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Master IDIFO

Universit di Udine

Proposta di percorso critico: dalla Fisica Classica alla Fisica Moderna

Candidata: Prof. Alessandra Angelucci Referee: Prof. Carlo Tarsitani

Introduzione
Lidea di questa proposta didattica nata da considerazioni personali derivanti dal mio duplice ruolo, di insegnate e di studentessa, nei confronti della Fisica: insegno infatti questa materia gi da qualche anno s, ma con la consapevolezza limitata che mi deriva dal mio percorso di laurea: sono infatti laureata in Matematica, indirizzo didattico. Pi di altri colleghi laureati in fisica ho affrontato questo Master propriamente da studentessa, potendo quindi provare sulla mia pelle alcune delle difficolt che ritengo incontrino i nostri studenti nellapprocciarsi alla Fisica. A seguito di tale esperienza e grazie allimpostazione critica e approfondita dei Corsi proposti in questo Master mi sono infatti posta le seguenti domande: possiamo sperare che ragazzi cui fino ad un certo punto stata presentata la fisica come una sequenza di risultati certi, definitivi e monolitici possano, non solo comprendere, ma persino accettare che, ad un certo punto, in base a considerazioni che sono anche molto sottili se osservate dal punto di vista di uno studente, quelle certezze vengano sovvertite, se non tutte, almeno in grande parte? possiamo sperare che ragazzi cui siano stati nascosti i fondamenti epistemologici della fisica e che non abbiamo avuto occasione di riflettere in maniera approfondita su finalit e modalit dindagine della fisica, per esempio linterrelazione fra ipotesi epistemologiche e evidenze sperimentali, riescano a comprendere da soli la portata innovativa della Fisica Moderna, in special modo della sua branca pi difficile: la Quantistica?

Io ho ritenuto che la risposta ad entrambe queste domande sia: no e pertanto ho costruito, basandomi, come suggerito dal Prof. Tarsitani, sulla proposta di Einstein-Infield (LEVOLUZIONE DELLA FISICA SVILUPPO DELLE IDEE DAI CONCETTI INIZIALI ALLA RELATIVIT E AI QUANTI, UNIVERSALE BOLLATI BORINGHIERI, 1965-2007, TORINO), e innestandola, fortemente, con gli elementi di cui sono venuta a conoscenza allinterno del Master - in particolare nei corsi dei Prof.: Tarsitani, Levrini; De Ambrosis; Gilibert - un percorso didattico che contenga al suo interno esempi significativi, antecedenti lavvento della fisica moderna, di nascite e morti di teorie fisiche. Filo conduttore stato il processo di superamento del programma meccanicista e, al suo interno: dalla concezione del calore come sostanza alla concezione del calore come energia; dai fluidi elettrico e fluido magnetico al campo elettromagnetico; dal modello corpuscolare al modello ondulatorio della luce, ) e che contenga al suoi interno momenti di riflessione sui i fondamenti della Fisica Classica: il determinismo, lipotesi di semplicit, spazio e tempo assoluti, il concetto di misura. Preparandomi il terreno ai risultati della relativit ristretta, ho mostrato in pi occasioni allopera il principio di generalizzazione. Lidea che mi ha sostenuto quindi la seguente: abituati a vedere la fisica come processo dialettico e resi consapevoli dei ruoli giocati allinterno di tale processo dagli attori principali, i ragazzi possono approcciare con maggiori chances di successo, alla Fisica Moderna: vedendola semplicemente come lennesimo esempio di morte e nascita di teorie e riconoscendone, veramente per, la portata innovativa. Approfondir gli spunti forniti dalla presente introduzione allinterno del primo capitolo. La realizzazione del mio progetto stata effettuata in un Liceo Classico Statale di Roma: il LCS Augusto; in orario extrascolastico. Ci ha comportato vantaggi ma anche svantaggi. Ho infatti avuto modo di confrontarmi con un gruppo di studenti motivati e interessati le cui conoscenze di fisica erano per limitate: mi sono trovata cos nella condizione di scrivere su fogli quasi bianchi.Quel che ho ottenuto che questa sperimentazione, come ho potuto desumere dai test in uscita, di aver portato questi studenti soprattutto ad una migliore comprensione dei meccanismi di funzionamento della Fisica Classica.

Indice
1 Lezioni di fisica moderna (i fondamenti della Fisica Classica) 1.1 Il perch di queste lezioni 1.2 Premessa 1.3 I Fondamenti della Fisica Classica 1.4 Il Calculus 1.5 La Legge della Gravitazione Universale di Newton 1.6 Il programma meccanicista 1.7 il punto sugli aspetti fondazionali della Fisica Classica 2 Lantinomia continuo/discontinuo - il calore 2.1 Chiarimenti sul titolo del capitolo 2.2 Unosservazione doverosa sulle leggi di conservazione 2.3 Il calore una sostanza? 2.4 Lenergia 2.5 La teoria cinetica della materia 3.1 Letere 3.2 I due fluidi elettrici 3.3 I fluidi magnetici 3.4 La corrente elettrica 3.5 La prima grave difficolt del programma meccanicista 3.6 Che cos la luce? 3.7 Che cos unonda? 3.8 Ma allora luce unonda! 4 Fine del programma meccanicista: il CAMPO 4.1 La luce unonda trasversale 4.2 Il campo come rappresentazione 4.3 I due pilastri della teoria del campo 4.4 Realt del campo 4.5 Londa elettromagnetica si propaga nello spazio vuoto 5 Lo Spazio e il Tempo Assoluti Di Newton 5.1 I Principia (brani tratti dai) 5. 2 Un estratto del commento della prof. Olivia Levrini dei precedenti brani 6 La relativit della simultaneit 6.1 Concludiamo la disamina della concezione di spazio e tempo di Newton 6.2 Analisi di brani da elettrodinamica dei corpi in movimento di Einstein 6.3 Asimmetrie interne allelettromagnetismo 6.3 Definizioni importanti fra cui la definizione di simultaneit 6.4 Sulla relativit di lunghezze e tempi pag 49 pag 50 pag 51 pag 52 pag 54 pag 42 pag 45 pag 32 pag 34 pag 36 pag 38 pag 40 pag 12 pag 14 pag 15 pag 17 pag 19 pag 22 pag 22 pag 25 pag 26 pag 27 pag 28 pag 29 pag 31 pag 1 pag 2 pag 5 pag 6 pag 9 pag 10 pag 11

3 Decadenza dellinterpretazione meccanicistica fluidi elettrici e magnetici la luce

6.5 Lesperimento mentale del treno di Einstein 7 effetti relativistici e trasformazioni di Lorentz 7.1 La contrazione di Lorentz sulle lunghezze 7.2 Invarianza della dimensione trasversale 7.3 Dimostrazione dellinvarianza sullintervallo di tempo) 7.6 le trasformazioni di Lorentz 8 Introduzione alla Fisica Quantistica 8.1 Il punto sulla filosofia della fisica classica dellintervallo (allinterno dilatazione

pag 55 pag 59 pag 59 di Lorentz pag 61

vedi appendice pag 63

8.2 I modelli come falsificatori potenziali: dai modelli di atomo alle soglie della meccanica quantistica pag 64 8.3 Antefatto: Max Planck e la quantizzazione dellenergia 8.4 Breve storia (interrotta) dei modelli atomici: salta la continuit 8.4.1 Il modello di Thomson 8.4.2 Latomo di Rutherford 8.4.3 Il modello atomico di Bohr 8.4.4 Molte questioni, rimasero, per non chiarite. 8.5 Leffetto fotoelettrico e i quanti di luce pag 69 8.6 Visione filmato del CNR esperimento della doppia fenditura di Young applicata allinterferenza dei singoli elettroni pag 70 8.7 Propagazione ondulatoria e interazione corpuscolare 9 Verso lelettrodinamica quantistica 9.1 Premessa (Quanta-Mi) 9.2 Finora in Fisica Classica 9.3 Corpo nero ed effetto fotoelettrico 9.5 Ancora il problema della struttura dellatomo 9.5.1 La quantizzazione alla Sommerfeld 9.5.2 Leffetto Compton 9.5.3 Le onde di De Broglie 9.5.4 Onde di probabilit 9.6 Il Principio di Indeterminazione 9.7 Premessa concettuale alla proposta di Milano 10 Paradossi di una teoria dei quanti troppo ingenua 10.1 Paradosso della doppia fenditura pag 81 pag 78 pag 78 pag 72 pag 72 pag 72 pag 73 pag 70 pag 66 pag 66

10.2 Il gatto di Schrdinger - Ovvero il concetto di misura in fisica quantistica Ovvero il concetto si stato in fisica quantistica pag 84 10.3 Conclusioni Appendice: Le trasformazioni di Lorentz pag 87

Bibliografia
Supporti cartacei Einstein-Infield, Levoluzione della fisica Sviluppo delle idee dai concetti iniziali alla relativit e ai quanti, Universale Bollati Boringhieri, 1965-2007, Torino Giliberti, dispense corsi Master IDIFO, 2006-2008 Levrini, dispense corsi Master IDIFO, 2006-2008 Taylor Wheeler, Fisica dello spazio-tempo, Zanichelli, 1996 Bologna Tarsitani Vicentini (a cura di), Calore Energia Entropia (le basi concettuali della termodinamica e il loro sviluppo), Franco Angeli, 1991 Milano. Tarsitani, dispense corsi Master IDIFO, 2006-2008 Video PSSC - filmato del CNR esperimento della doppia fenditura di Young applicata allinterferenza dei singoli elettroni Siti web http://www.unisi.it/fisica/dip/dida/ftaingfmod/FisMod2.pdf (per Appendice)

1. Lezioni di fisica moderna


1.1 Il perch di queste lezioni
Con la locuzione Fisica Moderna si indica linsieme degli studi e delle teorie conseguenti a questi, effettuati nel lasso di tempo che interessa, in particolare, i primi trenta anni del XX secolo e che prendono il nome di Relativit (Speciale e Generale), Fisica dei Quanti e Meccanica Quantistica. Si tratta di argomenti vecchi ormai quasi di un secolo ed un problema culturale serio il fatto che non vengano praticamente mai affrontati a scuola. Queste lezioni vogliono ovviare, almeno in parte, a questa mancanza. Ma come mai tali teorie non vengono normalmente insegnate a scuola? Uno dei motivi risiede nella difficolt del linguaggio matematico necessario a trattare in maniera rigorosa la Meccanica Quantistica in particolare: numeri complessi, matrici, probabilit, integrali: argomenti che neanche al Liceo Scientifico vengono affrontati sufficientemente a fondo. Per nostra fortuna per vi un grande protagonista di quegli anni, nientemeno che Albert Einstein in persona, che riteneva la matematica uno strumento utile a passare le teorie al vaglio della conferma sperimentale e che le idee fondamentali della fisica debbano poter essere espressi a parole, senza luso della matematica (al prezzo di perdere in precisione e di non poter mostrare tutti i ragionamenti, perch alcuni seguono vie esclusivamente matematiche). Questa sua convinzione ci ha regalato un libro, scritto a quattro mani con Leopold Infield, nel 1938: (Levoluzione della fisica Sviluppo delle idee dai concetti iniziali alla relativit e ai quanti, Universale Bollati Boringhieri, 1965-2007, Torino) del quale mi servir in vari momenti, soprattutto per seguire levoluzione delle teorie fisiche e per palare di Relativit e Fisica dei Quanti: anche in tale libro, infatti, la Meccanica Quantistica non viene affrontata. Allora? In molte Universit italiane si stanno studiando percorsi didattici innovativi per presentare a scuola la Relativit e la Meccanica Quantistica. Gli sforzi di tali centri di ricerca sono confluiti in un MASTER, coordinato dallUniversit di Udine, un MASTER in Innovazione della Didattica della Fisica e Orientamento (IDIFO). Grazie al lavoro degli insegnanti del MASER IDIFO completer il percorso fino a considerare alcuni aspetti peculiari della Meccanica Quantistica, o meglio della Teoria Quantistica dei Campi. Mi piacerebbe che queste lezioni contribuiscano a sfatare un po il mito negativo della monoliticit e freddezza della Scienza: cercher di mostrarvi quanto di umano, in senso negativo e in senso positivo, vi sia dietro ad ogni nuova scoperta: quale travaglio accompagni, per esempio, il superamento di una teoria da parte di una nuova. Ultimo ma non ultimo sarebbe una grande soddisfazione per me mostrarvi la strada per il superamento del divario posticcio fra discipline scientifiche e discipline umanistiche che ancora contraddistingue la cultura contemporanea, lasciandovi almeno intuire il ruolo che la bellezza gioca nelle scienze come gi nellarte. Bellezza che, purtroppo, le brutture di una tecnologia disumanizzata rendono veramente difficile ormai scorgere. Ecco dunque di cosa parleremo (mi appoggio gi ad Einstein: pag. 80 libro citato; fra parentesi quadre miei incisi): Nella scienza non esistono teorie eterne. Presto o tardi taluni fatti previsti dalla teoria vengono refutati da un [qualche] esperimento, [da un qualche fenomeno nuovo, o indagabile in maniera nuova grazie ai progressi tecnologici e della scienza stessa].Ogni teoria ha il suo periodo di sviluppo graduale e di trionfo, dopo di che pu anche subire un rapido declino. Nella scienza quasi tutti i grandi progressi nascono dalla crisi di una teoria invecchiata e dagli sforzi fatti per trovare una via duscita di fronte alle difficolt emergenti. [Sforzi che debbono anche scontrarsi con gli sforzi in direzione contraria di quanti alla teoria invecchiata non vogliono rinunciare e tentano rabberciamenti anche imbarazzanti pur di non arrendersi allevidente necessit di unevoluzione] Ancorch appartengano al passato 1

dobbiamo esaminare idee e teorie antiche, poich questo il solo mezzo per bene intendere limportanza delle nuove e lestensione della loro validit.

Per comprendere la portata delle novit della cosiddetta Fisica Moderna necessario dunque siano chiari gli elementi della Fisica Classica che tale teoria va a rinnovare: i fondamenti della Fisica Classica
Alcuni passaggi interni alla FC ci serviranno altres a chiarire le modalit di evoluzione delle teorie fisiche preparandoci, anche sotto questo punto di vista, a comprendere le ulteriori evoluzioni, e rivoluzioni, che hanno portato alla Fisica Moderna. La comprensione di tali fondamenti sar largomento delle prime lezioni. In particolare ci occuperemo dei seguenti passaggi cruciali: Il programma meccanicista Lantinomia discreto/continuo (nella teoria del calore e nella teoria della luce) Dai fluidi imponderabili al concetto di Campo

Dopodich saremo pronti per affrontare la Relativit Speciale e la profonda riflessione sui concetti di tempo, spazio, materia, energia e la radicale revisione che porta con s. Seguendo poi la storia dellevoluzione dei modelli dellatomo, e della luce, ci avvicineremo, finalmente, alla Fisica dei Quanti e alla Teoria Quantistica dei Campi
Mi servo ora delle parole di un altro grande fisico del 900: Feymann, per rivolgervi una preghiera: Ci vuole una grande immaginazione per comprendere quello che sto per descrivere, che cos diverso da quello a cui siamo abituati [] Sar una cosa difficile. La difficolt per veramente di natura psicologica e risiede nel perpetuo tormento che deriva dal chiedersi: <Ma come pu essere cos?> e questo un riflesso del desiderio incontrollabile, ma totalmente vano di vedere le cose in termini un po pi familiari [] In altri termini: non cercate di capire subito tutto: datevi e datemi tempo: lasciatevi trasportare come da una storia, da un film. Linteressante che cogliate il senso generale, prima dei dettagli: il tempo dei dettagli, per chi vuole, ci sar. Partiamo.

1.2 Premessa
Cominciamo col soffermarci a ragionare su finalit e modalit dindagine della Fisica in generale e sui convincimenti profondi personali che hanno guidato (in senso lato) il nostro mentore, Einstein, nel corso dei suoi studi. Alcuni aspetti infatti forse non sono scontati per tutti i presenti ed bene invece che lo siano: la Scienza non Oggettiva ed i suoi risultati non sono Verit Assolute: ogni approccio di ricerca prevede delle ipotesi, delle assunzioni aprioristiche, sulloggetto dellindagine e sulle modalit con le quali intraprendere tale indagine. Per effettuare un ragionamento o unesplorazione vi un punto, concettuale, pratico, in una parolona epistemologico, dal quale si deve partire. A volte questi punti di partenza sono espliciti, a volte sono impliciti. Quando ho parlato di Fondamenti della Fisica Classica mi riferivo a tali presupposti epistemologici. Ma la Scienza non neppure Soggettiva: quelle che ho chiamato assunzioni aprioristiche non sono "atti di fede" ma congetture: un atto di fede, nel senso proprio del termine, accettato in quanto indiscutibile, una congettura va sottoposta a controlli severi. Se la scienza fosse una sequenza di atti di fede non ci sarebbe alcun progresso della conoscenza: l'uno varrebbe l'altro. Un postulato teorico ha una funzione logica: costituisce un assunto da cui seguono conseguenze da sottoporre a controlli sperimentali. Il ruolo dellaspetto sperimentale, aspetto che da Galileo Galilei (1564-1642) in poi ha assunto un ruolo tanto importante da dare il nome al Metodo che caratterizza e d il nome alla Fisica per lui Moderna, per noi Classica: il Metodo scientifico, duplice: punto di partenza e punto di arrivo: motore e fine. 2

E infatti losservazione di un fenomeno, spontaneo come il moto degli astri o indotto dalluomo come loscillazione di un pendolo, o una delle infinite via di mezzo, che conduce alle teorie, cio alle spiegazioni dello stesso (spiegazioni che in virt di ipotesi epistemologiche ancora non smentite, seppur criticizzate, dalla Fisica Moderna, vengono espresse mediante il linguaggio matematico) e laccettabilit o meno di tali teorie viene decisa dal confronto con il fenomeno stesso: dalla rispondenza fra i calcoli effettuati in base alle teorie stesse ed il comportamento osservato. Ma attenzione: osservazioni, esperimenti e resoconti degli esperimenti non sono neutrali, ma sono sempre condotti e interpretati alla luce delle teorie esistenti. Anche per questo il progresso, che avviene in seguito ad osservazioni che falsificano le teorie esistenti, cio a nuovi esperimenti che tali teorie non sono in grado di spiegare e quindi inducono ad un allargamento delle teorie stesse (approfondiremo pi avanti questaspetto), avviene in maniera cos lenta e critica: per lopposizione che gli scienziati oppongono al superamento delle teorie stesse. Di questa criticit dellevoluzione delle teorie scientifiche non credo molti di voi siano al corrente. E uno degli aspetti che spero di riuscire a mostrarvi. Einstein, in merito al rapporto fra osservatore e osservato scrive (ibidem pag. 42): I concetti fisici sono creazioni libere dellintelletto umano e non vengono, come potrebbe credersi, determinati esclusivamente dal mondo esterno. Nello sforzo che facciamo per intendere il mondo, rassomigliamo molto ad un individuo [ovviamente privo delle conoscenze anche pi elementari in tema di orologi] che cerchi di capire il meccanismo di un orologio chiuso. Egli vede il quadrante e le sfere in moto, ode il tic-tac, ma non ha modo di aprire la cassa. Se ingegnoso potr farsi una qualche immagine del meccanismo che considera responsabile di tutto quanto osserva, ma non sar mai certo che tale immagine sia la sola suscettibile di spiegare le sue osservazioni. Egli non sar mai in grado di confrontare la sua immagine con il meccanismo reale e non potr neanche rappresentarsi la possibilit e il significato di un simile confronto. Tuttavia egli crede certamente che con il moltiplicarsi delle sue cognizioni la sua immagine della realt diverr sempre pi semplice e sempre pi adatta a spiegare domini via via pi estesi delle sue impressioni sensibili. La scienza non dunque n oggettiva n soggettiva: intersoggettiva: il risultato, provvisorio e falsificabile, della commistione fra assunti epistemologici condivisi dalla comunit scientifica, e risultati sperimentali. Allo scienziato, in sostanza, interessa che si sia tutti d'accordo che le cose vadano in un certo modo; questo basta per formulare una teoria. Questa frase, del fisico e filosofo della scienza Giuliano Toraldo di Francia, esprime forse in maniera un po drastica ma efficace, il concetto di accordo intersoggettivo (G. Toraldo di Francia, Errori e miti nel concetto comune di scienza, in AA. VV., Pensiero scientifico e pensiero filosofico, Muzzio, Padova 1993). Approfondiamo la comprensione della prima frase sottolineata di Einstein utilizzando le parole di un altro grande fisico-matematico, John von Neumann: Le scienze non cercano di spiegare, a malapena cercano di interpretare, ma fanno soprattutto dei modelli La fisica fa modelli. Cosa significa? (Elaborato da Wikipedia): Ogni osservazione di uno stesso tipo di fenomeno costituisce un caso a s stante. Ripetere le osservazioni vuol dire moltiplicare le informazioni su tale tipo di fenomeno mediante la raccolta di fatti, cio misure. Le diverse osservazioni saranno certamente diverse luna dallaltra nei dettagli ma ci consentono anche di individuare nel fenomeno stesso delle linee generali, degli elementi di fondo che lo caratterizzano conferendogli la sua peculiarit, ci consentono di distinguere tali elementi caratterizzanti da altri che possiamo considerare elementi di disturbo (pensa al ruolo dellattrito nello studio dei fenomeni di moto); ci dicono che il fenomeno, a parit di condizioni, tende a ripetersi sempre allo stesso modo. [E gi questa sottolineata una conclusione, vecchia di secoli e inizialmente riferita solo ai 3

fenomeni celesti, che funziona in relazione ad osservazioni dirette, ad osservazioni di fenomeni cosiddetti macroscopici. Vedremo se tale conclusione continua a valere in relazione ai fenomeni inerenti oggetti microscopici] Se vogliamo fare un discorso di carattere generale, occorre sfrondare le varie osservazioni di uno stesso tipo di fenomeno dalle loro particolarit e trattenere solo quello che rilevante e comune ad ognuna di esse, fino a giungere al cosiddetto modello fisico. Questo, va sottolineato, una versione approssimata del sistema effettivamente osservato, e il suo impiego indiscriminato presenta dei rischi, ma ha il vantaggio della generalit e quindi dellapplicabilit a tutti i sistemi di quel tipo. Il modello fisico ha la funzione fondamentale di ridurre il sistema reale, e la sua evoluzione, ad un livello astratto quindi traducibile in forma matematica: utilizzando definizioni operative [che si basano sul concetto di misura che a sua volta non presenta troppi problemi in ambito macroscopico ma vedremo che problematiche presenta per i fenomeni microscopici] delle grandezze in gioco e relazioni matematiche fra queste. Tale traduzione pu anche avvenire automaticamente, come dimostrano i molti programmi usati per la simulazione al calcolatore dei fenomeni pi disparati. Il modello matematico, cio la traduzione in forma matematica delle caratteristiche del modello fisico e del suo comportamento, il massimo livello di astrazione nel processo conoscitivo ed costituito normalmente da equazioni differenziali che descrivono completamente levoluzione del modello fisico (ci spiegher Einstein in maniera elementare di cosa si tratta) e che, quando non siano risolvibili in maniera esatta, devono essere semplificate opportunamente o risolte, pi o meno approssimativamente, con metodi numerici, al calcolatore. Si ottengono in questo modo delle relazioni fra le grandezze in gioco che costituiscono la descrizione dellosservazione iniziale. Tali relazioni, oltre a descrivere losservazione, possono condurre a nuove previsioni: si parla del valore euristico del modello (Cio di accesso a nuove conoscenze; teoriche, in questo caso). Vedremo insieme come il lavoro di ricerca votato alla modellizzazione dellatomo sia stato cruciale nella nascita della meccanica quantistica. La soluzione del modello matematico va quindi controllata, per vedere con quale approssimazione riesce a rendere conto dei risultati dellosservazione iniziale e se le eventuali previsioni si verificano effettivamente e con quale precisione. Questo pu venire detto solo dallesperienza e quindi la verifica della descrizione chiude un ciclo, chiamato ciclo conoscitivo cio quel che avete studiato con il nome di metodo scientifico. Va notato che spesso un medesimo fenomeno pu venire descritto con modelli fisici, e quindi anche con modelli matematici, diversi. Ad esempio i gas possono essere considerati come fluidi comprimibili oppure come un insieme di molecole. Le molecole possono essere pensate come puntiformi oppure dotate di una struttura; fra loro interagenti oppure non interagenti. Tutti modelli diversi. Ancora, vedremo come, e perch, la luce pu venire modellizzata come un fenomeno ondulatorio oppure come un flusso di particelle e cos via. Il primo modello fisico di successo della storia della fisica fu il punto materiale (punto geometrico dotato di massa) il cui moto si ritiene completamente determinato nota (cio il cui modello matematico corrispondente ) lequazione oraria (legge che correla ciascuna posizione occupata dal punto con listante di tempo in cui tale posizione viene occupata). Riguardo alle convinzioni personali di Einstein (in parte gi superate dalla disputa scientifico-filosofica degli anni 70. Se vi interessa approfondire questi aspetti: Karl Popper, Scienza e Filosofia, Einaudi o Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi), uno dei suoi pi famosi biografi, Abraham Pais (Einstein vissuto qui, divulgativo e: Sottile il Signore. La scienza e la vita di Albert Einstein, accessibile solo a chi abbia una preparazione in matematica e fisica. Entrambi di Bollati Boringhieri) sostiene che, sia le teorie speciale e generale della Relativit, sia la sua costante ricerca di una teoria unificata dei campi, avevano origine da una precisa preoccupazione estetica: Einstein fu condotto 4

alla teoria della relativit ristretta soprattutto da considerazioni di carattere estetico, vale a dire da criteri di semplicit. Questa splendida ossessione non lavrebbe pi lasciato per il resto dei suoi giorni. Lo avrebbe portato alla sua conquista pi grande, la relativit generale, e anche al suo fallimento, la teoria unitaria dei campi (A. Pais, Sottile il Signore.... La scienza e la vita di A. Einstein, Torino 1991, p. 155). Egli fu sempre particolarmente attratto dalla valenza estetica della teoria dellatomo di Bohr, utilizzata negli anni 1910-1920, quasi un miracolo e la pi alta forma di musicalit nella sfera del pensiero (cfr. ibidem, p. 442). Analogo fu il suo giudizio nei riguardi della teoria della radiazione termica di Planck, che Einstein vedeva giustificata sulla base della sua semplicit e delle sue analogie con la teoria classica ( PLANCK, V). La semplicit pareva svolgere per lui una triplice funzione: come segno di validit, come guida euristica e metodologica, come strada da seguire verso lunificazione delle leggi, quasi una riproposizione in termini moderni della convinzione degli antichi simplex ratio veritatis, la semplicit ha ragione di verit. Vale la pena soffermarsi a riflettere un attimo sul significato dellaggettivo semplice ed al confronto con il significato con laggettivo facile, per evitare equivoci. Mi servir del dizionario etimologico. Semplice: senza pieghe, consistente di una sola parte, di un solo ingrediente. Facile: che ben si presta ad essere fatto, pieghevole, trattabile, condiscendente, (significati tutti legati allassenza di ostacoli) Ora, spero converrete che sono quasi opposti i significati di tali parole: la ricerca della semplicit irta di ostacoli: non facile per niente. Asserir anzi Einstein: pi si procede verso la semplificazione dei concetti fisici pi sar difficile la matematica atta a descriverli. Ma ci tengo a rassicurarvi di nuovo in tal senso: voi non ve ne accorgerete granch (e ovviamente vi sar perci preclusa una trattazione approfondita che potrete tentare solamente se intraprenderete studi universitari adeguati)

1.3 I Fondamenti della Fisica Classica


Il programma meccanicista
A Galileo Galilei attribuiamo la formulazione di un programma dindagine della Natura che gi una rivoluzione rispetto alle modalit proprie del suo tempo. Fu per Isaac Newton (1643-1727) a mettere effettivamente in atto tale programma. Ma andiamo con ordine: Il programma di Galilei prevedeva le seguenti cesure con il passato: Laffermazione che i fenomeni terrestri seguivano gli stessi criteri di armonia e regolarit attribuiti sino a quel momento esclusivamente ai fenomeni celesti. Il nostro scopo quello di riportar la Terra in Cielo di dove i nostri antenati lhanno bandita. Questo fatto porta con s due conseguenze pesanti o La Terra uno dei tanti astri (che quindi hanno una natura materiale simile a quella della Terra e sono soggetti alle stesse leggi che governano il moto dei corpi sulla Terra) e non occupa pi la posizione privilegiata che le veniva assegnata dall'interpretazione aristotelico-scolastica del Sistema Tolemaico (Terra ferma e sfere "celesti" che le ruotano intorno). o Si estende l'oggetto del sapere razionale anche al mondo terrestre, prima pensato come troppo imperfetto e mutevole; occorre quindi stabilire nuovi criteri di ricerca della verit: criteri basati sulla ragione umana. La verit va scoperta e non gi rivelata. Politicamente significa togliere dalle mani della Chiesa il controllo sulla Verit e consegnarlo alla Ragione Umana. Molto sovversivo Laffermazione che il Libro della Natura fosse stato scritto da Dio in caratteri matematici, quindi che la conoscenza dei fenomeni corrispondesse alla scrittura di una legge matematica che legasse fra loro le grandezze caratterizzanti fenomeni stessi. La matematica consente anche di applicare le leggi a oggetti costruiti dall'uomo: nasce la 5

nuova tecnica (Alexandre Koyr, Dal mondo del pressappoco all'universo della precisione, Einaudi) Laffermazione della necessit del cimento di tali leggi, quindi di una verifica sperimentale e non solo speculativa, delle leggi trovate

Se Newton riusc a portare a compimento il programma Galileiano, trovando la legge di Gravitazione Universale, che analizzeremo nel dettaglio fra breve, e dimostrando che tale legge regolava sia il moto dei corpi celesti che lattrazione da parte della Terra degli oggetti, fu perch egli, contemporaneamente ad un altro grande scienziato-filosofo, Leibnitz, invent la matematica adatta alla descrizione dei fenomeni del moto. Vedremo fra breve nella maniera pi discorsiva possibile, le linee guida di funzionamento di questa matematica, ma anticipiamo che i risultati furono talmente buoni da spingere un larga fetta della comunit scientifica, per quasi tutto il secolo a venire, a cercare di ridurre tutti i fenomeni conosciuti allo stesso tipo di modalit di quelli descritti dalla legge di Gravitazione Universale. Questo quel che annuncia il titolo di questa sezione: questo , a larghe linee, il programma meccanicista.

1.4 Il Calculus
Ripercorriamo brevemente un percorso che alcuni di voi conosceranno gi. Uno dei risultai notevoli dello studio di Galileo sul moto fu lo stabilire che, per mantenere un corpo a velocit costante non era necessaria unazione costante, comera ritenuto anche da esimi colleghi come Descartes, bens, al contrario, lassenza di azione, o il perfetto bilanciamento delle azioni in gioco. Tale principio venne perfezionato da Newton e, pertanto va sotto il nome di I principio della dinamica e viene espresso, in linguaggio moderno, nel m odo seguente: Un corpo permane nel suo stato di quiete o di moto rettilineo uniforme (di moto uniforme relativo) finch su di esso agiscono forze di risultante nulla. Ovviamente si tratta di un moto in cui lattrito, che a sua volta una forza e, come tale, va considerato nel bilancio delle forze, nullo (situazione ideale: irrealizzabile in realt) oppure controbilanciato da una forza uguale e contraria (e questa la condizione cui si riferivano i fisici precedenti Galileo che, per, non consideravano lattrito come una forza) Lazione di una forza, se non mantiene inalterata la velocit, allora deve modificarla: pu aumentarla o diminuirla. In entrambi i casi diciamo che lazione di una forza su di un corpo lo accelera. E gli esempi di solito riguardano il moto lungo la traiettoria pi semplice: una retta, detto moto rettilineo. Ma per poter descrivere completamente lesito dellazione di una forza su un corpo libero di muoversi su un piano bisogner tener conto non solo dellintensit di questa ma anche di direzione e verso: se tiro o spingo un corpo in moto rettilineo uniforme lungo la sua traiettoria avr gi due effetti differenti, ma se lazione la esercito lungo una direzione differente dalla retta su cui si svolge naturalmente il moto gli effetti cambieranno ulteriormente. Per tener conto di tutti questi aspetti possibili si escogitata una simbologia matematica semplice e snella, una freccia, un vettore: La lunghezza indica lintensit, la retta su cui giace la direzione, la punta indica il verso. Anche la velocit una grandezza fisica che si pu/deve rappresentare mediante un vettore. Mediante lutilizzo di questa simbologia si pu visualizzare facilmente leffetto dellazione di una forza su un corpo che si muove di moto rettilineo uniforme. Cosa accade infatti alla velocit di un corpo che si muove su traiettoria rettilinea con velocit costante (rossa), se su di esso agisce una forza che abbia stessa direzione e verso della velocit? La velocit aumenta (verde). E un esempio banale che serve a spiegare in che modo lutilizzo della simbologia vettoriale permetta di visualizzare alcuni concetti che ci servono 6

Einstein (pag. 31, ibidem): Finch consideriamo soltanto il moto lungo una retta siamo lungi dallintendere i movimenti che si osservano nella natura. Dobbiamo considerare anche il moto lungo linee curve, ed il nostro compito immediato determinare le leggi che li governano. Si tratta di generalizzare i concetti gi chiari per il moto rettilineo. La generalizzazione di un dato concetto un procedimento spesso usato nella scienza. Non esiste un metodo di generalizzazione, determinato in modo univoco e abitualmente si pu procedere per vie diverse. Una condizione per devessere sempre rigorosamente soddisfatta: ogni concetto generalizzato deve potersi ricondurre ad un concetto primitivo ogni qualvolta si realizzano le condizioni primitive (e qui Einstein sta gi pensando a generalizzazioni future: di situazioni molto pi profonde e complesse: iniziate a ragionarci da subito come vi suggerisce lui). Proviamo quindi a generalizzare i concetti di velocit, di variazione di velocit,e di forza estendendoli al moto curvilineo. Tecnicamente quando si parla di curve, le linee rette vi si intendono incluse. La retta non infatti che un caso particolare e banale di linea curva. Se dunque i concetti di velocit, di variazione di velocit, e di forza vengono adattati al moto curvilineo, essi dovranno potersi automaticamente applicare al moto lungo una retta. Ma ci non basta a guidarci nel nostro intento generalizzatore. Dobbiamo fare una congettura: supponiamo vi sia una particella che si muove sotto lazione di forze lungo una linea curva. Supponiamo che in un dato istante e in un dato punto tutte le forze cessino di agire. Ovviamente un esperimento ideale quello che stiamo facendo [al massimo se ne potrebbe ottenere una qualche simulazione al computer]: possiamo solo congetturare ci che accadrebbe se e quindi giudicare se la nostra congettura sia fondata o meno, prendendo in esame le conclusioni che se ne possono trarre e la loro concordanza con lesperienza. Einstein, ci d indicazioni sulle metodologie dindagine e di ragionamento della fisica molto importanti. Nel disegno a lato, il vettore indica la supposta direzione del moto uniforme, qualora tutte le forze esterne svanissero. E la direzione della cosiddetta tangente.

Nel disegno a lato si vedono i vettori-velocit per due posizioni diverse della particella in movimento lungo la curva. In questo caso non soltanto la direzione, bens anche lintensit della velocit, indicata dalla lunghezza del vettore, che varia nel corso del moto.

Spero sia evidente a tutte/i che questo nuovo concetto di velocit rispetta le condizioni che abbiamo dato per una buona generalizzazione: cio pu ricondursi al concetto familiare, qualora la curva si trasformi in una retta. Andiamo avanti verso lobiettivo.

