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Articolo 110 Codice di procedura civile

Successione nel processo

Dispositivo

Dispositivo dell'art. 110 Codice di procedura civile


Fonti » Codice di procedura civile » LIBRO PRIMO - Disposizioni generali » Titolo IV - Dell'esercizio dell'azione (artt. 99-111)

Quando la parte viene meno per morte o per altra causa (1) , il processo è proseguito
dal successore universale o in suo confronto (2).

Note
(1) La norma disciplina sia l'ipotesi della morte della persona fisica sia il caso dell'estinzione
della persona giuridica, la quale dà ugualmente luogo ad una successione a titolo universale
(come accade nel caso di fusione tra società ai sensi dell'art. 2501 ss. c.c.).
Diversamente, se la persona giuridica è soggetta a liquidazione, la giurisprudenza ritiene, che,
esaurite le relative operazioni, essa non sia ancora estinta finché siano ancora pendenti
eventuali controversie relative a rapporti patrimoniali della società.
Nell'ambito delle vicende relative all'esistenza della persona giuridica, la cessione dell'azienda,
il conferimento di azienda in una società di capitali o la devoluzione dei beni ai sensi degli artt.
31 e 32 c.c. non rientrano nelle ipotesi di successione a titolo universale, bensì di successione
a titolo particolare di cui all'art. 111 del c.p.c..

(2) Le modalità con cui avviene la successione nel processo si diversificano a seconda della
tipologia di processo. Se si tratta di processo esecutivo, la successione verifica in maniera
automatica, senza formalità. Diversamente, nel processo di cognizione la norma in esame va
integrata con la disciplina dell'interruzione del processo di cui agli artt.299 c.p.c. e ss.

Ratio Legis
La norma descrive il fenomeno della successione universale, caratterizzato dal
trasferimento in capo al successore della totalità dei rapporti trasmissibili del de cuius,
tra cui anche la sua posizione processuale eventualmente in atto al momento della
morte. Pertanto, il successore avrà nel giudizio gli stessi poteri ed oneri del dante
causa e non potrà proporre domande nuove o istanze istruttorie dalle quali il de cuius
sia decaduto.

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Brocardi

“ Ex contractibus venientes actiones in


haeredes dantur, licei delictum quoque
versetur
Le azioni nascenti da contratti, e anche quelle che
provengono da atto illecito, si trasferiscono agli


eredi

Spiegazione

Spiegazione dell'articolo 110 Codice di procedura civile


La norma in esame si occupa della fattispecie della successione nel processo, ed è
volta a risolvere esclusivamente problemi di rito, mirando essenzialmente a ricostruire la
bilateralità del processo.
Presupposto della successione è il venir meno di una parte, ciò che si realizza per
causa di morte qualora si tratti di persona fisica, o per altre cause qualora si tratti di
persone giuridiche.

Al verificarsi di tali ipotesi, il processo viene proseguito da parte o nei confronti del
successore universale, restando a carico di costui tutti gli effetti che si sono prodotti nei
confronti della parte venuta meno.
Potrebbe verificarsi il caso in cui successore universale sia la stessa controparte, ciò
che dà luogo ad una ipotesi di confusione processuale (c.d. soggettiva).
Diversi sono gli effetti che tale fenomeno produce in relazione alla controparte, e
precisamente:
a. il processo si chiude se la controparte è unico successore universale ed il diritto
controverso si trasferisce a costui;
b. se la controparte è unico successore universale, ma il diritto si trasferisce ad un
terzo a titolo di legato, il legatario subentra nel processo;
c. se, infine, la controparte è uno dei successori universali e succede pro quota nel
diritto controverso, subentrano come controparti gli altri successori universali.

Occorre precisare che il fenomeno successorio qui disciplinato è soltanto quello che si
realizza successivamente all'instaurazione del processo, mentre la norma non si applica
ai casi in cui la successione si sia verificata in epoca anteriore alla pendenza della lite.
Inoltre, la scriminante tra questa fattispecie e quella prevista dall'art. 111, 1° co. cpc,
ove il soggetto continua ad esistere ed il processo può proseguire tra le parti originarie,
consisterebbe nella cessazione dell'esistenza del soggetto giuridico (la ratio della
seconda norma, infatti, va ricercata non nell’esigenza di ricostruire la bilateralità del

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processo, bensì nella determinazione del contenuto e dell'ambito soggettivo di efficacia


della pronuncia nei confronti del successore).
Ai sensi del combinato disposto dell'art. 63 del c.c. e dell'art. 729 del c.p.c., la dottrina
equipara alla morte la dichiarazione di morte presunta, contenuta nella sentenza
divenuta eseguibile o passata in giudicato.

