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VERGA

Giovanni Verga nacque a Catania il 2 settembre 1840, in una benestante famiglia di


proprietari terrieri. Dopo aver studiato privatamente, si dedic al giornalismo politico e
scrisse i primi romanzi, Amore e patria (1857) e I carbonari della montagna (1861), a
sfondo storico-patriottico.
PERIODI DI PRODUZIONE
Dal 1869 soggiorn a Firenze, allora capitale dItalia e centro culturale, continu la sua
attivit di narratore e strinse amicizia con letterati e uomini di cultura, fra i quali Luigi
Capuana, il futuro teorizzatore del Verismo.

Nel 1872 si trasfer a Milano. Negli anni del soggiorno fiorentino e milanese Giovanni
Verga scrisse romanzi che rispondevano al gusto dellepoca e che riscossero successo
presso il grande pubblico (Una peccatrice, Storia duna capinera, Eva, Eros, Tigre
reale), ma dopo lincontro con gli esponenti della Scapigliatura milanese si manifest
in lui una certa avversione nei confronti della societ borghese e un sempre maggiore
interesse per la vita vera degli uomini di pi umile condizione. Scrisse cos la novella
Nedda (1874). Nedda segna la conversione di Giovanni Verga ai modi e ai temi del
Verismo e apre una nuova e originale fase della sua attivit di scrittore. Infatti, con
Nedda, storia di una giovane donna siciliana, raccoglitrice di olive, che lavora
duramente per vivere e vede morire di stenti e di fatiche la vecchia madre, luomo che
ama e la bimba che questi le ha dato, Giovanni Verga, abbandonati i personaggi
aristocratici e borghesi e le loro artificiose passioni, scopre il mondo degli umili, dei
diseredati e degli oppressi e prende a descrivere la misere vicende di questa povera
umanit in modo oggettivo, lasciando cio parlare le cose e i fatti stessi, senza
interventi e commenti personali e adottando immagini, vocaboli, frasi e strutture
sintattiche adeguati alla realt di quei nuovi personaggi.

Questo mondo vero, di passioni elementari ma vere e di uomini strettamente


legati alla dura realt della vita quotidiana, poi oggetto, negli anni successivi, di
tutte le pi importanti opere di Giovanni Verga: dalle raccolte di novelle Vita dei campi
(1880) e Novelle rusticane (1883) ai romanzi I Malavoglia (1881) e Mastro don
Gesualdo (1889), due romanzi che avrebbero dovuto far parte di un pi ampio ciclo,
intitolato I vinti, che per non fu mai condotto a termine.

Nel 1893, Giovanni Verga fece ritorno in Sicilia, a Catania, dove rimase, in un
silenzioso isolamento, fino alla morte, avvenuta il 27 gennaio 1922.

Il Ciclo dei Vinti Ispirandosi al Naturalismo francese, Giovanni Verga concep il


ciclo dei vinti, una serie di romanzi in cui si proponeva di dimostrare che la vita
dramma e sofferenza per tutti, senza distinzione di grado sociale o di benessere
economico. La vita, secondo lo scrittore, una triste condizione di lotta per la
sopravvivenza tra uomini che, vincitori oggi, saranno domani alla loro volta dei vinti:
se nellinsieme la societ sembra caratterizzata da un continuo progresso, in realt
allinterno di quel progresso si svolgono e si intrecciano i singoli casi di tanti costretti a
soggiacere ad uno spietato inesorabile destino di miseria e di disfatta. Il pessimismo
verghiano risiede tutto nellaccettazione fatalistica di questa realt, che nulla vale a
mutare o a consolare, di questa condizione umana dalla quale nessuno dato di
evadere.
Il ciclo, secondo il progetto iniziale, doveva raccogliere cinque romanzi che, prendendo
avvio dalla storia di unumile famiglia di pescatori (I Malavoglia, 1881), avrebbero poi
analizzato lesistenza di un manovale che riesce a migliorare le proprie condizioni
economiche ma non quelle sociali e si trova, infine, privato degli affetti familiari
(Mastro don Gesualdo, 1889), di una nobildonna (La duchessa di Leyra), di un
importante uomo politico (Lonorevole Scipioni), di un esponente dellalta societ
(Luomo di lusso): tutti personaggi stravolti dallambizione e avidi di guadagno al
punto di cambiare le proprie radici sociali, ma che terminano tristemente la propria
esistenza, vinti dalla vita stessa.
A causa di un eccesso di perfezionismo che lo port a vedere pi volte la forma
espressiva delle opere pubblicate, Giovanni Verga non riusc a realizzare lintero
progetto e scrisse soltanto i primi due romanzi del ciclo e un abbozzo del terzo.

