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VINCENT VAN GOGH

Van Gogh è certamente uno degli artisti più famosi al mondo, più conosciuti e forse più amati.
Nonostante la sua carriera artistica sia durata solo dieci anni, egli ci ha lasciato una mole immensa di opere,
circa 900 tele e più di mille tra disegni e incisioni. Ci rimangono pure centinaia di lettere che costituiscono una
preziosa fonte di informazione sia per quanto riguarda la sua arte sia per gli aspetti più profondi e personali
della sua vita.
La vita di van Gogh fu tutta un insuccesso: incapace di crearsi una famiglia, incapace di provvedere al proprio
sostentamento, persino incapace di mantenere contatti umani.
Pur tuttavia egli, col suo talento, riuscì a liberare sulla tela le angosce più segrete e dare un ordine al caos della
sua realtà rendendola comprensibile e tangibile attraverso la sua arte.
In questo senso la sua pittura chiude per sempre la porta all’impressionismo e apre la strada alle correnti
espressioniste del primo novecento dove la finalità della creazione artistica sarà l’espressione ovvero
l’esigenza dell’artista di comunicare un proprio stato d’animo all’osservatore coinvolgendolo con l’energia
vitale della sua pittura.
E’ quasi impossibile comprendere la poesia della sua arte senza conoscere il percorso umano che ha generato il
suo impulso creativo: l’artista e l’uomo, nella pittura di van Gogh, sono assolutamente imprescindibili l’uno
dall’altro e solo attraverso la conoscenza del travaglio della sua anima conosceremo il profondo messaggio
della sua pittura.

Vincent nasce, il 30 marzo 1853, in Olanda nella cittadina di Groot-Zundert presso Breda da una famiglia di
orafi e mercanti d’arte, primogenito di 6 figli, tra cui Theo, di tre anni più giovane di lui, che tanta parte avrà
nella vita del pittore.
Il padre, pastore calvinista, certamente trasmette a Vincent la sua fede intransigente, l’accettazione quasi
fatalistica del destino, una visione pessimistica del mondo e il mistero di quella costante presenza del divino
che si profila in tutte le sue opere.
Dal 1861 al 1864 Vincent frequenta la scuola della cittadina, quindi intraprende un corso di studi tecnici in un
collegio privato del capoluogo dove impara le lingue e qualche nozione di disegno. Nel 68, però, interrompe gli
studi e ritorna a Zundert.
Per interessamento dello zio Vincent, fratello della madre, mercante d’arte, entra, come commesso, nella
succursale dell’Aia della casa d’aste parigina Goupil, che opera nel mercato dell’arte contemporanea, in
particolare francese e olandese. Nella capitale ha modo di visitare musei e frequentare artisti e mostre d’arte.
Nel 72, grazie al suo comportamento di impiegato modello, viene trasferito nella succursale belga a Bruxelles.
Inizia già da questo periodo la fitta corrispondenza col fratello Theo, che lo sosterrà economicamente e
affettuosamente fino alla fine della sua vita.
Ben presto i titolari della Goupil gli propongono il trasferimento alla succursale londinese, sede molto ambita: è
il giusto premio per quattro anni di condotta integerrima.
La nuova sistemazione piace molto a Vincent: è allegro, felice, guadagna bene e scrive al fratello che spesso si
dedica al disegno realizzando schizzi lungo le rive del Tamigi.
Ma, forse a causa di una cocente delusione d’amore, interrompe la corrispondenza con i familiari, lascia il
lavoro e cade in una profonda depressione che sfocerà in un’ansia religiosa ai limiti del fanatismo.
Licenziato dalla casa d’arte, nel 1875, ritorna in Olanda e si adatta a fare lavori di ogni genere. Studia la Bibbia e
cerca di seguire, senza successo, la scuola di Teologia di Amsterdam. Nel dicembre del 78, dopo aver
frequentato, a Bruxelles, un corso trimestrale per diventare predicatore laico, si reca a sue spese, presso la
regione mineraria del Borinage, distretto carbonifero belga, al confine con la Francia. Qui vive in estrema
povertà a contatto con i contadini, i minatori, gli ammalati. Dà loro tutto ciò che possiede e dorme in una
baracca su un letto di paglia, nutrendosi poco e male. E’ troppo anche per i superiori che nel luglio del 1879 gli
tolgono l’incarico. L’inverno tra il 79 e l’80, è uno dei periodi più tristi della sua vita: mesi di povertà, di miseria
morale, d’angoscia, di vagabondaggio; anche la sua fede in Dio vacilla.
La desolazione del paesaggio, la dignitosa povertà degli abitanti del posto, il loro lavoro duro e alienante,
colpiranno la sua immaginazione e costituiranno materia per la prima produzione pittorica dell’artista.
Nel luglio dell’80 il fratello Theo gli invia dei soldi e lo convince ad abbandonare il Borinage e a intraprendere
gli studi artistici presso l’Accademia di Belle Arti di Bruxelles.
