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Come stai in famiglia?

- Alessandro Bosi

Premessa → I cambiamenti socio-economici che stanno caratterizzando il


nostro paese, sono andati ad intaccare sempre più la “ricchezza” della nostra
popolazione, intaccando questa volta anche la classe media. A questo proposito,
la regione Emilia-Romagna, nel 2004, ha predisposto un piano sociale regionale
per rafforzare le politiche regionali di lotta alla povertà.
La famiglia è diventata l'oggetto della ricerca; da essa si può, infatti, cogliere
la molteplicità di
forma di aggregazione domestica. Questo libro rielabora, con diverse finalità, il
materiale delle
interviste narrative utilizzato per il documento sociale.

Introduzione → Questa ricerca ebbe inizio nell'autunno del 2003 grazie


all'iniziativa dell'Osservatorio Provinciale sulle politiche sociali di Parma. La
ricerca si è sviluppata in 4 fasi: 1) elaborazione del progetto e scelta del
metodo di lavoro; 2) individuazione delle persone da intervistare; 3)
realizzazione delle interviste; 4) rapporto sul lavoro.
La finalità di questo libro è “come migliorare il sistema d'indagine?”. Questo
libro ricostruisce nella
prima parte il clima, gli obiettivi, le ipotesi di lavoro e i metodi di ricerca,
l'Assessorato alle
politiche sociali e il Consiglio scientifico dell'Osservatorio provinciale di Parma
che hanno
promosso la ricerca e, nella seconda parte ci saranno tre saggi nei quali le
intervistatrici riferiranno
sulla loro esperienza. Infine, nell'ultima parte il professor Bosi proporrà alcune
riflessioni
conclusive sul lavoro svolto.

1. Le origini della ricerca


• Dal nucleo all'albero → La ricerca si basa dal 1951 al 2001. Nella ricerca
si è potuto osservare come a partire dal 1961, la popolazione decresce
sempre più di decennio in decennio. Questo calo numerico si registra
assieme a una crescita di autonomia tra le generazioni (legge sul divorzio
e sulle pari opportunità ecc...). Questo calo numerico è senz'altro dovuto
alla crisi economica in quanto i giovani avendo problemi nel trovare una
casa e un lavoro, tendono a restare in casa dei loro genitori e ciò non
permette, di certo, la formazione di nuove famiglie e, la conseguente
nascita di figli. Questi dati attendevano però una controprova. All'interno
della ricerca vi era però un dubbio: la società è certamente composta da
nuclei familiari più ristretti rispetto al passato, ma questo significa che
si vanno atomizzando le famiglie o il concetto corrente che la società ha
di famiglia? Questa ricerca è avvenuta sulla base di quelle famiglie che
hanno dichiarato una comune residenza e si sono assunti determinati
oneri contributivi nei confronti degli enti locali e dello stato. Questi
nuclei sono stati definiti dai ricercatori “famiglia fiscale”. Inoltre i
ricercatori hanno condiviso il parere che è questo il modello di famiglia
che orienta le politiche sociali e gli studi sulla famiglia. L'osservatorio
sulle politiche sociali non poteva che confrontare i dati statistici rilevati
a partire dal concetto di famiglia fiscale con quelli desunti della sua
presenza effettiva sul territorio. Sulla base di ciò è stata costruita una
storia del tutto ipotetica. Una famiglia di quattro persone decide di
acquistare una casa in collina e per trarne un beneficio fiscale un
componente (ad esempio la madre) chiama la residenza in quella casa. Così
facendo, la famiglia è ora composta da due nuclei: il primo di due persone
e il secondo di una persona. Più avanti acquistano un monolocale al figlio
ottenendo così tre nuclei e via dicendo, fino a raggiungere quattro nuclei
familiari dove, però, la famiglia rimane quella che era in origine. A fronte
di questi dati l'Osservatorio provinciale dovrebbe annotare: 1) un
aumento del numero e; 2) un calo nei componenti delle famiglie. Nessuno
di questi due cambiamenti ci autorizza però a pensare che all'interno di
questa famiglia ci siano delle condizioni di sofferenza e di dolore. Con il
termine retrò famiglia focolare, nel 2003, si fa riferimento all'unità dei
singoli legati da vincoli matrimoniali e di sangue. È, quindi, del tutto
evidente che in una comunità preindustriale, la famiglia fiscale
s'identifica con la famiglia focolare; nella società industriale la loro
coincidenza appare problematica e; appare poi residuale nella società
postmoderna (società di oggi). Prima di rinunciare alla denominazione
famiglia focolare, occorre valutare se fa riferimento alla sua funzione
essenziale oppure, agli stili di vita. Per quanto riguarda i modi attraverso i
quali, nel presente, gli individui si riconoscono, non si può certo dire che
sono confrontabili a quelli tipici della società preindustriale: se in passato
presupponevano forti vincoli materiali e simbolici, ora un tessuto
relazionale può essere costruito e conservato nella distanza fisica e nella
diversità di scelte considerate essenziali. Tuttavia, la funzione focolare
potrebbe essere esercitata intorno a nuovi pali d'interesse e con
modalità inconcepibili in un recente passato, ma oramai acquisite come
abituali dai singoli. Ma quel che davvero conta è che la famiglia focolare
sia nei fatti l'interlocutore dei servizi sociali e delle politiche di welfare
allestiti dal territorio mentre, le famiglie fiscali non hanno alcuna
consistenza rispetto a questo ordine di questioni. Più tardi, quando i figli
si sposano, i problemi più acuti non riguardano la crescita del nucleo
famigliare e la sistemazione dei figli ma, l'ospitalità e la cura dei vecchi
genitori. I due fratelli cambiano così residenza formando, così, due nuove
famiglie focolare (che si faranno poi carico dei nonni oramai molto avanti
negli anni). Per questi figli, si prospettano dunque possibili soluzioni ma,
comunque sia, l'originaria famiglia focolare continua a comportarsi come
tale; le modifiche avvenute col tempo, non hanno modificato la sua
funzione essenziale. Pur non essendo una famiglia patriarcale, essa ne
ripete alcune caratteristiche e funzioni essenziali. Nell'epoca
postindustriale il tempo di vita può essere meno parcellizzato e meglio
adattato alle esigenze degli individui. In breve, il superamento del
modello fordista ci rende più liberi di vincoli del tempo di lavoro. Quanto
alla distanza spaziale, i mezzi di trasporto, contribuiscono a renderla più
corrispondente alle nostre personali esigenze. Tuttavia, questi
cambiamenti ancora non corrispondono alle promesse. Il tempo di vita c'è
infatti sottratto da una miriade di impegni di cui non comprendiamo il
senso. Sappiamo però di vivere in un'epoca in cui spazio e tempo potranno
finalmente diventare dei nostri vissuti personali. Intanto, nessuno
rinuncia alla possibilità di raggiungere una persona amata, un servizio, un
aiuto in qualsiasi momento della giornata, ovunque nel mondo, con una
telefonata o con un contatto informatico. L'idea di una famiglia a rete
(rete famigliare) richiama in modo esplicito il concetto di famiglia
largamente in uso nelle scienze sociali. Il problema era come rendere
queste articolazioni famigliari e questa vitalità comunicativa altrettanto
visibili come la famiglia fiscale. Nel rapporto del 2003 si è ipotizzato
un'anagrafe delle famiglie. Quest'ultimo dovrebbe fornire una
rappresentazione del segmento che unisce almeno tre generazioni nella
storia di una famiglia. Un obiettivo di questo genere, consente di
visualizzare alberi genealogici il più ramificati possibile. A questo, infatti,
si ri fa l'assistente sociale nel momento in cui prende in carico una
famiglia. Per realizzare quest'analisi, nel rapporto del 2003, sono stati
presi in analisi dei settori limitati di popolazione; in questo modo era
maggiormente visibile la reale capacità autonoma, della famiglia focolare,
di far fronte ai diversi problemi della quotidianità.
• Le famiglie esemplari → La relazione sociale del 2004 ha indirizzato la
propria analisi soprattutto alle nuove forme di povertà nella provincia di
Parma. Grazie alle informazioni ricavate l'anno prima, nel settore
dedicato alla famiglia, si è data visibilità all'idea di famiglia focolare
individuando casi che la rappresentano. La ricerca sociale costituisce un
consolidato metodo di lavoro che si è arricchito grazie agli studi su
rilevanti questioni epistemologiche legate al racconto di sé e alla rigorosa
messa a punto degli aspetti metodologici relativi alla raccolta e
all'elaborazione delle narrazioni. Ogni ricercatore avverte la necessità di
precisare il proprio metodo d'indagine; ciò ha provocato una ricca
proliferazione di denominazioni. Distinzioni tra, ricerca qualitativa o in
profondità e quantitativa o estesa, riabilitano l'antica opposizione tra
scienze nomotecniche e idiografiche e, ripetono i difetti per cui questa
ricerca fu abbandonata. Ragionando ci muoviamo, continuamente, tra la
generalizzazione e l'individuazione; i ricercatori d'altronde non potrebbe
fare altrimenti. Ricorrere ai nessi causali per conoscere gli insiemi
dovrebbe costituire sempre una forma di prudenza e una prova di buon
senso. Prudenza e senso, però, non bastano. È necessario un linguaggio
della conoscenza capace di analizzare i singoli elementi e di ricondurli al
loro disegno generale. Al tempo stesso, è necessario che gli strumenti di
cui disponiamo e i metodi cui facciamo ricorso siano concepiti e utilizzati
con lo stesso scopo. La storia di questa ipotetica famiglia focolare ha
assolto in pieno la funzione di “famiglia spia”. Si procede, dunque, sulla
base degli indizi disponibili. Con la formulazione di altre storie ipotetiche
(ma verosimili) si è potuto evidenziare meglio gli elementi di esemplarità
nelle famiglie. Ciò che meglio è stato osservato è il loro percorso di vita,
contenente elementi istruttivi e sorprendenti. Occorre ricordare che
l'esemplare non va confuso con l'eccezionale, ma è piuttosto ciò che, nella
sua individualità, può costruire un modello o forse una tendenza.
