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Elisabetta Pallottino

Architetture del Cinquecento a Roma. Una lettura dei rivestimenti originari

Elisabetta Pallottino Architetture del Cinquecento a Roma. Una lettura dei rivestimenti originari 1. Roma, Palazzetto Turci:
Elisabetta Pallottino Architetture del Cinquecento a Roma. Una lettura dei rivestimenti originari 1. Roma, Palazzetto Turci:
  • 1. Roma, Palazzetto Turci: particolare

della cortina laterizia isodoma.

  • 3. Roma, Stalle Chigi: particolare della

cortina laterizia isodoma dei basamenti e delle paraste.

È oggetto di questa relazione lo stato delle co- noscenze che ci permettono oggi di riconoscere

nelle murature e nei loro rivestimenti ancora su- perstiti il carattere proprio di alcune architettu- re del Cinquecento a Roma. La bibliografia di sintesi su questo tema è re- cente, fortemente specialistica e limitata a po- chissimi testi. Introdotta dagli scritti di Paolo Marconi sulla cultura materiale e sul restauro delle superfici 1 , e incoraggiata dall’interesse di Manfredo Tafuri e soprattutto di Christoph Frommel, si esaurisce con la citazione di pochi testi e di qualche articolo, tutti pubblicati tra il 1980 e il 1992 2 . A seguire ne offriamo un reso- conto che mette in evidenza i problemi ancora irrisolti, anche in relazione ai dati che sono emersi nel corso di alcuni recenti restauri.

La facciata ideale tra Quattrocento e Cinquecen- to: in pietra o in laterizio?

La costruzione del Palazzo vaticano di Niccolò V introduce a Roma, alla metà del Quattrocen- to, l’uso di cortine laterizie realizzate con mat- toni nuovi, dopo secoli di paramenti murari ese- guiti in tufo o al massimo in laterizio di recupe- ro. Nel suo recente articolo sulle murature late- rizie a Roma alla fine del Quattrocento 3 , Pier Nicola Pagliara mette in evidenza il progressivo

affinamento di questa pratica costruttiva, attra- verso gli esempi di fine secolo (le fodere lateri- zie della Cappella Sistina, della Chiesa di S.Au- rea a Ostia, della Sacrestia della Sistina, del fianco di S.Pietro in Montorio, del campanile di S. Agnese f.l.m., dell’ottagono di S.Maria della Pace e della Torre Borgia) fino agli exploit del- le architetture sangallesche. I segnali di una sempre più evidente regolarizzazione della fo- dera laterizia, dalle superfici non arrotate delle pareti quattrocentesche composte di mattoni ordinari, con giunti di spessore elevato, fino al- le pareti quasi monolitiche di pianelle tagliate con giunti pressoché invisibili, ben levigate in superficie e con apparecchio isodomo di molte architetture del primo Cinquecento, servono a dimostrare che, nel corso di una cinquantina d’anni, si afferma a Roma il gusto per la super- ficie laterizia a vista. Introdotto da alcuni ap- prezzamenti dell’Alberti, favorito dall’affluenza delle maestranze edili dell’Italia settentrionale e documentato dalle sempre più numerose testi- monianze di fornaci attive, il rivestimento in la- terizio si perfeziona per conquistare anch’esso – quasi al pari di quello in pietra da taglio – il ri- conoscimento di superficie muraria all’antica. Le accuratissime cortine laterizie dei sepolcri romani, rilevate da molti architetti e descritte

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3. Roma, cortile di Palazzo Baldassini: particolare della cortina laterizia isodoma. nei trattati, stanno ad indicare

3. Roma, cortile di Palazzo Baldassini:

particolare della cortina laterizia isodoma.

nei trattati, stanno ad indicare la giusta via per ottenere solidità e bellezza. Anche se, come os- serva Pagliara, non sono quegli esempi a far adottare l’apparecchio isodomo nelle cortine romane del primo Cinquecento – prima fra tut- te quella dei piani superiori del cortile della Cancelleria (dopo il 1497) – ma piuttosto la vo- lontà di emulare, con una materia meno costo- sa, l’“opus isodomum” in pietra descritto da Vi- truvio ed esteso da Francesco di Giorgio Marti- ni, nella sua traduzione del testo vitruviano, an- che all’apparecchio in cotto 4 . Quindi, secondo la lettura che abbiamo appena esposto, l’accura- tezza dell’apparecchio con mattoni tutti posti di taglio e a giunti sfalsati, unita alla maggiore re- golarità visiva derivante anche dalle operazioni di taglio degli elementi laterizi e di arrotatura della parete, è il segno dell’intenzionalità origi- naria di lasciare in vista le cortine. Gli esempi non mancano: dal cortile della Cancelleria in poi, al Palazzetto Turci (ill. 1), alle arcate del- l’ordine dorico del Cortile inferiore del Belve- dere, a Palazzo Pichi, a Palazzo Fieschi, a S. Maria dell’Anima, alle Stalle Chigi (ill. 2), fino al culmine virtuosistico dei Palazzi Baldassini (ill. 3) e del Vescovo di Cervia (con moduli ri- dotti a 15 e 14 cm), mattoni e pianelle, più o meno arrotati e tagliati, concorrono a dare alle architetture del Cinquecento, rivestite in lateri- zio, quell’aspetto che noi oggi vediamo. Ma altri segnali e diverse spiegazioni hanno fatto pensare che non fosse questa l’apparenza voluta dai costruttori di allora e che solo il tem- po e una più tarda rivalutazione della materia- lità dell’apparecchio laterizio, abbiano cancel- lato le tracce di un suo ruolo alternativo e mol- to più nascosto. A chi si è chiesto infatti, sulla base di numerosi ritrovamenti di scialbi, into- nachini o sottili strati di stucco sulle superfici laterizie di ottima fattura, se queste fossero de-

