Sei sulla pagina 1di 31

SUCCESSIONI MORTIS CAUSA

La successione a causa di morte indica la vicenda traslativa dei delle titolarità di una persona a seguito della sua morte;
si differenzia dalla successione inter vivos in quanto trova nella morte il suo presupposto necessario e giustificativo.
Le successioni mortis causa sono rette dal principio fondamentale per cui con la morte si trasmettono ad altri soggetti i
diritti patrimoniali di cui era titolare il defunto, salvo quelli estinti in quanto strettamente legati alla persona. L'istituto
trova fondamento nell'esigenza di una continuità nella titolarità dei rapporti attivi e passivi: si evita in tal modo il
sorgere di notevoli moli di res nullius al verificarsi della morte di una persona, impedendo ipotesi di occupazione da cui
deriverebbe un ingiustificato arricchimento.
L'art.42cost, che riconosce e garantisce la proprietà privata, rinvia alla legge la disciplina delle successioni mortis
causa. Il codice civile regola così nel seguente ordine, la successione necessaria, la successione legittima o intestata e la
successione testamentaria.
Come per ogni successione, avremo un dans e un accipiens: in ipotesi di successione mortis causa questi assumono
rispettivamente i nomi di de cuius ( da “is de cuius ereditate agitur”), o ereditando, e di successore, il quale si configura
come erede o come legatario. In tema di accipiens, è bene premettere che anche la successione in esame si divide in
universale e particolare.
.La successione universale indica il trasferimento della generalità dei rapporti giuridici del defunto. Il successore
subentra dunque, anche solo per quota, nella posizione giuridica patrimoniale del defunto. Il successore universale
prende il nome di erede.
. La successione particolare indica invece il trasferimento di specifiche titolarità per testamento o per legge. Oggetto
esclusivo è dunque quanto specificato dal titolo. L'attribuzione a titolo particolare prende il nome di legato e il
successore a titolo particolare prende il nome di legatario.
La successione testamentaria e la successione legittima trovano entrambe nella morte, come detto, presupposto
necessario e ragione giustificativa. Divergono però nella causa: la prima ha fonte nel riconoscimento alla persona alla
liberalità successoria, la seconda trova ragione nel principio della solidarietà familiare. I due interessi trovano
contemperamento nella successione necessaria, la quale comporta che, pur riconoscendosi a una persona libertà nel
disporre delle proprie titolarità per la sua morte, la cd liberalità successoria, questa è limitata a vincoli di solidarietà
familiare per cui non si potrà pregiudicare la quota che spetterà a determinati soggetti ccdd legittimari ,nella
successione cd necessaria, in virtù del loro stretto rapporto con l'ereditando. Inoltre, se il defunto non ha disposto in
tutto o in parte dei suoi beni, l'eredità si devolve per legge ai familiari.
Dal punto di vista costituzionale, l'art.42cost riconosce sia l'autonomia testamentaria che il diritto successorio dei
congiunti. Le relative tutele sono rimesse alla legge ordinaria ed è finora opportuno precisare che la previsione dei
“diritti” dello stato sulle eredità concerne soprattutto i diritti di prelievo fiscale: i diritti dello stato trovano principio
nella funzione sociale della proprietà. La disposizione in esame è infatti contenuta nell' art.42, il quale ha
principalmente ad oggetto il diritto di proprietà: è evidente dunque lo stretto rapporto tra il diritto in questione e la
successione mortis causa, la quale determina in primis la circolazione dello stesso in ipotesi di morte del titolare.
Proprio per l'interesse pubblico alla circolazione della ricchezza, al fine di scoraggiare l'accumulo di patrimoni familiari,
lo Stato è l'unico erede necessario.
Sempre in rapporto alla proprietà, è opportuno osservare come nella misura in cui declinano i grandi i patrimoni
individuali declina anche l'importanza storica della successione.
L' istituto si rivela comunque necessario in ogni società in virtù della necessaria continuità delle titolarità e del valore
che viene attribuito dalle società stesse all'evento della morte: perfino gli ordinamenti socialisti riconoscono il diritto
ereditario e l'autonomia testamentaria, sebbene nei loro vincoli di proprietà privata. Un declino dell'importanza
dell'istituto è avvertito nella nostra società, proprio per il diminuire delle concentrazioni di ricchezza in capo a singoli
privati: il sistema è sempre più fondato sui redditi di lavoro e sempre meno sui redditi patrimoniali. A tal proposito,
notevole influenza assume il ricorso a società di capitali, in quanto le stesse sono potenziale mezzo, mediante la
disposizione di partecipazioni societarie, di trasferimento di ricchezza individuale fuori dalle successioni mortis causa.
La stessa pressione fiscale spinge ad anticipare parzialmente la trasmissione ai successori rendendoli partecipi della
società; la società è inoltre un istituto che permette di preservare l'unitarietà della gestione e del patrimonio, nonché
la conservazione di quest'ultimo. In tema sono rilevanti inoltre l'impresa familiare e la comunione legale; è opportuno
precisare che l'attività dei coniugi nel regime legale fa sì che gran parte del patrimonio venga sottratta alla successione
ereditaria in quanto spettante già in virtù della comunione al coniuge.
Il diritto internazionale privato trova normativa nella ln218/1995, la quale dispone in primis che la successione a causa
di morte è regolata dalla legge dello stato cui l'ereditando apparteneva al momento della morte.
La normativa riconosce sia il criterio della cittadinanza che il principio di unità della successione, per cui la legge della
successione comprende tutti i beni del defunto, ovunque localizzati.
La riforma consente poi all'ereditando di scegliere la legge dello stato in cui abbia residenza al momento della morte
mediante dichiarazione in forma testamentaria e nel rispetto, se cittadino italiano, dei diritti dei legittimari residenti in
italia. La stessa legge straniera trova limite quindi nei diritti dei legittimari ex 536cc. Irragionevole disparità di
trattamento consta però nel riconoscimento di tale diritto ai legittimari, stando alla lettera di legge, “residenti” in Italia,
quindi non anche ai non residenti. Altra norma imperativa, oltre al diritto dei legittimari (residenti) ex 536cc, è il divieto
dei patti successori ex 458; l'imperatività di entrambe la norme trova ragione nell'ordine pubblico.
La giurisdizione italiana è molto vasta, in quanto vige al ricorrere di uno dei seguenti presupposti:
a) cittadinanza italiana al momento della morte;
b) apertura della successione in Italia;
c) parte di beni ereditari economicamente maggiore in Italia;
d) convenuto cittadino italiano, residente in Italia, o accettante la giurisdizione italiana.
Infine, la convenzione dell'Aia del 1973 istituisce un certificato successorio internazionale al fine, e solo fine,
dell'amministrazione internazionale dei beni mobili ereditari, non incidendo sui profili sostanziali, salvi comunque gli
acquisti dei terzi di buona fede.

Oggetto
Abbiamo già anticipato che con la morte del titolare si estinguono, e pertanto non si trasmettono, i diritti e gli obblighi
strettamente inerenti alla persona: questi sono i diritti ccdd personalissimi e alcuni diritti patrimoniali, quali il
diritto/obbligo degli alimenti, usufrutto uso e abitazione, l'obbligo a future prestazioni nascenti da mandato.
Salvo dunque i diritti e gli obblighi strettamente inerenti alla persona, con la morte del titolare si trasmettono diritti
patrimoniali. Soggetti a successione sono dunque i diritti reali e i diritti sorgenti da obbligazione, sia dal lato attivo,
come credito, sia dal lato passivo, come debito.
Per il principio di unità delle successioni, tutti i beni oggetto del patrimonio ereditario sono soggetti ad un'unica
disciplina per tutti i chiamati all'eredità. Tale principio è però derogato da disposizioni legislative che prevedono le ccdd
successioni anomale legittime: tra queste la successione nel contratto di locazione di immobili urbani e la successione
nei contratti agrari; il fine è quello di tutelare beneficiari qualificati o la destinazione di determinati beni. L'acquisto
avviene iure proprio anziché iure successionis. Si ritiene acquisto iure proprio anche il diritto all'indennità prevista in
caso di morte del prestatore di lavoro a soggetti non sempre coincidenti con gli eredi.
E' ritenuta ipotesi di vocazione anomala la previsione dell'assegno periodico a carico dell'eredità a favore del coniuge
divorziato superstite in stato di bisogno qualora gli fosse stato riconosciuto il diritto all'assegno.
L' ereditando può inoltre disporre oltre quanto concerne la sfera delle titolarità patrimoniali: è infatti definito
contenuto atipico del testamento ogni disposizione testamentaria diversa dalla successione nei diritti, avente dunque
ad oggetto disposizioni di ordine personale e obblighi imposti all'erede quali, rispettivamente, il riconoscimento di un
figlio o la costituzione di un modus.

Soggetti
Ribadendo quanto anticipato, possiamo definire i soggetti della successione mortis causa:
1) Ereditando o De cuius : L'ereditando è la persona della cui eredità si tratta [ lett. Is de cuius hereditate agitur].
Nell'ipotesi in cui disponga per testamento è detto anche testatore
2) Erede: successore mortis causa a titolo universale
3) Legatario: successore mortis causa a titolo particolare
L'ereditando
L'ereditando, o de cuius, è la presona della cui eredità si tratta. Avendo la successione mortis causa presupposto nella
morte della persona, ciò implica che questa sia una persona fisica già venuta alla nascita.
La capacità riconosciuta al nascituro concepito si estingue così retroattivamente se il nascituro non viene alla nascita;
le relative attribuzioni saranno prive di effetto: se il nascituro nasce morto non si apre la successione poiché dunque
non vi possono essere beni da trasmettere. Al verificarsi dell'evento della nascita avviene invece l'acquisto definitivo
dei diritti [recitus del diritto di accettazione?], a prescindere dalla durata della nuova vita in esame.
L'estinzione di una persona giuridica non determina quindi il sorgere di una successione mortis causa, ma una vicenda
traslativa universale che trova una sua particolare normativa. Titolo della vicenda sarà di regola una disposizione dello
statuto, una apposita delibera degli associati o un provvedimento dell'autorità amministrativa.
La capacità successoria (462)
Si configura come capacità successoria l'idoneità di un soggetto ad essere titolare del diritto di succedere a causa di
morte. Ex 462 sono capaci di succedere tutti coloro che sono nati o concepiti al tempo dell'apertura della successione:
ciò significa che i nascituri non concepiti non hanno capacità successoria. Vige in tema una presunzione di
concepimento, sempre ex 462, per cui salvo prova contraria si presumo concepito al tempo dell'apertura della
successione chi è nato entro 300gg dalla morte della persona della cui successione si tratta. Il diritto alla successione si
considera quindi subordinato all'evento della nascita.
Affrontiamo ora le ipotesi di scomparsa, assenza, morte presunta e irraggiungibilità del chiamato:
_ assenza: l'assente ha capacità giuridica, ma l'incertezza sulla sua esistenza comporta una delazione provvisoria in
favore di coloro ai quale spetterebbe in sua mancanza. Occorreranno pertanto inventario e idonea garanzia a favore
dell'assente e dei suoi eredi per il caso in cui venga accertata la sua esistenza all'apertura della successione;
_ scomparsa: accertata tramite il più semplice nescitur ubi sit an sit, la successione è devoluta in favore di coloro ai
quali spetterebbe in sua mancanza..
_ morte presunta: se il chiamato è stato dichiarato morto prima dell'apertura della successione, l'eredità si devolve ai
chiamati successivi, i quali devono procedere all'inventario ma non prestare cauzione.
_ irraggiungibilità: se il chiamato è irraggiungibile si avrà una ipotesi di giacenza dell'eredità.
Le persone giuridiche hanno capacità successoria, ma l'accettazione deve essere fatta con beneficio di inventario.
Incapacità successoria e indegnità (463)
L'incapacità successoria si configura invece come inidoneità assoluta alla titolarità dei diritti successori. Essa è distinta
dalla incapacità successoria relativa, la quale consiste nell'inidoneità del soggetto a succedere rispetto a determinate
persone. Tra le ipotesi di incapacità relativa troviamo l'indegnità e i delitti contro la libertà e l'onore sessuale commessi
verso l'ereditando. Mentre nella seconda ipotesi la detta incapacità si riscontra come pena accessoria, per l'indegno
vige un vero e proprio divieto legale ex 463.
L'indegnità è una sanzione civile fondata sulla ripugnanza sociale a consentire al cd indegno di trarre profitto
dall'eredità di colui che ha offeso.
Ai sensi dello stesso 463, è escluso dalla successione come indegno chi si è macchiato di gravi offese verso la persona
del decuius o dei suoi stretti congiunti o verso la sua libertà testamentaria. Le ipotesi previste dal detto articolo hanno
carattere tassativo e configurando come indegno:
1- chi abbia volontariamente ucciso o tentato di uccidere il de cuius o un suo stretto congiunto (discendente,
ascendente o coniuge);
2- chi abbia commesso a danno di tali persone un delitto punibile con le norme sull'omicidio;
3- chi abbia denunziato calunniosamente tali persone o abbia falsamente testimoniato contro di loro;
4- chi abbia usato dolo o violenza per alterare la volontà testamentaria dell'ereditando;
5- chi abbia distrutto, nascosto o alterato il testamento dell'ereditando;
6- chi abbia falsificato un testamento o ne abbia consapevolmente approfittato.
Data la tassatività dei casi, l'indegnità non sussiste dunque né in ipotesi di omicidio colposo o preterintenzionale, né in
ipotesi di una causa di esclusione di punibilità, quali ad esempio la legittima difesa e lo stato di necessità.
La dottrina diverge in tema di classificazione dell'istituto, se esso cioè si configuri propriamente come incapacità
successoria o come sanzione civile in sede giudiziale. Pare preferibile la tesi dell'indegnità come incapacità successoria
in quanto è la stessa legge al 463 ad affermare letteralmente che l'indegno “è escluso dalla successione”: la formula
pare infatti configurare l'indegnità come un effetto legale connesso al compimento di fatti integranti la fattispecie di
indegnità stessa che una sanzione subordinata a una pronuncia giudiziale avente dunque efficacia costitutiva, come
invece tradizione e giurisprudenza affermano. La tesi dell'indegnità come incapacità successoria è inoltre in armonia
con altre norme quali la norma penale che sancisce l'incapacità successoria a carico dell'autore di reati contro l'onore e
la libertà sessuale e l'obbligo per l'indegno di restituire tutti i frutti eventualmente percepiti dai beni successori
dall'apertura della successione stessa. La sentenza accertativa di indegnità è dunque dichiarativa ed ha effetto
retroattivo consistente nel parificare l'indegno al possessore di mala fede, il quale è appunto tenuto alla restituzione
dei frutti pervenutigli all'apertura della successione ex 464, poiché, incapace di succedere, l'indegno non consegue
eredità. L'eredità si devolve dunque per rappresentazione ai discendenti dell'indegno, altrimenti ai chiamati successivi,
e i legati si estinguono a favore dell'onerato o del sostituito. L'azione proponibile, secondo il Bianca, da chiunque vi
abbia un rilevante interesse,anche solo morale, dal Trabucchi solo dai soggetti idonei al potenziale subingresso nella
delazione nella situazione che sarebbe spettata all'indegno.
L'indegnità, va ricordato, è un'ipotesi di incapacità successoria relativa, in quanto vige per la sola successione
relativamente alla quale si è posto in essere una delle ipotesi ex 463.
L'indegno può essere però riabilitato: sarà dunque opportuno analizzare l'istituto della riabilitazione.
Ai sensi del 466, chi è incorso nell'indegnità è ammesso a succedere quando la persona della cui successione si tratta
ve lo ha espressamente abilitato con atto pubblico o con testamento. Tuttavia l'indegno non espressamente abilitato,
se è stato contemplato nel testamento quando il testatore conosceva la causa dell'indegnità, è ammesso a succedere
nei limiti della disposizione testamentaria.
In summa, la riabilitazione è così ripartibile:
. Espressa: atto pubblico o testamento
. Tacita: nei limiti della disposizione testamentaria, solo se il de cuius, consapevole della causa d'indegnità, lo nomini.
La capacità testamentaria
La capacità testamentaria (testamenti factio) si divide in attiva e passiva. La capacità testamentaria attiva si configura
come l'idoneità giuridica a fare testamento ed è espressione della capacità di agire; la capacità testamentaria passiva è
l'idoneità del soggetto ad essere destinatario di attribuzioni testamentarie ed è quindi espressione della capacità
giuridica.
In base a quanto detto possiamo dunque affermare che la passiva spetta ha tutti coloro che hanno in linea generale
capacità successoria. La legge prevede però incapacità testamentarie relative, rientranti comunque nelle incapacità
successorie relative, a carico del tutore e protutore, del notaio che riceve testamento, dei testimoni e di chi scrive il
testamento segreto.
I nascituri
I nascituri sono, letteralmente, “coloro che nasceranno”. In tema di successione mortis causa, specie di capacità a
succedere, la loro disciplina si differenzia a seconda che essi siano configurabili come concepiti o non concepiti al
momento dell'apertura della successione.
A tal proposito è opportuno ricordare la già citata presunzione di concepimento ex 462 per cui,salvo prova contraria, si
presume concepito al tempo dell'apertura della successione chi è nato entro 300gg dalla morte della persona della cui
successione si tratta. Tale presunzione si configura come presunzione legale semplice e ammette la prova contraria dei
chiamati successivi.
Il nascituro concepito ha capacità successoria, ma questa è sottoposta a condizione legale risolutiva della mancata
nascita del chiamato: la mancata nascita comporta una cancellazione retroattiva della capacità. L' art.1 sancisce però
in linea più generale che la capacità giuridica “si acquista” all'evento della nascita: tale disposizione porta la maggior
parte della dottrina, perfino contro a specifica altra previsione normativa, a sostenere che il concepito non possa avere
capacità successoria; argomentazione ulteriore sarebbe inoltre l'impossibilità che esista una capacità successoria
relativa. La dottrina prevalente sosterrebbe dunque, in ipotesi di nascituro concepito, non una capacità successoria
sospensivamente condizionata alla nascita, ma una pendenza sino alla nascita. Detta dottrina in realtà, secondo il
Bianca, non tiene conto della disciplina normativa che, oltre a riconoscere la detta capacità successoria, riafferma la
normale applicazione della potestà genitoriale ex 320cc , per cui con l'autorizzazione del giudice tutelare il genitore e
accetta o rinunzia all'eredità o al legato in nome e nell'interesse del concepito, quale esercente potestà e dunque
rappresentante legale (nella normalità dei casi: esercizio congiunto di madre e padre).
Il fatto che il concepito potrebbe non trovare vita, il genitore deve sottostare agli obblighi cautelativi del curatore
dell'eredità giacente, pur non configurandosi come tale, al fine di tutelare le aspettative di coloro ai quali
eventualmente sarebbe devoluta l'eredità o il legato.
Parliamo ora del nascituro non concepito.
Il nascituro non concepito al momento dell'apertura della successione non ha capacità giuridica. La legge consente
però, sempre all'articolo sulla capacità successoria, cioè al 462, che possono ricevere per testamento i figli di una
determinata persona vivente al tempo della morte del testatore, benchè non ancora concepiti. E' opportuno dunque
anzitutto notare che il nascituro non concepito, a differenza del concepito, può pervenire alla successione solo per
disposizione testamentaria.
Il non concepito è così istituito erede dietro condizione sospensiva, cioè il suo venire o meno ad esistenza.
Nell'incertezza dell'evento, la delazione rimane sospesa e l'eredità è gestita da un amministratore: all'eventuale
genitore dunque non spetta l'amministrazione ereditaria ma unicamente la tutela dei diritti successori riservati a
ciascuno mediante atti cautelativi. Trovano infatti applicazione le regole dell'istituzione di erede sotto condizione
sospensiva in ragione di quanto detto, per cui ex 642 l'amministrazione dell'eredità spetta al sostituito ovvero ai
coeredi con diritto di accrescimento ovvero al presunto erede legittimo; il codice richiama inoltre la disciplina vigente
per i curatori dell'eredità giacente, per cui l'amministrazione si svolge sotto la vigilanza del tribunale.
In ipotesi di legato, l'onerato può essere obbligato a dare idonea cauzione a garanzia dell'eventuale obbligo di prestare
il bene legato a favore dell'avente diritto.
Persone giuridiche
Le persone giuridiche hanno capacità successoria; ciò è affermabile così genericamente in quanto dal 2000 anche gli
enti non riconosciuto sono capaci di succedere.
Come in tema di persone fisiche si hanno i nascituri, in tema di persone giuridiche si hanno gli enti da costituire, cioè
non ancora esistenti: le disp.att del codice civile obbligano il notaio a denunziare al prefetto gli atti inter vivos o mortis
causa,ergo testamenti, con i quali si dispongono fondazioni o si fanno donazioni o lasciti in favore di “enti da
costituire”. Come per i nascituri non concepiti, la costituzione dell'ente è condizione legale della disposizione
testamentaria.
In tema di fondazioni invece, ex art14 lo stesso testamento può contenerne l'atto costitutivo o prevederne la
costituzione come onere o condizione.

