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ben noto quanto sia fondamentale il rapporto


dellarchitettura rinascimentale con lantico per
tipi, forme, ornamenti. Per quanto non altret-
tanto generalizzato, non deve certamente consi-
derarsi inferiore il debito che la medesima archi-
tettura ha con lantico per vari aspetti della sua
costruzione. Il rapporto con lantico coinvolge
in effetti la costruzione insieme a tutto ci che le
connesso, manifestandosi nel modo in cui Bru-
nelleschi arriva a concepire una grande struttura
senza precedenti come la cupola di S. Maria del
Fiore
1
, oppure nella teoria albertiana su ossature
strutturali
2
o, ancora, nel recupero di conoscen-
ze tecnico scientifiche greche e romane che fra
Giocondo utilizza per fondare i piloni di un
ponte nel letto della Senna
3
.
Con la fine dellimpero la presenza di usi di
origine romana nella costruzione non si inter-
rompe del tutto. In varie regioni occidentali al-
cune tecniche sopravvivono
4
o sono presto ripre-
se con una variet di modi, che individueremo,
pari a quella che Salvatore Settis ha distinto esa-
minando diversi aspetti del rapporto con lanti-
co dellarte italiana
5
.
Vi innanzitutto una continuit che dipende
dalla pratica, per cui, in aree ristrette, alcuni
procedimenti costruttivi permangono per la loro
efficacia o semplicemente per inerzia, trasmessi
da una generazione allaltra, senza che vi sia ne-
cessariamente consapevolezza della loro origine,
n una volont di utilizzarli in quanto antichi
6
. A
Roma luso di costruire volte e muri di conglo-
merato non si interrompe, di certo agevolato
dalla permanente disponibilit di idonei mate-
riali locali: caementa leggeri per le volte e malte
pozzolaniche per queste e per i muri. Quanto ai
muri, in specie nellarchitettura religiosa prose-
gue per un millennio, con alti e bassi, la pratica
che si era affermata dal I-II secolo d.C. di ese-
guirne le cortine con mattoni reimpiegando la-
terizi recuperati da edifici antichi
7
. Anche i bloc-
chetti di pietra tenera, che sempre nelle cortine
romane in vari secoli a volte si alternano ai filari
di mattoni e a volte li sostituiscono del tutto,
erano comparsi gi a met del II secolo d.C.
8
.
In molte zone della penisola e in tempi di-
versi riaffiorano poi altri elementi della tradizio-
ne costruttiva romana per i quali, non essendo
possibile individuare anelli intermedi di une-
ventuale trasmissione dallantico, difficile par-
lare di continuit piuttosto che di ripresa. Se
infatti possibile che testimonianze a favore di
una continuit siano scomparse, in specie nei se-
coli dal V allVIII-IX almeno in alcuni casi
probabile che ci si trovi di fronte a riprese, favo-
rite dalla diffusa permanenza di esemplari rovine
antiche e anchesse motivate da ragioni utilita-
rie
9
. il caso di diverse versioni del muro di con-
glomerato o a sacco
10
, della produzione dei
mattoni e delle loro tecniche di lavorazione nel-
la pianura padana ed in Toscana
11
o, ancora, del-
le macchine per sollevamento impiegate nei can-
tieri medievali, poco diverse da quelle romane
12
.
ben noto, poi, quanto la realizzazione dei si-
stemi voltati romanici sia stata influenzata dal-
losservazione degli organismi voltati romani e
Pier Nicola Pagliara Antico e Medioevo in alcune tecniche costruttive
del XV e XVI secolo, in particolare a Roma
1. Roma, Palazzo Venezia, volta del
vestibolo.
2. Mantova, S. Andrea, particolare
della volta del vestibolo laterale.





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dagli embrioni di nervature nelle loro coperture.
Si pu quindi constatare come generalmen-
te, per continuit e per riprese a fini pratici, so-
pravvivano quelle tecniche che, avendo meglio
soddisfatto localmente le esigenze del proprio
tempo, erano ancora diffuse negli ultimi secoli
dellimpero.
Molto presto iniziano anche i tentativi di riu-
sare tecniche antiche e reimpiegare material-
mente pezzi antichi per mostrarsi eredi della
grandezza romana. In Gallia, ad esempio, gi
nel VI-VII secolo re e vescovi ricreano lopus
quadratum nel tentativo, dichiarato esplicita-
mente dalle fonti, di costruire more romano
13
.
In questo caso la scelta non dovuta in pri-
mo luogo a motivi pratici. Non si adotta uno-
pera impiegata diffusamente nei secoli pi vici-
ni, pi facilmente riproducibile o addirittura ri-
masta in uso in alcune regioni, come sarebbe
stata quella galloromana a piccoli blocchi
14
; tra i
tipi di opera muraria si predilige quella delle ar-
chitetture monumentali augustee
15
in quanto te-
stimonia pi efficacemente una grandezza per-
duta, difficile da ricreare e di cui ci si vuole mo-
strare eredi. Cos dellopus quadratum si ammi-
rer per secoli il taglio regolare delle pietre
16
,
laccuratezza di lavorazione e delle finiture
17
e,
implicitamente, la potente organizzazione del
lavoro necessaria per trasportare e sollevare
grandi blocchi
18
. Proprio la difficolt di ripro-
durre questopera deve indurre ad attribuirle
maggior valore, preferendola ad esempio allopus
reticulatum, anchesso ben riconoscibile come
antico ed apprezzabile per la finezza di lavora-
zione, e pu essere questa una delle ragioni per
cui, come vedremo, il reticulatumavr meno for-
tuna dellopus quadratum pur se entrambi saran-
no ripresi per rievocare una costruzione al mo-
do dei Romani in molte rinascenze, fino a
quella federiciana
19
.
Il muro si costruir talvolta con conci in tut-
to il suo spessore, ma pi di frequente lopus qua-
dratum si ridurr a paramento di murature me-
no onerose. Si utilizzeranno sia conci di spoglio
sia, pi tardi, blocchi nuovamente estratti dalle
cave
20
. Riprendendo la distinzione compiuta da
Settis tra rilievi antichi reimpiegati e imitati, si
pu parlare di spolia in se nel primo caso, di spo-
lia in re nel secondo
21
.
Come per le epigrafi e i rilievi antichi inseri-
ti ben in vista nelle pareti del Duomo di Pisa
22
e
le colonne ed i capitelli classici riusati in tante
chiese cristiane, i muri di opus quadratum ed i
piccoli pannelli di opus reticulatum esibiti alle-
sterno di costruzioni religiose dell VIII-IX e
XII-XIII secolo in Italia, Gallia e Germania, de-
nunciano laspirazione a mostrarsi eredi della
grandezza degli antichi
23
.
Certo non ogni reimpiego ispirato da que-
sto intento, pi probabile quando i materiali so-
no trasportati appositamente da grandi distanze.
Spesso esso dipende semplicemente dal vantag-
gio di utilizzare materiali disponibili sul posto
24
,
ma qualunque sia il movente, i reimpieghi, le
imitazioni e le innumerevoli repliche che ne
conseguono hanno leffetto di ridare vita allopus
quadratum, di farlo assimilare, trasmettendo ai
secoli seguenti le finiture accurate degli spigoli
dei conci, lapprezzamento di giunti quasi im-
percettibili che permane in opere daltro tipo fi-
no al pieno Rinascimento, o laltezza costante
dei conci di uno stesso filare
25
.
Meno frequente, invece, limpiego regolare
di diatoni disposti per testa
26
o luso oneroso di fi-
lari di uguale altezza
27
con il conseguente aspetto
interamente regolare dellopera. Ma del resto al-
cuni di questi caratteri originari si erano alterati
gi quando i costruttori del I secolo a.C. avevano
usato lopera quadrata come paramento di un nu-
cleo cementizio (mausoleo di Cecilia Metella
etc.)
28
ed ancor pi in et Giulio-Flavia, quando
lavevano impiegata soprattutto per le strutture
principali di grandi costruzioni (Colosseo)
29
.
Se quindi la presenza dellantico nella co-
struzione non una novit del Rinascimento,
invece nuova la ricchezza, variet e complessit
di modi delle riprese. Mentre prima del XV se-
colo pi che altro un paio di opere avevano avu-
to il compito di rievocare linsieme della costru-
zione more romano, ora in misura crescente,
iniziando anche prima del trattato di Alberti, si
pu guardare direttamente allantico, rovine e
fonti scritte, in tutti i momenti delledificazione:
nellideare una struttura, nel progettare macchi-
ne da cantiere e strumenti di precisione per ri-
solvere problemi costruttivi insoliti
30
, nelladot-
tare consapevolmente tecniche e criteri dimpie-
go dei diversi materiali e finiture. Lattenta ana-
lisi di tutti gli aspetti costruttivi di architetture
romane che Alberti compie nel suo De re aedifi-
3. Roma, chiostro del convento di S. Maria
Nova, secondo piano, intonaco graffito.





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catoria, cos come gli scritti latini su tecniche e
materiali, sono alla base di una teoria globale
della costruzione che si mostra ispirata preva-
lentemente dallantico
31
.
Contemporaneamente si diversificano le ra-
gioni per cui le riprese avvengono. Permane il de-
siderio di manifestare anche nella costruzione la
rinascita dellantico, ma a questo si affiancano al-
tri motivi.
Ladozione di forme ed elementi dellarchi-
tettura classica naturalmente favorisce limpie-
go delle tecniche corrispondenti, ma diversa-
mente da quanto ci si aspetterebbe non ne-
cessario che ci avvenga. E di fatto non sempre
avviene. Per costruire un architrave di pietra su
una grande luce, ad esempio, a Roma si reim-
piega tutta la gamma di accorgimenti (strutture
di scarico sovrastanti, taglio di conci a piatta-
banda, sbarre di ferro) sperimentati ed analizza-
bili nellarchitettura romana
32
e, sempre a Ro-
ma, per realizzare nel vestibolo di palazzo Ve-
nezia (ill. 1) ed in S. Pietro una volta a botte con
intradosso cassettonato al modo del Pantheon o
della basilica di Massenzio, si adotta il sistema
allantica del getto di conglomerato su centine
e casseforme. Volte dello stesso tipo in S. An-
drea a Mantova sono per costruite solo con
mattoni
33
(ill. 2).
Forme e tecniche quindi non sono inscindibi-
li e la ripresa delle prime non lunica n forse la
principale ragione per riprendere le seconde.
Si pu notare, anticipando una delle conclu-
sioni, come si guardi allantico per attingere so-
luzioni che per motivi di vario genere conven-
gono al proprio tempo
34
. La convenienza pu
cambiare col luogo, e ci spesso influisce pi
della volont di riprodurre un modo di costrui-
re in quanto antico.
Significativa la diffusione dello stucco a
Roma dallinizio del XVI secolo per formare
cornici e profili, surrogando cos, come spesso
nelle architetture romane di et repubblicana e
imperiale, la pi costosa modanatura di marmo
e di pietra
35
. la ripresa di modanature antiche
che suscita linteresse per questa tecnica. Lanti-
co mostra esaurientemente nei particolari come
riprodurla e in pi garantisce la durevolezza di
opere di questo genere, che nella stessa citt e
con lo stesso clima avevano resistito allesterno
per una quindicina di secoli. Il suo quindi un
ruolo essenziale da diversi punti di vista. In que-
sto caso, per, non si usa lo stucco per riprodur-
re un procedimento in quanto antico ma perch
utile, prescindendo dallantico, in quanto sod-
disfa le esigenze di risparmio dei committenti.
Chiarisce ulteriormente come e perch si
guardi alle esperienze costruttive romane per
problemi di tuttaltro livello il caso di Brunelle-
schi, il quale per progettare la cupola di S. Maria
del Fiore va ad esaminare a Roma le volte di et
imperiale, che considera evidentemente dei pre-
cedenti equivalenti, per le grandi dimensioni, al-
la struttura che deve realizzare, ed i pi facil-
mente accessibili tra quelli noti
36
. Nellosservare
le cupole con grandi oculi, in primo luogo il
Pantheon, egli intuisce come una copertura di
questa forma si possa considerare costituita da
anelli sovrapposti, in equilibrio quando siano
conclusi, e, come stato accertato da tempo,
questa intuizione fondamentale per la soluzio-
ne che elabora
37
. Nellinvenzione brunelleschia-
na lidea suggerita da costruzioni romane entra
in effetti in una sintesi in cui confluiscono, im-
piegati in modo innovativo, geometria, tecniche,
procedimenti costruttivi, elementi strutturali
(costoloni) e uso dei materiali propri della tradi-
zione, locale e non, dei tempi immediatamente
precedenti
38
. Lo studio attento e penetrante dell
architettura imperiale ha quindi un ruolo insosti-
tuibile, ma Brunelleschi, che supera anche gli an-
tichi, certo non realizza, n vuole realizzare, di-
versamente da Bramante per S. Pietro, una cu-
pola del tipo di quella del Pantheon. Cerca inve-
ce, anche nel passato pi lontano, idee ed espe-
rienze che lo aiutino a risolvere un problema
nuovo del suo tempo
39
.
Quando lobiettivo principale riprendere un
modo di costruire perch conviene
40
, la tendenza
a riprodurlo tal quale per rendere riconoscibile il
riferimento pu diventare secondaria. E se unin-
tegrazione con usi del tempo o trasmessi dai se-
coli pi vicini generalmente inevitabile perch
la ripresa di modi costruttivi antichi non pu es-
sere globale, la mescolanza diventa pi facile.
Quello della costruzione non , peraltro, lu-
nico campo dellarchitettura rinascimentale in
cui lantico sia interpretato ed integrato secondo
le esigenze del tempo. Anche il sistema degli or-
dini architettonici nasce da una sintesi analoga
41
.
Nella costruzione la ripresa dellantico non
semplice riproduzione di strutture romane. Pu
intrecciarsi con usi affermatisi nel Medioevo,
cos come, nel campo dei tipi edilizi, alla forma-
zione dellimpianto dei palazzi rinascimentali
concorrono, insieme alla restituzione ideale del-
la domus, usi dei secoli anteriori al XV ed esi-
genze moderne.
Quanto alle tecniche scelte, anche le riprese
colte del Rinascimento non attingono indistin-
tamente da tutta la quasi millenaria esperienza
costruttiva romana, ma, come era gi avvenuto
per sopravvivenze e riprese utilitarie, riguardano
specialmente usi stabilizzati di et imperiale,
media ed avanzata.
La cronologia delle costruzioni non era ben
conosciuta, quindi generalmente ci non pu
dipendere da una scelta consapevole di rifarsi a
costruzioni imperiali piuttosto che di et repub-
blicana
42
. da considerare, invece, che alcune
tecniche prevalse nel I-II secolo d.C. erano in-





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superate, e perci potevano soddisfare meglio le
esigenze del XV-XVI secolo, mentre la pratica
medievale seleziona le tecniche che si recupere-
ranno con spirito nuovo e determina dove e co-
me possano essere riutilizzate. Sono questi i li-
miti che distinguono la ripresa dallantico di
tecniche costruttive da altre, pi libere, in cam-
pi diversi dellarchitettura rinascimentale. Se
vero infatti che si guarda allantico come ad un
magazzino da cui attingere ci che conviene al-
luso del tempo
43
, non tutto quanto si ammira ed
apprezzabile in astratto pu essere indiscrimi-
natamente riutilizzato. raro che si risusciti ar-
tificiosamente una tecnica che nei secoli inter-
medi stata abbandonata, a volte per ragioni
che permangono. Se Vasari attribuisce a Gio-
vanni da Udine il merito di aver ritrovato per
tentativi uno stucco di finezza e di colore equi-
valenti a quelli antichi per modellare sottili or-
namenti a basso rilievo pari a quelli di marmo
44
,
nel caso di tecniche pi complesse non bastava
ricercare sperimentalmente la soluzione giusta.
E, soprattutto, nemmeno i committenti pi po-
tenti ed entusiasti per lantico e gli architetti ed
i mastri pi innovatori potevano riesumare age-
volmente procedimenti costruttivi non sempli-
ci, per i quali erano indispensabili la disponibi-
lit di tutti i materiali, maestranze esperte ed
una complessa organizzazione del lavoro. Solo
un problema costruttivo senza precedenti nella
prassi dei secoli pi vicini poteva spingere ad in-
traprendere uninnovazione ardua, da non
prendere nemmeno in considerazione se non
comportava vantaggi rispetto a tecniche in uso
che continuavano a rispondere alle necessit
pratiche del momento.
Quando una tecnica, per quanto risulta, non
rimasta viva localmente nemmeno in modo ri-
duttivo, per risuscitarla non basta la possibilit di
esaminarne sul posto esempi antichi ben noti, n
la presenza di architetti che labbiano sperimen-
tata altrove. A Verona, ad esempio, la pi ammi-
rata antichit che la citt aveva accuratamente
preservato dalla distruzione, lanfiteatro, offriva
vistosi campioni di volte di opus caementicium
45
.
Non solo: Sanmicheli di certo aveva visto reim-
piegare volte di calcestruzzo nelle botti di gran
luce di S. Pietro
46
; poteva addirittura averne co-
struite personalmente nel quindicennio in cui
aveva lavorato al limite settentrionale del Lazio,
una zona in cui dovevano essere di uso corrente,
tanto che proprio nel Santuario di S. Maria di
Monte Moro, dove larchitetto veronese forse
aveva affiancato Antonio da Sangallo il Giova-
ne
47
, si costruir, seppure dopo la sua partenza,
una cupola di conglomerato
48
. Eppure, in porta
Palio, egli costruisce botti di mattoni, cos come
fa a Venezia nel forte di S. Andrea, dove appa-
recchia i mattoni a spina di pesce. Nel replicare
nel Veneto volte di mattoni larchitetto verone-
se segue quindi la tecnica pi diffusa nella parte
occidentale dellimpero bizantino
49
, comparsa a
Milano gi nel IV secolo e divenuta preminente
nellarea padana
50
.
Dalle considerazioni esposte risulta quanto
sia utile riesaminare alcune tecniche anticheg-
gianti del Rinascimento insieme non solo ai loro
precedenti antichi, ma anche alle loro vicende
nel Medioevo. Ci pu aiutare a chiarire meglio
origini e trasformazioni di quelle rinascimentali,
a comprenderne gli obiettivi ed i criteri di giudi-
zio coevi, arricchendo cos linsieme di elementi
da considerare per restituire idealmente il possi-
bile aspetto originario di opere in cui questo
dubbio o controverso. Si esamineranno a tal fine
fortune e sfortune di alcuni tipi di opere murarie
e dei relativi involucri, usi di materiali e di co-
perture voltate.
4. Roma, facciata di S. Maria del Popolo,
piedistallo con ortostati.
5. Roma, tempio di Portumno, ortostati.





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Opus quadratum
Si richiamato sopra come il muro di pietra
squadrata, considerato lopera alla romana per
eccellenza, sia stato diffusamente ripreso in Ita-
lia e altrove in quasi tutto larco di tempo del
Medioevo. A Roma tuttavia, nonostante la di-
sponibilit di blocchi gi lavorati agevolmente
recuperabili, durante tutti quei secoli questope-
ra ha poca fortuna. Conci di tufo delle mura
serviane si reimpiegano nelle chiese carolin-
gie, ma solo in modo utilitario, nelle fondazioni
ed in qualche filare fuori terra, e per pochi altri
usi
51
. La ricorrente volont dei papi di richia-
marsi allantichit cristiana delle basiliche co-
stantiniane
52
piuttosto che allarchitettura classi-
ca deve indurre a preferire la muratura con cor-
tina laterizia propria di quelle basiliche ed a pro-
trarne luso generalizzato. Anche quando quasi
tutte le cattedrali padane avranno almeno la fac-
ciata rivestita di conci di pietra, nelle fronti del-
le basiliche romane gli elementi lapidei si limita-
no alle colonne ed agli architravi reimpiegati in
atrii e narteci. Bisogna arrivare alla distrutta log-
gia delle Benedizioni di Pio II (dal 1460), dove si
riusano anche fusti di colonne antiche, ed a
quella di S. Marco (dal 1467) per trovare opere
di conci di travertino
53
.
Lopera di pietre squadrate assume una posi-
zione centrale nel trattato di Alberti, che la con-
sidera la pi solida, quella di cui si potrebbe rea-
lizzare perfettamente lintera costruzione se non
si dovesse porre un limite alle spese
54
. Solo per
questo motivo limpiego delle pietre squadrate si
pu ridurre alle ossature, le parti strutturalmen-
te pi importanti
55
. In ci Alberti appare attento
al modo selettivo in cui avevano usato lopera
quadrata i costruttori di et Giulio-Claudia e
Flavia, riservandola alle costruzioni di maggior
impegno strutturale, come ponti o acquedotti, e
alle pi importanti parti strutturali di grandi ar-
chitetture come il Colosseo
56
.
Sempre losservazione di opere tarde, in cui i
conci formano il paramento di un nucleo di con-
glomerato, deve indurre Alberti ad ammettere
nelle parti secondarie, ed in piccola quantit an-
che nelle ossature tra le cortine di conci, luso di
pietrame non squadrato
57
, il che peraltro corri-
sponde pure ad una pratica seguita in costruzioni
gotiche dellinizio del suo secolo. Nei piloni del
Duomo di Milano, ad esempio, al centro di una
corona di conci di marmo di Candoglia si trova
un nucleo di sarizzo sbozzato sommariamente
58
.
Alberti segue abbastanza i criteri che enuncia
quando sovrappone un paramento lapideo a due
costruzioni preesistenti, nel Tempio malatestia-
no e nel rivestimento sottile della facciata di pa-
lazzo Rucellai.
Per quanto riguarda Roma, invece, bench vi
elabori il suo trattato durante il papato di Nicola
V, le sue idee sulla costruzione non hanno ampi
effetti immediati in questa citt. Il palazzo che il
papa voleva edificare in Vaticano secondo il pro-
gramma tramandato da Giannozzo Manetti do-
veva essere di saxa quadra
59
, termine con cui Vi-
truvio indica lopera di conci, ma la realt della
costruzione eseguita , per questo aspetto, delu-
dente: un economico intonaco graffito a finti con-
ci allude semplicemente allidea di quellopera,
senza la pretesa di darne unimitazione illusioni-
stica
60
. Rievocazione, bench sommaria, che atte-
sta comunque la preminenza ideale dellopus qua-
dratum (ill. 3) e che doveva rispondere allesigen-
za dei committenti di conferire un aspetto allan-
tica, ma non sontuoso, ad architetture civili. Ri-
sulta infatti usata nelle poche architetture civili
della seconda met del 400 dei quali si conosca-
no le finiture originarie (casa Mattei in Piscinula,
Casino del Card. Bessarione, palazzo di Domeni-
6. Roma, S. Agostino, conci continui
tra parete e parasta e diatoni (in alto e in
basso).
7. Roma, palazzo di Raffaele Riario
(Cancelleria), opera isodoma.





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co della Rovere in Borgo, palazzo dei Cavalieri di
Rodi), tanto da far supporre, in mancanza di no-
tizie precise, che anche lintonaco di palazzo Ve-
nezia fosse cos rifinito
61
. Passato di moda per lar-
chitettura monumentale dopo che questa avr ri-
petutamente adottato veri paramenti lapidei, la
loro imitazione in stucco o comunque finiture di
materiali pi ricchi, lintonaco graffito a finti con-
ci sopravviver nei primi decenni del secolo se-
guente nelledilizia minore e minima, nella quale
se ne conservano ormai pochissimi resti
62
.
Passano anni prima che a Roma, nellarchi-
tettura religiosa e nel cortile di palazzo Venezia,
e molto pi tardi allesterno di unarchitettura
civile, ricompaia lopera pi ammirata da Alber-
ti; quella veramente di pietra squadrata che, con
modalit ogni volta diverse, si rif pi o meno
estesamente allantico.
Nella Loggia delle Benedizioni di S. Marco
(dal 1467) i rocchi delle semicolonne e parte del
pilastro adiacente appartengono ad un unico
blocco come nel Colosseo, sia pure con una divi-
sione pi minuta dei conci, mentre gli archivolti,
diversamente da l non sono scolpiti in cunei al-
lungati radialmente. Lo stesso succede nel porti-
co sul cortile di palazzo Venezia
63
. Negli interni
di S. Giacomo degli Spagnoli
64
e di S. Maria del
Popolo
65
le semicolonne e le parti attigue del pi-
lastro, invece, sono composte da conci distinti,
che nella seconda a volte sono di dimensioni esi-
gue, evidentemente per ridurre i costi della co-
struzione. Nella facciata della medesima chiesa il
pi vistoso riferimento costruttivo allantico nel
piedistallo (ill. 4), formato da ortostati come nei
podii, allora noti quanto oggi, dei templi di Por-
tumno (ill. 5) e di Marte Ultore, nei quali si po-
teva vedere anche come solo il rivestimento fos-
se di travertino o di marmo e linterno di pi eco-
nomico tufo
66
. Il resto della facciata, dove laltez-
za dei filari varia a destra ed a sinistra di unaper-
tura o di una parasta e queste ultime sono ricava-
te da blocchi a s stanti, conferma che qui la
preoccupazione di contenere i costi ha dissuaso
dal seguire in ogni aspetto le opere antiche pi
ammirate. Al contrario in S. Agostino
67
non vi so-
no ortostati, ma la continuit dei filari per tutta la
facciata (ad esclusione dei riquadri incorniciati),
le paraste rilevate dagli stessi blocchi che forma-
no la parete (ill. 6), come in parte avviene a S.
Pietro in Montorio
68
, i conci a volte di dimensio-
ni notevoli e sempre di spessori consistenti, come
si pu vedere allo spigolo sinistro, e la presenza
ogni 4 o 5 filari di conci bassi ed ammorsati in
profondit nel muro di conglomerato similmen-
te ai diatoni greci e romani, denotano unatten-
zione acuta per le modalit costruttive delle ope-
re lapidee antiche, alle quali qui ci si pu attene-
re presumibilmente grazie ad una maggiore di-
sponibilit di mezzi (ill. 6). Il fianco di queste
chiese, quando isolato, rifinito con intonaco
(S. Agostino) o con cortina di mattoni (S. Pietro
in Montorio), con una gerarchia tra fronte prin-
cipale e secondario equivalente a quello delle cat-
tedrali medievali padane
69
.
Nella facciata di unarchitettura civile un opus
quadratumveramente di travertino, sia pure limi-
tato ad un paramento di spessore consistente,
realizzato a Roma nellultimo decennio del seco-
lo nel palazzo di Raffaele Riario (Cancelleria
Nuova) con lobiettivo dichiarato di ricreare
unopera isodoma quale la descrive Vitruvio
70
(ill.
7). Lopera, per, isodoma solo in apparenza.
Come gi nel mausoleo di Cecilia Metella, infat-
ti, alcuni dei blocchi che rivestono il nucleo di
8. Roma, palazzo di Raffaele Riario
(Cancelleria), conci che comprendono pi
di un riquadro del bugnato (a destra).
9. Roma, Mausoleo di Cecilia Metella:
nei blocchi deteriorati si vede che ai giunti
apparenti non corrispondono giunti effettivi.





