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GIOVANNI VERGA

Giovanni Verga nacque a Catania il 2 settembre 1840 da una famiglia in cui il padre era un proprietario terriero
con ascendenze nobiliari e aveva il titolo di cavaliere, e la madre che apparteneva alla borghesia catanese.
L’ambiente famigliare era dunque colto e sensibile ma era circondato da un forte provincialismo dell’ambiente
cittadino che ha un’importanza fondamentale nella sua formazione nella scuola di Antonino Abate, suo maestro
che egli ricorda dai gesti memorabili, rivoluzionario della grammatica e poeta di ideali patriottici e civile dal
quale apprese molto e al quale sottopose la lettura del suo primo romanzo giovanile “Amore e Patria”. Fu
proprio Antonino Abate che gli inspirò gli ideali patriottici e il gusto per la narrativa francese. Egli amerà infatti
molto la narrativa di Zola. Nel 1858 Verga si iscrive alla facoltà di giurisprudenza ma ben presto interruppe gli
studi per dedicarsi alle questioni patriottiche. Egli cresce nell’Italia garibaldina ed è fervente seguace degli
eventi legati alle imprese di Garibaldi e aderì infatti alla Guardia Nazionale rimanendo in servizio fino al 1864.
Egli conosce bene la situazione italiana, soprattutto conosce bene la situazione del mezzogiorno che si trovò ad
affrontare una profonda crisi economica e sociale dovuta all’impatto traumatico con la più progredita economia
del Nord. Ciò faceva del Meridione uno stato arretrato in questo periodo si verificarono una serie di ondate di
fallimenti, la disoccupazione aumentava e si alimentarono dunque fenomeni di rivolta collettiva che sfociarono
nel brigantaggio. Espressioni dell’insurrezione meridionale fu la rivolta di Palermo del 1866 scoppiata dopo
un’annata di carestie nelle campagne che ebbe repressionedurissima. Le condizioni della “questione
meridionale “saranno fondamentali nella formazione di Verga e le ritroveremo nella stesura del romanzo “I
malavoglia “che vengono concepiti proprio nel vivo del dibattito politico e sociale della questione meridionale.
L’ambiente del sud però a Verga risulta piuttosto stretto e decide quindi di trasferirsi a Firenze, allora capitale
del regno, che era una città stimolante dal punto di vista intellettuale e mondano. Conosce in questo periodo
quindi grandi personalità nei salotti letterari e nei circoli tra cui il concittadino Capuana. Fu nel periodo
fiorentino in cui scrive il secondo romanzo giovanile “Una peccatrice”. Da Firenze, quando non fu più capitale
del regno, Verga si trasferì a Milano dove visse per circa un ventennio. Anche Milano fu una città stimolante dal
punto di vista intellettuale e mondano e alternava tali periodi a quelli di raccoglimento nella sua Sicilia. Il
periodo Milanese fu un periodo di grandi amicizie nel campo letterario-editoriale, in quello politico e artistico-
mondano, allarga le sue conoscenze ed entra in contatto quindi con la buona società milanese. A Milano entra in
contatto anche con le letture di Balzac, Flaubert e Zola e con il movimento della scapigliatura italiana. L’intensa
attività letteraria di Verga a Milano insieme a Capuana, che nel 1877 raggiunge l’amico, porta alla nascita del
Verismo, cui approdò dopo essersi avvicinato alla narrativa naturalista francese la cui massima espressione
letteraria fu quella del “Ciclo dei Vinti”.Questo periodo della vita di Verga prende il nome di “conversione”. Sulla
scia del successo de “I Malavoglia” scrive poi le novelle di “Vita dei Campi”, “Novelle rusticane”,
”Vagabondaggio” e “Drammi intimi” scritti nel periodo romano, quando nella capitale frequentava l’ambiente
mondano della moda e dei circoli letterari. Dal 1893 torna a Catania stabilmente e ancora una volta torna il
tema patriottico nelle sue ultime produzioni e coerentemente con le sue ideologie nazionaliste alla vigilia della
Prima Guerra Mondiale si schierò su posizioni interventiste. Nel 1920 poi ottenne il titolo di senatore del Regno
e si recò a Roma per prestare giuramento. Quello fu l’ultimo atto pubblico dell’autore prima che il 27 gennaio
1922 morì a Catania per una trombosi cerebrale .
L’attività letteraria di Verga e il suo pensieropossono essere divisi in tre fasi:
o La PRIMA FASE è quella giovanile, ispirata principalmente a temi patriottici e alla poetica del
Romanticismo e del movimento italiano della Scapigliatura. A questa fase appartengono “I carbonari
della montagna”, secondo romanzo giovanile che trattava dei moti carbonari in Calabria durante il
periodo napoleonico, e “Sulle lagune” sulla scia degli avvenimenti risorgimentali. Inoltre a questa prima
fase appartengono anche le opere del periodo fiorentino e della prima parte di quello milanese di
carattere sentimentale come “Una peccatrice”, romanzo di carattere autobiografico sul tema
romantico dell’amore-passione; “Storia di una capinera” romanzo epistolare uscito a puntate che
mostra il dramma di un amore impossibile; “Eva” che è la storia di una ballerina di varietà, in cui tratta
il tema dell’artista vittima dell’amore e della società borghese corrotta mostrando esplicitamente il
contrasto tra la vita cittadina e il mondo rurale della Sicilia; “Tigre e Reale” che narra la storia d’amore
tra Giorgio e Nata; e infine “Eros” in cui si evidenzia la contrapposizione della donna fatale, legata
all’ambiente mondano e cittadino, e la moglie fedele legata all’ambiente arcaico e rurale. Forte in questa
prima fase è anche l’influenza della poetica romantica e scapigliata che egli porta nella raccolta
“Primavera e altri racconti” e l’influenza del naturalismo francese con “Nedda” che diventa un bozzetto
della vita rurale siciliana che farà da sfondo anche a “I Malavoglia”.
o La SECONDA FASE è quella dell’età adulta in cui Verga approda al VERISMO. Inaugura questa fase
“Rosso Malpelo” racconto che mostra la condizione di sfruttamento dei ragazzi che lavorano nelle cave
di sabbia siciliane. A seguire Verga scrive la raccolte di novelle “Vita dei Campi” in cui spiccano figure
della vita contadina siciliana. Due sono i testi che Verga inerisce nella raccolta “Fantasticheria” che
mette in luce lavita di stenti dei proletari siciliani antcipando già i prsonaggi di Aci Trezza del futuro
romanzo “I Malavoglia” e “L’amante di Gramigna” che mostra come Verga si sia appropriato del rmanzo
sperimentale di Zola. Si vede già in quest’opera la scelta linguistica di un ialiano comunicativo e
scorrevole intriso di metafore della lingua parlata e quotidiana. “Novelle rusticane”, che viene poi messa
in musica e teatro con il nome di Cavalleria Rusticana ottenendo anch’essa grande successo e la
possibilità di una tournée in Germania e di lì a poco si dedicò poi al progetto narrativo composto di
cinque romanzi che prende il nome di “Ciclo dei Vinti” (prima “La marea”) di cui fanno parte “I
Malavoglia” che ottenne talmente successo da essere tradotto anche in lingua francese, “Mastro-don
Gesualdo”, “La duchessa delle Gargantas”, “L’onorevole Scipioni” e “L’uomo di lusso”. Di questi 5
romanzi però solo i primi due vennero scritti da Verga, gli altri non furono mai realizzati. In questo ciclo
di romanzi Verga si proponeva, come scrisse in una lettera all’amico Salvatore Paolo Verdura, di
illustrare la lotta per la vita all’interno delle diverse classi sociali ispirata alle teorie evoluzionistiche di
Darwin e di realizzare un vero e proprio grande affresco sociale che illustri la lotta per la vita di tutte
le classi sociali e l’impossibilità delle classi più umili di risollevarsi dalla propria condizione, come già
evidente in “Vita dei campi” in cui l’autore si era già calato nel mondo umile dei contadini e dei pescatori
siciliani, mondo arretrato e povero. Il “Ciclo dei Vinti” viene concepito sulla scia dei cicli narrativi
francesi della “ComedieHumaine” di Balzac e de “LesRougons-Macquart” Zola. In questo mondo
arretrato e rurale Verga vuole farci conoscere la difficoltà e le sconfitte delle classi sociali più deboli.
 La TERZA FASE è quella della vecchiaia e la produzione comprende le ultime raccolte di novelle e alcuni
drammi teatrali. Nel 1893 torna a vivere stabilmente a Catania ma si aprì per lui un lungo periodo di
crisi creativa, a causa di una causa legale sui diritti d’autore di “Cavallerie Rusticana” con il musicista
Pietro Mascagni. In questo periodo a causa della crisi creativa non riesce a terminare il “Ciclo dei Vinti”
e si dedica alla messa in scena teatrale della novella “la Lupa”, tratta dalla raccolta “Vita dei Campi” e poi
scrive “Dal tuo al mio” dramma che si fa specchio di un’involuzione politica in senso reazionario.
Nelle opere di Verga e alla base della poetica verista è possibile intravedere una precisa concezione dell’uomo e
della storia influenzate in particolar modo dalle correnti di pensiero del tempo:
o Dal positivismo, secondo il quale la realtà può essere descritta solo con un approccio scientifico
fondato sull’analisi dei fenomeni;
o dal materialismo che assimila il comportamento umano a quello delle altre specie viventi e individua il
principio dell’agire umano nei suoi bisogni primari;
o dal determinismo basato sulla convinzione che l’uomo subisce l’influenza dell’ambiente circostante,
delle leggi economiche, del condizionamento ereditario che influisce sulle inclinazioni; “fiumana del
progresso” concetto con il quale si intende come le classi sociali seguono la scia del progresso vedendo
chi si adatta e chi invece ne resta schiacciato.
o dall’evoluzionismo di Darwin che consiste nel principio della selezione naturale, secondo cui i più
deboli soccombono e da cui Verga riprende il concetto di “lotta per la vita” e di impossibilità di riscatto
delle classi più deboli.
Notiamo però nella poetica verghiana che l’autore respinge la fiducia nel positivismo e nel progresso umano. La
società sembra essere caratterizzata da un continuo progresso ma gli uomini sono costretti a sottostare a una
legge naturale universale secondo cui gli uomini vengono schiacciati dal progresso e i vincitori di oggi saranno i
vinti di domani, quei “vinti” di cui Verga parla in molte opere.

