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Medea, lesule malata damore (Ennio, frr.

133-134 Traglia)

Nel corso della sua accorata difesa di Celio (Pro Caelio 18) Cicerone, rispondendo allaccusa mossa al suo assistito di aver abbandonato il tetto paterno, ribatte che il giovane imputato ha optato per una nuova casa sul Palatino su consiglio del genitore stesso e che anzi proprio l sono iniziati i suoi guai: in quei luoghi, infatti, si sono consumati gli incontri tra Celio e Clodia, la Medea Palatina temibile tanto quanto la mitica principessa della Colchide. Cicerone per non si limita a identificare, in maniera suggestiva, la spregiudicata sorella di Clodio con la maga infanticida; loratore fa sfoggio della sua erudizione mediante una reminiscenza letteraria antica gi di quasi due secoli e tuttavia facile a essere da tutti apprezzata, per la notoriet di cui essa godeva sia nelle aule di tribunale sia sui banchi di scuola: si tratta del prologo della Medea di Ennio, la prima tragedia in lingua latina incentrata sulle vicende delleroina colchica. A Cicerone basta citare in parte solo tre versi (vv. 1, 8-9), sufficienti, evidentemente, perch nelle menti dei giudici riaffiori alla memoria lantico testo tragico: Utinam ne in nemore Pelio ac longius mihi quidem contexere hoc carmen liceret: nam numquam era errans hanc molestiam nobis exhiberet Medea animo aegro, amore saevo saucia Oh, se mai nel bosco del Pelio... e certo mi sarebbe possibile proseguire ancora nella citazione: mai infatti la padrona vagando ci procurerebbe questo fastidio, Medea dallanimo afflitto, ferita da un amore crudele Nel passo enniano citato da Cicerone la persona parlante la nutrice di Medea: nellaccorata invocazione iniziale (Utinam ne in nemore Pelio) la vecchia balia esprimeva il desiderio (evidentemente irrealizzabile, giacch il dramma ambientato a Corinto e si riferisce, dunque, a una fase gi inoltrata del mito degli Argonauti) che mai avesse avuto luogo la costruzione della nave Argo, n mai avesse avuto inizio la spedizione degli eroi greci (a capo dei quali era Giasone) alla conquista del vello doro. Se queste condizioni non si fossero verificate in passato, concludeva la nutrice, mai Medea avrebbe osato abbandonare la casa paterna, n sarebbe stata vittima della ferita infertale da un amore tanto furioso (saevo) quanto nocivo per il suo animo (aegro animo). Sono chiari il fine di Ennio e lacume retorico della sua operazione: offrire un amaro ritratto della situazione presente (la condizione di esclusa vissuta da Medea e la sua malattia damore), reso ancor pi intenso (e dunque pi adatto a commuovere gli animi degli spettatori) proprio dal ricordo degli eventi passati che originarono il dramma. A ci contribuisce la forma del desiderio irrealizzabile (utinam seguito dal congiuntivo piuccheperfetto): la protasi pronunciata dalla nutrix, infatti, rivolta al passato e ovviamente incapace di tradursi in alcun modo in azione, non poteva che sfociare semplicemente in un doloroso lamento sullinfelicit presente, avvertita gi come necessit irreversibile. La cifra retorica del passo, unitamente alla sua caratura letteraria, non dovette sfuggire a Cicerone e a chi, come lui, ricorse allutinam-topos (cos definito da H. Prinzen), inaugurato appunto da Ennio. Daltro canto, nelle scuole di retorica lesordio della nutrice enniana era comunemente usato come esempio di argumentum longius repetitum, da annoverarsi dunque tra i casi di vitiosa expositio: il prologo della Medea infatti, secondo lautore della Rhetorica ad Herennium (2, 34), ma anche a detta dello stesso Cicerone (De inventione 1, 49), di Quintiliano (Institutio

