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Kant, Critica della ragion pratica (Kritik der praktischen Vernunft), 1888

problema generale della Critica della ragion pratica: la libertà

Kant aveva fin dai tempi della dissertazione previsto di affrontare il tema della ragione sia per ambito
teoretico sia per ambito pratico.
Si proponeva un esame della ragione sia come attività del conoscere sia come attività dell’agire, nella
seconda critica troviamo una struttura simile alla prima → si interroga sul modo di funzionare della
ragione nell’ambito pratico e si chiede quali siano le possibilità e i limiti della ragione nell’ambito
pratico.
Il problema di fondo dell’opera è la LIBERTÀ.
Suddivisa in 2 parti:
- Dottrina degli elementi (parte prevalente) in cui si vanno a studiare gli elementi della vita morale
→ che si divide in analitica e dialettica (≈ C.r.p.)
- Dottrina del metodo (parte secondaria più breve) → tratta del modo in cui la legge morale può
accedere all’animo umano

Critica: esame condotto dalla ragione stessa, la ragione esamina se stessa in quanto facoltà pratica
→ Kant si chiede come la ragione sia guida dell’agire morale dell’uomo.

Perchè non compare aggettivo puro?


Uomo = animale razionale → sensibilità + ragione
↓ ↓
finitudine umana ha bisogni (passioni, desideri, paure, emozioni…)
Kant è convinto che uomo sia animale razionale e la razionalità è ciò che fa di lui un uomo.
D’altra parte Kant è il filosofo del limite → si è anche però interrogato sui limiti della ragione in ambito
teoretico e ha negato una conoscenza illimitata e incondizionata (metafisica).
La medesima cosa avviene anche sul piano morale → dobbiamo muovere dalla constatazione che
l’uomo è un essere finito e pur essendo razionale, ha una facoltà che opera a priori in modo puro, ha
comunque sensibilità (dimensione fisica corporea dell’uomo) → l’uomo è soggetto a tutte le leggi di
necessità del mondo fisico → in ambito morale ha passioni, bisogni, desideri, necessità → limitato dalla
propria sensibilità.

Se non partiamo dall’assunto che natura umana è finita rischiamo di cadere nell’errore del fanatismo
(sorta di assolutizzazione/infinitizzazione dell’uomo).
Proprio perché uomo ha questa duplice natura, dobbiamo renderci conto che volontà di agire di un
essere umano può venire determinata da moventi di natura differenti:
- della sensibilità → quando la volontà umana è determinata da moventi sensibili, l’uomo non si
trova in una condizione di moralità e non è neppure libero, ma eteronomo
- della ragione → quando la volontà umana è determinata da moventi razionali puri, che non
dipendono dalla sensibilità allora l’uomo agisce moralmente e in modo libero/autonomo

pb: moventi della volontà sensibili ≠ razionali

| ↓ ↓

| eteronomia autonomia

| | ↓

| | libertà

| ↓ ↓
| ragione empirica pratica ragione pura pratica

Perché quindi non si critica la ragion PURA pratica e la risposta al problema generale della libertà sono le
medesime: l’uomo è libero quando è la sua ragione/purezza a guidarlo → quando la sua volontà è
determinata esclusivamente da moventi razionali puri (NO ETERONOMIA).
Un uomo che obbedisce esclusivamente alla propria ragione è autonomo → ha in se stesso la propria
legge morale → libero perché non è condizionato dai moventi sensibili/bisogni/paure/desideri/, no
condizione di eteronomia ovvero avere in altro la propria legge.

Non bisogna quindi criticare la ragione pratica nella sua purezza.


Se la ragione pratica nella sua purezza determina la volontà → condizione della libertà.
Ma dobbiamo interrogarci se la ragion pratica nella sua purezza sia in grado di determinare la nostra
volontà → dobbiamo imparare a distinguere la ragione pura pratica da una ragione empirica pratica.

Ragione a priori è universale e necessaria mentre nella sensibilità siamo tutti gli uni diversi dagli altri.

Siccome siamo animali razionali la nostra volontà nella maggior parte dei casi viene determinata da una
ragione empirica pratica → quindi seguiamo moventi empirici, derivanti dai nostri bisogni → ma non
siamo delle bestie quindi non li seguiamo in modo istintivo ma RAGIONANDO.
Nella maggior parte dei casi agiamo in ambito pratico usando la ragione ma muovendo da moventi che
non sono razionali, che appartengono alla sensibilità:
- da un lato quindi siamo nella condizione di dipendere da qualcuno/qualcosa che si impone
- dall’altro lato agiamo ognuno secondo i propri principi, in modo individuale e soggettivo.

Se invece agiamo facendo sì che a determinare la nostra volontà sia soltanto la ragione nella sua
purezza, agiamo obbedendo a noi stessi, a quella facoltà che è propriamente umana→ ci
autodeterminiamo e siamo liberi e in questo modo obbediamo a una legge universale, per il fatto che se
dal punto di vista della sensibilità siamo tutti diversi, dal punto di vista della ragione siamo tutti eguali
(essendo universale e necessaria).
Proprio della ragione universale è dare delle regole → i principi morali sono tali solo se provengono
esclusivamente dalla ragione → motivo per cui nella analitica della ragion pratica, Kant si propone di
analizzare (esaminare scomponendo) tutti i principi pratici, tutte le possibili regole che guidano il nostro
agire per trovare quale sia quel principio in cui la sola ragione nella sua purezza opera determinando la
volontà.

pb: moventi della volontà


|

Analitica della ragion pura pratica
Partizione interna alla Analitica della ragion pura pratica:
I. Dei princìpi della ragion pura pratica
- Dei principi della ragion pura pratica
- Del concetto di un oggetto della ragion pura
pratica
- Dei moventi della ragion pura pratica *
“rivoluzione copernicana morale”
Kant la sta compiendo: per esaminare l’agire morale
dell’uomo è necessario secondo lui non chiedersi l’oggetto
dell’agire morale e che fine persegua, ma chiedersi come il
soggetto razionale/ragione operi nel determinare la
volontà.
Si sposta l’attenzione da un oggetto al soggetto, notando che
ogni volta che si è provato a definire quale fosse l’oggetto
della morale, per prenderlo come fondamento, si sono
trovate le opinioni più differenti (es. bene, felicità, piacere,
virtù…) → Kant nota che no soluzione al problema.
Il problema risolto se ci si chiede come la ragione operi nel
determinare la volontà e se sia in grado di determinarla a
priori nella sua purezza senza alcuna mescolanza con i
moventi sensibili.