La tecnica narrativa di Giovanni Verga Nei due romanzi portati a compimento,


Giovanni Verga perfezion la tecnica dellimpersonalit dellarte, che prevede:
lassoluta estraneit dellautore rispetto alla storia che narra. Dunque
rappresentazione della realt, senza interferenze, giudizi o riflessioni morali. Il
documento parla da s. questa limpersonalit dellarte. Lo scrittore si sposta,
lasciando che siano i personaggi del racconto a presentarsi e a vivere;
lessenzialit della forma, che presenta un linguaggio che, pur allontanandosi
dalla lingua nazionale, ricco di espressioni dialettali siciliane e di modi di dire e
proverbi popolari. La sintassi semplice, con la prevalenza della coordinazione;
luso del discorso indiretto libero. Giovanni Verga presenta i pensieri dei
personaggi direttamente nella narrazione, senza verbo reggente (disse, esclam,
affermava ecc.) n virgolette. Giovanni Verga non descrive per esempio ne I
Malavoglia la morte di Bastianazzo sulla barca Provvidenza, ma (nel capitolo terzo) il
processo per cui questa morte diventa realt per il villaggio e per sua moglie,
attraverso i discorsi, i gesti e in generale le attitudini di tutti i membri di quella
comunit: alla fine del capitolo la Longa, che qualche riga prima era ancora la
poveretta che non sapeva di esser vedova, vedendo le attitudini solenni di comare
Piedipapera e di cugina Anna (le vennero incontro, con le mani sul ventre, senza dir
nulla) comprende la realt della sua vedovanza. Il narratore (leclisse del narratore
impone luso di un narratore esterno) ha scelto di raccontare gli avvenimenti come si
riflettono nei cervelli e nei cuori dei suoi personaggi.
I MALAVOGLIA
TRAMA
Presso il paese di Aci Trezza, nel catanese, vive la laboriosa famiglia Toscano,
soprannominata Malavoglia per antifrasi, secondo la tradizione della 'ngiuria (una
particolare forma di appellativo). Il patriarca Padron 'Ntoni, vedovo, che vive presso
la casa del nespolo insieme al figlio Bastiano, detto Bastianazzo, il quale sposato con
Maruzza (la Longa). Bastiano ha cinque figli: 'Ntoni, Luca, Filomena (detta Mena o
Sant'Agata), Alessio (detto Alessi) e Rosalia (detta Lia). Il principale mezzo di
sostentamento la "Provvidenza", una piccola imbarcazione utilizzata per la pesca.
Nel 1863 'Ntoni, il maggiore dei figli, parte per la leva militare. la prima volta che un
membro della famiglia dei Malavoglia parte per la leva nell'esercito del Regno d'Italia,
e sar questo evento (che rappresenta l'irruzione del mondo moderno in quello rurale
della Sicilia contemporanea) a segnare l'inizio della rovina della famiglia stessa. 'Ntoni,
lavorando, aiutava economicamente la famiglia, come era costume all'epoca, ma a
causa della sua partenza per la leva questi guadagni vengono a mancare. Per
sopperire a questa perdita Padron 'Ntoni tenta quindi un affare comprando una grossa
partita di lupini (peraltro avariati), da un suo compaesano, chiamato Zio Crocifisso per
via delle sue continue lamentele e del suo perenne pessimismo. Il carico viene affidato
al figlio Bastianazzo perch vada a venderlo a Riposto, ma durante il viaggio la barca
subisce naufragio e Bastianazzo muore. A seguito di questa sventura, la famiglia si
ritrova con una triplice disgrazia: morto il padre, principale fonte di sostentamento
della famiglia, mentre il debito dei lupini ancora da pagare e la Provvidenza va
riparata. Finito il servizio militare, 'Ntoni torna malvolentieri alla dura vita di pescatore
alla giornata, e non d alcun sostegno alla gi precaria situazione economica del
nucleo familiare.
Le sfortune per la famiglia non terminano. Luca, uno dei nipoti, muore nella battaglia
di Lissa (1866); ci determina anche la rottura del fidanzamento di Mena con Brasi
Cipolla. Il debito contratto da Zio Crocifisso costa alla famiglia anche la perdita
dell'amata Casa del nespolo, e la reputazione e l'onore della famiglia peggiorano fino a
raggiungere livelli umilianti. Un nuovo naufragio della "Provvidenza" porta Padron
'Ntoni ad un passo dalla morte; Maruzza, la nuora, muore invece di colera. Il
primogenito 'Ntoni decide di andare via dal paese per far ricchezze, ma, una volta
tornato ancora pi impoverito, perde ogni desiderio di lavorare, dandosi all'ozio e
all'alcolismo.
La partenza di 'Ntoni costringe nel frattempo la famiglia a vendere la Provvidenza per
accumulare denaro al fine di riacquistare la Casa del nespolo, mai dimenticata. La
padrona dell'osteria Santuzza, gi desiderata dallo sbirro Don Michele, si invaghisce
invece di 'Ntoni (che intanto entra nel giro del contrabbando), mantenendolo
gratuitamente all'interno del suo locale. La condotta di 'Ntoni e le lamentele del padre
la convincono a distogliere le sue aspirazioni dal ragazzo, e a richiamare Don Michele
all'osteria. Ci diventa origine di una rissa tra i due pretendenti, che sfocia nella
coltellata di 'Ntoni al petto di Don Michele, nel corso di una retata anti-contrabbando.
'Ntoni finisce dunque in prigione e Padron 'Ntoni, accorso al processo e sentite le voci
circa la relazione tra Don Michele e sua nipote Lia, sviene esanime. 'Ntoni riesce a
evitare una forte condanna per motivi "d'onore": l'avvocato lascia intendere che la
rissa fosse scoppiata perch 'Ntoni voleva difendere la reputazione della sorella Lia,
della quale Don Michele si era invaghito ma che Lia aveva respinto.
Ormai vecchio, il salmodiare di Padron 'Ntoni si fa sconnesso e i suoi proverbi (che
accompagnano tutta la narrazione) iniziano a venire pronunciati senza cognizione di
causa; per motivi anche di sopravvivenza (non pi in grado di lavorare), si decide di
ricoverarlo in ospedale.
Lia, la sorella minore, vittima delle malelingue e del disonore, lascia il paese e finisce
prostituta a Catania. Mena, a causa della vergognosa situazione della sorella, sceglie
di rinunciare a sposarsi con compare Alfio, di cui innamorata, e rimane in casa ad
accudire i figli di Nunziata e di Alessi, il minore dei fratelli, che nel frattempo si era
sposato con la Nunziata e che, continuando a fare il pescatore, ricostruisce alla fine il
nucleo familiare e ricompra la "casa del nespolo".
Acquistata la casa, ci che resta della famiglia far visita all'ospedale al vecchio
Padron 'Ntoni, per informarlo della compravendita e annunciargli un suo imminente
ritorno a casa. questa l'ultima gioia per il vecchio, che muore proprio nel giorno del
suo agognato ritorno: neanche il desiderio di morire nella casa dov'era nato viene
dunque esaudito. Quando 'Ntoni, uscito di prigione, ritorna al paese e alla casa del
nespolo, si rende conto di non poter restare a causa del suo passato, per quanto Alessi
lo inviti a farlo: con il suo comportamento egli si auto-escluso dal nucleo familiare,
rinnegando sistematicamente i suoi valori; costretto ad abbandonare la sua casa
proprio quando ha preso consapevolezza che era l'unico luogo in cui era possibile
vivere degnamente.