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conglomerato si estendono in lunghezza per pi
di un riquadro e solo il reticolo incavato dei
giunti apparenti conferisce un aspetto perfetta-
mente regolare ad unopera che in realt tale non

71
(ill. 8 e 9). Nella Cancelleria, come forse an-
che nel Mausoleo, prima si sono collocati in ope-
ra i blocchi ben spianati nelle facce a vista e con
giunti orizzontali rifiniti, per scolpire solo dopo
la posa i giunti verticali, veri o falsi che fossero,
formando cos un disegno isodomo.
La dissociazione dei giunti apparenti da
quelli reali, prima che nella Cancelleria si trova
in palazzo Rucellai, dove per variano laltezza
ed il disegno delle bugne, e poi in palazzo Del
Corneto, con paramento identico a quello della
Cancelleria, e nel palazzo Alberini, con disegno
pseudoisodomo e blocchi tagliati, secondo la
convenienza, con dimensioni diverse anche in
altezza
72
(ill. 10).
Questa placcatura di pietra in luogo di mura-
ture tutte di conci corrisponde solo apparente-
mente allidea che la costruzione rinascimentale
sia una veste allantica indossata a corpi moder-
ni
73
. Labile riduzione del muro isodomo greco
ad un pi semplice rivestimento regolare solo in
apparenza era presente, come abbiamo visto, gi
nellantico, e da l viene ripresa dagli architetti
del XV-XVI secolo, che ancora una volta dimo-
strano di saper scegliere la versione meglio ri-
spondente alla realt economica del tempo, an-
che in questo caso quella relativamente pi tar-
da. Lalta onerosit avrebbe reso infatti pratica-
mente impossibile la riproduzione dei blocchi
tutti uguali dellopus quadratum dei primi secoli
e ancora di molta architettura augustea
74
.
Lulteriore semplificazione sar compiuta ne-
gli anni 30 del 500 quando, nella parte alta del
palazzo di Pietro Massimo, Baldassare Peruzzi
sostituisce alla bugna piatta di travertino un bu-
gnato di stucco, riproducendo luso tardo impe-
riale di rivestire cos una muratura di conglome-
rato con cortina laterizia, o quello precedente
del tempio di Portumno dove appunto il bugna-
to piatto era simulato con lo stucco
75
.
A Roma nel 500 per quanto si sappia vi so-
lo una costruzione in cui si esegua davvero un
muro in tutto il suo spessore con blocchi di pie-
tra, sbozzati esternamente a bugna rustica; il pa-
lazzo dei Tribunali di Giulio II (1508-1512)
76
(ill.
11 e 12). In antico unopera lapidea altrettanto
aspra e poderosa si trova nel muraglione del fo-
ro di Augusto, che qualche decennio prima era
stato identificato pi volte come palazzo di Giu-
lio Cesare
77
. Giulio II, che come un nuovo Giu-
lio Cesare ambiva a presentarsi, lo supera, impie-
gando nel suo palazzo pubblico una pietra pi
dura, il travertino anzich il peperino e la pietra
gabina del muraglione augusteo, quasi a voler
emulare lideale predecessore
78
. Ma probabile
che la ragione di questa scelta sia pi prosaica e
pratica e dipenda da una valutazione realistica
delle esigenze di sicurezza del palazzo. Il modo
di amministrare la giustizia, allora, suscitava
spesso tumulti e tentativi di assalto alle sue sedi,
da costruirsi quindi come fortezze imprendibili
79
.
indubbio che lopus quadratum occupi per
secoli il primo posto nella valutazione delle tec-
niche murarie, da quando un autore merovingio
lo considera lopera allantica per eccellenza fin
quando Alberti la giudica lopera perfetta con la
quale si dovrebbe realizzare integralmente una
costruzione ideale, ed anche oltre.
Il giudizio rinascimentale su tecniche e mate-
riali per non si esaurisce certo in questa ammi-
10. Roma, palazzo Alberini: i giunti
effettivi, orizzontali e verticali, non
rispondono a quelli apparenti.
11. Roma, palazzo dei Tribunali, bugnato
di travertino.
12. Roma, palalazzo dei Tribunali, faccia
interna dei blocchi di travertino
(foto di Suzanne Brown Butters).





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razione e da essa non discende necessariamente
una tendenza monolitica ad apprezzare solo co-
struzioni di marmo e pietre nobili, da sostituire
tuttalpi, per risparmiare, con succedanei (stuc-
chi, graffiti, tinteggiature etc.) che assimilassero
comunque laspetto di materiali economici a
quello della pietra
80
. Varie ragioni inducono a
supporre che committenti ed architetti seguisse-
ro criteri meno uniformi. Le pratiche costrutti-
ve dei secoli precedenti, che a volte trapassano
in quelle rinascimentali o quanto meno le con-
dizionano e vi si mescolano, mostrano usi molto
diversificati. Accanto alla pietra, squadrata o no,
troviamo, soprattutto nellarea padana e tosca-
na, il mattone, che ancora nel 500 sar chiama-
to pietra cotta
81
, e poi i colori e lintonaco,
spesso usati per alludere sia ad opere lapidee che
laterizie, per imitarle o per migliorare laspetto
di entrambe
82
. E la prassi rivela pi volte, nelle
scelte di una pluralit di tecniche e materiali,
una sensibilit attenta non solo a considerazioni
pratiche ma anche ai significati collegati ad ogni
materiale dalla sua stessa natura, dallimpiego in
antico, dagli usi e dalla storia in genere
83
. Labi-
tudine radicata a correlare oculatamente mate-
riali e tecniche, al pari degli ornamenti, alle fun-
zioni e destinazioni di una costruzione, si svi-
luppa con la comparsa di architetture che dal
XIV-XV secolo non sono pi solo religiose e
pubbliche ma anche civili e private.
La diffusione dei trattati fornisce, con i con-
cetti vitruviani di magnificenza e decoro e con
quello albertiano di appropriatezza, nuove ragio-
ni per scegliere materiali e finiture convenienti
alle differenti posizioni e ruoli sociali delle archi-
tetture. Se lobiettivo della magnificenza suggeri-
sce la scelta della pietra squadrata per unarchi-
tettura pubblica o religiosa, quello del decoro
non pu indurre generalmente a preferire lo stes-
so materiale o una sua imitazione economica per
labitazione di un medio ecclesiastico o borghese.
Unottima testimonianza della relazione tra la
posizione sociale di un committente e la faccia
pubblica della sua residenza fornita da Paolo
Cortesi quando nei suoi consigli di buon com-
portamento per i cardinali dedica spazio ad una
sorta di galateo architettonico dei loro palazzi
84
.
Se non tutto riducibile alla pietra ed alle
sue imitazioni economiche, e se vi sono ragioni
precise per scegliere tecniche e materiali diversi
confacenti alluso, indispensabile che le diver-
sit rimangano riconoscibili e visibili proprio
per queste ragioni e certo non per un razionali-
stico principio di verit costruttiva, impensabile
prima del 700 inoltrato ed estraneo ai costrut-
tori rinascimentali tanto quanto lo era stato per
quelli romani antichi
85
.
Opus reticulatum
Sono diverse le ragioni che, a prima vista, sem-
brerebbero poter assicurare il successo a questo
paramento lapideo. In antico era abbastanza dif-
fuso nel centro sud della penisola, dalla Campa-
nia ins, ma anche al nord, nel teatro di Verona,
ve ne era un campione consistente che vari archi-
tetti del XVI secolo raffigurano insieme a molti
altri nei loro disegni
86
. I tanti esempi conservati e
noti rendevano il suo aspetto caratteristico diffu-
samente riconoscibile come antico, quindi idoneo
ad essere replicato per rievocare efficacemente
una costruzione more romano; inoltre, particolar-
mente a Roma, erano disponibili con facilit i
materiali con cui riprodurlo. Ma soprattutto, se
non vi fossero state le ragioni contrarie che ve-
dremo, il reticulatum avrebbe potuto assumere il
ruolo di involucro di tamponamenti, in senso al-
bertiano, che si interponessero tra ordini-ossatu-
re di opus quadratum, funzione che invece avr a
Roma dalla fine del 400 la cortina laterizia. E va
notato che Serlio quando propone il reticulatum
con questa funzione lo giudica superiore come
ornamento alla cortina laterizia stessa
87
.
In effetti nel XV e XVI secolo questo para-
mento avr una fortuna ancora minore di quel-
la, gi ridotta, di cui aveva goduto nel Medioe-
vo. I motivi per cui questo avviene si possono in-
dividuare considerando le sue vicende dallorigi-
ne. Esaminarle contribuisce a chiarire anche in
generale i meccanismi per cui nel Rinascimento
si riprendono o non si riprendono tecniche co-
struttive antiche.
Lopus reticulatum si era affermato alla fine
del II secolo a.C., quando unampia disponibilit
di manodopera servile non specializzata rendeva
conveniente il taglio dei blocchetti
88
. Tra il I se-
colo d.C. e linizio del II esso soppiantato dal-
la diffusione delle cortine di mattoni cotti, un
materiale che si produce in grandi quantit, ri-
chiede in cantiere una lavorazione ridotta al ta-
glio dai formati maggiori secondo incisioni pre-
disposte, resiste bene alle intemperie e si pu fa-
cilmente mettere in opera in piano, perpendico-
larmente alla direzione pi comune delle solle-
citazioni
89
. Linsieme di vantaggi offerti dal late-
13. Otricoli, S. Maria Assunta, fianco
della navata centrale con tratti di cortina di
opus reticulatum.





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rizio deve aver influito sullabbandono dellope-
ra di blocchetti pi del fatto che questultima ri-
chiedesse una malta di ottima qualit per assicu-
rarne la resistenza
90
e pi della presunta diffi-
colt di esecuzione anche da parte di manodo-
pera addestrata
91
. Le motivazioni che rendono
lopera generalmente desueta gi nei secoli inter-
medi dellimpero permangono nei secoli succes-
sivi, in cui il suo impiego come opera costruttiva
per formare grandi paramenti murari rimane ra-
ro. uneccezione la chiesa di S. Maria Assunta
ad Otricoli (ill. 13), costruita, sembra, nel VII-
VIII secolo, dove la ripresa di fasce di reticula-
tum
92
agevolata da una grande disponibilit di
blocchetti recuperabili dagli edifici della citt ro-
mana, abbandonata quando labitato si era trasfe-
rito su una vicina altura
93
.
Per il resto si trovano numerosi esempi di
pannelli di reticulatum tra il IX ed il XIII secolo
in varie parti del Lazio, in specie a Ninfa, nel-
lUmbria, nelle Marche ed anche in Toscana,
quasi sempre in zone dove era diffuso in antico
94
.
Fuori della penisola ve ne erano esempi antichi
in Gallia
95
, riproposto in varie chiese di Poi-
tiers
96
ed abbastanza diffuso in area bizantina,
da dove passa nellItalia meridionale
97
. Il fatto
che in molti casi, in Francia e nella penisola, si
tratti di fasce o pannelli di dimensioni limitate
collocati per ben in vista nelle facciate o in ab-
sidi di chiese, e che molti esempi, come la caro-
lingia Torhalle di Lorsch o il federiciano Castel
del Monte, siano databili a momenti di rinascen-
za dellantico
98
, fa supporre che sia preminente la
volont di rievocare attraverso un frammento di
opera ben riconoscibile linsieme della costruzio-
ne allantica. A volte a questo intento sembra ag-
giungersene o sostituirsene uno decorativo, par-
ticolarmente evidente quando si ricorra alla poli-
cromia, ottenuta gi in antico
99
con laccosta-
mento di pietre diverse, di pietre e mattoni
(Torhalle di Lorsch, fronte della chiesa abbaziale
di Pomposa, Duomo di Foligno) o, nelle mura-
ture di area bizantina, con trame decorative ric-
che e variate (da Costantinopoli a Stilo)
100
.
Date queste esperienze non sorprende che la
maggior parte delle poche repliche rinascimen-
tali avvengano negli stessi modi. Alberti colloca
una fascia di apparente reticolato, con riquadri
molto pi grandi di quelli antichi ed incisi su la-
stre di pietra, alla base della facciata di palazzo
Rucellai tutta rivestita di conci allantica
101
. Un
basamento di reticulatum compare in un paio di
palazzi del trattato di Filarete e nel tempio circo-
lare della veduta di Citt ideale della Galleria
Nazionale di Urbino
102
. A Roma, verso il 1450,
un frammento di opus reticulatum graffito nel-
lintonaco dellAlbergo dellOrso accanto ad una
finta cortina
103
, mentre Giulio Romano, nella
fronte di palazzo Salviati (dal 1520), accosta ai
cantonali bugnati di travertino fasce di reticula-
tum alternate a filari di mattoni
104
(ill. 14). Le-
stensione limitata dellopera per fa qui pensare
pi ad un intento decorativo che ad un interesse
costruttivo. Lo stesso architetto aveva riproposto
un pannello di reticulatum nella campata centra-
le della facciata, poi trasformata, della sua casa
14. Roma, palazzo Salviati, opera reticolata
ed opera laterizia.
15. Sabbioneta, opera reticolata nelle
arcate che univano alla Rocca il palazzo
Giardino di Vespasiano Gonzaga (foto di
Francesco Benelli).





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mantovana
105
. Verosimilmente da Peruzzi, che ne
aveva disegnati diversi esempi antichi, o da Giu-
lio Romano riprende il reticulatum Sebastiano
Serlio, che nel libro IV (f. 10v) lo inserisce sotto
un arco di opera rustica dichiarando nel testo che
la lunetta di pu riempire di opera laterizia e, co-
me nella figura, per pi ornamento si potr fare
di opera reticolata come usarono gli antiqui In
altri libri lo ripropone pi volte in riquadri in-
cassati allinterno di opere diverse ed, eccezio-
nalmente, in intere pareti interne su cui si sta-
gliano ordini
106
. Il trattatista evidentemente in-
tuisce che un trattamento differenziato della tra-
ma della superficie muraria poteva avere succes-
so in Francia, dove si potevano arricchire in tal
modo facciate prive dellintelaiatura degli ordini.
Nelle architetture costruite nel 500 il reticula-
tum per rimane raro. Oltre che in palazzo Sal-
viati, lo troviamo a Napoli nel palazzo del Panor-
mita, lunico in cui, avvicinandosi allidea alber-
tiama, un ordine-ossatura di paraste si stagli su un
tamponamento con involucro di reticulatum
107
, e a
Sabbioneta, nelle arcate che collegavano la rocca
al palazzo Giardino di Vespasiano Gonzaga con
pareti tutte di reticolato di cotto
108
(ill. 15).
Cortina laterizia
Ben pi dellopus reticulatum avr successo, so-
prattutto a Roma, la cortina laterizia ispirata da
antichi modelli romani, combinata in modo in-
novativo con la pietra. Questa associazione
compare per la prima volta nel cortile del palaz-
zo ducale di Urbino dove la pietra usata per
gli ordini e le cornici delle finestre mentre di
mattoni la superficie delle pareti sia al piano
terra, nei tratti compresi tra gli archi e la tra-
beazione sia, pi ampiamente, nellordine supe-
riore (ill. 16). La soluzione urbinate si presenta
gi matura nei mattoni levigati, murati a giunti
sottili, apparecchiati con cura a formare un dise-
gno bicromo, ben visibile nelle zone sopra gli
archi
109
e alterato dai restauri in parte dellordi-
ne superiore, nel quale tuttavia rimane evidente
come i mattoni siano disposti simmetricamente
in ogni tratto di parete compreso tra una fine-
stra ed una parasta
110
. Tutto linsieme fa pensare
che dallorigine questa cortina fosse destinata a
restare in vista
111
, come appare oggi, al pari di
quella simile del palazzo ducale di Gubbio
112
.
Da Urbino un decennio pi tardi labbina-
mento di cortina laterizia ed ordini di pietra ar-
riva nella zona di Roma portato da Baccio Pon-
telli, che lo impiega ad Ostia in S. Aurea
113
, e ben
presto replicato allesterno della loggia del
Belvedere di Innocenzo VIII
114
. Una piccola ve-
duta contemporanea affrescata nella stessa log-
gia mostra chiaramente questa fronte del Belve-
dere, poi molto alterata da modifiche e restauri,
con ordini e archivolti di travertino
115
e, come ad
Urbino, un color mattone nelle piccole superfi-
ci comprese tra questi e la trabeazione. Nei pro-
spetti secondari esterni e nellordine superiore
del cortile della Cancelleria (dal 1497), per la
prima volta a Roma, i mattoni, levigati, sono di-
sposti secondo un apparecchio isodomo, in mo-
do simmetrico nei campi delimitati dalle para-
ste, il tutto identicamente ai riquadri di traverti-
no della fronte principale
116
. Poco dopo compa-
re infine un altro aspetto distintivo delle cortine
romane: luso di mattoni alti solo 3 cm, a volte
anche meno, che si pu vedere nel palazzetto
Turci (circa 1500)
117
e, nel cortile inferiore del
16. Urbino, cortile principale del palazzo
ducale, ordine superiore (foto di Emanuela
Montelli).
17. Roma, palazzo Farnese, cortina di
laterizi al piano nobile.
18. Roma, Mausoleo di Annia Regilla,
cortina di laterizi tagliati e arrotati.





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Belvedere (dal 1504), nelle zone comprese tra
gli archi e la trabeazione dorica
118
.
Sono gi presenti a questo punto tutti i ca-
ratteri poi affinati nelle cortine sangallesche di
palazzo Baldassini (dal 1513) e del vescovo di
Cervia (1513-31?) e perfezionati pi tardi in pa-
lazzo Farnese (ill. 17) e nel palazzo dei Conser-
vatori (dal 1563): mattoni sottili tagliati ed ar-
rotati, come risulta dai manufatti pur se i docu-
menti lo confermeranno solo pi tardi
119
, giunti
orizzontali quasi invisibili ed apparecchio isodo-
mo. Tranne questultimo, tutti i tratti elencati
hanno dei precedenti in un gruppo di cortine
antiche concentrate soprattutto a Roma e ad
Ostia (ill. 18), sicuramente destinate a restare in
vista anche perch talvolta una bicromia distin-
gue gli ordini, di mattoni rossastri, dalle pareti
di mattoni giallastri o viceversa
120
.
I caratteri delle cortine romane del primo
500 sono ispirati direttamente, quindi, dalla vo-
lont di emulare modelli antichi locali ma la
prassi costruttiva in uso non aiutava per niente
ad ottenere questo risultato. Roma, infatti, non
aveva una propria tradizione recente di opere
accurate di mattoni tagliati e levigati. Le cortine
laterizie delle basiliche del XII-XIII secolo, co-
struite con mattoni di recupero eterogenei e
spesso frammentati, avevano giunti alti come
quelle ordinarie antiche e tardo antiche, e tut-
talpi si migliorava il loro aspetto con tutti gli
accorgimenti delle false cortine
121
. Era addirit-
tura molto recente il primo esempio noto e del
tutto certo di costruzione eseguita con mattoni
nuovi, il palazzo di Niccol V, dove dal 1451 so-
no stati realizzati con mattoni gli involucri in-
terni ed esterni dei muri di conglomerato ed, ec-
cezionalmente, anche le volte del piano inferio-
re
122
. In seguito troviamo paramenti laterizi in
alcune delle pi importanti architetture di Sisto
IV, la cappella Sistina e lospedale di S. Spirito
123
.
I procedimenti per perfezionare la produzio-
ne di mattoni destinati allesposizione in vista, le-
gati principalmente al taglio dei pezzi che usci-
vano dalla fornace con bordi slabbrati e spessore
diseguale e che dovevano diventare con spigoli
netti, squadrati e rettilinei e con dimensioni
19. Scena di cantiere in una miniatura
bolognese del 1330 circa. Al centro, un
tagliapietracotta sta tagliando i mattoni con
una martellina. Giustiniano, Digestum
Novum cum glossa Accursii, fol. 1
(Paris, Bibliothque National, Cat. 14341).





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uniformi per ridurre al minimo lo spessore dei
giunti ed alla levigatura della superficie scabra,
si potevano ritrovare anche sperimentalmente,
ma ci non era indispensabile a Roma. Qui la
presenza crescente gi dalla met del XV secolo
di mastri muratori e fornaciai lombardi o in ge-
nere padani, eredi di unesperienza plurisecolare
di tutte le lavorazioni raffinate del cotto, anche
ornamentale, consentiva ladozione e ladatta-
mento di tecniche gi perfezionate, e deve essere
stata decisiva perch in un quindicennio si arri-
vasse ai risultati sopra citati senza che fosse ne-
cessario addestrare autonomamente maestranze
numerose per diffondere le nuove lavorazioni
124
.
A partire dallXI secolo nellarea padana si
erano succeduti o affiancati tutti i possibili modi
di lavorazione e finitura di opere di mattoni, o
pietre cotte: dalla faccia a vista, anche di inte-
re pareti con la costa visibile delle pietre cot-
te rigata da minime incisioni in modo da assi-
milarne la finitura superficiale a quella delle pie-
tre naturali
125
alle commessure perfezionate
con giunti incisi nella malta e colori, ai mattoni
tinteggiati per ottenere ununiformit cromati-
ca, alle composizioni di mattoni di colori diversi
o di pietre e mattoni, fino alle stesure di intona-
ci dipinti color mattone, incisi o no a finta corti-
na
126
. Contemporaneamente si era sviluppato an-
che luso del cotto per ornati architettonici: dal-
liniziale scultura di mattoni di recupero trattati
come pietre tenere
127
, alla scultura di materiale
gi essiccato prima della cottura
128
, fino ai mat-
toni sagomati ed alle pi tarde formelle figurate
modellate con stampi
129
. Sia luso costruttivo che
quello ornamentale del cotto avevano fornito
occasioni per affinare i procedimenti di taglio e
levigatura, necessari per intersecare le cortine
con gli archi, per preparare le sedi incassate dei
bacini ceramici
130
, o per le fasce levigate che in
archi o in altri elementi singolari si accostavano
agli ornamenti modellati a rilievo.
Il principale motivo per tagliare il cotto non
era pi quello di ricavare dei sottomultipli dai
bipedali, come nel cantiere romano di et impe-
riale, ma il tagliapietracotta, una figura ricor-
data a Ferrara nel XIV secolo
131
, aveva molto la-
voro ed un ruolo preciso nel cantiere romanico
e gotico padano (ill. 19). Al pari del suo prede-
cessore antico, e come ancora allinizio del XVI
secolo attesta Cesariano
132
, egli tagliava i matto-
ni con la martellina, strumento con il quale si in-
cidevano le rigature di cui si parlato sopra sul-
le coste dei mattoni delle cattedrali romaniche
133
,
anche se, quando il taglio fosse rivolto in primo
luogo ad ottenere nel modo pi rapido e perfet-
to spigoli netti e rettilinei ed una superficie pia-
na da lasciare in vista, sarebbe stato pi efficace
luso di una sega, che rendeva quasi superflua
una successiva lisciatura. Nessuna fonte scritta
conferma finora la fondatezza di questa ipotesi,
basata solo sulla considerazione dellefficacia di
tale procedimento rispetto ai risultati che si vo-
levano conseguire, ma gi questo induce ad av-
viare unindagine per verificarla.
Gi nei cantieri romani antichi si usava la se-
ga per tagliare laterizi riuniti a pacchetto con
una morsa
134
. Bench limpiego di questo possi-
bile procedimento nei cantieri medievali finora
non sia stato molto studiato, se ne pu cogliere
tuttavia qualche indizio nellarea padana
135
, dove,
soprattutto nelledilizia civile del XIII-XIV se-
colo, si vedono ghiere darchi (pi raramente gli
stipiti relativi) costruiti con mattoni cuneiformi,
posti per fascio con lato lungo in vista, di colore
tendente alluniformit, poche volte con volute
bicromie
136
, con spigoli netti e squadrati che
consentono di ridurre la commessura a pochi
millimetri. Questi archi spiccano per il loro co-
lore vivo, e di solito uniforme, dovuto alla sele-
zione di mattoni di cottura omogenea o prepara-
ti con unargilla scelta appositamente e alla com-
pattezza della superficie liscia su pareti che,
20. Piacenza, via Legnano 4-6, arco di
polifora.
21. Piacenza, via Roma 55, arco di
mattoni rigati, particolare.





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quando si presentino con laterizio a vista, ap-
paiono di colore pi spento per i giunti alti e la
superficie scabra e chiaroscurata dei mattoni (ill.
20). Questi, che visti da lontano appaiono lisci,
osservati da vicino mostrano una superficie pia-
na ma rigata da fitte incisioni che allesame di-
retto non sono confondibili n con quelle se-
gnate con la martellina sui mattoni romanici, n
con le sommarie graffiature con cui i restaurato-
ri dell800 hanno imitato approssimativamente
le prime sui mattoni lisci di produzione indu-
striale. Nei casi che ci interessano, infatti, le in-
cisioni, pi fitte, inclinate di 60, 65 gradi rispet-
to al lato lungo del mattone sono del tutto retti-
linee e perfettamente parallele tra loro, il che
escluderebbe la percussione con una martelli-
na
137
(ill. 21 e 22). Anche la leggera continua va-
riabilit dellinterasse delle incisioni (media-
mente 4-4,5 mm) sembra poco compatibile con
i dentelli equidistanti di questo strumento, o con
le raspe che si suppongono usate in qualche ca-
so
138
, e si potrebbe spiegare appunto con lavan-
zamento ineguale di una sega a filo metallico
aiutata da un abrasivo, del tipo di quelle non
dentate usate per tagliare le pietre dure
139
.
Nei laterizi piacentini esaminati a volte le in-
cisioni oblique non arrivano ai bordi orizzontali
del mattone e fanno supporre che con un se-
ghetto si intaccassero prima le facce opposte del
pezzo poggiate in piano (un equivalente delle
incisioni tracciate prima della cottura sui bipe-
dali romani) per rendere pi precisi gli spigoli e
guidare poi il taglio con sega inclinata per il re-
sto dello spessore
140
. Oltrech su pezzi speciali,
sui mattoni cuneiformi degli archi e su quelli
curvati dei loro bardelloni, le rigature descritte
sopra si trovano, meno frequentemente, su nor-
mali mattoni da cortina, ed in questo caso si pu
supporre che si rifilassero tagliandoli con la sega
mattoni di serie, ottenendo in tal modo dimen-
sioni minori di quelle normali. Era tuttavia pi
conveniente dimezzare pezzi quadrati con lato
pari alla lunghezza dei mattoni di serie, ottenen-
do per ogni taglio il doppio di pezzi con costa
spianata
141
. Mattoni quadrati di queste dimensio-
ni non compaiono tra i campioni di misure rego-
lamentari esposti in pubblico; dai quali mancano
peraltro anche gli altri pezzi speciali per archi e
bardelloni che pure si dovevano produrre rego-
larmente con modani a s
142
. Pezzi di questa for-
ma, peraltro, sono attestati da prezziari pi tardi,
come a Pavia a met del 400 i quadroni dei
quali non si conoscono le dimensioni
143
; sono in
produzione a Roma nel 1610
144
e dovevano esse-
re ancora in uso quando Scamozzi ne prescrive e
ne raffigura luso per ben ammorsare al nucleo
della muratura una cortina laterizia isodoma
145
.
Infine un buon numero di pezzi poteva esse-
re prodotto velocemente tagliando con la sega
mattoni raggruppati in pacchetti come si faceva
in et romana
146
.
Nellarea padana di solito i mattoni tagliati
del tipo sopra descritto si usavano in piccole
quantit per archi o altre membrature che ri-
chiedessero maggior cura e destinati allinseri-
mento in pareti che, presentandosi oggi o into-
nacate o di mattoni quasi sempre non rifiniti,
verosimilmente in origine dovevano essere into-
nacate. Non mancano per nelledilizia piacen-
tina resti manomessi di cortine di mattoni ta-
gliati commessi con meno cura di quelli degli
archi e, in Lombardia, pareti di mattoni com-
messi con giunti quasi invisibili
147
. Forse erano
preferiti per i paramenti degli edifici pubblici di
maggior pregio, se nel Broletto di Milano se ne
scorgono subito al disotto della cornice termi-
nale mentre lintera cortina di mattoni tutti di
color vermiglio intenso e con giunti piuttosto
sottili anche se non minimi
148
. Non mancano co-
munque prove che nel XIII-XIV secolo cortine
laterizie in vista fossero in uso anche per ledili-
zia di abitazione. A Piacenza lo dimostra, ad
22. Castelfiorentino, Pieve S. Ippolito,
arco di mattoni rigati (foto di Emanuela
Montelli).
23. Piacenza, via Borghetto 10,
frammento di arco.





