13.giovanni Verga
13.giovanni Verga
Giovanni Verga nacque a Catania il 2 settembre 1840 da una famiglia in cui il padre era un proprietario terriero
con ascendenze nobiliari e aveva il titolo di cavaliere, e la madre che apparteneva alla borghesia catanese.
L’ambiente famigliare era dunque colto e sensibile ma era circondato da un forte provincialismo dell’ambiente
cittadino che ha un’importanza fondamentale nella sua formazione nella scuola di Antonino Abate, suo maestro
che egli ricorda dai gesti memorabili, rivoluzionario della grammatica e poeta di ideali patriottici e civile dal
quale apprese molto e al quale sottopose la lettura del suo primo romanzo giovanile “Amore e Patria”. Fu
proprio Antonino Abate che gli inspirò gli ideali patriottici e il gusto per la narrativa francese. Egli amerà infatti
molto la narrativa di Zola. Nel 1858 Verga si iscrive alla facoltà di giurisprudenza ma ben presto interruppe gli
studi per dedicarsi alle questioni patriottiche. Egli cresce nell’Italia garibaldina ed è fervente seguace degli
eventi legati alle imprese di Garibaldi e aderì infatti alla Guardia Nazionale rimanendo in servizio fino al 1864.
Egli conosce bene la situazione italiana, soprattutto conosce bene la situazione del mezzogiorno che si trovò ad
affrontare una profonda crisi economica e sociale dovuta all’impatto traumatico con la più progredita economia
del Nord. Ciò faceva del Meridione uno stato arretrato in questo periodo si verificarono una serie di ondate di
fallimenti, la disoccupazione aumentava e si alimentarono dunque fenomeni di rivolta collettiva che sfociarono
nel brigantaggio. Espressioni dell’insurrezione meridionale fu la rivolta di Palermo del 1866 scoppiata dopo
un’annata di carestie nelle campagne che ebbe repressionedurissima. Le condizioni della “questione
meridionale “saranno fondamentali nella formazione di Verga e le ritroveremo nella stesura del romanzo “I
malavoglia “che vengono concepiti proprio nel vivo del dibattito politico e sociale della questione meridionale.
L’ambiente del sud però a Verga risulta piuttosto stretto e decide quindi di trasferirsi a Firenze, allora capitale
del regno, che era una città stimolante dal punto di vista intellettuale e mondano. Conosce in questo periodo
quindi grandi personalità nei salotti letterari e nei circoli tra cui il concittadino Capuana. Fu nel periodo
fiorentino in cui scrive il secondo romanzo giovanile “Una peccatrice”. Da Firenze, quando non fu più capitale
del regno, Verga si trasferì a Milano dove visse per circa un ventennio. Anche Milano fu una città stimolante dal
punto di vista intellettuale e mondano e alternava tali periodi a quelli di raccoglimento nella sua Sicilia. Il
periodo Milanese fu un periodo di grandi amicizie nel campo letterario-editoriale, in quello politico e artistico-
mondano, allarga le sue conoscenze ed entra in contatto quindi con la buona società milanese. A Milano entra in
contatto anche con le letture di Balzac, Flaubert e Zola e con il movimento della scapigliatura italiana. L’intensa
attività letteraria di Verga a Milano insieme a Capuana, che nel 1877 raggiunge l’amico, porta alla nascita del
Verismo, cui approdò dopo essersi avvicinato alla narrativa naturalista francese la cui massima espressione
letteraria fu quella del “Ciclo dei Vinti”.Questo periodo della vita di Verga prende il nome di “conversione”. Sulla
scia del successo de “I Malavoglia” scrive poi le novelle di “Vita dei Campi”, “Novelle rusticane”,
”Vagabondaggio” e “Drammi intimi” scritti nel periodo romano, quando nella capitale frequentava l’ambiente
mondano della moda e dei circoli letterari. Dal 1893 torna a Catania stabilmente e ancora una volta torna il
tema patriottico nelle sue ultime produzioni e coerentemente con le sue ideologie nazionaliste alla vigilia della
Prima Guerra Mondiale si schierò su posizioni interventiste. Nel 1920 poi ottenne il titolo di senatore del Regno
e si recò a Roma per prestare giuramento. Quello fu l’ultimo atto pubblico dell’autore prima che il 27 gennaio
1922 morì a Catania per una trombosi cerebrale .
L’attività letteraria di Verga e il suo pensieropossono essere divisi in tre fasi:
o La PRIMA FASE è quella giovanile, ispirata principalmente a temi patriottici e alla poetica del
Romanticismo e del movimento italiano della Scapigliatura. A questa fase appartengono “I carbonari
della montagna”, secondo romanzo giovanile che trattava dei moti carbonari in Calabria durante il
periodo napoleonico, e “Sulle lagune” sulla scia degli avvenimenti risorgimentali. Inoltre a questa prima
fase appartengono anche le opere del periodo fiorentino e della prima parte di quello milanese di
carattere sentimentale come “Una peccatrice”, romanzo di carattere autobiografico sul tema
romantico dell’amore-passione; “Storia di una capinera” romanzo epistolare uscito a puntate che
mostra il dramma di un amore impossibile; “Eva” che è la storia di una ballerina di varietà, in cui tratta
il tema dell’artista vittima dell’amore e della società borghese corrotta mostrando esplicitamente il
contrasto tra la vita cittadina e il mondo rurale della Sicilia; “Tigre e Reale” che narra la storia d’amore
tra Giorgio e Nata; e infine “Eros” in cui si evidenzia la contrapposizione della donna fatale, legata
all’ambiente mondano e cittadino, e la moglie fedele legata all’ambiente arcaico e rurale. Forte in questa
prima fase è anche l’influenza della poetica romantica e scapigliata che egli porta nella raccolta
“Primavera e altri racconti” e l’influenza del naturalismo francese con “Nedda” che diventa un bozzetto
della vita rurale siciliana che farà da sfondo anche a “I Malavoglia”.