TEMI
I temi principali sono gli affetti familiari e le prime irrequietudini per il benessere (cfr.
Prefazione). Come anticipato nella novella Fantasticheria, emerge il cosiddetto ideale
dell'ostrica: i personaggi che, tentando di migliorare le proprie condizioni economiche,
combattendo una continua lotta per la sopravvivenza (darwinismo sociale), si
allontanano dal modello di vita consueto e finiscono male (come 'Ntoni e Lia). Soltanto
quelli che si adattano alla loro condizione possono salvarsi ( il caso di Alessi e di
Mena).
La famiglia
Giovanni Verga torna pi e pi volte su un tema preciso: quello dell'attaccamento alla
famiglia, al focolare domestico, alla casa; facile comprendere, quindi, i sentimenti di
amarezza e dolore di chi costretto a vendere la propria abitazione per pagare i debiti
di un affare sfortunato, come nel caso dei Malavoglia. Il bene della famiglia sembra il
supremo valore: questo il principale senso dell'ideale dell'ostrica. Per i Malavoglia la
"roba" consiste nella Provvidenza e nella casa del nespolo. Quando entrambe si
perdono, i membri della famiglia sentono di aver perduto le radici stesse della loro
esistenza. Solo alla fine del romanzo, Alessi riesce a recuperare la casa e con essa il
legame con il passato e gli affetti familiari.
Leconomia
Giovanni Verga riprende pi volte il discorso economico, anche nelle tragedie familiari.
Quando, ad esempio, muore Bastianazzo, la prima ed ultima cosa che si dice che la
barca era carica di lupini: quindi il fattore economico molto importante. Inoltre, Verga
vuole sottolineare la differenza tra la malizia del popolo e la famiglia operosa. Difatti
il popolo a pensare che Padron 'Ntoni si preoccupi dei lupini, quando quest'ultimo
afflitto per il figlio. I Malavoglia per tutto il romanzo sono tesi a recuperare la
condizione economica iniziale, o a migliorarla. L'economia del paese chiusa e di tipo
feudale: le classi sociali sono immobili e non lasciata nessuna possibilit alla libera
iniziativa (come dimostra l'investimento nei lupini avariati). Sempre vivo rimane il
dibattito sulla natura dei lupini che Verga immagina trasportati sulla Provvidenza,
poich lo stesso nome del legume attribuito localmente (specie in Campania) alla
vongola "povera" Chamelea Gallina; bench dal romanzo non sia possibile risolvere il
dilemma, accertato che nel caso in discorso si tratti dei semi della leguminosa
Lupinus Alba, diffusi e consumati nel catanese, laddove il nome lupino non risulta
invece attribuito al mollusco bivalve.