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esempio, un frammento di arco di mattoni levi-
gati e con giunti sottili rimesso in vista in un
edificio attualmente intonacato
149
(ill. 23). In un
secondo tempo deve essere stata murata la fine-
stra sormontata dallarco e sui mattoni a cuneo
di questo si sono incise delle linee orizzontali
per assimilarne la trama a quella dei giunti e dei
filari della parete attigua, evidentemente di cor-
tina laterizia in vista. In un terzo momento si
deciso di coprire tutto con lintonaco e per farlo
aderire meglio ad un supporto liscio, inadatto ad
assicurare una buona presa, si martellata la su-
perficie, infine riscoperta di recente.
Il mattone tagliato e levigato si ritrova in
parti singolari delle facciate nelledilizia abitati-
va e nellarchitettura religiosa ancora nella pri-
ma met del XV secolo
150
, quando ormai anche i
trattati iniziano ad attestare che questuso vivo
ed apprezzato.
Alberti infatti, nel De re aedificatoria termina-
to nel 1452, quando nota che mattoni levigati, al
pari delle pietre cos rifinite, resistono meglio
alle intemperie, e cita due modi diversi per ren-
derli lisci, si riferisce a pratiche vive nel suo tem-
po e pensa a paramenti destinati a restare in vi-
sta
151
. Allinizio del secolo seguente Cesariano
attesta che la cortina laterizia accurata era dive-
nuta rara ma non era del tutto desueta quando,
nel commento a Vitruvio, afferma che ai suoi
tempi per avarizia pochissimi edifici si costrui-
vano con mattoni di colore omogeneo, rifilati
col martello e commessi con giunti quasi invisi-
bili, e contrappone a questi la maggior parte dei
muri contemporanei che, fatti senza accuratez-
za, venivano coperti con lintonaco
152
. Questa
descrizione particolareggiata di opere laterizie
accurate non suggerita dal De architectura, do-
ve Vitruvio scrive solo che le mura laterizie di
Arezzo erano costruite in modo egregio
153
. Lar-
chitetto lombardo poteva aver visto dal vero i pa-
ramenti laterizi antichi a giunti sottili esaminabi-
li a Roma, poich negli studi pi recenti si accet-
ta lipotesi che si sia recato in questa citt
154
, ma
sembra riferirsi piuttosto a pratiche padane, che
doveva conoscere bene poich aveva attraversato
tutta la pianura da Piacenza a Parma, Reggio e
Ferrara, del tipo di quelle piacentine sopra esa-
minate, o alle loro successive evoluzioni dei se-
coli a lui pi vicini
155
(ill. 24 e 25). Conferma pe-
raltro la veridicit della sua testimonianza riferi-
bile a intere pareti a cortina laterizia accurata il
fatto che a Milano nei decenni sforzeschi e poi
nel primo 500 limpiego di opere laterizie di
qualit si era ridotto a pochissimi aedificii, in
uno dei quali, S. Maria sopra S. Celso, aveva la-
24. Pavia, S. Maria del Carmine,
muratura di mattoni levigati nella parte
sinistra della facciata.
25. Pavia, S. Maria di Canepanova,
mattoni levigati nellornato geometrico del
fianco.
26. Milano, cappella Trivulzio in S. Nazaro,
cortina laterizia nella fronte.





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247
vorato lo stesso Cesariano
156
(ill. 28).
Gli stessi trattatisti, con i brani sopra citati ed
altri ancora, suggeriscono una chiave interpreta-
tiva per la cortina laterizia accurata, lipotesi cio
che lopera di pietra cotta si potesse assimilare
a quella pi nobile di conci di pietra naturale in
un modo pi sottile che non mimetizzandola su-
perficialmente con stucchi e tinte. Simulare cos
una pietra era una soluzione efficace, facile da
praticare ed ampiamente praticata
157
, ma ci non
comporta che fosse lunica concepibile e che ac-
canto ad essa non ne potessero esistere altre, dal
momento che non rispondeva a pieno alle esi-
genze di variet accennate sopra. La denomina-
zione stessa del mattone come pietra cotta, e
pratiche di lavorazione, finitura e posa in opera
analoghe per pietre naturali e pietre cotte,
mostrano che una concezione diversa aveva ori-
gini remote nelle costruzioni romaniche padane.
Alberti sostiene che la qualit di unopera mu-
raria non consiste tanto nella preziosit della ma-
teria quanto nella cura con cui essa studiata ed
eseguita: spesse volte si constata che i materiali
comuni artisticamente trattati fanno miglior figu-
ra di quelli nobili accozzati disordinatamente
158
.
unaffermazione pienamente coerente con la
sua approvazione per lingegnosa frugalit delle
architetture italiche contrapposte ad un modello
negativo, lesibita grandiosit e ricchezza delle co-
struzioni delle monarchie orientali
159
. Una conce-
zione simile traspare in Cesariano, che vede una
manifestazione di avarizia non nelluso in s del
mattone ma in un suo trattamento talmente tra-
scurato da richiedere rivestimenti di intonaco, e
che analogamente propone di coprire con linto-
naco muri di pietre con gli stessi caratteri
160
.
Lapprezzamento rivolto pi alla cura ed alla
finitezza dellopera che alle qualit naturali del
materiale ritorna di frequente in Vasari. Nellil-
lustrare la crescente fortuna del travertino nella
Roma del 500 egli nota come questa materia
bucheraticcia abbia acquisito una nobilt equi-
valente a quella di pietre pi fini grazie ad una
lavorazione sottile che la rende simile al marmo
ancorch sia rustica. Sempre Vasari, quando lo-
da palazzo Strozzi a Firenze o il forte di S. An-
drea a Venezia o le opere lapidee di Michelange-
lo nella tribuna di S. Pietro perch sembrano na-
ti da un unico blocco di pietra, avvalora un altro
carattere artificioso dellopera ben fatta, la mo-
noliticit apparente, riprendendo forse un crite-
rio di giudizio seguito da Plinio il Vecchio nel-
lammirare grandi gruppi statuari, come quello
di Laocoonte, che dice monolitico quando in
realt non lo
162
. Lo stesso Vasari ammira nel
vestibolo della Laurenziana il nitore quasi me-
tallico delle opere di pietra, dovuto alla perfetta
finitura della loro lavorazione
163
.
Lidea che precisione e finitezza del lavoro
avessero almeno altrettanto valore del materiale
naturale e che una lavorazione accurata potesse
nobilitare lopera anche indipendentemente da
questo sembra quindi ampiamente condivisa pur
se non mancano in diversi campi testimonianze
di giudizi diversi
164
.
Taglio ben squadrato dei pezzi, politezza del-
la superficie, tendenziale monoliticit apparente
dellopera muraria perseguita con giunti presso-
ch impercettibili, ed insieme regolarit del loro
reticolo, tutto ci poteva accomunare la pietra
cotta alla pietra naturale e conferire ad unope-
ra laterizia la stessa perfezione, raffinatezza e no-
bilt di quella di pietra viva.
Il cotto restava comunque innegabilmente un
materiale meno pregiato della pietra. Fin dal pas-
so di Svetonio nella biografia di Augusto, dai topoi
27. Milano, cappella Trivulzio in S. Nazaro,
parasta di cortina laterizia nel fianco su
vicolo S. Caterina.
28. Milano, atrio di S. Maria presso
S. Celso, cortina laterizia nel portico
sinistro (nord).





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sulle costruzioni regali il laterizio
165
nella scala di
valore dei materiali era considerato inferiore a
pietra e marmo. Diversamente, Vitruvio prima ed
Alberti poi, non avrebbero tanto insistito, per di-
mostrare qualit e bellezza del materiale, sul fatto
che anche dei re avevano costruito architetture di
mattoni
166
. Le tante cattedrali romaniche padane
in cui almeno la facciata di pietra e limpiego del
cotto limitato ai fianchi, attestano il permanere
di questa gerarchia, confermata del resto dalle
chiese romane del tardo 400 e del 500.
Nel primo 500 Paolo Cortesi considera
adatte a chi apprezza la frugalit le facciate di pa-
lazzi con paramento laterizio in vista combinato
con ordini di pietra che negli anni in cui scrive si
vanno affermando a Roma
167
. Proprio il caratte-
re non sontuoso del materiale rende la cortina di
mattoni tagliati e arrotati una soluzione frugale
ma raffinata, quindi adatta a fronti secondarie di
architetture religiose e anche a quelle principali
delle maggiori architetture civili. A Roma risul-
ta preferita in specie per le facciate di buona par-
te dei palazzi e palazzetti del primo 500, per i
quali era opportuno un livello di decoro distinto
dalla magnificenza lapidea di architetture pub-
bliche e dal lusso della facciata di conci di tra-
vertino di palazzo Riario (Cancelleria). Per sod-
disfare questa esigenza, se la ricostruzione espo-
sta risponde al vero, si integrano un modello an-
tico per la qualit formale e tecnica, lapparec-
chio isodomo, antico ma pertinente lopera lapi-
dea
168
, ed esperienze tecniche medievali di altre
regioni mentre si conserva lo spessore sottile, lo-
cale, del mattone. Ed uninvenzione rinasci-
mentale forse ispirata a Vitruvio
169
anche labbi-
namento con cortine laterizie di ordini lapidei,
una parafrasi della combinazione brunelleschia-
na tra ordini di pietra e pareti intonacate che
corrisponde anche alla distinzione albertiana tra
ossatura lapidea e tamponamento di un materia-
le meno nobile. Paolo Cortesi interpreta in que-
sto modo, quando definisce intercolumnia,
riempiti da un tamponamento, le cortine lateri-
zie inserite tra gli ordini di travertino, ai quali al-
lude, citando una parte per il tutto, con gli epi-
stilia e i mutuli
170
.
La cortina laterizia con i caratteri sopra de-
scritti non ha altrettanta fortuna fuori Roma, in
specie nei luoghi in cui il mattone si usava come
materiale ordinario da costruzione. A Firenze,
dove da tempo i mattoni si coprivano con linto-
naco, rimangono uneccezione le cortine con de-
corazione policroma di palazzo Grifoni
171
. A Ve-
rona deve ostacolare ladozione del laterizio in vi-
sta una convinzione nata dallosservazione della
tardo repubblicana porta dei Leoni, di mattoni,
alla quale in et Claudia si era accostata una nuo-
va costruzione lapidea. Dai giudizi sulla superio-
rit dellopera in pietra si deduce una generalizza-
zione erronea della cronologia, per cui localmen-
te lopera laterizia, considerata pi arcaica
172
non
pu apparire la pi idonea a rievocare in nuove
architetture civili la grandezza della citt nel pas-
sato. Perci Sanmicheli accosta il laterizio alla
pietra in porta Nuova e porta S. Zeno, ma non nei
palazzi. Ed a Venezia, dove solo luso generalizza-
to di muri interamente di mattoni consente di ri-
durre al minimo gli spessori per contenere i cari-
chi sulle fondazioni, larchitetto veronese adotta
ordini di pietra dIstria e cortine laterizie in un so-
lo palazzo, quello Corner a S. Polo
173
.
A fine secolo leditore degli studi vitruviani di
Antonio Rusconi
174
, e poi Vincenzo Scamozzi
175
,
sono entrambi ben consapevoli delle differenze
tra la citt lagunare, dove il mattone una scelta
obbligata per la costruzione effettiva dei muri, e
Roma, dove la disponibilit di economici caemen-
ta per il corpo delle murature induce a riservare
il laterizio a paramenti accurati e finiture, usan-
dolo soprattutto come materiale da rivestimento.
Per Milano e larea padana, come si visto,
gi Cesariano attesta che allinizio del 500 era-
no poche le nuove opere laterizie accurate, oggi
ulteriormente rarefatte da trasformazioni e de-
molizioni
176
. Rimangono comunque due opere
notevoli di Cristoforo Solari e Bramantino, che
29. Cori, Convento di S. Oliva, volta di
conglomerato gettata su cassaforma rifinita
con stuoie di canne, particolare (XIV sec.).
30. Roma, S. Paolo fuori le Mura, volta
di conglomerato nella cd. Cappella di
S. Giuliano.





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nel primo decennio del secolo erano stati a Ro-
ma dove avevano potuto vedere i primi esempi
di cortine anticheggianti di mattoni tagliati e ar-
rotati
177
. Il sottoportico solariano dellatrio di S.
Maria presso S. Celso (1506-13) interamente
di mattoni alti 7,5-7,8 cm, ben squadrati e levi-
gati, murati con giunti finissimi
178
. Le paraste,
larghe 42 cm, sono modulate sulla larghezza di
14 cm dei mattoni, mentre il loro apparecchio,
simmetrico nella parte alta, alterato da un rifa-
cimento in quella inferiore. Le notizie di un
massiccio restauro nel 1852 e le misure eccezio-
nalmente quasi costanti dei mattoni suscitano
dubbi sulloriginariet del materiale anche nella
parte superiore
179
. Rimane sicura quantomeno
una campata nel portico di sinistra, su cui nel
600 stata incisa una meridiana, nella quale i
giunti sono meno sottili ma il mattone tagliato
e levigato (ill. 28). Nella cappella Trivulzio a S.
Nazaro (iniziata nel 1512), di Bramantino, para-
ste di pietra si stagliano su una cortina laterizia
accurata di mattoni alti, levigati e con giunti fi-
nissimi nel prospetto principale (ill. 26), mentre
nei fianchi e nellordine superiore paraste dello
stesso tipo di cortina risaltano su una muratura
di mattoni ordinari a giunti alti
180
(ill. 27).
Volte di conglomerato
A Roma le volte a botte di calcestruzzo del vesti-
bolo di palazzo Venezia (circa 1467) e di S. Pietro
(dal 1511-13) sono tra le pi vistose riproposizio-
ni di un modo di costruire more romano
181
. Di fat-
to, per, solo la sopravvivenza locale di questa
tecnica nei secoli intermedi che consente di ri-
produrla modellando a cassettoni gli intradossi
per accentuarne il carattere allantica. Alcune tra-
sformazioni che essa ha subito nel Medioevo dan-
no ragione anche di differenze, nelle dimensioni e
nella disposizione dei caementa, che si riscontrano
tra alcune delle riprese rinascimentali e luso pi
comune a Roma in et imperiale.
Le volte di conglomerato erano comparse
dapprima in Lazio e Campania nel II secolo a.C.
formate da scheggioni allungati di pietra dispo-
sti radialmente come i cunei ben tagliati delle
volte, tutte di pietra, usate fino ad allora
182
. Si
erano poi diffuse anche lontano da queste regio-
ni in cui la pozzolana assicurava un conglomera-
to di ottima qualit
183
e si erano radicalmente di-
stinte dalle volte di conci per la stratificazione
orizzontale dei caementa in una malta abbondan-
te che rendeva monolitica lopera
184
. Gi nel I se-
colo d.C., per, in Asia Minore, come poi in al-
tre regioni dove era ben radicata la tradizione di
volte di pietre tagliate a cuneo
185
, si ritrovano
caementa collocati radialmente, e cos in Gallia
186
ed a Treviri
187
. Inoltre dal II secolo in oriente, e
pi tardi soprattutto nella parte occidentale del-
limpero bizantino, i mattoni, che nelle copertu-
re romane di conglomerato formavano le nerva-
ture, diventano lunico materiale costitutivo del-
le volte stesse
188
. Anche a Milano gi nel IV se-
colo la volta a padiglione della cappella di S.
Aquilino tutta di mattoni
189
. Quasi contempo-
raneamente (IV-V secolo) qui come a Ravenna
(V-VI sec.) ed a Roma (V sec.) si diffondono le
volte di tubuli che, usate dapprima come una
sorta di cassaforma a perdere per sostenere il
getto di conglomerato, si erano presto trasfor-
mate in una struttura leggera autosufficiente. In
particolare a Roma le volte di tubuli devono af-
fiancarsi temporaneamente a quelle di conglo-
merato senza peraltro soppiantarle in modo de-
finitivo visto che nei secoli seguenti ricompaio-
no solo le seconde.
Gli esempi romani e laziali di volte di calce-
struzzo, pochi e dubbi dal V allVIII secolo, un
periodo per il quale si conosce ben poco delle
tecniche costruttive romane, rari nel IX e pi nu-
merosi dallXI al XIV secolo (ill. 29), potrebbero
sembrare insufficienti ad attestare una continuit
con lantico di una eventuale sopravvivenza mol-
to circoscritta
190
. Il peso di queste testimonianze,
daltra parte, va valutato considerando le innu-
merevoli distruzioni e trasformazioni e il fatto
che, quando le chiese di nuova costruzione sono
31. Roma, palazzi Vaticani, locale a sud
della Scala Regia, volta di conglomerato
gettata su centina rifinita con cannucce.
32. Roma, S. Stefano Rotondo, volta del
vestibolo di Nicola V (foto Bibliotheca
Hertziana).





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solo basiliche coperte a tetto, le volte si riducono
a ben poco: crociere o botti di piccole e medie di-
mensioni in cappelle, protiri, portici di chiostri
ed ambienti monastici, oltre ai catini absidali.
Inoltre se pochi studi dassieme sulla costruzione
medievale nel Lazio enumerano le forme delle
volte, salvo recenti eccezioni non ne analizzano
tecniche e materiali, difficilmente determinabili
perch a Roma quasi sempre lintradosso co-
perto da affreschi o mosaici, o quantomeno da
intonaco, mentre lestradosso del pari occulta-
to da coperture aderenti o dalle costruzioni so-
prastanti
191
. Per contro, il fatto che vi siano po-
chissime notizie di volte romane costruite con al-
tri materiali, a parte quelle di tubuli gi citate, in-
duce a supporre che in massima parte siano di
calcestruzzo anche quelle, pi numerose, intona-
cate, qui naturalmente non considerate
192
. an-
cora pi arduo distinguere le particolarit del
conglomerato di queste opere quando non si
tratti di rovine. Comunque le volte dellinizio del
200 del monastero di S. Martino ai Monti, crol-
late nel 1870 e scomparse con la ricostruzione
moderna, mostravano caementa disposti in letti
orizzontali, annegati in una malta abbondante,
meno fine di quella antica
193
. Gli stessi caratteri,
simili a quelli del I-IV secolo, si riscontrano nel-
la botte del protiro di S. Prassede (XI-XII seco-
lo)
194
, nonch nelle crociere e nella botte, disinto-
nacate di recente, della cosiddetta cappella di S.
Giuliano in S. Paolo fuori le Mura (anteriore al-
la fine del XII secolo)
195
(ill. 30). Anche in foto di
ambienti duecenteschi dei palazzi vaticani attual-
mente intonacati si scorgono caementa piccoli e
disposti orizzontalmente
196
. Nelle rovine di chie-
se di Ninfa (XII-XIII secolo) cos come in quelle
di castelli della valle del Sacco (XII-XV secolo)
gli spezzoni di pietra, invece, sono pi grandi e
nei secondi murati radialmente con poca malta
197
.
Gli esempi esaminati sono troppo pochi per
dedurre con certezza una distinzione tra una
versione pi sommaria ed una pi accurata in
uso a Roma. La diversit permane per nel XV
e XVI secolo e gli esempi quattro e cinquecen-
teschi di questa tecnica sembrerebbe conferma-
re che nel Lazio e a Roma coesistessero appun-
to un tipo di volte di calcestruzzo pi grossolano
ma ugualmente forte, proprio di un circuito di
maestranze provinciali, ed uno poco diverso da
quello antico pi noto, con caementa orizzontali.
E questa coesistenza potrebbe risalire addirittu-
ra allantichit
198
(ill. 33). A Grottaferrata (prima
del 1494); nel ninfeo di Gennazzano, non lonta-
no dalla valle del Sacco (inizio 500), ritroviamo
volte con spezzoni di pietra piuttosto grandi di-
sposti a raggera (ill. 34), cos come poco pi tar-
di sar costruita con pezzame di medie dimen-
sioni e molta malta la cupola minore di S. Maria
di Monte Moro
199
nel Lazio settentrionale. A
Roma, invece, la volta lunettata del vestibolo di
S. Stefano Rotondo (circa 1450), scoperta tem-
poraneamente dallintonaco durante un restauro
nel 1990, appariva costituita da malta abbondan-
te e caementa piccoli
200
(ill. 32), cos come piccoli
devono essere nella botte di palazzo Venezia
(1466) per formare le costole relativamente
strette tra un cassettone e laltro.
201
Malta ab-
bondante si ritrova nelle volte delle cantine di
palazzo Farnese (dal 1513)
202
.
Si distingue invece la volta di S. Pietro, con
elementi radiali di pietra che, se le vedute dello-
pera in costruzione sono veritiere, attraversano
gran parte dello spessore di circa 2 m
203
. A Roma
ancora Maderno completer la grande botte del-
33. Aquino, porta S. Lorenzo (met del
I sec. a. C.).





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34. Gennazzano, resti della volta del
Ninfeo.
la navata centrale con la stessa tecnica
204
, ma,
contrariamente a quanto ci si aspetterebbe,
guardando agli sviluppi successivi si vede come
questa ripresa anticheggiante colta di una tradi-
zione locale non sia destinata n a consolidarsi a
Roma n a diffondersi altrove.
Volte di calcestruzzo, beninteso, resteranno in
uso in questa citt per luci piccole e medie, ma gi
a S. Pietro si costruiscono con mattoni le cupole
degli ottagoni, cos come negli ultimi decenni
del secolo la volta a botte di S. Salvatore in Lauro
e la cupola ellittica di S. Giacomo degli Incurabi-
li, mentre di pietra e mattoni la cupola di S. Ma-
ria di Loreto
205
. Roma si adegua quindi in parte
agli usi pi comuni al Nord. Quanto alla diffusio-
ne, Vasari attribuisce a Giuliano da Sangallo il me-
rito di aver portato da Roma in Toscana luso del-
le volte di getto
206
. Nella descrizione vasariana di
queste volte, per, il getto di conglomerato serve
a modellare allantica lintradosso, mentre lestra-
dosso formato da una struttura di mattoni che
conserva la funzione portante principale. Ne risul-
ta perci unopera ben diversa da quella antica e da
quelle in uso a Roma nel 500. Non agevole ve-
rificare se le volte a botte di Giuliano da Sangallo
siano costruite in questo modo
207
, comunque sia
luso di volte di giarra e calcina introdotto a Fi-
renze suscita gi nel 1479 linteresse di Federico
Gonzaga. Questi calcola di poter ridurre i costi di
una sua costruzione mantovana adottando il nuo-
vo procedimento e chiede che il suo architetto Lu-
ca Fancelli lo raggiunga a Firenze per esaminare la
tecnica vantaggiosa
208
. Le volte quattrocentesche
di S. Sebastiano continuano tuttavia a essere co-
struite con mattoni, cos come le botti cassettona-
te di S. Andrea, coperte dallintonaco nella fronte
principale e nella navata ma ben visibili nella te-
stata del transetto
209
. Anche negli altri centri del-
larea padana si continua a costruire costantemen-
te volte di mattoni come nei secoli precedenti, dal
Duomo di Modena (1444-55)
210
, a S. Antonino a
Piacenza (1459-66)
211
allospedale Maggiore (dal
1456)
212
e a S. Maria delle Grazie (ante 1482)
213
a
Milano. Pure Bramante, nel riprendere in S. Ma-
ria presso S. Satiro lalbertiana botte di S. Andrea
con intradosso cassettonato allantica, costruisce
una struttura di mattoni.
La divisione tra le aree in cui la disponibilit
di pozzolana, di buona calce e di legname per le
centine, rendeva convenienti le volte di conglo-
merato, e quelle in cui era pi agevole luso del
mattone, si era definita ancor prima che venisse
meno del tutto la capacit dellimpero romano di
unificare le tecniche costruttive nelle sue diverse
regioni, e questa distinzione si era poi consolida-
ta. I vantaggi della volta di mattoni, che permet-
te di evitare i lunghi tempi di indurimento ed i
grandi spessori di quella di conglomerato, limita-
no ladozione della seconda ad unarea molto ri-
stretta e, dopo gli sviluppi anticheggianti del XV
e XVI secolo ed i tentativi di esportarne una ver-
sione forse ibrida, inducono gradualmente ad at-
tribuire a questa tecnica solo funzioni secondarie.
Cos avviene, in misura molto maggiore, per le
volte di tubuli, la cui mancata fortuna nel Rina-
scimento altrettanto significativa.
Volte di tubuli
Le volte di tubuli, che hanno origine nellAfrica
settentrionale, nel V-VI secolo sono usate anche
per grandi aperture a Roma, Ravenna e Milano,
a da l si irradiano nelle regioni circostanti. I tu-
buli avevano il pregio di consentire la costruzio-
ne di volte senza centine, leggere e quindi poco





