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Foro Romano

Il Foro Romano (Forum Romanum, sebbene i Romani si riferissero ad esso più spesso come
Forum Magnum o semplicemente Forum) era situato nella valle compresa tra il Palatino ed il
Campidoglio e costituì il centro commerciale, religioso e politico della città di Roma.

Descrizione storica

Origini

La valle del Foro, paludosa e inospitale, venne utilizzata tra X e VII secolo a.C. come necropoli dei
primi villaggi stanziati sulle colline circostanti. Secondo lo storico Tacito la piana del Foro come
pure il vicino colle del Campidoglio furono aggiunti alla Roma quadrata (Palatino) di Romolo da
Tito Tazio.[1]

Tito Livio ed altri autori antichi raccontano che, poco dopo la fondazione di Roma, fu combattuta
nell'area del futuro foro romano una grande battaglia tra Romani e Sabini: la Battaglia del lago
Curzio. Causa dello scontro fu il tradimento della vergine vestale, Tarpeia, figlia del comandante
della vicina rocca romana Spurio Tarpeio, la quale, corrotta con dell'oro da Tito Tazio, fece entrare
nella cittadella fortificata sul Campidoglio un drappello di armati con l'inganno.[2] L'occupazione
dei Sabini della rocca, portò i due eserciti a schierarsi ai piedi dei due colli (Palatino e Campidoglio,
proprio dove più tardi sarebbe sorto il foro romano[3]), mentre i capi di entrambi gli schieramenti
incitavano i propri soldati alla lotta: Mezio Curzio per i Sabini e Ostio Ostilio per i Romani. Il
campo di battaglia era circondato da molte colline, non offrendo alle due armate vie di fuga
sufficienti o limitate zone per inseguire il nemico "in rotta".[4]

Si racconta che nel corso della battaglia, Romolo, vedendo i suoi indietreggiare, invocò Giove e gli
promise in caso di vittoria un tempio a lui dedicato (nei pressi del foro romano);[5] quindi si lanciò
nel mezzo della battaglia riuscendo a contrattaccare fino ai luoghi dove, pochi anni più tardi,
sarebbero sorti la cosiddetta Regia ed il tempio di Vesta.[6][7]

Fu in questo momento che le donne sabine, che erano state rapite in precedenza dai Romani, si
lanciarono sotto una pioggia di proiettili tra le opposte fazioni per dividere i contendenti e placarne
la collera.[8]

« Da una parte supplicavano i mariti (i Romani) e dall'altra i padri (i Sabini). Li pregavano di


non commettere un crimine orribile, macchiandosi del sangue di un suocero o di un genero e di
evitare di macchiarsi di parricidio verso i figli che avrebbero partorito, figli per gli uni e nipoti
per altri. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 13.)

Con questo gesto entrambi gli schieramenti si convinsero a stipulare un trattato di pace, varando
l'unione tra i due popoli, associando i due regni e trasferendo il potere decisionale a Roma,[9] mentre
il vicino lago nei pressi dell'attuale foro romano, fu chiamato in ricordo di quella battaglia e del
comandante sabino scampato alla morte (Mezio Curzio), Lacus Curtius.[8]

Solamente verso il 600 a.C., ad opera del re etrusco Tarquinio Prisco, la valle venne drenata con la
costruzione della Cloaca Massima e ricevette una pavimentazione in tufo; la piazza di forma
rettangolare nacque come luogo di mercato oltre che per lo svolgimento della vita politica e
giudiziaria, in un punto centrale della città verso cui convergevano molte importanti strade, la più
importante delle quali era la Via Sacra, che correva dalle pendici del Campidoglio fino all'Arco di
Tito.

Periodo regio

Alla seconda metà del VI secolo a.C. appartengono i monumenti arcaici del Comizio, la più antica
sede dell'attività politica di Roma. Il Comizio costituiva uno spazio ritualmente orientato secondo i
punti cardinali. Nei pressi di questo complesso, un'area pavimentata in pietra scura, il Lapis niger,
era secondo la leggenda legata al luogo della morte di Romolo: qui è stata rinvenuta la più antica
iscrizione latina conosciuta. Sul lato a ovest del Comizio verso le pendici del Campidoglio, in
prossimità del cosiddetto Umbilicus Urbis, si trovava il Volcanale, un antichissimo santuario
dedicato al dio Vulcano, fondato secondo la leggenda da Tito Tazio.

Sempre al VI secolo risalirebbero la Regia, il luogo in cui il Rex sacrorum e il pontefice massimo
esercitavano la loro funzione sacrale, la Curia detta Hostilia (costruita secondo la tradizione dal re
Tullo Ostilio), il tempio di Vesta a pianta circolare ed altri importanti santuari. I resti attualmente
visibili di questi edifici, appartengono però tutti a delle ricostruzioni successive.

Periodo repubblicano [modifica]

Agli inizi del V secolo a.C. sono da ricondurre l'inaugurazione del tempio di Saturno, con l'annessa
sede dell'erario (il tesoro di Roma), ed il tempio dei Càstori (484), dedicato ai Dioscuri, Castore e
Polluce. Sempre nel V secolo (445) avvenne la consacrazione del Lacus Curtius ad opera del
Console Gaio Curzio Filone.

Nel IV secolo a.C. fu costruito, sul lato verso il Campidoglio, il tempio della Concordia, in
occasione dell'accordo tra patriziato e plebe, e la tribuna del Comizio fu abbellita con i Rostra, i
rostri delle navi catturate alla flotta della città di Anzio (Antium).

Una rinnovata spinta edilizia trasformò il Foro a partire dal II secolo a.C.: Silla regolarizzò lo
sfondo verso il Campidoglio costruendo sul colle il Tabularium e intorno alla piazza si ebbe la
costruzione delle quattro basiliche, destinate all'amministrazione della giustizia ed allo svolgimento
degli affari (Porcia, Emilia, Sempronia, Opimia); delle quattro basiliche la Basilica Emilia è giunta
fino a noi attraverso numerosi rifacimenti, mentre la Porcia e la Sempronia furono sostituite dalla
Basilica Giulia, costruita per ordine di Cesare e terminata sotto Augusto. Inoltre sotto Cesare si
ebbe un radicale spostamento della Curia Giulia, che al posto dell'antico rituale orientamento
secondo i punti cardinali, venne orientata secondo gli assi del contiguo Foro di Cesare.
Contemporaneamente la tribuna dei Rostra venne spostata verso il Campidoglio.

Periodo imperiale

La sistemazione definitiva dei Fori, avviata da Cesare, venne completata sotto Augusto: la piazza
assunse una maggiore regolarità con la costruzione delle due grandi basiliche (Emilia e Giulia) sui
lati lunghi, i nuovi Rostra sul lato della piazza in direzione del Campidoglio e il nuovo tempio del
Divo Giulio, dedicato nel 29 a.C. da Augusto dopo la morte e la divinizzazione di Cesare. Il lato
breve a sud-ovest del Foro si trovò ad essere sistemato col tempio del Divo Giulio incorniciato
dall'arco partico di Augusto e dal portichetto dell'Arco di Gaio e Lucio Cesari, escludendo alla vista
i venerandi monumenti della Regia e del tempio di Vesta. Questa scelta va inquadrata nel periodo
"cesariano" della politica di Augusto, prima della più prudente fase della restaurazione
conservatrice.
Il Foro Romano visto dal Palatino con indicazione degli edifici intorno alla piazza

A questa nuova fase edilizia imperiale sono da ricondurre anche le ricostruzioni dei templi della
Concordia, rifatto da Tiberio nel 10 a.C. quasi a voler cancellare i segni della passata stagione delle
guerre civili, e dei Castori (7 a.C.), di dimensioni grandiose e da mettere in relazioni coi fratelli
Tiberio e Druso in parallelo coi mitici fratelli Dioscuri[10]. Al 2 d.C. risale l'iscrizione dedicatoria
per Lucio Cesare, figlio ed erede designato di Augusto, posta ad una estremità della Basilica Emilia:
i portici antistanti la basilica stessa erano infatti stati dedicati a Lucio e al fratello Gaio Cesare.

Alla fine la piazza ricostruita traboccava di edifici legati, nel nome o nella simbologia o nel
sovvenzionamento dei restauri, alla Gens Iulia.

Di epoca flavia è la costruzione del Tempio di Vespasiano, vicino a quello della Concordia. Al di
fuori dell'area del Foro propriamente detta fu contemporaneamente edificato l'arco di Tito, sulla Via
Sacra verso la Velia, probabilmente voluto da Domiziano, Nella stessa area, davanti alla successiva
basilica di Massenzio sono gli Horrea Vespasiani, i magazzini voluti dall'imperatore Vespasiano, di
cui rimangono solo alcuni resti.

Del II secolo sono le costruzioni del Tempio di Antonino e Faustina, poi inglobato dalla chiesa di
San Lorenzo in Miranda. Il Tempio di Venere e Roma, costruito da Adriano, si affaccia verso la
valle del Colosseo.

Agli inizi del III secolo fu eretto sul percorso della via Sacra l'arco di Settimio Severo.

Sotto Diocleziano ai numerosi monumenti che allora dovevano ingombrare l'area della piazza, si
aggiunsero cinque colonne su alti basamenti in muratura, che dovevano celebrare la Tetrarchia. Nel
IV secolo fu costruita la basilica di Massenzio, terminata da Costantino I. Sotto Massenzio venne
riadattato un ingresso rotondo per il Tempio della Pace, che doveva già essere in via di abbandono,
per farne il tempio del Divo Romolo, dedicato al figlio, Valerio Romolo, morto prematuramente. A
seguito della sconfitta dell'usurpatore Magnenzio (352), il praefectus urbi Nerazio Cereale dedicò
una statua all'imperatore Costanzo II, la cui base è ancor oggi visibile a fianco dell'arco di Settimio
Severo, in direzione della Curia.
Di epoca flavia, ma restaurato nel 367, è il portico degli Dei Consenti, a ridosso del Campidoglio,
interessante testimonianza dell'ultimo paganesimo insieme all'ultima ricostruzione del tempio di
Saturno.

Nel V secolo la facciata dei Rostra fu prolungata verso nord-est: la parte nuova venne costruita in
mattoni assai rozzamente, ed anche questa ornata di rostra, per fissare i quali furono praticati dei
buchi ancora osservabili. Una epigrafe,[11] su di una sola riga, riporta la costruzione da parte del
praefectus urbi, Giunio Valentino, sotto gli imperatori Leone I ed Antemio (circa 470), in occasione
di una vittoria navale contro i Vandali, da cui la struttura prende il nome di Rostri vandalici.[12]

Al 608 risale l'ultimo monumento eretto nei Fori: si tratta della Colonna di Foca, posta per ordine
del Senato romano allo scopo di onorare l'imperatore Foca.

Periodo medievale e moderno

Durante il Medioevo, benché la memoria del Foro persistesse, i suoi monumenti caddero per lo più
in rovina, decretando la cancellazione di ogni esatto ricordo topografico, o riadoperati per nuove
costruzioni (l'arco di Tito e quello di Settimio Severo sono giunti fino a noi in buone condizioni in
quanto furono inglobati in fortificazioni medioevali, benché il primo fu pesantemente ristrutturato
nel XIX secolo).

Il foro si andò lentamente interrando e durante il Medioevo, utilizzato come pascolo per gli animali
domestici e come terreno seminativo, prese il nome di "Campo Vaccino", tra il Campidoglio ed il
Colosseo, dove emergevano alcune rovine. Lo scempio più emblematico si ebbe però nel
Rinascimento: papa Giulio II (1503-1513) decise di sfruttare tutta la zona come cava di materiali da
riutilizzare, molto spesso dopo averli trasformati in calce, nel progetto di rinnovamento edilizio ed
artistico della città da lui stesso avviato. Secondo i racconti di testimoni oculari come Pirro Ligorio,
la distruzione dei monumenti fu rapidissima: a volte bastava un solo mese per demolire edifici quasi
integri e a nulla valsero le proteste di Raffaello o le riserve espresse da Michelangelo. Nel tempio di
Antonino e Faustina che rischiò come tutto il resto di essere completamente smantellato furono
asportate le lastre marmoree che lo rivestivano; nella parte alta delle colonne, sono ancora oggi
visibili i segni lasciati dalle corde nel tentativo di farle crollare.

Durante la visita a Roma di Carlo V, nell'aprile del 1536, si volle offrire al sovrano un ingresso
trionfale, facendo passare lui e il suo seguito attraverso il Foro Romano, in buona parte interrato. Il
tracciato reale della via Sacra era tuttavia allora sconosciuto e il percorso scelto per il corteo, un
tracciato rettilineo tra l'arco di Tito e l'arco di Settimio Severo, non corrispondeva affatto al
percorso antico della via.

Il Foro fu riscoperto a partire dal XVI secolo nell'area, ancora conosciuta a quel tempo come
Campo Vaccino. Nei secoli successivi furono intraprese varie campagne di scavo, ma l'area fu
completamente scavata agli inizi del XX secolo.

Negli anni 1980, per la prosecuzione delle campagne di scavo, fu eliminata la via della
Consolazione, che passava tra le pendici del Campidoglio e il tempio di Saturno.

Nel 2012, verranno installate le illuminazioni per consentire ai turisti di visitare il sito anche la sera.
Edifici e monumenti
Tabularium

Il Tabularium è un antico monumento che si trova sul Campidoglio, nel centro di Roma. La sua
caratteristica facciata ad archi domina tutto il Foro romano. Esso sistemava definitivamente la zona
dell' Asylum, la depressione più o meno corrispondente all'attuale piazza del Campidoglio che
faceva da sella tra i colli dell' Arx (l'Aracoeli) e del Capitolium (dove sorgeva il tempio di Giove
Capitolino, più o meno nella parte posteriore del palazzo dei Conservatori).

Secondo l'opinione comune, l'edificio sarebbe stato destinato a ospitare gli archivi pubblici di Stato:
gli atti pubblici più importanti dell'antica Roma, dai decreti del Senato ai trattati di pace. Questi
documenti erano incisi su tabulae bronzee (da qui il nome di tabularium per un qualunque archivio
del mondo romano). Il nome dell'edificio capitolino, tuttavia, deriva da un'iscrizione, conservata
nell'edificio nel Rinascimento, menzionante un archivio: poteva trattarsi di uno o più ambienti, non
necessariamente di un presunto 'archivio di stato' che occupava l'intero complesso. Tra l'altro gli
archivi dell'amministrazione statale erano sparsi in vari edifici della città.

Attualmente il Tabularium fa parte del complesso dei Musei Capitolini e vi si accede dalla Galleria
Lapidaria che collega Palazzo Nuovo a Palazzo dei Conservatori.

Storia

La costruzione attuale risale probabilmente al 78 a.C. La data è desumibile da due iscrizioni (CIL
VI, 1313 e CIL VI, 1314) che indicano Quinto Lutazio Catulo come incaricato della ricostruzione
del Tabularium dopo l'incendio dell'83 a.C.: Lutazio Catulo fu console appunto nel 78 a.C. e la fine
dei lavori dovrebbe risalire a quell'anno o essere di poco posteriore. Tra le due iscrizioni è
particolarmente interessante quella perduta, ma tramandataci da una trascrizione medievale: in essa
si riporta come l'edificio facesse anche da "sostruzione", cioè da copertura del pendio collinare,
suggerendo che il Tabularium vero e proprio (e quindi l'archivio) fosse nel piano superiore. E' stato
anche proposto che il tabularium fosse un archivio ospitato nel complesso, mentre la sommità della
sostruzione poteva ospitare uno o più templi, come i santuari repubblicani edificati nei dintorni di
Roma e nella stessa città tra la fine del secondo e l'inizio del primo secolo a.C.

Una terza iscrizione trovata alcuni decenni fa sulla via Prenestina e oggi conservato all'ospedale
Fatebenefratelli sull'Isola Tiberina riporta il nome dell'architetto : un tale Lucio Cornelio, figlio di
Lucio, della tribù Voturia (forse ostiense), prefetto del genio e poi architetto di Quinto Lutazio
Catulo.

Architettura

Il basamento lungo m 73,60, con mura di blocchi di tufo dell'Aniene e di peperino, sostiene
l'odierno palazzo Senatorio, sede del comune di Roma. In un primo tempo si poteva accedere al
Tabularium dal Foro attraverso una scala di 67 gradini, ancora ottimamente conservata, ma al tempo
di Domiziano con la costruzione del Tempio di Vespasiano l'ingresso sul foro fu bloccato.

Dalla porta si accedeva a una scalinata, ricavata nello stretto spazio tra il muro di facciata e la roccia
del colle, che portava ad alcuni ambienti del primo piano, illuminate da strette finestre. Il primo
piano corrispondeva sul retro alla parete rocciosa della collina e si è ampiamente conservato.
La struttura del piano rimasto è quella di una lunga galleria divisa in settori, ognuno dei quali
prendeva originariamente luce da una grande arcata volta all'esterno, alcune delle quali sono
attualmente murate. Restano ancora oggi tre arcate, inquadrate da semicolonne doriche in peperino,
mentre gli architravi e i capitelli sono in travertino. Del fregio dorico a metope e triglifi restano solo
alcune tracce. La copertura dei settori della galleria è costruita con volte a padiglione in
calcestruzzo.

Al piano superiore, che corrispondeva al piano terra visto dalla parte del centro del colle, doveva
trovarsi un altro portico, composto da colonne in travertino in stile corinzio, delle quali sono stati
trovati dei frammenti ai piedi della facciata e ora disposti vicino al Portico degli Dei Consenti ma
attribuibli anche a un edificio templare). Un altro indizio è il massiccio di fondazione alle spalle dei
soli cinque ambienti della galleria, che doveva evidentemente sostenere un piano superiore, dove
dovevano avere luogo gli archivi veri e propri, in spazi sufficientemente ampi, forse collocabili sul
lato nord, verso l' Arx.

È una struttura tipica delle grandi opere di età repubblicana, in particolare Sillana (metà del II e
metà del I secolo a.C.), che chiudeva monumentalmente lo sfondo del Foro, tra i templi di Saturno e
della Concordia, secondo una prospettiva già indirizzata dalla disposizione della basilica Emilia e
dalla Sempronia.

L'uso del loggiato con le semicolonne fece da modello per tutti gli edifici romani usati come
sostruzione, dai santuari di Palestrina, Tivoli, Ferentino e Terracina, al teatro di Pompeo fino al
loggiato a mare del palazzo di Diocleziano a Spalato.

Nell'angolo sud-occidentale una rientranza era dovuta alla necessità di rispettare il piccolo più
antico tempio di Veiove, divinità probabilmente di origine etrusca, secondo le credenze religiose
romane improntate al più severo tradizionalismo.

Basilica Emilia
La Basilica Emilia (latino: Basilica Aemilia) è una basilica civile, edificata nel Foro Romano dell'antica
Roma. La basilica, sebbene pervenutaci solo in forma di rovine, è l'unica sopravvissuta dell'epoca
repubblicana a Roma, essendo completamente scomparse la Basilica Porcia (la più antica), la Basilica
Sempronia e la Basilica Opimia. Nonostante ciò l'aspetto odierno è influenzato dai numerosi restauri e
rifacimenti di epoca imperiale.

Basilica Fulvia-Aemilia

In una seconda fase un nuovo edificio fu costruito dal censore del 179 a.C. Marco Fulvio Nobiliore
con il nome di Basilica Fulvia. In seguito alla morte del censore fu forse completata ad opera del
suo collega Marco Emilio Lepido. A partire da lui, numerosi esponenti della gens Aemilia ne
curarono i restauri (nel 78 a.C., 54 a.C., 34 a.C., 14 a.C. e 22), prendendo così anche il nome di
Basilica Aemilia. In questa fase la navata centrale fu allargata a spese del portico posteriore, che fu
ristretto, e doveva avere tre navate con architravi in legno, pavimentate in travertino. La navata
centrale doveva essere rialzata, secondo la consuetudine, per permettervi l'apertura di finestre nella
parte alta, che garantissero l'illuminazione all'edificio.

