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I materiali da costruzione di Pompei:

provenienza, estrazione,
tecniche edilizie

Di Monica Giuliano

2010

Nona parte

www.vesuvioweb.com
Università degli Studi
Suor Orsola Benincasa
Napoli

FACOLTA' DI LETTERE
CORSO DI LAUREA
IN
CONSERVAZIONE DEI BENI CULTURALI
TESI DI LAUREA
in

Metodologia e tecnica della ricerca archeologica

I materiali da costruzione di Pompei:


provenienza, estrazione, tecniche edilizie

Relatore Prof. Antonio De Simone


Candidato Monica Giuliano
Correlatore Prof. Giolj Guidi

Matricola 002000836

Anno Accademico 2009- 2010

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3. LE TECNICHE EDILIZIE

3.1. INTRODUZIONE

Nell’articolo del Lugli del 1959 dal titolo Opus Incertum,156 nei Rendi-
conti dell’Accademia Nazionale dei Lincei, in risposta alle critiche del
Lamboglia riguardanti il suo volume La Tecnica Edilizia Romana, espresse
sulla “Rivista di Studi Liguri” del 1958 nell‟articolo intitolato Opus Cer-
tum,157 in cui il Lamboglia allude a “quegli elementi intrinseci, spesse volte
matematici ed infallibili, che nascono dal contatto fra il monumento ed il
terreno e che derivano dal riconoscimento attento della stratigrafia”, il Lu-
gli mostra come cosa del tutto “elementare che la ceramica, le monete ed
ogni altro elemento che presenti una datazione sicura, rinvenuto negli strati
sottostanti le fondazioni -e mai rimossi- di un edificio offrano un terminus
post quem per la datazione dell‟edificio stesso”. Il Lugli sottolinea, inoltre,
quanto sia difficile per una mole enorme di monumenti, scavati
“scientificamente” e completamente, tirare delle conclusioni da inserire in
un manuale di carattere generale, pur esistendo, per quelli romani in parti-
colare, una cospicua letteratura (passi di autori o epigrafi); per cui l‟unico
indizio che può dirci qualcosa è la loro struttura e tecnica muraria. E conti-
nua dicendo: “E allora i casi sono due: o studiare questa struttura e questa
tecnica col metodo comparativo, partendo dagli edifici in qualche modo da-
tati (e qui entra anche la loro stratigrafia) per arrivare a quelli interamente
anonimi; oppure abbandonare qualunque studio topografico che non sia
accompagnato da uno scavo in profondità, e cambiare mestiere”.

È sulla base di queste considerazioni che nasce La Tecnica Edilizia Ro-


mana, con lo scopo precipuo di “stabilire alcuni criteri cronologici - base
che servano da guida a tutti coloro che si accingono ad esplorazioni arche-
ologiche di territori poco noti (…)”. Alle spalle del Lugli c’è un‟ampia let-
teratura, il Nibby (1838) e la Blake (1947), il Maiuri (1942), il Mau (1899)
e il Carrington (1936) per Pompei, il Durm (1910) e lo

156 LUGLI 1959, pp. 321-330.


157 LAMBOGLIA 1958.
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Choisy (1873), per citarne solo alcuni, ed è da questi ultimi due, in partico-
lare, da cui lo stesso Lugli prende le distanze perché analizzarono i proble-
mi legati all‟edilizia romana più dal punto di vista della tecnica in rapporto
alla statica, che non in rapporto alla cronologia.158

Nel presente lavoro, pur tenendo conto dell‟opera del Lugli e della lette-
ratura sull‟argomento, verranno analizzate le tecniche edilizie attendendosi
alla più recente sintesi di Adam, L‟arte di costruire presso i Romani (2003),
sicuramente più vicina al Durm e allo Choisy, prescindendo da rigide griglie
cronologiche che finiscono per imprigionare materiali e tecniche in uno sta-
tico schematismo.

3.2. TERMINOLOGIA DEGLI ANTICHI SISTEMI


COSTRUTTIVI159

Presso gli archeologi è invalso l‟uso di chiamare le murature antiche con


la parola opus, seguita dagli aggettivi: quadratum, reticulatum, incertum,
latericium o testaceum, mixtum etc.

Vitruvio è naturalmente la fonte primaria alla quale bisogna attingere


quando si tratta di architettura, anche se la sua opera si arresta all‟età di Au-
gusto e risulta notevolmente più vecchia dell‟età in cui fu scritta o almeno
pubblicata. Più volte egli parla nei primi due libri dei modi di costruire al
suo tempo in Italia e particolarmente a Roma (De Arch. I, 5, 8): “De ipso
autem muro e qua materia struatur aut perficiatur, ideo non est praefinien-
dum quod in omnibus locis quas optamus copias, eas non possumus habere.
Sed ubi sunt saxa quadrata sive silex seu caementum aut coctus later sive
crudus, his erit utendum”.160
In questo brano Vitruvio passa in rassegna tutti i sistemi di murature in uso
verso la fine della repubblica, e osserva che essi erano scelti in base alla
materia che si trovava sul posto: comincia con i saxa quadrata, il sistema
preferito fino all’età di Augusto, dandoci non il nome della materia, ma il
modo con cui essa veniva tagliata, cioè la pietra squadrata a regola d‟arte,
come il tufo vulcanico, che ben si prestava al taglio isodomo e alla colloca-
zione a piani orizzontali paralleli. Il tufo (semilitoide o litoide) è

158 LUGLI 1959, p. 17.


159 A cura di LUGLI 1957, pag. 40-49.
160 VITRUVIO, De Arch., I, 5, 8.

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detto da Vitruvio (cfr. II, 7) lapis o semplicemente saxum, che si può tradur-
re con “pietra da taglio”,161 oppure “pietra adatta a essere squadrata” (saxum
quadratum) e perciò in contrapposizione con silex che significa “pietra du-
ra” e che comprende tanto la lava basaltica di natura vulcanica, quanto la
roccia calcarea e il travertino162 di natura sedimentaria. Il silex è appunto il
secondo modo di costruire indicato da Vitruvio, altrimenti detto lapis durus.
Adoperato particolarmente nei paesi a fondo roccioso, è il sistema comune-
mente chiamato ciclopico, pelasgico o poligonale sul quale Vitruvio non si
sofferma perché quasi del tutto abbandonato al suo tempo per gli edifici ur-
bani, ma ancora usato in campagna, nei terrazzamenti agricoli, nei basa-
menti di ville, nei ponti, nelle sostruzioni di strade e in qualche caso spora-
dico nelle mura di città provinciali (Ampurias).

