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l testo che segue costituisce il primo capitolo di

P. E. BALBONI, Parole comuni, culture diverse. Guida alla comunicazione interculturale, Venezia,


Marsilio Editore, 1999.
Il testo è qui riprodotto per concessione dell’autore.
In questo primo capitolo vengono delineate alcune coordinate concettuali essenziali per comprendere
il problema della comunicazione, indipendentemente dall’aggettivo “interculturale”.
Introduzione alla comunicazione interculturale 1.1  Comunicare: “scambiare messaggi
vincenti”
    Esistono molte definizioni di “comunicazione” a seconda del punto da cui si osserva il fenomeno:
quelle del linguista e del semiologo non sono certo le stesse del sociologo, dello studioso di
comunicazione aziendale o del massmediologo. Per i nostri fini abbiamo optato per una definizione
estremamente semplice e l’abbiamo posta nel titoletto del paragrafo. Le quattro parole scelte per il
titolo sono fondamentali, come in ogni definizione, e quindi mette conto discuterle in dettaglio.
Comunicare
      Questo verbo descrive l’atto volontario, programmato, consapevole di scambiare messaggi per
perseguire il proprio fine.
    La comunicazione non va confusa con l’informazione, che di solito è involontaria ed è costituita da
“sintomi” e “segnali” (un tuono è un sintomo che ci informa dell’arrivo di un temporale; l’arrossire o il
sudore sono segnali che informano il nostro interlocutore del nostro stato d’animo). Sintomi e segnali
non sono volontari e intenzionali, mentre lo sono i segni di cui si sostanzia la comunicazione, tant’è
vero che per i propri fini (cioè per scambiare messaggi vincenti) una persona può anche mentire, cioè
inviare segni falsi, mentre non si può falsificare l’informazione.
 
Scambiare
      Comunicare non significa “inviare dei segni monodirezionali”, compiere degli atti comunicativi in
solitudine: secondo la saggezza popolare, infatti, parlare da soli è un segno di follia.
    La maggior parte della comunicazione è dialogica, ma anche quando è monologica, come in una
conferenza, il conferenziere che sa comunicare tiene molto in considerazione il feedback dato dal
sorriso degli ascoltatori, dalla loro postura, dal fatto che continuino o smettano di prendere appunti, e
così via. Ed il saggista che sa scrivere si pone il problema della chiarezza concettuale ed espositiva
che facilita il compito del lettore, della necessità di definire i termini che forse il lettore non conosce, e
così via: il lettore, per quanto implicito, è ben presente nella mente di chi sa comunicare per iscritto.
 
Messaggi
      Non ci si scambia solo parole: ciò che viene scambiato tra i partecipanti ad un evento
comunicativo è un messaggio, cioè una struttura complessa composta di lingua verbale e di linguaggi
non verbali: gesti, grafici, icone, oggetti, indicatori di ruoli sociali, layout grafico, ecc.
    Il messaggio orale viene creato in maniera cooperativa per cui i vari interlocutori collaborano alla
sua creazione, negoziano significati e linguaggi per giungere ad un messaggio conclusivo accettato
da tutti (anche nel caso di una lite ci sono elementi accettati da tutti i litiganti: il fatto di essere in
disaccordo, la possibilità di andare sopra le righe, l’estremizzazione delle posizioni, il rischio di una
conclusione traumatica dell’evento comunicativo, ecc.), mentre nel messaggio scritto ¾ tranne in
scritture interattive come, ad esempio, quella consentita dalle chat lines di Internet o dalla posta
elettronica ¾ questa negoziazione non è possibile.
 