Un saggio di scavo della parte più antica, sul lato ovest, permette di vedere come la pianta
dell'edificio non sia sostanzialmente mutata nel corso delle ricostruzioni (a parte l'aumento di una
navata sul lato nord, in modo da sfruttare più spazio possibile). Il lato sud era il lato maggiore che
dava sulla piazza del Foro. Qui la facciata era composta da due ordini sovrapposti di sedici arcate,
sostenute da pilastri con semicolonne, che creavano un portico anteriore. Da tre ingressi si accedeva
all'interno, diviso in quattro navate e ampio circa 70 x 29 metri.

La basilica Aemilia fu abbellita dal console del 78 a.C., omonimo del censore del secolo precedente
(Marco Emilio Lepido), che vi appose dei "clipei" (scudi). Questo intervento fu ricordato da una
moneta nel 61 a.C., del figlio, ancora omonimo, il futuro triumviro Marco Emilio Lepido, nella
quale è raffigurato l'esterno dell'edificio con i clipei, probabilmente il portico a due piani che
precedeva le tabernae verso la piazza del Foro (o secondo alcuni il portico posteriore).

Secondo alcuni studiosi, tuttavia, in quest'epoca la basilica Aemilia costituiva un edificio separato
dalla basilica Fulvia, costruito forse nel 164 a.C. dal censore Lucio Emilio Paolo e collocato sul lato
corto sud-orientale della piazza, dove poi sorse il tempio del Divo Giulio. A questo edificio
dovrebbe riferirsi in tal caso l'ornamentazione con i clipei e la raffigurazione della moneta.

La Basilica Emilia

Basilica Paulli [modifica]

Una nuova basilica in sostituzione della basilica Fulvia era in corso di costruzione nel 55 a.C. ad
opera di Lucio Emilio Lepido Paolo (un altro figlio del console del 78 a.C. Marco Emilio Lepido e
fratello del triumviro), ma finanziata da Cesare. Fu inaugurata dal figlio omonimo di Lepido nel 34
a.C. con il nome di Basilica Paulli.

La basilica riprendeva la precedente basilica Fulvia, accorciata tuttavia alle due estremità, e con una
seconda navata aperta sul lato di fondo, al posto del portico posteriore. Ugualmente aperte con
colonne erano le terminazioni sui lati corti, mentre il muro che chiudeva il lato verso il foro,
preceduto all'esterno dalle antiche tabernae, doveva essere decorato da semicolonne.

Le colonne della navata centrale avevano capitelli corinzi e fusti in marmo africano e recavano un
fregio con scene della storia mitica di Roma, quelle della seconda fila sul fondo avevano invece
fusti in marmo cipollino e infine le colonne esterne avevano capitelli ionici. Le navate laterali erano
coperte da volte in cementizio. Nulla si conosce dell'elevato al di sopra del primo ordine in questa
fase.

Fase augustea [modifica]

Disegno ricostruttivo della facciata della Basilica nella fase augustea (dal volume Christian Hülsen,
Il Foro Romano - Storia e Monumenti del 1905)
Il nuovo edificio, bruciato in un incendio nel 14 a.C., fu ricostruito per volere di Augusto nel nome
di un altro discendente della medesima gens Aemilia, riadoperando molti degli elementi
architettonici della basilica Paulli e con la stessa pianta. Le colonne delle quattro navate furono
rifatte in marmo africano (che in realtà proveniva dall'Asia Minore) e anche il pavimento marmoreo
attualmente visibile risale a questa fase. La ricostruzione era terminata nel 22 d.C. e da allora fu
fissata in maniera definitiva la dimensione della piazza del Foro.

In questa occasione furono completamente ricostruite le taberne (le antiche tabernae novae
argentariae) che precedevano la basilica verso la piazza del Foro e il portico antistante,
strutturalmente separati dalla basilica vera e propria. Nella fila di taberne, più larghe di quelle
precedenti, furono integrati i vani di passaggio verso l'interno della basilica e i vani scala per
l'accesso ai piani superiori. Il portico fu allargato verso la piazza e fu dedicato ai due nipoti
dell'imperatore, Caio e Lucio Cesari (porticus Gai et Luci). Aveva in facciata due ordini di arcate
inquadrate da pilastri con semicolonne doriche. A causa della sua notevole ampiezza fu necessario
rafforzarne la struttura con "catene" metalliche trasversali che contrastavano la spinte laterali delle
volte di copertura.

I piani superiori della Basilica, mai completati o distrutti nell'incendio, furono integralmente
ricostruiti. Sopra il colonnato del primo ordine sorse un attico con pilastri decorati da elementi
vegetali, più larghi in corrispondenza delle colonne, uniti da transenne, e più sottili al di sopra degli
intercolumni. Secondo una delle ipotesi ricostruttive, i pilastri più larghi erano preceduti da statue di
barbari in marmo giallo antico e pavonazzetto sopra i risalti formati dalla trabeazione del primo
ordine in corrispondenza delle colonne dei lati lunghi. Sopra i pilastri correva una trabeazione a
piattabande di travertino rivestite di marmo. Questo piano intermedio al di sopra delle navate
laterali dei lati lunghi sembra forse formato da camere separate, ciascuna corrispondente ad un
intercolumnio.

Al di sopra di questo attico si elevava sui lati lunghi un secondo ordine di colonne, ancora con fusti
in marmo africano, cipollino e pavonazzetto, mentre sui lati corti questo piano doveva essere chiuso
da un muro verso la navata centrale.

Sacello di Venere Cloacina

Il sacello di Venere Cloacina era un piccolo luogo sacro situato nel Foro Romano, del quale oggi
resta solo un basamento circolare in marmo a ovest della gradinata della basilica Emilia.

La costruzione era dedicata a Venere protettrice della Cloaca Massima, la più importante delle
fognature dell'antica Roma. La divinità venia infatti identificata come la dea Cloacina, di origine
etrusca. Il sacello era inoltre creduto l'ingresso del sistema fognario.

Il sacello

Il sacello venne costruito sulla Via Sacra nei pressi dell'area della Tabernae Novae, che venne
rimossa successivamente per far spazio alla Basilica Emilia. Si credeva che il sacello fosse
l'ingresso al sistema delle fognature, ma tale prova non è stata confermata poiché attualmente
rimangono solo le fondamenta dell'edificio. Gli archeologi hanno comunque sviluppato un'idea
dell'aspetto del sacello poiché esso è riportato sul retro di una moneta emessa durante il secondo
triumvirato.
Raffigurato su monete, era un piccolo edificio a cielo aperto, con un basso recinto circolare
metallico che conteneva due statue di culto, citate per esempio dal commentatore di Virgilio,
Servio.

Probabilmente raffiguravano l'antica divinità latina Cloacina e Venere, ma alla fine entrambe
vennero identificate con la dea della bellezza.

Venere Cloacina

Cloacina veniva adorata dai romani come la dea della Cloaca Massima e dell'intero sistema
fognario. I romani credevano infatti che un buon sistema di deflusso delle fognature fosse
importante per un futuro successo di Roma, poiché permetteva di mantenere una certa igiene della
città, al fine di prevenire eventuali epidemie. Oltre a queste funzioni, Cloacina era adorata anche
come dea della pulizia e della sporcizia.

Il nome Cloacina deriva probabilmente dal verbo latino 'cloare', che significa 'purificare', 'pulire' o
probabilmente deriva dalla parola latina 'cloaca' che significa appunto fognatura. In seguito venne
identificata con Venere, titolare della statua vicina.

Leggenda

Presso il sacello di Venere Cloacina si sarebbero svolti alcuni episodi della mitologia romana delle
origini. Secondo quanto sostenuto da Plinio il Vecchio, quando i romani e le sabine decisero di
instaurare la pace entrambi depositarono le armi presso il sacello e si purificarono con rametti di
mirto. Inoltre qui si sarebbe svolta l'uccisione di Verginia da parte del padre, per salvarne la virtù
dalle mire del decemviro Appio Claudio.

Comizio
Il Comizio (in latino Comitium) era il centro politico di Roma, situato nel Foro romano. Qui si svolgevano le
più antiche assemblee dei cittadini (comizi curiati). Oggi ne sono visibili solo pochi resti, dopo le
trasformazioni dell'epoca cesariana e augustea che lo fecero sparire. Anticamente occupava l'angolo nord-est
del Foro, tra la basilica Emilia, l'Arco di Settimio Severo e il Foro di Cesare. Proprio quest'ultimo ne invase
gran parte della superficie per l'edificazione della nuova Curia Iulia.

Storia

Si racconta che al termine dell'episodio del ratto delle Sabine, Romani e Sabini dopo una dura
battaglia decisero di collaborare, stipulando un trattato di pace, varando l'unione tra i due popoli,
associando i due regni (quello di Romolo e Tito Tazio), lasciando che la città dove ora era trasferito
tutto il potere decisionale continuasse a chiamarsi Roma, anche se tutti i Romani furono chiamati
Curiti (in ricordo della patria natia di Tito Tazio, che era Cures) per venire incontro ai Sabini.[1][2]
Contemporaneamente il vicino lago nei pressi dell'attuale foro romano, fu chiamato in ricordo di
quella battaglia e del comandante sabino scampato alla morte (Mezio Curzio), Lacus Curtius,[2]
mentre il luogo in cui si conclusero gli accordi tra le due popolazioni, fu chiamato appunto
Comitium, che deriva da comite per esprimere l'azione di incontrarsi.[3]

Nel Comizio avevano luogo tutte le funzioni politiche della costituzione romana, anzi le sue tre
parti, composte in un insieme unico e funzionale, rispecchiavano proprio i tre elementi della
repubblica:
1. L'assemble popolare, che si svolgeva nella piazza circolare coi gradini, atterzzati per le
riunioni
2. Il Senato, che si ritrovava nell'attigua Curia Hostilia e nell'area del Senaculum
3. I magistrati, che avevano la propria tribuna nei Rostra.

Fu la zona di maggiore importanza politica del Foro e di Roma stessa dalla fine dell'età regia fino
alla tarda età repubblicana, quando gran parte delle le funzioni del Comizio passarono alla più
ampia piazza del Foro e ad altri edifici che vi si affacciavano.

L'assemblea più antica che vi si teneva era quella dei comizi curiati, cioè dei patrizi romani, che
vennero presto svuotati di ogni significato politico. Restarono qui però i comizi tributi, detentori del
potere legislativo (che si potevano riunire anche sul Campidoglio). L'altra importante assemblea
romana erano i comizi elettorali, che si svolgevano però in un'apposita zona del Campo Marzio,
detta Ovilia o Septa.

Non è escluso che le gradinate del Comizio avessero potuto servire anche per spettacoli di
gladiatori, che sarebbero tra i più antichi del genere, e che abbia fatto da modello per i successivi
anfiteatri.

Descrizione

Il Comitium era una superficie aperta, consacrata dagli auguri e orientata secondo i punti cardinali,
testimoniata da scrittori antichi e da alcuni resti archeologici, tra i quali vanno annoverati i pozzi
rituali, il Lapis niger e i Rostra vetera. Aveva una forma circolare e culminava verso sud, coi
Rostra, mentre l'altare sacro del Lapis Niger si trovava sul suo bordo accanto ai Rostra. Doveva
essere dotato di gradini, del tutto somigliante ai Comizi dei Fori di altre colonie che sci sono
pervenuti, come a Cosa e a Paestum (entrambi del 273 a.C.).

La piazza del Comitium comprendeva quindi la Curia Hostilia a nord; poco più a ovest si trovava la
basilica Porcia, al di là della quale era collocato il Carcere Mamertino e poco più a sud la Colonna
Menia. Il Senaculum, altro luogo di riunione dei senatori, doveva trovarsi sul lato ovest del comizio,
mentre la parte sud era chiusa dalla Grecostasi, una piattaforma sopraelevata dove gli ambasciatori
stranieri potevano assistere alle riunioni del Senato (il nome deriva probabilmente dai Greci, più
importante gruppo etinico straniero a Roma). Accanto, in direzione sud-est, si trovavano i Rostra, la
tribuna degli oratori che si chiamava così dal 338 a.C. quando vi furono affissi i rostri staccati dalle
navi catturate nella battaglia di Anzio.

Individuazione

Gli edifici che erano sorti al posto del Comizio in epoca in imperiale avevano non solo stravolto
l'area urbana, ma anche cancellato quasi ogni traccia del venerando luogo. Per rintracciarlo con
esattezza ci si è basati sulle fonti scritte e su alcuni elementi conosciuti tranmite gli scavi.

Plinio il Vecchio afferma infatti che prima dell'introduzione del più antico orologio solare (nel 263
a.C. durante la prima guerra punica) le ore del giorno principali venivano annunciate da un araldo
pubblico che si poneva sui grandini dell'antica Curia Hostilia (prima sede del Senato romano) e
annunciava il passaggio del sole tra i Rostra e la Grecostasi per il mezzogiorno e il passaggio tra la
Colonna Menia e il carcere per il tramonto; grazie alla conoscenza esatta della posizione dei Rostra
repubblicani e del carcere Mamertino, si è evinto da ciò che la Curia era a nord del Comizio, mentre
Rostra e Grecostasi erano a sud. La posizione antica dei Rostra, tra il Comizio e la piazza del Foro,
è testimoniata anche da altri autori.
Monumenti nel Comizio

Col tempo, una gran quantità di statue e monumenti occupò ogni spazio libero nel Comizio. Tra
questi c'erano:

 La Cappella della Concordia, in bronzo, nella Grecostasi, eretta nel 304 a.C. dall'edile Gneo
Flavio;
 La statua dell'augure Atto Navio, fatta erigere, secondo la tradizione, da Tarquinio Prisco;
 Le statue di Alcibiade e di Pitagora, "il più valoroso e il più saggio dei Greci", della fine del
IV secolo a.C.;
 Le statue delle tre Sibille, sui Rostri;
 La statua di Camillo, sui Rostri;
 Le statue di ambasciatori morti durante le loro missioni, in particolare di quelli morti a
Fidene dalla Regina Teuta, sui Rostri;
 Il fico ruminale, probabilmente nella piazza stessa.

Rostri

Rostri (in latino Rostra) erano le tribune nel Foro Romano dalle quali i magistrati tenevano le orazioni. Il
nome derivava dalle prue delle navi nemiche (rostrum appunto) strappate dai Romani durante la vittoriosa
battaglia di Anzio, che vennero qui collocate nel 338 a.C.

Rostri repubblicani
I più antichi Rostra (Rostra vetera), facevano parte del Comizio, la piazza circolare delle assemblee
politiche pubbliche, in particolare occupavano le gradinate ad arco sul lato sud-est, con la concavità
rivolta a nord.

I rostri repubblicani rimasero in uso finché non vennero demoliti per far spazio al Foro di Cesare.

Dei Rostra repubblicani resta solo un basamento ad arco di cerchio, tra l'altare del Lapis niger e la
facciata della Curia Iulia, visibile oggi attraverso una botola che si apre nel pavimento in travertino
dell'età di Augusto.

Adornavano i rostri repubblicani:

 Le statue delle tre Sibille;


 La statua di Camillo;
 Le statue di ambasciatori morti durante le loro missioni, in particolare di quelli morti a
Fidene dalla Regina Teuta.

Rostri imperiali

Cesare fece ricostruire i Rostra al centro del lato corto della piazza rettangolare del Foro, alle spalle
della nuova Curia Iulia e del colle Campidoglio. Furono inaugurati nel 29 a.C. Da lui presero anche
il nome di Rostra Iulia. Svuotati della loro funzione politica vennero a poco a poco ricoperti da
statue e monumenti celebrativi, diventando un luogo puramente simbolico.

Dei Rostri rimangono i resti della facciata in opera quadrata posti quasi adiacenti all'arco di
Settimio Severo. Misuravano circa 23,80 metri (80 piedi romani) e la parte costituita da piccole
pietre cementate è frutto dei restauri moderni. Si vedono ancora i grossi fori dei perni che
reggevano i "rostri" navali. La parte posteriore, che dà verso il Campidoglio, è composta da una
scalinata semicircolare, che ricordava l'originaria forma dei Rostri repubblicani. La vera e propria
piattaforma degli oratori, probabilmente lignea, era sostenuta da alcuni pilastri in mattoni ancora
visibili (forse originariamente in travertino). La parte verso l'Arco è ancora riccamente rivestita di
marmo (nelle qualità di portasanta e "africano" - nome quest'ultimo fuorviante essendo una pietra
originaria dell'Asia Minore), in corrispondenza di dove si trovava un ambiente triangolare che
conteneva, in fondo, un'altra scala per la piattaforma superiore. Verso nord si trova poi un
prolungamento in laterizio, che un'iscrizione attribuisce al prefetto Ulpio Giunio Valentino, vissuto
verso il 470 d.C.: forse questo ampliamento fu eseguito in seguito alla vittoria sui Vandali, per
questo è detto anche dei Rostra Vandalica

In un rilievo dell'arco di Costantino mostra cinque colonne dietro ai Rostri. Di questo gruppo
vennero trovate due basi con iscrizioni nel Rinascimento, che andarono poi perdute: una ricordava il
ventesimo anniversario degli Augusti (Augustorum vicennalia feliciter), l'altra il ventesimo
anniversario degli imperatori (Vicennalia Imperatorum); quest'ultima base era forse quella centrale
e reggeva una statua di Giove, mentre le altre reggevano statue degli imperatori. Una terza base è
l'unica che ci è pervenuta, la base dei Decennalia.

Lapis niger

Il Lapis niger ("pietra nera" in lingua latina) è un sito archeologico collocato nell'area del Foro
romano a Roma, sul luogo dei comizi a poca distanza dalla Curia Iulia. Il suo nome deriva dal fatto
che anticamente era stato coperto da lastre di marmo "nero", con risvolti sinistri legati a leggende
circa la tomba profanata di Romolo o di qualche altro oscuro personaggio della più antica storia
romana. Durante degli scavi condotti alla fine del XIX secolo vi venne rinvenuto un altare con un
cippo che presentava un'iscrizione con una delle più antiche testimonianze scritte della lingua latina,
la prima ad uso pubblico, e databile intorno al 575-550 a.C.

Fu scoperto il 10 gennaio 1899 da Giacomo Boni: il ritrovamento venne presto associato con un
passo mutilo dello scrittore Sesto Pompeo Festo relativo ad una pietra nera nel comizio (lapis niger
in Comitio), considerata la tomba di Romolo o forse il luogo di sepoltura del medesimo, e per
questo da considerarsi luogo funesto.

La zona archeologica

L'angolo nord-ovest del Foro Romano è una zona di antichissima edificazione, dove gli strati si
susseguono in uno degli insiemi più ricchi di storia e quindi complessi della città. La piazza
antistante la Curia, limitata a ovest dalle pendici del Campidoglio, era il luogo del Comizio, dove si
riuniva l'originaria assemblea popolare, e vi si trovavano la Curia Hostilia e altri numerosi
monumenti grandi e piccoli. Le esplorazioni archeologiche, condotte in profondità a più riprese,
hanno trovato strati che vanno dall'epoca regia a quella imperiale, con numerose ripavimentazioni.

