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Giuseppe Cristofaro – Perché narrare le fiabe

Introduzione.
“…Se speriamo di vivere non semplicemente di momento in momento, ma realmente coscienti della nostra
esistenza, la necessità più forte e l’impresa più difficile consiste nel dare un significato alla nostra vita…”.
Lo psicanalista Bruno Bettelheim, nel suo libro Il mondo incantato, espone la convinzione che un ruolo
essenziale per raggiungere questo scopo, soprattutto nelle prime fasi della vita dell’uomo, venga svolto
proprio dalla fiaba, così da essere fondamentale per la formazione del bambino.
La funzione della fiaba, secondo la psicanalisi, è quindi quella di porre un po’ d’ordine nel caos interiore che
contraddistingue la psicologia infantile. Il bambino riesce, con il contributo di questo genere letterario, a
comprendere meglio se stesso e a percepire ed accettare la propria identità.
Il termine fiaba deriva dal latino fabula cioè racconto, derivato a sua volta dal verbo fari ovvero parlare. Si
tratta di una narrazione medio-breve, di origine popolare e di solito in prosa, che ha per protagonisti
personaggi fantastici come: orchi, fate, streghe, draghi, giganti, maghi, spirito benefici e malefici.
Tramandate oralmente di generazione in generazione, le fiabe non hanno di solito un intento morale
esplicito, ma hanno una finalità di intrattenimento. Nella fiaba vi è la presenza dell’elemento magico. Vi è
inoltre l’indeterminatezza dei tempi e luoghi che non sono quasi mai definiti: le fiabe iniziano quasi sempre
“C’era una volta… in un paese lontano…”. Il periodo storico non è quindi identificabile. I personaggi e le
vicende sono ricavati dalla mitologie e dalle tradizioni popolari e sono quasi sempre inverosimili o
inesistenti nella realtà quotidiana. Le fiabe, anche a distanza di anni, continuano ad appassionare il lettore e
lo spettatore.
Le favole, invece, sono brevi racconti, in prosa o in versi, che solitamente hanno come protagonisti animali
antropomorfi, cioè animali che incarnano caratteristiche umane, come per esempio la capacità di parlare e
di ragionare; nelle storie possono essere così presenti anche essere inanimati che interagiscono con i
protagonisti. Gli ambienti in cui si svolge il racconto nella favola sono realistici: le vicende sono quindi
aderenti alla vita quotidiana. Nella favola è assente l’elemento magico e la morale è formulata
esplicitamente di solito alla fine della narrazione, anche in forma di proverbio. Il linguaggio della favola,
nella maggior parte dei casi, è più curato di quello della fiaba. Il più antico componimento di favola, a noi
più noto, è Esopo che può essere considerato il più antico compositore di favole dell’antica Grecia e del
mondo occidentale. Tra le opere di Esopo ricordiamo La volpe e l’uva e La cicala e le formiche.

La fiaba è un’affascinante attività ricreativa, ma può essere opportunamente trasformata in strumento


educativo e perché no “terapeutico”. Il linguaggio semplice che si trova nelle fiabe è di facile comprensione
per i più piccoli, ma è anche fortemente simbolico per cui rappresenta una buona via d’accesso per la
dimensione immaginativa della mente adulta. La fiaba può inoltre aiutare il bambino a sintonizzarsi con il
presente trovando delle similitudini tra le sue “paure” e quelle vissute dal protagonista.
La lettura di una fiaba è un momento magico in cui fra il lettore e il bambino si stabilisce una reciproca
intesa che qualsiasi interruzione può irrimediabilmente rompere. Per tale motivo è importante la scelta
del momento e del luogo nel quale viene proposto il racconto di una fiaba. Cercare il momento “giusto”,
tre le mura domestiche o altri spazi, fa parte della sensibilità del genitore, così come individuare l’ora
“giusta”, negli spazi didattici, fa parte della competenze dell’insegnante; in quanto per raccontare una
fiaba bisogna che ci sia: piena disponibilità, attenzione, capacità e bravura nel creare l’atmosfera,
presupposti questi essenziali affinchè il bambino possa essere partecipe alla narrazione stessa, in quanto
l’interazione piena ed esclusiva con l’adulto deve offrire al bambino la sicurezza che la sua presenza non
sia solo fisica.
La fiaba non esiste come fiaba finché rimane scritta su dei fogli; si risveglia, come la principessa, solo al
“bacio” del narratore. Il ruolo di colui che racconta diviene, quindi, essenziale per rendere viva una storia
fantastica, per far sì che essa riesca veramente a comunicare con colui che l’ascolta.
Anche la lettura di una fiaba, che sicuramente si rivela più immediata e più semplice per gli adulti, presenta
i suoi lati positivi da un punto di vista pedagogico: essendo il desiderio di emulazione molto forte nel
bambino, vedere ed ascoltare un adulto che legge e che con la lettura riesce a coinvolgerlo nella storia, può
risultare importante, se non addirittura determinante, per lo sviluppo del piacere alla lettura. A riguardo di

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quanto si sta affermando Peter scrive: “…utilizzato con rispetto e con cura dall’adulto davanti agli occhi
attenti del bambino, il libro acquista con facilità il significato di un oggetto prezioso, appare come una sorta
di scrigno che contiene cose straordinarie: le storie, appunto, e la capacità di leggere può essere vissuta
come una sorta di potere magico che permette di farle uscire, o come una abilità invidiabile che l’adulto
possiede ma che prima o poi anche il bambino riuscirà a fare propria…”.
Sempre a riguardo della lettura Gianni Rodari ci ricorda che deve essere un momento di vita pieno, libero,
disinteressato, altrimenti non è nulla. Spesso accade che i bambini colleghino la lettura solo alla scuola e,
abbandonata questa, non trovano più alcun motivo per leggere, nessun altro stimolo. Leggere, poter
leggere, aver il gusto di leggere è di fatto un privilegio. La lettura è un’abilità fondamentale per acquisire
conoscenze e per vivere in modo consapevole nella realtà contemporanea, sviluppando il senso critico e
la capacità di cogliere relazioni tra esperienze diverse. La lettura è pertanto una competenza da
promuovere e sviluppare, sin dai primi anni di vita del bambino, dando impulsi a opportuni interventi
educativi nella scuola e in famiglia. La lettura di fatto appassiona i bambini perché amplifica le loro
emozioni, stimola la loro immaginazione e li conduce alla scoperta di mondi ignorati, ha per i bambini una
forza magica, ha il potere di cambiare il mondo, rendendo famigliare ciò che solitamente è estraneo e/o
minaccioso.
Questo viaggio verso la passione per la lettura inizia, per i bambini, con i libri illustrati, i cartonati, capaci di
catturare lo sguardo del piccolo lettore e da lui trasformate in un particolare percorso di conoscenza. I
bambini imparano a leggere ascoltando gli altri la pratica della lettura è un’azione collettiva in cui l’adulto
legge e il piccolo ascolta. Il piacere di leggere deriva da consuetudini indotte anche inavvertitamente
dall’ambiente in cui il piccolo cresce e per cui, in particolare, sono decisive le forme preistoriche del
leggere, quelle che sono mediate dall’adulto e sono costituite dal raccontare storie, filastrocche e fiabe.

Capitolo 1. L’importanza di lasciarsi trasportare dalle fiabe.

Emozioni in fiaba.
Le fiabe hanno sempre fatto parte della cultura popolare e orale; sono state così tramandate a voce e chi le
narrava, spesso le modificava, dando a volte origine a nuove fiabe. Le fiabe hanno di fatto un’origine
popolare e descrivono la vita della gente; le fiabe non erano considerate esclusivamente racconti per
bambini, ma rappresentavano un divertimento anche per gli adulti, ed avevano una grande importanza per
la vita della comunità. Le fiabe sono il DNA dell’anima, esse contengono i segreti, gli insegnamenti, le
strategie, i rituali, gli obiettivi, i fini e le indicazioni dei mezzi per realizzarli. La fiaba ha una funzione
importantissima: conduce ad un mondo parallelo che è quello della nostra interiorità. Il mondo profondo
del Sé. La fiaba è un modo di vedere le cose e di provare sentimenti autentici. Un bambino, quando ascolta
una fiaba, vive tutto ciò che accade nel suo mondo interiore, percorre le strade dell’inconscio e trova
soluzioni ai propri conflitti. Come afferma, nel suo libro, Emozioni in Fiabe, Veronica Arlati “Saper
riconoscere, comprendere e gestire la propria sfera emotiva e quella altrui è fondamentale per ogni
persona ma ancora di più per bambini che, soprattutto nel periodo prescolare e nei primi anni di scuola,
iniziano a scoprire il mondo delle emozioni”. Una scoperta che il più delle volte non avviene in modo facile
e lineare, e che può causare ai piccoli qualche disagio in questa delicata fase della crescita.
La fiaba rappresenta un mezzo importante per comunicare con il bambino, per accedere al suo cuore,
facendo emergere ciò che vi è custodito gelosamente e che spesso è difficile esprimere a parole. Il
linguaggio simbolico utilizzato dalle fiabe permette di entrare in contatto diretto con il mondo emotivo del
piccolo insegnandogli a riconoscere le diverse emozioni. La fiaba è, infatti, uno strumento educativo
prezioso.
Nelle fiabe è importante il significato simbolico comune in qualsiasi società ed epoca. A riguardo afferma
Nobile: “Specchio della vita e delle difficoltà dell’esistenza, così come espressioni delle perenni aspirazioni
umane, la fiaba nutre e arricchisce la fantasia, dilata il mondo dell’esperienza infantile, favorisce e accelera
il processo di maturazione globale della personalità, potenzia il patrimonio linguistico e i mezzi espressivi,
soddisfa bisogni profondi di natura affettiva, affina il senso estetico, è iniziazione al culto del buono, del
bello e del vero”. La fiaba è certamente il modo di mettere davanti agli occhi del bambino il mondo reale

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con le sue contraddizioni, con le sue insidie, con i suoi vizi e le sue virtù. È in questo modo che gli si dà la
possibilità di crescere e di apprendere.

La fiaba come una forma d’arte.


Le fiabe sono un racconto che segue uno schema narrativo molto semplice e lineare.  caratteristiche
dalle fiabe:
• Personaggi tempi e luoghi indefiniti  c’era una volta…/ ambienti: castrelli, povere casupole,
capanne, foreste, piccoli borghi
• Storie impossibili e personaggi inverosimili  vi è la “magia”
• È tutto diviso nettamente in due  bianco o nero/ buoni o cattivi/ furbi o sciocchi
• Il linguaggio è semplice e ricco di modi di dire e di formule popolari
• Vi è sempre una morale  le fiabe insegnano a rispettare gli altri, a rispettare la natura, ad
obbedire ai genitori, ad essere coraggiosi per migliorare sé stessi, ecc
• C’è sempre un lieto fine
Il tempo della fiaba ha due caratteristiche
1. È astorico (non si può posizionare in un periodo storico preciso
2. Il suo fluire è solitamente irregolare

La morfologia della fiaba di Propp.


Propp nel suo lavoro Morfologia della fiaba (1928, Leningrado) ha individuato nelle cosiddette funzioni gli
elementi costanti che si presentano nel testo secondo un determinato ordine, egli ha messo in luce come i
personaggi delle fiabe possano essere innumerevoli e diversi, ma le azioni che gli stessi compiono sono
poche e ripetitive. Propp, indagando con esattezza di metodo, arriva alla tesi di un’omogeneità strutturale
di tutte le fiabe. Propp è poi giunto a formulare tre principi:
1. Gli elementi costanti, stabili della fiaba sono le funzioni dei personaggi, indipendentemente
dall’esecutore e dal modo dell’esecuzione.
2. Il numero delle funzioni che compaiono nelle fiabe è limitato.
3. La successione delle funzioni è sempre uguale.
Nel sistema individuato da Propp le funzioni sono 31 ed esse bastano a descrivere la forma delle fiabe: dalla
numero 1 alla numero 7 vi sono le funzioni riguardanti la parte preparatoria della fiaba; mentre dalla
numero 8 si apre l’esordio vero e proprio della fiaba:
1. Allontanamento  uno dei personaggi si allontana da casa per un motivo specifico
2. Divieto  al personaggio viene proibito di fare qualcosa
3. Infrazione del divieto  il personaggio non rispetta la proibizione datagli
4. Investigazione  il personaggio ha lo scopo di scoprire dove si trova la fanciulla o gli oggetti
preziosi
5. Delazione  il personaggio riceve da qualcuno informazioni che gli servono per danneggiare l’eroe
6. Tranello  l’antagonista muta aspetto, e il personaggio cerca di ingannare la vittima per
impadronirsi di lei o dei suoi averi
7. Connivenza  il personaggio si lascia convincere dall’antagonista (ovvero la vittima cade
nell’inganno)
8. Danneggiamento  l’antagonista arreca danno a uno dei membri della famiglia (questa funzione è
di straordinaria importanza perché con essa ha inizio l’azione narrativa vera e propria)
9. Mediazione  la sciagura o mancanza è resa nota e ci si rivolge all’eroe con una preghiera o un
ordine
10. Reazione  l’eroe acconsente o si decide a reagire
11. Partenza  l’eroe abbandona la casa e parte per compiere la sua missione (in questa fase spesso
l’eroe incontra un personaggio: il donatore, il quale dona all’eroe un oggetto magico utile per
portare a termine il compito)
12. Prova  l’eroe è messo alla prova da parte del donatore
13. Reazione dell’eroe  l’eroe affronta le prove impostegli dal donatore e le supera
14. Fornitura del mezzo magico  il donatore dona il mezzo magico all’eroe
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15. Trasferimento  l’eroe è portato o condotto sul luogo in cui si trova l’oggetto delle sue ricerche
16. Lotta  l’eroe e l’antagonista ingaggiano direttamente la lotta es. combattimento con il drago,
lotta con il lupo, ecc (da non confondere con le zuffe)
17. Marchiatura  all’eroe è imposto un segno particolare, cioè un marchio
18. Vittoria  l’eroe vince l’antagonista
19. Rimozione  l’eroe raggiunge lo scopo per cui inizialmente si era messo in viaggio con
conseguente rimozione della sciagura o mancanza iniziale
20. Ritorno  l’eroe ritorna
21. Persecuzione  l’eroe viene perseguitato e/o inseguito esempio: lo stregone (sotto forma di lupo)
insegue l’eroe
22. Salvataggio  l’eroe si salva dalla persecuzione dell’antagonista
23. Arrivo  l’eroe arriva in incognito a casa o in un altro paese (punto di partenza) senza però farsi
riconoscere
24. Pretese  un antagonista cerca di prendere il posto dell’eroe vero, e avanza pretese infondate
25. Compito  all’eroe viene proposto un compito difficile (questo è uno degli elementi prediletti della
favola)
26. Adempimento  il compito viene eseguito
27. Identificazione  il vero eroe viene riconosciuto per un segno particolare
28. Smascheramento  il falso eroe (o antagonista) viene quindi smascherato
29. Trasfigurazione  il vero eroe, tramite l’intervento magico dell’aiutante, assume nuove sembianze
(esempio: l’eroe passa attraverso le orecchie del cavallo e prende nuove e bellissime sembianze)
30. Punizione  l’antagonista (in quanto falso eroe) viene punito.
31. Nozze  lieto fine (esempio: l’eroe si sposa e sale al trono)
Naturalmente, non in tutte le fiabe sono presenti tutte le funzioni, possono avvenire dei salti, delle sintesi,
che però di fatto confermano l’analisi proposta di Propp.

