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Veronica Ferreri matricola n.

823387
Corso di laurea magistrale AMO curriculum Arabo - Università Cà Foscari di Venezia
Esame di Antropologia Culturale Sp. – prof.ssa Tamisari a.a. 2009/2010

Il legame tra nazionalismo e parentela.

L’antropologia ha mostrato come i legami di parentela e l’appartenenza nazionale interagiscono nel


forgiare l’identità di un individuo. Il concetto di famiglia e parentela è cambiato molto nel tempo,
come afferma Herzfeld, secondo cui si procede sempre di più verso uno spostamento, a livello
globale, del concetto di parentela nella sua accezione occidentale (2007). Anche il nazionalismo ha
subito diverse trasformazioni, basti pensare al fenomeno della diaspora, come quella palestinese e
somala, e alle strategie che queste comunità mettono in atto per mantenere la propria appartenenza
nazionale in un contesto transnazionale. Nel suo Comunità immaginate, Anderson definisce la
nazione una comunità politica immaginata (1991:24), sebbene la nazione - come la famiglia, in cui
si nasce, non possono essere scelti dall’individuo, pertanto, diventano qualcosa a cui si è legati in
modo naturale (Anderson 1991:152, Wade 2007:8). Questa idea di fatto naturale è centrale non solo
per il concetto di nazione e parentela, ma anche per quello di etnicità, genere e sesso, per i quali
rappresenta sia il riferimento a un determinato contesto sia la base su cui inserire le proprie
categorizzazioni (2007:8) Il legame tra nazionalismo e parentela, però, non si riduce solamente a
questo. Parentela e nazionalismo, infatti, si influenzano a vicenda e a più livelli; la nazione si
richiama alla metafora della famiglia per poter diffondere l’unità e la solidarietà nazionale, principi
che ritroviamo, prima di tutto, nei rapporti sociali basati sulla parentela. Allo stesso modo, il
nazionalismo può condizionare pratiche sociali che riguardano la parentela stessa, come è accaduto
in Palestina durante la prima Intifada (Jean-Klein 2001:83-126). Un altro fenomeno su cui
interagiscono le due sfere è rappresentato dalle adozioni internazionali di bambini, provenienti dai
paesi sottosviluppati, da parte di coppie europee o statunitense. Nell’ètà adulta, in molti casi, sorge
la necessità di scoprire le proprie origini, desiderio che spingerà questi bambini a intraprendere un
viaggio nel quale tentano di conoscere le proprie radici e ridefinire se stessi. Infine, non possiamo
tralasciare in questo breve excursus sul legame tra nazionalismo e parentela, il ruolo giocato dalle
nuove tecniche di riproduzione assistita in relazione sia al legame di parentela che all’appartenenza
a una nazione, questo tema è stato molto dibattuto in Israele dove essere ebreo significa aver diritto
alla cittadinanza israeliana (Kahn 2000). Considerando che l’ebraicità, si trasmette per via
matrilineare, il mondo rabbinico ha dovuto affrontare un tema alquanto delicato e cruciale quale la

1
liceità o meno di tecniche tra cui l’innesto di ovuli o l’affitto dell’utero da parte di donne non ebree,
che avrebbe potuto compromettere l’ebraicità del nascituro. Con una dose di pragmatismo da parte
del mondo religioso - e politico, si è stabilito che la “fonte” dell’ebraicità risiede nel parto materno e
non dagli ovuli (Feldman 2008:2)1, dimostrando, pertanto, come queste due sfere vengano ridefinite
per adeguarsi alle esigenze sociali, culturali e politiche.

L’idea di parentela alla base del nazionalismo.