La successione futura
In tema di successioni mortis causa, i diritti sorgono all'apertura della successione: anteriormente dunque non esiste
alcun diritto in capo ai ccdd successibili. I successibili hanno dunque un'aspettativa di mero fatto, la quale non tutela
giuridica. In tema di una futura successione, cioè di trasferimenti di titolarità in ragione di una morte che deve ancora
avvenire, sarà opportuno affrontare diverse ipotesi, quali i patti successori, i negozi mortis causa, le donazioni, i
contratti post mortem, i contratti a favori di terzi, la materia societarie e il trust.
Vediamoli singolarmente
I Patti successori e il loro divieto
Il 458, avente come rubrica “divieto di patti successori”, sancisce la regola generale per cui gli stessi patti successori
sono nulli. Ai sensi del detto articolo si configurano come patti successori tutti i negozi che attribuiscono o negano
diritti su una successione non ancora aperta. Tale definizione è riassuntiva delle ipotesi previste dal detto articolo, le
quali vengono categorizzate in dottrina come patti successori:
- istitutivi: quando per convenzione un soggetto dispone della propria successione;
- dispositivi: quando con un negozio un soggetto dispone a favore di altri di diritti che gli potranno spettare su una
successione non ancora aperta;
- rinunciativi: quando con un negozio un soggetto rinunzia a diritti che gli potranno spettare su una successione non
ancora aperta.
Il divieto di patti successori trova origine nel diritto romano e conferma parziale nel codice francese; nel nostro
ordinamento trova vigenza per la tutela della liberalità testamentaria e in ragione del fatto che, prima dell'apertura
della successione, non sussistono ancora diritti inerenti ma solo aspettative di mero fatto. In Germania è invece
ammesso il patto successorio istitutivo, ma la sua pratica risulta ristretta al contratto successorio coniugale. Nel nostro
paese è sorta anche la proposta di prevedere il cd patto di famiglia, il quale, al fine di evitare lo smembramento
dell'impresa, la destinerebbe ad un unico titolare facendo salvi i diritti alla quota di legittima.
Il patto istitutivo realizza una istituzione di erede o un lascito legatario mediante contratto e trova divieto per le
predette ragioni: la libertà testamentaria e l'assenza di diritti prima dell'apertura della successione.
I patti dispositivi e rinunciativi non limitano invece l'autonomia del testatore e la ragione del loro divieto pare trovarsi
sia nella tentazione del disponente di spogliarsi di un diritto futuro per un vantaggio immediato spesso a condizioni
inique, sia per la ripugnanza sociale alla speculazione sull'eredità di una persona ancora in vita. La legge non sancisce
con nullità la vendita di cosa altrui, ma ex 1478 obbliga l'alienante a procurarne l'acquisto al compratore; questione è
se detta ipotesi potrebbe configurarsi anche come patto successorio. Sinteticamente, se la vendita è oggetto di
immediata esecuzione, questa non può configurarsi come tale in quanto sicuramente il venditore non ha fatto valere
anticipatamente la sua qualità di erede o legatario; viceversa, se l'esecuzione è rinviata alla morte del proprietario, il
negozio ricadrà nel divieto ex 458.
La legge prevede espressamente la nullità dei patti successori. Sempre in tema di dispositivi e rinunciativi, i detti patti
possono anche celarsi dietro una disposizione testamentaria apparentemente unilaterale ma che consiste
nell'adempimento del patto stesso. In tale ipotesi il Bianca afferma che sarà nulla la relativa disposizione testamentaria
mentre il resto della dottrina pare orientato per la validità della disposizione se l'esecuzione è successiva all'apertura
della successione. La giurisprudenza invece ritiene valida la disposizione testamentaria in adempimento di un patto
successorio dispositivo e/o rinunciativo solo quando si dimostri che il testatore fosse consapevole della nullità dell'
impegno assunto e avesse dunque disposto, non in credenza di un adempimento, ma in piena libertà.
Negozi mortis causa e negozi connessi alla morte
Si configura come negozio mortis causa, o negozio a causa di morte, l'atto di autonomia che ha la funzione di regolare
la successione dei diritti di una persona alla sua morte. Il nostro ordinamento prevede tipicamente come negozio
mortis causa valido il testamento; anche i patti successori sono in virtù della definizione predetta configurabili come
negozi mortis causa, ma sono nulli ex 458. La definizione stessa di negozio mortis causa pone la questione se, in
concreto, l'unico di tali negozi riconosciuto valido dal nostro ordinamento sia il testamento: ciò è affermabile nel senso
che il testamento è l'unico negozio con cui si possono attribuire diritti successori.
I negozi connessi alla morte sono invece negozi la cui efficacia dipende sì dalla morte di una persona, ma hanno ad
oggetto diritti non successori. Non attribuendo diritti successori non ancora sorti, i negozi connessi alla morte sono in
linea generale validi.
I due tipi di negozi trovano criterio distintivo nelle rispettive funzioni dei negozi; le stesse comportano che ai negozi
connessi alla morte non è estendibile la nullità vigente per i patti successori ex 458 in quanto, come detto, non
dispongono di diritti successori, ai quali corrisponde una finalità e un oggetto propri dei negozi mortis causa.
Donazioni
In tema di donazioni è opportuno affrontare le ipotesi di donazioni mortis causa, donazioni con riserva di usufrutto e
donazioni con clausola di premorienza. Vediamole singolarmente.
Le donazioni mortis causa sono le donazioni sospensivamente subordinate alla morte del donante. Disponendosi dei
diritti del donante in ragione della sua morte, la donazione mortis causa è evidentemente configurabile come patto
successorio, istitutivo, ex 458, pertanto nullo: la finalità della donazione mortis causa è infatti la medesima del
testamento, tutelato per il principio di liberà testamentaria.
La donazione con riserva di usufrutto è invece la donazione con cui il donante riserva a sé o ad altri il diritto di
usufrutto vita natural durante. Tale donazione non è configurabile come patto successorio in quanto l'effetto traslativo,
consistente nel trasferimento della nuda proprietà e nella costituzione di un usufrutto vitalizio, comporta un effetto
traslativo immediato, non subordinato pertanto alla morte del titolare dei diritti oggetto del negozio. La validità della
donazione con riserva di usufrutto trova quindi validità per la sua causa, propria della donazione come atto di
liberalità, la quale non pregiudica dunque la libertà testamentaria, che risulta di fatto totalmente estranea.
La donazione con clausola di premorienza è sospensivamente o risolutivamente condizionata alla premorienza,
rispettivamente, del donante o del donatario, a seconda che si abbia ad oggetto una configurazione o l'altra del
negozio. Vediamole distintamente. In primis, si configura come donazione con clausola di premorienza la
donazione risolutivamente condizionata alla premorienza del donatario. Detta donazione non è configurabile come
patto successorio in quanto non dispone di diritti successori futuri: l'effetto traslativo è infatti immediato, pertanto si
parla di un diritto attuale, il quale si estinguerà, e quindi non sorgerà, all'evento della morte.
La donazione sospensivamente condizionata alla premorienza del donante è invece un evidente negozio mortis causa
nullo in quanto configurabile come patto successorio: in esso è rinvenibile la tipica causa di morte,non la causa propria
della donazione. Il negozio è inquadrabile inoltre come una donazione mortis causa condizionata alla premorienza
dell'ereditando-donante all'erede-donatario.
Il mandato post mortem e il mandato a causa di morte
Il mandato post mortem è un mandato avente ad oggetto atti di natura non economica la cui esecuzione è subordinata
alla morte del mandante. E' opportuno valutare la validità del contratto in ragione dell'evento della morte e della
disciplina della fattispecie contrattuale.
Ex 1703, il mandato è il contratto con il quale un soggetto, cd mandatario, si obbliga a compiere atti giuridici per conto
di un altro soggetto, cd mandante. Essendo un contratto, il mandato richiede l'accordo delle parti ex1325: il mandato
post mortem richiede dunque il consenso del mandatario prima della morte del mandante poiché la morte stessa, ai
sensi del 1329, toglie di regola efficacia alla proposta contrattuale. Le norme sul mandato configurano inoltre la morte
come causa di estinzione, ma fanno salve le ipotesi in cui il mandato sia nell'interesse di terzi o del mandatario; tale è
l'ipotesi del mandato post mortem, il quale dunque è in linea generale valido ed efficace.
Il mandato post mortem, come anticipato nella definizione, può avere ad oggetto solo atti di natura non economica,
quale la cura della cremazione delle spoglie del mandante. I relativi incarichi possono comunque comportare spese per
il mandatario, le quali saranno a carico dell'erede, il quale sarà tenuto all'adempimento del mandato in virtù della
sopravvivenza dello stesso alla morte del mandante.
Se il mandato comporta invece l'attribuzione di diritti successori, esso si configura come mandato a causa di morte, il
quale risulta essere sostanzialmente un patto successorio istitutivo e pertanto nullo, nell'ipotesi in cui sia irrevocabile:
tutti i mandati a causa di morte però dunque nulli in quanto ogni mandato nell'interesse del mandatario o di terzi è, ai
sensi del codice, irrevocabile.
Contratti a favore di terzi
Ex 1411, il contratto a favore di terzi è valido solo se lo stipulante vi abbia interesse. Salvo patto contrario, il terzo
acquista il diritto contro il promittente per effetto della stipulazione, la quale però può essere revocata o modificata
dallo stipulante finchè il terzo non dichiari al promittente di volerne profittare.
Tra i contratti a favore di terzi rilevanti in questa sede troviamo l'assicurazione sulla vita e il deposito a favore di terzi.
In sede di assicurazione sulla vita, il codice prevede che la designazione del beneficiario può essere fatta con
dichiarazione scritta o per testamento mediante attribuzione della somma assicurata: la forma testamentaria non
pregiudica la fonte contrattuale della dazione.
Il deposito a favore di terzi è il contratto con cui il depositante designa un terzo come avente diritto alla restituzione; il
diritto alla restituzione può essere congiunto o disgiunto, in capo sia quindi al depositante che al terzo, oppure
esclusivamente in capo al terzo. Nella seconda ipotesi il depositante conserva la titolarità esclusiva del diritto fino
all'evento comportante la restituzione: nell'ipotesi in cui l'evento sia la morte del depositante, l'operazione potrebbe
configurarsi come nulla in quanto avente ad oggetto diritti successori. La nullità è dubbia in dottrina in quanto il
deposito in esame non appare limitativo della libertà testamentaria in quanto il depositante può in qualsiasi momento
revocare la disposizione a favore del terzo. La nullità sussisterà dunque nell'ipotesi in cui si ritenga il testamento come
unico negozio mortis causa valido.
Società e clausole statutarie
Spesso il rapporto societario realizza un'attribuzione a causa di morte al di fuori del testamento. Distinte ipotesi si
hanno però a seconda che si tratti di società di persone o società di capitali.
Nelle società di persone la morte del socio estingue il rapporto societario e comporta l'obbligo degli altri soci di
liquidare la quota agli eredi, ma è fatta salva la disposizione statutaria che prevede la continuazione del rapporto con
gli eredi: se prevista, agli stessi è fatta salva la facoltà di recesso, in quanto il rapporto ha carattere personale. Se la
clausola statutaria prevede invece la trasmissione del diritto societario ad altra persona, detta clausola integra un patto
successorio.
Nelle società di capitali la morte del socio non comporta invece la liquidazione della quota, poiché assume rilevanza il
capitale della persona anziché la persona stessa. Una clausola statutaria che prevedesse in capo agli eredi obbligo di
cessione della quota o che prevedesse un diritto di opzione a favore di terzi sarebbe anch'essa nulla per il divieto di
patti successori ex 458.
Più in generale, la società di capitali può configurarsi come un mezzo volto ad assicurare la continuazione dell'unità
patrimoniale dopo la morte del titolare: se il defunto conferisce i suoi beni a una società di capitali, infatti, gli eredi non
divengono proprietari dei beni, ma contitolari della quota sociale del defunto. Conseguentemente, agli eredi
spetteranno i poteri spettanti ai soci ma non potranno partecipare all'amministrazione e non potranno chiedere la
divisione del patrimonio: potranno solo alienare la loro quota o rimanere partecipi della società.
Il trust
Il trust è un istituto di matrice anglosassone riconosciuto dal nostro ordinamento.
In dottrina il trust viene configurato come strumento alternativo idoneo a realizzare finalità non prettamente
testamentarie, come sottrarre la gestione ereditaria ad un erede poco affidabile o come mantenere l'unità del
patrimonio. Il trust non si configura come patto successorio in quanto il disponente trasferisce immediatamente e
realmente la proprietà del patrimonio al fiduciario. Se si ammette la liceità dell'operazione, essa comunque non può
pregiudicare le quote dei legittimari: il loro diritto è fatto espressamente salvo anche dalla Convenzione dell' Aia del
1985. L'istituto del trust trova comunque difficoltà di integrazione nel nostro ordinamento: non sussistono infatti
disposizioni normative in tema di opponibilità, pubblicità, ed efficacia o meno erga omnes, dei diritti oggetto.