o La SECONDA FASE è quella dell’età adulta in cui Verga approda al VERISMO. Inaugura questa fase
“Rosso Malpelo” racconto che mostra la condizione di sfruttamento dei ragazzi che lavorano nelle cave
di sabbia siciliane. A seguire Verga scrive la raccolte di novelle “Vita dei Campi” in cui spiccano figure
della vita contadina siciliana. Due sono i testi che Verga inerisce nella raccolta “Fantasticheria” che
mette in luce lavita di stenti dei proletari siciliani antcipando già i prsonaggi di Aci Trezza del futuro
romanzo “I Malavoglia” e “L’amante di Gramigna” che mostra come Verga si sia appropriato del rmanzo
sperimentale di Zola. Si vede già in quest’opera la scelta linguistica di un ialiano comunicativo e
scorrevole intriso di metafore della lingua parlata e quotidiana. “Novelle rusticane”, che viene poi messa
in musica e teatro con il nome di Cavalleria Rusticana ottenendo anch’essa grande successo e la
possibilità di una tournée in Germania e di lì a poco si dedicò poi al progetto narrativo composto di
cinque romanzi che prende il nome di “Ciclo dei Vinti” (prima “La marea”) di cui fanno parte “I
Malavoglia” che ottenne talmente successo da essere tradotto anche in lingua francese, “Mastro-don
Gesualdo”, “La duchessa delle Gargantas”, “L’onorevole Scipioni” e “L’uomo di lusso”. Di questi 5
romanzi però solo i primi due vennero scritti da Verga, gli altri non furono mai realizzati. In questo ciclo
di romanzi Verga si proponeva, come scrisse in una lettera all’amico Salvatore Paolo Verdura, di
illustrare la lotta per la vita all’interno delle diverse classi sociali ispirata alle teorie evoluzionistiche di
Darwin e di realizzare un vero e proprio grande affresco sociale che illustri la lotta per la vita di tutte
le classi sociali e l’impossibilità delle classi più umili di risollevarsi dalla propria condizione, come già
evidente in “Vita dei campi” in cui l’autore si era già calato nel mondo umile dei contadini e dei pescatori
siciliani, mondo arretrato e povero. Il “Ciclo dei Vinti” viene concepito sulla scia dei cicli narrativi
francesi della “ComedieHumaine” di Balzac e de “LesRougons-Macquart” Zola. In questo mondo
arretrato e rurale Verga vuole farci conoscere la difficoltà e le sconfitte delle classi sociali più deboli.
La TERZA FASE è quella della vecchiaia e la produzione comprende le ultime raccolte di novelle e alcuni
drammi teatrali. Nel 1893 torna a vivere stabilmente a Catania ma si aprì per lui un lungo periodo di
crisi creativa, a causa di una causa legale sui diritti d’autore di “Cavallerie Rusticana” con il musicista
Pietro Mascagni. In questo periodo a causa della crisi creativa non riesce a terminare il “Ciclo dei Vinti”
e si dedica alla messa in scena teatrale della novella “la Lupa”, tratta dalla raccolta “Vita dei Campi” e poi
scrive “Dal tuo al mio” dramma che si fa specchio di un’involuzione politica in senso reazionario.
Nelle opere di Verga e alla base della poetica verista è possibile intravedere una precisa concezione dell’uomo e
della storia influenzate in particolar modo dalle correnti di pensiero del tempo:
o Dal positivismo, secondo il quale la realtà può essere descritta solo con un approccio scientifico
fondato sull’analisi dei fenomeni;
o dal materialismo che assimila il comportamento umano a quello delle altre specie viventi e individua il
principio dell’agire umano nei suoi bisogni primari;
o dal determinismo basato sulla convinzione che l’uomo subisce l’influenza dell’ambiente circostante,
delle leggi economiche, del condizionamento ereditario che influisce sulle inclinazioni; “fiumana del
progresso” concetto con il quale si intende come le classi sociali seguono la scia del progresso vedendo
chi si adatta e chi invece ne resta schiacciato.
o dall’evoluzionismo di Darwin che consiste nel principio della selezione naturale, secondo cui i più
deboli soccombono e da cui Verga riprende il concetto di “lotta per la vita” e di impossibilità di riscatto
delle classi più deboli.
Notiamo però nella poetica verghiana che l’autore respinge la fiducia nel positivismo e nel progresso umano. La
società sembra essere caratterizzata da un continuo progresso ma gli uomini sono costretti a sottostare a una
legge naturale universale secondo cui gli uomini vengono schiacciati dal progresso e i vincitori di oggi saranno i
vinti di domani, quei “vinti” di cui Verga parla in molte opere.
TRAMA
Nel 1820 a Vizzini, piccolo centro agricolo del catanese, un incendio divora la casa di due vecchi nobili in rovina,
i Taro. I paesani accorsi per placare le fiamme scoprono che la giovane nipote è chiusa nella stanza con un
uomo e si impongono quindi le nozze riparatrici perché l’aristocratica Bianca seppur priva di dote è già incinta.