MASTRO DON GESUALDO


TRAMA
Il romanzo, diviso in quattro parti, si apre in medias res, su un "colpo di scena" che ci
introduce direttamente nel pieno degli eventi: un incendio sta devastando la casa dei
Trao (nobili ma decaduti) di Vizzini, tra Catania e Ragusa, e tutto il paese si mobilita
per i soccorsi. Nel caos generale, don Diego, esponente di spicco della famiglia, scopre
nella camera della sorella Bianca don Nin Rubiera, suo cugino. Tra i vari personaggi
che accorrono alla casa, si distingue un ex muratore arricchitosi grazie alla propria
intraprendenza e ad unindefessa etica del lavoro: appunto, Mastro-don Gesualdo
Motta, come viene definito dal "coro" popolare che gestisce la narrazione e il punto di
vista sui fatti. La doppia apposizione rimanda dispregiativamente al vecchio lavoro
manuale (quello del "mastro"), ma allude pure, con ipocrita deferenza, al nuovo status
borghese, che il protagonsita s' guadagnato con la redditizia costruzione di mulini.
Gesualdo, che intervenuto soprattutto per tutelare dal fuoco la propria propriet,
vicina a quella che sta bruciando, partecipa qualche giorno pi tardi ad un ricevimento
in casa Sganci, imparentati con i Trao; egli destinato a sposare Bianca, nonostante
questa si sia compromessa con don Nin e bench gli altri nobili del paese irridano i
suoi modi plebei e rozzi. Segue poi il racconto di una giornata tipo dellinfaticabile
Gesualdo: dallattenta cura dei suoi affari e delle sue terre ai difficili rapporti familiari
con il fratello sfaticato, la sorella che mira solo alle sue ricchezze e il padre, fino ai
pochi momenti di pace e serenit con Diodata, una donna che gli ha dato due figli ma
che egli non vuole sposare ufficialmente per non compromettere la propria ascesa
sociale.
Anche il matrimonio con Bianca segue una logica utilitaristica: Gesualdo, coinvolto
nella difficile costruzione di un ponte, spera, allinizio della seconda parte dellopera, di
trovare lappoggio dei notabili del paese acquistando ad unasta comunale le terre del
barone Zacco, in cambio di un sussidio del comune. La situazione per sconvolta
dallo scoppio dei moti del 1820, che da Palermo si diffondono a macchia dolio anche
nellentroterra; Gesualdo partecipa alla riunione dei carbonari solo per tutelare i suoi
averi, ma deve rifugiarsi presso Diodata (sposatasi con Nanni l'Orbo, che ricatta
Gesualdo sapendo dei suoi sentimenti per la moglie) mentre la moglie Bianca (che
disprezza il mastro, e lo tratta in maniera distaccata, sia per l'amore che nutre per
don Nin sia per la lontananza sociale e culturale che li separa) d alla luce Isabella,
probabile frutto di una relazione adulterina con don Nin, scialacquatore e donnaiolo di
professione, indebitato con lo stesso Gesualdo.
La parte terza del romanzo si apre con lingresso di Isabella in collegio, dove per le
coetanee altolocate la escludono in quanto figlia di un manovale; tornata a Vizzini per
lepidemia di colera del 1837, la giovane a disagio per la mediocrit del mondo
contadino. In pi, il padre Gesualdo, che mira attraverso di lei a proseguire la propria
arrampicata sociale, le impedisce di frequentare Corrado (povero ed orfano), e, dopo
la sua fuga damore, le impone un matrimonio riparatore col duca di Leyra, che per
pretende una cospicua dote dal genitore. La crisi interna al mondo familiare (Bianca
per giunta malata di tisi) si salda, in apertura del quarto capitolo, a quella nel mondo
degli affari e della roba, sempre gestiti attraverso trame occulte dai potenti del
paese, tra cui don Nin, il barone Zacco, il canonico Lupi e donna Giuseppina Alsi.
Linizio della fine per il combattivo mastro coincide allora con i moti rivoluzionari del
1848: la morte di Bianca, il rifiuto a partecipare allinsurrezione popolare (come invece
fanno nobili e borghesi del paese, per salire sul carro del vincitore e goderne i
benefici...), lassalto ai suoi magazzini costringono il protagonista a rifugiarsi prima nei
possedimenti in campagna e poi, ormai minato da un cancro incurabile, ad accettare
lospitalit del duca di Leyra, in un signorile palazzo palermitano. questa la resa dei
conti di un altro vinto verghiano: incapace di ricostruire un qualsivoglia rapporto con
la figlia Isabella e spettatore passivo del crollo del suo piccolo impero ad opera del
genero, Gesualdo muore solo.

