado, che indicheremo con inv r, e che la somma
degli elementi che stanno nella sua diagonale principale :
8.

r Sn . o inv r = ([rii k

*n] + . . . + [h h rin}} / [h . i 2 - in].

Ci premesso, dicasi x il complesso (xl , x2 ... xn); e r la sosti


tuzione i cui elementi sono i coefficienti r y . Allora le equazioni
date sono espresse da
dx
T t= r x
(a)
e lintegrale da
* =

( l + / rdt

j" rdt J rdt

- (-

J rdt J rdt j" rdt

- (-

...j a ,

(^ ')

ove gli integrali sono presi fra t0 e i, ed a il valore iniziale del


complesso x. Nella mia Nota sta pure dimostrato che se si pone
m = mod r ( t tg), i termini della serie entro parentesi sono minori
dei corrispondenti termini della serie esponenziale
m2 m 3
1 + W + 21 + 3 I + - >
onde si deduce la convergenza assoluta della serie (/}'), e la sua
convergenza equabile sia variando t in un intervallo finito, sia va
riando la sostituzione r in un campo, in cui il limite superiore dei
valori del suo modulo sia finito.
19

290

G IU S E P P E PEA N

Pongasi
E

[r, t0, t) =

-)- / rdt

-f-

J rdt J rdt

- j - ...

allora lintegrale x della (a'), che per t = t0 ha il valore , sar


dato da
x = E (r, t0, <) a .
E (r , <0 j *) una nuova sostituzione, le cui principali propriet
sono enunciate nella mia Nota dei 1888 ( Math. Ann. , t. 32,
p. 456). Qui basti ricordare che se ==1, e pi in generale se i
varii valori di r sono commutabili fra loro, E ( r , t0, t) vale eS rc^
Si ha poi sempre
Determ E (r, t0, t) e

in v

r dt

Ritornando ora alle equazioni differenziali in generale, mi pro


pongo di far vedere come, seguendo la via indicata, si possano
studiare facilmente altre propriet degli integrali, le quali furono
oggetto di recenti ricerche.
Le equazioni (1) si possono ridurre allequazione unica
!

= / < ,.) ,

(Il

ove x un complesso dordine n, ed / una funzione complessa


della variabile reale t e del complesso x.
La condizione introdotta dal Lipschitz, di cui gi si parlato,
che esistano n2 quantit positive c<j, in modo che per ogni valore
di t, di x e di x' nel campo considerato, si abbia sempre
mod [/<(, x i ... xn) f i ( h , I ... )] ^
Ci!

mod (x[

x\) +

Ci2

mod (x2 x2) + ... +

cin

mod (x'n xn) .

Essa, introdotti i numeri complessi, equivale allesistenza dun nu


mero positivo p tale che si abbia
mod [f(t, x) f ( t , #')] <, p mod (# x ' ) .

(2 )

Ci posto, siano x ed x' due integrali della (1'). Si avr


d (x x')
= f { t , x ) f { t , x').
dt
Prendiamo i moduli dambo i membri; tenendo conto che la derivata
d un modulo minore o eguale al modulo della derivata, e tenendo

EN ER A LIT SULLE EQUAZIONI D IF FERENZIA LI ORDIN ARIE

291

conto dellipotesi di Lipschitz, si avr


d mod (x x')
dt

p mod (x x') .

(3)

Questa diseguaglianza differenziale si integra come la corrispondente


equazione ; per non dividere per fattori che possono essere nulli, la
si moltiplichi pel fattore integrante e ~ *>. Se t > t0, si deduce
mod (x x) <;

mod (x0 x i ) ,

(4)

ove Xo ed xi indicano i valori di x ed x per t = t0.


Se ora i due integrali x ed x' hanno lo stesso valore iniziale,
sar *o = *0 j onde, dalla (4), si ha x = x' ; cos risulta provata
lunicit dellintegrale, datone il valore iniziale. (Nel mio lavoro del
1892 questa dimostrazione tradotta in modo da non far uso dei
numeri complessi).
Se invece nella (4) suppongo x0 fisso, ed x variabile tendente
ad x0 , sar lim (x0 x'a) = 0 , onde anche lim (x x ) = 0 ; cio
lintegrale x funzione continua del suo valore iniziale xQ.
Questultimo risultato dovuto al Dr O. N icco l e t t i , il quale,
nella Nota Sugli integrali delle equazioni differenziali ordinarie,
considerati come funzioni dei loro valori iniziali (Rendiconti Acc.
Lincei, 15 dicembre 1895), lo dedusse dalla menzionata dimostrazione
del Picard sullesistenza dellintegrale. Si vede che esso si poteva
ottenere pure facilmente dalla mia del 1890.
Il
Dr Niccoletti si dimostra, nei suoi scritti, giovane di molto
ingegno e valore ; e questa la ragione che mi spinge a pubblicare
questa Nota, per riesaminare le sue proposizioni. LA. in seguito
studia la derivabilit degli integrali delle equazioni differenziali pro
poste, rispetto ai loro valori iniziali. Ma, oltre al supporre l esistenza
e la continuit delle derivate parziali dei secondi membri delle
equazioni date, lA. ancora stato obbligato, dal procedimento se
guito, a supporre che queste derivate parziali soddisfino a condizioni
analoghe a quelle che il Lipschitz aveva supposte per le funzioni ;
mentrech lesame diretto della questione non solo ci fa vedere non
necessarie queste condizioni, ma ci fornisce equazioni che determi
nano le derivate cercate.
Infatti, suppongasi che il valore iniziale x0 di x dipenda da
una nuova variabile reale u, ed abbia derivata dx0/ d u . Anche
lintegrale x dipender da u. Dato ad u un incremento Au, e detto

292

G IU S E P P E P EA N

Ax lincremento di x, si avr
d(x + Ax)
dt

- . f ( t , x - \ ~Ax ) .

(5)

Sottraendo la {!')
= / ( f , x - f Ax) f ( t , x ) .

(C)

Chiamasi Df ( t , x) la derivata del complesso f ( t , x) fatta rispetto


al complesso x. Cosa si intenda per derivata dun complesso rispetto
ad un complesso variabile detto nel mio Calcolo Geometrico,
a. 1888, p. 151. Qui basti osservare che con Df ( t , x) si pu inten
dere la sostituzione rappresentata dalla matrice formata colle derivate
d i / 1/2 fn rispetto ad x l ... x. Pel teorema di calcolo, sullincremento
duna funzione, esteso ai numeri complessi, la (6 ) si trasforma in
^

Hi

= [Medio Df ( t , x + 6 Ax)] Ax , '

(7)

poich l incremento duna funzione complessa si ottiene moltipli


cando lincremento della variabile per un valore medio fra quelli
assunti dalla derivata (che non sempre un valore della derivata).
Dividendo per Au si ha :
] .

(8 )

Ax
Questa unequazione differenziale lineare in ~ , il coefficiente
dipende ancora da Ax. Quindi si avr
/J IY

/iqn

= E [Medio T>f(t, x + 9Ax), %, t]


Facciasi tendere Au a 0 ; Axg/ A u ha per limite dx0/ d u per ipotesi.
Ax tende a zero, come si gi dimostrato ; Medio Df ( t , x + 8Ax)
tende a Df ( t , x), e vi tende uniformemente, qualunque sia t, a
causa della continuit di questa derivata. Nella serie E si pu pas
sare al limite prendendo il limite dei singoli termini ; quindi esiste
Ax
il lim ite di -3, che vien dato dalla formula
Au 1
= E[Df ( t , * ) , t 0, t ] ^
Dicasi variazione di x, e si indichi con x, la derivata di x
rispetto ad n. Il considerare le variazioni come derivate presenta
alcuni vantaggi sul metodo ordinario di considerarle come incrementi

G EN ERA LIT SUL LE EQUAZIONI D IFFERENZIALI ORDINARIE

293

infinitesimi. (Vedansi le mie Lezioni di Analisi infinitesimale ,


. 1893, 447). Allora si La che le variazioni degli integrali del
l equazione differenziale (1 ') soddisfano allequazione lineare
[!>/(< >x )\ io

(9)

da cui, per n = l, si ricava dx con una quadratura (cfr. Mathem.


Annalen , t. 37, p. 228).
Sopprimendo la nomenclatura dei numeri complessi, si ha il
teorema :
Siano le equazioni differenziali (1), ove i secondi membri
hanno derivate continue rispetto ad x t ... xn. Se agli elementi ini
ziali si d una variazione, anche gli integrali corrispondenti ricevono
variazioni, determinate dalle equazioni differenziali lineari :
dt

dx,

dxn
<9')

__

dt

*x

dxt

fa

""

dxn

Se, ltre al dare una variazione ai valori iniziali degli inte


grali, si d pure una variazione alla forma delle equazioni differen
ziali stesse, cio se i secondi membri sono funzioni dun parametro,
che pure varia, allora le variazioni degli integrali sono date dalle
equazioni che si ottengono dalle (9') aggiungendo ai secondi membri
i termini ft , ... fn.
Questi risultati sono la genei'alizzazione dei noti teoremi sulla
derivazione di un integrale; e sono a notarsi per la loro semplicit;
poich si possono compendiare nella proposizione : Si ottiene la
variazione degli integrali dun sistema di equazioni differenziali
facendo le variazioni di queste equazioni stesse .

(111). STUDIO DELLE BA SI SOCIALI DELLA


CASSA MUTUA COOPERATIVA PER LE
PENSIONI
(Tip. Gerbone, Torino, 1901 ; Ristampa dell'anno 1906, Tip. Cooperativa, Torino, 1906).

F ra i lavori di m atem atica a ttuariale, pubblicati d a G. P e a n o dal 1901


al 1906, il Com itato per ledizione delle presenti Opere scelte , h a ristretto la
sua scelta a quelli di c arattere strettam ente m atem atico : precisam ente il lavoro
n. I l i (del 1901) nella ristam pa del 1906 perch pi chiara dal punto di vista
tipografico (indicata nellindice cronologico col n. I l i ' ) , ed un e stratto del
lavoro n. 131 (del 1905).
L a teoria svolta da G. P e a n o nel lavoro n. I l i (del 1901) fondata sul
luso dei tassi continui (di interesse, fru tto , increm ento dei soci, m ortalit, ecc.),
considerando anohe i casi in cui essi sono variabili nel tempo.
L a nozione di cassa ad andam ento equo in tro d o tta da G. P e a n o nel
$ 1 1 perm ette di studiare i vari sviluppi possibili di n n a cassa m ediante il
confronto con quello di una cassa ad andam ento equo ; e la determ inazione ef
fe ttiv a di una legge di iscrizione di soci che dia una cassa ad andam ento equo
fa tta m ediante la risoluzione di una particolare equazione alle differenze miste.
I risu lta ti o tte n u ti in ta l modo sono valevoli qualunque ipotesi si faccia
sella m o rta lit e le decadenze, e qualche volta anche sull interesse.
U lteriori applicazioni e chiarim enti della teoria svolta nel lavoro n. I l i
(del 1901) si trovano nei lavori n.i 120 e 124 (rispettivam ente del 1902 e 1903),
non contenuti nelle presenti Opere scelte .
II lavoro n. I l i dette luogo ad alcune polemiche, specialmente con T. B a g n i ,
a ttu a rio del Ministero della Agricoltura.
(Cfr. : Bollettino d i notizie sul credito e sulla previdenza del Ministero
di Agricoltura, In d . e Commercio, a. 1901 : contenente a pag. 827 e s. larticolo
di T. B a g n i , ed a pag. 1200 e s. la Memoria di risposta di G. P e a n o (lavoro
n. 115) seguita d a u na Nota del Ministero che r i tr a t ta tu tte le accnse che erano
state fa tte contro i procedim enti m atem atici del P e a n o ) .
A proposito di questa polemica, cfr. anche A. C a b i a t i (Replica ad una cri
tica ufficiale etc., Torino, Tipografia Cooperativa, 1 ed. 1902, 2 ed. 1905), in cui
sono confutate p u n to p er p u n to le obiezioni di T. B a g n i ; e T. B o g g i o , Giuseppe
Peano, A tti Reale Accad. Scienze Torino , 68 (1932-33), pp. 436-446.
U. C.

Prefazione alla second a edizione.


La Commissione nominata dalla Cassa, col pi ampio mandato
di studiare e giudicare le sue basi sociali, quando si radun per la
prima volta, or sono cinque anni, si trov davanti ad un problema,
cui prima si erano date risposte affatto 1discordanti.

S TU DIO D ELL E BASI SOCIALI DELLA CASSA M UTUA ECC.

2 95

chiaro, senza calcoli, che la Cassa, come era e<l organiz


zata, restituisce alla massa dei socii, cio ai socii considerati in
complesso, tutte le lire mensili da questi versate, insieme ai rispet
tivi interessi, identici a quelli dati dal Debito Pubblico, in cui
investito il suo capitale. Quindi la massa dei pensionati riceve i
denari versati da essi, e dai socii premorti, coglinteressi.
Va in spese di amministrazione solo quella parte di centesimi
addizionali, che i socii stessi credono opportuna.
Ci costituisce un evidente e grande vantaggio di questa So
ciet, di fronte alle ordinarie Societ di Assicurazione ; poich que
ste restituiscono alla massa degli assicurati una somma molto mi
nore di ci che essi pagano.
Questo risultato ottenuto colladottare un semplicissimo me
todo d ripartizione delle pensioni, e collabbandonare completamente
le tavole di sopravvivenza, i calcoli di probabilit, i capitali di
garanzia e di riserva, e tutto larmamentario classico delle Compa
gnie di Assicurazione.
Ma rimaneva forte il dubbio che le pensioni distribuite cos
economicamente, risultassero distribuite alla cieca. E siccome lo
Statuto tratta i socii egualmente, rimaneva il dubbio che eventi
possibili, cio il non uniforme incremento dei socii, favorisse glin
scritti in qualche anno, con grave danno degli altri.
I
calcoli istituiti da molti, prima dei nostri lavori, tu tti arit
meticamente giusti, conchiudevano in modo discordante, facendo
dubitare del principio che PAritmetica non unopinione. La causa
della discordanza, e del nessun valore delle conclusioni rispettive,
sta nel metodo matematico seguito. Si partiva da ipotesi, espresse
in numeri, e si facevano i calcoli con quattro o cinque cifre deci
mali, quando la prima cifra intera era gi dubbia.
Gli autori s illudevano che la precisione del calcolo compen
sasse in qualche modo lindeterminatezza delle ipotesi. Le cifre cos
ottenute sono quelle che alcuni chiamano cifre del lotto , perch
tanto attendibili quanto se si fossero estratte a sorte, anzich calco
late. Alcuni le chiamano cifre immorali , perch non morale
presentare come attendibile ci che non lo . Inoltre nessuno di
questi calcoli era completo ; mancava il confronto della sorte dei
socii della Cassa cui toccava la pensione minima, cogli assicurati
ad altra societ.
La nostra Commissione si occup pertanto di elucidare questo
problema, che, dato il gran numero dei socii, aveva assunto grande
importanza pratica.

296

G IU S E P P E PEANO

Per mio conto, contribuii agli studi della Commissione col qui
unito lavoro, che ora ha lonore di una seconda edizione, o meglio
ristampa invariata.
In esso mi proposi di arrivare a conseguenze, che debbono es
sere verificate, qualunque sia il tasso dinteresse futuro, comunque
avveDga la mortalit sociale, ed essenzialmente qualunque siasi la
legge dincremento della Societ ; problema questultimo aifatto nuo
vo. La conseguenza si fu, che in ogni caso, ogni gruppo di associati
contemporaneamente alla Cassa Mutua Cooperativa per le Pensioni
riceve sempre di pi di quello che, nelle stesse condizioni, riceve
rebbe da una comune Compagnia dAssicurazione.
La pubblicazione dei nostri risultati lasci dapprima qualche
dubbioso, causa il suo pregiudizio che la nostra Commissione fosse
composta di avvocati difensori, anzich di giudici col pi sereno
mandato. Ma questi dubbii ben prest svanirono, e lo Statuto della
Cassa ebbe lapprovazione di tu tta la serie delle Autorit superiori.
Torino, 3 novembre 1 9 0 5 .

G. PEANO.
Lammontare delle pensioni che pagher la Cassa, dipende dal
tasso di interesse, dalla mortalit, decadenze, e dalla legge dinscri
zione dei socii. Passer a studiare successivamente queste varie in
fluenze.
1. Interessi.
La Cassa riceve mensilmente da ogni socio L. 1, che impiega in
titoli del Debito Pubblico, producenti interesse.
Sia t il tempo, misurato in anni, contato a partire da unori
gine fissa, p. e. dallinizio della Societ, fino ad un istante qualunque.
Scrivo L t invece di lira pagata, o ricevuta, lanno t .
Un capitale sia messo a frutto, cio investito in Debito Pub
blico, o impiegato in unindustria, o dato a imprestito. Suppongo che
in ogni istante esso sia valutabile in lire correnti, cio in lire del
momento considerato. Sia Ct il suo valore in lire, al tempo t .
Dicesi tasso, o saggio, dinteresse continuo, cui impiegato il
capitale considerato, la derivata logaritmica di Ct ; dettolo r si
avr : (*)
r = O't / C t.
(1 )
(4) Uso i simboli algebrici sotto la form a a d o tta ta nel Formulaire de Math~
matiques, publi p a r G. Peano, Paris a. 1901, citato F o rm ai. .

STU D IO D ELL E BASI SOCIALI DELLA CASSA M UTUA EC C .

297

Il tasso pu essere costante o variabile col tempo. Se costante,


si ricava dallequazione precedente (Formul. e, 4-2)
CJ4 = ert C0.

(2)

I valori di una lira nei varii anni sono legati dalla relazione:
L( = erh L((+A).

(3)

Se il capitale trasformabile in lire correnti solo in certe epo


che, il valore di r che soddisfa allequazione (2) o (3) dicesi tasso
d interesse medio relativo allintervallo di tempo considerato.
Se varia, il numero r di queste formule vale la media aritme
tica dei valori del tasso nei varii anni.
La misura dei capitali in lire di un anno qualunque corrisponde
alle misure che si fanno nelle scienze fisiche. Le espressioni sono
pi. comode del termine valore attuale , ed analoghe, usate dagli
attuarii.
Nelle grandi imprese, ove continuamente si ricevono somme
importanti, si suol supporre linteresse continuo ; altrettanto si deve
fare nei calcoli attuali. Nei casi pi comuni si usa l interesse
discontinuo [C((+u C(] / C( .
Se r il tasso d interesse continuo, e r ' quello discontinuo,
fra essi passa la relazione r ' = er 1 , r = log (1 -(- r').
Continuamente in questi calcoli si presentano esponenziali e
logaritmi naturali. Per ridurli in numeri, baster ricordare che
(Formul. e P2*l, log P2*l) :
e*- =

+ r + r 2/ 2 ! + ...

log (1 + r') = r' r '2/2 +

r ' 3/ 3 -------

ovvero si pu ricorrere a tavole gi calcolate. (2)


Se si fa, ad esempio, r 0-04, sar r ' = G04081,
e se
r' = 004, sar r = 0-03922.
Per determinare il tasso di interesse con cui cresce il capitale
investito in rendita, occorre conoscere il rapporto fra il valor reale
e il nominale del consolidato italiano, che indicher con R( . Esso,
moltiplicato per 1 0 0 , vale il corso della rendita, variabile col tempo.
Sia r" il tasso nominale di interesse. Considerando, p. e., la
rendita del 4 /0 netto, sar r" = 0'04.
Allora un capitale nominale Ct alla fine di un semestre cresce
di Ce x r"/2 lire effettive, le quali si trasformano in un nuovo ca-

(2) K o h 1 e r, Manuale logaritmico, p. 356.

298

G IU S E P P E PEANO

pitale nominale C( x (r"/2)/R<, che aggiunto al precedente lo porta a :


0 , X [1 + ( r " / 2 )/BJ.

Lo stesso avviene ad ogni semestre, cio, cominciando dal tempo


0, nei tempi !/a ? i t3/t /2. Quindi dopo n semestri il capitale
diventa :
Om

= C0 X [1 + (r*/2)/BPtt] [1 + (r72)/B ,]... [1 + ( / '/ 2)/Bw].

In questa formula occorre conoscere i corsi della rendita al


principio di ogni semestre. Le statistiche ufficiali danno il corso
medio semestrale o annuale. Sarebbe inesatto sostituire al corso in
principio del semestre il corso medio. II primo, anzi, sarebbe il mi
nimo valore della rendita, se fluttuazioni di indole politica non con
tribuissero a farne variare il corso.
P er stabilire la relazione fra il primo corso e il medio, suppor
remo che la rendita varii nel semestre colla legge degli interessi
continui, cio per 0 < t < */, si abbia R, = er( R 0 , ove r i ] tasso
incognito. Si ha che lincremento della rendita nel semestre deve
essere r "/2 ; cio : (e'/2 1) R 0 = r"/2 .
Supponiamo dato il corso medio :
1/2

1/2

M = 2 J r , dt = 2 f R 0 ert df! = 2 E 0 (er/2 1)/r ;


o
o

da queste due equazioni si ricava :


r = r"/M.
Cio Un capitale investito in rendita cresce con un tasso di in
teresse continuo eguale allinteresse nominale diviso pel corso medio .
Con un calcolo approssimato si verifica che dividendo linte
resse nominale pel corso medio si ha linteresse continuo, e non il
discontinuo. Invero, se la rendita alla pari, cio il corso medio
100, il suo prezzo andr ogni semestre crescendo circa da 99 a 101 ;
perci in tutto lanno il capitale iniziale viene moltiplicato per
(101/99) = 1-04081. Quindi se la rendita alla pari, essa produce
un interesse discontinuo 0-0408, corrispondente appunto al continuo
0-04.
Lerrore relativo che si ha confondendo linteresse continuo col
discontinuo 0-02. Trascurabile in calcoli in cui bastino le prime
due cifre, non lo pi se si vuole esatta la terza.
DallAnnuario statistico risulta che negli anni :
1893
1894
1895
189G
1897
1898
1899
il corso medio del consolidato italiano fu :
94-96
88-34
93-21
93-20
97-35
99-46
100-83,

STUDIO DELLE BASI SOCIALI DELLA CASSA MUTUA ECC.

299

cui corrisponde il tasso dinteresse continuo :


*042

*045

*043

043

*041

*040

*040.

Negli otto anni, dacch in vita la Cassa, il tasso dinteresse,


dapprima superiore, ora si aggira attorno al 4 /0 .
Siccome per il frutto prodotto dalla Cassa pensioni pi
grande, sar utile la seguente tabella :
r = 0*03

*04

-05

*06

*07

*08

*09

*10 .

Valore di una lira impiegata al frutto precedente per 20 anni :


e20r = 1*822

2*226

2*718

3*320

4*055

4*953

6*050

7*389.

Se fngiamo che una persona paghi ogni anno L. 12, e dopo


quota pagata 2 0 anni prima, cogli interessi, essa si procurer una pensione lorda, che si ottiene moltipli
cando i numeri precedenti per 12. Scriveremo p invece di prece
dente e si ha :
20 riprenda ogni anno la

X2p 21*86

26*71

32*62

39*84

48*66

59*44

72*60

88*67.

Supposto che la persona considerata continui il pagamento delle


quote, essa godr della pensione netta :
jp 12 = 9*86

14*71

20*62

27*84

36*66

47*44

60*60

76*67,

ed avr sempre, dopo i 20 anni, il capitale corrispondente :


p jr = 329

368

412

464

524

593

673

767.

Se si suppone che le quote, invece che con continuit, siano


pagate a mesi posticipati, si trova una differenza nei centesimi, gi
trascurati nei calcoli precedenti.

2. Ammontare del capitale.


Poniamo :
S = numero dei soci effettivi di una Cassa nellanno t .
q = quota in lire correnti pagata allanno da ogni socio ; nel
caso nostro q = 12 ; la supporremo pagata con continuit durante
lanno.
0
= numero degli anni dopo cui un socio ha diritto a pensione ;
nel caso nostro 0 = 2 0 .
Ct = capitale inamovibile della Cassa, nellanno t , valutato in
lire correnti, cio in L.

3 00

GIUSEPPE PEANO
\

Finch non si distribuiscono pensioni, cio per t ^ 0 , lincre


mento annuo del capitale, o meglio la sua derivata CJ, vale linte
resse del capitale stesso, cio r C*, pi le quote pagate dai soci,
cio q S( :

Ci = rGt + qat ,
equazione differenziale lineare, che si integra come segue.
I socii pagano, lanno t , q St Lt , somma che ridotta in lire del
lanno 0 , colla formula (3) del 1 diventa :
(1)

A t ~ q S t ~rt.

II capitale totale versato in cassa, dal principio della Societ


fino allanno t , calcolato in L 0 vale :
t

B , = j A ( d< = s J s , e - rtd.
0

(2 )

Valutandolo in L*, per t ^ 0 , si ha :


t

C, = ert B( = qerl

J S, e -*

d t.

(3)

Le funzioni ausiliarie A e B ci saranno utili in seguito.


Dallanno 0 in poi lincremento del capitale inamovibile for
mato dalle sole quote, cio : C* = q S*. Quindi per t > 0 :
t

+ q J S(e+W
) d u.

C{0+t) =

(4 )

Il totale delle pensioni che pagher la Cassa lanno 0 -f- t :


** 0 (e+() .
Sia le il rapporto fra i socii nellanno t , cio S*, e i sopravvi
venti dopo 0 anni. Sar le > 1 ; il suo valore probabile sar deter
minato in seguito, a proposito delleliminazione ; e si avr :
Pensione lorda individuale = lcr C(e+) / S*.
3 . Eliminazione .
Consideriamo in una Societ un gruppo di persone inscritte
nello stesso tempo. Sia S* il numero dei sopravviventi dopo t anni.
Dicesi tasso o coefficiente di eliminazione, o mortalit sociale,
della societ considerata nellanno t , lespressione
.

m =

S/Se .

301

S T U D IO D ELL E BASI SOCIALI D ELLA CASSA M UTUA ECC-

Esso pu essere costante o variabile. Se costante sar :


S lt+h) = e~ mh S t .
Se variabile, in questa relazione m indica un valor medio
fra quelli effettivamente assunti.
Il tasso considerato continuo. Alcune volte si parla del tasso
discontinuo. Fra i tassi di mortalit continuo e discontinuo passa la
stessa relazione che per i corrispondenti tassi di interesse.
Se m = 0 01

0-02

0 03

0-04

0-05

0-06

0-07

il coefficiente di sopravvivenza dopo 20 anni, cio il rapporto fra


il numero dei sopravviventi dopo 20 anni, al numero primitivo dei
socii vale :
1 /le = e -201 = 0-82

0-67

0*55

0-45

0-37

0-30

0-25.

N on c criterio a priori per stabilire la legge delle decadenze,


che dipendono dalla fiducia che i socii ripongono nella istituzione.
Dal Bollettino Ufficiale, anno VI, n. 12, risulta che di

= 2 047

C 109

14 881

39 G79

57 780

44 613

23 873

socii inscritti, nei varii anni, erano rimasti in attivit al 30 giugno


1900:
*' = 1 354
3 959
11 203
29 420
42 201
33 306
Supposto che lanzianit dei socii sia rispettivamente di
f= 7
6
5
4
3
2
anni, il tasso di eliminazione ni = [log (/')]/< ha i valori :
m = 0-060

0-073

0-056

0-075

0-105

0-145

21439.
1
0-10.

Questi numeri sono saltuarii. pure noto che parecchi socii


decaddero appena inscritti. Si pu ottenere un risultato pi preciso
per la via del seguente.
La Cassa Italiana dispone che chi abbandona i pagamenti delle
quote, o per morte, o per decadenza, sia eliminato, ed il capitale
da esso accumulato vada a profitto dei socii rimanenti.
In conseguenza il capitale che spetta ad ogni socio dopo 20
anni aumentato dalle quote abbandonate dai socii eliminati per
morte o per decadenza, o diversamente detto, dal rischio di essere
eliminato , incorso dal socio.
Si ha :
Capitale che spetta ad ogni socio = q [e("*+r)9 1 ] /( j -j- r)
Pensione lorda = q e(r+m)0 .

G IU S E P P E PAN

30

In ogni caso, essendo m ed r costanti o variabili, detto C< il


capitale che spetta dopo t anni ad un socio avente fatti i pagamenti
indicati, si ha :
Ci = (m + r) C, + q ,
cio il capitale e la pensione che spettano ad un socio, tenendo
conto degli interessi e delleliminazione, lo stesso come se le quote
fossero impiegate ad un tasso di frutto somma dei tassi di interesse
e di eliminazione . (*)
In conseguenza la tabella del 1 ci d i valori del capitale e
della pensione nelle varie ipotesi sui tassi dinteresse e di mortalit,
la cui somma non superi 0 -1 0 .
4. Rendimento del denaro impiegato nella Cassa.
In unepoca qualunque si rilevi dai registri il numero dei socii
allora effettivi inscritti rispettivamente nel 1, 2, 3... bimestre della
Societ, e il numero dei socii benemeriti pure divisi per anzianit.
Si determini alla stessa epoca il capitale effettivo della Societ,
cui si aggiungano le quote arretrate dovute dai socii effettivi.
Si determini il tasso di frutto, composto ogni bimestre, cui im
piegando le quote versate dai socii effettivi, si produce questo ca
pitale totale. Esso (che si calcola facilmente col metodo delle ap
prossimazioni successive), esprime il tasso di rendimento o frutto
del capitale impiegato nella Cassa, e che per le cose dette, la
somma dei tassi di interesse, mortalit e decadenze.