Vincenti
      Si comunica per raggiungere effetti pragmatici ben precisi; nella comunicazione aziendale,
“vincere” significa far prevalere il proprio punto di vista sull’organizzazione dell’azienda, sulle priorità
strategiche, sui metodi di progettazione e produzione, sulle prospettive di commercializzazione, sui
prezzi da spuntare, e così via. In quella accademica si comunica per veder accettato ed apprezzato il
proprio impianto concettuale e metodologico di ricerca e per ottenere, dove possibile, un sostegno
economico oltre che scientifico. Nelle istituzioni internazionali si comunica per far prevalere la visione
“politica” in senso lato del proprio paese, della NATO, dell’ONU o di qualunque altro ente di cui si sia
espressione.
    Nella comunicazione (apparentemente) monodirezionale il conferenziere o lo scrittore lottano per
vincere la noia o le distrazioni degli ascoltatori e dei lettori; vinta questa prima battaglia, la loro vittoria
definitiva si realizza quando l’ascoltatore o il lettore accettano, data la forza del messaggio, di
modificare le proprie idee, di ridisegnare l’architettura della propria conoscenza [1].
Comunicazione vs Espressione
      Abbiamo già visto sopra la contrapposizione tra comunicazione intenzionale e informazione non
intenzionale; è necessario sgombrare il campo anche da un’altra contrapposizione che può risultare
ambigua: quella tra comunicazione ed espressione.
    Si tratta di una dicotomia fortemente difesa dagli idealisti, almeno fino a Croce, e abbandonata
dagli anni Cinquanta in poi ritenendo che anche l’uso espressivo della lingua sia in realtà una forma di
comunicazione.
    Oggi si tende a riproporre la dicotomia: la differenza tra le due nozioni sta nel fatto che nella
“comunicazione” l’atto di discorso, cioè la decisione di creare un messaggio, prevede un destinatario
intenzionalmente individuato ed avviene per uno scopo sociale, mentre nella “espressione” non si
parla o scrive a qualcuno per produrre un risultato pragmatico, ma il tutto si esaurisce nell’atto stesso
di produrre il testo (o il quadro, la canzone, ecc.,): una lettera sulla propria depressione è
“comunicazione”, una poesia sulla stessa depressione è “espressione”.
 
1.2  Situazione comunicativa, evento comunicativo
    La comunicazione non si realizza se non in “eventi” che hanno luogo in un “contesto situazionale”. 
Si tratta di concetti da chiarire, perché proprio in alcuni dei loro fattori si hanno delle variabili che
risultano fonti di incidenti nella comunicazione interculturale.
    Secondo le prime definizioni, da Malinowsky a Fishman, la “situazione comunicativa” veniva
definita da quattro variabili:
a.  luogo: Fishman parlava genericamente di “luogo”, ma l’etnometodologia della comunicazione ha
scisso il “luogo” in due, il setting fisico e la scena culturale (Hymes 1972); la caratteristica qualificante
della comunicazione interculturale è quella di avvenire tra persone che vengono da scene diverse e
che, indipendentemente dal setting fisico in cui si trovano, conservano le regole e i valori del luogo
culturale da cui provengono;
 
b.  tempo: il tempo pare una costante, ma in realtà è una variabile culturale e crea significativi
problemi di comunicazione interculturale, tant’è che dedicheremo a questo tema il paragrafo 2.1;
 
c.  argomento: si tratta di un fattore di rischio perché gli interlocutori, convinti l’argomento di cui stanno
parlando sia condiviso, possono dimenticare che i valori che sottostanno a tale argomento di cui
parlano non sono sempre condivisi nelle varie culture (cfr. 6.1);
 
d.  ruolo dei partecipanti: è un altro elemento di grave difficoltà: in ogni cultura lo status sociale viene
attribuito e mantenuto secondo valori e regole proprie, spesso fortemente distanti, se non
contrastanti, tra culture e culture. Nel prossimo capitolo tre paragrafi (2.2, 2.3 e 2.4) sono dedicati a
questo aspetto.
    Dagli anni Settanta in poi la ricerca sociolinguistica, quella pragmatica e quella di etnometodologia
della comunicazione hanno aggiunto altri fattori da tenere in considerazione nel momento in cui si
vuole analizzare un “evento comunicativo”.
    Oltre agli elementi della situazione (elencati ai punti a, b, c, d), un evento include:
e.  un testo linguistico e...
 
f.  ...dei messaggi extralinguistici: nella comunicazione interculturale, che è di solito condotta in
inglese (o, meglio, nel bad English internazionale), le norme linguistiche sono abbastanza condivise e
proprio sulla lingua si focalizzano l’attenzione e lo sforzo di chi parla: cercare il lessico appropriato,
evitare errori grossolani, ecc.; invece le norme dei linguaggi non verbali non vengono prese in
considerazione, quasi che i gesti, la mimica facciale, le distanze interpersonali, ecc., fossero dei
concetti universali. Proprio a queste norme è legato uno dei principali problemi della comunicazione
interculturale e quindi verranno dedicati loro due capitoli;
 
