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IO CREDO IN DIO

RIFLESSIONE BIBLICO TEOLOGICA (a cura di Monica Quirico) 1. Uomo sei credente?

Quanto crediamo nella nostra vita! A ben vedere fin dal nostro primo sguardo sul mondo e per tanti piccoli gesti quotidiani, la nostra esistenza costellata di atti di fede. Fiducia fondamentale nella vita, nellaffettuoso insegnamento, dalla mamma al suo bambino, della parola che ci apre alla relazione con laltro, con il mondo, fiducia nel futuro con i progetti per loggi e il domani, nellabbraccio consolatore e desideroso di ogni prossimo bene.. fiducia Una fiducia che subito si offre come proposta, credibile, di vita riuscita. Scommetto ogni giorno, fin dal primo, su una vita che si offre come credibile. Conosco e riconosco nelle relazioni, nei legami, nella bellezza di un sorriso e di uno sguardo, il dono di una proposta di vita piena che viene prima di me, mi anticipa, mi interpella, attende da me un riconoscimento, un apprezzamento, un libero s.

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Io credo in Dio

Allinizio un incontro. Non una generica, per quanto attraente percezione di unenergia vitale, non un percorso guidato della ricerca della felicit pi o meno modellato sul mio tempo, i miei ritmi, la mia cultura, il mio bisogno di benessere. Un incontro. La proposta di vita mi viene da un Dio che mi pensa, mi plasma, mi fa respirare, sorridere, parlare con te e con Lui, custodire un mondo, lavorarlo e farlo crescere. E un Dio PER, fin dallinizio e fino alla fine, oltre la mia fine. Un Dio che non risparmia niente per s, e non Si risparmia. Un dio che ha Nome e che si fa conoscere per nome: Egli IL DIO CON NOI. Per la riflessione : Es 3; Is 7; Mt 28,16-20; Catechismo della Chiesa Cattolica, 27-67 Un incontro preparato, sostenuto, per un obiettivo: fare comunione con luomo, offrire in dono la libert e labbraccio. Un Dio ostinato nella passione per luomo. Questa la Verit che rende liberi. La passione per luomo. Per la sua salvezza. Questa la Verit di una vita felice, piena, bella. Per la riflessione : Gen 1; Es 13-16; Gv 14-17; Gv 20; 1 Cor 15; Concilio Ecum. Vaticano II, Cost. Dogmatica Dei Verbum, Cap. I

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Perch credere? La Verit che mi fa uomo libero

Posso credere questo? Con cuore, occhi, mente posso scommettere sullincontro che mi si presenta affidabile, portatore di una libert e dignit duomo, di una giustizia che mette nelle mie mani e affida alla sua realizzazione, di un senso compiuto delle relazioni pi profonde qui, ora, e la promessa che esse non si chiuderanno con me. Con cuore, occhi, mente, posso vivere in quella stabilit che comprensione della vita, comprese le sue ombre e ci che ancora mi nascosto. Dio il Dio dellAmen, il Dio fedele. Credere immergersi in questa stabilit: ma se non crederete, non resterete saldi (Is 7,9).
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Per la riflessione: Dt 6; Sal 16; 30; Mt 7,26-27; Lc 5,1-7; Gv 8, 31-32

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La storia mia e di Dio

Una storia cominciata nellincontro dellinizio. La storia di Dio con me e il mondo, la storia in cui vivo, la mia storia con Dio. La storia di Dio con me e il mondo: un dio che si sporca le mani col fango, soffia il suo respiro, si compromette definitivamente. IO e gli altri non siamo un per caso o una delle possibili scelte. . Mi chiama per nome. Proprio con me e con ciascuno di noi ha progetti. La storia in cui vivo: un mondo da abitare, luoghi di incontro. Dio crede in me, mi affida la mia casa . Avvolge con il suo sorriso/arco cielo e terra, la sua e la nostra casa, cos che anche la terra diventa la sua casa. I piedi di Dio camminano sulla nostra terra. La storia del mondo la sua storia. Io e Dio, la nostra storia. Anche a me viene rivolta la Parola. Attende una reazione. La mia storia pu diventare la mia storia con Dio, la nostra storia. Credo io questo? Giobbe ha accettato la sfida sino allo sfinimento per arrivare a dire io non ti conoscevo, Giacobbe ha resistito alla rassegnazione, ha ingaggiato un confronto e uno scontro con Dio... Elia ha dovuto attendere la voce del silenzio (cfr 1 Re 19), Pietro ha messo i piedi nelle impronte di Ges, ma ha avuto anche tanta paura e, almeno una volta, si voltato indietro (cfr Mc 8,31-33//). Eppure Eppure la mia storia pu diventare la mia storia con Dio, io e Lui nella stessa storia, con la stessa passione per luomo, con la stessa ostinazione per la salvezza di ogni uomo. Posso io credere questo? Abramo, Mos, Giacobbe, Elia, Giobbe, Pietro.. e molti altri uomini e donne del primo e secondo testamento hanno creduto, nella loro completa umanit, fatta di conflitti e di paure, di resistenze talvolta anche molto dure e di sospetti fino alla soglia della disperazione. Uomini e donne che hanno scommesso, rischiando, sulla credibilit della vita piena che viene da Dio. Come Maria, ha creduto possibile, reale, una Vita Nuova. Una scommessa quotidiana, silenziosa che costruisce la vita vera donata da Dio. E la stabilit della fede, di chi testimonia la passione e la resurrezione di Cristo nellordinario dei giorni attraverso le passioni e le resurrezioni degli uomini: la realt tanto cruda quanto bella. Giona non aveva scommesso e non voleva scommettere. Nella sua presunta sicurezza sullessere di Dio dimentica gli uomini e il Dio-con noi. Ma Dio non dimentica di ESSERE PER... Giona sono io, sei tu. Puoi scommettere su questo Dio? Per la riflessione: Gv 1; Gen 12; Mc 9,14-27; Gen 32; 1 Re 19; Gb 42; Lc 1,26-55; Il libro di Giona