La fiaba nelle interpretazioni di Bettelheim.


Lo psicologo Bruno Bettelheim nel libro Il mondo incantato propone un metodo per imparare a
destreggiarsi nella vita e superare quelle che per lui sono realtà sconcertanti, il bambino ha bisogno di
conoscere sé stesso e il complesso mondo in cui vive. La fiaba popolare trasmette messaggi sempre attuali
e conserva un significato profondo per conscio, subconscio e inconscio. Si adegua perfettamente alla
mentalità infantile e parla lo stesso linguaggio non realistico dei bambini. Tratta di problemi umani
universali, offrendo esempi di soluzioni alle difficoltà. È atemporale e i personaggi dei suo scenari fantastici
sono figure archetipiche che incarnano le contraddittorie tendenze del bambino e i diversi aspetti del
mondo.
Il compito più importante che ha chi alleva un bambino è quello di aiutarlo a trovare un significato alla vita,
per arrivare a ciò sono indispensabili le esperienze di crescita. Affinché una fiaba possa considerarsi
formativa per il bambino, deve riuscire a catturare l’attenzione del bambino, deve divertirlo e deve
suscitare in lui curiosità. Ma per poterne arricchire ulteriormente la vita, deve stimolarne la fantasia e
l’immaginazione, aiutando a sviluppare il suo intelletto e chiarire le sue emozioni.
Le fiabe possono essere rivelatrici e istruttive circa i problemi interiore degli essere umani e le giuste
soluzioni alle loro difficoltà in qualsiasi società il bambino si trovi. Il bambino trova questo tipo di significato
attraverso le fiabe: quest’ultime iniziano realmente ad acquisire un significato per il bambino a 5 anni. Le
fiabe raccontano i problemi umani universali, soprattutto di quelli che preoccupano la mente del bambino,
e quindi parlano al suo Io e ne incoraggiano lo sviluppo, calmando nel frattempo pressioni preconsce e
inconsce.
La cultura dominante preferisce fingere, soprattutto quando si tratta di bambini, che il lato oscuro
dell’uomo non esista, e professa di credere in un’ottimistica filosofia del miglioramento. Freud prescrive
che soltanto lottando coraggiosamente contro quelle che sembrano difficoltà insuperabili l’uomo può
riuscire a trovare un significato alla sua esistenza. Proprio questo è il messaggio che le fiabe comunicano al
bambino in forme molteplici:che una lotta contro le gravi difficoltà della vita è inevitabile, è una parte
intrinseca dell’esistenza umana, che soltanto che non si ritrae intimorito ma affronta risolutamente

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avversità inaspettate e spesso immeritate può superare tutti gli ostacoli e alla fine uscirne vittorioso. Il
bambino ha bisogno soprattutto di ricevere suggerimenti in forma simbolica circa il modo in cui poter
affrontare questi problemi e arrivare senza danni alla maturità.
Le fiabe pongono il bambino onestamente di fronte ai principali problemi umani. È caratteristico delle fiabe
esprimere un dilemma esistenziale in modo chiaro e conciso. Questo permette al bambino di afferrare il
problema nella sua forma più essenziale. La fiaba semplifica tutte le situazioni. I suoi personaggi sono
nettamente tratteggiati, e i particolari, sono eliminati. Tutti i personaggi sono, quindi, tipici anziché unici.
Nelle fiabe il male è onnipresente come la virtù. In ogni fiaba il bene e il male s’incarnano in certi
personaggi e nelle loro azioni, così come il bene e il male sono onnipresenti nella vita e le inclinazioni verso
l’uno o l’altro sono presenti in ogni uomo. È questo dualismo che pone il problema morale, e richiede la
lotta perché esso possa essere risolto.
Il bambino s’identifica con l’eroe buono perchè la condizione dell’eroe esercita un forte richiamo positivo
su di lui. L’interrogativo che si pone il bambino è “Come chi voglio essere?” il bambino decide questo
proiettando tutto se stesso in un singolo personaggio.
La fiaba, mentre intrattiene il bambino, gli permette di conoscersi, e favorisce lo sviluppo della sua
personalità. Essa offre significato a livelli così diversi, e arricchisce l’esistenza del bambino in tanti modi
diversi, che non basta un solo libro a rendere giustizia della quantità e della varietà dei contributi apportati
da queste storie alla vita del bambino.

L’interpretazione analitica delle fiabe.


La fiaba si differenzia dal sogno per le elaborazioni e le strutturazioni consapevoli, ma allo stesso tempo è
una fantasia emersa spontaneamente dall’inconscio, il cui sfondo reale, seppure esistente, è tanto esiguo
da risultare praticamente irrilevante. Per l’interpretazione di una fiaba la Von Franz la divide, come un
sogno, nei vari aspetti iniziando con l’introduzione e cioè il tempo e il luogo. Nelle fiabe questi sono sempre
evidenti, e la classica frase iniziale “C’era una volta” indica che esse si collocano fuori dal tempo e dallo
spazio. In seguito si analizzano i personaggi, di cui si deve considerare il numero all’inizio e alla fine. Poi si
analizza l’esposizione o inizio del problema, infatti all’inizio della storia vi sono sempre delle difficoltà,
altrimenti non esisterebbe la storia stessa; sono queste cose che devono essere definite in termini
psicologici, per comprenderne la natura. Segue poi la peripezia, che può essere breve o lunga ed è
rappresentata dagli alti e i bassi della fiaba. Infine, si arriva al punto culminante nel quale l’intera vicenda si
sviluppa in tragedia o si risolve felicemente. Le formule conclusive delle fiabe sono una sorta di rito: una
fiaba conduce nel lontano mondo onirico infantile dell’inconscio collettivo, dove non è possibile rimanere
ma è necessario uscire.
L’amplificazione si attiene strettamente alla formazione spontanea di simboli da parte dell’inconscio, evita
ogni possibile suggestione e cerca di favorire l’autonomo processo di sviluppo psichico, tramite una
comprensione profonda dei significati.
Nel caso delle Mille e una notte il protagonista della storia-cornice, grazie a quello che ha ascoltato,
modifica il proprio atteggiamento nei confronti di se stesso e dell’ambiente in cui vive, dando inizio ad un
momento di conoscenza e di maturazione. Esiste, pertanto, per l’ascoltatore una possibilità educativa di
tipo simbolico che corrisponde ad un insegnamento impartito con discrezione. La possibilità di
comprendere i personaggi della fiaba o del sogno è basata sulla capacità della psiche umana di operare
proiezioni. Quanto più basso è il livello di consapevolezza, quanto più scarsa è la capacità di riflessione,
tanto maggiore è la possibilità che questo meccanismo della proiezione si metta in luce. Le fiabe, in quanto
prodotti fantastici dell’inconscio collettivo vengono considerate come sogni, costituiscono per così dire un
dramma interiore che si svolge all’interno del soggetto.
Un’altra caratteristica del racconto-cornice sta nelle relazioni di tipo psicologico che lo lega alle altra storie,
in quanto il problema che viene presentato in questa storia può essere risolto con una delle soluzioni che le
altre storie suggeriscono, se colte nel loro significato più profondo. Il vero sviluppo, secondo Lewis, non sta
nell’abbandonare le vecchie preferenze e acquisirne di nuove in questo caso si parlerebbe di
cambiamento; ma bensì nell’integrare insieme vecchie e nuove. E infine, associare la fiaba e il fantastico
all’infanzia è solo un pregiudizio, perché le fiabe di fatto non sono state scritte esclusivamente per i
bambini.

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“Di cosa hanno bisogno i bambini?” Lewis risponde che bisogna scrivere per i bambini attraverso gli
elementi dell’immaginazione che si hanno in comune con i bambini, dobbiamo rivolgerci a loro come ai
nostri pari, sfruttando quella parte della natura umana in cui siamo loro pari. L’errore più grande sarebbe
quello di considerare i bambini come una massa indifferenziata da “plasmare” attraverso le nostre parole.
Lewis si rifiuta di credere che la violenza e gli spargimenti di sangue riportati nelle storie delle fiabe facciano
nascere paure ossessive nella mente dei bambini, in quanto questi espedienti provocano nel bambino un
brivido e un livello di paura non superiore a quello che il bambino stesso ha bisogno di provare. Per Lewis,
coloro che apprezzano le fiabe, bambini o adulti, lo fanno probabilmente per le stesse ragioni, ma nessuno
sa quali siano esattamente queste ragioni.

Capitolo 2. Paure e fiabe

Il bambino tra paure e fobie.


Con il termine paura si identificano stati di diversa intensità emotiva che vanno da una polarità fisiologica
come il timore, l’apprensione, la preoccupazione, l’inquietudine, o l’esitazione sino ad una polarità
patologica come l’ansia, il terrore, la fobia o il panico. Altre costanti della paura sono la tensione che può
arrivare fino alla immobilità e la selettività dell’attenzione ad una ristretta porzione dell’esperienza. La
tonalità affettiva predominante nell’insieme risulta essere negativa, pervasa dall’insicurezza e dal desiderio
di fuga.
Ciò che noi percepiamo è la paura che nasce in un determinato momento, in una determinata situazione,
ma l’emozione che blocca è sempre legata ad aspetti del passato, di un passato individuale, di un passato
trans generazionale, di un passato arcaico. La paura nasce con l’uomo e, che egli lo voglia o no, appartiene
necessariamente ad esso e lo accompagna nel corso della vita, nelle diverse fasi esistenziali. La paura è
indissolubilmente insita nell’essere umano e arcaicamente appartiene all’umanità intera.
Il pensiero razionale ha aiutato l’uomo nella gestione delle paure e dell’ansia. Nell’inconscio si sedimentano
le paure che poi sfociano prepotentemente nella vita di ogni giorno e si vanno a sommare con le paure
arcaiche. La paura archetipica, se ben conosciuta e ben governata, diviene utile compagna nell’individuare i
reali pericoli da cui doversi difendere.
Possiamo differenziare tra paure reali e paure immaginarie: le prime sono legate ad eventi esterni che
presentano dei pericoli oggettivi che quindi vanno affrontati per l’incolumità personale, le seconde invece
sono legate a traumi, abbandoni, legami affettivi poco soddisfacenti o inesistenti ed altro; ed ecco allora
aprirsi il varco della “paura nera”, di quella che se non affrontata nelle sue radici non permetterà di vivere
serenamente.
L’ombra con le sue immagini veicolate attraverso i sogni, gli incubi, le immagini proiettate in disegni e
pitture, costituisce quella parte fondamentale per raggiungere l’intero; per esprimere l’intera personalità,
infatti, affrontando l’ombra si entra in contatto con le diverse polarità, conscio ed inconscio, bene e male, e
con il senso della vita, ed è proprio nella non accettazione di Sé che nascono quelle paure che bloccano
l’esistenza, il movimento, frenando la creatività.
Un altro modo di fuggire i propri inaccettabili aspetti e quindi le nostre sgradevoli paure è quello di perdere
completamente il contatto con l’ombra, di vivere in un’atmosfera ingannevole, per cui l’individuo si
identifica unicamente con quegli aspetti stereotipati considerati dai canoni collettivi; l’uomo è così ridotto a
una “maschera” all’identificazione con quella che Jung chiama “Persona”, cioè l’identificazione con il ruolo
sociale. Così la personalità diviene schiava delle regole della società e dei suoi canoni culturali, e la vita
diviene sterile e impersonale, ma ciò che viene patito e respinto nell’inconscio segue un percorso
regressivo. Lo stesso Jung scrive: “È sempre preferibile sapere cosa c’è nella nostra ombra, affinché il
diavolo non si impossessi di essa”. Ne deriva, quindi, che il processo di individuazione inizia attraverso
l’integrazione dell’ombra, e attraverso questo processo riflessivo, si può giungere al superamento della
paura, quella individuale e quella collettiva. Naturalmente, è impossibile assimilare tutto, altrimenti
l’Ombra non sarebbe più tale: l’Ombra perciò deve rimanere quella parte che determina l’eterna
incompiutezza dell’uomo, quella parte però che deve essere costantemente in contatto con la coscienza
per evitare danni irreparabili e quantomeno faticosi da riparare. Il superamento di una paura è quindi
possibile solamente attraverso il sacrificio di una parte del proprio ego, quella parte ancorata a un livello

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inferiore, a uno stato affettivo bloccato e bloccante, ma comunque portatore della possibilità della
trasformazione, la quale è più duttile nel bambino perché egli vive di maggiore immaginazione rispetto
all’adulto, il quale è più facilmente vittima degli stereotipi e dell’ambiente. La paura di essere lasciato solo
e la paura di essere abbandonato, sono le paure più forti nel bambino piccolo, il quale teme di essere
separato dalla madre, o dalle persone che sono per lui un punto di riferimento, e nutre angosce collegate
con l’abbandono stesso. Si tratta dunque di paure che, se non arginate dal calore affettivo, spesso poi
sfociano nelle problematiche legate all’insonnia, a disturbi alimentari, a problemi di comportamento, di
ansia e di depressione e di apprendimento scolastico. Molte paure con lo sviluppo scompaiono
spontaneamente. Nulla di ciò che avviene nella mente è casuale, anche le paure più bizzarre hanno una
motivazione nascosta che spesso sfugge.
Con il crescere ed in particolare nell’adolescenza i paradigmi infantili vengono stravolti e si entra nella
confusione dei ruoli, nella contrapposizione dei due mondi, quello dell’infanzia e quello dell’adulto, nella
ricerca di una nuova dimensione, nella costruzione e ricostruzione di sé per il raggiungimento di
quell’equilibrio che può essere il preludio di una buona o cattiva vita. Se l’adolescente è solo e manca di
figure di riferimento emotivamente predisposte all’ascolto, faticherà a trovare la soluzione ai problemi
inerenti la paura di affrontare la vita. Di soccombere di fronte agli ostacoli. In tale periodo si cerca il gruppo
per la necessità del confronto, con il bisogno di accettazione e di inclusione, ma con la paura del rifiuto e
dell’esclusione, si sperimentano le prime relazioni amorose, con la paura di essere respinti, di essere
“traditi”, di rimanere soli, la paura di non farcela e di soccombere.

La valenza “terapeutica” della fiaba.


