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Vertebrale_Longobardi sem 2 (nel sem 1 non ci sono state lezioni di vertebrale)

Introduzione
In passato a livello del rachide l’Osteopatia veniva vista come un trattamento della colonna che utilizzano vari
tipi di approcci: fasciale, viscerale, strutturale, emozionale...
Le tecniche strutturali sono quelle che vanno ad invertire parametri della disfunzione, cioè mandano la stut-
tura nel senso opposto a quello in cui si trova.
Spesso si snobbano le tecniche strutturali sulla colonna, perché non si è capaci di farle. In realtà i pochi studi
scientifici che sono stati fatti dimostrano che il trattamento osteopatico sulla colonna è efficace almeno quan-
to la somministrazione di farmaci.
Prima di scegliere una tecnica bisogna sicuramente valutare il Pz (farsi un’idea del suo quadro anatomico,
fisiologico, emotivo e livello del dolore causato dai suoi sintomi). Una volta fatto questo l’Osteopata deve poi
scegliere la tecnica più adatta e nella sua cassetta degli attrezzi non devono mancare, accanto alla lima e alla
carta vetrata, il martello e lo scalpello, perché se deve abbattere un muro può farlo in modo efficace solo con
il martello. Certo bisogna anche dire che, piuttosto che usare male il martello, è meglio usare la lima. Magari
si raggiunge un risultato limitato ma almeno non si fanno danni.
Quindi nel corso di base di Osteopatia cercheremo di darvi una competenza più che buona in questi 6 anni
di scuola.

Colonna vertebrale (CV)


Sul piano frontale
La CV presenta, nel soggetto sano, un allineamento senza curvature laterali.

Sul piano sagittale


Ci sono tre curvature fisiologiche: lordosi cervicale, cifosi dorsale, lordosi lombare.
La presenza di curvature ha una notevole importanza perché rendono la colonna più elastica e resistente.

Nel neonato non ci sono curvature tranne un’unica cifosi dorso–lombare primaria (perché compare per prima)
e funzionale (perché sostiene globalmente la colonna). Durante lo sviluppo motorio la cifosi unica si modifica
fino alla comparsa della lordosi cervicale intorno al III-IV mese (è una lordosi di compenso perché in questo
periodo il bambino comincia a controllare il capo in posizione seduta, per poter dirigere lo sguardo). Durante
il passaggio dalla posizione quadrupedica alla posizione eretta si ha la comparsa della lordosi lombare (sem-
pre per adattamento alla gravità). Questo ricalca quello che è stata la filogenesi, quando l’uomo è passato
dalla stazione quadrupedica a quella bipede.

Le lordosi della colonna


Le curve lordotiche (cervicale e lombare), essendo strutture adattative, spesso presentano dei sintomi.
Poiché si trovano a contatto inferiormente e superiormente con strutture compattative e contenitive (bacino,
torace...), devono avere una funzione adattativa:
- alle sollecitazioni
- al peso
- alle strutture sovra (catena discendente) e sottostanti (catena ascendente)
Questo è il motivo della loro vulnerabilità.

Ad es. la lordosi lombare è influenzata da:


zona prossimale sottostante > bacino
zona prossimale sovrastante > colonna dorsale e torace

Essendo influenzata da tutti questi fattori, nella valutazione osteopatica si considera non solo la zona del
sintomo, ma anche le strutture adiacenti che potrebbero essere causa del sintomo (visceri, organi interni,
vertebre adiacenti, sacro, etc etc)
Bisogna essere acuti e veloci ad individuare la causa e soprattutto pratici nelle manovre.

La colonna che non presenta curvature fisiologiche è ancora più vulnerabile perché diminuisce la sua flessibil-
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ità e soprattutto la sua resistenza. In fisica la resistenza di una colonna è pari al numero delle curve al quadrato
+ 1  R = N2+1

Questo concetto ci porta ad una considerazione pratica ovvero che la presenza di queste curve è fonda-
mentale per il corretto funzionamento della colonna stessa: per es le persone che presentano una colonna
completamente piatta o molto verticalizzata sul piano sagittale (spesso corrisponde ad una soggetto alto e
longilineo) sono spesso soggette a dolori della colonna vertebrale perché è una colonna più fragile e meno
elastica (in quanto le curve donano elasticità alla struttura) e quindi non hanno una colonna priva di sintoma-
tologia.
Questo vale sia da un punto di vista costituzionale che da un punto di vista pratico. Per es. chi mantiene una
posizione seduta con la schiena iperestesa e utilizza una respirazione toracica (utilizzando i muscoli accessori
della respirazione) è sicuramente più predisposto a sviluppare microtraumi della colonna poiché la colonna
in posizione iperestesa da un punto di vista meccanico di contatto posteriore con le articolazioni costo-verte-
brali è una colonna che presenta un grado di rotazione che diminuisce (poiché non si trova nella sua posiz-
ione fisiologica): la rotazione della testa (del rachide cervicale) non è di 90° ma di 50-55°, per poter arrivare ai
90° la rotazione della colonna continua fino all’ultima vertebra lombare che fa 1 grado di rotazione (a livello
del rachide lombare abbiamo 5° di rotazione, 1 per ogni vertebra).
Ciò ci deve far pensare che una persona che non ruota la testa può avere un problema non solo sul rachide
cervicale ma anche nelle porzioni più distanti della colonna.
Tornando al soggetto in posizione seduta la rotazione del capo non si esaurisce a livello cervicale ma arriva in
modo determinante fino alla IV-V vertebra dorsale e quindi se la schiena è iperestesa si blocca la rotazione di
tutta la colonna e quindi viene sollecitata in maniera particolare la regione cervicale. Questo ci dimostra come
sia importante che queste curve abbiano un loro grado di adattamento. Se andiamo in un eccesso di gradi
allora andiamo verso le ipercifosi o iperlordosi e possiamo parlare di dismorfismo o paramorfismo.

Sempre restando sul tema della globalità se ammettiamo che la rotazione cervicale prosegue sul rachide ar-
rivando anche a livello più basso possiamo giustificare dei sintomi che non corrispondono per forza al punto
in cui vi è la problematica meccanica-funzionale; quindi ritornando al discorso sulla curva cifotica rispetto alle
due curve lordotiche (che sono adattative e secondarie), viene bene da pensare come le due lordosi (la cer-
vicale e la lombare) sono delle curve non solo secondarie ma anche molto adattative ed è per questo che
sono le curve in cui compaiono le maggiori sintomatologie. Vi sarà capitato di incontrare molte più persone
che denunciano dolore a livello della curva cervicale o lombare rispetto alla curva dorsale.
Questo perchè queste regioni sono due aeree meno protette e meno stabilizzate. Prendiamo per es. la regione
lombare localizzata tra il bacino, che ha una mobilità relativamente stabile e condizionata dall’appoggio degli
arti, e il tronco, la colonna dorsale (costituita dalle costole e dagli organi interni) che è un’altra struttura molto
compatta, stabile. Tra il tronco e il bacino abbiamo la colonna lombare che, al di là della struttura muscolare,
non ha nessun sostegno osseo (se paragonato per es. al torace che è invece un blocco più solido): quindi
la zona lombare, come succede spesso alle lordosi, è una zona adattiva che deve e può adattare quelle che
sono le componenti ascendenti e discendenti (pensiamo a quelle meccaniche e viscerali) che rendono la re-
gione lombare più vulnerabile. Tra le altre cose il disco intervertebrale tra la V vertebra lombare e l’osso sacro
è quello più soggetto a problematiche: subisce la maggiore sollecitazione, è l’unico disco che presenta una
forme cuneiforme, ha infatti uno spessore anteriore che è circa 1,5-2 volte di quella posteriore (gli antropologi
dicono che questa forma si sta modificando e magari tra qualche migliaio di anni, visto che è il punto dove è
avvenuta di più la sollecitazione dalla stazione quadrupedica a quella bipede, potrà subire ulteriori modifica-
zioni). Non a caso a livello statistico la maggior parte delle problematiche risiede a livello lombare.
La stessa cosa avviene a livello cervicale, poichè è una zona adattativa e perchè si trova anch’essa tra due zone
più compatte quali il dorso e il cranio, il quale ha un suo peso e un suo volume e che, al di là della mobilità in-
trinseca del cranio, rappresenta una sfera di un certo peso che si trova appoggiata ad una struttura che anche
in questo caso è sostenuta solamente da muscoli come la regione lombare. Ecco perchè a livello cervicale, da
un punto di vista meccanico, si hanno tante sintomatologie.
Pensate solo che se uno ha una gamba più alta o una spalla più storta, per mantenere l’orizzontalità dello
sguardo, dovrà fare degli sforzi adattativi continui del rachide cervicale, che solleciteranno questa struttura in
maniera importante.
Questo però ci porta a fare un’altra considerazione, che spesso non è sufficiente lavorare a livello delle zone
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adattative: quando una persona viene da noi con un sintomo, istintivamente siamo portati a mettere una
mano sulla zona che fa male, con la palpazione cerchiamo di migliorare localmente la problematica. Invece
bisogna sforzarsi di capire quando il problema non è situato come causa nella regione ma può essere l’effetto
di una disfunzione che deriva da un’altra regione.
Questo approccio (lavorare nella zona che fa male) non è sbagliato in assoluto, non bisogna fare l’errore op-
posto di avere un atteggiamento distaccato verso la regione dolorante, ma non bisogna neanche ostinarsi a
trattare unicamente la regione che procura dolore; posso anche trattare la zona interessata, ma se dopo una
settimana o due il Pz torna con lo stesso sintomo, devo andare a ricercare qualche altra cosa.

Excursus sulla figura dell’osteopata: noi siamo meccanici, ma anche idraulici ed elettricisti perchè se andiamo
a lavorare su una struttura meccanica come una vertebra, che vede affiancate altre strutture come le radici
nervose, andremo a ripristinare un corretto funzionamento anche del nervo; si lavora anche sul drenaggio
dell’infiammazione poiché l’edema - elemento che mantiene le componenti infiammatorie - che si crea, osta-
cola il corretto funzionamento della regione interessata dall’infiammazione.
Pensate per es. ad un’ ernia del disco che di per sé può essere sintomatologica, poiché il disco intervertebrale
ha un’innervazione propria oppure perchè va a premere su alcune strutture importanti, diventando quindi un
agente meccanico che va ad influire sull’aspetto elettrico, oppure ancora perchè entra in gioco l’edema che
toglie spazio e diminuisce la possibilità della radice di muoversi liberamente.
Ciò accade spesso quando parliamo del rachide e delle problematiche a distanza soprattutto quando la re-
gione interessata dal sintomo non ha possibilità di trovare sollievo attraverso il movimento (compensatorio)
della regione sovrastante. Ci sono però dei casi in cui l’ernia deve essere operata, ma rispetto all’orientamento
che si aveva vent’anni fa, gli ortopedici e i neurochirurghi sono molto più prudenti perchè si è visto che i Pz
operati di ernia hanno molto spesso recidive o comunque non risolvono la sintomatologia. Tuttavia i Pz che
hanno un’ernia vera, senza altre problematiche, per es. a livello viscerale, stanno bene, a livello del bacino
tutto funziona e a livello della colonna non ci sono adattamenti. Sono le persone dove noi possiamo fare vera-
mente poco poiché è veramente l’ernia a creare il problema, e la maggior parte sono destinate all’ intervento,
diciamo un 5%.
La maggior parte dei Pz si ritrovano molto più impicciati e con una serie di condizionamenti sui quali invece
ci si può lavorare (ci sono anche quei Pz che dopo una settimana di riposo e l’antidolorifico stanno di nuovo
bene). Il Pz quindi richiede l’aiuto dell’osteopata e/o del fisioterapista che fanno il proprio lavoro e che spesso
non agiscono localmente, per es: se si fulmina una lampadina, nel senso che voi avete tutte le lampade accese
mentre una è fulminata, la prima cosa che vi viene da pensare è di mettere le mani sulla lampada (cioè di agire
localmente) ma se la lampadina funziona è inutile cambiare 10 volte la stessa lampadina perchè quella non si
accenderà mai (è inutile insistere sul punto che fa male se non è quello ad originare il dolore), naturalmente
uno comincia a muoversi sul circuito per trovare l’interruttore del dolore e per cercare dove si trova la causa.
Ciò non è facile da fare perchè spesso, questo interruttore, non è in vista e passa inosservato. Ci sono delle
cose molto semplici e delle cose molto complesse, spesso delle cose molto complesse si risolvono anche in
maniera inaspettata, per es. persone che vengono con un dolore all’arto inferiore, che hanno fatto un quantità
cospicua di analisi ed indagini e nessuno gli ha saputo dare una spiegazione, presentano un semplice scivola-
mento della tibia.
Questo perchè il mal di schiena non è il problema del Pz ma è la manifestazione di un problema/sintomo che
spesso non risiede lì quindi bisogna andarselo a cercare.

Ritornando alla colonna, questa è una lezione introduttiva così cerchiamo di rendere un pochino più concreto
e reale nel lavoro di tutti i giorni quello che noi andiamo a fare, sennò sembra veramente che facciamo solo
i meccanici e noi dobbiamo dimostrare con quello che facciamo e con quello che sappiamo che noi non an-
diamo a fare solamente “CRI-CRAK” (come alcuni ci dicono) ma faccio CRIK perchè c’è una disfunzione osteo-
patica, che mi condiziona la meccanica, il drenaggio e la conduzione elettrica.
La grossa differenza teorica-filosofica tra l’osteopatia e la chiropatrica è una differenza che poi nella realtà
non ci dovrebbe essere (parlo non come approccio ma come idea filosofica iniziale). Per l’osteopatia la regola
dell’ARTERIA è suprema (Still diceva che il sangue deve arrivare e circolare nei tessuti, dove non arriva o dove
arriva male è presente una stasi e si crea il problema) ovunque noi abbiamo un sintomo abbiamo anche una
stasi venosa o un’ischemia. Per la visione chiropratica (che fu fondata da Palmer, un allievo di Still) invece è
il NERVO che è supremo. Certo entrambi sono due aspetti importanti della problematica, però nella chiro-
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pratica questo porta a lavorare praticamente solo sulla colonna vertebrale (adesso di meno perchè anche la
chiropratica si è evoluta) e a ragionare sempre sul discorso che bisogna liberare i nervi, mentre in osteopatia
si lavora anche e soprattutto per liberare la vascolarizzazione/il drenaggio, ed è questo il motivo per cui Still
era fissato su questo discorso dell’arteria suprema. Non è una regola ma una cosa concreta che trova riscontro
nella pratica e nella cura dei sintomi che presenta il Pz (lui trattava per es. Pz con dissenteria per liberare le vie
di drenaggio dell’intestino, lavorava sui meso e sugli epiploon per cercare di ricreare gli scambi perchè c’era,
come spesso accade nei processi infiammatori, una stasi ed un blocco del circuito il quale non riesce a trovare
una via d’uscita).

Morfologia funzionale della colonna


Osservando la colonna su un piano sagittale possiamo distinguere due zone funzionali:
pilastro anteriore> che corrisponde alla sovrapposizione dei corpi vertebrali e dei dischi intervertebrali, a
costituire la colonna portante del nostro organismo. Dall’alto verso il basso i corpi aumentano di grandezza,
dato che il peso da sostenere è maggiore.
pilastro posteriore> rappresenta la colonna dinamica
è formata dall’arco post, dalle apofisi spinose e dalle apofisi trasverse (che danno inserzione ai muscoli)
Tra queste due zone c’è la funzione di protezione della colonna per il midollo spinale e le radici nervose.

La colonna vertebrale è composta da:


- 7 vertebre cervicali > a livello più alto ci sono le prime due vertebre cervicali, che hanno caratteristiche molto
differenti dalle altre, l’occipite poggia proprio sulla prima cervicale, che è l’atlante, a formare la giunzione
cranio-cervicale, e di fatto qui l’occipite funziona quasi come una vertebra
- 12 dorsali > che si articolano alle 12 paia di coste
- 5 lombari
- 5 sacrali > fuse tra loro a formare l’osso sacro, e con gli iliaci costituiscono il bacino
- 3-5 coccigee. Questa zona è molto importante in quanto:
a) è zona di protezione/inserzione del filum terminalis e della dura madre
b) è parte posteriore del pavimento pelvico (a forma di rombo, è il diaframma del piccolo bacino), ha una
relazione con la funzionalità degli organi del piccolo bacino (delimitato anche dalle tuberosità ischiatiche e
dalla sinfisi pubica)
c) è un’importante zona viscerale del bacino.
Inoltre è la struttura dove termina la colonna vertebrale e punto di corrispondenze neurologiche che poi pos-
sono portare influssi su tutta la colonna, come per es. nei Pz che riferiscono mal di testa dopo aver preso una
botta a livello del coccige, il quale soffre sia per il trauma diretto che per la compressione della giunzione.

corpo vertebrale
La vertebra tipo
Le vertebre sono morfologicamente molto differ-
enti tra loro, ma hanno una struttura simile nelle
componenti che le costituiscono.
Se si scompone una vertebra tipo nelle sue parti
costitutive si constata che essa è formata da due
parti principali, il corpo vertebrale davanti, e
l’arco posteriore dietro.

arco posteriore

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Anteriormente
Abbiamo il corpo vertebrale il quale
è, a seconda del livello che prendi-
amo in esame, la zona nella quale
avviene il sostegno della colonna
ma anche degli arti sup e inf.
È formato da un piatto sup ed uno
inf costituiti da osso compatto e da
una zona interna costituita da osso
spongioso.
Globalmente si articola con il corpo della vertebra sovra e sottostante attraverso il disco intervertebrale costi-
tuito da tessuto fibrocartilagineo.
Il corpo vertebrale è attraversato da trabecole ossee che si organizzano a seconda delle forze di pressione e
trazione a cui la vertebra è sottoposta.
Avremo linee di forza:
• longitudinali che si dirigono posteriormente
• trasversali e oblique che dal corpo vanno verso le trasverse
• dal piatto superiore vanno verso la spinosa e verso la faccetta articolare sup
• dal piatto inferiore vanno verso la spinosa e verso le faccette articolari inferiori

Quindi troviamo trabecolature che vanno


dai piatti verso la spinosa
dai piatti verso gli articolari e
dai piatti e dal corpo stesso verso le trasverse.
Tutte queste direzioni di forza creano, come abbiamo detto in fisica per le curve della colonna, la resistenza
della vertebra che è una resistenza ma nello stesso tempo una struttura meno pesante di quello che sarebbe
un osso pieno. L’osso pieno si spacca molto più facilmente rispetto ad un osso che ha un sistema di trabeco-
lature che corrispondono a tutte le forze che la vertebra riceve e restituisce. La cosa importante è che su un
piano sagittale tutte queste linee si intersecano nella parte peduncolare (o peduncolo), che di conseguenza
è la parte della vertebra più sollecitata e vulnerabile. La rottura di questa zona è detta spondilolisi (congenita
o traumatica), cioè una rottura in questa regione della vertebra, che provoca di fatto una soluzione di con-
tinuo tra il corpo vertebrale e l’arco posteriore. Spesso però questa soluzione di continuo è mantenuta da
altre strutture e in alcuni casi può essere anche di origine congenita per una mancata fusione o meglio una
mancata calcificazione dei nuclei di ossificazione che porta ad una minore resistenza del corpo vertebrale ris-
petto all’arcata posteriore (vi sono poi delle radiografie specifiche che evidenziano la frattura del peduncolo
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attraverso delle proiezioni oblique).
Se alla spondilolisi segue lo scivolamento anteriore del corpo vertebrale parleremo di spondilolistesi.

Posteriormente
peduncoli apofisi
Posteriormente al corpo abbiamo la zona dinamica della vertebra, che si ma-
terializza in alcune strutture che sono: trasversa
- il peduncolo = unione funzionale fra il pilastro ant e quello post. È quella
regione della vertebra che congiunge la parte postero esterna della vertebra
all’arco posteriore della vertebra stessa; è una zona di passaggio indubbia-
mente molto critica in quanto qui avviene una trasmissione di forze molto
importanti.
- l’arco vertebrale è la struttura che segue il peduncolo, ed è formato dalle
lamine lateralmente, le quali si riuniscono posteriormente nell’apofisi spino- massiccio
lamina
sa, che è la parte che riusciamo a palpare e visionare dall’esterno. articolare spinosa
La regione centrale che va dal peduncolo alle lamine è detta massiccio articolare per la presenza delle apofi-
si articolari sup ed inf; da questi massicci si distaccano poi lateralmente le apofisi trasverse. L’arco post
delimita insieme alla parte posteriore del corpo vertebrale il canale rachideo.

Le faccette articolari
Hanno un orientamento nello spazio che è differente nei vari livelli della colonna, nel senso che sono ori-
entate su piani diversi.
Ci sono delle faccette articolari SUP e delle faccette articolari INF, perché una coppia si articola con le faccette
della vertebra sovrastante, e una coppia con quelle della vertebra sottostante.

Caratteristiche di una vertebra LOMBARE


Nella vertebra lombare si può notare come l’altezza e il diametro del corpo siano maggiori rispetto a quelli
delle vertebre toraciche e cervicali. Sul piano orizzontale, il diametro latero-lateralmente è 1,5-2 volte mag-
giore del diametro antero-posteriore. Inoltre la zona lombare è una zona della colonna adattativa, di sosteg-
no con delle necessità di dinamicità nettamente maggiori rispetto alle altre aree. Ha la forma di una sezione
di cilindro (od ovale).

Le faccette articolari della regione lombare hanno un orientamento parasagittale (cioè che si avvicina molto
al piano sagittale), in cui:
la faccetta inf guarda avanti-fuori e leggermente in basso,
la faccetta sup guarda dietro-dentro e leggermente in alto.
I due orientamenti maggiori sono:
- quella inferiore > verso FUORI e
- quella superiore > verso DENTRO (ciò spiega perchè parliamo di orientamento su un piano parasagittale).

proc. spinoso faccetta L2 processo


articolare
corpo vertebrale SUP
articolare
processo SUP proc. mamillare processo
articolare INF costiforme
proc. accessorio

processo processo
articolare SUP costiforme
forame peduncolo
vertebrale
corpo faccetta
vertebrale articolare
INF
corpo vertebrale processo proc. spinoso
zona anulare articolare
periferica INF
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proc. spinoso faccetta
L4 processo
articolare articolare
SUP proc. mamillare corpo vertebrale SUP
processo
processo costiforme
proc. accessorio
costiforme

lamina e pedun-
colo vertebrale processo
articolare SUP
forame
vertebrale incisura
vertebrale faccetta
corpo superiore
vertebrale articolare
INF processo proc. spinoso
articolare
INF

L5
lamina processo
proc. spinoso dell’arco articolare
vertebrale INF processo
forame articolare
faccetta corpo vertebrale SUP
vertebrale articolare
SUP processo
processo costiforme
costiforme

incisura processo
vertebrale sup articolare SUP
peduncolo
corpo dell’arco
vertebrale vertebrale

faccetta proc. spinoso


articolare
INF
Elementi importanti per la PALPAZIONE
1. Grandezza del corpo vertebrale e orientamento delle faccette articolari.
2. Le spinose delle vert. lombari si trovano, su un piano sagittale, a livello del corpo vertebrale corrispondente
(in corrispondenza del bordo inf della vertebra). Inoltre la spinosa lombare è una spinosa massiccia e nella
parte posteriore è particolarmente palpabile e larga (è una fettuccia non una punta), tranne la spinosa della
V vert lomb che è molto più a punta rispetto alle altre. Avremo quindi degli spazi tra le spinose abbastanza
piccoli (anche perché il Pz è prono e sta in lordosi).
3. La trasversa della vert lomb si trova, sempre nella proiezione sagittale, nella parte alta del corpo; ciò sig-
nifica che la spinosa si trova più in basso rispetto alla trasversa della stessa vertebra.

RIEPILOGO
1. corpo vertebrale
2. peduncolo (passaggio dal corpo alla parte dinamica della vertebra)
3. massiccio articolare
4. le tre apofisi: l’apofisi trasversa e le due faccette articolari o apofisi articolari
5. le lamine che sostituiscono la regione post al massiccio articolare e si riuniscono nell’apofisi spinosa

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Legamenti processo articolare inf
- Disco intervertebrale: vero e capsula dell’articolaz
proprio elemento legamentoso zigo-apofisaria
con funzione di stabilizzazione. leg longitud. ant processo articolare inf
È una struttura di sostegno tra processo trasverso
corpo sup e corpo inf al cui in- vertebracorpo di una
lombare processo spinoso
terno c’è il nucleo che è la parte
disco leg giallo
gelatinosa e più vitale del disco.
intervertebrale leg interspinoso
- Legamento longitudinale ant:
parte dall’occipite e arriva al leg longitud. ant leg sovraspinoso
sacro, è adeso più al corpo ver- foro intervertebrale
tebrale e meno al disco, limita i
leg longitud. post
movimenti di estensione.
- Legamento longitud. post:
parte anch’esso dall’occipite e
arriva al sacro. Si trova dietro il
corpo vertebrale all’interno del canale midollare. È più adeso al disco e meno al corpo vertebrale (questo
determina una maggiore sollecitazione a livello dei dischi con una maggiore percentuale di erniazione), limita
i movimenti di flessione.
- Legamenti gialli: uniscono lateralmente le lamine (vanno dalla lamina sovrastante alla lamina sottostante)
sono detti gialli perchè ricchi di elastina, quindi molto elastici. Hanno la funzione di proteggere del midollo.
- Legamenti interspinosi: vanno dalla parte inferiore della spinosa sovrastante alla parte superiore della
spinosa sottostante.
- Legamento sovraspinoso: è un unico fascio che dal sacro arriva all’occipite (nella parte cervicale prende il
nome di leg nucale), unisce globalmente e nella parte più esterna le spinose.
- Legamento intertrasversario: disposto lateralmente alla vertebra tra la trasversa sup e la trasversa inf, limita
i movimenti di inclinazione. Il leg di dx limita l’inclinaz a sin e quello di sin limita l’inclinaz dx.
- Capsula articolare: su ogni articolazione (4 per ogni vertebra) rappresenta il mantenimento dell’articolazione
stessa.

Tutti i legamenti limitano i movimenti di flessione. Il legamento longitudinale anteriore è l’unico che limita il
movimento di estensione perché poi intervengono l’arco posteriore e il contatto delle apofisi spinose.

PRATICA
Pz prono, reperimento delle spinose lombari a partire dall’alto (D12) oppure dal basso (osso sacro).

Approccio alla regione


1. Troviamo le basi del sacro
2. Sopra le basi troviamo le trasverse di L5 (molto difficili da palpare)
3. Dalle SIPS procedo a 45° ca. verso l’alto dovrei intercettare la spinosa di L5
4. Se vado a livello della cresta iliaca e tiro una linea immaginaria che unisce le due creste dovrei trovarmi a liv-
ello della spinosa di L4, da qui mi dirigo diagonalm (45° ca.) verso l’esterno e dovrei trovare le spinose di L5.
5. Dalla spinosa, se voglio palpare il processo trasverso, mi dirigo verso l’esterno e leggermente verso l’alto.
Un modo per capire se sto su L4, L5 o sul sacro è quello di prendere in considerazione la dimensione della
trasversa poiché la spinosa di L5 è molto più piccola della spinosa di L4.

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processo canale vertebrale
articolare sup
processo corpo vertebrale
mammillare
processo
trasverso
corpo vertebrale

foro vertebrale

processo peduncolo
accessorio (o radice)
processo processo
spinoso trasverso

processo processo
articolare sup accessorio
lamina processo
mammillare lamina
processo processo
articolare inf spinoso

sem 3 Fierro
PRATICA

FLESSIONE ESTENSIONE
Movimenti articolari

DIVERGENZA = ANTERIORITA’ = FLESSIONE  allontanamento di una faccetta articolare rispetto all’altra, lo


spazio tra le due spinose aumenta.

CONVERGENZA = POSTERIORITA’ = ESTENSIONE  si ha quando le faccette articolari si ingaggiano, si av-


vicinano una all’altra e lo spazio tra le due spinose diminuisce.

In entrambi i casi si potranno avere delle disfunzioni simmetriche o bilaterali, cioè che interessano tutte e due
le faccette articolari, sia quella di dx che quella di sin, “bilaterali” significa che sono bloccate entrambe.

Se faccio un movimento di FLEX le spinose di due vertebre si allontanano, c’è più spazio tra esse; ma in
NEUTRALITA’ degli spazi “anomali” possono indicare una probabile disfunzione, a patto però di verificarla
con dei test di mobilità, perché possono esserci delle anomalie costituzionali, morfologiche, tali da darmi
spazi importanti ma fisiologici in quel soggetto. È importante quindi sempre il concetto di mobilità, mettere
la struttura in movimento per definirne la disfunzione.

(È molto importante anche considerare la respirazione. Per es durante l’INspirazione globalmente tutte le
curve si riducono, e a livello lombare avremo una flessione, mentre a livello dorsale un’ estensione. È impor-
tante perché esiste un test di mobilità basato proprio sulla respirazione, in cui, preso appoggio sulle spinose,
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si va a valutare l’escursione articolare delle vertebre sia nella fase espiratoria che in quella inspiratoria).

Disfunzione vertebrale
Con questo termine s’intende una vertebra le cui faccette articolari inferiori sono in disfunzione rispetto alle
faccette articolari superiori della vertebra sottostante. Perché è importante questo concetto? Perché quando
facciamo la tecnica di chiusura in chiave dobbiamo focalizzarla, per liberare la faccetta articolare (o le faccet-
te) che ci interessa, vale a dire le faccette articolari inferiori della vertebra soprastante.
Siccome una vertebra ha 4 articolazioni (due superiori e due inferiori), per convenzione - quando si parla di
disfunzione - s’intende quanto detto sopra, altrimenti non si saprebbe a quali articolazioni si fa riferimento.

Ora stiamo facendo le disfunzioni simmetriche, ossia quelle disfunzioni che riguardano entrambe le faccette
articolari inf della vertebra in disfunzione. Questo tipo di disfunzioni seguono la II Legge di Freyette, in cui
R=S, ossia la rotazione della vertebra è dallo stesso lato dell’inclinazione (side). È una disfunzione che può
interessare anche solo 1 vertebra.

Esistono delle disfunzioni simmetriche o bilaterali e delle disfunzioni asimmetriche.


Le disfunzioni seguono la prima o la seconda legge di Freyette.
Nella I legge di Freyette: inclinazione = rotazione
Nella II legge di Freyette: inclinazione = rotazione
Un esempio della I legge �������������������������������������������������������������������������������������
è la scoliosi, ����������������������������������������������������������������������
perch�����������������������������������������������������������������
é abbiamo la rotazione in un senso e l’inclinazione nel senso op-
posto. Nella I legge devono essere coinvolte almeno 3 vertebre. Si tratta di una disfunzione che riguarda un
gruppo di vertebre, almeno 3. La riduzione si fa sulla vertebra apicale, ossia quella centrale delle 3.

Nella II legge può essere coinvolta anche solo 1 vertebra.

Esempi di disfunzioni bilaterali simmetriche


Disfunzione vertebrale bilaterale in F
Le faccette articolari sono divergenti (oppure anteriori bilaterali)
Lo spazio tra le spinose è ampliato.
a) Se ad una vertebra in disfunzione bilaterale in F faccio fare una flessione, avrò la seguente situazione:
le faccette articolari divergono ancora di più e lo spazio tra le spinose si amplia ulteriormente
b) Se ad una vertebra in disfunzione bilaterale in F faccio fare una estensione, avrò la seguente situazione:
le faccette articolari rimangono invariate, non possono convergere perché sono incastrate.
Quindi la denominazione di vertebra in disfunzione bilaterale in F significa che la vertebra pu������������
ò ancora an-
dare in F, in avanti, mentre non può andare in E, indietro. Ricordate che la disfunzione denomina il senso della
maggiore ampiezza.

Disfunzione vertebrale bilaterale in E


Le faccette articolari sono convergenti (oppure posteriori bilaterali).
Lo spazio tra le spinose è ridotto.
a) Se ad una vertebra in disfunzione bilaterale in E faccio fare una flessione, avrò la seguente situazione: le
faccette articolari rimangono invariate, non possono divergere perché sono incastrate.
b) Se ad una vertebra in disfunzione bilaterale in E faccio fare una estensione, avrò la seguente situazione:
le faccette articolari possono avvicinarsi ancora di più.

Valutazione della colonna lombare


Per arrivare a definire una disfunzione lombare si procede così:
1. osservazione globale e movimenti (F del tronco, inclinazione laterale, rotazione, leggera E)
2. palpazione
3. test di pressione
4. test di mobilità

Quindi si parte da una zona ampia e si arriva sull’articolazione bloccata, ossia una determinata faccetta arti-
colare inferiore bloccata.
10
Osservazione
Osservo i movimenti che può compiere la colonna lombare, vale a dire: flessione, estensione, inclinazione,
rotazione. È un’ossevazione di massima. La colonna lombare in posizione di neutralità presenta una lordosi.

STATICA_Pz di spalle
La colonna lombare è una zona di lordosi, dobbiamo immaginarla in neutralità.
Osservo se la lordosi è accentuata, armonica, alta o bassa.
Osservo come il tronco è stato montato sul bacino, se è shiftato.
Come sono i triangoli della taglia?
Immagino un filo a piombo che cade dall’occipite al sacro e verifico se questa linea incontra i corpi vertebrali
oppure no. Se non li incontra, ciò significa che anche i dischi vertebrali sono spostati. Se le spinose sono spo-
state posso immaginare che in quella zona ci siano delle tensioni e forse dolore.

Pz di profilo
Vedo se la curva è accentuata o no, se il bacino - in senso generico - è in conversione anteriore o posteriore e
se c’è un po’ di pancetta.

Domanda: la pancetta è un problema di lassità muscolare o c’è dell’altro? Oppure, è la pancetta a causare
l’iperlordosi o il contrario? Risposta: pensate che i muscoli sono un accessorio, un po’ come la carrozzeria di
una macchina, mentre ad un Osteopata interessa il più delle volte vedere che cosa c’è all’interno. La carrozze-
ria può avere una piccola ammaccatura e quindi il muscolo presentare un piccolo stiramento, causato da un
motivo x, ma quello che ci interessa di più è il cuore della struttura, sono le strutture portanti, il motore (vale a
dire i visceri) e tutta la circolazione dei fluidi. Pensate che tutto il pacchetto viscerale è in una sacca, che ade-
risce alla parete parietale posteriore. Inoltre tutti i visceri hanno dei legamenti, che si chiamano meso, che si
attaccano sulla parete parietale posteriore, che è aderente alla colonna e fascialmente ha una continuità su di
essa. Quindi se c’è qualcosa che tira verso il basso, la colonna si deve adattare, perché è stata creata apposta
come un susseguirsi di vertebre e di articolazioni. La colonna è la risultante di altre problematiche. Si può dire
che l’osteopatia non cura l’ernia del disco ma fa una messa a punto in seguito alla quale la colonna trova un
assetto migliore e non va a dar fastidio all’ernia. Quindi le tensioni sulla colonna possono avere origine visce-
rale, fasciale, emotiva.
Torniamo alla domanda sulla pancetta. Perché il corpo si mette in questa posizione? In questa posizione la-
vorano i muscoli accessori della respirazione, localizzati nella parte alta del torace. Di conseguenza il centro
frenico del diaframma si abbassa molto. Così facendo va a premere sulla parte alta dei reni dove si trovano le
ghiandole surrenali, che producono adrenalina, noradrenalina e cortisolo. L’adrenalina serve a rispondere a
situazione in cui ho bisogno di una reazione rapida: di attacco o di fuga, quindi una reazione anche di tipo mu-
scolare. Il cortisolo è il cortisone naturale e serve ad abbassare la soglia del dolore. La reazione di attacco o di
fuga dovrebbe essere momentanea e durare poco, mentre il problema nasce quando dura ore, giorni, anni. In
una situazione del genere, siccome i muscoli si attaccano sulle vertebre, schiacciano e comprimono e quindi
possono provocare un’ernia del disco a livello cervicale, il tunnel carpale, addormentamento delle mani.
Questo per dire che quando si tratta una schiena bisogna farsi moltissime domande, perché un mal di schiena
può avere una causa banale oppure no.

DINAMICA_Flessione
Guardo se c’è un’armonia, osservo le spinose. A livello lombare le spinose non sono tanto evidenti. Devo far
attenzione se il Pz flette le anche anziché le vertebre lombari, perché questo indica una rigidità lombare.

Inclinazione laterale
Osservo se ci sono delle vertebre che non seguono.

Rotazione
L’Osteopata tiene il bacino.

Estensione
Non è molta a livello lombare però vale la pena valutarla, perché se è assente indica che c’è un blocco.
11
Palpazione_Pz prono
Valutazione delle spinose. L’Osteopata appoggia indice e medio di entrambe le mani a dx e sin delle spinose
1) fa una pressione verso il basso, per far uscire la spinosa in esame tra le dita (Fig. 1)
2) fa scivolare la pelle sulle spinose e valuta la spinosa della vertebra superiore e quella della vertebra inferiore
(Fig. 2). Si può sentire se sono allineate o se ce n’è qualcuna fuori asse. Se con la punta delle dita si va a sbattere
contro una spinosa, vuol dire che quella vertebra è ruotata. Da ricordare che le spinose lombari sono lunghe
talvolta anche cm 1,5 - 2.
Per la II legge di Freyette�������������������������������������������������������������������������������������
:������������������������������������������������������������������������������������
�����������������������������������������������������������������������������������
����������������������������������������������������������������������������������
inclinazione ��������������������������������������������������������������������
= rotazione. Quindi quando si conosce la rotazione si sa anche l’in-
clinazione. A questo punto manca solo il parametro di F o E. Per valutarlo si deve sentire se c’è spazio tra una
vertebra e l’altra.
3) Si mettono gli indici sopra e sotto la spinosa in esame (Fig. 3). Da ricordare che L4 si trova a 45° dalla SIPS.
4) La conferma si ha appoggiando le mani sopra le creste iliache e unendo i pollici al centro: L4 (Fig. 4). La
palpazione non dice se c’è una disfunzione ma evidenzia solo la posizione delle vertebre in neutralità. Per
evidenziare una disfunzione si devono fare i test di mobilità.

1 2 3

4
Test di mobilità
1. Si basa sulla respirazione. In INspiraz la colonna lombare fa una F (in generale in INsp tutte le curve della
colonna sono meno accentuate, quindi per appiattire una lordosi bisogna fare una F). Chi invece sente di inar-
care la schiena in Insp, deve attribuirlo ad un’ anormalità, dovuta ad una cattiva respirazione diaframmatica.
Ricorda: i bambini respirano di pancia.
L’Osteopata, con le mani sulle spinose, chiede al Pz di INsp e sente che cosa succede (Flessione) e lo stesso
durante l’Esp (Estensione). A quel punto può denominare la disfunzione.

sem 3_Longobardi

Fisiologia vertebrale
Nella valutazione di una vertebra, il punto di riferimento è sempre la vertebra sottostante; ma per testare la
mobilità, devo considerare la NEUTRALITA’ della vertebra stessa, che è lo stato dal quale si parte per mettere
in movimento la struttura. Dello stato di neutralità della vertebra consideriamo principalmente due elementi
fondamentali:
a) parte STATICA (ant)  la sovrapposizione dei corpi vertebrali tramite i dischi intervertebrali, che determi-
nano la COLONNA STATICA ovvero quello che supporta i carichi;
b) parte DINAMICA (post)  la sovrapposizione degli archi, provvisti non a caso di apofisi, muscoli e lega-
12
menti deputati alla mobilizzazione delle vertebre.
Consideriamo lo stato di mobilità o immobilità di una vertebra rispetto alla sottostante con al centro il
disco intervertebrale. Notiamo che a livello lombare il nucleo polposo è spostato un po’ indietro.

Neutralità
È lo stato in cui la vertebra si trova in appoggio discale rispetto alla sottostante. Le faccette articolari sono
in stato di quiete. Vi è un equilibrio muscolo-legamentoso a dx e sin. È una condizione ideale per iniziare la
mobilità.
Parliamo di condizione di neutralità rispetto ai movimenti che si possono produrre, quindi una vertebra in
neutralità non avrà né uno stato di flessione, né di estensione, né di rotazione, né di inclinazione, ma rispon-
derà alla forza di pressione con un appoggio discale nel quale si ha una reazione della struttura discale, che
come sappiamo ha una duplice funzione, oltre alla funzione legamentosa, in quanto adesa ai piatti vertebrali,
ha anche una funzione di ammortizzazione, per cui risponde, con l’appoggio sul condilo discale; anche a livel-
lo delle faccette articolari abbiamo una situazione di neutralità, in quanto non essendo in movimento, si trova
in una condizione di riposo; la reazione a questo appoggio è anteriore; equilibrio muscolare e legamentoso di
tutte le componenti posteriori. La vertebra si trova quindi in uno stato di equilibrio tra tensione e detensione,
sia a dx che a sin della vertebra stessa.
Neutralità = appoggio discale / reazione alla pressione / non impegno delle faccette articolari / equilibrio
delle strutture muscolari e legamentosi alla vertebra connesse.

Mobilità vertebrale
Dalla situazione di neutralità, mobilizzando la vertebra, si possono avere 2 tipi di movimenti:

1) movimenti simmetrici. Sono quelli in cui la parte dx e quella sin della vertebra compiono lo stesso movi-
mento. Sono i movimenti di flessione e estensione bilaterali (bilaterale perché il movimento fa riferimento
alle due faccette articolari)
2) movimenti asimmetrici. Sono quelli in cui la parte dx fa un movimento e quella sin ne fa un altro. Sono i
movimenti di inclinazione e rotazione dx o sin.

Movimenti simmetrici
Flessione bilaterale (dalla posizione neutra)
Partendo da uno stato di neutralità, durante la flessione, la vertebra sovrastante compie un’inclinazione del corpo
vertebrale in avanti, quindi globalmente il corpo vertebrale si inclina in avanti. Lo spazio intervertebrale diminuisce
anteriormente, e il nucleo viene sospinto all’indietro.
Il corpo vertebrale s’inclina avanti, tanto che la parte ant del corpo vertebrale guarda in avanti-basso, mentre
la parte post va in avanti-alto. Poiché anteriormente si riduce lo spazio, il disco è compresso e il nucleo pol-
poso fugge posteriormente.
Tutte le strutture legamentose post sono in tensione, vale a dire:
leg long post
leg interspinosi
leg sovraspinosi
leg gialli
Le faccette articolari inf della vertebra soprastante vanno avanti-alto (si può dire anche in divergenza).
Questo movimento avviene teoricamente in 2 tempi:
1) preparazione del movim > le faccette si preparano ad allontanarsi
2) divergenza vera e propria
Divergenza = flessione = anteriorità (termini sinonimi)

Estensione bilaterale (dalla posizione neutra)


È il movimento opposto alla flessione, durante il quale la vertebra sovrastante compie uno scivolamento verso la
posteriorità, per cui il corpo vertebrale nella sua porzione posteriore guarda più verso il basso. Lo spazio interverte-
brale diminuisce indietro e il nucleo viene spinto in avanti.
La vertebra sovrastante s’inclina post, la parte post del corpo vertebrale guarda dietro-basso. Lo spazio inter-
vertebrale è più stretto dietro e più largo davanti, quindi il nucleo del disco è spinto verso l’avanti.
13
Il leg long ant e il contatto delle spinose limitano il movimento di estensione.
Le faccette articolari inf della vertebra soprastante vanno dietro-basso (si può dire anche in convergenza).
Convergenza = estensione = posteriorità (termini sinonimi)

Nei movimenti bilaterali/simmetrici di F e E non ci sono componenti di rotaz e inclinaz.

Movimenti asimmetrici
Inclinazione laterale (si abbrevia con S = side)
È un movimento in cui il corpo si inclina sul piano frontale, su un
solo lato, determinando una convergenza della faccetta articolare
di quel lato ed una divergenza della faccetta articolare opposta (per
es. in una inclinazione dx, la faccetta articolare di dx converge e la
faccetta articolare di sin diverge).
La vertebra soprastante s’inclina su un lato realizzando un movi-
mento di convergenza dal lato dell’inclinazione e di divergenza
dal lato opposto. In una inclinaz dx, la faccetta dx va in conver-
genza e quella di sin va in alto e avanti.
I leg intertrasversari dal lato della convessità (o divergenza) limi-
tano il movimento.
Il disco intervertebrale viene compresso dal lato della inclinaz
per cui il nucleo viene spinto verso la convessità (lato opposto
dell’inclinazione).
In questo movimento di inclinazione le faccette articolari fanno movimenti opposti: la faccetta dx va in con-
vergenza, vuol dire che scivola in BASSO/DIETRO; mentre la faccetta di sin, essendo in divergenza, va in ALTO/
AVANTI. Quindi non solo le faccette alzandosi da un lato si abbassano dall’altro, ma vanno anche in avanti o in
dietro seguendo il movimento, questo vuol dire allora che l’inclinazione non è un movimento puro sul piano
frontale (Fryette), ma per le sue condizioni, si accompagna anche alla rotazione.

Rotazione laterale
È il movimento in cui la vertebra, rispetto alle faccette articolari, si posteriorizza da un lato e si anteriorizza dall’altro,
producendo una rotazione del corpo vertebrale, che si definisce dal lato verso il quale ruota la parte anteriore del
corpo vertebrale, e coincide con il lato in cui la faccetta articolare si posteriorizza.
(per es. in una rotazione dx avrò che la faccetta di dx va in posteriorità, la faccetta di sin va in anteriorità, il
corpo ruota a dx nella parte anteriore e la spinosa devia a sin).

Una faccetta della vertebra soprastante si posteriorizza (lato della rotazione), mentre l’altra si anteriorizza. La
rotazione si definisce dal lato in cui ruota la parte ant del corpo vertebrale. Il corpo gira verso la faccetta che si
posteriorizza, mentre la spinosa verso la faccetta che va in avanti.

A livello vertebrale, tranne che per l’Atlante, non esistono movimenti di rotaz e inclinaz puri, ma solo mo-
vimenti combinati. Quindi non posso ruotare una vertebra se insieme non la inclino. Per es. una inclinazione
dx comprende una rotazione dx, se parlo di 2 vertebre.
Questi fenomeni sono sempre presenti nella fisiologia del rachide e sono stati codificati da Fryette.
Fryette ha studiato i movimenti combinati della vertebra, sia nel caso di una vertebra sulla sottostante, quindi
un movimento vertebrale isolato, che nel caso di movimenti di un gruppo di vertebre.
Definiamo gruppo di vertebre, un gruppo di almeno 3 vertebre, chiamando apicale o vertebra apice la
vertebra che si trova al centro; e limitanti o estreme le vertebre che si trovano all’inizio o alla fine.

Se prendiamo in considerazione la colonna lombare, definiamo L3 apicale ed L1 - L5 limitanti. Se abbiamo un


gruppo di 4 vertebre le due centrali sono le vertebre apicali, quella sopra e quella sotto le limitanti.

H.H. Fryette enunciò le leggi dei movimenti fisiologici della colonna vertebrale.
I movimenti della colonna vertebrale sono quelli di Extension-rotation-sidebending (ERS) o di Flexion-side-
bending-rotation (FSR).
14
I movimenti ERS e FSR dipendono dalla morfologia della curva nelle quale si trovano le singole vertebre.
Il movimento fisiologico di una singola vertebra non dipende dunque da se stessa, ma dalla morfologia della
curva di cui si trova a far parte.

Nomenclatura convenzionale internazionale:


E = estensione, F = flessione, N = neutralità, S = inclinazione (side bending), R = rotazione
1° legge di Fryette
Si applica ai gruppi vertebrali.
Dato uno stato di neutralità di un gruppo di vertebre, una incli-
nazione lat è possibile solo se accompagnata da una rotazione
opposta delle vertebre occupate nel movimento.
Se inclino il rachide lombare a dx, contemporaneamente esso
farà una rotazione a sin.
In questo movimento, la rotazione massima avviene sulla ver-
tebra apicale, che si inclina di meno; mentre l’inclinazione mas-
sima avviene tra le limitanti, che ruoteranno meno.
Nel rachide lombare, L3 ruota di più e L1 ed L5 inclinano di più
 NSR sin  rotazione sin / inclinazione dx.

NSdRs S R

Fattori causa di questo movimento:


1. migrazione dei nuclei dei dischi intervertebrali
I dischi sono strutture legamentose e sono adesi ai corpi. Il nucleo, che nella neutraltità è un pò dietro, nella
inclinaz dx per es. migra nella convessità e poiché è dietro ruota la vertebra a sin.
L’inclinazione laterale aumenta la pressione del disco dal lato della concavità; dal momento che anche il disco
è cuneiforme, la sua sostanza (anche il nucleo), compressa, tende a sfuggire verso il lato più aperto, cioè
verso la convessità, da qui la rotazione.
Questo determina durante l’inclinazione, oltre la migrazione verso il lato della convessità, anche una migrazi-
one verso dietro del nucleo, perché il nucleo come parte del disco è adeso ad esso, e ne segue il movimento.
È questo il primo fenomeno che spiega la rotazione dei corpi vertebrali, perché le vertebre trovandosi in neu-
tralità, sono in appoggio discale, nel momento dell’inclinazione, il nucleo, che è già posteriore, oltre ad andare
verso sin, va in dietro-sin, e se una vertebra la porto dietro-sin, vuol dire che sta ruotando a sin.

2. tensionamento delle strutture lat, in part dei leg intertrasversari, dal lato della convessità
C’è una legge fisica della fisiologia articolare, che si applica anche nella fisica biologica, per cui un corpo che è
sottoposto a una forza di trazione o di pressione, modificherà il suo posizionamento nello spazio per evitare il
punto di rottura  ADATTAMENTO. Se faccio un’inclinaz a dx i leg intertrasv di sin sono in tensione. Per sfug-
gire a questa tensione si spostano verso la linea mediana, perché lì diminuisce la divergenza delle trasverse.
Siccome sono post al fulcro del movimento, quando si avvicinano alla linea mediana, trazionano i corpi e li
fanno ruotare. La trazione avviene sul lato opposto a quello in cui avviene la rotazione dei corpi vertebrali.
Questa legge è valida per rachide lombare e dorsale ma non per il rachide cervicale.

È da sottolineare che questi due meccanismi (1+2) sono sinergici e contribuiscono, ciascuno a suo
modo, alla rotazione nello stesso senso dei corpi vertebrali.

Questa rotazione è fisiologica. Tuttavia in certi casi, alterazioni della statica vertebrale dovute sia ad una
anomala ripartizione delle tensioni legamentose, che a delle irregolarità di sviluppo, provocano una rotazione
permanente dei corpi vertebrali. Si realizza così una scoliosi che associa una curvatura o inclinazione laterale
permanente della colonna, ad una rotazione dei corpi vertebrali.
L’ NSR è una rotoscoliosi, in cui la rotazione avviene sempre dal lato della convessità della curva, che corri-
sponde al gibbo posteriore; dal lato dell’inclinazione invece avremo il gibbo anteriore; questo perché, es-
sendo la colonna collegata alle coste, la rotazione di essa, produce un gibbo posteriore, ma la parte dx va in
avanti producendo il gibbo ant (anche se non è un vero gibbo quello ant).
15
In una NSR avremo una rotazione massima nella vertebra apicale mentre nelle vertebre estreme o limi-
tanti avremo la massima inclinazione. Immaginando il gruppo di vertebre L1-L5
L3 (vertebra apicale) > massima R minima S
L1-L5 (vertebre limitanti) > massima S minima R

2° legge di Fryette
Si applica ad una singola vertebra rispetto alla sottostante.
Non essendo in neutralità, ci sarà uno stato di F o di E della vertebra. Se una vertebra rispetto alla sottostante
si trova in uno stato di F o di E, ad una rotazione è sempre accompagnata un’inclinazione omolaterale.
FRdSd S=R
ERsSs S=R
Abbiamo visto che la convergenza e la divergenza mettono insieme due movimenti.
- FRSdx  se sono in uno stato di flessione, mi compare una rotazione e contemporaneamente un’inclinazione
omolaterale, perché nel momento in cui le due faccette articolari devono tornare alla condizione di neutralità,
la faccetta di destra torna, mentre quella di sin rimane li = F / divergenza / anteriorità sinistra.
- ERSsin  se mi trovo in uno stato di estensione, nel ritorno alla neutralità, qualcosa ad un certo punto rimane
in una posizione di blocco su una faccetta articolare, perché una viene avanti e l’altra no = E / convergenza /
posteriorità sin.

la lettera quindi non indica il lato della disfunzione, ma solo il lato della inclinazione-rotazione della vertebra;
non si riferisce alla faccetta in disfunzione.

3° legge di Fryette
I parametri della disfunzione sono tra loro inversamente proporzionali e hanno un’importanza maggiore nell’ordine
in cui sono scritti.
EoF>R>S
N>S>R
- FRS: senza la F non ci sarebbe la disfunzione;
- NSR: senza la N non ci sarebbe la prima legge;
e tutti questi parametri del movimento sono in rapporto di proporzionalità, in quanto la loro somma da un
valore specifico X.
La 3°Legge specifica meglio quello che avviene durante le prime due leggi. I movimenti delle prime due sono
tra di loro inversamente proporzionali e sono d’importanza progressiva in base a come sono enunciati. F ed E
sono i primi elementi che vengono fuori e sono più importanti rispetto a R, che a sua volta è più importante
di S
60 30 10 N 60 30 10
E R S F R S
Nella valutazione della mobilità di una vertebra, devo integrare queste leggi ai test di mobilità, al fine di de-
terminare una possibile disfunzione.

Le leggi di Fryette non trovano applicaz nel rachide cervicale sup C0 (0 = occ sul rachide)- C1 - C2 e in generale
la prima non trova applicaz sul rachide cervicale.

sem 4_ Longobardi

Non si può mai denominare una disfunzione senza aver eseguito dei test di mobilità. Infatti dal semplice po-
sizionamenti della vertebra non si può definire una disfunzione.

Cominciamo con un breve ripasso delle leggi di Fryette.


Sono leggi che servono ad interpretare come dalla fisiologia vertebrale si passa a delle situazioni disfunzi-
onali.
La 1° legge di Fryette si applica ad un gruppo di almeno 3 vertebre: partendo da uno stato di neutralità (N)
quando si produce una inclinazione laterale (S) da un lato avviene una rotazione (R) dei corpi vertebrali in
16
senso opposto.
Quindi la vertebra si trova in appoggio discale, con le faccette articolari non ingaggiate, i tessuti molli, cioè le
fasce e i muscoli sono in pretensionamento quindi non di impegno né da una parte né dall’altra, da questa
situazione di partenza per un gruppo di vertebre un’inclinazione è possibile solo se accompagnata da una
rotazione controlaterale dei corpi vertebrali. La rotazione e l’inclinazione sono opposte e l’osservazione mette
in evidenza che nel gruppo delle vertebre le 2 vertebre marginali hanno la maggiore inclinazione e la minore
rotazione, mentre nella vertebra apicale, che è la vertebra centrale, non si verifica inclinazione ma si ha il mas-
simo della rotazione (se immagino il tratto lombare L1-L5 l’apicale sarà L3, le marginali saranno L1 e L5).
Questo ci permette di individuare la vertebra apicale e soprattutto di poter esercitare su questa vertebra una
manovra correttiva.
Quello che noi chiamiamo NSR altro non è che una scoliosi.
In una scoliosi importante, facendo una RX sul piano frontale si potrà vedere la spinosa della vertebra apicale
che, a causa della rotazione, sarà osservabile, addirittura sul piano frontale.
Nel caso di una disfunzione di un’unica vertebra sulla sottostante facciamo riferimento alla 2° legge di Fry-
ette.
Quindi, che sia chiaro quando diciamo: “disfunzione sulla vertebra sottostante”, oppure “inclinata rispetto alla
vertebra sottostante” che il riferimento è sempre rispetto alla vertebra sottostante.
Si tratta di una disfunzione monovertebrale, cioè rispetto allo stato di neutralità e rispetto al movimento che
può fare la vertebra, una delle due faccette articolari rimane in uno stato di flessione (F) o di estensione (E),
che a sua volta determina una rotazione e una inclinazione, questa volta, però omolaterale, cioè sullo stesso
lato.
Ricordiamo anche la 3° legge: quando in un’articolazione intervertebrale abbiamo un iniziale movimento
in uno dei piani nello spazio si inibiscono o diminuiscono i movimenti di questa articolazione negli altri due
piani dello spazio per cui in una FRS il movimento più importante sarà quello di flessione; rotazione e incli-
nazione saranno di livello minore.
Risposta ad una domanda: per le vertebre cervicali non possiamo applicare la 1° legge perché non esiste lo
stato di neutralità, c’è sempre un contatto interfaccettario.

Classificazione delle disfunzioni a livello vertebrale


Al livello vertebrale vi è uno stato di neutralità della vertebra, in cui essa si trova in appoggio discale e le
faccette articolari non sono ingaggiate né in F né in E. Da questa posizione si possono avere vari tipi di movi-
menti sia simmetrici (F o E) che asimmetrici. Tali movimenti possono andare incontro a delle disfunzioni, che
sostanzialmente sono di due tipi:

Tipo 1 > 1° Legge > disfunzioni NSRdx o NSRsx (S R)


Sono disfunzioni che si organizzano in gruppi di vertebre (1° legge di Fryette). Sono essenzialmente delle
NSR, quindi avremo delle NSRdx e NSRsx dove la S è diversa dalla R (S≠R). Anche se non scrivo NSsxRdx è
sottinteso perché la S (side bending) cioè inclinazione è diversa dalla rotazione, quindi la definizione corretta
sarà ad esempio NSRdx L1-L5 così saprò che l’inclinazione è a sinistra (S), la rotazione è a destra (Rdx) e sarà
indicato anche il gruppo di vertebre interessato (L1-L5) ed io avrò tutti i parametri, inclinazione, rotazione il
gruppo di vertebre interessato.

Tipo 2 > 2° Legge > di una vertebra su quella sottostante (ciò non esclude che anche altre vertebre siano in
disfunzione, magari anche con la stessa disfunzione).
In uno stato di F o E unilaterale, l’inclinazione è preceduta da una R (= rotaz) unilaterale, quindi si avrà una FRS
o una ERS, che significa che una vertebra rispetto alla sottostante fa prima una flessione o un’estensione, a cui
segue una R e un’inclinazione (= S, side) omolaterale.

Le disfunzioni di tipo 2 possono essere:


Tipo 2 > disfunz SIMMETRICHE> F o E bilaterale
Per disfunzione simmetrica s’intende che la parte dx della vertebra fa la stessa cosa della parte sin. Il piano di
simmetria è il piano sagittale che divide il corpo in due metà. Quindi tutte e due le faccette articolari si bloc-
cano in una stessa direzione (F o E).

17
Tipo 2 > disfunz ASIMMETRICHE> sono quelle in cui la vertebra presenta una disfunzione su una sola
faccetta articolare; tale disfunzione può esordire o con una F o con una E.
disfunz asimmetriche MONOLATERALI (in cui R = S)
FRSdx
FRSsin
ERSdx
ERSsin

disfunz asimmetriche BILATERALI> in questi casi, poiché la componente di F o E è diversa


sui due lati, si utilizza il termine di anteriore (flessione /divergenza) o posteriore (estensione/
convergenza) e quindi si definirà la disfunzione come
posteriore dx e anteriore sin
oppure post sin e ant dx.
1) post dx + ant six
2) post sin + ant dx

1 2
Ricapitolando ERSdx o sx POSTdx + ANTsx
FRSdx o sx MONOLATERALI POSTsx + ANTdx BILATERALI
Nelle disfunzioni asimmet-
riche possiamo trovare ques- Sono quelle in cui 1 faccetta Sono quelle in cui entrambe
ti casi: è bloccata in F o E e 1 è lib- le faccette sono bloccate
era di tornare alla neutralità una in ANT una in POST.

Il fatto che riguardi 1 sola vertebra, non esclude che ce ne possa essere più di 1 in uno stesso segmento.
Per es. L3 in disfunzione su L4 che a sua volta può essere in disfunzione su L5. Quindi se trovo più di una ver-
tebra in disfunzione non per forza sarà una disfunzione di tipo 1, ma anche di tipo 2, ad esempio posso aver 2
o 3 vertebre consecutive che hanno una disfunzione di ERS o FRS.

Ai test sarò in presenza di una vertebra in disfunzione di F se essa si riallinea durante la F e viceversa in presen-
za di una disfunzione in E, se la vertebra si riallinea in E. Qualora non si riallinei né in F né in E, sarò in presenza
di una disfunzione bilaterale asimmetrica.

SCHEMA

I TIPO  NSRdx
NSRsx

II TIPO  FLEX
ESTENS.