Risalgono all'epoca arcaica gli strati inferiori, al di sotto della pavimentazione in marmo nero
transennata di marmo bianco, approssimativamente quadrata. Il complesso arcaico era composto da
una piattaforma sulla quale era posto un altare a forma di U (a tre ante), dotato di basamento e di un
piccolo cippo fra le ante, e due basamenti minori i quali reggono, rispettivamente, un cippo a tronco
di cono (forse il basamento per una statua) e un cippo piramidale, quest'ultimo con la famosa
iscrizione bustrofedica (forse la lex sacra del piccolo luogo di culto). Tutti i reperti sono mutili nella
parte superiore, compreso il cippo iscritto.
L'altare ha una tipologia canonica, con la sagoma del basamento a doppio cuscino sovrapposto
(della quale si conserva però solo lo scalino inferiore). Il tutto era situato all'aperto, come
dimostrano le ossa dei sacrifici e gli ex voto ceramici o bronzei rinvenuti sotto e attorno ai
basamenti.

L'attribuzione esatta dell'altare e dei basamenti adiacenti è discussa, e oscilla tra la fine dell'età regia
e l'inizio di quella repubblicana (VI secolo a.C.).

Dionigi d'Alicarnasso, in visita alla città all'epoca di Augusto, ricordò la presenza di una statua di
Romolo nel Volcanale accanto ad un'iscrizione in caratteri "greci": in effetti l'iscrizione del Lapis
niger è in caratteri simili a quelli greci, ma non in greco: la vicinanza di questo luogo descritto al
sito del Lapis niger ha fatto pensare a una ricostruzione più tarda dell'iscrizione e della statua
dell'antico santuario. Santuari dedicati ai fondatori delle città esistevano anche in altre zone: a
Lavinio esisteva un sacello dedicato a Enea divinizzato, ed anche le città greche avevano spesso un
heroon nell'agorà, dedicati ai fondatori veri o presunti.

L'iscrizione

L'iscrizione del cippo mutilo a forma piramidale in un alfabeto latino arcaico, cioè coi caratteri
alfabetici di derivazione greco-etrusca, con andamento bustrofedico (alternativamente, da sinistra a
destra e da destra a sinistra, come si muovono i buoi quando arano il campo):

« QUOI HON [...] / [...] SAKROS ES / ED SORD [...]


[...] OKA FHAS / RECEI IO [...] / [...] EVAM / QUOS RE[...]
[...]KALATO / REM HAB[...] / [...]TOD IOUXMEN / TA KAPIAD OTAV[...]
[...]M ITER PE[...] / [...]M QUOI HA / VELOD NEQV[...] /[...]IOD IOUESTOD

LOVQVIOD QO[...] »
(Una delle possibili trascrizioni)

Si tratta di una prescrizione di carattere religioso, forse un divieto di passaggio sul luogo, pena
altrimenti la consacrazione agli dèi inferi (SAKROS ESED, vi si legge, cioè SACER SIT);
probabilmente esisteva nel sito un antico sepolcro incluso ormai nell'abitato, che non doveva essere
profanato per nessun motivo.

Fino alla dimostrazione dell'autenticità della Fibula prenestina, questa è sembrata essere la più
antica iscrizione latina mai rinvenuta, risultando di ardua comprensione. È utile riportare la sua
versione in latino classico, da cui risaltano le notevoli differenze in particolare per la morfologia e
la fonetica:

« QUI HUNC[...] SACER SIT[...] REGI


CALATOREM[...] IUMENTA
CAPIAT[...] IUSTO »

che si ritiene possa essere (parzialmente) completata nel seguente modo:

(LA) (IT)
« QUI HUNC (LOCUM VIOLAVERIT) SACER SIT « Chi violerà questo luogo sia maledetto [...] al
[...] REGI re
CALATOREM [...] IUMENTA CAPIAT[...] IUSTO » l'araldo [...] prenda il bestiame [...] giusto »

In definitiva l'iscrizione malediceva, consacrandolo alle divinità infernali, chi violasse quel luogo.
La dedica al re (RECEI, un dativo) sembra riferirsi a un vero e proprio monarca, e non al rex
sacrorum che dopo il 509 ne prese in consegna le funzioni religiose.

L'iscrizione è di fondamentale importanza per lo studio dell'evoluzione della lingua latina: gli
studiosi (tra di loro il più importante commentatore del Lapis niger fu Luigi Ceci) catalogano il
Lapis Niger come CIL I, 1, dove la sigla è l'abbreviazione di Corpus Inscriptionum Latinarum, la
monumentale raccolta di tutte le iscrizioni romane, ordinate cronologicamente per luogo di
ritrovamento. Il tutto viene datato al VI secolo a.C.

La leggenda

Nell'antichità si era formata la leggenda secondo la quale in questo luogo era sepolto Romolo (o
secondo altre versioni Faustolo o il nonno di Tullo Ostilio, Osto). All'epoca di Varrone esistevano
ancora due leoni accovacciati, figure tipiche, in Italia come in Grecia, di guardiani dei sepolcri.

L'area venne sepolta e recinta nella tarda età repubblicana, coperta da un pavimento di marmo nero
(da cui il nome Lapis Niger) e considerata un "luogo funesto", a causa della profanazione della
sepoltura che avevano causato i Galli durante il saccheggio del 390 a.C.

Curia
Il termine curia ai primordi della monarchia romana era una suddivisione della sua popolazione (vale a dire
le tribù che ne componevano la società), e che fu in seguito utilizzata per significare il posto dove le tribù si
radunavano per discutere degli affari dello stato. Da un punto di vista etimologico deriva dall'antico latino
"co-viria, che letteralmente significa "insieme o adunanza di uomini".

Ordinamento romano

In origine curia significò "adunanza di uomini" (dal latino co-viria). Le curie erano trenta ai tempi
di Romolo e Tito Tazio, dieci per ognuna delle tre tribù dei Tities, Ramnes e Luceres.[1][2] La
divisione era risalente alle origini della città, forse ad istituti addirittura anteriori alla sua
fondazione, radicati quindi nell’area latina preistorica.

Le curie si riunivano in assemblee, i "comizi curiati", nelle quali venivano prese, a maggioranza le
più importanti decisioni riguardanti la vita dei cittadini.

Nell'esercito romano dei primi tempi, le curie fungevano da distretto di leva, ognuna forniva cento
soldati e dieci cavalieri.

L'ordinamento curiato perdette questa funzione militare quando Servio Tullio introdusse
l'ordinamento centuriato: da allora conservò solo compiti politici e religiosi ma perdette importanza.

Edificio

Per estensione il termine indicò anche il locale in cui le curie si riunivano e in particolare dove il
senato si riuniva per discutere le leggi e prendere decisioni circa gli affari della repubblica.
L'edificio originale della curia venne costruito, secondo la leggenda, dal re Tullo Ostilio nel Foro
Romano, ai piedi del Campidoglio, la cosiddetta Curia Hostilia. L'edificio venne in seguito distrutto
da un incendio nel 52 a.C., durante il funerale di Publio Clodio Pulcro; poco più tardi al suo posto
venne costruita una struttura più imponente, la Curia Iulia, voluta da Giulio Cesare in una posizione
più centrale rispetto alla piazza del Foro.

Fu terminata e inaugurata da Augusto il 28 agosto del 29 a.C. e rifatta di nuovo da Diocleziano in


seguito all'incendio del 283 durante il regno dell'imperatore Carino. La curia conteneva l'Altare
della Vittoria.

Al tempo del re Teodorico, nella Curia si tenevano ancora le adunanze del Senato, sopravvissuto
alla caduta dell'Impero Romano d'Occidente, ma ridotto allora ad un'ombra: l'edificio in quel tempo
non si chiamava più col suo nome classico di curia, bensì con quello di Atrium Libertatis. Il nome
Atrium Libertatis fu preso da un vicino edificio, l'archivio dei censori distrutto con la costruzione
del Foro di Traiano, dove, anticamente, si svolgeva la liberazione degli schiavi. Caduto il regno
gotico di Teodorico la Curia rimase abbandonata.

Risulta uno degli edifici tardo-antichi meglio conservati in tutta Roma, perché nel 630, durante il
pontificato di papa Onorio I, l'edificio venne trasformato in chiesa, assumendo il nome di
Sant'Adriano al Foro, ristrutturata nel 1653 da Martino Longhi il Giovane, con il rivestimento delle
tre navate medioevali con stucchi e motivi scultorei tipici del barocco, creando un ambiente di
chiara suggestione seicentesca. Successivamente la struttura medievale e barocca venne smantellata
nel piano di recupero delle opere classiche romane, e ripristinata quella originale negli anni '20 del
XX secolo.

Curia Iulia
La Curia Iulia era l'antica sede del Senato romano, posta al culmine del lato breve del Foro. Si tratta di un
grande edificio in mattoni posto all'angolo tra l'Argileto (la strada che la separa dalla basilica Emilia) e il
Comizio.

Storia

L'edificio deve il suo nome alle assemblee dei "curiati", cioè dei cittadini ponderati in base al censo,
che si svolgevano nel Comizio; qui si affacciava la prima curia di Roma, la Curia Hostilia, edificata
secondo la leggenda da Tullo Ostilio, terzo re di Roma. Dopo essere stata danneggiata da un
incendio nel 52 a.C. venne restaurata, ma poco dopo Giulio Cesare iniziò i lavori di realizzazione
del Foro di Cesare, che interessarono tutta quest'area del Foro: sia i Rostra che la Curia vennero
ricostruiti in posizione più scenografica, con impianto più monumentale.

L'edificio che prese il nome di Curia Iulia, e che è quello tutt'oggi visibile, fu terminato e
inaugurato da Augusto il 28 agosto del 29 a.C. Restaurata sotto Domiziano nel 94, venne rifatta di
nuovo da Diocleziano in seguito all'incendio del 283 durante il regno dell'imperatore Carino. Nella
Curia si trovava anche l'altare della Vittoria.

Al tempo del re Teodorico, nella Curia si tenevano ancora le adunanze del Senato, sopravvissuto
alla caduta dell'Impero Romano d'Occidente, ma ridotto allora ad un'ombra: l'edificio in quel tempo
non si chiamava più col suo nome classico di Curia, bensì con quello di Atrium Libertatis. Il nome
Atrium Libertatis fu preso da un vicino edificio, probabilmente distrutto o adibito ad altri usi già
prima del VI secolo, ed indipendente, dove anticamente si svolgeva la liberazione degli schiavi.
Caduto il regno gotico di Teodorico la Curia rimase abbandonata.
Nel 630, durante il pontificato di papa Onorio I, l'edificio venne trasformato in chiesa, assumendo il
nome di Sant'Adriano al Foro. La chiesa venne decorata con affreschi bizantini, ancora in parte
visibili, e dotata di campanile; fu poi restaurata in stile barocco. Grazie a queste vicissitudini la
Curia non venne abbattuta ed oggi è uno degli edifici tardo-antichi meglio conservati in tutta Roma.

Tra il 1930 e il 1936 venne interessato dalla campagna di scavi del Foro e in quell'occasione si
decise di riportare l'importante edificio al suo aspetto profano: la chiesa venne sconsacrata,
privandola di tutte le aggiunte successive all'epoca dioclezianea.

Descrizione

L'aspetto della Curia era stato precedentemente equivocato sulla base di un disegno di Antonio da
Sangallo il Giovane, che l'aveva ritratta come un insieme di edifici composti, oltre che dall'edificio
principale, da un Chalcidicum, un Secretarium Senatus e un Atrium Minervae.

Il Chalcidicum in realtà non doveva essere altro che il portico colonnato antistante la Curia,
rappresentato anche su una moneta di epoca augustea; il Secretarium Senatus, che venne
erroneamente indicato come segreteria, era in realtà un tribunale speciale per i senatori e venne
istituito solo in epoca tardo-imperiale probabilmente adattando una delle tabernae del vicino Foro
di Cesare; l'Atrium Minervae infine non sarebbe stato altro che un'errata designazione del Foro di
Nerva.

I recenti studi, avvalorati da saggi di scavo, hanno invece appurato la presenza dietro la Curia di
alcuni ambienti, in genere identificati come l'Atrium Libertatis.

La Curia era contigua al Foro di Cesare, tanto da sembrarne un'appendice (posizione senz'altro non
casuale, con la quale il dittatore voleva probabilmente sottolineare il suo patronato sulle istituzioni
romane). L'edificio che si può ammirare ancora oggi è a pianta rettangolare, con quattro pilastri
esterni sui fianchi che fungono da contrafforti. Le due facciate sono coronate da timpani; su quella
principale si aprono tre finestre ad arco e un unico portale profilato in travertino; ai lati del portale
sono inoltre visibili alcuni loculi di sepolture di epoca medievale. Il portale d'ingresso in bronzo di
epoca dioclezianea è una copia dell'originale, che fu portato a San Giovanni in Laterano nel XVII
secolo.

Interno

Il grande vano interno rispetta le proporzioni consigliate da Vitruvio per le curie, secondo il quale
l'altezza doveva essere circa la metà della somma tra lunghezza e larghezza (le misure attuali sono
21 metri di altezza con una base di 18 per 27 metri). La notevole altezza è da riconoscere come un
probabile accorgimento per l'acustica. La copertura lignea è ovviamente moderna e in antico era a
travi piane.

La pavimentazione è stata in parte ricostruita con marmi antichi secondo la disposizione di epoca
dioclezianea, come pure la decorazione architettonica delle pareti, scandita da nicchie che
ospitavano statue, inquadrate da colonnine su mensole. Le pitture bizantine invece, visibili
soprattutto sulla controfacciata, risalgono alla trasformazione in chiesa del VII secolo.

L'aula è divisa in tre settori, con a destra e sinistra tre gradini larghi e bassi, dove erano collocati i
circa trecento seggi per i senatori.
Sulla parete di fondo, tra due porte, si trova il basamento per la presidenza, dove è collocata anche
la base della statua della Vittoria. Questa statua sulla quale i senatori giuravano fedeltà alla
Repubblica era stata portata a Roma da Taranto da Ottaviano ed era un oggetto di particolare
devozione simbolica per le istituzioni romane. Fu oggetto di un'aspra polemica tra cristiani e pagani
alla fine del IV secolo, con protagonisti Ambrogio da Milano e Quinto Aurelio Simmaco, uno degli
ultimi senatori pagani. Venne rimossa nel 357 in seguito alla vittoria del primo, che riuscì a
convincere l'imperatore Costanzo II, figlio di Costantino I.

Oggi all'interno della Curia sono esposti due grandi rilievi, trovati al centro del Foro e chiamati
plutei o anaglifi di Traiano. Si tratta forse di balaustre di una tribuna, probabilmente eretta al posto
della statua equestre di Domiziano ed appare meno probabile, seppure secondo convinzioni
piuttosto persistenti, che facessero parte dei Rostri[1]. Vi sono rappresentate scene del principato di
Traiano:

 quello di sinistra ha una Scena del condono dei debiti ai cittadini (incompleto);
 quello di destra ha L'istituzione degli "alimenta" (i prestiti agricoli a basso interesse per il
sostentamento dei fanciulli poveri).

Le scene sono particolarmente interessanti perché si svolgono nel Foro, del quale danno una rara
raffigurazione antica: vi si riconosce in entrambe la statua di Marsia accanto alla Ficus navia, già
centro della piazza, e il lato meridionale della medesima. In quello di sinistra si vedono (da destra) i
Rostri, il tempio di Vespasiano e Tito (con l'ordine corinzio), un arco, forse del Tabularium, il
Tempio di Saturno (ionico), il vuoto del Vicus Iugarius e le arcate della basilica Giulia. In quello di
destra si vedono invece la continuazione della basilica Giulia, l'arco di Augusto, i Rostri del tempio
del Divo Giulio; l'imperatore è raffigurato davanti alla basilica Giulia seduto su un podio, forse lo
stesso dal quale provvengono i rilievi. Sul rovescio di entrambi sono raffigurati gli animali
sacrificali delle solennità romane: maiale, pecora e toro.

Umbilicus Urbis Romae

L'umbilicus urbis Romae ("ombelico della città di Roma"), o umbilicus Urbis, era il centro ideale
della città di Roma, posto nel Foro Romano, nei pressi dell'arco di Settimio Severo e del tempio
della Concordia.

Si trattava dell'equivalente romano degli omphalos greci. Era costituito da un cono di mattoni,
parzialmente conservatosi, ricoperto di marmi bianchi e colorati. Sulla cima doveva ergersi una
colonna o una statua.

Miliario aureo

Il miliario aureo (o pietra miliare aurea) era una colonna marmorea rivestita di bronzo,
considerata il punto di partenza di tutte le antiche strade. Tutte le distanze nell'Impero romano
venivano misurate rispetto a questo punto. La colonna recava incise sulla superficie cilindrica, a
lettere dorate, le distanze tra Roma e le principali città dell'Impero. Era collocato simmetricamente
all' Umbilicus urbis rispetto all'arco dei Rostra.

Storia

Nell'anno 20 a.C. tale colonna fu collocata, per volere dell'imperatore Ottaviano Augusto, divenuto
curator viarum, nel Foro romano tra i Rostri ed il Tempio di Saturno, presso il quale tuttora sono
visibili i suoi resti. Il Milliario Aureo era un monumento distinto dall'Umbilicus Urbis Romae
(ombelico della città di Roma), una costruzione limitrofa che si ritiene servisse per uno scopo
simile.

I resti della colonna vennero trovati in varie epoche: oggi è visibile solo un frammento della base
decorata con palmette, davanti al tempio di Saturno.

Sebbene alcune teorie affermino che il Miliarium Aureum sia stato sostituito dall'Umbilicus, è
appurato che i resti di quest'ultimo sono più antichi di centinaia di anni.

Volcanale

Il Volcanale (in latino Volcanal) era un antichissimo santuario con altare al dio Vulcano collocato
nel Foro Romano, sopra il Comitium, nell'area Volcani, un'area all'aperto ai piedi del Campidoglio,
nell'angolo nord-occidentale del Foro Romano, con un'ara dedicata al dio e un fuoco perenne.
Secondo la tradizione romana, il santuario era stato dedicato da Romolo, il quale vi aveva anche
posto una quadriga di bronzo dedicata al dio, preda di guerra dopo la sconfitta dei Fidenati (ma
secondo Plutarco la guerra in questione fu quella contro Cameria, sedici anni dopo la fondazione di
Roma), e una propria statua con una iscrizione contenente una lista dei suoi successi redatta in
caratteri greci[4]; secondo Plutarco Romolo era rappresentato incoronato dalla Vittoria[3]. Inoltre il re
avrebbe piantato nel santuario un albero di loto sacro, che esisteva ancora ai tempi di Plinio il
vecchio e si diceva che fosse tanto antico quanto la città stessa[5]. Si è ipotizzato che il santuario
risalisse all'epoca in cui il Foro era ancora fuori della città. Il Volcanal è menzionato due volte da
Tito Livio in merito al prodigium di una pioggia di sangue avvenuto nel 183 a.C.[6] e nel 181 a.C.[7].
L'area Volcani, probabilmente un locus substructus, era circa 5 metri più alta del Comitium[8] e da
essa i re e i magistrati della prima repubblica, prima che fossero costruiti i rostra, si rivolgevano al
popolo[9]. Sul Volcanal c'era anche una statua in bronzo di Orazio Coclite[10], che era stata qui
spostata dal Comizio, un locus inferior, dopo essere stata colpita da un fulmine. Aulo Gellio
racconta che furono chiamati alcuni aruspici per espiare il prodigio, ma questi mossi dal malanimo
fecero spostare la statua in un luogo più basso dove non batteva mai il sole. L'inganno fu però
scoperto e gli aruspici giustiziati; in seguito si scoprì che la statua doveva essere posta in un luogo
più alto e così fu fatto sistemandola nell'area Volcani[11]. Già nel 304 a.C. nell'area Volcani fu
costruito un tempio alla Concordia dedicato dall'edile curule Gneo Flavio[12]. Stando a Samuel Ball
Platner nel corso del tempo il Volcanale sarebbe stato sempre più ristretto dagli edifici circostanti
fino ad essere ricoperto del tutto[13]. Il culto era comunque vivo ancora nella prima metà età
imperiale, come testimonia il ritrovamento di una dedica di Augusto nell'anno 9 a.C.[14].