oratoria V 10, 83-84) e del retore del IV sec. d.C. Giulio Vittore (Rhetores 12, p. 415, 24 Halm, che riprese in maniera pressoch fedele il giudizio gi espresso da Cicerone) era difettoso, perch risaliva a cause troppo remote per spiegare fatti assai posteriori. Proprio Cicerone, per esempio, diceva (De inventione 1, 49): Remotum est, quod ultra quam satis est petitur, huiusmodi [...]: Utinam ne in nemore Pelio securibus / caesae accidissent abiegnae ad terram trabes! Longius enim repetita est, quam res postulabat remoto ci che proiettato nel tempo al di l di quanto basti, per esempio [...]: Oh, se mai nel bosco del Pelio fossero cadute a terra quelle travi di abete, tagliate dalle scuri!. Si proiettato infatti largomento pi addietro di quanto richiedesse. Quintiliano aggiungeva nuove remore circa lopportunit dei versi di Ennio: il poeta commetteva un errore quando, nelle parole della nutrice, lasciava quasi intendere che linfelicit e le colpe di Medea discendessero dallabbattimento dei tronchi dabete necessari per la costruzione della nave Argo (Institutio oratoria V 10, 83-84): Recte autem monemur, causas non utique ab ultimo esse repetendas, ut Medea: utinam ne in nemore Pelio, / quasi vero id eam fecerit miseram aut nocentem, quod illic ceciderit abiegna ad terram trabes Ci poi giustamente suggerito che le cause non devono in alcun modo essere fatte risalire allorigine ultima, come nella Medea: Oh, se mai nel bosco del Pelio, come se a rendere Medea infelice o colpevole fosse stato davvero il fatto che in quel luogo era caduta a terra una trave dabete. Un eccesso di eziologia da condannare, dunque, giacch si offrivano cause troppo lontane nel tempo per poter essere ritenute plausibili. Aveva invece circoscritto e, in qualche modo, limitato il proprio giudizio negativo su questi stessi versi lautore della Rhetorica ad Herennium (2, 34), quando aveva precisato che sebbene vitiosa expositio est, quae nimium longe repetitur ( difettosa lesposizione che risulta proiettata troppo lontano nel tempo) e dunque era pur sempre valida lesortazione a ne Ennium imitemur tuttavia quibus [poetis N.d.R.] hoc modo loqui concessum est: Utinam ne in nemore Pelio (ai poeti permesso esprimersi in questo modo). In altre parole, quel che non era consentito agli oratori continuava a essere lecito per i poeti. Non forse un caso, a tale proposito, che soprattutto il genere poetico abbia attinto da questi versi, e non semplicemente a mezzo di vistose riprese letterali, ma piuttosto attraverso il sapiente gioco dellallusione, frutto di ulteriori rielaborazioni e adattamenti: il caso di Catullo (carme 64, 171 ss.) e Ovidio (Amores II 11, 5 ss.), dove lutinam-topos, previe opportune modifiche, pare essere stato pienamente accolto, senza imbarazzi di sorta, dai poeti. Insomma, i versi posti ad apertura della Medea di Ennio, ben lungi dal costituire un vero e proprio clich da consigliare a oratori e prosatori, tuttavia, in virt della loro notoriet e della loro indiscussa cifra poetica, restarono a lungo patrimonio della memoria letteraria dei Romani: questo consent anche il loro utilizzo in sede oratoria, pur come semplice ed esplicita reminiscenza del testo enniano (esemplare nel passo della Pro Caelio citato sopra). Altro era, rispetto al genere delloratoria, la poesia: qui le licenze e persino i remota erano consentiti. Anche quelli pi noti e vietati dai manuali di retorica.

Ennio, frr. 133-134 Traglia


(Nutrix) (Nutrice) Utinam ne in nemore Pelio securibus Volesse il cielo che nel bosco del Pelio mai fosse caesae accidissent abiegnae ad terram trabes caduta a terra, tagliata dalle scuri, quella trave di neve inde navis incohandi exordium abete e che da qui non avesse mai avuto inizio la coepisset, quae nunc nominatur nomine costruzione della nave che ora ha preso il nome di Argo, quia Argivi in ea delecti viri [5] Argo, perch, trasportato su di essa, il fior fiore vecti petebant pellem inauratam arietis degli eroi argivi, su ordine del re Pelia, cerc di Colcis imperio regis Peliae per dolum: ottenere (con linganno) dai Colchici il vello nam numquam era errans mea domo efferret pe- doro dellariete. Ch la mia padrona Medea, dal dem cuore dolorante, ferita da una violenta passione Medea animo aegro amore saevo saucia damore, non avrebbe mai lasciato la sua patria per andare raminga! (Paedagogus) (Pedagogo) Antiqua erilis fida custos corporis, [10] O antica e fedele custode della persona della mia quid sic te extra aedis exanimata eliminas? signora, perch cos fuori di te hai varcato la soglia di casa? [Trad. A. Traglia]