TEMI
Mastro-don Gesualdo uno dei capolavori di Giovanni Verga e appartiene al ciclo,
incompiuto, detto dei Vinti. Il romanzo infatti incentrato sulla figura di Gesualdo
Motta, un uomo che nel corso della sua vita sacrifica ogni affetto a ragioni
strettamente economiche ritrovandosi alla fine schiacciato e sconfitto dall'aridit di cui
si circondato.
Il tema del romanzo risulta evidente sin dal titolo: il personaggio principale, Gesualdo
Motta soprannominato dai suoi compaesani "mastro-don". Si tratta di un nomignolo
dispregiativo che sottolinea la natura di parvenu di Gesualdo, una via di mezzo fra
"Mastro" (appellativo riservato a chi dirige un gruppo di muratori) e "Don" (epiteto
riservato ai signori e proprietari terrieri).
Il protagonista, infatti, da muratore diventa imprenditore, proprietario terriero, marito
di una nobildonna; da qui il suo conseguente isolamento, poich viene detestato da
tutti coloro che non hanno ottenuto lo stesso successo in termini di ascesa sociale e
disprezzato dal ceto notabile che lo considera un bifolco arricchito.
Il romanzo costituito da ventuno capitoli suddivisi a loro volta in quattro parti
corrispondenti alle quattro pi importanti fasi della vita del protagonista: il matrimonio
con Bianca Trao, il successo economico, l'inizio del declino di Gesualdo, la sua morte.
Si tratta quindi di un romanzo che ricorre ad una tecnica per scorci: i fatti pi
importanti vengono isolati grazie ad ampi salti temporali.
Il romanzo, oltre a mostrare la decadenza dell'aristocrazia, presenta una
contrapposizione tra vittoria economica ed affetti familiari. Il protagonista un
arrampicatore sociale i cui tratti salienti sono l'intraprendenza borghese,
l'individualismo, il materialismo e la fine degli ideali, tanto che l' affannosa aspirazione
alla "roba" e all' ascesa sociale segnano una corsa verso l'alienazione e la solitudine
senza speranza.