Viene offerta in sposa a Gesualdo in quanto non avendo dote non può sposare Nini un altro nobile. Gesualdo
nasce in una famiglia umile semplice ma egli riesce ad arricchirsi e a diventare un latifondista ottenendo il
titolo di “don” da ex manovale “mastro”. Animato da questa sua voglia di arricchirsi sempre più e di accumulare
e non accontentandosi di quanto avesse già accumulato, accetta di sposare Bianca Trao, una nobile decaduta
che lo sposa non per amore ma per ricchezza perché essendo decaduta la sua famiglia aveva bisogno dell’aiuto
economico dei borghesi emergenti. La famiglia viene aiutata con discrezione dal borghese che provvede al pane
quotidiano e non farà mancare nulla neanche alla figlia Isabella, la quale però da grande si vergognerà delle
origini di Gesualdo. Nel frattempo Gesualdo lascia Diodata, sposa fedele per Bianca che però non lo ama e i due
saranno per tutto il tempo divisi dalle enormi distanze sociali. Gesualdo rinuncia quindi ai suoi affetti più cari
pur di avere degli agganci” maggiori nell’alta società in quanto la sua logica è solo quella di andare avanti negli
affari e per gli affari è disposto a rinunciare a sentimenti autentici, rinuncia infatti a Diodata donna contadina
della quale è innamorato. Ormai vecchio Gesualdo viene portato a palazzo del duca di Palermo, dove viene
ospitato in una foresteria ma più che per affetto ma perché la figlia e il duca lo controllano senza dare affetto e
senza cominciare con lui e controllare la sua situazione economica a gestirla. Il duca di Palermo era stato dato
in sposo a Isabella la quale anche lei come la madre rimane incinta prima del matrimonio. Il duca di Palermo
era anche lui squattrinato e cercherà quindi di scialacquare i tesori del suocero. Odiato da tutti resterà
circondato da persone che cercheranno di rubare le sue ricchezze e morirà in un ala del palazzo trascurato
dalla figlia e guardato con disprezzo dai servitori.
STRUTTURA E TRAMA
L’opera è strutturata in 15 capitoli suddivisi in 3 macro-parti
PRIMA PARTE: la prima parte va dai capitoli I al IV in cui il tempo del racconto è maggiore di quello
della storia e la narrazione è piuttosto lenta. La prima parte si apre con la partenza di Ntoni, primo
nipote di Padron Ntoni, che non trovando più a lui adeguate le attività laborioso ereditate dal padre e
dal nonno decide di partire per il servizio militare nel 1863. Sarà proprio lui che una volta partito,
sottare una mano importante alla comunità di pescatori, ne consegue quindi una cattiva annata per la
pesca e l’impossibilità di poter preparare la dota per Mena, seconda nipote, che doveva essere maritata
con Brasi Cipolla e si innescano quindi una serie di vicissitudini per far fronte alla crisi del villaggio che
portano Padron Ntoni a decidere di comprare dei lupini a credito dallo Zio Crocifisso, detto Campana di
Legno, per poterli poi rivendere a Riposto, paese più a nord della costa, ad un prezzo più elevato. I
lupini sono però avariati e resterebbero invenduti. Durante il tragitto di ritorno, sfortuna volle però che
la Provvidenza, la loro barca ammarrata sotto il lavatoio, come descritto dal narratore, naufraghi e il
carico di lupini finisce in mare. Durante il naufragio perdono la vita Bastianazzo, figlio di Padron Ntoni e
il figlio della Locca, nipote di Zio Crocifisso. Essendo stati presi a credenza i lupini, al dolore per la
perdita del proprio figlio si unisce quello della perdita dei lupini e quindi dell’indennità da pagare allo
zio Crocifisso.
SECONDA PARTE: La seconda parte comprende i capitoli dal V al X. La narrazione in questo punto è
piuttosto rapida e il tempo del racconto è minore di quello della storia. La seconda parte si apre con la
lunga con Padron Ntoni che discute a lungo con Padron Cipolla per far convolare a nozze la Mena con
Brasi in quanto pensava che fosse l’unico modo per fronteggiare la crisi economica e pagare il debito dei
[Link] frattempo, Luca, terzo nipote, parte per il servizio militare anch’egli. Egli partecipa alla
battaglia di Lissa nella quale però perde la vita. Giunge infatti notizia a Trezza da due marinai che erano
stati congedati dopo il naufragio nel quale altri però avevano perso la vita. Alla notizia del fidanzamento
di Mena con Brasi si aggiunge quella della morte di Luca che sconvolge la famiglia Malavoglia e fa
precipitare gli avvenimenti che dovevano salvare l’economia della famiglia. Il matrimonio non avviene e
la casa del Nespolo, che la prima volta era stata salvata grazie alla rinuncia di Maruzza all’ipoteca dotale,
ora viene pignorata, sottoposta a sequestro e il fidanzamento di Mena con Brasi e di Ntoni con Barbara
Zuppiddasi rompono. Ntoni decide quindi di partire
TERZA PARTE: La terza parte è composta dai capitoli che vanni dal XI al XV ed è incentrata tutta sulla
figura di Ntoni che dopo varie vicissitudini si allontana da casa. Ntoni vuole allontanarsi Trezza, vuole
andare a vivere in una città rifiutando il piccolo mondo gretto di Aci Trezza, ma la perdita di Ntoni
sarebbe stata la perdita di un importante forza lavoro oltre che di un affetto della famiglia. La madre La
Longa si dispera e piange di notte. Ntoni per non dare dispiacere alla madre decide quindi di non
partire. Nel frattempo, Maruzza La Longa si ammala di colera e nel giro di poco muore lasciando soli
Alessi e Lia ancora ragazzini. Sul letto di morte Maruzza raccomanda a Ntoni e Mena, già grandi, di
occuparsi della famiglia, ora che né lei né il marito c’erano più e ora che il nonno era ormai anziano, e
Mena le promette che si sarebbe presa cura della piccola Lia. Dopo la morte della madre però Ntoni
sostiene che l’unico modo per far fronte alle difficoltà della famiglia e portare qualche guadagno a casa
era quello di allontanarsi da Aci Trezza. Si allontana ma poi ritorna più povero di prima provando
vergogna e risentimento nei confronti dei paesani e a malincuore è costretto a lavorare per estranei.