TU SEI LA LUCE CHE SPLENDI Tu sei la luce che splendi in silenzio, sei dentro larcobaleno di pace: gioia, piacere damare, di vivere: piccolo o grande, dai nomi infiniti. Ora vorremmo portarti la gloria Del tuo creato sui vasi purissimi Dei nostri altari: lodarti e tacere, far della terra unarpa che canta.
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TU SEI IL DIO DEL VENTO Tu sei il Dio del vento e del tuono, sei la colonna di fuoco la notte, nube e riparo del sole nel giorno: un Dio che ancora ci parla dal rogo! Dio vagabondo con noi nei deserti che nella tenda hai voluto abitare condividendo la sorte dei poveri sempre in cammino avanti al tuo popolo. Questo vuol dire il Dio dei vivi, il Dio dAbramo, dIsacco e Giacobbe: il Dio che vive nel sangue dei padri, colui che sempre fiorisce nei cuori Davide Maria Turoldo, Cantate a Dio con arte in G. Ravasi, Il canto della rana. Musica e teologia nella bibbia. Rapsodia e testi poetici di Davide Maria Turoldo, Piemme, Casale Monferrato 1990.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI D. Morin, Per dire Dio, Borla, Roma 1992 P. Sequeri, intorno a Dio. Intervista di Isabella Guanzini, Editrice La Scuola, Brescia 2010 P. Sequeri, Sensibili allo Spirito. Umanesimo religioso e ordine degli affetti. Glossa, Milano 2001 P. De Benedetti, Quale Dio?. Una domanda dalla storia, Morcelliana, Brescia 1997 G. Angelini, Assenza e ricerca di Dio nel nostro tempo, Centro Ambrosiano, Milano 1997 B. Welte, Che cosa credere, Morcelliana, Brescia 1983 B. Welte, Dal Nulla al mistero assoluto, Marietti 1985 A. Gesch, Dio, San Paolo, Cinisello Balsamo 1996; U. Casale (ed), J. Ratzinger, Benedetto XVI, Il problema di Dio nel mondo contemporaneo, Lindau, Torino 2011; J. Ratzinger, Benedetto XVI, Introduzione al cristianesimo, Queriniana, Brescia 200514 J.-M. Ploux, Dio non quel che credi, Qiqajon, Bose 2010 B. Forte, Piccola introduzione alla fede, San Paolo 20108

NELLA LITURGIA (a cura dellUfficio Liturgico) In alto i vostri cuori! Lo sguardo di fede e lorientamento della preghiera Ges fiss lo sguardo su di lui e lo am (cfr Mc 10,21). Lincontro tra Ges e il giovane ricco ci ricorda che la fede pu nascere solo dentro uno sguardo. La fede, come sguardo, infatti, un dono muto e indifeso, non ha pretese n forzature, pu solo sperare di essere corrisposta, con linevitabile rischio di un rifiuto. Nei Vangeli vi sono sguardi che si sollevano per incontrare il volto misericordioso di Ges, vi sono anche sguardi che si abbassano,
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rattristati e delusi, come quelli del giovane ricco. La fede, infatti, pu essere solo corrisposta, nasce da un lasciarsi guardare e amare, uno sguardo capace di annientare il dubbio, di vanificare ogni debolezza, poich tutto possibile presso Dio (Mc 10.23-27). Il tema dello sguardo di Dio determinante nel comprendere il senso pi profondo della fede cristiana; senza di esso, facile scivolare in interpretazioni dottrinali o rigidi moralismi. Per ovviare a interpretazioni di questo tipo, la celebrazione liturgica pu costituire un luogo significativo. Qui la fede, ricevuta e professata, ama consegnarsi e dirsi nella forma dello sguardo. La liturgia ci raccoglie sotto lo sguardo di Dio. Il primo gesto che la liturgia ci invita a compiere il radunarsi sotto lo sguardo di Dio. I riti di introduzione, in particolare, come la forma stessa dellaula liturgica, ci invitano ad entrare nellazione liturgica e a porsi sotto lo sguardo di Dio: sguardo amorevole che invita a radunarsi (riti di ingresso), sguardo benigno che perdona le nostre colpe (atto penitenziale), sguardo colmo di attesa che invita allascolto della Parola di Dio (orazione colletta), sguardo rivolto a tutti e a ciascuno, senza distinzioni n preferenze. La liturgia orienta lo sguardo verso Dio Ogni celebrazione liturgica non pu che iniziare orientando il cuore verso Dio. La disposizione dello spazio, la presenza delle immagini, le parole del canto iniziale, la richiesta di perdono dellatto penitenziale, le parole dellorazione colletta ci ricordano come tutta la liturgia mira a distogliere lo sguardo dalle cose del mondo per elevarle verso Dio (cfr. Col 3,2). Pi volte, infatti, la liturgia stessa ci esorta ad elevare lo sguardo per posare gli occhi sul volto misericordioso di Dio. Ricordiamo, in particolare, linvito che il presbitero rivolge allassemblea allinizio della solenne Preghiera Eucaristica: In alto i nostri cuori. Sono rivolti al Signore. . Anche prima di accedere al banchetto eucaristico siamo invitati a volgere lo sguardo verso lAgnello per noi immolato: Ecco lAgnello di Dio che toglie i peccati del mondo, cos come nellostensione prima di ricevere il Corpo e il Sangue di Cristo. La nostra esistenza, racchiusa nella fragilit e nella semplicit dei doni presentati allaltare, si pone sotto lo sguardo sereno e benigno di Dio (Canone Romano) perch attraverso la partecipazione al sacrificio eucaristico egli faccia di noi un sacrificio a lui gradito (cfr. Preghiera Eucaristica III). Ma, in generale, tutta la Celebrazione Eucaristica pu costituire un orientamento del cuore a Dio, un aderire alla sua volont per stringere con lui un patto di eterna alleanza. La liturgia ci invita a professare la fede in Dio Sotto lo sguardo di Dio, lassemblea liturgica invitata a professare la fede in Dio nella Celebrazione Eucaristica domenicale, nelle solennit, (in particolare nella Veglia Pasquale) e nella celebrazione dei sacramenti dellIniziazione cristiana. La professione di fede nella liturgia sempre responsoriale: posta tra la Liturgia della Parola e linizio della Liturgia Eucaristica, ci ricorda che pu solo esprimersi nella forma della risposta. Nella Liturgia Eucaristica, infatti, professiamo la fede dopo lascolto della Parola di Dio, luogo in cui i fedeli sono invitati a riconoscere il Signore presente nelle Scritture. La professione di fede, infatti, contiene i momenti pi importanti della manifestazione di Dio nella storia: creazione, incarnazione, redenzione, dono dello Spirito Santo, la vita della chiesa, la vita eterna. Nellattuale liturgia, il Simbolo della fede pu essere proclamato secondo tre diverse formulazioni: il simbolo Niceno-Costantinopolitano, il Simbolo Apostolico, la professione di fede battesimale. Professare comunitariamente la fede, dunque, pi che una meccanica ripetizione, una risposta, una corrispondenza dello sguardo, un riconoscimento della presenza di Dio nella storia. Proprio per sottolineare questa dimensione corale e laudativa, pu essere opportuno, in alcune circostanze, oltre che curare una buona e calma recita comunitaria, anche proporre lesecuzione in canto (vedi scheda musicale allegata).
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TRACCE DI DIO NELLA CULTURA CONTEMPORANEA


a cura di Oreste Aime

"Non dal modo in cui un uomo parla di Dio, ma dal modo in cui parla delle cose terrestri, che si pu meglio discernere se la sua anima ha soggiornato nel fuoco dell'amore di Dio" (S. Weil, 1942, Q IV, p. 183)

Il titolo generico allude ad un duplice fatto: - da punto di vista della documentazione: solo alcuni aspetti della cultura contemporanea, quella del nostro 'secolo breve', saranno presi in esame; - da un punto di vista del metodo: si delineer soltanto un tracciato, senza uno scavo approfondito, che viene lasciato proseguire dall'ascoltatore a qualche altra occasione di riflessione.

