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GIOVANNI VERGA

Rivoluzione stilistica e tematica e Pessimismo Materialistico

I due più grandi narratori italiani dell’800 furono Manzoni e Verga. Manzoni narra con una prospettiva
dall’alto, è onnisciente e parla del popolo in prospettiva aristocratica, con scopi moralistici e paternalistici.
Con Verga c’è un cambiamento di stile: l’ottica non è più dall’alto, bensì dal basso. Verga fa parlare i suoi
protagonisti e non c’è più il narratore onnisciente; di conseguenza viene adottata una nuova prospettiva
culturale e linguistica: mentre per es Renzo dei Promessi sposi “andava a sciacquare i panni nell’Arno”, il
linguaggio nelle opere di Verga è popolare: quindi la novità principale è che il narratore (in Verga è il popolo)
è interno alla vicenda. Per quanto riguarda la rivoluzione tematica, i protagonisti sono personaggi
appartenenti a ceti umili, ma in particolare le masse contadine e la loro vita quotidiana sono al centro della
vicenda. Per quanto riguarda invece il Pessimismo Materialistico, Verga era fermamente convinto che il
mondo è ormai dominato dalla legge dell’interesse (conta solo “la roba”): la condizione economica dei
personaggi prevale sui sentimenti. (Vedi pag 152)

Vita e opere di Verga

Verga nasce nel 1840 a Catania da famiglia di proprietari terrieri ed è importante questo aspetto della terra
perché oltre all’attività letteraria, egli ha un’altra fonte di arricchimento.
Ha una formazione romantica, patriottica e questo si riscontra nei suoi primi romanzi.
Il primo romanzo è “Amore per la patria”, poi “I carbonari della montagna”, “Sulle lagune”, “Una
peccatrice”. Nel 1869 Verga si trasferisce a Firenze e qui pubblica un romanzo epistolare di grande successo:
“Storia di una capinera”, pubblicato nel 1871. Nel 1872 Verga è a Milano, dove entra in contatto con gli
Scapigliati e con le tendenze della cultura europea. Milano inoltre è la capitale economica e qui Verga matura
la concezione del Pessimismo Materialistico, in quanto tutto è dominato da banche e da imprese industriali.
Le opere del periodo milanese sono “Eva”, “Tigre reale” ed “Eros”.
Nel 1874 pubblica “Nedda ”, prima novella di ambientazione siciliana.
Nel 1877 a Milano arriva Capuana e insieme ad altri letterati decidono di fondare il Romanzo Moderno,
sull’esempio di Zola: non a caso l’anno successivo viene pubblicato “Rosso Malpelo”.
Nel 1880 viene pubblicata “Vita dei campi”, una raccolta di novelle. E’ invece del 1881 “I Malavoglia”,
primo romanzo verista di Verga, che però non ebbe successo. Scrisse “Novelle rusticane” e “Cavalleria
rusticana”. Risale infine al 1889 l’opera “Mastro don Gesualdo”, il secondo romanzo di Verga del “Ciclo dei
Vinti”. Nel 1893 torna a Catania e muore nel 1922. Due anni prima di morire fu nominato senatore a vita.
NOTA: Le notizie sulla vita sono prese da pag 153 e 154 del Luperini.

Ciclo dei Vinti

Si tratta di una raccolta di 5 romanzi che avrebbero dovuto rappresentare i vari livelli sociali dell’Italia
contemporanea a Verga, dal livello più umile (strato basso) al più complesso. Il primo romanzo del ciclo è I
Malavoglia (incentrato sui pescatori e contadini), il secondo è Mastro don Gesualdo (mondo borghese). Il
terzo è la Duchessa di Leyra (rimasto incompiuto e incentrato sulla nobiltà siciliana). Poi furono pensati da
Verga altri due romanzi, che però non riuscì a scrivere, che sono “Onorevole Scipioni” (avrebbe dovuto
essere incentrato sulla nobiltà romana) e “L’uomo di lusso” (che avrebbe dovuto parlare della vita degli
artisti). Verga sostiene che l’ambiente deve presentarsi da sé: c’è correlazione tra stile (forma) e società.

