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SOCIOLOGIA DELLA COMUNICAZIONE INTERPERSONALE

La comunicazione lemissione deliberata di un messaggio codificato secondo certe regole socialmente


riconosciute e rivolto a dei riceventi (qualificati o meno). La comunicazione quindi deliberata: necessario
avere intenzione di esprimere qualcosa, e questo fa della comunicazione unazione sociale. Il messaggio pu
essere verbale o non verbale e per essere comprensibile ha bisogno di una serie di codici, cio di una matrice
di possibilit a cui attingiamo per formulare i contenuti delle nostre interazioni comunicative, secondo regole
comuni e condivise. Infine, un processo comunicative prevede un ricevente a cui corrisponde peraltro un
emittente.
Linformazione consiste invece in una serie di espressioni, non necessariamente verbali, trasmesse
presumibilmente in maniera non intenzionale da parte dellemittente, e che ci informano sulle caratteristiche
dellemittente stesso e sulle circostanze in cui questo opera.
Di fatto, nelle normali interazioni quotidiane, gli individui fanno uso di un misto di comunicazione ed
informazione, e quindi di messaggi emessi deliberatamente e di altri su cui il controllo minimo o nullo.
Nella comunicazione un elemento fondamentale la fiducia, grazie alla quale portiamo a conclusione la
maggior parte dei processi comunicativi che ci vedono coinvolti.
Un messaggio metacomunicativo ci parla del tipo di interazione in corso e la definisce: si tratta di una
cornice, un frame. Se la nozione di frame stata introdotta da Bateson, si deve a Goffman il suo uso
nellapproccio sociologico alla comunicazione: se il frame una cornice che noi poniamo attorno ad una
situazione, per capire il messaggio di un evento comunicativo bisogna vederlo nella sua cornice primaria.
possibile mettere unulteriore cornice attorno ad un frame primario, trasformandone cos il significato.
Quello che c dentro rimane lo stesso, ma il suo significato varia al variare del frame che o incornicia.
Loperazione di incorniciamento di una situazione unesperienza normale e quotidiana.
2. Non si pu non comunicare
Il termine comunicazione trae la propria origine dalla remota radice sanscrita com, il cui significato di
mettere in comune si trasferito al latino communis (comune), composto di cum (insieme) e munis
(obbligazione dono). Alla base della comunicazione ci sono quindi le idee di reciprocit e di vincolo che
sono anche alla base della vita sociale. Lidea di comunicazione come condivisione e reciprocit ci
suggerisce uno scenario dove le persone sono in qualche modo non solo legate, ma anche vincolate le une
alle altre, dove quindi gli uni avranno delle aspettative sugli altri e sapranno che questi ultimi avranno,
reciprocamente, delle aspettative su di loro, e cos via.
Lintenzionalit non solo presente, ma anzi un elemento determinante, tale da distinguere il concetto di
comunicazione da quello di informazione. Non tutti sono daccorso su questo punto. Secondo la Scuola di
Palo Alto la comunicazione va intesa come comportamento in senso lato, senza quindi ci sia bisogno di voler
comunicare per farlo. Ogni comportamento che manifestiamo di fronte ad altre persone ha valore
comunicativo, da quelli volontari a quelli involontari. Da questo assunto deriva il primo assioma della Scuola
di Palo Alto: impossibile non comunicare (Watzlawick).
Una formulazione piuttosto comune vede la comunicazione come una relazione in cui qualcuno, lemittente,
invia un messaggio a qualcun altro, il ricevente: il messaggio deve essere costruito per mezzo di una serie di
codici che siano almeno in parte condivisi da coloro che sono impegnati nellatto comunicativo e viene
trasmesso attraverso uno o pi canali, ovvero apparati fisici che possono essere naturali o artificiali. Il tutto
avviene allinterno di un contesto che fa da cornice allatto comunicativo in corso.
Roman Jakobson ha legato agli elementi della comunicazione altrettante funzioni, patendo dal presupposto
che la comunicazione risponde anche a determinate funzioni, ciascuna legata ai singoli costituenti del
processo comunicativo. A seconda della preponderanza di uno degli elementi della comunicazione, avremo
la preponderanza di una delle seguenti funzioni:
Espressiva: U emittente; si concentra sulla possibilit che ha questi di esprimere i propri sentimenti,
le proprie emozioni ed i propri stati danimo
Conativa: U ricevente; possibilit di influenzarne lazione ed il comportamento; lattenzione posta
sugli effetti che la comunicazione ha sul destinatario del messaggio
Poetica: U messaggio; ci informa sullorganizzazione, la struttura interna, la coerenza narrativa, ecc

Referenziale: U contesto; luso di strumenti linguistici come avverbi di spazio e tempo, articoli,
pronomi, ecc
Ftica: U canale; stabilire, mantenere, verificare, interrompere o chiudere la comunicazione, di
centrarsi insomma sugli aspetti pi attenti al contatto
Metalinguistica: U codice; espressioni come quello che voglio dire .. con cui i parlanti
stabiliscono esattamente i termini della loro conversazione o del loro atto comunicativo in generale.
Queste funzioni sono tutte presenti, in maggiore o minore misura, allinterno dellatto comunicativo.
Secondo gli autori della Scuola di Palo Alto, i codici vanno distinti tra analogici e numerici. In un normale
processo comunicativo possiamo riferirci ad oggetti o concetti rappresentandoli oppure nominandoli,
parlandone. Nel primo caso si dice che utilizziamo un codice analogico, cio che i segni che noi utilizziamo
per la nostra rappresentazione hanno una qualche relazione con ci a cui ci riferiamo. Nel caso, invece, in cui
per descrivere la mia arrabbiatura mi serva solo del linguaggio, si parler di codice numerico, nel senso che il
rapporto tra la mia arrabbiatura e le parole che uso per descriverla del tutto arbitrario. Secondo questa
distinzione il codice analogico ha un qualche legame con ci a cui si riferisce mentre quello digitale di
natura prettamente convenzionale.
I codici possono essere divisi in tipologie:
Linguistico: si riferisce alluso del linguaggio nel corso di un atto comunicativo
Paralinguistico: fa riferimento a tutti quei suoni che non rientrano propriamente allinterno di una
lingua; suoni che servono a riempire silenzi imbarazzanti nel bel mezzo di una conversazione
Cinesico: si riferisce allo sguardo ed ai movimenti del volto e del corpo (es: mimica facciale)
Prossemico: gestione dello spazio intorno a noi, modo i cui manteniamo o meno le distanze con le
persone che si trovano nel nostro raggio di azione
Aptico: contatti corporei con altre persone.
Anche in questo caso, come per le funzioni, va sottolineati che tutti i codici possono essere compresenti.
Nel modello comunicativo di codifica/decodifica la questione dei codici fondamentale: la codifica consiste
nella messa in codice, ovvero nella confezione del messaggio comunicativo; la decodifica si riferisce alla
sua ricezione ed interpretazione.
Codificare un messaggio significa mettere insieme tutti i codici che scegliamo di utilizzare per comporre un
determinato contenuto. Nella scelta del codice molto dipende dal contesto in cui si svolger latto
comunicativo. Loperazione di decodifica consiste nel riconoscere i codici con cui stato messo a punto il
messaggio, e quindi nellinterpretare il contenuto del messaggio stesso. evidente come sia essenziale la
condivisone dei codici da parte delle persone coinvolte nel processo comunicativo: si potranno benissimo
produrre decodifiche che non seguano esattamente quelle che erano le intenzioni di chi ha prodotto il
messaggio, ma nel momento stesso in cui si rifiutano determinate letture bisogna averle intese.
Nel processo di decodifica si pu passare dallinterpretazione alluso, dove luso determina una produzione
di secondo livello, con una messa in codice che di fatto finisce per dare vita ad un nuovo oggetto (es:
spilla da balia per i punk / lorinatoio di Duchamp).
3. Interazioni e quasi-interazioni
La sociologia si interroga sulla natura dellazione degli individui nella societ, chiedendosi com che la
societ si tenga insieme, e come sia possibile lordine sociale.
Thompson parla della compresenza di almeno 3 livelli di interazione comunicativa:
Interazione faccia a faccia: interazione comunicativa in praesentia, dove cio i parlanti sono
presenti luno allaltro e partecipano condividendo gli stessi riferimenti spazio-temporali; inoltre
dialogica, cio permette un flusso bidirezionale tra emittente e ricevente; infine consente lutilizzo di
molteplici codici comunicativi
Interazione mediata: avviene tramite strumenti per la comunicazione come le lettere o il telefono;
qui i partecipanti si trovano in ambienti differenti nello spazio e/o nel tempo, e inoltre i codici a loro
disposizione sono decisamente pi limitati
Quasi-interazione mediata: riguarda la modalit di comunicazione stabilita dai mezzi di
comunicazione di massa; in questa tipologia di interazione i codici prodotti dai diversi canali
mediatici sono rivolti ad un insieme di riceventi potenzialmente infinito; una sorta di monologo, e
alla bidirezionalit delle prime due sostituisce una sostanziale unidirezionalit.

Studiare i media significa studiare inevitabilmente anche la comunicazione interpersonale.


Lefficacia della comunicazione di massa p profondamente legata ai processi di comunicazione
interpersonale, e non mediale, interni alla struttura sociale in cui vive lindividuo. Lazarsfeld parla di flusso
della comunicazione a due livelli per indicare il ruolo di mediazione che i leader di opinione (persone con
un buon livello di informazione, a diretto contatto con i media) svolgono tra i media e gli altri individui del
pubblico. Gli effetti dei media sono quindi solo una parte dellinfluenza personale.
Rispetto alla comunicazione di massa, la comunicazione interpersonale presenta un maggior grado di
flessibilit di fronte alle resistenze di un destinatario. Se in n processo comunicativo la credibilit della fonte
incide sullinfluenza del messaggio, allora probabile che la fonte impersonale dei media si trovi
svantaggiata rispetto alle fonti invece ben conosciute proprie dei rapporti interpersonali.
Il ruolo della comunicazione interpersonale insostituibile anche come fonte dellinformazione.
Sembrerebbe che linterazione faccia a faccia sia particolarmente significativa per apprendere le notizie pi
clamorose da una parte, e quelle pi legate al contesto locale o agli specifici interessi personali dallaltra (es:
attentato dell11 settembre 2001 alle Torri Gemelle). Anche linterazione mediata gioca un ruolo
significativo, soprattutto grazie al telefonino. Naturalmente i media tradizionali ed i nuovi media hanno un
ruolo decisivo, ma pi giocato come rassicurazione, cio come verifica ed approfondimento successivi alla
segnalazione della notizia. Anche nella nostra societ contemporanea, dove le innovazioni della tecnologia
informatica facilitano le forme della comunicazione a distanza, la comunicazione interpersonale mantiene un
ruolo di assoluta centralit, in parte dovuto a quella che Bolden e Molotch chiamano la compulsione alla
prossimit.
Erving Goffman vede come linterazione, in particolare quella dei piccoli momenti quotidiani, quando due o
pi persone si ritrovano nello stesso luogo ed interagiscono tra loro, resa possibile da un ordine che
basato essenzialmente su una serie di rituali che regolano e rendono possibili gli incontri tra gli individui,
determinandone inoltre lidentit e la consapevolezza delle caratteristiche della realt che li circonda.
Letnometodologia la branca della sociologia che si concentra sulle pratiche impiegate dagli individui per
costruire e conferire un senso condiviso alle situazioni in cui si trovano ad interagire. Lanalisi della
conversazione studia invece come, nel corso delle conversazioni che intratteniamo quotidianamente, non si
crea una confusione babelica dove tutti parlano sopra tutti, ma viene pure sempre rispettato un certo ordine.
Vi sono regole che rispondono a forme del senso comune e date per scontate.

1. Interazione faccia a faccia


1.1. Il rituale dellinterazione
1.1.1. Quali rituali?
mile Durkheim, nello studiare il fenomeno della vita religiosa sostiene che tutte le religioni hanno in
comune almeno due elementi: un insieme di credenze e di riti. Le prime sono degli stati di opinione, delle
rappresentazioni, sono qualcosa in cui si crede. I secondi sono invece dei modi di agire determinati
rigidamente. In riferimento alle credenze, si pu aggiungere che il contenuto di ogni credenza consiste in una
distinzione profonda tra sacro e profano; ci che profano non pu essere sacro, e viceversa: lo pu
diventare, ma ci vuole un cerimonia adatta allo scopo. Il sacro qualcosa di profondamente serio, rispettato,
fuori dallordinario, da avvicinare con la dovuta formalit e la dovuta deferenza. Il profano tutto ci che
non sacro, lordinario.
Nel rituale la forma di fondamentale importanza, anzi si pu dire che il rituale sia un atto sostanzialmente
privo di scopo, ma pieno di senso. Secondo Durkheim esiste una realt sovraindividuale che ha un
notevolissimo potere su di noi: la societ. Le divinit, allora, sono i simboli della societ. La societ sviluppa
due forme di costrizioni: una di tipo morale, nel senso che la societ prevede una serie di norme e valori
condivisi, e sono proprio le pratiche rituali a riaffermare continuamente tali norme morali, rafforzando
inoltre il senso di appartenenza degli individui. La seconda forma di costrizione di tipo cognitivo. Si pensi
al linguaggio. Esso ci viene dalluso, e dunque, in ultima analisi, dalla societ stessa. Le religioni non fanno
altro che affermare che questo dio non solo esterno ma anche interno a noi. Anche la societ interna a
noi: gran parte di ci che interno a noi espressione del nostro essere sociali, del nostro appartenere ad
una societ. Secondo Durkheim la societ ha la priorit sullindividuo, e costituisce una comunit morale che
si esprime simbolicamente attraverso la vita religiosa. E cos, se nelle religioni studiate da Durkheim, come il
toteismo degli indiani americani e delle trib australiane, il totem non solo d il nome ai vari clan

divenendone lemblema ma rappresenta anche il mana, una sorta di forza o di sostanza immateriale, allora
vorr dire che il totem simbolo sia del dio (il mana) che della societ (il clan) e quindi, in ultima analisi,
che dio e societ sono la stessa cosa.
Secondo Durkheim si pu considerare, in maniera idealtipica, un continuum tra due forme di societ: la
societ a solidariet meccanica quella delle societ primitive, dove le persone sono continuamente alla
presenza le une delle altre e fanno essenzialmente la stessa cosa, pi o meno nello stesso ambiente. Qui
lindividuo in s ha scarsa importanza; la forza del gruppo tanto ampia che lindividuo non emerge. La
seconda forma, la solidariet organica, quella delle societ contemporanee, nelle quali le persone sono
disperse o comunque separate tra loro dalla barriera della privacy e sottostanno ad una divisione del lavoro
tale per cui ognuno ha competenze e compiti diversi. Limportanza del gruppo inferiore rispetto a quanto
accade nella prima: la realizzazione della propria vocazione considerata fondamentale. Ebbene, se, come
dice Durkheim, Dio simbolo della societ, il contenuto del simbolo varier a seconda dei diversi gruppi
sociali che prenderemo in considerazione. Nella societ a solidariet meccanica il contenuto simbolico del
sacro sar costituito dal totem del gruppo. Nella societ a solidariet organica il contenuto simbolico del
sacro sar lindividuo stesso.
Goffman studia i rituali della vita di tutti i giorni, che definisce come una standardizzazione, ottenuta
attraverso il processo di socializzazione, del comportamento corporeo e vocale, una standardizzazione che
consente a tale comportamento di assumere una funzione comunicativa specializzata. Si tratta dei rituali
diffusi del e nel quotidiano, il cui oggetto di culto lindividuo e che hanno un ruolo significativo nel
costruire lindividualit.
Applicando dunque lidea di Durkheim allidentit personale, Goffman distingue due tipi di rituali della vita
quotidiana, quelli della deferenza e del contegno. I primi manifestano allinterlocutore il nostro
apprezzamento nei suoi riguardi, mentre i secondi sono rivolti a noi stessi per mostrare agli altri partecipanti
la nostra onorabilit e competenza interazionale. Le attivit cui fanno riferimento hanno molto in comune:
nel momento in cui compir un atto rituale per concedere (o negare) la mia deferenza (il mio apprezzamento)
nei confronti di qualcuno, allo stesso tempo avr mostrati agli altri se il mio contegno buono o cattivo, se
appropriato o meno alla situazione in corso. Gli atti che compiamo (o che non compiamo) per esprimere il
nostro contegno sono talmente dati per scontati che difficile vederli.
La deferenza va guadagnata: occorre che siano gli altri a stabilire se ce la siamo meritata o meno. Questo
fa s che le persone siano incoraggiate ad incontrare altre persone, e con ci la societ si assicura che gli
individui stabiliranno delle interazioni tra loro. La deferenza si pu esprimere attraverso rituali di
discrezione e rituali di presentazione. I primi, come i rituali negativi, comportano proscrizioni, implicano
quelle forme di deferenza in cui gli individui devono evitare di invadere e violare la sfera sacrale attorno
allindividuo. I rituali di presentazione, corrispondenti invece ai rituali positivi, e che quindi implicano
prescrizioni, sono quelli mediante i quali lindividuo rende testimonianza al destinatario del modo in cui lo
considera e lo tratter nellimminente interazione. I rituali di presentazione costellano tutta la nostra attivit
rituale nella vita quotidiana. Ad esempio, con i rituali di ratifica, mostriamo alla persona che riconosciamo
il mutamente sopravvenuto, e lo ratifichiamo. Uno degli esempi pi comuni di rituale positivo
rappresentato dei saluti con cui si d inizio e si termina una breve interazione: sono i cosiddetti rituali di
accesso.
molto semplice violare lo spazio personale di una persona. Nellambito dei rituali di discrezione, la cui
scorretta esecuzione, sia essa pi o meno volontaria, o del tutto involontaria, comporta una vera e propria
violazione dellindividuo e dei suoi territori.
importante constatare come il s sia in parte un oggetto cerimoniale, qualcosa di sacro. Per affermare questo
s lindividuo agisce tenendo un contegno corretto quando a contatto con altri, ed trattato da questi ultimi con la
dovuta deferenza.