Qui si dedica alacremente al disegno, studia anatomia, prospettiva, esegue copie dal vero.
Ben presto, però, gli studi accademici lo stancano e preferisce rivolgere il suo interesse verso i paesaggisti della
scuola di Barbizon e della scuola dell’Aia e familiarizzare con le loro opere che trattano di paesaggi campestri e
della vita dei contadini a lui così cara. E’ proprio di questo periodo la decisione di dedicarsi completamente
all’arte e di studiare più da vicino il mondo degli umili per attuare quella che lui chiama “peinture de l’ame”.
Nel tentativo di guadagnarsi da vivere egli realizza una quantità di disegni da inviare allo zio e al fratello tutti
imperniati sul tema della faticosa vita dei contadini nei campi. “Essi rappresentano” scrive al fratello “l’animo
umano nella sua nobiltà, la sua dignità nel suo essere fedele agli insegnamenti evangelici”. Egli apprezza
particolarmente le opere di Jean-Francois Millet, uno egli artisti più noti della scuola di Barbizon, colui che
meglio di ogni altro era riuscito a celebrare sulla tela il rapporto profondo, quasi religioso, che unisce l’uomo
alla terra. Vincent si ispirerà per tutta la sua vita alle opere di Millet copiandole, trasformandole,
reinterpretandole secondo la foga del momento. Di questo periodo la realizzazione di una copia del celebre
dipinto di Millet “L’angelus” che egli ammira in modo particolare come si deduce da una frase scritta al fratello
Theo nel gennaio del 1874: “Sì, quella pittura di Millet, l’Angelus du soir, quella sì, è ricca, è poesia”. Nonostante si
tratti di un disegno in bianco e nero il contrasto di toni chiari e scuri delimita prospetticamente il paesaggio e
dà l’idea dell’umida atmosfera della giornata invernale; anche i personaggi sono ricchi di pathos e i hanno,
rispetto a quelli di Millet, una maggiore carica espressiva.
Dopo un periodo trascorso ad Etten dai genitori, agli inizi del 1882 si trasferisce all’Aja per frequentare lo
studio del pittore Anton Mauve parente della madre, uno dei più importanti pittori del genere in Olanda e
artista di spicco della scuola dell’Aia. Sotto la sua guida nascono anche i primi quadri ad olio e ad acquarello che
riguardano la vita semplice dei contadini e dei pescatori. Donne che trasportano sacchi di carbone è un
acquerello dalla prospettiva sicura con le figure ben proporzionate nello spazio. I colori sono ancora quelli usati
da Mauve ma bene rendono la fatica dell’uomo e l’atmosfera gelida della campagna olandese.
In Sulla spiaggia di Scheveningen, uno dei suoi primi quadri ad olio, risente dell’influenza del maestro; pur
tuttavia, nel modo pastoso di stendere il colore, nelle pennellate rapide e incisive, nelle variazioni delle tonalità
del marrone, poco realistico, si nota una tecnica pittorica personale e volutamente tendente all’astrattismo. Lo
svincolamento del colore presente nel quadro da quello reale dell’oggetto, è un passo importante per poi
giungere a una totale autonomia espressiva.
All’Aia convive con la prostituta Sien madre di una bimba, e in attesa di un'altra creatura, che posa per lui in
cambio dei pasti e dell’alloggio. In questo bellissimo disegno Sorrow van Gogh riesce a trasmettere tutta la
disperazione e la fatica di vivere della donna. La sagoma del corpo è realizzata a inchiostro, mentre il corpo è
reso a carboncino con tocchi di acquerello.
Presto lascia lo studio di Mauve la cui pittura, troppo legata ai canoni accademici, poco si confà al modo di
sentire libero e passionale di van Gogh.
La sua convivenza con Sien, inoltre, è fortemente disapprovata dagli amici pittori e dalla sua stessa famiglia.
Ancora una volta Theo lo convince ad abbandonare Sien e a tornare a Neunen, un villaggio del Brabante dove la
sua famiglia, intanto, si è, trasferita. Il padre gli concede l’uso di due stanze presso il presbiterio e Vincent
comincia a lavorare duramente nella speranza di rendersi economicamente indipendente.
Il periodo dall'83 all’85 è uno dei più fecondi dell’arte di van Gogh: ritrae contadini, artigiani lavoratori,
tessitori rappresentando sulla tela la fatica del vivere e la dignità del lavoro dell’uomo.
Piantatori di patate: le figure in primo piano contribuiscono a dare profondità alla scena e la fascia di luce nel
fondo accentua la prospettiva e dà atmosfera al dipinto.
Tessitore al telaio: il telaio, con i suoi ingranaggi, prende quasi tutta la superficie del quadro e fa da cornice al
tessitore profondamente immerso nel suo lavoro. Le loro sagome scure risaltano insieme sullo sfondo chiaro
che la luce fioca della lampada a stento riesce a rischiarare.