Per finire, con la parola silex gli antichi intendevano designare la mura-
tura fatta integralmente di pietra dura a grandi blocchi, difformi per volume
e per taglio, l‟opera poligonale detta appunto opus siliceum.

Dopo le opere quadrata e poligonale, Vitruvio parla di caementum. Altro-


ve più ampiamente lo chiama caementicium saxum (II, 8, 16), oppure struc-
tura caementorum (V, 5, 7), o semplicemente caementorum aedificia (II, 7,
I).

È il sistema di costruire mescolando frammenti di pietra – generalmente


il tufo – di varia grandezza (coagmenta) insieme con malta in modo da for-
mare un nucleo compatto e solido. Vitruvio non dà molta importanza alla
maniera in cui il muro si presentava in facciata e solo in un luogo (II, 8, I)
parla di opus incertum e di opus reticulatum, i due modi usati per rifinire e
pareggiare i muri cementizi all‟esterno.

Mentre l‟opus reticulatum è di ovvio riconoscimento, l‟opus incertum


appare in facciata costituito da piccoli blocchi poliedrici con i lati più o me-
no regolari e talvolta

161 Lapidicinae o lapicidinae (da lapis e caedo) sono dette le cave dalle quali viene estratto il materiale.
162 Che Vitruvio intenda per silex anche il calcare e il travertino si ricava dal passo II, 5, I, dove distingue
due generi di saxa dai quali ricavare la calce mediante cottura; quello bianco, più compatto e più duro,
detto cristallino o più comunemente calcare, preferito per l‟interno dei muri, e quello fornito di profonde
cavità e più poroso, di origine sedimentaria, detto zoogenico o alocalcare, come il travertino, preferito per
gli intonaci. Al suo tempo sembra non fosse ancora in uso, per la malta da rivestimento, la calce ottenuta
dalla macinazione del marmo bianco statuario, che era la migliore. Questa denominazione è corroborata da
due versi di Ovidio nelle Metamorfosi (VII, 107 sg.), dove i silices polverizzati nella fornace non possono
essere altro che le pietre calcaree e da Plinio (Nat. Hist., XXXVI, 171). Il nome silex è usato spesso anche
per la pavimentazione delle strade.

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solo con la superficie esterna levigata (nella Pompei della c.d. età Sannitica
le tabernae in opus caementicium avevano il rivestimento in opus incertum
lasciato grezzo).

Vengono infine le due murature laterizie, quella di mattoni seccati al sole


(later crudus) e quella di mattoni cotti in fornace come le tegole (later coc-
tus), ambedue abbastanza frequenti nell’età fra Cesare ed Augusto.

In un secondo passo, Vitruvio (II, 8, 16) classifica in quattro le maniere


principali di costruire: “Cum ergo tam magna potentia reges non contem-
pserint latericiorum parietum structuras, quibus et vectigalibus et preda sa-
epius licitum fuerat non modo caementicio aut quadrato saxo sed etiam
marmoreo habere, non puto oportere inprobare quae sunt e latericia struc-
tura facta aedificia, dum modo recte sint tecta”.163

Le quattro maniere di costruire le pareti sono dunque: struttura laterizia,


struttura cementizia, tutta pietra tufacea, tutto marmo. Quantunque le ultime
tre fossero assai più nobili della prima, tuttavia questa non doveva essere
disprezzata, tanto che “perfino i re la usarono”. Delle maniere precedenti
manca solo il silex; il later coctus rientra probabilmente nella structura late-
ricia, quantunque Vitruvio per lateres intenda prevalentemente i mattoni
crudi. Il dubbio viene eliminato leggendo il paragrafo 17 dello stesso capi-
tolo, dove Vitruvio conclude: “Itaque pilis lapideis structuris testaceis pa-
rietibus caementiciis altitudines exstructae contignationibus crebris coaxa-
tae coenaculorum ad summas utilitates perficiunt despectationes”.164 Testa
è infatti il mattone cotto in fornace o meglio la tegola da tetto che veniva
usata in frammenti spezzati anche in paramento (lorica testacea).

Nel passo ora citato, Vitruvio vuol dimostrare che, nonostante la ristret-
tezza delle aree, Roma aveva delle ottime case, le quali si estendevano pre-
valentemente in altezza, essendo costituite da robusti muri maestri formati
in tre modi: da pilae lapidae, cioè da pilastri di blocchi di pietra squadrata;
da pareti fatte di mattoni cotti o crudi; e da pareti di opera cementizia, rive-
stita, nella maggior parte dei casi, con blocchetti poligonali (opera incerta) o
con tessere piramidali tronche (opera reticolata).

163 VITRUVIO, De Arch., II, 8, 16.


164 VITRUVIO, De Arch., II, 8, 17.

6
Vitruvio (II, 8, 17) ci informa inoltre che a Roma i lateres (crudi) erano
poco usati, perché richiedevano muri di un considerevole spessore (46-60
cm), cosa non possibile a causa dello spazio assai limitato, fu per questo che
le case civiche venivano costruite con la tecnica dell’opus craticium che era
però assai fragile e soggetta a crolli.

I pavimenti dei vari piani erano fatti in legno (contignationes) e le pareti


divisorie delle varie stanze, fra i muri maestri, erano costruite in opus crati-
cium (Vitr., II, 8, 20), cioè a traliccio ligneo col riempimento degli spazi
vuoti eseguito mediante creta e sassi: tale sistema è detto da Vitruvio anche
opus intestinum, in quanto il legno aveva la parte principale ed era molto
usato per le cornici, per i tramezzi, per le transenne, oltre che per le porte e
per gli infissi. Si ricordino la “Casa del tramezzo di legno” di Ercolano.165

Per preservare i muri craticii dallo sgretolamento si rivestivano con una


miscela di calce e arena (opus tectorium), in 3 o 4 strati sovrapposti, sempre
più sottili e fluidi: l‟ultimo strato, più fine e di colore bianco, si chiamava
opus albarium ed era formato da calce e gesso. Nei locali che contenevano
acqua (cisterne) o soggetti all‟umidità (terrazze), i pavimenti e le pareti si
ricoprivano con uno spesso strato di frammenti di coccio e malta, ben battu-
to e compatto, detto opus signinum, o anche opus figlinum, perché fatto con
pezzi di tegole, coppi, olle, vasi, ecc., materiale fabbricato nelle figlinae la-
terizie. Una speciale forma di opus figlinum consisteva nel ricoprire i pavi-
menti dei cortili e delle terrazze scoperte con mattoncini rettangolari posti
per taglio, con disegno a spina di pesce o a spiga, detto perciò opus spica-
tum.