(*) Ecco la dim ostrazione -diretta di questa propriet, cos come esposta
nel lavoro n. 120 (del 1^02, p. 8), non compreso in queste Opere scelte.
Pi persone si associano in un dato momento versando una stessa somma,
e convenendo di avere eguale probabilit di v ita sociale. Dopo t anni sia c il
capitale sociale, il num ero dei soci, q la quota clie ad ognuno spetta. Sar :

q = o/s ,
e prendendo la d eriv ata logaritm ica :
D log q = D log o D log s .
Ma per definizione :
tasso di fru tto D log q ,
tasso di interesse = D log c ,
tasso di m ortalit = D log 8 ,
onde la proposizione c itata .

XJ. C,

De l l e

s t u d io

basi

s o c ia l i

della

cassa

m utua

ecc

3o

Ecco un saggio di calcolo :


Dal Bollettino citato risulta che al 30 giugno 1900 eranvi
It = 1 35 4

3 959

11 203

29 420

42 201 33 306

21 439

12 810

socii, inscritti nel 1 , 2 ,... anno.


Non risultandomi lanzianit esatta per bimestre, la suppongo
rispettivamente di
t =

anni

3 mesi.

Al tasso r a ciascuno spettano L. q(erl l ) / r . Per r = - 1 0 :


2-013. 1-822 1-649 1-492 1-350 1-221 1-105 1
(p 1 ) / r = 10-13
8-22
6-49
4-92
3-50
2-21
1-05 0-25
p x q =
121-6
98-6
77-9
59-0
42-0
26-5
12-6 3
ert

jx l,=

164 500

390 000 873 600 1735 000 1772 000 884 000 270 000 38 000

Sommando si ha il capitale 6 127 000, inferiore al vero.


Al tasso delll l /0 essi hanno prodotto individualmente lire
126

102

80

60

42

27

13

e tu tti insieme L. 6 251 000, che supera il capitale effettivo alla


stessa data, che di L. 6 239 730.
Cambiando alquanto lipotesi sullanzianit, il tasso di rendi
mento varia notevolmente.
Quindi il calcolo precedente, in cui si fatta unipotesi su un
elemento non noto, e importante, ha per solo scopo di far vedere
come si calcoli il tasso di rendimento, ove dai registri della Cassa
si rilevi lanzianit detta. Ci pu essere necessario a farsi, come
diremo subito.
5. Scioglimento della Societ.
La Societ pu sciogliersi dopo 99 anni (art. 4 dello Statuto) ;
pu anche sciogliersi per ricostituirsi su nuove basi.
Lo Statuto non dice esplicitamente come si debba in tal caso
distribuire il capitale sociale. E bene che la Societ determini per
tempo questa legge di distribuzione ; poich se la maggioranza dellAssemblea divide il capitale in parti eguali fra i socii, o sempli
cemente in parti proporzionali al capitale versato, essa favorir gli
ultimi venuti a danno dei primi.
La divisione equa, di calcolare il frutto del denaro impiegato
nella Cassa, secondo la regola del 4, e di distribuire ad ogni socio
il denaro pagato, col frutto relativo. Ad es. se lo scioglimento fosse

304

Giu s e p p e

pean

avvenuto al 30 giugno 1900, allora ai socii di 7, 6 , ..... anni di an


zianit spettano rispettivamente le L. 126, 1 0 2 ,..... sopra calcolate.
Se lo scioglimento avviene dopo clie siansi distribuite pensioni,
ritenendo queste ben date, allora si considerino tutti i socii pen
sionati come entrati allora in pensione, e si calcoli come sopra.

6 . A ltro calcolo del Rendimento.


F u comunicato alla Commissione che il capitale abbandonato
dai socii decaduti, senza contare gli interessi, si aggira sopra le
500 000 lire. Con questo dato si pu determinare il corrispondente
tasso medio di eliminazione.
Sia li il numero dei socii-quote inscritti l anno t ; suppongo
linscrizione avvenuta a met anno. Il capitale che spetta ad ogni
socio dei I 4 esopravviventi, dopo x anni, senza tener conto degli
interessi, secondo la formola del 3, ove r = 0, vale q (emx 1)/m .
L anno * se ne elimina la frazione m ; quindi gli inscritti lanno t
abbandonano nellanno -|a? il capitale q (1 e~mx) I( e in tutto il
periodo della loro inscrizione fino allanno 1900, per cui t ha valore
= 7 , abbandonano nn capitale che si ottiene integrando rispetto
ad x fra 0 e u t , e che vale L x q X [e-,n(-() 1 - f m (u t)]/m,
sviluppando in serie le quantit entro [ ] :
L X q X [m (u t f / 2 m (m t )3/ 6 - f ...].
Si integri rispetto a t fra 0 ed w , e si ponga il risultato = 500 000.
Si ha unequazione da cui si ricava m . Ecco il calcolo :
t

5
1-5
2-5
3-5
4-5
5-5
6-5

2 145
6 524
15 688
41 687
CO 197
43 999
23 197

u t
G-5

55
4-5
3-5
2.5
1-5
0-5

( t f j 2

i> x lt
45 100
15-1
98 400
10-1
168 570
6-1
254 370
3-1
186 620
1-1
58 400
01
2 300
somma 793 000
21-1

( <)s/6
46
28
15
7
2

0-5
0

Quindi lequazione diventa


793 000 m 890 000 m* - f ... = 500 000/12

|X
90
140
230
290

l,
000
000
000
000

120 000
20 000
0

890 000

S TU D IO D ELL E BASI SOCIALI D ELLA CASSA M UTUA ECC.

306

donde m 0052 (3). Aggiungendo il tasso dinteresse calcolato al


1 , si ha :
I I denaro versato alla Cassa, Italiana ha finora prodotto ai sodi
attuali un fru tto compreso f r a il 9 e il IO /0 .

Da questi calcoli approssimati si deduce per leliminazione un tasso


alquanto inferiore a quelli trovati nel 3 ; il che proviene dalle
decadenze che avvennero dopo brevissimo tempo dallinscrizione.
Alcuni hanno osservato che sarebbe bene trattare con maggiore
umanit coloro che decadono perch in cattive condizioni finanziarie.
Limitandomi alla pura questione matematica dir che la Societ pu
facilmente provvedervi. Invero essa ha sempre in cassa il denaro
versato da ogni socio, e ci qualunque sia lavvenimento futuro. La
Societ pu quindi, ove lo creda opportuno, accettare la legge :
Ogni socio pu ritirarsi dalla Societ, col capitale da esso ver
sato, senza interessi.

Per non alterare le tavole di mortalit, sar bene aggiungere :


E gli deve darne un preavviso di sei mesi.

E per tener conto del caso in cui, per avvenimenti politici, la Ren
dita italiana precipiti, si pu fissare che la Societ si riserva di resti
tuirgli il capitale in lire effettive o in lire nominali di Rendita italiana.
Dai calcoli fatti risulta che il tasso delle decadenze per man
cato pagamento fu finora pi grande dei tassi di interesse e di
mortalit con cui si deve sommare. E siccome questo tasso ha va
riato fra larghi limiti, e non si pu prevedere come varier in
futuro, ne risulta che l ammontare della pensione media, in cui fi
gura questo tasso, si pu solo grossolanamente fissare.
Per molte formule successive sono indipendenti dalla legge di
decadenza. Mi servir specialmente di queste, onde discutere i pos
sibili andamenti della Societ.
7. Mortalit.
Nei calcoli che soglionsi fare nelle assicurazioni sulla vita, si
ritiene che la probabilit di vivere dogni persona sia funzione della
sola sua et, e sia data da una tabella detta di mortalit, o di
sopravvivenza .
(3)
Da calcolo pi preciso del Comm. Maffiotti ris a lta 0-056. In qnesta lun
ga serie di calcoli num erici mi sono servito del regolo calc o la to lo , delle tavole
logaritm iche ; u tili assai le Rechentafeln di Crelle ; spinsi il calcolo allappros
simazione necessaria ma non troppa. Quando occorre determ inare ad es. il solo
ordine d i grandezza d ona q uantit, le operazioni sono fatte a memoria.

SOG

G IU S E P P E PEA N

Sia V x il numero dei sopravviventi allet x , di un gruppo di


persone, secondo la tavola assunta.
Se ognuno paga la quota q allanno, essi dallanno a allanno b
hanno accumulato [formula (2 ) del 2 ] :
b
q j V* e- da? L'o-

Se si divide in parti uguali fra i sopravviventi lanno b il ca


pitale accumulato, ad ognuno spettano L. dellanno h :
q erSj V x e-ra dxj V b .

Lobbligo di pagare durante tu tta la vita la quota annuale q


vale per una persona di anni a :
OO

oo

q J v x e r rx d* L 0 = q eraJ V x e~rx d.r Ls ,


a

ove il segno oo sta per indicare il limite superiore della vita umana.
Il diritto di ricevere la pensione p dallet a -|- 9 in poi, data
da espressione analoga. Eguagliando questo dovere col diritto, si
ha lammontare della pensione lorda costante che spetta ad una
persona che cominciando dallet a , paghi la quota q , e cominci a
entrare in pensione 9 anni dopo il primo pagamento :
oo

q
a

oo

fvxe- dx / Jvxe~ d x .
a+0

In queste formole figura V f V x e ~ 'x d ^ . Essendo V x una fun


zione data da una tavola, il metodo pi semplice per fare lintegra
zione quello dei trapezii, che d :
V* e-" d* = Va e- /2 - f 1 [V*

| x , a + Nt] .

Assumiamo per tavola di sopravvivenza quella della popola


zione italiana, quale si trova nellopera :
Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio. Annualit
vitalizie, Rma 1892.
Ivi p. 4, la funzione V x e~r3 detta
; e la somma dei suoi
valori detta Na ; onde sar :
V* e- da; = D 0/2 + N 0 .
/

307

STU DIO D ELLE BASI SOCIALI D ELLA CASSA M UTUA ECC.

Queste funzioni sono ivi ridotte in tavole, supposto il tasso dinte


resse discontinuo del 4/0 .
Con questi dati, versando 12 lire allanno durante 20 anni, si
La diritto ad una pensione, ovvero ad un capitale, che non tenendo
conto delle decadenze, si calcola come segue;
m. significa maschi , f. femmine .
OO
a

Da

Na

Capitale

Pensione
oo oo

Et

flf

PXq

a a-\-B

a+fl
/

V /D(+s> P X q

1310
1328

1360
1378

2-84

f. 10 0

2-86

34'08
34-32

882
897

34-5
34-6

414
415

20 m.

25-6
f. 25-9

466
468

478
481

3-23
3-21

38-76
38-52

329
331

. 33-2
34-3

404
412

40 m. 9-769
f. 9-673

144
145

149
150

5-07
5-00

60-8
60-0

120

120

39-1
38-1

470
457

60 m. 3-072
f. 3-158

27-86
28-23

29-39
29-81

26-7
29-6

320
355

28-28
28-80

102

1274
1356

80 m. 276
f. 256

970

1-108
1015

0 m.

100

8 88

113

Queste cifre si accordano con quelle calcolate dal prof. Mazzola :


Et discrizione dei socii :
0

10

15

20

25

30

35

40

Tensione netta :
22

22

23

24

20

29

33

38

47.

Se invece di supporre che la mortalit dei socii della Cassa sia


quella media italiana, noi adottiamo altre tavole di mortalit, pure
attendibili, i risultati possono variare dun decimo del loro valore.
Invero il rapporto V 60 / V 20 fra i sopravviventi alle et 60 e
20, che nella popolazione italiana ha i valori *575 per i maschi, e
585 per le femmine, vale "58 e 62 secondo la statistica francese,
53 secondo le tavole di Deparcieux, 56 -61 -62 secondo le tavole
delle compagnie tedesche, inglesi, americane, -01 -64 -66 secondo le
tre tavole francesi dette AF. CF. RF.
Esso varia molto di pi se si confrontano persone esercitanti
professioni diverse. Ad es. il rapporto precedente, che pei contadini
inglesi vale *66 , per gli insegnanti inglesi vale 34.
Perci lipotesi da cui siamo partiti in questo , che la proba

308

G IU S E P P E PEA NO

bilit di vita sia funzione della sola et solo approssimata. Non


facendo distinzione fra un contadino' e un professionista, come
non si facesse distinzione fra due persone di 20 e di 40 anni.
Inoltre la probabilit di vivere duna persona dipende essen
zialmente dalla sua salute, elemento non riduttibile in numeri.
Dal Bollettino ufficiale, dicembre 1900 p. 3, risulta che i sociiquote inscritti in et compresa fra anni
0-5 5-10 10-15 15-20 20-25 25-30 30-35 35-40 40-45

superiore

furono del 22 14
10
9
13
13
9
5
2
3
per cento.
La media aritmetica di queste et compresa fra 16 e 17 anni; ma
essa ci dice poco ; perch ad es. i tassi di mortalit corrispondenti alle
et 0, 20, 40 sono -21, 008, -11, e il secondo non medio fra gli altri.
Il capitale uniforme che potrebbe dare la Cassa a tutti gii in
scritti, tenendo conto della sola mortalit, la media aritmetica dei
capitali precedenti, con coefficienti eguali ai numeri degli inscritti.
Es so vale L. 420, come se la mortalit avesse il tasso costante 0-012.
La pensione uniforme che spetta agli inscritti nelle stesse ipo
tesi, lanaloga media delle pensioni. Essa vale L. 30 circa, come
se la mortalit avesse il tasso costante 0 -0 2 .
Che la mortalit dei socii mentre formano il capitale sia infe
riore alla mortalit quando godono la pensione, cosa evidente.
8 . Inconveniente delluniforme trattamento dei sodi
inscritti in diverse et , e suo rimedio.
La Cassa M. C. Italiana, nel distribuire le pensioni, non tien
conto dellet che avevano i socii allatto di inscrizione.
Questa ingiustizia meno visibile nel calcolo del capitale, ove
il rapporto varia fra limiti pi stretti, e trascurabili di fronte alle
altre condizioni di igiene, o professione, di cui non si tien conto, e
che pure influiscono fortemente sulla vitalit delle persone.
A questo inconveniente rimediano in gran parte i socii, inscri
vendosi in et giovane, cio in condizioni pi favorevoli.
Per sta il fatto che pure numerosi socii si sono inscritti in et
pi avanzata. Per ovviare a questa ingiustizia, e per facilitare linscri
zione a socii ili persone in tale et, e onde permettere ai socii attuali di
inscriversi ancora per nuove quote, si possono proporre dei rimedii.
Osservando che la pensione che, in ragione dellet, spetta ad
una persona inscritta in et di anni 40, 47, 50 rispettivamente
doppia, tripla, quadrupla di quella che spetta ad un inscritto in
et minore dei 10 anni, si potrebbe stabilire che:

309

S TU DIO D ELL E BASI SOCIALI DELLA CASSA M UTUA ECC.

Le quote dei socii inscritti in et superiore rispettivamente ai


40, 47, 50 anni, nel pagamento delle pensioni vengano moltiplicate
rispettivamente per 2, 3 e 4.

Questa legge discontinua corregge solo allingrosso linconve


niente. Si pu correggere, in teoria con esattezza assoluta, la diffe
renza di et, accorciando il tempo dopo cui un inscritto in et avan
zata passa in pensione, o allungandolo pegli inscritti giovani, in
modo che gli uni e gli altri si formino un capitale equivalente ad
una stessa pensione per tutti.
Lincertezza delle decadenze, e la variabilit dell interesse,
formano un limite nel precisare questo tempo, oltre il quale inu
tile passare.
Si pu adottare in pratica la regola seguente :
I socii che si sono inscritti in et superiore ad anni :

15 20 25 30 35 40 44 48 51 54 58 61 65 69 73 79 83 90
passeranno in pensione dopo anni :

19 18 17

16

15

14 13 12

11

10

3 2.

Questa disposizione si pu applicare agli inscritti attuali, colla


limitazione che non vadano in pensione prima del 1914. E se si
vuole equiparare anche la condizione degli inscritti in tarda et nei
primi anni di vita sociale, si pu loro permettere di vendere ad
altri i loro diritti. E siccome questa vendita non porta conseguenze
sensibili per gli ultimi inscritti, si pu adottare il principio
generale :
I socii, fino al 1902, possono farsi sostituire nei doveri e
diritti da altra persona .
9 . Definizione dellequit nelle pensioni.
Gli inscritti nel 1 anno hanno pagato una quota di pi degli
altri, ed hanno, soli, diritto alla quota di pensione pagata nellanno
21. Perci in teoria per determinare questa pensione si dovrebbe
dividere lammontare delle quote pagate nellanno 1 , coi rispettivi
interessi, fra i pensionati nellanno 21 .
Gli inscritti nel 2 anno, sia gi inscritti nel 1, sia novellamente inscritti, versano in quellanno una somma, che cogli inte
ressi, hanno diritto di dividersi i superstiti nellanno 22 .
E cos continuando, il capitale versato nella Cassa un anno
qualunque, unito ai suoi interessi, va a costituire le pensioni 20
anni dopo.

310

G IU S E P P E PEANO

Noi conveniamo che sia equo dividere questi capitali, versati


nei successivi anni, in parti eguali fra gli aventi diritto a pensione.
Questa convenzione, o definizione dellequit, non un concetto
matematico, ma bens giuridico.
In altre parole, i soci che muoiono, od abbandonano la Societ
non dicono esplicitamente a favore di chi lasciano il capitale da essi
accumulato. Noi conveniamo che ognuno di essi lascii la quota pa
gata nel primo anno ai socii effettivi nel primo anno, in parti
eguali ; la quota pagata nel secondo ai socii effettivi nel secondo e
cos via.
Questa convenzione non lunica possibile ; si potrebbe sup
porre, ad esempio, che chi resta eliminato dalla Societ, lo sia in
favore degli inscritti il medesimo anno in cui si inscritto il socio ;
ovvero in favore degli inscritti nellanno della sua decadenza, o
altrimenti : e si avranno altrettante definizioni dellequit. Esse pra
ticamente non portano a conseguenze notevolmente diverse. Quella
che noi scegliamo si presta bene ai calcoli successivi. In conse
guenza potremo parlare di pensione equa, o normale, di andamento
equo della Societ, di capitale normale, ecc., corrispondentemente
alla definizione data di equit.
Se l andamento della Cassa diventer uniforme, cio se nelle
varie epoche il rapporto del numero dei socii aventi una determinata
et al numero totale costante, ogni socio sar successivamente
inscritto prima coi pi vecchi, poi coi pi giovani ; e i due periodi
tenderanno a compensarsi. Nei primi anni di vita sociale i socii pi
anziani, col fatto di associarsi ai nuovi socii pi giovani, ci perdono
nel senso della mortalit, maggiore nei primi che nei secondi, e ci
guadagnano nel senso delle decadenze, perch decadono pi i socii
nuovi che gli anziani.

10. Attuazione pratica duna Cassa Pensioni.


I
calcoli precedenti sullammontare delle pensioni sono teorici.
Per attuare praticamente la trasformazione delle somme pagate in
una pensione vigono oggigiorno pi modi.
' Luno quello delle Compagnie di Assicurazione. Queste, in
vece dei valori medii, partono dai dati pi favorevoli alla Compagnia.
Usano due tavole di mortalit, a seconda della natura del contratto;
come se un negoziante usasse un metro lungo quando compera, e
nn altro corto quando vende.

S TU DIO D E L L E BASI SOCIALI DELLA CASSA MUTUA ECC.

311

La Compagnia garantisce, per una data somma pagata, una


pensione fissa. Ma labbonato pure certo di ricevere meno, e
molto meno, del valore pagato.
Ad esempio, le Compagnie francesi sull'Assicurazione contro
gli incendi fanno pagare esattamente il doppio del pericolo che
corrono gli assicurati (4).
B dato questo sistema, viene necessaria la conseguenza che i
contratti sono economicamente svantaggiosi agli assicurati ; e solo
speciali ragioni personali, o di famiglia, li j)ossono giustificare. La
Compagnia tratta i suoi associati con eguale inequit.
Secondo un altro metodo, che pu seguire solo il governo, dopo
aver stabilito il valore delle pensioni giusta i dati pi probabili, si
reintegra la Cassa qualora la realt non corrisponda ai calcoli pre
visti ; e la reintegrazione si fa col denaro pubblico. La Cassa dei
ferrovieri, e quella, degli impiegati di alcuni Comuni, ne porgono
numerosi esempi.
Furono escogitati varii metodi per rendere sensibilmente pari il
valore medio che paga lassociato con quello che riceve. Soddisfano
pi o meno a questa condizione le societ m utue. In esse si aspetta
a fare il calcolo preciso ad avvenimento compiuto. Tale la Cassa
di cui esaminiamo le basi.
Lo statuto della Cassa divide ogni anno, dopo il 20 dalla fon
dazione, l interesse del capitale sociale in parti eguali fra i socii
aventi almeno 2 0 anni di anzianit; e questa quota ne costituisce
la pensione lorda.
certo che la massa dei socii ricever, sotto forma di pen
sione, ovvero sotto forma di dividendo in caso di scioglimento pi
o meno remoto, la lira mensile da essi pagata, coi frutti prodotti
dagli interessi, mortalit e decadenze, come saranno realmente
avvenute.
La semplicit della legge assunta per la distribuzione delle
pensioni permette di contenere le spese di amministrazione fra limiti
pi stretti.
Allora lammontare delle pensioni nei varii anni dipende dalla
legge di incremento dei socii. E la Cassa pu favorire gli inscritti
in alcuni anni a danno degli inscritti in altri.
(4)
Dal M onitenr <les Assnrances (La grande Encyclopdie t . 4 p. 307)
riso lta che qneste compagnie restituirono sotto forma di in d en n it di sinistri
npgli anni dal 1869 al 1885 rispettivam ente il 53 61 43 42 46 49 43 48 47 51
62 71 63 58 57 54 p e r cento della somma p agata dagli assicurati.

312

G IU S E P P E PEA NO

I
socii antichi, da una parte prendono linteresse del capitale
accumulato dai nuovi, e morendo, abbandonano a favore di questi
il capitale da essi accumulato. Questo scambio di capitale con in
teressi pu essere equo, o essere favorevole ad una o allaltra delle
due parti, a seconda dei casi.
Passer ad esaminare lentit di queste possibili differenze ;
poich non si pu, in nessun modo, in pratica stabilire lequit
assoluta.

11. Andamento equo della Societ,


Se la cassa funziona equamente, il capitale pagato in pensioni
dallanno 9 allanno 9 - ( - 1 deve coincidere col capitale incassato dal
principio fino allanno t , cio con B< L0. Il capitale inamovibile,
valutato in L0 , varr B(e+() B( ; il suo interesse, che il totale
delle pensioni a pagarsi lanno 0 + * deve valere il capitale in
cassato l anno t , cio :
B; = f [B(e+() B,],

(1)

ovvero introducendo la funzione A :

rJ

9+t

A ~

du .

(2 )

Una soluzione di questa equazione si ottiene ponendo


Ai = A 0 e ,

(3)

ove a una costante data dallequazione :


1 = r [ea9 1]/a

(4)

ovvero
ea= {a -f- r ) j r .
Lequazione (4) si traduce in numeri calcolando r in funzione
di a , e poi invertendo. Essendo 9 = 2 0, per
r = 0'05 ,

si ha : a = 0 -,

0-045 ,

0-04 ,

0-036 ,

0-033 ,

0-030 ,

0-01 ,

0-02 ,

0-03 ,

0-04 ,

0-05.

Ricavato a si avr:
eocii effettivi :

S* S0 a+r>

(5 )

capitale incassato in L 0 :

Be = S 0 q (eot 1)/a

(6 )

S TU D IO D ELL E BASI SOCIALI DELLA CASSA M UTUA ECC .

313

capitale inamovibile in L t , per t < 9 :


Gt = S0 q erl (e81 -

ovvero espresso mediante S< :


Dallanno 0 in poi ai ha :

1)ja,

C< = g S t ( l e_a()/a.
Cp+j) q&n$+t) (1ea0)/a

(7)
(8 )
(9)

ovvero, per la (4),


C(s+() = q Sl0+(i/(a -f- r).
(IO)
Lequazione (1), che a differenze miste, appartiene alle pi
elevate teorie analitiche ; la soluzione completa a desiderare (5).
Si pu dare forma geometrica alle formule e alla soluzione del
problema.
Segnati due assi, su luno portiamo om = <, e normalmente ad
esso MP = A i , cio il valore delle quote pagate nellanno t , valu
tate in lire dellanno 0. Questa A
funzione abbia per diagramma la
linea apq. Allora larea oapm
Iie, cio il capitale versato nella
Cassa dallorigine fino allanno t ,
a
valutato in L0 .
Se MN = 9 , cio rappresenta
lintervallo di 20 anni, o a q n
0
il capitale incassato fino allanno
t -)- 9 -, o a p m quello che esso
dovrebbe aver pagato in pensioni, se la Cassa avesse agito equa
mente. La (2) si pu leggere
g
(rettangolo m p X i r a ) = (area m p q n ) ,
ed noto che questa condizione soddisfatta se la linea a p q una
curva logaritmica.
Adunque, supposto il tasso d interesse del 4 /0 , se il numero
dei socii effettivi aumenta del 6 /0 allanno, la Cassa dar sempre
pensioni eque.
Inoltre, la Cassa avendo funzionato equamente, pu in ogni
istante dare, a quanti socii lo desiderano, pensionati o no, il capi
tale cui essi hanno diritto, tenuto conto dei versamenti fatti, inte
ressi, mortalit e decadenze. La Cassa pu servirsi di questo potere
per diminuire il numero dei socii, ove sia troppo grande, e permet
tere quindi un nuovo incremento del 6 per 1 0 0 .

(5) L a c r o i x , Caloul diffrentl a. 1819, t. 3, p. 597;


B o o l e , Finite diferenoes a. 1880, p. 278.

314

G I U S E P P E PEA NO

A 1000 gocii iniziali corrispondono dopo


anni

10

20

socii

1 300

1 800

3 300

50

100

20 000

403 000.

Il capitale sociale, dopo anni

vale

10

20

57

88

100

200

volte il numero dei socii. Dal 20 anno in poi il capitale sociale


vale costantemente 200 volte il numero dei socii.
Se linteresse scende al 3 /0 , P incremento dei socii deve salire
all 8 /0 . Quando si distribuiscono pensioni, il capitale sociale vale
sempre 150 volte il numero dei socii.
La Societ Les Frvoyants de lAvenir che fu fondata nel 1881
ha attualmente (1 maggio 1901), socii 261 502, capitale . 33 472 522
fr. ; (5) il cui rapporto 128.
Se il tasso d interesse varia col tempo, o se varia la composi
zione della Societ, possiamo formare dei problemi che l analisi ma
tematica impotente a risolvere. Pure, anche se la soluzione non
scritta, essa esiste ; e i socii si inscriveranno naturalmente in modo
da avvicinarsi allequilibri stabile. Questo equilibrio sar raggiunto
pii rapidamente se la Societ permette ai socii che credono dessersi inscritti troppo tardi, di anticipare le inscrizioni mediante
pagamento.

| 12. Andamenti varii della Cassa.


Se lincremento dei socii effettivi comincia col superare il 6 /0,
la Gassa, collo Statuto attuale, dar pensioni superiori allequo ; se
ne inferiore, la Cassa dar pure pensioni inferiori.
Si possono studiare varii casi, supponendo che il numero dei
socii effettivi sia della forma :
S( = S 0 e<+<*
ove a una costante. Si ricava :
per t < 9 :

= S0 q ert (e 1)/a

() Le vrai Prvoyaut do l'Avenir , 5 mai 1901.

315

S T U D IO D ELLE BASI SOCIALI DELLA CASSA M U T U A ECC.

Il rapporto fra la pensione data dalla Cassa e la equa vale :


r eaB/(a
{- -r)
|[r ea8/(a -{- r) 1 ] r e - 'a'+T>tja. (*)

Esso comincia, per t 0 , dal valore r(tae l)/a ; ed ha per


limite re/( + r).
Il
rapporto fra il capitale posseduto dalla Cassa nellanno 9 + 1
e quello che la Cassa dovrebbe avere per poter dare ai socii ci
che loro spetta :
[/(a, + r)] eae/(eae 1 ) + [re9/(a + r) l]e-(s+r't/(ee 1 ).
Esso comincia da 1, ed ha per limite il primo termine.
Se si suppone r ed a legati dalla relazione (4) del 11, si
verifica di nuovo che questi rapporti valgono lunit.
13. Caso in cui la Societ d pensioni superiori allequo.
Se il tasso dincremento dei socii pi grande di quello ora
calcolato, la Cassa dar sempre pensioni superiori allequo. Ma la
Cassa non pu funzionare indefinitamente con questa legge ; perch
il numero dei socii raggiunger presto la popolazione italiana. E se
si scarta questa difficolt, parlando di quote anzich di socii, poco
dopo il capitale sociale assorbir tutto il Debito Pubblico (se questo
non crescer alla sua volta).
Essendo il tasso dinteresse del 4 /0 , suppongo che il numero
dei socii, invece del 6 /0 cresca rispettivamente col tasso annuale
dal 10 al 40 % :
a-f r =

-10

-20

-30

-40.

Fatto nelle formule precedenti


a=

-06

-16

-26

-36

ricavo
i , = e K a 0 )=

3-32

24-5

181'2

1339.

(#) I calcoli om essi sono fondati snlle form ale del $ 2. Come pensione data
dalla Cassa, G. P eano , fissa la m inim a possibile, cio qnella che spetterebbe ai
soci dellanno t, se essi sopravvivessero t u t t i nellanno t + Q . E ssa vale :

p0=r C(e+o/st=
r q erB e-<+ r)t (ea-

1) / a + r q e,a+ r,(9- ' ) (e<a+ r:- 1) / (a + r).

L a pensione qni d e tta equa (o normale) quella prodotta dalla singola


quota q im piegata al tasso continuo r per Q anni. Essa vale :

I l rapporto fra P 0 e PB appunto il rapporto qui dato da G. P ea n o .

