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LE

ANTICHIT
DI

ROMANE

DIONIGI
D A L I C A R N A S S O
VOLGARIZZATE

DALL'AB. MARCO MASTROFINI


G U ' P R O F E S S O R E D I M ATEM A TICA E DI F IL O S O F IA N E L SEM INA R IO D I FRASCATI

K O lZ IO M MK O rJ M E W T MM C O M T K T AC O LT E S T OP A UT n D V T T O E M

TOMO P n i M O

MILANO
DALLA TIPOCRAFU De FBATELLI 5ONZOCNO I 8 2 3.

MARCO MASTROFINI
AI LETTORI

N O T I Z I E su D IO N IG I D I A L IC A R N A S S O .

I. D i o n i g i figlio di Alessandro f u di Alicarnasso , mggia un tempo della Caria, della quale pur furono Eraclito il poeta ed Erodoto di greca istoria padre come Petrarca lo intitola nel terzo de' capitoli sul trionfo della Fama. E difficile determinare l anno , non che il giorno della sua nascita. Fozio nella sua Biblioteca (cod. ^ 4 ) precedette Dione Cassio, ed Appiano Alessandrino, espositori anchessi di Storie Romane. Errico Dodwello che medit gra vemente quelt argomento non seppe ristringersi ad altra particolarit, se non a questa, che Dionigi debbe essere nato fr a t anno 6y 6 e ^oo d Roma calcolali alla maniera di Vairone. DIONIGI, m io I. . I

II. Dionigi sentiva in J la nobilt del cor suo, e si mosse verso la capitale del mondo, e venne a Roma nelC anno Varroniano , cio finita la guerra interna di jiugusto contro di A n to n io ; dond' che egli non v i giunse prima delC anno suo venticinque simo. V i si trattenne 22 anni: v i compose le opere critiche, e vi apprese intanto diligentemente t idioma del popolo vincitore su la mira di leggerne gli antichi monumenti nazionali , e di scrverne infine con greco stile una storia per uso de* Greci suoi che troppo la ignoravano. Egli riusc n e ll intento, e la scrisse, e ia divulg nelC anno Vatroniano sotto il nome di Antichit Romane come t ebreo Giuseppe non molto dipoi, fo rse ad imitazione di lu i, e certo con pi propriet, pubblic sotto il titolo d i Antichit Giudai che la storia del popolo ebreo , la quale era insieme la storia della orgine stessa del mondo. III. Par che Dionigi delineasse la storia col di segno stesso con cui Virgilio cantava la Eneida : vuol dire uno e t altro spargevano fiori appi de trion fa to ri non senza il lusinghevole desiderio d i guada gnarne la grazia : non leggera conquista per uomini inerm i, autorevoli solo per sillabe, per parole, e per periodi ! Dionigi fe c e sapere a' suoi che il popolo del Campidoglio non era poi barbaro ; anzi che era pur esso greco di origine , e che assai conosceva l^ggi e costum i; e ci perch riuscisse il comando romano , so non pregevole, certo men duro nella Grecia d A sia e di Europa, paesi che una volta eran patria e tempio di fortezza e di libert.

IV. Egli disiete il suo scritio in venti libri ; ma non sopravanzano che i primi dieci e parte d e lt u;idecimo; tutto il resto peri per la ingiuria de' tempi. P er quanto ci racconta Fozio (i) che aveala letta per intero, scorreane la narrazione dagli Aborigeni e dalla venuta di E nea nella Italia fino alla guerra de R omani con P irro , monarca degli Epiroti ; perch ivi appunto comincia la storia Romana deW altro greco scriitor precedente , Polibio da Megalopoli. Questor dine di storie si consideri diligentemente ; perch da indi apparisce che Dionigi dee precedere e non se guire Polibio, come parve al primo che dispose la Col lana Greca, come trovo fa tto pur questa volta irre parabilmente su Cantico disegno (a). Siccome un estero p e r la novit che v incontra , pu notare i. costumi v a rj de' popoli meglio che il nazionale che cresce e invecchia con essi ; cos questi due Greci conversando co' Romani seppero distinguervi e descriver pi cose che i Rom ani stessi non han descritto e trasmesso con la successione de' tem pi ai tardi nipoti. Or ci dovea tanto pii seguitarne (guanto che scrivean quelli p el greco il quale non avrebbe gustala n intesa la loro narrazione se non esponevano minutamente le cose notissime tra Romani, E quindi che Polibio deliie su la milizia romana quello che non si legge in niuno de romani scrittori medesimi: e Dionigi tocc tante picciole circostanze che meglio dichiarano le ori g in i, il complesso, ed il termine degli eventi: cioc(i) Bibliolcc- cod. 86. {t) Edit. romana di Vincenzo Poggioli deli' aiiiio iS o .

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ch ne ha rendalo, e ne render sem pre, preziosis simo quanto sopravanza delle storie di lui. V. jtiVjo rimpello a Dionigi come il compendio rimpello all' opera estesa ; tanto clte il primo raccoglie in tre libri ciocch laltro dilata in undici. iN io saprei dolermi su tanta espansione quando le cose v i fossero stale moltiplicate in proporzione. Ala per dirne ciocch io ne penso, e dare intanto il paragone degli autori fin qui da me volgarizzati che sono Sallustio, Quinto C urzio, Lucio Floro , e Dionigi ; m i sem pre panilo che in Sallustio non capano i sentimenti dentro le parole, che in Curzio si pareggino compiu tamente gli uni alle altre, che in Floro le parole su perino alquanto i sentim enti, e che in Dionigi final mente ( siami cosi lecito di esprimermi) le sentenze galleggino affatto tra le parole. Sallustio come il fior vivo, che di s promette gran cose , ma stretto in parte aticora dalla sua buccia : Curzio il fior copioso , odoralo, aperto graziosamente al sole che 10 vagheggia ; Floro il fio r vago, ma tutto spam panato con niolt le fro n d ette e poco l odore; e D io nigi finalm ente il fiore delle ampie e liberefrondi 11 quale sotto di s nasconde il picciolo guscio che rawolgevalo , e par sorgere pomposo e vario Ira le aure che lo investono, ma troppo, se lo stringi, minore delle belle apparenze. Dionigi era un greco deir yisia, e fii sentire in s la prolissit propria di quella vastissima parte del globo. Le parlate in lui sono lunghissim e, e per ordinario non ripetono se non ci che presentano le storiche narrazioni ; lad-

do\>e in Tito Livio sono lampi e folgori, sentenze e risultali. V ultimo lascia a pensare, il primo li lascia senza pensieri prima che finisca di parlare ; nelC uno senti il capitano ed il console , neir altro lo storico ed il declamatore : quegli pieno di entusiasmo e di fuoco su gF interessi della sua nazione , t altro vi si spazia sopra come il panegirista che loda non per a ffe tto , ma in vista di ricompense, o per moda. Forse tanta loquacit non piacque nem m eno. tra suoi nazionali ; e Dionigi voglioso di essere letto , sindusse a ristringere in un compendio di cinque libri quanto avea steso in venti. Fozio nella sua Biblioteca [cod. y 4) parla eziandio di un tale compendio; e lo dice pi utile per questo, che non contiene se non le cose necessarie alla storia. Egli paragona Dionigi in quel nuovo scritto ad un re che giudica e tiene intanto in mano lo scettro; e sentenzia ma con la precisione e col.tuono di chi comanda (i). VI. Quanto allo stile i giudizj ne sono difform i : vi chi lo chian^a scrittor soave, scrittore elegante ; e non vi dubbio che egli abbia debei tra tti, dei pellegrini concetti , e gravissimi documenti. Nondimeno v i chi dice risolutamente che Dionigi rimpetto a Senofonte come il duro e licenzioso ./ipulejo rim petto alle maniere delicate e spontanee di Livio'". Dio nigi f a pur troppo conoscervi che egli non era nativo deW Attica. Fra le sue form ale ne occorrono alcune
(t) La presente versione fu stampala in Roma l anno iS ia . Dopo quest' anno il Compeudio fu creduto ritrovato in Milano. Se ne parler nel tomo quarto l dove sono i frammeuti.

nuove, Ialine d 'indole, o cerio non abbastanza monde da solecismo ; tantoch v i si 'violano le regole pro poste da esso medesimo nelle opere sue critiche per gli storici e per gli oratori. A d ogni modo Dionigi come la miniera ampia di oro, e come V archivio ricco di monumenti preziosi in mezzo di altri che tono anzi un ingombro; donct che un tale scrittore, come ho toccato d ia n zi, sar caro finch saran care le storie. Ora diciamo qualche cosa delle versioni del nostro Autore. VII. Lapo Birago fiorentino il primo diede una versione latina di Dionigi. Questa f u pubblicata la prima volta in Trevigi ta n n o i 480 , e poi di nuovo ih Basilea nel i 532. I l Glareano ebbe cura di tal seconda edizione e la purific da sei mila errori cofn egli dice. Boherto Stefano vedendo pubblicato D io nigi nella lingua non sua, trasse il greco originale dalla Biblioteca dei re di Francia, e lo mise in luce t anno ^546. I l Gelenio divulg colle stampe in B a silea t anno i 549 una nuova versione latina de' dieci primi libri. Silburgio rettific con critica squisitezza le tante lezioni non sane che ci aveano nel greco dello S tefa n o , e nel latino del G elenio, e congiunse i due testi e li stamp l ' anno 1586 in Francfort. In questa edizione vi la traduzione dell undecimo libro fatta da Silburgio m edesim o, li fram m enti ricorretti delle Legazioni gi pubblicate da Fulvio Vrsiho , ed un libro di annotazioni in fine. M entre apparecchiavasi o compivasi da Silburgio questa edizione; Em ilio Porto diede su f origittale dello Stefano una nuov^

traduzione Ialina delle antichit con amplissime an notazioni, imprimendo anche il libix> delle legazioni con la trina interpretazione di Stefano, di Silburgio e di Porto. N el 1704 si ebbe la vaghissima edizione, fa tta in O xford la quale comprende il testo greco di Dionigi colla versione di Porto , emendata dove n era il bisogno, e le legazioni secondo la impressione fat tane da Valesio riunite a quelle gi pubblicate da Ursino. S i cominci finalmente nel iy y 4 > -f* com pie nel 1777 la edizione riputata la pi corretta di Lipsia colie note varie di Errico S tefa n o , di Silbur gio , di P o rto , di Casaubono, di Fulvio Ursino , e d i Giangiacomo Reiscke. V ili. Frarvesco Venturi fiorentino ci diede nel ,1545 colle stampe venete la prima versione italiana delle sole antichit di Dionigi. I n quelCepoca il lesto greco non era n stampato n rettificato , e quindi avendo egli lavorato su di un numoscrtto, frequen tissime sono le aberrazioni dal vero senso. A g^ungasi che lo stile contorto, implicato, n sempre regolare: in somma risente tutte le imperfezioni del primo tra duttore latino Lapo Birago: n questi pot sempre capire U senso del testo, ma dove ci non pot f u contento di volgarizzare le parole greche, appunto come significavano , una per una. I l signor Desiderj nel continuare in Roma f anno 1794 edizion sua della Collana Greca ideava, p a n n i, riprodurre la ver sione stessa del Venturi; ed il primo periodo di questa del Venturi in gran parte ; ma fatto accorto che grande ne era la oscurit, e poca la naturalezza,

continu a pubblicare non il resto del V enturi, ma una traduzione di traduzione; vuol d ire, diede alla. Italia un Dionigi tradotto , fo rse non sempre ade~ guatam ente, e certo non sempre con purit di stile, sopra la traduzione francese, e non sul greco origi nate. A l primo leggere il Dionigi del Desiderj m i parve ravvisarvi una fisionomia anzifrancese che gre~ co. Adunque paragonai la versione francese del padre Francesco la Jai Gesuita con la produzione del De siderj a luogo a luogo , e f u i convinto che era ci veramente che io sospettava. Questa immagine tT im magine , questa eco di eco che scolora le R attezze, e deprime sempre pi la energia delC originale, questa stampa non greca, non francese, e forse non italiaK n a , non dee numerarsi tra le versioni, degne almeno di un tal nom e; tanto pi che quella versione fra n ^ cese essa stessa non lascia gustare la vena am p ia, tontinua, maestosa del greco originale, ma presenta la inquietudine, lo scintillamento, e come la spexsatura consueta delle parti. IX. Che io sappia niun altro ha poi volgarizzato tra noi Dionigi. La mia versione diretta su la edim zione di quesi autore intrapresa in Lipsia nel 1774* Chi vuol ragione di ciascuna delle mie interpretazioni dee consultare il testo greco, la versione latina, le note in pi di pagina, ed in fine de tomi. Spesso a fissare i sensi ho consideralo anche la versione fra n cese , supplitami dalla Biblioteca del Collegio Romano nella nuova mia dokissima dimora in quel luogo nell anno 18 11, la quale mi conced calma profondit-

sima da compiervi quasi per intero la traduzione che ora presento. Sarebbemi piaciuto ugualmente di con sultare la traduzione inglese di Eduard Spelman im pressa in Londra ta n n o 1769; ma per quanto la ricercassi tra le Biblioteche, tra i libraj e tra gli amatori di lib ri, non m i venne fa tto di rinvenirla in Rom a. Aveva io gi presso che terminato questo mio travaglio quando mi J u significato che in Francia si pubblica una nuova versione di Dionigi: ho il piacere che t Italia ne veda contemporaneamente un altra sua, lavorata quasi tutta in R om a, ove lo storico di Ali-^. carnasso stendevano gi C originale. Roma i8 ia , 10 Febbrajo.

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P R O E M I O .

L (^DAKTUNQUB alieno io oe sia, pur sono astretto ad una prefazione, com usa nelle storie , e sopra di me ; non gi per diffondermi nelle lodi mie proprie, cbe so quanto, udite , dispiacciano, o nelle accuse di altri scrittori, come fecero Teopompo ed Anassilao gli sto> rici, ne prologhi loro ; ma scio per dichiarare le cagioni per le quali mi diedi a questopera, e per dire de* mezzi, onde io seppi ciocch son per iscrivere. E certamente chi risolve lasciare a' posteri monumenti d'ingegno , i quali, come i corpi, non vengano meno per a n n i, e molto pi chi scrive le istorie, nelle quali, tutti conce piamo che siavi la verit, principio del sapere e della prudenza ; costui dee per mio sentimento, scegliere argomenti vaghi e magnifici, come bene fruttuosi a chi legge; e poi dee preparare le materie opportune al subjetto con assai providenea e lavoro. Imperocch chi ponesi a trattare di cose vili, abominate, indegne delle d ire di una storia, sia cbe brami rendersi chiaro, ed acquistare comunque una fama, sia che voglia manife stare la idoneit sua nell arte del dire , non sar mai da posteri n invidiato per la fama sua , n per l arte encomialo ; lasciando a chi leggelo da sospettare che egli amasse nel vivere le maniere appunto che descrisse ; per essere gli scritti la immagine de cuori, come da tuui si giudica. Colui poi che ottimo sceglie largo mento ; ma ne crive scioperatamente, e come per caso f

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PROEMIO.

seguendo i romori del volgo, nemmen esso ne ottiene lo de niuna ; imperocch si spregiano, se negligenti sieno e confuse le storie delle citl famose e de principi. Or pensando io per uno storico esser questi i canoni sommi ed inviolabili, ed avendone tenuto cura gelosa ; non volli n trasaodare il discorso su di essi, n com partirlo altrove , che nel proemio. II. E che io scelsi argomento, bello, grandioso, uti lissimo ; non bisognano , credo , molte parole a con vincerne chi non allatto ignora la storia comune. Im perocch se alcuno recando il pensiero su governi an tichissimi delle citl e delle genti e contemplandoli, parte a parte, o nel paragone dell uno coll' altro , vo glia saperne qual di esse fondasse principato pi grande, o che pi splendesse per azioni belle , in guerra ed in pace; vedr che la signoria di Roma sorpass di gran lunga quante prima di lei se ne addiuno, non solo per grandezza d impero e per luce dimprese , cui niuoo mai lod quanto basta, ma per la durazione ancora del tempo che abbraccia , fino al presente. Fu pur antica la signoria degli Assirj, e ne chiama fino ai secoli fa volosi ; ma non comand che su picciola parte dell'Asia. Abbatt la monarchia de Medi quella degli Assiri, e crebbe a potenza maggiore s i , non per molto diutur na , cadendo alla quarta successione. I Persiani fiacca rono il Medo , e dominarono infine quasi per tutto nelr Asia ; ben si gettarono poi su gli Europei, ma non molto vi profittarono , e tennero poco pi che dugenl' anni il comando. Il Macedone , vinti li Persiani, su per colla sua tutte le dominazioni che precederono:

P R O E M IO .

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non per fiori lungo tempo , cominciando a declinare alla morte appunto di Alessandro : imperocch smem brato da successori il potere in molti principi, sostennesi la monarchia fino alla terza o quarta generazione ; ma resa debole per s stessa, fu distrutta finalmente dai Romni : non tenne poi mai servi tutti i mari e le ter* re : che non vinse in Africa se non l Egitto , il quale non vasto , n sottomise tutta lEuropa ; ma ntl set tentrione di questa si estese alla Tracia, e nell occaso fino all Adriatico. III. Pertanto i pi famosi degl imperj che precederono , giunti, come sappiam dalla storia, a tanta forza e grandezza, rovinarono. Con essi non sono poi da pa ragonare le Greche potenze le quali n spiegarono mai s ampia la signoria , u lo splendore si diuturno. Gli Ateniesi quando pi poterono in m are, ne dominaro no per anni sessantotto la spiaggia , e non tutta, ma quella solamente tra lEusino ed il mar di Pamfilia. E gli Spartani impadronitisi del Peioponneiso e del resto della Grecia stesero fino alla Macedonia le leggi ; ma non prevalsero che per quarant anni (i) nemmeno in teri, e trovarono neTebani chi li depresse. Ma la Re pubblica romana signoreggia tutta la. terra , non gi la
(i) Nel test* HT$ >itt ir< r f i a a t t r x : cio& nemmeno iuleri trent anni. Isacco Casanbono ri sosiiiu rCTVttfccKt>T cio quaranta. Pur qusta eracuda fu lolla, n so perch ; concedendosi comunemenle che gli Spartani dopo viali gli Ateniesi al fiume Egio furono gli arbitri pi che'33 anni. Ci stando non pu dirsi nel testo nem meno interi treni' anni, ma usando un numero roloado , dovreoia leggere quaranta come il Casaubono.

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PR O EM IO ,

deserta, ma quanta ne 1' abitata : sigaoreggia tutto il mare non solo di qua dalle colonne d Ercole, ma pur su 1' oceano, fin dove pu navigarsi; e la prima, anzi la sola dopo la memoria degli uomini f' conGni al suo regno l ' oriente e 1' occaso : n picciola gi la durazione del comando, ma quanta n cittadi mai ne eb bero , n monarchie. Perciocch Roma fondata appena incorpor tra le sue , le genti vicine , grandi e bellicose; avanzandosi poi sempre con sottomettere quanto le si opponeva. E gi corre lanno di lei settecento quaran tacinque sotto Calpurnio Pisone, per la prim a , e Clau dio Nerone per la seconda volta dichiarati consoli nella olimpiade centesima novantesima terza. Ma da che conquist tutta l lulia, e mise il cuore a possedere 1' uni verso; cacci dal mare i Cartaginesi, quei che ci ave vano forze navali grandissime, e soggiog la Macedo nia, quella che parea potentissima nel contiaente: n pi avendo avuto oppositori nei Barbari o nei Greci ; tiensi r arbitra d' ogni luogo , ornai da sette generazio ni (i) fino alla m ia: n vi , direi, di presente pur un popdo che p o ^ disputarle il comando , o di non es* sere almeno comandato. Dopo ci non vedo perch io debba convincere pi a lungo che n io scebi il meno grande dei tem i, n deliberai trattare di fatti ingloriosi
(i) Nel tetto y iiiM i; voce ambigua e frequente ia Dionigi. Ora signiRca generatioae, ora p role, ora spazio di tempo dalla nascila di un padre a quella di uo figlio , ora duratione di un regno - Sem bra che egli rapportasie le diverse generazioni ai gradi genealogici della famiglia Giulia nella quale numeravasi Augusto, nell impero del qtiale Dionigi venne in Roma.

PROEMIO.

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e spregevoli ; ma cie scrivo anzi di una citt la pi ce lebre, e di gesta delle quali niuao pa dimostrarae al> tre pi laminose. IV. Ora vo' preaccennare brevemente che io non riT<Jsimi senza consiglio e prudenza alle cose antiche che di lei si raccontano , anzi che ebbi ragioni plausibili della scelta : e questo perch quelli che malignano su tutto , non avendo pure un sentore di ci che io sono per dire nou m incolpino, quasi io che avea tanti splendidi argomenti, deviassi alle ignobili antichit di una citt mal nota fra n o i, e vile in tuno nelle ori* gini prime, n degna di storia , e giunta solo a cele brit da poche generazioni addietro, quaudo disfece il regno de Macedoni, e compi faustamente la guerra con Cartagine. La primitiva storia romana poco meno che ignorasi ancora tra' Greci ; ed alcune opinioni non vere, nate da novelle volgari, ingannarono m olti, quasi Roma avesse per suoi fondatori, uomini affatto non li beri , anzi barbari e vagabondi, e senza abitazioni; e quasi col tempo non giugnesse al dominio del mondo per la piet sua , per la giustizia e per le altre vir t , ma pe casi e per le ingiustizie della sorte , che temeraria dispensa i beni pi grandi ai meu degni. Per tal modo uomini turpissimi accusano palesemente la sorte che desse a' pi tristi de barbari i beni de Greci. E che giova poi dire ancor d altri, quando alcuni de gli storici osarono lasciare anche scritte tali favole ? se non che formaroa essi la storia n giusta u vera; per ch servivano ed adulavano barbari monarchi che odia\ano quella potenza.

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P R O E M IO .

V. Ora io deliberato a togliere (ali sentenze erronee, come dissi, da molti e supplirvi le vere , dichiarer col mio scrivere quali fossero i fondatori di Rom a, in quali tempi via via si congregassero, e per quali vicen de lasciassero le patrie loro sedi : e prometto dimostrare eh' essi erano della Grecia, n gi de popoli pi pio* aioli, e meno pregiati di questa. Dato cosi principio , esporr pi le azioni che operarono di buon ora dopo la fondazione , e le industrie per le quali i posteri perven nero a tanto impero , senza omettere , quanto da me, niente che degno sia di ricordanza; perch chi sieguc il vero, i mezzi ne abbia, onde pensare con decoro di questa citt, se alieno in tutto e malevolo non le sia ; e perch non isdegnisi che servi le siam fatti, mentre il voleva la ragione; essendo legge naturale a tutti co mune , cui niun tempo mai potr cancellare, che sem pre i migliori comandino a quelli che sono da meno. N pi fia dopo ci redarguita la srte ; quasi donasse temerariamente , omai da tanto tempo , un s grande potere a citt non meritevole : imperocch vedremo per la storia , che essa ben tosto dopo la origine produsse in copia tali grand' nomini, quali non barbara o greca citt mai produsse, n pi p ii, n pi giusti, n pi sayj nel vivere, n pi segnalati nelle arme : seppure sar da un tal dire lontana la invidia ; involgendola ap punto in s le promesse di tali meraviglie e portenti. Ora questi tutti che a lei fabbricarono la grandezita di un tanto impero, ignoransi nella Grecia, perch-privi di scrittore condegno : imperocch non ancora apparve su loro greca istoria ninna, se non .compendj brevissimi.

PROEMIO.

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VI. Lo storico GeroQmo Cardiano il prim o, che io sappia , tOQC le aatichit romane nell' opera sna intorno i figli de'sucicessori (i). Dopo lui Timeo di Sicilia espose in una storia comune le antichit delle storie , dando in opera a parte le guerre di Pirro l Epirota. Antigo> no con questi, e Sileno, e Polibio e mille altri tenta* roDO ma con vario modo quell argomento : e tutti ne scrissero poche memorie, e queste n diligenti n cri tiche , ma raccolte da ogni aura di fama. Diedero pur simigiianti, non diverse da queste, le storie , quanti romani narrarono con greco idioma le vecchie cose: de quali furono i primi Quinto Fabio e Lucio Ciucio; illustri ambedue circa i tempi delle guerre con Carta gine: e r uno e l'altro dipinse, comerano, per scienza propria le imprese alle quali iulervennero ; ma trascor sero come di volo gli antichi fatti dopo la fondazione di Roma. Ora per tali cagioni io non volli trasandare una storia eccellente, lasciata senza memorie da' mag giori , e dalla quale nasceranno, se scritu sia con dili genza , i beni pi solidi e pi convenienti : vuol dire valentuomini i quali consumarono il corso loro acquifiteranno gloria e l^ude sempiterna per ci che fecero, il che pareggia quasi una frale natura alla divina, non morendo le opere come li corpi : e quanti discendono o discenderanno da quegli uomini, simili agli D ii, non seguiranno gii vita dilettevole e molle, ma generosa e
(i) Cio di Alessandro Magno ; nolo che i successori di questa oitscano nella parte che ebbe dell impero, foreno delti c che i fg de' taocMaat furono chiamati
B tO S IG X ,

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PR O E M I O .

piena di onore, si riflesso che chi tiene splendidi esempj dalla sua stirpe, debbe avere l animo grande, n vol gerlo a cose indegne degli avi. E finalmente io che non mi posi per adulare a questopera, ma per la cu> r a , comune ad ogni storia, del vero e del giusto, io potr far vedere comella ina vantaggiosa a tutti i buoni ed a tutti gli amici delle azioni sublimi e belle ; e pctr , quanto da me, rendere le debite grazie a tanta citt tra la memoria degl insegnamenti e de beni che oe derivai , dimorandovi. VII. Ora detto avendo del mio subjetto, vo' dire dei mezzi dei quali mi valsi per iscriverne. Forse coloro che lessero Geronimo, Tneo, Polibio, o tal altro de gli storici mentovati dianzi, da quali non abbiamo che de' compendj, non trovandovi molte delle cose scritte da me , sospetteranno che io le inventassi, e vorranno conoscere come le seppi. Perch dnque non si abbia uii tale sospetto , fa meglio scorrere i monumenti e i modi onde cominciai. Nel mezzo della olimpiade cen tesima ottantesima settima quando cess la guerra civile sotto di Augusto-, navigando io per l'Italia , e da indi in qua tenendomi in Roma per ventidue anni ve ne appresi il p rla re e lo scrivere, proprio del luogo; ed in tutto quel tempo ebbi lanimo sa le cose oppor tune al mio scopo : e parte traendo da' dotti co quali io conversava, parte dalle storie delineate da pi famosi Rom ani, io dico da quelle di Porcio Catone, di Fabio Massimo, di Valerio Anziate, di Licinio Macro, degli Elj, de' Geli), de Calpurn) e di altri in copia, n ignolnli, anzi eccitandomi in vista d istorie tali, che non sono

PROEMIO.

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poi allro che immagini di greci annaU; mi didl a scr vere fiaalmente. E qaesto sia detto su me. Rimane che io dica anUcipatamenle ancora della mia storia a quali tempi, o cose io la riduca, e con qual forma. Vili. l< y comincio V opera dalle anlichissime favole , trasandate dai scrittori che mi precederono percb non icili a ritrovarle senza grande fatica; e stendo la nar razione fino alla origine della prima guerra carUginese aeH anno terzo della olimpiade centesima ventesima ot tava. Comprender le guerre esterne, quante Roma di que tempi ne fece, e le interne sedizioni e le cause, e con qual modo e per quali argomenti cessassero : ri dir le specie tutte a cui venne di stato, e quando fi dominata dai r e , e quando ne fi libera , e qual fosse r apparato di ognuna : dir le costumanze ottime , e le leggi famosissime : in somma io tutto appaleso F antico vivere de'citudini. La forma poi sar tale , qual non diede alle storie chi scrisse le guerre , o le cose civili per i stesse, anzi non avr somiglianza pur con gli an< Dall come gli espose dii narr le cose di Atene ; essen do questi senza variet, e facili quindi a nojare chi leg ge : piuttosto sar come un tutto di cose pratico-teoretiche, percb abbia materie in copia per chi si versa nella p<^tica, per chi sicgue le contemplazioni de filosofi, e per ^ i bisogna di un placido trattenimento nella lezio ne delle storie. Su tali cose dunque si aggirer la storia nostra, e tale ne sar la natura ; rd io che la compon go, sono id Dionigi di Altcamasso il figlio di Alessan dro. Ora iocomincio.

20 DELLE

ANTICHIT ROMANE
OI

D IONIGI

ALICARNASSEO

L IBRO PRIMO.

L 3 i dice cbe i SI<k>1 , barbara gente ed indigena, sieno i pia antichi de' quali s'abbia memoria, che altitasser la citt che ora domina i mari e la terra, e che patria a' Romani : e ninno pu6 divisare se innan loro fosse abitaU da altri, o se fosse un deserto. Appresto spogliandone con lunga guerra i possessori, la ebbero gli Aborigeni, uomini gi sparsi in villaggi senza mura pe'monti. Quindi i Pelasgl mescolati con alcuni de' Greci unironsi ad essi per la guerra contro de'coofir D a n t i , e cacciati del tutto i Sicoli circondarono molte citt di m ura, e fecero che soggiacesse loro tutto il paese tra i due fiumi Liti e Tevere ^ i piali nascono

DELLE a n t i c h i t ROMANE L IBRO I .

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appi degli Appeunin, monti che dividono per lungo tutta' la Italia , e che distanti quasi di cento miglia fra loro sboccano nel mare Tirreno , il Tevere da setten trione presso di O stia, ed il Liri da mezzogiorno, tra versando Minturna ; citt 1 ' una e 1 altra che sono co lonie de Romani. Rimasero in quella sede i popoli stessi non pi espulsi da altri , ma variando ad ora ad ora il nome; e fino alla guerra trojana selciarono il nome antico di Aborigeni: ma intorno a quei tempi comin ciarono a chiamarsi Latini per Latino re che li domi nava : sedici generazioni appresso fondando Romolo 'fina citt che portasse il nome di lui, prsero il nome che ora tengono ; e si apparecchiarono per essere di piciolissimi alfine grandissimi ; e famosissimi di oscurissimi ; dando a chi ne b iso^ava, ricvero umanamente fra lo ro , ammettendo tra' cittadini coloro che sebbene vinti, erano generosi fra le armi , e sebbene servi, erano da essi fatti liberi, n spregiando ceto alcuno di persone che giovevoli fossero al pubblico, e soprattutto colla forma buona di governo ,'cui fondarono con stenti assai, traendo da ogni circostanza, quanto era il pi utile. IL Ora questi Aborigeni da quali comincia la gente tomana , dimostrasi per alcuni che derivino da s stes si , e siano appunto naturali d'Italia : io dico di tutto il tratto quanto ne circondano colle acque i due mari Jonio e Tiifeno e terze (i) le Alpi da terra: dicesi
(i) Tale mi sembra la spiegatione facile di qoetto luogo e non quella eoa cui gl interpreti ci firn spere cbe Ire furono le Alpi. Cozie , Peunine e Mtfriuime ; Il che pu esser buono in un trat tato delle Alpi-

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DELLE a n t i c h i t ROMANE

pertanto che quel primo nome si avessero come lo avrei* boa fra noi di genarchi o prologeni perch furono per la generazimie il principio de potterT Altri aiTerman che uomini senza case, erranti, e mossi da pi p arti, imbattutisi per sorte a vicenda in luoghi medesimi, ne abitassero i pi forti ; vivendo colle prede e co' bestia mi : e volgono il nome lo ro , forse pi propriamente, in quello di A berrigni, dal quale sono vagabondi di chiarati : e forse secondo questi gli Aborigeni niente difleriscono da quelli che Lelegi si chiamavano dagli antii'h: : i quali Spesso davan tal nome a nomini collettizi, snza case e senza stabile sede-, ove come in patria abi tassero. Altri favoleggiano esser questi un tralcio de' Li guri, conSoanti con gli Umbri : imperocch gran parte de Liguri , soggiorna nell' Italia , e parte pur nelle Cal ile ; e quale dello due sia la lor patria s'ignora ; non dicendosi con chiarezza sn loro alura cosa. lU. Gli storici roijaaD pi illuminati come Porcio Catone, il quale tfati diligentissimamente delle origini delle citt della Italia, e Cajo Sempronio, ed altri molti dicono che questi derivano dai Greci nn tempo delr Acaja , i quali l trasmigrarono molte. generazioni prima della guerra di Tro)a ; ma non distinguono nh la greca gente della quale eran parte, n la citt dalla quale spatriarono, n il tempo, n soUo qual condot tiero, n per quali vicende, e come in greche favole, non allegano autorit ninna di greco scrittore. Quindi non apparisce come il vero ne stiji: ma se giusto un tal dire, non vengono altronde, che dalla gente. Arcade nominala ; mentre questi i primi de Greci pas-

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sando il mar JodIo sotto la scorta di Oenoti-o figliuolo di Licaonec abitaroa la Italia. Era Oenotro il quinto dopo Ezeo, e Foi;oneo che primi dominarono nel Pe loponneso: perciocch Foroneo gener Niobe : e questn e Giove diedero Pelasgo comf poita la fama : Ezeo di Licaone, e Licaon eU)e figlia Dejanira; snrse da De> janira e da Pelasgo ua altro Licaone , e da questo fi nalmente Oenotre diciassette generazioni avanti che a T roja si combattesse. E questa l'epoca nella quale mndaroDO i Greci nella Italia una colonia. Oenotro poi si lev di Grecia; perch non pago della sua.parte: giacch nati.essendo a Licaone ventidae figli; aveasilArcadia a dividere ni altrettanti. Per ule cagione lasciando Oenotro il Peloponneso, pass con fiotta gi preparata il m ar 3onio, e passavalo Seco Peucezio l uno d e 'f r a tti di lai. Navigavano con essi molti della sua gente, po polosissima , come si dice, nelle origini; e quanti altri de Greci non aveano terreno che loro bastasse. Pencezio pigli sede in sul promontorio Japigio, appunto ore prima sbarc nella Italia , cacciando chi v era , e da lui furono Peucezj chiamati qunnti abitarono queluoghi. Oenotro guidando seco il pi dellesercito, venne ad altro seno pi occidentale dItalia, Ausonio allora chia'p mato dagli Ausonj, che la spiaggia ne popolavano. Ma qnapdo i Tirreni diventarono i padroni de' mari preie il nome che tien di presente. IV. E trovando la regione bonissima da pascolarvi o da ararvi, ma.deserta in moltissimi tratti, ozi con poco popolo ov era abitata j di la caccia a barbari in ima parte della medesima, e fond citt non grandi

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ri, ma frequenti ia sui m onti; comera stile antichissi' m o, di situarsi. Cosi tutta la regione fu detu Oenotria, essendone amplissimo lo spzio occupato; ed Oeaoti-f pure si dissero gli uomini tutti a'quali comandava, mu tando nome per la tersa volta ; mentre Ezei si chiama vano dominandoli Ezeo, e poi sdiito Licaon) quando al governo succed Licaone. i Menati per nella Italia da Oenotro, Oenotrj si nominarono per t in tempo : nel dhe Sofocle il tragico mi testimonio nel suo Triptolemo : perciocch vi s'introduce la madre degli Dei che dimostra a Triptolemo quanto spazio debba trascorrere per seminare i semi eh ella dati gli aveva. Or e lla , mentovato prima l oriente dJtalia dal promontorio Ja pigio fino allo sUetto Siciliano, e poscia addiuta la Si cilia che sta dirimpetto ( volgesi tosto alla Italia occi deatale , e numera i popoli pi grandi della spiaggia > cominciando dagli Oenotrj: ma bastino le sole cose da lei dette ne' iam bj, perch dice : Questo da: tergo a destra siegue tutta La Oenotria, il mar Tirreno, e la Liguria, Antioco di Siracusa, scrittore antichissimo, annoverando i primi ad abitare la Italia e le parti occupate da ognu n o , afierma che gli Oenotr in questo precederono ogni ahro di coi s abbia ricordo, dicendo : Antioco il fi gliuolo di Zenofanle compil su la ItaUa queste cose, le pi credibili e pi manifeste ira' vecchi monumentii la terra che ora Italia dimandasi la ebbero amichisi simamente gli Oenotri: poi discorre in qual modo la governassero, e come Italo un tempo divenisse re loro

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ed Itali ne fossero nomiaati : e poi Morgili per essere Morgite venuto quel principato. E siccome stando Sicolo per ospite presso Morgite, e tentando appro priarsene la signora , ne divise le genti ; concrude : cosi gli Oenotri divennero Sicoli e M orgili ed Italiani. y . Ora dichiareremo quanta fosse la gente degli Oenotri allegando per testimonio un altro vecchissimo autore, io dico Ferecide, non secondo a niuno degli Ateniesi che trattasse delle genealogie. Egli fa su quelU che dominaron 1 Arcadia questo discorso: nacque Licaone da Pelasgo e D ejanira,^ spos-Cillene, una ninfa delle Najadi dalla quale ebbe nme il monte Cillene: poi divisando i generati da questi e quat luoghi cia scuno abitasse , fa mensione di Oenotro, e di Peucezio dicendo : Oenotro, donde Oenotrj son detti gli abi^ tutori dt India : e Peucecio onde sono i Peucezj lung il golfo Jonio. Tali sono le cose dette da' vecchj poeti e mitologi sul popolarsi d'Italia, e su la origine degli Oenotri. In forza di che, se greca veramente la stirpe degli Aborigeni, come disse Catone, e Sempronio e molti altr ; io penso che provenisse da questi Oenotr) : perocch trovo e Pelasghi e Cretesi, e quanti altri abi> Uron r Italia , venuti in tempi di poi ; n so vedere spedizione pi antica di questa, che si recasse dalla Qrecia alle parti occidentali di Europa. Giudico poi che gli Oenotri occupassero molti luoghi dItalia, o deserti', 0 poco popolati, e parte smembrati ancora dalle terre degli Um bri, e che Aborigeni si chiamassero per le abitazioni, come gli antichi le amavano, prese ne'montii cosi pur v' ebbero in Atene qne' della spiaggia e dei

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moDli. Che se alcuni per indole non ricevono di subita senza prove qnanto si aferma sa cose antiche, nemmen sd>ito decidaDO esser questi, o Liguri ovvero Um bri , o tali ahri de' barbari : ma sospendendo finch apprendano le cose che restano, giudichino poi da tolte qnal ne sia la pi verisimile. VI. Delle citt che furono degli /borigeni, poche ora ne sopravanzano : perocch premute la maggior parte dalle guerre, o da altri mali che straziano, finiroDO in solitudini. E secondo che Terrenzio Varroa scrsse nelle antichit, ve ne erano nell' agro Reatino non lungi dagli Appennini ; .e le meno disgiunte da Roma, ne disiavano per lo vis^gio di un giorno. EK esse io ridir le pi celebri secondo la storia di lui. Falazio l 'u n a , lontana venticinque stadj da R ieti, cittade abitala da Romani fino a miei giorni, presso la strada Quinzia. Siede Trebula a sessanta stad) pur da R ieti, su dolce collina : e da Trebula con pari inter vallo disgiungesi Vesbola dicontro a' monti Cerauaj: lad dove quaranta stad] ne lungi Soana, citt famosa con antichissiqio tempio di Marie. Discostavasi Mifula da Soana per trenta stadj , e se ne additano ancora le ro vine, e le vestigia demuri. A quaranta stadj da Mifula elevavasi Orvinio, citt, quanto altra mai, chiara e grande in que' luoghi : e segno anomi nc sono i fondamenti delle mura di lei come le tombe di antica struttura, e li recinti pe'cimiteri comuni su'monti altissimi; e l pure vedeasi nella sommit di lei 1 antico tempio di Minerva : lungi dieci miglia da R ieti, procedendo per la strada Giulia, l presso il monte Conto v era Car-

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sola, ora distrutta, ma di recente. Additasi insieme nn soletta , ed Issa nominata, cipta da una palude : e dicesi cbe nomini vi abitassero senza fori,ificarla, valen dosi delle lacune intorno, come di mora. Vicino ad Issa , in nn seno della palude, gtavce Marruvio , lungi quaranta stad} dalle seUff acque che cbiamano. Pari mente andando da Rieti in su la via Latina trovasi dopo Urenta stadj Vazia, e dopo trecento (i) Tiora detta an cora Matiena, ove fama die un antichissimo oracolo fosse di Marte; nella forma quasi di quello rhe la fa vola un tempo descriveva in Dodona ; eccetto che si dice che in Dodona da una sacra quercia rispondesse fatidica una colomba ; laddove tra gli Aborigeni sup pliva a -tanto, su di una colonna di legno nn nccello visibile mandato dallo D io , chiamato Pico da loro , e driocolapli daGreci. Lungi ventiquattro stadj da questa citi sorgeva Lista la capitale degli Aborigeni, la quale non custodila, fu ne'vecchi tempi invasa daSabint che armati uscirono tra la notte dalla citt di Amiternti. Quei cbe scamparquo dalla invasione accolti in B ie ti. fecero pi e pi tentativi : al6ne impotenti a ricupe rarla , dedicarono quasi fosse ancor loro, quella terra agl Iddii, ponendo sotto lira de' medesimi chiunque da indi innanzi i frutti ne ritraesse. VII. SettanUstadj .in qu da Rieti giace appi di un monte Cotilia citt famosa: non lungi dalla quale si
(i) Qai r i k sbaglio di roci : pcrehk T agro BeatioQ mai non e' siwe giusta CluTerio a treccnio stadj ossia miglia e mezio: p a rimenu forse di sopra non dee leggersi via L a tin a , che travercara il Latin ^ ed ra loniana quasi quaranta lyiglla da R ietK

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spande per qnattro joger un Iago, profondissuno come dicono, e pieno sempre di accpie che vi nascono, e ne trascorrono. Or questo, come augusto per non so che divino,-lo credono i paesani sacro alla Vittoria ; e ripa randolo inlomo con de' recinti, lo custodiscono come inaccessibite; perch niuno se ne accosti alle acque, se non in tempi periodici, ne* quali , sacrificandosi a nor ma della legge, quelli a cui si conviene, ascendono alla isoletia' che vi si trova. Stesa questa isoletta in dia metro circa cinquanta piedi : ma non emerge pi che un piede su le onde. Non gi fissa in s stessa ; ma qua e l galleggia , dove spingela il vento : e genera erbe simili al butomo, e virgulti, quantunque non grandi. Ineffabile ne lo spettacolo; n secondo a me raviglia niuna per chi non ha contemplato quanto opera ia natura. Vili. Ora in queste parti i fama che gli Aborigeni in prima si collocassero, cacciatine gli Umbri. Poi di l movendosi disputarono colle arme il paese ad altri barbari, e soprattutto ai Sicoli, loro confinanti. E sn le prime pochi bravi , quasi giovani sacri mandati da genitori in traccia de'bisogni detta vita, uscirono se guendo nn primitivo costume , che par vedo seguito da molti de Barbari e de' Greci. Imperocch quante volte le citt moitiplicavano tanto in popolo che non pi bastassero ad esse i proprj viveri ; quante vlte la terra danneggiata dalle mutazioni del cielo reudea meno dell*usato; e quante volte altro caso non dissimile buono o rio le necessitava a minorarsi di gente ; consacrando allora agl IdHj daono in anno una serie di discendenti

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gli armaT&no e li congedavano. E con fausti augurii gli accompagnavano se giusta le patrie l e ^ sacrificando, rendevano grazie ai cieli per la generatone copiosa , o p e ^ le vittorie tra l'arm i: laddove se pregavano i Numi irti a rimovere da loro i mali che tolleravano ; IL di> mettevano pure similmente, ma rattrisUndosi, e chie dendo che loro si perdonasse. E quei sen partivano qnasi non pi avendo una patria, se pure altra non sen facevano cbe li raccogliesse o per amicisia , o combatr te n d o , e vincendo -, ed il Nume al quale i congedati eran sacri parea per lo pi cooperare con essi, ed . al zarne sopra la espettaone le colonie. Su tale consue tudine gli Aborigeni, floridi allora in popolazione, e schivi, perch noi credeano il meno de'm ali, di ucci dere alcuno de' posteri, consacravano agl Iddii d anno in: anno le generazioni, e via via dimetteano gli allievi, gi grandi fatti, dalla patria. Uscitine questi non desi sterono di &r contro i SiooU , e derubarli. Ma non d tosto conquistarono alcuna delle contrade inimiche ; di venutine ornai pi sicuri ancwa gli altri Aborigeni i quali bisognavano di terreno, insorsero parte a pnrte sa' confinanti : e fondarono alcune citt, e quelle, abi tate ancor di presente, degli Antemnati, de' Tellenesi, e de' Ficolesi presi i monti Cornicli nominati , e dei Tiburtini finalmente^ traquali evvi un luogo della atti elle pure a di nostri si chiama Siciliano. N furono ad altro vicino ,pi molesti che incontro de' Sicoli. .Sorse da tali contrasti guerra con tutte le genti ; talch mai Don Al per addietro la pi grande in Ital, e v'infier luogo teiiipo.

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IX. Dopo questo alcuni de PelughI che abitavano la regioae ora detta Tessaglia costretti di trasmigrarne , divennero gli ospiti d ^ li Aborigeni ; ed i compagni di arme, contro de'Sicc^i. Gli accolsero gli Aborigeni f ^ e per la speranza, io penso, di un utile, ma pi per la comunanza ^ origine: pm cch son pure i Pelasghi nn greco lif^aggto, antichissimo del Peloponneso : quan tunque sciaurati per molte cose e principalmente per la vita errante, n mai stabile in sede niuna. E certo, come molti aiTermairo su di essi, abitarono su le prime k citt che ora chiamasi Argo di Acaja ; traendo il nome di Pelasghi da Pelasgo , loro sovrano , generato da Giove e da Niobe la figlia di F oroneo, quando il Dio si congiunse la prima volta con donna morule , come nelle fevole. Poi nella sesta generazione lasciato il Peloponneso, passarono nella Emonia che ora .Tessa glia si nomina; e duci furono del passaggio Acheo e F lio , e Pelasgo , figli di Larissa e di Nettuno. Giunti nella Emonia ne cacciarono i barbari che 1 abitavano , e la divisero in tre regioni cognooainand<^ da condot tieri , Ftiotide, Acaja , e Pelasgiote. Fissi col da cin que generazioni, lungamente vi prosperavano , profit tando pur decartipi migliori della Tessaglia: ma intorno la sesta generazione ne furono espulsi da p u reti, e da Lelegi che ora gemo ^ i Etoli ed i Locri, e da pi altri che abitavano intorno del Piamasso, guidando i nemici Deucalione il figlio di Prometeo e di Climene nata dall* Oceano. X. Dispersi nella fuga, altri vennero in C reta, altri ottennero alcune delle CicladL Alcuni abitarono la re-

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gione iotomo di Olimpo e di Ossa, ora delta Estlotide: ed altri furon potuti nella Beozia, nella Focide e nella Eubea: alcuni tragittandosi in Asia occuparno molte delle spiagge dell' Ellesponto e molte delle isole dirim petto , e quella clie ora Lesbo si chiama , mescolatin alla colonia die prima andavaci dalla Grecia sotto gU auspiz) di Macaro figlio di Criaso. La maggior parte per dirigendosi entro terra a' loro parenti i quali al bergavano in Dodona , ed a' quali, come- sacri , niuoo fcea guerra, abitarono quivi alcim tempo : ma poich si avvidero che eran di aggravio, non bastando la terra a nutrire tutti in comune, se ne involarono, mossi dall oracolo d i e ordinava loro di navigare in verso la Ita lia , allora chiamata Saturnia. E latto apparecchio ia copia di navi, passarono il mar Jonio, jprocurando giun gere in parti presso la Italia. Ma pel vento di mezzoglorno, e per la imperizia de luoghi, portati pi oltre capitarono ad una delle bocche del P chiamata S p i neto e quivi lasciarono le navi, e k turba meno idonea ai travagli con un fwesidio , per avervi una ritirata , se i disegni non riuscivano. Or questi rimanendo in quella regione ciraondarono di muro il campo dell* esercito , ed introdussero colle navi copia di vettovaglie. E poi che videro succedere loro le cose come voleano, fab bricarono una citt col nome appunto della bocca del fiume. Quindi prosperando pi che tutti su le spiagge dli'Jonio, e prevalendo lungo tempo sulle onde, por tarono quantaltri mai, decime vistosissime in Delfo alla Divinit, de beni tratti dal mare. Da ultimo per ve nendo amplissima guerra su loro da barbari intorno,

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lasciaroao la citt, donde anche i bariiari furono dopo un tempo cacciati da Romani. Cosi mancaroao i Pelasghi lasciati a Spineto. XI. Ma quelli ohe eransi diriszati entro terra, supe rando i monti d'Italia, capitarono a paesi degli Umbri, Vicini degli Aborigeni. Abitarono gli Umbri molte e varie terre dItalia, e furono grandi tra' popoli per nu mero e per antichili. Nondimeno i Pelasghi pigliarono da ^incipio per forza i lr campi dove posarono, ar rogandosi ancora alcune cittadelle degli Umbri. Ma ve nendo su loro ampio esercito, ne sbigottirono ; e si avanzarono tra gli Aborigeni. Decisero questi che fos sero da incontrarsi come nemici e pronti concorsero da prossimi luoghi per escluderli. Intanto i Pelasghi trova tisi per avventura intorno di Cotila , citt degli Abori geni presso di un sacro lago , come videro che addeatro vi ondeggiava una isoletta, e come insieme d a 'p ri gionieri presi pe'campi seppero del nome de'terrazzani; concepiron che. ivi si compiesse alfine il vaticinio fiitto su loro. in Dodona. E Lucio Maoo, uomo non igno* bile, dice avere ivi lui t t e ^ veduto impresso con an tichi caratteri quell' oracolo in uno de' tripodi, posU nel tempio di Giove, e tale ne era la sentenza.
V 'affrettate de'Sicoli alla te m Gi di Saturno.' a Cola ne andate Pegli Aborigeni , ove V isoletta Movesi incerta : e frammisti ad essi Decime a Febo indirizzate ; e Fiuto S* abbia in dono- le teste , e il padre, un uomo.

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Quindi giugneado gli Aborgeni colle tante milizie, al zarono i Pelasghi rainuscelii di oliva: ed inermi si pre sentarono dicendo le sorti loro , e pregando che li ac cogliessero , almeno per 1 amicizia in que' luoghi ; gi non sarebbero di aggravio ; mentre 1' oracolo ivi ap punto gl indirizzava , e qui 1 oracolo esposero. Udendo ci gli Aborigeni, parve loro di ubbidire alloracolo , e ricevere in essi, tanti Greci alleati : molto pi che ave vano bri^a co barbari , stanchi ornai dalla guerra coi Sicoli. Vengono dunque a santi patti co Pelasghi , e spogliandosen' essi, compartono loro la terra intorno quel sacro lago, paludosa in molti tratti, donde Elia si direbbe, ma Velia si chiama: giacch per antico dialetto soleano spesso i Greci, se una parola cominciava da vocale , anteporvi la V , figurata con uu segno unico, il quale era come un doppio r (i), vuol dire una retta con due trasverse di fronte , come lhanno le voci F ele n i, Fanace , Foico , e F a n ir, e molte altre. Dopo ci parte non picciola di Pelasghi, perch la terra non bastava a tutti, persuadono gli Aborigeni a congiungersi con loro che uscivano con le arme su gli Umbri. Cosi piombando con impeto repentino , pigliarono Crotone , citt grande e felice. E di questa si valsero come di antemurale e di guardia; essendo conformata per essere
(l) j'. Questo al presente e il ma o doppio r - Era gi proprio di V coDsouanle. La sealeuza di esempi : Cosi f'e/felisoao dalla G greco: ed F sarebbe il Digam degli Eolj, e Ira Greci avea fona Dionigi pu confermarsi con molti voce E u r i , Erri da fresia ,

ifespera da E r x i f > vis da s, t>tslis da ErB-iit cc-

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un baluardo di guerra in mezzo a campi fecondissimi. Conquistarono ancora altri luoghi non pochi, coadiu vando con sommo ardore gli Aborigeni nella guerra che aveano tuttavia coSicoIi, finch gli bandirono dalle loro sedi. E 1 un popolo e l altro , Pelasghi ed Abori geni abitarono promiscuamente molle citt fabbricate da loro o tenute un tempo da Sicoli : tale era la citt dei Ceretani, Agilla detta in que' giorni, e tale era Pisa , e Saturnia, ed Alsio ed altre , espugnate col volger degli anni da Tirreni. XII. Falerio e F ascennio , ancor esse un'tem po del Sicoli , abitate dai Romani serbavano fino a miei giorni quasi scintille, pache reliquie di gente Pelasga. Anzi per lunghissimo tempo in esse durarono molli antichi usi gi proprii de Greci come 1 ornato delle arme da guerra, gli scudi aUargolica e le aste; e quando spe divano ai confini lesercito per dare la guerra o respigoerla , facean precedere alcuni uomini sacri senz arme a richiamarsi della pace. De quali sacri uomtni erano r apparato , tempietti di Numi,' sagrifizj e santificazioni, e molte non dissimili cose. Il segno manifestissimo che in Argo abitarono un tempo coloro che cacciarono i Sicoli il tempio di Giunone in Falerio conformato come quello di Argo. Quivi simile il modo desagrifizj, e sacre donne ancora curano il tempio , e quella che della porlalrice de canestri , donzella e pura da cose maritali, tiene gli apparecchj primi co' quali s im mola, e cori di vergini lodano il Nume con patrie can zoni. Ebbero questi popoli ancora non poco del terri torio detto Campano, fecondissimo e vaghissimo a ri

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guardarlo, cacciatine in parte gli Auranci, barbaro po polo : e quivi fondaroao altre cittadi, e Larissa ; deno minandola da Larissa, metropoli loro nel Peloponneso. Delle altre citt ne resta pure alcuna fino a miei giorni, quantunque variati spesso gli abitatori: ma Larissa di strutta gi da gran tempo : n presenta dell antica esi stenza altro segno pi manifesto che il nom e, e nem meno questo noto a moltissimi. Era non lontana dal foro chiamato Popilio. Finalmente possederono, toglien doli a Sicoli, molti altri luoghi entro terra , o lungo la spiaggia. XIII. I Sicoli omai non pi valevoli a resistere ai Pelasghi ed agli Aborigeni, riunendo i figli e le mogli e quanto aveano di moneta in oro ed argento, si leva rono in tutto da quella terra. Ripiegatisi a monti verso del mezzogiorno , e trascorsa tutta l Italia inferiore , siccome dovunque erano discacciati, apparecchiarono in fine delle barche nello stretto, e notandovi il flusso e quando era fausto, passarono dalla Italia in su l ' isola vicina. Allora i Sicani , Spagnuoli di biigine, la posse devano, n da gran tempo vi erano stati ammessi, cer cando uno scampo dai Liguri; e gi per essi era detta Sicania l'isola un tempo chiamata Trinacria per la fi gura sua di triangolo. Non molti erano in questa gran disola gli abitatori; ma la pi' gran parte vedeasi ancora deserta. Giunti i Sicoli ad essa , ne abitarono su le prime i luoghi occidentali , e mano a mano pi altri, talch lisola ne fu detta Sicilia. Cosi la gente de'Sicoli abbandon la Italia , tre generazioni , come Ellanico di Lesbo fcrive, prima delle cose trojane , correndo in

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Argo r anno vigesimo sesto del sacerdozio di Alcione. Perciocch stabilisce due passaggi fatti dalla Italia nella Sicilia il primo degli Elimei cacciati dagli Oenotri , e r altro dopo cinque anni degli Ausoni, che fuggivano i Iapigi. Dice che re di questi fu Sicolo , donde ebbero il nome gli uomini e l isola. Filisto per di Siracusa scrisse che 1 anno di quella discesa fu 1' ottantesimo in nanzi la guerra trojana : e che non Sicoli, non Ausonj, non Elimei, ma Liguri furono gli uomini trasportali dalla Italia, conducendon Sicolo, figliuolo di Italo , e che dalla signora di quello furono Sicoli nominati. La sciavano i Liguri le patrie terre , astrettivi dagli Umbri e da Pelasghi. Antioco di Siracusa non distingue il tempo del tragitto; ma Sicoli dichiara quelli che tra gittarono, premuti dagli Oenotrj e dagli Umbri, piglia tosi nel trasn^igrare Sicolo per condottiero. Tucidide scrive che Sicoli furono i profughi, e Opici quelli che li fugavano , per altro molti anni dopo la guerra di Troja. E queste sono le cose che affermansi da uomini riguardevoli intorno de Sicoli, passati dalla Italia nella Sicilia. XIV. Impadronitisi i Pelasghi di una regione ampia e bella, ne ebbero pur le citt : poi fondandone altre ancor essi, crebbero presto e molto in forze, in ric chezze , ed altri beni ; Hon per ne goderono lungo tempo. Ma sembrando floridi ti'oppo per ogni parte fu rono sbattuti dall ira de' celesti, e quali ne perirono per divine calamit , quali pe barbari confinanti : e la parte pi grande ne fu dispersa tra barbari, o nuova mente tra Greci, e lungo ne sarebbe il discorso se per

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minuto seguissi un tal fatto. Pochi ne sopravanzarono nella Italia per cura degli Aborigeni. Parve alle citt che la origine prima di un tale struggersi di famiglie fosse la siccit che intristiva la terra, talch non restva frutto alcuno fino al maturarsi negli arbori; ma innanzi tempo cadevane, n i semi che sbucciavano in germ i, vegetavano finch le spighe floride si empiessero nei tempi naturali, n bastavano i pascoli alle greggie. Non pi le fonti eran atte a toglier la sete, guaste, impic ciolite o spente dagli estivi calori. Consentivano con ci le vicende delle bestie e delle donne nel generare : e quale sconciavasi in aborti, e quale dava figli, morenti nel p arto , o fatali nell' utero ancora alle madri. Se scampavano i pericoli del parto , m utili, o storpi , o manchevoli per altro disagio, non eran' utili , onde si allevassero. L altra moltitudine p o i, specialmente la pi vegeta era colta da mali, e da morti frequenti pi delr usato. E consultando loracolo per quale violazione di geni o d Numi questo patissero , e per quali pratiche mai fosse da sperare una calma in tanti orrori, udirono ci essere perch esauditi u loro desiderj, non aveano penduto quanto promisero ; ma dovevano ancora agli Dei cose preziosissime. Imperocch li Pelasghi ridotti a penuria di ogni cosa nelle loro terre, si votarono a Giove , ad Ap-jllo , ed ai Cabiri (i) di santificare ad essi le decime di ogni prodotto. Appagati nella pre ghiera presero ed offerirono agli Dei parte delle messi e de' frutti, quasi votali si fossero per questo soltanto.
( t ) Forse C astore e Polluce. E cerio che erano Dei di Saiu*lracia.

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Mil'silo di Lesbo scrive ci quasi eoa le parole medesi me , toltone , che egli chiama Tirreni e non Pelasghi quegli uom ini, di che dir pi sotto le cause. XV. Ascoltato r oracolo non sapevano interpretarlo. F ra dubbj loro un pi vecchio, raccogliendone i sensi, disse che erravano affatto, se credevano che gli Dei li punissero a torto : volere il diritto ed il giusto, che si desse loro la primizia di tutto : nondimeno aspettavano ancora parte della generazione degli uom ini, cosa piii che tutte ad essi accettissima : se avessero questa, lora colo sarebbe adempito. Parve ad altri che costui parlasse rettamente ; ad altri che tendesse delle insidie. E pro ponendo un ule che s inten-ogasse il Dio se gradiva che si facessero per lui le decime, ancora degli uomini; mandarono i sacri vati per questo, e rispose che si fa* cessero. Quand'ecco sedizione fra loro sul modo di de cimarsi : e prima surse a vicenda tra capi della citt ; poi laltra moltitudine prese i suoi magistrati in sospetto: n gi sollevavansi con regola alcuna, ma come per en tusiasmo e per divino furore. Cosi molte case furono abbandonate, trasmigrandosi parte di essi, n sostenendo gli attenenti di essere abbandonati dai loro carissimi, e restarsene Ira i pi crudi nemici. Primi questi levandosi dall Italia errarono per la Grecia, e molto tra barbari : quindi ancor altri incorsero ne' mali medesimi, conti nuandosi ogni anno la decima. N i magistrati la so spendevano , ma sceglievano le primizie de giovani pi robusti peNumi, quantunque nel proposito di soddisfare agli D e i, temessero i moti di chi usciva a sorte per vittima. Erano ancora non pochi espulsi dagli avversaij

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per nimicizia , tutto che sotto specie di oneste cagioni Laonde spessissime furono la partenze; e la gente Pelasga err dispersa in pi terre. X V I. Erano i Pelasglii, vivendo in mezzo a genti bellicose tra cure e percoli , divenuti assai buoni nelle armi , e pi ancora nella nantica per avere coabitato co' T irreni. La necessit che ne' stenti della vita ispira coraggio, fu loro maestra e direttrice in tutti i cimenti. Perci non diflcilmente dovunque ne andavano vince vano. Erano chiamati ad un tempo Pelasghi e Tirreni dagli altri uomini si pel nome della regione donde par tivano , come in memoria della origine antica. Ora io dico ci perch alcuno udendoli chiamati Pelasghi e Tirreni da poeti e dagli storici, non meraviglisi come abbiano ambedue le denominazioni. Tucidide in Atte di Tracia fa menzione di loro e delle citt che vi era no , abitate da uomini bilingui : e questo il dir suo su Pelasghi. Ivi sono de Calcidesi, ma i pii sono P elasghi, cio que Tirreni che ahilarono un tempo Lem no ed Alene. E Sofocle nel dramma suo dell' Inaco fa questi versi detti dal coro :
Inaco genilor, figlio defonti Del padre Oceano, assai splendendo , reggr Le terre d Argo e di Giunone i colli E i Tirreni Pelasghi.

Quindi il nome deTirreni risuonava in quetempi nella Grecia : e tutta la Italia occidentale Io assunse ancora per s, lasciando i nomi speciali de suoi popoli. Oc corse gii pari vicenda nella Grecia e nella regione ora

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detta Peloponneso: giacch dagli Achei, che ern l'uno de'popoli che v abitavano, fu detta A caja tutta la Pe* nisola ov erano gli Arcadj, e li Jonj, ed altre nazioni non poche. XVII. L epoca nella quale cominciarono i Pelasghi a decadere fu quasi nella seconda generazione innanzi la guerra di Troja , e durarono , direi, dopo ancora di questa finch si ridussero ad un gruppo di gente. E , salvo la citt di Crotone , famosa nell Umbria , e tale altra, se pur v ebbe, data loro ad abitare dagli Abori geni , perirono tutte le rimanenti de Pelasghi. Crotone serb lungo temp* lantica sua forma, ora non molto, ha mutato nome ed abitatori , e divenuta colonia ro mana, si chiama Cortona (i). Yarj poi furono e molti che occuparono le sedi abbandonate daPelasghi secondo che ciascuno vi confinava ; ma le migliori e le pi si rimasero pe Tirreni. Quanto ai Tirreni v chi li dice naturali d Italia e chi forestieri. E quei che li stimano propi j della regione , affermano che si di loro quel nome per gli edifizj sicuri , che essi i primi di quanti vi erano, si fabbricarono : imperocch le abitazioni con muri e con tetto son tirseis chiamate dai Tirreni come da Greci. Cosi pensano imposto loro quel nome per accidente come nell Asia ai Mosinici dalle mosine che sono le case di legno abitate da essi, altissime in for ma di torri. XVIII. Ma quelli che favoleggiano che i Tiireni tono stranieri, additano un tale, detto Tirreno, che fu
(i) Sacoodo altri Ccttrna.

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Sace della colonia , e dal quale ebbe nome la nazione. Dicono cbe originario fosse di Lidia, chiamata gi Meonia; e che da indi antichissimamente si trasmigrasse; e che egli fosse il quinto dopo di Giove. Imperocch narrano che da Giove e dalla terra nacque M ani, il primo a regnare in que' luoghi : che da questo e da Calliroe figlia dell' Oceano nascesse Coti : che da Coti sposatosi con Alie , figlia di T u lio , uomo paesano , germinassero due figli Adie ed Ati : che da Ati e da Caliitea figliuola di Coreo sorgessero Lido e Tirreno : e che Lido rimastosi in que luoghi succedesse al regno paterno , e Lidia lo denominasse dal suo nome ; ma che Tirreno fattosi duce di una colonia occup gran parte d Italia, Tirreni chiamando il luogo, e quanti lo seguitarono. Erodoto per dice che Tirreno nacque da Ati figlio di Maneo , *e che l'andarsene de'Meonj nelr Italia non fu volontario. Imperciocch narra che re> gnando Ati si mise la penuria tra Meonj : che gli uo mini ritenuti dall' amore della regione si argomentarono in pili modi a vincer quel male , taluni di colla parsi monia , e tal altri con 1 astinenza : ma che prorogan dosi la sciagura, tutto il popolo diviso in due , decise per le sorti chi dovesse di l trasmigrarsi , e chi rima nere ; e che perci 1 un figlio di Ati si stette, parten dosi r altro : la moltitudine che pendeva da Iiido trasse colle sorti il suo meglio , e si stette ; ma 1 altra pi gliando quanto le si dovea per le sorti in danaro , na vig verso r occidente d Italia, e postasi dove erano gli U m bri, vi fond citt che duravano ancora al suo tempo.

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X IX . Ben so che altri non pochi scrissero , ap punto come io scrissi, della origine de T irren i ; ma che altri ne variano il fondatore ed il tempo. Imperoc ch dissero alcuni che T irren o era figlio di Ercole e di Onfale Lidia : che venuto questo in Ita lia , espulse i Pelasghi dalle loro citt , non per da tutte , ma da quelle poste di l dei Tevere su le parti boreali. A ltri per ci fan vedere in T irreno u n figliuolo di Telefo venuto in Italia dopo la rovina di Troja. Zanto lidio perito quant altri mai delle storie a n tic h e , e creduto nelle patrie non inferiore a niuno, n mentova in parte alcuna de suoi scritti un tirreno signore de Lidj , n conosce passaggio alcuno deMeonj nella Italia, n parla mai deTirreni come di Lipia colonia, sebbene parlasse di cose ancora bassissime. Dice che Ati gener Lido e T oribo , che dividendosi il regno paterno si rimasero ambedue nell A sia , e che diedero il nome loro a po poli suquali comandavano. Imperocch scrive : da Lido si fecero i L idj , e da Toribo i Torihi ; poco d am bedue differisce l idioma , e gli u n i , come li Jonj e li D o rie si, usano a vicenda le parole degli altri; Ellanico di Lesbo dice che i T irreni chiamati gi Pelasghi as sunsero il nom e che o r hanno , quando abitarono la Ita lia ; imperocch nel suo Fotonide (i) scriv e, da

Pelasgo re loro, e da Menippe figliuola di Peneo nacque F raslore, da questo surse A m intore, che diede Teulamide , e da Teutamide ebbesi Nanas j regnando il quale i P elasghi , profughi dalla Grecia
(i) Opascolo di ElUuico: ne fa meaiione Ateneo nel lib. 9 .