Definiamo a questo scopo la variazione di velocit. Prendiamo i vettori 1 e 2 del disegno precedente, mettiamo le loro origini a coincidere e definiamo variazione di velocit fra i due il vettore tratteggiato. Tale definizione appare artificiosa e priva di senso ma diviene pi chiara nel caso particolare i due vettori abbiano la stessa direzione:
1 2

Il fatto che il vettore variazione, abbia verso contrario a quelli verdi sta ad indicare che tale variazione un rallentamento 7

Resta ancora da fare lultimo passo del nostro procedimento di generalizzazione, passo che cinduce a ricorrere alla pi importante delle congetture fatte fin qui, ovverosia a stabilire una correlazione quantitativa fra forza e variazione di velocit, in modo da ricavarne un indizio che ci permetta dintendere il problema del moto in maniera generale. Cominciamo col valutare la relazione fra direzione e verso dellazione della forza e direzione e verso della variazione di velocit. Nel moto rettilineo era semplice: una forza esterna causa della variazione di velocit e il vettore-forza hanno stessa direzione e verso della variazione. Per il moto curvilineo sar lo stesso, con la sola differenza che la variazione di velocit ha ora un significato pi largo di prima. Viceversa, dove la velocit sia nota per tutti i punti della curva, la direzione della forza in un punto qualunque pu subito dedursi. Basta tracciare i vettori velocit per due istanti separati da un brevissimo intervallo di tempo e corrispondenti perci a delle posizioni vicinissime. Diremo allora che il terzo vettore congiungente lestremit del primo vettore allestremit del secondo, indica verso e direzione della forza agente. E tuttavia essenziale che i due vettori velocit siano separati soltanto da un brevissimo intervallo di tempo. Lanalisi delle espressioni brevissimo e vicinissimo lungi dallessere semplice. Ed sulla definizione rigorosa di tali termini e sulla manipolazione matematica delle grandezze ad essi corrispondenti, cio i calcoli, che si basa la branca della matematica che si chiama analisi, che stata fondata da Newton e Leibnitz col nome di Calculus e che ha necessitato di un secolo di lavoro da parte dei matematici per essere sistemata in modo soddisfacente per quel che riguarda le esigenze di rigore . I fisici nel frattempo lutilizzavano con grandi risultati. Vediamo alcuni esempi semplici di tali applicazioni scelti da Einstein: Un obice sparato da un cannone, un sasso lanciato con una certa inclinazione, il getto dacqua di una lancia dinnaffiamento, descrivono traiettorie ben note e dello stesso genere, e cio parabole. Supponiamo che un tachimetro sia legato ad un sasso in modo che possa tracciarsi in qualunque istante il corrispondente vettore velocit e ammettiamo che il risultato sia quello rappresentato dal disegno seguente. Il risultato quello che dovremmo aspettarci: sul sasso, come in tutti i moti nominati, [in qualunque punto del moto noi scegliamo di misurare la variazione di velocit scopriremo che tale variazione costante cio che sul sasso] agisce una forza costante diretta verso il basso: la forza Peso.

Per ora, note la velocit di un corpo in ogni punto di una traiettoria qualunque, sappiamo ricavarci verso e direzione della forza gente in ogni punto, basandoci sullindicazione che forza e variazione di velocit hanno stesso verso e direzione. Ci manca di poter individuare, nota massa del corpo e variazione di velocit, lintensit di tale forza. Per far questo torniamo ad un esempio di moto rettilineo visto che la strada per generalizzare i nostri risultati ad un moto curvilineo gi la sappiamo. Date due masse m1 e m2, uguali, inizialmente in quiete (per semplificare lesperimento e non per motivi concettuali), sottoponendo le due masse a due forze costanti, F1 e F2 tali che F1=2F2, misurando la variazione di velocit delle due masse dopo lazione delle forze, v1 e v2 si potr constatare come v1 = 2v2. cio come forza e variazione di velocit siano direttamente proporzionali. Date due masse m1 e m2 tali che m1=2m2 e sottoponendole questa volta a due forze costanti di stessa intensit, misurando la variazione di velocit delle due masse dopo lazione delle forze si potr constatare come massa e variazione di velocit siano inversamente proporzionali. 8

I risultati raccolti sinora vanno sotto il nome di II principio della dinamica di Newton e si scrivono brevemente nel modo seguente: F m a . Dove a il simbolo che indica la variazione di velocit che la massa m subisce in un secondo sotto lazione della forza F . Nei manuali delle superiori tale scrittura si riferisce solitamente a forze costanti rispetto al tempo, e rispetto alle altre grandezze fisiche fondamentali (spazio e velocit). Le forze pi interessanti non presentano tale regolarit. Ne vedremo fra breve un esempio. Il fatto rilevante che tale scrittura non lascia intendere mentre il percorso da noi seguito spero di s il seguente (Einstein pag. 40): Supponiamo che sia possibile determinare posizione s0 velocit v0 di un pianeta in un dato istante t0 e che si conosca la forza F cui soggetto. In tal caso, secondo la legge di Newton, conosciamo anche la variazione di velocit a durante un breve intervallo di tempo. E conoscendo posizione e sua velocit iniziale e la sua variazione, potremo determinare velocit v e posizione s [abbiamo visto che anche fra posizione e velocit c una correlazione, no?] del pianeta al termine dellintervallo di tempo t. Con una continua ripetizione di questo procedimento, si potr tracciare lintera traiettoria del pianeta in moto, senza ricorrere ad altre osservazioni. Il procedimento ora menzionato, che consiste nellavanzare passo a passo, risulterebbe in pratica assai penoso ed impreciso. Fortunatamente esso non affatto necessario: la matematica offre una via infinitamente pi breve, [basata su tale ragionamento ma che richiede tempo ed esercizio per essere assimilata], fornendo la descrizione del moto con molto meno inchiostro di quello occorrente per scrivere una sola frase.

c V B

Le misteriose equazioni differenziali di cui abbiamo parlato introducendo il modello in fisica sono la trasposizione matematica di quanto abbiamo detto sopra e, oltre ad essere molto potenti nel risolvere il moto cio nel determinare le equazioni orarie, sono la trasposizione matematica di unipotesi epistemologica molto importante: il determinismo. La meccanica classica tutta intrisa da questo principio deterministico: da una legge di rigorosa causalit che fa rispondere ogni effetto ad una determinabile causa, il quale, attenzione, precede linvenzione delle equazioni differenziali: al contrario, queste non sono che lespressione matematica di quella che in realt non altro che unipotesi, suggerita quanto si vuole dallesperienza, ma pur sempre unipotesi Il principio del determinismo quindi un tipico esempio di miscela di idee filosofiche e conoscenze sperimentali E finalmente giunto il momento di dare unocchiata alla Legge di Gravitazione Universale. Newton vi pot pervenire grazie allimpressionante messe di dati raccolti dal meno famoso Tycho Brahe: alle sue precise misurazioni della postazione delle stelle e dei movimenti dei pianeti e allelaborazione di questi dati effettuata dal genio di Keplero. Credo si riferisse a loro nel mutuare la famosa frase di Chartres Siamo nani sulle spalle di giganti

1.5 La Legge della Gravitazione Universale di Newton


Date due masse M1 ed M2 i cui baricentri distano r, tali masse esercitano luna sullaltra una forza dinterazione reciproca diretta lungo la congiungente i baricentri delle masse, direttamente proporzionale al prodotto fra le masse stesse e inversamente proporzionale al quadrato della distanza r. La costante di proporzionalit : G 6,67 10 11..

N m2 . Kg 2
9

G detta Costante di Gravitazione Universale perch il suo valore risulta essere lo stesso a prescindere dalla dislocazione e dalla tipologia delle masse in gioco: che esse siano due pianeti, un pianeta e una stella o una massa a quota d sulla superficie terrestre e la Terra stessa! La legge suddetta, in maniera pi sintetica ed elegante pu essere espressa mediante lausilio delle lettere nel modo seguente: F1 2 G

M1 M 2 r F 2 1 r2

indica un vettore di modulo uno (detto versore). Il suo utilizzo serve ad Il simbolo r indicare la direzione della forza (avendo modulo unitario, infatti, non contribuisce a modificare lintensit della stessa), come detto a parole la retta su cui giace la distanza d. Il segno - indica che la forza di tipo attrattivo.
Come spero osserverete questa legge indica che la forza dinterazione gravitazionale non costante ma dipende dallinverso del quadrato della distanza fra i corpi. Questo fatto molto importante per seguire il seguito della Storia. Qualcuno potrebbe chiedersi: se questa una legge dinterazione che vale fra qualunque coppia di corpi, com che non me ne accorgo quando passo accanto ad una persona? E anche: perch sa lascio una penna la penna cade e non la Terra ad andare verso la penna? La risposta alla prima domanda sta nella bassa intensit di tale forza: proviamo ad inserire dei dati plausibili: m1=m2=70 Kg e r=1m

F1 2 6,7 10 11

70 70 N 6,7 4,9 10 9 N 3,3 10 8 N 1

Considera che 1 N la forza che necessario imprimere alla massa di 1 Kg perch, in assenza di attrito, passi da star ferma a viaggiare ad 1 m/s,cio: 3,6 Km/h. Insomma, se le masse sono dellordine di 10 22 kg com quella della Luna o 10 30 kg com quella del Sole, gli effetti si sentono anche se le distanze a loro volta non scherzano, altrimenti Che linterazione si verifichi anche per masse a misura duomo stato verificato con esperimenti effettuati mediante la bilancia di Cavendish. Chi fosse interessato pu approfondire da s Forse vedremo un filmato nel quale viene utilizzata. Per la seconda domanda: una conseguenza della proporzionalit indiretta fra massa e accelerazione: una stessa forza produce accelerazioni inversamente proporzionali alle masse: poich la massa della terra circa 1026 volte maggiore di quella della penna, laccelerazione che la penna produce sulla Terra circa 1026 volte pi piccola dellaccelerazione che la Terra produce sulla penna

1.6 Il programma meccanicista


La bellezza e potenza del Calculus e della Legge di Gravitazione Universale erano tali da lasciar sperare che tutti i fenomeni conosciuti potessero essere ridotti a fenomeni dinterazione, imputabili a forze semplici, le cui intensit dipendevano solamente dalla distanza, fra particelle inalterabili. E quindi modellizzabili mediante equazioni differenziali. Allinizio ci si era spinti addirittura ben oltre: Un intelletto che a un dato momento conoscesse tutte le forze che animano la Natura e le mutue posizioni di tutti gli enti che questa comprende, se questo stesso intelletto fosse sufficientemente vasto per sottoporre ad analisi questi dati, potrebbe condensare in una singola formula tanto il movimento dei pi grandi corpi delluniverso, quanto quello degli atomi pi leggeri: per tale intelletto nulla potrebbe essere incerto e il futuro, come il passato, sarebbero presenti ai suoi occhi. Pierre Simon de Laplace (1749-1827) nellintroduzione al suo trattato sulla probabilit (la probabilit nasce curiosamente su due livelli: per risolvere problemi di assegnazione di premi in giochi dazzardo e come palliativo allevidente 10

limitatezza del povero intelletto umano per la risoluzione di problemi meccanici complessi) Cio: supponendo che la materia abbia una natura corpuscolare e di poter assimilare tali corpuscoli a punti materiali (fatto questo di cui Newton era, aprioristicamente, convinto), essa sar composta di n punti materiali, con n grandissimo, e il moto di tutta la materia sar descritto da un sistema immenso di n equazioni differenziali del tipo: f i mi ai . Supponendo inoltre che tutti i fenomeni naturali si riducano a fenomeni di tipo meccanico, avremo un programma, basato in parte su dati empirici e in parte su speculazioni filosofiche, detto meccanicismo o riduzionismo meccanicista. In realt gi Newton si rese conto delle enormi difficolt che insorgevano nel risolvere il moto di tre corpi con masse uguali interagenti solo dal punto di vista gravitazionale. Oggi che pure possediamo calcolatori in grado di effettuare con velocit inaudita calcoli immensi, abbiamo dovuto ammettere che il problema dei tre corpi irrisolvibile se non in casi estremamente particolari. I problemi incontrati non sedarono per la speranza che tutti i fenomeni conosciuti potessero essere ridotti a fenomeni dinterazione, imputabili a forze semplici, le cui intensit dipendevano solamente dalla distanza, fra particelle inalterabili. E tale ipotesi di lavoro diede frutti eccezionali per molti anni a venire, prima che Ma questa unaltra storia!

1.7 il punto degli aspetti fondazionali della Fisica Classica


Facciamo il punto degli aspetti fondazionali della Fisica Classica, scoperti sinora:

La FC si sviluppa seguendo unipotesi di semplicit che Einstein pone a faro di tutto il suo lavoro, ma che trae origine gi dal lavoro di Galilei e, prima di lui, almeno di Platone e Pitagora. La semplicit si articola nei seguenti aspetti, che possono essere intesi come: segno di validit, guida euristica e metodologica, strada da seguire verso lunificazione delle leggi: Simmetria Analogia Generalizzazione Unificazione.
Per ora abbiamo visto allopera il principio di generalizzazione e vi anticipo anche che il programma meccanicista si basa anche sullanalogia e il desiderio di unificazione. Vedremo spero allopera anche il contributo della simmetria.

Pietra angolare della FC il determinismo, trasposto in forma matematica dalle equazioni differenziali.

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2 Lantinomia continuo/discontinuo - il calore


2.1 Chiarimenti sul titolo del capitolo
Einstein, ibidem, pag 233: Una pianta di Roma e dintorni aperta davanti a noi. Ci domandiamo: quali sono i punti che possiamo raggiungere con il treno? Dopo aver consultato un orario ferroviario potremo marcare sulla nostra carta i diversi punti corrispondenti alle fermate dei treni. Se poi ci domandiamo quali punti si possono raggiungere con lautomobile possiamo tracciare sulla pianta delle linee lungo le varie strade che si staccano dal centro della citt. Qualsiasi punto di tali linee pu essere raggiunto con lautomobile. In entrambi i casi abbiamo delle serie di punti ma, nel primo i vari punti sono separati gli uni dagli altri da distanze pi o meno considerevoli fra le stazioni ferroviarie, mentre nel secondo caso i punti si susseguono senza interruzione lungo i tracciati delle strade. Possiamo inoltre domandarci quali siano le distanze dei punti in questione [per entrambi i casi] dal centro o da qualsiasi altro luogo della citt, [cio far corrispondere ad ognuno dei punti-stazione o dei punti-automobile, un numero]. Nel primo caso tali numeri saltano irregolarmente da un valore allaltro mentre nel secondo possono assumere un qualsiasi valore fra i numeri reali compresi fra lo 0 che corrisponde al centro della citt al numero che corrisponde alla distanza di questo dalla meta. Diremo dunque che le distanze fra il centro della citt e le localit raggiungibili col treno variano sempre in modo discontinuo. Per contro le distanze fra il centro della citt e le localit raggiungibili con lautomobile possono variare in che misura si vuole, per piccola che sia; possono variare cio in modo continuo. Insomma le distanze possono differenziarsi in misura arbitrariamente piccola [di nuovo lo stesso concetto che abbiamo visto nella definizione di derivata!] usando lautomobile; non cos se utilizziamo il treno. La produzione di un pozzo di petrolio pu variare in modo continuo. La quantit di petrolio estratto pu essere ridotta o accresciuta in misura arbitrariamente piccola [qui Einstein se preso alla lettera, impreciso: nella realt fisica vi un limite inferiore oltre al quale la suddivisione non riusciamo ad effettuarla, in realt. Nella realt matematica, che astratta, invece, il concetto di arbitrariamente piccolo, o infinitesimo, esattamente e coerentemente codificato]. Il numero degli impiegati e degli operai pu solo variare solo in maniera discontinua. Una somma di denaro pu variare solo in maniera discontinua: In Italia la pi piccola unit monetaria legale, che potremmo designare anche con il nome di quanto elementare della valuta nazionale il centesimo. Nei paesi che non adottano leuro tale quanto elementare sar differente. Esiste un tasso di cambio che permette di passare da una valuta allaltra. E dunque lecito asserire: alcune quantit possono variare in modo continuo, e quindi possono essere divise in quantit arbitrariamente piccole, mentre altre variano soltanto in modo discontinuo, e possono essere suddivise solo fino a delle componenti ultime dette quanti elementari. In particolare, in fisica, il primo problema che si pone se la materia sia discreta, cio fatta di atomi indivisibili o continua. Solo in un secondo momento ci si interroga su continuit o discontinuit delle grandezze fisiche Ovviamente la scelta di modellizzare una certa quantit come continua o come discontinua dipender dal tipo di problema che vogliamo risolvere oltre che dalle caratteristiche evidenti o meno (parliamo di evidenza sensoriale o sperimentale) del sistema. Ancora Einstein escogita un esempio chiarificatore (ibidem pag. 234) : 12

Possiamo pesare notevoli quantit di sabbia e considerarne la massa come continua. Ma se la sabbia dovesse divenire preziosa e venisse perci pesata con bilance molto sensibili,non potremmo fare a meno di tener conto che la sua massa varia sempre in ragione del multiplo di un granello. Attenzione: Einstein assume che i granelli di sabbia abbiano tutti la stessa massa: solo con questa ipotesi, evidentemente astratta, si pu dire che la massa della sabbia non solo varia con discontinuit, ma anche "quantizzata"; le grandezze che variano per "quanti" sono necessariamente discontinue, ma non tutte le grandezze discontinue variano necessariamente per quanti La diatriba fra coloro che sostenevano che la materia fosse continua (ossia suddivisibile all'infinito) e coloro che postulavano l'esistenza degli atomi, come elementi ultimi indivisibili di materia, e quindi avevano una concezione della materia come discreta, vecchia quanto la fisica stessa. Probabilmente nasce con losservazione, affidata ai soli occhi, che i solidi possono essere divisi in parti, mantenendo successivamente i pezzi separati indefinitamente, e che tale divisione in parti deve avere un limite inferiore; mentre la stessa operazione su un liquido porta ad un esito differente: non esiste modo di tagliarlo, al pi possiamo pensare di formare gocce, ma anche queste tendono a coalescere in un tutto unico. Senza andare troppo indietro rispetto al periodo storico raggiunto nella precedente lezione sappiate che questa questione, assieme allindividuazione di quali siano le leggi di conservazione da considerarsi o meno valide, costituisce uno dei fili conduttori dei tre grandi dialoghi critici tradizionali legati a: Descartes, Newton e Leibniz. Dialoghi che danno luogo a dure contrapposizioni e definiscono, di fatto, tre stili di pensiero assai influenti sino alle soglie del 1800. Chi volesse approfondire questi aspetti pu vedere: Tarsitani Vicentini (a cura di), Calore Energia Entropia (le basi concettuali della termodinamica e il loro sviluppo), Franco Angeli, 1991 Milano. In particolare il capitolo a cura di: Mariagrazia Ianniello, pp 216 273. Il libro non in commercio ma credo si trovi nella Biblioteca di Fisica, almeno allUniversit La Sapienza di Roma. Altrimenti potete rivolgervi a me! La tradizione cartesiana si pu dire caratterizzata dal primato dei concetti di materia e movimento rispetto a quello di forza (che ancora non c'). Per i cartesiani la materia fatta di corpuscoli, che per non sono "quantizzati" nel senso che possono essere sempre suddivisi: all'infinito (Cartesio non conosce il concetto matematico di "infinitesimo": il suo universo non n continuo n discreto). In questo senso l'universo sempre pieno di materia, anzi lo spazio stesso definito come estensione della materia (dove non c' materia non c' nemmeno spazio). In questo universo le azioni si esercitano necessariamente solo per contatto (spinte, pressioni, urti). In base a questi principi, i seguaci di Cartesio si opporranno alla teoria newtoniana negando lesistenza di enti attivi, le forze, come cause esterne al moto e, in particolare, lidea di forze a distanza, vista come una riesumazione delle qualit occulte di matrice aristotelica (tenete a mente questa posizione che, minoritaria per secoli, finir per tornare in auge: ne riparleremo nella lezione sui campi).. Una volta animata da movimento, la materia non pu arrestarsi (principio d'inerzia = conservazione della quantit di moto, vedi pi avanti). La legge fondamentale delluniverso cartesiano dunque la legge di conservazione della quantit di moto: mv. Per spiegare il moto dei pianeti Cartesio elabora una teoria detta "teoria dei vortici rotanti", secondo la quale lo spazio completamente riempito di materia turbinante, e che spiega le attrazioni e repulsioni fra i corpi. Al contrario di Cartesio, Newton convinto che lo spazio (vero, assoluto, matematico) esiste indipendentemente dalla materia, come luogo geometrico in cui si collocano i corpi. Anzich pieno, lo spazio in cui si trova l'universo sostanzialmente vuoto. In esso si muovono e si aggregano gli atomi, ossia i "quanti" elementari di materia. Ma se comprimessimo tutti gli atomi dell'universo fino a metterli tutti in contatto tra loro, l'intera materia dell'universo, dice Newton, entrerebbe "in un guscio di noce". 13

La materia ha quindi una struttura discontinua, inerte e passiva e per essere messa in movimento ha bisogno di principi attivi, che agiscono con quelle che Newton chiama forze. L'atomismo di Newton dunque un atomismo dinamico. Tra gli atomi si esercitano forze attrattive e/o repulsive che danno luogo a diverse configurazioni atomiche (non dimentichiamo che gli atomi ultimi sono tutti uguali tra loro) che spiegano le differenze tra le varie sostanze. Le sostanze materiali sono formate da aggregati di atomi che sono altrettanti "quanti elementari" di materia. Per questo Newton pu dire che la massa di un corpo la quantit di materia (il numero totale di atomi) da cui esso formato. I principi fondamentali sono: forza e materia sono grandezze fisiche distinte e fondamentali forza e quantit di moto non si conservano

- lo spazio il luogo geometrico della materia ed esiste indipendentemente dai processi naturali che vi si verificano; Per Leibniz il principio fondamentale della natura il principio di continuit: tutte le grandezze, ma anche tutte le cose (le piante, gli animali), variano "passando per tutti i gradi intermedi" (tra un animale e l'altro esistono infiniti altri animali che passano gradualmente dall'uno all'altro: si parla quindi di "grande catena dell'essere"). La materia quindi continua e l'ipotesi atomistica viene rifiutata. Per esempio, in un processo di urto le velocit dei corpi non variano con discontinuit, ma cambiano gradualmente dal valore iniziale a quello finale. Inoltre Leibniz rifiuta l'idea di una materia inerte e passiva: la materia in movimento capace di produrre effetti, ossia possiede in modo intrinseco anche una sorta di energia. Nei corpi in movimento tale energia (vis viva) misurata da

1 m v2 . 2

2.2 Unosservazione doverosa sulle leggi di conservazione


la ricerca delle quali costella la fisica e costituisce croce e delizia degli studenti. La convinzione che esistano leggi di conservazione, , come la concezione deterministica, frutto di una commistione fra: convincimenti a priori, caratteristiche matematiche dei modelli e delle teorie, ed esiti sperimentali. Per la ricerca chimica sperimentale, si rivel di grande importanza la legge di conservazione della massa. Questa legge fu ritenuta valida anche in Fisica fino a che Einstein non dimostr la dipendenza della massa dalla velocit e l'equivalenza massaenergia (che comunque non smentisce la legge di conservazione della massa ma la generalizza). Ne parleremo fra qualche lezione. La postulazione dellesistenza di tali leggi inseribile nel grande gruppo dellipotesi di semplicit. Ed curioso che la scoperta del legame tra leggi di conservazione e un aspetto dellipotesi di semplicit che ancora non abbiamo approfondito, cio la simmetria, avvenga solo all'inizio del XX secolo ad opera di una delle poche donne scienziato: Emmy Noether. Il teorema di Noether assume una grande rilevanza nella fisica moderna. Ma un teorema difficile Per questo i manuali di scuola trattano le leggi di conservazione, ma raramente le collegano alle corrispondenti invarianze e/o simmetrie. Per esempio, la conservazione dell'energia segue dall'invarianza (simmetria) rispetto a traslazioni nel tempo, quella dell'impulso dall'invarianza per traslazioni nello spazio. Questo importante per la Quantistica perch le grandezze correlate dalle leggi di conservazione diventano poi le osservabili incompatibili soggette al principio di indeterminazione, come appunto energia e tempo, impulso e posizione. Il principio di conservazione di cui tutti abbiamo almeno una volta sentito parlare il principio di conservazione dell'energia. Vogliamo fare qualche accenno alla sua storia e per questo dobbiamo affrontare una questione importante: quella relativa alla natura del 14

calore.

2.3 Il calore una sostanza?


Einstein, ibidem pag. 47 La distinzione fra i concetti di temperatura e calore richiese un tempo incredibilmente lungo [probabilmente a causa anche dellincredibile ritardo con cui si vennero intrapresi i primi esperimenti sistematici con il termometro: la prima met del 700] ma, non appena determinata, essa determin un rapido progresso. Circa duecento anni fa [Joseph] Black, [scozzese, fondatore della scienza quantitativa del calore]. Inizia le sue ricerche a Glasgow, nel 1757 e i suoi risultati hanno larga diffusione in Gran Bretagna e sul continente intorno al 1770] tenne delle conferenze che portarono un notevole contributo al chiarimento delle difficolt connesse alla distinzione fra i due concetti. CON LUSO DI QUESTO STRUMENTO [il termometro] ABBIAMO IMPARATO CHE SE PRENDIAMO ANCHE MILLE E PI DIFFERENTI SPECIE DI MATERIA, QUALI METALLI, PIETRE, SALI, LEGNI, PIUME, LANA, ACQUA ED ALTRI FLUIDI DIVERSI, LE QUALI SOSTANZE ABBIANO INIZIALMENTE CALORI DIFFERENTI E SE COLLOCHIAMO INSIEME IN UNA STANZA NON RISCALDATA E NELLA QUALE NON D IL SOLE, IL CALORE VERR COMUNICATO DAI PI CALDI DI QUESTI CORPI AI PI FREDDI, NEL CORSO DI ALCUNE ORE O DI UNA GIORNATA INTERA, ALLA FINE DEL QUALE PERIODO APPLICANDO A TUTTI SUCCESSIVAMENTE UN TERMOMETRO, QUESTO MARCHER ESATTAMENTE LO STESSO GRADO. Secondo la terminologia moderna la parola calori [solo quella in grassetto nel testo] va sostituita con la parola temperature. Perch? La temperatura di un corpo definita solo quando il corpo di trova in uno stato di equilibrio termico: si dice che la temperatura un parametro dell'equilibrio. Lequilibrio uno stato in cui le variabili caratteristiche del sistema restano costanti nel tempo. A seconda del modello fisico usato per schematizzare il fenomeno variano le caratteristiche dello stato d'equilibrio: in Meccanica lo stato di equilibrio meccanico quello in cui, senza scomodare lenergia di cui parleremo fra breve, la risultante delle forze agenti sul corpo nulla e quindi il corpo fermo (in un sistema di riferimento solidale con esso); la Termodinamica studia i fenomeni termici e lequilibrio termico si ha quando, per esempio nel caso dei gas perfetti, temperatura, volume e pressione sono costanti. Un sistema lontano dall'equilibrio allora per esempio un sistema composto da due corpi con temperature iniziali diverse che sono messi a contatto tra loro. In questo caso si dice che tra i due corpi comincia a fluire "calore". Tale flusso ha una direzione privilegiata: avviene sempre dai corpi a temperatura maggiore ai corpi a temperatura minore (attivate lattenzione su questo punto: conoscete una spiegazione del perch sia cos?). Il flusso di calore pu provocare un cambiamento di temperatura o un cambiamento di stato di aggregazione della materia: comunque un cambiamento. Ma cos questo calore? Servendosi dellanalogia (uno dei criteri guida in seno allipotesi di semplicit) verrebbe da pensare che sia un fluido: come lacqua in due tubi messi in contatto, in cui inizialmente occupi livelli differenti, tende a scendere dal livello superiore al livello inferiore, ed il cui flusso non si arresta finch lacqua nei due tubi non occupa uno stesso livello intermedio fra i livelli di partenza, cos il calore fluisce fra due corpi a temperatura differente. E fu questa la concezione di maggior successo nella prima met del 1700: una concezione di tipo continuista. Ma ben presto, circa met del 1700, le influenze dei grandi risultati di Newton coinvolsero e condizionarono anche la concezione del fluido responsabile dei fenomeni termici. Serviamoci ancora delle parole di Black (Che riporta le tesi di un suo allievo: Cleghorn) In Tarsitani Vicentini (Fabio Sebastiani) ibidem pp. 191: Egli suppone che il calore dipenda dallabbondanza di quel sottile fluido elastico che gi precedentemente altri scienziati avevano immaginato fosse presente in ogni parte delluniverso e che fosse la causa del calore. Ma questi scienziati avevano assunto o supposto che una sola propriet caratterizzasse questa sostanza sottile e cio la sua grande 15

elasticit, o forte repulsione delle sue particelle fra loro; laddove il dr Cleghorn suppone che esse avessero anche altre propriet, cio una forte attrazione per le particelle di altri tipi di materia presenti in natura, i quali hanno in generale una maggiore o minore attrazione reciproca. Pertanto egli suppone che la materia ordinaria consista in particelle aventi una forte attrazione sia fra loro che per la sostanza del calore, mentre la sottile sostanza elastica del calore autorepulsiva, le sue particelle hanno una forte repulsione le une per le altre, mentre sono attratte dagli altri tipi di materia con differente intensit. Linterpretazione dei fenomeni termici , in questo modo, ricondotta nellambito newtoniano delle forze di attrazione e repulsione. Interessante osservare, visto che ci occupiamo di analogia e generalizzazione, come le parole usate da Black per delineare la teoria di Cleghorn sulla natura del calore sono identiche a quelle usate da B. Franklin nel 1751 per formulare la propria teoria sulla natura dellelettricit. LA MATERIA ELETTRICA DIFFERISCE DALLA MATERIA ORDINARIA IN QUANTO, MENTRE LE PARTI DELLA SECONDA SI ATTRAGGONO RECIPROCAMENTE, QUELLE DELLA PRIMA RECIPROCAMENTE SI RESPINGONO; MA ANCHE SE LE PARTICELLE DELLA MATERIA ELETTRICA SI RESPINGONO LUN LALTRA, ESSE SONO
FORTEMENTE ATTIRATE DA TUTTA LA MATERIA RIMANENTE

Il termine calorico, che qualcuno di voi avr sentito gi in relazione al calore, fu coniata dal chimico Lavoisier nel 1787 per indicare la causa dei fenomeni termici Dal punto di vista dei risultati quantitativi, la teoria del calorico, consent di calcolare: - il valore della temperatura di equilibrio fra masse differenti di sostanze differenti che si trovino inizialmente a temperature differenti e che vengano mescolate - la quantit di calore necessario per consentire, ad una certa massa di una certa sostanza, di passare da uno stato di aggregazione ad un altro. Per esempio allacqua per passare dallo stato solido, (ghiaccio) allo stato liquido, allo stato gassoso (vapore). - la relazione fra calore e variazione di temperatura, in fenomeni lontani dai passaggi di stato. Ottimi successi dunque. Questultima la scriviamo perch in essa compare una grandezza molto importante per la nascita della Fisica Moderna. Data una massa m di una certa sostanza alla temperatura iniziale i , fornendo a tale massa una certa quantit di calore Q la temperatura della massa salir fino alla temperatura finale f . Tale variazione di temperatura differir, a parit di calore fornito e di temperatura iniziale, sia in ragione della massa (proporzionalit inversa) che del tipo di sostanza: alcune sostanze risultando pi facili da scaldare di altre. La grandezza che rende conto di tale propensione o meno allaumento di temperatura era chiamata calore specifico ed era ritenuta una delle possibili manifestazioni del calorico. Oggi lo definiamo operativamente come grandezza a s, per cui sarebbe preferibile chiamarlo calorespecifico (tuttattaccato). In scrittura sintetica tutto ci diventa: Q c m ( f i ) . Dove c il calorespecifico. Fra qualche lezione parleremo dei problemi dincongruenza fra teoria ed esperimento che questa grandezza comporter. Sar una delle incongruenze che porteranno alla crisi della Fisica Classica e, quindi, alla creazione di una teoria pi generale, di cui la Fisica Classica, come vuole il principio di generalizzazione, risulta un caso particolare. Ovviamente doveva sorgere qualche incongruenza, siamo tornati al 1800, anche nella concezione del calore come sostanza, seppur sostanza composta di molecole altrimenti, a sua volta, non sarebbe stata superata! (Einstein, ibidem, pag. 50) Tuttavia il calore non certo una sostanza nello stesso senso della massa. La massa si pu determinare attraverso bilance. Ma il calore? Un pezzo di ferro 16

pesa forse di pi quando rovente di quando ghiacciato? Lesperienza prova di no. Ammesso quindi che il calore sia una sostanza questa dovr essere imponderabile. Il calore-sostanza, che ricevette il nome di calorico, la nostra prima conoscenza in seno a tutta la famiglia delle sostanze imponderabili. Pi oltre avremo occasione di seguire la storia della famiglia e di assistere alla sua ascesa e decadenza. Per ora ti basti prender nota della comparsa del suo primo membro. E aggiunge a pag. 51: Una sostanza viene considerata come qualcosa che non pu n crearsi n distruggersi. Ma luomo primitivo creava, mediante sfregamento, calore a sufficienza per accendere legno. Altri problemi sono tecnicamente e filosoficamente complessi ed esulano dai nostri scopi. Vi basti sapere che furono soprattutto studi di ingegneria stimolati dalla Prima Rivoluzione Industriale, inerenti quindi le Macchine Termiche, a portare al superamento del calore come sostanza. Furono questi studi infatti a sancire la nascita del modello di cui andiamo a parlare. Se il calore non una sostanza, allora cos? Per capirlo ricordiamoci di avere detto che il passaggio di calore provoca un cambiamento. E apriamo una doverosa e onerosa parentesi.