Apertura della successione


Ai sensi del 456cc, articolo di apertura del libro delle successioni, la successione si apre al momento della morte, nel
luogo dell'ultimo domicilio del defunto.
Mentre la determinazione del luogo è volta a stabilire l'autorità giudiziaria territorialmente competente per i
procedimenti successori, l'apertura della successione, coincidente dunque con il momento della morte del de cuius,
determina l'estinzione della titolarità dei diritti spettanti al defunto stesso e inizia la vicenda traslativa dell'eredità ai
successori. Per avere una successione sarà innanzitutto necessario individuare i successori: I successori vengono
dunque chiamati all'eredità e vengono definiti come tali. L'apertura della successione comporta infatti di regola la cd
delazione, la quale si configura come l' investitura in capo ai ccdd chiamati del diritto di succedere.
La delazione individua dunque i chiamati all'eredità e lì investe del diritto di farla propria o, se legatari, di conseguire il
legato. Il diritto di far propria l'eredità non è ancora acquisto dell'eredità: l'eredità si acquista solo per mezzo di
accettazione della stessa. Il legato non richiede invece atto di accettazione e pertanto l'acquisto è automatico, salva
comunque la facoltà di rinunzia. Si può quindi riassumere affermando che in relazione agli eredi, la delazione li investe
in quanto chiamati del diritto di accettare l'eredità.
Come vedremo, l'accettazione ha efficacia retroattiva all'apertura della successione (459): al fine di garantire la
continuità nella titolarità: essendo l'apertura estintiva dei diritti del defunto, in quanto morto, il patrimonio rimarrebbe
altrimenti senza titolare nel lasso di tempo tra l'apertura e l'accettazione.
L'art. 457 cc, avente rubrica “Delazione dell'eredità”, regola la successione mortis causa, precisando anzitutto che
l'eredità si devolve per legge o per testamento. Tale bipartizione individua e bipartisce la successione, rispettivamente,
in legittima,o intestata, e testamentaria. La seconda vige in ipotesi di testamento e prevale sulla legittima: ex 457
infatti non si fa luogo alla successione legittima se non quando manca, in tutto o in parte, quella testamentaria. In
ipotesi di testamento quindi, la successione legittima svolte una funzione integrativa e suppletiva. Sebbene l'articolo
parli solo di disposizioni testamentarie, entrambi i tipi di successioni mortis causa non possono pregiudicare la quota
dei legittimari, i quali si configurano come gli stretti congiunti del defunto.
Tornando propriamente alla chiamata, parte della dottrina, come il Trabucchi e a differenza del Bianca, distingue tra
delazione e vocazione; tale distinzione troverebbe ragione nel fatto che la chiamata vera e propria potrebbe avvenire
anche successivamente all'apertura della successione. Una configurazione simile però comporterebbe il rischio di una
duplicazione dello stesso concetto senza avere nemmeno riscontro in un dato normativo: la distinzione tra delazione e
vocazione non pare pertanto accoglibile. Tralasciando le configurazioni proposte in dottrina, è comunque vero che la
delazione può non essere contestuale all'apertura della successione: è vero cioè che esistono ipotesi in cui il chiamato
riceva solo in un momento posteriore il diritto di accettare l'eredità o di far proprio il legato. Tra le ipotesi ricordiamo:
- disposizione testamentaria [istitutiva] sospensivamente condizionata: nel frattempo il legato o l'eredità rimangono a
favore del beneficiario;
- disposizione testamentaria a favore del nascituro non concepito o di un ente da costituire.
Ricordiamo infine che le successioni mortis causa trovano sempre un successore: se nessuno tutti parenti entro il VI
grado, nell'ordine sancito dalla legge, rinunciano all'eredità, la stessa è devoluta allo Stato, il quale si configura come
unico erede necessario. Questo significa che tutti gli altri chiamati sono liberi di accettare o meno l'eredità.
Trasmissione agli eredi del diritto di accettazione
La legge disciplina espressamente l'ipotesi in cui un chiamato (cd B) muoia prima di accettare l'eredità dell'ereditando
(cd A) e abbia a sua volta dei successibili (cd C); in particolar modo, la legge disciplina il trasferimento del diritto di
accettare l'eredita del primo ereditando(A) dal secondo ereditando(B) ai suoi eredi(C).
E' importantissimo premettere come la trasmissione agli eredi del diritto di accettare l'eredità è preclusa dalla
rappresentazione (468), la quale, come vedremo, vige in ipotesi di discendenti dell'ereditando o dei suoi fratelli.
Ai sensi del 479, se il chiamato all'eredità (B) muore senza averla accettata, il diritto di accettazione si trasmette agli
eredi del chiamato stesso(C) . Gli eredi (C) subentrano nel diritto di accettare l'eredità spettante al defunto (B) in
quanto eredi dello stesso. Gli eredi del defunto che accettano l'eredità del chiamato divengono diretti eredi anche del
primo ereditando, salvo ovviamente gli obblighi strettamente personali. Il tutto è volto ad evitare un doppio passaggio
di eredità, il quale non può sussistere poiché il secondo ereditando (B) non l'ha accettata.
Il diritto di accettazione in esame rientra comunque nell'eredità del secondo ereditando(B): il chiamato(C) che rinunzia
all'eredità di questi perde dunque anche il diritto di accettare l'eredità del primo defunto (A) mediante il diritto di
accettazione trasmesso dal chiamato alla prima successione premoriente all'accettazione stessa(B); il tutto trova
conferma sempre nel 479cc.
Gli eredi(C) possono essere più di uno: in tale ipotesi subentrano pro quota nel diritto di accettazione. La contitolarità
impone che l'accettazione debba essere congiuntiva: gli eredi che non vogliono accettare decadono definitivamente
dal diritto di accettarla e la loro quota accresce quella degli altri coeredi.
L'istituto trova primo riconoscimento generale sotto Giustiniano come transmissio iustiniana.
Riassuntivamente, la trasmissione del diritto di accettazione agli eredi(C) è disciplinata dalla rappresentazione (468)
quando questi si configurino come discendenti dei figli o dei fratelli del primo ereditando(A), e che quindi il secondo
ereditando (B) sia figlio o fratello del primo (A). Nelle altre ipotesi, il diritto di accettare l'eredità segue invece la
disciplina finora descritta ai sensi del 479.
Poteri del chiamato prima dell'accettazione
Il chiamato, prima dell'accettazione, in ragione dei suoi interessi, ha poteri di conservazione e di amministrazione
temporanea. Tali poteri si concretizzano, salvo la nomina di un apposito soggetto, il cd curatore dell'eredità, nella
possibilità di esercitare i seguenti atti ex 460:
. azioni possessorie (1168ss);
. atti conservativi, di vigilanza e di amministrazione temporanea, tra cui la vendita autorizzata dei beni che non si
possono conservare o la cui conservazione importa grave dispendio.
Vediamo singolarmente ogni atto, precisando che se invece il chiamato esercita un'azione nella qualità di erede,
l'accettazione è implicita nel fatto che la legittimazione ad esperire l'azione richiede la qualità di erede. Parimenti, si ha
accettazione anche quando il chiamato si avvale della legittimazione spettante all'erede pur potendo avvalersi della
speciale legittimazione conferita al chiamato per la conservazione dell'eredità.
Azioni possessorie
Il 460 riconosce in capo al chiamato non ancora accettante l'esercizio delle azioni possessorie disciplinate dal 1168ss: la
legittimazione si concretizza nella possibilità sia di proporre nuove azioni che di succedere legittimamente nei giudizi
possessori già iniziati dal defunto. Il 460 afferma che tale possibilità non richiede al chiamato la materiale apprensione
dei beni oggetto: da ciò si deduce che il chiamato è legittimato proprio dal 460 e non dalla sua configurabilità come
possessore. Il Bianca afferma infatti che, corrispondendo il possesso alla titolarità di un diritto reale e non essendo il
chiamato titolare di alcuno diritto reale sui beni del defunto in quanto non ancora accettante, egli si configura come
detentore dei beni del defunto [diversamente trabucchi?]. Si può dunque riassuntivamente affermare che il chiamato
esercita, in quanto detentore, un potere provvisorio per conto di chi spetta, mentre colui che ha già accettato agisce
come possessore; è infatti in lui inequivocabilmente presente un animus possidendi.
Atti conservativi
Gli atti conservativi consistono nei seguenti atti:
- domande di provvedimenti urgenti a difesa dell'eredità;
- atti di resistenza giudiziale contro le altrui pretese sui beni ereditari;
- atti giuridici extra-giudiziali volti a preservare i diritti ereditari (es. atti interruttivi della prescrizione)
Atti di vigilanza
Gli atti di vigilanza sono gli atti di verifica del diligente comportamento di coloro cui sono affidati beni ereditari in
custodia o amministrazione. Il potere di vigilanza permante pertanto in capo al chiamato anche nell'ipotesi in cui sia
nominato un curatore dell'eredità.
Amministrazione temporanea
L'amministrazione temporanea comprende tutti gli atti di gestione ordinaria necessari per evitare l'insorgere o
l'aggravarsi di danni per l'eredita.
L'amministrazione temporanea trova diversa disciplina a seconda che il chiamato abbia o meno la detenzione dei beni
ereditari. Se il chiamato non ha in detenzione i detti beni, può compiere solo isolati atti di amministrazione oppure può
decidere di assumere l'amministrazione temporanea dell'eredità; nella seconda ipotesi può procedere all'appressione
dei beni ereditari e, avendoli in detenzione, seguirà la disciplina che segue. Nell'ipotesi in cui il chiamato abbia la
detenzione dei beni ereditari è per ciò stesso tenuto alla loro amministrazione temporanea.
L'amministrazione temporanea, come detto, comprende tutti gli atti di gestione ordinaria necessari per evitare
l'insorgere o l'aggravarsi di danni per l'eredita. Esplicitamente previsto dal 460, il chiamato può vendere dietro
autorizzazione giudiziaria i beni che non si possono conservare (ad es. in quanto deperibili) o la cui conservazione
importa un grave dispendio. La vendita senza autorizzazione comporta per il chiamato, salvo incapace, l'accettazione
dell'eredità, in quanto ha posto in essere un atto richiedente la qualità di erede.
Il chiamato tenuto all'amministrazione temporanea, cioè il chiamato detentore, è responsabile per grave negligenza
nella conduzione della gestione. Le spese sono a carico del chiamato; se rinunzia all'eredità, le spese divengono a
carico dell'eredità stessa ex 461.
Per il minore legalmente rappresentato dal genitore, secondo la giurisprudenza, la competenza spetta, come da regola,
al giudice delle successioni sentito il giudice tutelare.
L'eredità giacente e il curatore
L'eredità è detta giacente quando il chiamato non ne ha il possesso e non l'ha ancora accettata; è un' ipotesi che si
verifica in pendenza della delazione. Il 528, che apre il capo sull'eredità giacente, prevede nella detta situazione la
nomina di un curatore per la gestione del patrimonio ereditario; in ipotesi di possesso dei beni ereditari infatti
l'amministrazione temporanea spetta invece, come visto, al chiamato possessore. La necessità del curatore può anche
dal punto di vista logico essere ravvisata nel fatto che, il chiamato, sebbene abbia anch'esso a prescindere dal possesso
poteri amministrativi, potrebbe non essere stato ancora avvisato o identificato: in detta pendenza, il curatore risulta
quindi una figura chiaramente necessaria. A tal proposito, in giurisprudenza l'istituto dell'eredità giacente ha trovato
applicazione sia nell'ipotesi in cui non si sappia se vi siano chiamati, sia nell'ipotesi in cui la persona del chiamato non
sia mai esistita. Diversamente, la dottrina è propensa limitare l'istituto al periodo nel quale il chiamato [in assenza di
chiamati possessori] non abbia ancora accettato; il Bianca concorda con la giurisprudenza per la prima ipotesi, mentre
in caso in cui si ignori l'esistenza del chiamato precisa l'esistenza di apposita norma che prevede la delazione in favore
di coloro ai quali l'eredità spetterebbe in mancanza di detta persona.
Riassuntivamente, si ha eredità giacente, quando il chiamato non ha accettato l'eredità e non è nel possesso dei beni
ereditari; tra le ipotesi particolari:
- istituzione di erede sospensivamente condizionata, tra cui vi rientra il nascituro non concepito;
- mancato avviso o identificazione del chiamato;
- ignoranza della presenza di chiamati (giurisprudenza e Bianca);
- ignoranza sull'esistenza di un chiamato (giurisprudenza).
Vediamo ora la figura del curatore e i suoi compiti.
Il curatore
Il curatore dell'eredità giacente, ex 528, è nominato dal tribunale competente nell'ipotesi in cui il chiamato non abbia
accettato l'eredità e non sia possessore dei beni ereditari. Il provvedimento è di volontaria giurisdizione è può essere
preso su istanza delle persone interessate o anche d'ufficio; si configurano come persone interessate i chiamati
all'eredità e i designati ulteriori, i creditori del defunto e coloro che possono proporre azioni relative all'eredità.
La curatela termina quando cessa la situazione di giacenza, cioè all'accettazione dell'eredità.
Il curatore dell'eredità è titolare di un ufficio privato: il curatore rappresenta legalmente l'erede ed è pertanto
responsabile sia verso gli eredi stessi che verso i creditori. Gli atti giuridici dallo stesso posti in essere saranno quindi in
virtù della rappresentanza imputati agli eredi. Tale è l'opinione del Bianca, mentre il Trabucchi sostiene che il curatore
curi le ragioni dell'eredità intesa come patrimonio autonomo. [Le ragioni, oggetto dell'ufficio, dal punto di vista
letterale ex 529, sono quelle dell'eredità : ciò pare sostenere la configurazione del curatore non come rappresentante
degli eredi, ma come rappresentante dell'eredità giacente in quanto patrimonio autonomo].
Il curatore ha diritto ad un compenso e risponde per la normale diligenza nella gestione.
Il 529ss sanciscono che il curatore, in virtù del suo ufficio, è obbligato a:
1) inventario;
2) ordinaria amministrazione;
3) rendiconto;
4) atti di straordinaria amministrazione dietro necessità e autorizzazione
5) riscossione crediti e pagamento debiti ereditari;
6) stare in giudizio in via attorea o come convenuto.
E' opportuno precisare sin da ora come, ai sensi del codice stesso, gli obblighi di inventario, amministrazione e
rendiconto trovano la medesima disciplina che vige in ipotesi di accettante con beneficio di inventario, salva la
responsabilità maggiore del curatore, il quale risponde infatti,in virtù dell'ordinaria diligenza, anche per colpa lieve.
Diamo ora alcune precisazioni. Gli atti di straordinaria amministrazione devono essere necessari e autorizzati dal
tribunale; la necessità sussiste in ipotesi di utilità evidente o quando l'atto è richiesto per soddisfare le altrui pretese a
carico dell'eredità. La mancata autorizzazione comporta l'inefficacia dell'atto. Ricordiamo che, come di regola accade,
fra gli atti di straordinaria amministrazione rientrano gli atti di liquidazione del patrimonio, ergo di alienazione. In tema
di pagamento di debiti ereditari, argomento strettamente collegato, il curatore può pagare i creditori semplicemente
secondo l'ordine delle richieste, salvo opposizione di uno dei creditori, ipotesi che comporta l'applicazione della
disciplina vigente in tema di accettazione con beneficiata.
L'esecutore testamentario
Come lascia sottintendere il nome, l'esecutore testamentario è una figura eventuale sussistente solo in ipotesi di
testamento: è infatti esecutore testamentario la persona incaricata dal defunto di curare l'attuazione degli obblighi e
diritti successori [rectius testamentari?]. L'esecutore è dunque colui che il defunto nomina affinchè sia data esecuzione
alle sue disposizioni di ultima volontà. La legge prevede espressamente in capo al testatore, ex 700, la facoltà di
nomina di uno o più esecutori: la detta nomina rientra negli atti di natura non economica, cioè di contenuto non
patrimoniale: l'incarico è consentito sia in via testamentaria che extra testamentaria; la seconda trova espressione nel
mandato mortis causa, ritenuto però ammissibile solo in quanto non disponga di diritti successori e solo se il contratto
sia stato concluso, cioè solo nell'ipotesi in cui mandatario abbia accettato prima della morte del mandante. Come
disposizione testamentaria, invece, la nomina dell'esecutore è un atto essenzialmente unilaterale, sebbene richieda
accettazione solenne; l'unilateralità trova anche ragione nel fatto che, se il de cuius non ha previsto un sostituto,
nell'ipotesi in cui il nominato non accetti l'istituto non ha luogo.
L'esecutore è titolare, come il curatore, di un ufficio privato. Mentre il curatore si configura come rappresentante degli
eredi, l'esecutore dovrebbe in parallelo configurarsi come rappresentante dell'ereditando: ciò non è possibile in
quanto la morte estingue la capacità giuridica della persona. L'esecutore è pertanto titolare di poteri autonomi
nell'interesse per il quale il testatore nomina l'esecutore, ma come detto, vi è autonomia, non rappresentanza,
contemperata dal fatto che i poteri sono vincolati all'ufficio. Come vedremo, i due soggetti presentano per la loro
funzione più fattori di analogia, i quali si estendono anche alle concrete funzioni.
Ai sensi del 703, L'esecutore deve curare che siano esattamente eseguite le disposizioni di ultima volontà del defunto.
Tale funzione si concretizza principalmente in:
1) amministrazione ordinaria e presa in possesso della massa ereditaria;
2) atti di straordinaria amministrazione necessari e autorizzati;
3) rendiconto
3) pagamento debiti ereditari e legati;
4) adempimento oneri testamentari;
5) rappresentanza processuale.
In tema di amministrazione e presa in possesso, i relativi poteri e doveri sottostanno alla disciplina dettata per il
curatore dell'eredità giacente. Parimenti, anche l'esecutore testamentario è responsabile nella normale diligenza.
Vediamo ora le conseguenze dell'autonomia della funzione, cioè dell'assenza di legittimazione per rappresentanza.
La funzione dell'esecuzione prescinde di regola dall'accettazione dell'eredità , in quanto i poteri sono autonomi. Di
conseguenza, anche in presenza di esecutore, il chiamato non accettante rimane legittimato a compiere atti
conservativi e l'accettante può comunque, non pregiudicando la funzione dell'esecutore stesso, prendere possesso e
godere dei beni ereditari. A tal proposito, ex 707, L'esecutore testamentario è tenuto alla consegna dei beni, non
necessari all'esercizio del suo ufficio, alla richiesta dell'erede.
Dal punto di vista processuale, risultano legittimati a stare in giudizio in ragione dell'eredità sia l'erede che l'esecutore.
Dal punto di vista attivo, la legittimazione processuale dei detti soggetti è disgiuntiva: in sostanza, se agisce uno, l'altro
può intervenire; dal punto di vista passivo la legittimazione processuale è invece congiuntiva: l'azione relativa
all'eredità proposta nei confronti di uno deve dunque essere proposta anche nei confronti dell'altro.
La durata dell'ufficio, la legge non prevede nulla espressamente, ma stabilisce la durata massima del possesso dei beni
ereditari da parte dell'esecutore testamentario, la quale è di un anno. L'amministrazione pertanto avrà medesima
durata ed è dunque possibile ritenere coincidente la durata dell'incarico con la durata del possesso.
Esistono anche ipotesi particolari, in cui la cessazione dell'ufficio è anticipata; stiamo parlando delle cause di esonero,
le quali possono essere così riassunte:
. grave inadempimento;
. inidoneità alla funzione;
. compimento di un atto che menomi la fiducia.
Comunque sia, al termine della gestione l'esecutore è tenuto alla consegna dei beni e al rendiconto della gestione. Le
spese della gestione sono a carico dell'eredità e, salvo diversa disposizione testamentaria, l'ufficio di esecutore
testamentario è gratuito.

DELAZIONE VACANTE ovvero VOCAZIONE INDIRETTA


Pure in presenza di testamento, nell'ipotesi in cui la vocazione non possa avere una completa efficacia, si seguono in
ordine e in via sussidiaria determinati criteri di devoluzione previsti dalla legge. I detti criteri possono comportare
ulteriori chiamati rispetto a quelli iniziali, i quali sono oggetto della cd vocazione diretta, e pertanto la delazione che
segue i detti criteri viene detta vacante, o speciale, in quanto volta alla determinazione dei chiamati e delle loro quote.
Nell'ordine, i criteri elencati sono uno esclusivo dell'altro (da cui la sussidiarietà), ed alcuni trovano ragione di essere
solo nella successione testamentaria.
1) Sostituzione (testamentaria);
2) Rappresentazione [e trasmissione del diritto di accettazione dove va?];
3) Accrescimento (testamentaria?);
4) Regole della vocazione legittima e inefficacia dei legati.
Si ricorda la regola generale per cui non possono esser e pregiudicate le quote dei legittimari; tale precisazione assume
rilevanza specialmente negli istituti di carattere testamentario, in quanto l'ereditando potrebbe tendere a limitare
oltremodo i lasciti agli stretti congiunti o addirittura a escluderli dalla successione. Analizziamo singolarmente ciascun
criterio di devoluzione
1)La sostituzione
La sostituzione si ha solo nella successione testamentaria: si ha infatti sostituzione quando il testatore, che istituisce un
erede o nomina un legatario, fa delle chiamate di secondo grado. La sostituzione è ordinaria o fedecommissaria; in
questa sede parleremo della sostituzione in quanto ordinaria, poiché la fedecommissaria assume rilievo marginale in
virtù del fatto che è ammessa solo quando si configuri come fedecommesso assistenziale.
Dal punto di vista “gerarchico”, la sostituzione prevale sugli altri criteri di devoluzione ma non, salvo espressa volontà
del testatore, sulla trasmissione del diritto di accettazione agli eredi: salvo apposita disposizione testamentaria
dunque, la morte del designato prima dell'accettazione non comporta sostituzione dello stesso ma trasmissione del
diritto di accettazione agli eredi di quest'ultimo.
Per mezzo della sostituzione (ordinaria), ex 688, il testatore può sostituire il chiamato di primo grado, cd sostituito,
con un secondo grado, cd sostituto, quando il primo non possa o non voglia accettare l'eredità. La sostituzione è una
chiamata autonoma ed originaria solo subordinata a una condizione che concerne la prima chiamata: ciò significa
sostanzialmente che la nullità della prima non pregiudica la sostituzione stessa.
Come visto, ai sensi del 688 la sostituzione ha di regola il presupposto che il chiamato non possa o non voglia accettare
l'eredità; sarà dunque opportuno definire le dette ipotesi in linea generale, cioè in base a come di regola si
concretizzano:
. non poter accettare: premorienza all'ereditando, esistenza incerta, indegnità, perdita del diritto di accettazione per
prescrizione o decadenza;
. non voler accettare: rinunzia all'eredità.
Più in generale ciò significa che la sostituzione ha effetto quando per qualsiasi causa il designato non venga alla
successione (es.prescrizione).
In virtù della libertà testamentaria, il testatore può disporre sia dei presupposti stessi che dei soggetti dell'istituto:
anzitutto, il testatore subordinare la sostituzione a determinati effetti impeditivi, quale, in primis e ad esempio, la
rinunzia del primo istituito; per presunzione legale però, la sostituzione prevista per un determinato caso impeditivo
s'intende comprensiva anche dei casi non previsti, salvo espressa disposizione del testatore. Per quanto concerne i
soggetti della sostituzione, la sostituzione stessa viene così tripartita:
. plurima: quando il testatore sostituisce a una persona più persone. La legge prevede anche il viceversa;
. consecutiva: quando il testatore dispone delle chiamate che seguono anche alla seconda;
. reciproca: quando il testatore dispone la sostituzione in maniera reciproca tra chiamati di primo grado (es. eredi A,B;
se A non accetta, B e C è sostituto et se B non accetta A è sostituto). Nella reciproca i sostituiti sono chiamati nella
quota vacante proporzionalmente alla quota per cui sono istituiti in primo grado, salvo diversa volontà del testatore.
Se insieme ai designati reciproci è chiamato in sostituzione anche un terzo, le quote, sempre salva la diversa volontà
del testatore, si dividono in parti uguali.
Per quanto concerne il contenuto della sostituzione, abbiamo detto che questa è originaria e autonoma, e dunque solo
condizionata alla prima designazione; sempre di sostituzione però si parla: il sostituito è pertanto gravato dalle
condizioni e dagli oneri previsti dalla chiamata di primo grado, salvo che si tratti di prestazioni che riguardano la
persona dell'onerato. Il testatore ha comunque in proposito libertà testamentaria.
2) La rappresentazione
Ai sensi del 467 e del 468, la rappresentazione si configura come il diritto dei discendenti dell'ereditando o dei suoi
fratelli di subentrare nel luogo e nel grado del loro ascendente in tutti i casi in cui questi non può o non vuole accettare
l'eredità o il legato. L'istituto risulta conforme alla regola per cui nelle successioni legittime il parente più stretto arriva
a escludere gli altri dalla successione. I discendenti dell'ereditando o del fratello dello stesso vengono definiti come
rappresentanti e costituiscono, assieme al fatto che il cd rappresentato sia figlio o fratello del de cuius, il presupposto
soggettivo della rappresentazione, la quale, in virtù del termine “discendenti” opera in tale linea retta, appunto
discendente, all'infinito. Tra i chiamati in rappresentazione, la suddivisione della quota si ha per stirpi nell'ambito di
ciascun ramo.
Il non poter o non volere accettare l'eredità da parte dell'ascendente, cd rappresentato, è presupposto oggettivo della
rappresentazione, analogamente a quanto detto in ipotesi di sostituzione. E' opportuno precisare che la
rappresentazione opera anche nell'ipotesi di diseredazione se si ritiene questa come forma autonoma di esclusione
dall'eredità; se si ritiene invece la diseredazione come espressione della volontà di beneficiare gli altri eredi legittimi, la
rappresentazione sarebbe preclusa per la sovraordinazione della disposizione testamentaria.
Come anticipato in tema di trasmissione agli eredi del diritto di accettare l'eredità, la rappresentazione prevale sulla
detta trasmissione in ragione del particolari soggetti dell'istituto. Si può sinteticamente affermare che la
rappresentazione prevale sulla trasmissione agli eredi del diritto di accettare l'eredità e sul diritto di accrescimento, ma
è subordinata alla sostituzione, in quanto assume rilevanza centrale in detta ipotesi la volontà testamentaria. Sempre
in tema della centrale rilevanza della libertà testamentaria, la rappresentazione è inoltre esclusa in sede di diritti di
natura personale, quale il diritto di abitazione e il legato di usufrutto, nell'ipotesi in cui il rappresentato sia stato
designato dal testamento: si presume infatti, in virtù del carattere della personalità dei relativi diritti, che il testatore
abbia voluto beneficiare di tali diritti solo l'istituito.
Da definizione, ai sensi del 467, la rappresentazione fa subentrare i rappresentati nel grado e nel luogo del
rappresentato. Quello che viene dalla legge definito come subingresso, comporta che i rappresentanti possano agire in
riduzione in ipotesi di lesione della quota dell'ascendente: in tal caso devono imputare le donazioni e i legati di cui
quest'ultimo abbia beneficiato da parte del defunto, salvo espressa dispensa, e conferire in collazione le donazioni
fatte dal defunto all'ascendente; i rappresentanti invece non devono conferire in collazione le donazioni fatte loro dal
rappresentato e possono esercitare il diritto in cui subentrano anche se indegni nei confronti di del rappresentato
stesso o anche se abbiano rinunziato alla sua eredità. Ciò è legittimo in quanto chi succede per rappresentazione non è
successore del rappresentato, ma successore del de cuius: tale è l'effetto infatti della rappresentazione.
A tal proposito è opportuno chiarire la natura giuridica della rappresentazione.
Il 467 afferma che i rappresentanti subentrano nel luogo e nel grado dell'ascendente nei casi in cui questi non può o
non vuole accettare l'eredità o il legato. Il termine “subentrare” pare implicare un trasferimento del diritto di
accettazione dal rappresentante al rappresentato. Il diritto del rappresentato è invece propriamente un diritto proprio,
il quale li qualifica come diretti successori del defunto. Il testo normativo pare più che altro configurare quello che
definisce subingresso come una surrogazione legale: in tale senso, oggetto della surrogazione è il diritto di accettare
l'eredità in capo all'ascendente, ma in realtà il diritto sorge ex lege in capo ai suoi discendenti a prescindere che egli ne
abbia acquistato o meno la titolarità. Pertanto il Bianca definisce la rappresentazione come un'ipotesi di surrogazione
legale del rappresentante nel diritto successorio destinato, non quindi per forza acquistato, al rappresentato.
3) L'accrescimento
Ex 674,Si configura come accrescimento l'automatica inclusione delle quota vacante nelle quote degli altri coeredi o
collegatari istituiti nel medesimo testamento: i detti soggetti “accrescono” la loro quota della quota di del coerede che
non vuole o non può accettare l'eredità. L'accrescimento richiede che la quota vacante sia libera: ciò significa, come
anticipato, che la quota non si devolva per sostituzione, cioè per diversa volontà del testatore, o per rappresentazione;
parimenti non si ha accrescimento se l'erede muore dopo l'apertura della successione ma prima dell'accettazione, in
quanto il diritto di accettazione si trasmette a sua volta ai suoi eredi. In tema di legato è opportuno ricordare che
questo è immediatamente acquisito ed è fatta salva la facoltà di rinunzia, pertanto alla morte del legatario dopo
l'apertura della successione, non vi sarà accrescimento poiché il legato sarà trasmesso agli eredi del legatario non
rinunziante salva la facoltà di rinunzia in capo dunque agli eredi stessi. Fa eccezione al regime il legato di usufrutto
congiuntivo, dove l'accrescimento trova applicazione anche quando il legatario muoia dopo aver preso il possesso del
bene.
L'accrescimento richiede inoltre la cd congiuntività: si ha, in ipotesi di legato, solo nel caso in cui vi siano più collegatari
designati senza determinazione di parti o con determinazione in parti uguali, e si ha, in ipotesi di eredità, solo nel caso
in cui vi siano più eredi istituiti nel medesimo testamento o nella stessa quota senza determinazione di parti o in parti
uguali. L'accrescimento tra eredi dunque richiede la cd chiamata congiuntiva. Nella successione legittima
l'accrescimento ha luogo a favore dei chiamati di pari grado.
La legge prevede l'accrescimento in tema di successione testamentaria: parte della dottrina ritiene dunque che non
operi a favore del coerede legittimo in quanto pregiudicherebbe la presunta volontà del testatore al designare
determinati soggetti [sic trabucchi?]: il Bianca precisa però che l'accrescimento prescinde dalla volontà del testatore in
quanto criterio legale di devoluzione della quota vacante. Il testatore può comunque escludere l'accrescimento, come
visto, mediante la sostituzione.
L'accrescimento è automatico, opera cioè di diritto: ciò significa che i coeredi non hanno bisogno di accettare
l'accrescimento, in quanto non si amplia la loro quota, cioè la loro percentuale o il loro rapporto, la ma la quantità su
cui essa è calcolata. Il Bianca afferma quindi che la chiamata congiuntiva è per legge potenzialmente comprensiva della
quota vacante.
L'automaticità ha effetto dal momento dell'apertura della successione. Di conseguenza, il coerede rinunziante non può
revocare la rinunzia: gli altri coeredi hanno già, al sussistere dei presupposti di congiuntività e libertà, acquistato la sua
quota. L'acquisto della quota vacante comporta l'assunzione degli obblighi e degli oneri inerenti, salvo il loro carattere
strettamente personale.
Una dottrina, oggi prevalente, afferma che l'accrescimento, inteso come autonomo criterio di attribuzione di una
quota vacante, sarebbe estraneo al corpo della successione legittima; secondo tale pensiero la proposizione letterale
contenuta nell'art. 522 c.c.che così statuisce:"la parte di colui che rinunzia si accresce..." indicherebbe semplicemente
l'effetto di una ulteriore applicazione della norma sulla successione legittima nella diversa fattispecie di concorso
nascente in conseguenza della rinunzia.
Tale orientamento porta ad escludere che un fenomeno di questo tipo possa verificarsi nell'ambito di fattispecie
successorie la cui disciplina è dettata dalla legge soprattutto alla luce dell'art. 521 c.c. ai sensi del quale chi rinunzia
all'eredità è considerato come se non vi fosse mai stato chiamato
4) La successione legittima
In mancanza, nell'ordine, dei presupposti per la trasmissione agli eredi del diritto di accettazione, per la sostituzione,
per la rappresentazione e per l' accrescimento, ai sensi del 677, l'eredità vacante o la parte vacante dell'eredità si
devolve secondo le regole della successione legittima: ciò significa che l'eredità si devolve ai parenti di grado prossimo.
I chiamati ulteriori per successione legittima hanno un loro titolo autonomo il cui termine decennale decorre
dall'apertura della successione o dall'accertamento dell'inefficacia dell'acquisto del primo designato. Gravano sui detti
chiamati ulteriori gli obblighi previsti a carico del mancato successore, salvo sempre il loro carattere personale.
Il legato in tutto o in parte vacante non devoluto secondo i predetti criteri legali si estingue a profitto dell'onerato, che,
come di regola, non assume gli obblighi e gli oneri di carattere personale di cui il legato era gravato.