Agli inizi del XX secolo furono ritrovate, dietro l'Arco di Settimio Severo, alcune antiche
fondazioni in tufo che probabilmente appartenevano al Volcanale e tracce di una specie di
piattaforma rocciosa, lunga 3,95 metri e larga 2,80, che era stata ricoperta di cemento e dipinta di
rosso. La sua superficie superiore è scavata da varie canaline e di fronte ci sono i resti di una canale
di drenaggio fatto di lastre di tufo. Si avanzò l'ipotesi che si trattasse dell'ara stessa di Vulcano. La
roccia mostra segni di danni e di riparazioni e nella superficie ci sono alcune cavità, rotonde e
squadrate, che hanno una qualche rassomiglianza con le tombe e sono perciò state considerate tali
da alcuni autori in passato[15], specialmente von Duhn, il quale, dopo la scoperta di antiche tombe a
cremazione nel Foro, ha sostenuto che in origine il Volcanale fosse il luogo dove venivano bruciati i
corpi[16].
Tempio di Saturno

Il tempio di Saturno fu edificato nel Foro Romano a Roma nei primi anni dell'età repubblicana e
subì numerosi restauri fino al tardo IV secolo. Si trova ai piedi del Campidoglio, a sud-ovest dei
Rostra imperiali.

Storia

In questo luogo si trovava un antichissimo altare, da collegare, secondo la tradizione, alla mitica
fondazione della città sul Campidoglio da parte di Saturno. A conferma della leggenda vi sono
infatti la presenza di un villaggio sulla collina fin dal periodo protostorico e l'antichità del culto
saturnino. La costruzione dovette essere già iniziata nel periodo regio, con l'inaugurazione nei
primissimi anni della Repubblica. La data della prima consacrazione oscilla infatti, secondo gli
studiosi, tra il 501 e il 498 a.C.: le fonti riportano come votato (promesso in voto) dal re Tarquinio il
Superbo e dedicato da Tito Larcio (dittatore in entrambe le date). Altre fonti lo attribuiscono ad un
Lucio Furio, ma si tratta forse di un restauro agli inizi del IV secolo a.C. in seguito alle distruzioni
dell'incendio gallico. Si tratterebbe quindi del più antico tempio del periodo repubblicano, secondo
solo al tempio di Giove Capitolino.

Il dies natalis del tempio corrispondeva al 17 dicembre, festa dei Saturnali, in occasione dei quali si
celebrava in scatenata libertà la fine dell'anno.

Le fonti antiche ricordano che la statua di culto, velata e con in mano una falce, era cava e
interamente riempita di olio. Le gambe venivano legate con bende di lana, sciolte solo in occasione
dei Saturnali.

Nel tempio si conservava il tesoro statale (aerarium) di cui si occupavano i questori, gli archivi
dello stato, le insegne e una bilancia per la pesatura ufficiale del metallo. Successivamente l'
aerarium dovette essere spostato in un apposito edificio nelle vicinanze e anche gli archivi furono
trasferiti nel Tabularium. Il podio del tempio era utilizzato per l'affissione di leggi e documenti
pubblici.

Un totale rifacimento dell'edificio si ebbe a partire dal 42 a.C. ad opera del console Lucio Munazio
Planco, con il bottino del suo trionfo sulla popolazione alpina dei Reti.

Dopo l'incendio di Carino del 283 d.C. dovette di nuovo essere restaurato.

Descrizione

I resti attualmente visibili dell'edificio appartengono sia a questa fase (podio) che al restauro del
tardo III secolo, a cui si devono i fusti di colonna in granito grigio e rosa (restano solo quelli della
facciata e i primi due dei lati) e i capitelli ionici a quattro facce.

La trabeazione è costituita da elementi di reimpiego: il fregio-architrave mostra l'originaria


decorazione della fine del II-inizi del III secolo sul lato interno del pronao, mentre il retro fu
rilavorato per accogliere la nuova iscrizione di dedica, che ricorda la ricostruzione dopo un
incendio: SENATUS POPULUSQUE ROMANUS INCENDIO CONSUMPTUM RESTITUIT. La cornice con
mensole è ancora quella dell'edificio di Munazio Planco, rimontata. A causa dell'ampliamento i
blocchi della trabeazione vennero integrati con blocchi più piccoli, posti al centro di ciascun
capitello.
Risale alla più antica ristrutturazione di Munazio Planco il podio in opera cementizia rivestito di
travertino, con una scalinata frontale che attraversava un avancorpo (in gran parte crollato) entro il
quale era aperto un vano. Si accedeva a questo ambiente da una porta verso est, della quale resta
ancora la soglia. Qui probabilmente aveva sede l'Erario, il tesoro dello Stato romano.

La facciata orientale del podio mostra i numerosi fori che disegnano la sagoma di un grande
pannello rettangolare, dove venivano affissi i vari documenti pubblici, ampiamente citato dalle
fonti.

A est del Tempio si concludeva la via Sacra, incrociandosi col vicus Iugarius e proseguendo,
attorno alla facciata, come clivo Capitolino. Appena prima dell'incrocio si trovava lo scomparso
arco di Tiberio (16 d.C., celebrante le vittorie di Germanico).

Portico degli Dei Consenti

Storia

Varrone ricorda come nel Foro erano erette dodici statue di dei consentes, sei dei e sei dee, versione
romana dei dodekatheon ("dodici dei") greci. A Roma gli accoppiamenti erano Giove-Giunone,
Nettuno-Minerva, Apollo-Diana, Marte-Venere, Vulcano-Vesta, Mercurio-Cerere.

Nel 1834 venne scoperto alle pendici del Campidoglio, vicino al tempio di Saturno, un edificio
inconsueto con otto vani con pareti in mattoni disposti lungo due lati, a angolo ottuso, preceduto dai
resti di un portico colonnato. Il colonnato venne rialzato e restaurato nel 1858, sostituendo le
colonne mancanti con fusti di travertino.

Molto probabilmente era in sei di questi ambienti che, a due a due, erano ospitate le statue delle
quali parla Varrone. A conferma di ciò venne rinvenuta anche l'iscrizione incisa sull'architrave, con
la dedica agli Dei Consenti dal praefectus urbi Vettio Agorio Pretestato in occasione del restauro
del 367, l'ultimo intervento pubblico in Roma riguardante il culto degli antichi dei; la dedica riporta
(CIL VI, 102):

« [Deorum c]onsentium sacrosancta simulacra cum omni lo[ci totius adornatio]ne cultu in [formam
antiquam restituto]

[V]ettius Praetextatus, v(ir) c(larissimus), pra[efectus u]rbi [reposuit]

curante Longeio [— v(ir) (clarissimus, c]onsul[ari] »

Il portico venne costruito probabilmente nel III o II secolo a.C., ma la sua forma attuale risale
probabilmente ad una ricostruzione dell'epoca flavia.

Con il restauro del 367 si era voluto lasciare una testimonianza in favore del paganesimo in
un'epoca in cui il Cristianesimo era ormai dominante.

Descrizione
Il portico è formato da due ali di colonne in stile corinzio congiungentisi ad angolo ottuso che
sorreggono una architrave. Alle spalle del portico, incassate nel rialzo dove esso poggia, vi sono
sette celle, probabilmente tabernae.

Le colonne di cipollino hanno le baccellature riempite con bastoncini, le liste tra le baccellature
sono ornate similmente. I capitelli hanno trofei sui lati: l'esemplare meglio conservato si trova nel
Tabulario Capitolino. Almeno le taverne, l'architrave e i capitelli appartengono allo stadio
dell'epoca flavia, nonostante l'iscrizione del IV secolo.

Tempio di Vespasiano

Il tempio del Divo Vespasiano, o tempio di Vespasiano e Tito, è un tempio situato a Roma, ai
piedi del Campidoglio verso il Foro Romano e dedicato all'imperatore Vespasiano, divinizzato dopo
la sua morte (23 giugno 79).

Storia

Il tempio fu iniziato sotto Tito e completato da Domiziano; viene citato per la prima volta dalle
fonti antiche nell'87.

La dedica originaria si riferisce al solo Vespasiano, nonostante il suo completamento sia avvenuto
dopo la morte del figlio e successore Tito, che pure venne divinizzato come divus Titus.

L'iscrizione, ora in parte perduta, fu copiata per intero nell'VIII secolo dal pellegrino detto
"anonimo di Einsiedeln" e si riferisce ad un restauro di epoca severiana (tra il 200 e il 205): DIVO
VESPASIANO AVUGVUSTO S.P.Q.R. · IMPP. CAESS. SEVERVS ET ANTONINVS PII FELICES AVGG.
RESTITVER. Il restauro severiano dovette essere piuttosto limitato, poiché la maggior parte degli
elementi superstiti risalgono all'epoca flavia anteriore.

Un nuovo restauro, citato dalle fonti, avvenne all'epoca di Caracalla; venne in seguito dedicato
anche a Tito e raggiunse il suo aspetto finale solo all'epoca di Domiziano.

Da una veduta di Domenico Ghirlandaio, si può riconoscere che già agli inizi del XVI secolo
l'edificio si conservava in condizioni simili alle attuali, con le sole tre colonne dell'angolo destro
della facciata ancora in piedi.[senza fonte] Nel XIX secolo il progressivo interramento aveva quasi
raggiunto i capitelli delle tre colonne rimaste, quando gli scavi del 1811 sotto la direzione del
Valadier, provvidero a liberare i resti dell'edificio, permettendo il recupero dei frammenti della
trabeazione ora ricomposti all'interno della galleria del Tabularium (accessibile dai Musei
Capitolini).

Descrizione

L'edificio occupa lo spazio tra il tempio della Concordia e il portico degli Dei Consenti e si addossa
al Tabularium che sorge sulle pendici del Campidoglio, limitato anteriormente dal percorso del
"Clivo Capitolino" (clivus Capitolinus), la via percorsa dal corteo trionfale per salire sul colle, che
lo separa dal tempio di Saturno. Per la sua costruzione fu inevitabile sbarrare una scala che
permetteva l'accesso dal basso al Tabularium.

La base è lunga 33 metri e larga 22. Sopra un'ampia piattaforma di fondazione in cementizio sorge
un alto podio, anche questo in cementizio, rivestito da blocchi di travertino, a loro volta ricoperti di
marmo: alcuni elementi dello zoccolo modanato in marmo sono ancora sul posto.
Il tempio era "prostilo" (con colonnato solo frontale), "esastilo" (con sei colonne sul fronte) e di
ordine corinzio: la cella era quindi preceduta da un pronao con sei colonne sulla fronte, più una per
lato davanti a ciascuna delle ante, ma non presentava colonne sulla parte restante dei lati e sul retro.
Al tempio si accedeva mediante una scalinata frontale, ma per la ristrettezza dello spazio questa
terminava, tra una colonna e l'altra, oltre la linea della facciata 8sia la scala che parti del podio sono
stati reintegrati nei restauri del 1811.

Le pareti della cella, in blocchi di travertino rivestiti di marmo, erano decorate con un ordine di
lesene, che proseguiva con le stesse proporzioni l'ordine di colonne del pronao. Nella cella un podio
sosteneva le statue dei due imperatori divinizzati.

Del tempio restano oggi solo le tre celebri colonne poste ad angolo, alte 15,20 metri, con capitelli
corinzi e reggenti ancora una parte della trabeazione. Quest'ultima, ancora quella di epoca flavia, è
costituita da una cornice con mensole e da un fregio-architrave, che sulla fronte fu interamente
occupato dall'iscrizione severiana, realizzata rilavorando i blocchi della fase precedente (con
iscrizione sul fregio e architrave decorato). Sui lati invece il fregio è decorato con strumenti
sacrificali e bucrani in corrispondenza delle colonne e delle lesene.

Si conserva solo un breve tratto di uno dei muri laterali, mentre il retro si appoggiava
completamente alla sostruzione del Tabularium: il tempio mancava quindi completamente del lato
posteriore.

Dell'interno della cella è visibile il podio sul centro del lato di fondo, destinato ad ospitare la statua
di culto. Le pareti interne erano decorate da due ordini colonnati sovrapposti, di cui resta traccia
della presenza di quello inferiore.

Tempio della Concordia

Il tempio della Concordia è situato all'estremità occidentale del Foro Romano, affiancato al tempio
di Vespasiano e Tito e col lato posteriore, al pari del tempio vicino, appoggiato sulla sostruzione del
Tabularium. È un precoce esempio di culto ad una personificazione e non ad una divinità, che
avrebbe avuto in seguito numerosi altri esempi.

Storia

L'identificazione dell'edificio è certa,. grazie anche alla sua rappresentazione in un frammento della
Forma Urbis severiana, dove è raffigurato col vicino tempio di Saturno.

Venne iniziato nel 367 a.C. da Lucio Furio Camillo, figlio del dittatore che volle il tempio, per
commemorare la riconciliazione tra patrizi e plebei, e ricostruito nel 121 a.C. da Lucio Opimio per
favorire l'armonia dopo l'omicidio dei Gracchi.

Infine nel regno di Augusto venne di nuovo restaurato da Tiberio tra il 7 a.C. e il 10 d.C., anno della
nuova consacrazione. Quest'ultimo restauro si distinse per l'opulenza dei marmi e per i ricchi
ornamenti architettonici. Tale era la ricchezza delle fini sculture greche, dei dipinti e delle altre
opere d'arte che il tempio si trasformò in una specie di museo dell'arte e della scultura: Plinio il
Vecchio ci ha tramandato un vero e proprio catalogo delle opere, soprattutto statue greche di epoca
ellenistica.

A questo rifacimento risale la cella, che forse venne ingrandita sfruttando lo spazio della demolita
basilica Opimia, che da allora non è più ricordata.
Venne inoltre usato come archivio di Stato durante l'epoca repubblicana e per le riunioni del Senato
romano, particolarmente nei tempi di disordini civili: qui per esempio Cicerone pronunciò la quarta
Catilinaria e qui il Senato varò la condanna a morte per Seiano.

Descrizione

Ricostruzione del tempio

Il tempio venne costruito su di un alto podio. Addossato al Tabularium, ai piedi del colle
Capitolino, l'architettura del tempio ha dovuto assecondare le restrizioni del luogo.

La cella del tempio, per esempio, è quasi due volte più larga che profonda (45 per 24 metri), così è
anche il pronao che la precede, che doveva essere probabilmente formato da una gradinata e da sei
colonne corinzie sulla facciata.

Dei ruderi del tempio non rimane altro che il basamento in tufo, il podio e la soglia della cella,
formata da due blocchi di marmo di qualità portasanta nei quali è inciso un caduceo, oltre ai gradini
che conducevano al pronao. Una parte della ricchissima trabeazione si trova conservata nel
Tabularium, mentre un capitello (con una coppia di montoni scolpita), si trova nell'Antiquarium del
Foro.

Colonna di Foca

Lacus Curtius

Il Lacus Curtius è un antichissimo sito del Foro Romano che si trova nei pressi della Curia, sede
del Senato di Roma. Il luogo deve il suo nome alla Gens Curtia, secondo quanto riportato in tre
diverse versioni dagli storici romani Tito Livio e Marco Terenzio Varrone.

Storia
Secondo una prima versione di Tito Livio, il sabino Mevio Curzio (Mettius Curtius), dopo aver
ucciso in duello il romano Osto Ostilio, essendo inseguito da Romolo desideroso di vendetta, trovò
scampo nella palude (lacus Curtius) ove in seguito sarebbe sorto il Foro Romano.[1] Plutarco
aggiunge che pochi giorni prima era straripato il fiume che scorreva nel foro, lasciando depositare
una melma densa nei punti pianeggianti, fango difficilmente evitabile e visibile, altresì pericolosa e
insidiosa. Curzio infatti non se ne accorse e perse il proprio cavallo inghiottito dalla melma, e per
poco la vita.[2]

Per una seconda versione, di Terenzio Varrone, invece si tratterebbe di un luogo dichiarato sacro,
secondo l'usanza romana, perché colpito da un fulmine, e la cui consacrazione avvenne nel 445 a.C.
sotto il Consolato di Gaio Curzio Filone.

Secondo una terza versione di Tito Livio, il luogo ricorderebbe una profonda voragine apertasi al
centro del Foro. Vennero fatti diversi tentativi con sporte di terra, ma invano. Secondo gli auguri, la
voragine si sarebbe colmata soltanto gettandovi la cosa più preziosa del popolo romano. Allora il
giovane cavaliere Marco Curzio, ritenendo che la cosa più preziosa del popolo romano fosse il
coraggio dei suoi soldati, armatosi di tutto punto montò a cavallo e si consacrò agli dei Mani
gettandosi nella spaventosa voragine, "e una folla di uomini e donne gli lanciò dietro frutti e offerte
votive" [3].

Il sito esatto fu scoperto da Giacomo Boni il 17 aprile 1903, il quale poco dopo onorò il luogo con
una libagione fatta con rito romano, insieme all'amico Horatio Brown[4]. Attualmente il sito si
presenta come un avvallamento del terreno di forma trapezoidale, circondato dalla pavimentazione
del Foro in lastroni di travertino risalente all'età di Cesare; al livello più basso si scorge parte della
pavimentazione più antica in blocchi di tufo, con al centro un pozzo, in cui al tempo di Augusto la
gente di passaggio era solita gettare monete. A fianco del Lacus Curtius è innalzato un calco del
suddetto bassorilievo raffigurante Marco Curzio, mentre l'originale, di epoca repubblicana, è
attualmente conservato nei Musei Capitolini. Il rilievo venne riciclato per la pavimentazione del 12
a.C., infatti sul suo retro venne incisa una parte dell'iscrizione che ricordava il finanziatore
dell'opera, il pretore Lucio Surdunus.

Nei pressi del Lacus Curtius venne ucciso l'imperatore Galba, nel 69.

Basilica Giulia
La basilica Giulia (già basilica di Gaio e Lucio) è un'antica basilica civile romana, eretta nel I
secolo a.C., che fiancheggia la piazza del Foro Romano, tra il tempio di Saturno e il tempio dei
Castori. Ai suoi lati passano le due strade più importanti del Foro nella direzione che va verso il
Tevere: il Vicus Iugarius(a ovest) e il Vicus Tuscus (a est). Può darsi che la costruzione della
basilica sia stata l'occasione per regolarizzare tali vie, infatti sotto i lastricati attuali sono stati
saggiati resti di costruzione repubblicane, non di strade.

Storia

La basilica Giulia è situata al posto di una delle più antiche basiliche, la basilica Sempronia, fatta
erigere dal censore Tiberio Sempronio Gracco, padre dei due famosi tribuni della plebe, nell'anno
170 a.C. Si sa grazie allo storico Tito Livio che per attuare questo progetto Gracco demolì la casa di
Scipione l'Africano e alcune botteghe che erano connesse ad essa.
Un nuovo edificio più grande, la basilica Giulia, venne iniziato da Cesare attorno all'anno 54 a.C.,
insieme al nuovo Foro di Cesare ed al restauro della basilica Emilia, sul lato opposto della piazza.
Inaugurata incompleta nel 46 a.C. fu terminata dopo la morte di Cesare da Augusto.

Bruciò nel grave incendio del 12 a.C. Ricostruita per volontà dell'imperatore, venne dedicata ai due
figli adottivi, Gaio e Lucio, anche se mantenne il nome originario. Di nuovo danneggiata dal grande
incendio sotto l'imperatore Carino nel 283, la basilica Giulia venne nuovamente restaurata da
Diocleziano.

Descrizione

La basilica Giulia sorse su un'area in leggera pendenza, alle ultimi propaggini del Campidoglio,
come si può notare dal differente numero di scalini che si trovano su i due lati brevi.