*Kant rileva che qui dovrà procedere al contrario di come ha fatto nella critica della ragion pura
teoretica, là aveva dovuto iniziare con la sensibilità (estetica) e solo alla fine era arrivato nella dialettica
trascendentale all’esame delle idee di ragione, solo alla fine era arrivato ad esaminare le pretese della
ragione di agire nella sua totale purezza (nell’ambito della conoscenza).
Nell’ambito della morale bisogna proprio partire dalle pretese della ragione di determinare totalmente a
priori la volontà perché solo in quel caso siamo liberi, autonomi e morali.
Ecco perchè si parte dai principi della ragion pratica e si vada alla ricerca dei principi puri della ragion
pratica.

Principi pratici: “proposizioni che contengono una determinazione universale della volontà”
Regole che determinano la volontà (universale perché sono regole che provengono dalla ragione).
Universale: regole che provengono dalla ragione.
Si chiede se tra questi ci siano regole che valgano per ogni essere razionale, sempre, in qualsiasi caso e
di cui si possa dire che abbiano una universalità oggettiva assoluta→ leggi PRATICHE che esprimono
azione della ragione nella sua purezza sulla volontà.
Esame dei principi pratici divisi tra:
- massime
- imperativi → imperativi ipotetici
→ imperativi categorici (uno solo)
Nel compiere l’esame prima si interroga sulla forma con cui questi principi pratici si presentano (con cui
le regole, le prescrizioni della ragione si presentano) e dice possono essere rispetto alla loro forma o
delle massime o degli imperativi (che possono essere o ipotetici o categorici).
Bisogna capire se movente di queste prescrizioni sia esclusivamente puro oppure contengano un
movente sensibile.

Massime: regole assunte soggettivamente (individualmente) → prescrizioni la cui universalità ristretta


al singolo individuo che se le propone. (es: regole d’azione “voglio fare questo”, “ho deciso di..”)
→ ha valore solo per chi se l’è imposta/proposta.

Imperativo (ha forma di comando): prescrizione che pretende di avere un carattere oggettivo,
universale, necessario, pretende di imporsi universalmente.
In realtà Kant mette in evidenza come gli stessi comandi possono distinguersi in 2 tipi:
- ipotetici→ si presenta nella forma “se vuoi…, allora devi…” → il comando è condizionato,
dipende da una condizione iniziale → accetto il comando se ne accetto la premessa.
Il comando è riferito agli strumenti/mezzi che servono per raggiungere un determinato scopo.
- categorici→ si presenta nella forma “tu devi…” → la forma dell’imperativo è universale,
necessaria, assoluta → un comando che non è condizionato rispetto ad alcuna premessa, alcun
fine che si voglia raggiungere.

Problema: Kant vuole mostrare che è possibile per la ragione determinare a priori, come unico movente,
la volontà → la ragione determina la volontà nella forma dell'IMPERATIVO CATEGORICO perchè solo
questa forma è universale e necessaria (≠ imperativo ipotetico perché vale solo per coloro che
condividono il fine che si vuole raggiungere → condividono la prescrizione) → anche tratti caratteristici
della ragione.

Se la ragione determina la volontà con massime che valgono soggettivamente, con imperativi ipotetici
che valgono per una universalità ristretta al gruppo di coloro che condividono una premessa e con
imperativi categorici che pretendono di valere universalmente e necessariamente, e se stiamo cercando
una regola che sia totalmente razionale, quindi universale e necessaria, e che possa valere come LEGGE,
→ è chiaro che solo imperativo CATEGORICO ha queste caratteristiche.
La ragione determina totalmente a priori la volontà solo nel momento in cui essa comanda in modo
categorico → l’unica legge morale possibile per l’uomo è una legge che abbia la forma dell’imperativo
categorico (≠ in tutti gli altri casi moventi sensibili si mescolano a moventi razionali).

legge pratica = legge morale universale totalmente razionale, a priori, incondizionata



condizione moralità = piena razionalità dell’agire = libertà

«La libertà e la legge pratica incondizionata si corrispondono reciprocamente».*
Critica della ragion pratica, Analitica, Cap. I, § 6

L’uomo si trova in una condizione di moralità quando obbedisce a una legge pratica, morale universale
totalmente razionale, a priori, incondizionata, che si esprime nella forma di un imperativo categorico.
Quando l’uomo si trova in questa condizione di moralità, poichè obbedisce all’imperativo categorico,
egli è LIBERO.
Obbedire a una volontà determinata solo dalla ragione significa escludere ogni movente sensibile
(moventi corporei, fisici):
- escludere ciò che ci rende gli uni diversi dagli altri
- escludere ciò che ci rende dipendenti dal mondo fisico → ciò che ci rende DIPENDENTI da
qualcosa diverso che noi stessi
Obbedire alla ragione nella sua universalità e necessità significa obbedire a noi stessi → ESSERE LIBERI.

*Kant prima di enunciare l'imperativo categorico, pone questa corrispondenza:


“libertà e la legge pratica incondizionata (imperativo categorico” → lo ritiene il tema fondamentale della
critica.