Ben presto si lascia traviare dalle cattive compagnie come Rocco Spatu e Cinghialenta subendo anche
l’influenza dello speziale che si atteggia a grande pensatore e rivoluzionario. Diventa poi l’amante
dell’ostessa e vive dei suoi regali. Avviato alla malavita finisce in prigione per poi uscirne dopo la morte
del nonno quando capisce che ormai, tradita la religione della famiglia, quello di Aci Trezza non era più
il posto per lui e sparisce per sempre, nonostante la cognata e i fratelli gli chiedessero di restare. Lia,
scoperta la tresca con Don Michele, fugge e si dà alla prostituzione in città . Nel frattempo, Alessi è
diventato più grande e prende lui il posto di Ntoni accanto al nonno. Egli deve cominciare a guadagnarsi
il pane da solo, rattoppano la Provvidenza e la mettono di nuovo in mare ma naufraga una seconda
volta. In questo naufragio Padron Ntoni resta gravemente ferito e una volta rimesso non può comunque
più uscire a pesca. Alessi è costretto quindi a pagare uomini a giornata per farsi aiutare ma dopo tante
vicissitudini riesce finalmente a portare un po’ di guadagno alla famiglia. Padron Ntoni però decide di
chiudersi in ospedale per non dare ulteriori spese economiche alla famiglia per sostenere le sue cure e
muore lì come non avrebbe mai voluto, ma lo fa per amore della famiglia. Il sogno del nonno viene però
realizzato da Alessi che riesce a riscattare la Casa del Nespolo anche se ormai la famiglia è disgregata.
LO SPAZIO E IL TEMPO
Lo spazio entro cui si svolge l’azione è quello “interno” di Aci Trezza, borgo di pescatori vicino Catania con
scorci pittoreschi. I luoghi hanno tutti una connotazione affettiva come la Casa del Nespolo, simbolo della
famiglia, che verrà riscattata e continuerà ad essere simbolo della famiglia Malavoglia sebbene la famiglia era
ormai disgregata. La casa rappresenta dunque il nido in cui consolidare i legami familiari e un rifugio, perduto il
quale infatti la famiglia si disgrega. Lo spazio è quello di un mondo arcaico che non appartiene all’orizzonte del
presente ma solo a quello del ricordo. In opposizione allo spazio interno, vi è lo spazio esterno, quello della città
che rappresenta l’allontanamento della famiglia dal proprio luogo natio. È li che Lia e Ntoni infatti si “perdono”.
La saga della famiglia Malavoglia, che viene definita una vera e propria epopea, cioè insieme di fatti, peripezie e
vicissitudini, attraversa tra generazioni: Padron Ntoni, il figlio BAstianazzo e il nipote Ntoni. Il racconto si
sviluppa in 15 anni in un tempo circolare scandito dalle stagioni della pesca, del lavoro dei campi e dalle
ricorrenze religiose. Questo ritmo della ripetizione è rassicurante rendendo lo spazio-tempo “familiare” e
“idillico”. Sullo sfondo di questo tempo circolare del piccolo mondo di Trezza, c’è il tempo degli eventi storici
del grande mondo li fuori come quello della Battaglia Navale di Lissa in cui Luca perde la vita.
TEMI
LA VISIONE PESSIMISTICA: La visione della vita che emerge dal romanzo è decisamente pessimistica in
quanto è condizionato dal determinismo naturalistico e dall’evoluzionismo darwiniano. Egli infatti vede la vita
come una continua lotta alla sopravvivenza nella quale l’immutabile legge della natura impone la sconfitta del
più debole. Presa coscienza di questa rara è immutabile realtà che governa il destino di ogni singolo essere
vivente, l’unica scelta possibile è quella di una consapevole rassegnazione. Questa rassegnazione e questa
immutabilità caratterizzano infatti i personaggi de “I Malavoglia” i cui mutamenti sono piuttosto lenti e minimi.
È da qui che ne deriva l’idea della fissità che caratterizza il microcosmo di Aci Trezza.