La basilica misurava complessivamente 101 x 49 metri: la grande sala centrale, di 82 x 18 metri, era
circondata sui quattro lati da una doppia fila di portici su pilastri in laterizio e travertino che
formavano cinque navate. Sappiamo che la navata che dava sulla piazza era alta due piani, quindi
quella centrale, per garantire l'illuminazione all'aula, doveva essere alta tre per permettere l'apertura
di finestre nel cleristorio.

Nella basilica aveva sede il tribunale dei centumviri. Tramezzi in legno o tende la dividevano in
settori che venivano utilizzati da quattro tribunali contemporaneamente: nei momenti di grande
attività, infatti, si presentavano situazioni di enorme confusione, per via delle superficiali
separazioni. In caso di giudizi particolarmente importanti si metteva a disposizione l'intera aula
rimuovendo le separazioni provvisiorie. Plinio il Giovane ricorda come in uno dei suoi processi la
folla si fosse assiepata non solo nell'aula, ma anche nelle gallerie superiori.

L'edificio era aperto sul lato settentrionale verso la piazza, dove correva un ulteriore ala di portico a
pilastri, i quali erano arricchiti con delle semicolonne marmoree di ordine dorico e con due piani di
arcate; al centro di questo portico era situato l'ingresso principale, posto sul lato lungo dell'edificio,
caratteristica e peculiare disposizione della basilica romana (opposta di quelle cristiane che avevano
l'ingresso sul lato corto).

La basilica oggi

Ben poco sopravvive dell'antico edificio: praticamente soltanto il podio, che sorge su alcuni gradini
(sette all'angolo est, uno a quello ovest), dove si conservano i resti della pavimentazione e di alcune
semicolonne. I resti dei pilastri in mattoni che si vedono sono frutto del restauro del XIX secolo.

I suoi limiti sono segnati dalle due strade principali che, provenendo dal Tevere, portano al Foro
Romano: il vicus Tuscus ad est ed il vicus Iugarius ad ovest. Il primo corrisponde all'attuale
percorso di via di San Teodoro, mentre il secondo corrisponde al tracciato odierno di via della
Consolazione e di Vico Iugario.

Sui gradini della basilica verso il Foro e sul pavimento delle gallerie è possibile ancor oggi notare
alcune tracce incise riproducenti tavole da gioco simili al moderno gioco della dama o al filetto
(tabulae lusoriae). Altri graffiti riproducono le statue dei dintorni.

Le due basi con iscrizioni vicino al centro della facciata riportano: "Opus Polycliti e Opus Timarchi.
Si tratta delle firme di due famosi scultori greci attivi a Roma, le cui sculture originali vennero
trasportate qui probabilmente all'epoca di Settimio Severo,a giudicare dai caratteri delle iscrizioni.
Una di queste basi inoltre poggia su un'ulteriore basamento che ricorda il praefectus urbi Gabinio
Vettio Probiano, probabilmente da identificare col Probiano prefetto nel 377,[1] che aveva fatto
portare qui la statua da un'altra località.

Tra i reperti trovati durante gli scavi della basilica ci sono alcune antefisse arcaiche in terracotta
(fine del VI, inizio del V secolo a.C.), forse tracce dell'originaria decorazione del vicino tempio dei
Castori. Alle spalle della basilica sono state scavati i resti di alcune tabernae, comunicanti con la
basilica stessa, verosimilmente aperte su una strada antica, nella zona non scavata sotto l'ex-
ospedale della Consolazione, dove si doveva affacciare anche il tempio di Augusto divinizzato.
All'angolo col Vicus Tuscus (via degli Etruschi, che fin dall'epoca arcaica avevao stabilito qui una
loro comunità), doveva trovarsi la statua di Vertumno, divinità da essi adorata.

Tempio dei Dioscuri

Storia e funzioni

Il suo nome ufficiale era aedes o templum Castoris ("tempio" o "santuario di Càstore"), ma nelle
fonti si ritrova anche nominato come aedes Castorum o aedes Castoris et Pollucis ed era dedicato ai
Dioscuri. Si trovava all'angolo sud-orientale della piazza del Foro, nei pressi della fonte di Giuturna.

Venne promesso in voto dal dittatore Aulo Postumio Albo Regillense nel 499 o 496 a.C. in seguito
all'apparizione dei Dioscuri, che avevano abbeverato i loro cavalli presso la fonte di Giuturna dopo
la battaglia del lago Regillo. Venne dedicato nel 484 a.C. dal figlio di Postumio, nominato duoviro
per sovraintendere alla sua erezione.

Fu sempre legato alla classe degli equites e probabilmente dal tempio partiva la tradizionale parata
degli equites (transvectio equitum), istituita da Quinto Fabio Massimo Rulliano nel 304 a.C. e che si
teneva ogni anno il 15 luglio, anniversario della battaglia.

A partire dal 160 a.C. fu adoperato come luogo di riunione del Senato e nello stesso periodo davanti
al tempio venne istituito un importante tribunale. Per tutto il I secolo a.C. ebbe una funzione più di
edificio pubblico, legato alla vita politica, che di edificio religioso. Negli ambienti aperti nel podio
erano conservati i pesi e le misure ufficiali e alcuni di essi erano utilizzati come "banche" o depositi.

Dopo la fondazione subì diverse ricostruzioni, attestate dalle fonti:

 nel 117 a.C. ad opera di Lucio Cecilio Metello Dalmatico


 Gaio Verre, come pretore era stato incaricato di un nuovo restauro nel 74 a.C.
 Fu interamente ricostruito dal futuro imperatore Tiberio, che lo dedicò nel 6 d.C. a nome suo e del
fratello Druso.

In seguito Caligola lo incorporò come vestibolo nei palazzi imperiali del Palatino, ma venne
riportato già sotto Claudio all'originaria funzione.

Resti

Attualmente restano, dell'edificio ricostruito da Tiberio, tre delle colonne del lato lungo orientale e
il nucleo del podio in opera cementizia (si tratta del riempimento tra le parti portanti, costruite in
opera quadrata, ma i cui blocchi sono stati in seguito asportati per il reimpiego). Il podio del tempio
tiberiano ingloba strutture delle fasi precedenti.
Avvenimenti storici

Nel tempio si riunì più volte il Senato.

Sul podio del tempio era posta una delle tre tribune di Rostri del Foro (le altre erano i Rostri
imperiali e quelli sul podio del tempio del Divo Giulio). Da questa tribuna Cesare perorò la sua
riforma agraria. Il podio fu anche usato come tribuna presidenziale durante i comizi legislativi, che
si tenevano nella piazza.

Qui si trovava anche l'ufficio dei Pesi e Misure e nelle stanzette trovate tra gli intercolumni sul lato
orientale dovevano avere sede i negozi di banchieri citati dalle fonti.

Tempio del Divo Giulio

Il tempio del Divo Giulio (aedes Divi Iulii) è un tempio dedicato a Gaio Giulio Cesare, divinizzato
dopo la sua morte, situato a Roma nel Foro romano.

Cesare fu il primo romano ad essere divinizzato dopo la sua morte, e di conseguenza onorato con un
tempio, dopo il mitico fondatore Romolo

Storia

Cesare venne ucciso in una seduta del Senato tenutasi alla Curia nel Campo Marzio. Il suo corpo
venne poi trasportato nel Foro, vicino alla Regia, che era la sede ufficiale del pontefice massimo,
carica rivestita dal dittatore. In questo luogo, all'estremità orientale della piazza del Foro, venne
accesa la pira funebre improvvisata per la cremazione e si svolsero i suoi funerali. Qui venne eretto
un altare [2], affiancato da una colonna in marmo giallo antico con l'iscrizione Parenti Patriae ("al
padre della patria"), subito eliminati dal console Publio Cornelio Dolabella.

La costruzione del tempio fu decretata dal senato [3], su iniziativa dei triumviri, nel 42 a.C., dopo la
battaglia di Filippi nella quale erano stati sconfitti e uccisi i cesaricidi. Un sacerdote flamen maior
era stato attribuito al culto di Cesare già poco dopo il 44 a.C. e Marco Antonio fu il primo a
ricoprire questa carica.

L'edificio venne effettivamente costruito da Ottaviano [4], figlio adottivo di Cesare, e dedicato il 18
agosto del 29 a.C. Per i lavori fu spostata oltre il tempio la via che delimitava la piazza sul lato
orientale e fu eliminata una precedente costruzione, di cui sono state viste le fondazioni, in blocchi
di tufo di Grottaoscura, attribuibili alla fine dell'età repubblicana, di ignota identificazione. La
cerimonia di dedica si svolse tre giorni dopo il trionfo che Ottaviano aveva celebrato per la vittoria
di Azio sull'Egitto di Cleopatra e nel tempio furono custodite preziose opere del bottino conquistato
in tale occasione.

L'edificio è raffigurato sul rovescio di alcune monete del 37-34 a.C.: di conseguenza si era ritenuto
che fosse stato completato già in quegli anni, mentre la dedica ufficiale sarebbe stata ritardata a
causa della guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio. Probabilmente si tratta piuttosto di una
raffigurazione simbolica di un edificio non ancora realizzato, a fini propagandistici.

Il tempio venne raffigurato nuovamente su monete anche all'epoca di Adriano, ma non sembra che
in quest'epoca siano stati eseguiti interventi di restauro di qualche rilievo.
L'uso orientale di divinizzare post mortem venne ripreso da numerosi imperatori, come
testimoniano ancora oggi il tempio di Vespasiano e Tito o quello di Antonino e Faustina, sempre
nel Foro.

I resti dell'edificio furono liberati in occasione dello scoprimento complessivo del Foro romano nel
1872. Altri scavi vennero condotti nel 1888, nel 1898-1899 (Giacomo Boni) e ancora nel 1950.

Descrizione

Il tempio era prostilo esastilo con sei colonne anteriormente e due sui lati del pronao, che
proseguivano quindi con lesene sulle pareti laterali e posteriore della cella. Da Vitruvio [5] sappiamo
che il tempio era picnostilo (con colonne molto ravvicinate, separate da uno spazio pari ad appena
un diametro e mezzo dei fusti), come il tempio di Venere Genitrice nel Foro di Cesare.

La fronte, adorna dei rostri delle navi nemiche battute nella battaglia di Azio, conteneva una nicchia
circolare con al centro l'altare dove si erano svolti i funerali di Cesare. Il tempio era inquadrato a
sud dall'Arco di Augusto e a nord da un portichetto che lo raccordava con la basilica Emilia, il
cosiddetto Arco di Gaio e Lucio Cesari[6].

La decorazione architettonica

In passato si era ritenuto che il tempio fosse di ordine ionico (ovvero di ordine ionico per le colonne
in facciata e di ordine corinzio per le lesene sulle pareti della cella), mentre è stato in seguito
dimostrato [7] che tutto il tempio era di ordine corinzio, realizzato in marmo lunense: restano diversi
frammenti di un fregio con girali d'acanto, ritmato da figure femminili a loro volta sorgenti da cespi
d'acanto, teste di Gorgone (gorgoneia) e personaggi alati (forse Vittorie), cornici con mensole,
frammenti dei capitelli corinzi.

La qualità di realizzazione delle decorazioni è piuttosto discontinua: forse agli artigiani più esperti
furono affidati il lato anteriore e via via ad altri di minore esperienza le parti sui fianchi e sul retro.

La decorazione marmorea del tempio è di gusto eclettico e mescola tratti arcaizzanti ed ellenistici,
rappresentando uno dei primi esempi dell'applicazione del corinzio all'architettura monumentale, in
seguito sviluppato nei diversi edifici augustei, fino alla formulazione compiuta del Foro di Augusto.

Il podio

Oggi sono visibili i resti del podio del tempio, in cementizio, in origine rivestito esternamente da un
paramento in opera quadrata di blocchi di tufo, a sua volta ricoperto da lastre di marmo. I vuoti
attualmente presenti tra i nuclei di cementizio sono dovuti all'asportazione per un successivo
riutilizzo dei blocchi di travertino nel XV secolo, i quali costituivano le fondazioni del colonnato
della fronte e del muro anteriore della cella, permettendo di riconoscerne con precisione la
posizione.

L'altare

Sul lato anteriore del podio, che conserva in alcuni punti il coronamento e lo zoccolo in marmo
lunense, è presente un'esedra semicircolare, rivestita in blocchi di tufo dell'Aniene e di peperino,
entro la quale si trova un piccolo elemento circolare in cementizio, identificabile come un altare: si
tratta probabilmente del rifacimento da parte di Ottaviano, forse negli anni 37-34 a.C., dell'altare
eretto dopo la morte di Cesare nel 44 a.C. e subito eliminato. Al momento della costruzione del
tempio l'altare venne rispettato con l'apertura dell'esedra sulla fronte del podio.

Successivamente l'esedra venne chiusa da un muro in blocchi di tufo e il podio assunse un normale
andamento rettilineo, obliterando l'altare. Il muro di chiusura, per il suo livello di spiccato, sembra
successivo al rifacimento della pavimentazione della piazza del Foro, resosi necessario dopo gli
incendi del 14 e del 9 a.C., forse attribuibile dunque ad un'epoca in cui Augusto, consolidato il
proprio potere, non riteneva opportuno mantenere visibile una testimonianza del proprio passato
"rivoluzionario".

In corrispondenza dell'altare, oggi visibile dietro la parziale ricostruzione del muro di chiusura,
ancora oggi vengono regolarmente posti fiori da parte dei visitatori.

Opere all'interno della cella

La cella ospitava la statua di culto di Giulio Cesare divinizzato, con una stella sulla fronte: in
occasione della morte di Cesare era stata infatti vista una cometa (sidus Iulium), il cui passaggio era
stato considerato come segno della sua divinità.

All'interno della cella erano state collocate diverse opere d'arte: un quadro del celebre pittore greco
Apelle raffigurante l'Afrodite anadyoméne ("sorgente dalle acque"), in riferimento alla mitica
progenitrice della gens Iulia [8]. Il quadro venne rimpiazzato all'epoca di Nerone perché si era
danneggiato.

I rostra

Il tempio stesso era preceduto da una piattaforma utilizzata come pedana per gli oratori (rostra
aedis divi Iulii), alla quale si accedeva da due pedane laterali. Come quella più antica sul lato
opposto della piazza (Rostra), aveva i lati ornati dai rostri (le prue) delle navi catturati durante la
battaglia di Azio. Da qui furono pronunciate l'orazione funebre per Ottavia, sorella di Augusto,
morta nell'11 a.C. e quella dello stesso Augusto nel 14 d.C. La posizione di questi rostra è tuttora
discussa dagli studiosi: in particolare è incerto se formasse un corpo unico con il podio del tempio,
ovvero fosse da questo staccata.

Regia

La Règia è una delle più antiche costruzioni del Foro romano, situata all'estremità sud-est, dove
anticamente chiudeva il lato breve della piazza prima che vi venisse costruito davanti il tempio del
Divo Giulio. Alle spalle della Regia si trovano il tempio di Vesta e la casa delle Vestali e a nord il
tempio di Antonino e Faustina. È probabile che la Regia fosse un complesso assai più grande, che
comprendeva anche la casa del Rex sacrorum, e quella delle Vesatali. La Regia oggi visibile
sarebbe pertanto solamente il settore dell'originaria abitazione del Re, in cui probabilmente il Rex
Sacrorum e il Pontefice Massimo esercitavano le funzioni sacrali. Questo settore della Regia
durante la Repubblica è stato isolato con lo sviluppo urbanistico del foro, ma conservato e forse
adibito a santuario. Oggi lo si conosce come casa del Re.

La parte della Regia che costituiva l'abitazione del Rex Sacrorum, nell'età dei Re, non è oggi
visibile, coperta da una tettoia, essa si trova nella parte più alta della Via Sacra.

Storia e funzioni
Le fasi della costruzione sono state messe in luce da uno scavo condotto nel 1899 da Giacomo Boni,
che raggiunse anche profondità notevoli. Sulla scorta dei dati raccolti dal Boni, F.E. Brown
condusse ulteriori indagini archeologiche tra il 1964 ed il 1965, giungendo ad affinare le
conoscenze sulle fasi del monumento.

In questo punto alle pendici della Velia, sul confine della superficie "storica" del Foro, sono state
trovate due tombe di bambini della fine dell'VIII secolo a.C. e una decina di capanne databili al IX
secolo a.C., simili a quelle del Palatino. Nella seconda metà del VII secolo a.C. sulla piattaforma
delle capanne vengono poste le fondazioni in tufo e l'alzato in mattoni crudi di un edificio, formanti
una sorta di piattaforma aperta sulla futura via Sacra. Davanti alla piattaforma si trovava un recinto
con un cippo-altare a forma di tronco di cono. Secondo la tradizione qui Numa Pompilio aveva
un'abitazione propria o almeno un quartier generale.

Circa un secolo dopo (575-550 a.C.) l'edificio, che doveva avere una funzione sacra, viene
accostato a un tempio con terrecotte decorative di "prima fase", il cui terrazzamento è sovrapposto
al recinto del VII secolo, senza però toccare l'altare. Il tempio, del quale restano scarsissimi resti,
doveva avere una pianta rettangolare con un unico ambiente aperto a est e proceduto da un porticato
di legno; contemporaneamente l'area del recinto viene pavimentata accuratamente, lasciando il
cippo al centro, e forse in parte coperta.

Si è dibattuto se nella Regia vivesse il re o il rex sacrorum (re delle cose sacre, che ereditò le
funzioni religiose del re durante la repubblica), ma un passo di Festo ha chiarito che il rex sacrorum
vivesse sulla Velia. Non vi risiedeva nemmeno il pontefice massimo, che risiedeva invece nella
vicina Domus publica. Qui però il pontifex svolgeva la sua funzione. In definitiva si doveva trattare
di un santuario che ripeteva le forme di un'abitazione, come ne sono state scoperte per esempio a
Acquarossa, centro etrusco vicino a Viterbo, risalenti al VII secolo a.C.

Nella Regia si riuniva il collegio dei pontefici e a volte i Fratres Arvales.

Nella Regia erano conservati i leggendari scudi sacri di Marte (gli ancilia): secondo la leggenda uno
scudo del Dio era piovuto nel Foro e i Romani, per impedirne il furto, ne fecero undici copie
identiche, che venivano portate in processione dall'antichissima corporazione sacerdotale dei Salii (i
saltatori); essi procedevano saltando ogni tre passi, il cosiddetto tripudium. Qui erano anche infisse
le lance consacrate a Marte, le hastae Martiae: si credeva che se queste avessero incominciato a
vibrare, sarebbe accaduto qualcosa di terribile. Secondo la leggenda, le aste vibrarono la notte del
14 marzo del 44 a.C., quando Giulio Cesare, che ricopriva la carica di Pontefice Massimo, venne
ucciso nel Senato.

Nella Regia aveva inoltre sede un santuario di Ops Consiva, la dea dei raccolti, luogo sacro in cui
potevano accedere solamente il pontifex maximus e le Vestali. Infine era conservato qui l'archivio
dei pontefici, preghiere, sacrifici, il calendario sacro, gli Annales (raccolta di eventi di pubblico
interesse) e le leggi su matrimoni, morte e testamenti. Un altro altare per sacrifici era dedicato a
Giove, Giunone e Giano, forse quello originariamente posto nel cortile recintato.

Un incendio poco dopo la metà del VI secolo a.C. richiese il rifacimento della Regia, che prese la
forma conosciuta fino a tutta l'età imperiale, orientato con una rotazione a novanta gradi rispetto
all'edificio precedente. L'evento è probabilmente da mettersi in relazione alla fine della monarchia
nel 509 a.C.
Non doveva essere casuale la somiglianza nella pianta, nella cronologia e nelle dimensioni con un
edificio nell'Agorà di Atene (l'abitazione pubblica dei pritani), a dimostrazione dei frequenti
rapporti fra la Grecia e Roma già in periodi così arcaici.