8.1 I PRINCIPI DELLA POETICA VERISTA


Il Verismo è un movimento nato ad opera dell’autore e del suo amico Capuana e che nasce sotto influenza del
clima positivista, quell'assoluta fiducia nella scienza, nel metodo sperimentale e negli strumenti infallibili della
ricerca che si sviluppa e prospera dal 1830 fino alla fine del XIX secolo. Inoltre, il Verismo si ispira in maniera
evidente al Naturalismo, un movimento letterario diffuso in Francia a metà Ottocento. Per gli scrittori
naturalisti la letteratura deve fotografare oggettivamente la realtà sociale e umana, rappresentandone
rigorosamente le classi, in particolar modo quelle più umili, in ogni aspetto anche sgradevole; gli autori devono
comportarsi come gli scienziati analizzando gli aspetti concreti della vita, la realtà sociale, politica ed
economica e creandone una “rappresentazione del vero”.
I principi della poetica verista, come Verga enuncia nella lettera a Salvatore Farina, sono anzitutto la
rappresentazione del vero affinché il racconto sia un vero e proprio “documento umano” e che mostri la
volontà di indagare le cause che spingono l’essere umano a sopravvivere nell’ambiente duro e ostile in cui è
destinato a vivere cercando di osservarlo dal punto di vista della classe sociale presa in esame, tuttavia senza la
possibilità di evolversi o riscattarsi ma destinata a essere dei “vinta”. Il pessimismo Verghiano si manifesta in
questa accettazione dell’immutabilità della realtà alla quale nessuno può sottrarsi. Secondo questa teoria
evoluzionistica e pessimista secondo cui “pesce grosso che mangia pesce piccolo”, Verga sviluppa anche la
teoria della “religione della famiglia” e dell’ ”ideale dell’ostrica”, principi fondamentali della poetica Verista
in cui non trova spazio neanche la religione, il divino e la provvidenza, secondo cui gli unici valori in cui credere
sono quelli della famiglia e degli affetti e come un’ostrica l’individuo è attaccato agli affetti, alle tradizioni, al
modo in cui è stato educato, e se sfida di allontanarsi è destinato a fallire e perdersi.
L’autore sente la necessità di attenersi poi al canone dell’impersonalità limitandosi a osservare i fatti narrati
senza intervenire con commenti o giudizi. Le strategie principalmente usate sono l’ECLISSI dell’autore, la
REGRESSIONE, lo STRANIAMENTO e il DISCORSO INDIRETTO LIBERO. La mano dell’autore non deve apparire e
l’opera deve sembrare essersi scritta da sé e deve sembrare che i personaggi stiano costruendo da soli la loro
storia (l’illusione della realtà ).
o ECLISSI DELL’AUTORE: l’autore non deve comparire all’interno della storia in maniera diretta ma deve
impersonarsi nei personaggi in modo tale che dal racconto possa emergere una visione oggettiva della
realtà . Si utilizza infatti il punto di vista dei personaggi che esprimono le proprie idee, sensazioni e
passioni.
o REGRESSIONE: dal momento in cui l’autore si ecclissa si ha un narratore interno. Il narratore è infatti
popolare e si abbassa al livello dei personaggi per assumerne il punto di vista e per assimilarsi al livello
culturale della comunità. Anche i personaggi Manzoniani sono umili come quelli di Verga ma essi
vengono visti dall’alto mentre in vErga sono visti con gli occhi di un narratore alla pari. Inoltre tale
tecnica permette di ottnere effetti drammatici senza però cadere nell’enfasi melodrammatica o
declamatoria dei veristi scapigliati.
o STRANIAMENTO: è una tecnica che consiste nel rappresentare come vero ciò che in realtà non lo è ma
che viene fatto passare come tale. Ciò permette di evidenziare il divario tra la visione del mondo del
narratore e quindi dei personaggi, e quella dell’autore e del lettore.
o DISCORSO INDIRETTO LIBERO: è una tecnica narrativa che permette di inserire le parole, i pensieri e i
sentimenti dei personaggi direttamente nel discorso del narratore senza i verbi dichiarativi
(verbumdicendi) e con la presenza di punti interrogativi ed esclamativi e dei puntini di sospensione. Ciò
fa sì che il linguaggio sia molto più simile al vero.
ROSSO MALPELO
“Rosso Malpelo” è un racconto scritto da Verga e pubblicato nel 1878 nella rivista “il Fanfulla”, poi venne
ripubblicato nel 1880 in una collana intitolata “Biblioteca dell’artigiano” e poi in “Vita dei campi”. All’interno di
questo racconto, opera che inaugura la corrente verista, l’autore mette in evidenza la condizione di
sfruttamento dei ragazzi che lavorano nelle cave siciliane. La lotta per la sopravvivenza viene quindi così
descritta dai personaggi che sono tutti contadini, pastori e minatori che vivono in una realtà ostile e lottano per
la sopravvivenza. Il protagonista del racconto è Malpelo, un ragazzino dai capelli rossi emarginato anche in
famiglia per il colore dei suoi capelli in quanto secondo una credenza popolare chi aveva i capelli rossi era figlio
del diavolo. Ecco che un tratto fisico compromette la personalità di un individuo. L’autore mette in evidenza
quindi un aspetto più nascosto della società popolare, del ceto più umile, quello delle credenze popolari
evidenziando l’aspetto più sgradevole, ossia quello dell’emarginazione e dello sfruttamento. Nella novella però
non mancano i sentimenti come quello della pietas filiale che portano Malpelo a reagire bruscamente dopo la
drammatica morte del padre, unico membro della famiglia che provava affetto per lui e svolgerà una sorta di
“funzione paterna” nei confronti di Ranocchio cercando di insegnargli la dura legge della vita e cercando di
essere per lui padre, maestro e fratello e questo sentimenti è segnato dal gesto di donare i calzoni di fustagno
perché possa coprirsi meglio e guarire. Questi sentimenti e il mondo interiore di Malpelo restano impenetrabili
agli occhi ignoranti e superstiziosi dei popolani e dello stesso narratore. La voce narrante non mostra alcun tipo
di sentimento nei confronti del personaggio ma vediamo come la disperazione del piccolo minatore di fronte
alla morte del padre sia una scena di crudo realismo che fa trasparire tutti i sentimenti del ragazzo che vengono
intesi come segno della sua personalità strana.
TRAMA
Malpelo lavora in una cava di rena rossa. Inasprito da pregiudizi che la mentalità popolare attribuisce a chi ha i
capelli rossi, non trova affetto nemmeno dalla madre che non si fida di lui e lo sospetta di rubare soldi dallo
stipendio che porta alla famiglia. Lavora con il padre, Mastro Misciu (al quale è stato dato il soprannome di
"Misciu Bestia") che è l'unico a dimostrargli affetto. È con lui che nasce quindi il sentimento della “pietas filiale”.
Spinto dal disperato bisogno di soldi, Mastro Misciu accetta la pericolosa richiesta del padrone di lavorare
all'abbattimento di un pilastro, rifiutato dagli altri lavoratori. Una sera, mentre sta scavando, quel pilastro gli
cade addosso. È morto. Il figlio, nella disperazione, chiede aiuto e si affanna a scavare con le mani nude, ma
Mastro Misciu resta sepolto sotto la montagna di rena.
Malpelo diventa sempre più scorbutico, la madre si è risposata, la sorella è andata a vivere in un altro quartiere,
lasciando solo Malpelo. Dopo la morte del padre, alla cava viene a lavorare un ragazzino soprannominato
"Ranocchio" per il suo modo claudicante di camminare. Viene adottato da Malpelo che da un lato lo protegge e
dall'altro lo tormenta picchiandolo e maltrattandolo nell'intento di insegnargli a vivere in quel mondo così duro
e crudele, lo prepara ad affrontare la società. Quando viene ritrovato il cadavere di Mastro Misciu, Malpelo
custodisce come tesori gli oggetti appartenuti al padre. Poco dopo Ranocchio, ammalatosi di tubercolosi e
stremato dalla fatica, muore. Malpelo voleva che morisse perché non voleva che soffrisse. Malpelo, ormai solo
senza nessuno che lo attendesse assume il compito rischioso di esplorare una galleria abbandonata. Preso del
pane, del vino, gli attrezzi e i vestiti di suo padre, si addentra in un cunicolo e non ne uscirà mai più senza
lasciare traccia ne di vita ne di morte. Ma muore comunque nella cava analogamente al padre. I lavoratori della
cava ancora temono di vederselo spuntare da un momento all'altro con i suoi "capelli rossi e occhiacci grigi".
ANALISI E TECNICHE NARRATIVE
Verga scrive a un critico suo amico, Filippo Filippi, in cui come in questa prefazione parla della poetica verista
facendo riferimento in questo caso al testo di “Rosso Malpelo”. Troviamo qui la spiegazione delle sue tecniche
narrative anzitutto l’idea della regressione dell’autore per poter creare documenti oggettivi. L’autore non deve
orientare i gusti del lettore ma è il lettore stesso che deve farsi un’ idea dei personaggi senza condizionamenti o
senza trovare tra le righe osservazioni e giudizi e sentimenti dell’autore. Il lettore deve così poter essere
autonomo, se l’autore mostra dei sentimenti nei confronti di un personaggio sarà facile che il lettore proverà lo
stesso sentimento
La storia è pervasa dunque da un sentimento di sconfitta in cui Malpelo, era un vinto perché emarginato dalla
società e dalla famiglia e vinto è rimasto fino all’ultimo giorno della sua vita, senza nessuna possibilità di
riscatto. Ciò evidenzia il tratto tipico della poetica di Verga del pessimismo e dell’influenza dell’evoluzionismo
secondo cui per i più deboli non c’è possibilità di riscatto. La visione di Malpelo è infatti una visione lucida e
rassegnata, sa che la sua vita non può essere diversa e si prepara alla morte con altrettanta rassegnazione,
evento che tra l’altro sarà segnato da un aurea di mistero lasciando un finale piuttosto drammatico ma aperto.
La sua fine è tragica in quanto pur non essendo esplicitato muore nella cava come suo padre. Malpelo scopre
mano mano i duri meccanismi della società , la legge della violenza e la supremazia del più forte.
L’intera storia di Malpelo viene raccontata attraverso le tecniche narrative Veriste: anzitutto troviamo la
regressione e l’ECLISSI dell’autore che lascia raccontare la storia a un narratore popolare che assume il punto
di vista corale, e guida il lettore dunque attraverso gli occhi della comunità di abitanti e vede lo stesso Malpelo
con gli occhi degli abitanti. È un narratore quindi crudele, freddo, che non presenta nessuna pietas o umanità e
racconta con malignità . Egli proietta il lettore direttamente nella storia e lavorando sull’asse anacronico, . le
sequenze vengono aggregate per mezzo di anticipazioni e riprese come se la storia di Malpelo fosse narrata
attraverso le azioni e le parole degli stessi personaggi che lo circondano: abbiamo digressioni come l’analessi
permette al lettore di conoscere gli eventi antecedenti e il personaggio di Mastro Misciu, che aveva accettato
quel lavoro pericoloso per la famiglia. Tutta questa malignità è possibile però solo grazie alla tecnica dello
STRANIAMENTO che permette di far passare per vero ciò che in realtà non lo è), e al NARRATORE POPOLARE:
una storia assurda viene presentata come la più normale possibile: era normale considerare Malpelo figlio del
diavolo, era normale emarginarlo, era normale lo sfruttamento, oppure “Chi ha i capelli rossi è cattivo” è un
dato di fatto dato per normale, ma in realtà non lo è e qui veniamo l’eclissi dell’autore e la regressione del
narratore in favore del punto di vista di quella gente che è chiaro non sia quello dell’autore che è un uomo di
cultura Altra caratteristica essenziale della narrazione Verghiana è la denominazione antifrastica, tecnica che
permette di denominare i personaggi per una loro caratteristica che non hanno: il padre Mastro Misciu era
detto sbadato. L’autore deve comportarsi come uno scienziato e non può apparire e dire come la pensa ne
tantomeno devono apparire sentimenti propri dell’autore. Il narratore, ignorante e superstizioso come i
popolani, deve limitarsi a documentare la realtà soggettiva registrandola come se la scoprisse a sua volta
contemporaneamente al lettore, proprio per questo motivo la narrazione inizia in medias res e il narratore non
effettua alcun tipo di introduzione al contesto o al personaggio
Il linguaggio utilizzato è quello popolare, con una sintassi paratattica che ha effetto di immediatezza e
spontaneità , apparentemente semplice e dalla forte carica espressiva e fatto di espressioni pleonastiche,
proverbi e modi di dire e una certa vena ironica nella narrazione. Presenta le sfumature sintattiche e lessicali
del parlato e soprattutto del parlato popolare, quindi del dialetto, trasposti in lingua italiana in quanto l’autore
sceglie di non usare il dialetto siciliano perché voleva che la sua opera fosse di diffusione nazionale.
MASTRO DON GESUALDO
Nel romanzo “Mastro don Gesualdo”, pubblicato integralmente nel 1889 e nel 1888 a puntate, Verga abbandona
la dimensione “corale” tipica dei Malavoglia e passa a raccontare delle vicende che girano intorno a un unico
personaggio Gesualdo Motta, di cui mostrerà la sua solitudine e la logica della Roba. Il romanzo è stato definito
anche romanzo storico e l’arco temporale in cui si svolge la vicenda è dal 1820 al 1848/49, ambientato quindi
prima dell’Unità d’Italia, mentre i Malavoglia sono ambientati nel periodo postunitario. I luoghi del romanzo
sono le province di Catania e Palermo, dunque sempre la Sicilia cara all’autore. Qui troviamo però una
contrapposizione con i malavoglia in quanto Catania e Palermo rappresentano il mondo aperto e vario della
modernità borghese che favorisce gli incontri tra le classi sociali e abbiamo incontro tra contadini, borghesi e
nobili, mentre in Malavoglia abbiamo il mondo chiuso e gretto di Trezza. Lo stesso narratore non è più popolare
ma un narratore borghese, vicino allo status sociale del personaggio protagonista. È possibile il riscatto per
coloro che accettano la loro umile condizione, ma in questo romanzo questo non c’è e il pessimismo si accentua
rappresentato dalla morte solitaria che è il culmine della tragedia di Gesualdo, mentre nel romanzo precedente
c0è possibilità di riscatto per chi si accontenta della sua condizione umile, chi non sarà sconfitto (Alessia che
accetta la sua condizione riesce a riscattare la casa del nespolo, riesce a formare una famiglia, differenza di
Ntoni). In Gesualdo invece ciò non accade: egli muore di cancro allo stomaco come se questo fosse una
somatizzazione della sua vita fatta di rinunce e di accettazione di provocazione e ingoiare molti bocconi amari
circondando da gente che non lo ama ma che anzi lo disprezza. Un anticipazione della figura di Gesualdo è la
novella “La roba” che costituisce una sorta di anticipazione o una bozza del personaggio. All’anonimo coro di
paesani dei Malavoglia si contrappone la voce narrante di un borghese di provincia che è omogenea a livello
culturale al personaggio. Per quanto riguarda le tecniche narrative sono le tipiche del verismo. Rispetto ai
Malavoglia, questo romanzo presenta una variazione nelle tecniche narrative veriste. Il narratore non è più
popolare ma borghese, alla pari del protagonista, ma è un narratore in terza persona cui viene concesso un
certo spazio e si espandono i momento descrittivi che hanno varie funzioni anzitutto suggestive, ma anche
indiziarie o simboliche e lo sguardo del narratore serve a sottolineare espressivamente i dettagli grotteschi e
squallidi e svela gli egoismi celati sotto le maschere ingannevoli delle convenzioni sociali. Il romanzo è la storia
di un’ascesa sociale fallita e si intreccia organicamente con le grandi tappe della storia pubblica: i moti del 21 e
del 48 per abbattere l’Antico Regime e istaurare una democrazia borghese. Ma Gesualdo non sarà solo un
rivoluzionario. Egli sarà anche un conservatore quando vedrà minacciata la sua “roba”. L’ideale della roba, la
logica dell’accumulazione percorre tutto il romanzo ed è presentata come “fame di possesso”, motore occulto
della società che conduce alla lotta di tutti contro tutti. È proprio grazi alla roba che Gesualdo riesce ad
arricchirsi e a diventare ricco, anche se non di sangue, e a guadagnarsi il titolo di “don”. Tuttavia, il titolo
“Mastro-don” è una ingiuria ed è ironia implicita, in realtà Gesualdo non è ne mastro né don ed è fuori sia dal
mondo operaio di artigiani e lavoratori ma è fuori anche dall’aristocrazia che mantiene le distanze da lui in
quanto non era un nobile di sangue e il divario sociale si fa ancora più ampio con la relazione di Gesualdo con
Bianca che metterà in luce l’impossibilità di Gesualdo di raggiungere quel mondo e dunque il fallimento della su
ascesa sociale e dell’avidità economica. Anche Gesualdo come gli altri protagonisti verghi ani è un “vinto”
perché nonostante i suoi sforzi non riesce a raggiungere’obiettivo desiderato e resta schiacciato dalla società.
per questo possiamo definire il romanzo come un romanzo storico e di costume perché è incentrato sul male di
vivere nella società .