Lingua, storia e religione, se condivisi, rappresentano i fattori su cui si delinea il nazionalismo, nel
quale, si possono inserire anche elementi come la discendenza e il territorio comune (Llobera
2004:46). Nonostante ciò, le ideologie nazionaliste si fondano sull’idea che la nazione sia un gruppo
basato sulla parentela, ma in senso più ampio (2004:26), e questo è confermato da Anderson, il
quale sostiene che il nazionalismo sia un concetto che si avvicina molto di più alla sfera della
parentela e della religione piuttosto che a ideologie politiche (1991:24), tesi condivisa anche da
Schneider, che evidenzia l’esistenza di parallelismi nella struttura del nazionalismo e in quella della
parentela oltre a trasmettere, entrambi, una solidarietà diffusa e duratura a livello simbolico (Wade,
2007:7, Carsten 2004:155). Non solo, analizzando il contesto statunitense, Schneider giunge alla
conclusione che esiste un parallelismo tra queste due sfere concettuali, in quanto un legame di
parentela può essere sancito da un legame naturale – il cosiddetto legame di sangue, che si crea per
nascita, ma anche per legge, attraverso il matrimonio o l’adozione e distinguendo, simbolicamente,
la base del rapporto di parentela (Wade 2007:7, Carsten 2004:155). Questa categorizzazione, però,
la troviamo, anche, alla base della cittadinanza, a cui si può aver diritto per nascita o per legge,
attraverso un processo definito di naturalizzazione (Wade 2007:7, Carsten 2004:155).

Oltre ai parallelismi, vorrei fare alcune considerazione sulla scelta di alcuni stati di inserire un test
per coloro che vogliono ottenere la cittadinanza atto a verificare la conoscenza delle tradizioni e
della cultura nazionale, sebbene, molte volte, si tratti di tradizioni dimenticate dagli stessi cittadini 2.
In questo caso, il valore simbolico rivestito dalle tradizioni e dalla cultura nazionale diviene di
focale importanza, poiché rappresenta, a mio avviso, la necessità da parte di uno stato-nazione di
concedere la cittadinanza a coloro che hanno una conoscenza, seppur relativa, del passato e
1
Quando parlo di pragmatismo, mi riferisco al fatto che la decisione politica nonché religiosa
sia stata, in parte, influenzata dalla crescita demografica palestinese che è molto più alta
rispetto a quella israeliana.
2
Ad esempio, la Svizzera richiede questo tipo di esami agli “aspiranti” cittadini. A questo
proposito, ricordo che a Damasco avevo conosciuto una ragazza, la cui madre era svizzera e il
padre francese, che stava tentando di ottenere anche la cittadinanza svizzera. Per lei, questa
verifica rappresentava un ostacolo quasi insormontabile rispetto alle altre pratiche richieste.
2
dell’”essenza” del paese (espressa dalle tradizioni e dalla cultura), quasi a legittimare il loro
acquisto della cittadinanza. Sembra che si voglia colmare, con questa pratica, l’assenza di una
“discendenza” nazionale attraverso la quale viene trasmessa a un individuo una memoria collettiva
e nazionale filtrata dalla famiglia e delle esperienze personali vissute da parte dei parenti stessi 3. Nel
caso dei test, le radici culturali, indispensabili per divenire un cittadino, vengono fornite da un
supporto impersonale come i libri, per esempio, su cui si deve studiare ciò che la nazione ritiene sia
il proprio patrimonio culturale e che, probabilmente, risulta monolitico rispetto alla realtà.

A questo proposito, un altro esempio degno d’attenzione è la politica linguistica che la Germania ha
posto alla base dei ricongiungimenti familiari. Per poter ottenere il ricongiungimento di un familiare
non minorenne, lo stato Tedesco ha stabilito che quest’ultimo dovrà sostenere un test atto a
verificare le conoscenza della lingua tedesca, nel caso in cui non riesca a superare il test, non potrà
raggiungere il familiare residente nel paese d’emigrazione. Questo provvedimento richiede a priori
una conoscenza linguistica già avanzata e molto difficile da raggiungere sia perché il richiedente
vive in un contesto in cui il tedesco non è la lingua nativa e sia perché , nel caso di persone adulte,
risulta molto difficile imparare ex novo una lingua straniera. Quale è il fine di questo provvedimento
che rende quasi impossibile per molti ricongiungersi a un familiare stretto? E’ possibile che questo
tipo di politica immigratoria abbia come scopo quello di evitare che si creino sacche di popolazione
immigrata che, non conoscendo la lingua tedesca, si isolino dal resto della società dando vita, così, a
comunità completamente autoreferenti4. Da un punto di vista simbolico, però, la Germania, come
nazione, si pone a un livello superiore rispetto al legame di parentela che la richiesta di
ricongiungimento familiare si pone di unire nuovamente. Vi sono molti altri esempi in cui il legame
di parentela viene posto come “subalterno” rispetto all’appartenenza nazionale, la quale spezza
questi legami in nome del bene della nazione; a questo proposito basti ricordare quanto accaduto
dopo la costruzione del muro di Berlino, dove intere famiglie furono separate per motivi puramente
ideologici e politici.