Mangiatori di patate: è il quadro più importante di questo periodo ma è anche quello che segna la fine della
prima fase pittorica dell’artista. I toni della sua tavolozza sono scuri, prevale il bruno e il giallo temperato dal
bianco. I volti, così scavati e veri nelle loro rozze fisionomie, sono un condensato di consapevolezza e dignità. La
luce fioca della lampada mette in risalto il misero pasto. Ma il dipinto nella condivisione dei gesti, nell’incrocio
degli sguardi, presuppone dialogo e calore umano. Con Mangiatori di Patate si chiude il periodo olandese di
Vincent caratterizzato da toni scuri e da colori densi e terrosi.
Vincent è molto soddisfatto della sua opera, sa di essere riuscito ad esprimere la vera essenza della vita
semplice e dignitosa della gente umile. Invece fioccano le critiche, Vincent si sente incompreso e si chiude
sempre di più in se stesso. Un ennesima delusione d’amore inasprisce il suo carattere e il suo modo di vivere
disordinato lo rende sgradito alla società moralista di Neunen.
Nel marzo del 1885 muore il padre e nonostante i rapporti tra i due non fossero mai stati idilliaci per Vincent è
un duro colpo. Alla fine dello stesso anno lascia Neunen e si trasferisce ad Anversa.
Qui sciolto da ogni vincolo familiare, lontano dall’atmosfera cupa e melanconica del Borinage inizierà un
periodo di vera sperimentazione che sarà determinante per la sua futura produzione artistica.
Ad Anversa Vincent si iscrive all’Accademia di belle arti e frequenta attivamente mostre e musei. Rimane
affascinato dal colorismo di Rubens, dalla sua trascinante gioia di vivere, dai toni allegri, e dalle forme piene ed
esuberanti dei suoi dipinti. Si dedica anima e corpo allo studio dei grandi pittori della tradizione fiamminga da
Rembrandt e Franz Hals, scopre la carica espressiva del colore di Delacroix e condivide la sua teoria sugli
accostamenti dei toni complementari.
Frequenta anche, con molto interesse, le mostre di stampe e pannelli giapponesi, molto in voga in quel periodo,
ne compra alcuni, ne orna la stanza e rimane ore ad ammirare i decori piatti e ricchi di colore.
Desideroso di confrontarsi con le nuove tendenze artistiche, improvvisamente, nel febbraio dell’86 raggiunge a
Parigi il fratello Theo che lo accoglie e lo ospita con affetto.
Parigi lo affascina con la sua atmosfera vivace e coinvolgente: van Gogh inizia a visitare le numerose mostre e
gallerie che animano la vita culturale parigina. Frequenta un corso di pittura presso lo studio di Felix Cormon
dove stringe amicizia con Toulouse-Lautrec ed Emile Bernard.
Tramite Theo, che dirige un importante galleria d’arte, conosce Degas, Cezanne, Monet, Renoir e Pisarro che
mostra subito grande interesse per la pittura di Vincent e ne riconosce il talento. Ha modo di incontrare Signac
il quale, insieme con Seurat, sta portando avanti una ricerca sulla divisione scientifica del colore e dietro la loro
scia comincia a sperimentare gli accostamenti di tinte complementari ma non lo fa attraverso puntini, come i
seguaci del pointillisme, ma con pennellate lunghe e corpose.
A contatto con gli impressionisti la tavolozza di van Gogh si schiarisce e si arricchisce di colori puri e luminosi.
Abbandona i temi sociali e, come gli impressionisti, si dedica a ritrarre aspetti e ambienti della realtà che lo
circonda. Collina di Montmartre: è una delle prime tele in cui si evidenzia maggiormente il cambiamento della
sua pittura; l’atmosfera è più serena i toni dei colori sono chiari e ben evidenziati e la luce fluisce
morbidamente sulle cose e la natura.
Nei due anni trascorsi a Parigi, van Gogh, dipinge duecentocinquanta quadri, di cui almeno 25 autoritratti, e
circa quaranta nature morte, principalmente di fiori.
Autoritratto con cappello di feltro: è uno dei più riusciti. Il punto focale dell’opera è costituito dagli occhi,
acuti e penetranti, unici punti fermi di tutto il quadro. Da qui si diparte un vortice di pennellate rapide e
nervose rafforzate da tocchi di verde e rosso che delimitano il volto rivelando le passioni del suo animo
inquieto La trama pittorica del resto del quadro è costituita da colori diversi stesi l’uno accanto all’altro con
pennellate ampie e dense che delimitano le forme e danno profondità all’immagine
Autoritratto 1887 qui i toni sono più chiari e luminosi, l’aspetto curato ma lo sguardo è inquietante e rivela la
solitudine profonda e il tormento di vivere della sua anima
Vaso con margherite e anemoni: nonostante l’approccio sia ancora impressionista, la scelta dei colori è
accurata e anticipa l’importanza che essi avranno nella futura produzione pittorica dell’artista.