Al di l di questi aspetti un po' contingenti, il titolo mette in evidenza un aspetto oggettivo: Dio non al centro della cultura contemporanea, di lui si trovano solo tracce, in qualche caso ben visibili, in altri difficili da decriptare. Talvolta manca la parola e, forse, il silenzio vi allude; ma il rimando affidato a chi legge, a chi ascolta, a chi interpreta. Possiamo partire da questo caso-limite.

1. Il monitor del computer si accende improvvisamente, e padre e figlio, Krzysztof e Pawel, non sanno dare giustificazioni del fatto. Sul monitor compare la scritta invitante: I'm ready. Sono pronto a rispondere ... a tutto? Gran parte del Decalogo 1 di K. Kieslowski ruota attorno a questo oggetto, che troneggia nell'appartamento e a cui lavora il professore di linguistica. Il bambino, per imitazione e per curiosit, attratto da quella scatola portentosa, ma vi pu accedere solo con il permesso del padre e a precise condizioni. Bastano poche istruzioni ed anche lui in grado di utilizzarlo. Ma il mondo del bambino non si chiude l. Nella notte, prima di addormentarsi, sogna ad occhi aperti attratto dal luccicho dei pattini nuovi ricevuti in dono. Dopo lunga contrattazione con il padre, li potr usare il giorno seguente sul laghetto vicino a casa, perch i calcoli elaborati con il computer hanno garantito la tenuta del ghiaccio che s' formato negli ultimi giorni di gelo. Quel pomeriggio sarebbe anche dovuto andare nella vicina chiesa per iniziare il catechismo; ma il padre ha rimandato quel momento. Sappiamo da un dialogo avuto con il bambino - dialogo sul tema della morte - che l'orientamento religioso non appartiene al suo modo di pensare e di vivere. Invece la zia, la sorella del padre, che compare ogni tanto, esprime una convinzione religiosa forte e calorosa e vorrebbe comunicarla a Pawel. Quel pomeriggio il ghiaccio non ha retto. Nel film, a differenza dalla sceneggiatura, non ci sono motivazioni che spiegano il fatto; anzi il responso del computer ansiosamente consultato ribadisce i dati del giorno precedente. ancora sicuro. Eppure le sirene dei vigili, le voci, la gente, ma soprattutto un oscuro presentimento spingono il padre al laghetto. L, nel buco che squarcia il ghiac5

cio, qualcuno caduto. Non si sa ancora chi. Pawel potrebbe essere andato a giocare altrove; ma poco alla volta la speranza si riduce. Nella sequenza finale Krzysztof vaga smarrito nella chiesa del quartiere. S'arresta davanti al quadro della Madonna di Czestochowa, con un gesto di ribellione o di disperazione. Un cero caduto traccia lacrime di cera sul volto della Madonna. Senza risposta. Il computer non un idolo; eppure 'parla', interloquisce, risponde alle domande, concentra attenzioni di grande rilievo. La sua presenza in ogni caso non sostiene n smentisce il riferimento religioso; una cosa importante, pi di tante altre, occupa un posto unico: uno strumento potente e duttile, un gioco, un pezzo della vita. Il primo comandamento, mai citato, neppure nel titolo, ricorda: Io sono il Signore tuo Dio. Non avrai altri di di fronte a me. La vicenda vi fa riferimento solo indirettamente, soprattutto perch c' quel titolo che quasi asetticamente lo richiama alla memoria. Solo un'allusione e per di pi indiretta. Ma fondamentale. Il film narra, non sostiene esplicitamente una tesi. Racconta l'imponderabilit e la fragilit della vita. La fede appartiene ad un mondo che sfiora il nostro, quando compare la morte e il suo mistero oppure, ed il caso della zia, si ama, intensamente. Alle domande di Krzysztof nessuno in grado di rispondere, n il computer n l'icona. Eppure sembra esserci una risposta, ma nessuno la pu formulare. Sospesa, nel silenzio, nel volto di un muto personaggio, un giovane avvolto da un giaccone in pelle, che compare ogni tanto nel film, quasi testimone di una dimensione che ma indicibile. Il film del 1988. Insinua qualche domanda nel nostro vivere quotidiano e Dio vi appare come all'orizzonte, inafferrabile, lontano e vicino, necessario e sfuggente. Potrebbe essere quasi un simbolo del nostro tempo: il computer ordina la vita ma non pu salvarla, il linguaggio la rete con cui avvolgiamo le cose e il mondo ma con cui non possiamo dire la morte, gli affetti sono la sostanza dei nostri rapporti ma esposti senza rimedio al dissolvimento. E Dio?

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Caratteri generali

Se intendiamo la cultura nel suo senso tradizionale - l'espressione alta delle capacit dell'uomo negli ambiti dei saperi e delle arti - e se per cultura contemporanea intendiamo a grandi linee quella dell'ultimo secolo, con eventuali anticipazioni in quello precedente; se inoltre Dio viene inteso in un senso vicino al monoteismo ebraico-cristiano (e con ci si esclude la percezione pi o meno panteistica della realt, abbastanza diffusa), a riguardo del nostro tema: la presenza di Dio, dobbiamo constatare nell'insieme, in termini quantitativi, la sua eccezionalit, talora marginalit o anche irrilevanza. Da questo punto di vista, il Novecento prosegue e attua in estensione ci che era stato depositato in germe dall'umanesimo e dall'antiumanesimo atei dell'Ottocento. Non ci sono grandi originalit su questo fronte: le tesi fondamentali sono gi state enunciate allora; di suo il Novecento propone alcune variazioni sugli stessi temi e registra un progressivo smussamento dell'ateismo in 'secolarizzazione' e indifferenza. Da notare che tutto ci non significa l'assenza di religione; anzi si potrebbe dire che lo stesso ateismo, sia sul piano teorico che su quello pratico, ha assunto caratteri religiosi, secondo la profezia di uno dei suoi padri, L. Feuerbach. L'ebbrezza ideologica per molto tempo ha avuto la funzione di 6

surrogato della religione. La fine delle ideologie ha favorito nell'ultima parte del secolo il riaffioramento della religione, ma di 'religioni senza Dio'.
"Si soliti caratterizzare la nostra epoca come irreligiosa; pi corretto sarebbe scoprire le religioni che la popolano clandestinamente. Clandestinamente, perch queste religioni nascoste hanno come carattere distintivo il fatto che i loro fedeli non le accettano come tali. I loro seguaci non vogliono credervi totalmente e le servono, loro malgrado, senza volont, senza coscienza n responsabilit. Attraversiamo un'epoca di di clandestini, che invece di rivelare il proprio volto, come hanno sempre fatto o lasciato fare gli di, lo occultano e lo mascherano. Oscure religioni e di che non osano mostrarsi, che hanno bisogno di tutta la debolezza della coscienza contemporanea per sopravvivere. Di che l'uomo desto, nel pieno delle sue facolt, si vergogna di servire. Per questo la maggior parte delle energie degli uomini viene spesa nella simulazione, nella preparazione di argomenti atti a mascherare la falsit in cui vivono. Vivono nella menzogna, non tanto perch adorano falsi di, ma perch non hanno il coraggio di confessarlo apertamente" (cfr. Zambrano, 1940)