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laieiarono le nm>i dove il fiu m e Spineto esce nel mare Jonio (i), ed invasero entro terra la citt di Crotone; e d i l movendosi fondarono quella che Tirrenia ora si chiama. Mirsilo spooendo come Ellanico le altre co se , dice tuttavia clie i Tirreni quando erravano profu ghi dalla patria , furono detti Pelasghi per certa somi glianza loro con le cicogne, pelarghi chiamate; giacch passavano in truppa per le terre de'Greci e debarbari: aggiunge che essi alzarono il muro detto Pelargico in torno la rocca di Atene. XX. A me per sembra che s ingannino quanti si persuasero che i Tirreni e i Pelasghi non sieno che una gente ; perciocch non meraviglia che alcuni abbian talvolta il nome di altri, mentre in par vicenda incorsero ancora altri popoli greci o barbari come i Trojani ed i Frigi, perch prossimi di regione. Eppure molti fanno di questi due popoli un solo, quasi distinti di nomi, non di lignaggio. I popoli poi d Italia, nom* meno che quei daltri luoghi, furono confusi ne' nomi. E v'ebbe un tempo.quando Latini, Umbri, Ausoni, e molti altri si chiamavano Tirreni da Greci ; riuscendo ogni ricerca di questi men chiara per la lontananza di que' popoli : anzi molti degli scrittori pigliarono Roma ancora per citt de' Tirreni. Io dunque penso che que ste genti mutassero il nome , variandosi fino il vivere : non penso per che una fosse la origine di ambedue , per molte cagioni, e pi per le voci loro non simili,
(t) Qui si estende il nome di Jonio all interno dell Adriatico. Spesto gli storici antichi cosi pratiearono contro 1' uso de geografi che disliogoono 1 uno dall altro mare.

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ma diversissime. Imperciocch n li Crutoniati (i) come scrive Erodoto , n li Piaciani ne' proprj luoghi parlan la lingua dei circonvicini ; ma una ne parlano tutta lor propria: donde manifesto che serbano i caratteri del< r idioma che aveano quando in que' luoghi si traslatarono. Meraviglisi poscia chi pu che li Crotoniati somi glino nell' idioma ai Piaciani, popoli ne lidi dell Elle sponto , n somiglino intanto a vicini Tirreni, Erano que' primi ambedue Pelasghi ne principj loro : e se la unit di origine prendesi per causa deila uniformit nei linguaggi ; dunque la differenza di origine pur causa del divario di essi ; non dando un principio medesimo contrarj gli effetti. Certamente, se avvenga , ben ra gionevole quello , cio che uomini di una gente mede sima domiciliatisi lontani fra loro non conservino i ca ratteri de proprj idiomi per lo conversar coi vicini; ma che poi neglidiomi non somiglino popoli di una origine istessa, e d'istesse contrade, ci non ragionevole pr niuna maniera. XXI. Seguendo tali indizj convincomi che differi scono i Pelasghi dai Tirreni ; n credo i TiiTeni u n tralcio de Lidj ; perocch n parlano la lingua mede sima , n pu dirsi che se non la parlano , ritengono almeno alcuni vestigi della terra materna , n tengono per Iddj que che da Lidj si tengono ; n li somigliano per leggi o per abitudini, ma in ci dai Lidj si diver sificano pi , che da Pelasghi. Pertanto sembrano pi verisimili quelli, che dicono un tal popolo, naturale (i) Cortoneti.

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delia contrada , non venutovi altronde : perciocch si rinviene antico in tutto ; n simile ad altri nel parlare , o nel vivere : e niente ripugna che avesse un tal nome daGreci o per le abitazioni fortissime (1)0 per luomo ancora che li dominava. Ma i Romani con altri nomi li chiamano Etruschi dalla E truria, regione dove un tempo abitarono : ed ora li dicono Toschi men pro priamente, avendoli come i Greci, nominati prima con pi verit Tioscovi per lo magistero nelle cerimonie del culto divino, nelle quali sorpassano tutti. Que po poli inoltre distinguono s stessi dal nome di Rasenna r uno gi de loro comandanti. Sar poi dichiarato in altro libro quali citt fossero abitate dai Tirreni e con quali forme di governo , quanta fosse di tutti insieme la potenza , e quali, se pur degne ne ebbero di ricor danza , le azioni ne fossero, e le vicende. I Pelasghi che non perirono , n si disgiunsero per fare colonie , si rimasero , pochi di molli, con gli Aborigeni , sotto le leggi de luoghi nequali si lasciavano, e ne quali col volger degli anni i posteri loro fondarono Roma. E tali sono le novelle intorno de Pelasghi. XXII. Dopo non molto tempo, nell anno , al pi, sessantesimo come narrano i Romani, prima della guerra trojana , capit ne luoghi medesimi un altra spedizione di Greci la quale abbandonava il Palianteo, citt delr Arcaclia. Il duce erane Evandro, figlio di Mercurio, e di una ninfa, abitatrice di Arcadia. I Greci la ten gono per ispirata da Num i, e la chiamano Tem ide ;
(>) Tirstii delle di lopa $ z t ii.

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ma Carmenta detta uella patria lingua da romni che scrissero le antichit di Roma: perocch la ninfa avrebbesl a dir propriamente Tespi-ode con greca pa rola : ma le odi chiamansi carmi da Romani, e quindi Carmenta. : si consente poi che tal donna presa dallo spirito divino presagisse, cantandole, le cose avvenire ai popoli. Non venne quella spedizione d comun senti mento; ma nata sedizione del popolo, la parte inferiore, di voler suo si spatri. Dominava di que tempi su gli Aborigeni Fauno, un discendente come dicono di Marte, uomo di azione e di prudenza, e riverito da Romani con sagrifzj e con inni come uii genio del loco. Ricev costui con assai benevolenza gli rcadi che erano po chi , e diede loro della sua terra, quanta ne vollero ; ed essi, come Temide gli avea, vaticinando, ammae strati , presero un colle poco lontano dal Tevere , il quale ora nel mezzo di R om a , e tanto vi fabbrica rono , che bastasse alle genti venute con le due navi dalla Grecia. Era questo il principio segnato dai destini per formare col volger degli anni una citt, non pareg giala mai da greca o barbara citt per grandezza di abitazioni, di comando, e di ogni bene, e certamente memorabile soprattutto finch dureranno i mortali. Pallanteo chiamarono quel fabbricato come la metropoli loro in Arcadia: ora Palagio detto da Romani per la confusione che inducono i tempi ; e ci diede a molti la occasione di stolte etimologie. XXIII. Dicono m olti, e tra questi Polibio di Me galopoli , che quel nome viene da Pallante, un giovi netto ivi moHo , nato da Ercole e da Cauna la figlia

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di Evandro: perch facendogli questo avolo materno ia quel colle un sepolcro, chiam Pallanteo, quel luogo dal giovinetto. Io n mirai in Roma la tomba di Fal lante , n conobbi che vi si praticassero funebri onori, u potei conoscere nulla di simile : quantunque la fami glia di lui non sia dimenticata, n priva del culto col quale i semidei sono venerati dagli uomini. Perocch vidi che i Romani faceano gelosamente ogni anno pub blici sacrifiij ad Evandro e a Carmenta, come agli altri genj ed eroi: e vidi gli altari dedicati a Carmenta appi del Campidoglio presso la porta carmentale, e quelli dedicati ad Evandro appi dell altro colle detto Aven tino , non lungi dalla porta trigemina ; n vidi intanto cosa niuna di queste iatta inverso Fallante. Gli Arcadi i quali coabitavano appi del colle, eressero pure -altri monumenti nelle forme della patria, e santi riti v isti tuirono ; ma per ispirazione di Temide', innanzi tutti a Pane Liceo, Nume il pi antico e pii^ riverito tra quelli di Arcadia, in sito idoneo, che i Romani chiamano Lupercale , e noi diremmo Liceo. Ora empiuto essen* dosi di abitazioni il suolo intorno ; non facile rintrac ciarne la natura del luogo. Era questo, come dicono, appi del colle, una spelonca, vetusta, grande, coperta da una querce, ramosa qual bosco: profonde bulicavano le fonti abbasso delle pietre ; e lo spazio appresso ai dirupi era opaco per arbori, altissime e folte. Qui col locando un altare a quel Nume compierono il patrio sagrifizio, che i Romani, non mutando cosa alcuna delle antiche tillra fatte, ripetono ancora di presente dopo il schtizio d inverno nel mese di febbrajo. La

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maniera del sagrifizio sai detta pi innanzi. Ergendo poi su le cime del colle un tempio alla Vittoria, stabi lirono in questo ancora annui sagriGzj che i Romani tributano ancora. XXIV. Gli Arcadi favoleggiano che questa sia figlia di Fallante generata da Licaone : e Minerva, fece, che ricevesse da mortali gli onori che le si rendono ; impe rocch fu essa educata colla Dea, giacch la Dea nata appena fu consegnata da Giove a Fallante , e presso lui fu nudrita finch ascese alle stelle. Fondarono ancora un tempio a Cerere ed il sagrifizio, che faceano le donne ma non usate al vino, com' era la pratica de' Greci : nel che 1 andare del tempo non ha cagionato muta zioni , fino a miei giorni. E Nettuno Ippio ebbe pure il suo tempio e le feste, dette Ippocralie da Greci, ma Consuali da'Romani: e Roma in esse l ibera per uso dal travaglio cavalli e muli, e ne incorona le teste di fiori. Consecrarono similmente aliri tem pj, altri al tari, altri simulacri, costituendo purificazioni e sacri fici , ritenuti ancora ne modi medesimi. N gi sarei meravigliato se alcune di queste cose neglette, come antiche troppo, non avessero pi ricordanza tra po steri : nondimeno le consuetudini presenti danno ancora assai da congetturare surti arcadici d allora , dequali diremo altrove pi pienamente. Dicesi che gli Arcadi recassero i primi nella Italia 1 uso delle lettere greche, note ad essi da poco, e la musica della lira , della ti bia e del trigono, non sonandosi ivi altri armonici stromenti che le sampogne de pastori : e dicesi che vi introducessero le leggi, vi raddolcissero le maniere del

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Wvere, fiere in gran parte, e che vi diflbndessero le arti, e le istrazioni, ed altra utili cose in gran nume ro, onde assai ne furono rispettati dagli ospiti. Questa greca moltitudine , seconda dopo i Pclasghi, giunta nella lulia ebbe comune 1 abiuzione con gli Aborigeni in uno de' bonissimt luoghi di Roma. XXV. Pochi anni dopo degli Arcadi vennero nella balia altri Greci, guidati da Ercole il quale avea do mato la Spagna, e le parti, fin dove il sole tramonta. Alcuni di lo ro , implorato- da Ercole il congeda dalla milizia , si (Brinarono in questi luoghi ; e trovando un colle opportuno, lontano al pi tre stadj dal Pallanteo, vi si accasarono : chiamato allora Saturnio, o Crnio come i greci direbbono, ora si chiama Capitolino. Et ano quei che rimasero per la pi parte del Pelopon* seso , io dico i Fenneali, e gli Epei della Elide, di samorati di viaggiare in verso la patria,- perch deva stata nella guerra con Ercole. Mescolavaasi ad essi al cuni de' Troiani fatti prigionieri quando Ercole prese g T roja, regnandovi Laomedonte. E parmi che in quel luogo si annidassero ancora tutti di quellesercito , quanti o stanchi dalla fatica, o dal rigirarsi ottennero levarsi dalla milizia. A lcuni, come ho detto, stimano antico il nome del colle ; tanto die gli Epei gli si afTezionaroiio nommeno in memoria del colle, Cronio chiamato nella Elide in su le terre di Pisa lungo le rive dell' AUo. Gli Eliesi riputando quel poggio loro sacro a Saturno vi si adunano in fissi tempi, e l 'onorano con vSacrifizj e con altro culto. Nondimeno Eusseno, ed altri mitologi DJo:rzGi. tom o r. t

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lulian i pensano che i Pisani p e r la slmiglianza del Cro>< nio lo ro dessero il nome anche all altro : che gli Epei con Ercole erigessero a Saturno I altare che trovasi alle falde del colle presso la via che mena dal F o ro al Campidoglio : e che es$i istituissero il sagrtfizio che i Romani v immolano ancora con greche cerimonie. Ma i o , parag onan do , tr o v o , che prima della venuta di Ercole nella Italia quel luogo era sacro a Saturno , e Saturnio chiamavasi daterrazzani : e che tutU 1 altra reg io n e, che ora dimandasi Italia, ra dedicata ancor essa a quel N u m e , e Saturnia nominavasi dagli abitanti, come trovasi detto nelle risposte date dalle sibille o da altri Iddii. Ed in molti luoghi di questa sonovi detempi alzati a quel N u m e, ed alcune citt da lui si d enoiain a n o , come allora tutta la Italia : e p o ru n o ancora il nom e del Dio molti luoghi, singolarmente i monti e le ru pi. X X V L Col volger degli anni ii detta Italia per u n uom potentissim o, Italo nominato. A ntioco di Siracusa Io dipinge per uom o, destro e filosofo, il quale convin cendo molli popoli col dire e molli colla forza, ridusse in poter suo quanto v' tra '1 golfo Napitino ( i) e quello di Scilla: e quel tratto fu il primo che Italia da Italo si dicesse. Dopo ci scrive che divenuto pi forte, fece che molti altri gli u bbidissero; perocch mise il cuore suc o n fin a n ti, e ne prese molte c itt : e scrve finalmente eh' egli era O enoiro di nazione. E lla ( i ) Cluverio In Ilal. Antiq. 1. IV erede che cleMia leggersi L a metno in T e c e di Pfipitina, Filogono h di parere che Lamet citt di L ucania done nome a qneslo golfo.

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DICO di Lesbo narra clie Ercole condqoevasi i bovi di Gerone alia volta di A r g o , ma che essendo gi n ell'Italia il tenero Gglio' di u aa vacca spiccossegli dall' ar mento , e profugo vi err da per tutto ; finch solcato il mare interposto giunse nella Sicilia : che cercando E rcole quell anim ale, e chiedeodo ovunque capitava , se alcuno lo avesse veduto de' paesani , siccome poco intendevano il greco , e dasegni lo chiamavano come a n c b ' oggi si chiama nella patria lingua vitello ; cosi

V lalia rhiatD tutta la regione da questo percorsa.


Non poi meraviglia che un lai nome si tram utasse com' di presente ; mentre tanti greci ^ nom i eziandio subirono pari vicende. M a , sia che prendesse quel no me , come dice A n tio c o , dal co nd ottiero, il che forse pi probabile , sia che dal vitello come pensa Ella nico ; raccogliesi da ambedue che Io prese intorno ai tempi di E rc o le , o poco prima ; essendo chiamata in n a n Esperia d Ausonia dai G re c i, e Saturnia da paesani, come di sopra fu detto. X X Y IL Contasi ancora tra que' popoli la novella che innanzi al principato di Giove ivi S atom o regnasse: e che tra loro pi che altrove si avesM quella vita si fam o sa, beata p er tutti i b e n i, quanti le stagioni ne apportano. Ma se alcuno risecando ciocch' di favoloso nel d isc o rso , voglia intenderne la bont di quella re gione , dalla quale il genere u m a n o , sorto di recente daUa te r r a , come vecchia &ma , o d ' altronde , ne raccolse vantaggi moltissimi , e giocondissimi ; n o n tro ver p er tal fine suolo pi acconcio di questo. Impeirocch ae paragonisi uim terra con altra di eguale gran

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de/.za, l ' Italia p e r mio giudizio la migliore nell' E u ropa , e dovunque. Non ignoro che io sembrer dir cose incredibili a m olti, i quali risguardano l E g itto, la Li bia , e Babilonia, e q uante altre vi sono beate conirade; ma io non pongo la ricchezza della terra in una specie sola di p ro d o tti, n invidierei di abitare dove pingui sono le cam pagne, u vi si scorge altro bene se noA tenuissimo: ma quella regione chiamo la migliore la quale sia bastantissima a s stessa, e che meno abbisogni dell' altrui. Sono poi persuaso che la Italia paragonata con altra qualunque, appunto sia la terra datrice di ogni frutto , e di ogni utile* X X V U I. E certam ente, te com prende campagne fe lici e m o lte , non perch madre di messi, men propizia p e r gli arb ori : e se vale assai p er ogni genere di a lb e ri, non perch ta le , poco ubertosa nel semi narvi ; o s ' bonissima p er am bedue questi u s i, nou per questo men propria pe* bestiami : n perch varia si dimostri n e' prodotti e n e' pascoli disamena poi se vi si abita. Ma direi che di ogni agio soprabbonda e di ogni diletto. E qual terra mai frum entaria vince le terre dette della Cam pania, bagnate dalle acque n o n d e'fiu m i, m a del cielo ? Io vi contemplai campagne che davano tre raccolte nudreodo dopo i semi d e L v e rn o , quelli per la s U te , e dopo gli estivi, gli altri in 6ne per 1* autunno. Q uale coltivazione supera in olio quella dei M essapj, d e 'D a u n j, d e 'S a i ii e di aluri? Q ual m ai fuolo con vigne sor^irende pi che il T irre n o , l'Albano e il F a le rn o ? il quale ama cos le viti, che ne porge col m en di lavoro am pliinn frutti e bopissiluL Ma

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oltre r terre cbe si lav o ra n o ,. ivi molte p u r se neutro vano, riservate per le capre e per le pecore ; ma pi m irabili ancora sono quelle da pascervi le tnandre dei cayjiUi e debovi: imperocch soprabbondmdovi l'e r b a palustre e dei p r a t i , e riuscendovi fresca e rugiadosa nelle parli che si coltivano, dan pascoli senza limite ia tu tta T e sta te , e m antengono in fiore gli armenti. Q u al d olce spettdcolo ivi sono le selve per balze, p er v a lli, p e r colli non c u lti, e di quale e quanto materiale pel le navi e per altre operazioni? N gi cosa alcuna di queste diflGcile ad ottenerla , n immota dalluso d ^ i uom ini : ma tutte sono pianissime, e tutte facili a tras mettersi per la moltitudine de' fiu m i, i quali scorrono tutta la regione : e li quali con utile vi agevolano i urasporti e le perm ute dei prodotti della terra. V i si tro vano ancora in pi luoghi delie acque c a ld e , propriiasime a' b a g n i, e bonissime p er le cure di mali diu-* turni. E metalli, vi sono d ogni g en ere, e cacce d'ani< m ali in c o p ia , e mari fecondissim i, com e pure altre cose moltissime ; e pi utili e pii\ meravigliose. Bonis^ sim o soprattutto oe 1 aere per la dolce sua temperie secondo le stagioni, e poco oppenesi eoa calori o freddi eccessivi al form ar de' frutti , ed al vivei* degli animali. X X IX . Non dunque da meravigliarsi cbe gli an tichi prendessero quella terra p er sacra a C r o n o , o Saturno; concependo che questo Dio vi fornisse , e sa ziasse i mortali dogni bene. Ma sia che chiamisi Crono come da G reci, sia che Saturno (f) come da R om ani;
( i ) S le fa n o e C sab(no crrdorr) r h o q 'i i fosse tic! le sio Ktf*t

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DELLE ANTIC HIT

ROMANE tutta delle

ODmprendendo dascnno

d i essi la natura

c se ; tu Io nom ina come pi vuoi. Nemmeno da neravigliarsi cbe contemplando in ijuella ogni abbon danza e delicia, commoventissime cose , ne credessaro Ogni luogo piA acco n cio , degno degli D e i, com ' era d e 'm o ru li ; e li monti e le selve si ascrivessero a P ane, i prati e floridi luoghi alle n in fe , e te rive e le isole ai genj marini , ed ogni altra parte ad un genio o a un D ie , come pi convenivagli. fama che gli antichi im molassero a C ro n o um ane v ittim e , come in Cartagine , m entre esist, come tra' C e lti, e come in mezzo di aluri occidentali : e che Ercole volendo precludere la baibarie di quel sacriflcio, innalzasse l'a lta re nel colle S a tu rn io , e facesse che vittim e pu re vi si ardessero con puro fuoco. E perch qae popoli non sen coruccissero quasi spregiasse i patrj sacri 6 zj, fama che gli ammo nisse a placare l 'i r a di quel N um e; e piuttosto che gli uomini gettare nel T ev ere legati nelle mani e n e 'p ie d i, gettarvi i simulacri lo r o , vestiti appunto com'^ essi. E gli serbava una immagine degli antichi c o stu m i, per ch si sterpasse a lf in e , quanta superstizione, restava an cora n e'cu o ri. Conservavano i Romani tal pratica ancor nel mio te m p o , rinovandola poco appresso aU'equinozio di prim avera nel mese di maggio nelle idi che chia'm ano, le quali vogliono che ricontino il giorno ap pu n to ', che il mezzo del mese della Iona ( i ). In questo
o il che allude a ti ti , e beniisirao corrisponde alla p -

Tola latina d i Saturno : e per di sopra a b b ia n o uial il verbo sa* tiare. Crono poi non i che il tempo ; ed il tempo tutto p re p a ra , e Hi luUo fornisce gU uomini col suo corso. () 1 Aom m i dopoN uraa regolavano T a u n o sul corso dclU kma>

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i ponteGoi , vale a dire i prim i tra' sacerdoti, come le ?ei|;im , custodi del fuoco ioestinguibile, i p re to ri, e gli altri che esser possono all* opera santa , dopo avere com piuti s e c o l o la legge il sagrifizio, gettano dei ponte sublicio nel T e v ^ e , trenta simulacri in forma um ana A rgei (i) nominati. Ma de'sagrifizj e delle altre divine cerim onie di R o m a , nazionali o greche di maniere , direm o in altro libro ; richiedendo ra il subjetto che pi riposatamente seguitiamo E rcole nella sua venuta in Italia, n trasandiamo cosa da lui fa ttav i, degna di lode. X X K . E su questo Dio diconsi delle c o s e , qoali pi vere e quali pi favolose : e cosi stanno le favolose. E rc o le , oltre gli altri travag li, comandato da Enristeo di condurgli da Eritea li bovi d i G erione in A i^ o , tornando dalla impresa in sua c a sa , venne in m olle parti d Italia e della terra degli A borigeni, prossima al Pallanteo. E trovandovi copioso e buon pascolo , vi addusse i b o v i, ed e g li, quasi stanco dalle fatiche, die> desi al sonno. Intanto un ladro p aesano, Caco di nom e, capit tra 'b o v i, pascolanti senza custode, e se ne in^ vaghi. Ben conobbe che Ercole si riposava ; ma vide che n poteali tutti involare occultam ente, n facile ne sarebbe la impresa. Q uindi ne ascose pochi solamente
ed il principio della nuova lana era principio insieme del d i i o t o mese. Di qui nasce che faceano combinare le idi di maggio col plenilunio o col m e o del mese l u s tr e . ( i ) Queste figure erano di giunco: si chiam avans A rgei, quasi Tappresciilassero tanti Argiri che si sterminavano come nemici degli Arcadi.

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D BtLE a n t i c h i t BOMANE vicino, d o r' egli vive , traendoveli via ya

neir antro

Tcirogradi p er U cod* , perch vedendovi le pedale contrarie all' ingresso, potesse render vano ogni argo m ento su di essi. Ma levatosi Ercole poco appresso, e num erali i suoi bovi ; come vide chc ne m ancavano, dubit su le prim e, ove fossero a n d a ti, e li cere m ano a a mano come erranti da'pascoli. N raggiungendoli ancora ; venne alla spelonca sebbene sconsigliatovi dalle p edale, niente m eno pensando , quanto che ivi n e ritroverebbe il covile. Standone Caco dinanzi l'e n tr a ta , e ricbiesto n e , dicendo non averle v e d u te , n volere che ivi p i si cercassero ; anzi convocando clamorosamente i v ic in i, 4}uasi patisse violenza dal forestiero ; E rc o le , dubbioso- in prim a come, {strigarsela, prende in fine a dirigere all* antro ancor gli altri bovi. Ma non s tosto quegli d entro sentirono la nota voce e l odore , la sciarono verso gli altri d i fiiora un m uggito, e fu quel m uggito r accusatore del furto. Caco, vedutosi reo ma nifestamente , ricorse alla forza convocando tutti i suoi compastori. Ecco Alcide investirlo colla d a v a , ed ucci derlo e sprigionarne i suoi bovi: poi vedendo, com 'era la spelonca un refugio opportuno pe rubatori, la dirup. Q u in d i, purificatosi con Tonde del fiume dalla strag e, inalz presso quel luogo a Giove ritrovatore un altare , ora visibile in Roma nella porta trigemina ; sacrifican dovi un vitello al Nume onde ringraziarlo su* bovi ricu perata Rom a porge ancora quel sacrificio, tutto con greci r i t i , come Ercole lo istital. X X X I. Gli Aborigeni e quegli Arcadi che abitavano il Pallanteo come seppero della morte di C a c o , e m ir^-

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roao E rc o le , nemici gi del prim o per le ra p in e , stu pivano all aspetto del secondo ^ credendo iMin so che divino in lui per la grande avventura sua nella vittoria. I poveri tra loro spiccando ramuscelli di alloro , copioso in q n e 'lu o g h i, ne coronarono Ercole e s stessi ; ed accorrendo i loro monarchi lo invitarono ad ospizio. Come poi dal dir suo ne-conobbero il n o m e , il lignag gio , e le imprese ; profferivano a lui p e r benevolenza il regno e s stessi. Ed Evandro che anticamente udito avea da Tem ide stessa, volere il destino che E rc o le, il figlio di Giove e di icmena, cambiasse p er la virt la natura m ortale colla im m ortale, appena ravvis chi egli fosse, anzioso di prevenire tutti e di rndersi propizio l'e ro e con gli onoii deN u m i, alz di repente con assai cura u n altare , sacrificandogli dove l'oracolo avea gi significato, u n giovenco, in u tto ancora di g iogo , e supplicandolo a ricevere da lui le primizie di u n culto. Meravigliatosi Ercole delle accoglienze, tenne il popolo a convito, im m olando parte d e 'b o v i, e separando per ci le decime delle altre prede : poi don a quei re che assai lo b ram av an o , molte delle terre d e' L ig u r i, e di altri conG nanti, cacciando da esse alquanti ribaldi. Dicesi ancora che egli fe' la ric e rc a , giacch i prim i de' paesani lo tenevano p er u n Id d io , che gli perpe tuassero quegli o n o r i, sagrificandogli ciascun anno un giovenco non dom o, e santifcandone l ' azione eoa gre che cerim onie: e dieesi che insegnasse queste a due famiglie le pi riguardevoli perch vittime in tutto ac cette gli si offerissero: essere poi quelle de'P otizj e dei P tR arj, le famiglie allora istruite del greco rito , e le

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]oro generazioni, aver lungo tempo continuata la cura d e ' sagrifizj, come t ' erano da colai deputate r talch i . Potizj erano i capi nella santa o perazio n e, ed aveaso le primizie al bruciarsi delle vittim e; laddove i Pinar} uon ammetteansi a parie delle viscere, e teneano sem p re i secondi onori nelle cose com uni ad ambedue. C cagione a questi della onorifieenza m inore fu la tardanza loro nel presentarsi; giacch comandati d i venire sul far del m attino', giunsero essendo gi consumate le viscere. O ra l'incarico del santo ministero non pi deposteri loro: ma di servi com perati dal pubblico. D ir poi nel suo luogo le cause p er le quali il costume fu v a ria to , e le significazioni del Dio quando i santi ministri si perm utarono ( i ). L ara o v 'E rco le of;ri le sue decime, chiamasi M assima da' R o m ani, e trovasi presso al foro detto boario , veneratissima , quanto altra m a i, da' pae sani : imperocch su questa fa patti e giuramenti chiun> que vuole stabilit negli accordi ; e su questa si offirono spesso ancora le decime a compimento de voli. Nondi m eno un u le a lu re nelle fattezie minore della sna gloria. V i ha de tempj di questo Nume altrove ancora ia pi luoghi d Italia ; e gli altari ne sono per le citt per le strade: e difficilmente troverebbesi una popo Iasione tite non lo adorasse. E questo ci tram andan le favole in to rao d i Ercole.
( i ) li tetto ove Dioaigi spiegaca tali oote i perito. PM r r e d e r enc cQccli oe icrive L tq iiI librtK. noao. Egli dic occorsa la m aKilcDe quando Appio Claudio esercitava le funzioni di censore. Allora in un anno perirono dei P oliz^ trrn ta mascb] abili a rinovare le famiglie , cosi ia stirpo virile corse al suo termine.

L IB R O

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X X X n . Ma il pi vero quest aUiHi : e molti cbe scrissero le imprese d i lui , cosi uella storia lo delinea ro n o . Ercole divenuto potentissimo in arme tra. tutti del suo tem po, e postosi con esercito numeroso scorse tutta la terra cinta dall' O c e a n o , levando , se ce ne a v ean o , qualunque tirannide, grave e molesta ai su d d iti, e qua* lu n q u e im pero di citt contumelioso e nocevole agli altri vicini colla condotta dura e colle uccisioni ingiuste degli o sp iti, e stabilendo m onarchi onesti , governi sa v j, e costum i socievoli ed umani. Scorse ancora tra Greci e tra 'b a rb a ri, neU 'iaterno demari e delle terre, in mezzo popoli in 6 d i, iotrattabili : fond citt su luoghi deserti, diresse fiumi che inondavano i cam pi, apri vie su monti impraticabili , e mille cose fece onde i mari tutti e le terre si comunicassero ogni vantaggio. G iunse finalmente in Italia ma non gi so lo , n con m andre di b o v i; perocch non questa regione in sentiero p er chi viene dalle Spagne in A rgo , n conseguito ci avrebbe tanti on ori per causa di un passaggio. Egli vi giungea dalle Spagne conquistate, ma con esercito amplissimo p e r sot toporsela, e dominarvi. Se non che fu costretto a con sumarvi gran tem po, e perch lonana era la sua flotta, su n ti le burrasche ree dell' in v ern o , e perch le genti d I ta lia , n on tutte spontanee gli si abbassavano. E per non dire di altri b arb a ri, i Liguri , popolo numeroso e guerriero, posto ne'passi delle A lp i, tentarono dim pedifgli colle arme l ' ingresso nella Italia, e l s' ebbero i Greci battaglia fierissim a, esaurendovi tutti gli strali. E schilo, poeta antichissimo , menziona quest battaglia

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nel sno Prom eteo disciolto (i). Iri inducesi Protnereo che presagisce ad Ercole non che le altre vicende y f ie lle che gli sovrastavano nella spedizione contro di G erone, e nella guerra co' L ig u r i, Gertamente non f cile : e questi ne sono li versi : A fronte l Liguri ttara i, hnperterrta gente : onta e rawmarco Non ti f a guerrvggiarU, e per dettino, Pugnando , ti vedrai mancar gli ttralf. X X X III. Ma p o ic h , v in cen d a, im padron di quei passi ; alc u n i, specialmente se greci di o rig in e , o non valevoli a resistere, sottomsero volontari le loro citt ; ma i pi vi furono astretti con le arm e e con gli as se d i Q uanto ai vinti in battaglia, dieesi che Caco, quel si noto per le fvole d e ' R o m a n i, borbaro principe di bad>ara g e n te , gli si opponesse perch dominava Iw ^ h t assai fo rti, il che lo rendeva molesto ancora ai vicini. Costui poich seppe che Ercole si accampava ne piani contigui apparecchiatosi all' uso de' la d r o n i, appari con subita scorreria su l'esercito d i lui che do rm iva, e ne invol le prede , quante ne erano seaza guardia. Ma rinchiuso poscia per assedio da'G rci che ne espugnavano le fo rtezze, fiualmente anvh' egli soggiacque , e nel mezzo de'snoi baluardi. I suoi castelli furono rovesciali: cd i compagni di Ercole , Evandro con gli Arcadi , e F au no con gli Aborigeni suoi pigliarono ciascuno p e r (i) Esckilo'scriue il suo Promeleo ignifero, il suo Prometei . Slrabone nel Itb. i , Atene nel {>ar!aroao dtll'ullimo^ll secando ci retta ancora.

hgato, ed il ProoKieo

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parte delle terre del vinto. Ma ben pu taluno im> maginare che i G reci rimasti in quella regione furono gli E p e i , e gli Arcadi originar) della citt di F e n e o , e li T ro jan i, lasciativi a presidiarla. Perocch tra le arti imperiali di Ercole fu p u r quella nommeno sorprendente che le altre , d i sospingere tra le sue milizie oom ioi divelti a forza dalle citt conquistate, e di metterli al<^ ( i n e , se animosi com battessero, ad abitare le terre in vase , arricchendoli dell* altrui. P e r tali c a g io n i, e non p e r il viaggio che niente avea di rispettabile , il noiue e la fama di ^rcole divenne grandissima nell' Italia. X X X IV . Aggiungono alcuni, che ne' luoghi ora abi tali da'B om ani egli vi lasciasse due suoi figliuoli geno* Fatigli da d u e d o n n e . Fallante era I uno natogli da L auna (i) la figlia di E vandro: Latino l'a ltro , natogli da u na donsella boreale. Egli la conduceva seco datagli ^ 1 padre in ostaggio , e custodivaia finch candida si maritasse ; navigando per verso 1' Italia ne fu vinto dall* a m o re , e la fecond. Ma essendo egli omai p er tornarsene ia A rg o conced che si restasse sposa di F a u n o , re deg^i A borgeni ; e per tale cagione molti tengono Latino p e r figlio di F a u n o , e non di Ercole. N arrano che Pallante morisse nel fiore primo degli anni: ma che Latino , adulto fatto , succedesse al comando degli A borigeni : e che venuto lui meno s e n stirpe virile , il re g n o , p er la battaglia co'R uloli co nfin an ti, restasse al figlio di Anchise , vale a d ire ad E n e a , che
(i) Questa nel $ x x a i, preccdenlemeule chiamala C auaa , ed ora i chiama Launa. Forte non che <a lauto Dola Lacinia delta da Grcci Lm aa , L abina, Labinia , o Laouinia.

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divenue suo genero : m a queste cose accaddero in altfo tempo. XXXV. Ercole , ordinate come v o lu a , le cose tutte d Ita lia , e giuntagli la flo tu , salva dalle Spagne, ofTerl con sagrifizio agl Iddii le decime delle sue prede, e l, dove alloggiavasi la milizia navale , eresse una piccola citt , dandole il nome di s stesso ( i) , la quale ora alberga i R o m a n i, e giace tra Pompejiino e tra Napoli con porto sicurissimo per ogni tempo. Cosi divenuto tra gl' Italiani simile ad un Dio per gloria , per emu lazione , per o n o ri, fece vela per la Sicj|ia. G li uomini lasciati custodi ed abitatori dell* lu lia , l , d 'in to r n o al colle di S a tu rn o , si ressera u n tem po da s stessi: ma non molto dopo com partendo t proprj costumi, le leggi, i santi riti agii A b o rg e n i, come gi fecero gli A rcadi, e prima i Pelasghi , divennero concittadini degli Abo r ig e n i, talch sembrarono in fine una gente medesima. questo sia deuo su la spedizione di Ercole nella Ita lia , e su quei del Peloponneso che vi restarono. Nella seconda generazione dopo la partenza d i E rc o le , n el-' l'a n n o cinquantesimoquinto al pi regnava su gli A b o rigeni omai da trentacinque anni Latino il 6glio di F a u n o il discendente di quel magnanimo. X X X Y L In quel tem po i T ro jan i fuggendo con Enea da Ilio gi debellala approdarono a L a w n to , spiaggia ^ g l i A borigeni in sul mare T irren o non lon* U no dalle bocche del Tevere. E d avendo da' paesani n a luogo per abitarvi, e quanto chiedevano, alzarono poco
( i ) Q uesU citt di E rc o le , i crede dove o ta l a torre del Greco nel golfo di N a p o li.

LIBRO I . dal mare in u a colle u na citt Lavinia. Ma da indi a non m o lto ,

63 cui chiamarono cedendo l ' antico

nom e , ebbero quello di Latini dal ne di que' luoghi ; e levaodosi da LaTinia insieme co' terAizsani fondarono una citt pi g ran de. Alba denominata. D onde uscendo di tempo in tem po fabbricarono molte e molle delle citt de'vecch} L atin i, abitate in grandissima parte ancor di presente. Sedici generazioni d o p o -la presa di T roja spedirono una colonia nei Pallanteo , e nella S a tu rn ia , dove gi fabbricato aveaho i Peloponnesj e gli A rcad i, e dove erano p u r ie reliquie di essi, e fecero che vi abitasse. Allora cinto d i m ura il Pallauteo prese la prima vcrfta la forma di una citt. Allora ebbe il nome di R o ma dal dace della c o lo n ia , io dico da R o m o lo , dicia> settesimo tra' posteri di Enea. Ma , perciocch gli scrit tori , parte ignorano, e parte ricordano variamente quanto della venuta K Ertea nella Italia , non io v o' trattarne come di iig a , ma prendendo ci dalle s to rie , almeno pi accreditate de G reci e d e 'R o m a n i. O ra tali sono le cose n a rra te su quell' argomento. X X X V II. Espugnato Ilio da Greci sia pec l inganno del cavallo di le g n o , come presso d i O m ero , sia pel tradim ento degli A n te n o rid i, o p e r altra m a n ie ra , pe rirono in citt la popolazione, e gli alleati, sorpresi ancora nelf camere loro ; sembrando che la sciagura gli assalisse, non guardandosene, tra la notte. E nea e coq esso i T rbjani yenuti da D ardano e da O irinio a soccorrere gl' Ilie si, e quanti altri conobbero io tempo la sciagura, che ra preso il basso della citt, fuggendo a luoghi pi forti di Pergam o occuparono il castello ,

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DELLE NTICHITA ROMANE

difso da proprj m u r i, o v e , come in saldisnma p a rte , erano le Mnte cose di T r o j a , e danaro in copia , in sieme col fior d eir esercito. Standosi col respingevano chi un tav a di espugaarveK; ma per la perizia ne' sot> terranei vi riceveano chi vi si riparava dalla citt gi pigliata. Cosi pi forano quelli che ne scam parono, che non ({uelli che caddero prigionieri. Con u l m etodo Enea consegu e h ' l ' impeto col quale i nemici ovunque infuriavano, non coinprendesse in u n tempo ogni cosa. Poi calcolando nelle sue probabilit l'av v e n ire , siccome era imjSossibile conservare la c itt , p e rd a u n e gi la p i gran parte , si rivolse al partito di cedere le m ura ai nem ici, e di salvare almeno le p erso n e , e le sante vate della p a t p a , e q u a n ta potea irasporursi di danaro. Cosi deliberato, comand che fan ciu lli, e donne, e v e c c h j, e quanti abbisognavano di pausa nel fuggire ,> s'incam minassero in u n to verso le cime dell Ida ; mentre gli Achei tra 1 * ardore di espugnar la fortezza non curereb bero d 'inseg uire la moltitudine che levavasi dalla c itt : destin parte di milizie in guardia di chi si avviava perch la fuga riuscisse pi c e rta , e nello s u to presente men d u ra; avvertendoli insieme che occupassero i luoghi pi forti dell' Ida. Intanto ( col resto dell' esercito, e d era il pi rilevante ) egli persistendo su le m u ra , te neavi distratti i nemici che le stu c c a v a n o , e rendeva meno disagialo lo scampo ai t u o i , che sGlavano : s e non che salendo poi Neptolem o co'suoi la fortezza e convorandovi d* ogn intorno i Gi*eci perch lo a iu ta s sero; Enea finalmente si ritir. Spalancate le p o rte ,

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denominate per la fuga di tanti ( i ) , ao ch'egU usci per esse, ma in ordine di battaglia tra quelli che gli re stavano , portando su di ottim e bighe il genitore, i p a trj D e i, la sua d o n n a , i fig li, e quante v' erano per sone , o suppellettili pi riguardevli. X X X Y IU . Intanto gli A chei, presa di forza la citt , spaziandosi intorno la p r e d a , lasciavano ai fuggitivi grande comodit di salvarsi. Enea raggiungeva via via gli a h ri suoi, finch raccoltisi tutti in u n co rp o , occu parono i luoghi pi forti d c ir Ida. Sopravvennero ivi ancora quelli che abitavano in D ardano ; perocch ve* dendo linciarsi da Ilio fiamme copiose fuor dell u s a to , abbandonarono tra la notte insieme la loro c itt , leva* tine gli a l tr i , i quali partirono prim a con Elimo ed E gesto, avendosi apparecchiate delle navi. Poi vi giunse tutto il popolo della citt di Ofrinio , e vi giunsero dalle altre citt T rojane quanti aveansi cara la lib e rt , sicch in poco tempo la milizia vi divenne grandissima. O ra questi , fuggiti con Enea dal cader prigionieri , tenen dosi in quei luoghi sperarono di rendersi dopo non molto alle p a trie , appena i Greci via navigherebbero: ma i Greci sottom ettendo T roja e le adjacenze , e de vastandone le foi'tezze , apparecchiavansi a porre sotto giogo i rifuggiti ancora ne monti. E mandaudo questi gli araldi perch desistessero, n li necessitassero alla guerra , si venne per le suppliche a trattative , e tali ne furono gli accordi. E nea e li suoi recandosi i^uanto (i) ITvAar
nioifif;i. I .

|)orle de fujguiti^

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aveaixo salvalo nella fu g a partissero in dato tempo dalla T ro a d e , e consegnassero le fo rtezze : i Greci in apposito ovunque dominavano in mare ed in ter ra , vi procurassero la sicurezza a T rojani che viag~ giavano a norma de patti. Enea coasentendo a lai leggi,
anzi bonissime riputandole per le circostanze ; manda scanio il pili grande de' figli con banda di milizie per 10 pi frigie , alla terra detta Dascilite ove ora il

lago Ascanio, perch invitatovi da paesani a prendervi


1 1 comando. Ascanio a n d , e vi stette ; ma non molto : perocch giugnendogli dalla Grecia Scamandrio e gli altri E tto rid i, rilasciativi da N eoptolem o, egli guidan doli ile regni p a te rn i, si rimise in T roja. E tanto quello che si narra di scanio. Enea per com' ebbe pronta la flo tta , vi assunse gli altri figli , il padre , le ose auguste de N u m i, e navig sn 1' Ellesponto alla penisola v icin a, chiamata P allene, la quale giace dirim petto di E u rop ia (i). Ivi un popolo ci a v e a , di T raci s i , detto C ru se o , ma bellicoso e fidissimo tra quanti erano gli alleati de T rojani nella guerra. X X X IX . Tale il racconto il pili verisimile fatto da Ellanico , scrittore antichissimo, intorno la fuga di E nea

( i) Nel teilo i legge:

di E u ro p a : ciocch h a prodoU o

degli equivoci: la rara lezione d e re etsere iv ftu r in e ' cio di EaropU >a quale k regione della Macedooia che prende un tal nome dal fiume E uropo . Pallene talvoUa delta ancora cill di Tracia , per-r cli li Traci vi comandarono. Del resio essa pib distante che la Tracia a quelli che navigano dall Asia per I' E llesponto. E Dionigi inen propriamente 1 ha chiamala Tciaissiaia per q u e sti, etscqdQ t^le pintlostq la T racia.

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l dove tratta delle cose Trojane. Se ne banno ancora degli altri e non simili in altre leggende, ma non s , come io p e n so , persuasivi. Decidane chi gli o d e , come pi vuole. Sofocle il tragico nel suo dramma su L aocooate , essendo gi T ro ja in sul te rm in e , rappresenta E n ea d ie va con le sue robe in sull' Ida , seguendo i voleri del padre A n ch ise, pieno dei ricordi di V enere, e m irando la distruzione ornai della patria ne freschi p o n e n ti avvenuti su figli di Laomedonte. E u li sono i versi di lui ma pronunziati da altra persona :

cco il fgUuol di Venere alle porte;


Iti dorso ha il padre, a cui di \bisso pende Cerulea veste dalle spalle , tocche Dalla folgore un tempo : intorno intorno Gli fan turba i domestici, e le schiere Non si grande per , come tu pensi, De" Frigi j amanti d'aver sede altrove. M enecrate di Zante fa saperci che Enea mise la patria, n e lle mani de Greci , tradendola p er lodio suo contro d i A lessandro, e che gli Achei p e r tal merito gli con* ced cro n o che salvasse la sua casa ( 1 ). Egli comincia la $ua storia dalla sepoltura di Achille in tal modo. Erana g l i A ciei n ell a fflizio n e , sembrando a s stessi cof

m e privi del capo della milizia. Nondimeno ergendo-' g l i una tomba guerreggiavano d i tutta len a; finch T'roja f u presa per tradimenf.o d i Enea. Quest' uomo, perch spregialo da .Alessando, ed escluso dagli onoi
( i ) Piccolo dono a m i nailo : mentre Enea lutto questo, p i auGora, sem a il tiad iraenlo : vorrei dire che Meiiccrate uo s a v i o , uel tutto almeno d a ra c c u n ti, e quindi ctie poco sono ^ a tte n d ersi.

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sacerdotali, rovesci la reggia d i P riam o, e. divenne p er tali opere come uno d e Greci, Altri per narrano
c b 'E n e a di quel tempo si trovava dove ferm e si stava no le navi trojane , ed altri che nella F rigia , spedii tovi da Priam o con soldatesca pe' bisogni della gu erra ; anzi evvi pure chi assai p i favoleggia su k 'p a rte n z a di E nea : ijia ne senta ognuno come vien persuaso. X L v L e viceode di lui dopo la partenza m ettono pi incertezza ancora in molu ; perciocch taludi gui dandolo in Tracia dicono che ivi compiesse la vita ; e tra questi sono Cefalone G ergilio, ed Egesippo il quale scrisse iqtorqo P e lle u e , amichi entram bi e rispettabili. A ltri ripigliandolo dalla Tracia lo sieguono fino all' Ar* c a d ia ; e dicono che abitasse in Orcom eno di A rcadia, e nel lu o g o , che , sebbene entro terr^ , cangiossi ia iso la , p er le paludi e pel fiu m e , che le colonie che ora chiamausi Cafie sursero per E nea e p e' co m p ag n i, m a Gamie nominandosi allora da Capi trojano. Sono questi racconti d i varj e d i Aristo che scrisse le cose degli Arcadi. Novelleggiasi ancora eh Enea capitasse verameute in que' lu o g h i, non per che in essi moris s e , m a n e ll'Ita lia : e ci da molti attestaU, come da A t t i l l o , Arcade poeta , nelle elegie, scrivendo i y e m t in Arcadia e gener nelV itola Con le due donne Antimone e Codone, Due Jglie ; e scorse nell' Italia , e quivi Del gran Romolo suo padre divenne, X a venuta d i Enea e d e 'T ro ja n i nella Italia la sosten gono tutti i Romani ; e monumento pe sono le pratiche

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nelle feste e ut* sagrifizj, i libri sibillini, gli oracoli P itic i, e ben altre c o se , le quali ninno trascu rer, quasi aggiunte per ornamento. In Grecia ne restano tuttora molti indizj notissimi , come il porto nel quale app ro d aro n o , ed i luoghi ne' quali si trattennero, non essendo il mare navigabile. Siccome dunque sono ta n ti, io ne far come posso, m en zio n e, ma breve. Primiera m ente dunque vennero in T racia approdando alla pe nisola detta P aile n e , tenuta , come in dicai, da barbari chiamati C ru se i, e v' ebbero ospizio sicuro. Passando ivi r inverno edificarono in u n promontorio un tempio a V enere', e fondarono la citt di Enea , dove lascia* ton o quanti non poteano pe' disagi pi navig are, o quanti voleano rim a n e re , vivendovisi come nella patria. Questa d ur fino al regno de' successori di A lessandro, ma nel regno poi di Cassandro fu d istra tta , quando sorse T essalonicai e gli Eneati e molti altri passarono alla nuova citt. X L l. Salpando da Pailene vennero i T rojani a D eio , ove Anio signoreggiava. E , finch Deio fu popolau e flo rid a, molti erano gl' indizj della venuta di E n e a , e de* compagni nell isola. Dalla quale navigando a Cile ra ( i) altra isola incontro del Peloponneso vi edificarono u n tempio a V enere. D a Citer tornandosi al mare e trovando morto non lungi dal Peloponneso C in e to , r uno de' cari di E n e a , lo seppellirono in u n promon* torio perci chiamato Cineti , anche al presente. R inovatovi il parentado cogli A rc a d i, del quale diremo (1 ) Ot* C i|a.

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DETXE ANTICHIT

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in altro libro , lasciarono dopo breve dimora , alcpianti di loro in que' lu o g h i, e vennero a Zantc. Ricevuti t furono con benevolenza pc ligami del sa n g u e ; peroc ch Dai-dano figlio di Giove e di Elettra nata da Atlante g e n e r , d ic o n o ,,c o n Batia li due fig li, Zacinto ed Erittonio , questov 1 uno de progenitori di Enea , e quello , autore col degl' isolani. In memoria dunque di tal congiunzione , come p er ' 1' amorevolezza di questi vi si trattennero: e sospesi dal mare burrascoso, edifi cando un tempio , v immolarono a V enere un sagrifizio , festeggiatovi ogni anno ancora da quel popolo. E qui com peterono i giovani, come in aln i eserciz), nel correre. Otteneva in questo il prem io chi primo en trasse nel tempio. Il corso rhiamavasi di Enea e di V e n e re , e vi erano i simulacri di ambedue. Di l navi gando per 1' alto mare giunsero in L eu cad e, posseduta ' allora dagli Acarnani ; e qui p ure alzarono a Venere nn tem p io , appunto quello che chiamato di V enere E kieade, osservasi ancora nella isoletta tra Dioritto e Leucade. Ma facendo vela e venendo ad Azzio , e fer matisi poi lungo il prom ontorio del golfo di A m braeia si recarono in fine alla citt stessa di Ambracia, ove dominava A m brace , cognominato Dessameno , oriundo da Ercole. Lasciarono in ambedue monumenti della loro venuta ; in Azzio il tempio di Venere Eneade , e vici n o a questo laltro, superstite ancora, d e g l'Id d ii G randi : in Ambracia il tempio parimente d i quella D e a , e 'd a presso al piccioi teatro un tempietto di Enea eoa statua antica che lui si dice rappresentare, ove fan sa* crifzio le donne ^ m fp o li nominate.

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X L II. D a Ambracia Anchse colle oavi giunse coste<>. giando a Butrnlo ( 1) porto d e ll'E p iro ; ma Enea e con esso il fior deli' esercito si diressero, viaggiando d a e g io rn i, a Dodone p er interrogarvi l ' oraco lo , e vi tro varono i T rojani con Eleno. O ttenuto l'oracolo sniU nuova loro s e d e , offersero al Dio cose trojane , e tra queste crateri di bronzo , de' quali alcuni manifestmo ancora con iscrizioni antichissime gli oblatori; e qtdndi si ricondussero camminando quattro giorni alle navL Intendesi la venuta de T rojani a B utrinto da un colle ove accamparono , che ancora chiamasi T roja. Da Bu trinto sospinti lido lido fino al porto detto, dopo u n ta^ fatto, di Anchise ed ora chiamato con nom e men chia r o (a), eressero ancor ivi un tempio di V enere : e pas sarono il m ar Ionio avendo per guida defila navigazione m o llif che volontarj li seguitavano, e li quali meqava> no con s Patrone da T u ri con la sua genie ; iqa li pi di q u esti, giunta l armata nell' Italia , tomaronsi alJe patrie : rimasero per ne}la flotta Patrone ed alquanti d e ' suoi mossi a far causa con E n e a , nel cercar nuove sedi ; quantuiique alcuni dicano che il domicilio njettes* sero in Alunzio di Sicilia. In memoria di tal benefizio col volger del tempo i Romani donarono agli A carnani l<eucade ed A nattorio, togliendole ai Corintii ; e per misero ad essi che lo bram avano, d i rim ettere ne' pro ti) R etta dirimpetto C orf dalla qaale ioniana t a miglia.
(a) II Casaulwoo crede questo porto qaello che da Tplomeo h chiamato O u ch eim o , e da Strabene Oocbismo ; il quale oconlrairasi dopo Butrinto e Catsiope ( ora Janoia ); crede che in principio si chiamasse di Anchise , poi di Anchesmo , o d i Anchistad , quindi mcn chiaraoieate , d i Oocbwmo , o di Onoi^itino.

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DKLLE AWTICHITA' ROMAWB

p rj averi gli O n ia d i,

e di godere in comune con gK

Eloli il frutto delie isole Echinadi. Calarono i compagm di E n e a , ma non tutti in un luogo a terra ; approdan do coi pi delle navi al capo ja pigio , detto allora dei Salentini ; e con le altre al lid o , prossimo a queHo chiamalo di M inerva nel quale Enea stesso sbarc. E ra questo sito ancora un prom ontorio ma con porto estivo denominato di V enere , appunto dopo quel giorno. Poi navigarono , quasi col pi sulla te r r a , fino allo stretto di Sicilia, lasciando, ovunque andavano, de'm onum enli, e tra questi l nel tempio di G iu n o n e , la carafTa me>' ta llic a , la quale con antichissimo sci itto manifesta il nome di Enea che porgevala in dono alla Diva. X L n i. Fattisi omai vicini, eccoli nella Sicilia final mente a Drepano , d ir non sa p re i, se portativi p er di segno di sbarcare, o se per le burrasche de' v en ti, con suete in quel mare. Q u i s'im batterono coi compagni di Elimo e di Egesto fuggiti prim a di loro da Troja. F a voriti questi d a 'v e n ti propizj e dalla so rte, n gravati di molte bagaglie , eran in poco tempo approdati in S icilia, e fabbricato aveano intorno al fiume Crimiso in una terra che i Sicani aveano amorevolmente ad essi c e d u ta , per essere Egeste nodrito gi nella Sicilia Congiunto col sangue di loro per questo caso. U no dei maggiori suoi , famoso tro ja n o , cadde n d l ira di Lao.^ medonte , e quel re p igliandolo, certo per. una incol pazione , lo uccise , uccidendo nem m eno tutta la stirpe virile di lui perch alfine non sen vendicasse : ma le vergini figlie giudic b end cos non degna lo ucciderle, m a non sicura nemmeno a permettersi che si accasassero

L IB R O

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ieoii T rojani. Pertanto le diede mercadant con ordine che lontanissime le porussero. O r queste rimovendosi navig con esse u n cospicuo garzone, il quale preso gi dall am ore di una m aritollasi, e t^assl nella Sicilia ; e l dimorandosi nacque di loro il fanciullo Egesle nomit n ato. Apprese i costumi e la lingua del loco : infine m orendogli i gen ito ri, e dom inando Priam o in T ro ja , brgossi per lo ritorno. E milit p u r egli conun gli A chei ; ma prendendosi ornai la citt, navig di nuovo p e r la Sicilia, fuggendo con Elimo sa tre n a v i, usate gi da Acliille quando saccheggiava la T r o a d e , e poi da esso abbandonate perch urtarono alfine in scogli nascosti. Imbattutosi Enea con gli a n d e tti, trauolH con Rmicizia , e fabbric per essi le citt di Egesta e di Elim a, lasciandovi parte ancora de'suoi spontaneam ente, io penso , perch gl'indisposti pe'travagli e pel m a re , avessero calma e ricovero, e questo sicuro: m a secondo alcuni lasciovvela necessariamente , perch non poteant m enar seco tutta la m o ltitu d in e, essendosi le navi sue dim inuite per l ' incendio fattone da alquante d o n n e , esasperate dal sempre girare. X L IV . Havvi pure altri indie} e molti della venuta di Enea e de T rojani nella Sicilia. E tra questi signifi cantissimo 1 altare di. V enere Eneade su le c in e di Elmo (i) ed il tempio di Enea in Egesta .: il prm* eretto da E nea alla m adre; laltro dedicato da quei che lasciava, in memoria che erano stati salvati. Li Tro)ani compagni di Egesto e di EUmo presero albergo in quei
( ) T orte dee leggersi E rie e , t per chi topelUi eh* Bttmm folte un lio u lacro tu cui ttesie l aitare.

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DELLE

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luoghi e Tel tennero, Elim i tutti chiamandosi da Eliino, prim o nella onoriGcenza fra tutti per la regia sua stirpe. Enea navigando co'suoi dalia Sicilia tocc prim ieram ente l'Ita lia in P alin u ro , porto che so rti, dicon o, quel no^ m e da uno de timonieri di Enea che ivi mor. Poi giunsero ad una isoletta cui chiamarono Leucasia dal nome di una cugina di Enea spirata in quelle vicinanze. Di l passarono ad u n porto buono ( i) e profondo negli Opici cui denominarono da M iseno, uno de' compagni pi riguardevoli ivi defunto. Spintisi all isola Procida , ed al prom ontorio Cajeta diedero parimente un nome a que luoghi onde renderli ricordanze di femmine che ivi cessarono , parente 1 una , e nudrice 1 altra di Enea. D a ultimo pervennero a Laurento d Italia : e l , dato fine a viaggi, fecero campo in un luQ go, T roja d alp lora in poi nominato ; e lontano un mezzo miglio dal mare, lo scrissi, ma necessariamente cosi spaziandom i, tai cose: imperocch u lu n i degli storici dicono che Enea non venne mai nell Italia co T rojani : u lu n i che non fu questo 1 Enea di Anchise e di V e n e re , ma un al tro: taluni che fu lAscanio figlio di Enea: ed altri an cora al ire cose ne dissero. E vi pure chi scrive che r Enea di V enere dopo stabilita la colonia nella Italia si rendesse novamente a Troja , e vi dominasse ; e che morendo lasciasse la corona ad Ascanio suo figlio, te nuta poi lungamente dai discendenti. A tanto io penso, indussero i versi di Omero non bene in te rp re ta ti, nei
(i) Nel te ito : Xiftttm r X t porto belio, o buono, ma nel coidice Valicavo ti La euieiua.

porta ca ttili:

il che varia la

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qoaii finge Nettuno che presagisca la grandezza avvenire di E n e a , come de p o ste ri, con tali maniere : N o , non dubbio ; la virt di Enea Regger li Troiani, e reggeranli Def gli i f g l i , e chi verr da loro. Concependo da c i , che O m ero conosciuto avesse c h e . questi regnavano nella Frigia ; inventarono quel ritorno di E n e a , quasi fosse impossibile che abitando nella Italia dominassero genti trojane. E ppure ben poteano coman dare a Trojani gi diretti nel viaggio e stabilitisi altrove: vi saranno forse altre cause per le quali diasi a vedere r inganno. X L V . Che se alcuni sien turbali da qiiesto : che la tom ba di Enea si dica e si additi in pi luoghi , non polendo in pi luoghi esser lui tumulato ; riflettano es ser tal dubbio comune su molti u o m in i, specialmente su gli insigni per sorte , e vivuti sotto cielo ognor va rio : e sappiano che una 1' u rn a che accoglie i loro cadaveri, m;i mlti tra le nazioni li monumenti per gra titudine sul bene che vi operarono, massimamente se tra quelle esistano stirpe o citt che da essi provengano, o se lu og o vi fecero ed amorevoi soggiorno. O r tali ap punto conosciamo che furono i casi che del nostro eroe novelleggiano. Costui dopo aver operato che Ilio nelr esser preso non fosse totalmente d istru tto , dopo aver perato che gli alleati si ritirassero salvi in Bebrcia che chiam ano; lasci sovrano della Frigia Ascanio suo figlio, eresse in Pallene una citt col nome di s medesimo , m arit la figlia nell A rcadia, e fiss parte de'suoi neUa S icilia: e sembrando che segnalato avesse la sua dimora

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in pi altre p a r li, beneGcandovi ; ne acquist la bene vola propensione per la quale gli eroi quando cessano la vita dell uomo si onorano , e con pompa di mono> nienti in pi luoghi. E verameote quali altre cause mai potrebbe alcuno ideare de' m onumenti di lui nell' Italia ? Ma di ci sar detto nuovamente secondo che le materie de' subjetti si dovran rischiarare. . X LV L Che poi larmata trojana non veleggiasse verso parti pi rem ote di E uro pa, ne furono cagione gli ora coli , i quali prendeano compimento appunto in quei luoghi, e la divinit che tante volte avea rivelato, cioc* ch si volesse. Laonde approdati a L aurento alzarono le tende in sul lido. Ma stentandovi su le prim e per la se te , perch il luogo mancava di acque; ecco vedonsi, ( dico ci che ne udii tra' paesani ) prorom pere dalla terra spontanei rampolli di acque d o lc i, dalle quali fu tutto abbeverato 1' esercito, ed irriguo ne divenne quel campo , scorrendo co' rivoli loro dalle sorgenti fino a gettarsi nel mare. O ra per non si le acque abbondano che ne trascorrano , ma scarsissime , si restano in un cavo lu o g o , credute da, paesani sacre al sole : e presso queste si additano due altari, trojani m onum enti, rivolto r uno all' oriente 1' altro all' occaso, ove favoleggiano che Enea &cesse il prim o sagrifizio in ringraziamento a l Nume per le fonti che scaturirono. Poi sedutisi in terra per desinarvi, posero i cibi secondo molti su degli strati di appio come su le tavole ; ma secondo a h r i , p e r mondezza maggiore , li posei:o su focacce di &rina : se non che finitisi i cibi apparecchiati, prima 1' u n o , in d i 1 altro mangiava gi l appio o :U focacc sottoposta

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qnando coni' fam a, uno d e' fig li , o certo della tenda stessa di Enea disse : oh ! fin le tavole ci divoriamo. Destossi all u d ir ci fra tutti nn entusiasm o, nno stre pito, come allora si compiessero i primi oracoli che riceverono ; essendo gi fatto ad essi un presag io , in D odona secondo a lc u n i, o come altri dicono in E n tra ( i) nelle vicinanze dellIda ove sta la Sibilla, fitidic* ninfa di qneluoghi. Q uesta annunzi loro che navigas tero verso t occidente , finch giungevano in luogo ,

Jove sarebbero mangiate le mense : e che prendesse ro, quaiido vedeano ci& verificaio, p er guida un qua drupede, e dove stanco del viaggio sdrajavasi, ivi fon dassero una citt. Ricordevoli di questoracolo, chi p e r
comando di Enea poriava custoditi com' erano i simu lacri d e'N um i dalle navi a luogo destinalo, e chi pre parava basi ed altari per essi. Le donne accompagna vano le sante cose con ululati e con danze. Infine es sendo gi tutto pronto pel sacrifizio , i compagni di Enea stavano coronati intorno l altare. X L V II. E gi questi facevano d e v o ti, quando la porca gi pronta pel sagrifizio , gravida n lontana dal p a rto , dibattendosi tra le mani de sacri ministri che la tenevano, fuggissene in parti pi rem ote dei mare. Enea concependo esser questa il quadrupede di oni I oracolo signific che sarebbe loro di guida le tiene dietro , non
(i) Vi ebbero pi& E r it r e ; l ' o d i in Broiia laltra in Tesa(|ti; (]O li parla della l e n a nella Jonia tra Clasomena e T een . Ma questa. Eritra non era poi coti vicina dell Ida : il che fa vedere che il teilo non puro abbattanz : seppure la idea di vieinauia non t qui reUiiva a d itta n te ben grandi.