Enunciato imperativo categorico:


«Agisci in modo che la massima della tua volontà possa valere sempre come principio di una
legislazione universale»
Critica della ragion pratica, Analitica, Cap. I, § 7

Unico enunciato dell’imperativo categorico che si trova in tutta l’opera, ed è anche l’unico che abbia
presentato nella Fondazione della metafisica dei costumi, 1785, opera preparatoria a critica della ragion
pratica (in questa si preoccupa anche di trovare altre formulazione che rendessero più facilmente
comprensibile questo enunciato molto formale).

Questo comando ci comanda di agire in modo che la regola che noi scegliamo per determinare la nostra
volontà (intenzione soggettiva personale di agire) possa valere sempre come fondamento/regola di una
legislazione universale.
Evidente:
- la FORMALITÀ → non ci comanda di compiere un’azione piuttosto che un’altra, non ci dice
quale contenuto debbano avere le nostre azioni ma dice quale FORMA queste devono avere, da
quale intenzione devono scaturie (la forma generale che le nostre azioni devono avere)
- INCONDIZIONATEZZA
- CATEGORICITÀ
Vuole indicare una universalità e una necessità→ ogni uomo deve agire facendo in modo che la sua
intenzione deve poter essere la fondazione di una legislazione universale (obbligatoria per tutti).
Noi dobbiamo agire chiedendoci ogni volta se l’intenzione di agire, la decisione potrebbe essere
universalizzata → “cosa succederebbe se tutta l’umanità seguisse la regola che io sto per seguire?”.
Io devo agire seguendo un’intenzione che sia universalizzabile in senso assoluto, che potrebbe
diventare il fondamento di una legge universale e necessaria per tutta l’umanità.
La prova che posso fare per capire se la mia intenzione di agire sia morale → “che cosa accadrebbe se
d’un colpo tutta l’umanità fosse costretta a seguire questa regola?” ( → pro o contro morale)

Nella Fondazione della metafisica dei costumi, 1785 Kant aveva accostato a questa un’altra formula:
«Agisci soltanto secondo quella massima per mezzo della quale puoi insieme volere che la tua azione
divenga una legge universale della natura».
“Che cosa succederebbe se l’azione che sto per compiere fosse compiuta dall’umanità?”
Però l’enunciato era più preciso perchè faceva riferimento alla volontà non all’azione → ciò che fa la
moralità di un’azione non è l’azione in se stessa ma l’intenzione con cui viene compiuta.
Etica kantiana, è un’etica dell’INTENZIONE.
( → Le azioni possono apparire morali senza esserlo così come vi sono delle azioni palesemente in
contrasto con la morale a cui ci si trova costretti e poiché non vi era l'intenzione non possono essere
giudicate).

Dalla forma dell’imperativo categorico capiamo che l’etica kantiana→ etica del dovere →
DEONTOLOGICA → RIGORISTICA → la forma stessa ci impone di agire secondo una certa forma della
nostra volontà, non ci lascia possibilità di mediare il movente razionale con moventi sensibili.
Si obbedisce:
- solo alla ragione → si è morali/buoni/virtuosi/liberi
- qualora si mescolassero agli imperativi categorici dei moventi sensibili non saremmo più nella
condizione di moralità ( → RIGORISMO MORALE).

un’altra formula per rendere più chiaro il contenuto:


«Agisci in modo da considerare l’umanità, sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro, sempre
come scopo, e mai come un semplice mezzo»
(Agisci in modo da trattare l'umanità nella tua persona come nella persona di un altro, sempre insieme come fine, mai come
mezzo).
L’imperativo categorico manda di agire seguendo una determinata regola che porti a considerare
l’umanità (l’essere uomo, razionale, avere dignità dell’uomo) come uno scopo da realizzare e non come
di un mezzo che possa essere utilizzato → deve sempre avere umanità generale come scopo. Mi devo
chiedere se poi la mia intenzione di agire calpesterebbe. accrescerebbe dignità dell’essere umano

Definizione che si trova in un capitolo che tratta dei moventi


«La legge morale è santa (inviolabile). L’uomo è bensì abbastanza profano, ma l’umanità nella sua
persona, per lui, dev’essere santa. In tutta la creazione tutto ciò che si vuole, e su cui si ha qualche potere,
può essere adoperato anche semplicemente come mezzo; soltanto l’uomo , e con esso ogni creatura
razionale, è fine a se stesso. Vale a dire esso è il soggetto della legge morale…».
Critica della ragion pratica, Analitica, Cap. III
La terza:
«Agisci in modo che la volontà, con la sua massima, possa considerarsi come universalmente legislativa
rispetto a se medesima» → si concentra sulla volontà a ricordare che la ragione comanda ma poi la
volontà deve recepire comando e disporsi ad agire secondo una certa intenzione .
(Agisci considerando la volontà di ogni essere razionale come universalmente legislatrice)
Tabella chiarificatrice MA esiste solo UN imperativo categorico non 3 (3 sono nella Fondazione della
metafisica dei costumi)

CARATTERI della legge morale e dell’etica:

- formalità: l’intenzione è la forma delle nostre azioni→ la formalità non esclude la concretezza
delle nostre azioni. La legge comanda solo la forma che le nostre intenzioni devono avere. La
formalità si lega strettamente al tema dell’etica dell’intenzione
- categoricità o incondizionatezza : legge morale ha forma dell’imperativo categorico, è
una legge morale che comanda in modo universale e necessaria
- necessità: Kant stesso nota che non dobbiamo intendere la necessità della legge morale come
identica alle necessità delle leggi fisiche.

obbligazione morale ≠ necessità delle leggi fisiche (leggi che non possono non verificarsi,
stanno al fondamento del mondo fisico)
sollen müssen

quando parliamo della necessità in ambito morale/ obbligazione morale, parliamo della forma che la
legge morale assume in noi, ma questo NON significa che imperativo categorico sia necessariamente
obbedito e che produca degli effetti conseguenti. (sollen→ può essere non compiuto nelle azioni
dell’uomo. Questo perché gli uomini non sono puramente razionali, sono da un lato sensibili pertanto
l’universalità della legge non necessariamente si traduce nel rispetto della legge)