Dal punto di vista qualitativo la situazione diversa. La teologia cristiana, protestante e cattolica, ha conosciuto una grande stagione; negli altri campi - filosofia e arti - talvolta si aprono degli squarci di grande significato; solo la scienza, soprattutto in Europa, sembra respingere questo coinvolgimento: forse perch la questione di Dio non propriamente della scienza; ma che sar mai una scienza senza Dio? In generale in questo ambito si passa da un ateismo metodologico (secondo cui non si deve attingere all'ipotesi Dio ogni volta che sul piano della spiegazione di un fatto si deve ricorrere a qualche nesso causale o funzionale) all'ateismo assiologico e ontologico (Dio non esiste, la stessa questione insensata). Pur quantitativamente ridotta, la 'questione' su Dio permette ricostruzioni ampie e variegate. Non possibile in questa sede dar conto di tutto; perci la scelta cade solo su alcune opzioni. A questa ricostruzione d uno schema generale, che si regge sul confronto tra negazione e affermazione, sia quando tesi e antitesi si affrontano, sia quando esse si alternano dentro la stessa ricerca. Infatti, talvolta il confine netto, la negazione esclude l'affermazione, e viceversa. Altre volte c' come un terreno neutro sulla frontiera, che permette l'ascolto delle ragioni dell'una o dell'altra. Tra le molte possibilit di presentare il tema che mi stato affidato, ho scelto quello dell'antologia, in cui i brani sono accompagnati da un commento essenziale, introduttivo e interpretativo. Sono i testi scelti e la loro disposizione dialettica, che suggeriscono una interpretazione generale: un dialogo tra le ragioni della fede e quelle dell'ateo o del non credente, che vivono in ciascuno di noi.

3. Il punto di partenza di questo itinerario si colloca nell'Ottocento e giunge alla fine del secondo decennio del nostro secolo, in corrispondenza con la prima guerra mondiale. * Nietzsche muore nel 1900. Con il passare dei decenni cresce la sua importanza e da personaggio di eccezione (come lo definiva Jaspers) diventa un maestro e nel suo nome hanno preso vita tante scolastiche. Tra i suoi pensieri centrali c' l'annuncio della morte di Dio. L'aforisma 125 di Gaia scienza (1882), da un lato conclude la storia dell'ateismo ottocentesco: assume e consuma in s Feuerbach, Marx, Stirner - dall'altro apre una meditazione che attraversa tutto il Novecento.

La formulazione data in Gaia scienza non l'ultimo pensiero di Nietzsche al proposito; Cos parl Zarathustra (1883-85) definisce come il pi brutto l'uomo che annunci la morte di Dio e in quell'opera tale annuncio solo un anticipo di ci che deve essere disvelato e celebrato: l'eterno ritorno dell'identico. Tuttavia se il sapere di Nietzsche si vuole gaio, l'annuncio ha toni e contenuti 'tragici'. Questo aspetto non deve essere dimenticato perch sembra scomparso da gran parte di commentatori e epigoni nietzscheani. L'interpretazione pu anche sfrondare l'annuncio della morte di Dio di questo carattere, appoggiandosi eventualmente sullo stesso Nietzsche. Ma non si pu dimenticare che quella morte un assassinio dalla conseguenze imprevedibili per quanto inebrianti (la deriva in un nuovo infinito).
" L'uomo folle. Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: Cerco Dio! Cerco Dio!. E poich proprio l si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscit grandi risa. E' forse perduto? disse uno. Si perduto come un bambino? fece un altro. Oppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si imbarcato? E' emigrato? - gridavano e ridevano in una gran confusione. Il folle uomo balz in mezzo a loro e li trapass con i suoi sguardi: Do ve se n' andato Dio? - grid - ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all'ultima goccia? Chi ci dette la spugna per strusciar via l'intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov' che si muove ora? Dov' che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non il nostro un eterno precipitare? E all'indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi uno spazio vuoto? Non si fatto pi freddo? Non seguita a venire notte, sempre pi notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli di si decompongono! Dio morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di pi sacro e di possente il mondo possedeva fino ad oggi, si dissanguato sotto i nostri coltelli; chi deterger da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo noi lavarci? Quali riti espiatori, quali giuochi sacri dovremo noi inventare? Non troppo grande per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi divenire di, per apparire almeno degni di essa? Non ci fu mai un'azione pi grande: tutti coloro che apparterranno, in virt di questa azione, ad una storia pi alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi!. A questo punto il folle uomo tacque, e risolse di nuovo lo sguardo sui suoi ascoltatori: anch'essi tacevano e lo guardavano stupiti. Finalmente gett a terra la sua lanterna che and in frantumi e si spense. vengo troppo presto - prosegu - non ancor il mio tempo. questo enorme avvenimento ancora per strada e sta facendo il suo cammino: non ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini. Fulmini e tuono vogliono tempo, il lume delle costellazioni vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perch siano vedute e ascoltate. Quest'azione ancor sempre pi lontana da loro delle pi lontane costellazioni: eppure sono loro che l'hanno compiuta!. Si racconta ancora che l'uomo folle abbia fatto irruzione, quello stesso giorno, in diverse chiese e quivi abbia intonato il suo requiem aeternam Deo. Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in questo modo: Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?. (La gaia scienza, 125)

* Dieci anni prima, un altro rabdomante e divinatore dei suoi (e nostri) tempi, F. Dostoevskij, aveva avviato nella serie dei suoi grandi romanzi una spregiudicata analisi dell'ateismo. Da Delitto e castigo a I fratelli Karamazov il tema costante, sebbene con centralit e funzioni diverse. Dostoevskij conosceva la posta in gioco, il fascino del prometeismo, l'ebbrezza dell'emancipazione; demni 8

con cui aveva e continuava a lottare nella sua stessa creazione artistica. Dostoevskij come ha ben visto Nikolaj Berdjaev e ribadito Luigi Pareyson, stato un 'grande metafisico', il pi grande tra i russi, dice Berdjaev. Questa metafisica non per puro e semplice rifiuto dell'ateismo, ma sua assunzione e superamento. Nei Demoni il conte Stavrogin si incontra con il vescovo-monaco Tichon. Il loro dialogo rappresenta la massima vicinanza e la massima lontananza dell'ateismo e della fede.
- Che io non abbia a vergognarmi della Tua croce, Signore! - quasi mormor Tichon in un appassionato sussurio e chinando ancor pi il capo. - E si pu credere nel diavolo, senza credere in Dio? - domand Stavrogin, mettendosi a ridere. - Oh, si pu benissimo crederci, avviene ogni momento, - fece Tichon, sollev gli occhi e sorrise. - E sono sicuro che una fede simile vi sembra pur sempre pi rispettabile di una miscredenza piena... - disse Stavrogin scoppiando a ridere. - Al contrario, un pieno ateismo pi rispettabile dell'indifferenza mondana, - rispose Tichon con evidente allegria e bonariet. - Oh-oh, ecco come siete! - Il perfetto ateo sta sul penultimo gradino prima della fede pi perfetta (lo debba varcare o no), mentre l'indifferente non ha nessuna fede, fuorch una mala paura, e anche questa solo a tratti, se un uomo sensibile. (F. Dostoevskij, I Demon, trad. A. Polledro, Torino, Einaudi, 1974)