TRAMA
Nel 1820 a Vizzini, piccolo centro agricolo del catanese, un incendio divora la casa di due vecchi nobili in rovina,
i Taro. I paesani accorsi per placare le fiamme scoprono che la giovane nipote è chiusa nella stanza con un
uomo e si impongono quindi le nozze riparatrici perché l’aristocratica Bianca seppur priva di dote è già incinta.
Viene offerta in sposa a Gesualdo in quanto non avendo dote non può sposare Nini un altro nobile. Gesualdo
nasce in una famiglia umile semplice ma egli riesce ad arricchirsi e a diventare un latifondista ottenendo il
titolo di “don” da ex manovale “mastro”. Animato da questa sua voglia di arricchirsi sempre più e di accumulare
e non accontentandosi di quanto avesse già accumulato, accetta di sposare Bianca Trao, una nobile decaduta
che lo sposa non per amore ma per ricchezza perché essendo decaduta la sua famiglia aveva bisogno dell’aiuto
economico dei borghesi emergenti. La famiglia viene aiutata con discrezione dal borghese che provvede al pane
quotidiano e non farà mancare nulla neanche alla figlia Isabella, la quale però da grande si vergognerà delle
origini di Gesualdo. Nel frattempo Gesualdo lascia Diodata, sposa fedele per Bianca che però non lo ama e i due
saranno per tutto il tempo divisi dalle enormi distanze sociali. Gesualdo rinuncia quindi ai suoi affetti più cari
pur di avere degli agganci” maggiori nell’alta società in quanto la sua logica è solo quella di andare avanti negli
affari e per gli affari è disposto a rinunciare a sentimenti autentici, rinuncia infatti a Diodata donna contadina
della quale è innamorato. Ormai vecchio Gesualdo viene portato a palazzo del duca di Palermo, dove viene
ospitato in una foresteria ma più che per affetto ma perché la figlia e il duca lo controllano senza dare affetto e
senza cominciare con lui e controllare la sua situazione economica a gestirla. Il duca di Palermo era stato dato
in sposo a Isabella la quale anche lei come la madre rimane incinta prima del matrimonio. Il duca di Palermo
era anche lui squattrinato e cercherà quindi di scialacquare i tesori del suocero. Odiato da tutti resterà
circondato da persone che cercheranno di rubare le sue ricchezze e morirà in un ala del palazzo trascurato
dalla figlia e guardato con disprezzo dai servitori.