I territori del self sono quei territori che sono continuamente esposti alla minaccia di violazioni e
profanazioni da parte di altri individui.
Tipi di territorio
1) Lo spazio personale. Si tratta di una sorta di bolla che circonda lindividuo la cui intrusione da parte
di altri genera fastidio;
2) La nicchia. uno spazio ben delimitato allinterno del quali lindividuo ha pretese temporanee ma
esclusive. Spesso coincide con lo spazio personale ma, mentre questultimo viaggia con lindividuo,

3)
4)

5)
6)

7)
8)

la nicchia non lo segue. Per salvaguardare la nostra nicchia temporanea dovremo occuparla. La
nicchia pu ricoprire anche lo spazio di due o pi persone;
Lo spazio duso. Territorio che un individuo pu rivendicare per una necessit strumentale (es:
accetta);
Il turno. Si tratta dellordine in cui in una situazione specifica un rivendicante riceve rispetto ad
altri un bene di qualche tipo; a tale ordine corrisponde in genere una serie di regole, sulla base delle
quali i partecipanti vengono suddivisi per categoria o individualmente, o in ordine misto;
La guaina. Corrisponde alla pelle e per estensione ai nostri vestiti. Il corpo, e la sua guaina,
segmentato in maniera differente;
La riserva di possesso. Insieme di oggetti che pu venire identificato con il s, e che sta per il
possessore. Tali oggetti partecipano in qualche modo di un po della sacralit che circonda
lindividuo.
La riserva di informazione. Controllo che lindividuo esercita su un insieme di fatti che lo
riguardano quando insieme ad altri; corrisponde alla nostra privacy;
La riserva conversazionale. Pretesa rivendicata da ciascuno di controllare chi pu invitarlo alla
conversazione ed il momento in cui pu essere invitato a farlo. anche il diritto di un gruppo di
individui, che hanno iniziato una conversazione, di proteggere il loro circolo dallingresso e
dallascolto di estranei.

Tipi di marca
Le marche sono dei contrassegni che indicano che l c un territorio. Possono essere:
1) Centrali
2) Di confine
3) Incorporate, come quando marchio un oggetto per rivendicarlo quale parte del mio territorio.
Tipi di violazione
1) La posizione, ad esempio quando si colloca il proprio corpo vicino ad una determinata area;
2) Il tocco. Il nostro corpo pu toccare, e quindi violare, il corpo di altre persone. Il caso estremo
rappresentati dalla violenza sessuale.
3) La penetrazione visiva. Violazione dello spazio altrui perpetrata con lo sguardo che considerata
particolarmente negativa. Il tema dello sguardo presente anche nella riflessione di Georg Simmel:
egli si concentra sulla continua necessit di controllare i confini ed il grado di apertura tra il mio
corpo ed il corpo dellaltro.
Locchio fatto per la connessione e lazione reciproca tra individui che consiste nel guardarsi lun
laltro.

Simmel pone laccento sullintimit del corpo, sulla sua difesa e sul suo rispetto.
Intorno ad ogni uomo si trovano una serie di sfere ideali delle pi variabili ampiezze e direzioni,
penetrare nelle quali distrugge il valore di personalit dellindividuo. Il raggio di quelle sfere marca, per cos
dire, la distanza, oltrepassare la quale, da parte di una personalit estranea, costituisce unoffesa.

Il corpo, o anche lo sguardo, pu quindi profanare la sfera di intimit dei corpi altrui, la privacy.
4) La penetrazione sonora. Si ha quando il nostro spazio viene invaso da suoni, grida, urli, ecc.
5) La penetrazione conversazionale. Si verifica quando qualcuno si rivolge ad una persona che non
conosce, importunandola, oppure quando un individuo si inserisce nel bel mezzo di una
conversazione, senza che nessuno dei partecipanti alla conversazione ne abbia ratificato la presenza.
6) Le secrezioni corporee. Possiamo avere 4 tipi diversi di contaminazione: mediante secrezioni che
contaminano direttamente, mediante gli odori, mediante il calore del corpo di un altro, mediante quei
segni corporei che rimandano a secrezione.
Il ruolo di contaminante e quello di contaminato possono coincidere in una stessa persona; in questo caso
avremo dei casi di autocontaminazione. Sono tre le categorie principali di autocontaminazione, come nel
caso in cui ci si sporca da soli. In secondo luogo abbiamo i casi di autodegradazione, in cui un individuo si
contamina volontariamente con le impurit di altri. Lultima categoria quella della rinuncia al controllo
della propria privacy. In questo caso le persone con le quali interagiamo rispettano il nostro spazio, ma siamo
noi a rinunciarvi.
Il disturbatore deve compiere la sua azione di disturbo in modo che appaiano chiare le sue buone
intenzioni, insomma la sua buona fede, cos che la normalit dellinterazione venga riaffermata. Si parla,
in questo caso, di interscambio di riparazione, dove giustificazioni, scuse, richieste e spiegazioni

costituiscono il materiale utilizzato appunto per riparare ad una potenziale rottura de normale andamento
dellinterazione. Loffensore ha la possibilit di mostrare la sua buona fede e le sue buone intenzioni
dissociandosi dalla parte della sua personalit che ha compiuto loffesa, procedendo a tutto un balletto
rituale in cui la sua parte educata interagir con loffeso tentando di ristabilire lordine interazionale, e
riparando cos unoffesa che, a questo punto, rimasta solo virtuale. Lo scambio di riparazione serve a
cambiare il significato che altrimenti prenderebbe un atto, trasformandolo da offensivo in accettabile. Si
pensi alla scusa, un gesto col quale lindividuo si divide in due parti, quella responsabile di unoffesa e
quella che si dissocia dal delitto ed afferma di credere nella norma violata; o alla richiesta che si verifica in
genere prima del fatto incriminato o, al massimo, nella sua fase iniziale.
Nello scambio di riparazione ognuno dei partecipanti ha un turno di parola ed molto vicino ad
uninterazione strategica. Questo viene punteggiato da una serie di glosse del corpo, con le quali
loffensore virtuale tenta di liberarsi dalle indesiderabili implicazioni caratteriali di ci che sta facendo: ad
esempio, loffensore distoglie immediatamente lo sguardo (glosse di circospezione), assume
unespressione assorta (glosse di orientamento), esagera gli effetti di una caduta (glosse di
esagerazione).
Lo scambio riparatore viene punteggiato anche da quelle che sono le sue mosse strutturali, riconducibili a
quattro passaggi: la riparazione, laccettazione, lapprezzamento e la minimizzazione.
Nel caso in cui la vittima segnali che la riparazione offerta dalloffensore sufficiente, loffensore in
qualche modo nellobbligo di mostrare la sua gratitudine per laccettazione dellofferta, e allora si avr la
mossa dellapprezzamento (es: Grazie). In questo modo loffensore mostra non solo di avere piena
consapevolezza di avere perpetrato unoffesa virtuale, e quindi di volersi dissociare dal tipo di persona che
potrebbe commetterla, ma anche di avere perfettamente chiare le norme che regolano il rituale
dellinterazione, e quindi di essere una persona pienamente ratificata a partecipare alle interazioni quotidiane.
In alcuni casi, la vittima pu prendere un ulteriore turno, dove, in maniera pi attenuata rispetto alla sua
mossa precedente, mostra un apprezzamento dellapprezzamento dimostratogli, portando cos a termine
lintero scambio (es: Grazie e poi Prego). La riparazione e laccettazione possono essere attenuate
mediante gesti ed azioni, senza che vi sia uso del registro linguistico.
In generale, loffesa virtuale, pi che diffondere un danno, diffonde interpretabilit; e lo fa con precisione,
sottoponendo tutti i gesti successivi compiuti in prossimit, ad uninterpretazione che i presenti possono
condividere, se non dare.
Lindividuo agisce costantemente per confermare di essere giudizioso e competente. Quando, per qualsiasi
motivo, lambiente circostante non fornisce pi questinformazione su di lui, egli si sente probabilmente costretto ad
agire per controllare limpressione indesiderata di s che pu aver prodotto.

Lo scambio di riparazione pu offrire lo schema per alcuni tipi di interazione particolari, come la
postconclusione, dove un individuo pu fare quella che viene considerata la sua mossa finale che spinge
linterlocutore a farne seguire una sua, e poi, quando questultima stata indotta, fa unaltra mossa giocando
laltro che non se laspettava.
1.2. Il self come artificio drammaturgico
1.2.1. Tutti in scena!
Goffman ricorre ad una metafora, quella del teatro. La rappresentazione teatrale ha bisogno di uno spazio di
ribalta, dove avviene la rappresentazione vera e propria, e di uno spazio di retroscena, dove gli attori si
possono preparare per la rappresentazione stessa. Il retroscena dunque il luogo dove limpressione voluta
dalla rappresentazione stessa scientemente e sistematicamente negata. Il retroscena va protetto da
incursioni indiscrete da parte di chi non vi ammesso. In genere non siamo solo noi a proteggere il nostro
retroscena, ma sono anche gli altri che ci danno una mano:
Qualora gli estranei si rendano conto che stanno per entrare in tale territorio, spesso daranno a quanti vi sono
gi presenti un preavviso.

Un luogo pu funzionare da ribalta in alcune situazioni e da retroscena in altre. Ci accade ad esempio negli
studi televisivi; in questo caso il retroscena consiste in tutti quei luoghi chi non vengono momentaneamente
inquadrati dalla macchina da presa, o tutti i posti fuori dal raggio dei microfoni in azione.
Umberto Eco definisce la Neo TV. Tra le caratteristiche della Neo TV individua lautoriflessivit; la
confusione tra informazione ed evasione, tra informazione e finzione; levidenza dellenunciazione, ovvero
lesibizione non solo del contatto con il pubblico ma di tutti quegli elementi prima riservati rigorosamente al
dietro le quinte.

Il materiale liturgico consiste in tutto un insieme di strumenti scenici di cui fanno naturalmente parte
anche gli oggetti di cui ci circondiamo e con cui copriamo ed addobbiamo il nostro corpo, la nostra casa, il
nostro luogo di lavoro e quantaltro. Gli oggetti sono, da questo punto di vista, degli strumenti di cui ci
serviamo per esprimere e comunicare informazioni che ci riguardano, e quindi ricoprono una funzione
comunicativa essenziale.
Gli oggetti fungono sia da supporto materiale per linterazione, sia da indicatori simbolici per fissare un mondo
intellegibile. I beni sono concepiti come gli elementi materiali attraverso cui gli attori sociali riproducono i significati
culturali che strutturano lo spazio sociale.

Abbiamo la distinzione fra attore e personaggio, che peraltro riecheggia lidea di Durkheim secondo cui
luomo duplice, in parte costituito biologicamente ed in parte costituito socialmente. Anche G.H. Mead
scompone il self in Io e Me. Il Me quello che Mead chiama il looking-glass self, cio il self cos
come si offre al punto di vista degli altri, e quindi oggetto e non soggetto; lIo, invece, p sempre il soggetto
di un enunciato, e quindi la parte attiva del s, soggetto e non, come il Me, oggetto della percezione che
non agisce, ma semmai subisce lazione. Con Goffman, lattore non che una sorta di supporto biologico,
che tende ad avere un solo aspetto, un aspetto nudo, non socializzato, di concentrazione. Al contrario, il
personaggio, ovvero la parte sociale del self, una figura dotata di carattere positivo, il cui spirito, forza ed
altre qualit eccezionali debbono essere evocati dalla rappresentazione. Il self non solo un effetto
strutturale, un costrutto generato localmente nel corso dei balletti rituali della vita quotidiana, ma anche
un vero e proprio artificio drammaturgico, generato nel corso delle rappresentazioni della vita quotidiana.
In definitiva, la metafora drammaturgica, con la sua attenzione tutta sbilanciata verso il personaggio (rispetto
allattore) e lallestimento scenico che fornisce gli strumenti liturgici per portare avanti la
rappresentazione, ci permette di studiare linterazione faccia a faccia dal punto di vista delle situazioni che si
vengono a creare nel corso dellinterazione.
Il termine faccia pu essere definito come il valore sociale positivo che una persona rivendica per se stessa mediante la
linea che gli altri riterranno che egli abbia assunto durante un contatto particolare. Per faccia si intende quindi
unimmagine di se stessi, delineata in termini di attributi sociali positivi.

Nel corso dei rituali dellinterazione possiamo mantenere la faccia, quando la linea di condotta portata
avanti coerente con limmagine che abbiamo inteso tenere, ma possiamo anche perderla, quando non
riusciamo a conservarla per una qualsiasi ragione. I generale, linterazione viene portata avanti cercando di
salvare la faccia. Nel corso dellinterazione non cercheremo solo di salvare la nostra faccia, ma faremo del
nostro meglio per salvare anche la faccia degli altri partecipanti; mentre con il contegno cerchiamo di salvare
la nostra faccia, mediante la deferenza cerchiamo di salvare la faccia degli altri.
Linterazione faccia a faccia pu essere definita in senso stretto come ci che traspira unicamente nelle
situazioni sociali, cio in ambiti nei quali due o pi individui sono fisicamente luno alla presenza dellaltro.
Le persone sono intese come entit veicolari, cio unit umane deambulatorie. Nei luoghi pubblici (nella
ribalta della vita sociale) possiamo avere i singoli, cio gruppi composti da una sola persona, o gli
insiemi, cio gruppi con pi di una persona.
I singoli come unit veicolari. I singoli possono essere considerati come unit veicolari. Le regole del
traffico relative alle unit veicolari comprendono almeno due processi: lesternazione consiste in una serie
di espressioni gestuali e corporee che un individuo utilizza intenzionalmente per rendere comprensibili alle
altre persone elementi che altrimenti non sarebbero disponibili. Fornisce unesibizione di intenzioni ad uso
e consumo delle persone presenti sulla scena; lesplorazione consiste nel controllo che lindividuo esercita
costantemente sullarea dove si trova.
Un elemento importante che regge lordine dellinterazione in corso la fiducia:
Quando le due parti si avvicinano reciprocamente, ognuna fornisce allaltra progressivamente con piccoli cenni
la prova di aderire al percorso che stato indicato e che appropriato. E poich di solito in questo caso non ci si
guadagna molto a produrre confusione, o ad usare trucchi, la fiducia pu essere sostenuta e lo .

Gli insiemi come unit di partecipazione. Gli insiemi, ovvero i gruppi con pi di una persona, possono essere
considerati come unit di partecipazione, ovvero unit interazionali. Rispetto al singolo, linsieme ha
alcuni vantaggi: oltre ad una minore vulnerabilit, alcuni comportamenti che compiuti da soli verrebbero
valutati negativamente vengono maggiormente tollerati se chi li compie si trova in presenza (in compagnia)
di altri, se quindi fa parte di un insieme.
Di conseguenza i singoli, pi di coloro che sono in gruppo, si sforzano di esternare caratteristiche e scopi normali,
manifestando cio di se stessi degli aspetti appropriati che siano facilmente interpretabili a vista.

Il solo fatto di essere un singolo pu fornire alcune informazioni poco desiderabili sullindividuo: significa
dare unimmagine di s come di qualcuno probabilmente incapace di trovare compagnia, ma impedisce di
essere valutati in funzione della compagnia stessa; daltra parte, partecipare ad un insieme evita di essere
visti come non accompagnati, ma espone al rischio di essere giudicati sulla base dei propri compagni.
Tutti gli elementi significanti che comunicano o informano su un legame tra gli elementi di un insieme sono i
segni-di-legame che si possono trovare sia in assenza dei due terminali, sia in presenza di un solo
terminale della relazione, sia nella presenza contemporanea dei due terminali, unita alla loro espressione
con la posizione, i gesti del corpo e la voce. I segni-di-legame sono dunque tutte queste informazioni sui
legami tra le persone che coinvolgono oggetti, espressioni ed atti. Non interessa il modo in cui i terminali
comunicano dei fatti sulla loro relazione, ma il modo in cui il loro comportamento in presenza reciproca pu
contenere le prove della loro relazione. I segni-di-legame non comunicano messaggi ma contengono
prove.
Secondo Goffman le pi tipiche situazioni dellinterazione faccia a faccia sono rappresentate dalle
interazioni non focalizzate, cio le situazioni in cui si ha la mera compresenza di persone che entrano pi o
meno fuggevolmente entro il campo visivo le une delle altre, e dalle interazioni focalizzate, cio le
interazioni nelle quali si ha un comune centro visuale e cognitivo tra i partecipanti.
Linterazione non focalizzata. Un aspetto essenziale dellinterazione non focalizzata il linguaggio
espressivo dei corpi degli attori presenti in una situazione, lidioma del corpo. Questi segni espressivi
incorporati forniscono determinate informazioni e producono le impressioni che le persone presenti sulla
scena interpretano vicendevolmente ed incessantemente per tutta la durata dellinterazione.
Un altro aspetto importante dellinterazione non focalizzata il coinvolgimento degli attori, vale a dire
ci verso cui possono essere legittimamente orientati quando sono alla presenza di altri. Anche nelle
situazioni minime chi partecipa ad uninterazione non focalizzata tenuto a mostrare un coinvolgimento
minimo, quantomeno per evitare di apparire del tutto sfaccendato. per questo motivo che la societ fornisce
tutta una serie di materiali liturgici adatti allo scopo.
Lautocoinvolgimento attiene in genere ad attivit rivolte al proprio corpo o a faccende che lo riguardano.
Si pensi anche agli sfoghi di materialit, ossia quei rapidi atti che sfuggono momentaneamente ed
improvvisamente al controllo di s.
Sono inoltre possibili situazioni in cui ci troviamo coinvolti in unattivit pesando che nessuno ci guardi,
salvo poi essere improvvisamente scoperti da qualcuno: allora, sar nostro compito ostentare lapparente
normalit di quanto stiamo facendo.
Linterazione focalizzata. Linterazione focalizzata riguarda i gruppi di individui che si trasmettono lun
altro una particolare autorizzazione a comunicare, e mantengono un tipo particolare di attivit reciproca che
pu escludere altri, presenti nella situazione. Una delle regole auree di questo tipo di interazione quella
della disattenzione civile, in base alla quale lindividuo deve mostrare che consapevole della presenza
di un estraneo, ma, subito dopo, distogliere lattenzione da lui per non invadere la sua privacy. Questa
regola prevede diverse modalit di comportamento.
In primo luogo quella standard, per cui due passanti si guardano tra loro finch non giungono a due o tre metri
luno dallaltro, quando abbassano gli occhi. Questo il comportamento non marcato, quello pi normale.
Ma esiste anche una quantit di variazioni marcate che permettono di esprimere significati particolari.