In un terzo passo Vitruvio (VI, 8, 9) precisa i modi con cui si costruivano


le case private: “Quibus autem copiarum generibus oporteat uti, non est ar-
chitecti potestas, ideo quod non in omnibus locis omnia genera copiarum
nascuntur, ut in primo volumine est expositum. Praeterea in domini est po-
testate utrum latericio an caementicio an saxo quadrato velit edificare”.166
Già si è detto che per genus latericium Vitruvio intende prevalentemente la
muratura di mattoni disseccati al sole con un coronamento di tegole (lorica
testacea), sporgenti a guisa di cornice (proiectura coronarum); questo siste-
ma, nonostante i suoi

165 GUIDOBALDI 2006, pp. 199 sgg.


166 VITRUVIO, De Arch., VI, 8, 9.

7
difetti, era ancora usato a Roma verso la fine della repubblica e Vitruvio lo
dice ottimo se bene protetto dalle intemperie; seguono poi l‟opera cementi-
zia e la quadrata, ormai note. Manca l‟opera poligonale perché non più ado-
perata nelle fabbriche urbane.

Infine, descrivendo i teatri, lo stesso Vitruvio (V, 5, 7) ci informa, a pro-


posito della loro acustica, che i più sonori erano quelli fatti di legno, dei
quali se ne edificavano molti ogni anno a Roma e assai meno quelli fatti ex
structura caementorum, lapide, marmore, quae sonare non possunt. A causa
della mole di tali edifici e del peso che dovevano sostenere, viene esclusa la
muratura laterizia nel genere detto sopra, e vengono invece usati il cemento,
la pietra e il marmo; in quest‟ultimo caso Vitruvio allude chiaramente alla
Grecia, essendo l‟arte di edificare il marmo in Italia, prima dell‟impero di
Augusto, appena all‟inizio.

Sui modi di costruire durante l‟impero ci informa un epigramma di Mar-


ziale (Epigr., IX, 75):

“Non silice duro, structilive caemento,


nec latere cocto, quo Samiramis longam
Babylonia cinxit, Tucca balneum fecit;
sed strage nemorum pineaque conpage…”

Dunque, sotto la dinastia dei Flavi si usava ancora costruire a grandi


blocchi di pietra dura, cioè selce, calcare e travertino in particolare, con
blocchi squadrati a regola d‟arte; inoltre, in opera cementizia con i vari pa-
ramenti rocciosi; in opera laterizia con mattoni cotti che avevano ormai
completamente sostituito i crudi; e infine in legno, con il quale si facevano
persino i bagni.

Bisogna a questo punto fare alcune riflessioni sul valore che Vitruvio dà
alle parole opus e structura, le quali si incontrano in ogni passo della sua
Architectura.

Opus viene accoppiato di preferenza con signinum (VIII, 6, 14), figlinum


(V, 10, 3), intestinum (V, 2, 2; II, 9, 17; IV, 4, I; VI, 3, 9; VI, 7, 3),167 alba-
rium (V, 2, 2; VII, 2, 1-2), tectorium (II, 8, 20)168 e craticium (II, 8, 9).
Structura si trova con testacea (II, 7, 5; V, 5, 7), latericia (II, 8, 16-18), spi-
cata (VIII, I, 4),169 reticulata (V, 8, I) e antiqua o

167 Cfr. PLINIO, Nat. Hist., XVI, 225 e VARRONE, De re rust., III, I, 10.
168 Cfr. PLINIO, Nat. Hist., XXXVI, 176-177, 183.
169 Cfr. PLINIO, Nat. Hist., XXXVI, 187: similiter fiunt spicata testacea.

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incerta (ibid.) . Queste ultime due sono, secondo Vitruvio, le structurae per
eccellenza, collegate con l‟opera cementizia.

Opus è in generale un lavoro complesso e designa un muro tanto nel suo


nucleo interno quanto nel suo paramento esterno, oppure, come nei casi di
signinum, figlinum, albarium, la manipolazione di alcuni materiali che ser-
vivano per copertura o per rivestimento, o anche una muratura mista di le-
gno, creta e sassi, come nei tramezzi a graticcio e nelle pareti divisorie
(opus craticium o muri craticii).

Structura rappresenta invece il nucleo interno del muro e il modo in cui


esso è collegato con il suo paramento esterno, il quale può essere fatto della
stessa materia, come nelle structurae latericia e testacea, oppure in altra
materia, come nella structura caementicia, la quale era rivestita all‟esterno
con cubilia in forma di piramidi tronche (reticulatum), oppure con caemen-
ta, blocchetti informi di pietra (antiquum o incertum); ambedue i sistemi e-
rano considerati al tempo di Vitruvio di scarsa resistenza e di breve durata
(circa ottanta anni). In tali casi il nome di structura passa dall‟amalgama
del nucleo interno, che i Greci chiamavano έµπλεκτον, al paramento ester-
no. La parola opus si trova in prevalenza nelle iscrizioni170 per qualunque
modo di costruire, il che mostra che era preferita nel linguaggio comune e
artigiano, in luogo della parola structura, di carattere piuttosto dotto.

In considerazione degli antichi testi sopra citati, i vari sistemi costruttivi


si possono designare con i nomi seguenti:

Silex o lapis durus = muratura poligonale.


Saxum quadratum = muratura quadrata.
Structura caementicia = muratura a sacco di malta e sassi.
Structura antiqua o incerta = paramento di piccoli sassi sfaccettati.
Structura reticulata = paramento in reticolato regolare.
Later crudus = muratura di mattoni seccati al sole.
Later coctus
Opus doliare = paramento di mattoni o tegole cotti in fornace.
Structura testacea

170 Cfr. Corpus Inscr. Lat., VIII, 9026-27, 9109, 20745, 20743=Dessau, 3801, 8096, 5460, 4431.

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Per uniformare la nomenclatura antica e facilitare l’identificazione dei
vari sistemi costruttivi nelle moderne descrizioni, l‟ampia letteratura
sull’argomento si è attenuta all‟uso già invalso da tempo di chiamarli col
sostantivo opus, con riferimento al paramento esterno, detto anche cortina e
in latino corium o lorica.