Accettazione dell'eredità
L'accettazione dell'eredità è il negozio unilaterale non recettizio con cui, ex459, si acquista l'eredità; l'acquisto ha
efficacia retroattiva dall'apertura della successione. Mediante l'accettazione, il chiamato si configura come erede; il
diritto di accettare in capo al chiamato si prescrive in 10 anni. Mentre l'acquisto dell'eredità richiede la sola capacità
giuridica, l'accettazione richiede la capacità d'agire: gli incapaci devono dunque essere rappresentati o assistiti.
Oggetto dell'accettazione è la successione ereditaria e non lo specifico titolo legittimo o testamentario: l'accettazione
è dunque comprensiva dell'intera posizione successoria devoluta all'accettante.
Nullità e annullabilità.
In tema di nullità, l'accettazione è nulla se:
. parziale: cioè nelle ipotesi in cui il chiamato accetta una delazione e rinunzia all'altra;
. subordinazione a termine o condizione .
Trattiamo ora dell'annullabilità ricordando, in primis, che l'accettazione è un negozio irrevocabile. In quanto negozio,
l'accettazione è annullabile per vizi della volontà. Basta in questa sede affermare che, per la disciplina di specie,
mentre dolo e violenza legittimano l'impugnazione dell'accettazione, l'accettazione stessa non è annullabile (es.
ignorare l'esistenza di un altro testamento con oneri o legati); ad eccezione, la legge prevede però espressamente che
se si scopre un testamento del quale non si aveva notizia al tempo dell'accettazione, l'erede non è tenuto a soddisfare i
legati oltre al valore dell'eredità e sempre salva l'eventuale quota di legittima (per i dettagli della detta ipotesi: vedi
483). In tema di azioni, è opportuno precisare che il Bianca ritiene che l'accettazione dell'eredità sia insuscettibile di
revocatoria, in quanto l'atto in esame non consisterebbe in una disposizione del patrimonio o in un assunzione del
debito poiché le dette conseguenze sarebbero legali e non proprie dell'atto.
Tipi, modi e forme
L'accettazione dell'eredità può essere variamente classificata: il 470 distingue anzitutto due tipi di accettazione:
l'accettazione pura e semplice e l'accettazione con beneficio di inventario. Tale bipartizione, con cui il codice apre il
capo dell'istituto, assumo ruolo centrale nella successione delle titolarità poiché la prima ipotesi comporta la
confusione del patrimonio dell'erede con quello ereditario, mentre la seconda, cd accettazione beneficiata, tiene
distinti i due patrimoni in esame; ne consegue evidentemente che l'erede puro e semplice risponde ultra vires, cioè
anche col proprio patrimonio, delle obbligazioni dell'ereditando e degli oneri successori, mentre l'erede beneficiato
risponde dei detti pesi solo sino a concorrenza di quanto pervenutogli dalla successione. I due istituti verranno trattati
in seguito, ma in tema di classificazione essi assumono rilevanza primaria per le conseguenze che gli stessi
comportano.
L'accettazione può inoltre, ai sensi del 474, essere espressa o tacita, e trova le rispettive discipline nei 475-476 cc .
L'accettazione, ex 475, è espressa quando, in un atto pubblico o in una scrittura privata, il chiamato all'eredità ha
dichiarato di accettarla oppure ha assunto il titolo di erede; come predetto, l'accettazione è nulla se condizionata,
sotto termine, o parziale. Ex 476, l'accettazione è invece tacita quando il chiamato all'eredità compie un atto che
presuppone necessariamente la sua volontà di accettare e che non avrebbe il diritto di fare se non nella qualità di
erede; riassuntivamente dunque, l'accettazione è tacita quando il chiamato esercita atti che richiedono la qualità di
erede. Esempio tipico sono l'esercizio da parte del chiamato di azioni ereditarie e l'alienazione non autorizzata di beni
ereditari; in relazione soprattutto all'ipotesi di vendita, si ritiene comunque per l'accettazione tacita la consapevolezza
da parte del chiamato del fatto che i beni oggetto fossero ereditari. La legge prevede inoltre espressamente che la
cessione dei diritti di successione e la loro rinunzia dietro corrispettivo o a favore di alcuni soltanto dei chiamati,
comportino l'accettazione. Anche l'accettazione tacita, in quanto pur sempre negozio, deve sottostare alla disciplina
sui vizi della volontà: l'efficacia di una accettazione tacita annullata costituisce oggi ragioni di dibattito in dottrina.
L'accettazione tacita non può aver luogo per le persone giuridiche e per gli incapaci legali: i detti soggetti richiedono
un'accettazione con beneficio d'inventario ad substantiam.
Vi è infine, un'ipotesi di accettazione legale dell'eredità, detta appunto legale in quanto prescinde dalla volontà del
chiamato: ex 485 il chiamato in possesso dei beni ereditari che non procede all'inventario entro i 3 mesi dall'apetura
dela successione o dalla notizia della delazione, si configura ex lege come erede puro e semplice. La giurisprudenza
ridefinisce il concetto di possesso sancito in questa norma, affermando che esso consiste nell'effettiva disponibilità dei
beni ereditari. Se il chiamato invece ha compiuto entro termine l'inventario, egli ha l'ulteriore onere di decidere entro
40 giorni se rinunziare o meno all'eredità, pena sempre l'accettazione pura e semplice.
Per quanto concerne la pubblicità dell'accettazione, questa è soggetta a trascrizione (2468) se ha ad oggetto anche
beni immobili. E' importante notare come la trascrizione dell'accettazione non risulti necessaria per risolvere il
conflitto con altri successori o con altri aventi causa del defunto: gli acquisti dei detti soggetti risultano opponibili
all'erede nella misura in cui erano opponibili al defunto, a prescindere quindi dalla trascrizione dell'accettazione. La
trascrizione dell'accettazione è dunque necessaria per le altre finalità dell'istituto, cioè:
.principio di continuità della trascrizione ex 2650;
. opponibilità verso i terzi di buona fede avevano acquistato dall'erede apparente.
L'accettazione tacita non preclude al chiamato la forma espressa, la quale logicamente permette di assolvere l'onere
della trascrizione.
Vediamo ora l'accettazione dell'eredità dal punto di vista temporale, analizzando cioè i termini vigenti per il negozio.
Termini
Il diritto di accettare l'eredità è soggetto a termini di prescrizione e di decadenza.
Ex 480, avente rubrica “Prescrizione”, il diritto di accettare l'eredità si prescrive in 10 anni. Il termine decorre
dall'apertura della successione oppure dal verificarsi della condizione cui è sottoposta l'istituzione di erede: se ne
deduce quindi che il termine si computa, come disposto dalla regola generale ex 2935, dal giorno il cui il diritto può
essere fatto valere. Il decorso del termine dall'apertura della successione, però, vale anche per i chiamati ulteriori
sebbene non sia ancora sorto il loro diritto di accettazione: il rimedio previsto a favore del chiamato ulteriore è la
possibilità di risolvere la pendenza della delazione facendo fissare al primo chiamato un termine giudiziale per
l'accettazione. Il 480 esclude inoltre espressamente la decorrenza del termine quando vi è stata accettazione del
chiamato precedente e l'acquisto è successivamente venuto meno: tali sono tutte le ipotesi in cui il titolo della
delazione sia risultato invalido o inefficace, nonché le ipotesi di accertamento dell'indegnità del chiamato.
Si ricorda che ai sensi del 2938, la prescrizione non è rilevabile d'ufficio e richiede di conseguenza l'iniziativa degli
interessati che vogliono contestare la qualità di erede del chiamato.
Il diritto di accettazione è soggetto a decadenza nelle ipotesi di esperimento di azione interrogatoria e nell'ipotesi di
inventario del non possessore. Vediamole singolarmente.
In primo luogo, chiunque ne abbia interesse, specialmente il chiamato ulteriore, può, ai sensi del 481, può esperire
l'azione interrogatoria: può cioè chiedere al giudice che si fissi un termine entro il quale il chiamato dichiari se accetta
o rinunzia all'eredità. Trascorso il termine senza che abbia fatto la dichiarazione, il chiamato perde il diritto di
accettare.
Infine, ex 487, il chiamato non possessore accettante con beneficio di inventario che ha fatto l'inventario senza la
preventiva accettazione ha un termine di 40 giorni per accettare: decorso inutilmente il termine, decade dal diritto di
accettazione. La detta ipotesi non va confusa con quelle di decadenza che comportano l'accettazione, anziché
beneficiata, pura e semplice.
Vediamo ora il beneficio di inventario.
Il beneficio d'inventario
Riepiloghiamo in breve le conseguenze che si hanno accettando puramente e semplicemente o con beneficio di
inventario: colui che accetta configurandosi come erede puro e semplice confonde il proprio patrimonio con quello
ereditario e risponde di conseguenza delle obbligazioni e degli oneri ereditari ultra vires; il chiamato che accetta con
beneficio d'inventario mantiene il proprio patrimonio separato da quello del de cuius e risponde delle obbligazioni e
degli oneri inerenti l'eredità solo sino a concorrenza della sua quota ereditaria.
Il beneficio d'inventario è dunque la limitazione legale della responsabilità patrimoniale dell'erede per i debiti ereditari,
per i legati e per gli oneri, entro il valore dell'eredità ricevuta.
Il beneficio d'inventario non è configurabile come un diritto autonomo, bensì come un beneficium, consistente nella
predetta limitazione di responsabilità: il beneficio d'inventario deroga dunque al principio successorio, a cui si attiene
invece l'accettazione pura e semplice, per cui l'erede risponde interamente dei debiti ereditari e dei legati.
Il beneficio d'inventario, ai sensi del 484, è subordinato ai seguenti oneri:
a) dichiarazione formale;
b) inventario;
c) se richiesta, procedura concorsuale delle passività ereditarie.
I detti oneri costituiscono complessivamente un provvedimento di diritto privato, in quanto rappresentativi di poteri
privati; emergono tuttavia concezioni pubblicistiche in parte della dottrina.
Vediamo ora più da vicino gli effetti del beneficio.
Effetti
Ai sensi del 490, l'effetto del beneficio d'inventario consiste nel tener distinto il patrimonio del defunto da quello
dell'erede. Conseguentemente:
1) l'erede conserva verso l'eredità tutti i diritti e tutti gli obblighi che aveva verso il defunto, tranne quelli estinti per
effetto della morte;
2)l'erede non è tenuto al pagamento dei debiti ereditari e dei legati oltre il valore dei beni a lui pervenuti;
3) i creditori dell'eredità e i legatari hanno preferenza sul patrimonio ereditario di fronte ai creditori dell'erede. Essi
non sono però dispensati dal domandare la separazione dei beni se vogliono conservare questa preferenza anche nel
caso l'erede decada dal beneficio o vi rinunzi.
Operando le opportune precisazioni, la “conservazione” degli obblighi verso il defunto comporta che l'erede risponde
personalmente nella misura del saldo attivo della gestione dei beni ereditari e nella misura dei debiti (trasmissibili) che
aveva verso l'ereditando, mentre la “preferenza” dei creditori ereditari si risolve in un diritto di prelazione rispetto ai
creditori personali dell'erede.
Rilevante è inoltre il disposto del 510, per cui l'accettazione con beneficio d'inventario fatta da uno dei chiamati giova a
tutti gli altri, anche se l'inventario è compiuto da un chiamato diverso da quello che ha fatto la dichiarazione. Gli altri
chiamati possono dunque fare un'accettazione semplice e avvalersi comunque del beneficio, anche se si ritiene non
sussistere l'estensione del beneficio stesso nell'ipotesi in cui avessero già in precedenza accettato puramente e
semplicemente.
Specifichiamo ora il contenuto e il significato dei singoli oneri ex 484.
a) La dichiarazione formale
L'accettazione con beneficio d'inventario richiede ad substantiam la forma dell'atto pubblico, ricevuto poi da un notaio
o dal cancelliere; in difetto di forma l'accettazione si considera pura e semplice. La dichiarazione in sé, specifica il
Bianca, non è un ulteriore negozio rispetto all'accettazione, ma una sua specificazione.
L'accettazione beneficiata è soggetta di regola a termini, i quali variano a seconda che il chiamato sia o meno nel
possesso dei beni ereditari: il codice ne prevede specifiche discipline rispettivamente ai 485 e 487 . Il chiamato che non
è nel possesso dei beni ereditari può accettare con beneficio d'inventario sottostando fintanto che conserva il diritto
d'accettazione, ma una volta compiuto l'inventario ha solo 40 giorni per accettare con o senza beneficio d'inventario:
decorso inutilmente il termine, il chiamato decade dal diritto di accettazione. E' bene dunque notare che al decorso del
termine non si configura come erede puro e semplice ma perde proprio il diritto di accettazione e non parteciperà
quindi alla successione ereditaria.
Il chiamato possessore dei beni ereditari ha invece l'onere di eseguire l'inventario entro 3 mesi dall'apertura della
successione, decorsi i quali si configura come erede puro e semplice. Compiuto l'inventario ha invece anch'egli 40gg
per accettare, ma le conseguenze sono differenti da quelle del non possessore: decorso inutilmente il termine il
chiamato possessore si configura infatti come erede puro e semplice. Il termine di 40gg in capo al chiamato possessore
che ha fatto l'inventario è quindi non per una qualsiasi accettazione pena perdita del diritto di accettazione stesso, ma
per accettare con beneficio di inventario o rinunziare all'eredità pena accettazione pura e semplice. In sede è
opportuno ricordare la regola dell'estensione del beneficio d'inventario agli altri chiamati ex 510.
b) L'inventario
In senso generale, l'inventario è un atto pubblico di ricognizione di un complesso di beni. In specie, l'inventario dei beni
ereditari è un atto pubblico col quale il cancelliere o il notaio accertano la consistenza delle attività ereditarie,
descrivendo i beni immobili e mobili e procedendo alla stima di questi ultimi.
L'inventario, come visto, è un onere necessario per il beneficium. L'onere può essere assolto prima o dopo
l'accettazione: vediamo entrambe le ipotesi.
Se il chiamato compie prima la dichiarazione formale, deve procedere all'inventario entro 3 mesi; se è nel possesso dei
beni ereditari, i 3 mesi decorrono dall'apertura della successione o dalla notizia della delazione, come già detto supra.
Il termine è prorogabile dal giudice. L'accettante, in quanto colui che ha già effettuato la dichiarazione, se non compie
l'inventario entro i 3 mesi si configura come erede puro e semplice.
Se il chiamato ha invece effetuato prima l'inventario, il chiamato deve dichiarare entro 40 giorni se intente accettare
con beneficio d'inventario, altrimenti è, come visto, considerato accettante o rinunziante a seconda che sia o non sia
nel possesso dei beni ereditari.
L'erede potrebbe anche porre in essere un inventario non corrispondente alla realtà per trarne vantaggio: l'erede che
in mala fede omette di denunziare nell'inventario beni appartenenti all'eredità o che denunzia passività inesistenti,
decade dunque dal beneficio d'inventario. Come evidente, la detta decadenza non è conseguenza dell'inadempimento
di un onere, ma una sanzione per dolosa violazione dell'onere stesso [rectius del suo oggetto].
I termini di decadenza non trovano applicazione in danno ad incapaci, ma l'inventario deve essere compiuto entro un
anno dal raggiungimento della maggiore età del chiamato o dalla cessazione dello stato di interdizione o inabilitazione.
c) La procedura concorsuale se richiesta
Vedi dopo in sede di estinzione delle passività
La gestione del patrimonio ereditario
Il chiamato che accetta con beneficio d'inventario gestisce il patrimonio ereditario nel proprio interesse, in quanto ne è
titolare. Il suo però non è l'unico interesse in gioco, anche i creditori ereditari e i legatari hanno interesse e diritto al
soddisfacimento: per tale motivo l'erede è tenuto a un determinato contegno ed eventualmente a compiere
determinati atti. Sommariamente, il codice pone a tutela di creditori ereditari, legatari e, in generale, gli aventi
interesse, le seguenti norme:
. responsabilità per colpa grave, ex 491;
. garanzia su richiesta per il valore di beni, ex 492;
. decadenza per atti di disposizione non autorizzati, ex 493;
. obbligo di rendiconto ex 496;
. estinzione delle passività (vedi dopo).
Il 491 sancisce in primis che un obbligo minimo di diligente amministrazione, corrispondente appunto ad una
responsabilità per colpa grave in ipotesi di pregiudizio delle ragioni degli altri interessati. Il492 sancisce invece che, su
richiesta di aventi interesse, l'erede deve dare idonea garanzia per il valore dei beni mobili compresi nell'inventario,
per i frutti degli immobili e per il prezzo dei medesimi che sopravanzi al pagamento dei creditori ipotecari; la detta
cauzione a garanzia trova ragione nel fatto che l'erede potrebbe facilmente sottrarre al patrimonio le dette attività per
la loro natura (basti pensare a un bene mobile come un quadro di valore). L'articolo seguente sancisce invece che
l'erede decade dal beneficio di inventario se aliena o sottopone a pegno o ipoteca beni ereditari, o transige
relativamente a questi beni senza l'autorizzazione giudiziaria e senza osservare le forme prescritte dal cpc; l'erede è
dunque, pena perdita del benefiucium, tenuto a compiere tali atti di disposizione solo dietro autorizzazione e secondo
le modalità del decreto stesso. E' importante notare che il medesimo articolo sancisce che l'autorizzazione non è più
necessaria per i beni mobili dopo 5 anni dalla dichiarazione di accettazione con beneficio d'inventario. Se l'erede è un
incapace è necessario inoltre, come di regola, il parere del giudice tutelare; ricordiamo inoltre la regola generale per
cui gli incapaci non decadono dal beneficio d'inventario.
L'erede è tenuto anche ex 496 al rendiconto dell'amministrazione ai creditori e ai legatari, i quali possono assegnare un
termine all'erede. Il conto è l'atto che indica gli elementi attivi e passivi della gestione. L'erede che non adempie
l'obbligo di rendiconto non perde il beneficio d'inventario ma è tenuto a pagare con propri mezzi i debiti ereditari e i
legati da quando è costituito in mora: ciò significa che successivamente potrà comunque giovarsi del beneficio
assolvendo l'obbligo di rendiconto; è sostanzialmente una sanzione per, e al durare, del comportamento moroso.
L'estinzione delle passività
L'estinzione delle passività rientra tra le attività di gestione, ma merita per il suo rilievo apposita menzione. 'estinzione
delle passività si attua mediante il pagamento dei debiti ereditari e dei legati: il pagamento può avvenire mediante
liquidazione semplice oppure con liquidazione concorsuale.
Nella liquidazione semplice, che non richiede particolari formalità, l'erede paga i creditori via via che questi lo
richiedono e fino all'esaurimento dell'attivo ereditario. Tra più richieste l'erede deve rispettare i crediti privilegiati e in
ipotesi di alienazione deve preferire coloro che sugli stessi hanno cause legittime di prelazione. Esaurito l'asse
ereditario, creditori ereditari e legatari non possono pretendere più il pagamento nei confronti dell'erede né possono
agire di regresse sui creditori soddisfatti: il regresso è consentito solo nei confronti dei legatari in ragione della regola
per cui i creditori ereditari sono preferiti appunto ai legatari stessi.
La procedura di liquidazione semplice non può essere iniziata prima di un mese dalla trascrizione della dichiarazione di
accettazione o dall'annotazione della data dell'inventario successivo alla dichiarazione; nel detto mese i creditori e i
legatari possono proporre la cd opposizione. I pagamenti eseguiti in detto periodo dall'erede sono liberatori e, è bene
notare, non rientrano tra gli atti di disposizione puniti con decadenza dal beneficio d'inventario, ma qui entrano in
gioco gli effetti dell'opposizione: proposta l'opposizione infatti, l'erede diviene personalmente responsabile nei
confronti dei creditori concorsuali nella misura dell'eccedenza percepita dai creditori singolarmente soddisfatti rispetto
a quanto spetterebbe loro nella procedura di liquidazione concorsuale. Trattiamo ora la liquidazione concorsuale.
La liquidazione concorsuale può essere adottata a scelta dall'erede oppure, ex 498, su richiesta dei creditori o legatari
mediante opposizione [controlla]. La liquidazione concorsuale è una procedura formale di estinzione delle passività
ereditarie volta a garantire la pari condizione dei creditori e dei legatari; le sue fasi possono essere così riassunte:
a) invito ai creditori dell'eredità e ai legatari a presentare le dichiarazioni di credito;
b) formazione dello stato di graduazione;
c) liquidazione attività ereditarie;
d) soddisfacimento crediti e legati nello stato di graduazione o in percentuale se l'attivo è insufficiente;
e) soddisfacimento di crediti e legati non insinuati nello stato di graduazione.
Vediamoli snello specifico.
a) l'invito a presentare le dichiarazioni di credito. L'erede effettua l'invito per mezzo di un notaio il quale provvede a
comunicare l'avviso ai destinatari di cui si conosca domicilio o residenza. L'erede deve inoltre convocare i coeredi
accettanti con beneficio d'inventario: se questi non si presentano, la liquidazione comprende comunque la loro quota
dietro rappresentanza del notaio.
b) la formazione dello stato di graduazione. L'erede compie detta operazione con l'assistenza del notaio; lo stato di
graduazione consiste nel riconoscimento dei crediti e dei legati e nella loro collocazione secondo il loro grado di
preferenza legale. Si ricordano, in ordine: spese del procedimento di accettazione beneficiata, crediti ereditari secondo
le cause legittime di prelazione, legati di genere di pari grado. Compiuto lo stato di graduazione, il notaio avvisa i
creditori e i legatari, i quali hanno 30gg per presentare reclamo mediante citazione. In seguito, lo stato diviene
definitivo.
c) la liquidazione delle attività ereditarie. Sempre assistito dal notaio, l'erede provvede alla liquidazione delle attività
ereditarie se e in quanto necessarie per estinguere le passività. In tal sede possono dunque aversi alienazioni: se i beni
alienati sono soggetti a privilegi o a ipoteche, la loro vendita non estingue le cause di prelazione prima del deposito del
prezzo o del soddisfacimento nell'ordine dei creditori insinuati. Divenuto lo stato definitivo e liquidate le attività,
l'erede deve procedere al soddisfacimento dei crediti ereditari e dei legati risultanti dallo stato di graduazione stesso, il
quale costituisce titolo definitivo.
d) soddisfacimento di creditori e legatari insinuati nello stato di graduazione: l'erede deve ora pagare i detti soggetti
secondo l'ordine di graduazione; se l'attivo risulta insufficiente a soddisfare crediti di pari grado, questi sono pagati in
proporzione.
e) soddisfacimento di creditori e legati che non hanno presentato domanda di insinuazione: i detti soggetti possono far
valere il loro diritto nei limiti di quanto residua al soddisfacimento degli insinuati; il detto diritto si prescrive in 3 anni.
Si ricorda che i creditori non hanno azione di regresso verso i legatari insinuati e soddisfatti.
Vedremo in seguito una via alternativa che l'erede può compiere invece che estinguere direttamente le passività
mediante procedura di liquidazione: il rilascio dei beni ai creditori e legatari.
Decadenza e rinunzia dal beneficio d'inventario
Riassumendo quanto supra affermato, l'erede decade dal beneficio d'inventario nelle seguenti ipotesi:
1) disposizione dei beni ereditari senza autorizzazione;
2) alterazione in mala fede dell'inventario;
3) nascondere o sottrarre beni ereditari;
4) inosservanza di oneri entro i termini perentori legali o giudiziali per le procedura concorsuale ( quale il mancato
tempestivo compimento dell'inventario,ecc)
5) pagamento nonostante l'opposizione alla liquidazione individuale;
6) pagamento prima della definizione dello stato di graduazione.
Le cause di decadenza, dal beneficio di inventario, ex 505, possono essere fatte valere solo dai creditori ereditari e dai
legatari. Si ricorda inoltre che di regola la decadenza non opera in danno all'incapace legale, salvo il perdurare della
situazione dopo un anno dalla cessazione dello stato di incapacità.
Vediamo ora una ipotesi particolari del detto istituto, la quale permette in un certo senso di evitare gli effetti della
decadenza quando la stessa sussista. Se infatti una causa di decadenza interviene dopo l'inizio della procedura
concorsuale, cioè dopo la presentazione delle dichiarazioni di credito, i creditori e i legatari possono comunque
proseguire la procedura chiedendo la nomina giudiziale di un curatore. La prosecuzione presuppone ovviamente che
nessuno faccia valere la causa di decadenza, la quale non può comunque essere più fatta valere dalla nomina del
curatore, il quale provvederà all'estinzione delle passività secondo la disciplina del rilascio dei beni ereditari.
In tema di rinunzia, il beneficio d'inventario è rinunziabile senza i requisiti di forma richiesti per l'accettazione
beneficiata.
Il rilascio dei beni
Anzichè estinguere direttamente le passività, l'erede può procedere al rilascio dei beni ereditari ai creditori e ai
legatari: ai sensi del 507, infatti, l'erede, non oltre un mese dalla scadenza vigente per presentare le dichiarazioni di
credito, se non ha provveduto ad alcun atto di liquidazione, può rilasciare tutti i beni ereditari a favore dei creditori e
dei legatari. Il rilascio dei beni ha gli effetti e la funzione della generale cessione dei beni ai creditori, differenziandosi
da quest'ultima in quanto negozio unilaterale anziché contratto.
Come sancito dal predetto articolo, il rilascio deve comprendere tutti i beni ereditari e deve essere fatto a favore di
tutti i creditori e legatari, pena l'efficacia del rilascio stesso.
L'erede deve fare una dichiarazione di rilascio, la quale deve essere comunicata ai creditori e legatari, di cui si conosca
domicilio o residenza, deve essere iscritta nel registro delle successioni e deve essere trascritta nei registri immobiliari.
A seguito del rilascio, l'erede non perde la titolarità dei beni ma i suoi atti di disposizione sono inefficaci rispetto ai
creditori e ai legatari: il potere di disporre viene infatti dalla legge attribuito a un curatore, il quale provvede
all'estinzione delle passività per liquidazione concorsuale. L'eventuale residuo spetta all'erede.
Rinunzia all'eredità
La rinunzia all'eredità è il negozio unilaterale mediante cui il chiamato dismette il suo diritto di accettare l'eredità;
divenuto erede, il chiamato non può più rinunziare in quanto semel heres, semper heres.
Anche per la rinunzia esiste un'ipotesi di decadenza: il chiamato che sottrae o nasconde beni ereditari è infatti
considerato erede puro e semplice.
La rinunzia e l'accettazione, per la loro natura negoziale, nonché per la loro complementarietà, presentano numerose
analogie. La rinunzia, come l'accettazione, ha natura negoziale e richiede pertanto la capacità d'agire; sempre come
per l'accettazione, la rinunzia viziata da dolo o violenza è annullabile. In tema di errore invece, la legge non prevede
l'irrilevanza dell'errore del rinunziante, ma si ritiene la sua disciplina sempre analoga a quella dell'accettazione. Sempre
analogamente all'accettazione, la rinunzia è nulla se subordinata a termine o condizione, oppure se parziale.
In tema di categorie invece, la rinunzia può essere traslativa o abdicativa. La rinunzia è traslativa quando il chiamato
rinunzia al proprio diritto successorio per ricavarne un prezzo o per beneficiaredeterminati destinatari : dato ila sua
finalità, la legge afferma che la rinunzia traslativa comporta in realtà l'accettazione dell'eredità; l'erede quindi, ad
esempio, accetta l'eredità per poi vendere i relativi diritti successori. La rinunzia abdicativa è invece la rinunzia gratuita
a favore di tutti i chiamati ulteriori; essa è dunque rinunzia in senso proprio. La rinunzia abdicativa richiede ad
substantiam la forma prevista per l'accettazione con beneficio d'inventario, consistente cioè in un atto pubblico
ricevuto dal cancelliere o da un notaio inserito successivamente nel registro delle successioni; l'inserimento nel
registro è un requisito di efficacia della rinunzia stessa. E' bene notare come invece la rinunzia non sia soggetta a
trascrizione. Definito l'istituo, le sue classificazione e i suoi requisiti formali, vediamone ora gli effetti.
L'effetto della rinunzia, come da definizione, è la perdita del diritto all'eredità. Per esigenza di continuità nella titolarità,
anche la rinunzia ha efficacia retroattiva, per cui, ex 521, il rinunziante è considerato come se non fosse stato mai
chiamato. La rinunzia all'eredità non comporta rinunzia ai legati in quanto questi sono automaticamente acquistati.
La rinunzia comporta la perdita retroattiva del diritto all'eredità; detta perdita non è però definitiva in quanto la
rinunzia è un atto revocabile: la rinunzia infatti è revocabile fintanto che l'eredità non sia stata acquistata dagli ulteriori
chiamati. La revoca non si instaura con un specifico atto, ma direttamente con l'accettazione dell'eredità e non può
pregiudicare le ragioni acquistate dai terzi sui beni ereditari nel periodo di rinunzia. In conclusione, si può dunque
affermare che la rinunzia ha efficacia provvisoria sino all'accettazione da parte dei chiamati ulteriori, atto che
comporta la sua definitività .
Ricordiamo che, nell'ordine esclusivo, i chiamati ulteriori sono: i sostituti, i rappresentanti, i coeredi in accrescimento e
i parenti prossimi secondo la successione legittima. In sede di rinunzia però, essi trovano trovano un limite, in quanto
prima di loro possono accettare in surrogatoria i creditori del rinunziante.
Azione in surrogatoria da parte dei creditori del rinunziante.
I creditori del rinunziante possono, ai sensi del 524, accettare in nome e nel luogo del rinunziante stesso al fine di
soddisfarsi sui beni ereditari, precludendo così la successione ai chiamati ulteriori. La norma in esame prevede quindi
una peculiare azione surrogatoria, ma la giurisprudenza non condivide tale configurazioine, poiché obbietta che
l'istituto della surrogazione richiede l'acquisto, in questo caso dell'eredità, da parte dell'erede debitore.
Comunque sia, l'accettazione dei creditori deve essere autorizzata dal giudice e presuppone che i loro diritti non siano
sufficientemente garantiti dal patrimonio del debitore. I creditori, è importantissimo notare, non diventano eredi del
defunto: è il rinunziante a diventare erede nella misura idonea al soddisfacimento dei creditori, in quanto gli stessi
accettano in suo nome. L'azione proposta da un creditore giova agli altri come nella surrogatoria ordinaria, si prescrive
in 5 anni dalla rinunzia e trova nel rinunziante il legittimato passivo.
Come in sede di revocatoria, a cui parte della dottrina vorrebbe ricondurre la detta azione surrogatoria, la
legittimazione attiva è in capo anche ai creditori con credito sottoposto a termine o condizione.
La surrogazione è dunque un istituto volto a tutelare i creditori personali dell'erede dalla rinunzia all'eredità.
I creditori ereditari invece possono tutelare i loro interessi a discapito dei creditori personali dell'erede mediante
l'istituto della separazione dei beni ereditari, il quale non è in relazione alla rinunzia dell'eredità ma alla mancata
accettazione con beneficio d'inventario.
Separazione dei beni
La situazione patrimoniale dell'erede potrebbe comportare, a causa della quantità e della qualità dei creditori
personali, pregiudizio ai creditori ereditari in ipotesi di un'accettazione pura e semplice, la quale, come visto, comporta
la confusione dei patrimoni e quindi la concorrenza tra i creditori anzidetti. Per tali ragioni, ai sensi del 512, i creditori
ereditari e i legatari possono direttamente tutelare il loro soddisfacimento mediante la separazione dei beni del
defunto da quelli dell'erede, la quale comporta che una prelazione a favore dei detti soggetti sui beni separati nei
confronti dei creditori personali. Il diritto alla separazione deve essere esercitato dai creditori ereditari o dai legatari
entro 3 mesi dall'apertura della successione.
E' bene ora confrontare l'istituto della separazione con quello del beneficio di inventario, in quanto entrambi
permettono ai creditori ereditari di essere favoriti ai creditori personali sul patrimonio ereditario. Seppur comportanti
un risultato molto simile, la separazione dei beni ha la funzione di tutelare l'interesse dei creditori ereditari e legatari
contro quello dei creditori personali, e sarà pertanto chiesta quando l'erede si trova in una situazione deficitaria,
mentre il beneficio d'inventario è volto a tutelare l'erede dai debiti ereditari e dai legati, e sarà pertanto chiesto
dall'erede stesso quando è l'eredità a essere in situazione deficitaria. Infine, ma differenza molto importante, la
separazione ha ad oggetto solo beni specifici, mentre l'inventario separa l'intero patrimonio ereditario da quello
personale.
Diritto di prelazione reale
Effetto principale della separazione, come detto, è il costituirsi di un diritto di preferenza a in capo a creditori ereditari
e legatari rispetto ai creditori personali dell'erede: la dottrina prevalente ritiene che il diritto in esame si configuri
come un diritto di prelazione reale sui beni separati. La detta configurazione trova conferma nella disciplina di legge, la
quale sancisce l'opponibilità della separazione iscritta agli acquisti dei terzi contro l'erede trascritti successivamente. A
seguito della separazione quindi, l'erede acquista comunque l'eredità ed è tenuto ultra vires, non godendo del
beneficio d'inventario: sul suo patrimonio personale potranno dunque soddisfarsi tutti i creditori, come esplicitato
dallo stesso 512. La prelazione reale sorgente da separazione dei beni del defunto è subordinata alle cause legittime di
prelazione, cioè ai privilegi, ai pegni e alle ipoteche; le ipoteche prevalgono però solo se anteriori alla prima iscrizione
di separazione. Si parla di prima iscrizione in quanto, come vedremo, la separazione ottenuta dal singolo creditore
ereditario non giova agli altri; a tal proposito è opportuno affrontare la distinzione dei creditori ereditari in separatisti e
non separatisti. Sommariamente si può dunque affermare che il diritto di prelazione reale in esame:
1) ha ad oggetto beni specificamente separati;
2) sorge in capo ai soli separatisti.
Separatisti e non separatisti
Si configurano come separatisti i creditori ereditari che hanno chiesto la separazione, la quale ricordiamo avere ad
oggetto beni specifici; viceversa, si configurano come non separatisti i creditori ereditari che non hanno chiesto la
separazione di beni. Il rapporto tra separatisti e non separatisti assume una diversa disciplina a seconda che i beni non
separati siano o meno sufficienti a soddisfare i non separatisti; vediamo nello specifico. Se i beni separati sono
sufficienti a soddisfare i non separatisti, la preferenza sui beni separati in capo ai separatisti è esclusiva: bastando i beni
non separati, chi non ha esercitato il diritto di separazione non può concorrere sugli stessi in pregiudizio dei separatisti.
Se invece i beni separati sono insufficienti a soddisfare i non separatisti, questi concorrono coi separatisti sul ricavo dei
beni separati in una misura decurtata di quella corrispondente al valore dei beni non separati; la decurtazione si attua,
ex 514, aggiungendo al prezzo dei beni separati il patrimonio non separato per determinare le quote di ciascun
creditore, sottraendo poi ai separatisti il valore del non separato, considerandolo come attribuito integralmente ai non
separatisti: il risultato è quanto la misura in cui concorre il non separatista sui beni separati.
Urge un esempio chiarificatore:
credito separatista = 1000 ; credito non separatista = 1000
ricavo bene separato = 1200 ; non separato = 800
Il credito non separatista non può essere soddisfatto dai beni non superati (800<1000), ma la somma di tutti i beni è idonea a
soddisfare entrambi ( 1000+1000 = 1200+800)
il non separatista può pretendere dal ricavo del bene separato solo 200 in quanto gli altri 800 sono computati come se il non
separatista fosse per tale parte già soddisfatto dal ricavo dei beni non separati (2000 / 2 = 1000 ; 1000 – 800 = 200); il non
separatista concorre pertanto sul ricavo del bene separato solo per la parte che non si computa come soddisfatta dal ricavo dei beni
non separati
Si ricorda che la prelazione da separazione è subordinata alle cause legittime di prelazione ex 2741, ai sensi sempre del
514.
La separazione non incide sulla regola per cui i creditori ereditari sono preferiti ai legatari: in un concorso su ricavo
insufficiente di beni separati, pertanto, prevalgono anche in creditori ereditari non separatisti sui legatari separatisti.
I beni separati
Il potere di separazione è esercitato con forme diverse a seconda che i beni separati siano mobili o immobili.
In ipotesi di beni mobili, la separazione è esercitata mediante domanda di apposito provvedimento giudiziale: non si
instaura un contenzioso, ma un procedimento di volontaria giurisdizione cui si applicano in via analogia le norme sul
ricorso per l'inventario. In sede possono anche essere disposti a tutela provvedimenti cautelari.
In ipotesi di beni immobili e/o beni mobili registrati, la separazione è esercitata in maniera diretta mediante iscrizione
del credito o del legato, e della dichiarazione di separazione, nei registri immobiliari. Vengono in questa sede rispettate
le forme proprie dell'ipoteca e l'iscrizione non presuppone la produzione di alcun titolo. Diversamente dall'ipoteca, la
separazione non soggiace alla graduazione temporale delle iscrizioni poiché tutte, ex lege, prendono il grado della
prima: questa è detta regola del pareggiamento delle iscrizioni. In ragione di ciò, tutte le ipoteche successive alla prima
iscrizione di separazione soggiaciono anche alle successive iscrizioni di separazione stesse: è una evidente norma di
favore per i separatisti. Il pareggiamento delle iscrizioni vige anche in tema, non solo di ipoteche, ma anche di
trascrizione di atti di acquisto, confermando il carattere reale della prelazione in esame.