Raccogliendo in un'unica storia i diversi momenti di famiglie fiscali riunite
in diversi nuclei, si è potuto cogliere il carattere esemplare di famiglie
che continuano ad assolvere a una funzione focolare. Si è così costituito
un archivio di 33 casi ipotetici: distinto in famiglia senza e con criticità a
seconda che presentino o meno problemi per il quale è possibile il ricorso
ai servizi del territorio. Le famiglie senza criticità sono poi state distinte
in otto insiemi seguendo i seguenti criteri: numero di generazioni; interna
articolazione in soggetti autoctoni, alloctoni e unioni miste. Nelle storie
ipotetiche, i componenti dei nuclei famigliari sono stati riconosciuti
rispetto ai tradizionali ruoli generazionali. L'articolazione di una stessa
storia è stata formulata solo nei casi in cui è sembrato realistico
ipotizzare queste presenze sul nostro territorio. Complessivamente,
all'interno degli otto insieme senza criticità sono state considerate 13
storie. Le famiglie con criticità (11 insiemi) sono state a loro volta
interpretate sulla base degli stessi criteri e con riferimento a difficoltà
su: lavoro; dipendenze; diverse abilità e; coniugi separati.
• Il caso di andamento narrativo: l'insieme “A” → L'analisi è stata istruita
raccogliendo quattro generazioni. Il modello “A” è stato proposto nelle
tre varianti previste: nelle varianti alloctoni e misti si evidenziano,
rispetto agli autoctoni, andamenti narrativi che ipotizzano quattro
significative: (1. i figli anticipano l'ingresso nel mondo del lavoro anche se
in forma precaria; 2. è anticipato il decesso dei nonni; 3. è anticipata la
nascita dei nipoti; 4. i genitori si fanno carico dei nonni in misura minore).
Comune ai tre andamenti narrativi è il ramificarsi della famiglia quando i
figli stabiliscono rapporti di convivenza con i loro partner. Tra le due
famiglie intervengono, quindi, persistenti motivi di comunicazione
provocati dal modo di vivere dei figli. Questa situazione crea condizioni di
forte pendolarismo intrafamiliare per i giovani e per le relazioni
comunicative tra i genitori che, da una fase iniziale di “puro servizio”,
possono passare a un periodo di incontri convenzionali ed evolvere in un
successivo momento di attiva partecipazione alla crescita dei nipoti. I
movimenti intrafamiliare sono condizionati dagli stili di vita cui ci siamo
abituati, dalle esigenze lavorative e, soprattutto, dalla distanza fra le
abitazioni. La centralità che i nipoti assumono nella vita di tre nuclei
famigliari tradizionali evidenzia come la famiglia s'identifichi con una
rete di rapporti che non può essere definita sulla base di criteri assoluti.
Inoltre, la difficoltà nel reperire gli alloggi, favorisce il protrarsi della
convivenza sotto lo stesso tetto fra coppie oramai divise. La rete-
famiglia è indicata come un dato di fatto. Le storie verosimili hanno
costituito il laboratorio da cui ha preso le mosse la ricerca.

2. I vissuti familiari tra normalità, criticità e interazione sociale


• L'intervista narrativa: da strumento d'indagine a “specchio bi-
direzionale” → Se l'intervista narrativa nasce come una modalità di
scambio dialogico tra ricercatore e soggetto che ha vissuto l'esperienza,
per la Canovi ripensare alle storie delle famiglie che ha incontrato ha
significato riflettere sul senso nascosto delle parole, approfondendo ciò
che era stato soffocato dalla complessità delle vicende e dal “rumore”
dell'interazione. La lettura che è emersa da quest'intervista, trova la sua
chiave di interpretazione in 3 diverse emozioni: 1) quelle legate allo
spazio fisico nel quale si sono svolte le interviste; 2) quelle riferite ai
racconti e; 3) quelle che nonostante la complessità della situazione
vissuta dalla famiglia, hanno trasmesso all'intervistatrice una sensazione
di “normalità” intesa come capacità della famiglia di attivarsi in modo
armonico per fronteggiare la difficoltà. Quando la Canovi ha intrapreso
quest'esperienza era fresca di studio e, la sua attenzione era
soprattutto rivolta al tentativo di evidenziare i bisogni delle persone in
modo da poter finalmente iniziare a rispondere ad uno dei principi
ispiratori della sua professione: “dar voce a chi voce non ha”. Più tardi
questa correlazione si è andata sfumando per lasciare il posto a un
insieme di ricordi ed emozioni svincolati dalla fisicità dei loro protagonisti
che sono diventati parte strutturale della sua esperienza alla quale
spesso si trova a pensare, quando la memoria è sollecitata da immagini,
suoni, eventi o parole che il presente condivide con questo recente
passato. Questi cambiamenti sono dovuti ad una inconsapevole
modificazione del modo di porsi nei confronti di queste famiglie, persone,
situazioni e racconti che trascendono l'ambito della prassi lavorativa.
L'intervistatrice vuole, in questa prima parte della riflessione, porre
l'accento proprio su quella mescolanza di sentimenti per cercare di
fissare e definire ciò che ha rappresentato e significato, per lei, il suo
primo incontro con il mondo dell'intervista narrativa e della ricerca
sociale intesa in termini elettivamente qualitativi. La seconda parte è,
invece, dedicata all'importanza che l'uso dell'intervista narrativa può
rivestire nell'ambito del settore sociale.
• Storie narrate, emozioni vissute → La rilettura delle interviste e dei
racconti si è, quindi, organizzata su 3 livelli emotivi ed emozionali legati a
quegli aspetti peculiari ed accomunanti. Uno dei primi agglomerati di
sensazioni riguarda la strutturazione ed il ruolo dello spazio fisico delle
interazioni capace di rimanere impresso nella memoria sia in quanto
costituisce la cornice fisica dei ricordi, sia perché assorbe ed introietta
specularmente la dinamicità degli eventi, diventandone la fotografia
mnestica. A tale proposito, la Canovi, dice i ricordare ancora l'immagine di
una grande e bella casa (che all'apparenza farebbe pensare che vi vivono
persone ricche) contrapposte all'immagine della stradina che ha percorso
per raggiungere la casa. Ma se all'esterno l'abitazione era l'emblema di
una bella vita, varcata la soglia, l'intervistatrice ha potuto percepire lo
strappo netto con il presente. Questo strappo è dovuto alle
preoccupazioni di un'anziana madre per la malattia del figlio
(schizofrenia) e per le conseguenze di questa sul nucleo familiare. Il
presente è, per l'anziana madre, dominato da due sentimenti
contrapposto: il desiderio di un miglioramento della malattia del figlio e
l'ansia struggente per individuare una soluzione soddisfacente e
definitiva. La prima speranza è tale da spingere a sottovalutare la gravità
della situazione mentre, la seconda speranza maschera il disagio di una
donna che, oramai avanti negli anni, vive nel terrore di poter venire a
mancare. La signora, attraverso il linguaggio non verbale, comunicava il
bisogno di trovare qualcuno che le potesse dare risposte convincenti per
la situazione presente e speranze concrete per il futuro. Il disagio
sembra essere accentuato dalla chiusura critica nei confronti degli aiuti
offerti dal contesto circostante. Forse, a causa della stanchezza, la
donna sembra non percepire l'importanza di prendere coscienza della
realtà e, per via della depressione che man a mano è subentrata,
attribuisce le responsabilità della non guarigione del figlio
all'incompetenza degli aiuti esterni. La donna non si rende conto però che
quest'atteggiamento impedisce i minimi progressi possibili.
L'intervistatrice ha sempre la sensazione che la madre e il figlio si siano
inglobati nell'ambiente circostante (la loro casa) trasformando
quest'ultimo ad immagine e somiglianza della solitudine nella quale sono
stati confinati, anche se in modi diversi, dalla schizofrenia. Il silenzio
profondo che l'intervistatrice aveva subito colto è diventato una sorta di
silenzio esistenziale per la madre e il figlio. Il futuro di questa famiglia è
così in certo, al punto che la madre conclude l'intervista dicendo: “Se non
riesco a risolvere la situazione adesso, finché sono ancora in vita, il
problema di mio figlio ricadrà sul resto della comunità quando sarò morta
e allora qualcuno dovrà per forza occuparsene”. Entrare nel secondo
gruppo di impressioni significa avvicinarsi ai ricordi legati a particolari
modalità narrative ed espositive che hanno determinato il ritmo emotivo
delle interazioni. Alla Canovi torna, così, in mente l'atteggiamento verbale
e relazionale di una giovane mamma. L'incontro è avvenuto all'interno di
un ristorante in quanto la ragazza non riteneva la sua casa adeguata e,
non aveva né tempo né voglia per renderla tale. La ragazza ha, così,
iniziato a tracciare il suo racconto, contraddistinto da una struttura
sintattica molto semplice e da una scelta lessicale quasi elementare.
Nonostante provenisse da una famiglia povera, la ragazza ha abbandonato
presto la casa per i contrasti con sua madre inoltre, non ha mai potuto
realizzare il suo sogno di completare gli studi. Tuttavia, si è saputa
inventare la vita mantenendo la speranza e la progettualità per il futuro.