Tramite Émile Bernard conosce Gauguin e ne subisce il fascino. Gauguin insieme con Bernard e un cenacolo di
giovani pittori sta portando avanti in Bretagna una sperimentazione pittorica, la Scuola di Pont Aven, che cerca
di trovare attraverso una pittura simbolistica l’essenza della natura e delle cose. Con loro frequenta trattorie e
locali dove con poco si può ottenere un pasto e trovare uno spazio per discutere e scambiarsi le proprie
opinioni sull’arte. Uno di questi è il caffè Le Tamburin chiamato così perché tutti i tavolini sono a forma di
tamburo. Qui van Gogh nel 1887 organizza una mostra di stampe giapponesi, di cui è cultore, ed esegue vari
ritratti della proprietaria Agostina Sartori, sua modella e per qualche tempo anche amante.
Le Tambourin: il quadro ricorda La bevitrice di assenzio di Degas. Anche qui lo sguardo malinconicamente
perso nel vuoto della donna, la sigaretta che si consuma fra le dita, la strana foggia del copricapo, le braccia
conserte, rivelano una profonda tristezza e quasi una rassegnata accettazione al proprio destino. I molti
particolari esotici messi in evidenza nella tela, pur essendo un omaggio alla moda del tempo, non stemperano
l’atmosfera di angosciosa solitudine dei locali notturni parigini.
Ma la vita di Parigi non si rivela per Vincent affatto semplice: dorme poco, lavora in modo frenetico e il suo
carattere irritabile lo porta a continui scontri con gli amici e con lo stesso fratello.
Nel suo Quattro girasoli recisi del settembre dell’87 i girasoli diventano simbolo di una sofferenza interiore
difficilmente delineabile. Van Gogh sceglie dei girasoli quasi appassiti e li ritrae a distanza ravvicinata su un
sfondo azzurro ottenendo una composizione di grande vivacità espressiva. Il fascino del quadro è dato da
questo contrasto tra due colori primari, il giallo e il blu, che col viola e con l’arancio, colori secondari, danno al
quadro un effetto straordinario ed esprimono una struggente malinconia. Dal punto di vista tecnico van Gogh
dimostra di aver assimilato i diversi linguaggi pittorici del tempo, dalle stampe giapponesi alla teoria sui colori
di Delacroix, alle ultime conquiste dell’impressionismo, e di saperli utilizzare in modo innovativo e personale.
Il quadro che segna la sintesi della sua esperienza parigina è il ritratto di Père Tanguy.
Julien Tanguy è un modesto commerciante di colori che nel proprio locale espone le opere dei giovani artisti
emergenti e fornisce loro, a credito, materiale per dipingere, contribuendo talvolta anche alla loro
sopravvivenza. La composizione ricalca lo stile delle stampe giapponesi, alcune delle quali fanno da sfondo alla
sagoma piatta dell’anziano personaggio. I tratti un po’ rozzi del viso sono addolciti da un’espressione
intensamente viva, resa con colori caldi e luminosi.
C’è da parte di van Gogh una voluta rinuncia a dare al ritratto una realtà concreta eppure lo sguardo e
l’atteggiamento è partecipativo e affettuoso.
Ma l’autunno e l’inverno del 1887 sono per lui penosi. I cieli grigi, le strade tetre, l’ambiente parigino così
convulso ma meschino e povero dal punto di vista umano, gli diventano insopportabili. Anche gli amici lo
evitano e Vincent è sempre più solo e disperato.
Attratto dai colori e dal clima del sud della Francia, dietro consiglio di Touluse-Lautrec, nel febbraio dell’88,
lascia Parigi e parte per Arles.
In Provenza trova tutto ciò che serve alla sua pittura e alla sua salute, debilitata dall’assunzione di alcol e
droghe e dalla sregolatezza della vita parigina.
Van Gogh è pieno di ottimismo, sa di aver trovato la vena giusta per la sua pittura. Riprende i temi a lui cari per
la forte carica simbolica, come le patate e gli scarponi, e li reinterpreta mostrando di padroneggiare con
sicurezza le gamme dei colori. Piatto di portata con patate - Zoccoli.
Agli inizi, affitta una mansarda al “Café de la gare”, fa lunghe passeggiate nei dintorni di Arles e ritrae gli assolati
paesaggi del Sud con tinte chiare e luminose. La sua ricerca pittorica si arricchisce di soluzioni sempre più
avanzate. Egli ritrae dal vero perché non riesce a far meno delle forme reali, ma utilizza i colori per esprimere la
propria creatività e le proprie emozioni e dare agli oggetti quel carattere di eternità che traspare in tutte le sue
opere. Trova la nitidezza dei contorni, la luce senza ombra, i colori puri e squillanti: il rosso intenso, il verde
smeraldo, il blu di Prussia, il giallo accecante del sole del Sud.