g.  degli scopi dichiarati e non che i partecipanti perseguono: i messaggi sono vincenti nella misura in
cui questi scopi pragmatici sono raggiunti; le varie culture regolano in maniera diversa il modo in cui si
possono rendere espliciti certi scopi - e si tratta di regole che coinvolgono valori fortemente marcati
(cfr. capitolo 2) come la gerarchia, lo status, il rapporto uomo-donna: il modo di velare o enfatizzare gli
scopi cambia da cultura a cultura – e anche all’interno della stessa cultura, della stessa famiglia, si è
notato ad esempio come spesso uomo e donna si dicano You Just Don’t Understand Me (è il titolo di
Tannen 1990) a causa del modo femminile di velare i propri scopi e i desideri, contrapposto al modo
proprio dell’uomo che li mette in luce;
 
h.  degli atteggiamenti psicologici  (o “chiavi”, come le chiama Hymes 1972) che i partecipanti hanno
nei confronti degli interlocutori, della sua cultura, della sua azienda, istituzione o università: sarcasmo,
ironia, rispetto, ammirazione, diffidenza, ecc., emergono nel testo linguistico e soprattutto nei
linguaggi non verbali, per cui informano  l’interlocutore su atteggiamenti che certo non si
vorrebbero comunicare (cfr. 1.1).
Spesso su questo piano possono sorgere fraintendimenti: la sensazione di imbarazzo e di difficoltà di
un asiatico si esprime, come indicatore di “chiave”, con un sorriso, che l’occidentale prende come
indicatore di una chiave diversa, positiva, disponibile e rilassata;
i. la grammatica contestuale (basilare per l’analisi del discorso interculturale secondo Scollon-Scollon,
1995) include, oltre a molti dei parametri di Fishman e Hymes, anche il concetto di sequenza prevista
per un dato evento, che in alcune culture può essere ritualizzata o abbastanza rigida e prevedibile,
mentre in altre porta ad avere una maggiore flessibilità: ne consegue che chi viene da una cultura del
primo tipo ha la sensazione di trovarsi nelle sabbie mobili, nell’incapacità di gestire l’evento
comunicativo.
    Alcuni eventi possono essere brevissimi (il grido "aiuto" di chi sta annegando, seguito dal tuffo del
bagnino), altri possono richiedere anche mesi, come alcune operazioni commerciali (dalla visita alla
fiera alla ricevuta di pagamento, passando attraverso preventivi, ordinativi, fatture pro-forma e reali,
lettere di addebito e accredito, eventuali reclami, giustificazioni, ecc.): maggiore è la durata
dell’evento, più probabile è lo scontro deliberato o l’errore involontario sul piano culturale.
    Ci sono poi degli eventi particolarmente ritualizzati (una cena formale, una conferenza, una
riunione di un consiglio d’amministrazione, una presentazione, ecc.) che ogni cultura gestisce
secondo regole proprie, la cui mancata conoscenza porta a situazioni spiacevoli in cui la
comunicazione viene fortemente appesantita e, in alcuni casi, diviene impossibile. Dedicheremo il
capitolo 6 ad alcuni di tali eventi.
 