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spingenti, e si prestavano ad essere utilizzati con
versatilit per coperture di ogni conformazio-
ne
214
. Caratteristiche, queste, particolarmente
apprezzabili nel XV-XVI secolo e che avrebbe-
ro potuto essere proficuamente sfruttate per le
cupole di quelle architetture a pianta centrale
che allora diventano di attualit. Nel Rinasci-
mento questa tecnica era ben conosciuta
215
, e
non vi erano nemmeno difficolt che non si po-
tessero affrontare e superare in vista degli in-
dubbi vantaggi che la sua ripresa avrebbe assi-
curato. La disposizione dei tubuli nei vari tipi di
volte si poteva indagare nei numerosi esempi
sopravvissuti e si poteva affinare sperimental-
mente, come ha fatto in questo secolo chi ha
studiato questa sistema costruttivo. I tubuli, poi,
si potevano riprodurre imitando esemplari anti-
chi in fornaci, che, se ne avevano abbandonato
da secoli la produzione, sfornavano normal-
mente tubi di cotto per condotti e discendenti,
nonch vasi per i rinfianchi delle volte
216
. Ci
nonostante non risulta che in quel periodo si sia
mai tentato di costruire una struttura di volta di
tubuli. Finora non si conoscono motivi dichiara-
ti per questo rifiuto, che si pu solo supporre
nasca da una valutazione negativa della durevo-
lezza nei secoli di questo tipo di costruzione.
Serlio attesta che si era attenti ad un criterio di
questo genere quando sconsiglia di rivestire i
muri con lastre di pietra sottili perch aveva vi-
sto che le impiallacciature delle architetture ro-
mane non avevano resistito alla prova dei seco-
li
217
. Di fatto per le volte di tubuli era necessaria
la protezione di un tetto, ed era facile verificare
che quando la manutenzione era mancata la lo-
ro capacit di resistere alle intemperie e di man-
tenere un equilibrio anche in condizioni diverse
da quelle originarie era indubbiamente minore
di quella delle volte di conglomerato
218
. In pi se
i vantaggi delle volte di tubuli, leggerezza e ri-
sparmio delle centine, erano molto consistenti
quando erano entrate in uso nel V secolo, al
confronto con quelle di opus caementicium, lo
erano di meno in rapporto alle volte di mattoni
che si erano diffusamente affermate nei secoli
seguenti ed erano stabilmente di uso comune.
Per questi motivi, probabilmente, il loro uso ri-
mane limitato alledilizia minore ed avr di nuo-
vo successo solo nel XIX secolo.
Lesame delle tecniche si sarebbe potuto
estendere utilmente ad altri tipi di strutture, in
primo luogo architravi e piattabande, ed ai rap-
porti tra le opere di pietra e laterizie romane e
quelle della Toscana. Le constatazioni qui espo-
ste sulla plurisecolare persistenza di alcuni crite-
ri per valutare la buona qualit esecutiva di
unopera e sugli intrecci tra pratiche medievali,
spesso intrise di antico, e le scelte rinascimenta-
li di prendere a modello costruzioni romane di
et imperiale, in quanto portatrici della perizia
tecnica degli Antichi, inducono a proseguire
queste indagini nella convinzione che giovino ad
una migliore comprensione della costruzione
dellarchitettura del XV e XVI secolo.
Mi ha spinto ad affrontare gli argomenti
qui trattati una domanda di Salvatore
Settis, a cui pertanto devo lidea di que-
sto lavoro, sul perch nel Rinascimento
la cortina laterizia avesse avuto maggior
fortuna dellopus reticolatum. Ringrazio
vivamente il prof. Adriano Peroni, il qua-
le mi ha dato preziosi pareri ed indica-
zioni bibliografiche, larch. Anna Boatao
e gli amici Corrado Bozzoni, Howard
Burns, Paolo Marconi, Luciano Patetta e
Mario Piana per la discussione di diverse
questioni, insieme agli amici citati nelle
note per precise indicazioni, mia moglie
Anna, che come sempre ha contribuito a
rendere leggibile il testo, e larch. Silvia
Moretti per linfinita pazienza con cui ha
curato questo lavoro.
1. Vedi note 37 e sgg.
2. Si veda nota 31.
3. Sul ponte di Notre-Dame: M. Mislin,
Die berbaute Brche Pont Notre-Dame,
Frankfurt am Mein 1982; Id., Geschichte
der Baukonstruction und Bauthechnik von
der Antike bis zur Neuzeit. Eine Einfh-
rung, Dsseldorf 1989, pp. 152-154 e,
soprattutto, L.A. Ciapponi, Agli inizi del-
lumanesimo francese. Fra Giocondo e Gu-
glielmo Bud, in Forme e Vicende. Per Gio-
vanni Pozzi, Padova 1989, pp. 105-110,
per la testimonianza di Bud sul frate ve-
ronese, che costruisce il ponte utilizzan-
do le indicazioni di Vitruvio quando pre-
para le basi dei piloni e riproduce una
macchina con cui svuotare dallacqua i
cassoni di fondazione.
4. Ad esempio in Gallia lopus vittatumso-
pravvive per alcuni secoli (J.P. Adam,
Larte di costruire presso i romani, Milano
1989, pp. 149-151; J.M. Froideveaux, Tec-
nique de larchitecture ancienne. Construc-
tion et restauration, Lige-Bruxelles 1986,
pp. 23, 24; C. Heitz, More Romano. Pro-
blmes darchitecture et liturgie carolingien-
nes, in Roma e let carolingia (Atti delle
giornate di Studio, 3-8 Maggio 1976),
Roma 1976, pp. 27-37, in specie 27); cfr.
anche qui nota 10 per i muri di conglo-
merato. Nellimpero dOriente, invece, le
tecniche costruttive si sviluppano autono-
mamente basandosi sulla tradizione ro-
mana occidentale e unificando oriente e
occidente: F.W. Deichmann, Studien zur
Architektur Konstantinopolis im 5. und 6.
Jahrhundert nach Christus, Baden-Baden
MCMLVI, p. 37. C. Mango, Architettura
Bizantina, Milano 1978, p. 7, distingue la
costruzione di pietra di gran parte dellA-
sia Minore, Siria e Palestina, Georgia e
Armenia, da quella di mattoni e pietrisco
della costa ovest dellAsia minore, di Co-
stantinopoli, dei Balcani e dellItalia.
5. S. Settis, Continuit, distanza, conoscen-
za. Tre usi dellantico, in Storia dellarte ita-
liana, id. (a cura di), Memoria dellantico
nellarte italiana, 3 voll., Torino 1984-86,
III, pp. 371-486.
6. Ibidem, pp. 417 e 441, su fenomeni ana-
loghi in altri campi, come quelli di tipo-
logie abitative, schemi iconografici etc.
7. Per le volte di getto si vedano il para-
grafo relativo e le note 181-197; per i
muri e le loro cortine: R. Krautheimer e
altri, Corpus Basilicarum Christianarum
Romae, 5 voll., Citt del Vaticano-New
York 1933-1980; Strutture murarie degli
edifici religiosi di Roma nei secoli VI-IX e
XII, in Rivista dellIstituto Nazionale
dArcheologia e Storia dellArte, XXIII-
XXIV, 1976-77, pp. 95-260; R. Marta,
Tecnica Costruttiva a Roma nel medioevo,
Roma 1988, pp. 17-21 e 29-64; J.E.
Barklay Lloyd, Masonery Tecniques in me-
dieval Rome, c. 1080-c.1300, in Papers of
the British School at Rome, 53, 1985,
pp. 224-277; L. Pani Ermini ed E. De
Minicis, Archeologia del medioevo a Roma,
Taranto 1988, p. 21 e sgg.
8. Sul ridotto impiego di mattoni a Roma
nei secoli VI-IX: Marta, Tecnica, cit.
[cfr. nota 7], p. 18; su murature miste di
mattoni e tufelli nello stesso periodo:
Strutture..., cit. [cfr. nota 7], pp. varie da
106 a 162 e, infine, Marta, Tecnica..., cit.
[cfr. nota 7], p. 18, sul prevalere dellopus
listatum nel V-VIII secolo e p. 20 su cor-
tine di soli tufelli alla fine del XIII secolo;
Adam, Larte..., cit. [cfr. nota 4], p. 148,
sullopus vittatuma Roma a met del II se-
colo e nel IV; D. Esposito, Tecniche co-
struttive murarie medievali. Murature a tu-
felli in area romana, Roma 1997, sulluso
di questa tecnica dalle origini romane al-
le rielaborazioni medievali.
9. Settis, Continuit..., cit. [cfr. nota 5], p.
417, analizza gli effetti di una tradizione
che non ancora memoria.
10. Sullopera di conglomerato in antico:
G. Lugli, La tecnica edilizia romana con par-
ticolare riguardo a Roma e Lazio, 2 voll.,
Roma 1957 (anastatica Milano 1968), I,
pp. 185 e sgg.; J.B. Ward Perkins, Archi-
tettura Romana, 2 ed., Milano s.d., p. 97;
Adam, LArte..., cit. [cfr.nota 4], pp. 79-84;
F. Dogliani-R.Parenti, Murature a secco o
murature a nucleo in calcestruzzo. Precisazio-
ni preliminari desunte dallosservazione di se-
zioni murarie, in Calcestruzzi antichi e mo-
derni: storia, cultura e tecnologia (Atti del
convegno di Studio. Bressanone 6-9 lu-
glio 1993), Padova s.d., pp. 137-156, di-
stinguono i diversi tipi antichi di questo-
pera ed i suoi sviluppi medievali (in To-
scana) e rinascimentali (in Emilia), diffe-
renziati per tempi e luoghi. Su murature
romaniche di conglomerato: S. Bonde, R.
Mark and E.C. Robison, Walls and
Other/Vertical Elements, in R. Mark ( edi-
tor), Architectural Technology up to the
Scientific Revolution, Cambridge Massa-





10-11|1998-99 Annali di architettura
Rivista del Centro internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio di Vicenza www.cisapalladio.org
253
chusetts-London 1993, pp. 52-137, in
specie p. 100; sui muri lombardi ripieni di
ciotoli: Antonio Averlino detto Filarete,
Trattato di architettura, a cura di A.M. Fi-
noli e L. Grassi, 2 voll., Milano 1972, I, p.
70, Cuogoli buoni per fare riempimento
de mura, A. Degani, Storia delle iniziative
e degli interventi per lerezione e il trasfor-
marsi della cattedrale, in A. Caretta, A. De-
gani, A. Novasconi, La cattedrale di Lodi,
Lodi 1966, pp. 200-201 e P. Boucheron,
Le pouvoir de btir. Urbanisme et politique
edilitaire Milan (XIV-XV sicles), Roma
1998, p. 454. In Lombardia nel XV e XVI
secolo, per, i muri si valutavano compu-
tando i mattoni che entravano nellunit
di volume (L. Giordano, I maestri murato-
ri lombardi/Lavoro e remunerazione, in J.
Guillaume (a cura di), Les Chantiers de la
Renaissance, Actes du Colloque tenu
Tours en 1983-84, Paris 1991, pp. 165-
173, in specie pp. 169-170) e quindi abi-
tualmente i muri di spessore medio dove-
vano essere interamente di questo mate-
riale. Le foto dopo i bombardamenti di
Milano del 1943 mostrano muri di matto-
ni in tutto il loro spessore, in specie nel-
lOspedale Maggiore e in S. Maria delle
Grazie: S. Maria delle Grazie, Milano
1983, fig. 230 a p. 208; L. Grassi, Lo Spe-
dale di poveri del Filarete. Storia e Restauri,
Milano 1972, figg. 70, 271, 291; L. Patet-
ta, Larchitettura del Quattrocento a Milano,
Milano 1987, pp. 146-175 e 275-291.
11. Sulla produzione e luso del laterizio
nel Medioevo: G. De Angelis DOssat,
Tecniche edilizie in pietra e laterizio, in Atti
della Settimana di Studio del Centro Ita-
liano di Studi sullAlto Medioevo, XVIII,
1971, pp. 545-557; P. Arthur e D. Whi-
tehouse, Appunti sulla produzione laterizia
nellItalia centro meridionale tra il VI e XII
secolo, in Archeologia Medievale, 10,
1983, pp. 525-535; R.A. Goldthwaite, La
costruzione della Firenze Rinascimentale, Bo-
logna 1984, pp. 251-252 (tit. orig. The
Building of Renaissance Florence. An Econo-
mic and Social History, Baltimora 1980), il
quale non scarta la possibilit che vi fosse
stata uninterruzione nella produzione di
mattoni, e M. Greenhalgh, The Survival of
Roman Antiquities, London 1989, pp. 143-
144, su testimonianze certe fino al VII se-
colo, difficilmente databili dopo, e sulla
possibile continuit di produzione a Mila-
no. D. Kimpel, Lattivit costruttiva nel me-
dioevo: strutture e trasformazioni, in R. Cas-
sanelli (a cura di), Cantieri medievali, Mila-
no 1995, pp. 11-50, in specie p. 44, e A.
Peroni, Il cantiere: larchitettura, in Lan-
franco e Wiligelmo/Il Duomo di Modena,
Modena 1984, p. 279, propendono per
una continuit.
12. Si veda in questo fascicolo larticolo
di G.G. Martines per la continuit assi-
curata dalluso; per il recupero consape-
vole del sapere tecnico scientifico antico,
anche prima del Rinascimento: Settis,
Continuit..., cit. [cfr. nota 5], p. 418, con
bibliografia.
13. Desiderio (590-655), dal 630 vescovo
di Cahors, costruisce l una basilica qua-
dris ad dedolatis lapidibus, come si legge
nella sua vita scritta nellVIII-IX secolo:
B. Krutsch (edidit), Passiones vitaeque
Sanctorum Aevi Merovingici (Monumenta
Germaniae Historica/Scriptores Rerum Me-
rovingicarum, tomus IV), Hannoverae et
Lipsiae 1902, p. 588. Il re Lotario (I), nel
534-5, costruisce la chiesa di S. Pietro a
Rouen miro opere quadris lapidibus per ma-
num goticam(id. et W. Levison, tomus V,
Hannoverae et Lipsiae 1910, p. 565). La
prima delle fonti riportate sopra, citata
pi volte, contrappone con orgoglio i qua-
dri lapides, considerati un sinonimo di
more antiquorum al more gallico (picco-
le pietre) duso comune:Denique primam
inibi basilicam more antiquorum praeripiens
quadris ad dedolatis lapidibus aedificavit, non
quidem nostro Gallicoque more, sed sicut an-
tiquorum mororum ambitus magnis quadris
lapidibus extrui solet ita a fundamentis ad
summa usque fastigia quadris lapidibus opus
explevit (Krutsch, Passiones..., cit., IV, p.
589). Heitz (More..., cit. [cfr. nota 4],p. 27)
discute i possibili significati, costruttivo e
liturgico, di questespressione; Greenhal-
gh (The Survival..., cit. [cfr. nota 11], pp.
125-126) ne esamina questi ed altri (riusi
di spolia, ripresa di tecniche antiche ed in
specie dellopus quadratum), mentre Settis
(Continuit..., cit. [cfr. nota 5], pp. 421-
422) riunisce fonti dallVIII secolo in poi
nelle quali lespressione si riferisce allim-
piego di spolia.
14. Adam, Larte..., cit. [cfr. nota 4], pp.
140, 148-151; sullopus vittatum cfr. an-
che nota 4.
15. Ibid., p. 121: Maison Carr a Nimes e
cella del tempio di Augusto e Livia a
Vienne.
16. Vedi le fonti riprodotte a nota 12 e
pp. 478 e 593 nel tomo IV, ivi citato, di
..Rerum Merovingicarum [cfr. nota 13]. O.
Lehmann-Brockhaus, Schriftquellen zur
Kunstgeschichte des 11. und 12. Jahrhun-
derts fr Deutschland, Lothringen und Ita-
lien, 2 voll., Berlin 1938, pubblica nume-
rose testimonianze di ammirazione per il
lapis quadrum (nn. 516, 594, 656, 998,
1207, 1661, 2283, 2396).
17. Rerum Merovingicarum..., cit. [cfr. nota
13], V, p. 427 su un castrum insigne quadra-
to lapide et polito constructum (vicino a Lio-
ne); ibid., VI, p. 211: basilicam cum polito la-
pide a fundamentis in terra usque ad summum
aedificatam (vita di Wilfredo vescovo di
York, morto nel 710); Lehmann Brockhaus,
Schriftquellen..., cit. [cfr. nota 16], I, p. 242,
n. 1207 (vita Mariani Scotti abatis Ratisbonae;
ante 1083): monasterium a fundamento
usque ad summum quadris et politis lapidibus
construens, I, p. 433, n. 2326: palatium no-
vum...mira ex quadris lapidibus diligentia con-
structum e, soprattutto, su Porta Romana a
Milano: Erat....quasi turres quaedam fortissi-
ma,ex quadris lapidibus solido opere compacta.
Mirabilis autem fuit lapidum magnitudo. Nec
enim ex vulgaribus saxis aut quae homines fer-
re posse crederentur. Sic autem manibus artifi-
cum formata, ut, quatuor columpnis sustentata,
ad similitudinem Romani operis vix aut nu-
squam in ea iuncturae compaginis apparet. Un-
de et Arcus Romanus appellata est (ibid., 2240,
cfr. anche n. 2241), cit. da A. Peroni, Il can-
tiere, cit. [cfr. nota 11], p. 279. Sullap-
prezzamento di lavorazioni forbite e di ma-
teriali lucidi, vedi M. Greenhalgh, Ipsa
ruina docet: luso dellantico nel Medioevo, in S.
Settis (a cura di), Memoria dellantico nellar-
te italiana, I, Torino 1984, pp. 113-167, in
specie p. 124, ed A. Peroni, In margine alla
difficolt della storia dellarte sul terreno del
Medio Evo: il colore delle cattedrali, in F. Le-
pori e F. Santi (a cura di), Il mestiere di stori-
co del Medioevo, Spoleto 1994, pp. 99-113;
cfr. qui nota 163 per una concezione simile
in Vasari.
18. Dellopera milanese citata nella nota
precedente si ammira la grandezza dei
blocchi, che non si crederebbe fossero
trasportabili da uomini. La grandezza
delle pietre squadrate sottolineata gi
in fonti merovingie (vedi nota 12). Sul-
lapprezzamento della dimensione:
Greenhalgh, Ipsa ruina docet..., cit. [cfr.
nota 17], p. 124.
19. Lo stesso motivo deve indurre ad at-
tribuire minor valore allopus vittatum, o
gallico more, di piccole pietre alternate a
mattoni (cfr: nota 14). In Castel del
Monte, costruito tutto con blocchi in
pietra squadrati, la IV sala del piano su-
periore ornata da unopera reticolata
(H. Gtze, Castel del Monte, Mnchen
1991, p. 96, fig. 141)
20. Greenhalgh, Ipsa ruina docet..., cit.
[cfr. nota 17], p. 126.
21. Settis, Continuit..., cit. [cfr. nota 5],
pp. 399-410.
22. Id., Ibid., pp. 395-398; Greenhalgh,
Ipsa ruina docet ..., cit. [cfr. nota 17], pp.
136-137; A. Peroni, Spolia e architettura
nel Duomo di Pisa, in J. Poeschke (Hrsg),
Antike Spolien in der Architektur des Mitte-
lalters und der Renaissance, Mnchen
1996, pp. 205-223, descrive sculture or-
namentali, epigrafi ed elementi struttu-
rali (colonne), sia di spoglio che imitati
da questi, impiegati nel Duomo di Pisa
come segno della romanitas pisana.
23. Sullopus reticulatum nel Medioevo
cfr. pi avanti il relativo paragrafo.
24. Settis, Continuit, cit. [cfr. nota 5],
pp. 477, Kimpel (Lattivit, cit. [cfr no-
ta 11], p. 15), propende, invece, per una
motivazione pratica dei reimpieghi.
Unampia disponibilit di materiali anti-
chi poteva favorire anche reimpieghi
del tutto distruttivi: Filarete depreca che
a Roma si usassero marmi per fare calci-
na solo perch ve nera tanta abbondan-
za e per la miseria di non mandare a
luoghi dove ella (la pietra da calce) nasce,
ed vene copia non troppo distante e an-
che assai comoda a condurla per rispetto
del fiume(Filarete, Trattato..., cit. [cfr.
nota 10], I, pp. 66-67.
25. Nella descrizione di Porta Romana,
citata a nota 17, si legge: nusquam in ea
iuncturae compaginis apparet. Leon Batti-
sta Alberti, Larchitettura (De re aedificato-
ria), testo latino e traduzione a cura di G.
Orlandi, introduzione e note di P. Porto-
ghesi, 2 voll., Milano 1966, pp. 516, 517,
considera pi bella unossatura lapidea se
tutte le parti di cui consta saranno unite in
modo che non se ne possano scorgere le
giunture; cfr. nota 162 per giudizi simili
di Vasari. Sul massimo assottigliamento
dei giunti, ispirato dallAntico, nel para-
mento lapideo del Duomo di Modena:
Peroni, Il cantiere, cit. [cfr. nota 11], p.
279. In quel paramento (ibid. e figg.225,
240-244) Peroni nota liniziale aggiusta-
mento dei conci pezzo per pezzo e la stan-
dardizzazione raggiunta in un secondo
tempo. Anche nel duomo di Spira, da un
apparecchio inizialmente pi irregolare, si
passa a filari con giunti orizzontali allinea-
ti (Kimpel, Lattivit, cit. [cfr. nota 11],
p. 13 e fig. 5, con ricca bibliografia sulle
costruzioni di pietra). Lallineamento dei
giunti orizzontali permane, dalle costru-
zioni dellXI secolo in Normandia, alla
cattedrale di Chartres di un secolo e mez-
zo dopo (ibid. pp. 14, 15). La Trinit di
Venosa (fine XI-XII secolo), costruita con
materiali di reimpiego, presenta ampi
tratti di assise continue con ricorsi di al-
tezza differente (ibid., p. 16 e fig. 23 e C.
Bozzoni, Saggi di architettura medievale,
Roma 1979, pp. 47-48, 88-89, figg. 19,
20, 23, 70).
26. Sulluso dei diatoni nella costruzione
romana: Adam, Larte..., cit. [cfr. nota 4],
pp. 117-119. H.P. Autenrieth, Aspetti del-
la policromia romanica in Lombardia e a
Pavia, in Annali di storia pavese, 14-
15, 1987, pp. 15-34, (p. 18) nota la ripre-
sa di una struttura analoga a quella pseu-
do isodoma in costruzioni marmoree a
Pisa, Lucca, Ferrara, Modena, Piacenza e
Pavia.
27. Adam, Larte..., cit. [cfr. nota 4], p.
123, sullaltezza costante e la lunghezza
variabile dei blocchi usati dai costruttori
romani, p. 118 fig. 246c., pp. 121, 122 e
figg. 257 e 259 e Lugli, La tecnica..., cit.
[cfr. nota 10], I, p. 186, sulluniformit di
taglio nellopus quadratum romano, pp.
194-198. Hanno unaltezza quasi costan-
te, ad esempio, i filari dello svevo Castel
Maniace a Siracusa (Gtze, Castel, cit.,
fig. 37).
28. Lugli, La tecnica..., cit. [cfr. nota 10],
pp. 314-315; Adam, LArte..., cit. [cfr. no-
ta 4], pp. 119-120, fig. 253.
29. Lugli, La tecnica..., cit. [cfr. nota 10],
p. 315 su tecniche miste, p. 320 sull opus
quadratum che riveste allesterno grandi
masse di conglomerato, pp. 331-332, sui
blocchi squadrati di misure varie in strut-
ture portanti. Sulluso dei mattoni nel
Colosseo: Adam, Larte..., cit. [cfr. nota
4], p. 157.
30. Sullinteresse pratico di architetti ed
ingegneri del Rinascimento per i trattati
greci e latini sulle macchine: F.P. Fiore,
Citt e macchine del 400 nei disegni di Fran-
cesco di Giorgio Martini, Firenze 1978, pp.
23 e sgg.; P.N. Pagliara, Vitruvio da testo a
canone, in Settis, Memoria, cit. [cfr. nota
5], III, pp. 5-85, in specie pp. 24-25; G.
Stabile, scheda su Archimede, Opere (tradu-
zione latina di Jacopo da S. Cassiano, Cod.
Urb. Lat. 261) in M. Buonocore (a cura
di), Vedere i classici. Lillustrazione libraria
dei testi antichi dallet romana al tardo me-
dioevo, Roma 1996, pp. 408-413.
31. P. Portoghesi in Alberti, Larchitettu-
ra..., cit. [cfr. nota 25], p. 196; Mark, Ar-
chitectural, cit. [cfr. nota 10], p 128 e
sgg.; P.N. Pagliara, Eredit medievali in
pratiche costruttive e concezioni strutturali
del Rinascimento, in G. Simoncini, a cura
di, Presenze medievali nellarchitettura di
et moderna e contemporanea, Milano
1997, pp. 32-48, in specie 34-42; H.
Burns, Leon Battista Alberti in F.P. Fiore,
a cura di, Storia dellarchitettura italiana/Il
Quattrocento, Milano 1998, pp. 114-165,
in specie 125, 157.
32. J. Heyman, Gothic Construction in
Ancient Greece, in Journal of the Society
of Architectural Historians, XXXI, 1972,
pp. 3-9; id., Arches, Vaults and Buttresses,
Aldershot 1996; S. Di Pasquale, Larte del
costruire, Venezia 1996, pp. 136-153; P.N.
Pagliara, La tecnica di costruzione del XVI