Poich la disattenzione civile un comportamento riservato a chi mostra di saper tenere un comportamento
corretto in relazione al tipo di interazione in corso, si pu avere lapplicazione a contrario della norma, ad
esempio quando fissiamo volutamente a lungo una persona che ha violato una regola cerimoniale, a
significare la nostra riprovazione per la sua infrazione.
Lo sguardo rivolto ad una persona pu esprimere in molti casi la nostra intenzione a cominciare unattivit
reciproca. Il guardarsi negli occhi assume cos un ruolo notevole nella vita di comunicazione della
comunit, nel senso che stabilisce una sottintesa disponibilit verso dichiarazioni verbali, ed una adeguata
maggio considerazione per le reciproche azioni rilevanti. Se ci vogliamo invece estraniare da quanti ci
stanno intorno, esprimiamo questa volont mediante una fissit anormale dello sguardo, distogliendo gli
occhi ed evitando di incrociare il nostro sguardo con quello dei presenti.
Quando una persona non vuole entrare in un impegno di saluto con un altro, agisce di solito in modo che laltro possa
credere che la mancanza non sia un non-vedere intenzionale.

Nel corso di un incontro vi possono essere due particolari situazioni: possibili digressioni dellattenzione
rispetto al comune centro di attenzione; impropriet situazionali, le quali, bench non si adeguino

allordine cerimoniale che sovrintende linterazione, hanno comunque molto da dire (da esprimere) sulle
intenzioni di chi sbaglia il comportamento.
talmente importante mostrare di essere presenti alla situazione che, spesso, gli atti espressivi che
compiamo sono pi importanti dellazione che dobbiamo svolgere. In questo modo, spesso gli individui
finiscono per trovarsi di fronte al dilemma: espressione o azione.
I diversi tipi di interazione faccia a faccia che si svolgono nella ribalta della vita sociale sono tutti retti da una
serie di norme che regolano lordine dellinterazione.
La comunicazione interpersonale palesa quanto sia determinante mostrare in ogni modo che siamo parte di
un gruppo e ne siamo parte in piena regola.
1.2.2. A proprio rischio e pericolo
Possiamo definire il ruolo come la parte attiva dello status sociale dellindividuo. Ad ognuno dei nostri
status corrisponde un fare o un non fare. In ogni ruolo, dunque, incluso un fare, una serie di azioni che sono
le azioni appropriate a quel determinato ruolo. Il ruolo offre unidentit alla persona che lo ricopre. La
distanza dal ruolo si riferisce a comportamenti con cui il soggetto vuole inserire una zeppa tra ci che
vuole essere e ci che deve fare in una determinata situazione.
Secondo Goffman non ci sono da una parte i ruoli e dallaltra la vera identit. Inoltre, se avessimo un solo
ruolo, non potremmo esercitare la distanza da questo ruolo.
possibile distanziarci dallimmagine del self implicita nellesecuzione di un ruolo solo perch abbiamo a
disposizione altri ruoli che ci permettono di colorire espressivamente le nostre performance con messaggi incongrui
rispetto ad una presentazione di ruolo eseguita alla lettera di scindere il nostro essere dal nostro fare.

La distanza dal ruolo ci introduce ad una situazione a doppio taglio:


Lindividuo si presta a svolgere il suo ruolo, ma al tempo stesso chiarisce, con determinati usi dellespressione,
al suo pubblico o a se stesso che il suo essere non completamente assorbito in ci che sta facendo.

In realt non siamo liberi di esercitare la distanza dal ruolo: si tratta di un comportamento rituale ed
espressivo organizzato socialmente, con le proprie regole comunicative ed i propri idiomi.
Siamo costantemente impegnati nel lavoro di definire la situazione.
Quando ci troviamo davanti un estraneo, probabile che il suo aspetto immediato ci consenta di stabilire in
anticipo la sua identit sociale.

Questa ricostruzione unidentit sociale virtuale, che va distinta dallidentit sociale attuale, in cui la
categoria e gli attributi sono confermati. Quando lestraneo che ci troviamo di fronte ha dei segni che lo
rendono in qualche modo diverso dagli altri, ci facciamo subito una determinata idea su di lui. Un segno di
questo tipo chiamato da Goffman stigma, che possiamo dividere in almeno tre categorie: le deformazioni
fisiche, gli aspetti criticabili del carattere, gli stigmi tribali della razza, della nazione e della religione.
Per ognuno di noi ha un suo proprio stigma, e quindi ognuno di noi in qualche modo uno stigmatizzato. I
normali e gli stigmatizzati non sono tanto persone quanto prospettive, prodotte e riprodotte nel corso delle
interazioni faccia a faccia durante gli incontri tra gli uni e gli altri. In queste situazioni non abbiamo il
normale da una parte e lo stigmatizzato dallaltra: abbiamo semmai un processo sociale a due, assai
complesso, in cui ciascun individuo partecipa in ambedue i ruoli.
Se lo stigma visibile, come fare per portare a termine uninterazione? La vita di chi tace una propria
caratteristica considerata uno stigma pu essere una vita vissuta pericolosamente, nel costante rischio del
discredito.
Insomma: tutti in scena, ma anche tutti nellarena, continuamente esposti a rischi e pericoli a cui esponiamo
non solo il nostro self, ma anche lapparente normalit delle diverse situazioni. Il concetto stesso di
apparenze normali esprime due aspetti distinti dellordine dellinterazione. Il primo aspetto relativo alla
sicurezza fisica dei partecipanti allinterazione: molte volte nelle relazioni in pubblico le persone sono
costantemente esposte ad una serie di pericoli in ordine alla loro incolumit, nel momento in cui sono
appunto gettate nellarena pubblica della ribalta della vita sociale. Il secondo aspetto riguarda il senso
cognitivo degli attori, la loro possibilit di definire univocamente una situazione. Un qualunque aspetto
fuori posto pu provocare sconcerto, e lincapacit di definire la situazione0.
Le apparenze normali sono dunque quelle apparenze che indicano che nessun aspetto insolito presente
nella situazione, e che quindi lattivit in corso pu procedere senza allarmi. In questo gioca un ruolo
fondamentale lUmwelt, ovvero la sfera che circonda lindividuo a cui possono arrivare le potenziali fonti di
allarme e quindi, in definitiva, lambiente stesso, il mondo circostante allindividuo. Le persone devono non
solo tenere sotto controllo lUmwelt ma anche controllare le proprie espressioni, in modo da informare gli
altri occupanti dellUmwelt di non essere potenziali fonti di pericolo.

Con le glosse del corpo, scindendo e distanziando il mio comportamento da quello che potrebbe apparire un
self poco edotto sulle regole dellordine dellinterazione, avr informato gli astanti circa la normalit del mio
agire e della situazione in generale.
Anche con le nuove tecnologie della comunicazione, quelle che permettono linterazione mediata,
necessario adottare tutta una serie di glosse del corpo che informino gli altri circa la normalit nostra e della
situazione.
In definitiva, quello che si pu dire delle apparenze normali che linterazione faccia a faccia si svolge
allinterno di una cornice che potenzialmente pericolosa, sia per quanto riguarda lincolumit dei
partecipanti sia per quanto riguarda lintellegibilit di quanto sta accadendo. Le apparenze normali sono il
prodotto di una costruzione, a cui partecipano tutte le persone coinvolte in uninterazione.
Una ventina danni fa Goffman notava che luniversalizzazione dei conflitti aveva leffetto di trasformare tutto il mondo
in una Umwelt pericolosa. La fine di quel conflitto ha fatto del mondo un solo teatro di guerra. Ci siamo svegliati dal
sonno della sicurezza e ci siamo ritrovati in un mondo divenuto globalmente integrato e proprio per questo globalmente
insicuro. Paradossalmente, lunificazione spaziale e temporale dei nostri orizzonti non ha ridotto i rischi ma li ha
moltiplicati.

un po come se i rischi a cui siamo esposti nellUmwelt delle nostre piccole e banali interazioni faccia a
faccia quotidiane si fossero estesi fino a coprire lintero pianeta, in una globalizzazione del pericolo.
Dallaltra parte
tutta lorganizzazione collettiva della nostra vita cospira a limitare la contingenza, ad incanalare le nostre
esistenze secondo prospettive sicure e prevedibili.

Lordine sociale che sovrintende non solo le nostre interazioni faccia a faccia, ma pi in generale le nostre
vite sottoposto a due forze contrastanti: da una parte abbiamo il rischio ed il pericolo, dallaltra una relativa
sicurezza e stabilit. In un mondo dove i pericoli quotidiani relativi allinterazione faccia a faccia vengono
schivati mediante tutta una serie di strategie espressive, rimane un ambiente che tenta di limitare il pi
possibile lesistenza di zone di pericolo, onde garantire lincolumit degli individui e la prevedibilit delle
situazioni. Ebbene, proprio lesistenza di queste fasce di sicurezza ha fatto s che lindividuo trovi sempre
meno zone dove esperire volontariamente il pericolo. A fronte di una sempre maggiore riduzione dei rischi
connessi alla vita sociale, aumentando quelle che potremmo chiamare le fantasie sul rischio.
Lidea di Simmel che lavventura unesperienza marginale, che per rivela il senso pi profondo della vita.
Limprevedibilit fa s che quando voi entrate in unavventura non siete pi voi.

Questa parentesi dellesistenza di cui parla Simmel stata studiata da Goffman nei termini dellinterazione
rituale.
Goffman parla di attivit fatidica riferendosi ad unattivit rischiosa e dallesito incerto. Lazione deve
essere consequenziale, ovvero deve produrre delle conseguenze. Lattivit fatidica quindi rischiosa e
consequenziale. Ma questo pu valere anche per chi non la va a cercare volontariamente. Per riferirsi ad
unattivit fatidica in cui ci impegniamo gratuitamente Goffman sceglie il nome di azione. Lazione
unattivit rischiosa, consequenziale, intrapresa fine a se stessa. Lyng si riferisce a qualcosa del genere
quando parla della ricerca del limite solo che, a differenza dellazione, la ricerca del limite prevede il
controllo da parte dellindividuo. Si tratta di unattivit rischiosa che implica una minaccia al benessere
fisico o mentale dellindividuo, ma quasi un sottotipo dellazione: l dove non ci sia il controllo si ha
laction di Goffman, l dove sia prevista la possibilit di gestione si ha la ricerca del limite. Un altro aspetto
importante della ricerca del limite il senso di autorealizzazione che questa comporta, cio la gratificazione
dellattore.
Sulla base del modello goffmaniano, quando un soggetto si cimenta in unazione molto importante che
questi mostri il controllo di s. importante insomma mostrare coraggio, costanza, integrit, cavalleria e,
soprattutto, appunto, compostezza, cio lautocontrollo, la calma. Questa, a sua volta, consiste tanto nella
calma mentale e nellessere sempre allerta (la presenza di spirito) quanto nella dignit, cio la capacit di
mantenere il decoro fisico di fronte ai costi, difficolt e bisogni urgenti.
Tutti questi elementi costituiscono il carattere di una persona, di cui appunto si pu dare prova nel
momento in cui ci si cimenta in unazione. In definitiva, lazione serve a ricreare, ricostruire, il nostro self, a
mostrare che il nostro un self che ha un carattere forte. E non nemmeno necessario cimentarsi tutti i giorni
in attivit rischiose.
Nel modello della ricerca del limite proposto da Lyng alcune persone si cimentano in questattivit per il
bisogno di autorealizzazione che hanno gli individui, e che si esplica ad esempio con un lavoro creativo,

attraverso il quale possibile realizzare se stessi. Quanto pi in una societ la sfera lavorativa alienante e
ripetitiva, tanto maggiore sar il bisogno di autorealizzazione e, quindi, la ricerca del limite.
Secondo Goffman la questione centrale che lazione una richiesta che fa la societ stessa agli individui, e
non c quindi, come potrebbe apparire dal modello di Lyng, unopposizione tra individuo e societ, con le
attivit ripetitive che opprimono ed alienano le persone. Proprio perch le attivit lavorative quotidiane pi
comuni non permettono lazione, questa costituisce un tentativo di rimettere in scena, attraverso il rituale,
certi rischi e pericoli che sono pressoch scomparsi nella nostra societ. Non neppure necessario che
lazione sia un gesto eroico; ad esempio nel caso di un film dellorrore, si parla di azione vicaria, cio di
unesperienza gratuita del rischio, e qui i media la fanno da padroni.

LA RIBALTA, IL RETROSCENA E LO SPAZIO INTERMEDIO CREATO DAI MEZZI DI COMUNICAZIONE


Quella che noi chiamiamo privacy assimilabile come si visto alla riserva di informazione,
relativa al controllo che lindividuo esercita su un insieme di fatti che lo riguardano quando
insieme ad altri individui. Tale controllo si esercita anche grazie alla separazione tra una ribalta ed
un retroscena.
Secondo il sociologo canadese J. Meyrowitz i media avrebbero avuto un ruolo determinante
nellabbattere i confini tra ribalta e retroscena, cambiando la geografia situazionale e creando
uno spazio intermedio, il uogo della fusione tra spazio pubblico e spazio privato. In unepoca in
cui la comunicazione mediale globalizzata, gli effetti di tale ridefinizione del senso del luogo
sono riscontrabili in quasi tutti gli aspetti della vita sociale. Meyrowitz ne prende tre a titolo di
esempio.
1. Confusione tra sfera maschile e sfera femminile
Secondo Meyrowitz lavvento dei media elettronici, e della televisione in particolare, ha dato alle
donne laccesso a tutta una serie di informazioni sulla sfera della maschilit che prima erano ad
esse del tutto negate. Allo stesso modo, gli uomini cominciano a conoscere pi da vicino alcuni
aspetti della sfera femminile a cui prima non avevano accesso diretto. La conclusione che i
ruoli maschili e femminili si stanno fondendo. Si pu arrivare a sostenere che a cambiare non
siano stati solo i rapporti tra uomini e donne, ma anche le modalit di percezione interne ai due
generi. Gli uomini e le donne hanno oggi accesso ad altre modalit dellessere maschio e
dellessere femmina.
2. Confusione tra infanzia e mondo adulto
Secondo Meyrowitz le tradizionali tappe della socializzazione del bambino nel mondo adulto sono
state sconvolte dalla presenza della TV nel soggiorno di casa. L dove il mondo degli adulti
tentava di mascherare i propri comportamenti pi intimi nel proprio retroscena, la nuova
generazione, al contrario, metteva in mostra tutto. Il comportamento che i giovani dei
movimenti contestatari assunsero come cifra identitaria ben rappresentato dal
comportamento da retroscena, che consiste ad esempio nel profanare, fare apprezzamenti
sessuali in modo aperto, vestirsi in modo informale.
3. Perdita dellaura dei leader politici
Meyrowitz (1985) sottolinea la perdita dellaura del leader politico nel momento in cui questi
viene scrutato dalle telecamere e dagli obiettivi delle macchine fotografiche. La creazione di uno
spazio intermedio, nuovo spazio mediatico che si aggiunge a quelli di ribalta e retroscena,
assicura al pubblico dei media un accesso alle informazioni sul leader politico assolutamente
inedito. Si tratta dellaccesso a quella che nellanalisi dei territori del self era la riserva
dinformazione.
Spesso i leader sfruttano questa possibilit di vicinanza espressiva ed emotiva offerta dai media
per mostrarsi pi vicini ai propri elettori. Nonostante una buona competenza nella gestione della
presentazione del s, lo scrutinio delle telecamere pu sfuggire al controllo: Se i politici
tentano con ogni mezzo di strutturare il contenuto di quanto presentato ai media, la forma di
quanto viene registrato cambia la natura dellimmagine politica.

DALLA PAURA DELLIMBARAZZO ALLA SPIRALE DEL SILENZIO


certo che la paura dellumiliazione o dellimbarazzo potrebbero non essere considerate tra i
pi nobili motivi degli esseri umani, dice dunque Berger. Eppure, dobbiamo ammettere che
spesso proprio questa paura a muovere lazione degli individui. Unimportante teoria degli
effetti dei media, la spirale del silenzio, proposta da Elisabeth Noelle-Neumann, parte dalle
considerazioni di Goffman sullimbarazzo nellinterazione sociale per dire qualcosa sugli effetti
che i media possono avere sullopinione pubblica.
Lipotesi di partenza della teoria della spirale del silenzio appunto che oggi i cittadini, chiusi in
un individualismo solipsistico, sono chiamati a trovare soluzioni individuali per i propri problemi
ma sono anche esposti al timore di rimanere ulteriormente isolati. Ci porta gli individui ad
ispirarsi a ci che dicono e fanno i media, attenendosi alle loro interpretazioni della realt ed alle
opinioni che essi veicolano, ritenendo che tali opinioni siano quelle condivise dalla larga
maggioranza delle persone.
I media tenderebbero cos ad innescare appunto una spirale del silenzio, dove le opinioni
personali di un individuo, quando non espresse ampiamente dai media, vengono ritenute di
minoranza e quindi non espresse, ridotte al silenzio, in una spirale che porta alla sostanziale
cancellazione di tali opinioni. Le opinioni veicolate dai media tenderebbero cos a divenire
dominanti, mentre quelle alternative scomparirebbero nel silenzio.
Gli individui, in quanto animali sociali, non possono prescindere da questa socialit,
dallopinione pubblica, ed in qualche modo soffrono questo vincolo. Le persone sanno che, per
essere accettate dagli altri, devono in qualche modo adattarsi a quello che il comune
sentire della maggioranza delle persone, pena lesclusione sociale, a meno che non ci si trovi in
presenza di eroi, che hanno il coraggio di affermare la propria unicit davanti al mondo. NoelleNeumann spiega subito che non si tratta di un comportamento per cui, una volta colto come
gira il vento, ci si voglia accordare al vincitore. Si tratta invece dello sforzo, che
apparentemente tutti gli uomini condividono, di non isolarsi. Ci che muove questa teoria
lintento di chiarire il potere straordinario dellopinione pubblica.
Si tratta di unesperienza che, al di l delle dimensioni politico-elettorale, facciamo tutti quanti,
quasi quotidianamente: quando siamo convinti di essere in accordo con il consenso del pubblico
sentire, dellopinione pubblica, prendiamo parte al discorso in pubblico, e manifestiamo le nostre
convinzioni in vari modi. Quando riteniamo di essere in minoranza ci facciamo prudenti e
taciturni, rinforzando lidea di appartenere ad una minoranza. Questo perch noi sappiamo
benissimo che la societ, nei confronti degli individui devianti, ha sempre pronta la minaccia
dellisolamento.