2.4 Lenergia
In fisica le grandezze capaci di provocare un cambiamento vengono accomunate in uno stesso modello denominato energia. A seconda dei tipi di cambiamento che riescono a produrre e delle modalit specifiche con cui producono tali cambiamenti, al sostantivo energia si giustappone un aggettivo che chiarisca tali peculiarit. Per illustrare il concetto di energia, ed in che modo il calore sia riconducibile a questo, abbandoniamo il percorso storico che ci porterebbe troppo lontano e saliamo su di un carrello delle montagne russe! Einstein Ibidem pag. 53. Ogni montagna russa ha il suo punto pi elevato che quello in cui il vagoncino viene lasciato libero. Per tutta la durata del suo moto esso non raggiunger mai pi la stessa altezza. La rappresentazione completa di questo moto sarebbe assai complicata. Quindi ci limiteremo a considerarne unidealizzazione irrealizzabile ma utile ai nostri scopi. Agli effetti dellesperimento ideale possiamo immaginare che un tale abbia trovato il modo di eliminare completamente lattrito, compagno indivisibile del moto. Questo tale decide di applicare la sua invenzione alla costruzione di una montagna russa e comincia a far le prove. Supponiamo che il vagoncino inizi la sua cosa ad un punto di partenza situato a 30 m di altezza sul livello del suolo. Provando e riprovando, il nostro inventore constater ben presto di doversi attenere aduna regola molto semplice: il vagoncino potr percorrere tutti i tracciati possibili e immaginabili, con lunica limitazione che nessun punto di essi sia pi elevato dei trenta metri di partenza Beninteso, in pratica, un vagoncino non pu mai raggiungere laltezza iniziale, causa lattrito ma, come premesso, ci non preoccupa il nostro inventore immaginario. Continuiamo ad attenerci al nostro esperimento ideale che prescinde dallattrito e seguiamo il moto del vagoncino, dallistante in cui lascia la stazione di partenza per cominciare a scendere. A misura che esso si muove, la sua distanza dal suolo diminuisce, ma la sua velocit aumenta. Sulle prime questa proposizione ricorda quella di una lezione di lingua straniera: non ho matite ma voi avete sei arance. Tuttavia essa non cos stupida. Non c nesso fra il mio possesso di matite ed il vostro di arance. Esiste invece uneffettiva correlazione fra la distanza del vagoncino dal suolo e la sua velocit. Si pu benissimo 17

calcolare la velocit del vagoncino in qualsiasi istante ove si conosca la sua distanza dal suolo. Non entreremo per in maggiori particolari, dato che questi hanno necessariamente carattere quantitativo e che, perci soltanto una formula matematica pu esprimerli chiaramente. Nel punto pi alto del suo percorso il vagoncino ha velocit zero e si trova a trenta metri dal suolo. Nel punto pi basso possibile la distanza dal suolo nulla e la velocit massima. Questi fatti possono essere espressi in altri termini, e cio: Nel punto pi alto il vagoncino possiede energia potenziale ma privo di energia cinetica. Nel punto pi basso invece, esso possiede il massimo di energia cinetica, ma nessuna energia potenziale. Lenergia potenziale aumenta con laltezza, mentre lenergia cinetica cresce con laumento di velocit. La somma delle due grandezze, lenergia meccanica totale del carrello, in assenza di attrito, si mantiene costante. Lenergia totale pu venir comparata ad una somma di denaro il cui valore complessivo non muti ma che venga cambiato da una valuta allaltra ad uno stesso tasso fisso di cambio, per esempio da euro a dollari [anche questo un esperimento ideale: nella realt le commissioni di cambio trasferiscono nelle tasche dellagente di cambio parte della somma originaria come lattrito fa con lenergia!]. Anche nelle vere montagne russe, nelle quali lattrito impedisce al vagoncino di raggiungere la stessa altezza dalla quale partito, si verifica un continuo scambio fra energia cinetica e potenziale. Qui per la somma non rimane costante, ma seguita a diminuire. Per contro riscontriamo scambio di calore [laumento di temperatura delle rotaie e delle ruote ne la spia]. Da cui la necessit di un ulteriore passo importante per giungere alla correlazione fra gli aspetti meccanici e calorifici del moto. Pi avanti avremo occasione di constatare lestrema importanza delle conseguenze e generalizzazioni derivanti da tale passo. Oltre alle due energie, la cinetica e la potenziale, un altro fattore entra dunque ora in gioco e cio il calore creato dallattrito. Corrisponde forse questo calore alla diminuzione dellenergia meccanica? Azzardiamo una nuova congettura: se il calore pu venir considerato come una forma di energia, allora forse la somma di tre fattori e cio: calore, energia cinetica e energia potenziale, a rimaner costante! Oltre alle due energie, la cinetica e la potenziale, un altro fattore entra dunque in gioco unaltra energia correlata ad un ambito diverso da quello di cui si occupa normalmente la meccanica, cio linteriorit del corpo in esame: lenergia interna. Il progresso scientifico ha demolito il vecchio concetto di calore come sostanza. Noi cerchiamo di creare una nuova specie di sostanza e cio lenergia, una delle cui forme il calore. Poco meno di cento anni fa, il nuovo indizio che condusse al concetto di calore come forma di energia venne intuito da Mayer e confermato sperimentalmente da Joule. Joule sottomise a verifica sperimentale la congettura secondo la quale il calore una forma di energia e determin il relativo tasso di scambio. Linsieme dellenergia cinetica e potenziale di un sistema costituisce la sua energia meccanica. Nel caso delle montagne russe siamo stati indotti alla congettura che parte dellenergia meccanica [,mediante il lavoro svolto dalla forza di attrito, si trasforma in calore che quindi va ad accrescere lenergia interna del sistema carrello]. 18

Se ci vero deve esserci fra calore e lavoro, tanto nel caso suddetto, come in tutti i processi fisici simili, un determinato tasso di scambio. Tale questione puramente quantitativa eppure ci interessa, specialmente in relazione al fatto che saprete, almeno per sentito dire, che Einstein stesso ha poi trovato il tasso di scambio che consente di porre in relazione la massa con lenergia Il meccanismo di uno dei suoi esperimenti [di Joule] somiglia ad un orologio a pesi collegato ad un mulinello a palette immerse nellacqua contenuta in un recipiente adiabatico. Per innalzare un orologio simile sinnalzano i pesi, il che conferisce energia potenziale al sistema. Il sistema pu venir considerato isolato, cio che non scambia n massa n energia con lesterno. A poco a poco [con velocit costante di modo che la risultane delle forze esterne possa essere ritenuta nulla e quindi valere lisolamento del sistema: il fatto cio che la sua energia totale si conservi e quindi, il ultima istanza, che lenergia potenziale si trasformi interamente in calore] i pesi scendono e lorologio va scaricandosi. Al termine di un certo periodo di tempo i pesi raggiungono il loro punto pi basso e lorologio si ferma. Lenergia potenziale dei pesi si tramutata interamente in energia cinetica delle palette e lattrito delle palette con lacqua ha trasferito calore allacqua stessa che, infatti, ha visto aumentare la propria temperatura. Misurando laumento di temperatura, e conoscendo la legge di correlazione fra aumento di temperatura e calore assorbito, si ottiene il tasso di scambio desiderato: la variazione di energia potenziale di 0,427 Kg sollevati ad 1 m dal suolo, equivale ad una caloria, cio al calore necessario ad innalzare, alla pressione atmosferica standard, da 14,5C a 15,5 C la temperatura di un g dacqua. Venne presto riconosciuto che lenergia meccanica e calorifica sono soltanto due fra le molte forme che lenergia pu assumere. Qualsiasi cosa possa venir convertita in una forma di energia anchessa una forma di energia: la radiazione del Sole energia perch parte di essa si trasforma in calore sulla Terra. La corrente elettrica possiede energia poich riscalda il filo in cui scorre o fa girare la ruota di un motore. Il carbone rappresenta energia chimica che si libera nella combustione. Ogni evento naturale comporta la trasformazione di una forma di energia in unaltra, e sempre ad un ben definito tasso di scambio. In un sistema isolato, lenergia si conserva e pertanto si comporta come una sostanza: in un simile sistema la somma di tutte le possibili forme di energie costante,ancorch le singole quantit possono variare. Se consideriamo lUniverso intero come un sistema isolato possiamo orgogliosamente proclamare con i fisici del XIX che lenergia delluniverso invariabile, e che nessuna sua porzione pu essere creata n distrutta. La qualit di questenergia, la possibilit di metterla a frutto per cambiamenti utili e virtuosi, il rendimento di questenergia per tuttaltro che costante, e anzi va inesorabilmente diminuendo, e questa consapevolezza, ancora 200 anni dopo, sembra durissima da acquisire ad un livello profondo delle coscienze collettive e individuali e questostinata mancanza di consapevolezza sta portando il nostro pianeta alla catastrofe. Ma questa unaltra storia. Torniamo alla nostra pista meccanicista: Einstein, ibidem, pag. 64

2.5 La teoria cinetica della materia


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E forse possibile spiegare i processi del calore in termini del moto di particelle interagenti con forze semplici secondo gli intenti del programma meccanicista? Il calore devessere energia meccanica se tutti i problemi devono essere dindole meccanica. Andando il calore a modificare lenergia interna dei corpi cominciamo dal costruire un modello meccanicista dellinterno di questi corpi. Secondo questa teoria i gas sono aggregati di un enorme numero di particelle o molecole che si muovono in tutte le direzioni, urtandosi a vicenda e cambiando direzione del proprio moto ad ogni collisione. Devesserci perci una velocit scalare media delle molecole cos come in una grande collettivit umana si riscontra unet, media e una ricchezza media. Esister dunque anche unenergia cinetica media per ogni particella. Assimiliamo tali molecole a punti materiali e linterazione fra queste ai semplici urti: in tal modo possiamo considerare lenergia interna del gas solamente come energia cinetica: trascuriamo perci le forze dinterazione molecolare di tipo differente dai semplici urti (cio trascuriamo le forze: gravitazionale, elettromagnetica e di corto range) che contribuiscono allenergia interna in termini di energia potenziale Prendiamo un recipiente contenente una certa massa di gas rarefatto (questa condizione rende accettabile lapprossimazione di cui sopra) ad una certa temperatura lontana dalla temperatura caratteristica di uno dei passaggi di stato. Fornendo calore alla nostra massa di gas sappiamo che la sua temperatura sinnalza. Nel modello meccanico che stiamo esaminando, fornire calore, che conseguenze porta? Una maggior temperatura del nostro gas significa una maggior energia cinetica media. [questo fatto comprovato da esperimenti. Per esempio mediante il moto browniano di cui parleremo fra breve] Pertanto apportando calore accresciamo lenergia interna del gas. Secondo questa rappresentazione il calore, cio lenergia responsabile della variazione di temperatura, non gi una forma di energia speciale diversa dallenergia meccanica ma ascrivibile allenergia cinetica. Tale teoria fornisce una spiegazione soddisfacente, cio coerente con le verifiche sperimentali, entro le approssimazioni considerate, in relazione anche ad unaltra variabile di stato che abbiamo menzionato: la pressione. Che un gas eserciti pressione sulle pareti del recipiente che lo contiene risulta maggiormente evidente se una di queste pareti mobile, come in un pistone. Se si prova ad esercitare una certa forza su tale parete mobile, ponendovi sopra dei pesi, si potr percepire, e misurare, una forza di opposizione del gas: la pressione appunto. Qual , secondo la teoria cinetica, il meccanismo di questa pressione interna? Un enorme numero di particelle, costituenti il gas, si muovono in tutte le direzioni. Esse bombardano le pareti ed il pistone rimbalzando come palle lanciate contro un muro. Questo continuo bombardamento, effettuato da un grandissimo numero di particelle, mantiene il pistone ad una certa altezza opponendosi alla forza di gravit che attira verso il basso il pistone ed i pesi ad esso sovrapposti. In un senso abbiamo la forza di gravit, che costante, e nel senso opposto i numerosissimi urti irregolari delle molecole. Affinch possa esservi equilibrio bisogna che leffetto complessivo di tutte le piccole forze irregolari, agenti sul pistone, sia uguale e contraria alla forza di gravit. Un successo di questa teoria la possibilit di calcolare il numero medio delle molecole contenute in una certa massa di gas e, allincirca, la massa di ciascuna delle molecole. Il numero medio delle molecole in un grammo didrogeno : 303000000000000000000000 La massa di una molecola di idrogeno circa: 0,000000000000000000000033 g. Tale risultato stato confermato anche da approcci differenti dalla teoria cinetica e si ritiene, a tuttoggi, accettabile. Pensate che successo per lepoca in cui stato ottenuto!

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Inoltre tale teoria non si applica solo ai gas, ancorch abbia registrato i suoi maggiori successi in tale ambito, ma ai fluidi i genere. Un gas, mediante riduzione di temperatura cio dellenergia cinetica media, pu infatti essere liquefatto. Una sorprendente manifestazione del moto di particelle in un liquido si ebbe, per la prima volta, con il cosiddetto moto browniano: un importante fenomeno che, senza la teoria cinetica della materia, sarebbe rimasto assolutamente misterioso e incomprensibile. Esso fu osservato per la prima volta dal botanico Robert Brown ma venne spiegato ottanta anni dopo, al principio del XX secolo. Lunico apparecchio occorrente per studiare il moto browniano un microscopio, e neanche tanto buono. Brown stava lavorando con granuli di polline di talune piante: particelle del diametro di circa 5 millesimi di millimetro. Einstein riporta le parole di Brown, ibidem, pag 68: ESAMINANDO LA FORMA DI QUESTE PARTICELLE IMMERSE NELLACQUA MI ACCORSI CHE MOLTE DI ESSSE SI TROVAVANO IN MOTO QUESTI MOVIMENTI ERANO TALI DA CONVINCERMI, DOPO RIPETUTE OSSERVAZIONI, CHE ESSI NON POTEVANO ESSERE CAUSATI N DALLE CORRENTI NEL FLUIDO, N DALLA SUA GRADUALE EVAPORAZIONE, MA CHE DOVEVANO APPARTENERE ALLE PARTICELLE STESSE [DELLACQUA] Guardando lacqua anche con potenti microscopi non riusciamo a distinguere n le molecole n il loro moto come viene rappresentato dalla teoria cinetica della materia. Il moto osservabile dunque il risultato di un moto non direttamente osservabile. Il comportamento delle particelle immerse rispecchia, fino ad un certo punto, quello delle molecole dacqua e ne costituisce, per cos dire, un ingrandimento tale da renderlo visibile al microscopio. Il carattere irregolare e accidentale del moto delle particelle browniane rispecchia unanaloga irregolarit del percorso delle particelle pi piccole costituenti la materia del liquido. Il movimento browniano non esisterebbe se le molecole bombardanti non possedessero una certa dose di energia o, in altre parole, se non possedessero massa e velocit [attenzione: vedremo pi avanti che, mutatis mutandis, un esperimento analogo ci porter ad attribuire una massa anche a grandezze fisiche cui il nostro senso comune non ci porterebbe mai a farlo!]. Einstein, ibidem pag. 70: Nella teoria cinetica della materia e in tutti gli importanti risultati da essa raggiunti (spiegazione della natura del calore, spiegazione microscopica della pressione in un gas, estensione della legge di conservazione dellenergia, spiegazione della struttura della materia, calcolo del numero di particelle in un grammo di materia e della massa di ciascuna di queste] riconosciamo la realizzazione del programma filosofico generale, secondo il quale la spiegazione di tutti i fenomeni si riduce allinterazione fra particelle materiali. Riassumiamo: la meccanica ci consente di predire esattamente il futuro della traiettoria di un corpo in movimento, nonch di dischiuderne il passato, sempre che la posizione attuale del corpo stesso e le forze che agiscono sul corpo siano note. Cos ad esempio possono prevedersi le traiettorie future di tutti i pianeti. In questo caso le forze agenti sono le forze gravitazionali di Newton, dipendenti unicamente dalle distanze. Gli incontestabili successi della meccanica classica suggeriscono che linterpretazione meccanicista possa coerentemente estendersi ad ogni ramo della fisica e che tutti i fenomeni possano spiegarsi con le azioni di forze, consistenti in attrazioni o repulsioni, dipendenti unicamente dalla distanza e agenti su particelle immutabili. Con la teoria cinetica della materia vediamo come tale interpretazione, derivante da problemi di tipo meccanico, si estenda ai fenomeni calorifici e conduca ad una rappresentazione della struttura della materia che registra notevoli successi. Siamo allapice del successo dellinterpretazione meccanicista: a partire dalla prossima lezione parleremo del suo declino!

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3 Decadenza dellinterpretazione meccanicistica fluidi elettrici e magnetici la luce


3.1 Letere
In realt il titolo mente, in parte: prima di assistere propriamente alla decadenza dellinterpretazione meccanicista ne vedremo ancora alcuni veri e propri trionfi. Ma cominciamo con ordine. Come spesso nelle storie complesse necessario, faremo un passo indietro per farne due avanti: andiamo a capire un po meglio cosa fosse questo benedetto etere padre del calorico e degli altri fluidi imponderabili di cui tratteremo oggi. Ci aiuter anche a ricordarci che la storia della fisica non nientaffatto semplice e lineare. Tarsitani-Vicentini (a cura di)/ Sebastiani, ibidem pag. 175 Letere, sul quale Newton svolge varie considerazioni nelle questioni XVII-XXIV inserite nellOpticks nel 1717, mezzo molto pi sottile dellaria che rimane nel vuoto dopo che laria stata rimossa, il quale come la nostra aria pu contenere particelle che si sforzano di allontanarsi luna dallaltra, svolge unimportante ruolo unificante nella visione newtoniana della natura, nellinterpretazione qualitativa di tutti i fenomeni fisici. Poich secondo Newton esso il mezzo di propagazione del calore molti newtoniani finiscono con lidentificarlo con la causa di tutti i fenomeni termici. Tradendo quindi la concezione cinetica di Newton in favore della concezione sostanzialistica. Analogo percorso seguono i chimici Cartesiani in relazione alla materia sottile, o elemento del fuoco, di Cartesio. E questa storia labbiamo gi vista. Letere fu introdotto inizialmente da Newton per eliminare lazione a distanza dalla legge di Gravitazione Universale perch inconcepibile che la materia bruta e inanimata possa, senza la mediazione di qualcosaltro che non sia materiale, operare sul resto della materia e influenzarlo senza un mutuo contatto (!). Essendo costituito da particelle agenti a loro volta a distanza si potrebbe pensare che con la sua introduzione Newton non faccia che spostare il problema dellazione a distanza dallambito macroscopico allambito microscopico. In realt ci non avviene perch Newton tende a identificare nelletere un principio attivo, un principio spirituale (come provato dal frequente uso del termine spirito per designarlo) la cui natura profondamente diversa da quella della materia ordinaria (inanimata). Attenzione che quello dellesistenza o meno delletere un tema talmente centrale che solo nei primi anni del 1900 i fisici vi rinunciarono, e con quanta fatica lo dimostra anche banalmente il fatto che Einstein, nel libro che sto usando, dedica ai motivi per cui si pu/deve rinunciare alletere un paragrafo molto sofferto.

3.2 I due fluidi elettrici


Torniamo a viaggiare con Einstein: il libro che sapete, saltabeccando qua e l a partire da pag. 75. Credo che da questo momento in poi anticiperemo argomenti che dovete affrontare ancora a scuola tutte/i, quindi sarete pi alla pari. Come giustamente dice Einstein le pagine seguenti contengono il resoconto di esperimenti assai semplici che sarebbe molto pi divertente e istruttivo veder realizzati piuttosto che descritti a voce Accontentiamoci e lavorate di fantasia Nella presentazione in PP metter pi immagini possibile e sar a voi riportarne disegni nella versione cartacea. Oltre alla fantasia vi chiedo anche di attivare un po di pazienza perch il significato di tali esperimenti sar chiarito solo mediante la teoria che da tali esperimenti deriveremo e, oltretutto, tale teoria risulter anche provvisoria Provate a fare congetture autonomamente e poi confrontate le vostre con quelle storiche! I esperimento Una verga metallica [orizzontale] sostenuta da un piede di vetro porta [appeso] ad ognuna delle estremit un elettroscopio. Che cos un elettroscopio? E un apparecchio semplicissimo consistente essenzialmente in due sottilissime foglioline doro pendenti da unasticella metallica. 22

Muniamoci di una bacchetta di gomma dura e di una pezza di flanella Strofiniamo vigorosamente la bacchetta di gomma con la flanella e tocchiamo la nostra verga. Vedremo allora le foglioline divergere immediatamente e continuare a rimaner divaricate anche dopo lallontanamento della bacchetta di gomma. II esperimento Serviamoci degli stessi mezzi avendo cura che le foglioline dellelettroscopio non siano divaricate. Per ottenere questo baster toccare la verga di metallo con il nostro dito. Questa volta per non porteremo la bacchetta di gomma a contatto con la verga ma lavvicineremo soltanto. Le foglioline divergeranno lo stesso ma, allorch allontaneremo la bacchetta, senza aver toccato la verga, esse, invece di continuare a divergere, come nel caso precedente, ricadranno subito in posizione di riposo. III esperimento Per questo ci serve che la verga metallica sia composta di due parti disgiungibili. Avviciniamo come prima la bacchetta di gomma, dopo averla strofinata, alla verga. Avremo lo stesso fenomeno di prima. Se ora disgiungiamo le due parti della verga e se, dopo di ci, allontaniamo la bacchetta di gomma, constateremo che le foglioline continueranno a rimanere divaricate, invece di rimettersi in posizione di riposo come nellesperimento precedente. Come spiegare lesito di tali esperimenti? La prima teoria che fu formulata fu la seguente: Esistono due fluidi elettrici, luno denominato positivo (+), laltro negativo (-). Tale denominazione puramente convenzionale e vedrete abbondantemente a lezione quali sono gli esperimenti che portano ad attribuire, di volta in volta, ad un corpo uneccedenza di fluido negativo e positivo. Per ora fidatevi. Essi hanno in certo qual modo il carattere di una sostanza, nel senso individuato nella precedente lezione: quantitativamente sono suscettibili di aumento o diminuzione, ma in un sistema isolato il loro totale non varia. Vediamo per le differenze fra il caso attuale e quello del calore:
1. Non abbiamo una sostanza elettrica soltanto ma ne abbiamo due 2. Un corpo elettricamente neutro se i fluidi elettrici, il positivo e i negativo, si

annullano reciprocamente.
3. I fluidi elettrici della stessa specie si respingono ( questo il motivo per cui le foglioline

dellelettroscopio si respingono, ma lo riprenderemo fra breve) e della specie opposta si attraggono


4. Esistono due specie di corpi: quelli nei quali i fluidi elettrici possono muoversi liberamente

e quelli nei quali non possono farlo. I primi vengono detti conduttori e i secondi isolanti [invero tale distinzione si poteva gi fare laltra volta per il calore, lo sa bene chi di voi si sia avventurato a girare il sugo con il cucchiaio di acciaio!). Come sempre in casi simili tale distinzione non va presa alla lettera: il conduttore o lisolante ideale non esistono (anche se adesso, con i superconduttori Ma dovete pazientare un po). I metalli, la Terra, il corpo umano, sono esempi di conduttori, bench non tutti ugualmente buoni. Il vetro, la gomma, la porcellana e simili, sono isolanti. Laria, specialmente umida, un cattivo isolante: la presenza di aria umida attorno agli oggetti utilizzati nei nostri esperimenti, avrebbe disturbato il buon esito degli stessi. Queste supposizioni teoriche sono sufficienti per spiegare i tre esperimenti descritti: I esperimento La bacchetta di gomma, come tutti i corpi in condizioni normali, elettricamente neutra: essa contiene i due fluidi, il positivo ed il negativo, in quantit uguali. Strofinando con la flanella noi li separiamo. La specie di elettricit che la bacchetta di 23

gomma, dopo lo strofinamento, possiede in eccesso quella che abbiamo chiamato di tipo negativo. Se gli esperimenti fossero stati effettuati utilizzando una bacchetta di vetro strofinata con una pelle di gatto il fluido rimasto in eccesso sarebbe stato quello di tipo positivo. Toccando la verga con la gomma strofinata, poich la verga di materiale conduttore, le apportiamo il fluido elettrico in pi sulla bacchetta di gomma che si muove liberamente espandendosi nellintera superficie metallica, comprese le foglioline doro. Poich lelettricit negativa respinge lelettricit negativa le due foglioline si discostano il pi possibile luna dallaltra. Il sostegno di vetro su cui posa la verga fa s che il fluido elettrico non vada disperso se non per laria, quindi in tempi lunghi. Se tocchiamo la verga il fluido passa attraverso di noi e le foglioline tornano vicine. II esperimento Si comincia lesperimento nello stesso modo del precedente, ma invece di portare la gomma strofinata a contatto con il metallo lavviciniamo a breve distanza. In tal caso non c passaggio di elettricit dalla gomma al metallo, ma i due fluidi che nel metallo possono muoversi liberamente si separano e il positivo viene attirato dalla bacchetta, mentre il negativo viene respinto. Essi tornano a mescolarsi quando allontaniamo la bacchetta perch i fluidi di specie opposta si attraggono mutuamente. III esperimento Si comincia lesperimento come il precedente solo che, quando i fluidi si sono separati, la bacchetta viene divisa in due parti. Perci, quando allontaniamo la bacchetta di gomma, i due fluidi non possono mescolarsi di nuovo e le foglioline doro, conservando un eccesso di uno dei fluidi elettrici [ciascuna coppia di foglioline di un tipo differente], continuano a divergere. Alla luce di questa teoria assai semplice tutti i fatti menzionati fin qui appaiono comprensibili. La teoria stessa ci permette inoltre dintendere molti altri fatti nel dominio dellelettrostatica. Lo scopo di qualsiasi teoria quello di orientarci verso fatti nuovi, di suggerire nuovi esperimenti e di condurre alla scoperta di nuovi fenomeni e nuove leggi Ho gi dato i riferimenti bibliografici a chi volesse approfondire levoluzione del concetto di teoria fisica che c stata dopo Einstein: i testi di riferimento sono quelli di Khun e Popper. Lintroduzione del concetto di fluidi elettrici ci mostra linfluenza delle idee meccanicistiche. Rileggetevi le modalit con cui B. Franklin descriveva le caratteristiche dei fluidi elettrici. Per accertare se il punto di vista meccanicistico possa venire applicato [fino in fondo] alla descrizione dei fenomeni elettrici dobbiamo considerare il problema seguente: Siano date due piccole sfere elettricamente cariche, vale a dire che posseggano un eccesso di uno dei due fluidi elettrici. Sappiamo che le due sfere si attireranno o respingeranno. Ma la forza con cui si attrarranno o respingeranno, da che dipende? La teoria meccanicistica vorrebbe che sia diretta secondo la retta congiungente le sfere e che dipenda unicamente dalla distanza. Di pi: perch le cose funzionino proprio per benino tale forza dovrebbe dipendere dallinverso del quadrato della distanza, comera per la forza dinterazione gravitazionale E cos ! Fra il 1777 e il 1785 gli esperimenti di Coulomb (1736-1806) mostrarono che la legge dinterazione elettrostatica fra due cariche : Fel k0

q1 q2 d . d2
M1 M 2 d d2

Ricordate che la legge dinterazione gravitazionale : Fgrav G

Sono formalmente identiche! Le differenze sono minime: linterazione gravitazionale si attiva fra qualunque coppia di masse mentre linterazione elettrostatica solo fra corpi carichi elettricamente, la forza elettrostatica pu essere sia di tipo attrattivo che repulsivo, mentre quella gravitazionale solo attrattiva, ovviamente le unit di misure sono differenti

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m2 e cos il valore della costante di proporzionalit: k 0 8,99 10 N 2 C


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dove C il Coulomb:

lunit di misura della carica elettrica. Il pedice 0 sta ad indicare unaltra differenza: la forza dinterazione elettrostatica non la stessa nel vuoto e in presenza di materia: cambia la costante dinterazione. Il valore numerico fornito il valore nel vuoto. Devessere stata una grande emozione ottenere un tale risultato. Siamo nello stesso periodo storico in cui si registravano successi su successi con la teoria del calorico: unapoteosi! Tutto sembra andare a confermare le istanze del programma meccanicista E non finita:

3.3 I fluidi magnetici


Procederemo come abbiamo fatto sinora: partendo da fatti molto semplici e cercandone poi una spiegazione teorica. I esperimento Ci serviremo di due calamite di ferro a forma di sbarretta: una sospesa al suo baricentro e quindi libera di ruotare e laltra tenuta in mano. Avvicinando le estremit delle due calamite pu avvenire o che si attraggano o che si respingano. Impugniamo la calamita che teniamo in mano in modo che le estremit pi vicine fra le due si attraggano. Le estremit delle calamite le chiameremo poli. Conduciamo il polo della calamita che teniamo in mano lungo laltra calamita. Possiamo constatare che lattrazione va diminuendo fino a cessare completamente quando arriviamo in prossimit del centro dellaltra calamita. Se continuiamo a condurre il polo nello stesso verso osserveremo una repulsione che raggiunge la sua maggior intensit allaltro polo della calamita sospesa. II esperimento Ogni calamita presenta dunque due poli. E possibile isolarne uno? Viene subito unidea molto semplice: baster spezzare la calamita in due parti uguali. Abbiamo visto che nessuna forza si manifesta fra il polo di una calamita e il punto mediano dellaltra. MA quando si spezza una calamita il risultato inatteso e sorprendente: ripetendo lesperimento precedente con la met della calamita sospesa i risultati sono esattamente gli stessi di prima:quello che era il punto mediano diventa un polo che si attrae con il polo della calamita che teniamo in mano! Come possiamo spiegar questi fatti? Possiamo cercare di modellare una teoria del magnetismo su quella dei fluidi elettrici. Ci ci viene suggerito dalla circostanza che qui, come per i fluidi elettrostatici, abbiamo attrazione e repulsione. Costruiamo quindi un semplice apparecchio come quello illustrato in figura: un dipolo elettrico Per spiegare il primo esperimento va benissimo, ma il secondo? Spezzando la bacchetta otteniamo no un nuovo dipolo ma due cariche isolate Dobbiamo escogitare dunque una teoria pi sottile Possiamo immaginare che una calamita sia costituita da tanti piccoli dipoli elementari (puoi rappresentarli mediante freccette) che non possono venir ulteriormente spezzati in due poli separati. In tal caso nella calamita considerata come un tutto regna lordine, poich tutti i dipoli elementari sono orientati nello stesso verso. E si capisce anche perch, spezzando una calamita, due nuovi poli appaiano alle nuove estremit. Questa teoria pi raffinata spiega entrambi gli esperimenti. Resta da valutare laspetto quantitativo. Prendendo due calamite sufficientemente lunghe (affinch leffetto del secondo polo possa essere considerato trascurabile) e andando a misurare lintensit della forza diterazione delle due estremit che si vanno avvicinando, di 25

nuovo si trova che la forza dinterazione va come linverso del quadrato della distanza come per la legge di Newton e per la legge di Coulomb! Facciamo li punto: le forze della gravitazione, le forze elettrostatiche e le forze magnetiche possono tutte essere rappresentate allo stesso modo. Ma il prezzo da pagare per questa semplicit consiste nellintroduzione di nuove sostanze imponderabili, ossia di concetti piuttosto artificiosi e senza rapporto con la sostanza fondamentale: la massa.

3.4 La corrente elettrica


Lenorme sviluppo dellelettricit come ramo della scienza e della tecnica ebbe inizio con la scoperta della corrente, cio fluido elettrico in moto (il nome corrente deriva precisamente della fluidodinamica e ci porta alla mente limmagine del mare o di un torrente, no?). Per poter trattare questo argomento ci servono delle nozioni tecniche che, per non spezzare il ritmo della storia, avevo precedentemente sorvolato: andiamo a ragionare un po sulla grandezza fisica responsabile di tale movimento di fluido elettrico. Il solito Einstein propone un parallelo con argomenti gi visti: rammentate quanto fosse essenziale, per bene intendere i fenomeni calorifici, distinguere fra calore e temperatura? Nel caso presente altrettanto importante distinguere fra: potenziale elettrico e carica elettrica. Lanalogia che propone Einstein la seguente (pag. 81): Potenziale elettrico Carica elettrica Temperatura Calore

Il parallelo si realizzerebbe in questo: come una differenza di temperature innesca un passaggio di calore cos una differenza di potenziale innesca un passaggio di carica elettrica. S, ma cos il potenziale? Per spiegarlo un po meglio Einstein escogita lesempio seguente: Due conduttori, per esempio due sfere di grandezza differente, possono avere la stessa carica elettrica, vale a dire lo stesso eccesso duno dei fluidi elettrici, il fluido elettrico [di uno stesso tipo perci autorepulsivo] possieder maggior densit sulla sfera pi piccola: su questa sar perci pi stipato. Si trovano cos le particelle che lo compongono pi vicine aumentando cos la forza repulsiva, cio la tendenza della carica a sfuggire dal conduttore Questa tendenza della carica a sfuggire da un conduttore fornisce una misura diretta del suo potenziale. Il potenziale una grandezza legata alla posizione delle cariche e che rende conto della velocit, pi o meno alta con la quale possibile metterle in moto. Si ricollega in questo senso, con dei distinguo che forse meglio lasciar stare, allenergia potenziale che abbiamo visto allopera la lezione scorsa Resta da specificare qualche altro aspetto. Torniamo a servirci dellanalogia:

Come due corpi aventi inizialmente temperature differenti, finiscono per trovarsi alla stessa temperatura di equilibrio qualche tempo dopo lessere stati messi in contatto, cos due conduttori isolati aventi inizialmente potenziali elettrici differenti si trovano rapidamente ad uno stesso potenziale di equilibrio, allorch sono messi in contatto.

Come un termometro messo in contatto di un corpo indica -mediante laltezza della colonna di mercurio- la propria temperatura e pertanto la temperatura del corpo, cos un elettroscopio a contatto con un conduttore indica, con la divergenza delle foglioline doroil proprio potenziale e pertanto quello del conduttore

Come il calore fluisce dai corpi a temperatura maggiore ai corpi a temperatura minore stabiliamo, per convenzione (vedremo che i modelli pi moderni scardinano questa 26

convenzione che funzionava per benissimo per la teoria dei fluidi elettrici) che la carica fluisca dai punti a potenziale maggiore ai punti a potenziale minore. E torniamo alla nostra STORIA: Verso la fine del XVIII secolo Alessandro Volta (1745 1827) costru la prima pila. Il principio della sua costruzione semplice: essa si compone di un certo numero di coppe di vetro contenenti acqua mista a poco acido solforico. In ogni coppa due piastre metalliche, una di rame, laltra di zinco, sono immerse nella soluzione. La piastra di rame di ogni coppa congiunta con la piastra di zinco della seguente, in modo che soltanto la piastra di zinco della prima e la piastra di rame dellultima non sono congiunte [i disegni che si trovano in giro mostrano una pila costruita con dischi di zinco e di rame intervallati da dischi di tessuto imbibito dacqua sulfurea: un modello pi avanzato!]. E soltanto allo scopo di ottenere un effetto facilmente misurabile che occorre una pila composta di parecchi elementi. Ai fini della discussione del fenomeno un solo elemento basta: servendoci di un elettroscopio si rileva che il potenziale del rame risulta pi elevato di quello dello zinco. Abbiamo detto che una differenza di potenziale fra due conduttori viene rapidamente annullata se li congiungiamo mediante un filo metallico, producendo cos un flusso di fluido elettrico da un conduttore allaltro. Si applica forse tutto ci ad una pila voltaica? Nella sua relazione, Volta dichiar: LE PIASTRE SI COMPORTANO COME CONDUTTORI DEBOLMENTE CARICHI CHE AGISCONO INCESSANTEMENTE, OSSIA IN MODO CHE LA LORO CARICA SI RISTABILISCE DA S DOPO OGNI SCARICA; CHE, IN UNA PAROLA, FORNISCONO UNA CARICA ILLIMITATA, OVVERO PROVOCANO UNAZIONE O PROPULSIONE PERPETUA DEL FLUIDO ELETTRICO La differenza di potenziale perci permane e perci, in base alla teoria dei fluidi, essa deve dar luogo ad un flusso permanente del fluido elettrico dal livello di potenziale superiore (rame) a quello inferiore (zinco).Per salvare la teoria dei fluidi potremmo ricorrere alla supposizione che qualche forza costante agisca in modo tale da rigenerare la differenza di potenziale e da mantenere cos il flusso del fluido elettrico. Ma ci non toglie che il fenomeno nel suo complesso non appaia assai sorprendente dal punto di vista energetico: una notevole quantit di calore si manifesta nel filo conduttore della corrente, al punto da fonderlo se esso sottile. Assistiamo dunque, apparentemente, alla creazione di energia nel filo, sotto forma di calore. Ma lintera pila voltaica costituisce un sistema isolato, giacch non vi nessun apporto di energia da fuori. Se vogliamo attenerci alle leggi di conservazione dellenergia dobbiamo scoprire dove avviene la trasformazione e a spese di che cosa c creazione di calore. Non difficile rendersi conto che nella pila si producono processi chimici complessi, processi ai quali il rame, lo zinco e il liquido nel quale sono immersi prendono parte attiva. Dal punto di vista energetico la catena delle trasformazioni che si producono la seguente: energia chimica energia del fluido elettrico in moto, vale a dire della corrente calore Una pila voltaica non dura eternamente: esaurita lenergia chimica smette di funzionare.

3.5 La prima grave difficolt del programma meccanicista


Hans Oersted (1777-1851), fisico danese, circa nel 1820, effettu il seguente esperimento (per il quale servono una pila voltaica, un filo conduttore, un ago magnetico): allacciamo il filo alla piastra di rame; pieghiamo il filo a forma di cerchio e collochiamo al centro un ago magnetico, in modo che filo e ago giacciano nello stesso piano Congiungiamo ora il filo alla piastra di zinco. Si produrr immediatamente un fatto strano: lago magnetico girer intorno al suo perno 27

dappoggio e cambier posizione, e si posizioner ortogonalmente rispetto al piano in cui giaceva prima (quindi ortogonalmente al filo) Nellimmagine riportata solo la parte dellapparato contenente lago magnetico: Questesperimento assai interessante anzitutto perch rivela una relazione fra fenomeni apparentemente diversi: magnetismo e corrente elettrica. Ma linteresse maggiore deriva da unaltra circostanza: la forza agente fra il polo magnetico e le piccole porzioni del filo attraverso cui passa la corrente non pu giacere lungo linee congiungenti il filo e lago, ovvero fra le particelle del fluido elettrico in moto nel filo e i dipoli elettrici elementari dellago. La forza perpendicolare a queste linee di congiunzione! Per la prima volta ci troviamo in presenza di una forza completamente diversa da quella cui volevamo ricondurre tutte le azioni del mondo esterno, in base al programma meccanicistico. Ma non basta: sessanta anni dopo, Henry Augustus Rowland (1848 1901), fisico statunitense, realizz un esperimento che ci mise il carico da undici: Immaginiamo una piccola sferetta carica. Immaginiamo inoltre che si muova velocemente lungo una circonferenza, al cui centro si trova un ago magnetico. Lesperimento si basa sullo stesso principio di quello di Oersted e lunica differenza consiste nel fatto che, in luogo di corrente elettrica, abbiamo una carica elettrica mossa meccanicamente. Rowland constat lo stesso risultato di Oersted con in pi la possibilit di valutare come la deflessione dellago fosse legata anche alla velocit della carica in movimento. Ne risult che, maggiore la velocit della carica, maggiore la deflessione dellago dalla posizione originaria. Quindi: non soltanto la forza non giace sulla linea congiungente carica e magnete, ma lintensit della forza stessa dipende dalla velocit e non quindi dalla distanza come voleva il programma meccanicista! Certo la teoria ancora salvabile: basterebbe cedere un po sulle richieste di semplicit delle forze: non basta un piccolo ago magnetico a demolire una teoria che ha portato a tanti successi e che ha basi tanto solide. Un altro attacco ben pi vigoroso arriver ben presto per da un angolo visuale del tutto diverso, ma la prima crepa nella struttura c.