U. C.

316

G IU S E P P E PEANO

Il
rapporto fra la pensione pagata dalla Cassa e la pensione
equa decrescer da
(p l)r/a =

1-5

30

150

24

130.

mantenendosi sempre superiore a


p rj(a-\-r) =

1-3

Supposto che il frutto del denaro impiegato nella Cassa sia del
10 /0 , la pensione equa vale L. 90 circa ( 1). La Cassa invece di
stribuir sempre pensioni, che cominciando da
L.

135

540

2 700

13 000

440

2160

12 0 0 0 .

si manterranno sempre superiori a


L.

120

A 1000 socii iniziali corrisponder un milione di socii dopo anni


(lo g l0 0 0 )/(a + r)=

70

35

23

17.

Suppongo che allora la Societ si sciolga. Il rapporto fra il ca


pitale posseduto dalla Cassa e il normale varr:
9
'84
-87
1.
Ogni socio ricever tin dividendo finale, inferiore dal 10 al
16 % del giusto.
Ad esempio, se si suppone che la Cassa produca il frutto del
9 /o i ad un socio, dopo 20 anni di pagamento, spettano L. 670;
invece la Cassa gliene dar 556, come se il suo capitale fosse im
piegato al frutto del 7 ij 2 /0 .
Lincremento dei socii pu essere, ed stato effettivamente,
molto superiore al precedente ; quindi le prime pensioni possono
superare di molto le normali ; e supponendo convenientemente rapido
11 primo incremento dei socii, seguito da altro consentaneo alla
possibilit, si possono rendere le prime pensioni comunque grandi.
Questo andamento, non equo secondo la definizione data, si
pu giustificare ; i primi inscritti hanno fondata la Cassa e fattala
prosperare ; d altronde i socii che parteciperanno allo scioglimento
ricevono ancora un frutto rilevante del loro capitale.
Di questa forma landamento sviluppato nella tav. N. 1 dellOpuscolo distribuito a scopo di r Sciame : G. D i a t t o , Cassa Nazio
nale Mutua Cooperativa per le Pensioni. Torino (senza data), 27
pagine.

S TU DIO D ELLE BASI SOCIALI DELLA CASSA M UTUA ECC,

317

14. Caso in cui la Cassa d pensioni inferiori all'equo.


Lincremento dei socii effettivi pu essere inferiore al 6 /0. In
questo caso le pensioni pagate dalla Cassa sono dapprima inferiori
allequo, per poi rimontare gradatamente. I socii lavorano per co
stituire un grosso capitale a vantaggio dei posteri.
Come esempio calcoleremo il caso in cui il numero dei soci
effettivi sia costante.
Fatto a = r , si ricava clie il rapporto fra la pensione data
dalla Cassa e la normale vale 1 -f- e_r9 (rt 1).
Per t 0 esso vale 0-55, cio la pensione che comincia a pa
gare la Cassa di poco superiore alla met del giusto ; in seguito
va crescendo; dopo 25 anni dallinizio delle pensioni, questa acquista
il suo valore normale, per poi crescere indefinitamente in progres
sione aritmetica.
Il rapporto fra il capitale effettivo e il capitale normale dato da
1 + ri/(erfl -

1) ;

esso, eguale allunit per t = 0 , va crescendo continuamente. Dopo


30 anni di servizio di pensioni, il capitale effettivo della Societ
vale due volte il capitale normale.
Ci per r 0-04. Se il tasso di interesse scende al
3
2
1
Yo,
il rapporto fra la prima pensione pagata e la normale vale
0-45

0-38

0-18,

e il caiiitale inamovibile diventa doppio del normale dopo anni


27

24

22.

Ora non evidentemente intenzione dei socii attuali di sacri


ficarsi pei futuri.
Andamenti di questo genere, in cui il numero dei socii tende
a diventare costante, perch da un certo anno in poi si suppone
costante il numero dei nuovi inscritti, furono sviluppati nei lavori :
Ing. F. F alangola , Gl istituti di previdenza dalla lira mensile.

lloma, a. 1898.
Colonn. G. B. B e r T IN I, Breve studio sulle Casse pensioni a divi
dendi incogniti. Torino, a. 1899.
G. M a z z o l a , Oli errori delle Casse anormali. Torino, a. 1900.
Questi lavori, lultimo specialmente, sono fatti con diligenza e
coscienza.

318

G IU S E P P E PE N

Si arriva a un risultato analogo supponendo che il numero dei


socii cresca in proporzione aritmetica semplice, o dordine superiore;
e in generale per ogni sviluppo inferiore a quello del 1 1 .
15. Altre critiche.
Le basi sociali della Cassa M. C. Italiana furono oggetto di
critiche acerbe da parte dei coltivatori della Scienza degli attuarii . Vedasi ad es. :
G. S e s t i l l i e G. T o j a , Bollettino dellAssociazione italiana degli
A ttuari, a. 1898, pp. 17-22 e 49-59.
Il
primo si limita ad osservazioni generiche. Il secondo A. isti
tuisce dei calcoli ; e dopo due esempi numerici appartenenti allo
sviluppo lento, dice (p. 54) :
Tali risultati ci permettono di conchiudere che le rendite
devono necessariamente, per un lungo periodo di tempo, mantenersi
inferiori, con scarti notevoli, alla rendita normale .
Questo risultato contraddetto da uno sviluppo normale o rapido.
Nellopera T. M o l i n a k i I l congegno matematico delle assicu
razioni sulla vita, Roma 1899, trovansi 6 pagine relative alla Cassa
qui studiata. Ivi trovasi ripetuta laffermazione (p. 175) :
I socii nuovi perderanno per 19 anni gli interessi delle quote
versate, e questi interessi andranno ripartiti fra i socii vecchi. In
compenso i socii nuovi lucreranno alla loro volta la rendita dei ver
samenti che faranno altri socii .
Un contratto di questo genere, ove i socii nuovi danno ai vec
chi qualche cosa, senza nulla ricevere, evidentemente iniquo. La
realt invece che se i nuovi danno ai vecchi gli interessi, i vecchi
lasciano in eredit ai nuovi il loro capitale ; ora se i vecchi lasciano
ai nuovi L. 100 di capitale e i nuovi dann linteresse di L. 2500,
fra i due gruppi c stato uno scambio equo.
Critiche siffatte significano solamente che questo sistema ap
partiene ad un ordine di idee non studiato nei trattati comuni.
1C. Conseguenze dei dati statistici.
Combino gli andamenti teorici precedenti con quello realmente
avvenuto negli anni trascorsi. Parto dalla statistica gi riportata
al 4, e tengo conto delle nuove inscrizioni fino al 1 marzo 1901.
Supposto di contare il tempo dal 1 del 1893, pongo u 8 -j- 2/12.
dato il capitale sociale al 1 marzo 1901 : C = 7 842 511.
Questo capitale coi suoi interessi nel 1913 diventer
X = er'e-> C*.

319

S TU D IO D ELL E BASI SOCIA LI DELL CASSA M UTUA ECC .

Calcolo: 9 u = 11*83 , p x r = '473 , eh|> = 1*60, j x C , =


X = 12 500 000.
Il
numero dei soeii-quote a questa data 157 710, numero dei
socii effettivi al 1 gennaio 1901 , + 4087 nuovi inscritti fino al
1 marzo ; in tutto : Su = 161 800.
I 2047 socii dellanno 1 sono diventati 162 000 nellanno 7. Il
tasso medio daccrescimento = log (162 000/2 047) / 6 = 0*73 ; cio
landamento passato della Cassa corrisponde ad un incremento rapi
dissimo. Lo stesso si verifica osservando che, dato lattuale numero
dei soci, nellandamento equo si dovrebbe avere un capitale 88 S,
cio di 14 300 000 L., quasi il doppio di quello effettivamente pos
seduto. Quindi le prime pensioni saranno grandi.
Parto dallipotesi, caso limite, che non si inscrivano nuovi socii.
II numero dei socii di qui a t anni dato da
S(M+() = S . e - 4.
Per

u , si lia :
C(u+J) = er< C + q Su er<[1e~<m+r)'j/(m + r)
C0 = X + q Su er(-) [1 e(7,l+r^e~v ]/(m -|- r).

Dopo i 20 anni si ha :
per t > 0 :

C(0+() = Ce + q Se (1e- 1)/).

Suppongo m 0*04. Si ha : 0 w = 11*83, p X m = '47,


Sulp = Se = 101 0 0 0 .
Tale sar il numero dei socii quando si distribuiranno le prime
pensioni,

e fp = 1-6,

m -j- r = 008, p x ( 9 ) = *95 , ef p = 2*58 ,

1 p -6 1 ,

p/(m -f

r) = 7*6 ,

p x er(9

= 1 2 -2 ,

jp -39 ,

pxq

= 146,

p x Su = 23 0 0 0 000.
Tale il capitale che sar accumulato dai socii attuali.
Sommando, si ha il capitale sociale nel 1913 :
e*,, = 35 500 000.
Sommando due o t r e ... numeri della tabella del $ 4, si ha che
sonvi socii
8 = 1354

5315 16 500 46 000 88 000 121 000 142 000 162 000

i quali saranno pensionati fra anni


*= 12-5

13-5

14-5

155

16*5

175

18*5

20.

320

G IU S E P P E PEA NO

I
primi dati si riferiscono al 30 giugno 1900 ; lultimo quello
dei socii al 1 marzo 1901, e per semplicit suppongo avvenute al
31 dicembre 1900 le 4000 ultime iscrizioni. Si avr :
em!= 1-65 1-72 1-79
1-86
l 93
2-01
e fatte le divisioni dei numeri s per questi :
ge-'f=820 3100 9 000 22 000 45 000 G0 000

2-10

2-22

08 000

98 000

rappresentanti il numero dei pensionati negli anni :


1913 1914 1915 1916
1917
1918
1919
Linteresse del capitale ammonta a milioni
1-42
1-47
1-51
1-56
1 60
1-64
e le pensioni lorde individuali a
1730
470
170
71

35

27*50

1920.

1-68

1-72

24-50

24.

Se la Cassa continua a funzionare dopo che tutti i socii sono


pensionati, la pensione t anni dopo il 1920 varr :
r C9 em(t+)/Sfl + r q [eml+u) 1 ]/m.
Essa cresce, dapprima lentamente, raddoppiandosi circa ogni
17 anni. Il capitale sociale cresce pure, avendo per limite
C$ - j-

q S q /d i

66 000 000.

socii prenderanno delle pensioni successivamente di L. 50, 100,


ecc., finch gli ultimi centenari si divideranno i 00 milioni di ca
pitale sociale.
Se si aumenta il tasso di eliminazione m , le pensioni cresce
ranno pi rapidamente del detto, e il capitale sociale sar inferiore
al calcolato. Lopposto avviene se si diminuisce m.
Lipotesi che non si inscrivano nuovi socii non pu essere
attendibile collo Statuto attuale, perch molte persone desidereranno,
col pagamento di L. 240, di far parte duna Societ di milionari.
Essa corrisponde invece al caso che i socii attuali non lasciassero
pi inscrivere nuovi socii. Allora, siccome la distribuzione delle
pensioni dal 1920 in poi rassomiglia troppo ad una lotteria i socii
al 1 gennaio 1920, prima che si distribuisca la pensione minima,
possono convenire di dividersi il capitale sociale di L. 43 000 000
fra i 72 000 socii rimanenti. Ognuno si prende L. 595, ed ci che
gli spetta nelle ipotesi fatte r = 004 , m = 0-04.
facile calcolare ci che questa legge speciale di iscrizione dei
socii ha portato di guadagno o di perdita ad ogni inscritto nei varii
anni, rispetto a ci che loro spetterebbe per interessi mortalit e
decadenze, che L. 593 di capitale, e L. 60 di pensione lorda annua.

S TU DIO D ELL E BASI SOCIALI DELLA CASSA M U T U A ECC.

Un socio inscritto nel 1900 ci guadagna 0 .


Un inscritto nel 1899 ci rimette L. 36, differenza fra la pen
sione normale (L. 60), e la distribuita (L. 24).
Un inscritto nel 1898 perde L. 32 nel 1 anno in cui riceve la
pensione, e corre il rischio di perdere L. 36 nellanno successivo.
Questo rischio e~m, e ridotte le L. dellanno successivo in quelle
dellanno in corso, questo rischio vale L. 33. Sicch un inscritto
nel 1898 in perdita d una somma, che calcolata nel 1918 vale L. 65.
Analogamente un inscritto nel 1897 perde L.
75

1896

L.
58

1895 guadagna L.
57

1894

L. 462

1893

L. 2090.
Gli inscritti nei successivi anni guadagnano rispetto allequo il
+ 350, + 8 0 , + 10, 10, 13, 1 1 , 6 , 0 %
Queste ultime cifre variano poco facendo altre ipotesi sulle de
cadenze.
Questo forte guadagno individuale degli uni rispetto alla lieve per
dita degli altri spiegata dal piccolo numero dei primi rispetto ai secondi.
Ci rispetto allequit assoluta. Badando invece a ci che si fa
nelle Societ di Assicurazione, ove il tasso dinteresse da adottarsi
vuol essere quello degli investimenti a lunga scadenza (7), se il
tasso dinteresse netto del 4 l/i , si fa il calcolo supponendo lin
teresse al 4. Quindi una lira dopo 20 anni invece del valore reale
2-411 la si calcola solo 2,191. La sostituzione del tasso continuo al
discontinuo porta le 2-411 a 2-459. Quindi solo nel modo di fare il
calcolo degli interessi le Societ fanno perdere agli assicurati circa
il 13 /0 (0-125). La prudenza consiglia inoltre di assumere la tavola
di mortalit pi favorevole all istituto ; la variazione di queste
tavole del 1 0% . Si pu quindi affermare che i socii della Cassa
Italiana, anche meno favoriti, nei varii andamenti studiati, ricevono
allincirca ci che potrebbe dare una Societ di Assicurazioni.
Se si abbassa il massimo della pensione da L. 2000, p. es., a
L. 1000, mantenendo intatte le altre condizioni, negli anni
1913
1914
1915
1916
1917
1918
1919
1920
la pensione individuale diventa di lire
1000
690, inalterate.
Se si porta il massimo a L. 200, le pensioni diventano :
200
200
200
160, inalterate.
(7) Ministero di Agricoltura, A n n u alit vitalizie, eco. Roma 1892, p. XIV.
21

322

G IU S E P P E PEA N

Se lo si porta a L. 100, le pensioni diventano :


100
100
100
100
1 0 0 , inalterate.
Se invece di mettere in riserva leccesso dellinteresse del ca*
pitale sullammontare delle pensioni, lo si unisce al capitale inamo
vibile, nel caso del massimo di lire 1 0 0 0 , si diminuisce la prima
pensione, e si aumentano le successive del 3 /0 ; nel caso del mas
simo di L. 100, si diminuiscono le tre prime, e si aumentano circa
del 10 /0 le 4 successive, e il dividendo finale.
17. Inconvenienti dun accrescimento troppo rapido, e rimedii.
Un incremento rapido nel numero dei socii, quale avvenne, fa
vorisce i primi inscritti a danno dei seguenti.
Questa differenza di trattamento dei socii porta conseguenze
materiali non gravi ; poich tanto pi. grandi sono le prime pensioni
individuali, altrettanto pi piccolo deve essere il numero dei pen
sionati. Dopo che la Cassa avr pagato la prima pensione, secondo
lo Statuto, qualunque sa la sua grandezza, il capitale effettivo non
pu risultare inferiore del 4 /0 al capitale normale.
Questo 4 /0 ^ linteresse. Durante gli anni in cui la Cassa pa
gher pensioni superiori allequo, i non pensionati perderanno una
parte pi o meno grande dellinteresse del capitale da essi accu
mulato ; ma non perderanno n questo capitale, n i frutti prodotti
dalle mortalit e decadenze.
Per troppo visibile difformit di trattamento porta conseguenze
morali pi gravi, quali il malcontento nei socii.
Inoltre ogni causa d ingiustizia, quando sia nota, deve essere
eliminata. Altrimenti le persone le quali, inscrivendosi come socii,
parteciperebbero probabilmente allo scioglimento con perdita della
Cassa esistente, preferiranno fondare una nuova Cassa.
Un rimedio, di mediocre efficacia, a questo inconveniente, di
limitare lammontare delle prime pensioni.
E precisamente se nellarticolo G2 dello Statuto, alla limitazione
di L. 2000 si sostituisce unaltra minore, p. es. di L. 300, come si
fatto per analoga Societ francese, ma si lascia inalterato il se
condo comma dellarticolo, allora si divide fra gli inscritti nei primi
anni il vantaggio che avrebbero solo i primi. I socii che verranno
in pensione, dopoch questa sar inferiore al limite fissato, non pro
vano alcun effetto di questa modificazione.
Invece limitando il massimo della pensione, se si modifica la.
seconda parte dellarticolo G2 dicendo :

323

S T U D IO D ELL E BASI SOCIALI DELLA CASSA M U T U A ECC.

Leccedenza che rimanesse disponibile dopo il pagamento del


massimo della pensione, andr in aggiunta al capitale inamovibile,
si porter un vantaggio a tu tti i socii, dopo i primi inscritti. Le
prime pensioni elevate non assorbiranno pi quasi completamente,
ma solo una parte degli interessi dei capitali dei non pensionati.
Un rimedio equo, secondo la definizione del 4 9, di permet
tere ad ogni socio effettivo di anticipare d uno o pi anni la propria
anzianit, pagando alcune quote precedenti la sua inscrizione, coi
relativi frutti a calcolarsi secondo il 4. E ci sotto vincoli a fis
sarsi. Evidentemente parecchi socii inscritti nel 2 anno passereb
bero nel 1, parecchi inscritti nel 3 passerebbero nel 2 o nel 1 e
cos via. I socii, badando solo al proprio interesse, ristabilirebbero
sensibilmente lequilibrio rotto ; la Cassa, in questa sola operazione,
dovrebbe circa raddoppiare il capitale. Se dopo che hanno avuta
questa libert, i socii se ne servono meno di ci che direbbe la
teoria, non ci sar pi ragione di lamento, se i primi socii prende
ranno pensioni superiori allequo.
E precisamente, supposto il frutto del 10 /0, i socii che vo
gliano pagare unannualit scaduta da
1
2
3
4
5
6
7
8
anni, dovranno pagare rispettivamente lire
13-20

14-60

16

17-70

19-60

21-70

24

26*50.

Questa soluzione conviene a tu tti quelli che ne faranno uso.


Conviene pure a chi non intende usarne, perch, ingrossandosi
il capitale inamovibile, aumenter pure la pensione che egli godr
al suo turno. Porter invece danno agli inscritti nel primo anno,
che non possono usarne. Ma questo danno in parte compensato
dal vantaggio generale dellaumento del capitale inamovibile, e in
conseguenza delle pensioni. Se si vuol dare un premio ai primi
inscritti, quali socii fondatori, si potr permettere questo passaggio
mediante il pagamento di una multa; p. es., aumentando il tasso
dinteresse.
Inoltre si pu permettere ai socii inscritti nel primo anno di
aumentare il numero delle loro quote, teoricamente senza limite al
cuno, pagando le somme che essi dovrebbero avere pagate, collin
teresse del 10 /o
Lanzianit del socio, cos anticipata, non dovr per sorpas
sare la sua et, affinch non si alterino i coefficienti di sopravvivenza.
Questo permesso si pu limitare allanno corrente, ovvero con
cedersi sempre.

324

Giu s e p p e

pea n

18. Inconveniente prodotto da uno sviluppo lento, e rimedii.


Se la Cassa si sviluppa, da un certo anno in poi, pi lenta
mente di quanto si calcolato nel 11 , si distribuiranno pensioni
inferiori al giusto, e contemporaneamente la Cassa forma un capitale
superiore al bisogno.
Questo inconveniente, prodotto dalla sovrabbondanza di denaro
in cassa, il pi facile a rimediarsi, intaccando il capitale.
C la seguente disposizione :
Se il capitale effettivo della Cassa supera il capitale incassato
negli ultimi 20 anni, aumentato dei rispettivi interessi dati dal De
bito pubblico, si distribuisca ai pensionati questo eccesso insieme
agli interessi del capitale sociale .
Semplice questaltra disposizione :
Se la Cassa possiede un capitale sociale superiore a 200 volte
il numero dei socii, essendo il tasso dinteresse del 4 /0 , o a 150
volte se il tasso al 3 /0 , si pu intaccare il capitale sociale .
Per non bisogna sempre distribuirne leccesso ai pensionati in
quel momento. Questo eccesso pu spettare ai soci pensionando Si
pu solo prendere un qualche provvedimento di vantaggio generale,
quale distribuire ad alcuni socii il capitale che loro spetta, ovvero
fondare nel proprio seno unistituzione di beneficenza, o altrimenti.
Se ci non si fa, questo eccesso va a beneficio dei socii inscrivendi,
il cui futuro non dipende dalla legge 'speciale con cui si sono
inscritti i socii in passato, ma solo dal rapporto del capitale al nu
mero dei socii.
Un rimedio che risolve i casi d incremento dei socii maggiore
o minore di quello del capitale, il seguente :
Ogni socio, dopo 20 anni, ritiri dalla Societ il suo capitale,
coi frutti relativi, a calcolarsi secondo il 4 .
Gli spetteranno da 500 a 700 lire secondo le ipotesi sulla de
cadenza. Cos la Societ funziona come Cassa di Risparmio e di
Assicurazione sulla vita.
Volendo attuare il servizio di pensioni, si pu anche applicare
praticamente lequit, quale fu considerata al 9.
Si dividano ogni anno fra i pensionati le quote incassate
venti anni prima, col rispettivo interesse dato dal Debito Pubblico.
Lammontare esatto della pensione si calcoler ad avvenimento
compiuto, e la Societ non corre alcun rischio.
La Societ pu garantire un minimo, a determinarsi con pru
denza,

S TU D IO D ELL E BASI SOCIALI DELLA CASSA M U T U A ECC .

325

Esso la pensione che spetta ad una persona che faccia i pa


gamenti nellet pi favorevole, tenendo conto della mortalit e ri
ducendo a zero le decadenze, il cui importo incerto.
Dato linteresse del 4 % , questo minimo pu essere fissato a
L. 35 di pensione lorda.
Se invece si tien conto dellet effettiva dei socii inscritti e si
fa astrazione delle decadenze, questo minimo ammonta a Lire 42.
Se il tasso dinteresse scende al 3 /0 , il minimo diminuisce
di L. 5.
1
socii possono aspettarsi una pensione media circa doppia della
minima, come confermano i tassi di decadenza verificati nella So
ciet nostra ed in quella dei Prvoyants de lA venir .
D altra parte la Societ pu essere moralmente certa che la
pensione, calcolata cos come si detto, non sar mai inferiore al
minimo, salvo circostanze eccezionali cui si pu provvedere col ca
pitale sociale. E ci equo ; perch, se pi persone si riuniscono in
societ, lo fanno appunto per aiutarsi a vicenda. Chi vuole esatta
mente aver ci che gli spetta dopo fatti alcuni risparmi, non si deve
unire ad altri.
Siccome per il minimo, fissato in uno o in altro modo, ma con
prudenza, pu essere inferiore al giusto, sar bene che la Societ
verifichi, ogni tanto, coi criterii indicati, se essa possegga un capi
tale eccessivo.

(131). (Estratto) 1 CALCOLI SUI QUALI BASATO


IL PROGETTO PEANO
D I UNA CASSA - RIMBORSI
(Progetto di on Cassa di riassicurazione e di una Cassa di soccorso etc.,
Torino, Tip. Cooperativa, 1905, pp. 29-30)

la parte m atem atica del lavoro a. 131 (del 1905), costituente lallegato D
del lavoro stesso.
Sono sta te omesse le tabelle num eriche.
TJ. C.

La Cassa M utua Cooperativa Italiana per le pensioni , assicuratasi


il diritto allesistenza, ora pu utilmente studiare quei perfeziona
menti che sempre pi le acquisteranno le simpatie del pubblico.
Un utile perfezionamento la costituzione duna Cassa rimborsi,
che, contro una piccola sopratassa, in caso di decesso del socio
non pensionato, restituisce agli eredi le lire mensili pagate alla
Cassa pensioni.
Furono presentati pi progetti.
Il
progetto proposto dalla Popolare Vita di Milano esige un
pagamento mensile variabile a seconda dellet del socio inscritto,
e degli anni di vita sociale (Vedi Allegato E).
Il
progetto delling. Cornetti fissa la sopratassa di rimborso a
L. 1 annuale, per tu tti gli inscritti.
La Caisse de remboursement mutuel della Societ Les Prvoyants fissa la sopratassa a L. 2 annuali.
Onde sottoporre al calcolo questi progetti, e altri che si possono
formare, occorre limpianto di alcune formule generali.

J 1 Formule.
Pongasi :
n = tempo, misurato in anni, a partire da unorigine fissa,
detta anno 0 .
L %= una lira pagata lanno x.

I CALCOLI SUI QUALI BASATO IL P R O G E T T O PEA N O E C C .

327

Se r il tasso dinteresse annuo, discontinuo, unitario, fra le


lire pagate in anni differenti 0 ed x passa la relazione :
L 0 = (l + r f Lx .

(1)

(Vedasi per pi ampie spiegazioni il mio primo Studio delle


basi sociali della Cassa N. M. C. per le pensioni, anno 1901-902 ).
Sx = numero dei socii, lanno x , duna Societ qualunque.
Se ogni socio paga ogni anno la quota o premio p , la Societ in
cassa lanno x :
P

Lx i

e il valore del denaro incassato in n versamenti annuali, effettuati


il primo lanno 0, e lultimo quindi lanno n 1 vale :
(2)

p 2 [ S x Lx \ x ,0 - ( n - l ) ] .

Uso i simboli del Formulaire Mathmatique , t. 4.


Colla formula (1) si pu esprimere la somma (2) in lire di un
anno arbitrario.
Espressa in lire dellanno n, la somma vale :
p 2 [ ( l+ r ) S x \x , 0 -( -

Il
coefficiente di L n il valore prodotto alla fine di n anni,
dei premi annuali p dei soci Sx , pagati in principio di anno, posti
allinteresse composto al tasso annuo, unitario, discontinuo, r .
Se Sx il numero dei soci sopravviventi lanno x, il numero
dei morti dallanno x allanno x -\- 1 sar :
M% " 8X $5+1 -- d

(4)

Se la Cassa rimborsa poi ad ogni morto in questo periodo di


tempo tu tte le quote q pagate dai soci alla Cassa pensioni, e le
rimborsa a fine danno, pagher lanno a?
|1 :
q (x + 1 ) Mx L x+ i .

Nel nostro caso, q = 12, se la Caasa rimborsi restituisce le sole


lire pagate alla Cassa pensioni, senza interessi. Si suppone che le
L. 12 annue pagate alla Cassa-pensioni, siano anticipate; sar q = l2 '6 0 ,
se la Cassa restituisce le quote mensili di L. l'05 ; sar q 12-\-p,
se la Cassa-rimborsi restituisce le lire pagate alla Cassa-pensioni e
alla Cassa rimborsi ; e cos via.
La somma pagata dalla Cassa-rimborsi nel periodo di n anni, a
partire dallanno 0 , fino allanno n, valutata in lire dellanno n, vale:
q 2 \(x + 1) (1 + r ) " - * - 1 Mx | x , 0 (n 1)] L n .

' (5)

Le formule (3) e (5) danno lattivo e il passivo della Cassa-rimborsi.

328

G IU S E P P E PEA NO

Per stimare 8X, numero dei sopravviventi, scompongo mental


mente la Cassa-rimborsi in tante casse, in ognuna delle quali i soci
si inscrivono alla medesima et e.
Di S e soci inscritti Panno 0, in et e, sopravvivano dopo x
anni 8e+x.
Per funzione S, o legge di sopravvivenza, possiamo assumere
quella data dalla ultima statistica italiana, rispondente allanno 1902.
P er ogni socio inscritto alla Cassa-pensioni-rimborsi in et e,
la Cassa-rimborsi riceve in media :
p A (e, n ) L n,

ove si fatto :
A {e , n) = 2- [(1 + r) Se+X | x , 0 - (n -

1)] / Se ;

(6 )

e paga in media :
q B ( e , n) L n ,

ove si fatto :
B ( e , n ) = Z [(x + 1) (1 + r) >Me+X | x , 0 - ( -

1 )] / 8t .

(7)

Le formule (6 ) e (7) risultano dalle (3) e (5), ponendo S e+* in


luogo di Sx , e dividendo per Se, onde avere la media.
Le funzioni A e B compaiono in molti problemi di calcoli vita
lizi. Cos il capitale teorico che si deve versare da una persona di
e anni per avere una pensione vitalizia di 1 lira allanno posticipata
(l + r ) - " ~ 'A ( e ,n ) ,

(8 )

ove ad n si attribuisca un valore superiore alla vita umana.


Questa quantit, moltiplicata per (1 + r)~e diventa la funzione
che negli appositi trattati indicata con i\T (Vedi il 7 del mio
citato Studio ).
I
calcoli di A e B si possono fare esattamente con metodi elemen
tari. Si pu anche ricorrere a metodi di approssimazione, pi rapidi.
In un intervallo sufficientemente piccolo, si pu supporre che la
funzione S sia d primo grado. Si ricorre allora al metodo che nel
calcolo integrale chiamasi dei trapezii . Si avr allora :
$ e -f-2 ==

X (S e - S e+n)/'n 5

M H x = (S e -

S e+n)/n .

(9)
(10)

Sostituisco nelle formule (6 ) e (7). Effettuo le somme, con me


todi che qui non occorre di esporre. Si presentano i due coefficienti
che chiamo
f l n = l ( l + r - l ] ( l + r) /r ,
(1 1 )
K = [(l + r)n 1 nr] (1 - f r)/(nr2) [E n (1

r) n]l(nr) ; (12 )

329

I CALCOLI SUI QUALI BA SA TO IL P R O G E T T O PE A N O ECC.

