Pruneti - Psicopatologia Generale
Pruneti - Psicopatologia Generale
PSICOPATOLOGIA GENERALE
La diagnosi:
La diagnosi, dal greco dia-gnosis, conoscere attraverso, è un processo colto alla rivelazione e alla
descrizione di una serie di fenomeni riconosciuti come patologici. Richiede l’utilizzo di strumenti e di
strategie. In medicina la diagnosi, viene definita come un processo logico in cui il medico definisce
l’esistenza e la natura della malattia e le condizioni del paziente. Il problema della valutazione si pone
in modo più articolati in psichiatria e in psicologia clinica rispetto alla medicina, nonostante il
moltiplicarsi degli approcci teorici sia in clinica psichiatrica che in psicoterapia. Vi è una certa
confusione sugli ambiti caratteristici delle due discipline. Psichiatria e psicologia clinica vengono
spesso viste come sovrapposte, altre volte come contrapposte. Infatti molto importante è l’etimologia:
-Clinica: dal greco klinikos= letto, ovvero che si fa presso il letto del malato;
-Psicopatologia: dal greco psychè e logos= studio del disturbo dell’anima, dello spirito;
Vi è però una precisa distinzione tra la diagnosi svolta in medicina classica, quella in psichiatria e
quella in psicologia clinica. Questo perché in medicina, vi sono dei precisi segni e sintomi che
corrispondono ad una specifica patologia, al contrario in psichiatria e psicologia è molto più difficile
perché i sintomi vengono espressi dal paziente sotto forma di risposte comportamentali, i quali
possono acquistare un significato diverso in base alla storia del singolo, alla combinazione di diversi
fattori fisici, culturali, ambientali o legati alla tradizione. È per questo motivo che in psichiatria e in
psicologia la diagnosi chiamata anche assesment viene fatta basandosi sull’approccio
multidimensionale in grado di cogliere e raccogliere dati importanti per la comprensione di un
individuo andando ad individuare: aspetti soggettivi(piano cognitivo verbale), aspetti osservativi( piano
comportamentale motorio), e infine registrazioni psicofisiologiche( profilo psicofisiologico
emozionale). Il semplice impiego contemporaneo di più fonti di dati durante il processo diagnostico,
non garantisce però di per sé un adeguata comprensione del quadro clinico infatti ad un approccio
multidimensionale bisogna abbinarci un approccio MULTIMODALE: ovvero l’utilizzo di vari
strumenti impegnati per ottenere una buona diagnosi. È importante utilizzare entrami i metodi in
quanto permettono al clinico di capire anche se vi è un amplificazione o negazione dei proprio
problemi da parte del paziente, inoltre permetterà al termine una buona impostazione del
trattamento finale, tramite un intervento integrato, ossia orientato ai vari piani coinvolti nel disturbo.
Beaugrand: con lui è possibile affermare che un comportamento, che non può essere esaminato e
misurato rigorosamente, non può essere studiato scientificamente. La definizione di comportamento,
come avvenimento osservabile, non deve sottintendere l’esclusione dei processi interni. Sono molto
importanti, anche se la loro esistenza è dettata a partire dalle loro manifestazione osservative. Il
problema principale è rappresentato dall’estrema variabilità del comportamento umano. Sono quindi
da tenere conto alcune domande, come: -quali esami e accertamenti diagnostici effettuare? – su cosa
basare la verifica dell’ipotesi?- su quali obiettivi?
OSSERVAZIONE
FORMULAZIONE IPOTESI
NO SI= TRATTAMENTO=VERIFICA
- ORIENTAMENTO SCOLASTICO
- ORIENTAMENTO E SELEZIONE DEL PERSONALE IN AMBITO
OCCUPAZIONALE E LAVORATIVO
- VALUTAZIONE DI REAZIONI COMPORTAMENTALI AI VARI LIVELLI DI
ESPRESSIONE: MIMICO, GESTUALE,VERBALE E MOTORIO
- DIFFERENZIAZIONE TRA STATI FISIOLOGICI E PATOLOGICI
- ACCERTAMENTO, VALUTAZIONE ED ANALISI DI PROBLEMI A LIVELLO
DELLE FUNZIONI CEREBRALI SUPERIORI E DELLE FUNZIONI COGNITIVE
PIU’ IN GENERALE( ATTENZIONE, MEMORIA E LINGUAGGIO)
Un altro importante campo di applicazione di questi test riguarda gli aspetti affettivi ed emozionali
del comportamento umano che caratterizzano il temperamento individuale, il carattere e la
personalità. Le metodiche più utilizzate per la misurazione delle caratteristiche più stabili
dell’individuo (personalità, temperamento) sono: QUESTIONARI DI PERSONALITA’ (test
cosiddetti carta e matita nei quali vengono formulate domande o frasi con possibilità di risposta
“si o no” , “vero o falso”, TEST SITUAZIONALI O DI PERFORMANCE (riproducono
situazioni di vita quotidiana come nel caso di preferenze individuali per colori, forme,foto) e
TECNICHE PROIETTIVE (ovvero l’utilizzo di materiale ambiguo come nel caso delle macchie
simmetriche di Rorschach dove viene poi successivamente chiesto al paziente di indicare o
raccontare una breve storia su uno stimolo appena accennato o estremamente ambivalente, in
modo da permettere a certi contenuti interni del soggetto di “rivestire” la forma ambigua e di per
sé senza significato, ovvero “ proiettare” su di esso ed evidenziare al clinico , le proprie tendenze
di analisi della realtà, tipo ed entità della fantasia ecc..