3.6 Che cos la luce?


La maggior parte, nel test dingresso, di voi risponde: la luce unonda elettromagnetica Tre domande sorgono spontanee: 1) cos unonda 2) che vuol dire elettromagnetica 3) Come ci si arrivati a dire che la luce unonda elettromagnetica Partiamo dalla fine: ovvio a tutte/i che asserire che la luce unonda significa mandare allaria il programma meccanicista definitivamente (almeno come programma monolitico e onnicomprensivo!)? Se avete risposto no allora non sapete cos unonda. Se avete risposto s comunque non credo sappiate quali esperimenti decretarono tale conclusione. Nel dubbio proceder con ordine e se voi gi sapete tutto, sorvolerete! Innanzitutto la luce, nel vuoto, viaggia ad una velocit impressionante: circa 300.000 Km/s che corrisponde a 1.080.000.000 Km/h! su Wikipedia c un modello in scala che mostra come un impulso luminoso viaggi dalla Terra alla Luna in circa 1,2 secondi! Limpostazione del problema di come misurare la velocit della luce risale al solito, ottimo, Galilei ma lesperimento da lui progettato fu realizzato, in maniera efficace, circa 250 anni pi tardi da Fizeau. Potete trovare facilmente il rendiconto di tale esperimento. Il programma meccanicista, essendo fondato su un atomismo dinamico, considera la luce come fasci di particelle o corpuscoli emessi dai corpi luminosi che viaggiano in linea retta (per raggi) i quali, colpendo i nostri occhi creano la visione e la sensazione di luce. Questo modello di luce permette di spiegare tutti i fenomeni conosciuti sino ad allora: 28

la riflessione: un raggio di luce che incide su uno specchio (raggio incidente) viene riflesso seguendo due semplici leggi:
1. raggio incidente, normale allo specchio nel

punto dincidenza e raggio riflesso stanno su di uno stesso piano angolo dincidenza (angolo formato da raggio incidente e normale) e angolo di riflessione (angolo formato da normale e raggio riflesso)
2.

La rifrazione (il ben noto fenomeno per cui un remo immerso nellacqua, sembra piegato una della tante manifestazioni della rifrazione) che regola il passaggio di un raggio di luce da un mezzo di propagazione allaltro mediante una legge che vi risparmio che lega angolo dincidenza angolo di rifrazione alla densit dei rispettivi mezzi (il punto 1 della riflessione viene rispettato anche in questo caso): lo spiego meglio allinterno del punto seguente. La dispersione (la divisione della luce solare nei suoi componenti o colori). Fu lo stesso Newton a risolvere lenigma del colore mediante famosi esperimenti con i prismi ottici. Limmagine qui di fianco credo sia nota a tutte/i e, nuovamente, si tratta di un esperimento la cui esecuzione sarebbe molto semplice Linteressante per noi sapere che spiegazione diede Newton, in linea con la teoria corpuscolare della luce, di tale fenomeno (Einstein pag. 102): Newton spiega questo fenomeno ammettendo che tutti i colori siano gi presenti nella luce bianca, per cui questa consisterebbe in una miscela di altrettante specie diverse di corpuscoli, quanti sono i diversi colori. Essi traversano lo spazio interplanetario e latmosfera allunisono producendo cos leffetto della luce bianca; ma si separano allorch rifrangono, passando per un prisma come quello di Newton perch, secondo la teoria meccanicistica, la rifrazione dovuta a forze che risiedono nelle particelle vetrose e agiscono sui corpuscoli di luce [le quali forze, gi sappiamo dalla lezione 1, modificano la velocit dei corpi su cui agiscono]. Queste forze devono presumersi differenti a seconda dei differenti corpuscoli, le pi intense agendo sul violetto e le pi deboli sul rosso. Perci ogni colore viene rifratto on misura diversa ed esce dal prisma separato dagli altri. Nel caso dellarcobaleno dopo la pioggia le gocce dacqua presenti nellaria assumono le funzioni del prisma. Il modello della luce sostanza funziona egregiamente in tutti i suddetti casi, ancorch la necessit di ammettere altrettante sostanze quanti sono i colori, ci lasci alquanto perplessi. Per vedere come e perch lo si abbandonata in virt di un modello ondulatorio dobbiamo capire bene che cos unonda e che caratteristiche peculiari ha, cio quali esperimenti ci permettono di decretare che un certo fenomeno o non di tipo ondulatorio.

3.7 Che cos unonda?


Il vento che passa sopra un campo di frumento (stile Il Gladiatore) produce unonda che si propaga attraverso lintero campo. Le piante restano al proprio posto, oscillando attorno alla base del gambo, ma londa viaggia. Tutte/i, spero, avrete visto le onde circolari che si propagano attorno al punto in cui avete lanciato un sasso nellacqua ferma. Il moto dellonda del tutto diverso dal moto dei singoli volumetti dacqua i quali si muovono su e gi (o meglio ruotano attorno ad un centro posto sotto il pelo dellacqua): il moto dellonda che vediamo propagarsi quello di uno stato della materia e non di materia stessa. 29

Per comprendere meglio cosa sia unonda facciamo un esperimento ideale. Supponiamo che nel centro di una stanza sferica piena omogeneamente daria vi sia una piccola sfera. Ad un tratto la sfera comincia a pulsare aritmicamente, dilatandosi e contraendosi. Variando cio di volume, ma conservando la forma sferica. Che cosa accadr nel mezzo circostante? Separiamo i vari momenti: quando la sfera si dilata le particelle del mezzo nelle immediate vicinanze della sfera vengono spinte in fuori e in tal modo si forma un guscio sferico di aria la cui densit superiore a quella degli strati circostanti. Quando la sfera si contrae, lo strato daria che la circonda pi da vicino subisce una diminuzione di densit. Queste variazioni di densit si propagano attraverso lintero mezzo: si trasmettono da un guscio sferico al guscio successivo. Vengono cos ad alternarsi strati pi densi e strati meno densi alternati e successivi. In una sorta di grande fisarmonica sferica! Il moto delle particelle costituenti il mezzo consiste soltanto di piccole vibrazioni, mentre il moto generale quello di unonda sferica che avanza progressivamente. La novit essenziale, che per la prima volta abbiamo qui loccasione di considerare il moto di qualche cosa che non materia, bens energia, che si muove propagandosi attraverso la materia. Basandoci sullesempio della sfera pulsante cerchiamo di mettere a fuoco tre concetti fondamentali che riguardano londa: La lunghezza donda: la distanza che separa una cresta dallaltra nelle onde del mare e un punto di massima densit dallaltro nellesempio della sfera pulsante. La frequenza: numero di pulsazioni in un secondo,o numero di creste che tagliano un certo traguardo in un secondo Inverso della frequenza il periodo: il tempo impiegato ad effettuare ciascuna pulsazione (per capirlo pensate ad un caso pi concreto: il rapporto fra la frequenza con cui passa un autobus e lintervallo di tempo fra il passaggio di un autobus e il successivo) La velocit di propagazione dellonda: il rapporto fra la lunghezza donda e i periodo o il prodotto fra lunghezza donda e frequenza. Dipende dal mezzo di propagazione. Nel caso di onde isolate come lo Tsunami coincide con la velocit propria conci viaggia londa. Il concetto di onda si mostrato assai fecondo in fisica. Esso un concetto prettamente meccanico [e allora perch dovrebbe scardinare la concezione meccanicista se applicato alla luce? Provate a rispondere da sole/i] La spiegazione dei fenomeni acustici basata essenzialmente su tale concetto: un corpo vibrante, come una corda di violino, o la corda vocale di un interlocutore propaga nellaria le sue vibrazioni che poi giungono al nostro orecchio e fanno vibrare il timpano e lorgano delludito decodifica tali vibrazioni in pacchetti dinformazione che vanno al nostro cervello e ci portano suoni, rumori, voci, ecc.. Siamo quasi arrivate/i. Ci resta qualche precisazione da fare: abbiamo considerato due tipi di onda differenti: londa del mare e londa della sfera pulsante. Cosa distingue tali tipi di onde? Nel primo caso le oscillazioni avvengono (in buona approssimazione) gi e su e la direzione di propagazione ortogonale alla direzione di oscillazione. Nel secondo caso direzione di propagazione e direzione di oscillazione sono parallele. Le onde per le quali direzione di oscillazione del mezzo e direzione di propagazione dellonda siano parallele si dicono onde longitudinali. Le onde per le quali direzione di oscillazione del mezzo e direzione di propagazione dellonda siano ortogonali si dicono onde trasversali. Vedremo queste seconde quanto saranno importanti per il nostro discorso Lultima:osservazione: londa prodotta in un mezzo omogeneo da una sfera pulsante unonda sferica, cos chiamata perch in qualsiasi dato istante in tutti i punti situati su uno stesso involucro, attorniante la sorgente del moto, si comportano in modo identico. Tale superficie immaginaria di punti si chiama fronte donda. 30

Se consideriamo soltanto un piccolo elemento di un simile involucro sferico, situato a grande distanza dalla sorgente, vediamo che, quanto pi lontano e piccolo tale elemento, tanto pi esso somiglia ad una porzione di piano. Cio che londa sia approssimabile ad unonda piana. Come tanti altri modelli fisici il modello di onda piana ideale, sebbene si accosti con grande approssimazione alla realt. Esso , come altri, un modello assai utile, cui dovremo ricorrere pi avanti.

3.8 Ma allora la luce unonda!


Vorrei arrivare al punto e non lasciarvi in sospeso. Perci vi chiedo un piccolo atto di fede. Se invece di considerare che la luce si propaghi per raggi come nella teoria meccanicistica, supponiamo si propaghi per onde, i fenomeni caratteristici della luce si spiegano tutti benissimo: basta sostituire al raggio la direzione di propagazione dellonda e fare piccoli aggiustamenti. Sta di fatto che ai tempi di Newton e per oltre cento anni dopo di lui la maggior parte dei fisici prefer la teoria corpuscolare. Andiamo allesperimento clou che sovvert questo stato di cose: prendiamo una sorgente puntiforme che emetta una luce intensa e di un solo colore: verde, per esempio. Mettiamola davanti ad uno schermo in cui sia praticato un forellino. Dietro di questo una parete. Cosa vi aspettate di vedere sulla parete? Se il forellino grande vedrete effettivamente un puntino luminoso contornato da unombra piuttosto delineata, era questo un esperimento probante del fatto che la luce si propagasse per raggi. Ma se riducete le dimensioni del forellino a, diciamo circa 10 6 m, ecco quello che otterrete! Un fenomeno inspiegabile mediante la teoria corpuscolare Per spiegarlo almeno a larghe linee utilizziamo per un dispositivo diverso: Invece di uno schermo con un forellino prendiamo uno schermo con due forellini ravvicinati. Otterremo una situazione del tipo descritto nel disegno seguente: Sullo schermo appariranno bande scure alternate a bande chiare (b). Le bande scure corrisponderanno a punti in cui il solco di unonda passata per uno dei forellini incontra la cresta di unonda passata per laltro forellino: le due onde si elidono. Le bande chiare si avranno nei punti in cui la cresta di unonda passata per uno dei forellini incontra la cresta di unonda passata per laltro forellino: le due onde si sommano. Questultimo fenomeno (somma e elisione di onde) si chiama interferenza. Il fatto che le onde passando per un ostacolo di dimensioni confrontabili della propria lunghezza donda, cambino forma del proprio fronte o, specularmente, direzione di propagazione, (fenomeno visibile dallalto nei porti che hanno unimboccatura stretta) si chiama diffrazione. Diffrazione e interferenza sono fenomeni peculiari unicamente delle onde: la luce diffrange e interferisce quindi: la luce deve essere unonda! Ma qual il mezzo di propagazione della luce !?! Letere, ovviamente, no?

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4 Fine del programma meccanicista: il CAMPO


4.1 La luce unonda trasversale
Abbiamo visto che il modello preferito dai meccanicisti per la luce si mostra incoerente con gli esperimenti. E certo un fallimento, ma del resto anche unonda un fenomeno di tipo meccanico. Avevamo concluso la scorsa lezione asserendo che il mezzo di propagazione dellonda luminosa doveva essere letere, perch la luce si trasmette anche in assenza di aria e, in assenza di aria lunico mezzo che permane letere, e perch unonda meccanica si propaghi c bisogno di un mezzo che oscilli e lungo il quale loscillazione possa trasmettersi. Riprendiamo da qui seguendo ancora Einstein, ibidem, pag. 117. Tutti i fenomeni ottici fin qui considerati parlano in favore della teoria ondulatoria [] guidati dal punto di vista meccanicistico ci rendiamo conto che c una grossa questione da chiarire, e cio quella delle propriet meccaniche delletere. Per risolvere questo problema essenziale sapere se le onde luminose delletere sono longitudinali o trasversali [cfr pag. 30]. In altre parole: la luce si propaga forse come il suono [onda longitudinale]? Londa luminosa forse dovuta a variazioni di densit del mezzo, per cui loscillazione delle particelle eteree si effettua nella stessa direzione della propagazione dellonda? O, al contrario, somiglia forse letere ad una gelatina elastica, vale a dire ad un mezzo in cui non possono prodursi altro che onde trasversali, cosicch le particelle oscillano in direzione perpendicolare a quella della propagazione dellonda? Prima di ricorrere allesperimento domandiamoci quale sarebbe la risposta preferibile. E ovvio che ci potremmo reputare fortunati se le onde luminose fossero longitudinali: in tal caso le difficolt inerenti alla rappresentazione di un etere meccanico sarebbero assai minori. Potremmo infatti figurarci letere per analogia con la rappresentazione meccanica del gas, la quale ci permette di spiegare tranquillamente la propagazione delle onde sonore. Riuscirebbe assai pi difficile raffigurarci un etere suscettibile di trasmettere onde trasversali. Immaginare un mezzo, tipo gelatina, composto di particelle atte a propagare onde luminose trasversali, un compito tuttaltro che facile. Ma madre natura poco si cura delle nostre difficolt. Fu in questo caso clemente con i fisici che tentavano dinterpretare tutti i fatti dal punto di vista meccanicistico? Per rispondere a questa domanda dobbiamo discutere alcuni nuovi esperimenti. Per realizzarli servono e bastano: una lavagna luminosa e dei foglietti di materiale sintetico scuri Il principio con il quale vengono costruiti lo stesso utilizzato da alcuni occhiali da sole, non di moda, ma il cui nome deriva appunto dai filtri che utilizzano: i Polaroid. Se sovrappongo, facendoli coincidere, due filtri Polaroid sul piano della lavagna luminosa e ruoto lentamente quello posto sopra, avviene un fenomeno sorprendente: a seconda della posizione che il filtro assume rispetto allaltro, limmagine proiettata sullo schermo cambia! Va da un rettangolino grigetto (perci in quella posizione la luce della lampada passa in gran parte attraverso i filtri) ad un rettangolino nero (in quella posizione, la luce della lampada viene quali integralmente bloccata dai filtri!). Senza addentrarci nei dettagli di questesperimento e di altri simili [che riprenderemo pi calma in un'altra lezione] ci porremo la seguente domanda: pu un fenomeno come questo spiegarsi ammettendo che le onde luminose siano longitudinali? Nel caso di onde longitudinali le particelle di etere si muoverebbero in maniera simmetrica attorno allasse lungo il quale ho ruotato il Polaroid. Per poter ragionare con la tua testa di do qualche informazione in pi: un filtro Polaroid puoi immaginarlo come composto di una serie di fessure infinitesimali 32

una accanto allaltra, parallele. Lo vedi che se direzione di oscillazione e direzione di propagazione fossero parallele la luce passerebbe tranquillamente? Fenomeni come quello che hai visto, cio fenomeni di polarizzazione, si possono spiegare solo ammettendo che la luce si propaghi mediante onde trasversali. Einstein, ibidem, pag. 119: Cio dobbiamo assumere il modello di etere tipo gelatina Ci assai increscioso! Dobbiamo prevedere dimbatterci in difficolt insormontabili nel tentare di costruire un modello meccanico di etere Prima di proseguire il nostro cammino in direzione dellobiettivo che tali lezioni portano come titolo, approfondiamo un po meglio il ruolo dellesperimento nella fisica. Vi mostrer dei filmati un po datati (risalgono al 1960 anche se sono stati rimasterizzati nel 2005), ma di grande qualit: i professori che ci guideranno nella comprensione degli argomenti oggetto dei filmati sono infatti professori di illustri Universit americane. Vedrete innanzitutto un esperimento di conferma della legge di Coulomb, eseguito dal Prof. Eric Rogers dellUniversit di Princeton, e poi un filmato un po complesso che mostra come fenomeni apparentemente differenti possano essere tutti ascrivibili ad un medesimo modello: quello delle onde elettromagnetiche: gi molti di voi a tale modello hanno ricondotto anche la luce, no? Questa serie di esperimenti vengono illustrati dal Prof. S. Wolga, del MIT (Massachusetts Institute of Technology). Del secondo filmato traccio qui di seguito le linee guida in modo che le tante informazioni che riceverete non vadano disperse. Confrontatele con i vostri appunti. Tutte le onde elettromagnetiche hanno in comune i seguenti aspetti caratteristici (caratteristici al punto che attribuiremo lo status di onde elettromagnetiche a tutti i fenomeni che tali caratteristiche manifesteranno!): hanno origine da cariche accelerate sono onde (quindi come tutte le onde diffrangono e interferiscono) trasversali (cio soggette a fenomeni di polarizzazione) hanno la stessa velocit (la velocit della luce)

Gli esperimenti che vi verranno illustrati mostrano come le onde radio, le microonde, linfrarosso, la luce visibile, lultravioletto, i raggi X siano tutte onde elettromagnetiche. Cosa le distingue le une dalle altre? Per quale motivo continuiamo a chiamarle con nomi differenti? I tratti distintivi sono la lunghezza donda e la frequenza o, specularmente, il periodo: ricordi? v

f , quindi, fissata la velocit, lunghezza donda e periodo sono


e frequenza e lunghezza donda sono inversamente

direttamente proporzionali proporzionali.

La famiglia delle onde elettromagnetiche viene chiamato spettro elettromagnetico. Lo schema qui a fianco mostra come ciascun tipo di onda, in base alla sua lunghezza donda, si collochi allinterno dello spettro. La parte relativa alla luce visibile ingrandita per permetterti di conoscere la lunghezza donda corrispondente, almeno, ai colori limite: il violetto e il rosso. Un nm un nanometro e corrisponde a 10-9 metri (cio un milionesimo di millimetro) A sinistra del violetto ci sono: lultravioletto, i raggi X e i raggi gamma, a destra del rosso ci sono: lultrarosso, le microonde e le onde radio. 33

4.2 Il campo come rappresentazione


Einstein ibidem, pag. 125. Durante la seconda met del XIX secolo idee nuove e rivoluzionarie permearono la fisica e aprirono il varco a nuovi criteri filosofici, in contrasto con linterpretazione meccanicista. I lavori di Faraday, Maxwell e Hertz condussero allo sviluppo della fisica moderna, alla creazione cio di nuovi modelli della realt e quindi di nuove immagini della realt stessa. I nuovi concetti sorsero dallo studio dei fenomeni elettrici, ma riesce pi facile presentarli appoggiandoci alla meccanica: seguiremo perci un filo logico piuttosto che cronologico. Sappiamo che due punti materiali si attirano mutuamente e che la forza di attrazione diminuisce col quadrato della distanza. Possiamo rappresentare questo fatto in modo nuovo, ancorch non si scorga subito il vantaggio che ne pu derivare Il piccolo cerchio del disegno rappresenta un corpo dotato di attrazione, poniamo il Sole. In realt il nostro diagramma devessere considerato come un modello nello spazio e non come un disegno nel piano. Pertanto il nostro cerchietto una proiezione ortogonale di una sfera; abbiamo detto il Sole. Un corpo qualsiasi, il cosiddetto corpo di prova, collocato ovunque in vicinanza del Sole, ne subir lattrazione lungo la linea congiungente i centri rispettivi. Cosicch le frecce del nostro disegno indicano direzione e verso della forza attrattiva del Sole, per posizioni diverse del corpo di prova. Diremo che queste sono linee di forza del campo gravitazionale. Per ora tutte le linee di forza o, in una parola, il campo, stanno ad indicare soltanto come si comporterebbe un corpo di prova collocato ovunque in prossimit della sferaSole. Tali linee sono perpendicolari alla superficie della sfera e, poich divergono dallo stesso centro, sono pi dense vicino alla sfera e lo divengono sempre meno con la maggior lontananza. Di pi:si dimostra che la diradazione va proprio con linverso del quadrato della distanza dal centro: quando la distanza dalla sfera aumenta del doppio o del triplo, la densit delle linee rispettivamente quattro, nove volte inferiore; ci beninteso non nel piano da disegno ma nel corrispondente modello spaziale, come mostrato nel disegno a fianco. Le nostre linee servono pertanto ad un doppio scopo: oltre a mostrare verso e direzione della forza raffigurano anche landamento della sua intensit con la distanza. La legge della gravitazione pu pertanto leggersi in tale disegno, con la chiarezza pari a quella della definizione a parole o mediante legge matematica. Questa rappresentazione del campo chiara e interessante: sembra fornire un buon modello del fenomeno MA induce a pensare che la propagazione dellazione attrattiva dal Sole al benedetto corpo di prova sia istantanea, cio che il segnale si propaghi con velocit infinita! Iniziano a suonare campanellini dallarme? Non abbiamo parlato ancora di velocit limite, in fisica, per vi renderete conto che una velocit infinita inconcepibile Eppure se ne stava l in agguato gi da molto tempo questa possibilit Vedrete Bisogna anche dire per, a onor del vero, che anche partendo dalla legge di Newton potevamo incappare in questa conclusione: il tempo non compare affatto in tale legge Insomma un problema che ora sappiamo esserci e che va risolto. Dopo: andiamo avanti Abbiamo riparlato della Legge di Gravitazione Universale non in s e per s: la rivisitazione che fa la Fisica Moderna di tale legge fuori dalla nostra portata: vi dico solo che oggetto e soggetto della Relativit Generale, che non nei nostri programmi. Ora ci serviva per introdurre un modello nuovo, quello del campo, che, risolto il problemino della propagazione del segnale, vedremo prestarsi molto bene agli afflati unificatori di Einstein e 34

compagni: consente infatti una spiegazione molto elegante e semplificata, rispetto a quelle possibili mediante fluidi imponderabili, di vari fenomeni. Cominciamo con il rivisitare gli esperimenti che avevano messo in grave imbarazzo linterpretazione meccanicista. Einstein, Ibidem, pag. 127 Avevamo una corrente circolante in un filo piegato a cerchio. Avevamo inoltre un ago magnetico al centro del circuito. Appena la corrente cominciava a circolare si manifestava una nuova forza agente sul polo magnetico e diretta perpendicolarmente al piano del circuito, ossia a quella linea congiungente il filo e il polo magnetico. La stessa forza si manifesta anche se alla corrente si sostituisce una carica elettrica in moto circolare nel qual caso, come dimostr Rowland, lintensit della forza dipende dalla carica. Questi fatti sperimentali sono incompatibili con il criterio filosofico secondo cui tutte le forze debbono agire lungo la congiungente e non possono dipendere che dalla distanza. La definizione esatta di come la forza di una corrente agisca su un polo magnetico assai intricata: molto pi complicata della definizione delle forze gravitazionali. Possiamo tuttavia raffigurarci le azioni in gioco come abbiamo fatto per le forze di gravitazione. Il nostro quesito il seguente: con quale forza agisce la corrente su un polo, ovunque situato purch vicino ad essa? La risposta nel disegno seguente: La freccia lungo il circuito rappresenta il verso della corrente, tutte le altre linee sono linee di forza del campo magnetico generato dalla corrente. Cio, come gi prima, ci danno punto per punto (anche se abbiamo segnato solo quelle presenti su una sezione piana), direzione e verso di azione su un aghetto magnetico di prova posto nello spazio circostante il filo: in ogni punto la direzione del vettore forza tangente alla linea di forza in quel punto. Vorreste sapere come si deduce (quindi del vettore forza) corrente? Dovete immaginare di filo percorso da corrente, con il corrente: le vostre dita vi diranno questo metodo d unidea chiara Desumendo dal disegno il nuovo alla conclusione che questa qualsiasi linea congiungente il filo circolo sempre perpendicolare al direzione e verso delle linee di forza conoscendo direzione della avvolgere la vostra mano attorno al pollice orientato nel verso della quel che volevate sapere! Certo solo in prossimit del filo stesso carattere della forza, giungiamo di agisce in direzione perpendicolare a e il polo, giacch la tangente ad un raggio.

Michael Faraday (1791- 1867), chimico e fisico britannico giunse a queste conclusioni spargendo limatura di ferro su un foglio di carta attraverso il quale passava, ortogonalmente, un filo percorso da corrente e osservando come tale limatura andava disponendosi in circonferenze concentriche attorno al filo! Anche questo rientra nel novero degli esperimenti di facile realizzazione A partire dal 1832 si sforz di dimostrare sperimentalmente ci che lui e Andr-Marie Ampre (1775 - 1836), prima di lui, fisico francese, avevano supposto, cio che ogni corrente associata ad un campo magnetico, ben oltre quel che abbiamo visto sinora. Ma andiamo con ordine: Osservate i due disegni seguenti: nel primo sono indicate le linee di forza di un campo magnetico generato da un solenoide (filo avvolto a spirale) percorso da corrente, nel secondo sono segnate le linee di forza di un magnete Cosa osservate? Sono identiche!

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Einstein, ibidem, pag. 131: La rappresentazione del campo porta il suo primo frutto: sarebbe infatti assai difficile riconoscere una cos pronunciata similarit fra la corrente circolante in un solenoide ed un magnete lineare, ove non ci venisse rivelata dalla nostra costruzione del campo [costruzione che, anche in questo caso potrebbe essere effettuata mediante semplici esperimenti con la limatura di ferro]. Il concetto di campo pu ormai essere sottoposto a pi severa prova. Se effettivamente tale modello rende conto esattamente dei fenomeni che rappresenta, allora due solenoidi, o una calamita lineare e un solenoide, dovrebbero attrarsi o respingersi reciprocamente (a seconda dei poli che avviciniamo) nello stesso modo (anche da un punto di vista quantitativo) di due calamite lineari! I risultati sperimentali confermano perfettamente questa congettura! Il campo dunque un modello dindiscutibile utilit: dapprincipio esso apparve come qualcosa che conveniva inserire fra la sua sorgente e lago magnetico per facilitare la descrizione delle forze agenti. Poi pot considerarsi come un vero e proprio intermediario o agente della corrente, per mezzo del quale questa esplica la propria azione. Ma ora lagente funge anche da interprete, col tradurre le leggi in un linguaggio semplice, chiaro e suggestivo e da ispiratore di nuovi esperimenti. Un buon modello effettivamente fa tutte queste cose (vedrete cosa succede con il modello di atomo!). Tali successi suggeriscono che pu essere conveniente considerare tutte le azioni: delle correnti, dei magneti, nonch delle cariche elettriche, per via indiretta: ricorrendo cio al campo come interprete. Ad esempio infatti un campo devesser sempre associato ad una corrente, anche in assenza di un polo magnetico che ne riveli lesistenza.
A sinistra le linee di forza di un campo

generato da una carica elettrica positiva. Le linee di forza sono verso lesterno perch si pensa, per convenzione, di utilizzare sempre una carica di prova positiva. A destra le linee di forza di un campo generato da una carica elettrica negativa.

4.3 I due pilastri della teoria del campo


Si parla di campi elettrostatici perch non variano nel tempo. Ma se, per esempio muoviamo una carica elettrica lungo una circonferenza, cosa vi viene in mente? Lesperimento di Rowland, spero! E sappiamo che tale movimento di carica, cio tale 36

campo variabile nel tempo, genera un campo magnetico (prima non dicevamo cos) e che maggiore la velocit di tale movimento maggiore lintensit del campo. Possiamo pertanto concludere: la variazione di un campo elettrico sempre accompagnata da un campo magnetico e quanto pi rapidamente varia il campo elettrico, tanto pi forte il campo magnetico associato. Abbiamo fin qui tradotto nel nuovo linguaggio del campo fatti gi descritti nel linguaggio dei fluidi, modulato sullinterpretazione meccanicista. Vediamo ora come il nuovo linguaggio sia chiaro, istruttivo e ricco di conseguenze Vi ricordate dove e perch abbiamo incontrato il concetto di simmetria? Andiamo a vedere, nella frase precedente in grassetto, cosa succede operando una simmetria fra le parole elettrico e magnetico. Otteniamo: la variazione di un campo magnetico sempre accompagnata da un campo elettrico e quanto pi rapidamente varia il campo magnetico, tanto pi forte il campo elettrico associato Suggestivo che tale asserzione possa risultare vera Soltanto un esperimento pu decidere se cos o no. I disegni seguenti illustrano gli esperimenti che confermano questa congettura: la freccia accanto al magnete indica il movimento dello stesso, quindi la variazione del campo magnetico corrispondente, e la freccia vicina al filo uscente dal solenoide indica il verso della corrente indotta dalla variazione del campo magnetico.

Spetta sempre agli esperimenti di Faraday la scoperta di tali correnti. Importante rilevare a questo punto come tali risultati siano i primi che incontriamo che non siano spiegabili mediante la teoria dei fluidi e che decretino quindi la necessit di sostituire questa teoria con la nuova teoria dei campi. Proviamo ad esprimere infatti tali risultati mediante il vecchio linguaggio. Einstein, ibidem, pag. 137: il moto di un dipolo magnetico ha creato una forza che ha costretto il fluido elettrico a circolare nel filo. Dovremmo perci domandarci: da cosa dipende questa forza? Ma sarebbe estremamente difficile rispondere... Le cose vanno altrimenti se usiamo li linguaggio del campo e se continuiamo a fare affidamento sul principio che lazione determinata dal campo. Ricorriamo ad un esempio ancora pi semplice. Prendiamo un filo elettrico chiuso ad anello: senza sorgente di corrente. Creiamo in prossimit un campo magnetico, in uno dei modi che conosciamo: o mediante una magnete o mediante un filo percorso da corrente. Il disegno mostra il filo e le linee di forza che attraversano la superficie da esso limitata. Sono queste le sole linee di forza che dobbiamo prendere in considerazione (fidatevi: evidenze sperimentali!). Non si manifester corrente nel circuito, per grande che sia lintensit del campo magnetico, fin tanto che questo non varia. Ma una corrente comincer a circolare nel filo non appena si verificher una variazione del numero delle linee di forza che attraversano la superficie contornata dal filo stesso. La corrente suscitata dalla variazione, comunque prodotta, del numero delle linee che 37

attraversano detta superficie. Tale variazione lunico concetto essenziale per la descrizione, sia qualitativa che quantitativa della corrente indotta. Il numero delle linee varia vuol dire che la densit delle linee varia e, come sappiamo gi, ci significa che la forza del campo varia. Al solito la velocit di variazione influir sullintensit del campo indotto. Ecco i due principali pilastri di sostegno della teoria del campo elettrico e magnetico. Il primo connette campo elettrico variante e campo magnetico (esperimento di Oersted) Il secondo connette il campo magnetico variante al campo elettrico (esperimento di Faraday) Ricordate che, sebbene abbiamo costruito il concetto di campo mediante corpi di prova, abbiamo gi detto che tale concetto assume una propria realt che prescinde dalla presenza o meno di rilevatori. Dobbiamo ancora menzionare unulteriore conseguenza della rappresentazione del campo: consideriamo un circuito, percorso da una corrente, la cui sorgente sia per esempio una pila voltaica. Supponiamo che il collegamento fra il filo del circuito e la sorgente della corrente venga improvvisamente interrotto. Naturalmente la corrente cesser di circolare. Ma al momento dellinterruzione si verifica un processo piuttosto complicato, sebbene anchesso prevedibile in base alla teoria di campo: prima dellinterruzione della corrente esisteva un campo magnetico attorniante il filo. Questo campo cesser di esistere con linterruzione della corrente. Pertanto il numero di linee di forza di tale campo magnetico che attraversano la superficie delimitata dal circuito subisce una fortissima e rapidissima variazione. Una simile variazione DEVE creare corrente indotta, per il tempo della variazione: un istante. E cos effettivamente accade: chiunque abbia avuto occasione dinterrompere una corrente avr notato che si produce una scintilla. Questa scintilla rivela la grande differenza di potenziale causata dalla rapida variazione del campo magnetico. Lo stesso processo pu venir considerato da un altro punto di vista: quello dellenergia. Una scintilla rappresenta energia e pertanto anche il campo magnetico deve rappresentare energia. Per adoperare coerentemente il concetto di campo e il suo linguaggio dobbiamo dunque considerare il campo magnetico come una riserva di energia. Soltanto cos saremo in grado di rappresentare i fenomeni elettrici e magnetici in accordo con la legge di conservazione dellenergia. Usato da principio come un utile modalit rappresentativa, il campo andato sempre pi assumendo lo status di modello vero e proprio. Ci ha aiutato a capire fatti gi noti e ce ne ha additati di nuovi. Attribuire energia al campo significa fare un ulteriore passo avanti lungo la via che ci porta ad attribuirgli sempre maggior consistenza a dispetto del concetto di sostanza, cos essenziale per il punto di vista meccanicistico. Che ne stato del problema della propagazione istantanea delle forze? Il concetto di campo risponde egregiamente a questo problema sostenendo che, ad esempio, nel caso dellinterazione gravitazionale, la presenza di una massa in una regione di spazio produca un campo gravitazionale, cio una sorta di perturbazione nello spazio circostante, tale che linserimento di una seconda massa risenta istantaneamente non gi della presenza della prima massa ma della presenza del campo che questa ha generato nello spazio. Campo che si propagato con velocit finita ma, una volta propagatosi, nei limiti della legge dellinverso del quadrato della distanza, interessa ormai ogni punto dello spazio circostante!

