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PSICOLOGIA E MEDIA di Giuseppe Mininni

CAP. 1 – IL RUOLO DELLA PSICOLOGIA TRA LE SCIENZE DELL’INTERAZIONE


MEDIATA
L’uomo, per sua natura, è un soggetto che non può fare a meno di comunicare. Ai tempi
della preistoria il
primo strumento a disposizione dell’uomo è stato il suo stesso corpo, in grado di
esprimersi attraverso gesti e suoni. Con le nuove tecnologie, invece, l’interazione da
immediata (faccia a faccia) diventa medita, questo perché si utilizzano i mass media –
mezzi di comunicazione di massa –, cioè strumenti con i quali è possibile indirizzare
informazioni verso un ampio numero di destinatari. La psicologia della comunicazione si
occupa, in particolare, degli effetti che l’evoluzione tecnologica ha nei comportamenti dei
singoli individui.
L’apporto della psicologia in un orizzonte discorsivo
McLuhan ha coniato l’espressione “villaggio globale” per indicare gli effetti degli strumenti
di comunicazione di massa sulla società e le ripercussioni che hanno sul piano
economico, politico, sociale e psicologico dell’individuo e delle sue relazioni con gli altri.
Obiettivi di comprensione
Quando le persone riflettono sul ruolo che i media hanno nella vita, tendono generalmente
a dar voce al senso comune, cioè un sapere di fondo formato da credenze condivise e da
valutazioni considerate di buon senso. Il senso comune è molto importante nella
psicologia della comunicazione, in quanto favorisce lo spirito critico e al tempo stesso la
fonte di generalizzazioni scorrette. La psicologia che si occupa dello studio dei media
permette di cogliere alcuni aspetti fondamentali della comunicazione. Essa:
1. Analizza l’intenzionalità della comunicazione (per esempio, due persone che
comunicano cercano di incontrarsi in un mondo intenzionale e quindi verificano se hanno
scopi comuni, presentano i loro obiettivi, ecc.);
2. Analizza i processi cognitivi durante l’interpretazione dei testi di un messaggio;
3. Riconoscono il grado di coinvolgimento emozionale delle persone che interagiscono con
i media.
La psicologia, nello studio delle problematiche relative ai media, tiene conto di alcune
caratteristiche:
• Le potenzialità delle tecnologie (per esempio, un testo che presenta notizie è costruito in
modo diverso a seconda del mezzo che utilizza e quindi adotta strategie diverse sia
nell’uso delle risorse cognitive che nel loro valore emozionale);
• Le caratteristiche degli utenti (la massa è divisa in base a delle variabili come l’età, il
sesso, il grado di scolarità, ecc.)
• Le funzioni dei generi di discorso (per esempio, alcuni generi discorsivi utilizzati da un
determinato mass media possono avere pertinenza psicologia, come la scrittura degli
SMS che indica nell’adolescente il bisogno di relazionarsi a causa di una continua ricerca
di sé e degli altri);
• Le proprietà delle poste in gioco (dobbiamo definire la posta in gioco per poter
riconoscere il carattere comunicativo delle pratiche in cui le masse sono coinvolte).
Metodi di ricerca
La psicologia della comunicazione adotta due tipi di approcci: l’approccio
comportamentista e cognitivista e l’approccio discorsivo. Il primo parte però da due
presupposti diversi: l’orientamento comportamentista indaga sull’influenza dei media nelle
condotte delle persone, mentre quello cognitivista indaga la capacità dei media di
organizzare conoscenze; entrambi, tuttavia, privilegiano l’indagine sperimentale e quindi
credono di poter verificare gli effetti dei media in laboratorio. Nell’approccio discorsivo e
culturale, invece, la psicologia dei media ha come obiettivo cogliere i significati racchiusi
nelle interazioni con i media.

Il regime della comunicazione mass-mediale


La comunicazione mass-mediale (CMM) significa che ci sono pratiche comunicative come
leggere un giornale, ascoltare la radio, ecc., che coinvolgono molte persone di diverso
ceto sociale.
Mass media e industria culturale
Lo sviluppo delle tecnologie usate per comunicare si può articolare in varie fasi: si è
passati dalla scrittura all’invenzione della stampa, della radio, della televisione e infine del
computer. La spinta della tecnologia ha consentito la riproduzione in grandi quantità di
libri, giornali e film per un ampio pubblico. I mass media si basavano quindi sull’economia
di un’industria culturale. Una critica riguardo questo afferma che:
• La cultura non è naturale perché è manovrata da interessi economici che mirano al
profitto;
• I beni sono realizzati in serie standard, a scapito della qualità;
• Il consumatore diventa passivo;
Quelli che hanno una concezione positiva affermano, invece, che:
• È vantaggiosa la diffusione su larga scala di beni ideali;
• È utile fornire prodotti di intrattenimento per la società;
• Al rischio di omogeneizzazione corrisponde un potenziale di democratizzazione
nell’esperienza del mondo;
• C’è stato un rinnovamento stilistico dei sottoprodotti dell’industria culturale.
Nel dibattito sulla cultura di massa troviamo quindi diversi punti di vista, distinti ancora
meglio nel testo di Eco “Apocalittici e integrati”: gli Apocalittici sostengono gli aspetti
negativi della comunicazione di massa (passività, omologazione, mistificazione), mentre
gli Integrati esaltano le potenzialità di sviluppo apportate dai mass-media.
Non solo strumenti ma ambienti simbolici
I media modificano profondamente la nostra percezione della realtà e della cultura,
secondo il principio di McLuhan, per il quale “il mezzo è il messaggio”. McLuhan critica in
particolare l’atteggiamento neutralista di chi ritiene che i media siano solo prodotti dello
sviluppo tecnologico, in quanto il mezzo non si limita a questo, ma opera da “ambiente
simbolico”. A questo proposito possiamo distinguere 2 tipi di approcci: quello dei Cultural
studies e quello degli Audience studies.
L’approccio dei Cultural studies adotta un metodo di natura qualitativa attraverso
interviste, descrizione etnografica, ecc. e c’è un atteggiamento critico da parte dello
studioso. Il principale interprete di questo approccio è Stuart Hall. La fase di decodifica di
un testo mediale da parte dell’audience può essere ispirata, in particolare, a 3 tipi di
atteggiamento:
1. Validazione del codice adottato dai produttori (quando i testi mediali vengono incorporati
dal pubblico così come sono stati intenzionati);
2. Negoziazione (quando l’audience individua la strategia del codice adottato dai testi
mediali, ma mira ad adattarne la validità alla specificità dei propri contesti di
interpretazione);
3. Rifiuto (quando l’audience interpreta i significati dei testi mediali secondo una
intenzionalità oppositiva).
Gli Audience studies, invece, sottolineano i diversi significati di un testo mediale ed
evidenziano il contributo fornito dall’interpretazione dell’ascoltatore.
Le coordinate psicologiche degli eventi comunicativi
La ricerca che le persone fanno sul significato di ciò che vedono, ascoltano o leggono, è
determinata dal loro gruppo di appartenenza, ma anche da processi di selezione,
memorizzazione ed elaborazione delle informazioni, così come da motivazioni ed
emozioni dell’esperienza personale.
Modalità di partecipazione
La comunicazione, da una parte, rende disponibili concetti, dall’altra, invece, organizza
relazioni, lasciando trasparire le nostre emozioni e il modo in cui ci rapportiamo agli altri.
Possiamo quindi dire che l’informazione risponde a una logica della mancanza, mentre la
relazione a una logica dell’eccesso. Qualcuno, infatti, può non essere presente in un luogo
dove si produce una conoscenza, per cui bisogna dargli l’informazione; attraverso
l’interazione, invece, le persone intrecciano sentimenti ed esplorano nuovi motivi per stare
insieme. L’informazione, inoltre, implica una differenza per quanto riguarda il potere
comunicativo, perché chi dà informazioni è più in alto di chi le riceve; la relazione, invece,
tende all’eguaglianza e alla solidarietà reciproca. Dal punto di vista psicologico, la
comunicazione di massa può essere distinta in pubblica e privata e in sociale e
interpersonale.
La comunicazione sociale si manifesta nella comunicazione pubblica, ovvero quando gli
argomenti trattati interessano la sfera pubblica. Operano nella comunicazione pubblica: la
comunicazione istituzionale, politica ed estetica. La sfera pubblica, inoltre, tende alla
spettacolarizzazione.
La comunicazione interpersonale, invece, si manifesta nella comunicazione privata,
quando cioè le persone hanno un atteggiamento riservato sullo scambio di informazioni.
La sfera pubblica si distingue dalla sfera privata in base a 3 vincoli: il topic, il tenore e il
modo. Il topic stabilisce che tipo di argomenti affrontare in un evento comunicativo;
il tenore evidenzia il tipo di legami possibili in un evento comunicativo, mentre
il modo stabilisce che tipo di configurazioni può assumere un evento comunicativo.
Forme di negoziazione
Un altro modo di considerare la comunicazione è fornito dalla teoria della “comunicazione
come contratto”, intesa quindi come negoziazione di significati. La nozione di “contratto”
ha dei riferimenti sia riguardo le transazioni economiche, che le norme e i controlli,
pertanto questo modello ci permette di penetrare nei lati nascosti della vita sociale e di
assumere il nocciolo della questione relativa agli effetti che i media hanno sulle persone. I
media, infatti, influenzano in diversi modi proprio grazie a tutta la gamma di contratti di
comunicazione che le persone possono stabilire con essi.
I media come costruttori di “interazione parasociale”
L’espressione “interazione parasociale” (IPS) indica un particolare tipo di legame che si
viene a creare tra i fruitori dei media e le figure reali o fittizie che operano nei media. L’IPS
è una forma mediata della relazionalità umana e si realizza attraverso configurazioni
cognitive, affettive e comportamentali. Le persone possono essere coinvolte in una IPS
quando, per esempio, hanno una passione segreta per una rockstar oppure quando
rispondono al saluto di un conduttore televisivo.
Nuovi bisogni di relazioni
Si può stabilire una relazione parasociale con le figure mediali in vari modi: con la persona
“in carne e ossa”, con il ruolo che esse hanno all’interno del programma e per la forma
personale che simulano. Da una parte,
l’IPS può essere giudicata favorevolmente in quanto il successo di molti programma TV o
rubriche giornalistiche si misura proprio in base alla loro capacità di affiliare il pubblico.
Dall’altra parte, tuttavia, una considerazione negativa è che l’IPS rappresenta l’indizio di
una forma di dipendenza da un contenuto mediale.
Possiamo distinguere 3 livelli di IPS:
1. Nel 1° livello di IPS, la persona che opera sulla scena rappresenta se stessa;
2. Nel 2° livello di IPS, la figura mediale agisce sia come persona che come personaggio
di una storia;
3. Nel 3° livello di IPS la figura mediale si impone come fonte di relazione immaginaria.