Il metodo di porre domande ad una persona , riguardo a sé stesso , alla propria vita, alla propria
intimità, non esclude però il fatto che vi possano essere complicazioni che portano a tutta una
serie di difficoltà nella validazione di questi questionari in quanto frequentemente si può incorrere
in errori di valutazione nella percezione di sé , che quindi può manifestarsi diversa da quella che è
in realtà, tendono ad apparire molto meglio o al contrario molto peggio andando ad esagerare il
numero, la frequenza e l’intensità dei sintomi che si provano. Un altro problema è dovuto al fatto
che non esistono criteri univoci per la valutazione della validità di questionari di personalità: la
cosiddetta “validità di criterio” , semplicemente perché è assai complesso rilevare misure
univoche o di criterio dalla popolazione generale.
La validità di un test è relativa a ciò che questo misura è alla precisione con cui esso riesce a farlo.
Esistono quattro tipi di validità:
La storia,il racconto degli aspetti salienti della vita di un individuo, descritta direttamente dal soggetto
stesso o dai congiunti è di fondamentale importanza. In taluni casi non è comunque abbastanza
sapere semplicemente cosa è avvenuto nella vita di un individuo. Un clinico ha bisogno anche di
conoscere l’impatto che questi eventi hanno avuto sul paziente, ovvero la valutazione soggettiva , che
in seguito potrà essere posta a verifica con strumenti adeguati, al fine di valutare l’eventuale esistenza
di meccanismi di esagerazione dei contenuti e della realtà(amplificazione) o, al contrario, la sua
tendenza a sminuire l’impatto di avvenimenti, ambienti o persone, fino ad arrivare al non citare
affatto situazioni che palesemente possono avere un importanza fondamentale nello sviluppo dei
disturbi (negazione).
COPING
Il coping viene definito come meccanismo prevalentemente utilizzato dal soggetto per cercare di
fronteggiare i problemi. Questi meccanismi sono influenzati dalle differenze individuali, per cui anche
la strategia di coping usata varierà da un individuo ad un altro. E’ necessario distinguere tra RISORSE
DI COPING E RISPOSTE DI COPING. Le “risorse di coping” sono rappresentate dalle proprietà
più stabili di un individuo (personalità) notevolmente influenzate dall’ambiente quindi possono essere
considerate interne/personali ed esterne/ ambientali, le “risposte di coping” invece sono quei pensieri,
schemi mentali e comportamenti usati per fronteggiare lo stress e che possono aiutare a gestire o a
risolvere uno stressor (colui che genera stress), oppure ad attenuare le risposte negative. Nel corso
della storia il coping si è evoluto basandosi su tre linee principali :
- COPING COME RISORSA INTERNA : si cerca di capire cosa fa una persona quando deve
affrontare una situazione stressante e quali meccanismi di coping mettere in atto.
- COPING COME RISORSA AMBIENTALE: l’utilizzo di un supporto sociale in situazioni
stressanti molto importante in quanto permette di superare e gestire al meglio lo stress.
- COPING COME INTERAZIONE: insieme di tutti gli strumenti usati dall’individuo nella
sua interazione con l’ambiente
LAZARUS E FOLKMAN : lo stress per loro è uno stato psicologico legato ad una problematica tra
persona e ambiente. Individuano due stili di coping differenti : uno focalizzato sul problema (gestire o
risolvere la situazione problematica) e focalizzato sull’emozione (volto a ridurre le emozioni negative
associate all’esperienza stressante). Successivamente altri autori aggiunsero uno stile di coping
focalizzato sull’evitamento (mettere in atto comportamenti sostitutivi o distraenti rispetto alla
situazione stressante arrivando alla negazione totale o parziale dell’evento).
KLAUER E COLLABORATORI: ipotizzano una struttura multidimensionale alla base del coping
rappresentata da FUOCO DELL’ATTENZIONE (se l’attenzione è rivolta alla malattia o ad
altro)SOCEVOLEZZA (se il soggetto è socialmente isolato o no) E LIVELLO DI RISPOSTA
(descrivere se il coping si esprime attraverso un comportamento over o covert). Dalla diversa
combinazione di queste tre dimensioni derivano otto strategie di coping.
KROHNE: il quale ha elaborato un modello multidimensionale gerarchico del coping dove alla base
vi sono: AZIONI E REAZIONI le quali portano alle STRATEGIE DI COPING che possono
essere raggruppate in SUPER STRATEGIE , ovvero vigilanza (ricezione ed elaborazione della
minaccia) ed evitamento (allontanarsi da situazioni di possibile minaccia).
individua tre stili di coping = COMPITO (soggetti che affrontano la situazione in maniera diretta),
EMOZIONE (soggetti che invece di affrontare la situazione cercano di affrontare le proprie reazioni
emotive con il supporto sociale) e DISTRAZIONE (immergersi nel lavoro per non pensare alla
situazione).