H n si trova calcolato in apposite tavole. Del resto si possono svilup


pare in serie secondo le potenze di r, serie che qui risultano finite,

e si ha :
H n = n + [n (n + l)/2 ]r + ... + C (n + 1, s)

...

(13)

K n = { n - 1)/2 + [(w+ 1)(n - 1)/6}r + . . . + C(n + 1 , t) r f* + . . . (14)

Allora si ha :
A {e, n) S n K n{1 Se+n/S e)

(15)

B ( e , n ) = ( 1 + iT )(1 -

(16)

S ^ /S ,).

La legge di sopravvivenza italiana ha variato dalla penultima


allultima statistica :
et

e= 0

10

20

30

40

50

60.

Sopravviventi, secondo la statistica (penultima) del 1882 :


Se = 100

60

56

52

47

41

32

52

43.

e secondo la statistica (ultima) dellanno 1902 :


S , = 109

70

67

62

58

Sicch solo la prima cifra significativa si conservata a meno


di ununit ; tutte le altre 4 date dalle tavole ufficiali hanno variato.
Quindi probabile che la sopravvivenza italiana varii di altret
tanto in futuro ; e pi forti variazioni sono da attendere se si ap
plica la legge data dalla statistica generale alla popolazione specia
lissima costituita dai soci della Cassa pensioni-rimborsi. Perci
nessuna delle cifre di Se, che segue la prima, attendibile.
Ad ogni modo risulta che se noi facciamo S0 100, cio se
noi limitiamo gli 8X alle prime due cifre, si pu supporre che S e+X
sia dato dalla formula (9), cio l errore minore di ununit, per
e g . 1 0 , e per n = 2 0 .
Si pu anche supporre Sx di 1 grado fra le et 10 e 70 anni,
e sempre si troveranno risultati compresi fra la penultima e lultima
statistica.

Tav. I : colonna 1 : et x

2 : sopra'
sopravviventi Sx secondo le tavole della
statistica italiana, anno 1902

3 : morti Mx dallanno x allanno x + 1 :


Mx = Sx

= ASX

330

GIUSEPPE PEANO

Tav. Ia : colonna 4 : prodotti JV = (1 + r)~1__a! Mx

5 : somme a* = -2 [2T, | 2 , 5 quot (a?, S)" x ]

6 : somme bx =
| 2 , 5 quot (a?, 5),#*x] solo
per x diverso da un multiplo di 5, pi 4.
Tav. ^ : colonna 1 : et e

2 : E (e, 5) = 2 (#+* | x , 0"' 4) =


4 della col.
5 Tav. I*

3 : H (0 , e + 5) = 2 (Nx \ x, 0 - e + 4)

4: 5ff(,5) = 5H.4

5 : B'(e, 5) = [(a?
1)
Ixi
4) 5
numeri sono dati dalla formola :

q u e s ti

B'(e, 5) = 5 S (e, 5) 6 ^ 3 ;

infatti si ha, essendo e eguale a 0 0 ad


un multiplo di 5 :
a* = N e
& e+ 2 =

^ 6+1 +

-$ e + 2

+3 = -BT*+ J^e+l + -A^e+2 + -^e+3


<*'e+4= JV*+ N e+1 + i^e+2 + ^e+3 + -^e+4
-- (= ^(|
ft+l =
-f- e+l = 2 iV"a-j- JVe+i
&e+ 2 a " f " we+l f" c+ 2 = 3iV5 -f~
-|- 2 ^/g+l 4 -^c+2
&e+ 3 =

<* +

e+ l +

^+2

h +3 =

= 4^e+ 3^e+1 + 2N e+* + i^+3


e quindi :
5e+4 &+3 "H 2 $rc+i
4 ^ + 3 + 5^+*.

3^+2 +

Tav. Ic: colonna 1 : et e

2 : D e= (1 + r ) - eS e

3 : De+ 2 0

4 : iT (e, 20) =
| x, 0 " 19) ; queste som
me si calcolano facilmente mediante gli
11(0, 6 + 5) della colonna 3 Tav. I& j
infatti si ha :

H(ef 20) = S ( 0 , e + 20) JT{0, e)


ponendo per convenzione i l (0 , 0 ) = 0 .

1 CALCOLI SUI QUALI BASATO IL PROGETTO PEANO ECC.

331

Tav. I c : colonna 5 : A'(e, 20) = D e De+zo H


20)

6 : 26 A /{e 20)

7 : B'(e, 20) = 2 [(* + 1 ) 7 S f^ \ att 0 - 1 9 ] ; que


ste somme si calcolano facilmente me
diante i numeri delle colonne 4 e 5
Tav. I&; infatti si ha :
B'(e,20)= B'(e,5)+ 5JB{e+ 5t5 )+ B '(e + 5 ,5 )+

1 0 # (e+ 1 0 ,5 )+ '(e+ 10 ,5 )+ 1 5 tf(e+ 1 5 ,5 )4 B'{e- 1-15,5)

8 : 13J3'(e, 20)

9 : 26 A % 20) 13 B'{e, 20)

: colonna 10 : [26 A'{e, 20) 13 B'(e, 20)] (1 + r)+2o

11 : A (a. 20) 13 B (e, 20) =


(1 + r )e+ 20 [26 4'(a, 20) 13 B'(e, 20)] /
Tav. II

= 0-035;

= 29-571^

Come la Tav. I ; nella Tav. II 0 non si sono pi scritte le co


lonne degli Sx e degli M9J quindi le colonne 2, 3, 4, di essa Tavola
corrispondono rispettivamente alle colonne 4, 5, 6 della Tav. I0.
2. Calcoli num erici (per il D r Pagliero).
Supposto il premio di rimborso in L. 1, e quindi la quota che
si rimborsa in L. 13, il guadagno medio della Cassa per ogni socio
che si inscriva allet e dato da :
A (e, 20) 13 B (e, 20)

ove :
A (e, n) = 2 [{1 + r p &+* |
B {e, n) = 2 [(* + 1 ) (1 + r )* 1

O - (n - 1)] / 8.
| x, 0 - (n - 1 )] / Se;

possiamo scrivere :
A (e, n) = (1 + ?+" 2 [(1 +
B(e, n) = (1 + ry+ * 2 [(x + 1 ) (1 +

+* I *,

( - 1)] / 8>
\ x, O- ( -

1)]/S. ;

ora, applicando la formola:


2 [<?fx | x, a (b 1 )] =

C ~~ 1

-------- 2\< f fx \ x , a (b 1 )]
C 1

(ove a e & sono numeri interi, positivi o negativi, a minore di


&, c una quantit positiva, ed / una quantit funzione dellin

332

G IU S E P P E PEA N O

tervallo da a a b) si h a:
2 [(1 + )--* Se+I | x, 0 - (n 1)] =

[(1 + r)~ S e-

(1 + r)-e -n Se+n] _ JL 2:[(1 + r ) - ~ Me+X \ x, 0 - (n -

1)] =

l l ((i _|_ r)-'- 8e - (1 + r)~~e~ n Se+n 2 [(1 + Or 1 Me+X I *, 0 " (n -

1)]) ;

ossia ponendo :
B x = (1 + r)~* &
J T .= ( l + r) * - i J f

JT (e, w) = ^ [JVC+* I se, 0 - (n 1 )] ;


risulta :
A (e, n) = (1 - f r)+n

* [De D e+n H (e, )] / S e

B (e, n) = (14- r)+n 2 [(a? + 1) Ne+X | x, 0 - (n l) / Se

e quindi :
A (e, 20) 13 B (e, 20) = (1 + t+2

A'(e, 2 0 ) 13 B'(e, 20 ) / S e

ove si posto :
A'(e, n) = I>e De+n I I (e, n)
B'(c, n) = 2 [(x - f 1) N e+X | x, 0 - (n - 1)].

Volendo quindi calcolare il guadagno fatto dalla Cassa per ogni


socio che s inscriva allet di anni :
0,

5,

10,

15,

20,

25,

30,

35,

40

calcoleremo i valori delle differenze A (e, 20) 13 B (e, 20), mediante


la formola soprascritta, corrispondentemente agli stessi valori di e.
Tali calcoli, per le due ipotesi r = 004 ed r = 0-035, richiedereb
bero pi di 700 operazioni, di cui 540 moltiplicazioni; ma si sono
disposte le cose in modo che le moltiplicazioni sono state ridotte a
250 circa.
3. Calcolo dei varii progetti.
Prim o tipo di Cassa-Rimborsi. Risulta dai calcoli prece
denti, che se una Cassa-rimborsi si fa pagare da ogni socio inscritto
L. 1 annuale, obbligandosi, in caso di decesso durante i primi 20
anni, al rimborso delle lire mensili pagate alla Cassa-pensioni, e
delle lire annuali pagate alla Cassa-rimborsi, allora la Cassa fa un
guadagno per ogni inscritto dai 5 ai 25 anni, e una perdita per
gli inscritti in et superiore ai 30 anni; e ci sia il tasso d inte
resse al 4 o al 3 1\2 0[0.

CALCOLI SUI QUALI BASATO IL PROGETTO PEANO ECC.

333

La statistica della classificazione dei soci per et, presentata


dallingegnere Cornetti sugli inscritti di Venezia, concorda abba
stanza colla statistica generale pubblicata nel Bollettino della Cassa
M. C., dicembre 1900, e riprodotta nel 7 del mio primo Studio.
Se 1 socii si inscriveranno alla Cassa-rimborsi nello stesso rapporto
di et come alla Cassa-pensioni, la Cassa-rimborsi far per ogni
1000 inscritti, dopo 20 anni, un guadagno di circa L. 3000, riduttibili a L. 2000 se il tasso scende al 3 li2 0[0.
Questo guadagno, in 20 anni desercizio, piccolo. Inoltre
lultima ipotesi affatto aleatoria. Perci una Cassa-rimborsi cos
fatta non una impresa privata raccomandabile.
La potrebbe costituire la Cassa-pensioni stessa, a scopo di
rclame, perch essa Cassa-pensioni-rimborsi finisce sempre di gua
dagnare o come Cassa-pensioni, o come Cassa-rimborsi.
Se la contribuzione dei socii alla Cassa-rimborsi si porta a L.
l'20 allanno, cio a centesimi 10 al mese, la Cassa guadagna di
pi L. 5000 circa (cio 0*20 A (e, 20), in cui per e prendo un valore
medio). gi pi solida.
Se la contribuzione si porta a L. 2, la Cassa, ad operazione
finita, sopra 1000 inscritti iniziali, guadagna L. 30000 circa. lo
Statuto della Cassa francese che risulta solidissima. Ma esiste il
pericolo che i socii pi giovani si inscrivano ad una societ di
assicurazione che, come la Popolare di Milano, fa condizioni pi
eque ; ed allora la Cassa-rimborsi, non avendo pi che inscritti in
tarda et, pu ancora fallire.
Il
progetto della Popolare di Milano consta della sola tariffa.
Sottoporr al calcolo la condizione di quelli che si inscrivono in
et di anni 1 0 .
Ognuno di essi si obbliga di pagare, vivendo, L. 0*10 al mese
durante G anni, poi L. 0*15 per 5 anni, poi L. 0*20 per 4 anni,
poi L. 0*25 per 1 anno.
Per ogni inscritto, la Cassa riceve in media una somma che,
valutata il ventesimo anno, vale
[1*20 8 i0 (1 + r f + 1*20 S n (1 + r )19 - f ... + 1*20 8 IS (1 + r )15 +
1-80 Si o (1 + r) + ... + 1-80 S 2 (1 + ')10 + 2-40 S 2l (1 + r f + ...
+ 2-40 S 2i (1 + r) + 3 S25 (X + rf] / S 10
= 1-20 A (10,5) (1 + r)15 + 1-80 A (15,5) (1 + r)10 <Si5/Sj
0-60 (l + rP & s /S io
+ 2-40 A (20,5) (1 + r f Sw j S w 0-00 (1 + r)10 SM/ S 1Q+
3 (X
Jr f $25 / $io
= 42 lire.

834

G IU S E P P E PEA N

E paga in media per ogni abbonato : 1 Il rimborso, durante i


primi 20 anni, delle quote di L. 1-05 mensili da questi pagate alla
Cassa-pensioni. Ci vale 12-C0x.B(10,20)=L. dellanno 20: .
18-40
2 pi. il rimborso delle stesse quote, durante il 2 1
anno, che vale L. 252 (somma totale pagata alla Cassa-pen
sioni X MwjSio) (probabilit che un socio inscritto in et di
anni 10 muoia precisamente dallanno 30 al 31) . . . =
1-50
3 pi il rimborso dei premi pagati alla PopolareVita , del valore di c i r c a ..................................................... L.
2-00
In tutto circa L. 22.
Adunque ogni inscritto alla Popolare-vita, allatto d inscrizione
assume un obbligo che vale 42, ed acquista un diritto che vale 22.
Il rendimento della Popolare un po superiore al 50 0i0, come gi
si era trovato in calcoli di questo genere. Ben difficilmente si pu
trovare una Societ di Assicurazione che faccia condizioni migliori.
Secondo tipo di Cassa-rimborsi. Un progetto meno aleatorio,
quello di far pagare dagli assicurati alla Cassa-rimborsi una quota
annuale proporzionale al capitale in quellanno assicurato, cio quote
da L. 0-15 a L. 3.
Questo progetto cos bene illustrato nellallegato B dal Diret
tore della Cassa, che ogni schiarimento superfluo.
Vantaggi di una Cassa-sussidi. Infine, il progetto che abo
lisce ogni alea, ogni calcolo non elementare, e che restituisce alla
massa dei soci i denari da loro pagati, quello della Cassa-sussidii.
Ogni socio inscritto paga ogni anno una quota fissa, per esempio
L. 1 . 11 capitale incassato ogni anno si divide fra gli eredi dei deceduti
lanno successivo. I decessi avvenuti nel primo anno di inscrizione non
danno luogo ad alcun diritto. Allora per ogni quota di L. 1 vi ha diritto
in caso di morte ad un sussidio, che si pu ritenere sempre superiore
a L. 45 (corrispondente alla mortalit media italiana) e che nei primi
anni almeno probabilmente superiore a L. 100 (corrispondente alla
mortalit, data l et dei socii inscritti alla Cassa-pensioni).
Inscrivendosi per 2 o 3 quote, si ha, in caso di decesso, una
somma paragonabile a quella pagata per quote alla Cassa-pensioni.
La Societ Les Prvoyants de lA venir ha fondato tanto la Cassarimborsi quanto la Cassa-sussidi, con procedimenti alquanto diversi.

(132). SULLE DIFFERENZE FINITE


(Rendiconti della R. Accademia dei Lincei, Serie 5a , YoL XV, l Sem., A. 1000, pp. 71-72)

A note formule di calcolo differenziale e integrale corrispondono


altre formule per le differenze finite, utili nelle applicazioni pratiche,
e che qui esporr rapidamente.
1. Sia a un numero intero, positivo o negativo, n un numero
naturale, e & un intero maggiore di a
n. Indichiamo con / una
funzione reale dei numeri interi compresi fra a e b. Allora il valore
f b espresso mediante f a , le sue successive differenze fino allor
dine , e dalle differenze di ordine n - j- 1 di / , pei valori da a a
b n 1 della variabile, dalla formula
/ b 2 [C (b a , r) Arf a ] r , () ] -f+ 2 [C (& x 1 , n) ^ f x | x , a (b n 1 )].
I simboli hanno il valore conforme al Formulario Mathematico
(vedasi tomo V, pp. 131, 134). Esiste qualche variet nelle notazioni
usate dagli Autori nel calcolo delle differenze finite.
II primo sommatorio, a cui si ridurrebbe la formula per
b = a + , lespressione del valore della funzione mediante le
successive differenze, quale fu data dal Mercator nel 16C8. Il secondo
termine ne esprime il resto. Tutta la formula analoga a quella di
Taylor, col resto sotto forma di integrale definito.
2. Nelle stesse ijjotesi, la differenza fra f h e la somma dei
primi n + 1 termini dello sviluppo di Mercator, cio il resto di cui
sopra si parla, della forma C (6 a , n
1) moltiplicato per un
valore medio fra quelli assunti da
f x , per x intero compreso
fra a e 6 n 1 .
Risponde alla formula di Taylor, col resto di Lagrange.

336

G IU S E P P E PEA N

3. Avendo a , b , f il significato precedente, e b > a + 1, se x


un intero compreso fra a e b, allora la differenza fra f x, e
f a - \ - ( x a) (f b f a ) /(b a ) ,

funzione di primo grado clie per x a ed x b assume i valori f a


e f b , vale
(x a) (x 6)/ 2
moltiplicato per un valore medio fra quelli assunti da A2f x , va
riando # da a a 6 2 (per valori interi).
analogo al teorema di calcolo differenziale cbe esprime lerrore
nellinterpolazione di primo grado mediante la derivata seconda
(Formulario, pag. 297).
4. Nelle ipotesi 3, la somma dei valori di f x , quando x varia
per valori interi da a a 6, per approssimazione eguale al loro
numero b a + 1, moltiplicato per la media aritmetica dei due
valori estremi. Lerrore in questa approssimazione si pu esprimere
colle differenze seconde, e si ba :
2 ( f , a - b) = (b a + 1 ) ( f a - j - f b ) / 2
Z [ ( x a) (b x) A2f (x 1 ) | x , (a + 1 ) (b l)]/2

analoga alla formula di calcolo, che esprime un integrale definito


colla formula dei trapezi, pi un resto sotto forma di integrale.
5. Il resto nellapprossimazione precedente riduttibile alla
forma : C (b a - ( - l , 3 ) X valore medio di A2f x , quando x varia
da a a b 2 , diviso per 2 .
Le formule precedenti si possono dimostrare come le corrispon
denti di calcolo, con opportune variazioni. Mi sono occorse in calcoli
su rendite vitalizie; e non mi fu dato di incontrarle nelle pubbli
cazioni ordinarie. (*)
(*) Le proposizioni di questa Nota sono riportate nel F orm u lan o mathematica
(lavoro n. 138, del 1908 m a il cui 1 fascicolo del nov. 1905), nei luoghi c itati
dallautore al n. 1 (p. 131 e p. 134). A pag. 131 Bono anche esposte le dim ostra
zioni dei teoremi di cui ai n.i 1 e 4.
(Nellenunciato del teorem a del n. 4, sia nel Form ulario che nella N ota lin
cea, era stato dim enticato un divisore 2).
Generalizzazioni ed applicazioni varie, di questi teorem i di P eano , vennero
fa tte d a v a ri suoi scolari.
(Cfr. in proposito : U. Cassina , A pprossim azioni numeriche, in Enciclopedia
delle m atem at. elem entari, voi. I l i , p a rte 2B, Hoepli, Milano, 1950, pp. 1-192,
n.i 90-98).
U. C.

(133 ). SUPER THEOREMA


DE CANTOR - BERNSTEIN ET ADDITIONE
(Revista de Mathematica, t. V ili, 1902-1906, pp. 138-157)

La prim a p a rte di qnesta Nota il lavoro n. 133, pubblicato dapprim a


nei Rendiconti del Circolo m at. di Palerm o (tomo XXI, 1906, pp. 360-366).
T u tto il lavoro e specialmente la Additione (pp. 143-157) dedicata
al principio di Z ekm elo, allantinom ia di R i c h a r d e ad altre questioni del genere
strettam ente collegato ai lavori di logica contenuti nel volume I I di queste
Opere scelte .
U. C.

SU PER THEOREMA DE CAN TOR-BERNSTEIN (*)


(pp. 136-143)

G.
C a n t o r , in Mathematische Annalen , anno 1895, tomo
XLYI, pagina 484, et in Rivista di Matematica , anno 1895,
tomo V, pagina 135, publica theorema sequente :
Si x et y es numero cardinale, de x~>y et x < y , seque x y .
Relationes > et = inter numeros cardinale es definito per
definitiones nominale :
a, b e Cls . Q : Num a = Nnm &. = . a (6 F a) rcp

Df

Si a et b es classe, nos dice que numero cardinale de a


aequa numero cardinale de b, si existe functione reciproco, vel
correspondentia uno-uno, inter a et 6 .
a, b e Cls . o '
Num a < Num &. = . g; Cls b

*x 3 (Num a = Num x)

Df

E t que numero cardinale de a es minore aut aequale ad numero


cardinale de 6, si existe aliquo classe x de b tale que Noma = Kum*,
Tunc nos pot elimina idea de numero cardinale, cum substitutione de valore definiente ad omni symbolo definito ; theorema de
C a n t o r sume forma noto :
1.

a , b , c e Cls . c Q b Q a . g e ( c F a ) rcp . q . a (&F a) rcp

(#) P er qnesta prim a p arte del lavoro si sono seguite le notazioni del lavoro
n. 133, leggerm ente diverse da quelle del lavoro n. 133'.
U. C.
22

G IU S E P P E PEA NO

338

Si a, b, c, es tres classe, et classe a - contine classe b, que


contine classe c, et si g es functione, vel correspondentia, reciproco
inter a et c, tunc existe correspondentia reciproco inter a et b .
In scriptura de theorema praecedente occurre signos s, Cls, Q,
F, rcp, a; ; ergo theorema pertine ad Logica-Mathematica, si ita nos
voca scientia que stude proprietates de signos scripto.
C a n t o r non demonstra suo theorema. B e r n s t e i n publica demon
stratione in B o r e l , Thorie des fonctions, anno 1898, pagina 104.
Post introductione partiale de symbolos, et aliquo modiftcatione,
demonstratione sume forma sequente.
Si w es classe in a, me scribe g u in loco de gl u de Formulario.
g u indica figura respondente in relatione g, cum figura w. Tunc nos
pot considera serie de classes :
u,

gu,

g* w,

gs u, ... gnu , . . . .

Me voca Z w summa, in senso logico, de illos :


2.

u s Cls 7 a . Q . Z u U [gnw \ n1 N0]

Df

Tunc campo a es diviso in tres parte :


a' = Z (a -b )
a" = Z (b-c)
a " n [gna \ ri N J , producto logico, vel parte commune ad
classes de forma gna, ubi n es numero integro positivo aut nullo.
Campo b es diviso in tres parte ;
b' g Z {a -b ),

b" = a " ,

b'" = a " ' .

g es correspondentia uno-uno inter a' et V : identitate transforma


a" in b" et a'" in V".

Ergo, demonstratione de
3.

B E R N ST E IN

Hp P I . Df 2 , Q . [ g , Z (-&)]

sume forma :

[idem, -Z (a-b) J e (6 F a) rcp

In hypothesi de Propositione 1, et introducto symbolo Z per


definitione 2, correspondentia que coincide cum <7 in campo Z (a-b),
et cum identitate in campo residuo de a, es correspondentia reci
proco inter a et &.
Demonstratione identico ad praecedente occurre et in E r n s t
S c h r Gd e r , TJeber zicei Befinitionen der Endlichkeit und G. C a n t o r
sche Sdtze (Nova Acta Academiae Caesareae Leopoldino-Carolinae
Germanicae Naturae Curiosorum, tomo LXXI, n. 6 , p. 33G-340),
publicato in idem anno 1898, praesentato ad Academia in data
21. Y. 1896, et scripto in Januario 1896. S o h r o d e r in definitione
de Z, introduce serie de numeros N0 , et limite .

SU PER TH EO REM A D E CANTOR-BERNSTEIN E T ADD1TIONE

339

Fune, meo seniore P o i n c a r , in interessante articulo Les Mathmatiques et la Logique publicato in Eevue de Mtaphysique et
de Morale , Janvier, anno 1906, pag. 27-29, post reprodnetione de
demonstratione praecedente, nota que demonstratione contine idea
de numero, et symbolo N0 , objecto de Arithmetica, dum theorema
1 pertine ad Logica ; et propone problema, si nos pot elimina
signo N0 .
Es noto que omni symbolo x, que habe definitione nominale,
vel definitione de forma
x = expressione composito per signos praecedente

pot es eliminato in omni propositione ; suffice de scribe, in loco


de x, secundo membro de definitione (vide Formul., t. V, pagina 14).
Sed, si signo es introducto per postulatos, vel es definito per
postulatos, tunc suo eliminatione es dubio, et non semper es possibile.
In vero, omni symbolo de Formulario es definito per definitione
nominale, aut per postulatos ; et si nos suppone licito eliminatione
de illos, nos perveni ad absurdo, que es possibile de exprime toto
scientia Mathematica, sine vocabulos et sine symbolos.
Symbolo N0 es introducto in Formulario, per 5 postulatos ; uno
de illos es regula de inductione . Ergo, a priori, eliminatione de
symbolo N 0 es dubio. Sed, in casu particulare, proposito per P o i n
c a r , eliminatione es possibile.
Nam, nos pot defini Z u, ut seque :
4.

u e Cls a . q . Z u = fi Cls ' ~ * V 9 ( g v j v . u Q v )

Df

Si u es classe de a, Z u indica parte commune ad classes v


tale que functione g transforma v in parte de v, et que contine u.
Demonstratione de Prop. 1 fi :
5.

Hp P I. D f i , Q . [ g , Z (-&)] w [idem, Z [a-b)\ e (b F a) rcp.

Symbolo N 0 non figura in praesente demonstratione; regula de


inductione nos es postulato, sed es scripto in definitione 4 de Z u.
Demonstratione 5 es identico ad demonstratione 3. Yeritate de
thesi es intuitivo.
Sed nos pot decompone affirmatione de thesi in affirmationes
elementare, et nos determina omni regula de Logica, applicato in
modo implicito in demonstratione praecedente.
Signo 0, de producto logico, es definito, in Formulario, per
definitione nominale ; ergo pot es eliminato. Prop. 4, vel definitione
de Z, fi :
6.
Z # = * j [ i h Cls

340

GIUSEPPE PEN

Z i es systema de omni elemento x, tale que si v es classe,


transformato per operatione g in parte de se ipso, et continente u ,
semper x es elemento de v .
Regula de simplificatione et syllogismo da propositione sequente:
7.

v e Cls , g v f v , u q v . x e u . Q . x e v .

Nos exporta x e u :
8.

x e u . ) : v e Cls . g v

q v

.u

v .0 .x ev .

E t per Prop. 6 :
9.

xeu.Q .xeZu.
Nos opera per x 9 :

10.

u o Z tt.

Omni u pertine ad classe Z u .


De Prop. C seque, post transformatione de a = b in a f) b . b q a,
11..

x e Z i . v e Cls . g v Q v . u f i v . f i . x e v .

Existe regula de logica :


12.

v, w e Cls g v Q i c . x e v . ^ y . g x e w .

De Prop. 11 et 12 seque :
13.

x e Z u , v e Cls . g v Q v . u f v . Q . g x e v .

Nos exporta x e Z u ; de definitione 6 ile Z u seque :


14.

xeZu.ry.gxeZu.

Nos elimina litera apparente x :


15.

gZ u q Z u.

Classe Z u es transformato in parte de se, per operatione g.


De Prop. 10 et 15 seque:
16.

u ^gZ uQ Zu.

De Prop. 6 , cum transformatione analogo ad ilio de Prop. 11,


seque :
17.
v 8 Cls . g v Q v . i i Q V . Q v . Z u Q v .
In loco de v me pone u ^ g Z u ) et nota que, per Prop. 16,
g(u^gZu)Q gZu

g Zi,

et que u

Ergo hypothesi es satisfacto, et nos affrma thesi :


18.

ZuQ u^gZu*

S U P E R TH EO R EM A DE CA NTOR-BERNSTEJN E T A D D IT 1 0 N E

341

De Prop. 16 et 18 resulta :
19.

Z a s u -'jZ n .

Si iu Prop. 17, in loco de v me scribe a, me deduce:


20.

Z wo a .
De Prop. 20, et de noto identitate de logica, me conclude :

21.

a = Z (a&)

' a - Z (.b) .

De Prop. 19, seque :


22.

a = a- b ^ g Z (a6) ^ b- g Z (a6).

Si nos moltiplica per &, id es, nos opera per /-v 6 , nos habe :
23.

b = g Z (-&)

- b-(|f Z (<z-&).

Nunc existe principio de Logica :


24.

g s ( c F a) rcp . u e Cls a . o . (g, u) e (gw F w) rcp .

Si g es correspondeutia reciproco inter a et c, ilio es etiam


correspondentia reciproco inter classe u, parte de a, et suo imagine gu .
De Prop. 24 seque :
25.

\g, Z (-&)] e [g Z (a-b) F Z (-&)] rcp .

Functio g, in campo Z (a-b), es correspondentia reciproco inter


ce campo, et suo imagine g Z (a-b) .
Existe alio principio de Logica :
26.

u e Cls . o (idem, u) e (u F u) rcp .

Si m es classe, tunc correspondentia idem, que ad omni objecto


fac corresponde se ipso, es reciproco .
Ergo, in nostro casu :
27.

[idem, a - Z (a6)] e ([a-Z (ab)] F [aZ (a - 6)l) rcp .


Nos applica novo principio de Logica :

28.

a, b , c , d t Cls . g s ( c F a ) rcp , he( d~Fb) rcp . a <-* b = A

d => A 0 (ff, ) w (h, b) [(c w ) F (a > &)] r c p .

Si a, b, o, d es classe, g es correspondentia reciproco inter a et


c, h es correspondentia reciproco inter b et d, classes a. et ft habe
nullo elemento commune, et idem es pr classes e et d , tunc cor
respondentia que coincide cum g in campo a-, et cum h in campo b,
es correspondentia inter classes a w 6 et C '-' d reciproco .

342

G IU S E P P E PEA NO

De Prop. 25, 27, 28, et de 21, 23, seque :


29.

[g, Z (6 )] w [idem, a - Z (a6)] (6 F a) rcp ,

que es thesi de theorema 5.


Ita demonstratione de B een stein , facto per intuitione, es reducto ad operationes elementare de Logica, in numero finito.
#
##
De formulas scripto, me deduce novo consequentia, que habe
aliquo interesse.
Me adde hypothesi
a; a- b

30.

non necessario pr veritate de theorema, sed pr suo importantia.