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DEL LE a n t i c h i t ROMANE

d isu n te s i , ma con p o e t i , sul tim ore che lo strepito dei molti io seguirla non la deviasse dal cam m ino, uni forme ai destini. E gi fattasi lontana intorno a tre mi< glia dal m are, corse ad uu colle ; e vnta dalla stan chezza, vi si sdraj. Pareva che gli oracoli qui si com* p ieero ; ma vedendo Enea quel sito , n bello , n prossimo al mare, n acconcio per la stazioa delle navi, dubit molto se ubbidisse ai presagi d iv in i, e fabbri casse dove sarebbe la vita afflitta sem p re, e senz'agi; o se cercando sede migliore , si avanzasse p i oltre. la mezzo a tali d u b b j, de' quali ne accagionava i N u m i, ecco uscire dalla selva una subita voce , senza che ap> parisse chi parlava , la quale ordinava che ivi si f e r masse, e fondassevi prestamente la cl; se non f o n

datala in terre feco n d e, non insistftsse per le anziet del suo cuore a precludersi una fe lic it fu tu ra alla quale restava solo di presentarsi. Portare il destino che egli da tal primo dom icilio, incomodo e picciolo, si facesse col tempo a possedere terre ampie e b eate; ove massimo e lunghissimo sarebbe l impero de figli e de posteri suoi. Pertanto quel luogo desse il primo ospizio a' T rojani : quindi a tanti a n n i, quanti sa^ rebbero i fig li pai'toriti dalla scrofa, ergerebbero i di^scendenti d i esso un altra citt prospera e grande.
Enea sentendo , e concependo non so che di celeste ia tal voce , fece come il Nume avea comandato. A ltri per dicono che abbattendosene, u reggendo p e r la f ia u n o , u tornando a li'esercito , n m angiando, e pas sando ivi per caso quella notte , gli apparisse una im magine graude e m'avigliosa colle sembianze di u a dio

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della p atria, e cbe gli anuaaziasse le cose p o c 'a n z i narrate. Ma quale dei due dica il v e ro , i celesti po tranno conoscerlo. fama cbe nel giorno seguente la scrofa desse in luce trenta porcelli, e cbe dopo altret> taoti anni li T rojanl fabbricassero a norma dell' oracclo la nuova c itt , come diremo a suo luogo. X L Y III. Enea sagrfc a patrj dii la porca e li te neri figli di e ssa, ed ancora se ne addita il lu o g o , te n uto da quei di Lavinia come sa c ro , ed inaccessibile agli altri : poi comandando ai T rojani cbe si traessero ad accampare sul colle , eresse nel pi bello di questo i simulacri de N u m i, e si elev ben tosto con tutto r ardore a formare la nuova citt. Scorrendo pertanto i luoghi d 'in to r n o , ne pigliava quanto aveaci per uso degli edifizj: e soprattutto fe rri, legni e cose di rustico apparecchio su le quali appariva che dolentissimo ne sarebbe chi ne era privato. In quel tempo Latino re guerreggiava co' R u to li , suoi vicini, ma con poca pro sperit nelle battaglie. In tale suo stato gli annunziano, esagerando le imprese di Enea : che u n esercito di fo^ restieri gli devastava tutto il littorale : che se non davasi presto a rintuzzarlo, avrebbe poi manifestamente guerra pili aspra con e s s i, che non co vicini. T em Latino a tal nuova , e ben tosto , sospesa la guerra presente , mosse con esercito poderoso contro a T rojani. Ma ve dendoli armati alla greca , intrepidi , in buon ordiu , aspettare il cimento , si a rre st , difGdando di poierli sottomettere in un c o lp o , come avea gi sperato nel moversi contro di essi. E d accampatosi in un colle |iens che doveva innanzi tutto ricrear le milisie dalia

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DELLK

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molta fatica, sostenuta nel lungo e coutinno travaglio. A dunque ivi ripos quella notte; ma disegn di lanciarsi al fare del giorno sul nemico. F ra u li risd u tio n i u n genio del loco venne a lui tra l so n n o , e g l' impose di ammettere i Greci che venivano a grande utiliti di L a tin o , e bene com une degli Aborigeni. P arim enti i Dei patrii, svelandosi tra la notte ad E nea, suggerivano che inducesse Latino a concedergli sponuneam ente una sede nel luogo che bramava, e rendersi i Greci alleati, e non competitori nelle arme. Tal sogno contenne luno e r altro dal com inciar la battaglia. E non si tosto fu giorno , e le m ilitie mossero in campo ; ecco gli araldi venire da ambe le parti ai capitani per chiedere un vi* cendevole parlamento ; e si tenpe. X L IX . Latino il primo querelatosi della guerra im provisa e non intimata , chiedeva ad Enea che dicesse chi fosse , e con quale disegno invadeva e derubava que lu o g h i, non avendone mai ricevuio alcun danno , e non ignorando che gli assalili rispngono gli autori della guerra. E laddove tutto esibivasi a lui se m oderate ne erano le dim ande, e polea rinvenire tutto nella cor* tesia degli abitanti ; egli violando la giustiaia com une degli u o m in i, volle im pudentemente anei che da ono rato , arrogarsi ogni cosa colla forza. Enea rispose : ^ o i siamo Trojani d i lignaggio , e veniamo da una

citt npn ignota (piatto tra Greci- E t si espugnandala con guerra d i dieci anni ce la tolsero ; ed ora vagQebondi ci rigiriamo , senta c itt , senza regione, oi'e prendere sede finalmente. Siamo qui venuti seguendo i voleri de Num i ; annuifziandoci gli oracoli che qutn

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Ila la sola terra d ie ci lascia come requie da tarili errori. Abhiam preso dalle vostre terre quanto n era bisogno ; N oi provvedevamo anzi alla nostra infelicit che a l decoro, tutto che non volessimo f a r cosa meno di qu esta, come novizj in tal luoghi. M a ne daremo copiose e buone ricompense. V i offeriamo i nostri corpi, le nostre anim e, costumati abbastanza ai tra vagli. Comunque usar ne vogliale ; noi custodiremo come inviolabili le vostre ten e , n o i ci lance rmo ad acquistarvi quelle de nemici. N oi vi supplichiamo che non ascriviate ad odio le cose operate; non avendole noi fa tte per ingiuriarvi ma dalla necessit violentati; e ci che non volontario pur degno di scusa. E se ora ce ne scusiam o, se ne irtiploriamo voi sten dendovi le mani supplichevoli; gi non si conviene che ci destiniate alcun male. A ltrim ente invocheremo gli D ei, invocheremo gli G enj d i queste terre perch ci condonino quanto abbiamo fatto o necessitali farem o. N o i tenteremo respingervi la guerra se ce la incomin ciate ; ch n o n questa la prim a n la massima di quante ne abbiamo sostenute. Latino ci udendo sog giunse : Io sono propenso inverso d i tutti i Greci e m i struggono il cuore i mali necessarj degli uomini. E pregerei mollissimo di salvarvi se poteste mai f a r mi chiaro che qua venite bisognosi d i una sedo , per aver parte nelle nostre terre e su quanto vi sar dato per am icizia, non per involarmi colle armi it coman do. S e questo dir vostro vero ; se ne d ia , chiedo, la vostra fe d e e se ne riceva la nostta : e saranno queste le mallevadrici purt de' patti.
BlOfiai . i . i

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L . Enea encomi quel parlare; e si giurarono tali patti tra i due popoli ; Darebbero g li A borigeni ai

T rojan i quanta terra volessero in qualunque parte del colle , dentro il giro di cinque miglia da questo. L i Trojani entrerebbero a parte deUa guerra che g li A b o rigeni ayeano tra le num i, e militerebbero Con essi in qualunque altra U chiamerebbero. Farebbero ih co~ mune ambedue col senno e colla mano C utile vicen devole. Stabiliti tali p a tti, e confermatili con gli ostaggi,
com batterono insieme contro le citt dei Rutoli : e sog giogando in brevissimo tempo ogni cosa , presentaronsi ad ultimare la trojana citt non co m p iu ta , e tutti con un ardore vi fabbricavano. Enea le di nome di Lavi nia , come dicono i rom ani sc ritto ri, dalla figlia di L atino , chiamata anch* essa Lavinia ; e secondo alcuni de' greci mitologi dalla figlia di A nio re tra Deliesi, Lavinia nom inata ugualm ente: perch morendo questa nei prim o costruirsi degli edifizj, e datale sepoltura ap punto nello spazio dove Enea fabbricava ( i ) , la citt ne era il monumento. Dicesi che navigasse co' T rojani conceduu dal padre alle isUnze di E n e a , come donna di senno e di profezie. fama che i T rojani nel fab bricare Lavinia ne avessero questi segni. Accesosi il iioco da s stesso in una v alle, narrano che u n lupo vi traesse colla bocca e gittassevi ride materie ; e che
(i) *i * P < ^ per in ferm a rn , traTtgliarti ,

qnati Dionigi

dica che Ja donna fu tepolta d o r infermava ; ma ta l voce tigoifica ancora fabbricare e rende il senso piti acconcio e concorde. Altronde non t &cile che nno teppeliscasi nel luogo appunto o ita n ia 0 tenda dove i am m ala-

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Oli aquila volando , vi eccitasse le fiamme col battere delle ale ; ma che una volpe io contrario si desse ad sUnguerle colla coda , bagnatala in un fiume : e cbe ora vincendo chi accendeva ed ora chi ammorzava, al> Gae, prevalessero le due a le , partendosi I9 volpe senza che nulla pi vi potesse: cbe Enea da quello spettacolo concbiudesse , come la colonia diverrebbe magnlGca , m eravigliosa, celeberrima : darebbe il crescere di essa invidia ed afTanno ai vicini ; ma ne vincerebbe ogni ostacolo , ricevendo dagl' Iddi fortuna pi potente del l'od io demortali in combatterla. Questi sono i portenti fam osi, nati colla citt ; e per memoria se ne custodi scono ancora da tempo antichissimo in mezzo al foro di Lavinia le immagini m etalliche di quegli animali. LI. Poich fu compiuta la citt de Trojaiii entr desiderio in tutii di giovarsi a vicenda ; e primi ne die'* dero r esempio i monarchi accomunando pe matrimoni il grado de* paesani e de' fo restieri, e sposando Latino la sua figlia Lavinia ad Enea. Q uindi presi ancor gli altri d a brama eguale, dandosi in breve a gara 1 u n o allal tr o leggi , co stu m i, sacrificj, congiungendosi in citt d i cure e d i consorzio, e divenendone tulli un corpo e chiamandosene Latini dal re degli A b o rig e n i, osser varono con tal fermezza gli accordi , clic uiun tempo mai pi li divise. Tali sono le genti che vennero e si congiunsero, e dalle quali la stirpe de R o m a n i, pri ma che si fondasse la citt che ora gli alberga. E rano i prim i gli A b orig en i, i quali cacciarono dalle proprie sedi i S ic o li , greci antichissimi del Peloponneso , di quelli , io c re d o , spatriatisi con Eouotro dalie terre ora

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dette di Arcadia . erano secondi i Pelasghi , usciti d a lr Emonia , ora cbiamata Tessaglia : ed erano terzi quei che vennero con Evandro nell Italia dalla citt del P allanteo. Si ebbero dopo questi gli Epel ed i Feneati del Peloponneso , militari di Ercole , a quali si mescolava no alquanti T rojani: e gli ultimi furono i Trojani scam pati con Enea da I lio , da Dardano e da altre loro citt. LIL Che poi li T rojani ancora fossero G re c i, prin cipalmente di origine , usciti un tempo dal Peloponneso fu gi detto da m o lti, ed io pure lo dir brew m ente: e cosi st quel racconto. A tlante divenuto prim o re dell Arcadia che ora chiam ano, abitava intorno al monte detto Taumasio. Sette erano le figlie di questo. ora tras ferite , d ic e si, nel cielo col nome di Plejadi. Giove sposandosi 1 una di esse vi gener G iasone e Dardano: G iasone si tenne c e lib e , ma D ardano spos Crise la fi glia di P alante, e gli nacquero Ideo e Dimante, i quali due regnarono n e ll'A rc a d ia , succedendo al trono di A tlante. Poscia avvenendo il gran diluvio in Arcadia ; i campi ne divennero paludosi, n pi coltivabili per lungo tempo. Gli uomini ridottisi ad abitare nei m o n ti, e con scarsi viveri, consentendo ad una voce che le terre intorno non erano pi bastanti a n u trirli, si divi sero in due. Rimastisi gli uni nellArcadia crearono so vrano Dimante il figlio di Dardano : gli a Itri partirono su gran flotta dal Peloponneso ; e direttisi in verso di E uropia giunsero al golfo detto di Me la n e , recandosi ad un' isola della Tracia , non saprei se abitata allora o deserta, cui chiamarono Samb Tracia con nom e com posto dal duce e dal luogo , per essere questo nella

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T ra c ia , e Samone I a llro , figlio di M ercurio e di Re> n e , ninfa Cilienide. Ma non a lungo, vi dim o raro no ; ch non era ivi una facile cosa la v ita , avendosi a lo t tare con terre ingraie e m are disastroso. Adunque la sciando un gruppo di loro nell isola, li pi se ne mos sero nuovamente inverso dell Asia sotto gli Auspicj di D ardano ; perocch Giasone era m orto fulminato nell' isola per avervi appetito il concubito con Cerere. V e n uti al mare chiamato Ellesponto , e sbarcatine , abita ro n o la terra detta poi di F rigia. Jdeo con la parte da lui retta della milizia di Dardano , abit ne' monti che Idei si appellano da lu i , n e 'q u a li ergendo un tempio alla madre degl' Iddii v istitu misteri e sacrificj ., du revoli ancora in tutta la F rigia; e Dardano nella T ro a de che d ico n o , fondandovi la citt col nome di s me desimo , e ricevendone delle campagne da T e u c ro re , dal quale Teucria fu nominata la terra. M olti, tra quali l'anodim o che scrisse delle antichit dell A ttic a , n ar rano che T eucro ancora passasse dall' Attica nell A sia, e regnasse in sul popolo di Zipeta ; allegando su ci m olti argomenti. Quivi dominando egli campagna am pia e buona , ma non molto popolata , desider di ve dere D ardano, e li Greci con esso venuti, si per avergli alleati nelle guerre co b a rb a ri, s perch la sua terra non giacesse deserta. LUI. O ra porta il subjetto e h ' espongasi da quali Enea discendesse ; ed io ci far ; ma brevemente. Dardano morendogli Crise la figlia di Fallante dalla quale avea due fanciulli , si spos con Batia la figlia di T eucro. D i lei nacquegli E rilto n io , creduto tra'm o rtali felicissi

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mo per la doppia eredit della signoria p a te m a , come deUalira fondata dallavo materno. Da E rittonio e da Calliroe figlia di Scamandro nacque T ro e dal ^ a l e ebbe nome la nazione. Da T ro e e da Acalide figlia di Euniida sorse Assaraco : e da questo e da Clitodora figlia di Laomedonte ebbesi C api.'Poi questo e la ninfa, Naide chiamata, generarono A ncbise: e di Ancbise e di Venere figlio Enea. Cosi avr dichiaralo che i T rojiini siano Greci di origine. LIV. Su l'ep o ca della fondasione di Lavinia scrivesi variamente : a me sem brano pi verisimili quelli che r assegnano all' anno secondo dopo la partenza da Troja. Imperocch Ilio fu preso nel fine della prim avera, il giorno diciassettesimo prima del solstizio estivo, mancan dovi otto giorni a compiersi il mese Targhilione secon do la cronologia di A tene: e dopo il solstizio rimaneanci venti giorni a terminare C|ue1 giro di anno. Pertanto nei trentalette giorni decorsi dopo quella presa io stimo che gli Achei p r o w e d ^ e r o sa le cose della c itt , ;he rice vessero le ambascerie di quelli che erano u sciti, e giu> rassero dei patti con essi. Nell anno seguente e primo dopo la espugnazione, i T rojani salpando da quella terra circa l'equinozio autunnale passarono l'Ellesponto: e portati nella Tracia ivi dimorarono quell' inverno, rac cogliendo gli altri che giungevano ancora dalla fuga, e preparando la navigazione. Levandosi dalla T racia ia sul fare della prim avera trag itu ro n o fino alla Sicilia dove riparatisi spir intanto q u e ll'a n n o : ivi spesero il econdo inverno ibbrcando citt con gli Elimi. Ma divenuto il pelago navigabile fecero vela dall iso la , e

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valicando il mare T irre n o vennero finalmente i^ul mezzo della estate a L a u ren to , spiaggia marittima degli A bo rig eni, e presavi te rra , vi fabbricarono Lavinia m entre compievano 1 anno secondo dopo la invasione di T roja. P er tali detti sar chiaro quanto io su ei concepisco. L Y . Enea fornendo la nuova citt di tempj e di altri edifizj i pi de' quali persistevano ancora a' miei giorni, alfine nell anno seg u e n te , terzo della sua emigrazione ^ re g n ma su T rojani solamente. M orendo per Latino ne l q u a rto , ebbe ancbe il regno di questo si per 1 af finit sua con esso, d i cui Lavinia era la e r e d e , si p e r essere lui gi duce degli eserciti nella guerra coi vicini. Imperoccli li R utoli si erano d i bel nuovo ri bellati da L atino scegliendosi per capitano T u rn o un disertore di L a tin o , e cugino di Amata , regia moglie d i lui. Q uesto giovine alle nozze di Lavinia coruccia* tosi d e ir affine suo che tenesse anzi cura degli esteri c b e de p a r e n ti, e sospinto da Amata e da a l tr i , and colle milizie delle quali era c a p o , e si congiunse coi R u to li. E mossasi per tali richiam i la guerra perirono i n battaglia vivissima Latino e T u rn o e m olti a ltri; trionfandone Enea. Da quell' epoca ebbe questi lo tcel t r o del su o cero , e regn dopo la m orte di lui tre anni ancora ; ma nel quarto m ori combattendo : perocch gli u sciro n o contro dalle loro citt tutti in arme li Rutoli e M ezenzie re d e 'T irre n i che p e r le sue regioni te m e v a , conturbato al vedere che la greca potenza via via si ampliava. Si di la b a tta g lia , ma fortissima non lu n g i da Lavinia; soccombendone m olti da ambe le parti, 6 n c h la notte sopravvenendo, divise gli eserciti Ene

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DKLLE

A N T IC H IT . R O M A N E

pi non npparve ; e chi lo disse trasferito tra N u m i, chi perito nel fiume , presso cui fa la pugna. I Latini gli eressero un tempietto iscrivendolo : del P adre e Dio

del loco il quale regge^ il corso del fiu m e Numicio.


P u r vi chi dice edificato il tempio da Enea per Anchise , morto l ' anno avanti tal guerra. L edifizio non grande : ma tiene arbori ordinatamente intorno degne da vedersi. L V I. Passando Enea da questa vita , al pi 1 anno

siliim o dopo U presa di T roja , assunse il comando su' Latini E urileoiie , quegli che nella fuga intitolavasi Ascanio. E rano allora i T rojani chiusi tra le m ura , e la forza nemica ognora pi spaventava ; n bastavano i Latini a soccori'ere gli assediati a Lavinia. Ascanio dun que il prim o chiese pace e condizioni onorate ai ne mici : ma non giovando la inch iesta, fu costretto riendersi pienam ente , e finire la guerra come il vincitore ne giudicasse. Ma siccome il m onarca de Tirreni oltre le tante co^e intollerabili comandava come agli schiavi che si recasse ogni anno ai T irren i quanto vino p ro ducevasi dalla campagna latina ; cosi per la indegnissiina condizione Ajcanio prima , e dopo lui li Trojani dichiararono co decreti loro sacro a Giove ogni fru tto della vite. E confortandosi gli uni gli altri ad im pren dere da valentuom ini, c chiamando i Numi a parte dei loro pericoli, si mossero di citt ma tra notte n o n chiara p er luna. E sopravvenendo improvvisamente, presero i a tin subilo il campo nemico il pi vicino alla c itt , ri putato aniemurale ancora delie altre m ilizie, perch te nuto su luogo forte e difeso dal fiore d e giovani tir

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r e n i, comandati da L auso, figlio di Mezenzio. Intanto che questo luogo espugnavasi le soldatesche attendate nei piani vedendo la luce inso lita, ed ascoltando le voci degli oppressi fuggirono ai monti. Ivi sorse fra loro paura e strepito grande qual suole tra schiere mosse di notte V che apprendano gi gi di essere assalite , ma n ordinate u provvedute abbastanza. I Latini all' opposito poich vinsero per assalto quel presidio e conobbero lo scompiglio dell altra m ilizia, le furon sopra incai-. san d o e trucidando : e questa non potea nemmeno sa pere i suoi mali; non che pensasse ricorrere alla forza. Q u in d i co nfusi, incerti che fare chi s'avvia tra dirupi e n e soccombe , chi tra luoghi cavi ma senza esito , ed preso. Li pi non distinguendosi tra loro si tratiaron o ira le tenebre a vicenda come uemici ; e ben fu la sciagura micidialissima. Mezenzio, occupato un colle con p o c h i, poich vi seppe la m orte del figlio, quanto eser cito gli fosse p e rito , ed in quai luoghi ora si fosse ria* chiuso egli stesso ; mand j come ne dubbj c a s i, gli araldi in Lavinia a parlamentarvi di pace. E consiglian* d o Ascanio moderazione ai Latini ; colui ne ottenne si curezza ed alleanza ; e partito con tutte le schiere che v o lle , e deposle le inim icizie, visse da indi in poi sta* bile amico de medesimi. L V n . Nell* anno trentesimo, dopo Ja fondazione di Lavinia Ascanio il figlio di E n e a , secondo i vaticinj gi latti al p a d re , eresse una nuova citt ; trasferendovi da Lavinia e da altri luoghi del L a z io , quanti bramavano soggiorno migliore. A lb a , che in greco vai quanto Z eli ci , fu il nome della citt : ma per distinguerla da altra

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che ha nom e uguale si circoscrive con soprannom e preso dalla figura : talch la denominazione essa risalti dalle due voci uilba L u nga, cio Lauci macra che noi di remmo. Ma ora q u e su un deserto. Imperciocch nei tempi di T ulio Ostilio , re de' R o m a n i, parve conten dere del principato colla colonia, e fi d istru tta; e di strutta la citt m a d re , Rom a ne ricev nl suo seno la popolazione. Q ueste e cose consimili occorsero in quei tempi. Nella origine sua fu co strutta, appunto nel m e ^ z o , tra il lago ed il monte i quali ne erano come i ripari che la rendeano difficile a prendersi. Certamente altissimo quel m onte e fortissimo , ed il lago profon do e vasto: 1 a c q u a , all aprirsene i.c o n d o tti, passa ai piani sottoposti ; e gli uom ini ne profittano come pi vogliono. Spandonsi appi della citt campagne meravi gliose a v ed e re , e fecondissime a rendere prodot to : buono , quanto nel resto d 'I t a l i a , principalmente il vino chiamato alb an o , soave e b rilla n te , e pi squi sito di tu tti, salvo il falerno. L Y III. Dicesi che al fondarsi della citt succedesse u n portento grandissimo. Imperocch essendovi stato fabbri cato u n tempio con un cupo penetrale agli Dii recati p e r Enea dalla T ro a d e , e gi collocati in Lavinia ; ed essendone stati d qua trasferiti i simulacri in quel pe netrale ; la notte ^ g u e n t e , quando le porte erano pi c h iu se , mutarono di nuovo la se d e , e senza guasto alcuno di muri o tetti furono ritrovati ove prim a si sta vano. E quantunque riportati un ' altra volta da Lavinia con preci e con sagrifizj pacifici ; pure ai posti loro si ricondussero. Dubitarono a tal' evento che fare , non

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volendo gli nomini n senza le patrie divinit doTiiciliarsi, n tornare alle abitazioni lasciate. Da ultimo a conciliare l due estremi idearono il partito di lasciare cbe g l'id d i se ne stessero, e di rim enare da Alba in Lavinia uom ini cbe ne avessero cura. E deputando secento per le sante co se , vi si traslatarono colle fami glie sotto di E g e sto , - costituito p er capo. I Romani chiam ano questi Numi P en ati: e tra quelli che ne in terpretano in greco il n o m e , chi li chiama p a tiii , chi n a ta lizi, custodi, ed intim i, o Dei penetrali', e sembra cbe ognun li denomini dall' una o dall' altra delle loro incom benze, tentando tuiti esprimere in pi guise un subjetto medesimo. Intorno poi alla forma e fi gura loro T im eo lo storico ci fa intendere che le sante cose tenute ne'penetrali di Lavinia erano caducei di ram e e di fe rro , e vasi di xreta trojana ; avendone lui cosi udito da paesani, lo per penso cbe le cose le quali non lecito a tutti vedere n udire da chi le ha v e d u te , non siano nemmeno da scrivere : anzi mi co ruccio con quanti vogliono investigare o conoscere pi oltre che non concedesi p er le leggi. LIX . Ma le cose che io vidi e conobbi n sento paura d i scrivere sono queste : Additasi in Rom a un tempio m irabilm ente opaco n g ra n d e , non lungi dal foro in quello scorcio di via , che guida alle C aren e , e F^elio nella patria L ngua si chiama quel luogo. Ivi per chi bram a vederle si trovano le coll' indice : che vai io penso che non essendosi antichi lo supplissero col D. immagini d e' Numi trojani quanto Penati : perciocch ancora invenuto il P , gli Ivi s o q o visibili due gio

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vani che seduti impugnano le aste ; opere di antico la voro : abbiam o. pure veduto ne tempj primitivi molte altre immagini di questi Dei ; ma sempre i due giovani vi si osservano in contegno militare. O ra queste cose a tutti si concede vederle ; come si concede conoscere e scrivere quanto ne ha detto Callistrato di SamoTracia nel tessere la s to ria , e Satiro nel compilare le favole prim itive, e molti a ltr i, ed A riino poeta il pili antico che io sappia di tutti. N arrano essi dunque : che Crise figlia di F allan te, maritandosi a D ardano gli recasse per <Iote i doni di M inerva , io dico il p a lla d io , e le saate cose de Numi g i'andi, de quali conosceva i mi steri; e che uscendo gli Arcadi dal P eloponneso, per fuggire le inondazioni e riparandosi nell' isola della T ra cia , Dardano ivi fondasse un tempio a quc' N u m i, oc cultato il nome di essi, e v istituisse i r i t i , mantenu* tivi ancora da Samotraci : e narrano insieme che tras ferendosi poi Dardano col piii del popolo nell Asia lasciasse il tempio e le sante cose agli altri che nella isola rimanevano ; ma che il Palladio e le immagini degl Iddii se le raccogliesse e portasse. Imperocch con sultando r oracolo ne udi pi cose intorno la propria sede, come prese pure questa risposta intorno la custo dia di tali sante Cose : Sella cill che fonderete, un culto Istituirete immacolato ai N um i, Con guardie e co ri , e sagrjitj ; e mentre Saran cari ira voi gli augusti doni Della vergine Pallade , non f a Mai la vostra citt tomba- a s stesta.

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L X . Pertanto narrano che D ardano lasci queste sante cose nella citt che egli costruse, e distinse coi nome di s medesimo: ma che essendo poi fabbricato Ilio fu> rono col trasferite dai posteri : che quei d Ilio fecero p e r esse un tempio ed un penetrale nella fortezza custodendovele con sollecitudine, quanto poteano pi g ra n d e , riputandole mandate dal cielo , e pegno di si curezza per la citt: che preso in fine il basso di que sta , Enea trovandosi tuttavia 1 arbitro della fortezza lev dagli aditi santi le cose sacre de Numi g ra n d i, e quel Palladio che eravi ancora ; mentre Ulisse e Dio m ede penetrati di notte in citt ne aveano 1 altro invo lato : e che Enea partito di citt con quelle giugnesse col caro peso nella Italia. Certamente A rtino dice che u a Palladio fu dato da Giove a Dardano , e che trovavasi questo occultissimo in un penetrale di T roja fin ch fu presa : che la immagine per di lui fatta ali originale similissima per deludere chi sopra vi macchi nasse , tenevasi in pubblico , e questa appunto essere qu ella che i Greci insidiatori si tolsero. Su la scorta d u n q u e degli uomini anzidetti scrivo che le sante cose recate da Enea nella Italia erano le immagini appunto d eg li Dii grandi venerate fra Greci dai Samotraci , ed il Palladio notissimo per la favola che dicesi posto nel tem p io di Vesta e custoditovi da vergini sante , che ivi p u re il fuoco conservano inestinguibile. Ma di questo d ire m o altrove. Bep su tale argomento vi saranno altre cose recondite a noi profani : ma ci b^sti intorno le s a n te cose de' Trojani. LXL Morto Ascanio nell anno trigesimo ottavo del

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re g n o , snccedettegli Silvio il fratello, partorito dopo la morte di Enea da Lavinia la figlia di L atino, e nudrito, dicono , da pastori pe' monti. Perocch nell ascendere Ascanio al trono , Lavinia pavent di averne , p er lo nom e suo di m adrigna, alcun male ; e gravida essendo affid s stessa a T irren o , prefetto de' regj armenti , e g i , com' ella sapea, domesticissimo di Latino. E costui menandola come donnetta volgare in selve d e se rte , ia tento sem pre che non fosse veduta da quei che la co noscevano , fecele quivi un abituro e ve la nudrl. Poi dando questa il frutto del suo ventre ; egli ne raccolse e ne allev Silvio , o come in greco direm m o , Y le o , csi nominato dalle selve. Ma col volger degli anni co noscendo che i Latini faceano grande ricerca della donna per essere Ascanio incolpato come se 1' avesse tolta di vita, scopri la vicenda, e ricondusse dalle selve la donna col figlio. Silvio incorso in tali casi ne ebbe il nome anzidetto, e quindi p u r lo ebbero tutti i posteri di lui. V enuto meno il fratello , ne ottenne il re g n o , disputa- togli da G iulo , il maggiore d e figli di Ascanio , che per s cercava il principato del p a d re , ma il popolo conferm li diritti di lui per varie cagioni e per quella non meno che la m adre di Silvio era la erede in tutto del regno : a Giulo in suo luogo fu dato u n sacro po tere ed onore , prem inente anche al trono , p e r la sicuresiia e tranquillit della vita. Godevano questo fino al mio tempo i posteri s q o i, Giulj chiamati da l u i , massimi , e chiarissimi divenuti di prosapia , tra quante io ne sappia ; essendo di lei nati duci insignissim i, le virt de quali non sparsero diffidensa su la nobile or gine loro, Ma di ci diremo altrove p i degnamente.

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L X n . Avendo Silvio ornai da ventinove anni il co> m ando, gli succedette il figlio E nea che ne regn tren* tuno. Dopo lui signoreggi Latino per cinquantuno e quindi Alba p e r treatanove : ad Alba seguit C apete per ventisei a n n i , e poi Capi per ventotto. Appresso Capi fu Calpeto in trono per tre d ic i, e via via T ibe rin o p er otto. Dicesi che ultim o morisse combattead o lungo il fiu m e , e che rapitone dalla corrente lasciasse il suo nome a quel fiume , Albula chiamato p e r addietro. Sottenirato A grippa a T iberino regol p e r an n i quarantuno. D opo Agrippa fu per diciannove anni A lladio una tirannica cosa ed esecrata da Numi ; pe> rocch spregiando i celesti ne andava con macchine co m e fulm inando e tonando, perch volea quasi Dio spa* v en tare i mortali : ma cadendo alfine pioggie e filmini veri su la casa di l u i , e crescendo straordinariamente la p a lu d e, che la circondava; egli vi si anneg con tutti i dom estici: e lasciata o ra la palude in una vicenda di acq u e che inondano o s inabissano , se quando s 'in a bissan o f quella restasi in c alm a, si vedono ancora gli a v an zi de' portici, ed altri vestigj dell' abitazione. Ricev lo scettro di lui Aventino , dal quale ebbe nome 1 uno d e ' sette colli di Roma , e sovraneggi per trentasette a n n i. Q uindi Proca p er ventitr a n n i, e quindi per q u arantad ue anni fu principe Amulio , i quale a torto invase la reggia dovuta a N u m ito re, come prim o tra i fratelli. M a tolto di mezzo Amulio da Romolo e da R em o nati da una vergine sacra come o r' ora direm o ; N u m ito re , avo m aterno degiovani, riebbe conformemente I le leggi il governo. L anno secondo della reggenza di

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N um itore, e quattroceotesimo treatesimosecondo dopo la presa di T ro ja gli Albanesi spedendo una colonia sotto gli auspicj di Komolo e di Rem o fondarono R o ma nel principiare dell'anno prioi o della olimpiade y.*, quando Diocle di Messene vinse nello stadio, e quando Caropo era arconte in Atene nel primo dell! dieci anni. LXIU. Ma perciocch molti sono i dubbj su l epoca della fondazione , e su i fondatori di Roma ; non sono queste cose da trascorrere in un lampo , quasi presso tutti se ne convenga. E nel vero , Cefalone Gergitio , scrittore senza dubbio antichissimo, dice edificata Roma nella seconda generazione dopo la guerra trojana da quelli che con Enea ne scamparono. Svelane 1 autore in Rem o, duce della colonia, e l'u n o d e 6gli di Enea; che quattro ne ebbe , A scanio, E urileonte , Romolo e Rem o : Demagora ed Agatillo ed altri fissano 1 epoca stessa e lo stesso duce della colonia. Ma colui che scrisse d e' sacerdoti di A rgo e delle cose operale ne tenrpi d i ognuno dice che Enea venendo con Ulisse dai Moloss) fabbric la citt denominandola Roma- da una delle trojane , e dice che questa donna stanca d a 'viaggi suscit le com pagne, e con esse mise in fiamme la flotta. C on cordano con lui Damaste Sigieo^ ed alcuni altri. A ri stotele il filosofo narra che tornando alquanti G reci da T ro ja navigarono intorno a Capo Malio , ma che sor presi da fiera burrasca errarono ia pi luoghi allarbitrio de venti , finch capiiarono in luogo della Opica , il quale chiamasi Lazio, e confina col mare T irren o : c b e dilettati allaspetto della regione tirarono a terra le bar* b h e , e vi passarono quell inverno , apparecchiandosi a

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fir vela sul nascere della primavera : ma cbe inceDdialesi poi tra la notte le 'n a v i , non avendo pi come partirne , domiciliaronsi p er necessit nella sponda ove erano approdati : che ci era accaduto per le donne che essi menavano prigioniere da T ro ja , le quali te- . meano , se gli Greci ripatriavano, giungere nell' Acaja per tschiave. In opposilo CalHa scrivendo le gesta di Agalocle afferma che R o m a , l ' una delle donne trojane venute con gli llri T rojani nell Italia , si m arit con L atino re degli Aborigeni e ne partor due figli Remo e Romolo i quali fabbricando la citt le diedero il no m e della madre. Zenagora lo storico scrive che li figli di Ulisse e di Circe furono tre R e m o , Amia , ed A r d e a , e fondarono tre citt , chiamandone ciascuno ia su a dal nome d i s medesimo. Dionigi Calcidense conoscerci. in Remo 1' autore di Roma , dichiarandolo secondo alcuni figlio di A scan io, e secondo altri di Im atione. E vi pure chi sostiene che Rem o il figlio d i quell' Itale che avea per madre Elettra la figlia di L a tin o fosse il fondatore di Roma. L X IV . Ben avrei pi altri greci sc ritto ri, varj neU r assegnare chi diede la origine alla citt ; nondim eno p e r non sembrare prolisso vengo agl'istorici romani. E prim ieram ente non : v ebbe ne' tempi antichi storico o scrittore alcuna romano; m a ciascuno dipoi ci che di p e r iscritto , lo attinse dalle memorie primitive de' sacri libri. E quindi chi disse che i fondatori della citt Ro* molo e Remo erano prole di Enea , e chi figli della figlia di lui senza indicarcene il padre , dati da Enea
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p er ostaggi a Latino signore degli A b o rig e n i, quando si concord tra i paesani e tra forestieri ; e poi tanto amati e c u r a ti, che morendo quel re senza lignaggio virile furono lasciati eredi di una parte del suo princi pato. A ltri per narrano che Ascanio , alla m orte di E nea p r e n d e ^ tutto il regno la tin o , e ne dividesse co fratelli Rom olo e Remo in tre parti le terre e le forze : che egli fabbricasse Alba ed altri castelli ; che Rem o fondasse Capua da Capio il p ro a v o , Anchisa da Anchise 1 avolo suo ; Eneja poi detta Gianicolo , dal p a d re , e Rom a finalmente da s stesso: che questa si rimase u n tempo d e se rta , finch riebbe 1* antica strut tura andandovi una nuova colonia speditavi da A lba sotto gli auspicj di Romolo e di Rem o ; talch due sono le fondazioni di Roma , 1' una poco dopo le v ir cende trojane , l a ltra , quindici generazioni appresso la prima. C he se alcuno voglia investigare cose ancora pi rem ote , trover nemmeno una terza R om a pi a n tic a , inalzata prim a che Enea capitasse nella Italia co'Tro}ani. N ci raccontano scrittori volgari o nuovi m a Antioco di Siracusa, quegli di cui gi si fece menzione. Impe rocch scrive che regnando Morgete nella Italia, la quale era allora la spiaggia da T aranto a P e s to , venne ad esso uno che era fuggito da Rom a : e queste ne sono le parole: dopo che Italo invecchi, prese il comanda

M orgete : e ne tempi d i questo venne un fuggitivo da R om a: Sicolo ne era il nome. Q u in di seguendo


lo storico siracusano si rinviene un antica Roma la quale precede i tempi trojani. Siccome per non egli ha d i chiarato se stesse nel luogo dove o r a , o se in altro

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csi nminato ; nemmen io posso coogetturarne. Ma su le prime fondazioni credo che bastino le cose dette (inora. L X Y . Q uanto all essere poi Rom a l ' ulti u volta , popolaU o fo n d ata, o comunque d ir vogli, Tim eo di Sicilia , non saprei p e r quale cronologia, narra che ci fu quando cdificavasi Cartagine trentotto anni avanti U prim a olimpiade. Lucio C in cio , uom o senato rio, ne fissa l'epoca intorno allanno quarto dellolimpiade la.* ; P orcio Catone non definisce I tempi alla Greca : m? ' diligente quanto altri nel tessere la storia delle antichit, colloca u n tal fatto 1' anno quattrocento u-entadue dopQ la rovina di T ro ja . Q uesto tempo medesimo computalo secondo le cronologie di Eratostene si scontra collanno prim o della olimpiade 7 .'^. Che poi li calcoli di Erato stene sian g iu sti, e come possano gii anni de' Romani ridursi a quelli de G re c i, fu gi da me dichiarato con altra scrittura : perciocch non v o lli, come Polibio di M egalopoli, dir solamente che io penso , che R om a fu edificata lanno secondo della olimpiade 7 .'^: n credere senza esame alla tavola unica e sola , jesistente presso gli nchisesi ; ma volli io stesso allegarne de raziocini, pubblicandoli , perch chiunque il bramava , li rettifi- casse. Q uesta diligenza visibile in quel trattato : noo* dimeno dir qui ancora , quanto pi necessario al subjetto. Il che di questo tenore. Si consente quasi da tutti che la irruzione nella quale i Galli pigliarono Roma avvenisse quando in Atene era arconte P irgione, circa r anno prim o della olimpiade 9 8 .*. Il tempo pre cedente , dalla invasione fino a Lucio B ruto e Lucio

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T arquinio C ollatinio, primi consoli in Rom a dopo la espulsione dei re , com prende centoventi anni. Ci ri levasi da pi cose, come pure dai ricordi chiamati cens o r j, che il Bglio riceve dal p a d ie , tanto pregiati dai p o ste ri, quasi con questi si consegnino loro le sante cose paterne ; e nelle famiglie censorie molti sono gli uomini insigni che li custodiscono. O ra io trovo due anni avanti la presa delia citt fatto u n censo da Ro m an i, ove come negli altri notato questo te m p o ; es

tendo consoli Lucio Valerio Potilo , e Tito Manlio Capitolino t anno centodiciannove dopo la cacciala dei Te : dond che la irruzione de' Galli che troviamo
avvenuta l ' anno secondo dopo il censo , avvenisse compiendosi Tanno appunto centoventi. E se tale durazione vale trenta olim piadi, dobbiamo di necessit con~ fessare, che i primi che furono dichiarati consoli, as sunsero quel grado essendo arconte di A tene Isa g o ra , 1' anno primo della olimpiade 6 8 .*. L X V I. Com prende poi dugento quarantaquattro anni il tempo dalla remozione dei re 6 no a Romolo , che prim o di essi domin la citt : rilevandosi questo dalle successioni lo r o , e dagli anni ne' quali ciascuno tenne il comando. E certamente leggesi che Romolo il fonda tore di Roma regnasse trentasette anni; restando questa dopo la m orte di lui senza monarca per un anno ; quindi che Numa Pompilio eletto dal popolo governasse quarantatr anni, e T ulio Ostilio dopo Numa trentadue anni: appresso Anco Marcio fu re per ventiquattro anni: e dopo Marcio per trentotto Lucio Tarquinio chiam ato Y antico. A lui seguit per quarantaquattro anni Servio

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T u lio , aI6 ne tolto di mezzo da Lucio Tarquiuio uomo tirannico anzi detto il superbo per lo disprezzo suo della giustizia. P u re costui s' ebbe il principato veuttcinque anni. Prendendo dunque dugentoquarantaqualtro a n n i , quanti que' monarchi ne regnarono , cio sessantu n a olimpiadi ne viene di necessit, che Romolo il prim o di essi prendesse il comando l anno primo della olimpiade 7 .* ; essendo Caropo 1 arconte di A tene nel prim o dedieci suoi anni. Cosi domanda il calcolo degli anni. Che poi ciascuno dei re dominasse tanti a n n i, si da me dimostrato nella cronologia detta di sopra. T ali sono le sentenze degli a n tic h i, e tali i pareri miei sul tem po in cui fu costrutta la c itt , signora al.presente delle cos. Ma quali ne fossero i fo n d a to ri, con quali vicende recassero la colonia , o le fondassero la c itl , molti gi lo narrarono , discordandone alcuni in pi casi. Io sceglier da' monumenti le cose pi persuadevoli ; le quali son queste. L X V II. Dopo che Amulio usurp colla forza la reggia d i Alba eliminando dagli onori paterni Numltore il fra tello pi g ra n d e , scorse ad altre infamie col molto abuso dei d iritti, macchinando allultimo distruggere la stirpe di Numitore per timore di subirne la v en d etta , e per desiderio di perpetuarsene il principato. E macchinando ci da gran te m p o , not prim ieram ente dove recavast alla caccia Egeste il figlio gi pubescente di N um itore, e , fattegli delle insidie nel meno visibile di quIu o g h i, lo uccisse appunto che inseguiva le fiere , dando opera che si dicesse p o i, che il giovine fa vittima deladroni. Ma tal voce actificta uon pot soilfocare ]t verit che

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tacevasi; perocch molli ebbero cuore di palesarla , eoa pericolo ancora. Ben conobbe Numltore il successo ; ma tollerando con saviezza bonissima fnse non conoscerlo p e r differirne i risentimenti a tempo meno pericoloso. Amnlio tenendo la vicend'a per o c c u lu , fece a n c o ra , che la figlia di Numitore d e tu Rea secondo a lc u n i, e poscia Ilta quando fu m atura per le n o zze, si dedicasse al sacerdozio di Y esta perch andando subito a marito n on partorisse un vindice della sua gente. Dee trent'a n n i, e nommeno rimanersi candida da cose maritali una donzella messa alla cura del fuoco inesliuguibile, 0 per altro religioso ministero serbato p er legge alle sue pari. Compieva A mulio tutto ci cobei nomi di onorare e distinguere il p aren u d o : perch non avevane egli introdotto la legge : anzi essendo gi praticata non astringeva il fratello, sicch la prima volta esso trano bili si valesse di quelli onori. E pregiavasi tra gli Al bani che le donzelle pi nobili ministrassero a Vesta. Ben vedea Num itore che il fratello non facea ci per am ore del meglio : tuttavia non espresse l ' ira s u a , ma tacque profondamente ancora su questa ingiuria p e r nou esserne malmeoato dal popolo. L X y iII . Dopo quattro anni lia recatasi al bosco sacro di M arte ad attingervi limpide acque pe sacriGzj vi fu violentata da u n o , d ic o n o , de'giovani innam orato della donzella ; o da Amulio non si per amori che per in-'< g a n n , tutto in a r m e , e travisatosi quanto p o te v a, onde essere terribilissimo a vedere. Molti per novelleggiano che fu in persona il Nume 4eM oco, acconciando a tal fetto varie circostanze div in a, e che-il sole se qe a$cosi

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e le tenebre si sparsero ia cielo. Essersi ,la immagine di quel Dio presentata augusU pi che la umana per. la mole e per la bellezza. Aggiungono che colui che aveala violata ( e da ci conchiudoao che fosse Un Id dio) dicesse alla fanciulla che si consolasse, non si afflig gesse per la vicenda; essere a lei fatte le cose de'ma trimoni dall' unicsele del gemo del loco : ne partorirebb due figli, potentissimi in arme. Narrano che, ci di cendo , una nuvola Io circondasse, e che spiccatosi di terra , si elevasse per l ' aere. Non poi questo il luogo, ina bastino i detti de filosofi , per discutere la sentenza da aversi su queste cose, cio se debbano dispregiarsi come opere umane imputate agii Dei, la natura de'quali felice n corruttibile non subisce niente d'indegno ; o se debbano riceversene le narrazioni, perch l universo un composto di tutte le sostanze, tra le quali haccene pure una intermedia tra la umana e divina, che ora mescendosi agli uomini, ora ai Numi, genera la stirpe degli eroi. La donzella dopo la violenza si di per in ferma : consigliatavi dalla madre per la sicurezza di lei, come per la riverenza de' Numi : n pi andava alle sante cose, ma se dovea porgervi l 'opera sua, supplivano le vergini, compagne nel ministero. LXIX. Amulio, sia che mosso dalla coscienza , sia che da concetti del verisimile, spiava attentissimo le ca gioni per le quali teneasi tanto tempo lontana da riti divini. E mand de medici suquali fidava moltissimo: ma pretesUndo le donne non essere un tal male da presentai-si ai maschj, mise la moglie sua' per guardia della fanciulla. Ma non s tosto colei gli accus la in-

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dule del male, conghietturando da iadizj muliebri, ignoti alle altre ; egli fe custodire co soldati la donzella: perch il parto, ornai prossimo , - non si occultasse. E chiamando a colloquio il fratello, disse la violazione recondita , dolendosi che i genitori vi stessero a parte con la fanciulla, e comand che non tacessero, anzi pub blicassero il fatto. Asseriva Numitore eh' egli udiva cosa incredibile: ma che egli era innocente in tutto, e chiedea tempo per chiarire la verit. Ed ottenutolo a stento, poich seppe dalla moglie la cosa come erale narrata in |)i-incipio dalla fanciulla , gli rifer la violenza fatta dal Nume, e le cose dette sudue gemelli, e dimand che si prestasse fede a tanto, se da quel parto nasceane la pi'ole com era presagita dai Nume. Non essendo omai lontano il parto ; egli non sarebbene deluso lungamente : intanto esibiva donne in custodia della figlia, n ricusavasi a prova niuua. Acconsentivano quanti erano in parlamento: Amulio per diceva che non aveaci punto di buono in que' detti, e diedesi per ogni guisa a per dere la fanciulla. Intanto presentansi glincaricati per invi gilare su quel parto, e narrano aver lei dato in luce due maschi. Insist Numitore ben tosto in dimostrare che aveaci r opera del Nume, e richiedeva che oltraggio non si facesse alla vergine incolpabile. Amulio nondimeno concepiva che ci avesse della cabala umana anche nel parto me desimo , con essersi procurato 1' uno de' fanciulli da al* tra donna , ignorandolo o cooperandovi le custodi ; e molto su ci fu disputato. Come i consiglieri videro che il re piegavasi ad ira inesorabile, sentenziarono aneh' essif com' egli volea ; che si applicasse la legge, la

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quale ordina che uccidasi, battuta con verghe, la ver* gine profanata nel corpo, e gettisi ci che nato da lei nella corrente del fiume. Ora per le leggi per le sacre cose prescrivono che tali donne seppelliscansi vive. LXX. Fin qui la pi parte degli scrittori narrano le cose medesime o con.picciolo divario, altri seguendo pi la favola , ed altri la verisimiglianza. Ben per discordano su ci che vi rimane ; 'dicendo altri che la condannata fu tolta immantinente di mezzo , ed altri che serbata in carcere oscura fe nascere nel volgo la idea della oc culta morte di lei. Scrivono che Amulio a ci sindu cesse vinto dalla figlia supplichevole che ehiedevagli in dono la cugina ; gi nudrite insieme, e pari di et voleansi il bene di sorelle. Amulio che non avea se non quella figlia , gliela concedette ; n pi compi la morte di liia, ma tennela rinchiusa, n visibile; finch fu li berata col morir del medesimo. Cosi le auliche scritture discordano intorno di liia , ma tutte presentano un ap parenza di vero ; e perci ne ho fatta menzione. Chi legge intender da se stesso quale sia pi credibile. Quanto ai figli d Ilia cos scrive Fabio detto il Pittoi*e, cui seguirono Lucio Cincio, Porcio Catone, Calpurnio Pisone, e la pi degli storici. Alcuni de' mini stri prendendo per comando di Amulio i fanciulli, posti in un cestello, ve li trasportavano per gettarli nel fiur me , lontano quasi cento venti stadii dalla citt. Ma co me vi si, approssimarono e videro che il Tevere per le pioggie incessanti usciva dall' alveo suo naturale in su i- campi, discesero dalle cime del Pallanteo fino alle eque pi vicine ; n polendo avanzarsi pi oltre , de

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posero il cestello appunto ove il fiuine toccava, inon* dando le falde del monte. Ondeggi quello alcun tem po j ma poi ritirandosi la fiumana dalle parti pi esteiv n e , il vasello percosse in un sasso, e deviatone, tra volse i fanciulli, che vagendo in sul fango si dimena vano. Quando apparendo una lu p a, fresca d parto, e gonfie le mammelle di latte ne porse i capi alle te nere bocche de medesimi, tergendoli via via colla lingua dal loto onde erano intrsi. FratUnto sopravvengono dei pastori che guidavano le greggi ai pascoli ; potendosi gi per que' luoghi camminare. Al vedere 1 uno di essi come la bestia carezzava que' pargoletti, restossi estati co per lo spavento e per la incredibilit dello spettacolo. Quindi ( perciocch non era col solo dire creduto ) an dando, e raccogliendo quanti potea de vicini pastori, li cou' duce a mirare il portento. Approssimatisi questi, e vedendo come la bestia molcea que' pargoletti, e come I pargoletti usavano colla bestia quasi colla madre , parvero a s stessi presenti a celeste meraviglia ; ma congregatisi e proce duti ancora pi oltre tentarono col tuonare delle grida impaurire la lupa. E questa non incrudita affatto dal giungere degli uomini, ma quasi domestica fosse, riti randosi passo passo da fanciulli, si lev ( mutoli restan done ) dalla vista de' pastori, essendovi non lungi un luogo sacro opaco per selva profonda , ove le fonti sgorgavano da pietre cafe. Dicesi che quello fosse il bosco di Pane ; ed un altare per lui vi sorgeva. In que sto venne la fiera e si ascose. Ora il bosco non pi: ma ben additasi 1' antro dal quale scorrevano le acque, in vicinanza del Pallanteo , lungo la via che mena at;

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l ippodromo (i) : scorgesi ivi prossimo un tempietto ov , come effigie del fatto, una lupa che offre a due fanciullini le poppe ; metallico e di antico lavoro quel monumento. Era questo luogo, com' fama, sactt) per gli Ai^ cadi che vi si accasarono con Evandro. Allontanatasi la fiera , i pastori presero, i fanciulletti provvedendo che si allevassero appunto , come se volessero gli Dei che si conservassero. Era tra questi un placido uomo , il capo de regj pastori , Faustolo nominato , il quale trovavasi in citt per alcun suo bisogno , nel tempo che lo stu pro vi si riprendeva ed il parto d Ilia. Dopo ci men tre erano que teneri putti portati al fiume , egli nel tornare al Pallanteo, tenne per incontro divino la stra da medesima di quelli che li portavano. E non dando vista di sapere principio alcuno del fatto , dimand per a que miserelli, e presili con voto comune, e recan doseli , venne alla moglie. E trovatala che avea parto rito, e dolente, che il parto erale morto, la racconsol, e le diede que' fanciulli da sostituirsi ; contandole dalle origini la vicenda che li riguardava. Poi crescendo, chia m l uno di essi Romolo e Remo l altro. Fatti adulti non somigliavano per la bejlezza dell' aspetto e della prudenza a pastore niono di gregge immonde 0 di bo vi , ma chiunque numerati li avrebbe tra' regj figli, specialmente tra quelli creduti di generazione divina , come in Roma cantano ancora nelle patrie canzoni. Era la vita loro fra' pastori , e col^travaglio la sostenevano,
( 0 Circo ove gareggiavasi col corso de caTalli.

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fissando per lo pi su meati e legni e canne in guisa che dessero in un tempo alloggio e tetto. Ed ancora nel lato che dal Pallanteo piegasi verso l ippodromo, sopravanza 1 uno di questi abituri , detto di Romolo , cui guardano come sacro, ma nulla vi aggiungono on-, de renderlo pi venerando. Che se parte alcuna ne vien meno per anni o tempeste, la suppliscono , riparando la , quanto possono con simigliansa. Giunti a diciotto anni ebbero dispute su de' pascoli co pastori di Numitore i quali tenevano i loro bovili sull ventino, colle situato rimpetto del Pallauteo. Richiamavansi spesso, gli uni su gli altri, che pascessero i campi non proprj, o soli si tenessero i campi comuni, o per cose altrettali, se ne avvenivano. Davansi per tali dissidj colpi di mani e di armi ; e ricevendone da' giovani assai li servi di Numitore , e perdendovi alcuni di loro, ed essendone esclusi a forza dalle campagne, cosi macchinarono. Dis posero in valle occulta le insidie sugiovani, e concor dato con quei che le disponevano il tempo di eseguirle , gli alu:i intanto andarono in folla alle mandre de* me desimi. Romolo di quel tempo erasi co paesani pi riguardevoll recato alla citt detta Cenina per fai-vi a no me della comune i patrj sacrifizj. Avvedutosi Remo della incursione vol per la difesa, prendendo in ua subito le armi, e li pochi venuti a lui per unirsegli dal vil laggio. Non aspettarono quelli, ma fuggirono per tirar seli dietro, dove rivolgendosi a proposito gli assalissero. Ignaro della trama, seguitandoli Remo lungamente , si ingolf nel luogo delie insidie ; e le insidie proruppero e li fuggitivi si rivolsero ; e circondando lori co' segUAci

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e tempestaoclo co sassi , gli arrestarroDO, com'era il co mando de' loro padroni che volevano vivi que' giovani nelle mani. Cosi fu Remo condotto prigioniero. LXXI. Ma Elio Tuberone uomo grave, e ben canto nel tessere le istorie scrive : che avendo que' (li Numitore preveduto che i due garzoncelli erano per offerire a Pane ne lupercali 1' arcade sagrifizio come era isti tuito da Evandro , tesero gli agguati pel tempo appunto del santo ministero, quando bisognava che i giovani , abitanti il Pailanteo, corressero dopo le oblazioni nudi per la terra , e velati solo nel sesso cou le pelli recenti delle vittime. Era questo un tal rito patrio di espiazio ne , praticato ancora di presente. Standosi nel pi an gusto de sentieri i nemici a tempo per le insidie sa quei facitori di sante cose, ecco venirsene ad essi la prima banda con Remo, seguitando pi Urda 1 * altra con Romolo per essersi la gente loro divisa iu tre masse, e distanze. Non aspettando quelli il giungere degli al tri , dato un grido, uscirono in folla sa primi, e dpcondatili, gl'investirono chi con dardi e chi con sassi o con altro, comunque gli era alle mani.- Sbalorditi questi dall' inaspettato assalto, e mal sapendo che fare, inermi contro gli armati, furono assai facilmente ari-estati. Con tal modo, o con quello tramandatoci da Fa bio , divenuto Remo il prigioniero de nemici, fu tratto in Alba. Romolo, al conoscere le ingiurie sul fratello, pens dover subito tenergli dietro col 6ore de suoi pa stori , quasi a ricuperarselo ancora tra via : ma ne fu distolto da Faustolo che vedea la insania del disegno. Era Faustolo ancora tenuto come padre, avendo sem-

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pr occultato ai due garzoncelli i loro primi tempi > perch non si mettessero di slancio a' pericoli , prima della robustezza degli anni. Allora per vinto dalla ne* cessiti rivela, solo a solo, a Romolo ogni cosa. E Ro molo in udire tutta la sciagura che aveali involti fin dalla nascita, impietosito per la madre venne in grande ansiet verso di Numitore. E molto consultandosi con Faustolo concbiuse che doveva allora contenersi da ogni impeto ; sorgere poi con apparato {>i grande di forze a redimere la sua iamiglia dalle ingiustizie di Amulio, e subire fin 1' ultimo rischio in vista de' grandi risul tati , operando col padre della madre, quanto egli ne risolvesse. LXXII. Stabilito ci per lo meglio , Romolo convo cando i paesani, e pregandoli a recarsi di subito in Alba, non per tutti in folla, n ad una porta perch non si eccitasse in citt sospetto di loro , e a tenersi nel foro, pronti per eseguire , s incammin per il pri mo verso di quella. Intanto quei che menavano Remo presentatolo ai regj tribunali, ve lo accusavano delle in< giurie, quante ne aveano da lui ricevute, e vi addita vano le ferite dei loro protestando che abbandonerebbero tutte le mandre, se non erano vendicati. Amulio vo lendo fare cosa grata alla moltitudine accorsa, come a Numitore, forse presente ad incolparlo per altri (i), volen do la tranquillit del paese, e stimando insieme sospetta la baldanza del giovane, imperterrito in sue parole ; lo
(i) Secondo Dionigi, Numitore ignaro della coadiiione di Remo, lo accusava a nome de suoi clienli.

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condann con rendere Numitore 1' arbitro del castigo, e con dire che chi fa ree cose, non dee rintuzzarsene da ahri quanto da chi le ha sostenute. Inlaata che Re>^ mo era condotto con le mani addietro legate, ed eran vilipeso da pastori (i) che sei conducevano ; Numitore postoglisi appresso ne ammirava la bellezza delle forme che aveano molto del regio, e ne contemplava la no bilt de' sentimenti, che egli conservava in mezzo an cora a terribili cose, non volgendosi a far compassione n importunando, come tutti fanno in simili casi, ma procedendo con silenzio maestoso al suo termine. Giunto in sua casa , Numitore fece che gli altri si ritirassero,, ed egli, solo con solo, chiese a Remo chi fosse, e da quali parenti ; non potendo lu i, cotal giovine, essere da ignobile stirpe. E soggiungendo Remo quanto ne sapea dal suo nutritore , come dopo la nascila era stato esposto bambino nella selva col germano , gemello di lu i, come raccolto da pastori fosse pi stato allevato ; colui, sospesone alcun tempo , alGne , sia che in ci vedesse un qualche raggio di vero, sia che un Dio lo guidasse a scoprire ,com era la cosa , gli disse: Gi non rileva che io ti annunzii, o Rem o, vedendolo tu da te medesimo che tu se nelle mie m an i, perch sii dat al supplizio eh io ne giudico ; e che quelli che qui ti condussero, avendo da te ricevuto tanii m ali, tengono assai caro che tu mora. D , se io ti
(i) Nel lesto ai dice che questi pastori erano di Mumitore. Forse vi h sbaglio e dee leggersi che erano di Amulio : e forse quella pa rola scorse nel testo senza bisogno ; sembrando assai chiaro d ie do veva essere portalo dagli uomini di chi Io condannava.

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campassi da morte e da ogni male , me nc sapresti tu grado ? e coopereresti con me se te ne prego il bene di ambedue noi ? E rispondendo esso Unte cose quante la speranza della salate fa dire e prometterne da chi la dispera a chi pu dargliela ; Namitore ordi> nando che si sciogliesse, e che gli altri immantinente si ritirassero, gli rivel la sua sorte : come Amulio pri v lu i, che pure gli era fratello, del regno, come io rendette orbo de figli, uccisogliene uno occultamente nella caccia, e messagli 1 altra tra ceppi nella carcere, e come in (ine trattavaio co modi appunto de tiranni verso lo schiavo. LXXIII. Cosi dicendo e molto nel dire sospirando im plor che Remo fosse il vendicatore della sua casa. Ascolt ,di buon grado il giovine la istanza; e chiedendo ornai di essere portato a compierla ; Numitore ne lod la viva corrispondenza, e disse : io prender cura del tempo della esecuzione : ma tu , senza che altri ne sappia no , manda {d tuo / rateilo dichiarandogli che tu sei salvo , e supplicandolo che venga a te quanto prima, E cercato immantinente e spedito un tale che parea buon messaggere, ed imbattutosi costai con Romolo , non lontano allora dalla citt, gli manifesta le commis sioni. Giubilandone Romolo vol prontissimo a Numi tore , ed abbracciati e salutali primieramente ambedue , poi narr la projezione, 1 educamento de' fratelli e le altre cose che Faustolo aveva udite dalla guardia d Amulio. Riusc quel dire dolcissimo ad essi che tale ap punto lo desideravano, non che domandassero molti argomenti per credervi. Riconosciutisi a vicenda , ini-

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manlnente -si concordavano, e ponderavano quale sa rebbe il tempo ed il mezzo opportuno per [a impreca; quando ecco F.austol condotto ad mulio. Peroccb. temendo cbe fattosi Romolo a svelare senza i contrassegoni evidenti il gran ca) a Numitore , non potesse ab bastanza accreditarglielo ; recavasi pco dopo in citt col cestello, che era documento della projezione dei fanciulli : ma entrando le porte tutto in paura , e tutto sollecito di occultare ciocch portava, ue fu notato da una delle guardie. Temevasi allora di una incursione nemica, ed erano guardie dell'ingresso i soldati creduti pi fedeli al monarca. Ora colui lo arresta , e voglioso di conoscere che mai fosse ciocch nascondeva, scoprelo a forza. E vedutone il cestellino , e tutte le ansiet del portatore , chiedea donde fosse mai quel turbamento, e quale il disegno dintrodurre celatamente un tal vase, non degno affatto di occultazioni. Frattanto si aiTolIarono ancora altre guardie , 8 1 uno di essi riconobbe il cestellino ; e fu quegli appunto che gi port con que sto al fiume i bamboletti, e dicevalo ai circostanti. Adun que Faustolo preso , e tiralo al monarca. Amulio investendolo col terrore de' tormenti se non recasse il vero ne' suoi detti ; ricerc sulle prime se vivessero quei fan ciulli : e saputo che viveano , dimand quali fossero stati i modi dello scampo. Narrando lui com ra il successo, or , disse il monarca, poich sponesti finora la ve rit ; dinne dove essi mai si troverehhero di presen te : gi non giusto che e ssi, miei consangunei, e salvi per la provvidenza de' Numi vivano nella ignolilit de pastori, m o m ei, tom o i. *

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LXXIV. Faustolo a u l mansaetudine non ragione vole sospettando che egli non pensasse come parlava , cosi rispose : I giovani come lro m estieri vanno pasturando de bovi pe monti. Io m en veniva in no me di essi alla madre per dichim-arle come stieno i loro fo lti. Ma udendo come tu fa i ^lardare questa donna io dirigevami a supplicare la figlia tua perch a lei mintroducesse. E questo cestello, io reca/vaio meco per certificare i miei detti. Ora poich tu sei fermo di ricondurr qua li garzoncelli, ne esulto ; e manda con me chi vuoi, che io dimostreroUi, perch loro si annunzino gli ordini tuoi. Cosi d u n ^ e diceva per allontanare la morte de' giovani, e sperando egli insieme fuggire da quelli che sei menavano, quando sa* rebbe ne' monti. Amulio immantinente invia con esso i pi fidi tra suoi militari, ordinando per segrtamente che afferrino ) e gli rechino qoelli che il pastore dimo strerebbe. Intanto deliber chiamare il fratello e farlo custodire, ma senza catene finch 1' affare presente se gli acconciasse. Lo chiam dpnque ma in vista ben di altre cose. Mosso l'araldo speditogli, dalla Lenevolenza e dalla compassione de' mali di lui che pericolava non tacque i disegni di Amulio a Numitore: e questo ma nifestando a' giovani linfortunio che pendeva su loro , e confortandoli a farla da valentuomini, and alla reg gia tra le arme di clienti, di amici, e di non pochi servi fedeli ; e lasciato il mercato pel qual erano venati in citt , vi andarono ancora co' pugnali sotto degU abiti i contadini, gente robustissima. forzando tutti con impeto comune l ' ingresso , non presidiato da m o lli,

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ben tosto uccisero. muUo, e presero poi la fortezza. Cos Fabio ne racconta su ci. LXXY. Altri per giudicando non convenirsi punto di favoloso alla storia dicono inverisimile che la projezione de' fanciulli non seguisse com' era ordinata ; e di cono che l'amorevolezza della lupa che porge le mam melle ai fanciulli piena di comiche incoerenze. Rac contano invece che Numitore al conoscere la gravidanza d 'llia , ne tramutasse poi nel parto i figliuoletti , supplendovene altri nati di fresco ; e dandoli in fine ai cu stodi della parturieute, perch al re li recassero. Sia che la fedelt di questi fosse comperata con o ro , sia che la sostituzione fosse compiuta per mezzo di fem mine ; ad ogni modo Amulio prese ed uccise gli spurj; laddove i figli d'llia cari pi che ogni cosa a Numito re , furono da lui salvati, e consegnati a Faustolo. As seriscono che un tal Faustolo era un Arcade, originato d a' compagni di Evandro, alloggiato in sul Pallanteo colla cura degli armenti di Amulio ; e che condiscen desse di allevare i figli di Numitore , indottovi da Fau stino ( i ) , fratello suo , presidente de' bestiami di NajBtore i quali pascolavano per 1' Aventino : essere stata la nudrice , la esibitrice delle poppe sue , non la lupa , ma com verisimile la moglie di Faustino detu Lau> renza , e Lupa con soprannome da quei del Pallanteo perch prostituiva il suo corpo. Certamente era questo
( i ) Questo nome si legge Tariamenle. Plutarco in Rumalo lo chiama PU iscino, Altri lo ha chiamato Fausto: perch Ira Faustolo e Fausto :avi somigliaaxa come t Romolo e Remo : ed altri con molla con fusio ne lo chiama Faustok) come il fratello.

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il greco antico gopraanotne per le femmine le quali si vendono ne' riti di amore, e le quali ora con pi gen til nome , amiche si appellano. E quindi alcuni che ci non sapevano ne tesserono la favola della Lupa, cosi chiamandosi quella bestia tra Latini. Aggiungono che i fanciulli slattati appena, furono dagli aj loro man dati a Gabio citt non lontana dal Pallanteo perch vi prendessero greca istruzione ; e che nudrid col presso gli ospiti di Faustolo fino alla pubert furono ammae strati nelle lettere, nel canto, e nell' uso greco delle armi ; che rivenendo poscia ai padri loro putativi brigaronsi co'pastori di Numitore intorno de'pascoli co muni , e li percossero, e gli allontanarono colle greg gia: essere tali cose state fiitte col volere di Numitore perch si avesse un principio di ridami, ed una causa onde la turba de'pastori in citt si recasse: che dopo ci Numitore f' lamentanze contro di Amulio , quasi per grave danno e ruberie de* pastori di Ini ; diman dando che se egli non aveaci parte, gli desse nelle mani il porcajo, reo della lite, e li figli di quello : che Amulio a rimuovere da s quella incolpazione , ordinasse a tutti gli accusati, ed a quanti si dicevano essere stati presenti al successo di comparire in giudizio per Numitore : che insienle concorrendo molti altri sul pretesto di quella causa, Numitore dicesse a' nipoti quanta scia gura gli avea perseguitati: e dimostrando lui che quella, se altra mai ve ne fu , quella appunto era 1' ora della vendetta , immantinente volarono colla turba de' pastori all' assalto. E queste sono le memorie su la orgine e su la educazione de fondi^lori di Rooia.