Tutti noi siamo caratterizzati da uno di questi stili anche se in funzione delle circostanze possiamo
adottarne uno o l’altro o adottarli in tempi diversi avendo un aspetto temporale del coping.
Dell’aspetto temporale ne parlano BEEHR e MCGRATH i quali parlano di :
HARDINESS : letteralmente significa fermezza, resistenza ed è la capacità di far fronte allo stress in
maniera positiva. E’ stato descritto da KOBASA ed è caratterizzato da tre aspetti fondamentali:
- IMPEGNO: capacità di impegnarsi in ciò che si sta facendo avendo interesse per le proprie
attività.
- CONTROLLO : capacità di pensare che le proprie azioni possono modificare il corso degli
avvenimenti, riconoscendo quindi le proprie responsabilità di ciò che accade.
- CAMBIAMENTO: disponibilità dell’individuo a fare nuove esperienze ed a tendere al
cambiamento, ovvero all’essere facilitato nel modificare i propri schemi comportamentali e di
vita da un atteggiamento positivo nei confronti della realtà e di sé.
Secondo la teoria di Kobasa le caratteristiche dell’hardiness, nella maggior parte delle situazioni di
vita, tendono e facilitano lo sviluppo di un insieme di meccanismi di coping efficaci. Il pieno impegno
nei confronti delle varie attività porterà gli individui ad avere una visione chiara di ciò che dovranno
fare, sanno cosa gli aspetta , e sono pronti ad affrontarlo e a sottoporsi a sacrifici pur di raggiungere un
obiettivo importante. La convinzione di poter influenzare attivamente il corso della propria vita,
aiuterà l’individuo a ricercare e a mettere in atto risorse e comportamenti per fronteggiare lo stress.
La propensione al cambiamento aiuterà il soggetto ad avere una visione positiva della situazione che
non sarà percepita solo come una fonte di disagio ma anche come uno stimolo per nuovi
apprendimenti e cambiamenti. L’ipotesi principale alla base della teoria di Kobasa è che i soggetti con
elevata hardiness risponderanno allo stress in maniera più positiva di coloro che manifestano invece
hardiness bassa.
LOCUS OF CONTROL: indica il modo in cui le persone interpretano le cause degli eventi ed è
diviso in INTERNO ed ESTERNO. Gli individui con il locus of control prevalentemente interno
tenderanno a percepire gli eventi come conseguenza delle proprie azioni, mentre gli individui con il
locus of control prevalentemente esterno tenderanno a percepire gli eventi come dovuti a fattori
esterni, ambientali o come conseguenza del fato e del destino. Molto importante è il valore del
rinforzo, ovvero della gratificazione che l’individuo può trarre dal fatto di rispettare e corrispondere
alle aspettative che gli altri ( familiari, amici) hanno nei suoi confronti. Il rinforzo avrà un esito diverso
in basa all’aspettativa: se una persona percepisce il rinforzo come conseguenza delle proprie azioni,
allora il rinforzo stesso potrà sostenere o estinguere un comportamento, ma se l’individuo al contrario
crede che il rinforzo sia controllato dal fato o dalla fortuna ne sarà scarsamente influenzato avendo
una maggiore conferma sulla sua teoria della “casualità” degli eventi. Individui con locus of control
esterno tenderanno poi a mettere in atto una gamma di risposte di coping non adattive, in quanto
richiedono meno energia. Se gli eventi non sono invece determinati dalle proprie azioni inutile
perderci tempo. Al contrario, persone con locus of control interno, dimostrano in genere di saper
usare delle risposte di coping più adattive. Da alcune ricerche si è anche visto come il locus of
control, possa avere delle implicazioni sulla performance e sul benessere del lavoro. Soggetti con un
locus of control interno, si dimostrano più impegnati in attività diretta ad un obiettivo e sono più attivi
nel controllare le proprie situazioni lavorative. Inoltre, in presenza di condizioni di disagio, superano
gli ostacoli con un livello minore di stress al contrario di persone con locus of control esterno, che
metterebbero in atto comportamenti poco produttivi e controproducenti.
E’ importante che il clinico sia cosciente dell’importanza dei dati normativi e le dimostrazioni di
validità di cui hanno bisogno gli strumenti diagnostici da usare nella valutazione clinica. I critici di
metodologie di analisi psicometriche oggettive sono a favore di una descrizione “IPSATIVA” della
persona, in cui ciascun individuo viene preso come riferimento unicamente di se stesso per descrivere
i relativi punti di forza e di debolezza. Molti psicologi accademici criticano ed evitano test come
quello di RORSCHACH , molti clinici continuano invece col utilizzarlo per ottenere informazioni sul
singolo soggetto.
