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Il verismo

Nella seconda metà dell'ottocento si affermò il realismo. Alla base di


questa corrente stavano: il positivismo, le teorie evoluzionistiche di Darwin,
il determinismo di Ippolito Taine secondo cui l'opera d'arte è il prodotto
necessario meccanico di alcuni fattori naturali e generali come il clima, la
razza, l'ambiente esterno, i gusti e le idee del tempo, il peso del passato.

I naturalisti studiavano i problemi della vita quotidiana scaturiti dalle


condizioni sociali che, con il passare del tempo, cambiano e dalla
partecipazione delle masse operaie e contadine alla lotta politica. Essi si
proponevano la riproduzione fedele, distaccata, quasi fotografica e la
documentazione del mondo squallido che sopravviveva al mondo degli
"eletti".
Allontanati gli elementi soggettivi, fantastici e pittoreschi, gli artifizi
letterari, essi volgevano la loro attenzione all'uomo nella società.

Così al romanzo storico e psicologico (romanticismo) subentrava quello


naturalistico, sociale che analizzava la miseria morale e materiale di coloro
che vivevano nei bassifondi delle metropoli o delle campagne desolate
delle province povere, delle folle cieche, oppresse e minacciose. Voleva
dunque essere quella che noi oggi chiaamiamo denuncia sociale?

In Francia, fra i maggiori rappresentanti del naturalismo, possiamo


ricordare Flaubert con l'opera Madame Bovary;
In Inghilterra ricordiamo Dickens con i suoi romanzi Oliver Twist e David
Copperfield;
In Russia (realismo) Tolstoj con Anna Karenina e Guerra e pace

Il verismo italiano ebbe il suo teorico in Luigi Capuana nato a Mineo (Sicilia
1839-1915). Egli sostiene che il compito della letteratura è lo studio e la
rappresentazione della realtà sociale umana. L'arte, impersonale, dovrebbe
essere un'arte che non ride e non piange, che non lascia trapelare simpatie
o antipatie.
È ovvio che un'arte fatta così non potrà mai esistere. Vedremo più in là il
perché.
Altri: Federico De Roberto (Napoli 1866-Catania 1927) autore de i Vicerè:
racconto di una famiglia spagnola trasferitasi in Sicilia nel 1600.
Grazia Deledda (Nuoro 1871-Roma 1926) autrice dell'opera Canne al
Vento.

Giovanni Verga

Non dite mai: inventore, creatore, padre (come spesso avviene) ma


l'interprete più rappresentativo del verismo italiano è Giovanni Verga nato
a Catania nel 1840 e morto nel 1922.

Giovanni Verga compose i suoi primi romanzi sull'esempio della letteratura


romantica e autobiografica e che rappresentavano la società di ricchi
mondani, oziosi, la disperazione, la follia, la passione ardente: Storia di
una capinera è la storia o meglio il romanzo intimo di una fanciulla che
uscita temporaneamente dal convento, in una sere di lettere rivela ad una
amica come ella in campagna senta l'anima aprirsi alle gioie della vita e
dell'amore per un giovane amico e poi come sia straziata dal dolore, dalla
gelosia e dal rimorso, quando è costretta a ritornare in convento e a
staccarsi da colui che lei ama più di ogni cosa e che sposerà sua sorella.
Morrà lentamente consunta dalla pazzia e dalla tisi.

Verso i quarant'anni Verga entra a contatto con la letteratura verista, il suo


ritorno in Sicilia, il "viaggio nel tempo" che fa dal settentrione al meridione
e viceversa, la visione di due mondi completamente diversi pur facenti
parte dell'Italia unita, l'abisso che distanzia sempre di più il Sud dal Nord,
la convenienza di alcuni proprietari terrieri a mantenere "ignoranti" i propri
contadini, l'interesse politico e la prepotenza da parte dei Don, dei Baroni
fa si che egli cominci a sentirsi diverso, che senta il bisogno di
"denunciare" in qualche modo l'arretratezza della terra in cui è nato e
cresciuto e dunque reagisce all'esasperato soggettivismo delle prime
opere.
In qualche modo forse questa sua simpatia verso un mondo fatto di reietti,
umili e per la vita semplice era già presente nei romanzi del Verga
giovanile. Ora però volge lo sguardo alla sua Isola nei suoi aspetti sociali
più veri e più desolati, alla vita misera della gente dei paesini di provincia
ma allo stesso tempo una realtà più schietta, sana e quindi vera.
Giovanni Verga sostiene che l'opera d'arte (intesa come qualsiasi opera
prodotta dall'uomo) debba essere o sembrare impersonale: "che sembri
essersi fatta da sé senza serbare alcun punto di contatto con l'autore".

In verità pur evitando un giudizio o un commento personale dei fatti e dei


personaggi osserva e rappresenta con vigorosa umanità, profonda pietà e
intensa tristezza la vita squallida e dolorosa dei contadini, dei pastori, dei
pescatori, dei muratori: uomini che vivono ancora allo stato degli uomini
primitivi, ignoranti ma grandissimi "travacchiatura", legati al loro mare, alla
loro terra, alla loro casa e ogni giorno in lotta per il pane quotidiano.
Questi sono però fedeli ad alcune regole fisse, scritte nel dna, che si
tramandano - incoscientemente - di padre in figlio, e fedeli ad alcuni
principi tradizionali come il senso religioso del focolare domestico, la
passione della terra, il rispetto della donna, dell'onore familiare.