Come già anticipato precedentemente, l’appartenenza a una nazione viene definita come un fatto
naturale, proprio come i legami di parentela. Quest’ultima, infatti, è di fondamentale importanza
nell’autorappresentazione dei nazionalismi (Herzfeld 2007:1); non a caso, molti vocaboli usati
3
Non metto in dubbio che la memoria collettiva venga condivisa e mantenuta anche mediante
il museo, gli archivi e le ricorrenze nazionali. Allo stesso tempo, però, non dobbiamo
dimenticare l’importanza dei ricordi dei componenti della famiglia o di individui con cui
abbiamo altri rapporti sociali, le cui esperienze incidono molto sulla percezione che noi
abbiamo di un fatto storico o di una tradizione culturale.
4
Probabilmente, per evitare l’isolamento di intere comunità immigrate sarebbe più utile una
politica linguistica che prevede l’obbligo ai familiari giunti in Germania per mezzo del
ricongiungimento – e a tutti gli altri immigrati, di frequentare corsi di lingua, in cui immigrati di
diversa origine entrano in contatto tra loro.
3
nell’ambito della parentela, vengono impiegati anche dal nazionalismo. A livello linguistico, questo
slittamento del significato semantico risulta molto interessante, poiché è grazie a questa capacità – e
non solo, che le lingue sono in grado di creare comunità immaginate, costruendo rapporti particolari
di solidarietà (Anderson 1991:139)5, anche attraverso l’uso di termini quali madrepatria, padre della
patria e molti altri6 da parte dell’ideologia nazionalista con lo scopo di generare un legame di
parentela fittizio tra i cittadini attraverso un processo definito di naturalizzazione (Carsten
2004:154). In questo legame fittizio, notiamo che la concezione nazionale della parentela può essere
letterale, quindi, fondata su un antenato mitico comune, dal punto di vista biologico, a tutti i
membri, oppure figurativa, in quanto fa riferimento agli antenati ideologici di una società migrante
come, ad esempio, i padri fondatori negli Stati Uniti (Roshwald 2006:13). La creazione di una
genealogia nazionale “immaginata” coinvolge, in entrambi i casi, la costruzione di miti e la
manipolazione di simboli che diventano fondamentali per la diffusione di una ideologia nazionale.
La discendenza riveste un ruolo importante non solo nel nazionalismo, ma, anche, nel
neonazionalismo o etnonazionalismo come afferma Gullestad (2006: 69-91, LLobera, 2004:46) nel
suo Imagined Kinship. The role of Descent in the rearticulation of Norwegian Ethno-nationalism,
nel quale analizza il sorgere di una nuova tendenza politica della destra norvegese. Quest’ultima,
infatti, ha riscoperto temi come la discendenza, gli antenati e la parentela in relazione al
neonazionalismo, che intende delineare una identità nazionale mediante la strumentalizzazione di
idee specifiche riguardanti la lingua, la cultura, il territorio e la discendenza nel processo di
identificazione individuale e collettivo (2006:70). Anche il concetto di radice, pertanto, si trasforma
e incorpora la discendenza quale elemento caratterizzante insieme alla lingua e alla cultura comune
(2006:70). L’idea di nazionalità si avvicina sempre di più a quella di etnia, in quanto si conferisce
sempre più importanza alle origini della famiglia, creando così dei confini tra noi, i cittadini per
discendenza, e loro, ovvero i naturalizzati o i cittadini per nascita. Su questa distinzione, si basa
l’uso metaforico della family house, che tenta di creare stabilità al suo interno, ma stabilisce dei
confini all’esterno con il “loro” (2006:84, 93). Nell’era della globalizzazione, molti individui, non
solo in Norvegia, sono attratti sempre più da una ideologia che pone l’accento sul gruppo di
parentela, sulla discendenza, un territorio e una cultura ad essi legati, nel tentativo di creare
un’identità individuale e collettiva basata sulla metafora della family house (2006:84). Questa
metafora è utilizzata per indicare una distinzione tra noi e gli altri, e questo deriva dal fatto che il
linguaggio nazionale è uguale a quello della parentela (Llobera 2004:46). Prendiamo ad esempio il

5
Solidarietà che è alla base dei rapporti di parentela.
6
Basti pensare all’inno nazionale italiano intitolato Fratelli d’Italia, questo esempio, seppur
banale, ci fa capire quanto i simboli stessi del nazionalismo siano intrisi dell’idea di parentela.