ANALISI CAPITOLO 4 PARTE 1


Gesualdo, dai modi rudi, ma anche molto tenero, si reca in un podere dove aveva incontrato Diodata, amante
fedele (la si paragona a un cane) che lo accudisce con devozione ma sottomessa, ma Gesualdo va lì perché ha
deciso di sposare Bianca, solo per interessi e per affari ma non per vero amore. Il capitolo si apre con la scena di
una cena campagnola con prodotti appena colti. Gesualdo obbedisce alla logica dell’individualismo economico-
borghese e sacrifica il suo affetto per curare i propri affari. Gesualdo avrebbe bisogno di relazioni autentiche ma
questo bisogno è soffocato dalla brama di roba. Gesualdo osserva la giovane donna e conosciamo i suoi tratti
dal suo punto di vista e non da quello de narratore. Comincia poi una sorta di soliloquio in indiretto libero in cui
Gesualdo ricostruisce le tappe della sua ascesa e il passato: i suoi pensieri e le sue riflessioni sono riportate in
terza persona e sono presentate con il suo lessico, tipico dell’indiretto libero sono le esclamative, le
interrogative e i punti sospensivi.
Poi passa a raccontare di suo fratello che si concedeva lo svago all’osteria ma lui non aveva mai tempo perché
doveva sempre accumulare e ciò sottolinea la vita di inferno che faceva a causa delle tensioni con la famiglia.
Dirà a Diodata che starà per sposare Bianca per una questione di affari e cerca addirittura la complicità di
Diodata ma ella sa che deve solo tacere ed accettare. Diodata a questo punto però comprende che Gesualdo non
considererà suoi figli quelli nati da lei in quanto egli dichiara di non avere figliuoli. Gesualdo è vittima quindi di
un conflitto che non può sanare: da un lato ci sono i sentimenti e dal’altro c’è la roba, gli affari che sono più forti
per lui dei sentimenti. Ma Gesualdo vorrebbe dare una parte di patrimonio anche ai suoi figli illegittimi
La sintassi è ellittica, con espressioni nominali, geminazione allocutiva (ripetizione di mangia) riflette
l’amabilità nei confronti della donna. Il linguaggio è estremamente lirico in questo romanzo come troviamo
nella descrizione dettagliata delle scene e del paesaggio che diventano una sorta di esperienza sensoriale che
l’autore vuole far rivivere al lettore.

ANALISI CAPITOLO 1 PARTE 3


Isabella viene educata alla maniera degli aristocratici, figlia di Bianca e Gesualdo sarà quindi figlia unica in
quanto Bianca muore di tisi, Gesualdo vuole per lei la migliore educazione. Quel matrimonio con bianca pur
essendo vantaggioso per lui non era andato bene, in quanto non gli aveva fruttato nulla. Gesualdo riflette che c’è
molta amarezza nel suo matrimonio e tra i due non c’è dialogo e comunicazione, egli è deluso dalla mancanza di
sentimento, abbiamo una metafora popolare a tale scopo in quanto sostiene che c’è una differenza non solo
sociale ma anche genetica tra i due e sembra che sposandosi abbiano violato una legge naturale, e non accusa
bianca perchè sa che è così perché la razza nobile è così. Gesto emblematico è il dorme nelle lenzuola fine
voltandosi le spalle, che sottolinea la freddezza tra i due, e l’immagine del mangiare a tavola in cui egli si sente
giudicato.
A bianca Gesualdo non faceva mancare nulla anche se lei non aveva dote e quindi non meriterebbe nulla. Bianca
non aveva parole in quanto aveva trovato una situazione più elevata rispetto alla propria
Ma isabella era figlia di Nini e non di Gesualdo anche se di ciò non se ne parla mai esplicitamente, nata fortunata
perché ha tutto, e Gesualdo sostiene che dato che Bianca non potrà occuparsene di lei Gesualdo la manda in
collegio senza badare a spese e portandole continuamente doni e ciò infastidisce altre ragazze del collegio che
pur avendo ricchezze non ricevevano doni come quelli di Isabella. L’ostentazione della sua ricchezza voluta da
Gesualdo rompono gli equilibri e le gerarchie del collegio e cominciano a essere cattive nei suoi confronti in
quanto il padre ostenta la sua ricchezza e le altre ragazze che appartengono comunque a famiglie aristocratiche
non ricevono gli stessi doni. Mastro don Gesualdo era considerato “uno venuto su dal nulla” dalle ragazze figlie
di altri aristocratici in quanto egli non era aristocratico ma si solo arricchito perciò viene definito Mastro-don,
in realtà non era nessuno dei due. Indossava comunque il cappello tipico degli artigiani e a vestire come prima
pur essendo entrato nel mondo aristocratico, esattamente come fa Mazzarò . Isabella esattamente come sua
madre non ha dialogo col padre e lo rifiuta e si può usare la metafora del pesco e dell’ulivo era sottolineare la
distanza incolmabile tra la figlia e il padre, simboleggiata dalla difficoltà che lui ha nell’abbracciarla quando va a
farle visita. La stessa Isabella è curiosa del padre come le sue compagne.
Espressioni popolari presenti nel testo riflettono comunque la vicinanza e la volontà di rappresentare in
maniera autentica il popolo.

ANALISI CAPITOLO 5 PARTE 4


Isabella si è sposata con il duca di Leyra e Gesualdo, anziano viene portato al palazzo per sottoporsi alle cure
ma in realtà lo fanno per tenere sotto controllo il suo patrimonio. Il punto di vista all’interno del capitolo è
quello di Gesualdo che si sente criticato e giudicato da tutto il personale del palazzo che viene pagato con le sue
ricchezze, e si meraviglia anche dell’autocontrollo dei dipendenti del palazzo nei confronti dei quali egli si sente
a disagio in quanto egli non era abituato. Quelli che sono atti di attenzione e gentilezza da parte dei camerieri
come il porta via subito il piatto vuoto è per Gesualdo sintomo di disagio e scortesia. Il duca decide di isolarlo
ma lo fa in maniera ipocrita attraverso un linguaggio artefatto quasi come a far sembrare che lo fa per il bene di
Gesualdo. Egli cerca di trattarlo bene perché vuole che Gesualdo gli affidi il suo patrimonio ora che Gesualdo è
ammalato e non può badare i suoi bene. Gesualdo sa di ciò e sa che un giorno gli lapiderà le sue ricchezze. il
discorso diretto è costituito da un lessico e una struttura sintattica elevata per sottolineare la classe sociale del
duca mentre il discorso indiretto libero di Gesualdo riflette comunque la sua classe sociale non aristocratica.
Gesualdo fu collocato nelle stanze della foresteria e allude proprio all’esclusione dalla vita familiare dove
Isabella lo andava a trovare ogni mattina ma in maniera molto fredda, era si amorevole ma non come se fosse
sua figlia. Tra i due continua a non esserci dialogo e ogni qual volta le chiedeva di parlare lei stava zitta (usa la
metafora della lumaca, tipico di verga fare metafore con il mondo animale). Gesualdo capì che il duca stava
sperperando tutto in quanto lo stesso personale del palazzo non era necessario in quanto era molto ed era
attivo solo quando c’era il padrone ma poi c’erano molte ore in cui non faceva nulla. Gesualdo fa la scalata
sociale non per arrivare ai valori di essa ,a perché comprende che in quel momento i pezzi grossi
dell’aristocrazia che hanno potere possano aiutarlo nel’accumulo capitalistico. È chiaro che di ciò resterà deluso
in quanto egli pensava che maritandosi con un aristocratica potesse essere aiutato ma non è così e anzi dovra
continunare a lottare e a combattere per arricchirsi e difendere le sue ricchezze anche perché sarà costretto
alla ridicolizzazione da parte degli aristocratici.
Alla fine della visita medica chiedeva notizie sul proprio stato di saluto e i dottori gli voltavano le spalle e si
rivolgevano solo al duca mai a lui. Essi dicevano al duca che era inutile parare con lui perché non li capirebbe e
lo consideravano un primitivo,
in realtà vuole andare via ma la figlia e il genero tendono a trattenerlo perché temono che se tornasse acasa
avrebbe lasciato il patrimonio a qualcun altro modificando il testamento.
Gesualdo si sta consumando fisicamente e anche dal punto di vista del patrimonio e inizia a ricordare e aparlare
dei suoi poderi, delle sue terre e delle sue ricchezze e ha le lacrime agli occhi perché vorrebbe che la figlia
capisse. Il padre ha degli scrupoli e chiede alla figlia di fare qualcosa per questi due fratelli i figli di Diodata.
Vorrebbe che isabella prendesse da sola l’iniziativa
Gesualdo si rende conto che con questa figlia non può condividere nulla e decide che era meglio ritornare
“Motta” anziché Trao
Il camerieri, di cui prende il punto di vista alla fine del capitolo, sente i lamenti di Gesualdo, che è in fin di vita e
si suoi sono lamenti di dolore, ma il cameriere non comprende ciò e li definisce capricci o meglio da finta di non
comprendere perché invidioso anche lui della condizione di Gesualdo. Egli fa chiamare sua figlia perché lei non
va mai a trovarlo. Il cameriere che sbadiglia fuma ed è tranquillo mostra tutta l’indifferenza nei confronti di
Gesualdo e non si scompone per la sua morte. Gesualdo muore da solo disprezzato da tutti quelli che lo
circondano ora intorno al letto di morte e dalla figlia anche.
La storia di Gesualdo è molto simile a quella di Mazzarò . Mazzarò si sente tradito dalla roba che aveva
accumulato quando si rende conto che non può portarla nell’aldilà e si rende conto ch non aveva costruito nulla
dal punto div ista affettivo e dalla rabbia comincia a distruggere la roba accumulato. Anche Mazzarò è un vinto,
con Gesualdo che anche se esce dalla miseria resta comunque un vinto nella sua dimensione affettiva e nella sua
vita che vive una vita difficile a causa delle invidia. A differenza di Mazzarò che non costruisce una famiglia,
Gesualdo cerca di costruire una famiglia a cui non fa mancare nulla ma resta comunque un vinto perché non
riesce nel suo intento.
I MALAVOGLIA
INTRODUZIONE
Il romanzo “I Malavoglia” fu pubblicato nel 1881 dopo un lungo lavoro di revisione dal 1874 anno dal quale il
manoscritto fu più volte ripreso e corretto. L’opera non ottenne sin da subito un grande successo se non solo
nel dopoguerra che fu preso a modello da alcuni autori. In quel periodo il test fu rivalutato, compreso e ottenne
quindi successo. Al tempo di Verga l’unico che lo apprezzò fu Luigi Capuana. E scrisse una serie di lettere dove
inviò parti del romanzo al suo amico Capuana. Esso è il primo romanzo del “Ciclo dei Vinti” ed esprime al
meglio la narrativa rusticana che a differenza degli altri esemplari di novellistica rusticana della letteratura
(non di Verga), quella di Verga è un corpus che si pone in netto contrasto con la narrativa borghese. Il romanzo
che doveva essere per Verga “uno studio sincero e appassionato” di una comunità di pescatori ha un primo
abbozzo nel 1875che era intitolato “Padron Ntoni”, pubblicato dopo il successo della novella “Nedda” ma
successivamente l’autore decise di spostare l’attenzione su tutta la famiglia di Padron Ntoni e non più su un
solo personaggio. La vicenda è ambientata ad Aci Trezza villaggio in cui la famiglia Toscano, soprannominata
Malavoglia, vive. essi sono da sempre rinomati come “brava gente di mare” con “delle barche in mare” e “delle
tegole al sole”. I Malavoglia a cui l’autore fa riferimento però sono quelli di Padron Ntoni, quelli della “Casa del
Nespolo” e della “Provvidenza”. Aci Trezza è un borgo di pescatori vicino Catania e la vicenda si svolge dal 1863
al 1878, cioè negli anni successivi alla nascita del Regno d’Italia. Il romanzo mette in scena il declassamento di
una famiglia di proprietari e la loro successiva riconquista di tale rango perduto, percorrendo per l’ennesima
volta un itinerario dall’identico all’identico e all’interno di una continuità fatta dal ricambio delle generazioni
celebrato come un sacrificio cruento alla religione della casa e della famiglia. Il racconto non è finalizzato al
recupero della tranquillità finale o all’esistenza di quella iniziale ma la storia dei cambiamenti e delle disgrazie
subite dalla famiglia e come la loro esistenza apparentemente felice e tranquilla viene improvvisamente
sconvolta da alcuni accadimenti.