Analizzando le paure dei bambini possiamo asserire che uno dei migliori modi per aiutarli è quello di servirsi
della fantasia attraverso le fiabe e ciò può sembrare paradossale se pensiamo che spesso è proprio la
fantasia, attraverso mostri ed orchi, a scatenare le paure nei bambini. La fase magica è una tappa
fondamentale nella crescita dei bambini e consente loro di darsi delle spiegazioni su tutti quei fenomeni
che non riescono a comprendere. Come sostiene Tolkein, tutte le fiabe nell’essere complete non devono
mancare dell’aspetto consolatorio che si caratterizza nel lieto fine, poiché in assenza di tali felici conclusioni
il bambino ascolta la storia ma sentirebbe di non poter sperare nella possibilità concreta di superare
situazioni di difficoltà della sua vita.
Anche i cartoni animati possono avere tale funzione, ma l’immaginazione in questo caso ha molto meno
potere, in quanto sia l’ambiente che i personaggi sono definiti non lasciando spazio a modifiche. Ecco
perché è importante leggere le fiabe ai bambini e, terminata la lettura, continuare a parlarne cercando di
analizzare e comprendere le vicende narrate.
Le fiabe sono storie di vita e in esse ci sono tutte le paura che il bambino inevitabilmente incontra nel suo
cammino, ma le fiabe portano con sé non solo il terrore ma conducono, anche, in un mondo di possibilità e
di cambiamento, insegnano che si può “morire di paura” e allo stesso tempo che si può “rinascere dalla
paura”, attraverso la forza e la volontà di cambiamento, con una particolare attenzione alle emozioni e
credendo nelle proprie potenzialità. La fiaba si pone come strumento prezioso sia per sviluppare il proprio
sé che per aiutare ad avere dimestichezza con la vita e una visione del mondo più positiva. Ed ecco, allora,
che con tale metodo creativo si impara ad entrare nella dinamica del distacco da una modalità di vita ad
un’altra, che consente di affrontare nuovi approcci. La fiaba comunica fin dall’inizio, con tutto il suo
svolgimento e con il suo finale, che le vicende narrate non sono fatti tangibili e non hanno a che fare con
persone e luoghi reali, in quanto, per il bambino, i fatti reali diventano importanti in virtù del significato
simbolico che egli vi annette, o che vi trova. Il bambino ha bisogno di essere rassicurato che la sua necessità
di abbandonarsi alla fantasia, o la sua capacità di cessare di farlo, non costituisce un difetto, per cui
raccontando delle fiabe l’adulto dimostra di dare importanza e di considerare le esperienze interiori del
bambino.
I personaggi delle fiabe sono nettamente tratteggiati e non mostrano alcuna ambivalenza, per cui non vi
sono buoni e cattivi allo stesso tempo, la presentazione delle polarità del carattere permette al bambino di
comprendere facilmente la differenza tra le due cose, il che sarebbe impossibile in storie dove i personaggi
si ispirassero maggiormente alla vita reale, con tutte le complessità che caratterizzano le diverse
personalità. Le scelte di un bambino dipendono da chi suscita la sua simpatia, per cui il bambino tende ad

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identificarsi con l’eroe buono non in relazione alla sua bontà ma perché la condizione dell’eroe esercita
un forte richiamo positivo su di lui. Il bambino comprende benissimo, attraverso le fiabe, che la conquista
del regno, inteso come capacità di regnare la propria vita, è possibile solo attraverso il superamento di
difficoltà, nel conseguimento di una vittoria che non si realizza sugli altri ma solo su se stessi e sulla
malvagità, che è soprattutto propria ed è proiettata sull’antagonista dell’eroe.
La fiaba offre, dunque, soluzioni che il bambino può afferrare a livello inconscio tramite i simboli e gli
archetipi che parlano alla sua fantasia, alla sua creatività, dando rassicurazione e guida; infatti i simboli e gli
spunti riflessivi di cui è portatrice possono essere interpretati a vari livelli, sia linguistici che psicologici, in
quanto nella lettura o ascolto di una storia ognuno viene toccato da aspetti peculiari e differenti rispetto ad
un altro e, a sua volta, le modalità di “lettura”, intesa come personale interpretazione, della fiaba
dipendono dalla tipologia di personalità e dalle funzioni della coscienza che l’individuo mette in moto. La
fiaba come afferma Cambi, si lancia da un inizio semplice e banale verso eventi fantastici, ma per quanto
siano ampie le digressioni ( a differenza di quanto avviene nella mente ingenua del bambino, o in un sogno)
il processo della storia non va perso. Dopo aver fatto viaggiare il fanciulli in un mondo meraviglioso, alla
fine la storia lo riconduce alla realtà, e in un mondo molto rassicurante. Ciò insegna al bambino quello che
ha più bisogno di sapere a questo stadio del suo sviluppo: che lasciarsi trasportare un po’ dalla fantasia non
è dannoso, purché non si rimanga per sempre suoi prigionieri. Alla fine della storia l’eroe torna alla realtà,
una realtà felice ma priva di magia. Come noi ci risvegliamo caricati dai nostri sogni, così la storia termina
con l’eroe che torna, o è fatto ritornare al mondo reale, molto più in grado di affrontare la vita.
Bettelheim non esita a metterci in guardia che mescolare elementi reali a espedienti volti al
soddisfacimento di desideri o meccanismi fantastici, tendono a confondere il bambino circa quello che è
reale e quello che non lo è.
Freud sostiene che soltanto lottando coraggiosamente contro quelle che sembrano difficoltà insuperabili,
l’uomo può riuscire a trovare un significato alla sua esistenza ed è proprio questo il messaggio che le fiabe
comunicano al bambino in forme molteplici: che una lotta contro le gravi difficoltà della vita è inevitabile, è
una parte intrinseca dell’esistenza umana, che solo chi non si ritrae ma affronta in modo risolutivo le
avversità inaspettate o immeritate può superare tutti gli ostacoli e alla fine uscire vittorioso.

Gli affetti spezzati.


La perdita degli affetti più cari, dunque, costituisce il motore narrativo al quale le fiabe spesso ricorrono. Il
bambino ha bisogno della fiaba per riuscire a padroneggiare la sua esperienza negativa e le sue emozioni
anche davanti alla perdita di un proprio caro.
La presenza degli animali nelle fiabe rappresenta sempre un modo per trasmettere al bambino una forte
emozione, mediata però da un mondo fantastico che mitica il dramma stesso del protagonista. L’aspetto
della morte nelle fiabe è stato analizzato da molti studiosi; la fiaba è qualcosa di più di una semplice lettura
per far star buoni i bambini o per farli addormentare. Secondo lo psicanalista Bruno Bettelheim le fiabe
sono “necessarie” per la crescita del bambino. Esse, infatti non si limitano a raccontare, ma di fatto
sostituiscono i riti di passaggio, hanno pertanto una grande valenza educativa e sono finalizzate a
rappresentare il mondo ai bambini per prepararli alla vita adulta.
Nelle fiabe i protagonisti soffrono, sperimentano il male in tutte le sue forme ma alla fine ne escono.
Nelle fiabe il male viene raccontato per due motivi:
1. Il male esiste e ci si deve preparare
2. Da questo male (se si è in grado di riconoscerlo) ci si può uscire con le propri forze)  da ciò
derivano le fiabe aventi come protagonisti orfani la cui vita risulta infelice.
Alla base dell’assenza di madri nelle fiabe sembra corrispondere un tabù ancestrale; non è, infatti,
accettabile che la mamma possa essere “cattiva”, pertanto viene creata una figura sostitutiva come
appunto la matrigna. Questa nuova figura assolve il ruolo femminile nella famiglia immaginaria e
archetipica,e al tempo stesso si carica delle valenze crudeli senza per questo mettere in discussione la
totale bontà che invece si attribuisce alla figura materna vera.
Ci sono poi casi nei quali la figura della madre pur essendo presente non assume “colori”, come la regina
madre della Bella Addormentata, che non riesce ad evitare lo sdegno delle fate e né a constatare l’avverarsi
della profezia maligna che colpirà la giovane principessa. In Pinocchio la madre manca fin dall’inizio, la

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nascita stessa del burattino è di fatto una partenogenesi degna della mitologia greca, solo che nel mondo
antico nascevano Dèi, nella fiaba nasce un “mostro”, e Pinocchio è l’esemplificazione del “mostro”
moderno. Pinocchio identifica la madre nella evanescente e misteriosa Fata turchina, che però
continuamente appare e scompare. La fata come figura materna alternativa sviluppa le sue caratteristiche
genitoriali sono nel corso della storia; all’inizio infatti viene presentata come una bambina,
successivamente, man mano chela storia va avanti, la Fata Turchina, fata buona, diventa la madre
mancante e Geppetto passa in un secondo piano. Solo la presenza della madre ella sua vita, cercata e
saltuariamente incontrata, attraverso peripezie infinite, opererà il “miracolo” di farlo uscire dalla sua
condizione di “mostro”.
Facendo un salto temporale possiamo dire che oggi i bambini della scuola dell’infanzia e delle prime classi
della scuola primaria si ritrovano a vedere e leggere le storie di Peppa Pig dove trovano una famiglia felice
nella quale identificarsi. La motivazione del successo di queste storie sta nel raccontare le avventure di una
famiglia affettuosa e presente, quella che tutti i bambini desiderano e alla quale hanno diritto.

Gli orfani nei cartoni Anime.


L’orfanità nei cartoni animati viene rappresentata soprattutto negli Anime, i quali devono il loro successo
nel nostro paese grazie a serie televisive che trattano proprio questo tema: “Heidi”, “Remi”, e “Lady Oscar”.
I cartoni animati Anime vengono ricordati dal grande pubblico per gli orfani e i robot, tanto da essere
definiti talvolta “cartoni animati di orfani e robot”.
In un certo senso i bambini giapponesi sono già un po’ orfani, ciò è dovuto alle varie modalità scolastiche e
agli orari (troppo lunghi) scolastici, ed il loro meccanismo di identificazione con il personaggio fittizio dei
cartoni è più semplice.
Questi cartoni hanno da fatto una funzione simbolica e l’orfano rappresenta la condizione del bambino che
si appresta a fare a meno del genitore, ad affrontare la vita senza il suo aiuto per conquistare la propria
autonomia.
Va detto, infine, che al di là delle descrizioni lacrimose di alcune storie, poi in effetti quasi tutte le storie,
come del resto tutte le fiabe, hanno un lieto fine.

Capitolo 3. La fiaba come ponte fra culture.

Da Multicultura ad Intercultura.
I concetti di educazione legati alla pedagogia interculturale, sorti agli inizi degli anni degli anni ottanta,
rappresentano, a tutt’oggi, la risposta pedagogica più idonea alla nuova situazione: la globalizzazione degli
essere umani, legata a tutte le diverse forme di migrazione, richiede sempre più conoscenze di usi, costumi,
lingue e modalità comportamentali per consentire una convivenza serena e partecipe. L’incontro con lo
straniero, con il soggetto etnicamente e culturalmente differente, rappresenta una sfida, una possibilità di
confronto e di riflessione sul piano dei valori, delle regole, dei comportamenti. Il termine multiculturale
può essere utilizzato come aggettivo e riferirsi alla pluralità dei soggetti coinvolti, alla situazione di
coesistenza di fatto tra culture diverse. In questo senso il termine è un termine neutro, descrittivo. Se
invece si usa il termine multiculturale si insiste sul mantenimento e sullo sviluppo delle varie culture
separatamente le une dalle altre, in una logica di coesistenza delle varie comunità. Di fondamentale
importanza è considerare il fatto che a scuola l’approccio interculturale non dovrebbe tradursi in un
approccio di tipo sommativo; occorre, invece, includere una prospettiva interculturale all’interno del
progetto didattico.
Oramai la presenza di alunni stranieri nelle scuole non è soltanto un fenomeno riscontrabile nelle grandi
città, ma coinvolge tutta l’Italia, anche i paesi più piccoli, specie nelle zone dove ci sono delle risorse
economiche in crescita, dove quindi i lavoratori immigrati hanno più occasione di trovare occupazione e
alloggio. Si è così scoperta la necessità di un’educazione interculturale, cioè di una riflessione che
permetta da una parte di conoscere le culture diverse, individuando e rimuovendo i pregiudizi che
impediscono l’incontro, dall’altra di capire meglio, nel confronto tra le culture, i valori e gli aspetti
salienti della nostra cultura.

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Il termine pregiudizio è da sempre associato al termine “diversità” e queste è la causa primi di tutti i
conflitti, come afferma Alberto Moravia: “Io sono razzista soltanto perché tu sei diverso”. Occorre, dunque,
far sì che la differenza non generi pregiudizio o razzismo, che precludono qualsiasi dialogo. L’incontro con
altre culture offre l’opportunità di estendere i confini della propria identità personale e sociale, ma può
anche risultare profondamente disorientante.
Qualche volta un po’ di humour è sufficiente a ridurre le distanze, come nel caso di Alice e l’unicorno nella
fiaba di Lewis Carroll “Alice nel paese delle Meraviglie”. L’unicorno vede in Alice un mostro favoloso perché
non ha mai visto niente di simile. Una volta superato lo stupore iniziale, egli non ha però difficoltà a
riconoscere Alice e così l’incontro fra i due “mostri favolosi” finisce con un’intesa.
Il concetto di cultura sta alla base del tentativo di fondare un’educazione interculturale, in cui sia possibile
affiancare al termine “differenza” quello di “uguaglianza” e che, contemporaneamente, consideri questa
differenza come sorgente di ricchezza e di completezza; in altre parole: “uguali ma non omologati”.
L’atteggiamento interculturale sta nella dimensione di incontro di culture diverse che non è omologazione,
come si è detto, bensì rispetto e accoglienza e, soprattutto, possibilità di armonizzare elementi diversi e
complementari appartenenti a varie culture. A tale riguardo, si può fare riferimento a Robinson Crusoe di
De Foe. Quest’ultimo riesce a cogliere nel suo romanzo, come motivo universale, il problema dell’uomo
solo, davanti alla natura e a dio, nobilitandolo con la ragione che può, secondo i ricordi cristiani, o biblici
della creazione, dargli il dominio sulle cose. Inoltre in Robinson l’autore spiega anche la mentalità del
tempo, quella secondo la quale l’uomo bianco è la figura civilizzata e l’uomo di colore è il selvaggio.
Oltretutto spiega anche il fatto che all’epoca l’Inghilterra tendeva a rendere tutti i popoli simili a quello
inglese “civilizzandoli” con la propria lingua e religione. Robinson nella Bibbia e nella nuova situazione di
vita scopre una “cultura” a cui si aggrappa nel suo stato di bisogno, ma in effetti è quella stessa cultura da
cui era partito e che prima non apprezzava.
La nascita delle società multiculturali comporta la presenza di gruppi diversi sullo stesso territorio e
origina inevitabilmente una serie di norme, di nuove regolamentazioni nei rapporti reciproci, dando
origine a possibili cambiamenti sul piano socio-culturale. Per educare un bambino a diventare un
soggetto capace di vivere bene con sé e con gli altri si possono utilizzare diversi modi; fra i tanti proposti
gli insegnanti e i genitori ne possono utilizzare uno molto semplice ma altrettanto funzionale: la
narrazione delle fiabe.

La narrazione nella prospettiva interculturale.