Forse perché gli ricorda i paesaggi della sua terra, van Gogh è attratto dal Ponte di Langlois e lo immortala in
due tele. Nella prima, del marzo 88, il soggetto domina il quadro ma la forma diventa un tutt’uno con la pittura
in un bagno di colori che non trovano riscontro nella realtà. Variazioni di uno stesso colore ocra scuro creano le
forme, la luce, le ombre, i riflessi dell’acqua per cui tutto il dipinto è un’esplosione di giallo pur non perdendo
l’origine figurativa della realtà. La seconda, realizzata qualche mese dopo, è quasi un omaggio agli
impressionisti perché l’oggetto viene ripreso in lontananza e in un'atmosfera rarefatta resa più luminosa dalla
forte mescolanza del bianco.
Con l’arrivo della primavera van Gogh assiste estasiato al risvegliarsi della natura che riempie l’aria della
Provenza di profumi e colori. E’ di questo periodo la splendida serie dei frutteti in fiore. Unendo l’esperienza
maturata accanto agli impressionisti con le suggestioni delle stampe giapponesi ottiene effetti di straordinaria
leggerezza formale e di grande intensità emotiva.
Poi, rincuorato nel corpo e nello spirito, affitta una nuova casa, la famosa Casa Gialla, da lui dipinta in un
celebre quadro della primavera dell’88. Affascinato dalla splendente luce del Sud van Gogh in quindici mesi,
dipinge quasi 200 quadri tra ritratti, nature morte e paesaggi tutti inondati da colori solari e brillanti e di alcuni
ne realizza anche più versioni.
A maggio, attratto dalla curiosità dell’evento si spinge fino a Saintes-Maries-de-la-Mer per assistere all’annuale
raduno degli zingari e riprende il tema del mare già trattato nei suoi dipinti olandesi.
Veduta di Saintes–Maries de la mer: la visione è compatta dal punto di vista compositivo, con la chiesa turrita
che svetta sulle case e la campagna; il tutto è dipinto in una scala di colori complementari molto ridotta che va
dal violetto all’arancione-marrone dei tetti e delle case. Tocchi di blu delimitano le pareti delle case e generano
le ombre. La prospettiva rozza è essenziale.
Barques aux Saintes Maries: qui il mare rimane al margine del quadro e diventa, col suo colore blu intenso,
solo uno sfondo per delineare graficamente le barche.
Tornato ad Arles van Gogh dedica tutto se stesso a ritrarre gli oggetti più semplici della realtà che lo circonda;
soggetti che, sotto il suo pennello, diventano rappresentazioni di sensazioni profonde e universali. Ancora I
girasoli, per esempio, sono uno dei suoi soggetti preferiti: i fiori sono sempre ritratti con grande realismo, pur
tuttavia i colori pastosi, le pennellate nervose e vivaci, rendono i vari dipinti differenti l’uno dall’altro ma
sempre profondamente pervasi da una linfa vitale che li anima e li trasforma in rappresentazioni di sentimenti.
Questo Vaso con girasoli è una versione di uno stesso soggetto di cui esistono dieci esemplari. I colori sono
tenui, basati sulle tonalità di due soli colori: il verde e il giallo. Ritorna la tecnica piatta delle stampe giapponesi,
ma qui i contorni scuri del tavolo e del vaso servono a dare leggerezza alle forme dei girasoli i cui petali
guizzano sul fondo chiaro come fiammelle. L’immagine è vivace e gioiosa e riflette la serenità e la ritrovata
energia che gli trasmette la Provenza.
Dopo alcuni mesi di soggiorno ad Arles, van Gogh inizia a fare amicizia con la gente del posto e riesce anche a
trovare dei soggetti per i suoi ritratti. Ritratto di Joseph–Michel Ginoux - La Mousmé seduta. Il ritratto
rappresenta per Vincent un modo per dedicarsi, tramite l’arte, alle persone e ad instaurare con loro un
rapporto di empatia e di affetto.
Il postino Joseph Roulin, in particolare, diventa il suo migliore amico, invita spesso Vincent a casa e anche la sua
famiglia lo accoglie con affetto e incoraggia il suo lavoro.
Egli trova inoltre nella famiglia Roulin modelli estremamente accomodanti e pazienti sempre disposti a posare
per lui.
Egli esegue una serie di circa 25 ritratti di tutti i membri della famiglia e poiché è legato a loro da profondo
affetto egli scorge tutto ciò che è nobile nelle loro fisionomie e dai ritratti si sprigiona una forte carica emotiva.
Roulin sarà per van Gogh un amico sincero e fedele; lo andrà a trovare ogni giorno durante il suo ricovero a
Saint-Remi e lo riaccompagnerà a casa dopo la degenza.
Quando nell’89 sarà trasferito a Marsiglia sarà per Vincent un grave perdita.
La Berceuse - Il postino Roulin - Ritratto di Armand Roulin.
Scriveva van Gogh alla sorella: "Vorrei fare dei ritratti che tra un secolo, alla gente di quel tempo, sembrassero
delle apparizioni. Non cerco di raggiungere questo risultato attraverso la somiglianza fotografica, ma attraverso
un’espressione appassionata, impiegando come mezzo di espressione e di esaltazione del carattere la nostra
conoscenza e il gusto moderno del colore”.