L’IDEALE DELL’OSTRICA E IL NIDO: tipico della narrativa verghiana è la religione della famiglia, ossia l’idea
secondo la quale non esistono valori in cui credere eccetto quelli patriarcali, quelli degli affetti familiari e le
tradizioni e i valori del proprio luogo natio, considerato un rifugio, un nido. Da ciò Verga deriva l’ideale
dell’ostrica, ideale che pervade tutta la narrazione del romanzo e che caratterizza in maniera più o meno forte
tutti i personaggi. Con l’ideale dell’ostrica Verga vuole sottolineare la rassegnazione dell’uomo, del misero, al
proprio destino. Così come un’ostrica resta abbarbicata allo scoglio su cui è nato, così tutti i personaggi dei
Malavoglia devono rimanere ancorati ai propri valori patriarcali, alla propria famiglia e al proprio luogo natio
di generazione in generazione e accettando passivamente le immutabili gerarchie che si tramandano in una
società dominata dalla violenza, dai soprusi e dalla lotta per la sopravvivenza. È l’ideale della fedeltà alle
proprie radici che caratterizza e determina le azioni della maggior parte dei personaggi: da Padron Ntoni, alla
Longa che quando il figlio deve partire si dispera, da Rocco Spatu allo zio Crocifisso che sono inseriti nel ritmo
perpetuo e immutabile. Chi osa tradire l’ideale dell’ostrica, abbandonare la famiglia, sradicare i propri valori è
destinato a fallire. Per Verga e dunque per ciascuno dei personaggi del romanzo, ogni mutamento è pericoloso e
chi lo cerca è un reprobo che si mette contro e fuori la propria comunità . È il caso diNtoni, che abbandonato il
luogo natio, Aci Trezza per andare in cerca di fortuna nella città fallisce, cade miseramente, e torna più povero
di come era partito vergognandosi agli occhi degli altri abitanti del villaggio; è il caso di Lia che abbandonato il
villaggio è destinata a prostituirsi per cercare fortuna. È così che una volta tradito l’ideale dell’ostrica, non vi si
può più far ritorno al proprio nido e,al termine del romanzo, Ntoni, una volta guardato per l’ultima volta il
paese, il cielo e il mare si allontana definitivamente in quanto ormai escluso da quel ritmo rassicurante della
ripetizione, del moto circolare delle stagioni e delle attività del villaggio che fanno di quel luogo un nido nel
quale egli non trova più nessuna collocazione.
SCONFITTA EROICA E IL MONDO DEI VINTI: all’interno del romanzo Verga ci propone la visione di un mondo
arcaico e patriarcale, un mondo umile e misero di pescatori, un mondo primitivo di gente umile attaccata a
sentimenti semplici e antichi. Tuttavia, essi sono destinati a soccombere, essi sono i “vinti” di cui Verga parla
anche in “Mastro-don Gesualdo” e in “Vita dei Campi”, in particolare nella novella “Fantasticheria” in cui
appaiono già alcuni dei personaggi dei Malavoglia e viene presentata come una lettera che l’autore scrive dopo
aver trascorso due giorni nel borgo di Trezza e aver incontrato quella gente umile di cui parla nel romanzo
successivamente. Quello che ci presenta l’autore di questo mondo dei visti, non è la sconfitta in sé, ma una
sconfitta eroica perché i protagonisti vengono si vinti dal destino immutabile, ma solo dopo una dura lotta
condotta con un’abnegazione che fa grandeggiare i vinti.
IL CONTRASTO CON LA RELIGIONE E IL MATERIALISMO: di religione nel romanzo di Verga c’è ben poco,
l’unica religione di cui si parla è quella della famiglia, gli unici valori in cui si crede sono quelli familiari. La
religione cristiana non viene minimamente menzionata, anzi vi si criticano quasi in maniera cinica alcuni valori:
la “Provvidenza” di cui si parla, il nome dato alla barca della famiglia, non vuole significare la provvidenza
divina che consiste nella cura esercitata da Dio nei confronti di ciò che esiste e la volontà divina grazie alla
quale ogni cosa è retta da un giusto ordinamento, ma l’esatto contrario: la “Provvidenza Verghiana” non porta
nessuna cura, nessun beneficio ma solo disgrazie che non sono un segno divino dovuto a un tradimento dei
valori religiosi ma una conseguenza del tradimento dei valori patriarcali. Per questa sua visione Verga entra più
volte in contrasto con Manzoni la cui visione della vita è positiva, religiosamente sostenuta dalla fede nella
Provvidenza, che nel suo caso riesce a dare un senso anche al male, alla sventura, alimentando la fiducia e la
speranza negli [Link] invece furono il corso della vita, il destino, la presenza del Verga nel contesto
storico-culturale italiano nella seconda metà dell'Ottocento. Inoltre, il mondo rusticano descritto non ammette
né il caso, né un disegno provvidenziale specifico, ma è un mondo in cui tutto è governato dalla necessità, dai
bisogni primari e materiali (materialismo). All’interno di questo materialismo si inseriscono anche tutti i
sentimenti e le emozioni cheperseguono ad ogni modo un interesse materiale che è il movente dell’attività
umana e della “fiumana del progresso”
PERSONAGGIE DENOMINAZIONI
Il romanzo di Verga presenta una vastità di personaggi che giocano vari ruoli all’interno del romanzo. I
protagonisti sono i membri della famiglia “Malavoglia” che si chiama Toscano. Il nome della famiglia dà titolo
al testo in quanto l’autore vuole far mettere sin da subito il lettore nella storia stessa. Il nome “Malavoglia” è
una ‘ngiuria data in senso antifrastico
PADRON 'NTONI:è capofamiglia, anziano e saggio pescatore. Si esprime spesso attraverso proverbi e
vecchi detti. Ad esempio, secondo lui "Gli uomini sono come le dita di una mano: il dito grosso fa da dito
grosso e il dito piccolo fa da dito piccolo". Una parte della comunità lo giudica un filo-monarchico mentre
un’altra parte lo considera un reazionario.