BATTERIE STANDARD
Tra le domande più importanti che un clinico dovrebbe porsi nel momento in cui si trova a dover
fare una valutazione psicodiagnostica ci dovrebbe essere “ come scegliere il test giusto? “ Meglio una
batteria standard o dei mezzi focalizzati sulla sindrome o preciso quesito diagnostico?
Nella scelta degli strumenti vi devono essere presenti almeno due aspetti fondamentali:
Per poter ottimizzare i procedimenti psicodiagnostici, orientati ad una migliore comprensione del
funzionamento psichico, in generale e delle relazioni interpersonali degli individui, si iniziò a pensare
che fosse necessario usare una serie standard di strumenti di valutazione. Ovvero, le cosiddette
BATTERIE STANDARD, composte da una serie di test somministrati ugualmente a tutti i soggetti
a prescindere dal problema presentato. Sarà poi l’interpretazione del risultato del singolo test, del
quadro complessivo ad essere diverso in base alla storia personale, al sesso, alla cultura e ai problemi.
Gli strumenti scelti per una batteria standard sono in genere selezionati in modo da assicurare
l’osservazione, la quantificazione e la descrizione di una vasta gamma di possibilità di comportamenti.
Le prove di una batteria standard perciò potranno essere in genere composte da :
Vi sono però dei vantaggi e degli svantaggi nell’uso di queste batterie. Tra i vantaggi troviamo il fatto
che molti casi permettono al clinico di svolgere una diagnosi in tempi brevi , e in grado di fornire
un’ampia base di informazioni sull’individuo e grazie alla crescente competenza risultante da una
profonda familiarità con lo strumento, oltre che alla cultura e all’esperienza del clinico, potrà
permettere interpretazioni più soggettive e personali. Inoltre una batteria permette la raccolta dei
dati originali che potranno permettere di riesaminare i risultati ottenuti in terapia per una più
adeguata comprensione ed analisi del processo di cambiamento terapeutico. Tra gli svantaggi
troviamo invece una scarsa sensibilità di prove standard uguali un po’ per tutti nel considerare i
bisogni e le caratteristiche dei singoli pazienti, inoltre bisogna avere la consapevolezza che alcune
domande di un singolo test non potranno mai essere in grado di rispondere in casi più complessi
come in caso di deficit psichico con conseguente danno cerebrale. In questi casi infatti bisognerebbe
usare delle prove più specifiche pertinenti al danno al quale si possono poi successivamente
aggiungere anche delle batterie standard. Partendo da questa situazione, si è cercato di inserire una
valutazione più focalizzata sul problema anche in psicodiagnostica, inserendo all’interno di ogni
batteria delle MINI BATTERIE, il quale però ha portato a dei svantaggi sia sul piano economico, in
quanto i test costano sia al clinico che al paziente, che sul piano temporale, in quanto i pazienti hanno
sempre fretta di capire ed affrontare il problema il prima possibile.
La contrazione dei muscoli facciali, il rossore, la sudorazione, il cuore che batte forte sono alcuni dei
più comuni esempi di alterazione fisiologica che l’organismo umano subisce a causa delle variazioni
dello stato emozionale. Ci sono degli indici fisiologici interessati al cambiamento interno
nell’organismo e connessi con le risposte di stress, che a sua volta rappresenta un tentativo
dell’organismo di ripristinare l’equilibrio omeostatico. Conseguenza: uno o più di questi indici
possono perciò essere osservati ed analizzati per capire meglio le variazioni di comportamento
dell’uomo.
LO STRESS
Hams Selye usa per primo il termine stress nel 1936 e definì la sindrome di adattamento generale
studiando le modificazioni endocrine, istologiche e muscolari di ratti sottoposti a diversi studi. Notò
che le risposte biologiche si dimostrarono identiche indipendentemente dal tipo di stress usato. Ne
concluse da ciò che l’intensità dello stress si può misurare valutando l’entità della risposta
dell’organismo, attraverso la quale cerca di adattarsi a condizioni di disequilibrio. La risposta secondo
Selye si esprime in tre fasi:
Quindi il termine “stress” nel linguaggio comune ha appunto le più svariate connotazioni che vanno a
definire, a secondo dei casi, diversi eventi, condizioni o situazioni in grado di rappresentare un
pericolo, un disagio, un problema, nonché la conseguenza che questo stato può essere in grado di
provocare sulla persona. Ci sono due modelli di stress:
Selye per primo, mise in evidenza che la risposta di stress era essenzialmente caratterizzata dal punto
di vista fisiologico, da una attivazione della corteccia con conseguente produzione di ormoni
(cortisolo e prolatina)
STRESS ACUTO: si verifica SI DIFFERENZIANO PER STRESS CRONICO: causato
una sola volta in un periodo GLI EFFETTI CHE HANNO da eventi che si ripetono
limitato SULL’ORGANISMO. durante il tempo.
INFATTI:
ACUTO: processo di attuazione che si instaura CRONICO: livello di attuazione che rimane
rapidamente e che altrettanto in fretta decade. costante o aumenta se sottoposto a stress ripetuti.