2. Le cornici e le parentesi della comunicazione


2.1. Le cornici della comunicazione
2.1.1. Dal contesto al frame
Facendo riferimento alla distinzione tra comunicazione ed informazione, potremo parlare di informazione
espressa ed informazione comunicata. Nel caso dellinformazione espressa rientrano appunto tutte le
informazioni che trasudiamo; queste hanno caratteristiche particolari.
Riguardano necessariamente la fonte despressione e non possono concernere unicamente un oggetto assente.
Non sono discorsive, bens riguardano il rapporto che esiste in generale tra quellindividuo e ci che trapela. Il produrre

unespressione, e quindi il rendere accessibili le sue informazioni, non un fine ufficiale dellazione ma, almeno
apparentemente, soltanto un effetto secondario (Goffman 1969).

Linformazione comunicata quella in cui gli individui non offrono espressioni ma offrono comunicazioni.
Ci si riferisce
ad un tipo particolare di attivit strumentale e precisamente alluso del linguaggio o di segni equivalenti al
linguaggio, per trasmettere informazioni. La trasmissione intenzionale di informazioni un processo tipicamente
umano che si verifica quando i segni impiegati significano per lemittente ci che essi significano per il ricevente e
quando lo scopo quello di impartire al ricevente informazioni adeguate e corrette.

Il grado zero della comunicazione lintenzionalit di chi comunica: il mino che latto di comunicare
possa esprimere che lemittente ha la capacit e apparentemente la voglia di comunicare. Nel flusso
dellinterazione faccia a faccia abbiamo un misto di comunicazione ed informazione: quale fonte di
informazioni, lindividuo trasuda espressioni e trasmette comunicazioni.
Nella degenerazione dellespressione
Tanto pi losservatore sospetta che il soggetto controlli lespressione o tanto pi vuole difendersi da questa
possibilit, tanto meno importanza egli attribuir al significato apparente della condotta del soggetto e tanto pi tenter
di scoprire delle espressioni che siano immuni dalla falsificazione e dissimulazione.

Faremo riferimento al concetto di frame cos come stato elaborato da Goffman, considerandolo dapprima
come cornice per lorganizzazione dellesperienza tout court e poi come cornice della comunicazione in
generale e verbale in particolare.
Il frame una cornice che mettiamo intorno agli eventi e che ci permette di rispondere alla domanda che
cosa sta succedendo qui?. quindi una cornice cognitiva che orienta la comprensione dei messaggi ed
indica quale tipo di ragionamento impiegare per la loro corretta interpretazione.
I frames primari sono le cornici che organizzano il mondo della realt quotidiana, suddivisibili a loro volta
fra naturali e sociali. I frames secondari sono tutte le successive trasformazioni che possono subire i frames
primari, e quindi tutte le cornici che si possono sovrapporre alle cornici che abbiamo gi applicato. Esistono
due tipi di frames primari: naturali e sociali. I primi sono determinati dal mondo fisico, i secondi dal mondo
sociale. Parlare del giorno e della notte come di frames significa inoltre riconoscere alla scansione
socioculturale dellelemento temporale un processo di categorizzazione, allo scopo di rendere comprensibili i
fenomeni che si verificano allinterno di alcuni momenti del nostro tempo quotidiano. Daltra parte, la
dimensione temporale un fattore di disturbo per unorganizzazione sociale. vero che linsicurezza ed il
pericolo sono previsti ed istituzionalizzati, almeno entro alcune sacche della vita sociale, per non detto
che, una volta legittimato culturalmente un pericolo, venga meno il rischio. Il problema non viene risolto:
viene ridefinito. Coppie concettuali come giorno/notte mettono quindi in gioco dicotomie metaforiche come
bene/male, sicurezza/perdono, normalit/devianza.
Per comprendere un messaggio o un evento bisogna vederlo nella sua cornice primaria. Intorno ad un frames
primario si possono costruire altre cornici che ne trasformano il significato. Quello che c dentro
sempre lo stesso, ma il suo significato cambia col variare della cornice. Lesperienza stratificata, e la
cultura in generale un frame di frames dove tutto ci che percepiamo ha almeno una cornice intorno, che ci
informa non solo su che cosa stia succedendo in quel momento, ma anche su come e quanto dobbiamo essere
coinvolti nellevento in corso. Le interazioni sono orientate sulla base delle necessit del momento. Dalla
capacit di interpretare correttamente un frame dipende la sopravvivenza sociale dellindividuo. Non
capire che cosa sta succedendo qui in effetti unesperienza che porta una sensazione di straniamento.
Le cose si fanno un po pi complesse se pensiamo alle possibili trasformazioni dei frames primari, e quindi
ai frames secondari. Sono possibili due categorie principali di trasformazioni: quelle lecite, in cui tutti sono a
conoscenza della trasformazione dellevento primario, e quelle illecite, dove solo alcuni sono a conoscenza
della trasformazione. Goffman chiama le prime keyings, e le seconde fabrications.
Nel caso delle fabrications, quelli che organizzano linganno possono essere chiamati gli operatori, i
fabbricanti, gli ingannatori. Quelli deliberatamente ingannati possono essere chiamati i creduloni. Per
preparare una fabrication necessario in genere che due o pi individui comunichino tra loro di nascosto:
questo tipo di comunicazione la comunicazione collusiva.
Spesso possono capitare situazioni in cui una persona, pur senza essere vittima di un inganno, sbagli
frame. Ci sono situazioni in cui si preferisce autoingannarsi. Al di l di queste situazioni di autoinganno,

le ambiguit possono sorgere gi a partire dagli inquadramenti primari. Di pensi inoltre agli errori rispetto
alle trasformazioni, specie in relazione ai keyings (miskeyings), sia in difetto (cio nel non attribuire un key
ad un evento che ne ha uno downkeiyng), sia in eccesso (nellattribuire un key ad un evento che non ce
lha pi upkeying).
Si parla di esperienza negativa quando non sappiamo bene quale tipo di cornice dobbiamo applicare alla
situazione in corso. Lesperienza negativa nel senso che trae il suo carattere da ci che essa non , e ci
che essa non consiste in una risposta organizzata e programmaticamente affermata. Un esempio di questa
situazione si ha a proposito del doppio legame, cio quando ci si trova davanti a due ingiunzioni
contraddittorie, fra le quali non riusciamo ad orientarci. soprattutto il mondo delle arti, proprio per la loro
capacit di deformare il reale (per capirlo meglio), a proporci gli esempi pi interessanti.
Pur rimanendo vero che i disorientamenti cognitivi non durano pi che pochi istanti, nondimeno
lesperienza del mondo sociale pu essere resa seriamente vulnerabile dallincertezza sulla cornice da
applicare ad un frammento di interazione e questa vulnerabilit strutturale. Normalmente, in una
qualunque situazione comunicativa, siamo molto attenti a segnalare ai nostri interlocutori quali sono le
cornici giuste da applicare a quanto stiamo dicendo: i segni che demarcano i limiti dellinterpretazione di
quanto sta avvenendo sono come delle parentesi (brackets), ma necessario che queste parentesi vengano
ben segnalate. Vi sono comunque dei limiti alle possibilit di trasformare un evento e di apporvi cornici su
cornici. Da una parte, i limiti sono fisici: oltre un certo punto, non siamo pi umanamente in grado di gestire
troppe trasformazioni che ci guidino al significato da attribuire ad un determinato evento. Dallaltra, i limiti
sono funzionali: in fin dei conti, senza un minimo di fiducia nelle apparenze normali la societ non
sarebbe letteralmente possibile.
2.1.2. Le scatole cinesi della comunicazione
La comunicazione interpersonale verbale pu essere sottoposta a diversi tipi di incorniciamento
metacomunicativo. Pu capitare di non riuscire a gestire adeguatamente la produzione di parole e discorsi, e
anzi questo il caso forse pi frequente di incapacit di gestione corretta del frame. Anche nel caso di
incomprensioni o ambiguit nellinterpretazione di un messaggio, in genere tali incomprensioni ed ambiguit
vengono dipanate nellarco di un tempo ragionevolmente breve. Questo dipende in larga misura dalla
notevole competenza che gli individui mostrano di avere nella gestione dellintero balletto rituale della
comunicazione. Unimportante differenza che si pu trovare, e che rende linterazione verbale diversa da
tutte le attivit dellinterazione faccia a faccia considerate negli esempi precedenti, che proprio gli
enunciati linguistici, e soprattutto le normali conversazioni, sono connessi con il mondo circostante in
maniera debole e vaga, e questo rende il parlare pi vulnerabile di altre attivit alle trasformazioni, siano esse
lecite o illecite. Le conversazioni informali di tutti i giorni non sono poi cos legate ad estesi progetti
sociali, ma avvengono come un mezzo attraverso cui lattore tratta se stesso al momento: e questi
trattamenti del self sono molto spesso qualcosa di opzionale, coinvolgenti segmenti transitori di attivit,
interconnessi solo in modo sciolto agli eventi circostanti. La conversazione informale ha una caratteristica
peculiare che la rende uno strumento perfetto per gestire quei momenti della quotidianit in cui proprio
lamenit e la frivolezza possono funzionare da riempimento per i numerosi momenti interstiziali della
vita quotidiana.
A differenza dellinterazione secondo copione nelle commedie, nella conversazione naturale raro che la
migliore risposta venga fornita l per l. Infatti quando durante la conversazione informale viene fornita una risposta che
tanto buona quanto quella che potrebbe venire in mente successivamente, allora si verificato un evento memorabile.

Il discorso informale ha minori connessioni al mondo di quanto non ne abbiano altri tipi di espressioni
verbali. Quello che un individuo fa principalmente parlando durante uno scambio verbale di questo tipo
Fornire la prova della correttezza o non correttezza della situazione attuale, ed altre basi per la simpatia,
lapprovazione, lesonero, la comprensione, o il divertimento. E quello che i suoi ascoltatori sono obbligati a fare
mostrare qualche tipo di apprezzamento proprio del pubblico. Essi saranno spronati a non prendere iniziative ma ad
esibire segni che mostrino che sono stati stimolati.

La modalit principale in cui avviene questo scambio verbale quella di fornire un resoconto di aspetti che
ci riguardano o di fatti che ci sono accaduti. Qui torniamo alla metafora teatrale, perch, anche se ci
impegneremo a fornire una versione dei fatti il pi possibile obiettiva ed oggettiva, in realt quello che
faremo sar fornire una narrazione, un racconto. Questa narrazione si dipaner sulla base del codice e dello
stile che sceglieremo di utilizzare. Quali che siano gli stili e le scelte narrative che sceglieremo di adottare, il
nostro racconto subir comunque una drammatizzazione. Useremo strumenti tipici di ogni script narrativo,
ovvero di ogni copione drammaturgico, come la suspense. Con questo artificio narrativo il parlante mette
linterlocutore nella condizione di ascoltare quanto ha da dirgli, con una serie di tecniche. Se il parlante non

viene fermato, allora avr il diritto di svelare quanto ha promesso di raccontare. Spesso ci che i parlanti
intraprendono non fornire informazioni ad un ricevente, ma un presentare drammi ad un uditorio,
passando gran parte del nostro tempo impegnati non a dare informazioni ma a dare spettacoli.
Il problema che si pone a questo punto quanto una conversazione sia improvvisata e quanto invece sia
preparata. Secondo Sparti limprovvisazione nel jazz caratterizzata da una serie di elementi, tra i quali
linseparabilit (cio latto del comporre inscindibile dallatto dellesecuzione), loriginalit (per cui ogni
improvvisazione in qualche modo differente da quelle precedenti), lestemporaneit (limprovvisazione ha
luogo nel qui ed ora e non nota in anticipo), lirreversibilit (un passaggio non riuscito non di pu
cancellare: non ci si pu quindi correggere a seguito di unesecuzione), la responsivit (improvvisare
significa reagire ai cambiamenti introdotti nel corso della musica).
Per certi versi una improvvisazione come la risposta generata per far fronte ad una domanda non prevista nel
corso di una conversazione. La risposta richiede conoscenza dellargomento, un ricco vocabolario di base e prontezza
mentale: gli stessi presupposti dellimprovvisazione. Bench quello che esattamente diremo non pu essere anticipato, il
linguaggio che useremo per comunicarlo assai familiare.

Proseguendo nellanalogia tra improvvisazione nel jazz e nella conversazione, va notato anche come la
conversazione non soddisfi n linseparabilit (non c unazione che corrisponda allatto della
composizione) n loriginalit (a meno di non voler sostenere che parlare del tempo costituisca una
dimostrazione di grande originalit).
Il carattere improvvisato della conversazione spesso apparente. Vi sono molte ordinarie conversazioni che
risultano casuali e non pianificate. Eppure una sorta di copione implicito sempre presente. S, improvvisiamo, ma
sappiamo bene entro quali limiti farlo: nella vita quotidiana evitiamo di violare intenzionalmente le aspettative e
produrre comportamenti inattesi o inauditi.

Abbiamo anche qui quella cospirazione alla normalit. Per non dare limpressione di improvvisare, o
costringere gli altri a non farlo, metto in scena improvviso la normalit (mediante il lavoro improvvisato,
rendiamo sensate ed intellegibili le situazioni nelle quali ci troviamo) ben sapevo che chi troppo originale
guardato spesso come un deviante.
Anche l dove abbiamo dovuto improvvisare per far fronte a situazioni impreviste, saremo in grado
successivamente di ristabilire una coerenza narrativa le cui forme ed i cui ritmi saranno pi quelli di un
romanzo, di una commedia teatrale o di un film che quelli della vita reale. La narrazione diviene cos un
aspetto essenziale della nostra vita, permettendoci di conferire un ordine ed una coerenza ad un mondo che
ne privo, e soprattutto un ordine ed una coerenza a quello che ci riguarda.
2.2. Dalle cornici al self
2.2.1. Chi parla? E chi ascolta?
Il contesto ci permette di comprendere anche come si comportano e come si devono comportare i
partecipanti allevento.
Nella distinzione fra interazione faccia a faccia e quasi-interazione mediata, la seconda costituisce unottima
risorsa per la prima, e per le strategie conversazionali e narrative che impieghiamo nel corso di un evento
comunicativo.
Le diverse cornici che mettiamo intorno al parlare implicano una revisione non solo del concetto di contesto,
ma anche di quelli di emittente e ricevente. Nelle conversazioni informali non sempre il punto di vista del
parlante coincide con quello della storia. Le cornici della comunicazione ci mostrano quindi che spesso
tendiamo a deresponsabilizzarci almeno parzialmente per ci che diciamo, nonch per come lo diciamo.
Quando un parlante impiega parentesi convenzionali per avvertirci che ci che sta dicendo da intendersi
scherzosamente o come pura e semplice ripetizione di parole dette da qualcun altro, allora chiaro che egli intende
porsi in relazione di responsabilit personale ridotta per ci che sta dicendo.

Se il frame una cornice attorno alla quale se ne pu costruire unaltra, e poi unaltra ancora, allo stesso
modo il self del parlante assomiglia ad una matrioska, ed proprio nelle sue prese di distanza da quanto dice,
nelle sue riduzioni di responsabilit che possiamo vedere meglio in azione questo gioco di
incorniciamento.
In relazione al concetto di emittente possiamo individuare almeno tre funzioni: lanimatore, che emette
fisicamente lenunciato; il responsabile, ossi lentit sociale alla quale il messaggio pu essere
effettivamente imputato; lautore, che formula materialmente il messaggio stesso. Non si parler pi, quindi,
semplicemente di emittente, ma di formato di produzione, dove le tre funzioni possono coesistere o meno

nello stesso emittente. Anche il ricevente viene scomposto analiticamente, in quello che Goffman chiama
schema di partecipazione e che vede ascoltatori ratificati ed ascoltatori non ratificati, questi ultimi
distinguibili a loro volta in astanti (presenti, legittimamente, alla conversazione, pur senza prenderne parte)
ed in origlianti.
Si ha la distinzione tra competenza linguistica e competenza comunicativa: la prima si limita alla corretta
gestione della grammatica, del lessico, ecc., mentre la seconda prevede una capacit di gestione di tutto il
balletto rituale della comunicazione.
Il concetto di schema di partecipazione
Illumina sia il fatto che gli eventi linguistici avvengono allinterno di situazioni sociali, sia le possibili
comunicazioni secondarie tra partecipanti non inclusi nella comunicazione principale, sia fenomeni come la collusione,
lallusione, ecc.

Il conetto di formato di produzione


Non solo facilita la distinzione tra diversi tipi di eventi linguistici ma ci fa capire che anche allinterno delle
conversazioni informali, queste funzioni vanno tenute analiticamente distinte, perch ciascuna proietta un self ed
implica unidentit che pu essere non accettata dalle altre.

La decostruzione delle nozioni di emittente e ricevente mostra la struttura essenzialmente negoziale dei
ruoli sociali e comunicativi orientati funzionalmente, e contemporaneamente marcati anche nella
comunicazione stessa, nei testi prodotti.
Siamo socializzati anche a destreggiarci abilmente tra tutti i diversi ruoli e funzioni che di solito,
semplificando, chiamiamo emittente e destinatario. Con lallusione e la collusione c un uso sistematico, normale e
controllato delle ambiguit e dellindirezione, del modo in cui il linguaggio si nasconde dietro il linguaggio.