Così, ad esempio, con opus quadratum verrà designato sia il sistema co-
struttivo formato interamente di blocchi parallelepipedi, sia quello costituito
da un nucleo interno di opera cementizia, rivestito all‟esterno con blocchi
parallelepipedi, qualunque sia la pietra adoperata; e così ancora con opus
reticulatum, opus incertum e opus testaceum verrà indicata l‟opera cementi-
zia con il paramento formato o di cubilia (tessere a base quadrata), o di cae-
menta simili a quelli dell’interno, o di tegulae (tegole o mattoni); e così via.
Di seguito saranno passate in rassegna le varie tecniche edilizie suddivise
in: strutture a grandi blocchi, strutture miste e strutture con pietre di piccole
dimensioni. Prima di analizzare ciascuna tecnica è opportuno fare delle ri-
flessioni sull‟opera cementizia che è alla base di quelle sopra citate.

3.3. L’OPUS CAEMENTICIUM

La structura caementicia, o opus caementicium, in italiano opera a sac-


co, prende il nome dai caementa, cioè dai frammenti di pietra o di altro ma-
teriale simile (terracotta e marmo) che la compongono, insieme con la mal-
ta, in un unico amalgama, che la coesione perfetta dei due elementi rende di
grande solidità e durata. L’opus caementicium si usa tanto per le fondazioni
quanto per il sopraelevato dei muri, ma in questo secondo caso, solo per ec-
cezione, rimane isolato e più comunemente è rivestito con altro tipo di mu-
ratura, che gli fa da crosta, o paramento, o cortina, per proteggerlo dallo
sgretolamento causato dagli agenti atmosferici.

Vitruvio la definisce (V, 12, 5) structura ex caementis calce et harena,


precisando tutti e tre gli elementi costitutivi e li ripete a proposito della poz-
zolana (II, 6, 1): genus pulveris (= harena) (…) mixtum cum calce et cae-
mento; altrove la chiama

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structura e molli caemento (II, 8, 5), structura caementicia, caemento-
rum, caementicium opus (II, 4, 1; II, 8, 16; V, 5, 7; VI, 8, 9; ecc.).171
I Romani introdussero la malta di calce nella loro architettura in un‟epoca
che si può solo genericamente situare alla fine del III secolo a.C. Sembra
che l‟influsso orientale o ellenistico, che il Lugli172 nega in base a una diffe-
renza di impasto della malta di produzione orientale rispetto a quella italia-
na, abbia interessato innanzitutto l‟Italia meridionale e centrale, e precisa-
mente la Campania e il Lazio, due regioni in cui non soltanto si trova il cal-
care adatto alla preparazione della calce, ma anche abbondante pozzolana
per la preparazione delle malte migliori.

Catone testimonia l‟adozione di questa tecnica intorno al 160 a.C.,173


raccomandando di costruire ex calce et caementis, come faranno dopo di lui
Varrone,174 ovviamente Vitruvio, Plinio e, nel IV secolo, Palladio, autore co-
me Varrone di un trattato intitolato De re rustica molto diffuso in età medie-
vale. Indipendentemente da questi autori, alcune iscrizioni menzionano la
costruzione legata alla malta di calce, come quel testo di Pozzuoli175 che ri-
corda un edificio in opus structile, composto di calx mista a caementa.

Le più antiche testimonianze di utilizzazione delle murature concrete so-


no relative alla Campania e più precisamente a Pompei, perché la città pos-
siede, tra l‟altro, il privilegio di aver conservato le vestigia di
un‟architettura prevalentemente di età sannitica, la cui struttura, a dispetto
delle distruzioni e dei conseguenti restauri successivi al terremoto del 62
d.C. e a tutti quelli che si susseguirono in maniera ininterrotta fino ai giorni
precedenti l‟eruzione del 79,176 è rimasta inalterata.177

171 LUGLI 1957,pag. 363.


172 LUGLI 1957,pag. 383.
173 CATONE, De agricoltura, XIV, I, 5, XVIII, 7.
174 VARRONE, De re rustica, I, 14, 4.
175 CIL, X, 1781, I, r, 16-22.
176 Quando l‟eruzione del 79 d.C. segnò la sua definitiva fine, Pompei era ancora in piena opera di rico-
struzione e ristrutturazione, determinata anche da altre violente scosse sismiche che si erano abbattute su
di essa proprio pochissimo tempo prima della catastrofe eruttiva, delle quali non si fece più in tempo a
riparare i danni. La consapevolezza che ormai negli ultimi anni si è andata acquisendo grazie ad una serie
di evidenze archeologiche circa violenti danni dovuti ad una sequenza di scosse sismiche che debbono
inquadrarsi come prodromi dell‟evento eruttivo e quindi di poco precedenti ad esso è destinata a mutare
radicalmente le nostre conoscenze circa l‟ultimo periodo di vita di Pompei, che in gran parte riposavano
sull‟opera di Amedeo Maiuri dedicata a L‟ultima fase edilizia di Pompei. Un fenomeno sismico di consi-
derevole portata, o, meglio, uno sciame sismico localmente di rilevante portata specifica, dové interessare
il territorio solo poco tempo prima (verosimilmente in termini di giorni) dell‟eruzione vesuviana. Esso dà
inoltre piena ragione dell‟abbandono in cui vengono trovate molte ricche dimore,

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Basandosi sugli studi del Maiuri sulle mura pompeiane178 e su quel parti-
colare tipo di case sannitiche dette ad atrio calcareo,179 il Lugli colloca
l‟inizio dell‟opera cementizia a Pompei fra il 300 e il 250 a.C., consideran-
do la città campana come una delle prime in Italia. Da Pompei la structura
caementicia si sarebbe rapidamente estesa a tutta Italia, in un‟epoca in cui i
rapporti fra nord e sud, e specialmente fra Roma e la Campania, erano mol-
to sviluppati, come dimostra la costruzione della via Appia avvenuta quasi
un secolo prima.