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stinate veramente ad essere in vista fin dall’ori- gine, è stata data recentemente una risposta di- versa e opposta a quella che, nell’articolo citato di Pier Nicola Pagliara, riassume e documenta un’opinione comune e consolidata. Da allora citazioni dai trattati e dai documenti di cantie- re, riferimenti a disegni e annotazioni di archi- tetti rinascimentali, segnalazioni di particolari costruttivi a sostegno dell’una e dell’altra tesi si sono accumulati nella letteratura che abbiamo citato, fino all’ultimo emozionante ritrovamen- to di ampie tracce di uno scialbo di calce color travertino sul mattone vergine delle accuratissi- me cortine tagliate nella prima campata latera- le del Palazzo dei Conservatori in Campido- glio 5 (ill. 4-5). Non è qui possibile ripercorrere ogni indizio, né esaminare tutti i rivestimenti controversi. Ci limiteremo a richiamare gli ar- gomenti più rilevanti della tesi opposta avanza- ta, ormai più di dieci anni fa, dal restauratore Antonio Forcellino 6 e tesa a dimostrare che nell’architettura del primo Cinquecento roma- no le fodere laterizie erano apprezzate soltanto per le loro caratteristiche tecnico – costruttive e non certo per le loro qualità visive. Come si vedrà, molti dubbi restano irrisolti tanto da suggerire di riservare ampio spazio a questa di- scussione piuttosto che dilungarsi su temi me- no controversi. Alcuni ritrovamenti di scialbature e tinteg- giature su edifici diversi, sia precedenti che suc- cessivi alla prima metà del secolo (dai resti di stucco sui mattoni dell’antica basilica scavata recentemente nel cortile della Cancelleria, fino alle tracce visibili sulle cortine della Chiesa di S.Omobono), hanno dimostrato – particolare che non era stato sufficientemente considerato in precedenza – che l’applicazione diretta di una stuccatura sottile (fino al grado limite di una pellicola di tinta) su una qualsiasi superficie sottostante permette di assimilarne la qualità di lavorazione modificandone al tempo stesso le prerogative visive. Così, con la stesura di uno strato sottile di stucco del color del travertino su una superficie in cotto molto irregolare e con segni di sgrossature alla subbia, si può ottenere l’effetto di un travertino rustico (vedi le appli- cazioni di Giulio Romano a Mantova e il prece- dente analogo di Palazzo Baldassini 7 ), mentre un identico strato steso su una cortina laterizia tagliata e arrotata in opera, permette di ottene- re l’effetto di una lastra di pietra, come dimo- strano le tracce di scialbatura sul fianco del Pa- lazzo dei Conservatori. Una conversione, per usare le famose parole del Cornaro, del cotto in “sasso”, che garantisce al tempo stesso una maggior resistenza e durata rispetto a un sem- plice substrato di malta e una maggiore econo- micità rispetto alla vera pietra. Convincente dal punto di vista tecnico e attestato dai ritrova-

menti citati, questo tipo di rivestimento può es-

sere esteso in via ipotetica anche alle cortine la- terizie più accurate del primo Rinascimento ro- mano, come ad esempio alle fodere sangallesche del Palazzo Baldassini e del Palazzo del Vescovo

  • di Cervia. Rimane indiscusso il percorso di per-

fezionamento della fodera laterizia delle corti- ne, ma il suo traguardo non è, secondo questa diversa lettura, l’esposizione di un apparecchio isodomo e levigato, bensì la sua adozione come substrato ottimale per ottenere, con un sempli- ce rivestimento del colore della pietra, la massi- ma somiglianza possibile con una lastra lapidea. Se al Palazzo del Vescovo di Cervia le disconti- nuità materiali tra le parti in travertino e quelle in cortina possono motivare sia l’ipotesi di una scialbatura color travertino che quella di un in- tonachino segnato a cortina, l’esempio di Palaz- zo Baldassini è più convincente (ill. 6 e 7). Due riscontri diretti sul vivo della fodera laterizia (il rinvenimento di tracce di scialbo sulla cortina vergine del risvolto laterale 8 e l’evidenza di trac-

ce di lavorazione a gradina sulle cortine del cor- tile) e una testimonianza del Vasari (che scrive nella vita di Polidoro e Maturino: “nella casa di Baldassino fecero graffiti e storie e nel cortile alcune teste d’imperatore sopra le finestre”) rendono credibile l’ipotesi formulata. Dopo il 1513-14 sono messe in opera le fodere laterizie

  • di pianelle tagliate nel cortile e in facciata; an-

che ammesso che la decorazione di cui parla Va- sari sia più tarda – non interferisca cioè con l’in-

tenzione originaria di esporre le cortine alla vi- sta – si tratta pur sempre di una prassi in uso, senza suscitare stupore, almeno fin dagli anni ’20, circostanza questa che da sola toglie molta forza all’equazione obbligata tra buona fattura della fodera in cotto e suo conseguente apprez- zamento visivo. Stuccature più consistenti sono destinate a ri- vestire invece le cortine meno accurate, sia quel- le arrotate ma non tagliate i cui giunti più alti rendono comunque l’apparecchio più irregolare, sia quelle arrotate fuori opera – cioè mattone per mattone –, sia infine quelle rustiche la cui fun- zione di substrato murario è generalmente ac- cettata (cfr. ad esempio Palazzo Sacchetti). Per la discussione di alcuni esempi appartenenti ad ognuna di queste tipologie rimandiamo alla bi- bliografia citata, limitandoci a richiamare senza discuterli alcuni dei casi più controversi: fianchi della Cancelleria, Cortile del Belvedere, Cortile

  • di S. Damaso, Stalle Chigi, Palazzo Alberini,

Farnesina Chigi, ed alcuni edifici sangalleschi. Qualche considerazione va riser vata infine all’attendibilità di alcune fonti e ad un ar gomen- to centrale che rimane a mio parere ancora irri- solto. I riferimenti ai trattati, alla ricer ca di os- servazioni favorevoli o contrarie all’appr ezza- mento estetico dei mattoni, non sono dirimenti.

Le citazioni fino ad oggi riportate in letteratura, autorizzano spesso infatti una lettura ambiva - lente e, in definitiva, quando sottolineano la bel - lezza del mattone, lo fanno sempre in via subor- dinata al maggior splendor e della pietra, con

l’unica eccezione dell’appr ezzamento dello Sca- mozzi per il laterizio dei sepolcri antichi (“non si può vedere cosa più diligente e bella” 9 ) che però risale ormai ad un’epoca in cui il diffon- dersi delle cortine, eventualmente rimaste anche scoperte, doveva aver modificato la gerar chia dei rimandi antiquari. La stessa osser vazione può valere per un’altra fonte importante: i dise- gni dall’antico e i disegni delle nuove fabbriche in costruzione da parte degli architetti rinasci- mentali forniscono molte indicazioni inter es- santi ma di nuovo si prestano a letture di segno contrario (appunti sui caratteri costr uttivi o vi- ceversa rappresentazione dell’apparenza?). Ri- mane infine non chiarito quale fosse il r uolo strutturale attribuito alla fodera laterizia dal momento in cui comincia ad acquistar e regola- rità di apparecchio con le cortine della Cancel- leria. La disposizione isodoma, infatti, con soli mattoni di taglio a giunti sfalsati, imponeva una rinuncia ad una regolare ammorsatura con mat- toni posti di testa nella muratura r etrostante. Mi sembra difficile però che si rinunciasse a questa possibilità solo per ottenere una simulazione