Di conseguenza, più aumenta il livello di IPS, più diminuisce la possibilità di stabilire


relazioni reali. I fruitori dei media possono rapportarsi alle figure umane che operano
all’interno di una scienza in 2 modi: con l’identificazione e l’interazione immaginata.
Nell’identificazione, il fruitore si mette nei panni della figura mediale che ha assunto come
modello di riferimento, mentre nell’interazione immaginata il fruitore si comporta come se
potesse intervenire realmente sulla figura mediale, indirizzandogli commenti, richieste,
ecc.
La fabbrica dei divi
I media contribuiscono a costruire uno status sociale, ovvero i divi dello spettacolo, i quali
sono ammirati perché i media li fanno apparire vincenti e dotati di grande personalità. Le
persone sono spinte a diventare delle celebrità attraverso i media, per cercare di far parte
di un gruppo sociale privilegiato a livello economico e simbolico. Ai vantaggi della
condizione di “celebrità” (alto reddito, ammirazione sociale, ecc.) si aggiungono, però,
anche dei rischi psicologici:
1. Stereotipizzazione (la persona è ridotta a quell’aspetto che l’ha resa celebre in un
determinato programma);
2. Narcisismo (il successo fa sì che la persona continui a cercare nuove occasioni per
essere al centro dell’attenzione);
3. Insofferenza (dovuta alla perdita di privacy nella propria esistenza)
4. Inibizione reattiva (determinata dal terrore di tornare a essere “uno qualsiasi”; in questo
modo i media non vengono più visti come strumenti promozionali ma come minacce
cospiratorie) Quanto le IPS riguardano non più solo una persona ma gruppi di persone,
allora si parla dell’atteggiamento assunto dai cosiddetti “fan”. Essere fan di qualcosa
significa inserire l’oggetto della propria ammirazione in un vero e proprio culto della
personalità, in quanto questa identificazione parasociale è ispirata a slanci idealistici.
Quando le ammirazioni dei fan interessano un determinato prodotto sociale, invece, l’IPS
si organizza in modo diverso. Per esempio, i fan della serie televisiva “Star Trek” si sono
resi riconoscibili come un vero e proprio gruppo attraverso 4 fasi:
1. Avviare una strategia distintiva di ricezione;
2. Costituire una comunità interpretativa;
3. Delineare un mondo artistico;
4. Suggerire una comunità sociale alternativa
La morte del “soggetto di culto” mediale, soprattutto quando inaspettata o determinata da
condizioni tragiche, costituisce, invece, un momento particolarmente critico, che a volte
può diventare un vero e proprio “lutto parasociale”.

CAP. 2 – INFLUENZARE
La questione riguardo l’influenza dei media è centrale, per questo la psicologia della
comunicazione indaga se effettivamente i mass media abbiano delle conseguenze sui
comportamenti delle persone. Dal momento che i media sono artefatti culturali che
organizzano l’esperienza umana del mondo, essi hanno veramente la capacità di
influenzare la mente e i comportamenti delle persone, anche sulla base di alcuni fattori:
1. I media attirano grossi investimenti di risorse economiche;
2. La vita politica è costantemente occupata dai media;
3. I vari discorsi mediali sono tenuti insieme dalla pubblicità, il cui scopo è proprio quello di
orientare il pubblico.
Gli effetti psicologici dei media
La stampa, la radio, la televisione e Internet possono avere delle ripercussioni sugli
atteggiamenti degli individui; in particolare, si cerca di capire che effetto possono avere i
media riguardo la sessualità e l’aggressività e sullo sviluppo di due tendenze: la violenza e
la pornografia.
Dalla manipolazione al modellamento
Nei primi decenni del XX secolo si afferma il paradigma dell’influenza determinante: dal
momento che la propaganda nel corso della prima guerra mondiale era riuscita nel suo
intento e si erano affermati i regimi totalitari in Europa, l’individuo appariva un soggetto
passivo di fronte ai messaggi persuasivi. Si affermano così teorie come quella del
“proiettile magico” e dell’”ago ipodermico”, dove i mezzi di comunicazione sono visti come
proiettili che bersagliano le folle, innescando meccanismi di comportamento. Per gli
psicologi di questo periodo tutti i comportamenti dell’uomo, compresi quelli legati ai media,
sono controllati da pulsioni interne o da stimoli esterni. In sostanza, l’”emittente” ha un
ruolo attivo e responsabile, mentre il “ricevente” un ruolo del tutto passivo.
Intorno alla metà del 900 si afferma invece il paradigma dell’influenza limitata, il cui
esponente più significativo è Lazarsfeld, il quale afferma che i media non hanno,
dopotutto, tutta questa influenza sulla base di alcune ricerche relative alle elezioni
presidenziali americane nel 1940. Lazarsfeld, in particolare, ha rilevato come un
messaggio mediatico risulta più efficace se avvalorato dall’adesione di persone di fiducia, i
cosiddetti “opinion leaders”. I media attivano pertanto un flusso di comunicazione a due
livelli (two step flow), cercando di ottenere prima di tutto il consenso di coloro che sono più
interessati ai media e che potranno agire da opinion leaders.
Carl Hovland è invece uno psicologo che ha condotto delle ricerche sulla modifica dei
comportamenti, in merito all’influenza dei media. Oggetto delle sue ricerche furono i soldati
americani che dovevano rimotivarsi a proseguire la guerra, dopo il duro attacco di Pearl
Harbor. Per avere efficacia, i messaggi della stampa e dei filmati dovevano passare
attraverso la selezione attiva delle persone e dare loro credito in base a diversi fattori
come l’età, la cultura dell’audience, la credibilità, l’autorevolezza della fonte, ecc. Inoltre
Hovland mostra che l’efficacia dei media è determinata anche da altri fattori:
1. L’attenzione (i messaggi devono poter superare la soglia di interessa delle persone);
2. La comprensione e l’assimilazione (le persone devono poter comprendere il significato
dei messaggi che a loro volta devono essere conservati nella loro memoria);
3. L’incentivazione (i messaggi non devono solo essere considerati credibili ma devono
anche essere idonei al perseguimento degli obiettivi).
È molto importante, quindi, che il messaggio e il persuasore siano credibili, affidabili e
meritevoli di fiducia.
Allo stesso modo, l’efficacia dei mass media può essere determinata dal modo di
formulare i messaggi: il discorso può essere unilaterale (one side) o bilaterale (both sides).
Quello unilaterale presenta le ragioni favorevoli alla conclusione che si vuole ottenere solo
da un punto di vista, mentre quello bilaterale adotta più punti di vista e un confronto fra le
parti, dando però maggiore importanza alla propria.

Negli ultimi decenni del ‘900 si è affermato, invece, il paradigma dell’influenza