BASTIANAZZO:figlio di Padron 'Ntoni e marito della Longa. Muore in viaggio con la Provvidenza mentre
trasporta il carico di lupini.
LA LONGA: moglie di Bastianazzo che si dedica alle faccende di casa e ai figli, viene anche chiamata
Maruzza. Dopo le due perdite rispettivamente del marito Bastianazzo e del figlio Luca, è la terza in casa
Toscano a morire, quando, già fiacca ed indebolita dai lutti familiari, è colpita dal colera. È chiamata “La
Longa” per la tecnica antifrastica delle denominazioni ma in realtà è una donna piccina. Dopo una serie di
disgrazie e la perdita sia del marito che del figlio viene chiamata “Madonna dell’addolorata”
'NTONI:è il nipote primogenito di padron 'Ntoni, ragazzo irrequieto e incapace di sopportare la difficile
condizione della sua famiglia. Solo dopo la pena scontata in carcere e il dolore per la scoperta della fuga di
sua sorella Lia, egli capisce a fondo quei tradizionali valori di attaccamento alle e accettazione delle proprie
origini, predicati da suo nonno e identificabili nella vita di paese. Ma Ntoni, abbandonato il luogo natio, Aci
Trezza per andare in cerca di fortuna nella città fallisce, cade miseramente, e torna più povero di come era
partito vergognandosi agli occhi degli altri abitanti del villaggio; è così che una volta tradito l’ideale
dell’ostrica, non vi si può più far ritorno al proprio nido e, al termine del romanzo, Ntoni, una volta
guardato per l’ultima volta il paese, il cielo e il mare si allontana definitivamente in quanto ormai escluso da
quel ritmo rassicurante della ripetizione, del moto circolare delle stagioni e delle attività del villaggio che
fanno di quel luogo un nido.
LUCA:secondogenito di Bastianazzo e della Longa, è più responsabile di 'Ntoni e degli altri fratelli.
Arruolato di leva, muore nel corso della battaglia di Lissa.
MENA:figlia di Bastianazzo, semplice, operosa, dedita alla famiglia. Inizialmente viene promessa sposa a
Brasi Cipolla, ma dopo la rovina della famiglia il matrimonio non si può fare, e decide di rinunciare anche
all'amore per Alfio. Resta infine con il fratello Alessi e la cognata Nunziata ad occuparsi della riscattata Casa
del Nespolo, a fare da mamma ai figli di Alessi e Nunziata e dunque simbolicamente a custodire i valori
della famiglia e della tradizione, dei quali Verga ne fa la compiuta personificazione. Soprannominata
Sant’Agata in quanto tesseva al telaio come la santa.
ALESSI:fratello minore di 'Ntoni e Luca, per quanto all'inizio della storia meno maturo e responsabile di
Luca, a cagione della sua età giovanissima, si presenta subito come maggiormente incline ad apprendere il
sapere ancestrale di Padron 'Ntoni, dimostrando interesse per i suoi proverbi e per l'esperienza marinara
dell'anziano. Toccherà ad Alessi il ruolo di "ponte" tra il passato idillico di Padron 'Ntoni e la modernità dei
tempi post-unitari: da adulto sarà sposato con la vicina Nunziata e ricostruirà la famiglia Malavoglia
assumendo il ruolo di patriarca del nonno e ricomprando la Casa del Nespolo, ma col ricordo delle
sofferenze subite.
LIA:la più piccola della famiglia Malavoglia, "vanerella come il fratello" 'Ntoni, in seguito alla caduta in
miseria e disgrazia della propria famiglia, perduta la reputazione e l'onore, abbandonerà anche lei il nido,
emigrerà ma diventerà una prostituta, venendo così schiacciata dalla modernità che in qualche modo ha
risparmiato Alessi, saldamente ancorato ai valori aviti.
ZIO CROCIFISSO:detto anche "Campana di legno" in quanto è sordo come una campana o meglio fa finta di
esserlo quando gli è conveniente, è l'usuraio del paese, vecchio e avaro, protagonista di "negozi" e
proprietario di barche e case. È zio della Vespa, con la quale si sposerà non per amore, ma per appropriarsi
della sua chiusa; il matrimonio si rivelerà per lui un inferno, poiché la moglie dilapida in breve tempo il
patrimonio da lui costruito in una vita interamente trascorsa ad accumulare denaro "soldo per soldo" e
"togliendosi il pane dalla bocca".
COMPARE AGOSTINO “PIEDIPAPERA”: così chiamato per la sua andatura, sensale di pochi scrupoli, zoppo,
immischiato nella vicenda del contrabbando. Si rende responsabile, assieme allo zio Crocifisso, della rovina
economica dei Malavoglia, fingendo di acquistare il credito che Padron 'Ntoni deve al vecchio usuraio e
poter così far uscire la famiglia dalla casa del nespolo, che viene dunque pignorata. È sposato con Grazia
Piedipapera, donna pettegola ma sensibile ai problemi dei Malavoglia.