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LXXVI. Ecco poi ie cose avvenute nella fondazione; ci che mi resta anche a scrivere, ed ora mi vi accin< go. Poich Numitore col morirsi di Amiilio riebbe il principato ; spese breve tempo a riordinare su le anti che maniere la citt, gi premuta colla tirannide, e ben tosto fabbricandone un altra, meditava di crearvi anche un regno pe figli. Pareagli bello , essendosi il po polo suo troppo moltiplicato, levarne totalmente la parte almeno gi sua contraria, per non pi sospet tarne. E comunicatosi co GgU, ed essendone questi di< lettati; di loro, perch vi regnassero, le terre dove erano stati allevati, e la p^rte del popolo divenuta a lui sospetta, e disposta ancora per fare innovazioni, e quanti voleano spontaneamente mutar sede. Ci avea tra questi, come per una citt che si mova , molti della plebe , e buon numero de'pi potenti, anzi pure dei Trojani reputati pi nobili, de' quali esistevano ancora a' miei giorni, almeno cinquanta famiglie. Diede a gio vani danaro, arme , frumento, schiavi, bestie pe' tras porti , e quanto ricercasi per la fondazione di una cit t. Poich questi ebbero cavato da Alba il popolo loro, aggregarono ad esso quanti rimaneano nel Pallanteo e nella Saturnia , e ne divisero tutta la massa in due parti. Setnbrara loro che d desterebbe dell' ardore nella gara di compiere pi speditamente un lavoro ; quando fu causa del pessimo de' mali, cio di una sedizione. Im perocch celebrando le due parti il suo capo , ciascuna Io inalzava come il pi idoneo al comando di tutti: al tronde li due capi non pi avendo una mente e. non quella di fratelli, ma di soprastanti I uno su 1 altro,

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ornai non curavano 1' eguaglianza, e moltissimo ainbi bivano. Celatasi fin q u i, proruppe finalmente la loro ambizione per questo incontro. Non piaceva ugualmente a ciascun dessi il luogo per faUiricarvi la citt : voleala Romolo sul Pallanteo per pi cause, e per la prospe rili del luogo, essendovi #tati salvati e nudrti : ma sembrava a Remo da edificarsi nella sponda che ora da lui Romoria si addi manda (i). Ben enne il luogo ac concio per una citt , su di un cojle non lont&no dal Tevere, in distanza di circa trenta stadj da Roma. Da tal gara appalesaronsi ben tosto le voglie di soprastarsi; apparendo assai chiaro che qual di essi prevaleva sul1 *altro domiuerebbe ancora su tutti. LXXVII. Passato intanto alcun tempo, n sceman. dosi punto il dissidio , parve ad ambedue da rimetter sene all' avo materno, e si recarono in Alba. E colui sugger che lasciassero giudicare agli Dei, quale di loro due desse nome e comandi alla colonia. E predestinan* do ad essi il giorno , ordin che si trovassero di buon mattino separatamente ciascuno nel luogo ove bramava porre la sede : e che sagrificandovi prima secondo le usanze agl' Iddi vi osservassero gli uccelli propizj : e quello di loro due per cui sarebbero gli uccelli pi fiiusti, quello comandasse la colonia. I giovani lodato il consiglio partirono, e trovaronsi poi nel giorno deci sivo , appunto come avevano convenuto. Prendeva Ro molo gli augurj sul Pallanteo dove mediuva fissare la
(i) F o to con altri colloca R meria uelle cime dell Tentino : ma Dionigi sembra collocarla pilonlaaa. Sarebbero mai stale due que lle Komorie , o Keniurte f

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colonia : ma Remo nel colle contiguo , detto Aventioo, 0 Romora , come altri raccontano. Erano con essi le guardie, perch non permettessero che alcuno de due dicesse altre cose che le vedute. Postisi ambedue nei luoghi convenienti, Romolo dopo un poco , per ansia, e per invidia del fratdlo, e pi che per invidia, per impulso forse di un qualche Nume, innanzi di avere osservato alcun segno , quasi il primo avesse veduto lo augurio lieto , spedi messaggeri al fratello, perch a lui ne venisse prontamente. Ma non accellerandosi questi, perch vergognosi di portare un inganno , intanto sei avvoltoi, volandogli a destra , apparirono a Remo. Era costui lietissimo della veduu, ma dopo non molto gli inviati da Romolo , movendolo, sei menarono al Pallanteo. Dove giunti, Remo chiedeva da Romolo, quali uccelli avesse veduto : e dubitando Romolo come rispon dere ; ecco dodici avvoltoi, propizj col volo gli si mo strarono. Inanimato' al vederli disse, additandoli a Re m o: che cerchi tu s c ^ r cose gi occorse , quando di ptesenle vedi per te stesso gii uccelli ? Corucciosseoe r altro, e dichiaravasi aggravato come per inganno, e che mai non cederebbegli la colnia. LXXyiiL Perunto sorsene discrdia maggiore della prima , cercando non oscuramente ciascuno di prevalere sull' altro , e ci che non era meno, di subordinar^ elo per diritto manifissto. Imperocch dall' avo materno era stato detto che la colonia soggiacesse a quello al quale apparirebbero uccelli pi propizj. Ed essendo gli uccelli appariti ad ambedue, medesimi nella specie, l'u no superava in ci, che aveali veduti il primo , l altro

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che in pi numero. InGamtnatasL ael dissidio -taKa la moltitudine. Venne, senza l'ordine loro .alle anni , e grande ne fu la battaglia , e molta in ambe le parti la strage. In questa battaglia , dicesi che Faustolo l educa* tore de' giovani volendo dividere la lite fraterna, n rio* scendovi punto, si cacciasse inerme tra' combattenti, per averne , com' ebbela , morte immediata. E vi chi dice che il leone marmoreo presso ai rostri , l nel luogo pi cospicuo del Foro romano , fosse posto sul cada vere di Faustolo , seppellito da chi lo aveva ritrovato , appunto ove cadde. Morto Remo nella battaglia , Ro> molo ottenuta una miseranda vittoria colla strage del fratello e de' cittadini ira loro, di la tomba a questo in Bomoria, luogo ove gi vivendo destinava di rigere la citt ; ed egli per il dolore e la penitenza del fatto trascurava s stesso, ripudiando ornai quasi la vi ta. Ma Laurenza che gli avea, nati appena, ricevuti e nudriti, Laurenza che lo amava nommeno che una ma dre, pregandolo , consolandolo, persuadendolo, Romolo alfine si rincor. E raccogliendo i Latini che non era no stati vittima della batugba, ridotti a poco pi che tfe mila, di tanti che ne avea portati per la colonia , edific la citt nel Pallanteo. Questa a m sembra la pi verisimile delle storie su la morte di Remo. Dicasi nondimeno come altri variamente la tramandarono. Adun que narrano alcuni che egli cedesse a Romolo la pre minenza , ma he dolente poscia e sdegnato per essere stato ingannato , dopo la erezione de' muri dicesse per di mostrare quanto poco difendessero chiunque forse di voi se fosse un nemico passerebbe come me senza Mento

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tfuesU rpar; e cosi Dicendo li trapass. E Celere, na soprastante degli operieri essendo su muri soggiapse : e chiunque pur di noi senza slento rispingerebbe que sto inimico: e cosi dicendo gli di con una pala sul capo , e lo uccise. E tale si dice la fine della discordia de fratelli. LXXIX. Poich niente impediva pi la fondazione, Romolo prenunziando il tempo in cui sacrificherebbe agl' Iddii come in preludio dell opera ; e preparando quanto utile sarebbe per la cerimonia sanu e pel con vito del popolo ; alfine venutone il gionio egli il primo fe' sagrifizio, e comand che altri pure il facessero, scondo le loro forze. E primieramente si valse dell' au gurio delie aquile : poi comandati de' fuochi innanzi dei padiglioni, volle che il popolo ne traversasse di un salto le fiamme per espiarvisi. E poich gli parve che fosse stato compiuto quanto era caro agl Iddii ; convocando lutti al luogo dimostrato descrisse come segnale delle ^ mura da erigersi una figura quadrangolare sul colle col solco continuo di un aratro, tirato da una vlacca e da un bove accoppiati. Dopo tale principio dura ancora tra' Romani il costume di circoscrivere coll' aratro il si to , dove le citt si edificano. Fatto questo , e sagrificati que' bovi e molte alti:e vittime, tnise le sue genti in su r opera. E Roma festeggia ancora nemmeno che altri giorni, il giorno anniversario della origine sua chiamato Parilia-, ed in questo, venendo la primavera, agricoltori e pastori fanno sagrifizio onde rendere gra zie per la fecondit degli armenti. Del resto io non so definire se destinassero alla fondazione di Roma questo

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giorno perch anticbissimo gi per la pubblica gic^a y o se alla pubblica gioja lo consacrassero perch Roma vi fa cominciata, e stabilissero di Onorare in esso gli Udii , propizi a' pastori. LXXX. Tali sono le origini romane , per quanto io potei risaperne , volgendo con assai diligenza numerosi scritti greci e latini. Pertanto, dato un lungo addio a quelli che credono Roma un emporio di uomini bar bari , o profughi, o senza patrj lari ; chiunque la dica pur francamente una greca citt , dimostrandola socie volissima ed umanissima fra tutte. Certamente chi ri flette che gli Aborigeni sono un ramo di Oenoirj, e gli Oenotrj di Arcadi ; chi ricorda che i Pelasghi, i quali con loro coabitarono erano Greci anch' essi, che vennero, lasciando la Tessaglia, nell' Italia; chi sa che alla venuta di Evandro e di nuovo degli Arcadi, die presero sede nel Pallanteo, gli Aborigeni concedettero ad essi quel luogo ; che giugnendo i Feloponnesi con Ercole si domiciliarono m Saturnia, e che finalmente quelli che trasmigrarono dalla Troade si congiunsero ai primi; chi sa, ricorda, e riflette tali cose, non tro ver popolazione n pi antica, n pi greca di que sta. Avvennero certamente ma col volgere degli anni le mescolanze de'barbari per le quali Roma disimpar molte delle sue primitive consuetudini. E ben farebbe meraviglia a molti se ne analizzassero il verisimile, com' ella non siasi ora tutta imbarbarita, avendo ricevalo gli Opici, i Marsi , i Sanniti, i Tirreni, i Bruz) e tante miriadi (i) di Umbri, di Liguri, di Spagnuoli, di
(i) Decine di migliaja ; o numero iadefioito per significare grande inoUitudiae.

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Celti, ed ^Itr; gli anzidetti, tanta moltitadine venuta dall' Italia stessa e d'altronde , n simile di lingoa n di maniere. Certamente ben era da ai^omentare che tanti estranei rammassati non concordi' nella voce , negli osi, neU vita , assai per tanta discordanza alterassero la forma primitiva della citt : poich molti convivendo coi barbari, dihienticarono in poco tempo <^ni greca abi tudine : n pi la voce inflettono alla gi'eca ; n pi re spirano greci costumi, n tengono per Iddi, n per dettami di umanit quegli stessi pe' quali principalmente la Grcia si distingue da barbari : in somma non pi nulla ritengono con noi di comune. Assai confermano poi questo discorso quei che stanno in sul Ponto, i quali sebbene indubitaUmente siano greci, o certo di greca discendenza ora sono barbarissimi tra gli barbari. L XXXI. Ma tra' Romani n la lingua si usa de' bar* b a r i, n quella appunto de Greci ; ma un tal misto di ambedue nel quale la Eolica predomina (i). E dal tanto incorporarvisi di esteri ne derivato solamente che non bene vi si scolpiscano tutte le parole. Ma gli altri se gni , quanti se ne hanno delia origine greca , li con servano , pi che altri di altre colonie : n gi comin ciano ora a Vivere umanamente, ammaestrativi dalla fortuna ampia e ridente ; e non gi quando fatti desi derosi delle cose oltremare, abbatterono Cartagine e la Macedonia: ma fin dall'epoca prima in cui coabitaro( i ) Anche Quintiliano lib. i , e. 6. Instit. dice che la lingua la tin a h a molto dell' eolico: eccone le parole: vocabalu latina plurima su n t ex Grecis orto, praecipue ^Eolica ralione , cui elt sermo no-

sle r simiUmus j declinata.

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n o , vissero alla greca : n cerciano ora pIA che anti-^ camente maniere splendide di virt. E ben avrei cose a migliaja sa questo, e potrei far uso di argomenti iniSniti, e produrre testimonianze degnissime) ma riserbo tutto per il libro che io scriver su la repubblica loro. Ora mi volgo al resto della istoria; dandovi principio dall'epilogo delle cose dichiarate in questo libro.

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ANTICHIT ROMANE
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DIONIGI

ALICARNASSEO

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I. S ie d e Roma nella parte occidentale d Italia, quinci e quindi del Tevere, il quale sbocca nel mezzo quaii dei lidi di questa ; e cento venti sono gli stadj della di> stanza di lei dal mare Tirreno. I primi che siano ricor dati, tra quelli che la possederono furono alcuni bar bari , naturali di quelle terre, chiamali Sicoli, i quali possedevano ancora molte altre parti , di che sopra vanzano pur nel mio tempo non pochi monumenti n oscuri, e tra questi, i nomi, tuttavia S ico li , de' luo ghi addiuno che furono gii domicilio di essi. Discac ciatine poi, cederono la sede loro agii Aborigeni, di scendenti dagli Oeuotri, i quali abitavano la spiaggia,

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da Taranto a Pesto (i). Erano questi Aborigeni una tal massa tli giovini consecrata agl'iddi secondo le le ^ i del luogo , e mandati da' genitori a cercarsi mia patria, dovunque il buon genio a loro la concedesse. Ma gli Oenotri erano popoli dell Arcadia, di quella , chiamata allora Licaonia ; e dall Arcadia usciti sponUneamente ia cerca di terre migliori sotto gli auspicj di Oenotro, fi glio di Licaone, donde presero il nome. Intanto che gli Aborigeni aveano la sede anzidetu, unironsi ad essi primieramente i Pelasghi, profughi dall' Emonia , ora detta Tessaglia , ove da un tempo abitavano. Vennero dopo i Pelasghi gli Arcadi dalla citt di Pallanteo, se guitando per duce della colonia, Evandro, nato da Mer curio e da Temide. E questi accasarono l ' uno de' sette colli, quello che nel mezzo quasi di Roma , nomi nandolo Pallanteo, dalla patria loro di Arcadia. Capi tato non molto dopo Ercole nell' Italia, quando rimenava 1 esercito da Eritea (a) nella patria , una parte della sua greca milizia, lasciauvi, si alberg presso del Pallanteo , sopra un altro de' colli di Roma, detto gii da* terrazzani Saturnio -, ed ora Campidoglio da' Romani. Epei erano questi Greci in gran parte , spatriali da Elide, perch Elide fu da Ercole rovinata. II. Nella generazione sedicesima dopo la guerra di Troja gli Albani cinsero di fosso e di muro , e coabi(i ) Qaesta o k li fa delta ancora Potsidonia. HimaneTa >ul golfo di S alerno, che amicamente cbiamavasi tinas Paestanm. Era Io d laaa aa miglia da Salerno. (3 ) Eritia lecondo Strabene t la tessa che Gades , 0 Cadice, ii> letta tanto nota delle Spagne nell Oceano.

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tarono ambeclue questi luoghi, stati per addietro rico vero di pastori e bifolchi, e di altri guardiani di bovi} somministrando (jaella terra in copia i pascoli non solo invernali ma estivi pe'fiumi che la scorrono, e la'rin frescano. Erano gli Albani un tal misto di Arcadi , di Pelasghi , di E p ei, di quelli veuuti da Elide , e di Trojaui finalmente , giunti nell Italia con Enea , figlio di Anchise e di Venere , dopo che Ilio fu presa. verisimile che le reliquie de barbari che ne erano i primi abitatori vi si consociassero co' Greci. Tutti per spogliati del nome proprio, secondo le nazioni, furono in comune chiamati Latini da Latino re di que luoghi. Ora da queste genti fu ^edificata Roma 1' anno quattrocento trentadue dopo la espugnazione di Troja, nella settima olimpiade ( 1). E quei che vi condussero la co lonia, erano due gemelli di regio sangue Romolo l u no, e Remo laltro di nome; oriundi dal canto della madre da Enea , e quindi da Dardano : ma da qual padre fossero nati non facile sincerarlo : i Romani di cono che da Marte. Non per si rimasero duci ambe due della colonia, fattisi fin da prbcipio a contenderne la preminenza : e morto 1 uno di essi nella battaglia , Romolo il superstite edific Roma, diedele jl nome di s medesimo. E di tanti, spediti gi per aver parte
( 1) Mell aDDo 3963 , del perodo Giuliano, e 761 , aTsnti Ciislo cecondo la cronologia di Errico Dodvrello sa Dionigi di Alicarnasso : cronologia sa la quale nunierereino gli anoi quante volte convenga il bisogno su Dionigi : secondo qnesta sono coniali pur gli anni nella cdinode di Dionigi falla in Lipsia nel 1774, la quale ei i servila di lesto.

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con essi nella colonia non sopravanzarono che tremila fanti e trecento cavalieri. III. Poicli fu compiuta la fossa e le fortificazioni ; e poich furono le case conformi al bisogno, aveasi a di< Ecutere ornai qndl forma adotterebbero di governo : e Romolo convoc l ' adunanza ammonitovi dall' avo ma> terno ; ed istrutto delle cose che erano da proporvisi , disse : c/te la citt tutto che nuova, avea gi bastanza di edifizj privati e pubblici : riflettessero per tutti non esser queste le cose che pi rilevano in una cit t', n le fosse cupe, n gU altissimi baluardi dare a chi vi rinchiuso, fiducia piena di salvezza nelle guerre cogli esteri, se f opera non vi si aggiunga : ma questo solo ripromettergli, che investito da subite incursioni non patiscavi danno d ramici : e parimente pensassefo che nemmeno le proprie case, n i pene trali sono in tutto senza pericoli se le interne turbo lenze si accendano. Essersi per la placida, per la cheta vita ritrovati questi conforti : ma non farsi per essi che chi insidia da vicino non danneggi, n che f insidiato credasi mai caminare fuori di risico : n citt niuna per quanto cospicua fosse in tali cose , esservi ntfii divenuta grande e felice ; n m ai, perch in esse non magnifica, essere stata impedita dal dive nire eccelsa e beata. Ma ben altre essere le cose, che salvano, e di picciole fan grandi le citt : nelle guerre esterrte la potenza militare , il coraggio, la industria ; ne moti interni la concordia ; e la concor dia aversi ne cittadini se temperante e giusta siane la vita: gli uomini intenti alla guerra i quali ai pro-^

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prj affitti comandano fa re il massimo bene della pa~ tria, essi renderne inespugnabili le mura , e sicuris sima la sede, Ag^ungeva : che gli uomini bellicosi, e giusti, e che sieguono le altre virt presentano in s la form a appunto dei governi buoni, quali furono ordinati da savj : laddove i m olli, gli avari, i servi di vili passioni ne compiono i mali se cattivi sieno i governi ; aw r lui udito da vecchi e da quelli che van no colle istorie alle m ani , chfi tra le molte e grandi colonie venute ad ottimi luoghi, quelle che fecero se dizione fr a loro o ben tosto perirono , o furono poco dopo necessitate ubbidire ai vicini mutando col male il bene , e serve di libere divenendo : ma che picciole colonie e condotte a siti non affatto propizj furono da principio le arbitre di s stesse, e dominarono in fin e ancora su gli altri : non altra essere la causa della fortuna buona dei pochi o della sciaurata dei molti se non la form a della repubblica. Che se una fo sse appo tutti la maniera del vivere la quale fe li cita le citt , non sarebbe per lui malagevole di eleg gerla. Udirsi per che molte sono te reggenze tra i Greci e tra i barbari: ma tre fr a tutte essere le ap plaudite , principalmente da chi le usa : niuna essere sincera in tutto, ma da ciascuna proromperne mali irreparabili; tanto che difficile sia trasceglieme la mi gliore. Intanto gli ammon che fattone placido esame, rispondessero qual pi volpano , il comando di uno, 0 di alquanti, o se a tutti Io destinavano. Coi^unque ne decidiate la form a , disse, io vi sono apparecchiato : n ricuso comandare n dipendere. E gi colmo sono
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io de vostri onori, prmieramente perch duce m i di-chiaraste della colonia, e poi perch dal nome mio la citt nominaste. E questi onori non la guerra pu tormeli co' forestieri, non la sedizione co cittadini, non il tempo che guasta ogni bel monumento , e non caso niuno ferocissimo : ma o io viva, o la vita io lasci riterrommeli in ogni durazione di secoli. IV. Tali cose, come io dissi, Romolo espose alla moltitudine per insinuazione del padre della madre. E la moltitudine fra s consultatasi rispose: Noi non ab biamo bisogno di nuova reggenza, n posporremo quella, che abbiamo ricevuta dc nostri padri, e che fu riputata da- essi migliore : ma tenendoci a questa che pur la reggenza degli antichi^ a questa che giudichiamo istituita gi con tanta prudenza; noi correremo la sorte loro. N ci dorremo gi con ragione di un governo che dava a noi sotto i re li beni pit grandi che si abbiano , io dico la libert, e la signoria su degli altri. E cos abbiamo risoluto quanto alla form a di stato', pensiamo poi che a nluno piti che a te si convenga l onor del comando , e per la stirpe regia e per la virt ; maggiormente che ci siamo di te valuti come duce della colonia, ed abbiamo in te ravvisato sapienza e condotta non s pe' d e tti, che per le opere. Romolo udendo ci rispose che assai gli piaceva V essere stimato degno del trono : ma che mai prenderebbe quel primo grado se la divinit non glie 10 additasse con auspizj favorevoli. V. Piaciuto questo anche al popolo , Romolo prefisse 1 1 giorno nel quale consulterebbene i Numi : e quel

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giorno appunto veuendo ; egli levatosi d buon mattino usci da padiglioni. stando in luogo aperto e puro, e sacrificandovi a norma delle leggi, fe voti a Give Signore e agli altri Dei j presi gi da lui per direttori della colonia, perch gli rivelassero con propizj se gni celesti, se era voler loro che egli regnasse. Com piuti i voti, una luce balen dalla sinistra verso la de stra. Tengono i Romani come fausti i lampi scorrenti dalla mano manca alla destra, sia che ci prendessera dai Tirreni, sia che dalle tradizioni de maggiori. Io credo che ci si originasse , perch la sede e la posi tura pii acconcia per chi fa divinazioni con gli uccelli quella che guarda l oriente , donde nasce il sole e la luna, e le altre stelle fisse ed erranti ; e donde la rivoluzio ne cominciasi dell' universo col moto circolare, per cui tut< te le cose a vicenda appariscono e spariscono sopra e sotto la terra. Ora chi guarda l oriente volge la sinistra a set tentrione , e la destra a mezzogiorno ; e la prima parte si pregia pi che la seconda. Imperocch s innalza a settentrione il polo dellasse intorno cui rivolgesi luni verso: e tra i cinque cerchj che circondano la sfera sempre col visibile quello che arlUo si domanda : ma deprimendosi da mezzogiorno, invisibile vi rimane lo/ttartico. poi Verisimile che tra' segni che sublimi pe r aeie si osservano, quelli sian gli ottimi che dall otti ma ftarte appariscono del cielo. E poich nell emisfero orientale piucch nell occidentale ci han cose regola trici ; anzi poich nell emisfero orientale le parti verso borea stanno pi alte che le altre verso 1 austi'o , oerto le boreali sono le ottime. E secondo che raccontano al

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ount , i baleni che sfolgorano dalla sinistra, erano te nuti come propizj tra Romani antichissimi, prima an cora che lo udissero da Tirreni. E veramente quando Ascanio figlio di Enea, combattuto ed assediato dai Tirreni, guidati dal re Mezenzio, e disperato omai delle sue cose macchin di fare un' ultima sortita ; dicono che supplicasse lamentevolmente Giove e gli altri Numi a dar segni favorevoli per la impresa, e che intanto a ciel se< reno un lampo sivillasse da sinistra: e dicono che prendendo poi la sortita buon fine, fosse da' posteri di lui ritenuto quel segno come propizio. YI. Poich Romolo ebbe dagl Iddii tali assicurazioni, convocato il popolo, e narrativi gli auspizj, fa re pro clamato : e di la norma a tutti che niuno prendesse da indi in poi regno o magistratura se gl Iddii non gliel confermassero. Persever tal regola su gli auspizj lungo tempo' tra i Romani non solo quando erano sotto i re , ma quando ne eran gi liberi, nella scelta dei consoli, de pretori, e di altri capi legittimi : ne miei giorni per fu soppressa, lasciatane una immagine ap pena , per apparenza. Adunque chi per assumere gli onori levasi dalla sua dimora in su l alba , e prega alr aere aperto : alcuni degli auspici presenti, stipendiati dal pubblico, dicono eh evvi il segno, quantunque nou siavi, del lampo da sinistra : e colui preso dal dir Joro r augurio, partesi verso gli onori : contento che non siavi indizio di uccelli contrario ed esclusivo : ma tal volta, in onta ancora deglIddii che si oppongono, ci ha pure chi violento , anzi invade che ottiene le di gnit, Dond' che pi eserciti de Romani furono into^

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famente disfatti sul campo, e pi (lotte peticolarono sui mari colle milizie , e vennero su la citt loro altre scia gure ancora grandi ed acerbe, quali nelle guerre cogli esteri, e quali nelle interne sediaioni. Tra le quali gra vissima e celeberrima fu quella ne miei giorni quando Licinio Crasso , capitano non secondo a niuno de suoi tempi, avanz 1 esercito sui P arti, contrariandolo i Nu m i, spregiali innumerabili auspizj che dal suo disegno lo ritraevano. Ma ben lungo e grave sarebbe a ridire, come alcuni nella et mia dispregino le cose divine. VII. Dichiarato Romolo in tal modo re da Numi e dagli uomini, si consente che terribile e rischiosissimo fosse nelle cose di guerra , e sagacissimo nel dare alle pubbliche cose la forma pi buona. Io dir di lui le cose militari e civili, che ricordate sarebbero da uno storico. E primieramente dir su l ordine che diede al governo , ordine che io reputo fra tutti bastevolissimo in pace ed in guerra. Esso era tale: Dividendo in tre parti il popolo, fe capo di ognuna 1 nomo pi riguar devole : poi suddividendo ciascuna di queste tre parti in altre dieci, di per capi ad esse ancora i pi valentuo miai. Chiam le prime parti pi grandi col noine di Trib., ma Curie le minori , come pure a miei giorni si chiamano. Che se questi nomi si rendano in greco } la trib vien detta o rfvrrvt ^ o o la curia: Filarelli, o Trttarchi si direbbero i capi tra noi delle Trib, li quali Roma chiama Tribu ni-. e Lochagi o Fratriarcii li prefetti delle curie che quella nomina Curioni. Appresso furono le Curie (i)
( i ) Dionigi qai prese abbaglio: nou le Curie ma le torme

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da lui compartite in decurie, ed ogai decuria era or dinata da ua capo chiamato nella patria lingua decu rione. Distinti e disposti tutti in trib e curie, divse la terra in trenta parti ; traendone a sorte una parte per ogni curia, e riservandone quanto ne era necessario pel sagri fizj , pel tempio, e per gli usi del comune. Tale era la partizione fatta da Komolo ne' terreni e negli uo< mini diretta alla massima eguaglianza comune. Vili. Ora dir della partizione degli uomini per con cedere privilegi ed onori secondo la dignit di ciascu no. Scevr gli uomini cospicui per nascita, o lodati per virt, o comodi secondo quel tempo per danaro, pur ch avessero prole, dagl' ignobili, dagli abietti e dai bisognosi. E plebei nomin quelli di sorte deteriore, che il greco appellerebbe dimoUci ; ma intitol padri quei di fortuna migliore sia che per la et maggioreggiassero su gli altri, sia perch avessero figli, sia per la chiarezza della prosapia, sia per tutte queste cagioni ; pigliando, come pu congetturarsi, 1 esempio dalla repubblica degli Ateniesi, quale esisteva in quel tem po. Imperocch questi chiamavano Eupatridi principal mente o patrizj li pi distinti per nascita, e pi potenti per danaro, a' quali affidavasi la cura della repubblica : e chiamavano agrici, o rustici gli altri che di niente eran arbitri sul comune: ma col volger degli anni fu rono ancor essi elevati agli onori. Per tali cagioni di cono gli scrittori pi credibili delle cose romane che Padri fossero nominati que'valentuomini, e patrizj i
squadre de' cavalieri erano dirise in decurie come chiaro da Var rone da PolHiio.

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loro discendenti. Ma coloro che guardano l affare con occhio d invidia, e mah'gnano su le origini vili di Ro ma , non dicono che i patrizj avessero questo nome per tali cagioni, ma perch soli potevano additare gli autori della loro generazione ; quasi gli altri non fossero che vagabondi, o senza liberi padri. E davano per sicuro argomento di ci, che quando piaceva al re di convo care i patrizj., gli araldi gl intimavano pel nome loro e per quello ancora de padri ; laddove pochi banditori invitavano alle adunanze i plebei rinfusamente col bu'v cinare de corni da bove : ma n la intimazione per mezzo di araldi buon segno degl ingenui natali, n il son della buccina simbolo della ignobilit deplebei: ma la prima recavasi per onorificenza ; spandevasi laltro per compendio ; non riuscendo invitare in poco tempo a nome tutta la moltitudine. IX. Poich Romolo segreg li pi degni dai men riguardevoli, ordin per leggi le incumbenze degli uni e degli altri. Adunque stabili che i patrizj intenti con esso alle cure pubbliche fossero i sacerdoti, i magistrali, i giudici, ma che li plebei, liberi da tali sollecitudini per la imperizia e per la penuria, lavorassero le terre, al levassero i bestiami, ed esercitassero le arti mercenarie, perch non sorgesse fra loro sedizione, come in altre citt , quando gli uomini di grado spregiano gli igno bili , o quando i vili e poveri invidiano la preminenza degli altri. Affid, qual deposito, apatrizj i plebei, concedendo a ciascuno di questi di eleggersi liberamente tra quelli un patrono. Greca antica consuetudine era questa ritenuta lungamente da Tessali, e dagli Ateniesi

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quando ancora conoscevano il meglio : ma poi decliuar rono al peggio, ed insolentirono suclienti; comandando loro cose non degne di uomini ingenui, minacciandoli di battiture se non ubbidivano, ed abusandoli con altre maniere, quasi schiavi comperati- Gli Ateniesi chiama vano Thitas pe servigj che rendevano, i Clienti, ed i Tessali li chiamavano Penesti (i) vituperandone fin col nome stesso la condizione. Ma Romolo fregi con nome conveniente , chiamandola patronato, la garanzia de bi sognosi e degl infimi : e date all uno ed all altro utili cure, ne rend la congiunzione benevola veramente e cittadina. , X. Le obbligazioni stabilite da lui sul patronato e conservatesi lungo tempo tra Romani erano queste: doveano i patrizj informare i clienti delia legge che igno* ravano, doveano prender cura di loro ugualmente, fos sero o no presenti, e far su di essi come i padri sufigli, quanto alla roba, ed ai contratti su la medesima ; mo vendo liti pe clienti se altri ue era danneggiato, su contratti, e subendola, se altri la moveano. E per dir molto in poco, doveano procurare ad essi tutta la traiK quillit della quale abbisognavano nelle cose domestiche e nelle pubbliche. I olienti a vicenda se i patroni scar seggiavano di beni doveano coadiuvarli, maritandosene le figlie: doveano riscattarli da nemici se alcuno di essi
Ci) Diouigi qai paragonai clienti R omani, 1 Thiti degli Ateniesi ed i Penesti dei Tessali : ma i Thiii erano almeno liberi , e servi vano per la miseria o pe^ debiti. I Penesti dei Tessali erano un in termedio tra gli schiavi e gli uomini liberi. Non era cosi de clienti Romani. Questi noa di rato parreggiavano o superavano la fortuna Ue^iatroai.

LIBRO n . 137 o de figli rimaneva prigioniero : pagare del proprio per loro non a titolo di prestito, ma di gratitudine le liti perdute, e le pubbliche multe tassate in moneta : e concorrere quasi ne spettassero alle famiglie, nelle spese di essi per le magistrature, per gli onori, e per le altre pubbliche dimostrazioni. Quanto ad ambedue poi non era lecito o. giusto pe' clienti o patroni che gli uni ac cusassero gli altri ; Che si dessero testimonianze e voti contrari > lasciassero cercare gli uni per nemici degli altri. E se alcuno era convinto di aver fatto lopposito,. soggiaceva alle leggi di tradigione promulgate da Ro molo : ed era per chiunque santa cosa lo ucciderlo, come vittima a Dite ; costumando i Bomani di consa grare aglIddj, spezialmente infernali, le persone alle quali volevano impunemente dare la morte, come fece alloca anche Romolo. Adunque perseverarono per molto tempo tramandandosi da figlio in figlio le congiunzioni dei patroni e dei clienti, senza che niente differissero dai ligami strettissimi di parentela. Ed era gran lode per uomini d inclita stirpe aver clienti in pi numero, cu stodendo i patrocini lasciati loro dagli antenati, ed acquistandone altri ancora colla propria virt. E mera vigliosa era la gara di ambedue per non lasciarsi vin cere gli uni dagli altri nella benevolenza ; proferendosi li clienti a far quanto potevano verso de'patroni; n volendo i patrizj dar loro molestia con riceverne da n ari in dono. Cosi era tra loro il vivere condito con ogni diletto ; e la virt, non la sorte era la misura della felicit. X I. Non solamente poi vivea sotto lombra de'patrizj

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la plebe di Roma; ma qaella delle colonie di lei, quella delle citt confederate ed amiche, e quella ancora delle conquistate colle armi tenevasi per custode e protettore qual pi voleva de'Romani. E pi vohe il senato ri mettendo ai protttori le controversie di citt e di na zioni conferm le sentenze date da essi. Anzi era tanta la concordia de Romani cominciando dall* ora che Ro molo ne fondava i costumi, che mai per secento venti anni tumultuarono con stragi e sangue, sebbene nasces* sero intorno del comune molte e gravi dispute tra la plebe e li magistrati, come nascono in tutte le citt , picciole o popolose : ma illuminandosi, e persuadendosi a vicenda , e parte concedendo, parte ottenendo racche tavano le interne dissensioni. Dacch per Cajo Gracco, divenuto tribuno , sconvolse 1 armonia della citt , non cessano dal sopraffarsi colle stragi e con gli esilj ; u risparmiano misfatto per vincersi. Ma per dir tanti mali avrem poi luogo pi acconcio. XII. Ordinate tali cose, ben tosto Romolo deliber di creare i consiglieri co' quali dividere le pubbliche cure, e trasceise cento de' patrizj cosi facendone la se parazione. Prima nomin fra tutti il pi idoneo, a cui si aflQdasse lo stato, quando egli coll esercito uscirebbene dai confini. Quindi prescrisse a ciascuna trib di scegliersi tre uomini, savissimi per et come insigni per nascita. Fissati questi nove impose ancora che ciascuna delle curie eleggesse tre li pi opportuni fra li patrizj. Infine Unendo ai primi nove dichiarati dalle trib li novanta determinati col voto delle curie , e facendo pre sidente di tutti queirunico prescelto da lui ; compi la

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serie di cento consiglieri. Potrebbe il consesso di questi significare tra' Greci un senato, e con tal nome chia masi appunto tra Romani. N io saprei definire se un tal nome se lo acquistasse per la et senile , o per la virt dei membri che vi furono incorporati. Certo soleano gli antichi dir seniori i pi maturi negli anni e nelle opere. Quanti ebbero luogo in senato furono chia* mali e si chiamano ancora Padri Coscritti. Greca isti tuzione era questa: perocch quanti regnavano, sia per ch succeduti a'diritti paterni, sia perch nominati capi dalla moltitudine, aveano un consiglio di ottimi uomini, come attestalo Omero, e poeti antichissimi: n le mo narchie primitive de principi erano, come ora, assolute, e fisse agli arbitrj di un solo. XIII. Ordinato il consiglio decento seniori, vedendo che egli avea bisogno di una giovent regolata da usarla in guardia del corpo suo, come per incumbenze di af fari pressanti, uni trecento i pi robusti delle pi in signi famiglie. Le curie nominarono ciascuna dieci di questi giovani come aveano nominato li senatori ; ed egli tenea sempre con s tali uomini. E tutti, quanti erano stabiliti in quella schiera, aveano il nome di Ce leri , come dai pi si scrive, per la speditezza ne loro servizi ; chiamandosi Celeri dai Romani gli uomini pronti e spedili nell'operare. Ma Valerio Anziate dice che lo derivarono dal duce loro, Celere nominato. Era un tal duce riguardevolissimo nel suo grado; ed a lui ubbidi vano tre centurioni, ed a centurioni altri capitani mi nori. Questi lo accompagnavano per la citt colle aste, p ro n ti ai suoi cenni: ma nel campo erano propugnatori

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e custodi: e spesso dirgevano a buon iae ia battaglia/ pi'inii a cominciarla, ed ultimi a levarsene. Combatte-* vano, dove il luogo consentivalo, a cavallo; ma appiy dove era aspro, n proprio da cavalcarvi. Sembrami che un tal uso lo derivasse daLacedemoni coHintendere che tra quelli vegliavano alla custodia dei re, e li pro< leggevano nelle guerre giovani generosissimi, buoni per militare a cavallo ed appiede. XIV. Composte in tal modo le cose, comparti gli onori ed i poteri che volevano in ciascuno ; presceglien done tali primizie pe' mnarchi. Volle dunque che avesse il re primieramente la presidenza de'templi e de' sagri* fzj, e che tutte per lui si compiessero le sante cose in verso de Numi : che fosse il custode delle leggi e dei patrj costumi: che avesse cura dei diritti provenienti dalla natura o dai patti : che esso giudicasse delle in giustizie capitali ; ma rimettesse il giudizio su le altre ai senatori, e provvedesse che niente si peccasse ne tri bunali: raunasse il Senato, convocasse il popolo, e pri mo vi dicesse il parer suo, ina seguitasse quello dei pi. Tali sono le prerogative che egli riserv pe mo narchi, oltre quella di un comando indipendente nelle guerre. Al consesso poi de* senatori attribu questi onori, e questa autorit: cio, che esaminassero le cose che. il re proporrebbe, e ne votassero, ma vi prevalesse la sentenza dei pi. Trasse quest' uso ancora da' Lacede moni : perciocch li re de Lacedemoni non si prer ponderavano da fare a lor modo, ma l 'autorit su-t prema terminavasi nel senato. Lasci da ultimo al , popolo il potere di eleggere i magistrali, di appro-

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vsre le leggi e discutere intorno la guerra quando al re ne paresse, non per definitivamente se contrarlo fosse il senato. Il popolo dava i suffragj non tutto ia un corpo, ma convocato per curie ; e riferivasi poscia al senato ciocch le pi sentenziavano. Ora cangiata la consuetudine ; imperocch non il senato che ratifica le sentenze del popolo ; ma il popolo l arbitro delle sentenze del senato. Io lascio , che chi vuole esamini quale di queste due consuetudini sia, la migliore. Con tali scompartimenti le cose civili prendeano marcia savia e regolata, e le militari altres la prendeano docile e pronta. Imperocch quando fosse piaciuto al re di muo ver 1' esercito , non aveansi a creare i tribuni dalle tri b , n li centurioni dalle centurie, n li maestri dai cavalieri ; n restava ad alcuno di essere coscritto, o scelto, o di ricevere il posto che gli conveniva. Ma il re intimava i tribuni, e li tribuni i centurioni. All av viso di questi ciascuno dei decurioni cavava i soldati, subordinati a s stesso. Cosi per un solo comando la m ilizia, secondo che era chiamata , in parte o del tutto, presentavasi colle arme al luogo destinato. XV. Romolo abilitando la citt pienamente per la pace e per la guerra con tali istituzioni, la rend con esse grande e popolosa : obblig primieramente gli abi tanti ad allevare tutta la prole virile, e le primogenite delle femmine , con ordine che non uccidessero niun in fante pi recente di tre anni, se pure non era storpio, o mostruoso fin dalla nascita. Tali sconci bambini non proib che via si esponessero , se presentatigli a cinque uom ini dei pi vicini, vi consentissero. E per chi vio

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lasse questa legge stabil fra le altre pene la confisca di una met delle loro sostanze. Considerando poi che molte delle citt d Italia erano miseramente premute dalla tirannide di uno o di pochi; procur di ricevere e di tirare a s li tanti che ne fuggivano , purch >s~ sero liberi, senza esaminarne i pregiiidizj, o la sorte, e tutto per ampliare la potenza romana, e dimiauire quella de' vicini. Adunque fe ci cogliendone una bella occa sione su le apparenze di onorare glIddi. Fondatovi ua tempio , noti saprei deciferare a quale de Numi, o dei genj, dichiar come asilo per chi ricorrevaci il luogo tra l Campidoglio e la fortezza, ora detto nell idioma de Romani il h ^so tra le due selve, e nominato allora cosi, per essere quinci e quindi coperto dalle ombre delle piante amplissime delle terre contigue ai due colli. Inoltre per la riverenza deNumi, promise a chi riiiggivasi al santo luogo che non ci avrebbe molestie dai nemici, anzi, che se voleva albergare presso di lu i, parteciperebbe ai diritti sociali, ed alle terre che leve rebbe altrui guerreggiando. Pertanto vi si affollavano d ogn intorno uomini che fuggivano i mali domestici ; n alu^ove poi si trasferivano allettati dai colloquj, e dalle cortesi maniere di lui. XVI. La terza istituzione di Romolo, degna soprat tutto che i Greci la osservassero, e certo la migliore, come io penso di tutte , la quale fu principio della li bert stabile de Romani, n poco contribu per la for< inazione dell' impero, la terza istituzione fu di non uc cidere tutta la pubert delle citt debellate, n di ri durre queste come terre da pascervi, ma di mandare

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ib esse chi se ne avesse ia parte i campi, e di ren derle, quando erano vinte, colonie de Romani, e tal volta ancora di ammetterle ai diritti flessi di Roma. Introducendo queste e simili pratiche fe' grande la co lonia sua di picciola, come la cosa stessa dichiaralo. Imperocch quelli che fondarono Roma con esso, erano non pi che tremila fanti n meno che trecento cava lieri; laddove quando egli spari dagli uomini vi lasci quarantaseimila fanti, e poco meno che mille cavalieri. Ma se egli bas tali regole, le custodirono poscia i re che gli succederono, e dopo i re li magistrati che pi gliavano di anno in anno il comando, aggiungendone altre per modo, che il popolo romano trovasi non in feriore a niuno tra quanti sembrano i pi numerosi. XYII. Ora paragonando eoa questi i Greci costumi, non so come lodare le pratiche de Lacedemoni, dei Tebani , e degli Ateniesi che tanto pregiano s stessi per sapere. Essi gelosi troppo dell incorrotto loro li gnaggio, non comunicarono se non a pochi i diritti della propria repubblica , per non dire che taluni ripu> diavano anche gli ospiti. Da tale arroganza per non solo non raccolsero alcun bene, ma gravissimamente ne scapitarono. Cosi gli Spartani battuti nella pugna di Leuttra eoa perdervi mille settecento de suoi : non solo noa poterono mai pi rilevarsi da quel danno, ma deposero turpemente il comando : e cos li Tebani, e gli Ate niesi per la sola sconfitta riportata in Cheronea furono la un tempo spogliati da Macedoni e della preminenza su la Grecia, e della libert. Ma Roma , brigata ia guerre gravissime nella Spagna e nella Italia , brigata a

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ricuperare la Sicilia e la Sardegna che le si erano ribel-' late, quando ardevano tutte in arme contro lei la Grecia e la Macedonia, quando Cartagine elevavasi novamente a disputarle il comando, quando l Italia , non che essere quasi tutta in rivolta, traevate addosso la guerra detta di Annibaie ; Roma in mezzo a tanti pericoli, quasi contemporanei, non solo non si abbatt ; ma ne rac colse forze maggioii che dianzi, proporzionandosi fino per contrapporle a tutti i mali. Ne consegui gi questo per favore di sorte propizia come alcnni sospettano ; mentre per conto della sorte sarebbe andata in rovina con la sola sciagura di Canne, quando di sei mila suoi cavalieri ne rimasero appena trecentosettanta, e di otUnta mila soldati ne scamparono pochi pi che tre mila. XVIII. Ora queste e le cose che io son per aggiun gerne fanno che io prenda meraviglia su Romolo. Im perocch avendo concepito che le cause dello stato flo rido di una citt sono quelle che tutti decantano , ma pochi seguitano, cio primieramente la carit verso gli Iddii, colla quale tutte le cose degli uomini si risolvono in bene, e secondariamente la temperanza e la giustizia, per la quale men si offendono e pi concordano fra loro , n misurano la felicit co' sozzi piaceri, ma colla rettitudine, e finalmente la fortezza nel combattere , la quale rende utili a chi le possiede anche le altre virt ; ci, dico, avendo Romolo concepito , non pens che tali perfezioni provenissero per s stesse, ma conobbe che le leggi provvide, e la bella emulazione nel disci plinarsi, formano appunto una citt pia, pnidente, gi* sta, bellicosa. Adunque molto in ci vigilando , comiii-

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ci dal cullo de genj e de' Numi : e seguendo le leggi migliori de' Greci mise in pregio le sante cose, io dico i templi, gii altari, le statue, le immagini, i simboli, le forze, i doni co' quali gli Dei ci beneficano, e le feste convenevoli per ogni genio o Nume ; - e li sacrifizj coi quali gradiscono essere venerati dagli uomini, e le ces sazioni dalle arme, e li concorsi, e li riposi dalle fati che , e quanto si addita di simile. Ripudi le favole che sea divulgano, sparse di bestemmie e di accuse contro di loro, giudicandole ree , dannevoli, obbrobriose , in degne di un uomo dabbene non che de Numi ; e ri dusse gli uomini a dire e sentire magnificamente suN u>> m i, non a gravarli di cure aliene da una natura beata. X K . Gi non si ode tra'Romani n Celo castrato da* figli, n Crono che stermina i figli per timore di essere da loro assalito, n Giove che scioglie il regno di Crono, e rinchiude il suo genitore nella prigione del Tartaro.. Non le guerre vi si odono, non le ferite, e le catene e le servit degli Dei presso gli uomini: non feste vi s usano atre e dolorose per gli ululati e per il lutto di femmine che piangono gli Dei levati lo ro , come in Grecia il ratto si piange di Proserpina, e le avventure di Bacco, e cose altrettali. E quantun que ornai li costumi vi si corrompano, niuno ravvisa col n uomini invasati daNumi, n furie di coribanti, n baccanali, n misteri ineiTabili, n veglie notturne di femmine e maschj nei templi, n osservanze consi mili , ma ravvisa tutto praticarvisi e dirvisi verso gli Dei con tanU piet con quanta non si pratica o dice
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tra Greci tra Barbari. Ed io vi ho soprattutto ammi rato, che sebbene sieno venute a Roma Unte migliaja di esteri necessitati a venerare ciascuno i suoi Dii coi riti delle patrie loro ; pure mai questa, come pur troppo succedette ad altre citt, non venne in desiderio di ri ceverne pubblicamente il culto peregrino: e se per le risposte degli oracoli introdusse talvolta sante cose come quelle della madre Idea, le onor co riti suoi proprii, escludendone quanto ci avea di supe^tizione e di favola. Quindi i pretori ogni anno apprestano alla diva Idea sagrlfizj e giuochi secondo le leggi romane : ma un fiigio, ed una donna, fngia ancor essa, le Immolano il sacrifizio. Questi la recano in giro per la citt que stuando per la dea come loro costume, fregiati di immaginette ne petti, movendo il passo, e percotendo i timpani intanto che altri gli accompagnano col suono delle tibie, e cantano gl inni della gran madre : ma niuiio de' Romani nativi ornato con veste di vario co lore v per la citt questuando o sonando di tibia, o venerando con frigie adorazioni la diva (i) ; e lutto secondo le leggi ed il voto del senato. Tanto cauta la citt su gli nsi forestieri interno de' Numi ; e tanto ne ripudia le osservanze vane n decorose!
(l^) Questo trailo su la madre Idea dou ben chiaro. Sembra che il cullo dj lei fosse ricevuto ed eseguilo in una parie solamente colle leggi romane. Quei riti che non erano rioeToti npn poteano esercitarsi dai R omani. Del resto Dionigi forse afferma sensa yerit che gli Dei forestieri adottali in Roma non si venerayano co rili ancora de forestieri. Amob. lib. a e Valerio Massimo lib. primo possono'dimostrare il contrario.

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XX. Ni credasi che io non sappia che alcune delle fvole greche sono utili agli uomini. Certamente talune dimostrano allegoricamente le opere della natura : e ta lune furono simbsleggiate per confortarci nemali; altre levano i turbamenti ed i terrori dell animo , e lo pur gano dalle opinioni non sane, ed altre ancora per altro buon termine furono immaginate. Ma quantunque io nommeno che gli altri, conosca tali cose, pure vi sono assai cauto , ed ammetto piuttosto la teologia de Roma* ni; considerando che tenui sono i beni derivati dalle &vole greche e che non possono far utile se non a podii, a quelli cio che investigano le cagioni per le quali furono inventate. Ora ben rari possiedono questa filosofia; ma la moltitudine ignorante suole rivolgere al peggio i discorsi che se ne fanno, e patirne 1 una o lalua miseria, cio di spregiare gl Iddii conte implicali in tanto malfare, o di non contenersi mai pi da iuv giustizie e da vituperi, vedendo che sono questi gli esercizi de' Numi. XXL Ma lascisi ci da contemplare a quelli che que su parte sola si appropriano di filosofia. Quanto al go< verno istituito da Romolo io reputo degne della storia queste cose ancora: e primieramente il numero delle persone che egli deput per le cure religiose. Certo niuno potrebbe additare in altra nuova citt stabilitovi fin da principi tanto sacerdozio e tanto ministero dei ^umi. Per non dire de sacerdoti gentilizj, furono sotto il regno di lui creati sessanta sacerdoti che fornissero le pubbli che divine funzioni delle curie e delle trib. N io qui ridico se non le cose che descrisse nelle sue antichit

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Terrenzio Varrone, peritissimo tra quanti fiorirono ai suoi tempi. Poi siccme altri per lo pi fanno inconsideratamente , e malamente la scelta de' sacri ministri ; siccome altri ne mettono a prezzo le dignit per la voce de banditori; e siccome altri infine le compartono a sorte; egli non volle che fossero il premio dell'argento, o della sorte , ma decret che si nominassero da ogni curia due uomini, maggiori di cinquanta anni, preeminenti di lignaggio , insigni pe meriti, agiati abbasunza di averi, n difettosi in parte della persona. E comand che questi avessero quegli onori non a tempo ma du rante la vita, e che essendo per la et gi liberi dalle cure militari, lo fossero per legge dalle politiche. ' XXII. E siccome alcuni sagrifizj si aveano a fare dalle femmine , ed altri dagiovani, aventi tuttavia pa dre e madre ; cosi perch questi ancora degnamente si amministrassero, ordin che le donne de'sacerdoti fos sero le compagne de'mariti ancora nel sacerdozio ; che esse compiessero le sante cose che le leggi della patria non permettevano agU uomini, ed i figli loro prestassero il servigio, proprio de giovani: Che se non avevano prole scegliessero dalle altre case nella curia loro i pi graziosi tra' fanciulli e fanciulle , perch ministrassero , quelli fino alla pubert, queste finch erano pure senza le nozze (i). Io credo che Komolo derivasse queste pra.tiche' ancora da Greci ; mentre ci che ne* Greci sacri( i ) Questi fncialli ooak eletti anche dalle altrui case erano cbian a Camilli e Camille. Plutarco nella t U di Numa accenna d ia coti chiamaTansi q u e ' giovinetti che ministraTano a l sacerdote di Giove.

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ficj forniscono quelle che Canifore si domandano , lo compiono tr^ Romani quelle che Camille (i) son dette, cinte di ghirlande la' testa, come daGreci la testa in ghirlandasi delle statue di Diana Efesina. E quanto ese> guivano un tempo fra' Tirreni e prima gi fra Pelasghi i Cadolj nelle adorazioni dei Cureti e degli Dei Grandi, lo ministravano nel modo medesimo ai sacerdoti i garzon< celli nominati Camllli tra Romani. Prescrisse inoltre che intervenisse da ciascuna trib ne sagriBzj un indovino, che noi chiameremmo Jeroscopo , ed i Romani chia-, mano aruspice, serbando in qualche tenue parte la de nominazione primitiva ; e statu , che li sacerdoti ed i ministr loro fossero tutti nominati dlie curie, ma con fermati da quelli che interpretavano i voleri de' Numi colla divinazione. XX.III. Ordinate tali cose intorno al servigio divino , divise ancora , secondo che era per cosi dire opportuno, alle curie le sante cose, destinando a ciascuna i Numi ed i genj che in perpetuo adorerebbe : e tass per le sante cose le spese che aveansi a supplire dal pubblico. Celebravano coi sacerdoti le curie i sa^iGzj a loro as> segnati facendo per le feste il convito nelle case delle curie. Perocch vi era in ciascuna curia un cenacolo, ed insieme vi era un edifizio comune, consacrato per tutte ; come i Pritanei tra Greci. Que' cenacoli, quegli edifizj, curie si chiamavano, e si chiamano, come le partizioni stesse del popolo (2 ). E tale istituzione sem( i ) La Toce Camille manca ne l testo : ma par. Icoppo coerente c o lla to u lit del senio, Canifore yal qaanlo portatrici de' canestri.

(%) Varrone nellb. 4 delia lingua ialina dice che gli edifisj chia-

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brami che Romolo se l avesse dalla disciplina che fio riva allora tra' Lacedemoni ne' riti sociali. Licurgo avea cela introdotta, apprendendola, parm i, dai Cretesi a grande utilit della repubblica; e dirigendola nella pace al vivere quotidiano facile e temperato, e nella guerra a rendere ciascuno verecondo e cauto, perch non ab bandonasse il compagno, col quale libava, e sacrificava, e partecipava nommeno le sante cose. N solamente Ro molo merita lode per tali provvidenze ; ma pe' iciU sagrifizj ancora coquali ordin che si onorassero le di vinit. Sopravanzano questi ancora al mio tempo quan tunque non tutti si compiano co' riti primitivi. Io nei domestici sacrifizj ho veduto le cene apparecchiate agli Iddii su tavole antiche di legno e ne piatti di creta, e ne canestri focacce d'orzo brustolato, e torte, e farro, e pimizie di frutti, e cose tenui ed ovvie, scevre da fasto vano: ho veduto i liquori che si libano misti iti vasi non di argento e di oro, ma di creta ; meravigliuMclomi che quegli uomini ritenessero ancora le patrie consuetudini niente da quelle variandole de' sagrifiz) primitivi per gala di magnificenza. Sono degne ancora di ricordanza alquante istituzioni di Numa Pompilio, di quello che domin dopo Romolo, gran savio, e grande interprete delle cose divine; ma di esse diremo pi innanzi. N dee tacersi di Tulio Ostilio il terzo re dopo Romolo, n degli altri che appresso regnarono :
mali curie erano di dne generi: euendoTi quelli dove i sacerdoti
araTano le cose d iv is e , come le curie antiche , e quelli dove il

euaio caraTa le cote ainane> come 1* caria Ottilia.

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ma Romolo fu quegli che di loro i germi ed i priacipj , e che di norma propriamente al culto divino. XXIV. Sembrami che egli fondasse ancora le belle ed utili leggi con le quali i Romani prosperarono per tante generazioni la loro citt. Dava egli per lo pi senza scriverle queste leggi ; sebbene talune le scrisse ancora : ma io non debbo riferire se non quelle che mi fecero meraviglia infra tutte ; e dalle quali capii che pot^a rendersi manifesto, quanto il senno fosse della legislazione in quest' uomo, quanta 1' austerit, quanto l'odio del male, e quanta la simiglianza di lui colla vita degli eroi. Ciocch io con pochi tratti dichiarer ; sclameufe dir prima, che quanti istituirono governi tra' Greci o tra' barbari, mi sembrano che ben vedes sero in generale; che ogni citt composta da pi fami glie avanzasi verisimilmente al suo meglio, quando il vivere de' privati sia buono , ma che se questo sia scon cio, fluttua quella fra le tempeste ; e che per debbe un uomo savio di stato, legislatore o sovrano che sia ; dar leggi che rendano 1 privati prudenti e giusti nel vivere. Ma non tutti mi sembra che vedessero egual mente Qon quali industrie e leggi si rendessero tali, e sembrami che alcuni assai, pe;* non dire interamente, mancassero nelle parti essenziali e primarie della legi slazione ; come subito ne' sposalizj e nel convivere colle femmine , donde un legislatore dee cominciare , come n e cominci la natura l ordine turaonioso di noi tuttu Imperciocch taluni pigliando esempio dalle bestie vol lero i congiungimenti del maschio colla femmina pro miscui e liberi, quasi fossero cosi per liberare la vita

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dalle furie amorose, e preservarla dalle gelosie che uc cidono, c rimovrla dai tanti mali che per causa delle femmine invadono le intere citt , non che le famiglie. Altri esclusero dalla citt tali silvestri e ferali concu biti accordando un uomo per una donna : in custodia per delle nozze, e della moderazione delle mogli, non tentarono pi o meno far leggi, ma se ne asten nero ; quasi imponibile fosse il contrarlo. Altri n la sciarono, come taluni de'barbari, le coseamoroM st;nza leggi, n le mogli senza premunirla come I Lacedemo ni, ma vi promulgarono molte e castissime regole. vi furono pur quelli che fondarono un magistrato che invigilasse intorno la purit femminile : ma non bastarono tali provvidenze alla cura. Fu.quel magistrato languido pi del dovere, n pot ridurre a pudicizia chi mal ci avea contemperata la natura. XXV. Ma Romolo non dando azione all'uomo contro la donna se adulterava , o se abbandonavagli la casa ; n dandola alla femmina che accusava luomo di pes sima amministrazione o d'ingiusto ripudio ; non for mando leggi sul ricevere e sul restituirti della dote , n definendo altra cosa qualunque, consimili a queste; ne stabili solamente una, migliore assai ( come il fatto dichiar) delle altre, colla quale fe le donne savie e pudiche e di ogni onorato contegno. E la legge fu: che la fem m ina maritata la quale secondo le sacre leggi recavasi aW uomo, divenisse partecipe debeni e delle sacre cose di lui. Gli antichi chiamavano con formola romana nozze sacre e legittime la confarreazione per l'uso comune del farro phe noi Zea chia-

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tniamo. E come noi Greci tenendo l'orzo per antichi* simo diam principio con esso a'sagrifizj ; ed que sto chiamiamo: cosi li Romani giudicando cibo primi tivo e pregevolissimo il farro; incomincian col farro, quante volte una vittima si abbruci. E tal rito persiste, n si compens con altre squisite primizie. L'essere le donne fatte partecipi con gli uomini di un cibo il pi sacro e primitivo, e della sorte di essi, qualunque fosse, aveva un nome dalla comunanza del farro, e ci por^ lava un ligme indissolubile di appropriazione, e niente potea disfiuv quei matrimonio. Questa legge necessitava le mogli come prive d altro rifugio a vivere co modi di chi aveasele maritate, e faceva agli uomini tenere le donne come cose proprie n separabili. Quindi una moglie pudica e docile in tutto al marito, era appunto come r uomo , l ' arbitra della casa. Morendo 1' uomo, ne era la erede , come la figlia del padre : se moriva senza 6gli e senza testamento, essa era la padrona di ogni cosa lasciata da lu i, ma se avea de' figli essa era coerede di parte eguali con questi. Che se colei pec cava , avealo giudice della delinquenza, ed arbitro della gi'andezza della pena : se non che li parenti ancora in sieme coll uomo la giudicavano fra le altre reit, se avea contaminato il suo corpo , o se bevuto del vino , mancanza certo nel parere de' Greci tenuissima. Ambe due queste colpe, come le estreme delle colpe femminili, ordin Romolo che si castigassero : la contaminazione qual principio d'insania, e la briachezza qual principio della contaQiinazione. E lungo tempo seguirono ambe due queste colpe ad avere odio implacabile tra'Romani.

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Ora che buona fosse questa legge su le donne; Io at testa la esistenza lunga di essa ; consentendosi che per cinquecento Tenti anni non si sciolse in Roma niua matrimonio. Solamente narrasi, che sotto il consolato di Marco Pomponio, e di Cajo Papinio, nella olimpiade centesima trentesima settima Spurio Carvilio, uomo non ignobile, il primo lasciasse fai moglie, costretto in< nanzi per dai censori di giurare, che la donna sua non abiura in sua casa per generare con esso. Certa mente la sua donna era sterile: ma ^ li per quest' opera, quantunque la necessit ve lo inducesse, ne in corse r odio perpetuo del popolo. XXVI. Tali sono le leggi egregie di Romdo colle quali rnd le donne pi disposte inverso de' mariti. Assai pi gravi e pi convenienti di queste e molto diverse dalle nostre sono le leggi sul rispetto e su la corrispondenza de'figli, perch onorino i genitori col dire e col fare quanto coibandano. Coloro che ordina rono i governi de' Greci, istituirono che i figli rima nessero un tempo , troppo breve, sotto la potest dei loro padri: vuol dire istituirono alcuni che vi restassero tre anni dopo la pubert ; altri, fin che erano celibi ; ed altri finch non erano scritti nelle curie pubbliche: e questo a norma della legislazione appresa da Solone, da Pittaco, da Caronda, uomini di sapienza riconosciuta. Preordinarono ancora delle pene ; ma non gravi su'figli indocili, permettendo ai padri di espellerli e diseredarK e non altro. Ma le pene miti non bastano a correggere la precipitanza e la caparbiet de'giovani, n a ren derli nel bene aUenti ^ trascurati. Dond' che assai

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vituperii si commettono da figli contro de' padri nella Grecia. Ma il legislatore di Roma diede a' padri sul figlio per tutta la vita autorit compiuta di escluderlo, di batterlo, di vincolarlo a' lavori campestri, e di ucci derlo ancora se cod volessero , quantunque il figlio gi trattasse le cose pubbliche, gi sedesse tra' magistrati supremi, e gi si avesse gli applausi per lo zelo suo verso del popolo. la forza di quesU legge uomini rag guardevoli concionando da rostri su cose contrarie al senato, e care al popolo e divenuti perci famosi, fu rono di l succati e rapiti altrove da padri, perch su bissero la pena che ne voleano ; e traendoseli per lo foro, niuno potea liberarli non il console, non il tri buno , e non la plebe da essi adulala, sebbene quesU valutasse tutti men che s stessa in potere. Ometto di dire quanto i padri uccidessero de valentuomini, spin tisi per virt e per ardore a far magnanime imprese ma diverse da quelle prescritte dai padri, come abbia mo di Mallio Torquato e di altri, de'quali diremo a suo tempo. XXyiI. N il legislatore di Roma ristrnse a questo soltanto i padri; ma permise loro anche di vendere i -figli j niente attendendo che altri vinto dalla sua tene rezza riprendesse la concessione come dura e gravosa. Soprattutto , chi fu allevato colle maniere molli deGreoi riguarder come acerbo e tirannico, che lasciasse i pa dri utilizzare su' figli col venderli fino a tre volte , dando licenza pi grande a padri su figli che non a' padroni su gli schiavi. Perocch il servo venduto una volta se riacqubta poi la libert rimane in seguito padrone di

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s : ma il figlio venduto dal padre se diviene libero r-^ cade di nuovo sotto il padre: e quantunque riveaduto e liberatosi per la seconda volta; pur trovavasi ancora servo del padre come in principio : ma dopo la terza vendita pi non era del padre. Osservavano da principio i re quesu legge stimandola rilevantissima, scritu o non scritta che fosse, ciocch non posso decidere. Disciolta poi la monarchia, quando piacque ai Romani che si affiggessero nel foro, manifeste ad ogni cittadino, tutte le leggi e le consuetudini patrie e quelle ricevute di fuori, perch il diritto comune non finisse col potere de'magistrati ; i Decemviri che erano incaricati dal po polo di compilarle e distenderle , scrissero ancora questa legge colle alure: e trovasi nella quarU delle dodici ta vole , che chiamano, che essi esposero nel foro. Che poi li decemviri, eletti trecento anni appresso per la ordinazione delle leggi, non diedero essi i primi quesU legge ai Romani, ma che ricevutala come antica molto, non osarono toglierla, lo deduciamo da molte fonti, e principalmente dai decreti di Numa tra'quali era scritto; S e un padre conceda al figlio di prender moglie la quale secondo le leggi sia partecipe delle cose sacre e de' beni , questo padre, non avr fin et allora pi facolt di vendere U figlio. Or ci non avrebbe cosi scrtto, se per le leggi antecedenti non era permesso ai padri di vendere i figli. Ma basii su ci : fratunto vo glio delineare come in compendio la bella btituzioue colla quale Romolo ordin la vita de privati. XXVIIL Vedendo che le adunanze politiche, ove i pi sono indocili, non si riducono con magistero di

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parole a vivere temperantemente, a preferire il giusto a/iutile, a durar la fatica, n riputare cosa alcuna p ii onorata del retto procedere; ma che piuttosto si dirigono ad ogni virtt colle -consuetudini buone; e vedendo che quelli che si disciplinano anzi di frza che sponunea-< mente, ben presto, se niente impediscali,, ritornano ai gen j loro ; non concedette che ai servi ed a' forestieri di esercitare.le arti sedentarie, illiberali, fautrici dei turpi desideri, come quelle che guastano e profanano i corpi e le anime di chi vi si applica. E lungo tempo rim asero, queste ingloriose tra Romani, e ninno che nativo fosse di que'luoghi, vi rivolse le industrie sue. Lasci solamente per gl ingenui le due cure della cam< pagna e delle armi ; perocch vide che con uli maniere di vivere gfi uomini signoreggiano il ventre, e meno languiscono tra gli estri amorosi, n sieguono quella voglia di arricchire che dissocia i cittadini a vicenda , ma quella'che -trae l'utile dalle terre o da nemici. Ri putando imperfette , anzi litigiose queste vite se disgiunte, non ordin gi che una parte si desse ai lavori dei c a m p i, e l altra andasse e derubasse i nemici come la legge disponeva tra'LacedemQni; ma prescrisse in co m une li rustici e li militari travagli. Se godea pace, costumavali a star tutti intenti per le campagne, salvo il giorno (ed eravi da lui destinato ogni nono giorno ) in cui faceano mercato ; perch allora amava che accor* -rendo in citt vi. commerciassero. Ma se prorompeva la : guerra , addestravali a farla , e non cedere gli uni agli altri nel faticarvi o lucrarvi; perocch divideva tra loro ugualm ente , qi^nto involava al nemico, campi, schiavi, d a n a ri , e rendeali eoa ci volenterosi ad imprendere.

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XXIX. Spediva, non prolungava i giudizj sa le of-< fese scambievoli; e quando giudcavale da s medesimo e quando per mezzo di altri: e proporzionava ai delitti le pene. Considerando che la paura pi che tutto re spinge gli uomini dalle scelleraggini, coordin pi cose per incuterla, come un tribunale, ove sedea giudicando, nel pi visibile luogo del foro, imponentissimo lappa^ rato de' soldati, trecento di numero, che lo seguivano, e le vei^he e le scuri portate da dodici uomini li quali nel foro stesso batteano chi avea colpe degne di batti ture , o nella pubblica luce lo decapiuvano, se altri ne avesse pi grandi. Tale fu l ordine del governo in> dotto da Romolo , e da queste cose ben si pu coib* ghietturare su le altre. XXX. Quanto alle altre oper civili o belliche di um tal uom o, queste ne furono tramandate , degne die si intessano ad una storia. Siccme i popoli circonvicini a Roma erano molu, e grandi, e bellicosi, n punto amici di essa ; deliber conciliarseli co* matrimonj, mezzo giu dicato dagli antichi saldissimo di procacciar le amicizie. Considerando per che tali genti non si unirebbero spontaneamente con loro, nuovi di colonia, impotenti per danaro, e privi d ogni gloria di belle operazioni, e che altronde cederebbero violentati, se oltraggiosa non fosse la violenza ; risolv , ( ciocch avea Numitore l'avo suo materno gi suggerito) di fare, ed in copia, i ma--' uimonj col ratto delle vergini. Cosi risolato, ie voti al Dio guidatore dei disegni reconditi, che se la prova gli riusciva appunto come la ideava, g^i tributerebbe ogni anno e feste e sagrifizj. Quindi riferito il disegno in

LIBRO U . 159 fenato, e comprovatovi, propose di celebrare giuochi solenni a Nettuno , e ne sparse la nuova per le citi vicine ; invitando chiunque al concorso ed ai giuochi, che giuochi sarebbero moltiplici di cavalli e di uomini. iVenuti . forestieri in copia alla festa insieme colle mogli e co' figli, e compiti gi li sagrifzj a Nettuno e li giuo chi, infine nell ultimo giorno quando era per dimettere la moltitudine fe' intendere ai giovini che al dare di un segno certo, tutti involassero quante a loro ne capita vano , le vergine accorse agli spettacoli, le custodissero per quella notte inviolate, ed a lui le recassero nel pres> simo giorno. Compartitisi i giovani in truppe non si tosto videro elevato il segno convenuto ; si volsero a far preda di vergini. Sorgene un tumulto un clamore de' forestieri che maggiore ne sospettavano il male. Condottegli nel {irossinao giorno le vergini, Romolo consolavale disani* mate , con dire <Jie tendea quel ratto a maritarle non a vilipenderle. E dichiarando che Greco , e primitivo, e nobilissimo era il modo tenuto da lui tra tutti i modi co' quali si procurano le nozze alle femmine ; invitavate a d amare gli uomini che la sorte ad essi offeriva. Dopo ci numerando le donzelle e trovandole secento otUntatr ; scelse bentosto altrettanti de' suoi non m aritati, e c o n essi congiunsele. Egli legandole colle nozze se condo il rito della patria, rendeale partecipi dell' acqua stessa , e del foco ; e quel rito mantienesi ancora. X X X I. Alquanti scrivono che avvenne un tal fatto nell' anno primo del regno di Romolo : Gneo Gelilo lo assegna nell' anno terzo, e ci pare pi verisimile. Imperoccli non probabile che il capo di una citt na-

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sceiite si accingesse a tal opera prima che ne avesse costituito il governo. Altri stimano cagione di quel ra^ pimento la scarsit delle femmine, altri limpulso a far guerra; ed altri pii persuasivi, a'quali io m attengo, la necessit di aver amicizia cogli abitanti vicini. Ripe tevano i Romani anche al mio tempo la festa' allora consacrata da Romolo chiamandola Confuali (i). In essa un altare sotterraneo, scalzato intorno intorno di terra, posto vicino al circo massimo, onorasi con sagrifizj, e primizie che bi^ciansi. Evvi corsa di cavalli sciolti, o congiunti ai carri. Conso chiamasi da B.omanl il Nu< me a cui tributano questi onori : e taluni con greca interpretazione dicono che sia N ettano, scotitore della te rra , e che si venera appunto in altari sotterranei, perch questo Dio possiede la terra : ma io ne so pure altra origine perch udii che la festa era celebrata per Nettuno, e per Nettano li giuochi equestri; ma che r altare sotterraneo era stato consecrato infine ad un genio ine& bile, guidatore e custode de segreti disegni. E certamente Nettuno in niun luogo tiene altari invi-, sibili inalzatigli da Greci o da' barbari. Pure difficile a diifiaire come stiasi la verit. XXXIL Come la fama del rapimento delle vergini e gli eventi de giuochi si sparsero per le citt vicine; altre si corcciaron su 1' opera, ed alure investigando l 'af fetto ed il fine oud'era avvenuta, la sopportavano in
(i) I giaochi istituiti da R omolo nel ratto delle SabinefuroDO c h ia m ati Contuali p erch fatti in onore del Dio Conso. Appressa fu ro n o delti Cirerui quando Tarquinio Prisoo' fece il circo massimo. S e m bra che la prima -rolla fossero celebrati nel campo |d a r io .