2.2.2. Come fare footing solo parlando


La decostruzione delle nozioni di emittente e ricevente comporta che la posizione del parlante nei confronti
dei suoi interlocutori possa cambiare con una certa frequenza nel corso dellinterazione, e quindi debba
venire definita e ridefinita ripetutamente. Goffman chiama questattivit footing
Un cambiamento di footing implica un cambiamento nella posizione che assumiamo nei nostri confronti ed
in quelli degli altri presenti espresso nel modo in cui affrontiamo la produzione e la ricezione di un
enunciato. I partecipanti cambiano costantemente il loro footing nel corso della conversazione e questi
cambiamenti costituiscono una persistente caratteristica del parlato naturale. Il cambiamento di footing in
genere legato a fatti linguistici o, perlomeno, paralinguistici.
Il cambiamento di footing implica numerosi aspetti dellatto comunicativo in corso, a cominciare dalla linea
o la posizione o la postura o il self proiettato, passando per un continuum che va da macroscopici
cambiamenti di posizione ai pi sottili mutamenti di tono che possono essere percepiti per arrivare ad una
commutazione di codice o almeno un cambiamento delle caratteristiche foniche studiate dai linguisti.
Ciascuna di queste mosse acquista senso a seconda del sistema di riferimento in cui vengono incassate.
La narrazione di una storia richiede al narratore di incassare nei suoi enunciati gli enunciati e le azioni dei
personaggi della storia. E una storia abbastanza lunga richiede che il parlante abbandoni per la durata della
narrazione la posizione che avrebbe avuto nel normale scambio conversazionale e mantenga durante tale
periodo un altro footing, quello del narratore.
Con le glosse del corpo e vari tipi di borbottii ed imprecazioni, ci distanziamo dal nostro self e vogliamo
manifestare agli altri che le condizioni in cui ci troviamo in un particolare momento non devono essere
valutate per definirci. In questo modo, persino quella che viene in genere vista come una stranezza, cio il
parlare da soli, diviene al contrario un potente strumento per la gestione del self. Di nuovo, quello che
succede che ci pronuncia il grido di reazione ad una difficolt improvvisa opera un cambiamento di footing
in cui chi parla incornicia ci che sta accadendo in una cornice accettabile, che di fatto ratifica lazione come
ragionevole.
1) Lesibizione di uno stato di transizione. Sono quelle espressioni che pronunciamo in genere per
esternare le nostre sensazioni quando entriamo o usciamo da no stato di disagio dovuto alle
condizioni naturali dellambiente. molto probabile che i presenti provino quantomeno le nostre
stesse sensazioni, e magari si producano anchessi in espressioni simili.
2) Il grido rivelatore di una perdita di controllo. un grido che, sebbene possa sembrare rendere
pubblica una perdita di controllo, al contrario minimizza lincidente, poich esprimendolo mostriamo

ai presenti di essere consapevoli di quanto ci accaduto. Con questo, non solo mostriamo che una
parte di noi non ha problemi, ma che siamo dotati anche di una certa presenza di spirito.
3) Il trasalimento da minaccia. Sono espressioni che esprimono anche il loro essere ragionevolmente
sotto controllo.
4) I suoni di ribrezzo. Sono suoni dove, pur trovandoci in presenza di qualcosa di contaminante
minimizziamo la portata di tale contaminazione, con un grido che dopotutto non particolarmente
serio.
Esistono anche i gridi che emettiamo quando costituiamo un insieme. Si tratta di gridi come il grugnito da
sforzo, lesclamazione di dolore, il gemito sessuale, i suggerimenti di presa di parola (con cui sollecitiamo
una domanda o un commento di un interlocutore). In tutti questi casi, ci che ritualizzata non
unespressione, ma un rapporto io-altro, una organizzazione internazionale; questo possibile proprio
grazie alle continue incassature del linguaggio nelle situazioni sociali, che ci permettono di considerare come
sociologicamente rilevanti fenomeni quali il parlare da soli, unimprecazione o un gemito sessuale. vero
anche il contrario, e cio che il linguaggio pu riflessivamente incassare le circostanze sociali in cui
prodotto. Le incassature, inoltre, non riguardano solo mezze parole, grugniti da sforzo parole e frasi
compiuto, ma anche identit.
2.3. Le parentesi della comunicazione
2.3.1. Mettere tra parentesi ci che tutti sanno
Letnometodologia si concentra sulla logica dellazione e del ragionamento pratico in ogni situazione della
vita quotidiana, ed in particolare nelle interazioni comunicative faccia a faccia.
La sua tesi fondamentale che le attivit attraverso cui i membri della societ producono e gestiscono situazioni di
relazioni quotidiane organizzate sono identiche ai procedimenti usati dai membri per renderle spiegabili (Garfinkel
1967).

Si tratta dello studio (-logia) dei metodi (-metodo-) utilizzati dagli individui (etno-) per rendere spiegabile,
intellegibile (accountable) la realt che li circonda. Quello che fa letnometodologia andare ad analizzare le
spiegazioni ed i resoconti (gli accounts) forniti dagli stessi attori sociali, i quali a loro volta li impiegano
quotidianamente attingendoli da tutto quello che riguarda la conoscenza di senso comune che costituisce
loggetto di analisi delletnometodologia.
Garfinkel si serviva spesso dei cosiddetti esperimenti di rottura, che vedevano protagonisti i suoi studenti:
ad essi veniva chiesto di rompere lordine cognitivo normale delle situazioni quotidiane pi comuni.
Questi esperimenti mostravano come ad essere rotto non fosse solo lordine cognitivo delle malcapitate
vittime, ma anche lordine morale: come se gli individui non avessero il diritto di togliere dalle parentesi
gli aspetti dati per scontati della nostra realt, sconvolgendo cos lordine naturale del modo in cui
conosciamo il mondo e gli attribuiamo un senso.
Alfred Schtz ha individuato una serie di caratteristiche che costituiscono gli elementi principali della
conoscenza della vita quotidiana:
1) La reciprocit delle prospettive. Noi non soltanto vediamo le cose in un certo modo ma assumiamo
anche che ogni altra persona veda le stesse cose e faccia gli stessi assunti, ed assumiamo che
ciascuno assuma lo stesso di noi.
2) Loggettivit delle apparenze. Le persone assumono che il mondo oggettivamente cos come
appare, non il prodotto di una costruzione sociale.
3) Le tipizzazioni. Le persone assumono comunemente che i tipi di cose che accadono in una situazione
sono esempi dei tipi di cose accadute in passato e che accadranno in futuro.
4) Realizzabilit ed intenzionalit diretta ad un fine. Le persone esperiscono una situazione come
qualcosa che esse stanno facendo; il senso che hanno del loro self quello del self in azione, e
dunque il self agente esperito come il proprio self totale.
5) Fondo di conoscenza pratica di senso comune. Le persone interpretano la propria situazione
utilizzando categorie interpretative comuni, come simboli linguistici ed altre conoscenze culturali.
Questa conoscenza viene assunta come ovvia per ciascuno; appunto ci che tutti sanno.
Queste caratteristiche del ragionamento di senso comune hanno come effetto quello di ridurre la complessit
del reale e prevedono lutilizzo prevalente delle glosse, ovvero di modi in cui una caratteristica solo
parziale della realt viene ritenuta indicare la realt pi ampia che non si vede.

A partire dalle caratteristiche del ragionamento di senso comune individuate da Schtz, Garfinkel cerca di
capire quali siano le pratiche attraverso cui le persone producono lintellegibilit e loggettivit del mondo
sociale, intendendo tale produzione come il risultato di pratiche sociali e non di processi psicologici.
Letnometodologia tratta i fatti sociali come realizzazioni (accomplishments).
Il suo scopo quello di
Analizzare le pratiche ed i modi con cui gli individui costruiscono la stabilit del loro mondo sociale e
contemporaneamente lo rendono descrivibile, osservabile, oggetto di resoconti. Letnometodologia si presenta come un
viaggio nel mondo del senso-comune.

Secondo Garfinkel sono due le caratteristiche principali di tali pratiche: lindicalit e la riflessivit.
Lindicalit, o indessicalit (indexicality), vuol dire che il significato di ogni cosa, per essere compreso,
nominato, comunicato, deve essere riferito al contesto in cui questa cosa si trova. Quel contesto essenziale
per la comprensione, ma deve essere dato per scontato che le persone sappiano cos.
La natura indessicale del discorso comune e delle pratiche quotidiane inevadibile ed ineliminabile:
qualunque attivit, azione o discorso unattivit situata, cio realizzata in un contesto, il cui significato descrivibile,
raccontabile, dimostrabile, esibibile, solamente mediante luso di elementi indessicali.
Lindessicalit un elemento che caratterizza profondamente il lavoro di costruzione della realt sociale
compiuto dai soggetti.

La riflessivit sta ad indicare che le persone tendono inconsciamente ad interpretare ci che accade in una
determinata situazione come il caso particolare di un qualcosa di pi generale, secondo un tipo di
ragionamento tautologico, circolare ed autoevidente. Attraverso le attivit pratiche gli attori producono e
gestiscono la situazione interazionale in cui sono coinvolti, costituiscono esattamente i criteri in base ai quali
essi ricostruiscono il senso della loro azione e rendono conto del loro comportamento (e quindi lo rendono
spiegabile, accountable).
Garfinkel condusse due esperimenti (causa giudiziaria in tribunale, schedari nelle cliniche psichiatriche) ma
il caso pi famoso quello di Agnes, un diciannovenne che decise di cambiare sesso. Da qui Garfinkel
dedusse che anche la maschilit e la femminilit messe in scena dagli attori sociali sono dei pratical
accomplishments.
Harvey Sacks sostiene che qualunque cosa possiamo pensare sulla persona normale, dobbiamo smettere di
pensare ad essa soltanto come una persona, ma dobbiamo pensarla come qualcuno che impegnato, come
sua costante occupazione, nellattivit di fare la persona normale.
Laspetto che va sottolineato di queste caratteristiche delle pratiche di accountability che proprio il loro
successo mostra come loperare di tali pratiche sia seen but unnoticed, cio visto senza essere notato. Le
persone evitano accuratamente di riconoscere lindicalit e la riflessivit delle loro operazioni quotidiane. Per
comprendere quanto questa normalit sia apparente, e non sia altro che il prodotto delle nostre pratiche di
accountability, la deformazione della realt viene praticata mediante quelli che Garfinkel chiama
esperimenti di rottura. Con gli esperimenti di rottura
Garfinkel intende manomettere volontariamente la situazione percepita come normale dagli attori ed
osservare come questi vi reagiscono. Lo scopo quello di far emergere le strutture sociali sottostanti alle situazioni
ordinarie di vita e mostrare allo stesso tempo sia la cogenza dellatteggiamento naturale della vita ordinaria, sia anche
la responsabilit degli atti compiuti. Per Garfinkel, infatti, un comportamento non sensato pu essere valutato come
immorale perch causa di situazioni umilianti per chi lo subisce. Nella vita quotidiana gli interlocutori sono
implicitamente ritenuti membri bona fide del gruppo perch considerati corretti (dimensione normativa) e capaci di
gestire linterazione (dimensione cognitiva); attivamente impegnati a mantenere inalterata la normalit apparente.

Gli esperimenti mostrano chiaramente come il mondo sociale sia un complesso di indicalit che noi diamo
per scontate e che ci guardiamo bene dal mettere in questione. Quando questo accade si rischia di imbarcarsi
in una ricerca infinita delloggettivit della realt. Ma ce n anche per la riflessivit: secondo tale principio
latteggiamento quotidiano inquadra la situazione particolare come il caso specifico di un modello di azione
pi generale, dato per scontato. Cos, ad esempio, i rapporti tra genitori e figli sono improntati allinformalit
(es: un ragazzo, di ritorno a casa, si comporta come ospite sconosciuto).
Questi esperimenti mostrano che quando si rompono gli aspetti indicali e riflessivi su cui fondiamo i nostri
atti comunicativi non solo lordine cognitivo a venire rotto. Le vittime degli esperimenti ritengono di avere
moralmente diritto allintelligibilit di quanto viene detto, e quindi allordine cognitivo si sovrappone un
corrispondente ordine morale: lintellegibilit un diritto, e chi viola tale diritto deve delle spiegazioni.
Alvin Gouldner (1970) ha visto gli esperimenti di rottura, che terminano con le penose reazioni in cui
incorrono normalmente le persone le cui concezioni della realt sono state violate ed anzi violentate con
fredda deliberazione, come unoperazione molto vicina ad una forma artistica pop piuttosto comune negli

anni Sessanta e Settanta, lhappening (es: liberare sulla strada cento polli). Alla base sia dello happening che
della dimostrazione etnometodologica vi un impulso comune: quello di far fermare le attivit di routine, di
far fermare il mondo ed il tempo. Entrambe cercano di trasmettere la vulnerabilit del mondo di ogni giorno
di fronte al disordine che si verifica, quando si violano presupposti che sono tacitamente ritenuti validi.
Tra le principali procedure del ragionamento di senso comune che ci permettono di mettere le parentesi
vanno ricordate la clausola dellet cetera, le procedure ad hoc e le pratiche di glossa.
Con la clausola dellet cetera siamo di fronte alla tendenza delle persone a semplificare le implicazioni del
loro ambiente o delle proprie (ed altrui) azioni mediante lallusione, tacitamente condivisa ma mai provata,
ad una capacit di saper scendere pi nel dettaglio.
Le procedure ad hoc sono delle procedure che servono a riconoscere ed usare le regole nellesecuzione di
unattivit che prevede un comportamento regolato.
Le procedure ad hoc fondano in questo senso non solo la possibilit di negoziare lapplicabilit della regola,
ma anche la salvaguardia della sua definizione formale in presenza di una disapplicazione sostanziale. E rappresentano
la possibilit di collegare unistruzione astratta, ad un contesto specifico, rendendo attuabile listruzione e descrivibile
come ordinato il contesto. Esse descrivono il modo in cui le regole concretamente funzionano.

Le pratiche di glossa sono tutte quelle descrizioni e quei commenti in cui ci produciamo ogni volta che
facciamo qualcosa. Svolgere unattivit, infatti, significa anche integrarla con una serie di commenti e
descrizioni che la mettono in rapporto con una qualche regola.
2.3.2. Eccetera eccetera
Aaron Cicourel ha proposto una serie di metodi che riguardano propriamente la sfera della comunicazione
interpersonale. Secondo Cicourel (1968) gli individui si dotano di una serie di procedure interpretative per
ottenere una comprensione intersoggettiva. Tali procedure devono ovviamente presupporre un accordo
tacito, dato per scontato, che costituisce la caratteristica essenzialmente negoziale dellinterazione
comunicativa. Le procedure interpretative individuate da Cicourel sono: la reciprocit delle aspettative,
secondo cui un interlocutore assume che, fino a prova contraria, gli altri vedano le cose e diano significato
agli oggetti nel suo sesso modo; le forme normali, in base alle quali linterlocutore assume che esista un
accordo comune sulle apparenze normali della realt sociale, e che ogni comunicazione inserita in un
corpus di conoscenze comuni; il principio degli et cetera in base al quale il parlante assume che gli
interlocutori riempiano di significato eventuali lacune nelle conoscenze di senso comune comuni agli
interlocutori stessi; i vocabolari descrittivi come espressioni indicali, ovvero la procedura indicale che
abbiamo visto prima, inserita anche in questo caso nella sua dimensione pi eminentemente linguistica.
Uno scambio negoziato si basa per lo pi su presupposti non detti, impliciti, dati-per-scontati. Il patto
linguistico che abbiamo di fronte un artificio sociale tanto fragile quanto lo possono essere le apparenze
normali dellinterazione.
Tali propriet sono state rivedute e corrette da Kjolseth basandosi sul concetto di common sense
knowledge di Schtz:
a) Backgorund knowledge, cio le caratteristiche identificate prevalentemente da Cicourel, che
sarebbero veri e propri universali conversazionali posseduti da ogni individuo comunicativamente
competente in ogni societ; tale conoscenza non sarebbe tuttavia sufficiente a permettere
uninterpretazione appropriata di ogni uso linguistico in contesti sociali e ad essa necessario
aggiungere:
b) Foreground knowledge, cio le conoscenze necessarie per distinguere situazioni culturalmente
riconosciute nelle quali valgono diverse pratiche conversazionali;
c) Emergent ground knowledge, le conoscenze specificamente necessarie per riconoscere il qui e ora
di una parte della conversazione, in quanto distinta da precedenti e futuri episodi della
conversazione;
d) Trascendent ground knowledge, cio le conoscenze potenzialmente necessarie in un dato momento
della conversazione.

LETNOMETODOLOGIA E LETNOGRAFIA DEL CONSUMO DEI MEDIA


Letnografia del consumo dei media un tipo di ricerca in cui losservazione partecipante tipica
delletnografia sociale viene applicata ai pubblici dei media.
In uno dei lavori pionieristici delletnografia dei media, James Lull ne riconosce lascendenza
etnometodologia, dal momento che lattenzione di tale approccio si concentra sugli aspetti
etnometodologici della visione della TV, una analisi a livello microsociale che situa il consumo
televisivo allinterno dei contesti normativi della vita familiare quotidiana. Gli studi etnografici del
pubblico mediale si concentrano non sulla comunicazione di massa ma sulla comunicazione
interpersonale che ha luogo tra i membri del pubblico oggetto di analisi.
Le pratiche sociali del consumo dei media, con i rituali dellinterazione che queste mettono in atto
allinterno del contesto di fruizione, possono appunto essere registrate mediante una prospettiva
etnografica, dove letnografo entra negli spazi del consumo per osservare comportamenti e
dinamiche interazionali tra gli attori/spettatori.
Nel rapporto tra il consumo dei media e la costruzione del senso, dobbiamo riferirci di nuovo alla
prospettiva etnometodologica, l dove essa prevede, tra i metodi con cui gli individui rendono
intellegibile la realt che li circonda, le cosiddette pratiche di glossa, cio quella continua attivit
di descrizione e commento con cui noi integriamo qualsiasi azione che svolgiamo, allo scopo,
appunto, di renderla pi facilmente intellegibile, magari mettendo in relazione ad una qualche
regola o norma di comportamento. Nelle parole di Wolf lagire sociale sempre unazione
raccontata, spiegata, giustificata, chiosata. Per letnometodologia per questo fenomeno non
coincide con le motivazioni interne dei soggetti o con il loro punto di vista sullazione ma
costituisce invece linsieme dei metodi condivisi socialmente con cui si costruisce il senso della
realt sociale. possibile individuare almeno tre principali procedure di costruzione del senso
messe in atto dai membri della famiglia nel corso delle loro interazioni di fronte al piccolo
schermo: leco al discorso televisivo; il riferimento ad esperienze mediali precedenti; il
riferimento ad esperienze e vissuti personali.
Nel primo caso rientrano i commenti e gli eccetera che accompagnano i contenuti e le immagini
fruite dagli spettatori: le glosse, in questo caso, possono essere ftiche, cio chiose a quanto
detto nel corso del programma visto, o scopiche, cio riferite agli aspetti visivi del programma.
Il riferimento ad esperienze mediali precedenti mette in relazione quanto si fruisce con le
competenze dellindividuo relative alla propria esperienza di spettatore. Si hanno le glosse mediali
quando il riferimento alluniverso mediale in generale; si hanno invece le glosse televisive
quando il messaggio viene messo in relazione con altri contenuti televisivi.
Il riferimento ad esperienze e vissuti personali lega infine quanto si vede alle esperienze pregresse
dello spettatore, ai propri sistemi valoriali, ecc. Si hanno in questo caso le glosse esperienziali, che
al significato proposto dal testo sovrappongono il sapere maturato attraverso esperienze
pregresse, e le glosse valutative, relative alle convinzioni ed al sistema di valori dello spettatore.
Per quanto riguarda i processi di costruzione del self, letnografia dei media ha mostrato come la
visione della TV contribuisca con almeno tre metodi derivanti dallinterazione degli spettatori in un
contesto familiare: la costruzione indiretta del s; la costruzione diretta del s; la presa di
distanza dal medium.
Nei primi due casi si ricorre, rispettivamente, alluso di glosse partecipative, cio interazioni
verbali con la televisione, finalizzate ad esibire le competenze dei soggetti, ed alluso di glosse di
autoaffermazione. Con la presa di distanza dal medium si ha un caso di distanza dal ruolo,
soprattutto nella consapevolezza di una diffusa stigmatizzazione del consumo televisivo e di alcuni
programmi in particolare: in questo caso si parla di glosse dissociative.