Dobbiamo ancora ricordare che nella Campania era assai rinomato il la-
pis puteolanus, prodotto dai giacimenti di cenere eruttata dai crateri Flegrei,
che formava una perfetta coesione con la calce ricavata dai sedimenti calca-
rei della valle del Sarno e con la cruma vesuviana.180

Nelle case più antiche, come la casa del Chirurgo (fine IV secolo
a.C.),181 di Sallustio (III secolo a.C.), del Menandro (III secolo a.C.), del
Fauno (inizi del II secolo a.C.), del Centenario (metà II secolo a.C.), per ci-
tarne alcune, i muri laterali e quelli interni (poiché le facciate erano in gran-
di blocchi di calcare o di tufo) sono in muratura di pietra o in opus africa-
num, con riempimento di pietrisco legato con una malta molto terrosa, re-
cante però anche alcuni noduli di calce, segno che di quest‟ultima si cono-
sceva l‟uso, ma al tempo stesso segno anche di una preparazione scadente
del materiale.182 Nei grandi monumenti eretti alla fine dell‟indipendenza
della città, come il tempio di Giove costruito intorno al 150 a.C., le terme
Stabiane ricostruite alla fine del

come scaturito da un fenomeno di emergenza effettivamente stavolta “temporaneo”. Alcune spie di questo
sciame sismico ci sono state fornite dalle fonti, che peraltro ancora ricordano puntualmente un terremoto
che fece crollare nel 64 a Napoli il teatro dove si era esibito Nerone. Su alcune iscrizioni riferite a restauri
effettuati su edifici (teatro di Nocera, orologio di Sorrento, monumento imprecisato di Napoli, tempio del
Genio della Colonia a Nola) si parla di interventi effettuati dopo i “terremoti”e, d‟altra parte, Plinio il Gio-
vane proprio nel darci il racconto dell‟eruzione vesuviana, esordisce dicendo che c‟erano stati a Miseno e
per alcuni giorni ripetuti movimenti sismici, dei quali tuttavia non ci si era preoccupati molto, essendo il
terremoto alquanto solitus in Campania. Per il terremoto del 62 cfr.: MAIURI 2001; ANDREAU 1984; ADAM
1986, pp. 67-87. Sull‟attività sismica a Pompei tra il 62 e il 79 d.C. cfr.: AA.VV., Archäologie und Sei-
smologie. La regione vesuviana dal 62 al 79 d.C. Problemi archeologici e sismologici, München 1995, in
particolare i contributi di: SCHEFOLD, pp. 15-16; JACOBELLI, pp. 17-21; MARTURANO-RINALDIS, pp. 131-
135; RENNA, pp. 195-199; PAPPALARDO, pp. 191-194.
177 ADAM 2003, pp. 82 sgg.
178 MAIURI 1930, pp. 113-256.
179 MAIURI 2001; MAIURI 1949, p. 85.
180 LUGLI 1957, pp. 379-385.
181 C. Chiaramonte Treré, Sull‟origine e lo sviluppo dell‟architettura residenziale di Pompei sannitica, in
Acme, XLIII, 3, 1990, pp. 5-34.

12
II secolo a.C. e la grande basilica del Foro del 120 a.C. circa, troviamo
murature legate con una malta di eccellente qualità, specialmente nelle co-
lonne in laterizio della basilica (Figg. 67, 68).

Figura 67. Opus caementicium con Figura 68. Opus caementicium con malta di buona qua-
malta terrosa e materiali molto etero- lità e ottima coesione fra gli elementi (Pompei, tempio
genei (Pompei, VIII, 5, 24). dei Lari Pubblici)

È interessante notare che questa tecnica edilizia, che non ricorreva più ai
blocchi squadrati di grandi dimensioni – ancora in uso ma riservati alle parti
nobili degli edifici –, bensì a minuti frammenti di pietra sommariamente ta-
gliati, comincia ad affermarsi proprio nel momento in cui l‟Italia, con le vit-
toriose campagne condotte contro i Cartaginesi ( tra la fine della seconda e
l‟inizio della terza guerra punica), contro i Greci (vittoria su Filippo V nel
197 a.C., su Antioco III nel 190 e nuovamente sui macedoni nel 146) e con-
tro la Spagna (vittoria di Numanzia nel 133), può beneficiare di un conside-
revole apporto di manodopera servile.

Questa manodopera poteva essere rapidamente addestrata al lavoro di


preparazione dei materiali da costruzione, e in

13
particolare all‟estrazione e al taglio delle pietre, compiti che richiedevano
un brevissimo apprendistato. Allo stesso modo la messa in opera dei cantieri
poteva essere effettuata da operai non specializzati, guidati da un capoma-
stro che dirigeva il lavoro. Grazie a questa rigorosa divisione del lavoro,
fondata sull‟uso di materiali prefabbricati adattabili a edifici di qualsiasi di-
mensione e destinazione (come accadrà anche con i mattoni), i Romani si
avviano a fare dell‟architettura, fino ad allora riservata prevalentemente ai
santuari e alle fortificazioni, un‟arte universale, con tempi d‟esecuzione
straordinariamente brevi.183

3.3.1. LA PREPARAZIONE DELLA CALCE

Dei tre elementi costitutivi dell’opus caementicium, la calce (dal latino


calx) è il più importante e quello che richiede una maggiore lavorazione. Si
ottiene cuocendo in fornace a circa 1000º C. la pietra calcarea, minerale for-
mato prevalentemente di carbonato di calcio, con una percentuale più o me-
no grande di materie accessorie, quali l‟argilla, la silice, la magnesia, ecc.
Quanto minore è la percentuale delle sostanze estranee, tanto più pura e pre-
giata è la calce. La cottura avviene in forni stabili o posticci, di forma coni-
ca, con materiale infiammabile – di preferenza legno secco di quercia – in-
trodotto dal basso; un‟apertura in alto permette la fuoriuscita dell‟anidride
carbonica, mediante un sistema di aereazione che favorisce la rapida elimi-
nazione del gas pesante.184 È questa una condizione essenziale per una buo-
na calcinazione della pietra calcarea la cui reazione chimica può essere e-
spressa in questo modo:

Il prodotto che resta, un ossido di calcio, è la calce viva. Si ottengono al-


lora delle pietre polverulente in superficie, le quali vengono idratate per ot-
tenere un legante.

183 ADAM 2003, pp. 82-84.


184 LUGLI 1957, p. 392.

14
Questa idratazione, o spegnimento, si fa immergendo nell‟acqua le pie-
tre, che a questo punto iniziano a sciogliersi, rigurgitano e liberano un forte
calore, trasformandosi infine in una pasta che è la calce spenta. Questa cal-
ce viene mischiata con gli aggregati (o inerti) e si ottengono le malte.

La reazione chimica di questa seconda operazione si esprime in questo


modo:

Va tuttavia notato che la presenza di altri corpi sensibili alla reazione chi-
mica, in particolare l‟argilla contenente silicato di alluminio, può provocare
qualche mutamento sia nello spegnimento che nella cristallizzazione e ren-
dere diversa la natura del prodotto finito.