Come tutti gli impressionisti van Gogh è attratto dalla vita notturna della piccola città. Pertanto fa lunghe
passeggiate, visita i locali aperti di notte, scruta i volti dei passanti alla debole luce delle lampade. Per settimane
trascorre le notti nei locali infimi della città con gente depressa, ubriachi, prostitute, disperati di ogni genere.
Nel settembre 1888 esegue Interno di un caffè di notte. “Ho tentato di rappresentare le passioni e le miserie
umane col rosso e col verde”, scrive Vincent a Theo. Infatti il rosso e il verde dominano la composizione mentre
la luce delle lampade è resa tecnicamente attraverso pennellate concentriche di colore. L’effetto è
straordinario: tutto nel quadro comunica una concezione pessimistica della vita ed esprime disperazione e
sofferenza.
Con il dipinto Terrazza di caffè di notte, di poco più tardo, van Gogh si cimenta pure nella rappresentazione
esterna del paesaggio notturno. Il giallo sfumato di rosso è in netto contrasto col blu del buio della notte; Il
risucchio dello scuro centrale apre su un cielo illuminato dove le stelle, rappresentate come faretti luminosi,
rendono suggestiva e magica la visione. “Non so nulla per certo ma la vista delle stelle mi fa sognare”.
Dall’inizio del suo soggiorno ad Arles van Gogh ha mantenuto una fitta corrispondenza con Gauguin che in
questo periodo è in Bretagna impegnato con Bernard nella ricerca pittorica della Scuola di Pont Aven. Per via
epistolare si scambiano pareri, idee e talvolta anche disegni o dipinti. Ma già a partire dall’estate del 1888
Vincent manifesta ossessivamente a Gauguin la sua volontà di ospitarlo ad Arles. E’ ansioso di mostrare a colui
che ritiene il suo maestro, i progressi realizzati con la sua pittura, e sogna di creare con lui, Bernard e altri
giovani artisti un “Atelier du Midi” alla stregua di Cezanne. Per l’occasione abbellisce la sua stanza
arricchendola di pitture, compreso un suo autoritratto. In questa prima versione (ne farà tre) i colori sono
vivaci e forse volutamente accesi. Pur tuttavia l’immagine non trasmette serenità e gioia ma inquietudine e
tristezza. Gli oggetti sono disposti in maniera ossessivamente ordinata, i mobili sono pochi e isolati; i colori così
esagerati, forse anche lontano dalle sue intenzioni, rivelano i primi sintomi della malattia che minerà la sua
psiche.
Gauguin tentenna e Vincent prega suo fratello di intervenire a suo favore in quanto Gauguin, a causa dei debiti,
dipende quasi esclusivamente dalle sovvenzioni di Theo, unico compratore dei suoi dipinti. Theo salda tutti i
debiti di Gauguin e gli garantisce una sovvenzione mensile in cambio del suo trasferimento ad Arles.
Improvvisamente Gauguin giunge ad Arles il 23 ottobre del 1888. Si fa precedere da un autoritratto che Vincent
gli aveva richiesto. Nel ritratto a forte valenza simbolica, Les Miserables allude alla condizione miserevole degli
artisti poiché anche lui, come van Gogh, si sente perseguitato dalla società. Sullo sfondo il ritratto di Emile
Bernard, altro pittore della scuola di Pont Aven e fiori bianchi come nei decori delle stampe giapponesi.
I due incominciano a lavorare alacremente. Van Gogh cede volentieri la guida artistica a Gauguin assumendo
per sé il ruolo dell’alunno, deciso, però, ad affermare il valore e la potenza della sua arte. Insieme affrontano gli
stessi soggetti e paragonano i risultati. Van Gogh si sforza di adeguare la sua tecnica alla formula sintetista
cloisonista di Gauguin ma non condivide la sua astrazione simbolica. Egli ha bisogno come punto di partenza
della visione reale dei soggetti, non solo dell’immagine sintetica conservata dalla memoria. “Mi è così caro
cercare di fare il vero - scriveva Vincent a Theo - che credo di preferire rimanere un calzolaio piuttosto che un
musicista con i colori”. I suoi mondi di immagine sono concreti; la sua esuberanza pittorica, il colorismo
esasperato, il modo irruento di stendere i colori sulla tela, sono espressioni concitate della sua anima, lontani
dalle astrazioni intellettuali ed esoteriche dei simbolisti. L’Arlesiana è la prima versione di un dipinto di cui
esistono diverse varianti. E’ il ritratto di Madame Ginoux proprietaria del “Café de la Gare” di Arles il locale che
van Gogh aveva ripreso nel dipinto Il caffè di notte. La donna accetta volentieri di posare per i due artisti che
vedono in lei la bellezza asciutta e austera tipica delle donne di Arles. Gauguin la ritrae in primo piano sullo
sfondo del caffè: quasi un omaggio al dipinto dell’amico.