dell’opera isodoma in pietra citata da Vitruvio ed estesa da Francesco di Giorgio, come si è detto, anche all’opera laterizia: con il virtuosi- smo raggiunto nelle cortine tagliate a giunti in- visibili infatti, la loro peculiarità più evidente di- ventava l’aspetto monolitico dell’insieme e non il disegno dell’apparecchio. È più probabile in- vece che si rinunciasse a predisporre mattoni di testa per ottenere il minor numero possibile di giunti favorendo in tal modo il raggiungimento della levigatezza della superficie prima ancora di intraprendere le operazioni di finitura. Anche in area bolognese infatti (dove il mur o in mattoni veniva sottoposto a trattamenti di sagramatura o anche rivestito del colore della pietra, il “bi- gio”), ogni volta che l’appar ecchio laterizio era destinato ad essere arrotato in opera o rivestito, si cercava di eliminarne l’irregolarità già in fase di costruzione, diminuendo il più possibile il numero delle commessure (cortine con mattoni posti di taglio) e riducendo lo spessor e dei giun- ti (cortine tagliate) 10 . Nelle fodere laterizie ro- mane, questa scelta di regolarità obbligava a ri-

solvere con altri sistemi, meno visibili del mat- tone posto di testa, il problema dell’ammorsatu- ra. Non è facile individuar e, anche per la diffi- coltà di procedere a verifiche in loco, quali si- stemi venissero effettivamente adottati: tra gli altri, può essere ipotizzato l’uso di mattoni qua - dri (a 2 teste) la cui produzione in fornace non è da escludere già a quella data.

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4, 5. Roma, Palazzo dei Conservatori: risvolto verso la città; e, sotto, particolari dei resti dello
4, 5. Roma, Palazzo dei Conservatori: risvolto verso la città; e, sotto, particolari dei resti dello
4, 5. Roma, Palazzo dei Conservatori: risvolto verso la città; e, sotto, particolari dei resti dello
4, 5. Roma, Palazzo dei Conservatori: risvolto verso la città; e, sotto, particolari dei resti dello

4, 5. Roma, Palazzo dei Conservatori:

risvolto verso la città; e, sotto, particolari dei resti dello scialbo del colore del travertino che ricopre le cortine tagliate sulla prima campata del fianco verso la città.

6, 7. Roma, Palazzo Baldassini; e, sotto, tracce di scialbo del colore del travertino sulle cortine tagliate del risvolto.

Di fronte a due letture così radicalmente op- poste, come quelle che abbiamo riassunto in pre- cedenza, e fondate spesso su dati ambivalenti, la tentazione è quella un po’ banale e ingrata di la- sciare aperte tutte le strade interpretative. Lo suggeriscono altri elementi che, per via indiretta, sconsigliano di cercare spiegazioni troppo tota- lizzanti. Come spesso è stato segnalato, in diver- si esempi di architetture dipinte sono raffigurati paramenti in cotto di interni ed esterni: se alcuni di questi potrebbero anche rappresentare pan- nelli di marmi mischi (affresco di Pirro Ligorio a S. Giovanni Decollato), in altri (Isacco e Rebecca

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spiati da Abimelech in una delle volte dipinte da Giulio Romano alle Logge Vaticane 11 ) è in evi- denza il disegno accurato dei filari di mattoni. Per contro, se la cortina tagliata avesse effettiva- mente incontrato all’epoca tanto apprezzamento, sarebbe stata replicata – ma è difficile trovarne testimonianza – con materiale più povero da quei committenti della classe media che non si stanca- vano invece di simulare con diversi espedienti a buon mercato le superfici in marmo e travertino che evidentemente consideravano il vero rivesti- mento all’antica e quindi alla moda 12 . Infine, ma non ci dilungheremo su questo punto, una lettu-

8. Roma, Palazzo Ossoli: la facciata prima del restauro con il basamento e l’ordine in peperino
8. Roma, Palazzo Ossoli: la facciata prima del restauro con il basamento e l’ordine in peperino
  • 8. Roma, Palazzo Ossoli: la facciata prima

del restauro con il basamento e l’ordine in

peperino a vista.

  • 9. Roma, Palazzo Ossoli: la facciata dopo

il restauro (1992) con il basamento tinteggiato in color travertino e l’ordine rivestito di stucco di travertino.

ra delle interpretazioni funzionaliste di tanta ar- chitettura romana del Cinquecento 13 , proposte da architetti e teorici della seconda metà del Set-

tecento, ci permette di capire fino a che punto un’architettura del passato possa allontanarsi dal- la sua origine quando ad essa si sovrappongono attualizzazioni radicali, e quando, come nel caso che stiamo esaminando, il convinto apprezza- mento del materiale “in rappresentazione” (il bel mattone che Milizia vedeva dappertutto, anche dove non era mai stato) riesce a rendere inconce- pibile, pur di fronte a molti indizi evidenti, una sua intenzionale obliterazione.

Sui rivestimenti in peperino

La stessa obliterazione può aver interessato an- che le superfici realizzate in peperino. Oggi vi- sibili nella loro nudità, sono anch’esse forte- mente indiziate di essere state destinate in ori- gine al ruolo di supporto murario per la realiz- zazione di finiture simulanti il marmo e il tra- vertino. L’effettiva deperibilità della pietra la- ziale, poco adatta a resistere all’esposizione al- l’aperto e in compenso le sue buone caratteristi- che di lavorabilità, ne facevano un materiale molto indicato a realizzare superfici e modana- ture salvo poi proteggerle con stucchi e tinteg- giature che, come già in antico, nascondevano la

sua coloritura non troppo magnificente. Tracce

  • di stucco sono state ritrovate ad esempio su al-

cuni elementi in peperino di Palazzo Ossoli (ill. 8 e 9) e hanno indirizzato i criteri del recente restauro che (con il rivestimento in stucco di travertino e in color travertino rispettivamente dell’ordine e del basamento bugnato in peperi- no) ha radicalmente modificato l’immagine no- ta della facciata. Sulla finalità pratica ed estetica

  • di questi rivestimenti e sulla loro diffusione in

alcune architetture del primo Cinquecento ro- mano le opinioni sono meno contraddittorie di quanto non abbiamo visto a proposito del late- rizio. Sono comunque ancora in discussione al- cuni singoli edifici (Porta Julia, Palazzo Jacopo da Brescia, Palazzo Chiovenda, Palazzetto Spa- da Capodiferro e più tardi il S. Andrea del Vi- gnola), dove, anche in assenza di eloquenti do- cumenti e di tracce visibili, la presenza di alcu- ne stridenti anomalie costruttive o testimonian- ze di altro genere rendono più che verosimili ipotesi di rivestimento. Va segnalato per contro l’esplicito intento decorativo delle finestre della Villa Aldobrandini a Frascati dove il peperino delle mostre, lasciato in vista, è valorizzato nel contrasto con il bianco della calce, ed esplicita- mente apprezzato all’inizio del Seicento per il suo colore scuro 14 .