Per quanto riguarda i forni a calce, se Vitruvio dedica appena qualche


riga alla preparazione di questa, Catone, che scrive intorno al 160 a.C., pro-
prio nel momento in cui le costruzioni in muratura legate con malta di calce
cominciavano a svilupparsi maggiormente, nel suo trattato De agricultura
descrive minutamente la costruzione di un forno per la cottura della calce
(XLIV, 38 De fornace calcaria):

“Il forno a calce sia largo 10 piedi e alto 20; sulla sommità riducete la
larghezza di 3 piedi. Se per cuocere usate una sola bocca, allora sistemate
una grande cavità all‟interno, tale da contenere la cenere, così che non ci
sia bisogno di tirarla fuori; fate in modo che la suola occupi interamente la
superficie inferiore del forno. Se cuocete con due bocche non c‟è bisogno
della cavità; quando occorrerà tirar fuori la cenere lo potrete fare attraver-
so una delle bocche, e nel frattempo il fuoco si sarà conservato nell‟altra.
Fate in modo che il fuoco non si spenga mai, né di notte né in qualsiasi al-
tro momento. Caricate il forno con pietre di buona qualità, le più bianche e
meno macchiate possibile. Quando costruite il forno, date ai pozzetti una
forte inclinazione; quando avete scavato a sufficienza, sistemate il focolare
in modo che sia il più profondo e meno esposto al vento possibile; se non
disponete di un posto adatto per fare un forno molto profondo, allora co-
struite la parte alta in mattoni o in pietra, con malta, e rivestitela
15
esternamente. Acceso il fuoco, se vedete che le fiamme escono altrove che
dall‟apertura circolare sulla sommità, chiudete i fori con malta. Evitate
che il vento entri dalla bocca e soprattutto il vento del Sud. Ecco in che mo-
do vi accorgerete che la calce è cotta: è necessario che le pietre più alte
siano cotte, allora quelle in basso, cotte anch‟esse, cederanno e la fiamma
farà meno fumo”185 (Fig. 69).
Figura 67. Restituzione sche-
matica della fornace a calce di
Catone (Fonte: Adam 2003).

A Pompei l‟entità dei danni provocati dai terremoti precedenti l‟eruzione


(cfr. nota 176) aveva trasformato la città in un cantiere di ricostruzione e,
nonostante i forni per la calce si trovassero nelle immediate vicinanze della
città (Monti Lattari, catena calcarea da Nola a Nocera), la calce veniva pro-
dotta sul posto, come testimonia il forno ritrovato nella casa del Sacello Ili-
aco (I, 6, 4), che doveva provvedere alle necessità dei vari quartieri intorno
a via dell‟Abbondanza. In questa stessa casa gli scavi di Spinazzola186 han-
no liberato tre notevoli riserve di blocchi di gesso destinati ad essere tritati e
incorporati agli intonaci, probabilmente per la fabbricazione di stucchi bian-
chi.187

185 CATONE,De Agricoltura, XLIV, 38


186 SPINAZZOLA 1953, pp. 446-447.
187 ADAM 2003, pp. 69-76.

16
3.3.2. LE MALTE

La preparazione delle malte usate dai Romani è sempre stata profonda-


mente ammirata e considerata un misterioso segreto tecnico. In realtà, gli
unici edifici in muratura concreta (cioè legati con malta di calce) che ci sia-
no pervenuti in buono stato di conservazione senza mai essere stati protetti
dall’interramento sono quelli che furono costruiti con una cura estrema, ri-
correndo a un tipo di calce di ottima qualità (con cottura omogenea) che en-
trava in composizione con malte perfettamente dosate e mischiate in un edi-
ficio staticamente equilibrato. Non sappiamo se gli edifici di fattura medio-
cre fossero numerosi, poiché quelli che rimasero esposti all’aria sono andati
perduti proprio a causa della loro vulnerabilità.

Tuttavia, per avere un’idea più esatta di quella che era la media delle
murature, è sufficiente prendere atto dell’estrema fragilità di molti edifici
liberati dagli strati di terra che li avevano protetti, e il cui consolidamento
appariva immediatamente problematico. A questo proposito Pompei è alta-
mente illuminante; i muri delle case risultano quasi tutti molto mediocri al
di sotto di un rivestimento di livello altissimo, e anche le malte usate
nell’ultima fase edilizia della città risultano poco accurate e terrose.188
Vitruvio ci fornisce chiare raccomandazioni per l‟uso e precise indicazioni
che rappresentano una smentita all’idea che esistesse un segreto gelosamen-
te conservato dai costruttori romani, e le analisi effettuate hanno ampiamen-
te dimostrato che le sue prescrizioni corrispondono a una realtà pratica am-
piamente applicata.189

Vitruvio propone le seguenti “ricette” di malte (II, 5, 1): “Cum ea (calx)


erit extincta, tunc materia ita misceatur ut si erit fossicia, tres harenae et
una calcis infundantur, si autem fluviatica aut marina duo harenae et una
calcis coiciatur. Ita enim erit iusta ratio mixtionis temperaturae. Etiam in
fluviatica aut marina si qui

188 ADAM 1983a; ADAM 1983b.


189 Intutti i dieci libri del De architectura ricorrono riferimenti alle malte, riguardo sia alla loro composi-
zione sia all‟uso: II, 4, le sabbie; II, 5, preparazione della calce, composizione delle malte; II, 6, la pozzo-
lana; II, 8, i generi di muratura, paramenti e riempimenti, uso di una malta con cocci di tegole; V, 12, fon-
dazioni e murature in acqua; VII, 1, cementi e malte per pavimenti; VI, 2, preparazione della calce destina-
ta agli intonaci e agli stucchi; VI, 3, preparazione delle cornici in stucco, delle volte e dei soffitti; VI, 6,
preparazione degli stucchi in marmo; VIII, 7, la muratura delle cisterne.

17
testam tunsam et succretam ex tertia parte adiecerit, efficiet materiae tam-
peraturam ad usum meliorem”.190

Vitruvio considera la sabbia di mare la più mediocre e pericolosa ad u-


sarsi a causa del sale che si dissolve e fa sciogliere tutto e consiglia, per
questo, l’aggiunta di cocci pestati e setacciati.