STRUTTURA E TRAMA
L’opera è strutturata in 15 capitoli suddivisi in 3 macro-parti

 PRIMA PARTE: la prima parte va dai capitoli I al IV in cui il tempo del racconto è maggiore di quello
della storia e la narrazione è piuttosto lenta. La prima parte si apre con la partenza di Ntoni, primo
nipote di Padron Ntoni, che non trovando più a lui adeguate le attività laborioso ereditate dal padre e
dal nonno decide di partire per il servizio militare nel 1863. Sarà proprio lui che una volta partito,
sottare una mano importante alla comunità di pescatori, ne consegue quindi una cattiva annata per la
pesca e l’impossibilità di poter preparare la dota per Mena, seconda nipote, che doveva essere maritata
con Brasi Cipolla e si innescano quindi una serie di vicissitudini per far fronte alla crisi del villaggio che
portano Padron Ntoni a decidere di comprare dei lupini a credito dallo Zio Crocifisso, detto Campana di
Legno, per poterli poi rivendere a Riposto, paese più a nord della costa, ad un prezzo più elevato. I
lupini sono però avariati e resterebbero invenduti. Durante il tragitto di ritorno, sfortuna volle però che
la Provvidenza, la loro barca ammarrata sotto il lavatoio, come descritto dal narratore, naufraghi e il
carico di lupini finisce in mare. Durante il naufragio perdono la vita Bastianazzo, figlio di Padron Ntoni e
il figlio della Locca, nipote di Zio Crocifisso. Essendo stati presi a credenza i lupini, al dolore per la
perdita del proprio figlio si unisce quello della perdita dei lupini e quindi dell’indennità da pagare allo
zio Crocifisso.
 SECONDA PARTE: La seconda parte comprende i capitoli dal V al X. La narrazione in questo punto è
piuttosto rapida e il tempo del racconto è minore di quello della storia. La seconda parte si apre con la
lunga con Padron Ntoni che discute a lungo con Padron Cipolla per far convolare a nozze la Mena con
Brasi in quanto pensava che fosse l’unico modo per fronteggiare la crisi economica e pagare il debito dei
lupini.Nel frattempo, Luca, terzo nipote, parte per il servizio militare anch’egli. Egli partecipa alla
battaglia di Lissa nella quale però perde la vita. Giunge infatti notizia a Trezza da due marinai che erano
stati congedati dopo il naufragio nel quale altri però avevano perso la vita. Alla notizia del fidanzamento
di Mena con Brasi si aggiunge quella della morte di Luca che sconvolge la famiglia Malavoglia e fa
precipitare gli avvenimenti che dovevano salvare l’economia della famiglia. Il matrimonio non avviene e
la casa del Nespolo, che la prima volta era stata salvata grazie alla rinuncia di Maruzza all’ipoteca dotale,
ora viene pignorata, sottoposta a sequestro e il fidanzamento di Mena con Brasi e di Ntoni con Barbara
Zuppiddasi rompono. Ntoni decide quindi di partire
 TERZA PARTE: La terza parte è composta dai capitoli che vanni dal XI al XV ed è incentrata tutta sulla
figura di Ntoni che dopo varie vicissitudini si allontana da casa. Ntoni vuole allontanarsi Trezza, vuole
andare a vivere in una città rifiutando il piccolo mondo gretto di Aci Trezza, ma la perdita di Ntoni
sarebbe stata la perdita di un importante forza lavoro oltre che di un affetto della famiglia. La madre La
Longa si dispera e piange di notte. Ntoni per non dare dispiacere alla madre decide quindi di non
partire. Nel frattempo, Maruzza La Longa si ammala di colera e nel giro di poco muore lasciando soli
Alessi e Lia ancora ragazzini. Sul letto di morte Maruzza raccomanda a Ntoni e Mena, già grandi, di
occuparsi della famiglia, ora che né lei né il marito c’erano più e ora che il nonno era ormai anziano, e
Mena le promette che si sarebbe presa cura della piccola Lia. Dopo la morte della madre però Ntoni
sostiene che l’unico modo per far fronte alle difficoltà della famiglia e portare qualche guadagno a casa
era quello di allontanarsi da Aci Trezza. Si allontana ma poi ritorna più povero di prima provando
vergogna e risentimento nei confronti dei paesani e a malincuore è costretto a lavorare per estranei.
Ben presto si lascia traviare dalle cattive compagnie come Rocco Spatu e Cinghialenta subendo anche
l’influenza dello speziale che si atteggia a grande pensatore e rivoluzionario. Diventa poi l’amante
dell’ostessa e vive dei suoi regali. Avviato alla malavita finisce in prigione per poi uscirne dopo la morte
del nonno quando capisce che ormai, tradita la religione della famiglia, quello di Aci Trezza non era più
il posto per lui e sparisce per sempre, nonostante la cognata e i fratelli gli chiedessero di restare. Lia,
scoperta la tresca con Don Michele, fugge e si dà alla prostituzione in città . Nel frattempo, Alessi è
diventato più grande e prende lui il posto di Ntoni accanto al nonno. Egli deve cominciare a guadagnarsi
il pane da solo, rattoppano la Provvidenza e la mettono di nuovo in mare ma naufraga una seconda
volta. In questo naufragio Padron Ntoni resta gravemente ferito e una volta rimesso non può comunque
più uscire a pesca. Alessi è costretto quindi a pagare uomini a giornata per farsi aiutare ma dopo tante
vicissitudini riesce finalmente a portare un po’ di guadagno alla famiglia. Padron Ntoni però decide di
chiudersi in ospedale per non dare ulteriori spese economiche alla famiglia per sostenere le sue cure e
muore lì come non avrebbe mai voluto, ma lo fa per amore della famiglia. Il sogno del nonno viene però
realizzato da Alessi che riesce a riscattare la Casa del Nespolo anche se ormai la famiglia è disgregata.