Tutt'ora la ragazza parla della sua vita con quegli occhi da adolescente e,
dice di aver trovato un ragazzo immaturo, il quale però le ha saputo
regalare una storia d'amore molto romantica ma, un'inaspettata
gravidanza e il suo rifiuto ad abortire, hanno segnato la rottura con il
partner. Il tono paco con cui la ragazza racconta questa storia fa capire
all'intervistatrice che queste erano per la ragazza conseguenza già
previste. Questo figlio è stato per la madre l'evento di svolta capace di
darle la forza necessaria per migliorare una situazione che era destinata
a peggiorare. La serietà con cui la madre delinea la propria situazione
lascia trapelare come l'arrivo del bimbo l'abbia aiutata ad acquistare una
maggiore coscienza di sé e l'entusiasmo, con cui la ragazza mi ha spiegato
che il figlio rappresenta la sua vera realizzazione, denota una riacquistata
fiducia nelle proprie potenzialità. La tensione emotiva della ragazza che la
Canovi ha colto nel discorso è completamente dedicata al figlio ma da un
lato essa è percepibile nella determinazione a rimuovere qualsiasi
ostacolo che minacci la serenità del bambino, mentre, dall'altro, questa
forza è ravvisabile anche nel tentativo della ragazza ad essere una buona
madre, migliorando il suo presente e proiettandosi nel futuro per
garantire al figlio ciò che era stato negato a lei. Sotto la spinta di
quest'ultimo proposito, la giovane, prendendo coscienza della sua
situazione, si è rivolta ai servizi per un aiuto. Ha inoltre riallacciato i
rapporti con la madre. Da come ne parla la ragazza, si capisce bene che
chiedere aiuto le deve essere costato molto. Ma la vera forza di questa
donna sta nel vedere sorridere il figlio ed è per questo che la donna ha
chiesto aiuto. Dopo che la Canovi ha conosciuto questa donna ed ha
rivissuto il loro incontro, ha potuto sostenere che l'aspetto che le è
sembrato maggiormente eccezionale è rappresentato dalla capacità di
questa madre di riuscire ad armonizzare ed equilibrare elementi così
diversi per dare al figlio, oltre alla vita, anche un futuro dignitoso.
L'ultime sensazioni e emozioni sono state date all'intervistatrice da
quelle famiglie che pur vivendo in situazioni critiche, fanno fronte ai loro
problemi in modo armonico ed equilibrato. Emblematica, in proposito, è la
vita, costellata di difficoltà, sofferenze e malattie, che una giovane
signora conduce in un piccolo paese, assieme al marito cerebroleso, alla
madre anziana ed al figlio. L'ordine, la pulizia e la cura dei piccoli
particolari che concorrono a dare un aspetto molto accogliente alla casa,
hanno colpito la Canovi fin dal primo momento, offrendole l'immagine
della dignità e della riservatezza del dolore di una famiglia che ha saputo
trovare la forza di sorridere anche delle disavventure. Ciò che affiora
maggiormente è il coraggio di questa donna che fa fronte a questa
situazione oramai da parecchi anni. Quando la donna inizia a parlare della
malattia del marito il suo viso si chiude in una smorfia. Dall'intonazione
della vice si percepisce l'angoscia che accompagnano i ricordi. Questa
donna rappresenta il punto di forza della famiglia. Nonostante le
difficoltà, queste persone hanno saputo mantenere il nucleo saldo,
facendo proprio il valore del mutuo aiuto come tratto distintivo della loro
famiglia, aperta e disponibile anche verso gli estranei. Inoltre dal
racconto della donna emerge come ciascun componente è abilitato al
contribuire al miglioramento quotidiano della qualità di vita. Tale capacità
sembra essere stata la formula vincente per questa famiglia che
trasmette l'immagine di un'unità dinamica, capace di scongiurare il
rischio dell'isolamento relazionale ed affettivo. Ciò però non cancella le
difficoltà di questa situazione e la famiglia, pertanto, cerca in sé stessa e
negli altri delle risorse per affrontare al meglio la situazione. Dal modo di
parlare dell'anziana signora, si percepisce come quest'ultima abbia
aiutato la donna ad accettare gli eventi con quel misto di fatalismo e
buona volontà che le ha permesso di rappresentare ancora un valido
sostegno per la famiglia. Non c'è niente di chiassoso nel racconto e nel
dolore di queste persone ma, soprattutto a distanza di tempo, ci si può
accorgere di quanto brucino le parole che la signora usa per descrivere il
suo nucleo “non come una famiglia sfortunata, ma solo come una famiglia
che ha lottato e sta lottando... il sorriso è sempre dipinto sulle labbra,
anche se dentro siamo distrutti... in questi casi devi solo andare avanti:
non si può fare altro!”. La caratteristica relazionale ed emotiva
rappresenta l'aspetto innovativo di questo racconto. In tale vicenda,
risulta assente l'atteggiamento di chiusura tipico di quelle famiglie con
delle problematiche.
• Dall' “arte di ascoltare” al procedimento metodologico per la risposta ai
bisogni → Ciò che ora conta di più per l'intervistatrice, è soffermarsi a
riflettere sulla valenza che l'intervista narrativa riveste entrando a far
parte degli strumenti metodologici propri del servizio sociale. Diventa,
dunque, necessaria una digressione sul significato e sullo scopo di questi
strumenti metodologici. Per Fromm se consideriamo tecnica tutto ciò che
attiene alle regole applicate alla meccanica, risulta evidente come l'azione
sociale si configura come processo di contemplazione del soggetto e dei
suoi bisogni al fine di rimuovere le condizioni di svantaggio. Così come ogni
arte ha le sue regole e norme, allo stesso modo il servizio sociale ha le
sue. Il primo aspetto da considerare è rappresentato dalla
consapevolezza di trovarsi di fronte ad una teoria operativa in continua
modificazione. Proprio questo richiamo all'operatività, costituisce la
discriminazione rispetto ad altri ambiti di studio e ricerca in campo
sociale, in quanto essa incide sia sugli obiettivi del servizio sociale stesso,
che sulle modalità relazionali degli operatori. Attraverso la conoscenza, il
servizio sociale si pone come obiettivo quello di cogliere ed identificare
gli elementi necessari all'intervento per giungere ad una risposta dei
bisogni che nascono dall'interazione tra uomo, ambiente e organizzazione
sociale. Il colloquio d'aiuto tra assistente sociale e “paziente” diventa il
momento principale che permette all'assistente sociale di acquisire la
conoscenza degli individui e la comprensione di sé stesso. Quest'ultimo
aspetto rappresenta la chiave per la costruzione del processo di aiuto che
è possibile solo attraverso il riconoscimento che l'operatore offre al
soggetto mediante una rilettura del problema. Capita, infatti, che una
persona emotivamente coinvolta si perda nella sua “realtà” e non in ciò
che realmente accade. L'assistente sociale deve, dunque, mantenere uno
sguardo critico sulla situazione senza lasciarsi coinvolgere dalle emozioni.
Il colloquio si traduce, dunque, in uno scambio dialogico speciale dove
s'incontrano ruoli precisamente definiti, ma ugualmente attivi. Se
sostituiamo i termini ricercatore e ricerca con assistente sociale e
processo d'aiuto, possiamo percepire, anche a livello visivo, l'importanza
dell'uso dell'intervista narrativa per il servizio sociale e che in altre
nazioni è già stata colta, grazie all'inserimento del “Life Story Book”,
metodo che per molti aspetti è accomunato a quello a dell'intervista
narrativa. Alcuni spunti per l'applicazione dell'intervista narrativa, come
strumento conoscitivo nell'intervento con la persona,la famiglia e
l'ambiente di vita, sono contenuti nelle riflessioni generate da una lettura
trasversale di alcuni frammenti dei racconti e, dal desiderio di
evidenziare i patterns del gioco relazionale, nei confronti dei quali
l'assistente sociale, si trova quotidianamente sintonizzato a livello
pragmatico.
• Esclusione sociale tra paradigma operativo e vissuto familiare →
L'aspetto che emerge con maggiore evidenza è,quindi, quello
dell'esclusione sociale. Nonostante questo elemento sembra accomunare
ed uniformare le varie istituzioni, con una lettura più attenta delle storie
di vita si può cogliere l'unicità di questi racconti. Spostando l'accento
dall'azione all'attore, emerge come il concetto di esclusione sociale sia
una classificazione operata ai fini della ricerca ma che non sempre
rispecchia totalmente la percezione che il narratore ha di sé in quel
preciso contesto. Prendendo nuovamente in analisi tutti i vari casi,
l'intervistatrice ha potuto osservare come la sensazione di “normalità” e
quella di “problematicità” siano legate ad una profonda differenza dovuta
al modo in cui una persona si percepisce in relazione a sé stessa. È
importante sottolineare come spesso, il focalizzare tutto il proprio
bisogno esclusivamente su richieste di tipo materiale, percepite come
immediate, più concretizzabili e maggiormente facili da identificare, celi
una ben più profonda carenza, di tipo psicologico, sociale ed affettivo
che, anche parlando di esclusione sociale, non va trascurata. Nel silenzio
degli occhi di chi ha inconsciamente deciso di confondersi con la
desolazione dell'ambiente circostante sembra affiorare l'esigenza del
bisogno più profondo di esistere il quale, aspetta che qualcuno intervenga
per far emergere la vera soggettività dell'individuo. Nell'immaterialità di
questa necessità pare consumarsi il dramma delle persone che hanno
perso la propria capacità di essere un “soggetto in relazione”, al di là della
situazione d'isolamento vissuta. Questo tipo di solitudine comporta un
forte scollamento dell'individuo dal senso di appartenenza societaria che
contribuisce a consolidare l'identità storica e sociale del soggetto. La
conseguente chiusura relazionale trasforma l'individuo in una monade
priva di punti di riferimento, sbattuta tra i venti altalenanti della
quotidianità. Risulta comprensibile come questa situazione d'isolamento è
aggravata dall'incertezza e dal disorientamento di assumere
atteggiamenti contrari all'istinto e privi della forza necessaria per
risultare efficaci. Nelle storie di colore che non riescono più nemmeno a
riconoscere l'esplicita richiesta d'aiuto del familiare, è riscontrabile una
lotta tra ciò che è innato e quanto è indotto, che relega queste persone in
un impenetrabile microcosmo evanescente popolato solo dai fantasmi del
ricordo. È bene sottolineare ulteriormente che ciò che diversifica le
storie di solitudine dalle altre è il diverso approccio dei soggetti alla
criticità. Paradossalmente, si potrebbe quasi sostenere che l'esclusione
sociale può diventare una molla capace di far emergere quel lavorio
silenzioso e discreto di chi non vuole nemmeno abbandonarsi all'idea
dell'isolamento e mantiene viva la speranza che non richiede
esclusivamente grandi traguardi, ma si accontenta anche delle piccole
conquiste quotidiane. Questa forza diventa la risorsa addizionale e
necessaria per combattere quell'isolamento che si configura come morte
sociale dell'individuo.