10-11|1998-99 Annali di architettura
Rivista del Centro internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio di Vicenza www.cisapalladio.org
254
secolo, in Il Palazzo dei Conservatori e il Pa-
lazzo Nuovo in Campidoglio, Pisa 1997, pp.
59-66, in specie 60-62, note 18-40.
33. Vedi paragrafo sulle volte di conglo-
merato.
34. Settis, Continuit..., cit. [cfr. nota 5],
pp. 439-441.
35. Sullimpiego dello stucco a Roma nel
XVI secolo: L. Scolari, Le opere in stucco,
in Le tecniche edilizie e le lavorazioni pi
notevoli nel cantiere romano nella prima
met del Seicento: le cortine laterizie, le ope-
re di pavimentazione, le opere in travertino,
le opere in stucco, in Ricerche di Storia
dellArte, 20, 1983, pp. 97-104; A. For-
cellino, La diffusione dei rivestimenti a
stucco nel corso del XVI secolo, ibid., 41-42,
1990, pp. 23-52; P.N. Pagliara, Raffaello e
la rinascita delle tecniche antiche, in J. Guil-
laume (a cura di), Les chantiers..., cit. [cfr.
nota 10], pp. 51-69, in specie 56-57.
36. Antonio di Tuccio Manetti, Vita di
Filippo Brunelleschi, Firenze 1887, pp. 17
e 24.
37. R.J. Mainstone, Le origini della conce-
zione strutturale della cupola di S. Maria del
Fiore, in Filippo Brunelleschi. La sua opera e
il suo tempo, 2 voll., Firenze 1980, II, pp.
883-892, in specie 884 e 889-891; id.,
Brunelleschis Dome of Santa Maria del Fio-
re and some related structures, in Transac-
tion of the Newcomen Society, XLII,
1969-70, pp. 107-126, id., Einflsse der
Konstruktion auf die Form von Kuppeln und
Gewlbe, in R. Graefe (Hrsg.) Zur Geschi-
chte der Konstruierens, Stuttgart 1989, pp.
211-223, in specie 219-220; e L. Ippoli-
to, C. Peroni, La cupola di S. Maria del
Fiore, Roma 1997, pp. 42-43, con ricca
bibliografia.
38. Mainstone, Le origini..., cit. [cfr. nota
37], pp. 886-889 e The dome..., cit. [cfr.
nota 37], p. 107 e sgg; H. Saalman, Filip-
po Brunelleschi. The Cupola of Santa Maria
del Fiore, London 1980, pp. 58-134; P.A.
Rossi, Le cupole del Brunelleschi, Bologna
1982, pp. 51, 55-61, 65-71, 83-93; R.
Mark and E.C. Robison, Vaults and Do-
mes, in Mark, Architectural.., cit. [cfr. no-
ta 10], pp. 138-181, in specie p. 170; Ip-
polito Peroni, La Cupola..., cit. [cfr. nota
37], p. 27 e sgg.; A. Bruschi, Brunelleschi
e la nuova architettura fiorentina, in F.P.
Fiore (a cura di) Storia dellarchitettura
italiana, cit. [cfr. nota 31], pp. 38-113,
in specie 49-57.
39. C. Smith, Originality and Cultural Pro-
gress in the Quattrocento. Brunelleschis Do-
me and a Letter by Alberti, in Rinascimen-
to, s.II, XXVIII, 1988, pp. 291-318 e M.
Tafuri, Ricerca del Rinascimento, Torino
1992, pp. 53-54. Sulle possibilit di realiz-
zare la cupola progettata da Bramante per
S. Pietro: F. Krauss, Ch. Thoenes, Il pro-
getto di Bramante per la cupola di S., Pietro,
in C. Tessari (a cura di), S. Pietro che non
c, Milano 1996, pp. 179-196.
40. Settis, Continuit..., cit. [cfr. nota 5],
pp. 384-5, 404-5, 441, 442, 444, sul riu-
so occasionale di modelli classici in
quanto adatti e convenienti e non in
quanto antichi.
41. H. Gnther-Ch. Thoenes, Gli ordini
architettonici: rinascita o invenzione?, I-II,
in Roma e lantico nellarte e nella cultura
del Cinquecento (Roma 1982), Roma
1985, pp. 261-310.
42. Non comune la capacit di datazio-
ne stilistica che Raffaello mostra nella co-
siddetta lettera a Leone X: vedi A. Nessel-
rath, Raffaello e lo studio dellantico nel Rina-
scimento, in C.L. Frommel, S. Ray, M. Ta-
furi, Raffaello architetto, sezione sullantico
curata da H. Burns e A. Nesselrath, Mila-
no 1984 (ed. rilegata), pp. 406-407.
43. Settis, Continuit..., cit. [cfr. nota 5],
pp. 384, 441.
44. Giorgio Vasari, Le vite de pi eccellen-
ti architetti, pittori et scultori italiani, G.
Milanesi (a cura di), 8 voll., Firenze
1878-81, VI, pp. 552-553.
45. P. Marconi, Verona Romana, Bergamo
1937, pp. 107, 109, 110, 111, 112, figg.
55 e 57 sul valore dellanfiteatro per i ve-
ronesi, ibid., p. 103 e p. 135 nota 23; L.
Franzoni, Lanfiteatro, in P. Marini (a cu-
ra di), Palladio e Verona, catalogo della
mostra, Venezia 1980, p. 63; Torello Sa-
rajna, De origine et amplitudine civitatis
Veronae, Verona 1540, ff. 13r-14v.
46. Sulle botti di conglomerato braman-
tesche di S. Pietro (dal 1511): C.L. From-
mel, Il cantiere di S. Pietro prima di Miche-
langelo, in Guillaume (a cura di) Les chan-
tiers, cit. [cfr. nota 10], pp. 175-190, in
specie pp. 180-181, e F.G. Wolff Metter-
nich-C. Thoenes, Die Frhen St.Peter
Entwrfe 1504-14, Tbingen 1987, pp.
188-193 sulla tecnica della volta.
47. C.L. Frommel, Roma e lopera giovani-
le di Sanmicheli, in Michele Sanmicheli /Ar-
chitettura, linguaggio e cultura artistica nel
Cinquecento, Vicenza-Milano 1995, pp.
14-31, in specie a p. 23 accosta i capitelli
di S. Maria delle Grazie a Todi, di Sanmi-
cheli, a quelli dellinterno di S. Maria del-
la Consolazione (a loro volta simili a quel-
li esterni di S. Maria di Monte Moro a
Montefiascone). Sulla presenza di Sanmi-
cheli a Montefiascone e sui suoi rapporti
con Antonio da Sangallo il Giovane : F.T.
Fagliari Zeni Buchicchio, Il soggiorno di
Sanmicheli nello stato della chiesa, ibid., pp.
38-53, in specie pp. 40, 48-50; sulla possi-
bile partecipazione di Sanmicheli ai lavori
di Monte Moro: P.N. Pagliara, Sanmicheli
e gli ordini, ibid., pp. 134-153, in specie
136, e L. Felici, S. Maria di Monte Moro,
tesi di laurea della facolt di Architettura
di Roma-La Sapienza, 1993-94 (dattilo-
scritto), pp. 14-16.
48. La cupola minore di conglomerato
costruita in data imprecisata dopo il 1537
(Felici, S. Maria..., cit. [cfr. nota 47], pp.
24 e 112-113), quella maggiore a padi-
glione su pianta ottagona, di mattoni di-
sposti a spina pesce, eseguita entro il
1548 (ibid., pp. 24-27, 102-111 e M.
Docci, La geometria delle cupole sangalle-
sche a spina pesce in Saggi in onore di Re-
nato Bonelli, a cura di C. Bozzoni, G.
Carbonara, G. Villetti, 2 voll., Roma
1992, I, pp. 505-510.
49. In quelle parti orientali dellimpero
romano dove la tradizione greca di volte
ed archi a cunei di pietra era pi radicata,
i caementa di quelle di conglomerato con-
servano la disposizione radiale (Deich-
mann, Studien..., cit. [cfr. nota 4], p. 25).
Gi dal II secolo d.C. in queste regioni le
volte di concreto sono sostituite da quelle
di mattoni disposti allo stesso modo (id.,
ibid., pp.27, 32) o di taglio (Ward Perkins,
Architettura Romana..., cit. [cfr. nota 10],
pp. 286-288, figg. 356-358, 363). La volta
di mattoni diventa precocemente lequi-
valente di quella italica di conglomerato,
qui difficile da realizzare per mancanza di
malte pozzolaniche, e ben presto si espan-
de in tutta larea centro occidentale del fu-
turo impero bizantino (Deichmann, Stu-
dien..., cit. [cfr. nota 4], pp. 32, 36, 37). So-
lo nel V-VI secolo nelle architetture di
Giustiniano le possibilit di questa tecni-
ca, messa a punto gi nel III secolo nelle
citt greche dellEgeo, si utilizzano a fon-
do per formare con mattoni di taglio vol-
te e cupole di vari tipi, leggere, sottili e
poco sporgenti (R. Krautheimer, Early
Christian and Byzantine Architecture, Har-
mondsworth 1965, trad. it., Architettura
paleocristiana e bizantina, Torino 1986, pp.
255, 261, 268, 269, con numerosi esempi
di volte e cupole di mattoni a partire dal V
secolo; ibid., pp. 80, 236, 241, 23, 335,
figg. 122, 163, 216, 219, 253; cfr. anche C.
Mango, Architettura bizantina, Milano
1978, pp. 8-11 e figg. 6-9, 11)
50. Gi nel IV-V secolo a Milano si co-
struisce con mattoni la volta a padiglione
ottagonale di S. Aquilino (G. De Angelis
dOssat, La forma e la costruzione delle cu-
pole nellarchitettura romana, in Atti del
III Convegno Nazionale di Storia del-
lArchitettura / Roma 1938, Roma 1940,
p. 239; Deichmann, Studien..., cit. [cfr.
nota 4], pp. 36, 37; Krautheimer, Architet-
tura paleocristiana..., cit. [cfr. nota 49], p.
90). Per le volte medievali di mattoni nel-
larea padana vedi pi avanti il paragrafo
sulle volte e le note 209-213.
51. Krautheimer, Corpus..., cit. [cfr. nota
7], I, pp. 70, 75-76 e fig. 51 (S. Angelo in
Pescheria), p. 230 (S. Francesca Romana);
II, p. 179 (S. Lorenzo in Lucina); III, p.
108 e figg. 96a-96f (S. Martino ai Monti),
p. 274, fig. 36 (S. Prisca) etc.; id., Roma...,
cit., pp. 162-163, 174 e Marta, Tecnica...,
cit. [cfr. nota 7], pp. 21-28.
52. R. Krautheimer, Roma 300-1300, Ro-
ma 1990, pp. 162, 172, 175-177, 222-
223, 229, 284-285.
53. C.L. Frommel, Francesco del Borgo:
Architekt PiusII und Pauls II in Rmi-
sches Jahrbuch fr Kunstgeschichte, I
Teile, 20, 1983, pp. 107-154, in specie
132-139, e II Teile, 21, 1984, pp. 71-164,
I, in specie 89-92, 121-122, 150-152.
54. Alberti, Larchitettura..., cit. [cfr. nota
25], p. 196: La muratura detta ordinaria
quella consistente in pietre squadrate di
dimensioni giuste o piuttosto tendenti al
grande (III, 41); p. 206: Le ossature si
differenziano dalle parti di tamponamen-
to soltanto in ci: che in queste ultime lo
spazio tra gli involucri viene riempi-
to.....in modo disordinato e casuale,
mentre nelle ossature non sintroducono
mai, o solo raramente, pietre di forma ir-
regolare, ma esse vengono costruite co-
me muratura ordinaria in tutto il loro vo-
lume(III, 43, 33).
55. Id., ibid., p. 226: E se le spese lo per-
mettessero, ciascuno procurerebbe di
rendere lopera propria solidissima, fa-
cendola - per cos dire - tutta ossea(III,
47, 30); cfr. Mark, Architectural, cit.
[cfr. nota 10], p. 128.
56. Lugli, La tecnica..., cit. [cfr. nota 10],
pp. 331-333; Adam, Larte..., cit. [cfr. no-
ta 4], pp. 118-119.
57. Vedi nota 54.
58. O. Ferrari da Passano, Il Duomo rinato,
2 voll., Milano 1988, I, p. 47; sulla diffu-
sione di questa pratica nel Medioevo: Mi-
slin, Geschichte, cit., p. 110, e Kimpel,
Lattivit, cit. [cfr. nota 11], p. 16, fig. 18:
Notre Dame du Port a Clermont Ferrand.
59. T. Magnuson, Studies in Roman Quat-
trocento Architecture, Stockholm 1958, p.
362, e G. Manetti, Vita di Nicol V, tradu-
zione a cura di A. Modigliani, Roma
1999, p. 157: nel nuovo palazzo del
pontefice si potevano vedere grandi pie-
tre a forma di quadro, o per esprimermi
con una parola squadrate.
60. F. Ehrle, H. Stevenson, Gli affreschi
del Pinturicchio nellappartamento Borgia,
Roma 1987, p. 31. Lallusione, senza pre-
tese di illusione, comune nelle decora-
zioni e finiture medievali (Autenrieth,
Aspetti, cit. [cfr. nota 26], p. 24).
61. P. Tomei, Larchitettura a Roma nel
Quattrocento, Roma 1942 (anastatica Ro-
ma 1977), pp. 92, 98, 194-198, figg. 51,
52, 56 e 128; R. Marta, Larchitettura del
Rinascimento a Roma (1417-1503)/Tecni-
che e tipologie, pp. 35-39.
62. Ampi tratti originali, cui si sovrappo-
ne una versione pi tarda, si conservano
in un sottile strato di intonaco sovrappo-
sto ad una muratura di pezzame di tufo
in una casa in vicolo dellAquila 16, di
fianco a pal. Regis P.N. Pagliara, Note su
murature e intonaci a Roma tra Quattrocen-
to e Cinquecento, in Ricerche di Storia
dellArte, 11, 1980, p. 38 e nota 14, e F.
Bardati, Un committente a Roma: gli inter-
venti di Thomas Regis nel rione di Parione,
in Quaderni dellIstituto di Storia del-
lArchitettura, n.s., fasc. 31, 1998, pp.
41-58, in specie p. 46). Negli anni 70 so-
no scomparsi, per rifacimenti, intonaci
cos graffiti in via della Stelletta 25 ed in
una casa allangolo tra vicolo Orbitelli e
via Giulia.
63. Tomei, Larchitettura..., cit. [cfr. nota
61], pp. 83-86. figg. 43, 44 e pp. 63-73,
figg. 39-40; Frommel, Francesco del Bor-
go..., cit. [cfr. nota 53], pp. 89-92, figg.
27, 105, 106 e pp. 104-108, figg. 47, 76,
113, 117; id., Roma..., cit. [cfr. nota 47],
pp. 385-390, figg. a pp. 384, 388, 422,
423.
64. Tomei, Larchitettura..., cit. [cfr. nota
61], pp. 98-103, fig. 61; Frommel, Ro-
ma..., cit. [cfr. nota 47], pp. 379-82, figg.
a pp. 380, 426.
65. Tomei, Larchitettura..., cit. [cfr. nota
61], pp. 117-122, e fig. 72; Frommel, Ro-
ma..., cit. [cfr. nota 47], pp. 391-393 e fig.
a p. 391.
66. Adam, Larte, cit. [cfr. nota 4], pp.
122-123 e fig. 261.
67. Tomei, Larchitettura...,cit. [cfr. nota
61], pp. 123-128 e fig. 75; Frommel, Ro-
ma..., cit. [cfr. nota 47], pp. 400-404 e fig.





10-11|1998-99 Annali di architettura
Rivista del Centro internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio di Vicenza www.cisapalladio.org
255
a p. 400; R. Samperi, Larchitettura di S.
Agostino a Roma (1296-1483)/Una chiesa
mendicante tra Medioevo e Rinascimento,
Roma 1999, in specie pp. 23-26, 54-60,
figg. 70, 72, 74, 77, 78 ed il saggio intro-
duttivo di F.Paolo Fiore, pp. 9-14.
68. Salvo che nei 5-6 filari inferiori sono
lavorate in blocchi che continuano sulla
parete anche le paraste di S. Pietro in
Montorio: id., ibid., pp. 408-409 e fig. a
p. 406 e F. Cantatore, La chiesa di San
Pietro in Montorio a Roma. Ricerche e ipote-
si intorno alla fabbrica tra XV e XVI secolo,
in Quaderni dellIstituto di Storia del-
lArchitettura, n.s, fasc. 24, 1994 (1997),
pp. 3-34, figg. 1 e 5
69. Cantatore, La chiesa di San Pietro in
Montorio..., cit. [cfr. nota 58], pp. 22-23 e
fig. 9; Samperi, Larchitettura di S. Agosti-
no..., cit. [cfr. nota 57], figg. 7, 9, 10. In
Lombardia solo la cattedrale di Lodi ave-
va una facciata di mattoni (Autenrieth,
Aspetti, cit. [cfr. nota 26], p. 31)
70. Sulla Cancelleria: Frommel, Roma...,
cit. [cfr. nota 47], pp. 411-416, con bi-
bliografia a nota 122. M.D. Davies, Vi-
truvian Studies and Archeological and Anti-
quarian Interest at the Court of Raffaelle
Riario, in S. Danesi Squarzina (a cura di),
Roma, Centro ideale della Cultura dellAnti-
co nei secoli XV e XVI, Milano 1989, pp.
442-457, commenta un passo di R. Vola-
terrani Commentariorum urbanorum, Ro-
mae 1506, f. 399 per il quale Raffaele Ria-
rio: Primus in urbe hoc tempore qui aedes
apud S. Laurentium coria isoecodomo ex lapi-
de tiburtino sit ausus aggredi.
71. Adam, Larte..., cit. [cfr. nota 4], pp.
120, 121. da notare che talvolta nel XII-
XIII secolo anche su mattoni lunghi si in-
cidevano finti giunti, riempiti di malta
bianca (Autenrieth, Aspetti, cit. [cfr. no-
ta 26], p. 20: S. Lanfranco a Pavia, etc.),
cos come si fa sui lunghi blocchi di tra-
vertino del mausoleo di Cecilia Metella e
del palazzo di Raffaele Riario. Ci confer-
ma, infatti, che anche lapprezzamento di
un apparecchio apparente, pi regolare di
quello effettivo, ha accomunato, in tempi
diversi, pietra naturale e pietra cotta.
72. F. Borsi, Leon Battista Alberti, Milano
1975, tav. 41 (con didascalia scambiata), ri-
lievo dei giunti effettivi di pal. Rucellai.
Sul palazzo: Burns, Leon Battista..., cit. [cfr.
nota 31], pp. 134-137. Sul palazzo Del
Corneto (Giraud Torlonia): C.L. From-
mel, Der Rmische Palastbau der Hochrenais-
sance, 3 voll., Tbingen 1973, I pp. 32 e
sgg., 142 e sgg., II pp. 207-215 e III, tavv.
82-85; A. Bruschi, Edifici privati di Bra-
mante a Roma. Palazzo Castellesi e palazzo
Caprini, in Palladio, n.s., II, 4, 1989, pp.
5-44, in specie 8-30. Su pal. Alberini: C.L.
Frommel, S. Ray, M. Tafuri, Raffaello ar-
chitetto, Milano 1984, pp. 171-188.
73. E. Camesasca (a cura di), Lettere sul-
larte di Pietro Aretino, 3 voll., Milano
1957-60, II, pp. 146-147. In una lettera a
Tiziano, Aretino spiega il crollo della
volta di Sansovino nella biblioteca Mar-
ciana con il risparmio delle costruzioni
moderne, che contraddice i loro modelli
antichi: non saria meraviglia se preci-
pitassero tutti gli edificii che oggi si fan-
no secondo lordine di Vitruvio: impero-
ch gli abiti delle architetture antiche non
si confanno ai dossi de le moderne. Aven-
ga che quelle sopportavano il peso di tan-
ti loro componimenti, per la magnitudine
in cui si dilatavano con ogni dispregio di
tesoro: ma queste non possono reggere in
su le spalle dei mediocri spazi, che gli fan
luogo, il carico impostogli da ogni rispar-
mio di spesa. Sulla caduta della volta
sansoviniana: G. Lupo, Gli abiti de le ar-
chitetture antiche non si confanno ai dossi de
le moderne: il crollo della volta della Libre-
ria Marciana, in S. Della Torre (a cura di),
Storia delle tecniche e tutela del costruito,
Milano 1996, pp. 31-52.
74. Cfr. nota 15 per lopus quadratum au-
gusteo in Gallia.
75. P. Marconi, Arte e cultura della manu-
tenzione dei monumenti, Bari 1984, pp.
105-106; A. Forcellino, La diffusione dei
rivestimenti a stucco nel corso del XVI secolo,
in Ricerche di Storia dellArte, 41-42,
1990, pp. 23-51, in specie p. 100. Sulle
bugne di stucco nel Mausoleo di Tor de
Schiavi: J.J. Rasch, Das Mausoleum bei Tor
de Schiavi in Rom, Meinz am Rhein 1993,
pp. 6, 56 e sgg. e figg. 2, 3, 4. Il figlio di
Baldassarre Peruzzi, Sallustio, annota le
bugne di stucco del Mausoleo sui disegni
Uffizi 665v e 668.
76. S. Butters e P.N. Pagliara, Il palazzo
dei Tribunali e via Giulia, in Atti del con-
vegno su Il palazzo Falconieri e il palazzo
barocco a Roma, Accademia dUngheria,
25-26 maggio 1995, in corso di stampa.
77. A. Tnnesmann, Das Palatium Ner-
vae und die Rusticafassaden der Frhre-
naissance, in Rmisches Jahrbuch fr Kunst-
geschichte, 21, 1983, pp. 61-70.
78. Giulio II si fa celebrare come nuovo
Giulio Cesare dopo aver riconquistato
Bologna nel 1506-7 e da allora il pro-
gramma per il Cortile delle Statue di
Belvedere si basa su questidea: A. Nes-
selrath, Il Cortile delle Statue: luogo e sto-
ria, in M. Winner, B. Andreae, C. Pie-
trangeli, (Hrsg), Il Cortile delle Statue/Der
Statuenhof des Belvedere in Vatikan, Mainz
1998, pp. 1-16, in specie p. 4, e H.H.
Brummer, On the Julian Program of the
Cortile delle Statue in the Vatican Belvedere,
ibid., pp. 67-76.
79. Sebastiano Serlio, Architettura civile,
libri sesto, settimo e ottavo nei manoscritti di
Monaco e di Vienna, a cura di F. P. Fiore.
Premesse e note di T. Carunchio e F.P.
Fiore, Milano 1994, p. 150.
80. Per gli argomenti in favore di una te-
si differente cfr.: A. Forcellino, Leon Bat-
tista Alberti e la nascita di una nuova cultu-
ra materiale, in Ricerche di Storia del-
lArte, 41-42, pp. 9-22.
81. I mattoni sono chiamati petra cocta
a Modena al tempo della costruzione del
Duomo: Peroni, Il cantiere, cit. [cfr. no-
ta 11], pp. 277-279. Adriano Peroni ri-
chiama lattenzione sul fatto che il matto-
ne aspira ad un ruolo simile a quello della
pietra, ed degno di meditazione che sia
negli antichi documenti denominato pe-
tra cocta: insieme al nome sembra rima-
nere viva per secoli la concezione che gli
connessa e che aiuter a cogliere i signifi-
cati del suo uso nel XV e XVI secolo (si
vedano le note 71 e 168). I trattatisti, da
Cesariano a Serlio (Sebastiano Serlio, Re-
gole generali di architetura sopra le cinque
maniere de gliedifici cioe, thoscano, dorico, io-
nico, corinthio, et composito, con gli essempi
dell antiquita, che per la magior parte con-
cordano con la dottrina di Vitruvio, Venezia
1537, f. LXVI) a Palladio e Scamozzi,
adoperano questo termine, ancora in uso
anche nei documenti di cantiere nel XVII
secolo: I. Giustina, Problemi di lessico tecni-
co nella documentazione relativa a cantieri ri-
chiniani, in S. Della Torre (a cura di), Sto-
ria..., cit. [cfr. nota 73], p. 214.
82. Vedasi nota 126.
83. Ad esempio cfr. nota 172 sulle possi-
bili ragioni della sfortuna del mattone in
vista nellarchitettura civile veronese del
500, oppure larticolo di E. Pallottino,
Incrostature romane tra Cinquecento e Sei-
cento in Ricerche di Storia dellArte,
41-42, 1990, pp. 76-108, sulla preferenza
dei Gesuiti per una cortina laterizia di
qualit intermedia che da loro prende
nome (p. 92).
84 J.F. DAmico, K. Weil Garris, The Re-
naissance Cardinals Ideal Palace. A Chapter
from Cortesis De Cardinalatu, in Studies
in Italian Art and Architecture, 15th throu-
gh 18th Centuries, ed. H.A. Millon, Roma
1980, pp. 45-123. Gi Alberti (Larchitet-
tura, cit. [cfr. nota 25], p. 844) propo-
ne di scegliere ornamenti appropriati ai
diversi tipi di architetture.
85. Sullorigine della concezione raziona-
listica settecentesca per cui i materiali del-
la struttura vanno lasciati in vista: E. Pal-
lottino, Il Neocinquecento nei rivestimenti
dellarchitettura, in Ricerche di Storia del-
lArte, 41-42, 1990, pp. 109-128.
86. Sulla diffusione dellopus reticulatum
in Italia: Lugli, La tecnica, cit. [cfr. no-
ta 10], pp. 493-500; in Italia, Francia e
Oriente: Adam, Larte, cit., pp. 142-
145. Per i disegni sul reticulatum delle
gallerie del Teatro di Verona: L. Franzo-
ni, schede III, 37 e 38 sui disegni di Pal-
ladio (R.I.B.A. X 13v) in P. Marini (a cu-
ra di), Palladio e Verona, catalogo della
mostra, Venezia 1980, pp. 61, 62, e O.
Vasori, I monumenti antichi in Italia nei di-
segni degli Uffizi, Roma 1981, pp. 1658-
171, sul disegno Uffizi 1394 di Giovan
Francesco da Sangallo.
87. Alberti, Larchitettura, cit. [cfr. no-
ta 25], pp. 196-197, chiama complemen-
ta, tradotto da Orlandi con tampona-
menti, i tratti di muro che si estendono
tra le parti principali, cio le ossature:
Quae autem inter has primarias partes in-
tercurrunt atque extenduntur recte comple-
menta nuncupabuntur. Ogni tampona-
mento composto da riempimento e in-
volucro, per i quali Alberti ammette lu-
so del reticulatum:non importa molto il
tipo di muratura impiegata sia pure reti-
colato o incerto (pp. 204-205). Per il va-
lore superiore che Serlio attribuisce al re-
ticulatum cfr. nota 106.
88. Lugli, La tecnica, cit. [cfr. nota 10],
p. 487 anche sulla diffusione nella Sabina
meridionale; Adam, Larte, cit. [cfr. no-
ta 4], pp. 142-144 e A. Boethius-J.B.
Ward Perkins, Etruscan and Roman archi-
tecture, Harmondsworth 1970, pp. 346 e
571, nota 9, sulla presenza occasionale
del reticulatum in Gallia, dove lapparec-
chio a piccole pietre squadrate svolge la
stessa funzione.
89. Adam, Larte, cit. [cfr. nota 4], p.
146, sulla scomparsa del reticulatum a
met del II secolo d.C.
90. Bonde, Mark e Robison, Walls, cit.
[cfr. nota 10], p. 129, sostengono che i
piani inclinati del reticolato richiedevano
ottime malte.
91. Lugli, La tecnica, cit. [cfr. nota 10],
p. 514, ha verificato in occasione di re-
stauri che anche operai esperti e abili
hanno difficolt ad eseguire un opus reti-
culatum.
92. C. Pietrangeli, Otricoli. Un lembo del-
lUmbria alle porte di Roma, Roma 1978,
attribuisce i muri di opus mixtum, scoper-
ti dallintonaco nel 1957 (p. 252 e figg.
273, 274, 277, 278 e 278) ad una chiesa
del IX secolo; G. Martelli, Una delle chie-
se pi antiche dellUmbria meridionale,
Santa Maria di Otricoli, in Atti del XVI
Congresso di Storia dellArchitettura, Roma
1972, le data ugualmente al IX secolo,
mentre R. Pardi, Monumenti medievali
umbri/Raccolta di studi di architettura reli-
giosa, Perugia 1975, pp. 19-54, distingue
una chiesa del VII secolo ed un parziale
rifacimento del IX (p. 28).
93. Lugli, La tecnica, cit. [cfr. nota 10],
p. 511, data tra il 55 a.C. ed il 50 lopus re-
ticulatum dellOtricoli romana, ed in ge-
nere dal 50 al 180 d.C. le opere miste di
reticolato e laterizi. Secondo C. Pietran-
geli, Otricolum, Roma 1943, p. 52, i rive-
stimenti di reticulatum alternati a strati di
mattoni della cittadina romana apparten-
gono ad una fase tarda (III-IV secolo);
cfr. Martelli, Una delle chiese, cit. [cfr.
nota 92], p. 212.
94. Per Pardi, Monumenti, cit. [cfr. nota
92], pp. 55-57, S. Maria in Pantano a
Massa Martana, con pareti di opus reticula-
tum e di opus mixtum dopo la fine del IX
secolo imita rozzamente metodi costrutti-
vi romani, reimpiegando in parte materia-
li ripresi dalla vicina Carsulae; secondo
Martelli, Una delle chiese, cit. [cfr. nota
92], p. 212, riutilizza nel secolo VIII resti
di muri romani (Cfr. Pietrangeli, Otrico-
li, cit. [cfr. nota 92], p. 258). In Umbria
lopus reticulatumsi trova anche nelle chie-
se di S. Angelo di Massa e di S. Pudenzia-
na a Visciano (XI secolo), entrambe vicine
ad Otricoli. Nel Lazio settentrionale, in-
vece, si pu vedere in S. Maria extra Moe-
nia ad Antrodoco. Debbo la cortese indi-
cazione di questi esempi allamico Gianni
Carbonara, il quale ha rilevato gli influssi
meridionali e bizantini presenti a Ninfa
nelle chiese di S. Salvatore (met del XIII
secolo), con una fascia di opus reticulatum
nellabside, e di S. Pietro fuori le mura,
con due fasce sempre nellabside (G. Car-
bonara, Edilizia e urbanistica di Ninfa, in L.
Fiorani (a cura di), Ninfa/una citt, un
giardino, Atti del colloquio della Fonda-
zione Camillo Caetani, Roma 1990, pp.
223-245, in specie pp. 233, 234 fig. 14 e p.
235 fig. 24). Carbonara accosta queste ri-
prese decorative del reticulatum a S. Basi-
lio di Arta in Grecia, alla Cattolica di Sti-
lo ed ai vari momenti di riferimento al
mondo antico in Francia e nellItalia me-
ridionale. Per la Toscana: Pistoia, S. Bar-
tolomeo in Pantano, con una fascia di re-
ticulatum sopra gli archi e in una lunetta
della facciata (Larchitettura religiosa in To-
scana/il Medioevo, s.l. 1995, p. 63, fig. 6),
pieve di S. Andrea (ibid., p. 108, fig. 55), S.