L'eredità e l'erede
Poniamo in essere anzitutto le definizioni di base.
L'eredità è il complesso delle posizioni giuridiche attive e passive che si trasmettono dal defunto ai suoi successori.
L'eredità è una universalità: si definisce come universalità un complesso di beni, una generalità di beni. L'erede è il
successore universale del defunto; egli infatti acquista l'eredità o una quota della stessa.
L'erede acquista l'eredità con l'accettazione ma questa ha efficacia retroattiva dalla morte dell'ereditando: l'erede è
pertanto titolare delle posizioni giuridiche del defunto dalla morte dello stesso, cioè dall'apertura della successione.
Prima dell'accettazione, la titolarità è vacante ma comunque destinata all'erede: la retroattività è dunque posta a
tutela della continuità nelle titolarità stesse. Nel nostro ordinamento è esclusa infatti la configurabilità dell'eredità
come ente dotato di propria soggettività: la dottrina ritiene l'eredità un patrimonio autonomo con destinazione legale
che permane dopo l'accettazione solo tramite il beneficio di inventario o per i beni oggetto dell'eventuale separazione.
L'erede è definibile quindi come colui che subentra nella generalità delle posizioni attive e passive del defunto o in una
quota di essa, poiché successore universale; si differenzia così dal legatario, il quale è successore mortis causa a titolo
particolare. Occorre però enunciare i criteri di individuazione dell'erede e del legatario, cioè i criteri mediante i quali
viene individuato se il titolo della chiamata è universale o particolare.
La dottrina diverge in tema di oggetto della successione ereditaria.
Teorie sull'oggetto della successione ereditaria
In dottrina è controverso se configurare oggetto della successione mortis causa l'eredità o la qualità di erede.
La teoria della qualità di erede ritiene che l'erede sia successore universale in quanto erede e non che l'erede si
configuri come tale perchè successore universale. Tale teoria comporta quindi in linea teorica che si potrebbe avere un
erede, in quanto egli stesso oggetto dell'eredità, a prescindere dall'acquisto dell'eredità, il che pare uno stato
giuridicamente inconcepibile. La parte di dottrina che invece ritiene oggetto della successione mortis causa l'eredità, a
sua volta diverge nella configurazione dell'eredità stessa, come universitas di diritto, come universitas astratta o come
totalità dei beni. Secondo la teoria dell'eredità come universalità di diritto, la legge attribuirebbe al patrimonio del
decuius il carattere di universalità per consentire la successione all'erede. Tale tesi evolve in parte della dottrina sino a
ritenere il fenomeno ereditario come l'acquisto di un'unità intellettuale ed astratta del patrimonio del defunto, poiché
comprensiva anche di beni. La legge però parla di universalità in quanto, espressamente ex 588, universalità di beni, il
che determina una ulteriore teoria che individua il concetto di eredità appunto nella totalità dei beni del defunto. In tal
modo però il problema della definizione di eredità non viene meno, in quanto anche se conforme alla legge, in linea
teorica anche se nessun bene risulti lasciato all'erede, non ci si sente di affermare che questi non sia successore
universale. A tal proposito, la Cassazione ha enunciato la massima per cui nel nostro diritto successorio il titolo di
erede non è necessariamente collegato con l'acquisto di beni: l'istituzione è dunque valida anche qualora nessuna
attività si riscontri in concreto nella successione.
Criteri di individuazione
L'erede viene individuato per mezzo dei criteri normativi di accertamento del carattere universale o particolare della
chiamata successoria. I criteri sono in realtà riconducibili a due soltanto: il criterio di nomina e il criterio di attribuzione
universale. Il criterio di nomina accerta come disposizione a carattere universale quella che nomina direttamente il
designato quale erede o successore universale (es. nomino unico erede mio figlio A). Il criterio di attribuzione
universale accerta invece come disposizione a carattere universale quella che attribuisce quella che attribuisce ala
designato l'universalità dei beni o una quota di essi (es. lascio metà del mio patrimonio a mio figlio A). In tema è
opportuno notare che anche l'assegnazione di determinati beni può consistere in una disposizione a titolo universale
se il testatore intendeva assegnare tali beni come quota del patrimonio.
Il criterio di nomina e il criterio di attribuzione possono concorrere: in ipotesi di contrasto prevale il criterio
dell'attribuzione se il testatore dispone della generalità dei beni, poiché chi riceve la generalità dei beni è per ciò stesso
successore universale del defunto. Se invece abbiamo un'attribuzione di beni particolari e una nomina di erede,
prevale la nomina e l'attribuzione particolare è facilmente individuabile come concreta assegnazione nella quota
ereditaria.
Posizioni attive e passive
In quanto successore universale, all'erede si trasmettono tutte le posizioni attive e passive del defunto, salvo quelle di
natura strettamente personale e quelle di cui il defunto abbia disposto mediante legati.
Il carattere strettamente personale è individuabile nei diritti della personalità e nei diritti di famiglia. Esistono però
delle ipotesi eccezionali che comportano la trasmissione agli eredi di titolarità dal carattere familiare in tema di azioni:
l'azione di impugnazione del riconoscimento del figlio naturale per violenza o interdizione, l'azione di impugnazione
del matrimonio se al momento della morte dell'attore il giudizio era già pendente. In tema contrattuale si ha carattere
strettamente personale quando il rapporto è costituito in ragione delle qualità personali del contraente: non sono
dunque trasmissibili agli eredi le posizioni di socio in società di persone, di lavoratore, di prestatore d'opera, di
mandante o di mandatario. Nelle dette ipotesi gli eredi subentrano piuttosto nei diritti sorgenti dallo scioglimento del
rapporto. Diritti reali dal carattere personale sono l'uso,l'usufrutto e l'abitazione.
Le posizioni si dividono in attive o passive, a seconda che comportino una situazione di vantaggio o di svantaggio. Tra le
posizioni attive abbiamo:
. Diritti reali, salvo usufrutto,uso e abitazione;
. Crediti;
. Contratti, salvo quelli di carattere strettamente personale;
. altri poteri autonomi sostanziali e/o processuali, salvo quelli di carattere personale e quelli dichiarati intrasmissibili.
Tra le posizioni passive invece:
. Soggezioni;
. Debiti;
. legittimazione processuale passiva.
Per ogni posizione, come abbiamo detto, vige l'intrasmissibilità in ipotesi della sussistenza del carattere strettamente
personale delle stesse. Si ricorda inoltre che le parti hanno autonomia contrattuale e possono pertanto stabilire
l'intrasmissibilità dei loro rapporti obbligatori e contrattuali.
Le posizioni trasmesse vengono automaticamente divise pro quota tra gli eredi.
La divisione automatica
Il codice civile dispone la divisione automatica dei crediti e dei debiti tra i coeredi in proporzione delle loro quote: tra i
coeredi viene dunque di regola a mancare il vincolo di solidarietà. In ipotesi di divisione automatica dei crediti però, se
la prestazione è indivisibile, ciascuno degli eredi può esigere l'intero ma deve dare cauzione a garanzia dei coeredi. In
virtù della detta divisione dei crediti, il debitore per eseguire il pagamento deve individuare chi sono gli eredi e, una
volta individuati, deve eseguire il pagamento in ragione delle loro quote, salvo che sia fatto a tutti i coeredi
congiuntamente. La necessità di individuare i coeredi e le loro quote non sussiste in ipotesi di esecutore testamentario
o curatore dell'eredità. In tema di debiti, se il defunto era obbligato solidalmente con altri, la sua obbligazione solidale
si divide tra gli eredi. Ex 754, il coerede che paga oltre i limiti della sua quota ha diritto di rivalsa nei confronti agli altri
coeredi; si surroga nel diritto di credito in ipotesi di:
. credito munito di pegno o ipoteca;
. prestazione indivisibile;
. surrogazione espressa da parte del creditore.
In tema di disposizioni testamentarie, il testatore, ex 752, può disporre una diversa divisione del carico dei debiti ma,
ex 754, non può pregiudicare la posizione dei creditori quale risulta dalla regola legale; la diversa previsione del
testatone è invece opponibile al legatario poiché è un atto di liberalità successoria disposto dal testatore stesso.
Prova della qualità di erede
Chi fa valere la qualità di erede di un soggetto ha l'onere di provarla. L'onere è assolto dimostrando il rapporto di
filiazione o di coniugio col defunto o il titolo testamentario. Non si richiede la dimostrazione anche dell'accettazione
dell'eredità se non è trascorso il termine per l'accettazione : questo perchè l'esercizio della qualità di erede
presuppone l'accettazione tacita [controlla]. Se è invece trascorso il termine per accettare l'eredità, il chiamato deve
dimostrare o l'accettazione o il suo precedente possesso dei beni ereditari. In ipotesi di incapaci invece, la
dimostrazione dell'accettazione è sempre necessaria in quanto non vige per loro ipotesi di accettazione tacita.
L'erede legittimo che non sia figlio o coniuge deve anche provare di essere parente di grado prossimo, anche mediante
atto di notorietà. Il terzo deve dimostrare sia la chiamata, vuoi per parentela o meno, che l'accettazione di colui contro
il quale vuole agire sulla base della qualità di erede di quest'ultimo; le dette prove non sono ovviamente necessarie se
l'erede ha già manifestato pubblicamente la sua qualità.
L'erede può agire per il riconoscimento della sua qualità mediante la cd petizione di eredità.
La petizione di eredità
Ex 533, la petizione di eredità è l'azione con cui l'erede può chiedere il riconoscimento della sua qualità ereditaria
contro chiunque possieda beni ereditari, allo scopo di ottenere la restituzione dei beni medesimi. Il secondo comma
precisa che l'azione è imprescrittibile ma è fatta salva l'usucapione.
In summa, la cd petizione di eredità è un'azione concessa all'erede per tutelarsi contro chiunque usurpi i beni ereditari
contestando all'erede la sua qualità.
La petizione dell'eredità non si inquadra né tra le azioni personali né tra quelle reali, poiché la figura dell'erede è una
qualità non un diritto, tuttavia l'imprescrittibilità e l'obbiettivo della restituzione dei beni non devono portare a
confonderla con le azioni di rivendica dei singoli beni ereditari. Nelle azioni di rivendica infatti, il titolo di erede è solo
un presupposto per la domanda, mentre la petizione ha ad oggetto il riconoscimento della qualità stessa di erede
contro l'usurpatore, sebbene possa essere volta anch'essa alla restituzione dei beni. Le due azioni divergono non solo
su questi aspetti ma anche negli oneri probatori: la rivendica richiede la dimostrazione della proprietà dei beni, la sola
dimostrazione della qualità di erede e della presenza dei beni, oggetto della controversia, nell'asse ereditario
all'apertura della successione; la giurisprudenza inoltre qualifica la petizione di eredità come azione a carattere
universale in quanto avente ad oggetto beni di una universitas.
Legittimato attivo alla petizione di eredità è in primis l'erede; il chiamato può esperirla solo per conto di chi spetta al
fine di recuperare i beni ereditari abusivamente posseduti dal terzo usurpatore. Non è legittimato nemmeno chi agisce
per l'ottenimento di un provvedimento costitutivo del diritto all'eredità ( es. ottenere annullamento testamento): la
petizione dell'eredità ha infatti natura accertativa, non costitutiva.
I legittimati passivi della petizione sono gli usurpatori dei beni dell'eredità, a titolo di erede o senza titolo, e i terzi
aventi causa, cioè i terzi acquirenti dal presunto erede o dal possessore senza titolo; è fatta salvo come di regola
l'acquisto del terzo di buona fede.
Come spiegato in sede di distinzione dalla rivendica, e ai sensi del 533, la petizione di eredità ha ad oggetto la qualità
di erede e il recupero dei beni e diritti ereditari contro chi contesta tale qualità. L'accertamento della qualità è
strumentale al recupero dei beni ereditari. Il diritto alla restituzione discende dall'accertata qualità di erede dell'attore,
poiché, se erede, è continuatore della situazione possessoria di cui era titolare il defunto. Il terzo non può contestare
alcuna situazione di fatto prima della morte del de cuius, quale possesso o detenzione, sui beni ereditari: il terzo può
solo far valere la qualità di erede o negare che l'attore l'abbia. L'obbligo di restituzione in capo al terzo vige in primis
per rinvio ad opera della legge alla disciplina generale dei diritti e obblighi del possessore nella restituzione della cosa
ex 1148ss . La disciplina di specie distingue tra possessore di buona fede e possessore di mala fede. Il possessore a
titolo di erede si considera di buona fede se ha conseguito il possesso dei beni ereditari credendo senza colpa grave di
essere erede, mentre chi possiede senza titolo è comunque possessore di malafede. Il possessore di malafede è tenuto
alla restituzione dei beni nello stato in cui si trova e i frutti percepiti e quelli che avrebbe potuto percepire utilizzando
l'ordinaria diligenza. Il possessore di buona fede fa invece suoi i frutti, separati o maturati, fino al giorno della domanda
giudiziale e, se ha alienato i beni oggetto è esonerato dall'obbligo della loro restituzione poiché sorge in suo capo solo
l'obbligo di restituire il corrispettivo conseguido ex 2038. L'obbligo di restituzione è soggetto a prescrizione anche se la
rivendica e la petizione sono imprescrittibili. Se il terzo acquirente deve ancora pagare in tutto o in parte il
corrispettivo, l'erede, poichè subentra nella posizione contrattuale attiva dell'alienante e può pretendere il pagamento
a suo favore contro il terzo acquirente ex 535.
L'erede apparente
Il 534 sancisce che l'erede può agire anche contro gli aventi causa da chi possiede a titolo di erede o senza titolo; al
comma seguente fa però salvi i diritti acquistati terzi, che (importante) provino la loro buona fede, a titolo oneroso con
l'erede apparente. Questo è il contenuto dell'articolo, il quale richiama esplicitamente la figura dell'erede apparente:
si configura come erede apparente colui che circostanze obiettive indicano come erede ma in realtà non è tale;
parimenti è riconosciuta la figura del legatario apparente.
L'apparenza è dunque divergenza tra posizione successoria apparente e obbiettiva. Può essere totale o parziale: il
soggetto può essere infatti successore solo in parte rispetto alla posizione successoria apparente (es. 1/3 anziché ½ ).
Vediamo ora quelle ipotesi che potrebbero sembrare riconducibili all'erede apparente ma che in realtà non lo sono.
Colui che è erede in base a titolo annullabile non si configura come erede apparente: fino ad annullamento il titolo è
efficace. Nemmeno i chiamati sotto condizione risolutiva, per lo stesso principio, in quanto sia annullamento che
condizione hanno efficacia retroattiva ma non pregiudicano prima del loro realizzarsi l'efficacia degli atti, configura
l'erede come apparente fintanto che non si verifica la condizione stessa. Parimenti, non configura un'apparenza
parziale la disposizione testamentaria soggetta a riduzione in quanto in assenza di provvedimento mantiene la sua
efficacia. Infine, l'erede apparente è una figura ben diversa da colui che in buona fede ritiene senza colpa grave di
essere erede, poiché detto soggetto assume rilevanza nei rapporti col vero erede in tema di obbligo di restituzione dei
beni ereditari ex 535, mentre l'erede apparente è rilevante nei confronti dei terzi acquirenti, che provino la loro buona
fede ex534.
Particolare molto importante in tema di acquisti a titolo oneroso dall'erede apparente, è che, ex 534 il terzo acquirente
ha l'onere di provare la sua buona fede. Provata la buona fede, il terzo può opporre l'acquisto, a titolo oneroso,
all'erede. La prova della buona fede può semplicemente ritenersi raggiunta quando il terzo dimostri le concrete
circostanze che indicavano l'apparenza come veritiera. Logicamente, la colpa del terzo rende irrilevante la buona fede
in quanto incide sull'apparenza: credere senza la diligenza dovuta che un soggetto sia erede non significa che questi
appia obbiettivamente come tale. L'opponibilità dell'acquisto soggiace come sempre al regime della trascrizione: è
opponibile solo l'acquisto trascritto prima della domanda giudiziale contro l'erede apparente: ciò è sancito sempre dal
534. In regime di trascrizione la tutela dei terzi di buona fede si estende, ex 2652, agli acquisti a titolo gratuito quando
la petizione d'eredità è proposta e trascritta dopo 5 anni dalla trascrizione dell'acquisto dall'erede o legatario
apparente.
La menzione dell'erede apparente è racchiusa nel 534, articolo all'interno del capo sulla petizione di eredità: è
opportuno dunque vedere l'ipotesi in cui l'erede apparente sia possessore di beni ereditari in buona fede. Ex 535,
anzitutto, la disciplina del possesso del libro III vige anche per i beni ereditari in quanto compatibile. Il possesso è in
buona fede quando colui un soggetto prende il possesso dei beni ereditari ritenendo per errore di essere erede,salvo
colpa grave. Successivamente, l'articolo sancisce che il possessore in buona fede che ha alienato pure in buona fede
una cosa dell'eredità è solo obbligato a restituire all'erede il prezzo o il corrispettivo ricevuto; se il prezzo è ancora
dovuto, l'erede subentra nel credito.
Se il possessore di buona fede fosse l'erede apparente? L'erede potrebbe esperire la petizione di eredità nei suoi
confronti per ottenere il corrispettivo. L'erede può inoltre agire il terzo acquirente anche dopo aver già esercitato la
petizione d'eredità contro l'apparente: il terzo potrebbe però pretendere la somma ottenuta dall'erede dall'apparente
a titolo di arricchimento. All'avente causa non è concessa invece un'azione di restituzione del prezzo contro l'erede
apparente poiché questi è già tenuto alla medesima verso l'erede. Il pagamento a favore dell'erede libera dunque
l'erede apparente possessore di buona fede.
La tutela della buona fede non menziona il legatario, ma la dottrina ritiene l'applicazione analogica delle relative
norme di tutela anche in ipotesi del cd legatario apparente, in quanto avrebbe il medesimo fondamento dell'erede
apparente.