4
termine nazione, di cui Llobera mette in evidenza il modo attraverso cui la nazione crea questa
solidarietà e lealtà duratura tipica dei rapporti di parentela (2004). L’autore afferma che la nazione
racchiude in sè due figure familiari fondamentali, la madre e il padre, fusione che diventa più
esplicita nel termine patria. Nel ruolo di madre, la nazione protegge i propri figli, trasmettendo un
sentimento di affetto tipico del rapporto madre-figlio. Come padre, la nazione rappresenta l’autorità
a cui si deve obbedire fino al punto di sacrificare la propria vita per essa, attuando così una
sacralizzazione della nazione (2004:47) necessaria a creare il senso di appartenenza nazionale tra i
cittadini7. In inglese, i termini motherland e fatherland riassumono il duplice valore simbolico che
racchiude la parola nazione8. Non soltanto per la patria vengono presi in prestito termini che si
rifanno alla parentela, ma anche ad alcuni nazionalisti, fautori della nascita di una nazione, come è
accaduto in Turchia a Kemal Ataturk, il quale divenne il “padre della patria” (Carsten, 2004:155) e
il “padre di tutti i turchi”, e Son Ngoc Thamh che i Khmer della Cambogia definirono il “padre del
nazionalismo khmer” (Anderson, 1991:136). La metafora della parentela utilizzata dal nazionalismo
definisce in modo molto chiaro dei ruoli caratteristici della famiglia nucleare, difatti, il padre è
rappresentato da colui a cui si deve la nascita della nazione o della ideologia nazionale che ne è alla
base, mentre, solitamente, la madre è rappresentata dalla patria e, infine, troviamo i figli della
patria. Quest’ultimi, ovvero i cittadini, sono legati da un vincolo di sangue e di fratellanza fittizio e
che è stato preso in prestito dalle religioni, come quella cristiana, che furono le prime ad utilizzarlo
in modo metaforico. Un’altra questione che sorge, parlando di nazionalismo, riguarda gli strumenti
con cui viene legittimata l’ideologia nazionalista. Alle sue origini, il nazionalismo ha utilizzato
diversi mezzi per diffondere i propri principi, tra cui troviamo la letteratura, che, nel caso del
nazionalismo catalano preso in analisi da Llobera, ha dato vita a una poesia patriottica in cui
l’identità nazionale usa la parentela e l’immagine della famiglia al fine di trasmettere l’amore per la
patria (2004:50). In questa poesia, troviamo nuovamente l’elemento della casa, come nel caso
norvegese, la quale diventa il simbolo della nazione ma, soprattutto, della famiglia (2004:57)9.
7
Anche la religione può rifarsi ai termini di parentela nel creare la propria comunità di credenti,
molte volte, infatti, si fa riferimento alla famiglia per indicare la comunità cattolica. Nell’Islam, il
termine con cui si indica la comunità di credenti è al-umma al-islamiyya, che deriva
esattamente da umm, ovvero madre. Con il sorgere del panarabismo, umma è stato usato
anche con l’accezione di nazione, mentre la patria è watan, la cui radice ha come significato:
risiedere, abitare, vivere in un luogo (Traini, 2004).
8
In inglese troviamo, oltre a motherland (madrepatria in italiano) e fatherland, anche
homeland- quasi a sottolineare quanto la metafora della casa sia importante non solo per il
neonazionalismo. In italiano, quest’ultimo termine viene tradotto con patria così come
fatherland. In inglese, pertanto, notiamo, che il significato di questi tre termini è molto più
chiaro, in quanto per ogni accezione vi è un termine specifico.
9
E’ interessante notare come, a differenza del neonazionalismo norvegese che punta a un
“fattore etnico” puramente fittizio, il nazionalismo catalano sia riuscito a mantenersi vivo e a
trasformarsi durante gli anni della dittatura franchista, la quale, puntò a un nazionalismo
fortemente spagnolo e unificante e al fenomeno dell’immigrazione che ha interessato la
Catalogna.
5
Vorrei concludere, infine, con una riflessione di Herzfeld, il quale sostiene che la proiezione della
metafora della parentela su larga scala è una delle specificità del nazionalismo (2005:132) . Per
questo, lo studioso sostiene che non si possa considerare la moderna politica centralizzata diversa
dalle società acefale e basata sulla parentela come i Nuer (2005:133), dove le patrilinearità
rappresentate dai gruppi più grandi sono in parte puramente fittizie, poiché, allo stesso modo,
l’ideologia del fatherland, ci cui è imperniata la cultura eurocentrica come il nazionalismo turco e
greco, si basano su una discendenza interamente immaginata (2005:133).