modellatrice, articolabile in diverse teorie. La televisione, in particolare, ha una posizione
dominante fra tutti i mass media e ha quindi un enorme potere di influenza sulle persone;
di conseguenza, la maggior parte delle conoscenze sul mondo, dei valori e degli stili di
comportamento giunge all’uomo non dall’esperienza diretta e dai rapporti con gli altri, ma
sempre più attraverso la mediazione della comunicazione sociale.
Relazioni e significati
Quando siamo coinvolti direttamente in qualche programma d’azione diamo un senso di
ciò che facciamo diverso da quello che invece attiviamo quando osserviamo altre persone
che fanno la stessa cosa. Per esempio, per spiegare il proprio successo nella professione,
si farà leva sulle proprie capacità personali, mentre se si deve spiegare il successo di altri,
si tenderà ad attribuirlo ad altre circostanze.
Uno degli effetti dei media sul comportamento delle persone è il cosiddetto “effetto terza
persona”, cioè la tendenza a ritenere più alti gli effetti esercitati dai media sugli altri e a
sottovalutare le influenze che i media hanno su di sé e sulla propria comunità
d’appartenenza.
Il paradigma di ricerca degli “usi e gratificazioni” considera le persone non più come
soggetti passivi, ma come partecipanti attivi, anche se nel ruolo di consumatori.
Normalmente gli individui ricorrono ai mass media per informarsi, divertirsi e identificarsi
col proprio gruppo di appartenenza. L’uso dei media è quindi:
1. Intenzionale, determinato cioè da scopi, obiettivi, ecc.
2. Guidato da bisogni, per soddisfare i desideri delle persone;
3. Filtrato da differenze individuali (competenze, tratti di personalità, ecc.) e da fattori
ambientali;
4. Inserito in un gioco competitivo fra diverse risorse culturali;
5. Consapevole.
La nascita dell’influenza nella comunicazione televisiva
Buona parte delle notizie e delle relazioni passa attraverso il senso della vista, come per
esempio la scrittura, il teatro, la grafica, il cinema e la televisione. In particolare,
quest’ultima ha un ruolo centrale in quanto è in grado di attirare, attraverso le immagini,
grandi masse di persone.
Il trionfo della videosfera
La TV ha radicalmente modificato l’organizzazione culturale della umanità, commentando
in tempo reale immagini trasmesse in modo rapidissimo. Per gli Apocalittici, la TV è una
“cattiva maestra” e una “baby sitter sadica”, in quanto nei programmi dei bambini o degli
adolescenti notiamo:
• Maggiore visibilità di alcune caratteristiche sociali, come età e professioni;
• Alterazione dei valori, dal momento che spesso i comportamenti anormali risultano più
efficaci;
• Mistificazione della realtà.
Fra le critiche più ricorrenti alla TV troviamo anche che:
• La TV bombarda il cervello di immagini, senza dare il tempo ai neuroni di elaborare tutta
l’informazione che è contenuta; di conseguenza, il telespettatore è esposto al rischio di
rincretinimento.
• La TV tende alla spettacolarizzazione e quindi trasforma qualsiasi cosa nel solo piacere
di apparire.
• La TV manipola l’immaginario collettivo, deformando le rappresentazioni sociali di intere
comunità.
• La TV induce passività e isolamento.
Gli Integrati, invece, hanno fiducia nella televisione per i seguenti motivi:
• La TV è una “finestra sul mondo” e quindi permette di diffondere più di chiunque altro
informazioni e idee.
• La TV può soddisfare qualsiasi attesa di narrazione.
• La TV ha contribuito a creare una lingua standard.
• La TV sviluppa una competenza di genere, quindi il bambino è in grado di distinguere
molto presto un film poliziesco da uno fantastico.
I dati certi riguardo la televisione sono:
1. Il tempo medio di esposizione: risulta che ogni individuo impiega circa 3 ore e mezza
della sua giornata a guardare la TV;
2. L’unità di fruizione: per esempio, l’espressione “da vedere con i genitori” significa che la
visione di un determinato programma può avere effetti diversi a seconda se sia visto da
solo o in compagnia.
3. Il tasso di esposizione: vedono di più la TV tutti coloro che non hanno molte opportunità
di comunicazione attiva e interpersonale, come i bambini, gli anziani, i disoccupati, i
detenuti, ecc.
La TV è incentrata sull’immagine che è in grado di attirare più l’attenzione perché fornisce
una sintesi di informazioni. Per quanto riguarda la sua funzione la comunicazione
audiovisiva fornisce alle persone occasioni di informazione, intrattenimento e
identificazione sociale e quindi viene incontro a quelli che sono i principali bisogni.
L’attrattiva della violenza
La questione sui media ruota, in particolare, attorno alla costante presenza in televisione
della violenza, reale o simulata. In questo contesto è significativa la teoria del
modellamento sociale. In un esperimento condotto dall’équipe di Albert Bandura, dei
bambini assistono a delle scene di violenza all’interno di un programma
TV. Subito dopo questi bambini vengono portati in una stanza di giocattoli e osservati;
risulta che un certo numero di essi manifesta subito aggressività nei confronti di una
bambola gonfiabile. Attraverso questo esperimento, Bandura mostra che le persone
imparano non solo da esperienze dirette, ma anche osservando semplicemente modelli.
Questo dimostra che i media possono plasmare qualsiasi nostro comportamento.
Un’altra teoria sulla violenza dei media è la teoria del transfer di eccitazione, secondo la
quale il fatto di assistere a scene violente comporta uno stato di eccitazione fisiologica: in
questo modo, in determinate situazioni, le persone tendono a trasferire lo stato di
eccitazione nel nuovo contesto, reagendo in modo più aggressivo del normale.
Conseguenze ancora più gravi sono il fatto che i bambini e gli adolescenti “teledipendenti”
possono orientare inconsapevolmente l’aggressività che vedono rappresentata in TV,
oppure possono diventare insensibili alla sofferenza di ogni atto violento. Nel sistema
cognitivo, le scene di violenza possono generare sia pensieri ossessivi, sia attivare modelli
mentali più adatti a fronteggiare una uguale situazione di violenza.
Un’altra conferma alla tesi secondo cui la violenza rappresentata è in grado di modificare
gli atteggiamenti dell’uomo è data dalla ricerca di Gerbner, il quale rileva che chi vive in
quartieri protetti e lontani da atti violenti, ma assiste frequentemente a programmi televisivi
di un certo tipo, ritiene di poter subire atti di violenza in modo più alto rispetto a chi vive in
quartieri degradati e segnati da molta più criminalità. Gerbner dimostra quindi che una
persona crede non sulla base di quello che sperimenta personalmente, bensì sulla base di
quello che vede in TV. La teoria proposta da Gerbner è la teoria della coltivazione che
divide l’influenza dei media in due strutture:
1. Mainstreaming (i media proiettano l’esistenza delle persone in una serie di correnti di
significato)
2. Risonanza (i media tendono a rafforzare l’esperienza reale)
Il dibattito sulla violenza in TV segue due orientamenti: uno di ordine teorico, secondo il
quale tutto dipende dal contesto in cui il messaggio viene formulato e dal significato che
l’audience gli attribuisce, e l’altro di ordine empirico, in quanto l’influenza dei media violenti
dovrebbe poter spiegare una manifestazione di maggiore empatia attraverso l’esposizione
a scene che richiamano l’attenzione su problemi personali o sociali.

Strategia dell’influenza nel ciclo di vita


I media hanno una efficacia diversa in quanto sono utilizzati in modo diverso dai bambini,
dagli anziani, dagli adolescenti e dagli adulti. In particolare, sono proprio le fasi
dell’infanzia e dell’adolescenza ad essere maggiormente studiate in psicologia della
comunicazione perché sono età molto importanti per la costruzione della realtà e delle
relazioni con gli altri.
Media e bambini
Se si fa vedere un breve filmato TV a bambini di età diversa e si analizzano i loro
resoconti, si nota che i bambini più piccoli si soffermano sugli aspetti più superficiali
rappresentati nel filmato, mentre i bambini più grandi attribuiscono motivazioni nascoste
nelle azioni e ipotizzano sentimenti. Pertanto, il resoconto su determinati contenuti mediali
non dipende solo dalla capacità cognitiva sviluppata ma anche da molti fattori come gli
interessi personali, il grado di coinvolgimento emozionale, ecc.
Una teoria relativa alla psicologia dell’età evolutiva è la cosiddetta Theory of Mind: all’età
di 4 anni, i bambini sono capaci non solo di attribuire degli stati mentali agli altri, ma anche
di far questo per predire come si comporteranno gli altri.
In molte indagini sugli effetti che i media esercitano sulle menti infantili è molto importante
il ruolo svolto dalla mediazione genitoriale, cioè dall’azione di filtro che gli adulti possono
esercitare per difendere il bambino dai contenuti mass-mediali. La mediazione può essere
“restrittiva” quando i genitori intervengono solo per stabilire cosa è possibile vedere e cosa
invece no, oppure può essere “istruttiva”, quando i genitori discutono con i figli quello che
stanno vedendo; quest’ultimo tipo di mediazione può avere effetti benefici sui bambini,
pertanto è consigliata.
Un’altra questione è sapere se la TV renda più difficile per il bambino la distinzione tra il
“reale” e il “fittizio”.
A proposito di questo, possiamo distinguere 3 scenari:
1. Realismo infantile (il bambino crede vero tutto ciò che vede);
2. Iperrealismo infantile (il bambino crede talmente vero ciò che vede in TV che si
meraviglia di scoprire delle differenze tra quello che accade in TV e quello che accade
nella realtà);
3. Realismo materno (la madre orienta l’interpretazione di contenuti fittizi in chiave
effettuale; per esempio: “ecco che cosa ti può succedere se ti droghi o rubi…!”)
Mode e modi di transizione nella crisi adolescenziale
Gli adolescenti cercano nei media alcune risorse simboliche per affrontare la particolare
condizione che vivono in questa fase evolutiva. Pertanto i media forniscono ai giovani
delle figure esterne al nucleo familiare e all’istruzione scolastica con le quali confrontarsi
nella ricerca del sé. Uno degli effetti dei media più temuto, tra glia adolescenti, riguarda la
formazione dell’immagine corporea del sé: l’ideale di snellezza e magrezza incarnato da
attrici o modelle può infatti generare nelle menti delle ragazze una insoddisfazione nei
confronti del proprio corpo che, in casi estremi, può condurre a due malattie molto gravi
come l’anoressia e la bulimia.
A questo proposito, la maggior parte delle ragazze tende a non colpevolizzare i media, ma
ad attribuire la responsabilità di questa insoddisfazione a cause oggettive o naturali, come,
per esempio, il corredo genetico.
La forma dell’influenza nella comunicazione pubblicitaria
La pubblicità deve essere efficace sulle persone, di conseguenza le aziende investono in
pubblicità in relazione all’efficacia che dovrebbe avere. Nella pubblicità è molto evidente il
cosiddetto “effetto terza persona”, cioè la credenza che gli altri siano vittime della sua
influenza più di noi. Dal momento che la pubblicità è percepita come informazione non
richiesta le persone tentano di sottrarsi alla sua influenza. La fuga dei telespettatori dagli
spot pubblicitari può quindi significare che le persone assumono un atteggiamento di
difesa verso qualsiasi tentativo esplicito di influenza.
Dalla persuasione alla fascinazione
Gli spot televisivi sono memorizzati più facilmente di altri programmi anche per il fatto che i
bambini amano tutto ciò che può essere ripetuto; inoltre, la loro brevità e la cadenza
musicale contribuiscono ad attirare
l’attenzione, in particolare quella del bambino. L’influenza della pubblicità sulla mente e
sui comportamenti del bambini è evidente: uno degli effetti principali è quello di creare in
loro una cultura materialistica e consumistica. Per stabilire in che modo i bambini
capiscono la pubblicità bisogna distinguere tra competenza implicita e competenza
esplicita.
A 4-5 anni i bambini sono già in grado di distinguere gli spot da altri tipi di programma. In
particolare, è possibile riconoscere tre livelli di comprensione:
1. Debole (quando i bambini credono che la pubblicità serva a “interrompere i programmi”
o “a far riposare gli attori”)
2. Medio (quando i bambini credono che la pubblicità serva a “farci sapere le cose”, “a
dare consigli”,
ecc.)
3. Forte (quando i bambini credono che la pubblicità serva a “convincere la gente a
comprare” o “a far vendere le cose”).
Più lento è invece il processo che li porta a comprendere le tecniche adoperate dalla
pubblicità per realizzare il discorso. Tra queste, possiamo distinguere:
1. La ripetizione (ridire più volte il nome della marca, riformulare il messaggio in più modi)
2. Il cortocircuito cognitivo (abbinare piani di esperienza molto distanti)
3. L’effusione affettiva (sovraccaricare il testo di indici emotivi)
4. La fascinazione identificatrice (legare i prodotti ai modelli aspirazionali del sé)
In particolare, la principale strategia di proiezione del sé nella pubblicità è quella di
presentare le persone.
Per esempio, l’immagine del corpo femminile può essere adattata a un contesto in quanto
esprime salute, cura e bellezza.
Fantasmi sublimali e cure del consumo
La pubblicità sublimale che consiste nell’essere “manipolati” consapevolmente da un
messaggio, sottoposta a controllo empirico, risulta poco di più di una leggenda
metropolitana; al contrario, prove empiriche hanno dimostrato l’efficacia della pubblicità
latente, cioè l’inserimento apparentemente casuale di una marca in un programma TV o in
un qualsiasi prodotto mediale.
È la pubblicità che fa del bambino un consumatore: già a due anni i bambini sono in grado
di riconoscere nei supermercati i prodotti che hanno visto pubblicizzati in TV. Tra i 2 e i 5
anni i bambini tendono a credere a tutte le promesse della pubblicità; tra i 5 e gli 8 anni
imparano a fissare priorità e a interiorizzare gradi diversi di soddisfazione, mentre tra i 9 e i
12 anni si configura uno stile personale di consumo. Una strategia pubblicitaria molto
ricorrente è quella di usare una persona famosa per qualche motivo come garante della
qualità di un certo prodotto. In questo modo, l’audience orienta verso il prodotto
l’atteggiamento di fiducia che nutre verso la figura mediale. A volte, però, questa strategia
non risulta efficace in quanto l’immagine del testimonial può prevalere su quella del
prodotto. La pubblicità, inoltre, cattura l’attenzione non soltanto curando la sua forma, ma
soprattutto costruendo associazioni di idee o evocando emozioni. Risulta determinante
anche il contesto in cui lo spot pubblicitario si inserisce. Per esempio, la pubblicità è
ricordata meno se interrompe programmi ad alto tasso di violenza o umoristici, mentre è
ricordata meglio se interrompe una scena d’azione o un languente talk show.