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pace. In fine per ne proruppero delle guerre , alcune sicuramente ben facili ; ma grave e disastrosa fu quella co Sabiui. Felice fu l esito di tutte, come prima che si cominciassero ne veano presagito gli; oracoli, i quali significavano che grandi ne sarebbero i travagli, ed i pericoli, ma lietissimo il fine. Le citt che prime si msero a tal guerra furono Cenina, ed Antemua, e Crnstumero , in apparenza pel ratto delle vergini e per vendicarsene ; ma la cagione vera che ve le spingeva era la fondazione, era il crescere di Roma divenuta grande in poco te m ^ , e la voglia di non trascurare che pi si estendesse quel m ale, comune a tutti i vi cini. Ben tosto dunque spedendo ambasciatori ai Sa bini gl invitarono perch fossero i capi nella guerra, essi che erano i pi potenti di arme e di danaro, de gni di comnndare ai vicini, n oltraggiati meno degli altri ; essendo le vergini rapile per la maggior parie Sabine. XXXIII. Ma poich niente profittavano , perch gli ambasciadoi'i di Romolo contrariavano, d appiacevoli vano con parole e con opere quella gente ; stanche al fine di perdere pi tempo coi Sabini i quali esitavano e rimettevano ognora a tempo pi rimoto il consiglio di g u e rra , destinarono fra loro di combattere esse i Rom ani; pensando che avrebbono sufficienza in s stesse di fo rz a , se univaiisi tutte tre , per invadere una citt sola , n grande. Cos dunque si concertarono; ma non si espedirono gi per concentrarsi tulli in un esercito ; insorgendo innanzi gli altri i Ceuiaesi, primarj gi nel
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volere la guerra. Ora avendo questi mossa l ' arm ata, e devastando il campo contiguo , Romolo usci colle sue truppe : e piombando repentinamente su' nemici che non sen guardavano; ben presto ne espugn gli alloggia m enti, che appena erano formati. Poi gettatosi appresso quelli i quali si rifuggivano nella citt , dove non erasi udita ancora la sciagura dei suoi, non trovandovi n guardate le m ura, n chiuse le porte ; la invase a pri mo impelo, ed accise, combattendo, e spogli colle sue mani delle arme il re di essa venutogli incontro con forza poderosa. XXXIV. Cosi prendendo e comandando la citt che gli consegnasse 1 arm i, e togliendosene per ostaggio, que' giovini che pi volle; marci contro gli Antemnati. Rendutosi colla subiu incursione padrone delle milizie di questi, sbandate ancora a far preda, come erasi pa drone fenduto delle precedenti, e trattati i vinti nella maniera medesima; ricondusse a casa 1 ' esercito, recando le spoglie degli oppressi in battaglia, e le primizie delle piede ai N umi i quali onor con assai sagrifizj. Andava, massimo della pompa egli stesso in veste di porpora, e coronato di alloro le tempie, ma su di una qua driga (0 serbare la dignit di monarca. Sfinivano
(i) Plutarco (ctiT^ che Oionigi Romolo Ycniva co d i nn c arro.
dod

dice beo* q a ando afTenna che /

T lo L ivio icrTe che Romolo tp o -

Ua ducit hoslium caeti tuspensa , fahricato ad id apt ferculo { g e ren$ , in eaptoliam ascendit. Il Casaubooo pensa che Dionigi per la non piena perizia della lingua latina interpretasse ({ne\ fereuhtm
di Livio, dal ^

9le deriTAT tali cacconti, per coccbioj quando n

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le milizie de fanti e de' cavalieri, ornale secndo i loro gradi, magnificando gl Iddii colie palric canzoni , ed il capitano con gli slanci di versi improvvisi. Quelli della citt recatisi loro incontro colle mogli e cofigli, e sdiieratisi quinci e quindi per le vie si congratulavano con essi per la vittoria, e davano ogni allro segno di ami cizia. Entrata la truppa in citt trov crateri spumanti di vino e mense colme di ogni variet di cibi appi delle case pi riguardevolt perch a piacere vi si saziasse. Cosi andava con trofei e sagrifizj la pompa della vit toria istituita la prima volta da Romolo , e chiamata dai Romani trionfo : ma ora, trascendendo ogni antica sem plicit, spiegasi magnifica e clamorosa come in tragico rito , anzi per gala di ricchezze che in prova di virt. D opo la pompa e dopo i sagrificj Romolo edific su le cime del c.impidoglip un tempio a Giove detto Feretrio da Romani : Non era grande il santo edificio ; apparendone ancora i primi vestigj, e vedendosene i lati maggiori meno lunghi di quindici piedi. Qui dedic le spoglie del re de Ceninesi morto per le sue mani. Non decliner poi dal vera chi voglia questo Giove Feietrio a cui Romolo offerse le arm i, chiamarlo il Dio che tiene i trofei , o che porge come altri dicono , le spo glie de nemici, o il Dio preem inenle , perch supera ed abbraccia tutta intorno la natura ed il movimento degli Esseri.
p i u l l o s l o come iaterprela Plutarco ciocch i> i direbbe tm feo. Lo sics&o P lu ta rc o iuscgiia cbc Lucio TarijuiDio Pi isso fu il piiiuo che u i o u f a s s e sul curcu.

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XXXV. Poich Romolo ebbe tribuinto agl' Iddi le primizie ed i sagri6zj di ringraziamento , deliber, pri ma di far altro, col senato, com erano da trattarsi le citt debellate ; ed esso il primo ne dichiar la sentenza che ottima riputava. E piaciuta questa come la pi si cura. e la pi luminosa a <|uanti erano in quel consesso, ed encomiatone pe' vantaggi che a Roma ne risultavano non pur di presente, ma in ogni avvenire; comand che venissero a lui le donne di Cenina e di Antemna cadute prigioniere con altre. Riunitesi sconsolate, e pro stratesi , e piangendo esse la sorte della patria; accenn che frenassero i pianti e tacessero e poi disse: ben do vrebbero i vostri p a d ri , i vostri fr a te lli , e le irUere vostre citt subire ogni inale , perch scelsero anzi che r amicizia la guerra , e guerra non necessaria n one^ sta. Nondimeno abbiamo noi deliberalo d i essere cle~ m enti con essi per molte cagioni, e perch appren diamo la vendetta de'N um i, pronta contro i superbi, e perch temiamo la indignazione degU uom ini, e perch giudichiamo essere la compassione compenso non lieve de mali com uni, noi che gi la dimandar' vamo dagt altri : e finalm ente perch pensiamo che ci non sar caro e grazioso poco per v o i, congiunte finqui co' vostri mariti senza che possano querelar sene. Condoniamo questo delitto , n togliamo a' v o stri cittadini non la libert , non i poderi, non altro bene qualunque. Lasciamo noi dunque ( n gi se n e avranno a pentire) lasciamo libera a tutti la scelta d i rimanere in patria se il vogliono , o d i traslatar sane. M a perch niente pi faccia abberrare le vostre

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citt, perch mente pi trovisi in esse che possa ri dividerle dalla nostra amicizia', riputiamo^ espedientis simo e saluberrimo per la concordia e sicurezza di ambedue se le rendiamo colonie di R o m a , e se da Rom a vi mandiamo abitanti che bastino, jin d a te : statevi di buon anim o: moltiplicatevi n e lf ossequio e nella benevolenza de vostri m ariti; tr a l dolce senti m ento che liberi per voi sono i vostri f ig l i, liberi i vostri /ra te ili, libere le patrie vostre finalm ente. Tri pudiando in udir questo le donne e lagrmando viva mente di gioja partirono dal Foro. Romolo mand in ciascuna citt trecento uomini e le citt cederono ad essi , dividendolo a sorte, il terzo de loro terreni. In opposito men in Roma quanti Antemnati e Ce- ninesi vollero trasferirvisi, e menovveli colle mogl'i e co' figli mentre ritenevano in que luoghi i campi ad essi toccati, e portavano seco il danaro che possede vano. Li descrisse il re ben tosto nelle curie e nelle trib ; n furono men di tre mila : tanto che ne cata loghi romani si numerarono allora la prima volta sei m ila fanti. Cenina ed Antemna citt non ignobili avean greco lignaggio : imperocch tolte ai Sicoli caddero in. potere degli Aborigeni, i quali erano una parte degli Oenotrj , venuti gi dall Arcadia , come nel primo li bro fu detto, ma ora finita la guerra divennero colonie romane. X X X V I. Romolo dopo ci condusse l'esercito incon tro de' Cnistumerini, apparecchiati meglio che i primi : e vintili, quantunque stati fortissimi (i), nella battaglia
( i ) Q ui Dionigi b contrario a Livio il quale scriTc: Poi s in~

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in campo e sumuri, uon volle che patMero pi oltre; ma fece della citt, come delle altre una colonia ro~ Diana. Era Crusiumero colonia degli Albani speditavi molto tempo .innanzi di Roma. Divulgando la fama in molte citt la fortezza militare del capitano e la cle menza in verso de vinti ; si congiunsero ad esso ancora non- pochi valentuomini ; i quali con tutte le famiglie a lui trasferendosi, gli recarono forze non dispregevoli. Ed .uno de' colli di Roina ancora chiamasi Celio , da Celio che uno fu di que'capi venuti dalla Etruria. Anzi a. lui si diedero intere citt, cominciando dalla citt dei Mi'dullini, le quali divennero colnie romane. I Sabini al veder ci se ne conturbarono, accusandosi a vicenda che non avessero messo uu argine alla monarchia dei Bomani in sul nascere, e che si avessero a brigare con lei fatja gi grande. Nondimeno parve ad essi die fosse da correggere il primo errore collo spedire un esercito rispettabile. E riunitisi a congresso in Curi, la pi c(^ spicua e la pi imponente delle loro citt , vi decisero co loro voti la guerra ; creandone generalissimo Tito Tazio re dei Cureu. Deliberato ci ripatriaronsi e pre pararono i Sabini la guerra per marciare in su la nuova stagione con esercito poderoso contro Roma. XXXYIL Intanto Romolo si apparecchi, fortissimamente onde rsospingere uomini Borentissimi in arme. Elevando le mura del Palatino e torrioni pi alti di
cammin contro de'C nutom enesi, i qna gli portavano la guerra: ma qiti ci ebbe nten d i contrasto perch gi gli anim i erano abbaituli per le sconfitte degli altri.

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esse pereb dentro vi si stesse con sicurezza, e circon dando con fossi e trincere 1' Avventino , ed il Campi doglio che ora chiamano, colli ambedue dirimpetto del primo, e presidiandone l'uno e l'altro con salda guar nigione; ordin che nella notte vi si riparassero e greggie e villani. Mani similmente con fossi e palizzate, e guardie ogni altro luogo opportuno por la loro sal vezza. Intanto Lucumone, divenuto amico suo non molto di prima , Lucumone uomo operoso ed insigne nelle arm e, venne a lui con buon sussidio di Toscani da Vetulonia ; e vennero pure da Albano in copia, ( mandavagU 1 avo materno ) combattitori, commissarj, artefici di militari stromenti. Dt loro frumento ed arme e quanto facea di mestferi, e largamente ne diede per ogni vicenda. Poich furono apparecchiati ambedue per r impresa , i Sabini al sorgere della primavera , ornai sul pnnto di cavar le milizie , deliberarono di spedire, e spedirono prima a' nemici un ambasceria lai quale esigesse le donne e la soddisfazione delia rapina di esse ; perch se '1 giusto non ottenevano,- apparisse che spiati dalla necessit davano alle arme. Romolo preg in opposito che si permettesse alle donne rima nersene con quelli a'quali si erano maritate giacch re stie non ci convivevano: che se abbisognavano di altra cosa, volessero da lui riceverla come da un amico, non lo investissero colla guerra. I Sabini non contentati in alcuna dimanda menarono in campo venticinque mila pedoni e quasi mille cavalli. Non molto differivar dalla milizia sabina la romana ; numerosa di ventimila fanti, e di Ottocento cavalieri, ed accampatasi divisa in due

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parti dinanzi la citt , teneva con una paite il colle Esquilino sotto gli auspicj di Romolo, e con 1 altra il Quirinale (che allora qon a,vea questo n o m e), e L ucumone il Tirreno erne il cavillano. XXXVIIF. Al conoscere tali disposizioni Tazio re dei Sabini levandosi di notte, travers coll esercito la campagna , non gi per danneggiarla , ma per mettersi prima del nascer del sole in sul campo tra l Quirinale ed il Campidoglio. Ma vedendo che tutto era custodito dalle guardie vigili denemici, e che non i avea liiogo sicuro per l u i, cadde in gravi dubitazioni sen^a rinve nire iiilanto come avea da usare quel tempo. F tante dubitazioni sorsegli una prosperit non pensata ; essen dogli consegnatp un de' luoghi fortissimi eoa questo successo. Rigirandosi appi del colle Capitolino i Sabini per esplorare se ci avea parte niuna , donde potesse espugnarsi con sorpresa , o di forza ; videli dall' alto Tarpeja , una vergine cos nominata , figlia del valente uomo, al quale era la cura fidata di que luoghi: s in vagh la donzella , come scrive Fabio e Ciucio , dei braccialeni che que' Sabini s aveano intorno la sinistra , e s invagh degli anelli. Brillavano allora di oro i Sa bini, molli nommen che i Tirreni nel vivere. Ma Lucio Fisone il censore narra che la fanciulla ci fece sul bel desiderio di espoiTe ai cittadini i nemici , nudi delle arme colle quali si difendevano. Bea pu da quel che siegue raccogliersi qual sia di queste due cose la pi versimile. Mandando fuora una serva per una tal poi>ticiaa che niun si avvide che fosse, apa-ta, fe richiedere il monarca Sabino che venisse a lei senza compagni per

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na colloquio ; ed essa parlerebbegli d i, cosa grande e necessaria. Accett Tazio l ' invito su la speranza di vn tradimento , e recatosi al luogo additatogli , e venutavi ( che ben lo pot ) la donzella, disse che il padre suo quella notte si era allontanato, per un tal bisogno dalia fortezza , e che le chiavi ddle porte erano presso di lei : consegnerebbele se a lei venissero quella notte , e se in premio della consegna le si dessero quelle fulgide cose che i Sabini portavano tutti nella sinistra. Piacque a Tazio il partito, e contraccambiatasi ambedue la pro messa con giuramento di non illudersi ne patti ; la ver gine distinse la parte per la quale avrebbero a venire a quel fortissimo luogo, e distinse 1 ora della notte in ehe meno s invigila ; e poi ritornossene, n quelli che eran dentro ne seppero. XXXIX. Concordano fin qui ma non gi nel resto storici romani. Pisoiie il censorino del quale abbiaiu d etto di sopra scrive che Tarpeja sped quella notte un messaggiero che significasse a Romolo gli accordi fatti tra i Sabini e tra lei ; e come ella esigerebbe le arme difensive di essi, deludendoli coll' ambiguit de' trattati ; e g li dunque mandasse altra milizia nella fortezza , e vi sorprenderebbe i nemici col capitano spogliati di arme. A ggiunge per che il messaggero fuggendosi presso il re d e ' Sabini gli accusasse i disegni di Tarpeja. Ma n F ab io n Ciucio dicono che ci avvenisse, e sostengono ch e la donzella mantenesse i patti del tradimento. Dopo ci continuano tutti la storia con simiglianza. Imper ciocch narrano che avvicinatosi il re dei Sabini col fior d e ll' esercito colei per adempiere le promesse aprisse

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a' nemici la piccola porta concordata, e che destate le guardie del luogo le stimolasse a scampare sollecita mente per tragitti ignoti ai Sabini che omai possedeano la fortezza. Narrano inoltre che i Sabini al fuggire di quelli, trovatene le porte aperte, occupassero la fortezza abbandonata ; e che la donna avendo prestato i servigi pattuiti , De chiedesse il premio secondo i giuramenti. XL. Dopo ci scrive Pisone che essendo i Sabini pronti di dare l'oro di che riluceano ne'bracci sinistri; Tarpeja la donzella ne pretendesse non i fregi ma gli scudi : che Tazio andasse in collera per l'inganno, ma pur si guardasse dal violare i trattati : che era a lui sembrato perci che si dessero alla vergine le arme ri chieste ma per modo , che ricevutele non potesse va lersene : che ben tosto dunque, comandando di essere imitato dagli altri , lanciasse lo scudo con quanta avea forza contro Tarpeja : la quale investita d'ogn'intorno e sopraffatu da U n t i colpi e si gravi succumb sotto delia tempesta. Ma Fabio ascrive aSabini la frodolenza su' trattati. Perocch dovendo secondo i patti dare a Tarpeja le auree cose che dimandava, rattristatine per la grandezza di esse, scagliarono su lei le arme colle quali si difendevano , quasi scagUar le medesime fosse un darle come aveano promesso quanto giurarono. Se non che sembra che i fatti consecutivi rendano pi ve risimile il giudizio ultimo di Pisone. CerUinente tu la. giovine, dove cadde, onorata di tomba , e la tomba sta nel pi augusto de' sette colli, e Roma ivi le replica ogni anno sacre libagioni. Io dico ciocch scrive Pisone. Cioi se ella fosse mona tradendo la sua patria noa

LIBRO I I . 171 avrebbe ottenuto ninno di questi due onori n da quelli che ne erano traditi, n da quelli che ne furono gli uccisori : an se avanzo mai v' era del (uo cadavere sarebbe stato poi disotterrato e glttato per atterrire i posteti, e respingerli da simUi operazioni. XLI. Tazio e li Sabini impadronitisi di quella for tezza , e pigliato senza disagi il pi degli apparecchj de' R om ani , facevano ornai la guerra da luogo sicuro. Cos tenendosi dunque ambedue le armate dirimpetto a piccola distanza fra di lo ro , molti erano in molte occasioni li tentativi e gli attaccbi senza grandi risultati di danno 0 .di utile per niuna delle parti. Due furono le battaglie pi rilevanti date con tutte le milizie, schierate l'una cootro l altra; e grande.ne iii la strage vicendevole< Ma tirandosi in lungo, ambedue li re eon corsero nel sentimento di venire a decisiva giornata. E recatisi nello spazio intermedio ai due accanpamenti i capitani migliri nelle armi ed i soldati gi sperimentati in mille dmenti fecero memorabili prove dando e ri battendo gii assalti , e traendosene e limettendovisi ugualmente. ColorO i quali ^contemplavano da luogo munito la equilibrata battaglia, e che d'ora in ora pie gava dall' una 0 dalf altra parte , incitando , ed accla mando incoraggivano chi vi si distingueva ; o con pre ghiere e pianti richiamavano chi vacillava o lasciavasi ornai sopraffare, perch vile sempre non rimanesse. Dond' che gli uni e gli altri erano necessitati a so stenere travagli, maggiori delle forize. Cosi tenuta avendo la batuglia nel giorno con sorte eguale ; alfine essendo gi notte si ravviarono lieti ai proprj alloggiamenu*.

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XLII< Ne di seguenti dando sepoltura ai morti rstabilirODO i feriti, e procurarono insieme altre forze. Poich parve loro di farsi nuovamente alle m ani, tor nati nel luogo medesimo vi combatterono fino alia notte. Prevalsero i Romani in ambe le ale; reggendone Romolo slesso la destra, e Lucumone il tirreno la si nistra. Ma restando dubbia ancora nel centro la sorte delle armi ; Mezio , cognominato il Curzio, uomo me raviglioso per le forze del corpo, magnanimo nelle arme , e chiaro soprattutto perch non turbavasi a pe ricoli o terrori , imped la disfatta totale de Sabini e port di nuovo contro de' vincitori le schiere che sorvanzavano. Costui messo a dirigere l'arm ata del centro avea gi vinto i nemici che gli stavano a fronte. Vo lendo poi ripristinare lo stato delle ale sabine ornai sbattute , e presso a dar volta, esortandovi la sua mi lizia si mise ad inseguire i nemici che fuggivano sban dati da lui, cacciandoli Gno alle porte, cosicch Romolo fu costretto a lasciare imperfetta la sua vittoria , e ri volgersi ad accorrere contro la parte denemici che era vincitrice. Cosi quel corpo deSabini il quale pericolava si riebbe , allonUnandosegli Romolo colla sua gente : e tutto il nembo si raccolse inverso di Curzio e de suoi che erano gi vittoriosi, e questi tenendo fronte per un tempo ai Romani combatterono laminosamente. Ma poi rovesciandosi troppi su loro ; piegai'ono e ripararonsi negli alloggiamenti , assai contribuendo Curzio allo scampo col ritirarli grado a grado , non col fargli in seguire in disordine. Egli stesso prrestavasi in arme , e facea fronte a Romolo che lo investiva. E grande e

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bella a vedere fu la gara de'capitani che si attaccavano. AlGue essendo gi Curzio ferito, gi esausto di sangue, riucnlava poco a poco, quando eccogli addietro una palude profonda ; difficile da girarla intorno , perch cinta da nemici, e diiGcilissima da traversarla per Io fango che amjtnassavasene alle sponde, e per le acque, che altissime vi erano in mezzo. Ikioltratosi dunque vi si lanci con tutte le arme. E Romolo sul pensiero che colui quanto prima perirebbe nella palude non poteodovisi perseguitare pel fango e per le molte acque; si rivolse contro degli altri. Ma Curzio dopo molti e lun* ghi stenti emerse finalmente colle arme dalla palude , e fu portato a proprj alloggiamenti. Kimauea la palude nel mezzo quasi del foro romano , e lago chiamasi di Curzio dalla vicenda ; ma ora tutta ricoperta dalia
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XLIII. Romolo inseguendo gli altri avvicinasi al Cam< pidoglio. Spaziava nella speranza di rivendicarselo : ma travagliato da molte ferite, e pi da un colpo, di pietra lanciatogli dallalto uell tempia fii preso ornai semivivo da' compagni, e riportato dentro le mura. Sbigottirono i Romani pi non vedendo il capitano, e diedesi l ala destra alla fuga. Sostenevasi ancora la sinistra dirtta da Lucumone, uomo chiarissimo nelle arme, e segnalatosi per molte e belle imprese in tal guerra. Ma nemmeno questa pi resse alfine ; quando colpito in un fianco da'Sabini cadde pur Lucumone rifinito di forze. Allora la fuga fu universale, l Sabini imbaldanziti gl incalza vano verso le mura: se non che giungendo alle porle ne ffirouo respinti, sboccaudone contro loro i giovani

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a' quali avera il re dato in guardia le mura. aiTret* tatidosi quanto' pot per 8 0 C G 0 iTerli Romolo stesso, ria vutosi gi dalla percossa ; la sorte assai ne vari delia battaglia. Imperocch li fiiggitivi mirando iuaspettatameute il sovrano , risorti dalla.paura, si riordinarono , n pi s'indugiarono a volar su nemici. Questi che aveano finora pressato i Romani e concluso non esservi schermo , che impedisse di prendere la loro citt culla forza ; non si tosto videro il cambiamento inopinato e repentino, pensarono come scampare s stessi. Il ritorno al campo era precipitoso per essi, inseguiti dall' alto , e per istrada profonda. Quindi grande fi la strage loro in qnesu ritirala. Cosi pugnato avendo quel giorno da pari a p ari, ma involgendosi ambedue tra casi inaspet tati ; alfine omai tramontando il sole, si divisero. XLIV. Ne di seguenti consultarono i Sabini se avessono a ricondurre in pairia Fesercito devastando intanto il pi che poleano le campagne nemiche , o se di l oe chiamassero un altro,.ivi trattenendosi ed insistendo finch dessero buon fine alla guerra. Ben era misera cosa per essi partire, donde manifeslerebbesi la infamia che niente aveano conseguito; ed era misera cosa noin* meno 41 rimanersi non riuscendo loro disegno alcuno come speravano. Concepivano poi, che venire a trattati oonemici, unica maniera conveniente a levarsi di guer ra , gioverebbe anzi aRomani che a loro. Tutuvia noa meno , anzi assai pi che i Sabini , erano i Romani caduti in gran dubbio intorno le cose da fare. Impei-occh n volevano rendere n ritenei-e le donne; riputando la prima cosa un aeguilo di una perdita ouulesta , ed

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un preludio di aversi necessariamente a sottomettere an che ad altri comandi : ma 1' altra cosa presentava molti gravi m ali, distrutte le patrie campagne, e la gioventii pili florida trucidata. Se faceansi a trattar coi Sabini, parea loro che questi non serberebbero alcuna' misura, per molte cagioni e prieipalmente perch i superbi insolentiscono non condiscendono col nemico che volgesi agli ossequj. XLV. Mentre ambedue cosi cogitabondi , e cosi di sanimati dal cominciare o battaglie o discorsi di ricon ciliazione dispergevano il tempo ; le mogli de' Rom ani, quelle che erano sabine di origine, quelle per le quali ardeva la g uerra, congregatesi ed abboccatesi fra loro in un luogo medesimo risolverono d intramettersi con ambi p e r la pace. Dava tal partito alle alu-e Ersilia , non ignobile di legnaggio tra'Sabini. Di lei dicono che rapita giih come vergine con altre donzelle , ora fosse maritata. Ma pi verisimile chi scrive che ella si fosse rimasa spontaneamente colla unigenita sua, l ' una delle derubate. Riunitesi a tal sentimento andarono le donne in Senato, ed ottenutovi di parlare , ve lo diffusero , chiedendo di uscir per un colloquio co' loro parenti. Annunziavano che aveano molte e belle speranze di ridurre unanimi le due genti e stringerle di amicizia. Come adirono ci quelli i quali consultavano col mo narca assai ne furono dilettati, riputando che questo fosse 1 unico spediente in tanto inviluppo di cose. Adunque si decret che quante Sabine avean figli tante lasciando questi co 'm ariti, avessero la potest di an* darne oratrici ai Ipc niooaU: che quelle per le quali

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erau madri di pi figli ne recassero con s la parte che pi voieano, e trattassero la riconciliazione de po poli. Uscirono dopo ci tra lugubri vesti , e talune coi teneri figliuoletti. Giunte al campo sabino. mossero col piangere e col prostrarsi appi di chiunque iacontravale tanta compassione, che niuno de riguardanti potea rat tenere le lagrime. E raunatosi per esse il fior del Se nato, e comandate dal re che dicessero le cagioni della venuta ; Ersilia, autrice e guida della spedizione, feceue una lunga e patetica sposizioue , implonuido che do nassero pace a mariti appunto in grazia di esse per le quali dicevano intimau la guerra.' Si adunassero i prin cipi loro; ed essi, veduto 1 utile pubblico, discutessero le condizioni per le quali cessassero le discordie. XLVl. Ci detto caddero prostese co teneri figli ap pi del sovrano e vi si tennero, finch quelli che erano presenti non le rilevarono da terra con promettere che farebbono quanto era onesto e possibile. Fattele uscire dal Senato , e consultando fra loro, si decisero per la pace. E prima si fece la tregua : poi riunendosi i re , si concord su la pace ancora. E tali ne furono le convenzioni che sen giurarono. Sarebbero ambedue re dei Rom ani Homoo e Tazio con eguali poteri ed onori. La citt serbando il nome del suo fondatore chiamerebbesi R om a, e romano ogni suo cittadino come per r addietro. M a tutti insieme si chiameiiano generalmente Quiriti desuntone il nome dalla patria di Tazio. S i domiciUerebbero queSabini che voieano, in R o m a , ma comunicandosi le sante cose , e pren dendo luogo nelle Irib e nelle curie. Giurate queste

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cose, ed eretti gli altari ove far 1 alleanza , m mezzo quasi della Via Sacra, si mescolarono insieme. Poi rao> cogliendo ogni duce li suoi , tornarono pile proprie magioni. Si rimasero in Roma Tazio il monarca e con esso tre de' pi rlguardevoli Valerio Voleso, T allo , sppranaominto il Tiranno , ed in fine Mezio Curzio, quegli che avea colle armi trapassato la palude, e vi ebbero gli oqpri che i discendenti loro pur vi goderono. Anzi con questi si rimasero amici, consanguinei, e clienti, non minori di numero agli altri di Roma. XLtVlI. Mentre ordinavano queste cose parye ai so vrani di raddoppiare il numero 4e patrizj per essersi la popolazione moltissimo ampliata. Adunque segnando in catalogo colle famiglie pi nobili tanti cittadini novelli, quanti erano i primi , chiamarono patrizj aocor' essi. Poi trascelti cento di questi col voto delle curie; gli connumerarono ai sanatori antichi. C su ci concordano presso a poco tutti gli scrittori delle cose romane : dif* ferisce taluno sul numero de' sopraggiunti : dicendo che non cento ma cinquanta furono gl' inseriti d Senato. Non consentono per gli storici romani su 1' onore che i re concederono alle donne perch gli aveano. ricon dotti alla pace. Perocch scrivono alquanti che diedero ad esse distintivo grande e moltiplice non pure i prin cipi ma le curie : le quali essendo tren ta, come gi dissi, presero nome ognuna da queste , giacch trenta furono ancora le oratrici. Ma Terrenzio Varrone si di scosta da questi in tal capo , aflermando che i nomi erano stati imposti alle curie anteriormente da Romolo,
V f O m C T . tomo I .

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DELLE a n t i c h i t KOMANE

quando divise la prima volta il suo popolo: c ctie quei nomi furono desumi da capi di esse, o dalle antiche lor pattie. Aggiunge che le femmine andate ambasciadrici non furono trenta ma cinqueceulotrenulF : dond che non sia versimile che il re concedesse ad alcune poche di esse quell'onore, escludendone le altre. A me n tali son panile queste cose da non farne pa rola , n tali da scriverne olir il bisogno.. XLVIIL Ora lordine stesso della narrazione dimanda che io dica quali e donde fossero i Cureti alla citt de' quali apparteneva Tazio , e quei eh eran seco. Noi cosi ne sappiamo. Nel tempo che gli Aborigeni posse-^* deano 1' agro Reatino una vergine nobilissima nata di que luoghi entr , per danzarvi, il tempio di Enialio. Enialio lo chiamano Quirino i Sabini, ed., ammae strati da essi, i Romani , senza che sappiano dire pii oltre s'egli sia M arte, o lai altro , eguale a Marte in^ onore. E li primi pensano che 1 uno e 1 altro nome dicasi del Nume arbitro delle guerre ; ma gli altri che sia quiJ doppio nome non di uno, ma di' due Dei bel licosi. La vergine danzando gi nel tempio fi dallo spirito investita del Nume; e lasciate le danze si ritir ne penetrali santi di lu i, dove , come a tutti sembra , fecondatane, diede un fanciullo , che Modio iii detto , ed ebbe soprannome di Fabidio (i). Or questi, adid|o
( i ) Vi k chi pensa che il Modio Fabidio sia il M e D o n Fidtut da Rombili , formola colla quale rijuardayasi il N um e tutelare della fe d e, o pure Ercole figlio di Giove. Se ci fo sse, Diunigi avrebbe malameate iuierpiuiaio quella nrmula R omana di glu rameulo.

LIBRO II. 179 fello nella persona, ebbe forma non umana, ma divina, e combatt con preemiuenza di tutti i valentuomioi. Preso poi dal desiderio di abitare una citt che avesse la Orione da lui, congregando gente in copia da luoghi dintorno, eresse in tempo assai breve quella che Curi addimandasi, denominandola, come narrano alcuni, dal Nume , dal quale &ma che egli fosse generato , e come altri asseriscono d a l l ' , poich Curi chiamasi l'asta io Sabina. Cori scrive Terrenzio Vairone. XLIX. Ma Zenodoto Troizinio uno scrittore del lUmbria, narra che le genti di essa forono prima abi tatrici de* campi detti R atini : che espulse da' Pelasghi. se ne vennero alla terra dove ora soggiornano, e dove mutato nome coi luoghi , si chiamarono Sabini per Umbri. Porzio C atone dice imposto tal nome ai Sabini da un ISume di que luoghi Sabino ( 1) Sanco , e che Sanco per alcuni vai quanto Dio Fidio. Dice che fa domicilio primitivo di essi un villaggio nominato T estrina presso la citt di Amiierna ; che movendosi da questo inondarono i Sabini 1' Agro Reainq abitato al( 1) Silio nel libro ottavo scrive.

Ibant et la tti pari tanctum voce eanehant, Aiutorem gentis , pars iaudes ore fe rtb a m , Sabe , tuas , qui de patrio cognomine prinms D ixisti populot magna ditione Sabinos- . Forse dunque nel testo di Dionigi dee leggersi Saho e non Sabino. Festo e Varrone additano che Sanco tra Sabini significa rcole. O ra Plutarco nel sao Noma e Servio nei libro 8, dell Eneide d e
rivano i Sabini dagli S p a rta n i, e gli Spartani da E rcole. Q uindi quel Sabo Sanco, non sarebbe cbe Ercole ^ tanto pi che Sanco credesi il me Diut F idius, e questa par fuimota per additare Ercole.

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DELLE ANTICHIT, BOMANK

lora dagli Aborigeni , e da Pelasgbi : e che ne ollennero colla forza delle armi Colina la loro citt pi cospicua : che spedendo dal contado Reatino delle co lonie fondarono altre citt non poche , ove, senza cin gerle di mura , si viveano ; e tra queste la citt che Curi fu nominata : che occuparono campagne lontano circa dugento ottanta stadj dall Adriatico , e dugento qnaranu dal mare Tirreno: e dice che stendeasi la lun> ghezza d quelle poco meno che mille stad). Secondo le' storie paesane intorno de Sabini abitavano con essi gi di Lacedemoni quando Licurgo tutore di Enmo, nipote su o , dava a Sparu le leggi : e questo perch impazientiti alcuni dalla dura legislazione di lui , stac catisi da compagni abbandonarono affatto la citt ; e corso ampio tratto di m are, e desiderosi ornai di pren dere terra dovunque, si legarono per voto cogliddi d abitare quella appunto ove imprima giungerebbero. Ve nuti nell Italia ai campi detti P om entini nominarono , dal mare che areali portati, Feronia il luogo dove prima approdarono, e vi eressero un tempio alla Diva Feronia alla quale arcano fatto i lor voti ; e la quale mutatane una lettera ora Faronia si chiama. Alcuni da indi rimovendosi ne andarono a dimorar tra Sabini : e per spartane sono molte delle loro istituzioni, spartani principalmente gli amori per la guerra ; la parsimonia e la durezza nelle opere tutte della vita. Ma ci basti su la origine de'Sabini. L. Ben tosto Romolo e Tazio ampliarono la citt congiungendole altri due colli, 1 uno chiamato Quiri nale , e Celio r altro. E ponendo separatamente le case

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viveasi ognuno nelle sedi sue. Aveasi Romolo il monte Palatino ed il Celio, monte contiguo col primo. Tazio avevasi il Campidoglio, occupato gi ne' principj da esso , ed il-Quirinale. Recisa la selva la quale spande^ vasi appi del Campidoglio , e ricoperta in gran parte di terra la palude, la quale per la concavit del sito raoltiplicavasi dalle acque scese da m onti, fecero ivi il foro, del quale servonsi ancora Romani. E l teneiido le adunanze, consultavano nel tempio di Vulcano, che quasi al foro sovrasta. Inalzarono i tempj, e consacra rono gli altari ai N um i, a' quali gli aveano promessi co voti nelle battaglie. Romolo ne eresse uno a Giove Statore presso la porta e M uggiti la quale mena dalla via sacra al Palatino, perch quel Nume esaudendo i voti di Romolo fe' che 1' esercito suo gi fuggitivo ti arrestosse, e si volgesse a fronte del nimico. Tazio ne eresse al Sole , alla. Luna , a C rono, a Rea , come pure a Vesta, a Vulcano, a.Diana, ad Enialio ed altri difficili a nominarsi con greca parola. Mise in tutte le Curie le mense per Giunone Quirizia (i) le quali esi stono ancora. Dominarono cinque anni insieme senza dissidio, e compierono in quel tempo con impresa co mune la spedizione contro de Camerini. Imperciocch questi mandando delle masnade assai danneggiavano loro il paese: e tuttoch chiamativi non erano mai comparsi a darne ragione. Adunque schieratisi a fronte di essi, e vintili in campo , e poi nell assalto delle m ura, gli astrinsero a cedere le arme e la terza parie della re ( i ) Secondo Pesto vuol dire Giunone coW a ita , vedi 4^ P''** oedenlCi

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DELLE a n t i c h i t EOMAIfE

gione. Continuanclo Dondimeno i Camerini ad infettarla riuscirono nel terzo giorno i re coll'arm ata e li fuga rono , e ne divisero ogni cosa ai propria soldati, con'<edendo solamente che quelli, se volevano, si domici liassero in Roma. Quatu-omila quasi ve n' ebbero , e li compartirono tra le curie. Camaria, sorta gi tanto tempo prima di R om a, Camaria gi domicilio famoso degli Aborigeni, e poscia di un ramo di A lbani, fu ridotta colonia de' Romani. LL Torn nel sesto anno il comando a Romolo solameote , morendo Tazio per le insidie de^ primai*) tra Lanrentini tesegli per questa cagione. Scorsi gli amici di Tazi a far preda nel territorio de' Lanrentini ne a Teano rapito danari in copia, e msnato via de'be stiami , uccidendo o ferendo chiunque presenUvasi a rivendicarseli. Spedita quindi dagli offesi una legazione a reclamar la giustizia , Romolo sentenzi che gli offeasori le si consegnassero. Tazio per sollecito degli amici , non istimava bene che si desse alcun cittadino perch si portasse in giudizio tra forestieri e nemici. Laonde intim che quanti si richiamavano della ingiuria venissero e discutesserla ne'tribunali di Roma. Cos non trovando giustizia partirono indispettiti gli ambasciadori. Ma datisi per isdegno alcuni Sabini a seguitarli gli assalirono , che dormivano tra le tende lungo la via sorpresivi dalla notte : e spogliatili di ogni cosa , ne scannarono quanti giaceansi ancora ne* letti. Si ricon dussero alla loro, citt^ quanti si avvidero a tempo deU r insidie e fuggirono. Dopo ci venendo ambasoiadori da Laurento e da molte citt si dobero su' diritti vio lati, ed intimarono la guerra, se non erano compensau.

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LH. Sembrava a Romolo, com' era , terrbile 1' ol traggio degli ambasciadori e degno di una subita espia zione, essendosi profanata una legge santa, E Vedendo die Tazio teneane picciolo conto, egli sensa pi iodagio presi e legati i coinpiiei, li diede agli ambasciadori da menarseli. Infuri Tazio suU affronto ond' tra vili peso dal collega nella consegna, e cispassion la sorte dei deportati, avendoci pure alcuno de' parenti suoi tra'complici. E velando colle sue milizie li ritolse. An dato per, come dicono alcuni, dopo non molto in sieme con Romolo a Laurento per fare de'sagrfzj che i re doveano [lorgervi agl Udii patrj per la loro citt , si levarono contra lui parenti ed amici degli ambascia tori uccisi ; e trafitto con grandi coltella e gran spiedi cadde appi degli altari. Ma Licinio scrive che non era ivi andato con Romolo , n per sagrificarvi, ma egli so lo , e per indurre gli offesi a condonare la ingiuria agli autori di essa : che infieritasi la moltitudioe perch anzi non se le abbandonavano questi nelle m ani, come avea sentenziato Romolo ed il Senato; e scagliatisi in folla su di esso gli attinenti degli uccisi, <^li non po-> ieado.pi ritogliersi a loro, mor sotto un nembo di aui. Tale fu la fine di Tazio dopo che. aveva guer-i reggiato tre anni contro Romolo. e ne aveva regnato cinque con esso. Riportato a Roma ebbe magnifica se poltura , e la citt gli rinnova ogni anno pubblici sar* grifizj. LUI. Romolo trovandosi un' altra volt solo nel prin cipato purific la infamia commessa contro gli amba sciatori pubblicandone privi dell acque e del fuoco gli

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autori , foggiti gii tutti da Roma al primo UfUre la morte di Tazio. Id opposito essendogli consegaatl da' Lanrento quei che iosonero contro Tazio , egli sotto> messegli al suo tribunale , gli rilasci come non colpe voli , sembrandogli giustificati quando dicevano cbe aveanO la violenza levato colla violenza. Fatto ci guid 1' esercito conira Fidene citt lontana cinque miglia da Roma (i) e grande allora e popolosa. Imperocch por tandosi in barche fluviali spedite da Gnistumerni vet tovaglia a Roma oppressa dalla fame : i Fidenati eleva tisi in folla, avevano investito i legni, predalo i viveri, e spenti alquanti di quelli che resisterono; e richiesti di un compenm non ubbidirono. Conxcciatone Romolo si gett con assai milizie sul territorio nemico, e fattavi pnda copiosa era ornai sul ritirarsene ; quando soprav venendo i Fidenati vi attacc la battaglia. Divenuta quesu vivissima e cadendone molti da ambe le parti ; soprkffatti i Fidenati si diedero alla fuga. Romolo im mantinente inseguendoli entr co' fuggitivi le mura. Prese in quell impeto la citt , castigativi alquanti, e presidiatala con trecento ; ne smembr le campagne , e tra' suoi le comparti. Divenne allora colonia de Romani anche Fidene. Era questa gi colonia degli Albani ; fondata ne' tempi di Nomento e Crustuinero , essendo tre fratelli i capi delle colonie; Fidene ebbe il suo fbn-> datore nel primogenito.
^ i) Fuori della porla Salarla t E p re u o d e lT e r e r e come dica nel $ 55 , seguente , di U d a ll' Aniene , cerne s inleode dal $ a a d e l libro t e r i u , propriam ente dove 1 Auieue imbocca uel Tevere com e t chiaro dal 55 dello stesso libro terzo.

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LIV. Port dopo questa la guerra a'Camarini, insorti su coloni di lui quando Roma era premuta dalla peste. Inanimiti da questa i Camarini, e speranzati cbe la genia romana vi si struggerebbe, trucidarono, o bandirono i loro coloni. Accorso Roipolo per vendicarsene, vinta per la seconda volta la citt, vi uccise i colpevoli della ri volto ; concedendo che i suoi vi saccheggiassero : e toltd e met del territorio, non compreso quello gi dato in sorte ai coloni, e lasciatavi a precludervi novi tu multi , sufficienza di guerniglone ; ritir l'armata dall'impresa. E trionfandone per la seconda volta, offer della preda una quadriga di rame a Vulcano. E presso que sta colloc la statua di s medesimo; iscrivendovi con greche lettere le gesta sue. Ebbe la terza guerra con la citt, Vejo denominata, potentissima fraT irreni, e lon tana imorno a cento stadj da Roma. Sorgea quella da balza altissima e straripevole, pari in grandezza a F iden e (i). Colsero que' di Vejo la occasion della guerra dalla presa di Fidene: e spedendo ambasciadori, inti m arono a' Romani che ne ritirassero la guernigione, e rendessero agli antichi padroni il territorio che si ritene v a n o , spogliatine i Fidnati. Ma non potendo indurveli, andati con forte milizia, accamparonsi in luogo inosser vato presso Fidene. Ma saputane antecedentemente la sp ed izione , Romolo accorso con armata potentissima te( i ) N el testo si legge Atene per Fidene. Ma Claverio nel i . a . c. 3 I l a l . A n tiq . prova che ci non pu stare e che debba dire Fidene. C l u T e r i o sembra ragionevole : ma Diooigi scrivea pe G re ci, e che s a p e a u o i Greci di Fidene e della grandezza di essa p Moudimcno ci p a r a l o meglio atlenersi a Cluverio.

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nevasi pronto in Fidene. Poich gli uhi e gli altri fu rono appareccliiali per combattere uscirono in campo, e si cimentarono. Arse lungo tempo vivissima la batta glia; quando sopravvenendo la notte li separ, non di suguali gli uni dagli altri. Cosi and quel primo conflitto. LV . Occorse indi a poco la seconda battaglia, ma i Bomani vi ebbero la vittoria per saviezza del capitano, il quale occupato di notte un monte non molto lontano danemici teneavi in agguato il fiore decavalieri, e dei fanti, giuntigli ultimamente da Roma. Tornati in campo ambedue per combattervi come prima , non si tosio di Romolo il segno convenuto a quelli del monte, corsero schiamazzando dalle insidie alle spalle de' Yejentani : e piombando essi, freschi ancora su uomini stanchi, non durarono lunga fatica a travolgerli. Pochi ne morirono in campo ; ma molti pi nelle acque del T evere, il qual fiume scorre presso Fidene > lanciativisi per iscampare nuotandovi. Perocch parte per le ferite e la stanchezza non resse a compiere il transito, e parte per la im p ^ rizia del nuoto e la confusione dell' animo in vista dei pericoli soccomb tra'vortici non preveduti. Se i Yejenlani avessero ponderato seco stessi, quanto furono scon> sigliati la prima volta, e se avessero dallora in poi cer cato la calma, non sarebbero incorsi in disastri, pi gravi ancora. Ma sperando di riaversi de mali passati, e pensando che vincerebbero di leggeri, se uscissero con apparato maggiore ; bentosto arrolate milizie in copia dalla citt loro, e procuratene presso de nazionali secondo i trattati di amicizia , marciarono per la seconda volta con tro de* Romani. Si combatt di nuovo ferocemente presso

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Fidene; e di nuovo i Romani vi superarono i Vejenti, e ve ne uctisero, e pi aiKoi-a ve ne imprigionarono. Fu invasa la loro trinciera piena di danari, di arme, di schiavi: furono prese le barche lluviali cariche di vetto> vaglia copiosa e con queste per k> fiume trasportati in Roma li prigionieri. F u questo il terzo trionib di Romo lo ma pi brillante assai de'precedentL Venne dopo non m olto un'ambasceria de'Vejenti per chetare la guerra e chiedere perdono de' mancamenti, e Romolo ne se> cond le istanze imponendo : che cedessero i terreni contigui al Tevere nominali Settepagi ; che^ non si aocostassero alle saline presso le bocche del Jlum e : e ch e dessero cinquanta ostaggi in pegno , che non f a rebbero innovamenti. Si rimisero i Vejenti alle leggi: e R om olo fece tregua con essi per cento anni, c ne scolpi su pi colonne le condizionL Rilasci senza com p enso i prigionieri vogliosi di andarsene ; ma rend cit tadini di Roma quanti pregiarono di rimanersene, ed e ra n o pi numerosi degli altri, e li compart fra le ca rie , e di lopo in sorte le campagne di qua del Tevere. LiVI. Queste furono le guen-e di Romolo degne di stim a e di ricordanza : e parm i, che se egli non sottom ise ancora altri popoli vicini, ne fosse cagione la fine p rem atu ra di lu i, quando era florido ancora per le armi. Di questa fine varj e molli ne sono' i racconti. Coloro che p i ne favoleggiano dicono , che intanto che arin> gava le milizie , abbujatosi l aere sei-eno, e fattasi pro cella terribile, Romolo diventasse invisibile , e che Marte il su o genitore in allo se lo rapisse. Ma chi scrive cose p i verisimili dice che da'suoi cittadini fu morto; e

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dice che gliene fu cagione l ' aver egli restituito senza il voto del popolo, contro la consuetudine, gli ostaggi presi gii da yejenli ; il non serbare la eguaglianza tra i cittadini antichi e novelli, ponendo i primi in altis simo onore, e trascurando gli ultimi: e finalmente lin crudelire nelle pene dei delitti, e lo insuperbire. Impe rocch sentenziando, solo, da s comand che fossero precipitati dalla rupe non pochi n ignobili uomini, in colpati di essere scorsi a predare i vicini. Ma soprat tutto oe fu cagione, 1 essei-si ornai renduto pesante, e dispotico> e tiranno, anzi che principe. Per questo, narrano, che i patrizj, congiuratisi, ne decisero la mor te, e la eseguirono nel Senato ; e che divisone in brani il cadavere, perch non se ne sapesse , uscirono occul tandone sotto le vesti ognuno la parte sua , che poi seppellirono, onde renderle invisibili. Altri per nar rano che egh aringando fosse tolto di mezzo da citta dini nuovi di Roma; e che si lanciassero ad ucciderlo quando appunto abbujatosi il cielo, erasi il popolo d i leguato , ed egli rimasto senza guardia : e per dicono che un tal giorno tien nome da quel dissiparsi di po polo , chiamandosi tuttavia fu g a della moltitudine. Sem bra che gli eventi ordinali da Numi sul concepimento e sul termine di quest* uomo diano non piccola occasione a coloro che fanno de mortali un Iddio , e che ne spin gono al cielo le anime pi segnalate. Perocch nella compressione della madre di lui sia per uno Dio, sia per un uom o, affermano che il sole si ecclissasse, e che tenebre, totali come nella nottie, coprissero la terra; e che il simile avvenisse pur nella morte. Romolo il fon-

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datore di Rom a, il primo, assunto da lei perch la do minasse, cosi narrasi che finisse. E tuttoch nella et di cinquntacinque anni , e gi monarca da trentasette non lasci rampolli di sua generazione. Novello iu tutto delrim pero de'ppoli, se lo ebbe nell anno suo diciotte simo come unaniiiii lo ripetono gli storici di queste cose. LYIF. Nellanno seguente non si fece alcun re dei Romapi : ma vigilava su la comune un magistrato detto in te rr , costituito in questa maniera () I Patrizj ascritti da Romolo io Senato, dugeoto, come dissi, di numero si divisero in decadi. Poi traendo le sorti diedero la reggenza sovrana a que dieci che primi erano favoriti dalle sorti ; non gi che i dieci reggessero tutti in un tem po, ma successivamente ciascuno cinque giorni, nei quali avea con s li fasci, e gli altri simboli del regio <;omando. Il primo cedeva il comando al secondo, que sti al terzo e cosi fino all' ultimo. Decono lo spazio dei cinquanta giorni, fisso pe' dieci, primi nel comandare, saccedea la decade seconda al governo, e poi le altre via via. Finalmente piacque al popolo di abolire questi decemvirati, essendo ornai stanco da tanto trasmuWrsI di comandanti, varj nella natura e ne genj. Allora dun que i Senatori convocando ladunanza del popolo per trib e per curie renderono ad esso il potere di discutere la forma del governo, cio se volevano un re ; o se an nui magistrali. Ed il popolo non decise gi esso, ma fece che scegliessero i Senatori, pronto di attemperarsi
(i*) Ci fu nell anno j i 3 avanti C risto : secondo Catone nell an n o 38 e secondo Vairone nel 4<> di Roma.

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all'or^ne che approverebbero. Parve a lutti li fondare la regia dominazione; ma non tatti concordavano tra t quali si avesse ad eleggere il futuro monarca: ech i pen sava che tra vecchi e chi volea che tra'novi Senatori ossia tra gli aggiunti di poi , dovesse trascegliere il personaggio che regnerebbe su Roma. LVIII. Procedendo la disputa, si convenne finalmente su questi due punti : che i Senatori antichi scegliessercvil monarca non per del ceto loro, ma qualunque altro ue giudicassero idoneo; o che farebbono ci li Senatori novelli. Presero essi la scelta i Senatori pi antichi, e molto consultandone stabilirono ; di non dare, giacch essi ne eratio esclusi, il principato a aiuno degli emuli, ma di creare monarca un personaggio cercato ed intro* dotto di fuori, n aderente ad alcuno d e 'd u e , princi palmente perir semi non ci avessero di discordie. Ci deliberato, destinarono co' voti loro, il 6glio del chia rissimo uomo, Pompilio Pom one, Sabino di lignaggio, Numa di oom e, e per et prudentissimo, come non mollo lontano dall' anno quarantesimo. Regia ne era la dignit dell'aspetto} e grandissima la riputazioneper la sapienza non pur tra Cureti ma tra popoli intorno. Pertanto riuniti in questa sentenza aduna rono U popolo; e fallosi in mezzo l uno di loro, in terr di que'giorni, disse: che piaceva a tu tti i S e natori di f ondare un regio governo : e che egli inca ricalo di irasceglere chi lo asmmesse trasceglieva in Num a Pompilio il monarca di Roma. Dopo ci de putando dei PalrUj ; gli spedi perch inviussero il va lentuomo alla Reggia. E fu questo nell anno terzo della

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dtinpiade sedicesima, quando vinse nello stadio Pittagora spartano ^t). LIX. Fin qui non vi cosa da contraddinie quei che scrissero la storia di Nutna. Sul resto per mal saprei cosa dire. Imperocch molti scrissero che Numa fu di scepolo di Pittagora, e che quando fu creato monarca egli filosofava in Crotone. Ma il secolo di Pittagora non si acconcia a questo discorso: perch egli fu posteriore a Numa non gi di pochi anni, ma di quattro intere generazioni; come abbiamo raccolto dalle pubbliche sto rie. E cerUmente, Numa s' ebbe il comando di Roma, nel mezzo della olimpiade sedicesima j laddove Pitta gora fu nella Italia dopo la cinquantesima (2 ). Anzi che nelle storie sparse di un tal uomo le epoche non con sentano ; ne ho pure altro pi grave argomento , cio : c h e quando Numa fu chiamato al comando, Crotone ancora non esisteva. Ella sorse quattro interi anni dopo che Numa fu assunto a dominare , e Miscelo ne era il fondatore nell' anno terzo della olimpiade decimasettima. P ertanto n pu Numa aver filosofato con Pittagora sa nalo che fiori quattro generazioni dopo lu i, n quando i R om ani Io chiamavano al trono , pu essersi trovato in Crotone che non era ncora edificata. Ma se mi lecito dire il parer m io, sembrami che quanti hanno
( 1^ A n . ; i a a v . C risto ; 3g secondo C a to n e , e 4* Aoma s e c o n d o V rrone. ( a ) F o rse dee leggersi sessantesima* P e rc h t Pittagora come scriva G e l l i o ! i 8> c . 31 , venne in Italia sotto Tarquinio Superbo e que s t i p r e s e il regno l anno f|uarto della olimpiade sessantesima. L a e rc i o a u c o r a sciive che Pittagora fiori della olimpiade 60. Forse D ioa i g i p r e s e equivoco.

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scritto di lui prndessero due cose per indubitate la di mora di Pittagora nell Italia , e la sapienza di Numa, cdebrato da tutti come uomo filosofo: e che riunendo insieme queste due cose facessero di Numa un discepolo di Pittagora non riguardando , come io feci, se fiorirono in tempi medesimi. Seppure non suppongasi un altro Pittagora che innanzi quello di Samo, ammaestrasse in filosofia, e che Numa conversasse con esso. Ma noa vedo come possa ci dimostrarsi non essendovi, eh' io sappia, degao scrittore, n greco, n latino che ce ne abbia tramandata la storia. Ma basti su queste cose. LX. Numa, giunti quelli che lo chiamavano al co mando, contraddisse, e resist lungo tempo per non pren derlo. Ma stimolandolo i fratelli, e riputando il padre che non fosse da ripudiare l'onore profertogli, si con* ceJ per sovrano. I Romani udendo ci dagli ambasdadori concepirono vivissimo il desiderio di lui prima che lo mirassero presente ; ' perocch riputavano grande ar gomento di sapienza, che egli spregiasse come vile n degno di affetto il trono, del quale altri faceano tanta stima, ponendo in esso quasi beata la vita. Quindi usci tigli incontro mentre era ancora tra via lo accompagna rono in citt con Iodi, con evviva , e con altre significa zioni moltissime di onore. Poi fattasi l'adunanza del po polo , datovi dalle tribi il volere su lui di curia in curia, ratificato dai Patrizj il voto della moltitudine, e dichia rato dagli auspici propizio ogni segno ; egli prese il co mando. I Romani dicono che questo re non imprese alcuna spedizione militare, e che men placidamente i giorni del suo principato tra la piet e la giustizia; model-

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land la su citt perfettissimainente. Divulgano di lui, non poche meraviglie; ascrivendone la umana,sapienza ai consigli de*Numi: e novelleggiano che una ninfa, Egeria di norpe, venendo a lui di tempo in tempo , gl' insegnasse la regia sapienza. Altri per dicono che questa non ra una ninfa ma una-musa, e che ci divenoe a tutti visibile; perch narrano, che nou cre dendo, come sembra, ci gli uomini da principio, e, pensando che favoloso fosse il racconto su la Diva, egli volle dare agl' increduli un segno manifesto della sanu m a conversazione , ammonitovi da quella: che per chia mando molti buoni Romani in sua casa , e mostran done tenuissimo linterno apparecchio e povero fin dei cibi per una mensa improvvisa; Il conged ma collin vito di cenare con esso nella sera: che tornati all'ora disegnata, present loro tappezzerie bellissime, e mense colme di nappi numerosi e brillanti, e cena per g^'inv iuti con tanta variet d* ogni cibo, quanta non era Bi oile a niono di prepararne in gran tempo : che sorpresi i Romani via via dallo spettacolo confermarono da quelr ora la opinione , che la Dea ne andasse a lui vera mente (i). LXL Coloro per che separano dalla storia ogni favola, dicono che Numa fingesse quel racconto su di Egeria perch quelli che temono gllddii gli si prestas sero pili docili, e ne ricevessero pi volenterosi le leggi.
( i ) Q uello racconto bea freddo: ed ora molti potrebbero dire c h e ta Dea cende a loro. Plutarco narra direrM u en te. Ma Diooifi i a llean e ad a lu i tiorici.
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come divini eli origiae. E dicono che egli ripetesse ci sniresempio de'G reci, emulando la pradensa di Mi nosse in Greto e di Licurgo in Sparla : de' quali il pri mo fingeva di aver consorzio con Giove, e recandosi a quando a quando nel monte Ditteo, dove i Cretesi favoleggiano allevato dai Cureti Giove, bambolo ancora, calava in una sacra spelonca, e riuscendone colle leggi che ivi formava, diceale ricevute da Giove : Licui^o poi conducendost a Delfo dava a credere ch'eragli insegnata da Febo la legislazione. Se non che vedendo io che as sai tempo bisogna a discutere le storie favolose, pracipalmente le relative agl' Iddi; lascio di scrverne : e narrer come io ne appresi dagli autori nazionali, i beai che i Romani derivarono dal principato del valent'uomo, preaccennando per le turbolenze che erano in Rom a , prima eh' egli venisse a regnarvi. LXIL Dopo la morte di Romolo essendo il Senato divenuto l arbitro della comune, e dominandovi comio dicea, gii da un anno ; proruppero tra padri stessi dis pareri e discordie di preminenze e diritti. Quanta parte ci avea tra loro di Albanesi, io dico di quelli che aveano menato la colonia con Romolo, ambiva la preferenza ne'pareri e negli onori, e lossequio come di un cor teggio dagli altri: affatto per non pensavano n di lasciar sene escludere n di cedere, i nuovi cittadini ascritti ia ultimo tra'senatori, principalmente i Sabini di origine, divenuti secondo il trattato &a Romolo e Tazio, egua lissimi ai primi abitatori di Roma. Col dividersi del Se nato anche la moltitudine de clienti si mise con essi ia partito. Aveanci ancora nel popolo non pochi, venuti

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II.

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di fresco ad essere i cittadml di Rom a, i quali negii> gefitati da Romolo per non essere suti eoo esso io guerra niuna, non godevano te rre , n utile alcuno.' Questi sensa case, e vaganti per la miseria, erano di ueQesr sita neiici ai pi ricchi , e vogliosi di muumenti. Fra tali agitamenti fluttuava Koma quando Numa ne presq le redini, e su le piime ricre l classe de' poveri , compartendo loro porzione delle campagne possedute d4 Rom olo, ed un tal poco ancora de terreni del pubbli-r co. Non togliendo quanto godeano, ai patrizj fondatori di Roma, e concedendo ai palrizj pi recenti altri onori, ne chet le discorde. Pro^rzionata come uno stromenlo tutta la moltimditie all' Oggetto unico d d pubblico bene; ed ampliato il giro della citt con inchiudervi il Quiri-. naie, colle non ancora cinto di mura , si rivolse ad al tre istituzioni. E concependo che grande e beata diver> rebbe la citt che se ne adorna ; procurava queste due cose : la piet primi^eramente, insegnando agli uom ini, che gl' Iddii sono i datori e li custod di ogni bene alla mortale natura ; e poi Ja giustizia, dimostrando che per essa i beni dispensati da Numi arrecano delizioso godiV mento a chi li possiede. L x m . Non reputo per che siaa tutte da scrivere le leggi e le pratiche per le quali consegui 1 uno e laltro intento e con tanta amplitudine; perch temo la proilissit de racconti, n la vedo necessaria ad una storia pe'Greci. Solo ne dir sommariamente le cose principatlissime, idonee a dimostrare la Mente di un Unto uomo, cominciando dalle disposizioni di lui sul culto divino. Lato nel pieno vigore le consueiudini e le leggi che

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DELL E a n t i c h i t ROMANE

trov (ondate da Romolo, credeodole beoissimo istituitie: ne suppl quante ne erano sute da lui pretermesse; e di sacri luoghi a'N um i, non adorati ancora, e fece al tari e tempj, e compart feste per ognuno , e . ministri per le sante cose. Finalmente ne ordin colie leggi la; illibatezza, le espiazioni, le suppliche e tante altre ono rificenze e tanto culto; quanto non mai ne ebbe non barbara gente, n Greca, nemmeno delle pi famose un tempo per la piet. Comand che Rom<^ ancora, di venuto pi che uomo, s'intitolasse Q uirino , e si ono rasse con templi e con annui sacriGzj. Perocch non sa pendosi ancora come Romolo fosse sparito, se per di vina provvidenza, o se per fratide umana ; venne in mezzo del Foro un tal Giulio, uu agricoltore della stirpe di Ascanio , uomo incolpabile di costumi, n capace di mentire per utile alcuno. Ora costui disse che tornan dosi di campagna vide Romolo che partivasi di citt olle arm e; e che fttoglisi pi da vicino glintimava: O Giulio ya , riferisci in mio nome ai Romani : che il Genio che rt ebbe in sorte per custodirmi quando io nacqui; questo, ora che io compiei la mortale car riera , mi solleva tra N u m i, e che io so m Quirino. LXiy. Numa stese in iscritto tutte le ordinazioni su le cose divine, dividendole in otto classi, quante erano quelle de' sacerdoti. Di l 'incarico primo delle funzioni rdigiose ai trenta Curioni de' quali io diceva che coinpieano i sacrifizj comuni delle curie ; di 1' altro ai S te fartofori detti da' Greci, e Flam ini dal Rom ani, cos nominati dal porUre delle berrette e delle bende (i) le {1)
Nel letto PUo$

e Uemma.

Il

primo era ima ipecie di b e r r e u a

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quali portano ancora, e le quali Flama si chiamano : diede il terzo ai capitani dei Celeri, soldati come addi tai, che combattono a piedi e a cavallo in guardia dei monarchi ; e certo que' capitani ancora fornivano divini ordinati esercizj: diede il quarto a quelli che interpetrano i segni mandati dal cielo, e dichiarano se con cernono private o pubbliche cose. I Romani chiamangli p a g u ri dall' indole dei precetti dell' arie loro , e noi OionopoU K chiameremmo^ uomini scenziati in ogni di vinazione de' segni del cielo , dell' aere, e della terra. Il quinto alle vergini, custodi del fuoco sacro, appellate Vestali fra loro dal nome della Diva a cui servono. Numa il primo fond il tempio di Vesta, e misevi delle vergini che ministrassero nel culto di lei. Su che rileva che io dica alcune poche cose le pi necessarie ; diman dandole il subjetto; perocch degna ne T ricerca, e degna pur si stima da'romani scrittori in questo luo> go; e quei che non bene vi si applicarono , ne scris sero vanissimamente. LXV. Alcuni dunque attribuiscono il tempio di Vesta a Komolo, persuasi che essendo Eoma edificata da -lui, perito ne'vaticinj, non possibile che non vi fosse ,edi ficata innaAzi tutto la pubblica magione di Vesta; tanto pi che quel fondatore era stato educato in Alba ove antico sorgeva il santuario della Diva, e tanto pi chei la madre di lui ne era sacerdotessa. Facendosi doppio
o cappello che termioava in punta a forma di cono. Lo stemma, co^ rana in greco, era un velo di lana che circondara tutto il pilaoi Qaeito Telo chiamavasi F ilw n e quindi tono i Flam ini quasi FU m ic a portanti il fiUun cio velo di lapa.

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DELLE a n t i c h i t ROMANE

olto religioso, I' uno comune della citt , 1' altro gen tilzio ; dicono che dor Romolo necessariam^te per ambedue queste cause venerare la Diva. Imperocch gi non per gli uomini altra cosa pi necessaria quanto esere quasi membri di una comune famiglia (i) : n altra ne era pi acconcia per Romolo nato da proge nitori che portarono da Ilio la religione di Vesta, e da genitrice che ne era sacerdotessa. Quelli dunque che per tali cagioni ascrivono il tempio anzi a Romolo che a Numa , sembrano generalmente dir bene che nell edi ficarsi della citt dov su le prime un tempio fabbricarsi di Vesta specialmente da un uomo perito ddle sante cose; in particolare per non sembra che sapessero a punto n del tempio quale di presente, a delle ver gini in ser>'igio delia Dea. Imperocch non consacr gi Romolo il luogo dove ora il fuoco sacro si custodisce: e grande argomento ne che questo rimane fuora di Rom a, detta quadrani'olare , cinta di mura da lui ; lad dove tutti pongono il pubblico tempio d Vesta nel pi forte della citt, e nino fuora lo colloca. N gi diede a Colei ministero di vergini, memore io credo de' casi della madre, trovatasi fuori d verginit servendo la Diva,
( i ) Vesta in greeo i& ti significa casa o lari. Pr dmiqa la

forze del discorso. Vi era edito pubblico di Ciniglia. O ra qnal cosa pib interessante cbe gli uoiod siano com i i membri d i una comune famigliaf Vi dov dunque essere il tempio per questa co m une famglia ciob il tempio di Vesta : Q uindi ho creduto dare tal senso atte v o c i: v ri y a f iiro i

-rift x tir S f trrcu . Del resto l'equl-raco tra


casa rende implicato il paragrafo.