Concetti, metafore e strutture specifici dei legami di parentela vengono utilizzati non solo dalle
ideologie nazionali, ma anche da altre ideologia che sono alla base delle strutture sociali. Questo
cosa significa? Forse la natura umana ha bisogno di proiettare in qualsiasi altra struttura sociale il
significato ultimo della parentela in modo che si possa creare una società unita e solidale, ma, che
allo stesso tempo sia in grado di compiere anche fratricidi e dimenticarsene?

La parentela e le sue pratiche sociali di fronte al nazionalismo.

Come abbiamo analizzato nelle pagine precedenti, il potere simbolico della parentela ha influenzato
i tratti salienti del nazionalismo dalla sua nascita a oggi. E’ anche vero, però, che questo stesso
potere simbolico viene esercitato nella vita quotidiana10, attribuendo alla parentela, nonché alle
pratiche sociali che la rappresentano, un certo valore politico (Carsten 2004:154). In relazione a
questo significato politico, si è iniziato a prestare attenzione alle pratiche quotidiane nel vicinato,
nella parentela e nella costruzione di sé, poiché sono proprio queste che partecipano al processo di
auto nazionalizzazione (self-nationalization) di un individuo (Jean-Klein, 2001:83). Jean-Klein
definisce l’autonazionalizzazione un processo attraverso cui persone normali plasmano se stessi
come soggetti nazionalizzati (nationalised), usando diverse azioni narrative e incorporando pratiche
che si intrecciano con la pratica quotidiana (2001:83). Pertanto, la parentela diviene una delle sfere
in cui il nazionalismo si esprime ed esercita un proprio potere, affinché si crei una società
pienamente nazionalizzata. In base a ciò, si può sostenere che parentela e nazionalismo presentano
un legame duplice. Se il nazionalismo utilizza come base la parentela per diffondere la propria
ideologia, quest’ultima andrà a influenzare le pratiche sociali quotidiane in cui la parentela si
manifesta. Un esempio chiarificatore, a cui la stessa Carsten fa riferimento è lo studio condotto da
Jean-Klein (2001:83-126) in Palestina durante la prima Intifada (2004:154). Lo studioso ha
10
Carsten evidenzia il carattere universale dell’influenza della parentela nella vita quotidiana,
considerato che si verifica sia nella società occidentale dove la parentela ha principalmente un
valore privato, che nelle società non occidentali ,in cui la parentela è una parte fondamentale
della vita pubblica e politica (2004:154).
6
analizzato il ruolo svolto dalla popolazione palestinese durante l’Intifada attraverso la sospensione
dalla routine quotidiana, definendola un esempio di autonazionalizzazione domestica, che veniva
compiuta, parallelamente, sia alla lotta organizzata che allo nation-state building (2001:93). In
questo modo, si crea un sentimento di appartenenza nazionale dall’alto, ovvero dalla resistenza
organizzata che viene condiviso all’interno della stessa società nella vita quotidiana, creando quella
solidarietà di cui proprio il nazionalismo si fa promotore.