CAP. 3 – INFORMARE
Le tecnologie della comunicazione hanno permesso la trasmissione di notizie a un
grandissimo numero di persone. I media, quindi, proprio per questa capacità di diffondere
notizie, si presentano come una “finestra sul mondo”, aperta a chiunque, anche se si
tende a nascondere che in realtà le informazioni sono spesso orientate in un certo modo e
su un certo modo.
I media come attivatori di percorsi interpretativi
I media hanno la capacità di diffondere rappresentazioni della realtà che possono essere
temporaneamente condivise. Quasi tutto quello che le persone sanno su un determinato
contesto di vita possibile non deriva dall’esperienza diretta, ma da come ne parlano i
media.
Specchi deformanti della realtà sociale
Per verificare se le rappresentazioni mediali della realtà siano o meno attendibili, bisogna
prima di tutto osservare il grado di corrispondenza tra il mondo di riferimento e la rispettiva
rappresentazione mediale. Ad esempio, si nota una sostanziale differenza tra la
percentuale reale di anziani in una comunità e quella di apparizione sugli schermi TV, che
invece è molto più bassa. Lo stesso discorso vale anche per i contadini e gli operai che
nella realtà sono molto più numerosi dei medici e degli ingegneri, quest’ultimi più presenti,
invece, sulla scena mediale. I media tendono quindi a proiettare immagini alterate della
realtà e questo è ancora più evidente nella rappresentazione della donna. Negli anni 70, in
particolare, i media hanno provocato un vero e proprio annientamento delle donne: infatti,
nella fascia oraria di maggior ascolto televisivo agiscono sullo schermo soprattutto
personaggi maschili, inoltre la donna è rappresentata in modo stereotipato, come angelo
del focolare, madre dei figli di suo marito, dedita a professioni di supporto, ecc.
Attualmente, però, la situazione è migliorata, dal momento che compaiono sulla scena
molte più donne, le quali agiscono in una gamma più ampia di ruoli, compresi quelli
riservati tradizionalmente agli uomini.
I media possono essere al tempo stesso specchio fedele o deformante della realtà, a
seconda di come la costruiscono. Un esempio lampante è dato dalla rappresentazione
mediale dei ruoli parentali; per esempio, gli spot televisivi contribuiscono a darci una
immagine stereotipata sulla distribuzione dei compiti all’interno di una famiglia:
l’accudimento dei figli spetta alla madre, mentre il padre dovrebbe essere almeno presente
nei momenti decisivi dell’educazione e dedicare il tempo libero alla famiglia.
Megafoni degli stereotipi
I media contribuiscono alla diffusione delle rappresentazioni stereotipiche su alcuni aspetti
della realtà di grande rilevanza sociale. Per esempio, i giornalisti sportivi presentano i
campioni di pelle nera come “atleti naturali”, mentre i campioni di pelle bianca sono
riconosciuti come “atleti culturali”: in questo modo, però, operano una differenza di valore
tra le due categorie, dal momento che eccellere “per cultura” richiede intelligenza e
impegno e quindi conta di più dell’eccellere “per natura”. Pertanto, più un gruppo è
marginale, più la sua rappresentazione fornita dia media sarà stereotipata. Ad esempio, i
media tendono a parlare pochissimo dei disabili perché non fanno audience e quando se
ne occupano lo fanno, in ogni caso, per esigenze di spettacolarizzazione: a volte, infatti, la
disabilità è sfruttata dai media come supporto emozionale o come fonte di umorismo.
Un’altra rappresentazione mediale delle persone disabili consiste nella tendenza a
trasformarle da “soggetto” a “oggetto” del discorso: infatti, l’interesse dei media non verte
tanto su quello che possono esprimere i disabili, quanto sulle attese relative alla gestione
pubblica della salute. Nel dare visibilità a persone con handicap, i media tendono a
inquadrarle in queste immagini stereotipate:
1. Il supereroe: per i successi personali e per le imprese più rilevanti compiute nonostante
l’handicap;
2. L’innocente dalla dolcezza inconsapevole (bambini e autistici);
3. Il saggio: colui che, oltre alla disabilità, ha creatività, originalità e ingegno;
4. Il demone vendicatore: quando l’handicap, soprattutto quando è l’esito, per esempio, di
malasanità o violazione delle norme di sicurezza su lavoro, viene scaricato sulla società.
Nel complesso, quindi, i media non si limitano a diffondere immagini stereotipate della
realtà, ma attraverso di esse alimentano pregiudizi su alcuni gruppi sociali.
Manipolatori di verità
Nella comunicazione interprersonale le persone sanno di poter essere ingannate, epr
questo, di solito, fanno molta attenzione al minimo indizio di insincerità. Le persone
dispongono di una sorta di sistema immunitario della mente che permette di rivelare le
menzogne degli altri e di occultare, invece, le proprie. Anche i media possono realizzare
diversi tipi di inganno come l’omissione, la falsificazione o l’occultamento. Dal momento
che le persone non hanno competenze tecniche in grado disvelare la veridicità o meno di
quello che vedono o ascoltano, tendono a credere a tutto quello che viene detto dai media.
In realtà, i media hanno molto spesso visioni parziali degli avvenimento, anche per il fatto
di essere contaminati dal potere, quindi non rappresentano del tutto la verità; di
conseguenza, i media producono un abbassamento delle difese psicologiche che le
persone utilizzano quando avvertono il rischio di essere manipolati da questi inganni.
Quando i telespettatori seguono un programma TV cercano di studiare i volti per scoprire
eventuali “infiltrati”, confrontano l’attendibilità delle emozioni provate o delle storie e
anticipano le strategie adottate dai protagonisti. In questo modo si crea una complicità tra
l’audience operante “sullo schermo” e l’audience “davanti allo schermo”, che è dovuta
all’attenzione verso i processi psicologici rappresentati. Quando le persone credono
nell’autorevolezza dei mass media, in realtà si autoingannano, in quanto solo per il fatto di
essere stata selezionata, una notizia tende a passare per vera. I media, quindi,
dispongono di questa presunta credibilità, che comporta un effetto di veridizione: la fiducia
dei lettori e telespettatori come patto di veridicità con i media. Le tecniche di veridizione
sfruttano tutte quelle risorse che possono far passare come autorevole e obiettiva una
notizia: per esempio, molto frequentemente, la sequenza finale di un servizio televisivo su
un evento proietta l’immagine del reporter ripreso sul luogo dell’evento, appunto per
testimoniare che ciò che si è visto corrisponde al vero.
L’informazione come linfa culturale
Il processo di costruzione delle notizie (newsmaking) rivela lo stretto rapporto che esiste
tra la CMM e le procedure della mente. Infatti gli aspetti più rilevanti della CMM sono
l’attendibilità della fonte, l’obiettività
– intesa come fedeltà ai fatti –, l’indipendenza, la completezza, la chiarezza e la
comprensibilità del linguaggio.
I valori-notizia nella “società dell’informazione”
Il giornale risponde al desiderio e all’esigenza umana di partecipare all’evento e di
conoscere cosa accade nel mondo. Il giornale è composto da un tipo di testo, l’articolo,
che a sua volta si può dividere in sottocategorie (editoriale, elzeviro, commento, ecc.) e
che è caratterizzato da una serie di elementi:
1. Paratesto, che può essere un titolo o sottotitolo che anticipa il testo vero e proprio,
riassumendolo nei tratti generali, e che tende, il più delle volte, a suscitare l’attenzione del
lettore;
2. Testura a piramide rovesciata, quando le informazioni più importanti tendono a
occupare la prima parte dell’articolo.
Quando si costruisce un articolo, la regola è scriverlo rispondendo a cinque domande:
“Che cosa è successo?”,
“Chi è stato?”, “Dove?”, “Quando?” e “Perché?”. La teoria massmediologica più importante
è la cosiddetta
Agenda setting, secondo la quale la costruzione delle notizie deve avvenire mediante tre
meccanismi: la selezione, la valorizzazione e la narrazione. Dato il grandissimo numero di
notizie presenti nella realtà, bisogna selezionare soltanto quelle potenzialmente
“notiziabili”. Le notizie selezionate sono ordinate in modo diverso, a seconda
dell’importanza. Riusciamo a capire il valore di una notizia attraverso:
• La collocazione: ciò che è in prima pagina ha più importanza di ciò che è nell’ultima;
• L’ampiezza, che si può misurare in numero di colonne o di minuti;
• Il supporto iconico: la presenza di foto o filmati testimonia l’importanza data a una
notizia.