Me suppone noto Logica, et non Arithmetica. Tunc signos 0, N0 ,
-)- non habe sensu.
Ergo, me voca 0 aliquo elemento in classe ab :
31.

0 e a -b .

Me pone
32.

N 0 = Z (i 0)

id es N 0 es classe Z respondente ad classe composito per solo ele


mento 0 . E t me pone
33.

os - = g x f

et me lege 0, F 0, -(- u t in Arithmetica.


Tunc, de Prop. 10 seque 0 q N 0 , vel
I.

O sN 0

zero es numero.

De Prop. 14 seque :
II.

x e N 0 . o . * -f- e N 0 .

Si x es numero, et suo successivo x -fDe Prop. 17 :


III.

es numero .

s e Cls .O e s ia je s .Q ic .a ? -)- 8 * : O

[) s .

Si s es classe, que contine numero 0, et si omni successivo


de aliquo individuo x in classe es s, tunc omni numero es s .
Es principio de inductione .
De definitione de functio reciproco seque :

IV.

x, y e I V x -f- = y + . o . x = y .

Duo numero, que habe successivos aequale es aequale .

S U P ER TH EO R EM A D E CANTOR-BERNSTEIN E T ADD ITIO NE

343

E t de Prop. 31 :
V.

^No .Q .ir-f-- = 0

0 seque nullo numero .


Id es, nos deduce theoremas, identico ad postulatos de Arithmetica. Ergo, pr symbolos de Arithmetiea 0 N 0 -f-, subsiste interpretatione que satisfac ad systema de postulatos. Ita es probato (si
proba es necessario), que postulatos de Arithmetiea, que collaboratores de Formulario demonstra necessario et sufficiente, non involve
in se contradictione.
Alio exemplo de entes, que satisfac ad systema de postulatos,
es dato per B u r a l i -F orti et per R u s s e l l . Sed proba que systema
de postulatos de Arithmetiea, aut de Geometria, non involve con
tradictione, non es, me puta, necessario. Nam nos non crea postu
latos ad arbitrio, sed nos sume u t postulatos propositiones simplicissimo, scripto in modo explicito aut implicito, in omni tractatu
de Arithmetiea, aut de Geometria. Nostro analysi de principios de
ce scientias es reductione de affirmationes commune ad numero
minimo, necessario et sufficiente. Systema de postulatos de Arithmetica et de Geometria es satisfacto per ideas que de numero et de
puncto habe omni scriptore de Arithmetiea et de Geometria. Nos
cogita numero, ergo numero es.
Proba de coexistentia de systema de postulatos pot es utile,
si postulatos es hypothetico, et non respondentes ad factu reale.
Articulo de P o i n c a r responde ad serie de scriptos, in idem
Revue, collecto nunc in volumen : L. C ou tu rA T , L es principe s des
Matlimatiques (Paris, Alcan, a. 1905), pag. yiII-311, ubi relationes
inter Logica et Mathematica es tractato in modo diffuso et profundo.

N O T A (')
Praesente articulo es scripto in Latino sine flexione , id es per solo them a
latino, sine gram m atica. Saflce vocabolario latino, pr omni difticnltate, Nos
evita, in generale, nsu de vocabolario, per adoptione de p a rte de vocabolario
latino, vivente in lingnas moderno.
P e r exemplo, me analyza primo periodo:
C., in M. A., anno 1895, tomo XLVI, pagina 484, e t in R. M., anno 1895,
tomo V, pagina 135, pnblica theorem a sequente.

(*) Questa N ota figura solo nel lavoro n. 133*

V . C,

844

G IU S E P P E PEA N O

i n L. (lege vocabolo latino ), 3 (genera) I. (Italo) in, P. (Franco) en,


H. (Hispano) en.
0 L. in-ductkitie A.D.F.H.I.R. (vocabolo latino, esistente cura variatione de
orthographia, in Anglo, Deutsoh vel Germano moderno, Franco, Hispano, Italo,
e t Rosso).
0 L . in-stitnto A.D.F.H.I.R.
e t p iare alio vocabolo intem ationale.
C (deriva de) E. (Enropaeo antiqno, ramo de Indo-Enropaeo, secondo voca
bolario de F ick ) eni.
E . eni j) G (Grafico), eni, en, en-cyclopaedia G.L.A.D.F.H.I.R., en-ergia
G.L.A.D.F.H.I.R., etc.
E. eni 3 A. in, D. in, R. v', v-no-tri = L. inter.
L, a n n o F.H .I. q L. ann-ale A.D.F.H.I.
G.L. to m o A.D.F.H.I.R.
L. p a g i n a A.F.H.I.
L. e t 0 F. et, H. y, I. e ed.
0 L. eccetera A.F.H.I.
C E. eti 3 G. eti, S. (sanscrito) ati, Gotico id, elemento de D. oder (vide
K l u g e , Etymologieokes TF&rterbuch).

t,. p u b l i c a 3 A. poblish, F. pnblie, H. publica, I. pubblica, R. publico-vati ;


L. publioa-tione A.D.F.H.I.R.
G.L. th e o r e m a A.D.F.H.I.R.
L. s e q u e n te A.F.H.I. 3 L. con-seqnent-ia A.D.F.H.I.
Ergo, de 8 vocabolo considerato, 8 es L. (per definitione de latino sine
fl ex ione ), 8 es A., 8 es F., 8 es H., 8 es I., 7 es D, 4 es R., 4 es G., et occorre
in vocabolario commone, a n t etymologico, de idiomas considerato.

Torino, 31 m artio 1906.

ADDI T IONE
(pp. 143-157)

Revue de Metaphysique et de Morale publica duo novo


scripto :
L. C o u t u r a t , Pour la logistique, pag. 208-250,
o i n c a r , Les mathmatiques et la logique, pag. 294-317.
Plure alio acriptore, que me cita infra, interveni, et discussione
fi semper plus vasto et interessante.
Objecto principale de discussione es aliquo contradictione, vel
antinomia, nunc detecto in quaastiones de Mathematica.
In omni tempore, aliquo antinomia occurre in Mathematica, que,
post aliquo discussione, accipe solutione. Solutione de antinomia es
indicatione de puncto ubi es errore in ratiocinio.

H. P

S U P E R TH EO R EM A DB CA N T O R-BE RN STE IN E T ADDITIONE

345

Es celebre, apud philosophos de Grascia, contradictione, vocato


ab Achille et testudine (') ; depende de aequa] itate :
1 = 1/2 + 1/4 - f 1/8 - f ....
ubi 1 aequa quantitate, que, dum varia, es semper minore de 1.

In seculo X V II es objecto de discussione serie


1 -

1 + 1 -

1 + ....

que vale 1 , 0 , 1 / 2 , etc., secundo lege que nos adopta in consideratione de limite.
Definitione exacto de limite elimina antinomias citato.
Primo antinomia, hodie in discussione, es invento in theoria de
numeros transfinito, per :
C. B u r a l i -F o r ti (Palermo E ., a. 1897).

B. R u s s e l l (The principle o f mathematica, Cambridge a. 1903,


pag. 323) stude demonstratione de Burali, et construe novo antino
mias, simile ad praecedente, sed plus simplice.
P h . J o u r d a i n , in p resen te fasciculo (RdM., t.8, p.121-136) e s
pone et discute in modo ampio isto qusestione, et me habe nihil ad
adde.
Z e r m e l o (MA. t.59 p .514-516) pone novo principio, admisso
per aliquo scriptore, negato per ceteros, et discusso, simul cum an
tinomia de B u r a l i , per :
K n i g , MA. t.60 p.177,
S o h n elies , MA. t.60 p.181,

B e r n s t e i n , M A . t.60 p.187,
B o r e l ., M A. t.60 p.194,
B e r n s t e in ,

MA. t.60 p.463,

J o u r d a in , MA. t.60 p.465,


K nig , MA. t.61 p.156,
H a d a h a r d , B o r e l , B a i r e , L e b e s g u e in Cinq lettres sur la
thorie des ensembles , Bulletin de la Socit math. de France,
t. 33 pag. 261.
Etc., etc.

J. R ic h a r d in Revue gnrale des sciences, 30-VII-1905, p.542,


expone et explica novo antinomia.

Inter publicationes novissimo me cita :


B. R u s s e l l , The theory o f Implication, American J. t.28, p. 159202, a.1906,

(*) B. R u s s e l l , The p rin c ip iti o f Mathematica, Cambridge 1903, p. 358.

346

G IU S E P P E PEA NO

KNHJ, Sur la thorie des ensembles, Paris OR., t.143, 9-YII-1906.


Omni antinomia, antiquo et recente, depende de consideratione
de infinito .
Consilio, que da aliquo Auctore, de non considera infinito ,
es prudente, sed non resolve problema, nam infinito es in natura de
plure questione, et naturam expelles furca, tamen usque recurret .

1. P

r in c ip io

de

Zerm elo.

Zermelo, in demonstratione de propositione super classes beneordinato, adopta et enuntia :


Principio, quod et pr infinito systema de classes, semper
correspondentia existe, que ad omni classe fac corresponde uno suo
elemento. ... Isto logico principio non pot es reducto ad alio plus
simplice, sed es in matliematico deductione semper sine lwesitatione
applicato (*).
Principio significa, que nos pot sume infinito elemento arbi
trario.
Isto assumptione, que occurre in plure libro, jam es considerato
in anno 1890, in Math. Ann. t.37 pag.210 : on ne peut pas appliquer une infinit de fois une loi arbitraire, avec laquelle une
classe a on fait correspondre un individu de cette classe.... .
In vero, forma de ratiocinio :
Me sume ad arbitrio elemento x in classe a ; tunc seque pro
positione p, (que non contine so) es reductibile ad forma :
a

(i)

rea

.Z>. p

(1 ).

( 2 ) .= > .

(2)
p

Si existe aliquo a , et si de xea seque propositione p , tunc


lice affirma propositione p .
Es forma de ratiocinio vocato eliminatione de a? in Formu
lario t. V p. 12 Prop. 31. Es reducto ad regula de im portatone
in Formul. t. 2 Prop. 74, 310, 331, 405.

(*) Prinzip, dass os aueh fiir eine nnendliche Gosamthoit von Mengen imm er
Z aordnnngen gibt, bei denon jed e r Menge eines ihrer Elemento entspriclit.
Dieses logische P rinzip liisst sich zw ar n ich t a n f ein noch einfacheres znrickfihren, w ird aber in d e r m athem atiacher D eduktion liberali unbedenklich angewendet.

S U P E R TH EO R EM A D E CANTOR-BERNSTEIN E T A DDITIONE

347

Assumptione de duo elemento successivo arbitrario habe forma :


a

(1 )

xea O - a b

(2 )

xea . yeb ,Z3. p

(3)

i es classe que pot contine x,

p es propositione independente de x et y.

(1 ).(2 ).(3 ) .Z>.p


P er exemplo, pr demonstra theorema :
u Clsq .3 . XXu 3 Xu

Si u es classe de quantitates, tunc classe limite de limite de


u continere in classe limite de u (Forami. V, pag. 139, Prop. l 2),
me affirma in primo loco :
z e XXu . /i e Q ,D . a Xu n x3[mod(x z) < hf2]

(1)

Si z es elemento de U u , et h es quantitate positivo, tunc


existe aliquo individuo in classe Xu, et x tale que suo distantia de
z es minore de h/2 .
Suo veritate pertine ad Mathematica, et non ad Logica.
Hp(l) . x e Xu . mod(x z) < h/2 O p

n i/s[mod(y x) < h/2]

(2 )

Si z et h conserva sensn, u t in hypothesi de (1), et si x es Xu,


distante de z minus que h/2, tunc existe elemento in classe u et y
tale que suo distantia de x es minore de h/2 .
Hp( 2 ) . yeti . mod (y x) < h/2 .3 . mod(y z) < h

(2 ')

Si z, h, x habe valore u t supra, et si y es u , distante de x


minus que h/2, tunc distantia de y ad z es minore que h .
Me elimina y in thesi, per regula Formul. V pag. 12 Prop. 3-1 :
Hp(2') O . a u n y 3 [mod(y z) < h]

(3)

Nota que litera y in thesi es apparente, et pot es substituto


per alio litera a ... ; ilio non es litera y in hypothesi.
Hypothesi de (3) contine literas x et y. De (1) (2) (3) seque per
eliminatione de x et y :
z e XXu . h e Q , 3 . a " ?/j[mod(y z) < ft]

Unde, per regula de Mathematica :


z e XXu .3. z e Xu,

(4)

848

G IU S E P P E PEANO

et, post operatone per

Vai 3 hi.
Assumptione de duo elemento arbitrario x et y conduce ad ra
tiocinio cum 3 hypothesi (1) (2) (3), ed thesi (4).
In generale assumptione de n elemento arbitrario successivo
duce ad ratiocinio que consta de n -\- 2 propositiones.
Ergo nos non pot suppone n = oo, id es nos non pot construe ratiocinio cum propositiones in numero infinito.
In Formulario, vocabulo Syllogismo indica uno forma de ra
tiocinio bene definito :
a 13 b . b 3 c .13. a 3 c

Si de a seque b , et de & seque c , tunc de a seque c , vel


si omni a es b, et omni b es c, tunc omni a es c .
Responde ad syllogismo in Barbara de scholasticos.
In tractatos de Logica commune, vocabulo syllogismo habe
valore plus ampio, et non semper determinato.
Forma de ratiocinio, dicto eliminatione in Formulario, con
sta de tres propositione, et termino es triplice : major a , medio x ,
minor p . Ergo pot es vocato syllogismo, in sensu lato. Tunc omni
forma de ratiocinio in Formili, parte I es syllogismo, aut sorite (ca
tena de syllogismo). Ita habe sensu propositione de scholasticos, que
omni forma de ratiocinio es reductibile ad syllogismos. Assumptione
de uno elemento arbitrario, vel de plure, in numero finito, es syllo
gismo, vel sorite cum numero finito de praemissa.
M. P o i n o a k responde ad quaestione de Zermelo (pag. 313) :
Les axiomes en question ne seront jamais que des propositions
que les uns admettront... et dont les autres donteront... Il y a toutefois un point sur lequel tout le monde sera daccord. Laxiome est
vident pour les classes finies .
Questione de evidentia es subjectivo, et non objecto de Ma
thematica.
Nos pot affirma :
Assumptione de elementos arbitrario in numero finito es forma
de ratiocinio 'reductibile ad systeraa de syllogismos (in sensu lato).
Si aliquo Auctore da demonstratione non reducto ad syllogi
smos, et si ille affirma que habe reducto demonstratione ad syllo
gismos, affirma falso.
In plure casu, principio de Zermelo es reductibile ad syllogi
smos. Vide p. ex. demonstratione in scripto citato in Mathemati-

Su pe r

th eo r em a d e cantor -b ern stein e t a dd itio ne

349

sche Annalen, t. 37, ubi es constructo functio / tale que f u t u, si


it es classe non nullo de numeros complexo de ordine w, et es clauso.
Aliquo propositione, que plure Auctore demonstra cum applicatione
(implicito) de principio de Z e r m e l o , es demonstrato in Formulario
sine ilio.
Id es, de plure propositione aliquo Auctore da demonstratione
incompleto, que pot es completato.
In aliquo casu, nos non sci elimina postulato de Zermelo ; tunc
demonstratione non es reducto ad formas commune de ratiocinio ;
demonstratione non es valido, secundo valore commune de vocabulo
demonstratione .
Per ex. in B o r e l , Thorie des fonctions , a. 1898 pag. 13, pro
positione :
a e Cls . Num e infn .^ . g[ Clsa n 6 a (Num& = >?0)

' Si es classe de objectos in numero infinito, tunc existe in a


classe numerabile, id es que habe pr numero aleph zero = Num N0,
es demonstrato per postulato de Z e r m e l o , et eliminatione de ilio
non es facile. Ergo propositione non es demonstrato.
Nunc nos debe opina que propositione es vero, aut es falso ?
Opinione nostro es indifferente. Theorema praecedente es simile ad
theorema de G o l d b a o h :
2(N4 + 1) Z> Np + Np
Omni numero pari 4, 6 , 8 ,... es summa de duo numero primo
que non habe demonstratione satisfaciente.

2. T h eor em a

de

Cantor

Pro intellige antinomia considerato per R ic h a r d , nos expone


theorema de Ca n to r , expresso in symbolos in Formulario t. Y
pag. 138 Prop. 11*1 :
f s 0 fN , o . a 0 - / N,

Si / es successione de quantitates in intervallo de 0 ad 1 ,


tunc existe numero in isto intervallo, que non pertine ad succes
sione / , id es classe numerabile in intervallo non pot constitue
toto intervallo .
Demonstratione reportato in Formulario es :
Z [10- rest(Cfr_/ + 5, 10)|, N J e & - f N,

350

G IU S E P P E PEAN

Kos considera numero integro n ; tunc f n es elemento de or


dine n in successione ; suo cifra decimale de ordine n es indicato
in Formul. pag. 102 per Cfr_ / .
Nos muta ce cifra. Per exemplo, nos adde 5, et subtrahe 10,
si summa ^ 1 0 , et liabe :
rest(Cfr_B/ n + 5, 10).
Tunc nos forma numero que habe ce cifra u t cifra decimale de
ordine n. Ilio non pertine ad successione. In vero, pr omni valore
de n , ilio es differente de f n , nam suo cifra de ordine n es diffe
rente de correspondente cifra de f n , et nos non es in casu de for
m a: 0'999... 1-000..., ubi duo fractione decimale de forma diffe
rente habe idem valore.
Pro brevitate, me pone :
xe 0"*9 O . anti x = rest(x -|- 5, 10)

Def.

id es, si x = 0, 1, 2, 3, 4, 5, 0, 7, 8 , 9
anti x = 5, 6 , 7, 8 , 9, 0, 1, 2, 3, 4
Numero considerato sume forma :
2 '[1 0 _, anti Cfr nf n \n, N J.
In loco de anticifras de cifras de numeros dato, nos pot sume
alio lege. Sed non lice sume, pr omni valore de n, uno cifra arbi
trario ex cifras differente de Cfr_n / , sine introductione de postu
lato de Z e r m e l o .

3. A ntinom ia E io h a r d .

Prof. E iohard in scripto citato, dice :


crivons tous les arrangements 2 2 des 20 lettres de Pal
pila bei franfais, en rangeant ces arrangements par ordre alphabtique, puis la suite tous les arrangements 3 3,... .
Tout ce qui peut scrire se trouvera dans le tableau dont
nous venons dindiquer le mode de formation .
Ergo classe de phrasi que pot es scripto in aliquo lingua, (per
numero finito de vocabulos) es numerabile, vel habe potestate de
Nj. Tunc es numerabile classe de ideas que pot es expresso per
lingua commune. E t es numerabile classe de numeros decimale (frac
tione proprio) que pot es definito in lingua commune (et per signos de arithmetica et de algebra, que nos pot enuntia in lingua
commune).

S U P E R T H E O R E M A D E C A N T O R-BE RN STE IN E T ADD ITIO NE

351

Auctore pone :
E = numeros decimale que pot es definito in lingua con
siderato ,
et construe super classe numerabile E numero que occurre in theo
rema de C a n t o r in precedente. Id es, si f n es numero de classe
E , de loco n, Auctore considera numero :
N = -SflO 71 anti Cfr_n/ra |, N J

(1 )

et voca 0 phrasi que traduce secundo membro in vocabulos de lin


gua commune. Tunc:
Numero N non pertine ad classe E , per ratione esplicato in
priecedente.
E t pertine ad classe E , nam es definito per vocabulos de lin
gua considerato, in numero finito.
Quod es contradictorio.
Auctore solve contradictione u t seque :
Le groupe de lettres G est un de ces arrangements ; il esis
ter dans mon tableau. Mais la place quil occupe il n a pas de
sens. Il y est question de lensemble E , et celui ci nest pas encore
dfini .
Quod pot es traducto ut seque :
Errore in contradictione praecedente es in secundo affirmatione.
Nam E es classe de numeros definito per vocabulos de lingua commune ; N es numero definito per vocabulos de lingua commune et
per litera E , que non habe sensu in lingua commune. Ergo non lice
conclude que N pertine ad classe E .
Sed classe E es definito per vocabulos de lingua commune.
Ergo, si nos substitue ad E suo definitione, N resulta expresso per
solo vocabulos de lingua commune, et antinomia mane.
Numero N es definito in symbolos per propositione (1).
Membro definiente contine signos constante Cfr, anti, 2 ,... et
signo variabile / . Litera n es apparente. Ergo N es definito per fn ,
elemento de loco n in classe E .
Me continua transformatione de definitione in symbolos.
Me considera literas , b, c,... u t cifra in conveniente systema
de numeratione. Basi B de systema es numero de illos ; circa 25.
Si nos adde alios signo typographico, puncto, spatio..., numero B es
semper finito. Me voca systema alphabetico sistema de numeratione
in basi B, ubi cifras habe forma a, b, c,... z, 0. Ultimo es signo que
non pot es initiale (p. ex. puncto typografico).

G I U S E P P E PEA N

352

Tunc numeros Nt es expresso per :


a, 6 ,... z, 0 , aa, ab,... zz, 0 0 , aOa,... duo,... sex,... uno,...
uno diviso tres,...

Omni successione de literas es numero naturale N 4, scripto in


systema alphabetico.
Si n es numero naturale (Nt), e t Si ilio, scripto in systema al
phabetico, determina successione de literas, qne habe sensu in lin
gua considerato, et defini numero decimale (0 ), me pone :
Valore n = numero decimale, quem numero n , scripto in sy
stema alphabetico, defini, secundo regulas de lingua com
mune.
(2 )
Non per omni valore de n, Valore n es definito.
Numeros naturale, que expresso in systema alphabetico, deter
mina phrasi que repraesenta decimale, constitue classe :
N, r>xa (Valore x e 0)
Numero de loco n in isto classe es repsesentato, juxta conventiones de Formulario (t. V, p. 1 2 0 ) per :
minnjNj <->x3 (Valore x e &)],
et elemento de loco n in E es expresso per :
f n = Valore m inJN j <->X3 (Valore x e &)]

(3)

Nota que f n es valore de phrasi de ordine n que exprime de


cimale. Plure phrasi pot exprime idem numero. Questione non varia
si nos considera solo decimales-differente de precedente.
Formulas (1) (2) (3) exprime definitione de N .
Signo E , non es necessario. Toto definitione de N consta de
propositione (1) que defini X p e r / , de (3) que defini / per V a
lore , et de (2) que defini Valore . Propositiones (1) et (3) es in
symbolo. Definitione de V alore es expresso per lingua commune,
et aliquo obscuritate pot existe in ilio.

4. L a

v r a ie

s o l u t io n

de

M.

o in c a r .

Poincar da de antinomia E i o h a r d , et de alios, solutione sequente (pag. 307) :


E est lensemble de tous les nombres que lon peut dfinir par
un nombre fini de mots, sans introduire la notion de lensemble E
lui-mime, Sans quoi la dfinition de E contiendrait un cercle vicieux.

SU P E R TH EO REM A D E CANTOR-B ERNSTEIN E T A DD ITIO NE

353

Si pr notione E nos intellige signo E , tunc affirmatione de


Auctore concorda cum usu commune, et es parte de regula scripto
in Formul. Y, pag. 14 ; nam definitione de aliquo signo x es s q u a
li tate de forma :
x (expressione composito per signos precedente x).
Regula precedente elimina, in modo mechanico et facile, omni
possibilitate de circulo vitioso.
Regula de Poincar non elimina possibilitate de circulo vitioso,
nam exclude in secundo membro x, sed tace exclusione de signos
sequente x .
Tunc definitiones de R i c h a r d contine nullo circulo vitioso. Re
sulta ex definitiones (1) (3) de 3, expresso in symbolos, et (2) ex
presso in lingua commune, ubi es puncto debile in argumento.
E t solutione de antinomia dato ab Poincar, que accusa defini
tiones de circulo vitioso, non es exacto.
Si pr notione E nos intellige expressione equivalente ad
E , tunc in omni definitione, secundo membro, vel membro definiente, equivalente ad primo, vel membro definito, contine semper no
tione de prim o, et M. Poincar contradice regula de usu commune,
et redde impossibile omni definitione.
Per exemplo, definitione de differentia dato in omni libro (For
mul., Y, pag. 44) es :
a e N 0 . b e a + N 0 .D. b a = i

Def.
Si a es numero, et b es numero 2 : a, tunc b a indica ilio
numero x que satisfac conditione a
x = b .
M. Poincar, pag. 315, dice (quod es in Franco es vocabulo de
Auctore, quod es in Latino es relativo ad meo exemplo) :
Le df aut est encore le mme ; b a est inter t o u s les nu
meros ilio que satisfac conditione ; sous peine de cercle vicieux, cela
doit vouloir dire inter tous les numeros dans la dfinition desquels
nentre pas la notion de minus. Vela exclut numero b a, qui dpend de minus. L a dfinition de b a nest donc pas prdicative.
Definitione de radice non pot es dato que sub forma :
^ x (a

x b) -

a e Q .D. i/a = i Q n x 3 (x2 a)


Def.
Si a es quantitate positivo, tunc Ya indica ilio numero posi
tivo, qne habe pr quadrato a .
Dice Poincar : Defectu es semper idem ; )'a es inter totos
numeros ilio que habe pr quadrato a ; sub pcena de circulo vitioso,
hoc significa inter totos numeros, in definitione de que non es no
tione de /a. Hoc exclude \ja .
23

354

G I U S E P P E PEA NO

Et in pag. 316, Poincar dice:


Le mot tous a un sens bien net quand il sagit dun nombre
fini dobjets ; pour quil en et encore un, quand les objets sont en
nombre infini, il faudrait quil y et un nfini actuel. Autrement
tous ces objets ne pourront pas tre con?us comme poss antrieurement leur dfinition et alors si la dfinition dune noton N dpend de tous les objets A, elle peut tre entache de cercle vicieux,
si parmi les objets A il y en a quon ne peut dfinir sans taire in
tervenir la notion N elle-mme .
Per exemplo, me considera definitione de minimo multiplo com
mune, ut es dato ab Euclide usque ad liodie per toto Auctores
(Formul., Y, pag. 53) :
a, b e N, ,Z>. m(a, b) = min[(a x N*) ^ (6 x IST,)]

Def.

Si a et b es numero naturale, tunc m(, b), lege (secundo Lebesgue, Lucas...) minimo multiplo commune ad a et b, indica minimo
ex multiplos de a et de b .
Dice Poincar : Vocabulo multiplos de a et de b non habe
sensu, nam constitue infinito actuale. Si definitione de m(, 6) de
pende de totos objectos a X ITf < b x N ,, ilio es circulo vitioso, si
inter istos objectos existe uno, m(a, 6 ), que non pot es definito sine
m(a,&) aut phrasi equivalente .
Me supra refer totos tres passu de Poincar ubi exprime suo
idea super definitiones. Sed objectione ad solutione de Poincar es
ita obvio, que me dubita de bene intellige Auctore, et me adde novo
exemplo.
In Analisi es noto que :
x e q .3 . e"1 = cos -}- i sin

(1 )

e = serie noto

(2 )

cos#, sin# = serie noto.

(3)

Formula (1) de E u l e r o exprime exponentiale per functiones


trigonometrico, et exprime ambo functione cos, sin per exp. Ergo
exp. contine notiones sin, cos : et sin, cos contine notione exp.
Regula de Logica Mathematica dice : es arbitrario ordine de
functiones exponentiale et trigonometrico. Si nos presuppone definito
exp. per (2 ), tunc (1 ) defini in modo rigoroso sin et cos.
E t si nos presuppone definito sin, cos per (3), tunc (1 ) es de
finitione legitimo de exponentiale. Hoc es omnino conforme ad opi
nione universale. Regula de Poincar redde illegitimo omni defini
tione ex formula (1 ).

Su p e r

theorema

c a n t o r -b e r n s t e in

et

a d d it io n e

355

In conclusione, Formulario, in parte Logica-Mathematica, contine


in modo explicito aut per citationes, regulas super definitiones et
demonstrationes in Mathematica, detecto ab Aritstotele et Leibniz
usque ad hodie.
Regulas pr definitiones et demonstrationes, collecto in Forrnumulario, per opera de collaboratores, es confrontato cum theorias de
vario Auctores, et es applicato ad numero enorme de definitiones et
demonstrationes de mathematica. Isto regulas es in generale satisfacto per Auctores de Mathematica. Si regula non es satisfacto, in
dica defectu in definitione et in demonstratione, ut in principio di
Zermelo, jam notato, ab 15 anno.
Poincar reconstrue, per proprio compto, Logica-Mathematica,
independente de omni studio praecedente. Suo regula per definitiones,
aut es nimis lato, et non impedi vitio, aut destrue toto Mathema
tica. Ingenio vasto de Poincar non perveni ad regula simplice :
x = expressione composito per signos praecedente,
regula necessario et sufficiente pr eliminatione de circulo vitioso.

5. N oto

s o l u t io n e .

Me procede ad calculo de :
N = ilio numero decimale, que habe pr cifra decimale de ordine
generico n anticifra de cifra de ordine n de numero decimale
expresso per phrasi que habe ordine n inter phrasi, esprimente
numeros in lingua commune, ordinato secundo valore alphabetico,
ut es definito per R i c h a r d , post substitutione de E per suo de
fi niente.
Me seque, in orthographia, Latino.
Nos imagina successione de phrasi, vel de numeros naturale
scripto in systema alphabetico. Primos phrasi, que exprime decimales, es (me suppone) :
duo diviso sex 0-333...
uno diviso duo = 0*5
uno diviso sex 0-1666...
tunc N = 0-851...
Serie de phrasi cum 12 litera, ut praecedentes, in charactere
minuto, forma linea multo plus longo que distantia de Terra ad
Sole,

3B6

G I U S E P P E PEA NO

Nos procede ad plirasi plus longo, ad definitiones de n, de e ,


etc. Quando nos tracta phrasi de 100 literas, linea de cifras calculato per N supera omni mensura de mundo physico.
Nostro mente continua calculo, perveni ad phrasi de 200 literas,
ubi infine se presenta phrasi definiente N.
Me voca m 1 numero de cifras jam calculato de AT, quando
occurre phrasi definiente N.
Tunc nos debe calcula cifra de ordine m de N ; phrasi de or
dine m inter phrasi esprimente numeros es phrasi definiente N .
Tunc regula dice : -
Cifra de ordine m de N vale anticifra de se ipso ,
vel

Cfr_, N = anti Cfr_, N

vel

x = x,

qne esprime absurdo.