La fiaba interculturale offre possibilità educative e consente di oltrepassare la dimensione culturale
d’appartenenza per scoprire affinità di pensiero e di sentimento con altre culture. La fiaba riconduce a
un’esperienza del Sé totale, attraverso il processo di identificazione in personaggi che, pur nella diversità di
ambientazione e vicende esistenziali, riflettono esperienze interiori e stati d’animo del lettore e
dell’ascoltatore, il quale è indotto a riscoprire la propria realtà universale, al di là del proprio nome e della
propria storia personale. L’elemento del meraviglioso di cui si interessa la fiaba permette di riconoscere
nei personaggi inventati dalla fantasia il profilo universale dell’uomo. La narrazione è di per sé
un’operazione interculturale, perché ogni storia che noi costruiamo o inventiamo è, in primo luogo, un
intreccio di altre storie, di altri racconti: non esistono storie pure, monoculturali, le storie sono sempre il
risultato di commistione, di contaminazione, di ibridazione, ma colui che la scrive in genere privilegia
un’impostazione occidentale, orientale o altro.
La narrazione rappresenta, infatti, da sempre, il “luogo d’origine” dell’individuo, lo scrigno dei suoi segreti
identitari: è il permesso, che ognuno di noi sente di aver ricevuto, al racconto di sé e del suo mondo, del
mondo “altro”, della sua rappresentazione e interpretazione. Un bambino senza racconti, o peggio, senza
linguaggio per raccontarsi, è un bambino perso, incapace di sentire la propria presenza legittimata nel
mondo delle relazioni. Un bambino che si trova a crescere in un luogo diverso da quello di appartenenza è
come se venisse sradicato dalla sua storia, dalla sua origine: il racconto, con tutti i suoi elementi di
continuità, rassicuranti proprio per il loro essere stati così tante volte nominati, rappresenta il ritorno a
sé, alla propria identità. A tale riguardo, si può fare riferimento a Gianni Rodari, che nel suo libro
Grammatica della Fantasia mette in evidenza il ruolo di forma mentis che assegna al libero narrare: in
poche parole dar corpo a una mente altrettanto libera, capace di discutere, una mente critica e ludica,

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gratificante con sé stessa quindi si può riassumere che la narrazione è una forma originaria del pensiero e
che risulta essere universale e sempre attuale. Pertanto la scuola, ma anche la famiglia, possono intervenire
su questo piano iniziando dall’infanzia con le fiabe e con le storie per giocare.
Alla narrazione spetta anche un altro carattere: essere universale e pertanto culturale. Nella narrazione,
infatti, le culture si accomunano, si intrecciano, si affiancano, toccando gli stessi problemi, le stesse
costruzioni mentali, anche gli stessi archetipi. Le specifiche situazioni narrative passano di popolo in popolo,
affermandosi come paradigmi dell’immaginario collettivo e confermandosi come infrastrutture del fare-
esperienza.
Affinché l’altro sia riconosciuto come “amico”, occorre fornirgli gli strumenti per “parlare di sé”, sia
attraverso un racconto personale ed emotivamente connotato, sia attraverso un racconto connotato, sia
attraverso un racconto “oggettivo”, ricco di riferimenti reali, in cui i bambini possono riconoscersi. Il
racconto diventa il luogo della propria origine e il luogo del proprio collettivo di portare e conservare una
storia,la propria storia.
Si può chiedere di narrare una fiaba, una festa, un viaggio, un gioco. Attraverso la globalizzazione dei
linguaggio e il racconto diretto è possibile realizzare uno scambio di valori culturali e confrontare i “punti di
vista” sulla realtà. L’ascolto vissuto della fiaba garantisce quel processo di apprendimento che Albert
Bandura ha definito di modellamento, ovvero l’apprendimento per identificazione e imitazione differita
di un modello significativo per la personalità infantile. Per poter essere un modello significativo, il
protagonista della fiaba deve saper suscitare , non solo nel bambino, tenerezza, simpatia e ammirazione,
curiosità, coraggio, senso di sicurezza, mostrando quindi le caratteristiche e categorie della semplicità e
della schiettezza, della verità accanto alla bellezza fisica, morale e spirituale.
L’obiettivo della pedagogia narrativa non è tanto quello di aumentare il volume dei materiali narrativi nella
scuola quanto piuttosto quello di dare un impianto narrativo al progetto educativo. In questo modo la
narrazione non è più intesa soltanto come “oggetto”, contenuto, dell’educazione, ma come un suo nuovo e
originale “principio epistemico”: educare narrando. Scoprire e riscoprire insieme le fiabe di qui e d’altrove
diviene allora uno strumento di confronto e di conoscenza fra tradizioni culturali, mondi e popoli
differenti. Immergersi e far immergere i bambini liberamente nel mondo fantastico, offrendo il più ampio
repertorio di fiabe di ogni dove, può essere piuttosto un modo per ricreare un “tuffo” nell’immaginario
collettivo e lasciarlo agire con le proprie forze di incantamento, di potenzialità, di possibilità. Esse
riprenderanno ancor più forza perché originate da differenti esperienze umane e culturali, si
confronteranno fra loro alimentandosi a vicenda e si confronteranno anche necessariamente con la realtà e
la storia di ogni bambino per modificarsi e trovare nuove espressioni e nuove immagini.

I Personaggi-Ponte nelle fiabe.


I personaggi-ponte sono delle figure capaci di creare collegamenti , connessioni, mettendo in moto
curiosità e confronti, favorendo la possibilità di cogliere somiglianze e differenze. Esempi di personaggi-
ponte sono:
1. Giufà  (utilizzato da Italo Calvino). È lo sciocco a cui tutte le cose finiscono per andare bene. Il suo
nome denota un’origine araba. Si possono trovare diverse varianti del nome Giufà (esempio: Giucà,
Giucca, Er matto, ecc…). Caratteristica: è tutto e la tempo stesso il
contrario di tutto. La sua capacità di “essere doppio”, di contenere in sé gli opposti è tale che nei
paesi del mondo arabo esistono due diversi tipi di Giufà: uno di campagna, ingenuo e facile da
imbrogliare, e uno di città, furbo e intelligentissimo che non si lascia mai cogliere di sorpresa.
2. Cenerentola  ne esistono 345 versioni differenti. In tutte queste versioni la storia è sempre
simile, pur con differenze importanti, che permettono di entrare attraverso la suggestione e la
magia della parola narrata nella vita quotidiana di un villaggio di una terra, di un popolo. Prima di
arrivare a noi, questa fiaba esisteva in Cina, e prima ancora ve ne era una versione nell’Antico
Egitto. Per quanto la fiaba di Cenerentola,
popolare e conosciuta in tutto il mondo, sia antichissima e nel corso dei millenni moltissime
versioni e trame diverse ne siano state elaborate, quasi tutte conservano un filo portante
originario: una ragazza appartenente a un umile livello sociale, maltrattata da una matrigna, che un
giorno diventerà principessa e regina, passando da uno status ad un altro.

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3. Figura del lupo  lupo = pericolo. A seconda del paese nel quale ci troviamo con la fiaba, il lupo
viene sostituito da altri animali (esempio: leoni, sciacalli, volpi, ecc…) i quali rappresentano sempre
pericolo.
4. Folletto  il folletto ci aiuta ad entrare con i bambini in paesi diversi, e a metterci in diversi piani di
visione. Spesso i folletti sono legati a tradizioni locali, ai dialetti, ai tanti modi di dire e, qualcuno
crede davvero alla loro presenza.
Questi Personaggi-Ponte sono, di fatto, dei “soggetti” che aiutano il bambino, tra immaginazione e realtà, a
comprendere le differenze nel mondo e ad imparare a rispettare le culture altre.

La fiaba: racconto dei racconti.


Conoscere chi viene da lontano e conoscersi attraverso le parole dell’immaginario o i racconti di viaggio,
degli eventi e delle emozioni: sono queste le tappe fondamentali che possono trasformare la vicinanza in
un incontro, la distanza in reciproca curiosità.
Attraverso le fiabe possiamo scoprire le caratteristiche e le differenze che connotano un gruppo, un Paese
un modo di vivere; entrare per un momento attraverso la suggestione e la magia della parola narrata nella
vita quotidiana di un villaggio, di una terra e di un popolo. Il bene e il male, le prove e l’eroe, la principessa
e gli spiriti malvagi, le tappe della vita e della crescita: sono motivi e temi presenti nelle narrazioni di qui e
d’altrove. Costituiscono la trama e l’ordito di racconti che hanno “viaggiato” attraverso il mondo e si sono
colorati, qua e là, di sfumature ed altro.
Il racconto e la tradizione orale racchiudono una rete di significati profondi attraverso i quali l’uomo
interpreta e spiega il mondo, le sue leggi, l’organizzazione e il vivere sociale, il perché di tutte le cose e di
tutti gli esseri viventi. L’immaginario ha dunque il potere di congiungere trasversalmente popoli e culture e,
nello stesso tempo, di raccontare delle loro specificità.
L’esperienza del racconto di fiabe, favole, filastrocche, ninne nanne, ecc… accomuna genitori italiani e
stranieri e ha a che fare con gli aspetti salienti del rapporto tra le generazioni, legati alla memoria e
all’appartenenza, con la trasmissione educativa dagli adulti ai più piccoli e con la costruzione
dell’identità. Attraverso il racconto passano inoltre informazioni sul mondo e gli eventi cruciali, nel ritmo
narrativo, nelle situazioni che si presentano simili anche se collocate in Paesi lontani fra loro.

Capitolo 4. L’educazione ambientale tra fiabe e racconti.

Lo sviluppo sostenibile nella pedagogia ambientale.


Nell’ambito di un programma educativo globale va rivolta una particolare attenzione al rapporto che si può
instaurare tra il mondo della letteratura per l’infanzia e l’ambiente, soprattutto nell’ottica di un progetto di
educazione ambientale. Avere la possibilità di vivere esperienze naturali mette i bambini nella condizione di
vivere una realtà vera in contrapposizione con il mondo virtuale nel quale sono immersi, attraverso i media,
nella maggior parte del loro tempo.
La natura con il suo mondo, genera nei bambini la fiducia in loro stesso offrendo loro regole e rischi molto
più complessi di un videogioco. Con lo svilupparsi delle nuove tecnologie, lo spazio tradizionale e
bidimensionale viene sfondato, si estende e si allarga in una nuova dimensione che è quella virtuale. Pur
riconoscendo l’importanza dei mezzi tecnologici per l’uomo moderno e per il suo sapere, non si può
tralasciare l’importanza dell’esperienza diretta, lo spazio virtuale quindi può essere un valido strumento per
la conoscenza che però non può prescindere dal reale. Il bambino ogni giorno percorre le strade con lo
stesso panorama, l’unico ambiente in continua trasformazione è quello della natura, con i suoi colori, i suoi
profumi e le sue forme, quando si va in un bosco ciò che possiamo osservare è sempre diverso, ogni giorno
qualcosa cambia.
Maria Montessori è senz’altro la pedagogista più autorevole che ha sostenuto fortemente l’importanza
educativa nel rapporto del bambino con la natura. Nelle scuole montessoriane, l’aula all’aperto, nel
giardino della scuola, rappresenta un aspetto importante del suo modello educativo.
Oggi il rapporto tra bambino e natura implica una concezione ecologica del rapporto educativo e un’idea
della pedagogia che recepisce l’ambiente naturale non solo come semplice habitat da usare e da
conoscere, ma come “nicchia” ecologica da conservare e da abitare con cura. Purtroppo, sembra manchi

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ancora la consapevolezza che le nuove generazioni di bambini, che pur avendo tante più opportunità di
gioco rispetto al passato, in realtà vivono deprivate di qualcosa che per l’essere umano è essenziale, il
contatto diretto con il mondo naturale. Per questo è importante che almeno nei luoghi educativi, in primis
la casa e la scuola, si attuino progetti di educazione ambientale, magari partendo proprio dalla lettura di
racconti e fiabe. L’educazione ambientale è una strategia formativa che opera mettendo in relazione le
persone con l’ambiente con l’obiettivo di sviluppare comportamenti positivi per la conservazione del
patrimonio ambientale, inteso in senso ampio, cioè: naturale, paesaggistico, storico e culturale,
attraverso l’educazione alla natura in senso stretto, fino alla progettazione partecipata, allo sviluppo
sostenibile, alla cittadinanza attiva.
Viviamo contemporaneamente in un contesto locale ed in un contesto globale. Di conseguenza,
l’educazione ambientale diventa anche educazione allo sviluppo sostenibile. “Lo sviluppo sostenibile è tale
se soddisfa i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere le possibilità per le generazioni
future di realizzare i propri”. L’educazione ambientale si deve, quindi, configurare come un’educazione al
futuro consapevole, con alla base l’idea che una società in continuo movimento possa determinare la
propria sopravvivenza solo attraverso una consapevolezza e una volontà forte di risoluzione dei problemi e
delle emergenze ambientali.

Educazione e ambiente.
Tra i pedagogisti che possiamo citare, relativamente all’educazione ambientale, troviamo Franco Frabboni,
la cui ricerca scientifica ha attraversato diversi campi dell’educazione e della formazione ed ha dedicato
uno studio particolare al rapporto esistente tra la scuola e la culture del territorio. Frabboni parla così di
ecologia della Mente e del Cuore, il cui compito essenziale è quello di creare un incontro tra i diversi
linguaggi, le più intelligenze e tra le culture altre. Frabboni crede molto nel ruolo della scuola nell’ambito
dell’educazione ambientale e la invita a “salire sul palcoscenico per recitare la sua permeabilità ai valori
ambientali, la sua disponibilità a colorare di verde il proprio curricolo formativo”. A tale scopo, egli ha
elaborato il “Manifesto dell’educazione ambientale” che rappresenta una carta d’identità dell’educazione
ambientale. Analizzando questo manifesto emerge con chiarezza che l’educazione ambientale è un
linguaggio, un metodo applicabile a tutte le discipline. Ma affinché essa (cioè l’educazione ambientale)
possa assumere un valore veramente formativo, è necessario che si integri nel percorso scolastico e che
l’ambiente non venga interpretato come un piacevole diversivo dall’impegno scolastico ma un’attività
complementare a quella scolastica. Come sottolinea Frabboni, un percorso di educazione ambientale è
veramente valido quando insegna a capire e rispettare l’altro e si continua a guardare l’ambiente e a
stupirsi sempre.

Apprendere con le fiabe.