1.3  Posizioni “up” e “down” e rischio di “escalation”
    Con una metafora, la comunicazione può essere definita come una partita a scacchi. E’ una
situazione in cui ogni giocatore si propone di vincere. Per tal fine egli dispone di una serie
di strumenti (la lingua e i linguaggi non verbali) e può eseguire delle mosse.
    Come in una partita, ogni giocatore cerca di trovarsi in una posizione che le teorie sistemiche della
comunicazione (Bateson 1972) definiscono Posizione up e cerca di tenere l’avversario-interlocutore-
collaboratore in Posizione down: tenta cioè di non lasciargli l’iniziativa sul modo in cui gestire l’evento
comunicativo, la partita, cerca di impedire che sia l’altro ad avere la scelta delle strategie, degli
argomenti, e così via (un’applicazione della teoria sistemica della comunicazione alla vita aziendale è
in Schmidt 1990). Se gli interlocutori sanno comunicare, cioè condividono e rispettano le regole del
gioco, la partita giunge a conclusione normalmente; se invece le regole sono mal conosciute o
applicate si può arrivare ad un’escalation in cui entrambi vogliono essere up: la comunicazione
abortisce o si giunge alla lite incontrollata
    Questa normale dialettica tra posizioni up e down può essere fortemente turbata dalle differenze
culturali. Una mossa permessa in una cultura (interrompere, ad esempio) può essere vietata in altre;
l’uso di strumenti quali il tono di voce o il modo di gesticolare che sono normali in una data cultura può
essere vissuto come aggressivo o invadente in altre culture, producendo così messaggi non condivisi:
l’italiano che interrompe, alza la voce e gesticola può irritare un interlocutore scandinavo che
interpreta queste forme come attacchi e reagisce di conseguenza. Ma l’italiano non voleva attaccare e
quindi si sorprende della reazione dello svedese, si sente aggredito e a sua volta, reagisce alzando il
tono di voce, e così si innesca una reazione a catena che rallenta o blocca lo scambio comunicativo
per un po’ - o addirittura lo porta ad esito infelice, per cui nessuno dei due può raggiungere gli scopi
per cui si erano riuniti.
Questo studio vuole essere un contributo ad evitare che si verifichino fenomeni di escalation non
voluta.
1.4 I pezzi sulla scacchiera della comunicazione
    Proseguendo la metafora della comunicazione come una partita a scacchi in cui tutti i partecipanti
vogliono vincere, dovremo prendere in considerazione i “pezzi”, gli strumenti con cui viene giocata la
partita.
    Gli esseri umani hanno come strumenti comunicativi il corpo, oggetti sul corpo ed intorno ad esso,
la lingua.
    Spesso si è portati a credere che la comunicazione linguistica sia tutta la comunicazione.
Soprattutto chi usa una lingua straniera, e quindi ha problemi superiori a chi usa la lingua materna,
focalizza buona parte della sua attenzione sulla lingua e perde di vista i linguaggi non verbali: tuttavia
· tra il 75 e l’80% delle informazioni che raggiungono la nostra corteccia cerebrale passa attraverso gli
occhi (Birkenbihl 1991)
 
· solo il 10-15% giunge dall’orecchio.
    Siamo dunque molto più “visti” che “ascoltati”, e molto spesso è proprio sulla base di quel che si
vede (aspetto, vestiario, ecc.) di una persona che si decide se ascoltarla o non.
    Inoltre il funzionamento del nostro cervello nel momento in cui comprende un messaggio prevede
che i due emisferi cerebrali procedano con un ordine ben preciso, indipendentemente dalla qualità
dello stimolo verbale o visivo o audiovisivo che ricevono:
·  prima si attiva l’emisfero destro del cervello (quello analogico, globale, visivo, emotivo)
 
·  poi i dati così pre-elaborati vengono passati all’emisfero sinistro (logico, razionale, linguistico,
analitico).
    Dunque siamo prima “visti” e poi “ascoltati”.
    La priorità temporale e la prevalenza quantitativa dei linguaggi visivi non intaccano certo il primato
del linguaggio verbale come strumento di comunicazione - ma si deve prestare attenzione a non
sottovalutare gli aspetti non verbali, che risultano particolarmente connotati nelle diverse culture, per
cui un gesto o un oggetto o un vestito eleganti a Firenze sono insignificanti o ineleganti a Mosca: i
primi missionari in Congo pretendevano che le donne si coprissero il seno, cosa che in quella cultura
solo le prostitute facevano...
    Dedicheremo l’intero capitolo 3 alla comunicazione effettuata con il corpo, con i suoi movimenti,
con i suoi odori e rumori, con la distanza tra i corpi, con gli oggetti sopra e intorno ai corpi; il capitolo 4
invece verterà sui principali problemi interculturali legati alla lingua.
 
1.5 Le mosse nella scacchiera comunicativa
    Quando si comunica si persegue un macro-scopo (raggiungere un accordo all’interno di un gruppo
di progetto, condurre a buon fine una trattativa, convincere un’università straniera a cooperare in un
progetto Socrates, ecc.) per mezzo di una serie di atti comunicativi che perseguono dei micro-scopi:
nella metafora della comunicazione come partita a scacchi questi atti corrispondono a delle “mosse”
comunicative: attaccare, rinunciare, rimandare, interrompere, ironizzare, e così via (Schmidt 1990).
    Siccome gli eventi comunicativi tipici del mondo aziendale, produttivo, commerciale, legale sono
competitivi e quindi fortemente caratterizzati da mosse che ciascuno compie per passare in
posizione up o per far scendere down l’interlocutore, l’analisi di tali mosse comunicative è
fondamentale in un discorso sulla comunicazione interculturale – e lo è ancor di più se si considera
che chi parla ricorre spesso a tutte le mosse disponibili nella sua cultura senza tener conto del fatto
che alcune di queste possono essere vietate o non significative in altre culture.
    Dedicheremo quindi il capitolo 5 ad un’elencazione delle principali mosse comunicative, che sono
una ventina, viste in prospettiva interculturale.
 