Ergo uno de conditione que determina serie de cifras de N es
contradictorio.
Phrasi definiente N habe apparentia de defin numero.
Secundo lingua commune, numero N non existe ; in symbo
los nos non pot scribe

N e 0.
Definitione precedente es simile ad definitiones :
N (maximo numero primo)

(E u c l id e )

= (ilio numero que satisfac conditione x non = x


(R ic h a r d )

= (ilio numero reale que satisfac conditione x"1 -f- 1 = 0 )


= (ilio numero reale que satisfac conditione x 2 1 = 0 )
= (lim sin x, pr x oo)
= (derivata de mod x, pr x 0 )
que habe apparentia de numero, sed non indica numero.
Ratione es obvio, et es scripto in Formulario.
In exemplos praecedente occurre vocabulo ilio , que responde
ad signo i de Formulario. In vocabulos maximo limite de
rivata signo j es in definitione.
Vide in Formulario definitiones de maximo (tomo V p. 46),
de limite (pag. 214). Derivata es definito per limite .

S UPER TH EO REM A D E C A NTOR-B ERNSTEIN E T A DD ITIO NE

357

In omni casa, nt nos pot deduce de definitione aliquo propo


sitione de forma
7

a e w ilio a es u a existe in classe u ,

es necesse et suffice que es satisfaeto conditiones scripto in Formu


lario, in definitione de ? (pag. 13)
ae Cls . a / 1 : x, y e a ,Z>x<y. x = y

a es classe, existente vel non nullo ; et si nos sume duo individuo


x, y in classe a, semper es x = y ;
vel a es conditione que determina uno et uno solo individuo .
In exemplos citato, classe que seque ilio aut es nullo (ut
in casu de R i c h a r d ), aut contine plure individuo.
Praesente solutione fore ultimo? Mane in definitione de jV
puncto debile, suo expressione per lingua commune.
Si phrasi que defini N non exprime numero, ut me supra demonstra, tunc in calculo de N me i pneter ce phrasi, que non de
fini numero, et definitione de N habe sensu ; id es, si N non existe,
tunc existe.
Isto novo antinomia es simile ad affirmationes :
Quod me dice es falso,
Quod me dice es sine sensu,
que, si es vero, es falso, et si es falso es vero (3).
Oontradictione es in ambiguitate de phrasi 2V : es necesse de
adde in modo explicito isto phrasi incluso aut isto phrasi
excluso .
Tunc nos non considera phrasi ambiguo N , et nos procede ul
tra. Pauco plus longe nos inveni phrasi :
N ' = (phrasi N ), isto phrasi excluso ;
N " = (phrasi Ar), isto phrasi incluso.
N" non habe valore, per ratione dicto. N ' repraesenta numero
determinato, pertinente ad classe E , et differente de omni alio nu
mero E , quod pat.
Sed puncto debile principale i n mirabile exemplo de R i c h a r d
es : definitione de N~ es dato parte in symbolos (Prop. 1, 3, pagina
150, 151), et parte non in symbolos (Prop. 2). Parte non symbolico

(3) Russell, The princijates o f Mathematica, passim.

G IU S E P P E PEA NO

358

contine idea de lingua commune , idea multo familiare ad nos,


sed non determinato, et causa de omni ambiguitate. Exemplo de
Richard non pertine ad Mathematica, sed ad Linguistica; uno ele
mento, fundamentale in definitione de N , non pot es definito in
modo exacto (secundo regulas de Mathematica). Ex elemento, non
bene definito nos pot duce plure conclusione contradictorio inter se.
23 angusto 1906.

(144). S U G L I

ORDINI

DEGLI INFINITI

(Rendiconti della R. Accademia dei Lincei, Serie 5a, Voi. X IX , 1 Sem., A . 1910, pp. 778-781)

Cfr. l'annotazione di P e a n o al N. 7 del tra tta to n. 8 (del 1884), rip o rta ta


nel presente volume.
U.C.

1. Come noto, dicesi che la funzione f x diventa infinita di


A*
ordine m , per x vergente ad infinito, quando il limite di
una quantit finita non nulla..
Possiamo limitarci al caso in cui la variabile assuma soli valori
interi ; la funzione si suol chiamare una successione; Si pu sup
porre che f x assuma soli valori positivi ; altrimenti basta parlare
del suo modulo. Allora, adottati i simboli del Formulario mathematicof
da me edito, ediz. 5S, 1908, si ha :
x eQ.
Il numero m pu essere intero o fratto o irrazionale, positivo o
negativo. La funzione il cui ordine di infinito negativo, si suol
dire infinitesima.
Non sempre esiste nel campo delle quantit reali, indicate col
simbolo q , il numero m , che soddisfa alla condizione (1). Allora
D u Bois-Reymond, ed altri, introdussero gli ordini colle definizioni
seguenti :
(2 )

f i 9 QFN 0

ord / > ord g =

fx
Imi
gx

x = oo

(3)

<

Cio ad ogni funzione /


suo ordine.

si fa corrispondere un nuovo ente, detto

eQ
= 0.

360

G IU S E P P E P EA NO

Date due funzioni / e g , si dir che lordine di / maggiore,


o eguale, o minore, dellordine di g , secondoch il limite del rap"foc
porto , variando x (verso linfinito), infinito, o ha un valore
finito, o uguale a zero. Le definizioni (2), (3) e (4) sono definizioni
per astrazione.
Gli ordini delle funzioni costituiscono una categoria di enti, chia
mati ancora grandezze, pi. ampia della categoria q delle quantit reali.
Gli ordini di ex , e*1, ... sono tutti infiniti, ognuno pi grande del
precedente. Gli ordini di log x , log log x , sono grandezze, maggiori
di 0 , e minori dogni numero reale positivo, e ognuno minore del
precedente. Cos si presentano degli infiniti e infinitesimi attuali.
La somma degli ordini delle funzioni f x e gx si suol definire
come lordine del prodotto f x x g x , ove varii x :
(5)

ord / -(- ord g = ord ( fx x gx \ x) .

Questa definizione ha il difetto formale di esprimere ord/-}- ord g


non gi mediante ord / e ord g , ma bens mediante / e g , che non
sono individuate dai loro ordini. In altre parole, la definizione (5)
deve essere accompagnata dalla dimostrazione che la somma consi
derata non varia, se al posto di / e di (7 pongo altre funzioni
aventi lo stesso ordine. B la cosa facile a farsi.
La difficolt incomincia colla definizione del prodotto degli ordini.
Il B o r e l , Lefons sur la thorie de la croissance, Paris, 1910,
ha ripreso a trattare la teoria degli ordini degli infiniti. Egli defi
nisce, a pag. 2 0 , il prodotto degli ordini di f x e gx come lordine
della funzione di funzione f g , cio :
ord / X ord g = ord (f(gx) | x ) .

Questa definizione ha lo stesso difetto formale della (5) ; ma


questo difetto ora reale. Il sig. Y. M ago , nella sua tesi mano
scritta per la laurea alluniversit di Torino, osserva che effettiva
mente ord / X ord g non funzione di ord / , e di ord g , ma
dipende dalla scelta delle funzioni / e g ; ossia sostituendo / e g
con funzioni / ' e g', tali che o r d / = o r d /', e ord g = ord g', non
segue ord / x ord g = ord / ' x ord </'. Basta verificarlo sulle
sempio :
f x = f x = e* , gx = x , g'x = 2x .
Lo stesso inconveniente presenta la definizione che il B o rel
d a pag. 37, che equivale a scrivere :
log/ x log gx

(ord / ) x (ord g) = ord e

Iog x

\x ,

361

SUGLI ORDINI DEGLI INFIN ITI

che d la moltiplicazione di due numeri, ma in cui il secondo


membro non si presenta, e non si pu ridurre ad essere una fun
zione di o r d /, e di ord/. Risulta dallo stesso esempio.
2.
Il fatto che si pu definire la somma, ma non il prodotto di
due ordini ci conduce allosservazione che la definizione dellugua
glianza degli ordini ha dellarbitrario. Le funzioni / e g hanno lo
stesso ordine, se il limite del loro rapporto finito ; ma questo caso
si pu distinguere in altri, secondoch il rapporto minore o mag
giore di 1 , ed essendo l unit, secondoch vi converge crescendo o
decrescendo, ecc. Invece del rapporto, prendendo i logaritmi, si pu
considerare la differenza fra due funzioni. Cosi si condotti ad
unire ad ogni funzione un nuovo ente, che rappresenta lultimo modo
di comportarsi della funzione, e che, in mancanza di termine pi.
appropriato, dir suo fine, e che si definisce per astrazione come
segue.
Il fine duna funzione avente il valore costante a questa
costante.
Il fine duna funzione / maggiore, o eguale, o minore del
fine duna funzione g , se si pu determinare un indice m , tale che
per ogni indice x da m in poi, sempre si abbia
f x > gx , o f x g x ,

o f x < gx ,

In simboli :
(1 )

a e q q fine (t a i N 0) = a

f , g e q FN0 o :
(2 )

f in e / > fine g = a F 0 o m a (x e ni + N 0 q* f x > gx)

(3 )

(4)

<

<

Ad ogni successione / corrisponde allora un nuovo ente, suo


fine ; e questi enti hanno le stesse propriet delle quantit reali,
salvoch non necessariamente il fine di una prima successione /
dovr essere o maggiore, o eguale, o minore del fine duna seconda;
come gi avveniva per gli ordini.
Due funzioni, per aver fini eguali, non necessario che siano
sempre eguali ; basta lo siano da un certo valore della variabile in
poi ; ossia il fine di una successione un ente diverso dalla suc
cessione.

362

G I U S E P P E PEA NO

Fra i fini delle successioni, ci sono le quantit reali come ri


sulta dalla (1 ).
1 fini delle funzioni x , x2 ,... sono infiniti, e ognuno di essi
maggiore dei precedenti.

I fini delle funzioni ,


00

00

,... sono

enti maggiori di 0 , secondo le definizioni (1 ) e (2 ), e minori dogni


quantit positiva.
Si presentano cos nuove categorie di enti infiniti e infinitesimi
attuali, o costanti. E si vede che la differenza fra glinfiniti attuali
o costanti, e quelli potenziali o variabili, questione che ha tanto
appassionato e ancora appassiona i filosofi matematici, sia una que
stione di puro linguaggio. La funzione , per x tendente ad infi
nito, un infinitesimo variabile ; il suo fine un infinitesimo
costante.
Sopra i fini possiamo definire tutte le operazioni algebriche :
(5)

fine / -|- fine g = fine (fx -|- gx)\x


fine / X fine g = fine ( fx X gx)\x,
ecc.

Si riconosce facilmente che i secondi membri sono funzioni di


fine / , e fine g , cio non si alterano sostituendo a / e g altre
funzioni aventi lo stesso fine.
La definizione del fine duna funzione indipendente dallidea
di limite ; anzi si pub definire questo mediante quello :
/ e qFN 0 o max L m / = lt [q <->a 3 (fine / < a)]
cio il massimo limite, la plus grande des limites secondo
C a u o h y , il limite inferiore delle quantit reali, pi grandi del
fine della funzione.
Mediante il fine, si pu definire lordine duna funzione
o r t / ^ n e 108^
^
log X

ove hx una funzione arbitraria, avente un limite finito : lim li e q.


Lordine si presenta come una classe d fini.
Laffermarzione che lordine del logaritmo un infinitesimo col0T lOfif X

stante, si traduce allora nellaltra : ;--------- un infinitesimo va


log x
riabile.

(149). SULLA DEFINIZIONE D I FUNZIONE


. (Rendiconti dell R. Accademia dei Lincei, Serie 5a , Voi. XX, 1 Sem., A. 1911, pp. 3-5)

Lavoro connesso a qnelli di logica, pubblicati nel Volume I I di queste


O pere scelte in particolare al lavoro n. 163 (del 1913).
U. C.

I professori' W h i t e h e a d e R u s s e l l dellUniversit di Cam


bridge pubblicarono da pochi giorni il primo volume di unopera col
titolo Principia mathematica. un grande libro, di quasi 700 pagine
in 4, edito col sussidio del governo inglese, e collaiuto dellUniversit di Cambridge.
Le questioni relative ai principi della matematica, vi sono
magistralmente ed esaurientemente trattate. Il libro quasi tutto
scritto in simboli di Logica matematica.
Gli Autori (pag. 2), cominciano collesporre le ragioni che li
forzano alluso dei simboli. Le idee di logica, che occorre adoperare,
sono pi astratte di quelle considerate nel linguaggio comune. La
struttura grammaticale del linguaggio rende difficile lanalisi delle
proposizioni. Ladattazione delle regole del simbolismo ai processi
di deduzione aiuta lintuizione.
II simbolismo rende le proposizioni limpide e terse, e permette
di riconoscerne le singole articolazioni. La completa enumerazione
delle idee e dei passi di cui consta un ragionamento necessita luso
dei simboli.
La necessit dei simboli generalmente riconosciuta per laritme
tica, lalgebra e il calcolo, meno ammessa trattandosi di logica,
compresa quella logica che occorre in matematica.
Gli Autori usano i simboli di logica matematica esposti nelle
prime pagine del Formulario mathematico da me pubblicato (edi
zione 5 * ,. 1905-1908).
Li espongono per in altro ordine, vi aggiungono numerosi nuovi
simboli, appropriati alle ricerche da essi intraprese, e ne costitui
scono una vasta teoria.

364

G I U S E P P E PEA NO

Nel Formulario mathematico , le teorie di logica sono ridotte


al puro necessario per comprendere le loro applicazioni alla Mate
matica. Le difficolt vi sono a preferenza evitate, anzich superate.
Quindi i nostri Autori, seguendo altra via, definiscono la classe,
che nel Formul. data come idea primitiva.
forse utile il richiamare, che il linguaggio comune spesso ha pi
termini sinonimi per rappresentare la stessa idea. Cosi in matematica
elementare, sono sinonimi le parole addizionare, aggiungere, sommare;
e alcuni libri scolastici si illudono di definire l uno di questi ter
mini per esempio l'addizione, mediante l 'aggiungere. Parimenti sono
sinonimi, o differiscono solo per la forma grammaticale, i termini
classe, insieme, gruppo, aggregato, propriet, ecc. ; il definire luno
per laltro, costituisce un circolo vizioso. Parimenti un circolo
vizioso la definizione di funzione, mediante i termini equivalenti
corrispondenza, relazione, operazione, successione, ecc., ove questi
termini non siano alla loro volta convenientemente definiti.
I
nostri Autori dnno le definizioni simboliche di relazione e
di funzione.
Essendo queste definizioni riuscite nel Formulario mathematico,
pp. 73-82, un po oscure, causa la brevit, qui propongo di far vedere
come, partendo dai simboli del Formulario, si possa parimenti giun
gere alla definizione di relazione, quale classe di coppie.
Suppongo note: le lettere variabili a, b ,... x , y , z ; la punteg
giatura o parentesi, i segni = ( eguale), q (si deduce), e ( un),
3 (i quali), ft (esiste), n (et, sottinteso), Cls (classe), Cls (classe di).
Quali relazioni passino fra le idee espresse da questi segni, e
quali si possano assumere come primitive, discusso nel Formulario.
Ammetto inoltre lidea di coppia degli enti x e y , che indico,
seguendo il Formulario, col segno x ; y. In matematica indicata
generalmente con ( x , y ) , nella scrittura / ( x , y). Ma noi non pos
siamo usare le parentesi in un senso diverso dalloriginale, che
quello di aggruppare le parti di una formula. Allora pongo :
a , b e Cls. 3 a i b = * a [ 3 (* ; y) a (x s a y e b = oc ; 3/)]

Def.

Indicando con a e b due classi, allora col nuovo simbolo a i b,


che si potr leggere ad esempio a con b, intendiamo per definizione,
ogni ente z tale che si possano determinare x e y in modo che x
sia un elemento della classe a , e y nn elemento della b , e z sia
la coppia x ; y .
Oppure in modo pi. conforme al linguaggio comune, a i b
l insieme di coppie formate da un elemento di a con un elemento di b.

SULLA D E F I N I Z IO N E DI FUN ZIO N E

365

Allora Cls 7 (a i b) rappresenta una relazione fra gli a e i 6 . Ad


esempio, per schiarire le idee, se per classi a e & prendiamo la
classe dei numeri reali, indicati nel Formulario con q , allora se
x , y e q , x ; y la coppia di numeri reali, o il punto del piano
di coordinate x e y ; q i q indica linsieme dei punti del piano;
Cls (q i q) indica una figura qualunque nel piano, cio una relazione
fra le ascisse e le ordinate dei suoi punti.
Perci potremo definire il simbolo Relatio introdotto dai
nostri Autori
Relatio = u a {a (a ; b) 3 \a , b e Cls . w e Cls (a i fc)] j

Def.

Relazione ogni ente u , che sia Cls (a b), ove a e b sono


classi che si possono determinare .
u e Relatio q Dominio u = x 3 [ ^ y a (y -, x eu)]

Def.

Se u indica una relazione, per dominio della u , intendiamo


linsieme degli enti x , i quali, riuniti in coppia con convenienti
elementi y , formano coppie di elementi di u .
E cos si possono seguire i nostri Autori nelle teorie succes
sive.
Per gli autori che parlano di functio polydroina , la parola
funzione equivalente a relazione. Ma ora in generale i eultori dellAnalisi attribuiscono alle funzioni la monodromia ; cio la funzione
una relazione speciale, che ad ogni valore della variabile fa cor
rispondere un sol valore. Si potr definire in simboli :
Functio = Relatio n u 3 [y -, x e u z -, x e u Ox,,* V =

Def.

Funzione ogni relazione u tale che, se due coppie y ; x e


2) ; x , aventi lo stesso secondo elemento, soddisfano alla relazione u ,

necessariamente segua, qualunque si siano x , y , z , che y = z .


E cos, senzaltra difficolt, si possono introdurre le ulteriori
/notazioni e formule dei nostri Autori.

(156). SULLA DEFINIZIONE D I PROBABILIT


(Rendiconti dell R. Accademia dei Lincei, Serie 6a, Voi. X X I, 1 Sem., A . 1912, pp. 429-431)

La definizione comunemente adottata la probabilit di un


avvenimento il rapporto del numero dei casi favorevoli allavve
nimento, al numero dei casi possibili , e si suole aggiungere, o
subito, o dopo una pagina, a condizione clie questi ultimi siano
egualmente possibili .
Invece di dire, col Bertrand, che i casi si suppongono egual
mente possibili, dicono alcuni, col Poincar, che i casi sono egual
mente verosimili, o col Borei, egualmente probabili.
Questa definizione, che definisce la probabilit mediante il pro
babile, contiene un circolo vizioso evidente. Il circolo vizioso pi
nascosto, ma rimane, se al posto di probabile usiamo un sinonimo :
possibile o verosimile ; poich al posto di probabilit potremmo dire
possibilit o verosimiglianza.
Il circolo vizioso riconosciuto da; parecchi autori. Il Poincar
dice : La dfinition complte de la probabilit est donc une sorte
de ptition de principe. Une dfinition mathmatique ici nest pas
possible . E il Borei dice : Cette dfinition renferme en apparence
un cercle vicieux , e afferma impossibile il dare una definizione di
probabilit senza servirci del linguaggio ordinario.
Io
mi propongo di dimostrare che possibile la definizione
simbolica di probabilit, cio che si pu formare uneguaglianza il
cui primo membro la probabilit che si vuol definire, ed il secondo
membro un gruppo di simboli precedentemente definiti, seguendo
il mio Formulario Mathematico, editio Y.
D e f in iz io n e .

o,, b e Cls. Num a e N j . q . P (6 , a) Num (a n 6)/Num a


che letteralmente si legge : Se a e b sono classi, e il numero
degli individui della classe a finito, allora il nuovo simbolo

36?

SULLA D EFIN IZION E DI PROBABILIT

P( 6 , a) vale il numero degli a che sono b, diviso pel nnmero


totale degli a .
Accostandoci alla definizione comune, possiamo leggere la defi
nizione simbolica come segue : Se la classe dei casi possibili,
che si suppongono in numero finito, e 6 la classe dei casi favo
revoli, col simbolo F (b , a), che si legge : probabilit dellavvenimento
6 fra gli avvenimenti a, si intende il rapporto fra il numero dei
casi possibili, che sono favorevoli, al numero totale dei casi possibili .
I
simboli matematici sono spesso suscettibili di pi interpreta
zioni. La definizione simbolica che precede, si pu anche leggere :
Se a una lega, & il metallo fino, o oro, allora P(&, a),
che conviene di leggere : titolo della lega, si intende il rapporto fra
il numero dei grammi doro che sonvi nella lega, al peso totale
della lega .
I
teoremi fondamentali sulle probabilit assumono forma sempli
cissima come pure le loro dimostrazioni.

P ro b a b ilit

to ta le .

a , b ,c e Cls. N um a s N 1 . a n 6 rc = i ^ . Q . P(& ^ c , a) = P(b , a)

P ( c , a).

Se a , b ,o sono classi, se il numero degli a finito, e se non


esistono a che siano ad un tempo 6 e c, allora la probabilit che
s presenti un caso b o un caso c fra i casi a, la somma delle
probabilit che si presenti b fra gli a, ovvero si presenti c fra gli a .
Dimostrazione. Dalla logica si ha a{b 0 c) = ab u ac , e dal
laritmetica, teoria della numerazione, si deduce Num {ab v ac)
= Num ab -(- Num ac . Divido per Num a ; dalla definizione di P,
si ha il teorema.
P

r o b a b il it

co m po sta .

a ,b , c e Cls. Num a e N , . 9 . P (b <->c , a) = P(& , a) X P (c , a n b).


Nelle stesse ipotesi, la probabilit che si presentino ad un
tempo gli avvenimenti b e c fra gli a , cio che il caso a abbia ad un
tempo le qualit 6 e c , il prodotto della probabilit che si presenti
b fra gli a , per la probabilit di c fra gli a che sono b .
una forma, scritta col segno P , dellidentit aritmetica :
Num (abc)
Num a

Num (ab)
Num a

Num (abc)
Num (ab)

368

G I U S E P P E PEA NO

C o n c l u s io n e .

Il simbolo P(6 , a) che si definisce, funzione di due classi


variabili a e b. lecito leggerlo probabilit dellavvenimento dun
caso b fra i casi a ovvero percentuale dei b fra gli a , o altri
menti, purch sempre si enuncino le due variabili a e b.
La frase comune probabilit dun avvenimento , si presenta
come una funzione duna sola variabile, dellavvenimento ; e dato
lavvenimento, non risultano determinate le classi dei casi possibili
e favorevoli.
La questione qual la probabilit che domani piova non
ha senso, perch non sono enunciate le due classi a e b da cui
dipende la probabilit. Yi si pu rispondere completando la frase
ellittica, per esempio cos : la pluviosit in questo mese, o sta
gione, o in tutto lanno, cio il rapporto fra il numero dei giorni
di pioggia e il numero totale dei giorni nel mese, o stagione, o
anno, tanta .
La frase probabilit di un avvenimento una frase incom
pleta ; e considerandola come completa, assoluta, si incontrano le
difficolt ; basta completarla, collenunciare le due classi variabili,
per eliminare ogni difficolt. una frase simile alle :
il punto a fisso (senza dire rispetto a chi) ;
il numero a costante (senza dire chi varia), ecc.

(159). DER IVATA E DIFFERENZIALE


(A tti della Reale Accad, delle Scienze di Torino, voi. X L V H I, A . 1912, pp. 47-69)

P e r il sno contenuto storico critico questo lavoro connesso anche a quelli


di logica pubblicati nel Volume I I di queste Opere scelte .
V. C.

I trattati moderni di analisi infinitesimale sogliono definire la


derivata duna funzione come il limite del rapporto incrementale.
Poi definiscono il differenziale della funzione quale il prodotto della
sua derivata pel differenziale della variabile indipendente. Questo
poi, si definisce come una quantit arbitraria, costante o variabile,
o come un incremento della variabile, finito o infinitesimo ; e l in
finitesimo variamente trattato. Alcuni autori, quali Todbunter,
dy
Veblen, considerano il come un simbolo per indicare la deridx
vata, e indecomponibile negli elementi dy e dx.
La cosa diventa molto pi chiara, se si definisce il differenziale
come sinonimo di derivata. Lidentit fra differenziale e derivata
sar qui schiarita con argomenti logici e storici.
II lettore, che desideri verificare i brevi testi dei varii autori,
che qui saranno riprodotti, potr, se gli comodo, consultare il
Formulario mathematico , da me edito ; e il cui tomo V, 1906-08,
citer collabbreviazione (Formul.). Sar bene ricordare che le cita
zioni storiche ivi contenute furono quasi tutte raccolte dal Dr. Gio.
Vacca, gi assistente di Calcolo infinitesimale presso la R. Univer
sit di Torino. Egli pure mi coadiuv validamente nella riduzione
in simboli dei teoremi di Calcolo infinitesimale.
Largomento logico molto semplice, che dovunque sta scritto
differenziale, si pu leggere derivata, e la verit della proposizione
rimane.
Ad esempio, prendo una delle formule scritte da Leibniz nel
1677, e riprodotte nella celebre memoria Nova methodus pr
24

570

G IU S E P P E PEA NO

maximis et minimis , Acta erud. 1684 :

Essa si pub leggere : la derivata di vale meno la derivata di


x , divisa per x 2 . Si suppone implicitamente che x sia funzione
d una variabile.
La formula, ove u f ( x , y , z ) :
du = f i dx + f y dy + f i dz ,
che nei libri moderni si suol dare come definizione del differenziale
totale, si pu leggere la derivata di tt la somma dei prodotti
delle derivate parziali di / per le derivate delle funzioni x , y , .
Questa proposizione si suol dare come teorema, o regola per derivare
le funzioni composte. -

dy

Lespressione che si suol interpretare come un simbolo per


dx
dire derivata di y rispetto ad * , si pub leggere derivata di y
divisa per la derivata di x .
La

d?y

, che si suol leggere derivata seconda di y rispetto

ad x , si pu anche leggere derivata seconda di y divisa pel


quadrato della derivata prima di x , supposto che la x varii unifor
memente . Questa ipotesi del moto uniforme di x , ossia che la
derivata di x sia costante, sempre espressa ai tempi di Ber
noulli, Taylor, Maclaurin (Formul, pag. 304) ; solo nei tempi moderni
essa condizione si tace.
Del differenziale sotto il segno integrale parler fra breve.
Risulta che i differenziali sono derivate di funzioni, la variabile
indipendente quasi sempre indeterminata, cio pu essere qualun
que. Per, bench raramente, troviamo negli scritti di Leibniz
(Formul. pag. 277) :
dx 2 = 2x ,

dx3 = 3x2 ,

ove, senza alcun dubbio, il simbolo d di Leibniz, e che egli chiama


differentia, la nostra derivata.
Formule non omogenee nei differenziali, e in cui quindi diffe
renziale significa la moderna derivata, e non semplicemente quan
tit proporzionale alla derivata, si incontrano ancora in Condorcet,
Miscellanea Taurinensia, t, IV, anno 1766-69.