La narrazione agisce in termini di qualità, inoltre è soprattutto attraverso il modo in cui un


evento viene narrato che riusciamo a capire quale sia l’atteggiamento della fonte, cioè se
giudica l’evento positivo o negativo. La stampa e la TV sono due artefatti culturali che
forniscono informazioni in modo diverso. Le notizie dei giornali permettono di approfondire
meglio il significato degli eventi, mentre le notizie date dai telegiornali sono più efficaci e
immediate, anche grazie al supporto delle immagini, che tra l’altro inducono le persone a
considerare la TV più affidabile dei giornali. Il telegiornale si rivela una pratica discorsiva
molto utile soprattutto per alcune categorie di persone, come gli anziani o i disabili. Inoltre,
anche il ruolo del conduttore è decisivo perché la sua voce o la sua mimica possono
orientare l’interpretazione da dare all’evento di cui si sta parlando.
Strategie di ricezione delle notizie
Le notizie sono ordinate in base alla loro importanza, tenendo conto delle attese attribuite
all’audience.
Quindi il newsmaker deve rispettare alcuni principi generali di funzionamento della mente,
e cioè:
• Il bisogno di sorpresa: la notizia colpisce quando ci sono elementi di novità rispetto a
quello che è già noto;
• La preferibilità del negativo: le persone trovano più interessante una notizia negativa
rispetto a una positiva;
• La semplificazione: il testo di una notizia deve essere essenziale e chiaro;
• La sintonia: la notizia è una versione del fatto ispirata all’interpretazione che ne darebbe
l’audience.
L’elaborazione cognitiva delle notizie richiede l’attivazione di un filtro che deve operare da
“unità di guida” nell’articolare l’informazione. L’unità di guida controlla il livello di attenzione
da dedicare all’informazione e sceglie il modello mentale disponibile per adattarlo alla
comprensione della nuova notizia.
Opinione pubblica e interessi privati
I gruppi e gli individui più sicuri di sé esprimono con forza le loro opinioni e la loro capacità
di espressione risulta maggiore. Quelli che invece temono il confronto di opinioni o hanno
paura di incorrere nelle sanzioni che possono essere comminate dalla società appaiono
più deboli e incerti. Dal momento che l’opinione pubblica è ciò che si può sostenere
liberamente di fronte a un uditorio su un argomento controverso, si crea un meccanismo “a
spirale”, dove le credenze attribuite alla maggioranza circolano e si diffondono più
velocemente e facilmente rispetto a quelle attribuite alla minoranza. Dal canto loro, i media
possono influenzare le opinioni, suggerendo che un determinato atteggiamento sia diffuso
e condiviso dalla maggioranza, anche se ciò non corrisponde al vero. I testi di
informazione hanno il dovere di tutelare sia il diritto di cronaca che il diritto di privacy;
molto spesso, però, il confine tra “opinione pubblica” e “opinione privata” non è netto. In
questo confine si profilano nuove figure sociali e nuove professioni, come per esempio il
paparazzo, l’ospite di talk show o il confidente pubblico.
La trama contrattuale della notizia
La teoria dell’Agenda setting può essere spiegata anche sotto il profilo psicosociale,
mostrando perché la notizia possa rappresentare sia il modello tradizionale della
comunicazione, inteso come scambio di informazioni, sia il modello contrattuale relativo
alla gestione coordinata del nesso “dato-nuovo”.
I fatti come versioni degli eventi
La notizia consente di soddisfare una serie di bisogni come essere al corrente degli
avvenimenti del mondo o condividere gli schemi interpretativi con il proprio gruppo di
appartenenza. Da un punto di vista psicosociale, i processi di sense-making che vengono
attivati nell’uso di una notizia mediata innescano relazioni intricate.
Infatti, la notizia rende trasparente la natura costruita delle rappresentazioni sociali della
realtà. Un evento si trasforma in notizia non solo per le procedure relative alla sua
costruzione che vengono attivate, ma anche per le altre clausole del contratto di
comunicazione, che stabiliscono vincoli di ordine psicosociale e culturale.

Possiamo individuare tre tipi di caratteristiche dell’universo discorsivo dove le persone


costruiscono un mondo possibile come “notizia”:
1. Indici di identificazione della fonte (dalla linea editoriale del giornale allo stile
dell’articolista)
2. Indici di modellamento del proprio mondo di riferimento (per renderlo distinguibile da
quello di altre fonti)
3. Indici di posizionamento del proprio lettore/ascoltatore modello (in modo da distinguerlo
da altre comunità interpretative)
La notizia, quindi, non si limita a rappresentare la realtà, ma indica anche chi è il suo
enunciatore.
Memoria collettiva e affiliazione personale
La disposizione delle notizie nell’agenda quotidiana attiva le procedure a breve termine
della memoria collettiva, mentre i testi di storia, le letterature, i miti o i costumi organizzano
procedure a lungo termine. Le notizie sono quindi risorse per la memoria a breve termine
della collettività, soggette a interpretazioni complesse. Infatti la notizia è un tipo di testo
che racchiude una clausola di “memorabilità” degli eventi trattati, i quali possono essere
interpretati in modi diversi. La clausola di “fidelizzazione” del contratto di informazione
stabilisce invece se le procedure di selezione, valorizzazione e narrazioni siano compatibili
con quelle ammesse dal lettore o ascoltatore. Essa è basata, quindi, sul riconoscimento di
strategie comuni all’interpretazione degli eventi. La valorizzazione, infine, è determinata
dal doppio vincolo posto dalla clausola di memorabilità e fidelizzazione, secondo cui una
notizia “enfatizzata” dal giornale è in grado di alimentare la memoria collettiva. Al contrario,
una notizia poco valorizzata assegna validità solo alla clausola di memorizzazione.
L’informazione in una notizia si avvale di risorse espressive basate inizialmente sul
linguaggio verbale e sulle immagini. In sostanza, l’immagine riproduce il fatto, mentre il
linguaggio lo commenta. Un particolare tipo di “testo informativo” che racchiude questo
connubio è la “vignetta”, che di solito è posta in prima pagina e dà un’interpretazione
satirica del personaggio o dell’evento che attira la massima attenzione dell’opinione
pubblica. Nella “vignetta” il contratto di informazione è formato dalle clausole della sintesi
espressiva della sinergia cognitiva dei codici utilizzati. Nel caso di notizie che riguardano
determinati argomenti, come ad esempio notizie scientifiche che sollevano questioni
morali, sono attivate delle specifiche strategie di newsmaking, dove la costruzione della
notizia deve rispettare le regole seguenti:
1. Il testo deve riportare opinioni autorizzate e legittimate dal loro sapere e dal loro status
di studiosi.
2. Le opinioni devono caratterizzare soprattutto gli studiosi di scienze naturali, mentre gli
studiosi di scienze sociali svolgono solo un ruolo di contorno.
3. La fonte discorsiva che alimenta la corrente dei significati all’interno della notizia è un
evento scientifico.
4. La tessitura del discorso intreccia l’asse della conoscenza (descrivere e spiegare
fenomeni) con l’asse dell’emozione.
5. La procedura argomentativa sfrutta degli ancoraggi narrativi che richiamano
problematiche già sperimentate.
6. Il contratto di comunicazione stipulato in questo tipo di interazione mediata posiziona il
lettore o l’ascoltatore nel ruolo di “spettatore”.
7. L’organizzazione retorica del discorso ricorre alla metafora-quadro del “viaggio”, che
individua le posizioni attuali come una tappa utile, destina però a essere superata in
futuro.
Le armi dell’informazione
Le notizie e le conoscenze possono essere trasformate in armi di persuasione, attraverso
il ricorso alla menzogna e all’inganno. Le persone sono portate a pensare che tutte le
notizie siano sottoposte a controllo, in modo da risultare attendibili e verificate nelle fonti.
In realtà, le notizie risultano ancora lontane dall’obiettività, in particolare le campagne di
informazione “mirate”, ispirate a scopi di lotta politica, di competizione economia o di
scontro culturale.
A colpi di notizie
Le principali procedure nella costruzione della notizia in direzioni opposte sono:
1. L’agentività
2. L’identificazone
3. La categorizzazione
4. La generalizzazione
L’informazione scandalo
I newsakers puntano sugli “effetti speciali” delle notizie, sottolineando i tratti strani e
bizzarri che sono nascosti in quasi tutti gli avvenimenti. Spesso, però, il rischio di scandalo
riguardo l’informazione è limitato alla trattazione di particolari oggetti gravati da qualche
tabù sociale: in questo caso, lo scandalo dell’informazione consiste nelle strategie che
mirano a valorizzare determinati eventi in chiave sensazionalistica. Una notizia che punta
a fare scandalo non rispetta i vincoli della memorabilità e della fidelizzazione, ma al
contrario gioca sul contrasto tra di esse. L’informazione fa scandalo quando l’enunciatore
allenta i freni inibitori nell’uso del linguaggio: in questo modo l’evento di cui si parla pone
l’enunciatore o nel gruppo di chi l’accetta e lo giustifica (in-group) oppure nel gruppo di chi
lo rifiuta e lo contrasta (out-group). Questo orientamento al favoritismo da parte
dell’enunciatore può esprimersi in altri modi, come il tipo di scelte lessicali e sintattiche.
Nel caso di una notizia la tendenza al favoritismo traspare, invece, nell’orientare le scelte
stilistiche più idonee a realizzare una strategia che attribuisca responsabilità all’evento
oppure nella esibizione dell’oggettività.
La bomba dei “casi umani”
In qualsiasi giornale è netta la sproporzione tra “belle” e “brutte” notizie, che tendono il più
delle volte a occupare più spazio. Inoltre, le notizie politiche affrontano sempre meno i temi
della sfera pubblica per dare spazio ai pettegolezzi sulla sfera privata. In sintesi, possiamo
dire che la pratica discorsiva dell’informazione costruisce fatti che le persone dovrebbero
conoscere e orienta la gestione della memoria collettiva. Questa pratica, inoltre, mostra i
vincoli della memoria collettiva a breve termine: per il fatto di appartenere a una comunità
d’appartenenza, l’individuo è esposto a una mediazione continua tra ciò che egli è
interessato a ricordare o dimenticare e ciò che gli altri gli propongono di ricordare o
dimenticare.