 ERSdx/sx
FRSdx/sx

 ANTdx + POSTsx
ANTsx + POSTdx

Andiamo a vedere qualche esempio di deviazione di una spinosa ed il relativo ragionamento per attribuire e
denominare una disfunzione.
Ipotizziamo di trovare L3 spostata a sin: rispetto alla linea di simmetria la spinosa a sin ci dice che la vertebra
è ruotata a dx e inclinata a dx; le possibilità sono che ci troviamo di fronte a una ERSdx oppure una FRSdx op-
pure POSTdx +ANTsx.
La disfunzione viene nominata SOLO con il test di mobilità.
Prima di valutare vertebra per vertebra possiamo fare una leggera pressione a livello lombare che ci potrà
evidenziare una zona di restrizione, in questo modo non andremo a valutare le vertebre ma come i tessuti
18
restituiscono il movimento, quindi ricercheremo qualche punto di resistenza, si tratta di una misurazione
qualitativa, non quantitativa. Potremo effettuare delle pressioni vertebra per vertebra, a gruppi di due e a
mano aperta, valuteremo la risposta che otterremo dai tessuti, cercheremo un punto di resistenza, di mag-
giore densità delle strutture sotto la mano; per fare un es, se faccio questo tipo di lavoro sulle due ginocchia
che informazioni potrei ottenere? Forse uno sarà più caldo, o più gonfio, informazioni qualitative.
Torniamo alla nostra spinosa di L3 ruotata a sin, se affermo che si tratta di una FRSdx in base a quali informazi-
oni lo faccio?
Vuol dire che al test di flessione la spinosa si è riallineata in F, segno che le 2 faccette articolari sono in grado
di fare una flessione bilaterale.
Tornando in neutralità vedo che ritorna in rotazione.
Faccio allora il test di estensione e vedo che la deviazione aumenta perché la faccetta di sin è rimasta in flex
mentre la faccetta di dx, che è libera, è andata in estensione.
Per far flettere e ruotare una vertebra a dx bisogna che la faccetta di sin vada avanti.
Questo vale in tutti i casi, in una ERSdx se la spinosa dietro è deviata a sin, facendo la F aumenta la rotazione
e nell’estensione si riallinea, la faccetta di sin è andata in avanti.
Se ne abbiamo una bloccata in flex e una bloccata in est vuol dire la vertebra è ruotata a dx e quindi la causa è
che la faccetta di sin è andata in avanti, ed è il caso delle asimmetriche bilaterali che sono illustrate sopra.

Altro caso: spazi interspinosi con variazioni negli spazi. Mi sembra che lo spazio fra L2 L3 sia più ridotto degli
altri. Faccio il test di mobilità: faccio flettere, cosa succede? Lo spazio si apre? Si.
Durante l’estensione cosa succede, si chiude? No
La disfunzione sarà L2 in flex bilaterale.
Se invece durante la flex non si fosse aperto e durante l’estensione si fosse chiuso avrei avuto L3 in estensione
bilaterale.

Facciamo un pò di test.
Punti di repere per individuare L4 L5 oltre al test con le mani sulle creste iliache, c’è da ricordare che la spinosa
di L5 differisce dalle altre: è più puntiforme, le altre sono più quadrilatere ciò la rende ben identificabile, al-
tro punto di repere importante a livello lombare sono le trasverse, alla palpazione le troviamo più in alto della
spinosa della stessa vertebra.

Se trovo uno spazio più ristretto tra due spinose ma si apre e si chiude vuol dire che non c’è disfunzione. Ri-
cordare che la disfunzione si nomina con il test di mobilità. Quando una spinosa sembra deviata ma non siete
sicuri provate a fare così: a prendere la spinosa fra le dita di una mano e mantenendo la spinosa della vertebra
inferiore con l’altra mano, date una leggera rotazione a dx e a sin (si sentirà la differenza nella qualità dei tes-
suti), oppure andate a sentire le trasverse che saranno (in caso di disfunzione) una più anteriore e una più
posteriore. Attenzione alle disfunzioni asimmetriche in cui una faccetta è bloccata aventi e l’altra dietro.
Gli spazi intervertebrali andranno valutati uno per volta.
I test in F ed E potranno essere effettuati anche attraverso dei test respiratori: a volte i Pz hanno dolore per cui
chiedere loro determinati movimenti sarà difficile, più facile invece fare i test respiratori.

Ecco come vanno effettuati: Pz sul lettino, posizione prona, respirazione più profonda; a livello lombare in-
spirazione = flessione e si può chiedere anche un’apnea di pochi secondi, espirazione = estensione. A livello
toracico sarà l’inverso.
Attenzione perché alcune persone hanno una respirazione molto toracica, cosiddetta respirazione paradossa,
che può alterare i risultati quindi, magari, chiedere al Pz di fare una respirazione più addominale, gonfiando
la pancia.

PRATICA
Tecnica diretta
Ipotizziamo la seguente disfunzione: L3 in ERSdx

Posizionamento del Pz
- Pz in decubito lat (per es. in caso di ERSdx si posiziona il Pz sul lato della rotazione, o della posteriorità cioé
19
a dx)

- lo si mette in asse
dalla testa ai piedi
e in equilibrio an-
cora prima di chiu-
dere le leve

- attenzione alla posizione della


lordosi lombare, soprattutto nelle
donne (un’accentuata lordosi corri-
sponde ad una E e quindi ad un
parametro non ideale). L’Osteopata
riposiziona la colonna lombare,
senza far intervenire il Pz, mettendo
le mani all’altezza dell’iliaco appog-
giato sul lettino.

- si cerca il livello
della disfunzione,
cioé L3 su L4 (indice
e medio della mano
craniale sono sulle
spinose di L3 e L4)

Chiusura in chiave
- si parte dalla leva inf
- si sente il movimento tra L4
e L3 e ci si ferma quando si
sente l’ultimo movimento su
L4 (nelle tecniche articolari è
importante cercare l’ultimo
movimento e non il primo -
come nelle tecniche a energia
muscolare). Il primo movimen-
to che si percepisce è quello
delle fasce. Se si facesse una
tecnica articolare sulla prima barriera visco-elastica, il risultato sarebbe del tutto inefficace.

20
- attenzione
a non far
ruotare il
bacino del Pz,
perché in tal
caso il livello
sale e invece
di L3-L4 si
arriva a L1

posizione errata posizione giusta


- si controlla la leva
inf con le gambe
(a) oppure fissando
il bacino dall’alto
con l’avambraccio
caudale (b).

a b
- oppure, se il Pz è molto
alto, si controlla la leva inf
con il bacino

- si sposta il braccio del Pz per


bilanciare la posizione della
gamba

- si chiude la leva sup con


una presa il più possibile
vicino alla spalla e facen-
do un movimento verso
l’alto (per ottenere una R
a sin di L3 e invertire il I
parametro)

- si fa fare una piccola F*


del tronco (per invertire il
II parametro) si posiziona la testa del Pz in asse con la colonna
e il mento in asse con lo sterno

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*piccola perché per la III legge di Freyette il movimento arriva subito, in quanto si è già su L3

- attenzione a non
lasciare la testa né
appoggiata sul let-
tino né ruotata verso
il soffitto

- si chiede al Pz di
intrecciare le braccia

posizione corretta del braccio craniale posizione scorretta del braccio craniale
(tra il seno e la spalla)

direzione corretta della leva sup e inf direzione scorretta della leva sup e inf
- l’Osteopata si
posiziona, chiede
al Pz di respirare (in
inspiraz mantiene e
in espiraz aumenta
la rotazione) e sente
se il posizionamento
è sufficientemente
preciso tra L3 e L4

22
- se l’Osteopata sente
di aver perso il livello,
cerca con le sue gambe
di muovere la leva inf (o
la leva sup) e far risalire
(o scendere) il cursore

- poi chiede al Pz di prendere aria, espirare e ricontrolla con l’obiettivo di avvicinarsi sempre di più alla bar-
riera articolare. L’Osteopata deve sentire che sopra a L3 e sotto a L4 tutte le vertebre sono chiuse, in modo
che la tecnica avvenga solo tra L3 e L4. Quindi è fondamentale posizionare bene il Pz e fare bene la chiusura
in chiave.

posizione corretta; le posizione scorretta posizione scorretta


spalle dell’Osteopata
sono a piombo sull’anca
e la spalla del Pz
- quando l’Osteopata sente di aver messo in
tensione i tessuti al massimo, dopo una serie di
inspiraz/espiraz, fa un thrust in una fase ESpira-
toria (un ulteriore aumento piccolo e veloce di
R) o sulla leva inf o su quella sup (è indifferente
poiché si tratta di L3).

Non è sempre necessario fare un thrust a coppia.

Il thrust parte dal corpo e non dagli avambracci

23
- variante della presa - nel caso di una
in caso di una disfun- disfunzione alta si
zione di L5 su S1 può partire anche
dalla leva sup

Ipotizziamo la seguente disfunzione: L4 in FRSdx

L4 è in Rdx invertendo la R di L4 inverto un parametro

con la derotazione della leva inf la faccetta di L4 va


ancora di più in posteriorità, ossia verso la correzione
sem 5_Longobardi

Usiamo le TECNICHE DIRETTE per andare direttamente a invertire i parametri di una disfunzione (rispetto al
punto prossimale, su uno o più piani dello spazio).
A livello vertebrale ci organizziamo su tre piani dello spazio. Quando prendiamo in esame una vertebra, sia
nel test sia nel posizionamento, dobbiamo immaginarci come si posiziona nello spazio rispetto ai tre punti di
repere. Quindi le vertebre sono un po’ più complesse da interpretare.
L3 in ERSdx: la faccetta in disfunzione è la dx che si trova in posteriorità (o estensione, o convergenza, tutti
sinonimi). La vertebra è in rotazione dx (movimento sul piano orizzontale), inclinazione laterale (piano fron-
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tale) ed estensione (piano sagittale). Quindi ci sono tanti parametri da considerare quando cerchiamo il po-
sizionamento nella tecnica diretta per invertire i parametri della disfunzione. Cerchiamo sempre di invertirli
tutti, ma delle volte saremo costretti a sacrificare uno o due parametri e saremo così limitati nell’efficacia della
tecnica (ad es. nelle tecniche per le vertebre cervicali), e qualche volta a sacrificare anche il Pz! (ha-ha-ha tutti
a ridere!).
Nelle tecniche dirette andiamo a sentire, cercare l’ultima barriera possibile, che è la barriera articolare, che de-
termina prima un detensionamento delle fasce più superficiali, poi un detensionamento delle fasce più pro-
fonde fino ad arrivare nella zona dei muscoli monoarticolari vicino alla disfunzione, superiamo anche quella
resistenza e facciamo direttamente invertire la posizione alla faccetta articolare in disfunzione: tecnica diretta
con thrust (alta velocità bassa ampiezza). In questa tecnica solo l’operatore è attivo: il Pz è attivo solo per
quanto riguarda la respirazione.

Tecniche DIRETTE
1. Thrust (es. lombar roll) = tecnica ad alta velocità e bassa ampiezza.
2.Tecniche a energia muscolare (TEM) = utilizza la respirazione e la partecipazione del Pz con una contrazione
muscolare. Si fa lavorare il muscolo in contrazione isometr. (in media 3 respirazioni, si può arrivare anche a 5)
Passaggi della tecnica:
- si chiede al Pz di INspirare (NO una grande inspiraz perché altrimenti si perde la chiusura in chiave)
- durante l�������������������������������������������������������������������������������������������������
’������������������������������������������������������������������������������������������������
apnea INspir l����������������������������������������������������������������������������������
’���������������������������������������������������������������������������������
Osteopata chiede al Pz di spingere contro il suo braccio craniale o caudale o en-
trambi (3 sec di contrazione); la quantità delle contrazioni da fare sulla leva sup o su quella inf o su entrambe
dipende da che cosa si sente con i polpastrelli (se per es. si sente che si sta andando troppo in basso, significa
che si sta recuperando troppo sulla leva sup e così nella contrazione seguente si fa lavorare la leva inf oppure
se si sente di essere ben bilanciati si può chiedere una contrazione su entrambe le leve)
- 3 sec di pausa, mentre il Pz espira
- l’Osteopata cerca una nuova barriera visco-elastica

Nelle tecniche a energia muscolare facciamo comunque una tecnica diretta perché invertiamo direttamente
i parametri della disfunzione, ma a differenza del thrust si chiede la partecipazione attiva del Pz. In questo
caso non lavoriamo sulla barriera articolare ma sulla barriera muscolare, sulla barriera visco-elastica, cioè sul
muscolo che mantiene la posizione della faccetta articolare in disfunzione. Quindi non parliamo dei grossi
muscoli paravertebrali, fasici, superficiali del movimento, tipo gran dorsale, romboidi, dentato, ma si tratta dei
muscoli monoarticolari, (es. trasverso spinoso, andare a vederli) i muscoli più profondi della statica, che vanno
dalla spinosa alla trasversa, sono legati ad una sola faccetta articolare.
In che modo andiamo ad agire su questi muscoli? Andando ad agire su una contrazione isometrica. Ad es-
empio: nel gomito, disfunzione di flessione è mantenuta dal flessore. Devo far sì che questo muscolo abbia
una barriera motrice sempre più vicina alla neutralità. Devo far detendere la tensione del flessore che vince
sull’estensore, antagonista. Porto l’articolazione fino a sentire la tensione del flessore. Con la tempistica dei
3sec-3 sec andiamo a recuperare gradualmente sulla tensione del muscolo per avvicinarsi alla neutralità. Se
dovessi invece usare una tecnica diretta andrei ad avvicinarmi, stirando il muscolo, alla barriera articolare,
e qui farei la tecnica diretta. Quindi mi avvicino alla barriera articolare seguendolo durante 2-3 respirazioni
per arrivare al massimo delle possibilità perché dobbiamo superare anche la tensione del muscolo per ar-
rivare alla barriera articolare. Se non si fa una corretta messa in tensione si fa una tecnica sul muscolo, non
sull’articolazione, per cui la tecnica non è efficace! La barriera articolare è l’ultima che compare. Quella musco-
lare è la prima che compare (per tecnica sul muscolo).
Quindi entrambe le tecniche sono dirette. Una con e una senza l’ausiliio del Pz.

Tecniche INDIRETTE
1.Tecniche di aggravamento o tecniche funzionali = si avvicinano le inserzioni, in questo modo il fuso musco-
lare si detende e posso guadagnare in lunghezza. Lavorano su un altro principio: di inibire il muscolo che
mantiene la disfunzione ed eventualmente stimolare il circuito dell’antagonista per rinforzare il muscolo vitti-
ma della disfunzione. Quindi vado ad aggravare (fare ancora di più una rotazione dx stimolando l’antagonista,
il rotatore sinistro).
Es. porta in un Saloon: disfunzione di porta aperta. Tecnica diretta: dò un calcio alla porta e la chiudo. Tecnica
diretta ad energia muscolare: mantengo la porta aperta, ferma, e agisco sulla molla esterna tirandola di più
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e siccome non c’è movimento, la molla, quando lascio, mollerà un po’ perché la sto sfiancando, un po’ alla
volta cede la molla e si chiude la porta. Se no, tecnica di aggravamento: si dà una spinta e la molla interna si
carica, acquisisce energia, e la porta si chiude. Con la tecnica indiretta non solo si aggrava, ma si mantiene
l’aggravamento per un certo numero di secondi, si dà il tempo al sistema di riorganizzarsi, per cui il muscolo
vittima può recuperare sul muscolo vincitore e riportare la porta (vertebra) in neutralità.

NB: Tutte queste sono delle tecniche, non degli approcci! (fasciale, viscerale, craniale..). Es. approccio fasciale,
posso lavorare sulle fasce sia con una tecnica diretta o con energia muscolare o di aggravamento usando pur
sempre un approccio fasciale. Oppure faccio una tecnica funzionale, prendo i 2 lembi e li avvicino, esaspe-
rando l’aggravamento e sento che il sistema riparte nel senso di un allungamento. Non confondere quindi
l’approccio col tipo di tecnica che si sceglie (quindi non dire “no io faccio una tecnica dolce, fasciale, perché
una tecnica fasciale può anche essere una tecnica diretta!).
La tecnica ad energia muscolare: lavoriamo sul muscolo che mantiene la disfunzione. L3 in ERS dx. La vertebra
sottostante, ossia L4, è la mia neutralià. Ho la spinosa deviata a sin, e dovrò detendere il muscolo rotatore di
dx. Posizionerò il Pz come facevo nelle tecniche dirette. Uso la leva superiore per includere la vertebra in dis-
funzione (L3). Posiziono il Pz da quale lato? Lato dx, il lato della rotazione, sia che si tratti della posteriorità vera
(ERS dx), o relativa (es. FRS dx: la faccetta dx è in neutralità ma è relativamente più indietro della sin che è in
disfunzione di flessione, e quindi antero-superiore). Infatti compare la componente di inclinazione: quando la
faccetta va in convergenza, la faccetta va indietro e in basso. Quando va in divergenza, va in avanti e in alto.
L3 in ERS dx: la faccetta è indietro-basso, quindi compare l’inclinazione dx. Pz sul lato dx perché includendo
la disfunzione nella leva superiore vado a realizzare una derotazione: immaginare le spalle del Pz come le
trasverse della vertebra, quando il Pz fa la de-rotazione ruota verso sin le spalle. La leva inferiore invece fa una
rotazione dx che porta relativamente L3 ancora più in rotazione sin, porta la faccetta in disfunzione ancora di
più in anteriorità. Dal lato della disfunzione, L3 va in avanti e L4 va indietro, quindi relativamente si porta verso
la correzione. Una volta posizionato il Pz, raggiunta la barriera visco-elastica, chiedo di fare una piccola con-
trazione o per ritornare verso la disfunzione L3, oppure lavoro sulla leva inferiore nella rotazione opposta, per
andare progressivamente a riposizionare la vertebra in disfunzione per portare progressivamente la faccetta
dx di L3 verso la neutralità. Serve sentire le spinose, siccome lavoro su un piccolo muscolo monoarticolare, io
devo essere preciso! Monitorare costantemente che tutto avvenga tra L3 e L4, quando sento la contrazione, e
quando riposiziono L4 sotto a L3 o L3 sopra a L4.

Il PROTOCOLLO è: Inspirazione (non profonda), Apnea inspiratoria, Contrazione isometrica per 3 sec, 3 sec
di pausa (Pz rilascia la contrazione), Espirazione, durante la quale si recupera la nuova barriera muscolare. Si
ripete per 3-5 volte fino a ottenere un risultato soddisfacente. Eventuali scrosci, movimenti che si dovessero
sentire non ci devono interrompere! La tecnica va completata. Anche con le tecniche dirette, va portata fino in
fondo. L’unica cosa che ci deve frenare è il dolore del Pz, o una gamba che si addormenta, o un dolore riferito,
nella gamba… il dolore è sempre un campanello d’allarme che indica che c’è qualcosa che non va, che non
avevamo valutato bene o non ci siamo posizionati bene.

INDICAZIONE per una TEM:


- un Pz molto rigido, che da un punto di vista muscolare ha una primarietà.
Contrariamente una TEM potrebbe non essere molto efficace su una persona molto lassa: in queste persone
è difficile che il muscolo sia responsabile di una disfunzione (ma non è impossibile)
- in Pz che hanno controindicazioni specifiche o aspecifiche a una tecnica diretta. Le controindicazioni speci-
fiche sono: persone anziane osteoporotiche che hanno una struttura ossea degenerata. Persone in corso di
trattamenti farmacologici particolari (chemioterapia, trattamenti ormonali, trattamenti per osteoporosi). Poi
Pz con controindicazioni, per es. sospetto di un’ernia del disco, che non è una controindicazione assoluta ad
una tecnica diretta, ma ci avverte che la tecn. diretta va utilizzata molto prudentemente, anche se l’ernia è
sospettata dai test che abbia fatto, o dalle indicazioni cliniche che ci dà il Pz. In questo caso ci guida il dolore,
se il Pz fa “Ahi!”, fermarsi.

Fierro
Osservazione del Pz di spalle
Osservazione della STATICA della colonna
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Prendiamo 3-4 punti che ci interessano della sua zona lombare.

- Triangoli della taglia (shift laterale: slittamento del


bacino, da un lato> per essere sicuri possiamo anche
spingere da una parte il tronco e in direzione opposta il
bacino per vedere come va, poi invertiamo le direzioni di
spinta e vediamo dove non va)
- Altezza delle spalle
- Altezza delle creste iliache
- Scapole (altezza e vedere se sono sporgenti o no)
- Ginocchia (recurvatum a livello ginocchia, spesso lo
troviamo quando c’è una rotazione del bacino. Il recur-
vatum serve per compensare il bacino che fa una rotazi-
one, una gamba se ne va più in dietro e l’altra più avanti.
Quindi quello è un indice che su quel bacino ci potrebbe
essere un problema strutturale come una scoliosi, o un
blocco sacrale, un’ NSR…)

In una scoliosi si vede una NSR, ossia un gruppo di ver-


tebre che presenta una Inclinazione (S) da un lato e una
Rotazione (R) dal lato opposto (I Legge di Freyette, S è
diverso a R), o meglio una NSR non è una disfunzione ma
un atteggiamento di più vertebre.
Una scoliosi non fa male quando tutto si muove ab-
bastanza bene, mentre se c’è un blocco nell’escursione
articolare c’è dolore. Per verificare la NSR si fanno dei test
dinamici.

Vedere l’atteggiamento generale, il bilanciamento,


l’appoggio.

Osservazione della DINAMICA della colonna


Poi mettiamo la colonna in movimento e tramite il movimento andiamo a vedere che tipo di disfunzione
potrebbe essere.
Inclinazione laterale
Si chiede al Pz di fare una inclinaz laterale prima a dx e poi a sin. Si osserva se c’è un lato in cui inclina meglio,
se c’è una limitazione. C’è differenza? Vedere l’armonia della curva della colonna.
Flessione
Prima la testa, si osserva se ci sono gibbi o se la flessione è falsata, ossia se avviene con le anche mentre la col-
onna rimane rigida. Spesso il tratto più rigido corrisponde a quello più limitato nell’inclinazione e rotazione.
Estensione
Non è un movimento ampio.
Rotazione
L’Osteopata tiene il bacino del Pz e gli chiede di ruotare la colonna.
Se troviamo una rotazione da un lato limitata e una inclinazione limitata dal lato opposto allora abbiamo i
parametri per una NSR.
Hip Drop Test o Test di caduta dell’anca
Dà conferma o meno di una NSR.
Si chiede al Pz di rilasciare il ginocchio di una gamba e si osserva come si adatta la colonna lombare.
Se c’è una zona rigida e il Pz in quella zona ha male, lì c’è una limitazione al movimento.
A fine trattamento quando si ripete l’osservazione la situazione del Pz deve essere cambiata.

Es. di Hip Drop Test a sin


Cade l’anca sin (flessione ginocchio sin), il sacro si posiziona in inclinazione (sin), e devo avere un controbilan-
27
ciamento della colonna lombare che mi va a contrastare questa inclinazione del sacro. Vediamo come va la
curva della colonna. Posso avere che da una parte gira di più (quando è in caduta l’anca a dx), mentre dall’altra
(quando è in caduta l’anca a sin) rimane dritta. Quindi in questo caso c’è un’ inclinazione a dx e rotazione a sin.
Nell’altro lato la Pz rimane dritta, non c’è possibilità. La facilità nel farlo sarà anche diversa nel rilasciare l’una
o l’altra gamba. Perché avendo già quell’atteggiamento della colonna, il suo bacino è già ruotato a sin, quindi
avrà facilità nella caduta dell’anca dx (flessione ginocchio dx). Quindi: blocco a livello lombare probabilmente
in NSR, che dovrà trovare conferma nel test di palpazione e mobilità, e test Pelvic Roll, da fare sempre.

1. Hip drop test


L’Osteopata valuta il comportamento della
colonna lombare e il lato da cui è più facile
fare il movimento (potrebbe essere perché
per es. da quel lato c’è una rotazione di ba-
cino).

In questo ragazzo è più facile e più ampio


il movimento a sin che a dx, quindi ha una S dx
NSRsin (Side a dx e Rotaz a sin secondo la I R sin
Legge di Fryette).

dx_difficile sin_facile

2. Pelvic roll (= test fasciale)


Pz supino. L’Osteopata valuta la qualità
della R della colonna lombare. Prende
contatto con le SIAS, esercita una spinta
unilaterale e perpendicolare a ciascuna
di esse, fino a raggiungere la mobilità ar-
ticolare (il lettino deve essere basso).

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3. Palpazione_Pz prono
È utile per sentire le spinose e gli spazi tra di esse.

È importante per sentire se la disfunzione riguarda


1 gruppo di vertebre o 1 vertebra sola.

Si muovono le dita in sù e in giù per sentire se ci


sono delle spinose fuori asse.

Fierro riscontra in questo ragazzo una disfunzione


di L5 in FRSsin e poi una seconda disfunzione che
riguarda un gruppo di vertebre sopra L5.
Fierro decide di trattare prima di tutto L5 e in un
secondo momento il gruppo di vertebre.
Sente che la spinosa di L5 è a dx e questo significa che la vertebra è ruotata a sin, inoltre sente che lo spazio
INFdi L5 è molto ampio e questo significa che è in F.

Correzione di L5 in FRSsin
Si mette il Pz dal lato della rotazione,
quindi a sin e si flette il braccio per dare
stabilità al Pz.

Si flette la leva INF

L’Osteopata, con la gamba


del Pz tra le ginocchia,
cerca la giusta posizione
della leva inf

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Poi posiziona la leva sup ruotando il brac-
cio del Pz in avanti (e non verso l’alto).

Si fanno intrecciare le
braccia del Pz

L’Osteopata ruota ...e inclina


il Pz verso di sé ulteriormente la
avvicinandoselo zona d’interesse
con la mano
caudale

Chiede al Pz di inspirare, poi di espirare e alla fine


dell’ESpiraz fa il thrust

Anno 2 sem 1
Di Branco

In una disfunzione di NSR, un gruppo di vertebre (almeno 3) si trova in neutralità e i corpi vertebrali saranno
inclinati (S) da un lato e ruotati (R) dal lato opposto.

TEST
Hip drop test o test di caduta dell’anca
Il Pz è in piedi
Ci permette di individuare il lato da cui la colonna lombare si inclina con più facilità.
Questo è un test che si fa nella prima fase della visita, dopo un esame visivo.
Il Pz è in piedi di spalle. Gli si chiede di piegare un ginocchio in modo che l’emibacino cada dallo stesso lato
e la colonna di conseguenza si inclini dall’altro. Si fa la stessa cosa dall’altro lato e si vede dove la colonna ha
30
maggiore facilità. In questo modo si amplifica ancor di più (se c’è una disfunzione) l’impossibilità della col-
onna a fare rotazione e inclinazione. Appena il ginocchio si piega, sulla colonna si forma una curva, se volete
una porzione di scoliosi lombare, più o meno ampia.
Si nota inoltre se nella scoliosi (1° Legge di Fryette > NSR) c’è una vertebra fuori schema (ossia in 2° Legge di
Fryette > FRS o ERS). Se trovo una vertebra in ESR o FSR dovrò prima di tutto ridurla, per riportare la situazione
in NSR, ossia ottenere una scoliosi funzionale, una colonna che si muove bene.

Pz di profilo
Verifico l’atteggiamento del collo oppure se ha la pancia, se c’è un gonfiore addominale o una pancetta che
scende verso il basso.
La rigidità spesso è dovuta anche al Diaframma (pilastri D12 L1 L2).
Oppure può essere una rigidità da contrattura dello Psoas (atteggiamento seduto sull’osso sacro). In tal caso
mancherebbe anche la curva lombare o addirittura ci sarebbe un’ inversione della curva dorso-lombare, L3 L2
L1 con apofisi spinose più esposte.

Risultati del test


1. Se ho una curva chiusa, ho una plica
abbastanza importante e abbastanza
stretta, questo significa che ci sono
delle strutture, davanti alla colonna lom-
bare, che (dal punto di vista muscolare)
sono responsabili di questa tensione. Di
solito si tratta del m. psoas accompa-
gnato anche dai pilastri del diafram-
ma, dal m. quadrato dei lombi, etc.
Si potrebbe dire che con questo test si
forma una curva lombare che è come
una porzione di scoliosi lombare.

2. Se la curva è abbastanza omogenea (1) e non vedo delle interruzioni, so che la curva
si adatta secondo una legge di tipo 1 = NSR (le vertebre sono in appoggio solo sul disco e
sono libere di muoversi in tutte le direzioni).
In presenza di un adattamento di tipo 1(ved. foto) ho la seguente situazione:
N = vertebra in neutralità e in appoggio sul disco
S = side banding, inclinazione (in questo caso a sin)
R = rotazione controlaterale (in questo caso a dx).
Quindi, l’hip-drop test ci dice:
plica a) se la colonna sta in NSR
b) se c’è una NSR più importante da un lato rispetto all’altro.
SAC
RO Visto che parliamo di NSR, quindi di condizionamento vertebrale a distanza, probabilmente
la responsabilità di questo aumento della curva (da un lato o dall’altro) sarà di tipo musco-
lare o meglio muscolo-fasciale (quindi si tratta di adattamenti di tipo osteopatico).
Muscolare = muscolo-fasciale = Fasciale= viscerale

3. Se nella situazione 2) compaiono delle baionette (2a) o dei raddrizzamenti (2b) nella
NSR, significa che quella vertebra (rappresentata dalla baionetta) o quel gruppo di vertebre
(rappresentata dal raddrizz) non può ruotare a dx (es NSRdx) perché è rimasto ingaggiato a
sin, quindi ho delle disfunzioni di tipo 2 GENERICHE. In tal caso se sono nella situazione 3)
1 appena descritta, a seguire faccio il test del pelvic roll e poi gli altri test della colonna (per
es. sfinge/dorso curvo, palpazione....) per aumentare gli elementi della mia valutazione.

31
vertice
più alto =
baionetta
NSR baionetta rigidità alta
raddrizzamento vertice
più basso =
baionetta
bassa
1 2a 2b 3 4a 4b
Se c’è, tra la dx e la sin, un lato più rigido (3) significa che su quel lato gli elementi muscolo-fasciali creano
delle tensioni e quindi non compare una NSR (come al punto 1).
4. Se trovo delle baionetta o dei rad-
drizzamenti (4a, 4b) sul lato rigido
significa che tutte le vertebre ruota-
no bene a dx tranne la faccetta artico-
lare di una vertebra, che è bloccata in
F o E (FRS o ERS > 2° Legge di Fryette).
In tal caso dall’altro lato avrò una NSR
un pò rigida e una o più baionette.

Per arrivare a queste considerazioni


si deve fare il test di mobilità da en-
trambi i lati.

Nel caso di una spondilolistesi si avrà una zona in disfunzione abbastanza netta e bilaterale tra L5 e S1.
Ricapitolando: controllare se la curva è omogenea, se non è omogenea fare il test di mobilità.
Questo test sarebbe meglio farlo in penombra, perché così abbiamo più l’informazione dell’ombra articolare,
di quello che succede sotto il tessuto.
Questo test lo facciamo da D11-D12 al sacro, perché sopra ci sarà un compenso dorsale.

32
Hip Drop Test (classe 2A)
L’ HIP DROP TEST, anche chiamato TEST DI CADUTA DELL’ANCA, viene utilizzato per
definire un’eventuale disfunzione in NSR della colonna lombare.
Il Pz è in piedi, con i piedi allargati alla distanza delle teste femorali, in appoggio bipo-
dalico; gli si chiede di flettere un ginocchio e lasciar cadere il bacino dello stesso lato, sos-
tenendo il peso del corpo sull’altra gamba in appoggio, mantenendo la posizione eretta.
Quello che l’Osteopata va a valutare è la capacità dei tessuti della colonna, di adattarsi
quando si fa “cadere” il bacino da un appoggio bilaterale a unilaterale.
È una situazione in cui si evidenziano delle informazioni che l’Osteopata deve interpre- plica
tare, ovvero:
- l’altezza/spessore della plica cutanea, del lato della concavità (quella controlaterale SAC
RO
alla gamba che cade). Il test è comparativo per cui la valutazione sarà fatta rispetto al cont-
rolaterale, tenendo conto che molto spesso non c’è una simmetria del corpo tra i due lati.
- l’ampiezza della curva lombare che si crea, spesso la curva è molto importante da un
lato e più verticale dall’altro.
Al centro si può notare una curva (ideale) della colonna, una NSR, ovvero una curva che
segue la 1° legge di Fryette, si tratta infatti del gruppo di vertebre che costituiscono la
colonna lombare.
 questo test ci dà un’ idea di quanto la colonna è facilitata ad incurvarsi da un lato piuttosto
che dall’altro.
Le STRUTTURE che a livello lombare mantengono e guidano questa condizione sono
fondamentalmente tre:
1) il m. QUADRATO DEI LOMBI
2) il m. PSOAS
3) i pilastri del DIAFRAMMA
Queste rendono rigida o elastica la colonna, reagendo agli spostamenti meccanici e alle variazioni metaboliche
del visceri.
Non a caso partono quasi tutte da L4 e meno da L5. In una condizione di rigidità delle strutture a monte, è a
questo livello che le trazioni logorano i tessuti, infatti la maggior parte delle ernie lombari, si manifestano tra
L4-L5 e L5-S1.
L’hip drop test indica, sul lato che risulta positivo al test, che le strutture muscolo elastiche che si trovano
su quel lato e che governano la fisiologia della colonna lombare, sono più tese lì rispetto all’altro lato. Vuol
dire che dal lato della positività si inclina maggiormente, perché c’è una maggiore tensione laterale sul mm
quadrato dei lombi e anteriore sul mm psoas e il diaframma.
Da questo è facile immaginare che un test dei mm psoas potrebbe essere confrontato con l’hip drop test.
Infatti uno psoas teso da un lato è spesso supportato dalla positività dell’hip drop dallo stesso lato. Questo
vorrebbe dire che è certa la presenza di un accorciamento importante, anche se non se ne conosce ancora la
causa.

LE POSSIBILITÀ CHE POSSONO RISULTARE DALL’HIP DROP TEST, sono quelle di trovare:
- una curva armonica,
- una curva che si presenta spezzata o frammentata.
Nel secondo caso, l’interpretazione che ne segue è che nel punto in cui la curva è interrotta ci sia:
1) una o più vertebre, che non possono fare la rotazione nel senso dell’NSR richiesta; si avrà quindi una BAIONET-
TA. Queste vertebre necessitano di essere testate ed eventualmente trattate, perché c’è sotto una disfunzione
indotta dal movimento dell’Osteopata.  fatto il test sulla vertebra, si fa ripetere l’hip drop al Pz; qualcosa
dovrebbe essere cambiato, un pò come succede per il PELVIC ROLL, test con cui si induce un movimento tale
che dia la possibilità di valutare ciò che avviene a livello lombare.
2) Un VERTICE, che può essere presente in qualunque punto della curva. Questo vuol dire che, all’interno di una
NSR (provocata in questo caso dall’hip drop test) 1 vertebra fa una rotazione maggiore in quel senso, perché è bloc-
cata in quel movimento e quindi si sposta maggiormente creando il vertice. In questo caso, se si chiede al Pz un
hip drop dal lato opposto, si noterà che allo stesso livello del vertice, si forma una baionetta, e questo perché
la vertebra che da un lato ruota maggiormente creando un vertice, nella rotazione opposta non può andare,
perché è bloccata, e farà una baionetta.
33
Ci sono sempre delle “OMBRE” che si possono notare all’osservazione, perché non esiste una colonna in grado
di fare una NSR perfetta, ed è difficile quindi trovare delle curve perfettamente armoniche, ma si trovano ap-
punto delle ombre che devono suscitare la curiosità dell’Osteopata nella sua interpretazione.
È importante osservare il Pz da lontano, e non soffermarsi troppo sulle sottigliezze, ma dare importanza alle
ombre e contestualizzare il Pz nella sua globalità.

Le informazioni che riceviamo da questo test, sono di due tipi:


1) MUSCOLARE ( = viscerale )  che sono quelle che arrivano dall’interno della colonna, le modificazioni tes-
sutali.
2)  ARTICOLARE che sono quelle contenute nel movimento in cui si trova la baionetta, ovvero l’avviso che
quella zona, quella vertebra, va testata.

Pelvic Roll_Test fasciale generico


È un test fasciale per valutare la resistenza fasciale meccanica del tessuto intorno alle vertebre lombari e al
bacino, quindi: tutta la fascia iliaca, lo psoas, gran parte della resistenza sulla zona lombare indotta dai pilastri
del diaframma, etc...Alla palpazione potrebbe sembrare come una resistenza dell’osso iliaco.

Pz supino. Lettino basso perché La cosa migliore è pren-


così l’Osteopata può tenere le dere un appoggio dietro
braccia perpendicolari al bacino alla SIPS e uno davanti
del Pz. Non bisogna forzare trop- alla SIAS per vedere come
po perpendicolarmente né so- ruota il bacino. Si de-
prattutto contemporaneamente coapta leggermente e si
(come nella foto) perché altri- spinge, per sentire come
menti si riceve un resistenza pari il bacino globalmente si
all’apertura e chiusura del bacino, comporta rispetto alle
come in un test di out-flare. resistenze elastiche.
è ERRATO fare il test sui
due lati contemporan.
Rotazione dx
mano dx dietro SIPS sin
mano sin davanti SIAS dx

SIAS dx

SIPS sin

Rotazione sin
mano sin dietro SIPS dx
mano dx davanti SIAS sin

SIPS dx

SIAS sin

34
Il pelvic roll ci dice se c’è un bacino più resistente in
avanti e uno che cede meglio indietro e quindi ci dà
un’informazione sulla POSTURA dell’individuo, ma
non è utile per denominare esattamente il tipo di
disfunzione del Pz.

Pelvic roll (modificato)_Test per la pseudorotazione del bacino


Test specifico per il bacino, per scoprire una PSEUDOrotazione del bacino*, ossia se un emibacino guarda
più da una parte piuttosto che dall’altra.

Basta inclinare legger- o del lungo braccio, LUNGO B


mente l’avambraccio per percepire una
nella direzione fisiolog- CORTO B disfunzione sulla
ica del corto braccio sacro iliaca dx o sin.

(qui l’iliaco è in direzi- (qui l’iliaco è in dir-


one del CORTO brac- ezione del LUNGO
cio della sacro iliaca di braccio della sacro
sin) iliaca di sin)

La differenza tra un Pelvic Roll e un generico test fasciale o non sul bacino è che nel Pelvic Roll vado a far scor-
rere, per es. nel caso di una mia spinta sul corto braccio sin, l’iliaco sin sul corto braccio della sacro iliaca sin;
mentre se sposto la mia spinta nella direzione del lungo braccio, faccio scorrere l’iliaco sul lungo braccio della
sacro iliaca sin.
Da non confondere la Pseudorotazione con la Rotazione del bacino che è un adattamento che coinvolge le
faccette articolari dell’articolaz sacro-iliaca e che ha come sua conseguenza un iliaco ant da un lato e un iliaco
post dall’altro. Globalmente il bacino guarda a dx o a sin.

*pseudorotazione del bacino = un adattamento del bacino per motivi muscolo-fasciali, principalmente a car-
ico del m. psoas

INNERVAZIONE ORIGINE INSERZIONE


PSOAS A. apofisi trasverse di tutte le A. piccolo trocantere
(radici ant di L2 L3) vertebre lombari
B. facce laterali dei corpi vertebrali
da D12 a L5 + superfici ventrali dei
dischi intervertebrali

ILIACO A. i 2/3 sup della fossa iliaca A. superficie lat del tendine
(n. femorale, L2 L3) B. labbro int della cresta iliaca dello psoas
C. base del sacro B. porzione del corpo del femore distale al
piccolo trocantere

FUNZIONI
catena cinetica aperta: F, Add, RE del femore

35
catena cinetica chiusa: inclinaz omo-
laterale del tronco e rotazione cont-
rolaterale, RI del femore ed un’azione
di richiamo verso l’alto del femore
sull’acetabolo.

Lo psoas si accorcia per problemi metabolici-viscerali (per es. stitichezza...)

La retrazione del m. psoas ha un’azione di richiamo del femore verso l’alto, ossia in direzione dell’acetabolo
ed è perciò causa di:
- adattamenti del sacro (che vedremo più avanti)
- accorciamento dell’AI (= arto inf )

Il Pz supino si presenta con un AI virtualmente più corto e una limitazione alla RI, ossia un’anca in RE (da su-
pino, vale a dire in catena cinetica aperta, lo psoas è un RE di femore).
Il corpo muscolare si presenta teso alla palpazione sia nella fossa iliaca che a livello del tendine sulle vertebre.
L’iliaco, dal lato dello psoas teso, è indietreggiato.

Siamo così in presenza di una pseudorotazione del bacino. Con il test pelvic roll trovo una SIAS un po’ più
posteriore, sento che da un lato il bacino ruota più facilmente che dall’altro. Inoltre troverò un’anca in RE, un
arto virtualmente più corto, una cresta iliaca più alta.

Riduzione di una pseudorotazione del bacino


La sequenza delle manovre:
1) si toglie la causa della pseudorotazione (per es. un problema del
colon o un’invaginazione ileo-cecale o un problema degli ureteri o

g
un’intossicazione....)
2) in presenza di una disfunzione dorsale a livello di D12 D11, si fa una
riduzione con delle tecniche dirette o muscolari (TEM)
3) si allunga lo psoas (ved. varie tecniche anno 1)
4) si fa la tecnica di Jackson

La pseudorotazione si denomina dal lato dell’accorciamento, quindi

g
Pseudorotazione di bacino dx
psoas dx 1. il bacino guarda a dx
accorciato 2. emibacino dx risalito e indietreggiato
Lo psoas è un muscolo che garantisce una disfunzione di tipo NSR.

Ipotesi di una sequenza di trattamento


Pz supino
1) faccio il pelvic roll
2) palpo lo psoas (flettendo la gamba del Pz - foto sopra) e sento che è spesso, sia il ventre che i tendini in
direzione delle vertebre. Posso fare tutta una serie di test per lo psoas (già visti anno 1)
3) tratto la causa (per es un problema al colon)
4) vedo com’è la zona dorsale bassa e la tratto se c’è una disfunzione
36
5) rifaccio tutti i test da 1) a 4) e se sento che è sufficiente mi fermo
6) se invece sento ancora una facilitazione dei tessuti (e quindi una pseudorotazione) finisco la sequenza con
la tecnica di Jackson

Tecnica di Jackson
Ipotizziamo un accorciamento a dx, quindi un’ inclinazione a dx e un iliaco più alto a dx, che si manifesta in
statica eretta.
1) L’osteopata fa una contro inclinazi-
one a sin prendendo e sollevando leg-
germente i piedi del Pz e spostando
gli arti verso sin

Dopo aver visto che va bene indietro a dx mentre a sin c’è������������������������������������������������


���������������������������������������������������
una resistenza, abbiamo ipotizzato un accorcia-
mento a dx; questo significa che dalla parte dove non c’è l’accorciamento del muscolo (a sin) c’è una tendenza
all’anteriorizzazione (l’iliaco sin è più anteriore rispetto al dx).

2) L’Osteopata fa una piccola


flessione dell’anca sin, solle-
vando l’arto e incrociandolo
sull���������������������������
’��������������������������
altro in modo da far indi-
etreggiare l’iliaco.

Così facendo si perde un po’ di inclinazione, che bisogna recuperare.

3) Si recupera l’inclinazione
verso sin, come al punto 1).

L’inclinazione è importante
perché senza non si riesce a
fare la tecnica

37
4) Si fa un’ulterio-
re inclinazione, o
spostando il ba-
cino del Pz a dx

o prendendolo
dietro le spalle
e spostandolo a
sin.

5) Si fa una e si prende
controrotazione un appoggio
delle vertebre perpendicolare
appoggiando sulla SIAS
completamente
l’avambraccio

6) Si deruota
e a termine
espirazione si
fa un thrust.

Disfunzioni di 2° tipo
Test di mobilità:

1. Localizzazione
a) osservazione: vado a cercare qualcosa che sia il più possibile rispondente all’informazione che chiedo;
b) palpazione: ugualmente vado a palpare qualcosa non a caso. Ad es: vado a palpare le spinose che sono
deviate. È un modo per localizzare il punto che mi interessa.
Una volta che ho localizzato il livello, ciò significa che andrò a fare il test su quella vertebra.
Ho localizzato L3, quindi farò il test di L3 rispetto alla sottostante (L4).
Dico che è una disfunzione di 2° tipo perché non c’è un gruppo di vertebre.

2. Posizionamento
L3 in RSsin. A questo ci arrivo valutando se c’è una maggiore rotazione a dx o sin. Possono esserci utili le
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trasverse, nel caso specifico dovrebbero darmi la dx più avanti, la sin più indietro. Le trasverse di L3 le trovo
leggermente più in alto, nella base della spinosa sovrastante.
So che L3 è ruotata a sin, che la spinosa è deviata a dx. Quindi, posso già dire che L3 è RSsin.
Essendo disfunzione di 2° tipo R = S.

3. Mobilizzazione
Si deve basare su tutto quello che ho fatto, quindi può essere una ERSsin, FRSsin, bilaterale asimmetrica.
Paziente prono, posiziono le dita sulla spinosa di L3 e L4, chiedo al Pz di inspirare e espirare. Durante
l’inspirazione (F) si riallinea, durante l’espirazione (E) ritorna in rotazione sin. Se si riallinea in uno dei due mo-
vimenti posso escludere una bilaterale. Si riallinea in F = cioè che entrambe le faccette insieme possono fare
la F, è libera dai due lati. Mentre nell’estensione compare una rotazione sin, significa che una faccetta non può
fare l’E. La maggiore ampiezza l’abbiamo in F.

4. Denominazione
L3_FRSsin

La disfunzione è anteriore dx, è bloccata in divergenza. Com’ è posizionata la vertebra? In FRSsin.


Se invece ci troviamo difronte a una ERSsin, nel test troverò che durante l’E si riallinea, durante la F va fuori. La
vertebra di sin stava indietro, nel momento in cui faccio una E viene raggiunta dall’altra.

Se invece non si riallinea né in E, né in F, abbiamo un bilaterale asimmetrica.

Disfunzione L3 in FRSsIn_Tecnica ad energia muscolare.


L3 è anteriore dx e ruotata a sin.
Lo metto sul fianco sin per deruotare e faccio la chiusura in chiave (punti di repere L3, L4).
Chiudo la leva inferiore, chiudo la leva superiore. Lo porto un pò in E, perché c’è una disfunzione in F.
Posiziono il braccio craniale sulla spalla del Pz, il braccio cau-
dale sull’anca del Pz, con le dita tengo sempre i punti di repere
L3 e L4.
Tecnica ad energia muscolare con la leva superiore o inferiore.
Faccio inspirare il Pz, in apnea chiedo di spingere contro il mio
gomito, faccio espirare, aspetto 3 secondi e guadagno.
Se lavoro con la leva inferiore, chiedo di spingere il gluteo con-
tro il mio braccio caudale, sempre nella fase di apnea.
Posso farlo anche a coppia, chiedendo di spingere sia con la
spalla che con il gluteo.

Quante volte si fa con la leva superiore e con la leva inferiore?


Se la disfunzione è più alta (tipo L1) faccio spingere più con la leva superiore, perché la disfunzione è alta!
Questo teoricamente.
Con la disfunzione L3-L4, devo cercare di rimanere su L3-L4, ed è proprio questo che mi fa decidere se spin-
gere sulla leva superiore o inferiore. Se mentre sto guadagnando con la leva superiore, sento che L4 gira, mi
fermo e lavoro sulla leva inferiore.
Nella tecnica ad energia muscolare quello che mi fa decidere quante volte spingere con la leva superiore e
con quella inferiore o con tutte e due, dipende unicamente dal fatto che devo stare concentrato sul livello.

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Aggiungere un parametro di inclinazione
In questa disfunzione (FRSsin) la vertebra è inclinata a sin,
quindi devo inclinarla a dx. Mi aiuto con la leva inferiore, faccio
la contro inclinazione sollevando gli arti inferiori e poi riappog-
giando gli arti sul lettino, così ho ottenuto un pò d’inclinazione
a dx.
Così quando vado a fare la chiusura oltre a fare una rotazione
a dx farò pure una inclinazione a dx.
Perché è interessante il parametro di inclinazione rispetto
a quello di rotazione a livello lombare? Perché a livello lom-
bare le faccette articolari si trovano su un piano para-sagittale;
quindi, significa che l’inclinazione rispetto alla rotazione è un
parametro più libero. In rotazione il rachide lombare si incastra, in inclinazione si incastra meno; quindi,
l’inclinazione è un parametro più importante, perché l’inclinazione laterale di ogni segmento lombare è di
4-5°, la rotazione di 1-2°, quindi posso agire di più sul parametro di inclinazione laterale sia in una tecnica ad
energia muscolare, sia in una tecnica diretta.

LINEE GUIDA PER FARE UN BUON TEST DI MOBILITA’ (classe 2A)

Per la definizione del test si valutano: (disfunzioni di II grado)


1) LOCALIZZAZIONE
È il punto dove si deve fare il test, è necessario localizzare la zona esatta, perché è in quel punto preciso che
deve passare la manovra.
La localizzazione si ottiene attraverso:
- osservazione (test in piedi ecc.)
- palpazione (test di pressione ecc.)
Il test può essere fatto su un gruppo di vertebre o su una singola vertebra.
È importante la localizzazione per poter andare oltre nella definizione del test. Se non si è certi della zona da
trattare è inutile proseguire.

2) POSIZIONAMENTO
Si tratta di definire la posizione della vertebra, in questo caso si tratta di definirne la posizione STATICA, ovvero
come si trova la vertebra rispetto alla sottostante.
Per trovare la vertebra da trattare di fa ricorso alla conoscenza dei punti di repere:
- SPINOSE  si capisce come è posizionata la vertebra:
a) se la spinosa è deviata = orientamento asimmetrico
b) valutazione degli spazi = orientamento simmetrico
- PROCESSI TRASVERSI  si trovano lateralmente alla spinosa e più in alto, circa all’altezza della base della ver-
tebra sovrastante; la valutazione delle trasverse dà una conferma alla precedente valutazione della spinosa.

3) MOBILITA’
Si tratta del vero e proprio test di mobilità, che si eseg-
ue in due modi, secondo l’esperienza dell’Osteopata:
a) con il contributo respiratorio
b) inducendo una flessione o estensione della colonna
(e quindi della vertebra).

Una piccola azione dinamica la si può ottenere spin-


gendo la spinosa nel senso delle rotazioni, per confer-
mare qualitativamente che va in un senso piuttosto che
nell’altro. Con il contributo respiratorio, il test è con-
temporaneamente sia qualitativo che quantitativo.

- Durante l’INspir la vertebra fa una F (e si ricentra)


40
- Durante l’Espir la vertebra fa un’E (e ruota maggiormente)

4) DENOMINAZIONE
La denominazione della disfunzione è la vera finalità del test.
Es. Se c’è una R dx i casi possibili sono:
- FRSdx  quindi ant sin
- ERSdx  quindi post dx
- Bilaterale asimmetrica,  quindi ant sin + post dx

Longobardi

Facciamo un training su tutte le tecniche dirette, inserendo però anche il parametro di inclinazione laterale,
che è un parametro particolarmente importante a livello lombare, per la direzione delle faccette articolari. In
particolare per le tecniche dirette, abbiamo notato che in alcuni casi vengono applicate con qualche difficoltà,
ossia: Pz infastidito per il dolore, Pz robusto difficile da gestire, Pz rigido che non si rilassa (in quest’ultimo caso
risulta più difficoltoso andare ad eseguire la tecnica diretta perché quindi il movimento sarà più limitato)…..
La componente che blocca di più il movimento a livello lombare è sicuramente la componente di rotazione,
che su questo tipo di Pz risulta essere la componente più fastidiosa. È una componente che irrigidisce ancora
di più la colonna della persona e quindi abbiamo una maggiore difficoltà sia per trovare il livello che per tro-
vare il passaggio per la tecnica. Su queste persone dobbiamo partire dal presupposto che la rotazione è la
componente che maggiormente blocca il segmento, quindi di conseguenza nelle persone particolarmente
lasse è una componente che possiamo utilizzare in maniera più disinvolta.
La rotazione è una componente che potrebbe non essere indicata ad es nei problemi discali (che sono di vario
tipo: ernia discale, protrusione ecc). Il disco intervertebrale è anche un legamento, orientato orizzontalmente,
e ha delle fibre oblique nei due sensi e delle fibre longitudinali e quindi nel momento in cui noi andiamo a
torcere, a ruotare in maniera opposta i due piatti vertebrali su cui è inserito il disco, si esercita un effetto di
compressione sul disco stesso. Quindi la rotazione è la componente che oltre a dare maggiore rigidità al Pz,
stressa di più il disco. Perciò nelle persone in cui non vogliamo essere aggressivi sul disco dobbiamo cercare
di non abusare della componente di rotazione. Un altro elemento che ci può portare verso la componente di
inclinazione laterale è che su alcuni soggetti la componente di rotazione è una componente nella quale è vero
che noi otteniamo una maggiore messa in tensione, ma è pur vero che quando è troppa la rotazione delle
volte perdiamo un pò il contatto col Pz (va troppo fuori dal lettino), quindi aggiungere una componente di
inclinazione ci aiuta a recuperare il posizionamento del Pz e quindi il livello su cui agire con la tecnica.
I problemi discali come detto prima sono di vario tipo e in base a ciascuno vedremo in seguito particolari ac-
corgimenti per effettuare comunque la tecnica.
In caso di listesi (scivolamenti vertebrali) si ha un problema organico non funzionale, di ipermobilità, quindi
nelle persone che presentano questi problemi bisogna vedere di che grado è la listesi (ci sono tre gradi di
listesi) e se il Pz ha delle problematiche di tipo neurologico. In caso di Pz che manifestano un deficit motorio
chiediamo la consulenza al medico di famiglia che eventualmente lo manda dallo specialista. Se abbiamo
una listesi vecchia da anni che il Pz ormai sa di avere e ha mal di schiena, si può lavorare cercando di modi-
ficare un pò l’assetto posturale, cercando di lavorare a monte o a valle; se per es sulla listesi c’è un gruppo di
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vertebre in F, possiamo lavorare sulla vertebra apicale di questo gruppo per cercare di controbilanciare un pò
ma sappiamo benissimo che sono Pz che devono curare anche altri aspetti, come un buon tono dei muscoli
addominali, non prendere pesi ecc

Pratica
Posizioniamo il Pz. Nel lettino dovremmo avere un qualche tessuto in modo che non vi sia attrito tra la pelle
del Pz e il lettino.
Immaginiamo una L3 in ERSdx. Posizioniamo il Pz sul lato dx (lato della rotazione). Posiziono il Pz vicino al
bordo del lettino e ne controllo equilibrio ed allineamento. Ricerco le vertebre su cui devo lavorare, ossia L3
ed L4. Vado a chiudere la leva inferiore fino a quando sento che ingaggio L4 e non L3. Posso mettere un cus-
cino sotto la testa del Pz. Vado a chiudere la leva superiore fino a quando si ingaggia L3 e non oltre (dò anche
un parametro di F visto che ho una disfunzione in E). Essendo un tipo robusto mi aspetto una colonna non
ipermobile, quindi faccio una rotazione che non sia esageratamente importante perché essendo i parametri
inversamente proporzionali, se metto tutta rotazione poi non avrò più inclinazione, e stessa cosa per la flesso-
estensione; quindi a maggior ragione metterò una piccola componente di F ma non esagero perche andrò a
guadagnarla sull’inclinazione. Una volta chiuso in chiave il Pz starò attento a posizionarne il capo in linea con
lo sterno. Ora vado ad inclinare leggermente il bacino tirando la parte che sta sul lettino verso il basso del Pz
e vado poi a ricontrollare il livello L3-L4.
Mi posiziono bene sopra sul Pz col mio cor-
po, con le dita sempre su L3-L4 e vado a sen-
tire come va la componente di inclinazione.
L’avambraccio craniale poggia sul torace,
mentre l’avambraccio caudale è sul bacino:
andare a sentire la componente di inclinazi-
one significa dare una leggera “spinta” verso
l’alto del Pz con l’avambraccio caudale per
quanto riguarda la leva inferiore e una spin-
ta verso il basso con avambraccio craniale
per quanto riguarda la leva superiore (sarà
una compressione in finale).
Chiaramente è molto più efficace il lavoro fatto sulla leva inferiore perché sul torace posso spingere fino a
un certo punto. Chiaramente la componente di inclinazione in questo caso mi dà quasi sempre la preferenza
di essere attivo nel thrust soprattutto sulla leva inferiore; sulla leva superiore vado a fare un contrappoggio,
eventualmente una piccola coppia, ma poco. Quindi la componente di inclinazione è meno facile da mettere
sulla leva superiore perché sto sul torace.
Vado quindi nella direzione della inclinazione sin; sto
ruotando a sin e sto inclinando a sin quindi è chiaro che con
l’avambraccio craniale non vado a spingere verso l’alto del Pz
ma verso il basso. Quindi faccio respirare il Pz e durante l’Esp
recupero avvicinando e deruotando. Se mi accorgo che
sono troppo alto posso recuperare il movimento aumentando
leggermente la chiusura superiore.... a fine Esp darò il thrust
come già detto con l’avambraccio caudale; quindi dò una
componente in inclinazione ma senza perdere la rotazione, di
fatto è leggermente in obliquo.

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(l’impulso nel thrust è verso l’inclinazione laterale).
L’immagine accanto indica la direzione in cui vado, ma an-
dando in questa direzione si incrementa quindi anche la
componente di rotazione.
Quindi è importante gestire il Pz con tutto il corpo e cali-
brare bene i parametri.
Il braccio craniale gioca sui parametri e si può utilizzare nel
thrust anche se più che altro sarà utile per fare un punto
fisso durante il thrust e per centrare bene l’impulso e gio-
care su leve e parametri. Il thrust non è un’azione del solo
braccio ma bisogna utilizzare tutto il corpo.

È una tecnica nella quale voglio utilizzare molto il parametro di inclinazione laterale. Quindi in una ERS io so
che sotto (sotto verso il lettino nella posizione delle foto) ho una convergenza, quindi facendo l’inclinazione
laterale io sto mandando in divergenza le faccette articolari (mi interessa molto l’azione di alto-basso con le
braccia e mani per far divergere le faccette che sono in convergenza). Se sentiamo che il parametro di incli-
nazione va bene allora ci dirigiamo verso la tecnica altrimenti correggiamo il bacino come visto prima per poi
ricontrollare che il livello sia giusto; quindi potremmo favorire l’inclinazione già dall’inizio.

Disfunzione L5 FRS dx (in disfunzione anteriore sin; divergenza in alto a sin)


Pz sul fianco dx perché devo deruotare verso sin. Osservare spalle e bacino (linea che unisce le SIPS) che de-
vono essere perpendicolari al lettino.
In caso di evidente lordosi cerco di appianare un pochino. Se ho difficoltà a reperire le spinose posso flettere
completamente anche e ginocchia del Pz (tenendo i piedi sul lettino), in questo modo le spinose sono più
prominenti e quindi più facili da reperire:
Una volta identificate riposiziono gli arti inferiori.
Chiusura in chiave del Pz fino a sentire il movimento su S1: arrivo fino a L5 e poi ritorno leggermente indietro.
Il parametro di inclinazione laterale può essere inserito prima della chiusura o anche dopo, anche se dopo la
chiusura potremmo accorgerci che non sarà necessario perché sarà già a livello. Una volta chiuse le leve dò
una componente di E visto che ho una disfunzione in F (il Pz porta la mano che sta verso il lettino alla nuca e
spingiamo attraverso il gomito per mandare la colonna in E).

Ora devo inserire il parametro di inclinazione laterale. Per fare ciò bisogna appoggiarci sul Pz e utilizzare lo
spostamento del nostro corpo insieme al braccio, quindi non è un lavoro di gomito. Per il thrust utilizziamo
maggiormente la leva inferiore perché per la componente di inclinazione è più efficace, ma per la costruzione
della messa in tensione utilizzeremo tutte e due le leve. Dobbiamo avere la sensazione di arrivare sempre più
verso la barriera articolare per poi dare il thrust.

L5 bilaterale asimmetrica (anteriorità sin, posteriorità dx).


Pz sul fianco dx (si posiziona dal lato della rotazione e in questo caso la vertebra è ruotata a dx). Chiudo la
leva inferiore e poi la superiore. La differenza rispetto alla disfunzione precedente è che non aggiungo né
parametri di F né di E quindi vado semplicemente a lavorare sulla componente di rotazione e di inclinazione.
Dobbiamo stare ben poggiati sul Pz col nostro corpo perchè con questo ci aiutiamo nelle tecniche.
Faccio respirare il Pz e sento cosa accade. Nel caso in es sento che aumentando l’inclinazione il Pz va troppo
in rotazione quindi sento che da L5 passo a L4 quindi lo devo deruotare; ho 2 possibilità: o controllo meglio
la rotazione andando col mio corpo un pò verso il Pz oppure se mi accorgo che ho bisogno di stare un pò più
fuori perché è troppo alto, posso recuperare o sulla rotazione (chiudo di più la leva superiore) o sulla inclinazi-
one della leva superiore.

Alla fine della messa in tensione thrust col mio corpo agendo tramite il braccio sulla leva inferiore. Più la per-
sona è elastica più ci vuole messa in tensione e più è maggiore il valore dei parametri da aggiungere.

NSR
Disfunzione che comprende almeno 3 vertebre che siano in appoggio solo sul disco, quindi in neutralità.
43
Quando induciamo una inclinazione laterale (s= side banding= inclin laterale) essa è accompagnata da una
rotazione dei corpi vertebrali dal lato opposto all’inclinazione. Nella NSR esistono dei vertici (alto, basso) e poi
esiste un apice della curva che si caratterizza per avere solo un parametro di rotazione massima e nessuna
inclinazione. Quindi, se io voglio agire per dar un’informazione correttiva (non tanto di una scoliosi ma di una
disfunzione che possa correggersi di tipo N), dovrò tenere conto dei parametri della NSR a livello lombare e
invertire i parametri.
Dobbiamo fare un trattamento muscolare su una situazione di tipo NSR a livello lombare, quindi usiamo una
tecnica TEM. Troviamo la disfunzione, poi troviamo la barriera motrice nel senso della correzione e poi fac-
ciamo una contrazione dal lato della disfunzione.