Proprio la riflessione sul rapporto uomo-natura è stato fondamentale per cominciare a osservare
scientificamente l’infanzia e a costruire modelli cui essa potesse rispecchiarsi. Il fatto che molti scrittori e
artisti, soprattutto inglesi, abbiano trovato nella natura la loro musa ispiratrice, ci induce a pensare un
possibile legame tra genio, mente creativa e natura. Nel libro Il genio dell'infanzia la sociologa americana
Edith Coob scrive che esiste una sorte di relazione tra mente del genio, natura e mente dl bambino. Verso
la fine dell'ottocento in Inghilterra e in America il connubio tra raffigurazione dell'infanzia e ricerca di un
rapporto ideale con la natura contribuisce alla diffusione di opere contenenti una specie di messaggio
ambientalista per bambini.
Ad ispirare la pubblicazione di tali libri contribuiva l'intervento di associazioni nate per la costruzione di
parchi naturali e per la salvaguardia di animali selvatici. Tali romanzi tentano di restituire i bambini alla
natura, in queste storie la natura incontaminata sembra essere l'unica capace di dare all'individuo una
crescita sana, autentica e nella quale tutte le parti di sé risultino integrate. Un esempio è l'opera di Eudjard
Kipling, Il libro della giungla.
Saranno però i problemi ambientali legati all'inquinamento e allo sfruttamento selvaggio delle risorse che
porteranno alla nascita di libri per bambini nei quali il tema della natura è strettamente connesso a
concetti ambientali moderni. Dunque sarà l'urgenza di soccorrere l'ambiente a rinnovare la letteratura per
l'infanzia per prestarla alla sensibilizzazione degli adulti di domani su tematiche ambientali.

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Se educazione ambientale significa coinvolgere l'alunno nel rispetto della natura e fargli acquisire
comportamenti responsabili nei confronti dell'ambiente, le fiabe possono essere un modo per
sensibilizzare i bambini nei confronti di temi ecologici, il racconto delle fiabe suscita nel lettore un
complesso di parole-immagini-emozioni tali che i messaggi, trasmessi quasi a livello d'inconscio,hanno una
forza maggiore di quelli che restano su un piano del tutto razionale. La fiaba fa leva su una prerogativa
dell'infanzia: l'immaginazione. Bettelheim afferma a tal proposito che far vedere ad un fanciullo un libro di
fiabe con immagini è un furto perchè lo priva della possibilità di creare sue proprie immagini in merito a
quella fiaba e a quella situazione: le immagini precostituite si sovrappongono a quelle del bambino
condizionando il suo immaginario. Il paesaggio nella fiaba appare rarefatto e spesso immobile come se
fosse una quinta teatrale. “Gli ambienti pur presentandosi con elementi naturali, nascondono sempre
qualcosa di magico ed evocano suggestiono così può accadere che: la notte scende quando ci si trova nel
bosco, la strega e il mago si incontrano in crocevia o sulla cima di una montagna, il gigante nei pressi di
passaggi obbligati come: fiumi, ponti, caverne, ecc.; o ritrovamenti di ricchezze, mentre i castelli o i palazzi
rappresentano il colmo dell'incognita, vi può accadere qualsiasi evento o incontro”.
Nella fiaba, come afferma Cambi, nel testo Paesaggi della fiaba, spesso è presente il tema del viaggio.
Viaggiando si scoprono luoghi straordinari inimmaginabili nel mondo, il viaggio infatti è il simbolo della
modernità, che scopre in esso lo spazio della libertà e una via del cambiamento che nessuno può
controllare e che è affidata interamente al viaggiare. Chiunque abbia letto le fiabe dei fratelli Grimm sa
quanto sia predominante in esse l'immagine delle foreste. Durante le loro avventure nelle foreste i
bambini crescono.
Il paesaggio che si trova in Pinocchio descritto da Collodi è molto diverso da quello delle fiabe classiche. La
commistione tra realtà, utopia, mistero e magia fanno del romanzo collodiano un esempio di modello
alternativo al consueto e vago scenario delle fiabe popolari. Ma in Pinocchio si ritrovano anche degli
elementi che certamente stimolano l'immaginazione dei bambini con la descrizione di ambienti che non
esistono nella realtà come Il Paese dei Balocchi e il Campo dei Miracoli dove Pinocchio viene appeso ad una
quercia in una notte buia e tenebrosa.

Il simbolismo del lupo nelle favole.


Nel mondo della fantasia il lupo occupa sempre un ruolo pericoloso, che incute timore agli altri personaggi
dei racconti. Nell'antichità il lupo non rivestiva un ruolo negativo: nelle opere di Aristotele e Plinio si
trovano descrizioni relativamente accurate sul lupo e, sebbene dichiarassero la pericolosità del predatore
per le greggi, non gli imputavano alcun attacco nei confronti degli uomini. È in pieno Medioevo però che si
scatena una vera e propria psicosi, addirittura arrivando a descrivere situazioni e aggressioni agli uomini
assolutamente irrazionali.
Il lupo nelle fiabe tradizionali di solito svolge la funzione dell'antagonista, sta da solo e parla come un
uomo: non si pone scrupoli e racconta molte “bugie”. Nelle fiabe moderne, il lupo invece viene
rappresentato in modo diverso, divertente, impacciato, ingenuo.
Ritornando alla presenza del lupo nelle favole come Il lupo e il pastore di Esopo, Il lupo e l'agnello di Fedro,
Il lupo e i cani de La Fontaine, possiamo dire che in tutte queste favole ed altre il lupo è il protagonista con
tutte le sue peculiarità. Negli anni '70 sulle pagine del Corriere dei Ragazzi, compare per la prima volta il
fumetto di Lupo Alberto creato dalla matita di Guido Silvestri. Riprendendo in chiave umoristica l'immagine
del lupo nella favole, l'autore immaginò un personaggio goffo, la cui esistenza è legata ai diversi tentativi di
procurarsi il cibo.
Inoltre, anche un modo per studiare l'ambiente dove si possono trovare due realtà: da una parte il
paesaggio incolto, le foreste impenetrabili, o le forze della natura che si scatenano, dall'altra un piacevole
ambiente ricreato dall'uomo. La natura selvaggia spaventa, la natura organizzata rassicura.

Gianni Rodari: una proposta educativa.


Rodari, per difendere l'immagine di alcuni animali, ha riscritto alcune fiabe e favole: ad esempio, in
contrasto alla favola La volpe e l'uva di Fedro, Rodari dedica una filastrocca alla volpe suggerendogli di
vincere le difficoltà con la costanza e con l'impegno. Nella favola dello scrittore francese La Fontaine, La
formica e la cicala, i protagonisti sono due insetti comuni, la cicala, ritratta come simbolo dell'ozio e della

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spensieratezza, mentre la formica incarna la laboriosità e la saggezza di chi si mostra previdente. Diverso è
il punto di vista di Rodari che simpatizza per la cicala, perchè regala il suo canto rallegrando la vita degli
altri, mentre la formica è avare e pensa solo a se stessa. Ma tutto può cambiare, e anche la formica potrà
diventare generosa e aiutare la poco previdente cicala.
Si può, quindi, asserire che Gianni Rodari, scrittore classico della letteratura per l'infanzia, sia sempre
stato vicino alla natura, al mondo animale e vegetale, sostenuto da una forte sensibilità ecologica. Le sue
filastrocche e i suoi racconti non sono solo divertimenti, ma in esse c'è sempre un forte messaggio che
invita il bambino a sviluppare una mente critica e indipendente. Nella poesia Un signore maturo con un
orecchio acerbo, scritta quando il movimento ecologista era agli arbori, Rodari parla di un orecchio capace
di liberare da stereotipi e pregiudizi, un orecchio che hanno solo i bambini che vivono in armonia con la
natura e sono in grado di ascoltare i suoi suoni, gli adulti invece sono sempre troppo indaffarati, non hanno
tempo per farlo e hanno così perso la capacità di farlo. Rodari nelle sue Favole al telefono racconta tante
brevi storie con temi ecologici, invitando il lettore ad avvicinarsi di più alla natura per creare quel legame
che aiuta “l'uomo” a star bene. Molto simpatica è anche la storia Il filobus numero 75. Gianni Rodari con
questa favola denuncia la poca considerazione che la natura ha nelle nostre città, invitando invece di
avvicinarsi di più ad essa, ritrovando quel legame che ci lega alla natura e che ci fa star bene.

Le proposte del terzo millennio.


Queste storie sottopongono alla sensibilità del bambino problemi attuali quali il disboscamento
l'inquinamento delle acque e dell'aria, i rifiuti. Come ogni fiaba classica, anche quelle ecologiche iniziano
con una situazione di crisi, la quale viene affrontata e superata dal protagonista attraverso gli spunti forniti
dalla storia stessa. Tutte hanno un finale positivo grazie allo sforzo e all'impegno dell'eroe, che spesso
riesce nei suoi intenti perchè è aiutato da altri.
Nelle fiabe ecologiche c'è sempre l'invito a non restare indifferenti davanti ai problemi ambientali e dalla
loro lettura si evince una visione olistica della vita, in cui ogni elemento è sostanzialmente connesso agli
altri.

Capitolo 5. Gastronomia fiabesca tra realtà e fantasia.

La presenza de cibo nelle fiabe.


Il cibo è un elemento che riesce sempre a creare un forte contatto fra la nostra realtà e quella del mondo
fiabesco; esso consente un intenso legame fra noi e la fantasia. La citazione del cibo si rivela un utile
strumento, anche perchè l'ascoltatore o il lettore desidera poter contare su un punto di riferimento
plausibile, che aiuti a “digerire”anche le assurdità del racconto. Fame ed abbuffate rappresentano, nelle
fiabe come nella realtà due poli opposti della vita umana, e a tale riguardo si può fare anche un riferimento
a l'aforisma del filosofo Ludwing Feuerbach: “L'uomo è ciò che mangia”; la questione è che la simbiosi
uomo-cibo non è, infatti, unilaterale, né di natura puramente fisiologica; ogni comportamento alimentare
ha un valore, un senso ben preciso. Ogni alimento rappresenta un discorso, una comunicazione a se stessi e
a gli altri, quel valore, quel senso nasce dal cibo ma è sempre legato alla cultura degli uomini che insieme,
nel convivio, lo consumano.
Legato al pane troviamo il forno, infatti è dal forno centro di fuoco e di calore della casa, inferno in
miniatura posto in cucina che escono i pani dorati e croccanti e le focacce. Nella cultura contadina era
credenza associare la bocca del forno alla bocca insaziabile del lupo che che inghiotte pagnotte su
pagnotte. Nella gastronomia fiabesca, tra i cibi più ricorrenti oltre al pane troviamo la carne.
Nello studio della fiaba si possono analizzare contesti e storie che hanno come protagonista proprio il cibo;
è necessario però distinguere tra la fiaba popolare e la fiaba d'arte. La fiaba popolare è quella affidata alla
trasmissione orale, spesso si sviluppa nell'anonimato e ciò rende difficile, nella maggior parte dei casi, la
localizzazione e la datazione, mentre la fiaba d'arte, originatasi in età barocca dallo sviluppo di temi
provenienti dall'oralità e giunta a piena fioritura dopo il settecento, prevede l'identificazione dell'autore e si
affida alla sua creatività per raccontare storie fantastiche. Naturalmente, per quanto riguarda la tematica
del cibo, è la fiaba popolare a fornire un numero più cospicuo di riferimenti adatti ad una storicizzazione del
cibo stesso, mentre la fiaba d'arte ne sfrutta soprattutto le applicazioni astratte e simboliche.

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Le fiabe enfatizzano, quindi, ai poli dell'evento nutrizionale, la situazione della mancanza totale di cibo e
quella della sovrabbondanza, così che, ad esempio, in molte fiabe dei fratelli Grimm ritroviamo spesso in
una carestia la causa di quell'alterazione dell'equilibrio sociale o famigliare, che rappresenta la matrice della
fiaba stessa, ma non mancano le occasioni nelle quali ci si spinge ad identificarsi nel cibo il segnale della
precarietà della condizione umana, come condizione dell'assoggettamento alle necessità naturali. Da questi
riferimenti si può datare un testo fiabesco, poiché, ad esempio, se una fiaba descrive piatti a base di patate,
sicuramente non può essere ricondotto a prima del 1600 e così via per altri cibi.
La paurosa minaccia della carestia continuerà a gravare sulla vita degli uomini almeno fino verso la metà
dell'800; infatti nell'Europa del passato l'alimentazione era caratterizzata dall'alternanza frugalità-
gozzovoglie, e queste ultime, rare, non riuscivano a esorcizzare in gran parte della popolazione l'ossessione
della carestia.
Per molto tempo il bisogno primario della nutrizione è rimasto inappagato e quindi le fiabe non hanno
potuto che trasmettere la memoria di questa insoddisfazione. L'alimentazione è in primo luogo un fatto
culturale che deriva dal rapporto terra-territorio-cultura, non esiste infatti nella storia dell'uomo
qualcosa che sia tanto profondamente segnato dal divario classista quanto l'alimentazione, la quale a sua
volta condiziona la qualità della cucina oltre che l'abbondanza e la varietà della mensa. Per i bambini
sperduti nel bosco, come Hansel e Gretel oppure Pollicino, esposti ad una serie di minacce esistenziali, il
pane è tutt'uno con la vite stessa, tant'è che non è un caso che, nella cultura contadina, come quella
riportata nelle fiabe classiche, il pane fosse associato alla luce solare. Il pane, quindi,costituiva l'elemento
primario, essenziale e fondamentale, il cibo assoluto. Ma oltre alle carni, in alcune fiabe si ritrova anche la
frutta. La mela, soprattutto la mela rossa, è metafora della donna ed è, ancora più che altri frutti, legata alla
tentazione e alla proibizione. Oltre alla frutta, venivano consumate abitualmente ed in grande quantità le
erbe, legumi e verdure in generale.
Infine, nelle fiabe NON possono mancare i dolci: il dolce è connotazione di somma felicità, tanto che la figlia
della Madonna in cielo mangia marzapane e beve latte dolce; ma non mancano i continui riferimenti a delle
vere e proprie leccornie, come le pastidelle, il biancomangiare, i franfellicchi ed i confetti, tutti citati in
diverse fiabe. Tutti i cibi di fatto diventano delle metafore per insegnare qualcosa al bambino lettore.

Streghe ed elfi in cucina.