• L'esclusione sociale come disequilibrio tra sfide e risorse. Una riflessione
deduttiva a partire dalle storie familiari → A prescindere dalle diverse
modalità di reazione dei soggetti, i fattori dell'esclusione sociale sono
sostanzialmente di tre tipi: ambientali, economico-relazionali ed
affettivo-relazionali. Per quanto riguarda la malattia mentale, però, essa
richiede una riflessione più articolata e specifica. La realtà ambientale e
sociale può favorire il fenomeno dell'esclusione sociale attraverso una
difforme distribuzione delle risorse che contribuisce a rendere alcune
situazioni più svantaggiate. Sicuramente l'emarginazione che trapela dalle
storie ambientate nelle zone di montagna è diversa da quella vissuta da
chi abita in città, poiché, nel primo caso, alla difficoltà soggettiva
dell'individuo, si aggiunge l'inospitalità dell'ambiente che muore
prematuramente rischiando di trascinare nel declino coloro che vi
abitano. Questi piccoli ambienti si rivelano però ghettizzanti perchè
portano il soggetto a chiudersi sempre più nel suo ristretto mondo
interiore. Il passaggio verso l'equilibrio delicato tra queste tre essenze
complementari e profondamente diverse sembra configurarsi
primariamente come non armonizzazione di una parte di sé che rende
l'individuo incapace di interagire positivamente con la realtà circostante.
Se poi si pensa a una situazione di emigrazione è evidente la necessità di
una persona capace di diventare competitiva nella contrattazione sociale
della mediazione, per favorire un'interazione costruttiva che sancirebbe
una sorta di legalizzazione del sacrificio del proprio passato. Tale volontà
di affermarsi oltre il tempo e lo spazio, trova il suo attore principale
nell'individualità dell'essere capace di fungere da soggetto che coniuga in
sé passato, presente e futuro. Dall'immutabilità di questo, viene emanata
la forza di costruire e rappresentarsi con il proprio contesto cogliendone
il valore profondo che lo trasforma in ambiente di vita complice e custode
dell'essenza individuale. Ciò rappresenta la vera risorsa capace di
annullare le differenze allocative e rompere i vincoli fisici che legano il
soggetto e, lasciare libero l'individuo di esistere nella padronanza dei
ricordi, con la consapevolezza della realtà contingente e nell'autonomia
dei suoi sogni. Nella sicurezza della titolarità di tutte le fasi della propria
vita l'uomo passa da oggetto a soggetto dell'ambiente che lo circonda e,
attribuendo il giusto valore alle risorse o ai vincoli presenti in esso,
trascendendo la contingenza delle cose che lo connotano e lo
costituiscono come essere umano. Un ambiente svantaggiato può risultare
addirittura castrante nella misura in cui priva i suoi abitanti anche della
speranza d'ipotizzare il futuro per tentare di rompere la catena che
vincola la storia d'intere generazioni all'indigenza circostante. La carenza
di risorse economiche collettive segna il profondo confine tra coloro che
hanno la disponibilità di possibilità individuali tali da permettere loro di
fronteggiare almeno gli aspetti materiali della difficoltà, e quelli che si
consumano nella problematicità più nera. Il solco che separa il mondo dei
sommersi da quello dei salvati emerge dalle storie di chi fruga con occhi
avidi gli angoli più remoti delle proprie risorse, si aggrappa ad ogni genere
d'idea capace di sfiorare l'ambito della possibilità e che diventa l'ancora
di salvezza per una vita potenzialmente destinata ad affondare. Problemi
di questo tipo comportano delle implicazioni di carattere etico e morale
riguardanti l'equità della distribuzione; è dunque importante evidenziare
il problema aperto di una società che, facendo il proprio principio
costituzionale dell'uguaglianza come caratteristica distintiva della civiltà
occidentale, non riesce ad uniformare la realtà al valore, accettando
l'esistenza di una profonda difformità, qualitativa e quantitativa, delle
possibilità contingenti e future fruibili dei cittadini. Tale contraddizione
si materializza nella multiproblematicità di alcune vicende. È una sorta di
gorgo esistenziale e più si radicalizza nella vita di una famiglia, più
sembra rendere difficoltoso, e talvolta anche impossibile, il riscatto
individuale che può avvenire solo grazie ad una profonda presa di
coscienza della propria identità e dignità di uomo, unita alla tenacia della
forza di volontà tesa al miglioramento e finalizzata ad uno scopo che il
soggetto percepisce come necessario e quindi vitale. La supremazia
valoriale di quest'ultimo elemento sembra restituire all'individuo la forza
della sopravvivenza che gli permette di riscoprire la vitalità delle proprie
potenzialità da orientare verso il cambiamento, inteso come dimensione
interpersonale e tangibile. È evidente come la povertà materiale accelera
la caduta del soggetto verso l'esclusione sociale. L'uomo è alla costante
ricerca di un coinvolgimento affettivo e relazionale con il mondo
circostante. Il linguaggio istintivo del bambino si arricchisce rapidamente
nella misura in cui le risposte dell'ambiente umano, nel quale il soggetto
vive, sono tali da incentivare la crescita rigogliosa di quella caratteristica
umana che diventa la qualità dominante dell'esistenza. La necessità di
sentirsi rassicurati sulla presenza di questa caratteristica emerge dai
ricordi di colore che vivono situazioni di grave deprivazione affettiva, che
si dibattono tra la necessità di aderire ai modelli, più o meno velatamente
proposti, e l'impossibilità di concretizzare i propri progetti. La certezza
della profondità che caratterizza i legami dei nuclei familiari dotati di
una genuinità sentimentale, permette al soggetto di esprimersi
liberamente senza rischiare la rottura del vincolo con le proprie origini;
grazie a ciò l'individuo acquisisce alcuni elementi che compongono il
paradigma relazionale secondo cui si svolge il rapporto con la società.
Accanto a tale pericolo ne emerge un altro ugualmente grave, e più
immediato, rappresentato da una difensiva verso gli affetti. Questo
atteggiamento trae origine nella non reciprocità che contraddistingue il
contesto umano dove vive l'individuo il quale si spegne nella sofferenza
protettiva della chiusura emotiva ed in sorta di apparente “tabula rasa”
dei sentimenti. Negli occhi di coloro che hanno deciso di rinunciare a una
parte di sé, si riflette la violenza di queste scelte; scelta però essenziale.
Questa prassi rischi di fossilizzare la persona nel grigiore della sterilità
e della normatività dei rapporti. Infine l'ultimo aspetto della povertà
affettiva è rappresentato dall'acquisizione di modalità comportamentali
deprivate, sulla scorta dell'assioma secondo cui il bambino è portato a
salvare sempre e comunque le figure genitoriali. Per sfuggire al rischio
dell'autodistruzione, il bambino inverte gli attributi dei soggetti coinvolti
ma così facendo l'operatività futura dell'adulto risulta deviata fin dalle
origini.
• L'esclusione sociale dell'essere senza poter esistere: la malattia mentale
→ Il fattore della malattia mentale, richiede una maggior
puntualizzazione sia per il suo rapporto con l'esclusione sociale sia in
quanto risulta accomunare una discreta percentuale delle famiglie.
Quest'affezione investe la vita del soggetto privandolo della sua identità.
Isolate in un universo parallelo queste persone brancolano alla ricerca
della sicurezza insita in quei gesti quotidiani, così ripetitivi e familiari,
che non riescono più a ricordare in quanto perduti, forse per sempre,
nella misteriosa rottura di una nascosta sinapsi. Nell'angoscia dell'essere
senza però esistere, queste persone non possono affidarsi all'istintività
sensoriale che trasmette loro messaggi sviati dalla malattia. Con la
progressiva perdita della capacità di orientarsi, l'individuo si allontana
trasformando prematuramente la sua identità in un ricordo del passato.
Queste persone si aggirano all'interno delle famiglie come personaggi in
cerca di un autore capace di connotarli, diversificarli, strappandoli
all'anonimato della malattia. Considerando il nesso causale del cogito
cartesiano, appare evidente come la malattia mentale infici pesantemente
la compiutezza dell'esistenza umana. L'isolamento spesso assume i tratti
drammatici dell'irreversibilità degli eventi, filtrati dagli occhi angosciati
e spauriti dei narratori. Purtroppo, però tale aspetto dell'esclusione
sociale è difficilmente contrastabile. Come emerge dalle storie di vita, i
parenti si trovano improvvisamente catapultati in una realtà kafkiana
dove il familiare, improvvisamente si trasforma in un perfetto estraneo,
bisognoso, tra l'altro, di cure e di attenzioni che mobilitano tutto il
nucleo. Nell'amarezza di chi ogni giorno si confronta con questa specie di
specchio unidirezionale dell'anima il quale riflette un'immagine uguale e
profondamente diversa sia dell'identità del malato che della sua famiglia,
si coglie: lo strazio, il rimpianto, la fatica di affrontare la quotidianità
che, improvvisamente, non appartiene più ai propri protagonisti. Troppe
volte la malattia mentale si trasforma in una sorta di epidemia che
imprigiona tutto il nucleo nel dedalo dei percorsi allucinati della patologia,
privandolo della forza necessaria per inquadrare l'effettiva portata della
criticità, al fine di comprendere meglio la situazione contingente.