CAP. 4 – INTRATTENERE
I media possono anche svolgere la funzione di intrattenimento, in quanto permettono di
evadere, divertirsi, ma anche di confrontare modelli autobiografici con altri possibili. I
media occupano la nostra mente soprattutto quando cerchiamo di rilassarci, inoltre
penetrano dentro di noi e modellano il sistema delle motivazioni e aspirazioni personali.
Lo spettacolo come forma di vita dei media
I media ci permetto di rilassarci e di scaricare la tensione, per questo sono dei potenti
strumenti di intrattenimento. Per esempio, leggere il giornale, ascoltare musica, seguire un
programma TV o frequentare siti Internet sono tutte forme di intrattenimento.
Lo sport non ha rivali
Quando le attività sportive entrano nella sfera mediale non possono essere più
considerate semplici giochi, in quanto i media traducono in spettacolo lo sport: esso,
infatti, non è più visto come piacere ludico provato da chi lo pratica, ma come uno scenario
drammatico, dove si vedono eroismi e complotti. Il grande successo che lo sport riscuote,
soprattutto nella radio e nella televisione, è in primo luogo determinato dal fatto di essere
“in diretta”, e quindi dall’indipendenza e dall’immediatezza. Un’altra ragione è determinata
dall’attesa di regolarità: i programmi di sport diffondono la credenza che rispettare le
regole basti ad alimentare la varietà delle situazioni di gioco e a sostenere le pari
opportunità dei giocatori. Infine, i programmi sportivi hanno successo perché hanno un
esito e semplificano l’interpretazione del mondo in “vincenti” e “perdenti”.
Le tecnologie non consentono solo di partecipare a un evento sportivo, standosene seduti
in poltrona, ma interpretano anche alcuni episodi discutibili, come per esempio la moviola
televisiva, utilizzata da molti programmi sportivi. Inoltre, tutti gli strumenti del linguaggio
televisivo, come i primi piani e le immagini rallentate, permettono di affinare il livello di IPS
dei telespettatori con i giocatori.
I media che trasmettono eventi sportivi possono provocare fenomeni abbastanza
pericolosi sotto il profilo psicologico, in quanto possono indurre a giustificare l’aggressività,
il sessismo o il razzismo: infatti, i media preferiscono rappresentare sport maschili e di
conseguenza si ha una sorta di “annientamento simbolico” delle donne sportive; inoltre,
dal momento che si sono spesso incontri internazionali, tra culture o etnie diverse, questo
può contribuire a diffondere atteggiamenti razzisti.
La soap opera: la passione di un genere
La soap opera nasce inizialmente come sceneggiato radiofonico di argomento familiare e
sentimentale per poi approdare alla TV che ha saputo sfruttare le sue potenzialità
comunicative. Le vicende della soap operanon sono orientate verso una soluzione
definitiva, ma tendono a rimanere sospesi il più a lungo possibile.
Una variante della soap opera è la telenovela, un tipo di programma TV molto presente nei
paesi dell’America Latina. La soap opera è un genere televisivo incentrato sui problemi
della vita personale, che fa risaltare la dimensione emozionale del quotidiano. La trama
coinvolge un certo numero di persone che recitano in pochi ambienti ristretti. I personaggi,
di solito, tendono ad avere atteggiamenti opposti, per cui possiamo per esempio trovare i
buoni e i cattivi; essi, inoltre, sono occupati in professioni che consentono una
comunicazione attiva, come gli avvocati o i medici. Le soap opera evitano tutti quegli
argomenti, come il razzismo o prese di posizione politiche, che possono infastidire
l’audience. È interessante anche notare come il 7% di quelli che seguono le soap opera le
apprezza anche se non trova nessun riscontro nella vita reale. In genere, la protagonista
della soap opera è una donna che intesse relazioni con altri personaggi in situazioni
altamente prevedibili. Guardano soap opera non solo casalinghe, ma anche operai,
studenti e impiegati, in quanto questo genere televisivo mette a disposizione la sfera
privata di alcuni personaggi, affinché l’audience si eserciti a interpretare le ragioni di una
determinata azione e a ipotizzare i motivi di una decisione. Nella soap opera si fa quindi
riferimento all’ ”interazione parasociale” tra estranei. Infatti, la psicologia dei media è
interessata allo studio di questo tipo di programma proprio per la sua capacità di
coinvolgere i telespettatori sotto il profilo psicologico.