3. La conversazione
3.1. Lanalisi della conversazione
3.1.1. I rituali della conversazione
Lanalisi della conversazione un esito della ricerca etnometodologica sulle attivit ordinarie che
costituiscono il nostro mondo sociale, che non deriva da un particolare interesse nei confronti dei fatti
linguistici. Lanalisi della conversazione si occupa cio delle normali situazioni conversazionali
considerandole come attivit ordinarie del mondo sociale, che possono dirci qualcosa su come lo stesso
mondo sociale organizzato. La dimensione rituale viene a formare quelle pratiche per cui i partecipanti ad
una conversazione partecipano alla produzione di senso.
La conversazione considerata come una delle attivit ordinarie della nostra vita quotidiana attraverso le
quali si riproduce il mondo sociale come insieme ordinato, intendendo il termine conversazione come
sinonimo di interazione verbale, e sottolineando pertanto come nellazione di comunicare i soggetti interagiscano continuamente tra loro determinando il loro comportamento reciproco al di l del ruolo di parlante
o ascoltatore che ricoprono in quel momento. Lanalisi della conversazione consiste nellesplicitare
il lavoro compiuto dai locutori nel sostenere uninterazione verbale, organizzare il suo modo di procedere, negoziare
alcuni nodi cruciali che la strutturano. Le conversazioni sono attivit sociali regolate.

Secondo i conversazionisti la conversazione unattivit che presuppone anzitutto la cooperazione tra i


partecipanti, ma la sua natura anche pianificatrice e contrattuale: chi interviene in una conversazione si
impegna infatti in uno scambio, accordandosi a portare avanti un discorso; questo discorso pu essere
ovviamente una sfida. Infine, la conversazione anche una negoziazione, dove i partecipanti devono certo
assicurarsi il controllo della situazione (e la gestione del frame), ma lo possono fare tenendo conto della
natura collettiva della situazione in corso.
La conversazione dunque unattivit sociale regolata, che prevede unorganizzazione sequenziale delle fasi
in cui si articola: lapertura, il suo sviluppo e la sua chiusura. La prima fase quella delle sequenze di
apertura, e costituisce un momento critico poich rappresenta linizio della conversazione, determinandone
le premesse per il suo svolgersi.
Lo sviluppo della conversazione avviene tramite il meccanismo del turno. Questo mostra come lo
svolgimento della conversazione si pu articolare nel minuetto dellinterazione verbale. Tale macchinario di
presa del turno prevede che in una conversazione i partecipanti parlino uno alla volta e, secondariamente,
che il parlante cambi; chi ha la parola pu selezionare il locutore successivo rivolgendogli una domanda;
oppure un partecipante alla conversazione pu autoselezionarsi, parlando per primo. Per quanto riguarda il
silenzio, se questo si trova allinterno del turno di un parlante, viene in genere considerato una pausa e quindi
il turno non viene interrotto, ma se si trova tra un turno e laltro viene percepito come una scorrettezza
rituale che va riparata al pi presto.
La strategia impiegata per non essere interrotti tipica di un caso particolare di turno, ovvero quello che
viene chiamato turno esteso, cio quella sequenza in cui un parlante mantiene il turno per un tempo
prolungato, sospendendo in qualche modo il meccanismo di alternanza dei turni con gli altri parlanti. In

questo caso, il locutore dovr innanzitutto assicurarsi di avere lo spazio necessario, portando avanti una vera
e propria negoziazione, e perch gli interlocutori dovranno prodursi, di tanto in tanto, in brevi turni in cui
manifesteranno la loro disponibilit a continuare ad ascoltare la storia, o le loro reazione a questa. Per prima
cosa, quindi, avremo una premessa, dove il locutore introdurr la sua storia.
Vi un altro meccanismo essenziale dellorganizzazione della conversazione: le coppie adiacenti, ovvero
sequenze composte da due enunciati collocati luno accanto allaltro da due locutori diversi. Secondo
Schegloff le coppie adiacenti prevedono
la non-terminalit (chi riceve una risposta dopo averla sollecitata non pu non continuare a parlare);
la non-ripetibilit (non si pu ripetere una seconda volta la stessa sequenza)
la pertinenza condizionale (ad esempio, a domanda devo rispondere; non mi posso rifiutare senza
venire giudicato negativamente)
Le coppie adiacenti funzionano in ogni momento della conversazione. Il loro funzionamento mostra come
avviene lo scambio rituale dei saluti, quello stesso scambio che, dato per scontato, viene messo in crisi se
minacciato dalla confusione del frame.
Unaltra caratteristica della conversazione quella delle sequenze laterali: nel corso delle conversazioni ci
sono talvolta delle occorrenze che non sembrano essere parte dellargomento centrale della conversazione
stessa, ma che tuttavia rispetto ad essa sono in qualche modo rilevanti. Si tratta di sequenze inserite
(Sacks 1995), coppie adiacenti che si inseriscono allinterno di altre coppie adiacenti per permettere il loro
completamento. Un caso di sequenza laterale la sequenza di ritardo che soddisfa la domanda non con
una risposta ma con la promessa che si dar una risposta non appena si ricever la risposta alla propria
domanda.
Una conversazione va pure, ad un certo punto, terminata: tuttavia, se costituisce unattivit rituale, non pu
essere interrotta senza alcuni rituali di chiusura. La chiusura va quindi negoziata coordinatamente, e chi
attacca bottone impedendoci di sospendere il meccanismo del turno non ci permette di portare a termine tale
negoziazione. Peraltro, per arrivare alla chiusura della conversazione si passa in genere attraverso i cosiddetti
turni di pre-chiusura.
Tuttavia, possibile che in tali momenti linterlocutore non chiuda affatto, anzi approfitti di avere di nuovo
la parola per dire qualcosa che magari aspettava di dire da tempo.
Questi momenti finali, spesso i pi attesi ed importanti, non risultano da una libera ispirazione dei locutori,
ma sono, per cos dire, forniti dallorganizzazione conversazionale: quando si usano le possibili pre-chiusure per
scoprire finalmente le proprie carte, si assommano due strategie, una argomentativa, da parte del soggetto che usa
questa mossa per ottenere determinati scopi, laltra conversazionale, nel senso di sfruttare per una strategia precisa i
dispositivi che strutturano linterazione verbale faccia-a-faccia. Quando dopo le possibili pre-chiusure la conversazione
si estende ancora a lungo, questo non un segno che il meccanismo si inceppato e non ha funzionato, ma proprio del
contrario e cio che i locutori hanno coordinatamente negoziato la funzione di introdurre nuovi temi conversazionali.

Va considerato come la conversazione sia spesso caratterizzata dalle cosiddette procedure di correzione, che
possono essere in genere di due tipi: lautocorrezione, praticata dal parlante che ha sbagliato, e
leterocorrezione, praticata da altri partecipanti sul locutore che stato colto in errore.
Secondo Goffman, in relazione alla conversazione non si deve tanto parlare di turni quanto di mosse,
per mossa intendendo ogni segmento di parlato o di suoi sostituti che ha un distinto rapporto unitario con
qualche insieme di circostanze in cui i partecipanti si trovano. La conversazione, intesa in questo modo,
una sequenza di mosse da parte dei partecipanti.
La sequenza dellinterazione non coincide necessariamente con la sequenza dei turni. Una unit interazionale, una
mossa nel linguaggio di Goffman, cio qualcosa che ha una relazione unitaria con qualche insieme di circostanze in
cui i partecipanti si trovano congiuntamente, pu essere pi breve di un turno di parola come pu estendersi attraverso
diversi turni; inoltre non deve essere obbligatoriamente espressa verbalmente, n riferirsi solo a segmenti di
conversazione.

In questo modo, la conversazione viene fatta rientrare a pieno diritto nella dimensione rituale.
Quando parliamo non facciamo altro che rendere evidenti quali siano la direzione e la traiettoria della nostra
unit discorsiva.

Questo vale anche volendo considerare la conversazione nei suoi aspetti pi conflittuali.

Se linterlocutore prova a cominciare a parlare nello stesso momento in cui noi parliamo, come se qualcuno
ci calpestasse il piede che abbiamo messo avanti: in genere chi calpesta che si ritira, magari offrendo delle scuse, non
colui che calpestato. Basta poi rovesciare il sistema di aspettative per avere il quadro dellinterazione polemica e
conflittuale, nella quale spesso, al di l di uno scontro sui contenuti del discorso, avviene uno scontro sui diritti di parola
(il diritto di chi parla fino a conservare il turno fino alla fine viene contestato, si danno molteplici sovrapposizioni, si
alza la voce per coprire ci che laltro sta dicendo, il tono si fa pi concitato per eliminare le possibilit che
linterlocutore si intrinseca nelle micropause tra un segmento di discorso e laltro, ecc.)
Analizzare le pratiche conversazionali significa studiare come gli individui si manifestano reciprocamente il
senso della societ in cui vivono.

3.1.2. Alcuni aspetti della conversazione


Essere in disaccordo per essere daccordo. Anita Pomerantz (1984) compie una serie di osservazioni che
riguardano il modo in cui cerchiamo di mostrarci daccordo con i nostri interlocutori, in quanto ci segno
di sostegno, di rinforzo, forse di socievolezza, qualcosa che dimostra che c condivisione, che i partecipanti
sono a proprio agio. Quando esprimiamo una valutazione, ci attendiamo una risposta dai nostri
interlocutori: la struttura di questo scambio prevede una prima valutazione fatta dal parlante, e la risposta
dellinterlocutore, che consiste in unespressione di accordo o disaccordo.
Per mostrarsi daccordo, linterlocutore pu agire secondo quello che Pomerantz chiama accordo preferito,
e che consiste nellessere daccordo con la valutazione del primo parlante o nel mostrarsi in disaccordo,
proprio per ribadire di essere daccordo.
Un altro caso quello che Pomerantz chiama accordo dispreferito, in cui il parlante si produce in unautosvalutazione per la quale prevista, nel turno successivo, unespressione di accordo o disaccordo. In questo
caso, mostrare accordo con il parlante significherebbe essere scortesi ed offensivi. Allora linterlocutore pu
esprimere questo accordo dispreferito mediante una serie di strategie: le ripetizioni parziali, le negazioni, i
complimenti. Pu anche succedere che si mostri accordo con lauto-svalutazione del parlante precedente, ma
allora questo avverr con blandi elementi di accordo, o con una seconda auto-svalutazione, questa volta fatta
dal ricevente.
E allora lui ha detto: il discorso riportato. Molte volte noi non siamo gli autori di ci che diciamo, ma
solo meri animatori. I discorsi sono spesso infarciti di incassature, dove il nostro discorso sintreccia con
quello di altri, dal quale magari prendiamo le distanze, o rispetto al quale ci deresponsabilizziamo
parzialmente. Questo fenomeno stato definito da Bachtin come dialogismo o polifonia, proprio ad
indicare la molteplicit degli autori presenti in uno stesso discorso. Marina Mizzau (1999) parla a questo
proposito di discorso riportato (DR), distinguendo tra discorso indiretto (DI), discorso diretto (DD) e
discorso indiretto libero (DIL).
Nel ripetere un discorso fatto da altri, la prima questione che viene sottolineata quella dellattendibilit di
quanto (e di come) si riportato. Nella conversazione possiamo riportare anche quanto stato appena
pronunciato dal nostro interlocutore, per segnalare sia laccordo che il disaccordo. Sono le cosiddette frasi
eco, di accordo o di disaccordo.
Ripetita invant: le forme di ripetizione. Come indicato da Carla Bazzanella (1999), la ripetizione
nellanalisi della conversazione la riapparizione relativa allo stesso elemento linguistico formale, che
pu essere un singolo lessema, un sintagma pi o meno complesso, un enunciato, pi raramente un turno
intero. Le forme della ripetizione sono essenzialmente tre:
Autoripetizione: si ha quando lo stesso elemento formale riappare nel discorso del parlante stesso e
quindi quando il parlante si ripete. Quando compare allinterno del proprio turno, spesso per
mantenerlo.
Etero-ripetizione: si ha quando lo stesso elemento formale riappare nel discorso dellinterlocutore,
che quindi ripete una parte o lintero turno del parlante precedente. Esiste anche il caso delleteroripetizione differita, che compare ad una certa distanza nella conversazione.
Ripetizione polifonica: consiste nella ripresa a distanza di sintagmi fissi, basati su stereotipi, routine
conversazionali, slogan, proverbi, citazioni bibliche, ecc..
In generale, le ripetizioni hanno varie funzioni; in particolare, servono come conferma della ricezione, quale
controllo della comprensione e come correzione.

Per ridere. Raccontare barzellette. Una barzelletta si costruisce narrativamente su una collisione tra due
diversi frames tra loro incompatibili.
Ma raccontare una barzelletta significa anche esporsi ad un rischio internazionale. Chi vuole raccontare una
barzelletta deve non solo annunciarla ma anche, acquisito il diritto allascolto collettivo, procedere nel
racconto fino alla fine. Va quindi scelto il momento per introdurla. I presenti possono ridere, ma non sono
obbligati.
Al di l di questi problemi relativi al mettersi in gioco quando si racconta (o si ascolta) una barzelletta,
vale la pena sottolineare la capacit della barzelletta di frustrare le aspettative e le attese dellascoltatore.
In definitiva, la barzelletta richiede un impegno conversazionale complesso, che coinvolge chi la racconta e
chi lascolta, e che richiede alcune competenze non solo conversazionali ma anche cognitive.
Davide Sparti (2005) vede unanalogia tra la conversazione e le performance dei musicisti jazz:
il jazz una musica che si fa in gruppo, in combo, di solito organizzato intorno ad una sezione ritmica ed una
front line di solisti. Esistono per dei ruoli ed anche alcune convenzioni. Inoltre, i musicisti condividono il fine estetico
globale di esprimersi attraverso il medium sonoro. Ma di fatto, quando ci si riunisce per fare musica improvvisata,
moltissimi dettagli sono stabiliti interagendo nel corso della performance.

3.2. Conversazione e media


3.2.1. La conversazione nei programmi televisivi
Le conversazioni telefoniche nei quiz televisivi. Le conversazioni telefoniche nei quiz televisivi
rappresentano un tentativo da parte della programmazione televisiva di raggiungere una dimensione sempre
pi interattiva con il pubblico.
Quando un programma televisivo fa ricorso alle telefonate tra conduttore e partecipante da casa mette in scena
una particolare cerimonia religiosa, in cui si celebra il contatto e la vicinanza tra i partecipanti, la conversazione
diventa il veicolo privilegiato attraverso cui viene officiata la cerimonia. La neo-televisione riafferma e sostiene
lesistenza di un legame di contiguit, di un contatto, di una prossimit tra lemittente ed il suo pubblico.

La struttura tipica della telefonata nei giochi televisivi quella che vede:
a) Lapertura della telefonata che costituisce lintroduzione a quel contatto del telespettatore con
lemittente. Si tratta di una sequenza le cui pratiche sono fortemente ritualizzate.
Le attivit rituali che vedono impegnati i partecipanti in questa prima fase sono finalizzate a: 1)
stabilire il contatto; 2) determinare lidentit del parlante. Nel primo caso siamo in presenza della
sequenza chiamata/risposta: lo squillo del telefono in studio, che garantisce lautenticit
dellinterazione, il simulacro dellentrata in scena del partecipante da casa.
Una sequenza come questa (esempio p.111) la messa in scena di un percorso di iniziazione che
deve superare prove e difficolt prima di poter ottenere la ricompensa. La ricompensa, in questo
caso, non il premio che si vince al gioco, ma laccesso stesso alla parola con i protagonisti della
scena televisiva.
Una volta stabilito il contatto, si passa alla sequenza di identificazione, in cui viene determinata
lidentit del partecipante al gioco. La formula standard di questo rituale di determinazione
dellidentit quella del nome di battesimo + luogo di residenza. Il primo elemento di questa
presentazione del self, il nome, normalmente declinato nel nome di battesimo, con esclusione del
cognome. Questo conferisce alla conversazione i tratti di una interazione informale.
Vengono compiuti molti sforzi da parte di entrambi i partecipanti per stabilire e definire
correttamente lidentit del telespettatore.
Il secondo elemento della presentazione del self del partecipante la provenienza geografica.
Possono sorgere malintesi sulla provenienza geografica, che portano il conduttore a celebrare rituali
minimi di riparazione. Inoltre, attraverso la formulazione del luogo, i partecipanti sono in grado di
specificare meglio il tipo di relazione che li lega.
Una volta stabilit lidentit tramite il nome di battesimo ed il luogo di provenienza, completano le
sequenze di apertura i saluti e le informazioni sulla salute e su altre questioni, tutte espansioni
della fase di apertura. Si tratta di tipiche sequenza di small talk, le brevi frasi in cui ci si informa del
tempo o di altro non tanto per sapere davvero com il tempo, quanto per stabilire la relazione tra i
partecipanti e per favorire lentrata nella fase del gioco vero e proprio.
b) Il gioco ha una struttura rituale tale per cui se la risposta positiva, corretta, giusta, allora
avvengono i rituali di esultanza, con festeggiamenti, i complimenti e la gioia; se la risposta
negativa, scorretta, sbagliata, allora avvengono i rituali di mestizia, con lespressione di malinconia,
dispiacere e tristezza. In alcuni casi nella stessa modalit di formulazione della domanda viene gi

suggerita la risposta da parte del conduttore; il conduttore finge flessibilit aiutando in realt, nello
stesso tempo, il concorrente. Si ha cos la classica forma della sequenza incassata allinterno della
prima domanda, quella principale: domanda iniziale richiesta di aiuto (aiutino) aiuto o
negazione dellaiuto risposta alla domanda iniziale. Spesso laiutino genera una serie di
sequenze incassate, per cui tra la domanda iniziale e la risposta si hanno numerose domande e
risposte secondarie, tutte volte a fare arrivare il concorrente alla risposta esatta. In questo caso:
la conversazione serve a far proliferare il gioco, rivolta a risolvere il problema che la domanda pone, non ha
pi uno scopo preliminare o procedurale come nelle sequenze dintroduzione.