L'isolamento si configura come una sorta di ultimo baluardo di difesa,
capace di regalare alle persone quell'illusione di normalità, carpita loro
dalla malattia mentale. Molto importante è la presa di coscienza da parte
della famiglia in quanto quest'ultima permette di rompere
l'impercettibile lastra che separa il mondo della patologia da quello della
realtà, dando la possibilità di scoprire quei preziosi canali di
comunicazione con il malato ancora efficaci per strapparlo, almeno in
parte, al suo isolamento e che, diversamente, sono offuscati dallo sforzo
della famiglia di negare o sminuire inconsciamente la portata del
problema.
• Comunicazione, apertura relazionale e senso di appartenenza. Elementi
funzionali per il cambiamento e l'evoluzione → Gli elementi che
accomunano le situazione in cui le famiglie hanno saputo affrontare in
maniera positiva l'evento della malattia mentale sono rappresentati da
tratti ricorrenti: buon grado di comunicazione all'interno del nucleo;
un'apertura emotiva e relazionale; e un forte senso di appartenenza al
contesto socioambientale. In questi aspetti risiede la variabile costante
che distingue tali racconti dalle storie di esclusione cronicizzata. La
predisposizione mentale e comportamentale permette a queste persone di
evitare la chiusura relazionale ed affettiva che può facilmente spingere
gli individui verso l'isolamento. La paura ed il disorientamento dipinti sul
volto di chi è isolato da propri sentimenti si dissolve per lasciare il posto
alla fatica, senza però che questa prenda il sopravvento nella vita dei
soggetti abituati ad inquadrarla ed affrontarla. L'abitudine a sviscerare
un problema aiuta anche a conoscere e prendere confidenza con la
criticità, privandola di quell'alone spaventoso che circonda ciò che è
ignoto. Pertanto, si può dire che la validità di questa predisposizione
comportamentale, si rivela, in primis, nei “soggetti deboli”. L'apertura
emotivarelazionale si rivela un'importante risorsa per tutto il gruppo.
Attraverso quest'ultima le persone possono riconoscere le emozioni che
le travolgono e le paure che le attanagliano, giungendo più facilmente ad
un'omeostasi interna tra ragione ed emotività che consente loro di
rielaborare più facilmente la luttuosità e la problematicità insite nella
difficoltà. Il condividere i momenti felici diminuisce ed annulla, anche se
per poco, quella estraneità che si crea all'interno del nucleo familiare. Ciò
fa sì che l'individuo possa recuperare quei fili invisibili che lo collegano
alla sua storia personale. Dai racconti emerge come le lacrime di chi vive
nella solitudine profonda, siano cariche dell'aridità della disperazione più
assoluta e cadano a terra sterilmente in un silenzio assordante. Un
costante lavoro di elaborazione e razionalizzazione delle difficoltà fa si
che il soggetto debole sia percepito in maniera totalmente differente
rispetto alla sua malattia e ciò permette sia di salvaguardare l'oggettività
della situazione e la dignità individuale, che di preservare una divisione
immutata dell'idea di famiglia, salvaguardando però il nucleo dal rischio
della disgregazione percettiva e concreta. Al contrario, in quelle famiglie
dove non vi è un'apertura emotiva-relazionale, è facile identificare il
soggetto malato con la sua malattia e ciò modifica l'equilibrio del nucleo
familiare. Ognuno diventa una sorta di famiglia di sé stesso e ciò non
serve a niente, se non ad aggravare la situazione. All'apertura
comunicativa del gruppo si accompagna quella nei confronti del contesto
socio-ambientale, quest'ultima intesse rapporti qualitativamente e
quantitativamente rilevabili. Tale atteggiamento si concretizza
nell'attenzione e nell'impegno fattivo verso i piccoli, grandi bisogni
presenti nel contesto d'appartenenza del nucleo. La mobilitazione
familiare permette alla famiglia di non impoverirsi nei confini della
propria criticità ma l'aiuta ad aprirsi verso le altre persone,
mantenendola inserita e partecipe in ambito sociale. Tale meccanismo
permette di limitare il rischio della deriva sociale.
• I servizi alla persona nel panorama dell'intervento con le famiglie → Un
altro aspetto che emerge dall'analisi delle storie di vita è rappresentato
dal ruolo svolto dai servizi e dalle istituzioni per ciò che riguarda
l'esclusione sociale. La multiproblematicità richiede una presa di
coscienza globale che non si deve esaurire solo nel soddisfacimento
momentaneo dei bisogni emergenti e più frequenti. Problematiche come
quelle dell'esclusione sociale rappresentano un esempio tangibile della
complessità di questi fenomeni che risultano sommersi e difficili da
inquadrare a causa delle numerose implicazioni a livello familiare,
personale, sociale e materiale. La forte carica emotiva ed empatica e le
pressioni esterne di varia natura possono portare le istituzioni ad
adottare la politica del “panem et circenses” che di fatto rappresenta
solo un intervento demagogico e posticcio quando diventa l'unica risposta
data al disagio di fondo. La multiproblematicità richiede un'analisi
strutturata su tempi anche lunghi ma senz'altro più efficaci. Troppe volte
l'intervento di tipo materiale-economico si è rivelato una sorta di placebo
volto a calmare l'ansia crescente delle famiglie e a dare l'immagine
dell'efficienza delle istituzioni. Queste linee d'azione delineano una
prassi che risulta però nociva per le fasce più deboli ed in forte
disaccordo con le linee di politica sociale che si orientano verso la ricerca
del benessere, anche attraverso l'elaborazione di piani previdenziali, di
sicurezza sociale e di pari opportunità. È bene evidenziare che l'aspetto
determinante capace di segnare la vera diversità qualitativa tra gli
interventi è rappresentato dall'opera di prevenzione, intesa come
capacità di conoscere il territorio in cui i servizi operano. Molte storie di
vita, però, sottolineano la mancanza di quest'opera dovuta anche al fatto
che la maggior parte dei racconti e delle problematiche fanno riferimento
a situazioni accadute almeno un decennio fa e questa consapevolezza non
era ancora così forte ed affermata. Senz'altro, oggi l'azione di
prevenzione è entrata a pieno titolo nell'operatività delle istituzioni e
delle strutture. Tuttavia, vi sono situazioni in cui i servizi trovano sempre
meno spazio nella prassi quotidiana. Questa discordanza risulta visibile
soprattutto grazie a quelle famiglie che da sole sono riuscite ad
affrontare le loro problematiche e, così facendo, hanno reso più
attendibile e oggettiva la loro denuncia. Dall'amarezza dei ricordi di chi
per anni ha cercato risposte concrete alla criticità conclamata del suo
nucleo, emerge come la presa di coscienza dei diversi tempi su cui si deve
strutturare l'intervento sociale richieda una traduzione concreta e
diffusa, condivisa dai sevizi e dagli operatori che devono effettivamente
configurarsi come “agenti di cambiamento” all'interno di un territorio.
All'interno di una valutazione incentrata maggiormente sull'aspetto
economico è stato dimostrato come la prevenzione comporti un notevole
risparmio di risorse umane e materiali che vanno ad aggiungersi a quelle
da impiegare nella soluzione della problematica conclamata, con costi
sociali inferiori ed un'efficacia operativa maggiore. Agire nel momento di
massima gravità comporta uno stress emotivo che può pesare
negativamente sulla conduzione dell'intervento. Se il nucleo familiare,
infatti, si trova a prendere coscienza della propria situazione, gli
operatori riusciranno a dare una risposta pertinente, equilibrata ed
efficace. Appare così evidente come in una situazione di tranquillità lo
sforzo psicologico richiesto da entrambe le parti è minimo, viceversa, in
una condizione aggravata lo sforzo è elevato. L'importanza dell'azione
preventiva è volta anche ad una progressiva acquisizione dell'autonomia
perduta dal nucleo. Tuttavia, anche questo aspetto dell'azione sociale
viene spesso ignorato. Questo, però fa sì che la situazione attuale delle
famiglie si cronicizzi maggiormente. Le azioni da parte del sociale
risultano, quindi, dannose per le persone e inoltre, impediscono una presa
di coscienza effettiva e globale del proprio problema. Le risorse vengono
dunque disperse e di conseguenza risultano insufficienti per la soluzione
della situazione. Affrontare la complessità di certe situazioni, quindi,
richiede una strutturazione complessa dell'intervento con la
pianificazione di frequenti e mirati momenti di verifica e riprogettazione.
La buona riuscita è strettamente legata all'attivazione di una rete sia per
l'ambito familiare sia per i servizi. La settorialità degli interventi tende
infatti a disorientare sempre più le persone. Giungere ad un'interazione
efficace tra i diversi servizi rappresenta però un percorso lungo e
complesso. Tale modalità operativa ha, dunque, bisogno di individuare un
ambito d'interprofessionalità che delinea sempre con maggior chiarezza,
i confini e le potenzialità del nuovo operato professionale. Ciò deve sì
giungere ad una compartecipazione condivisa dei differenti servizi ma
deve anche salvaguardare la peculiarità distintiva di ciascun intervento.
• Alcune riflessioni conclusive a carattere metodologico → Un ultimo
aspetto, utile da sottolineare e strettamente attinente al profilo
“tecnico” della ricerca, riguarda il problema inerente al grado di
attendibilità delle narrazioni. Ogni strumento di ricerca, infatti, mira a
giungere ad una gamma di risultati e quindi in qualche misura ad esporre
al giudizio esterno, aspetti della vita di diversi soggetti. È, quindi, comune
che il materiale comune si discosti dalla realtà. Compito del ricercatore è
quello di controllare adeguatamente tutti i dati che gli sono stati forniti
dall'intervistato specie se la ricerca ha come obiettivo la formulazione di
un'indagine che tocca in profondità la sfera della soggettività individuale.