* Tra questi estremi, lo spettro di posizioni teoriche o esistenziali molto variegato. Sia la fede che la non fede non raggiungono quasi mai queste polarit; e tuttavia esse dominano l'intero panorama culturale. Ad esse, ma anche alle loro varianti, non sempre 'autorizzate', quasi necessario ritornare quando si devono metter in luce le tendenze profonde della nostra cultura.

4. Passiamo ad un'altra coppia di autori di cinquant'anni dopo. Sono ancora una volta un filosofo e uno scrittore. Rispetto al quadro precedente i toni sono molto attenuati. * Nel 1916 L. Wittgenstein era al fronte quando scrisse nel suo taccuino alcune note che emergono per la loro singolarit nella massa di annotazioni logiche, che erano l'oggetto specifico del suo lavoro. Stava infatti lavorando ad una vera e propria filosofia della logica, a cui era stato introdotto da Frege e Russell.
(11. 6. 16) "Che so di Dio e del fine della vita? Io so che questo mondo . Che io sto in esso, come il mio occhio nel suo campo visivo. Che in esso problematico qualcosa, che chiamiamo il suo senso.

Che questo senso non risiede in esso ma fuori di esso. Che la vita il mondo. Che la mia volont compenetra il mondo. Che la mia volont buona o cattiva. Che, dunque, bene e male ineriscono in qualche modo al senso del mondo. Il senso della vita, cio il senso del mondo, possiamo chiamarlo Dio. E collegare a ci la similitudine di Dio quale padre. Pregare pensare al senso della vita. ...

(8. 7. 16) "Credere in un Dio vuol dire comprendere la questione del senso della vita. Credere in un Dio vuol dire vedere che i fatti del mondo non sono poi tutto. Credere in Dio vuol dire vedere che la vita ha un senso" ...

Confrontate con il testo successivamente pubblicato, il Tractatus logico-philosophicus (6.41, 6, 45, 6.522), colpisce l'elisione del riferimento esplicito a Dio. "6.41 Il senso del mondo dev'essere fuori di esso. Nel mondo tutto come , e tutto avviene come avviene; non v' in esso alcun valore - n, se vi fosse, avrebbe un valore. 6.45 Intuire il mondo sub specie aeterni intuirlo quale tutto - limitato -.

Sentire il mondo quel tutto limitato il mistico. 6.522 V' davvero dell'ineffabile. Esso mostra s, il mistico" Ci possono essere dei motivi personali e teoretici che spiegano questo mutamento; si pu anche tentare di leggere il Tractatus alla luce delle Note preparatorie e dunque dare al mistico una valenza teologica pi precisa o accentuata. Tuttavia la mutazione avvenuta. Dall'esplicito si passa all'implicito. Ci saranno coloro che si riterranno autorizzati a cancellare il mistico e a trasformare Wittgenstein in un grande logico e in un (piatto) empirista (Circolo di Vienna) o a esaltare la sua radicale coscienza etica (Gargani) o altro ancora, ma sempre senza riprendere il riferimento teologico e religioso, quasi fosse del tutto irrilevante. Eppure anche il testo del Tractatus nella sua laconicit e ambiguit, invita a pensare, oltre il dato: che cosa sar il senso del mondo, se il mondo non lo contiene e neppure lo esibisce? Questo passaggio - in minore - pu dire due cose: 3. una tendenza a mettere tra parentesi o sullo sfondo, ad aggiornare il problema di Dio allorch si siano risolti altri tipi di problemi 4. una seconda linea di lettura invece potrebbe mettersi sulle tracce di Dio inseguendo il problema del senso. E' un tratto che non si trova solo in Wittgenstein. L dove si affronta la questione del senso, talvolta fa capolino la questione di Dio. * Sono in molti che negano la possibilit di una lettura teologica del racconto. I motivi non mancano, ma non solo in questo caso. Dipende anche da ci che uno fa nel suo atto di lettura. In ogni caso, quand'anche l'intenzione dell'autore non fosse teologica, il testo si presta a dire di un mondo che ha relegato Dio sul letto di morte, sa di un messaggio che stato affidato, sa pure che il messaggero in cammino - ma ormai dispera di poterlo ascoltare, e perci ne ha nostalgia nei sogni ad occhi aperti fatti alla finestra. Una lontananza invalicabile, un tempo che trascorre senza riscatto, un messaggio che non giunge a destinazione. 10

Questo 'racconto' sembra descrivere - drammaticamente? - la situazione umano-religiosa della nostra epoca:
"Un messaggio dell'imperatore (1919) L'imperatore - cos si racconta - ha inviato a te, a un singolo, a un misero suddito, minima ombra sperduta nella pi lontana delle lontananze dal sole imperiale, proprio a te l'imperatore ha inviato un messaggio dal suo letto di morte. Ha fatto inginocchiare il messaggero al letto, sussurrandogli il messaggio all'orecchio; e gli premeva tanto che se l' fatto ripetere all'orecchio. Con un cenno del capo ha confermato l'esattezza di quel che gli veniva detto. E dinanzi a tutti coloro che assistevano alla sua morte (tutte le pareti che lo impediscono vengono abbattute e sugli scaloni che si levano alti ed ampi son disposti in cerchio i grandi del regno) dinanzi a tutti loro ha congedato il messaggero. Questi s' messo subito in moto; un uomo robusto, instancabile; manovrando or con l'uno or con l'altro braccio si fa strada nella folla; se lo si ostacola, accenna al petto su cui segnato il sole, e procede cos pi facilmente di chiunque altro. Ma la folla cos enorme; e le sue dimore non hanno fine. Se avesse via libera, all'aperto, come volerebbe! e presto ascolteresti i magnifici colpi della sua mano alla tua porta. Ma invece come si stanca inutilmente! ancora cerca di farsi strada nelle stanze del palazzo pi interno; non riuscir mai a superarle; e anche se gli riuscisse non si sarebbe a nulla; dovrebbe aprirsi un varco scendendo tutte le scale; e anche se gli riuscisse, non si sarebbe a nulla: c' ancora da attraversare tutti i cortili; e dietro a loro il secondo palazzo e cos via per millenni; e anche se riuscisse a precipitarsi fuori dell'ultima porta - ma questo mai e poi mai potr avvenire - c' tutta la citt imperiale davanti a lui, il centro del mondo, ripieno di tutti i suoi rifiuti. Nessuno riesce a passare di l e tanto meno con il messaggio di un morto. Ma tu stai alla finestra e ne sogni, quando giunge la sera." Kafka, Un medico di campagna, tra R. Paoli, Milano, Mondadori, 1981