DERIVATA E D IFFERE NZ IAL E

37

Newton, nel suo celebre libro^ Philosophiae naturalis prin


cipia mathematica, di cui la prima edizione del 1686, parla di
fluentes e fluxiones, che si sogliono ora tradurre in funzione e deri
vata ; la fluxione l ultima ratio degli incrementi delle variabili.
In quel libro non c alcun simbolo per indicare la derivazione ;
solo posteriormente egli scrisse un punto sulla variabile per indi
carne la flussione. Ma lidentit fra il dx di Leibniz e a; di Newton,
e delle rispettive scuole, fu affermata dai loro successori.
Cos lo sviluppo in serie di potenze, mediante le derivate suc
cessive, fu data da Joh. Bernoulli nel 1694, e da Taylor nel 1715 ;
e dalla seconda si passa alla prima leggendo d al posto del punto.
Sicch ben a ragione il Bernoulli protest che la serie di Taylor
la sua sub alio tantum characterum habitu .
La identit fra differenziale e flussione, affermata da Mac
Laurin, A treatise of fluxions, 1742 723, pag. 591 : The
Symbol x or dx expresses th fluxion of x .
Leseur et Jacquier, editori e commentatori dei Principia
di Newton, nel 1790, nota 158, affermano parimente :
Fluxiones secundae designantur sic z , y , x , vel d d s , ddy ,
ddx .
Adunque era opinione generale, ai tempi di Leibniz e Newton
e loro successori immediati, che vi fosse identit fra il differenziale
d x , e la flussione x , e siccome si ritiene ora che la flussione di
Newton sia la derivata attuale, cos per un secolo il differenziale
fu sinonimo dellattuale derivata.
U n metodo per riconoscere lidentit o meno fra differenziale,
flussione, e derivata di ricorrere alle definizioni loro. Ma questo
metodo non applicabile ; perch la derivata si present come un
elemento geometrico, tangente ad una curva, o meccanico, velocit
dun punto.
Gli autori espressero questo concetto mediante altre frasi, come
rapporto di quantit infinitesime, o ultima ratio , o momento ;
ma la definizione aritmetica di derivata non si trova n in Leibniz,
n in Newton, n in Eulero : e questa lacuna era universalmente
avvertita.
Per esempio, Newton, dopo considerato lultima ragione di due
grandezze evanescenti, dice Objectio est, quod quantitatum evanescentium nulla est ultima proportio ; quippe quae antequam evanuerunt, non est ultima ; ubi evanuerunt, nulla est . Che si pu
tradurre alcuni definiscono la tangente ad una curva, come la
retta che unisce due punti coincidenti, o consecutivi, o infinita

372

G IU S E P P E PE NO

mente prossimi della curva ; ma si pu obiettare, cbe questa retta


non esiste ; poich finch i due punti sono distinti, la retta non
ancora la tangente ; e quando i due punti coincidono, la retta non
pi determinata . Newton risponde allobiezione con ragioni tratte
dalla meccanica-fisica ; i concetti considerati non sono ancora espressi
colla matematica pura.
Lagrange, nella Thorie des fonctions analytiques, dgage
de toute considration dinflniment petits, dvanouissans, de limites
ou de fluxions pubblicata nel 1797, crede di liberarsi di questi
concetti mal definiti, come infinitesimi, e limiti. Perch la parola
limite, al pari di infinitesimo, di ultima ragione, di valor vero dun
0

rapporto che si presenta sotto la forma , era una delle tante


forme per nascondere la difficolt.
Lagrange defin derivata di f x , quale il coefficiente di li nello
sviluppo di f (x
li) secondo le potenze di li. Ma questo sviluppo
in serie :
f ( x - \ - li) f x + h f ' x + ...
non si pu interpretare nel senso che la serie nel secondo membro
sia convergente, ed abbia per somma il primo. Questo modo di in
terpretare la serie, troppo stretto, posteriore a Lagrange ; si trova in
Cauchy, e dur tino agli ultimissimi tempi. Quella serie si deve inter
pretare come un modo abbreviato per indicare una successione di
limiti. Io ho dato questinterpretazione pi lata della serie di po
tenze, o serie di Taylor, nel 1884 (Formul. pag. 299) ; Poincar nel
1886 la chiam serie asintotica. In sostanza, la formula precedente
significa :
I I - L < +

*> -

= / ,

sicch la lmite, di cui Lagrange si voleva dgager, comparisce da


unaltra parte.
Si noti che Lagrange scrive sempre f x , f ' x , e non f ( x ) , f ( x )
colle parentesi. Il Serret, che cur la 4a edizione del 1881, alter
le formule di Lagrange ; sono fedeli la 2* ed. del 1813 e la 3 del
1847.
La definizione, mediante sole idee di matematica pura, del
limite, o espressioni equivalenti, infinitesimo, valore ultimo, diffe
renziale, somma di infinite quantit, ecc., cercata durante pi secoli,
fu enunciata solo da una quarantina di anni (Formul. pag. 232).

DERIVATA E DIF FERENZIA LE

373

La definizione di limite involve idee matematiche semplicissime,


unite a idee logiche : Data una prima quantit, se ne pu deter
minare una seconda, in modo che comunque si prenda una terza
quantit, si abbia mod (y a) < li .
La prima, seconda e terza quantit, o variabili, debbono es
sere rispettivamente accompagnate dai segni logici q (si deduce),
[I (esiste), e q . Ogni spostamento di queste tre relazioni logiche
Oi Hi Oi rende falsa la definizione. E pare che vi sia molta diffi
colt a intendere la successione di tre relazioni logiche, servendoci
del linguaggio comune. La definizione di limite, di continuit equa
bile, di convergenza equabile, contengono la successione di relazioni
logiche 0 a 0 j e sono scoperte dellultimo mezzo secolo.
noto che le successioni q q e g; g si riducono rispettivamente
a 0 e JJ.
Le lettere x , y , z , di cui si considerano i differenziali dx ,
d y , dz , o flussioni x , y , z , non indicano numeri, ma bens indicano
funzioni, il cui valore nn numero.
Nel Formulario, scritto q invece di numero, o quantit,
reale . Sulle lettere x , y , z di cui parliamo, non bisogna fare le
ipotesi x q , y q , ecc.; ma bisogna farne unaltra che spiegher.
Nelle scritture log or, s i n # , ... e in generale f x , la x il valore
della variabile, log, s in ,... / detto segno o caratteristica della
funzione ; e sin 0 , sin 1 , sin x , f O , / 1 , / x sono i valori della
funzione corrispondenti ai valori 0 , 1 , x della variabile (*).
Secondo questa nomenclatura, che si incontra in Lagrange, la
parola funzione isolata, non ha pi ragione di essere ; ma si hanno
a considerare solo la caratteristica della funzione , e il valore
della funzione . Alla parola funzione dar il valore di caratteri
stica della funzione e quindi in log x, log la funzione, e log x

(*) Scriver ain, come abbreviazione del latino ainua, secondo luso costante
in Francia, Germania, Ingh ilterra, Russia, e fino nel Giappone ; poich le formale
m atem atiche hanno la stessa forma ovunque, eccetto in Italia, ove si moder
nizzato il latino ninne in aen. E quest'uso italiano anche contrario alletimologia ;
invero seiio italiano non h a il valore del latino-matematico ainua. noto che
Ptolemeo calcol le corde degli archi da 0 a 180; e tu tto ra ne possediamo la
tavola. Lastronomo arabo Al B attani, nell800 pieg la corda in due , e chiam
gib la m et della corda ; e questa parola araba vale francese p ii, italiano piega.
I m atem atici europei, nel 1500, tradussero larabo gib, nel latino ainua, che in
latino classico h a il valore di piega. Cos Virgilio nuda genu, nodoque sinus
collecta flnentes vuol dire che Venere si present a Enea, nuda il ginocchio, e
raccolta lo fluenti pieghe della veste.

374

G IU S E P P E PEANO

il valore della funzione corrispondente al numero x. Per prendere


un esempio pi volgare, nellespressione padre di Pietro , la
prima parte padre di indica la funzione o corrispondenza, o
termine relativo ; e tutta lespressione ci dice il valore della funzione.
I
trattati di analisi solevano, e molti ancora sogliono distin
guere le quantit in costanti a , b , . . . , e variabili x , y ,... Ma
questa distinzione non ha senso ; perch ogni lettera dellalfabeto ha
lo stesso valore, cio un valore costante, in tutta la formula ; ed
ha un valore variabile da formula a formala. Cos nella formula
a

, 6 Eq q . (a -\-

bf

= a2 -f-

2 ab

-f- b2,

la a indica lo stesso valore nellipotesi a una quantit e nei


due membri dellidentit.
La proposizione precedente rimane vera sia che si legga sem
plicemente se e b sono quantit , ovvero se a e b sono
quantit costanti , o se esse sono quantit variabili .
Parimenti la frase sia a una quantit data, determinata,
fissa significa sia a una quantit non data, indeterminata, va
riabile ; perch sempre invece della prima espressione si pu usare
la seconda, e la verit della proposizione rimane. Questi aggettivi
costante, fisso, dato, sono in generale, in matematica, dei pleonasmi.
Alcune volte le parole costante e variabile hanno valore rela
tivo ; cio si pu dire che y quantit variabile con x ; ma
allora y non una quantit, non vero che y q ; bens y appar
tiene alla categoria delle funzioni.
Molti trattati definiscono la funzione (e cos scrissi anchio) :
dicesi che y funzione di x , se ad ogni valore di x corrisponde
un valore di y . Ma qui si definisce la parola funzione mediante la
parola corrispondenza, che non stata prima definita. Il circolo
vizioso si pu celare alquanto, dicendo che per ogni x risulta de
terminato y , per ogni x si ha il valore di y ; poich il termine
funzione espresso mediante determinazione ; ovvero espresso da
elementi grammaticali per, si ha. Lidea espressa dalla parola f u n
zione, o dai suoi sinonimi operazione, corrispondenza, relazione, ap
partiene alla logica pura. Come essa si possa esprimere mediante le
idee primitive della logica, si pu vedere nel Formulario mathema
tico, ovvero nel grande libro di R u s s e l l e W h i t e h e a d , Principia
mathematica.
Nel Formulario, col simbolo v F u, ove u e v sono classi, si
intende funzione che ad ogni u fa corrispondere un v . La pr-

DERIVATA E DIF FERENZIA LE

375

priet fondamentale del simbolo :


/i)F' = :x tu -Q z -fx tv
dire che / un v funzione degli w , significa dire che, comunque
si prenda x nella classe u, sempre f x un individuo della classe v .
La classe il campo in cui definita la f ; i valori della fun
zione / appartengono al campo v , senza necessariamente riempierlo
tutto.
Per esempio si ha :
sin 6 q F q ,
che significa :
x q q sin x 6 q.
Per indicare la derivata, al simbolo A di Leibniz, preferisco
la lettera D, pi evidente, adottata da Arbogast nel 1800, poi abi
tualmente da Cauchy (Formul. pag. 304). Allora si ha per esempio:
q 0 D sin x = cos x ,
che si legge se a: una quantit (costante o variabile), si ha che
la derivata del sinm , pel valore x, vale cos x . A l posto di x posso
mettere un numero qualunque, per esempio 0 ; essendo vera lipotesi,
poich 0 q , si sopprime, e risulta :
D sin 0 = cos 0 = 1.
La scrittura D sin x o in generale D f x contiene tre segni :
D, / , x. La successione di tre segni abc pu essere decomposta colle
parentesi in due modi: (ab)c e albe). La scrittura D f x deve es
sere intesa decomposta in (D f)x, derivata della funzione / , pel
valore *, e non gi in D (fx), derivata del numero f x , che non
ha senso. Per esempio D sin 0 significa (D sin) 0, o cos 0, e non gi
D (sin 0), cio DO, che non ha senso.
Se alloperazione funzionale D diamo la forma dun punto su
periore, secondo Newton, o dun accento a destra, secondo Lagrange,
losservazione rimane. La scrittura f ' x di Lagrange eignifica (f')x,
e non (fx ). E pare che sia appunto per indicare che T>fx (Arbogast)
o f ' x (Lagrange) si debbano interpretare (D/)x e ( f ) x , che alcuni
autori scrivono D / (x) , f ( x ) .
Invece di D sin x si potr scrivere sin' x, ma non (sin x)' ;
questa deve sempre essere accompagnata dalla spiegazione : (sin x)'
non indica gi un ente che dipende da sin x, come le parentesi
indicano, ma bens .... Nella formula (sin*)' = cos x , posto x = 0,
si ha : 0 ' = 1 , formula senza senso.

376

G I U S E P P E PEA NO

Anche la scrittura D / (x) che si deve leggere noi scriviamo


le parentesi attorno alla x , per indicare che esse vanno attorno al
gruppo D/ , presenta difficolt e complicazioni del tutto inutili;
essendo una, convenzione contraria alle convenzioni fatte sulle pa
rentesi in matematica elementare. Secondo questa convenzione ge
nerale, le parentesi' servono a raggruppare pi segni; entro paren
tesi non si pu trovare una lettera sola. Ohi scrive D / (x) invece
di (D f ) x , dovrebbe anche scrivere ab(c) invece di (ab)c.
Ohi scrive colle parentesi f(x), dovrebbe, per uniformit, anche
scrivere sin (x), log (%), ed /{(x -)- h)), con doppia parentesi, perch
gi una parentesi serve a raggruppare i tre segni x ,
h.
Queste parentesi parassite allungano le formule, ed obbligano
ad accompagnarle con spiegazioni in linguaggio comune. Ma in un
gran numero di formule completamente scritte in simboli, producono
confusioni ed anche equivoci. Perci gli autori che pi curano la
forma dei simboli, sopprimono queste parentesi. Per esempio, H a m il
ton , Elements o f quaternions, 1899, tom. I, a pag. 402, ove comin
cia a parlare di funzioni, scrive ancora / (x ), secondo luso comune,
ma subito a pag. 465 e successive scrive f x . E non scrive mai le
parentesi trattandosi di quaternioni ; le parentesi inutili compliche
rebbero molto questa teoria, profonda pei concetti, ed elegante per
la forma simbolica.
Ecco in breve, la storia delle parentesi attorno alla variabile.
Prima di Lagrange non si scrisse mai nelle formule la variabile ;
le lettere x , y , z hanno un significato oscillante fra caratteristica
e valore duna funzione. Questa notazione ancora in uso oggi,
promiscuamente colle notazioni posteriori, in uno stesso libro, e
qualche volta anche in una stessa formula.
Lagrange, nellopera citata del 1797, introduce la notazione fx ,
ove distingue la caractristique / dal valore della funzione f x .
Ma gi in questopera, a pag. 66 , trattandosi duna funzione F (x, y)
di due variabili, si incontra la notazione F" (y) per indicare la de
rivata prise relativement y seul, ci che oggi molti scri
vono Fy.
Parseval, nelle Mmoires de lInstitut , t. 1, anno 1798, oltre
alla notazione, ancora in uso, fi? fi con indice r, per indicare il
valore della funzione f i , rispondente al valore r della variabile,
scrive pure, per lo stesso scopo,
, ove le parentesi attorno ad r
stanno per avvertire che non si tratta duna potenza ; e scrive poi
<p (ai), ove le parentesi avvertono che non si tratta dun prodotto
aritmetico, ma bens di ci che oggi chiamasi prodotto funzionale.

DERIV ATA E DIFFERENZIALE

377

Cauchy, nel 1815 (Mm. pubblicate nel 1827) usa con regola
uniforme le parentesi attorno alla variabile ; e questuso va in se
guito diffondendosi.
Chi vuole che le formule matematiche dicano tutto, senza bi
sogno di addizioni verbali, non pu dare ad un segno due valori.
Lattribuire alle parentesi, oltre alla funzione di raggruppare pi
segni, ancora unaltra funzione, come il voler fare unaritmetica
decimale, in cui le cifre 6 e 9 siano rappresentate da uno stesso
segno.
La formula gi vista :
x 6 q 0 D sin x = cos x ,
ove si consideri leguaglianza
prop. 1-6), si pu scrivere:

delle funzioni (Forami, pag.

81

D sin = cos.
Se, con Hamilton, indichiamo con exp la funzione esponen
ziale, cio poniamo exp x e1 , potremo scrivere :
D exp = exp.
Se con log intendo logaritmo dun numero positivo e
con / intendo reciproco, si avr :
D log = / .
Se / vale reciproco , ja vale reciproco di a , e b/a vale
il prodotto di b pel reciproco di a , che si indica abitualmente con
, notazione la cui esecuzione tipografica costa tre volte quella
(t
della b/a.
Se suppongo che x sia funzione reale di variabile reale,
x qFq, siamo anche tentati di scrivere :
D sin x = cos * X Dx
ove D sin x indica D (sin *), e non gi (D sin)#, il quale ultimo
vale solo cos x.
Se invece di D leggo d , ho le note formule sui differenziali,
come si trovano scritte da Leibniz.
E quindi siamo indotti a ritenere che le lettere x , y , z ,.. .
di cui Leibniz prendeva i differenziali, e Newton le flussioni, siano
delle funzioni, cio esattamente dei qFq.
Per formule del tipo dellultima scritta non si trovano nel
Formulario ; esse darebbero luogo ad equivoci. Invero nel calcolo

378

G I U S E P P E PEA NO

funzionale, il prodotto, o successione di due funzioni f g , p. es. log sin,


ha gi un senso, la funzione / della funzione g, o il logaritmo del
seno ; e non possono pi assumere quello di prodotto aritmetico
dei valori di / e di g. Cos / 2 indica f f , cio la / della / , e non
la funzione il cui valore sia il quadrato aritmetico del valore di / ;
e sin 2 x indica sin sin x , e non gi (sin x f .
Scrivere sin 2 x per indicare (sin x )2, , dice Gauss, ganz
gegen alle Analogien .
Per eliminare questo equivoco, senza bisogno di dire col lin
guaggio comune il senso delle formule, ma in modo che le formule
esprimano da s il loro significato, basterebbe distinguere, con segni
speciali, i prodotti funzionali dai prodotti aritmetici.
Ma pi semplice lo scrivere esplicitamente la variabile in
dipendente.
Se / (la caratteristica d)una funzione, e x una lettera (va
riabile come ogni lettera dellalfabeto, che non sia eretta a simbolo,
come i numeri e , n), con f x \ x intenderemo la stessa / . Questo
simbolo | x, leggasi variando x , permette di ritornare dal valore
della funzione alla caratteristica della funzione, e si user quando
lespressione che contiene x non abbia ancora e si voglia ridurre ad
avere, la forma f x .
Per esempio, se pongo f x = x2, potr ricavare / = x 2 | x ; e
siccome x2 si pu leggere quadrato di x , ne risulta che x2\x
rappresenta la funzione quadrato di .
Allora non c pericolo di confondere fg , prodotto funzionale
di / e g , colla funzione h [(/a?) (gx)} | x, che d hx = (fx ) (gx).
Per vedere come funzionano le parentesi fra i simboli di deri
vata, di funzione, e di numero, riproduco lenunciato del teorema
sulla derivata di funzioni di funzioni, dal Formul. pag. 281.
u , v EClsq / EqFw g tu F v x v n dv gx du Df(gx), Dgx q [)
D

(fg) x = I ) / (gx) X Dgx.

Supponiamo che u e v indichino due classi di quantit, che /


indichi una quantit funzione definita nella classe u , e che g sia
un u funzione dei v, cio sia g unaltra funzione dei v , i cui valori
appartengano alla classe u. Prendiamo un x nella classe v , e che
appartenga anche alla classe derivata di v , cio sia infinitamente
prossimo ad altri v ; ci necessario per poter parlare di T>gx. Sup
poniamo poi che g x ," valore corrispondente ad a? di g, il quale va
lore necessariamente un w, appartenga alla classe derivata di u.

D ERIVATA E DIF FERENZIA LE

378

Supponiamo infine lesistenza della derivata di / , pel valore g x ,


e della derivata di g pel valore x. In tale ipotesi, si ha la formula
scritta .
Ricordiamo che per le convenzioni gi fatte sulle parentesi
T>(fg)x vale [D(frj)}r.t e T)f(gx) vale (Df)(g.r).
Nella formula ora scritta, posso al posto (li f e g porre fun
zioni speciali ; per es., log e sin ; e ricordando che D log = /, e che
D sin = cos, ho la formula
D(Iog sin) x = (/ sin x) X cos x.
A questo risultato non si pu arrivare con una sostituzione
materiale nelle formule scritte nei comuni trattati di calcolo. La
formula che comunemente si legge,
dy
dx

dy
du

di
dx

la quale inintelligibile nel giusto senso, se non vi si aggiunge a


parole o ve ^

indica la derivata di y rispetto ad x , e ^

indica

la derivata di y rispetto ad u , considerando la u come variabile


indipendente . Questa formula, che non completa, poich deve
essere completata dal linguaggio comune, anche contro la storia.
La formula precedente in Leibniz una vera identit aritmetica,
poich d y, d x , du hanno in tutti i posti ove sono scritti, lo stesso
senso.
Se nella formula precedente
I) (/</)* = Df(gx) x D gx ,
al posto di x leggo t , e al-posto della funzione g leggo a:, e la
variabile t , invece di scriverla sullo stesso rigo, la scrivo come

indice, secondo un uso di quei tempi e dei nostri, ottengo :


D (fx)t ~Df(xt) x D xt .
Qui sottintendo lindice t ; scrivo secondo Lagrange f invece
di T ) f, e secondo Leibniz, d invece di D , ed ho la formula ibrida
nelle notazioni
d{fx) f'{x) x dx ,
e, supposto dx non nullo :

880

G IU S E P P E PEA N O

Qui conservo le parentesi attorno ad x, per ricordare che x sta


(IfiV

per x ( . Questa formula rassomiglia molto alla comune f (x) = -4 ,


dx
ove mancano le parentesi attorno ad f x . Se pongo y = f x , la for-

clif

mula diventa f / ( x ) = , e nessuna parentesi necessaria, anzi


quella attorno ad # superflua.
Passiamo alla notazione dellintegrale. La definizione di inte
grale pi semplice di quella di derivata. Invero, la derivata si
definisce come un limite, e in questa definizione comparisce la
successione di segni logici f),
f) ; invece nella definizione di
integrale compaiono solo i limiti superiore e inferiore di certe classi
di numeri.
La definizione di limite superiore, dal Formul. pag. 107, :
u EClsQ , a E Q . o : a = l'u . = . 9a = Ou
Se u una classe di quantit positive e se una quantit
positiva, allora dicesi che a. il limite superiore degli u, quando la
classe dei numeri minori di a coincide colla classe dei numeri mi
nori di qualche u .
E se si vuol eliminare il simbolo 9, che rappresenta la classe
dei numeri fra 0 e 1 , ovvero se si vuol ridurre il qualche del lin
guaggio comune ad essere espresso con sole operazioni logiche fon
damentali, leguaglianza, logica 9a = 9u equivale alle due proposizioni :
x u . o * . * <; a
x 9 a . o . fi u * y 3 (y > x)
Se x un u, esso sempre minore di a, non esclusa legua
glianza .
Se a? un numero minore di a, si pu determinare un nu
mero della classe u, e y tale che soddisfi la condizione y > x .
D i queste due condizioni, la prima contiene un solo segno '),
e la seconda la coppia q .
In molti trattati sta definito lintegrale come il limite verso
cui tende una somma ; la definizione dellintegrale come il limite
superiore dei valori della somma sta lentamente diffondendosi (For
mul. pag. 343).
Cavalieri, nella geometria degli indivisibili, 1639, pag. 524, dice
tutte le linee del triangolo , tutti i quadrati del triangolo
invece degli attuali integrale dellordinata, o del quadrato dellor

DERIVATA E D IFFER ENZIALE

381

dinata, del triangolo , o coi simboli comuni f xdx , J x 2dx. (Formul.


pag. 352).
Parimenti Wallis, nel 1605 dice radices quadratica universales invece del nostro f f x d x . (Formul. pag. 356). Mercator nel
1668 (Formul. pag. 246), dice summa quadratorum col valore
del nostro J x zdx ; e summa invece dellattuale integrale occorre in
Keplero 1605, e altri (Formul. pag. 359, 246).
Pertanto, in conformit del linguaggio matematico di quel tempo,
lintegrale o somma di tutti i valori della funzione / , si pu indi
care con S/, ove S liniziale della parola summa. I limiti dellin
tegrale si esprimevano sempre col linguaggio comune. Volendosi
scrivere nella formula, S ( / , w ) indicher l integrale della funzione
/ , esteso allintervallo u o la somma di tutti i valori di / , o
larea descritta dallordinata fx , mentre lascissa x varia nellinter
vallo u . Si avr cos (Formul. pag. 359) :

h t) -

S [ sin, 01

71

lintegrale del seno, nellintervallo da 0 a vale 1 .


Se invece di dare la caratteristica della funzione, diamo unespres
sione che contiene x, ne dedurremo la caratteristica operando con | x ;
quindi per esempio (Formili. 350) :
Q . 0 . S (x m | x, 0) = 1 / (m -j- 1 ),
notazione del tutto conforme al linguaggio di Cavalieri, Wallis,
Mercator, ecc.
La regola dellintegrazione per sostituzione (Formul. pag. 350) :
a, b q . g, Dg (q F IH b) cont . / [q F (g( H 6)] c o n t. Q .
s ( f i 9a j 9b) = s if9 x X Igx \x ) a, b)
date due quantit a e b, e una funzione g reale e continua, in
sieme alla sua derivata, nellintervallo da a a 6 ; e una funzione /
reale e continua definita nel campo dei valori assunti da g (la
quale / potrebbe anclie essere definita in un campo pi vasto), si
ha la formula scritta . Se, in modo analogo a quanto si fatto
per la derivata delle funzioni di funzioni, al posto di x leggo t
come indice, al posto di g leggo x, e sottintendo i limiti, si avr :
Sf S{ fx t X Dx() ;
e se qui sottintendo lindice t, e scrivo d invece di D, si ha :
S / = S f x dx ,
ove il secondo membro tutto conforme alla notazione di Leibniz.

382

O IU S E P P E PEA NO

La somma di tutti i valori della funzione / vale la somma di


tutti i valori della funzione f x moltiplicata per la derivata di x,
qualunque sia la funzione x duna variabile arbitraria . In altre
parole, S / secondo i primi matematici, diventa S fx d x , ove si lasci
indeterminata la variabile indipendente.
Leibniz, per la somma, scrisse una s minuscola ; per es. lettera
a Wallis, 29 martii 1697 : ubi s significat Summationem, et d
Differentiationem . La s minuscola si ingigantita in maiuscola
(Lagrange 1760), e poi oltre.
Confrontando la notazione del Formulario S (xm j x, 0 H 1 ) con

quella moderna equivalente f x md x , si e indotti a ritenere clie il
0

segno d stia per indicare la variabile dintegrazione, ed abbia il


valore del nostro segno |. Ed effettivamente ora il segno d nellin
tegrale sta puramente per indicare la variabile dintegrazione ; ma
in origine esso rappresentava la differenza, o derivata. I limiti poi,
scritti in basso o in alto dellintegrale, e introdotti da Fourier
(Mm. 1815), non rispondono allidea primitiva; invero f ( x m \ x, OH 1)
vale V f xmd x , ma non fra i limiti 0 e 1, bens fra i limiti della
variabile indipendente, cui corrispondono i valori 0 e 1 della x.
Le cose dette precedentemente sono molto contrarie allopinione
e uso comune ; e questa la ragione per cui scrivo il presente
articolo. Per non sono tutte nuove; perch altri gi si occuparono
delle notazioni del calcolo infinitesimale.
Ed assolutamente necessario riportare qui le parole dun
illustre matematico e filosofo, che una morte immatura rap recen
temente alla scienza ; seguiranno brevi note.
II.
P o i n c a r , L a notation diffrentielle et lenseignement (LEnseignement mathmatique , 1899, pag. 106) :
Dans un article trs intressant de M. H. Laurent, sur les
mathmatiques spciales en Franc, je lis la phrase suivante : Ce
n est pas, je pense, ici quil convient de montrer combien la nota
tion diffrentielle est plus commode que celle des drives ; cest
aux gens comptentes que je madresse et non des lves, et je
pense que personne ne contester la haute porte philosophique de
la doctrine diffrentielle . Je ne dirai pas que j ai lu cette phrase
avec tonnement ; car elle exprime une opinion assez rpandue ;
mais, en ce qui me concerne, je conteste absoluinent les avantages
de la notation diffrentielle et je crois quon ne doit lenseigner
aux dbutants que quand ils sont dj familiariss avec la notation
des drives. La notation de Leibniz, dit M. Laurent, est plus com

De r iv a t a

d if f e r e n z ia l e

383

mode que celle de Lagrange. Pourquoi plus commode f J en cherclie


les raisons et je nen trouve que deux :
1 Si on emploie les accenta pour reprsenter les drives,
on sera priv de cette ressource pour distinguer les unes des autres
des quantits analogues, mais diff'rentes ; on ne pourra plus dire,
par exemple : soient x, y, z et x ', y ', z ' deux points dans Pespace ;
2 Pour faire connatre la variable par rapport laquelle
on diffrentie, il faut affecter les lettres dindices qui peuvent de
venir gnants ponr le typographe si la lettre porte dj dautres
indices pour une autre cause.
Ce sont l des inconvnients tout matriels, tout extrieurs
et qui peuvent tre compenss par des avantages de mme orche,
tei que le suivant :
Je veux reprsenter la valeur que prend la drive de
/ (a;) pour x = 0 ; je n ai aucun moyen de le faire avec la notation de Leibniz; avec celle de Lagrange je n ai qu crire /'( 0 )
[Nota 1 ].
Mais, dira-t-on, cest l prendre la question par le petit ct.
Que sont ces considrations purement matrielles auprs de la haute
porte philosophique dune notation qui rappelle chaque instant
la dfinition, le sens profond des quantits que lon a manieri
Hlas, elle ne les rappelle que trop, et il vaudrait mieux les rappeler moins que de les rappeler imparfaitement. Neuf fois sur dix,
on nvitera les erreurs quen tchant doublier la signiflcation
primitive de ces symboles ; cest ce que je vais montrer bientt.
Quant moi, j emploie dordinaire la notation diffrentielle,
dabord parce que cest la langue que parlent la plupart de mes
contemporains et ensuite cause des petites raisons matrielles que
j ai exposes plus haut. Mais si j cris en diffrentielles, le plus
souvent je pense en drives [2]. J ai dit que la notation diff'rentielle est imparfaite et nous expose l erreur ; cest ce quil me
reste dmontrer.
Tout va bien quand on se borne aux diffrentielles du premier
ordre et quand il ny a quune variable indpendante. Oh alors,
j approuve sans rserve tout ce quon peut dire au sujet de la
porte philosophique du symbole leibnizien et de ses avantages.
Mais, ds que l on passe aux drives du second ordre, on
nage dans labsurdit ; soit z une fonction dune variable y qui est
elle-mine fonction de x ; j cris :
d*z _ d2z dy2
dz d2y
. .
dx2
dy 2 dx 2
dy dx*

384

G I U S E P P E PEA N O

Dans cette formule j cris deux foia d2z, et ee symbole a deux


significations diffrentes. Dans le second membre, il signife que si
je donne y deux accroissements suceessifs gaux, la fonction z
subit deux accroissements suceessifs dz et dz
d2z.
Dans le premier, il signifie que si je donne x deux ac
croissements suceessifs gaux, do rsultent pour y deux accrois
sements suceessifs ingaux, la fonction z subit deux accroissements
suceessifs dz et dz -f- drz.
La difficult saggrave si on a plusieurs variables indpendantes ; j cris :

L encore nous avons trois fois le symbole dz avec trois


significations diffrentes. La premire fois dz reprsente l accroissement subi par z quand x et y se cbangent en x
dx et y -f- dy ;
la seconde fois laccroissement de z quand x et y se changent en
x -f- dx et y ; la troisime fois laccroissement de z quand * et y se
cbangent en x et y -(- dy.
Que de piges viter ! Aussi les dbutants ne les vitentils pas. J ai vu un lve intelligent et dj avanc exposer comme
il suit la tMorie de la vitesse du son, et masquant seulement par
quelques artifices ce que sa dmonstration avait de choquant.
Nous avons intgrer lquation
d2z
dt2

% d2z
a dx 2

je divise par d2z et je multiplie par dx 2 ; j ai :


dx2
-w = a
do :
dx
d = a
ce qui prouve que le son peut se propager dans les deux sens
avec la vitesse a. Cest singulier, rpondait lexaminateur,
excellent physicien que je ne veux pas nommer; votre dmonstration
est bien plus simple que toutes celles que je connaissais ; et il lui
donna la note 19.
Si je voulais tre mchant, il ne serait pas difficile de trouver
des erreurs analogues dans des livres mprims.