Kant ha fondato:
etica dell’intenzione: non sono le azioni a fare moralità ma sono le intenzioni
| «L’essenziale di ogni valore morale delle azioni dipende da questo: che la legge morale determini
| immediatamente la volontà». Critica della ragion pratica,
Analitica, Cap. III

- legalità ≠ moralità
“conformità dell’azione alla legge” “sommissione dell’intenzione alla legge”
azione compiuta “secondo” la legge azione compiuta “per” la legge

La volontà ha l’intenzione di agire in quanto determinata immediatamente dalla legge morale in quanto
la legge morale non sia mediato da qualcos’altro→ portare in primo piano l’intenzione di agire rispetto
all’azione permette a Kant di fare distinziona tra legalità e moralità:
- azione morale: solo se l’intenzione di agire è morale(intenzione determinata dalla pura ragione
a priori, dalla legge morale)
- azione legale: se esteriormente appare come un’azione compiuta secondo la legge morale, ma
non è determinata dalla legge morale (non determinata da legge morale)
Moralità: quando intenzione è sottomessa alla legge (a causa di essa, unico movente)
Legalità: quando azione è conforme alla legge morale (compiuta secondo la legge ma non a causa di
essa).
Kant non condanna la legalità, la legalità è la condizione in cui per lo più siamo perché siamo enti
sensibili. Però in modo molto rigoroso impone di distinguere la moralità dalla legalità. Questo ci porta a
parlare di:
etica del dovere rigoristica

virtù (moralità) = sforzo ≠ santità
“intenzione morale in lotta”

Come mai l’imperativo categorico, il comando che si propone come incondizionato. la risposta sta nella
natura finita dell’uomo. Se l’uomo fosse puro intelletto non avrebbe bisogno di seguire un imperativo
categorico.
Etica del dovere si fonda sulla convinzione che la moralità per l’uomo sia una condizione raggiunta con
estremo sforzo, condizione che viene raggiunta nella continua tensione tra la sensibilità e tra la ragione,
raggiunta quando la ragione riesce a imporsi sui moventi sensibili. Per l’uomo essere
morale=comando→ non significa biasimare natura umana ma prendere atto della natura umana, capire
che uomo ha natura finita, e non pretendere che uomo abbia capacità illimitate e non presumere che
potrebbe averle(fanatismo).
Per l’uomo essere morale è sempre frutto di uno sforzo (costante conflitto tra moventi), Kant esalta la
virtù, la condizione di moralità è la condizione più alta che la ragion pratica/un individuo possa
realizzare, ma con grande sforzo per tutta la vita con il rischio di sbagliare.
La ragione non può chiedere niente di più all’uomo che essere virtuoso, ben sapendo che convivendo
nell’uomo moventi sensibili questa è una condizione che si raggiunge con un enorme sforzo.

santità→ la santità sarebbe la condizione di un essere razionale la cui volontà sarebbe sempre e senza
sforzo determinata dalla ragione, quindi senza alcun conflitto tra moventi sensibili. Nessun uomo può
essere un santo perché nessun uomo è privo di moventi sensibili. Può essere un ideale, un fine verso cui
si tende sapendo di non poterlo raggiungere. Riconoscere propri limiti= riconoscere all’interno di quei
limiti
Mancato riconoscimento dei limiti→ errori irreparabili nell’ambito della conoscenza e al fanatismo
nell’ambito morale, chi crede di essere santo crede che il suo agire sia sempre buono, razionale e
spontaneamente in accordo con la ragione: ritiene di avere una verità morale superiore a tutti gli altri
uomini.

- fattualità (realtà) della legge morale:

«…la legge morale è data, per così dire, come un fatto della ragion pura, del quale noi siamo consci a priori, e che è
apoditticamente certo, anche supposto che nell’esperienza non si potesse trovare nessun esempio nel quale essa
fosse esattamente osservata. Dunque, la realtà oggettiva della legge morale non può essere dimostrata […] e
tuttavia essa è stabile per se stessa». Critica della ragion pratica, Analitica, Cap. I, I,
Della deduzione dei principi della ragion pura pratica
La fattualità è un presupposto, con questo concetto Kant vuole affermare che non esiste uomo che in
quanto uomo non senta dentro di sé la legge morale, ovvero, la ragione che categoricamente gli
comanda di agire come se la massima della volontà possa valere sempre come principio di una
legislazione universale. → Fatto della ragion pura/Siamo consci a priori della legge morale/legge morale
è apoditticamente certa anche se Kat stesso dice che non è dimostrabile a posteriori, non se ne può dare
nemmeno una deduzione logica, però essa è stabile per se stessa. Ne siamo SEMPRE coscienti.
Realtà della legge morale non è oggettiva ma una consapevolezza interiore. → non da scusanti a chi
agisce male, chi agisce male sente di violare la legge morale che sente dentro di sè; sceglie di anteporre
moventi sensibili a moventi universali.

→ “deduzione” della libertà dalla legge morale

«La legge morale è invero una legge della causalità mediante la libertà»
Critica della ragion pratica, Analitica, Cap. I, I, Della deduzione…

Commenta l’impossibilità di dedurre l’imperativo categorico o di darne una qualsiasi dimostrazione,


Kant osserva che se non può essere dimostrato perché si impone come un fatto evidente alla nostra
ragione, dall’imperativo categorico si può invece dedurre la libertà.

Deduzione assume un significato particolare

→ “deduzione” della libertà dalla legge morale


libertà = postulato1 fondamentale della ragion pura pratica.