Ed è proprio in base a questa solidarietà condivisa che, durante l’Intifada, la pratica del matrimonio
cambiò radicalmente rispetto al passato (2001:97-98). Il matrimonio si trasforma così in uno
strumento per sostenere la lotta nazionale e l’ideale patriottico, non solo cambiando le tradizioni
popolari su cui si basa questa pratica sociale, ma annullando anche alcuni precetti della shari’a che
sono alla base del matrimonio stesso. Il mahr11, per esempio, che è previsto dalla legge islamica e
che deve essere consegnato alla futura moglie in parte prima del matrimonio e in parte
successivamente, non veniva richiesto in toto dalle future spose (2001:99). Questa scelta, dettata
dalla devozione della sposa alla causa palestinese, dimostrava l’impegno politico della ragazza nei
confronti della resistenza (2001:99). Oltre al valore simbolico, la rinuncia al mahr e agli anelli di
fidanzamento aveva anche un valore pragmatico dal momento che i giovani attivisti della resistenza,
in arabo shabab, non potevano permettersi di pagare il mahr, poiché non avevano grandi entrate di
denaro (2001:99), per cui, le stesse ragazze12 decisero di “donare” il proprio diritto al mahr alla lotta
palestinese; ricoprendo un ruolo molta importante nel trasmettere l’ideale nazionalista. Per quanto
concerne la cerimonia del matrimonio, questa cambiò profondamente assumendo toni molto meno
“vivaci” che vennero sospesi per sostenere la resistenza e in ricordo di coloro che erano in prigioni
o morti da martiri (2001:97-98), un esempio di quanto affermato è dimostrato dalla pratica dello
zaghrude13, il quale non era più concesso perché risulta una trasgressione alla sospensione della
routine. Mentre in una condizione di normalità, lo zaghrude sarebbe stato lecito poiché caratterizza
matrimoni, nascite, feste religiose e ha una valenza positiva, l’Intifada ne cambia il significato e, di
conseguenza, il contesto in cui può essere praticato. Lo zaghrude simboleggiò due eventi tipici
dell’Intifada, la prigionia a cui erano condannati parte degli attivisti e i funerali dei martiri. In
entrambi i casi, le donne emettevano questo trillo per dimostrare l’orgoglio per il sacrificio
compiuto in nome della resistenza (2001:98). In questo modo, il trillo diventa uno strumento per
dichiarare pubblicamente l’accezione di un imprigionamento politico come un’azione onorabile e
procreativa in relazione alla comunità nazionale, mentre, in precedenza, questo valore era attribuito
11
Il cosiddetto prezzo della sposa.
12
Le ragazze palestinesi che parteciparono attivamente alla lotta furono definite banat, che in
arabo significa esattamente ragazze.
13
Zaghrude è il trillo di gioia o incitamento emesso dalle donne arabe in segno di gioia o
incitamento (Traini, 2004). E’ anche molto diffuso in alcuni paesi dell’Africa Subsahariana.
7
a un matrimonio o una nascita, eventi familiari strettamente connessi alla casa e al nome del padre
(2001:99), nonostante venissero vissuti insieme alla comunità e in modo meno privato rispetto alle
abitudini occidentali. Lo sforzo e i sacrifici compiuti dalla popolazione palestinese durante questo
momento storico dimostrano che la pratica sociale della parentela – e le pratiche della vita
quotidiana nel suo complesso, possano essere plasmate in base alle necessità ideologiche nazionali
al fine di raggiungere l’obiettivo della resistenza, ovvero creare uno stato palestinese. Malgrado uno
stato palestinese non esista ancora, la popolazione è riuscita a creare una coscienza nazionale, e in
parte il risultato è stato raggiunto attraverso un processo in cui la politica è stata introdotta sempre
di più nella pratica sociali quotidiane, trasformando quest’ultime in simboli stessi della resistenza
attraverso la sospensione della prassi sociale.

Le adozioni internazionali nel contesto della globalizzazione.

Parlando del rapporto tra nazionalismo e parentela, può apparir strano il fatto che abbia inserito
anche una breve parte sulle adozioni internazionali, poiché non ricorre in essa alcuna
manifestazione del legame che mi sono posta di analizzare. E’ anche vero, però, che l’adozione
internazionale mette in relazione gli stati-nazione e crea una famiglia composta da genitori residenti
di un luogo e il figlio proveniente da un altro. Molto importante è,anche, il processo sociale e
giuridico attraverso cui i bambini ottengono una nuova nazionalità, famiglia e quindi una nuova
identità.

Nonostante le adozioni internazionali fossero sorte con la fine della Seconda Guerra mondiale,
quando coppie statunitense hanno iniziato ad adottare bambini orfani dalla Germania e dalla Grecia,
solo con gli anni Sessanta il fenomeno diventa globale (Howell 2006:6,17). L’evento che ha
segnato questo cambiamento è stata la guerra in Corea, dove bambini meticci nati da madre coreana
e padre americano furono rifiutati dalla società, dando vita a una “diaspora” di bambini orfani che
vennero adottati dalle famiglie statunitense. Con il tempo, il fenomeno delle adozioni internazionali
coinvolse la maggior parte dei paesi in via di sviluppo in Asia, Africa, America Latina e, infine,
l’Europa dell’Est che, con la fine del Blocco Sovietico, “ha aperto le porte” dei propri orfanotrofi
alle adozioni internazionali (Howell 2006:4).