LO SPAZIO E IL TEMPO
Lo spazio entro cui si svolge l’azione è quello “interno” di Aci Trezza, borgo di pescatori vicino Catania con
scorci pittoreschi. I luoghi hanno tutti una connotazione affettiva come la Casa del Nespolo, simbolo della
famiglia, che verrà riscattata e continuerà ad essere simbolo della famiglia Malavoglia sebbene la famiglia era
ormai disgregata. La casa rappresenta dunque il nido in cui consolidare i legami familiari e un rifugio, perduto il
quale infatti la famiglia si disgrega. Lo spazio è quello di un mondo arcaico che non appartiene all’orizzonte del
presente ma solo a quello del ricordo. In opposizione allo spazio interno, vi è lo spazio esterno, quello della città
che rappresenta l’allontanamento della famiglia dal proprio luogo natio. È li che Lia e Ntoni infatti si “perdono”.
La saga della famiglia Malavoglia, che viene definita una vera e propria epopea, cioè insieme di fatti, peripezie e
vicissitudini, attraversa tra generazioni: Padron Ntoni, il figlio BAstianazzo e il nipote Ntoni. Il racconto si
sviluppa in 15 anni in un tempo circolare scandito dalle stagioni della pesca, del lavoro dei campi e dalle
ricorrenze religiose. Questo ritmo della ripetizione è rassicurante rendendo lo spazio-tempo “familiare” e
“idillico”. Sullo sfondo di questo tempo circolare del piccolo mondo di Trezza, c’è il tempo degli eventi storici
del grande mondo li fuori come quello della Battaglia Navale di Lissa in cui Luca perde la vita.

TEMI
LA VISIONE PESSIMISTICA: La visione della vita che emerge dal romanzo è decisamente pessimistica in
quanto è condizionato dal determinismo naturalistico e dall’evoluzionismo darwiniano. Egli infatti vede la vita
come una continua lotta alla sopravvivenza nella quale l’immutabile legge della natura impone la sconfitta del
più debole. Presa coscienza di questa rara è immutabile realtà che governa il destino di ogni singolo essere
vivente, l’unica scelta possibile è quella di una consapevole rassegnazione. Questa rassegnazione e questa
immutabilità caratterizzano infatti i personaggi de “I Malavoglia” i cui mutamenti sono piuttosto lenti e minimi.
È da qui che ne deriva l’idea della fissità che caratterizza il microcosmo di Aci Trezza.

L’IDEALE DELL’OSTRICA E IL NIDO: tipico della narrativa verghiana è la religione della famiglia, ossia l’idea
secondo la quale non esistono valori in cui credere eccetto quelli patriarcali, quelli degli affetti familiari e le
tradizioni e i valori del proprio luogo natio, considerato un rifugio, un nido. Da ciò Verga deriva l’ideale
dell’ostrica, ideale che pervade tutta la narrazione del romanzo e che caratterizza in maniera più o meno forte
tutti i personaggi. Con l’ideale dell’ostrica Verga vuole sottolineare la rassegnazione dell’uomo, del misero, al
proprio destino. Così come un’ostrica resta abbarbicata allo scoglio su cui è nato, così tutti i personaggi dei
Malavoglia devono rimanere ancorati ai propri valori patriarcali, alla propria famiglia e al proprio luogo natio
di generazione in generazione e accettando passivamente le immutabili gerarchie che si tramandano in una
società dominata dalla violenza, dai soprusi e dalla lotta per la sopravvivenza. È l’ideale della fedeltà alle
proprie radici che caratterizza e determina le azioni della maggior parte dei personaggi: da Padron Ntoni, alla
Longa che quando il figlio deve partire si dispera, da Rocco Spatu allo zio Crocifisso che sono inseriti nel ritmo
perpetuo e immutabile. Chi osa tradire l’ideale dell’ostrica, abbandonare la famiglia, sradicare i propri valori è
destinato a fallire. Per Verga e dunque per ciascuno dei personaggi del romanzo, ogni mutamento è pericoloso e
chi lo cerca è un reprobo che si mette contro e fuori la propria comunità . È il caso diNtoni, che abbandonato il
luogo natio, Aci Trezza per andare in cerca di fortuna nella città fallisce, cade miseramente, e torna più povero
di come era partito vergognandosi agli occhi degli altri abitanti del villaggio; è il caso di Lia che abbandonato il
villaggio è destinata a prostituirsi per cercare fortuna. È così che una volta tradito l’ideale dell’ostrica, non vi si
può più far ritorno al proprio nido e,al termine del romanzo, Ntoni, una volta guardato per l’ultima volta il
paese, il cielo e il mare si allontana definitivamente in quanto ormai escluso da quel ritmo rassicurante della
ripetizione, del moto circolare delle stagioni e delle attività del villaggio che fanno di quel luogo un nido nel
quale egli non trova più nessuna collocazione.

SCONFITTA EROICA E IL MONDO DEI VINTI: all’interno del romanzo Verga ci propone la visione di un mondo
arcaico e patriarcale, un mondo umile e misero di pescatori, un mondo primitivo di gente umile attaccata a
sentimenti semplici e antichi. Tuttavia, essi sono destinati a soccombere, essi sono i “vinti” di cui Verga parla
anche in “Mastro-don Gesualdo” e in “Vita dei Campi”, in particolare nella novella “Fantasticheria” in cui
appaiono già alcuni dei personaggi dei Malavoglia e viene presentata come una lettera che l’autore scrive dopo
aver trascorso due giorni nel borgo di Trezza e aver incontrato quella gente umile di cui parla nel romanzo
successivamente. Quello che ci presenta l’autore di questo mondo dei visti, non è la sconfitta in sé, ma una
sconfitta eroica perché i protagonisti vengono si vinti dal destino immutabile, ma solo dopo una dura lotta
condotta con un’abnegazione che fa grandeggiare i vinti.

IL CONTRASTO CON LA RELIGIONE E IL MATERIALISMO: di religione nel romanzo di Verga c’è ben poco,
l’unica religione di cui si parla è quella della famiglia, gli unici valori in cui si crede sono quelli familiari. La
religione cristiana non viene minimamente menzionata, anzi vi si criticano quasi in maniera cinica alcuni valori:
la “Provvidenza” di cui si parla, il nome dato alla barca della famiglia, non vuole significare la provvidenza
divina che consiste nella cura esercitata da Dio nei confronti di ciò che esiste e la volontà  divina grazie alla
quale ogni cosa è retta da un giusto ordinamento, ma l’esatto contrario: la “Provvidenza Verghiana” non porta
nessuna cura, nessun beneficio ma solo disgrazie che non sono un segno divino dovuto a un tradimento dei
valori religiosi ma una conseguenza del tradimento dei valori patriarcali. Per questa sua visione Verga entra più
volte in contrasto con Manzoni la cui visione della vita è positiva, religiosamente sostenuta dalla fede nella
Provvidenza, che nel suo caso riesce a dare un senso anche al male, alla sventura, alimentando la fiducia e la
speranza negli umili.Diversi invece furono il corso della vita, il destino, la presenza del Verga nel contesto
storico-culturale italiano nella seconda metà dell'Ottocento. Inoltre, il mondo rusticano descritto non ammette
né il caso, né un disegno provvidenziale specifico, ma è un mondo in cui tutto è governato dalla necessità, dai
bisogni primari e materiali (materialismo). All’interno di questo materialismo si inseriscono anche tutti i
sentimenti e le emozioni cheperseguono ad ogni modo un interesse materiale che è il movente dell’attività
umana e della “fiumana del progresso”
PERSONAGGIE DENOMINAZIONI
Il romanzo di Verga presenta una vastità di personaggi che giocano vari ruoli all’interno del romanzo. I
protagonisti sono i membri della famiglia “Malavoglia” che si chiama Toscano. Il nome della famiglia dà titolo
al testo in quanto l’autore vuole far mettere sin da subito il lettore nella storia stessa. Il nome “Malavoglia” è
una ‘ngiuria data in senso antifrastico

 PADRON 'NTONI:è capofamiglia, anziano e saggio pescatore. Si esprime spesso attraverso proverbi e
vecchi detti. Ad esempio, secondo lui "Gli uomini sono come le dita di una mano: il dito grosso fa da dito
grosso e il dito piccolo fa da dito piccolo". Una parte della comunità lo giudica un filo-monarchico mentre
un’altra parte lo considera un reazionario.
 BASTIANAZZO:figlio di Padron 'Ntoni e marito della Longa. Muore in viaggio con la Provvidenza mentre
trasporta il carico di lupini.
 LA LONGA: moglie di Bastianazzo che si dedica alle faccende di casa e ai figli, viene anche chiamata
Maruzza. Dopo le due perdite rispettivamente del marito Bastianazzo e del figlio Luca, è la terza in casa
Toscano a morire, quando, già fiacca ed indebolita dai lutti familiari, è colpita dal colera. È chiamata “La
Longa” per la tecnica antifrastica delle denominazioni ma in realtà è una donna piccina. Dopo una serie di
disgrazie e la perdita sia del marito che del figlio viene chiamata “Madonna dell’addolorata”
 'NTONI:è il nipote primogenito di padron 'Ntoni, ragazzo irrequieto e incapace di sopportare la difficile
condizione della sua famiglia. Solo dopo la pena scontata in carcere e il dolore per la scoperta della fuga di
sua sorella Lia, egli capisce a fondo quei tradizionali valori di attaccamento alle e accettazione delle proprie
origini, predicati da suo nonno e identificabili nella vita di paese. Ma Ntoni, abbandonato il luogo natio, Aci
Trezza per andare in cerca di fortuna nella città fallisce, cade miseramente, e torna più povero di come era
partito vergognandosi agli occhi degli altri abitanti del villaggio; è così che una volta tradito l’ideale
dell’ostrica, non vi si può più far ritorno al proprio nido e, al termine del romanzo, Ntoni, una volta
guardato per l’ultima volta il paese, il cielo e il mare si allontana definitivamente in quanto ormai escluso da
quel ritmo rassicurante della ripetizione, del moto circolare delle stagioni e delle attività del villaggio che
fanno di quel luogo un nido.
 LUCA:secondogenito di Bastianazzo e della Longa, è più responsabile di 'Ntoni e degli altri fratelli.
Arruolato di leva, muore nel corso della battaglia di Lissa.
 MENA:figlia di Bastianazzo, semplice, operosa, dedita alla famiglia. Inizialmente viene promessa sposa a
Brasi Cipolla, ma dopo la rovina della famiglia il matrimonio non si può fare, e decide di rinunciare anche
all'amore per Alfio. Resta infine con il fratello Alessi e la cognata Nunziata ad occuparsi della riscattata Casa
del Nespolo, a fare da mamma ai figli di Alessi e Nunziata e dunque simbolicamente a custodire i valori
della famiglia e della tradizione, dei quali Verga ne fa la compiuta personificazione. Soprannominata
Sant’Agata in quanto tesseva al telaio come la santa.
 ALESSI:fratello minore di 'Ntoni e Luca, per quanto all'inizio della storia meno maturo e responsabile di
Luca, a cagione della sua età giovanissima, si presenta subito come maggiormente incline ad apprendere il
sapere ancestrale di Padron 'Ntoni, dimostrando interesse per i suoi proverbi e per l'esperienza marinara
dell'anziano. Toccherà ad Alessi il ruolo di "ponte" tra il passato idillico di Padron 'Ntoni e la modernità dei
tempi post-unitari: da adulto sarà sposato con la vicina Nunziata e ricostruirà la famiglia Malavoglia
assumendo il ruolo di patriarca del nonno e ricomprando la Casa del Nespolo, ma col ricordo delle
sofferenze subite.
 LIA:la più piccola della famiglia Malavoglia, "vanerella come il fratello" 'Ntoni, in seguito alla caduta in
miseria e disgrazia della propria famiglia, perduta la reputazione e l'onore, abbandonerà anche lei il nido,
emigrerà ma diventerà una prostituta, venendo così schiacciata dalla modernità che in qualche modo ha
risparmiato Alessi, saldamente ancorato ai valori aviti.