Euripide, Medea 1-8; 49-51


(Nutrice) Mai la nave Argo avrebbe dovuto volare attraverso le fosche Simplegadi verso la terra dei Colchi, n il pino, tagliato nelle gole boscose del Pelio, cadere per armare di remi le mani degli eroi che per Pelia andarono in cerca del vello doro. La mia signora, infatti, Medea, non avrebbe mai navigato verso le torri della regione di Iolco, colpita nel cuore dallamore per Giasone. (Pedagogo) Vecchia ancella della mia signora, perch te ne stai in solitudine davanti alle porte, tra te e te lamentando disgrazie? [Trad. L. Correale]

Il prologo della Medea enniana riprende abbastanza fedelmente il modello greco euripideo, apportandovi per alcune significative modifiche. Notevole soprattutto lomissione di un particolare: Ennio, infatti, non menziona limpresa che gli Argonauti portarono a termine con successo presso le isole Simplegadi, dopo la partenza da Iolco. La scelta di sopprimere questo riferimento continua ancora oggi ad alimentare un vivace dibattito tra gli studiosi, divisi fra chi (M. Fantuzzi) attribuisce la censura delle Simplegadi a ragioni di ordine religioso (volont di tacere il nefas di aver violato per la prima volta la sacralit del mare) e chi (L. Nosarti) scorge invece lintento di ricondurre i fatti del mito a un livello di azione esclusivamente umana, eliminando lintervento di Atena, che la tradizione tramandava come decisivo per la riuscita dellimpresa. Sembra plausibile inoltre lipotesi avanzata da F. Leo, secondo cui Ennio, tenendo conto della critica mossa a Euripide per non aver rispettato nellesposizione lordine cronologico degli eventi (lepisodio delle Simplegadi precede, nelle parole della nutrice, la costruzione della nave Argo), avrebbe voluto ripristinare la successione naturale dei fatti.