La successione necessaria
In tema di successione mortis causa troviamo la copresenza di due principi del diritto privato: l'autonomia dei soggetti,
che si concretizza nella libertà testamentaria, e la subordinazione all'interesse del gruppo propria del diritto di famiglia,
la quale infatti assume il nome di solidarietà familiare. In virtù di quest'ultima la legge riserva una quota dell'eredità o
altri diritti nella successione del defunto a determinati soggetti in virtù del loro stretto vincolo di parentela con
l'ereditando: questi sono detti legittimari. Il 536, avente proprio come rubrica “legittimari” sancisce che le persone a
favore delle quali la legge riserva una quota di eredità o altri diritti nella successione sono: il coniuge, i figli e i loro
discendenti in rappresentazione e gli ascendenti legittimi. La legge dunque equipara come legittimari i figli, legittimi o
naturali che siano, e i loro discendenti; disparità di trattamento vige invece per gli ascendenti, in quanto legittimari
sono unicamente gli ascendenti legittimi.
Ai legittimari spetta dunque, per norme imperative di legge, una quota, cd di legittima o indisponibile, detta anche
riserva, la quale, in quanto indisponibile, non può essere pregiudicata da disposizioni testamentarie o da atti di
liberalità. La successione dei legittimari è così detta successione necessaria, poiché, come visto, si attua anche contra
testamentum. La legittima non va dunque associata alla successione legittima: la quota di legittima è propria della
successione necessaria, la quale impera sia sulla successione legittima o intestata, cioè la successione disposta dalla
legge in assenza totale o parziale di testamento, sia sulla successione testamentiaria, cioè mediante testamento.
Le disposizioni del defunto pregiudizievoli delle quote di legittima non sono nulle o annullabili, ma soggette a riduzione
in sede giudiziale oppure automatica [controlla]: le disposizioni cioè vengono ridotte nel quantum nella misura
sufficiente a reintegrare i diritti dei legittimari. Il diritto di legittima è infatti un diritto legale successorio che ha come
contenuto il potere di acquisire direttamente o mediante azione giudiziaria i beni dell'eredità e i beni donati dal
defunto sino a concorrenza del valore della legittima-
La quota di cui invece il titolare può disporre senza ledere la riserva dei legittimari è detta disponibile.
Le quote di legittima non vengono determinate sull'eredità, ma sulla cd massa, la quale come vedremo, è più vasta
dell'eredità stessa poiché nella prima sono computate anche le donazioni, in quanto atti di liberalità.
Il diritto alla legittima è dunque intangibile ed espressamente previsto dalla legge: il legittimario può perdere il suo
diritto solo in ipotesi di indegnità poiché nel nostro ordinamento non è vigente l'istituto della diseredazione.
Intangibile non significa che il testatore non possa determinarne il contenuto: lo stesso può dunque determinare i beni
che costituiranno il contenuto reale della legittima.
Legittimario ed erede, il legittimario pretermesso
Il legittimario è una figura costituita ex lege; colui che si configura come tale non è di per sé, secondo l'orientamento
dominante, erede: effettivamente un soggetto è legittimario in quanto stretto congiunto e non perchè chiamato
all'eredità. Il legittimario, quindi potrebbe perfino non essere istituito dal testatore e dunque escluso dalla
successione: il legittimario è cd pretermesso quando il testatore ha disposto interamente dell'eredità mediante
disposizioni a titolo universale che non lo includono. Il testamento è valido ed efficace: il legittimario deve esperire la
cd azione di riduzione per, come dice il nome, ridurre le disposizioni testamentarie lesive della sua quota; solo a
seguito di tale azione il legittimario conseguirà la qualità di erede, poiché avrà conseguito una quota dell'eredità.
Deduciamo quindi che la legittima si domanda in qualità di legittimario, il quale fa, se pretermesso, valere il suo diritto
come erede solo successivamente all'esperimento dell'azione; il legittimario non pretermesso è viceversa erede, ma
conserva comunque il diritto alla riduzione, cioè all'eventuale reintegrazione della quota di legittima.
Determinazione della legittima
La legittima, come anticipato, non è determinata sull'eredità, ma sulla cd massa. Mentre l'eredità è l'insieme delle
posizioni attive e passive trasmissibili facenti capo al defunto al momento della morte, la massa è determinata dal
relictum meno il debitum più il donatum, cioè dall'eventuale attivo dell'eredità più il valore dei beni donati dal
defunto. [secondo me] Le quote di legittima si calcolano sulla massa poiché la stessa è normativamente la base per
determinare la quota disponibile: il 556 tratta infatti della determinazione della porzione disponibile e contiene la
definizione di quella che in dottrina è detta massa. Si ricorda che il legittimario deve computare sia nella massa che e
nella quota, le donazioni che egli stesso ha ricevuto dal defunto ex 564.
Il valore dei beni relitti e donati deve essere determinato con riferimento al tempo dell'apertura della successione.
Facciamo due esempi:
A
100 relictum ; 100 donatum a terzi
unico figlio : legittima = ½
sic massa = 100+100 = 200 ---> legittima ½ *200= 100 → 100 – 0 (donaz ricevute) = 100
ergo: al figlio spetta per quota legittima l'intera eredità
B
150 relictum; 150 donatum al figlio
unico figlio: legittima= ½
sic massa= 150+150= 300 –> legittima= ½ * 300 = 150 → 150 – 150 (donaz ricevute) = 0
ergo: al figlio non spetta niente in eredità per quota legittima, in quanto già soddisfatta dalle donazioni.
Vediamo ora le quote in concreto dei legittimari
Quote
Gli articoli seguenti al 536 (537-548) stabiliscono le percentuali di ciascuna quota di legittima. Ricordiamo che le quote
sono determinate sulla massa, cioè su il relictum più il donatum e che i legittimari sono, ex 536, il conigue, i
discendenti e gli ascendenti legittimi. Si precisa sin da ora che la quota disponibile non può comunque essere inferiore
a ¼ del patrimonio del defunto.
La concorrenza o meno dei legittimari comporta il mutamento delle rispettive quote. Vediamo ciascuna ipotesi,
ricordando che la legittima spetta anche ai discendenti dei figli in virtù della rappresentazione:
. un figlio : ½
. concorso di più figli: 2/3
. coniuge: ½
. concorso coniuge e figlio: 1/3 coniuge e 1/3 figlio
. concorso coniuge e più figli: ¼ coniuge e ½ figli
. ascendenti legittimi: 1/3
. conscorso ascendenti legittimi e coniuge: ¼ ascendenti legittimi e ½ coniuge
Come è possibile notare, la sopravvivenza dei discendenti preclude agli ascendenti legittimi la riserva.
Precisazioni sul coniuge
Oltre alla quota di legittima il coniuge ha anche il diritto di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e il diritto
d'uso dei mobili che la corredano, se di proprietà del defunto. Il 540 sancisce che tali diritti gravano sulla porzione
disponibile e, qualora questa non sia sufficiente, per il rimanente sulla quota di riserva del coniuge ed eventualmente
sulla quota riservata ai figli. E' però controverso se il coniuge che abbia ricevuto in proprietà per testamento la casa
familiare possa pretendere dal beneficiario della disponibile l'importo dei diritti d'abitazione e d'uso: la giurusprudenza
avvalora la tesi positiva ai sensi del 540, ma ciò comporterebbe secondo parte della dottrina una maggiorazione della
quota di legittima: il Bianca smentisce ciò affermandone la natura di legati di specie.
I diritti di abitazione e di uso vengono quindi configurati come particolari legati di legittima, i quali possono pertanto
essere conseguiti senza accettazione dell'eredità e rimangono sottratti alla comunione ereditaria. I diritti di abitazione
e di uso in tema sono reali, in quanto presuppongono ex 540 la proprietà in capo al defunto degli stessi; tali diritti sono
inoltre incedibile e hanno la durata della vita del titolare. In tema invece di diritti relativi, se il defunto aveva sulla casa
di residenza familiare, non la proprietà, ma un diritto di locazione, si attua la disciplina della successione nel contratto
secondo la normativa di specie sulle case adibite ad uso abitativo. Vediamo ora l'ipotesi del coniuge separato e del
coniuge divorziato.
Ex 548, il coniuge separato senza addebito ha lo stesso diritto di legittima del coniuge separato, mentre il congiuge
separato con addebito ha solamente diritto ad un assegno vitalizio alimentare se al momento della morte del coniuge
godeva degli alimenti a carico di quest'ultimo.
Al coniuge separato e al coniuge divorziato spettano il diritto di abitazione e il diritto d'uso se questi gli erano già stati
attribuiti prima dell'apertura della successione, poiché la morte in tale ipotesi non può considerarsi una causa
d'estinzione del diritto ormai trasferito.
Infine, in ipotesi di invalidità del matrimonio pronunziata dopo la morte di uno dei coniugi non toglie all'altro coniuge
in buona fede i suoi diritti successore, salvo legame con nuovo matrimonio prima alla morte dell'ereditando.
La riserva del coniuge ex 540 è quindi composta dalla quota di legittima più i diritti di abitazione e di uso, i quali si
configurano come legati di legittima. In sede di determinazione della riserva pare, in sintesi e conforme anche al 540,
affermare che che per la determinazione della riserva del coniuge vanno detratti dalla massa ai fini del calcolo della
quota di legittima, il valore di tali diritti, i quali vanno poi aggiunti alla quota così determinata per ottenere la quota di
riserva.
Es
concorso di figlio e coniuge ergo → figlio 1/3 ; coniuge 1/3
massa ereditaria : 100 ; valore dir abitazione: 10
quota di riserva del coniuge= 40 cioè 1/3+(100-10) + 10 del dir di ab.
La spiegazione di quest'ultima affermazione deriva dai seguenti ragionamenti. Il Bianca preciserebbe che i diritti di abitazione e d'uso di mobili non
sono menzionati nella successione legittima , [ma come? C'è proprio il 540] ma che spettano al coniuge anche in mancanza di testamento: concordi
sono Corte Costituzionale e Cassazione. La giurisprudenza risolve aggiungendo i detti diritti alla quota di riserva[ma non bastava leggere il 540??]. In
sede di determinazione, si ritiene che i detti diritti vadano sottratti alla massa meno il valore degli stessi in quanto legati, i quali sono però in questo
caso diritti di legittima: diritti di legittima non possono pertanto concorrere a formare la quota di legittima stessa, poiché altrimenti si duplicherebbe
il conteggio degli stessi, da un lato come valore aggiunto alla quota e dall'altro come parte della quota stessa.