Gli antagonisti sono:

 ZIO CROCIFISSO:detto anche "Campana di legno" in quanto è sordo come una campana o meglio fa finta di
esserlo quando gli è conveniente, è l'usuraio del paese, vecchio e avaro, protagonista di "negozi" e
proprietario di barche e case. È zio della Vespa, con la quale si sposerà non per amore, ma per appropriarsi
della sua chiusa; il matrimonio si rivelerà per lui un inferno, poiché la moglie dilapida in breve tempo il
patrimonio da lui costruito in una vita interamente trascorsa ad accumulare denaro "soldo per soldo" e
"togliendosi il pane dalla bocca".
 COMPARE AGOSTINO “PIEDIPAPERA”: così chiamato per la sua andatura, sensale di pochi scrupoli, zoppo,
immischiato nella vicenda del contrabbando. Si rende responsabile, assieme allo zio Crocifisso, della rovina
economica dei Malavoglia, fingendo di acquistare il credito che Padron 'Ntoni deve al vecchio usuraio e
poter così far uscire la famiglia dalla casa del nespolo, che viene dunque pignorata. È sposato con Grazia
Piedipapera, donna pettegola ma sensibile ai problemi dei Malavoglia.

I personaggi secondari e le comparse che ruotano intorno ai protagonisti e che costituiscono ila ricca
costellazione di personaggi sono:

 ALFIO MOSCA: onesto lavoratore, è un carrettiere che possiede un asino e, in seguito, un mulo. Si innamora
di Mena, che ricambia, ma i due non possono sposarsi perché Alfio è povero. Alfio tornerà ad Aci Trezza
otto anni dopo la sua partenza, e ancora Mena si opporrà a maritarsi con lui, sebbene i Malavoglia non
siano più "padroni" e sebbene Alessi si sia sposato con la Nunziata.
 LA LOCCA:sorella dello zio Crocifisso, vedova, è una vecchia demente e fuori di senno, perciò chiamata “La
locca”, che vaga perennemente per il paese alla ricerca del figlio Menico, morto in mare sulla Provvidenza
assieme a Bastianazzo ed al carico di lupini. È madre di un altro ragazzo che non viene mai nominato, e che
è sempre chiamato "figlio della Locca". Dopo l'arresto di quest'ultimo, viene mandata all'ospedale dei
poveri.
 TURI ZUPPIDDU:vicino di casa dei Malavoglia, svolge il mestiere di calafato, cioè aggiusta le barche; sua
moglie Comare Venera, a volte chiamata la Zuppidda (così come anche la figlia in un paio di circostanze), è
la pettegola del paese; essi hanno una sola figlia, Barbara, con cui per un periodo 'Ntoni sembra potersi
sposare, ma a causa delle sciagure che capitano ai Malavoglia l'opportunità sfuma, come anche quella del
matrimonio della Mena con Brasi Cipolla.
 GRAZIA PIEDIPAPERA:moglie di Tino Piedipapera, molto toccata e impietosita dalla sorte dei Malavoglia.
 CUGINA ANNA:È cugina di Zio Crocifisso e amica dei Malavoglia; lei è rimasta vedova con tanti figli da
crescere tra cui Rocco Spatu, che in seguito diventerà assiduo frequentatore dell'osteria.
 NUNZIATA:altra vicina e amica dei Malavoglia, dopo la partenza di suo padre per Alessandria d'Egitto si è
ritrovata sola a crescere i suoi fratellini, da grande sposerà Alessi.
 LA SANTUZZA:ostessa del paese, sarà lei la causa del litigio tra 'Ntoni e Don Michele, pur essendo l'amante
di massaro Filippo. Suo padre, zio Santoro, sta sempre fuori all'osteria a chiedere l'elemosina.
 VANNI PIZZUTO:barbiere del paese, entrerà nel giro del contrabbando.
 DON FRANCO: speziale del paese, rivoluzionario, nella sua bottega spesso succedono discussioni in cui si
parla di politica. Sua moglie viene chiamata La Signora.
 MASSARO FILIPPO:assiduo frequentatore dell'osteria, ha una relazione con la Santuzza.
 MARIANO CINGHIALENTA: carrettiere, assiduo frequentatore dell'osteria, entrerà nel giro del
contrabbando.
 ROCCO SPATU:figlio maggiore della cugina Anna, assiduo frequentatore dell'osteria, è quasi sempre
ubriaco, entrerà nel giro del contrabbando.
 DON MICHELE:brigadiere del paese, assiduo frequentatore dell'osteria, verrà cacciato e poi richiamato
dall'osteria dalla Santuzza, e sarà questo il motivo per cui durante una retata anticontrabbando'Ntoni lo
accoltellerà.
 MASTRO CROCE CALLÁ:sindaco del paese, comandato da sua figlia Betta.
 COMPARE MANGIACARRUBBE: pescatore, frequentatore dell'osteria. Ha una figlia, la Mangiacarrubbe,
che sta sempre alla finestra ad aspettare un marito.
 DON GIAMMARIA:sacerdote del paese, ha una sorella, Donna Rosolina, che abita con lui.
 DON SILVESTRO:segretario comunale del paese; è lui che praticamente esercita il potere al posto del
sindaco.
 MASTRO CIRINO:sagrestano, inserviente comunale, portalettere e calzolaio del paese.
 PADRON FORTUNATO CIPOLLA:ricco del paese, proprietario di numerose vigne e terreni e anche di una
barca, ha un figlio bietolone, Brasi, che vuole far sposare con Mena Malavoglia, ma dopo la morte di Luca
l'affare salta.
 DON CICCIO:medico del paese.
 PEPPI NASO:macellaio del paese, molto ricco.
 AVVOCATO SCIPIONI:avvocato a cui si rivolgono i Malavoglia per la questione della casa del nespolo, ed è
anche l'avvocato difensore di 'Ntoni durante il processo per la coltellata a Don Michele.
 LA VESPA:nipote dello Zio Crocifisso, che in seguito sposerà .
 ZIO COLA: pescatore e proprietario di una barca.
 BARABBA: pescatore che lavora sulla barca di Padron Fortunato Cipolla.

TECNICHE NARRATIVE E LINGUAGGIO


L’autore adotta le seguenti tecniche narrative:

 IMPERSONALITÀ: la narrazione avviene in maniera impersonale in quanto l’autore si ecclissa dalla