Riduzione di una L3 apicale (NSR)_Tecnica TEM_


Pz decubito laterale
Posizioniamo il Pz sul lato sin, in modo da invertire i parametri di
rotazione e inclinazione. Gli facciamo fare una contrazione dal
lato della disfunzione, quindi sin.
Tener presente che non è una disfunzione di tipo 2, quindi
non è L3 che sta in disfunzione rispetto a L4, ma L3 che
sta in mezzo a una zona superiore e una zona inferiore.
Chiudiamo in chiave il Pz. Il Pz con il bacino farà una contrazi-
one contro la mano caudale dell’Osteopata e con la spalla
verso il braccio craniale dell’Osteopata.
In una apnea INsp l’Osteopata chiede al Pz di spingere con la
spalla (per es) contro il suo braccio, dopodich�����������������������������������������������������������������
é STOP, il Pz smette di spingere e l’Osteopata
������������������������������
guadagna. ��������
La stes-
sa cosa si fa sul bacino: inspira, apnea e spingi con il bacino, stop e guadagno. Questo discorso spalla-bacino
possiamo farlo sia in contemporanea oppure o spalla o bacino.
Riduzione di Per ridurre la
una L3 apicale disfunzione
(NSR)_Tecnica l’Osteopata
TEM_Pz seduto deve invertire
L’Osteopata visual- i parametri,
izza la vertebra in per es. mettere
disfunzione, per es. un’inclinazione
una vertebra incli- sin.
nata a dx e ruotata
a sin

L’Osteopata In tempi successivi, con


contatta una presa sulle spalle del
posteriorm Pz l’Osteopata
la spinosa - corregger�����������������
à i parametri di-
della sfunzionali di inclinazione
vertebra in e rotazione, ossia S sin R dx
disfunzione. - chiederà al Pz una con-
trazione nel senso dell����
’ag-
gravamento (ossia inclin
dx e rot verso sin) sempre
attraverso la respirazione.

44
Riduzione di una L3 apicale
(NSR)_Tecnica diretta con
thrust_Pz decubito laterale
Il trust si fa sulla spinosa. Il Pz �����
è po-
sizionato sul lato della rotazione (nel
nostro es L3 ruotata a sin e inclinata a
dx). La disfunzione NSR significa che
la vertebra sta soltanto in appoggio
sul disco, quindi galleggia nel senso
opposto del comando che proviene
dai legamenti longitudinali anteri-
ore e posteriore, da tutte le fasce che chiusura in chiave
stanno a quel livello e non ingaggia
le faccette articolari.
Mettendo il Pz sul lato sin, si crea una rotazione dx con inclinazione sin, quindi il corpo vertebrale guarda a
dx e la spinosa va verso il lettino. L’Osteopata, dopo aver fatto la chiusura in chiave, deve fare un appoggio a
livello della spinosa di L3. Deve mantenere una certa neutralità, per cui deve stare attento a non dare n�������
�����
fles-
sione né estensione.
Si può prendere l’appoggio in due modi:
- con i pollici: è più delicato è preciso
- con l’eminenza tenar
SI utilizza la respirazione: inspira-soffia e thrust.

appoggio con i pollici

- appoggio con l’eminenza tenar/ipotenar


g

Anno 2 sem 2 Longobardi

Colonna lombare gnel caso delle NSR possiamo agire con delle tecniche dirette sulla vertebra apicale che è
quella che ha la maggiore rotazione. Possiamo trattare una NSR lombare sia con una tecnica diretta che con
45
una ad energia muscolare.
Es: una NSRdx con rotazione massima in L3 a dx.
Posso agire sulla rotazione di L3. Oppure posso fare una tecnica ad energia muscolare nella quale vado ad
invertire i parametri della disfunzione.

COLONNA DORSALE
Le curve della colonna vertebrale vanno stabilizzandosi dalla nascita e nei primi mesi di vita per poi assestarsi
in maniera visiva (l’apparizione delle 3 curve sul piano sagittale) avviene intorno all’età in cui il bambino si
mette in posizione eretta. Quindi, nella vita fetale e nei primi mesi di vita il bambino sta in una posizione di
colonna di cifosi unica. Successivamente alla nascita il bambino presenta una cifosi complessivamente svi-
luppata su tutta la colonna. Poi al 3°-4° mese, quando il bambino porta lo sguardo orizzontale, quindi porta
la testa ad addrizzarsi sul collo e sulle spalle, compare la prima lordosi: la lordosi cervicale. Successivamente
all’età dei 10-12-13 mesi si va a conformare la lordosi lombare, che è l’esigenza che ha il bipede per mettersi
nella stazione eretta. Però permane la cifosi dorsale, che è la curva primaria, che compare nel primo momento
di vita.
Questa rappresenta una curva primaria dal punto di vista di apparizione, e anche perché è una curva che
determina meno adattamenti rispetto alle altre 2. Infatti, le due lordosi sono 2 parti della curva vulnerabili,
in cui si creano i maggiori sintomi, e sono le parti più adattative. A differenza della colonna dorsale con il to-
race, che è una struttura consolidata; a livello delle lordosi vi è una diminuzione della stabilità complessiva (la
lordosi lombare che si trova tra bacino e torace, la lordosi cervicale tra il torace e il cranio), sono due strutture
compatte dove in mezzo c’è una struttura adattativa. Questo determina anche una maggiore frequenza in
queste due curve di problematiche artrosiche, instabilità. È difficile vedere una spondilolistesi in una vertebra
dorsale, ma a livello cervicale e lombare si. A livello lombare si vedono anche delle instabilità vertebrali, cioè
le faccette articolari delle vertebre presentano una regione a contatto che è cartilaginea, nei processi artrosici
il rimaneggiamento interfaccettario può determinare una instabilità vertebrale.
Le 3 curve sul piano sagittale sono fondamentali:
1) per la stazione eretta,
2) per il posizionamento della persona nello spazio,
3) per la resistenza della colonna.
La presenza delle curve rende non solo la colonna più elastica, più ammortizzante, ma anche più resistente;
infatti, una colonna con le curve poco accentuate rappresenta una colonna più rigida ma anche più fragile,
(una legge della fisica dice che: la solidità di una struttura è esponenzialmente maggiore rispetto al numero
delle curve).
È importante che queste curve siano in armonia, non troppo accentuate e nemmeno poco accentuate.
A livello del rachide dorsale c’è l’articolazione con le coste, per cui è indissolubile il movimento delle coste
e delle vertebre. La mobilità del torace ci deve sempre portare a fare una relazione tra le strutture costali e
vertebrali. Il caso più classico è se avete il gibbo (cifosi con rotazione della colonna, con rotazione della gab-
bia toracica, con un gibbo posteriore e un adattamento anteriore del gibbo), questo è quello che comples-
sivamente avviene in una scoliosi; per es: NSRdx abbiamo una rotazione dei corpi vertebrali a dx e una incli-
nazione della colonna a sx, quindi si dice che si ha una rotazione dei corpi vertebrali dal lato della convessità
della curva, se girano i corpi vertebrali (quindi le trasverse) anche le coste girano. L’angolo costale inferiore e
l’angolo costale posteriore, che sono le parti più prominenti delle coste, vanno a formare un gibbo posteriore
dal lato della rotazione e un gibbo anteriore dal lato contro laterale.
Teorie sullo stato del cranio. Ci sono delle forme del cranio che sono assimetriche, se pensiamo alla parte an-
teriore e posteriore del cranio come a 2 vertebre, se si vede l’evoluzione filogenetica della specie umana, nella
formazione del cranio sembrerebbe l’evoluzione di due vertebre che si sono modificate in 2 blocchi, che per
noi sono la sfera anteriore e la sfera posteriore e le rotazioni opposte di queste due sfere a livello del cranio
sono di fatto una scoliosi, che è denominata una latero-flessione-rotazione, è una disfunzione della base del
cranio che se la si osserva bene da l’idea di una scoliosi.
Questo discorso per dire che se abbiamo una scoliosi non possiamo pensare che facendo una manovra sulla
vertebra apicale la risolvo. Le scoliosi e le NSR più in generale, sono delle strutture che si mettono in adatta-
mento rapido (per una sciatalgia si crea una NSR, ma una NSR antalgica).

Vertebra TORACICA
46
Vertebra toracica e differenze con la vertebra lombare
processi artic sup processo spinoso
faccetta costale incisura vertebrale sup
trasversaria processo trasverso
faccetta costale sup arco
vertebrale faccetta
costale
trasversaria
corpo
vertebrale faccetta artic sup
foro
vertebrale radice dell’arco
vertebrale
processo
spinoso processo faccetta
articolare costale inf
inf
corpo
vertebrale
faccia lat della 6 vertebra dorsale faccia sup della 6 vertebra dorsale
processo spinoso
processi articolare sup
processo costiforme processo
processo mammillare
mammillare incisura vertebrale sup processo
accessorio
processo
processo costiforme
accessorio
faccetta artic
sup

incisura vertebrale inf

processo spinoso faccetta articolare inf


corpo vertebrale
faccia lat dx della 3 vertebra dorsale faccia sup della 3 vertebra dorsale
Sono 12 vertebre dorsali.
Il corpo della vertebra toracica è più piccola, e soprattutto le proporzioni del corpo sono differenti.

Il suo corpo è ovale, quello della


lombare è sostanzialmente ro-
tondeggiante e le proporzioni fra
le varie dimensioni della vertebra
sono abbastanza regolari, cioè che
la profondità e l’altezza della verte-
bra sono complessivamente simili.
Anche nel corpo della vertebra
toracica individuiamo i due piatti
vertebrali superiori e inferiori che
sono bucherellati per permettere
gli scambi con il disco interverte-
brale che si trova sopra, la parte
laterale del corpo che è formato da
un osso di contatto che si chiama
muro del corpo vertebrale.

47
Un’altra differenza con la vertebra lombare sempre riguar-
do al corpo: la presenza delle faccette costali, la costa si ar-
ticola con la vertebra in due zone: articolazione costo-ver-
tebrale e costo-trasversaria, , che sono due articolazioni
per lato per ogni costa; più che parlare di faccetta costale
dobbiamo parlare di una emifaccetta, perché ogni costa
si articola con 2 emifaccette: la emifaccetta della vertebra
corrispondente e della vertebra soprastante.
T1 si articola con k1 e k2.
K1 ha o una faccetta unica su T1 o in alcuni casi C7 presen-
ta delle emifaccette per K1. Quindi, K1 lo troviamo nella
parte superiore del corpo di T1.
K5 si articola con emifaccette superiori di T5 e emifaccette
inferiori di T4 e trasversa di T5.
K10 si articola con emifaccette superiori di T10 e emifac-
cette inferiori di T9 e trasversa di T10.
T11 e T12 hanno un’unica faccetta costale per le loro
coste. T12 presenta un’unica faccetta costale della parte
mediana del corpo e non presenta l’articolazione tras-
versaria. Quindi K11 e K12 si articolano esclusivamente
con T11 e T12 le quali presentano un’unica faccetta
costale, poiché nella parte inferiore di K10 non c’è fac-
cetta articolare e K11 e K12 si articolano esclusivamente
con la vertebra corrispondente. Questo perché le coste
basse devono avere una maggiore mobilità oltre che lat-
ero-laterale anche verso il basso, quindi devono essere
più libere per espandere la parte inferiore della cupola
del diaframma, e per rendere più ampio il movimento
dell’inclinazione laterale e di flesso-estensione della col-
onna. Perché non essendo unite allo sterno quindi per-
mettono maggiore elasticità in questa regione.

48
Il corpo vertebrale viene seguito
dai peduncoli che sono il legame
tra la parte posteriore-superiore
del corpo vertebrale e la parte
dell’arco vertebrale. Il peduncolo
insieme al peduncolo superiore
della vertebra soprastante rap-
presenta la zona in cui si forma il
forame di coniugazione della ver-
tebra. Il forame di coniugazione è
formato tetto dalla parte inferiore
del peduncolo della vertebra so-
prastante, pavimento dalla parte
superiore del peduncolo della ver-
tebra sottostante, parte posteriore
dai massicci articolari e dalla cap-
sula dell’articolazione interafofisar-
ia, parte anteriore del forame di co-
niugazione corpi vertebrali, disco
intervertebrale.
Ai peduncoli fanno seguito le strut-
ture dell’arco posteriore, che sono:
massiccio articolare che parte
dall’articolare inferiore all’articola-
re superiore, è tutta la struttura centrale dell’arco che va dalla faccetta articolare superiore alla faccetta ar-
ticolare inferiore. L’orientamento delle faccette articolari delle dorsali è su un piano para-frontale, men-
tre quelle lombari para-sagittale. Orientamento faccette superiori delle vertebre lombari: alto-dietro-dentro,
quelle inferiori: basso-fuori-avanti, questo per impedire la listesi della vertebra che altrimenti scivolerebbe
in avanti. Quando si verifica la listesi significa che questo rapporto si è alterato, le strutture posteriori non
mantengono bene la vertebra e complessivamente un corpo vertebrale perdendo una parte del legame in-
feriore scivola in avanti, questa è una antero-listesi: la più frequente; questo a livello lombare e cervicale è più
frequente, è meno frequente a livello dorsale che è quasi solamente traumatico.
Le faccette articolari superiori sono orientate come le lombari sempre leggermente in alto-fuori-dietro, le
faccette inferiori sono orientate in basso-avanti-dentro.
Le trasverse sono abbastanza sviluppate in lateralità soprattutto per le vertebre toraciche medio-alte, intorno
a T10-11-12 le trasverse sono meno sviluppate, sono più piccoline. A tutti i livelli tra T1-T10 presentano una fac-
cetta per l’articolazione costo-trasversaria, mentre T11 e T12 non hanno faccette per le coste. L’orientamento
delle faccette articolari appena descritte non è uguale per tutte le vertebre toraciche, infatti la 12° presenta
delle faccette articolari inferiori uguali a quelle delle lombari cioè che guarda in basso-fuori-avanti. Quindi, la
conformazione inferiore nonché la spinosa della 12° vertebra toracica assomiglia già a una vertebra lombare.
Le trasverse si trovano nella parte alta della vertebra, più o meno in corrispondenza del piatto superiore della
vertebra. L’arco posteriore si chiude tramite le lamine nella spinosa che a livello toracico ha una caratteristica
di essere molto prominenti e molto inclinate in basso-dietro. Questo è molto importante per le vertebre dor-
sali perché rappresenta un punto di repere molto importante; questo determina per il conteggio delle verte-
bre un riferimento da tener sempre presente perché da T3 a T10 esiste un decapaggio per cui la spinosa della
vertebra corrisponde in proiezione al corpo della vertebra sottostante. Ciò significa che se trovo una trasversa
ruotata e devo decidere di quale vertebra si tratta, se: la trasversa si trova a livello della spinosa di T5, si tratta
della trasversa di T6 (della vertebra sottostante). Se sono sulla spinosa di T6, lateralmente troverò le trasverse
di T7. Importante sia per la denominazione della vertebra sia per il posizionamento che noi dovremmo adot-
tare sia nel test che nella riduzione; perché se ho una posteriorità di T6 e spingo la trasversa che trovo a livello
di T6, in realtà sto spingendo in avanti T7 quindi sto aumentando la disfunzion; quindi, devo sempre tener
presente il decalaggio. Fino a T2 possiamo dire che grosso modo la spinosa si trova a lo stesso livello della
vertebra, questo dipende anche se la persona ha un dorso molto piatto il decapaggio aumenta, se ha le curve
molto accentuate il decapaggio diminuisce. In un dorso normale si trova T1 e T2 troviamo la spinosa allo
49
stesso livello del corpo, T11 T12 trovano la spinosa a livello del corpo. La T3 ha un decalaggio intermedio, cioè
troveremo la spinosa tra il corpo di T3 e T4.
La spinosa di T3 si trova più o meno a livello dell’angolo superiore della scapola, l’angolo inferiore si trova a
livello della spinosa di T7.

I legamenti
Legamento longitudinale ant:
prende tutte le vertebre a partire da
quelle cervicali e lombare, va dalla
zona anteriore del corpo vertebrale
ad aderire più alla vertebra, meno al
disco intervertebrale. È un legamen-
to che limita l’E della vertebra
Legamento longitudinale post:
che si trova dentro il canale verte-
brale, subito avanti la dura madre. È
più adeso al disco intervertebrale e
meno al corpo della vertebra. Limita
la F della vertebra.
Le capsule delle articolazioni interfac-
cettarie: che sono delle strutture che rin-
forzano la stabilità della vertebra a livello
delle faccette articolari laterali.
I legamenti intertrasversari: che si tro-
vano tra le trasverse lateralmente e limi-
tano il movimento di inclinazione lat.
I legamenti gialli: che si trovano fra le
lamine, caratteristica di avere una mag-
giore elasticità rispetto al legamento
tradizionale poiché devono rendere
flessibile la mobilità della vertebra (ro-
tazione, inclinazione, flessione). Anche il
disco intervertebrale oltre ad avere una
funzione di ammortizzatore ha una fun-
zione di stabilizzazione (perché aderisce ai 2 corpi) a
livello della colonna dei corpi.
Legamento interspinoso: va dalla base della spino-
sa superiore e quella inferiore e legamento sovra
spinoso: che ricopre il precedente, che si trova più
esternamente ed è un legamento unico che ricopre
tutte le spinose toraciche, cervicali e lombari.

La mobilità a livello del rachide dorsale è una mobil-


ità in tutti i piani dello spazio. Noi partiamo dallo sta-
to di neutralità della vertebra, che è quello in cui c’è
l’appoggio discale: a una spinta della forza di gravità
reagisce la reazione del disco intervertebrale e sul
fulcro delle faccette articolari risponde il pretenzi-
onamento delle strutture posteriori. Per cui a questo
livello delle faccette articolari non vi è impegno, cioè
non sono né in F né in E, né in avanti né indietro, né in alto né il basso. Quando la vertebra si muove verso la F
si dice che le vertebre vanno in divergenza, cioè le vertebre vanno avanti-alto, quando la vertebra si muove
verso l’E si dice che le vertebre vanno in convergenza, cioè le vertebre vanno in basso-dietro. Per cui a livello
50
vertebrale non esiste nel movimento asimmetrico la possibilità di dissociare i due movimenti. La flessione e
estensione simmetrici avvengono in un piano dello spazio: il piano sagittale; la rotazione e inclinazione sono
combinate.
Nella 1° legge NSR, neutralità, in cui una rotazione è possibile sono se preceduta da un’inclinazione contro
laterale delle vertebra.
Nella 2° legge: ERS, FRS, abbiamo che la rotazione è uguale all’inclinazione.
Se faccio un’inclinazione a dx, la vertebra a dx è più bassa, a sx è più alta; so che a dx quando è andata in con-
vergenza è andata anche in dietro, a sx quando è andata in divergenza è andata anche in avanti.
Quindi, se è più indietro a dx e più avanti a sx so che ha ruotato a dx. Quindi, il movimento di inclinazione e
rotazione a livello vertebrale è sempre un movimento abbinato e combinato, non è mai un movimento puro.
Invece, vediamo che nella prima legge di Fryette rotazione e inclinazione sono diversi, perché li agiscono fat-
tori diversi, come: la migrazione del corpo vertebrale, delle faccette articolari, il tensionamento dei legamenti
intertrasversari.
I movimenti di Inclinazione laterale a livello del rachide dorsale è di 20° a dx e 20° a sx. Rotazione 35° a livello
dorsale complessivamente (5°a livello lombare). Flessione dorso-lombare 105°, levati 60° delle lombari, ab-
biamo circa 55° di flessione dorsale. Estensione dorso-lombare complessivamente 60°, 35° a livello lombare,
circa 30° a livello dorsale. L’estensione è molto più ridotta non solo per il contatto delle spinose, del torace e
c’è una limitazione maggiore del movimento.
A livello delle radici nervose le emergenze del nervo muscolo-motore sono a livello lombare 5 dx e 5 sx, a
livello dorsale 12, a livello cervicale 8. Come facciamo la disposizione tra L5-S1 troviamo la radice di L5. Perché
si dice che nell’ernia tra L5-S1 c’è una compressione di S1? La sciatalgia è la compressione della radice dello
sciatico, nervo ischiatico S1. Questo nervo è normalmente compresso da un’ernia, quindi, spesso si confonde
la radice di S1 con la radice tra L5-S1. In realtà nelle ernie più frequenti: le paramediane, la radice dello scia-
tico viene intercettata nella parte più bassa. Abbiamo la radice di L5, la radice dello sciatico passa nella zona
paramediana del disco, quindi a questo livello si ha la compressione dello sciatico. Non perché il disco va a
comprimere la radice lateralmente che è la radice di S1; ma in realtà la radice viene compressa tra il disco L5-
S1. È molto più frequente avere questa tipologia. Nelle ernie mediane spesso abbiamo dei fenomeni diffusi
degli arti che sono tipicamente dei sintomi delle ernie mediane.

Valutazione colonna dorsale


Pz in piedi, vista dorsale. Valutiamo se la persona ha un’asimmetria della colonna, vediamo se ci sono delle
cicatrici, vediamo l’allineamento delle vertebre.

Vista laterale.
Visualizzazione delle curve sul piano sagittale
Mettendolo in movimento:
- sul piano sagittale inclinando la testa e la spalla e il busto, e con la mano lungo il fianco (inclinazione a dx e
sx) vado a vedere cosa succede sulla colonna, veder gruppi di vertebre che non riescono a muoversi oppure
singoli punti in cui la colonna perde improvvisamente armoniosità, ma anche la valutazione della dinamica
del movimento, cioè potrebbe avere delle accelerazioni del movimento o dei rallentamenti del movimento,
oppure degli adattamenti del movimento, es. nell’inclinazione segue anche il bacino.
Devo interpretare non solo ciò che succede a fine movimento ma anche quello che succede durante il movi-
mento.

51
Vista frontale, sagittale:
es: chiedo la F in avanti e valuto la curva.

Seduto:
- Pz incrocia le braccia al petto e poggia le mani sulle spalle opposte.
Osteopata di fronte al fianco del Pz, lo sostiene (afferrando nell’incrocio
dei gomiti) e si mette più o meno all’altezza della sua zona dorsale. Con la
mano caudale sulla colonna va a sentire, ad es alcune zone particolari viste
nella visita precedente in piedi.

Posso fargli fare dei movimenti attivi: è l’osteopata che gli fa fare i movimenti, sono dei movimenti che par-
tono dal busto dell’osteopata:
- la flessione
- l’estensione
- l’inclinazione
- le rotazioni

Vertebre DORSALI (classe 2A)


La colonna Vertebrale presenta curve sul piano sagittale ed un allineamento sul piano frontale.
Le curve garantiscono elasticità e solidità (l’aumento della resistenza è proporzionale al numero delle curve)
Una colonna senza curve sagittali è rigida, meno elastica, meno mobile e più fragile.
Una colonna con curve troppo accentuate presenta altri problemi tra cui l’accorciamento delle catene musco-
lari o situazioni conflittuali a livello degli organi.

Nello sviluppo delle curve (ripercorrendo la filogenesi) si evince che la prima curva ad essere presente è la
cifosi dorsale che nella vita intrauterina e nei primi 4-5 mesi di vita è presente come una cifosi unica.
Poi lo sviluppo porta al raddrizzamento della testa e quindi la comparsa della lordosi cervicale (IV mese, peri-
odo in cui il bambino comincia a sostenere il capo sul collo)
Successivamente il passaggio alla posizione quadrupedica porta allo sviluppo della lordosi lombare.
Tutto questo permette alla persona il raggiungimento della posizione bipede e la possibilità della colonna di
essere piu performante a livello strutturale.

Quando si assiste ad uno squilibrio importante delle curve è opportuno intervenire con esercizi posturali e
propriocettivi.

La cifosi dorsale rimane a livello dorsale.


È considerata la curva primaria perché
- compare prima
- è struttura portante, solida
- condiziona il posizionamento delle due lordosi che si trovano in due zone adattative.
Il rachide dorsale ha tantissime relazioni con gli organi interni (sistemi sospensori a livello del torace e della
colonna) e, a livello di innervazione (soprattutto ortosimpatica), relazioni con gli organi situati all’interno del
torace e della zona addominale alta (per la presenza delle emergenze spinali e della catena latero-vertebrale
situata ant-lat alla colonna).

Si può parlare quindi di interessi posturali e viscero-somatici/somato-viscerali (sistema a doppio senso).

52
Caratteristiche della vertebra toracica
le vertebre toraciche sono12.
Presentano una particolarita eclatante:
le faccette costali (emifaccette) sono
situate a livello del corpo vertebrale e a
livello della trasversa.

Ogni costa si articola con due emifac-


cette di due vertebre consecutive (si
articola con il corpo della vertebra
sovrastante e sottostante). Per es. K3 si
articola con l’emifaccetta di D2 e di D3.
A livello della trasversa è presente la
faccetta costale che si articola con il
tubercolo costale.

Il corpo vertebrale ha una forma molto più rotondeggiante (il corpo delle vertebre lombari è molto più ovale)
sulle tre dimensioni.

Il corpo vertebrale presenta il muro (parte corticale) e i due piatti (sup e inf ) strutturalmente più cribrosi, cioè
perforati da una serie di forellini che garantiscono gli scambi osmotici con il disco intervertebrale.

Problematiche irritative del disco possono portare a patologie infiammatorie importanti che in alcuni casi
possono interessare anche il corpo vertebrale. Questo fenomeno è chiaramente riscontrabile con una RM
(pesata in T2 ) capace di mettere in evidenza fenomeni algodistrofici o reattivi del corpo vertebrale in seguito
all’imbibizione di liquido infiammatorio causato della sofferenza del disco.
Il canale vertebrale ha una forma meno triangolare rispetto alle vertebre lombari (che sono più rotonde-
ggianti).

La parte post della vertebra (arco e apofisi,


zona più dinamica della vertebra) è collegata
al corpo vertebrale attraverso dei peduncoli.
Le trasverse sono poco sviluppate nella parte
alta (D1 e D2) e bassa (D11 e D12, dove questa
particolarità è ancora più evidente).
Presentano invece uno sviluppo importante da D2-D3 fino a
D10. Anteriormente alla trasversa è presente la faccetta arti-
colare per la costa corrispondente.
Nella parte intermedia, cioè nella regione della vertebra chia-
mata massa laterale (tra il peduncolo, la trasversa e la lamina),
è presente la faccetta articolare con la vertebra sovra e sot-
tostante.
Le faccette articolari sono orientate su un piano parafrontale,
particolarità che rende più difficoltoso un eventuale scivola-
mento ant-post del corpo.

53
Non a tutti i livelli è presente questa situazione:
tutte le vertebre si articolano con 1 costa.
La costa si articola con la parte sup della vertebra
dalla quale prende il nome (k1 si articola con la
parte superiore di D1).
Questa situazione è presente a livello di tutte le
vertebre fino a K10.
D11 e D12 presentano un’unica faccetta nella
parte mediana del corpo, che si articola con la
costa corrispondente.
D11 e D12 non presentano un’articolazione cos-
to-trasversaria (se ce l’hanno è molto instabile).
Il torace è una struttura che ricerca adattamenti
pur non avendo molta capacità adattativa.

L’orientamento delle faccette delle vertebre dorsali


è differente da quello delle vertebre lombari.
Le faccette delle vertebre LOMBARI sono disposte
su un piano paraSAGITTALE,
le sup orientate in dietro-dentro e leggerm. alto,
le faccette inf in avanti-fuori e leggerm. in basso.

Le faccette articolari TORACICHE sono disposte su


un p. paraFRONTALE,
le sup orientate dietro-fuori e leggerm in alto,
le inf orientate avanti-dentro, leggerm. basso.

Non tutte le vertebre dorsali presentano questa caratteristica.


Le faccette inf di D12 sono orientate come le vertebre lombari, su un piano parasagittale – avanti-fuori.
Inoltre D11 e D12 presentano un’unica faccetta articolare per K 11 e K12 e non presentano la faccetta per il
tubercolo costale.

D1 ha le faccette superiori sullo stesso piano delle altre vertebre toraciche. In questo caso è C7 ad avere le sue
faccette inferiori simili a D1.

54
La lamina corrisponde alla
parte post dell’arco verte-
brale.
La lamina di dx si unisce
alla lamina di sin a livello
della spinosa e rappresen-
ta la protezione post per il
midollo spinale.
Tra le lamine di due vertebre contigue
è presente il leg giallo.
La posizione delle spinose è
- un repere importante per il
conteggio delle vertebre
- fornisce informazioni (non
preciso) del livello vertebrale
su cui ci si trova.

Importante ricordarsi che le spinose dorsali


- sono molto sviluppate, soprattutto in lunghezza
- sono molto inclinate verso basso-dietro (soprattutto a partire da D4 fino a D10).
Questa inclinazione colloca la spinosa in proiezione con il corpo e i processi articolari della vertebra sot-
tostante.

- D1 e D2 presentano una spinosa abbastanza allineata con le trasverse.


- La spinosa di D3 si trova a metà strada tra le trasverse di D3 e quelle di D4.
- D11 e D12 ripresentano le spinose orizzontali e non c’è più il fenomeno del decalaggio (cioè reperimento
delle trasverse a partire dalle spinose).

Importante!
Una curva dorsale ridotta presenterà un’ accentuazione di questo fenomeno (le trasverse di D6 si localizzano
esternamente alla spinosa di D5) e viceversa (la spinosa di D5 si localizzano medialmente alle trasverse di
D6).

Cenni sull’emergenza delle radici nervose


Rispetto all’emergenza delle radici nervose
il tratto cervicale presenta 8 radici nervose
il tratto toracico ne presenta 12
il tratto lombare 5
Ciò significa che l’emergenza della radice di C1 si trova sulla parte superiore del corpo vertebrale di C1, mentre
la radice di C8 si trova sulla parte inferiore della vertebra C7.
Di conseguenza la radice di L5 si trova tra L5 e S1. La radice dello sciatico si trova più in basso.
Spesso si fa confusione con le ernie. L’ernia paramediana di L5 prende la radice di S1.
55
Apparato Legamentoso
Leg longitudinale ant:
- si trova nella parte ant dei corpi
- è extracanalare
- è presente su tutta la colonna (da C1 a S1 S2)
- aderisce molto al corpo e poco ai dischi.

Leg longitudinale post:


- è intracanalare, in relazione con la dura madre
- molto adeso ai dischi, meno al corpo vertebrale
- teso da C1 a S2-S3.

Le strutture legamentose della capsula articolare rendono ogni articolazione intervertebrale (tra le faccette)
un’articolazione vera e propria con liquido sinoviale e cartilaginee articolare.
Anche a questo livello è possibile trovare artrosi che può dare rigidità o instabilità.

Il disco è una struttura legamentosa perché stabilizza le due vertebre tra le quali è situato.

I leg intertrasversari danno stabilità nell’inclinazione laterale.


I leg gialli sono tesi tra le lamine.
I leg interspinosi sono singoli e situati tra due spinose.
Il leg sovraspinoso, unico, è situato sulla parte esterna della spinosa, stabilizza in maniera continuativa tutte
le spinose delle vertebre.

Colonna e movimento
Divergenza, movimento di F – il corpo rotola e scivola avanti.
1. Primo grado (inclinazione del corpo ma assenza di scivolamento)
2. secondo grado (le faccette vanno avanti-alto)
Convergenza, movim. di E - La vertebra rotola e scivola post e le faccette articolari vanno in basso-dietro.

Nell’inclinazione laterale, si mettono in tensione i legamenti laterali (intertrasversari).


In questo movimento si prende in considerazione la superiorità e l’inferiorità.
Nell’inclinazione dx la vertebra si abbassa a dx e si alza a sin.

I movimenti asimmetrici di una vertebra non possono mai avvenire su un solo piano.
L’inclinazione e la rotazione, asimmetrici, sono sempre combinati tra di loro:
- infatti in una convergenza dx, la faccetta di dx non va solo in basso ma anche dietro.
- nella divergenza non va solo in alto ma anche in avanti.

La 1° legge di Fryette è la legge di neutralità (NSR).


Partendo da una situazione di neutralità (posizione teorica in cui le faccette non sono ingaggiate),
ad una inclinazione dx di 3 o più vertebre si assisterà ad una inclinazione dx e una rotazione a sin dei corpi
vertebrali.

Nella 2° legge > E/FRS si esce dalla neutralità e si prende in considerazione una vertebra rispetto alla sot-
tostante.
In questo caso, un’inclinazione è sempre seguita da una rotazione dei corpi omolateralmente.

Ciò dipende dall’orientamento delle faccette articolari.


Durante l’inclinazione dx c’è anche una rotazione a dx perché la faccetta di dx va dietro oltre che in basso
mentre la faccetta di sx va avanti oltre che in alto.

Movimenti simmetrici:
56
flessione – a livello del dorso è di circa 60°
estensione – 35°
inclinazione 20°
rotazione 35°

Flex dorso-lomb – 105°


A livello lombare la rotazione è 5° (dovuto all’orientamento delle faccette articolari).

PRATICA – esame visivo


Anche per la regione toracica si parte da test visivi:
per valutare presenza di
- curve poco accentuate (mobilità ridotta)
- di un gibbo (rot dx, inclinazione sx. Quindi in caso di inclinazione sx, la rotazione dx non solo porta in dietro
le trasverse di destra e quindi le coste, ma porterà piu avanti quelle di sinistra).

Trovarsi in queste situazioni fa partire il test da una situazione anomala, da una posizione spaziale delle dita
differente.

Dalla posizione frontale – si osserva


allineamento colonna dorsale
scapole simmetriche

posizione sagittale – si osserva


armonia curve
appiombo delle curve
movimento sul piano frontale –
svolgimento dell’inclinazione a
partire dalla testa.

si osserva se ci sono perdite


di armonie della curva messe
in evidenza da zone rettilineiz-
zate o bruschi cambiamenti di
direzione.

il movimento parte dalla testa si osserva se la curva è


armonica

57
se ci sono zone il Pz potrebbe
rettilinee compensare con
il bacino
Piano sagittale - Pz in flessione anteriore della colonna a partire dalla testa.
Valutare armonia curva o presenza di tratti di colonna rettilinei e quindi poco mobili.

Si può effettuare il test anche in posiz. seduta.


Si chiede al Pz di incrociare le braccia. L’Osteopata fa passare il
braccio sotto i cavi ascellari del Pz sostenendogli le braccia.
Si fanno test di pressione e si inducono movimenti di F- E -Side
- R.

test di pressione a vari livelli

58
. F- E Rotazione
Posizionando le
dita sulle spinose
si possono apprez-
zare e valutare i
tratti della colonna
trovati all’esame
visivo come meno
mobili.

Repere. Spina della scapola – spinosa di D3


angolo inf scapola – spinosa di D7.

COLONNA DORSALE: Valutazione e test


Dopo aver fatto una valutazione del Pz dalla posizione in piedi, in statica ed in dinamica, integrando le infor-
mazioni visive con le informazioni palpatorie abbiamo individuato zone e vertebre nelle quali sarà opportuno
effettuare una valutazione più approfondita.
La volta precedente abbiamo visto che con il Pz seduto possiamo integrare un test palpatorio con un test
dinamico. Un leggero movimento ci permette di trovare una facilitazione che può farci pensare ad una comp-
lessiva buona mobilità. Infatti se in una zona o su una vertebra trovo movimenti di inclinazione laterale, di
rotazione, di flesso-estensione, già penso che in quella zona c’è una corretta mobilità.
Una volta individuata la vertebra sulla quale fare il test bisogna procedere per nominare la disfunzione, quindi
ci avvaliamo prevalentemente del test utilizzando come punti di repere le spinose e le trasverse delle verte-
bre. Sappiamo che a livello di palpazione le spinose dorsali corrispondono da D4 a D10 alle proiezioni sulle
vertebre sottostanti, per cui se dobbiamo fare il passaggio della valutazione dalla spinosa alla trasversa lo
dobbiamo considerare; ad es se prendo in considerazione la spinosa di D7 e mi metto lateralmente ad essa
non troverò le trasverse di D7 bensì le trasverse di D8, le trasverse di D7 le troverò più in alto ossia all’altezza
della spinosa di D6.
Andremo successivamente a paragonare quello che accade a livello della spinosa con quello che accade alle
trasverse della stessa vertebra per posizionare la vertebra nello spazio rispetto alla sottostante che è la ver-
tebra che sarà il mio riferimento di movimento, per cui andrò a mobilizzare questa vertebra per vedere se
rispetto alla posizione iniziale in cui l’ho trovata e rispetto alla mobilità mi dà delle informazioni definitive per
denominare la disfunzione.
Ricapitolando: nella prima parte i test mi permettono di individuare una regione, una vertebra; nella sec-
onda parte faccio dei test per denominare la disfunzione.
Iniziamo dal ragionare sul posizionamento dorsale, la prima zona da sentire è quella delle spinose: in partico-
lare vado a valutare innanzitutto l’allineamento sulla linea mediana in modo da poter evidenziare eventuali
spostamenti laterali della spinosa.

59
1°ESEMPIO: Troviamo la spinosa di D3 rispetto a D4 deviata a dx. Se si tratta
di una disfunzione isolata si può ipotizzare la presenza di una rotazione sin ed
un’inclinazione sin e la denominerò come una RSsin. Successivamente andrà
valutata la F e l’E per cui faccio effettuare un movimento di F-E dove avrò un al-
lineamento delle spinose durante la F ed un disassamento durante l’E quindi
in questo caso ho una FRSsin, perché la disfunzione scompare durante il mo-
vimento di F, ciò significa che entrambe le faccette articolari possono fare la F
ma non l’E e la disfunzione come sappiamo si nomina nel senso della maggior
ampiezza. Se invece troviamo sempre in una rotazione ed inclinazione sin una
spinosa che si riallinea in un movimento di E e si disassa in un movimento di F
avremo una ERSsin. Faccio un altro test e vedo che la né la F né l’E fanno cen-
trare la spinosa, la situazione peggiora con una disfunzione di bilateralità
asimmetrica che si definisce in questo caso una anteriore dx posteriore sin.
Ricapitolando: le faccette articolari possono andare sia in F che in E, abbiamo visto che in realtà quando una
faccetta va in F va anche in avanti-alto e quando va in E va basso-dietro.

2°ESEMPIO: In questo caso


troviamo le spinose che sono
sulla linea mediana ma pre-
sentano tra loro degli spazi
asimmetrici per cui si farà un
test di pressione più “fine”
dove andrò a testare la zona
che mi sembra più asimmet-
rica partendo dalla vertebra
che appare più in disfunzi-
one poiché è meno mobile.
A questo punto si effettua il test di F e noto che lo spazio non si apre, faccio il test di E e vedo che gli spazi
si chiudono per cui denominerò la disfunzione come una E bilaterale. Viceversa se le vertebre si aprono in
flessione ma non si chiudono in estensione avremo una disfunzione di F bilaterale.

Test di mobilità
Pz seduto sul lettino, la testa del Pz du-
rante il test deve essere sempre bilan-
ciata non ruotata né inclinata.
Vado a fare prima un test in cui mobi-
lizzo in F-E la colonna e individuo una
zona che mi sembra meno mobile; su
questa zona posso fare inclinazione
laterale, rotazione per andare a selezi-
onare su una o 2 vertebre qual è quella
Pz allineato test globale sulla colonna in F-E da testare.

60
Poi denomino il numero della vertebra
partendo da D1, oppure (se è molto
bassa) partendo da K12, che mi fa ar-
rivare alla colonna su D12. Mi metto
sulla spinosa in disfunzione e vedo se
è allineata o disassata. Se è disassata
ragiono sul centraggio, se è allineata
invece ragiono sugli spazi.
Se trovo una vertebra con la spinosa
deviata a sin, vado a contare partendo
conto da D1 conto da K 12 dalla prominente (C7) e utilizzando una
F minima della colonna.
Il risultato è D6 deviata a sin rispetto a D7.
Per valutare la rotazione prendo la
vertebra tra la sua spinosa e quella
sottostante (immag. sin)
o metto il dito (immag. dx) per ve-
dere se questo rispetto a sotto si
riallinea.

Effettuo un
movimento
di E e la verte-
bra non si rial-
linea; faccio un
movimento di
F e la vertebra
si riallinea. Ho
trovato una
FRSdx.

Ipotizziamo di voler valutare D4 rispetto a D5: ho uno spazio più aperto tra le spinose, testo lo spazio sot-
tostante che risulta normale, anche quello sovrastante risulta normale, valuto D4 su D5. Con i movimenti del
capo vado a vedere se lo spazio si apre (in F) e si chiude (in E); lo spazio si apre e non si chiude questa sarà una
flessione bilaterale. Viceversa lo spazio si chiude ma non si apre è una estensione bilaterale.

Se facciamo un test dorsale usando la respirazione, facciamo mettere il Pz prono con un cuscino sotto la
fronte: in questo modo la colonna dorsale non è in tensione.

61
In caso di una FRSsin (per es D3), dovrei trovare a
livello di D3 nella parte dx una trasversa più anteriore
rispetto a quella di D4; posso paragonare le trasverse
di D3 con quelle sottostanti di D4.

Per utilizzare la respirazione nei


test dobbiamo tenere presente
che durante l’INsp la colonna si
allunga,
in questo caso la curva dorsale
fa un’E;

durante l’Esp la colonna dorsale


farà una F.

Test sulle spinose per valutare l’allineamento.


Ipotizziamo di trovare la spinosa di D5 a sin,
significa che la vertebra è ruotata a dx

62
Se D5 è ruotata a dx devo sentire una corri-
spondenza sulle trasverse, in questo caso la
trasversa di sin devo trovarla più avanti. Inoltre
devo tener conto del decalaggio per cui le
trasversa sin di D5
trasverse di D5 devo cercarle ai lati della
spinosa di D4.

spinosa di D5

trasversa dx di D5

pollici sulle trasverse

Test di mobilità rachide dorsale (classe 2A)


Introduzione
Intanto prima di effettuare il test di mobilità è necessario andare a ricordare quali sono i punti di repere delle
vertebre dorsali.
A livello spaziale, la spinosa si trova ad un livello inferiore rispetto alle trasverse ed addirittura bisogna tenere
conto del decalage da D3/D4 fino a D10 in cui la spinosa corrisponde al corpo e alle trasverse della verte-
bra sottostante (anche leggermente al di sotto delle trasverse che sono posizionate nella parte superiore del
corpo).
Vedremo due tipologie di test di mobilità:
1. la prima è maggiormente meccanica;
2. una seconda tipologia nella quale si utilizza anche la respirazione.

Il test va interpretato; si compone di due fasi:


1. test visivo
2. test palpatorio che approfondendolo ci porta a posizionare la vertebra rispetto alla sottostante.
Individuiamo la vertebra rispetto alla sottostante che è il nostro punto di riferimento e andiamo a valutare
l’allineamento che ci dà già un idea; a questo punto possiamo richiedere un movimento attivo o indurre un
movimento passivo per valutare F o E.
Una spinosa maggiormente prominente, a livello dorsale, è un informazione che la vertebra è in una condizione
di Flessione. La stessa condizione di prominenza, ma ancora più accentuata può essere segno evidentemente
della Lisi istmica o spondilolisi, perché c’è un distacco dell’istmo.
Se c’è una condizione in cui ad es. la vertebra è posizionata con la spinosa a dx e lo spazio tra la stessa spinosa
e la sottostante è ridotto rispetto allo spazio sovrastante, questo ci dà una informazione ulteriore sulla posiz-
ione; ma naturalmente questo elemento non è denominante una disfunzione.

Possibili risposte del test (prendendo ad es. la condizione sopracitata, quindi con R sin):
1) faccio la F e la vertebra si riallinea; faccio l’E e la vertebra si disassa ulteriormente FRSsin
2) faccio la F e la vertebra si disassa; faccio l’E e la vertebra si riallinea ERSsin
3) faccio la F e la vertebra Non si riallinea; faccio l’E e la vertebra NON si riallinea Bilaterale asimmetrica
Ant dx+Post sin.
63
4 ) come ultima possibilità, ci troviamo con le spinose allineate sulla linea mediana e con una situazione in cui
la distanza tra di esse non è armonica. Non necessariamente, se le spinose sono allineate, è esclusa la possi-
bilità che in flessione o estensione, compaiano delle rotazioni. Ci possono essere delle condizioni poco chiare.
Se il test precedentemente fatto ha evidenziato la stessa zona come ipomobile e con una sofferenza tissutale,
si va a valutare se la vertebra rispetto alla sottostante può o meno andare in F e in E. Questa informazione ci
dirà se siamo in una condizione di F bilaterale o E bilaterale

Non bisogna commettere l’errore, in caso di spazi troppo chiusi o troppo aperti, di confondersi perciò è op-
portuno andare a valutare uno spazio alla volta.
Attenzione!! Il fatto che una vertebra sia in disfunzione, non esclude la possibilità che sia in disfunzione anche
la sottostante.

Test meccanico
Dopo aver effettuato il test in piedi, il Pz viene fatto sedere ed è importante prima di tutto, mettere il Pz in ap-
piombo e soprattutto la zona che si sta testando deve avere una proiezione verticale che cade sul bacino.

1. Individuare il livello da testare

L’informazione che abbiamo ottenuto con il test visivo in piedici da il punto da testare; a questo vado ad ag-
giungere una valutazione dinamica che faremo dando movimenti di inclinazione e posizionandoci con le
dita
sulla vertebra e sulla sottostante per indi-
viduare quella che ci interessa di più.
Per individuare il livello numericamente,
potremo andare a utilizzare la flessione
del capo che metterà in evidenza la
prominente oppure l’estensione del capo
che renderà più sporgente D1; da qui ini-
zieremo a contare le vertebre fino ad arri-
vare a posizionarci sulla vertebra interes-
sata e sulla sottostante.

il capo in F evidenzia C7 il capo in E evidenzia D1


2. Individuare la posizione spaziale della vertebra e la restrizione di mobilità
A questo punto
valuteremo innanzi-
tutto l’allineamento
delle spinose; poi
potremo effettu-
are un’inclinazione
e rotazione a dx e
un’inclinazione e ro-
tazione a sin per valu-
tare il lato in cui ho
maggiore o minore
difficoltà
inclinazione e rotazione a dx inclinazione e rotazione a sin

64
A questo punto
sposteremo le dita
mettendoci lat-
eralmente alle due
spinose e andremo
a valutare la F e l’E.
Utilizzeremo il capo
fino al livello D5 o
eventualmente con
le braccia se dovre-
mo arrivare ad un
livello sottostante.
3. È possibile effettuare un test più dinamico
Andremo ad effettuare dei movimenti badando bene alla facilità nell’effettuare il gesto e all’adattamento
della vertebra rispetto alla sottostante:
1. inclinazione laterale

2. una rotazione

3.flesso
estensione

La cosa essenziale, al di la delle tecniche di valutazione e di test, è:


- essere certo del livello che mi interessa e della sua denominazione;
- l’orientamento della vertebra nello spazio
65
- anticipare mentalmente il movimento della vertebra nei vari movimenti che vengono indotti.

TEST rachide DORSALE con RESPIRAZIONE


Come per le vertebre lombari, utilizziamo la respirazione per mobilizzare le vertebre dorsali; immaginando
che in inspirazione avviene una estensione e quindi un raddrizzamento delle curve, ed in espirazione avviene
una flessione e quindi un’accentuazione della cifosi.
Bisogna tenere in particolare attenzione le zone di inversione di curva e di cerniera come la cervico dorsale e
la dorso lombare.
Una cosa interessante è andare ad individuare se una eventuale deviazione della spinosa, corrisponde ad
una omogenea deviazione delle trasverse; questo perché non necessariamente sono corrispondenti. Inoltre
l’orientamento spaziale della vertebra può non essere corrispondente alla facilità di movimento della stessa
che si verifica con un test meccanico.
In alcuni casi delle vertebre possono andare in disfunzione, oltre che sulle faccette articolari, anche sul corpo
vertebrale; potremmo avere dunque dei test che non sono completamente logici. Potremmo avere delle
sommazioni di disfunzioni o viceversa su una spinosa che è centrata, facendo il test di flesso estensione, com-
pare una deviazione laterale.
La cosa migliore è non farsi condizionare da un eventuale orientamento, ma fidarsi delle sensazioni senza
preconcetti.
Trovo una spinosa deviata; trovo la sottostante come punto di riferimento; faccio fare una inspirazione e dovrei
avere un’estensione; faccio fare una espirazione e dovrei avere una flessione chiaramente andrò a verificare in
quale fase la vertebra si riallinea e denominerò la disfunzione.

sem 3 Di Branco_Ernia

Parlando di ernie discali, bisogna constatare che sull’ernia effettivamente, non si può fare nulla!
Il problema è legato in particolare all’ampiezza del canale vertebrale che è soggettiva. La cosa che emerge e
che deve fare riflettere, è il fatto che le ernie si presentino sempre, o quasi, allo stesso livello.
Partendo dal fatto che le lordosi sono tali per la presenza nella regione anteriore di strutture che esercitano
una trazione come ad es. la regione cervicale che si adatta alle tensioni della guaina viscerale del collo che è
correlata alle tensioni derivanti dall’esofago.
A livello lombare ci sono grossi gruppi muscolari che agiscono posteriormente come il grande dorsale, lateral-
mente come il quadrato dei lombi, anteriormente come il m. psoas e i pilastri del diaframma.
Dunque in teoria parliamo di una zona molto mobile; ma non è così.
L’ernia è di solito posteriore o laterale, è dunque frutto di tensioni che vengono dalla regione anteriore; quindi
andiamo a cadere sul m. psoas, tra le fibre del quale ritroviamo il plesso lombare; inoltre ritroviamo l’inserzione
dei pilastri del diaframma che origina da D12 e arriva, con qualche fibra in maniera incostante, fino a L4.
Il m. psoas discende a livello della fossa iliaca dove si connette con il ventre carnoso dell’iliaco che va a costi-
tuire una sorta di pavimento; a questo sono contrapposte superiormente le cupole del diaframma che vanno
a costituire il tetto.
Abbiamo dunque due strutture che agiscono in maniera similare anche se in sensi diversi. L’azione muscolare
del diaframma è guidata dal comportamento dei visceri.
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presente una pressione, positiva o negativa a seconda della fase respiratoria, che mantiene le strutture ad-
ese superiormente ed inferiormente; questa pressione è mantenuta dalla tensione e resistenza della parete
66
addominale.
Quando la tenuta della parete addominale diminuisce per un qualsiasi motivo (vita sedentaria, esito di un
intervento chirurgico, parto ecc.), i visceri si abbassano per la forza di gravità con l’inevitabile conseguenza
che ci sia un comportamento medesimo da parte del diaframma (che si poggia su di essi cambiando la sua
posizione e azione) e dei pilastri.
I visceri scendendo si poggiano sempre più a livello del muscolo iliaco, più da un lato o dall’altro, che reagisce
diventando ipertrofico e andando a determinare delle ripercussioni anche a livello delle inserzioni prossimali
dello psoas. Questo comporta una verticalizzazione della colonna lombare con due principali conseguente:
alterazione dei carichi; se il fenomeno si protraesse per pochi giorni non darebbe problemi particolari, ma
mantenendosi nel tempo ha chiaramente degli effetti importanti; altra conseguenza, è la perdita di elasticità
del tratto lombare che determina un inevitabile compenso delle strutture sottostanti L4-L5-S1 che non es-
sendo sottoposte a queste forti tensioni muscolari e avendo per struttura una minore mobilità, dovrebbero
essere tranquille. Il compenso viene messo in atto, in particolare, nella deambulazione durante la quale c’è
una fisiologica alternanza di torsioni iliache e sacrali che non fanno altro che determinare adattamenti su
queste strutture compensanti. Il tratto lombare che risulta verticalizzato, determina dei fenomeni di colpi di
frusta sulle vertebre L4-L5-S1.
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importante sottolineare che il disco intervertebrale di L5 si presta a questi fenomeni per la sua conformazi-
one irregolare.
Le ernie a livello L4-L5-S1 sono generalmente da usura, mentre a livello dorsale basso e anche risalendo, sono
più conseguenza di trauma o di uno sforzo; possiamo avere delle classiche ernie posteriori o delle ernie di
Schmorl derivanti da delle invaginazioni del disco che portano a uno sfondamento del piatto vertebrale (gen-
eralmente sottostante). Quest’ultima tipologia di ernie, si può manifestare in conseguenza, ad es., di un salto
con un atterraggio non perfetto o senza una preparazione alla fase di appoggio; accade nei soggetti non più
giovanissimi ed è abbastanza frequente come fenomeno.
Tornando alla “bocca” che si
presenta tra psoas e pilastri del
diaframma, rappresenta una zona
di equilibrio di tensioni e pres-
sioni, che vengono influenzate
anche dalle catene muscolari
posteriori. La formazione di
un’ernia, altro non è che una
risposta dell’organismo e uno
degli errori che classicamente si
fa, è rimuoverla senza andare a
riequilibrare le tensioni anterior-
mente; accade così che si presentano delle recidive o dei fenomeni irritativi legati alla cicatrizzazione ipertro-
fica.
L’ernia non è dunque un elemento prerogativo di dolore!
La cosa da tenere presente, è che se il Pz si presenta con una iperreflessia o areflessia, con una perdita della
forza o della sensibilità l’indicazione è solo ed esclusivamente chirurgica.
Tutto questo discorso fa capire come il nostro organismo lavori sempre alla ricerca di un equilibrio; quando
questo viene meno, per un qual si voglia problema, si scatenano i fenomeni algici (discorso a parte per i
fenomeni traumatici) nei distretti di minore capacità adattativa del corpo, che, in questo caso, sono i distretti
lombari non interessati dalle inserzioni muscolo legamentose di psoas e pilastri del diaframma.

Andando più sulla parte pratica, il Pz con lo scatenarsi del fenomeno algico si presenterà da noi con degli at-
teggiamenti posturali che ci aiuteranno ad avere un’idea della situazione.
L’idea fondamentale, nella valutazione della postura, è che il Pz cerca di evitare il dolore e di decomprimere
della radice. Potremo avere diversi atteggiamenti:

67
1. In una condizione di ernia supero-esterna
(rispetto alla radice nervosa), il Pz tende ad incli-
narsi dal lato opposto rispetto al lato della mani-
festazione dolorosa, per evitare la compressione e
quindi l’aumento di dolore. Si parla classicamente,
in questo caso di un ernia supero esterna con at-
teggiamento antalgico crociato (questo è però un
discorso schematico che molto spesso non è così
semplice).

2. Ernia infero-interna rispetto alla radice ner-


vosa; il soggetto avrà un atteggiamento di incli-
nazione omolaterale ma con un sorta di blocco in
inspirazione per cercare di comprimere il nervo
sulla radice. Si parla di atteggiamento antalgico
diretto con ernia infero interna.

3. Pz che si presenta in flessione di tronco, iliaco posteriore e dolore nella fase di estensione; in questo caso
penso ad uno spasmo dello psoas che determina la sofferenza della zona di minore resistenza.

Gli elementi sopra indicati non sono vincolanti e necessariamente compatibili nella realtà, ma rappresentano
dei punti di partenza e di riflessione.

Trattamento
Partiamo dal fatto che il Pz non dovrebbe arrivare nelle condizioni sopracitate, ma si dovrebbe agire in mani-
era preventiva; ed è compito dell’Osteopatia mettere il Pz nella condizione di miglior equilibrio globale.
Il vero intervento osteopatico mira a valutare il diaframma, i visceri ecc.; ma non si tratta di un trattamento
esclusivamente viscerale, infatti bisogna valutare le informazioni che giungono dall’esterno dell’organismo
e nello specifico le informazioni dal basso verso l’alto, quindi appoggio dei piedi, ginocchia, anche, bacino e
tutto quello che si può valutare in un quadro ascendente.
Ma il Pz, nella maggior parte dei casi, arriva in una condizione di emergenza; in questo caso l’Osteopatia mira
a mettere la struttura in condizione di mobilizzare i liquidi che passano intorno, perché l’ernia è costituita da
una grossa componente liquida.
Verranno messe in atto dunque tutte quelle tecniche che agiscono sulla mobilizzazione dei liquidi a partire
dalle tecniche craniali sino ai drenaggi viscerali con obbiettivo di drenare la zona di sofferenza e dunque ridu-
rre la compressione.

Ricapitolando si andrà a:
-valutare la postura antalgica
-mai trattare un paziente senza RMN!!!
-valutare la topografia radicolare (zona di dolore e di deficit funzionale ad es.);

68
-Test di Lasègue
che classicamente è positivo quando il
dolore si presenta dai 60° in su; ma in una
condizione di emergenza, con ernia es-
pulsa e migrata, nel momento in cui si ef-
fettua il test, praticamente nei primissimi
gradi, parte il fenomeno algico perché la
radice nervosa è sottoposta ad una im-
portante compressione.
In una condizione simile, non c’è molto da perdere tempo; bisogna chiedere se si stanno prendendo i farmaci
giusti, se è stato dal medico, dall’ortopedico o dal neurologo. L’Osteopata può fare delle cose che vedremo
più avanti.
In un caso classico, non grave come sopra, nel quale il Pz riesce ad arrivare durante il test ad una flessione
maggiore, allora andremo a fare un’analisi differenziale che consiste:

1. fletto l’anca fino al punto in cui parte il dolore, riduco leg-


germente la flessione, rimetto in tensione dando una F dorsale
del piede. Risultati:
a) se c’è nuovamente il dolore è un problema neurologico;
b) se il dolore non ricompare allora si passa alla seconda dif-
ferenziazione;

2. fletto l’anca fino al punto di dolore, abbasso leggermente


e faccio una RI di anca + Add di arto inferiore per mettere
in tensione il piriforme; la risposta positiva a questo stimolo
indica una probabile disfunzione sacrale presumibilmente
correlata ai visceri del piccolo bacino.
I muscoli pelvi trocanterici reagiscono quando c’è un proces-
so espansivo di qualsiasi natura (stitichezza, fibromi, ipertro-
fia prostatica, tumori ecc.); potrebbe anche esserci stata una
semplice caduta sul sedere che ha provocato una disfunzione
sacrale di torsione con la messa in tensione del piriforme.
3. possibilità che non ci sia una risposta in nessuna delle analisi differenziali sopra citate e il dolore ricompare
solo riportando l’Arto inf alla F di partenza (quella in cui compariva il dolore nel test). Questa risposta indica
una disfunzione sacro iliaca pura o una disfunzione ad esempio di L4.

4. se compare il dolore sulla gamba controlaterale rispetto a quella testata, andremo a effettuare dei test an-
che sulla controlaterale.

5. se il dolore tende a non sparire mai il problema è più centrale, non a livello della radice nervosa.

69
6. ultima ma non meno importante, è la possi-
bile risposta negativa a tutti i test sopra citati;
a questo punto, per valutare se sia interessato
lo psoas, abbassiamo rapidamente l’arto sul
lettino; la comparsa del dolore in questo caso
è legata al fatto che essendo, in questa ipotesi,
accorciato lo psoas, abbassando la gamba ve-
locemente c’è una leva sull’inserzione distale
con il bacino che segue inevitabilmente dan-
do un colpo di frusta sulla regione di minore
elasticità.

Se il punto 1) è positivo, il problema è neurologico e posso


fare ulteriori test:
Test di pressione_Pz seduto. L’Osteopata preme sulle spal-
le del Pz per aumentare la pressione intracanalare e poi, per
capire se un lato è più sofferente dell’altro, aumenta la pres-
sione prima a dx e poi a sin.

Slump test_Pz seduto.


L’Osteopata procede così:
- preme sulle spalle del Pz
(come sopra),
- chiede al Pz si INsp e
rimanere in apnea
- durante l’apnea gli
chiede di estendere un
Arto inf, per allungare il
nervo.

Se il Pz ha male il test è
positivo.

70
Test della chiave.
L’Osteopata esercita
una pressione con una
chiave negli spazi tra
una vertebra e l’altra su
tutto il tratto lombare
per individuare la zona
di dolore.
Su quella zona sempre
allo stesso modo cerca
di capire se il dolore è
più a dx o a sin.

Approccio all’ERNIA
Se c’è un problema di ernia conclamata non espulsa, dobbiamo tenere presente il discorso neurologico,
richiedere magari l’esame RMN, fare i tests che abbiamo già visto (come Lasègue) per vedere se è un prob-
lema neurologico o sacro-iliaco o di m. piriforme o psoas o fare anche un tests puntiforme, chiamato test
della chiave, che ci da proprio la zona di fastidio, di sofferenza e il lato (che a volte non è così evidente) su cui
sdraiare il Pz.
Poi avevamo parlato del test del non dolore: compressione + respirazione a mantice pieno e mantice vuoto,
per verificare se prima e dopo il trattamento la radice si è liberata.

Ora vediamo le tecniche che devono semplicemente allontanare, decomprimere la parte fuoriuscita dalla
radice nervosa. Normalmente si ipotizzano 2 grandi famiglie ma in realtà ce ne sono abbastanza di più.
Cmq, schematizzando, possiamo ipotizzare
1. ernia al di sotto e internamente alla radice
2. ernia al di sopra e esternam alla radice.
In base a questo però il discorso cambia poco. Noi dobbiamo visualizzare la disf ma poi la tecnica si basava
sostanzialmente su un movimento di respirazione con un’ aspirazione del disco, una presunta o un’ipotetica
ispirazione della parte erniata accompagnata da un’ inspirazione ed espirazione. X fare questo il vero accorgi-
mento è cercare di sdraiare il Pz dal lato in cui non ha dolore.
A volte l’atteggiamento antalgico crociato o diretto non è così facile da capire per cui si chiede al Pz su quale
lato riesce a dormire di notte e quello è il lato del non dolore.
Vediamo ora un caso di SUPERO-ESTERNA:
questa dovrebbe dare un atteggiamento antalgico crociato cioè il Pz ha dolore a dx e si scansa a sin, ma non
sempre quella è la posizione del non dolore x cui noi lo chiediamo sempre al Pz.
Se il Pz ha un’ ernia a dx e si sdraia a sin la procedura è:
come sempre la mia preoccupazione è quella di creare meno disagio al Pz x cui a volte è necessario piegargli
di più le gambe. Chiudiamo “leggermente in chiave” nel pto che ci interessa. L’idea è quella di mobilizzare la
radice e allontanare il punto che dà dolore.
Durante una fase inspiratoria faccio poco, durante l’espirazione cerco di allontanare con la mano craniale il
pto di dolore trazionando verso l’alto del Pz e con la mano podalica traziono sulla direzione della radice nel
verso distale quindi entrambe le mani si allontanano tra di loro e dal pto critico.
Durante una successiva inspirazione accompagno, quindi torno un po’ indietro e con un’altra espirazione
traziono un po’ di più. Questi movimenti sono alternati cioè una volta lavoro sulla radice e una volta allontano
l’ernia. Con un lavoro molto selettivo.