Dal fenomeno delle adozioni internazionali, derivano una serie di questioni riguardanti il rapporto
tra genitori e figli adottati legate al significato di relazioni biogenetiche e relazioni sociali, sulle cui
basi si costruisce proprio il rapporto di parentela (2006:4), ma non solo. Sorgono anche molte
questioni relative alla relazione tra stati-nazione del Sud e del Nord del mondo. Le adozioni
8
internazionali, infatti, mettono in moto uno scambio asimmetrico tra il paese d’origine del bambino
e quello d’adozione, il primo riceve concetti e valori occidentali veicolati dalle convenzioni e dal
diritto internazione in materia (e anche soldi), mentre il secondo riceve il bambino che coppie senza
prole hanno desiderato. Questo scambio seppur asimmetrico, si rivela del tutto iniquo per i paesi in
via di sviluppo, in quanto sono i paesi riceventi che decidono a priori norme e procedure, a cui i
paesi donatori devono sottostare, creando un fenomeno che la Howell definisce “globalizzazione
della moralità e razionalità occidentale” (2006:13-15, 233).

L’adozione internazionale ha luogo solo nel caso in cui il bambino sia orfano, condizione che lo
rende disponibile per essere reinseriti in un contesto familiare e nazionale tutto nuovo (Kim
2007:1). Difatti, lo status legale di orfano indica la “nudità sociale” del bambino, in quanto privo di
una famiglia; rendendolo disponibile, dal punto di vista morale, per una nuova famiglia (Howell
2006:4-5). La stessa Howell considera il viaggio che il bambino compie per raggiungere la nuova
famiglia un rito di passaggio, attraverso cui si libera della sua vecchia identità –e anche della sua
cittadinanza, per ottenerne una nuova (2006:227). Appena giunto nella sua nuova patria, il bambino
verrà “vestito” simbolicamente di una nuova famiglia, atto che dimostra quanto il rapporto di
parentela tra genitori e figlio adottato si basi non sulla connessione biologica, ma sulla socialità
(2006:5). Tuttavia, la base biologica della parentela mantiene una certa importanza a livello
metaforico, giacché è proprio su questa idea naturale della relazionalità che si basa il legame tra
genitori e figlio adottato – sebbene il legame sia fondato, in realtà, su un contratto (Kim 2007:1).
Questa rinascita del bambino adottato in una nuova famiglia e contesto sociale-culturale mostra in
che modo le adozioni internazionali ridefiniscano concetti quale parentela e nazione partendo
soprattutto dalla ridefinizione dei loro confini.