RELAZIONE
I tratti sono le caratteristiche più stabili dell’individuo come personalità, indole, temperamento,
intelligenza e non vengono influenzate dalle situazioni o dall’ambiente in cui vivono. Al contrario gli
stati, sono quelle caratteristiche temporanee che vengono a manifestarsi come conseguenza di una
situazione , sono perciò meno stabili e cambiano in risposta al mutare delle condizioni ambientali e
situazionali. Alcuni esempi di aspetti di stato sono: ansia, paura, gioia, depressione e rabbia. Nel
momento in cui il clinico andrà a verificare la bontà dei trattamenti effettuati, andando a valutare le
differenze tra la prima valutazione e quelle successive o il quadro attuale, in gran parte si occuperà
delle risposte di stato. Solo nel caso di interventi psicoterapeuti prolungati e volti al cambiamento
degli stili di coping o della ristrutturazione di schemi cognitivi si potranno andare a valutare anche i
cambiamenti in alcune variabili di tratto, ovvero quelle rivolte all’abituale stile di vita o alle
caratteristiche di personalità. In ogni caso si tratterà solo di cambiamenti e non di rivoluzioni o
sconvolgimenti in quanto si tratta di caratteristiche in parte collegate al quadro costituzionale in
qualche modo geneticamente influenzato dall’individuo.
TRATTAMENTO: la parte finale delle procedure di diagnosi è quella volta alla scelta del
trattamento, ed è sicuramente la più importante da curare in ogni suo aspetto. Ogni clinico, sceglierà
il migliore trattamento facendo riferimento alle proprie teorie e a ciò che pensa sia giusto fare grazie
all’esperienza. L’obiettivo del trattamento è quello di fornire una cura valida e potente che abbia
effetto. Per fare ciò sarà utile aiutarsi con una guida che permetterà di organizzare e pianificare il
lavoro verso la scelta del miglior trattamento. Prima di arrivare alla scelta del trattamento bisogna
prendere in considerazione i seguenti aspetti:
Dopo aver valutato questi aspetti si può passare alla scelta della:
Infine verranno utilizzati alcuni strumenti utili per la scelta del miglior trattamento. Tra questi
troviamo il SISTEMA DI VALUTAZIONE MULTI ASSE, suggerito nel DSM (manuale
diagnostico e statistico della salute mentale) il quale permetterà al clinico di determinare con velocità
in ogni caso di elevata gravità del disturbo se il paziente richiede o no di una specifica cura intensiva,
compresa l’ospedalizzazione e nel caso di diagnosi psichiatrica, permetterà al clinico di capire se vi è il
bisogno di interventi medici come l’uso di farmaci specifici o generali. Un altro strumento utile in
grado di offrire una valutazione relativamente efficiente ( con un tempo di somministrazione di circa
10 minuti) della gravità del disturbo. Una volta aver raccolto tutte le informazioni sufficienti il clinico
potrà poi sviluppare un piano per tenere sotto controllo eventuali nuovi problemi che il paziente può
presentare come ad esempio non accettare un intervento in quanto richiede molto impegno, tempo,
energia anche se è consapevole che è tutto volto al suo benessere. Infine è importante ricordare che
non sempre il trattamento verrà svolto dalla stessa persona che lo ha scelto.
Il tono dell’umore, gli aspetti cognitivi, i possibili legami affettivi , il modo di condurli o terminarli e le
manifestazioni delle emozioni rappresentano una parte importante dell’analisi del caso. La parte della
relazione che si occuperà di questo dovrà definire anche come il paziente impiega le risorse cognitive
per controllare e gestire la vita emozionale, grado di stress a cui il paziente può arrivare per
mantenere un buon livello di prestazione, se è in grado di provare e manifestare adeguatamente le
proprie emozioni e nello stesso tempo, utilizzare livelli diversi di funzionamento a seconda delle
richieste esterne. In questo ha un ruolo fondamentale il tono dell’umore. Si distingue l’umore
dominante e quello attuale, che andranno valutati. Andrà presa in considerazione la predominanza
di uno o l’altro dei due aspetti e l’eventuale prevalenza di una sull’altra. La terminologia clinica
convenzionale viene espressa con i termini “euforia “ e “disforia”. Altro aspetto è quello
rappresentato dalla differenza tra emozioni primarie e secondarie e stati d’umore: amore, gioia,
sorpresa, tristezza, rabbia e paura costituiscono le emozioni primarie. Variazioni di questo genere
rappresentano le emozioni secondarie. In termini clinici, gli umori euforici sono descritti come forti
sensazioni di eccitamento o come uno stato di benessere del tutto irrealistico. Questo, si riferisce alle
più dolorose e meno desirate emozioni quali tristezza, rabbia, tensione e paura. Clinicamente, queste
esperienze sono di solito descritte rispettivamente come depressione, ostilità e ansietà. La capacità di
gestione degli affetti, non coincide con la capacità di percepire e riconoscere le emozioni in generale.