La Regia venne bruciata e restaurata nel 148 a.C.; e ancora nel 36 a.C., quando il restauro venne
eseguito in marmo da Gneo Domizio Calvino, il conquistatore della Spagna. Poiché la sua pianta
era considerata sacra, questi restauri non ne modificarono mai la disposizione.

La sua importanza divenne simbolica durante il periodo imperiale e venne trasferita in una
residenza privata nel VII o VIII secolo.

Descrizione

L'edificio ha una forma irregolare. Gli interni erano divisi in tre camere più una camera centrale di
ingresso e un cortile.

La parte ha sud ha una forma rettangolare allungata, orientata perfettamente sull'asse est-ovest; al
centro si trovava il vano di accesso, dal quale si accedeva alla stanza est, probabile santuario di Opi,
e alla stanza ovest munita di altare circolare, probabile santuario di Marte; a nord infine si trovava
un ambiente trapezoidale con doppio porticato in legno che doveva essere un cortile scoperto,
pavimentato in tufo, forse l'Atrium regium. Vi si aprivano alcuni pozzi tuttora visibili e vi si
dovevano trovare due allori ricordati dalla tradizione.

Molti dei frammenti marmorei sparsi nelle vicinanze rialgono alla ricostruzione della Regia del 36
a.C.

Storia e funzioni

Le fasi della costruzione sono state messe in luce da uno scavo condotto nel 1899 da Giacomo Boni,
che raggiunse anche profondità notevoli. Sulla scorta dei dati raccolti dal Boni, F.E. Brown
condusse ulteriori indagini archeologiche tra il 1964 ed il 1965, giungendo ad affinare le
conoscenze sulle fasi del monumento.

In questo punto alle pendici della Velia, sul confine della superficie "storica" del Foro, sono state
trovate due tombe di bambini della fine dell'VIII secolo a.C. e una decina di capanne databili al IX
secolo a.C., simili a quelle del Palatino. Nella seconda metà del VII secolo a.C. sulla piattaforma
delle capanne vengono poste le fondazioni in tufo e l'alzato in mattoni crudi di un edificio, formanti
una sorta di piattaforma aperta sulla futura via Sacra. Davanti alla piattaforma si trovava un recinto
con un cippo-altare a forma di tronco di cono. Secondo la tradizione qui Numa Pompilio aveva
un'abitazione propria o almeno un quartier generale.

Circa un secolo dopo (575-550 a.C.) l'edificio, che doveva avere una funzione sacra, viene
accostato a un tempio con terrecotte decorative di "prima fase", il cui terrazzamento è sovrapposto
al recinto del VII secolo, senza però toccare l'altare. Il tempio, del quale restano scarsissimi resti,
doveva avere una pianta rettangolare con un unico ambiente aperto a est e proceduto da un porticato
di legno; contemporaneamente l'area del recinto viene pavimentata accuratamente, lasciando il
cippo al centro, e forse in parte coperta.

Si è dibattuto se nella Regia vivesse il re o il rex sacrorum (re delle cose sacre, che ereditò le
funzioni religiose del re durante la repubblica), ma un passo di Festo ha chiarito che il rex sacrorum
vivesse sulla Velia. Non vi risiedeva nemmeno il pontefice massimo, che risiedeva invece nella
vicina Domus publica. Qui però il pontifex svolgeva la sua funzione. In definitiva si doveva trattare
di un santuario che ripeteva le forme di un'abitazione, come ne sono state scoperte per esempio a
Acquarossa, centro etrusco vicino a Viterbo, risalenti al VII secolo a.C.

Nella Regia si riuniva il collegio dei pontefici e a volte i Fratres Arvales.

Nella Regia erano conservati i leggendari scudi sacri di Marte (gli ancilia): secondo la leggenda uno
scudo del Dio era piovuto nel Foro e i Romani, per impedirne il furto, ne fecero undici copie
identiche, che venivano portate in processione dall'antichissima corporazione sacerdotale dei Salii (i
saltatori); essi procedevano saltando ogni tre passi, il cosiddetto tripudium. Qui erano anche infisse
le lance consacrate a Marte, le hastae Martiae: si credeva che se queste avessero incominciato a
vibrare, sarebbe accaduto qualcosa di terribile. Secondo la leggenda, le aste vibrarono la notte del
14 marzo del 44 a.C., quando Giulio Cesare, che ricopriva la carica di Pontefice Massimo, venne
ucciso nel Senato.

Nella Regia aveva inoltre sede un santuario di Ops Consiva, la dea dei raccolti, luogo sacro in cui
potevano accedere solamente il pontifex maximus e le Vestali. Infine era conservato qui l'archivio
dei pontefici, preghiere, sacrifici, il calendario sacro, gli Annales (raccolta di eventi di pubblico
interesse) e le leggi su matrimoni, morte e testamenti. Un altro altare per sacrifici era dedicato a
Giove, Giunone e Giano, forse quello originariamente posto nel cortile recintato.

Un incendio poco dopo la metà del VI secolo a.C. richiese il rifacimento della Regia, che prese la
forma conosciuta fino a tutta l'età imperiale, orientato con una rotazione a novanta gradi rispetto
all'edificio precedente. L'evento è probabilmente da mettersi in relazione alla fine della monarchia
nel 509 a.C.

Non doveva essere casuale la somiglianza nella pianta, nella cronologia e nelle dimensioni con un
edificio nell'Agorà di Atene (l'abitazione pubblica dei pritani), a dimostrazione dei frequenti
rapporti fra la Grecia e Roma già in periodi così arcaici.

La Regia venne bruciata e restaurata nel 148 a.C.; e ancora nel 36 a.C., quando il restauro venne
eseguito in marmo da Gneo Domizio Calvino, il conquistatore della Spagna. Poiché la sua pianta
era considerata sacra, questi restauri non ne modificarono mai la disposizione.

La sua importanza divenne simbolica durante il periodo imperiale e venne trasferita in una
residenza privata nel VII o VIII secolo.

Descrizione

L'edificio ha una forma irregolare. Gli interni erano divisi in tre camere più una camera centrale di
ingresso e un cortile.

La parte ha sud ha una forma rettangolare allungata, orientata perfettamente sull'asse est-ovest; al
centro si trovava il vano di accesso, dal quale si accedeva alla stanza est, probabile santuario di Opi,
e alla stanza ovest munita di altare circolare, probabile santuario di Marte; a nord infine si trovava
un ambiente trapezoidale con doppio porticato in legno che doveva essere un cortile scoperto,
pavimentato in tufo, forse l'Atrium regium. Vi si aprivano alcuni pozzi tuttora visibili e vi si
dovevano trovare due allori ricordati dalla tradizione.

Molti dei frammenti marmorei sparsi nelle vicinanze rialgono alla ricostruzione della Regia del 36
a.C.
Tempio di Vesta
Il tempio di Vesta è un piccolo tempio a tholos situato all'estremità orientale del Foro Romano a
Roma, lungo la via Sacra accanto alla Regia ed alla Casa delle Vestali: insieme a quest'ultimo
edificio costituiva un unico complesso religioso, con il nome di atrium Vestae.

Architettura

I resti attualmente visibili appartengono ad una parziale ricostruzione moderna dell'ultima fase
dell'edificio, che comprende alcuni elementi originali in marmo completati in travertino. In questa
fase il tempio monoptero era costituito da un podio circolare in opera cementizia rivestito da lastre
di marmo, del diametro di circa 15 metri, che sosteneva la cella rotonda; dal podio sporgevano i
piedistalli per le venti colonne corinzie che costituivano la peristasi. L'edificio doveva essere
coperto da un tetto conico, con buco centrale per i fumi del fuoco acceso all'interno.

Storia

Il tempio di Vesta è probabilmente tra i più antichi di Roma, risalente forse all'epoca in cui la città
era ancora limitata al Palatino e costituita da un'aggregazione di villaggi e quindi prima della
realizzazione del Foro.

La conservazione del fuoco (risorsa e bene di straordinaria importanza) era un problema che
comportava delle notevoli difficoltà; sia Virgilio che Ovidio riferiscono che all'epoca si otteneva col
primitivo e laboriosissimo sistema dello sfregamento delle selci. Da qui la necessità di realizzare
una struttura “pubblica” che fosse finalizzata alla conservazione, con personale addetto, di una
risorsa sempre disponibile per i bisogni dell'intera comunità. Per la mentalità antica era quasi una
logica conseguenza che la struttura divenisse tempio ed il personale assumesse il ruolo di sacerdote
(nello specifico, sacerdotesse). Il tempio diventava così simbolo di aggregazione della comunità e
dispensario di un bene primario.

Quando, da Servio Tullio in poi, il processo di aggregazione urbana coinvolse anche le genti
stanziate sui colli vicini, il simbolo stesso dell'aggregazione assunse una forte connotazione politica.
Non essendo pertanto più possibile mantenerlo limitato al nucleo Palatino, venne trasferito nell'area
che sarebbe poi diventata il Foro e che stava assumendo la caratteristica di luogo d'incontro e di
scambio commerciale tra le genti circonvicine, sul tipo dell'agorà greca.

Il significato del tempio era anche quello di rappresentare il focolare domestico più importante,
connesso alla vicina casa del re, che rappresentava tutti i focolari dello Stato. Le prime sacerdotesse
incaricate di sorvegliare il sacro fuoco erano le figlie del re. Le Vestali divennero poi l'unico
sacerdozio femminile a Roma. Esse erano sei, con vari compiti, e provenivano tutte da famiglie del
patriziato. Restavano vestali per trent'anni, a partire dai 6 o 10 anni, e dovevano rispettare un severo
voto di verginità, pena la morte per seppellimento essendo sacrilego versare il sangue di una
vestale. In cambio ricevevano prestigio, tributi pecuniari e onorifici, oltre a una numerosa serie di
privilegi.

Gli autori antichi riportano concordemente l'origine del tempio di Vesta nell'età regia, ma, a causa
probabilmente della costante presenza del fuoco, il tempio, nella sua sistemazione all'interno del
Foro, subì numerose distruzioni per incendio e fu più volte ricostruito, mantenendo sempre
l'identica pianta, ma aumentando in altezza.
La sua forma circolare venne ricondotta sia dalle fonti antiche (Ovidio, Fasti, 6, 261-262), sia nei
primi studi archeologici, alla forma delle originarie capanne della Roma dell'VIII e VII secolo a.C.,
a causa anche della antichissima istituzione del culto di Vesta nella religione romana.

Il tempio fu interessato dagli incendi del 241 a.C. e del 210 a.C. (in seguito al quale si ebbe un
esteso rimaneggiamento anche della casa delle Vestali). Alla successiva ricostruzione del tempio
appartenevano probabilmente i resti di una profonda fondazione circolare in cementizio. Questa era
dotata di una fossa centrale, che costituisce forse il ricettacolo di oggetti sacri del culto, di cui parla
Varrone (poenus Vestae, passo conservato nell'opera di Festo, 296 L), ovvero la fossa per le ceneri
del fuoco sacro.

I resti dell'elevato di un podio in blocchi di tufo dell'Aniene, che sorgono sopra la fondazione, in
passato attribuito ad una ricostruzione di epoca augustea dopo l'incendio del 14 a.C., sono stati in
seguito attribuiti ad epoca più antica (I secolo a.C.).

Si ipotizza quindi una ricostruzione dopo il grande incendio del 64 d.C., contemporaneamente allo
spostamento e ingrandimento della casa delle Vestali: il tempio venne infatti rappresentato in
monete dell'epoca di Nerone e dei successivi imperatori Flavi.

Una raffigurazione del tempio su un rilievo dell'epoca traianea attualmente alla Galleria degli Uffizi
di Firenze lo mostra di ordine ionico, e con il podio a cui si addossano i piedistalli delle colonne,
quindi conservati nella successiva fase severiana.

Dopo l'incendio del 191 il tempio venne nuovamente ricostruito sotto il regno di Commodo da
Giulia Domna, moglie del futuro imperatore Settimio Severo, nella forma attuale, conservando
tuttavia la parte bassa (il podio e i piedistalli delle colonne e forse anche i loro fusti e basi) che si
doveva essere preservata.

Teodosio I nel 391 abolì i culti pagani, quindi anche il culto di Vesta, con una serie di decreti. Il
sacro fuoco venne spento e l'ordine delle Vestali venne sciolto.

Dopo l'età romana il tempio era ancora conservato nel 1549, secondo la testimonianza dell'erudito
Onofrio Panvinio, ma successivamente andò completamente distrutto fino alla sua riscoperta ad
opera degli scavi archeologici ottocenteschi.

Penus Vestae
Nel tempio l'area più sacra, interdetta all'accesso di chiunque tranne che delle Vestali, era il Penus
Vestae, un sancta sanctorum dove erano conservati una serie di oggetti dall'altissimo valore
simbolico, risalenti alle fondazioni mitologiche della città.

Tra questi il più importante era il Palladio, il simulacro arcaico di Pallade Atena e che Enea aveva
portato da Troia.

Forse il penus è identificabile con una cavità di forma trapezoidale che si apre sul podio e che è
accessibile solo dalla cella; misura 2,40 x 2,40 metri.

Casa delle Vestali


La Casa delle Vestali era la sede del collegio sacerdotale delle Vestali della Roma antica, presso il
Foro Romano. Era collocato alle spalle della Regia e componeva un unicum con il Tempio di Vesta,
in un complesso chiamato Atrium Vestae.

Storia

Il nome antico di Atrium Vestae si riferiva in origine ad un'area aperta situata presso il tempio di
Vesta, sede del culto della dea, circondata da costruzioni. La residenza delle Vestali ne fece parte
solo a partire dal II secolo a.C., occupando l'area compresa tra la Regia, la Domus Publica (la
residenza del pontefice massimo) e le pendici del Palatino.

In quest'epoca l'edificio era molto più piccolo e presentava lo stesso orientamento della Regia
secondo i punti cardinali. Sotto questi resti sono state a più riprese messe in luce fasi di costruzioni
precedenti, in stretto legame con le ricostruzioni della Regia, risalenti fino al VI secolo a.C. Nei
recenti scavi di Andrea Carandini si sono inoltre rinvenuti i resti di una capanna dell'VIII secolo
a.C., interpretata come la casa delle Vestali di età regia. Il tempio era già circondato da un recinto
unito alla casa e non si conosce se fosse già a pianta circolare. In ogni caso l'ingresso guardava a
est, come mantenne nelle ricostruzioni successive.

Nel 12 a.C. Augusto, nella sua qualità di pontefice massimo, donò alle Vestali la Domus Publica,
residenza del pontefice dove aveva abitato anche Giulio Cesare. Probabilmente dopo l'incendio del
64 d.C., il complesso venne ricostruito a un livello più alto con una nuova pianta e un nuovo
orientamento, in accordo con le altre costruzioni che circondavano la piazza del Foro.

I resti attualmente visibili furono rimessi in luce dagli scavi di Lanciani (1884) e di Boni (1907) e
appartengono ad una ricostruzione databile, sulla base dei bolli laterizi ("marchi di fabbrica"
impressi sui mattoni utilizzati nelle costruzioni), principalmente all'epoca di Traiano.

L'ala occidentale, con il tempio di Vesta fu restaurata in epoca severiana dopo un incendio nel 191
d.C.

Con l'abolizione dei culti pagani voluta da Teodosio I nel 391 e la sconfitta degli ultimi campioni
del paganesimo a Aquileia nel 394, la casa venne abbandonata dalle ultime vestali e fu rioccupata,
in parte, dalla corte imperiale prima e da quella papale poi.

Nell'area, già a partire dal XV secolo furono rinvenuti a più riprese basamenti di statue con
iscrizioni di dedica alle Vestali datate tra la fine del III secolo e il 377, ora ricollocate nel cortile.

Descrizione

L'aspetto attuale del complesso è quello legato all'ultimo restauro della moglie di Settimio Severo,
Giulia Domna, dopo l'incendio del 191.

Le stanze, in origine su almeno due piani (come visibile ancora oggi sul lato sud), si articolano
intorno ad un cortile porticato, con fontane (poi sostituite da un'aiuola ottagonale).

Edicola di Vesta

Dal tempio si accedeva verso est alla casa, passando accanto a un'edicola, sostenuta originariamente
da due colonne ioniche delle quali oggi resta una sola. L'iscrizione sul fregio testimonia come essa
fosse stata edificata col denaro pubblico disposto per decreto del Senato. I bolli sui mattoni la
collocano all'epoca di Adriano.

Poiché il tempio era sprovvisto di simulacro, può darsi che la statua di Vesta fosse collocata proprio
qui.

Cortile centrale

Dall'ingresso si penetra nel cortile centrale della Casa, composto come una sorta di peristilio. Una
passerella moderna permette di vedere i resti dell'edificio repubblicano sottostante, con pavimento a
lithostroton con formelle irregolari di marmo.

Al centro si trovano tre bacini, due piccoli quadrati e uno grande rettangolare al centro, che vennero
coperti in epoca costantiniana da una struttura ottagonale in laterizio, interpretabile come una
decorazione del giardino, oggi rimossa.

Sotto il portico erano allineate le statue delle Vestali massime (le virgo vestalis maxima). Le
numerose basi e statue ritrovate erano ammassaste soprattutto nel lato occidentale del coretile,
evidentemente in attesa di essere trasformate in calce. Le più belle oggi si trovano altrove, mentre
quelle presenti sono collocate senza un preciso criterio, poiché se ne ignora la disposizione
originale, con accoppiamenti arbitrari tra basi e statue.

Tempio del Divo Romolo

Il tempio del Divo Romolo si trova nell'area archeologica del Foro Romano, a Roma, sulla Sacra
via summa, alle spalle del cosiddetto carcer repubblicano, tra il tempio di Antonino e Faustina e la
basilica di Massenzio.

In origine venne costruito come vestibolo circolare di accesso al Tempio della Pace (75), ma dopo
l'abbandono del complesso imperiale, Massenzio lo riutilizzò come tempio dedicato al figlio,
Valerio Romolo, prematuramente scomparso nel 309 e divinizzato. In seguito, quando un'aula del
Tempio della Pace venne trasformata nella basilica dei Santi Cosma e Damiano nel VI secolo, fu
utilizzato come vestibolo della chiesa.

Storia

L'edificio costituiva l'ingresso al complesso imperiale del Tempio della Pace dalla via Sacra, tra
l'Arco di Tito e la piazza del Foro Romano: il diverso orientamento del complesso imperiale rispetto
alla via era risolto per mezzo della sua pianta circolare.

Agli inizi del IV secolo il complesso del Tempio della Pace era già in abbandono e il vestibolo
venne riutilizzato da Massenzio, che lo dedicò forse nel 309 d.C. come tempio in onore del figlio
Valerio Romolo, morto in giovane età e in seguito divinizzato. A quell'epoca risale il portale
riccamente decorato, inquadrato da due ali di muro che formavano un'esedra affacciata sulla via,
decorati con elementi architettonici di reimpiego. Dopo la sconfitta di Massenzio nella battaglia di
Ponte Milvio del 312, ad opera di Costantino, dovette mutare la sua funzione, come sembrano
provare alcune iscrizioni, visibili fino al XVI secolo all'interno dell'edificio.

Teodorico il Grande, re degli Ostrogoti, e sua figlia Amalasunta donarono a papa Felice IV nel 527
una sala del Tempio della Pace (probabilmente la biblioteca), che fu trasformata nella basilica
dedicata ai Santi Cosma e Damiano. In quell'occasione venne unita col tempio di Romolo e fu
aperta una porta tra i due complessi. I tempio divenne allora il vestibolo della chiesa.