4.4 Realt del campo


La definizione quantitativa, ovvero matematica, del campo si riassume nelle equazioni che portano il nome di Maxwell. Sono i fatti menzionati fin qui che condussero allimpostazione di queste equazioni il cui contenuto assai pi ricco di quanto possa sembrare cos dal nostro esposto, come dalla loro forma. 38

Questa bens molto semplice (semplice ma per niente facile! Te le riporto per completezza ma solo dopo un anno di universit specialistica credo riusciresti a comprenderle nella forma in cui sono scritte), ma cela profondit che soltanto uno studio accurato pu rivelare. La formulazione di queste equazioni costituisce lavvenimento pi importante verificatosi in fisica dal tempo di Newton e ci non soltanto per la dovizia del loro contenuto, ma perch esse hanno fornito un exemplum per un nuovo tipo di legge. Le equazioni di Maxwell sono leggi che definiscono la struttura del campo Perch mai le equazioni di Maxwell differiscono nella forma e nel carattere dalle equazioni della meccanica classica? Che cosa intendiamo dire asserendo che queste equazioni definiscono la struttura del campo? Com mai possibile che in base ai risultati degli esperimenti cos semplici di Oersted e Faraday si sia giunti a formulare un nuovo tipo di legge, e di cos grande importanza per lo sviluppo ulteriore della fisica? Con lesperimento di Oersted abbiamo visto che un campo magnetico sia avvita intorno ad un campo elettrico variante. Lesperimento di Faraday ci ha invece mostrato che un campo elettrico si avvita intorno ad un campo magnetico variante. Maxwell espresse innanzitutto questi due aspetti in forma differenziale. Ti ricordi le equazioni differenziali? La definizione di derivata che portava ad esse? Si basava sul considerare intervalli sempre pi piccoli, in un procedimento al limite. Era abbastanza semplice fare un disegno che ti indicasse la strada perch cera da considerare rapporti fra intervalli. In questo caso invece c da trasferire concetti sperimentalmente riferiti a circuiti macroscopici, a circuiti sempre pi piccoli fino a ridursi ad un punto! Unaltra astrazione che provo a chiedervi di effettuare per avere unidea della portata delle Equazioni di Maxwell svicolarvi da circuiti, magneti e quantaltro e provare a credere che le Equazioni di Maxwell descrivono il campo elettromagnetico (campo generato dallinterdipendenza di campo elettrico e magnetico) come qualcosa di reale e indipendente dai supporti che lhanno generato: come qualcosa di assoluto, nel senso etimologico del termine. Tali equazioni descrivono in che modo il campo elettromagnetico sussiste, agisce e varia. Le equazioni di Maxwell sono leggi valide nellintero spazio e non soltanto nei punti in cui materia e cariche elettriche sono presenti, com il caso delle leggi meccaniche. Rammentiamo come stanno le cose in meccanica: conoscendo posizione e velocit di una particella, in un dato istante, e conoscendo inoltre le forze agenti su di essa, possibile prevedere lintero futuro percorso della particella stessa. Nella teoria di Maxwell invece basta conoscere il campo in un dato istante per poter dedurre, dalle equazioni che portano il suo nome, in qual modo lintero campo varier nello spazio e nel tempo. Le equazioni di Maxwell permettono di seguire le vicende del campo, cos come le equazioni della meccanica consentono di seguire le vicende di particelle materiali in moto MA nelle equazioni di Maxwell non vi nessun attore materiale: n punti, n masse, n distanze. Manca ancora qualcosa per chiudere il cerchio Ancora non comparsa in alcun modo la parola onda che pure sappiamo gi connotare la modalit di propagazione del campo elettromagnetico. Ricorriamo di nuovo ad un esperimento ideale per farla uscir fuori Una piccola sfera dotata di carica elettrica oscilli rapidamente e ritmicamente: a mo di pendolo (quindi non con moto costante ma con laccelerazione tipica del moto armonico). Loscillazione della carica genera un campo elettrico variante, il quale a sua volta genera un campo magnetico variante e cos via: ecco come pu nascere unonda elettromagnetica (del resto proprio allinizio abbiamo parlato di cariche accelerate!): lenergia irradiata dalla carica oscillante attraversa lo spazio con velocit determinata. Il trasferimento di energia, il moto cio di uno stato, la caratteristica di tutti i fenomeni ondulatori: ecco qua! Le linee di forza elettriche e le linee di forza magnetiche giacciono, come risulta dalla teoria, in piani perpendicolari fra loro e perpendicolari alla direzione di propagazione. Pertanto londa trasversale. 39

4.5 Londa elettromagnetica si propaga nello spazio vuoto


E questa una conseguenza della teoria: se la carica oscillante cessa improvvisamente di muoversi, il suo campo diventa elettrostatico: ma le serie precedenti di onde create nelloscillazione continuano a propagarsi: le onde conducono unesistenza indipendente e la storia delle loro variazioni pu venir seguita come quella di un qualsiasi oggetto materiale, pur non essendo oggetti materiali in senso classico. Resta da chiarire unaltra questione importante: quella della velocit di propagazione. Ora, nelle equazioni compare una grandezza costante che ha le dimensioni di una velocit e che corrisponde esattamente al modulo della velocit della luce! Questo fatto, assieme ai rilievi sperimentali non lascia dubbi: il campo elettromagnetico, nel vuoto, si propaga alla velocit della luce. Heinrich Rudolf Hertz (1857 1894), fisico tedesco, attorno al 1885 e mediante un esperimento dimostr che segnali elettrici potevano essere inviati attraverso l'aria, come gi predetto da James Clerk Maxwell nel 1873 e Michael Faraday ponendo cos le basi per l'invenzione della radio. Conclusioni: lantico criterio meccanicistico tendeva a ridurre tutti gli eventi della natura a forze interagenti fra particelle materiali. Su questo criterio si basa la teoria dei fluidi elettrici. Per il fisico dei primi anni del XIX secolo il campo non esisteva. Egli considerava come reali soltanto la sostanza e le sue modificazioni e tentava di descrivere lazione di due cariche elettriche unicamente mediante concetti afferenti alle cariche stesse. Al principio il concetto di campo non fu altro che uno strumento volto ad agevolare la comprensione dei fenomeni da un punto di vista meccanico. Laccettazione del nuovo concetto si afferm progressivamente e, infine, il campo lasci in ombra la sostanza. Per il fisico moderno il campo elettromagnetico tanto reale come la sedia su cui siede. MA sarebbe ingiusto ritenere che il nuovo concetto di campo abbia liberato la scienza da tutti i concetti precedenti, o ancora che la nuova teoria annulli le conquiste della precedente. La nuova teoria mette in luce tanto i pregi quanto le deficienze della precedente e ci permette di ritrovare i concetti anteriori ad un livello superiore. Per esempio ritroviamo il concetto di carica elettrica anche nella teoria di Maxwell, ancorch la carica elettrica vi sia intesa soltanto come sorgente di campo elettrico. La legge di Coulomb sempre valida ed contenuta nelle equazioni di Maxwell. Ricorrendo ad un confronto potremmo dire che creare una nuova teoria non come demolire una vecchia tettoia per sostituirla con un grattacielo. E piuttosto come inerpicarsi su per una montagna, raggiungendo nuovi e pi vasti orizzonti e scoprendo inattesi rapporti fra il nostro punto di partenza e le bellezze dei suoi dintorni. Tuttavia il sito da cui siamo partiti sempre l e possiamo ancora scorgerlo, ancorch sembri piccolo e non sia ormai pi che un dettaglio, nella vasta veduta. Occorse molto tempo prima che tutto il contenuto della teoria di Maxwell venisse riconosciuto. Il campo fu dapprima considerato come qualcosa che, pi tardi, avrebbe potuto interpretarsi meccanicamente, con il sussidio delletere [del quale il campo stesso non aveva il minimo 40

bisogno ma i fisici s!] . Quando si riconobbe che questo programma non poteva realizzarsi, la teoria del campo stesso aveva ormai condotto a conquiste cos brillanti ed importanti, da non poter pi essere sostituita dal dogma meccanicistico. Daltra parte, il problema di costruire un plausibile modello meccanico delletere andava continuamente perdendo di interesse, tanto pi che, in ragione del carattere artificioso e forzato delle congetture cui bisognava ricorrere, il risultato appariva sempre meno incoraggiante. Lunica via duscita sembra tener per certo il fatto che lo spazio possiede la propriet fisica di trasmettere le onde elettromagnetiche, senza troppo preoccuparsi del significato di questa nostra affermazione. Ritorneremo comunque a parlare di etere introducendo la Relativit!

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5 Lo Spazio e il Tempo Assoluti di Newton


Di nuovo, per poter compiere passi in avanti occorre di farne indietro. Eravamo infatti alle soglie del 1900 e torniamo a fine 1600. Eravamo giunti alle battute finali del meccanicismo e torniamo al suo ispiratore: Isaac Newton. Perch? Per occuparci di uno dei risultati pi interessanti dei primi anni del 1900, la Relativit Ristretta, opera del nostro mentore sin qui: Albert Einstein, seguendo il criterio storico epistemologico seguito sinora, occorre andare alla radice delle concezioni che tale teoria and a modificare: le concezioni di tempo e di spazio.

5.1 I Principia (brani tratti dai)


Andiamo a vedere quindi quali sono le concezioni di tempo e spazio su cui si fonda la fisica classica, illustrate allinterno dellopera di Isaac Newton conosciuta volgarmente come Principia e il cui titolo integrale : Philosophiae Naturalis Principia Mathematica (1686). La struttura del libro la seguente: Definizioni - Assiomi o Leggi del movimento - I libro: Il moto dei corpi - II libro: Il moto dei corpi - III libro: Il sistema del mondo - Scolio Generale (inserito nella seconda edizione 1713) Leggiamo alcuni brani (da: Principi Matematici della Filosofia Naturale, Utet, Torino 1965). da

Definizioni

Fin qui stato indicato in quale senso siano da intendersi, nel seguito, parole non comunemente note. Non definisco, invece, tempo, spazio, luogo e moto, in quanto notissimi a tutti. Va notato, tuttavia, come comunemente non si concepiscano queste quantit che in relazione a cose sensibili. Di qui nascono i vari pregiudizi, per eliminare i quali conviene distinguere le medesime quantit in: assolute e relative, vere e apparenti, matematiche e volgari. Il tempo assoluto, vero, matematico, in s e per sua natura senza relazione ad alcunch di esterno, scorre uniformemente, e con altro nome chiamato durata; [il tempo] relativo, apparente e volgare, una misura (esatta o inesatta) sensibile ed esterna della durata per mezzo del moto, che comunemente viene impiegata al posto del vero tempo: tali sono lora, il giorno, lanno. Lo spazio assoluto, per sua natura senza relazione ad alcunch di esterno, rimane sempre uguale e immobile; Lo spazio relativo una misura o dimensione mobile dello spazio assoluto, che i nostri sensi definiscono in relazione alla sua posizione rispetto ai corpi, ed comunemente preso al posto dello spazio immobile. Il moto assoluto la traslazione di un corpo da un luogo assoluto in un luogo assoluto, Il [moto] relativo [ la traslazione di un corpo] da un luogo relativo in un luogo relativo. Cos in una nave spinta dalle vele .....[] Ma la quiete vera la permanenza del corpo nella medesima parte di quello spazio immobile nella quale la stessa nave si muove. Tutte le cose sono collocate nel tempo quanto allordine della successione, nello spazio quanto allordine della posizione. Definiamo, infatti, tutti i luoghi dalle distanze e dalle posizioni delle cose rispetto a qualche corpo, che assumiamo come immobile; ed in seguito, con riferimento ai luoghi predetti valutiamo tutti i moti, in quanto consideriamo i corpi come trasferiti da quei medesimi luoghi in altri. nella loro essenza essere luoghi: ma assurdo che i luoghi primari siano mossi. Questi sono dunque i luoghi assoluti, e i moti assoluti sono le sole traslazioni da questi luoghi.

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Vero che, in quanto quelle parti dello spazio non possono essere viste e distinte fra loro mediante i nostri sensi, usiamo in loro vece le loro misure sensibili. Cos, invece dei luoghi e dei moti assoluti usiamo i relativi; n ci riesce scomodo nelle cose umane: ma nella filosofia occorre astrarre dai sensi. La quiete e il moto, assoluti e relativi, si distinguono gli uni dagli altri mediante le loro propriet, le cause e gli effetti. Gli effetti per i quali i moti assoluti e relativi si distinguono gli uni dagli altri sono le forze di allontanamento dallasse del moto circolare.[] Esempio del cerchio rotante Si sospenda un recipiente ad un filo abbastanza lungo, e si agisca con moto circolare continuo fino a che il filo a causa della torsione, si indurisce completamente. Si riempia il recipiente di acqua e lo si faccia riposare insieme con lacqua; lo si muova, poi, con forza subitanea, in senso contrario, in cerchio; allora, allentandosi il filo, continuer a lungo in questo moto. Allinizio la superficie dellacqua sar piana, come prima del moto del vaso; e poich il vaso, comunicata gradualmente la forza allacqua, fa in modo che anchessa inizi pi sensibilmente a ruotare, lacqua comincer a ritirarsi a poco a poco dal centro e salir verso i lati del vaso, formando una figura concava (come io stesso ho sperimentato) e, a causa del moto sempre pi accelerato, salir via via di pi finch compiendo le sue rivoluzioni insieme al vaso in tempi uguali, giacer nel medesimo in quiete relativa. [] Allinizio, quando il moto relativo dellacqua nel vaso era massimo, [] non era ancora cominciato il suo vero moto circolare. [] Dopo, diminuito il moto relativo dellacqua, [] il suo vero moto circolare cresceva continuamente fino al punto massimo in cui lacqua giaceva in quiete relativa nel vaso. Come i veri moti siano da ricavare dalle loro cause, dagli effetti e dalle differenze apparenti, e per contro come dai moti sia veri che apparenti si ricavino le loro cause ed effetti, verr insegnato largamente in seguito. A questo fine stato infatti composto il seguente trattato. da

Assiomi o Leggi del movimento

Legge I Ciascun corpo persevera nel proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme, salvo che sia costretto a mutare quello stato da forze impresse. [ES] I proiettili perseverano nei propri moti salvo che siano rallentati dalla resistenza dellaria, e sono spinti verso il basso dalla forza di gravit [] Corollario V I moti relativi dei corpi inclusi in dato spazio sono identici sia che quello spazio giaccia in quiete, sia che il medesimo si muova in linea retta senza moto circolare. Legge II Il cambiamento di moto proporzionale alla forza motrice impressa, ed avviene lungo la linea retta secondo la quale la forza stata impressa Legge III Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria: ossia, le azioni di due corpi sono sempre uguali fra loro e dirette verso parti opposte. da

Libro III: Regole del filosofare

Regola I Delle cose naturali non devono essere ammesse cause pi numerose di quelle che sono vere e bastano a spiegare i fenomeni. [semplicit] Come dicono i filosofi: La natura non fa nulla invano, e inutilmente viene fatto con molte

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cose ci che pu essere fatto con poche. La natura, infatti, semplice e non sovrabbonda in cause superflue delle cose. Regola II Perci, finch pu essere fatto, le medesime cause vanno assegnate ad effetti naturali dello stesso genere. [invarianza] Regola III Le quantit dei corpi che non possono essere aumentate e diminuite, e quelle che appartengono a tutti i corpi sui quali possibile impiantare esperimenti, devono essere ritenute qualit di tutti corpi. [generalizzazione] Regola IV Nella filosofia sperimentale, le proposizioni ricavate per induzione dai fenomeni, devono, nonostante le ipotesi contrarie, essere considerate vere o rigorosamente o quanto pi possibile, finch non interverranno altri fenomeni, mediante i quali o sono rese pi esatte o vengono assoggettate ad eccezioni. Questo affinch largomento dellinduzione non sia eliminato mediante ipotesi. da

Libro III, Le proposizioni

Ipotesi I Il centro del sistema del mondo in quiete Questo accordato da tutti, sebbene alcuni discutano sul fatto se nel centro del sistema siano in quiete la Terra o il Sole. Vediamo che cosa segue di qui. Proposizione XI Teorema XI Il comune centro di gravit della Terra e del Sole e di tutti i pianeti in quiete. Infatti il centro (cor. V) o in quiete o si muove uniformemente in linea retta. Ma se quel centro si muove sempre, anche il centro del mondo si muover: contro lipotesi. da

Scolio Generale (inserito nella seconda edizione)

[] Questa elegantissima compagine del Sole, e dei pianeti e delle comete non pot nascere senza il disegno e la potenza di un ente intelligente e potente. [] Egli regge tutte le cose non come anima del mondo, ma come signore delluniverso. E a causa del suo dominio suole essere chiamato Signore-Dio, . [] eterno e infinito, onnipotente e onnisciente, ossia, dura dalleternit in eterno e dallinfinito presente nellinfinito [...] Dura sempre ed presente ovunque, ed esistendo sempre ed ovunque, fonda la durata e lo spazio. [] Lo conosciamo solo attraverso i suoi attributi, per la sapientissima e ottima struttura delle cose e per le cause finali, e lammiriamo a causa della perfezione; ma lo veneriamo, invero, e lo adoriamo a causa del dominio. [] Fin qui ho spiegato i fenomeni del cielo e del nostro mare mediante la forza di gravit, ma non ho mai fissato la causa della gravit. Questa forza nasce interamente da qualche causa, che penetra fino al centro del Sole e dei pianeti, senza diminuzione della capacit, e opera non in relazione alla quantit delle superfici delle particelle sulle quali agisce (come sogliono le cause meccaniche) ma in relazione alla quantit di materia solida. La sua azione si estende per ogni dove ad immense distanze, sempre decrescendo in proporzione inversa al quadrato delle distanze. [] In verit non sono ancora riuscito a dedurre dai fenomeni in ragione di queste propriet della gravit, e non invento ipotesi. Qualunque cosa, infatti, non deducibile dai fenomeni va chiamata ipotesi; e nella filosofia sperimentale non trovano posto le ipotesi sia metafisiche [seee!], sia fisiche, sia delle qualit occulte, sia meccaniche. In questa filosofia le proposizioni vengono dedotte dai fenomeni e sono rese generali per induzione. In tal modo divennero note limpenetrabilit, la mobilit e limpulso dei corpi, le leggi del moto e la gravit. Ed sufficiente che la gravit

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esista di fatto, agisca secondo le leggi da noi esposte, e spieghi tutti i movimenti dei corpi celesti e del nostro mare.

5. 2 Un estratto del commento della prof. Olivia Levrini1:


La struttura dei Philosophiae Naturalis Principia Mathematica (1686) Gi dallindice del libro si nota che Newton sceglie di strutturare i Principia sul modello della geometria euclidea: un rigoroso sistema assiomatico che si apre con definizioni e assiomi e procede con una concatenazione di lemmi, proposizioni e teoremi. Questa scelta, oltre che corrispondere ad una strategia espositiva opportuna perch codificata, riflette anche la convinzione profonda del carattere euclideo dello spazio e, quindi, del mondo. La geometria non solo uno strumento per ragionare sulla realt delle cose: essa propriamente inscritta nella natura e d la scansione stessa dello spazio. Quasi dunque a non turbare il rigore della deduzione logico-matematica che impronta lopera, sono relegate in Scolii a latere tutte le considerazioni e le riflessioni che possono servire a collegare il significato attribuito ai concetti con la prospettiva culturale di Newton e quindi con quella sua particolare visione del mondo (o forse con la visione del mondo che Newton voleva accreditare come sua). Per comprendere lidea che Newton aveva dello spazio quindi necessario reintrecciare i diversi piani (definitorio, geometrico, duso, teologico, ecc.) nei quali lautore stesso lha scomposta e tener contemporaneamente conto, per quanto possibile, dei condizionamenti dellambiente politico, accademico e culturale che hanno talora favorito e talora frenato una presa di posizione esplicita su questioni a quei tempi particolarmente delicate. Lo spazio e il tempo di Newton Spazio e tempo assoluti Newton utilizza il termine assoluto per indicare spazio e tempo, etimologicamente, come sciolti da ogni legame con oggetti o fenomeni (per loro natura senza relazione ad alcunch di esterno), a differenza di spazio e tempo del pensiero comune che sono relativi, sensibili, apparenti, volgari e misurabili. Lo spazio di Newton , dunque, assoluto in quanto: - esistente indipendentemente dallesistenza di corpi materiali (esiste in s, non un sistema di relazioni fra corpi); - dotato di propriet indipendenti dallinterazione con la materia (non ha cio caratteristiche dinamiche); - definito indipendentemente dalle misure e dalle osservazioni che si possono fare sugli oggetti sensibili (non cio relativo, a differenza di quello che viene comunemente concepito come spazio e rispetto al quale conviene distinguere). Si tratta di uno spazio sostanziale, dotato di realt, un contenitore indifferente alla materia in esso contenuta e allosservatore che in esso analizza i movimenti della materia. Analogamente, il tempo assoluto indica un fluire eterno, sciolto dallo spazio ed esistente indipendentemente dalla sua misura volgare in ore, giorni e anni. Uno spazio infinito, omogeneo, immobile La fiducia di Newton nella semplicit e invarianza della natura (cfr. Regole del filosofare) si traduce nella generalizzazione alla totalit dello spazio delle propriet geometriche percepite e valide in ambito locale e, dunque, nellipotesi di uno spazio omogeneo, uniforme, continuo, cos come continuo, uniforme ed eterno lo scorrere del tempo.

Ricercatrice presso lUniversit di Bologna

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Limmobilit dello spazio garantita dal fatto che esso detto essere incernierato attorno ad un centro fermo (il comune centro di gravit della Terra e del Sole e di tutti i pianeti ). Fra tante ipotesi implicite questa lunica ipotesi esplicita presente nei Principia che Newton si trova costretto ad imporre per garantire forse lunicit del contenitore e lo fa fingendo unipotesi che non sembra obbedire n al criterio di uniformit della natura, n di semplificazione delle cause, contravvenendo cos al rasoio che si era autoimposto nelle Regole del filosofare. rispetto al quale sono definibili il moto assoluto e la quiete vera Bench il concetto di Sistema di Riferimento e, in particolare, di Sistema di Riferimento Inerziale faccia parte esplicitamente di una rilettura post-newtoniana della meccanica (ovvero dellanalisi ottocentesca effettuata per liberare la teoria dal contenitore spaziale), comunque possibile attribuire allo spazio assoluto il ruolo di Sistema di Riferimento privilegiato, perch , rispetto ad esso, che Newton definisce il moto assoluto come la traslazione di un corpo da un luogo assoluto in un luogo assoluto e la quiete vera come la permanenza del corpo nella medesima parte di quello spazio immobile nella quale la stessa nave si muove. Nella filosofia occorre astrarre dai sensi, perch, come dir anche nellOttica: [] compito principale della filosofia naturale di argomentare muovendo dai fenomeni senza immaginare ipotesi, e dedurre le cause dagli effetti, finch arriviamo alla vera Causa Prima, che certamente non meccanica (da Ottica o trattato sulle riflessioni, rifrazioni, inflessioni e sui colori della luce - Libro III). Nello specifico, il fine dei Principia, e Newton lo afferma esplicitamente al termine dello Scolio che conclude le Definizioni, proprio quello di studiare i moti veri, e quindi innanzitutto di distinguere il vero dal sensibile. E infatti attraverso questo tipo di indagine che, come detto nello Scolio Generale che conclude i Principia, diventa possibile perseguire il fine ultimo della filosofia naturale: costruire, muovendo dai fenomeni, un discorso su Dio, quel Dio eterno e infinito che fonda la durata e lo spazio. Il fine specifico dei Principia e quello pi generale della filosofia naturale sono perseguibili in quanto, da una parte, esistono criteri (le propriet, le cause, gli effetti gi citati) che consentono di distinguere fra assoluto e relativo e, dallaltra, possibile individuare leggi generali la cui esistenza testimonianza dellesistenza di un ordine. Larmonia del cosmo, a sua volta, il segno di un disegno divino, dellintelligenza e della volont di un Agente. Lo spazio assoluto, vero, dunque per Newton la manifestazione pi palese dellonnipotenza di Dio nel mondo e la gravit ne garantisce la coesione, oltre a rendere unitario il quadro delluniverso riunendo fisica terrestre e celeste. La filosofia naturale era intervenuta modificando la dominante immagine aristotelica dello spazio sulla base di un rinnovato criterio di ordine, di armonia. Eccone le tappe principali: lordine sta nelleleganza formale, nella simmetria, e si concretizza in un universo a sfere, finito, centrato nel sole (Copernico) si rompe il legame fra materia e propriet dello spazio; le sfere sono idee di sfera, hanno perso il carattere di sostanzialit lordine sta nelle relazioni matematiche che rendono conto del dato di esperienza e si concretizza in un sistema di orbite circolari (Tycho) lesistenza di sfere, prive di potere descrittivo, non ha ragione di essere postulata; dalle sfere si passa alle circonferenze lordine sta nella formalizzazione matematica che esprime la legge di armonia musicale e si concretizza in orbite ellittiche percorse a velocit variabile ma prevedibile (Keplero) lidea statica, a priori, di forma perfetta superata perch priva di potere interpretativo; sono le caratteristiche del moto a definire le traiettorie.

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Alla concezione aristotelico-tolemaico di un cosmo perfetto perch pieno di materia incorruttibile e ben organizzata si sostituita unidea, che Newton far sua, di ordine formale che emerge dagli eventi. Larmonia non dunque pi da ricercarsi in unimmagine di materia incorruttibile, ma nella formalizzazione matematica con la quale descrivere la realt. proprio nellopera di Galileo che questa rottura trova una codifica: quando, nel Saggiatorev (1623), specifica che la matematica il linguaggio in cui il libro della natura scritto, egli sta in realt suggerendo il modo nel quale quel libro va letto, d una sorta di prescrizione per la nuova scienza. Per Galileo non si pone il problema dellesistenza di uno spazio vero: sufficiente che per tutti i sistemi di riferimento in moto relativo rettilineo e uniforme valgano le stesse leggi fisiche per considerarli sistemi equivalenti. Ma per Newton era diverso: i luoghi, la quiete, i moti relativi, quelli che definiamo sulla base della nostra percezione, hanno una natura diversa rispetto ai luoghi primari, assoluti e immobili nello spazio, e ai moti rispetto ad essi. Lo spazio di Newton, lo spazio vero, uno solo, quello immobile, in quiete vera rispetto al centro di massa del sistema solare: non relativo nel senso che nessuno degli spazi percepiti, sperimentati, dai diversi osservatori quello vero. Gi alla fine del 600, fra i criteri che Newton introduce per distinguere fra spazio, quiete e moto assoluto e relativo, solo gli effetti apparvero sufficientemente convincenti. Lesperimento mentale del secchio rotante, nella concezione di Newton, costituisce una prova a favore dellesistenza dello spazio assoluto fondata sulla seguente argomentazione: il particolare moto di allontanamento dellacqua dallasse di rotazione non ammette una spiegazione in termini di moto relativo tra acqua e secchio o, se vogliamo, di interazione dellacqua con i corpi vicini. Ripercorriamo lesperimento concentrandoci su due situazioni: 1. Si appenda un secchio pieno dacqua ad un filo e, dopo aver attorcigliato il filo, si lasci andare il secchio. Il secchio comincer a ruotare su s stesso. Nei primi istanti di rotazione del secchio, lacqua, non partecipando ancora del moto del secchio, rimane ferma. Si ha dunque una situazione per cui c un moto relativo tra acqua e secchio e la superficie dellacqua presenta una configurazione piana; 2. Dopo qualche istante di rotazione, lacqua comincer a ruotare insieme al secchio e assumer una configurazione concava, ovvero su di lei agiranno forze che tendono ad allontanarla dallasse di rotazione. Quando lacqua ruota con la stessa velocit angolare del secchio, si immagini di fermare il secchio. Lacqua continua a ruotare. In questa situazione si ha ancora un moto relativo tra acqua e secchio, ma la superficie dellacqua, questa volta, presenta una configurazione concava. Nel corso dellesperimento si hanno, dunque, due situazioni simmetriche per quel che riguarda il moto relativo, ma discernibili, in quanto la superficie dellacqua assume configurazioni diverse, quindi complessivamente asimmetriche. Il problema di fondo : qual la ragione di questa asimmetria? In altri termini, qual la ragione o lorigine della forza centrifuga che agisce sullacqua quando questa in rotazione? Nella concezione di Newton lasimmetria tra le due situazioni la prova che nel secondo caso si in presenza di un moto accelerato assoluto e, dunque, una prova della necessit di assumere lesistenza dello spazio assoluto o, diremmo oggi, di un sistema di riferimento assoluto, privilegiato, quale causa di questo fenomeno. Oggi si tentati di considerare tali problemi oziosi perch si portati ad accettare come un fatto di natura (o semplicemente per abitudine) la distinzione tra sistemi di riferimento inerziali e non inerziali e, quindi, a vedere la non-inerzialit del sistema rotante come la causa della asimmetria tra le due situazioni.

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Come mostrarono Ernst Waldfried Josef Wenzel Mach (1838 1916), fisico e filosofo austriaco, e Einstein, tale spiegazione sposta soltanto il problema, senza risolverlo. Infatti, la domanda qual la ragione fisica della distinzione tra sistemi di riferimento inerziali e non inerziali? pu essere pensata come una riformulazione dei problemi sollevati dal secchio rotante ed tale domanda che muover Einstein a costruire la relativit generale. Un problema di carattere soprattutto filosofico legato alla natura assoluta, alla sostanzialit, dello spazio di Newton e fu Leibniz, leterno rivale, a sollevarlo. Gli argomenti che Leibniz formul contro la concezione spaziale newtoniana sono ancora considerati gli attacchi pi forti al sostanzialismo, nonch quelli che permisero la formulazione pi lucida della cosiddetta visione relazionista dello spazio. Per Leibniz lo spazio non altro che un insieme di relazioni formali, un ordine di coesistenza tra le cose, costruito dalluomo per comprendere il mondo naturale: Ecco come gli uomini giungono a formarsi il concetto dello spazio. Essi considerano che pi cose esistono insieme, e trovano fra esse un ordine di coesistenza, secondo cui il rapporto delle une e delle altre pi o meno semplice. la loro posizione o distanza. Quando avviene che una di quelle coesistenze muti il suo rapporto con una pluralit di altre coesistenze, che restano fra loro immutate, e quando un nuovo venuto acquista lo stesso rapporto che il primo aveva con gli altri, si dice che quello venuto al posto di questo; un tale cangiamento viene chiamato movimento ed attribuito a quello in cui risiede la causa immediata del cangiamento. [...] E supponendo o fingendo che tra tali coesistenze vi sia un numero sufficiente di quelle che non hanno subito alcun mutamento, si dir che le coesistenze che hanno con queste coesistenze fisse un rapporto uguale a quello che le altre avevano rispetto alle stesse, hanno occupato lo stesso posto delle precedenti. Ci che comprende tutti questi posti viene chiamato spazio. (dalle Lettere fra Leibniz e Clarke,1717) La critica di Leibniz pu essere riformulata come segue: un sostanzialista, ipotizzando lesistenza di un contenitore esterno rispetto agli eventi, deve trarre la conclusione che una disposizione, ad esempio, di tre oggetti orientata verso ovest sia diversa rispetto alla stessa disposizione orientata verso est, dal momento che le posizioni assolute degli oggetti rispetto al contenitore variano. Tuttavia, stando dentro al mondo e alla sua fenomenologia, qualora non cambino le posizione reciproche, non possibile trovare nessun elemento (nessuna ragione) che permetta di discriminare tra (discernere) le due disposizioni. Il sostanzialismo, pertanto, si basa su una descrizione teorica che introduce, senza una ragione sufficiente, asimmetrie non riconoscibili nei fenomeni stessi. Le critiche di Leibniz non furono le uniche. Mach, ad esempio, due secoli dopo la pubblicazione dei Principia, fond la sua critica sul problema dellaccettabilit scientifica di un assoluto non osservabile. Infatti, nonostante i tentativi di Newton di trovare criteri che permettessero di distinguere fra moti assoluti e relativi, e quindi di rivelare lo spazio assoluto, questo restava, per Mach, un puro ente ideale, non conoscibile sperimentalmente.[...] e, come tale, non poteva essere considerato un oggetto fisico. E, comunque, secondo Mach, qualora si debba scegliere tra due teorie (o interpretazioni della stessa teoria) equivalenti sul piano sperimentale, quella pi probabilmente vera e, quindi, da preferire sulla base di un principio di economia, quella pi semplice, ovvero quella basata sul minor numero di ipotesi: Se si resta sul terreno dei fatti, non si conosce altro che spazi e luoghi relativi. Relativi sono i moti delluniverso sia nel sistema tolemaico sia in quello copernicano, quando si astragga dal presunto misterioso mezzo che pervade lo spazio. Queste due teorie sono ugualmente corrette, solo che la seconda pi semplice e pi pratica dellaltra. [] (Mach, 1883) viii Il celebre principio di economia di Mach non di natura estetica o pratica: esso si basa sulla profonda convinzione che sia la natura stessa a seguire tale principio.

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6 La relativit della simultaneit


6.1 Concludiamo la disamina della concezione di spazio e tempo di Newton
Concludiamo la disamina della concezione di spazio e tempo di Newton, in particolare di spazio e tempo assoluti, esaminando altre critiche a tale concezione (tratte ancora dal lavoro di Carla Casadio e Olivia Levrini). Tali critiche riguardano la logica causale utilizzata da Newton e sono ben espresse nel seguente brano di Max Born (1882 1970) matematico e fisico tedesco. Premio nobel per la fisica nel 1954: Ritenere che lo spazio sia la causa di qualche fenomeno certamente incompatibile con un criterio di logica causale. Lipotesi di uno spazio assoluto giustificata soltanto dal tentativo di interpretare le forze dinerzia, ma esse daltra parte costituiscono lunica indicazione della sua esistenza. Sulla base di una legittima critica epistemologica, tale ipotesi ad hoc certamente inaccettabile; essa troppo superficiale e troppo lontana dallo scopo della ricerca scientifica, che diretta a stabilire dei criteri per distinguere i suoi risultati da ipotesi pi o meno fantasiose. Se il foglio di carta su cui ho appena finito di scrivere vola improvvisamente dal tavolo, nessuno pu impedirmi di pensare che sia stato portato via da un fantasma per esempio dallo spettro di Newton. Ma alla luce del buon senso sono piuttosto portato a ritenere che qualcuno sia entrato dalla porta e si sia cos creata una corrente daria proveniente dalla finestra aperta; tale ipotesi, anche se non mi sono accorto di questa corrente, ragionevole perch mi permette di stabilire una relazione tra il fenomeno che voglio spiegare e altre circostanze osservabili. E infatti un atteggiamento critico [in senso etimologico: arte o scienza di giudicare secondo i principi del vero, del buono, del bello] nello scegliere le cause possibili che distingue il tentativo di costruire una descrizione della realt basata sulla ragione, proprio della ricerca fisica, dal misticismo, dallo spiritualismo e da analoghe manifestazioni dellimmaginazione incontrollata. Il concetto di spazio assoluto mantiene appunto un certo carattere metafisico. Alla domanda qual la causa delle forze centrifughe? la nostra risposta lo spazio assoluto; ma se si cerca di capire in che cosa consista lo spazio assoluto e in quale altro modo definirlo, non vi altra risposta che ripetere lo spazio assoluto la causa delle forze centrifughe, senza poter aggiungere altre propriet. Queste considerazioni dimostrano che lidea di uno spazio come causa incompatibile con una descrizione scientifica della realt. (Born, 1962)xiv Da Newton ad Einstein: il lungo percorso di costruzione della fisica come campo di conoscenza autonomo dalla teologia Il travagliato percorso di accettazione della fisica newtoniana da parte della comunit scientifica e, pi in generale, di costruzione della fisica come disciplina autonoma dalla teologia vede il dibattito sul concetto di spazio come caso emblematico, la cui storia stata ricostruita da M.. Jammer, Storia del concetto di spazio (1954), Feltrinelli,. Ne riportiamo di seguito brani (evidenziandone i punti che ci sembrano particolarmente significativi) che si riferiscono alle tappe principali che da Newton hanno portato a Mach. Da Il concetto di spazio assoluto nella scienza moderna (XVIII e XIX secolo) Nessuna delle critiche mosse da Leibniz e Huygens contro il concetto di spazio assoluto di Newton pot impedirne laccettazione. Le lettere scambiate tra Leibniz e Clarke, sebbene molto lette, furono studiate e discusse soprattutto per le loro implicazioni teologiche. Con laccettazione del sistema newtoniano, e man mano che le rivali teorie cartesiane cadevano in disgrazia, il concetto di spazio assoluto di Newton divenne una condizione fondamentale della ricerca fisica. [] Non solo laspetto sobrio, positivo e scientifico della concezione dello spazio assoluto di Newton guadagn terreno, ma la divinizzazione dello spazio, agli inizi del diciottesimo secolo, fu salutata con entusiasmo non minore, in quanto strettamente conforme alla prospettiva generale del tempo, per il quale la scienza era divenuta sinonimo di studio delle opere di Dio. La natura fu salvata da Satana e resa a Dio [Willey B., 1949). []

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La nozione di spazio assoluto trionf su tutti i fronti. Non solo, ma durante il diciottesimo secolo furono compiuti dei tentativi per dimostrare la necessit logica del concetto. Con tale problema lott strenuamente per pi di trentanni niente meno che un uomo come Eulero, [giungendo alla conclusione che lo spazio assoluto era necessario come] substrato reale indispensabile allo scopo di una determinazione del moto. Poich questo substrato non sembra esistere nellinforme materiale che ci sta intorno, allora lo stesso spazio che deve esistere secondo questa capacit. Se ne dovrebbe piuttosto concludere che tanto lo spazio assoluto quanto il tempo, quali i matematici se lo rappresentano, sono cose reali, che sussistono anche fuori dalla nostra immaginazione. [] Questo permanere di un corpo in uno stato di quiete o di moto uniforme, pu avere luogo solo in rapporto allo spazio assoluto, e pu essere intelligibile solo ammettendolo [Maclaurin] [] E interessante notare quanto poco il contemporaneo progresso della scienza della meccanica rimase toccato dalle considerazioni generali sulla natura dello spazio assoluto. Fra i grandi scrittori francesi di meccanica, Lagrange, Laplace e Poisson, nessuno nutr grande interesse per il problema dello spazio assoluto. Tutti accettarono lidea come unipotesi di lavoro senza affaticarsi interno alla sua giustificazione teoretica. Leggendo le introduzioni alle loro opere si scopre la convinzione che la scienza pu benissimo astenersi da considerazioni generali sullo spazio assoluto. E interessante notare che lEncyclopdie di Diderot e dAlembert esprime in alto grado il medesimo punto di vista. Nel quinto volume, alla voce Spazio, leggiamo: Questo articolo tratto dalle carte del Signor Formey, che lha scritto in parte sulla scorta della raccolta delle lettere di Clarke, Leibniz, Newton, Amsterdam 1740, e in parte sulla scorta delle istituzioni di fisica di Madame du Chtelet. Noi non prenderemo partito sul problema dello spazio; si pu vedere, attraverso tutto ci che stato detto alla voce Elementi della scienza quanto questo oscuro problema sia inutile alla geometria e alla fisica.[] Verso la fine del diciannovesimo secolo divenne ovvio che lo spazio assoluto si sottraeva a tutti i mezzi di investigazione sperimentale. Mach mostr che lipotesi dello spazio assoluto per la spiegazione delle forze centrifughe del moto rotatorio non era necessaria. E cos, verso la fine del diciannovesimo secolo il dibattito sul problema dello spazio assoluto in meccanica classica sembrava aver trovato un periodo di quiete relativa, se non fosse che la sistematizzazione dellelettromagnetismo da parte di di Maxwell riapr immediatamente il dibattito: la teoria infatti presupponeva lesistenza del cosiddetto etere luminifero, un mezzo rispetto al quale le onde elettromagnetiche (cio anche la luce) si muovevano con velocit c. Appena individuata, dunque, lidea che sembrava poter liberare la meccanica dallo spazio assoluto newtoniano, un altro spazio assoluto (inteso come sistema di riferimento privilegiato) ricomparve in fisica attraverso lelettromagnetismo. Fu anche per mostrare quanto questo sistema di riferimento privilegiato fosse superfluo che venne formulata la relativit ristretta.