5. Un punto cruciale della storia del Novecento e della questione di Dio stato la Shoah. Com' potuto avvenire? La domanda riguarda soprattutto quei credenti che sono stati risospinti all'incredulit, ma anche i credenti che sono voluti restare tali facendo fronte all'orrore e di fronte a Dio. Proponiamo questo passaggio alla luce della sollecitazione espressa da J.B. Metz: * dall'ampia sequenza di scrittori, teologi e filosofi ebrei che hanno toccato l'argomento, estraiamo la testimonianza di uno che stato a Birkenau e a Auschwitz. Ancora una volta risuona l'annuncio della morte di Dio ma non ha pi nulla di nietzscheano.
"Mai dimenticher quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. Mai dimenticher quel fumo. Mai dimenticher i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticher quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticher quel silenzio notturno che mi ha tolto per l'eternit il desiderio di vivere. Mai dimenticher quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticher tutto ci, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai." "Un giorno che tornavamo dal lavoro vedemmo tre forche drizzate sul piazzale dell'appello: tre corvi neri. Appello. Le S.S. intorno a noi con le mitragliatrici puntate: la tradizionale cerimonia. Tre condannati incatenati, e tra loro il piccolo pipel, l'angelo dagli occhi tristi.

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Le S.S. sembravano pi preoccupate, pi inquiete del solito. Impiccare un ragazzo davanti a migliaia di spettatori non era un affare da poco. Il capo del campo lesse il verdetto. Tutti gli occhi erano fissati sul bambino. Era livido, quasi calmo, e si mordeva le labbra. L'ombra della forca lo copriva. Il Lagerkapo si rifiut questa volta di servire da boia. Tre S.S. lo sostituirono. I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi. - Viva la libert! - gridarono i due adulti. Il piccolo, lui, taceva. - Dov' il Buon Dio? Dov'? - domand qualcuno dietro a me. A un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte. Silenzio assoluto. All'orizzonte il sole tramontava. - Scopritevi! - url il capo del campo. La sua voce era rauca. Quanto a noi, noi piangevamo. - Copritevi! Poi cominci la sfilata. I due adulti non vivevano pi. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora... Pi di una mezz'ora rest cos, a lottare fra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti. Dietro di me udii il solito uomo domandare: - Dov' dunque Dio? E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: - Dov'? Eccolo: appeso l, a quella forca ... Quella sera la zuppa aveva un sapore di cadavere." E. Wiesel, La notte, pp. 39-40, 66-67.

* A Tegel, in carcere per la sua opposizione cristiana e politica a Hitler, nelle lettere che invia all'amico Betghe, D. Bonhoeffer elabora una teologia della resistenza, come hanno messo in luce gli ultimi studi. Ma Bonhoeffer si interroga anche sul cristianesimo storico di fronte alla sue responsabilit storiche e evangeliche. Quale Dio e quale vangelo meritano di essere annunciati a partire da quanto avvenuto? Le lettere dal carcere sono solo abbozzi, intuizioni confidate ad un amico, non un trattato. Hanno per la freschezza di un pensiero al suo sgorgare . E meritano di essere citate a questo punto per trovare una indicazione sul percorso da seguire, ancora oggi, a 50 anni di distanza.
"16 luglio 1944 ... E ora qualche pensiero ancora sul nostro tema. Mi sto avvicinando un po' alla volta alla interpretazione non-religiosa dei concetti biblici. Vedo di pi il compito, di quanto non riesca gi a risolverlo. ... Dio inteso come ipotesi di lavoro morale, politica, scientifica, eliminato, superato; ma lo anche come ipotesi di lavoro filosofica e religiosa (Feuerbach!): Rientra nell'onest intellettuale lasciar cadere questa ipotesi di lavoro, ovvero rimuoverla quanto pi completamente possibile. Uno scienziato, un medico ecc. edificanti sono come degli ermafroditi. Dove dunque Dio mantiene ancora uno spazio per s? chiedono gli animi pavidi, e poich non trovano risposta, condannano tutt'intera questa evoluzione che li ha condotti in una siffatta situazione di difficolt. ...

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E non possiamo essere onesti senza riconoscere che dobbiamo vivere nel mondo - etsi deus non daretur. E appunto questo riconosciamo - davanti a Dio! Dio stesso ci obbliga a questo riconoscimento. Cos il nostro diventare adulti ci conduce a riconoscere in modo pi veritiero la nostra condizione davanti a Dio. Dio ci d a conoscere che dobbiamo vivere come uomini capaci di far fronte alla vita senza Dio. Il Dio che con noi il Dio che ci abbandona (Mc 15,34)! Il Dio che ci fa vivere nel mondo senza l'ipotesi di lavoro Dio il Dio davanti al quale permanentemente stiamo. Davanti e con Dio viviamo senza Dio. Dio si lascia cacciare fuori del mondo sulla croce, Dio impotente e debole nel mondo e appunto solo cos egli ci sta a fianco e ci aiuta. E' assolutamente evidente, in Mt 8,17, che Cristo non aiuta in forza della sua onnipotenza, ma in forza della sua debolezza, della sua sofferenza! D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, a c. Alberto Gallas, Cinisello B., Paoline 1988, pp. 438-440