Vediamo ora il particolare istituto della commutazione, vigente in sede di concorso tra figli legittimi e naturali
La commutazione
La commutazione è l'atto mediante il quale i figli legittimi estromettono dalla comunione ereditaria i figli naturali del
defunto corrispondendo a questi il valore della loro quota. La legge dunque riconosce, unicamente in tale potere, una
posizione privilegiata dei figli legittimi sui figli naturali.
La commutazione si può configurarsi come un diritto potestativo a concessione giudiziale. Il suo esercizio è
subordinato a soli due presupposti, in quanto il terzo, come vedremo, è stato dichiarato costituzionalmente illegittimo.
Primo presupposto per l'autorizzazione giudiziale è che la commutazione sia richiesta da tutti i figli legittimi nei
confronti di tutti i figli naturali; il secondo presupposto è che la porzione da commutare abbia titolo esclusivo nella
legge, poiché le disposizioni testamentarie sono ragionevolmente sovraordinate alla volontà degli eredi figli legittimi.
Infine, il terzo presupposto, ritenuto costituzionalmente illegittimo, sarebbe il fatto che la partecipazione dei figli
naturali alla comunione ereditaria portasse apprezzabili difficoltà per la gestione o il godimento del patrimonio
ereditario; l'illegittimità costituzionale è ravvisabile nel fatto che tale ipotesi sarebbe limitata solo ai figli naturali,
mentre, ad esempio, un terzo estraneo istituito erede comportante le medesime difficoltà, non potrebbe essere
estromesso, con evidente discriminazione quindi dei legittimari sui testamentari.
Ai sensi della normativa, il giudice decide in ipotesi di opposizione dei soggetti passivi: si ritiene sufficiente anche una
manifestazione tacita; di fronte a tale opposizione quindi sono i figli legittimi ad aver l'onere di domandare al giudice
la commutazione: chi dissente dall'altrui proposta infatti non ha, secondo il nostro sistema, l'onere di fare opposizione
giudiziale, motivo per cui si ammette anche l'opposizione tacita. La sentenza non ha efficacia commutativa, ma
autorizza i figli legittimi all'estromissione mediante pagamento delle quote dei figli naturali, anche mediante dazione
dei beni ereditari stessi; fondamentale è che la commutazione è efficacie solo all'effettivo soddisfacimento dei titolari
della porzione commutata.
In realtà, per espresso richiamo della norma sulla commutazione, cioè il 537c.3, nell'articolo sul concorso tra coniuge e
figli, cioè il 542, potrebbe ritenere che la commutazione possa essere esercitata anche contro il coniuge. Tale ipotesi di
commutazione viene tenuta in disparte in quanto discriminativa; inoltre,il 542 rimanda solo al 537 senza esplicitarne i
soggetti stessi: si rinvia cioè alla commutazione senza specificare se mutano o meno i soggetti rispetto al quelli espressi
dalla norma cui si rinvia. L'interpretazione meno lesiva del principio d'eguaglianza è quella che ritiene abrogato
l'istituto della commutazione in danno del coniuge, ritenendo che il richiamo normativo sia volto ad affermare
chiaramente che il diritto di commutazione in capo ai figli legittimi contro i naturali anche in ipotesi di concorso con il
coniuge, e non che il coniuge si possa configurare per rinvio soggetto passivo della commutazione stessa.
I figli irriconoscibili
La riforma del diritto di famiglia del '75 ha mantenuto una grave discriminazione: i figli cd incestuosi sono configurati
come irriconoscibili e hanno, in virtù della loro irriconoscibilità, diritto solo ad un assegno successorio, commisurato
alla rendita della quota successoria spettantegli se la filiazione fosse riconoscibile. Oggi tale discriminazione è stata
attenuata dal fatto che i figli irriconoscibili, potendo ora agire per la dichiarazione di paternità e maternità, possono
vantare i diritti successori spettanti ai figli naturali.
Vediamo anzitutto in assenza della detta dichiarazione giudiziale, il diritto spettante al figlio irriconoscibile. In detta
ipotesi, l' irriconoscibile ha diritto all'assegno successorio e può sceglierne la capitalizzazione in immediato pagamento
o la dazione di beni ereditari salvo esistenza di figli: spetta in primis a questi decidere se pagare in denaro o con beni
ereditari. Il diritto all'assegno, poiché successorio e poiché prescindente da uno stato di bisogno, ha la natura di un
peculiare diritto di legittima: è fondato infatti sul vincolo di solidarietà familiare e prevale sulle altre disposizioni
proprio come, e, ragionevolmente, in quanto, un diritto di legittima. Il relativo legato è a carico di eredi, legatari e
donatari, proporzionalmente a quanto ricevuto : differentemente dal regime della riduzione quindi, donatari e
successori sono duqnue obbligati per quota senza distinzione tra legittima e disponibile.
La CCost n494/2002 ha dichiarato incostituzionale l'art.278: ora quindi i figli irriconoscibili possono esercitare l'azione
per la dichiarazione giudiziale di maternità e paternità e possono, di conseguenza, far valere i diritti successori
spettanti per legge ai figli naturali. L'azione è necessaria poiché gli stessi figli naturali sono ammessi alla successione
solo quando la filiazione è stata riconosciuta o giudizialmente dichiarata [questo perchè il 573 fa salvo il 580?? come
funziona: l'irriconoscibile si fa riconoscere con l'azione di pat/mat e poi fa valere i diritti di legittimario come figlio
naturale o chiede tali diritti successori nell'azione stessa? In quale senso quindi l'azione è necessaria? Non si capisce].
Legati e successione necessaria
Nella successione necessaria assumono rilevanza tre tipi di legato: il legato in sostituzione di legittima, il legato in
conto di legittima e il legato in conto della disponibile. Vediamoli singolarmente.
Legato in sostituzione di legittima
Ai sensi del 551, il legato in sostituzione di legittima è quella disposizione testamentaria a titolo particolare che
permette al legittimario di mantenere la titolarità del legato stesso perdendo il proprio diritto. La funzione dell'istituto
è chiara: escludere il legittimario dal concorso a titolo di legittimario stesso mediante attribuzioni a titolo particolare.
In detta ipotesi il egittimario ha dunque due alternative: il diritto alla legittima o il conseguimento del legato in
sostituzione della stessa. Dal punto di vista logico, non è il legittimario che rinunzia al suo diritto per conseguire il
legato, ma è la mancata rinunzia del legato a comportare la perdita del diritto dell'indisponibile e quindi di agire in
riduzione: questo perchè è il legato ad essere acquistato per primo, in quanto acquisto ex lege dall'apertura della
successione. Il legittimario può quindi rinunziare al legato, il quale è acquistato, come ricordato, automaticamente, e
chiedere la legittima; se preferisce di conseguire il legato, invece, non acquista la qualità di erede e perde il diritto di
chiedere un supplemento anche nel caso in cui il valore del legato sia inferiore a quello della legittima. A conferma del
carattere sostitutivo del legato alla quota di legittima, l'ultimo comma del 551 sancisce che il legato in sostituzione
grava sulla indisponibile, e solo per l'eccedenza sulla disponibile.
Il legato in sostituzione di legittima si differenzia dal legato in conto di legittima per il suo carattere sostitutivo: il primo
sostituisce la legittima, il secondo è un'imputazione alla legittima stessa. Sebbene dal punto di vista concettuale
facilmente distinguibili, la configurazione in concreto di un legato a favore di un legittimario nel primo o nel secondo
tipo, è spesso questione di interpretazione della volontà testamentaria
Legato e donazione in conto di legittima
Il legato e la donazione di legittima sono attribuzioni che vanno imputate alla quota di legittima del beneficiario:
essendo solo imputazioni, non pregiudicano i diritti del legittimario. Il legittimario può pertanto agire in riduzione in
ipotesi di legato e donazioni insufficienti; ovviamente può chiedere solo la differenza necessaria a coprire la quota. Se
invece le dette attribuzioni a titolo particolare superano il valore della legittima, l'eccedenza grava sulla disponibile.
La stessa donazione o legato in conto di legittima possono essere lesive del diritto di altri legittimari, i quali potranno
agire in riduzione.
Esistono però diverse ipotesi in cui il legato o la donazione in conto di legittima possono pregiudicare la legittima degli
altri legittimari; la questione raggiunge ulteriori livelli di complessità nell'ipotesi in cui il legittimario legatario rinunzi
all'eredità trattenendo i legati in conto di legittima. Vediamo meglio la disciplina di specie e le relative opinioni in
dottrina.
Il legatario può rinunziare all'eredità e ritenere i legati e le donazioni in conto di legittima. Ex 522 però, la rinunzia non
può pregiudicare gli estranei ai quali il defunto abbia fatto attribuzioni mediante donazione o legato sulla disponibile:
la norma tutela dette attribuzioni in conto della disponibile nei confronti di quelle in conto di legittima, imponendo ai
legittimari lesi di agire anzitutto verso le seconde nell'ipotesi in cui il legittimario rinunzi all'eredità ma trattenga il
legato, pregiudicando però gli altri legittimari. Il 552 fa infatti salve le assegnazioni fatte al testatore sulla disponibile
che non sarebbero soggette a riduzione se il legittimario accettasse l'eredita e si riducono pertanto donazioni e legati
fatti a quest'ultimo. Il problema che sorge conseguentemente è se il legatario legittimario rinunziante possa trattenere
le attribuzioni a lui fatte nei limiti almeno della legittima. La dottrina, sulla base della Relazione al codice civile,
interpreta il 552 nel senso che il rinunziante all'eredità non possa trattenere niente oltre alla disponibile poiché la sua
porzione di legittima andrebbe ai legittimari eredi: in quanto non erede, il legittimario legatario rinunziante potrebbe
conseguire solo nei limiti della disponibile poiché la disponibile è riservata ai legittimari eredi. Il Bianca sostiene però
che questa tesi sia in contrasto con la volontà del de cuius, la quale veste ruolo cardine nel sistema successorio mortis
causa. Se si volesse rispettare, come da regola, la volontà testamentaria, il legittimario avrebbe diritto di trattenere le
dette attribuzioni almeno nei limiti della quota di legittima e gli altri legittimari potrebbero far sì valere la lesione di
legittima, ma non potrebbero privare il legatario di quanto attribuito nei limiti della indisponibile.
Al di là del dibattito dottrinale, conformemente al Bianca, il legatario legittimario rinunziante può, ex 522, trattenere le
donazioni e il legato sia sulla quota di legittima che sulla disponibile a patto che ciò non pregiudichi le assegnazioni
fatte ai terzi che non sarebbero state successibili di riduzione se il legittimario avesse accettato l'eredità.
E' salva espressa dispensa dall'imputazione.
Es
3 figli : A,B,C
massa = 900
A donazione in conto di legittima di 600.
determinazione legittime: ciascuno ha 1/3 dei 2/3 di 900, ergo : 200 ciascuno.
Massa- donaz in c.di l. = 900 – 600 = 300
ergo: gli altri legittimari sono pregiudicati complessivamente per 100 , poiché 200 + 200= 400 mentre la massa meno detta
donazione è uguale a 300, visto che 900-600= 300.
Quindi: la donazione in c.di l. di A è ridotta di 100 : ciò non pregiudica la legittima di A e soddisfa le quote indisponibili di B e C.
Così, a seguito della riduzione:
A → 500 (poiché 600 donaz. In cdl - 100 rid) ; legitima 200 quindi soddisfatta
B → 200 (poiché 150 dalla massa + 50 rid); legittima 200 quindi soddisfatta
C → 200 (idem di B)
Es con dispensa
3 figli : A,B,C
A :donazione 600 con dispensa dall'imputazione
terzo : attribuzione di 300
massa= 900
B e C pretermessi
determinazione quote legitt. = 200 ciascun figlio
disponibile= 300 (poiché legittima 2/3 di 900) ; legittima= 900
ex 552: salva dispensa da imputazione;
così:
legittime da soddisfare: 400
az.riduzione : 300 contro il terzo (causa dispensa A) ; 100 contro A
quindi:
A → 500 ( 500 -100 = 300 disponibile + 200 indisponibile)
B → 200 ( 150 rid da terzo ; 50 rid A)
C → 200 (idem)
Terzo → 0 (300-300 in riduzione poiché il 552 da salva dispensa)
Legato e donazione in conto della disponibile
Il legato e la donazione in conto della disponibile sono attribuzioni che gravano sulla disponibile e si aggiungono
pertanto a quanto spetta al beneficiario a titolo di legittima. Sostanzialmente, attribuiscono al legittimario beneficiario
un vantaggio ulteriore alla quota di legittima. Il detto vantaggio si concretizza quando l'ereditando accompagna
l'attribuzione con una clausola di esenzione dalla imputazione e dalla collazione. Spieghiamo meglio. Mediante
dispensa dall'imputazione il beneficiario legittimario non è tenuto a imputare le dette attribuzioni alla quota di
legittima, a meno che, molto importante, non voglia agire in riduzione: è dunque privilegiato ai terzi non legittimari
coeredi, in quanto nei confronti di questi deve comunque imputare alla sua quota di legittima le donazioni e i legati
ricevuti. Dato l'obbligo legale ex 737 del coerede legittimario di conferire nell'asse ereditario le donazioni ricevute, il
legittimario donatario, viene a trovarsi in una posizione privilegiata rispetto agli altri legittimari solo mediante dispensa
dalla collazione.
In tema di forma, la dispensa dall'imputazione dev'esser espressa e non implica dispensa dalla collazione; più
semplicemente sono però ritenute manifeste quando l'ereditando indica l'attribuzione come fatta sulla disponibile.
Es esenzione imputazione
80 pro filio ; 100 pro terzo; 20 donazione ricevuta a suo tempo dal figlio.
Massa = 200 → legittima ½ = 100
Se non dispensa dall'imputazione: legittima soddisfata poiché 80+20 = 100
Se dispensa dall'imputazione: 80 + agire in riduzione per 20 contro terzo (poiché 20 di donaz non vengono imputati)