Particolari problemi interpretativi sono sorti con riferimento ai mutamenti strutturali che
interessano gli enti pubblici, soprattutto in considerazione del fatto che gli stessi
avvengono in virtù di ben precise disposizioni legislative.
A tal proposito l’orientamento prevalente afferma che, qualora la trasformazione operi,
oltre che sotto il profilo strutturale, anche in relazione alla natura del soggetto giuridico
(che da pubblico diviene privato o viceversa), essa determina l'estinzione della persona
giuridica, con conseguente creazione di un nuovo soggetto e applicazione dell'art. 110.
Il subingresso del successore universale non avviene in maniera automatica, ma
richiede un'iniziativa volontaria da parte dello stesso successore o nei suoi confronti;
tale non automaticità la si ricaverebbe anche dalla stessa formulazione della lettera
dell'art. 110, laddove reca l'espressione “è proseguito”.
Infatti, la successione del nuovo soggetto si attua, a seguito dell'interruzione del
giudizio, attraverso l'istituto della riassunzione, da esso compiuta o eseguita nei suoi
confronti (interruzione che deve essere resa ritualmente nota nel processo).

È in capo al successore universale che incombe l'onere di provare la propria qualità, in


modo da poter giustificare la propria legittimazione ad agire o a contraddire; tuttavia,
occorre precisare che il suddetto onere probatorio sorge soltanto qualora la controparte
contesti in maniera specifica detta qualifica (nel caso di morte della persona fisica tale
prova deve essere fornita attraverso la produzione del certificato di morte dell'autore e
della denuncia di successione).

Qualora, poi, la morte o la perdita della capacità di stare in giudizio della parte costituita
a mezzo di procuratore non siano state dichiarate in udienza o notificate alle altre parti,
il medesimo procuratore, se in origine munito di procura alla lite valida per gli ulteriori
gradi del processo, sarà legittimato a proporre impugnazione in rappresentanza della
parte venuta meno, provocando la prosecuzione nell'ulteriore grado di giudizio
dell'effetto stabilizzante della mancata dichiarazione dell'evento estintivo.

Ciò risponde al principio dell'ultrattività del mandato di difesa e dell'opportunità di


lasciare il difensore arbitro del potere di gestire nel migliore dei modi gli interessi della
parte già rappresentata e di coloro che siano destinati a subentrarvi, compresi quelli
relativi agli effetti dell'estinzione (sempre che lo stesso procuratore abbia avuto cura di
agire previa informazione degli interessati ed in accordo di essi e che sia munito di
valida procura alle liti anche per il giudizio di impugnazione).

Se i successori universali sono più di uno, ricorrerà un'ipotesi di litisconsorzio


necessario per ragioni processuali, e ciò a prescindere dal fatto che soltanto uno o
qualcuno di essi sia effettivamente succeduto nel diritto controverso oggetto del
giudizio; la mancata integrazione del contraddittorio nei riguardi di tutti i successori
universali, determina che la sentenza sarà affetta da nullità assoluta, rilevabile d'ufficio
anche in cassazione.

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Massime

Massime relative all'110 Codice di procedura civile

Cass. civ. n. 5605/2021


La cancellazione della società dal registro delle imprese, a partire dal momento in cui si
verifica l'estinzione della società cancellata, priva la società stessa della capacità di
stare in giudizio (con la sola eccezione della "fictio iuris" contemplata dall'art. 10 l. fall.);
pertanto, qualora l'estinzione intervenga nella pendenza di un giudizio del quale la
società è parte, si determina un evento interruttivo, disciplinato dagli artt. 299 e ss.
c.p.c., con eventuale prosecuzione o riassunzione da parte o nei confronti dei soci,
successori della società, ai sensi dell'art. 110 c.p.c.; qualora l'evento non sia stato fatto
constare nei modi di legge o si sia verificato quando farlo constare in tali modi non
sarebbe più stato possibile, l'impugnazione della sentenza, pronunciata nei riguardi
della società, deve provenire o essere indirizzata, a pena d'inammissibilità, dai soci o
nei confronti dei soci, atteso che la stabilizzazione processuale di un soggetto estinto
non può eccedere il grado di giudizio nel quale l'evento estintivo è occorso. (Dichiara
inammissibile, COMM.TRIB.REG. NAPOLI, 27/11/2013).
(Cassazione civile, Sez. V, ordinanza n. 5605 del 2 marzo 2021)