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Rivista del Centro internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio di Vicenza www.cisapalladio.org
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Giovanni Fuorcivitas e S. Pietro (M. Sal-
mi, Larchitettura romanica in Toscana, Mi-
lano-Roma 1926, tavv. CXXV e
CXXXIX); Lucca: S. Alessandro e S. Fre-
diano (id.., ibid., tavv. LXIII e LXXXIX) e
Abbadia S. Salvatore, con due pannelli di
reticulatum in facciata (id., ibid., tav.
CLXXII), cortese indicazione di Maria
Losito. Per le Marche: Pietrangeli (Otrico-
li, cit. [cfr. nota 92], p. 258) indica la
pieve di S. Zenone presso Gagliole (sec.
XI-XII).
95. Adam, Larte, cit. [cfr. nota 4], pp.
145, 146: horrea di Narbona, acquedotto
del Gier e pannelli nellacquedotto del
Frejus.
96. Poitiers: Battistero di S. Giovanni (G.
Rivoira, Le origini dellarchitettura Lom-
barda, 2 voll., Milano 1908, II, fig. 76;
cripta di St. Paul a Jouarre (VIII secolo)
(Carbonara, Edilizia, cit. [cfr. nota 94],
p. 237); priorale di St. Generoux (X seco-
lo) (id., ibid. e Froidevaux, Tecnique..., cit.
[cfr. nota 4], p. 24 e fig. a p. 25).
97. Numerosi esempi di uso decorativo
dellopus reticulatum nellarchitettura bi-
zantina sono visibili nelle illustrazioni di
Krautheimer, Architettura..., cit. [cfr. nota
49], tra cui: la chiesa della Parigonitissa ad
Arta (1282-89, p. 467, fig. 273), sempre ad
Arta quella di S. Basilio (sec. XIII, p. 468,
fig. 283), a Costantinopoli il palazzo di
Tekfur Saray degli inizi del XIV (p. 484,
figg. 298, 299) e la Cattolica di Stilo (sec.
XI, fig. 264). Sul tema del decoro policro-
mo in queste architetture: E. Reusche,
Polychromes Sichtmauerwerk byzantinischer
und von Byzanz beeinfluter Bauten Sdo-
steuropas. Uberlieferung und Entwicklung ei-
ner handwerklichen Technik, Kln 1971;
A.H.S. Megaw, Biyzantine Reticulate Revet-
ments, in Caristhrion his Anastasion Korla-
noon III, Atene 1966, pp. 10-22.
98. Per la Torhalle di Lorsch: Mark, Ar-
chitectural, cit. [cfr. nota 10], fig. 353; J.
Hubert, J. Porcher, W.F. Wolbach, Lim-
pero carolingio, Milano 1968, fig. 56; per
Castel del Monte vedasi nota 19.
99. Lugli, La tecnica, cit. [cfr. nota 10],
II, p. 187, cita esempi a Orvieto, Ostia,
Pompei, sulla via Tiburtina, e ne d un
lungo elenco del tempo di Augusto (pp.
490-491 e tavv. CXLVI-CL). Adam, Lar-
te, cit. [cfr. nota 4], p. 147, figg. 315,
316, 317, descrive composizioni policro-
me a Pompei, Ercolano ed Ostia. Il reticu-
latum di pietre chiare e scure dellanfitea-
tro di Terni pu aver ispirato pannelli bi-
cromi in Umbria, ad esempio quelli della
facciata della cattedrale di Foligno (G. Be-
nazzi (a cura di), Foligno A.D. 1201/La fac-
ciata della Cattedrale di S. Feliciano, Foligno
1993, fig. a p. 18) e di S. Lorenzo a Spel-
lo (id., ibid., p. 68, fig. 52).
100. Pomposa/La fabbrica, i restauri, Ra-
venna 1992. La fascia bicroma di retico-
lato laterizio nella parte superiore della
facciata, frammentaria allinizio di que-
sto secolo (figg. 13, 14), stata reintegra-
ta con i restauri terminati nel 1928 (figg.
16, 17). Per gli altri esempi vedansi le
note 97, 98 e 99.
101. Burns, Leon Battista, cit. [cfr. nota
31], fig. a p. 135
102. Filarete, Trattato, cit. [cfr. nota
10], II, tavv. 115, 124, cortese indicazio-
ne di Howard Burns; R. Krautheimer, Le
tavole di Urbino, Berlino, Baltimora riesa-
minate, in H. Millon e V. Magnago Lam-
pugnani (a cura di), Rinascimento da Bru-
nelleschi a Michelangelo. La rappresentazio-
ne dellarchitettura, Milano 1994, pp. 233-
257, fig. a p. 236.
103. Tomei, Larchitettura, cit. [cfr. nota
61], pp. 257-259 e Marta, Larchitettura del
Rinascimento..., cit. [cfr. nota 61], fig. 37.
104. C.L. Frommel, Le opere romane di
Giulio, in Giulio Romano, Milano 1989, pp.
97-133, 300-301 e fig. a p. 110. Un opus
mixtum, parimenti di reticolato e laterizio,
riveste lintera facciata, alquanto singola-
re, di una casa disegnata (fol. 45r) in un
trattato di architettura scoperto di recen-
te: M. Bury, A Newly-Discovered Architec-
tural Treatise of the Early Cinquecento: the
Codex of Antonio da Faenza, in Annali di
architettura, 8, 1996, pp. 21-42, fig. 29.
105. B. Magnusson, A Drawing for the
Faade of Giulio Romanos House in Man-
tua, in Journal of the Society of Archi-
tectural Historians XLVII, 2, 1988, pp.
179-184 e F.P. Fiore, La casa di Giulio, in
Giulio Romano, cit. [cfr. nota 104], pp.
481-485 e fig. a p. 484.
106. Serlio, Regole, cit. [cfr. nota 81], f.
Xv.: affinche li conci de larchitrave stia-
no pi fermi, sar necessario riempire il
mezzo circolo di opera latteritia, cio di
pietra cotta et per pi ornamento si potr
fare di opera reticolata come usano li an-
tiqui et di simili legature si vedono in
Roma a Santo Cosma et Damiano. Nel
libro estraordinario si trovano pannelli
incassati, a volte di opera laterizia a volte
reticulata (Extraordinario libro di architet-
ture di Sebastiano Serlio architetto del re ch-
ristianissimo, in Lione MDLI, porte ru-
stiche: XIII, XIIII; XV, XXVI, XXX;
porte delicate: II, III, IV, V, VI, IX) e so-
lo la porta delicata del XIIII ha entrambe
le opere. Infine in S. Serlio, Architettura
civile, cit. [cfr. nota 79], VI, tavv. 33,
37, 63; VII, tavv. 47, 51 etc., il reticulatum
sempre in pannelli o pi ampi tratti di
parete incassati e solo nella tav. 37 del li-
bro VII ordine ed edicole si addossano a
pareti interne di reticulatum.
107. R. Pane, Architettura del Rinascimento
a Napoli, Napoli 1937, pp. 138-140; id., Il
Rinascimento nellItalia Meridionale, 2 voll.,
Milano 1975-77, II, p. 248 e G. Fiengo,
Cronologia dei paramenti murari napoletani
moderni, in S. Della Torre (a cura di), Sto-
ria..., cit.[cfr. nota 73], pp. 53-70, in specie
p. 66 e fig. 34.
108. C. Tellini Perina, Sabbioneta, Milano
1991, p. 36 e fig. a p. 37, sulle arcate che
collegavano il Palazzo Giardino di Ve-
spasiano Gonzaga con la rocca.
109. P.N. Pagliara, Murature laterizie a
Roma alla fine del 400, in Ricerche di
Storia dellArte, 48, 1992, pp. 43-54;
F.P.Fiore, Larchitettura civile di Francesco
di Giorgio, in id., M. Tafuri (a cura di),
Francesco di Giorgio architetto, Milano
1993, pp. 74-125, fig. a p. 81; A. Bruschi,
Larchitettura dei palazzi romani della pri-
ma met del Cinquecento, in Palazzo Mat-
tei Paganica e lEnciclopedia Italiana, Roma
1996, pp. 3-109, in specie 8 e 9, e soprat-
tutto E. Montelli, Paramenti laterizi a Ro-
ma nel XVI secolo: osservazioni sullimpiego
di alcune tecniche costruttive, in Quaderni
dellIstituto di Storia dellArchitettura,
n.s., fasc. 32, 1999.
110. Dopo un terremoto verificatosi nel
1781, larchitetto camerale Giuseppe Va-
ladier nel 1787 constata che i muri delle
sopralogge (ordine superiore) strapiom-
bano di circa 1/2 piede (ca. 15 cm) e pro-
pone di inserire delle catene con paletti
incassati dietro ognuna delle paraste
(A.M. Polichetti (a cura di), Il palazzo di
Federico da Montefeltro/Restauri e ricerche,
Urbino 1985, pp. 298, 300, 405, 407,
410). Nel 1923 le 4 pareti del portico so-
no tutte fuori piombo (ibid., p. 428). Non
vi sono notizie pubblicate sui provvedi-
menti adottati nelluna e nellaltra occa-
sione, che verosimilmente hanno com-
portato manipolazioni dei tratti di corti-
na attigui alle paraste.
111. B. Baldi, Descrittione del Palazzo Duca-
le di Urbino, in id., Versi e Prose, Venezia
1590, pp. 503-573, attesta, seppure un se-
colo dopo la costruzione, che la cortina era
in vista :La muraglia che chiude il vano,
che tra pilastrata, e pilastrata, e stringe le
finestre dalle sopralogge tutta di mattoni
arrotati e fatta con diligenza et industria
molto grande(pp. 526) e lo conferma
trattando del piano aggiunto da Guidobal-
do, il quale per imitare economicamente le
sopralogge fece pilastrate finte di pittura e
non di pietra, come fece anche la simili-
tudine di mattoni arrotati(p. 527). Si ad-
dice soprattutto al cortile il brano in cui
scrive che il palazzo fabricato tutto di
mattoni, e calce perfettissima e de matto-
ni le parti di fuori sono arrotate e pulite di
maniera, che fanno parere la muraglia
quasi tutta dun pezzo e bellissima a vede-
re. Lopera di mattoni che gli antichi disse-
ro lateritia, la pi lodata di tutte laltre,
come afferma Vitruvio ragionando delle
fabbriche di questa sorte, ove prova la sua
opinione dal non haver la regina di Caria
potentissima nel far il Mausoleo, eletta al-
tra sorte di quella(p. 520). Oltre a dare
una testimonianza di ammirazione entu-
siastica per lopera laterizia, Baldi ne sotto-
linea pi volte la durevolezza quando af-
ferma che quella della cortina una bel-
lezza essentiale che non cade collo scro-
starsi delle mura (p. 521), giudica che
Artifitio parimente fu il procurare alle
muraglie bellezza naturale col farle di mat-
toni, con le teste arrotate, sapendo quanto
sarebbe stato caduco sotto un cielo, che
pi rigido che altramente et ha verni mol-
to aspri lornamento delle pitture (pp.
563-564) ed aggiunge, riferendosi alla fac-
ciata ovest con argomenti che si addicono
di pi al cortile: Dalla parte di ponente la
fabbrica come si disse, fatta di mattoni
arrotati con diligenza tale, che non ha bi-
sogno dornamenti stranieri per essere ab-
bellita, ed stata gran ventura, perciocch
non consumando i venti occidentali lope-
ra di mattoni, il muro ancora cos bello,
che pare che hieri fosse finito di fabricare.
Infine, per sostenere che solo nella faccia-
ta verso la piazza doveva proseguire il rive-
stimento interrotto, ripete che una cortina
ben rifinita doveva restare in vista: E che
questa mia opinione sia vera appare dal ve-
dersi manifestamente verso la parte di po-
nente le muraglie di mattoni arrotati, fatte
con ogni sorta di diligenza il che sarebbe
stato vano dovendo poi ricoprirsi con altra
sorte dopera (p. 555). Devo la cortese in-
dicazione dei brani di Baldi a Francesco
Paolo Fiore, il quale nellattribuire a Fran-
cesco di Giorgio la bicromia della cortina
accetta ovviamente lidea che essa fosse in
vista dallorigine (Fiore, Larchitettura civi-
le, cit. [cfr. nota 109] a p. 78)
112. Fiore, Larchitettura civile, cit. [cfr.
nota 109],. pp. 95-98. La figura a p. 97
non rende a sufficienza laccuratezza del-
la cortina laterizia. Anche i pilastri del
chiostro di S. Bernardino sono costruiti
con mattoni a spigoli netti, murati con
giunti sottili (id., M. Tafuri, Introduzione,
in Francesco di Giorgio, cit. [cfr. nota 109],
fig. a p. 27)
113. Pagliara, Murature laterizie, cit.
[cfr. nota 109], p. 45 e C.L. Frommel,
Kirche und Tempel: Giuliano della Roveres
Kathedrale SantAurea in Ostia, in Festsch-
rift fr Nikolaus Himmelman. Beitrge zur
Ikonographie und Hermeneutik, Mainz
1989, pp. 491-505; id., Roma, cit. [cfr.
nota 47], p. 408-410.
114. Sul Belvedere di Innocenzo VIII:
id., ibid., p. 405-407 e bibliografia a p.
431.
115. Ho potuto distinguere le coloriture
diverse degli archivolti e della parete so-
prastante, impercettibili nelle riproduzio-
ni in bianco e nero pubblicate (D.R. Cof-
fin, Pope Innocent VIII and the Villa Belve-
dere, in Studies in Late Medieval and Re-
naissance Painting in Honor of Millard
Meiss, New York 1977, pp. 88-97, fig. 4)
esaminando da vicino il piccolo frammen-
to della veduta affrescata nella loggia del
Belvedere insieme allamico Arnold Nes-
selrath, che ringrazio per diverse preziose
osservazioni. Frommel (Roma, cit. [cfr.
nota 47], pp. 404-407) ha di recente pro-
posto di attribuire il Belvedere di Inno-
cenzo VIII a Giovannino de Dolci.
116. E. Bentivoglio, Nel cantiere del pa-
lazzo del card. Raffaele Riario (La Cancelle-
ria). Organizzazione, materiali, maestran-
ze, personaggi, in Quaderni dellIstituto
di Storia dellArchitettura, serie 27,
1982, fasc. 169-174, pp. 27-34, in specie
p. 29, e Pagliara, Murature laterizie,
cit. [cfr. nota 109], p. 46. Sulla Cancelle-
ria: Frommel, Roma, cit. [cfr. nota 47],
pp. 411-416 e p.432, nota 122 con bi-
bliografia.
117. Sul palazzetto Turci. A. Bruschi,
Larchitettura del palazzi, cit. [cfr. nota
109], pp. 3-6, e D. Salvi, Il palazzetto Tur-
ci, tesi di laurea della facolt di architet-
tura-La Sapienza, 1998-99 (dattiloscrit-
to), con una ricca analisi delle modalit
di esecuzione della cortina laterizia.
118. Pagliara, Murature laterizie., cit.
[cfr. nota 109], p. 46.
119. Per le cortine di mattoni tagliati e
arrotati: Pallottino, Incrostature, cit.
[cfr. nota 83], p. 79 e sgg. In generale per
la discussione degli argomenti a sostegno
delle diverse tesi sulle cortine laterizie del
500, comprese quelle di pal. Farnese e
del pal. dei Conservatori e la relativa bi-
bliografia, si veda larticolo di Elisabetta
Pallottino in questo fascicolo; inoltre E.
Pallottino, Il restauro della piazza del Cam-
pidoglio, in RR. roma nel rinascimento,
1998, pp. 67-78. Sulle cortine di pal. Far-
nese in particolare si vedano gli studi di
Emanuela Montelli, la quale ha scorto e





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restituito i discussi ed imbarazzanti dise-
gni bicromi ben prima che la recente pu-
litura li rendesse evidenti: E. Montelli, La
policromia delle cortine laterizie nelle archi-
tetture del XVI secolo, in Costruire in late-
rizio, XI, 1998, pp. 278-283, in specie
pp. 280-282, ed ead., Paramenti lateri-
zi, cit. [cfr. nota 109]. Larch. Laura
Cherubini, che ha diretto i lavori di re-
stauro e mi ha cortesemente autorizzato
ad esaminare la facciata durante i lavori
ed a pubblicare una foto della cortina re-
staurata, pubblicher uno studio sulle im-
portanti novit emerse sui materiali e le
tecniche costruttive della stessa facciata.
120. Emanuela Montelli analizza quasi
una quarantina di esempi di cortine poli-
crome del II-III secolo, a Roma, sulle vie
consolari e ad Ostia antica, nel suo sag-
gio, La policromia, cit. [cfr. nota 119],
pp. 7-19, e nellarticolo Paramenti, cit.
[cfr. nota 119]. Lynda Fairbairn (Italian
Renaissance Drawings, from the Collection of
Sir John Soanes Museum, 2 voll., London
1998, II), appendix 5, The Roman Monu-
ments and Sculpture. History and Represen-
tations pp. 735-762, ha raccolto, a com-
mento del volume III dei Tempietti di
G.B. Montano, schede su disegni rinasci-
mentali sugli stessi soggetti che docu-
mentano sepolcri laterizi e le loro poli-
cromie (da p. 739: cat. 1038, casa Rossa;
cat. 1041, tomba di Caius Caesellius; cat.
1043, Sacello Bracciolini; cat. 1054, tom-
ba non identificata; cat. 1063, Mausoleo
di Annia Regilla; cat. 1065, tombe a via
Latina; cat. 1077, tomba non identificata
in via Appia; cat. 1177, edificio non iden-
tificato a Palestrina; cat. 1216, tomba di
Quintus Veronius; cat. 1123, tomba Bar-
berini; cat. 1243, via Latina, tomba E.
121. Krautheimer, Corpus, cit. [cfr. no-
ta 7], II, p. 294 (S. Maria in Cosmedin);
III, p. 174 (S. Pancrazio), p. 299 (S. Pu-
denziana); IV, p. 18 etc. Strutture mura-
rie, cit. [cfr. nota 7], pp. 245-246, ed
innumerevoli esempi da p. 179 in poi;
Marta, Tecnica costruttiva, cit. [cfr. nota
7], pp. 80-81. Anche luso di decorazioni
in cotto era stato molto limitato.
122. Ehrle-Stevenson, Gli affreschi, cit.
[cfr. nota 50], pp. 29-32; E. Mntz, Les ar-
tes la cour des Papes, I, Paris 1878, pp.
111-115, 117, documenta lacquisto nel
1447-52 di vari generi di laterizi e accen-
na alla loro produzione (pp. 104-124). Per
le volte di mattoni visibili nellodierna Sa-
la del Sinodo: F. Mancinelli, Il palazzo apo-
stolico vaticano dalle origini a Sisto IV, in C.
Pietrangeli (a cura di), Il Palazzo Apostolico
Vaticano, Firenze 1992, pp. 31-47 e figg a
pp. 44, 45. Il Prof. Richard Krautheimer
mi aveva suggerito lipotesi che lapprez-
zamento di Alberti per i mattoni avesse
influito sullimportanza, nuova per Roma,
che allora viene data a questo materiale.
Acquisti di laterizi diversi per i palazzi va-
ticani erano avvenuti solo molto prima di
Nicola V, nel 1367, quando si preparava la
sede per il ritorno di Urbano V da Avi-
gnone. Si pagano allora: a Johanni Lip-
pordi de Perusio pro 2500 matonibus ad ra-
tionem quolibet miliario 10 libr. provisin25
libr. provisin.; a Magistro Marino olim de
Egubio et nunc de regione Pontis pro 3000
matronibus (sic) depictis pro palacio dni. pape
ad rationem quolibet miliario 13 flor. auri...
39 flor. auri, a Nicolao Nicoli tebulario de
regione Transtiberim pro 1500 tebulis et pro
200 canalibus ad rationem quolibet centenario
tebularum libr. 3 sol. 5 et canalium pro quoli-
bet centenario sol. 21 et den 8 e ad un altro
tegulario pro 1009 centenariis tebularum et
canalum 61 libr. 15 sol. (J.P. Kirsch, Die
Rckkehr der Ppste Urban V und Gregor XI
von Avignon nach Rom, Padeborn 1898,
pp. 111, 112, 115). Bolli su laterizi roma-
ni nel XV secolo sono documentati a par-
tire da Martino V (1417-31): L. Giustini,
Fornaci e laterizi a Roma dal XV al XIX se-
colo, Roma 1997, pp. 65 e 67, fig. 1.
123. Per lospedale di S. Spirito e la Si-
stina: Frommel, Roma, cit. [cfr. nota
47], pp. 394-398, con bibliografia a p.
439, note 78 e 81. Sulle fodere laterizie
della Sistina: P.N. Pagliara, Nuovi docu-
menti sulla costruzione della Cappella Sisti-
na, in La Cappella Sistina/La volta restau-
rata: il trionfo del colore, Novara 1992, pp.
256-265 e id., Murature laterizie, cit.
[cfr. nota 109], pp. 44-45.
124. Sulle maestranze Lombarde a Ro-
ma gi nel XV secolo: A. Bertolotti, Ar-
tisti subalpini in Roma nei secoli XV, XVI e
XVII, Mantova 1884, in specie p. 11 sui
fornaciai, e A.M. Corbo, Artisti e artigia-
ni in Roma nel tempo di Martino V e di Eu-
genio VI, Roma 1969, p. 203. In partico-
lare sui fornaciai: Giustini, Fornaci, cit.
[cfr. nota 121], pp. 10, 11; M. Vaquero
Pinero, Luniversit dei fornaciai tra la fine
del 500 e la met del 700, in Roma mo-
derna e contemporanea, IV,1, 1996, p.
471-494, in specie 477; Montelli, La poli-
cromia..., cit. [cfr. nota 119], pp. 133-142,
con tabelle e mappe sulle provenienze
dei fornaciai attivi a Roma nella seconda
met del 500, e ead., Paramenti lateri-
zi..., cit. [cfr. nota 109].
125. Peroni, Il cantiere, cit. [cfr. nota
11], p. 278 e fig. a p. 287 e H. Auten-
rieth, Il colore dellarchitettura, in Lanfran-
co e Wiligelmo/Il Duomo di Modena, Mo-
dena 1984, pp. 241-263, in specie p. 242.
F. Gabbrielli, R. Parenti, La decorazione
in laterizio. Osservazioni sulle tecniche di
produzione, in Le superfici dellArchitettura:
il cotto. Caratterizzazione e trattamenti,
Padova 1992, pp. 23-35, in specie 31,
sottolineano che necessario distinguere
le rigature intenzionali dalle tracce non
volute della lavorazione, tra le quali rien-
trano le incisioni che si esamineranno
pi avanti (note 137 e 138).
126. Autenrieth, Il colore, cit. [cfr. nota
125], descrive nel Duomo di Modena in-
tonaci antichi con giunti a finta pietra su
pareti di mattoni (p. 241), mattoni graf-
fiati per imitare la lavorazione della pie-
tra anche nei sottotetti, archi di mattoni
levigati con commessure bianche (p.
242), altri archi con alternanza di matto-
ni e conci di pietra bianca, i secondi a
volte sostituiti da una dipintura bianca su
mattoni che prova loriginaria esposizio-
ne in vista, senza intonaco, di queste
strutture. Conclude che il duomo di
Lanfranco era privo di intonaco (pp.
242-243). Su altre finiture di murature di
mattoni: id., La lettura coloristica del chio-
stro canonicale di Novara/Appunti per il
mattone a vista e lincuria di decorazioni
semplici, in Novarien, 11, 1981, pp. 39-
72 e id., Aspetti..., cit. [cfr. nota 26], 14-
15, 1987, pp. 15-34, in specie 29.
127. Luso di scolpire laterizi cotti, spes-
so antichi, documentato dallVIII seco-
lo e continua tra XI-XII e XIV (Gab-
brielli-Parenti, La decorazione, cit. [cfr.
nota 125], pp. 27 e 32. Per il decoro
scolpito sul laterizio gi cotto: A. Peroni,
San Michele a Pavia, Pavia 1967, p. 20,
sulle terracotte ornamentali del campa-
nile, databile ai primi decenni dellXI se-
colo (p. 26). Si veda anche nota 128.
128. A. Alberti, A. Mennucci, La produ-
zione dei mattoni e i laterizi decorati, e Il
problema della tecnologia di produzione, in
Lucca medievale/La decorazione in laterizio,
Lucca 1998, pp.35- 46, su tutte le tecni-
che di lavorazione; in specie sulle incisio-
ni prima della cottura pp. 40, 42, 45.
129. Sui mattoni sagomati: Gabbrielli-
Parenti, La decorazione, cit. [cfr. nota
125], pp. 28-291; C. Verga, I mattoni sa-
gomati del duomo di Crema, in Palladio,
n.s., VI, 1956, pp. 137-144, in specie a p.
42, fa risalire al XIV secolo ed ai primi
tre quarti di quello seguente la produzio-
ne in serie di mattoni sagomati, per
strombature articolate, modellati prima
della cottura. Sulle formelle lavorate en-
tro stampi nel VI-IX secolo, e soprattut-
to dal 300 in poi: Gabbrielli-Parenti, La
decorazione, cit. [cfr. nota 125], p. 28 e
R. Parenti, Le altre forme di produzione, in
Lucca, cit. [cfr. nota 128], pp. 46-61.
130. G. Berti, R. Parenti, Linserimento di
ceramiche nellarchitettura. Il caso della
chiesa di San Romano a Lucca, in Archeo-
logia Medievale, XXI, 1994, pp. 193-
211, in specie pp. 196-198 e per decora-
zioni con laterizi a forma di solido geo-
metrico: Parenti, Le altre forme, cit.
[cfr. nota 128], p. 51.
131. A Ferrara nel 1325 sono citati i ta-
gliapietracotta (Goldthwaite, La Costru-
zione della Firenze, cit. [cfr. nota 11], p.
243); a Pavia nel 1463 sono documentati
gli addetti alla talliatura lapidum cocto-
rum: M.G. Albertini Ottolenghi: Colori,
mattoni, fornaci a Pavia nei secoli XIV e XV:
documenti inediti, in Annali di storia pa-
vese, 14-15, 1987, pp. 65-70, in specie p.
68. Giordano (I maestri, cit. [cfr. nota
10], p. 168) cita un contratto del 1498 per
i chiostri di S. Ambrogio da cui risulta
che taglio e arrotatura non sono pagati a
parte. A Roma nel 1463 un muratore del
cantiere della Loggia delle Benedizioni
pagato pro incidendo et puliendo late-
res verosimilmente di recupero (C. Vasic
Vatovec, Pagno dAntonio Berti marmora-
ro e architetto a Roma e a Firenze, in S.
Danesi Squarzina (a cura di), Roma, centro
ideale della cultura dellantico nei secoli XV e
XVI, Milano 1989, pp. 280-290, in specie
p. 281. Sul taglio dei mattoni nel medioe-
vo in Francia: Froidevaux, Tecnique, cit.
[cfr. nota 4], p. 36.
132. Di Lucio Vitruvio Pollione de Architet-
tura libri due traducti de latino in vulgare
affigurati, comentati et con mirando ordine
insigniti, Como MDXXI. Nel com-
mento a f. XLv Cesariano descrive un
muro fatto tanto egregiamente da qua-
drelli incisi et refilati al martello.
133. Oltre al duomo di Modena vedi: S.
Michele a Pavia (Peroni, S. Michele,
cit. [cfr. nota 127] p. 20); il duomo di Pia-
cenza (B. Klein, Die Kathedrale von Pia-
cenza, Worms am Rhein 1995, fig. 22 e
pp. 307, 308, 309); il battistero di Parma
(A.C. Quintavalle, Battistero di Parma. Il
cielo e la terra, Parma 1989, figg. 14 e 17).
134. Lugli, La tecnica, cit. [cfr. nota
10], p. 346 (fig. 113 con mattoni tagliati
con la martellina e con la sega a confron-
to). Entro un cavalletto ligneo in forma
di croce di S. Andrea si collocano per
coltello diagonali 20-30 mattoni, strin-
gendoli con una morsa, quindi si segano
come se fossero un blocco di marmo, fa-
cilitando il taglio con acqua e sabbia. Si
ha cos il vantaggio di ottenere una fascia
gi levigata, facilmente rifinibile sfregan-
dola con sabbia ed una pietra dura. Lugli
ha verificato, per, che in tal modo il
tempo necessario per il taglio raddoppia-
va rispetto alla rottura con la martellina.
A questo inconveniente nel XV-XIV se-
colo, e forse anche prima, si poteva ov-
viare usando seghe meccaniche, del tipo
di quelle impiegate per tagliare il marmo
(cfr. nota 146).
135. Si sono esaminati, da vicino nei rari
casi in cui questo possibile, elementi in
laterizio delledilizia piacentina del XIII-
XIV secolo. Elementi simili sono comu-
ni nellarchitettura religiosa e nelledili-
zia civile, meno indagata, di molte citt
lombarde. Autenrieth (Aspetti, cit. [cfr.
nota 26], p. 19 e fig. 8) esamina i matto-
ni pi rossi e preparati con maggior cura
di abbazie cirstercensi e di chiese del
XIV-XV secolo a Pavia (S. Maria del
Carmine, S. Tommaso etc.).
136. A Piacenza, su 25 casi esaminati, so-
lo gli archetti minori di una polifora in
via Borghetto 10 presentano mattoni
rosso intenso alternati ad altri grigio ver-
dastri e negli archi maggiori di due po-
lifore in via Calzolai 59 si accostano mat-
toni rosati ad altri rosso scuro.
137. Ho contato una sessantina di righe,
in una lunghezza di 24 cm, nei mattoni
dei bardelloni ed in quelli cuneiformi del-
larco di un portale a circa 1,5 m. di altez-
za dallodierno piano stradale in via Roma
55 a Piacenza. Qui la rigatura prosegue
sulle coste delle parti tagliate a dente di
sega di mattoni ornamentali, che difficil-
mente si potevano rifinire con una mar-
tellina. Ringrazio vivamente larch. Gian-
giacomo Martines della Soprintendenza
Archeologica di Roma, il quale, sentito
anche il parere di quattro capimastri con
lunga pratica di taglio di laterizi con la
martellina, eseguiti nel corso di restauri
per la Soprintendenza, ha escluso che le
rigature in questione, esaminate in ripro-
duzioni fotografiche e calchi grafici, si
possano ottenere con questo strumento.
Incisioni simili compaiono sui mattoni
della navatella di S. Teodoro a Pavia (Au-
tenrieth, Aspetti, cit. [cfr. nota 26], fig.
31) e, forse parzialmente abrase da una
successiva levigatura, sempre a Pavia nella
facciata di S. Lazzaro (inizi XIII secolo),
nei tratti di cortina intorno alle ceramiche
che sono inserite nella parte superiore
(id., ibid., fig. 36 e H. Blake, F. Aguzzi, I
bacini pavesi, in Annali di storia pavese,
14/15, 1987, pp. 153-164, in specie p. 162
e figg. 11, 12. Larch. Emanuela Montelli
mi ha cortesemente segnalato incisioni al-
trettanto fitte e regolari in un arco nella
facciata della pieve di Castelfiorentino
(1195) (ill. 22), indicandomi la relativa bi-
bliografia: P. Gherardini, Pieve di S. Ippoli-
to di Castelfiorentino, in Miscellanea stori-
ca della Valdelsa, LXV, 1959, pp. 30-38.
Raramente sono altrettanto fitte e rettili-
nee le incisioni nei mattoni riprodotti nel-
la ricca documentazione fotografica di