Emozioni e umore sono quindi componenti essenziali per comprendere meglio e descrivere la natura
delle relazioni affettive, la globale espressione della vita dell’individuo e la possibile corrispondenza
tra l’umore prevalente e la sua evidenza a livello dei principali comportamenti riportati. Questo
fornirà un indicazione del grado e della modalità di espressione e gestione di questi sentimenti nelle
varie situazioni di vita reale. È possibile osservare direttamente la responsività, il grado di espressione
che è la capacità di gestione delle emozioni e delle affettività. Questo tipo di valutazione è utile e
opportuna se effettuata dopo la fase iniziale di colloqui, somministrazioni di test e interviste
strutturate quando la conoscenza del soggetto e del quadro clinico, può permettere di valutare il grado
e la tipologia di reazione di uno stress indotto. Nell’insieme, queste tre componenti del
funzionamento psichico dell’individuo: cognitiva, emozionale e affettiva, possono permettere una
migliore e precisa indicazione sulle possibilità di risposta individuale a livello dell’umore, nelle sue
espressioni più intime e soggettive, nonché per le risposte affettive e le loro possibili e varie
manifestazioni, sia in generale che nel contesto relativo al disturbo. Alla fine dell’osservazione clinica
dovrebbe risultare evidente il grado con cui l’umore e gli affetti sono più o meno controllati con
successo dalle risorse cognitive del paziente, cosi come dovrebbero essere chiare il grado con cui le
abilità e le caratteristiche cognitive individuali possono o meno venire alterate dall’esperienze
emozionali.
Almeno una parte dei disturbi depressivi in età adulta sono in qualche modo connessi anche con il
vissuto soggettivo e le esperienze di carenze nelle relazioni affettive significative avute in età precoce
con le figure rappresentative di accudimento. L’esperienza e il ricordo di quanto vissuto, sono in
grado di strutturare, soprattutto nella prima infanzia e nel periodo a cavallo dell’adolescenza, una
tipologia caratteristica, un modello di funzionamento cognitivo ed emozionale che andrà poi ad
influenzare il livello e la qualità di tutte le future relazioni. Tale modello è ovviamente tale e solo
raramente, nella realtà , il disturbo presentato dal soggetto è da ricondurre ad un rapporto
problematico con un'unica figura parentale. Spesso l’insieme delle caratteristiche dell’ambiente e
delle persone in cui il soggetto si è trovato calato che è in grado di influenzare lo sviluppo affettivo
dell’individuo. In particolare in alcune forme di depressione, la presenza di un conflitto fra il forte
desiderio del paziente di essere aiutato, curato e protetto e le sue altrettanto forti tendenze orientate
verso l’idea che coloro ai quali è emotivamente ed affettivamente legato, se non dipendente, hanno,
ancor più di lui, hanno bisogno di attenzione e di accudimento. In questi casi il comportamento più
frequente risulta essere quello della tendenza alla soppressione dei propri bisogni nel tentativo di
fornire agli altri il grado ed il tipo di cure che, in effetti, egli desidererebbe proprio per se stesso. Un
ulteriore sviluppo è che il soggetto può addirittura ad arrivare a incolpare prima di tutto se stesso di
essere inadeguato se gli altri non mostrano di apprezzare del tutto le cure che lui rivolge
costantemente nei loro confronti. In questo tipo di situazioni, la depressione attuale del paziente, che
si sarà andata nel tempo strutturando, deriverà solo in parte dall’eventuale frustrazione realmente
sperimentata nei legami del momento, ad esempio, nella vita di coppia, mentre sarà in gran parte
frutto di uno schema cognitivo di riferimento già da tempo strutturato e del quale in qualche modo il
soggetto è artefice e [Link] relazioni meno intime i conflitti , spesso frequenti in questo tipo di
soggetti, si manifestano invece in un altro modo. In questi casi, il soggetto, può sentirsi vittima sia delle
persone che delle circostanze, con esperienza più che di uno stato di deprivazione affettiva, di carenza
nel riconoscimento delle proprie caratteristiche positive, con conseguente sviluppo di rabbia e
risentimento, sentimenti relativamente più accessibili alla coscienza rispetto a quanto realmente
sperimentato in passato e registrato nella memoria riguardo alle pregresse relazioni interpersonali
significative. In questi casi, può, garbatamente e con tatto, far riflettere il soggetto sulle sanzioni e
rimproveri che inevitabilmente il paziente si autoinfliggerà, spesso ancor prima che vengano formulate
le reali critiche o le richieste dall’ambiente e dalle persone con le quali è più o meno legato
affettivamente.
Si sta sempre più diffondendo l’approccio denominato “terapia integrata” (TI), ovvero una
combinazione di interventi psicofarmacologici e psicoterapici nel trattamento di vari disturbi del
comportamento umano. Per quanto riguarda il campo delle psicosi, viene
individuato nel trattamento psicoterapico, abbinato alla farmacoterapia, un importante ed
insostituibile ruolo, soprattutto nella prevenzione dalle ricadute, con il mantenimento di un sufficiente
livello di funzionamento generale. Per quanto riguarda la schizzofrenia i trattamenti psicoterapeutici
cosiddetti “riabilitativi psico-educazionali” a prevalente impronta cognitivo comportamentale, che ,
non si limitano ad essere semplici esempi di case – management, ma sono, di fatto, interventi
psicoterapici, diluiti e personalizzati. Un altro punto da prendere in considerazione è il rapporto tra lo
psicoterapeuta e le altre figure clinico-mediche. Non sempre, infatti, il farmaco, disponibile si può
rivelare attivo sui sintomi bersaglio o , ancora più difficilmente , su complesse situazioni che
scaturiscono da molteplici problematiche intrapsichiche. Occorre allora che lo psicoterapeuta e gli
altri clinici concordino un comune piano con estrema chiarezza sui propri limiti e le proprie rispettive
competenze.