Tutela della legittima


La tutela della legittima è riassumibile nelle seguenti parole chiave:
. intangibilità;
. cautela sociniana;
. riduzione : automatica oppure in via d'azione;
. donazioni dissimulate.
Intangibilità della legittima
Intangibilità della legittima significa che la stessa non può essere pregidicata; precisamente, l'intangibilità della
legittimaconsiste nel divieto di gravare la quota di legittima di pesi e condizioni e nel considerare solo il netto dei beni
imputati alla legittima che risultino gravati da un qualche peso.
E' opportuno quindi ricordare che le quote di legittima sono calcolate al netto della massa, la quale consiste quindi nel
relictum meno il debitum più il donatum; più precisamente si tiene conto anche di oneri, legati e condizioni che
possano incidere negativamente sulla porzione di eredità o sui beni donati. Tale premessa è importante per la
definizione di intangibilità della legittima: intangibilità della legittima significa che sono vietati pesi e condizioni sulla
legittima. Abbiamo però anche detto che può essere gravata non la quota, ma anche un bene, e il divieto vige sulla
legittima, cioè sulla quota non su il bene in sé imputato alla stessa; ciò significa che oneri, legati e condizioni gravanti
su un bene che viene imputato alla legittima non sono vietati: i detti pesi sono comunque considerati, poiché rileva al
fine del calcolo della legittima il valore netto del bene. Ex 549 vige invece un vero e proprio divieto per il testatore di
gravare con pesi e condizioni la quota del legittimario, poiché sarebbe pregiudizievole del diritto di quest'ultimo: il
divieto comporta così la diretta inefficacia delle relative disposizioni senza essere necessario l'esperimento dell'azione
di riduzione, sebbene il punto sia controverso.
Riassuntivamente quindi, l'intangibilità della legittima vieta che la quota di legittima sia gravata , ma permete che un
bene imputato alla stessa possa esserlo, salvo poi considerare l'imputazione solo al netto del valore del bene.
Cautela sociniana
La cautela sociniana è una tutela del legittimario sancita dal 550, articolo antecedente a quelli in tema di legato in
sostituzione(551) e in conto (552) di legittima. La tutela riguarda il lascito eccedente la porzione disponibile: quando il
testatore dispone di un usufrutto o di una rendita vitalizia il cui reddito eccede quello della porzione disponibile, i
legittimari, ai quali è stata assegnata la nuda proprietà della disponibile o di parte di essa, hanno la scelta o di eseguire
tale disposizione o di abbandonare la nuda proprietà della disponibile. Ciò vige anche quando il testatore assegna al
legittimario un diritto di usufrutto e a favore di terzi la nuda proprietà per una parte eccedente la disponibile [dove? Ex
550c.2??] Quindi la cautela sociniane vige in due ipotesi di lascito eccedente la disponibile:
1) usufrutto e assegno vitalizio a terzo e nuda proprietà al legittimario;
2) nuda proprietà al terzo e usufrutto al legittimario.
Il requisito comune è che il lascito ecceda la disponibile. Di fronte a tali ipotesi, il 550 riconosce al legittimario l'opzione
consistente in:
a) dare esecuzione alla disposizione,
oppure
b) conseguire l'intera legittima ma abbandonare al terzo l'usufrutto o la nuda proprietà.
La scelta di detta opzione non è soggetta a particolari formalità .
es.
il testatore dispone nuda proprietà a figlio e usufrutto universale al coniuge. Il figlio può eseguire la disposizione o
ritenere 1/3 del patrimonio, cioè la sua legittima, in piena proprietà e abbandonare la nuda proprietà dell'universitas.
Nel secondo caso quindi.
Figlio : 1/3 patrimonio in piena proprietà
Coniuge: usufrutto 2/3 (1/3 di legittima più 1/3 disponibile) + nuda proprietà abbandonatagli.
Anche il conigue potrebbe viceversa avvalersi dell'opzione riconosciuta dalla cautela sociniana.
La riduzione in generale
La riduzione , in termini generali, è quell'istituto volto a reintegrare la quota di legittima nell'ipotesi in cui questa sia
stata lesa. La lesione di legittima può aversi sia in sede di successione legittima, dove si avrà la riduzione automatica,
sia in ipotesi di successione testamentaria, dove il legittimario sarà tenuto ad agire in riduzione. Emerge dunque che la
riduzione può avvenire in via automatica o mediante esperimento di apposita azione, rispettivamente nella
successione legittima o nella successione testamentaria.
Le quote di legittima sono sempre calcolate sulla massa ereditaria ex 556 e il valore dei beni è determinato con
riferimento al momento dell'apertura della successione. In virtù della riduzione, il legittimario può pretendere la
restituzione dei beni ereditari sino a reintegrazione di quanto gli spetta. La riduzione può espandersi fino ad
ammettere la possibilità di esperire un'azione di restituzione anche contro gli acquirenti dai, in senso lato, beneficiari,
se questi sono insolventi. Se nemmeno l'azione contro i terzi risulta fruttuosa, dovranno essere ridotte le stesse quote
di legittima.
Le donazioni sono riducibili in via d'azione come le disposizioni testamentarie, ma si differenzia notevolmente nelle
modalità. Guardiamo ora meglio le due modalità di riduzione: la riduzione automatica e l'azione di riduzione.
Automatica riduzione
Nel nostro ordinamento, ai sensi del 553, vige l'automatica riduzione delle porzioni degli eredi legittimi in concorso con
i legittimari. Ciò comporta che le porzioni spettanti agli eredi legittimi pregiudizievoli delle quote di legittima sono
ridotte automaticamente nei limiti in cui è necessario per integrare le seconde. L'istituto trova quindi ragione d'essere
solo quando sui beni lasciati dal defunto si apre in tutto o in parte la successione legittima, poiché è tramite questa che
si hanno eredi legittimi. La riduzione abbiamo detto che è automatica: ciò significa che non è necessario per il
legittimario agire in riduzione per ottenere il soddisfacimento della propria riserva, ed una eventuale sentenza ha
quindi carattere di mero accertamento della riduzione che, in quanto automatica, è già avvenuta ex lege. A tal
proposito emerge chiaramente la seguente differenza sui metodi di tutela dei legittimari: in ipotesi di pregiudizio della
quota di legittima in sede di successione testamentaria i legittimari devono agire in riduzione, mentre in ipotesi di
successione intestata, è bene notare, anche parziale, i legittimari hanno una riduzione automatica delle quote
pregiudizievoli.
Perplessità potrebbe destare il fatte che la successione intestata, prevista dalla legge, possa contrastare con la
disciplina dei legittimari, anch'essa disposta dalla legge. La ragione è semplice: poiché le quote degli eredi legittimi
sono calcolate sull'eredità mentre le quote di legittima sono calcolate sulla massa, le quote di legittima potrebbero
concretizzarsi in attribuzioni maggiori rispetto a quanto sancito per la successione legittima, questo perchè la massa è
comprensiva del donatum. Per evitare però un eccessivo pregiudizio anche degli eredi legittimi, vige sempre la regola
per cui il legittimario per integrare la propria quota riservata deve imputare alla stessa le donazioni e i legati ricevuti
dal defunto, proprio come accade in sede di azione di riduzione, ex 564.
Riassuntivamente quindi, in sede di riduzione automatica:
. presupposto: successione legittima totale o parziale ; pregiudizio della legittima derivante da porzioni dei legittimi;
. effetti: riduzione delle quote pregiudizievoli ex lege, cioè non in via d'azione;
. contemperamento: imputare alla quota di legittima le donazioni e i legati ricevuti dal de cuius.
Azione di riduzione
In ipotesi di disposizioni testamentarie o donazioni che pregiudicano la riserva di legittima, il legittimario può agire in
riduzione, in quanto in questi casi, diversamente da quando accade in ipotesi di successione intestate, non vige la
riduzione automatica. L'azione di riduzione ha dunque ad oggetto le disposizioni testamentarie e le donazioni legittime
pregiudizievoli della legittima, cioè eccedenti la disponibile: il 554 e il 555 configurano infatti dette liberalità come
“soggette a riduzione”. E' molto importante specificare che l'azione di riduzione non comporta la nullità dell'atto
dispositivo, ma la sua inefficacia . Il legittimario pregiudicato nella sua quota dovrà prima ridurre le disposizioni
testamentarie lesive e, se non soddisfatto, agirà contro le donazioni lesive della legittima.
La riduzione non può essere domandata che dai legittimari e dai loro eredi o aventi causa. In tema di condizioni per
l'esercizio dell'azione, il 564 sancisce che non può chiedere la riduzione di legati e donazioni il legittimario che non ha
accettato con beneficio d'inventario: la ragione consta nell'esigenza di un celere accertamento dell'asse ereditario
onde evitare abusi contro terzi, i quali non hanno il possesso e quindi neanche il controllo dei beni ereditari. La
condizione di accettazione beneficiata del legittimario è soggetta però a importanti eccezioni, ipotesi cioè che non
richiedono l'accettazione beneficiata stessa:
. azione proposta contro i chiamati all'eredità, anche se rinunzianti;
. legittimario preterito dal testatore (perchè non può accettare un'eredità se non è stato chiamato);
. legittimario decaduto dal beneficio.
Il 564 dispone che, come in sede di automatica riduzione ex 553, in ogni caso, il legittimario che domanda la riduzione
deve imputare alla sua porzione di legittima le donazioni e i legati a lui fatti, salvo espressa dispensa. La dispensa trova
però limite nell'anteriorità delle donazioni fatte ai terzi: sempre ex 564 infatti, la dispensa non pregiudica le donazioni
anteriori e, per tramite di queste, il testatore potrebbe aver già interamente disposto della quota ereditaria
disponibile, con la conseguenza che la dispensa non troverebbe luogo. Sempre lo stesso articolo sancisce infine la
regola generale per cui è esente da collazione ciò che è esente da imputazione, salvo che per la dispensa.
In sede di legittimazione attiva, come anticipato, il 557 stabilisce che possono agire solo il legittimario, i suoi eredi e i
suoi aventi causa; i creditori del defunto possono esperire l'azione di riduzione, in via surrogatoria, solo quando l'erede
non abbia accettato con beneficio d'inventario: poiché questa è la condizione affinchè l'erede potesse, ex 564, agire. In
giurisprudenza l'azione di riduzione è ritenuta incedibile, ma rinunziabile poiché dopo l'apertura della successione è
rinunziabile lo stesso diritto di legittima.
L'azione è soggetta a prescrizione ordinaria decennale; inoltre, il donatario può eccepire l'usucapione del bene donato.
Vediamo però ora la disciplina della riduzione a seconda che essa abbia ad oggetto disposizioni testamentarie o
donazioni.
1) Riduzione delle disposizioni testamentarie
Le disposizioni testamentarie lesive della quota di legittima sono soggette a riduzione ex 554. Siano esse a titolo
universale o particolare, ex 558 sono ridotte tutte proporzionalmente di quanto è necessario al soddisfacimento del
diritto del legittimario. Il valore del patrimonio, come di regola per la determinazione dei valori in tema di successioni,
deve essere calcolato al tempo dell'apertura della successione; in sede è opportuno precisare che oneri a carico del
singolo successore, vuoi che sia erede o legatario, non decurtano la massa ereditaria.
Il testatore può prevedere che una disposizione abbia effetto a preferenza delle altre: in tal caso, la disposizione
privilegiata e riducibile solo se il valore delle altre non è sufficiente a integrare la quota di legittima.
In sede di disposizioni a titolo universale, il legittimario diviene erede nella misura in cui tali disposizioni sono ridotte a
suo favore: la riduzione comporta infatti l'acquisizione legale da parte del legittimario della quota ridotta. Di
conseguenza risponde proporzionalmente dei debiti ereditari e dei legati, ma ciò non pregiudica la sua legittima in
quanto la riduzione comporta il conseguimento di un valore netto sufficiente alla reintegrazione. In effetti, basti
ricordare che il calcolo della legittima avviene sulla massa e non sull'eredità, con l'opportuna precisazione che nel
computo non devono essere detratti, a differenza dei debiti, i legati i quali sono a loro volta attribuzioni testamentarie
riducibili, quindi inquadrabili come attività [giusto?]. La riduzione dei legati comporta la proporzionale riduzione del
credito del legatario o del diritto reale sul bene in ipotesi di legato di specie.
Es
nomina di erede universale Terzo ; pretermesso unico figlio; legatario
asse ereditario: 100, 50 di legato, 50 debiti.
Legittima figlio = ½ = ½ di 100 poiché relictum – debitum, cioè 150+50leg -50deb → ergo 50
riduzione:
proporzionale--> in quanto diviene erede risponde dei debiti pro quota. Quindi
(25 terzo + 25 da legato)legittima + 25terzo per pagare 25 di debito
2) Riduzione delle donazioni
Se la riduzione delle disposizioni testamentarie non è sufficiente a reintegrare la legittima, si procede alla riduzione
delle donazioni dirette e indirette fatte dal defunto ex 555. Mentre per le disposizioni testamentarie vige la riduzione
proporzionale di tutte le disposizioni, le donazioni si riducono secondo criterio cronologico ex 559, cominciando dalla
più recente e risalendo alle anteriori sino a soddisfare la legittima. Come di regola, l'azione di riduzione non riguarda le
donazioni fatte ai legittimari che concorrono sull'eredità, le quali salvo dispensa, sono già imputate alla quota di
legittima [giusto?].
La riduzione della donazione rende la stessa inefficace nei limiti di quanto necessario per reintegrare la legittima:
l'inefficacia comporta che il donatario è tenuto a restituire agli eredi il bene o il suo equivalente al valore che aveva
all'apertura della successione.
Il donatario è tenuto alla restituzione per equivalente se il bene non esiste più per causa a lui imputabile.
In ipotesi di insolvenza del donatario, il legittimario può agire contro gli eventuali terzi acquirenti . In ipotesi di esito
negativo,ex 562 il valore della donazione che non si può recuperare dai predetti soggetti si detrae dalla massa. E'
sostanzialmente una regola che ripartisce il rischio d'insolvenza del donatario tra legittimario e donatario anteriore,
poiché sostanzialmente comporta una progressiva riduzione della legittima. La riduzione della legittima distribuisce
anche il rischio, rectius la riduzione, tra i legittimari stessi in ipotesi di mancanza di donatari anteriori,
proporzionalmente alle loro quote. La dottrina applica in via analogica applica detta norma ex 562 in via analogica
anche in ipotesi di insolvenza di erede o legatario tenuti alla restituzione in seguito ad azione di riduzione.
Es
massa = 100; donaz ad A primo donatario= 50 ; donaz a B secondo donatario = 50
.figlio unico = legittima ½
Legittima = ½ 100 = 50
Riduzione verso il Secondo (criterio cronologico) : B
Se B insolvente → detrazione dalla massa di 50 cioè 100- 50(donazione irrecuperabile)= massa ridotta= 50
ricalcolo legittima: ½ 50 = 25
Riduzione verso il Primo: A
per la legittima ridotta : 25
Es2
donaz 200 a Terzo ; 100 eredità uno dei suoi due figli.
Massa= 300
Legittimario pretermesso= legittima ½ di 2/3 cioè 1/3 → 1/3 di 300 = 100
riduzione verso il terzo
terzo insolvente
massa ridotta= 300-200= 100
(???)il libro dice 50 ciascuno
Ultima ipotesi da analizzare, se il bene perisce per causa non imputabile al donatario (o all'erede o al legatario), il suo
valore si detrae ovviamente dalla massa ereditaria, in quanto vi è obiettiva irrecuperabilità del bene.
La restituzione dei beni
In tema di restituzione dei beni la disciplina si differenzia a seconda che le attribuzioni siano avvenute, non tanto per
testamento o per donazione, ma a titolo universale o particolare. Conseguentemente, ciò comporta che i legati, in
quanto attribuzioni a titolo particolare, soggiaciono alla disciplina di restituzione vigente per le donazioni. Menzione a
parte merita inoltre l'eventuale azione di restituzione contro i terzi acquirenti.
1) Riduzione disposizioni a titolo universale
L'esperimento con successo da parte del legittimario della riduzione delle disposizioni a titolo universale, comporta
che il legittimario stesso si configuri come erede: l'erede legittimario, in quanto erede, può pretendere la restituzione
dei beni al fine di reintegrare la sua quota. In tema di frutti,spese,miglioramenti e atti di disposizione dei beni
ereditari, trova applicazione la disciplina vigente per la petizione di eredità. E' pertanto opportuno rivedere l'istituto
dove trattato in quanto la riduzione di disposizioni a titolo universale si rifà allo stesso.
2) Riduzione disposizioni a titolo particolare
In tema di riduzione di legati e donazioni, il codice distingue la disciplina a seconda che l'attribuzione abbia ad oggetto
beni mobili o immobili. In ipotesi di beni mobili il donatario è tenuto alternativamente alla restituzione del bene o del
corrispondente valore; in ipotesi di beni immobili, ex560, la riduzione può comportare o la separazione in natura, o il
totale acquisto del bene a vantaggio del legittimario salvo conguaglio, o l'obbligo del beneficiario di corrispondere
all'eredità il valore della porzione ridotta. Le ultime due ipotesi si hanno quando la separazione non può farsi
comodamente: vige l'acquisto quando il donatario o il legatario ha nell'immobile un'eccedenza maggiore del quarto
della disponibile, mentre altrimenti lo stesso può trattenere l'immobile e compensare in denaro i legittimari; si
configura come eccedenza la parte ridotta ed è bene notare che il quarto della disponibile non va confuso con il quarto
inteso come minimo della disponibile, ma proprio come ¼ della disponibile.
Il donatario o legatario che siano anche legittimari, se è stato attribuito loro un immobile possono ritenerlo nei limiti
della quota di legittima e della disponibile.
Sempre in tema immobiliare, sono dovuti i frutti dal giorno della domanda giudiziale di riduzione e l'immobile è
restituito libero da pesi e ipoteche costituite dal donatario o legatario o erede. La libertà dell'immobile da pesi e
ipoteche costituite dal beneficiario è però soggetta a tre importanti eccezioni, le quali conseguentemente comportano
l' opponibilità del vincolo sull'immobile:
- regime della trascrizione;
- esperimento della riduzione 10 anni dall'apertura della successione ;
- esperimento della riduzione 20 anni dalla donazione.
Nelle dette ipotesi, cioè nei casi in cui è opponibile il peso sull'immobile, il legittimario è tenuto a essere compensato.
Se il beneficiario ha alienato l'immobile o se questo non esiste più per causa lui imputabile, questi è tenuto a
corrisponderne il valore all'eredità, valore determinato come di regola al momento dell'apertura della successione. La
ratio dell'istituto trova ragione per l'inefficacia del suo acquisto, la quale configura un indebito ex 2037, poiché il titolo
d'acquisto è successivamente venuto meno.
Se il donatario è insolvente, il legittimario può agire contro gli acquirenti.
Riepilogando quindi in materia di donazioni o legati immobiliari pregiudizievoli della legittima:
i) esperimento azione
ii) una delle modalità di restituzione a seconda del caso
iib) se inesistenza imputabile o alienazione: pagamento del valore
iii) se insolvenza: restituzione contro terzi
iv) mancato soddisfacimento contro terzi : riduzione legttima
Vediamo ora la restituzione contro i terzi acquirenti dal donatario.
2b) Azione di restituzione contro terzi acquirenti dal donatario
Prima ancora di descrivere l'azione, è opportuno premettere che la giurisprudenza ritiene esperibile detta azione
anche conto gli aventi causa dall'erede o dal legatario.
Abbiamo detto che il donatario alienante il bene ereditario è tenuto a corrispondere il valore al legittimario che agisce
in riduzione; se il donatario è insolvente però, non potendo il legittimario soddisfarsi sullo stesso, è riconosciuto a
quest'ultimo di agire contro gli aventi causa del primo, questo ex 563. L'azione contro gli aventi causa dei donatari
soggetti a riduzione prescinde dal titolo dell'alienazione e dalla buona o mala fede del terzo ed richiede, in quanto
azione, una nuova domanda, la quale sarà rivolta al terzo acquirente: la sentenza di riduzione infatti, essendo rivolta al
donatario, non può avere efficacia diretta nei confronti del terzo, salvo che l'acquisto sia stato trascritto dopo la
domanda di riduzione, dove, in virtù della pubblicità, la sentenza fa stato nei confronti delle parti e dei loro aventi
causa. Il terzo acquirente soccombente è tenuto alla restituzione nella misura necessaria alla reintegrazione.
Nell'ipotesi di più alienazioni successive, l'azione è rivolta all'ultimo alienatario, risalendo poi verso gli alienatari
anteriori.
I terzi acquirenti possono sottrarsi all'azione di riduzione in queste due ipotesi:
1) regime trascrizione: acquisto a titolo oneroso trascritto prima della domanda di (NB) riduzione e domanda di
riduzione trascritta dopo 10 anni dall'apertura;
2) ln 80/2005: azione di (NB) restituzione proposta dopo 20 anni dalla donazione; prescinde dal titolo gratuito. Il detto
termine è soggetto a una peculiare causa di sospensione, cioè la dichiarazione di opposizione, la quale può essere
notificata al donatario dal coniuge e dai parenti in linea retta del donante. La dichiarazione di opposizione non
comporta inefficacia o invalidità, ma sospende solamente il termine e va trascritta e rinnovata ogni 20 anni a pena di
decadenza.
In ipotesi di beni mobili, invece, la disciplina è molto più agevole in quanto vige la in tema di possesso in buona fede
per cui il possesso vale titolo ex 1153.
Donazioni dissimulate
Sarò opportuno in tema distinguere tra simulazioni assolute e relative: le prime dissimulano l'inesistenza del negozio
simulato, le seconde un negozio con effetti diversi. Entrambe le ipotesi possono pregiudicare in tema di successioni
mortis causa i diritti spettanti agli eredi e ai legittimari in quanto, mediante simulazione, si possono escludere beni
dall'asse ereditario attribuendoli fittiziamente a un terzo, mascherando la donazione o addirittura l'inesistenza del
negozio mediante atti a titolo oneroso, quale in primis la compravendita.
Il legittimario può dunque agire in riduzione anche quando si tratta di donazioni dissimulate.
La simulazione relativa potrebbe risultare lesiva della legittima quando un atto a titolo oneroso dissimula in realtà un
atto di liberalità del defunto: in tale ipotesi il legittimario ha interesse ad accertare la simulazione al fine di stabilire la
vera massa ereditaria e di conseguenza agire in eventualmente in riduzione. Agendo in virtù del suo diritto, il
legittimario può dare prova della simulazione, anche per testimoni, come ex 1417 creditori e terzi ed è pertanto
necessario che agisca in riduzione.
In ipotesi di simulazione assoluta, l'atto potrebbe anche ledere la legittimario, il quale non agisce in riduzione, ma per
recuperare un bene che solo apparentemente era stato trasferito all' alienatario. Hanno interesse a far dichiarare la
simulazione assoluta tutti gli eredi, poiché il bene apparterrebbe all'asse ereditario; gli eredi trovano tuttavia ex 1417
limiti probatori, non possono cioè avvalersi della prova testimoniale e delle presunzioni e si pone il problema se tali
limiti sussistano anche in capo al legittimario. La giurisprudenza afferma che l'erede legittimario può invece provare
con ogni mezzo la simulazione nell'ipotesi in cui questa sia pregiudizievole della legittima. A seguito della prova, il
legittimario può rivendicare il bene nella sua qualità di erede anche oltre la legittima, poiché il simulato alienatario non
può opporre un atto d'acquisto riconosciuto giudizialmente come simulato. Viceversa, se l'atto simulato non è lesivo
della legittima l'erede legittimario deve logicamente sottostare ai limiti probatori anzidetti.
E' discusso in dottrina se gli eredi non legittimari possano giovarsi dell'accertamento della simulazione assoluta di
donazione: sebbene dai rigidi limiti probatori possa trarsi risposta negativa, ciò potrebbe portare a due processi aventi
sentenze con contenuto opposto e, intendendo i limiti anzidetti come a favore dei detti soggetti per evitare che il
contratto possa essere di regola facilmente destabilizzato. Il Bianca ritiene pertanto che non vi è ragione di invocare i
limiti probatori quando per altra via legittima si è già raggiunta la verità processuale.