1 postulato1 s. m. [dal lat. postulatum «ciò che è richiesto; richiesta», der. di postulare «postulare»]. – Proposizione che, senza essere evidente
né dimostrata, si assume – o si richiede all’interlocutore di assumere – come fondamento di una dimostrazione o di una teoria (in generale, di
un sistema deduttivo): accogliere, accettare, ammettere, respingere un postulato. […] P. di Euclide o p. delle parallele […]; p. della relatività […].
Nella filosofia di Kant e, in partic., nell’esame delle condizioni trascendentali del conoscere scientifico, p. del pensiero empirico i principî che
rendono intelligibile l’esperienza […]; nella Critica della ragion pratica sono detti postulati quelle proposizioni teoretiche indimostrabili che sono
presupposti necessarî della legge morale [ossia la libertà, l’immortalità dell’anima, l’esistenza di Dio come legislatore morale]. Cfr.:
http://www.treccani.it/vocabolario/postulato1/
Teorizza relazione reciproca inscindibile tra libertà e imperativo categorico, Kant è convinto che
i due siano contemporanei, quindi la conapevolezza della legge morale e la libertà sono
contemporanee, una implica l’altra. Si chiede se la libertà si deduca dalla legge morale o
viceversa.
-impossibile dedurre legge morale da libertà; quindi libertà deve essere dedotta da legge
morale→ nel momento stesso in cui sentiamo la legge morale in noi, immediatamente siamo
consapevoli di essere liberi.
riga: 1-5: Affermazione di una connessione reciproca tra libertà e legge pratica incondizionata. Ciò che
Kant si chiede è dove abbia inizio la nostra conoscenza(usata in senso generico, come sinonimo di
sapere/consapeolezza) dell’incondizionato pratico. Kant si chiede se siamo consapevoli prima della
nostra libertà o prima dell’imperativo categorico. → Kant inizia a rispondersi
incondizionato pratico: si riferisce a libertà e legge pratica (imperativo), libertà non appartiene al mondo
fenomenico/condizionato/meccanicamente determinato, anche legge pratica è un incondizionato (sfera
noumenica) → non appartengono a mondo fenomenico
riga 6-9: dice che non possiamo ricavare il concetto/conoscenza della legge morale dalla libertà, poi
precisa che non possiamo avere coscienza immediata della libertà perché la prima nozione di libertà che
diventa evidente per noi è un concetto negativo (INDIPENDENZA da qualcosa→ nega, dice che cosa è il
contrario). Poi dice che noi non scopriamo di essere liberi tramite l’esperienza perché l’esperienza ci da
la legge dei fenomeni e quindi il meccanicismo della natura e quindi il contrario della libertà (sapere
scientifico, mondo fenomenico retto per noi dalla causalità).
riga 10-13: dunque non ricaviamo la legge morale dalla libertà ma al contrario ricaviamo la libertà dalla
legge morale (non ha dubbi Kant). La legge morale è un fatto e questo fatto ci conduce al concetto della
libertà, perché la ragione presenta quella legge, come un motivo determinante che non dipende da
condizioni empiriche, totalmente libero e incondizionato.
riga 14-16→ coscienza: non la conosciamo ma ne abbiamo coscienza
Kant afferma che siamo consci delle leggi pratiche allo stesso modo dei principi teoretici puri
(consapevolezza di pensare, usare categorie..)
riga 17-18→ abbiamo coscienza di un intelletto puro (io che pensa) a partire dal pensiero, dai giudizi
18-30 → prima ribadisce che è la moralità a rivelarci il concetto della libertà, questo perché è la ragion
pratica(ragione che agisce in ambito morale-comanda a priori) ad imporlo→ quindi propone alla ragione
speculativa (teoretica), il più insolubile dei problemi perché porta ad affermare la libertà, ma la libertà
non è un fenomeno→ ciò che la ragione speculativa nega possa essere teorizzato, la ragion pratica
afferma come qualcosa di indiscutibile. Quando la ragion pura tenta di immaginare una causa non
causata (libera) cade in un’antinomia (la terza: Kant mostra che possiamo pensare a un mondo
totalmente determinato da una causalità necessaria e allo stesso tempo un mondo in cui oltre al
meccanicismo ci sia spazio x la libertà → però un’antinomia è un conflitto tra due tesi contrapposte a cui
non si può dare soluzione). Concetto della libertà non si può introdurre nella conoscenza, possiamo solo
pensarla come noumeno, però è la legge morale che impone di pensare/postulare la libertà sul piano
pratico. (“scienza”--> consapevolezza)
libertà: postulato fondamentale della ragion pratica
legge morale=libertà → dimostra che siamo liberi
esemplificazione
riga 31-36: di fronte ad una costrizione oggettiva, una minaccia fisica, qualsiasi individuo sarebbe in
grado di resistere ai propri impulsi
riga 36-40 → domandategli se posta questa ipotetica situazione egli crederebbe o meno possibile
vincere il proprio amore per la vita più grande che esso sia; quindi abbiamo quello stesso individuo che
sarebbe in grado di resistere alle passioni di fronte a una minaccia fisica e si suppone che a questo
individuo un sovrano malvagio chieda di dare falsa testimonianza a danno di un uomo buono per poterlo
mandare in rovina→ tentazione di comportarsi con malvagità contro la legge morale sotto una minaccia
contro la propria vita. Siamo certi che egli saprebbe di poter scegliere se essere malvagio oppure essere
virtuoso.
riga 40-43: quell’uomo posto a un’alternativa morale, sa di poter scegliere la virtù anziché la malvagità
perchè è consapevole di doverlo fare, è la ragione che glielo comanda

“DEVI, DUNQUE PUOI” → !formula non kantiana) Ragione comanda un “devi”, ma quel “devi” rivela la
nostra libertà, ognuno di noi scopre di essere in grado di poter essere libero in quanto sente la legge
morale che è in noi

«La legge morale è invero una legge della causalità mediante la libertà»
Critica della ragion pratica, Analitica, Cap. I, I, Della deduzione…