Van Gogh invece realizza un ritratto incisivo e forte grazie anche ai suoi abbaglianti contrasti cromatici. La
massa scura della donna si staglia contro uno sfondo di un giallo squillante monocromo secondo lo stile delle
stampe giapponesi. La profondità del dipinto è recuperata dalla curva del tavolo, dal bracciolo della poltrona e
dall’ originale inquadratura che taglia parte dei libri sul tavolo. L’espressione e l’atteggiamento pensieroso della
donna danno al ritratto una forte carica emotiva.
Il seminatore, dello stesso periodo, è molto diverso dal dipinto realizzato nel giugno dello stesso anno, prima
dell’arrivo di Gauguin perché anche qui si percepisce lo sforzo di adeguarsi ad una pittura piatta,
bidimensionale dai contorni forti secondo le teorie di Gauguin. La visione, però, non è per nulla astratta, si
poggia su una realtà concreta di cui l’artista dà la propria interpretazione attraverso la composizione e
l’audacia dei suoi colori.
La collaborazione tra i due artisti non dura a lungo: per Gauguin van Gogh è troppo umorale, troppo schiavo
delle proprie passioni e troppo fantastico nella scelta colori. Van Gogh d’altra parte non si sente apprezzato e
non intende abbandonare il suo modo di dipingere di cui ormai si sente sicuro. Le discussioni sono continue.
Vincent vede andare in fumo tutti i suoi sogni e capisce che l’utopia di una comunità con Gauguin non è
realizzabile per l’incompatibilità dei loro caratteri. Il 23 dicembre Gauguin, dopo una ennesima lite, lascia
Vincent e va in albergo. Per la delusione cocente, in un momento di rabbia irrefrenabile, van Gogh si taglia con
un rasoio l’orecchio destro e viene ricoverato all’ospedale di Arles in preda ad una forma di pazzia che non lo
abbandonerà più.
Trascorre due settimane in ospedale, ritorna e dipinge lo straordinario Uomo dall’orecchio tagliato. E’
disperato e profondamente solo. Continua a lavorare ma lo assalgono di nuovo le allucinazioni e si rende conto
che la tempesta che scuote la sua anima sta per minare le sue facoltà mentali. Spera ancora che Gauguin ritorni
e nell’attesa dipinge La sedia di van Gogh e La sedia di Gauguin che sono una presa di coscienza della
diversità dei loro caratteri: la semplice sedia di Vincent, con pipa e tabacco indica modestia e concretezza,
quella più pomposa ed elegante di Paul, con candela e libro, indica cultura e ambizione. Anche i colori sono
giocati su toni diversi più chiari quelli della sedia di van Gogh, più carichi e violenti quella di Gauguin. Ma
entrambe le sedie sono vuote e rappresentano da un lato il senso di solitudine e abbandono per l’assenza
dell’amico, dall’altro però il desiderio e l’esigenza voler ristabilire con lui un rapporto sincero basato sui valori
universali dell’arte.
Ma ormai le crisi sono continue e i soggiorni all’ospedale sempre più frequenti; pertanto Vincent nel maggio
dell’anno seguente di fronte alla persistenza del suo stato si ricovera volontariamente presso la casa di cura per
malati mentali di Saint Remy alla periferia di Arles in piena campagna tra campi di grano e immense distese di
ulivi e cipressi.
La vita metodica e regolata della casa di cura migliora la sua salute. Gli è permesso di dipingere anche fuori
dalla residenza in compagnia di un sorvegliante. Per van Gogh la pittura diviene l’unica ragione che lo leghi alla
vita. Dipinge con nuovo vigore e realizza grandi capolavori. I primi soggetti ritratti sono gli Iris che si trovano
lungo il vialetto di entrata alla casa di cura.
Il quadro è un’esplosione di colori che esprimono l’esuberanza vitale della natura. I fiori blu, disegnati
minuziosamente, sono in contrasto col verde guizzante delle foglie, e col rosso acceso del terreno. Quadro
simbolista che, lontano da visioni pessimistiche, interpreta l’essenza della vita.
Nell’anno in cui rimarrà a Saint Remi, realizzerà lavorando come un forsennato, altre 150 tele e centinaia di
disegni.
Nelle altre opere di questo periodo si stacca dalla rappresentazione minuziosa della natura per esprimere sulla
tela il suo stato d’animo attraverso la libera fantasia, per fare esplodere il tumulto delle sue passioni. Sono
paesaggi deliranti, montagne che sembrano mari in tempesta, soli roteanti, cipressi scossi dal vento e ulivi
contorti dal sole e dal tempo. I colori non sono più squillanti e puri, sono mescolati a tonalità più scure, che li
rendono opachi .
