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Canto XI - Purgatorio

Il canto tratta del peccato della superbia, considerato da Dante il più grave. Vengono presentati tre personaggi che incarnano vari tipi di superbia: Omberto Aldobrandeschi per la superbia della stirpe, Oderisi da Gubbio per la superbia dell'artista e la caducità della fama, e Provenzano Salvani per la superbia del potere politico.
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Canto XI - Purgatorio

Il canto tratta del peccato della superbia, considerato da Dante il più grave. Vengono presentati tre personaggi che incarnano vari tipi di superbia: Omberto Aldobrandeschi per la superbia della stirpe, Oderisi da Gubbio per la superbia dell'artista e la caducità della fama, e Provenzano Salvani per la superbia del potere politico.
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Canto XI, il peccato della

superbia
“Non è il mondan romore altro ch’un ato
di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perché muta lato”.

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–versi 100-102, canto XI, Purgatorio
Il peccato più grave: la superbia
Il canto XI costituisce il canto centrale del ciclo sulla superbia. Tale peccato è
considerato da Dante come il più grave di tutti, all’origine di tutti gli altri peccati.

Dalla superbia infatti vennero causati i due peccati più gravi della storia del cosmo e
dell’umanità: la ribellione di Lucifero e il peccato originale di Adamo ed Eva.

La superbia è un peccato tipico dell’uomo, che inorgoglisce l’animo, portando


all’incapacità di riconoscere i propri limiti e alla ducia in una superiorità ttizia. Ciò
porta i peccatori ad un vero e proprio isolamento e disprezzo degli altri, considerati
inferiori.

Dopo la morte, tuttavia, la fama terrena svanisce, non lasciando altro che un vago
ricordo destinato a morire col tempo, mentre l’unica eternità è solo quella concessa da
Dio.
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Il canto si apre con la preghiera del Pater Noster, recitato dalle
anime in favore dei vivi.

Tale preghiera è ricchissima di riferimenti al tema dell’umiltà,


che è riconoscimento della miseria e della pochezza umana in
confronto alla potenza del potere divino:

“Venga ver’ noi la pace del tuo regno,


ché noi ad essa non potem da noi,
s’ella non vien, con tutto nostro ingegno”
(versi 7-9)

“Dà oggi a noi la cotidiana manna,


sanza la qual per questo apro diserto
a retro va chi più di gir s’affanna”
(versi 13-15)
Vari tipi di superbia
Dante e Virgilio nel canto incontrano tre personaggi
che, seppur essendo molto differenti tra loro e avendo
vissuto vite apparentemente totalmente diverse, sono
accomunati dall’obbligo di dover espiare la stessa colpa.

Dante sfrutta tali personaggi, per analizzare i vari tipi di


superbia; ogni anima con cui parla diventa infatti
rappresentante di un differente tipo di tale peccato:

- Omberto Aldobrandeschi - superbia della stirpe

- Oderisi da Gubbio - superbia dell’artista

- Provenzano Salvani - superbia del potere politico


Omberto Aldobrandeschi
Omberto Aldobrandeschi è la prima anima con la quale
Dante parla.

Egli rappresenta la superbia della stirpe, originata


dall’orgoglio di appartenere ad un antico e nobile casato.
Ciò lo porta quindi a sentirsi superiore a tutti e a
disprezzare chiunque non appartenesse alla sua famiglia,
“Io fui latino e nato d’un gran Tosco:
dimenticando che dopo la morte la nobiltà e la fama Guglielmo Aldobrandesco fu mio padre,
perdono qualsiasi valore.
non so se ‘l nome già mai fu vosco”
In realtà il semplice vanto familiare di Omberto (“l’antico
sangue e l’opere leggiadre”, “gran Tosco”) non ha nulla di (versi 58-60)
riprorevole: diventa peccato solo quando degenera in
presunzione e disprezzo per il prossimo.
Oderisi da Gubbio
Oderisi da Gubbio è la seconda anima superba con la quale Dante
interagisce nel corso del canto. Egli era un famoso miniatore,
descritto da Dante come il maggior esponente della miniatura
romanica.

Il dialogo con Oderisi da Gubbio rappresenta una delle parti più


signi cative del canto, poiché l’anima paccatrice incarna proprio il “La vostra nominanza è color d’erba,
peccato di cui lo stesso Dante si sente colpevole: la superbia
d’ingegno.
che viene e va, e quei la discolora
Il miniatore diventa dunque il portavoce dello stesso Dante
attraverso un monologo sulla caducità e brevità del successo per cui ella esce de la terra acerba”
terreno.

Il peccato di Oderisi è infatti quello dell’auto-esaltazione artistica,


(versi 115-117)
nalizzata al desiderio del raggiungimento di ricchezza e
riconoscimenti terreni, del tutto inutili per il raggiungimento della
salvezza spirituale.

La fama viene paragonata ad un sof o di vento che “muta nome


perché muta lato” e al colore dell’erba che viene e va, scolorita dallo
stesso sole che la fa nascere.
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Provenzano Salvani
Provenzano Salvani è l’ultima anima
presentata da Dante in questo canto. In realtà
egli non pronuncia alcuna parola; la sua storia
viene narrata infatti da Oderisi da Gubbio.

Provenzano era un capo ghibellino, punito per


la sua arroganza e presunzione di voler “E lì, per trar l’amico suo di pena,
divenire signore e padrone di Siena. Egli
rappresenta la superbia del potere politico.
ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,
In questo passo, tuttavia, viene narrato un
grandissimo atto d’umiltà, compiuto da si condusse a tremar per ogne vena”
Provenzano quando era all’apice della propria
potenza: per riscattare un amico dalla (versi 136-138)
prigionia presso Carlo I D’Angiò, infatti, si
umiliò dinnanzi a tutti i suoi cittadini,
chiedendo l’elemosina.

Tale gesto nobile gli valse un generoso sconto


di pena; Provenzano si sarebbe infatti dovuto
trovare nell’Antipurgatorio, tra le anime dei
negligenti.

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