La legge morale si pone come movente, causa delle nostre azioni libera. La legge morale non ci può fisicamente
obbligare ad essere virtuosi ma ci rende liberi dalle azioni sensibili.
Libertà≠libero arbitrio MA consapevolezza di poter essere indipendenti dai moventi sensibili
(condizione di eteronomia) → libertà di poter essere noi stessi i legislatori morali di noi stessi
2 MODI x intendere la libertà:

libertà in senso negativo→ libertà da qualcosa (indipendenza da) non dipendere da altro
libertà in senso positivo→ libertà di qualcosa = autonomia(=indipendenza)

libertà di autodeterminarsi (determinarsi secondo ciò che è
più propriamente umano, quindi l’imperativo categorico)

Condizione di autonomia: seguire imperativo categorico (usa ragione come unico movente del
proprio agire, qualcosa che appartiene strettamente alla sua dignità di essere umano)
autonomia ≠ eteronomia.
Eteronomia: agire in modo contrario alla legge morale (immoralità)/agire in modo legale

libertà = postulato fondamentale della ragion pura pratica


(postulato=affermazione non dimostrabile e neppure evidente ma che si postula come necessaria per
tenere in piedi una teoria)
nella Critica della ragion pratica sono detti postulati quelle proposizioni teoretiche indimostrabili che sono
presupposti necessarî della legge morale
3 postulati pratici: la libertà, l’immortalità dell’anima e l’esistenza di Dio→ in realtà non c’è nulla di
comparabile alla libertà (se un postulato sta al fondamento di qualcosa, è chiaro che non c’è niente di
più fondamentale nella vita morale di un uomo che la sua libertà→ No moralità SE No libertà→ Se non
si postula la libertà non ha alcun senso parlare di bene/male morale, virtù…)
Libertà è un concetto, ma non una categoria (concetto che abbia uso nella conoscenza) che ci permetta
di costruire conoscenza. é un concetto che appartiene alla sfera noumenica, ne siamo intimamente certi
senza che con questo si possa aggiungere nulla alla nostra conoscenza)
La ragion pura teoretica già si spingeva a pensare alla libertà, la pratica dimostra una realtà oggettiva
della libertà che però è solo pratica: ha un significato esclusivamente nell’ambito morale. Niente viene
conosciuto in più con questo concetto.
Concetto di una volontà pura(determinata da imperativo) contiene già concetto di una causa libera.

PIANI:
- Apprendimento: prima legge morale, di conseguenza libertà
legge morale ratio cognoscendi della libertà

- Realtà: libertà poi legge morale (poiché siamo soggetti liberi allora esiste in noi una legge
morale)
libertà ratio essendi della legge morale

Kant dice che Ragion pratica ci porta ad estendere il nostro sapere e può tematizzare una sfera
noumenica che resta comunque fuori dall’oggetto dell’esperienza
estensione all’ambito noumenico → “primato” della ragion pratica (?)

Partizione interna alla Analitica della ragion pura


pratica:
- Dei principi della ragion pura pratica
- Del concetto di un oggetto della ragion
pura pratica
- Dei moventi della ragion pura pratica

CAPITOLO 2
Critica della ragion pratica, Analitica della ragion pura pratica, II - Del concetto di un oggetto
della ragion pura pratica
Temi:
- Bene e male in senso morale.
- “Tipica” del giudizio puro pratico

OGGETTO
concetto di un oggetto della ragion pp = «la rappresentazione di un oggetto come di un effetto possibile
della libertà» → mette subito in relazione un oggetto(un qualcosa che è oggetto della volontà) come
effetto della libertà, poi precisa:
«I soli oggetti di una ragion pratica sono dunque il bene e il male. Col primo s’intende un oggetto
necessario della facoltà di desiderare, col secondo un oggetto necessario della facoltà di aborrire». La
libertà attraverso l'imperativo categorico ci fa VOLERE qualcosa e ci fa DISVOLERE qualcosa. Bene: quello
che ci impone l’imperativo categorico, Male: quello che l’imperativo categorico ci impone di rifiutare.
Kant stesso nota che ci troviamo di fronte a un paradosso del metodo di una critica della rpp:

«…paradosso del metodo di una Critica della ragion pratica: che cioè il concetto del bene e del male [des
Guten und Bösen] non dovrebbe essere determinato prima della legge morale (a cui esso in apparenza
dovrebbe essere posto a base), ma soltanto […] dopo di essa e mediante essa».
o ancora
«…non è il concetto del bene, come concetto di un oggetto, che determina e rende possibile la legge
morale, ma al contrario è la legge morale che anzitutto determina e rende possibile il concetto del
bene»
Ciò che scrive su bene e male morale(l’OGGETTO) è coerente con la sua etica formale (si interroga sulla
forma e sulle intenzioni non sul contenuto) ed è una prova del suo atteggiamento rivoluzionario che
Kant ha assunto rispetto ai problemi tradizionali della filosofia

“Rivoluzione copernicana” nel «metodo delle ricerche morali» → rovesciamento del metodo delle
ricerche morali

vs. «errori dei filosofi relativamente al supremo principio della morale» → eteronomia

I filosofi prima di lui si sono chiesti che cosa il soggetto dovesse volere, quale dovesse essere l’oggetto
della volontà; trovandosi in disaccordo: alcuni l’han trovato nel piacere altri felicità/fedeltà al
sentimento morale… Proposta kantiana è quella di spostare l’attenzione sul soggetto: ci dobbiamo
chiedere, dato che questo soggetto è razionale necessario e universale, come la ragione operi in ambito
morale. Una volta data risposta a questa domanda possiamo rispondere alla domanda che cosa la
ragione dovesse volere.
Risposta alla prima: ragione nella sua purezza si impone come unico movente della volontà attraverso
imperativo categorico
Conseguentemente dobbiamo definire l’oggetto della volontà come ciò che la ragione vuole o ciò che la
ragione ci vieta di volere (male). Sostiene che solo in questo modo l’etica possa fondare l’autonomia,
mentre i tentativi di definire prima l’oggetto e poi le regole morali da seguire hanno portato altri filosofi
a delineare delle etiche ETERONOME (il cui fondamento non è l’uomo, e non si identifica con la ragione
dell’uomo ma come qualcosa di estrinseco)