Dea ed t m u t

199 e diveauto ia. vista de' mali suoi privo de) coraggio di punire secondo le leggi della patria, una donzella se viziata mai vi fosse. Per dunque n fece il tempio co n ane di V esta, n mise in servigio di essa le vergini. Ma in ogni curia eresse una magone ove que' ^ lla curia poi^essere sagrifizj deputando per compierli il capo di ciascuna di esse, ad imitazione de costumi che osservansi ancora nelle citt le pi antiche della Grecia, Sono i tempj di Vesta tra loro i Priiani die chiamano, e vi compono il santo rito gli arbitri del comando. LXVI. Numa preso il regno non lev gi li templi di Vesta proprj delle curie, ma uno ne fabbric comune per tutte nello, spazio intermedio al Campidoglio ed al Palatino, essendo gi qu' due colli rinchiuv. entro un circuito stesso di m ura, e tra' colli spandendosi il foro ove il tempio fu costruito. Diede secondo le leggi pa trie de'latini il santuario in custodia alle V e^'ni. S dubita qual mai sia la cosa custodita nel tempio, e per^ cb a vergini donne si affidi. Taluni dicono chc la cosa guardatavi non altro sia che il visibile fuoco: darsene poi verisimilmente la cura alle vergini piuttosto cke agli uomini perch intemerate sono le vergini come di mac* chie libero il fuoco; ed amti il pi puro de'Uuml la pi pura delle cose mortali. E pensano che a V;sta convengasi il fuoco, perch Vesta la terra, e la tetra tenendo il mezzo del mondo produce da s stessa fiam> me he ascendono. Altri pensano che oltre il fuoco Btieno ne' penetrali della Dea cose recondite al volgo, e note solo ai pontefici e alle vergini; e ne porgono ar gomento non lieve coll' incendio universale del tempio
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X )E IX E

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nell prima guerra tra Cartagine e Roma per la Sklia. Imperocch ardendo la santa magione, e fuggendo le vergini dall' incendio : lnno de' pontefici Lucio Ceciiio chiamato Metello, uomo consolare, ^ e g l t che rec di Sicilia lo splendido trionfo di cento trentotto elefanti de' Cartaginesi, trascurata la propria salvezza in vista dell'utile pubblico, si rischi tra le fiamme inte rio ri, e ne camp le divine cose lasciatevi dalle vergini. D' allora egli n' ebbe grande la riverenza in citt come lo attesta la iscrizione appi della immagine sua nel Campidoglio. Ora prendendo essi questo &tto per indu< bitato vi acconciano sopra le proprie congetture. chi dice che ii/i era parte delle sante cose di Samolrada, quelle appunto conservate da Enea; perch Dardano si rec gi queste da quell isola nella nuova citt da lui fabbricatar (i); ed Enea quando si fuggi dalla Troade le si port nella Italia con altre riverenze disine. In opposito altri dice che il santo arcano era il Palladio caduto da'cieli fra'T rojani, che Enea, ben conoscen* dolo, sei port ; giacch non aveano i Greci predato se non la copia di quello : e molto su ci si discorre dai poeti e dagli scrittori. Io raccolgo da molti indizj che le yergini vi custodiscafto cose, : misteriose< al volgo, e non il fuoco solamente. Ma qnali siano queste cose non dobbiamo troppo curiosamente investigarlo n io, n quanti vogliono che la santit riveriscasi de'misteri dei Numi. LXVII. Quattro furono da principio le vergini, mini stre della Diva, eleggendole i r e , secondo le istituzioni
( . ) T r e j ..

LIBUO II. aoi di Nnma : in seguito per la moltipliciti delle sante fiitn zioni. die aveano, divennero sei come pur si rimangono nel mio tempo. Alloggiano tutte presso la Dea; n di giom vietasi a persona d'introdursi fra loro ; ma ntui maschio pu trattnervisi nella notte. Le verginelle deb bono tenervisi per trent' anni immacolate da matrimo nio, sacrificando, e venerando con altre cerimonie, come la legge. E qui per dieci anni apprendono, per dieci ministrano , e negli ultimi dieci insegnano le altre. Com piuti i trent anni niente proibisce chi vuole , che dposte le bende e le altre insejgne sacre maritisi ; jnie icero alcune pochissime, non invidiabili, n felici in tutto, nel termine della vita , tanto che le altre piglian done aaspino, si rimangono inviolate presso la Dea fino alla morte. Allora ne suppliscono i pontefici un altra alla defunta. Molti e grandi sono i ciit gli ohori delle libi donzelle, pe'quali reprmesi in esse il desiderio di essere spose e midri. Ma gravi sono l pne de' lor mancamenti , e secondo la lgge i pontfici ne sono i giudici li punitori. Battono colle verghe le ree di colpe minori : ma condannano le non pi vergini a morte spa ventosissima. Imperocch, vive ancora, sono in lugubre pompa portate su feretri, destinati al trasporto degli estinti , mentre amici e parenti fanno a loro seguitd e pianto. Cos scortate fino alla porta Collina (i) ma non fuori delle mura sono, come chi seppelliscesi, derelitte in una cavit sotterranea; nOn l onore almedo }e rac( i ) Alla porta ColVma fu sostituita la porta ora detta Salaria. ^ s s a p o r t a Collina t r a pi facile a operarsi che Don te altre di Ro> m lT nE perci non una fii I aggressione tenlMa iq qoesta parte.

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DELLE

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cpDSola di una tomba , non 1 esequie, non ^tro rito

Buno legittimo. Molti sono gl' indiz) di mancanza nel santo imaistero, e principalmente lo spegnersi del fuoco; accidente che i Romani temono pi di tutti i mali, pi gliandolo , e sia qualunque l'origine di esso, come pre sagio della rovina ultima di Roma. E molto ossequiando e placandolo; di nuovo riconducono il fuoco n d tem pio. Ma di ci sar detto a suo luogo. LXVilI. Ben degna che raccontisi l'assistenza ma nifestata della Dea per le vergini indegnamente accusate. Credesi questa da Romani, quantunque inconcepibile , e molto gli scrittori ne ragionarono. Quei che vansene a ma niera d^gli Atei filosofando, se filosofare dee dirsi mai que sto , ripudiano tutte le assistenze de Numi avvenute tra Greci e tra Barbari, e molto ne deridono i cacconti, scrivepdole a ghiattanza umana, quasi niuno de' celesti prenda cura delle cose de mortali. Ma quelli che non levano a ^ ' Iddi questa cura , e li giudicano propizj ai buoni, e malaffetti a'malvagi, venendosene con istorie mollissime , non prendono per impossibili tali divine manifestazioni. Narrasi dunque che smorzandosi un tempo il fuoco per poco avi^edimento di Emilia, che allora ne ra la guardiana , perocch ne avea trasmessa la cura ad una compagna novella, e di fresco ammaestrata ; sorsene in citt turbamento ben grande , e si cerc dai pontefici se violazione ci avesse nel ministero santo del fuoco. Allora, dicono, che Emilia, la incolpabile Emi lia, non sapendo che farsi nell'evento stendesse in pre senza desacerdoti e delle vergini le mani in su laltare e dicesse : o V esta , o tu D e a , custode d Rom a, s e

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h santamente , e debitam ente cttnpiei le sacre fue cerimonie ornai da treni' a n n i, se pura t anima m ia, se immacolate ti si presentarono le membra d questo mio corpo , deh / tu soccorrimi, n volere trasgurare che la tua sacerdotessa miserandamente si maoja. M a se io pur commisi alcuna cosa men pia , deh ! che nelle pene mie la pena si dissipi d i Roma. Ci detto fama che spiccando il lembo dalla veste di lino onde eira coperU Io gitusse in su I' altare : e che dopo la preghiera, essendo la cenere gi fredda , e gi senza favilla niuna, brillasse di su per quel lembo una fiamma copiosa , talch pi non abbisogn la citt n di puri ficazioni , n di fuoco novello. LX IX . Pi meraviglioso ancora e p ii somigliante ad una favola ci che io sono per dire. Narrano che un tale accusasse Tuzia 1' una delle vergini ma con alle> gazion i non vere di congetture e di testimonj ; non polendo affermare che fosse per lei venuto meno il fuoco : e che la vergine comandata rispondere dicesse che smentirebbe co' fatti le calunnie : che ci detto in-> vocata la Dea perch le fosse guida nelle sue vie, s'in camminasse verso del Tevere concedendolo i pontefici, seguita dalla moltitudine: che giunta in riva del fiume, si ponesse a cimento impossibile, ora passato in pro verbio : cio, che prendesse a<;qua con on vaglio vuoto e ve la recasse fino al F-oro, quivi ai piedi spargendola de' pontefici. E narrano che dopo ci 1 accusatore di lei , per quante ne fossero le ricerche, n vivo pi n morto si ritrovasse. Ma quantunque dell' intramettersi della Dea potrei soggiungere pili cose ; reputo che ba stino le dette finora.

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delle

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ROMANE

LXX. La sesta parte delle istituzioni religiose fu quella intrno de' SaUi che chiatnansi in Roma. Noma stesso li nomin scegliendo dodici decentissimi gioVaD patrizj.. Sunsi le sacre loro cose nel palazzo ; ed essi ne sono chiamati Pedatini. Ma gli Agonali, de* quali serbansi l sacre cose nel poggio Cllino , questi co gnominati Sai) CUini, furono istituiti dopo Numa da Ostilio re pel voto fatto da lui nella guerra co' Sabini. Del resto i Salii tutti sono danzatori e lodatori dei Numi delle arme. Tornano le loro solennit circa i tempi delle nostre PancUenee nel mese detto di marzo: si celebrano a pubbliche spese per pi giorni, ed in questi guidano per la citt cori di saltatori al F oro, al Campidoglio, ed altri Juoghi speciali, o comuni. Va riopinte ne brillano le toniche traversate con cinture di rame ; ed affibbiate sono le trahee loro rhe chiamano, laminose di porpora intorno. Sono le traibee in Roma pregiatissime, e proprie del luogo. Torreggiano loro sul capo tiare ( i ) alte con forma di cono, apici dette fra lo ro , ma cirhasie tra' Greci. Ognuno cinto di spada; stringe colla destra mno un' asta o verga, o cosa con* simile ; e colla sinistra uno scudo romboidale , stretto ne lati ; quale quello de' T ra c i, e quale , dicesi che in Grecia lo portino quelli che vi celebrano le sacre cose dei Cureti. I Salj, per quanto io conosco , sareb bero con greca interpetrazione i Cureti ^ denominati

( l ) Nel testo sono detti ma le ciVioiieerano specie di tiare n e ondo Esichio la lexione dello scudo romboidale del codice Va ticano par la migliore.

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eosi tra noi dalla et giovanile (i) ; ma tra' Romani hanno quel nome dal moversi faticoso ; perocch spic carsi e battere co' pi la terra tra lor si cUama salire. Per qusta ragione medesima quanti altri noi chiame* remmo dallo spiccarsi e battere con tal m odo, essi gli chiamano sUtori con voce originata dai Salj (2 ). Che poi dinttamente io do questi nomi, pu chi vuole^ eondudeHo dalle cose che fanno. Movonsi <>lle arme regolatamente al suono delle tibie, ora insieme , ora a vicenda, e danzando intuonano patrie canzoni. Ora se dee con antichi monumenti procedersi, i Cureti furono primi che insegnarono a danzare armati tripudiando e battendo con le spade gli scudi: n bisogna che io ri peta ciocch ha la favola su lo ro , essendo noto poco meno che a tutti. LXXL Ben molti sono gli scudi che portano i Saljr, 0 che i loro ministri portano sospesi in su de'bastoni: ma tra questi uno ce ne ha che dicesi caduto dal ciela fama che fosse nella reggia ritrovato di Numa, non avendovelo recato ninno , anzi neppur conoscendosene la forma nella Italia. Argomentarono da tali due segni 1 Romani che fosse quell' arme celeste di origine, E volendo Numa che lo scudo si onorasse, e recasse nei di solenni per la citt da giovani cospicuissimi, e riscotease annui sagrifizj ; e temendo che i nemici in oc>
( i ) Q uasi siano rjf g io v an i, ma forse ebbero cosi nome
mv

cioi dalla tonsara : perch erano tosi nella parte an

teriore del capo. (a) Si saltava aonhe prima de S alj, per la voce salores che pre c ed e non fc posteriore al nome d a S a lj.

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a n t i c h i t ROM ANE

culto lo iosidiassero e rapisseilo; dicono che fabbricasse molli scudi uniformi a quello caduto dal d e lo , accia gendosi Mamorio artefice a questo , che 1' arme divina per la somiglianza egualissima con altre umane non pi potesse contrassegnarsi e riconoscersi da cfaiuncpie t diacchiaasse un inganno. EU>e quel rito de' Cnreti ac coglienza e pregio tra' Romani, come io lo deduco d pi segni, e principalmente dai spettacoli nel circo e nei teatri. Ne' quali spettacoli giovinetti gi puberi, ac conci dabito con dtniero , con spada , e con scudo, moTonsi come con le leggi di un ritmo armonioso; e u> dioni chiamansi i duci della pompa, dalla invenzione fattane, sembra, nella Lidia. Questi sono, a nte pare, immagine'de'Salj ; perocch non fanno appunto come i Salj cosa ninna in foggia de' Cureti dia negl inni sia ne'salti; e preadonsi da gni condizione; laddov i Salj d^giono esser liberi e naturali del luogo , e ricchi di padre e di madre. Ma perch mai rigirarmi pi a lungo su queste cose ? LXXIL F u la settima parte delle leg^i sacre indiritu a dar ordine a'Feciali che chiamano. Questi con greca significazione giudici si direbbono della pace : scelgonsi tra le pi illustri famiglie, e restansi per tutta la vita in santo ministero. Numa anch'egli dava la prima volta ai Ronuni u l celo venerando. Io non so definire se e|^i ne derivasse l'esempio dagli Equicoli, come alcuni pensano, o se, come Gellio scrive, da Ardea : bastami dir solamente che innanzi Numa non erano Faciali tra i Romani. Numa quando era per dar guerra aFidenaii, perch aveano fatto scorsa e ruberia nel territorio di

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lui ; Numa gl ioslitui, perch vedessero se voleano pacificarsegit senza le arme, come vinti dalla necessit pi fecero. E poich non ci ha nella Grecia tribunale di' Feciali; giudico nece^rio di adornbmre quante e quali ne sieno le incombenze; perch coloro che ignorano In piet che i Romani coltivano , noa si meraviglino che tutte ad ottimo fine riuscissero le guerre loro : certa mente imprendeano queste con principj e cagioni one stissime, ^ond che aveano propizj gl iddi nepericoli. Non gi farale, per la moltitudine, comprendere le cai>e tutte deFeciali. A delinearle per coti tocco lieve son tali ; debbono cio provvedere che i Romani non movano guerre ingiuste a nipna citt confederata ; che cominciando taluna a rompere i trattati verso loro t vadano ambasciatori, e ne dimandino il giusto prima c o n parole, poi v intimin la guerra , se non ubbidii scono. Similmente se mai confederati alcuni dicendosi ofSesi da Romani chiedano de' compensi, debbono i Feciali riconoscere, se quelli han solferto contro dei p a tti; e se par loro che lamentinsi con diritto fan prelu d e re e consegnare i colpevoli ai danneggiati. Giudicano s a gli oltraggi degli ambasciadori, e vegliano per la osservanza fedele dei trattati : fan le paci o le annulln o , se fatte sieno contro le leggi sacre : decidono ed es[Mano , quante sono, le violazioni fatte de giuramenti e dlie alleanze da capitani ; ma d ci dir ne' tuoi luoghi. Quanto allandarsen'essi come araldi per esigere soddisfazione da citt che sembrino offenditrci, ne hp conosciuto queste cose , non indegne ancor esse che si risappiano, per la molta cura che involgono della gi-

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DELLE

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tia e della piet. Uno de* Feciati ^ t t i a voti dagli altri, cinto degli abiti e delle .insegne sacre perch fra> tutti distingaasi, vassene alla citt rea: al primo toc carne i con6ni, at|esU Giove ed altri Nami che egli viene perch Roma sia compensata : poi giurando che dirigesi alla citt colpevole, ed invocando s'ei mentisce, malediaoni terribili contro s stesso e contro Roma , slanciasi olure i confini. Quindi protestandosi ancora eoi primo che gli s'im batte, rustico o cittadino che sia, e ripetendo l 'esecrazioni medesime, continua di andare in citt ; ma prima di entrarvi protestatosi nel modo me-i desimo col portinajo e con qual' altro nelle porte gli capila il prim o, s'inoltra sino al F o ro , ove giunto parlamenta co' magistrati ; aggiungendo tratto -tratto glur ramenti, ed imprecazioni. Se danno soddisfazione con segnandogli li colpevoli, egli menali seco e vassene , amico gi, dagli amici. Che se diiuaudano tempo per cOBSulursi, ripresentasi dopo dieci, giorni, e pazienta fino alla terza dimanda. Decorsi trenta di se la citt non siegue il dover suo, egli invocati i Numi celesti e glinfernali se ne parte, questo solo dicendo, che Roma deciderebbe , tra la sua calma , su loro. Poi recatosi cogli altri Feciali in Senato , dichiaravi come tutto fu compiuto secondo le leggi sacre, quanto convenivasi : e che se vogliono risolversi per la guerra niente vi si oppone dal canto degl Iddii. Senza tali pratiche n il popolo, n il Senato pu conchiudere col voto suo la guerra. Questo quanto abbiamo risaputo su Feciali. LXXIIL Nelle ordinazioni di Numa intorno le cose dDne v' ebbe in ultimo la classe la quale ottennero

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quanti sverno in Roma sacerdozio ed autorit superiore. Questi con patria voce si chiamano pontefici dal rifarsi di un ponte di legno che uno degl incarichi loro ; son gli arbitri di cose grandissime. Imperpcch giudi cano tutte le cause sacre de' privati , de magistrati e de' m inistri de' Numi : fissano le cose religiose non scritte n solite ; scegUendo le leggi , e le consuetudini che stimano pi acconci : esaminano tutti i magistrati, o lutti i sacerdti a quali fidata la cura de'sagrific) e della venerazione de Numi: provvedono che i loro m i-> Bistri e cooperatori non violino punto le sacre leggi : espongono ed interpetrano il culto de' Numi e de' Genj a'privati che lo ignorano; e se colgono alcuno, disub bidiente agli ordini loro, lo puniscono secondo i delitti: ma essi inon soggiacciono n a giudizio n a multe , non rendendo ragione n al Senato n al popolo. Non travier poi dal vero chiunque vuole chiamare tali sa cerdoti o dottori, o dispensatori, o custodi, oppure interpetri delle sante cose. Mancando ad alcuno -di loro la vita gli viene sostituito un altro, il pi idoneo ripu tato tra* citudini ; n gi il popolo sceglielo ; ma essi medesimi : 1 eletto per piglia il sacerdozio, quando propisj gli siano gli augurj. E tali sono, oltre alcune pi piccole, le leggi pi grandi e cospicue di Numa sulla piet, compartite secondo i raini varj del culto , per le quali Roma ne divenne pi religiosa. LXXIV. Moltissime poi sono le leggi che guidano r uomo a vita ihigale'e temperata, e che ingenerano 1 amore della giustizia la quale custodisce in citt la
D IO N I G I , tomo t . ik

a io

D E L L E ANTICHIT. ROMANE

concordia : altre per di queste sono scritte, ed altre non scritte ma passate pel lungo esercizio in altudini. E luiigo sarebbe a dire di tutte ; ma baster dire di due pi degne di ricordanza, e che sono argomento delle altre. La legge su confini de'poderi fu causa che ognuno si contentasse de' proprj ; non gli altrui deside rasse. Imperocch comandando a ciascuno di marcare intorno i proprj poderi, e di porvi de sassi per ter mini , dichiar sagri que' sassi a Giove Term inatore, e volle che tutti periodicamente ogni anno recatisi In sul luogo vi facessero sopra de'sagrifiz), e stabili parimente una festa in onore degli Dei termini. I Romani chia mano la festa Term inali, da que' sassi o termni, che essi con simiglianza al nostro idioma, chiamano termini^ mutata una lettera sola. E se alcuno involava traspo neva que' termini fu pei' legge sacro agl Iddii ; talch potesse, chiunque volevalo, uccidere qual sacrilego io> punemente , e senza macchia di colpa. N stabili tal diritto su poderi de' privati solamente, ma su quelli del pubblico eziandio, circondandoli di confini ; perch gli Dei termini tenessero distinte le terre comuni dalle in dividuali , e quelle de' Romani dalle altre de convicini. Praticano i Romani pur ne miei tempi un tal rito , al meno per apparenza , come ricordatore de tempi : pe rocch riguardano i termini come N um i, e sagrificano ad essi focacce di fior di farina , ed altre primizie di fru tti, e non gii cose animate ; essendo profanit ri putata insanguinarne le pietre. E bisogna che rispettino la cagione medesima per la quale fecero dogni termine un Dio , contenti de poderi p roprj, non arrogandosi

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gli altrui colla forza , o coll ngaDno. Ora per con trassegnano i proprj averi dagli altrui non per lo me glio , come gli avi insegnarono , o la legge definiva ; ma come suggerisce il desiderio di ognuno , cosa non decorosa. Ma su questo lascio che altri ne mediti. LXXV. Con queste leggi Numa formava Roma sem* plice e moderala : a renderla poi giusta ne contratti ri< trov cosa non pensata innanzi dagl istitutori depopoli famosi. Imperocch vedendo che se li contratti sian fatti in pubblico e tra' testimonj, si osservano , e rari n t sono violati, per la riverenza in verso, chi era presente; laddove se facciansi, come i pi, lungi da testimoni', non gli assicura se non la buona fede de' contraenii ; egli risolv .di avvalorare questa soprattutto , e di ren derla degna di onori divini. Riflett che abbastanza erano state dagli antichi divinizzate e santificate la Giu stizia , e Temide , e Nemesi, e le Erinni , e cose aU iretuli ; ,ma che non era venerata ancora in citt n daprivati n dal comune la fede di cui non tramor tali affezione pi preziosa e sacrosanta. Vinto da tali riflessioni egli il primo eresse un tempio alla Fede Pub blica, ed istitu desagrifizj per lei come per altri Numi ci aveano , a spese del popolo. Cosi le abitudini pub bliche della citt divenute fedeli, e costanti verso degli uomini, renderebbero col volgere del tempo tali ancora i costumi de privati fra loro. Adunque 1 esser f^do si reput per tal modo cosa immacolata e veneranda; che ciascuno riguardava il dare della sua fede come amplis simo giuramento e superiore di ogni testimonianza. E se ulvolta per trattati senza testimonj ecciUvasi dubbio

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tra persona e persona , 1' autorit della fede dell' uno de' dae soffocava le liti, n permetteva che procedes sero ; e li magistrati, e li giudici ne terminavano la maggior parte facendoli su la fede loro giurare. Questi sono gli stimoli e questi i legami pensati allora da Numa a propagare la giustizia e la moderazione ; e con questi tenne il comune di Roma ordinato pi ancora di una famiglia. LXXVI. Con quello poi che ora io sono per dire egli fe' Boma sollecita procuratrice delle cose necessarie e delle dilettevoli. Considerando il valentuomo che una citl4 istituita per amar la giustizia e serbare la tempe ranza non dovea penuriare delle cose necessarie ; divise tutta la campagna in porzioni chiamate pagi, assegnando per ciascuna un capo che la visitasse e curasse. Questi recandovisi di tempo in tem po, e notandovi i buoni o tristi cultori, ne riferivano poscia al sovrano ; . ed il sovrano ricompensava i buoni con lodi e con altre gen tili maniere ; e svergognava i tristi o multavali , onde accenderli a cultura migliore. Quelli dunque che sciolti dalle cure della guerra o della citt sen vivevano in ampio ozio, pagandone col vitupero o colle multe la p en a, diventavano tutti operosi in lor bene , e riputa vano la ricchezza della terra che la pi giusta di tutte, essere ancora pi dolce della militare, che incerta fluttua ognora. Segui da ci che Numa fu amato dai sudditi, emulato da vicini, e celebrato da posteri. Per opera di lui n sedizione interna disun la c itt , n guerra esterna la distolse dalla disciplina sua bonissima e miirabilissima. tanto i circonvicini furono alieni da

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2 1 ,5

prendere la calma inerme de' Romani come occasione dinvaderli; che se prorompea guerra alcuna tra quelli, assumevano i Romani per mediatori; e deliberavano di spegnere le inimicizie su le condizioni date da Numa. Pertanto io non prenderei vergogna di collocare questo uomo tra' pi famosi per sorte beata. Nato di regia stirpe ebbe regia presenza, e si esercit nelle discipline non gi di lettere vane, ma in quelle donde apprese la piet verso i Numi, e la pratica di altre virt. Giovine fu riputato degno di prendere il comando di Roma : ed invitatovi a prenderlo per la bella fama delle sue virt , regn per tutta la vita su popolo docilissimo. Complesso com' era di persona, n danneggiatone mai dalla sorte , giunse a lunghissima et. Finalmente con sumato dalla veccbiaja venne meno a s stesso con morte placidissima. Quel medesimo genio di felicit che gli era toccato da principio , quello sempre lo accom pagn finch' egli non fu tolto dall aspetto de moruli. Visse pi di ottani anni , regnandone quarantatr. Di lui restarono , come i pi scrivono , quattro figli, ed u na figlia , de' quali conservasi ancora la discendenza : ma Gellio scrive che egli non lasci che una figlia , dalla quale nacque Anco Marzo , terzo re di Roma dopo lui. Tutta la citt si abbandon , lui morendo , al dolore ; facendogli nobilissima sepoltura. Egli riposa nel Gianicolo di l dal Tevere. E tali sono le cose che abbiamo risapute su Numa.

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DELLE

ANTICH IT
D I

ROMANE

D IONIGI

ALICARNASSEO

LIBRO TERZO.
I. IVIancATO Numa Pompilio, i Senatori arbitri nuo vamente de pubblici affari deliberarono di conservare il governo medesimo: n gi il popolo era di altro avviso. Adunque deputarono un numero certo de Seniori i quali comandassero intanto nell interregno. Da questi, approvandolo tutto il popolo, fu nominato re' Tulio Ostilio , di cui la origine f u , come siegue. Un tle, Ostilio di nom e, uomo nobile e facoltoso di Medullia, citt fondata dagli A lbani, presa a condizioni da Ro molo e renduta colonia rom ana, trasportatosi, per domiciliarvisi, a Roma , vi tolse in moglie una sabina, la figlia appunto di quella Ersilia , la quale, ardendo la guerra co Sabini, consigli le sue nazionali di anr

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a n t i c h i t ROMANE

L IB R O

III. 2 l 5

darne oratrici ai padri loro su de' m ariti, e la quale sembra la cagion principale che i due popoli si rac chetassero. Compagno costui di Romolo in pi guerre, e segnalatovisi per opere grandi ; mor finalmente, la sciando un unico figlio, nel combattere co'Sabini, e fu sepolto dai re (i) nella parte pi insigne del F o ro , onorato di una iscrizione , che la virt ne ricordava. Cresciuto 1' unigenito suo, e legatosi con nobile matri monio, ne ebbe un figliuolo; e Tulio Ostilio fu questi, uomo efficace. Dichiarato monarca dal voto , dato se condo le leggi dal popolo; i Numi ne approvarono con angurj propizj la scelta. Quando egli prese il comando, volgea r anno secondo della olimpiade vigesima settima nella quale Euriboto ateniese vinse nello stadio essendo arconte Leostrato (a). E nello stringere appena Io scet< tre si affezion la classe de' mercenarj e de' poveri con questa liberalissima azione. Aveansi i re predecessori eletto ampio e bel territorio , colie rendite del quale fornivano i templi di sagrifizj , e le regie case di ab bondanza moltiplice. Romolo avealo tolto a'prim i pos sessori colla legge delle armi: e morendosi lui senza f ig li, aveaselo goduto Numa che gli succedette nel re gno. Laonde non era allora quel podere del popolo ; m a perpetuamente dei re. Tulio nondimeno conced ch e si compartisse tra Romani privi in tutto di campa g n a ; dicendo essere a lui sulBcienti le sostanze paterne p e r le cose de N um i, e della regia famiglia. Sollev
(1) Romolo e Tazio.
( 2 ) Auni di Roma 84 seconda a v a u l i Crisio 6 7 0 . V a rro n f,
8a

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secondo C a to n e ,

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con questa beneficenza li cittadini bisognosi ; tanto che non pi stentassero in servigio degli altri. E percli niuno fosse privo di alloggio aggiunse a Roma il monte Celio chiamato. Ivi quanti non aveano magione se la fabbricarono, pigliatovi sito che bastasse : ed egli stesso la sua residenta vi colloc. E tali sono le operazioni urbane di quest' uomo degne di ricordanza. II. Ma delie militari molte se ne racconUno, ed io fi accingo a parlarne , cominciando dalia gaeiTa di hii con gli Albani. Cluvilio , un Albano , allora magitirato supremo , fu cagione che i due popoli consan guinei si scindessero, e separassero. Punto da invidia , e mal pi la invidia potendo rattemperare sa la pro sperit deRomani, come superbo e maligno per indole, risolv d'implicare i due popoli in guerra vicendevole. Non sapendo per come volgere gli Albani a commet tergli che portasse 1 esercito contro Roma ; altronde non avendone alcuna causa giusta e necessaria; macchin questa o simile trama. Concit, promessane la impunit, li pi poveri e li pi baldanzosi degli Albani a far preda sucampi romani: dond che seguendo un gua dagno senza pericolo molti che tra l pericolo ancora seguito lavrebbero, empierono le terre vicine di assalti e di latrocini. E ci fece con disegno non alieno, come l evento stesso lo dimostr. Perciocch prevedea che i Romani non sofferendo le rapine correrebbono allarm i, che egli potrebbe accusarli al suo popolo come primi a romper la guerra : e prevedea che moltissimi Albanesi invidiosi della prosperit della colonia, riceverebbero con piacere le accuse, e farebbero la guerra contro di

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essa. Ora questo appunto addivenne. E certamente fa cendo i malandrini dell' una ' e dell' altra parte prede a vicenda e portandosele , e scorso allora 1' esercito ro mano su' campi di Alba imprigionando e spegnendo molti de' masnadieri ; Cluvilio intim F adunanza del popolo : ed accusatovi lungamente il nemico, vi addit li tanti feriti, vi present li congiunti dei saccheggiati e degli uccisi ; e fintevi cose pi che non rano ; de cret di spedire un ambasceria per chiedere soddisfa zione da Rom ani, o p^r combatterli se la ricusavano. ' III. Giunti in Roma gli ambasciadori ; Tulio sospet tando che venissero a chiedervi, soddisfazione ; deliber di far egli ci per il primo , con disegno di dar ad essi la colpa della violazione degli accordi. Erasi nei giorni di Romolo convenuto fra le due citt su molte belle condizioni, e fra queste, eh? niuna mai delle due la prima incominciasse la guerra : ma se avea di che lamentarsi, ne chiedesse buon conto ne' tribunali degli offensori : e se non eravi compensata, allora per la necessit ricorresse alle arm i, essendosi gi rotta 1' alkanza. Sollecito che i Rom ani, chiesti di riparare gli oltraggi, non ricusassero i primi, e divenissero con ci rei dinanzi gli Albani, incaric gli amici suoi pi rag guardevoli perch ne onorassero gli ambasciadori, e trattenessergli con ogni amorevole ospizio nelle lor case. Egli intanto dando vista di essere Ira cure indispensabili ne rend vana l ' anteriorit della spedizione. Ordinando ci che era da fare, mand nella prossima notte insieme co Feciali in Alba personaggi cospicui a chiedervi ra gione di quanl i Romani erano danneggiati. Compiuto,

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questi, il viaggio prima del nascer del sole , si pre sentarono in sul mattino a Cluvilio nel Foro, gi pieno di popolo ; e sponendovi le ingiurie fatte da quei d Alba a' Romani , dimandarono che si adempiessero i patti. Ma Quvilio percli quei di Alba aveano gi spe dito in Roma affinch li r in t^ a s s e , n riceveano tut tavia la risposta; comand a'Romani che partissero co me violatori de' trattati , ed esso il primo intim loro la guerra. Il capo di ambasceria volle udire in partendo da lui, se concedeva almeno che quelli erano i violatori dell alleanza , ohe primi eran chiesti a dame ragione , n data 1 aveano. E concedendcJo Cluvilio ; immanti nente queir altro, io chiamo, disse, in testimonio i Nu

m i, i quali gi testimonj cdamavamo delie nostre alleanze, che giusta sar la guerra de' Rom ani, per ch i Romani i primi non furono soddisfatti dai tra sgressori. Voi, {e la cosa stessa lo manifesta) m i siete i primi che vi esimete dal fa m e giustizia} e primi ne avete dichiarato la guerra. Aspettateci dunque, ben tosto colle armi a pigliarne vendetta. Tulio udendo ci nel ritorno de'suoi comand die andasser a li gli ambasciadori di Alba; e dicessero le cagioni per le quali venivano. E nunziandole questi secondo lordine di CIu* vilio, e minacciando la guerra se non erano soddisfatti; io, disse, ho fa tto ci prima di voi; n avendomi ot tenuta niuna delie cose espresse nel trattato ; ben chiam che voi li primi non lo apprezzate , anzi che i primi lo rompete. Io dunque, io vi dichiaro una guerra giusta , quanto necessaria, non colle regie mi lizie, ma con quelle ancora de sudditi.

LIBRO m .

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IV. Cosi stavano le cose fra loro. Apparecchiaronsi ambedue dopo ci per la guerra, acconciandovi non solamente le regie milizie , ma invitandovi quelle dei sudditi. Quindi si concentrarono ed accamparono a qua ranta stadi da Roma ; gli Albani presso le fosse chia mate Cluvilie , che serbavano ancora il nome di chi le aveva scavate ; e U Romani alquanto pi addentro, avendosi scelta sede pi idonea per trincierarvisi. Come gli uni videro le milizie degli altri n inferiori di nu mero n volgari nell armamento , n spregievoli per altro apparecchio qualunque; alienaronsi dalla smania precipitosa di combattere , quanta ne aveano ne' prindpjy quasi fossero per fiaccare l'inimico a prim'impeto. E solleciti di' difendersi anzi che di assalire, circondaronsi d i valli pi alti. E li pi cari nel popolo , e li meglio anim ati, proruppero a discorsi e lamenti contro de'duci. Intanto consumavasi il tempo, n faceasl nulla di considerevole; e solo si danneggiavano colle scorrerie de' soldati leggieri e con gli attacchi della cavalleria. Cluvilio che l'autore sembrava della guerra tediato di tanta inoperosit deliber di cavare le schiere , e di sfi darne gl' inimici a combattere ; e di assalirli se non lo udivano, fin tra' ripari. Quindi preparatosi per la bat taglia , e preparatosi, quando pur bisognassero, con macchine per gli assalti delle mura; diedesi tra la notte al sonno ne' padiglioni militari in mezzo le guardie consuete: ma nella nuova luce fu ritrovato estinto senza che apparisse nel cadavere di lai segno di ferite, di strangolamento, di veleno , o , comunque, di violenza. V . Parve l evento com' e ra ,, meraviglioso a lutti, e

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se ne investig la cagione. Gi non poteasi ascrivre questo a malattia precedente; che non vi fa. QneHi rimandano tutti i successi degli uomini alla provvidenaa celeste dissero che egli era morto per indignatone dei Numi : perch avea suscitato una guerra non giusta e non necessaria tra la citt m adre, e la colonia sua. Ma quelli i quali concepivano la guerra come utile, e vedeansi spogliati di una grande opportunit , ripetevano tal morte dalla invidia e dalle insidie degli uom ini, in> colpandone alcuni contrarj quasi avessero levato il va lentuomo col trovamentu di occulti ed imperscrutabili ve> leni. Alu4 poi disse aver lui finito con morte volontaria per dolore della insufficienza su a , riuscendogli ogni cosa grave e disastrosa e niuna secondo i concetti delle speranze site primitive , quando si gitt nella guerra. Ma gli uomini liberi da amicizia o nimicizia inverso del d uce, e quindi giudici migliori che tutti della vicenda, non credevano origine della morte sua n la indigaazione de' N um i, n la invidia de' malevoli, n la diffi, denza di lui per le sue cose, ma la necessit o debito della natura la quale ha consumato il suo corso, come destino delle cose mortali che tutte lo compiano. CluviKo lo compi questo corso prima di essersi segnalato con opere generose. A lui fu supplito Mezio Fuffezio creato dittatore dall' esercito , tutto che senza i talenti militari , e senza un genio costante per la pace. Non era egli ne principi meno ardente di alcuno degli Al bani, a scindere le citt: e per questo, mancando Clu vUio, fu assunto al comando. Come per ne fu l arbi tro , e contempl le molestie e le difficolt degli afTari,

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Dou persever nel proposito suo; madledesi a differire ed indugiare ogni cosa , tanto pi che non tutti gli Albani conservavano un egual desiderio per la guerra , n le vittime apparivano propizie , se mai sen faceano per dar la battaglia. Da ultimo deliber d invitare i nemici alla pace , e diresse egli il primo ad essi un araldo perch vedea che se non si riconciliavano, erano tanto i Romani che gli Albani minacciati da estrno pericolo inevitabile, che avrebbe annientato le forze di ambedue. Il percolo era tale. VI. I Yejenti e li Fidenati, popoli di grandi citt, aveano, vivendo Quirino guerreggiato per la signoria co' Romani ; ma perdendone eserciti riguardevoli e parte di territorio, vinti dalla necessit cederono alle leggi del vincitore, come per minuto ne dissi nel libro antecedente. Lieti di pace lunga a' giorni di Numa eransi riavuti di popolo , di. ricchezza e di ogni altro ben essere. Ani mati da tali beni desiderarono la cara libert nuova mente ; e sorgendo via via co' pensieri si apparecchia vano per non pi servire ai Romani. Tenutosi occulto per gualche tem po, si pales finalmente quel disegno nella guerra contro gli Albani Imperocch quando si ud che i Romani erano andati con tutte le forze con tro di Alba ; i pi potenti fra loro immaginando di avere il buon punto, deliberarono segretissimamente che gli idonei alle armi si recassero a Fidene, poco a poco, e come sotto altro intento, perch gli oppressori noi co noscessero : e che ivi aspettassero il tempo in cui gli Albani e Romani lascerebbero le trincee per combattere. F arebbero ci manifesto osservatori occulti, sparsi pei

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monti. Essi al primo innalzarsene del segnale im pugnai sero latti le arm i , e volassero contro di loro. Non era molta la via di Fidene agli accampamenti; ma quanta in due o tre ore al pi si compieva. Giugnendo, come era versimile, al termine della battaglia, non usassero amicizia, ma trucidassero Albani o Rom ani, chiunque fosse tra questi vincitore. Tali erano gli ordini divisali dagli arbitri delle citt. E se quelli di Alba, spregiando i Romani, si fossero lanciati baldanzosamente su loro per decidere tutto con una battaglia; niente avrebbe proibito che l inganno da essi macchinato restasse oc culto ; e ne perisse 1' esercito di ambedue. Ma natane, contro lo aspettare di tu tti, inazione di guerra, e pr* rogatosi di sovverchio il tempo per apparecchiarsi;, quei loro disegni emersero in luce. Imperocch alcuni de'congiurati svelarono l'inganno al nemico, sia che brigassero r utile proprio, sia che invidiassero i pi potenti ira loro e capi insieme della trama , sia che temessero di essere innanzi accusati da altri compagni come spesso avvenne in congiure lunghe e tra molti, sia finalmente che fossero a ci spinti dalla coscienza la quale ricla mava che opera si scellerata si consumasse. y iL Fuffezio al conoscere questo si adoper tanto pi perch si facesse la pace ; ornai non restandovi altro partito. Anche il re de' Romani ebbe indizio della con* giura dagli amici di Fidene, e segui senza indugio lin vito di Fuffezio. Quindi recandosi in luogo intermedio alle due armate, entrambi co proprj consiglieri, idonei a ponderarvi quanto doveasi, al primo incontro si salu tarono come un tempo solcano, a vicenda : poi carez

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zandosi con altre amorevolezze come di amici e con giunti parlamentarono su la pace. L'Albanese il primo incominci : Sembrami necessario di aiditare, innanzi

tutto, le cagioni per le quali io ti richiesi il primo di un colloquio per dar fine alla guerra. Io non era vinto, non rni erano le vettovaglie impedite , n altro disa gio qiicdunque m i violentava. Cos non dovete voi cre dere che io cercassi un termine decoroso della guerra perch io diffidava delle mie fo rze , o perch troppo io giudicava superiori le vostre. Ben mi sareste voi gravosissimi se cos fo ste di me persuasi : e certo , quasi gi vincitori, non pi vorreste mansuetudine di condizioni. M a perch non immaginiate che tali fa lse cagioni sono quelle per le quali io bramo ritogliermi dalla guerra, ascoltatene le vere. Io scelto dittatore dalla m ia patria nelC assumere appunto il comando esam inai li motivi che aveano le nostre citt contur bato. E vedendoli piccioli, leggeri, n degni di scio gliere tanta carit di amicizia e di parentela ; giudicai che n i Romani n gli Albanesi avean preso otti m e risoluzioni. M a tanto pi fu i convinto di ci, tanto p i compiansi la mana di ambedue noi quando fu i dentro gli a ffa ri, e m i posi appresso alle affezioni d i ciascuno. Non vidi quei d'Alba unanimi tutti per la guerra ne privati congressi o nepubblici. E dolente gi da gran tempo per ci che io scopriva ne pensieri degli uom ini, assai pi m i disanimai e mi anneghittii pe segni divini che infausti sempre mi si presentavano , quante volte io le vittime investigava su Fesito della battaglia. Con tali agitazioni n ell animo raffre-

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delle

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noi riardor di combatter indugiando e d^erendo sempre di venire a giornata , sul concetto che voi li primi cominciereste a trattar di amicizia. E si conueniva o TuUo che voi ci faceste, voi germi di una nostra colonia^ non che aspettaste che la citt m adre, essa la prima a ci discendesse. Certo quanta i padri da' figU, tanta riverenza si meritano i fondatori delle citt dalle co lonie. Ma intanto che noi temporeggiamo , intanto che noi badiamo chi prima di noi dia principio a be nevoli ragionamenti; altra necessit superiore di ogr umano riguardo c irweste, e ci ricongiunge. E seb bene io udiva che questa eravi occulta ancora ; pure io giudicai che non pi fossero da attendersi le belle apparenze nel pacificarsi. O TuUo ! contra noi si con gegnano macchine terribili, e ci si ordisce inganno ine vitabile , il quale prestamente, e senza fatica , scor~ rendo quasi incendio o torrente sconcer e distrugger le nostre cose. I Fidenati, i V ejen ti, questi formida bili popoli sono gli artefici dell ingiusto disegno. Ora udite qual sia 1 ordine della trama ; e come venne fino a me la notizia de' segreti consigli: y iIL Cosi diceado diede ad uno degli astanti perch le leggesse, le lellere che gli aveva un tale recato da gli ospiti suoi di Fidene, anzi present lo stesso portatore. Lette le dette lettere, e ridicendo il messaggero le cose udi te pur in voce ; grande ne fu la sorpresa, com' verisi mile che avvenisse, all udirsi tanto male fuori di ogni aspettazione. Fuffezio dopo breve silenzio ripigli: Ascol taste o Romani le cagioni su le quali io m indugiai per non fa re battaglia , ed ora io per il primo volli

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ragiotatvi di pace. Ora ponderale voi se per pecore e vitelli rapiti dee tenersi guerra implacabile co padri e fondatori vostri, la quale desoli i vincitori nommeno che -i vinti ; o se levandovi dalla inimicizia co parenti abbiale a venire con noi contro a comuni nemici. Questi non solo macchinarono di ribellarcisi ma per fino di assalirci; n gi sojfferivano alcuna gravezza, n temer la doveano. A n zi non erano gi per venire su n o i, dichiarandocelo , coin il diritto porta di guer ra , ma taciturnamente, perch meno le insidie ne scoprissimo, e meno ce ne guardassimo. M a che noi, lasciate le inim icizie, dobbiamo con tutto il potere fulminarci contro que' perfidi ; che sia stoldit fa re in contrario ; non bisogna che io lo ripeta, e v in sista, specialmeUe che voi pure avete gi deliberato aUrettanto, anzi siete per farlo. Ora ( poich questo ancora bramavate voi frse di udire ) dichiarer con qual modo possa fa r ti pace decorosa e proficua tra le due genti. Io penso che tra popoli congiunti ed amici quelle paci siano fortissime e bellissime nelle quali piit non tono i risentimenti n le ricordanze de' mali, ma tutto condonasi a tatti quanto si fatto o palilo. In opposito quelle io ne penso meno decorose nelle quali i popoli si assolvono ; ma gli offensori s astrin gono alle pene de'tribunaU a norma delle leggi e della ragione. Ora di queste paci dobbiamo noi sceglierne le pi onorate e pi generose ; e stabilire che niuno pi ricordi a vicenda le offese. Che se tu non vuoi per tal modo concordarmiti, ma vuoi piuttosto o Tulio
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che i colpevoli dieno cogiudizj Fammenda ; sappi che Alba per ispeffiere gli odj comuni, anche in ci condiscende. Finalmente se hai tu m ezzi di riconciUor^ione pOi acconci e legittim i, deh ! non invidianpeli, ma palesali, e ne sarai quanto dei ringrazialo. IX. Al ucr d Fuffeaio prendendo la parola il re de' Romani disse : N oi pure o Fuffezio stimavamo gran danno di esser necessitati a decidere col sangue e colle uccisioni unq disputa tra popoli consangunei : e quante volte facwamo sagrifizj per dar la battaglia, tante volle infausti ci vietavano questi di cominciarla. Anche noi le abbiamo poco f a conosciute dagli ospiti nostri di que' luoghi le trame occulte de' Fidenati e deV ejenli contro noi due. N gi siamo in verso di queste senza difesa: anzi abbiamo cosi preordinato le cose che noi rimaniamo immuni da ogni danno , ed essi la pena V incorrano de tradimenti. Bramavamo non meno di te di por fine alla guerra anzi senza combattere che combattendo. Pur non piacque a noi li primi spedirvi per la pace-, perch i primi non avevamo cominciala la guerra, ma voi che la cominciavate respingevamo. Ora se voi deponete le arm i, di buon grado ne se~ guiamo r invito. N gi sottilizziamo su le condizioni, ma le pi stabili ne abbracciamo e le pi generose ; ditnerUicando dal canto di Alba ogni ingiuria ed ogni mancanza , se mancanze sono di tutta la citt quelite che vi causava Cluvilio il suo capitano, il quale in vendetta gi di ambedue ne pag le pene meritate agP Iddi.. Chiudasi dunque, come a te piace o F uf fe zio , ogni adito a privati e pubblici lamenti, n pi

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memoria si tenga de mali che pracederono.' Non boiMa per che provvedasi come noi spegniamo la inimi cizia presente : ma dee fa rsi ancora ohe non piil ri producasi. Gi non siamo qui venuti a sospendere ma ,sibhene a dispergere i mali. Tu lo tralasciavi o Fuf~ fe zio : ma io tenter divisare eziandio per quale con corso di opere noi diverremo gli amici i tutti i tempi. N oi l diverremo se quei t jlba cesseraano d'invieUre Rom ani pe' beni che si procacciarono non senza grandi travagli e pericoli ; imperocch non essendo voi ptatlo o poco danneggiati da noi ci odiereste per ch migliori vi sembriamo nelP intraprendere, Cessiito per, non meno i Romani daW aver sospetto il popolo di A lba quasi intento sempre alle insidie, e d(dVosser varlo come nimico; niuno essendo costante amico a chi r odia. Come conseguiremo poi funa e taltra dique^ ste cose ? N oi la conseguiremo non se ne scriviamo le condizioni, non se le giuriamo ne'sagrifizj ; perocch piccioli e fragili schermi sono questi', ma se riguarde remo le sorti nostre come comuni. O F u ffezio ! uno il rimedio per la invidia umana su te n i altrui, vale a dire che g l invidiosi non riguardino come alieni da s li beni degl! invidiati. Ora perch ci facciasi, io penso che i Romni debbano accomunare fin da ora agli Albani tutto il bene che hanno o saran per avere: che gli Albani di buon grado se lo accettino ; e che voi, se non tu tti , almeno la pi parte, e li migliori, diveniate citiadini di Roma. Se fu decoroso ai Sabini, se lo fu ai Tirreni, lascindo le proprie citt, venire, e modificarsi al nostro vivere; dite , noi sar per voi
V

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j farete altrettanto, per voi congiunlissimi co Ro

mani fin Jtd h origine ? Che se non vi piace allog giarvi nella sola nostra citt gi grande, e gi in via per divenire pi grande , ma care avete le patrie vo stre abitazioni ; fate almen questo. Eleggete un Senato il quale provveda ai vantaggi delf una e deltaltra cit t , ma date il comando alla sola cift pi potente e piik idonea a beneficare la men grande. Io cos pro pongo : e quando avrete fa tto questo, allora conchiu~ der che noi saremo stabili amici. M a finch abite remo due citt , pari come ora di autorit ; mai non saremo concordi. X. Udito ci, Fufiezio chiese tempo per deliberarne: e ritiratosi da quel colloquio consult cogli Albani pre senti se fosse da accettarsi il partito. Alfine, ascoltatine i voti, torn nel co n se^ e disse: A noi non sembra o TuUo che aibbiamo a lasciare solitaria la nostra pa tria , deserti i templi patem i, vuote le case degli an tenati, e desolata infine quella sede che i nostri padritennero quasi per cinquecento anni; tanto pi che n guerra ce ne bandisce, n flagello niuno del cielo. Non per ci dispiace che form isi un Senato, e che una sia la citt che domini, su taltra ancora. Scrvasi questo se cosi vi pare, tra le condizioni, e levisi o ^ seme di guerra. Concordi fin q u i, diflerivano poi su la citt che prenderebbe il comando. E molti furono i discorsi quinci e quindi tenuti, giustificando ognuno che dovea la propria citt signoreggiare su 1' altra. L 'A l bano insisteva su questo diritto : N oi o Tulio siam de gni di comandare anche al resto d Ita lia , perch unn

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gente siamo di Grecia, e la pi potente che qui in^ tomo s ailoggi. Crediamo ^u sto di precedere i LaUni alm eno , se non a ltri, n gi senza cagione; ma per la legge comune data dalla natura a tutti gli uomi n i, che i padri comandino ai fig li: crediamo che ci si convenga il comando su la vostra citt, piucch su le altre, che pur sono nostre colonie, delle quali non possiamo finoht dolerci. N oi abbiamo invialo la colonia nella vostra; .n gi da tanto tempo che siane per t antichit svanito ogni legame di sangue ; ma indietro da tre generazioni. Quando la natura avr capovolte le leggi umane facendo che i giovani mag gioreggino su vecchj, e li posteri su gli antenati; al lora , e non prim a, noi sottoporremo la nostra citt madre perch sia governata dalla colonia. Quest/a tuno de'titoli della nostra superiorit, n questo mai ce deremo spontaneamente. I l secondo tale. Voi lo pren dete , detto non come per calunnia o doglianza, ma per sola necessit. I l popolo di Alba mantienesi an cora qual era sotto defondator : n pu alcuno ad ditarvi altro ramo di uom ini, se non Greci o Ladni, partecipi della nostra repubblica: ma voi avete con traffallo la si gran purit della vostra cittadinanza intrinsicandovi Tirreni e S ab in i, ed altri baiar molti, erranti e senza patrj lari. Tanto che poco soprawanzavi di quell ingenuo lignaggio che da noi vi si diramava, ed questo , come un solo , tra i m oltissim i, rice vuti d altronde. Se noi vi cediamo il comand; il rum ingenuo comander su l ingenuo, il barbaro al Greco, V estero al patriota. N gi potreste voi dire

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DELLE a n t i c h i t R OMANE

che non permttete dperegrini di antininistrre il co-', m une, e che voi, naturali del luogo ^ voi presiedete e regnate : voi create re forestieri, e senatori in grtm parte di altri popoli. D ite: i^inducete a ci di vostro %>oleie? Ma chi mai di voler suo, chi se piti sia va lentuom o abbandonasi al governo dei meno riguardevoli ? E se apparisce, che voi siete a ci sospinti da necessit, ben sarebbe grande la pra/vit, grande la mana nostra se volontarj a tanto c inchinassimo. Da uhimo co^ dico ; in Aha ninna parte ancora si smossa della repubblica : corre g i , da che vi si abita la decima ottava generazione ; e C ordine ancora vi si mantiene , e le tAitudini primitive. M a la vostra citt senza buor ordine e senza bel complesso, come nuo va , e sorta da pi genti, assai bisogna di tempo e di vicende, perch iirfetma e scissa, com eUa , si articoli e calmisi. Tutti poi concederanno che deono le cose ordinate antistare alle disordinate, le cose note alle ignote , e le sane alle inferme.. Voi dunque chie dendoci in corurario ; non bene adoperate. X L A Fiiffezio che cosi ragionava sottentrando T u l' lo rispose, o F uffezio , o uomini d i A lb a noi li ab^i biamo uguali con voi li diritti della natura e .del me^ rito de progenitori ; perocch vantiamo ambedue la origine da capi medesimi. Quindi ninno d i noi da meno , o da pi delFalfro, N oi non istimiamo n vero n giusto he debbano le citt m adri, quasi per legge indispensabile della natura, dominare' su le colonie.B molte sono le nazioni dove le citt madri servono, non comandano alle colonie. M assimo, luminosissimo

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esempio del proposito mio si Sparta, eievMasi a comandare non pur gli altri G reci: ma fino i Do~ riesi da quali discendeva. Sebbene e che giova dir su gli altri? Voi stessi, voi padri della colonia che fece Rom a, voi non siete che un tralcio de* laviresi. Quindi se diritto della natura che le citt madri regnino su le colonie, non saranno con precedenza i Laviniesi li legislatori de nostri popoli? E ci sta detto sul primo de vostri titoli s bello nelle apporenze. Siccome tu poscia o Fuffzio ti davi a contrapporre r una alV altra citt, quali sono, dicendo che il puro lignaggio d i A lba rimanesi tale ancora ; laddove il nostro si degenerato col tanto soprqffbndervi de fo restiri, e che non sono d e ^ i i tton ingenui di co-' mandare agli ingenui, n i forestieri agl interni ; vedi, quanto anche in ci ti sei deviato. Tanto lungi che noi vogliamo vergognarci di rendere la patria no stra comune a chi vuole; che anzi di ci moltissimo ci gloriamo : n gi siamo noi gli autori d i tale isti tuzione : ma ce ne diede A ttn e lesempio , Atene tra Greci fam osissim a per questo, almeno in parte se non in tutto. E questa pratica sorgente a noi di molti beni non che i dia rimprovero e pentimento, quasi per essa mancssimo. Tra noi comanda e prov vede , e tali altri onori si gode chi di essi degno non chi tiene il molto oro, n chi pu la serie ad ditare degli avi smpre nazionali : perciocch non pnimo in altro la nobilt che nella virtk ; laltra mol titudine non che il corpo della citt il quale som-

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DKLLE

a n t ic h it

ROMATJE

ministra potenza e Jbrza a savissimi consiglieri. Con tale benevolenza si la nostra citt fa tta grande di piccola, e form idabile ignobile tra popoli intorno, ed cominciata tra noi la form a di signoria, cte tu o Fuffezio condanni, e che niuno omai de Latini pu disputarci'; perocch sta la potenza delle ct nella forza delle armi , e la fo rza delle arm i nella moltitudine delle persone. M le citt piccole, e spo polate , e per deboli non conumdano le altre anzi nemmeno s stesse. Io generalmente stabilisco che uno debhe esaltare il proprio governo e riprovare quello degli a ltri, quando pu dimostrare che la sua citt col metodo che le ascrive, diviene grande felice, e che le altre se ne decadono e sconciansi appunto col non seguirlo. Ora cos vanno le cose; la vostra citt gi nel fior della gloria, gi ricca d i molti b en i, si ridotta ad uno scarso abitato ; e noi movendoci da piccioli principi abbiamo tra non molto tempo ingran dito Jionfa pi dogni altra citt vicina, e colle isti tuzioni che tu ne biasimi. Le nostre sedizioni, poich di queste ancora tu ne in colpi o Fuffezio, non tendono alla depressione o rovina, ma sibbene alla salvezza ed incremento del comune. I giovani vi contendono co seniori, i nuovi con gli an tichi cittadini chi pi debba operare il pubblico lene. E per dir tutto in breve, spettano alla citt che dee comandile le due qualit, forza nel guerreggiare , e saviezza nel risolvere; e queste tra noi sono ambe due. N ce nef a testimonianza un millantarsene vano, ma il fa tto che supera ogni dire. Imperocch non era

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possibile che la nostra citt nella terza generation appena dopo la origine, fosse gi divenuta s grande e potente, se rion abbondavano in lei senno e valore. Argomentano la nostra potenza le tante citt latine le quali sbbene da voi fondate , pure voi dispregiati^ do j si concederono a noi per essere comandate anzi da Roma che da Alba. E questo perch potevamo noi prosperare, gli amici por giit g t inimici ; ma non poteano gli A lbani altrettanto. Ben altre cose, e fo r tissime o Fuffezio potrei rispondere ai diritti che ne presentasti. Ma considerando che vano il distene d ersi, perciocch il dir breve vale quanto il prolisso cpn voi che siete i competitori, ed i giudici ; cesso d^ insistere. Aggiungo soltanto, e finisco, che io penso che tunica maniera , bonissima per togliere le nostre controversie, della quale si valsero greci e barbari ne dissidi di principato e di territorj sia questa , cio che gli uni e gli altri veniamo a bat^glia con una parte slamente delPesercito, vincolando la sorte della guerra alla vita d i pochissimi, e concediamo che la citt che co suoi guerrieri vince i guerrieri d e ll emu/ , quella domini ancora. Ben giusto che ove le parole non vagliono, i brandi decidano. XII. Tali furono le dispute di que' due principi *u la premiaenza delle citt : ina il seguito delle dispute noa fu se noQ quello suggerito dal Romano. Imperocch cpielli di Alila e di Roma presenti al colloquio crcando u n sollecito fine alla guerra; deliberarono di risolver la lite colle armi. Concluso ci, si ebbe controversia iotorn al numero de'combattenti ; non sentendone ambedue li ca-

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DELLE a n t i c h i t BOMANE

pitani in un modo. Imperocch TuUo Voleva che s de cidesse la gara col menomo delle persone, contrappo nendo per combattere uno de' piii riguardevoli Albani ad altro simile de* Romani : ed egli stesso era pronto a spendersi per la patria, invitando l'lbano ad emularlo. Diceva che era pur bello che quelli che prendono il

coniando delle schiere, prendano pur la tenzone pel comando e pel principato o vincano de* valen uomini, o vinti ne siano. E qui ricordava quanti capitapi e quanti re cimentarono la vita loro per lo comune , tenendo essi a vii cosa di partecipare al pi degli onori, ed al men della guerra. L' Albano credea ben detto che do vessero le due citt rischiarsi con pochi: discordava per su la battaglia di un solo contro di un solo. Esponeva che bello, anzi pur necessario il combattimento da solo a solo intorno la sovranit pe* capi degli eserciti quando fondano la propria potenza;^ ma che stolido anzi vituperoso ne suoi pericoli quando ne disputano due citt sia che sperimentino sorte propizia sia che malvagia^ Adunque consigliava che tre valent' uomini deU'uua e tre dellaltra citt pugnassero in vista di tutti gli Al bani e Romani; essendo questo num ero, come avente principio , mezzo e fine, propriissimo alla total decisione della controversia. Ci stabilito per voto de' Romani e degli Albani il congresso fu sciolto ; e ciascuno ritorn nei proprj allog^amenti. XIII. Poi convocando i capitani ciascuno le loro mi lizie a parlamento, riferirono U dispula vicendevole, e le oondiztoai rbevute per la soluzion della guerra. Ap provarono vivameote gli eserciti i patti di ambedue li

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capitani ; e gara meraTgUosa di onore comprese' centu rioni e soldati ; desiderando moltissimi di riportare la palma di quel combattimento, e stadiandovisi non pur con parole, ma proffereadovisi con preludj di bell ar dore ; tantoch si rendette malagevole ai duci il giudi zio su quelli che erano i pii!i idonei. Se aldino vi era nobile per luce di origine, o forte per gagliardia di orpo , o cospicuo pe' fatti di arm e, o segnalato co munque per eventi ed ardire, insisteva che mettessero lui prinjo ira i tre. Ma tali fiamme di emulazione che pi e pi si dilaUvano in ambedue gli eserciti le ri presse il capitano di Alba col riflettere che la provvi denza celeste antivedendo gi da tanto tempo la tenzone che sarebbe ti*a le due citt, ne avea preordinato che quelli che vi si cimenterebbero fossero non ignobili di lignaggio, buoni in guerra, belli a vedere , n simili a molti pe' casi della nascita rara, meravigliosa, impen sate. Sicinio un di Alba avea nel tempo medeiimo ma ritato due figlie gemelle, 1' una ad Orazio Romano, ^ l altra a Cbrazio (i) un Albano di popolo. Ingravida rono ancora ambedue queste donne in qn tem po, ed ambedue diedero-nel primo parto prole virile , e trige mina. 1 genitori pigliandone buon augurio per s , per le famiglie, e per le patrie allevarono e perfezionarono tutti que' gemelli. Iddio, come io dicea da principio, di loro beltade, robustezza, magnanimit; talch non cedeano a ninno deben avventurati per indole. A questi
( i) Nel teslo Corazio. Sigonio crede che vada bene e che iaT ilo L ivio si debba leggere Curazia, com' egli ha troTato in un u a n o icritlo e non Curiasio come comunemente si legge.

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DELLE AltTICHITA* ROMANE

(kliber Fuffezio di appropiare la battaglia sa la pre mi Densa de' popoli. Quindi invitando ' ad un coUocpiio il re di Roma gli disse: XIV. Un D io , sembrami o Tulio che provvedendo

le nostre citt, dia loro segni manifesti di benevo lenza in pi cose; come su la tenzone imminetOe. Cer to ben dee parere in tutto opera divina e meravigliosa che si rinvengano per combatterci uomini non inferiori a niuno di prosapia, buoni nelle arm i, belli a ve~ dere , originati da un padre, nati da una madi e sola, e venuti, ci che pi singolare, in ungiam o stesso alla luce ; e tali sono gli Orazj voi, tali fr a noi li Curazj. Che dunque non abbracciamo una tale provvidenza divina , e non assumiamo ambedue per questa gara di sovranit que' trigemini ? JUsplendono in essi ancora le doti sublim i, quante altre m ai m brameremmo in chi fo sse per uscire al paragone delle eurmi; ed essi pi che tutti gli A lbani e Romani han pure il bene che essendofra telli non abbandoneranno i se pericolano, i compagni nella impresa. Cesser su bitamente rimpetto a loro la emulazione difficile a calmarsi per altra maniera in altri giovani ^ de quali molti tra voi penso che di virt competerebbero, come fr a gli A lbani competono. Noi persuaderemo questi di leggeri, se additeremo loro come la bont Divina ha pi evenuto le sollecitudini umane , dandoci con egualit chi decida con le armi le contese della pa tria. N gi crderanno di essere superati dalla virt de fra telli trigemini; ma da certa prosperit d i na^ tura ed opportunit di fortezza eguale in essi per competere.

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XV . Cos disse Fuffezio, e comune ne fu 1' appro vazione , quantunque presenti vi fossero i pi bravi di Alba di Boma. Soprappens Tulio un poco, e se gu : Ben sembra o Fuffezio che abbi tu saviamente

concepito. Imperocch meravigliosa la sorte che ha dato in questa generazione ad ambedue le citt prole tanto simile; quanta altra volta mai non vi sincontr. M i sembra per che non abbi tu considerato che as^ sai rattristeremo i giovani se chiediamo che fr a loro contendano. Imperocch la madre degli Orasj nostri sorella della madre de' vostri Curazj : e questi cre sciuti giovanetti nel seno di tali due donne si carez zano ed amansi come fratelli. Bada che non sia forse, indegna cosa dare le armi e sospingere gli uni alla morte degli a ltri, questi, congiunti per fratellanza e per educazione. I l sangue se vi si astringono , il san gue di cui si lordano ritorner su noi che ve li astrin giamo. Replic Fuffezio : Non ignoro o T u lio , il pa rentado de .giovani ; n io g i , se li ricusano, sono per violentare i cugini alla battaglia. M a non s tosto m i venne in pensiero di mandare dal canto mio li Curazj di A lba io gli investigai se porrebbonsi vo lentieri al cimento. E ricevendo essi il dir mio con enfasi incredibile e meravigliosa, io fu i deliberato allora di svelare e proporre quel mio sentimento. Sug geriscati che anche tufacei altrettanto chiamando quei tuoi trigemini, ed esplorandone i cuori. Che se vor ranno aneli essi esponersi per la patria, tu ne ac cetta la benevolenza : ma se ricusano, tu per niun /nodo non isforzarvegli. Io di loro presagiscati cioc-

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DELLE a n t i c h i t ROMANE

d i degli altri miei. Se come abbiamo ascoltato ( giac ch venuta fino a noi la fam a della loro yirt) so migliano i pochi bennati, e se bellicosi ancor sono per indole ; ahhraccerofmo prontissim i, e senza che liiuno ve li nei^ssiti, di combattere per la patria. XVL Accolse Tulio il suggerimento : e coochiusa uoa tr^ u a di dieci giorni per consultarsi, e tentare I' animo degli Oraaj, e risponderpie ; si ricondusse a Roma. Deli* beratosi ne'priqti sei giorni .co'migliori, e vedutili po lo pi propensi agl inviti di Fuffezio; chiam li fratelli trigemini, e disse : Fuffezio o uomini Ora^ej, abboocatosi meco nell' ultimq congresso nel campo, mi annunzi , che erasi fa tto per la provvidenza degli Iddii f che si cimenterebbero per t una e per V altra citt tre bravi, de quali invano ne cetvheremmo altri piit valorosi, o pi, idonei, cio li Curazj per Alba, e voi pe Romani, d b conoscendo, mi disse,che aveva egli primo investigato, se que vostri cugini si espor rebbero volontari per la patria : e trovatili che ar dentissimi correrebbono ad ogn impresa, inanimatone mi propose V evento, invitandomi perch io vedessi di voi parim ente, se voleste offerirvi per la patria, e rispondere in campo ai Curazj, o se lasciaste ad altri tanta emulazione. Ben io mi argomentava che voi per lo valore delV animo, e per la possanza delle mani ^ doli in voi non occulte, spontanei pi che tutti, vi rischiereste per trionfare : ma temendo che la consanguinit vostra co* tre gemelli di A lba non fosse un impedimento al vostro ardore , chiesi tempo a ri solvermene , e fe c i tregua con lui di dieci giorni. Re-

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III.