Più avanti egli raccomanda l‟uso di sabbia vulcanica, la pozzolana


(pulvis puteolanus), che definisce in questo modo (II, 6, 1): “Est etiam ge-
nus pulveris quod efficit naturaliter res admirandas. Nascitur in regionibus
Baianis in agris municipiorum quae sunt circa Vesuvium montem. Quod
commixtum cum calce et caemento non modo ceteris aedificiis praestat fir-
mitates, sed etiam moles cum struuntur in mari, sub aqua solidescunt”.191

È quella che viene definita la qualità pozzolanica dell’aggregato, che


permetteva alla malta di resistere all’acqua e addirittura di rapprendere an-
che in ambiente molto umido, caratteristica dovuta alla presenza di una
grande quantità di silicato d‟alluminio. In altre parole, aggiungendo alla
calce aerea della pozzolana, essa viene artificialmente trasformata in calce
idraulica. La stessa trasformazione si ha mescolando alla malta della cera-
mica in frantumi un composto che veniva utilizzato dai Romani per imper-
meabilizzare le strutture.

Si possono dunque riassumere le principali composizioni delle malte an-


tiche:

18
La percentuale d’acqua da usare nell’impasto viene stabilita in funzione
del clima, e quindi del tasso di evaporazione, e dell’uso che si deve fare del-
la malta. Se essa deve essere impiegata nelle fondazioni o in un riempimen-
to, allora sarà meno bagnata, perché meno ventilata rispetto a una malta u-
sata per giunzioni e rivestimenti. Allo stesso modo la percentuale di sabbia
e la sua granulosità varieranno a seconda che si tratti di una malta di con-
nessione o di pavimentazione o di rivestimento; nei primi due casi sarà mi-
schiata a grosse schegge, mentre se si tratta di una malta di rivestimento sa-
rà realizzata con sabbia finissima.

La malta deve la sua bontà non soltanto alla cottura uniforme della pie-
tra, alla qualità e alla percentuale degli aggregati, ma anche all’accuratezza
dell’impasto di calce grassa, sabbia e cocci di tegole, che deve essere il più
omogeneo possibile. Questa operazione va effettuata in prossimità del can-
tiere di costruzione, su uno spiazzo di terra battuta dove viene disposta la
sabbia a forma di cratere (diametro da 1 a 3 metri), al centro del quale viene
posto il grassello di calce – in genere trasportato dalla fossa di spegnimento
entro anfore alle quali è stata rotta la metà superiore,192 talvolta entro un
secchio metallico, un‟impronta del quale è stata trovata nella casa del Sa-
cello Iliaco a Pompei (I, 6, 4); qui infatti è stato rinvenuto in mezzo alla
pozzolana, il cumulo di calce non ancora impastata abbandonato al momen-
to dell’eruzione del Vesuvio.

Sempre a Pompei (casa del Moralista, della Calce e villa dei Misteri) si è
potuto verificare che la calce grassa veniva ammucchiata in un corridoio o
in qualche altro luogo riparato (Fig. 70).
Figura 68. Muccchio di calce
nella villa dei Misteri a Pompei.

192 In molte case di Pompei sono state trovate ancora piene di calce: V, 3, 4, o VII, 3, 17.

19
Per ottenere la malta, il muratore mescola a lungo gli aggregati e il le-
gante aggiungendo a poco a poco l‟acqua; per far questo si serve di una
zappa dal manico molto lungo (in media m 3,50), la marra (di cui abbiamo
un esemplare trovato a Pompei): con la lama dell‟attrezzo viene effettuato
un movimento di sfregamento per eliminare i grumi e far penetrare la sabbia
nella massa elastica della calce. Per questo la lama forma un angolo acuto
con il manico, mentre la zappa usata per assicurare il movimento nella fossa
di spegnimento ha la lama ad angolo retto con il lungo manico. Questa ope-
razione, detta impasto, deve protrarsi fin quando il composto non appaia
perfettamente omogeneo e privo di grumi.193

3.3.3. LA MESSA IN OPERA

La malta, dopo essere stata impastata, viene trasportata in un trogolo fino


al luogo di messa in opera, dove il muratore la mischierà con frammenti la-
pidei entro un massiccio di riempimento a formare il nucleo dell’opus cae-
menticium, oppure la userà per legare i giunti di pietre o di mattoni, o anco-
ra la getterà sulla parete per creare il rivestimento. A questo punto inizia il
lento fenomeno di cristallizzazione o presa, che consiste nella concrezione
dell‟insieme (donde il nome di muratura concreta) sotto forma di una cro-
sta di carbonato di calcio che fissa i granelli di sabbia e i cocci di tegole e
aderisce alle pietre o ai mattoni.

Indipendentemente dal tipo di paramento, la costruzione in muratura può


avvenire in modi diversi che si possono analizzare guardando in sezione il
muro in rovina. Qualunque sia l‟aspetto della parete (opera quadrata, matto-
ni ecc.), si nota che la parte interna della costruzione è formata da elementi
di qualsiasi forma, da scarti o da frammenti di tegole o di mattoni, legati
con malta e contenuti tra i due paramenti accuratamente realizzati. Appare
evidente, dunque, che questi paramenti costituiscono una cassaforma per-
manente per una massicciata che occupa la maggior parte del muro e che
funge da elemento portante; ciò spiega anche come mai gli elementi impie-
gati nelle facciaviste siano stati molto spesso riutilizzati senza peraltro nuo-
cere alla stabilità dell‟edificio. È ciò che Vitruvio chiama émpleckton (II, 8,
7), usando evidentemente il

193 ADAM 2003, pp. 76-79.

20
termine greco: “Altera est quam εµπλεκτον appellant, qua etiam nostri ru-
stici utuntur. Quorum frontes poliuntur, reliqua ita uti sunt nata cum mate-
ria conlocata alternis alligant coagmentis. Sed nostri celeritati studentes,
erecta conlocantes frontibus serviunt et in medio farciunt fractis separatim
cum materia caementis. Ita tres suscitantur in ea structura crustae, duae
frontium et una media farturae”.194

Questa definizione dell’opus caementicium, inteso come incrollabile mu-


ro portante, va comunque sfumata; esistono infatti molti edifici nei quali i
muri presentano la suddetta struttura tripartita, ma il riempimento dei quali,
lungi dall’essere il supporto essenziale, è costituito da un miscuglio di pie-
trame sommariamente legato dall’argilla (cfr. Fig. 68). È questo il caso della
maggior parte degli edifici di Pompei, l‟architettura dei quali è in prevalen-
za anteriore all‟età imperiale: i compatti paramenti rivestiti da un triplice
intonaco di eccellente qualità fungono da armature rigide permanenti e im-
permeabili per l‟assai mediocre muratura interna. Quest’ultima si deteriora
solo se crollano le coperture, che a loro volta provocano la caduta degli in-
tonaci, con la conseguente infiltrazione di umidità.