TIPICA
Problema: passaggio dalla legge a priori al caso empirico (≈ schematismo trascendentale)
Come formula Kant la questione:
si tratta di «…decidere se un’azione, a noi possibile nel mondo sensibile, sia o no il caso soggetto alla
regola» o
«sussunzione di un’azione possibile per me nel mondo sensibile sotto una legge pura pratica»

TIPO della legge morale (≈ schema):
Risposta si trova nella delineazione di un tipo(modello mentale)della legge morale. FORMULA:
«Domanda a te stesso se l’azione che tu hai in mente, la potresti considerare come possibile mediante la
tua volontà, se essa dovesse accadere secondo una legge della natura, della quale tu stesso fossi una
parte [esemplificazione…]. Se la massima dell’azione non è tale da reggere al confronto con la forma di
una legge naturale in genere, essa è moralmente impossibile»
Risposta alla domanda se possa esistere uno schema mentale che possa aiutarci a comprendere se
l’azione che stiamo per compiere sia morale oppure no→ utilizza questo schema→ necessità assoluta
delle leggi della natura deve essere lo schema mentale che ci rappresentiamo quando ci interroghiamo
sulla moralità delle nostre azioni.

Critica della ragion pratica, Analitica della ragion pura pratica, III – Dei moventi della ragion
pura pratica
Si confronta con le singole azioni/decisioni dell’uomo in questo capitolo. Per questo lo aveva paragonato
all’estetica trascendentale
movente = motivo determinante soggettivo(=individuale) della volontà

“L’essenziale di ogni valore morale delle azioni dipende da questo: che la legge morale determini
immediatamente la volontà”
Troviamo tematizzato concetto della radicale differenza tra
legalità ≠ moralità
Troviamo anche Riflessione sul sentimento morale: assoggettamento / elevazione
Sentimento non può mai essere un movente dell’azione morale. Seguire sentimento=seguire ciò che
appartiene alla sensibilità (condizione di eteronomia/legalità/immoralità). Sentimento morale può
essere l’effetto del nostro agire morale/conformarci all’imperativo→ Sentimento che è allo stesso
tempo negativo(esclusione dei moventi sensibili) e contemporaneamente dell’elevazione (ci fa
sperimentare dignità degli uomini)
Kant, Critica della ragion pratica (Kritik der praktischen Vernunft), 1888
Dialettica della ragion pura pratica
Dialettica: parola scelta da Kant per riferirsi alla logica dell’apparenza (anima, mondo, Dio) nella ragion
pura; nella ragion pratica→ significato: fa riferimento ad una apparente contraddizione della ragione
con se stessa, ma è apparente non effettiva

Questione nasce dalla definizione del sommo bene. La ragion pratica sembra cadere in contraddizione
con se stessa nella definizione di sommo bene.

Introduce il concetto di bene supremo nella dialettica per dire che per l’uomo come soggetto morale, il
bene supremo è la VIRTÙ/MORALITÀ (sta al di sopra di qualsiasi movente sensibile).
Diverso è il sommo bene→ concetto di un bene PERFETTO che non manca di nulla
bene supremo ≠ sommo bene
che sta al di sopra perfetto, totale
↓ |
virtù ↓
virtù + felicità (appagamento di tutte le nostre tendenze)

sintesi a priori necessaria
Se la virtù soddisfa la razionalità nell’uomo, non può soddisfare l’uomo nella sua interezza (è anche
corpo, fisicità). Sommo bene= VIRTÙ + FELICITÀ (uomo virtuoso e con bisogni appagati)
-deve essere pensata come una sintesi a priori necessaria→ alla felicità unita la virtù a priori e
necessariamente, senza alcuna condizione.

Qua viene a generarsi una Antinomia della ragion pratica → appare evidente che una sintesi a priori di
virtù e felicità è impossibile.
Appare assolutamente impossibile che la ricerca della felicità conduca alla virtù, e impossibile che la
ricerca la virtù conduca alla felicità
- felicità→virtù assolutamente falso / impossibile
Questa prima ipotesi è assolutamente impossibile: su piano fattuale (felicità è un fine egoistico→
perseguendola non si può essere virtuosi)
- virtù→felicità falso nel mondo sensibile / possibile sul piano noumenico
Questa connessione presenta dei problemi, perché vediamo spesso nell’esperienza uomini che si sforzano
di seguire la legge morale, infelici. Su piano delle esigenze morali: Osserviamo però che colui che si
comporta virtuosamente desidererebbe avere come premio della virtù, la felicità→ è portato a
connettere con la legge morale il premio della felicità. Questo è impossibile, perchè niente ce lo
garantisce (seguiamo la legge, per la legge non per la felicità, altrimenti ci troveremmo in una condizione
di legalità). Non c’è nessun legame necessario tra virtù e felicità.
Questo nesso è falso nel mondo sensibile ma potrebbe essere possibile sul piano noumenico
Il modo in cui Kant pone le due alternative da la chiave di lettura per la formulazione della risposta.
La antinomia deve essere SOLO apparente perché se no non si capirebbe come mai la ragione dell’uomo
gli comandi di essere morale senza fargli sperare nulla. La ragione dell’uomo è la ragione di un essere
finito. Come può la ragione comandare all’uomo di abbandonare tutta la sua felicità. Quindi se la
ragione umana comanda all’uomo di agire moralmente vuol dire che l’uomo è in grado di agire
moralmente, ma siccome quell’uomo ha anche l’aspirazione ad essere felice, la ragione non può essere
contro questa aspirazione→ Antinomia APPARENTE
«…si può concepire, almeno come possibile, un legame naturale e necessario fra la coscienza della
moralità e l’aspettazione di una felicità ad essa proporzionata, come conseguenza di essa (ma
certamente non ancora perciò questo legame si può conoscere e percepire)»
Critica della ragion pratica, Dialettica, II, § 2
Piano noumenico→ piano su cui sta la soluzione dell’antinomia (ambito morale)
Libertà nella ragion pura→ non siamo in grado di dimostrare che vi sia o no nel mondo meccanicamente
determinato spazio per una causalità libera
Questi postulati non aggiungono nulla alla nostra conoscenza.
Soluzione dell'antinomia in 2 paragrafi
- L’immortalità dell’anima come postulato della ragion pura pratica
- L’esistenza di Dio come postulato della ragion pura pratica
Queste 2 non sono condizioni dell’etica, l’etica si fonda sulla ragione.
Sentendo il bisogno di essere felice, l’uomo è portato a supporre in via ipotetica che qualcosa di lui
sopravviva (postulare immortalità anima) e a postulare esistenza di Dio come legislatore morale. Sono il
fondamento di quel bisogno che l’uomo come essere integrale sente di essere virtuoso e felice→
postulato necessario per giustificare il concetto di sommo bene.