Sostanze psicoattive diverse avranno ovviamente un diverso impatto sulla vita del paziente e perciò
anche sulla psicoterapia. Si può oggi pensare alla terapia psicofarmacologica, come parte del processo
di alleanza terapeutica, che viene a costruirsi con il paziente in psicopatologia. Questo dovrebbe
portare ad un approccio integrato , che usi la farmacoterapia più spesso come l’iniziale intervento per
poi lasciare il posto dopo il miglioramento della situazione clinica , alla possibilità per il paziente di
poter usare dosaggi sempre minori di farmaco. La terapia integrata e la collaborazione tra più
operatori fornisce un aiuto nell’aderenza ai regimi farmacologici, spesso resa difficile, soprattutto se le
terapie sono prolungate nel tempo. E’ importante porre l’accento sulle possibili difficoltà che possono
sorgere nel rapporto tra i due o più soggetti implicati nella terapia: dal medico curante , dall’internista,
all’endocrinologo, allo psichiatra , psicologo, psicoterapeuta. E’ estremamente importante che si
delinei il confine delle competenze tra i vari tipi e tempi di interventi per evitare di causare danni a
paziente. Primo fra tutti un rallentamento nel percorso della guarigione. Alla fine della prima visita,
qualunque sia la sua durata è ritenuto corretto prescrivere qualcosa, anche di assai generico e a volte
poco utile, anche se poco dannoso come un ansiolitico, un antidepressivo o uno stabilizzatore
dell’umore. Un maggior scambio di informazioni ed un avvicinamento , anche culturale tra le varie
figure professionali che si occupano della salute mentale , potrà condurre ad un auspicabile nuovo
quadro nel quale un professionista possa interagire più intensamente con l’altro, nell’esclusivo
interesse di colui del quale devono prendersi cura.
La parola “farmaco” deriva dal greco antico jarmakon, che significa medicina. La farmacologia è lo
studio scientifico dei meccanismi d’azione di droghe , farmaci e altre agenti chimici non che dei loro
affetti sia terapeutici che tossici sugli organismi viventi. In particolare, la psiconeurofarmacologia si
interessa delle modificazioni indotte sul sistema nervoso da varie tipi di sostanze e sugli effetti di
queste sul comportamento dell’individuo.
LA COCAINA
La parola “coca” significa “pianta”. L’attività farmacologica della foglia di coca deriva dai cosiddetti
alcaloidi, sostanze alcaline di origine vegetale che hanno un’azione farmacologica sugli esseri viventi.
Fra i diversi alcaloidi la cocaina è di gran lunga la più importante per il suo effetto psicoattivo. Con le
foglie della pianta si prepara la pasta di coca dalla quale poi si estrae la cocaina di base e da questa la
cocaina a base libera. Tale sostanza viene principalmente fumata mediante pipe di vetro, ma può
essere anche iniettata. La cocaina base libera, possiede comunque due proprietà chimiche ricercate
dai consumatori:
- Ha un punto di fusione più basso rispetto alla forma polverizzata il che significa che la cocaina
può essere facilmente scaldata in una pipa di vetro e vaporizzata ad una temperatura più
bassa.
- Dato che essa entra nell’organismo direttamente attraverso i polmoni, la cocaina fumabile
raggiunge il cervello più velocemente della cocaina sniffabile.
- Iniettata : l’effetto della sostanza compare dopo 30 secondi e decresce dopo 30 minuti;
- Sottocutanea/intramuscolare: l’effetto appare più rallentato a causa della vaso costrizione;
- Inalatoria: l’assorbimento della sostanza avviene molto rapidamente anche con dosi elevate,
tale modalità appare una delle più pericolose;
- Nasale : l’effetto si presenta dopo pochi minuti e si protrae per circa 25-40 minuti;
- Orale : l’effetto della sostanza progredisce lentamente. Tale modalità è quella meno praticata.
La cocaina agisce principalmente sul sistema nervoso centrale e, particolarmente sui centri di
controllo dei processi emozionali del piacere e della ricompensa. Il principale centro regolatore è il
sistema cerebrale mesolimbico corticale ed il principale fondamentale neuromediatore è la dopamina
che è il messaggero nervoso più importante. L’azione gratificante della cocaina si compie attraverso
l’attivazione dei neuroni dopaminergici del sistema mesolimbico. La cocaina aumenta la
concentrazione di dopamina. Questo origina una continua stimolazione dei neuroni e produce
l’euforia notoriamente riconosciuta fra gli effetti della cocaina. L’uso di cocaina crea tolleranza per cui
sono, anche nel tempo necessarie dosi sempre maggiori ed un uso sempre più frequente della
sostanza perché il cervello registri lo stessi effetto sperimentato durante i primi tempi di utilizzo.