10-11|1998-99 Annali di architettura
Rivista del Centro internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio di Vicenza www.cisapalladio.org
258
Lucca, cit. [cfr. nota 128], figg. a pp.
130, 142, 196, 198, 285.
138. Verga, I mattoni sagomati, cit. [cfr.
nota 129], nel Duomo di Crema ha potu-
to esaminare fuori opera mattoni sago-
mati del XIII-XIV secolo con la caratte-
ristica limatura romanica disposta diago-
nalmente concludendo che i pezzi sono
stati ricavati da mattoni di serie gi cotti
mediante scalpellatura e successiva lima-
tura delle parti in vista (p. 138). A. Benzi
e U. Galuppi, La chiesa di S. Margherita e
S. Liberata in Piacenza: esperienza di un re-
stauro, in S. Margherita e S. Liberata, Pia-
cenza 1996, pp. 7-55, figg. a pp. 27, 30,
31, hanno trovato nei resti della chiesa
del XII-XIII secolo usuali graffiature sui
mattoni che considerano tracce di una la-
vorazione a raspa del cotto. Degani (Sto-
ria, cit. [cfr. nota 10], p. 200) conside-
ra le fitte rigature sulle coste dei mattoni
usati nel periodo di costruzione del Duo-
mo di Lodi (inizi: 1159-1163) eseguite a
crudo per togliere la patina di sabbia la-
sciata dagli stampi.
139. Sulluso di seghe, con abrasivi, nella
lavorazione antica e medievale della pie-
tra: P. Rockwell, The art of stoneworking: a
reference guide, New York, Cambridge,
Melbourne 1993, in specie pp. 45-47, e
pp. 46-47 su seghe meccaniche. Cesaria-
no (Di Lucio Vitruvio, cit. [cfr. nota
132], f.XXXVIIv) attesta che ai suoi tem-
pi si era diffusa la pratica di segare la pie-
tra con lame metalliche e laiuto di smeri-
glio ed acqua: alcuni nostri per venusta-
te et decore de qualchi membri de li aedi-
ficii hano comenzato pi che non si sole-
va fare seghare epsi saxi con le lamine chi
de aeramo et chi di plumbo: con lo aspe-
ro smiryglio sabulato et con laqua sgucio-
lando como e notissimo tale sectione.
J.C. Bessac (Loutillage traditionnel du tail-
leur de pierre de lAntiquit nos jours, Pa-
ris 1987, pp. 222-230, con bibliografia) il-
lustra diversi tipi di seghetti, tra cui uno
ad arco, utilizzati dallantichit per taglia-
re pietre dure e tenere. Alcuni di questi,
che risultano in uso nel Medioevo e nel
Rinascimento, si potevano impiegare an-
che per segare singoli mattoni. Deboli
tracce di incisioni simili a quelle descritte
sopra si possono vedere nel 500 a Roma
nei mattoni arrotati del piano nobile di
palazzo Farnese. La sega appare pi ido-
nea della martellina ad ottenere la leviga-
tura finale in uso in questa citt.
140. Per laterizi romani con linee incise
prima della cottura, predisposte per il ta-
glio: Lugli, La tecnica, cit. [cfr. nota
10], I, fig. 111 e Adam, Larte, cit. [cfr.
nota 4], p. 119.
141. Si potrebbe facilmente verificare
quale sia lalternativa giusta esaminando
mattoni smurati.
142. Per i mattoni a cuneo degli archi e
per quelli curvati dei bardelloni prepara-
ti con forme a s: Berti-Parenti, Linseri-
mento, cit. [cfr. nota 130], p. 199 e
Gabbrielli-Parenti, La decorazione, cit.
[cfr. nota 125] p. 29.
143. M.G. Albertini Ottolenghi, Colori,
cit. [cfr. nota 131], pp. 65-70, in specie
pp. 67-68. In una rubrica intitolata Qua-
liter debeant teneri et vendi madonos, con-
servata in un manoscritto del XVIII seco-
lo, sono menzionati anche i quadroni.
144. C.P. Scavizzi, Edilizia nei secoli XVII
e XVIII a Roma, Roma s.d., p. 33. Il mat-
tone quadro del 600 romano ha un lato
di 22,9 cm, minore della lunghezza di
una pianella (33,5 cm).
145. Vincenzo Scamozzi, Lidea dellarchi-
tettura universale, 2 voll., Venezia 1615,
II, p. 301 e fig. a p. 302.
146. Vedi nota 134. Si poteva usare forse
anche una sega idraulica. J.B. Ward
Perkins, Quarries and stone working in the
Early Middle Ages: the heritage of the an-
cient world, in Settimane di Studi del
Centro Italiano di Studi sullAlto Me-
dioevo, XCII, 1971, pp. 525-543, cita
(pp. 534-535) un mulino che azionava
una sega per marmi ancora in funzione
nellalto medioevo e ricorda mulini simi-
li in Lombardia nel XVI secolo. Una se-
ga del genere disegnata nel taccuino di
V. de Honnecourt: J.P. Adam e P. Varne,
La scie hydraulique de Villard de Honne-
court et sa place dans lhistoire des tecniques,
in Bullettin Monumental, 143, 1985,
pp. 317-322 Una macchina per segare
pietre e marmi ed una per arrotare le pie-
tre sono raffigurate nel codice Marciano
5363 di Benvenuto della Volpaia (1475-
1532) (P.N. Pagliara, voce su B. della
Volpaia in D.B.I., XXXVII, Roma 1989,
p. 790. Il primo disegno riprodotto da
Alberto Alberti, interessato al taglio di
pietre dure (Ibid., p. 794 e K. Hermann
Fiore, Disegni degli Alberti, Roma 1983,
pp. 264-265).
147. Via S. Sisto 1, Via Borghetto 26 e Via
S. Marco a Piacenza. Autenrieth (La lettu-
ra coloristica, cit. [cfr. nota 126], p. 54)
elenca facciate di Crema, Lodivecchio,
Viboldone, le chiese di S. Tommaso a Pa-
via e S. Marco a Milano, e incorniciature
di finestre in molte architetture trecente-
sche di mattoni levigati, privi di rigature e
murati con giunti sottili nel coro del Duo-
mo a Monza e nel transetto di S. Maria
del Carmine a Pavia (Vedasi anche id.,
Aspetti, cit. [cfr. nota 26], p. 19)
148. A. Grimaldi, Il palazzo della Ragione,
Milano 1983, figg. a pp. 42, 50, 53, e so-
prattutto 54-55.
149. Il frammento nella facciata di una
casa in via Borghetto 10.
150. Si vedano: il transetto di S. Maria
del Carmine e S. Tommaso a Pavia ed al-
cune delle architetture lombarde elenca-
te da Autentrieth in La lettura coloristi-
ca, cit. [cfr. nota 126] p. 54, ed in Aspet-
ti, cit. [cfr. nota 26], p. 19. Nel tempo
sembrano succedersi diverse finiture del
mattone: la rigatura con la martellina
(XII-XIII secolo), la rigatura fitta, possi-
bile traccia di taglio con la sega (XIII-
inizi XIV secolo) ed il mattone tagliato e
fregato (fine XIV-XVI secolo).
151. Alberti, Larchitettura, cit. [cfr.
nota 25], I, pp. 146, sullutilit della puli-
tura, e 148, sui modi per eseguirla: si
pensa che i mattoni in cotto debbano es-
sere ripuliti o subito dopo essere estratti
dalla fornace prima che si inumidiscano,
o, se gi inumiditi prima che si asciughi-
noNoi ad ogni modo riteniamo pi
conveniente levigare il mattone appena
cotto e ancora caldo.
152. Cesariano, Di Lucio Vitruvio, cit.
[cfr. nota 132], f. XLv, dopo aver descrit-
to un muro di mattoni tagliati et positi
in opera che apena si vedeno le coniunc-
ture de la calce entro luno et laltro: et
tanto sono epsi lateri di bona concoctio-
ne che luno non pare discolorato dal al-
tro: Cosa che hora la Avaritia non lassa
operare seno in pochissimi aedifici ma
copreno con la coriatione di calce...
153. Vitruvio, De architectura, P. Gros (a
cura di), traduzione e commento di A.
Corso ed E. Romano, 2 voll., Torino
1997, I, p. 144: in Italia Arretio vetu-
stum egregie factum murum.
154. Sullipotesi di un viaggio di Cesaria-
no a Roma, basata su un passo di Vasari
nella vita di Iacopo Sansovino, concorda-
no: G. Agosti, Bambaia e il classicismo lom-
bardo, Torino 1990, p. 81; B. Agosti, Ri-
flessioni su un manoscritto di Cesariano, in
Cesare Cesariano e il classicismo di primo
500, Milano 1986, p. 71 e A. Rovetta,
Note introduttive alledizione del primo libro
del Vitruvio di Cesare Cesariano, ibidem, p.
247 sgg., che suppone possibile un sog-
giorno romano dellarchitetto (p. 253).
155. Rovetta, Note, cit. [cfr. nota 154],
pp. 252-257, appunti per una biografia di
Cesariano, con bibliografia.
156. Su S. Maria presso S. Celso vedi no-
te 178 e 179.
157. Gi nel ricettario di Eraclio si trova
una ricetta per dipingere colonne di mat-
toni per imitare il marmo (Greenhalgh,
The Survival, cit. [cfr. nota 11], p. 120).
158. Alberti, Larchitettura, cit. [cfr.
nota 25], p. 470.
159. Ibidem, pp. 450-454.
160. Vedi nota 152 e Cesariano, Di Lucio
Vitruvio, cit. [cfr. nota 132], f. XLr, sui
muri che non sono fatti di quadrati saxi
161 Vasari-Milanesi, Le vite, cit. [cfr.
nota 44], I, pp. 122-123.
162. Ibidem, IV, p. 445 per palazzo Stroz-
zi; VI, p. 348 per il forte di S. Andrea; I,
p. 123 sulla tribuna di S. Pietro. Sul Lao-
coonte: I. Lavin, Ex uno lapide: The Re-
naissance Sculptors Tour de Force, in Win-
ner, Andreae, Pietrangeli. Il cortile, cit.
[cfr. nota 78], pp. 191-210.
163. Vasari-Milanesi, Le vite, cit. [cfr.
nota 44], p. 125: Michelangelo nella li-
breria e sagrestia di S. Lorenzo ha fatto
condurre le cornici, le colonne ed ogni
lavoro con tanta diligenza, che dargento
non resterebbe s bella.
164. Ad esempio lammirazione per capi-
telli di bronzo dorato in molte descrizio-
ni letterarie di architetture, da Ariosto a
Trissino, e rappresentazioni equivalenti
in architetture raffigurate in dipinti.
165. Svetonio, De vita Caesarum, II, XX-
VIII, 3 Urbemexcoluit adeo, ut iure
sit gloriatus marmoream se relinquere,
quam latericiam accepisset.
166. Alberti, Larchitettura, cit. [cfr.
nota 25], I, pp. 144-148.
167. DAmico, Weil Garris, The Renais-
sance Cardinal, cit. [cfr. nota 84], p. 86:
nonnullos qui laudem in aedificandi fruga-
litate ponunt intercolumnis lateritiis addere
mutulas epistyliaque tiburtino.
168. Francesco di Giorgio estende ai
mattoni lapparecchio isodomo, che Vi-
truvio aveva descritto trattando della co-
struzione con conci squadrati di pietra,
quando afferma: lisodomo si quando
tutte le pietre ho matoni sono duna me-
desima groseza (G. Scaglia (a cura di) Il
Vitruvio Magliabechiano di Francesco di
Giorgio Martini, Firenze 1985, p. 88). Si
manifesta cos quella convinzione, am-
piamente condivisa, che il ruolo della
pietra cotta fosse assimilabile in tutto a
quello della pietra naturale, che porta,
come si visto (nota 71), anche a rende-
re apparentemente regolare un apparec-
chio incidendo finti giunti sia su mattoni
sia su conci di pietra.
169. Bruschi, Larchitettura dei Palazzi,
cit. [cfr. nota 109], p. 5, mette fondata-
mente in relazione lidea rinascimentale
di abbinare ordini di pietra e cortine late-
rizie con un passo di Vitruvio sulledilizia
abitativa romana a molti piani costruita
con pilis lapideis, structuris testaceis, parie-
tibus caementiciis (Vitruvio, De architectu-
ra, cit. [cfr. nota 153], I, p. 148).
170. Vedi nota 167.
171. P. Ruschi, Bartolomeo Ammannati e la
fortuna del cotto a faccia vista nellarchitet-
tura toscana del Cinquecento, in Bartolomeo
Ammannati scultore e architetto, 1511-
1592, Firenze 1995, pp. 305-320.
172. Sarajna, De origine..., cit. [cfr. nota
45], f. 30v, trattando di Porta Leoni, dove
un prospetto lapideo pi tardo era stato
addossato ad una porta repubblicana in
gran parte di laterizio, considera pi anti-
ca questultima: antiquo enim tempore in
tanto usu marmor non erat, sed latere cocto
struebantur. Il giudizio sulla porta cor-
retto (cfr. Cavalieri Manasse, Porta Leoni,
parte pi antica, in P. Marini (a cura di),
Palladio e Verona, Venezia 1980), infon-
dato invece il criterio seguito dal Sarajna
per cui le opere di laterizio erano gene-
ralmente pi antiche di quelle di marmo.
173. Sul palazzo Corner a S.Polo: G. Ro-
manelli, Sanmicheli e Venezia: novit e rilet-
ture, in Michele Sanmicheli/Architettura, lin-
guaggio e cultura artistica nel Cinquecento,
Vicenza-Milano 1995, pp. 80-91 e 276-
283.
174. Dellarchitettura di Gio. Antonio Ru-
sconi, Venezia 1590, p. 38.
175. Scamozzi, Idea dellarchitettura.., cit.
[cfr. nota 145], II, p. 303.
176. Bruno Adorni (Gli affreschi nella Sa-
crestia, in id. (a cura di), Labbazia benedetti-
na di San Giovanni Evangelista a Parma,
(Milano) 1979, pp. 86-91, in specie 87) at-
tribuisce a Cesare Cesariano la decorazio-
ne della Sacrestia di San Giovanni Evan-
gelista a Parma, iniziata nel maggio 1508 e
finita nel settembre di quellanno. Si sa an-
che che tra il 1503 ed il 1507, a pi ripre-
se, il pittore-architetto presente a Reggio
Emilia. La data di inizio della costruzione
della facciata della chiesa non ci purtrop-
po nota, e poich la prima notizia dalla
quale apprendiamo che la stessa era di