Storia di una capinera

Affronta il problema delle monacazioni forzate. Maria, ragazza povera e senza doti, vive in un monastero.
Maria abbandona temporaneamente la vita del monastero e si innamora di un giovane, il quale però non la
può sposare, dato che la ragazza è senza doti. (Doti: le donne erano giudicate in base ai beni materiali che
possedevano). Così la ragazza ritorna nel monastero, vive una crisi di follia e muore d’amore.
Si tratta di un romanzo epistolare (Maria infatti scrive lettere a un’amica). Per la prima volta Verga utilizza il
punto di vista di un personaggio umile e utilizza la prospettiva culturale e linguistica di questa donna, come
se fosse Maria a scrivere le lettere. Compare inoltre per la prima volta il motivo economico, che ha la meglio
sui sentimenti: vince cioè la legge del denaro.
Eva, Tigre Reale, Eros, Nedda

Si tratta di una storia di un giovane siciliano, Enrico Lanti, che va a Firenze e si innamora di Eva, che
vorrebbe una relazione più superficiale. Enrico, più romantico, convince Eva a vivere nella miseria con lui in
una soffitta. Ben presto però i bisogni materiali hanno il sopravvento: Eva lo lascia ed Enrico si ammalerà di
tisi e morirà in Sicilia. Da notare la contrapposizione tra il mondo moderno della città (personificabile nel
personaggio di Eva, la quale inoltre ha in sé le influenze della letteratura scapigliata) e il mondo arcaico
rurale siciliano (personificabile nel personaggio di Enrico). Tale contrapposizione è riscontrabile in “Tigre
Reale”. In quest’opera la protagonista è una donna malata di tisi, che muore dopo un’ultima orribile notte
d’amore. Tale vicenda fa riferimento alla “Fosca” di Tarchetti. Sia in “Eva” che in “Tigre Reale” la vicenda è
narrata da un testimone, un narratore interno. Invece con “Eros” c’è un cambiamento: Verga ha appena letto
Madame Bovary di Flaubert (1857) e ne è molto influenzato, al punto da adottare il canone
dell’impersonalità (narratore esterno): approda così al Realismo.
Ritornando alla prefazione di Eva (pag 159), da notare che Verga dice che l’arte è considerata ormai come un
lusso da scioperati, che ormai sono le banche ad avere la meglio su tutto. All’artista non resta che raccogliere
la realtà e gettarla in faccia alla borghesia: l’artista cioè può solo denunciare e mostrare la realtà.
Successivamente nel 1874, Verga pubblica “Nedda”: si tratta della prima novella di ambiente siciliano.
Nedda, bracciante agricola, povera, lavora per mantenere la madre ammalata. Si innamora di Ianu,
contadino, il quale si ammala, cade da un albero e muore, lasciando la donna incinta. Ma la bambina poi
muore subito. Si tratta della prima storia ambientata interamente in Sicilia, ma non può essere definita verista
perché non viene rispettato il canone dell’impersonalità: il narratore sembra quasi voler difendere Nedda.

L’adesione al Verismo

Ci sono tre fatti tra il 1877 e il 1878 che favoriscono l’adesione di Verga al Verismo: innanzitutto viene
pubblicato un ulteriore romanzo di Zola “L’ammazzatoio”. Tale volume fu recensito in maniera entusiastica
da Capuana, il quale afferma che “bisogna seguire l’opera di Zola se si vuole seguire una poetica aderente al
vero.” Capuana e Verga danno origine al Romanzo Moderno sull’esempio di Zola. Inoltre Verga fu
influenzato da “Inchiesta in Sicilia” (autori Franchetti e Sonnino), che denuncia le condizioni di vita al Sud.
Scoppia così la questione meridionale, in seguito alla pubblicazione di quest’inchiesta. (pag 168)

Il Verismo di Verga

Il Verismo prende spunto dal Naturalismo Francese: di conseguenza l’uomo è influenzato dalla razza, dal
momento storico e dalla società in cui vive, così come è importante il fattore economico. E’ presente la
concezione darwiniana della lotta per la vita, per cui vince il più forte. L’eroe è antiromantico, si afferma
l’impersonalità (Flaubert diceva che l’autore si deve eclissare). Da ricordare il ricorso al metodo scientifico,
cioè dal semplice al complesso.