1.6 Un modello di competenza comunicativa
    Sulla base di quanto detto sopra, possiamo procedere a delineare un modello di “competenza
comunicativa”, cioè di ciò che una persona deve possedere e padroneggiare per poter comunicare.
Abbiamo trattato altrove con ampiezza questo tema (Balboni 1998, Balboni-Luise 1994), quindi ci
basterà qui accennarne nelle linee essenziali.
La competenza comunicativa può essere visualizzata come una piramide a tre lati [2], ciascuno dei
quali indica un “sapere” o “saper fare”:
a.  saper fare lingua
 Si tratta di saper comprendere, leggere, scrivere, fare un monologo (ad esempio tenere una
conferenza, fare la presentazione di un progetto, ecc.), partecipare a un dialogo, oltre ad altre “abilità
linguistiche” che non rientrano nel fuoco di questo studio interculturale: queste componenti della
competenza comunicativa sono dei processi  universali, anche se i prodotti,  cioè i testi che vengono
compresi o scritti, i dialoghi in quella data situazione, ecc., variano da cultura a cultura per effetto
delle regole comprese nelle altre due facce della piramide.
 Offriremo un approfondimento specifico su due abilità (monologare e dialogare; cfr. cap. 6), mentre il
discorso sulle altre abilità è diffuso in tutto il volume;
 
b.  saper fare con la lingua
 Questa faccia della piramide include la dimensione
-  sociale: chi sa comunicare deve sapere come individuare e rispettare i rapporti di ruolo (o come
attaccarli, se è il caso), sa attribuire correttamente lo status sociale e gerarchico ai vari partecipanti
all’evento comunicativo, è appropriato nell’uso di appellativi (titoli, Mr/Ms, ecc.), e così via: questa
grammatica sociolinguistica cambia fortemente non solo tra culture, ma anche all’interno di culture
che gli estranei considerano omogenee (si pensi all’espressione della formalità e del rispetto in
Lombardia, Veneto o Sicilia...)
-  pragmatica: comunicare efficacemente significa raggiungere i propri scopi, vincere la partita; tale
obiettivo è perseguito attraverso una serie di atti, cioè di “mosse” intenzionali, mirate ad un effetto
preciso; anche la grammatica pragmalinguistica è fortemente connotata culturalmente: come si è
detto, atti accettabili in una cultura non lo sono in altre
-  culturale: la grammatica antropolinguistica e quella, più in generale, antropologica di una comunità
costituisce il tessuto comune su cui si intrecciano tutti gli eventi in una data cultura; variando le
culture, variano queste grammatiche e nascono i problemi di cui ci occupiamo i questo studio.
 A questa seconda faccia della piramide è stata dedicata molta parte di questo volume (oltre che,
specificamente, il capitolo 5), perché ovviamente è qui che si trovano i maggiori problemi di
comunicazione interculturale;
 