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10. Roma, Palazzo Massimo alle Colonne: particolare del rivestimento in stucco di travertino sulle superfici del
10. Roma, Palazzo Massimo alle Colonne: particolare del rivestimento in stucco di travertino sulle superfici del

10. Roma, Palazzo Massimo alle Colonne:

particolare del rivestimento in stucco di travertino sulle superfici del portico.

11 Roma, Casa in via della Maschera d’Oro: particolare della decorazione a graffito.

Superfici in stucco di marmo e di travertino

Anche a non voler considerare i numerosi casi controversi di rivestimento su superfici in cotto e peperino, gli stucchi di marmo e travertino, più o meno consistenti a seconda della qualità del substrato, costituiscono la finitura artificiale per eccellenza del primo Cinquecento romano 15 . Circostanze sfortunate, degrado delle superfici e rimozioni di natura diversa, hanno cancellato le

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testimonianze più autorevoli (Palazzo Caprini, Palazzo Branconio dell’Aquila, Villa Madama, in parte Villa Lante, Palazzo Gaddi), ma riman- gono eloquenti e affascinanti i segni ben visibili della facciata e del cortile di Palazzo Massimo (ill. 10) a rievocare una città che appare ancora ai nostri occhi difficile da immaginare. Lo stuc- co (“colla di travertino” o “colla di marmo”, va- le a dire calce e polvere di travertino e calce e polvere di marmo), facilmente identificabile nei documenti di cantiere della seconda metà del se- colo, dove è stimato ad un prezzo pari al doppio di quello corrente della “colla ordinaria” (calce e pozzolana), contribuisce a qualificare tutte le ti- pologie di rivestimento che, nel corso della pri- ma metà del secolo e poi ancora oltre, intendo- no evocare la materia lapidea. Lo troviamo nel- le ville – luoghi per eccellenza, anche nel secolo successivo, dell’allusione antiquaria – e nei pa- lazzi cittadini a qualificare le pareti lisce delle superfici esterne (a Villa Madama e a Villa Lan- te, e più tardi a Villa Giulia e infine alla Villa Borghese dove viene diffusamente adottata, ol- tre alla colla di stucco di marmo, anche una semplice scialbatura chiara sull’intonaco in calce e pozzolana; al Palazzo Vaticano e al Palazzo Lancellotti ai Coronari). Sul finire del secolo, là dove l’allusione al travertino si fa ancora più rea- listica, i rivestimenti in stucco sono graffiati con la gradina per imitare al meglio anche le moda- lità di lavorazione della pietra. Molte testimo- nianze di questo sofisticato accorgimento sono state offerte dai restauri degli ultimi anni che hanno rivelato intere superfici in stucco graffia- to nel cortile di Palazzo Altemps 16 , sui fronti del- la Palazzina gregoriana al Quirinale (ill. 12), sul- le paraste del Palazzo Senatorio in Campido- glio 17 e ancora, per citare anche due casi del pri- mo Seicento, sulla facciata di S. Eligio degli Orefici e sulle pareti dello Scalone Quadrato a Palazzo Barberini. Sono in stucco anche molte facciate bugnate (a Palazzo Massimo, a Palazzo Torres Lancellotti, a Palazzo Delfini e a Palazzo Cenci e in molte case dei rioni Ponte e Regola) e diverse figurazioni graffite di tante facciate cittadine (ill. 11) (dove lo stucco di pietra viene usato, come già a Firenze, al posto della colla di calce e sabbia). E infine, come è più ovvio, viene realizzata in stucco buona parte degli ornamen- ti scultorei all’antica di case, palazzi e ville (Pa- lazzo Branconio, Casa Crivelli, Palazzo Spada (ill. 13), Casino di Pio IV, Villa Medici). Sul finire del secolo, le simulazioni in stucco, più rare per evidenti ragioni economiche, sono sostituite da altre contraffazioni della pietra rea- lizzate con materiale meno costoso. Autorevoli fonti, quali la lettera sulle “incrostazioni” scritta dal marchese Vincenzo Giustiniani intorno al 1625 18 , vero compendio delle pratiche ereditate dall’architettura barocca in materia di rivesti-

12. Roma, Palazzina gregoriana al Quirinale: particolare della lavorazione a gradina dello stucco. menti, e numerosi

12. Roma, Palazzina gregoriana al Quirinale: particolare della lavorazione a gradina dello stucco.

menti, e numerosi documenti di cantiere, ne certificano l’esistenza. Sono le “colle alla geno- vese” adottate diffusamente sulle superfici di al- cune fabbriche sistine (ad es. Palazzo Laterano [ill. 14], Ospedale dei Mendicanti a Ponte Sisto) e sugli esterni di Palazzo Altemps, dopo essere state sperimentate sulla prima facciata del Palaz- zo cittadino del marchese Giustiniani (1586). Di colore chiaro (come dimostrano le rappresenta- zioni delle fabbriche di Sisto V negli affreschi vaticani) e corrugate in superficie, queste colle introducono un nuovo carattere di scabrosità nei rivestimenti della prima architettura barocca romana, replicato di lì a poco dalle analoghe colle “brodate” di Palazzo Borghese e di Palaz- zo Barberini 19 .

Le cortine laterizie nei rivestimenti del secondo Cinquecento

La possibilità di consultare un numero rilevante di documenti contabili, precisi e attendibili nel descrivere l’opera delle maestranze, i materiali impiegati e le diverse partite effettivamente rea- lizzate, ci autorizza ad avere maggiori certezze sui rivestimenti in uso nella seconda metà del se- colo. E in particolare, a proposito delle cortine laterizie, pur mantenendosi problematiche le conoscenze dei precedenti e quindi le spiegazio- ni della genesi di alcune nuove pratiche costrut- tive, possiamo con soddisfacente precisione in- dividuare esempi e modalità tecniche 20 . Le cortine tagliate e arrotate, perfezionate al massimo grado negli edifici sangalleschi e poi riproposte nel 1564 sulle foder e del Palaz- zo dei Conservatori, ritornano ad affermarsi dopo la costruzione della Cappella Sistina (ill. 15) che Domenico Fontana descrive in modo entusiasta proprio per i suoi “mattoni tagliati & arrotati”. Alcune di loro sono in vista, anche se permane il ricorso a scialbi che simulano la pietra (Oratorio del Ss. Sacramento e Oratorio del Crocifisso) e non mancano esempi di ade - guamenti superficiali tra materiali diversi (il