Prefazione a Amante di Gramigna: Dedicatoria a Salvatore Farina (pag 170)

In questa prefazione la lingua è “dei viottoli”; la narrazione è considerata come documento umano e schietto,
cioè l’intento è quello di riportare il fatto nudo e schietto, tale e quale è accaduto, senza la lente dello
scrittore. Altro tema importante è lo scrupolo scientifico con cui deve essere esaminato un fatto. Poi, il
criterio dell’impersonalità, cioè la narrazione deve restare sospesa e non deve contenere commenti o
interpretazioni del narratore. Questa prefazione è stata scritta in quanto la novella Amante di Gramigna
doveva essere pubblicata su una rivista: perciò Verga scrive al direttore una lettera in cui parla della novella.

Vita dei campi

“Vita dei campi” costituisce una raccolta di novelle pubblicate nel 1880, che include Rosso Malpelo.
Tali novelle sono ambientate in Sicilia e hanno per protagonisti i contadini, pastori, minatori, inseriti nella
realtà del latifondo. La novità di Verga non consiste tanto nell’aver scelto dei personaggi umili, ma nell’aver
scelto la prospettiva culturale e linguistica.
Questa raccolta comprende 8 novelle, tra cui “Fantasticheria”, in cui già si fa accenno ai Malavoglia.
In “Cavalleria Rusticana” la donna tradisce perché se ne va con un uomo politico: quindi la sfera politico-
economica continua a prevalere sui sentimenti.
Ma il tema principale di questa raccolta, e che fa da sfondo al Rosso Malpelo, è il tema del diverso,
dell’escluso della società. Questo tema è molto caro a Verga: è infatti presente in Nedda, ma più che altro è
Verga stesso che si sente un vinto, un escluso: egli è un artista che fa proprie queste idee e ritiene di essere ai
margini della società. Oltre a ciò, Verga è un proprietario di terre, appartenente alla borghesia agraria, in una
fase di industrializzazione. Di conseguenza la borghesia agraria si sente esclusa da questo processo di
sviluppo industriale, e quindi ne deriva una simpatia, una compassione per i vinti.

Rosso Malpelo

Rosso Malpelo è considerato il capolavoro de “Vita dei campi”. Rosso malpelo è un ragazzino orfano, dai
capelli rossi che viene emarginato e che lavora nelle miniere.
Si tratta di una novella avente per voce narrante una comunità di contadini e minatori, che interpreta come
strano (negativo) qualunque gesto seppur naturale di Rosso Malpelo (considerato diverso per il colore dei
capelli). Verga sperimenta la tecnica dello “straneamento” (pag 176).
Il punto di vista del narratore presenta come strano qualcosa di normale.
Il punto di vista di Verga, che non è presente nella novella ma si intuisce, chiaramente è il contrario: il
divario che nasce tra il punto di vista del narratore e dell’autore crea lo “straneamento”.
La comunità dice che Rosso Malpelo ha i capelli rossi in quanto cattivo: questo è un esempio di
“straneamento”. Da sottolineare pertanto la presenza di una struttura antifrastica, cioè si sostiene sempre una
tesi, per far capire che è vero il contrario: da qui il lettore intuisce il punto di vista di Verga.

I Malavoglia (pag 244)

Ricordiamo che Verga e Capuana decidono di fondare il Romanzo Moderno, che doveva rispettare delle linee
essenziali: forma inerente al soggetto, prospettiva linguistica e culturale dei personaggi, impersonalità.
Non ci dovevano essere artifici (presenti invece in Manzoni), cioè il narratore dall’alto, ma doveva sparire la
presentazione dei personaggi, in quanto a detta di Verga, essi si devono presentare da soli, tramite le loro
azioni.
Il lettore però non è abituato a quest’ottica dal basso e quindi all’inizio Verga non riscuote consensi.
Ecco così la consapevolezza di un non facile successo. Il titolo stesso è una “`ngiuria ”, cioè un soprannome
scherzoso che veniva attribuito dal popolo.
Da ricordare inoltre che ne I Malavoglia, così come nell’Inchiesta in Sicilia, si parla dei danni della leva
militare alle popolazioni del sud e dell’usura e della corruzione amministrativa.