6.2 Analisi di brani tratti da sullelettrodinamica dei corpi in movimento di Einstein (Tratto da un lavoro di Olivia Levrini)
Introduzione Nel presentare la relativit ristretta alla comunit scientifica Einstein sceglie di inquadrarla in una precisa visione della fisica in cui i criteri di semplicit e coerenza risultano i criteri guida. Semplicit e coerenza che, per esempio, significano: simmetrie che si osservano nei fenomeni devono essere descritte da teorie simmetriche, ovvero le teorie fisiche non possono introdurre elementi di asimmetria a livello di descrizione senza che ci sia una ragione plausibile e, cio, senza che tali asimmetrie siano presenti nei fenomeni stessi (largomento dellidentit degli indiscernibili). In altre parole, il primo e principale problema da risolvere con la nuova teoria , nella visione di Einstein, un inaccettabile situazione in cui si trovava la fisica alla fine dell800,

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per cui lelettromagnetismo di Maxwell valeva soltanto per i corpi stazionari (i corpi in quiete rispetto alletere luminifero, il mezzo di cui si immaginava cosparso lo spazio in grado di propagare la luce) e non per i corpi in movimento. Tale situazione era inaccettabile per il fatto che i fenomeni elettromagnetici mostravano invece, sperimentalmente, gli stessi comportamenti se osservati da diversi sistemi di riferimento inerziali e, quindi, di seguire di fatto un principio di relativit. Qui di seguito riportiamo un esempio di questo tipo di asimmetria pi semplice rispetto allesempio originariamente fornito da Einstein:
TRATTO DA: Benuzzi F., Un esperimento di insegnamento della Fisica: Serena-che-cade e Alex-che-ride, la Relativit Ristretta tra storia, epistemologia e studenti di V Liceo, Tesi di Specializzazione, SSIS, Indirizzo F-I-M, classe A038, Universit di Bologna,

6.3 Asimmetrie interne allelettromagnetismo.


Il principio di relativit di Galileo1 si applica allelettromagnetismo?
Al tempo di Galileo lelettromagnetismo era di fatto sconosciuto e perci, nellenunciare il principio di relativit, Galileo parl solo di fenomeni meccanici. Ma perch tale principio dovrebbe valere solo per questi? La possibilit di fare a meno di un sistema di riferimento assoluto dovrebbe valere in qualsiasi ambito della fisica. O no? Consideriamo pertanto una semplice situazione in cui intervengano cariche e correnti elettriche e vediamo quali conseguenze derivino dallapplicazione ad essa del principio di relativit (da: G.Manuzzio e G.Passatore Verso la Fisica, vol. 3 Principato, 1981 ). La situazione che vogliamo considerare quella rappresentata in figura. O un sistema di riferimento solidale ad un filo elettricamente neutro percorso da corrente I. Sia q una carica positiva che allistante iniziale in moto, rispetto a questo riferimento, e parallelamente al filo, con velocit u opposta al verso della corrente. In questo sistema di riferimento la carica si allontana dal filo: infatti la corrente nel filo genera un campo magnetico B e, di conseguenza, la carica q soggetta alla forza diretta perpendicolarmente al filo ed orientata verso lesterno. N.B. non lavevo specificato nella lezione sullelettromagnetismo ma la dipendenza della forza magnetica dalla velocit si
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Sistemi di riferimento in moto relativo rettilineo uniforme, in meccanica, sono fisicamente equivalenti. Cio allinterno di ciascuno di essi valgono le stesse leggi della meccanica.

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manifesta anche quando si debba valutare lazione di un campo magnetico su di una carica libera: il campo magnetico esercita una forza non nulla su una carica libera solo se questa in moto relativo rispetto al filo o al magnete che tale campo genera, cio se ha velocit non nulla rispetto a questo. In questo riferimento non si individuano forze di natura elettrica poich, oltre la carica q, non esistono cariche elettriche (il filo elettricamente neutro), e quindi non esistono sorgenti che possano creare un campo elettrico agente sulla carica. O un sistema di riferimento in moto relativo rispetto al filo con velocit u uguale a quella della carica q. Nel riferimento O pertanto la carica risulter ferma ed il filo si muover, nel verso di scorrimento della corrente, con velocit -u Anche in questo riferimento, ovviamente, la carica si allontana dal filo, sebbene con traiettoria differente; E importante per considerare attentamente come in tale sistema di riferimento si interpreti questo fatto: se vero che il principio di relativit vale anche per i fenomeni elettromagnetici, in O valgono le stesse leggi che valgono in O. In O la carica q risulta inizialmente ferma, quindi, allinizio il suo allontanarsi dal filo si potr attribuire solo ad unazione elettrica. Dunque, se vale il principio di relativit, mentre nel riferimento O lallontanamento della carica q dal filo attribuita alla presenza di un campo magnetico, in O lo stesso fenomeno attribuito allazione di un campo elettrico. Il carattere elettrico o magnetico di un campo sembra cos manifestarsi in dipendenza del sistema di riferimento. Questa constatazione pone un problema piuttosto imbarazzante: Com possibile che ci avvenga? Com possibile che un filo percorso da corrente produca o no un campo elettrico a seconda che noi siamo in moto o fermi rispetto ad esso? Prima di giungere a comprendere come la relativit ristretta spazzi via questapparente asimmetria sar necessario un po di sforzo da parte vostra. Andiamo con ordine seguendo la strada proposta da Einstein stesso. E in un modo che, almeno nelle sue fasi introduttive, difficilmente troverai nei normali libri di testo.

6.3 Definizioni importanti fra cui la definizione di simultaneit


Molto pi di quanto non venga fatto nei libri di testo, infatti, Einstein pone estrema attenzione alla costruzione della definizione operativa del concetto di tempo e a tutti i passaggi necessari per dotare ogni osservatore di un reticolo di orologi sincronizzati. Tali passaggi prevedono le definizioni di evento, di tempo di un evento, di simultaneit per eventi che avvengono in luoghi differenti (ovvero di sincronizzazione di orologi) e li ripercorriamo qui di seguito perch, anche se pedanti, sono non banali e ad essi si possono ricondurre alcune difficolt circa la comprensione degli effetti relativistici. DEF di evento: Un evento fisico qualcosa che accade istantaneamente indipendentemente dal sistema di riferimento che si pu scegliere per descriverlo. Es. Accensione di una lampadina, emissione o ricezione di un segnale luminoso o sonoro, lancio di un oggetto, incontro tra oggetti, ecc. Perch un evento sia localizzato nello spazio e nel tempo necessaria la scelta di un particolare sistema di riferimento.

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Un evento definito operativamente quando sono definite le operazioni di misura necessarie per determinare posizione e istante di tempo in cui levento stesso accade. La definizione operativa prevede perci lutilizzo sia di un regolo misuratore sia di un orologio. N.B. Il concetto di evento sembra banale e, invece, riuscire a guardare ad un fenomeno fisico scomponendolo in una collezione di eventi unoperazione razionale da compiere consapevolmente. Accade infatti molto spesso che si continui ad utilizzare il termine (il concetto) di evento negli stessi contesti e con gli stessi significati del termine (concetto) di fenomeno, cos come solitamente si fa (in questo caso in modo lecito) nel linguaggio comune. In relativit, tuttavia, continuare a pensare ad un evento come ad un fenomeno che ha una sua durata pu essere allorigine di profonde difficolt nella comprensione di aspetti e/o concetti cruciali, come gli effetti relativistici o la distinzione tra misure proprie e non proprie di tempo e lunghezza (vedi pi avanti lesperimento mentale dellorologio a luce). Lo vedremo meglio al momento di risolvere semplici (ma non facili) esercizi. DEF di tempo di un evento: il tempo che misurato dallorologio collocato nella stessa posizione in cui si verifica levento, dove per essere misurato dallorologio si intende avvenire simultaneamente con un evento preso a riferimento. Scrive Einstein: Se per esempio, dico che il treno arriva qui alle 7 in un punto, ci significa, in pratica, che il posizionamento della lancetta delle ore del mio orologio sul 7 e larrivo del treno sono eventi simultanei. Dal momento che nessun segnale pu viaggiare con velocit infinita, la definizione del tempo di un evento non risolve completamente il problema di correlare nel tempo serie di eventi che avvengono in luoghi differenti, oppure il che lo stesso determinare i tempi di eventi che si verificano in luoghi distanti dallorologio.. Infatti per stabilire se due eventi distanti spazialmente sono avvenuti simultaneamente o no, occorre tener conto del tempo impiegato da un segnale a percorrere la distanza che li separa. DEF di simultaneit per eventi che avvengono in luoghi differenti: due eventi distanti spazialmente sono simultanei quando gli orologi corrispondenti sono tra di loro sincronizzati e registrano per essi lo stesso tempo. Il problema della sincronizzazione di orologi distanti nello spazio delicato. Come scrive Einstein: Finora abbiamo definito solo un tempo A e un tempo B, ma non un tempo comune per A e B. Questultimo pu essere determinato stabilendo, per definizione, che il tempo necessario alla luce per propagarsi da A a B uguale al tempo che essa impiega per propagarsi da B a A. Supponiamo, cio, che un raggio di luce che parta da A, diretto verso B, al tempo A, tA, venga riflesso da B verso A al tempo B, tB, e giunga di nuovo in A al tempo A tA. Per definizione, i due orologi sono sincronizzati sse: tB - tA = tA tB. Un modo operativo per sincronizzare due orologi distanti spazialmente pu essere quello di far partire un segnale luminoso dallorologio in A verso quello in B. I due orologi saranno sincronizzati se A porr il suo orologio ad un tempo tA=0 contemporaneamente allinvio del segnale e B metter lorologio ad un tempo tB=d/c (il tempo impiegato dal segnale a percorrere la distanza d che separa gli orologi) quando il segnale lo raggiunger. Un altro modo quello di collocare ad ugual distanza dai due orologi un emettitore di segnali luminosi C. Gli orologi in A e in B dovranno accordarsi per segnare lo stesso tempo to quando sono raggiunti da due segnali emessi contemporaneamente da C. In qualunque modo si scelga di sincronizzazione due orologi distanti nello spazio si ha che lesistenza in natura di una velocit limite fa s che per determinare la distanza temporale tra due eventi distanti spazialmente necessaria anche una misura della loro distanza spaziale, essendo tale misura necessaria per sincronizzare gli orologi che si trovano nelle posizioni in cui i due eventi accadono.

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Fatti questi passaggi diventa possibile dotare ogni osservatore di un reticolo di orologi sincronizzati grazie al quale definire operativamente il tempo di ogni evento e confrontare il tempo di eventi anche distanti spazialmente. N.B. Nella costruzione del reticolo di orologi le propriet considerate della luce sono la sua finitezza e la sua isotropia (il suo assumere lo stesso valore in tutte le direzioni) La velocit della luce ha unaltra caratteristica notevole, di difficile comprensione intuitiva, che vedremo in gioco al momento di analizzare la relativit della simultaneit.

6.4 Sulla relativit di lunghezze e tempi


Il questo paragrafo Einstein descrive il procedimento di costruzione della definizione operativa della lunghezza e anticipa gli effetti relativistici che poi ricaver formalmente, nel paragrafo successivo, a partire dalle trasformazione di Lorentz2 Anche nella definizione di lunghezza Einstein molto preciso e distingue: DEF(a) Misura della lunghezza di un oggetto fermo: confronto diretto dellasta con un regolo campione: operazione possibile SOLTANTO nel sistema solidale allasta; DEF(b) Misura della lunghezza di un oggetto in movimento: registrazione, per mezzo di orologi collocati nel sistema in quiete e sincronizzati, delle posizioni in cui si trovano le due estremit dellasta da misurare in un determinato istante (ovviamente posizione degli orologi e tempi da essi registrati sono legati dalla relazione: tB=d/c ): operazione necessaria SOLTANTO nel sistema in moto rispetto allasta. Anche nella definizione di lunghezza in moto, cos come nel definire lordine temporale due eventi distanti spazialmente, emerge un aspetto importante: lesistenza in natura una velocit limite (quindi limpossibilit della propagazione istantanea di un segnale, questo caso del segnale di posizione delle estremit) fa s che per determinare lunghezza di un oggetto in movimento, oltre ad un regolo, occorre un reticolo orologi sincronizzati. Oggi le due diverse definizioni di lunghezza sono indicate rispettivamente come: DEF(a) definizione di lunghezza propria DEF(b) definizione di lunghezza non propria Fin qui larticolo si sviluppa con unanalisi puntale dei concetti di tempo e lunghezza al fine di ricondurli alle loro definizioni operative. Sulla base di tale analisi possibile dotare ciascun osservatore di un reticolo di orologi sincronizzati, mediante il quale egli pu anche valutare distanze temporali di due eventi qualunque e misurare la lunghezza di un corpo in movimento. I postulati della teoria non hanno ancora svolto alcun ruolo e gli unici vincoli considerati sono stati limpossibilit di avere in natura un segnale che si propagasse a velocit infinita e lisotropia della luce. Questi due vincoli sono comunque gi sufficienti per mettere in evidenza che tempi e lunghezze si intrecciano nelle loro definizioni: infatti, per misurare sia lintervallo temporale tra due eventi separati nello spazio, sia la lunghezza di oggetti in movimento necessario utilizzare contestualmente regoli e orologi. I concetti di spazio e tempo subiscono la loro pi drastica modifica rispetto alla loro visione classica alla luce dei postulati della teoria: i postulati divengono infatti i nuovi vincoli che di di in la di

le trasformazioni che soppiantano le trasformazioni galileiane di composizione della velocit e le formule per calcolare intervalli temporali o spaziali. Ve le mostrer e vi mostrer come funzionano risparmiandovi per il ragionamento matematico che ad esse conduce.

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permettono di confrontare leggi e risultati della fisica ottenuti in diversi sistemi di riferimento inerziali. La formulazione originale di tali postulati : 1. Dati due sistemi di coordinate in moto relativo traslatorio parallelo e uniforme, le leggi secondo cui si modificano gli stati di un sistema fisico non dipendono dal fatto che questi cambiamenti vengano riferiti alluno o allaltro dei due sistemi (generalizzazione del principio di relativit galileiana) 2. Dati due sistemi di coordinate in moto relativo traslatorio parallelo e uniforme, in ciascun sistema le costanti fondamentali devono restare uguali. In particolare ci interessa sottolineare come ogni raggio luminoso, non importa se emesso da un corpo in quiete o in movimento, risulti muoversi con la velocit fissata c=299792458 m/s. Perci:

velocit

percorso della luce int ervallo di tempo

Dove per, attenzione, intervallo di tempo da intendere nel senso della definizione data precedentemente I postulati permettono di confrontare misure di intervalli temporali e intervalli spaziali effettuate in diversi sistemi di riferimento inerziali e di giungere alla conclusione che tali misure non coincidono. Come effetti spazio-temporali dei due postulati si ha infatti che: lintervallo di tempo tra due eventi che in un particolare sistema di riferimento (inerziale) avvengono nella stessa posizione si dilata se misurato in un sistema di riferimento (inerziale) in moto relativo rispetto al primo; la lunghezza di unasta rigida, misurata in un particolare sistema di riferimento (inerziale) in cui lasta ferma, si contrae se misurata in un sistema di riferimento (inerziale) in moto relativo rispetto allasta stessa. Questi due punti possono invece essere messi ben in evidenza mediante lutilizzo degli esperimenti mentali introdotti da Einstein stesso nei suoi scritti successivi, in particolare in Relativit: esposizione divulgativa del 1916. Questa la strada che percorreremo anche noi nel seguito anche perch ci permetter di completare la posizione di Einstein circa il contributo fornito dalla relativit ristretta al dibattito sui concetti di spazio e tempo.

6.5 Lesperimento mentale del treno di Einstein

Einstein dimostra la relativit della simultaneit riferendosi ad un treno puoi pensare di collocarlo invece allinterno di una navicella spaziale, se ti piace di pi! Anzi

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questambientazione ha il vantaggio che impedisce allosservatore solidale con la navicella di fare riscontri con quanto avviene allesterno! Due fulmini colpiscono lestremit anteriore e quella posteriore di un treno in movimento, lasciando delle bruciature sia sul treno stesso che sui binari (quindi i fulmini sono solidali con il sistema di riferimento dei binari). Ogni lampo emesso si propaga in tutte le direzioni. Al centro un osservatore (una donna) che fermo nel punto medio del treno (sul treno) decide che i due fulmini non erano simultanei. Le sue ragioni sono: 1. Sono equidistante rispetto ai segni di bruciatura che si trovano su testa e coda del treno 2. Nel mio riferimento la luce ha la solita velocit che la stessa in entrambe le direzioni 3. Il lampo proveniente dalla testa del treno arrivato prima, perci 4. Il lampo devessere partito prima dalla testa del treno che non dalla coda: il fulmine caduto sulla parte anteriore del treno prima che laltro colpisse la parte posteriore Ne concludo che i due fulmini non erano simultanei In basso, un osservatore fermo vicino ai binari (gi dal treno) a met strada fra i due segni di bruciatura che si trovano sui binari stessi decide che i fulmini erano simultanei, dal momento che i lampi emessi lo raggiungono nello stesso istante. Dal punto di vista dellosservatore a terra la donna viaggia verso il lampo che proviene dalla testa del treno e si allontana da quello che giunge nella coda, per questo viene raggiunta prima dal lampo proveniente dalla parte anteriore. Ma la donna presenta valide argomentazioni quando sostiene i quattro punti precedentemente illustrati, infatti, i due fulmini viaggiando alla stessa velocit., visto che la velocit della luce non segue le leggi di composizione delle velocit classiche, il lampo che ha colpito la testa del treno deve percorrere una distanza minore (poich il treno procede nel verso della testa del treno), mentre il lampo che ha colpito la coda del treno deve percorrere una distanza maggiore per raggiungerla. Quindi lei vedr prima il lampo di testa e poi quello di coda. N.B. se la velocit del fenomeno in esame non fosse la velocit della luce il problema non si porrebbe perch la legge di composizione classica delle velocit renderebbe simultanei entrambi i fenomeni. Pensa a due segnali sonori che partano da testa e coda del treno, (sempre solidali con il sistema di riferimento dei binari). Poniamo che il treno viaggi ad una velocit V (stabiliamo come verso positivo per il moto, il verso sinistra-destra, come di consueto) e che sia lungo 2S. Supponiamo che le origini dei due sistemi di riferimento, stazione e treno, coincidano nella coda del treno, e che nellistante t0=0 coincida linizio dellosservazione del moto (stiamo pensando ad un moto ideale, ovviamente, che prenda il via gi alla velocit di regime e che proceda con tale velocit costante: ignoriamo la fase di accelerazione iniziale che si verificherebbe nella realt) e il momento in cui i lampi lasciano il loro segno. Per luomo posto a met dei binari i due segnali viaggiano alla stessa velocit in modulo ma con segno opposto: v (quello che parte dalla coda) e v (quello che parte dalla testa) e giungono a lui nello stesso tempo t, simultaneamente pertanto. In tale tempo t i segnali percorrono ciascuno una distanza pari a met del treno: S = vt In tale tempo t ciascun punto del treno, nel sistema di riferimento della stazione, percorre una distanza d=Vt. Per la donna il treno fermo e i binari si muovo con velocit V, perci, nel tempo t, i binari percorrono una distanza d nel verso opposto a quello convenzionalmente scelto come positivo; indicheremo pertanto lo spostamento dei binari rispetto al treno con d. Abbiam detto che per la donna il treno fermo e i binari si muovono con velocit V. La velocit dei segnali nel sistema di riferimento del treno data pertanto dalla somma algebrica (cio con segno) fra la velocit relativa segnali/treno (perch i segnali sono

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solidali con il sistema di riferimento dei binari), che corrisponde alla velocit dei binari, e quella che i segnali hanno nel sistema di riferimento dei binari. Il segnale che partito in corrispondenza della testa (allistante t0=0) viaggia ad una velocit (v+V) mentre quello che partito in corrispondenza della coda (allistante t0=0) viaggia con velocit v-V. Pertanto, al suddetto tempo t , per la donna: - il segnale di testa (cio partito nella posizione 2S) si trova nella posizione s2=2S-(V+v)t =2S-Vt-vt=2S-d-S=S-d - il segnale di coda si trova nella posizione s1=(v-V)t =S-d Cio, come ti avevo preannunciato per entrambi i segnali, in entrambi i sistemi di riferimento percorrono stesse distanze in tempi uguali, quindi sono simultanei! Cosa cambia fra i due esperimenti? Un fatto sorprendente, dimostrato sperimentalmente gi ai tempi di Einstein: la velocit della luce invariante per trasformazioni di Galileo. Cio in qualunque sistema di riferimento inerziale la luce mantiene sempre la sua velocit: non si somma n si sottrae. Cosa concludiamo per lesperimento dei segnali luminosi? Per quanto possa sembrare strano non esiste una soluzione univoca: i due eventi sono simultanei per losservatore a terra e non simultanei per losservatore sul treno: la simultaneit degli eventi relativa!

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7 effetti relativistici e trasformazioni di Lorentz


Pagg del Taylor Wheeler da fotocopiare: 62-70 Vedi anche la presentazione in Power Point n 7 Consuntivo finale: Il principio di relativit stabilisce che le leggi della fisica siano le stesse per ogni sistema di riferimento inerziale. Questo semplice principio, assieme allinvarianza, finitezza e isotropia della velocit della luce, ha conseguenze importanti: 1. Due eventi che avvengono lungo la direzione di moto relativo tra due sistemi di riferimento non possono risultare simultanei secondo le misure di entrambi i sistemi di riferimento (relativit della simultaneit) 2. Una misurazione compiuta su un oggetto che si muove a velocit prossime a quelle della luce mostra che esso, nella direzione propria del moto, risulta avere lunghezza minore della lunghezza propria che viene misurata nel riferimento in cui in quiete (contrazione delle lunghezze) 3. Sperimentalmente si ricava che, in oggetti in movimento, le dimensioni trasversali alla direzione del loro moto rimangono le stesse, qualunque sia la loro velocit relativa (invarianza delle distanze trasversali) 4. Due eventi separati solo nella direzione trasversale a quella del oro moto relativo, se sono simultanei in un sistema di riferimento lo sono anche nellaltro (invarianza delle simultaneit trasversali). 5. Lintervallo spazio-temporale tra due eventi invariante. 6. Lintervallo di tempo fra due ticchettii di un orologio, MISURATO in un sistema in cui lorologio si sta muovendo, pi lungo dellintervallo di tempo proprio MISURATO nel sistema di riferimento in cui lorologio in quiete (dilatazione dei tempi) 7. Le trasformazioni di Lorentz forniscono un potente strumento matematico per calcolare sia la contrazione delle lunghezze che la dilatazione dei tempi e, al contempo, mostrano come, per velocit lontane dalla velocit della luce, la Fisica Classica costituisca ancora un modello valido ala descrizione dei fenomeni di moto (ricordate il principio di generalizzazione?). Ottime le prime 16 pagine del seguente riferimento, per vedere come gli effetti relativistici di cui abbiamo parlato possano essere calcolati matematicamente a partire dalle trasformazioni di Lorentz: http://www.unisi.it/fisica/dip/dida/ftaingfmod/FisMod2.pdf

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8 Introduzione alla Fisica Quantistica


8.1 Il punto sulla filosofia della fisica classica
Da: Carlo Tarsitani Professore presso L Universit di Roma La Sapienza
In generale la Fisica Classica, con limportante eccezione della meccanica statistica, aspira alla descrizione e alla previsione esatta dei valori delle grandezze che caratterizzano un sistema. Tali grandezze sono concepite come propriet (intrinseche, cinematiche, dinamiche) del sistema considerato e i loro valori come valori posseduti dal sistema allatto della misura e semplicemente registrati dallapparato di misura. Se le propriet del sistema subiscono unevoluzione spazio-temporale, la teoria deve fornire la legge di tale evoluzione, dalla quale si possono dedurre i valori delle sue propriet in qualsiasi istante. Il moto del sistema consiste nella variazione della sua configurazione nello spazio e nel tempo. Ci presuppone lesistenza di uno spazio (nel secolo scorso nessuno dubitava che tale spazio avesse una geometria euclidea), in cui il sistema ha in ogni istante una determinata configurazione. Di per s lo spazio non interferisce minimamente con il moto del sistema e le cause che lo determinano, ossia uno spazio la cui struttura geometrica non influenzata dalle propriet fisiche degli oggetti che si trovano al suo interno. Cos come gli oggetti fisici sono collocati nello spazio, essi sono anche collocati nel tempo. Nelle leggi del moto, il tempo una variabile indipendente: per ogni valore del tempo le propriet del sistema assumono valori esattamente definiti. Il tempo, come lo spazio, non agisce in alcun modo sul comportamento del sistema, n influenzato da tale comportamento. In FC, dunque, non c alcun limite di principio alla possibilit di determinare e prevedere con esattezza i valori delle grandezze che caratterizzano il sistema analizzato, sia esso discreto o continuo. Questa caratteristica essenziale della FC, che ha costituito e costituisce ancora per molti lespressione di un ideale di spiegazione dei fenomeni fisici, dipende essenzialmente dai criteri di rappresentazione matematica su cui essa si basa. Si definisce sistema dinamico un sistema di cui siano note le equazioni differenziali che ne determinano levoluzione temporale. Il teorema di esistenza e unicit della soluzione di un sistema di equazioni differenziali ci assicura allora che un sistema dinamico ha unevoluzione esattamente definita, che appunto descritta dalla soluzione del sistema di equazioni differenziali cui deve conformarsi il suo comportamento (a patto, naturalmente, che siano note le condizioni iniziali). Ne segue che i processi descritti da FC sono, come si suole dire, deterministici: in FC non esistono in linea di principio processi intrinsecamente casuali, ossia tali che condizioni iniziali identiche possono dar luogo a evoluzioni diverse tra loro. In realt, proprio questo schema rappresentativo porta con s alcune contraddizioni interne, che hanno cominciato a rivelarsi gi alla fine del XIX secolo. Lo studio di tali problemi, assistito dai moderni sviluppi tecnologici, che hanno consentito di estendere enormemente la potenza del calcolo numerico, ha prodotto, in anni recenti, una specie di rivoluzione interna alla stessa visione classica dellevoluzione di un sistema fisico. Ci riferiamo al grande sviluppo delle teorie che fanno riferimento al cosiddetto caos deterministico. Queste teorie si basano sulla constatazione del fatto che, in generale, levoluzione dei sistemi dinamici, in linea di principio deducibile da equazioni differenziali che, salvo casi particolari, sono non lineari e quindi non sono, salvo casi particolari, risolubili con metodi strettamente analitici (possono essere risolte solo mediante approssimazioni successive e mediante un pesante utilizzo dei calcolatori). Oppure che tali equazioni sono molto sensibili alle condizioni iniziali cio danno esiti molto differenti anche per piccole variazioni di tali condizioni e, essendo tali condizioni esiti di misurazioni, ovvio che abbiano quel margine di errore tale da compromettere una soluzione deterministica in senso stretto. E cos per le equazioni legate alle previsioni del tempo: per questo sono affidabili solo per pochi giorni!

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Il determinismo della fisica classica ci porta a mettere in evidenza unaltra sua caratteristica distintiva. Sappiamo che quando il sistema troppo complesso per poter effettuare una descrizione completa del suo stato di moto, sia per mancanza di conoscenze di dettaglio, sia per il numero troppo elevato dei suoi gradi di libert (come nel caso della teoria cinetica), si fa ricorso a considerazioni statistiche, basate, in genere, su ipotesi plausibili circa il comportamento medio degli oggetti che formano il sistema. Le considerazioni statistiche chiamano ovviamente in causa il concetto di probabilit. Tuttavia, ancora una volta occorre sottolineare che la probabilit classica non mette in discussione il fatto che i fenomeni sono retti da leggi causali: la descrizione probabilistica interviene solo laddove, per motivi contingenti, la conoscenza dello stato dinamico del sistema parziale. Proprio perch la visione del mondo tipica di FC deterministica, le ipotesi probabilistiche non possono fare riferimento a processi intrinsecamente casuali, ma sono rese necessarie dalla nostra ignoranza dei dettagli o dei limiti delle nostre possibilit di calcolo (si parla, in tal caso, di probabilit epistemica). Veniamo ora a unaltra caratteristica essenziale della FC. Se ragioniamo da fisici classici noi siamo convinti che in definitiva le grandezze che corrispondono alle propriet fisiche di un qualsiasi sistema variano sempre con continuit. Ora, il principio di continuit dei moti comporta anche che il sistema pu subire perturbazioni (alterazioni del suo stato di moto o della sua configurazione) piccole quanto si vuole per effetto di azioni fisiche piccole quanto si vuole. In FC, lazione fisica che si pu esercitare su un sistema pu essere piccola quanto si vuole. Ed essa avr un effetto piccolo quanto si vuole. Questa constatazione assume un valore particolare ed un presupposto della concezione classica del processo di misura. Il risultato di una misura deriva sempre da uninterazione con un apparato, o strumento, di misura, e la perturbazione introdotta dallo strumento sul valore della grandezza misurata non pu mai essere del tutto trascurata. Tuttavia, in linea di principio e anche con adeguati accorgimenti tecnici, essa pu essere resa sufficientemente piccola per soddisfare le nostre esigenze pratiche. In ogni caso, il dato numerico rilevato da uno strumento sempre affetto da unincertezza statistica, ossia di fatto costituito da un intervallo tra due numeri. Ci per non ha niente a che fare con la teoria o con il modello del sistema misurato, bens dipende esclusivamente dalle perturbazioni casuali introdotte dal processo di misurazione.1 Non esistono in FC limiti teorici che impediscono di ridurre lincertezza statistica al di sotto di un valore determinato. I concetti che la Fisica dei Quanti prima e la Meccanica Quantistica poi (dora innanzi rispettivamente FQ e MQ) andranno a scardinare sono proprio i seguenti: continuit, determinismo, misura.

8.2 I modelli come falsificatori potenziali: dai modelli di atomo alle soglie della meccanica quantistica
Abbiamo visto come la fisica ci ponga di fronte ad un intrico di leggi sperimentali e modelli: i postulati delle teorie e le deduzioni che da essi derivano non sono sufficienti a rendere conto dei fenomeni ma devono sempre essere integrati da qualcosa di pi e di diverso. Questo gi per fenomeni macroscopici, rilevabili con i nostri sensi. Vediamo cosa produce questattitudine dindagine mediante modelli quando dobbiamo addentrarci allinterno della materia. Prendiamo quindi in esame il caso esemplare dei modelli atomici. Allinizio del XX secolo, una volta scoperto lelettrone, il problema della struttura atomica diventa di grande attualit. Allinizio del secondo decennio del secolo, si fronteggiano due proposte: latomo cosiddetto a panettone di J. J. Thomson e latomo nucleare di Ernest Rutherford.

Per esempio, il rumore termico di fatto inevitabile: per questo, a volte, per effettuare misurazioni molto accurate si costretti a raffreddare lintero apparato fino a temperature molto basse.
1

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Si tratta, appunto di due modelli. Entrambi si richiamano alle leggi della meccanica e dellelettrodinamica classiche. Eppure, le configurazioni dellatomo di Thomson e dellatomo di Rutherford non sono deducibili da tali leggi poich introducono ipotesi ad hoc, che restano mere possibilit ipotetiche da confrontare con la ricerca sperimentale. La vicenda dei modelli atomici illumina alcuni aspetti caratteristici della dinamica della conoscenza fisica. In primo luogo, come vedremo, entrambi i modelli citati non sono modelli coerentemente elettromeccanici. A ben guardare, essi sono addirittura incompatibili con le leggi della meccanica e dellelettromagnetismo. Non ci pu essere allora esempio pi chiaro dellinsostituibile funzione euristica2 dei modelli. Se fu il verdetto sperimentale a condannare il modello di Thomson, fu linconsistenza teorica a condannare quello di Rutherford: vedremo tra breve in che senso. Anticipiamo anche che, subito dopo laffermazione definitiva del modello di Rutherford, un giovane fisico teorico danese: Niels Bohr, cominci ad accorgersi che linconsistenza teorica di quel modello aveva ragioni profonde, presumibilmente collegabili ad inconsistenze addirittura strutturali tra elettromagnetismo e termodinamica, gi individuate da Max Planck dieci anni prima. Possiamo allora giungere a una constatazione: si parla spesso di rapporto tra teorie ed esperimenti, come se fossero gli unici poli dialettici dello sviluppo della fisica. E ci si dimentica dei modelli. La vicenda che abbiamo appena, brevemente, descritto e che ci apprestiamo ad approfondire, ci suggerisce piuttosto uno scenario diverso, sicuramente pi articolato e pi vicino alla realt storica della fisica. In base ad essa, si pu infatti affermare che, talvolta, le teorie non sono falsificate dagli esperimenti, bens dai modelli. Il modello di Rutherford infatti, non era compatibile n con le leggi della meccanica, n con le leggi fondamentali dellelettrodinamica. Eppure latomo, in base agli esiti sperimentali, doveva avere una carica centrale positiva praticamente puntiforme e molto massiva. Ci implicava che gli elettroni orbitassero stabilmente attorno a questa carica. Questa rappresentazione non era teoricamente ammissibile. Si decise allora di buttare via il modello? No, si decise di cambiare le leggi fondamentali della meccanica e dellelettrodinamica! I modelli possono dunque giocare un ruolo di grande importanza. Abbiamo detto che, proprio perch si riferiscono alla struttura di oggetti particolari, i modelli non possono essere ricavati dalle sole leggi teoriche. Per lo stesso motivo, i modelli possono essere sottoposti a controlli sperimentali che risultano pi severi di quelli a cui possono essere sottoposte le teorie. Per questo la conferma di un modello vale certamente di pi della conferma di una teoria. Se il modello appare sufficientemente corroborato dai risultati sperimentali, almeno in alcune sue caratteristiche strutturali, esso pu essere usato per falsificare le stesse teorie su cui era stato basato. Questa fu loperazione che Bohr mise in atto nel 1913.

Cio di accesso a nuove conoscenze. Teoriche, in questo caso

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8.3 Antefatto: Max Planck e la quantizzazione dellenergia


Nel 1889 Planck rese nota unipotesi derivante da osservazioni sperimentali cui la fisica classica forniva una spiegazione assurda. I calcoli portavano infatti un risultato tendente allinfinito per la somma delle energie emesse dal cosiddetto corpo nero3, quando i valori energetici considerati erano palesemente finiti. Planck, per ovviare a ci, suppose che gli scambi di energia nei fenomeni di emissione e di assorbimento delle radiazioni elettromagnetiche avvengono in forma discreta: proporzionale alla loro frequenza di oscillazione, secondo una costante universale: h o

h [si legge: acca tagliato], a seconda dei conti che si debbono fare, non gi in forma 2

continua, come sosteneva la teoria elettromagnetica classica.. La luce emessa da un corpo nero viene detta radiazione del corpo nero e la densit di energia irradiata spettro di corpo nero.

La differenza tra lo spettro di un oggetto e quello di un corpo nero ideale permette di individuare la composizione chimica di tale oggetto.

8.4 Breve storia (interrotta) dei modelli atomici: salta la continuit


Da: Marco Giliberti Ricercatore presso lUniversit degli Studi di Milano
Nei primi anni del Novecento, lavvenuta dimostrazione dellesistenza di particelle subatomiche, i cosiddetti elettroni, di massa molto inferiore a quella di un atomo di idrogeno (lelemento pi semplice), spinge la ricerca a costruire un modello della struttura dellatomo, capace di dar conto dei diversi aspetti dellevidenza sperimentale che si erano andati accumulando nei decenni precedenti. La costruzione di un modello dellatomo rivolta a stabilire quale configurazione possa avere il sistema di cariche positive e negative che forma un atomo neutro. Alcune propriet degli atomi erano note: gli atomi contengono elettroni; sono normalmente stabili; emettono e assorbono radiazione elettromagnetica sotto forma di spettri discreti; sono elettricamente neutri. Queste propriet spinsero a chiedersi come sono distribuite le cariche negative e positive allinterno dellatomo, in modo da poterne spiegare la stabilit meccanica4. Le congetture principali erano due: 1. una considerava latomo dotato di un nucleo positivo (Nagaoka 1904), 2. laltra considerava una carica positiva uniformemente distribuita su tutto latomo (Thomson 1904). I modelli a nucleo erano difficilmente sostenibili per due motivi: - gli elettroni ruotanti avrebbero dovuto perdere energia emettendo onde elettromagnetiche (le leggi dellelettromagnetismo classico impongono che una carica accelerata debba emettere onde elettromagnetiche, cio irraggiare) e, quindi, precipitare sul nucleo (con semplici calcoli si pu mostrare che ci dovrebbe avvenire in un tempo
3 In fisica un corpo nero un oggetto che assorbe tutta la radiazione elettromagnetica incidente (e quindi non ne riflette). Nonostante il nome, il corpo nero irradia comunque, e deve il suo nome solo all'assenza di riflessione. Lo spettro (intensit della radiazione emessa ad ogni lunghezza d'onda) di un corpo nero caratteristico, e dipende unicamente dalla sua temperatura 4 gli atomi e le molecole, anche dopo essere stati sottoposti a violente perturbazioni, conservano sempre le stesse caratteristiche strutturali: lo spettro della radiazione emessa da ciascun elemento chimico sempre lo stesso; tale spettro legato direttamente alla configurazione interna degli atomi e delle molecole di quell elemento: equivale quindi alle sue impronte digitali. Esiste un sistema fisico classico che preserva le sue caratteristiche dinamiche e strutturali, indipendentemente dalle condizioni iniziali e dalle perturbazione cui soggetto?