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sttuitomi in Rama adunai U senatori, e proposi Uaf~ fa re sicch ne discutessero. Parve al piU d i loro che se voi spontanei vi mettereste alla impresa, bella e degna di voi , impresa che io gi voleva, . solo io per tutti combatterla ; allora ve ri esaltassi e v ac cettasi. M a se voi, restii contro al sangue de vostri, e non gi confessandovi pusillanim i, dimandereste al tri Jvori della vostra^ fam iglia ; allora, parve loro, ohe io non dovessi farvene la menoma violenza. Cos pronunziava il Senato : n gi ne avr egli ramma rico se voi riguarderete la impresa cme grave: ma non picciola la gratitudine che dovravvene, se voi pregierete la patria pi, de parenti. Or su ponderate col bene vostro y ciocch siate per farvi, XVII. Udendo i giovani questo ; si ritirarono, e con ferirono brevemente. Tornatisi quin^ a rispondere cosi disse il maggiore fra loro : Se noi fossim o liberi; se fossim o g li arbitri unici delle nostre risoluzioni; e tu ci avessi o Tulio incaricato di consultarci su la pu g n a contro i nostri cugini: gi ti avremmo risposto de* nos'i voleri. Ma perocch vive il nostro genitore senza cui niente vorremo dire n fa re ; preghiamoti che ci concedi alcuna requie a risponderti, finch ce ne intendiamo con esso. Encomiando Tulio la piet lo ro , e volendo che cosi appunto facessero ; partirono in verso del padre. Dichiaratogli l ' invito di Fuffezio, il colloquio di Tulio con essi, e la risposta rendutagli ; alfine insisterono perch dicesse ciocch'egli ne sentisse. E colui sottentrando disse: Pietosamente o fig li ado peraste riserbandovi al padre, n risolvendovi senza

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DELLE ANTICHIT.' ROMANE

lui. Ma tempo ornai che voi pure vi manifettiate idonei a tali consigli : concepite gi venuto il fine dei miei giorni; palesatemi ciocch sceglieres^ di fa r e , deliberandovi tra voi sema del padre : Allora cos rispose il maggiore; Ifo i o padre assumeremmo a noi di combattere per la preminenza di Roma, e ci por remmo alle vicende che a Dio si piacessero; bramosi anzi d i morire che di vivere indenti di te e degli an tenati. I l ligame del sangue co*nostri cugini non lo avremo noi sciolto ip rim i; ma come sciolto gi dalla sorte , placidi lo mireremo : perocch se i Curazi; sti mano la parentela men che il benfare ; nemmeno agli Orazj parr quella pi onorevole della virt.. Come il padre conobbe i loro sentimenti, divenutone lietissi m o, e sollevando le mani al cielo , parve che rendesse copiose grazie agl'Iddii, perch gli avessero dato figli onesti e generosi. Quindi prendendoli uno per u n o , e dando loro soavissimi amplessi e baci di amore, voi vi avete, disse, magnanimi fig li, anche il mio voto. A n date , rispondete a Tulio i pietosi e belU sentimenti. Allora giojosi quelli per le ammonizioni paterne si di visero, e corsi al monarca accettarono la battaglia. E colui convocato il Senato , e mollo encomiativi i gio vani spedisce messaggeri all'lbano per dichiarargli che i Romani sieguono il suo volere, e pongono gli Orazj per combattere sul principato. XVIIL Ora dimandando il subbietto che rappresentisi diligentemente la forma della battaglia , n scorrasi di volo su ca^i che la seguirono, simili a quelli di una tragedia , tenter di pareggiare, quanto io posso , coi

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detti ogni cosa. Venuto il tempo di compiere le oondizio;ii, uscirono tutte in camfpo le milizie romane , e dopo le milizie , fatte prima suppliche ai N um i, usci rono i giovani. Essi ne andavano compagni del re ; mentre il popolo per tutta la citt gli acclamava , e pai^eva'loro de'fiori sui capo. Erano gi uscite anch'esse le sdiiere albane. Collocatesi le une in vicinanza delle altre destinarono per teatro dell' azione il campo che separa i confini di -Alba e di Roma ove gi s' al loggiavano entrambi gli eserciti. Quivi sagrificando giu rarono anzi tutto Romatii ed Albani su le vittime che ardevano di essere contenti della sorte la quale per P una e per l'altra citt risulterebbe dal combattere dei cugini, e di osservare santamente i patti senza mescervi inganno , essi n i posteri. Compiuti tali sacri riti in verso de' Numi si avanzarono in arme dal proprio cam po, spettatori gli uni e gli altri della battaglia; lasciando , tre stadj o quattro di spazio intermedio pei combattitori. PresenUronsi indi a non molto il capiuno di Alba ed il re di Roma conducendo quello i Curazj, e questo gli O razj, armati splendidissimamente, e con apparato quale il prendono, uomini destinati alla morte. Giunti gli uni vicino agli altri consegnarono, le loro spade agli scudieri ; e corsero e si abbracciarono, pian gendo vicendevolmente, e chiamandosi co' pi teneri nomi; talch datisi tutti intorno a lagrimare, accusavano la grande inumanit loro, e de' capitani', perch po tendo definire la lite con altri , l ' aveano ridotta al sangue de' parenti ed al contaminarsene delle famiglie.
P l O W I G l , toma I .

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DELLE a n t i c h i t ROMANE

Staccatisi finalmente I giovani dagli amplessi, ripigitaie dagli scudieri le spade, e gi ritiratisi quanti s' intorno , si contrapposero secondo U statura, e si av* ventarono. XIX. Stavansi fin qui f milizie [dacide e senaa cb> mori : ma poi da ambedue proruppero |;rida frequenti , esortazioai scambievoli per chi avea da combattere e voti e rammarichi, e oontinui suim di voce , var} se^ condo r ondeggiare vario della . m ischia, quali per le cose latte e vedute dalP una e dall' altra p arte, e quali per le cose future o pronosticate : nta pi dalle im an" ginazioni ne derivavano che dai successi ; perocch la visione fatta in tanta distanza nn era ben chiara ; e passionandosi tutti pe'loro combattenti, prendeano come avvenuto quanto ideavano. E gli assalti incessanti , le ritirate degli em uli, e li passaggi rapidi , e li rivolgi* menti (i) degli uni in su i luoghi degli altri levavano ai riguardanti la forza del distinguere. Dur tal vicenda' gran tempo; perocch gli uni e gli altri aveano pari le frze dei corpo, pari la generosit degli anim i, e bo^ nissime le armi che li ciricondavano; n rimaneano loro membra alcune indifese ; Unto che feritivi, subito ne morissero. In tale stato molti Romani e molti Albani in mezzo all'ansia di vincere e nel commoversi pe'loro atleti, s'infiammavano , effigiandosi appunto con gli aifetti di quelli, quasi volessero anzi star nel conflitto , che rimirarlo. Alfine il maggiore degli Albani srratos^ col Romano che stavagU a fronte, e dando e ricevendo
(i) Cio il voltar della bccia, mutalo luogo.

L IM tO

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colpi'a eolp2 ; immrs non so come b spada nelraogttnsja deU'emulo. Questi ingrevUo gi da altre ferite al riceverne l ultima e mortale , Cadde, rilasGaa<> dosi nelle m em bn , e spir. Alzarono a tal visu gli spettatori tnUs le grida ; gU Albam cOme gi vincitri , e li Romani quasi gi vinti ; concependo i due lro > fiicilissimi da essere conquisi dai tre degli Albani. F rat tanto il Romano che era per soccorrere il caduto com pagno ^ vedendo quanto l'Albano rabbellivasi al fausto evento , si spicc come un lampo su lui > e menando e riportando ferite in copia, alfine gli cacci la spada nella gola e lo uccise. Ricambiatisi in poco d' ora i sitocessi de' combattenti, e le affezioni degli spettatori, levandosi i Romani dal primo abbassamento, e peiv dendo gli Albaiii la esultazione ; un' altra volta ancora la sorte spir contraria ai Romani, e ne umili le spe< anze , animando quelle de' competitori. PerdoCch ca dendo r A lbano, il fratello cbe gli era vicino si scagli a r assalitore. Di l'u n su T altro contemporanee gravi percosse. L' Albano cacci la spada tra spalla e spalla fino aUe viscere del Romano: e questi, traforandone lo scudo, recise all'altro linterno del ginocchio. XXi Colui ohe s'avea la terribile ferita cadde, e m ori. L'idtro .non poteasi piA tenere sul ginocchio mal coneia; pur zoppicandone , ed appoggiandosi via via su lo scudo j reggeva ancora, e si ritirava presso del fra*tello rimastogli, che stavsi alle prese col Romano. Re^ u v a a questo l uno de' contrarj .a fronte , venendogli r altro da tergo. Allora temendo che avendola a fare OH' due che da due lati lo investivano, sarebbene iar

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d e lle

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cilmente rlnchiiuo : e trovandosi inTulnerato ancora ; pens di separare I nemici e combatterne 1' uno dop l'altro. Concep ..che aTreU>eli iacilmeiite disgiunti w facesse vista di fuggire ; non potendo ambedue segui tarlo , giacch Tedeane l ' uno infermo del piede. C osi deliberato fuggi con quanto avea di velodt , n gli Tennero meno le speranze. L 'i^ a n o che non avea piaga m ortale, tennegli immantinente appresso; ma T invalid a camminare si rimase pi addietro che non dovra. Qui gli Albani confortavano i suoi : riprendevano i Romani il proprio guerriero : anzi cantavano quelli e si magni ficavano , come sul termine glorioso della impresa ; ma s' addoloravano gli altri come non pi potesse la fortima rasserenarsi verso di loro. Quando ecco il Roma no , coltone il punto y si rivolt rapidissimo ; e prima che r Albano potesse guardarsene, gli di colla spada in un braccio, e spiccoglielo nel gomito. Fattagli ca dere la mano e colla mano la spada gli sopraggiunse un colpo, e con questo la morte. Quindi si lanci su r ultimo albano e lui gi derelitto , gi semivivo scann. Poi spogliati i cadaveri de cugini, corse in citt ; volendo esso il primo dare al padre la nuova ddla vittoria. XXI. PorUvano per i destini che essendo mortale anch' egli non avesse prospera ogni cosa ; ma sentisse 1 morsi ancora della invidiosa fortuna. Lo avea questa in pochi momenti renduto grande di picciolo, e sollevato a chiarezza inaspettau e mirabile, e questa apptmto n d medesimo giorno lo gitt dentro amara sciagura, spin gendolo ad uccidere la sorella. Come egli fu vicino alle porte di Roma, videvi moltiludine inunensa che fuori

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se ne versava, e. vide accorsa con essa ancor la sor^la. Tnrbato al primo vederla perch essa, donzella ornai nubile, avesse lasciato la custodia materna, e si fosse esposto in mezzo di turba incognita; ne formava pen sieri funesti: ma si rlvobe alfine ad altri pi miti e be nevoli , quasi ella cedendo al muliebre genio avesse ne gletto il decoro per desiderio di salutare primieramente il fratello salvo, e d'intenderne i fatti, virtuosi degli ,estinti. Colei per sera ardita di mttersi all^ insolita via non per desiderio del fratello ma vinta .dall amore di uno de'cuginl, col quale aveale il padre suo concordate le nozze. Celavano colei l ' ineffabile afTeUo ; ma poich seppe da un tal dell' esercito gli eventi della giornata ; non pi lo contenne : lasciati i domestici lari corse come furiosa alle porle di Roma, nemmeno volgendosi alla , nutrice che la seguiva y e la richiamava. Uscita, d ^ citt come vide il fratello festevole colle ghirlande trionili cintegli dalle regie mani, e gli amici che porUvquo le spoglie degli estinti, e tra . le spoglie ancora 1' am manto vario, che essa avea colla madre tessuto e m w dato in pegno delle no^ze allo sposo, giacch usano gli sposi futari tra'Latini abbigliarsi di ammanto vario; comq vide il caro suo dono macchiato di ^ g u e ; si lacer le vesti, si batt con ambe le.mani il petto; ulul, richiam r amato cugino ; tanto che grande stupore ne invase quanti in quel luogo si st{ivano. E pianto il destino dello sposo folgor col fisso sguardo sul fratello, e grid: Tu

esulti o sozzissimo uomo su la occisione d(tcugini, e tu , scellerato , tu privasti con ci dello sposo la mi sera sorella tua. N piet senti detrafitti parenti che

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DELLE a n t i c h i t ROMANE

pure chieuaavi fra te lli tuoi ; ma i innehrj di ^ o ja

quasi per buonissima impresa, e vai fra tanti mali coronato. E qual cuore .m ai il tuo ? fo rse di una fiera ? anzi , colui re{Jic, d i un cittadino che ama la patria ; di uno che punisce chi le vuol m ale, siasi egli un estraneo o siasi un domestico. E tra questi caltoco te pure, te che vedendo i beni grandissim i, e I ff'tm dissim i m ali in un tempo avvam tiei, la. vit tona della patria che io qui ti presento , e la morte'. U t tuoi f i atelli ; gi non esulti o m alvada pe beni comuni della patria , n ti addolori pe domstici in fb rtu n j, m spregiati i fr a te lli, non s o d iti eke., loi sposo ; e profani te stessa non fr a * tenebre ; ufot nel pbblico aspetto di tutti. A me la mia virik rimproveri, a me le mie corone t O Rd rgfme:^ non sorella, e non degna degli aw f Poich'^tdmn* qtte ttn piangi i fra telli ma lo sposo^ poich tieni il' corpo, co' v iv i, ma. V anima coWestinto ; vm , teh crri a lui th richiami, ri pi disonorare! ii g/tni-t tore, e i frttelli. Cd ilieendo-, pi non serb^ misarai nell' odio della scelierata ; m k immerse co* quanto avea d* ira l spada ne'6 ancbi; ed uccisala andbssene al padre. I costumi e gli animi de' Rolnrani evano alioH rosi pieni dell' odio del m ak , e eo( fermi in questo ; che se alcuno li voglia pragonare co' nostri, dir che erano aspri e duri, n diversi molto da qnei delle fiere. Il padre udita la spaventevole uccisione non solo noa te ne corrucci ; ma 1& tenne come debita decorosa ; perciocch n permise che fosse porlata nella sua casa ; n procur, che. la seppeliissera nelle tombe degli a v i}

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t che fosse con eseqriie e fregi, e comuiKjae co'fnnebr riti ondtHU. Mai coloro che possaTano dor giacerati ac^ d s a , le gittarono sopra sassi e terra , prendendone <Ara come di nn abbandonato cadavere. Tali erano le durezze di quest uom o, e tali pur sono le altre che aggiungo. Egli nello stessb giorno fece a Nmi patemi come su di opere felioi e belle i sagrifizj che area loro profiaesso \ e tenne a splendido convite i congiunti, e irattovVdi come neUe amplissime feste, ripotande i suoi maK vii ccfsa rimpetto al bene comune della patria. E ri-* cordaUo ciie molti altri > distintissimi tra' Romani, fecero put* lo stesso di sagrificare, di coronarsi, di trionfare in vista della motte recente de'figli quando il pidiblico ne prosperava. Mai di ci dir nei lof'o tempi. XXII. Dopo la tenzone de' trigeimni i Romani i qttali e t'ali in campo, ei^findo magnifiche tombe agli estinfi ne hioghl ove caddero, fiioevano agl'lddii sagrifiq trionfiili ili mezzo ai pi dold trasporu*. Ma gli Albani dolendosi e rimproverandosi del captano come di uno scongliato, durarono fino a sera per lo pi digiuni e senz'alura cura ninna del corpo in qnel giorno : nel se^ guente il re de'Romani chiamandoli a pagamento assai li racconsol , perch non fe loro vergogna , n du rezza , n cosa disacconcia a' parenti. Ma provvido u* gualmente del bene di ambedue le citt lasci ad essi per capo lo' stesso FafFesio, e senza muovere o rifor mare hiuna delle istituzioni civili ricondusse in patria l'esercito. Ora avendo egli gii trionfato secondo i d ^ Crti del Senato, e ricominciato a trattare delle cose Ur> , vennero a lai cittadini non i|;aobili condncendo

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DELLE AlfTI C HITA ROMATCE

ed accnsaodogli Orazio come lordo di sangue domestico per la uccisione della sorella. E postostene il giudizio, assai vi perorarono, allegando le leggi die non per mettono che uccidasi alcuno impunemente, e riferendo gli esempj dati dagl lddii su le citt che non vendicano gli scellerati. Faceva il padre le difese del giovine, incolpava la figlia ; pretestando eh' ella non ebbe morte, ma. castigo : che niuno era nella domestica sciagura giu dice pi acconcio di lui come genitore di ambedue. Mol tiplicandosi da ambe le parti i discorsi, assai fu per plesso il monarca come avesse a terminare il giudio. Egli pr non portare la colpa, e la maledizione nella magione sua da quella dell' autore di esse credea bene che non si assolvesse chi dichiaravasi reo del sangue della >rella, sparso prima di ogni condanna,, e per ca gioni per le quali vietano le leggi che uccidasi : noo ammettiea per che si avesse ad immolare come ua omi cida chi avea scelto di cimentarsi per la patria e tanta signoria le avea procacciato, mentre non linealo per colpevole il padre stesso a cui la natura e la legge danno i primi diritti di risentimento per la figlia. Incerto come decidersi, tenne da ultimo per lo meglio rimetterne al popolo la sentenza. Il ppolo Romano divenuto allora la prima volta giudice di un omicida si attenne alle de stinazioni del padre, d assolvette il suo liberatore dalla niorte. Pure non istimava il re che bastasse a chi volea manten'e la piet verso i Numi tal giudizio renduto dgli uomini : ma chiamati i pontefici commise loro che placassero i Genii e gl Iddii, e mondassero il giovine colle espiazioni le quali purificano da morti involontarie.

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E qnelH eressero due altari, 1' uno a Giunone , Dea difenditrice delle sorelle, e 1' altro ad uuo D io, chia mato ( 1 ) Genio da n a ^ n a li, col nome appunta de'cngini Curazj uccisi dal giovane. E facendo su questi de' sagrifizj, ed usando nondimeno altre espiazioni, da ul timo passarono 1' Orazio sotto il giogo. Costumano i Ro m ani, quando diventano gli arbiuri di nemici che ab bassano le arm i, di piantare due aste diritte, acconcian done una .terzasupina su di esse; e poi di passam sotto li prigionieri, e dimetterli alfine liberi vero le patrie loro. E questo ci che chiamasi giogo. Coloro che lustra rono il giovane si valsero di tal ultimo rito nel puri ficarlo. 1 Romani tuui stimano sacro il luogo della citt dove fu praticaU la cerimonia. Rimane questo nell' an gusta via che mena gi dalle Carene coloro che ven gono all'angusta, via Cipria. Ivi sorgono altari allora edi ficati , e su gli altari stendesi 1' asU supina confitta ai dtie m m contrappos: pende quesu sul capo di quelli che ne escono, e chiamasi nel parlar de' Romani a/ta o legno della sorella. Questo luogo onorato con annui sagrifizj rjeorda in Roma ancora la sciagura del giovane: ma ri<;orda il valor suo tra la batuglia la colonna ngolare che principio del portico secondo nel Foro dalla quale pendevano gi le spoglie de'trigemini Albani. Le armi vennero meno per gli anni; ma la colonna ser bane ancora la denominazione chiamandosi pilastro Orazio. Che anzi evvi in Roma una legge nata da tal fatto,
( i ) Genio Curazia: f a coti deUo perehi destinato a placare l ombre de' C oraxj. E d Oraxio meriiaya appunto di estare eapialo dal tangu* della sorella e de* cugini.

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D EL L E A N tlC H IT A * D OM A NE

ed osservauvi pur nel mio tempo, a riverenza e ^oria de'giovani immortali, la quale ordina che nascendo dei nigemai si dispensino per essi a pubbliche speSe i vi veri Ano alla pubert. Tal fine ebbe la serie delle cose degi Orazj inlessata d'inaspettate e meravigliose vi cende. XXIII. Indugiatosi il re de'Romani per on anno onde apparecchiare quanto era dnopO alla guerra; infine de liber di avanzar coll* esercito contro Fidene. Prendea le cagioni di guerra da questo, che invitati i cittadini di essa a giustificarsi circ le insidie ordite su ^ i Al bani e Bomani non aveano ubbidito, anzi dando in un subito alle armi e chiudendo le porte e congregando ^e schiere ausiliarie de' V ejenti, eransi manifestamente ri* bellati. Aggiungevasi, che andati gli oratori per inten* dervi le ragioni della rivolta, i Fidenati non alfro ri sposero , se non che non aveano essi rosa alcuna co mune cC t Romani fin dalla morte di Romolo al quale si erano, giurando, congiunti di amicizia. Su tl ca gioni arm le sue milizie, e fe' richiedere le ctifederate, delle quaR Mezio FnfTezio recava da Alba le pi numerose in apprato bellissimo ; tantoch superava ogni altra forza amica. Ttdlo commend Mezio ^ come deter minato X prendere seco liti la guerrfe ardenlissimamente, in ogni miglior m odo; e lo rend consapevole di tutti i disgni. Ma quest' uomo incolpato ffk da' suoi come rio capitano di guerra, anzi calunniato di tradimento ; questo dopo che si era tenuto per tre anni sotto 1' autoriij^ suprema d T u lio , iJfine sdegnando un princi pato schiavo dell' altrui principato, e di essere diretto

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pimiosto d ie dirigere ; macchin cosa non degna. Im perocch maodati messaggeri segreti a' nemici de' Ro mani , irresolati ancora per la ribellione, gl' inCamm r tr ^ h e non pi dubitassero ; promeltendo che in mezzo della battaglia inTestinebbe egli stesso i Romani. taK cose macchinando e facendo ; pot cinianersoe occulto.' TuUo apparecchiate le milizie sue e quelle de' compagsi le port su' nemici, e valicato il fiume Aniene si pose non lungi da Fidene : ma scoprendo innanzi di questa in ordinanza un gran nummi di Fidenati e loro' compagni si tenne in calma tutto ^ ^ 1 giorno: nel segaente convocando l'albano FulTezio, ed altri de' pi intimi m ci ponder con essi com era da praticare la guente; e poich-parte loro che fosse da combattere sp> ditameme, senta indugiarvisi ; egli preaccennando i po sti e l ' ordine che ogntmo prenderebbe, e destinando p er la zulib il prossimo giorno, conged 'adunanza. QBndi F uffezio che ancora tenevasi occulto con molti degli amici sol tradimento che meditava, fatti a s venik r pi cospicbi tra'suoi centurioni e tribuni diss:

XXIV. T rib u n i, centurioni, io sono per comuni carvi grandi, inaspettate eose, che vi tcqui \finora. V i ratconumdo se non volete distruggermi che voi' p ure le taciate : anzi che miei cooperatori vi siate , se utili a compiersi vi parranno. l i tempo angusttt noTt consente che io distesamente vi parli d i ogni cosa; e ristringami alle primarie. Io per tatto t intervallo che fum m o subordinati aRomani fino a questo giorno ,* io m' ehhi una vita piena di vergogna e di ramma rico ; eppure Ju i onorato dal monarca loro della ma~

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DfeLLE a n t i c h i t ROMANE

gsttatura suprema, ogginti da tre anni f lo sar nommeno per sempre se il voglio. M a perciocch mi parca C estremo de vituperi che io solo m ifo ssi felice nella sciagura comune ; e vedeva intanto, io hftne che ertti>atno stati spogliati della sovranit contro tutti i diritti sacri delC wmo ; cos m i diedi a considerare come potessimo ricuperarla, ma senza rischiarvi gran fatto, E discorrendola io me(^ moltissimo trovai ima via sola facile n pericolosa che guiderebbe alC in tento , cio che sorgesse loro una guerra daconfinanti. Imperocch prevedeva io che i Jiomani avrebbono a chiamare le truppe ausiliarie, e le nostre massimam ente, e prevedeva dopo ci che non avrei gran bi sogno di persuadervi che piU bello , e pi giusto combattere per la nostra libert, cite per ittabilire Vimparo deJiomani. Spinta d a ta li pensieri produssi a Jiomani la guerra de sudditi loro F idenati, e Fejfinti risolvendoli , alle arme con esibire che io pren derei pea te con essi. Fin qui si rimase occuUa t i Bqmani la pratica ; ed io provvidi intanto per me la 0 QcckS0 i\e di assalirli. Ora considerate quanto sia questa opportuno. Primieramente, glande in una ri bellione nKmifesta, sarebbe il pericolo o d i avventu rare ogni, cosa mentre siamo sprovveduti per la fr e t ta , e contiamo unicamente su ci che potrebbero le nostre forze ; o di essere sorpresi da essi gi pronti mentre ci apparecchiamo e ci procuriamo dagli altri un qjuto. N oi per cos non manifestandoci non cor reremo n r uno n t altro disastro ; e ne avremo raccolto almen questo bene. Secondariamente noi non

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ci daremo a percuotere la graitde , la bellicosissima

potenza e fortuna degli emuli con le violente manie re , ma si bene colle artifiziose e scaltre, con le quali si prendono finalm ente le cose trascendenti, e meno fa c ili a battersi colla fo rza ; n gi saremo a fa r questo i p rim i, o li soli. Inoltre siccome le nostre m ilizie m al potrebbero schierarsi in campo a fronte d i quelle de Romani e degli M eati ; cos abbiamo congiunto noi le forze s grandi, come vedete, dei Vejenti e de FidenatL A n zi si da me provveduto xihe le ardite schiere di questi ne diano con iffetto il soccorso che ne ho cercato. Imperocch gi non sar la pugna nelle nostre cam parle; ma battendosi i Fidenati per le proprie, difenderanno in esse an cora le nostre. E quello che riesce dolcissimo agli uom itii, quello che di raro occorse ne tempi andati; questo ancora per voi si combina : noi giovati dai nostri alleati sembreremo d i avere ad essi giovato. E se r affare si termina a piacer nostro, come par verisim ile; i Fejenti e li Fidenati che avranno liberato noi da un durissimo giogo, essi noi ringrazterantio quasi col favor nostro ottengano un pari benefizia. Questi sono i successi che da me con gran diligenza procurati mi sembrano bastare ad iipirarvi confiden z a , e viva prontezza ad insorgere. Ora udite in qual modo io voglia por mano alla impresa. Tulio mi ha destinato appi del monte ; perch io vi governi Vuna delle ale. Ma quando sa remo per attaccarci co* nemici; io non attendendo allora tale destinazione ; mi ritirer poco a poco sai

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DELLE AWTICHITA BOMANE

monte. Voi seguitemi allora ordiitatamenU. Giunto alle cime ed in salvo, udite come io contnaer. Quando vedr le cose che qui. dico riuscirmi come w le disegno ; quando vedr infiammati d i coraggio i nemici perch noi cooperiamo con essi, umiliati e spaventati come traditi i Jomani ; e come verisimile, gi pi intenti a pensare la fu g a che le difse; allora io star su loro ; ed io coprir de loro cadof veri il campo; perocch scendendo d a lt altura destra, a basso, mi gitter su d i essi sbigottiti e dispersi con esercito pieno d i beW ardore e d i ordine. Rile vantissima nelle guerre la fa m a sparsa d i un tra dimento anche fa lso degli alleati, o del giungere d i altri nemici ; e sappiamo che grandi eserciti furomo totalmente da tali vane apprensioni rovinati t pi che da altri spaventosissimi casi. Jl nostro adoperate per gi non sar fa m a vana, n arcano spaur^mento ; ma cosa pi che tutte terrbile a vedersi b provarsi. Ma (dicansi pur le cose consuete a pre sentarsi contro la espettazione, giacch ta vita nb involge molte, n verisimili) se gU eventi risiratuHt contro i disegni; anch io far cose ben tdite -dfi quelle che in mente io rawolgevami. A llora io pioi^her co Romani su nemici ; co Jomani raccoglier^ la vittoria, simulando di aver prese le alt&r 'petangere gF inimici. Ben avran fede, i miei detti <Jocordandosi le opere colle finzioni : tanto ohe noi comunicheremo c o ^ infortunj di niuno , sole pat^ teciperemo le belle vicende delT uno o delF tUfro. li tali cos ho deliberato : e tali cose eseguir& eoi

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vore d e ^ Iddi coma bnissim non solo per g^t bani ma per tutti i la tin i. Bisogna che voi guardiate p rm a che tutto il silenzio : poi, che serbiate il buon ordine i cAe prestiate immantinente ai comandi ^ che te r r ie r i vi siate pieni di helVardore, e che tali rendiate pur quelli che vi ubbidiscono ; considerando che il combattere nostro per la libert non somiglia al combattervi degli altri ^ consueti ad essere comanrd a ti, e lasciati da loro padri in tale condizione. N oi liberi siamo nati dai liberi : anzi i nostri avi d han tramandatxf il comando su vicini ; serbarono questa formt^ per cinquecento anni ; n di questa si trove*ranno per noi spogliati li posteri. N tema chi vuole fa r questo., quasi rompa i trattati , e violi i giurai menti fa tti sopra d i essi: pensi ^ piuttosto che egli i diritti lipristina rotti e violati da Romani : n gi i tenui diritti ma quelli che la natura ci ha dato degli uom ini, quelli che la legge fui fondato comune ai Greci ed ai Barbari, vuol dire che i padri comanrdino , i padri dian l e ^ ai fig li, e le citt madri a lle colonie. Questi sacri diritti che mai saranno cancellati dalla natura degli uom ini, questi noi vatendo che siano perpetuati, n frangiam o alleanza nin n a , n genj n D ii ci si potran corrucciate quasi non sante cose facciamo , se mal pi comportiamo servire anostri discendenti. Coloro peri> che li hanno conculcato i prim i ^ e che con opera indenta han ten tato di fa r prevalere la umana alla lef^e divina ; coloro, com giusto , e rwn gi n o i, s'avranno a fm n te r ira de N um i, e su di essi noti su noi^sor^

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ger la vendetta degli uomini. Pertanto se queste vi sembrimo le cose migliori ; eseguiamole, e chiamiamovi protettori gF Jddii, M a se alctmo snte in con trario e sente o t una o C aUra deile due cose; vuol dire o che pi non debba ricupa"arsi V antica iignii della patria ; o che debbasi aspettare un tempo pi acconcio del presente, e differire; costui non esiti a dire i suoi pareri; e quello sar fa tto che a tutti sembri il migliore. XXV. Alfine lodato nei dir suo dagli astanti, e firo> mettendosi questi a far tutto ; esso ne obblig dascono cl giuramento, e dimise l'adunauEa. Nel prossimo giorno all' uscire appunto del sole, uscirono da' proprj allo^ giamenti le milizie de' Fidenati e degli alleati, si schie rarono per la battaglia: Tennero nommeno di fronte i Romani, e si ordinarono. Tulio stesso e i Romani si opponeano collala sinistra ai Vejenti i quali formarano la destra nel corpo loro.' Nell' ala destra dei Romani si uva Mzio FufTezio e gli Albani presso del monte in coBtra de' Fidenati. Rndutisi ornai vicino gli uni degli a ltri, gli Albani prima di essere a tiro si staccarono dal resto dell esercitoascendendo ordinaumente rl monte: I Fidenati ci vedendo e cerziorandosi della realt del tradimento promesso dagli Albani si portarono pi bal danzosi contro de'Romani. L'ala destra de'Rom ani, es sendosene tolti gli alleati, erane ornai rotu e mollo in pericolo. Combattea per bravissimamente 1 ala sinisUra e Tulio con essa in messo di scelti. cavalieri. Quand* ecco un cavaliere affrettandosi verso quelli i quali pugnavano presso del monarca, o T ulio, disse, la no

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stra ala destra sul perdersi: gli A lb a n i, abban donatala , ascendono il monte, ed i Fidenali che li leneano schierali dinanzi, ora preponderando a fronte dell'ala tarito ittdebolita , gi gi la circondano. I Roipatii: ci udendo, e vedendo I'accelerai-si degli Albani ia sul monte; temerono di essere avviluppati da' neaiici, lanlo che non ayeano cuore n di combattere, n di restane in guel luogo. Or q u i, dicesi, che Tulio niente commosso all'aspetto di un male si grave e tanto ina spettato facesse uso dell avvedutezza : e che salvasse con quesu r esercito omai nel pericolo manifesto di essere circondato; e disfacesse e terminasse tutto il bene degli inimici. Imperocch non si tosto il messaggero ebbe det to; egli a gran voce sicch i nemici, la udissero, o 0 m ani, esclam, li nemici son vinti. G li A lbani sul mio comando hanno occupato come vedete il monto prossimo a noi per piombare alle spalle de'nimici. Alit ato ! gli abbiamo pure al nostro buon punto gli implacabili avversar]. Noi siamo loro dirimpetto, e g li Albani alle spalle: pili non possono avanzare , n retrocedere. D all'uno de''lati rinserrali il fiu m e, dall altro il monte : ci daran pure le pene meritate, Andate : avventatevi intrepidamente su loro. XXVI. Cosi esclamando ne andava tra le milizie. ben presto i Fidenati furono presi dalla paura che qul tra* dim enio, si rivolgesse finalmente su loro per frodolenza del capo degli Albani : perch n lo vedeano schierarsi contro i Romani, n fulminarsi contro di essi come avea gi promesso. Altronde avea quel parlara infiammati di D iom ai. u m I . 1;

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ardire e riempiuti di confidenza i Romani. Adunque scop piando in un grido e ristrettisi lanciarousi all' inimico. Piegarono allora, e fuggirono i Fidenati in disordine alia loro citt. Il re de' Romani rilasciando la cavalleria su questi atterriti e turbati li perseguit qualche tempo; ma vedutili poi sbandati, senza animo di raccogliersi e senza forza, permise che fuggissero; e si rivolse con tro r altra parte de' nemici ancora ordinata. Ivi era bat taglia viva tra'fanti; e pi viva ancora tra' cavalieri. Im perocch li Yejenti quivi schierati non che sbigottirsi e dar volta , resistevano all' impeto de* cavalli romani. Alfine vedendo che l ala loro sinistra era battuta, e che l'esercito de'Fidenati e degli alleati fuggiva lutto precipitosa^ mente, anchessi per timore di non essere colti in mezzo da'nemici che toruavano da inseguire gli altri, diedero volta, e si scomposero e tentarono di salvarsi a traverso del fiume. I pi robusti , e men carichi di ferite, n impotenti a nuotare passarono senza le armi il fiume e scamparono: ma quanti non aveano l uno o laltro di que requisiti > affondavano tra vortici; esendo il T e vere presso Fidene rapido e tortuoso. Tulio intanto impose a parte de cavalieri di uccidere i nemici che accorrevano al fiume, ed egli condacendo il resto delr esercito assali gli accampamenti de Yejenti e gl in vase. E tali sono le operazioni che diedero a Romani salute inaspettata. XXVII. Quando il re dAlba vide manifestamente vit toriose le milizie di T ulio; egli per dare a vedere che fkceala da allealo , calando dal monte le su e, le men contro deFideuati che fuggivano ; e molli in tale suto

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ne Uccise, l olio vedendo il suo fare, ed esecrando la nuova sua tfadigione, dissimul di presente, finch lo avesse nelle mani : anzi di ' vista di lodare tra* molti come bonissima l andata di lui su pel monte : e spe ditagli una banda di cavalieri lo richiese che desse gli ultimi contrassegni di zelo, incaricandolo che cercasse con dililgenza, e trucidasse que' Fidenati che non po tendo ripararsi tra le m ura, vagavano dispersi intorno in tanto numero per la campagna. Colui quasi avesse gi conseguila l 'una delle due cose che sperava, e quasi fosse accetto veramente a T ulio, ne fu dilettato ; e ca valcando gran tempo per que' campi fe strazio de' pro fughi i quali sopraggiungeva. E gi tramontato il sole condusse i suoi squadroni da tale pei'secuzione al campo Romano, e vi festeggi Con gli altri la notte. Tulio di moratosi nell accampamento de Vejenti fino alla prima! vigilia vi esplorava da' prigionieri pi riguardevoli quali fossero mui stati li capi della rivolta. Come poi seppe che ci avea tra congiurati anche l Albano Mezio Fuffezio, gli parve che i fatti di lui concordassero colle in> dicazioni de' prigionier. Adunque montato in sella si ri condusse cavalcando in citt fra lo stuolo de'suoi pi fidi. E prima della mezza notte convocando dalle case loro i Senatori ; disse del tradimento degli Albani, dandone per testimonj li prigionieri ; e narr gli artefizj co' quali egli avea deluso i nemici e li Fidenati. E poich la guerra avea fine bonissimo : invit loro a discutere come si avessero a punire i traditori, perch Alba si rendesse pi savia per 1 avvenire. Parve a tutti giusto anzi n ^ cessarlo che si punissero quanti si erano messi ad opera

a6o D E L L E a n t i c h i t ROMANE Unto (cellmta. Si ondeggi per molto intorao la ma niera facile e sicura della esecuzione. Sembrava loro im possibile che tanti cospicui Albani si potessero involare con morte tenebrosa e nascosta. Che se tentassero arre starli e punirli palesemente, temeasi che quel popolo, piuttosto che ci non curare, volasse alle armi. Non voieano poi combattere in un tempo co' Fidenati, coi T irren i, e con gli Albam* loro consocj. Ora non espedendosi essi ; di Tulio infine un suo parere cui tutti en comiarono. Io ne dir dopo un poco. XXV [II. Siccome non era Fidene distante da Roma se non cinque miglia; cosi egli eccitando eoa tutto l ardore il cavallo si restitu negli alloggiamenti: e pri ma che il giorno brillasse luminoso, chiamando Marco Orazio il superstite de' trigemini, e dandogli li fanti e li cavalieri pi scelti, ordin che marciasse con questi ad Alba , che vi s introducesse in sembianza di amico ; che , quando ne avesse in sua balia gli abiutor rovinasse da fondamenti la citt , non risparmiando edifizio alcuno privato o pubblico, se non i tempj: non vi uccidesse per n vi oltraggiasse uomo ninno, ma consentisse che ognuno s'avesse le sue cose. Spedito questo egli aduna tribuni e centuriom , palesa ad essi il decreto del senato, e forma di loro la guardia del corpo suo. Si present dopo non molto 1 Albano in gaudip per la vittoria co mune , e per congratularsene con T ulio: e Tulio sei'bando tuttavia li segreti suoi, lo encomiava, confessavalo degno di gran dotai, ed invitavalo a scriver i nomi de valentuomini che si erano pi distinti nel combat tere portarglieli perch tutti partecipassero al beni

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della vittoria. Inondatone costui dal piacere di su di una taroletla in iscritto i nomi de' suoi pi fedeli, de' quali si era valuto ne'disegni reconditi. Allora il re di Rom a. invita a radunarsi lutti, snza le alm e, e radunatisi; fece che il duce degli Albani, come li centurooi e tri buni si collocassero presso di l u i , e che gli altri Al bani ordinatamente si compartissero ; ponendo dopo lo* ro il resto degli alleati e dietro tutti infine circolar mente i Romani , tra' quali ce ne avea de magnanimi, co' brandi sotto degli abiti. Quando poi gli sembr di avere a suo bell' agio i nemici ; sorgendo cosi ragion : XX DC . R onani, am ici, compagni di arme , fi

nalmente abbiamo col fa m re degt Iddii portata la vendetta su Fidene e su quanti partigiani, di le i , fu rono arditi investirci con guerra manifesta. Seguir da questo t una delle due, vale a dire che quanti ci molestavano si cheteranno; o ne daranno pene tanto pi spaventose. Ora venute gi le prime nostre im* prese a buon term ine , tempo che puniamo quei guerrieri che avendosi il nome di amici nostri, ed assunti a questa guerra da noi perch facessero coru. tro a* nemici comuni, abbandonarono la loro fedelt verso n o i, si strinsero con patti segreti a nem ici, e macchinarono la universale nostra rovina. Ben sono essi peggiori de' nemici m anifesti, e perci degni di pena pi grande. Imperocch facile cosa deludere le insidiose lor trame , e ribattere si possono se ci assaliscono come nemici : ma n riesce di leggeri cautelarsi da amici che la fa n da nem ici, n si pos sono risospingere se ci prevengano. Ora tali sono i

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guerrieri che Alba ci mandava : ingannevoli alleati 1 eppure non danneggiati, ma beneficali grandemenle, . e in tante cose da noi. iVoi, ramo gi della or gent^, non toglievamo punto della lor signoria , ma la nostra fo r z a , la nostra potenza fondavamo col domare i nostri nemici. Premunendo di mura la nostra patria contro genti amplissime e bellicosissime abbiamo prodotto ad essi un alta sicurezza in fr a le guerra de Tirreni e de Sabini: tantoch serbandosi la nostra citt prosperamente , dovean essi rallegrar tene principalmente; e decadendo questa non dovean meno rattristarsene che per la propria citt. Essi per si ostinarono ad invidiare non solamente il nostro ben essere, ma il proprio ancora nel nostro : e da ultimo non potendosi pi todio nascondere, ci hanno premeditato la guerra. M a perciocch vedeano noi benissimo acconci a ripercot^rli, non essendo essi valevoli contro di noi, c invitarono a trattati ed ami^ cizia , e richiesero che la lite sul principato si deci desse con la tenzone di tre combattenti. Accettammo r invito e vincemmo ; e ci fu la loro citt sottomessa. O r, dite : che abbiamo noi fa tto dopo questo ? Po tendo noi ricevere gli o s tic i da A lba, potendo mettervi giutrnigione , e qual uccidervi, qual cacciarne de principali a por dissidio tra f uno e V altro po polo; potendo cambiarvi in favor nostro la form a del governo , smembrarne il territorio, prescrivervi de tri buti , e torte infine le arme ciocch era facilissimo , ed avrebbe tarUo pi noi convalidato ; potendo noi tutte queste cose ; non abbiamo pur voluto farvene

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nemmeno una, mossi am i dalla piet vers loro, che dalla sicurezza del nostro principato. E preferendo cioccK era il decoro all utile abbiamo conceduto che si godesse ogni suo bene. Permettevamo che Mezio Fuffezio, che essi avevano elevato d primi gradi come il pi degno , vi amministrasse ancora la repubblica. E d essi ( ascoltate qual contraccambio ce ne rendeTona quando pi bisognavamo delV amicizia , e delle armi loro J ! si convennero in segreto col nemico com une. di assalirci insieme tra la battaglia ; e quando t inimico e noi eravamo gi gi sul combattere ; essi lasciando il posto della ordinanza , corsero a monti vicini onde preoccuparne le alture pi fo rti. E se la cosa andava loro a seconda, niente avrebbe impedito che noi tutti perissimo circondati dagli amici e dai nemici ; e che tulli i combattimenti da noi sostenuti per la signoria della nostra citt, tutti in un giorno, svanissero. Ma poich tal disegno riusc vano primie-riunente per disposizione benefica degP Iddii da quali ripeto quanto io fo mai di buono e di bello , e pi jier r avvedimento mio che non poco valse a scoragg ir P inimico ed accendere i nostri, essendo stato mio stratagemma il dire che gli Albani ordine mio preoccupavano il monte per cingere P inimico ; pich C affare si termin colt utile nostro ; noi non saremo mo , quali essere ci conviene, se non punissimo i traditori ; quelli io dico i quali, doveano se non per altro , almeno pe' ligami di parentado serbare gli ac cordi ed i giuramenti, fa ttici di recente , e li quali non temendo g f Iddii che fecero testimonj de' loro

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traUali , non rverendo la giustizia stessa , non la ri provazione degli uomini, non calcolando la grandezza del percolo se il tradimento sconciauasi, tentarono in miseranda maniera di perdere noi progenie , noi be nefattori loro , essi nostri Jbndator, e congiurati con g l implacabili nostri nemici. XXX. Dicendo lui queste cose prorompenno gli Albani in gemiti, e preghiere d'ogni modo. Aflermava il popolo non avei' lui saputo niente dei disegni di Mezio : simulavano i capitani non aver conosciuta la mac chinazione, se non che nel darsi della battaglia, quando pi non era in poter loro d impedire, o non fare i comandi. Riferivano altri il lor fatto alla insuperabile necessit di congiunzione e di parentado ; quando H re, fatto silenzio disse: niente., Albani, niente ignoro^ di quanto allegate per iscusarmivi. E penso, che il pi di voi noi sapesse^ quel tradimento, perch dove m oki sono i consapevoli, non si tacciono, neppnr brevissi mo termpo le cose : penso che de tribuni e de centwrioni la parie minore fosse la complice ; ma che la pi grande non era che aggirata , e ridotta a passi non volontarf. Che se niente di ci fosse vero , se voi tutti A lb a n i, quanti qui siete, e quanti si rima* sero in A lia , vi aveste in cuore di danneggiarci, n gi da ora, ma da tempo antichissimo ; pur s'avrebbe il Romano nellar sua parentela una ben fo rte eagione a pazientarne le ingiurie. Perch per non pi vi aduniate a consulte ingiuriose contro noi , non pi violentati, non pi sedotti vi troviate da capi della vostra citt ; ne abitiamo pure sebbene unico, questo

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rimedio : vale a dire che divenendo tutti, cittadini di una citt riguardiamo questa sola per ptria , e par tecipiamo ciascuno ai beni mali di le i , come essa ne incorre. Finch saranno come ora discordi i .pa reri f finch disputeremo su la preminenza ; non sor ger mai stabile pace fr a noi ; principalmente se gli uni i primi siano per insidiare gli altri con vista di dominare vincendo, o di essere come parenti impuniti se perdono. Imperocch quelli che sono assaliti tenteranno riscuotersi colt estremo de mali , n fuggi ranno modo alcuno onde nuocere gli altri quali ne m ici, come ora addivenne. Pertanto sappiate: avendo io nella scorsa notte adunato il Senato , i Romani per bocca siui emanavano, ed io firrtiava U decreto che la vostra citt fosse disfatta, n si permettesse che vi restasse in piedi edifizio niuno privalo n pubblico alT infuori de'tem pli: che quelli che vi abi tano rilenendo ogni bene-, rwn ispogliati di schiavi', non di bestiami, rwn di oro pongano da ora innanzi la sede in Roma: che gli Albani poi, che non hanno campo alcuno se lo abbiano , purch non sia de porderi sacri co' quali si procacciano i sagrifizj : che io provveda i luoghi della citt dove le abitazioni si fondino degli emigrati, e supplisca a chiunque di voi pi ne abbisogna, i m ezzi onde compierle: che tutta la vostra moltitudine prenda la forma del nostro po polo ; comportasi in curie e trib ; abbia parte nel Senato e nelle magistrature pi insigni, e si ascrivano alle fam iglie patrizie le fam iglie deG iulj, de Servii/,

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DELLE AHTICHITA BOM4NE

de GeranJ , de M etelj, de' Corazj , de' Quintilj ( i ) , e de' Cluvilj : che finalmente Mezio e quanti delibo^ ramno con essa il tradimento, se ne abbiano le pe ne , e noi le stahiliremo queste , giudici sedendo di ogni causa ; mentre a niuno dee negarsi giustizia e difesa. XXXI. Intanto clie Tnllo cosi diceva i poveri tra gli Albani ;gradendo di essere fatti abitatori di Roma, e di parteciparne le campagne, lo acclamavano a gran voce. A ir opposito i pi cospicui per grado o pi agiati per sorte si affliggeano che avessero ad abbandonare la pro pria citt, e le case paterne , e vivere per 1' avvenire in terra altrui; n pi sapean che dire in tanto orribile necessit. Poich Tulio ebbe investigato i pweri della moltitudine, impose a Mesio, che allegasse, volendo, le sue giustificazioni : e costui noa sapendo che repli care alle accuse ed alle testimonianze : disse che il Se nato di Alba avealo segretamente incaricato di far ci quando usci per guerreggiare; e pregava gli Albani ai quali avea tentalo di racquistare il comando , t^e lo soccorressero, n guardassero con indiderenza la patria che rovinava , e tanti cittadini degnissimi che erano strascinati al supplizio. E gii nasceane tumulto nella moltitudine , e volavano alcuni ad afferrare le armi ; quando i Romani che circondavano l'adunanza sguaina rono , datone il segno, le spade : ed essendone tutti atterriti; sorse Tulio un'altra volta e disse: A lb a n i, non qui vi dato insorgere, n di travi^iani: giac( t ) U niao , e Palino d Famil. Romanor. leggono Q uinif.

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cl tu tti, s6 ardiste commoyervi, sareste trucidati da questi : ( E cosi dicendo additava le spade de suoi ). Prendete ciocch vi si dona , diventale fin da oggi Romani. per voi necessit , domiciliarvi in R om a , 0 non avere pi patria sulla terra. Marco Orazio and sulF ordine mio fin dalt aurora per abbattere la vostra citt dai fondam enti, e condurne in Roma gli abitanti. Ora sedendo che ornai questo fa tto , non vogliate correre alla morte; ubbidite. M etio Fuffezio, quesi occulto nostro insidiatore , che nemmer ora te me d invitare aUe armi i turbolenti e li sediziosi ; questo ne dar le pene , degne del perfido cuore e scellerato. Sbigott) ci ndendo la parte irritata degli adunati , come Tinta da insuperabile necessit. F remea F uiTezio per I' opposito, e vociferava , ma solo, e re clamava l alleanza, egli che ^ra accusato di averla tra d ita , n perdea la baldanza , anche in mezzo de' mali ; quando i littori per comando di Tulio afferrandolo gU squarciano in dosso le vesti e lo caricano di battiture. Poi quando parve che ornai quel supplizio bastasse ^ avvicinando due c a rri, legarono con lunghe redini le braccia di lui nell' uno di questi, e li piedi nell altro. Allora spingendo gli anrighi quinci e quindi i due carri ; egli strascinato e tirato in parti contrarie, fu subitamente ridotto in brani. Tale fu il termine mise rando e vergognoso di Mezio. Infine lo stesso re mi$ un tribunale per gli amici e complici di lui nel tradi mendo ; punendoli, come li scopriva r e i , colla morte , a norma deUe leggi su disertori e su traditori. XXXII. Intanto che si faceano tali cose, Marco Ora

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DELL E

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zio spedito innanu con soelu milizia a distraggere Alba compi ben tosto la marcia , e se ne impadron ; tro vandovi le porte non chiuse, n difese le mura. Poi convocando la moltitudine le pales quanto era acca duto nella battaglia , e ijuanlo il Senato di Roma ne decretava. Contrariavano quelli, e dimandavano tempo almeno per ispedire degli ambasciadori. Ma costui senza indugio spian case, muri ; e tutti in somma i privali e pubblici edifizj y scortandone con assai diligenza a Ro-, ma gli abitatori, che menavano e portavano ogni loro bene con s. Tulio ritornato dal campo gli comparii fra le curie e trib rom ane, U coadjuv per fabbricare ne' luvghi, che sceglievano in Roma , le case : dispens porzione suiBciente de' terreni del pubblico fra i loro mercenari , e sen cattiv con altre amorevolezze la mol titudine. Ma la citt di AJba gi fondau da Ascanio nato da Enea figlio di Anchise , e da Creusa figlia di Priamo , quella che per quattrocento otUntasette anni dalia sua fondazione era tanto cresciuta di popolo, d i ricchezze, di ogni ben essere, quella che aveva pro pagato trenta colonie in trenta citt del Lazio e che era sempre stata la capitale della nazione, quella alGne vit tima (i) deir ultima delle sue colonie giace squallida an cora e desolau. Prese requie nell' inverno il re Tulio ; ma nel sorgere della primavera cav nuovamente F eser^ cito contro Fidene. Non era venuto a' Fideoati, n lo pretendeano, pubblico soccorso niuno dalle citt confe derate : solamente da pili luoghi erano venuti de' m er( i ) Aani di Roma 88 secondo Ca to n e ; go 661 iT tn ii C iiiio . ttco n do Varone , e

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cenarj : e contando sa questi osarono un'altra volta esporsi in campo. Schierativisi, uccisero inolti de nemi^ ci; ma poi furono rispinti di nuovo tra le mura. Come per Tulio cingendo la citt di argini e fosse la ridusse alle ultime angustie ; vinti dalla necessit , si renderono a discrezione. Divenuto costui padrone della citt vi uccise noinmeno gli autori della ribellione.. Lasci gli altri a s stessi ; concedendo cbe godessero i lor beni : e restituendo ad essi la forma che aveano di reggenza, conged 1' ai-mata. Restituitosi a Roma onor gl Iddii ea la pompa trionfale e co* sagrifizj promessi, e fu questa la seconda volta cbe trionf. XXXIIL Si eccit dopo questa a' Romani la guerra de' Sabini ; e tale ne fu la cagione. Onrsi da Latini e Sabini in comune il tempio, sacrosanto pi che ogni a ltro , della Dea nominata Fcronia , che taluni . con greca interpetrazione chiamano la portatrice de fio ri, 0 r amica dei serti , o Proserpina. Essendosene an nunziate le feste, erano dalle citt d' intorno venuti molti per supplicare, e sagrificare alla Dea , e m olti, mercadanti , artefici , agricoltori per guadagnare nel concorso ; ivi tenendosi 6 era famosissima pi che in altri luoghi d Italia. Recavansi per avventura a questo luogo alquanti non ignobili tra Romani, quando alcuni Sabini concertatisi, li circondarono e derubarono. E quantunque si spedissero de' messaggeri , non voleano su questo i Sabini rendere la giustizia : ma riteneansi 1 danari e le persone degli arrestati ; imperocch dolevansi ancH essi de Romani che avessero dato ricetto ai fuggitivi de Sabini, costituendo il sacro asilo , come si

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DELLE ANTICHIT* ROMANE

dicliiai nel primo libro. In6 amniandosi da tati queri monie alla gueira uscirono con moltissime schiere in > campo aperto, Fecesi ordinata battaglia , e pari splendeavi il coraggio de' combattenti ; tanto cbe separatine dalia notte lasciarono la vittoria indecisa. Ne' giorni ap presso considerando ambedue la moltitudine degli estinti e de feriti, ricusarono ogni altro cimento ; ed abban donando gli accampamenti, si ritirarono. Ma tenutisi in calma per quell anno uscironsi di nuovo a fronte con forze pili formidabili. Si appicc la snlTa presso di Ereto lontana centoquaranta stadj da Roma, e molti vi soccombeano da ambe le pani. E pendendo questa zuffa ancora lungo tempo sospesa , Tulio elev le mani al cielo, votandosi cbe se vinceva in quel giorno i Sabini istituirebbe delle feste a Saturno ed a Rea con pubblica spesa. Celebrano ogni anno i Romani tali feste dopo cbe hanno riportato tutti i frutti della terra. Egli facea voto insieme che raddoppierebbe il numero de Salj. Derivano questi da nobile prosapia, e ne debiti tempi si cingono di arm e, e saltano accordando al suono delle tibie i salti , e cantando patrie canzoni , come ho spiegato nel libro primo. A quel voto si mise tanto ar> dor ne' Romani che questi pressando, come freschi soldati, gli stanchi, ne ruppero le schiere in sul man care del giorno , e ridussero gli stessi capitani a dar principio alla fuga. E seguendo essi li fuggitivi ai prprj trincieramenti, ne raggiunsero la maggior parte vi cino alle fosse. Tuttavia nemmeno dopo ci retrocede rono : ma rimanendosi ivi nella notte immiipente, e respingendo i nemici che pugnavano da entro il vallo ,

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invasero alfine gli accampamenti. Trasportaronsi dopo d quanta preda Yoleano dalle campagne sabine: e sic* come niuno pi presentavasi a combatterli , si ricon dussero in casa. Fece il re per questa battaglia il terzo trionfo. Quindi per le molte ambascerie de'.nemici de pose le arm i, avendone da essi li suoi disertori, e li soldati suoi caduti prigionieri ne' pascoli; ed esigendona la multa decretata contro loro dal Senato di Roma il quale avea calcolato in argento i danni ricevuti da' ne m ici negU armenti, nelle bestie da giogo, e nelle altre cose tlte ai coltivatori dei campi di lei. XXXIV. Eransi cosi sciolti dalla guerra i Sabini : scrittine su colonnette i trattati, gli aveano collocati net lempj. Ma suscitatasi per le cagioni che tra poco dire m o , la guerra di Roma con le citt latine, congiurate fra loro , guerra che non parea da essere ultimata nS con prestezza n con facilit ; li Sabini afferrarono di bonissima voglia tale occasione, e dimenticarono qu^i non fatti, i giuramenti e i trattati. E reputando esser questo il buon punto da rivendicare anche il multiplo del danaro sborsato a' Romani ^ uscirono su le prime in p o c h i, ed occulti a predarne le campagne vicine. E succedendo in principio il disegno secondo il desiderio, perch non accorreva milizia niuna in difesa de colti vatori ; si adunarono in gran numero e palesemente.: e spregialo l inimico macchinarono di recarsi fino su Ro m a. Adunque congregarono le soldatesche da ogni loro citt y brigando di congiungersi coLatini. Ma non venne lo r fatto di ottenere n amicizia n lega niuna con q u e lla gente. Imperocch Tulio veduti i loro pensieri ,

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DELLE ANTICHIT' ROMANE

fe (rega colle citt latine , e deliber di volgece le armate contro di essi. Egli aveva in arme il doppio di allora , quando mosse alla presa di Alba , ed avea rac colto il pi che potea di sussidj dagli alleati. Gi l e srcito de Sabini erast concentrato. Quindi avvicinatisi entrambi alla selva detta dei malfattori (i) si accam parono a picciola distanza fra loro. Nel giorno appresso investendosi, combatterono , ma con dubbia sorte gran tempo ; finch violentati ai far della sera i Sabini dalla cavalleria romana piegarono ; e molta ne fa nella fiiga la uccisione spogliarono i vincitori i cadaveri de' ne mici ; invasero quanto ci avea di danaro negli alloggia menti ; e oonducendosi dalle campagne il fiore deile prede, tomaroDsi a casa. Tal fine ebiie pe' Romani la giieira Sabina nel regno di Tulio. XXXV. Erano le citt Latine divennte allora per la prima volta discordi d a . Rom a, perch essendo distrutta A lba, ricusavano fidare il comando di s stesse ai Ro mani che ne erano i distruttori. Tulio, volgendo l'a a n o quindicesimo dalia caduta di Alt avea spedito amba sciado ri alle citt filiali, o suddite di questa le quali eran trenta, per chiedere che ubbidissero ai Romani, pa> dxoni di ogni cosa degli Albani, e con ci dell imperio ancora su' Latini. Direa che due sono i titoli pe' quali gli uomini diventano gli arbitri di altrui t la libera de dizione e la necessaria : e ^he i Romani se gli aveaao tatti due per dominare le citt gi ligie degli Albani : lierch i primi avevano vinto i secondi dichiaraUsi loro
(i) Livio la chiama tybfit malUiata.

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nemici, e fra le arme , ed aveano poscia accomunato Roma ad essi che aveano perdalo la patria. Ora da ci seguitava che gli Albani o vinti o volontari cedeano ai Romani l'imperio de'sudditi loro. Non risposero le citt Latine una per una agli oratori : ma congregatesi pei deputati a Ferentino decisero co' voti loro di non sotto mettersi a Romani ; e crearono immantinente due capi* tani arbitri della guerra e della pace , V uno Anco Piiblicio della citt di C o ri, e 1' altro Spurio Vecilio di Lavinif. Si fece per queste cagioni guerra tra' Romani e tra' popoli di una gente medesima : continu cinque anni ma quasi civilmente secondo ! antica temperanza. Imperocch venendo le intere milizie degli uni a batta glia ordinata con le intere milizie degli altri, mai non si fece gran danno, n piena oecisione ; n mai ninna loro citt vinta in guerra, soggiacque alla distruzione, alla schiavit , o ad altre insanabili disavventure. Ma gettandosi gli uni ne* territori degli altri ne' tempi della raccc^ta pascolavano e predavano e ritiravansi in casa, e cambiavansi li prigionieri. Tulio solamente cinse di as< sedio Mednllia citt latina, divenuU come fu detto nel libro antecedente fin da' tempi di Romolo colonia dei Rom ani, ed ora congiurausi co suoi nazionali , e con ci la ridusse a non pi tenUre innovamenti. Non 0 0 corse a ninna delle due parti alcun altro de' mali con sueti nella guerra perch le guerre de' Romani di quei giorni eran subite, e per la subitezza non inchiudevano tanto rancore. XXXVI. Cosi : adoperava nel suo principato Tulio
D t Q N I G I , tomo 1.
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Osiilio, r uao de pochi uomini degai di lode per lar^ dire felice tra le arm e, e per la saviezza ne' pericoli ; e pi che per tali due cause, per ci che egli non era precipitoso a far gueire, ma postovi s i, non mirava che a superare in lutto i nemici. Dopo un regno di trenta due anni mor per l incendio dell sua casa, e con lui pur morirono nel fuoco medesimo la moglie, i figli, i domestici. Vi chi dice che la casa d i lui fu messa in fiamme dal fulmine; essendoglisi irritato il Nume per i alcuna sua non curanza di sante cose , perch si erano sotto lui tralasciati dei sagrifiz) della patria , introdncendovisi in parte gli altrui. Ma i pi raccontano che Al qnel disastro per insidia degli uomini ; ascrivendolo Marzio, re , successore di lui : perocch Marzio sde> guavasi, dicono, che egli nato di regio ligna^'gio dalla figlia di Numa Pompilio vivesse tra privati : e vedendo gii grande la prole d T u lio , altamente ne sospettava, che .se costui periva , passasse il regno a figli di lui. Fra tali concetti insidiava da gran tempo la regia vita. d essendogli molti Romani, fautori per dargli lo scet tr o , e Tulio essendogli am ico, ed era creduto fidissi mo; spiava la occasione di sorprenderlo. Era TuUo per 6 re in sua casa un sagrifizio al quale non volea p r ^ enti che i suoi pi congiunti; ma divenuto per avven> tara quel giorno ferale per tenebre, per pioggia , per nembi, le guardie aveano lasciato deserti gli atr) della reggia. Parendo questo il buon punto s'introdusse Mar cio e i compagni co brandi sotto degli abiti : uccisero 1 monarca, i figli e quanti vi erano: vi appiccarono il fuoco in pi bande e poi divulgarono la novella del

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lueo. Ma io non ricero la noveUa, perocch, n yem la credo , n verisimile : e piuttosto m' appiglio alla priftna opinione, e penso che quest' uomo per ira degli Iddii corresse tal sorte. Imperocch non facile che la congiura, operandola m olti, si restasse occulta ; n il capo di essa era sicuro che egli sarebbe proclamato monarca da' Romani dopo la morte di Tulio Ostilio : e quando fosse tutto stato sicuro per lui dal canto degli nom ini, non poteasi confidare che somiglierebbero i divini agli umani pensieri. Bisognava dopo il voto delle trib che propi^ gli augurj comprovassero il regno per lui. Qual genio o qual Nume avrebbe mai sopportato d ie un uomo cosi lordo di delitti e di sangue si acco stasse agli altari suoi per compiervi de'sagrifizj, o altre pie cerimonie ? Per tali cagioni io riferisco quell' evento agl Id d ii, non alle trame degli uomini. TutUvia ne giudichi ognuno come pi vuole. - X X X V n. Dopo la morte di Tulio Ostilio fu creato econdo i patrj costumi l ' interr dal Senato ; e l in^ lerr dichiar sovrano della citt Marcio, che ^nco denominavasi. E Marzio , dopo i>onfermati i decreti del Senato dal popolo , dopo renduti agli Iddii quanto a loro si conveniva, e compiuta a norma delle leggi ogni cosa, assunse il comando nell anno secondo della olim piade 3 5 / nella quale vinse Sfero spartano, nel tempo che Damasia esercitava in Atene l'annuo magistrato (i). O ra osservando questo re la trascuraggine delle pratiche religiose istituite da Numa, avolo suo m aterno, osser> (i) Anni n4 secoDdo Catone, e ii 6 sacondo Vinone dalla fonUaione di Roma < 638 aranti Critlo.

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vando che il pi di;Romani erano diTenutiigneiTeri e dediti a vili guadagni, n pi si Tolgeano come prima ai lavori della terra ; cbiamati tutti a parlamento, esort che ripigliassero il culto degl' Iddii come a' tempi di Numa ; dimostrando che per tali negligenze delle sanie cose erano venuti in citt morbi e pestilenze ed altri flagelli che ne aveano desolata parte non. picciola : e che lo stesso re Tulio perch non yegliavane quanto doveva alla custodia, travagliato per molti anni ,da tut i generi de' mali , n pi essendo padrone della sua m ente, ma decadutagli questa come il corpo ) incorse in catastrofi miserande egli nommeno che la sua stirpe. E lodando a' Romani la pubblica forma indotta da Nu ma come egregia e savia , e generatrice di abbondanza quotidiana per giustissime cause ; raccomand che la ravvivassero e volgessero l ' opera lo ro , a coltivare le terre , ad allevare i bestiami, e ad altri lavori , liberi dalle ingiustizie della violenza e della rapina , e spre giassero in fine le utilit che nascono dalla guerra. Con questi e simili detti risvegliava in tutti il dolce trasporto per la calma, aliena .dalle arm i, e per la in dustria sapiente. Convocando poi li .pontefici , e pren-r dandone le leggi delineate da Numa intorno le cose divine, le scrisse ed esposele in su uvolette nel Foro a chiunque volesse vederle. Ora quelle uvolette vennero meno: perocch non usavano ancora le colonne di meullo ; ma scriveansi in tavole di querce , le . leggi-del foro e, de templi. ..Dopo la cacciata dei re furono ri-r prodotte in pubblico dal pontefice Cajo Papirio, il quale vea la cura suprema delle cose divine. Rendendo il suo

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splndere ai miaistri negletti de'sacerdoti, e rendendo ai lavori suoi la turila oziosa ; encomi gli utili agricoU tori, e ne blasipi glimprovidi, cme cittadini non veri. XXXVIII. Lsingavasi al favore di tali istituzioni di vivere sempre libero da guerre e disastri come 1 avo materno : tuttavia non ebbe pari ai desiderj la sorte ; ma in onta del cur suo fu necessitato alle arme , e ravvolto in tutta la vita fra turbolenze e pericoli. Iiiiperocdi nl primo ascendere al comando appena diede calma allo stato , i Latini ve lo dispregiarono : e pen> sandolo per codardia nou idoneo alla guen-a; lutti man.darono entro i confini di liii bande di rubatori, che assai danneggiarono molti Romani. E spedendo il so> vrano degli ambasciadori a chiedere compensagioni pei Romani secondo i trattati, finsero ignorare in tutto ^ e i laurocinj, non che fossero con pubblica autorit con certati. Diceano pertanto non dovere di cosa alcuna rispouderne aRomani; tanto pi ch i trattati erano con T ulio e non cpresenti; e Tulio mancato, erano periti con esso gli accordi. Necessitato da tali pretesti e cavillazioni de Latini Marzio port contro loro 1 esercito; Pstosi ali assedio dlia citt di Politorio , la' prese a condizioni prima che i soccorsi le giugnesserO dLatini. Non infier gi cogli abitanti, ma portssegli ' lutti a Roma co'beni che avean seco, aggregandogli alle tiib: XXXIX. Ma siccom i Latini mandarono nell anno seguente nuovi abitanti a Puiitorio , n coltivavano i am pi, cos Marzio pigliando 1 esercito o ricon'dusse contro di loro. Uscirono dalle mura i Latini e combat terono; ma egli li vinse, e prese la citt per la sccouda

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volta. E perch pi non fosse un richiamo de nemici,

n pi lavorassero i campi di le i, ne abbatt le mura , ae incendi gli edi6 z), e pari). Recaronsi nell anno ap> presso i Ladni a Medullia ov' erano de' coloiii romani , e dandole d' gnintorno lassalto la espugnarono. Mar zio andato di quel tempo contro la citt di Tillene 6 divenuto vincitore in campo , e poi su le mura , la sottomise. Non tolse a'prigionieri nulla di quanto aveano: ma li trasse in Roma ove di loro de luoghi perch vi edificassero le abitazioni. Soggiacque Medullia per tre anni ai Latini , ma nel quarto la riconquist con molle e grandi battaglie. Espugn dopo non molto Fide ne (i), citt presa tre auni addietro per condizioni ; e ne tra sfer tutto il popolo a Roma ; e non danneggiando la citt pi oltre , pane che si diportasse anzi con mansaetndine che con prudenza. Imperocch li Latini vi supplirono nuovi abitanti; e sen tennero e sen goderon il territorio ; tanto che fu Marzio costretto di accorrervi per la seconda volta; e divenutone per la seconda volta padrone a grande fatica ; ne abbandon le case alle fiamme, e ne devast le mura. XL. Occorsero dopo ci due battaglie tra' Latini e Romani. Dur la prima lungo tempo : e g!i uni sem* brandovi eguali agli altri, si distaccarono, e ritiraronsi a' prOprj alloggiamenti. Nella seconda i Romani vinsero i Latini e gl incalzarono fino alle trinciere. Dopo ci pi non vi ebbe fra loro battaglia ordinata : ma conti nue furono le scorrerie degli uni su le terre vicine degli
( 1 ) Vi i chi l e ^ t Ficolnea per Fidcue. E Terameule pi olio parla della liM Iione di Fidane.