I personaggi secondari e le comparse che ruotano intorno ai protagonisti e che costituiscono ila ricca
costellazione di personaggi sono:
ALFIO MOSCA: onesto lavoratore, è un carrettiere che possiede un asino e, in seguito, un mulo. Si innamora
di Mena, che ricambia, ma i due non possono sposarsi perché Alfio è povero. Alfio tornerà ad Aci Trezza
otto anni dopo la sua partenza, e ancora Mena si opporrà a maritarsi con lui, sebbene i Malavoglia non
siano più "padroni" e sebbene Alessi si sia sposato con la Nunziata.
LA LOCCA:sorella dello zio Crocifisso, vedova, è una vecchia demente e fuori di senno, perciò chiamata “La
locca”, che vaga perennemente per il paese alla ricerca del figlio Menico, morto in mare sulla Provvidenza
assieme a Bastianazzo ed al carico di lupini. È madre di un altro ragazzo che non viene mai nominato, e che
è sempre chiamato "figlio della Locca". Dopo l'arresto di quest'ultimo, viene mandata all'ospedale dei
poveri.
TURI ZUPPIDDU:vicino di casa dei Malavoglia, svolge il mestiere di calafato, cioè aggiusta le barche; sua
moglie Comare Venera, a volte chiamata la Zuppidda (così come anche la figlia in un paio di circostanze), è
la pettegola del paese; essi hanno una sola figlia, Barbara, con cui per un periodo 'Ntoni sembra potersi
sposare, ma a causa delle sciagure che capitano ai Malavoglia l'opportunità sfuma, come anche quella del
matrimonio della Mena con Brasi Cipolla.
GRAZIA PIEDIPAPERA:moglie di Tino Piedipapera, molto toccata e impietosita dalla sorte dei Malavoglia.
CUGINA ANNA:È cugina di Zio Crocifisso e amica dei Malavoglia; lei è rimasta vedova con tanti figli da
crescere tra cui Rocco Spatu, che in seguito diventerà assiduo frequentatore dell'osteria.
NUNZIATA:altra vicina e amica dei Malavoglia, dopo la partenza di suo padre per Alessandria d'Egitto si è
ritrovata sola a crescere i suoi fratellini, da grande sposerà Alessi.
LA SANTUZZA:ostessa del paese, sarà lei la causa del litigio tra 'Ntoni e Don Michele, pur essendo l'amante
di massaro Filippo. Suo padre, zio Santoro, sta sempre fuori all'osteria a chiedere l'elemosina.
VANNI PIZZUTO:barbiere del paese, entrerà nel giro del contrabbando.
DON FRANCO: speziale del paese, rivoluzionario, nella sua bottega spesso succedono discussioni in cui si
parla di politica. Sua moglie viene chiamata La Signora.
MASSARO FILIPPO:assiduo frequentatore dell'osteria, ha una relazione con la Santuzza.
MARIANO CINGHIALENTA: carrettiere, assiduo frequentatore dell'osteria, entrerà nel giro del
contrabbando.
ROCCO SPATU:figlio maggiore della cugina Anna, assiduo frequentatore dell'osteria, è quasi sempre
ubriaco, entrerà nel giro del contrabbando.
DON MICHELE:brigadiere del paese, assiduo frequentatore dell'osteria, verrà cacciato e poi richiamato
dall'osteria dalla Santuzza, e sarà questo il motivo per cui durante una retata anticontrabbando'Ntoni lo
accoltellerà.
MASTRO CROCE CALLÁ:sindaco del paese, comandato da sua figlia Betta.
COMPARE MANGIACARRUBBE: pescatore, frequentatore dell'osteria. Ha una figlia, la Mangiacarrubbe,
che sta sempre alla finestra ad aspettare un marito.
DON GIAMMARIA:sacerdote del paese, ha una sorella, Donna Rosolina, che abita con lui.
DON SILVESTRO:segretario comunale del paese; è lui che praticamente esercita il potere al posto del
sindaco.
MASTRO CIRINO:sagrestano, inserviente comunale, portalettere e calzolaio del paese.
PADRON FORTUNATO CIPOLLA:ricco del paese, proprietario di numerose vigne e terreni e anche di una
barca, ha un figlio bietolone, Brasi, che vuole far sposare con Mena Malavoglia, ma dopo la morte di Luca
l'affare salta.
DON CICCIO:medico del paese.
PEPPI NASO:macellaio del paese, molto ricco.
AVVOCATO SCIPIONI:avvocato a cui si rivolgono i Malavoglia per la questione della casa del nespolo, ed è
anche l'avvocato difensore di 'Ntoni durante il processo per la coltellata a Don Michele.
LA VESPA:nipote dello Zio Crocifisso, che in seguito sposerà .
ZIO COLA: pescatore e proprietario di una barca.
BARABBA: pescatore che lavora sulla barca di Padron Fortunato Cipolla.