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dellordine dei 10-10s e che in tale tempo latomo dovrebbe irraggiare unenergia dellordine di 1 MeV5! - inoltre non era nota alcuna fenomenologia che avesse bisogno dellipotesi di nucleo atomico per essere spiegata.

8.4.1 Il modello di Thomson


I modelli a carica positiva distribuita erano quindi pi gettonati; in particolare lo era il modello di Thomson che si basava sullassunto che la carica fosse distribuita nel modo pi semplice dal punto di vista matematico. [Phil. Mag., VII 237 (1904)]. Nel modello di Thomson gli elettroni erano disposti (in condizioni di equilibrio) ai vertici di poligoni regolari, poggiati su circonferenze, interne e concentriche ad una sfera con densit uniforme di carica positiva, in modo che le forze elettriche fossero bilanciate dalla disposizione delle cariche e dal moto circolare degli elettroni. Per quanto riguarda la stabilit radiativa Larmor [Phil. Mag., XLVI 237, (1904)] aveva gi osservato che Quando il vettore somma delle accelerazioni di n elettroni costantemente nullo (cio le velocit sono distribuite in modo simmetrico e si elidono luna con laltra), non vi radiazione o ve ne sar molto poca e pertanto questo moto sar permanente [perch se non irraggia non precipita nel nucleo]. La simmetria del modello di Thomson garantisce quindi la stabilit dellatomo. Osserviamo che il suo modello noto come modello plum pudding, in Italia come modello a panettone; riteniamo che questa terminologia, sebbene certamente evocativa, sia abbastanza fuorviante; infatti il modello di Thomson ha una struttura matematica molto precisa (che limmagine da me proposta non riesce a rendere: non ve n una facilmente reperibile in internet!) e per nulla casuale e riesce a rendere conto di alcuni fatti fisici importanti. Lidea del panettone con luvetta a rappresentare gli elettroni disposti casualmente certamente molto distante da questo modello.

8.4.2 Latomo di Rutherford


Dopo alcuni anni il modello di Thomson fu per abbandonato, a causa di evidenti prove sperimentali a favore di una struttura nucleare dellatomo. Infatti in una serie di famosissimi esperimenti sullo scattering (deviazione) di particelle alfa da parte di target (bersagli) sottili, Geiger e Marsden, mostrarono che il modello di Thomson non poteva spiegare i dati osservati. Nel 1911 nacque cos il (che interpreta i dati termini di meccanica considerare latomo come con il nucleo centrale ed un ruotano intorno trattenuti cos come i pianeti ruotano all'attrazione gravitazionale. elettroni negativi carica positiva del nucleo;
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famoso modello di Rutherford sperimentali interamente in classica): Rutherford propone di un sistema solare in miniatura certo numero di elettroni che gli dal l'attrazione coulombiana, intorno al Sole, sottoposti Alla periferia dell'atomo, questi neutralizzano l'effetto della cos che, complessivamente,

Un elettronvolt (simbolo eV) l'energia acquistata da un elettrone libero quando passa attraverso una differenza di potenziale elettrico di 1 volt. Sono molto usati i suoi multipli keV (kilo-eV, ossia 1000 elettronvolt) , MeV (mega-eV, cio un milione di elettronvolt) e GeV (giga-eV, cio un miliardo di elettronvolt)

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l'atomo neutro . Questo significa che il nucleo ha un numero di cariche elementari positive uguale al numero degli elettroni Rutherford non si preoccup della stabilit radiativa del modello; infatti riportiamo qui le sue parole: La questione della stabilit dellatomo proposto non ha bisogno di essere considerata a questo stadio, perch essa dipender ovviamente dalla struttura minuta dellatomo, e dal moto delle sua parti cariche costitutive [Phil. Mag. XXI 669 (1911)]. In altre parole: non importa se il modello di Thomson ha tanti pregi e quello nucleare non sta i piedi per motivi teorici: latomo ha un nucleo. E cos il modello di Thomson viene spazzato via dagli esperimenti di Geiger e Marsden e dallinterpretazione datane da Rutherford che, infatti, nel suo articolo si dilunga a spiegare che il modello di Thomson non pu spiegare i dati sperimentali. Si afferma definitivamente il modello di atomo nucleare.

8.4.3 Il modello atomico di Bohr


Bohr si serve dellipotesi di Planck per risolvere il problema sulla stabilit radiativa lasciato in sospeso da Rutherford. Il suo modello di atomo si fonda su quattro postulati: 1. Un elettrone in un atomo si muove su orbite circolari attorno al nucleo, sotto linfluenza dellattrazione coulombiana, obbedendo alle leggi della meccanica classica. 2. Al contrario di quanto avviene in meccanica classica non tutte le orbite sono possibili. Un elettrone pu muoversi solo su unorbita per la quale il momento angolare6 L sia un multiplo intero di . Tali orbite sono dette stati stazionari. 3. Un elettrone che si muove su unorbita permessa non irraggia energia elettromagnetica. 4. Latomo emette radiazione elettromagnetica solo quando lelettrone passa da unorbita con energia totale Ei ad unorbita con energia totale Ef. In tal caso la frequenza della radiazione emessa :

Ei E f h

A commento di queste ipotesi, dopo aver osservato le difficolt della fisica classica a spiegare la stabilit di un atomo nucleare, Bohr sottolinea: Il risultato della discussione di questi problemi sembra essere il riconoscimento generale dellinadeguatezza dellelettrodinamica classica nel descrivere il comportamento di sistemi di dimensioni atomiche. Qualunque modifica ci possa essere nelle leggi del moto degli elettroni, sembra necessario introdurre nelle leggi in questione una quantit estranea allelettrodinamica classica, cio la costante di Planck [Si assume] che lequilibrio dinamico del sistema negli stati stazionari possa essere discusso con laiuto della meccanica ordinaria, mentre la transizione dei sistemi tra stati stazionari diversi non pu essere trattata sulle stesse basi. [Phil. Mag., XXVI, 1 (1913)]. Con queste ipotesi Bohr ricav subito i valori rn ed En dei raggi e delle energie associati alle orbite permesse. Vi risparmio formule che fatichereste a comprendere. Le giustificazioni ai postulati di Bohr possono essere trovate solo confrontando le predizioni che si ricavano dal modello con i risultati sperimentali. I successi furono molti. Tale modello riesce a:

6 Il momento angolare polare o momento della quantit di moto rispetto ad una determinata origine (detta anche polo) definito come il prodotto vettoriale tra il vettore posizione (rispetto alla stessa origine) e il vettore

quantit di moto:

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1. Ricondurre a grandezze note la costante di Rydberg per lidrogeno7 (gi precedentemente determinata sperimentalmente dalla misura dei termini spettroscopici), 2. a determinare il valore corretto dellenergia di ionizzazione dellidrogeno, 3. a determinare correttamente le dimensioni atomiche (basta porre n=1 e Z=1 nella formula dei raggi permessi per ottenere che le dimensioni dellatomo di idrogeno nello stato fondamentale), 4. a spiegare la serie di Balmer (si tratta della configurazione delle righe dello spettro dellidrogeno) e, soprattutto, 5. a predire ( un aspetto molto importante in fisica la capacit predittiva di un modello o di una teoria) le serie (non ancora osservate sperimentalmente allepoca della sua formulazione) di Lyman, Brackett e Pfund; 6. a predire lo spettro dellelio 7. spiegare leffetto isotopico e cio la piccola differenza che si nota negli spettri di isotopi differenti dello stesso elemento. Per di pi, nel 1914, Frank e Hertz diedero una conferma sperimentale della validit dellidea di Bohr, della discretizzazione dei livelli energetici negli atomi, e della regola per la determinazione della frequenza delle righe emesse dagli atomi eccitati. Tutto ci rese il modello di Bohr sempre pi popolare e universalmente noto.

8.4.4 Molte questioni, rimasero, per non chiarite.


1. Il modello , infatti, incompleto, in quanto si applica solo ad atomi idrogenoidi (cio con un solo elettrone); 2. Anche per tali atomi, pur fornendo le corrette frequenze delle righe spettrali, il modello di Bohr non fornisce alcun modo per calcolarne lintensit (e ci collegato al fatto che non riesce a dare risposta alle domande riguardanti la probabilit che un elettrone salti da unorbita allaltra). 3. Unanalisi spettroscopica raffinata mostra che la maggior parte delle righe spettrali risulta costituita da pi componenti vicine, presenta, cio, una struttura fine che il modello non in grado di spiegare. 4. Il modello di Bohr fornisce una stima errata del momento angolare L dellelettrone nello stato fondamentale (cio quello di minima energia) dellatomo di idrogeno; infatti per il secondo postulato, L dovrebbe valere , mentre gli esperimenti forniscono chiaramente L=0. Pertanto, contrariamente allipotesi di Bohr, lelettrone nello stato fondamentale non pu ruotare. 5. Il modello costruisce un atomo bidimensionale!... 6. I postulati di Bohr non possiedono una convincente motivazione n teorica n empirica. Risposta a tali questioni si ebbe solo rinunciando definitivamente alla fisica classica in favore di una trattazione nuova: la fisica quantistica, della quale la fisica classica risultava un caso particolare. Ma approfondiamo, per oggi, laspetto della quantizzazione completando la trattazione di un argomento che abbiamo gi cominciato ad affrontare: la luce (e che voi credevate concluso).

8.5 Leffetto fotoelettrico e i quanti di luce


Einstein, ibidem, pag. 241: Facciamo cadere su una lastra metallica luce omogenea violetta che, come sappiamo, luce di una determinata lunghezza donda. La luce espelle dal metallo degli elettroni che si allontanano in gruppo, tutti con una stessa velocit ben definita. Dal
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E una costante che permette di calcolare la disposizione delle righe di uno spettro e anche i livelli di energia

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punto di vista della conservazione dellenergia possiamo dire: lenergia della luce si parzialmente trasformata nellenergia cinetica degli elettroni espulsi. LA tecnica sperimentale moderna ci pone in grado dindividuare questi proietti, come anche di determinarne la velocit e pertanto lenergia. Lestrazione degli elettroni per mezzo di luce incidente sui metalli porta il nome di effetto fotoelettrico. Se la nostra congettura giusta, cio se la velocit di fuga degli elettroni proporzionale allenergia della luce incidente, aumentando lintensit della luce, quindi la sua energia, dovrebbe aumentare la velocit di fuga degli elettroni. Ma lesperimento smentisce le nostre previsioni: aumentando lintensit della luce aumenta il numero di elettroni espulsi dal metallo ma hanno la stessa velocit di fuga di quelli espulsi dalla luce ad intensit minoreQuesto risultato in contraddizione con la teoria ondulatoria della luce Dovremo cambiarla di nuovo? E in che modo? Proviamo a tornare sulla strada vecchia ma rinnovandola con conoscenze nuove. Einstein ibidem, pag 243 Allepoca di Newton il concetto di energia non esisteva: secondo lui i corpuscoli luminosi erano imponderabili ancorch avessero carattere sostanziale e che questo [carattere sostanziale] fosse diverso per ogni colore. Posteriormente, quando venne creato il concetto di energia e si riconobbe che la luce era un veicolo di energia, nessuno pens ad applicare tali vedute alla teoria corpuscolare della luce: la teoria di Newton era morta e fino allinizio del nostro secolo si ritenuto che non potesse resuscitare. Per valerci dellidea di Newton dobbiamo figurarci che la luce omogenea si componga non gi di corpuscoli bens di grani di energia, ossia di quanti di luce che chiameremo fotoni: piccolissime particelle di energia che attraversano lo spazio vuoto con la velocit della luce. Vediamo come la quantizzazione della luce renda conto delleffetto fotoelettrico (e di altri esperimenti come, ad esempio, leffetto Compton) Un getto di fotoni colpisce una lastra metallica. Linterazione fra radiazione e materia consiste in tal caso in una moltitudine di singoli processi, per cui un fotone percuote un atomo divellendone un elettrone. Questi singoli processi sono tutti identici e perci tutti gli elettroni divelti devono avere la stessa energia. E altres chiaro che accrescere lintensit della luce significa accrescere il numero dei proiettili fotonici. In tal caso avverr che un maggior numero di elettroni sar espulso dalla lastra metallica, senza che lenergia di nessuno di essi si differenzia da quella degli altri. Vediamo dunque che la teoria in perfetto accordo con lesperienza. Cosa succeder se un fascio di luce omogenea di un altro colore, ad esempio il rosso, invece del violetto, colpisce la superficie metallica? Affidiamo la risposta allesperimento: misuriamo lenergia degli elettroni espulsi, comparandola a quella degli elettroni divelti dalla luce violetta. Lenergia dellelettrone espulso dalla luce rossa risulta inferiore allenergia dellelettrone emesso allorch la luce violetta. Ci significa che lenergia dei quanti di luce differisce secondo i colori, cio secondo la frequenza (o la lunghezza donda: come preferisci). In particolare: lenergia dei quanti di luce direttamente proporzionale alla frequenza (e inversamente proporzionale alla lunghezza donda). Ti mostro il filmato fotoni del PSSC per darti ulteriori elementi che possano convincerti

8.6 Visione del filmato PSSC: i fotoni


Ma le stranezze non sono finite: infatti un altro esperimento di cui ti mostro ora il filmato mostra un aspetto simmetrico rispetto al considerare caratteristiche corpuscolari nellinterazione della luce con gli elettroni: la propagazione degli elettroni stessi, infatti, avviene con modalit ondulatorie. Peggio: il singolo elettrone si propaga con modalit ondulatorie. Infatti nel filmato vedrai come il singolo elettrone interferisca con gli altri elettroni producendo la caratteristica figura di diffrazione che abbiamo attribuito alle onde: Visione filmato del CNR esperimento della doppia fenditura di Young applicata allinterferenza dei singoli elettroni

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8.7 Propagazione ondulatoria e interazione corpuscolare


Senza modelli non si potrebbe proporre nessuna teoria scientifica, lunica accortezza di non affezionarsi troppo al modello: non confondere il modello con il fenomeno che rappresenta (del quale, in ultima istanza, non avremo mai una conoscenza oggettiva! Soprattutto inutile, perch attraverso il modello descrivo solo, ci che ritengo utile e importante; tralasciando cio che ritengo inessenziale). Pensa ad esempio al modello grafico pi elementare di essere umano: s il/la classico omino/donnina che trovi nei cartelli sullautobus, per esempio. In quei contesti espleta alla perfezione la sua funzione: ma se il tuo scopo fosse rappresentare la fisionomia del corpo dovresti utilizzare un modello completamente diverso: molto pi dettagliato, per esempio. Esagero. Se ti chiedessi di dirmi chi sei, tu non mi sapresti rispondere che genericamente. E se chiedessi a diverse persone di te, probabilmente avrei da ciascuna dettagli differenti. Forse persino contraddittori Eppure tu esisti, no? Eccome Ebbene gli esperimenti a nostra disposizione ci dicono che il modello migliore che abbiamo per la materia, in ultima istanza, il modello di CAMPO. Tale modello prevede che, la propagazione (cio ogni moto nello spaziotempo), avvenga con modalit ondulatoria, cio dando origine, nelle rilevazioni degli stessi, ai fenomeni tipici delle onde: interferenza e diffrazione principalmente; e che linterazione avvenga con modalit corpuscolari: cio seguendo le leggi degli urti: la conservazione della quantit di moto, in ultima istanza. La prossima volta vedremo quali conseguenze ha sulle nostre possibilit di conoscenza di un fenomeno, quindi sulloperazione di misura, questa componente ondulatoria.

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9 Verso lelettrodinamica quantistica


9.1 Premessa di Marco Giliberti
Dalla fine degli anni 80 del secolo scorso il gruppo di ricerca in didattica della Fisica dellUniversit degli Studi di Milano si occupato principalmente di didattica della fisica moderna. Per quanto riguarda la fisica quantistica esso ha sviluppato (e sta ancora sviluppando) un progetto denominato Quanta-Mi. Come introduzione alle idee che hanno dato luogo, appunto a Quanta-Mi, riassumiamo qui alcune tappe fondamentali che hanno portato allattuale visione quantistica del mondo e alla costruzione della migliore teoria quantistica che abbiamo: lelettrodinamica quantistica.

9.2 Finora in Fisica Classica


Verso la fine del 1800 la fisica era fondata su due rappresentazioni distinte della realt: 1. quella di materia, composta di molecole o comunque di particelle discrete; 2. e quella dei campi di forze continui, come il campo elettromagnetico o il campo gravitazionale. Alcune precise equazioni differenziali, come le equazioni di Newton o quelle di Maxwell governavano la dinamica di materia e radiazione e descrivevano le loro interazioni. Questa dicotomia tra le due rappresentazioni, una data in termini di particelle e laltra in termini di campi, le prime dotate di un numero finito di gradi di libert, i secondi dotati, invece, di un numero infinito di gradi di libert, il motivo principale della profonda crisi che era destinata a subire la fisica classica tra la fine del 1800 e linizio del 1900.

9.3 Corpo nero ed effetto fotoelettrico


Dal punto di vista storico il problema emerse con tutta chiarezza a proposito dello spettro della radiazione emessa da un corpo nero; il modello classico di Rayleigh e Jeans prevedeva, infatti, la cosiddetta catastrofe ultravioletta, cio che, nel caso di equilibrio termodinamico di un campo elettromagnetico contenuto in una cavit finita, lenergia del campo divergesse (tendesse a infinito) al crescere della frequenza. Questa previsione non solo era in contrasto con i dati sperimentali ma mostrava anche unintrinseca inconsistenza del modello; cio non solo il modello non era corretto perch non rappresentava i dati sperimentali ma metteva in luce quella che poteva essere (e in realt ) uninconsistenza intrinseca della teoria. La soluzione al problema della spiegazione dello spettro del corpo nero fu trovata da Planck nel 1900. Egli ipotizz che lenergia dei modi normali del campo elettromagnetico nella cavit potesse assumere solo valori discreti proporzionali al valore della frequenza di ogni modo: En=nh. h la costante di proporzionalit (o di Planck) e vale circa 6,6 10 34 J s

Importante sapere che a volte se ne utilizza una variante (si legge acca tagliato): h

h 2

Altri fatti sperimentali misero in crisi la concezione classica della radiazione: tipicamente le leggi delleffetto fotoelettrico, che, per essere spiegate, necessitavano anchesse dellidea che le interazioni del campo elettromagnetico con la materia fossero date per mezzo di fotoni. E con Einstein che lidea di quanto di luce cambia status: dalla quantizzazione dei modi normali di Planck egli passa allidea dei quanti come grumi di energia. Scrive infatti Einstein nel suo lavoro del 1905 sulleffetto fotoelettrico: le osservazioni vengono facilmente

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comprese se ci si rif allidea che lenergia della luce sia distribuita nello spazio con discontinuit [A. Einstein, Annalen der Physik, XVII a, 132 (1905)] . Col tempo si cominci a dire che la radiazione elettromagnetica viene trasportata da quanti di energia h (ma interessante notare che soltanto 26 anni dopo il lavoro di Planck, nel 1926, questi quanti ricevettero un nome: Lewis li chiam: fotoni).

9.5 Ancora il problema della struttura dellatomo


La scorsa lezione abbiamo visto come la fisica classica si riveli incapace anche di spiegare la struttura dellatomo. In particolare gli spettri della luce emessa dagli elementi pongono problemi di difficile (se non impossibile) interpretazione allinterno della teoria classica. Abbiamo gi passato in esame i modelli di atomo fino a quello di Bohr. Proviamo ad andare avanti un altro po e vediamo che altre novit vengono introdotte.

9.5.1 La quantizzazione alla Sommerfeld


nel 1913 A. Sommerfeld applica la teoria della relativit al moto dell'elettrone ed introduce ulteriori quantizzazioni, oltre quella dei livelli energetici: le orbite elettroniche sono ellittiche con eccentricit determinate e non qualunque (quantizzazione delle eccentricit: immagine a sinistra); considerate le orbite su di un piano nello spazio, come devono, non tutti i piani possibili passanti per il nucleo possono contenere orbite, ma solo determinati (quantizzazione spaziale: immagine a destra). Con queste correzioni ogni spettro sperimentale ben spiegato dalla teoria (ricordate che latomo di Bohr spiegava solamente lo spettro dellidrogeno)

9.5.2 Leffetto Compton


Dobbiamo aspettare il 1923 per avere la prova sperimentale che il quanto di energia elettromagnetica [il fotone] trasporta anche quantit di moto (questo potrebbe spiegare perch si dovuto aspettare il 1926 perch avesse un nome). Come scrive, infatti, Compton nellarticolo che spiega leffetto che da lui prende il nome: essa implicalipotesi che i quanti di radiazione provengono da direzioni definite e sono deviati su direzioni definite. Il supporto sperimentale della teoria indica, in maniera molto convincente, che un quanto di radiazione porta con s una quantit di moto dotata di direzione, cos come porta con s dellenergia. [A. Compton, Phys Rev. XXI, 483 (1923)]. L'esperimento di Compton consiste nell'inviare un fascio di raggi X (oppure gamma) su un bersaglio e nell'osservarne la diffusione. Il fisico statunitense constat che radiazione di alta frequenza (fra gli 0,5 ed i 3,5 MeV) che attraversa il bersaglio subisce un aumento di lunghezza d'onda, ossia vira verso il rosso (secondo l'ipotesi dei quanti di luce di Einstein, che poneva lenergia in proporzionalit diretta con la frequenza, perde energia), in misura diversa a seconda dell'angolo di cui viene deflessa la direzione di propagazione. Questo effetto pu essere spiegato semplicemente se si pensa ai fotoni come a particelle che urtano elasticamente contro gli elettroni presenti negli atomi, cedendo loro energia.

9.5.3 Le onde di De Broglie


Un cambiamento di prospettiva si ebbe con De Broglie (1924) che propose una soluzione per limitare la dicotomia tra particelle e campi. La descrizione che d Marco Giliberti della proposta di De Broglie matematicamente troppo complessa quindi, trattandosi di una proposta antecedente gli anni 40, anni in cui si affaccia la teoria cui il prof. Giliberti si

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riferisce, possiamo chiedere aiuto al solito ottimo Einstein che ha il dono della semplicit! Riprenderemo la trattazione del Prof Giliberti in conclusione di lezione. Einstein ibidem pag. 252. Come possiamo interpretare il fatto che soltanto alcune caratteristiche lunghezze donda appaiono negli spettri degli elementi? In fisica avvenuto pi volte che progressi essenziali potessero realizzarsi seguendo coerentemente unanalogia fra fenomeni in apparenza estranei. Ma se facile trovare analogie superficiali, che in realt mancano di significato, non lo invece scoprire qualche comune tratto fondamentale, nascosto dietro apparenze esterne contrastanti, e costruire su questa base una nuova teoria che si imponga. Questo s che veramente lavoro creativo! Lo sviluppo della cosiddetta meccanica ondulatoria creata da De Broglie e da Schrdinger lesempio tipico dellaffermarsi di una brillante teoria imperniata sua una profonda e fortunata analogia. Prenderemo le mosse da un esperimento classico che non ha nulla a che fare con la fisica moderna. Impugniamo lestremit di un lunghissimo tubo di gomma, o di una corda, o di una slinky, e cominciamo a muoverla/o ritmicamente su e gi, ad imprimerle/gli cio un movimento oscillatorio. Questa oscillazione, come abbiamo potuto gi constatare, crea unonda che si propaga lungo il tubo con una certa velocit. Se immaginiamo che la lunghezza del tubo sia infinita le singole onde, una volta create, proseguiranno il loro infinito viaggio senza interferenza (in tutti i sensi!). Nel disegno un'onda generica ad un certo istante (in blu) e ad un istante successivo (in rosso) MA se fissiamo le due estremit del mezzo di propagazione dellonda, come per esempio accade negli strumenti a corda: fissiamo lattenzione su una corda di un violino o su un monocordo1. Cosa avviene ora se ad una delle estremit della corda viene creata unonda (per esempio mediante un archetto)? Londa inizia il suo percorso come nellesempio precedente ma viene riflessa dallaltra estremit fissa. Abbiamo cos due onde: una creata dalloscillazione, laltra dalla riflessione, le quali camminano in senso opposto e interferiscono luna con laltra. Non difficile determinare linterferenza (cio il risultato della somma) delle due onde e identificare londa risultante dalla loro sovrapposizione: la cosiddetta onda stazionaria ( I due termini onda e stazionaria sembrano contraddirsi lun laltro il perch di questo nome evidente osservando lottima animazione proposta nella pagina web: http://www.soloclassica.it/ondestazionarie.htm). Il moto pi semplice di onda stazionaria il moto di una corda fissa alle due estremit pizzicata al suo centro: si limiter ad andare su e gi come mostra il disegno a fianco (primo caso in alto). La caratteristica di questo moto che soltanto i due punti terminali (i cosiddetti nodi) sono a riposo. Mentre londa staziona fra i due nodi tutti i punti della corda, esclusi i nodi, raggiungono simultaneamente i massimi (o i minimi) della loro deviazione dalla posizione di equilibrio: ciascun punto effettua oscillazioni sempre della stessa ampiezza e di unampiezza leggermente minore/maggiore del punto vicino, di modo che, nel complesso, la corda raggiunge la configurazione in disegno. Nellistante successivo, tutti i
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S trumento da laboratorio inventato forse da Pitagora e in ogni modo certamente esistente ai suoi tempi. Il Monocordo consisteva in una sola corda di budello o di metallo tesa fra 2 ponti appoggiati su di una cassa armonica . Un terzo ponte divideva la corda in vari segmenti che costituivano la scala diatonica. Tali strumenti furono usati per tutto il Basso Medioevo per linsegnamento della musica e per accompagnare il canto.

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punti della corda, esclusi i nodi, raggiungono simultaneamente i minimi (o i massimi) dallaltra parte. Loscillazione supponiamo avvenga nella direzione alto/basso: i massimi saranno i punti disposti nella parte alto e i minimi quelli disposti nella parte basso. Questa la variet pi semplice di onda stazionaria: ve ne sono altre: nel disegno sono rappresentate onde con 3 e con 4 nodi. La porzione di curva racchiusa fra due nodi si comporta come descritto sopra; mentre una porzione di corda si trova nei punti di massimo, la porzione vicina si trova nei punti di minimo e cos via In ogni modo la lunghezza donda (distanza fra due creste, o fra il primo zero e il terzo) dipende dalla lunghezza l della corda e dal numero dei nodi: nel primo caso =2l, nel secondo =l nel terzo caso a =

2 2l (puoi verificarlo con i casi considerati) l in generale : 3 n


un numero intero, cos le lunghezze donda

Come il numero dei nodi pu essere solo consentite varieranno in modo discontinuo.

In questa discontinuit ritroviamo caratteristiche essenziali della fisica quantistica Ed ecco qui lanalogia (duplice): Londa stazionaria prodotta da un violinista assai pi complicata di quella analizzata, essendo una mescolanza di lunghezze donda diverse, ma la fisica in grado, partendo da unonda complessa, di scomporla nelle sue componenti elementari. Ricorrendo alla terminologia usata precedentemente potremo dire che la nostra corda oscillante ha un suo spettro dato dalle frequenze di queste onde componenti. Allo stesso modo di un elemento chimico che emette radiazioni. E come per lo spettro di un elemento cos anche per una corda oscillante soltanto alcune lunghezze donda sono consentite, tutte le altre essendo interdette. E come per lo spettro di un elemento anche lo spettro della corda di violino corrisponde esattamente al suono cui corrisponde e a nessun altro! Abbiamo dunque scoperto qualche somiglianza fra la corda oscillante e lelemento chimico che emette radiazioni. Per quanto strana possa apparire lanalogia, proviamo a trarne alcune conclusioni e a spingere pi oltre il confronto che abbiamo ritenuto di poter azzardare. Eravamo rimasti ad un modello di atomo di tipo planetario in cui gli elettroni, che potevano assumere solo determinati livelli energetici, ruotavano attorno ad un nucleo pesante. Lipotesi di De Broglie la seguente (ricordate che stiamo seguendo una trattazione semplificata): un tale sistema di particelle si comporta come un piccolo strumento acustico nel quale si producano onde stazionarie: ciascun orbita costituisce una corda e ciascun elettrone unonda stazionaria! Le orbite stazionarie diventano cos quelle che contengono onde stazionarie (e questo davvero un primo passo verso la comprensione della struttura dellatomo) Che rimpallo continuo! Prima abbiamo visto che la luce (nel propagarsi) presenta un carattere ondulatorio, poi che vi sono fenomeni (dinterazione) in cui rivela natura corpuscolare. Ora ci troviamo nel caso opposto: ceravamo assuefatti a considerare gli elettroni come corpuscoli e ora dovremmo ammettere che essi possono comportarsi come (dicitura che pu portare a misconcetti, attente/i!) onde Per poter accettare unipotesti del genere dovremmo avere il supporto di un esperimento cruciale. In questo caso lavete gi visto: gli elettroni, pur inviati uno alla volta, a passare in una zona in cui siano presenti sue fenditure (in questo caso sono due ostacoli ma il risultato non cambia) presentano un comportamento peculiare dei fenomeni ondulatori: diffrangono e

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interferiscono! Questesperimento fu realizzato gi ai tempi di EinsteinNel 1927, quattro anni dopo loriginaria proposta di De Broglie, Davisson e Germer mostrarono direttamente e sperimentalmente gli effetti ondulatori connessi alle particelle materiali in un esperimento di interferenza prodotto dallo scattering di elettroni da cristalli Vi sono altri tipi di prove, che passano per una matematica non banale e per lutilizzo delle trasformazioni di Lorentz, che permettono di asserire lipotesi di De Broglie coerente con i dati in nostro possesso e con la teoria circostante.

9.5.4 Onde di probabilit


Einstein, ibidem, pag. 259: Ricordiamo che in base alle leggi della meccanica classica, ove si conoscano posizione e velocit di un punto materiale e inoltre le forze agenti su di esso, possibile [conoscerne il passato e] predirne il percorso futuro. In meccanica classica laffermazione in un determinato istante il punto materiale possiede posizione e velocit determinate ha un significato preciso. Se questa affermazione venisse a perdere il proprio significato cadrebbe anche il ragionamento inerente la predizione del futuro del punto stesso. Al principio del XIX secolo gli scienziati tendevano a ridurre tutta la fisica a forze semplici agenti su particelle materiali dotate ad ogni istante, di posizione e velocit determinate. Ricordiamo come abbiamo presentato il moto, discutendo di meccanica allinizio del nostro viaggio nel regno dei problemi fisici. Su una traiettoria data abbiamo segnato dei punti corrispondenti alle esatte posizioni del corpo in taluni istanti, dopo di che abbiamo tracciato dei vettori tangenti indicanti direzione e grandezza della velocit. Ci altrettanto semplice quanto convincente. Non per possibile valerci dello stesso procedimento per i quanti elementari di materia o elettroni o per i quanti di energia o fotoni. Non possiamo rappresentare il percorso di un fotone o di un elettrone allo stesso modo con il quale raffiguriamo il moto in fisica classica. Lesperimento di interferenza degli elettroni lo prova chiaramente: come fanno gli elettroni mandati ad uno ad uno a posizionarsi secondo il disegno delle frange dinterferenza che avete visto nel filmato? Che traiettoria hanno seguito? Che ne sanno gli elettroni successivi che gli elettroni precedenti hanno seguito o meno una certa traiettoria? Tentiamo dunque unaltra via. Immaginiamo di ripetere molte volte lo stesso procedimento elementare: uno dopo laltro degli elettroni vengono lanciati in direzione dei forellini. La ripetizione dellesperimento si verifica sempre nelle stesse condizioni: tutti gli elettroni hanno la stessa velocit e sono tutti diretti verso i forellini. Lunico modo per trattare questa situazione un metodo statistico. Con un tal metodo non avr pi senso chiedersi: qual la velocit di ogni particella in un dato istante? Per conto lecito domandare: quante stimiamo essere le particelle aventi una velocit compresa fra trecento e trecentotrenta metri al secondo? Dobbiamo insomma disinteressarci degli individui, cercando invece di calcolare i valori medi caratterizzanti lintero aggregato. Applicando il metodo statistico non possiamo predire lesatto comportamento di un individuo facente parte di una moltitudine. Possiamo soltanto predire la probabilit che esso si comporti in un determinato modo. Se le statistiche ci dicono che un terzo delle particelle gassose possiede velocit comprese fra 300 e 330 metri al secondo ci significa che ripetendo le nostre osservazioni su molte particelle otterremo realmente tale media, altrimenti detto che la probabilit di trovare una particella la cui velocit sia compresa entro suddetti limiti uguale ad un terzo. In un primo momento, alla domanda su come conciliare gli esperimenti che attribuivano sia caratteristiche ondulatorie sia caratteristiche particellari a fotoni e elettroni, si rispose che non di onde vere e proprie si tratta va ma di onde di probabilit. A me questipotesi non convince per niente. Tale ipotesi conduceva, comunque, a previsioni e calcoli corretti grazie al contributo di Schrdinger (fisico e matematico austriaco: 1887-1961) che tratt

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matematicamente le onde di De Broglie nell equazione che porta il suo nome e che riporto per mera curiosit e per mostrarvi come la matematica cresca di difficolt:

Schrdinger propose appunto che lelettrone non fosse una particella che seguiva delle orbite, seppur ondulatorie, intorno ad un nucleo, ma piuttosto nuvole di probabilit intorno al nucleo stesso. Lequazione di Schrdinger non relativistica il che pu sembrare strano, infatti gi De Broglie aveva ricavato le sue relazioni imponendo linvarianza per trasformazioni di Lorentz di alcune caratteristiche dellonda; per di pi i fotoni, essendo quanti di luce, hanno massa zero e non ammettono una descrizione non relativistica e, quindi, non sono descrivili dallequazione di Schrdinger. Il motivo di tale stranezza risiede nel fatto che, tentando di impostare unequazione relativistica, a Schrdinger, in calcoli non tornavano! Il motivo per cui non gli tornavano questi calcoli che non aveva tenuto conto dello spin dellelettrone

9.6 Il principio di indeterminazione


Elementi caratteristici della fisica quantistica sono, oltre alla modellizzazione dei fenomeni fisici in forma discreta e non continua, anche labbandono del determinismo in favore del calcolo delle probabilit e quindi, per esempio, labbandono del concetto di traiettoria e di determinazione delle condizioni iniziali (indispensabile per la risoluzione delle equazioni differenziali, ricordate?). In particolare, immagino abbiate sentito parlare del principio di indeterminazione di Heisemberg: non possibile conoscere simultaneamente posizione e quantit di moto di un dato oggetto con precisione arbitraria, una delle chiavi di volta della meccanica quantistica e venne formulato nel 1927. Il principio di indeterminazione viene a volte spiegato erroneamente, sostenendo che la misura della posizione disturba necessariamente il momento lineare della particella e lo stesso Heisenberg diede inizialmente questa interpretazione. In realt il disturbo non gioca nessun ruolo, in quanto il principio valido anche quando la posizione viene misurata in un sistema e il momento viene misurato in una copia identica del primo sistema. pi accurato dire che in meccanica quantistica le particelle hanno alcune propriet tipiche delle onde, non sono quindi oggetti puntiformi, e non possiedono una ben definita coppia posizionequantit di moto. Si consideri la seguente analogia: supponiamo di avere un segnale che varia nel tempo, come un'onda sonora, e che si vogliano sapere le frequenze esatte che compongono il segnale in un dato momento. Questo risulta essere impossibile: infatti per poter determinare le frequenze accuratamente, necessario campionare il segnale per un intervallo temporale e si perde quindi la precisione sul tempo. (In altre parole, un suono non pu avere sia un tempo preciso, come in un breve impulso, che una frequenza precisa, come in un tono puro continuo). Il tempo e la frequenza dell'onda nel tempo, sono analoghi alla posizione e al momento dell'onda nello spazio. Il principio viene abitualmente reso con la formula

in cui x l'errore sulla posizione e p quello sulla quantit di moto.