Il reality show
Il reality show è un genere televisivo che mette in scene le storie dei telespettatori e le
conversazioni di persone comuni. Il suo successo risiede soprattutto nella capacità di
legittimare le tendenze all’IPS, da parte dei telespettatori. Tutti quei programmi TV che
hanno come protagonista la gente comune e quindi l’audience si rivelano molto utili alla
psicologia dei media, in quanto permettono di indagare:
• Le motivazioni che inducono le persone a parteciparvi;
• Il contesto delle condotte e delle conversazioni, cioè cosa danno e dicono, quali sono i
loro atteggiamenti, ecc.;
• Le conseguenze della loro vita successiva;
• L’intreccio tra “sfera pubblica” e “sfera privata”;
• Gli “effetti di realtà” che la rappresentazione dell’audience sui media ha per l’audience
dei media.
Tra tutti i reality show, quello più fortunato è stato probabilmente il Grande Fratello, basato
essenzialmente su due particolari tendenze: l’esibizionismo dei personaggi partecipanti al
programma e il voyerismo dei telespettatori a casa.
Lo spettacolo della parola
Recentemente, in TV, si è assistito alla diffusione di un altro programma: il talk show, dove
i partecipanti rendono pubblica una opinione. I conduttori di talk show devono essere in
grado di controllare l’interazione in scena, in modo da permettere a tutti gli ospiti di
esprimere la propria opinione e quindi di valorizzare le proprie qualità personali. Di solito, i
partecipanti ai talk show tendono a essere originali e a violare il “canonico”, utilizzando
spesso retorica, ironia o sarcasmo. Tra le forme di lotta per la parola tipiche del talk show,
troviamo il conflitto:
• Giocoso, costruito ad arte dal conduttore per mostrare potere;
• Ossessivo, quando il conduttore si sofferma sulla contrapposizione dei punti di vista;
• Tematico, prodotto dallo scarto fra le posizioni;
• Identitario, generato dall’interesse per l’attacco alla “faccia”;
• Generalizzato, quando il contrasto delle posizioni alimenta un bisogno di differenziazione
non negoziabile;
• Chiuso d’autorità dal conduttore, soprattutto con gli interlocutori non autorizzati.
Il talk show presenta significati che possono essere condivisi dalla comunità
socioculturale, in quanto la mediazione dell’opinione è pubblica. Il regime semiotico della
conversazione televisiva ha però modificato il significato tradizionale di “privato” e
“pubblico”, dove proprio i talk show sono al centro di un dibattito sulla costruzione
mediatica della sfera pubblica. In particolare, gli “Apocalittici” ritengono che i talk show
abbiano reso asfittica l’opinione pubblica, in quanto le persone sono relegate al ruolo di
spettatori passivi e risultano inadeguate a esprimere il proprio punto di vista. Gli “Integrati”,
invece, vedono in questo tipo di programmi la possibilità di estendere l’opinione pubblica a
più vaste masse di persone.
I media come ancoraggi esistenziali
I media, oltre a intrattenere le persone, forniscono anche modelli mentali per organizzare
la propria identità e per proiettarla nelle relazioni con gli altri.
Magazzini di risorse identitarie
Un esempio di come i media siano riusciti a fornire “modelli di personalità” e “stili di vita”
da adattare a una determinata comunità culturale può essere rappresentato dai Peanuts,
una famosa striscia umoristica inventata nel 1950 dal vignettista americano Charles M.
Schulz. I protagonisti di questa serie sono un gruppo di bambini e un cane e sono
rappresentati sia i piccoli problemi della loro età che le ambiguità tipiche dei
comportamenti degli adulti. Le vicende ruotano attorno a Charlie Brown, un bambino che
ha un forte senso di inferiorità nei confronti del mondo. Snoopy, invece, è un cane che
rivela il suo spirito di indipendenza dormendo sul tetto della cuccia e scrivendo
interminabili romanzi. Lucy Van Pelt è invece una bambina arrogante e scorbutica, sempre
sicura di sé. Linus è il fratello di Lucy ed è un bambino con un complesso di inferiorità
anche maggiore di quello di Charlie Brown, il quale porta sempre con sé una coperta. Un
altro protagonista, infine, è Schroeder, un bambino appassionato di musica e di
Beethoven, che passa le sue giornate sempre suonando al pianoforte. Attraverso questi
personaggi, Schulz offre alla società una autoanalisi psicologica, anche se più che uno
psicologo dell’età evolutiva Schulz è stato un grande “psicologo culturale”. A Schulz si
deve anche l’invenzione di una grande maschera: l’imbranato, impersonato da Charlie
Brown. La figura di Charlie Brown finisce, quindi, con l’incarnare una particolare visione
del mondo: la vita diventa sempre più assillante e bisogna fronteggiare una realtà, nella
quale tutti sono costretti ad apparire, prima o poi, un po’ imbranati. I giovani di oggi è
difficile che riescano a identificarsi con questi racconti in quanto è cambiato prima di tutto il
rapporto tra i comics e gli altri media. Attualmente, la condizione dell’umanità è resa più
chiara da altre strisce di vignette o da cartoni animati, come i Simpsons.
Trame di educazione sentimentale
La costruzione sociale degli affetti, come le emozioni, gli umori o gli stati d’animo, passa
sempre più attraverso i media. I media hanno consentito nuove potenzialità d’incontro e al
tempo stesso hanno reso disponibili dei percorsi di educazione sentimentale che
espongono però le persone al rischio di un perfezionismo ideale. Per esempio, quando i
media parlano d’amore, lo fanno a modo loro, in quanto devono adattarsi alle potenzialità
espressive dei canali utilizzati, ma soprattutto devono rispettare i vincoli che rendono
possibile la loro integrazione nella vita sociale. Dal momento che i media devono tenere
conto delle leggi di mercato e delle esigenze di spettacolarizzazione, la loro
rappresentazione dell’amore risulta alterata e lontana dall’esperienza sentimentale “reale”
delle persone. Questo perché i media sono costretti a costruire un mondo reale difforme,
in modo da attrarre l’audience. In sostanza, i media tendono a confermare i modelli
culturali tradizionali. L’educazione sentimentale dei giovani avviene, invece, per mezzo di
rappresentazioni sociali dell’amore, formulate attraverso la canzone, in grado di
comunicare facilmente ai giovani il proprio significato.
Tra i giovani ci sono, però, alcune differenze significative: per esempio, le ragazze sono
interessate in particolare alle atmosfere create dalle rubriche di “questioni di cuore”,
mentre i ragazzi sono più orientati verso programmi TV di situazioni comedy, dove le
relazioni d’amore sono presentate in modo leggero e parodistico. Il rischio più grave nella
rappresentazione mediale dell’amore è però la tendenza alla “fisicizzazione”: da una parte,
i media cercano di valorizzare la traccia biologica dell’amore, mentre dall’altra, esaltano le
alternative all’esperienza affettiva, come gli incontri virtuali o i matrimoni regolati da
agenzie.
Gli SMS
L’interazione mediata dal telefono tende a esaltare la propria espressione identitaria ed è
caratterizzata dalla forza della conversazione e dalla protezione del segreto e dell’intimità.
Questo, quindi, può spiegare il successo del telefono portatile: il cellulare, in particolare,
consente di soddisfare il bisogno dell’Io di sentire costantemente la voce dell’Altro. Un
nuovo tipo di comunicazione consentita dal telefono cellulare sono gli
SMS, che interessano la psicologia dei media per la loro particolare forma comunicativa,
che intreccia oralità e scrittura, interazione monologica e costruzione dialogica del Sé.
Solitamente, si invia un SMS quando non si vuole o non si può parlare con l’altro. Di per
sé, l’invio di un SMS significa il desiderio di porsi all’attenzione dell’altro. La scrittura di
SMS rappresenta un nuovo genere discorsivo che possiamo definire “narrazione fàtica”,
un programma enunciativo bilanciato tra l’esibizione del Sé e la cura dell’Altro, per cui
richiede una particolare elaborazione dialogica del contesto di riferimento. Gli SMS
mostrano, quindi, che ciò che io accetto di essere dipende dall’altro e dal tipo di posta in
gioco cui sono interessato nell’evento comunicativo.
Ci sono diversi tipi di SMS. Per esempio, ve ne sono di:
• Puntuali (quando descrivono ciò che l’enunciatore sta compiendo)
• Globali (quando riassumo un’intera esperienza di vita)
• Di circostanza (quando sono determinati da un evento esterno come il compleanno, la
laurea, ecc.)
• Di transazione (quando sono focalizzati su un comportamento da avere, un oggetto da
ottenere, ecc.)
• Sullo stato corporeo (quando si riferiscono alla condizione fisica degli interlocutori)
• Sullo stato affettivo (quando si riferiscono alla condizione psichica degli interlocutori)
• Di cura per la relazione (quando riguardano il legame che unisce i due interlocutori)
• Amorosi (riferiti ai legami profondi)
• Ludici (quando hanno una intenzione scherzosa)
• Allusivi (quando il testo appare mascherato o cifrato ed è caratterizzato da frequenti
punti di sospensione)
Un’altra caratteristica degli SMS è quella di dare spazio alle “emozioni connettive”, cioè un
tipo di emozioni “mediate”. Infatti, l’invio o la ricezione di SMS sono caratterizzati da una
sorta di coinvolgimento personale che passa attraverso emozioni diverse. L’emozione
connettiva è uguale alla funzione fàtica della comunicazione, che ha un duplice significato:
in senso negativo, la comunicazione fàtica appare come “un discorso da poco” e come
chiacchiera inutile, mentre in senso positivo è l’espressione di un bisogno reciproco.
In carcere con i media
La popolazione carceraria è un tipo di audience molto particolare in quanto permette di
analizzare in che modo i media intrattengono persone che vivono in condizioni di
deprivazione fisica e sociale. Gli studi in merito a questo seguono essenzialmente due
percorsi interpretativi:
1. Esiste una correlazione tra il tipo di reato commesso e il tipo di contenuti mediali
preferiti;
2. Il consumo mediale serve a sopperire alla deprivazione psicosociale di questo
particolare contesto.
I detenuti scelgono i contenuti mediali in base a due aspetti:
1. Le caratteristiche degli utenti (i tratti di personalità, il profilo criminologico, le variabili
sociodemografiche, ecc.)
2. La natura ricreativa dei media: i media rappresentano per i detenuti occasioni di
“evasione” che possono alleviare la pena di dover vivere in condizioni stressanti.
I media, quindi, sono degli strumenti importanti per i detenuti, in quando permettono loro di
“passare il tempo” e di ridurre in qualche modo il loro isolamento dal mondo esterno. Non
a caso, vedere la TV per i detenuti è l’attività più importante dopo i contatti con i familiari e
l’eventuale impegno lavorativo. Uno dei programmi TV più scelti dai detenuti è il serial
poliziesco: in particolare, alcuni di essi dichiarano di esserne attratti per le informazioni che
possono ricevere su come delinquere meglio. Per quanto riguarda la stampa, invece, i
detenuti preferiscono leggere riviste, soprattutto articoli che parlano di casi giudiziari, in
quanto consentono di stabilire confronti con le proprie vicende. Le scelte dei media sono,
quindi, sostanzialmente determinate dal profilo identitario, cioè dal fatto che i detenuti
siano soprattutto maschi, per lo più giovani e provenienti da strati sociali poveri e a bassa
scolarizzazione. Esiste, inoltre, una correlazione tra l’uso dei media e la lunghezza della
pena: per esempio, gli ergastolani temono che una eccessiva dipendenza dalla TV
danneggi le loro facoltà mentali, quindi tendono a farne un uso più razionalizzato. In
genere, i due generi di programmi TV più selezionati sono il telegiornale e il documentario
naturalistico, per due motivi: le notizie sono ritenute un genere maschile e permettono di
salvaguardare il proprio senso di cittadinanza, mentre i programmi naturalistici hanno
valore formativo, quindi permettono ai detenuti di colmare qualche lacuna nella loro
istruzione. I programmi TV creano una specie di retroscena virtuale nel quale i detenuti
possono “presentarsi a se stessi”. Possiamo pertanto dire che l’uso dei media da parte dei
detenuti dipende dalle loro caratteristiche, dalle loro condizioni di vita e dalle loro strategie
di adattamento a esse.