Prefazione ai Malavoglia (pag 245)

In questa prefazione Verga spiega che il racconto sia uno “studio sincero e spassionato”, cioè privo di
passioni: si ribadisce pertanto l’impersonalità, la forma che deve essere inerente il soggetto e la prospettiva
linguistico-culturale dei personaggi. Verga parla del Ciclo dei Vinti che ha in mente di comporre, ma
soprattutto parla della sua teoria del progresso: progresso come qualcosa di grandioso, umanitario se visto da
lontano. Visto da vicino invece, nel progresso si vedono i vinti e i soprusi, coloro che vengono travolti dalla
“fiumana”. L’osservatore stesso è un travolto, un vinto dal progresso.
Il fulcro dei Malavoglia è riportato nel seguente verso: “quale perturbazione debba arrecare in una
famigliola vissuta sino allora relativamente felice, la vaga bramosia dell’ignoto, l’accorgersi che non si sta
bene, o che si potrebbe star meglio”.
Verga è convinto che non si possa mutare la propria condizione, oppure se si muta, si peggiora la condizione.
L’idea di procedere dal semplice al complesso è un altro aspetto peculiare.

La trama

Innanzitutto si tratta di un romanzo in 15 capitoli. Protagonista è una famiglia di AciTrezza, località catanese,
denominata Toscano. Tale famiglia è conosciuta con il soprannome antifrastico di Malavoglia ed è composta
da padron ‘N Toni, il figlio Bastianazzo, la nuora la Longa, e i 5 nipoti: Alessi, Luca, ‘N Toni (dal nome del
capofamiglia), Mena e Lia. I beni che possiedono sono la Casa del Nespolo e la barca chiamata Provvidenza.
Le sventure iniziano quando i Malavoglia decidono di migliorare la condizione comprando il credito dei
lupini. E così la famiglia è costretta a viaggiare, ma la barca dei lupini affonda e muore Bastianazzo.
Ma siamo solo all’inizio: la Longa muore di colera, la famiglia cade in miseria e perde casa e barca.
Luca, militare, muore in battaglia. Il fratello ‘N Toni fa la leva militare, resta affascinato dalla città, si perde
nel contrabbando e si macchia di omicidio. Nel frattempo si ammala padron ‘N Toni, che morirà senza poter
vedere soddisfatto il suo desiderio di poter tornare nella Casa del Nespolo e Lia si perde in città e si
prostituisce. Alessi è l’unico che si sposa in paese e riesce a riscattare la Casa del Nespolo ma è troppo tardi
per farla vedere al nonno. Mena rinuncia all’amore perché si sente ormai macchiata dalla sorte della sorella e
del fratello e quindi vive nella Casa del Nespolo con Alessi e la cognata.

I temi (pag 267)

Il tema centrale è la “religione della famiglia”, vista come sede dei valori: la fedeltà alla famiglia è
impersonata da padron ‘N Toni che impersona tutti i buoni principi di onestà. Dalla parte opposta, a
simboleggiare i disvalori c’è l’usuraio Campagnadilegno, per cui interessa la legge della furbizia e del
denaro. Chi si allontana dai valori familiari (Lia, nipote N’Toni) si perde.
Ciò si evidenzia in quello che Verga definisce l’ ideale dell’ostrica, che ne parla in una novella,
“Fantasticheria”, da Vita dei Campi. In particolare qui dice: “l’ideale dell’ostrica è l’attaccamento di questa
povera gente (i Malavoglia di Acitrezza) allo scoglio sul quale la fortuna li ha lasciati cadere e chi per
bramosia di meglio, o vaghezza di ignoto se ne allontana, il mondo da quel pesce vorace che egli è se lo
ingoia e i suoi più prossimi con lui”.
Quindi l’ideale dell’ostrica è l’attaccamento alle proprie origini; se qualcuno invece decide di cambiare, cioè
di allontanarsi dal nido, il mondo lo vince e con lui, quelli che gli stanno intorno.
Già nei Malavoglia sta penetrando l’egoismo, che spinge Lia e ‘N Toni ad andar via: poi la famiglia diventa
covo di rancori in Novelle Rusticane e in Mastro Don Gesualdo.
Il progresso quindi comincia a vincere perché porta alla disgregazione della famiglia: lo stesso capofamiglia
viene preso dal motivo economico, cercando tuttavia di conciliarlo con l’onestà e l’onore. Chi tenta di
mutare è un illuso, in quanto sarà destinato al fallimento.