Nel 1632 il pavimento della chiesa venne rifatto ed alzato di parecchi metri per via delle
infiltrazioni d'acqua provenienti dal Campo Vaccino, ma non quello del tempio, che rimase alla
quota dell'antica strada romana. La porta in bronzo e le colonnine in porfido vennero allora
riutilizzate in una nuova porta a nord, che sostituì quella antica. Solo alla fine del XIX secolo venne
riallestita la porta originale, com'è visibile oggi. Tutt'ora la struttura interna del tempio è visibile
dall'interno della basilica.

In passato l'edificio era stato identificato in modo piuttosto fantasioso dai primi studiosi ed antiquari
come tempio dei Penati o del tempio di Giove Statore fondato da Romolo (o dai primi cittadini di
Roma) nell'VIII secolo a.C.

Attribuzione

L'attribuzione come tempio di Romolo è piuttosto controversa e si basa su notizie medievali (che
potrebbero riferirsi invece a una sbagliata interpretazione della basilica di Massenzio) e di una
moneta dell'epoca di Massenzio con un edificio a base circolare e la scritta aeternae memoriae,
forse riferibile con più esattezza al mausoleo di Romolo sulla via Appia.

Alcuni sostengono invece che un tempio di Romolo non sia mai esistito e si basano per
l'identificazione sui resti di un'iscrizione con la dedica a Costantino I da parte del Senato (secondo i
fautori dell'attribuzione al tempio di Romolo questa iscrizione sarebbe segno di una nuova dedica
dopo la battaglia di Ponte Milvio).

Un'altra ipotesi, nata alla fine del XIX secolo, è che si tratti del tempio dei Penati, che sappiamo si
trovava sulla Velia, vicino al Foro, sul tratto della via Sacra che portava alle Carinae: l'inizio della
via per le Carinae è infatti visibile a lato della rotonda. Può darsi che il tempio dei Penati si trovasse
al di sotto della basilica di Massenzio, che occupa gran partre della Velia, e che sia stato in seguito
ricostruito poco distante. Anche la presenza delle due celle absidate sarebbe compatibile con la
dedica ai Penati, dove potevano venire collocate le statue di culto, come appaiono in una moneta di
Massenzio ai lati del tempio.

Descrizione

L'interno

L'edificio fu costruito con mattoni e coperto con lastre di marmo, asportate durante il Medioevo. Il
corpo centrale è di forma cilindrica, coronato da una cupola parzialmente rimaneggiata coronata da
un lanternino costruito in epoca moderna. La facciata ha invece un andamento rientrante ad
emiciclo che presenta quattro nicchie attualmente murate, già usate per accogliere altrettante statue.
La parte meglio conservata è il portale, affiancato da due colonne di porfido rosso (il marmo degli
imperatori) con capitelli corinzi in marmo bianco che sorreggono una trabeazione riccamente
decorata di reimpiego, così come la cornice, anch'essa rifinita da dettagli pregiati.

La porta bronzea è una delle poche romane sopravvissute, e presenta un meccanismo ancora
funzionante (un'altra è quella della Curia Iulia oggi alla basilica di San Giovanni in Laterano.

Due ambienti rettangolari terminanti con altrettante absidi e collegati al tempio vennero ricavati tra
la parte centrale della struttura e gli edifici contigui. Due colonne di marmo cipollino poggianti su
basi rialzate fungevano da decorazione all'ingresso di queste due sale. Solo l'ultima colonna, quella
situata a destra, si è conservata sino ai giorni nostri.

Alcune tracce di affreschi, risalenti alla trasformazione del tempio in vestibolo, sono visibili
dall'interno della basilica dei Santi Cosma e Damiano. Il fondo della navata si apre infatti sul corpo
centrale del tempio, situato ad un livello inferiore.

L'edificio sorge soprelevato rispetto alla Sacra via summa poiché gli scavi archeologici del XIX
secolo rimossero erroneamente la pavimentazione post-neroniana scambiandola per un'aggiunta
medievale; così poterono indagare anche gli strati più antichi del Foro (il livello odierno è del primo
impero), ma lasciarono scoperte le fondamenta degli edifici successivi, come lo stesso tempio di
Romolo, l'arco di Tito e la basilica di Massenzio. Il livello medievale della strada è invece
testimoniato da un portico che si trova poco più avanti sulla via sacra, sul lato sinistro.

Basilica di Massenzio
La Basilica di Massenzio o, più propriamente, di Costantino, è l'ultima e la più grande basilica
civile del centro monumentale di Roma, posta all'estremità nord-est su quella che anticamente era il
colle della Velia e che raccordava il Palatino con l'Esquilino. Non fa parte del Foro Romano
propriamente detto (pur rientrando oggi nell'area archeologica che lo comprende, estesa fino alle
pendici della Velia), ma era nelle immediate adiacenze di esso.

Storia

Nelle fonti antiche la basilica è ricordata come Basilica Nova[1], o Basilica Constantini[2], o Basilica
Constantiniana[3].

La basilica fu inizialmente fatta costruire da Massenzio agli inizi del IV secolo e fu terminata e
modificata da Costantino I[4] in prossimità del tempio della Pace, già probabilmente in abbandono, e
del tempio di Venere e Roma, la cui ricostruzione fece parte degli interventi massenziani. La sua
funzione era prevalentemente di ospitare l'attività giudiziaria di pertinenza del prefetto urbano.

Sia gli scavi, sia la pianta della Forma Urbis severiana hanno dimostrato come in questo punto
sorgesse anticamente una grande complesso utilitario dell'epoca domizianea, simmetricamente
contrapposto a uno analogo che sorgeva sull'altro lato della Sacra via summa (ampiamente
manomesso durante gli scavi del XIX secolo perché scambiato per una costruzione medievale). Una
parte di questo edificio più antico era occupata dagli Horrea piperiana, i magazzini del pepe e delle
spezie[5].

Della basilica si perse ben presto la corretta denominazione, e i colossali resti furono noti con la
denominazione di Templum urbis. Solo agli inizi del XIX secolo fu nuovamente identificata da
Antonio Nibby[6], che sostenne in proposito una vivace polemica con Carlo Fea.

Le gare di lotta delle Olimpiadi di Roma del 1960 si tennero presso la Basilica di Massenzio.

Descrizione
Ricostruzione della pianta

Lo schema costruttivo del gigantesco edificio (100 x 65 metri), di cui resta oggi soltanto il lato
nord, presentava una navata centrale più larga e più alta (di base 80 x 25 metri). Sulla navata
centrale si aprivano, invece che le tradizionali navate minori, separate da quella centrale tramite file
di colonne, tre nicchioni per lato, coperti da volta a botte con lacunari ottagonali ancora ben visibili
nella parte superstite. Gli ambienti erano collegati tra loro da piccole aperture ad arco.

La navata centrale era coperta da tre enormi volte a crociera in opus caementicium, alte circa 35 m
che poggiavano sui setti murari trasversali che separavano gli ambienti laterali e sulle colonne di
marmo proconnesio alte 14,5 m ciascuna addossate alla loro terminazione. Le colonne sono tutte
scomparse: l'unica che ancora si conservava nel XVII secolo venne fatta collocare da Paolo V in
piazza di Santa Maria Maggiore nel 1613, dove tutt'ora si trova. Sorreggevano una trabeazione
marmorea, di cui restano resti dei blocchi parzialmente inseriti nella muratura. Le dimensioni e il
sistema costruttivo degli spazi interni sono del tutto compatibili con quelle delle grandi sale delle
terme, che venivano di fatti chiamate pure "basiliche". L'esempio più illuminate è la sala delle terme
di Diocleziano, trasformata poi nella basilica di Santa Maria degli Angeli.

Sul lato corto occidentale, alla testata della navata centrale si apriva un'abside preceduta da due
colonne. Nell'abside venne collocata una statua colossale, acrolito costruito parte in marmo e parte
in legname e bronzo dorato, alto 12 m. La statua raffigurava in origine lo stesso Massenzio e in
seguito venne rilavorata con i tratti di Costantino. Alcune parti marmoree superstiti furono scoperte
nel 1487 e sono ora nel cortile del palazzo dei Conservatori sul Campidoglio (Musei Capitolini). La
sola testa misura 2,60 m e il piede 2 m.

All'abside occidentale si contrapponeva l'originario ingresso dell'edificio[7], sul lato corto orientale,
preceduto da una scalinata. L'ingresso dava accesso ad un corridoio trasversale aperto sulla navata
centrale mediante cinque aperture ad arco. L'ingresso su uno dei lati corti, opposto all'abside aperta
sul lato corto opposto, rappresenta una disposizione che divenne poi tipica delle prime basiliche
cristiane.

L'impianto originario subì in seguito alcune modifiche, tra cui l'apertura di un secondo ingresso sul
lato meridionale, lungo la via Sacra, scoperto in scavi ottocenteschi. Questo secondo ingresso era
costituito da un portico tetrastilo con fusti in porfido, al quale si accedeva con una scalinata,
costruita per superare il dislivello tra la via e la Velia.
Il nicchione centrale del lato nord, opposto al nuovo ingresso fu arricchito nello stesso momento di
una seconda abside sul fondo, forse destinata anche ad ovviare a problemi strutturali, coperta da una
semicupola e con le pareti arricchite da nicchie destinate ad ospitare statue su due ordini. Le nicchie
erano inquadrate da edicole costituite da piccole colonne poggianti su mensole sporgenti dalla
parete. Sul fondo dell'abside era realizzato un podio in muratura destinato ad ospitare il tribunal dei
giudici.

Questo intervento, solitamente attribuito al completamento di Costantino, è invece probabilmente


da considerare più tardo (probabilmente intorno alla fine del IV secolo), come sembra provare il
livello più elevato delle fondazioni della nuova abside.[8]

L'edificio era dotato anche di numerosi collegamenti verticali: all'interno della muratura all'angolo
nord-occidentale era inserita una scala a chiocciola, di cui oggi restano cinque gradini; un'altra
doveva trovarsi nell'opposto angolo sud-orientale.

Arco di Tito
L'arco di Tito è un arco trionfale ad un solo fornice (ossia con una sola arcata), posto sulle pendici
settentrionali del Palatino, nella parte occidentale del Foro di Roma. Capolavoro dell'arte romana, si
tratta del monumento-simbolo dell'epoca flavia, grazie alle sostanziali innovazioni sia in campo
architettonico-strutturale, sia in campo artistico-scultoreo.

Storia

L'iscrizione sull'attico (lato ovest, verso il Foro) reca la dedica del monumento da parte del Senato
all'imperatore Tito (nato nel 41, imperatore dal 79 all'81), menzionato come "divus" e dunque
posteriore alla sua morte nell'anno 81. Entro il 90 doveva essere concluso.

L' arco è stato eretto a memoria della guerra giudaica combattuta da Tito in Galilea. Nel 69, l'anno
dei quattro imperatori, Vespasiano rientrò a Roma per reclamare il trono, lasciando Tito in Giudea a
porre fine alla rivolta, cosa che Tito fece l’anno successivo: Gerusalemme fu saccheggiata, il
Tempio fu distrutto. Nel ricco bottino era compreso il candelabro a sette braccia e le trombe d
argento. Gran parte della popolazione uccisa o costretta a fuggire dalla città. Al suo ritorno a Roma
nel 71 fu accolto in trionfo.

Nel Medioevo l'arco venne incorporato nella fortezza dei Frangipane ed è rappresentato in
numerose stampe coronato da una merlatura in mattoni, fino ai restauri del 1823 di Raffaele Stern e
Giuseppe Valadier, ricordati dall'iscrizione di papa Pio VII sul lato est (verso il Colosseo)
dell'attico.

A partire dal XVI secolo, sotto il pontificato di Paolo II e di Sisto IV, vennero effettuati i primi
restauri all'arco che consistettero nella demolizione di alcuni edifici sul lato sud e nella
realizzazione di un contrafforte.

Successivamente l'arco fu inglobato nelle strutture del convento di Santa Francesca Romana (un
tempo Santa Maria Nova) e solo nel 1812-24 ebbe inizio l'intervento di liberazione vero e proprio
già citato.

Ulteriori lavori realizzati nel 1901-02, consistenti nell'abbassamento del livello stradale, ne misero
in luce le fondazioni
Un altro arco di Tito, oggi scomparso si trovava nel Circo Massimo.

Architettura

L'arco di Tito si discosta dagli archi dell'epoca augustea per la mole più compatta e robusta (da
confrontare per esempio con l'arco di Susa), con un distacco ormai netto dai modelli dell'architettura
ellenistica. Qui compare il primo esempio sicuramente datato nella città di Roma di capitello
composito.

L'arco è costruito in opera quadrata di marmo, pentelico fino ai capitelli e lunense nella parte
superiore, con uno zoccolo in travertino e un nucleo interno in cementizio. Le fondazioni sono
attualmente allo scoperto a causa degli scavi che raggiungono in questa zona il livello augusteo. Le
parti dell'elevato oggi in travertino sono dovute al restauro ottocentesco.

Sulle due facciate il fornice è inquadrato da semicolonne con fusti scanalati e capitelli compositi,
che sorreggono una trabeazione, con fregio

Apparato scultoreo

Il fregio sulla trabeazione, con figure piuttosto tozze e ad altissimo rilievo, rappresenta una scena di
sacrificio, raffigurata secondo quello stile più tipicamente romano (scevro cioè da influenze greche),
che si ritrova anche nel piccolo fregio sull'altare dell'Ara Pacis. Si tratta di una precoce introduzione
di stilemi dell'arte plebea nell'arte romana ufficiale, con elementi irreali e disorganici, quali le figure
sproporzionatamente grandi degli animali condotti al sacrificio del suovetaurilia rispetto agli addetti
che li conducono: si può quindi intravedere in questa rappresentazione un interesse predominante
verso la componente simbolica della rappresentazione, piuttosto che verso la verosimiglianza
generale dell'episodio.

La volta del passaggio conserva una ricca decorazione a cassettoni: al centro è raffigurato in una
formella Tito portato in cielo da un'aquila, allusione alla sua apoteosi (divinizzazione dopo la
morte). Un piccolo fregio sull'architrave poi raffigura la pompa triumphalis.

I rilievi più interessanti sono i due pannelli che decorano i lati del fornice, che commemorano due
fasi del trionfo di Tito dopo la cattura di Gerusalemme del 70, durante la prima guerra giudaica.

Il pannello destro (lato nord) mostra l'imperatore Tito sulla quadriga trionfale, incoronato dalla
Vittoria. La quadriga è condotta dalla personificazione della Virtus a piedi, mentre le altre due
figure allegoriche a fianco del carro sono forse Roma e il Genio del popolo romano, o il Senato il
popolo romano. Sullo sfondo si affollano le teste e i fasci dei littori.

Sul lato sinistro (sud) è raffigurato l'ingresso del corteo nella Porta Triumphalis, che è raffigurata
all'estrema destra in prospettiva scorciata. Nella scena si vedono gli inservienti che avanzano coi
fercula (portantine per oggetti), recando gli arredi saccheggiati al tempio di Gerusalemme (uno dei
candelabri a sette braccia, la tavola per il pane di proposizione con i vasi sacri, le trombe d'argento)
e le tabelle ansate con iscrizioni esplicative degli oggetti presi e delle città vinte.

In questi due rilievi, nonostante alcuni convenzionalismi, come la ritmica raffigurazione di profilo
dei cavalli, si osservano alcune fondamentali innovazioni stilistiche: intanto un maggiore
affollamento delle scene, ma soprattutto la straordinaria spazialità data dalla variazione del rilievo
secondo una precisa disposizione delle figure nell'atmosfera e il superamento dell'andamento
rettilineo del corteo.
Andando oltre i traguardi dell'ellenismo, nei due rilievi si nota una differenziazione del rilievo
coerentemente con la collocazione delle figure nello spazio, come se si muovessero in un ambiente
libero, invece dei soliti due o tre piani di rappresentazione. Nel fregio della quadriga si va per
esempio dalle teste dei cavalli a tutto tondo ai littori e le lance appena sagomate sullo sfondo. Ma
soprattutto nella scena della Porta Trionfale il movimentato disporsi delle figure e degli oggetti
sopra le teste riesce a dare l'impressione della circolazione dell'atmosfera attorno ad essi, come se
assistessimo in diretta all'oscillante movimento della processione.

In secondo luogo le figure non si muovono su una linea retta, ma la lettura procede su una grandiosa
curva prospettica convessa, ben visibile nel rilievo della processione, dove a sinistra le figure sono
viste di tre quarti e di faccia, e all'estrema destra di dorso mentre entrano sotto il fornice
illusionisticamente rappresentato della Porta Triumphalis. Lo spettatore ha così la sensazione di
essere circondato e quasi sfiorato dal corteo, secondo un tendenza che verrà ulteriormente
sviluppata nel "barocco" antoniniano dal III secolo in poi.

Tempio di Venere e Roma


Il tempio di Venere e Roma (templum Veneris et Romae) era il più grande tempio conosciuto
dell'antica Roma. Situato nella parte est del Foro romano occupa tutto lo spazio tra la basilica di
Massenzio e il Colosseo. Era dedicato alla dee Venus Felix (Venere portatrice di buona sorte) e
Roma Aeterna.

Storia

Precedentemente si trovava in questo sito l'atrio della Domus Aurea di Nerone, dove era collocato il
colosso dell'imperatore, un'enorme statua bronzea alta 35 metri più la base. Quando Adriano decise
la costruzione del tempio, procedette a ridedicare la statua al dio Sole e la fece spostare, con l'aiuto
di ventiquattro elefanti. I saggi archeologici al di sotto del tempio hanno trovato i resti di una ricca
casa di età repubblicana.

L'architetto del tempio fu lo stesso imperatore Adriano. La costruzione, iniziata nel 121, fu
inaugurata ufficialmente da Adriano nel 135 e finita nel 141 sotto Antonino Pio. L'opera venne
aspramente criticata dall'architetto imperiale Apollodoro di Damasco, che pagò con la vita la sua
audacia. Cassio Dione Cocceiano narra così la vicenda: (Adriano) gli fece recapitare i disegni del
tempio di Venere e Roma per fargli vedere come una così grande opera potesse essere realizzata
anche senza il suo aiuto, e chiedendogli cosa gli sembrasse del progetto dell'edificio. Nella sua
risposta, come primo punto, l'architetto dichiarò che si sarebbe dovuto costruire il tempio su di un
piano sopraelevato, di modo che esso avrebbe potuto meglio dominare la Via Sacra dalla sua
posizione rialzata, e che si sarebbero potuti così creare sottostanti locali capaci di accogliere
macchine teatrali da tener nascoste, rendendo possibile la loro introduzione nell'adiacente teatro
(Colosseo) senza che nessuno le vedesse in anticipo. Come secondo punto, a proposito delle statue
delle dee, disse che erano troppo grandi per l'altezza delle loro celle. "Di fatto," osservò, "se le dee
volessero alzarsi dai loro troni per uscire dal tempio, sarebbero impossibilitate a farlo." Quando
egli scrisse tutto questo ad Adriano così, senza mezzi termini, l'imperatore ne fu irritato, e a
maggior ragione dispiaciuto, essendo ormai troppo tardi per poter rimediare agli errori in cui era
caduto, e incapace di contenere la sua rabbia e il suo rincrescimento, lo fece uccidere.[1] Sempre lo
stesso autore spiega che i rapporti dell'architetto con l'imperatore erano pessimi fin da quando, molti
anni prima, mentre Apollodoro parlava di architettura con Traiano, egli si era rivolto ad Adriano,
che lì presente l'aveva interrotto con alcune osservazioni, invitandolo ad andarsene e aggiungendo:
"Tu di queste cose non capisci niente." [2]
Danneggiato dal fuoco nel 307, fu restaurato dall'imperatore Massenzio. Un ulteriore restauro fu
eseguito sotto Eugenio, un effimero usurpatore (392-394) contro Teodosio I, la cui politica mirava
alla restaurazione dei culti pagani.