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tardo rivestimento in color travertino realizza- to da Borromini sulle cortine tagliate del “Tea- tro” della Sapienza di Giacomo Della Porta per adeguarlo alle superfici di S. Ivo). L’abitudine allo scialbo della cortina tagliata e arrotata ri- mane in vita a lungo nel cantier e romano, sen- za provocare stupori e perplessità, anche quan - do la tinta di rivestimento, pr obabilmente ap- plicata con funzione pr otettiva, replica lo stes- so colore e lo stesso apparecchio del laterizio sottostante (Palazzo Nuovo al Campidoglio, lato sinistro della facciata di S. Maria Maggio - re realizzato dal Fuga, Cortile ottagono del Museo Pio Clementino al Vaticano, dove i pi- lastri del portico, sempr e in cortina tagliata, sono tinteggiati in color travertino). Sono però sicuramente in vista le cortine tagliate descrit- te dal marchese Giustiniani nella sua lettera: a Palazzo Farnese 21 , sulle ali della facciata di S. Susanna (ill. 17) e sulla facciata principale ver- so la piazza della nuova Sacr estia di Paolo V a S. Maria Maggior e. Mentre niente di certo può dirsi sulle altr e cortine tagliate della seconda metà del Cinquecento, quelle della facciata di S. Maria in Trivio, dei fianchi di S. Maria dei Monti e di S. Luigi dei Francesi, e su quelle primo – secentesche dei fr onti di S. Andr ea delle Fratte e di S. Maria in Aquiro e del retro di Palazzo Barberini. La compresenza di corti- ne tagliate scialbate – del colore del travertino – e di cortine tagliate esposte alla vista, in un ar- co di tempo che va dalla costr uzione del Palaz - zo dei Conser vatori al completamento del “Teatro” della Sapienza, induce a cr edere che non esistessero opzioni radicali. Se questo vale per la seconda metà del Cinquecento, è dif fici- le ipotizzare che nella prima metà del secolo ci si comportasse diversamente e si praticasser o invece scelte esclusive a favor e dell’uno o del- l’altro metodo di rivestimento. Il discorso è un po’ diverso per quelle corti- ne realizzate con mattoni ordinari (26 cm ca. ¥ 3,5 cm ca.) disposti prevalentemente di taglio e murati con giunti di ca. 1 cm, che in tutti i do- cumenti della fine del secolo sono indicate con la precisa dicitura “cortina rotata e stuccata” o “cortina rotata, stuccata e segnata”. Introdotte dai Gesuiti, come si preoccupa di testimoniare il marchese Giustiniani, (o forse più verosimil- mente dai Teatini), presentano un apparecchio destinato con tutta probabilità a rimanere in vi- sta, per la presenza di un reticolo di giunti stuc- cati in rilievo che, se rivestiti, ostacolerebbero la realizzazione di una superficie regolare. Questo tipo di cortina, che chiameremo ordinaria, è an- cora oggi ben visibile sui fianchi della Chiesa del Gesù, sulle pareti del Collegio Romano (ill. 16 e 18) e della Casa Professa dei Gesuiti, oltre che all’esterno della Casa dei Teatini. Ad essa posso- no essere accostate cortine simili, più o meno

13. Roma, cortile del Palazzo Capodiferro Spada. stuccate nei giunti e stilate, che si diffondono sulle

13. Roma, cortile del Palazzo Capodiferro Spada.

stuccate nei giunti e stilate, che si diffondono sulle pareti degli edifici cittadini dopo la costru- zione delle fabbriche dei Gesuiti e in particolare della imponente superficie muraria del Collegio Romano. Sono ancora visibili, o lo erano prima di alcuni recenti restauri, in molti edifici roma- ni: a S. Atanasio dei Greci, a S. Girolamo degli Schiavoni, a S. Salvatore in Lauro, a S. Paolo al- le Tre Fontane, a S. Andrea della Valle, a S. An- drea delle Fratte, al Convento di S. Carlo ai Ca- tinari e alla Casa dei Neofiti e dei Catecumeni. E ancora a Palazzo Spinola, a Palazzo Bonelli- Valentini, a Palazzo Mattei (altro modello co- struttivo per eccellenza dopo quello dei Gesuiti) e al Palazzo di S. Callisto 22 . Quando il program- ma costruttivo annunciato nel capitolato, con la formula canonica che abbiamo citato (“cortina, rotata, stuccata e segnata”), non viene rispettato al momento della costruzione, la fodera laterizia

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può ancora essere rivestita da strati coprenti di scialbo. È il caso della Torre Capitolina (1578- 1583): nel capitolato si fa esplicito riferimento al modello della cortina laterizia della Chiesa del Gesù e quindi anche al tipo di finitura (stucca- tura dei giunti e stilatura delle commessure) che la caratterizza. Ma poi questa finitura non viene realizzata e la cortina della Torre (che oggi si presenta faccia a vista), proprio perché privata dei sistemi di finitura citati, può essere soggetta a rivestimento: il che di fatto avviene, più di un secolo dopo quando la Torre viene tinteggiata, come attestano i documenti del 1693, in color del travertino e color mattone. In definitiva sono gli espedienti di finitura de- scritti a rendere diverse e nuove molte fodere la- terizie dell’ultimo quarto del secolo. Il fatto che non li ritroviamo nelle cortine ordinarie prece- denti (Cortile del Belvedere, fianchi della Can- celleria, Farnesina Chigi, Palazzina di Pio IV, S. Maria Porta Paradisi, fianchi di S. Caterina dei Funari, S. Andrea del Vignola, S. Maria dell’Or- to) e anche in alcune di quelle più tarde (Palazzo Cesi, Palazzo della Sapienza e Palazzo Vaticano, S. Omobono, S. Maria Scala Coeli, fianchi di S. Maria della Consolazione e di S. Maria in Aqui- ro, facciata di S. Prisca e parte dei fianchi di S. Giovanni dei Fiorentini) è uno dei motivi che ci autorizza ad ipotizzarne il rivestimento. Quindi, come si è detto, la presenza della stuccatura aggettante e in secondo ordine anche della stilatura dei giunti, è il motivo tecnico che permette di dare per certa l’esposizione a faccia vista della superficie laterizia 23 ; le intenzioni esplicite della committenza delle fabbriche dei Gesuiti, che vede nella realizzazione di una fo- dera così rifinita un giusto compromesso tra de- coro e severità costruttiva, forniscono una buo- na spiegazione ad una scelta che sembra essere senza precedenti a Roma, almeno stando alle pa- role del Giustiniani. Anche se i nuovi sofisticati espedienti di rifinitura della cortina ordinaria, messi a punto in maniera esemplare dai Gesuiti, non sono adottati regolarmente, possiamo però affermare che un nuovo modello di rivestimen- to in cotto di qualità media si è ormai imposto a Roma, e che questo almeno viene sicuramente apprezzato e scelto con intenzione. In definitiva sono le nuove esigenze della committenza a ren- dere appropriato, e per la prima volta quindi an- che esteticamente conveniente, un rivestimento che all’inizio del secolo doveva pur sempre co- stituire – quale che sia l’interpretazione che ne vogliamo dare – una diminutio nei confronti del- la più ricca e appropriata superficie lapidea. Se- condo alla pietra da taglio nella gerarchia dei ri- ferimenti all’antico durante la prima metà del Cinquecento, il laterizio rimane ancora, anche sul finire del secolo, in una posizione subalterna per più banali motivi di minor pregio materiale.