Nella realtà rappresentata dalla tradizione fiabesca la cucina è analoga allo stomaco, luogo della
trasformazione del cibo, è il centro della passione, che dissecca e consuma, e che illumina e riscalda. In
alcune fiabe di Perrault la cucina appare come antro magico, luogo chiuso e riservato, buia e calda caverna
dai contorni indefiniti ed inquietanti, come il laboratorio di un'alchimista, dove si praticano elaborate
manipolazioni come la bollitura. La cottura è una misteriosa alchimia: in cucina viene infatti elaborato un
pensiero e la gastronomia nasce da qui. Nell'immaginario popolare la cucina è un luogo magico e misterioso
dove il cibo si trasforma, muta aspetto, odore, sapore, poiché, purtroppo, non esistono cannoni speciali
come quelli citati da Andersen ne La pulce ed il professore. Colori, odori, sapori, fumi: anche di questi
elementi era fatta la cucina del passato, che aveva un proprio spazio e una propria scena, una specie di
teatro culinario, dove ogni giorno avveniva il quotidiano rituale della religio domestica. Sapori ed odori che
ritroviamo riportati nella tradizione fiabesca. Altro elemento che si ritrova in molti racconti è il sale, che
appare come qualcosa di raro e prezioso, ingrediente senza il quale la cucina non avrebbe alcun sapore.
Nelle fiabe spesso si ritrovano anche dei riferimenti alle spezie, che condiscono cibi e bevande e sono usate
non solo per esaltare i gusti o conferirne di particolari, ma anche in funzione medicinale. Alcune piante
aromatiche, come il prezzemolo e la maggiorana, prestano addirittura il loro nome ai titoli di alcune fiabe,
confermando così la loro importanza gastronomica, come nel caso di Petrosinella di Basile. Elemento
essenziale del sapore del cibo resta comunque l'odore, che occupa un posto non secondario nella
gastronomia fiabesca. L'importanza dell'odore del cibo è testimoniata anche dal fatto che alla fine in molte
fiabe si afferma che il profumo di quei manicaretti succulenti, che alimentavano le mense dei protagonisti,
giunge inalterato dal tempo dei tempi fino a noi: basta mettersi ad annusare.
Ecco allora il cuoco un po' stregone. Il cuoco è mago perchè trasforma, ma è anche sacerdote pagano,
poiché il focolare assume un valore simbolico ed ancora un po' medico: ricetta è quella del cuoco, ricetta è

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quella del dottore. Il cuoco ha una funzione sacra ed inviolabile, perchè con i suo menù ha liberato gli
uomini della condizione selvaggia e li ha condotti alla vita civile.
La tradizione fiabesca non sembra assegnare alle donne alcuna professionalità da cuoche e anche nella
presentazione delle cosiddette principesse-sguattere, raramente si fa riferimento alla preparazione dei cibi.
Quindi anche nella fiabe, al posto della cuoca, troviamo il cuoco, figura d'autorità, ben inserita oramai nel
protocollo delle casate e delle regge. Cuoche molto particolari sono le streghe che ingrassano i bambini
prima di cuocerli nel forno per mangiarli, magari disponendo di un'attrezzatura apposita. Quello delle
streghe è ovviamente un topos della letteratura popolare, poiché richiama ancora una volta l'immaginario
comune e nello specifico alcune paure ataviche del genere umano. Bisogna inoltre sottolineare che, nelle
pratiche demoniche il patto con il diavolo viene sancito durante succulenti banchetti.
Nella fiaba di Hansel e Gretel dei fratelli Grimm, già la casetta della strega è fatta di pane e focaccia ed ha le
finestre di zucchero trasparente, immagine che nessun bambino può dimenticare tanto appare attraente e
tentatrice. Secondo Bruno Bettelheim, essa rappresenta l'avidità orale dei protagonisti, dunque
un'esistenza basata solo sulle soddisfazioni più primitive, una forma di regressione psicologica; infatti in
Hansel e Gretel è proprio lo sfrenato cedimento alla ghiottoneria a diventare distruttivo. La strega, infatti,
che vuole solo mangiarseli, li blandisce e li rassicura, attirandoli in una trappola che rischia di diventare
mortale. È il richiamo del cibo e l'abbandono alla tentazione a tradire i due fratellini; così il cibo è
protagonista di questa storia più di quanto non si possa pensare.
In questa galleria di orrori gastronomici, il lupo che mangia i bambini rappresenta, forse, l'immagine meno
sconcertante. Ma tutto ciò, rientra nel fascino che le fiabe hanno sui bambini.

I monelli e il cibo.
Cecco è uno dei tanti bambini che non stanno mai fermi e mettono sempre tutto sottosopra, per questo è
ribattezzato “Cecco Rivolta” ed è condannato ad essere un bambino guastafeste e rompiscatole. Ma c'è di
più. Cecco è a tavola, dove evidentemente si comporta molto male, ma perchè, invece di mangiare, gioca
con il cibo, lo sciupa, lo butta via. Buttare via il cibo era considerato un sacrilegio dei più gravi in una cultura
che successivamente è giunta fino a sacralizzare il cibo stesso. Quella di Cecco però, non è una storia
isolata. Cecco è un modello, ma poi troviamo anche Gian Burrasca e Mestolino. Questo esempio può essere
utilizzato nella scuola come pretesto per un percorso educativo contro lo spreco alimentare. I primi anni
del '900 e la letteratura per i ragazzi inizia ad essere incentrata su un'educazione dell'infanzia più
consona, per dare così ai bambini una letteratura che fosse più adatta per intraprendere un percorso
formativo più forte.
Lo studioso di letteratura per l'infanzia, Zanotto afferma che con le storie del '900 si cerca di parlare al
bambino con un linguaggio più vicino allo stesso, capace di essere compreso dallo stesso con maggiore
facilità. È con questo presupposto che autori come Vamba e Yambo, raccontano le storie di Giannino
Stoppani e di Mestolino, due figure ribelli della letteratura per l'infanzia italiana, in realtà utilizzati come un
congegno narrativo, finalizzato a mettere in ridicolo il mondo degli adulti di quella società. Il rifiuto del cibo
viene interpretato come capriccio, mentre in realtà Mestolino sarebbe stato tranquillamente in grado di
motivare la sua scelta, tutt'al più che i gusti alimentari sono spesso correlati a delle emozioni, a delle
sensazioni o comunque ad esperienze spiacevoli o sgradevoli, che dovrebbero essere accolte, o per lo meno
tollerate.
Il giornalino di Gian Burrasca, narra le avventure di Giannino Stoppani, ragazzino di buona famiglia
soprannominato Gian Burrasca per la sua eccessiva irrequietezza e per le sue monellerie, il quale appare del
tutto refrattario alle tradizionali norme di comportamento che caratterizzano il mondo degli adulti e il
costume della borghesia italiana dei primi anni del '900. dopo aver combinato l'ennesima monelleria,
Giannino viene spedito al collegio e si entra così in una sorta di seconda fase del Giornalino di Gian
Burrasca, nel quale il protagonista assume atteggiamenti di piccolo ere “sessantottino”. Gian Burrasca
mette in evidenza come nel collegio venga servito sempre lo stesso piatto: la minestra di riso. Giannino
inizialmente ha gradito tale pietanza a lui cara già in casa, ma alternata a buoni altri piatti che gli preparava
la madre, come l'acciugata di spaghetti. Ma al collegio la minestra di riso era il piatto quotidiano; è vero e
va detto che in Italia fino agli anni '50 del secolo scorso le minestre costituivano la base comune dei
regimi alimentari, poiché facili da preparare, oltre ad essere anche economiche. La scelta di offrire

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sempre lo stesso cibo è il segnale palese delle limitazioni imposte ai collegiali, che sono deprivati della
libertà di scegliere la propria alimentazione, ma rivelano anche quelli che erano gli squilibri alimentari che
ancora vigevano all'epoca. Il cibo diventa, così, il vessillo di una rivoluzione che è soprattutto una reazione
al sopruso e alla manchevolezza delle figure adulte.

Pinocchio alla ricerca di cibo.


Pinocchio è un capolavoro perché racchiude in sé accenti e dimensioni archetipiche, ed è perciò in grado di
destare ancora oggi sentimenti, riflessioni e connessioni nuove in un ambito letterario e sociale ben diverso
da quello in cui ebbe origine.
L’infanzia è tragedia, ci ricorda Collodi; è una tappa labirintica, nella quale tutto è sfuggente e complesso,
intricato e difficile, non lineare e sommerso. Pinocchio è la manifestazione dell’infanzia più reale e più
profonda, reale fino al punto in cui, anche il lettore sente i morsi della fame di Pinocchio.
Nelle avventure del burattino, infatti, a volte direttamente, a volte tramite immagini ed illusioni,
s’incontrano non poche usanze alimentari e veri e propri piatti. E prima ancora, ad un livello più profondo,
s’incontra la fame. Un’indagine sulla fame, l’alimentazione ed il cibo ci permette di penetrare nel realismo
fantastico di Pinocchio, di analizzare l’aspetto della quotidianità reale, di scovare nel testo il mondo delle
cose. La fame è la condizione normale, per così dire, di Pinocchio e di Geppetto, così come la situazione di
povertà, d’indigenza o al limite di miseria che rappresenta un tratto fondamentale del quadro sociale che
emerge nella narrazione, in accordo con la realtà di una società qual era la Toscana e l’Italia rurale che fa
da sfondo alla scrittura di Collodi. È una fame così forte che non solo costringe il burattino a rubare e
chiedere l’elemosina, ma gli fa desiderare qualsiasi cosa purchè si possa mettere sotto i denti. Una voglia di
cibo che però si contraddice con lo schizzinoso Pinocchio, in quanto lo stesso non solo mangerà le bucce,
ma anche i torsoli, fino a battersi tutto contento le mani sul corpo. Se molte volte Pinocchio riesce in
qualche modo a saziarsi, altre volte rimane deluso, come quando va a scoperchiare la pentola dipinta sul
muro, o come quando dopo aver pensato i vari modi di cucinarlo, rompe l’uovo e ne esce un pulcino.
Una delle domande che Pinocchio rivolge in lacrime davanti alla lapide che annuncia la morte della
bambina dai capelli turchini è proprio quella che riguarda la sua alimentazione: “…Ora che ho perduto te e il
mio babbo, chi mi darà da mangiare?...”. Il testo di Pinocchio può essere utilizzato come strumento
didattico per affrontare con i bambini il tema della fame e dell’obbedienza, e non solo. Il rapporto del
bambino con gli adulti e con l’ambiente tutto.

Harry Potter e la magia del cibo.


Facendo un balzo temporale in avanti arriviamo a considerare il cibo e le bevande alcoliche nel mondo di
Harry Potter. Nelle storie di Harry Potter tutto è perennemente trasformabile con un incantesimo o una
pozione: il suo è un mondo dinamico ed instabile, dove le cose possono mutare forma da un momento
all’altro. Ed è proprio nella sfera alimentare che si concretizza questa ricerca. Il cibo, infatti, costituisce il
principale tratto d’unione tra il mondo reale e quello magico. L’intento della scrittrice, infatti, è senza
dubbio quello di rappresentare un mondo magico, ma la sua scelta è quella di mantenere un punto di
contatto continuo con la realtà. Nel castello di Hogwarts le cucine stanno sotto il grande salone e si
raggiungono dalla sala d’ingresso attraverso una porta racchiusa proprio in un’immagine di natura morta
con della frutta. Se si fa il solletico alla pera questa si mette a ridacchiare e diventa una maniglia che fa
aprire la porta stessa. Nelle cucine lavorano più di cento elfi, che indossano, come una toga, degli
strofinacci, ricamati con lo stemma della scuola. I tavoli destinati alla preparazione del cibo sono posti
esattamente sotto i tavoli del salone dove mangiano i ragazzi e le ragazze, cosicché il cibo viene
magicamente materializzato nei piatti tramite il soffitto della cucina, perché in una scuola di magia dove
s’impara a volare, a gettare incantesimi o a fabbricare pozioni tutto diventa possibile.
Teniamo presente che da sempre i cibi sono investiti di una sacralità, di un alone magico che deriva dal
percorso storico e sociale della civiltà. Mangiare o non mangiare determinati cibi durante la gravidanza, ad
esempio, era considerato vantaggioso o pericoloso per il bambino, poiché il cibo andava a trasmettergli
determinate caratteristiche di personalità. Allo stesso modo, l’evitare gli sprechi di cibo non era solo legato
a delle necessità e a delle effettive mancanze, ma si collegava anche all’attribuzione di carattere sacro agli
oggetti che assicuravano la vita, l’esistenza. Diversamente da quanto si potrebbe pensare, il messaggio che

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ci proviene dai pasti pantagruelici serviti ad Hogwarts non va a stimolare il senso direttamente coinvolto
con l’alimentazione, ma si cerca un coinvolgimento più mentale del lettore. I colori catturano la sua
attenzione e gli trasmettono un’idea di serenità, di benessere, che va al di là del semplice nutrimento,
perché l’idea principale che si vuole veicolare è quella della gioia della convivialità, dello stare bene
insieme, cosa che è sempre mancata ad Harry prima del suo ingresso nel mondo magico. Il fatto che nella
scuola di Hogwarts di abbuffino della qualsiasi cosa indipendentemente da quale pasto della giornata si stia
consumando, può diventare uno spunto anche per gli insegnanti per promuovere in aula una lezione
sull’alimentazione partendo proprio dalla classica piramide alimentare che mette alla base verdura e frutta
che in realtà sono quasi del tutto assenti nell’alimentazione dei giovani maghi.

Il piacere del convivio.


In ogni caso, il cibo costituisce un elemento essenziale per comprendere lo stato socioculturale all’interno
del quale si inserisce la fiaba, poiché riporta una serie di pratiche, ma anche di significati attribuiti alla sfera
alimentare, fornendo strumenti interpretativi per quella specifica realtà. Quindi, attraverso l’analisi di
alcune fiabe si è cercato di mettere in evidenza come, dalla semplice citazione nelle fiabe classiche, il cibo
diventi strumento di ribellione alle imposizioni sociali, emblema della rivoluzione dalla condizione di stasi
infantile verso un percorso di crescita, che è anche un percorso di stravolgimento del sentire l’infanzia e la
condizione infantile. La ricerca di cibo e il tentativo di assecondare il bisogno della fame diventano, in
contemporanea con una progressiva apertura contenutistica e stilistica della letteratura per l’infanzia,
metafora della ricerca della propria finalità esistenziale e della propria esigenza di abbandonare i canoni in
cui il mondo adulto ha costretto l’infanzia. La rappresentazione del cibo diventa, quindi, emblematica ed
incisiva, al punto in cui il riferimento alimentare nelle storie è sempre carico di significati esistenziali,
psicologici ed antropologici, che approfondiscono e rendono più complessa la produzione fiabesca.
La società inizia a riconoscere l’essenzialità del cibo non solo dal punto di vista fisiologico, ma anche e
soprattutto dal punto di vista psicologico, come compensativo delle mancanze emotive ed affettive che
caratterizzano il tempo nel quale si vive. Quello del cibo è un universo estremamente ricco, nel quale i
valori nutrizionali s’intrecciano con le ragioni del cuore, così che mangiare è nel convivio: emozione, piacere
e socialità.

Capitolo 6. La famiglia e le figure femminili nelle storie per l’infanzia.