c. sapere i linguaggi verbali e non-verbali
 Questa “faccia” include le grammatiche tradizionalmente indicate con tale nome (per due secoli si è
ritenuto che sapere una lingua significasse conoscerne pronuncia, lessico e morfosintassi) e quelle,
generalmente trascurate, dei linguaggi non-verbali. Avremo quindi una:
c.1. competenza linguistica di cui fanno parte le componenti
· lessicale, ad esempio la scelta delle parole, il modo di modificarle e di crearne di nuove, ecc.
· morfosintattica, cioè meccanismi quali il singolare e il plurale, il modo di chiedere, di negare, di
vietare, di esprimere comparazioni, di parlare del passato e del futuro, ecc.
· testuale, cioè la serie di meccanismi che garantiscono coerenza logica e coesione formale a un
testo, nonché le regole dei vari generi (dialogo, conferenza, barzelletta, lettera, ecc.); si tratta di una
grammatica molto complessa e delicata: un testo costruito in linea retta, straight to the point, è
corretto per un americano ma rude per un cinese, che preferisce un procedimento a spirale, come
vedremo
· fonologica, che riguarda la pronuncia: non si hanno problemi di comunicazione interculturale in
questo settore
· paralinguistica, cioè quella componente “esterna” della competenza fonologica che riguarda il tono
di voce, la sottolineatura delle parole, la velocità con cui si parla, e così via: qui i problemi sono invece
rilevanti.
A questa componente della competenza comunicativa è dedicato il capitolo 4;
c.2. competenza extralinguistica: essa comprende le competenze
· cinesica, cioè l’uso comunicativo del corpo, delle sue posture e dei suoi movimenti
· prossemica, che riguarda l’uso comunicativo delle distanze interpersonali
· vestemica e oggettemica, che consentono di utilizzare per la comunicazione l’abbigliamento e altri
oggetti di vario tipo e natura.
Dedichiamo il capitolo 3 a questa componente della competenza comunicativa - che rappresenta il
settore dove avvengono i maggiori errori interculturali, perché in genere si è poco consapevoli del
ruolo dei linguaggi non verbali e quindi li si monitorizza poco durante la comunicazione.
    Questo modello di competenza comunicativa (cfr. Balboni-Luise 1994 e Balboni 1998 per un
approfondimento) descrive la  competenza nella lingua/cultura materna, ma per definizione
(trattandosi di un modello universale) deve essere applicabile anche alla descrizione della
competenza nella lingua/cultura straniera e nella comunicazione interculturale.
1.7 I parametri per valutare i problemi comunicativi interculturali
    Esistono molti parametri elaborati dalle scienze della comunicazione e da quelle del linguaggio per
valutare di volta in volta la qualità di una mossa o di uno strumento di comunicazione.
 Tra questi i più produttivi nella nostra prospettiva sono i seguenti, cui faremo costantemente
riferimento nella trattazione dei vari aspetti della comunicazione interculturale:
 
a) formale vs. informale
 Si tratta di un’opposizione essenziale, se non altro perché nella comunicazione “l’abito fa il monaco”:
come abbiamo detto siamo prima visti e poi ascoltati e un errore sul piano della formalità richiesta in
una data situazione può compromettere lo scambio.
 Ogni cultura ha il suo modo particolare di identificare formalità ed informalità, non solo nel linguaggio,
ma anche nel modo di comportarsi, di scegliere un regalo, di abbigliarsi;
 
b) polite vs. unpolite
 Usiamo i termini inglesi perché essi includono non solo il “ben educato” italiano, ma anche un
concetto di adeguatezza alla situazione, nonché un fattore di gentilezza e di rispetto sociale che va
oltre quella che in italiano noi definiamo “buona educazione”: ad esempio, la sequenza “io e te”,
comune in Italia, viene vissuta come unpolite in Germania, Inghilterra, America, dove du und ich
oppure you and I sono invece richiesti; negli studi di pragmatica comunicativa esiste una versione più
forte del concetto di politeness: essa esprime l’accettazione di un rapporto gerarchico (Scollon-
Scollon 1995: cap. 3), ma in questo studio useremo il termine nella sua accezione più diffusa, visto
che il nostro oggetto è la comunicazione e non l’antropologia delle organizzazioni gerarchiche.
(Sulla politeness cfr. Goody 1987; Clyne  1994:13ss);
 
c) forza mascherata vs. esplicita
 In una “lotta” quale è la comunicazione la forza non va sempre evidenziata, perché l’interlocutore
potrebbe offendersi e interrompere lo scambio: si pensi ad un gruppo di progetto che si scioglie
perché una personalità troppo dominante prevarica gli altri, si pensi ad una trattativa che si arena di
fronte ad una mossa comunicativa ritenuta offensiva; spesso in una situazione formale la forza delle
frasi e degli atti comunicativi non può essere esplicita, per cui gli imperativi, il verbo “dovere”, i gesti
imperiosi della mano sono esclusi (cfr. l’analisi dei directives in Clyne 1994: 63ss).
    In questo campo la complessità interculturale è notevole: in inglese un divieto viene raramente
espresso con un esplicito “no, you may not go” e la sua forza viene piuttosto mascherata con un
delicato “I’m afraid you can’t possibly go there, I’m sorry”; di converso, ci sono culture, come ad
esempio quella ebraica, che privilegiano l’espressione diretta del proprio pensiero, in maniere che
appaiono brusche a tutti gli occidentali e che quindi sono destinate a creare problemi nel momento in
cui vengono tradotte linguisticamente, ma non culturalmente, in inglese: quale problema un israeliano
possa avere con un greco, che maschera la forza ancor più che un americano, è facile da
immaginare; il problema si presenta quotidianamente anche all’interno della cultura americana: i
bianchi mascherano la forza dei loro atti linguistici, mentre i neri, come gli ebrei, ritengono giusto
esprimere con forza le proprie opinioni, richieste, intenzioni  (Wierzbicka 1991: 88ss; 121ss).
    Direttività/implicitezza è una dicotomia fondamentale sia nelle negazioni, come abbiamo visto
sopra, sia nell’uso degli imperativi: un inglese li usa per le istruzioni semplici, ma il più delle volte, se
deve davvero regolare il comportamento altrui, usa i cosiddetti whimperatives, creati di solito
ricorrendo a could, should oppure would: tutto sono, tranne che richieste, suggerimenti, consigli.
    A complicare il problema, si ricordi poi che l’opposizione esplicito/implicito per la forza pragmatica
di un atto comunicativo è regolata anche da un altro fattore, quello del genere del parlante: non solo il
maschio è in genere più esplicito della donna (Tannen 1990), ma molte culture non consentono alla
donna di essere esplicita nelle sue richieste o nei suoi ordini.
    Questa osservazione riprende l’idea di Grice che esista nella comunicazione un “principio
cooperativo” che permette ai parlanti di lasciare molto di implicito nei propri atti comunicativi, nella
certezza che l’interlocutore li disambiguerà per conto suo – ma allo stesso tempo le osservazioni fatte
sopra permettono di notare che il principio funziona all’interno di una data lingua-cultura, ma non è un
universale della comunicazione, tant’è vero che molte incomprensioni interculturali nascono proprio
dalla mancanza di un principio condiviso di cooperazione;
 