* In quegli stessi anni si snoda e si compie la ricerca di un altro personaggio emblematico del nostro secolo, Simone Weil. Di famiglia ebrea, educata in ambiente familiare e scolastico ad una forma di agnosticismo severo e moralmente rigoroso, dopo un periodo di intenso impegno nella scuola e nell'attivit politica e sindacale nella sinistra non marxista, Simone Weil si sente visitata dal Cristo. Da quel momento in poi inizia una ricerca senza sosta, intensa, fino all'estremo, sul piano teorico e su quello pratico, della verit. Il percorso cos intenso quanto, alcune volte, contraddittorio. Ma da questo itinerario sgorgano intuizioni e pagine di assoluta bellezza.
"Tutti sappiamo che non esiste il bene quaggi, che tutto quanto si presenta quaggi come un bene cosa finita, limitata, si esaurisce e, una volta esaurita, lascia apparire a nudo la necessit. Ogni essere umano durante la sua vita ha senz'altro conosciuto parecchi momenti in cui ha chiaramente confessato a se stesso che quaggi non esiste il bene. Ma non appena ha intuito questa verit la ricopre di menzogna. Molti si compiacciono persino di proclamarla, cercando nella tristezza un godimento morboso, ma non hanno mai potuto sopportare di guardarla in faccia per pi di un secondo. Gli uomini sentono che c' un pericolo mortale nel soffermarsi a guardare in faccia questa verit. Ed vero. Questa conoscenza pi mortale di una spada, infligge una morte che fa pi paura della morte fisica. Col tempo essa uccide in noi tutto ci che chiamiamo io. Per sostenerla, bisogna amare la verit pi della vita. Quelli che ne sono capaci si distolgono con tutta l'anima, secondo l'espressione di Platone, da ci che transitorio. Non si volgono verso Dio. Come potrebbero farlo nelle tenebre assolute? Dio stesso imprime loro l'orientamento opportuno, pur non mostrandosi se non dopo lungo tempo. Essi hanno solo da restare immobili, senza distogliere lo sguardo, senza cessare di stare in ascolto, in attesa, senza sapere di che cosa, sordi alle sollecitazioni e alle minacce, incrollabili sotto i colpi. Se Dio, dopo una lunga attesa, lascia vagamente intravedere la sua luce, o anche si rivela in persona, questione di un attimo, perch poi bisogna restare di nuovo immobili, attenti, e aspettare, chiamando soltanto quando il desiderio troppo forte. Non dipende dall'anima credere nella realt di Dio, se Dio stesso non le rivela questa realt. Infatti, o essa mette il nome di dio come un'etichetta su un'altra cosa - e questo idolatria - oppure la credenza in Dio resta astratta, verbale. Cos accade in certi paesi e in certe epoche in cui non viene nemmeno in mente di mettere in dubbio il dogma religioso. Lo stato di non credenza allora ci che S. Giovanni della Croce chiamava notte. La credenza verbale, non penetra nell'anima. In un'epoca come la nostra l'incredulit pu forse essere un equivalente delle notte oscura di san Giovanni della Croce, se l'incredulo ama Dio, se come il bambino che non sa se c' del pane da qualche parte, ma che grida di aver fame. Quando si mangia il pane, o quando se ne mangiato, si sa che il pane cosa reale. Eppure si pu mettere in dubbio la realt del pane. I filosofi mettono in dubbio la realt del mondo sensibile, ma un dubbio puramente verbale, che non intacca la certezza, che la rende ancor pi manifesta per uno spirito ben orientato. Allo stesso modo, colui al quale Dio si rivelato pu, senza inconvenienti, met-

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tere in dubbio questa realt. E' un dubbio puramente verbale, un esercizio utile dell'intelligenza. Invece, mettere in dubbio che Dio sia la sola cosa che meriti di essere amata e distoglierne lo sguardo un delitto di tradimento gi prima di una tale rivelazione, e tanto pi dopo. L'amore lo sguardo dell'anima: significa smettere per un attimo di attendere, di stare in ascolto". Da Attesa di Dio, pp. 164-165

6. La ricerca dell'assenza-presenza di Dio nella narrativa presenta alcuni inconvenienti. Richiederebbe un tempo ampio e, soprattutto, richiederebbe una attenta lettura in filigrana di alcune opere. La presenza o l'assenza non rappresentabile direttamente, ma va rintracciata nelle situazioni, nei personaggi, nella struttura narrativa. La poesia presenta il vantaggio di essere parola del poeta, in prima persona, senza mediazioni, senza doppio romanzesco. Anche il sentimento religioso, in tutte le sue forme, manifestazione del poeta stesso, anche quando ne prende distanza. L'uomo pu nascondersi nel poeta, ma di solito non avviene. Negli esempi scelti siamo di front ad una parola che diventa confessione, anche quando come nel primo caso un grido. * La poesia inizia con un richiamo biblico, ma rovesciato. Non si tratta di creazione ma di ri-creazione, il fango e la terra sono di qualcuno che fu gi vivente. Soprattutto manca il soggetto dell'azione - al suo posto sta Nessuno, ripetuto tre volte, quasi un nome proprio. La lode si rivolge a lui, a qualcuno che si rivelato inesistente. In opposizione c' un noi che si estende come nulla al passato presente e futuro. Eppure c' una fioritura: di nulla per nessuno. Perch la rosa - una rosa che richiama quella di Angelo Silesio?
PAUL CELAN, Poesie, Milano, Mondadori, 1998, p. 379 Salmo Nessuno c'impasta di nuovo, da terra e fango, nessuno insuffla la vita alla nostra polvere. Nessuno. Che tu sia lodato, Nessuno. per amor tuo che vogliamo fiorire. Incontro a te. Noi un Nulla fummo, siamo, resteremo, fiorendo: la rosa del Nulla, la rosa di Nessuno. Con

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la stimma anima-chiara, lo stame ciel-deserto, la corona rossa per la parola di porpora che noi cantammo al di sopra, ben al di sopra della spina.

* Ci pu essere uno sguardo disincantato sulla vita e su Dio; la domanda appare, ma ammicca come il gioco del delfino con le onde. Nella vastit del mare la sua apparizione come un sorriso, ma si perde subito nell'immensit. Il delfino gioca con il mare e con il marinaio che lo attraversa; uno sprazzo di luce in un istante. Tale il 'guizzo di Dio'. Il tuffo e l'emersione, la negazione e l'affermazione si fondono; fanno parte della vita. Non ci resta che un sorriso, forse perplesso, forse divertito.
GIORGIO CAPRONI, Poesie (1932-1986), Milano, Garzanti, 1989 Il delfino Dovunque balza il delfino (il mare gli appartiene tutto, dicono dall'Oceano fino al Mediterraneo), vivo l vedi il guizzo di Dio che appare e scompare, in lui ilare acrobata dall'arguto rostro. E' il giocoliere del nostro inquieto destino - l'emblema dell'Altro che cerchiamo con affanno, e che (il delfino allegro - il gaio compagno d'ogni navigazione) si diverte (ci esorta) a fondere la negazione (un tuffo subacqueo - un volo elegante e improvviso in un biancore di spume) col grido dell'affermazione.

* Il verso diventa pensoso, sospeso, su una realt che s appare ma come presente eppure sconosciuta, grande eppure trascurata. Dov' la vera vita? Ci si accontenta di poco, quando ben altro ci offerto; ci immergiamo nelle cose e nella vita, cos diciamo, ma tutto pare alla fine un sogno. La vida es un sueo Un senso che diventa trepidante: qualcosa che si annuncia, quasi in un baleno; l alla nostra portata, come l'erba che accarezziamo, ma po' tutto sembra svanire. Ma ci che forse trascuriamo, ignoriamo, non cerchiamo, continua ad esistere. 15

CAMILLO SBARBARO, Poesie, Milano, Scheiwiller, 1961 Talor, mentre cammino... Talor, mentre cammino solo al sole e guardo coi miei occhi chiari il mondo ove tutto m'appar come fraterno, l'aria la luce il fil d'erba l'insetto, un improvviso gelo al cor mi coglie. Un cieco mi par d'essere, seduto sopra la sponda d'un immenso fiume. Scorrono sotto l'acque vorticose. Ma non le vede lui: il poco sole ei si prende beato. E se gli giunge talora mormorio d'acque, lo crede ronzio d'orecchi illusi. Perch a me par, vivendo questa mia povera vita, un'altra rasentarne come nel sonno, e che quel sonno sia la mia vita presente. Come uno smarrimento allor mi coglie, uno sgomento pueril. Mi seggo, tutto solo sul ciglio della strada, guardo il misero mio angusto mondo e carezzo con man che trema l'erba.