14. Il Palazzo del Laterano a Roma in uno degli affreschi del Salone Sistino della Biblioteca

14. Il Palazzo del Laterano a Roma in uno degli affreschi del Salone Sistino della Biblioteca Vaticana.

Ma proprio per questo diventa, per alcune com- mittenze, il miglior rivestimento possibile. A conclusione di questo paragrafo sulle cor- tine laterizie romane, la nostra curiosità si spo- sta inevitabilmente al di fuori dell’area che ab- biamo esaminato per verificare la diffusione di questo tipo di rivestimento in altre regioni. A Roma, l’ampio ricorso al laterizio nel corso di tutto il Cinquecento nel ruolo peculiare di “fo- dera” muraria e con i diversi espedienti costrut- tivi che abbiamo visto, aveva finito per caratte- rizzare la cortina laterizia come un prodotto ti- pico di quel contesto geografico. L’affluenza delle maestranze settentrionali aveva favorito a più riprese, fino alla massiccia immigrazione degli ultimi decenni del secolo, l’adozione e la produzione di un materiale ampiamente diffuso nell’area padana e lombarda come componente essenziale dell’intera str uttura muraria. Ma una volta a Roma le stesse maestranze, messe di fronte agli esempi delle strutture antiche, si era- no esercitate a realizzare diversi tipi di rivesti- mento in cotto. Alla fine del secolo le cortine romane, che fossero o meno ulteriormente ri- vestite, si proponevano come una superficie che aspirava alla monoliticità (cortine tagliate con giunti invisibili) o almeno all’estrema regolarità (“cortina rotata, stuccata e segnata” dove l’inci- sione dei giunti riproponeva il segno sottile di una commessura tra mattoni tagliati). Autocto- na nei prestigiosi esempi antichi ma rifiorita an- che grazie al contributo di maestranze non ro- mane, la cortina laterizia “alla romana” poteva anche essere esportata. Fino a che punto ciò av- venne? Per ora dobbiamo limitarci a citare sol- tanto pochi casi. Un ritorno all’area lombarda nella facciata secentesca dell’Ospedale Maggio- re di Milano: qui il Richini, che a Roma aveva conosciuto i lavori di Fontana, Della Porta e

Maderno – tutti esperti artefici di cortine late- rizie di svariata fattura –, contribuì a far esegui- re una cortina “di una qualità non frequente a Milano” 24 e molto vicina invece agli esempi ro- mani di cortine tagliate. E un’espansione nell’a- rea campana, dove le cortine laterizie si affer- marono grazie all’opera di architetti, spesso di origine settentrionale come Domenico Fontana e la sua cerchia, arrivati a Napoli sul finire del Cinquecento e provenienti dai cantieri romani degli ultimi decenni del secolo 25 .

Fonti scritte e fonti materiali per la conoscenza dei rivestimenti del Cinquecento romano. La necessità di istituire un osservatorio e un archivio del restauro.

Ho fin qui riassunto alcuni tentativi di sistematiz - zazione proposti in un ambito di conoscenze che risulta essere in continua evoluzione. Nonostante lo sforzo compiuto e il buon livello di sintesi rag- giunto, ogni cantiere che si apre ci offre, se op- portunamente indagato, un’enorme quantità di nuovi dati, ci pone di fronte a nuovi interrogativi e mette in discussione le spiegazioni già date. Una nuova occasione si presenta, grazie alla competenza specifica di chi restaura le superfici, per mettere a punto una filologia più libera da pregiudizi ereditati e più disponibile a conside- rare nuovi dati materiali. Una nuova cultura, quella del cantiere, si afferma in modo ineludi- bile e diventa uno degli strumenti più promet- tenti di conoscenza dell’architettura a nostra di- sposizione. Ma chi può fare in modo che questa cultura ancora molto giovane possa organizzarsi in ma- niera trasmissibile, abbia in sé e metta a disposi- zione di chi la pratica i normali strumenti di ve- rifica e di controllo che ne possono garantire la crescita? In definitiva chi controlla i restaurato- ri e chi mette insieme i dati da loro accumulati? È infatti innegabile che è proprio il restaura- tore delle superfici il protagonista di questa nuo- va cultura, l’interprete privilegiato, per mestiere, e per frequentazione continua del dato materia- le, della vera natura di un rivestimento, della sua originalità e delle stratificazioni ad esso sovrap- poste. Rappresenta in questo campo la figura del conoscitore, capace di distinguere e di decifrare. In genere però – anche se nuovi percorsi di for- mazione sono stati previsti e avviati – il restaura- tore sconta una preparazione più artistica che ar- chitettonica che non lo mette in condizione di offrire sintesi e di collegare, sulle facciate, tracce materiali e disposizione generale degli elementi. Sono quindi troppo pochi i restauratori che par- lano, e che offrono contributi di conoscenza. Ciò non impedisce che da parte degli stessi restauratori possa arrivare qualche maggiore ele- mento di controllo: quando saranno in molti a parlare, a discutere e a contraddirsi, quando sarà

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15. Roma, Cappella Sistina a S. Maria Maggiore con le superfici in “mattoni tagliati & arrotati”.
15. Roma, Cappella Sistina a S. Maria Maggiore con le superfici in “mattoni tagliati & arrotati”.
  • 15. Roma, Cappella Sistina a S. Maria

Maggiore con le superfici in “mattoni

tagliati & arrotati”.

  • 16. Roma, Collegio Romano (foto Alinari).

anche più chiaro e verificabile il procedimento di lettura dei dati materiali, il loro contributo di- venterà più accessibile e meno dogmatico.