All'intervista narrativa, si configura, per sua natura, come una finestra
aperta sull'anno dell'individuo e ciò, porta uno scompiglio emotivo e
cognitivo nella vita del soggetto intervistato. Raccontare di sé stessi può,
infatti, risultare un'operazione difficile e dolorosa. Questo dolore viene
poi raddoppiato se l'ascoltatore del nostro vissuto è un estraneo.
L'intervistatrice, dialogando principalmente con persone anziane, ha colto
l'amarezza che queste persone non si sentissero considerate non tanto
per quello che erano quanto per la problematica che stavano vivendo e,
solo quando hanno percepito che l'attenzione era posta esclusivamente
sul loro essere persone, come unità inscindibile fatta di contingenza e
trascendenza, il racconto è diventato più scorrevole, le parole meno dure
ed il ritmo dell'interazione maggiormente rilassato. L'intervista
narrativa, d'altro canto, è uno strumento di ricerca qualitativo volto a
cogliere le emozioni, i vissuti, i ricordi suscitati dalla quotidianità e
filtrati dagli occhi, dalla sensibilità e dalle esperienze di chi li narra. Così
facendo, l'accento si sposta dalla veridicità all'autenticità. Quest'ultima
nasce dalla carica emotiva insita nel ricordo che può portare anche a
stravolgere la realtà, restando ugualmente attendibile e rilevante perchè
immagine della soggettività. Quando le parole si contraddicono, gli
sguardi, le emozioni diventano il riscontro più attendibile. Ancora una
volta spostare l'accento dalla circostanza al soggetto, permette di
cogliere il valore intrinseco custodito in ogni narrazione in quanto non c'è
discriminante oggettivamente condivisibile tra pertinente ed inutile,
giusto o sbagliato quando la persona parla di sé. Capita spesso che i
racconti diventino contraddittori rispetto all'atteggiamento non verbale,
ma questo aiuta a cogliere quegli aspetti di disagio nascosto insiti
nell'intervistato. In quelle famiglie che si affidano ai servizi, al contrario,
i racconti risultano più immediati. Il fatto di raccontare di sé con
immediatezza è dovuto: in primo luogo all'abitudine a raccontare,
sviscerare e discutere dei propri problemi con gli operatori e; in secondo
luogo, l'immediatezza è dovuta all'alto livello di bisogno ed angoscia
vissuto da alcune famiglie. Questi tasselli inoltre permettono di costruire
un quadro complessivo della storia riducendo il margine d'errore.
Nonostante l'ascoltatore debba rimanere neutrale, nelle situazioni più
complesse la carica emozionale è tale da contagiare le opinioni e i vissuti
di chi ascolta, contribuendo, almeno in prima battuta, a porre le
narrazioni sotto una luce diversa. Trovare, quindi, una posizione
relazionale neutrale può risultare un esercizio complesso. Ma se
mantenere un certo grado di neutralità è più difficile durante
l'interazione diretta, è indispensabile, al momento della rielaborazione
del racconto. Ciò rappresenta una responsabilità nei confronti degli
obiettivi posti dalla ricerca, i quali nonostante debbano essere flessibili
non possono essere trascurati: soprattutto nei confronti dei narratori
che ci hanno affidato la loro storia ed il loro bagaglio di speranze.
Infatti, per molte famiglie la possibilità di parlare del proprio disagio è
un'opportunità da non sprecare per far conoscere a se stesse ed agli altri
la propria esistenza. Se, come afferma la psicologia analogica,
comprendere l'altro significa capire le sue reali esigenze, fare ricerca
può significare anche fornire un “servizio analogico” all'inconscio di chi
incontriamo, ossia dare vita ad un rapporto empatico positivo. Non è tanto
nella consequenzialità degli eventi che risiede l'importanza delle storie di
vita, quanto nella capacità di questi racconti di far emergere l'essenza
più profonda dei soggetti. In breve, questa proposta d'interpretazione
delle storie di vita vuole sì essere un album di emozioni nate dalla
memoria dei narratori, ma anche uno spunto operativo per il servizio
sociale.

É mia la tua follia di Vincenza Pellegrino.


• La ricerca sociale: l'incontro con l'altro mi dice di me → Ogni epoca
produce insieme disagio e intelligenza attraverso le sue contraddizioni: il
disagio di non trovarsi; con ciò ci si riferisce allo sfasamento fra le
domande che ciascuna epoca induce a formulare e, ai linguaggi che
fornisce insufficienti, tuttavia, per trovare le risposte. Descrivere le
ripetute rivoluzioni, le insicurezze e i giri di parola usati per domarle, le
attese vissute nel gruppo di simili, le energie spesse nello scambio di
consigli e informazioni, sarebbe un bel modo di descrivere la nostra
generazione. Come ricorda Bourdieu, rispolverare il concetto di habitus
per definire lo stile proprio di ciascuna comunità disciplinare significa
“mettere alla radice delle pratiche scientifiche un mestiere, cioè un
senso pratico dei problemi da trattare e dei modi più adeguati di
trattarli”. In breve, ciò che va di moda in un determinato momento
storico presso una comunità scientifica composta da statistici può non
andar affatto di moda presso un gruppo di antropologi, ben al di là delle
ovvie differenze di metodi e oggetti di studio. L'autore parte dalla
considerazione che tali stili si stanno facendo sempre più diversi: la vera
“intersciplinarità” si sta facendo sempre più difficile in un'era in cui la
fedeltà a una guida pare l'unica via per trovare riscontro al proprio lavoro
intellettuale. Proprio per questo Bourdieu si augura un'epoca in cui
vengano nuovamente spese energie per comprendere la natura relazionale
e politica del “fare scienza”: del porre cioè domande, e trovarne risposte.
Questa sensazione fa pensare a una condizione di marginalità che genera
una posizione inafferrabile e di conseguenza, non giudicabile. L'utilizzo di
diversi metodi d'indagine ha permesso alla Pellegrino di declinare a livello
personale un dibattito che non cessa di animare il mondo scientifico. La
riflessione su cui si basa questo secondo saggio riguarda le osservazioni
qualitative in quanto quest'ultime permettono di comprendere a pieno i
dati più di quanto lo permettono i metodi statistici. Marianella Sclavi ci
propone di considerare il disagio come una delle emozioni più preziose per
capire quando stiamo attraversando una “cornice culturale” a noi usuale
per entrare in un'altra a noi sconosciuta. Alcune modalità di
conversazione, messe alla prova dall'esperienza, funzionano meglio, e
perciò le selezioniamo. Realizzare un'intervista narrativa è
sostanzialmente mettere in gioco questo tipo di competenze ancor prima
di quelle acquisite dai manuali tecnici o seguendo standard metodologici,
che molto spesso sono il modo di legittimare a posteriori quanto in realtà
avviene in maniera più differenziata e casuale. Lo scopo di queste pagine è
quello di analizzare cosa dell'intervistatrice ci sta nel suo ascoltare, nel
suo domandare e, soprattutto nel suo comprendere l'altro. Lo scopo,
dunque, è quello di mettere al centro dell'analisi dell'intervistatrice, le
tecniche di conversazione attraverso le quali conduce le interviste verso
un maggiore livello di profondità. Già il concetto stesso di profondità
allude ad una dimensione interiore: quei luoghi che ci sono in noi e che
sono più scuri. La questione è quindi quella di chiarire come l'altro crea il
legame tra le sue profondità e quelle altrui, in una conversazione
finalizzata a queste ultime. A partire dalla sequenza delle domande
dell'intervistatrice e dal tipo di risultati da esse prodotti, l'autrice tenta
di risalire alle questioni teoriche che hanno animato la sua indagine sulle
relazioni familiari. L'intervistatrice vuole, quindi, fare luce sulle
interazioni tra intervistato e intervistatore come via per esplicitare il
percorso che conduce a quei risultati. Questa riflessività non è utile solo
perchè produce un nuovo tipo di risultati ma anche, perchè apre ad una
visione diversa di scienza sociale. Quest'ultima è una delle forme di
conoscenza del mondo che ci circonda e nel quale siamo completamente
immersi ed è creativa nella misura in cui ci permette di nominare anche
noi stessi in modo differente: di vedere cioè elementi di noi stessi prima
sfuocati, che emergono dalla lettura consapevole dell'interazione con
l'Altro. Tuttavia la realtà è irrimediabilmente complessa. Questa
consapevolezza confusa ci guida verso nuovi ambiti di indagine, che
aprirebbero ai pensieri e ai linguaggi rassicuranti che andiamo cercando.
Ma ciò che più interessa è chiarire la misura in cui le tensioni e i conflitti
che hanno generato quelle posizioni particolari sono lo scenario quotidiano
dell'ordine a cui noi stessi prendiamo parte.
• Praticamente, come mi faccio strada nella complessità? → Entrare in
situazioni multiproblematiche e cercare di descriverle richiede la
mobilitazione di un processo di conoscenza sofisticato: da qui la scelta di
esplorarle attraverso vari metodi di intervista. Nel corso di questo
percorso, ogni intervista si è rivelata diversissima per la dimensione di
scambio tra l'intervistatrice e l'intervistato. Il risultato di ciascuna
intervista era l'approfondimento dell'esperienza diretta del malessere
psichico. Se l'intenzione del narrare da parte dell'intervistato era
minore, minore era anche la soddisfazione finale dell'intervistatrice e
viceversa, se l'intenzione nel narrare era maggiore, maggiore era anche la
soddisfazione finale. L'aspetto centrale restavano i contenuti emersi
dalle interviste, ed è comprensibile se pensiamo a come l'autoriflessività
sia restata a lungo marginale nella tradizione metodologica qualitativa. La
pubblicazione postuma dei diari di Malinowski turbò la comunità dei
colleghi: famoso per le sue invenzioni metodologiche, i diari lo rivelarono
stanco, infastidito, quasi frustrato dal viaggio. I diari di Malinowski
crearono turbamento perchè questi stati d'animo non si sarebbero mai
potuti desumere dagli scritti di Malinowski. Conoscere il proprio modo di
conoscere implica, pertanto, farsi carico esplicitamente di questi aspetti.