RIASSUNTI CAPITOLI
PREFAZIONE: Verga scrive due prefazioni al romanzo che invia all’editore Treves e si converte in un manifesto
di poetica. Troviamo la polemica nei confronti del soggettivismo che caratterizzava il romanticismo. Verga
definisce il verismo “uno studio sincero e spassionato”, un’osservazione oggettiva dei fatti lasciando al margire i
sentimenti e le passioni, senza l’interferenza del narratore o delle sue osservazioni e il punto di vista. Egli deve
rappresentare la vita e le scelte dei personaggi da un punto di vista scientifico e antisoggetivvistico in modo da
rendere la realtà una fotografia, un documento umano. Studia come si pongono le varie fisionomie sociali
indagate e si tratta di una collettività che lotta per la sopravvivenza ed è una critica nei confronti di chi vuole
uscire alla posizione sociale nel quale il destino ci ha posto, ciò causa l’essere ingoiato dal destino. La fiumana
del progresso crea una sorta di inquietudine e sconvolgimento anche in una classe sociale come quella dei
pescatori di Aci Trezza, un esempio ne è Ntoni che una volta allontanato dalla sua patria e a contatto con il
progresso, la fiumana, si lascia travolgere e dopo gli porta inquietudine in quanto non riesce più ad adattarsi
alla vita del piccolo mondo di Trezza. Man mano che si sale nella scala sociale il fatto si complica in quanto ciò
rende più difficile descriverli. Ciò è dato dalla maggiore iintellettualità e dalla complessità intellettuale che
maschera le reazioni e le sensazioni e ciò è difficile da descrivere, a differenza di quanto accade per i personaggi
di bassa estrazione sociale che hanno una spontaneità facile da rappresentare. Perciò bisgna trovare una forma
adeguata così come accade nei Malavoglia in cui sceglie una forma molto vicina a quella popolare. Anche questi
personaggi si sono confrontati con il progresso e sono dei vinti, non sono riusciti in realtà a portare a termine il
loro progetto come avrebbero voluto e quasi le loro aspirazioni diventano un peccato. Lo stesso scrittore,
artista, diventa vittima delle leggi del progresso, dell’interesse ch lo limitano nella sua libera espressione.
CAPITOLO 1: inizia in medias res, e l’autore dà per scontato la conoscenza di luoghi ad esempio introducendo
il lettore direttamente nella storia senza effettuare una descrizione troppo dettagliata dei luoghi dando per
scontato che anche chi legge lo conosce. Presenta quindi sin da subito la famiglia Malavoglia, che si chiama in
realtà Toscano, che da sempre di generazione in generazione possedevano una barca e una casa (barche
sull’acqua e delle tegole al sole) che sono una metonimia (parte per il tutto). Poi passa a presentare la famiglia
Malavoglia secondo la gerarchia presente definendola come “le dita della mano”. Anche alla descrizione dei
personaggi dedica poco tempo e poche righe, tipo di descrizione lontanissima da quella manzoniana di Don
Abbondio.
A seguire vi è una coprdinata temporale: dicembre 1863, 2 anni dopo l’unificazione dell’Italia in cui i giovani
dovevano restare il proprio servizio alla patria, come accade a Ntoni. Ma agli anziani di questo paesino piccolo
della Sicilia, le innovazioni e le nuove istituzioni sfuggono e per lui l’idea della leva obbligatoria per il nipote è
impensabile. Chi è impegnato per la lotte per la vita non riesce a capire il concetto del sacrificio della patria.
Dietro ciò è presente l’autore, il suo pessimismo riguardante il modo in cui stava evolvendo il periodo post-
unità d’Italia. “Pezzi grossi del paese che sono quelli che possono aiutarci” sono coloro che non sono a servizio
della comunità ma dei potenti tra questi Don Giammaria e Don Franco. Don Franco è farmacista del paese e
Padron Mtoni è talmente lontano dall’attualità del suo paese che pensa che la Repubblica si faccia nel giro di
poco e chiede a don Franco di aiutarlo, ma lui non può far nulla. Padron Ntoni non vuole la repubblica in sé ma
vuole che si faccia quanto prima affichè suo nipote non parta. Il consiglio che viene dato al pescatore è quindi
quello di corrompere qualcuno affinchè egli non sia considerato idoneo al servizio militare. Ma non riesce
nell’intento e Ntoni deve partire e tutta la famiglia fu addolorata. Delle sorti di Ntoni tutti ne vogliono essere a
conoscenza e nella lettera che scrive alla famiglia parla della nuova realtà della città di Napoli, a cui ntoni inizia
ad appassionarsi in quanto una realtà completamente diversa dalla sua. Andato via ntoni però vennero a
mancare braccia forti per la pesca e Padron Ntoni fu costretto più volte a chiamare Menico della Locca per
aiutarlo nella pesca, ma quell’anno ne fu una cattiva annata. Padron Ntoni si improvvisa imprenditore e compra
un carico di lupini avariato (gli ha venduto la gatta nel sacco, come dice il proverbio) dallo Zio Crocifisso per
rivenderli a un prezzo più alto ma l’affare va male a causa del naufragio della provvidenza. Emerge la speranza
di Padron Ntoni ma la sorte è contraria e il mare divora Bastianazzo e Menico della Locca. La partenza è intesa
sempre come la morte.
All’interno del testo ci sono una serie di ripetizioni di medesime parole e medesimi sintagmi in quanto l’autore
tenta quanto più possibile di riprodurre il parlato (pleonasmo). Vi sono infatti anche una serie di proverbi che
pullulano il primo capitolo ma anche tutto il romanzo, proverbi saggi che sono stati tramandati dagli “antichi”,
dagli avi. Per entrare ancora di più nel personaggio e nel contesto sociale stesso l’autore ricorre al discorso
indiretto libero in cui le parole del personaggio sono inserite in terza persona ma senza il verbumdicendi, e
quindi inserite direttamente nel discorso del narratore per entrare direttamente nella mente del personaggio e
nel momento in cui concepisce le idee