Lingua e stile dei Malavoglia

L’ottica è dal basso (no narratore onnisciente): la voce popolare è la voce narrante e per questo motivo I
Malavoglia è considerato come un romanzo corale. Sembra quasi che il narratore popolare si rivolga ad altra
gente del popolo stesso. Si parla di regressione, cioè di un artificio per cui Verga, narratore colto, regredisce
in un narratore incolto. Da ricordare che la sintassi (costruzione delle frasi) è dialettale, mentre il lessico
adoperato è l’italiano corrente. Frequente è l’utilizzo di discorsi diretti e soprattutto Verga utilizza il discorso
indiretto libero, cioè si riporta il libero fluire dei pensieri del personaggio. C’è l’artificio dello straneamento,
come in Rosso Malpelo, così come la struttura antifrastica. Un esempio: Padron ‘N Toni è malato. E’ strano
che il nonno ormai improduttivo non venga portato in ospizio.

Novelle Rusticane e Per le vie

Nel 1883 furono pubblicate Novelle Rusticane e Per le vie (pag 191). In queste novelle ormai domina
esclusivamente il tema della roba (denaro).
Novelle Rusticane è di ambientazione siciliana e quasi si precorrono le tematiche del Mastro Don Gesualdo:
simili infatti sono le ambientazioni e i personaggi.
Per le vie è ambientata a Milano. Verga segue l’esempio di Zola e tenta di riproporre gli ambienti popolari di
una grande città industriale.

Mastro don Gesualdo


Si tratta di un’opera pubblicata nel 1889 (pag 202-203). Gesualdo era un Mastro (titolo attribuito ad artigiani,
muratori), ma anche Don (titolo onorifico dato ai nobili, perché fa un matrimonio conveniente per interesse,
entrando nella nobiltà di provincia).
Mastro Don Gesualdo ha una relazione con la serva Diodata, dalla quale ha due figli, ma non la sposa per via
della condizione della donna. Gesualdo sposa invece Bianca Trao, nobile decaduta, la quale ha una relazione
con il cugino Ninì, che è un nobile, ma non si possono sposare perché Bianca non ha soldi. Quindi Bianca
sposa Gesualdo perché, anche se non è un nobile, è ricco. A Gesualdo interessa sollevarsi socialmente e
quindi Gesualdo diventa Don. I due hanno una figlia, Isabella, probabilmente figlia di Ninì, la quale viene
mandata a studiare a Palermo (studi aristocratici). Isabella prenderà il cognome della madre e si vergogna
delle umili origini in virtù della sua educazione aristocratica. Lei ama il cugino Corrado, un povero.
Gesualdo è contrario a questa relazione e costringe la figlia a sposare il duca di Leyra, il quale, una volta
scoperto che Isabella è stata messa incinta da Corrado, fa una grossa richiesta di doti, che puntualmente
ottiene. Bianca frattanto muore, così come Gesualdo che, malato di cancro e ormai vecchio, muore nel
palazzo del genero tra l’indifferenza generale. Gesualdo, nonostante riesca a migliorare la sua condizione, è
un vinto in quanto resta solo, abbandonato negli affetti. Domina ancora una volta la legge della roba.
Mastro don Gesualdo si tratta di un romanzo più complesso rispetto a I Malavoglia, perché vi sono più strati
della società da analizzare (contadini, borghesia, aristocrazia di provincia e di città).
I tre personaggi femminili sono Diodata, Bianca e Isabella: tutte e tre sono costrette a rinunciare ai
sentimenti in quanto predomina la legge dell’utile, cioè il motivo economico.