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mattoni fregati e tagliati appare in un
rendiconto del 1519, quando doveva esse-
re completa (L. Testi, Regesto, ibid., pp.
231-252, in specie p. 236 e nota 81), non si
pu essere sicuri che egli lavesse vista. La
facciata poi stata rinnovata alla fine del
Cinquecento. Cesariano doveva conoscere
per opere di mattoni fregati e tagliati co-
me la chiesa di S. Maria del Carmine a Pa-
via (1375-90..) (ill. 24), e di certo aveva vi-
sto le finiture di mattoni tagliati nelledili-
zia piacentina dei secoli precedenti, dal
momento che nel commento a Vitruvio ri-
corda i chiostri di S. Sepolcro in quella
citt che cita pi volte (Cesariano, Di Lu-
cio Vitruvio, cit. [cfr. nota 132], ff. CXIr,
CXIIv e CXVr). A Pavia nel XIV-XV se-
colo si continuano a costruire paramenti
laterizi accurati, ma non a giunti fini (Ca-
stello e Certosa), fissando per contratto la
fornitura di mattoni di colore omogeneo e
della migliore qualit, per l88 per cento
vermilii (Ottolenghi, Colori, cit. [cfr.
nota 131], p. 68), e si eseguono ancora sin-
goli elementi con mattoni levigati murati a
giunti fini ( p. es. una finestra nellospeda-
le S. Matteo, un arco nel portale del palaz-
zo di Giovan Francesco Bottigella: A. Pe-
roni, M.G. Albertini Ottolenghi, O. Vici-
ni, L. Giordano, Pavia/Larchitettura del-
let sforzesca, Torino 1978, pp. 44 e 139). A
Pavia sono di mattoni tagliati e levigati i
motivi geometrici nel fianco di S. Maria di
Canepanova (ill. 25) (iniziata nel 1504-5:
M. Visioli, Larchitettura religiosa, in Storia
di Pavia, III, in stampa). A Cremona di
mattoni cuneiformi levigati larco del por-
tale di pal. Bagarotti (L. Azzolini, Palazzi
del Quattrocento a Cremona, Cremona
1994, p. 38).
177. Per i viaggi a Roma di Cristoforo
Solari e di Bramantino si vedano le note
178 e 180.
178. Su S. Maria presso S. Celso: C.L.
Frommel, Il progetto del Louvre per la chiesa
dei Fogliani e larchitettura di Cristoforo Sola-
ri, in T. Balboni Brizza (a cura di), Quader-
ni di Studi sullArte Lombarda dai Visconti
agli Sforza, Milano 1990, pp. 52-63, in
specie p. 59, su Solari a Roma nel 1514 e
su possibili viaggi precedenti in questa
citt dal momento che nel 1505 conosce
gi bene le architetture romane di Bra-
mante, e p. 61; N. Riegel, Cesare Cesariano
e la chiesa di Santa Maria presso S. Celso a
Milano, in Cesare Cesariano e il classicismo di
primo Cinquecento, Milano 1996, pp. 3-44;
ead., Santa Maria presso S.Celso in Main-
land. Der Kirchenbau und seine Innerdekora-
tion (1430-1563), Worms am Rhein 1998.
179. Nel 1506-13, il periodo in cui si edi-
fica latrio secondo Nicole Riegel (Cesare
Cesariano, cit. [cfr. nota 178], p. 7) com-
paiono pochi pagamenti per opere lateri-
zie nella raccolta dei documenti pubblica-
ti dallautrice: migliara due, centinara 8
di medoni grandi per voltare li archi, il
3-12-1507, ed una stella per li archi de
cotto il 15-12-1507. (ead., Santa Ma-
ria, cit. [cfr. nota 178], p. 374). La noti-
zia pi interessante in proposito riguarda
una fregazadura de madoni 300 pagata
il 22-12-1515, in data, quindi, posteriore a
quella in cui i portici sarebbero stati ulti-
mati. Non si pu escludere, per, che an-
che dopo che questi erano stati coperti e
le parti in pietra erano state messe in ope-
ra, proseguisse il rivestimento di cortina
laterizia nel sottoportico. quindi abba-
stanza sicuro che questo fosse rifinito con
mattoni, almeno in parte levigati. ar-
duo, invece, determinare quanto rimanga
del materiale e dellopera originari e defi-
nirne i caratteri, anche perch finora non
si conoscono i documenti su un restauro
avvenuto a met del secolo scorso, di cui
mi ha cortesemente dato notizia lamico
Luciano Patetta. Oggi, lopera laterizia
appare eterogenera per materiali ed appa-
recchiatura. Nella parte bassa delle para-
ste, pi recente, si ottiene la larghezza di
42 cm con un pezzo di taglio ed uno di te-
sta in un filare (24+18) alternato ad un fi-
lare con disposizione inversa; i mattoni
sono di grana fina e lisci. Nella parte su-
periore, verosimilmente ottocentesca, 3
pezzi di testa (14x3), alternati a filari con
due pezzi tagliati a misura (20-21 cm) di-
sposti per lungo, formano un apparecchio
assiale, e limpasto di mattoni di grana
pi grossa. In entrambe le parti il colore
appare troppo uniforme per unopera cin-
quecentesca. Nella campata del sottopor-
tico nord, dove una meridiana datata inci-
sa sui mattoni attesta che la cortina ori-
ginale, non vi alcun apparecchio regola-
re; i giunti sono pi sottili che nelle mura-
ture ordinarie ma sempre ben visibili.
180. Sulla Cappella Trivulzio: C. Baroni,
Leonardo, Bramantino ed il Mausoleo di G.
Giacomo Trivulzio, in Raccolta Vincia-
na, XV-XVI, 1935-39, pp. 201-270. I
lavori iniziano nel 1512 (p. 251). Baroni
(p. 240) confronta lopera laterizia della
cappella con i sepolcri delle vie Appia e
Nomentana a Roma. Nel 1567 una visita
pastorale attesta che stata interrotta la
costruzione di un portico davanti alla
facciata (p. 245), ma ci non comporta
necessariamente che le cortine laterizie
sulla fronte e le paraste sui fianchi non
siano originali. Su Bramantino a Roma:
Agosti, Bambaia, cit. [cfr. nota 154],
pp. 79-81 e 107-108.
181. La volta a botte cassettonata del nin-
feo della presunta villa di Cicerone a Mo-
la (Formia) pu essere stata una delle fon-
ti antiche per il vestibolo di palazzo Vene-
zia. Nel 400 la zona di Mola, come tutta
la Campania a nord di Napoli, infatti, era
ben nota a chi indagava sulle architetture
antiche ed anche fra Giocondo, nel 1489,
da Napoli va a Mola e Gaeta per vedere
certe anticaglie (H. Gnther, Das Stu-
dium der Antiken Architektur in den Zeich-
nungen der Hochrenaissance, Tbingen
1988, p. 34). Pi tardi Baldassarre Peruz-
zi disegner pianta ed alzato del ninfeo
(UA 538, Ibid., pp. 191-192; O. Vasori, I
monumenti antichi in Italia nei disegni degli
Uffizi, Roma 1981, pp. 63-66; H. Wurm,
Baldassarre Peruzzi. Architekturzeichnun-
gen, Tbingen 1984, tav. 95). Su questo
ninfeo: C.F. Giuliani-M. Guaitoli, Il Nin-
feo Minore della villa detta di Cicerone a For-
mia, in Mitteilungen des deutschen Ar-
chaelogischen Instituts/Rmische Abtei-
lung, 79, 1972, pp. 191-219, e Ward
Perkins, Architettura Romana, cit. [cfr. no-
ta 10], p. 118 e fig. 133.
182. G. De Angelis DOssat, La prima co-
struzione delle cupole nellarchitettura ro-
mana, in Atti del III Convegno Nazionale di
Storia dellArchitettura, Roma 1940, p.
223-250, in specie pp. 239-244; Lugli, La
tecnica, cit. [cfr. nota 10], pp. 387, 415,
428; Ward Perkins, Architettura romana,
cit. [cfr. nota 10], p. 148; J.J. Rasch, Die
Kuppel in der Rmischen Architektur.
Entwicklung, Formgebung, Konstruktion,
in R. Graefe (Hrsg), Zur Geschichte des
Kostruierens, Stuttgart 1989, pp. 17-37, in
specie pp. 20-21.
183. Id., Ibid., pp. 20-21 sulla diffusione
dallAsia Minore, alla Gallia, al Nord
Africa e a Treviri, e p. 20 sui vantaggi
della pozzolana. Sempre sulla pozzolana:
Ward Perkins, Architettura romana, cit.
[cfr. nota 10], pp. 97-98.
184. Sulla disposizione orizzontale dei
caementa: Lugli, La tecnica, cit. [cfr. no-
ta 10], p. 428 (dal mausoleo di Augusto);
Rasch, Die Kuppel, cit. [cfr. nota 182],
p. 21.
185. Deichmann, Studien..., cit. [cfr. nota
4], p. 25; Rasch, Die Kuppel..., cit. [cfr.
nota 182], p. 21. Luso dellopus caementi-
cium per costruire volte, inoltre, incon-
trava difficolt dove non si disponeva di
una buona malta e di abbondante legna-
me per le centine (Ward Perkins, Archi-
tettura romana..., cit. [cfr. nota 10], p.
287).
186. Rasch, Die Kuppel, cit. [cfr. nota
182], p. 20.
187. Id., ibid., p. 20.
188. Deichmann, Studien, cit. [cfr. no-
ta 4], pp. 26-38; Ward Perkins, Architet-
tura romana, cit. [cfr. nota 10], pp. 287-
288; Rasch, Die Kuppel, cit. [cfr. nota
182], p. 21.
189. De Angelis DOssat, La forma..., cit.
[cfr. nota 50], p. 239; Deichmann, Stu-
dien, cit. [cfr. nota 4], p. 36; Krauthei-
mer, Architettura paleocristiana, cit. [cfr.
nota 49], p. 90; Rasch, Die Kuppel, cit.
[cfr. nota 182], p. 21.
190. Ho ricavato lelenco che segue, di
una quindicina di volte di conglomerato
databili tra VI-VII e XV secolo, da noti-
zie pubblicate in primo luogo nel Corpus
Basilicarum, scartando, salvo la prima del-
lelenco, quelle per cui rimane il dubbio
che lesecuzione risalga al tardo impero o
ad un rifacimento posteriore al XIV seco-
lo: S. Stefano degli Abessini, resti di vol-
ta a crociera di una loggia sotto la chiesa
attuale che Krautheimer (Corpus, cit.
[cfr. nota 7], IV, p. 185-6) data al IV seco-
lo e G. Giovannoni (La chiesa vaticana di
San Stefano Maggiore (Trovamenti e restau-
ri), in Atti della Pontificia Accademia
Romana di Archeologia, Memorie, vol.
IV, 1934-38, pp. 1-28, in specie p. 7 e fig.
9) ritiene sia del VI- VII secolo; Palazzo
diaconale di S. Maria in Cosmedin, resti
di volte dellVIII secolo nellandrone e
del IX in altri ambienti (G.B. Giovenale,
La basilica di S. Maria in Cosmedin, Roma
1927, pp. 408 e 410); SS. Quattro Coro-
nati, crociera nella cappella cosiddetta di
S. Barbara, sec. IX (Krautheimer, Cor-
pus, cit. [cfr. nota 7], IV, pp. 26, 29 e fig.
27; Marta, Tecnica, cit. [cfr. nota 7], p.
104); S. Lorenzo al Verano, frammenti di
volta nella cripta gettata su centine rifini-
te con stuoie a intreccio, tra fine secolo
XI e inizioXII (Krautheimer, Corpus...,
cit. [cfr. nota 7], II, pp. 90-91, 141 e fig.
84); sempre in S. Lorenzo, volta del chio-
stro, su centina rifinita come la preceden-
te, XII secolo (Ibid., p. 141); protiro di S.
Prassede, XI-XII secolo (vedi nota 194);
monastero di S. Giovanni e Paolo, volte
in varie camere, 1145-1159 (A. Prandi, Il
complesso monumentale della basilica celi-
montana dei SS. Giovanni e Paolo, Roma
1953, tavv. XXII, XXV, XXVII e pp. 264,
282, 283, figg. 225, 243, 250); S. Giovan-
ni a Ninfa, con catino absidale, getto su
centina con tavole, XII-XIII secolo e,
sempre a Ninfa, S. Maria Maggiore, cati-
no absidale e crociera nel campanile, XII-
XIII secolo (vedi nota 197); convento di
S. Martino ai Monti, volte in camere a va-
ri piani, inizi del XIII secolo (vedi nota
193); S. Paolo fuori le Mura, cosiddetta
cappella di S. Giuliano, fine XII-inizio
XIII secolo (vedi nota 195); palazzi Vati-
cani, volte al piano terra nellala di Inno-
cenzo III e di Nicol III, secolo XIII (ve-
di nota 196); fortificazioni diverse nel La-
zio meridionale, secoli XII-XV (vedi nota
197); transetto di S. Maria sopra Minerva
(G. Palmerio-G. Villetti, Storia edilizia di
Santa Maria sopra Minerva, 1275-1879,
Roma 1989, pp. 104 e 287, fig. a p. 77;
id., Santa Maria sopra Minerva in Roma.
Notizie dal cantiere, Roma 1994, pp. 30,
87); S. Sabina, resti di crociera nella torre
campanaria, XIV(?) secolo (A. Serafini,
Torri campanarie di Roma e del Lazio nel
Medioevo, 2 voll., Roma 1927, I, p. 95 e
fig. 252. Serafini data la volta a prima del
Mille, ma la torre unaggiunta del tardo
Medioevo secondo Krautheimer (Cor-
pus, cit. [cfr. nota 7], IV, p. 92)).
191. Marta, Tecnica, cit. [cfr. nota 7],
pp. 103-108, passa in rassegna varie vol-
te costruite a Roma nel Medioevo, ma
non ne tratta le tecniche costruttive, ana-
lizzate invece in alcuni esempi del Lazio
meridionale da D. Fiorani, Tecniche co-
struttive murarie medievali. Il Lazio meri-
dionale, Roma 1996, pp. 181-185.
192. di mattoni la calotta absidale di S.
Pancrazio, ricostruita peraltro nel XV se-
colo, Nestori, La basilica di S. Pancrazio in
Roma, in Rivista di Archeologia Cristia-
na, XXXVI, 1960, pp. 213-248).
193. R. Vieillard, Les origines du titre de
Saint Martin au Monts a Rome, Roma-Pa-
ris 1931, figg. 53-54. Le volte, costruite
dal card. Guala Bicchieri (1205-1227) su
centine con canne, avevano uno spessore
in chiave di 30 cm (pp. 102, 105).
194. Krautheimer, Corpus, cit. [cfr. no-
ta 7], III, pp. 243-244 e fig. 245.
195. Id., ibid., V, pp. 108-109. Lambien-
te, affrescato tra fine Duecento ed inizi
Trecento, deve essere anteriore alla co-
struzione del chiostro (1193-1226/35).
La cappella descritta, prima della recen-
te rimozione degli intonaci, da A. Tomei
ed E. Bassan, Le opere darte superstiti, in
C. Pietrangeli (a cura di), San Paolo fuori
le mura a Roma, Roma 1988, pp. 151-203,
in specie p. 162, figg. a pp. 196-197.
196. Le stanze con volte a crociera sono
al piano terreno dellala compresa tra il
cortile del Pappagallo e lodierno cortile
di S. Damaso. Le volte sono state sco-
perte dagli intonaci durante i restauri e
poi reintonacate. Le foto riprese durante
i lavori mostrano conglomerato con pic-
coli caementa collocati in una malta ab-
bondante. Su questa parte del palazzo
papale, D. Redig de Campos, I palazzi
vaticani, Bologna 1967, pp. 25-33.
197. Per S. Maria Maggiore a Ninfa: L.
Hadermann - Misguich, Images de Ninfa.





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Peintures mdivales dans une ville ruine
du Latium, Roma 1986, tav. I e figg. 10,
11 e 24; per S. Giovanni, sempre a Nin-
fa, ead., ibid., figg. 25, 26, 27 e Carbona-
ra, Edilizia, cit. [cfr. nota 94], pp. 223-
245, in specie 234. Per i castelli di Mon-
te Acuto e di Zancati ed altre fortifica-
zioni del Lazio meridionale: D. Fiorani,
Tecniche costruttive, cit. [cfr. nota 191],
pp. 181-185 e figg. 23-26.
198. Vedi nota 182 su volte antiche con
caementa radiali e per la volta di porta S.
Lorenzo ad Aquino; G. Brands, Anfange
und nachleben rmischer Kreuzgewlbe, in
A. Hoffmann, E-L Schwandner, W.
Hoepfner und G. Brands (Hrsg.), Baute-
chnik der Antike, Mainz am Rhein 1991,
pp. 29-38, figg. 4-8.
199. I lavori del palazzo di Giuliano del-
la Rovere nellabazia di Grottaferrata so-
no interrotti nel 1494, quando il cardina-
le si rifugia in Francia. Sono visibili lin-
tradosso delle volte, privo dintonaco, e
le ammorsature per un braccio di portico
non realizzato (P.N. Pagliara, Grottafer-
rata e Giuliano Della Rovere, in Quader-
ni dellIstituto di Storia dellArchitettu-
ra, n.s., fasc. 13, 1989, pp. 19-42, fig.
30). Sul Ninfeo di Gennazzano: C.L.
Frommel, Bramantes Ninfeo in Genaz-
zano, in Rmisches Jahrbuch fr Kunst-
geschichte, XII, 1969, pp. 139-160, con
le foto delle volte. In specie per lanalisi
delle tecniche delle volte nelle rovine del
Ninfeo: P. Barucco, Il Ninfeo di Gennaz-
zano, tesi di laurea della facolt di archi-
tettura di Roma-La Sapienza, 1992-93
(dattiloscritto). Per la cupola minore di
pezzame del Santuario di Monte Moro:
Felici, S. Maria di Monte Moro, cit. [cfr.
nota 47], pp. 112-113.
200. Ho potuto esaminare dai ponteggi
la volta del vestibolo di S. Stefano Ro-
tondo privato dintonaco durante i re-
stauri nel 1990 grazie alla cortesia del-
larch. Sebastian Storz, che me ne ha se-
gnalato la tecnica costruttiva. Con la
conclusione dei lavori la volta stata
nuovamente intonacata. Sulle tecniche
costruttive di S. Stefano Rotondo: H.
Brandenburg-S. Storz, Die frchristliche
Kirke Santo Stefano Rotondo in Rom. Ar-
chologische Bauuntersuchung: Ein Zwi-
schenbericht (I), in Das Mnster, 46,
1993, pp. 277-299 e 47, 1994, p. 33 e sgg.
201. Le impronte nette delle tavole, lun-
ghe tanto da comprendere due cassetto-
ni, consentirebbero di restituire con un
rilievo fotogrammetrico la centina per
verificare se un elemento di questa lun-
ghezza stato spostato longitudinalmen-
te man mano che procedeva lesecuzione.
202. Le Palais Farnse, 3 voll., Roma
1980, II planches, pp. 145, 148, 149.
Sulla storia della costruzione, in corso
nel 1515: C.L. Frommel, Sangallo et Mi-
chel-Ange (1513-1550), ibid., I, 1, texte,
pp. 127-223. Si pu solo essere sicuri
che siano di conglomerato la volta della
Sistina e quella della loggia di Psiche al-
la Farnesina; le piccole parti visibili du-
rante i restauri non consentono tuttavia
di precisare composizione e disposizio-
ne di queste opera caementicia, cos come
per la cupola di S. Eligio degli Orefici,
che stata sostituita (Per tutte si veda
Pagliara, Eredit, cit. [cfr. nota 31],
pp. 32, 33 e note 16-20.
203. C.L. Frommel, Il cantiere di S. Pietro
prima di Michelangelo, in Guillaume, Les
chantiers, cit. [cfr. nota 10], pp. 175-
190. C. Thnes, in Wolff Metternich -
Thnes, Die frhen, cit. [cfr. nota 46],
pp. 188-193 sulla tecnica di costruzione
della volta, attribuisce una lunghezza di
1,80 m agli elementi radiali di pietra. La
veduta pi ricca di informazioni sulla
volta in costruzione quella, notissima,
di Marten van Heemskerk (Berliner
Skizzenbuch, II, f. 52r), ibid. fig. 124.
204. H. Hibbard, Carlo Maderno and Ro-
man Architecture 1580-1630, London
1971, p. 184. In un Avviso del 24 settem-
bre 1513 si legge: il signor Carlo Mader-
ni architetto promette che fra un anno sar
finita la volta, che ora si getta e se gli fa lar-
matura che sar grossa 8 palmi e mezzo.
Una conferma di come sia effettivamente
avvenuta la costruzione viene da un capi-
tolato sulle finiture di stucco pi che dagli
altri documenti riguardanti la costruzione
(Arch. Di Stato di Roma, 30 not. Cap. Uff.
38, P. Roverius, vol. 8, ff. 253-254, 7 mar-
zo 1615, in Scolari, Le opere in stucco, cit.
[cfr. nota 35], p. 100 e nota 126). Gli stuc-
catori si impegnano a spiconare, arriccia-
re, drizare, tagliare dove bisogna, accre-
scer dove mancasse per acquisire la drittu-
ra et spigoli, che respondino per tutti li
nessi nel modo che gi stata compartita
nel gettare. Lo spessore della volta realiz-
zata comunque molto minore di quello
della volta bramantesca, come ha rilevato
Christof Thoenes (Die frhen, cit. [cfr.
nota 46], p. 188 e fig. 186) il quale ha per-
ci proposto che la volta fosse di mattoni.
La riduzione di spessore tanto sensibile
da far comunque supporre che Maderno,
pur facendo un getto di conglomerato, ab-
bia impiegato una tecnica diversa da quel-
la che era stata usata nel primo 500. Rin-
grazio Claudio Varagnoli per numerose
indicazioni e per aver discusso con me lin-
tera questione.
205. G. Nespeca, San Salvatore in Lauro,
tesi di laurea della facolt di architettura di
Roma-La Sapienza, 1992-93 (dattiloscrit-
to); S. Benedetti, S. Maria di Loreto, Roma
1968, p. 41 sullacquisto di 150 migliara
di mattoni nel 1573-76, figg. 7 e 8.
206. Vasari-Milanesi, Le vite, cit. [cfr.
nota 44], IV, p. 291.
207. La prima volta a botte fiorentina di
Giuliano da Sangallo quella del portico
nel palazzo di Bartolomeo Scala (1472-80
?). Sanpaolesi, che ha collaborato al re-
stauro del palazzo e quindi ha potuto ana-
lizzarne le tecniche di costruzione e fini-
tura, descrive volte cassettonate a botte,
con i singoli cassettoni precostituiti a
stampo con un getto di calce e pozzola-
na e poi precisa: i cassettoni policromi
sono costruiti a terra uno per uno e sono
montati a mezzo di centine. (P. Sanpao-
lesi, La casa fiorentina di Bartolomeo Scala,
in Studien zur Toskanischen Kunst. Festch-
rift fr L.H. Heydenreich, Mnchen 1964,
pp. 265-278, in specie pp. 276,. 282).
Questa restituzione si accorda con quella
di Vasari (Le vite, cit. [cfr, nota 44], I,
pp. 139-140), che vede nellopera di get-
to un mezzo per modellare lintradosso e
non per formare lintera struttura mono-
litica della volta, perch nella sua conce-
zione sopra il getto di calce e pozzolana,
o rena, si costruiva con mattoni la parte
portante della struttura. Giuliano replica
poi pi volte questo tipo di opera, da
Poggio a Caiano a Savona. Le volte di
Poggio a Caiano non consentono di sa-
perne di pi: in quella del vestibolo una
lesione lascia intravedere un discreto
spessore di malta rossastra (S. Bardazzi-
E. Castellani, La villa medicea di Poggio a
Caiano, 2 voll., Prato 1981, I, figg. 423-
425), quella del salone, nellintradosso ri-
vestita di stucco come la precedente, al-
lestradosso intonacata, al pari di volti-
ne di mattoni che le si addossano come
rinfianco (ibid., II, figg. 423-425).
208. A. Calzona-L. Volpi Ghirardini, Il
San Sebastiano di L.B. Alberti, Firenze
1994, p. 85 e doc. 137 a p. 198.
209. Le volte dellatrio di S. Andrea ese-
guite nel 1470-94 (E.J. Johnson,
SantAndrea in Mantua, University Park
and London 19075, pp. 8-22) devono es-
sere costruite come quelle dellatrio nord
(1530-65), non finito, dove ben visibile
una struttura tutta di mattoni che un
graffito data al 1550 (ibid., pp. 23-27, fig.
31). Cfr. P. Carpeggiani- C. Tellini Peri-
na, SantAndrea in Mantova, Mantova
1987, pp. 134, 141 e Burns, Leon Batti-
sta, cit. [cfr. nota 31], p. 155.
210. A. Peroni, Larchitetto Lanfranco e la
struttura del Duomo, in Lanfranco e Wili-
gelmo, cit. [cfr. nota 11], pp. 143-206,
in specie pp. 148 e 154.
211. L. Bertelli, S. Antonino antica catte-
drale di Piacenza, nuove acquisizioni e rifles-
sioni sulla sua fase medievale (secoli IV-XI),
in Restauro e consolidamento di S. Antonino
antica cattedrale di Piacenza, s.l. 1991, p. 12
e figg. 44-46, 55, 56, 59: le volte esaparti-
te a crociera, che tagliano gli affreschi ro-
manici, sono costruite nel 1459-66.
212. Grassi, Lo Spedale., cit. [cfr. nota
10], figg. 70, 89, 199-201, 209, 210, 226,
274.
213. A. Bruschi, Larchitettura, in S. Ma-
ria delle Grazie, cit. [cfr. nota 10], pp.
35-89, in specie 55, data la costruzione
delle volte tra la fine degli anni 70 e l82;
cfr. le foto a pp. 204-205, fig. 230. Sem-
pre con mattoni si costruisce nel 1519 la
cupola di S. Giovanni Evangelista a Par-
ma (Testi, Regesto, cit. [cfr. nota 176] p.
236).
214. Sulla storia e tutti gli aspetti costrut-
tivi delle volte di tubuli: S. Storz, Das An-
tike Bauverfahren von Gewlbetragwerken
aus Tonrhren/Vorschlag zur Rekonstruktion
einer Trompenkuppel aus Tonrhren fr die
frhchristliche Basilika San Lorenzo in Mai-
land, in Hoffmann et al., Bautechnik, cit.
[cfr. nota 198], pp. 224-237, con ricca bi-
bliografia, e id., La tecnica edilizia romana e
paleocristiana delle volte e cupole a tubi fittili,
in C. Conforti (a cura di), Lo specchio del
cielo: forme, significati, tecniche e funzioni
della cupola dal Pantheon al Novecento, Mila-
no 1997, pp. 23-41 e R. Mark and E.C.
Robison, Vaults and Domes, in R. Mark
(editor), Architectural, cit. [cfr. nota 10],
pp. 152-153.
215. Francesco di Giorgio nel suo tratta-
to, tra i tipi di volte, ne raffigura una di
tubuli, per quanto non disposti nella ma-
niera pi interessante studiata a fondo da
Sebastian Storz (Francesco di Giorgio
Martini, Trattati di architettura, ingegneria
e arte militare, a cura di C. Maltese, 2 voll.
Milano 1967, I, p. 92 e tav. 38) e Peruzzi
nota la copertura con tubuli in un rilievo
dellOratorio della S. Croce a Roma
(Wurm, Baldassarre Peruzzi, cit. [cfr.
nota 181], UA 438r, tav. 454, e Gnther,
Das Studium..., cit. [cfr. nota 181], p. 247,
fig. 5), disegnato gi da Giuliano da San-
gallo e da altri architetti (C. Hlsen (a cu-
ra di), Il libro di Giuliano da Sangallo. Codi-
ce vaticano barberiniano latino 4424, 2 voll.,
Leipzig 1910, ristampa, Citt del Vatica-
no 1984, I, ff. 30v e 31r, II, p. 64). Anche
Vasari accenna alla copertura di questo
oratorio (Vasari-Milanesi, Le Vite, cit.
[cfr. nota 44], I, p. 276), costruito nel V
secolo vicino al Battistero Lateranense e
poi demolito nel 1588 (Krautheimer, Ro-
ma,cit., pp. 67-68). A Roma pure in S.
Stefano Rotondo, dove la volta verosimil-
mente di tubuli (S. Storz, La tecnica della
costruzione delle volte con tubi fittili a S. Ste-
fano Rotondo a Roma, in Ravenna, Costanti-
nopoli, Vicino Oriente (XLI Corso di Cul-
tura sullArte Ravennate e Bizantina ),
Ravenna 1995, pp. 669-693) del grande
vano centrale era scomparsa da tempo,
erano visibili i resti di una botte anulare
costruita con questa tecnica (C. Ceschi,
S. Stefano Rotondo, in Atti della Pontificia
Accademia Romana di Archeologia, Me-
morie, XV, 1982, pp. 70-76 e figg. 106-
110). Anche Antonio e Battista da Sangal-
lo hanno avuto la possibilit di esaminare
in S. Vitale a Ravenna un esempio di que-
sta struttura (Deichmann, Studien, cit.
[cfr. nota 4], II Teil, p. 64), per loro poco
comune, dal momento che di questa chie-
sa disegnano la pianta nel 1526 (G. Gio-
vannoni, Antonio da Sangallo il Giovane, 2
voll., Roma 1959, I, p. 21). Non sappia-
mo, invece, come fosse nel 500 la cupola
di S. Lorenzo Maggiore a Milano. Seba-
stian Storz ha proposto convincentemen-
te lipotesi che la copertura originaria, del
V secolo, fosse di tubuli (Storz, Das An-
tike Bauverfahren..., cit. [cfr. nota 214],
pp. 223 sgg.). Questa per era crollata nel
1107 e non sappiamo come fosse stata co-
struita la seconda cupola, che cadr di
nuovo nel 1573. Laltezza a cui era posta
e lo spessore sottile con cui raffigurata
nellunica sezione che rappresenta lo sta-
to anteriore al secondo crollo (Ibid., fig.
13) farebbero pensare ad una copertura
leggera simile alla prima.
216. Cesariano (Di Lucio Vitruvio, cit.
[cfr. nota 132]), ad esempio, raffigura di-
versi tubi di cotto nella sua traduzione il-
lustrata del De architectura (ff. XXXVIIIv,
CXVIr e CXXXXv)
217. Serlio Regole, cit. [cfr. nota 81], f.
LXVIv: io lodar sempre pi le ope-
re conlegate tutte nei muri, che lein-
crostationi perci che quei pochi edifi-
cij, che furon fatti dagli antiqui, coperti
de marmisi veggon hoggidi senza la
scorza. Giuliano da Sangallo nel suo ri-
lievo della c.d. Crypta Balbi accenna ad
un rivestimento marmoreo e nota qui si
vede come e Romani impialaciavano le
mura di marmo (Hlsen, Il libro, cit.,
I, tav. 6, II, p. 9).
218. Adam, Larte, cit. [cfr. nota 4], p.
192, nota come i bipedali disposti radial-
mente, nel caso che una volta di conglo-
merato si fessurasse perdendo cos la sua
monoliticit, favorissero di fatto la forma-
zione di conci cuneiformi che ne garanti-
vano comunque il buon funzionamento.





10-11|1998-99 Annali di architettura
Rivista del Centro internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio di Vicenza www.cisapalladio.org