Ne Il grano giallo gli alberi sono dipinti con pennellate guizzanti che si ergono nello spazio a mo di lingue
verdi: la loro energia sfugge ad ogni controllo. “Un cipresso” scriveva al fratello Theo “è bello, in quanto a linee e
proporzioni, come un obelisco egizio. E il verde è di una qualità così raffinata… E’ la macchia nera in un paesaggio
assolato”.
I cipressi sono ancora i protagonisti nel dipinto che è considerato il capolavoro di questo periodo: Notte
stellata. Van Gogh si stacca dall’osservazione diretta della realtà e trova forme e colori nella fantasia per dare
corpo alle sue angosce. La visione è presa dall’alto. Le sagome delle case sembrano indifferenti al drammatico
evento cosmico che sconvolge il cielo. Due enormi nebulose si attorcigliano l’una all’altra mentre stelle giganti
illuminano, con la loro aureola di luce, il buio della notte. L’immediatezza espressiva è rafforzata dal flusso
impulsivo e trascinante delle pennellate che rendono la visione del quadro forte e vibrante.
A giugno riceve la notizia che Iris e Notte Stellata sul Rodano sono stati esposti al Salon des Artistes
Indipendents e che il critico Aurier ha appena pubblicato un importante articolo sulla sua arte. Ciò gli dà nuova
carica. Agli inizi del 1890, completamente ristabilito, lascia Saint Remy e va a Parigi ospite del fratello Theo che
intanto si è sposato e ha avuto un bambino.
Qui trascorre dei giorni di serenità circondato dall’affetto dei familiari. Dipinge per la stanza del nipotino Ramo
di mandorlo in fiore che lui stesso definisce “uno dei più accurati che abbia mai fatto”. Il colore celeste, chiaro e
luminoso, fa da sfondo ai rami irrigiditi ancora dall’inverno da cui spuntano piccoli boccioli bianchi. Il quadro,
concepito secondo la moda giapponese, è un inno alla vita appena sbocciata.
Ben presto I sintomi della malattia riappaiono. Dietro consiglio di Theo, Vincent si reca ad Auvers-sur-Oise
ospite del dott. Gachet, che promette di prendersene cura.
Il dott. Gachet, libero pensatore, omeopata, repubblicano, amico di Victor Hugo e degli Impressionisti, e medico
personale di Cezanne, lo accoglie con immenso affetto e si mostra piacevolmente attratto dalla sua pittura. Van
Gogh nonostante le crisi continua a dipingere In modo forsennato, realizzando in settanta giorni più di ottanta
quadri.
Nel dipinto La chiesa di Auvers la febbrile tensione della linea deforma la struttura gotica della chiesa e di
conseguenza tutti gli altri elementi vengono enfatizzati e alterati. I colori sono forti e violenti, le pennellate
rapide e nervose. L’immagine così piegata e contorta possiede una forza straordinaria e diventa simbolo di una
disperata solitudine. Le finestre non illuminate, il cielo buio e tempestoso indicano anche la sensazione
dell’abbandono da parte di Dio.
Il capolavoro indiscusso della ritrattistica di van Gogh è Ritratto del dott Gachet. La posa è innovativa e poco
convenzionale. L’atteggiamento malinconico, lo sguardo bonario e mite mettono in luce l’affetto che lega Gachet
a van Gogh. Le linee e i colori si adattano a questo stato d’animo melanconico e costituiscono un’unità originale.
Il quadro è tutto dominato da un blu sfumato in tonalità che vanno dallo scuro della giacca a quelle più chiare
dello sfondo fino al celeste del fiore e degli occhi del medico. I colori sono stesi sulla tela con pennellate vibranti
ora piatte ora curvilinee formando una sorta di motivo ornamentale sullo sfondo. Il quadro molto apprezzato
dal dott. Gachet serve a rinsaldare l’empatia che si è creata tra loro.
Ma ancora una volta una crisi terribile sconvolge la mente di van Gogh e l’amicizia col dott. Gachet: si ritrova
ancora più solo e disperato. Comprende che Theo ha adesso degli obblighi familiari e non può prendersi cura di
lui come prima. Lo invade una indicibile tristezza.
Il 27 luglio 1890 Vincent, come ogni giorno, va nei campi di grano maturo. Questa volta, però, con il cavalletto e
i colori porta con se una pistola e qui, di fronte al sole, si spara un colpo in pieno petto.
Muore due giorni dopo tra le braccia del fratello subito accorso.
Alcuni dicono che il campo sia proprio quello rappresentato circa un mese prima della sua morte nel dipinto
Corvi su un campo di grano che interpreta con molta intensità lo stato d’animo di quei giorni. La tavolozza dei
colori si limita a tre soltanto: il blu, il giallo e il verde. Il torvo volo nero dei corvi indica un tetro presagio di
morte.
Theo seguirà Vincent nella tomba sei mesi dopo.
Adesso riposano insieme l’uno accanto all’altro nel piccolo cimitero di Auvers-sur-Oise.

A cura di Pinuccia Roberto Indovina


25 febbraio 2015