Bateson sostiene che “la condizione umana non è quella dello scopritore,
ma quella costruttiva dell'inventore. Nella vita quotidiana come nelle
pratiche scientifiche”. La trama di ciascun incontro sarebbe perciò quella
di un “metalogo”, di un discorso che nasce tra parti che, talvolta in
accordo talvolta in conflitto, vengono specificandosi mutuamente.
Seguendo queste riflessioni si comprende come vi sia un livello per cui la
relazione tra soggetti dell'indagine, e le sue implicazioni, non possono
essere conosciute ma solo accettate come una sorta di “verità sacra”,
poiché tale reazione agisce proprio in virtù dell'inconsapevolezza, agisce
prima e diversamente rispetto a qualsiasi formalizzazione.
• Tra intervista narrativa e ascolto attivo: verso una conversazione
riflessiva → Al fine di scrivere nel migliore dei modi, un'opera dedicata
all'inchiesta sulle famiglie, era bene focalizzare l'attenzione sul
carattere soggettivo dell'attività di ricercatrice-intervistatrice. Al
contrario di tutte le altre analisi che sono sempre apparse come
microscopiche, il Conversazionalismo di Lai si basava su tre elementi: 1)
Le questioni sottese alla conversione; 2) I risultati prodotti dalle
tecniche della conversazione operate da Lai; 3) Le sbobinature viste come
testi nei quali agiscono diversi tipi di soggetti. Evidentemente, tecniche
di comunicazione e risultati prodotti sono elementi strettamente legati:
Lai si domanda se la sua discesa nel campo della narrazione altrui, i suoi
interventi verbali, producano risultati. Le nozioni di “tecnica di
conversazione” e di “risultato prodotto” hanno così assunto una posizione
centrale nella posizione dell'intervistatrice. Aspetti fondamentali
accomunano le esperienze di Lai e dell'intervistatrice e mostrano la via:
l'analisi di una trascrizione come se questa fosse il vero luogo
dell'interazione; l'analisi delle tecniche di conversazione, focalizzate a
posteriore; l'analisi dei risultati prodotti da questi interventi nella
narrazione altrui. Nella conversazione “riflessiva” il ricercatore è
interessato ad essere riconosciuto dall'altro come capace di comprendere
quanto egli dice, e si adopera per tale apparentamento in maniera simile a
quanto avviene nelle conversazioni quotidiane; allo stesso tempo, egli
opera quella sistematica analisi a posteriori tipica del metodo scientifico.
L'argomento del giorno è legato alla capacità e alla necessità di chi
indaga, ancora prima che a quella di chi narra: l'entrata in campo è la
richiesta di proseguire per dare conferma di questa co-incidenza tra i
due soggetti.
• Le mie tecniche di conversazione: la tecnica dell'azzardo → Una delle
modalità che l'intervistatrice utilizza maggiormente, è la tecnica
dell'azzardo. Nel momento in cui una frase colpisce l'intervistatrice,
quest'ultima chiede conferma su ciò che le è appena stato detto
utilizzando, però, parole differenti. L'ipotesi del “volevi dire questo” è
spesso davvero azzardata, nel senso di sfrontata, dai forti toni personali.
Ma questi “interventi azzardati” producono due tipi di risultati: in termini
di risposta affermativa e non affermativa. Lo studio di una conversazione
vuole, quindi, chiarire i processi di avvicinamento ed i risultati prodotti.
La somiglianza intervistatore-intervistato che permette l'avvicinamento è
data dalle emozioni, dai ricordi e dalle sovrapposizioni autobiografiche.
Come è già stato detto, queste particolari interazioni possono più o meno
essere comprese nell'analisi e nella discussione metodologica. Il metodo
scientifico resta valido quando getta luce, in modo trasparente, su come
l'intervistatrice sia giunta ad alcune conclusioni, e permette ai suoi
colleghi di vedere la distanza fra dati e interpretazioni. È il disvelamento
di un processo di selezione e di filtro, dati alla mano. Il processo di
selezione è, quindi, un processo intimamente legato alle motivazioni
personali. Se per l'intervistato l'aspetto della conversazione si rivela
centrale, si produce un passaggio in profondità e in questo caso,
l'intervistatrice “porta a casa” un'intervista significativa. Il fine di
queste interviste resta quello di poter dire qualcosa di nuovo su
un'esperienza, ad esempio quella delle relazioni familiari in un contesto di
disagio mentale. In questo caso, l'ipotesi chiede conferma al narratore e,
l'avvicinamento è il processo di conferma.
• Le mie fonti: registrazioni e diari → L'analisi riguarda più che altro una
trascrizione e quindi, un testo. La trascrizione è molto impegnativa: tutto
ciò che rende chiari i significati nel momento della conversazione, deve
essere ricostruito. Un elemento fondamentale è anche lo stile di
trascrizione e di ciò è bene che il lettore ne sia informato. Anche questo
diario ha un suo stile. Il diario è un esercizio di scrittura, la ricerca di ciò
che si ha bisogno di dire sulla circostanza per definirne gli effetti e
sentirci incolume. È l'unica cosa da dire, poiché il resto è meno onesto.
Per questo, i diari degli incontri con gli intervistati sono materiale
prezioso di indagine. Ciò che viene costantemente fuori da questi diari è
la parte dell'intervistatrice che “sente” la storia narrata e deve cedere il
passo all'altro prossimo. Bosi riprende il concetto di “altro da sé al
prossimo da sè” nel suo ultimo lavoro, parlando dell'esperienza di
raccontarsi con l'altro: l'altro prossimo al sé è il sé che costruisce come
lettore della propria storia e quindi si palesa come “voce altra” da sé
seppure prossima. Questo altro in sé è il fantasma al quale alludiamo per
farci più “larghi”. Eppure, la virtigine con la quale ammicchiamo alla libertà
da noi stessi, è una virtigine che ci domina. Nei diari delle interviste,
l'intervistatrice ha sentito questa altra in sé apparire difronte ad un
altro più distante che viveva l'esperienza della sua virtigine nelle diverse
forme del malessere della mente. Il loro racconto, la loro forza è l'ombra
che minaccia la sua normalità, e questa è la fonte del suo disagio. Gli
appunti dell'intervistatrice sono fatti di paura, ma si concludono tutti con
momenti di serenità. Serenità che è una forma di riconoscimento, nei
confronti dell'intervistato, che ribalta i ruoli.
• Conversare sul malessere → Questa inchiesta comprendeva storie
familiari attraversate da diversi tipi di problemi: l'intervistatrice ha così
deciso di occuparsi delle storie incentrate sul malessere della mente. La
malattia mentale nella sua rappresentazione corrente è la forma più
assoluta di marginalizzazione, poiché il soggetto è “messo in minoranza”
anche al proprio interno. Queste interviste hanno tutte una cosa in
comune ovvero, il tema della soglia: il momento tra il prima e il dopo.
Inoltre, si può considerare la frequentazione della malattia anche come
un percorso di liberazione: affrontare la malattia fortifica il carattere
dei familiari.
• Alla fine, andare di azzardo in azzardo → Le parole ci permettono di
visitare l'esistenza al di fuori del vissuto. Esse curano e consolano poiché
ci restituiscono ad una dimensione superiore, altra rispetto a quanto ci
accade. Il metodo scientifico basato sulla ripetibilità e sulla coerenza,
che le scienze sociali perseguono, ha comportato anche l'offuscamento
delle “circostanze” e delle “soggettività” che danno origine a ciascuna
indagine. Fare ricerca su campo e parlare della realtà sociale, sono
divenute attività separate e differenti, che si rifanno spesso a
conoscenze e competenze diverse. L'analisi delle conversazioni mostrano
come sia l'integrazione tra ricercatore e testimone a produrre
l'immagine della realtà sociale.

Quando l'incontro si fa racconto di Alessandra Pozzi.


• Ti ricordi? → Ciò che l'intervistatrice ha provato entrando nelle case ad
ascoltare le storie della varie famiglie è stato stupore: ascoltare i
racconti di altri, consentire loro di portarli in superficie, di dare corpo
alle loro vite, è stata vista dall'intervistatrice come un'occasione
importante e rasserenante. “Ascolto”, implica inevitabilmente che almeno
due siano i soggetti in gioco: il narratore e l'ascoltatore: sulla scena ne
compaiono almeno altrettanti; il lettore del narratore e il lettore
dell'ascoltatore. Con il primo ci si riferisce all'atteggiamento di chi
racconta nel momento successivo al pronunciamento delle sue stesse
parole. Ma, in questo gioco di scatole cinesi, ne manca all'appello ancora
una. Manca forse quella più importante per il saggio: la storia che
l'intervistatore narra dopo e decide di consegnare al mondo.
• Alcune premesse necessarie → Prima di affrontare questo lavoro tutti i
collaboratori si sono riuniti per proporre ipotesi di lettura e analizzare
eventuali dubbi metodologici. L'obiettivo è quello di suggerire alcune
possibili riflessioni sulla natura di altri rapporti ed eventuali soluzioni
degli interrogativi. Sulla famiglia si possono dire tante cose, trovare
percorsi e mappe concettuali da cui progettare un'ipotesi verificabile;
numerose sono le ricerche preziose in tal senso. Se s'intende la famiglia
come un organismo costituito da più componenti e si decide di studiarla
focalizzando l'attenzione sull'insieme, si otterranno risultati ammirevoli;
ma è concentrando la riflessione su come il singolo ha la percezione di sé
all'interno del tutto che la nostra ricerca ha avuto inizio. Per poter
affrontare un qualsiasi tipo di intervista si parte da un concetto semplice
e basilare: il narratore deve aiutarsi cercando le parole più adatte per
esprimere ciò che vuole raccontare per la prima volta al suo interlocutore.