CAP. 5 – LA COMUNICAZIONE SU INTERNET


L’introduzione del computer nella comunicazione e nella vita quotidiana ha provocato
profondi cambiamentisoprattutto nelle relazioni tra le persone. La comunicazione mediata
da computer (CMC) ha però reso ancora più evidenti le grandi disparità
nell’organizzazione della società, dal momento che oltre 4 miliardi di persone sono escluse
da questa nuova forma di comunicazione. Il digital divide esistente conferma anche la
cosiddetta “teoria del gap”, secondo la quale le tecnologie comunicative producono
inizialmente uno slancio di democratizzazione che però, in seguito, contribuisce a
ristabilire nuovi scarti fra i gruppi sociali. Le differenze introdotte dai new media, come il
computer, il cellulare, ecc., rispetto ai mass media tradizionali, riguardano la simulazione
dell’interattività che dà l’impressione di essere coinvolti nella partecipazione all’evento
comunicativo. A livello formale, invece, l’interattività mediata dai new media si basa su una
ridefinizione dei rapporti fra oralità e scrittura.
Caratteristiche della comunicazione mediata da computer
La CMC consente sia interazioni “uno molti” sia “molti-molti”, così come l’interazione in
modalità “sincrona” e in modalità “asincrona”. La rete dei computer è definita con il termine
“internet”, con il quale è possibile anche parlare del cosiddetto “villaggio globale”.
Internet come artefatto culturale
La CMC è una pratica sociale capace di conferire validità ma anche visibilità ai principi del
costruzionismo sociale. Se sottolineiamo il profilo informazione della CMC, quindi di
Internet, la più grande novità consiste nel fatto che in Internet l’informazione non è più
scarsa ma, al contrario, fin troppo eccessiva. Inoltre, l’informazione non va più né cercata
né trasmessa, ma va selezionata e organizzata. Tra gli svantaggi troviamo il fatto che è
troppo facile accedere alle informazioni in Internet, e questo rappresenta un problema per i
bambini che possono imbattersi in siti inadatti alla loro età. Se, invece, sottolineiamo il
profilo relazionale di Internet, la novità consiste nella facilità con cui si possono praticare
legami, dal momento che le persone si radunano sempre più in comunità virtuali per
chiacchierare, discutere e approfondire tematiche. Poi, quando le relazioni interpersonali
via Internet diventano più intime, si cominciano a programmare incontri faccia a faccia per
togliere il velo di oscurità alle interazioni virtuali.
Un terzo profilo di Internet riguarda il fatto di essere un “artefatto culturale”: questo
significa che Internet autorizza nuove forme di mediazione tra i bisogni e i desideri degli
esseri umani e il mondo con cui si rapportano. Internet spalanca, quindi, una nuova via
all’intenzionalità umana. Bisogna, però, dire che, se, da una parte, gli artefatti culturali
mettono a disposizione mezzi e simboli sempre più potenti, dall’altra, rimangono artificiosi
e quindi noi vi aderiamo in modo distaccato, tanto che la loro mediazione ci risulta
insoddisfacente o addirittura minacciosa.
La CMC esalta al massimo la natura mediata dell’esperienza umana, dal momento che il
computer non è un unico mezzo di comunicazione: infatti, è veicolo di informazioni,
elaboratore di significati e diffusore di relazioni e cornici culturali.
Ipermediale, ipertestuale, interattiva
Quando parliamo di computer, si parla anche di multimedialità dal momento che si tratta di
un mezzo che integra vari strumenti: il linguaggio verbale (orale e scritto), il linguaggio
iconico (immagini fisse e filmati), il linguaggio musicale e quello numerico. Nella
multimedialità, però, gli strumenti comunicativi restano separati tra loro e solo uno svolge il
ruolo dominante, cioè organizzare la comunicazione. Nell’ipermedialità, invece, i media
sono tutti integrati in modo tale da organizzare la comunicazione in maniera paritaria. Il
testo ipermediale comprende molteplici codici:
1. Il linguaggio verbale (orale e scritto) e i suoi sottocodici;
2. Il linguaggio visivo e i suoi sottocodici;
3. Il linguaggio filmico;
4. Il linguaggio musicale;
5. Il linguaggio numerico.
Nella CMC molti ambienti, come i portali o i singoli siti Internet, sono costruiti
come ipertesti, cioè come un testo virtuale non sequenziale, che si può realizzare
diversamente dalle scelte di lettura dell’utente. Ogni ipertesto deve rispettare alcuni vincoli
che derivano dall’oggetto che è possibile esplorare. Per esempio, affinché avvenga in
modo naturale, l’elaborazione di un testo multi/iper mediale deve rispettare il vincolo della
narratività, cioè della “costruzione di storie”. In pratica, ogni volta che si fa qualcosa
“cliccando”, si stabiliscono nuovi legami tra le parti dell’ipertesto, che può così produrre
un’altra storia. La narratività dell’ipertesto è legata anche all’interattività che può essere
intesa come:
1. Bidirezionalità: una comunicazione interattiva si realizza quando il mezzo permette di
scambiare i ruoli fra emittente e ricevente del messaggio;
2. Attività: nella comunicazione interattiva l’utente deve avere un ruolo attivo rispetto al
mezzo;
3. Processualità: una comunicazione è interattiva se ciò che avviene non riguarda “stati di
cose”, ma “processi dinamici”.
La comunicazione ipermediale e ipertestuale tramite computer rende quindi possibile una
interattività diversa ed eterogenea.
Potenzialità dei generi discorsivi nella CMC
La psicologia dei media indaga in che modo il cervello delle persone elabori i messaggi
ipermediali. In particolare, la psicologia cerca di esplorare l’accordo che è possibile tra le
potenzialità della CMC e la particolarità dei bisogni umani, in relazione ai processi di
attribuzione di senso.
Non solo e-mail
Il formato di CMC più noto è la posta elettronica (e-mail) che, da una parte, risponde ai
requisiti tradizionali della “lettera scritta”, ma, dall’altra, risponde ai requisiti del “dialogo
faccia a faccia”, ed è pertanto caratterizzata da una ridotta formalità stilistica e dall’attesa
di rapidità nelle risposte.
Il newsgroup, invece, è un ambiente asincronico di CMC, dove si producono e confrontano
argomenti su un determinato tema. Di solito, chi partecipa a questo gruppo di discussione
in rete può scegliere se dialogare con un interlocutore particolare oppure se estendere la
sua opinione anche agli altri.
La chat room, infine, è un ambiente sincronico di CMC che permette alle persone di
intessere relazioni, simulando l’interazione faccia a faccia, attraverso l’utilizzo di una serie
di faccine (emoticons), che indicano stati d’animo, e di molteplici banche dati che
forniscono migliaia di icone su tutti gli aspetti dell’esperienza umana. Sempre legato alle
chat room è il multi-user domain (MUD), cioè un tipo di ambiente che consiste in una sorta
di “realtà virtuale”, dove troviamo:
• Un database che descrive luoghi (stanze) e oggetti di un certo mondo;
• Una serie di comandi che permettono agli utenti di vivere in quel mondo.
I MUS sono quindi spazi virtuali, nei quali è possibile proiettare diverse facce della nostra
identità.
I weblogs
Un altro ambiente della comunicazione mediata da computer è il blog (abbreviazione
di weblog), cioè un tipo particolare di sito Internet, dove le persone fanno i resoconti delle
loro esperienze quotidiane. Il blog, quindi, è sia resoconto autobiografico che elaborazione
collettiva di argomenti. A livello strutturale, il blog è:
1. Un sito informativo, che seleziona e interpreta un certo tipo di notizie;
2. Un sito personale, che aggiorna gli umori quotidiani di una persona;
3. Un sito partecipativo, in quanto accoglie commenti e apporti di altri utenti.
A livello funzionale, invece, il blog soddisfa le esigenze di autoidentificazione e di
relazionalità degli esseri umani. I blogs sono quindi strumenti di costruzione identitaria, in
quanto uniscono le potenzialità e i vincoli delle tecnologie comunicative, intese come
“mente esterna”, ai tracciati discorsivi della “mente interna”.
Rischi e opportunità della CMC
Nell’interazione naturale, la comunicazione appare dialogica, mentre quando è mediata da
qualche tecnologia, la sua dialogicità diminuisce. I tratti più importanti del riadattamento
dialogico dei new media sono la capacità di alternare i turni in tempo reale e quindi la
possibilità di costruire in modo interattivo il senso da attribuire a quello che sta avvenendo.
La CMC ha più funzioni ed è caratterizzata da molteplici aspetti, proprio per questo
permette alle persone di accedere a un sistema multimediale e interattivo.
Secondo gli “Apocalittici”, la CMC ha mercificato le pratiche comunicative, mentre gli
“Integrati” sottolineano il grande potenziale di Internet che può aprire ampi spazi di
espressione e partecipazione democratica. Il dibattito tra questi due punti di vista si
focalizza, in particolare, su due problemi: le opportunità di costruzione identitaria e i rischi
di dipendenza dalla CMC.
Identità fluide e relazioni sature
La questione più rilevante per gli psicologi della CMC riguarda la possibilità di intendere
Internet come un “laboratorio di identità”, personale e sociale. All’interno del cyberspazio
possiamo infatti trovare numerose identità o “sé possibili”: ad esempio, i nicknames degli
internauti non sono altro che fonti diverse di autoriconoscimento dell’Io, mentre chattare o
muddare permettono di sperimentare cosa si prova a passare per un’altra persona. È
possibile quindi vedere se si è accettati per come si appare e modellare continuamente la
propria faccia, a seconda delle circostanze. Infatti, molto spesso i “chattatori” o i “muddisti”
indossano la “maschera dei desideri”, cioè in Internet ognuno può credersi come vuole.
Queste strategie valorizzano le potenzialità del livello di IPS, in quanto l’immagine di sé si
costruisce soprattutto per il desiderio di sperimentate i propri “sé possibili”. Tutti quelli che,
per motivi diversi, si sentono emarginati, per esempio a causa dell’aspetto fisico,
dell’appartenenza etnica, ecc., in Internet possono farsi valere per quello che sono e per
come vorrebbero essere accertati. Per quanto riguarda le relazioni interpersonali che si
intessono on- line, esse tendono a non essere del tutto affidabili in quanto appaiono fredde
e impacciate. Secondo la
Reduced Social Cues Theory nella CMC le possibilità di relazione sono poche, in quanto
non ci sono sistemi preverbali e paralinguistici che, nella comunicazione faccia a faccia,
possono invece avvalersi di una reciproca fiducia che deriva dalla presenza sociale degli
interlocutori.
La teoria della deindividuazione dell’identità sociale afferma, invece, che la lingua
utilizzata o l’argomento trattato in un evento di CMC contengono tracce sulle possibili
identità degli internauti. Infine, la teoria del Social Information Processing afferma che
le condotte umane sono caratterizzate dalla socialità, pertanto le persone stabiliscono
relazioni qualunque sia l’artefatto culturale con il quale interagiscono.
Secondo gli “Apocalittici”, l’uso precoce e prolungato del computer da parte dei bambini
può favorire l’isolamento e ostacolare lo sviluppo della competenza sociale. Secondo gli
“Integrati”, invece, il computer può favorire il bambino nell’apprendimento e far crescere
l’autostima e il senso di autoefficacia. Quando entrano in ambienti della CMC, le persone
sperimentano legami saturi, in quanto sembrano loro “colmi di significato”. Questa
saturazione dei legami interpersonali significa che nella CMC la presenza sociale è il
risultato di specifiche pratiche che attribuiscono significati.
Dipendenza da Internet e psicoterapia in rete
Tra i motivi che possono spingere le persone a navigare in Internet, troviamo:
1. I vantaggi nello stabilire una interazione sociale on line
2. Un modo per passare il tempo
3. La ricerca di informazioni
4. La comodità
5. L’intrattenimento
Le persone che invece sono in difficoltà con gli altri o con se stessi possono ricorrere alla
CMC come alternativa all’interazione sociale, ma, a volte, questo bisogno può diventare
dipendenza. La sindrome dell’Internet addiction disorder consiste nell’usare in modo
compulsivo la CMC, in quanto si ritiene che ciò che si può fare online sia più importante di
quello che si può fare offline; di conseguenza, aumenta progressivamente il tempo
trascorso in rete, mentre si finisce col ridurre al minimo ogni altra attività. Si stima che,
superate le 38 ore settimanali trascorse in Internet, può innescarsi un pericolo di
dipendenza. Un rimedio per questa sindrome può essere adottare un principio
omeopatico, attraverso la chat therapy, che si avvale di uno psicologo in chat. Questa
psicoterapia online presenta, però, allo stesso tempo, dei vantaggi e degli svantaggi. Da
una parte, è vantaggiosa perché le persone che hanno bisogno di aiuto trovano più facile
accedervi, inoltre l’anonimato garantito dalla rete permette di non venire riconosciuti
pubblicamente e di esporre i propri problemi con maggiore libertà. Gli svantaggi
riguardano, invece, la relazione, dal momento che la psicoterapia online si rivela meno
efficace di quella tradizionale: questo perché la carenza di indici di contestualizzazione
riduce la sintonia dell’interazione che non ha quell’empatia necessaria a sostenere le
persone in difficoltà.

CONCLUSIONE
I media intervengono sui processi di elaborazione, sulle rappresentazioni di Sé, sulle
motivazioni e sulle relazioni interpersonali. I media sono quindi artefatti culturali che
permettono alle persone di inserire la propria esperienza del mondo in una cornica di
senso. Le principali relazioni che legano le persone ai mass media riguardano l’influenza,
l’informazione e l’intrattenimento. I media, inoltre, modellano la “realtà” inrelazione
all’esperienza del mondo delle persone. La psicologia dei media ha quindi come obiettivo
indagare i rapporti che le persone stabiliscono con i vari tipi di media. Questa analisi sul
rapporto tra le persone e i media nelle pratiche discorsive dell’influenzare, dell’informare e
dell’intrattenere e nella comunicazione su Internet mostra la compenetrazione esistente fra
il sistema dei media e i processi di costruzione dell’identità personale e sociale.