* Lo sgomento in Rebora ormai attesa, simile a tante altre attese ma ormai di un segno cos diverso, che sembra gi colma della presenza dell'atteso.
CLEMENTE REBORA Colui che deve venire Dall'immagine tesa vigilo l'istante con imminenza di attesa e non aspetto nessuno: nell'ombra accesa spio il campanello che impercettibile spande un polline di suono e non aspetto nessuno: fra quattro mura stupefatte di spazio pi che un deserto, non aspetto nessuno: ma deve venire, verr, se resisto

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a sbocciare non visto, verr d'improvviso, quando meno l'avverto: verr quasi perdono di quanto fa morire, verr a farmi certo del suo e mio tesoro, verr come ristoro delle mie e sue pene, verr, forse gi viene il suo bisbiglio.

* Come l'Amata del cantico dei cantici, la voce di Turoldo canta una ricerca La solitudine del credente si condensa in domande senza risposta? A chi chiede dell'Amato, s'aggiunge, senza risposta, quella di tutti i cercatori. Ma una domanda dove l'assenza diventa presenza misteriosa ma palpabile. L'amato c'. La ricerca l'amore stesso.
D. M. TUROLDO, Nel segno del Tau, Milano, All'insegna del pesce d'oro, 1992, p. 96-97 Ma questo tuo Dio ... E poi ancora per notti innumeri a chiamarti; ora con grida d'animale ferito ora appena in singulti e pianti, sperduta per tutta la citt ... Dicano altri se vi pena pi grande: sapere e non sapere, e credere e non credere ... Ormai non sono che voce a chiedere ininterrottamente: Avete visto l'Amore dell'anima mia? Voce di tutti i cercatori: ma questo tuo Dio dov'?

* Leggiamo ora due poesie, le cui parole echeggiano quelle della mistica spagnola: Ne autore un discepolo di T. Merton, che ha unito la passione civile a quella religiosa. Il rapporto con Dio modulato secondo tutti i temi della poesia d'amore, senza escludere una pulsazione carnale scono17

sciuta alla tradizionale erotica mistica. Ma l'altra componente, quella del nulla mistico, fa da contrappeso a questa accentuazione, collocandola in precisi limiti. La fuga di specchi che un grattacielo crea con gli altri, d un senso di vertigine e di perdita. E' una sensazione che potremmo definire post-moderna del nulla; e non solo una sensazione. In mezzo a quelle torri di vetro, di riflessi, di specchi, di luci ci si perde, si perduti. Cos come nella preghiera che non ha risposta, ma che si eleva sfidando il nulla.
ERNESTO CARDENAL, Telescopio nella notte oscura, Brescia, Queriana, 1995, pp. 28, 65 Io ho un amore segreto che nessuno vede. Lo teniamo s segreto che vedon solo me. Prego un'arida preghiera nell'hotel in cui mi hanno messo tra grattacieli di vetro quadrangolari messe scalinate il crepuscolo riflesso nei cristalli o riflessi altri grattacieli di cristallo col cielo dietro di essi pure riflesso per pi brillanti del cielo i grattacieli con i loro vetri neri luminosi e alcuni gi accesi dentro, riflettendo altri vetri dirimpetto neri e brillanti e quelli accesi, riflessi di riflessi queste moli e in questa preghiera non prego nulla, nulla di parole, idee o emozioni, suo unico motivo: che t'innalzi questa preghiera nella fredda simmetria dei nulla sui nulla riflettendo dei nulla alla 50a St. & Park Ave.

* Affidiamo l'ultima parola in questa breve antologia a T.S. Eliot. Egli ha saputo usare il linguaggio quotidiano per tradurre in poesia la grevit della vita e del tempo, quella vita e quel tempo che l'Incarnazione trasfigura e proietta in un'altra dimensione, quella di Dio. Il tempo ha i suoi orrori e le sue vie di fuga, dall'oroscopo alla droga (al lotto?): non fuggire, cogliere l'intersezione dell'eternit, il senza tempo di Dio, con il nostro tempo, occupazione da santi. Ma quanti sono in grado di farlo? Forse pochi, i santi appunto; agli altri almeno concesso di superare la sconfitta nel resistere, nel tempo e contro il tempo, alla disperazione. Chi non dimissiona, d un contributo al senso di questa terra.
T. S. ELIOT, Quattro quartetti, I Dry Salvages, V (1941) Comunicare con Marte, conversare con spiriti, Riferire il contegno del serpente di mare, Far l'aruspice, trarre l'oroscopo, indagare il cristallo, Osservare malanni nelle firme, evocare Biografie dalle linee della mano, Tragedie dalle dita; far profezie Per sortilegio o con foglie di t, scrutare l'inevitabile Con carte da gioco, scherzare coi pentagrammi

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O coi barbiturici, oppure analizzare Subcoscienti terrori nell'immagine ricorrente... Esplorare le viscere o le tombe o i sogni; tutti questi son consueti Passatempi e droghe e rubriche nei giornali: E lo saranno sempre, specialmente alcuni di essi, Quando le nazioni sono in pericolo, e c' perplessit Sulle spiagge dell'Asia o sulle nostre strade. La curiosit degli uomini indaga il passato e il futuro E s'attiene a quella dimensione, ma comprendere Il punto d'intersezione del senza tempo Col tempo, un'occupazione da santi... E nemmeno un'occupazione, ma qualcosa ch' dato E tolto, in un annientamento di tutta la vita nell'amore, Nell'ardore, altruismo e dedizione. Per la maggior parte di noi non c' che il momento A cui non si bada, il momento dentro e fuori del tempo, L'attimo di distrazione, perso in un raggio di sole, Il timo selvatico non visto, o il lampo d'inverno O la cascata, o una musica sentita cos intimamente Da non sentirla affatto, ma finch essa dura Voi stessi siete la musica. Questi non sono che accenni E congetture, accenni seguiti da congetture; e il resto preghiera, osservanza, disciplina, pensiero e azione. L'accenno mezzo indovinato, il dono mezzo capito, l'Incarnazione. Qui l'impossibile unione Di sfere dell'essere, in atto, Qui sono il passato e il futuro Conquistati e riconciliati, Qui dove l'azione altrimenti Movimento sarebbe di ci Che mosso soltanto e non ha In s fonte di movimento, Spinto da forze demoniche, Sotterranee. E l'azione giusta pur libert dal passato E futuro. Per molti di noi questo lo scopo che qui Non si pu raggiungere mai; Noi che non siamo sconfitti Solo perch continuammo A tentare, contenti alla fine Se il nostro ritorno nel tempo D vita ad un suolo che ha senso.

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