d) politicamente corretto vs. scorretto
 Ancorché tradotta in italiano, l’espressione politically correct è culturalmente di matrice
nordamericana; si tratta di un parametro di giudizio che sta lentamente penetrando in Europa: non
tanto in Gran Bretagna, dove la consonanza con gli Stati Uniti è spesso più linguistica che culturale,
quanto nel BeNeLux e nell’area scandinava.
 In base a questo parametro puramente culturale, quindi estremamente rilevante nella nostra
prospettiva, la scelta lessicale ha valore “politico”: rientrano in questa sfera il rispetto etnico (ad
esempio “persona di colore”, che abbiamo preso in prestito dall’americano per indicare un non-
bianco; in italiano è invece politicamente marcata la scelta tra “negro” e “nero”), il concetto di parità tra
uomo e donna, che è facilmente realizzabile nella lingua inglese, dove il femminile è poco marcato
per cui si riduce alle coppie he/she, his/her, man/woman, ma che diviene spesso ridicolo in italiano,
dove il genere maschile o femminile distingue tutti i nomi, gli articoli, gli aggettivi e spesso i pronomi...
 In America la political correctness porta a situazioni impensabili per gli europei: ad esempio il
concetto di parità tra i sessi può far sì che un uomo, aprendo la porta e cedendo il passo ad una
signora, si senta apostrofare come sessista;
 
e) uso libero vs. taboo
 Solo la consuetudine e l’attenzione precisa consentono a persone che frequentano ambiti
internazionali di cogliere il continuo variare degli argomenti di uso libero e di quelli tabooizzati.
Spesso, ad esempio, gli stessi italiani non si rendono conto di quanto sia taboo nella nostra cultura
l’accenno alle cure psicologiche: il consiglio di andare da uno psicologo o da uno psicoanalista viene
sentito come offesa, significa “sei matto!”; l’italiano del nord cui uno straniero chiede qualcosa sulla
mafia esorcizza anzitutto il problema (“Primo, la mafia è in Sicilia; secondo: Riina è in galera, ce la
faremo”) e poi cambia discorso. Allo stesso modo, un inglese rimesta in ogni turbidume della Royal
family ma reagisce se lo fa un non-inglese (soprattutto se lo fa un Americano, cui si ribatte elencando
le segretarie e le stagiste del Presidente Clinton).
 Ogni cultura ha dei taboo noti e ne ha altri che mutano rapidamente: ad esempio il cenno al passato
comunista dell’Europa orientale oppure al fascismo pinochettiano in Cile è delicatissimo perché molte
delle persone che oggi hanno contatti con stranieri da posizioni manageriali ed accademiche elevate
hanno una storia personale in quei regimi e quindi la semplice battuta di un italiano, a tavola, per
riempire un silenzio, può essere vissuta molto male dall’interlocutore e innescare meccanismi
di escalation.
 Altre volte ci sono taboo incomprensibili per alcuni: da quello delle carezze in testa a un bambino
nelle Filippine, che fanno passare l’italiano affettuoso per un pedofilo incallito, a quello che riguarda la
riservatezza degli europei sulla propria famiglia, atteggiamento che non è compreso dai giapponesi:
informarsi sulla famiglia dell’interlocutore, sui figli, sull’eventuale divorzio sia suo sia dei genitori, ecc.,
è normale in una cultura come quella nipponica in cui la famiglia di provenienza  rappresenta la
credenziale base di una personalità.
 Tre taboo da ritenere universali (anche se vi sono eccezioni) sono eros e thanatos, cioè i discorsi
riguardanti il sesso e la morte, e quelli sulle secrezioni del corpo (sudore, muco, cerume, sperma,
urina, feci, vomito). Anche i discorsi sulla digestione e sui sentimenti personali vanno considerati
taboo nelle culture di origine inglese;
 