Lomissione, rispetto al modello greco, del volo sulle Simplegadi ottiene anche leffetto di sostituire allidea di ascensione unimmagine fortemente negativa, di catabasi, qual lo schianto a terra dellabete da cui sar prodotta Argo. Euripide esordiva con una sorta di auto-celebrazione dellarte della navigazione, nella quale eccellevano notoriamente i Greci (G. Vogt-Spira), mentre Ennio colloca lavvio della tragedia sotto il fosco presagio di un tronco inerte che stramazza al suolo. Al v. 2, non neppure di poco conto linnovazione enniana relativa al legname impiegato per realizzare limbarcazione. Sulla base di una testimonianza di Teofrasto (De historia plantarum, 5, 7, 1-3), L. Nosarti ha osservato che in Roma, come in Grecia, il pino era impiegato per le navi commerciali, labete per quelle da guerra: la precisazione abiegnae doveva dunque indicare la natura bellica della spedizione argonautica. Lintento di attenersi alla successione temporale degli eventi traspare nellinde del v. 4, che introduce la scena della costruzione vera e propria della nave. Anche del nome della nave Ennio fornisce unetimologia poco comune, laddove le tre opinioni pi accreditate presso le fonti antiche facevano riferimento rispettivamente allaggettivo greco args (veloce), oppure al nome di colui che realizz limbarcazione con laiuto di Atena, o ancora al nome della citt in cui la nave vide la luce. Ennio invece riprende la meno nota tesi (lunica attestazione precedente si registra in uno scolio omerico) che voleva il nome della nave derivato semplicemente dallappellativo di coloro che vi si imbarcarono: Argo, dunque, come Argivi, adoperato nel senso estensivo di Greci. Lobiettivo dellautore dunque evidente: spogliare ulteriormente la vicenda di qualsiasi patina sovrannaturale o provvidenziale (gi priva di ogni allusione ad Atena) o di eccezionalit: ritenere che Argo derivasse dallaggettivo veloce significava riconoscere a questa nave, per antonomasia, la virt della rapidit. Il passaggio dalla lunga protasi allapodosi del v. 8 scandito anche da un mutamento di toni nelle parole della nutrice, che ora non evoca pi eventi e desideri, pur non realizzabili, collocati nel passato, ma esprime le laceranti certezze sperimentate ogni giorno da Medea. Nella descrizione della sofferenza di questultima, il sintagma domo efferret pedem va considerato ben pi di una variazione alloriginale euripideo: la prima e la pi grande colpa di Medea evidentemente labbandono della domus, cio della sede dei legami affettivi come anche dei doveri e dei valori condivisi dallintera comunit, in ultima analisi dei vincoli di pietas e di fides che costituivano principi ben noti al pubblico romano. Ma pi di ogni altra innovazione, pare significativa lattenzione dedicata dal poeta di Rudiae alla cosiddetta Pathetisierung (patetizzazione, per usare le parole di W. Rser): Ennio riserva allo stato danimo della protagonista lintero verso 9. Diversamente dalla Medea di Euripide, il testo latino manifesta infatti sin dal prologo una spiccata propensione per laccentuazione dellelemento patetico; lo scopo dellautore soprattutto dare enfasi al dolore di una donna pur macchiatasi di colpe incancellabili. Il personaggio di Medea si muove al tempo di Ennio ancora sul sottile confine fra immedesimazione e distacco, n si pu pensare che, in un momento storico di delicati equilibri politici e culturali, il pubblico romano potesse mettere a rischio la propria identit avvicinandosi a quella di una maga straniera, rea innanzitutto di aver abbandonato il proprio tetto. Medea, dunque, doveva essere colpevole con ogni probabilit gi per Ennio: lo comprese anche Quintiliano, che chiosando i versi enniani (vedi supra) connot la condizione di Medea come quella di una donna certo misera ma anche nocens. Unulteriore controprova di tutto ci fornita anche dal v. 10, in cui il pedagogo si rivolge alla nutrice designandola come fida custos: G. Vogt-Spira ha notato che, se laggettivo fida sottolinea lidea di diligenza attribuita tradizionalmente alla nutrix, il sostantivo custos rinvia alla custodia, attivit connessa dapprima alla protezione (pur sempre di un essere inferiore) e poi, per via di degenerazione, allidea di privazione delle libert personali (custodes erano anche i carcerieri). Nellantica

Roma la custodia era esercitata non certo su matronae o donne libere, bens su giovani donne concubine o prostitute: la scelta lessicale del pedagogo, insomma, tradisce lidea che Medea altro non sia che una straniera spogliata dei propri diritti, una donna non libera e per questo bisognosa di custodia. A livello stilistico, sin dal primo verso, lallitterazione si configura come espediente fonosimbolico pi ricorrente nel dettato della nutrice. In questo caso la concentrazione di nasali (Utinam ne in nemore), oltre a rendere martellante lincipit dellinvocazione della nutrix, richiama la successiva coordinata (vv. 3 ss.: neve inde navis inchoandi), contraddistinta anchessa dallallitterazione della consonante n. Al v. 3 lesegesi di navis incerta: per alcuni sarebbe un genitivo oggettivo in dipendenza da incohandi (secondo un costrutto non infrequente specie nel latino arcaico), mentre per altri si tratterebbe di un nominativo, soggetto di coepisset. Questultima ipotesti, in effetti, nonostante la necessit di intendere incohandi come un gerundio di senso passivo (di essere costruita: fatto peraltro non ignoto alle consuetudini della sintassi latina), eviterebbe tuttavia il passaggio forzato a un soggetto astratto quale exordium, in discontinuit con gli altri soggetti concreti impiegati in questi versi da Ennio. Nella apodosi dei vv. 8-9 il fonosimbolismo diffuso dei vv. 1-7 raggiunge una concentrazione decisamente maggiore: Ennio punta sulliterazione delle vocali e ed a (Medea animo amore... saucia), sullallitterazione saevo saucia e sullassonanza di ae/o, funzionale a creare un sinistro legame tra i due aggettivi aegro (riferito allanimus di Medea) e saevo (associato allincontrollabile passione per Giasone).