Altra spiegazione della tecnica


Il Pz è disteso sul lato opposto a quello dell’ernia. Se però il Pz riferisce dolore, lo si fa mettere sul lato dove sta
meglio. L’Osteopata fa una leggera chiusura in chiave e procede ai 3 passaggi della tecnica:
1) con la mano caudale, chiedendo al Pz di espirare, in 3 tempi espiratori mobilizza il nervo in direzione cau-
dale. L’Osteopata aumenta ad ogni espiraz l’allungamento ed in un 4 tempo espiratorio rilascia i tessuti,
71
2) con la mano craniale agisce a livello dell’ernia come al punto 1) ma in direzione craniale,
3) con entrambe le mani, in successivi tempi espiratori allunga e rilascia alternativamente nelle due direzioni
viste ai punti 1) e 2).

1 mobilizzazione del nervo

2
mobilizzazione dell’ ernia

3 mobilizzazione alternata
Questo lavoro serve a mobilizzare l’ernia e, con questo movimento elicoidale serve anche a mobilizzare e
drenare la zona liquida dalla radice quindi l’edema periradicolare dall’ernia. Qualcuno dice che l’ernia rientra
ma il prof pensa sia molto improbabile infatti la risonanza prima e dopo del trattamento è la stessa.
Questa è una tecnica sintomatologica che faremo dopo il trattamento in quanto da Osteopati trattiamo il Pz
nel suo insieme e dopo facciamo questo che è sintomatologico a conclusione del trattamento o come soc-
corso immediato ma non può essere considerato il trattamento dell’ernia
Se il Pz si lamenta interrompiamo, mai insistere.
Audouard dice che è meglio guardare un attimo la sacro-iliaca che a volte già basta.
Ora vediamo un’ernia INFERO-INTERNA. Qui, in teoria, il Pz sente dolore dal lato stesso dell’ernia quindi in
72
teoria potrei farlo sdraiare da questo lato.
Se faccio così devo mobilizzare la radice con la mano craniale verso il basso e verso l’esterno del Pz e con la
mano caudale verso il basso del Pz con molta precisione quindi metto un pollice sul pungolo nocicettivo e col
resto della mano appoggiata traziono.

Altra spiegazione della tecnica


Il Pz è disteso sullo stesso lato di quello dell’ernia. Se però il Pz riferisce dolore, lo si fa mettere sul lato dove
sta meglio. L’Osteopata fa una leggera chiusura in chiave e procede con i 3 passaggi come nella tecnica prec-
edente. In questo caso la direzione in cui si mobilizza il nervo è verso il lettino e non verso l’ Osteopata.

Se il Pz invece si sdraia dall’altro lato quindi lato opposto all’ernia, con la mano podalica sto sulla radice e con
la mano craniale “sull’ernia” ad incrocio e il discorso è sempre quello di trazionare la radice e allontanare l’ernia
in fase espiratoria.
Questo lavoro a volte è molto efficace ma a volte non dà risultati allora facciamo un lavoro anteriore sul m.
psoas. Prima di fare questo il prof ha un suo protocollo che consiste nell’andare prima a verificare la sinfisi,
poi il sacro e poi mettiamo il Pz supino e x via anteriore facciamo un trattamento entrando col pollice come il
trattamento dello psoas.

73
Il dito va in direzione dietro-dentro-basso,
fletto l’anca e la adduco un pò per detendere
i mm. addominali.
Ogni volta che il Pz detende entro sempre di
più fino a sentire la zona da trattare che è più
consistente (perché è osso).
Una volta arrivati sul pto si aggancia l’anca ti-
rando un pò avanti per detendere lo psoas e
porto l’anca in estensione. È sicuramente un
discorso molto generico e in casi di ernie es-
pulse o migrate viene a cadere.

Ernia del disco


Cos’è l’ernia del disco?
La fuoriuscita del nucleo polposo dal disco (ciò che succede a livello istologico)
Può portare a una compromissione radicolare o meno (a livello della clinica neurologica)
Si da la colpa: al sovraccarico, difetti posturali, traumi, sovrappeso, cattiva igiene di vita (uno che fa la spesa
sempre allo stesso modo, porta sempre gli stessi pesi, le stesse scarpe, ecc..)
Può essere sintomatica o asintomatica (spesso sono asintomatiche)
Quasi tutte le ernie sono posteriori (perché la nostra vita e tutto ciò che facciamo è proiettato verso l’avanti)
Tensioni viscerali
Possono risolversi spontaneamente (perché essendo una raccolta liquida tende ad essere riassorbita o scansa-
ta)
L’ernia si opera perché quando c’è migrazione con espulsione e compressione a livello del canale di coniu-
gazione, a quel punto si creano delle condizioni che mettono a repentaglio la salute del nervo, allora bisogna
intervenire in tempi relativamente brevi, altrimenti il nervo può andare incontro a degenerazione che può es-
sere abbastanza invalidante, può essere temporaneo o permanente. Questo avviene quando ci sono i sintomi
neurologici, la topografia radicolare si può manifestare sia come dolore della zona o una topografia di inner-
vazione muscolare, quindi calo importante di deficit muscolare. Ci può essere in una prima fase ipereflessia (il
nervo cerca di reagire), in una seconda fase ci può essere un rallentamento se non un’abolizione dei riflessi.
Quando siamo in queste fasi bisogna fare attenzione.
Maggiore interessamento del tratto lombare
I livelli più frequenti: L5-S1, L4-L5, zona intestino, conformazione anatomica per la quale tra la base del sacro
e la parte lombare si crea un angolo, un passaggio da una zona mobile a una meno mobile.

74
Ogni vertebra lombare ha circa 1 grado di in-
clinazione e di rotazione. È una zona lordotica,
in chinesiologia queste zone sono sottoposte
a importanti stress di tipo muscolare. Le cervi-
cali sono molto mobili, le dorsali meno perché
ci sono le coste, le lombari da un punto di vista
dell’adattamento è abbastanza mobile anche
se singolarmente ogni vertebra si muove poco,
globalmente però è abbastanza mobile.
È una zona sottoposta a delle grosse sol-
lecitazioni di tipo
muscolare: psoas, lombi, dorsali, massa co-
mune, pilastri
del diaframma.
L’ernia normalmente è posteriore quindi
sarà normalmente una reazione che avviene
davanti;
davanti abbiamo l’inserzione dello psoas,
in mezzo ci passano le radici nervose.

Ancora davanti abbiamo l’inserzione del diafram-


ma, a livello lombare i pilastri del diaframma. Si
nota che i pilastri del diaframma e le fibre dello
psoas si incrociano, sono inserite nella stessa zona
(da D12 a L4), quindi abbiamo un diaframma so-
pra e uno sotto (inteso come comportamento); il
comportamento di questi muscoli è di contenere
i visceri, i visceri tendono sempre a scendere, ab-
biamo la controspinta della parete addominale che
tiene (se tiene!), se questa tenuta cede un pochi-
no (a seguito di: un parto, la pancia, un trauma,
un’operazione), questa zona si vede allontanare
i visceri verso il basso, quindi anche il diaframma
si adatta scendendo verso il basso, e aumenta un
po’ la sua tensione anche sulla colonna lombare
che man mano comincia ad invertire la sua lordosi.
Questi visceri sono accolti nel bacino, nel bacino
c’è lo paoas; quindi questi visceri vanno a premere
di più sullo psoas; a seguito di ciò lo psoas inizia a
contrarsi sia nelle sue inserzioni con il bacino che
nelle sue inserzioni vertebrali e ancora una volta
aiuta, diventa sinergico all’azione dei pilastri del di-
aframma. Quindi, ci troviamo di fronte a una zona
che all’origine è mobile, elastica; e invece man mano diventa sempre più rigida, viene perso del movimento,
e il corpo in qualche modo cerca di recuperare questo movimento sopra a livello dorsale e cervicale, ma so-
prattutto mette sotto stress gli unici punti dove l’inserzione muscolare è minore quindi c’è più svincolo, questi
punti sono i dischi L4-L5, L5-S1, che faranno da perno. Perché fino a L4 è tutto rigido, quindi questa parte ten-
derà ad andare in avanti, mentre da L5 tenderà ad andare verso dietro quindi ci sarà una situazione a cesoia;
otteniamo il cosidetto “effetto a frusta”, a forza di fare questo lavoro dopo 4-5 volte si spezza. Ecco perché la
maggior parte delle ernie si presentano in questa zona.
75
A livello lombare c’è un irrigidimento, questo non è associato a una iperlordisi, anzi nel tempo può avvenire
una inversione della curva, cioè diventa una curva dritta, significa che c’è una trazione che inverte una situ-
azione muscolare.
Allenare la parete muscolare può aiutare a prevenire.
Se dovessimo invece avere un’ernia a livello di L2-L3 o L3-L4 sarà dovuta al fatto che queste zone riescono ad
ammortizzare poco, o può essersi verifi-
cato un trauma importante o una schiac-
ciamento importate, come una caduta sul
sedere.
Prima di trattare le ernie, il vero lavoro
osteopatico sarà quello preventivo. La
prevenzione comprende: un’adeguata ali-
mentazione, la riduzione del sovrappeso,
ci possono essere problemi al fegato che
danno lombalgia. Secondo alcuni autori
la protrusione rimane tale non è detto che
diventa ernia, secondo altri la protrusione
è l’anticamera dell’ernia.
L’ernia si forma quando c’è la tendenza
della bocca (parte anteriore) a chiudersi;
quindi, l’ernia si mette in equilibrio con
le tensioni che stanno davanti. Quindi, se
togliamo l’ernia, decomprimo, cioè vado
a togliere da un contesto di equilibrio cre-
ando così un disequilibrio che facilmente
mi porterà alla formazione di una recidiva;
perché io ho tolto il dolore (l’ernia) ma non
ho tolto le cause (es: viscerale).

Come identifichiamo la persona che ha l’ernia?


Questa è la radice, il fastidio può essere al di sopra e es-
ternamente alla radice: ernia supero-esterna. Questa
è una radice dx e io ho sopra un qualcosa che mi in-
fastidisce, quindi, avrete una persona che avrà dolore
a dx, irradiazione a dx e si sposta dal lato opposto. Si
chiama ernia supero-esterna caratterizzata da atteg-
giamento antalgico crociato. Questo mi serve quan-
do dovrò mettere le mani, so da che lato la persona ha
meno dolore.

Posso avere un fastidio che sta sotto la radice (radice


dx). Si chiama ernia infero-interna caratterizzata da
un atteggiamento antalgico diretto, cioè il dolore è
a dx e mi inclino a dx.

Può arrivare la persona che sta anche piegata un pò


in avanti, in questo caso la situazione è mista e ci
può essere un interessamento anche dello psoas. Lo
psoas porta su l’iliaco, lo porta indietro, intrarotazione
dell’anca.

Cosa fare quando la persona viene da noi.


L’atteggiamento antalgico ci fa pensare a qualcosa.
76
Ovviamente prima di trattare guardare la risonanza (esame obiettivo strumentale).
Topografia radicolare: ha più dolore sulla parte esterna, posteriore, c’è chi non riesce a stare sulle punte, sui
talloni, l’abolizione dei riflessi.

TEST
Test di Lasegue
Test positivo se hai dolore sotto ai 60°.
Pz supino. L’osteopata di fianco prende l’arto inferiore del paziente e lo porta in flessione d’anca con gamba
distesa, e cerca di scatenare il dolore.
Quando tiro su l’arto, se tutto è libero, si dice che è lo sciatico (cmq le radici del plesso lombare) debbano scor-
rere per almeno un centimetro e mezzo (12 millimetri sicuramente!). Quindi, se non ci sono intrappolamenti
di scorrimento. Se la radice è libera, quando fletto l’arto di 60° e anche oltre, in genere non succede niente.
Attenzione a non confondere con un dolore a livello muscolo-fasciale da tensione dei muscoli ischio-crurali.
Se invece, ai primissimi gradi di flessione, il paziente avverte subito dolore, c’è un intrappolamento della ra-
dice, e probabilmente questa radice è diventata pure edematosa, quindi c’è una reazione locale che non con-
sente lo scivolamento. A questo punto prima di mettere le mani sul paziente andare a vedersi bene la RMN.

1 2
Con la mano craniale controllo sempre le tensioni dell’anca. Mano caudale afferra la caviglia.
a) Se il dolore compare prima dei 60° (fig.1), l’osteopata abbassa di qualche grado l’arto e stiro la radice (fig.2),
comprimendo sulla pianta del piede del Pz. Se il Pz avverte dolore anche così, significa che c’è un interessa-
mento radicolare.
b) Se il Pz sente dolore prima dei 60° di F, l’Osteopata abbassa di qualche grado l’arto e comprime la radice
attraverso una pressione sulla pianta del piede, il soggetto non sente dolore; tiro nuovamente su l’arto e il
soggetto sente dolore. È un problema all’articolazione sacro-iliaca. Tramite la tensione dei muscoli ischio-
crurali (durante la F dell’arto) tento di far fare una bascula posteriore del bacino, c’è una tensione importante
a livello dell’articolazione sacro-iliaca, dei legamenti e probabilmente quello mi crea qualche fastidio a questo
movimento.
c) Se il Pz sente dolore prima dei 60° di F, l’osteopata abbassa di qualche grado l’arto e
comprime la radice attraverso una pressione sulla pianta del piede, il soggetto non sente dolore; tiro nuova-
mente su l’arto e il soggetto sente dolore. Accentuo il dolore facendo una RI, add dell’arto, il Pz ha dolore.

In questo caso c’è un problema al piccolo bacino, che ho messo in


evidenza attraverso la tensione del piriforme, che tocca un pochino
sul nervo; quindi ho una falsa sciatica a partire dal piccolo bacino,
quindi dovrò indagare questa zona (pavimento pelvico, muscoli
pelvi-trocanterici, osso sacro*).
* osso sacro perché il piriforme ci sta attaccato, quindi basta una
bella caduta sul sedere per farvi venire all’inizio una falsa sciatica, ma
nel tempo, quando l’osso sacro risale verso l’alto e indietro (quindi va
a pinzare ancora di più quella zona che già si muoveva poco, il disco
L5-S1), dopo diventa un fastidio insostenibile su un disco che già
soffre e diventa una vera sciatica. Soprattutto nella donna la caduta
sul sedere è devastante da un punto di vista della salute.
77
Il Pz ha sempre un dolore a livello pelvi-trocanterico. Faccio i
test che ho fatto precedentemente, il Pz sente dolore, però…
allora l’osteopata chiede al Pz se ha dolore quando riporta
l’arto velocemente verso il lettino. Se il Pz ha dolore è un prob-
lema allo psoas. Essendo accorciato, quando abbasso l’arto,
frusta la colonna, chiude ancora di più.
Se alcune persone durante il test non riescono a tenere il gi-
nocchio esteso nel momento della F dell’arto, non importa
perché comunque l’Osteopata sta già mettendo in tensione le
radici sotto la coscia.

Pz supino. Faccio sollevare la testa al Pz. Se ho


l’ernia che è in supero- esterna, nel momento in
cui alza la testa la radice va a sbattere.
È un altro modo di fare il test, il prof Di Branco
dice: mi limiterei a fare gli altri!

Il midollo termina a livello del piatto superiore di L1, qual-


che volta a livello del piatto inferiore di L1. Una radice può
essere interessata a livello L5, ma può essere interessata
durante tutto il tragitto. Dove avrò la zona dolente, sarà
li il livello dove è interessata la radice, la zona dolente la
metto in evidenza con il test della chiave.
Pz prono. Osteopata mette il pollice nello spazio interver-
tebrale, sposto il pollice a dx e sin, dove c’è dolenzia c’è
interferenza discale.
Questo test ci dice sia il livello che il lato.
Es: vado sullo spazio, dx aumenta, sin non ho niente, quin-
di es: ho un disco L3-L4 a dx.
Test del non dolore In più posso aggravare il test
Pz seduto. Osteo- in due modi:
pata dietro al Pz con 1.Compressione sulla spalla
le braccia sopra le dx e richiesta al Pz di esten-
spalle del Pz, andrà dere il gin dx
a comprimere a dx e con piede a martello, a
sin. Questo già è un mantice pieno cioè in ap-
primo test, nei casi in nea inspiratoria. Così un
cui c’è molto dolore peso importante mi va a
già dice se c’è una comprimere lo scorrimento
buona compressione del nervo; quindi vedo a che
a quel livello. punto siamo.
Chiedo al Pz: inspira, trattieni
ed estendi l’arto, soffia e giù
la gamba. Lo faccio sia con la
gamba dx che sin.
Questo test posso farlo prima e dopo il trattamento. Per vedere se ho lavorato proprio bene faccio il test senza
aria nei polmoni.
78
2. Chiedo al Pz: inspira, espira ed nello stesso momento estendi l’arto, e giù la gamba. Lo faccio sia con la
gamba dx che sin.
Questo test lo faccio per vedere quanto ancora mi resta da fare, quando a fine seduta riesco a fargli questi
2 test e vedo che non scateno più il dolore, ho finito il mio lavoro. C’era l’ernia, che ti tieni, ma adesso ti ho
messo nella condizione più importante per sistemarti alla prossima seduta. Però è importante uno stile di vita
corretto.

Trattamento ernia del disco


Come ci comportiamo?
Il Pz deve venire da noi supportato da esami come risonanza.
Il Pz viene con un atteggiamento antalgico (non è sempre così). In un Pz con fastidio della radice nervosa a
livello supero-esterno, arriva con un atteggiamento antalgico crociato (mi fa male a sin e mi sposto a dx).
Un fastidio infero-interno rispetto alla radice, abbiamo un atteggiamento antalgico diretto.
Ciò mi serve per avere un’idea almeno in teoria, il lato antalgico sarà il lato migliore dove poter lavorare.
Possiamo fare una topografia radicolare, le zone di elezione del dolore, le zone di anestesia, di ipereflessia, i
riflessi, assenza dei riflessi.
Test della chiave, per vedere il livello più compromesso.
Test di Lasegue
Test del non dolore (quando voglio sapere a che grado di gravità è messo il Pz prima, dopo che ho trattato se
l’ho liberato).
È molto importante che il Pz porti la risonanza, ma se non dovesse averla sarebbe importante fare tutti i test
precedentemente citati perché:
la cauda comincia sul piatto superiore di L1, sul piatto inferiore di L1, più o meno lì finisce il midollo e iniziano
le radici nervose, quindi sotto la discesa di tutte le radici nervose, a livello più basso (che può essere anche L2)
ci può essere qualcosa che infastidisce più radici.

Ho una radice nervosa e ho una ernia supero-esterna. Almeno da un punto di vista teorico comincio a ve-
dere se posso trattare il Pz con la disfunzione dell’ernia (ernia sin, osteopata a sin), il Pz deve decombere sul
lettino su un fianco, in una quasi chiusura in chiave, dal lato del non dolore. Devo vedere se questo è possibile
se no sono costretto a mettere il Pz dal lato opposto. Il discorso della posizione del Pz mi deriva da una sem-
plice considerazione: si chiede al Pz: quando ha più dolore? la notte; da che lato dorme? Il lato dove dorme
sarà quello del non dolore.
La risonanza non mi dice esplicitamente che c’è un’ernia supero-ester-
na o infero-interna, ma si scopre attraverso i test.

Pz prono.
Segno una radice, ernia supero-esterna.
Vorrei mobilizzare la radice nel forame di coniugazione, allontanare
per quanto possibile l’ernia dalla radice, per dare una possibilità alla
struttura locale, di poter drenare meglio quest’edema periradicolare
che si forma in queste problematiche, la grossa rottura è che la parte
acquosa che esce si può incanalare. Se c’è un problema di ernia che non
è migrata, non è espulsa ce ne freghiamo, perché ce l’hanno tutti!!!

Se, invece, è espulsa e migrata, è problematica perché comincia ad incanalarsi e a comprimere dove non
dovrebbe. Va a comprimere nella parte liquida del gel che esce fuori dal nucleo, questa parte liquida in qual-
che modo devo poterla drenare. Come faccio? Con le mani devo cercare di mettere la struttura nel modo
migliore affinchè reagisca. Da un punto di vista dei mezzi tecnici, oltre alle operazioni, ci sono tante possi-
bilità, tra le quali: scaldamento con laser chirurgico dell’ernia che fa evaporare o fa reagire bene le molecole
d’acqua che stanno dentro e quindi la parte compressiva diventa meno fastidiosa.

79
Abbiamo un’ernia supero-esterna
a dx, con atteggiamento antalgico
crociato, per cui metto il Pz sul fianco
sin. Se il Pz ve lo consente fate una
chiusura in chiave molto delicata-
mente, non dovete dare una torsione
perché se c’è già il disco rovinato se
torcete fate più danno.
Se il Pz non ve lo consente si stabi-
lizza il Pz mettendo le gambe flesse a
90° e lavorate solo sul tronco sup.

Mano craniale si infila tra torace e braccio


del Pz, contatta l’ernia.
Mano caudale contatta la radice.
Farò 3 movimenti diversi:
1. deputato alla mobilizzazione della
radice: mano caudale sulla radice, farò
allungo-allungo-allungo e torno. Inspira,
soffia e allungo, mantengo (per 3 volte) e
ritorno alla posizione iniziale;
2. deputato alla mobilizzazione
dell’ernia: mano craniale sull’ernia, farò
scanso-scanso-scanso e torno. Inspira,
soffia e scanso, mantengo (per 3 volte) e ritorno alla posizione iniziale;
3. deputato alla mobilizzazione di radice e ernia: entrambe le mani posizionate una sull’ernia l’altra sulla
radice, farò un lavoro di andata e ritorno a spugna; un movimento elicoidale per far riassorbire.
Cerco di stressare il meno possibile la zona andando a lavorare su vari parametri ma con movimenti piccoli.
Questi sono tutti lavori per le ernie contenute. Per le ernie migrate, espulse, con questo lavoro fate ben poco.
Quello che funziona bene è: un lavoro diretto sullo psoas (diretto sull’ernia, nella via d’accesso anteriore) e la
panca inversa (non dovrei dirlo ma lo dico!!)
Se per un problema qualsiasi il Pz non può stare su questo fianco, lo lavoro sull’altro. Stavolta farò un appog-
gio che mi consenta di allontanare, mobilizzare (fig.1); oppure incrocio, mobilizzo, allontano (fig. 2).

1 2
Si può fare la stessa cosa anche con l’ernia infero-interna. Qualche volta è utile fare queste cose altre volte non
serve a niente.

Un lavoro sullo psoas


Pz supino. Mano craniale si posiziona sullo psoas, mano caudale tengo il ginocchio del Pz flesso. Decomprimo
un pò la zona finchè non vado giù; con la mano craniale vado in appoggio sui corpi vertebrali, blocco la radice
(posizionando il petto dell’osteopata davanti al ginocchio), allungo lo psoas.

80
Facendo questo lavoro 3-4 volte avete un lavoro strepitoso per le ernie (definiamole “non cattive”, non intra-
foraminali).
Riassumendo g prendo un appoggio diretto la sopra, scanso tutto ciò che mi infastidisce, lo porto indietro
(verso il lettino), comincio a mobilizzare localmente con la gamba. Questo perché in mezzo allo psoas ci passa
il plesso. Basta che io faccia un lavoro diretto su questo muscolo, che crea una situazione locale che libera im-
mediatamente. È un lavoro che si può fare dopo o nei casi gravi prima.

Ancora sull’ernia
Quando viene una persona con il mal di schiena, si chiede se ha la risonanza magnetica; da li vedete tutto
subito e bene. Si chiede da quanto tempo si ha il dolore, la topografia radicolare del dolore: possiamo far cam-
minare il soggetto sui talloni e sulle punte, se cammina su entrambe significa che non c’è un deficit di forza;
vedere i riflessi; la sensibilità: la sensazione di pelle cartonata, come se non fosse mia, tipica di certi problemi
che si instaurano su L3-L4, bruciore o dolore nella zona.
Facciamo il test di Lasegue: spesso anche quando il Pz non ha dolore, quando alzate la gamba del soggetto
e poi alzate l’altra sentite una che va e l’altra che è frenata; quindi questo test ci dice qualcosa in più oltre al
dolore.
Il livello del dolore, facendo il test della chiave, mi dice se il dolore è a dx, sin, al centro o da tutte le parti.
Prima del trattamento ci resta da vedere il test del non dolore.
Queste tecniche che vedremmo sono abbastanza teoriche, hanno una riuscita al 50% perché dipende dalla
caratteristica del problema, ipotizziamo come trattamento sintomatico dell’ernia. Sintomatico perché il tratta-
mento osteopatico dell’ernia è un trattamento dell’individuo, si comincia dal cranio. Però se il Pz viene con un
problema alla schiena e l’Osteopata gli tratta il cranio, il Pz lo prende per matto!! È un trattamento sintomatico,
meccanico, che andrà fatto alla fine di un trattamento osteopatico.
Fare una chiusura in chiave, se non è possibile fare un atteggiamento in chiusura in chiave. Nel caso di un’ernia
supero-esterna, mettiamo il lato dolente verso l’Osteopata, però se ha dolore lo facciamo girare dall’altro lato.
Posizioniamo mano caudale sulla radice e mano craniale sull’ernia; in 3 movimenti mobilizzo la radice, poi
l’ernia, oppure mobilizzo sia ernia che radice. Questo quando il Pz ve lo consente!!
Quando l’ernia è infero-interna sta dall’altra parte, il rischio è quello di com-
primere verso l’ernia. Vi dovete posizionare sempre in maniera tale che una
mano allontana e una mantiene.

81
Perché se vado a fare cose come: allontano la radice e
l’ernia la rimando sopra, non faccio altro che compri-
merla ancora di più.
Bisogna visualizzare l’azione che si sta facendo; riba-
dendo che questa è un’azione di contorno finale di
tutto il trattamento osteopatico.

Lo stesso tipo di azione si può fare con il Pz prono.


Tutte 4 le possibilità da tutti e 2 i lati.

Lavoro sullo psoas


Pz supino. Quando c’è un problema importante, il Pz al minimo movimento (es F dell’anca da parte
dell’Osteopata) ha dolore.
(fig.1)La prima cosa da fare sarà flettere il ginocchio con la mano caudale, con la mano craniale entrare
nell’angolo compreso fra il legamento inguinale e la proiezione del retto addominale, è l’unico punto dove
riuscite a entrare senza trovare una grossa resistenza, entrate bene in proiezione della sacro-iliaca. Dopodiché
a seconda dei movimenti che fa il paziente, ogni volta che comprime lo psoas sentite il dito che risale. Con la
mano craniale dovete fare 3 movimenti: 1 vado verso l’alto, 2 vado verso la colonna, 3 risalite verso la radice
che vi interessa. Stiamo parlando di spazi di al max 3 cm, ci spostiamo finchè non becchiamo il punto di max
dolore. Bisogna stare attenti perché è una zona viscerale, dove ci passano molte arterie, e con quest’azione
andiamo in contatto diretto con i corpi vertebrali, significa aver passato lo strato degli psoas, un doppio strato
dove in mezzo transita la radice nervosa. Quindi, agganciando la radice nervosa tramite l’appoggio sullo
psoas noi mobilizziamo tutto il tessuto a quel livello cercando di svincolare la radice nervosa dal pungolo
nervoso e dall’ ernia. È efficace quando il problema non è compromesso al 100% (è compromesso al 100%
quando c’è un’ernia emigrata espulsa ed è diventata intraforaminale, in questo caso qualunque cosa si faccia
sarà solo uno spostamento momentaneo del dolore), ci sarà un risultato abbastanza buono intorno a 80-85%
di riuscita.
(fig.2)Prendo appoggio diretto sullo psoas, fletto la gamba e adduco così andando in appoggio sulla sacro-
iliaca in proiezione dei corpi vertebrali, dalla smorfia del paziente capite quando siete arrivati.

82
1 2 3
(fig.3) Aggancio l’arto inferiore (mano dietro al ginocchio), (fig.4)traziono verso il soffitto, quindi sono ancora
più in appoggio; una volta che sono in appoggio sulla radice traziono la gamba distendendola sul lettino
(fig.5-6). Si fa per 2-3-4 volte.

4 5 6
Potete entrare anche così , con 2°-3° dito, anatomicamente sposate perfet-
tamente la zona, solo che poi dopo non potete più lavorare.

Questo serve soltanto se dovete massaggiare la zona muovendo il ginoc-


chio effettuando movimenti di F, add, abd, E anca, può essere un trattamen-
to preparatorio.

TECNICA DIRETTA con parametro d’INCLINAZIONE LATERALE


All’interno di una tecnica diretta è importante inserire il parametro di inclinazione laterale, che rende la
manovra ancora più efficace, per diversi motivi:
- in caso di Pz con un’ernia, si avrebbe la capacità-possibilità, di essere meno aggressivi sul disco interverte-
brale. Partendo dal presupposto però, che il disco è costituito da una parte più esterna che è l’anulus fibroso,
conformato da fibrocartillagine, con fibre orientate nei vari piani dello spazio, tra i quali si hanno il p. oriz-
zontale, il p. obliquo e un p. longitudinale g le fibre oblique e longitudinali che hanno una loro consistenza,
quando si esercita una rotazione, dal momento che il disco ha anche una funzione legamentosa, essendo
adeso tra due piatti vertebrali, si allontanano le inserzioni di queste fibre, e quindi si accorcia in un certo senso
la loro lunghezza, per cui si ha un’azione di torsione/compressione sul disco (anche se alcuni ritengono che
questa componente di torsione/compressione, sia abbastanza resistente e sopportata) che ne comporta poi
una sofferenza, che ovviamente ha vari gradi di valutazione, da una semplice compressione per disidratazi-
one del disco, a una protusione, fino ad arrivare a un’ernia, magari espulsa; per cui tanto più è maggiore la
gravità della patologia, tanto più è rischioso fare delle tecniche dirette che abbiano un effetto di torsione
compressivo sul disco stesso;
- di fronte a un Pz con una sofferenza lombare, è bene, tramite i test osteopatici e gli esami strumentali, valu-
tare la condizione del soggetto e prendere le eventuali precauzioni per evitare che la situazione possa magari
essere aggravata dal trattamento osteopatico;
83
- è utile nei casi in cui il Pz è particolarmente rigido, per cui presenta una colonna che potremmo definire
marmorea. La componente di rigidità, impedisce la possibilità di posizionare il Pz come si vuole, perché resiste
al posizionamento per le sue caratteristiche di poca plasticità, e soprattutto agendo su una componente di
per sé poco libera (la rotazione) si rischia, nel mettere la componente di rotazione, di incastrare ancora di più
l’articolazione, per cui è poi impossibile ritrovare il livello disfunzionale e la chiusura in chiave, perché si bloc-
cano completamente g sono Pz con i quali si fa molta difficoltà a mettere in tensione;
- è utile su tutti i Pz nei quali è richiesta una particolare attenzione a una tecnica meno aggressiva possibile an-
che sulle strutture osteoarticolari, sia per un discorso puramente biomeccanico, sia in condizioni per cui il Pz
è particolarmente rigido, ha una sofferenza discale importante, una patologia ossea metabolica, in molti casi
le manovre solo in rotazione possono creare ulteriori problemi per cui è utile che l’Osteopata vada a ricercare
la situazione meno aggressiva possibile.
Ci sono quindi molte motivazioni valide per cui è fondamentale saper gestire bene anche il parametro di in-
clinazione laterale.

La cosa importante in queste tecniche è che, mentre nelle TEM ci si ferma sulla barriera visco-elastica per cer-
care di far lavorare in allungamento i muscoli che mantengono la disfunzione, con la tecnica diretta si supera
la barriera dei muscoli per avvicinarsi il più possibile a quella che è la barriera articolare. A maggior ragione
si deve essere più attivi con tutte e due le leve nella messa in tensione, anche se nel momento della riduzione,
si è più attivi ed efficaci sulla leva inferiore, perché la leva superiore dovendo agire sull’inclinazione non può
agire in trazione ma in avvicinamento, ed essendo poggiati sul torace si rischia di essere troppo invasivi, si
agisce sulla componente di inclinazione rotazione, ma nel thrust si predilige la leva inferiore.

Rachide dorsale_Melis
Suddividiamo il rachide dorsale in 3 zone: rachide superiore, medio e inferiore.
Superiore: D1-D4, perché D4 è l’ultima vertebra alla quale arrivano le rotazione del capo, anche se in soggetti
particolarmente lassi la rotazione può trasmettersi anche su D5-D6.
Medio: D5-D9
Inferiore: D10-D12; distinguiamo medio da inferiore perchè nell’inferiore le tecniche ad energia muscolare
possono essere fatte anche in decubito laterale.
Le disfunzioni osteopatiche che ci possono essere a livello dorsale sono:
- disfunzione simmetriche: impegno bilaterale delle faccette articolari, possono esserci disfunzioni in fles-
sione bilaterale se c’è un’anteriorità o divergenza bilaterale, oppure disfunzioni in estensione bilaterale se c’è
una posteriorità o convergenza bilaterale.
- disfunzioni asimmetriche

DISFUNZIONI ASIMMETRICHE
Disfunzioni di tipo 1 o in NSR: in neutralità, non ci sono parametri di flesso-estensione, l’appoggio si farà
a livello del disco, quindi senza impegno delle faccette articolari. È un tipo di disfunzione che riguarda un
gruppo di vertebre, denomineremo le vertebre apicali che saranno quelle più inclinate, e la vertebra apice che
è quella centrale che ha il parametro di rotazione maggiore. È un tipo di disfunzione mantenuta dai muscoli
lunghi, (ad es. a livello lombare è mantenuta dai muscoli psoas o dal quadrato dei lombi).
Disfunzioni di tipo 2 (ERS, FRS): c’è un parametro di rotazione, c’è l’impegno di una sola faccetta articolare,
che può essere posteriore nel caso di una ERS, o quella anteriore nel caso di una FRS.
Disfunzioni bilaterali assimmetriche: abbiamo una doppia disfunzione. Es: in rotazione sx, avremmo un
disfunzione della faccetta posteriore di sx e faccetta anteriore di dx.

Principi di una tecnica miotensiva:


- la tecnica ad energia muscolare è una tecnica attiva perché c’è la collaborazione del paziente;
- è una tecnica a posizionamento diretto, cioè posizioniamo la vertebra in disfunzione contro la barriera mo-
trice patologica, invertendo i parametri disfunzionali nei 3 piani dello spazio. Se abbiamo disfunzione in ERSsx
dovremmo invertire i parametri disfunzionali in una FRSdx;
- si effettuerà una contrazione isometrica contro resistenza dell’osteopata, in direzione dei parametri disfunzi-
onali. R=resistenza, C=contrazione, devono essere uguali perché stiamo parlando di una contrazione isomet-
rica (senza spostamento dei capi articolari).
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Disfunzione ERSsin di D5 su D6
Abbiamo una vertebra in E quindi un avvicinamento della spinosa di D5
su D6; in rotazione sin, con la spinosa di D5 deviata sul lato dx e in inclinazione
sin minima.
Quindi bisogna visualizzare la disfunzione sui piani dello spazio, poi si posiz-
ionerà la vertebra contro la barriera motrice patologica (FRSdx), poi si chiederà
una contrazione isometrica minima verso la disfunzione per 3 sec,rilasciamento
(3 sec) e cerchiamo nuova barriera patologica incrementando i parametri cor-
rettivi, nuova contrazione.. lavoro ripetuto per 3-4 volte. A lavoro terminato si
testa nuovamente il segmento in disfunzione e valutiamo se è cambiato qual-
cosa o meno.

Nelle tecniche strutturali, dirette, dove c’è il thrust, c’è un meccanismo doppio:
- da un lato c’è un effetto meccanico, con un’apertura, uno scivolamento delle faccette articolari (la capitazi-
one, lo scrocchio), il passaggio del liquido all’interno della cavità sinoviale, si passa da uno stato liquido a uno
stato di gas; andiamo a comprimere tutto, poi il movimento di thrust è molto rapido crea questa dispersione
di gas;
- un effetto neuro riflesso, che consiste nella diminuzione dell’attività gamma, è un circuito nervoso che
tiene un muscolo in ipertono.
Sono muscoli restrittori: che mantengono la disfunzione, ad es in una
disfunzione di 2° tipo sono i muscoli intertrasversari o interspinosi o
trasverso spinosi, sono muscoli molto profondi, questi quando sono
in ipertono mantengono la vertebra in disfunzione, funge da tirante,
tira su dei punti ossei.
Questa riduzione dell’iperattività gamma si trova in quasi tutte le
tecniche osteopatiche.
Il Pz contrae i muscoli ipertonici (quelli segnati in rosso) che manten-
gono la disfunzione, li contrae in maniera isometrica su lunghezze
progressivamente aumentate, cioè troviamo il segmento in disfunzi-
one: un muscolo ha una lunghezza “x”, un muscolo ha una lunghezza
“y”, dobbiamo invertire questi parametri.

Io farò flessione, inclinazione e rotazione dx; il muscolo “x” si


allungherà e diverrà “x+1”, e l’altro “y+1”.
+1 sta per lunghezze aumentate progressivamente.
Poi cercherò una nuova barriera motrice e farò contrarre nuo-
vamente e diventeranno “x+1+1” e “y+1+1”.

Durante la fase di posizionamento contro la barriera motrice


c’è una stimolazione propriocettiva delle fibre intra- ed ex-
tra-fusali; durante la fase di contrazione isometrica viene sti-
molato e disteso il fuso neuromuscolare che è questa sorta di
sensore che si trova all’interno del ventre muscolare.

Al sistema nervoso centrale arrivano simultaneamente due informazioni discordanti, perché una è
un’informazione in accorciamento (la contrazione che chiedo) e una in allungamento (la vertebra è messa in
un certo modo e la costringo ad aumentare l’inserzione muscolare). Non potendo avere una risposta univoca,
il sistema nervoso centrale è costretto a proteggere tutto diminuendo l’attività gamma, di conseguenza in-
dietreggia la barriera motrice patologica. La tecnica ad energia muscolare la facciamo per 3-4 volte, perché
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ogni volta si riduce l’attività gamma; la ripetizione della manovra alla fine normalizza il tono dei muscoli che
mantengono la disfunzione sino alla liberazione articolare.

I vantaggi delle tecniche mio tensive


Hanno una minima sollecitazione meccanica;
Sono tecniche dolci e molto efficaci a livello della barriera motrice.

Gli svantaggi
Sono difficili da fare, richiedono molta precisione;
Non sono applicabili in fase acuta, il muscolo è ipercontratto ed è meglio non sollecitarlo in questo modo, in
questo caso sono preferibili le tecniche funzionali, indirette.

Indicazioni per le tecniche ad energia muscolare


Possono essere utilizzate come tecniche di prima scelta, oppure come tecniche di preparazione prima di una
tecnica strutturale;
vengono utilizzate nei bambini (non 2-3 anni, ma un’età sufficiente perché possano collaborare);
nei soggetti anziani;
tutti quei casi in cui sia controindicato il thrust.

I componenti della tecnica da seduto per le dorsali


Corretto posizionamento del Pz: seduto
Corretto posizionamento dell’Osteopata: convenzionalmente dovrà stare in piedi, spostato lateralmente ris-
petto al paziente dal lato opposto rispetto al parametro rotatorio della disfunzione. In una ERSsin l’osteopata
starà alla dx del Pz.
Oppure può essere fatto rispetto alla faccetta articolare in disfunzione. Per una disfunzione in ERSsin, abbiamo
un posteriorità a sx, l’osteopata si pone contro lateralmente alla disfunzione, a dx; se è una FRSsin, abbiamo
una anteriorità a dx, mi metto omolateralmente, a dx;
Fondamentale il corretto posizionamento delle braccia del Pz, questo posizionamento cambierà a seconda
che ci interesseremo del rachide dorsale alto o basso.
Per la dorsale superiore le braccia possono essere messe lungo i fianchi, mani sulle coscie, l’Osteopata guida
il paziente mediante le mani sulla testa. In questa zona alta abbiamo la possibilità di trasmettere i parametri
rotatori attraverso il capo.
Nella dorsale media e inferiore le mani del paziente sono posizionate sopra le spalle con gli avambracci incro-
ciati. L’osteopata guida attraverso i gomiti o avambracci del Pz, come una sorta di leva.
Rachide dorsale alto, disfunzioni in ERS, la mano dell’Osteopata blocca la testa del Pz a livello della bozza
parietale. Nelle disfunzioni in FRS, la mano dell’Osteopata blocca la testa del Pz a livello della bozza frontale,
devo dare il parametro di F, rotazione e inclinazione, ma soprattutto quando dovrà addrizzare la testa, la F la
fa meglio se spinge sulla mano con la fronte. Il posizionamento della mano serve per la spinta.

D4 in ERSsin
Pz seduto, Osteopata in piedi alla sua dx, mano dx sulla bozza parietale, mano dx sta con dito medio o indice
nello spazio interspinoso tra D4 e D5. I parametri di correzione saranno dati in maniera progressiva e graduale
tenendo sempre conto della terza legge di Fryette, secondo la quale inserendo un parametro nello spazio si
assiste automaticamente alla riduzione degli altri parametri che poi seguiranno.
Farò una flessione per includere nella leva superiore D4, cioè fletto finchè non sento che D4 si allontana da D5,
ma D5 non la segue. Rotazione dx, con il dito devo percepire la lateralizzazione della spinosa minima e una
minima inclinazione dx. Una volta invertiti i parametri disfunzionali, si chiede una contrazione isometrica, si
chiede al paziente di raddrizzarsi.

D4 in FRSsin
Cambieranno soltanto i parametri, inseriremo una estensione, quindi una chiusura dello spazio tra D4 e D5.

NSRsin
Disfunzione di gruppo, mantenuta dai muscoli lunghi costrittori. Es: D7, D8, D9, ma può essere da D6 fino
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a D10. Andremmo a lavorare nel punto di max rotazione (che è una scoliosi), nella vertebra centrale, quella
apice, perché è quella che si trova più sul piano orizzontale rispetto alle altre. Non dobbiamo dare nessun
parametro né di F né di E. Inclinazione e rotazione saranno opposte.

Quando devo trattare una disfunzione sul rachide dorsale alto, per trovare la vertebra parto da D1. Devo dis-
criminare D1 da C7. La vertebra più prominente è C7, però ci possono essere delle particolarità.
Pz seduto. Mettiamo 3 dita, dove ci sono le vertebre più prominenti e
andiamo ad estendere il capo; siccome le vertebre si muovono in base
alle faccette articolari, se noi andiamo a indurre un’E del capo, la ver-
tebra che ha le faccette messe su un piano para-orizzontale scivola in
avanti quindi sparisce.
Tra C7 e D1 la vertebra che ha le faccette su un piano para-orizzontale
è C7. T1 le ha para-frontali per cui rimane saliente.
Quando devo trattare una vertebra sul rachide dorsale medio e basso,
si può fare in 2 modi:
1. risalire seguendo il bordo della 12° costa, quindi reperiamo D12.
2. In alcuni soggetti particolarmente voluminosi o sensibili possiamo
andiamo a localizzare lo spazio tra L5-S1 e saliamo.

D3 in ERSsx
Pz seduto. Utilizzerò il capo del Pz, perché se faccio i movimenti di rotazione, questi movimenti si trasmettono
fino alla 4° vertebra dorsale.
Osteopata si mette a dx del Pz perché c’è una rotazione sx, mano craniale nello spazio interspinoso tra D3-D4
e controllerò cosa succede nei diversi movimenti, mano caudale a livello della bozza parietale.
La vertebra è in E, per cui andrò a fare una F.
È una F localizza-
ta, non è esagera-
ta altrimenti oltre
ad aprire D3-D4,
arrivo fino a L1.

Localizzo il movimento, chiudo D3 nella leva superiore, ovvero sento che la spinosa di D3 sale, ma non sale
quella di D4, se volete potete mettere un dito nello spazio tra D3-D4 e uno sullo spazio tra D4-D5; in modo tale
che sentiate aprirsi lo spazio tra D3-D4 e non tra D4-D5.
Devo posizionare la vertebra contro la barriera motrice patologica, devo in-
vertire i parametri: flessione, rotazione dx (con l’indice posso leggermente
spostarmi dal lato dove dovrà ruotare la spinosa, perché se ruoto a dx la
spinosa dovrà ruotare sul lato sin, e percepisco appena appena lo sposta-
mento della spinosa), inclinazione dx.

Chiedo una contrazione isometrica, chiedendo di raddrizzare la testa spin-


gendo sulla mia mano (1-2-3 stop), 3 secondi di pausa nei quali incremento i
parametri di F, R, inclinazione e nuova contrazione.
Per 3-4 volte.
Non importa utilizzare la respirazione.

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D2 in FRSsin
La disfunzione è anteriore dx, quindi l’Osteopata si mette a dx.
Con la mano craniale mi metto tra D2 e D3, mano caudale da-
vanti allo fronte.
Con la mano davanti allo fronte imprimo una E, R dx e inclinazi-
one dx.
Chiedo al Pz di spingere contro la mano che sta sulla fronte.

Ora per un trattamento a livello delle dorsali basse possiamo lavorare


così. Pz seduto, poggia le mani sulle spalle con i gomiti verso avanti.
L’Osteopata posiziona il suo braccio caudale al di sotto delle braccia del
Pz effettuando una presa.

O incrociando i gomiti, in base alla tonicità del paziente, alla tensione dei
muscoli, all’ingombro del petto.

D8 in ERSsin
Con la mano craniale, con l’indice mi metto nello spazio tra D8-D9, pos-
so anche mettere il medio nello spazio tra D9-D10, così sento quando
includo la prima vertebra in disfunzione della leva e non devo includere
l’altra.
Questa volta userò il corpo del Pz, che faccio venire verso di me.
Gli dò una componente di F, ruoto a dx (sento la spinosa che si muove e
mi fermo), inclino a dx e chiedo al Pz di raddrizzarsi.
Chiedo al Pz 3 secondi di contrazione, recupero ancora un pò di param-
etri e così via.

D8 in FRSsin
Gli dò una componente in E e sento che si chiude lo spazio tra D8-D9, ruoto a dx e inclino a dx e chiedo al Pz
di addrizzarsi.
Importante: quando diamo il parametro di R deve essere su un piano orizzontale, quando diamo un param-
etro di inclinazione deve essere su un piano frontale, questo è importante sia nel test che nella tecnica.

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NSR
Stessa cosa, più semplice perché abbiamo un parametro in meno su cui
lavorare.

NSRsin
Ho un’inclinazione dx, con una R sin, ovvero abbiamo una prominenza
delle trasverse di sin, avremmo gli spazi intercostali che a dx saranno più
chiusi, mentre sulla sin saranno più aperti, avremmo anche i tubercoli inter-
costali sin più prominenti.
In una disfunzione di gruppo avremmo 2 vertebre culmine (D5 e D9), che
sono quelle più inclinate. E poi la vertebra centrale (D7) che è la vertebra più
orizzontale, che sarà quella più ruotata; quindi noi agiremo su questa verte-
bra.

Ora sul Pz dopo individuata Test generali sul dorso


la vertebra, non faremo né Test di pressione sulle spinose
una F né una E, facciamo Test di strisciamento del connettivo
una inclinazione sin e una Test di mobilità globale
R a dx e gli chiediamo di
addrizzarsi. Questi test ci indicano un livello.
In base a questo scegliamo di fare:
un test da prono
un test da seduto

Pz seduto. Test meccanico passivo. L’Osteopata è laterale al Pz. Conveniente mettere il Pz a cavalcioni sul
lettino mantenendo il bacino fisso; soprattutto se dobbiamo fare un test sulle dorsali basse in cui abbiamo
bisogno di molta stabilità.
Pz prono. Test respiratorio attivo. L’Osteopata è dietro al Pz.
Test meccanici per il rachide dorsale alto
Pz seduto. Osteopata con le dita della mano crani-
ale negli spazi D1-D2, D2-D3, D3-D4, D4-D5, mano
caudale sulla fronte del Pz. Osteopata porta la
testa delPz in E e vede se gli spazi si chiudono, in F
e vede se gli spazi si aprono.

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Oppure posso fare questo test Per il rachide dorsale
specificamente dopo aver fatto in alto posso usare
precedenza un test di localizzazi- anche questa presa.
one della lesione; ovvero faccio un Uno soggetto
test di mobilità generale sul dorso: grosso non riuscirà a
Pz incrocia le braccia, osteopata fa fare questo!
una presa al di sotto delle braccia e
fa dei movimenti di F-E del dorso.
Sento una zona rigida centrale e
mi concentro a fare i test su questo
livello.

Oltre alla Test meccanici per il rachide


F-E, una dorsale medio-inferiore
volta che Pz seduto, braccia incrociate. Osteopata ha
trovo uno una presa sotto le braccia e farà i movimenti
spazio di F-E e le R.
che non Questo test meccanico lo faccio dopo aver
si apre precedentemente fatto un test generale sul
e non si rachide: un test grossolano, un test di striscia-
chiude, mento ai lati della spinosa, un test connetti-
si fanno i vo, oppure un test di pressione sulle spinose.
test sulle E poi, trovato il livello, si fa un test specifico
R. che può essere meccanico o respiratorio.
Test respiratorio
Pz prono.
Per esempio nei test generali ho trovato questa zona rigida.
Si inizia a partire da una deviazione della spinosa, trovo la spinosa deviata sul lato dx, quindi sappiamo che
ha una R sin, quindi può essere una ERSsin, FRSsin, NRSsin o bilaterale assimetrica con R sin oppure una de-
formazione della spinosa perché è punto di inserzione muscolare, se uno ha delle asimmetrie muscolari
protratte nel tempo, dall’infanzia, per una gamba corta ecc.., anche i muscoli lavoreranno in maniera asim-
metrica, trazioneranno in maniera differente un lato rispetto all’altro, quindi a lungo andare possono portare
alla deviazione della spinosa.
Tutti i punti di inserzione possono essere più evidenti, a livello della SIAI (inserzione dei muscoli anteriori della co-
scia), specialmente in persone come i calciatori che utilizzano molto le gambe, che sono destrimani o mancini,
si noteranno delle salienze più evidenti in una gamba rispetto all’altra perché quel muscolo è stato sollecitato in
continuazione a quel livello, quindi l’inserzione si è sviluppata di conseguenza.
Quindi, abbiamo una spinosa deviata sul lato dx, dobbiamo vedere se si riallinea o no. Se non si riallinea può
essere una bilaterale asimmetrica.
A livello lombare abbiamo una lordosi quindi a una inspirazione corrisponde una F; a livello dorsale c’è una
cifosi quindi a una inspirazione corrisponde un’E (la gabbia toracica si allarga avanti e si stringe dietro).
Se a una inspirazione la spinosa si riallinea si tratta di una lesione in E. Perché se la
spinosa che ho trovato è deviata a dx, devo sapere se è bloccata in 1 o 2 o 1e2. Se si
riallinea in inspirazione, durante l’inspirazione la spinosa (3) scende quindi di chiude,
ciò vuol dire che il punto su cui avviene il movimento è l’articolare basso a sin; vuol
dire che a dx è libera di muoversi mentre a sin no perché durante l’inspirazione si
normalizza, ma durante la F peggiora perché la faccetta sin dovrebbe anteriorizzarsi
ma non ci riesce, quindi aumenta ancora di più, quindi è bloccata a sin.
Situazione opposta se abbiamo una lesione in F: si normalizzerà durante
l’espirazione. Se non si normalizza ne in inspirazione che espirazione sarà una bilat-
erale asimmetrica.

90
Trovo una rotazione sin della vertebra
Posiziono un pollice sulla parte sx della spinosa, un pollice sulla
parte dx di quella sottostante, induco una R sin spingendo da
sin a dx e traslando e vedo se riesco a farlo; poi blocco sulla
parte sin della vertebra sottostante e induco una R dx sulla
vertebra sovrastante spingendo da dx a sin.
Se va meglio il movimento della fig. 1 rispetto alla fig. 2 vuol
dire che la rotazione è sin.

1 2
TECNICHE CON IL PISIFORME
Sono tecniche abbastanza precise e specifiche che hanno una sola necessità: quella da parte dell’operatore
di essere quasi sicuro che la vertebra nello spazio e nella sua cinetica sta così, cioè dovete sapere bene dove
mettere le mani e che disfunzione c’è; altrimenti quando andrete a fare la tecnica non saprete farla, perché
bisogna avere chiara la disfunzione.

Pz prono. L’osteopata con due dita della mano caudale (ai lati delle spinose, spinose al centro) e faccio una
palpazione. Se il paziente non sta comodo con le braccia lungo i fianchi (es seno voluminoso la porta a con-
trarre i dorsali), può mettere le mani davanti alla fronte, si può poggiare il mento. Quando faccio la palpazione
devo avere un’idea tridimensionale della posizione delle vertebre, quando sento che c’è una resistenza da
una parte, faccio il giro e vedo se sopra o sotto c’è uno spazio grande o piccolo. A quel punto se il paziente
ha il mento appoggiato crea un’estensione sulle prime dorsali e ho uno spazio grande, significa che la molto
probabilmente ho una flessione, perché se fosse libero lo spazio si chiuderebbe. Se ho uno spazio grande e
la spinosa è deviata a dx ho una FRSdx, quindi in pratica ho fatto il test di mobilità. Poi devo vedere come la
vertebra si comporta da un punto di vista dinamico.
Una volta che ho selezionato la vertebra, per andare sulle spinose, mi sposto lateralmente di 2 dita, e un dito
sopra se c’è il decalaggio. Metto le dita sopra la spinosa e spingo sulla trasversa e sento se la trasversa di dx
si muove, faccio la stessa cosa con la trasversa di sin, siccome questa è più avanti, spingendo apprezzo se la
spinosa si muove. È ovvio che se è più avanti quando spingo sento di meno.
Ora farò il test di mobilità classico: un appoggio sulla spinosa sospetta, uno sulla spinosa sottostante e met-
terò in movimento la vertebra mettendo il Pz seduto.
Il prof non si fida di fare il test con la respirazione!!

Pz seduto: le vertebre dorsali alto le testo con F, E, inclinazione dx e sin.

Secondo la 2° legge di Fryette se faccio una inclinazione dx, significa


che il corpo vertebrale ruota a dx, quindi se la spinosa è libera deve
andare a sin. Quando invece, faccio una inclinazione a dx e sento la
spinosa che rimane a dx, direi che la vertebra sta ruotata a sin. A questo
punto metto un dito sulla spinosa, uno sulla sottostante e vedo quan-
do si allineano in F e E.

91
Nel dubbio posso Posso fare anche un test
far ruotare le un pò più dinamico,
vertebre al Pz, R dove vado a creare
equivale sempre a un’inclinazione locale.
inclinazione; quin- Dopodiché pure qua
di quando ruota a faccio F e E e vedo se si
dx la spinosa va a riallineano le vertebre.
sin, se la sento che
rimane a dx vuol
dire che è ruotata
dal lato opposto.

Tecnica con pisiforme (continua)


Visualizzare bene la disfunzione in 3 dimensioni. Queste tecniche hanno una predilezione, per quanto riguar-
da l’efficacia, più o meno da D4 aD9-D10. Troppo in alto rischiamo di esagerare (è una zona rigida), di dare
troppo energia; troppo in basso ci sono cedimenti tissutali dovute alle caratteristiche morfologiche del corpo
umano.
Nel dubbio posso far ruotare le vertebre al Pz, R equivale sempre
a inclinazione; quindi quando ruota a dx la spinosa va a sin, se la
sento che rimane a dx vuol dire che è ruotata dal lato opposto.
Nell’esempio riportato nel disegno siamo in una zona di decalag-
gio, per cui dobbiamo sapere che le trasverse di D7 le trovo a
livello della spinosa di D6.

La tecnica con il pisiforme: Pz prono, l’Osteopata deve stare dal


lato opposto alla R del corpo vertebrale.
Se ho una D7 in ERSdx dovrò fare un appoggio con il pisiforme
della mano sin direttamente sulla trasversa dx di D7, sulla posteri-
orità della vertebra in disfunzione. Pisiforme della mano dx in ap-
poggio sulla trasversa sottostante, quindi sulla trasversa sin (quella
opposta) di D8.
La tecnica non la faccio a coppia ma solo sulla trasversa di D7, per
cui l’appoggio sulla trasversa di D8 sarà semplicemente un con-
trappoggio.
Per evitare di fare una tecnica a coppia, il mio appoggio
sulla trasversa di D8 dovrà essere più possibile pros-
simo alla spinosa, quindi non andrò troppo esterno.
Questa tecnica viene definita anche tecnica a farfalla.
Il Pz tiene le braccia lungo i fianchi, l’Osteopata prepara
il Pz prendendogli il polso con la mano caudale e con la
mano craniale su k1, gli scolla la scapola trazionando in
dietro e leggermente in avanti.
La testa è indifferente dove si gira, va bene in ogni
caso perché da una parte aiutate la messa in tensione,
dall’altra aiutate il thrust (Di Branco). La testa guarda la
disfunzione (Longobardi).

92
Inspira, espira e thrust. La spinta non sarà diretta da dietro
verso avanti, ma una spinta tangente più o meno a 45°
verso l’alto in direzione della testa del Pz, perché sono fac-
cette articolari frontali.

Schema delle possibili disfunzioni:

1. situazione di normalità
2. piccolo spazio sotto, grande spazio sopra, una spinosa girata
a dx (ERSsin)
3. ERSdx

4. FRSdx
5. FRSsin
6. E bilaterale
7. F bilaterale

8. Bilaterale assi metrica dx


9. Bilaterale assi metrica sin

D7 in FRSdx
Disfunzione di F > si dà un
thrust a coppia sia su D7
che su D8.
L’Osteopata si trova dal lato
opposto della rotazione del
corpo vertebrale o dal lato
della disfunzione.
In una D7 FRSdx, inclinazi-
one e R sono a dx, la disfun-
zione è anteriore unilaterale
sin.

93
Pisiforme della mano sin in appoggio sulla pos-
teriorità relativa di D7 (trasversa dx di D7), pisi-
forme della mano dx sulla trasversa sin di D8.
Pz sta sul bordo del lettino.
Il paziente gira la testa dalla parte della disfun-
zione, quindi a sin.
Con la mano sin cerco di invertire i parametri
della vertebra che sta in disfunzione, la porto in
rotazione sin e cerco di annullare l’inclinazione;
la mano dx mando a cercare la faccetta artico-
lare di D7.
Riduzione 45° in alto a coppia.
Per la stessa disfunzione la tecnica si può fare posiz-
ionando l’Osteopata dal lato opposto, dal lato della
posteriorità, sta sul lato dx del Pz.
Pisiforme della mano sin lo posiziono sulla trasversa
posteriore della vertebra in disfunzione, pisiforme
mano dx lo posiziono nella trasversa opposta della
vertebra sottostante.
Sempre tecnica a farfalla verso la testa del Pz, a cop-
pia.

TECNICHE PISIFORME_a farfalla (classe 2A)


Valida per le vertebre da D3-D4 a D9-D10
Es. D7 ERS dx
Si può scegliere da che parte del Pz posizionarsi. La cosa più importante è visualizzare la disfunzione. Attenzi-
one alla direzione della spinta: essendo tecniche dirette su faccette articolari che stanno su un piano frontale,
a seconda della spinta e dell’inclinazione che do, posso rischiare di aumentare i parametri disfunzionali e far
qualcosa che possa dar fastidio al Pz quindi attenzione all’incli della spinosa.
Se mi metto dal lato dx del Pz con la mano sin appoggio il pisiforme direttamente sulla posteriorità, cioè la
trasversa D7 (che sarà al lato della spinosa di D6).
L’altra mano, visto che la tecnica la faremo non a coppia ma con un contrappoggio, sulla trasversa opposta alla
vertebra sottostante e cioè accanto alla spinosa di D7 (quindi D8). Per essere sicuri che faccio una tecnica sin-
gola e non a coppia, anche se personalmente è sempre a coppia, x non dare l’impulso nel pto sbagliato ci met-
teremo vicino alla spinosa. Se mi metto all’estremità della trasversa è possibile che faccio una tecnica a coppia
il che mi dà più possibilità di sbagliare quindi mi metto in prossimità di D7. Non ha importanza dove ruotiamo
la testa. Il Pz è prono e vado a cercare la spinosa che mi interessa, in questo caso D7. Due dita all’esterno della
spinosa un dito al di sopra e più o meno stiamo li, appoggio il pisi sn sulla trasv e il pisi dx sulla spinosa. Faccio
respirare e alla fine dell’espirazione thrust. La spinta non deve essere perpendicolare ma inclinata verso l’alto
e l’avanti del Pz. Se mi metto dal lato sin posso poggiare il pisi dx sempre sulla trasv da trattare e il pisi sin da
contrappoggio sulla spinosa oppure il pisi dx sulla spinosa e il sin sulla trasversa come sul libro, detta anche
tecnica a farfalla, chi è dx forse si trova meglio mettendosi sul lato sin.