Parlando di adozioni internazionali, mi viene in mente un libro, intitolato Vai e vivrai in cui si
raccontano le vicende di un bambino etiope che giunge in Israele dove verrà adottato da una
famiglia di israeliani. Se tralasciamo l’aspetto religioso14, il film mette in luce il senso di
incompletezza che caratterizza l’età adulta dei figli adottati da un altro paese. Il protagonista,
Shlomo, riuscirà alla fine del film a tornare nel paese d’origine e a incontrare la madre biologica
che, rinunciando a lui come figlio, gli salvò la vita. Questo ritorno alle origini non caratterizza solo
la finzione letteraria ma, anche, la realtà e non solo i bambini adottati, ma, anche, la cosiddetta
seconda generazione di immigrati. Per quanto concerne i figli adottivi, la necessità di conoscere le
proprie radici si unisce ad un senso di incompletezza che determina la decisione di “fare un salto”
14
Il bambino finge di essere un falasha, ovvero un ebreo africano, perché, in caso contrario,
sarebbe stato costretto a ritornare in Etiopia dove imperversava la guerra e la carestia, oltre a
perdere il diritto di cittadinanza israeliana concesso ai soli ebrei. Manterrà questo segreto fino
all’età adulta, quando lo rivelerà alla famiglia.
9
nel proprio passato. Se Howell analizza questo fenomeno in Norvegia, dove, in alcuni casi, i ragazzi
sono accompagnati in questi viaggi dagli stessi genitori adottivi (2006), Kim riflette sul ritorno in
Sud Corea degli ormai adulti figli adottati negli Stati Uniti (2007), dove si è formato un movimento
sociale vero e proprio. Questa serie di ritorni, che sono aumentati con il tempo, ha dato vita a
discorsi paternalistici da parte della politica sudcoreana che li descrive come la faccia della nuova
Sud Corea, moderna e aperta alla globalizzazione. Questa propaganda, però, contraddice la natura
stessa dell’identità coreana basata sull’omogeneità culturale, linguistica ed etnica (Kim 2007:8) e
che non riesce ad accettare l’identità ibrida di questi ragazzi. In molti casi, l’assimilazione rimane
un sogno per la maggior parte dei ragazzi sudcoreani sia nel contesto di origine che nel paese che li
ha accolti quando erano piccoli. La percezione di se stesso come diverso in entrambe le cultura
porta, molte volte, a un senso di frustrazione che, soprattutto in Sud Corea, conduce a una
marginalizzazione culturale e sociale (2007:10) che in alcuni casi porta al suicidio. Tra la comunità
di giovani che tornano in Sud Corea, questo fenomeno ha ragioni sociali e non soltanto private,
molte volte i coetanei sostengono che era isolato dal gruppo, che non era connesso con la comunità
asserendo che il supporto della comunità avrebbe evitato questo risvolto drammatico (2007:11-12).
Questo attaccamento al gruppo da parte dei giovani adottati fa pensare che la comunità stessa sia
diventata un surrogato della propria famiglia, ma anche della nazione a cui i giovani si affidano,
dimostrando come, in alcuni casi, l’essere cittadino del mondo possa determinare una identità
ibrida compresa solo da coloro che condividono questa stessa percezione di sé. I giovani adottati
che tornano nella Corea del Sud tentano, pertanto, di creare dei legami con il resto della
popolazione, la quale, però, non li considera sudcoreani. La comunità, di conseguenza, si trova a
ricoprire il ruolo di famiglia, perché si sviluppa tra i giovani una solidarietà tipica dei rapporti di
parentela, ma che non si basa su presupposti biologici. A questo proposito, sembra quasi che questo
tipo di relazionalità sia molto simile alla parentela fittizia della comunità gay di San Francisco
descritta da Weston, nella quale l’amicizia viene definita come una forma di parentela (Carsten
2004:146). Per quanto riguarda l’identità nazionale, invece, mi sembra che la comunità serva a
legittimare la percezione di sé come statunitensi e sudcoreani allo stesso tempo, dando vita così a
una identità transnazionale che si modella in base alle esigenze della comunità.

Alla luce di quanto sopra, mi sembra che la globalizzazione abbia creato un nuovo modo di
percepire l’appartenenza a una nazione così come a una famiglia. Forse la globalizzazione ha
ampliato ancora di più il concetto di comunità immaginata (Anderson 1991) per definire il
nazionalismo. Per esempio, nel contesto migratorio o nella diaspora, il proprio paese viene
mitizzato e idealizzato affinché si possa mantenere vivo quel sentimento patriottico che ci consente
di dire sono italiano, francese, cileno, senegalese. In molti casi, se consideriamo il contesto
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occidentale, però, la patria viene percepita scevra di questa sua funzione identitaria diventando solo
un luogo a cui si è legati per affetti familiari e personali. Molto spesso, a Damasco mi è capitato di
sentire i miei compagni di corso definirsi né tedeschi e né europei, ma cittadini del mondo, mentre
io mi ero sempre definita italiana, accettandone i lati positivi e negativi. Mi domando, però, se sia
possibile definirsi realmente cittadini del mondo quando, sulla luce di quanto appena detto, le nostre
radici rappresentano un elemento fondamentale, anche quando non le conosciamo.

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Mihaileanu R., Dugrand A., 2005, Vai e vivrai, Feltrinelli, Milano.

Per quanto riguarda la rivista “Anthropological Quarterly”, LXXX, 2, 2007, non ho potuto indicare le pagine
di inizio e fine dei due articoli tratti dal volume, questa mancanza deriva dal fatto che, per tutti gli articoli del
volume, ho dovuto fare un copia/incolla dalle pagine internet e quindi l’impaginazione si è persa. Ho
preferito non inserire nessun riferimento per non creare ulteriore confusione con le note bibliografiche del
testo.

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