Cass. civ. n. 28447/2020


Nell'ipotesi di morte di una delle parti nel corso del giudizio, gli eredi,
indipendentemente dalla natura del rapporto controverso, vengono a trovarsi, per tutta
la durata del processo, in una situazione di litisconsorzio necessario per ragioni
processuali, sicchè, nel caso in cui intervenga volontariamente in causa uno degli eredi
di detta parte, non vi è bisogno della dichiarazione del procuratore della stessa, perché
la costituzione dell'erede è rivolta alla prosecuzione del giudizio, e quindi, a precludere
l'effetto introduttivo con un'implicita comunicazione dell'evento interruttivo, e, pertanto, il
giudice, avendo dunque conoscenza processuale di detto evento, deve ordinare
l'integrazione del contraddittorio nei confronti di altri eventuali eredi. (Cassa con rinvio,
CORTE D'APPELLO CATANZARO, 20/12/2017).
(Cassazione civile, Sez. VI-2, ordinanza n. 28447 del 15 dicembre 2020)

Cass. civ. n. 16362/2020


Nel processo tributario, l'estinzione della società, di persone o di capitali, conseguente
alla cancellazione dal registro delle imprese, determina un fenomeno di tipo
successorio, in forza del quale i rapporti obbligatori facenti capo all'ente non si
estinguono - venendo altrimenti sacrificato ingiustamente il diritto dei creditori sociali -
ma si trasferiscono ai soci, i quali ne rispondono, nei limiti di quanto riscosso a seguito
della liquidazione o illimitatamente, a seconda del regime giuridico dei debiti sociali cui
erano soggetti "pendente societate"; ne discende che i soci peculiari successori della
società subentrano ex art. 110 c.p.c. nella legittimazione processuale facente capo
all'ente, in situazione di litisconsorzio necessario per ragioni processuali, ovvero a
prescindere dalla scindibilità o meno del rapporto sostanziale, dovendo invece
escludersi la legittimazione "ad causam" del liquidatore della società estinta (nella

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specie destinatario di cartella di pagamento quale coobbligato ai sensi dell'art. 2495,


comma 2, previgente art. 2456, comma 2, c.c.) il quale può essere destinatario di
un'autonoma azione risarcitoria ma non della pretesa attinente al debito sociale. (Cassa
senza rinvio, COMM.TRIB.REG.SEZ.DIST. BRESCIA, 14/03/2011).
(Cassazione civile, Sez. V, ordinanza n. 16362 del 30 luglio 2020)

Cass. civ. n. 14177/2019


In ipotesi di fusione per incorporazione ex art. 2504 bis c.c. (nel testo risultante dalle
modifiche apportate dal d.lgs. n. 6 del 2003), intervenuta in corso di causa, la
legittimazione attiva e passiva all'impugnazione spetta alla sola società incorporante cui
sono stati trasferiti i diritti e gli obblighi della società incorporata e che prosegue in tutti i
rapporti, anche processuali, anteriori alla fusione facenti capo alla società incorporata,
salva la possibilità della controparte di notificare l'atto di impugnazione anche nei
confronti di quest'ultima, nel caso in cui, nonostante l'iscrizione nel registro delle
imprese, non sia stata resa edotta della intervenuta fusione. (Cassa con rinvio,
COMM.TRIB.REG. MILANO, 16/12/2009).
(Cassazione civile, Sez. V, sentenza n. 14177 del 24 maggio 2019)

Cass. civ. n. 6285/2018


In tema di contenzioso tributario, il principio secondo cui in virtù dell'unitarietà
dell'accertamento sussiste litisconsorzio necessario tra soci e società di persone, opera
anche ove quest'ultima si estingua per effetto della cancellazione dal registro delle
imprese, atteso che, a seguito di tale evento, i soci succedono nella posizione
processuale dell'ente estinto, venendosi a determinare, tra di essi, una situazione di
litisconsorzio necessario per ragioni processuali, a prescindere dalla scindibilità o meno
del rapporto sostanziale. (Cassa con rinvio, COMM.TRIB.REG. FIRENZE, 28/09/2009).
(Cassazione civile, Sez. V, ordinanza n. 6285 del 14 marzo 2018)