Es. Osteopata al lato dx del Pz:


Pz. Prono. Osteopata alla destra del Pz. La testa del Pz indifferentemente a dx o sin (in un senso si andrebbe
verso la messa in tensione, nell’altro si andrebbe verso la riduzione).
Si contano le spinose (testa Pz in asse), quando estende la testa sparisce la spinosa di C7, e sono su D1 (nor-
malmente appoggiando le dita sulle spalle, i pollici cadono da sé su D1); arrivato a livello, il Pz può mettere

94
la testa da un lato. 2 dita all’esterno della spinosa, verso dx,
e un dito sopra, per trovare la trasversa dx di D7.

Appoggio il pisiforme della mano sin (mano attiva) sulla


posteriorità assoluta (sulla estensione) della vertebra in
disfunzione, quindi sulla trasversa di D7 (che è a lato della
spinosa di D6).
Con l’altra mano (pisiforme della mano dx) faccio contrap-
poggio sulla trasversa opposta della vertebra sottostante
che è a fianco alla spinosa di D7.
La tecnica non è a coppia, la mano “attiva” è solo la sin.
Oriento la spinta (un pò verso l’altro) e metto in tensione
e a fine espirazione, thrust. La spinta non deve essere
verticale (ossia solo verso il pavimento) perché le faccette
articolari sono frontali, e si rischia di scatenare dei dolori.

Es. Osteopata alla sin del Pz.


Pisiforme della mano dx sulla trasversa di D7. Attenzione a non fare niente con
la mano sin (di solo contrappoggio) per non far ruotare la vertebra sottostante.
(Essendo destrimani ci si potrebbe trovare meglio a far la tecnica da questa
parte).

Es. Variante più accademica: la Tecnica a Farfalla.

Direzione spinta: in alto-avanti

Come detto, queste tecniche sono efficaci da D4 a D9/D10. Se si scende, bisogna cambiare inclinazione
della spinta perché le faccette articolari sono più sagittali. Es su D10 la direzione è un po’ più “verso il pavi-
mento”. Su D11 dovete esser “bravini”, a seconda del Pz che avete sotto (e la spinta deve essere abbastanza
importante, il rischio è che la tecnica rimbalzi sui pilastri del diaframma). D11 e D12 le trovo tramite le coste,
seguo il profilo delle coste fluttuanti.

Es. D7 in FRS dx
Disfunzione anteriore unilaterale sin.
D7 è in disfunzione su D8, quindi cercare i parametri di D7 e di D8 tenendo presente il decalaggio (quindi
serve anche la spinosa di D6 come punto di riferimento).
Stavolta la vertebra sta, nello spazio, sempre inclinata a dx e ruotata a dx ma la disfunzione sta dall’altro lato
(anteriorità sin), per cui io devo fare una tecnica dove con una mano cercherò di deruotare la vertebra (D7) e
con l’altra mano cercherò, sulla vertebra sottostante (D8), di andare verso la disfunzione (mando a cercare la
disfunzione). Quindi per le FRS la tecnica è a coppia.
In questo caso mi metto a dx. Cerco la vertebra e ricordo che la disfunzione è anteriore unilat sin.
Spingo la trasversa sin della vertebra sotto (D8) per cercare la faccetta della vertebra in disfunzione (D7) e
spingo la trasversa dx della stessa vert (D7) per cercare di deruotarla.
Cerco la trasv di D7 (all’altezza della spinosa di D6) e ci appoggio il pisiforme sin; alla sin di D7 trovo la trasversa
95
di D8 e ci appoggio il pisiforme dx e faccio la tecnica trastando con entrambe le mani sempre in Espirazione.
Le mani vanno sempre verso la testa del Pz proprio come una farfalla.

Ricapitolando: spingo a sin la vertebra sottostante per andare a cercare la faccetta articolare della vertebra
in disfunzione e, a dx, la stessa vertebra per farla deruotare.
D7_ trasv dx D7 FRS dx Osteopata alla dx del Pz.
(spinosa di D6) Trovo la trasversa dx di D7 a livello della spinosa di D6.
Il pisiforme della mano dx è sulla trasversa sin di D8 (lateralmente alla
spinosa di D7).
Direzione del thrust: verso la testa del Pz.
D8_ trasv sin
(spinosa di D7)
Ora è un thrust a coppia su entrambe le trasverse.
Prima una era da contrappoggio.

Mi posso posizionare anche dall’altra parte con qualche accorgimento.


Pisi dx sulla trasv sottostante e pisi sin su quella da deruotare.
Sempre sfarfallando verso la testa del Pz.

Osteopata alla sin del Pz:


Vi sentirete padroni della tecnica solo dopo che avete VISTO la disfunzione.
La dovete .. VEDERE!
Divertitevi a sentire anche il calore che sta sulla disfunzione (passando la
mano al di sopra della cute, non a contatto).

Mani a farfalla

Insisto su 4 cose:
- quando dico D7 è sempre disfunzione di D7 su D8;
- ricordate il decalaggio;
- visualizzate la disfunzione;
- il senso della spinta verso la testa del Pz.
A differenza delle ERS siamo in appoggio su 2 trasverse non in prossimità delle spinose.
Il test respiratorio va accompagnato dal test di mobilità che è il più certo.
La palpazione ci serve x visualizzare le vertebre.

Revisione Tecniche a Energia Muscolare per le dorsali


Es. ERS sin.
Sono tecniche (che non amo molto) a “informazione neurologica”; se devono esser fatte han necessità di es-
sere precisissime.
Vado a cercare la prima barriera muscolare invertendo i parametri. Dai la contrazione nel senso della disfun-
zione e poi guadagni.
Si dà un’informazione sui muscoli corti restrittori, cioè che mantengono la disfunzione. Non si può stirare
subito il muscolo nel senso della correzione perché si rischierebbe di scatenare l’effetto Gamma, riflesso miot-
attico: stiro il muscolo e il muscolo si accorcia. Quindi sfrutto il tempo refrattario in cui si è scaricato il media-
tore chimico, l’Acetilcolina, e la placca motrice si sta ricaricando perciò in quel momento in cui il muscolo non
riesce a far niente noi possiamo riallungare le fibre.

96
Prima barriera: con una leggera estensione del dorso chiudo
un pò la vertebra rispetto alla sottostante finché non sento
che la spinosa si apre (quindi la mando un pò in flessione).
Poi ruoto la vertebra in senso opposto verso dx e inclino
verso dx.
Mi fermo.
Chiedo al Pz, in genere sotto a un’apnea inspiratoria, di riad-
drizzarsi. 1, 2, 3, soffia, stop, aspetto i tre secondi, e guadagno
in flessione, rotazione (dx) e inclinazione (dx).

sem 4 Longobardi

Tecniche dirette vertebre dorsali (DOG)


Le tecniche dirette più utilizzate per le vertebre dorsali sono le tecniche DOG.
Per le vertebre alte D1 D2 D3 si usano solitamente altre tecniche poiché il contatto sulle trasverse a questo
livello risulta più complesso.
È una tecnica che è molto simile anche alle tecniche per le riduzioni delle disfunzioni costali.
L’Osteopata utilizza una mano per contattare la traversa o le trasverse della vertebra in disfunzione o della
vertebra sottostante a seconda del tipo di disfunzione che si deve correggere.
In ogni caso, si prende l’appoggio sempre sulla posteriorità vera o relativa.
Per reperire correttamente le trasverse è importante considerare il normale decalage delle spinose.
Con il torace (zona sternale > porzione xifoidea) l’Osteopata contatta i gomiti del Pz le cui braccia sono incro-
ciate sul petto. Questo contatto serve per trasmettere l’impulso alla mano che è in appoggio sulle trasverse
della vertebra in disfunzione.

Per le disfunzioni di

vertebre alte il Pz tiene


le braccia così

97
Il contatto deve es-
sere fatto in modo
che la risultante della
spinta (effettuata con
tutto il corpo) giunga
sulla mano che cont-
atta le trasverse.

La direzione dell’impulso è alto-dietro perché le faccette delle vertebre dorsali sono su un p. parafrontale.
Ovviamente, come in tutte le tecniche, il buon posizionamento e la direzione dell’impulso rende la tecnica
efficace.

Posizionamento
In questa tipologia
di tecnica si sfrutta il
posizionamento supino
del Pz. L’Osteopata si
posiziona di lato al Pz
guardandolo e posiz-
iona una mano sulla
posteriorità vera o rela-
tiva della disfunzione,
mentre con l’altra mano
controlla la F-E del Pz.

Es. lato dx del Pz


- mano dx sulle trasverse
- mano sin regola la F o l’E del corpo
del Pz

L’eminenza tenare della mano


che contatta le trasverse si posiz-
iona a livello della traversa op-
posta a quella del lato in cui si trova
l’Osteopata.

98
spazio per
la spinosa

appoggio
dell’altra
trasversa

eminenza tenar

La mano che controlla la F-E si posiziona sulla cerniera dorso-cervicale e accoglie la testa del Pz
sull’avambraccio.
Le braccia del Pz invece sono ripiegate sul torace.
Il Pz ha le braccia incrociate e il braccio che sta sopra è quello opposto al lato in cui si trova l’Osteopata.
 nel nostro es. il braccio che verrà posizionato superiormente sarà il braccio sin

1 repere di D1 facendo
estendere la testa 2 si contano le spinose

3 si arriva sulle trasverse 4 posizionamento

Disfunzione in E BILATERALE
99
Si procede con la valutazione dello spazio tra la vertebra in questione e la sottostante, si effettua successiva-
mente il test di mobilità per la flessione e per l’estensione facendo respirare il Pz.
In una disfunzione di estensione bilaterale la F risulterà bloccata quindi, lo spazio non si aprirà mentre in es-
tensione si ridurrà lo spazio tra le spinose prese in considerazione.
A questo punto si contattano le trasverse della vertebra in disfunzione, con il torace l’Osteopata prende ap-
poggio sui gomiti del Pz e regola la direzione della spinta.
Si richiede l’Esp durante la quale si ricerca la messa in tensione e alla fine di essa si procede con l’impulso.

Esempio: D5 in E Bil
Si valuta lo spazio tra D5 e D6, si effettua il test di mobilità con l’ausilio della respirazione.
Si reperisce la spinosa di D4, ci si sposta lateralmente il Pz e si trovano le trasverse di D5 dove si posiziona la
mano.
Contatto quindi le trasverse di D5 con l’eminenza tenare e con il secondo dito (indice) avente la prima e la
seconda falange flesse. Tutte le altre dita rimangono aperte.
Si chiede al Pz di Espirare e a fine espirazione, thrust verso l’alto e verso dietro.

100
Disfunzione in F BILATERALE
Si procede con la valutazione dello spazio tra la vertebra in questione e la sottostante, si effettua successiva-
mente il test di mobilità per la F e per l’E facendo respirare il Pz.
In una disfunzione di F bilaterale l’estensione risulterà bloccata quindi, lo spazio non si ridurrà mentre in F si
aprirà lo spazio tra le spinose prese in considerazione.
Si deve contattare la posteriorità relativa della vertebra sottostante per riportare in tal modo in posteriorità la
vertebra in disfunzione.
Per fare ciò si deve flettere il corpo del Pz, superare di poco l’appiombo che si sente sulla mano che contatta
le trasverse e poi, all’inizio dell’inspirazione, tornare verso l’estensione dando l’impulso.

TECNICHE DOG _Zona dorsale


Nelle tecniche dog si ha bisogno di un appoggio preciso a livello della vertebra da trattare.
Test. Facciamo una prima valutazione visiva ed eventualmente palpatoria per individuare eventuali zone
asimmetriche rilevanti del dorso (gibbo, scoliosi ecc), con paziente in piedi. Inoltre faremo anche dei test
dinamici per vedere in modo generale se ci sono delle zone che presentano delle asimmetrie del movimento
(non flettono bene, non estendono bene, non inclinano bene…). Queste eventuali zone possono essere poi
importanti nel test successivo, più selettivo della zona (magari ho individuato un tratto che ad esempio non
inclina o non estende bene, che in quel punto la sinuosità della curva si interrompe, allora questo sarà motivo
per andare ad indagare meglio la zona con un test di mobilità).
Faccio delle pressioni sulla zona delle spinose (paziente seduto o prono) o col palmo della mano e diretta-
mente col pollice sulla spinosa: in questo modo esercito un impulso di movimento e se la risposta e la man-
canza di plasticità vuol dire che la vertebra ha una mobilità ridotta.
Controllo l’allineamento delle vertebre (dalle spinose) per capire se sono in
una situazione asimmetrica o simmetrica. Dopodiché valuto gli spazi tra le
spinose, che più o meno in genere presentano lo stesso spazio: se noto che
lo spazio tra la vertebra considerata rispetto alla sottostante è più piccolo o
più grande, allora questo sarà il mio elemento di partenza.
Potrei trovare quindi due casi:

1. Le spinose non sono allineate


2. Le spinose sono allineate ma ho una palese differenza negli spazi

Nel 1° caso, col test di pressione sulle spinose ho sentito una zona di mag-
gior tensione tra D5, D6 e D7, controllo l’allineamento e trovo che D6 non è
allineata ma è deviata a destra, quindi la vertebra è ruotata a sinistra; perciò
le possibilità di disfunzione di D6 saranno:
- FRS sin
- ERS sin
- Bilaterale asimmetrica (ant dx + post sin)
Per evidenziare quale sarà la disfunzione faccio il test di mobilità:
101
se in F si riallinea ma non si riallinea in E la disfunzione sarà FRS sin;
se sia in F che in E non si riallinea, avrò una bilaterale simmetrica;
se in F non si riallinea, in E si riallinea avrò ERS sin.
Nel 2° caso se sono sicuro che la vertebra è D6, so già che non c’è deviazione laterale, per cui si tratterà proba-
bilmente di una disfunzione di E bilaterale.
Per confermare ciò durante il test di mobilità noterò che:
faccio flettere la colonna e lo spazio D6-D7 non si apre, mentre quello sopra e sottostante si aprono,
faccio estendere la colonna e gli spazi si chiudono.
Quindi vuol dire che tutte le vertebre possono andare in E ma D6 non può andare in F.

Nel test di mobilità partiamo quindi dal globale per andare al particolare. Le zone in disfunzione possono es-
sere anche più di una.
Per i test di mobilità utilizzerò la respirazione del Pz:
• in INsp il rachide si estende
• in Esp il rachide si flette
Quindi posso valutare i movimenti delle vertebre. Ma devo stare bene attento al tipo di respirazione del
paziente: devo sentire che effettivamente durante l’inspirazione si estende e durante l’espirazione si flette.
Le zone cerniera sono più difficili da valutare: se per esempio sto valutando D10 e D11 e il paziente fa una
respirazione toracica o comunque una respirazione non corretta, potrei avere delle informazioni diverse nel
punto di passaggio dorso-lombare rispetto a quelle corrette.
Quindi:
1. valutazione visiva
2. test dinamico valutando le zone che ci interessano maggiormente
3. mettiamo le mani per valutare questi punti di interesse
4. individuiamo sempre più selettivamente un punto
5. scegliamo quale è la vertebra sulla quale fare il test
6. facciamo il test dalla posizione seduta e/o dalla posizione prona

Esempio. Pz prono. Metto la testa in E: in questa posizione la vertebra più prominente è D1. Partendo da D1
verso il basso analizzo le spinose. Poniamo di trovare una deviazione laterale a sin a livello di D4 rispetto a D5
(quindi ho una rotazione dx). Quindi potrei avere la stessa informazione anche analizzando le trasverse. C’è da
sapere però che a partire già dalla seconda vertebra dorsale ma soprattutto dalla terza, si ha un inclinazione
delle spinose per cui nelle prime due vertebre dorsali le spinose sono più o meno all’altezza della trasversa
corrispondente mentre già dalla terza possiamo notare che la sua spinosa si trova a metà tra la propria tras-
versa e quella di D4.

A partire da D4 e soprattutto fino a D8/D9 la spinosa della


vertebra è nettamente a livello della trasversa della ver-
tebra sottostante (per cui troverò la trasversa più in alto
rispetto alla spinosa della stessa vertebra).

Nel caso in esempio, indagando D4, troverò le trasverse


più in alto, e vado a sentire se la trasversa di dx è più pos-
teriore rispetto a quella di sin: questo mi conferma che la
vertebra è ruotata a dx.

102
Inoltre posso posizionarmi a pinza sulla spinosa di D4 e provare
a fare una leggera spinta verso dx e poi verso sin per sentire se
ha una minor resistenza a ruotare a dx e una maggior resist-
enza nel ruotare a sin: questo mi conferma ancor più che vi è
una rotazione dx.
Faccio respirare il Pz testando la spinosa (mani a pinza come
precedente): se in inspirazione la vertebra si riallinea significa
che ho una ERS dx. Stessa cosa la posso sentire attraverso le
trasverse.
Se invece trovo un gruppo di vertebre poniamo tutte estese
avrò un gruppo che funziona in 2° legge (tipo D4 su D5, D5 su
D6, D6 su D7), poi magari decido all’interno del gruppo quella
che mi mantiene più la disfunzione e magari tratto quella. Oppure potrei avere una disfunzione asimmetrica
di gruppo (1° legge NSR, un gruppo di vertebre inclina da una parte e ruota dall’altra): in questo caso avrò
tutte le trasverse di un lato più posteriori (del gruppo di vertebre), ad esempio le trasverse sin se il gruppo di
vertebre è inclinato a dx e ruotato a sin.

Tecnica DOG
Si basa sul principio che noi possiamo dare un impulso correttivo alla vertebra dorsale attraverso il contatto
con le trasverse ed in particolare si contattano (a seconda del tipo di disfunzione e poi vedremo come e quali)
le trasverse (disfunzione bilaterale) o la trasversa (disfunzione unilaterale) che sono posteriori, cioè quelle che
sono più palpabili: quindi quelle più posteriori o in maniera assoluta (vera) o relativa.
Cioè se ad es ho una ERS dx, la trasversa che è più posteriore è la dx e lo sarà in maniera assoluta, perché tale
trasversa coincide con la vertebra in disfunzione. Se ho una vertebra che ha una disfunzione di anteriorità
sin, la sua trasversa di dx sarà più posteriore. Se ho entrambe le faccette in posteriorità saranno entrambe più
posteriori. Ma se sono entrambe in flessione, le trasverse sono più anteriori e in questo caso saranno relativa-
mente posteriori le sottostanti.
D6 estensione bilaterale. Se ho un’estensione bilaterale significa che entrambe le trasverse della vertebra in
disfunzione sono più posteriori, perciò nella tecnica contatterò direttamente le trasverse di D6 per mandarle
verso l’anteriorità.
Il Pz è in decubito supino. Osteopata sta lateralmente al Pz rivolto verso la testa del Pz stesso: utilizzo la mano
interna per poggiarmi sulle trasverse da trattare (abbraccio il Pz); utilizzo il braccio esterno per posizionare il
paziente. Quindi se l’Osteopata sta dalla parte dx del Pz utilizza la mano dx (interna) per contattare la vertebra
e la sin (esterna) per controllare il Pz. Avrò un appoggio sul Pz tale da materializzare tutta la risultante della
spinta a livello della vertebra cui sono in contatto posteriormente.

Posizione del Pz
Nel caso di D6 est bil entrambe le trasverse sono più
posteriori quindi il nostro appoggio sarà direttamente
sulle trasverse di D6, per portarla verso la F.

Il Pz sarà in decubito supino, verso il bordo del lettino


vicino all’Osteopata. Il Pz incrocia le braccia al petto,
con il braccio opposto alla nostra posizione che sta
sopra e l’altro che sta più in basso (questo perché per-
mette di trazionare meglio il Pz ed avere un appoggio
meno fastidioso sul nostro torace).

103
Posso anche posizionare le braccia come
nella foto accanto, ma questo renderà la
nostra tecnica più potente e forse anche più
fastidiosa sia per noi (a livello dell’appoggio
col torace) che per il Pz.

Per posizionare la mano sulla trasversa vado a ruotare


il Pz: ne fletto la gamba opposta alla mia posizione
e lo ruoto con appoggio al ginocchio e alla spalla.
Estendo la testa in modo da evidenziare D1 (in E del
capo è la vertebra più prominente) per poi arrivare a
D5 con la mano interna (devo contattare le trasverse
di D6 e le troverò lateralmente a livello della spinosa
di D5 (decalaggio).

Mettiamo la mano a livello delle trasverse posizionandola


a piatto, cercando di fare arrivare le trasverse dalla parte
radiale della mano: quindi se devo contattare due tras-
verse, la spinosa si troverà al centro della mano mentre la
trasverse sono sui due lati (nella parte radiale della mano).
Ruoto nuovamente il Pz ponendolo bene in posizione
supina; mi appoggio col torace sulla braccia incrociate
del Pz (le posiziono prima nella maniera meno fastidiosa)
e poggio il mio gomito (della mano che contatta le tras-
verse) sul lettino. Con la mano esterna sollevo il capo del
Pz: a questo punto “gioco” col Pz cercandone la posizione
che mi permette maggiormente di sentire che la spinta
che effettuo col torace va ad arrivare a livello della mia mano posteriore e precisamente nella parte radiale.
Una volta posizionato faccio respirare il paziente per sentire se il punto di contatto è quello corretto

Posizione per D8

Più stiamo trattando vertebre alte più il paziente sarà poggiato al lettino con le braccia incrociate più in alto.
Più stiamo trattando vertebre basse, più le braccia del Pz saranno incrociate verso il basso e più dovrò flettere
104
la colonna del Pz. Quindi man mano che mi interesso di vertebre più basse non fletterò solo il capo del Pz ma
anche la colonna fino a sentire l’appoggio migliore sulla mano posteriore. Attenzione quindi a non tenere la
mano interna a livello della nuca del Pz in caso di maggior F, ma sostenere bene sia il capo sia il primo tratto
dorsale.

Posizione per D3

Notiamo che per le prime vertebre non vi è bisogno di sollevare la testa del Pz ma basta incrociare le sua
braccia un pò più verso l’alto. Da D4-D5 in poi solleveremo sempre più la testa per arrivare man mano a una
sempre maggiore F del tronco come ci dirigiamo verso vertebre più basse.

ATTENZIONE il Pz deve “abbracciarsi ma tenere le mani libere, non tenersi alle spalle.

Test sulle vertebre dorsali_Di Branco


Approccio alle vertebre dorsali da quando il Pz arriva a quando va via.
1. L’osservazione= Pz in piedi, inizialmente un’osservazione statica sul Pz.
2. Si fanno dei test dinamici: F-E per valutare se può trattarsi di una NSR, quindi di un gruppo di vertebre in
disfunzione, che si evidenzia con il gibbino; inclinazione dx-sin, vedo le disfunzioni di tipo 2 (le baionette);
per vedere eventuali zone di rigidità.
3. Si palpano queste eventuali zone di rigidità.
Quando ho all’interno della NSR un tipo 2, vedo una
baionetta con vertice, con il corpo vertebrale che
ruota dallo stesso lato della NSR, faccio una incli-
nazione dx tutti i corpi vertebrali ruotano a sx, c’è
quella vertebra che ruota a sin ma sta anche appog-
giata ad una faccetta articolare, quindi all’interno di
una NSR una disfunzione di tipo 2.
Quando all’interno di una NSR c’è una curvetta,
c’è una vertebra o più vertebre che hanno il corpo
vertebrale ruotato dal lato opposto rispetto alla
curva che vado a bloccare. Questo si vede con delle
ombre che compaiono sul profilo della colonna,
ombre che spezzano una certa armonicità della curva, ci fa capire che li dobbiamo fare dei test di pressione,
per vedere se c’è una densità, questa densità può essere dolente quando c’è da poco tempo o quando effet-
tivamente non è una disfunzione ma c’è un problema diverso; ho una densità non dolente probabile disfun-
zione antica.
Il test di pressione sulle dorsali (da seduto) lo faccio spingendo sulle spinose a seconda del livello: spinose
dorsali alte in direzione del corpo vertebrale, in quelle basse che la spinosa scende, dal basso verso l’alto.
Dopo faccio i test di mobilità: test respiratorio, non è particolarmente affidabile; test di mobilità meccanico,
quello più affidabile; test di pressione, dopo fatto il test meccanico.
Nel test di mobilità per le vertebre dorsali alte posso utilizzare la testa, per le dorsali basse faccio inclinazione
e rotazione delle vertebre.
Una volta individuata bene la zona andate a vedere la disfunzione vera e propria. Faccio il test di mobilità e
105
vedo quando la vertebra si riallinea. Poi sulla base di quello che ho alla palpazione, es: ho un piccolo spazio
sotto, una spinosa verso sx, quindi un corpo vertebrale ruotato a dx, si riallinea in estensione (ERSdx); ho un
grande spazio sotto, piccolo sopra, spinosa a sin, si riallinea in flessione (FRSdx).
Eventuali discostamenti delle spinose dalla linea mediana.

sem 5 Longobardi

Usiamo le Tecniche Dirette per andare direttamente a invertire i parametri di una disfunzione (rispetto al
punto prossimale, su uno o più piani dello spazio).
A livello vertebrale ci organizziamo su tre piani dello spazio. Quando prendiamo in esame una vertebra, sia
nel test sia nel posizionamento, dobbiamo immaginarci come si posiziona nello spazio rispetto ai tre punti di
repere. Quindi le vertebre sono un po’ più complesse da interpretare.

L3 in ERSdx: la faccetta in disfunzione è la dx che si trova in posteriorità (o estensione, o convergenza, tutti


sinonimi). La vertebra è in rotazione dx (movimento sul piano orizzontale), inclinazione laterale (piano fron-
tale) ed estensione (piano sagittale). Quindi ci sono tanti parametri da considerare quando cerchiamo il po-
sizionamento nella tecnica diretta per invertire i parametri della disfunzione. Cerchiamo sempre di invertirli
tutti, ma delle volte saremo costretti a sacrificare uno o due parametri e saremo così limitati nell’efficacia della
tecnica (ad esempio nelle tecniche per le vertebre cervicali), e qualche volta sacrificare anche il Pz! (ha-ha-ha
tutti a ridere!).
Nelle tecniche dirette andiamo a sentire, cercare l’ultima barriera possibile, che è la barriera articolare, che
determina prima un detensionamento delle fasce più superficiali, poi un detensionamento delle fasce più
profonde fino ad arrivare nella zona dei muscoli monoarticolari vicino alla disfunzione, superiamo anche
quella resistenza e facciamo direttamente invertire la posizione alla faccetta articolare in disfunzione: tecnica
diretta con thrust (alta velocità bassa ampiezza). In questa tecnica solo l’operatore è attivo: il Pz è attivo solo
per quanto riguarda la respirazione.
Nelle Tecniche a Energia Muscolare facciamo comunque una tecnica diretta perché invertiamo direttamente
i parametri della disfunzione, ma qui facciamo la tecnica con partecipazione attiva del Pz. In questo caso non
lavoriamo sulla barriera articolare ma sulla barriera muscolare, sulla barriera visco-elastica, cioè sul muscolo
che mantiene la posizione della faccetta articolare in disfunzione. Quindi non parliamo dei grossi muscoli
paravertebrali, fasici, superficiali del movimento, tipo gran dorsale, romboidi, dentato, ma si tratta dei muscoli
monoarticolari, (es. trasverso spinoso, andare a vederli) i muscoli più profondi della statica, che vanno dalla
spinosa alla trasversa, sono legati ad una sola faccetta articolare.
In che modo andiamo ad agire su questi muscoli? Andando ad agire su una contrazione isometrica. Ad es:
nel gomito, una disfunzione di F è mantenuta dal flessore. Devo far sì che questo muscolo abbia una barriera
motrice sempre più vicina alla neutralità. Devo far detendere la tensione del flessore che vince sull’estensore,
antagonista. Porto l’articolazione fino a sentire la tensione del flessore. Con la tempistica dei 3 sec-3 sec an-
diamo a recuperare gradualmente sulla tensione del muscolo per avvicinarsi alla neutralità. Se dovessi in-
vece usare una tecnica diretta andrei ad avvicinarmi, stirando il muscolo, alla barriera articolare, e qui farei la
tecnica diretta. Quindi mi avvicino alla barriera articolare seguendolo durante 2-3 respirazioni per arrivare al
massimo delle possibilità perché dobbiamo superare anche la tensione del muscolo per arrivare alla barriera
articolare. Se non si fa una corretta messa in tensione si fa una tecnica sul muscolo, non sull’articolazione, per
cui la tecnica non è efficace! La barriera articolare è l’ultima che compare. Quella muscolare è la prima che
compare (per tecnica sul muscolo).
Quindi entrambe le tecniche sono dirette. Una con e una senza l’ausilio del Pz.
Diverse sono le Tecniche Funzionali, o Tecniche indirette, o Tecniche di aggravamento, che lavorano su
un altro principio: di inibire il muscolo che mantiene la disfunzione ed eventualmente stimolare il circuito
dell’antagonista per rinforzare il muscolo vittima della disfunzione. Quindi vado ad aggravare (fare ancora di
più una rotazione dx stimolando l’antagonista, il rotatore sin).
Es. porta in un Saloon: disfunzione di porta aperta. Tecnica diretta: do un calcio alla porta e la chiudo. Tecnica
diretta ad energia muscolare: mantengo la porta aperta, ferma, e agisco sulla molla esterna tirandola di più
e siccome non c’è movimento, la molla, quando lascio, mollerà un po’ perché la sto sfiancando, un po’ alla
volta cede la molla e si chiude la porta. Se no, tecnica di aggravamento: si dà una spinta e la molla interna si
carica, acquisisce energia, e la porta si chiude. Con la tecnica indiretta non solo si aggrava, ma si mantiene
106
l’aggravamento per un certo numero di secondi, si dà il tempo al sistema di riorganizzarsi, per cui il muscolo
vittima può recuperare sul muscolo vincitore e riportare la porta (vertebra) in neutralità.
NB: Tutte queste sono delle tecniche, non degli approcci! (fasciale, viscerale, craniale..). Es. approccio fasciale,
posso lavorare sulle fasce sia con una tecnica diretta o con energia muscolare o di aggravamento usando pur
sempre un approccio fasciale. Oppure faccio una tecnica funzionale, prendo i 2 lembi e li avvicino, esaspe-
rando l’aggravamento e sento che il sistema riparte nel senso di un allungamento. Non confondere quindi
l’approccio col tipo di tecnica che si sceglie. (Quindi non dire “no io faccio una tecnica dolce, fasciale. Perché
una tecnica fasciale può anche essere una tecnica diretta!).
La tecnica ad energia muscolare: lavoriamo sul muscolo che mantiene la disfunzione. L3 in ERS dx. La vertebra
sottostante, L4 è la mia neutralià. Ho la spinosa deviata a sin, e dovrò detendere il muscolo rotatore di dx. Po-
sizionerò il Pz come facevo nelle tecniche dirette. Uso la leva superiore per includere la vertebra in disfunzione
(L3). Posiziono il Pz da quale lato? Lato dx, il lato della rotazione, o dal lato della posteriorità vera (ERS dx), o
relativa (es. FRS dx: la faccetta dx è in neutralità ma è relativamente più indietro della sin che è in disfunzione
di flessione, e quindi antero-superiore). Infatti compare la componente di inclinazione: quando la faccetta va
in convergenza, la faccetta va indietro e in basso. Quando va in divergenza, va in avanti e in alto.

L3 in ERS dx: la faccetta è indietro e in basso, quindi compare l’inclinazione destra. Pz sul lato destro perché
includendo la disfunzione nella leva superiore vado a realizzare una derotazione: immaginare le spalle del pz
come le trasverse della vertebra, quando il Pz fa la de-rotazione ruota verso sinistra le spalle. La leva inferiore
invece fa una rotazione destra che porta relativamente L3 ancora più in rotazione sinistra, porta la faccetta in
disfunzione ancora di più in anteriorità. Dal lato della disfunzione, L3 va in avanti e L4 va indietro, quindi rela-
tivamente si porta verso la correzione. Una volta posizionato il Pz, raggiunta la barriera visco-elastica, chiedo
di fare una piccola contrazione o per ritornare verso la disfunzione L3, oppure lavoro sulla leva inferiore nella
rotazione opposta, per andare progressivamente a riposizionare la vertebra in disfunzione per portare pro-
gressivamente la faccetta dx di L3 verso la neutralità. Serve sentire le spinose, siccome lavoro su un piccolo
muscolo monoarticolare, io devo essere preciso! Monitorare costantemente che tutto avvenga tra L3 e L4,
quando sento la contrazione, e quando riposiziono L4 sotto a L3 o L3 sopra a L4.

PROTOCOLLO di una TEM


1. inspirazione (non profonda)
2. apnea inspiratoria
3. contrazione isometrica per 3 sec, 3 sec. di pausa (Pz rilascia la contrazione)
4. espirazione, durante la quale si recupera la nuova barriera muscolare. Si ripete per 3-5 volte fino a ottenere
un risultato soddisfacente. Eventuali scrosci, movimenti che si dovessero sentire non ci devono interrompere!
La tecnica va completata. Anche con le tecniche dirette, va portata fino in fondo. L’unica cosa che ci deve
frenare è il dolore del Pz, o una gamba che si addormenta, o un dolore riferito, nella gamba… il dolore è sem-
pre un campanello d’allarme che indica che c’è qualcosa che non va, che non avevamo valutato bene o non
ci siam posizionati bene.

INDICAZIONE > si fa una TEM su:


- un Pz molto rigido, che da un punto di vista muscolare ha una primarietà.
Contrariamente una TEM potrebbe non essere molto efficace su una persona molto lassa: in queste persone
è difficile che il muscolo sia responsabile di una disfunzione (ma non è impossibile)
- in Pz che hanno controindicazioni specifiche o aspecifiche a una tecnica diretta. Le controindicazioni speci-
fiche sono: Persone anziane osteoporotiche che hanno una struttura ossea degenerata. Persone in corso di
trattamenti farmacologici particolari (chemioterapia, trattamenti ormonali, trattamenti per osteoporosi). Poi
Pz con controindicazioni, x es. sospetto di un’ernia del disco, che non è una controindicazione assoluta ad una
tecnica diretta, ma la tecn diretta va utilizzata molto prudentemente, anche se l’ernia è sospettata dai test
che abbiam fatto, o dalle indicazioni cliniche che ci da il Pz. In questo caso ci guida il dolore, se il Pz fa “Ahi!”,
fermarsi.

PRATICA (c’è il video): Il lettino deve esser adeguatamente posizionato: se l’Osteopata è mediamente alto, e
il Pz ha media corporatura, il 2° livello del lettino è ok. L’altezza del Pz deve star più o meno all’altezza della
mia vita. Col Pz sul lettino: controllare che sia ben equilibrato, e controllare bene la lordosi lombare o la testa
107
troppo flessa. Mettere magari un cuscino sotto la testa, per non far contrarre i muscoli al Pz. Pz sul fianco dx.
Il braccio sin del Pz è già appoggiato sul fianco, così ci inserisco la mia mano sin fino alle spinose. Spinosa di
L5 è più piccola, puntiforme. Poi torno su L4. Mi metto sulla spinosa di L3 e di L4. Fletto la gamba sin fino a
sentir che il movimento arriva a L4 e non su L3. Per fare il cambio di mani posso appoggiare la mia gamba a
quella del Pz così quando lascio la mia mano dx il Pz non cade (rotaz bacino), oppure col mio tenar-ipotenar
testro dò un punto fisso sul trocantere sin del Pz reggendolo, e scivolo fino al mio avambraccio che fissa a
livello del trocantere sin del Pz. Poi per la leva superiore: faccio fare una rotazione nell’asse, finchè sento che
il movimento arriva fino a livello di L3. Solo dopo do l’altro parametro: la flessione tirando un pò verso di me.
La testa del Pz: il mento deve stare nell’asse dello sterno. Il mio braccio craniale: sta tra il seno del Pz e la spalla,
tangente al torace, contro al torace. Controllo di essere ben posizionato. Chiedo al Pz: prendi aria (poca! È
importante l’apnea inspiratoria, più che la quantità di aria presa se prende troppa aria non è più isometrica
perché il Pz cambia posizione), apnea, spingi piano contro il mio gomito (leva superiore), stop, fuori l’ aria, e
recupero verso dietro con la leva superiore. Poi, la leva inferiore: stesso meccanismo, “spingi col sedere contro
il mio gomito”.. e recupero in avanti con l’espirazione. Poi chiedo contemporaneamente leva sup. e inf, più
piano di prima, e recupero con tutte e due. Se mi accorgo che il livello è andato troppo in basso, lavoro con la
leva inferiore, e viceversa. Se sono ben centrato, faccio lavorare con tutt’e due contemporaneamente. Quindi
è l’osteopata che decide quante volte spinge con quella superiore, quante con quella inferiore, e se deve spin-
gere invece con tutt’e due contemporaneamente. Si sta detendendo il muscolo monoarticolare L3-L4. Quindi
se arrivo su L5 o L1, non sto avendo efficacia. Continuamente ricerco quel paramentro, sempre aumentando
la componente di rotazione. Prossimo anno si mette anche la componente di inclinazione.

Qual’ è la differenza tra una tecnica diretta ed una tecnica ad energia muscolare?
Sono due tecniche dirette attraverso le quali noi andiamo ad invertire i parametri della disfunzione. Nella
tecnica diretta andiamo oltre le componenti fasciali e muscolari, ci avviciniamo il più possibile alla barriera
articolare, nell’altra tecnica invece, la TEM, invertiamo sempre i parametri disfunzionali, ma, percepita la resist-
enza dei tessuti (fasciale-muscolare) che impediscono al distretto interessato dalla disfunzione di muoversi
correttamente, agiamo su di essi per raggiungere un equilibrio muscolare tra agonista ed antagonista. La TEM
a differenza della tecnica diretta prevede la partecipazione attiva del Pz.

Tecnica FUNZIONALE: in questa tecnica andiamo a portare la struttura ancor più in disfunzione per ottenere
la correzione.
Es: disfunzione di porta aperta > la porta si apre ma non si chiude, se faccio una tecnica diretta vado fuori e
con un calcio chiudo la porta.
Es: disfunzione di porta del saloon > si aprono e si chiudono tutte e due insieme, ma immaginiamo che una
resta aperta e non si chiuda, una molla probabilmente col tempo si è allentata e quindi la molla più forte mi
mantiene la situazione di porta aperta, a questo punto dovrò recuperare forza sulla molla che è più debole
(vittima), la ricaricherò pian piano fino a quando la sua forza non si avvicinerà a quella dell’altra, andiamo
quindi ad inibire il muscolo vincitore, a dare l’impulso verso la disfunzione fino a sentire che il sistema è ab-
bastanza carico e vuole ritornare verso la correzione.
Nelle TEM si è progressivi sempre nel senso della restrizione.

LUMBAR ROLL
Posizionamento del Pz in chiusura in chiave es: L3 ESRdx
Includo L4 nella leva inferiore poi faccio la chiusura della leva sup ed includo L3, posiziono ovviamente il Pz sul
lato dx perché so già che ruoterò così verso la correzione, per questo tipo di tecnica do preferenza alla dero-
tazione. Dopo aver chiso tutte e due le leve, superiore ed inferiore, durante più atti espiratori, andrò a sentire
sempre controllando il giusto posizionamento che la struttura si trova al limite articolare, sto superando tutte
le tensioni facendo rilassare il Pz, arrivo quindi alla messa in tensione e faccio o nella leva sup o in quella infe-
riore la riduzione, il thrust.
ESR dx è la faccetta di dx ad essere in disfunzione, non va in F.
FSR dx è la faccetta di sin in anteriorità ma sempre ruotata a dx.
Nella tecnica ad energia muscolare, TEM, il posizionamento è lo stesso perché si tratta sempre di una tecnica
diretta, ma dovrò chiedere la partecipazione al Pz con un’azione muscolare che va ad agire direttamente sul
funzionamento e di conseguenza, al progressivo rilassamento dei muscoli che mantengono la disfunzione.
108
Se ho una rotazione dx lavorerò sui trasversi spinosi e tutti i muscoli monoarticolari a questo livello, (mm.
della statica), in questo caso non dovrò arrivare alla fine del movimento ma fermarmi all’inizio, il mio scopo
non è arrivare subito alla barriera articolare ma farlo progressivamente facendo lavorare quei muscoli che mi
mantengono quel solo segmento in rotazione. Reclutare il movimento solo sul punto interessato e non su
tutta la colonna.
Devo essere preciso sulla vertebra in disfunzione e quella sottostante, faccio la messa in tensione, faccio con-
trarre ma impedisco il movimento, la rotazione, la contrazione avviene durante una fase di apnea respiratoria,
alla fine della contrazione che io mantengo, faccio espirare, aspetto qualche secondo, trovo una nuova bar-
riera e recupero la posizione per essere pronto per una nuova contrazione.
Se devo fare una contrazione isometrica vuol dire che farò una contrazione contro resistenza per poi gua-
dagnare verso la riduzione, se ad es ho una rotazione vertebrale a dx, posizionerò il Pz sul fianco dx e lo ruot-
erò a sin cioè verso la correzione, sia se lavoro sulla leva inferiore sia se lavoro sulla leva superiore, sto lavo-
rando sulla rotazione della disfunzione, sulla derotazione della vertebra sottostante, ma sempre nell’ottica di
riposizionare direttamente quello che è avanti in dietro agendo sui gruppi muscolari.

TECNICHE USATE DALL’OPERATORE OSTEOPATA


Un operatore molto piccolo su una persona molto grande può usare delle tecniche di tipo TEM perché sono
più progressive e mi permettono di gestire il Pz con più controllo ed una massa molto voluminosa, ma so-
prattutto sono tecniche che vengono usate per delle caratteristiche fisiche o per sintomatologie del Pz molto
precise. Es:
Pz molto rigido
problemi posturali di tipo antalgico
difficoltà ad arrivare alla barriera articolare
sospetto di ernia
sospetto di lesione anatomica
chi ha subito interventi chirurgici
anziani con osteoporosi
Pz che fanno cure ormonali chemioterapici
Se un Pz una settimana prima è caduto su un fianco e ha dolore al torace, non farò certo un thrust diretto sul
dorso.
Dobbiamo sempre cercare di avere una documentazione del Pz per capire se c’è una degenerazione del disco
intervertebrale.
Bisogna farsi guidare dal NON dolore.
I Pz rigidi hanno una componente muscolare primaria che non permette di arrivare agevolmente alla barriera
articolare, di conseguenza i Pz molto lassi e magri possono beneficiare meno di una TEM, meglio in questo
caso una tecnica diretta.
Es: Pz sottoposto a laminectomia per togliere un’ ernia, operato da sei mesi.....Se L5 si è tutto ben consolidato,
non ci sono controindicazioni per fare una TEM, è un intervento che serve al chirurgo per accedere meglio alla
zona con l’ernia, attualmente questo intervento si fa molto meno.
L’ottica osteopatica ci dice che: quando ho davanti un Pz con ernia, non ho un Pz con ernia!! Ho un Pz che tra
le altre cose ha un’ernia. Il Pz con ernia significa tutto e niente, può essere uno sportivo, una persona molto
elastica, avere una gamba più corta dell’altra oppure che soffre di colite, un Pz con problemi posturali; tutte
variabili che hanno agito sull’ernia. Il problema dell’ernia è l’apice della sintomatologia del Pz.
Pz con sintomatologia da ernia molto acuta, ma che nella nostra valutazione non hanno assolutamente nulla
e tutto funziona bene, sono quelli che finiranno di sicuro sotto i ferri. Se invece sono più incasinati, problemi
di bacino, stomaco contratto, un angolo colico chiuso, insomma una serie di componenti che sono il risul-
tato di compensi o causa di sintomatologia stessa … possono avere più successo con il nostro intervento.
Più vediamo il Pz in ritardo rispetto all’insorgere del problema e più si mettono in moto una serie di compensi,
inoltre anche se ha molto dolore ma ha forza conservata, non è certo che debba essere operato.
Il deficit motorio è subdolo perché può non essere accompagnato da dolore.
Le cicatrici addominali sono grande causa di predisposizione all’ernia.
Nelle fasi acute da ernia come in tutti processi infiammatori abbiamo:
Rubor > arrossamento dovuto all’aumento di sangue nell’area
Dolor > dolore per alterazioni biochimiche locali
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Calor > aumento della temperatura in seguito all’iperemia e ad un aumento del metab. cellulare
Turgor > rigonfiamento dovuto all’edema
Functio laesa > inibizione della funzionalità in area colpita

TURGOR è la parte che ci interessa di più, una zona gonfia turgida dove c’è un versamento di liquido ex-
tracellulare nella regione dell’infiammazione, al livello della radice, l’edema che la comprime, è responsabile
di circa il 50% dei casi del mantenimento della sintomatologia; per questo il cortisone migliora i sintomi es-
sendo un farmaco antiedimigeno agisce sulla irrorazione della zona. Da parte nostra il lavoro viene svolto su
una componente meccanica generale, rilasseremo i tessuti posteriormente e anteriormente migliorando il
drenaggio.
Non c’è differenza tra la persona che cammina con ernia e quella che cammina senza se hanno entrambe
un buon equilibrio, se l’ernia non comprime le strutture nervose non crea sintomi, tranne gli ultimi anelli del
disco intervertebrale, hanno una innervazione autonoma e una sensibilità propria.
Il lavoro su un Pz che ha subito un’erniectomia è lo stesso che farò su un Pz che non è mai stato operato ma
a maggior ragione cercheremo le componenti adattative che sono quelle che sicuramente provocano una
recidiva. La vera ernia da operare corrisponde al 5/10% dei casi, si cura la causa e l’effetto dei sintomi, se si
risolvono solo gli effetti, ad es. operando.. il Pz si potrà operare più e più volte.

LE TECNICHE DIRETTE
Queste sono utilizzate quando non ci sono controindicazioni e quando sul Pz riusciamo ad essere efficaci,
ricordiamoci sempre che il DOLORE è una guida nel nostro lavoro.
Classifica del dolore
- Compare nel posizionamento
- Nel posizionamento un dolore già presente si aggrava
- Comparsa di altri sintomi
Rispetto al dolore anche una TEM può essere fastidiosa per il Pz, il posizionamento è più progressivo è vero ma
l’azione muscolare che il Pz deve fare può comunque determinare il dolore. La comparsa di sintomi irradianti,
radicoliti sono un campanello d’allarme di cui tener conto.
IMPORTANTE > nella tecnica diretta, dopo il posizionamento, mettere in tensione il più possibile e fare un
thrust di minor ampiezza possibile. Mi devo avvicinare alla barriera articolare.
Nelle tecniche dirette normalmente vi è uno scroscio articolare, se non c’è significa che:
non ho fatto un buon thrust
non ho fatto bene la tecnica
ho mal posizionato il Pz
non ho eseguito bene la chiusura in chiave
non ho messo bene in tensione fino alla fine
la vertebra non è pronta per il thrust (troppo tempo, fasce e muscoli rigide)

Disfunzioni asimmetriche_TECNICHE DOG_Longobardi


Vediamo delle tecniche sulle disfunzioni unilaterali. Ricordiamo che le disfunzioni possono essere di I e di
II tipo. Quelle di II tipo sono le disfunzioni di una vertebra sulla sottostante. Nella classificazione generale
avremmo disfunzioni simmetriche (F ed E bilaterali) e asimmetriche (unilaterali di ant e post, e le disfunzioni
associate ossia le bilaterali asimmetriche che presentano una disfunzione su tutte e due le faccette articolari
ma in maniera asimmetrica, quindi una di F e una in E). Nelle tecniche DOG facciamo un contatto a livello
delle trasverse dal lato della posteriorità vera o relativa. Per quanto riguarda le disfunzioni di F bilaterale ab-
biamo visto che questa posteriorità relativa è la posteriorità della vertebra sottostante. Per i punti di repere
dobbiamo ricordare inoltre il discorso del decalaggio, che troviamo a partire da D3 fino a D10 dove essendo
le spinose molto inclinate, il contatto con la trasversa deve essere ricercato a un livello superiore rispetto alla
spinosa della stessa vertebra.

110
Per le disfunzioni di ESTENSIONE bilaterale, noi andiamo a fare un
contatto direttamente sulla vertebra in disfunzione, poiché dob-
biamo invertire direttamente i parametri.

Nell’immagine accanto abbiamo una E bilaterale di D5. (Le croci


indicano dove sta la disfunzione, mentre le frecce indicano dove
andremmo a contattare la vertebra per eseguire la tecnica).

Es. di disfunzione di D5 in FLESSIONE bilaterale. Contatteremo


ora la vertebra sottostante (D6) che rispetto alla vertebra in disfun-
zione sarà in relativa posteriorità.

Abbiamo appena visto due es di disfunzioni simmetriche (F ed E), vediamo ora come ci comportiamo per le
asimmetriche (rotazione e inclinazione laterale).

Nell’immagine accanto c’è l’es di una disfunzione in ESTENSIONE a


dx, ossia una ERSdx.

Abbiamo perciò D5 che è ruotata a dx; nel test di mobilità abbiamo


visto che la vertebra si riallinea in estensione, quindi presenta una dis-
funzione di posteriorità a livello della croce. In questo caso nella cor-
rezione andremo a contattare direttamente la trasversa dal lato della
disfunzione, quindi nello stesso punto dove è presente la posteriorità.
Con questo posizionamento andremo poi ad aggiungere un param-
etro di inclinazione laterale (che non avevamo precedentemente poi-
ché la disfunzione era simmetrica): abbiamo infatti una vertebra che

è ruotata e inclinata a dx e posizioneremo tutto il moncone superiore e D5 in particolare in una inclinazione


sin, fino a includere la vertebra in questa leva superiore.

Ricordiamo che in teoria l’espirazione è sempre un movimento passivo, per cui andremo ad agire sulla espi-
razione: partiremo da una espirazione completa del Pz, in cui cercheremo il punto di applicazione e la messa
in tensione; alla fine di questa espirazione prolungata andremo ad applicare la tecnica. Sappiamo che la Esp
a livello del rachide dorsale corrisponde ad una diminuzione della curva, quindi ad una F, mentre l’INsp corri-
sponde ad una estensione: trattasi di una disfunzione in E dovremmo andare a ricercare la F per cui agiremo
alla fine dell’Esp (inoltre l’Esp diminuisce la capacità elastica del torace che renderebbe meno precisa la
tecnica). Ricordiamo che l’impulso correttivo verrà dato verso il dietro-alto, nella direzione più possibile tan-
gente alle faccette articolari. L’impulso verrà dato col torace ma la mano che posizioneremo posteriormente
al Pz sarà una mano attiva che si disporrà nel modo migliore per aiutarci nella tecnica (più o meno flessa o
pronata ecc) e ricercare il punto di appoggio.
Ipotizziamo ora una disfunzione di D6 in posteriorità sin (D6 in ERSsin). Ricercheremo perciò la trasversa di
D6 a sin, partendo dal livello della spinosa di D5 dove lateralmente troveremo la trasversa di D6. A differenza
111
delle tecniche bilaterali in cui avevamo un appoggio con la F delle ultime falangi dell’indice o delle 4 dita che
ci serviva per contattare contemporaneamente tutte e due le trasverse, ora faremo un appoggio con la mano
aperta, ossia poggeremo solo l’eminenza tenare a livello della trasversa sin di D6.

Devo inoltre considerare la DIREZIONE nella correzione. Se ho una disfunzione di F la direzione corretta sarà
quella di andare dalla F verso l’E: quindi vado verso la F superando anche di pochi millimetri la vertebra in
disfunzione, per poi ritornare verso l’E. Nella disfunzione di E andrò dalla E verso la F e arrivato all’appiombo
farò la tecnica.
Ritornando alla nostra disfunzione, una volta contattata la trasversa di sin, so che il Pz oltre ad avere una ro-
tazione ha una inclinazione a sin, andrò ad imprimere una leggera inclinazione verso dx fino a sentire che il
movimento arriva a livello di D6. Andrò verso la F e arrivato all’appiombo farò la tecnica.

Andrò a ruotare il Pz verso di me (al solito modo, flettendo la gamba e con


l’arto sup davanti al petto): tengo ben saldo il Pz e con la mano dx vado a
reperire la trasversa e mi ci posiziono con l’eminenza tenare.

disfunzione di D6 in posteriorità sin


(D6 in ERSsin)

Riporto il Pz supino e gli chiedo di incrociare le braccia al petto


(attenzione a poggiarlo bene sul dorso) prendo appoggio col
mio addome sui gomiti del Pz, faccio sollevare la testa del Pz
che andrò a sostenere, e darò un parametro di INCLINAZIONE
laterale verso dx (per invertire i parametri della disfunzione).

112
Faccio espirare il Pz e vado a ricercare bene l’appiombo e il mio
appoggio della mano posteriormente e alla fine dell’espirazione
dò l’impulso verso dietro-ALTO col mio corpo.

Da ricordare che l’appoggio è solamente a livello


dell’eminenza tenare

Ipotizziamo una disfunzione di D5 in anteriorità dx (D5 in FRS sx).

Per questo tipo di disfunzione abbiamo due possibilità.

I possibilità (la più semplice): come facevo per le lombari, mi


vado a posizionare sulla posteriorità relativa della stessa vertebra in
disfunzione (freccia).

Mi appoggio sulla trasversa sin di D5, faccio una inclinazione verso dx, faccio superare leggermente l’appiombo
di 2-3 mm durante l’E, e alla fine dell’E o all’esordio dell’INsp faccio la tecnica andando verso l’E, quindi tor-
nando sull’appiombo. Ricordiamo che nel posizionamento la mia mano andrà sulla posteriorità, quindi io sarò
dal lato opposto del Pz rispetto a tale posteriorità (se la posteriorità è a sin, mi posizionerò alla dx del Pz)
Ruoto il Pz e reperisco la tras-
versa sin di D5 dove appoggerò
l’eminenza tenar della mano dx

disfunzione di D5 in anteriorità dx
(D5 in FRS sin)

Riposiziono il Pz supino e ne sollevo la testa

Inclino leggermente il Pz a dx, fletto la col-


onna per superare leggermente l’appiombo;
ritorno verso l‘appiombo e a fine espirazione dò
l’impulso verso la correzione.

113
II possibilità: in questo caso l’appoggio sarà sulla vertebra sot-
tostante sul lato dx, che è relativamente posteriore rispetto alla
sovrastante.

disfunzione di D5 in anteriorità dx (D5 in FRS sin)

In questo caso devo applicare la tecnica sulla trasversa dx di D6 e quindi sarò alla sin del Pz (sto sempre dalla
parte oppostaalla posteriorità vera o relativa). Contatto la trasversa di D6 che è relativamente posteriore, e
vado a flettere il Pz; la vertebra è ruotata a sin per cui darò un parametro di inclinazione dx (quindi in questo
caso allontanerò il Pz da me, contrariamente alle tecniche viste fin’ora dove contattavamo la vertebra in dis-
funzione per cui l’inclinazione consisteva sempre nell’avvicinare a noi il Pz). Fletto il Pz superando l’appiombo
e alla fine dell’Esp (o inizio INsp) faccio il thrust tornando sull’appiombo, quindi verso l’E.
Devo cambiare lato rispetto al Pz. Il procedimento è lo stesso del precedente ma ora devo contattare la tras-
versa dx di D6. Fletto il Pz superando leggermente l’appiombo e inclino a dx e a fine Esp (o inizio INsp) faccio
la tecniche. Tali manovre di posizionamento, quindi ricerca del punto, inclinazione ecc, vengono fatte durante
l’Esp del Pz, quindi il tutto è un procedimento abbastanza breve, anche perché la posizione del Pz non è co-
modissima. La rotazione ci indica il lato della posteriorità.

Nelle tecniche DOG ci posizioniamo sempre nella posteriorità, vera o relativa.

Se l’appoggio sull’addome per un qualsiasi motivo è


fastidioso possiamo poggiare la mano che in genere
sostiene il capo tra i gomiti del Pz e il nostro ad-
dome, ma solo se stiamo sulle vertebre alte, fino a
D4-D5.

Le disfunzioni simmetriche le trattiamo direttamente con un appoggio bilaterale, quindi trattiamo contem-
poraneamente tutte e due le faccette.
Se la vertebra è posteriore a sin e quindi ruotata a sin, vuol dire che è anche inclinata a sin.
Nelle immagini non viene eseguito dal prof, ma ricordo che il gomito del braccio posizionato dietro il Pz deve
essere poggiato sul lettino.

DOG_Disfunzioni Bil
Abbiamo visto come reperire le trasverse, e abbiamo precisato che nelle tecniche DOG contattiamo solo le
vertebre in posteriorità, vera o relativa (quindi della vertebra in disfunzione o della sottostante).
Ricordiamo inoltre il decalaggio:
- per D1 e D2 la spinosa è alla stessa altezza delle trasverse della stessa vertebra
- da D3 la spinosa comincia ad inclinarsi e grosso modo la troviamo tra D3 e D4
- da D4 in poi la spinosa si trova all’altezza delle trasverse della vertebra sottostante
- a livello di D10 il decalaggio si perde e troviamo per D11 e D12 la spinosa all’altezza delle trasverse della
stessa vertebra.
D6 post bilat: ho una posteriorità a livello delle faccette articolari di D6. Quindi per la correzione andrò a
114
contattare direttamente le trasverse di D6 (le più posteriori). Abbiamo notato nel posizionamento della mano
che il contatto con le trasverse a livello tenare è più percepito mentre lo si sente meno con l’altra parte della
mano verso l’indice.
Per cui per rimanere in asse an-
dremo a piegare il dito indice e
chiuderemo leggermente la mano;
inoltre possiamo eventualmente
chiudere tutta la mano: comu-
nque sia ricordiamo che il contatto
con la vertebra è sempre verso la
parte radiale della mano per cui
sarà sempre tra l’eminenza tenare
e l’interfalangea dell’indice (la
migliore rimane comunque quella
a mano aperta e indice flesso).
Chiudendo tutta la mano la difficoltà potrebbe essere che avremo anche un contatto sulla vertebra sottos-
tane con le altre dita, ma il problema non sussiste in realtà perché con l’indice contattiamo la vertebra in pos-
teriorità che dovrà arrivare nella correzione al livello delle altre.
Ora proseguiamo verso la correzione della disfunzione D6 post bilat. Seguo lo stesso procedimento visto, ma
posiziono la mano con l’indice flesso.
Una volta posizionata la mano ripongo il Pz in posizione
supina, bene in appoggio senza rotazioni; posiziono il
mio torace sui gomiti del Pz, ne fletto il capo e giocando
con la flesso-estensione sento qual’ è la posizione che
mi permette di indirizzare la mia spinta sulla vertebra
in disfunzione e quindi sulla mia mano posta dietro il
Pz. Faccio espirare il Pz e nel mentre controllo se il mio
appoggio è corretto e a fine Esp dò un piccolo thrust,
che sarà un impulso col mio tronco verso il punto di
appoggio sulla mano posteriore; l’impulso sarà perciò
verso dietro ma anche un po’ verso l’alto per rendere
meno traumatico l’impulso sulle faccette.
Abbiamo detto che a livello dorsale le vertebre in inspirazione vanno verso l’E, in Esp vanno verso la F: quindi
in questo caso l’impulso a fine Esp è utile sia perché in Esp si ha un rilassamento sia perché si ha la F, direzione
in cui devo mandare la vertebra.
D9 post bil
Posso arrivare a trovarla anche partendo dal ultima costa quindi D12. A livello della spinosa di D8 trovo le
trasverse di D9. La posizione del paziente ora sarà più flessa perché sono a un livello più basso.
Se vedo che in soggetti lordotici sfugge l’appoggio, soprattutto quando sono a livello di D10-D11 posso far
flettere entrambe le gambe al paziente cosi si riduce la lordosi e ho quindi un maggior appoggio sulla verte-
bra. Per le disfunzioni bilaterali simmetriche posso scegliere il lato in cui posizionarmi.
Per le vertebre alte posso non sollevare la testa del paziente perché ho comunque un buon appoggio sulla
vertebra.

115
In caso di soggetti molto alti

Comunque sia dipende dal soggetto, in soggetti con dorso piatto andrò a flettere il capo anche se starò su
vertebre alte.
Abbiamo visto anche che possiamo posizionare le braccia incrociate come nell’immagine 1 sotto.

1 2
Ma in genere non si utilizza sia perché fastidiosa per Pz e Osteopata (comunque è più intensa, e in qualche
caso può essere utile), sia perché quando lavoriamo sulle vertebre alte bisogna far si che le scapole del Pz
siano il più possibile distanti fra loro e per questo quindi è meglio incrociare come nell’immagine 2 sopra.

D6 ant bil (oppure D6 in F bilaterale): in questo caso le faccette articolari sono andate avanti, quindi non
potendo contattare delle anteriorità, andrò a contattare come già detto, la posteriorità relativa della vertebra
sottostante quindi sulle trasverse di D7 (che troverò lateralmente alla spinosa di D6).
La tecnica è leggermente differente: la procedura è identica alle precedenti viste, una volta contattata la
vertebra (D7) sollevo il capo del Pz fino a sentire bene l’appoggio su D7. Durante l’Esp vado a sentire bene
l’appoggio sulla vertebra, ma vado un pò oltre, verso la vertebra sottostante (ma rimango comunque su D7)
quindi aumentando la F del Pz, per poi a fine espirazione ritornare verso l’alto estendendo leggermente il Pz,
arrivare sulla vertebra contattata e fare il thrust. Si fa questo perché devo andare verso l’E di D6 agendo su
D7. Posso fare anche il thrust a inizio INsp, ma proprio nel preciso istante in cui il Pz cambia da espirazione a
inspirazione.