Esistono poi casi in cui lintera trasmissione si basa esplicitamente sullaiutino, che diviene anzi il
centro stesso del programma. Non importante la correttezza della risposta, ma il gioco di
interazione tra concorrente e conduttori, fondato su una serie di procedure di negoziazione
progressive che portano quasi invariabilmente alla soluzione.
La sequenza del gioco si chiude infine con il commento del conduttore, che spesso una situazione,
positiva o negativa, della risposta del concorrente.
c) La chiusura delle conversazioni telefoniche televisive prevede anchessa una complessa attivit
rituale, riassumibile in uno schema piuttosto ricorrente in cui al commento del conduttore per la
risposta segue laccettazione da parte del concorrente, quindi i ringraziamenti reciproci ed i saluti.
Luscita dalla conversazione pu essere tuttavia dilazionata ad opera del conduttore stesso o ad
opera del concorrente. Lespansione pu riguardare la sequenza dellaccettazione, anche in questo
caso ad opera del concorrente o ad opera del conduttore. In alcuni casi il conduttore si impegna in
post-espansioni della chiusura. Si tratta per lo pi di episodi di self-tank, in cui il conduttore sembra
quasi riflettere tra s e s sullinterazione appena avvenuta.
Luscita dalla conversazione pu essere non solo dilazionata, ma anche accelerata, sia mediante la
sua compressione, in cui il turno del conduttore esaurisce quelli che normalmente sarebbero rituali
celebrati in turni diversi, sia mediante la sua riduzione, cio saltando un passaggio successivo dopo il
commento negativo. Infine, si hanno delle chiusure mute quando alla risposta (in genere se
sbagliata) il conduttore passa alla telefonata successiva. In questo caso anche lapertura non
particolarmente strutturata, e si tratta di interazioni molto brevi.
Il conflitto nella comunicazione televisiva. Al pari di quanto avviene nelle normali situazioni della vita
quotidiana, nei programmi televisivi ci sovrapponiamo alle parole dellinterlocutrice, togliamo la parola, ci
insultiamo, ci offendiamo, ci disconfermiamo, cerchiamo di discreditare. Queste situazioni conflittuali
avvengono comunque allinterno di un ordine rituale, che nel caso delle trasmissioni televisive
ulteriormente accentuato da tutte quelle marche audiovisive e lo stile della comunicazione. Inoltre, le
situazioni conflittuali televisive sono di natura particolare, in quanto si tratta di un conflitto in pubblico, o
almeno reso pubblico.
Il conflitto in pubblico ha come luogo privilegiato di osservazione lo spettacolo televisivo. Linterazione
conduttore-ospite, o intervistante-intervistato, una relazione asimmetrica in cui il primo gestisce linterazione,
stabilendo lallocazione del turno, ossia dando e togliendo la parole, e decidendo i contenuti del discorso.

Mizzau elabora una vera e propria tipologia delle situazioni conflittuali nella comunicazione.
Il conflitto pu nascere da una discussione cortese o pu anche essere una messa in scena del conflitto.
In questo caso si definisce il frame del gioco in maniera implicita: questo un gioco, non stiamo litigando
davvero. Si fa come se, facendo finta. Ma talvolta il conflitto non tanto messo in scena, quando
sottinteso, tra il dire ed il non dire.
C poi il malinteso, usato spesso come strategia discorsiva allinterno di una situazione conflittuale e quindi
spesso intenzionale. (es. Maria De Filippi) Bisogna chiarire il proprio commento che non stato compreso. Il
malinteso pu anche essere provocatorio.
Il conduttore di un talk show ha tra i propri compiti non detti anche quello di incrementare il conflitto
soprattutto l dove questo stenti a crearsi nel corso della discussione. Mizzau individua una serie di strategie
impiegate da Maria Da Filippi nel programma Amici proprio per questo scopo:
a) Sollecitazione di una presa di posizione netta. Nel chiedere di esprimersi nettamente se a favore o
contro qualcuno che intervenuto, la conduttrice non fa che rinfocolare il conflitto e far emergere
con pi evidenza la contrapposizione.

b) Selezione di un ospite che ha manifestato il proprio disaccordo. In questo caso la conduttrice non si
limita a selezionare chi manifesta il proprio disaccordo con quanto espresso precedentemente da
altri, ma ne introduce lintervento proprio sottolineando tale disaccordo.
c) Sollecitazione di un intervento provocatorio conflittuale. La conduttrice coglie un commento a
microfono spento tra il pubblico, ed invita lautrice di tale commento a ripeterlo al microfono.
d) Contrapposizione diretta della conduttrice al parlante precedente. In questultimo caso la stessa
conduttrice a contrapporsi a chi ha avuto lultimo turno di parola, ed quindi lei la protagonista della
situazione conflittuale che si crea.
Nellanalizzare la conversazione cos come si sviluppa nei programmi televisivi bisogna tenere in
considerazione il fatto che i media hanno linguaggi specifici e peculiari.
Il conflitto privato che si svolge sotto gli occhi del pubblico, sulla scena televisiva, non ha caratteristiche
diverse da quelle che possiamo osservare nel quotidiano; queste appaiono per concentrate, ed enfatizzate, sia dal ruolo
della conduttrice sia da quello di chi assiste e partecipa parteggiando per luno o per laltro dei contendenti. Un po
diversamente vanno le cose nella trasmissione reality show, dove il conflitto, frequente, in qualche modo pi
autentico. Di ci causa il fatto che non c un animatore in scena; che le tensioni nascono tra ragazzi e ragazze che
sono costretti a coesistere per lunghi periodi, e che quasi nullaltro hanno da fare che parlare, di s e della situazione in
cui si trovano. Inoltre la presenza della telecamera nei tempi lunghi viene dimenticata, o comunque di essa solo a tratti
si consapevoli.

3.2.2. La conversazione mediata dal computer


Il pi diffuso tipo di comunicazione al computer probabilmente la posta elettronica (e-mail, electronic
mail), che consiste essenzialmente nellinvio di un messaggio testuale ad un utente lontano in un momento
di propria scelta, un messaggio che il ricevente legger, in un momento ed in una situazione di sua scelta,
quando aprir la propria casella di posta elettronica. Unaltra forma di comunicazione al computer quella
delle mailing list, che non sono altro che unestensione della posta elettronica ad una pluralit di riceventi.
Il testo del messaggio, invece di essere invitato ad un solo utente, viene spedito dallautore automaticamente
ad un certo numero ad una lista di utenti potenzialmente interessati a riceverlo. Infine, una forma di
comunicazione possibile al computer quella del newsgroup: i newsgroup sono delle specie di bacheche
elettroniche a tema a cui ogni membro iscritto pu accedere sia per leggere, in un momento di propria scelta,
i messaggi invitati via e-mail dagli altri iscritti sia per inviarne di propri al fine di contribuire alla discussione
collettiva che contraddistingue ciascun particolare newsgroup.
Le tre forme di comunicazione che abbiamo appena visto condividono un aspetto sostanziale, cio il fatto di
essere asincrone: gli utenti che le utilizzano non sono compresenti n in senso spaziale n in senso
temporale, ed inoltre la spedizione e la lettura dei messaggi avvengono in momenti diversi. Di norma,
mittente e destinatario dei messaggi si conoscono.
Esistono tuttavia altre forme della CMC che sono dette sincrone, ovvero che avvengono nello stesso
momento. I principali tipi di CMC sincrona sono ICQ, i MUD e IRC.
ICQ acronimo che sta per I seek you, ti cerco - un programma piuttosto recente (risale alla fine degli
anni Novanta) che
consente di segnalare, ogni volta che ci si connette ad Internet, la presenza in linea di altri utenti che
dispongono dello stesso programma e di iniziare, volendo, una discussione in tempo reale appunto sincrona sia
mediante linvio di messaggi alternati simili a brevi e-mail sia aprendo sullo schermo del proprio computer due finestre
contigue, in ciascuna delle quali i due utenti possono digitare i propri messaggi, che appaiono simultaneamente su
entrambi gli schermi dei due computer.

I MUD, acronimo che sta per multi users domain, sono essenzialmente programmi nei quali gli utenti
possono connettersi e giocare, spesso impegnati nellesplorazione di nuovi mondi. Ogni utente controlla un
proprio alter ego attraverso il quale cammina, interagisce con altri personaggi, esplora territori.
LIRC, acronimo di Internet relay chat, che consiste grossomodo in una chiacchierata fra utenti collegati
ad Internet. A differenza dei MUD, chiacchierata dellIRC avviene in stanze vuote, ed essenzialmente
testuale. Le forme sincrone permettono lanonimit completa degli utenti, che spesso peraltro fanno ricorso a
nicknames ovvero a soprannomi.
Per sopperire a tale mancanza, la CMC prevede lutilizzo di alcuni accorgimenti grafico-linguistici, tra i
quali emoticons o smileys, che hanno lo scopo di indicare lumore o lo stato danimo dellinterlocutore. Gli
emoticons sono insomma delle glosse con le quali si cerca di completare il messaggio. Le combinazioni
possibili sono molteplici.

bene ricordare che, anche se il linguaggio della CMC effettivamente pi ricco di quanto pu sembrare a
prima vista, gli elementi paralinguistici della comunicazione in rete vengono nella maggior parte inviati coscientemente.

Si tratta della distinzione, operata da Goffman, tra linformazione fornita intenzionalmente e


linformazione lasciata trasparire circa il proprio self dagli individui che interagiscono faccia a faccia. Ora,
se in una situazione di interazione faccia a faccia per informazione lasciata trasparire intendiamo
quellinsieme di informazioni che un individuo si lascia scappare attraverso particolari espressioni del viso
o un certo tono della voce, in un contesto come lIRC non ci si riferisce a quegli espedienti testuali tesi a dare
un contenuto relazionale alla CMC, e cio a tutti quegli espedienti che, come abbiamo visto, vengono a
sostituire gli elementi paralinguistici. Infatti, questo linguaggio viene s utilizzato per veicolare
informazioni che vanno oltre il contenuto espresso dalle parole digitate sulla tastiera, ma comunque
costituito da simboli digitati anchessi intenzionalmente, e non certo sfuggiti al controllo dellindividuo e
della sua gestione del self. Come sostiene Roversi (2001) la scrittura testuale usata nella conversazione on
line richiede una notevole velocit per poter rispondere con prontezza allinterlocutore, e questa velocit
provoca una serie di errori anche da parte di chi scrive con una certa sicurezza.
LIRC pu venire utilizzato per improvvisare una sorta di rappresentazione teatrale. In questa sceneggiatura
dadaista i turni della conversazione si sovrappongono, si perdono, si riprendono, dando vita ad un testo
incoerente e frammentario, di difficile comprensione soprattutto per chi poco abituato allutilizzo di
programmi per la CMC. La seconda conseguenza dei vincoli imposti dallestrema velocit con cui si devono
digitare i messaggi in una chat quella dellutilizzo di forme abbreviate di comunicazione. Linterazione
della CMC ha, come gli altri tipi di situazione comunicativa, i propri rituali e le proprie performance.
Nelle conversazioni delle chat sono prolungati rituali di apertura e chiusura della comunicazione quando un
utente noto entra o esce da una chat room.
Allinterno delle conversazioni stesse linterazione regolata da una serie di rituali che hanno una forte
funzione normativa e che, in qualche modo, mantengono negli scambi comunicativi quelle che Goffman
chiamerebbe le apparenze normali della CMC. Nella comunicazione mediata dal computer, infatti,
possibile che esplodano violente liti tra i partecipanti allinterazione che vengono dette flames.
I rituali che vengono celebrati nel corso delle conversazioni on line, oltre ad avere una funzione
espressiva, ed oltre a definire lidentit dei partecipanti alla CMC, svolgono una funzione normativa.
Secondo Nancy Baym (1995) le norme pi o meno formalizzate e ritualizzate della comunicazione on line
servono, tra laltro, a mantenere un ambiente comunicativo dove sia possibile condurre una conversazione
dallinizio alla fine, senza troppi intoppi, dalla facile leggibilit: mantenere quelle apparenze di normalit che
abbiamo visto essere essenziali per la realizzazione di una qualunque interazione sociale.

4. Linguaggio e societ
4.1. La natura sociale del linguaggio
4.1.1. Che cos il linguaggio
Il linguaggio forse il pi importante sistema di comunicazione umana, la principale forma di mediazione
simbolica attraverso cui si costituisce e si trasmette il significato. In quanto tale, il linguaggio costituisce sia
un processo cognitivo sia unattivit simbolica, inseriti in un contesto essenzialmente sociale. Il linguaggio
uno strumento con cui costruiamo e legittimiamo la realt che ci circonda:
Le oggettivazioni comuni della vita quotidiana si mantengono prima di tutto grazie alle significazioni
linguistiche. La vita quotidiana soprattutto vita con e per mezzo del linguaggio che condivido col mio prossimo. Una
comprensione del linguaggio quindi essenziale per ogni comprensione della realt della vita quotidiana.

Il linguaggio costituisce anche la prima fonte di socializzazione: esso lo strumento principale attraverso cui
il bambino diviene essere sociale.
Il fatto di considerare il linguaggio quale forma di mediazione simbolica si inscrive anche in quella che
stata definita come svolta linguistica, e cio la predominanza accordata al linguaggio da parte del pensiero
filosofico e sociale. In quanto orizzonte e limite del nostro mondo, il linguaggio in-forma la nostra
esperienza: ci troviamo dentro un linguaggio, che definisce anche i limiti della nostra capacit di
rappresentazione, di noi stessi come degli altri, e di ci che ci circonda.

Da un punto di vista strettamente linguistico, il linguaggio viene considerato come un sistema di suoni e
simboli, analizzato entro quattro sfere tradizionali: la fonetica (i suoni), la sintassi (principi), la semantica (i
significati) e la pragmatica (modo)
De Saussure, influenzato dalla teoria sociologica di Durkheim, sottolinea come il linguaggio sia non gi
individuale, bens una rappresentazione collettiva, e come esso vada distinto in langue e parole. La langue
(la lingua) costituisce linsieme delle abitudini linguistiche che ci permettono di comprendere e di farci
comprendere: si tratta di un prodotto sociale, collettivo, indipendente dalla volont dei singoli individui. La
parole (leloquio) la realizzazione pratica della lingua, la concreta esecuzione linguistica nelluso
quotidiano ed individuale del linguaggio.
Il sociologo Randall Collins sviluppa questo legame Durkheim-Saussure sostenendo che
il parlare stesso pu essere analizzato come un rituale di interazione e che le parole costituiscono oggetti
sacri che comunicano il senso di appartenenza al gruppo.

4.1.2. Lo sviluppo del linguaggio


Il sociolinguista Richard Hudson delinea un mondo immaginario limitato da confini naturali ben definiti ed
invalicabili, in modo che nessuno possa uscirne e nessuno possa entrarvi; in questo mondo fittizio tutti i
membri della comunit parlano la stessa lingua, con la stessa pronuncia e senza differenze di sorta. Presso
questi parlanti non esistono differenze tra situazioni comunicative formali ed informali; ci significa che il
contesto non ha alcuna influenza su ci che dicono le persone, n nella forma n nel contenuto. Non esistono
indicatori per linizio, lo svolgimento e la fine di una conversazione, ed i diversi modi della conversazione
stessa sono tutti risolti in formulazioni formali pi simili a costruzioni della logica che alle forme della vita
quotidiana.
Pu esistere una societ del genere? Certo che no; pure questo esattamente il modello cui, implicitamente,
fanno riferimento tutti quegli studiosi del linguaggio la cui attenzione dedicata esclusivamente alla lingua
che una comunit parla, senza riferimento alla societ in cui essa inserita. Tale approccio fatto proprio da
Noam Chomsky, che con la sua linguistica generativa trasformazionale si propone di ricavare le regole di
una lingua X ignorando completamente i contesti sociali in cui essa viene appresa ed usata.
Secondo Chomsky (1969), possedere un linguaggio significa essenzialmente possedere un sistema di regole
che generano una lista di coppie suono/significato. Tale lista di regole, il cui possesso assicura la capacit
di produrre e comprendere un numero infinito di frasi, costituisce la competenza linguistica (competence),
distinta dallesecuzione (performance), che costituisce luso effettivo della lingua. La competenza linguistica
comprende la conoscenza delle regole sintattiche, tra cui le regole di riscrittura, che generano la struttura
profonda sottostante ad ogni frase, e le regole di trasformazione, che trasformano appunto tale struttura
profonda in struttura superficiale. La grammatica di Chomsky viene chiamata generativotrasformazionale.
La scarsa importanza attribuita al significato della comunicazione e lidea che la struttura profonda del
linguaggio sia universale, nel senso che tutte le lingue si costituiscono a partire da determinate capacit
innate del cervello umano. Questo verrebbe dimostrato dal fatto che i bambini imparano la lingua molto
rapidamente.
Bruner e Vygotskij attribuiscano al contesto sociale unimportanza centrale nello sviluppo linguistico e
cognitivo del bambino. Tutti i processi mentali hanno un fondamento sociale ed esiste uninfluenza della
cultura che si realizza attraverso le relazioni sociali. Vygotskij ritiene il linguaggio centrale anche perch,
tramite la comunicazione, stabilisce nuove connessioni cerebrali ed organizza qualitativamente le categorie
del pensiero.
La tesi della relativit linguistica, avanzata dapprima da Sapir e poi, nella sua versione pi forte, da Whorf)
sostiene che esattamente il linguaggio a determinare forme e modi di pensiero, motivazioni e modelli
culturali, e quindi, in ultima istanza, le strutture sociali.
Un esempio dello stesso Whorf relativo alla differenza tra le lingue europee e la lingua hopi. Le lingue
europee sono caratterizzate da:
a) La segmentazione temporale in passato presente futuro
b) La segmentazione temporale in unit temporali
c) Una rappresentazione spaziale a cui attinge tutta una produzione metaforica.
La lingua hopi caratterizzata da:
a) Aspettualit
b) Espressioni temporali avverbiali (e non, quindi, sostantivi come nelle lingue europee)

c) Nessuna metafora spaziale.