Cass. civ. n. 6069/2018


In tema di contenzioso tributario, qualora nel giudizio di primo grado la società in
accomandita semplice parte dello stesso si sia estinta per effetto della cancellazione dal
registro delle imprese, e l'evento estintivo non sia stato dichiarato, l'atto di appello,
proposto dall'ex socio accomandatario, deve essere notificato anche agli altri ex soci, in
quanto sono tutti successori della società ai sensi dell'art. 110 c.p.c.: in mancanza, la
sentenza pronunciata all'esito del procedimento di gravame è affetta da nullità, rilevabile
d'ufficio nel giudizio di cassazione, per violazione del principio del contraddittorio.
(Cassa con rinvio, COMM.TRIB.REG. ROMA, 12/11/2013).
(Cassazione civile, Sez. VI-5, ordinanza n. 6069 del 13 marzo 2018)

Cass. civ. n. 23574/2014


La cancellazione dal registro delle imprese comporta l'estinzione della società e la priva
della capacità processuale, sicché, qualora l'estinzione intervenga in pendenza di un
giudizio di cui la società è parte, si produce un evento interruttivo, disciplinato dagli artt.

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299 e ss. cod. proc. civ.. Ne consegue che, qualora siffatto evento non sia stato fatto
constare processualmente nei modi di legge, nondimeno l'eventuale impugnazione della
sentenza, pronunciata nei riguardi della società, deve, a pena d'inammissibilità,
provenire dai soci o essere nei loro confronti indirizzata, posto che la stabilizzazione
processuale di un soggetto estinto non può, comunque, eccedere il giudizio nel quale
l'evento interruttivo è occorso e che la legittimazione processuale, attiva e passiva, si
trasferisce automaticamente, ex art. 110 cod. proc. civ., per effetto della vicenda
estintiva, in capo ai predetti soci, tra i quali viene in rilievo una situazione di
litisconsorzio necessario, a prescindere dalla scindibilità o meno del rapporto
sostanziale. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha dichiarato inammissibile il
ricorso per cassazione proposto nei confronti della società cancellata, anziché degli ex
soci, escludendo la sanatoria per effetto dell'avvenuta costituzione di alcuni di questi
ultimi, non desumendosi dalle difese delle parti la presenza in giudizio dell'intera
compagine sociale).
(Cassazione civile, Sez. V, sentenza n. 23574 del 5 novembre 2014)

Cass. civ. n. 17673/2012


Il principio dell' intrasmissibilità del diritto di prelazione fra coeredi, previsto dall'art. 732
c.c., non impedisce che, una volta esercitato il riscatto, con instaurazione del relativo
giudizio, la domanda conservi i propri effetti, nonostante la sopravvenuta morte del
retraente, la quale implica la successione nel processo dei suoi eredi, ai sensi dell'art.
110 c.p.c.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 17673 del 16 ottobre 2012)

Cass. civ. n. 9110/2012


La cancellazione dal registro delle imprese di una società di persone, analogamente a
quanto avviene con riferimento ad una società di capitali, determina l'estinzione del
soggetto giuridico e la perdita della sua capacità processuale. Ne consegue che, nei
processi in corso, anche se essi non siano interrotti per mancata dichiarazione
dell'evento interruttivo da parte del difensore, la legittimazione sostanziale e
processuale, attiva e passiva, si trasferisce automaticamente, ex art. 110 c.p.c., ai soci,
che, per effetto della vicenda estintiva, divengono partecipi della comunione in ordine ai
beni residuati dalla liquidazione o sopravvenuti alla cancellazione, e, se ritualmente
evocati in giudizio, parti di questo, pur se estranei ai precedenti gradi del processo.
(Nella specie, la S.C. ha ritenuto ammissibile il ricorso per cassazione proposto contro il
socio precedentemente estraneo al processo nei confronti di una società di persone
che, parte nei precedenti gradi di giudizio, era stata poi cancellata dal registro delle
imprese).
(Cassazione civile, Sez. V, sentenza n. 9110 del 6 giugno 2012)