DOG_Disfunzioni Bil Asimmetriche


Riduciamo le disfunz. bilat. asimmetriche delle dorsali con le tecniche con il pisiforme o con le tecniche DOG.
Se abbiamo una disfunzione di anteriorità dx di D6. Nelle tecniche DOG andiamo a contattare:
- la trasversa sin di D6
- oppure contatto la trasversa dx di D7, con lo scopo di far indietreggiare la disfunzione di D6 (in ant).
- oppure mi posso poggiare sulla posteriorità relativa della trasversa sx di D6, oppure tutte e due

116
Se ho una disfunzione bilaterale asimmetrica, significa che
ho contemporaneamente 2 disfunzioni (es: posteriorità
sin di D6, anteriorità dx di D6):
- contattiamo solamente la posteriorità sin di D6 (in modo
da correggere sia la posteriorità che di conseguenza
l’anteriorità di D6).
- oppure fare la tecnica con il doppio appoggio
(posteriorità sin di D6, trasversa dx di D7).

Nelle bilaterali simmetriche è indifferente se mi metto a dx o sin del Pz x fare la tecnica.


Nelle bilaterali asimmetriche è sempre il caso di mettersi dalla parte opposta all’anteriorità, in modo tale da
poter contattare con l’eminenza tenare la posteriorità vera.

Posteriorità dx (contatto la trasversa dx), anteriorità sin (contatto la trasversa sottostante).

Pz supino, braccia incrociate, piega la gamba dx e si mette La vertebra è ruotata e inclinata a dx, posso ag-
sul fianco sin, l’Osteopata si mette sul lato sin del Pz. Blocco giungere una inclinazione sin; la direzione dela
le braccia, stabilizzo il bacino. L’Osteopata con la mano spinta è verso alto-dietro. La faccio inspirare,
sin posiziona l’eminenza tenar sulla posteriorità dx e con espirare, a fine espirazione do l’impulso verso
l’indice flesso sulla trasversa dx sottostante. Ruoto il Pz che alto dietro.
deve essere allneato.

Anno 3_sem 1

Torace
Funzione di sostegno, perché a livello dorsale strutturazione della colonna. La curva primaria, la cifosi dor-
sale, è una curva di sostegno, che insieme agli altri elementi del torace, rappresenta un punto di solidità del
sistema corporeo; quindi una zona nella quale ci sono pochi adattamenti (gli adattamenti sono maggior-
mente richiesti nelle zone di lordosi, che sono più fragili e adattative). Nel torace, ci troviamo in una zona tra i
2 diaframmi: diaframma toracico superiore e toraco-addominale. A questo livello anche l’equilibrio pressorio
con le altre strutture, come il pavimento pelvico, mettono in relazione anche con tutti gli organi viscerali. Poi-
ché una posizione del diaframma può contemporaneamente creare dei disturbi funzionali sia nella regione
toracica che in quella addominale.
Funzione di protezione, pensiamo a traumi esterni che si possono ripercuotere negli organi che vengono
protetti dal torace. Oppure le ripercussioni che venendo dagli organi interni vanno a ripercuotersi sulla gab-
bia toracica; es: un focolaio sul polmone, zona cicatriziale che crea relè fasciali, che portano poi ad avere delle
disfunzioni costali, poi a livello sottoscapolare, poi questa persona si ritrova ad avere parestesia/brachialgia
che ci fa pensare subito alla colonna cervicale, ma in realtà segue altri circuiti.

117
incisura giugulare
vista anteriormente
manubrio
acromion
angolo sterno
processo
coracoideo corpo
fossa processo
scapola glenoidea xifoideo
collo
incisura
fossa sotto-
scapolare

clavicola

coste vere

cartilagini costali

coste false

coste fluttuanti

Il torace complessivamente è delimitato posteriormente dalle 12 vertebre toraciche, alle quali seguono da
ambo i lati le 12 coppie di coste, con conformazione diversa in vari distretti, si riuniscono in avanti tramite le
cartilagini condro-sternali allo sterno, che rappresenta il punto di unione anteriore del torace, che comples-
sivamente danno a tutto il sistema una solidità strutturale, mediata dall’elasticità delle strutture costali e car-
tilaginee che le collegano allo sterno; elasticità che va perdendosi nel tempo.
Lo sterno è un osso piatto formato da 3 porzioni, misura complessivamente (a seconda dell’altezza
dell’individuo) 15-20 cm di lunghezza (in età adulta), mediamente 5-6 cm di larghezza nel manubrio, spessore
1-2 cm; è disposto nello spazio dall’alto in basso e da dietro in avanti. Nella parte bassa viene leggermente in
avanti.
La parte più alta dello sterno: manubrio, nella parte alta concavità dell’incisura giugulare (ci passa il legamen-
to interclaveare). Nella parte superiore 2 faccette laterali per porzione interna della clavicola (che presenta
un’articolazione a sella). Un pò più sotto ci sono le 2 faccette per la cartilagine della I costa; ancora più sotto ci
sono 2 emifaccette per la II costa (si parla di emifaccette perché la II costa si articola in parte anche con la parte
superiore del corpo dello sterno). A questo livello passaggio dal manubrio al corpo, questa giunzione si chia-
ma angolo di Louis, presenta un certo grado di elasticità con un angolo leggermente chiuso posteriormente,
minore di 180°; angolo che si modifica durante gli atti respiratori. Il corpo è la parte più grande dello sterno,
rappresenta i 2/3 della sua lunghezza; è provvisto di una faccia anteriore leggermente convessa e di una faccia
posteriore dove c’è l’inserzione di alcuni legamenti raggiati per le cartilagini e alcune strutture muscolari, ed
ha lateralmente ha 5 coppie di faccette complete articolari che vanno dalla III alla VII cartilagine costale.
Il processo xifoideo è un’appendice dello sterno che ha una variabilità anatomica, in alcune persone non è
presente o in altre è particolarmente sviluppata, può essere bifida o perforata al centro. Si inseriscono muscoli
come il digastrico, quindi ruolo meccanico secondario.

118
clavicola
testa
vista posteriormente
collo
coste tubercolo
acromion
angolo fossa sopra-
spinata
scapola
corpo spina
fossa sotto-
spinata

coste vere

coste false

coste fluttuanti

Le coste sono inclinate da dietro in avanti, questo porta ad avere dei punti di repere riferiti con la proiezione
dell’incisura giugulare (quindi punto più alto del manubrio), che posteriormente arriva al disco interverte-
brale tra D2-D3.
D2 Angolo interno della spina scapolare
D4-D5 Angolo di Louis
D7 Angolo inferiore della scapola
D9 Xifo-sternale (tra corpo e xifoide)
leg. inerclavicolare
Differenza tra le coste tipo e le prime 2 e le ul- clavicola disco articolare
time 2 coste. manubrio
Da D3 a D10 conformazione simile, invece K1 leg. costo-
1
e K2 hanno caratteristiche differenti. clavicolare
costa cavità articolare
articolazione
manubrio sternale
Articolazioni della costa: 2 leg. inter-articolare
posteriormente si articola con la vertebra to- cavità articolare
cartilagini costali
racica tramite 2 articolazioni:
3
- articolazione costo-vertebrale
cavità articolari
- articolazione costo-trasversaria; leg raggiati
anteriormente si articola con lo sterno in una 4
articolazione condro-sternale. cartilagini costali
Questo è valido fino a K7, mentre le coste 8-9-
5
10 si articolano indirettamente tramite la VII,
mentre la XI e XII non hanno articolazione an-
teriore. 6 processo
xifoideo
7 8 leg costo- articol. sterno-costali
xifoideo viste anteriormente

119
I costa di sin m.succlavio attacchi muscolari Le parti costituenti
vista testa origini
superiormente solchi per vena e collo la costa (da dietro
inserzioni
arteria succlavie tubercolo in avanti) sono: la
m.sca-
testa della costa,
leno ant testa testa costituita da 2 emi-
collo tubercolo collo faccette per costo-
m.dentato m.scaleno tubercolo
ant (I digi- medio vertebrale; il collo,
tazione) angolo angolo
m.scaleno
porzione che va dal-
posteriore la testa al tubercolo,
II costa di sin superiore inferiore è meccanicamente
vista faccetta art.
superiormente per il processo faccette articolari sulla proiezione
m.dentato ant
trasverso per i corpi vertebrali dell’asse di mobilità
(II digitazione) della costa; il tuber-
colo costale, si tro-
solco costale
va subito all’esterno
una costa media della trasversa.
vista posteriormente

Dal tubercolo la direzione della costa è basso-fuori. Angolo o arco costale posteriore va all’esterno della costa,
dopo di che la costa cambia direzione e si porta in basso-avanti. Poi vi è un altro angolo minore anteriore:
dove vi è un ulteriore cambio di direzione che va verso avanti-dentro.
Solco costale: zona dove passa arteria e nervo intercostale.
Quando si hanno dolori intercostali, dolori al torace, alla braccia o alle gambe, immaginate ci possa essere la
possibilità di un herpes zoster, è molto legato al nervo intercostale o di qualsiasi radice nervosa. Il trattamento
osteopatico migliora drenando, perché c’è un trauma virale sul nervo, però poi bisogna risolvere il problema
virale; normalmente con il trattamento si ha un risultato più sul dolore meno sul rash cutaneo.

Nervi e arterie intercostali


ganglio spinale radice ant
m. erettore della colonna (o sacro-spinale)
ramo spinale (o radicolare) dell’arteria intercostale post
ramo mediale ramo post dell’arteria intercostale post
ramo post del n. toracico ramo laterale m. trapezio
leg. costo-trasversario m. grande romboide
n. intercostale m. erettore della colonna (o sacro-spinale)
(o ramo ant del n. toracico) arteria intercostale post
leg. intercostale int.
leg. intercostale int. scapola
sul m. intercostale est m. sottospinato
m. dentato anteriore m. sottoscapolare
m. dentato ant

rami comun-
canti grigio
e bianco
tronco del simpatico e suoi gangli aorta
m. intercostale profondo arterie intercostali
(sezionate) m. intercostale profondo
m. intercostale int. m. intercostale int.

120
m. intercostale profondo m. intercostale profondo
m. intercostale interno
m. intercostale interno
m. intercostale esterno m. intercostale esterno
sterno
m. trasverso arterie toracica int
del torace (o mammaria int)

ramo cutaneo lat


del n. intercostale

m. obliquo
esterno
ramo ant del dell’addome
ramo cutaneo lat m. obliquo ramo cutaneo ramo m. retto leg inter- ramo cutaneo
del n. intercostale esterno ant del n. perfo- dell’ad- costale est lat dell’ arteria
dell-addome intercostale rante dome intercostale
m. grande arteria
pettorale arteria intercostale ant
epigastrica sup
K1 e K2 presentano un corpo molto corto.
K1 ha un arco molto chiuso rispetto alle al-
tre coste e ha una dimensione molto più
piccola. K2 struttura più chiusa e piccola
rispetto alle altre.

L’orientamento delle coste è longitudinale,


cioè orientato dall’alto in basso per tutte le
coste dalla III in poi.
K2 ha un orientamento obliquo, da dentro
a fuori e dall’alto in basso. K1 è orientata
quasi su un piano orizzontale.
La I costa presenta ant. il rilievo del tu-
bercolo di Lisfranc, nel quale si inserisce
il m. scaleno ant. (anteriormente la vena
succlavia e posteriormente l’arteria suc-
clavia), ancora sulla I costa si inseriscono:
scaleno medio e succlavio. Lo scaleno post
s’inserisce su K2.

K1 si articola normalmente con D1, per cui D1 presenta una faccetta nella parte superiore del corpo per K1 e
una emifaccetta per K2 nella parte inferiore; qualche volta K1 può avere un’articolazione anche con C7, nel
caso c’è una emifaccetta con C7 e una nella parte superiore di D1.
Un’evenienza è quella delle coste sovra numerarie (immagine sopra), che possono situarsi o nella parte alta (al
di sopra di K1) o presentarsi nella parte inferiore (al di sotto di K11); sono abbozzi costali, normalmente quella
inferiore non da problemi, mentre quella superiore (come anche la megapofisi trasversa di C7) può creare
problemi di tipo vascolare più che neurologico, può creare problemi neuro-vascolari sull’arto superiore.
Le coste K11-K12 non hanno la giunzione a livello della cartilagine con lo sterno, presentano solo articolazi-
one costo-vertebrale e non quella costo-trasversaria, non presentano neanche il tubercolo.
Le coste prendono denominazione da:
- K1-K7 coste sternali: ognuna raggiunge direttamente lo sterno con la propria cartilagine.
- K8-K10 coste asternali: K8 raggiunge la cartilagine di K7 che poi raggiunge lo sterno, K9 raggiunge la carti-
lagine di K8, K10 raggiunge la cartilagine di K9.
- K11-K12 coste fluttuanti, hanno il margine libero

121
Articolazioni costo-vertebrali faccetta costale del
processo trasverso per Alcuni testi chiamano K11 e K12
il tubercolo della costa false e K8-K9-K10 spurie, in al-
leg longitudinale ant
leg costo-trasversario lat
tri testi K8, K9, K10 le chiamano
faccetta costale INF false.
per la testa della costa leg intertrasversario
Le cartilagini costali (presenti
leg interarticolare
fino a K10) sono formate di car-
faccetta costale SUP leg costo-trasversario sup tilagine ialina, è elastica, che
per la testa della costa perde però di elasticità nel corso
degli anni, come le coste anche il
leg raggiato
torace perde complessivamente
una delle caratteristiche fonda-
mentali che è l’elasticità.

processo trasverso faccetta costaleSUP


(sezionato) per la testa della costa Nelle RX delle persone anziane si vedono
delle punteggiature (delle isole) nella zona
Vista postero-lat da dx anteriore delle coste, in realtà sono delle
leg raggiato precipitazioni di sali calcarei che vanno a
partire da alcune isole di queste cartilagini
leg costo-trasversario
interosseo a rendere man mano sempre più rigida
questa cartilagine costale. La cartilagine
leg costo-trasversario
laterale ha dimensioni molto differenti, dai 2-3 cm
leg costo-trasversario per K1 e K2, fino ad arrivare a 12-14 cm per
superiore K7, che ha la cartilagine più lunga. K11 e
K12 non hanno un’assenza di cartilagine,
ma hanno delle cartilagini nastriformi che
leg intertrasversario si vanno a...... nelle aponeurosi dei muscoli
addominali.

faccetta articolare SUP leg interarticolare


della testa della costa
Le coste anteriormente da
leg raggiato cavità sinoviali K1 a K7 hanno articolazioni
formate da artrodie dop-
pie tra le cartilagini costali e
lo sterno, solo K1 presenta
un’artrodia semplice. Queste
zone sono fornite di una vera
leg costo-trasversario sup e propria capsula articolare
(sezionato) che è poi rinforzata nella parte
anteriore e posteriore dal le-
gamento raggiato e da un le-
gamento intrarticolare, cioè
Sezione trasversale, vista sup un legamento che si trova nel

leg costo-trasversario fondo dell’articolazione.


leg costo-trasversario
laterale interosseo

Le articolazioni posteriori
Costo-vertebrali: sono formate da articolazioni che sono delle artrodie doppie tranne che per K1 (si articola
con un’unica artrodia nella parte superiore del corpo di D1), K11 e K12 (hanno unica articolazione con il corpo
di D11 e D12). Presentano delle vere e proprie capsule articolari, i legamenti che rinforzano questa articolazi-
one sono: all’interno il legamento interosseo o interarticolare, che è nel fondo dell’articolazione; la testa della
122
costa con la zona ossea dell’articolazione tra la vertebra superiore e la sottostante. Il leg raggiato stabilizza
la testa della costa, 3 fasci: superiore (va nella parte inferiore della vertebra sovrastante), inferiore (nella parte
superiore della vertebra sottostante), medio (si inserisce sul disco intervertebrale, viene chiamato anche lega-
mento costo-vertebrario)
Costo-trasversarie: articolazioni condiloidee (in alcuni libri denominata enartrosi), con superficie convessa
e una concava, è provvista di una capsula articolare con cavità sinoviale, quindi una vera articolazione, non è
presente per K11 e K12. La capsula articolare è rinforzata dal legamento interosseo che va dalla parte interna
della trasversa alla parte interna del collo della costa. Legamento costo-trasversario posteriore o laterale che
si inserisce a livello del tubercolo. Legamento costo-trasversario superiore che si inserisce sulla trasversa della
vertebra sovrastante.
Se sto tra D5 e D6 starò su K6.

Palpazione
Pz supino
Parto dall’incisura giugulare, scendo e sento una salienza che è la parte anteriore della giunzione tra manu-
brio e corpo dello sterno. Vado sulla clavicola, subito sotto la 1° costa e lateralmente la cartilagine di K2, la
giunzione condro-sternale tra K2 e lo sterno; seguendo ancora lateralmente la costa sento un’altra salienza
che è la giunzione condro-costale.

condro- K1 nella zona emiclaveare la


sternale
palpate qui, mentre lateral-
mente non c’è più e se
condro- scendete giù state su K2
costale

Nella parte bassa contare le cartilagini costali, nella donna si sposta un pò la ghiandola.
K7 ha un’inclinazione molto importante verso il basso e poi risale lateralmente, se stiamo sopra la cartilagine
seguo K7 si sente un piccolo scalino, se invece mi metto sotto la cartilagine seguo K10.
K4 lateralmente la troviamo a livello ascellare. Per le coste fluttuanti partire dalla regione postero-laterale della
cresta iliaca, risalite sopra fino a sentire la punta di K12 (Pz sul fianco), risalire un pò e sentire la punta di K11.

Pz seduto per palpare la parte


posteriore
Seguiamo la trasversa e ci
mettiamo all’interno del bordo
della scapola, cerchiamo una
salienza e poi percepiamo la
zona del tubercolo.
Sull’angolo superiore della
scapola stiamo su D2.
Sull’angolo inferiore su D7

Pz prono
Se facciamo ruotare la testa, normalmente dal lato in cui gira si palpano meglio i tubercoli

Fisiologia del torace


Abbiamo visto nell’anatomia il collo della costa, che visualizza l’orientamento dell’asse di mobilità della costa.
123
Dalle due parti del collo troviamo l’articolazione costo-vertebrale (tramite la testa della costa) e l’articolazione
costo-trasversaria. Attraverso queste due articolazioni passa l’asse di mobilità della costa. La costa si muove
su queste articolazioni posteriori e su quelle anteriori, dove troviamo l’articolazione condrosternale, che è
formata da una doppia artrodia, tra la parte anteriore della cartilagine costale e lo sterno. È un articolazione
fibrocartilaginea che presenta oltre alla mobilità articolare (c’è proprio una capsula articolare), una plasticità
che abbiamo detto va perdendosi col corso del tempo; quindi sia la costa che la cartilagine presentano un
certo grado di elasticità.
Questa elasticità, insieme alle articolazioni anteriori e posteriori rappresentano i punti di mobilità della costa.
Complessivamente la costa durante l’inspirazione si eleva e durante l’espirazione si abbassa. Questo movi-
mento però cambia a seconda del livello, perché è guidato dall’orientamento dell’asse di mobilità della costa.
L’asse di mobilità, che è l’asse meccanico della costa, per il gruppo alto (da K1 fino a K5) è orientato su un
piano parafrontale cioè sempre in avanti e in dentro ed è un’asse che si avvicina al piano frontale. Questo
determinerà durante il movimento costale un incremento del diametro antero-posteriore. Quindi la costa
oltre ad andare in alto va anche anteriormente, più in avanti (lo percepiamo a livello della linea emiclaveare).
Le coste basse invece (da K6 in giù) hanno l’asse orientato maggiormente verso un piano parasagittale, che
determinerà sempre un elevamento della costa durante l’inspirazione, ma anche un incremento sulla linea
emiascellare, per cui latero-laterale. Le coste alte faranno perciò il movimento che viene detto a braccio di
pompa, mentre le coste basse fanno un movimento a manico di secchio. Questo cambiamento d’asse ovvia-
mente non avviene bruscamente, ma in maniera graduale man mano che si va verso le coste inferiori. Questo
cambiamento di asse è condizionato dall’orientamento delle trasverse, che diventa sempre più parasagittale
man mano che si procede verso il basso.

Per cui, il volume complessivo del torace, durante l’inspirazione si incrementa di più antero-posteriormente
nella parte alta, mentre incrementa di più il suo volume latero-lateralmente nella parte bassa. Il movimento
del torace viene guidato e azionato dai muscoli respiratori. Normalmente nella respirazione classica, quella in
cui non facciamo nessuno sforzo fisico o psichico che può condizionare la nostra ventilazione, noi abbiamo un
volume basale, che si chiama volume corrente, ed è il volume di aria che noi mobilizziamo inspirando ed es-
pirando e ci serve per mantenere la respirazione di base. Quando aumentiamo la ventilazione, questo volume
deve aumentare vista la maggior richiesta di quantità di scambi a livello del sangue dei tessuti, per cui viene
richiesto più ossigeno, e arriviamo a un volume accessorio, aumentando sia l’inspirazione che l’espirazione.
Nella respirazione corrente utilizzo maggiormente il muscolo principale della respirazione, ossia il diaframma,
insieme ai mm. intercostali esterni (che tirano su le coste). Nella respirazione basica il movimento del torace
può anche non esserci, poiché la respirazione avviene prevalentemente a livello diaframmatico: i polmoni
sono adesi alla fascia endotoracica e alla parte superiore del diaframma con le pleure, quando prendo aria
attraverso la respirazione addominale, il centro frenico si abbassa aumentando la pressione intra-addominale
e aumentando anche l’espansione dei polmoni e si acquisisce aria. Questa respirazione come detto avviene
prevalentemente grazie al diaframma, e in maniera molto limitata grazie ai muscoli intercostali esterni, che
sono i muscoli inspiratori. La espirazione è passiva e dipende in parte da un collassamento dei polmoni e in
124
parte da un elasticità delle strutture toraciche che riportano a collassare i polmoni.
Quando si ha una respirazione più profonda intervengono altri meccanismi. Il centro frenico si abbassa e fa
punto fisso a livello del pacchetto viscerale e espande lateralmente le cupole determinando un espansione
soprattutto della parte bassa del torace. Intervengono poi i muscoli accessori della respirazione che sono es-
senzialmente gli scaleni e lo SCOM che innalzano il gruppo alto delle coste, e in parte minore intervengono
anche l’elevatore e il piccolo pettorale. Questo permette dopo la prima fase di inspirazione di continuare ad
introdurre aria.
Se anche l’espirazione viene forzata allora intervengono altri muscoli che sono gli intercostali interni e il
gruppo dei mm. addominali (in particolare obliqui e trasverso) che comprimono la parete addominale che
manda ancora più in alto le cupole del diaframma e quindi collassa completamente i polmoni. In questo mec-
canismo interviene anche il retto dell’addome.
Normalmente la dinamica respiratoria deve avere queste caratteristiche:
1 una prima fase in cui c’è l’abbassamento del centro frenico
2 una seconda fase in cui il centro frenico si appoggia, espansione delle cupole, intervento dei muscoli acces-
sori della respirazione.
Se non avviene questo tipo di respirazione ma vi è una respirazione paradossale, che è molto frequente, il
diaframma viene bloccato, quindi non si abbassa il centro frenico, gli addominali rimangono attivi da subito
(non danno la possibilità al centro frenico di scendere) e intervengono subito i muscoli accessori della respi-
razione. Questo fa assumere alla persona una respirazione di tipo toracico, soprattutto toracico alto, che è una
respirazione molto dispendiosa. È molto frequente in chi soffre di dolori cervicali, perché hanno costante-
mente una respirazione di tipo toracico utilizzando sempre i muscoli accessori e vi è sempre una tensione
costante del diaframma. È uno stato molto spesso collegato alla situazione di tensione emotiva del soggetto,
dove in molti casi il diaframma rimane bloccato e questo determina una tensione costante a livello dei para-
vertebrali e dei pilastri del diaframma e dei muscoli accessori della respirazione. È inoltre una respirazione che
a volte può portare alla sindrome della iperventilazione: persone che fanno delle respirazioni molto veloci
e molto frequenti (respirazioni superficiali) e che paradossalmente portano a una iperalcalosi nel sangue
quindi ad un eccesso di anidride carbonica nel sangue (il processo di ossigenazione del sangue non si com-
pleta mai perché la fase di espirazione non è mai buona e si ha un ristagno di anidride carbonica a livello dei
polmoni), con conseguenze varie, anche a livello periarticolari, dove le cartilagini subiscono una minore ossi-
genazione ecc.. (normalmente sono più le donne a presentare una respirazione più toracica, nonché soggetti
fibromialgici e che presentano situazioni ansiogene di fondo).
Negli esercizi respiratori la tempistica ideale è due tempi di espirazione, un tempo di inspirazione e un tempo
di pausa (in 8 secondi di ciclo espiratorio saranno 4 di espirazione, 2 di inspirazione e 2 di pausa. Vedi immag-
ine successiva); questo esercizio va bene anche negli asmatici dove spesso vi è una sindrome di iperventilazi-
one. Inoltre per gli asmatici si può utilizzare una espirazione soffiata, dove si deve immaginare di soffiare verso
la fiamma di una candela posta a circa 25-30 cm, facendola tremare ma senza spegnerla.

Quindi la pausa
posso metterla dopo
l’inspirazione e an-
dare in senso orario
nella figura, oppure
dopo l’espirazione
e andare perciò in
senso antiorario

125
I sovracostali vanno dalla parte superiore della costa fino alla trasversa della vertebra sovrastante e hanno
la stessa direzione degli intercostali EST: sovracostali e intercostali esterni sono muscoli inspiratori e sono
orientati verso basso-fuori.
Gli intercostali INT sono orientati in basso-dentro sono dei muscoli espiratori e abbassano la costa.
È un muscolo espiratorio anche il triangolare dello sterno che si trova nella parte interna dello sterno, e va
dalla parte posteriore dello sterno alle cartilagini costali, che abbassa durante l’espirazione.

È bene quindi nei nostri test analizzare la meccanica respiratoria (come si muovono le coste, se si muovono
bene e in che direzione) e la dinamica respiratoria (come respira il Pz: toracica addominale, profonda, veloce
ecc)

Approccio al torace
Il test parte sempre da un esame visivo, per cui per prima cosa osserviamo se ci sono particolari da mettere
in evidenza: osservo il Pz sia anteriormente che lateralmente e posteriormente. Dopo di che posiziono il Pz
supino. Mi posiziono alla sua testa con le mani sul torace a livello emiclaveare.

126
In questo modo vado a fare un ascolto della respirazione e valuto la dinamica respiratoria. Valuto poi la ca-
pacità delle coste di salire durante l’INsp e di scendere durante l’Esp; posso fare ciò facendo respirare più
profondamente il Pz oppure posso testare prima un lato poi l’altro e vado a focalizzare la zona dove sento
una minore mobilità. Posso fare questo test anche in maniera meccanica, con delle pressioni sul torace senza
interessarmi della respirazione.
Dopodiché valuto la parte bassa, e dispongo le mani
lateralmente al torace nella sua parte inferiore (per-
ché le coste basse fanno un movimento anche
latero-laterale).
Per sentire meglio posso chiedere al Pz di fare una
respirazione un po’ più ampia, oppure ancora posso
aumentare la mia pressione per sentire la zona con
maggiore restrizione per quanto riguarda il torace
basso.

Se mi posiziono posteriormente nella parte inferiore


del torace posso sentire le coste fluttuanti e a questo
livello l’espansione sarà oltre che laterale, verso la pos-
teriorità

(quindi in alto linea emiclaveare, linea emiascellare in basso, e posteriormente a livello paravertebrale.)
Se sento una zona a maggior densità ovviamente devo pensare anche agli organi sottostanti. Normalmente
si dice che se c’è una disfunzione sulla struttura esterna si sente più una resistenza dall’esterno verso l’interno
alla pressione, mentre se ho una disfunzione di un organo o un problema fasciale profondo è piuttosto una
mancanza di espansione; ma questo riguarda più che altro delle zone vaste (zona del fegato, del cuore ecc)
non limitate a una sola costa.

127
Poi vado sullo sterno,
dove mi posso posiz-
ionare come nell’ im-
magine a sin (la mano
caudale è sul corpo
mentre la craniale è
sul manubrio).

variante
Vado a premere verso l’interno e devo sentire che lo sterno durante l’INsp va alto-avanti (e l’angolo di Louis si
chiude posteriormente); durante l’Esp lo sterno va indietro-basso (e l’angolo di Louis si apre posteriormente).
Se non sento bene posso far fare una respirazione un pò più profonda (potrei sentire ad es. che durante l’INsp
l’angolo si chiude e durante l’Esp si apre poco).

Dalla posizione come nella foto precedente, posso andare a percepire lateralmente le giunzioni condroster-
nali, quindi vado a fare il test sulle cartilagini condrosternali di sin e di dx andando a dare più pressione col
lato ulnare o radiale della mano.
Ricordiamo che più la persona è rigida e meno movimento dovrò fare sia nel test che nella tecnica, al contrario
invece quando ho una persona elastica.
Il torace è una zona dove dobbiamo essere particolarmente attenti, soprattutto alle coste, e questo anche nei
test. Quindi andiamo in maniera progressiva con le pressioni.

Nella meccanica respiratoria, la parte posteriore della costa, quindi il tubercolo, compie il movimento opposto
alla costa. Quindi se faccio un’INsp il tubercolo si abbassa, mentre se faccio un’Esp il tubercolo si alza.
Pz prono. Mi appoggio sul torace come ho fatto precedentemente a Pz supino e sento il torace in maniera
globale.

Poi mettendomi lungo l’asse dei tubercoli.


Posso sentire ancora il movimento costale ai vari livelli

128
A livello dello sterno abbiamo detto che i movimenti principali che testiamo sono la risalita e la discesa dello
sterno che ci danno un’idea di come lo sterno si va a mobilizzare all’interno della gabbia toracica, e come si
comporta l’angolo del Louis, nonchè come si comportano le cartilagini dai due lati. Se ho una sensazione di
tensione sulla zona dello sterno, di difficoltà di apertura e chiusura dell’angolo, posso andare a fare una tec-
nica di tipo funzionale, cioè andare a posizionare lo sterno in tutte le direzioni che può raggiungere.
Quindi per prima cosa metto leggermente in tensione verso l’interno lo sterno, poi:
- vado a sentire nel movimento longitudinale quale dei due è più libero, se a dx o sin (sento le cartilagini)
- poi aggiungo il movimento di apertura e chiusura dell’angolo
- posso inoltre aggiungere un movimento di traslazione, spostando lo sterno a dx e a sin su un piano parallelo
al lettino (mantenendo sempre quello che già ho guadagnato, ossia se nel movimento longitudinale è più
libero a sin, perciò lo mantengo a sin, se l’angolo si apre bene lo tengo aperto: mantengo sempre lo sterno
nella direzione in cui preferisce andare…);
- posso ancora aggiungere una bascula complessiva come se avessi un asse latero-laterale
- l’ultimo parametro che aggiungo è una torsione lungo un asse antero-posteriore.
A questo punto mantengo tutti questi parametri, ovviamente in maniera non molto energica, dando al Pz la
possibilità di respirare normalmente. Mantengo questa posizione e questi parametri per circa un minuto e
mezzo-due e poi lascio mano a mano tutti i parametri per andare poi successivamente a ritestare. Quindi è
una tecnica in aggravamento della disfunzione.

Lo sterno è una zona molto legata ai problemi emotivi, quindi è probabile che in certi Pz si scatenino reazione
emotive.

sem 2

VERTEBRE CERVICALI
Nel passaggio dalla posizione fetale alla posizione quadrupedica c’è un’evoluzione nella strutturazione delle
curve fisiologiche. Nella vita fetale e appena nato abbiamo una cifosi unica, poi il bambino con il riflesso tonico
del collo comincia a posizionare la testa e compare la prima lordosi (cervicale) che serve al bambino per pun-
tare lo sguardo all’orizzontale (intorno al 3° mese). Successivamente nel passaggio alla posizione bipede c’è
129
la comparsa della curva a livello lombare. Quindi le 2 lordosi sono delle curve adattative (la curva cervicale è
per eccellenza quella più adattativa fra le due), cioè servono al bambino per stabilizzare la sua postura e che
quindi vengono secondariamente alla cifosi.

Dividiamo la colonna cervicale in 2 zone:


1. rachide cervicale superiore: C0-C1, C1-C2, è il passaggio cranio-cervicale. La rima del 1° disco verte-
brale è fra C2-C3 perché l’atlante (1° vertebra cervicale) non ha un’articolazione con il disco vertebrale (con
l’epistrofeo); per cui tutto il segmento osseo superiore che arriva fino alla base del cranio rappresenta tutto
l’epistrofeo: il corpo, il dente, la porzione anteriore del corpo dell’epistrofeo con l’arco anteriore del corpo di
C1 (l’atlante non avendo il corpo vertebrale circonda il dente dell’epistrofeo).
2. rachide cervicale inferiore: tutta la parte dall’articolazione C2-C3 fino a C7-D1.
Divisione che viene fatta non solo per ragioni anatomiche ma anche fisiologiche.
Anteriormente all’articolazione C2-C3 abbiamo l’orofaringe con tutti i visceri della bocca; mentre nella parte
più bassa abbiamo le 2 cartilagini del collo: tiroidea e cricoidea e l’osso ioide (C3-C4).

Anatomia rachide cervicali inferiore


Le vertebre cervicali sono 7. La particolarità consiste nella conformazione del corpo vertebrale (a differenza
del corpo della vertebra dorsale che è rotondeggiante, con dimensioni abbastanza regolari) che ha la misura
trasversale che è circa il doppio di quella antero-posteriore, quindi ha una forma ovale; inoltre ha il muro
posteriore che è piatto (quello che determina la parte anteriore del canale vertebrale) mentre nella vertebra
toracica è concavo. Il foro vertebrale a livello toracico è tondo, il foro vertebrale a livello cervicale è triangoleg-
giante (è più piatto in avanti).

130
La vera particolarità della vertebra cervicale sono le apofisi unciformi o uncus, che sono queste due piccole
corna che si trovano lateralmente, queste sono le articolazioni unciformi, cioè dei prolungamenti laterali da
ambo i lati del corpo vertebrale verso l’alto che hanno una faccetta articolare che guarda verso alto-dentro
(soprattutto dentro) che corrisponde a una porzione smussa che troviamo nella parte inferiore della vertebra
sovrastante. Sono presenti su tutte le vertebre cervicali sino all’articolazione C2-C3, anche l’epistrofeo nella
parte inferiore presenta quella parte smussa (nella parte superiore, quindi C1-C2 non le presenta); quindi
sono presenti da C2 su C3 fino a C7 su D1 (D1 le presenta nella parte superiore). A livello degli uncus c’è una
capsula articolare, è una vera e propria articolazione rivestita di cartilagine. Le vertebre cervicali hanno delle
articolazioni che si trovano su un piano orizzontale, non ci sono strutture laterali che limitino il deragliamento;
gli uncus sono i binari della mobilità cervicale, ecco perché spesso vanno incontro a problematiche artrosiche
(es: spondilouncoartrosi). Se non avessero le superfici articolari e non fossero a contatto non si verifichereb-
bero queste problematiche artrosiche. Gli uncus sono i binari della flesso-estensione e guidano pure la rotazi-
one e l’inclinazione, impediscono alla vertebra di deragliare, la stabilizzano.
Altra caratteristica della parte inferiore del corpo di C7, che può presentare una piccola faccetta che si articola
con la testa di K1.
Un’altra regione un pò particolare delle vertebre cervicali è una zona dove è presente un becco che è un pro-
lungamento antero-inferiore del corpo vertebrale che corrisponde a una porzione smussa che troviamo nella
parte antero-superiore della vertebra sottostante.

Il foro vertebrale, soprattutto nelle cervicali alte è molto ampio a forma triangolare, molto grosso perché le
strutture nervose che passano a livello del rachide cervicale superiore sono delle strutture voluminose; man
mano che va giù diminuisce di volume.
Il corpo vertebrale finisce nella parte posteriore e si unisce all’arco tramite i peduncoli. I peduncoli sono la
struttura che collega l’arco posteriore alla vertebra e a livello vertebrale rappresentano il tetto e il pavimento
del forame di coniugazione, il forame dove passa il nervo. Il forame di coniugazione è formato dalle 2 vertebre
sovrapposte. Il tetto del forame di coniugazione è la parte bassa del peduncolo della vertebra sovrastante; il
pavimento è la parte alta del peduncolo sottostante; la parte anteriore è rappresentata da muro vertebrale e
disco intervertebrale con capsula; la parte posteriore dai massicci articolari e dall’articolazione interapofisar-
ia.

131
a sn la forma a fagiolo

Infatti, quando a questi livelli si verificano le problematiche osteo-artrosiche il lume del forame di coniugazi-
one si restringe (in genere a livello di C5-C6), si ha questa forma a fagiolo; qui dentro si trovano le problemat-
iche dell’articolazione interapofisaria e del disco e delle opposizioni osteofitarie che si trovano nei corpi delle
vertebre.
Le apofisi articolari: ai peduncoli seguono i massici articolari (o apofisi articolari o massa laterale), rappresenta
la zona di mobilizzazione della vertebra. L’orientamento del piano delle faccette articolari è para-orizzontale e
ha rispetto al piano orizzontale di riferimento una inclinazione verso l’avanti-alto, in modo tale che le faccette
articolari inferiori guardano in basso-avanti e le faccette superiori guardano in alto-indietro; questa tra
C2-C3 e C7-D1. Questo orientamento inclinato non ha un unico angolo ma presenta un angolo che è progres-
sivamente più inclinato dal basso verso l’alto, cioè a livello di C6-C7 abbiamo un angolo di circa 10°, a livello di
C2-C3 abbiamo un angolo di circa 40-45°; questo dipende anche dalla forma della lordosi.
Le faccette lombari sono para-sagittali, le faccette dorsali sono parafrontali, le faccette cervicali sono paraoriz-
zontali.
Le apofisi trasverse partono dai massicci articolari, esse hanno il foro per l’arteria vertebrale, tutte le cervicali
hanno il foro anche C7, anche se il foro su C7 è incostante, anche quando c’è non è attraversato dall’arteria
vertebrale. Il foro di C7 può essere rivestito da una membrana. Superiormente l’arteria si inclina per andare a
livello della membrana atlanto-occipitale, che poi perfora per entrare dentro il cranio.

132
Nelle vertebre cervicali alle lamine segue una spinosa bifida, però non per tutte le vertebre cervicali. C1 non
ha la spinosa, C7 ce l’ha unitubercolata. Le cervicali hanno una spinosa un po’ più piccola e sempre orizzontali
(non inclinate come le dorsali), C7 ha la spinosa più pronunciata, cosidetta prominente.
Riassumendo le particolarità di C7 sono:
- spinosa prominente
- presenza della semifaccetta per K1
- foro trasversario non attraversato dall’arteria vertebrale.

Fisiologia
I legge di Fryette: un gruppo di vertebre in neutralità, cioè in appoggio discale senza impegno articolare.
A livello cervicale vi è un equilibrio muscolare che dipende dalle componenti ascendenti che arrivano al collo
e dalle componenti discendenti che partono dal cranio. Il centro di gravità della testa (punto G) si trova ante-
riormente alle faccette articolari delle vertebre cervicali, cosa che sbilancia la testa in avanti, infatti se la testa
non avesse il sostegno muscolare tenderebbe a cadere in avanti; a questo deve opporsi un tono muscolare
costante dei muscoli nucali, che serve a contrastare la caduta della testa in avanti. Questo produce un ef-
fetto risultante che va a manifestarsi a livello delle faccette articolari, che sono costantemente impegnate. Per
questo non sussiste a livello cervicale la condizione di neutralità e questo fa si che la prima legge di Fryette
non possa essere applicata.

Le altre articolazioni che sono


sempre impegnate sono
le unco-artrosi, che sono
l’appoggio laterale del piatto,
si trovano leggermente più
interne rispetto alle artico-
lari. Per quanto riguarda le
inclinazioni dei piani artico-
lari, il movimento avviene su
un piano paraorizzontale, ma
siccome siamo su un piano
inclinato non posso essere
in prima legge perché la ro-
tazione e l’inclinazione nelle
cervicali devono essere nec-
essariamente omolaterali.
Esse funzionano sempre in II
legge

I legamenti delle vertebre cervicali sono uguali alle altre vertebre:


- capsule articolari, legamento longitudinale anteriore, legamento longitudinale posteriore, legamenti gialli,
legamenti intertrasversali, legamenti interspinosi, legamenti sovra spinosi (che a livello cervicale prendono il
nome di legamento nucale);
unica differenza a livello delle apofisi unciformi (in rosso)

Movimenti di flesso-estensione: movimenti simmetrici, che avvengono su tutti e due le faccette articolari.
L’estensione a livello cervicale ha un’escursione di 55°, la vertebra si inclina e scivola posteriormente guidata
dalle articolazioni unciformi, le articolazioni interapofisarie convergono e vanno verso dietro e basso e il nu-
cleo del disco è sospinto in avanti; il movimento è limitato dal tensionamento del legamento longitudinale
anteriore e dal contatto degli archi delle spinose. La F è di 45°, la vertebra si inclina e scivola anteriormente
guidato dalle articolazioni unciformi, le articolazioni interapofisarie divergono e vanno in avanti e alto e il nu-
cleo è spinto verso dietro; il movimento è limitato dal tensionamento del legamento longitudinale posteriore
e dai legamenti gialli e interspinosi.
133
La rotazione e l’inclinazione sono movimenti inscindibili tra loro, 50-55° per la rotazione, 35° per l’inclinazione.
Nell’inclinazione laterale il nucleo è sospinto nella parte opposta all’inclinazione, con un allontanamento delle
trasverse da una parte (limitato dal legamento intertrasversario) e un avvicinamento delle trasverese dal lato
dell’inclinazione. Il centro in cui passa l’asse di rotazione è localizzato nella parte posteriore del corpo verte-
brale a livello cervicale, a livello dorsale è al centro del corpo vertebrale, a livello lombare è verso la spinosa.

Palpazione_Pz seduto
Le zone del rachide cervicale che ci interessano nella palpazione sono i massicci articolari.
A livello del rachide dorsale e lombare le zone che ci interessano sono le trasverse e le spinose

Per la palpazione del rachide cer- Se voglio sentire la trasversa di C1, Individuiamo le trasverse pas-
vicale: Pz seduto, mi posiziono un punto di repere importante è sando dietro allo SCOM. Partendo
lateralmente al collo del Pz, sono l’arco posteriore, punto impor- dalle trasverse andiamo un pò più
a livello delle trasverse, mi sposto tante per conteggiare le vertebre. indietro e in dentro e a 45° trovate
sul collo su e giù. La trasversa di C1 si trova tra la la massa laterale. Possiamo sen-
mastoide e la branca ascendente tirle palpando dall’alto in basso e
della mandibola. muovendo il collo del Pz, attraver-
so delle rotazione e inclinazioni.

Stessa cosa possiamo farla con il Pz supino. Percepisco le trasverse lateralmente, la trasversa di C1, muovo la
testa.

Mi posiziono con le mani a “copetiello” per Sentire quando una faccetta articolare è diversamente mobile.
sentire occipite e arco posteriore di C1, Per fare un test di mobilità mi metto sulla faccetta con restriz-
faccio rilassare i sottoccipitali e provo ad ione di mobilità (sia a dx che a sin) e sulla sottostante. Faccio
andare in avanti e alto in modo da sbattere una F >spingo con i medi in avanti-alto, oppure faccio un con-
con i polpastrelli sull’arco posteriore di C1. trappoggio sugli indici e faccio una E e vedo se vanno in diet-
Poi scendo più sotto con il dito e troverò il ro-basso. Posso fare un’iclinazione laterale (individua meglio il
massiccio articolare di C2, poi sotto di C3 e livello).
così via. Sempre muovendo la testa.

134
STERNO Pz supino. Le mani sullo sterno
Zona dove spesso si hanno im- le posizioniamo una sopra
plicazioni di tipo emotivo, va l’altra, il nostro scopo all’inizio
approcciata con molta discrezi- è di accordarci al respiro del Pz,
one e progressività, seguendo i l’Osteopata si stabilizza pog-
tempi del Pz. giandosi con le cosce sul lettino.
Sto in ascolto del tipo di respi-
razione del Pz, se è una respi-
razione toracica o addominale,
se ha una respirazione profon-
da, accelerata o poco profonda
e veloce.
Posso cercare attraverso il mio appoggio di modificare lentamente questa respirazione, se uno ha una re-
spirazione troppo frequente (intanto si può chiedere di rallentarla) posso cercare di approfondire, ad es: il Pz
espira e io vado un po’ oltre, inspira e gli do più possibilità di tornare su. Dopodiché vado a seguire i movimenti
di espirazione (aumentando il mio appoggio) e di inspirazione (lasciando l’appoggio) e sento globalmente
l’elasticità dello sterno.
Poi posso provare a sentire i movimenti nei vari piano dello spazio, per es: sul piano frontale vado verso
la parte sin del torace mantenendo quella leggera pressione, ritorno al centro nella fase inspiratoria e nella
fase espiratoria successiva traslo lo sterno a dx. Poi faccio una rotazione sull’asse antero-posteriore verso dx,
prende aria e la faccio verso sin. Poi posso fare un movimento di torsione lungo un asse longitudinale, quindi
vado a poggiarmi di più sulle cartilagini di sin, respira e mi poggio sulle cartilagini di dx.
Registro i movimenti che sono più liberi.

Poi posso andare, spostando


eventualmente anche la mano,
a sentire l’angolo: durante l’INsp
l’angolo va in alto e si chiude, du-
rante l’Esp l’angolo va in basso e
si apre.

Tecniche per liberare la Ci poggiamo con le mani sullo


zona, sono tecniche per lo sterno del Pz (come nella prima
sterno e per l’angolo, non immagine), faccio respirare il Pz un
sono tecniche specifiche po’ più ampiamente, seguendo il
sulle cartilagini. Su un Pz movimento del Pz, chiedo di soffi-
che non sembra avere delle are tutta l’aria, di mantenere un po’
problematiche specifiche di apnea e di prendere aria a bocca
ma solamente un’esigenza aperta e lascio il mio appoggio
di liberare la zona, si può fare sullo sterno.
una tecnica di liberazione
generale sullo sterno.

La stessa cosa posso farla sull’angolo.


Se ho un angolo che al test mi risulta chiuso e non si apre, o risulta aperto e non si chiude, posso andare a fare
il movimento nel senso dell’aggravamento, cioè nel senso della maggiore ampiezza, e poi libero in modo tale
che la struttura vada nel senso opposto.

135
Quando ho un angolo aperto posso rispet-
tare la giusta respirazione, perché quando
angolo espira mi va bene aprire l’angolo e vado giù
aperto ogni volta che espira e poi all’inspirazione
mollo l’appoggio.

Nel caso dell’angolo chiuso devo continu-


angolo are a chiudere l’angolo ma dovrò comunque
chiuso
farlo andare in espirazione, perché non posso
fare una tecnica in cui incamero tensioni
nell’inspirazione poi nell’espirazione perdo tut-
ta la tensione. Anche se è parzialmente meno
fisiologico, io vado a farlo respirare, durante
l’inspirazione chiudo di più l’angolo e durante
l’espirazione mantengo. Chiedo di buttare tutta
l’aria e successivamente di fare un’inspirazione
a bocca aperta e mollo l’appoggio.

Di Branco

Torace: le coste
Guardando la parte dx dell’immagine notiamo che
a livello alto (da K3 a K5-K6), l’articolazione costo-
vertebrale prevede un appoggio della testa costale
sul corpo e un appoggio del tubercolo costale sulla
trasversa. Questo appoggio crea un asse che tende
al piano frontale. Questo vuol dire che le coste alte,
muovendosi su un piano abbastanza frontalizzato,
nel momento in cui avviene il movimento costale,
aumenta prevalentemente il diametro antero-pos-
teriore del torace, a scapito di quello trasversale. Per
questo si dice che le coste alte fanno un movimento
a braccio di pompa e si testano lungo una linea
emi-claveare (su una linea che passa a metà della
clavicola). Su questa linea andiamo a testare le coste
alte da K3 a K5 (anche K1 e K2 si comportano in
questo modo ma le vedremo in un altro approccio).

Guardando a sin dell’immagine, notiamo che per la zona bassa (da K6 a K10), l’articolazione tra la testa costale
e il corpo vertebrale e tra il tubercolo costale e la trasversa, crea un asse che sarà più sagittalizzato rispetto
al precedente. Questo asse fa si che il movimento costale a livello delle coste basse sia a manico di secchio, il
che favorisce l’ampliamento di un diametro trasversale a scapito di un diametro antero-posteriore: per questo
motivo diremo che le coste basse si testano lungo una linea emi-ascellare.

Da sempre siamo abituati a pensare al movimento costale come a un movimento che praticamente è indotto
soltanto dalla ventilazione meccanica. Ma in realtà non fa soltanto questo, ma bensì si adatta al movimento
dei cingoli, e quindi anche durante il cammino (rotazioni dei cingoli), compie dei movimenti. Quindi nel mo-
vimento che avviene in quella che chiamiamo “ventilazione ideale”, ossia, un movimento puro e simmetrico
136
di tutto il torace in apertura e chiusura, aggiungiamo il movimento che avviene in adattamento del torace,
quindi nelle rotazioni dei cingoli.
Ruotando il tronco verso dx, l’emitorace dx andrà ad
aprirsi, e andrà a creare un adattamento, attraverso una
sorta di ruota dentata, che arriverà fino all’emitorace
sin, che andrà perciò a chiudersi. In questo tipo di adat-
tamento noi avremo una simulazione (o adattamento
meccanico) di inspirazione nell’emitorace dx e di espi-
razione nell’emitorace sin. Questo avviene anche nel
gesto sportivo forzato (servizio del tennis, golf….)

Ancora posso pensare a un movimento di apertura e chiusura su un piano frontale (inclinazioni laterali), in cui
un emitorace è aperto e l’altro chiuso.
Quindi ricapitolando:

1.Respirazione ideale

2.Adattamento di
tutti i giorni (il più
fisiologico) dovuto
agli adattamenti alle
rotazioni dei cingoli

3. Apertura e chiusu-
ra su un piano fron-
tale, in cui la griglia
costale si chiude dal
lato del Side e si apre
dall’altro (nell’es. si
apre la parte dx)

Questi 3 tipi di adattamenti mi serviranno per testare il torace, e su tutte e tre queste situazioni io posso tro-
vare dei problemi. La costa è orientata da dietro in avanti-basso, per poi risalire in direzione dello sterno. Nella
simulazione di INsp grazie all’orientamento delle coste, la costa andrà in alto-indietro, mentre nella Esp an-
drà basso-avanti. Quindi quando io forzo il movimento nella Esp, la costa scenderà in basso-avanti, ammortiz-
zata energeticamente dalla cartilagine costale.
Faremo il test sulla faccetta articolare dietro, sulla faccetta articolare davanti, e sui punti di passaggio tra costa
e cartilagine e tra cartilagine e sterno.
Posso testare le coste in un momento qualsiasi della respirazione ideale (punto 1): valuto se gli spazi costali si
aprono o meno (sento soprattutto a livello laterale e posteriore)
Oppure posso forzare io il movimento e vedere se la griglia su un certo punto si apre o rimane chiusa, o vice-
137
versa. Questo perché è molto riduttivo andare a testare il torace soltanto con la respirazione.

Pratica

I fase Ponendo le mani lateralmente al torace sentirò


Pz supino. Per prima cosa possiamo andare a sentire le coste basse
semplicemente la respirazione poggiando le mani sul
torace anteriormente. Vado cosi a testare l’escursione
delle coste alte (K3-K4-K5; saltiamo K1 e K2 che vedremo
in seguito).

II fase
(Posso eseguirla prima o dopo la I ma secondo Di Branco va fatta prima)
Pz supino. Osteopata in piedi. Vado a forzare la struttura. Essendo una struttura che in qualche modo sos-
pettiamo abbia accumulato energia, perché è andata in inspirazione forzata o espirazione forzata, potremo
trovare delle zone di rigidità nei punti in cui tale energia si è caricata.

a) zona alta: Nel caso senta


mani sul torace, una rigidità
imprimo un mo- vado a sentire
vimento verso anteriormente
una rotazione se trovo qua-
dx e rotazione cosa di partico-
sin del torace e lare
sento dove ho
rigidità

b) zona bassa: se sento una rigidità andrò poi a


mani lateralmente forzare anche la parte anteriore
al torace e vado a delle coste basse (attenzione a
forzare sempre verso non andare sulle cartilagini).
la rotazione
(quindi testo zona alta e zona
bassa, e se sento qualcosa che
non va vado poi ad indagare
anteriormente alle coste).

III fase. Pz supino. Posso fare delle pressioni a coppia sul torace sia anteriormente nella parte alta, che
lateralmente nella parte bassa. Questo nel caso in cui la struttura abbia accumulato energia nel senso di una
espirazione forzata: in questo senso molto probabilmente l’energia si sarà accumulata davanti.

Con queste prime tre fasi individuo una o più zone dove penso ci possa essere qualcosa.

138
Nel caso di inspirazione Se la costa ha accumulato energia nel senso della
forzata (movimento di inspirazione (per es. una torsione forzata a dx), la
torsione verso dx in in- costa si è schiacciata lungo il corpo vertebrale ed
spirazione) testerò la parte è rimasta in qualche modo incastrata tra corpo e
alta e la parte bassa come trasversa. Per l’orientamento che la costa ha, diremo
visto poc’anzi. che ha fatto una inspirazione forzata (disfunzione
di inspirazione).
Se sento una rigidità a un
certo livello andrò a tes-
tare col Pz seduto.
Se ho trovato un problema nella parte posteriore procedo come segue
(nell’esempio indago le coste del lato sin). Il Pz è seduto e incrocia le braccia
con le mani sulle spalle. L’Osteopata abbraccia il Pz e lo porta in torsione verso
dx (Osteopata al lato dx del Pz): in questo modo sto cercando di mandare la
costa verso basso-avanti (sto chiudendo emitorace sin, quindi simulo una espi-
razione a sin, e come detto prima in espirazione le coste vanno basso-avanti).
tutte le coste libere andranno basso e avanti, ma quella che non è libera rimarrà
in alto e indietro e a un certo punto durante la mobilità noteremo un rigonfia-
mento, ossia la costa che è rimasta bloccata in alto e indietro.

In questo modo
posso testare tutte le
coste fino a K10 (K1
e K2 si testeranno in
un’altra maniera per-
ché hanno un altro
tipo di orientamento,
ma il principio è sem-
pre lo stesso)

La costa in disfunzione presenterà anche una densità differente (la sentiamo alla percussione).

A questo punto a livello palpatorio andremo a sentire lo spazio tra angolo costale della costa in disfunzione
e angolo di quella sottostante che in caso di disfunzione sarà più chiuso sotto (se sarà più aperto significa
che avrò un certo tipo di trauma e non starò più in fisiologia) e più aperto sopra.

Se invece troviamo uno spazio aperto sotto e chiuso sopra, avrò la certezza che là avrò una situazione che si
è adattata, almeno posteriormente in Esp. Per essere sicuro che è solo dietro e non da altre parti farò il test
opposto, sia nella parte alta (lo farò davanti) che nella parte bassa (più lateralmente).

Prendo la costa Quando la costa è libera andrà bene in alto e in-


che mi inter- dietro, quando la costa è compressa la sentirò più
essa tra indice e bloccata, e anzi, sul passaggio tra osso e cartilagine
medio della due sentirò un angoletto (là si sarà accumulata energia
mani e la faccio e sarà dolente alla palpazione. Là sono molto utili
andare in alto e recoil e martelleto chiropratico). Se sento tale an-
indietro goletto allora a questo punto andrò a testare anche
l’articolazione tra lo sterno e la cartilagine sempre a
quel livello.

139
Quindi per le coste alte farò questo

Portando il tronco in torsione dx (alto-


dietro) in questo caso: dove sento che
non segue e rimane in avanti allora là
la costa sarà bloccata: ha subito una
grossa accelerazione in basso-avanti....

e ha immagazzinato energia a livello an-


teriore (si crea una torsione con impat-
tamento sulla cartilagine che poi forma
l’angoletto costale)

Per la parte bassa (K6-K10) cambio


posizione: faccio la stessa cosa prati-
camente, ma le coste basse si testano
su una linea semi-ascellare, perciò mi
dispongo un po’ più laterale.

Quindi: se la costa è rimasta indietro,


vado a vedere se il blocco è posteri-
ore e quindi muovo la costa in basso-
avanti e vedo se ce n’è qualcuna che
rimane indietro in disfunz di INsp.

Se la costa
è rimasta
in avanti la
muovo in
alto-dietro e
se mi rimane
avanti è in
disfunz di
Esp

140
oppure
dall’altro lato

A questo punto valuto se è presente il gibbino posteriormente, l’angoletto avanti, valuto gli spazi costali
sopra e sotto la costa in esame.

Quindi consideriamo ad esempio l’emitorace dx: se la costa ha accumulato energia in INsp il problema
sarà POST (è andata in alto-dietro e non va in avanti-basso), mentre se ha accumulato energia in Esp sarà
ANT, sempre nell’emitorace dx (è andata in basso-avanti e non va in alto-dietro).

Riduzioni delle coste


Vediamo delle tecniche miste. Posso trattare le disfunzioni in vari modi: con delle tecniche di tipo muscolare
oppure con delle tecniche dirette (thrust sulla costa).

Coste ALTE in INspiro


Dò un’informazione alla costa nel senso opposto alla disfunzione.
All’altezza dell’angolo di Louis abbiamo K2. In questa fase per coste alte intendiamo K3, K4 e K5.

Prendiamo appoggio
sulla costa in esame
con la colonna del
pollice che si appog-
gia sulla costa. Fletto
leggermente la testa
del Pz finchè sento
che la costa si muove:
sarò allora sulla prima
barriera motrice.
A questo punto chiedo al Pz
d’inspirare, e mentre es-
pira io accompagno la costa
verso l’Esp. Ricerco la nuova
barriera aumentando la F
della testa finché sento che
si rimuove leggermente la
costa. Quando il Pz inspira
mantengo il mio appoggio.

NB il movimento è stato esagerato


per le telecamere
Ripeto alcune volte e alla fine quando il Pz espira chiedo una apnea espiratoria, mantengo l’appoggio sulla
costa e chiedo al Pz di spingere con la testa sul lettino mentre io mi oppongo ma piano piano retrocedo
portando la testa sul lettino. Appena la testa si poggia sul lettino il Pz inspira, mantengo l’appoggio sul to-
race per poi toglierlo molto velocemente durante l’inspirazione.

141
Coste BASSE in INspiro
L’appoggio ..... ora oltre
stavolta sarà lat a flettere la
al livello che mi testa la inclino
interessa. anche verso il
lato opposto a
Per le coste alte dove sto lavo-
trovavo la bar- rando finchè
riera motrice sento che la
flettendo la costa si muove.
testa, ....
Pz inspira e durante Dopodiché chiedo una
l’espirazione aumento apnea espiratoria, pog-
il mio appoggio sulla gio il capo sul lettino e
costa. Cerco la nuova chiedo al Pz di portare
barriera inclinando il la spalla omolaterale al
capo e flettendo leg- lato su cui sto lavorando
germente. Durante in alto verso di me (verso
l’inspirazione mantengo il suo orecchio). Come
il mio appoggio. inspira tolgo l’appoggio.
Ripeto alcune volte.
Ho fatto tutti i miei test e voglio avere la conferma di ciò che ho trovato. Individuo l’angolo costale della
costa che penso sia in disfunzione (è una zona più dura e più dolente; alcune sono sempre dolenti, ma co-
munque quando vi è una disfunzione è evidente) e posiziono le dita tra gli spazi sopra e sotto per vedere se
sono aperti o chiusi (se vi è disfunzione dovrebbero essere uno aperto e uno chiuso). Individuiamo la costa
anteriormente e poi la spingiamo per sentire se sono a quel livello.

vista laterale dx dente 3 sem_ Di Branco


da C2 a T1
curva cervicale Vediamo i test di mobilità,
palpazione e TEM sulle
fori intervertebrali
per i nervi spinali disfunzioni cervicali.

processi spinosi MASSA LATERALE Nella palpazione individu-


iamo le spinose, le masse
posteriori, le masse laterali
(o apofisi trasverse) delle
cervicali da C2 a C7. Le
masse posteriori le trovia-
processi MASSA POSTERIORE mo a fianco alla spinosa, le
articolari masse laterali le troviamo
d’avanti alle masse poste-
riori, dietro lo SCOM: scan-
articolazioni per siamo in avanti lo SCOM
i processi articolari per poterle reperire.
articolazioni fra i corpi vertebrali
(dischi intervertebrali asportati)
faccette articolari per la I costa

142
tubercolo ant corpo processo trasverso
solco per il n. spinale
MASSA LATERALE
foro trasversario
tubercolo post
peduncolo
MASSA POSTERIORE faccetta articolare sup

processo articolare inf


lamina
foro vertebrale

vista sup di C4 processo spinoso

Subito al di sotto della squama occipitale, al centro, abbiamo la spinosa di


C2. Con il Pz seduto è abbastanza difficile palpare tutte le spinose, quindi
se abbiamo la necessità di sentire soltanto le spinose, dobbiamo flettere
leggermente il capo del Pz e portare la spinosa verso la posteriorità. Per
fare ciò, ricordando che l’orientamento delle faccette articolari è in alto-
avanti (o basso-dietro),quindi se posiziono una mano alla fronte del Pz e
spingo verso dietro-basso, faccio scivolare tutta la vertebra verso basso-
dietro e quindi mi porto la spinosa verso la mia mano posizionata nella
parte posteriore del collo.