385

DERIVATA E D IFFERE N Z IA L E

Lemploi des 8 ronda est un palliatif insuffisant. Ce nest


pas deux formes de d quil faudrait, il en faudrait cinq, il en
faudrait dix [4].
Pourquoi en somme est-on plus choqu de ses anomalies,
pourquoi engendrent-elles relativement plus derreurs ? Cest parce
quon oublie l origine de ces notations, qiion ne considre pas =
dx*
comme le quotient de deux quantits d2z et dx 2 envisages sparment, mais quon regarde au contraire cette fraction comme un bloc,
comme la drive seconde de * par rapport x. Cest en un mot
parce quon pense en drives.
Il faut donc apprendre penser en drives ; quand on aura
pris cette habitude on pourra sans clanger se servir de la notation
leibnizienne. Il est clair que le meilleur moyen de donner cette
habitude aux lves, cest de leur enseigner dabord la notation de
Lagrange. Quand ils seront familiariss avec ce langage, quandils
sen seront servis dans de nombreux exercices, quand ils sauront
faire un changement de variables [5] on pourra sans inconvnient
leur parler de la notation de Leibniz. Jusque-l on doit s en abstenir,
ou tout au moins se borner aux diffrentielles du premier ordre et
seulement dans le cas o il n y a quune variable indpendante. Si au
contraire ds le dbut -on veut leur apprendre faire des changements de variables avec la notation de Leibniz, ils ne sauront jamais
les faire correctement [6 ].
Je ne veux pas dire quil ne faut pas, plus tard, leur ensei
gner la notation diffrentielle ; il faut quils puissent manier ce
langage qui est usit par tout le monde, de mme quil faut savoir
lallemand, bien que cette langue ait des rgles de construction
ridicules et un alphabet qui na pas de sens commun, parce quelle
est parle par soixante millions dhommes dont beaucoup sont des
savants.
Il est un cas cependant o la notation diffrentielle reprend
tous ses avantages, o ses inconvnients disparaissent, et o lon
ne peut lui refuser une haute valeur philosophique et ducative.
Cest celui o lon nenvisage que des diffrentielles du premier
ordre et avec une seule variable indpendante.
Il peut tre utile de se familiariser de bonne heure avec
cette notation, dapprendre ainsi raisonner correctement sur les
infniment petits. On comprendra ainsi facilement la tliorie des
petites erreurs, si importante pour la pratique.

25

S86

G IU S E P P E PEA NO

En rsum, en mathmatiques spciales, on doit employer


presque exclusivement la notation de Lagrange ; on fera connatre
aux lves les diffrentielles premires, en insistant surtout sur le
cas oh il n y a quune variable indpendante.
Si on aborde le cas o il y en a plusieurs, on se servir
exclusivement de la notation de Lagrange pour les drives par
tielles ; on n crira jamais :
d f = ? f d x + ? fd y
J
Sx
dy J
mais
d f= fx d x + fy d y

on sabstiendra absolument de parler des diffrentielles secondes.


A lIcole polytechnique et dans les Facults, on enseignera la
notation diffrentielle et on lemploiera de prfrenee .
[Nota 1 ]. Veramente Lagrange scrisse f ' x e non f'( x ) . Alla
notazione di Leibniz basta aggiungere il valore della variabile ; cio
scrivere T)fx, o dfx, ove Leibniz scrive solo df.
[2] Siccome differenziali e derivate sono identici, secondo gli
autori dei secoli scorsi, si pensa-sempre nello stesso modo, sia pen
sando agli uni che alle altre.
[3] Lespressione della derivata seconda duna funzione di fun
zione, coi simboli del Formulario, si scrive :
u, v Glsq . / q F . j E F . * E J ) n 2v . gx 2w . Df(gx), T)2f{gx),
T>gx , D 2gx q . Q .
D 2 (fO * = D 2f(gx) X (D g x f -f- i)f(gx)

D 2 gx .

Dati i due campi di variabilit u e v, ed / una quantit


funzione definita in tt, e g un numero della classe u funzione dei
v ; se x un numero della classe v , e della sua derivata seconda
(e quindi della: derivata prima ; ci necessario, affinch si possa
parlare di derivate prima e seconda di / ) , e se gx un numero
della derivata seconda di u , ed esistono le derivate prima e seconda
di / , pel valore gx, e le derivate prima e seconda di <j pel valore
x, allora si ha la formula scritta .
Questa formula non presenta alcuna ambiguit, perch lia
uninterpretazione sola ; ivi, al posto di / , g, x si possono sostituire
funzioni determinate, o un numero determinato, e si trova meccani
camente una formula vera; e differisce in sostanza dalle formule
ordinarie solo nelle parentesi, che qui sono messe a posto.

DERIVATA

d if fe r e n z ia l e

387

Non risulta che la formula citata dal Poincar si trovi in


Leibniz ; queste scritture ambigue debbono essere dellultimo secolo.
[4] Che i 3 tondi non bastino per indicare le derivate, fu gi
osservato da Jacobi, loro introduttore (Formul. pag. 278).
[5] Il cambiamento di variabili, di cui parla lautore, costituisce
appunto le regole della derivata di funzione di funzione, e dellin
tegrazione per sostituzione, sopra trattate.
[6 ] Qui si intende di parlare, non delle notazioni di Leibniz,
ma della degenerazione moderna di quelle notazioni.
Mi manca il tempo e la pazienza di ricercare chi sia il primo
ad affermare che dx, dy siano infinitamente piccoli, il che, nel senso
che oggi si attribuisce allinfinitamente piccolo, contrario a ci
che scrisse Leibniz ; poich oltre allesempio gi citato, ove dx = 1,
possiamo ancora citare laltra frase : recta aliqua pr arbitrio assumpta vocetur dx (Formul. pag. 277). N chi sia il primo ad
affermare che dx sia un incremento (infinitesimo o non) di x, il che
sempre ne limita il valore.
Da una raccolta di citazioni, che debbo alla gentilezza e studio
del Dr. Togliatti, gi mio studente, estraggo quanto Begue :
Db l H o s p i t a l , Analyse des infiniment petits, 1716 :
La portion infiniment petite dont une quantit variable augmente ou diminue continuellement, en est appele la diffrence.....
On se servir dans la suite de la note ou caractristique d pour
marquer la diffrence .
M. Y a r i g n o n , claircissemens sur lanalyse des infiniment petits,
1725:
La diffrence ou diffrentielle dune quantit est laccroissement ou la diminution instantane de sa valeur .
M. G a e t a n a A g n e s i , Instituzioni analitiche, 1748 :
Si chiama differenza o flussione duna quantit variabile quella
porzione infinitesima, ecc. .
Una quantit infinitamente piccola e costante, intesa come una
quantit minore di ogni quantit assegnabile, contraddittoria in
s stessa ; poich ogni quantit maggiore della sua met.
Una quantit infinitesima, e variabile, presenta le difficolt
gi esposte a proposito della parola variabile. Dice un autore
apriamo un trattato di calcolo infinitesimale, o di fisica matema
tica ; tutti i dx, dy, che a libro chiuso erano fissi, diventano varia
bili e si precipitano a zero; chiudiamo il libro per riaprirlo allin
domani } tutti i dx, d y ,... sono al loro posto !

388

G I U S E P P E PEA N

Enti infinitesimi, nel senso che appartengano ad una categoria


di enti, comprendenti le ordinarie quantit positive, sopra i quali
enti siano definite le comuni operazioni e relazioni aritmetiche, e
di cui uno sia minore dogni numero positivo, pur essendo maggiore
di zero, non presentano alcun assurdo in se stessi. Furono studiati
da numerosi autori ; per es. da me nella nota Sugli ordini degli
infiniti nella E. Accademia dei Lincei, 16 giugno 1910. A questi
infinitesimi costanti si riducono in sostanza gli infinitesimi variabili,
bene espressi. Ma questi infinitesimi non sono necessarii, anzi inu
tili, in un corso di Calcolo infinitesimale ordinario.
Per nulla impedisce di dire, ove lo si trovi comodo, che dx,
dy, derivate di x, y, sono la misura degli incrementi momentanei o
infinitesimi di * e y ; e sopprimendo la parola misura, si potr dire
che d x , dy sono gli incrementi infinitesimi di x , y ; bench dx e dy
siano quantit determinate e finite.
In conclusione, Leibniz fu il primo a introdurre i simboli fun
zionali d e s , che chiam differenza e somma, e ne scrisse le regole
fondamentali. Invece di differenza, si disse pi tardi anche differen
ziale ; Newton lo chiam flussione, scrivendo un punto al posto di
d ; Lagrange lo chiam derivata, e scrisse un accento invece di d ;
e contemporaneamente indic esplicitamente la variabile indipendente.
Arbogast e Canchy mutarono d in D, conservando lindicazione della
variabile indipendente.
Il
smbolo s d somma fu chiamato integrale da Joh. Bernoulli
nel 1690 (Formul. pag. 342) e si ingigant in J" nellultimo secolo.
Il
calcolo infinitesimale, come scienza o successione di teoremi
non il lavoro duna persona ; bens di tutti i matematici da
Euclide ed Archimede fino ad oggi. Per spetta a Leibniz il merito
daver introdotti dei simboli per le operazioni, di aver mostrato
come si operi su questi. E questo merito ritenuto grande da tutti
coloro che pensano che lanalisi essenzialmente un linguaggio ben
fatto.
Le notazioni di Leibniz sono ancora le pi chiare ; per co
modo, per ragioni tipografiche, di scrivere le majnscole D e S invece
delle minuscole originali d e s . Ed inoltre, se si vuole che le formule
dicano tutto,, senza bisogno di aggiunte verbali, s deve scrivere
esplicitamente (quando occorra) la variabile indipendente.
Cos si hanno esattamente le notazioni seguite nel Formulario
Mathematico.

(161). SULLA DEFINIZIONE D I LIMITE


(A tti della Reale Accad. delle Scienze di Torino, Voi. X LV IU , A. 1912*13, pp. 750-772)

Complemento ai lavori ni. 52, 68 e 70, pubblicati dal 1892 al 1894, e gi


incnsi nel presente volume.
P er il contenuto storico critico, e la forma simbolica delle proposizioni,
questo lavoro anche connesso a quelli di logica pubblicati nel volume I I di
queste Opere scelte .
TJ. C.

Il
presente scritto uno studio critico comparativo di alcune
definizioni di limite, quali trovansi nei trattati ad uso delle scuole
secondarie e universitarie. Loccasione a questa raccolta di defini
zioni fu una discussione fra alcuni colleghi sulla convenienza, o
meno, di introdurre nelle scuole secondarie la derivata duna fun
zione. Questa innovazione gi fu fatta o tentata allestero ; in Ita
lia, i Programmi di Matematica, proposti per i licei moderni ,
pubblicati nel Bollettino della Mathesis , dicembre 1912, con pre
fazione del prof. G. Castelnuovo, della li. Universit di Roma, con
tengono appunto, per la II Classe : Concetto di limite. Tangente
ad una curva. Lunghezza dun arco e derivata duna funzione . E
per la III Classe : Cenno sullintegrale definito .
#
# #
Il
Formulario Mathematico , edizione del 1906-08, contiene
la seguente definizione del limite duna successione :
D e f in iz io n e I.

x qFNj . a E q . o . = lim# . = : li i Q . 0 * . a N t <->


m 3 [n Nj . o mod (xm+n a) < /].
Se x una quantit funzione dei numeri naturali (ossia se
x i x 2 x s ... sono quantit, o se x una successione di quantit) ; e

390

G I U S E P P E PEA N O

se una quantit (determinata e finita), allora dire che il li


mite di x, significa dire che, comunque si prenda la quantit posi
tiva h , ne risulta che si pu prendere un numero ni tale che, co
munque si prenda il numero n , sempre si ha che il valor assoluto
di xm+ a sia minore di h .
La parte aritmetica della definizione :
mod (*,+ <i) < h,
che contiene i soli segni + , , < , mod. Sicch la definizione si
pu dare anche prima della moltiplicazione dei numeri reali.
Sotto laspetto logico, la definizione ha unipotesi, che precisa
il significato delle lettere x ed a : % una successione di quantit,
ed una quantit finita. Il primo membro, il definito, tutta
l eguaglianza a = lim x , che contiene le variabili reali a ed x. Il
secondo membro poi, o definiente, contiene, oltre alle variabili reali
x ed a, tre variabili apparenti h, m, n, rispettivamente accompagnate
dai simboli D> 3 > D > o nel linguaggio comune per ogni h , e per
qualche m, e per ogni n ; cio la proposizione universale in h ,
particolare in ni, ed universale in n.
Non permesso di invertire lordine delle tre lettere h, m, n ;
n di scambiare i segni f) ed a , senza alterare il senso del definiente.
La definizione precedente di limite ben nota, e fa parte di
tutti i buoni trattati. Eccone un esempio :
B a ik e , Thorie des nombres irrationnels, des limites et de la continuit, pag. 18.
On dit que la suite
(1)

Uj , V/2 , . , iln , . .

a pour limite le nombre X, si, qnels que soient les nombres X' et X" satisfaisant aux conditions
X ' < X < X"
il y a un entier p tei que, pour n > p, on a
X ' < u n < X" .
Basta, al posto di u , X, X', X", p , n leggere x, a, a li, a
h,
n, per avere la definizione I.
Alcuni autori preferiscono cominciare dal caso particolare in cui
il limite zero :
m, m

SULLA D EFINIZION E DI L IM IT E

x qF Hj . 0
m

e f in iz io n e

391

II.

lim * = 0 . = : A e Q . O A . g [ N 1n
3

[n Nj .

. mod xm+n < h\.

Da essa si risale al limite generale colla definizione :


x q F N t . a q . Q : lim x = . = . lim (x n a) ( n 0 .
Cosi fa C e s r o , Introduzione al Calcolo infinitesimale :
Si dice che il numero an infinitesimo, o che tende a 0, se
ad ogni numero positivo e corrisponde un numero v tale che per
n > v sia sempre | an | < e.
Si dice che an tende ad a , quando la differenza an a
infinitesima .
Lunica obbiezione che si possa fare, se convenga, oltre alla
nomenclatura lim x = 0 , di usare anche la equivalente x in
finitesima .
La definizione II contiene nna variabile reale di meno che la
I, poich manca la lettera a. Ma il membro definiente contiene sem
pre tre lettere apparenti ; e deve essere completata colla definizione
successiva. Sicch non c vantaggio della II sulla I.
Per definire la derivata, come limite del rapjmrto incrementale,
bisogna aver definito il limite duna funzione quando la variabile
assume valori costituenti un gruppo qualunque di quantit, per
esempio in un intervallo. I numeri costituenti un intervallo non
sono disposti in successione, e per un celebre teorema di Cantor,
non si possono disporre in successione. La definizione secondo il
Formulario , pag. 232, :

e f in iz io n e

III.

u CIsq . x u . / q f u . a q . q . \ a lim (/, u, x) . = : k Q .


O/t a Q n h 3 [j/ w ~ i x . mod (y a;) < h . o . mod {fy a) < ft].
Sia u una classe di quantit (un gruppo o insieme di nume
ri), e sia x un elemento della classe derivata di u (cio sia x infi
nitamente prossimo ad u differenti da esso). Sia / una quantit fun
zione data pei valori u della variabile ; e sia a nna quantit deter
minata e finita. Allora diremo che il limite della funzione / ,

392

G I U S E P P E PE A N O

nel campo u , pel valore x , quando, comunque si fissi la quantit


positiva h , si pu fissare la quantit positiva h , in modo che co
munque si fissi un valore y nel campo u , differente da x, ma tale
che disti da x meno di h, sempre si ha mod (fy a) < fc .
Questa definizione contiene nellipotesi, e nel membro definito,
quattro lettere reali u, x , f , a ; nel membro definiente, oltre alle stesse
lettere reali, contiene le apparenti c, h, y, accompagnate rispettiva
mente dai simboli logici q, jj, q.
Essa si trova in tutti i buoni trattati :
D A r o a is , Calcolo infinitesim ale :
Diciamo che l il limite di y per x convergente ad a , pei

valori di G , se dovremo solo considerare i valori del gruppo G ,


quando dato a, possiamo determinare o sappiamo che esista un
intorno di , pei punti x del quale sia:
| y l | < 0 .
Invece della nostra notazione lim (/, u, x) = <r, pi comune la
lim /( z) = n ,
Z X

la qxiale contiene una. lettera apparente, e non necessaria ; in essa


si scrive z = x, per dire z assume tutti i valori, eccetto il valore
x , cio proprio lopposto di ci che sta scritto ; e infine la nota
zione comune non contiene la variabile reale u , cio il campo di
variabilit della variabile indipendente.
Anche le notazioni abbastanza diffuse :
lim /(z )

ZZ+Q

lim /(z )
z -cc-0

per dire :
lim [/, u n ( x -\- Q), x]

1 lim [/, u n (x Q), *],

difettano della variabile reale u ; e sono contrarie alle notazioni del


lalgebra elementare, secondo cui x -j- x 0 = #.
La definizione III un po pi lunga, ma non pi. complicata
della definizione I. A r z e l tent di far dipendere la III dalla I,
dicendo : noi diremo che lim ( / , u, x) = a , quando comunque si
prenda una successione y t yt ... di valori appartenenti alla classe u,
e vergenti ad n , il limite della successione f ( y i) f ( y 2) . Ma
per dimostrare lequivalenza di questa definizione colla III e per
dedurre i teoremi sui limiti, necessario ammettere che si possano
scegliere ad arbitrio infiniti elementi , il che non lecito.

SULLA D EFINIZ ION E DI LIM IT E

393

#
Alcuni autori invece di dire comunque si prenda la quantit
positiva h dicono comunque piccola si prenda h , o essendo h
una quantit piccolissima, arbitrariamente piccola, ecc. . Questag
giunta non necessaria ; ed un pleonasmo. In modo simile si do
vrebbe dire per m sufficientemente grande e per n comunque
grande . Le due prime aggiunte si trovano in :
G r a s s i , Preparazione matematica allo studio della chimica fisica
1912, pag. 7 :
Tutte le volte cbe dato un numero e piccolo ad arbitrio si possa
trovare un valore di n abbastanza grande perch il termine ennesimo
della successione e tutti i seguenti siano in valore assoluto inferiore
ad e si dir che la successione ha per limite lo zero, oppure che il
termine generico nn di essa infinitesimo col tendere di n all oo .
probabile che qualche studioso, nel leggere queste definizioni,
si domander che cosa sia una quantit comunque piccola, o suffi
cientemente piccola, e potr arenarsi, prima di accorgersi che quegli
aggettivi sono pleonasmi. Io credo conveniente di sopprimere tutti i
pleonasmi. La matematica brilla per la sua semplicit.
*
##
Una variante alla definizione di limite si trova in alcuni autori :
A r z e l , Calcolo infinitesimale :
Se assegnato a piacere un numero positivo a , comunque pic
colo, si pu sempre trovare nella successione uno dei termini che
sia, esso e tutti i successivi, in valore assoluto inferiore a a si dir
che la successione tende al limite zero .
Qui si dice si pu trovare un termine, che coi successivi ,
invece di dire' s pu trovare un posto, un indice, tale che coi
successivi . Ora, dato lindice, determinato il termine ; ma non
viceversa ; poich se la corrispondenza fra posto e termine non
univoca, uno stesso termine pn occupare pi posti.
Ter esempio, ogni termine della serie :

+ + -5-+ T + T + T + T + - pure termine della serie :


1

394

G I U S E P P E PEA NO

tuttavia, la somma della prima non b minore della somma della se


conda, come dice chi confonde i termini cogli indici.
#
**
La prima definizione di limite, in cui si trovano le tre variabili
apparenti (li, m, n, della I), scritte nellordine voluto, e di cui si
fanno le precise affermazioni universale, particolare, e universale, ,
secondo le mie ricerche, di Ossian Bonnet, del 1871 ( Formul.',
pag. 232).
Nei tempi precedenti (e anche in autori successivi) o manca
qualche lettera, o le variabili apparenti sono permutate.
Ebbe grande diffusione la forma adottata da S e r r e t , Calcul
diffrentiel (3fenl" d., 1886) : La diffrence puisse devenir et demeurer constamment infrieure une quantit donne quelconque.
Qui le tre variabili apparenti m, n, li sono espresse dalle parole
devenir , demeurer , quantit donne .
La generazione precedente invece studi la definizione di Duh a m e l , Coiirs dAnalyse (2 rae d., 1847) : Nous appelons limite
dune variable une quantit constante dont la variable approche
indfiniment sans jamais latteindre .
Secondo questa definizione, il limite del poligono regolare di n
lati inscritto nel cerchio di raggio 1 , il quadrato di lato 2 , poich
larea del poligono si va avvicinando senza fine, senza raggiungerlo
mai. E il limite del pendolo oscillante in un mezzo resistente, cio
S ili OC

della funzione ------ per x infinito, non la posizione dequilibrio,


00
perch la raggiunge infinite volte, avvicinandosi ed allontanandosi
alternativamente.
*

*#
noto che si possono commutare due segni q successivi : se
per ogni ni si ha che per ogni n, si ha ecc. significa se per ogni
n si ha che per ogni tn, si ha ecc. . E si possono pure commutare
due a successivi se si pu fissare m, in modo che si pu fissare
n significa se si pu fissare n in modo che si pu fissare m .
Ma i segni Q'g[ non si possono commutare.
La proposizione :

* Q o* a Q ^ y 3 {y < x) Se x una quantit positiva, si pu determinare una quan


tit positiva y tale che si abbia y <^ot vera. Commutando

SULLA D EFINIZ ION E DI LIM ITE

395

si ha :

a Q y 3(* e Q . o* y < x).


Si pu determinare una quantit positiva y, tale che se *
una quantit positiva, si abbia y < ^ x , che falsa.
Cio data una quantit, si pu trovare ima quantit minore ,
ma non vero che si possa trovare una quantit minore di ogni
data quantit .
Se nella definizione I, ci permettiamo di portare h dopo m ed
n, si ha la relazione fra a ed x :
a Nj n m 3 [n E Nj . : h E Q . Qh mod (xm+M a) < h].
S i pu determinare un ordine m, in modo che qualunque sia
lindice m -|- n, successivo ad m, la differenza xm+n a sia sempre
in valore assoluto minore della quantit positiva prefissata h .
Essa evidentemente si riduce alla proposizione con due sole
lettere apparenti :
a Nj ^ m 3 (n E N, . q + = )
Questa relazione fn da me indicata colla scrittura a = fine x ,
in un articolo Sugli ordini degli infiniti, R. Accad. dei Lincei ,
16 giugno 1910. Questi fini delle funzioni hanno notevoli propriet;
la loro introduzione nellinsegnamento professionale pare prematura.
Basta il constatare che, mutando il posto di h , si ottiene un ente
tutto diverso.
Scambiando lordine delle lettere m ed n, si ha la nuova rela
zione fra a ed x :
EQ . o h : E

. Qn . 51 N t r. w 3 [mod (#>+ a) < h]

che nel Formulario indicata col simbolo a E Lm x, a b un ele


mento della classe limite di x :
Qualunque si sia la quantit positiva h, ed il numero n, sem
pre posso determinare un numero m, tale che la differenza fra x m+H
ed risulti in valore assoluto minore della quantit che abbiamo
prefissata in h .
Questa classe limite duna funzione si trova chiaramente in
Cauchy, anno 1821 ; poi and gi di moda, e fu sostituito col teo
rema che una funzione non pu avere che un limite solo (il che
vero o falso, secondoch per limite intendiamo uno dei simboli lim
o Lm) ; da alcuni anni ritornano in uso il massimo e il minimo
della classe limite, col nome di estremi di indeterminazione .

396

G I U S E P P E PEA NO

Le tre lettere h, m, n sono suscettibili di 6 permutazioni ; unendo


ad ognuna di esse o il segno f) di proposizione universale, o il se
gno a; della particolare, si ottengono 48 proposizioni, ognuna delle
quali contiene le affermazioni :
h E Q . m e Nj . n N t . mod (*m+ a) < %.
Una di esse la definizione di limite ; le altre 47 esprimono
altri enti.
#
*
Siccome in Francia gi si sono introdotte le derivate nelle
scuole secondarie, il Borei, uno dei matematici viventi pi illustri,
pubblic un libro ad uso delle scuole, col titolo: Algbre, second
cyele, 1905.
Ivi, a pag. 309, si definisce la derivata., senza aver prima defi
nito il limite:
On appelle drive dune fonction y ce qne devient lexpression du rapport

Ay

de laccroissement de la fonction y laccrois

sement oorrespondant de la variable x, lorsque dans ce rapport exprim au moyen de x et de Ax, on remplace Ax, par zro .
Ay
Questa definizione notoriamente illusoria ;
, quando al po/ j OD

sto di Ax si ponga zero, assume la forma

cbe non ba senso ;

Ay

dando a - j - , prima di porre Ax = 0 , altre forme, pu avvenire che


/j X

in alcune di queste si ottenga il limite ponendo Ax = 0 ; ma si pos


sono dare altre forme, per es. la primitiva, in cui il limite non si
ottiene colla semplice sostituzione. Durante una generazione, gli ana
listi, invece di dire lmite, dissero valor vero della funzione. Se
condo questa nomenclatura, la derivata il valor vero di AyjAx,
per Ax = 0 , senza essere il vero valore di questo rapporto.
Nello stesso trattato scolastico lautore, pi avanti, a pagina
321, definisce il limite :
tant donne une fonction y dune variable x, on dit que y
a pour limite b lorsque x tend vers a, lorsque lon peut prendre x
assez voisin de a pour qne y diffre de > aussi peu que lon veut .
Ma questa non la definizione del valor limite o lim del
Formulario , bens quella della classe limite Lm . Cos, per
prendere lesempio dato da Cauchy nel 1821, la funzione sin

Su l l a

d e f in iz io n e

di

Li m i t e

391

della variabile x, ha per limite 0 , e 1 , e 1 , quando x tende a 0 ;


poich si pu prendere x assai vicino a 0 , dandogli la forma 1 /(Njji),
per cui sin vale 0 , che il solo valore differente da 0 di tanto
x
poco quanto si vuole.
M. Jules Tannery lautore di pregiati libri di analisi per lin
segnamento superiore; e questi libri sono mirabili per il rigore, la
chiarezza e la semplicit dei mezzi ; qualit che generalmente trovansi riunite. La definizione di limite vi pi volte data in modo
preciso ; per es. nelle Lefons dalgebre et danalyse, 1906 :
Dire que u a pour limite A , cest dire que quelque petit que
soit le nombre positif e , on peut lui faire correspondre un nombre
naturel p tei que la valeur absolue de la diffrence entre A et u
soit moindre que e , pourvu que n soit plus grand que p , ove si
presentano le tre variabili apparenti e, p, n, nellordine voluto, colle
condizioni necessarie.
Lo stesso Autore pubblic, per uso della Classe de philosophie dei licei di Francia, un libro Notions de Mathmatique (Paris,
senza data, ma devessere del 1906), gi tradotto in tedesco da Klaess.
Questo libro a pag. 210 definisce la tangente ad una curva come
il limite della secante (cio d la definizione comune), senzach prima
sia definito il limite ; questo anzi solo definito a pag. 304. E il
limite definito 100 pagine pi tardi il limite dun numero, non
il limite duna figura, come una retta, un piano, un cerchio ; n si
estende immediatamente, perch non si pu dire che la differenza
fra le due rette, o fra i piani, sia infinitesima. Inoltre lautore am
mette lesistenza del limite, il che non si deve ammettere. La deri
vata il limite del rapporto incrementale. Quindi se esiste il limite
del rapporto, esiste la derivata ; se non esiste quello, non esiste
qnesta. Chi dice invece la derivata il limite, se esiste, del rap
porto incrementale fa una complicazione, non solo inutile, ma con
traria alle convenzioni ordinarie : con questa aggiunta, non sonvi
pi funzioni senza derivata.
E a pag. 305 cosi il libro definisce il limite :.
D ire que f ( x ) a pour limite A 0 lorsque la variable tend vers
Xq, cest dire que la ditterei!ce f ( x ) A (l est en valeur absolue plus
petite que tei nombre positif que lon voudra, pourvu que la difterence x x 0 soit, elle mme, suffisamment petite en valeur absolue .
In questa definizione vediamo le tre variabili apparenti, indicate
colle parole tei nombre positif que lon voudra , colla lettera x ,
e poi con un suffisamment petite. Ma lultima poco chiara, e

S 98

Gi u s e p p e

pen o

non sono nellordine voluto. Come un lettore, non abituato a cor


reggere le prove tipografiche, non rileva gli errori di stampa, che
sono invece rilevati da chi impara a leggere ; cos chi conosce la
definizione di limite, crede di leggere nelle linee precedenti la defi
nizione solita. Ma uno studente intender probabilmente la proposi
zione alla lettera. Con questa definizione dimostrer cbe il limite di
per x tendente a 0, vale 1. Infatti o la differenza x 1 1 nulla,
ed allora essa minore in valore assoluto dogni numero positivo
che si voglia ; poich dire che un numero minore in valor asso
luto di ogni numero