Cass. civ. n. 7676/2012


Il socio di una società di capitali, estinta per cancellazione dal registro delle imprese,
succede a questa nel processo a norma dell'art. 110 c.p.c. - che prefigura un
successore universale ogni qualvolta viene meno una parte - solo se abbia riscosso
somme in base al bilancio finale di liquidazione, secondo quanto dispone l'art. 2495,
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secondo comma, c.c.: tale vicenda, infatti, non costituisce soltanto il limite di
responsabilità del socio quanto al debito sociale, ma anche la condizione per la di lui
successione nel processo già instaurato contro la società, posto che egli non è
successore di questa in quanto tale, ma lo diventa nella specifica ipotesi, disciplinata
dalla legge, di riscossione della quota. La prova di tale circostanza è a carico delle altre
parti ed integra la stessa condizione dell'interesse ad agire, che richiede non solo
l'accertamento di una situazione giuridica, ma anche la prospettazione della possibilità
di ottenere un risultato utile, non essendo il processo utilizzabile in previsione di
esigenze soltanto astratte. (In applicazione di questo principio, la S.C. ha dichiarato
l'inammissibilità del ricorso per cassazione proposto nei confronti del socio unico di s.r.l.
cancellata, in assenza della deduzione e prova della condizione di cui all'art. 2495,
secondo comma, c.c.).
(Cassazione civile, Sez. V, sentenza n. 7676 del 16 maggio 2012)

Cass. civ. n. 25341/2010


L'onere di provare la qualità di erede, gravante sul soggetto che agisce in giudizio in
tale qualità, viene meno quando la controparte abbia tardivamente sollevato eccezioni
in proposito (nella specie con la comparsa conclusionale di primo grado), dopo avere
accettato il contraddittorio senza alcuna contestazione al riguardo.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 25341 del 15 dicembre 2010)

Cass. civ. n. 8765/2010


In caso di morte della parte, gli eredi possono far valere il titolo della successione in
base al quale proseguono il giudizio in luogo della parte defunta, anche allo scopo di
integrare la "causa petendi" della domanda, perché diversamente sarebbe preclusa la
loro stessa partecipazione al giudizio.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 8765 del 13 aprile 2010)

Cass. civ. n. 16428/2009


Il curatore dell'eredità giacente, pur non essendo rappresentante del chiamato
all'eredità, è legittimato sia attivamente che passivamente in tutte le cause che
riguardano l'eredità, anche quando sia venuta meno la situazione di giacenza, per
l'adempimento degli obblighi che attengono al periodo di gestione dell'eredità. Non può
quindi considerarsi inesistente la notifica al curatore del ricorso per cassazione proposto
dall'Agenzia dell'Entrate in un giudizio avente ad oggetto l'adempimento di obblighi di
natura fiscale sorti durante il periodo di giacenza, anche se, dopo la pronuncia della
sentenza di appello, sia intervenuta l'accettazione dell'eredità da parte dell'erede.
(Cassazione civile, Sez. V, sentenza n. 16428 del 15 luglio 2009)

Cass. civ. n. 28409/2008


In tema di integrazione del contraddittorio nei confronti di un litisconsorte necessario, a
seguito della dichiarazione di interruzione del processo nella specie, per fallimento
dell'opponente agli atti esecutivi la mancata riassunzione nei confronti della curatela

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fallimentare non può fondare un'immediata dichiarazione di estinzione del processo


stesso, poichè la non integrità del contraddittorio, rilevabile anche d'ufficio dal giudice,
implica che questi debba, ai sensi dell'art. 102, secondo comma, c.p.c., fissare un
termine perentorio alle parti costituite per la suddetta integrazione, salvo dichiarare la
nullità del giudizio nel caso in cui nessuna di esse vi abbia provveduto
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 28409 del 28 novembre 2008)

Cass. civ. n. 10676/2008


La società di capitali nella quale sia conferita l'azienda di una impresa individuale
succede in tutti i rapporti attivi e passivi di quest'ultima. Da ciò consegue che la società
nella quale sia confluita l'azienda di altra è soggetta all'esecuzione forzata fondata su
un titolo giudiziale pronunciato nei confronti del conferente l'azienda, oltre ad essere
legittimata a proporre opposizione all'esecuzione stessa.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 10676 del 24 aprile 2008)