• Entrando in casa → Durante le otto interviste, le convenzioni sono state
messe da parte per lasciare spazio alla spontaneità. Ciò che più di tutto è
piaciuto all'intervistatrice è stato l'essere accolta, da parte di ogni
intervistato, in modo del tutto cordiale e in una condizione di totale
benessere. Quando si ha di fronte uno sconosciuto necessariamente
bisogna essere precisi e non bisogna mai dare nulla per scontato.
• Nel cuore delle interviste → È bene ricordare al lettore che l'io
dell'intervistatore non viene mai meno, né al tempo dell'incontro né
durante le fasi di rielaborazione successive; sta a lui, e al tipo di analisi
che decide di restituire, ripulire o meno dal testo ciò che deriva dal suo
essere costantemente in scena. Ogni intervista è unica, ciascun
protagonista è portatore di un personalissimo racconto. Moltissime sono
le differenze tra una storia e l'altra ed è ancora una volta attraverso le
parole scelte e affidate al sentire dell'intervistatrice che è realizzabile
un'indagine credibile. Gli indizi necessari per la comprensione, infatti,
sono nelle parole ed è nostro compito trovarli. “Ho imparato sulla mia
pelle che anche se hai mille propositi e programmi tutto fin nei più minimi
dettagli basta un minuto per stravolgerti la vita.”
• L'aiuto mancante → Nonostante le interviste finora siano state positive,
vi sono anche interviste negative dovute al rammarico e alla delusione.
Queste possono essere suddivise in due categorie: a) il disagio dato dalla
mancanza di assistenza da parte della comunità. Ad accomunare queste
storie è sia il disagio dato dall'indifferenza che i narratori percepiscono
nei loro confronti da parte degli altri: istituzioni, concittadini o compagni
che siano, sia il fatto che l'indifferenza si trasformi in effettiva
diffidenza.; b) le mancanze dei parenti. I legami affettivi non sempre
vanno di pari passo con il grado di parentela che intercorre tra le persone
che prestano soccorso le une alle altre in caso di necessità.
• L'aiuto ricevuto → Vi sono poi situazioni in cui l'aiuto non è mancato
affatto. Quest'ultimo è infatti stato dato da parte di parenti, persone
speciali, vicini di casa, assistenti sociali, ministro di culto e, l'unico
telefono.
• L'aiuto dato → Attraverso le interviste alle varie famiglie e/o singoli
componenti di queste ultime, si ha avuto modo di capire se queste ultime
fossero o meno disponibili a prestare aiuto qualora qualche vicino di casa
o famigliare ne avesse avuto di bisogno.
• Fine del gioco → Il definire questa ricerca come un “gioco” è dato dalla
speranza che il lettore potesse cogliere, venire reso ad essere catturato
da queste interviste senza cadere in inganno. Sta al lettore cogliere i
nessi e le correlazioni tra le varie interviste. Se tutta la ricerca, e la
costituzione di questo libro, possono essere visti come un gioco, allora
ogni diverso intervento rappresenta una tappa della partita con uno
specifico obiettivo.

Considerazioni conclusive
• Oralità e scrittura nell'intervista → I saggi possono essere ora
confrontati con i risultati ottenuti nel 2004. i materiali deregistrati di
cui si disponeva furono divisi in quattro sezioni: a) La collocazione
ambientale delle storie → La collocazione dei materiali con riguardo ai
distretti non consentiva alcuna riflessione sull'identità culturale degli
ambienti sociali considerati d'ipotizzare un'influenza di questi sulla vita
degli intervistati. Si direbbe dunque che il contenitore geografico non
definisca identità territoriali in senso proprio. Tuttavia, l'identità debole
del territorio ha un suo valore che vale la pena di richiamare; b) Lavoro e
povertà → Alcune storie di vita ci raccontano di una povertà derivata da
diversi fattori che sembrano delineare una povertà tradizionale dovuta
alla mancanza di lavoro. Tuttavia, la povertà di cui hanno quotidiana
esperienza queste famiglie è riconducibile all'universo delle relazioni
famigliari e dei sentimenti. Assente il mondo del lavoro, la critica, spesso
molto aspra, è rivolta soprattutto ai servizi socio sanitari; c) Malattia e
disagio sociale → In alcune storie, il disagio degli intervistati deriva da
malattie psichiche e disabilità. Per quanto costituisca un'esperienza
drammatica, il disturbo psichiatrico può, in alcuni casi, essere contenuto
all'interno di un sistema relazionale che protegge il paziente e non
impedisce agli altri componenti di condurre una vita relativamente serena
ed equilibrata. Analogamente, la disabilità fisica non provoca problemi
ulteriori a quelli dovuti all'infermità in ambienti caratterizzati da
relazioni serene. Tuttavia, un eccesso d'attenzione nei confronti del
disabile può risultare controproducente. In altri casi, il disagio, originato
dalla tossicodipendenza e dai travagliati percorsi di riabilitazione,
s'imbatte ancora in condizioni di grave indigenza economica e di mancata
solidarietà famigliare; d) La comunicazione e l'aiuto → Da tutte le
interviste si può comprendere come oramai la comunicazione è realizzata
in larga misura attraverso telefoni cellulari ai quali anche le persone più
avanti negli anni affidano il compito di dissolvere i fantasmi della
solitudine. In breve, le relazioni sociali dipendono dalle condizioni
materiali delle persone e delle famiglie. In ogni caso, nelle interviste si
nota come nei confronti dei figli e delle figlie, le madri riversino i loro
migliori sentimenti. I contesti famigliari sono diversi e in alcuni casi del
tutto assenti i riferimenti parentali o amicali; ma comune è il forte
attaccamento al figlio che rappresenta il vero motivo di sopravvivenza e
l'unica speranza per un futuro migliore. Lo scarso interesse che le
scienze sociali dimostrano per la memoria della relazione tra
intervistatore e intervistato è testimoniata soprattutto dal fatto che,
nell'impostazione della ricerca, nella sua realizzazione e nella
elaborazione dei dati raccolti, l'attenzione è unicamente rivolta al testo
scritto. La parola pronunciata è evento, sortisce in una situazione
circoscritta e irripetibile, è il frutto di una istantanea relazione
drammaturgica quando invece la parola scritta è monumento, frutto di una
elaborazione e rielaborazione, che ha una durata, quella necessaria per
produrla, e che è concepita per essere persistente nel tempo. Si
potrebbe affermare che le ricerche sociali dissimulano l'oralità degli
intervistati e la loro relazione con gli intervistatori così come sì è più
volte detto che le filosofie del cogito occultarono la corporeità. Come
nelle filosofie del cogito, il pensiero che tutto muove non giunge mai a un
reale confronto con gli individui in carne e ossa la cui corporeità, alla
lunga, ne resta dilavata. Nei loro saggi, le tre ricercatrici si dispongono
nell'atteggiamento di attuare, attraverso la scrittura che si fa carico
della memoria, il recupero dell'oralità per quanto possibile.
• L'intervista narrativa → La relazione tra due persone impegnate a
realizzare il testo dell'intervista è costruita attraverso uno scambio
orale che viene problematizzato nella sua restituzione scritta. a) La
durata → La tradizionale intervista strutturata o semistrutturata ha una
durata che abitualmente oscilla fra i 30/40 minuti e si risolve in un'unica
seduta. In questa ricerca, le interviste hanno avuto una durata media di 3
ore. Inoltre, i contenuti dell'intervista, sono assai più affidati alle qualità
dell'intervistato che non a quelle dell'intervistatore. In queste
interviste, la durata stessa comporta un atteggiamento
dell'intervistatore piuttosto declinato sulle sue attitudini alla lettura,
all'accoglienza cioè delle parole pronunciate dall'intervistato; b) La
forma narrativa → Le tre ricercatrici concepiscono le interviste
utilizzando uno schema narrativo che appare già evidente nel loro modo di
descrivere meticolosamente la scena della relazione nella quale collocano
la loro presenza. Nei saggi delle tre intervistatrici la forma narrativa è
dichiarata e anzi configura a tratti una seppur elementare forma
drammaturgica. Il testo rimane bensì scritto, ma la parola ha un alveo in
cui risuonare; c) L'effetto eco → Le interviste realizzate procedono da
un patto con l'intervistato sull'argomento da approfondire. Va da sé che
il confine tra domanda e ascolto è tutt'altro che nitido e dipende in larga
misura da situazioni contingenti nel farsi dell'intervista. L'intervistatore
adotta insomma la tecnica che gli psicologi definirebbero effetto eco che
consiste appunto nel riprendere le parole ascoltate rivelando nei loro
confronti un particolare interesse e stupore così da richiamare su di esse
l'atteggiamento riflessivo di chi parla. L'effetto eco e la richiesta di
raccontare producono un andamento ricorsivo degli stessi argomenti che
è proprio dell'oralità mentre il nesso domanda-risposta richiama
piuttosto i procedimenti analitici della scrittura, la sua attitudine a
demarcare gli argomenti e a esaurirli dopo averli approfonditi per poi
procedere oltre.
• L'ascolto narrativo → In questo tipo di intervista, si attua dunque uno
spostamento dall'asse della scrittura a quello della lettura. Nella
relazione con chi racconta la propria storia di vita, l'ascolto diviene
narrativo in quanto è realizzato non in vista del dire ciò che è stato detto
ma ciò che è stato vissuto. Quando l'ascolto narrativo non conservasse la
dialettica del colloquio e non restituisse al lettore la vitale presenza dei
diversi attori sulla scena, si correrebbe il rischio, di risolvere il tutto nel
flusso narrativo di chi racconta. Per quanto risalga a una tradizione
oramai consolidata, il metodo di ricerca sociologica basato sulle storie di
vita è di fronte a una nuova nascita che trae impulso dall'interesse che
suscita e dalle molte ricerche realizzate sugli argomenti più diversi.