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altri ; e continue le scaramucce tra cavalieri e fanti ebe volteggiavano; ma per lo pi colla meglio de' Romani i quali teneftno in campo aperto appi di castelli oppor>' tuoi UH' armata sotto gli ordini di Tarquinio Toscano. Ribellaronsi intanto que' di Fidene da R om ani, n gi dichiarando gueiTa manifesta ; ma danneggiandone a poco a poco con occulte incursioni le campagne. Marzio per presentandosi loro con esercito ben fornito innanzi cbe si apparecchiassero alia guena si accamp d'appresso alla citt. Fingeano i magistrati non sapere per quali affronti i Romani fossero venuti contro di loro : e di chiarando il re che veniva per aver soddisfazione dei latrocinj e danni fatti da essi nella sua terra ; si escusarono che niente era stato con pubblica autorit , e chiesero tempo per esaminare e discernere i complici delle ingiuszie. Procrastinavano intanto, non adempie vano gli obblighi loro, adunando iu segreto de sussidj, e travagliando all apparecchio delle arme. XLl. Marzio conosciutine i disegni scav de' cunicoli dal suo campo fitio alla ci^t : e compiutone il lavoro ascit le schiere, conducendole con molte scale e mac chine e stromenti proprj per gli assalti, alle mura, noof per dove riuscivano sotto queste le vie sotterranee, ma> in tutt' altra parte. Accorsi in folla i Fidenati dove era r assalto, bravamente lo rispingevano, quando i Romani incaricatine, dato 1 ultimo traforo ai cunicoli, sboc carono dentro la citt ; e trucidando chiunque capitava, spalancarono le porte agli'assalitori. Soccomberono nella presa della citt molti de'Fidenali; Marzio impose agli altri che cedessero le armi : poi fattili per la voce dei

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banditori congregare in luogo certo, ne batt con ver ghe e ne uccise alcuni pochi, autori della ribelline : e conced che i soldati saccheggiassero le case di tutti. Alfine lasciato quivi ui^ presidio marci coll' esercito contro de'Sabini. Nemmeno questi eransi tenuti ai patti conchiusi con Tulio ; ma gettandosi nelle terre de Ro mani ne aveano devastalo le pi vicine. M arzio, cono* scinto dagli esploratori e dai disertori il tempo acconcio ad investirli, and con i suoi n t i , e mentre i Sabini spargeansi a predar le campagne , prese di aissalto le loro trinciere , fomite di pochi difensori ; ordinando intanto che Tarquinio piombasse con la cavalleria su i nemici che divisi rubavano. Al vedere la cavalleria roim na verso loro lasciarono i Sabini la preda e quanto seco portavano o conducevano di proficuo, e fuggirono agli alloggiamenli. Ma non si tosto mirarono questi in potere de' fanti ; dubiurono dove rivolgersi, finch si spai-sero per le selve e per le monugne. Perseguiuti per da soldati leggeri e da' cavalieri, ne scamparono pochi, soccombendone la parte pi numerosa. Spedirono dopo ci nuovi ambasciadori a Roma ed ottennero la* micizia che voleano. Imperocch la gurra, permanente ancora, Latini rendea necessaria la tregua o la pace con gli altri nemici. XLll. Intorno al quarto anno dopo questa guerra Marzio il re de Romani and colle sue milizie e col pi che pot delle ausiliare contro de Vejenti, e de vast gran parte della loro campagna ; impei-occh questi si erano, i primi gettati nell anno precedente sul terri torio romano; e molto vi saccheggiarono, e vi uccisero.

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Ben uscirono da Vejo schiere copiose contro di Marzio, e coUocaronsi presso Fidene di l dal fiume Tevere. Ma colui movendo con quanta pot rapidit li suoi mi litari , primieramente chiuse ad essi colla cavalleria il ritorno a' proprj paesi : poi le astrinse a prendere bat taglia e le ruppe , invadendone gli alloggiamenti. T erminataglisi come bramava la guerra , egli tornato in citt fece la pompa da vincitore e l ' usato trionfo in>verso gl Iddii. Ma nel secondo anno da poi siccome i Vejenti aveano rottala tregua conchiusa con essi, e voleano ricuperare nemmeno le citt gi cedute fino dai tempi di Romolo ; egli di loro presso di Alla n altra battaglia, maggiore della prima; e rest senza pi con troversie padrone di quelle citt. Raccolse i prem} di questa vittoria TarquiniO il duce de' cavalieiri : perocch Marzio lo giudic uomo fortissimo, e lo ascrisse nel numero de' patrizj e de' senatori, onorandolo costantemente. Arse dopo queste la guerra co' Yolsci i quali uscivano dalle loro terre a far preda su campi romani. Recatosi Marzio su loro con esercito poderoso, fece assai preda. Quindi collocandosi innanzi di Velletri loro citt, e dominandone le campagne, la circond, di fossa e vallo , con proposito di assaltarla. Ma usciti i seniori p e r supplicarlo , e promessogli che avrebbero compen sato i danni come il re medsimo ne giudicherebbe ; e c h e gli darebbono in mano i colpevoli perch li pu nisse ; Marzio concedette una tregua : indi soddisfatto spontaneamente da essi , concedette pace ed amicizia. XLIII. Ben tosto altri Sabini abitatori di citt vasta felice e terribile in guerra, quantunque iiieisperti an<

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con della potenza de' Romani, n cosa avessero ond rid iiamarsene ; pure vinti daUa invidia ddle loro pro sperit , grandi oltre il dire , sa le prime si diedero in pocbi a scorrerne e derubarne le campagne : poi lusin gati dal guadagno misero palesemente in piede nn eser cito ; e le desolarono. Ma non riusc loro di portarsi via que guaciagni , n di partire impuniti. Imperocch venuto provvidamente il re de Rom ani, e posto il suo presso al campo de'nemici, gli astrinse a ire giornata. Sorse dunque battaglia terribile , e molti perirono da ambe le parti : nondimeno per la sperienza , e per la tolleranza de travagli, antica fra loro , prevalsero final mente di gran lunga i Rom ani, e fecero ampia ucci sione, seguitando immantinente i Sabini che disordinati e disgiunti riparavansi agli alloggiamenti. Poscia inva dendo por questi pieni di ogni ricchezza, e ricuperando i prigionieri usurpati da Sabini quando predavano ; sen tornarono in patria. Tali si dicono le gesta guerriero di questo re , credute degne di ricordanza, e di stima da' Romani : sono poi le poUtiche , quelle che mi ac* cingo a narrare. XLIV. Primieramente aggiunse alla citt non picdola parte rinchiudendo fra le mura 1 ventino. questo un colle alto leggermente, con perimetro di circa stad} dlciotlo : r occupavano allora piante di ogni genere e pi che tutto lauri bellissimi, dond che una parte di esso chiamasi laureto da Romani : ora tutto ingom brato di rase, e tra molti edifizj , il tempio sorgevi di Diana. Dividevalo valle angusta e profonda dal colle della citt, chiamato Palatino , dove fu Roma nel na>

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suo collocata : raa ne' tempi appresso l ' intervallo Ira dae colli fu riempiuto di terra : ora vedendo che un tal colle sarebbe un luogo forte per un' annata ne mica se mai si avvicinasse, lo circond di mura e fossi, e misevi ad abitare le genti trasportate da Telline , da Politorio, e da altre citt soggiogate. Celebrasi tale istituzione del re come utile e bella , perch Roma ne divenne pi am pia, e meno espugnabile per quanti nemici mai le soprastassero. XLV. Migliore dei regolamento anzidetto 1' altro <be la rend pi felice nel vivere, e la mise ad im prese pi generose. Imperocch scendendo il fiume Te* vere dai monti Appennini, passando appi di Roma, e scaricandosi attraverso de lidi del mare T irreno, dirotti e senza porti, rende alla citt picciolo bene , e certo non memorabile, perch dove si scarica non evvi un emporio il quale riceva e cambj a' mercadanti le merci portatevi dal mare, e gi colla corrente stessa del fiumei. Altronde essendo il Tevere navigabile fin dalle origini con barche fluviali mezzane, e dal mare fino a Roma co' legni grossi da trasporto ; egli deliber di fare ivi un luogo da ricever le navi, servendosi della imboccalura come di porto; tanto pi che ivi il fiume si spande amplissimo , e formavi gran seni appunto come ne' siti de porti migliori. E , ci che porge pi mera viglia, il Tevere non traversato nella sua foce da cu< muli di arene , come altri gran fiumi , n dilagasi in stagni o paludi, n consumasi con altre maniere prima che giunga nel mare : ma sempre navigabile si scarica per una sola bocca naturale, separando a forza le acque

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marDe, quantunque ivi spiri un vento occidentare grande e malagevole. Adunque le navi lunghe per quanto grandi^ e quelle da carico, capaci ancora di tre mila misure, si avanzano per la bocca del medesimo e giungono a Roma , sospintevi con remi e funi : ma le navi maggiori fermate colle ancore presso la imboo* calura si vuotano barche fluviali, che succedono ai trasporti. Tra lo spazio cui cingono il mare ed il fiume con forma di cubito, il re lece erigere una citt chiamandla Ostia , o come noi diremmo , porta dall* uso che presta, rendendo con ci Roma mediterranea e marittima, talch godesse i beni ancora d' oltremare. XLYI. Inoltre cinse di muro il Gianicolo che un colle alto di l dal Tvere, e posevi guarnigione che bastasse per difendere chi navigava in sul fiume ; im perocch li Tirreni tenendo tutto il tratto di l dal fiume infestavano e derubavano i mercadanti. E dicesi che egli soprapponesse al Tevere il ponte Sublieto, il quale dee per legge esser tutto di lgno , senza rame p ferro, ed il quale, perch sacro lo estimano, con servasi ancora. E se parte alcuna ne pericola, i pontefici la curano, compiendo insieme paUrj sagrifiz) mentre riparasi. Operate nel suo principato tali cose degne di storia. Marzio dopo un regno di ventiquattro anni moi^ lasciando Roma non poco migliore di quello che avessela ricevuu , e lasciando due figli 1 uno fanciullo an cora , r altro di pi anni, e gi nubile. . XLYII. Dopo la morte di Marzio , il popolo rimise al Senato la scelta del governo che piik bramava; ed il Senato fiss di ritenerne U forma consucla. Adunque

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furono interr' dichiarati ; e questi riunirono pe' co mizi la moltitudine , e scelsero Lucio Tarquinio per monarca (i). E confermando i segni divini la elezione della mohitudine ; egli assunse il rgno nella olim^ piade nella quale Cleonida tebano vinse nello sta dio, mentre era arconte in Atene il figliuolo di Enioco; O r a , secondo che io ne trovo negli scrtti di que' Iucm g h i, dir di quali parenti, e di qual patra fosse questo T arquinio, per quali cagioni venisse in Rom a, e per quali arti giugnesse al comando. Un tale di Corinto ; ( Dematato ne era il nome ) della stirpe de' Bacchiadi, risolutosi di commerciare navig per la Italia con nave propria e proprie merci. Vendutele nelle citt tirrene allora le pi prosperose dItalia , e fattovi assai guada gno , non volle pi rigirarsi per altri porti ; ma tenne continuamente lo stesso mare , portando le greche cose ai T irreni, e le tirrene ai Greci ; donde ricchissimo ne divenne. Nata per sedizione in Corinto, e postasi la tirannide di .Cipselo attorno de'Bacchiadi ^ egli ricco D om o, e del grado degli ottimati, pi non credendo sicuri col tiranno i suoi giorni, raccolse quanto potea di sue robe , e fece vela per sempre da Corinto. E perch stante il commercio continuato egli aveva amici m olti Tirreni, anche riguardevoii ; specialmente in TaN q u in ia , citt, grande allora e felice, quivi si domicili, prendendovi una nobile donna per moglie. Da questa nacquero a lui due figli, chiamandone con tirreni nomi A ronte 1 u n o , e 1 altro Lucumone. Di loro greca e (i) Anni di Roma l3& secondo Calooe, i4o secondo Varrone, e 6i4 a-vanli Crislo.

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tirrena istitouone, e adul fatti, li cougiuuse per ma trimonio colle pi insigni famiglie. XLVIIL Mori non molto dopo il primogenito sno, non avendosi ancora di lu prole distinta (i). Da indi a po* chi giorni si mori per l ambascia Demarato ancb' esso destinando erede di ogni sua cosa Lucumone il figlio saperstite. Inveatito questi de beni paterni, che erano assai grandi, desider di essere uom pubblico, di ma neggiare il comune, e figurare co'prim i della citt. Ma respinto in ogni parte da paesani, e non aggregato non dico a primai'j ma nemmen co' mediocri, mal sopport quel dispr^io. E sentendo come Roma accogliea con beneplacito i forestieri, e facevali cittadini, e onorava secondo i lor gradi ; risolvette di trasferirvisi. E raccolte per ogni modo le cose sue men seco moglie, amici , e domestici qnanti ne vollero ; e molli vollero con lui trasmigrarsi. Giunto al colle chiamato Gianicolo , cbe quello donde Roma presentasi in prima a chi vien d i Toscana, un aquila calatasi di repente , gli ghermisce LI pileo che tien sul capo, e soUsvatasi, roteandosi a volo, si occulta al fine nell' alto dell aere : poi d'improvviso rimise in capo a Lucumone il suo pileo come eravi quando sei portava. Rinscl tal segno inaspettato e me raviglioso a tutti: e Tanaqaila {che tale ne era il nome) la moglie di Lucumone, sperimentata assai nell arte pS' terna dee^i augur), menatolo in disparte lo abbracci colmandolo di belle speranze, come se dalla condizione dk'privati a. quella gtagnerebbe dei re. Desse dunque
( i) Lasci la moglie grarida : da etM Baecju (rascia A ru ata dopo la n o rie di Demarato. Vedi So.

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opera, mostrandosene degno , 'di ricevere il comanclo dai


AomaDi spontaneamente.

XLL^. Lieto Lucamone de'successi , ornai presso alle porte, supplic gl Iddi che verificassero gli augarj ; supplic che gli dessero un'ingresso felice, e si mise denu-o la citt. Quindi venuto a colloquio con Marxio il regnante indic primieramente chi egli A>sse, poi co m' egli era deliberato domiciliarsi in Roma ; che avea perci portate seco le paterne sostanee, delle quali pos sedendone piucch un privato, eslbivale fin d'allora in servigio de' Romani e del re. Lo accolse questi di buon grado, ascrivendo lui co' Tirreni compagni in una curia e trib. Cosi fabbric Lucnmone in citt la sua casa, avutone in sorte il sito che bastasse, e ricevutane pure una parte di campagna. Ci fatto, e divenuto del nu mero de' cittadini, osservando come gni Romano ha na nome comune, ed inoltre uno patronimico e gentilislo, e volendo in ci conformarsi, assunse, per suo nome comune quello di Lucio in luogo di Lucumone, e pel gentilizio quello di Tarquioio dalla citt dove bbe i natali e la educazione. In breve divenne 1 amico d d sovrano , donandogli ciocch si avvedea che pi gU bisognava , e porgendogli danari, quanti ne erano di mestieri per la guerra. Combattitore boaissimo a piede e a cavallo contavasi per sapientissimo quante volte bi* sognassero opportuni consigli N gi col divenire caro al monarca aveasi perduto la benevolenza de' Romani, m a si vincol molti de patrizj co beneficj , e tent di affezionarsi la plebe col chiamarla , e salutarla , e con versarla piacevolmente , e coi porgerle danari ed altre significazioni di amore.

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D E tL E APfTICHITA. ROMA2fK

L. Tale era Tarqainio , e per tali cagioni vivendo Marzio divenne il pi cospicuo de' Romani ; e morendo questo fu da tutti proclamato degno del trono. Salitovi fece guerra in principio con gli Apiolani, popolo non ignobile del Lazio. Imperocch gli Apiolani, come tutti del Lazio, credendosi colla morte di Marzio sciolti dai trattati di concordia devasuvano le campagne romane pasturandovi, e saccheggiandovi. Di che volendo T arquinio farli pentiti usci con grande armata , e disfece pianto era il meglio del territorio di quelli. Ben so pravvenne gran soccorso per gli Apiolani da'popoli vi cini del Lazio : ma egli attacc due volte battaglia con essi, e vintala due volte , si ristrinse all'assedio della d u i , spingendovi a mano a mano delle schiere fin alle mura. In apposito dovendo quelli della citt combattere pochi di numero e senza intermissione contro i moia e freschi, soccomberono alfine. Presa la citt di forza, i pi degli Apiolani morirono con le arme in pugno : e se taluni le cederono, furono venduti colle altre prede. Furono le donne e i fanciulli condotti schiavi da' Ro mani : fu la citt lasciata al saccheggio, e dopo il sac cheggio alle fiamme. U re dopo questo , e dopo rove^ sciate le mura da'fondamenti ricondusse in casa le milizie; rivolgendole poi contro la citt deCrustumerini : colonia anch essa de Latini, la quale erasi ceduta a'Romani nel tempo di Romolo: ma cominciava di nuovo a tenersela co' L atini, dacch Tarquinio prese il comando. N gi bisognarono a questo assedj e travagli per umiliarsela. Imperocch li Crustumerini vedendo la moltitudine ve nuta contro loro, la debolezza propria, e la niuna aiu

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ile Latini verso di e s s ia p riro n o le porle ; ed uscitine i pi anziani e pi riveriti consegnarono a lui la citt , sti pplicaodolo che usasse moderazione e clemenza. Beti fu l'evento propizio ai desiderj: perciocch andato quel monarca in citt non vi uucise ninno, ma banditine per ^Dipre alcuni pochi , amatori della ribellione , conced d ie gli altri ritenessero i beni loro , e partecipassero come prima alla cittadinanza romana. Ma perch pi non ai rimoressero, lasci de'Romani con essi. Lf. Egual sorte incontrarono i NomenUnt* datisi a pari consigli. Imperocch spedendo bande di ladroni s e ' campi de' Romani si coslituirono aperti loro nemici, confidando nella confederazione de'Latini. Ma giugnendo Tarquinio su loro, e tardando il soccorso latino, e non bastando essi contro tanti nemici, uscirono di citt coi simboli di pace, e si renderono. Gli abitanti di Collazia uiacchinai>ouo far battaglia coRomani ed emersero dalle m ura di essa: ma superati in lutti gli attacchi e molto iJaiineggialine ; furono costretti rifuggirsi tra le mura , e spedirono alle citt de Latini per chiederne truppe compagne. Ma indugiandosi questi, e presentando i ne mici r assalto in pi parti delle mura : furono successi vamente costretti di cedere : non per trovarono tanta clemenza quanta i Nomentani e li Crustumerini. Ma privatili delle arm e, e multatili in danaro lasci fra loro guarnigione suiBciente , e diedeli a governare con iiidipeudenza, Bnch vivesse, ad Arunte, figlio del suo fratello , il quale perch nato dopo la morte del padre f! dell'avolo suo Demarato non aveva ereditata la parte
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DELLE ANTICHIT' ROMAIfK

conveniente n de' beni patem i, n degli Tti , tnt che ne era egli chiamato Egeri , nome consueto de' po veri e de' mendici tra' Romani. Dacch per tenne il comando della citt fu denominato Collatino , esso e i posteri suoi parimente. Dopo la resa di Colkzia and Tarquinio colle arme verso la citt chiamata Comicolo, anch* essa del popolo de' Latini. Saccheggiatene a grand' agio le terre, ninno resistendovi, e messo il campo dinanzi la citt, ne invitava gli abitanti a far pace. Ma Bcusando questi , e confidando su le forlificazioni dei ncinti , e concependo che verrebbero per loro schiere confederate d'ogn'intorno, il re ne circond con truppe le m ura, e le assal. Resisterono lungo tempo i Comicolani combattendo virilmente, e coprendo di ferite gli assalitori , ma stanchi poi dalla continuit de' travagli, e pi stanchi eziandio dalla discordia, perch non erano pi unanimi fra loro volendo altri la resa , ed altri la difesa della citt fino agli estremi ; furono alfine espu gnati. Li pi generosi di loro perirono fra le arme nella presa della citt : gli altri , salvatisi come ignobili, fu rono venduti schiavi insieme co'fanciulli, e colle donne, la citt fu prima abbandonata al sacche^^io , e quindi alle fiamme. Dicch malcontenti i Latini deliberarono con voto comune di uscire in campo contro aRomani: e fatto grande apparecchio di forze, si gettarono sn le terre pi buone di essi, e v' invasero ssai prigionieri, e vi divennero signori di amplissime prede. Vol Tar quinio conir essi coll esercito spedito e pronto : n po tendo raggiunge-li, port sn le terre loro simili cala mit. Cosi per le vicendevoli incursioni ne'campi vicini,

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motte erano le perdite e gli acquisti di ambedue. Yenaesi con tutte le forze a battaglia ordinata presso Fi-> dene ; e molti ne perirono da ambe le parti ; ma vin cendo infine i R om ani, costrinsero i Latini a lasciare il campo, e fuggirsene tra la notte alle loro citt. ' LII. Dopo quel combatti mento marci Tarquinb colle milizie schierate alle citt de' Latini esibendo ad essi la pace. C queste non avendo n riunite le forze comuni, n ben confidando su' proprj apparecchi , accettarono r invito , e cederono le loro citt ; perciocch vedeano ohe la schiavit e la rovina era il termine delle espu gnate di forza ; laddove quelle che si rendevano a con^ dizioni dovevano ubbidire a vincitori, e non altro. Adun que Fidene ( 1) citt riguardevole gli si diede 4a pri ma , su certe convenzioni : furono i secondi i Ca merini , seguiti poi da piccioli popoli e castelli muniti. D iccb perturbati gli altri Latini, e timorosi che: non gli soggiacesse anche il resto della nazione, vennero a parlamento in Ferentino; e dato il volo conchiusero di raccogliere da pgni loro citt le milizie, e d'invitare le pitk potenti delle nazioni vicine. Adunque spedirono ai T irreni e Sabini per averli compagni di guerra. Promi sero i Sabini che quando udirebbero esser eglino pene trati nel territorio romano anch essi prenderebbero le arm i e ne prederebbero i campi vicini : annunziavano i T irre n i che manderebbero soccorso quanto non ernne lo ro dimandato ; non per concorrevano tutti in questa sentenza ma i soli cinque popoli Chiusini, A retini, V o laterran i, Rusellani e Yeluloniani Cualmente.
' { ) Secondo Livio Ficoliica.

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D E L L E A N T IC H IT ' ROMAWE

LIIL Animati da tati speranze i Lalini raccolsero gran copia delie milizie loro, e prendendone pur dai Tirreni i gettarono su le campagne romane. InUnto le genti sa bine le quali avevano promesso di consociarsi nella guerra davano il guasto su le terre ad essi vicine. Ma preparatosi anch' egli il re de Roinani proruppe prontamente su Ipro con schiere buone e copiose. Non giudicando per sjcuro abbasUDza ir guerra in un tempo con Latini e Sabini, e dividere in due luoghi 1' esercito ; risolv di porUrselo tutto contro de'Latini, e mise il campo presso di loro. In principio aveano a mal cuore ambedue di rischiarsi con tulle le milizie, temendo 1' uno gli ap> parecchi dell' altro. Solamente i soldati leggeri dell una e dellaltra parte scendendo da luoghi forti faceano sca ramuccia per lo pi con sorte uguale. Da ultimo ecci tatosi in ambedue da tali preludj l'ardore di combattere, accorrevano in ajuto ciascuno de* suoi prima a poco a poco, ma poi furono astretti ad uscire tutti dagli al loggiamenti. E venuti alle mani nomini non inesperti delle zuffe n scarsi a vicenda di numero lanciavansi, fanU' cavalieri, con impeto eguale: e giudicando am bedue di correre 1' ultima sorte combatterono memoran damente, finch, scesa la n o tte, si divisero ardenti al pari. Se non che li pareri non simili degli uni e degli aliri dopo la battaglia abbastanza dichiararono qual di Ipro avesse meglio combattuto. Quindi nel giorno ap presso i Latini non uscirono dalle trinciere: ma il re di Roma ricondusse in campo 1' armala , pronto a nuovo conflitto , e ve la tenne gran tempo si^hieraia. Ma non pi venendogli incontro i nemici; esso spogliati i cada-

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Vri de' LaUni e raccolti quelli de' suoi, rimen con assai gtoriazione le schiere negli accampamenti. Liy. Giunto nel di seguente un nuovo rinforzo di Tirreni a' Latini si fece una seconda battaglia assai pi considerabile della prima. Raccolsene il re Tarquini una luminosa vittoria ; e si consente da tutti eh' egli appunto la originasse. Imperocch vacillando ornai l milizia romana, e rompendosene l ala sinistra, egli dalla destra ov era , veduto il danno de' suoi , ripieg le squadre pi forti de' cavalli , e pigli seco le schiere p ii vegete de fanti, e giratele a tergo dell esercito suo e passato il corno sinistro le condusse pi in l dell esercito. Quindi volgendosi in verso la maiio delle aste, e concitando i cavalli urt di fianco i Tirreni. Com batteano questi nell ala destra ed aveano gi fugato gli emuli che eran con essi alle mani , ma l inaspettato presentarsi di lui li sorprese e sconvolse. Intanto la fanteria romana riavutasi dalla paura piomb sunemici. Allora grande fu la strage de Tirreni, e piena la rotta dell'ala destra. Tarquinio dato avviso ai duci della fan* feria di tenergli appresso in buon ordine, e passo passo, spinse di tutta lena i cavalli in su gli alloggiamenti ne mici; e gl'invase a prim impeto, prevenendo quelli che vi si riparavano dalla fuga. Imperocch quelli che ne erano in guardia non avendo prima saputa la sciagura che invalse su i loro , n potuto distinguere per la ra pidit del corso quali cavalli venivano , lasciarono che entrassero. Invasi gli alloggiamenti de Latini, quelli che dalla fuga vi accorrevano come ad asilo , vi erano sor presi ed uccisi da cavalieri die lo aveano preoccupato :

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e ie altri si fossero afiretuti di l verso il piajn siin battevano colla fanteria romana , e ne perivano : li pi di loro spintisi e <x>ncaloalisi a vicenda soccomberono con ignobile e miserabile Bue inira i valli, e li fossi. Dond' che quanti vi sopravanzavauo non avendo via ninna di salvezza erano costretti di rendersi ai vincitori. Tarquinio impadronitosi di persone, e robe in copia vend le prim e, e conced le seconde in premio m soldati. LV. Fatto ci si diresse alla citlA de'Latini onde prendere combattendo quelle cbe a lui non si davano : non per vi fu bisogno di assalti : ma si rivolsero tutte alle umiliazioni ed alle preghiere; e mandando oratori a nome del comune supplicarono che desse 6 ne alla guerra co* patti cbe gli piacevano, e si renderono. Il re divenuto cosi l ' arbitro delle citt fu moderatissimo e mitissimo verso di tutte: perocch non uccise, non band, n mult niuno de' Latini. Lasci che godessero le terre loro, e conservassero le leggi della pauria : la comand che rendessero ai Romani i disertori ed i pri gionieri senza prezzo niuno: che restituissero ai padroni i servi, quanti presi ne aveano nel fare le prede, agli agricoltori il danaro quanto ne aveano derubato; e compensassero tutti gli altri danni o guasti, se causati ne aveano nelle scorrerie. Fatto ci dichiar che sareb bero gli amici e li confederati de'Romani se pronti sarebbero in tutto ai loro comandi. A tal fine venne k guerra de' Romani co' Latini ; e cosi Tarqimo vinse e trionf. LYI. L'anno appresso prendendo 1' esercito, lo con-

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dusae contro i Sabini, avvedattsi gi molto innanzi dei disegni e de' preparamenti suoi contro di lor. Non aspettarono questi che la guerra passasse in sul proprio territorio ; ma premunitisi di forze sufScienti s avanz* reno Ulti! ad un luogo. Fattasi ne'conBni battaglia fino a sera non vinsero n gli uni n gli altri, anzi molto ne furono afTaticati. Quindi ne' giorni appresso' n il duoe Sabino n il re dei Romani cavarono le milizfe dagli accampamenti: ma via via trasmutandoli, senza danneggiare le terre, si ricondussero in casa; ambedue col disegno di piombare nella primavera con armata pi grande 1 uno nel territrio dell'altro. Poich furono ambedue preparali, primi s mossero i Sabini fianche^ giati da sussdio sufficinte di T iiren i, e collocaroiisi presso Fidene, dove F Aniene concorre col Tevere. Fecero questi due campi, l'u n o dirimpetto, e come m continuazione dell' altro ; avendoci tra tutti du l ' alveo, delle correnti riunite, e sull' alveo un ponte di legno congegnato di picciole barche, il quale rendea spedilo il transito dall'uno all'altro campo, anzi rendeal di due nno solo. Tarquinio uditane la irruzione anch egli cav le sue genti, e si trincer presso l Anjne, al quanto pi sopra di loro in una munita collina. Erano venuti ambedue con lutto L'ardore a tal guerra: pur non vi ebbe niuna battaglia ordinata, non grande n picciola. Imperocch Tarquinio con iscaltrezza di capi tano^ prevenne ed isconci tutte le opere de' Sbini, e ne distrusse l uoo e l'altro campo. Lo stratagemma fu questo. LVII. Preparate e riempiute picciole baixhe fluviali

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di legna aride e di zolfo e di pece sul fiume presso d quale esso accampava, e poi colto un vento propizio , ordin che nella vigilia mattutina si desse iiioco a quei combustibili e si lasciassero le navi a seconda della cor> reme. Queste scorrendo in breve tempo la distanza in^ termedia percossero il ponte, e vi comunicarono in pi luoghi l'incendio. Accorsi per ajuto i Sabini a tanta fiamma improvvisa, e datisi a far tutto, quanto giovasse ad estinguerla, ecco intanto giugnere su lalba Tarquinio collesercito in ordinanza ; ed investire l'uno de campi, deserto di guardie, andate in gran parte contro del iuoco. Pochi dnnque sorsero a resistervi ; talch senza fatica gl invase. Nel tempo di ule opera zione altre milizie romane sopravvenendo espugnarono anche il campo Sabino posto di l dal fiume: premesse da Tarquinio nella prima vigilia erano> sn piccioli na vigli valicate da sponda a sponda, laddove fattosi di due fiumi uno solo, rmarrebbcvo invisibili nel passaggio. Appena poi videro il ponte in fiamme piombarono ( che tale ne era laccordo ) in sul campo dei Sabini : ove quanti ne erano o combattendo caddero appi dei Romani, o gittatisi a nuoto nella confluenza de fiumi n resistendone all' impeto, si aflondaron tra'vortici : per non picoioia parte ancora per liberarne il ponte, tra le fiamme. Tarquinio, preso 1' uno, e 1' altro cam p o , diede a' soldati le robe che vi erano perch se le compartissero, ma condusse in Roma e guard eoa molta diligenza li prigionieii ; bea molti in tutto,. Sabini e Tirreni. L V H l Sentirono a tale sciagura i Sabini la propria

LIBRO III. 3 9 7 j^bolesza, e mabdaDdo gli ambesciadori concbiuserq co'Romani una tregua di sei anni. I Tirreni mal sop portando che fossero tante volte vinti, e che Tarquinip pr quante istanze ne facevano, non rendes^ i loro prigionieri, anzi li ritenesse come ostaggi ; decretarnp di spingere tutte geuerblmen(e |e citt Tirrene in guerra contro de Aomadi e di non pi riguardarla come alv leata, se taluna s ne ricusava. Cosi deliberati cavarono in campo le milizie, e Uragittato il Tevere si trincieraroQO presso Fidene. E prima s impadronirono 4i questa con froddenza, per esservi sedizione tra citta dini : poi fatti prigionieri in buon num ero, e condottasi via via gran prede dal territorio romano ; tornarono in patria. Fidene sembrava loro una piazza bonissima d'ai> m e in tal guerra; e vi lasciarono gueraigione quanta ne bastasse. Ma Tarquinio mettendo per la stagione se guente in arme tutti i Rom ani , e congregando il pi che poteva di alleati marci sul giugnere della prima vera contro i Dcmici prima che riunitisi dalle Varie citt venissero su lui come 1' anno d innanzi. Dividendo in due parti tutta 1 armata, egli stesso ne and colla mi lizia romana conoro le citt de Tirr.eiii : e fidate le truppe ausiliarie, per lo pi latine , ad Egerio il suo consanguineo, gl*ingiunse di marciare con 11*0 Fidene. E queste piene di disprezz.o per libiiico , accampatesi in luogo non ben sicuro presso delia citt ; nqn fiirono p e r poco tutte disfatte. Imperocch le guiardie di Fideue procuratosi un rinforzo occulto dai T irren i, e spiatone il tempo opportuno , fecero una sorbita ed invasero il campo nemico non bene difeso., e grande fu la strage

apS

DELLE a h t i c h i t a ROMAME

di qaelti che m n o usciti per (orag^are. In opposho l milizia romana sotto gli ordini di Tarquinio, tnanotnetteva e depredava le terre di Vejo, e thierane moki vantaggi. Ben si riunirono poi grandi snssdj da tutta le citt de'Tirreni in sostano di Vejo : ma Tarquinio diede ad essi battaglia, restandone non dubbiamente vincitore. Poi scorrendo a bell agio il paese nemico lo devast : Gnalmente fattivi molti prigionieri, e presevi assai cose come in terra felici, essendo omai pw finR la state, si ricondusse in casa. LIX. Straziati i Vejenti da quella battaglia non ascia vano pi di citt, ma dentro vi si teneano, mirando intanto sterminarsi le loro campagne : Perocch Tarquinio uscito- per la terza volta , privavali per il terzo anno dei prodotti delle loro campagne, desolandole in gran parte : e non avendo poi come pi danneggiarli condusse l ' eser cito alla citt di Cere. JtgiUa chiamavasi la citt quando i Pelasghi ne erano gli abiUnti, ma soggiacendo poscia i Tirreni fu Cere nominata. Era questa felice e popolata quanto altra mai fra* Tirreni. Quindi ne use) valido esercito a combattere per le proprie campagne, e molti vi strazi de'nem ici; ma perdendovi pi ancora de suoi, rifiig-. fissene alla citt. Rimasti i Romani padroni di una terra la quale somministrava tutto in abbondanza vi si trattenero molti giorni; finch venuto il tempo di ritirarfene me narono con s quanta preda potevano, e si ridussero in casa. Riuscitegli come desiderava le operazioni su V e jo , T arquinio ricav l'esercito contro i nemici di F idene per cacciamcii, con ansia di punire quei che aveano la citt consegnata a' Tirreni. Yi fa batttaglia tra'RoBumi

LIBKO ni4 & 99 tm le miline uscite da Fideae e poi duro contrasto, Bell'assako.delle.mura. F u l citt pigliata di forza, tulli li prigionieri Tirreni legati e custoditi. Dei FidenaU giudicati autori delia rivx^a qiial iie fu battuto pub blicamente e poi decapitalo, e quale bandito per sem^^ pre. I Bomani lasciativi per abitatori e custodi della citt misero a sorte e se ne appropriarono i beni. LX. Occorse l ' uldraa battaglia fra Romaal e T irfeni presso di Ereto nella Sabina. Imperocch li Tirreni erano venuti attraverso di qiiesta incontro al Romano pmuasi dai potenU di que luoghi che i Sabini militereb bero Insieme con essi. E certamente gi era spirata la tregua sessennale conchiusa da questi con Tarquinio, e molti ardevano dal desiderio di emendare le antiche disfiitte, essendo gi cresciuta nelle citt giovent numerosa. Nfon per succedette ci. come ideavano : perch ben to sto si present l'esercito Romano, n pot farsi che al cuna delle citt mandasse un soccorso ai TiiTeni ; e solo vi si congiunsero alquanti volontarj, e pochi reclutati a gran soldo. Fu questa guerra la pi grande di quante ne sorsero infra loro ; ed i Romani ne crebbero mera vigliosamente , riportandovi una segnalata v ittw a , ed il S enato ed il popolo, decretarono a Tarquinio il trionfo. la opposito lo spirito ne decadde n e'T irren i; perch avendo spedito da ogni loro citt tutte le milizie, nn rie b b e ro salvi, se non pochi di tanti: altri o .perirono tr a la battaglia, o fuggiti in luoghi non idonei per lo s c a m p o , si airesero. Colptd da tanta sciagitra i primaij d e lie citt la fecero da savj ; perch prendemmo Tarquinio u n a nuova spedizione su loro , essi riuniiifi a eonsigliD

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DELLE

-NTICHIT a ' ROMANE

deliberarono tratuire della pace ; e mandarono da ogni citt plenipotenziarj anziani e rispettabili per conchiu derla (i). LXI. Teneano qaesti al re che gli udiva ragionamenti, induttivi a misericordia e moderazione, e ricordavano il parentado di lui colla lor gente; quando Tarquinio disse che volea sapere unicamente, se disputavano ancora intorno ai diritti e venivano per fare la pace con certe riserve ; o se confessavansi vinti, e rendevano a lui le proprie citt, E rispondendo questi che le rendevano, e che desideravano la pace comunque loro si concedesse, egli dilettatone disse : ascoltala con quali condizioni sono per dare la pace , e quali benefizj vi dispenso con essa. Non io m ho gi neir animo di uccidere, o bandire , o multare alcuno de' Tiireni. Lascio le vostre citt senza guarnigioni, senza tributi ; lascio

che vivano arbitre di s stesse, e colla form a prim i tiva di governo. Ma per tante cose che io cancedo a voi giudico che questa sola da voi mi si dia , cio che io n i abbia la direzione suprema che pur n i avrei delle vostre citt quand anche voi noi voleste, finch io sono il vincitore. Piacemi aver questo da voi sporta taneamenle anzich di m al m im o. Andate, riferitene alle vostre citt, lo vi prometto sospendere le arm i, Jinch torniate. LXil. Ricevute queste risposte andarono di volo gU ambasciadori; e dopo pochi giorni ritornarono poetando non gii parole nude, m ai fregi stessi del comando coi
(i) Anai di Roma i6S secondo Catone, 177 secondo Varrone ,
58;

aTanii

Cristo.

LIBRO III.

3oi

quali adontano i proprj monarchi, la corona di oro , il trono eburneo, Io scettro coll'aqoita in.cim a, la tonica di j;orpora con palme espressevi in oro , e la soprav^? veste pur di porpora con variet di ricam o, come i re le usavano di Lidia e di Persia , se non quanto semitonde eran queste, e non quadrangolari come in quelli regnanti. Non so poi donde i Romani appresero le . altre maniere come le toghe che i Greci chiamano tibenne con nome che greco non sembrami. Dicesi che portassero a lui pur le dodici scuri, pigliandone una da ognuna delle citt. Veramente egli sembra tirreno costume che dinanzi al re di ogni citt ne andasse un littore con un fascio di verghe e Colla scure : e che se facevasi mai spedizione comune , allora si rassegnassero dalle dodici citt le dodici scure a quel solo che rivestiVasi dell'im pero su tutte. Non per tutti consentono con quelli che cosi narrano, e dicono che prima ancor di Tarquinio erano le dodici scuri portate innanzi dei re. Ma niente impedisce che Tirrena fosse la istituzione, e che Roinolo da essi derivandola, il primo la usasse: e che non pertanto si recassero a Tarquinio pur le dodici scuri colie altre insegne reali come i Rgmani ora mandano ai re scettri e diademi, non perch gi non gli abbiano, m a in segno che ad essi li confermano. LXIIL. Non us Tarquinio tali distintivi appena glie li presentarono, come nari'ano i pi degli scrittori ; ma e che il Senato ed il popolo considerassero se eran da amm ettera : e piaciuti essendo, egli allora li ripevpite : e d a indi in poi se gli ebbe tutti fino alla morte ; e p-^rt corona di o^o , e veste di porpora in variet di

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DELLE ANTICHIT* ROMANE

ricam o, e scettro diurneo , e sedente in efoonieo trooD ngualmenie ; dodici littori con vei^he e scori lo pr* cedevano se andava, o gli erano intorno se rendeva ra> gione. Persist tale onore per tatti i re che seguitarono, e dc^o i re pe' consoli ancora nell' anno lo ro , tohane per la corona di o ro , e la tga di oro eziandio rica-i mata. De' quali onori fiirono esclnsi questi dae soli, perch pareano segnali di giogo e di esecratione. Ma se acquistano in guerra una vittriA ; se il Senato ^ onora del trionfo ; in tal caso oro poriano e toghe con aurei ricami. Tal fine ebbe la guerra di fiore anni accesa tra' Tirreni e Tarquinio. LXIV. Rimanea la sola nazione de' Sabini l quale disputasse il comando a' Romani colla potenza sua ; giacch bellicosi ne erano gli uom ini, ampia e buona la regione, n lontana da Roma. Adunque sentendo Tarquinio un vivo desiderio di sottomettere questi an cora intim ad essi la guerra ; incollandoli, che ridiiestene, avessero le loro citt ricusato di consegnarg^ quelli che aveano promesso a' Tirreni se venivano colr esercito di congiungere ad essi le patrie loro , e di aliienarle da Romani. Presero ben volentieri la guerra i Sabini, fremendo che si volessero a loro toglier i priBiaij di ogni citt : e prima che 1' armata de' Romani veniss nelle terre loro , essi menarono la 'propria nelle campagne di quelli. Come il re Tarqninio odi che i Sabini aveaao (tassato 1 Aniene e che devastavano per tuitO intorno de' loro accampamenti, prese i giovani roiiiani pi spedili e piomb di tutta fretta su' nemici sparsi a predare; Ed uccisine molli', e ritelia loro ia

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prda che si recavano, mise il campo suo presso del loro. Passati cosi pochi giorni, finch gli era di citt venuto il resto delle milizie, e le truppe ausilirie dagli alleali, present la battaglia. LXV. Vedendo i Sabini i Romani ve nuli con ardore per combattere, cavarono la propria armata ancor essi, non inferiori n di num ero, n di valore. Investitisi combatterono con tulto l'ardire fi neh'ebbero a fare coi soli schierati di fix)ntei ma poi fatti accorti che mar ciava loro alle spalle un altro esercito ordinato e ben fornito; abbandonarono le bandiere e dieronsi alla iiiga. Era di Romani 1 esercito che apparve alle spalle, fanti tatti e cavalieri scelti, disposti insidiosamente da Tap* qninio tra la nott in luoghi opportuni. Spaventati i Sabini da questi uomini inaspettati che li raggiungevano non fecero pi ni una bella azione ; ma quasi cohi dagli inganni de'nemici, ornai sotto il nembo di danno irre parabile f tentarono chi d' una e chi d'altra via salvare s stessi. Allora appunto per soggiacquero a itrage grandissima inseguiti e rinchiusi d'ogn' intorno dalla cavalleria de' Romani ; tanto che pochi in tutto si ri pararono nelle citt vicine : gli a ltri, quanti non cad> d ero combattendo, rimasero prigionieri. Imperocch que* gli lasciati negli alloggiamenti n ai-divano respingere l'nssall 0 de*nemici, n uscire in battaglia: ma costei^ n a ti dal male impensato renderono senza combattere s stessi e quel posto. Le citt de' Sabini vinte come dai stratagem m i e dagl'inganni non dalla virt dei nemici, si accinsero a mandare ben tosto milizie pi copiose, e c a p ita n o pi sperimentato. Tarqoixtio vedendo il loro

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a n t ic h it

ROMAIfE

disegno, guid soUecitameate l esercito, e pasM TAnieue prima che quelli si potessero tutti rimiire. A. (al nuova il duce Sabino and prestissimo quanto pelea colla nuova armata e mise il suo presso al campo ro mano su di un colle erto e dirotto : non giudicala per ben itto dar battaglia le prima a lui non giungtivano le altre milizie de' Sabini. Solamente spedendo delle bande de cavalieri, e posuodo delle coorti nelle balze e nelle selve contro quelli che uscivaiio a foraggiare, imped che i Romani infestassero colle scorrerie la campagna. ' LXV. Per tal sua condotu di guerra molte erano le scaramucce, ma di pochi fanti e cavalli, e niuna la battaglia universale. Adunque temporeggiandosi, e sde gnandosi Tarquinio dell' indugio, risolv di andare colr esercito alle trinciere de' nemici, e pi volte ne fece r assalto: ma vedendo che non era facile espugnarli per la fortezza del luogo , destin di abbatterli coila penu ria. E stabilendo delle guardie su tutte le vie che meavaiio al colle, n permettendo che i nemici andassero tr f^r legna , e recassero foraggi pe' cavalli, o prendes sero altro che icea di mestieri dalla regione; li ridusse a gravi disagi. Tanto che furono costretti, coglieado una notte burrascosa per vento e pioggia, lasciare vergogno' snmenie quel luogo; abbandonandovi giumenti e tende, e feriti, ed ogni apparecchio militare. I Romani cono sciutane al nuovo giorno la partenza, e fallisi padroni dui campo senza combattere vi predaitmo tende, e giu menti ed ogni cosa, e conducendosi i prigionieri si rav viarono 9 Roma. CoQtino questa guerra cinque a u i ,

LIB R O III .

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e gli uni devastando le campagne degli alti!; diedero via via delle batuglie pi o mea grandi, vinte di raro da Sabini, e spessissimo da Romani : ma nell ulticnO cimento ebbe interamente il suo termine. Imperocch li Sabini non gi di mano in Diano coin dianzi ma quanti per la et lo poteano, erano tutti in un tempo stesso marciati alla guerra. In opposito i Romani tutti, raccolte le forze ausiliarie latine, tirrene, ed in genere degli alleati erano venuti a fronte del nemico. Il duce Sabino dividendo le milizie ne avea fatto due campi: aveale il re dei Romani compartite in tre corpi in tre campi non molto lontani fra loro, ed egli comandava Romani ; dato ad Arante figliuolo del suo fratello il governo de T irreni , e quel de' Latini e degli altri ad un valentuomo per consiglio e per arm e, ma forestiero e privo della patria. Servio era il nome di lui, e Tullio quello della sna stirpe : e fi quegli appunto cui dopo Tarquinio, morto senza prole virile, i Romani inalza rono al trono per amore del suo ben fare tra le arme e nell uso della repubblica. Io sporr ma nel suo luogo la prosapia, la educazione, le avventare di quest uo> m o,. e come gl Iddii per lui si manifestassero. LXYIl. Allora dunque, poich gli uni e gli altri vi furono apparecchiati, diedero la battaglia. Avevano i Romani l ala sinistra, i Tirreni la destra standosi i Latini schierati nel centro. Dur vivissima tutto il giorno la battaglia finch vinserla di gran lunga i Romani. Uccisero molli denemici segnalatisi nell azione; e pi ancora ne presero prigionieri tra la fuga. Espugnatene
D I O N IG I, tmt I .

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DELLE AMTICHITA ROMANE

luno e r altro accampamento ne ammassarono riccliezze in copia, e signoreggiarono senza timore tut la cam pagna: e messala a ferro e fuoco, e distruttivi gli al loggiamenti sen tornarono a casa ornai tramontando la estate. Tarquinio a questa vittoria trionf per la terza volta nel suo principato. E preparando nell^ anno se guente l'esercito nuovamente per condurlo contro la citt de'Sabini, non pi concepirono questi nulla di magnanimo e di grande, ma deliberaronsi tutti per la pace prima di mettere a pericolo s stessi del giogo, e le patrie della rovina. Pertanto vennero da ogni citt li Sabini principali a Tarquinio uscito con tutta 1' arm a u , e cederongli le terre loro supplicandolo di miti condizioni : e colui propensissimo ricevendo, perch senza pericolo, il sottomettersi di quella gente, f' tregua e pace ed amicizia co modi appunto co' quali aveala in nanzi fatto co Tirreni, e rend loro pur senza' prezzo li prigionieri (i). LXYIIL Tali sono le imprese militari di Tarquinio: le urbane e paciBche son come sieguono; che gi non voglio passarle senza ricordo. Giunto appena al comando desiderando, come aveano fatto i re predecessori, di conciliarsi la plebe, sa la concili con questa benefi cenza. Scelti fra tutto il popolo cento uomini a quali il pubblico grido accordava virt guerriere, o civil sa pienza , li nomin patrizj aggregandoli a' senatori : i quali essendo fin allora dugento ampliaronsi al numero di trecento fra' Romani. P o i, quattro essendo le vergini (i) An. di Roma i ji secondo Catone, ij3 secondo V arrone,
S8i ayanli Cristo.

LIBRO i n .

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custodi del fuoco inestinguibile egli ve ne sopraggiunse altre due: imperocch cresciuti i pubblici sagriGzj ai quali doveano intervenire le veleni Vestali; non parve che quattro pi ne bastassero. Seguirono la istituzion di Tarquinio ancor gli altri prncipi , e s pur ne* miei tempi si additano le vergini ministre di Vesta. Ed egli sembra il primo, che guidato dalla ragione, o forse dalle insinuazioni de' sogni come pensane alcuni, ide li castighi co' quali i sacerdoti puniscono quelle che U verginit non conservano : e gl'interpreti delle sante cose dicono che que' castighi si rinvennero dopo la morte di lui ne' libri delle Sibille. Certo ne' giorni suoi fu ravvi sato che Pinaria V ergine, la figliuola di Pubblio, audavasi coi^ membra non pure ai sacri ministeri. Ho poi gi dichiarato nel libro innanzi qual sia di tali castighi la forma. Egli abbell circondando di olHcine di arte fici, e di altri apprecchi il Foro ove si arringa e si giudica , e compionsi altre pubbliche cose : egli il primo deliber di costruire con gran pietre lavorate a misura i muri della citt, gi vili e grossolani : ed egli prese a cavar la cloaca o canali sotterranei pe' quali tutto, quanto scola dalle strade, vassene a scaricare nel Te vere : meraviglioso questo edifizio, e maggior di ogni dire. Io tengo in Roma per tre magnificentissime cose, e donde la potenza rilevisi dell' impero ; gli acquedotti, i lasu:icati delle strade, e le cloache ; non gi che io ne rifletta la utilit della quale dir ne'suoi luoghi, ma SI bene T amplissima spesa. E ben pu questa argomentarla taluno da un fatto solo del quale io ne fo mal levadore Cajo Aquilio. Scrive costui che non pi scoi'-

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DELLE a n t i c h i t KOMAHE

reodo, perch negligentate, le cloache, i censori le diedero a spurgare e racconciarle per mille talenti. LXIX. Fe' pur Tarquinio il circo massimo tra l colle Aventino e tra'l Palatino costruendovi il primo iatoruo intorno sedili coperti. Certamente il popolo per addietro stavasi in piede agli spettacoli in cima a palchi, fon dati su cavalletti di legno. Compart similmente il luogo in trenta spazj assegnandone uno per ogni curia, per ch ciascuna sedesse e mirasse dal posto che le si do veva. Anche questo edifizio sarebbe col volger degli anni numerato tra le meraviglie bellissime della citt. Perocch stendasi il circo per lungo tre stad) e mezzo, spandendosi quattro jugeri: per largo. Cinge i due lati maggiori ed uno de' minori una fossa profonda e larga dieci piedi per raccogliere le acque, e dopo la fossa i portici sorgono con tre piani. I portici terreni han di pietra e poco elevati i sedili come ne'teatri ; ma di le gno sono ne' portici pi alti. Concorrono i due lati maggiori ad un tutto e congiungonsi fra di loro per via del minore che formato in guisa di luna li termina: cosicch risulta da tre ordini un sol porticato amfitea> trale di otto stadj capace di cento cinquantamila persone. Laltro de'lati minori che restasi aperto contiene le mosse donde i cavalli si rilasciano, spalancandosi tutte in un tempo , ad un suono. Fuori dell'amGteatro evvi pure altro portico ina di un piano solo il quale in s contiene le ofUcine e sopra le officine le abitazioni. In ognuna delle officine sotiovi ingressi e scale per chi viene agli spettacli ; e con ci non siegue confusione tra tante migliaja che vanno e tornano.

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LXX. Si <acoMs il re similinci^cK a fiibbi^ai^e it <cmpip' di Give, di Gianoiie, di; JV^oerra per adent* pteriB li w to da lui latto a quegl'IddiL neU uihim guem o Stbiai. Ma ioeome'il oUe destinato -per la asta iiagiow bbisognava di moki traragli, perch nda et ^ e s to afvole da salirlo n eguale,' ma scosceso e tntto acnt^ 'in sn b cinta; egli poae&do iatom o intorno altri H{Miri, e tra'ripari e la cima assai terrario rend piano ed aoeUncio pel tempHK Non per s'ebbe il tempo di flMttcirQe<le 9adame>ta^ n*n ssendo gli yisstlto slw Sfiater anni dopo il fin della guerra. Mollirattni ap*^ presso-j Tarquinio terr re dopo lu i/q u f^ i cha fu spblao dal trono , ne gitt le fondamenta, facendo gran parte del''sacro edi^ziq: ma noi comf nemmea CgH, e ^ lo ^Uw il tem[io il siio temnn sotto gli; anhiii magisiMti lia'consoli deU' anno terzo. Beh' coDTenerol cbe .h eae ricordiosi accadote prima della eresione di qilestj cme pur le ricordno quanti scrifsero' .ia storir:di ({aci iooglii. Deliberatosi Tarquinio a at qoel ievipio >im {M M primieramente a^li at^qri,- ooQvoeandli, che spiaMeM t'divini riti quale in oitt ne ItMs il koo pi ooti* Cfo e pi caro a que'Nmiai. E riferendo euet qaesiv il AUe che Somsta i Foro c^ ie detto- Tarpeo di quei g io rn i, ed ora del Campidoglio , comandi clw replioati i riti santi additassero in qi^aL parte prinoipalmente di learopidglio aveamene porre le fondamenta.' Non em ti oosl iaoile a definirsi ; percb sorgendo io sol cot) riverenza' ^e' genj ; e d5 Numi altri in gran nuine>< ro ; doveasi ura8)x>rtai:e qaesti, e lasciar libera l'aretl pel lempq n vellO' degl''qliri id4ik 'Parte- agli aiigan ctl
D IO N IG I, tomo I . *iO

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A K T IC B IT a ROMANE

Aire le diviiizioni loro ta di ogni aitate, e pt>i niVeUo se il proprio Nwnfl Io CQOce^na.' G o n ^ iir o lio 'a h p m tf gcnj e Nomi ohe i lor altari fixM to altrove portati : n a il ^ Dio T em m e e la dea . GioTeot per qjHaid j^i auguri p r e g a ta ^ e ripregaatero non gli lcliroiio; .o condiiceioro' a ceder il luogo. Adunqne fa*DBO gU altari loco induti nel'tem pio ebe destnaivaii: ed ora r DQ creata ubi yestibolo, e l'altro n el saero r ic ii^ tcu o di Mmerva prcaso al Mmiikcro di ilei. P r e n ^ vono da ci gl'indovim d ie ninna eiA db n li tev m ini OK>fipdd>e n il. florido rkat di Remai: chiogU si g ii verificato fino a di mier per vntiqiitti ge> oeraziooi.

LXXL Nevio chiaiiunrasi.pr nome:proprio, ed Azio oel nome della prosapia il pM inugoi > d ^ : u g an \

che traaferV ^ e g li altari, defin il empio di Gtove^ ed#)tre celesti cose.ridisBe per la sii dTazione al po^ S : consente che carissimo ^ i fow agi' Udii i n taltj.;del . santo :sao Bsteno , e cfaie conseguito avess i(NttaBone grandissima per le prore da Ini daie nere* ddbili e traseoalekiti nril' art ana.dtTiBai^ria. Io n b 'rir totder aolaaiente una la quale ini fu metavigfi^sissioM in fo tutte, .dicendo in san i ,per> quale incontro tdi csi> per quali, divine occasioni venne ,in taat chierea che fi:' tutti li oetanei -corapiarr diapregevoli. Povero fa il padre di lu i, enltore dignolile caospioello; Nvio il io figliuoletto potgeagli l'opera iufe, quanta per la ne poteva, e guidava d e ' potei, e pkfeeVaU. Caduto urna v.<rfta nel sonno, n pi rinvenendo al risciAtersi alcun di animali ^ ne; |>ibM f t iin otv .de p ^ n i fcar

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siighi. Ma pei t(etJmdo 'til tempietto sacro agli eri tud suo camptc^Ao; , cbe a lai concedessero ' di rovafe le perdute c0se ; gli prometteva loro e' ci -oofieiede^ iefo i! grappolo pi grande del sdo )>odere^; IVord indl a poco Ri animali, e folea recare i promessi doni gli eroi : ma ^ n i d e era 1 ambigaii sua nel decidere maggioM tea* grappblii Admqe conturbatone snppli> eava gl Iddi cbe v o ic ^ ro col mezso palisargli deg^i occelfi ci- che cercava. O r qui . per divino favore Teline -in Mente iR dividere la vigna ini parte destra e biatra , ediotaiie gli '.aaspjc) cb iv: giiuna occirceai> sio. Appaisi in niia delle>^vti -gli nccdli com'csao ve U bramaya , aodcfivise pur questa in due considerando gli uccelli : che vi capitassero. Determinandosi con tale istinsione di luoghi , e venendo da ultimo alla vite in dicai*^ dagli ui;celli^ bbe un tal g r a j ^ incredibile iella sua fermaL' Egli reeavlo appi delle immagini sante degli eroi , quando padre lo vide; E: meravigliato questi di una tal mole d d -frutto , e domandando'd' onde se lo avene : >il figlio narr> dalle origini tutta U -successo. Gonoependo colui, ciocdi'era , che fossero questi :iu> turali prelndj della. divBHKohe. nel <figKo, lo '.oiinduw in citt, e !k> sottomise & maiedlri: delle lettere. E' poich fu nelle comuni discipline istsntto quanto 'bastar*, a^r fidollo all' augure '.pi dotto in t Tiiivni perch lo eru disse nel suo sapete. Nevio che anca-DaturBli'lami per la divinazione , aggiungendovi pur gli altri de' Tirreni ; super di gran lunga quanti ^ rn o intesi agli auspiq. 'Quindi nelle consultazioni sul pubblico tutti gli a u g u i della citt v' invitavano lui quantunque non fosse del

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DELLE AIWICHITA ROMANE

ceto lero:, pr 1 reUiUidiiK sua nelrnprttaostlUiirc> , ii eiM..nai: vti<hrano , ie non p[>r9iifU.4 .lui.Oi'a volendo Tanfuioio oneare tre -note eeth> lan,(i). di.cvBUeci,d4 lui aceUi ed iaMolarfe (LI noibe MI e ^egU nici:, ^ e stQ . .Blevio U spl0 :iqagiift> Btiriamn^ gli vesisl^ :mi pemwltwdo dbe akwia' si alteraMe delie iililiaioat. idt , Dii^;iisMi. pr< la {Hro&izine il pvnmo e wlegnato:ei> Mevio diedeal a riUpeBdere come di un tano.n veridido fiari. tote. Con :Ule tateadMneot hiaeoA N ev^ nel Coq tii Lumie ssendov onltiidbni .presenti leLFoi<>Eglt< Ire* gi dt^fsctO' eoo qnes che io trbondarano/i-moi onde convinoei* laugni* di menzogna: e &oeadcisegli. qusto dioatiB lo accolse con degneraii salutasiodL: et ora t

iiscf -o Neyio il tempo di mostMre il potem di* (u rte ti eUvinedoria. Siccome k ihcdn di pormi d una. gran cosa ; voni per i arte tua- risapre so fK>ita .riuteirjni~ O r va : considttte do' riti tu o i, e tkrtM U pi prest per dirmeno : io \jid su questa fede ti aspetto. EaeguL l'angnra i com aadi, e: 4opo non molto torn doato che. psopizj, erano gli a^pio fi v futbile t intento dii b. Di Tar^aini i n ^ ^ rso !llt'vci ) e cavando ;dai seno nna cote d jon Tasojo ^ dive: oft ben' apparisee oM yio che tu mi d^udif deluso che se liiamfestwieraB .dagf Iddi:^ dacxk or* dci annunziarmi passiBUii, le im postibili cose < i per->
( i ) Nel testo trib ; ma chiaro cba |>arlaado*i di cava* licri non dobb peasarji a trib : Forse t i h qualche sbaglio. Gli iliri iUrii ia'qbcslo tuojgb chiadiaa'O etilrie fju elle che' Dionigi iJaiaa uibj

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ciocch io meditava se potessi col rasojo fendere que sta cote per mezzo : ridevamo tut(i d 'in to ra o , e Nevio niente commosso dalla beffa e dallo strepito : ferisci, disse, o Tarquinio animosamente come ideavi la cote : perciocch ne sar divisa , e se no ; mi ti offero ad ogni pena. Sorpreso il re della confidenza dell augure mna il rasojo su la cote, e l acume del ferro ne pe netra r interno e dividela, incidendo anche in parte la mano che la teneva. Esclamarono per la novit quanti contemplavano la incredibile e , meravigliosissima cosa. Tarquinio vergognatosi del cimento dato, a quell' a rte , e voglioso di emendare la indecenza de' vilipendj, pri mieramente cess da qu' suoi tentativi su 1 ampliar le centurie; poi risoluto di onorare Nevio come il pi caro di lutti i mortali ai celesti, obbligosselo con pegni varj e copiosi di benevolenza ; e perch la memoria se ne perpetuasse tra posteri colloc la statua di l u i, fab bricata in rame , nel Foro : e questa , pi picciola di un uomo mezzano , e velata il capo , esisteva pur nel mio tempo dinanzi la cu ria, da presso del fico sacro. Dicesi che poco lungi di fico sia la cote sepolta ed il rasojo sotto di un' ara sotterranea ; e quel luogo chia^ masi il pozzo da Romani. Tali sono i . ricordi che si hanno su questo indovino. / LXXIII. Tarquinio ornai cheUvasi dalla guerra, vec< chio gi di ottanta anni ; quaiido mori tra gl inganni de figli di Anco Marzio. veano questi macchinato fin -da principio di balzarlo dal trono , e pi volte vi si erano adoperali su la speranza che, balzatone lu i, di verrebbe di loro come trono un tempo del padre , e

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che di leggieri ad essi darebbonlo ( ciuadini. Delusi via via dalla speranza gli ordirono alfine insidie insuperabili che gli Dei non permisero che restassero impunite/ Io narrr la forma delle insidie. Quel Nevio del quale io dissi che erasi opposto al re che volea di meno far pi le centurie , questi quando pi per le arti sue fioriva , quando potea sopra tutti i Romani come augure nobi lissimo , allora sia per invidia degli em uli, sia per in sidie de' nemici, sia per altra sciagura , spari di subito da mortali ; n alcuno pot de' congiunti indovinare il destino di lui , n pi trovarne il cadavere. Addoloratone il popolo, e mal sopportando il suo danno , e molto sospettando di molti; i figli di Marzio ne ristrin* sero su Tarqninio l'accusa. E non potendo allegare ar gomenti e non segni della calunnia ; insisterono su queste due ombre di ragione. Era la prima , che volea Tai-quinio far molti e gravi attentati contro le pubbliche norme ; e che per si era tolto d'intorno chi sarebbe per contrapporsegli come per l'addietro : la seconda era poi, perch succeduto tanto infortunio non aveane fattd niuna ricerca , ma trasandavalo in tutto ; n avrebbe mai cosi praticato chi nOn era tracomplici. E fattosi col dispensare de' loro b e n i, gran seguito di patrizj di plebei diedero gravissima accusa a Tarquinio , e sti* molarono il popolo a non trascurare un tanto scellerato che stendea le mani su le sante cose, e la regia auto- ril contaminava ; molto pi che egli non era un ro mano , ma un estero , anzi uno senza patria. Tali cose dicendo nel Foro uomini autorevoli n infacondi ; con citarono molti plebei perch lo rispingessero se venivaci,

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come imparo da qqel luogo. Ora cosi fecero, perch n poteano combattere la verit n persuadere al popolo che dal trono il cacciassero. Se non che dissipando lui con difesa validissima le incolpasioni, e Tullio il gnero suo, potentissimo tra la moltitudine, risvegliando verso lui la tenerezza de' Romani ; furono quelli avuti per calunniatori e scellerati, e carichi 4i vergogna partirono dal Foro. LXXIV. Sconciati in tal tentativo, ma tuttavia per donati per opera degli amici, perch Tarquinio contenevasi a fronte di tanta perfidia in vista debenefzj pa temi , e perch stimava bastare la loro penitenza all emenda, rimasero per tre anni in finta amicizia. Ma non si tosto cadde loro in acconcio gli tramarono quest in ganno. Vestiti di abito pastorale due giovani i pi arditi tra' congiurati, e fornitili di scuri onde far legna, gli inviarono di mezzodi nella reggia, istruendoli di ci che avessero a <dire, e come assalir lo dovessero. Avvicinatisi questi alla reggia, e dicendosi ,delle contumelie , come per ingiustizia fattasi, n contenendo l uno le mani dall altro gettarono alte le grida, invocando il soccorso del re , mentre slavansi intorno non pochi de congiurati in forma di contadini, i quali coll' uno o coll altro adiravansi e davansi per testimonj. Fattili a s venire il monarca ordin che dicessero end erano i dispareri ; e quei finsero aver briga intorno le capre : e vociferando e scaldandosi a maniera de contadini n dicendo cosa niuna a proposito ; movean anzi le risa di tutti. Or quando in tanto dispregio parve loro tempo opportuno d imprendere, diedero colle scuri sul regio capo , c

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fuggirono fuori delle porte. Ma sollevato un damore allo strazio, e venuU gente in soccorso , non poterono pi fuggire, ma furono inseguiti e presL Poi tormentali e violentati a dir de' capi della congiura, incorsero fi nalmente la pena meritata. Cos dopo un regno di tren< totto anni fini Tarqumio, autore di non pochi n pic cioli beni pe' Romani.

F IN E D EL TO M O

FROilO.