Ma anche alcuni tra gli storici si sono accorti dell’importanza di questa nuova cultura e seguo- no il percorso inverso, dal significato della strut- tura architettonica alla materia che lo esprime. A essi servirebbe, per poter proporre nuove sintesi e nuove spiegazioni, che i dati provenienti dai cantieri fossero più facilmente verificabili, ma soprattutto che fossero immediatamente dispo- nibili ad essere confrontati in modo sistematico. Circostanza questa che, come tutti sanno, è ben lontana dal realizzarsi . Fino ad oggi infatti si conoscono soltanto i

dati e i problemi di alcuni restauri molto famo- si, resi popolari il più delle volte dall’insorgere

  • di questioni esterne al merito tecnico (vedi il ca-

so del Palazzo dei Diamanti a Ferrara, oggetto

  • di pubbliche discussioni nel 1991). Ma è di tut-

ti i restauri di media rilevanza che la ristretta comunità scientifica di storici e restauratori ca- paci di offrire valutazioni, dovrebbe essere mes- sa in grado di occuparsi. Il confronto di dati concreti, che difficilmente sono oggetto di di- scussione nei convegni e nei seminari anche più

specialistici, faciliterebbe la buona riuscita di al- tri restauri analoghi per epoca o per tipologia costruttiva dove non bisognerebbe riprendere da zero, come sempre accade, il lavoro esegeti- co. E permetterebbe anche agli storici di avere un accesso più regolare alle informazioni tecni- che. Così, esperienze sporadiche come quelle promosse dalla Biblioteca Hertziana sul restau- ro di Palazzo Ossoli e di Palazzo Zuccari o sul- la tecnologia dei rivestimenti in stucco, come anche gli incontri organizzati dalla Soprinten- denza per i Beni Ambientali e Architettonici di Siena sulle case graffite o come il Convegno sul restauro di Landsuht, potrebbero diventare la norma e costituire un osservatorio permanente di restauri omogenei (per fare esempi romani:

anche un solo appuntamento annuale sulle no-

vità e sui problemi emersi nel corso dei restauri di edifici cinquecenteschi, potrebbe essere suffi-

ciente, se ben impostato, a diffondere i dati ma- teriali e anche ad operare un indiretto collaudo culturale del lavoro; e lo stesso potrebbe orga- nizzarsi per discutere i restauri di opere borro- miniane o ancora per confrontare dati tecnici congruenti ecc.). Confronti di questo tipo si ri- velerebbero meno effimeri se ad essi fosse af-

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  • 17. Roma, S. Susanna: paticolare della

cortina laterizia tagliata e arrotata.

  • 18. Roma, Collegio Romano: particolare

della cortina laterizia ordinaria arrotata, stuccata e segnata nei giunti.

17. Roma, S. Susanna: paticolare della cortina laterizia tagliata e arrotata. 18. Roma, Collegio Romano: particolare
17. Roma, S. Susanna: paticolare della cortina laterizia tagliata e arrotata. 18. Roma, Collegio Romano: particolare

fiancata una raccolta ragionata dei dati – mate- riali e documentali – emersi di volta in volta, a costituire un centro di documentazione o archi- vio del restauro aperto alla consultazione di re- stauratori e studiosi. Osservatorio e archivio del restauro: da più

parti, in varie forme e a diverse istituzioni, è stata già fatta presente l’urgenza di realizzare strutture

  • di collegamento di questo genere 26 . Prima ancora

  • di procedere a nuove ricerche, a tali strutture do-

vrebbe spettare il compito di mettere finalmente in relazione dati storici e nuove fonti materiali.

  • 1. Citiamo per tutti P. Marconi, Arte e

pp.165-171; La materia e il colore nell’ar-

  • 8. Il saggio di pulitura è stato eseguito da

possiamo commentare in dettaglio per

delle finestre – realizzati con mattoni bi-

cultura della manutenzione dei monumenti,

chitettura romana tra Cinquecento e Neo-

Antonio Forcellino nel 1990: cfr. id., Il

motivi di spazio, ha portato alla luce una

Bari 1984 e id., Dal piccolo al grande re-

cinquecento, in “Ricerche di Storia del-

problema

,

cit. [cfr. nota 1],1990, p.69.

 

cortina decorata da motivi geometrici e

stauro, Venezia 1988.

l’arte”, 41-42, 1990, con editoriale di P. Marconi, presentazione di C.L. From-

  • 9. Vincenzo Scamozzi, Idea dell’architet-

anche naturalistici – i fiori sui timpani

  • 2. In ordine cronologico citiamo: P.N.

mel e scritti di A. Forcellino (Leon Batti-

tura universale, Venezia 1687, (I ed. Ve-

cromi gialli e rossi. Tale decorazione,

Pagliara, Note su murature e intonaci a Ro-

sta Alberti e la nascita di una nuova cultura

nezia 1615), parte II, p.300, cit. in Pa-

probabilmente intenzionale come risulta

ma tra Quattrocento e Cinquecento, “Ricer- che di Storia dell’arte”, 11, 1980, pp.

materiale, pp. 9-22, La diffusione dei rive- stimenti a stucco nel corso del XVI secolo, pp.

gliara, Murature pp. 46 e 48.

 

,

cit. [cfr. nota 1], 1992,

dalle tracce sistematiche di ridipintura dei singoli mattoni, appare nell’insieme

35-44; M. Bertoldi - M.C. Marinozzi -

23-51, Il problema delle cortine laterizie

talmente irregolare da confermare il da-

  • L. Scolari - C. Varagnoli, Le tecniche edi-

nell’architettura della prima metà del Cin-

10.

Cfr. L. Marinelli - P .Scarpellini,

to di incompiutezza dell’intero prospetto

lizie e le lavorazioni più notevoli nel cantie- re romano della prima metà del Seicento, in “Ricerche di Storia dell’arte”, 20, 1983,

quecento, pp. 52-74) e di E. Pallottino (“Incrostature” romane tra Cinquecento e Seicento, pp. 76-108, Il Neocinquecento nei

L’arte muraria in Bologna nell’età pontifi- cia, Bologna 1992, pp. 111 e 148.

e la conseguente rinuncia ad adottare a Roma i modi decorativi già sperimentati al Nord e di lì a poco proposti al Palazzo

pp. 77-124; Fabbriche romane del primo

rivestimenti dell’architettura, pp. 109-128,

11.

Cfr. Pagliara, Murature

,

cit. [cfr.

Farnese di Caprarola.

‘500. Cinque secoli di restauro, catalogo

Colori di Roma, pp. 129-149), recensiti da

nota 1], p.47.

 

della mostra, Roma 1984; A. Forcellino,

P.N. Pagliara, “Roma nel Rinascimen-

  • 23. Ma non sempre le cortine laterizie

Le fabbriche cinquecentesche di Roma: note

to”, 1991, pp. 168-179; P.N. Pagliara,

12.

Cfr. Pallottino, Colori

,

cit. [cfr. nota

stuccate e stilate rimangono in vista: a

sulle finiture esterne, in “Ricerche di Sto- ria dell’arte”, 27, 1986, pp. 81-93; Into-

Raffaello e la rinascita delle tecniche antiche, in Les chantiers de la Renaissance, Actes du

1], 1990, p.136.