Cass. civ. n. 27183/2007


La fusione di società mediante incorporazione avvenuta prima della riforma del diritto
societario di cui al D.L.vo n. 6 del 2003 ed all'introduzione dell'art. 2504 bis c.c., realizza
una situazione giuridica corrispondente a quella della successione universale e produce
gli effetti, tra loro indipendenti, dell'estinzione della società incorporata e della
contestuale sostituzione, nella titolarità dei rapporti giuridici attivi e passivi facenti capo
a questa, della società incorporante, per cui quest'ultima, al pari di qualsiasi successore
universale, assume la stessa posizione processuale dell'attore, con tutte le limitazioni
ed i divieti ad essa inerenti. Ne consegue che la stessa non può proporre domande
nuove per l'attribuzione di diritti autonomi ed indipendenti dal diritto successorio, mentre
le si debbono riconoscere i diritti fatti valere dal dante causa, anche quelli azionati prima
della successione, ma acquisibili solo nel corso del tempo. Spetta quindi alla società
incorporante il risarcimento dei danni derivanti da illecito permanente (nella specie
illecita captazione di acque pubbliche), iniziato prima della fusione i cui effetti dannosi si
siano però protratti anche successivamente.
(Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 27183 del 28 dicembre 2007)

Cass. civ. n. 14266/2006


In tema di successione nel processo, la disposizione dell'art. 110 c.p.c. — il quale
stabilisce che, quando la parte viene meno per morte od altra causa, il processo è
proseguito dal successore universale o in suo confronto — presuppone la qualità di
erede, a seguito di valida accettazione della eredità, sicché l'assenza di siffatta qualità
esclude la «legitimatio ad causam» la cui mancanza è rilevabile d'ufficio anche in sede
di legittimità.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 14266 del 20 giugno 2006)

Cass. civ. n. 13571/2006


Nella ipotesi di morte di una delle parti in corso di giudizio, la relativa legitimatio ad

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causam si trasmette (salvo i casi di cui agli artt. 460 e 486 c.c.) non al semplice
chiamato all'eredità bensì (in via esclusiva) all'erede, tale per effetto di accettazione,
espressa o tacita, del compendio ereditario, non essendo la semplice delazione
(conseguente alla successione) presupposto sufficiente per l'acquisto di tale qualità,
nemmeno nella ipotesi in cui il destinatario della riassunzione del procedimento rivesta
la qualifica di erede necessario del de cuius, occorrendone, pur sempre, la materiale
accettazione.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 13571 del 12 giugno 2006)

Cass. civ. n. 2637/2006


Ai sensi del nuovo art. 2505 bis c.c., conseguente alla riforma del diritto societario
(D.L.vo 17 gennaio 2003, n. 6), la fusione tra società non determina, nelle ipotesi di
fusione per incorporazione, l'estinzione della società incorporata, né crea un nuovo
soggetto di diritto nell'ipotesi di fusione paritaria, ma attua l'unificazione mediante
l'integrazione reciproca delle società partecipanti alla fusione, risolvendosi in una
vicenda meramente evolutivo-modificativa dello stesso soggetto giuridico, che conserva
la propria identità, pur in un nuovo assetto organizzativo. Deve pertanto escludersi che
la fusione per incorporazione determini l'interruzione del processo ai sensi dell'art. 300
c.p.c.
(Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 2637 del 8 febbraio 2006)

Cass. civ. n. 13738/2005


In tema di legitimatio ad causam colui che promuove l'azione (o specularmente vi
contraddica) nell'asserita qualità di erede di altro soggetto indicato come originario
titolare del diritto (nella specie rivendicazione della proprietà) deve allegare la propria
legittimazione per essere subentrato nella medesima posizione del proprio autore,
fornendo la prova, in ottemperanza all'onere di cui all'art. 2697 c.c., del decesso della
parte originaria e della sua qualità di erede, perchè altrimenti resta indimostrato uno dei
fatti costitutivi del diritto di agire (o a contraddire); per quanto concerne la delazione
dell'eredità, tale onere che non è assolto con la la produzione della denuncia di
successione — è idoneamente adempiuto con la produzione degli atti dello stato civile,
dai quali è dato coerentemente desumere quel rapporto di parentela con il de cuius che
legittima alla successione ai sensi degli artt. 565 e ss. c.c. D'altra parte, con riguardo
all'accettazione dell'eredità, poichè ai sensi dell'art. 476 c.c. l'accettazione tacita può
desumersi dall'esplicazione di un'attività personale del chiamato incompatibile con la
volontà di rinunciarvi, id est con un comportamento tale da presupporre la volontà di
accettare l'eredità secondo una valutazione obiettiva condotta alla stregua del comune
modo di agire di una persona normale, l'accettazione è implicita nell'esperimento, da
parte del chiamato, di azioni giudiziarie, che — essendo intese alla rivendica o alla
difesa della proprietà o ai danni per la mancata disponibilità di beni ereditari — non
rientrano negli atti conservativi e di gestione dei beni ereditari consentiti dall'art. 460
c.c., sicchè, trattandosi di azioni che travalicano il semplice mantenimento della stato di
fatto quale esistente al momento dell'apertura della successione, il chiamato non
avrebbe diritto di proporle e, proponendole, dimostra di avere accettato la qualità di
erede.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 13738 del 27 giugno 2005)