Le figure femminili.
Una parte consistente delle pubblicazioni ascrivibili a questa tipologia di letteratura rappresenta l’ambiente
famigliare alle prese con le più diverse problematiche: le inquietudini e le difficoltà derivanti dalle
separazioni, dai divorzi, dai nuovi matrimoni; la vita quotidiana spesso frenetica e caotica; i problemi
occupazionali dei genitori; la ribellione e i disagi psicologici dei figli, ai quali talvolta consegue, o ne è causa,
la mancanza di dialogo intergenerazionale.
In questa narrativa, che esplora i più disperati e diversi aspetti dell’attualità, si possono rintracciare e
raggruppare alcune tematiche maggiori che percorrono gran parte dei racconti e romanzi: si tratta di
argomenti quali la ricerca dell’identità, le relazioni interpersonali, il conflitto e la diversità. Per ricerca di
identità si intende quel processo di crescita e di maturazione che i personaggi delle fiabe e dei racconti per
l’infanzia e la gioventù si trovano costretti a intraprendere per raggiungere la loro autonomia. L’intera
narrativa è permeata dai rapporti interpersonali, intesi come un momento comunicativo che consente la
crescita e l’arricchimento umano e sociale: di questo si caratterizzano proprio le storie incentrate sul
legame tra madre e figlia. Questo tipo di esperienze-incontri, che talvolta possono trasformarsi in scontri,
sono di fatto importanti per la crescita e lo sviluppo psicologico.
Il tema del conflitto, ancora più degli altri, si presta a essere posto in relazione con quello del legame
madre-figlia: può essere inteso come uno stato di tensione e di squilibrio emotivo derivato dalla presenza di
tendenze e inclinazioni contrastanti, bisogni, desideri, mete, scelte, progetti, valutazioni dell’operato e della
realtà che provocano ambivalenza. Attraverso le narrazioni che propongono tali tematiche, il bambino
prima e il ragazzo dopo scoprono che è naturale provare sentimenti contrapposti verso la propria madre o
altre figure di riferimento, così da poter provare allo stesso tempo: amore, affetto, simpatia, tenerezza,

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oppure invidia, gelosia, rabbia, e in alcuni casi persino odio. Tali storie fanno parte di una letteratura per
l’infanzia capace di recuperare il significato costruttivo del conflitto, inteso come esperienza umana
difficile ma necessaria per portare avanti il processo di maturazione individuale, soprattutto se lo si pone
in relazione a una prospettiva nella quale predominano valori ed ideali che giustificano la sofferenza per
raggiungere una nuova dimensione relazionale.
La nuova produzione per l’infanzia e l’adolescenza propone ai giovani lettori un universo femminile
variegato, in cui le protagoniste si rivelano in tutta la loro originalità esistenziale. In genere, queste piccole
donne contrastano l’autorità adulta, delle madri in particolare, che impone l’egemonia e il rigido controllo
sull’infanzia e sull’adolescenza, talvolta assecondando il loro senso di ribellione, ma in qualche caso
lottando con ogni mezzo contro lo strapotere e ogni forma di ingiustizia dei grandi. Un tratto che accomuna
la maggior parte di questi personaggi femminili è il coraggio e la determinazione con la quale sanno
affrontare i problemi e le difficoltà quotidiane, rivelandosi capaci di dominare le paure, di prendere
decisioni importanti, di ragionare con intelligenza e intuito, di instaurare rapporti interpersonali profondi,
significativi e sinceri. Alcune piccole eroine rivelano tratti fisici tranquilli, pacati, quasi timidi, che
mascherano in realtà una forza interiore, un’astuzia e una capacità alla premeditazione non indifferenti
nell’affrontare il mondo esterno e gli adulti che le circondano: sono ragazzine dl comportamento
trasgressivo, che a differenze delle loro coetanee osano intervenire nei discorsi degli adulti, spesso con
spontaneità, naturalezza, sagacia e spirito critico. le adolescenti rappresentate nei romanzi contemporanei
sono personaggi che affascinano non solo per la forza e la determinazione con la quale talvolta decidono di
gestire la loro vita, ma anche per altre doti che le rendono ciascuna autentica e unica, come per esempio la:
sensibilità, dolcezza, scaltrezza, furbizia, maturità di pensiero e capacità di amare. Alcune ragazzine delle
molteplici storie si rivelano più adulte rispetto alla loro età anagrafica, che avvincono per la loro personalità
ricca e complessa, dove trovano spazio le più diverse e contrastanti emozioni e sentimenti.
La penna attenta delle autrici non manca di delineare con attenzione il mondo degli adulti; anch’essi,
infatti, vengono tratteggiati come persone verosimili e autentiche, con i loro lati positivi e negativi,
insicurezze e fragilità, problemi quotidiani e disagi esistenziali.
Nella narrativa contemporanea si può scorgere un variegato mondo adulto in difficoltà (esempio: vicende di
madri sole, genitori separati o divorziati in conflitto fra loro, famiglie regolari che si trovano ad affrontare
gravi problemi economici, madri che non ascoltano i figli perchè impegnate nella “carriera” professionale,
genitori assorbiti dalla routine quotidiana e dalla dipendenza dei media). Tra le pagine di questi libri si
colgono i drammi di queste giovani: drammi nei quali il loro rapporto con la madre viene messo in
discussione. Prima di passare ad analizzare alcuni libri si può asserire che in quasi tutte le storie le
protagoniste, per quanto apparentemente ribelli e contestatrici, desiderano che la famiglia, e in
particolare la madre, rimanga sempre come una presenza solida e costante della loro vita.

Le relazioni nei racconti per l’infanzia.


Nel romanzo La principessa Laurentina di Bianca Pitzorno si delinea chiaramente una tipologia di relazione
madre-figlia piuttosto conflittuale. La protagonista, Barbara, si trova ad essere improvvisamente
trapiantata a Milano dal suo paesino in cui è nata e cresciuta, nei confronti del quale non cesserà mai di
provare la nostalgia dei primi tempi; la nuova città, invece, appare grigia e infelice ai suoi occhi, piena di
insidie e lontana dalle sue amiche d’infanzia: Valentina e Vittoria, le sue amiche del cuore. Barbara sogna di
porre fine a questo “esilio” e di trasferirsi nella casa del padre, seppure piccola; in tal modo continuerebbe
a vivere nel suo paese, vicina ai suoi amici e non sarebbe costretta a convivere con il nuovo compagno della
madre, “patrigno”, che considera quasi un estraneo. La storia va avanti fino alla nascita della sorellina,
appunto, Laurentina e sarà proprio questa presenza a far sì che si ristabiliscano degli equilibri all’interno
della famiglia.
Un’altra storia che può essere presa in considerazione è Sè è una bambina di Beatrice Masini. Anche questa
è una storia di relazioni difficili, di abbandono, un abbandono involontario, dovuto alla guerra e nella quale
le madri non possono portare il peso della colpa, non vengono accusate di aver lasciato la figlia al proprio
destino; ma entrambe rappresentano le storie di coraggio e di forza, dove la figlia manifesta sia la volontà
di non dimenticare e mantenere sempre vivo il ricordo sia la voglia di superare il dramma cercando
comunque una via d’uscita, per non spezzare quel legame insostituibile con la propria madre. La madre e la

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figlia nel racconto appaiono unite da un legame invisibile e indissolubile, talmente forte che neanche la
morte della madre riesce a spezzarlo. La madre, infatti, è sicura che la figlia l’abbia vista e riconosciuta
anche sotto le sue spoglie di angelo, la sera di Natale, quando i bambini del paese sono andati a cantare alla
Santa Messa.
La studiosa Donatella Lombello, in un suo saggio, passa in rassegna diversi tipi di maternità e per ogni
categoria elenca anche varie tipologie di madre. A proposito del libro Se è una bambina di Maini, la
Lombello osserva come in questa storia ci si trovi di fronte alla maternità come libera scelta e come il
personaggio della madre possa essere definito “mater alma”, ossia una madre ancora donatrice di vita, un
ovvio riferimento al fatto che si tratta di una figura defunta, nei confronti della figlia.
Nel racconto Aldabra. La tartaruga che amava Shakespeare di Silvana Gandolfi, la giovane protagonista è
Elisa, una bambina di 10 anni che vive a Venezia solo con la madre, il papà è morto, una donna occupata
tutto il giorno a lavoro: Elisa, perciò, trascorre i pomeriggi con Eia, la nonna materna. Non ha fratelli o
sorelle, è autonoma, ma piuttosto solitaria e non sembra avvezza a condividere pensieri e sentimenti, fatta
eccezione per il particolare legame affettivo che la unisce alla nonna, con la quale ha instaurato un
rapporto decisamente più profondo rispetto a quello che ha con la madre. Un pomeriggio mentre percorre,
come un solitario Cappuccetto Rosso, il tragitto quotidiano che la conduce a casa della nonna, si ferma un
istante a riflettere e si genera in lei la consapevolezza che la madre non l’ha mai accompagnata a farle
visita: è in quest’occasione che la giovane assembla il ritratto della nonna e lo confronta con quello della
madre; sin da questo momento si percepisce come, agli occhi della piccola, ad apparire più strano,
inspiegabile e illogico è il comportamento della madre e, perciò, come nella tormentata vicenda che ruota
attorno al rapporto di queste tre generazioni, Elisa propenda per difendere e giustificare la nonna. Per la
bambina in confronti sorgono spontanei e, dunque, ripensa al felice “quadretto” famigliare di cui fa parte la
sua amichetta, con l’immagine della nonna molto anziana, della madre e della ragazzina che vanno a
passeggio o a fare spese tutte insieme allegramente, mentre lei, un po’ invidiosa ma soprattutto
rammaricata, non può bearsi di trascorrere momenti altrettanto sereni.
Nel racconto Ragazze per sempre, di Giusi Quarenghi ci si imbatte di nuovo nel confronto fra tre differenti
generazioni, e quindi in tre diversi modi di vivere e pensare; la vicenda, inoltre presenta una situazione che
si ritrovava già in Aldabra, ovvero un legame speciale tra nonna e nipote, una sintonia che le lega come un
filo invisibile in una comprensione reciproca e che, invece, è del tutto assente tra madre e figlia: rispetto
alla vicenda analizzata in precedenza, però, qui il conflitto tra le due risulta ancora più aspro e la
comunicazione assai difficile.
Nelle storie analizzate si affronta più di una volta il tema del distacco, della sofferenza, dei difficili rapporti
generazionali, si genera così l’occasione per condurre una riflessione su questi temi, oltrepassando il testo
originale, mettendo in atto percorsi mediativi ed interpretativi che si rivelano come un importante
strumento educativo e formativo.

La rappresentazione della famiglia.


Dall’inizio del nuovo millennio la letteratura per l’infanzia ha fornito una rappresentazione della famiglia
meno idealizzata e perfetta rispetto a ciò che si proponeva ai bambini fino alla fine del secolo scorso, dal
momento che è stata esaminata e delineata anche nelle sue imperfezioni. La letteratura per ragazzi passa,
qundi, dal fantastico e viene immersa in una nuova dimensione di tipo educativo-istruttiva. Questa
letteratura non intende comunque distruggere l’immagine della famiglia, nè tantomeno cerare sfiducia
verso i genitori e il mondo degli adulti in genere.
La struttura della famiglia nelle fiabe popolari non presenta tanti riferimenti circa la composizione quanto
allo status sociale ed alla condizione economica. Il fatto di non considerare importante la composizione è
dato dal fatto che la struttura della famiglia è andata cambiando nel tempo e le fiabe popolari invece hanno
attraversato tutte le generazioni, come dicevamo, raccontando la realtà e cercando di superarla utilizzando
il senso di giustizia divina popolare.
Le problematiche di cui si narra sono lontane da quelle delle famiglie moderne, ma non per questo meno
rappresentative di una cultura popolare che non ha quasi più nulla di “tradizionale”. Nelle fiabe popolari
spesso si ritrova il tema della procreazione che veniva posta come necessità e vista come una vergogna se

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non si riusciva ad avere figli, tanto che spesso si ricorreva a stregonerie, ad allontanamenti, a preghiere e
pegni pur di poter mettere al mondo un erede.
In egual modo era vista la condizione economica familiare, e per poter aver un pasto o delle monete i
genitori erano disposti a regalare figli, abbandonarli, ucciderli, cavarne le interiora richieste per il pegno
oppure venderli proprio come merce. Lo stesso facevano per l’amore “accecante” verso un’altra persona
dopo la morte del rispettivo consorte (per esempio: Hansel e Gretel o Pollicino).
I finali delle storie e delle novelle popolari hanno sempre il senso di giustizia. Sapere che c’è, alla fine, una
giustizia Divina che aspetta al varco chi hasbagliato, è sempre di gran sollievo, soprattutto in un mondo
come quello popolare umile che utilizzava la fantasia dei racconti per avere una rivincita che nella realtà
non avrebbe mai ottenuto. Ed in questo non c’è tradizione che tenga.
Ma una situazione diversa dalla rappresentazione della famiglia ci viene data da Peppa Pig, come scrive
Nobile: le storie di Peppa Pig sono spesso ambientate nella vita quotidiana, in un mondo tecnologico e
urbanizzato, quasi in veste di fiabe moderne, prive di intima tensione narrativa. L’azione si svolge in
contesti rassicuranti, cromaticamente luminosi, all’interno di nuclei familiari saldamente strutturati, e
mette in scena una ristretta cerchia di personaggi, per lo più animali antropomorfizzati. I protagonisti sono
cuccioli che vivono le medesime esperienze di vita dei piccoli spettatori, condividendone affetti, sentimenti
ed emozioni.
In Peppa la narrazione si snoda senza particolari colpi di scena e situazioni impreviste, su binari ovvi e
scontati, priva di eventi traumatici, in un mondo perfetto e senza contrasti, nel quale il piccolo
telespettatore può ritrovare la propria cerchia di affetti familiari e sociali e rivivere sentimenti ed emozioni
elementari: gioia, dolore, rabbia o sorpresa, in una cornice narrativa rassicurante.
I bambini si riconoscono così nella simpatica maialina, vivace e spontanea, affettuosa e chiacchierona, a
volte petulante, ma sempre rassicurante.

L’educazione di genere – Gender.