La mescalina è il più potente principio attivo contenuto nel peyote, un cactus di piccole dimensioni
che cresce in Messico. Il peyote rappresenta una delle droghe allucinogene più popolari. Il metodo
più comune di consumo del peyote consiste nella raccolta dei “ botones” accuratamente puliti da
polvere, spine e prolungamenti lanosi che vengono poi mangiati freschi o disseccati. Il sapore è
amaro per cui viene spesso preparato allo scopo di ricavarne una pasta o un infuso che possono
essere addolciti e che conservano tutte le proprietà psico-attive.
EFFETTI: a circa mezz’ora dall’ingestione sopraggiunge nausea, vertigini ecc.. Questo malessere
tende a scomparire nel giro di un ora . Con il termine della nausea si verifica il secondo effetto fisico
rilevante: una forte salivazione e una tensione dei muscoli del collo e della mandibola. Le sensazioni
di fame, sete e fatica scompaiono completamente. A 1 o 2 ore di distanza dall’ingestione si è soggetti
ad un “rush” di energia fisica ed euforia, e si producono alterazioni visuali e uditive, accompagnate da
un marcato intensificarsi della percezione dei colori. Le pupille tendono a dilatarsi e si produce una
sensazione di maggiore acutezza visiva, soprattutto in relazione a piccoli oggetti. Come per la LSD si
può sperimentare la visione di schemi geometrici complessi in movimento e in sovrapposizioni sugli
oggetti , o nella luce. Nella terza e ultima fase subentra un senso di pace interiore e con il diminuire
delle sensazioni di energia si passa ad uno stato di maggiore contemplazione; sia rispetto al mondo
intorno a noi, sia rispetto al proprio mondo interiore. Si sviluppa un contatto di tipo empatico e di
fusione con le cose e le forme di vita che ci circondano e si possono sperimentare vere e proprie
allucinazioni. La mescalina si assume per via orale e molto raramente è in forma sintetica , ottenuta
con l’estrazione del principio attivo dal cactus e si può presentare sotto diverse forme: Sali, cristalli,
polvere o liquido. Tende ad avere un colore bianco o marrone. Con l’assunzione di mescalina ci
possono essere attacchi di panico, alterazione della capacità di pensiero e di giudizio e tachicardia.
LSD E GLI ALLUCINOGENI: il più potente allucinogeno è LSD, una sostanza che ha gravi effetti
sul cervello e che può produrre sintomi mentali del tutto paragonabili a quelli osservabili in un
paziente schizzofrenico.
I CANNABINOIDI: La marijuana, come l’hashish è una sostanza classificata tra le droghe più
leggere che si ricava dall’essiccazione delle foglie della canapa. La cannabis contiene centinaia di
sostanze chimiche, delle quali circa 60 appartengono alla classe dei cannabinoidi (i componenti
psicoattivi) . Molti degli effetti dei cannabinoidi sono dovuti alla sua azione nel sistema nervoso
centrale. Gli effetti psicotropi dei cannabinoidi variano, secondo la presenza o meno di vari fattori di
influenza ambientale e individuale e consistono in : euforia, analgesia , alterata percezione del tempo,
depersonalizzazione. Ad alte dosi possono comparire: allucinazioni, ansia, amplificazione delle
emozioni , attacchi di panico, ideazione paranoie, tachicardia, iperemia congiuntivale,alterazione della
pressione arteriosa.
I FARMACI E SCHIZOFRENIA
E’ ben noto come la schizofrenia sia un grave disturbo psichico , in particolare del pensiero. I
principali sintomi possono essere distinti in due principali categorie:
- Sintomi che sono caratteristici di funzioni psichiche eccessivamente attive, deliri, allucinazioni
e comportamenti bizzarri e disorganizzati;
- Sintomi caratterizzanti della perdita della capacità di pensare parlare in modo logico ,
incapacità di provare emozioni e affetti per le altre persone e la mancanza di motivazione e
interesse per le comuni attività.
Per secoli gli psichiatri che formulavano una diagnosi di schizofrenia non facevano altro che
condannare l’individuo alla reclusione in un’istituzione molto più simile ad una prigione che ad
un ospedale, dove spesso i pazienti più gravi cosiddetti cronici rimanevano a vita.
GLI ANSIOLITICI
La maggior parte dei tranquillanti , come pure di molti farmaci ipnotici, cioè induttori del sonno,
contiene un principio base , la benzodiazepina. Il clorario idrato è stato il primo farmaco
ansiolitico prodotto a livello industriale.
GLI ANTIDEPRESSIVI
I NEUROLETTICI
Sono una famiglia farmacologica relativamente omogenea il cui meccanismo d’azione si può
ricondurre , sia pur con qualche approssimazione , al blocco dei recettori della dopamina.
Sembra infatti che giochi un ruolo importante nella psicosi.