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Cass. civ. n. 19133/2004


Per effetto della soppressione delle Unità sanitarie locali e della conseguente istituzione
delle Aziende Unità Sanitarie locali (aventi natura di enti strumentali della Regione), si è
realizzata una fattispecie di successione ex lege delle Regioni in tutti i rapporti
obbligatori facenti capo alle ormai estinte USL, con conseguente esclusione di ogni
ipotesi di successione in universum ius delle ASL alle preesistenti USL; poiché, però,
tale successione delle Regioni è caratterizzata da una procedura di liquidazione, che è
affidata ad un'apposita gestione stralcio, la quale è strutturalmente e finalisticamente
diversa dall'ente subentrante ed individuata nell'ufficio responsabile della medesima
unità sanitaria locale a cui si riferivano i debiti e i crediti inerenti alle gestioni pregresse,
usufruisce della soggettività dell'ente soppresso (che viene prolungata durante la fase
liquidatoria), ed è rappresentata dal direttore generale della nuova azienda sanitaria
nella veste di commissario liquidatore, il processo instaurato nei confronti di una USL
prima della sua soppressione prosegue tra le parti originarie — salva l'ipotesi di
intervento o chiamata in causa della Regione nella sua veste di successore a titolo
particolare —, con le relative conseguenze in ordine alla legittimazione attiva e passiva
di detto organo di rappresentanza della gestione stralcio ai fini della proposizione delle
impugnazioni. (Nella specie, concernente una USL della Regione Emilia-Romagna, la
S.C. ha ritenuto ammissibile l'appello proposto dalla Regione e dal commissario
liquidatore).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 19133 del 23 settembre 2004)

Cass. civ. n. 875/2003


Le disposizioni processuali in materia di contraddittorio rispondono a canoni imperativi,
sottratti alla disponibilità delle parti; ne deriva che una cessio actionis, dal lato attivo o
passivo, concordata con il trasferimento del diritto controverso, non può comportare
successione nel processo oltre i casi contemplati dall'art. 110 c.p.c., salva restando
l'eventuale rilevanza del patto quale impegno ad un futuro consenso all'estromissione
del dante causa, ai sensi dell'art. 111, terzo comma, c.p.c.
(Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 875 del 22 gennaio 2003)

Cass. civ. n. 4762/1999


In caso di morte di una parte nel corso del giudizio tutti gli eredi assumono, a norma
dell'art. 110 c.p.c., la veste di litisconsorti necessari, sicché in caso di impugnazione
proposta nei confronti di alcuni soltanto, il giudice, anche d'ufficio, deve disporre, a pena
di nullità, l'integrazione del contraddittorio nei confronti degli altri coeredi. Tuttavia, la
parte che eccepisce la non integrità del contraddittorio ha l'onere di indicare le persone
che debbono partecipare al giudizio quali litisconsorti necessari, oltre che di provare i
presupposti di fatto che giustificano l'integrazione stessa.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 4762 del 14 maggio 1999)

Cass. civ. n. 3112/1999


Il soggetto che si costituisce in giudizio come successore a titolo universale di una delle
parti ha l'onere di provare detta qualità ed il fatto che non vi siano altri eredi, tuttavia il

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Articolo 110 Codice di procedura civile

mancato adempimento di tale onere, ove nessuna contestazione sul punto sia stata
svolta dalla controparte nelle udienze successive alla costituzione e neppure in sede di
conclusioni, non può essere denunciato per la prima volta in sede di legittimità.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 3112 del 1 aprile 1999)

Cass. civ. n. 251/1999


Il legittimario pretermesso acquista la qualità di chiamato all'eredità solo dal momento
della sentenza che accoglie la sua domanda di riduzione, rimuovendo l'efficacia
preclusiva delle disposizioni testamentarie. Consegue che, anteriormente
all'accoglimento della domanda di riduzione, l'erede pretermesso non è legittimato a
succedere al defunto nel rapporto processuale da questi instaurato, poiché l'unico
soggetto abilitato a proseguire il processo, ai sensi dell'art. 110 c.p.c., è il successore a
titolo universale.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 251 del 12 gennaio 1999)