Ricordiamo che le Dopo aver palpa-


spinose sono bifide. Per to tutte le spino-
essere sicuro di essere se da C2 a C7,
su C7 estendo il capo vado a palpare
e le vertebre cervicali le masse poste-
“spariscono” alla pal- riori
pazione. D1 avendo un
altro orientamento delle
faccette non sparirà.

Se ho bisogno, gioco con i movimenti del capo per essere


sicuro. Quando posso vado direttamente posteriormente
alla palpazione, quando non posso vado anteriormente,
dietro lo SCOM, e individuo le masse laterali o trasverse
(dove ricordiamo transitano nervo e arteria).

La pressione sul capo la faccio solo quando non riesco a


percepire le spinose, non quando sto palpando masse lat-
erali e posteriori.

Alla base del col- Per identificare bene


lo troviamo una le masse laterali di C7,
grossa apofisi tras- più difficili da reperire,
versa, che è quella mi posiziono come
di C7: alcune volte nell’immagine accanto
questa può diven- a sin e sposto le mani
tare una costa cer- verso dx e sin.
vicale e può dare
qualche problema.

143
Per la fisiologia delle vertebre cervicali, una inclinazione laterale dx corri-
sponde ad una rotazione dx. Quindi quando ho qualcosa che mi colpisce
ad un determinato livello, ad es. alla dx di C5, faccio fare una inclinazione
a dx e vedo se la massa posteriore di C5 (o il processo trasverso a seconda
di dove stiamo a sentire) indietreggia (perché se inclino a dx la vertebra
ruota a dx, quindi il lato destro indietreggia, per la precisione va indietro e
in basso); se non indietreggia vuol dire che sta in avanti. La massa laterale
sin di C5, durante l’inclinazione dx deve avanzare, se non avanza vuol dire
che sta indietro: sa sta avanti sarà in flessione, se sta indietro sarà in esten-
sione.
Se agisco invece sulla rotazione, e faccio fare al capo una rotazione dx ad esempio, mi aspetto che la massa
posteriore dx di C5 vada un pò in basso e dietro. Se non ci va vuol dire che è rimasta in avanti e in alto. Dal lato
opposto, la massa laterale sin, dovrà andare in avanti e in alto: se non ci va significa che è rimasta in basso e
dietro; e viceversa. L’unico problema in questo test, soprattutto nelle donne che sono abbastanza sciolte, è che
per sentire bene il movimento facciamo troppa rotazione, e in questi casi è perciò meglio testare utilizzando
l’inclinazione.

Nel testare possiamo anche utilizzare alcuni artifici fisiologici. Ad es. possiamo fare il test con gli occhi. Prati-
camente cerchiamo di percepire cosa avviene quando il Pz ruota gli occhi da una parte e dall’altra. Esiste un
comando unico neurologico che mette in comunicazione muscoli oculomotori dell’occhio, SCOM e parte su-
periore del trapezio (anche altre strutture, ma in questo caso ora non ci interessano). Questa si chiama cefa-
loBOBOBO. Ad es. se veniamo chiamati e ruotiamo la testa di lato per spostare l’attenzione, ruoterànno da
quel lato occhi e collo contemporaneamente: ciò significa che esiste una sinergia tra il movimento dei muscoli
oculomotori e i movimenti di alcuni muscoli del collo. Quindi seguendo ciò io posso fare il test attraverso gli
occhi del Pz.
Testiamo ad es. C5: ci posizioniamo con gli indici sulla massa posteriore della vertebra sottostante (C6), terzo
dito sulle masse posteriori di C5 e chiediamo al Pz di ruotare gli occhi verso dx: dovremmo sentire che la massa
posteriore dx di C5 indietreggia; se non ci va vuol dire che sta avanti. La massa sin dovrà andare in avanti, se
non ci va vuol dire che sta indietro. Facciamo la stessa cosa facendo ruotare gli occhi a sin e valutiamo cosa
succede (ruotando a sin la massa posteriore sin deve indietreggiare (e andare in basso per la precisione) e la
massa dx deve andare in avanti (e in alto). Dietro significa E e avanti significa F.

Ora il Pz alza ad es. la spalla dx: cosi facendo crea una concavità cervicale a dx. Questa concavità equivale a una
inclinazione a dx, quindi se sto valutando C5, alzando la spalla verso l’orecchio mi aspetto che la parte laterale
dx di C5 vada indietro: se non ci va vuol dire che sta in avanti.

Posso anche abbassare la spalla dx verso il femore e a questo punto creo una convessità cervicale: cosi facen-
do mi aspetto che la massa posteriore di quel lato (dx nell’es.) vada in avanti (e in alto) se non ci va vuol dire
che sta indietro. Facciamo la stessa cosa da una parte e dall’altra.

A questo punto io operatore posso aggiungere un movimento latero-laterale a livello della vertebra, per ac-
centuare quella sensazione di posteriorizzazione che abbiamo avuto durante l’inclinazione; questo deve es-
sere coerente con quello che abbiamo visto finora ossia: se creo una concavità a dx (che equivale ad una incli-
nazione dx) dovrei riuscire a mobilizzare la vertebra in senso latero-laterale verso sin (NON SONO SICURO
DI QUESTO PASSAGGIO….)

Ora vado a ruotare la testa del Pz: se ruoto a dx, la massa posteriore dx deve indietreggiare (e se non indietreg-
gia vuol dire che sta avanti) e la massa sin deve avanzare (se non avanza vuol dire che sta indietro) e viceversa
se ruoto a sin. Quindi riepiloghiamo: testiamo attraverso gli occhi, le spalle, colpettini latero-laterali, rotazione
del capo. In ultimo aggiungiamo un altro particolare: vediamo se si allinea in E o se si allinea in F.

144
E F
Se è posteriore a dx e valuto che si riallinea in estensione sarà ERS dx; se è posteriore a destra e vedo che si
riallinea in flessione sarà FRS dx. Per fare ciò valutiamo la rotazione ossia la parte della vertebra che è posteri-
ore: se è una posteriorità pura che si riallinea in estensione allora la disfunzione sarà dallo stesso lato; se è una
posteriorità relativa che si riallinea in flessione la disfunzione sarà dal lato opposto (FRS dx significa anteriore
unilaterale sx).

Da seduto:
- Inclinazione dx = post dx (se non indietreggia sarà anteriore)
- Rotazione dx = post dx (se non indietreggia sarà anteriore)
- Idem per il lato sinistro

Da supino
- Test occhi: guardo a dx = post dx
- Spalla alta dx = inclinazione dx
- Spalla bassa dx = inclinazione sin
- Rotazione testa

In finale valutare se la posteriorità si riallinea in flessione o estensione

Riduzione delle disfunzioni cervicali


Abbiamo varie modalità per fare le riduzioni. Strutturale (thrust), o energia muscolare, che può essere una
tecnica a sè o una tecnica preparatoria a una tecnica di tipo strutturale.
I principi sono sempre gli stessi validi per le vertebre. Cerco la barriera motrice neuromuscolare verso una cor-
rezione, fatto ciò faremo fare una contrazione dal lato dell’aggravamentoe faremo questo lavoro 3-4 volte.

Es. C5 ERS dx (vertebra ruotata a dx e inclinata a dx, in estensione)


Mettiamo indici sulle masse posteriori di C6 (perché C5 sta in disfunzione
su C6) e i medi (falange distale) sulle masse posteriori di C5. Cercheremo
di fare un lavoro tra l’interfaccia tra C5-C6.

Vado a invertire i parametri: comincio a dare un parametro di F, una ro-


tazione sin e inclinazione sin, tutto su C5 e non su C6, quindi movimenti
appena percettibili. Nell’immagine accanto la testa visualizza la disposiz-
ione disfunzionale della vertebra

Quindi fletto leggermente C5 su C6 (quando sento che la flessione arriva su C6 mi fermo); ruoto leggermente
C5 e mi fermo prima che arriva su C6; inclino leggermente C5 e mi fermo prima che arrivi su C6. A questo
punto ho due possibilità:
1. chiedo al Pz di guardare in alto e a dx. Cosi facendo il Pz farà una contrazione nel senso della ERS dx per 3
secondi, 3 secondi di pausa e poi vado a guadagnare in F, rotazione sin, inclinazione sin. Ripeto alcune volte.
2. posso chiedere anche una spinta della testa sul lettino verso la E e rotazione-inclinazione dx, quindi verso
l’aggravamento della disfunzione; e guadagno in F, rotazione-inclinazione sx) ripeto alcune volte

145
SIMULAZIONE

partenza direzione della spinta del Pz direzione della correzione


Le due modalità sono identiche, con la prima, utilizzando gli occhi, lavoro in maniera più leggera e riesco a
controllare meglio il movimento. L’importante è che sia un lavoro isometrico, utile a scaricare il mediatore a
livello della placca motrice che mi consente poi di riallungare, almeno a livello teorico il muscolo che mi man-
tiene la disfunzione, senza scatenare il riflesso di allungamento.

Es. C5 FRS dx (vertebra ruotata a dx e inclinata a dx, in F)


Posiziono gli indici sulle masse posteriori di C6 e i medi sulle masse posteriori di C5
A questo punto invertiamo i parametri: estendo leggermente fino a sentire C5 che si muove senza far arrivare
il movimento a C6, ruoto leggermente a sinistra senza ingaggiare C6 e inclino leggermente a sin senza ingag-
giare C6.
Chiedo al Pz una contrazione dal lato in disfunzione e ho due modalità:
1. chiedo di guardare il piede dx (quindi guardare basso-destra). Lavoro
con gli occhi, ma attenzione perché il Pz potrebbe muovere anche un pò
il capo, quindi sostenere bene.
2. o chiedo al Pz di cercare di sollevare la testa per guardarsi o la spalla
o il piede dx. Quindi chiediamo una F, rotazione dx, inclinazione dx
Sempre 3 secondi contrazione e 3 secondi di pausa e guadagno in E, ro-
tazione sin e inclinazione sin (sempre senza ingaggiare C6).
Ripeto alcune volte.
Se non riusciamo a controllare bene durante la contrazione possi-
amo fare una resistenza con la nostra mano sulla mandibola del Pz,
verso il mento, e chiedendo al Pz di spingere col mento sulla nos-
tra mano, ma attenzione perché ogni volta dobbiamo riposizionare
correttamente il nostro appoggio a livello della vertebra.
Chiederemo una contrazione dolce e progressiva

Melis

Torace
- Dietro: 12 vertebre dorsali;
- davanti: lo sterno, formato da 3 porzioni (manubro, corpo, xifoide);
- 12 paia di coste distribuite, collegate tramite le cartilagini costali allo sterno: dalla I alla VII tramite una propria
cartilagine, 8°-9°-10° tramite la cartilagine della VII, XI-XII sono fluttuanti.

LE COSTE
Le coste da davanti verso dietro sono costituite da: le faccette per le cartilagini endosternali, corpo, tubercolo,
collo, testa.
K1 – K7 coste vere
146
K8 – K10 coste false (spurie)
K11 – K12 coste fluttuanti

Coste tipiche: K3 – K7
È tipica perché posteriormente presenta 3 articolazioni:
- 2 costo-vertebrali, riguardano la testa della costola con i corpi vertebrali della vertebra sopra e sotto;
- 1 costo-trasversaria, che riguarda il tubercolo della costa con la faccetta concava dell’apofisi trasversa.

Coste atipiche: K1, K2, K8 – K12


- K1 è atipica posteriormente perché ha solo una faccetta costo-vertebrale e anteriormente ha una articolazi-
one dotata di una mobilità limitata;
- K2 è atipica anteriormente perché l’estremità anteriore ha una semifaccetta per il manubrio e una per il
corpo, a livello dell’Angolo di Luis;
- K8 – K10 atipiche anteriormente perché si congiungono tramite una cartilagine comune e contigua;
- K11 – K12 atipiche anteriormente perché non si articolano con lo sterno e posteriormente perché non si
articolano con la trasversa.

Movimento delle coste:


- K1 – K5 movimento a braccio di pompa
- K6 – K10 movimento a ansa di secchio
- K11 – K12 movimento enartrodiale, cioè sono sollecitate verso il basso dalla tensione e dall’azione del m.
quadrato dei lombi (attraverso il fascio costo-trasversario).
Ci sono questi diversi tipi di movimenti perché essi sono determinati da diversi assi: nel movimento a braccio
di pompa abbiamo l’asse parafrontale, per il movimento ad ansa di secchio l’asse parasagittale. Nell’asse fron-
tale quando il Pz inspira c’è un aumento del diametro antero-posteriore del torace; se l’asse è sagittale è
un movimento latero-laterale, quando il Pz inspira c’è un aumento del diametro trasversale del torace.
L’asse è materializzato dalla testa della costa alla trasversa della vertebra.
Asse parasagittale
Asse parafrontale

Lato dx dell’immagine:
sezione trasversale vertebra dorsale alta, che si mu-
ove a braccio di pompa. Asse parafrontale

Lato sin dell’immagine:


sezione trasversale vertebra dorsale bassa (le tras-
verse sono più prominenti), si muove a ansa di sec-
chio. Asse parasagittale

Una disfunzione di costa quali strutture può interessare?


Una vertebra, una disfunzione primaria di costa può portare a una disfunzione secondaria di vertebra.
Il foglietto parietale della pleura, infatti nella parte alta del torace ci sono i legamenti del domo pleurico: i
legamenti costo-vertebro-trasverso-pleurici, sono una continuità fasciale della fascia endotoracica.
I nervi intercostali, gangli della catena LV, rami anteriori dei plessi
Se abbiamo un problema di costa, anche traumatico, possiamo avere una ripercussione in tutti questi el-
ementi; ad es. difficoltà respiratorie (pleura), dolori intercostali (nervi intercostali), nevralgie intercostali, ad es
da frattura osteoporotica; dolore locale (vertebrale), e ripercussione sui rami anteriori.

Le disfunzioni costali in INSPIRO


Al test di mobilità abbiamo una costa che sale ma non scende, lo spazio inferiore rimane aperto e non si chi-
147
ude in espirazione, il tubercolo si abbassa. L’elemento principale perché si creino queste disfunzioni inspirato-
rie è muscolare, dei muscoli accessori della respirazione:
scaleni: anteriore (trasverse C3-C6 fino al tubercolo di Lisfranc), medio (C4-C7 fino K1 posteriormente al tuber-
colo di Lisfranc), posteriore (C4-C6 fino a K2 lateralmente), con punto fisso cervicale fa inspirazione, con punto
fisso sulle coste, con contrazione unilaterale, fa inclinazione del capo dal proprio lato e rotazione dal lato op-
posto. Gli scaleni sono come gli psoas, anche strutturalmente: gli scaleni provocano una lordosi cervicale, gli
psoas una lordosi lombare, quando vanno in contrazione tutti e due sono lordosizzanti. Quando fanno un
punto fisso distale e si contraggono creano una NSR con inclinazione e rotazioni opposte. Negli scaleni passa
il plesso brachiale, negli psoas passa il plesso lombare;
SCOM (processo mastoideo e linea nucale superiore termina con un capo sternale e uno clavicolare);
piccolo pettorale (processo coracoideo della scapola fino a K3, K4, K5), con punto fisso sulle coste fa ante
pulsione spalla, con punto fisso sulla coracoide innalza le coste;
gran dentato (fossa anteriore scapola fino a I -X costa, la I è incostante), con punto fisso sulle coste fa abd
scapola, con punto fisso sulla scapola eleva le coste;
gran dorsale (processi spinosi dalla VII-XII vertebra toracica, fascia lombo-dorsale, processi spinosi di tutte le
vertebre lombari, cresta sacrale media, fino a cresta della piccola tuberosità dell’omero).
Vanno incontro a disfunzioni in inspiro (quindi che utilizzano la muscolatura respiratoria accessoria) persone
che hanno problemi respiratori: asmatico, allergico, enfisematoso, BPCO, una persona ansiosa tende a stare in
blocco diaframmatico. Generalmente se vediamo soggetti di questo tipo, troviamo le seguenti sintomatolo-
gie cliniche: cervicalgie, acro parestesie (formicolii alle mani), eccessiva tensione agli scaleni che schiacciano il
plesso brachiale, con interferenze sul piccolo pettorale.

Le disfunzioni costali in ESPIRO


Traumi, classico quando nevica, si scivola e si cade sul dorso, con blocco di un paio di vertebre in espirazione
basso; poi ci sono alcuni tipi di disfunzioni che per tensioni fasciali tirano in basso le coste; quindi quando si
trova una costa bassa pensare a una causa meccanica poi viscerale.

Le disfunzioni in INSP e ESP possono essere:


- primarie (la causa è la costa)
- secondarie (causa a partenza vertebrale)
Costa e vertebra lavorano insieme, c’è una bi-direzionalità; una disfunzione costale primaria può creare una
disfunzione vertebrale secondaria, una disfunzione vertebrale primaria può portare a una disfunzione costale
secondaria.

Le disfunzioni possono essere:


- singole (interessano una sola costa)
- di gruppo (più coste)

Se abbiamo una disfunzione in Inspirazione di gruppo, per agire a livello strutturale si agirà sulla costa che sta
sotto, es: disfunzione K1-K2 agirò su K2 (K2 è la costa starter).
Nelle disfunzioni di Espirazione di gruppo, agirò sulla costa sovrastante (è la costa starter).

La disfunzione in Insp può essere denominata anche in Estensione. Perché il tubercolo va in posteriorità che
corrisponde al movimento di estensione della vertebra dorsale.
La disfunzione in Esp può essere denominata anche in Flessione.

148
TEM INSPIRAZIONE ESPIRAZIONE
K1 K2 le faremo più avanti - scaleni
K3 K4 K5 - contatto emi-claveare - piccolo pettorale
- leva del capo
- fase espiratoria
K6 K7 K8 K9 K10 - contatto emi-ascellare - gran dentato
- leva del tronco
- fase espiratoria
K11 K12 non esiste! - gran dorsale
Spiegazione tabella
K1-K2 in Inspirazione: non è stata fatta. In Espirazione: la costola anteriormente è inferiore, lo spazio è chiuso,
il tubercolo (quindi post) è alto, devo riportarla sù grazie all’azione degli scaleni. Si usa l’azione degli sca-
leni anteriore e medio per correggere K1 con una rotazione della testa fino a 10-15°, mentre per correggere
K2 si agisce sullo scaleno post ruotando la testa di 40°; i diversi gradi di rotazione si spiegano perché c’è
un’inserzione diversa per lo scaleno post, per cui per arrivare a metterlo in tensione si deve far ruotare di più
la testa.
K3-K4-K5 in Insp: anteriormente abbiamo uno spazio maggiore e uno spazio minore dietro. Il Pz è supino,
l’Osteopata craniale in piedi o seduto. Mi posiziono sul bordo superiore del corpo nella parte anteriore della
costa, contatto nella zona emiclaveale (con il pollice o con le eminenze). Mi oppongo all’inspirazione e gua-
dagno in espirazione con la leva del capo. In Esp: sfrutto il piccolo pettorale.
K6-K7-K8-K9-K10 in Insp: contatto emiascellare, utilizzo la leva del tronco in fase espiratoria. In Esp: sfrutto il
gran dentato.
K11-K12 in Insp: non esiste. In Esp: sfrutto il gran dorsale, sfrutto la leva del braccio.

L’inventore delle Tecniche ad Energia Muscolare è Fred Mitchell. Richiedono la collaborazione del Pz, il fine è
quello di correggere la disfunzione a livello neuro-muscolare, vado ad agire su un circuito riflesso, un circuito
iperattivo, un’iperattività del circuito gamma che tramite la TEM si tenta di rompere; su questi organelli che
sono i fusi neuromuscolari, strutture sensibilissime a trazioni di 1 millesimo di millimetro e alla pressione di
1 grammo. La TEM prevede che invertiamo i parametri disfunzionali, che ci sia una contrazione isometrica (o
anche isotonica o anche isolitica = è una contrazione eccentrica sotto resistenza) per un tempo di 3 sec, a cui
segue un tempo refrattario in cui si ricerca una nuova barriera motrice patologica, si richiede una contrazione
nel senso della disfunzione verso i fusi contratti e si guadagna nuovamente.
Per sfruttare l’azione di questi muscoli (della tabella sopra) in espirazione, quindi per sfruttare la loro azione
di elevatori delle coste, dovremmo fare punto fisso sulla scapola per il piccolo pettorale e gran dentato (per-
ché essi con scapola fissa fungono da elevatori delle coste). Il Pz sarà supino, con il braccio (dalla parte del
muscolo) flesso e mano dietro la nuca.
Per queste TEM ci sarà sempre:
- Paziente supino
- Osteopata dal lato opposto
- Punto di contatto posteriore cranialmente al tubercolo con una mano (la costa è in espirazione per cui il
tubercolo è in alto, lo devo abbassare)
- Scapola fissa sul lettino
- Altra mano sul gomito

Tecnica su K3-K4-K5_ disfunzione di ESPIRAZ.


Tecnica che sfrutta il piccolo pettorale, la disfunzione è a sin,
Osteopata a dx del Pz. Prendo il braccio sin del Pz e reperisco
(con la mano caudale) la costa in disfunzione: es K4. Mi posiz-
iono sopra il tubercolo di K4, spingo verso il basso e mi appog-
gio sul lettino. Mano sin del Pz dietro la testa; mano craniale
dell’Osteopata sul gomito del Pz.
Ora inizia la tecnica!

149
Tecnica sul piccolo pettorale per le coste da K3 a K5:
- durante l’inspirazione accompagno con la mano il tubercolo in basso
- nell’apnea inspiratoria chiedo una contrazione isometrica. In inspirazione il tubercolo scende e inoltre sfrut-
tiamo l’azione del piccolo pettorale (perché in apnea inspiratoria il pettorale eleva le coste. Quindi, contrazi-
one di 3 sec.
- faccio espirare il Pz e mantengo
- alla successiva inspirazione devo guadagnare con una nuova barriera motrice: guadagno spingendo sul
tubercolo e con l’appoggio della mano sul gomito del Pz, faccio una inclinazione (verso di me, Osteopata) in
modo da spingere il tubercolo dietro e stirare le fibre del piccolo pettorale. Questo per 2-3-4 volte.

Da questa tecnica passiamo direttamente a una


tecnica strutturale: l’Osteopata posiziona il brac-
cio del Pz flesso davanti al petto, con lo sterno
sul gomito del Pz e dà l’impulso.

Tecnica su K6-K7-K8-K9-K10_
disfunzione di ESPIRAZ.
Coste che si muovono ad ansa di secchio.
Lo sviluppo della tecnica è identico a
quella precedente però, invece di utilizza-
re il piccolo pettorale, si utilizzerà il gran
dentato. Il gran dentato lo contraggo
spingendo con il gomito verso il basso.
Anche qua successivamente si può fare spin
ta del Pz
una tecnica diretta.
Nel caso in cui ci fosse un Pz
più grosso di noi, invece di
poggiare la mano sul gomito
del Pz, la posiziono sul lettino,
altrimenti il Pz come contrae
ci porta via!

4 sem Di Branco

K2-K3
Vedremo tecniche muscolari e strutturali. È una zona che va considerata alla stessa stregua delle cerniere a
livello vertebrale: quindi quando sono in disfunzione devono essere trattate subito.

Siamo a livello del distretto toracico superiore. Dal punto si vista osseo è delimitato davanti da sterno, clavi-
cola e K1 subito sotto; dietro da D1. Dal punto di vista muscolare abbiamo: SCOM, grande pettorale, trapezio,
scaleni, succlavio…
Dal punto di vista fasciale abbiamo aponeurosi superficiale e profonda che vanno sulla clavicola, asse aponeu-
rotico centrale, loggia viscerale del collo ecc…
Dal punto di vista neurologico il nervo vago, nervo frenico (davanti allo scaleno anteriore), plesso cervico-
brachiale
Dal punto di vista vascolare arteria e vena succlavia.
Dal punto di vista neuro-vegetativo abbiamo C7, ganglio stellato, ganglio cervicale superiore ecc
Quindi una disfunzione a questo livello può alterare la fisiologia di vari sistemi arrivando a dare problemi a
150
livello del viso, spalla, collo, arto superiore…
Inoltre nella zona è presente l’apice del polmone, con i legamenti costo- vertebro-trasverso-pleurici e quindi
anche un problema viscerale per interposizioni attraverso la pleura che arriva nella zona dello stretto toracico
superiore, può dare un problema a distanza.
Questo stretto toracico superiore è un diaframma, ossia un equilibratore di pressione.
Tutto il nostro corpo in maniera semplificata, è organizzato come strutture concentriche, che scorrono una
sull’altra (questa prova di scorrimento la notiamo in presenza di cicatrici dove lo scorrimento dei piani viene
limitato; ma la si nota anche in presenza di fissatori esterni: infatti questi bloccano lo scorrimento delle varie
fasce, per cui nel movimento si sente dolore proprio dovuto a uno stiramento non fisiologico delle fasce).
Tutti questi piani di scorrimento quando trovano un intoppo (viscerale, strutturale ecc) a un certo punto han-
no dei punti di bilancio che tendono a ristabilire queste tensioni a livello dei diaframmi. I diaframmi dal punto
di vista fasciale hanno un importanza vascolare perché garantiscono il ritorno dei liquidi, ma soprattutto sono
degli ottimizzatori di scorrimenti verticali delle varie strutture del nostro corpo.
In genere vengono considerati come diaframma il tentorio, pavimento della bocca, stretto toracico superiore,
diaframma addominale, diaframma pelvico, il ginocchio, il piede.
Immagine 01: È interessare notare che la succlavia passa in mezzo, anteriormente e posteriormente tra i due
scaleni. Addirittura si parla di una sindrome (anche detta sindrome della succlavia ladra) quando a volte viene
a crearsi soprattutto negli sportivi, una ipertrofia dei muscoli del collo che pinza l’arteria e si viene a creare un
calo di forza (tempo fa veniva addirittura sezionato il muscolo per eliminare questo problema)
Es. Pz che avvertono problemi di tachicardia, cui la notte si addormentano le mani, potrebbero essere causati
da posture che vengono alterate da posizioni e contrazioni muscolari anomale che pinzano l’arteria o danno
fastidio ai nervi presenti in questa zona del collo.

151
n. zigomatico-temporale (V2)
nn. temporali profondi (V3)
n. masseterino (V3)
n. mandibolare (V3)
n. dei mm. pterigoideo int e
tensore del velo palatino (V3) sez
n. zigomatico-faciale (V2)
n. mascellare (V2)
n. infraorbitale (V2)
ganglio pterigo-palatino
(o sfeno-palatino)
nn. palatini maggiore
e minore (V2) n. auricolo-
nn. alveolari superiori temporale (V3)
ant, medio e post (V2)
n. del m. pterigoideo a. meningea media
esterno (V3) sezionato n. temporale
n. buccinatore (V3) superficiale (sezion.)
n. faciale (VII)
corda del timpano (VII) a. mascellare
n. linguale (V3) n. accessorio (XI) (sezion.)
m. pterigoideo int (sez) 1° n. cervicale
(quello est è asportato) (ramo ant) (sezion.)
n. alveolare 2° n. cervicale
inferiore (V3) (ramo ant) (sezion.)
n. mentale (V3) plesso faringeo composto
dai rr. faringei dei nn. vago
n. milo-ioideo (V3) (X) e glosso-faringeo (IX) e
ganglio sottomandibolare del simpatico
n. glosso-faringeo (IX) a. carotide interna
e suo ramo tonsillare a. carotide esterna
n. ipoglosso (XII) n. vago (X) e suo ramo
n. del seno carotico (IX) e glomo carotico cardiaco cervic sup
n. del m. tiro-ioideo (C1, 2 via XII) 4° n. cervicale
(ramo ant) (sezion.)
rami interno ed esterno del n. frenico (C3, 4, 5)
n. laringeo sup (X) a. cervicale ascendente
ansa dell’ipoglosso Radice sup
(o cervicale) (C1, 2, 3) Radice inf m. scaleno medio
nn. per i ventri sup e inf del m. omo-ioideo m. scaleno anteriore
ed i mm. sterno-ioideo e sterno-tiroideo
(ansa dell’ipoglosso) n. laringeo ricorrente (X) pl. brachiale (sezion.)
tronco del simpatico e ganglio cervicale medio
a. carotide comune tronco tiro-cervicale
a. vertebrale

a. succlavia

152
Come notiamo nell’immagine seguente anche la clavicola potrà dare perturbazioni in questa zona, in special
modo all’arteria e vena succlavia (arteria sta più dietro e vena sta più avanti).
Dissezione anteriore dx
ghiandola tiroide
vena giugulare int (ribaltata)
a. carotide esterna ganglio cervicale sup
a. cervicale ascendente del tronco del simpatico
n. frenico n. vago (X)
m. scaleno anteriore a. vertebrale
a. tiroidea inferiore
a. carotide comune
a. trasversa del collo
n. laringeo
a. soprascapolare ricorrente
tronco costo-cervicale a. anonima
(o tronco arterioso
tronco tiro-cervicale brachio-cefalico)
arteria e vena succlavie vena giugulare int
(sezionata)

Veduta schematica laterale dx

a. vertebrale a. carotide esterna


a. carotide interna
a. cervicale profonda (che sale per a. cervicale ascendente
anastomizzarsi con il r. discendente
dell’a. occipitale) a. tiroidea inferiore
a. trasversa del collo
tronco costo-cervicale
a. carotide comune
arteria intercostale tronco tiro-cervicale
suprema a. soprascapolare
a. succlavia
(1° parte mediale,
arteria 1° 2° parte posteriore,
intercostale 3° parte laterale al
m. scaleno anteriore)
a. toracica int
arteria 2° (o mammaria int)
intercostale

scapola

Una disfunzione a questo livello fa male!! Crea un’impotenza funzionale proprio per lo stretto contatto col
ganglio stellato.
La peculiarità di K1 è di essere molto obliqua rispetto al resto delle coste: da dietro scende molto in basso
verso lo sterno; ciò significa che tra K1 e K2 nella parte più posteriore, c’è un grosso spazio di cui dobbiamo
tenere conto quando andiamo a palpare.
Ogni costa ha la propria cartilagine, che funge da ammortizzatore di pressioni, trazioni, che durante i movi-
153
menti di torsione arrivano sullo sterno o vanno verso la colonna.

K1 sta subito al di sotto della clavicola. Quindi nel repere mettendo un dito sotto alla clavicola all’altezza dello
sterno e spingendo verso dietro sentiamo la K1.
K1 sotto la clavicola è immersa in un tessuto muscolo-fasciale che è il succlavio.

K1 e K2 vengono considerate a parte perché hanno delle caratteristiche palpatorie e dinamiche leggermente
diverse rispetto alle altre, anche perché sono più piccole. Le disfunzioni sono come quelle delle altre coste:
saranno soggette a sollecitazioni respiratorie importanti (che a questo livello può avvenire solo a chi ha prob-
lemi ventilatori importanti, perchè a questo livello si tratta di muscolatura accessoria)

Scaleno anteriore e medio arrivano su K1, scaleno posteriore arriva su K2.

K1 e K2 avranno dei movimenti classici di inspiro ed espiro, ma sono sottoposte soprattutto anche a delle forze
di torsione, dovute al movimento del cingolo scapolare durante il cammino: questo movimento di torsione
provocherà un adattamento che ricorda una inspirazione: il tubercolo si abbassa mentre la parte anteriore si
alza…anche se K1 si alza molto poco perché sopra ha la clavicola, infatti più che altro si avrà una torsione e
trazione, o una compressione e rotazione a livello della cartilagine costale. Stesso discorso per K2, in inspirazi-
one spinge verso l’alto creando una compressione sulla cartilagine a livello dello sterno.
Ma quello che invece crea il danno è come detto l’adattamento in rotazione, torsione, oscillazione, di tutto
ciò che arriva a livello del cingolo scapolare. Infatti se pensiamo alla clavicola che è l’unico punto di aggancio
osseo dell’arto superiore al torace e subito sotto c’è K1, capiamo subito che qualsiasi azione balistica prove-
niente dall’arto superiore può creare direttamente un problema su K1 e su K2.
Ricordiamo che normalmente, proprio per una contiguità muscolare e fasciale, K1 può creare problemi su K2
e viceversa, e addirittura fino a K3: per cui ogni volta che avremmo problemi sull’arto superiore, non dimenti-
chiamo mai di controllare K1-K2-K3.
Anche un trauma diretto può creare quelle condizioni di spostamento della costa e di attivamento dei gangli
che stanno a quel livello.
Ricordiamoci che K1 si articola con D1. Quest’ultima avrà una faccetta articolare completa per K1 e una semi-
facetta articolare inferiore per K2; per questo D1 è una delle più difficili da trattare essendo bloccata da 4 coste.
In realtà liberando D1 avremo normalizzato anche C7, D2, K1 e K2.

Ci sono vari modi di testare K1 e K2. Un test semplice può essere anche la rotazione del collo: quando un collo
gira da un lato e gira meno dal lato opposto, questo potrebbe essere indice di una disfunzione a livello costale
alto.

Pratica
Andremo a palpare e reperire K1 e K2. Con le mani orizzontali ci appoggiamo sulle spalle del Pz: il nostro cont-
atto posteriore sarà col pollice alla base del collo, e spostandoci mezzo cm ai lati del collo saremo circa a livello
del tubercolo di K1. Prendo appoggio ovviamente attraverso l’interposizione del muscolo trapezio.
Al davanti, all’altezza dello
sterno sotto la clavicola ab-
biamo la cartilagine costale
della punta di K1 e la cont-
atto con l’indice: cosi facen-
do, con pollice e indice non
ho fatto altro che proporre
l’anatomia di K1

154
Il corpo di K1 lo trovo Quindi se da qui voglio
tra la clavicola e il trovare i legamenti cos-
trapezio superiore to vertebro-trasverso-
pleurici dovrò andare
leggermente in dentro e
indietro in direzione della
colonna

Vado a palpare perciò i tubercoli e le punte di K1. È facile trovarne la punta, ma non sono cosi sicuro di essere
sui tubercoli, perciò con gli indici vado a spingere sulla punta per vedere se il movimento si riproduce sul tu-
bercolo e viceversa (stessa cosa potrò fare per K2). Quando spingo sulle punte o sui tubercoli potremo sentire
una differenza tra dx e sin, che potremo valutare e dopo vedremo come e perché.
Quando siamo sicuri di essere su K1 facciamo respirare il Pz: in teoria il tubercolo dovrebbe andare in basso e
l’apice in alto (in inspiro, viceversa in espiro), ma in pratica abbiamo visto che non sarà cosi; verosimilmente il
tubercolo scivola leggermente verso il basso e lo stretto toracico superiore aumenta il suo diametro antero-
posteriore (e su K1 ci sarà una trazione della cartilagine perché la costa tende a spostarsi verso dietro
Per quanto riguarda K2 mi sposto leggermente verso l’esterno e verso il basso nella parte posteriore, trovando
i tubercoli di K2. Anteriormente all’altezza dell’angolo di Louis, lateralmente avrò K2. È abbastanza facile da
reperire perché è l’unica vera costa che becchiamo sotto la clavicola.
Posso fare su K2 le stesse cose viste su K1. Nell’ascolto del movimento sulla respirazione, sentiremo che la
costa si avvicinerà maggiormente al discorso teorico rispetto a K1: quindi sentiremo anche la punta salire e
sentiremo meglio anche il tubercolo che scende.
Quindi il primo approccio è questo: posizionarci sui tubercoli con i pollici, indici sulle punte e sentire cosa ac-
cade durante la respirazione.
Attenzione quando ricerchiamo i tubercoli a non contattare la scapola (specialmente l’angolo interno)
(zone rigide che sentiamo posteriormente nella parte alta del torace confuse con contratture, in genere sono
delle disfunzioni di K1, K2, K3).

Test
Una volta che abbiamo individuato una zona più prominente dietro o più prominente sopra (se sta indietro
abbiamo la contrattura e la prominenza del tubercolo verso dietro, se sta in disfunzione di espiro il tubercolo
sarà un pò più alto) quindi dobbiamo andare a sentire sempre sia dietro che in alto. Se stiamo troppo prossimi
al collo possiamo incontrare le trasverse di C7, soprattutto se a volte c’è una C7 che ha le trasverse più svilup-
pate in quella che viene chiamata costa cervicale (nel dubbio facciamo muovere il collo: se ruotando la testa a
dx e a sin indietreggia bene e avanza bene allora quella non è la K1 ma sarà più la trasversa di C7 o una costa
cervicale).
Per essere sicuri di essere su K1 possiamo anche reperire D1: estendo il capo del Pz e la spinosa che sparisce e
va in alto e avanti è C7, quella che rimane è la spinosa di D1: ai lati avrò K1.
Mi posiziono come già visto con i pollici sul tubercolo di K1 e indici sulla punta della costa e con le due dita
seguo il corpo della costa (che in genere è abbastanza dolente). Vado a mettere in movimento la costa. Se
sento una superiorità sospetto una espirazione e allora faccio girare il capo al Pz da una parte e dall’altra: in
questo caso il collo girerà bene dal lato opposto alla costa in ipotetica disfunzione, mentre quando girerò dal
lato della costa troverò una limitazione.
Devo sempre tenere a mente però che anche una D1 e una D2 mi possono creare delle disfunzioni adattative
a livello di K1-K2. Quindi devo escludere che D1 e D2 siano in disfunzione altrimenti non posso dire che la
disfunzione riguardi esclusivamente K1 e K2

Test respiratorio
Posizionato come detto precedentemente devo sentire che il tubercolo, se la costa è libera, va in basso e in
alto. Se lo sento in alto e quando inspira sento che non scende e quando espira mi rimane in alto sono in dis-
155
funzione di espirazione. Se sento il tubercolo in basso, quando inspira scende ancora di più e quando espira
mi rimane basso, potrei essere in disfunzione di inspirazione

Test dinamico attraverso il capo


Se sento una costa, ad es. la dx, dispos-
ta con il tubercolo in alto e la punta in
basso

il collo girerà bene a sin (perché ac-


compagna la rotazione costale), men-
tre a dx girerà meno perché la costa
rimane nella posizione precedente e
non accompagna il movimento

Test forzando la dinamica


Se ho il sospetto di una disfunzione posso fare praticamente le
stesse cose viste in precedenza ma forzando il movimento. Sem-
plicemente traslo verso dx e verso sin le spalle del Pz abbinando
una leggera rotazione del tronco verso l’interno per simulare
ancora meglio il movimento costale.

Facendo questo sento subito quando il tubercolo fugge in una


direzione o resiste al movimento.

Ancora potrei andare a sentire spingendo in avanti i tubercoli


(e posso sospettare una disfunzione di inspiro, dove il tubercolo
si è abbassato ed è un pochetto indietreggiato) e spingendo
verso il basso i tubercoli (e posso sospettare una disfunzione di
espiro dove il tubercolo sale verso l’alto).

156
sem 4_Longobardi

Nelle tecniche dirette a livello cervicale l’elemento fondamentale è l’applicazione della nostra forza, che viene
veicolata in un senso di inversione dei parametri e di correzione, in tali tecniche è importante tutto ciò che è il
contesto del posizionamento e direzione dell’impulso. La direzione (a differenza delle TEM) non terrà sempre
conto dell’inversione di tutti i parametri, ma l’inversione dei parametri sarà rispettata in un solo parametro e
non tutti e 3 come nelle TEM. Quindi è fondamentale come noi indirizziamo l’impulso per la correzione.
Le tecniche cervicali dirette sono:
TEM
tecniche con THRUST, sono delle tecniche articolari, in cui noi andremo direttamente a liberare la disfun-
zione della faccetta articolare. Ce ne sono diverse, ma la tecnica più classica è la tecnica in cui utilizziamo la
posizione supina del Pz. Lettino alto. Il Pz sta con la testa fuori dal lettino sino a livello occipitale circa, così mi
permette un’escursione completa del movimento. L’appoggio della testa del Pz sul torace dell’Osteopata è a
livello sternale o sotto sternale, con stabilizzazione delle mani e del torace. Osteopata inizialmente si posiz-
iona a livello centrale per poter sospendere la testa del Pz, in modo tale da poter con il corpo gestire le varie
posizioni del Pz. Eseguiremo movimenti di flesso-estensione, non facendo il movimento con le mani, ma pie-
gando e estendendo le gambe; con lo spostamento da una parte all’altra faccio l’inclinazione laterale; con il
movimento di rotazione delle spalle faccio la rotazione cervicale.

Estensione Flessione Inclinazione Rotazione


Con le tecniche dirette a Thrust andiamo ad imporre alla faccetta articolare della vertebra cervicale un diretto
riposizionamento in senso opposto ai parametri della disfunzione. Sono tecniche che vanno utilizzate con
grande competenza, cioè se ci sono le condizioni: effettuare la riduzione; se vi accorgete che la tecnica non è
adatta: ci si ferma al momento opportuno. Evitare di creare dipendenza dalla manipolazione, perché proba-
bilmente stiamo lavorando su un adattamento e non sulla causa primaria; infatti la zona cervicale è una sede
molto adattativa.
Per le tecniche dirette con Thrust a livello cervicale andiamo a contattare (come nelle DOG) sempre la pos-
teriorità vera o relativa, per un contatto diretto, il più vicino possibile all’articolazione. Non invertiamo tutti i
parametri della disfunzione, nelle cervicali riusciamo ad invertire un solo parametro della disfunzione. A livello
cervicale abbiamo 3 gradi di movimento: flesso-estensione (sul piano sagittale), inclinazione (sul piano fron-
tale) e rotazione (sul piano orizzontale). Utilizzeremo la flesso-estensione per localizzare il livello da trattare,
l’inclinazione laterale per aprire l’articolazione, la faccetta articolare nel senso in cui dobbiamo liberarla, la
rotazione per invertire i parametri della disfunzione.
Per una disfunzione di posteriorità andiamo direttamente a contattare la faccetta articolare o il massiccio
articolare della vertebra in disfunzione direttamente nella parte posteriore per dare una manovra correttiva
verso l’anteriorità. Ci troviamo in una zona in cui c’è una lordosi, seguendo l’orientamento delle faccette arti-
colari, la spinta ha sempre una leggera direzione obliqua, per cui dobbiamo orientare la direzione del nostro
avambraccio quando facciamo la correzione.

Per una vertebra cervicale media (C4-C5), partirò con una posizione del collo neutra, per localizzare il movi-
mento nelle vertebre cervicali basse darò alla testa una leggera flessione, per il rachide cervicale alto darò una
leggera estensione.

157
L’appoggio viene fatto a
livello dell’articolazione
metacarpo-falangea
dell’indice, andando a con-
tattare i massicci articolari.

Flessione (rachide cerv basso) Estensione (rachide cerv alto)


La direzione dell’avambraccio è più o meno perpendicolare quando tratto le vertebre centrali, quando tratto
le vertebre superiori sarà inclinato verso l’alto, quando tratto le cervicali basse sarò inclinato verso il basso.

Perpendicolare Verso l’alto (cerv alte) Verso il basso (cerv basse)


Posteriorità C4 dx
Pz supino, testa fuori dal lettino, Pz si sposta a dx del lettino, pure Osteopata si sposta più a dx in modo da
avere una facilitazione nell’appoggio. Cerco la vertebra C4: le dita vanno nell’arco posteriore di C1, gli indici
vanno su C4, soprattutto contatto a dx il massiccio articolare di C4.

L’osteopata si abbassa (piegando le Posiziona il suo avambraccio sin A questo punto, regola i param-
gambe) mantenendo l’appoggio a sulla testa del Pz (ruotando la etri di rotazione, F-E, inclinazione
dx, ruota la testa del Pz a dx. testa a sin) per sostenerla e poi laterale.
scivola con la mano dx per avere
un contatto con la metacarpo-
falangea sul massiccio articolare
di C4
Ho invertito un solo parametro: (la testa in disfunzione era posteriore dx, quindi ruotata a dx) ho portato la
testa in rotazione sin; (la testa in disfunzione era inclinata a dx) l’ho lasciata inclinata a dx, perché mi serve per
aprire la faccetta e liberare l’articolazione; ho fatto una flesso-estensione indipendentemente dalla disfunzi-
158
one perché mi serve per localizzare il movimento.
Se avessi una disfunzione su C2, essendo vertebra più alta andrò un pò verso l’estensione, anche se è una dis-
funzione di estensione, perché devo localizzare la direzione nel senso giusto; perché se non estendo C2 non
libererò la faccetta articolare; la direzione dell’avambraccio è verso l’alto.
Dò unicamente importanza alla rotazione per il posizionamento, ciò non significa che la tecnica la faccio solo
in rotazione, perché è una tecnica che si fa esercitando un impulso a cassetto. Siccome l’articolazione è piana,
quando faccio la tecnica l’impulso non lo darò ruotando la testa ma dando un impulso con la metacarpo-
falangea; perché se si fa una iperrotazione: 1 si perderà il livello, 2 esercitate una forza che può creare anche
un problema.

Posteriorità C6 sin
Il Pz si posiziona a sin del lettino, pure l’Osteopata sta spostato a sin. Con la mano sx contatto il massiccio arti-
colare di C6, ruoto la testa a sin, la sostengo con l’avambraccio dx e la ruoto a dx. Essendo su C6 aumenterò un
pò la F. Con l’avambraccio sin avrò più una direzione verso il basso, farò inclinazione sin, R dx, F, sento e modi-
fico questi parametri fino ad avere la sensazione che l’irrigidimento è a livello solo di quella faccetta articolare
che è arrivata al max delle sue possibilità. All’inizio devo avere la sensazione che la struttura vada nel morbido,
ecco perché la F-E mi serve per localizzare il livello e l’inclinazione per liberare, la rotazione; questi parametri li
modifico perché devo sentire che mano mano va, e alla fine mi appoggio all’articolazione. Se dovessi sentire
il duro all’inizio sto sbagliando uno dei parametri.

Posteriorità sin di C3 Posteriorità dx di C4


Posteriorità dx di C4
Posizioniamo il Pz a dx del lettino, cerco la massa laterale dx
di C4, ci posiziono l’indice, ruoto la testa a dx per posizionare
l’avambraccio sin, scivolo con la metacarpo-falangea dx su
C4. Quando ruotiamo la testa i massicci articolari vanno più
avanti, quindi stare attenti quando ruotiamo la testa a non
andare a dare un appoggio troppo posteriore sulla spinosa.
Ecco perché è importante mantenere l’indice sul punto gius-
to quando ruotiamo la testa. Vado a impilare i vari parametri,
per quanto riguarda la flesso-estensione, essendo su C4 sto
in neutralità. Ruoto la testa a dx per portare in avanti la fac-
cetta dx di C4, con inclinazione dx.
La flesso-estensione la utilizzo per regolarizzare il movimento, la rotazione per posizionare la faccetta verso la
correzione e l’inclinazione per creare il passaggio.
3 regole importanti in questa tecnica:
1. ci posizioniamo sulla posteriorità vera o relativa
2. invertiamo solo il parametro della rotazione
3. sacrifichiamo gli altri 2 parametri

Quando faccio la palpazione non devo già mettere tensione, cioè spingere troppo su quel punto, perché il
159
punto può essere dolente, il Pz si irrigidisce. L’appoggio deve essere preciso, fermo e leggero. Quando provo i
parametri non devo forzare.

Disfunzioni di anteriorità
Anteriorità C4 dx: ho una disfunzi-
one di F - R sin e S (inclinazione) sin.
Farò l’appoggio sulla posteriorità
relativa sx di C4; quindi il Pz si sposta
a sx del lettino. Farò la R a dx, S sin.
Contemporaneamente oltre a dare
l’impulso sulla posteriorità relativa,
aggiungo con la mano dx un au-
mento di tutti i parametri (direzione
parametri nell’immagine), in modo
da aiutare a posteriorizzare la fac-
cetta in disfunzione.
Anteriorità C2 sin
Pz a dx del lettino, contatto la
posteriorità relativa di C2 dx.
Ruoto la testa a sin, vado più
verso l’estensione.
Pompage sulla zona cervicale
Lettini più bassi (circa 3° livello). Pz supino, Osteopata seduto
alla testa del Pz. Pz mani sulla pancia così rilassa le spalle.

Parto da C0, faccio estensione dell’occipite per trovare C1. Pog-


gio la testa e vado lentamente in basso a cercare le articolari
fino ad arrivare a C7, poi torno a livello dell’occipite.

Poggio una mano a livello occipitale e una a livello sternale


e vado a seguire la respirazione (con la mano sullo sterno),
andando verso il basso, dx, sin, dove sento che posso liberare e
punto fisso a livello occipitale.

Poggio una mano a


livello occipitale e una
a livello clavicolare e
vado a lavorare come
per distendere la zona
degli scaleni. Faccio
punto fisso a livello
toracico, punto mobile
a livello cervicale.

Oppure posso incrociare le braccia, facen-


do un lavoro diretto e progressivo, sia a
dx che a sin.

160
Poi lo facciamo per lavorare meglio nella
parte posteriore, sui fasci alti del trapezio. Se
durante la palpazione ho sentito una zona più
tesa posso andare localizzare il movimento,
cioè mi metto su quella zona cervicale e faccio
un lavoro più selettivo. Posso sia guadagnare
con la parte bassa sia con la parte alta, con un
punto fisso, sempre facendo un lavoro diretto
e progressivo.

Oppure
incrociando
le braccia

Posiziono una mano al centro del dorso del Pz e una mano sull’occipite. Facendo punto fisso a livello del to-
race e punto mobile a livello occipitale (che può essere centrale o spostato lateralmente dx o sx a seconda di
dove sento che devo lavorare maggiormente).
Lavoriamo sempre in senso diretto per aumentare l’escursione articolare.
Questo lavoro può essere fatto indipendentemente da una disfunzione cervicale. Oppure se non mi sento di
fare una tecnica diretta thrust o una TEM sulle cervicali posso fare questo tipo di lavoro per liberare tutto il
passaggio superiore. Può essere fatto su un Pz in cui volete lavorare sulla vascolarizzazione, sul drenaggio. Può
essere utilizzato a inizio trattamento per poter fare una tecnica o come manovra di salvataggio dopo fatto una
“cavolata”.

Ripasso Lombare
L3 in FRSdx con Tecnica diretta con thrust: Lombar roll
La F o divergenza, è una anteriorità sin. Pz in decubito laterale dal lato della rotazione, quindi lato dx.
Il livello lo localizzo tra L3-L4 e faccio la chiusura in chiave.
Nella tecnica come parametri metto la rotazione, l’estensione e l’inclinazione.
Il parametro di inclinazione (1, 3) lo date così (o con il braccio (4), ma il parametro lo do spostando il corpo non
spostando il braccio), non così, in questo modo si da il parametro di rotazione (2).
La componente di inclinazione posso darla anche con la parte alta (spalla), ma vien meglio farla con la parte
161
bassa (bacino).
Inspiro, espiro e thrust impilando tutti i parametri.

1. Parametro d’inclinazione 2. Parametro di rotazione

3. Tecnica 4. Tecnica
Di Branco

Disfunzioni cartilaginee del torace


Vediamo le disfunzioni cartilaginee del torace. Queste possiamo interpretarle in due modi. Da un punto di
vista tissutale, ossia andremo a ricercare delle rigidità del tessuto e lavoreremo in base a queste. Oppure pos-
siamo cominciare a pensare a quelle che sono state le dinamiche chinesiologiche che hanno causato un certo
tipo di adattamento a livello delle cartilagini.
Quando abbiamo visto le coste è stato detto che si potevano fare dei test in cui si andava a cercare la costa che
fuggiva in basso-avanti o alto-dietro posizionandoci dietro il Pz, oppure potevamo posizionarci a livello circa
della linea emiclaveare anteriormente o a livello della linea emiascellare e vedere se la costa riusciva a fug-
gire in alto-dietro e basso-avanti. Questo è l’adattamento più vero diciamo, perché si presenta anche quando
semplicemente camminiamo. Abbiamo detto che considerando l’emitorace dx, l’adattamento in torsione-
flessione a sin, l’inclinazione a dx, o la chiusura in espirazione-aumento cifosi, praticamente corrispondevano
alla stessa cosa per quanto riguarda l’adattamento delle coste.

chiusura in cifosi
162
Questo tipo di adattamenti di chiu-
sura, a livello della cartilagine costale,
che troviamo sempre più o meno a
livello della linea emiclaveare a tutti
i livelli, può portare a una compres-
sione verso lo sterno (quando
abbiamo una sollecitazione preva-
lentemente di Espirazione). o a un
allungamento in allontanamento
dallo sterno quando abbiamo una
sollecitazione in Inspirazione

compressione allungamento
[a volte paradossalmente la cartilagine tiene e si rompe la parte ossea.]

Noi con un semplice test andremo a cercare le zone rigide in tensione, sapendo che quando si presentano con
una specie di bombatura, rialzo, ricorderà più una compressione sullo sterno, mentre una zona rigida spianata
ci farà pensare a un allungamento. Fatto questo test andremo a vedere come possiamo trattare le cartilagini

Pz supino. Poggiamo leggermente la nostra mano aperta sullo sterno (senza spingere altrimenti andremo a
testare i legamenti retrosternali e la parte viscerale del torace. Immaginiamo di dividere il torace in sei settori,
3 a dx e 3 a sin.
Quindi spingiamo leggermente sullo sterno e poi trasliamo verso:

1. Alto fuori sin 1. Alto fuori dx

2. Fuori sin 2. Fuori dx

3. Basso fuori sin 3. Basso fuori dx

Facciamo questo Su quella zona più rigida


non di seguito da poi andrò a sentire la car-
un punto all’altro, ma tilagine che mi interessa,
ogni volta che tor- una per una, sentendone il
niamo al centro las- decorso insieme alla costa.
ciamo la pressione, Nella zona che ci in-
per poi ripremere curiosisce sentiremo
e andare in un’altra l’articolazione che sta tra la
direzione. Questo è costa e lo sterno (condros-
un test generico che ternale) e l’articolazione
serve per individuare che sta tra costa e cartilag-
una zona. ine (condrocostale)
Una volta trovata la zona rigida, che come detto può essere rigida in compressione o in allungamento, a
163
questo punto la cosa che faremo sarà andare ad allontanare: faremo un punto fisso e un punto mobile e al-
lungheremo.
Per quanto riguarda ....o col pisiforme
l’articolazione (più potente)
condro-sternale
prenderemo punto
fisso sullo sterno
e allungheremo la
cartilagine facendo
un’azione con le dita
(più delicato) ...

È un’azione non particolarmente delicata ma neanche tanto potente; questa è una zona elastica e la nostra
spinta sarà dosata in base al Pz (in base all’età, al sesso e ad eventuali patologie sia a livello metabolico [me-
tabolismo del calcio] che cardio-polmonare).
Seguo la ..... o con le dita
zona a livello
dell’articolazione
condro-costale
e faccio la stessa
cosa facendo
punto fisso
mediale e punto
mobile laterale
con pisiforme...

È un lavoro tissutale di allontanamento perché mi interessa ammorbidire la struttura che si è irrigidita. Questo
non è un vero trattamento ma una preparazione.

Trovata la zona e liberata a livello tessutale con la tecnica vista in precedenza, dopo potrò fare 2 tipi di manovre:
recoil e thrust. Se non sono sicuro e il Pz è una persona relativamente debole, molto giovane o molto anziana,
non potrò fare delle manovre pesanti e quindi farò il classico recoil.
Quando invece i fattori me lo permettono posso fare una sorta di piccolo thrust, dando un piccolo impulso
nel senso della restrizione della mobilità, quindi contro la barriera motrice tissutale.

Faccio punto fisso sullo sterno, mentre col pisiforme


dell’altra mano prendo appoggio sulla costa: allontano con
la mano sullo sterno come se volessi allungare la struttura
(porto la mano sullo sterno ad allontanarsi dalla mano sulla
costa per liberare le strutture) e poi dò un piccolo impulso
con la mano sulla costa dopo aver messo in tensione, nella
direzione della costa.
NON ANDARE PESANTI!!
Oriento l’appoggio nella direzione della costa. Durante
l’impulso non tengo conto del tempo respiratorio, ma solo
del momento giusto in cui trovo il passaggio.
Tutto questo se è in compressione.

164
Se invece è in allungamento
farà un movimento in rimbal-
zo di compressione-rilascia-
mento tipo quello che face-
vamo sullo sterno, e questo lo
facciamo sullo sterno (option-
al) e un po’ più esterno sulla
cartilagine che mi interessa; il
rimbalzo lo facciamo a inizio
inspirazione

5 sem_Longobardi

Coste Alte
Raramente può capitare che K1 abbia una emifaccetta anche dal corpo di C7, normalmente ha un’artrodia
unica per il corpo di D1.

Test di mobilità di K1

1. Test respiratorio con Pz seduto: 2. Test meccanico con Pz seduto: 3. Test respiratorio con Pz supino:
durante l’inspirazione il tubercolo con entrambe le mani ruotando ci posizioniamo post sul tuber-
scende e il corpo della clavicola “le spalle” a sin, testo l’Esp di K1 a colo o direttamente o spostando
sale dx e l’Inspir di K1 a sin; ruotando i fasci del m. trapezio cercando di
a dx testo l’inspirazione a dx e arrivarci da sopra, anteriormente
l’espirazione a sin. Sento mecca- contatto K1 (o K2 se faccio il test
nicamente il tubercolo che sale e per K2)
scende
Riduzione di K1 o K2 ....o come
in INsp_Tecniche TEM nell’immagine
Pz supino. L’Osteopata accanto
può posizionare la
mano sulla costa in
due modi: o con il Per K1 e K2
bordo cubitale della dobbiamo
mano stare più
internamente,
soprattutto
per K1.

165
L’Osteopata si posiziona con la colon-
na del pollice di una mano sulla costa,
con l’altra mano sostiene la testa fino
all’interlinea articolare cervico-dorsale.
Flette la testa del Pz fino a sentire il mo-
vimento sulla costa e, durante una Esp, la
manda verso il basso (perché una costa
in INsp ha il bordo ant alto); mentre du-
rante l’INsp mantiene. Nell’Esp succes-
siva guadagna sia con la testa che con la
costa.

Alla 3°- 4° respirazione, durante un’ ap-


nea Esp, si chiede al Pz di spingere la
testa verso il lettino, mantenendo sem-
pre la mano a livello costale; L’Osteopata
accompagnare il movimento fino ad
arrivare al lettino.
Portando la testa verso il lettino, i tuber-
coli vengono chiamati verso l’alto, così
aumenta la componente di Espirazione.

Riduzione di K1 o K2 in Esp_Tecniche TEM


L’azione dei mm. scaleni ant e medio: inspiratori accessori, innalzano le coste, quando fanno punto fisso sulle
coste inclinano la testa omolateralmente e la ruotano dal lato opposto.
Mentre per lo scaleno post: la componente di rotazione è molto meno evidente, la componente
dell’inclinazione è molto importante; comunque dipende dalla posizione della testa, perché se ad es. la testa
si trova in antiversione o retroversione, se prendiamo lo scaleno posteriore singolarmente avremmo una
maggiore rotazione contro laterale.

Pz supino. Osteopata seduto alla testa del Pz. L’appoggio è sopra al tubercolo, utilizzando l’azione musco-
lare dei mm. scaleni. Parto dalla posizione neutra della testa, se inserisco una rotazione omolaterale creo
ancora di più una tensione negli scaleni. Quindi, normalmente in una tecnica ad energia muscolare vado ad
allungare i capi del muscolo che mi interessano. Posiziono il muscolo in maniera da aiutare la costa a risalire.

Per K1: cerco posteriormente il tubercolo e lo cont- Posiziono la testa in maniera tale da mettere in ten-
atto con la metacarpo-falangea del 2° dito, la mano si sione lo scaleno anteriore e medio, quindi per met-
trova in atteggiamento di prono-supinazione perché tere in tensione lo scaleno di dx: inclinerò la testa a
mi migliora il contatto a livello del tubercolo. sin e la ruoterò a dx.
166
Per posizionare ancora di più il gruppo alto di costole
verso l’INsp, si chiede al Pz di portare l’avambraccio
dx davanti alla fronte. L’Osteopata può sovrapporre il
suo braccio sx a quello del Pz, regolando la rotazione;
mentre con l’altra mano regola l’inclinazione.
Durante l’INsp si porta il tubercolo in basso / stop /
apnea e si chiede al Pz di spingere la testa verso
l’alto (cioè di riportarla in asse), ciò tira lo scaleno e
l’Osteopata abbassa ancora di più il tubercolo; durante
l’Esp si tiene il tubercolo in basso. Poi si trova una
nuova barriera motoria e si ripete allo stesso modo
con la 2° INsp….
Per K2: si cerca e ci si posiziona sul tubercolo
sin di K2, stessi parametri della K1, però si dà
maggiore componente di inclinazione per-
ché la rotazione non è così marcata (discorso
precedentemente fatto sugli scaleni post).
Avambraccio del Pz davanti alla fronte.
Tutto come per K1.

sem 5_Tecniche di Sutherland sulle vertebre cervicali_ Di Branco


Possiamo agire su qualsiasi vertebra in vari modi: possiamo agire in modo diretto, quindi in posizionamento
diretto, contro la barriera motrice articolare, quindi il thrust, e andiamo a stappare come una ventosa che a
livello articolare darà quel caratteristico rumore detto “scroscio”; possiamo poi fare delle tecniche funzionali
che possono essere a posizionamento indiretto e ad aggravamento, cosa significa ciò? Significa che ho una
vertebra ruotata e inclinata in un certo modo, e io metterò tutti i parametri in mia conoscenza per aggravare
ancora di più quel tipo di disfunzione, e premerò nel senso dell’aggravamento della disfunzione per circa
90 secondi e accompagnerò questa sollecitazione da una postura aggravante la disfunzione e da un apnea
espiratoria o inspiratoria aggravante la disfunzione. Tutto nasce dal discorso che nella inspirazione tutte
le curve della colonna si appianano, quindi a livello cervicale una inspirazione equivale a una F. Quindi alla
respirazione userò una particolare postura delle spalle per aggravare la disfunzione: il ragionamento è che
se io alzo la spalla dx vado a creare una concavità cervicale a destra, e questo significa rotazione dei corpi
vertebrali (concavità dx = inclinazione dx, che nella fisiologia cervicale equivale anche a una rotazione dx
per cui maggior posteriorità a dx…viceversa se abbasso la spalla). Quindi se ho una posteriorità dx, alzando
la spalla dx aumenterò la posteriorità (e ovviamente a seconda di quanto la alzo vado ai vari livelli cervicali);
dall‘altro lato, se abbasso la spalla, creerò una convessità che equivale a una anteriorizzazione della faccetta
articolare. Su queste basi faremo le nostre tecniche.