f) cooperativo vs. arroccato
 L’atteggiamento delle persone che sono impegnate in uno scambio comunicativo può essere di due
tipi: arroccato (“In questo momento ho la parola io, quindi questo è il mio ‘territorio’ e nessuno
intervenga mentre esprimo il mio pensiero”) oppure cooperativo (“Sebbene io abbia la parola, vi
permetto di intervenire per integrare, correggere, sostenere quanto dico”). Tendenzialmente gli italiani
appartengono a questo secondo gruppo, ma la loro disponibilità a collaborare si scontra con
l’irritazione fortissima dei nordici se vengono interrotti: essi possono sentirsi talmente offesi da
rinunciare a proseguire nel loro discorso.
 Anche un’intera cultura, non solo una persona, può essere valutata secondo questa dicotomia. Ad
esempio, le culture asiatiche, soprattutto quella giapponese, sono globalmente arroccate di fronte a
uno straniero: “uno dei maggiori problemi [...] è che una volta commesso un grave ‘errore culturale’
risulta spesso impossibile porvi rimedio e possono passare parecchi mesi prima che ci si renda conto
che rifiuti gentili significano in realtà isolamento e messa al bando” (Gannon 1994; trad. it. 1997: 30).
 

1 L’idea di evento comunicativo come “battaglia” è insita nella nostra cultura: se, sulla base delle
teorie della conceptual metaphor theory (Lakoff-Johnson 1980), osserviamo le metafore militaristiche
relative alla comunicazione entrate nell’uso collettivo troviamo, ad esempio, che le affermazioni sono
“indifendibili”, che si devono “attaccare” i punti deboli dell’argomentazione altrui, che le critiche
“colpiscono il segno”, (in inglese e francese si usano target e cible, ancor più marcati), che si
“demoliscono” e “distruggono” argomentazioni, che si “vincono” discussioni solo se si ha una
“strategia” precisa, che si procede per “botta” e risposta, che si “sparano” dati e cifre, che su un dato
argomento non si “cede di un millimetro”, e così via (per alcuni degli esempi chi scrive è debitore a
Danesi-Mollica 1998: 5).
2 Byram-Zarate 1994 utilizzano, per definire la competenza comunicativa interculturale, un modello
diverso da quello della competenza comunicativa intraculturale:
a.     saper essere, abbandonando l’etnocentrismo
b.    saper apprendere, osservando la pluralità culturale del mondo
c.     sapere i tratti caratterizzanti della cultura con cui si ha a che fare
d.    saper fare una sintesi di quanto osservato nei punti precedenti.
Ci pare che il punto “a”  rientri in un atteggiamento psicologico di relativismo culturale che non ha
nulla a che fare con una “competenza”; “b” e “c” fanno parte della competenza “matetica”, cioè il
saper apprendere (vi abbiamo dedicato il capitolo 7), non di quella comunicativa; il punto “d” è un
corollario e non si configura come un “sapere” autonomo.
Abbiamo riportato questo modello di competenza comunicativa interculturale solo perché è tra i più
diffusi, ma riteniamo che sia difficilmente sostenibile sia nel modo in cui viene articolato, mescolando
componenti da diversi ambiti concettuali, sia sul piano teorico: un modello di  “competenza”, nel senso
in cui la definisce Chomsky, non può variare da situazione a situazione: il modello di competenza
comunicativa è per definizione lo stesso in ambito sia intraculturale sia interculturale. E’ scopo di
questo studio dimostrare che il modello di competenza comunicativa usato nella letteratura
sociolinguistica e glottodidattica per il primo ambito può essere usato anche per descrivere il secondo.