I siciliani accettano la sofferenza come ferrea legge della vita e non si


ribellano mai al cieco, schiacciante destino che pesa sul capo di ognuno
"chissa è la me sorti", "chissa è la me cruci"; se, talvolta cercano di
cambiare lo stato delle cose per brama o cercano di staccarsi dallo scoglio
a cui sono aggrappati da quando sono venuti al mondo, di uscire dal livello
sociale a cui sono stati destinati… rimangono a metà, per via e piegano il
capo sotto il peso di ciò che viene contro.

Il paesaggio, delle sue opere, s'intona perfettamente alla concezione


pessimistica della vita siciliana che Giovanni Verga ha: una terra bruciata
dal sole, tormentata dalla malaria, minacciata dal vulcano. Per assurdo
questa terra fa dimenticare, a volte, le preoccupazioni e le pene familiari.

Verga dà il primo saggio della sua nuova adesione al verismo con Nedda: è
la storia di una povera contadina orfana che ama un giovane da cui è resa
madre. Il giovane, però, cade da un albero e muore prima che la possa
sposare. A Nedda resta la bimba che non riesce a sfamare e che presto
muore. La donna resta sola al mondo vinta dalla miseria e dal dolore.

Famose le sue due raccolte:

1. Vita dei campi composta da otto racconti fra cui La Lupa, Novelle
Rusticane
2. Novelle Rusticane La roba, Mastro Don Gesualdo.

I Malavoglia, primo romanzo di un ciclo intitolato i vinti (quelli che la


corrente ha deposto a riva dopo averli travolti e annegati ciascuno con le
stimmate del proprio peccato).
Il ciclo non andò oltre il secondo romanzo Mastro don Gesualdo:

narra la storia di una povera ma onesta famiglia di pescatori di Aci Trezza


che lotta contro un destino avverso incombente sulla sua casa del Nespolo;
la famiglia dei Malavoglia possiede la barca più vecchia del villaggio.
Componenti della famiglia: il vecchi nonno padron Ntoni, il figlio
Bastianazzo e la moglie Maruzza (la longa) i nipoti Ntoni, Luca, Mena,
Alessi. Tutti uniti per resistere alle tempeste della vita.

Il giovani Ntoni abbandona la famiglia per andare a fare il soldato, rende


difficile la situazione della situazione economica della famiglia.

Il vecchio Ntoni, per rimediare, pensa di comprare a credito una partita di


lupini ma una tempesta fa naufragare la barca con il carico di lupini.
Rimane così il debito che i Malavoglia vogliono a qualunque costo saldare.
Si danno tutti da fare specie Ntoni che ritornato dalle armi. Il guadagno
però finisce per aggiustare la barca. La casa è inghiottita dai debiti. Il
matrimonio di Mena va a monte e un'altra tempesta distrugge la barca. Il
nonno è inabile al lavoro; Maruzza muore di colera. Ntoni lascia la casa in
cerca di fortuna si dà al vizio e al contrabbando, finisce in galera. Lia
scappa in città, Il vecchio Ntoni finisce all'ospedale e muore. Mena avvilita
rinuncia al matrimonio con il giovane che l'ama, Alessi riesce a riacquistare
la casa del Nespolo dove Ntoni, uscito dal carcere ritorna per rivederla
un'ultima volta e poi scompare.

Una storia drammatica quella dei Malavoglia: quando qualcuno si stacca


dal gruppo il mondo, da pesce vorace quale è, lo ingoia. È stato definito il
poema della casa calvario in cui creature deboli ma eroiche soffrono e
piangono, prive di speranza nella giustizia divina, coscienti del loro tragico
destino. Intorno agli umili protagonisti si raccolgono compari e comari del
villaggio.

Romanzo ricco di motivi e di colori è Mastro don Gesualdo ossia la tragedia


della roba che l'uomo ha ottenuto con fatiche, sacrifici e sofferenze ma alla
fine della vita diventa tutto caduco e vano.

Mastro don Gesualdo ha lavorato per tutta la vita ed è riuscito a


raggiungere una sua posizione sociale che desidera ad ogni costo
conservare e tutelare.

Motta inizia la sua fortuna con le mansioni di povero manovale, poi


divenne proprietario di terre e di case, infine imprenditore di opere
pubbliche. Egli non dimenticherà mai le umili origini. Sposa Bianca Trao.
Da questa si aspetta affetto e conforto in cambio degli agi e del benessere
da lui offerti; ma purtroppo la sorte gli gioca una beffa: la moglie gli nega
l'amore, poi è costretto, dalla moglie consunta dalla tisi, a perdonare la
figlia che è fuggita con un poetastro e che viene obbligata a sposare un
duca di Palermo per sanare l'onore familiare. Anche la figlia è disgraziata
poiché il marito le consuma la dote e il destino non le permette di vedere
per l'ultima volta la madre che muore. Don Gesualdo sfiduciato, con il
paese in rivolta e i contadini ostili è roso dal cancro ed è costretto a dare le
sue ricchezze ai parenti, ai figli illegittimi e ai ricattatori. Il Motta si spegne
così solo come un cane ma prima di esalare l'ultimo respiro ha un pensiero
per Diodata, la fedele serve, madre dei suoi figli illegittimi.