Whorf conclude che le strutture linguistiche e le norme culturali nascono e crescono insieme. La relativit
linguistica sostiene:
a) La diversit e larbitrariet delle lingue
b) Che ogni lingua un sistema di riferimento per il pensiero ed il comportamento
c) Che i sistemi di riferimento sono diversi ed arbitrari.
Il principio della relativit linguistica ha un certo valore etico, nel senso dellapprezzamento del pluralismo
linguistico: implicito cio il rispetto del modo di vedere la realt dei diversi popoli.
Se ci avviciniamo maggiormente ad un approccio sociologico tout court possiamo facilmente osservare come
la nascita e lo sviluppo del linguaggio e della comunicazione costituiscano un processo eminentemente
sociale. Secondo Habermas (1970) lacquisizione della competenza linguistica resa possibile dalla
struttura di intersoggettivit fra parlanti in grado di comprendersi reciprocamente. Lo stesso sistema di
regole linguistiche che secondo Chomsky sarebbe innato, secondo Habermas viene acquisito proprio
allinterno di tale struttura.
In questo senso, la nozione stessa di competenza linguistica viene superata da quella di competenza
comunicativa. Hymes ha elaborato il concetto di competenza comunicativa che si riferisce alla
competenza riguardo a quando parlare e quando tacere, e riguardo a che cosa dire, a chi, quando, dove, in
qual modo; competenza che ogni bambino acquisisce interiorizzando la conoscenza delle frasi non
soltanto in quanto grammaticali, ma anche in quanto appropriate. La competenza comunicativa per
Habermas si basa su quelli che egli definisce come universali semantici intersoggettivi a priori, o universali
costitutivi del dialogo; una situazione decisamente ideal-tipica, ben poco riportabile nella realt.
Secondo Goffman, proprio il linguaggio potrebbe essere allorigine della socializzazione del bambino
allacquisizione di un self. A partire da una critica a Piaget e Vygotskij circa le implicazioni
dellegocentrismo del bambino, Goffman sostiene che tale concezione andrebbe riformulata nei termini
dellinterazione tra il self ed il pubblico. Il baby talk presuppone un elaborato incassamento di ruoli sociali:
per mezzo di esso il bambino non acquisisce solo i ruoli di un me e di un altro generalizzato di cui parla
Mead, ma anche una competenza negli incassamenti, competenza tutta interazionale e sociale.
Si pu concludere, da una parte, che il linguaggio costituisce sia il contenuto sia lo strumento pi
importante della socializzazione e, dallaltra, che la natura stessa del linguaggio profondamente radicata
nel proprio contesto sociale ed interazionale.

4.2. Il linguaggio come interazione sociale


4.2.1. Il linguaggio come azione sociale
Lidea della relazione tra linguaggio ed azione risale a quella svolta linguistica del Novecento. stato
Wittgensetin (1953) ad aver postulato lunit azione-linguaggio, considerando il nesso tra linguaggio e
mondo come nesso tra una pluralit di giochi linguistici diversi, connessi a diverse forme di vita. Secondo
Wittgenstein, parlare un linguaggio costituisce unattivit, ed il significato di una parole il suo uso nel
linguaggio stesso. Per comprendere il significato di quanto espresso dal linguaggio necessario conoscere le
regole del gioco entro il quale il linguaggio stesso viene usato; e, dal momento che le regole del gioco sono
stabilite per convenzione intersoggettiva, socialmente, ne deriva che lanalisi del linguaggio costituisce uno
strumento per la comprensione dellazione (dellinter-azione) sociale.
Secondo la teoria degli atti linguistici, elaborata da Austin e Searle, enunciare una frase significa anche, di
per s, compiere unazione. Il dire diventa fare. Austin (1962) distingue tre dimensioni dellatto linguistico:
latto locutorio, latto illocutorio, latto perlocutorio. Esistono anche degli atti linguistici indiretti, come nel
caso in cui facciamo delle domande quando in realt stiamo facendo delle vere e proprie richieste, oppure
quando delle nostre affermazioni sono in realt richieste, o ancora quando delle nostre domande sono in
realt affermazioni.
La lettura goffmaniana degli atti linguistici proposta da Collins vede che: Questi atti linguistici sono in
realt piccoli rituali della vita quotidiana che istituiscono o perpetuano delle relazioni personali attraverso il
culto del self ed i suoi legami con altri self.
4.2.2. Il linguaggio tra negoziazione e conflitto

Il linguaggio costituisce il perno attorno a cui si venuta a formare la sociologia della vita quotidiana, vale
a dire quellapproccio microinterazionista come lanalisi goffmaniana, letnometodologia e lanalisi delle
conversazioni.
La stessa realt, creata socialmente, si fonda su una base linguistica che , insieme, data per scontata e
negoziata, nei balletti rituali dellinterazione quotidiana.
In Goffman maggiormente rimarcata la dimensione di azione del linguaggio, il suo valore di interazione
strategica ed il suo fondamento di guerra, polemico; in Garfinkel invece sottolineato soprattutto il costante
rapporto tra il senso di ci che si comunica ed il contesto, la situazione in cui avviene luso del linguaggio.
Letnometodologia si propone di capire come gli attori sociali usino dei metodi per rendere intellegibile la
realt e considera centrale limportanza del linguaggio. Esso alla base della riflessivit di tali metodi. La
riflessivit consiste nellinterpretare quanto si d in ogni determinata situazione come un caso di qualcosa
di pi generale. La riflessivit una pratica eminentemente linguistica: questo significa, dal punto di vista
delletnometodologia, che luso quotidiano, normale del linguaggio, rappresenta inevitabilmente e
contemporaneamente sia una descrizione delle scene di interazione sociale, sia un elemento di queste stesse
scene che esso rende ordinate.
Il linguaggio alla base dellindicalit. Questa consiste nel dare per scontato che le persone, in ogni
situazione, conoscano il contesto necessario per la comprensione di una qualsiasi cosa particolare. proprio
nel linguaggio che lindicalit si rende pi evidente, manifestandosi soprattutto nei discorsi e nelle
conversazioni.
Lanalisi della conversazione si lega a quello che lo scopo principale delletnometodologia, e cio capjre
come gli individui rendono intellegibile il mondo sociale.
Lecologia del linguaggio proposta da Goffman una prospettiva che vede il linguaggio come parte di una
cornice (frame) interazionale pi ampia. Il linguaggio incassati nel rituale, e noi interagiamo mediante il
linguaggio mostrando agli altri il nostro self.
La dimensione conflittuale entra in gioco nel momento in cui la definizione della situazione diviene
fondamentale per poter, appunto, sostenere il nostro self nellinterazione con gli altri; si tratta di una
sospensione delle ostilit, dove i rituali della conversazione permettono di instaurare linterazione sociale;
ma Goffman ci avverte che questo armistizio temporaneo ha unesistenza effimera.
Il linguaggio conflittuale anche al livello stesso della sua produzione, prima ancora che al livello della
partecipazione intersoggettiva. Goffman propone cos di problematizzare la definizione di parlante,
estingue lanimatore, lautore ed il mandante. Il ricevente viene scomposto in quello che Goffman
chiama schema di partecipazione, che prevede ascoltatori ratificati e non ratificati. Questi ultimi, a loro
volta, possono esser astanti, e quindi presenti, legittimamente, alla conversazione, pur senza farne parte, ed
origlianti.
Una prospettiva del linguaggio che vada sempre pi nella direzione della sua corporeit ed emozionalit
proposta da Davvid Sudnow. Egli sostiene che il linguaggio incarnato: esso non consiste tanto nelle sue
parti formali ma nella corporeit coinvolta quando gettiamo il nostro self nella conversazione, adeguando i
ritmi del nostro discorso a quelli del nostro corpo, e viceversa. Lo studio di Sudnow unanalisi del rapporto
tra il parlare ed il suonare musica jazz improvvisata.
In entrambi i casi il significato emerge man mano che andiamo avanti. Sudnow descrive entrambi i casi come se si
trattasse di una questione di entrare nel flusso di un ritmo. Gli ascoltatori vi riescono quando sono capaci di entrare
nello stesso ritmo del parlante, di anticipare dove il discorso sta andando. Goffman sottolinea i livelli multipli delle
trasformazioni che possono essere costruite, ma sempre su un nucleo di copresenza fisica di animali umani in un dato
luogo; Sudnow sottolinea che questi animali umani sono impegnati ad agire ed armonizzare tra loro i ritmi.

4.3. Linguaggio e contesto sociale


4.3.1. Linguaggio e potere
Secondo Giglioli (1973), Habermas cerca di mostrare la relazione tra le regole interpretative studiate dai
fenomenologi ed etnomedologi e le forme sociali, nonch il modo in cui le deviazioni dal modello della pura
azione comunicativa dipendono dalla distribuzione del potere economico e politico della societ. Laspetto
ideologico di certo uso del linguaggio sottolineato da una prospettiva fortemente critica nei confronti della
manipolazione del consenso e della distorsione della comunicazione.

La gestione e la definizione dei frames dellanalisi goffmaniana assicura di fatto il potere a chi detenga tale
competenza comunicativa.
In un certo senso, la competenza comunicativa pu essere vista anche come una risorsa, come un capitale
linguistico che i parlanti investono nei giochi contrattuali della vita sociale. Il sociologo francese Pierre
Bourdieu propone la nozione di mercato linguistico, secondo cui il mercato linguistico consisterebbe in un
certo tipo di leggi di formazione dei prezzi dei prodotti linguistici. Tali leggi variano a seconda dei vari
mercati delle diverse societ, per cui, in societ diverse, ad una stessa produzione linguistica non verr
attribuito lo stesso valore. Secondo il sociologo francese
Non si deve per dimenticare che i rapporti di comunicazione per eccellenza, quali sono gli scambi linguistici,
sono anche rapporti di potere simbolico in seno ai quali si attualizzano i rapporti di forza tra i locutori o i loro gruppi
rispettivi.

qui in gioco la competenza linguistica legittima, ossia quella legata alle produzioni linguistiche alte,
proprie di chi detiene la legittimit del potere:
i locutori sprovvisti di competenza legittima si trovano esclusi di fatto dagli universi sociali in cui essa
richiesta, o condannati al silenzio. Ci che raro, dunque, non la capacit di parlare che, essendo inscritta nel
patrimonio biologico, universale, dunque essenzialmente non distintiva, ma la competenza necessaria per parlare la
lingua legittima che ritraduce le distinzioni sociali nella logica propriamente simbolica della distinzione. La costituzione
di un mercato linguistico crea le condizioni per una concorrenza oggettiva nella quale e per mezzo della quale la
competenza legittima pu funzionare come capitale linguistico che produce, in occasione di ogni scambio sociale, un
profitto di distinzione.

Tale competenza dominante pu funzionare come capitale linguistico, che assicuri un profitto di distinzione,
solo se si verificano le condizioni necessarie ai gruppi che la detengono di imporla come (sola) competenza
legittima allinterno dei vari mercati. Parole e discorsi sono anche segni di ricchezza destinati ad essere
valutati e stimati e segni di autorit, il cui destino quello di essere creduti ed obbediti. I piccolo borghesi
si producono in una continua attivit di auto-correzioni, per ottenere quel capitale linguistico proprio della
upper class. Le classi inferiori sono ridotte allestensione o al silenzio. Le classi superiori, essendo dotate gi
di loro del capitale linguistico, possono anche permettersi di abbandonarsi a scorrettezze ed imprecisioni
linguistiche.
Secondo il sociologo francese, latto linguistico io ti battezzo ha s un ceto effetto sullo status del
ricevente, ma solo se il locutore ha la legittimit di pronunciare latto. Si tratta della questione della
legittimit del potere: per avere il potere necessario anche che chi sottoposto a tale potere riconosca
lautorit. Il potere delle parole non altro che il potere delegato del portavoce, e le sue parole sono tuttal
pi una testimonianza tra le tante della garanzia di delega di cui egli investito. Latto linguistico, e quindi
il linguaggio, pu al limite esprimere e rappresentare lautorit, che per proviene dallesterno.
Latto linguistico essenzialmente un rito di istituzione, nel senso che istituisce, sancisce un determinato
stato di cose, sanziona lo status del ricevente dellatto.
I riti di istituzione non potrebbero esercitare il potere che hanno se non fossero capaci di dare almeno lapparenza di un
senso e di una ragione dessere ad esseri che non hanno ragione di esistere: gli esseri umani. Gli atti di istituzione
lasciano credere, agli individui consacrati, che essi hanno un motivo di esistere, che la loro esistenza serve a qualcosa.

La definizione di una situazione, e quindi, nel decidere come mettere in chiave una particolare interazione
faccia a faccia, implica, proprio come nel discorso di Bourdieu, unautorit che ci legittimi a farlo, e quindi,
in ultima istanza il potere di farlo.
C, nel modello della comunicazione interpersonale come rituale dellinterazione, una dimensione sempre
presente della capacit coercitiva di tale attivit rituale, pronta a riconoscere che la definizione della
situazione nelle mani di chi detiene il potere.
4.3.2. Disuguaglianze
I rapporti tra le trasformazioni della struttura e delluso del linguaggio e il mutamento sociale si stabilito
che la pronuncia degli abitanti di una grande citt varia a seconda della loro classe sociale. Questo dimostra
che le variazioni fonologiche non sono affatto libere, ma corrispondono alla struttura della stratificazione
sociale.
Nel caso di Bernstein (1973), lattenzione concentrata sulla relazione tra disuguaglianza linguistica e
disuguaglianza sociale. Le diverse pratiche di socializzazione, legate anche alla classe di appartenenza,
influenzano lo sviluppo del comportamento sociale del bambino, tramite luso di determinati codici
linguistici.
Talvolta il linguaggio stesso pu essere utilizzato proprio come risorsa e strumento di differenziazione
sociale o culturale.

Con lespressione competenza comunicativa interculturale si intende linsieme di risorse che permettono
uno scambio comunicativo efficace ed appropriato tra parlanti con background culturali diversi. La
comunicazione culturale proprio questo scambio comunicativo tra parlanti con background culturali
diversi, a cui non p alieno spesso il fenomeno di miscommunication e quindi di fallimento nella
comunicazione. Fabio Quassoli presenta almeno tre formulazioni teoriche:
1. Wiemann: egli prende spunto da una definizione di competenza comunicativa come abilit nello scegliere, tra
i comportamenti comunicativi a disposizione in una situazione, la strategia migliore per (1) conseguire
obiettivi di carattere strumentale, (2) salvare la faccia, (3) mantenere lallineamento dei propri interlocutori
entro gli obblighi normativi contestualmente rilevanti.

2. Spitzberg (1987): riprende lo schema di Wiemann e lo inserisce in un modello basato su tre


dimensioni dellagire comunicativo: motivazionale, pratica e cognitiva. Nella dimensione
motivazionale Spitzberg ricomprende i bisogni che spingono gli individui ad interagire, il grado di attrazione
che provano per i propri interlocutori, i legami sociali e la concezione di s in gioco nelle interazioni, oltre
allapertura verso lacquisizione di nuove informazioni che siano di ausilio nella comprensione di una
situazione indefita. Quella pratica riprende lo schema di Wiemann, ed include una serie di abilit sociali
(social skills) quali: capacit di raccogliere tutte le informazioni utili, di porsi dal punto di vista del proprio
interlocutore, di adattarsi a forme e stili inaspettati di comunicazione, di modificare il proprio comportamento
on the spot, di creare nuove categorie di lettura del comportamento e di tollerare situazione di ambiguit
interpretativa. Per quanto concerne la dimensione cognitiva, Spitzberg sottolinea limportanza delle aspettativa
circa le modalit comunicative dei propri interlocutori, della condivisione di un network comunicativo, della
conoscenza di pi duna prospettiva di lettura di quanto accade nel corso del processo comunicativo.

3. Gudykunst, modello Anxiety/Uncertainty Management (AUM): si basa su 4 livelli analitici:


individuale, che riguarda motivazioni ed interpretazioni appunto individuali; interpersonale, dove
lattore agisce per nome e conto di se stesso; intergruppo, dove lattore agisce per nome e per conto
di gruppi ed organizzazioni collettive; culturale, dove gli attori possono comunicare in modo simile
o differente dai membri di altre culture.
Le due variabili cruciali per lesito, in termini di efficacia ed appropriatezza, del processo comunicativo, sono
lansia e lincertezza, che, a loro volta, determinano il grado di attenzione vigile e di consapevolezza (mindfulness),
con cui gli individuo affrontano le situazioni comunicative. In quanto modalit di autopercezione, essa opererebbe
come una self-fulfillinf prophecy, cosicch un individuo che si senta incerto, sar effettivamente incerto nel
comunicare e, al contrario, uno che si senta certo migliorer anche solo per questo motivo lefficacia della propria
performance.

Lo studio di Kenneth Liberman tenta di verificare come si dispieghino empiricamente le disuguaglianze


comunicative in contesti interculturali. Lo studio riguard il trattamento processuale degli aborigeni da
parte dei tribunali australiani: la cultura aborigena prevede infatti che la persona, nelle pubbliche
occasioni, non possa comportarsi in modo da essere percepita come un individuo. Tutto questo, com
facilmente immaginabile, non aiuta certo la posizione processuale degli aborigeni, che si trovano cos
sfavoriti proprio a causa delle diverse prescrizioni e proscrizioni previste dai codici di comportamento
comunicativo.
Il primo tipo di discorso quello del linguaggio politicamente corretto, il quale, pur nato da intenzioni
senza dubbio lodevoli, volte ad evitare forme di linguaggio considerate come discriminatorie ed
offensive, reca con s il rischio di demonizzare in modo eccessivo certi termini, riproducendo forme di
controllo e di censura di tipo illiberale. La political correctness, considerando le identit dei gruppi e
delle minoranze viste prima come prerogative di questi gruppi stessi, finisce per generare separazione
ed irrigidimento dei confini, ingessa la comunicazione e traduce ogni problema di equit e giustizia
sociali in una questione di buone maniere.
Il secondo tipo di discorso legato al multiculturalismo. Lequivoco principale del multiculturalismo
quello di considerare gli individui di diversa provenienza geografica che confluiscono in una stessa
societ come portatori di una sorta di purezza culturale, dove gli esseri umani sono per natura
portatori di cultura, le culture sono distinte ed incommensurabili, i rapporti fra portatori di culture
differenti sono intrinsecamente conflittuali.
Queste pratiche discorsive ci riportano al rapporto tra linguaggio e potere come nella nozione foucaltiana
di potere, inteso come sistema di controllo interno alle forme di sapere e del linguaggio comune. Ci
muoviamo comunque entro un frame che irriducibilmente linguistico, e allinterno del quale possiamo
mettere in gioco il nostro self mediante contrattazioni e negoziazioni con gli altri, in un continuo balletto
rituale dove, con maggiore o minore consapevolezza o intenzionalit, mettiamo in scena i nostri giochi
quotidiani di potere, di competizione, di azzardo, di identit.