narrazione e non interviene esprimendo giudizi o punti di vista.
 REGRESSIONE: considerata l’impersonalità della narrazione anche il narratore è esterno e non
onnisciente. Egli è un narratore popolare e coralee si cala in una pluralità di voci, un narratore che si
abbassa al livello culturale dei personaggi e che entra in quella comunità di quel piccolo mondo arcaico
che non si può comprendere dall’esterno. Calatosi nella dimensione del racconto il narratore racconta si
da narratore esterno ma con il punto di vista di un membro di quel mondo conoscendola e vivendola
fino in fondo. È chiaro che qui entrano in gioco la personalità dell’autore stesso che ben conosceva quel
mondo umile di pescatori, e le difficoltà della società della seconda metà dell’800. La Sicilia era il suo
luogo natio ma aveva inoltre raccolto informazioni precise su quel luogo e quella società durante uno
dei suoi soggiorni e vacanze dopo essersi trasferito a Firenze e a Milano. Inoltre, il narratore ne sa
quanto i personaggi e tutto ciò che sanno i personaggi è tutto ciò che è presente nel racconto: perché
egli sia al corrente di qualcosa bisogna che questa sia narrata. I personaggi ignorano tutto ciò che non
viene narrato. L’esistenza del narratore popolare con i suoi comportamenti psicologici, culturali e
linguistici sono però assolutamente inconfondibili con quelli dello scrittore pur veicolandone le istanze
letterarie. Serve per far entrare il lettore nella storia stessa, come lo stesso Verga scrive nella lettera al
suo amico Camboni (?)
 STRANIAMENTO: l’intera narrazione è pervasa da un senso di straniamento che però permette al
lettore di comprendere la realtà rappresentata e narrata. Il narratore ci fa apparire strano ciò che non lo
è e normale ciò che invece sarebbe impensabile da accettare
 DISCORSO INDIRETTO LIBERO: un’altra tecnica utilizzata è quella del discorso indiretto libero, tecnica
centrale della narrazione verista, che permette di entrare a fondo nella mentalità , nella psicologia e nei
sentimenti del personaggio che si incorporano e diventano un tutt’uno con la narrazione. La mentalità
del personaggio, i suoi pensieri, le sue parole e i suoi sentimenti sono inseriti all’interno del discorso del
narratore. Inoltre, abbiamo il punto di vista corale in quanto il narratore assume il punto di vista
dell’intera comunità di Aci Trezza. La storia viene raccontata coralmente, da una molteplicità di
personaggi, ed è incentrata sulle vicende della collettività . E ciò è possibile anche grazie ala tecnica del
discorso indiretto libero.
 LINGUAGGIO POPOLARE E IMPRESSIONISMO NARRATIVO:per calarsi ancor meglio nel mondo umile
e per mettere ancor meglio al lettore di farlo, il narratore, cantore di un’epopea, utilizza un linguaggio
popolare adatto al livello culturale dei personaggi. Tale linguaggio è fatto non solo di espressioni
tipicamente parlate di quella comunità ma anche da una serie di modi di dire, formule e proverbi che
costellano tutto il romanzo e che sottolineano anche quell’ideale di attaccamento alle tradizioni e ai
valori locali di ciascun personaggio che ne fa uso. Inoltre, vi sono immagini pittoresche e semplici che
suggestionano al lettore la vita umile di quel mondo, similituini animalesche che rispecchiano al
contempo l’orizzonte della cultura subaltrnarappresentata e l’incolmabile distanza tra l’osservatore
borghese pone tra sé e le sue creature. Ciò è giustificato sul piano della verosimiglianza dal punto di
vista del narratore popolare e viene fruito in senso espressionistico dal punto di vista dello scrittore.
L’intercambiabilità dei registri, il continuo alternarsi di astratto-concreto, generale-particolare rendono
ancora di più l’idea di un quadro impressionista. Tuttavia, l’autore utilizza la lingua italiana in quanto
vuole che la sua opera sia di carattere nazionale.
 DENOMINAZIONE ONOMASTICA: una caratteristica essenziale del romanzo è quella della
denominazione. Quasi tutti i personaggi sono dotati di soprannomi che sottolineano l’insignificanza dei
nomi propri riportandoli alla reale natura o una correzione della convenzionalità . Alcuni soprannomi
sono dati secondo la fisionomia o le caratteristiche morali di un personaggio, ad esempio Piedipapera
per l’andatura zoppa, Sant’Agata per la sua esemplare laboriosità ; Campana di Legno per la finta o vera
sordità di Zio Crocifisso. Altri sono ereditati ad esempio Zuppidda che sia la moglie che la figlia di Turi
prendono tale soprannome, è ereditato dal nonno che avendo avuto un incidente era zoppo. Altri invece
sono dati in modo antifrastico, cioè in maniera contraria a quella che è la natura: Malavoglia non
significava affatto gente che non ha voglia di lavorare, ma al contrario buona e laboriosa gente; La longa,
era in realtà una donna piccina di statura.
 CONCATENAZIONE: elemento essenziale della narrazione è la tecnica della concatenazione che viene
indicata come uno dei sintomi più marcati della tendenza verghiana. La narrazione viene risolta quindi
in lasse epiche come nei poemi omerici o nei poemi cavallereschi in cui le strofe, essendo spesso
intervallate da intermezzi musicali, si interrompevano. Da ciò i cantori riprendevano il filo del discorso
tramite una ripetizione dell’ultimo verso in quello della strofa successiva. È ciò che accade anche nel
romanzo di Verga in cui l’ultimo rigo del capitolo viene ripreso in quello successivo per marcare la
continuità e la concatenazione della narrazione tra un capitolo e l’altro. Un esempio è tra il capitolo IX e
il X in cui il nono termina con “Alla fine è come andare a spasso” e il decimo inizia con “Ntoni andava a
spasso”, oppure tra il capitolo X e l’XI in cui il decimo termina con “come quel Ntoni Malavoglia là, che
va a girelloni a quest’ora pel paese” e l’undicesimo che inizia con “Una volta Ntoni Malavoglia, andando
a girelloni pel paese…”

RIASSUNTI CAPITOLI
PREFAZIONE: Verga scrive due prefazioni al romanzo che invia all’editore Treves e si converte in un manifesto
di poetica. Troviamo la polemica nei confronti del soggettivismo che caratterizzava il romanticismo. Verga
definisce il verismo “uno studio sincero e spassionato”, un’osservazione oggettiva dei fatti lasciando al margire i
sentimenti e le passioni, senza l’interferenza del narratore o delle sue osservazioni e il punto di vista. Egli deve
rappresentare la vita e le scelte dei personaggi da un punto di vista scientifico e antisoggetivvistico in modo da
rendere la realtà una fotografia, un documento umano. Studia come si pongono le varie fisionomie sociali
indagate e si tratta di una collettività che lotta per la sopravvivenza ed è una critica nei confronti di chi vuole
uscire alla posizione sociale nel quale il destino ci ha posto, ciò causa l’essere ingoiato dal destino. La fiumana
del progresso crea una sorta di inquietudine e sconvolgimento anche in una classe sociale come quella dei
pescatori di Aci Trezza, un esempio ne è Ntoni che una volta allontanato dalla sua patria e a contatto con il
progresso, la fiumana, si lascia travolgere e dopo gli porta inquietudine in quanto non riesce più ad adattarsi
alla vita del piccolo mondo di Trezza. Man mano che si sale nella scala sociale il fatto si complica in quanto ciò
rende più difficile descriverli. Ciò è dato dalla maggiore iintellettualità e dalla complessità intellettuale che
maschera le reazioni e le sensazioni e ciò è difficile da descrivere, a differenza di quanto accade per i personaggi
di bassa estrazione sociale che hanno una spontaneità facile da rappresentare. Perciò bisgna trovare una forma
adeguata così come accade nei Malavoglia in cui sceglie una forma molto vicina a quella popolare. Anche questi
personaggi si sono confrontati con il progresso e sono dei vinti, non sono riusciti in realtà a portare a termine il
loro progetto come avrebbero voluto e quasi le loro aspirazioni diventano un peccato. Lo stesso scrittore,
artista, diventa vittima delle leggi del progresso, dell’interesse ch lo limitano nella sua libera espressione.
CAPITOLO 1: inizia in medias res, e l’autore dà per scontato la conoscenza di luoghi ad esempio introducendo
il lettore direttamente nella storia senza effettuare una descrizione troppo dettagliata dei luoghi dando per
scontato che anche chi legge lo conosce. Presenta quindi sin da subito la famiglia Malavoglia, che si chiama in
realtà Toscano, che da sempre di generazione in generazione possedevano una barca e una casa (barche
sull’acqua e delle tegole al sole) che sono una metonimia (parte per il tutto). Poi passa a presentare la famiglia
Malavoglia secondo la gerarchia presente definendola come “le dita della mano”. Anche alla descrizione dei
personaggi dedica poco tempo e poche righe, tipo di descrizione lontanissima da quella manzoniana di Don
Abbondio.

A seguire vi è una coprdinata temporale: dicembre 1863, 2 anni dopo l’unificazione dell’Italia in cui i giovani
dovevano restare il proprio servizio alla patria, come accade a Ntoni. Ma agli anziani di questo paesino piccolo
della Sicilia, le innovazioni e le nuove istituzioni sfuggono e per lui l’idea della leva obbligatoria per il nipote è
impensabile. Chi è impegnato per la lotte per la vita non riesce a capire il concetto del sacrificio della patria.
Dietro ciò è presente l’autore, il suo pessimismo riguardante il modo in cui stava evolvendo il periodo post-
unità d’Italia. “Pezzi grossi del paese che sono quelli che possono aiutarci” sono coloro che non sono a servizio
della comunità ma dei potenti tra questi Don Giammaria e Don Franco. Don Franco è farmacista del paese e
Padron Mtoni è talmente lontano dall’attualità del suo paese che pensa che la Repubblica si faccia nel giro di
poco e chiede a don Franco di aiutarlo, ma lui non può far nulla. Padron Ntoni non vuole la repubblica in sé ma
vuole che si faccia quanto prima affichè suo nipote non parta. Il consiglio che viene dato al pescatore è quindi
quello di corrompere qualcuno affinchè egli non sia considerato idoneo al servizio militare. Ma non riesce
nell’intento e Ntoni deve partire e tutta la famiglia fu addolorata. Delle sorti di Ntoni tutti ne vogliono essere a
conoscenza e nella lettera che scrive alla famiglia parla della nuova realtà della città di Napoli, a cui ntoni inizia
ad appassionarsi in quanto una realtà completamente diversa dalla sua. Andato via ntoni però vennero a
mancare braccia forti per la pesca e Padron Ntoni fu costretto più volte a chiamare Menico della Locca per
aiutarlo nella pesca, ma quell’anno ne fu una cattiva annata. Padron Ntoni si improvvisa imprenditore e compra
un carico di lupini avariato (gli ha venduto la gatta nel sacco, come dice il proverbio) dallo Zio Crocifisso per
rivenderli a un prezzo più alto ma l’affare va male a causa del naufragio della provvidenza. Emerge la speranza
di Padron Ntoni ma la sorte è contraria e il mare divora Bastianazzo e Menico della Locca. La partenza è intesa
sempre come la morte.

All’interno del testo ci sono una serie di ripetizioni di medesime parole e medesimi sintagmi in quanto l’autore
tenta quanto più possibile di riprodurre il parlato (pleonasmo). Vi sono infatti anche una serie di proverbi che
pullulano il primo capitolo ma anche tutto il romanzo, proverbi saggi che sono stati tramandati dagli “antichi”,
dagli avi. Per entrare ancora di più nel personaggio e nel contesto sociale stesso l’autore ricorre al discorso
indiretto libero in cui le parole del personaggio sono inserite in terza persona ma senza il verbumdicendi, e
quindi inserite direttamente nel discorso del narratore per entrare direttamente nella mente del personaggio e
nel momento in cui concepisce le idee

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