Cass. civ. n. 7758/1997


In caso di successione a titolo universale nel processo, l'onere del soggetto che si
costituisce in giudizio come successore di fornire la prova di tale sua qualità sorge
unicamente in presenza di una specifica e tempestiva contestazione ad opera della
controparte, la quale, accettando il contraddittorio senza alcuna eccezione al riguardo,
rende non controversa detta qualità.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 7758 del 20 agosto 1997)

Cass. civ. n. 5875/1997


L'erede che abbia, espressamente o tacitamente, accettato l'eredità non può
legittimamente qualificarsi terzo rispetto al de cuius, non potendosi considerare tale
colui che subentri al defunto in tutti i pregressi rapporti giuridici, poiché l'oggetto della
delazione ereditaria si sostanzia proprio nel complesso dei rapporti giuridici trasmissibili,
dei quali viene mantenuta la continuità con il mezzo tecnico del subingresso del
chiamato nella posizione del precedente titolare, senza alcun mutamento (a parte la
modificazione soggettiva) né dell'oggetto, né del titolo del singolo rapporto. Ne
consegue che, verificatasi la successione nel processo, espressamente prevista dall'art.
100 c.p.c., sotto il profilo sostanziale si determina, in capo all'erede, la trasmissione
della medesima situazione attiva o passiva già propria del de cuius, che deve essere
accertata nei confronti del medesimo erede, senza che possa assumere rilievo alcuno
la vicenda della morte del precedente titolare.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 5875 del 1 luglio 1997)

Cass. civ. n. 2274/1997


Quando, a seguito della morte di una parte, del soggetto costituitosi in giudizio in suo
luogo viene contestata non già la sua dichiarata qualità di erede del de cuius, ma, al
fine di mettere in dubbio l'integrità del contraddittorio, la sua qualità di «unico» erede,
spetta alla parte che propone l'eccezione di dare la relativa prova. (Nella specie la

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Articolo 110 Codice di procedura civile

morte del de cuius, avvenuta nel corso del primo grado, non era stata dichiarata dal suo
procuratore costituito, e l'erede si era costituito in appello).
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 2274 del 14 marzo 1997)

Cass. civ. n. 8452/1995


Per il disposto dell'art. 110 c.p.c. gli eredi della parte deceduta nel corso del processo
debbono tutti partecipare al giudizio, quali litisconsorti necessari, essendo irrilevante la
trasmissione all'uno o all'altro di essi per effetto di disposizioni testamentarie o di
divisione, della titolarità del bene cui attiene la controversia, con la conseguenza che
l'atto di prosecuzione volontaria, ancorché compiuto da alcuni soltanto degli eredi, è
sufficiente a ricostituire il rapporto processuale, salvo l'obbligo del giudice di ordinare
l'integrazione del contraddittorio nei riguardi degli eredi che non abbiano proseguito
volontariamente il processo e nei cui confronti non sia avvenuta la riassunzione.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 8452 del 2 agosto 1995)

Cass. civ. n. 2707/1994


Con riguardo al giudizio già pendente in vita del defunto, e nel quale questi faceva
valere crediti verso terzi, la legittimazione (dopo la sua interruzione) spetta a norma
dell'art. 110 c.p.c. esclusivamente agli eredi del defunto, senza alcuna deroga per
l'ipotesi che sia nominato un esecutore testamentario (art. 700 c.c.), non rientrando tale
controversia, volta ad incrementare l'attivo ereditario, tra le azioni relative all'ufficio
dell'esecutore testamentario, accanto a quelle dirette ad accertare i diritti successori
delle parti e ad individuare le persone alle quali l'esecutore deve consegnare i beni e
rendere i conti.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 2707 del 22 marzo 1994)

Cass. civ. n. 9357/1992


L'art. 110 c.p.c., secondo il quale, in caso di morte di una parte, il processo è
proseguito dal successore universale o nei suoi confronti, esaurisce i propri effetti nella
sfera processuale e non si estende fino alla creazione di una legittimazione sostanziale
esclusa dalla specifica disciplina del rapporto in contestazione. Ne consegue che, in
tema di azione di disconoscimento della paternità, dovendosi escludere, in forza dell'art.
246 c.c., in caso di morte del genitore la legittimazione di soggetti diversi da ascendenti
e discendenti, la mancanza di questi ultimi rende improseguibile l'azione da parte del
collaterale dell'originario attore, ancorché ne sia erede.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 9357 del 7 agosto 1992)

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