Nei muri di scarso spessore il composto di malta e pietrisco è relativa-


mente omogeneo, e il muratore può distribuire agevolmente a mano le pie-
tre nel legante; quando la struttura è di dimensioni maggiori, il muratore in-
serisce alternativamente malta e pietre, costipando poi il tutto per renderlo
coerente. Allora sono visibili all’interno dei muri gli strati regolari risultanti
da questa messa in opera alternata (si vedano ad esempio i casi di II, 1, 2;
VI, 14, 44; VIII, 22, dove peraltro l‟orizzontalità degli strati è piuttosto ap-
prossimativa). È ragionevole supporre che nel corso di queste operazioni di
costipazione i muratori avessero l‟accortezza di far uso di casseforme, per
contenere i paramenti la cui presa non era ancora ultimata. Tale uso risulta-
va però costoso e complicato insieme, e perciò sembra che i costruttori ab-
biano fatto ricorso alla pestatura interna soprattutto per i monumenti dai
muri molto spessi, contenuti entro paramenti in opera quadrata o in mattoni
di una certa lunghezza, che potevano resistere ai colpi e alle compressioni
delle operazioni di costipazione. Il risultato, qualunque

194 VITRUVIO, De Arch., II, 8, 7.

21
fosse il sistema di messa in opera, era una concrezione dall’aspetto di un
calcestruzzo,195 in cui si distinguono tre elementi:

1) il legante, sotto forma di calce, mischiato con l‟aggregato prima della


messa in opera e costituente la malta;
2) gli elementi lapidei o scapoli, pietre o frammenti ceramici introdotti nella
malta al momento della costruzione;
3) i paramenti realizzati con materiali ben squadrati che potevano ricevere a
loro volta un rivestimento superficiale.

Pur essendoci una differenza di preparazione tra il calcestruzzo romano e


quello moderno, certe qualità dei materiali romani possono, tuttavia, essere
paragonate a quelle dei prodotti moderni: le malte che si trovano nei rivesti-
menti dei piani di calpestio o nelle volte, nelle quali si vedono frammenti
ceramici e lapidei di una certa grandezza, che erano stati mischiati alla calce
al momento dell’impasto. Esse formano rivestimenti molto solidi, come di-
mostrano la resistenza dei marciapiedi pompeiani così rivestiti e le copertu-
re di molti edifici a volta con cupola priva di tetto.196

3.4. LE STRUTTURE A GRANDI BLOCCHI

3.4.1. L’OPUS SILICEUM (OPERA MEGALITICA O POLIGONALE)

In questa parte della tesi si è preferito, per una questione di completezza,


analizzare anche questo tipo di tecnica muraria, sebbene non sia attestata a
Pompei dall’ampia e autorevole letteratura, il che non esclude un suo utiliz-
zo che potrebbe essere chiarito da successive ricerche.
L’origine e la datazione dell’opera poligonale hanno sempre appassionato
gli archeologi, i quali, già dall’ottocento, discutevano intorno al popolo che
inventò o meglio introdusse per primo nel bacino del Mediterraneo, e parti-
colarmente in Italia,

195 Infrancese béton, da bitumen, cioè il miscuglio di malta e ciottoli, divenuto poi sinonimo di malta o di
legante per indicare il bitume, utilizzato come colla per i mattoni e rivestimento impermeabile
nell‟architettura orientale.
196 ADAM 2003, pp. 79-82.

22
questo sistema di costruire a grandi blocchi poligonali di pietra dura sovrap-
posti senza malta.

Le mura in opera poligonale non si trovano in tutta l’Italia; sono più fre-
quenti nell’Etruria Marittima, nella Sabina, nella Marsica, nei paesi degli
Ernici, dei Volsci e dei Sanniti; sono rare sui colli Albani e Tusculani, in
Umbria e nel Piceno; sono quasi del tutto sconosciute nell’Italia Settentrio-
nale, a Roma, in Campania, nella Magna Grecia; si ritrovano saltuariamen-
te, e in forma un po’ diversa, in Lucania e in Sicilia.197

È tuttavia con le rozze fortificazioni delle alture del Lazio meridionale


che inizia la tipologia delle costruzioni realizzate con grandi blocchi di pie-
tra.
Come i Micenei, gli Italici cingevano le loro città d‟altura con mura megali-
tiche in tutto simili nell’aspetto alle cinte difensive di Micene, Tirinto o Mi-
dea, tanto che ad esse verrà attribuito il nome di pelasgiche. Ovviamente
non esiste alcun tipo di rapporto tra queste mura costruite tra il V e il III sec
a. C. e le realizzazioni micenee, più antiche di almeno mille anni; l‟unica
cosa in comune è il desiderio di opporre a un potenziale aggressore la con-
creta imponenza di una muraglia massiccia e l‟effetto psicologico di una
realizzazione adatta a colpire l‟immaginazione: un proposito che è alla base
di qualsiasi costruzione in opera megalitica che dovrà essere vista dagli uo-
mini o dagli dei.

Il taglio sommario dei blocchi messi in opera nelle mura in opus sili-
ceum è indice della loro antichità e della rozzezza delle metodologie co-
struttive; tale tecnica continuerà ad essere usata nelle città dell‟interno
quando sulla costa e nelle zone di influenza etrusca e greca si va già affer-
mando una bella architettura a blocchi parallelepipedi di etrusca disciplina
o isodomum (come la cinta di Perugia, per esempio).

I paramenti si contraddistinguono per l‟aspetto del taglio dei blocchi le


cui facce esterne risultano tagliate molto accuratamente, mentre quelle in-
terne sono molto rozze e appena sbozzate. Il Lugli198 distingue quattro ma-
niere nell’opera poligonale; in realtà tali distinzioni non sono così nette co-
me l‟autore propone, perché in ogni realizzazione intervengono molteplici
fattori che rendono ogni opera diversa dall’altra, e si arriverebbe al punto di
definire tante categorie quante sono le realizzazioni note.

197 LUGLI 1957, pp. 55 sgg.


198 LUGLI 1957, pp. 65 sgg.

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