-Libertà: postulato fondamentale, condizione stessa dell’etica. Però la motivazione data nello schema è
sbagliata: traduce devi dunque puoi, come una libertà di obbedire oppure no (libero arbitrio) → per Kant
non è libero arbitrio, ma agire secondo la ragione (SOLO OBBEDIRE) → autonomo e indipendente
-C’è una corrispondenza tra i postulati etici e le idee di ragione, quindi tra risultati della dialettica della
r.pura e dialettica della r. pratica: postulato immortalità dell’anima corrisponde all’idea dell’anima,
postulato esistenza di Dio all’idea di Dio, il postulato della libertà appariva nel testo della terza
antinomia
virtù → santità → immortalità dell’anima → Dio legislatore morale

Immortalità dell’anima
sforzo di conformare la sua volontà alla ragione escludendo i moventi sensibili (che ci spesso porta ad
essere legali) → sul piano teorico nessun uomo sarebbe sufficientemente virtuoso da ottenere la felicità,
la felicità potrebbe essere concepita come premio per una virtù perfezionata/completa, per il
raggiungimento della condizione della santità. → secondo Kant è questo che ci porta a supporre che
qualcosa di noi (l'anima) sopravviva al nostro corpo e continui in un ipotetico aldilà in un processo di
perfezionamento iniziato in vita all’infinito (per arrivare alla santità) . Siamo portati a ipotizzare/sperare
che qualcosa sopravviva per poter perfezionarsi e arrivare a un premio, se non in questa in un’altra
vita→ questo non significa che lo possiamo dimostrare. → ecco perché Kant parla di un postulato.

postulati di anima e Dio = nell’ambito della conoscenza: supposizioni – ipotesi – concetti problematici
piano teoretico

espressione di un bisogno pratico→ ha bisogno di pensare che esista Dio. Bisogno coerente con
ragione pratica piano noumenico

Postulato dell’esistenza di Dio che segue logicamente quello dell’immortalità dell’anima:


supposto che come individui continuiamo ad esistere dopo la morte del corpo e continui a perfezionarsi
secondo quell’orientamento che abbiamo dato alla vita, abbiamo bisogno di pensare che esista DIO. Da
un lato come causa di un mondo senza leggi meccaniche nel quale si può essere liberi, dall’altro che
esista un Dio che sia il legislatore morale dell'universo e che quindi premi con la felicità ultraterrena il
nostro sforzo di essere morali. → sintesi a priori nel mondo sensibile non è possibile
estensione al soprasensibile→ questa dimensione è possibile nel soprasensibile, ma solo pensata, una
dimensione noumenica e che non può essere conosciuta, dimostrata
-primato della ragion pratica→ ragion pratica ci porta a pensare qualcosa che è aldilà dei limiti della
conoscenza, che appartiene al mondo soprasensibile, che appartiene alla sfera noumenica ma non ci
porta ad affermare che ciò che pensiamo in ambito morale sia oggetto della conoscenza→ Kant vuole
dire che azione della ragione dentro di noi come guida della vita morale, ci porta ad affermare che siamo
liberi e ci porta a sperare Dio e che l’anima sopravviva. Questo sta alla base di una FEDE RAZIONALE, che
rimane fede e non diventa conoscenza. Si tratta di una fede non dogmatica, fondata su un’aspettativa
interiore. Kant è persuaso che la morale possa fondare la fede→ è persuaso quindi che ragione possa
portare all fede quindi per Kant esiste una religione naturale per l’uomo.
Kant non ha aderito al deismo, ma è stato esponente del pietismo luterano (si fonda sull’io).
Kant vuole far notare che la legge morale e il perseguimento della virtù, ci può poratre alla fede
razionale (speranza che esista di Dio, e che Dio ci premia etc…)
Fede però non può formare la morale in nessun modo.
Chi crede in Dio e agisce per obbedire ai comandamenti di Dio, agisce sulla base di una legge che sta al
di fuori di lui→ ETERONOMIA. Le sue azioni possono essere legali ma non morali.

fede razionale

dalla morale → alla fede
dalla fede → alla morale

fede ≠ conoscenza

Avere fede non porta a dimostrare esistenza di Dio/conoscere anima. Dunque è di giovamento alla
conoscenza che fede e conoscenza non siano confuse.
Fede che fosse fondata sulla conoscenza certa di Dio, non sarebbe più fede→ non ci sarebbe più bisogno
di credere in Dio.

“Regno dei fini”→ trattato in Fondazione della metafisica dei costumi


Sinonimo di mondo della libertà (contrapposto a quello della necessità→ modo sensibile)
Sarebbe una umanità ideale, un mondo ideale umano in cui tutti obbediscono alla legge morale→ un
modello verso il quale tendere ma che non può essere considerata una realtà oggettiva, perchè gli
uomini sono sensibili.