Nel IX secolo un terremoto distrusse il tempio.

Le colonne che vediamo oggi, furono dissotterrate e allineate secondo la posizione originaria, per
intervento personale di Benito Mussolini,[senza fonte] nel corso dei lavori per aprire la via dei Fori
Imperiali.

Descrizione

La pianta del tempio

Posto su un podio che misurava 145 metri in lunghezza e 100 metri in larghezza, il peristilio
misurava 110 x 53 metri ed era formato da 10 x 21 colonne (seguendo quindi la formula N = 2n +
1). Due doppi colonnati sui lati lunghi cingevano poi l'area sacra, con dei propilei al centro. Alcune
delle colonne in granito della prima fase adrianea tutt'ora esistenti facevano parte di questi portici.

La peristasi del tempio è scomparsa e ne resta solo traccia in pianta, dove sono state collocate siepi
di bosso e comprendeva originariamente dieci colonne sui lati brevi (tempio decastilo) e ventidue
sui lati lunghi seguendo lo schema dei templi dipteri[3] e quattro davanti ai pronai.

Lo stilobate con gradini seguiva uno stile tipicamente greco, come in auge al tempo di Adriano. Il
tempio consisteva in due cellae adiacenti, orientate simmetricamente verso l'esterno con la parete di
fondo adiacenti. Originariamente non avevano abside ed avevano una copertura piana a travi lignee:
le attuali absidi e le volte furono aggiunte dal restauro di Massenzio. Ognuna delle celle ospitava la
statua di una dea: Venere, la dea dell'amore e fondatrice della gens Iulia, in quanto madre
mitologica di Enea, e Roma, la dea che personificava lo Stato romano, ambedue sedute su un trono.

La cella ovest, dove si trovava la statua di Roma, venne inglobata nell'ex convento di Santa
Francesca Romana, che oggi ospita l'Antiquarium del Foro. Grandi colonne in porfido ne
scandiscono le pareti e fiancheggiano l'abside. È visibile un tratto di pavimento originale e una parte
del basamento in laterizio della statua. Altre colonnine in porfido poste su mensole inquadrano le
nicchie dove erano collocate altre statue, secondo uno schema decorativo tipico dell'epoca imperiale
che si trova anche nella basilica di Massenzio e nella ricostruzione dioclezianea della Curia Iulia.

La cella est, visibile dall'esterno, è peggio conservata, ma resta una parte degli stucchi del catino
absidale.

Ara Pacis

« Non è una grande opera d'arte, ma è una testimonianza estremamente tipica del suo tempo. »
(Ranuccio Bianchi Bandinelli, Roma - L'arte romana nel centro del potere, 1969)

L'Ara Pacis Augustae è un altare (altare della pace augusta) dedicato da Augusto nel 9 a.C. alla
Pace nell'età augustea,[1] intesa come dea romana, e posto in una zona del Campo Marzio consacrata
alla celebrazione delle vittorie, luogo emblematico perché posto a un miglio (1.472 m) dal
pomerium, limite della città dove il console di ritorno da una spedizione militare perdeva i poteri ad
essa relativi (imperium militiae) e rientrava in possesso dei propri poteri civili (imperium domi).
Questo monumento rappresenta una delle più significative testimonianze dell'arte augustea ed
intende simboleggiare la pace e la prosperità raggiunte come risultato della Pax Romana.

Storia

Il Lupercale a colori
Il Sacrificio di Enea ai Penati a colori

La Personificazione di Roma

(LA) (IT)

« [Cu]m ex H[isp]ania Gal[liaque, rebu]s in iis « Quando tornai a Roma dalla Spagna e dalla
provincis prosp[e]re [gest]i[s], R[omam redi] Ti. Gallia [...] compiute felicemente le imprese in
Nerone P. Qui[ntilio c]o[n]s[ulibu]s, ~ aram quelle provincie, il Senato decretò che per il mio
[Pacis A]u[g]ust[ae senatus pro]redi[t]u meo ritorno si dovesse consacrare l'ara della Pace
consa[c]randam [censuit] ad campum [Martium, Augusta presso il Campo Marzio e dispose che
in qua ma]gistratus et sac[er]dotes [et v]irgines in essa i magistrati, i sacerdoti e le vergini
V[est]a[les ann]iversarium sacrific]ium facer[e vestali celebrassero un sacrificio annuale. »
decrevit.] »

(Res Gestae Divi Augusti, 12-2.)

Il 4 luglio del 13 a.C., infatti, il Senato decise la costruzione di un altare dedicato a tale
raggiungimento in occasione del ritorno di Augusto da una spedizione pacificatrice di tre anni in
Spagna e nella Gallia meridionale.
La dedica, cioè la cerimonia di consacrazione solenne, non ebbe però luogo fino al 30 gennaio del 9
a.C., data importante perché compleanno di Livia, moglie del princeps.

Il monumento era collocato con un'entrata sull'antica via Flaminia e una verso il Campo Marzio.
Nel II secolo d.C. il livello della zona si alzò notevolmente e l'ara dovette essere circondata da un
muro di mattoni: ormai sporgeva dal terreno solo a partire dai fregi figurati.

La scoperta dei primi blocchi scolpiti, appartenenti all'altare, risale al 1568, sotto Palazzo Peretti in
via in Lucina, sito di un teatro, in seguito trasformato in un cinema. Questi rilievi presero varie
strade: per esempio la Saturnia tellus entrò nelle collezioni medicee e finì agli Uffizi.

Altri scavi risalgono al 1859, quando furono recuperati il rilievo di Enea e la testa di Marte del
rilievo del Lupercale. Nel 1879 van Duhn riconobbe i frammenti come provenienti dall'Ara di
Augusto. Nel 1903 e nel 1937-1938 furono intrapresi scavi regolari, conclusi quando, ricomposte
tutte le parti (non senza alcune inesattezze, come l'orientamento dell'altare), l'altare fu collocato in
un padiglione appositamente costruito presso il Mausoleo di Augusto, a ridosso del lungotevere nel
luogo dove sorgeva la dogana del Porto di Ripetta, e ad una certa distanza dal luogo dove doveva
originariamente trovarsi (ovvero sotto il palazzo Fiano-Peretti). L'inaugurazione del nuovo museo
avvenne il 23 settembre 1938, in occasione del bimillenario augusteo.

Descrizione

L'aspetto dell'Ara Pacis è stato ricostruito grazie alla testimonianza delle fonti, agli studi durante gli
scavi e alle raffigurazioni su alcune monete romane.

L'Ara Pacis è costituita da un recinto quasi quadrato (m 11,65 x 10,62 x h 3.68), elevato su basso
podio, nei lati corti del quale si aprivano due porte, larghe 3,60 metri, a cui si accedeva da una
rampa di nove gradini; all'interno, sopra una gradinata, si ergeva l'altare vero e proprio. La
superficie del recinto presenta una raffinata decorazione a rilievo, esterno e interno. Nelle scene la
profondità dello spazio è ottenuta mediante differenti spessori delle figure.

Quattro pilastri angolari corinzi, più altri quattro ai fianchi delle porte, sono decorati sull'esterno da
motivi a candelabra e lisci all'interno. Essi sostengono l'architrave (interamente ricostruita, senza
parti antiche) che, secondo le raffigurazioni monetarie, doveva essere coronata da acroteri.

L'Ara Pacis è un monumento chiave nell'arte pubblica augustea, con motivi di origine diversa: l'arte
greca classica (nei fregi delle processioni), l'arte ellenistica (nel fregio e nei pannelli), l'arte più
strettamente "romana" (nel fregio dell'altare). L'aspetto era quindi eclettico e la realizzazione fu
certamente opera di botteghe greche.

L'aspetto politico-propagandistico è notevole, come in molte opere dell'epoca, con i legami evidenti
tra Augusto e la Pax, espressa come un rifiorire della terra sotto il dominio universale romano.
Inoltre è esplicito il collegamento tra Enea, mitico progenitore della Gens Iulia, e Augusto stesso,
secondo quella propaganda di continuità storica che voleva inquadrare la presa di potere
dell'imperatore come un provvidenziale ricollegamento tra la storia di Roma e la storia del mondo
allora conosciuto. Non a caso Gaio e Lucio Cesari sono abbigliati come giovanetti troiani, così
come è illuminante l'accostamento tra il trionfo di Roma e la Saturnia Tellus, l'età dell'oro.

Decorazioni esterne
L'esterno è decorato da un fregio figurato in alto e da elaborati girali d'acanto in basso; i due ordini
sono separati da una fascia a meandro; queste fasce decorate si interrompono quando incontrano i
pilastri per poi proseguire sugli altri lati.

Nella parte bassa si ha un'ornamentazione naturalistica di girali d'acanto e, tra essi, piccoli animali
(per esempio lucertole e serpenti). I girali si dipartono in maniera simmetrica da un unico cespo che
si trova al centro di ogni pannello. Possiamo notare un'eleganza e una finezza d'esecuzione che
riconducono all'arte alessandrina. La natura viene infatti vista come un bene perduto, secondo uno
dei temi della poesia di quel tempo: basti pensare a Virgilio e Orazio.

La fascia figurata si divide in quattro pannelli sui lati delle aperture (due per lato) e un fregio
continuo con processione-assemblea sui lati lunghi, che va letto unitariamente come un'unica scena.

Pannelli sul lato principale

I due pannelli figurati del lato principale, dal quale si accedeva all'altare, rappresentano il Lupercale
e il Sacrificio di Enea ai Penati.

Il Lupercale

Di questa scena (posta a sinistra) restano solo pochi frammenti, ma che comunque permettono di
ricostruire la mitica fondazione di Roma: vi si riconosce il dio Marte armato, padre dei gemelli
Romolo e Remo e divinità protettrice dell'Urbe, e il pastore Faustolo; essi assistono, presso il Ficus
ruminalis, all'allattamento dei gemelli da parte della lupa, tra i resti di piante palustri che
caratterizzano lo sfondo.

Il Sacrificio di Enea ai Penati

A destra si trova il Sacrificio di Enea ai Penati. Vi si riconosce Enea col figlio Ascanio presso un
altare rustico, assistiti da due giovani camilli. L'altare è avvolto da festoni e vi vengono sacrificati
primizie e la scrofa bianca di Laurento. Il sacrificio è destinato ai Penati (protettori) di Lavinio, che
presenziano alla scena affacciandosi da un tempietto sulla roccia, posto sullo sfondo in alto a
sinistra. Enea ha il capo velato e veste un mantello che gli lascia scoperto parte del busto atletico. In
mano reca lo sceptrum. Ascanio è dietro di lui (secondo alcuni potrebbe essere anche Acate) e ci è
pervenuto solo nel frammento della mano destra appoggiata a una lancia e di una parte delle vesti,
all'orientale.

Pannelli sul lato secondario [modifica]

Sull'altro lato si trovano i rilievi della Personificazione di Roma, quasi completamente perduto, e
della Saturnia tellus.

La Personificazione di Roma

Questo rilievo, pervenutoci in resti molto scarsi, permette di riconoscere sulla destra solo una
personificazione di Roma in abito amazzonico, seduta su una catasta d'armi.

La Saturnia tellus

Questo pannello è uno dei meglio conservati, pervenutoci praticamente integro. Si tratta di una
complessa allegoria di una mitica terra dell'Età dell'oro. Il rilievo rappresenta una grande figura
matronale seduta con in grembo due putti e alcune primizie. Ai lati si trovano due ninfe seminude,
una seduta su un cigno in volo, simbolo dell'aria, e l'altra su un drago marino, simbolo del mare;
questi due animali predominanti riecheggerebbero la serenità della pace, cioè terra marique: la pace
in terra e in mare. Anche il paesaggio ha elementi allegorici: a sinistra è fluviale, con canne e
un'oinochoe dal quale fluisce l'acqua, al centro è roccioso con fiori e animali (una giovenca
accasciata e una pecora che pascola), mentre a destra è marino. L'interpretazione della scena non è
univoca: la figura centrale potrebbe essere una Venere Genitrice o una personificazione dell'Italia, o
forse ancora della Pax: forse queste interpretazioni erano fuse in un'ideologia ambivalente della Pax
Romana dell'epoca di Augusto. D'altronde non è da escludere la presenza di Venere, che farebbe
coppia col rilievo della personificazione di Roma, i cui culti saranno poi accoppiati.

Fregio della processione

Sui lati lunghi è raffigurata la processione per il voto dell'Ara, divisa in due parti: una ufficiale, coi
sacerdoti, e l'altra semiufficiale con la famiglia di Augusto. La lettura va concepita unitariamente,
con quattro sezioni: metà di quella ufficiale e metà di quella semiufficiale per lato, in maniera da
facilitare la concezione unitaria del fregio. Ma se le due scene della processione ufficiale sono una il
seguito dell'altra, le due scene della famiglia imperiale vanno considerate come una accanto all'altra.

Sebbene l'identificazione dei personaggi non sia indiscutibilmente certa, è ormai generalmente
accettata. L'insieme rievoca le Panatenee del fregio continuo del Partenone di Atene. In ogni caso la
scena non va interpretata come un reale corteo, così come potrebbe essere avvenuto nel 13 a.C.,
poiché Augusto sarebbe diventato pontefice massimo solo nel 12 a.C., né può essere la processione
del 9 a.C., perché Agrippa era già morto, Tiberio e Druso erano in campagne militari nell'Illirico e
in Germania. Si tratta quindi di una raffigurazione politica ideale, da mettere in relazione con le
gravi incertezze di quegli anni legate alla successione, che troveranno una temporanea soluzione nel
6 a.C. con la crisi e l'esilio volontario di Tiberio.

Lato sud

La scena più importante e meglio conservata è sul fianco meridionale[2], con personaggi della
famiglia imperiale. La successione delle figure ricalca un preciso schema protocollare, legato alla
successione al trono come era concepita da Augusto attorno al 10-9 a.C. Anche la divisione in
primo e secondo piano delle figure (piani che diventano enfaticamente tre nella raffigurazione della
famiglia di Augusto e Livia) non è casuale.

La processione ha inizio con la raffigurazione lacunosa di littori (secondo la tradizione dodici), un


camillo che porta la cassetta sacra del collegio pontificale (l'acerra) e il lictor proximus, che
cammina all'indietro: egli secondo la tradizione infatti non volge le spalle al magistrato e al sommo
sacerdote.

Seguono quindi una serie di togati, a partire dall'imperatore Augusto col capo velato nella veste di
pontefice massimo. Chiudono il corteo ufficiale, in primo piano, i quattro flamines maiores (dialis,
martialis, quirinalis e iulialis). Il Flamine iulialis è quello dotato di un vera e propria fisionomia,
questo perché era un vero parente di Augusto, Sesto Appuleio. L'ultimo personaggio religioso è il
flaminius lictor, col capo coperto e l'ascia sacra sulla spalla.

A questo punto, dopo un netto stacco, inizia la processione della famiglia imperiale, coi personaggi
disposti secondo la linea dinastica all'epoca della costruzione dell'altare.
Per primo si trova Agrippa, morto nel 12 a.C., pure col capo coperto, posto di profilo; seguono il
piccolo Gaio Cesare (nipote e figlio adottivo di Augusto), Giulia maggiore, figlia di Augusto, o
Livia, sua moglie, prima di Tiberio, suo figlio; sconosciuto è il personaggio in secondo piano; la
donna dopo di lui è Antonia minore, che tiene per mano il piccolo Germanico, figlio di lei e di
Druso maggiore, il quale si trova subito dopo; il gruppo seguente è di Antonia maggiore e i suoi
figli Gneo Domizio Enobarbo (futuro padre di Nerone) e Domizia Longina, seguiti da suo marito
Lucio Domizio Enobarbo; il personaggio che fa cenno di silenzio a questi bambini parrebbe non
essere né Mecenate né Orazio, secondo alcune interpretazioni proposte, ma uno degli Appulei, forse
Marco console nel 20 a.C., figlio di una sorellastra di Augusto e fratello del Flamine iulialis.

Lato nord

Il lato nord è peggio conservato e ha quasi tutte le teste dei personaggi rifatte nel XVI secolo. In
cima prosegue la processione secondo l'ordo sacerdotum, con gli auguri, forse recanti dipinti o le
insegne del loro potere, e i quindecemviri sacris faciundis, riconoscibili dal camillo con l'acerra dai
simboli di Apollo; seguono i septemviri epulones, anch'essi identificabili dai simboli dell'acerra del
secondo camillo.

Riparte poi, in parallelo con la processione del lato sud, la sfilata dei personaggi della casa
imperiale, aperta da Lucio Cesare e da sua madre Giulia maggiore, figlia di Augusto (che quindi
sarebbero alla stessa altezza di Agrippa, sull'altro lato); segue un fanciullo abbigliato come un
camillo, forse il figlio di Iullo Antonio. A questo punto è la volta di Claudia Marcella maggiore col
console Iullo Antonio, e la piccola Giulia minore; poi Claudia Marcella minore, il figlio e il marito
Sesto Appuleio, console nel 29 a.C., del quale i resti sono molto scarsi.

La successione al trono quindi era rigidamente raffigurata in due rami principali, corrispondenti
ciascuno a un lato, e iniziava quindi da Giulia o da Agrippa, coi relativi figli, poi i figliastri di Livia
(Tiberio e Druso), seguite dalle due Antonie e le due Marcelle.

Decorazioni interne

La superficie interna del monumento reca nel registro inferiore scanalature verticali simulanti una
palizzata, riproduzione di quella provvisoria eretta alla constitutio dell'ara. Questo steccato, presente
negli altari romani più antichi fin dal VII-VI secolo a.C., veniva ancora costruito per i templi
augurali che precedevano il luogo sacro vero e proprio.

In quello superiore si trovano festoni sorretti da bucrani, cioè crani di buoi con ghirlande, con al
centro, sopra le ghirlande, dei phialai. Anche questo motivo deriva dalla costruzione provvisoria
lignea del 13 a.C. tra i due ordini corre una fascia a palmette e fiori di loto.

Altare

L'altare è costituito da un podio di tre gradini su ciascun lato, sul quale poggia un basamento che
presenta altri cinque gradini solo su un fronte, dove passava il sacerdote che celebrava il sacrificio
sulla mensa, utilizzata per le offerte delle spoglie di animali e stretta tra due avancorpo laterali.

La mensa occupa tutto lo spazio interno del recinto dal quale è separata da uno stretto corridoio il
cui pavimento è leggermente inclinato verso l'esterno.

Le due sponde laterali presentano un pulvino di coronamento con girali vegetali e leoni alati.
L'altare è decorato con personaggi femminili sullo zoccolo, allegorie forse delle province
dell'Impero, mentre nel fregio superiore che gira all'interno ed all'esterno della mensa vi è la
raffigurazione del sacrificio che vi si celebrava annualmente, con le Vestali ed il pontefice massimo
(all'interno), accompagnati (nel rilievo esterno) da camilli, sacerdoti vittimarii e dagli animali
destinati ai suovetaurilia: di questo rilievo è ben conservata solo la fiancata sinistra.

Sull'altare le figure sono rappresentate ad altissimo rilievo, ben diverse da quelle dei piani
sovrapposti nel recinto esterno. Tali contrapposizioni, ben illuminanti sulla bipolarità dell'arte
romana, si ritrovano anche negli archi trionfali, nei pannelli con scene di diverso tipo (allegorico e
allusivo contro scene tratte dalla realtà idealizzata).

Colori

Il 22 novembre 2009 dalle 21:00 alle 24:00[3] il lato principale e quello secondario sono stati
illuminati a colori con una tecnologia virtuale applicata per la prima volta nella storia
dell’archeologia su un monumento di età romana.