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Il principio di indeterminazione di Heisenberg ci porta a lambire un argomento che approfondiremo nella prossima lezione e che costituisce unulteriore cesura con la fisica classica: il concetto di misura. Nelle formulazioni moderne della meccanica quantistica il principio non pi tale ma un teorema facilmente derivabile dai postulati. Cio la meccanica quantistica stata sistematizzata, come gi lo era stata la meccanica newtoniana, in un sistema logico deduttivo. Vi per un grande problema, in parte ancora aperto: infatti i postulati della meccanica quantistica sono postulati matematici che consentono la costruzione di teoremi, a loro volta strumenti di calcolo, mediante i quali si riescono a predire i risultati degli esperimenti e quindi fornire una modellizzazione matematica dei fenomeni corrispondenti. Quel che manca, o almeno oggetto di dispute e contrasti, nella migliore tradizione delle comunit scientifiche, uninterpretazione del significato di tali regole di calcolo, cio una visione del mondo corrispondente: unepistemologia! Vi sembrer assurdo ma cos: i fisici sanno prevedere e riprodurre fenomeni di cui per non hanno ancora trovato una spiegazione condivisa! Vediamo le linee guida di una delle proposte interpretative esistenti:

9.7 Premessa concettuale alla proposta di Milano - Marco Giliberti


Lo scienziato ha una grande esperienza di ignoranza, dubbio, incertezza, e questa esperienza, secondo me basilareDobbiamo riconoscere la nostra ignoranza e lasciare molto spazio per il dubbio - R. Feynman Presupposti Lintroduzione storica della sezione precedente si fermata a considerare gli sviluppi della teoria dei quanti raggiunti negli anni 30-40 del secolo scorso. Da quegli anni fino ad oggi, molti progressi sono stati fatti nella conoscenza della fisica quantistica. Tuttavia, riteniamo che sia poco fondata una presentazione che ponga la meccanica quantistica come teoria di riferimento, in qualche modo come teoria fondamentale; visto che proprio negli anni in cui veniva formulata, se ne cercava il superamento (e proprio da parte degli stessi fisici che la stavano costruendo!) per arrivare ad una teoria completa anche per il campo elettromagnetico. Come abbiamo detto tale teoria esiste nellambito generale della teoria quantistica dei campi, si chiama elettrodinamica quantistica e, nella sua formulazione definitiva risale alla met degli anni 40 del secolo passato. Essa da tutti ritenuta la migliore teoria mai sviluppata dalluomo (a detta del prof. Giliberti: in realt non so se vi siano ancora altre proposte: uno dei grandi pregi della Teoria dei Campi di unificare Meccanica Quantistica e Relativit, e scusate se poco!), anche se negli anni 70 stata inglobata in una teoria pi ampia: il cosiddetto modello standard principalmente dovuto a Glashow, Weinberg e Salam, vincitori del nobel per la fisica nel 1979 "per i loro contributi alla teoria unificata dell'interazione debole ed elettromagnetica tra le particelle elementari che per non ne altera gli aspetti epistemologici fondamentali. Perci noi riteniamo che essa debba essere presa come teoria di riferimento per linsegnamento della fisica quantistica (magari auspicando anche qualche breve excursus nella fisica del modello standard). La meccanica quantistica ladattamento del mondo newtoniano delle particelle puntiformi ai fenomeni quantistici mentre la teoria quantistica dei campi levoluzione della teoria dei Campi Classica per rendere conto della quantizzazione. Loggetto primario di questultima teoria il campo, non le particelle, e gli aspetti statistici e particellari della fisica quantistica sono principalmente concentrati nella descrizione delle

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interazioni. Come dice il fisico Freeman Dyson (1923 Fisico e matematico statunitense di origine britannica) noi siamo campi piuttosto che particelle. Quadro concettuale Gli argomenti presentati in questo corso si inseriscono nel quadro concettuale che viene qui di seguito descritto sommariamente. La descrizione dei sistemi fisici viene data in termini di campo che diventa il concetto chiave. Questo punto di vista forma il dogma centrale della Teoria Quantistica dei campi: la realt fondamentale un insieme di campi tutto il resto derivato come conseguenza (Steven Weinberg2 (fisico statunitense nato nel maggio del 1933). DEF Nella nostra proposta il campo e' semplicemente una regione dello spazio nella quale ad ogni istante di tempo e' possibile attribuire delle propriet punto per punto. Le variazioni di queste propriet (aumento, diminuzione ecc.) si propagano nello spazio all'interno del campo in termini ondulatori. ES1 un campo di temperatura e' una regione dello spazio nella quale e' possibile definire la temperatura punto per punto. Se accendo e spendo una stufetta la temperatura cambia: prima vicino alla stufetta poi pi in l... e cos si crea un'onda di temperatura. ES2 Un campo elettronico e' una zona nella quale e' possibile definire una densit di carica, di massa ecc. con un rapporto carica/massa preciso e fissato. La propagazione del fascio elettronico obbedisce ad una equazione delle onde ma la sua interazione con un rivelatore e' sempre locale (e' quantizzata e diciamo cos che il campo interagisce tramite un elettrone per volta). Nell'esperimento della doppia fenditura e' il campo a incidere contro le due fenditure e ad interferire con se stesso, in modo del tutto simile a come abbiamo visto interferire le onde elettromagnetiche o dellacqua. Sullo schermo, poi si vedono le frange cos che non ci accorgiamo dei singoli elettroni se il fascio e'ad alta intensit mentre invece se e' a bassissima intensit compare un elettrone per volta. La probabilit che il campo interagisca col rivelatore tramite un elettrone in una certa zona poi proporzionale all'intensit' del campo in quella zona... ed ecco come si formano le frange chiare e scure un elettrone per volta... A livello macroscopico i sistemi fisici sono descritti in termini continui per mezzo di campi di pressione, di temperatura, di densit ecc. che soddisfano precise leggi fenomenologiche come quelle della termodinamica e della fluidodinamica. Le interazioni tra questi sistemi, con scambi di quantit di moto, di energia, di momento angolare ecc. vengono descritti per mezzo di altri campi che sono campi di forza, come il campo elettromagnetico e quello gravitazionale. In tale contesto parliamo di continui materiali e di continui dei campi di forza. Se passiamo ad una descrizione pi raffinata dei sistemi fisici, ci accorgiamo che le leggi fenomenologiche si spiegano molto bene in termini di interazioni elementari locali ed universali: eventi nello spazio-tempo nei quali si ha lo scambio quantizzato di alcune grandezze (carica elettrica, massa, momento angolare ecc.).

2 Sue

le seguenti frasi: Lo sforzo di capire l'universo tra le pochissime cose che innalzano la vita umana al di sopra del livello di una farsa, conferendole un po' della dignit di una tragedia. "Osservando la natura, nel passato, l'impressione di essere dinanzi ad un progetto doveva essere enorme. La Terra un luogo cosi' confortevole e piacevole, e tutte le cose funzionano cosi' bene. Tuttavia, man mano che apprendiamo pi

cose sull'universo, esso non sembra pi un luogo cosi amichevole, e noi risultiamo essere i vincitori in una lotteria cosmica.''

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E, infatti, nella dinamica che nasce il concetto di quanto che, a seconda del tipo di interazione considerato, prende nomi differenti: cos si hanno gli atomi, che sono i quanti della chimica, i nucleoni che sono i quanti della fisica nucleare e le particelle elementari che sono i quanti della fisica delle alte energie. Lente centrale della descrizione , ripetiamo, il campo; parlare di quanti solo un modo efficace per descrivere certe caratteristiche della dinamica dei sistemi. In modo pittoresco possiamo dire che i quanti nascono e muoiono nelle interazioni obbedendo a regole che dipendono dalla dinamica del campo di cui essi sono il quanto. Si hanno cos: il fotone, che il quanto del campo elettromagnetico, lelettrone, che il quanto del campo elettronico, il protone, che il quanto del campo protonico, e cos via. Non stupisce, a questo punto, che ci siano degli aspetti statistici, nella descrizione delle interazioni, che sono, per, regolati da leggi generali comuni a tutti i sistemi; di questo tipo sono, per esempio, i principi di conservazione. Per taluni aspetti questa distinzione somiglia a quella sulla natura del calore, che non un fluido che fluisce da un corpo ad un altro ma , in certo senso, solo una modalit di scambio di energia. Nelle interazioni la struttura quantistica diventa evidente, al contrario, per i campi liberi essa nascosta. Questultima , per, una situazione limite ideale; infatti tutti i campi, perch se ne possa fare unanalisi fisica, devono poter interagire e questo significa che devono essere accoppiati tra loro tramite campi di forza. Non tutti i campi hanno, per, lo stesso status epistemologico; alla luce delle nostre conoscenze attuali, infatti, alcuni campi appaiono pi fondamentali o elementari di altri. Per esempio il campo elettromagnetico e il campo elettronico sono campi fondamentali, mentre il campo protonico non lo , nel senso che la dinamica delle interazioni del campo protonico pu essere spiegata in termini di campi di quark e di gluoni; ma la dinamica, diciamo, del campo elettronico, non riducibile, per quanto ne sappiamo ora, a quella di altri campi pi elementari. Sono tali campi elementari che, nella nostra visione del mondo, costituiscono luniverso fisico. E, in un certo senso, tutta levoluzione della fisica si pu rileggere in termini di continue unificazioni di campi che prima erano pensati separati o di riduzioni a campi sempre pi elementari. Abbiamo, cos, una sorta di stratificazione della realt: alla base ci sono i campi fondamentali, linterazione di questi genera materia che, ad un livello di descrizione meno fine ci appare costituire altri campi meno fondamentali, che a loro volta interagiscono e generano sistemi descritti da campi ancora diversi e cos via. Per esempio i campi fondamentali dei quark e dei gluoni interagiscono a dare i campi protonico e neutronico, questi interagiscono con i campi di forza nucleari a dare i campi nucleari. Questi ultimi si combinano con il campo elettromagnetico a dare i campi atomici che, tramite le forze di Van der Waals, costituiscono la materia che cade direttamente sotto i nostri sensi ecc. E in questo modo che differenze quantitative (per es. nelle energie) generano aspetti qualitativi. Il sogno di tutta la Fisica poter ricondurre tutta la realt nota ad un principio unico. Cos le forze elettriche e magnetiche appaiono manifestazioni dello stesso campo elettromagnetico che a sua volta manifestazione a bassa energia del campo elettrodebole. La situazione attuale che, nonostante i suoi cento anni di vita, la rivoluzione operata dalla fisica quantistica non appartiene ancora al patrimonio culturale del cittadino medio e neppure plasma la visione del mondo collettiva della maggior parte delle persone di cultura.

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10 Paradossi di una teoria dei quanti troppo ingenua - Marco Giliberti


In questo paragrafo vogliamo dare alcune brevi indicazioni sul perch necessario avere una teoria di campo e perch il concetto di particella non sembra veramente quello centrale. Fino ad ora abbiamo fatto un percorso molto circoscritto, che fondamentalmente si riassume in due sole cose. 1) Qualunque propagazione libera, di pennelli materiali e non materiali, regolata da unequazione delle onde; 2) Quando delle sostanze interagiscono tra loro, cio quando questi campi materiali o elettromagnetici interagiscono gli uni con gli altri, linterazione descritta in termini quantistici. Quello di cui vogliamo discutere adesso la seguente cosa e cio: perch non corretto dire che un pennello di luce fatto da fotoni, un pennello elettronico fatto da elettroni, visto che ci viene cos naturale pensarlo e visto che per descrivere le interazioni dobbiamo introdurre i quanti? Perch questo pensiero cos naturale non va bene? Per capirlo analizziamo alcuni importanti fatti sperimentali e mostriamo gli aspetti paradossali di unidea cos ingenua.

10.1 Paradosso della doppia fenditura


Iniziamo con il famoso esperimento della doppia fenditura. Il significato concettuale dellesperimento consiste nel mettere in luce le grosse limitazioni dellinterpretazione del quanto come oggetto. Consideriamo un pennello materiale o un pennello elettromagnetico coerente che, emesso da una opportuna sorgente, va a incidere su una doppia fenditura. Per esempio, se la sorgente un piccolo laser, quello che osserviamo che la luce, diffratta da ciascuna fenditura, mostra le tipiche frange di interferenza sullo schermo posto al di l delle fenditure.

Fig. 5.7 Diffrazione da una doppia fenditure

Adesso immaginiamo di diminuire moltissimo lintensit della luce; quello che vediamo sullo schermo non unimmagine sbiadita e diffusa delle frange di interferenza ma, invece, vediamo dei singoli puntini luminosi. Prima vediamo un puntino, poi un altro puntino, poi un altro ancora e cos di seguito. Alla fine vediamo che i puntini si sono distribuiti sullo schermo in modo da creare la figura delle frange di interferenza classiche, che si vedevano con luce sufficientemente intensa.

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1 elettrone

3 elettroni

5 elettrone

7 elettroni

13 elettroni

sempre pi elettroni

50.000 elettroni Fig. 5.8

Tre elettroni, cinque elettroni, sette elettroni, 13 elettroni aumentiamo il numero degli arrivi, aspettiamo alla fine cominciano a vedersi davvero le frange quando ci sono migliaia di elettroni, e con 50.000 elettroni le frange di interferenza sono ben distinguibili. Se rifacciamo lesperimento ripartendo da capo, che cosa troviamo? Il primo elettrone sullo schermo non occupa la posizione che aveva il primo elettrone nellesperimento precedente e, cos, in generale sar per la rivelazione di tutti gli elettroni sullo schermo. Ma alla fine, 82

dopo un numero sufficiente di rivelazioni, appariranno le frange di interferenza con la stessa struttura, dimensioni e posizione di quelle ottenute precedentemente. Notiamo cos uno dei primi aspetti importanti della teoria quantistica della materia e della radiazione: il suo carattere statistico. Nella ripetizione di un singolo atto sperimentale non saremo, in generale, in grado di predire dove verr rivelato un quanto ma, ripetendo un numero sufficientemente grande di volte latto sperimentale, otterremo una distribuzione degli arrivi ripetibile e prevedibile: una regolarit statistica. Sar proprio su questa distribuzione statistica che la teoria sapr fare previsioni. Tornando ora al tema principale del nostro discorso, che cosa ha di veramente strano e paradossale questo esperimento, tale da esser in un qualche senso il prototipo di tutti gli esperimenti che mettono in luce gli aspetti pi stravaganti, tipici della fisica quantistica? Immaginiamo, tanto per rendere concreto il discorso, di eseguire lesperimento con un pennello elettronico di cos bassa intensit da avere, di volta in volta un solo elettrone sullo schermo. Che cosa si tentati di pensare? Che quando un puntino sullo schermo segnala un elettrone allora potremmo pensare che un elettrone precedentemente uscito dal cannoncino elettronico, ha viaggiato nello spazio circostante, passato da una delle due fenditure, ed arrivato sullo schermo. Questa interpretazione non cos naturale come sembra. Infatti se rifacciamo lesperimento chiudendo una delle fenditure (per esempio chiudendo quella che abbiamo chiamato fenditura 2, fig. 5.9), troviamo che gli elettroni vengono rivelati sullo schermo in punti tutti vicini tra loro e che sono fondamentalmente di fronte alla fenditura 1 (a parte alcuni effetti di diffrazione). Analogamente, se chiudiamo la fenditura 1 e lasciamo aperta la 2, troviamo che gli elettroni sono tutti raggruppati di fronte alla fenditura 2. Allora, se gli elettroni passassero da una fenditura oppure dallaltra, leffetto ottenuto avendo prima chiusa una fenditura e poi chiusa laltra e poi sommando i risultati ottenuti, sarebbe uguale a quello ottenuto con entrambe le fenditure aperte! Gli effetti, per, sono differenti: lesperimento effettuato con entrambe le fenditure aperte contemporaneamente fornisce risultati diversi da quelli ottenuti sommando i risultati con le fenditure aperte una alla volta. Infatti, nel primo caso si ha la comparsa delle frange di interferenza e nel secondo no. In un certo senso ancora pi strano il fatto che quando sono aperte entrambe le fenditure ci siano dei punti in cui non arrivano elettroni (ci riferiamo ai minimi della figura di interferenza); punti che invece sono raggiunti dagli elettroni quando le fenditure sono aperte a turno; come se le due possibilit offerte agli elettroni, di passare dalla fenditura 1 o dalla 2 dessero luogo ad una impossibilit!

Fig. 5.9 In sequenza: intensit della luce diffratta separatamente da ciascuna fenditura; intensit della luce diffratta da due fenditure contemporaneamente sovrapposta alla somma delle due intensit precedenti.

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La conclusione di questo discorso che difficile pensare che gli elettroni passino per una o laltra delle due fenditure. Daltra parte gli elettroni non passano nemmeno per entrambe le fenditure contemporaneamente, tanto vero che se mettessimo due rivelatori, ognuno immediatamente dopo ciascuna delle fenditure, vedremmo che sempre uno soltanto dei due rivelatori darebbe un segnale. Non succede mai che lelettrone si divida a met. Quindi lelettrone non passato dalla fenditura 1, non passato dalla fenditura 2, non neppure passato fuori dalle fenditure, perch mettendo dei rivelatori attorno allapparato vediamo che non danno mai un segnale, e non passato da entrambe. Non passato da entrambe perch non scattano mai i rivelatori contemporaneamente. Non passato fuori perch mai nessuno dei rivelatori messi fuori scattato, e non passato dalla fenditura 1 o dalla 2 perch altrimenti la figura che otterremmo quando aperta solo una delle fenditure, sommata a quella che avremmo se fosse aperta solo laltra sarebbe uguale alla figura che otterremmo quando sono aperte tutte e due. Quindi, se vogliamo proprio pensare che loggetto elettrone esca dalla sorgente e arrivi al rivelatore, sappiamo anche, per, che questo oggetto non passa dalla fenditura 1, non passa dalla 2, non passa fuori e non passa da tutte e due! E questo un oggetto dotato di una cinematica sensata? Non ci sembra poi tanto... Lidea per certi aspetti fallimentare della Meccanica Quantistica, fallimentare dal punto di vista interpretativo non certo dal punto di vista della capacit predittiva, proprio quella di attribuire ai quanti una propria cinematica, magari inusuale, come se essi facessero qualche strana cosa nello spazio-tempo. Questo non vero. Il quanto un aspetto della dinamica dellinterazione tra campi. I campi interagiscono gli uni con gli altri e la dinamica dellinterazione scritta dai quanti. Insomma, nellesperimento descritto sopra non ha senso pensare che un quanto abbia una propria traiettoria E per certi aspetti pi utile pensare che sia il campo (elettromagnetico o materiale a seconda dei casi) che sta passando da entrambe le fenditure. Questo campo interagisce con il rivelatore, in modo stocastico, tramite quanti e la distribuzione di questi quanti prevedibile solo statisticamente. Perci lidea, abbastanza naturale, di pensare che se in un certo punto del rivelatore stato rivelato un quanto allora il quanto cera anche prima, del tutto inappropriata. E inappropriata per quanto sappiamo dagli esiti degli esperimenti, non per qualche strano motivo filosofico. Vediamo un paradosso classico della Meccanica Quantistica (non della Teoria Quantistica dei Campi)

10.2 Il gatto di Schrdinger - Ovvero il concetto di misura in fisica quantistica Ovvero il concetto si stato in fisica quantistica
"Le nostre prospettive scientifiche sono ormai agli antipodi fra loro. Tu ritieni che Dio giochi a dadi con il mondo: io credo invece che tutto obbedisca ad una legge, in un mondo di realt obiettive, che cerco di afferrare per via totalmente speculativa. Lo credo fermamente, ma spero che qualcuno scopra una strada pi realistica o meglio un fondamento pi tangibile di quanto non abbia saputo fare io. Nemmeno il grande successo iniziale della teoria dei quanti riesce a convincermi che alla base di tutto vi sia la casualit, anche se so bene che i colleghi pi giovani considerano questo atteggiamento come un effetto di arteriosclerosi. Un giorno si sapr quale di questi due atteggiamenti istintivi sar stato quello giusto." Albert Einstein 84

Alessandro Tomasiello Department of Physics, Harvard University, Cambridge, Massachusetts (USA) E uno de risponditori del sito Ulisse: http://ulisse.sissa.it/chiediAUlisse/index_html Attenzione: chi risponde non ha un approccio neutrale ma fa parte di una corrente di pensiero ben precisa Non di tutti so riconoscerla ma senzaltro il Prof. Tomasiello non considera interessante la Teoria quantistica dei Campi visto che non la cita, al momento di elencare possibili teorie esplicative (vedi pi avanti) e lavora invece in stretto contatto col Prof. Ghirardi di Trieste che un grande nome in Italia e anchegli non si interessa di Teoria Quantistica dei campi Erwin Schrdinger introdusse il suo famoso "esperimento pensato" nel 1935 per evidenziare in modo vivido le difficolt teoriche del processo di misurazione in meccanica quantistica. In una stanza perfettamente isolata dall'esterno, un perfido fisico chiude un atomo radioattivo, una fiala di un potente veleno e un gatto. L'atomo in uno stato tale per cui, a una certa ora, avr uguale probabilit di essere o no decaduto. Il fisico ha anche collegato l'atomo al veleno in modo che questo sia liberato se l'atomo decade. Il veleno abbastanza potente da uccidere immediatamente il gatto. All'ora convenuta il fisico aprir la stanza. Cosa trover? Un attimo prima dell'apertura, lo stato che descrive il sistema totale della stanza (atomo pi fiala pi gatto) sar con probabilit del cinquanta per cento nella configurazione in cui l'atomo non decaduto, la fiala di veleno intatta e il gatto illeso. Ma con altrettanta probabilit il fisico si trover davanti l'atomo decaduto, il veleno liberato e il gatto morto. Quando il fisico apre la stanza, la meccanica quantistica dice (nella sua interpretazione pi usuale) che avviene un processo di misurazione. In generale, questo processo forza il sistema misurato a "compiere una scelta". Se per esempio il fisico avesse pi convenzionalmente deciso di osservare il solo atomo, gli avrebbe imposto, al momento convenuto, di compiere una scelta. Un attimo prima della misura l'atomo si sarebbe trovato in uno stato di sovrapposizione tra l'essere decaduto o meno. Un attimo dopo la misura, l'atomo si sarebbe trovato nello stato "decaduto" o in quello "intatto": senza sovrapposizione. Questo postulato della meccanica quantistica pu sembrare strano al neofita. Ma trasferirlo al mondo macroscopico dell'esperienza quotidiana eleva questa stranezza al rango di paradosso. Torniamo infatti al nostro gatto. La sovrapposizione in due stati dell'atomo adesso trasferita -- sembrerebbe -- anche a un oggetto macroscopico di esperienza quotidiana. l'intero sistema della stanza (atomo pi fiala pi gatto) a essere in uno stato di sovrapposizione di due possibilit. Se anche il fatto che questo sia vero per un atomo non sciocca pi il fisico, che in questa peculiare condizione si trovi un gatto sembra assurdo anche al pi entusiasta esperto di meccanica quantistica. Il vero problema , a che punto di tutta la procedura si debba considerare che avvenuta una misurazione. La risposta classica, che ho subdolamente suggerito sopra, : quando il fisico apre la stanza. pi o meno la cosiddetta "interpretazione di Copenhagen", secondo cui la scienza fatta dagli uomini, e non tratta che delle misurazioni che questi compiono. Di pi non lecito chiedersi: domande su cosa sia dello stato prima della misura sono senza significato. (La maggior parte dei fisici ha in effetti rinunciato a queste domande accontentandosi pragmaticamente degli spettacolari risultati sperimentali della teoria: un approccio che il famoso fisico americano Richard Feynman battezz come "zitto e calcola"). Schrdinger fece notare col suo paradosso le difficolt di questo punto di vista. Il momento della misurazione , come ricordato pi sopra, quello in cui lo stato cessa di essere in una sovrapposizione di pi possibilit, e "compie una scelta". Se si svuota questo processo di connotazioni umane o psicologiche (ragione per cui alle volte si parla semplicemente di 85

"riduzione della stato" invece di "misurazione"), non pi cos naturale pensare che la misurazione o riduzione avvenga quando la coscienza umana entra in gioco. La fisica non dovrebbe trattare in fin dei conti gli esseri umani in modo speciale. Perch non sarebbe per esempio il gatto stesso a "compiere una misurazione"? Oppure a questo punto, la fiala di veleno? Scartiamo ovviamente queste due possibilit, ancora pi arbitrarie di quella proposta dall'interpretazione di Copenhagen. Ma quale punto, allora, del processo dal microscopico al macroscopico messo in scena da Schrdinger non ci sembrer arbitrario? Mai. Nemmeno al momento in cui il fisico apre la stanza. Entrambe le possibilit potrebbero in fin dei conti essere vere: il gatto morto e il fisico che ne vede il cadavere, e il gatto vivo e fisico che ne prende atto. Questa pi o meno l'interpretazione dei "molti mondi" proposta da Everett nel 1957. Ad ogni simile biforcazione, tutte le possibilit coesistono in "universi paralleli" che non interagiscono. Questa proposta ha, non sorprendentemente, attirato enormemente l'attenzione dei mezzi di comunicazione. Ma anche di qualche fisico: recentemente il fisico Max Tegmark ha proposto provocatoriamente un "suicidio quantico" in cui uno sperimentatore sottopone se stesso, invece di un gatto, a un esperimento potenzialmente fatale, magari con possibilit molto alte a proprio sfavore. Se la teoria dei molti mondi corretta, non c' da avere paura: in almeno uno dei mondi paralleli lo sperimentatore rimarr vivo. Vi anche un'altra possibilit. Che il passaggio dalla meccanica quantistica al mondo classico della nostra esperienza avvenga in modo graduale, controllato da modifiche alle regole matematiche della meccanica quantistica. La meccanica quantistica matematicamente "lineare", una caratteristica non condivisa dalla meccanica classica. Su scale pi grandi interverrebbero "non linearit" che interpolerebbero tra la meccanica quantistica e quella classica. La riduzione della funzione d'onda avverrebbe spontaneamente e senza l'intervento umano. Questa possibilit avrebbe il pregio di eliminare la strana dicotomia classico/quantistico con cui siamo attualmente costretti ad andare avanti. L'idea per adesso in corso di elaborazione; un primo modello concreto di come ci possa avvenire stato trovato nel 1986 da Ghirardi, Rimini e Weber. bene per sottolineare che si tratta di un modello fenomenologico, non inserito all'interno di una teoria pi generale. Vi sono naturalmente altre proposte di risoluzione: per esempio la cosiddetta meccanica di Bohm, l'interpretazione transazionale ecc. Il meno che si possa dire per che per adesso il problema rimane aperto Vedete che modalit differenti dinterpretazione?!? La trattazione approfondita della questione sollevata dal cosiddetto paradosso del gatto di Schrdinger complessa: afferisce i concetti di probabilit in FQ, di misura, di stato quantistico. Nella Teoria Quantistica dei Campi il ragionamento di Schrdinger non pi paradossale per due motivi:

1) perch lidea classica (che sopravvive in alcune interpretazioni della MQ) che una misura corrisponda ad una condizione precedente inappropriata se ribadiamo che la misura il risultato di uninterazione che pu avvenire con modalit differenti dalla fase (di propagazione?) che la precede.
2) perch non ha senso attribuire una situazione quantica ad uno stato macroscopico com quello del gatto! Nel caso di oggetti microscopici non ha senso chiedersi in che situazione si trovino prima della misura perch nella misura, cio nellinterazione, che si manifestano certe propriet che possiamo rozzamente chiamare corpuscolari che, prima della misura semplicemente non cerano! Di unonda non ha senso chiedersi se e come abbia 86

caratteristiche corpuscolari perch non ce le ha, cos come di un oggetto macroscopico non ha senso chiedersi se abbia o meno caratteristiche quantistiche che sono facili da rilevare in oggetti elementari, costituenti anche il gatto stesso, ma la cui individuazione in un oggetto composto da una quantit esorbitante di tali oggetti elementari, com il gatto, d un esito interpretativo o di misura, statisticamente pi vantaggioso, oltre che sensato, solo nella sua interezza, cio solo se trattato come oggetto MACROSCOPICO! Andare a fondo nella disamina dei concetti evidenziati in grassetto nelle righe precedenti sarebbe interessante ma esula dagli scopi e dai mezzi che ci guidano in questo percorso insieme. Aggiungo solo poche parole, tratte dal lavoro gi citato del Prof. Giliberti, riguardo il concetto di misura in FQ:

10.3 Conclusioni
La propagazione libera, ovvero in assenza di interazione, di pennelli elettromagnetici o di pennelli materiali non autointeragenti pu essere descritta dalle vibrazione di opportuni campi classici obbedienti ad unequazione delle onde che viene detta equazione di KleinGordon. Da essa si pu ricavare il limite per il caso di campi lentamente variabili ed ottenere, cos, lequazione di Schrdinger per campi materiali classici. Successivamente, a partire dallanalisi delle interazioni chimiche, e proseguendo per analogia con lanalisi delle interazioni radiazioni-materia, si nota che le leggi fenomenologiche di tali interazioni si possono spiegare come risultato di interazioni elementari, che sono eventi elementari nello spazio-tempo, nei quali vengono scambiati energia, quantit di moto, momento angolare, massa, carica elettrica ecc. in maniera quantizzata. La somma di un numero molto grande di questi eventi elementari riproduce la situazione classica, nel senso che, dopo un numero sufficientemente grande di rilevazioni di quanti, la figura che si ottiene uguale a quella che conosciamo dalla fisica classica, quando non ci si preoccupa dellanalisi delle interazioni un quanto alla volta ma si considera leffetto globale prodotto, per esempio, da un fascio di alta intensit. E abbastanza evidente che questi eventi presentino un carattere aleatorio, nel senso che non ci possiamo aspettare che siano riproducibili esattamente quando si prepara pi volte nello stesso modo la stessa situazione iniziale studiata. In ogni caso, qualunque siano le nostre aspettative, gli esperimenti mostrano proprio quanto qui osservato, nel senso che, ad esempio, ripetendo pi volte nello stesso modo lesperimento della doppia fenditura un quanto alla volta otterremo che la rivelazione del quanto avviene in generale in punti diversi dello schermo. Daltra parte se non fosse cos non otterremmo mai la figura di interferenza, anzi saremmo in grado di distinguere levento n-esimo di rivelazione allinterno di un singolo esperimento a singolo quanto,. Tornando alla distribuzione statistica delle rivelazioni dei quanti, osserviamo che sappiamo gi qualcosa di importante; per esempio sappiamo che la loro distribuzione media deve fornire il risultato classico. Vogliamo a questo punto trovare una teoria che spieghi quanto sappiamo e cio che la propagazione libera sia descritta da una teoria delle onde mentre le interazioni siano descritte in termini quantistici. Come abbiamo gi detto nellintroduzione storica, questa teoria la teoria quantistica dei campi, una teoria basata fondamentalmente sul concetto di campo, che soddisfa alle equazioni del moto classiche (quando si in assenza di interazione) e che incorpora al suo interno la quantizzazione. In situazioni particolarmente semplici, per, possiamo anche ragionare in modo diverso. Supponiamo che la perturbazione del campo in oggetto sia di cos debole intensit da potersi considerare interagente tramite un solo quanto. Allora, da un lato la sua propagazione libera sar esattamente descritta dallequazione delle onde precedentemente 87

trovate, perch ci mettiamo sicuramente in una situazione di non autointerazione e, dallaltro, laspetto statistico emerger nella maniera pi semplice possibile perch linterazione avverr un evento alla volta o, come diremo comunemente, con un singolo quanto o una singola particella. Possiamo, allora, in qualche modo, confondere la fisica di quella perturbazione del campo che interagisce tramite un solo quanto con la fisica del quanto tout court (proprio questa seconda strada stata quella che storicamente si sviluppata per prima e che ha condotto alla meccanica quantistica; ricordiamo, per, che questa una strada un po stretta e un po corta, infatti non relativistica e questo modo di procedere non pu arrivare a costruire una teoria del campo elettromagnetico). Infatti, per quanto detto fin qui sulla natura probabilistica dellinterazione fra quanti, non difficile reinterpretare la teoria di campo libera prima sviluppata, pensandola riferita ad un solo quanto (ma attenzione ad alcune difficolt interpretative e concettuali cui andiamo incontro). Possiamo, cio, interpretare la teoria come teoria statistica relativa ad una singola particella. Si pu effettuare un confronto puntuale fra i postulati della MQ e le rispettive interpretazioni in TQC, confronto che prevede per lutilizzo di concetti matematici veramente complessi. Soffermiamoci soltanto sullanalisi del concetto di MISURA: Postulati 4 e 5 Osserviamo ancora che, per sua stessa natura, un esperimento di fisica deve essere riproducibile e che la teoria che lo spiega riferita a questa riproducibilit: si capisce cos che solo la funzione donda pensata come riferita ad un ensemble statistico un oggetto ragionevole della teoria ed suscettibile di verifiche sperimentali. Non lo , invece, se pensata come riferita ad un singolo atto elementare, alla rivelazione di un solo quanto. La procedura consistente nelleffettuare una misura al tempo t va, cos, interpretata come una procedura atta ad una nuova preparazione del sistema; e cio quella ottenuta selezionando la sottocollezione statistica che, sottoposta alla misura, ha fornito un certo valore della grandezza o delle grandezze misurate. Dal punto di vista della teoria questo postulato, detto di precipitazione dello stato, uno dei punti pi oscuri perch impone di considerare il mondo, in un certo senso, diviso in due: da un lato il sistema quantistico microscopico e dallaltro lapparato di misura; apparato che per sua natura risponde in un modo ben preciso ed macroscopico. Si hanno cos due principi di evoluzione: uno regolato dallequazione di Schrdinger, che deterministico, lineare e reversibile; laltro, rappresentato dal postulato di precipitazione dello stato, che stocastico, non lineare e irreversibile. Per capire dove si nasconde il problema quando si considerano due diversi principi di evoluzione, supponiamo, come ovvio se la meccanica quantistica si pone come teoria fondamentale, che anche lapparato di misura, diciamo dellosservabile M, possa essere descritto in termini quantistici. Supponiamo che esso sia nello stato M0 prima della misura. Subito dopo la misura lapparecchio avr dato il risultato k per la misura effettuata Lapparecchio di misura, se si vuole consideralo come separato dal sistema in esame, non sar in uno stato definito, contrariamente a quanto si suppone perch esso possa funzionare appunto come apparato di misura e si possa leggere un qualche risultato sullo strumento. Da queste considerazioni, tra laltro, appare come, stando cos le cose, non si riesca a capire come possa avvenire la cosiddetta precipitazione dello stato del sistema quantistico. Ci si pu domandare allora se c, per cos dire, un parametro di macroscopicit che permetta di stabilire quando un sistema cessa di obbedire alle leggi della meccanica quantistica, ma tale parametro nella teoria non c e, daltra parte non neppure ragionevole che ci sia, perch sappiamo che ci sono anche alcuni sistemi macroscopici, per 88

esempio i superconduttori, il cui comportamento pu essere spiegato solo per mezzo della meccanica quantistica. Attualmente alcuni esperimenti nellambito dellottica materiale si stanno movendo proprio nella direzione di esplorare i limiti a cui si pu osservare il comportamento quantistico di sostanze materiali poste in opportune condizioni; e per capire quale possa essere il ruolo della struttura interna della sostanza utilizzata o delle sue eventuali simmetrie. Per esempio il gruppo di Zeilinger sta facendo esperimenti di interferenza con una molecola organica, chiamata tetrafenilporfirina (TPP), che il cuore di molte biomolecole complesse come la clorofilla o lemoglobinai. Sappiamo che il fluorofullerene, di formula chimica C60F48, (almeno fino al 2003) la molecola chimicamente pi grossa che abbia mostrato un comportamento ondulatorio, quando messa in condizioni opportune. In entrambi i casi il pennello materiale viene creato sublimando le sostanze in un forno alla temperatura di circa 560K. Lo schema sperimentale non si discosta da quelli che abbiamo precedentemente presentato nel caso dellinterferenza di fullerene. Linterferometro costituito da tre reticoli in oro identici tra loro: il primo reticolo prepara il fascio con una coerenza trasversale, il secondo reticolo responsabile della diffrazione e dellinterferenza, mentre il terzo reticolo in pratica una parte del sistema di rivelazione e serve per dare unelevata risoluzione spaziale.

L. Hackermller et al. Phys. Rev Lett. 91 9 (29 August 2003).

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