 

S.Eligio degli Orefici, i restauri portati a termine alla fine del 1997, hanno permesso

naci, colore e coloriture nell’edilizia storica,

Colloque tenu à Tours en 1983-1984,

13.

Cfr. ead., Il Neocinquecento

 

,

cit. [cfr.

di osservare sotto allo strato di scialbo co-

Atti del Convegno, (Roma ottobr e 1984), in “Bollettino d’Arte”, supple-

Paris 1991, pp. 51-69; id., Murature late- rizie a Roma alla fine del Quattr ocento,

nota 1], 1990.

 

prente tuttora conservato il trattamento di stuccatura e stilatura della cortina laterizia

mento al 35-36, 1986 (sul Cinquecento

“Ricerche di Storia dell’arte”, 48, 1992,

14.

Cfr. Herrmann Fiore, Il colore, cit.

della facciata (1620). Forse destinata ad es-

citiamo in particolare I: G. Zander, La coloritura degli edifici e l’ordine architetto-

pp. 43-54, recensito da E. Pallottino, “Roma nel Rinascimento”, 1994, pp.

[cfr. nota 1], 1988, p.98.

 

sere esposta nel momento della sua costru- zione, fu poi quasi subito rivestita per mo-

nico, pp. 25-29, F.P. Fiore, Funzioni e

219-222 I; E. Pallottino, Stucchi in ester-

15.

Cfr. in particolare, per molte delle

tivi difficilmente comprensibili in un con-

trattamenti dell’intonaco nella letteratura architettonica dal Cesariano al Valadier, pp. 37-46 e M. Campisi, I colori del Palazzo

no: la nuova scabrosità delle superfici nell’ar- chitettura del Seicento romano, in Il giovane Borromini. Dagli esordi a San Carlo alle

osservazioni che seguono, Forcellino, La diffusione, cit. [cfr. nota 1], 1990.

testo che si muoveva nella direzione oppo- sta verso la progressiva messa in luce dei paramenti in cotto. Ringrazio Anna Maria

Senatorio in Roma, pp. 87-88, II: P. Phi-

Quattro Fontane, a cura di M. Kahn-Ros-

16.

Cfr. A. Alessandri, Osservazioni sulle

Pandolfi, che ha curato il restauro per con-

lippot-L. Mora-P. Mora, Il restauro degli

si, M. Franciolli, Milano 1999, pp. 315-

tecniche e lo stato di conservazione. Gli stuc-

to dell’Istituto Centrale per il Restauro, per

intonaci colorati in architettura: l’esempio di Roma e la questione di metodo, pp.139-141;

321.

chi nel cortile principale di Palazzo Altemps, in Palazzo Altemps. Indagini per il restauro

avermi permesso di visitare il cantiere.

Il colore nell’architettura italiana: ricerche e restauri, Atti del Kolloquium organizza-

  • 3. ..., 2], 1992, per le osservazioni che seguono.

Cfr. Pagliara, Murature

cit. [cfr. nota

della fabbrica Riario, Soderini, Altemps, a cura di F. Scoppola, Roma 1987, pp.309-

  • 24. Cfr. S. Della Torre - I. Giustina, Do-

cumenti notarili per la storia del cantiere sei-

to dalla Bibliotheca Hertziana, (Roma febbraio 1987), in “Bollettino d’Arte”,

  • 4. id., ibidem, p.45.

312 (309).

centesco, in La Ca’ Granda di Milano. L’in- tervento conservativo sul cortile richiniano,

1988 (sul Cinquecento citiamo in parti-

17.

Cfr. Cordaro, Il problema

 

,

cit. [cfr.

Milano 1993, pp.111-123.

colare: n°47 A. Bruschi, Problemi di ma-

  • 5. Cfr. Il Palazzo dei Conservatori e il Pa-

nota 1], 1995, p.100.

 

teriali e di colori delle facciate con ordini ar-

lazzo Nuovo in Campidoglio, Pisa 1997 (in

  • 25. Cfr. L. Guerriero, Note sulle cortine

chitettonici nella Roma rinascimentale e ba -

particolare gli scritti di C.L. Frommel,

18.

Cfr. Pallottino, Incrostature

 

,

cit. [cfr.

laterizie napoletane dell’età moderna, in

rocca, pp. 117-122 e A. Forcellino, Into- naci e coloriture nel Cinquecento e Seicento:

A. Forcellino, P.N. Pagliara, F. de To- masso e W. Menichini, N. Berlucchi e R.

nota 1],1990.

 

Storia delle tecniche murarie e tutela del co- struito. Esperienze e questioni di metodo, a

vocazioni espressive e tecniche esecutive, pp.

Ginanni Corradini); cfr. anche lo scritto

19.

Cfr. Forcellino, Glossario

 

,

cit. [cfr.

cura di S. Della Torre, Milano 1996,

125-132, n°48: K. Herrmann Fiore, Il co- lore delle facciate di Villa Borghese nel con-

di M. Cordaro, Il problema storico del colo- re e il Palazzo Senatorio, in La facciata del

nota 1], 1989; Pallottino, Stucchi [cfr. nota 1], 1999.

,

cit.

pp.71-81.

testo delle dominanti coloristiche dell’edilizia

Palazzo Senatorio in Campidoglio, Pisa

  • 26. Un’iniziativa simile del Centro Inter-

romana intorno al 1600, pp. 93-100 e F.-

1995, p.89-104.

20.

Cfr. ead., ibidem, per molte delle os-

nazionale di Studi di Architettura Andrea

  • E. Keller, Ancora sul colore di Villa Lante,

servazioni che seguono.

 

Palladio, mirata a documentare i dati

pp. 123-125); A. Forcellino, Glossario dei

  • 6. Cfr. Forcellino, Le fabbriche

,

cit. [cfr.

materiali concernenti l’insieme delle

termini tecnici relativi ai rivestimenti degli

nota 1], 1986 e id., Il problema

,

cit., 1990.

21.

Sono le cortine studiate da Varagno-

opere dell’architetto padovano anche ai

edifici romani del XVI e XVII secolo, in P.

li, Le tecniche

,

cit. [cfr. nota 1],1983,

fini di migliorarne il restauro, è stata an-

Marconi - F. Giovanetti - E. Pallottino (direzione scientifica), Manuale del recu-

  • 7. Cfr. id., ibidem, pp. 60-61: a Palazzo Bal-

dassini, le bugne in mattoni del cantonale so-

pp.78-84.

 

nunciata da Howard Burns ai partecipan- ti al XXXIX Corso sull’architettura pal-

pero del Comune di Roma, Roma 1989,

no scalpellate e scialbate in color travertino.

22.

Il recente restauro (1999), che non

ladiana (settembre 1997).

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