Analizzando le figure femminili, la famiglia e i ruoli sociali non si può non affrontare, sia pure brevemente, il
tema dell’educazione di genere anche in relazione alle nuove pubblicazioni rivolte proprio ai bambini.
Il termine Gender è stato associato ai Gender Studies, ossia agli studi di genere; si tratta di fatto di un
campo di indagine che affronta in maniera interdisciplinare temi quali il ruolo della sessualità, il rapporto
tra uomini e donne e le identità maschili e femminili.
Gli studi di genere si interrogano sul modo in cui la società ha interpretato e alimentato le differenze tra il
maschile e il femminile, leggitimando da una parte la disparità tra uomini e donne, negando dall’altra il
diritto alla “cittadinanza” ai soggetti non eterosessuali. Tuttavia quest’ultimo aspetto ha dato luogo a
differenti prese di posizione ideologiche che vedono da un lato la chiesa e il mondo cattolico, dall’altro il
femminismo e gli ambienti di Lgbt, sigla utilizzata a partire dagli anni novanta del secolo scorso per riferirsi
a persone lesbiche, gay, bisessuali e trans gender. Gli studi di genere partono dal presupposto che le
identità sono una costruzione complessa, una realtà dinamica, definita dal rapporto tra una serie di
categorie quali: il sesso, il genere, l’orientamento sessuale e il ruolo di genere.
Fin da piccoli, bambini e bambine, ragazzi e ragazze vengono incoraggiate a comportarsi in modo diverso:
imparano a camminare, parlare e atteggiarsi nel modo prescritto per il proprio genere secondo le
aspettative del gruppo sociale e della cultura di appartenenza. Quando nasciamo, viene messo sulla culla un
fiocco azzurro se si è maschi e un fiocco rosa se si è femmine. Questi fiocchi indicano non solo il nostro
sesso, ma tutte le aspettative che la cultura ha sui nostri comportamenti in quanto maschi o femmine.
Noi pensiamo che vi siano due sessi biologici: mascho – femmina e due generi: uomo – donna, ma gli studi
e le letture ci insegnano che sin dall’antichità si ritenevano possibili due generi ma tre sessi biologici: uomo
– donna – ermafrodite. Un grande cambiamento rivoluzionario a riguardo ci fu nel 1700 quando si fece a
poco a poco strada un nuovo sistema di classificazione con due sessi biologici e tre generi: maschile –
femminile e mollies, cioè uomini effeminati oppure: maschile – femminile e Sappihsts, cioè donna
mascolinizzate.
Bisogna affermare che oramai nel lontano 1973 fu proprio la ricercatrice Gianini Bellotti con il suo libro
Dalla parte delle bambine, la prima ad aprire una nuova strada sul mondo dell’educazione dimostrando
come le differenze non potessero essere spiegate ricorrendo unicamente alla biologia, ma andassero

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ricercate nell’educazione e nella cultura scolastica che bambini e bambine assorbivano nel corso del loro
sviluppo. Certo la Bellotti si occupava dei due sessi e dei diritti delle bambine; oggi si è andati ancora avanti
cercando di riconoscere anche i diritti dei soggetti omosessuali.
Proprio su questa evoluzione storica e culturale oggi possiamo inserire il discorso dell’educazione Gender
attraverso la lettura di testi oer l’infanzia come: Perchè hai due mamme? ; Perchè hai due papà? ; Piccolo
uovo maschio o femmina? Tutti testi editi da Lo stampatello. O ancora testi sugli stereotipi maschili e
femminili come I maschi non mi piacciono perchè... oppure Le femmine non mi piacciono perchè... ambedue
editi da Fatatrac.
Chiaro che si tratta di libri che vanno letti al bambino con la mediazione dell’adulto ma che di fatto
rappresentano una nuova realtà.
Alla luce di un crescente bullismo omofobico questi testi possono diventare anche dei preziosi strumenti
didattici da utilizzare nelle nsotre scuole per fronteggiare pregiudizi ed altro.

Capitolo 7. Storie di bulli e bulle.

Il bullismo.
Verso la metà dell’800 alcuni autori sentono la necessità di abbandonare gli intenti moraleggianti e
strettamente istruttivi-educativi che fino a quel momento avevano caratterizzato la letteratura rivolta
all’infanzia e creano nuovi personaggi che escono dai modelli e dagli schemi tradizionali. Nascono così Gian
Burrasca, ragazzino monello e irriverente che commette una lunga serie di burle e dispetti; Pinocchio che
non riesce ad essere ubbidiente e non rispetta le regole degli adulti. Pippi Calzelunghe, la protagonista più
rivoluzionaria e libera, che ha travolto vecchi modelli di educazione e stereotipi, causando un profondo
capovolgimento nei costumi, o come l’opera americana con protagonsiti Huck Finn in cui l’autore riesce a
combinare umorismo e critica sociale. Tutti piccoli ribelli che per la loro carica anticonformista hanno
suscitato parecchie perplessità negli adulti ma che invece hanno da subito entusiasmato i giovani lettori.
Oggi diremmo che di fatto questi personaggi con i loro comportamenti hanno percorso il tempo del
bullismo.
Oggigiorno il bullismo è diventato un vero e prorpio problema sociale, il cui termie deriva dall’inglese
“bullyng” e può essere tradotto come “qualcuno che prevalica e qualcun altro che viene prevaricato”; si
tratta, in effetti, di un atteggiamento di prepotenza.
Il problema del bullismo, che inizialmente era presente solo nelle scuole medie, ora appare in tutta la sua
“drammaticità in ogni ordine di scuola, ma anche nelle strade ed ancora su internet attraverso quello che
viene definito cyberbullismo, con epiloghi anche drammatici che portano ragazzi e ragazze a preferire “la
morta” pur di non essere più le “vittime” predestinate. Bisogna innanzitutto porre attenzione al
comportamento manifesto, di tipo aggressivo, del bullo, che nei suoi effetti pratici impegna genitori,
insegnanti, psicologici ed educatori e finanche, nei casi più gravi, la magistratura minorile, poichè sono
sempre più frequenti casu di bullismo che sfociano in veri e propri reati.
Il sospetto che si insinua sempre di più è che le prepotenze sinao oramai così diffuse da essere parte
integrante della stessa vita sociale. A partire da questa impressione generale non è dunque un problema di
poco conto domandarsi in quale misura il mondo infantile sia segnato da queste forme di condotta. In
effetti giornali e televisioni, con allarmante frequenza, vanno riportando episodi di sopraffazione, di
violenza e di ricatti tra ragazzi e ragazze.
Il bullismo è un tipo d’azione che mira deliberatamente a far del male o danneggiare, spesso è persistente
ed è difficile difendersi per coloro che ne sono le vittime. I fattori che caratterizzano il bullismo sono: 1)
l’intenzionalità; 2) la persistenza; 3) il disequilibrio (che si esprime tramite la prepotenza). Il più forte
mette in atto condotte ostili verso il più debole con mezzi fisici, verbali o anche attraverso l’isolamento e il
rifiuto sociale; tale comportamento, ripetuto nel corso del tempo (persistenza) e cronicizzandosi, crea dei
ruoli ben definit; quello di colui che le prepotenze le subisce (la vittima) e quello che le perpeta (il bullo).
Affinché una relazione di prepotenza si cristallizzi è quasi sempre necessaria la presenza di un altro
soggetto che colluda con il bullo o che, quanto meno, lasci la vittima indifesa (esempio: gruppo dei
compagni o adulti che “non vedono”). Tutto questo ci fa capire meglio perchè il bullismo possa radicarsi
così facilmente in contesti sociali come quello scolastico.

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Che ciò avvenga dipende molto dagli operatori scolastici, partendo proprio dagli insegnamenti, ma anche
dall’organizzazione; infatti, la creazione di una scuola competitiva in molti casi deriva da scelte didattiche e
politiche. Come afferma Olweus: i ragazzi che opprimono e quelli che subiscono solo il frutto di una
società che tollera la sopraffazione, in parte per cecità e in parte per tornaconti personali. A ciò si può
aggiungere che ignoranza e indifferenza sono le “matrigne” di questi ragazzi disadattati, persecutori e
vittime, facce della stessa medaglia.
Bullismo e vittimizzazione non sono fenomeni ancorati a specifiche caratterostiche individuali, ma riflettono
anche un sistema di relazioni che fornisce il palcoscenico sul quale esercitare e amplificare determinate
propensioni personali. Genitori, insegnanti ed educatori sono, quindi, chiamati a condividere la
responsabilità di quanto deriva da prepotenze che troppo spesso vengono tollerate o del tutto ignorate.

• Pinocchio il birichino.  Pinocchio di Collodi può essere definito un romanzo di formazione, poiché
descrive il processo di maturazione del suo protagonista. La maturità in questo caso consiste nel
senso del dovere e nel rispetto delle regole. Il percorso di crescita è segnato da diverse cadute,
provocate dalla volontà debole del burattino che preferisce seguire ciò che più lo diverte e lo
alletta, e i cattivi consiglieri come Lucignolo, piuttosto che i saggi insegnamenti della Fata e del
Grillo Parlante. Pinocchio p di fatto un personaggio ingenuo e allo stesso tempo vivace, un monello
che può in parte essere rapportato ad un determinato modello di bambino dei nostri giorni che
cerca nella “strada” la sua identità. Pinocchio, a differenza di altri personaggi della letteratura per
l’infanzia come Oliver Twist, Remy e Dorothy, è l’unico che decide di scappare di casa, non perchè
maltrattato, sfruttato o altro ma per una semplice sete di avventura e curiosità. Pinocchio è l’unico
che sceglie di andare via nonostante la presenza di un “padre” amorevole, il burattino volta
esplicitamente le spalle a un mondo fatto di costrizioni e regole, vuole l’avventura, vuole scoprire
ed implicitamente scoprirsi. Pinocchio è alla ricerca di proprie regole, di una vita lontano dalle
figure parentali che spesso per il troppo amore tendono a soffocarla. Il burattino ambisce a
costruirsi da solo, non mancano però nella sua via incontri e la compagnia di personaggi che
cercano di mostrargli una strada da seguire “giusta” ma anche “sbagliata”. I giovani che oggi
vediamo nelle strade: ubriachi, drogati, o che mettono in atto comportamenti bullici, sono
perennemente alla ricerca di quello che le società contemporanee soffocano: il rapporto naturale e
il contatto con l’altro. Così come la Fata Turchina che tende una mano al burattino o come Mattia
che si pone al fianco di Remì, ci si ritrova a darsi un valore e a credere che in fondo in un mondo
difficile da comprendere c’è ancora una luce, uno spiraglio.
• Gian burrasca il birbante.  Si può cercare in ogni modo di tenerlo a bad, di rinchiuderlo in camera
per punizione, di fargli saltare la cena, ma non c’è niente da fare: Gian Burrasca è sempre pronto a
scappare dalla finestra a mangiare dolci di nascosto, ad architettare gli scherzi più diabolici, e a
raccontare le sue prodezze al suo Giornalino, che di fatto è il suo diario segreto. Non che sia
cattivo; Giannino non vuole fare del male a nessuno ma ha un nemico da combattere: la noia. E a
scuola non è certo meglio. Il povero Gian Burrasca non ha oceani da attraversare, non ha giugnle da
esplorare, non ha pirati da combattere e deve in qualche modo arrangiarsi. Il tema più importante
di questo libro è che ragazzi e adulti sembrano non capirsi mai. È come se vedessero il mondo con
lenti divese e ognuno si regola a modo suo. In effetti, nel Giornalino di Gian Burrasca si possono
ritrovare temi che di fatto possono riguardare anche i ragazzi di oggi. In primo luogo il discorso di
commettere guai nel nome della noia (esempio: i ragazzi che tirano i sassi nel cavalcavia). Ma in
effetti, il vero problema è il poco tempo che molti adulti dedicano ai ragazzi, al confronto, al dialogo
ed altro.
• Pippi Calzelunghe la ribelle.  Pippi Calzelunghe di Astrid Lindgren fu duramente attaccata da
pedagogisti e genitori preoccupati, in quanto fra le pagine del romanzo si respirava un’aria di
eversione, la parola Pippi rendeva possibile la ribellione alla rigida morale della borghesia svedese.
Inoltre, ciò che sicuramente lascia più sbigottiti gli adulti, ma non certamente i giovani lettori, è che
si tratta, oltretutto, di una bambina. Forse è la prima bambina che appare in un libro per bambini e
che mette in atto comportamenti non consoni a una giovane figura femminile. Da quando è stato
creato il personaggio di Pippi Calzelunghe, qualisiasi bambina che l’abbia incontrata nelle pagine di

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un libro o sullo schermo di un televisore, ha sognato di essere come lei. È un personaggio
anticonformista che ispirò buona parte delle ragazze che vissero quegli anni mitici caratterizzati dai
movimenti studenteschi degli anni ’60. Pippi Calzelunghe apre uno sguardo positivo verso la realtà,
riesce a chiedersi e scoprire cose che gli adulti danno per scontato. Vive da sola e già questo attira
molto i bambini che la leggono. Nessun bambino vive da solo e può fare quello che vuole. O
addirittura vivere con un cavallo. Con Pippi Calzelunghe i giovani lettori possono vivere avventure
fuori dal comune che vanno oltre quello che viene da tutti considerata la normalità. In definitiva,
una ribellione verso la consuetudine e i classici modi di fare. La storia di Pippi Calzelunghe diventerà
famosa in tutto il mondo grazie ai telefilm, trasferendo nell’immaginario collettivo le avventure
della bambina con i capelli rossi e le lentiggini, personaggio che anticipa di fatto lo sviluppo del
movimento femminista del 1968.
• Merilda Ribelle – The brave.  Il cartone è ambientato in Scozia nel V secolo e racconta l’eroico
viaggio di Merilda, abilissima arciera e figlia irriverente del Re Fregus e della Regina Elinor.
Determinata a trovare la sua strada, Merida si oppone a una tradizione sacra ai Lord della sua terra:
quella di scegliere di sposare uno dei figli dell’enorme Lord Mac Guffin, del burbero Lord Mac
Intoch e dell’irascibile Lord Dingwall. Le azioni di Merida scatenano involontariamente il caoos e la
furia del Regno. Merida oltre ad essere d’indole ribelle ha un cuore d’oro e nonostante le
divergenze che ha con sua madre le vuole molto bene. Merida non incarna a pieno quella che nella
maggior parte delle fiabe viene propriamente chiamata una principessa. È fuori dagli schemi
tradizionali, non rappresenta la figura della principessa ambita da tutte le bambine, al contrario lei
vuole diventare una grande combattente e andare contro la volontà della madre. In definitiva
Merida, personaggio attuale nel quale si identificano diverse bambine, è la ragazza che va contro le
regole della famiglia, rappresenta, quindi, la ribellione nei confronti dello stereotipi della figura di
principessa, ma anche dello stereotipo della femminilità amando le armi e il combattimento.
• Tom Sawyer il bullo.  Mark twain, al massimo della sua notorietà, fu con tutta probabilità la
maggior celebrità americana del suo tempo, nell’ambito dei racconti per l’infanzia, e nel 1876
scrisse Le avventure di Tom Sawyer. Il libro narra delle indimenticabili avventure di un ragazzo, Tom
sawyer, adotatto dalla zia Polly dopo la morte dei suoi genitori. Tom è un ragazzo
fondamentalmente irrequieto che non dà mai retta alla zia, è vivace e malizioso ed insieme ai suoi
amici Huck Finn e Joe Harper, non esita ad ingannare e circuire le persone a lui vicine per
raggiungere i propri scopi. In Tom e nel suo amico Huck si riscontra il senso di ribellione ed
anticonformismo, appare la figura del bad boy, del ragazzo cattivo che sfida le convenzioni e, pur di
affermare il proprio stile di vita, attira su di sè la disapprovazione degli adulti. Il personaggio di Tom,
soprattutto nella descrizione iniziale, impersona a pieno quello che è di fatto un bullo, con
comportamenti di sopraffazione fisica e psicologica nei confronti degli altri.

Il bullismo è un vero e proprio problema presente in diversi contesti. Ed allora anche la letteratura per
l’infanzia vuole contribuire per arginare tale fenomeno, così che molte case editrici specializzate per libri
per bambini hanno prodotto testi che affrontano il bullismo sensibilizzando i bambini ed i ragazzi al
rispetto dell’altro.

Conclusioni.
Il titolo “Perchè narrare le fiabe” ci ha immersi in un mondo fatto di storie e riflessioni dove abbiamo
incontrato tanti personaggi che con le loro avventure ci hanno permesso di mettere in atto un percorso
formativo. In questo testo si è visto come dal pretesto di una fiaba si può intraprendere un percorso di
vita che aiuti il bambino ad affrontare e superare paure e pregiudizi.
Il presente libro va pertanto inteso come possibile strumento didattico.

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