Pratica
Ho una posteriorità, e faccio il test per vedere se è assoluta o relativa. Nel caso fosse assoluta, e significa che
avrò una estensione, mi comporto come segue.
Poniamo ad esempio C4 in estensione a dx.
Il posizionamento è indiretto perché C4 è indietreggiata, inclinata e ruotata a destra: sul lato sin prenderò
direttamente un contatto con la massa laterale sin di C4, per continuare a ruotarla a dx e aggravarla quindi;
sul lato dx prenderò un appoggio sulla massa laterale inferiore ossia di C5, che spingerò avanti in modo da
far indietreggiare ancora più C4. Per aggravare sfrutterò il tempo di espirazione (l’estensione si aggrava nella
espirazione). Manterrò il mio contatto sulle masse laterali su vari tempi respiratori e ogni volta che espira
guadagno e quando inspira mantengo.

167
Ora dovrò fare una sorta di chiusura in chiave, che
farò con le spalle del Pz: chiedo al Pz di sollevare
leggermente la spalla dx verso l’alto, e di ab-
bassare la sin, ovviamente sto in ascolto sul livello
di C4. Una volta fatto ciò chiedo al Pz di inspirare,
espirare e apnea espiratoria e qui guadagno …
inspira e mantengo ciò che ho guadagnato, espira
e apnea espiratoria e vado a guadagnare nuova-
mente: il mio obiettivo e far ruotare ancora di più
C4. Essendo questa una tecnica molto prossima ai
meccanismi cranio-sacrali, noterò che piano piano
riuscirò a ruotare, ma a un certo punto avrò un
silenzio tissutale e non riuscirò più a ruotare. La struttura a un certo punto tenterà di riorganizzarsi da sola,
ma ora con i recettori che noi con questa tecnica abbiamo resettato. Quindi quando sento che non posso
più guadagnare, mollo lentamente la presa e riposiziono il Pz con le spalle in linea. Ovviamente dopo ciò
ritesto.
Se ho una F bilaterale, prenderò un posizionamento diretto su tutte e due le masse laterali della vertebra
(sta in anteriorità e devo mandarla ancora più in anteriorità). Abbasserò le spalle del paziente e farò la tec-
nica in apnea inspiratoria.
Se ho una FRS dx (posteriorità a dx) la disfunzione sta a sin. La chiusura e il posizionamento sarà identico
alla E: quindi alzo spalla destra (per far indietreggiare la posteriorità) e abbasso sinistra: l’unica cosa che cam-
bia rispetto alla E è che qui farò la correzione in un tempo di apnea inspiratoria
Se ho una E bilaterale, tutte e due le faccette sono in posteriorità. Per cui prenderò un appoggio sulla sot-
tostante per far indietreggiare relativamente ancor di più la vertebra soprastante. La estensione la aggravo
alzando le spalle e userò un tempo di apnea espiratoria. Questo contatto sulla vertebra lo mantengo durante
varie tappe per almeno 90 secondi.

RIPASSO LOMBARE
Nel test lombare non è tanto utile fare un side-bending perché valuto tutta la colonna, mentre con l’hip-
drop test mi concentro esclusivamente sulla lombare. Nel nostro caso è più accentuata a sin, per cui pen-
siamo a uno psoas sin teso, un pilastro, un quadrato dei lombi, sempre a sin, un problema dei meso, oppure
potrebbe esserci una pseudo-rotazione del bacino o un up-slip…ancora potrebbe esserci un sacro poste-
riore unilaterale o una torsione sacrale posteriore (nel momento in cui il sacro va in alto e indietro, per la
prepotenza dei legamenti sacro-iliaci l’iliaco ovviamente sale (tranne quando c’è una “diastasi” della sinfisi e
allora il sacro si mette in posizione opposta, l’iliaco rimane relativamente indietro perché il sacro si mette un
po’ in avanti grazie alla potenza, al tono degli extrarotatori).
Controllo eventuali baionette, che significa che ci sono delle vertebre che non possono fare la rotazione che
io richiedo sulla NSR che vado a creare perché sono bloccate. La NSR è in appoggio sul disco, trovare una
baionetta significa che le vertebre sono in ingaggio sulle faccette per cui in 2° legge, quindi ciò ci porterà a
fare un test di mobilità su quelle vertebre.
Pz prono. Vado a valutare gli spazi tra le spinose ed eventuali deviazioni di queste. Al di sotto della trasversa
di una vertebra lombare abbiamo le articolari inferiori della vertebra (sono quelle che ci danno la disfunzi-
one). Posso andare a palpare le articolari con una pressione in profondità verso il basso avanti e poi legger-
mente in alto e andare a sentire come stanno le articolari (sento se mi fa passare o meno).

Anno 4 _1 sem Di Branco

Torace
Pz supino. Prendo appoggio sullo sterno con il palmo della mano interna. Dobbiamo stare in sincronia col
tessuto, senza essere invasivi, aggressivi o sfacciati, in quanto il Pz tenderebbe a irrigidirsi. L’idea è quella
di saldare mano e torace per sentire bene ciò che cerco. Vado a impilare le strutture e ogni tanto mollo e
vedo quello che succede. Se percepisco una struttura che viene attirata verso dentro e ritorna con difficoltà
verso l’esterno, penserò più a un problema di natura fasciale-viscerale (quindi mediastino, pericardio) che
mi trattiene lo sterno. Se invece vedo che si fa comprimere e risale bene ma sento delle rigidità, allora vado a
168
discriminare tali rigidità, ma comunque già saprò che si tratta di problematica di tipo strutturale.

Quindi spingo per comprimere lo sterno e man-


tenendo la compressione spingo lo sterno verso
alto-dx rispetto al Pz e sento come va. Lascio la
pressione. Comprimo nuovamente e induco lo
sterno verso dx e poi lascio pressione…cosi via
portando poi lo sterno verso basso-dx, basso
sin, sin, alto-sin, ogni volta lasciando la pressione
e comprimendo nuovamente prima di indurre
verso un’altra direzione. Mi aspetto di sentire lo
sterno che, o è attirato verso una qualche direzi-
one, e non ritorna, sarà attirato quindi da disfun-
zioni costali o da stiramenti cartilaginei, dovuti a
una simulazione locale di inspiro.

Se invece quando lo induco in una direzione e sento che non vi va, che resiste, sarà una compressione
costale e poi andrò a vedere dove, se a livello di sterno, tra sterno e cartilagine, oppure tra cartilagine e
costa, una compressione costale che è riconducibile a un trauma o movimento importante che ha portato
la struttura in una situazione di espiro, quindi testo la sterno-condrale e la costo-condrale di quella zona
(ricordiamo che l’adattamento di emitorace dx, vertebre, emitorace sin, mi porterà sempre una simulazione
da una parte, e dalla parte opposta una simulazione contraria: se un lato sarà in simulazione di inspiro il lato
opposto sarà in espiro). Quando trovo la costo-condrale trovo il “bozzetto” in genere dolente perché il punto
d’attacco è in tensione o compressione. Se la trovo arcuata ovviamente sarà in compressione quindi sarà
dovuta a una simulazione di espiro, se invece la trovo più stirata avrò una cartilagine che sarà in trazione per
cui una costa in disfunzione di inspiro. Quindi testo in maniera generale per trovare delle zone da indagare.
Davanti e livello emiclaveare siamo sulla cartilagine, quindi nel test generale precedente in appoggio sullo
sterno, durante le mie induzioni laterali la prima cosa che mi arriva sotto la mano è la disfunzione sterno-
condrale che quindi dovrò mobilizzare. Quindi una volta trovata la zona faccio il trattamento della zona.
All’inizio farò un trattamento condro-sternale ma la stessa cosa la farò a livello costo-condrale.

Quindi vado in appoggio


sullo sterno con la mano
craniale mentre la mano
caudale è in appoggio
sulla cartilagine.
La mano craniale fa punto
fisso sullo sterno, men-
tre induco con la mano
caudale verso l’esterno e
ritorno

mano caudale
verso l’esterno e ritorno

169
Stessa cosa ma
mano caudale
verso l’alto Poi mano caudale
verso il basso

Comprimo (quando
comprimo aumento
l’energia, la strut-
Qui posso tura mi diventa più
anche invertire instabile, e se è più
l’appoggio instabile la posso
manipolare meglio)

comprimo gradualmente ........


Dopo ciò basta una vibrazione per resettare la situazione in quella zona per cui faccio un recoil.

In ultimo possiamo anche fare il thrust ma lo vedremo più avanti.


170
Dopo aver fatto questo lavoro abbiamo liberato già un pò lo sterno. Quindi ora andrò con una o entrambe le
mani a testare da un punto di vista più fasciale le possibilità dello sterno. Prima abbiamo eliminato le ten-
sioni sulla periferia, ora non sappiamo quello che ci è rimasto e andiamo a vedere come galleggia lo sterno.

Infatti ci possono essere delle restrizioni, che in genere sono fasciali alte, che obbligano lo sterno ad andare
preferenzialmente in una direzione, affossarsi in una direzione, non ritornare ecc.
a) Se si affossa e non ritorna ho un problema viscerale da quel lato (ad esempio stomaco);
b) se invece si affossa e ritorna subito ho un problema più di legamenti sterno-pericardici ad esempio….
Quindi valuto lo sterno per analizzare come galleggia e in che direzione preferenziale. Lo sterno è il relè fas-
ciale più importante a livello del torace, quindi una volta liberato dalle costrizioni più superficiali, so già che
mi potrà dare delle costrizioni che saranno di natura fasciale superficiale o fasciale profonda.
Se lo sterno si lascia comprimere e NON ritorna è fasciale profondo.
Se si lascia comprimere e ritorna subito è fasciale superficiale. Non parlo
più di struttura perché la parte strutturale ormai l’ ho già trattata con la
tecnica precedentemente vista.
A questo punto andremo a fare un trattamento di aggravamento.
Se è un problema fasciale profondo tratteremo l’organo che sarà in quella
zona; se è un problema fasciale superficiale faremo un aggravamento
direttamente sullo sterno come nella posizione del test e aspetteremo che
ritorni.
Dopo ciò posso andare a verificare e eventualmente trattare l’angolo di
Louis con la tecnica classica.

Approccio al torace (ripasso)


Quando voglio approcciare il torace, la prima cosa che
faccio è valutarne l’elasticità: lo faccio su una linea emi-
claveare per indagare da K1 a K5 e su una linea emi-ascel-
lare per K6-K10. Quindi il primo approccio è prendere con-
tatto sul torace e andare a premere prima con una mano e
poi con l’altra e valutare cosa si sente.

Posso fare la stessa cosa accompagnato dall’atto respira-


torio: quando il Pz inspira premo con una mano e poi con
l’altra e la stessa cosa durante l’espirazione.

171
Stesso discorso lo faccio
lateralmente per le coste
più basse.

Vado quindi a vedere le


caratteristiche elastiche
sui vari tempi respiratori.

Mi faccio un’idea della zona più rigida e a questo punto valuto


cosa succede localmente e faccio il test respiratorio locale sulla
costa e sento non tanto gli spazi, ma piuttosto se ho una costa
che mi sale in INsp e che mi scende in Esp ovviamente parago-
nando con la controlaterale. Per fare ciò mi posiziono a pinza
sulla costa con le dita.
Mi aspetto perciò una apertura e una chiusura e se un qualche
parametro non vi è, vado a vedere anche se è presente o meno
sopra e sotto la costa. Questo nella costa lo faccio dove ho il
sospetto, quindi o anteriore o più laterale.
Quest’ultimo lavoro è meglio farlo al confine esterno della
cartilagine sull’osso.
Quando c’è una fissazione posteriore importante, mi sposto
la gabbia toracica verso di me, e la parte fissata o in ESP o in
INSP mi rimane più sul lettino e mi arriverà subito sotto le
dita (Pz supino).
A questo punto quando la sento, vado a vedere se c’è un
piccolo spazio o un grande spazio sotto e sopra (trovo ad
esempio un piccolo spazio sotto e un grande spazio sopra,
per cui l’impressione è che ci sia una costa in disfunzione,
con una fissazione posteriore a livello del tubercolo in
inspiro. Ricordiamo che nella simulazione di inspiro la costa
tende ad andare in alto-dietro, mentre in simulazione di
espiro tende a raggiungere lo sterno in basso e in avanti,
e questo test lo farò dinamicamente come già conosciamo per conferma di tutto quello che ho trovato.

Quindi a questo punto faccio il test dinamico di chiusura, dove obbligo la


costa ad andare in una certa direzione, se ci va è libera, se non ci va sta nella
disfunzione opposta. L’ideale sarebbe prendere un appoggio con due dita
costa per costa (sopra e sotto): obbligo la costa ad andare avanti-basso
(l’appoggio è all’incirca tra tubercolo e angolo costale, nella zona più promi-
nente della costa quindi):
se la costa è bloccata mi rimane indietro e in alto e noterò quindi un gibbotto:
da qui poi analizzerò il problema quindi vedremo la vertebra, la testa costale,
e l’articolazione costo-trasversaria (in genere il problema è in quest’ultima).

172
Faccio poi il movimento
opposto e obbligo la
costa ad andare in alto e
indietro, che se è libera
seguirà. Altrimenti se
è rimasta compressa,
rimarrà più evidente.

Questo lavoro lo posso fare fino


a K5, dopodiché dovrò andare
più laterale perché il test non si fa
mai sulla cartilagine ma sempre a
cavallo tra cartilagine e osso.

Quando abbiamo una costa che non si corregge può essere un problema viscerale oppure un problema
meccanico guidato da una disfunzione non convenzionale della vertebra, in genere un tripode > si ha
quando una vertebra ruota (ad es. disfunzione doppia, F da un lato ed E dall’altro) ed in più sprofonda avanti,
portandosi appresso il corpo vertebrale. In tal caso avrò una zona dolente a tutti i livelli. Qui la prima cosa da
fare è portare indietro la vertebra, poi riaddrizzarla e infine tramite il tubercolo riposizionare la costa. Sono
disfunzioni molto frequenti negli sportivi e nei traumatizzati.

Longobardi

Rachide Cervicale Superiore


Il primo disco intervertebrale lo troviamo tra C2-C3 (tra C1-C2 non è presente), cioè suddivide il rachide cer-
vicale superiore (o giunzione cranio-cervicale) dal rachide cervicale inferiore. Questo disco intervertebrale si
trova circa posteriormente alla orofaringe e al palato molle.
In relazione con le strutture vertebrali abbiamo: occlusione, deglutizione, lingua, masticazione; più in basso
abbiamo l’accesso al sistema digerente e respiratorio, con la trachea e più posteriormente con l’esofago.
Questi elementi sono in relazione con la colonna, ma c’è anche tutto il sistema muscolare e vascolare e ner-
voso (nervo frenico, plesso brachiale).
Ingressi posturali che arrivano al rachide cervicale superiore sono: tutti gli organi di senso (occhi, orecchio,
vestibolo). Es: chi soffre di ipoacusia monolaterale, costretti per ascoltare meglio l’interlocutore ad atteggiare
la testa in posizione asimmetrica. Ancora legame diretto con la visione e i muscoli del collo, ci sono 2 sistemi:
1. Il sistema visivo, nel momento in cui uno vede meno, fissano la persona con l’occhio cui vedono meglio
per cui atteggiando la testa
2. esiste anche la funzione oculogira, cioè ci sono dei legami riflessi tra il movimento dell’occhio e
l’inibizione con la stimolazione dei muscoli sottoccipitali.
Poi abbiamo tutti gli ingressi posturali che arrivano dal basso: tutte le variazioni angolari mandano segnali
al sistema extrapiramidale, tutto il tono muscolare e il sistema tendineo; tutte queste informazioni elaborate
vanno poi a dare a livello del sistema di rielaborazione della postura il tono di base. Alla fine arrivano a dover
creare degli adattamenti nella zona cervicale superiore in particolare.
Nelle vertebre cervicali non si applica la 1° legge di Fryette perché il centro di gravità è avanti rispetto al pia-
no delle articolari, per cui deve essere costantemente controllata dai muscoli della nuca. Vi è inoltre il cont-
173
atto delle apofisi unciformi: questa condizione contribuisce alla non applicazione della 1° legge in quanto vi
è una mancanza di neutralità. Inoltre la rotazione e l’inclinazione sono sempre omolaterali perché sapendo
che il piano è obliquo (alto, avanti), l’articolare superiore guarda in basso-avanti, essendo un piano inclinato
> quando faccio una inclinazione a dx avrò anche una rotazione a dx. Quindi, si applica la 2° legge di Fryette,
ma si può applicare anche la 3° legge: aumentando uno dei parametri automaticamente si riducono gli altri
due.

Riassumendo:
A livello del rachide cervicale Superiore le leggi di Fryette non trovano applicazione perché:
1. Struttura anatomica e fisiologia.
2. Il centro di gravità cade avanti alle articolari quindi i mm. del collo devono attuare un controllo attivo, con-
dizione questa che non consente una situazione di neutralità.
3. Il contatto delle apofisi unciformi non permette la neutralità.

A livello del rachide cervicale Inferiore la 1° legge di Fryette non trova applicazione perchè:
1. Il centro di gravità cade avanti alle articolari quindi i muscoli del collo devono attuare un controllo attivo,
condizione questa che non consente una situazione di neutralità.
2. Il contatto delle apofisi unciformi non permette la neutralità.
Al contrario trovano applicazione la 2° e 3° legge di Fryette perché inclinazione e rotazione sono omolaterali.
NB: i colpi di frusta cervicali che avvengono lateralmente sono peggiori di quelli con meccanismo lesionale
antero-posteriore.

Atlante
Non ha il corpo vertebrale, perché quello spazio è occupato dal dente dell’epistrofeo.
Non è presente una vera e propria spinosa, vi è un tubercolo.
L’atlante è formato da 2 grossi massicci articolari con annessa apofisi trasversa e 2 archi vertebrali.
I massicci articolari sono un segmento di cilindro che contengono 2 faccette articolari, una sopra per
l’occipite e quella sotto per l’epistrofeo; lateralmente si collegano con le apofisi trasverse.
La parte superiore del massiccio articolare ha 2 faccette glenoidee che si articolano con i 2 condili oc-
cipitali. Le faccette glenoidee hanno forma di impronta di scarpa sulla sabbia, che è concava in tutti i sensi
ed è orientata con un asse che non è completamente parallelo, ma è orientato avanti-dentro (linea rossa
nell’immagine sotto); le due cavità glenoidee sono attraversate da un asse maggiore verso dentro, esse sono
orientate in alto-dentro.
tubercolo ant
faccetta articolare per arco post
arco ant il dente dell’epistrofeo tubercolo post
processo massa processo foro
trasverso laterale trasverso vertebrale

tubercolo
per il leg
foro trasverso foro
trasversario vertebrale
faccetta foro
arco post trasversario
articolare sup faccetta
per il condilo tubercolo post tubercolo ant
occipitale solco dell’arteria vertebrale articolare infer. arco ant
per l’epistrofeo
atlante (C1), visto superiormente atlante (C1), visto inferiormente
La faccia inferiore del massiccio articolare, presenta le due faccette inferiori per l’epistrofeo, sono legger-
mente convesse dall’avanti-dietro e leggermente piatte latero-lateralmente; sono orientate in basso-dentro
e leggermente indietro. All’interno di questi massicci articolari, in particolare nella parte non articolare, ante-
ro-interna dell’atlante, ci sono 2 tubercoli: i tubercoli per l’inserzione del legamento trasverso dell’atlante.
Le apofisi trasverse sono molto sviluppate, rispetto alle trasverse delle cervicali, possiamo palparle tra la mas-
toide e la branca ascendente della mandibola. Esse sono molto larghe e sono provviste del foro per l’arteria
vertebrale (o foro trasversario).
174
Arteria vertebrale va da C6 a C1: entra tra C7-C6, infatti sulla trasversa di C7 c’è il solco dell’arteria vertebrale,
entra attraversa tutte le cervicali fino ad uscire da C2, rientra nel foro di C1, perfora la membra atro-occipitale
posteriore.
L’arco anteriore va dalla parte anteriore dei 2 massicci articolari, li unisce, è abbastanza corto, nella sua parte
anteriore è presente un tubercolo che da inserzione al legamento longitudinale anteriore e al m. lungo
del collo. Nella parte posteriore dell’arco troviamo una faccetta per il dente del’epistrofeo, faccetta ovale (è
una vera e propria articolazione).
L’arco posteriore è più grande, è costituito da pseudo lamine, si riunisce al centro dando origine a un tu-
bercolo posteriore, che da inserzione al legamento nucale. Sull’arco c’è un solco dell’arteria vertebrale,
quando esce da C2 passa sopra l’arco di C1 in questo solco, prima di andare a perforare la membrana.

Epistrofeo
A differenza delle altre vertebre cervicali presenta un corpo di forma quadrilatera che è molto robusto, alto,
nella sua porzione antero-superiore presenta un prolungamento verso l’alto che è il processo odontoideo,
anteriormente presenta una cresta e delle doccie laterali dove si inseriscono i muscoli lunghi del collo.
Il dente (si trova nella porzione antero-superiore del corpo) va in alto e leggermente inclinato verso dietro,
ha una forma ovoidale, rappresenta il perno dell’articolazione (trocoide, a centro cavo, centro pieno) quindi
ha un ruolo centrale. Presenta 2 faccette articolari: una faccetta anteriore che si articola con la faccetta
posteriore dell’arco anteriore dell’atlante, è biconvessa (dall’alto in basso, latero-laterale); una faccetta arti-
colare posteriore, convessa latero-lateralmente ma è leggermente concava dall’alto in basso, perché deve
accogliere il legamento trasverso.
La parte superiore del dente viene chiamata apice, dal quale partirà il legamento apicale. Dalla parte lat-
erale del dente partono altri 2 legamenti: legamenti alari.

I massicci articolari si trovano nella parte laterale del corpo, seguono il peduncolo e sono provvisti di 2 fac-
cette articolari: le faccette superiori hanno una forma convessa da avanti-dietro e piana latero-lateralmente,
guardano in alto-fuori-dietro (poco); le faccette inferiori (simili alle altre vertebre cervicali) sono orientate
basso-avanti (angolo 40-45° rispetto all’orizzontale), ci sono le due porzioni smusse delle apofisi unciformi,
che corrispondono alle apofisi unciformi di C3; quindi la giunzione tra C2-C3 la consideriamo come tutte le
altre vertebre cervicali.
L’arco posteriore presenta delle lamine un po’ più larghe in altezza e una spinosa bifida molto voluminosa,
insieme alla C6 e C7 è quella più palpabile del rachide cervicale.
Le trasverse sono orientate un po’ obliquamente verso il basso, per dare l’orientamento all’arteria vertebrale.

175
faccetta articolare per
il condilo dell’osso occipititale

Legamenti
Legamenti cranio-cervicali ESTERNI
1. Legamenti cranio cervicali Anteriori
Membrana atlo-occipitale anteriore: tra il margine anteriore del foro occipitale ed il margine superiore
dell’arco anteriore dell’atlante
Membrana atlo-epistrofica (o atlo-ossoidea*): va dal margine inferiore dell’arco anteriore dell’atlante al
margine superiore del corpo dell’epistrofeo, più anteriormente del dente.
Capsule laterali del’articolazione atlo-occipitale e atlo-epistrofica.
Legamento longitudinale anteriore: va dalla zona della base dell’occipite, anteriormente alle membrane
appena descritte, per continuare nel resto dei corpi vertebrali, va più sul periostio che sulla zona discale.
2. Legamenti cranio-cervicali Posteriori
Membrana atlo-occipitale posteriore, è più robusta e spessa di quella anteriore, perché deve sopportare
uno stress maggiore, va dal margine inferiore, posteriore del foro occipitale al margine superiore dell’arco
posteriore dell’atlante. La membrana è forata in corrispondenza della parte latero-inferiore, cioè in corri-
spondenza del passaggio dell’arteria vertebrale e del nervo sottoccipitale.
Membrana atlo-epistrofica posteriore: dal margine inferiore dell’arco posteriore dell’atlante al margine
superiore dell’arco posteriore dell’epistrofeo.

Legamenti cranio-cervicali INTERNI


Si trovano all’interno del canale vertebrale, si organizzano su 3 piani: superficiale, medio e profondo, ma
questa denominazione si riferisce all’osso non al lume del canale vertebrale.
Quindi, guardando la vertebra da dietro per piano profondo intendiamo i legamenti che si trovano più vicini
all’osso (se vogliamo più anteriori).
Per il piano superficiale, sempre vedendo la vertebra da dietro pensiamo di togliere le spinose, le men-
ingi, il midollo, sul fondo troviamo il piano superficiale, che è occupato dalla membrana tettoria (è la de-
nominazione che ha il legamento longitudinale a quel livello). La membrana tettoria si va ad inserire su una
larga e robusta lamina (che va a protezione del passaggio tra bulbo e midollo osseo), va dal contorno ante-
riore del foro occipitale alla faccia posteriore del corpo dell’epistrofeo. Quasi a separare la parte neurologica
dalla parte articolare.
Il piano medio lo vedo togliendo la membrana tettoria, è rappresentato dal legamento cruciforme, che è
il legamento che si trova a unire e stabilizzare occipite, atlante ed epistrofeo. Le fibre orizzontali del legamento
cruciforme sono rappresentate dal legamento trasverso dell’atlante, che va dai 2 tubercoli (che si trovano
all’interno dei massicci articolari dell’atlante), dall’un all’altro e va a placcarsi contro la parte posteriore del
dente dell’epistrofeo; è un elemento che completa l’articolazione atlo-odontoidea. Le fibre longitudinali
superiori o trasverso-occipitali, vanno dal legamento cruciforme alla parte interna del foro occipitale. Le fibre
trasverso-ossoidee o porzione inferiore, vanno dalle fibre del legamento trasverso alla parte posteriore del
176
corpo dell’epistrofeo.
Legamento apicale, va dall’apice del dente dell’epistrofeo al punto medio del contorno anteriore del foro
occipitale. Legamenti alari, vanno da lateralmente al dente dell’epistrofeo in alto-fuori per inserirsi su 2
tubercoli che si trovano nella parte interna dei condili dell’occipite.

*Normalmente si utilizza il suffisso osso per il corpo dell’epistrofeo con le faccette articolari, si utilizza od-
onto per il dente con l’arco.

Fisiologia dell’occipite_Movimento di C0 su C1
È un’articolazione condiloidea, i 2 condili dell’occipite si posizionano sulle 2 cavità glenoidee dell’atlante,
da un punto di vista anatomico sono 2 articolazioni condiloidee ma da un punto di vista funzionale pos-
siamo assimilarle a 2 enartrosi. Possiamo immaginare l’occipite inscritto con i 2 condili in una sfera che va a
poggiarsi sui 2 condili occipitali; quindi possiamo immaginare che l’occipite inscritto nella circonferenza è
la testa dell’enartrosi mentre i 2 condili sono la cavità glenoidea. Questo ci fa immaginare che il movimento
dell’occipite avviene su tutti i piano dello spazio.
I 2 movimenti simmetrici, che sono la flesso-estensione: vanno a creare, rispetto al movimento delle cervi-
cali, un orientamento opposto dei condili, cioè se facciamo flessione bilaterale dell’occipite i condili occipitali
si spostano in dietro-alto, se facciamo estensione dell’occipite i 2 condili si spostano in avanti-alto, perché la
faccetta dell’atlante è concava; quindi sia se rimango in flessione che in estensione i 2 condili vanno comu-
nque verso l’alto. Questo è il contrario di ciò che avviene nelle faccette delle vertebre cervicali, ad es le fac-
cette di C4 in flessione vanno avanti-alto.
Nel movimento di inclinazione laterale: a livello delle cervicali l’inclinazione è sempre associata alla rotazi-
one, a livello dell’occipite abbiamo un movimento di inclinazione puro, cioè in un’inclinazione dx i 2 condili
occipitali traslano su un piano frontale verso sx, in un’inclinazione sx si spostano verso dx. Il movimento di in-
clinazione salta tra C1-C2 (non c’è inclinazione) e va direttamente a C2-C3. Complessivamente l’inclinazione
tra C0-C3 è di 8° circa, di cui 3° inclinazione pura dell’occipite.
Il movimento di rotazione: in una rotazione sin dell’occipite, il condilo dx va avanti-alto, il condilo sin va
dietro-alto; è una rotazione pura, però in questo movimento, il condilo dx andando avanti-alto mette in ten-
sione il legamento alare di dx, per continuare il movimento di rotazione il legamento alare traziona il condilo
dx verso il centro cioè verso sin, di conseguenza il condilo sin va verso dietro-sin.
Quindi, se tutti e 2 i condili vanno verso sin, l’occipite si sta inclinando a dx.

Riepilogando
R sin l’occipite si inclina a dx
R dx l’occipite si inclina a sin, questo nel movimento fisiologico.

Se invece parliamo di disfunzioni:


F bilaterale dell’occipite, i condili sono posteriori
E bilaterale i 2 condili saranno anteriori
Side dx i condili vanno a sin
Side sin i condili vanno a dx
F dx l’occipite fa rotazione dx e inclinazione sin
E dx l’occipite fa rotazione sin e inclinazione sx perché sale.

Palpazione
NB: prima di procedere con i test l’osteopata deve tenere presente l’esame clinico preliminare sia in posiz-
ione seduta che in posizione supina.
1. Posizione seduta
esame statico >
l’Osteopata esamina il Pz di fronte e nota:
- orizzontalità occhi ed orecchie
- asse mediano viso rispetto a corpo
esame dinamico >
l’Osteopata chiede al Pz di effettuare piccoli movimenti di flesso-estensione della testa. Guarda le orecchie
177
e, molto spesso, la disfunzione è sita dal lato dell’orecchio statico rispetto all’altro.

2. Posizione supina
esame statico >
l’Osteopata osserva l’asse del viso rispetto al corpo e nota una eventuale rotazione della testa.
esame dinamico >
si chiede al Pz di alzare la testa in modo da vedere i propri piedi. In certi casi si ha una accentuazione
dell’immagine della disfunzione.

Ora si può procedere con la palpazione vera e propria mediante test in posizione seduta e supina sapendo
che l’occipite si comporta fisiologicamente in modo opposto alle vertebre cervicali. Pertanto la denominazi-
one dei movimenti di flessione ed estensione è sempre uguale ed è relativa, anche nel caso dell’occipite, al
movimento della testa, ma con parametri direzionali differenti:

Flessione Bilaterale Simmetrica: i due Condili Occipitali vanno in POSTERIORITA’ cioè vanno alto/dietro.
Estensione Bilaterale Simmetrica: i due Condili Occipitali vanno in ANTERIORITA’ cioè vanno alto/avanti.
1.Posizione seduta
Per reperire i condili e l’arco posteriore di C1, Osteopata si dispone dietro al Pz
con la mano craniale disposta sul cranio di questo. Con la mano caudale, partendo
dalle mastoidi, si dirige in basso-dietro così da contattare la porzione posteriore
dei condili occipitali, su quali si posiziona con indice e medio. A questo punto
facendo effettuare una flessione del cranio in avanti, la prima spinosa con cui si
viene in contatto è quella di C2: quindi rimanendo sempre in posizione mediana
posizionandosi tra C2 e l’occipite veniamo in contatto con l’arco posteriore di C1.
Test di trazione: l’Osteopata si posiziona con i pollici al di sotto dei condili ed,
Test di aiutandosi con le colonne degli stessi effettua una trazione verso l’alto così da
trazione
saggiare la presenza o meno di una resistenza a questo livello o se c’è un tensiona-
mento della zona sottoccipitale (peraltro molto frequente): questa condizione
spiegherebbe una limitazione nei movimenti dell’occipite, che non riesce a stac-
carsi dall’atlante, ma rimane ad esso fissato.
Test di flesso-estensione, inclinazione e rotazione: Pz seduto con mani sulle
cosce, l’Osteopata gli si pone di lato con la mano craniale in appoggio sul capo
così da stabilizzarlo. La mano caudale > con il pollice tra il condilo e l’arco poste-
riore di C1, mentre con l’indice ed il medio si localizza sull’occipite e sull’arco di
C1. Da questa posizione, accompagnandosi con una compressione minima sulla
testa del Pz., si possono eseguire i movimenti di:
estensione: si spingono i condili verso avanti-alto;
flessione: con la mano craniale si spinge la testa posteriormente facendo un
contrappoggio sull’atlante;
inclinazione: si traslano i condili prima con l’indice e poi con il pollice da un
lato e dall’altro;
rotazioni: per una rotazione dx il condilo sin viene portato in avanti e quello
Test di mobilità C0-C1: di dx indietro. Per una rotazione sin il condilo dx viene portato in avanti ed il
posizione seduta condilo sin indietro;

178
Se si nota che la posizione Se ci posizioniamo tra
della testa è un po’ asim- la mastoide e la bran-
metrica si può chiedere di ca ascendente della
fare una flesso-estensione mandibola siamo sulla
ampia, per vedere se c’è trasversa di C1.
una zona ad es dove un
orecchio ha un’escursione Facciamo flesso-es-
ampia e l’altro rimane fer- tensione, inclinazione,
mo, per vedere se magari rotazione, fino a sco-
c’è una maggiore fissazi- prire il più possibile la
one di un occipite da una trasversa dai tendini.
parte rispetto all’altra.
2. Posizione supina
L’Osteopata è con i gomiti fuori
dal lettino e porta il capo del Pz,
poggiato sul lettino, in leggera F
in modo che con la parte pros-
simale dei polpastrelli sia bene
a contatto con l’occipite. Suc-
cessivamente riporta il capo del
Pz in posizione di neutralità in
modo da andare a “picchiare” con
la parte distale dei polpastrelli
contro l’arco di C1, avendo dato
contemporaneamente una leg- Test di mobilità C0-C1: posizione supina
gera spinta verso il soffitto.
Volendo questo tipo di reperimento può essere effettuato anche partendo dalla spinosa di C2 e ponendosi a
metà strada tra questa ed i condili si è in contatto con l’arco posteriore di C1.
Test di flesso-estensione, inclinazione e rotazione: partendo dalla posizione sopra descritta con gli indici
sui condili ed i medi a livello dell’arco posteriore di C1 e facendo dei lievi movimenti di flesso-estensione per
localizzare al meglio il movimento, si può procedere a testare:
flessione: facendo punto fisso con i medi sull’atlante, si portano i condili dietro-alto con gli indici.
estensione: facendo punto fisso con i medi sull’atlante, si portano i condili in alto-avanti, facendo cadere
indietro la testa.
inclinazione: è un movimento di traslazione dei 2 condili, in cui il contrappoggio viene effettuato a livello
dell’arco posteriore dell’atlante dalla parte in cui si stanno traslando i condili.
Es. inclinazione dx: i condili devono essere traslati a sx; con l’indice della mano dx si traslano i 2 condili
verso sx su di un piano parafrontale, mentre si effettua un controappoggio con il dito medio della mano sin
posto sull’arco posteriore di C1 a sin. Il medio che fa da contrappoggio è sempre quello ipsilaterale al lato e
alla direzione in cui si traslano i condili.
Inclinazione sin: i 2 condili devono essere traslati a dx; con l’indice della mano sx si traslano i 2 condili
verso dx, mentre si effettua un contro appoggio con il dito medio della mano dx posto su C1 a dx.
Rotazione: è un movimento che avviene su di un piano più orizzontale. Dopo avere localizzato il movimento
si procede come segue:
Es. rotazione sin: si spinge sul condilo dx e si esegue un controappoggio sull’atlante a sin.
Es. rotazione dx: si spinge sul condilo sin e si esegue un controappoggio sull’atlante a dx.
NB: è opportuno fare dei micromovimenti rappresentati dall’esordio del movimento; infatti nell’occipite c’è
soprattutto l’idea della qualità del movimento più che della quantità. Occorre dunque non superare il micro-
movimento per testare correttamente.

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Test di mobilità CO-C1 da supino_variante con
“presa a coppa”
Pz con la testa fuori dal lettino in modo che l’Osteopata
sia con la mano inferiore appoggiata al limite del let-
tino con presa ad arco sull’atlante e la mano superiore
fuori dal lettino e con presa a coppa sull’occipite.
L’Osteopata è disposto leggermente di lato, con il brac-
cio ed il capo che sorreggono la testa del Pz.
Da questa posizione, dopo avere effettuato una leg-
gera flesso-estensione per localizzare il movimento,
si eseguono movimenti di flessione (è il più difficile),
estensione, rotazione ed inclinazione (in quest’ultimo si
deve proprio traslare con la mano occipitale).

NB: nell’eseguire una flessione si fa più una decoaptazione, mentre nell’eseguire una estensione si fa più una
compressione (in avanti in base a come si localizza il movimento).

Funzione oculogira
I muscoli sottooccipitali sono collegati alla funzione oculogira, cioè esiste una facilitazione del movimento
quando questo viene accompagnato dal movimento degli occhi.
Sulla base di quanto affermato sarà possibile eseguire i test di mobilità sfruttando questa funzione, perciò:
1. flessione bilaterale: mentre l’Osteopata porta i condili alto-dietro, si chiede al Pz di rivolgere lo sguardo
verso i suoi piedi senza muovere il capo.
2. estensione bilaterale: mentre l’Osteopata porta i condili alto-avanti, si chiede al Pz di volgere lo sguardo
verso l’Osteopata senza muovere il capo.
3. rotazione dx: mentre il Pz volge lo sguardo verso dx, l’Osteopata percepisce una facilitazione del movi-
mento di rotazione verso dx.
4. rotazione sin: mentre il Pz volge lo sguardo verso sin, l’Osteopata percepisce una facilitazione del movi-
mento di rotazione sin.

3 sem Melis

Ripasso
L’occipite è una sfera, che ruota sui condili, essi sono convessi antero-posteriormente e latero-lateralmente,
orientati avanti-dentro. Si articolano con le faccette dell’atlante, sono biconcave, sono congruenti le une con
le altre. È un’articolazione enartrosi.
Movimenti: flesso-estensione, inclinazioni pure, rotazioni combinate. Quando l’occipite ruota a dx, il condilo
dx va indietro, il condilo sx avanti, si alza e inclina (per il legamento alare). Quando il condilo sin va avanti-
alto, il legamento alare tira e lo trasla verso l’interno, quindi ad una rotazione dx abbiamo una inclinazione
sin, funziona come una NSR.

L’occipite si adatta su un piano frontale (asse orizzontale) e piano sagittale (l’asse serve a orientare lo sguar-
do verso l’orizzonte). Quindi è spesso un’articolazione compensativa di tutti gli squilibri che stanno sotto.

Occipite
Flessione bilaterale = posteriorità
Estensione bilaterale = anteriorità
Inclinazione pura dx = i condili traslano verso sin
Inclinazione pura sin = i condili traslano verso dx

L’occipite è il movimento del SI, C1 è il movimento del NO.

C1 si adatta su un piano orizzontale, il movimento principale è la rotazione.

180
Test di mobilità sull’occipite: la difficoltà sta di andare in profondità. Dobbiamo tenere fermo C1 e mobiliz-
zare C0 in flesso-estensione, inclinazione.
Mentre il test tra C1-C2 è molto più semplice, per un contatto più solido.
I muscoli che possono segnalare una disfunzione cranio-cervicale sono i muscoli sotto-occipitali: muscoli
molto piccoli, ma con tanti fusi neuromuscolari e più sensori propriocettivi che in tutto quanto il rachide.
Zona che troveremo molto spesso in disfunzione.

C0 non fa rotazione pura, se non come adattativa.

L’ATLANTE
L’atlante è la prima vertebra cervicale, ha forma ad anello, non ha corpo vertebrale perché c’è il dente
dell’epistrofeo. Le traverse sono molto sviluppate, infatti è un repere molto importante; si trovano tra gonion
e l’apofisi mastoidea, le sue masse laterali si trovano posteriormente allo SCOM.
tubercolo ant
faccetta articolare per arco post
arco ant il dente dell’epistrofeo tubercolo post
processo massa processo foro
trasverso laterale trasverso vertebrale

tubercolo
per il leg
foro trasverso foro
trasversario vertebrale
faccetta foro
arco post trasversario
articolare sup faccetta
per il condilo tubercolo post tubercolo ant
occipitale solco dell’arteria vertebrale articolare infer. arco ant
per l’epistrofeo
atlante (C1), visto superiormente atlante (C1), visto inferiormente
L’atlante è costituito da 2 archi: l’anteriore è molto più piccolo del posteriore, si uniscono a livello delle
masse laterali e vanno a delimitare il foro vertebrale dove passa il midollo. Il foro vertebrale è delimitato a
sua volta nella parte posteriore, dal legamento traverso, va dal bordo mediale di una massa laterale al bordo
mediale dell’altra massa; anter. al legamento c’è il dente dell’epistrofeo, posteriormente c’è il midollo.

L’arco anteriore presenta due punti importanti:


- anteriormente troviamo il tubercolo anteriore da cui originano 2 strutture: legamento longitudinale
anteriore e le inserzioni dei muscoli lunghi del collo (muscoli che spesso portano alla verticalizzazione del
rachide, spesso hanno un effetto traente su C1, con inversione della curva frequentemente a livello di C2-C3,
da colpi di frusta o schemi cronici di adattamento);
- posteriormente troviamo la faccetta articolare per il dente dell’epistrofeo che si chiama la fovea dentis ( =
lo scavo del dente), arriva la faccia anteriore del dente dell’epistrofeo. È un’articolazione sinoviale, perché tra
la faccia anteriore del dente dell’epistrofeo e la fovea dentis c’è sinovia, ed è la prima articolazione.
Posteriormente al dente abbiamo il legamento traverso, lungo 2 cm, largo 8-10 mm, spesso 2 mm.
Il legamento è concavo anteriormente, la sua faccia anteriore in rapporto con il dente è incrostata di cartilag-
ine articolare.
Il legamento traverso stabilizza il dente nell’anello e protegge il midollo dal dente dell’epistrofeo. Spesso nei
traumi cervicali importanti può essere molto utile lavorare questa zona, ma non trattare con thrust questa
zona se non si ha un quadro completo della situazione, perché possono esserci delle fratture ingranate del
dente dell’epistrofeo; anche se è raro che una persona con questa frattura possa muovere il collo, quindi ce
ne accorgeremo. Questa frattura la si valuta con un Rx transnucale a bocca aperta.
Un’altra articolazione è quella tra la faccia posteriore del dente e la faccia anteriore del legamento traverso, è
un’articolazione di semplice contatto, alcuni anatomisti non la considerano un’articolazione.

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Articolazione atlo-assiale mediana o atlo-odontoidea: dente, arco anteriore, legamento traverso, masse
laterali; è l’articolazione tra il dente e l’anello osteofibroso. È la prima articolazione tra C1 e C2; a sua volta si
divide in 2 articolazioni, una anteriore e una posteriore, una di tipo sinoviale e una di semplice contatto con
il legamento trasverso. È un’articolazione trocoide, quindi a perno. Presenta un segmento pieno (il dente),
che è leggermente obliquo in alto-dietro e un segmento cavo che è l’anello osteo-fibroso costituito dalla
faccia posteriore dell’arco anteriore, dalle facce mediali delle masse laterali e dalla faccia anteriore del lega-
mento traverso. In realtà sono 2 segmenti cilindri incastrati tra loro, lo spazio compreso tra questi 2 cilindri
è riempito da tessuto cellulo-adiposo che consente un certo grado di mobilità in tutte le direzioni, e riduce
l’attrito fra dente, legamento e arco.

Articolazione atlo-assiale laterale o atlo-ossoidea o atlo-epistrofica propriamente detta: è


un’articolazione a sella, in realtà le superfici di C1 e C2 sono rivestite di una cartilagine articolare che è più
spessa al centro che al bordo, ciò gli conferisce una forma convessa, quindi diventa un’articolazione bicon-
vessa, le faccette articolari inferiori di C1 convesse orientate basso-dentro e le faccette superiori di C2 con-
vesse orientate in alto-fuori.

L’arco posteriore presenta un tubercolo che è un abbozzo di un processo spinoso che non si è realizzato;
infatti il primo processo spinoso lo troviamo su C2.
In alcuni soggetti molto magri e lassi è appena accennabile la palpazione sul tubercolo di C1.
I processi traversi sono molto sviluppati rispetto alle traverse cervicali.
Nei processi traversi troviamo i fori trasversali (dove passano arteria, nervo e vena vertebrale), le arterie ver-
tebrali partono da C6, salgono, siccome le traverse di C1 debordano, devono fare un giro verso l’esterno, en-
trano dentro insieme al nervo e vena vertebrale; poi decorrono sul tubercolo posteriore nel solco dell’arteria
vertebrale. Qua c’è il passaggio del primo nervo cervicale.
Le connessioni tra il 1° nervo cervicale con l’apparato labirintico e stomatognatico *, avendo un territorio di
distribuzione unico, spesso nel trattare l’apparato stomatognatico e la mandibola troverete dei compensi a
livello di C1.
Disfunzioni meccaniche a questo livello possono avere ripercussioni sui territori innervati da questi nervi,
quindi dolori a livello dell’occhio, mastoide, orecchio, verso la mandibola. Una buona tecnica di riduzione in
questa zona risolve parecchie cose, soprattutto le vertigini di tipo meccanico (di tipo propriocettivo).

* complesso anatomo-funzionale costituito da organi e tessuti i quali svolgono funzioni digestive: salivazio-
182
ne, masticazione, deglutizione; funzioni respiratorie e di relazione (fonazione, mimica).

Le faccette articolari superiori sono orientate avanti-dentro con superficie biconcava, accolgono i
condili occipitali; inferiormente le faccette di C1 sono l’opposto, sono orientate in basso-dentro, quelle
dell’epistrofeo sono rivolte in alto-fuori.

Rivedere video 27 minuti circa

Se l’occipite quando ruota si alza,


l’atlante quando ruota si abbassa
(come il tappo dell’acqua, quando lo
chiudi scende).
C0-C1-C2-C3 è un complesso funzion-
ale, quando valutiamo una di queste
vertebre dobbiamo valutare pure
le altre del complesso, difficilmente
troviamo una lesione isolata.

Disfunzioni occipitali
flex-estensione bilat simmetriche e
asimmetriche,
anteriorità e posteriorità unilaterali,
inclinazione e compressione.

In tutte queste disfunzioni si troverà


sempre una tensione a livello dei
muscoli sottoccipitali, soprattutto
nelle disfunzioni asimmetriche e negli
impattamenti occipitali. Importante
prima di fare le manovre, fare un lav-
oro di inibizione sulla muscolatura.

Le disfunzioni sia in flessione che in estensione bilaterale spesso hanno un peso minore rispetto alle asim-
metriche, perché la flessione o estensione bilaterale è un adattamento ad uno schema corporeo particolare.
Es: Nelle colonne lombari molto verticalizzate, troverete un sacro che può andare in posteriorità, mentre
iperlordosi il sacro tenderà ad andare in anteriorità; a livello alto è la stessa cosa. Infatti, in rachidi cervicali in
lordosi (es nella cifosi senile), ci sarà un adattamento in flessione bilaterale dell’occipite, per ridurre lo stress
a livello dei legamenti nella zona; mentre, nei rachidi cervicali verticalizzati (es nei colpi di frusta) spesso trov-
erete occipiti anteriori bilaterali.

Particolarità del rachide cervicale superiore rispetto a quello inferiore è che non segue le leggi di Fryette,
perché tutta la fisiologia articolare di questa zona dipende dalla conformazione articolare e legamentosa.

MOVIMENTI DELL’ATLANTE
La flessione e l’estensione avvengono su un asse trasversale che passa al centro del dente.
La flessione dell’atlante è di circa 6-10°. Le faccette articolari inferiori di C1 rotolano in avanti e scivolano
indietro, la flessione corrisponde a una posteriorità. Nella flessione le masse laterali di C1 vanno posterior-
mente e risultano essere più palpabili dietro agli SCOM. L’arco anteriore di C1 scende anteriormente sulla
faccia articolare del dente, le traverse di C1 si avvicinano alle apofisi mastoidee, mentre il tubercolo posteri-
ore si allontana dalla spinosa di C2 (questo ci interessa poco perché non è un punto di repere). La flessione
di C1 è limitata dal contatto anteriore del dente, dalla membrana tettoria, dal legamento traverso e dal
legamento nucale.

L’estensione dell’atlante. Le faccette articolari inferiori di C1 rotolano in dietro e scivolano avanti, la esten-
183
sione corrisponde a un’anteriorità. L’arco anteriore di C1 risale sulla faccia articolare del dente, le traverse di
C1 saranno più vicine a gonion quindi più anteriori. Il tubercolo posteriore di C1 si avvicina alla spinosa di
C2 (non importante perché tubercolo posteriore di C1 non è palpabile). L’estensione è limitata dal contatto
osseo dell’arco anteriore con il dente, dal contatto osseo delle spinose posteriormente, dalla membrana atlo-
occipitale anteriore e dal legamento longitudinale anteriore.

La rotazione dell’atlante. Avviene su un piano orizzontale con asse verticale, l’asse passa all’interno del
dente. È una rotazione pura nella quale non esistono parametri né di flesso-estensione né di inclinazione
laterale; ed è una situazione opposta rispetto a ciò che accade a livello dell’occipite dove vi è invece una
inclinazione pura.
Si dice che il 40-50% di tutta la rotazione cervicale dipende dall’articolazione tra C1 e C2.
A livello delle articolazioni laterali, la rotazione avviene per una deformazione del sistema legamentoso, ed è
di circa 12-20° per lato, dipende da soggetto a soggetto.
Nella rotazione dx c’è uno spostamento simultaneo delle faccette articolari inferiori di C1 su quelle di C2,
quella di sx avanza e si avvicina a gonion, quella di sx indietreggia e si avvicina alla mastoide, raggiunti i
gradi di rotazione si assiste ad un abbassamento di circa 3 mm, è un movimento di rotazione + abbassamen-
to, che avviene in maniera elicoidale.

C1 non fa inclinazione, se non come inclinazione adattativa, troviamo minima inclinazione nei casi in cui
abbiamo lesioni di unilateralità.
Le disfunzioni di 1°-2° grado esistono nelle lesioni acute e subacute, con il tempo si cronicizza e diventa le-
sione di 3° grado, quindi trova adattamenti su altri piani: sono piani di traslazione, shift anteriore e posteriore,
mediale o laterale.
Questo a titolo informativo, ma didatticamente C1 NON INCLINA.

LE DISFUNZIONI
Simmetriche, asimmetriche (anteriorità o posteriorità unilaterale), rotazione pura. Le disfunzioni simmetriche
spesso partono come lesioni unilaterali, con il tempo fanno sì che anche l’altra faccetta articolare vada in
fissazione. Le disfunzioni simmetriche o sono degli adattamenti di compenso o lesioni asimmetriche che si
sono simmetrizzate. Di questo possiamo accorgerci a livello pratico quando dovendo scegliere dove si da
l’impulso, nel lato dove vi è una cavitazione molto più forte, che è quella che ha una cronologia più vecchia
di lesione.

Disfunzione simmetrica in F: le 2 faccette sono bloccate in posteriorità, l’arco posteriore si allontana


dalla spinosa, mentre le traverse si avvicinano alle apofisi mastoidee. Troveremo contratture dei muscoli
sott’occipitali, sarà difficile l’estensione del capo, aumento della lordosi del rachide cervicale inferiore
(perché siccome le faccette posteriorizzano, è come se lo sguardo andasse in basso, quindi per recuperare
l’orizzontalità dello sguardo la lordosi aumenta).
Nel test di mobilità sarà impossibile fare il movimento di estensione e di rotazione, sarà possibile solo accen-
tuare il parametro di disfunzione

Disfunzione simmetrica di E: le 2 faccette sono bloccate in anteriorità, le traverse dell’atlante si avvicinano


verso gonion. In pratica è difficile evidenziare le disfunzioni bilaterali perché non abbiamo parametri di
riferimento. Se noi troviamo le apofisi traverse più vicine alla mastoide o gonion bilateralmente non sap-
piamo se è una conformazione fisiologica del Pz o una disfunzione. Ciò che ci fa optare per una disfunzione:
contrattura dei mm. sottoccipitali, test di mobilità. Sintomi e segni clinici: flessione del capo fastidiosa per-
ché le masse non riescono più ad arretrare, contrattura dei sottoccipitali e una verticalizzazione della curva.
Essendo le masse traslate in avanti è come se lo sguardo andasse un pò in alto, quindi per compenso la
colonna cervicale inferiore si cifotizza. Nel test di mobilità sarà impossibile fare il movimento di flessione e di
rotazione.

Disfunzioni asimmetriche: posteriorità unilaterale dx C1: flessione unilaterale dx, rotazione dx, inclinazi-
one dx. Al test di mobilità: la rotazione sx sarà limitata, la anteriorizzazione della faccetta di dx sarà impos-
sibile, durante la flessione si normalizza il tutto. Palpatoriamente troveremo la traversa di dx prominente e
184
vicino alla mastoide. C1 si lateralizza dal lato della disfunzione.

Disfunzioni asimmetriche: anteriorità unilaterale sx C1: estensione unilaterale sin, rotazione dx, inclinazi-
one sin. Al test di mobilità: la rotazione sin sarà limitata, la posteriorizzazione della faccetta di sin sarà impos-
sibile, durante l’estensione si normalizza il tutto. La traversa sx sarà prominente e vicino alla branca ascen-
dente della mandibola, perché dove ho la disfunzione C1 scivola.

Palpatoriamente quando trovate una traversa più prominente da un lato, questo indica il lato di disfunzione.
Trovando una traversa più prominente a dx, possiamo avere: anteriorità o posteriorità dx.

Disfunzione rotazione pura dx: non troviamo una traversa più prominente dell’altra perché tutte e 2
scendono. Abbiamo una anteriorità sin e una posteriorità dx. Al test di mobilità è possibile solo una piccola
rotazione ovvero un piccolo impattamento dell’atlante, non si modifica né flessione né estensione, non c’è
inclinazione.

Riepilogo: nelle disfunzioni simmetriche non ci sarà l’inclinazione perché non c’è lateralità, al test di mo-
bilità sarà impossibile il movimento opposto e le rotazioni. Nelle disfunzioni asimmetriche è presente una
lateralità perché c’è rotazione, dunque c’è lateralità adattativa. Nelle disfunzioni asimmetriche la faccetta in
disfunzione dell’atlante si abbassa da quel lato, si inclina e si lateralizza scivolando da quello stesso lato.

Palpazione, test di mobilità su C0 e C1.

Palpazione C1
Palpo le trasverse posizionandomi tra gonion e mastoide,
palpo le masse laterali andando dietro lo scom.

Test di mobilità C1
Per fare il test di mobilità bisogna fissare il segmento sotto e muovere la vertebra sopra. Posso fare una presa
con indici e medi su C1-C2 oppure una presa a pinza pollici-indici, questo dipende dalla grandezza della
mano dell’operatore, della testa del Pz; valuto la F-E e la R di C1.
Se ho una disfunzione di anteriorità sin di C1: avrò la trasversa sin più prominente, durante l’E si normalizza,
mentre in F si aggrava o rimane tale.
Se ho una disfunzione di C1, devo pensare a OM, sacro.

Test eseguiti dal prof, chiede al Pz di opporre resistenza alla spinta esercitata sul braccio del Pz, prima con
la testa neutra, poi con la testa ruotata ed estesa a dx e sin e valuta la resistenza. Dopodiché chiede al Pz di
posizionare l’indice dell’altra mano a livello della spinosa di C1 e valuta nuovamente la resistenza.

testa in posiz neutra indice su spinosa di C1


testa in E e R dx testa in E e R sin

Il prof tratta la disfunzione di C1 al Pz e ripete il test di resistenza sul braccio (l’ultimo con indice su C1), e
sente che il braccio ancora cede; poi tratta il sacro e ripete il test e la resistenza è maggiore.

185
OCCIPITE (C0) ATLANTE (C1)
Inclinazione pura Rotazione pura
Si alza Si abbassa
Legamento alare (durante rotazione) Legamento trasverso
NO rotazione pura NO inclinazione pura
Posteriorità bilaterale = Flessione bilaterale Posteriorità bilaterale = Flessione bilaterale
Anteriorità bilaterale = Estensione bilaterale Anteriorità bilaterale = Estensione bilaterale
Posteriorità dx= Flessione dx Posteriorità dx= Flessione dx
Rotazione dx Rotazione dx
Inclinazione sx Inclinazione dx
Anteriorità sx= Estensione sx Anteriorità sx= Estensione sx
Rotazione dx Rotazione dx
Inclinazione dx Inclinazione sx
Rotazione dx= NO Flesso-Estensione Rotazione dx= NO flesso-estensione
Rotazione dx Rotazione dx
Inclinazione sx (legamento alare) NO Inclinazione

L’occipite compie un movimento di inclinazione pura, in un’inclinazione pura a dx i condili


occipitali traslano a sx. Mentre sull’atlante abbiamo una rotazione pura, questo per la conformazione del
dente dell’epistrofeo con l’atlante formando le 2 articolazioni.
Quando l’atlante ruota si abbassa (movimento elicoidale), quando l’occipite ruota si alza (per la
conformazione dei condili). La maggior parte della rotazione viene fatta dall’atlante, una minima parte
dall’occipite, il rimanente dalle vertebre cervicali inferiori. L’inclinazione massima l’abbiamo su C3.
Sull’occipite abbiamo il legamento alare (dalla faccia mediale del condilo al dente dell’epistrofeo), esso
entra in gioco durante la rotazione dell’occipite.
Sull’atlante abbiamo il legamento trasverso, che ha funzioni molto importanti, ma da un punto di vista
biomeccanico non è importante.
L’atlante non fa l’inclinazione pura, però in pratica può fare un’inclinazione di tipo
adattativo, nel caso delle disfunzioni unilaterali asimmetriche (posteriorità o anteriorità).
Mentre l’occipite non farà mai una rotazione pura
Posteriorità dx dell’occipite: Flessione dx, Rotazione dx, Inclinazione sin.
Posteriorità dx dell’atlante: Flessione dx, Rotazione dx, Inclinazione dx.
In alcuni testi anglosassoni potreste trovar scritto che l’atlante in posteriorità unilaterale funziona in 2° legge,
ma non ditelo mai!
Anteriorità sx dell’occipite: Estensione sx, Rotazione dx, Inclinazione dx.
Anteriorità sx dell’atlante: Estensione sx, Rotazione dx, Inclinazione sin.
Rotazione dx dell’occipite: NO Flesso-Estensione, Rotazione dx, Inclinazione sx (legamento
alare); in questa disfunzione il condilo dx indietreggia e sale, il sx avanza e sale, ma questa rotazione mette in
tensione il legamento alare di sin, trazionando il condilo sin, quindi inclinandolo a sin.
Rotazione dx dell’atlante: NO flesso-estensione, Rotazione dx, NO Inclinazione.

Test di mobilità
(C0) (C1)
Flesso/Estensione Flesso/Estensione
Inclinazione/Rotazione Rotazione

Per i test di mobilità il Pz è supino, punto fisso sulla vertebra sottostante con indici o medi, dipende dalla
186
conformazione della mano dell’osteopata e dalla testa del Pz, si può fare la presa classica indice-medio su
entrambe i lati o una presa a pinza (x test occipite: con una mano prendo le trasverse di C1 e blocco, con
l’altra mano induco i movimenti a livello dei condili occipitali). Queste 2 prese valgono sia per l’occipite che
per l’atlante.
Quando facciamo i test su C0, blocchiamo C1 e lavoriamo con un contatto indiretto sui condili, testiamo la
flesso-estensione e l’inclinazione.
Quando facciamo i test su C1, più semplice perché più palpabile rispetto a C0. Blocchiamo C2 e lavoriamo
con un contatto diretto su C1, testiamo la flesso-estensione e la rotazione. La rotazione è più difficile da tes-
tare perché ruota molto, ricordando che la prima rotazione la fa l’occipite, quindi il test lo facciamo quando
sentiamo che inizia a muoversi C2.

TEM
Localizzare livello specifico
Lesione 3D (ricordare i parametri disfunzionali)
Parametri disfunzionali
Contrazioni verso disfunzione
Guadagno verso correzione

Con quale ordine invertire i parametri? generalmente il parametro principale è quello di flesso-estensione e
di rotazione, quello di inclinazione un po’ meno, a meno che non sia un occipite lateralizzato.

Disfunzione C0 in posteriorità dx: flessione dx, rotazione dx, inclinazione sin. Ricerco la barriera motrice
secondo la correzione (E dx, R sin, S dx). Chiedo al Pz una contrazione verso la disfunzione.
Disfunzione C0 in anteriorità sin: E sin, R dx, S dx. Ricerco la barriera motrice secondo la correzione (F sin, R
sin, S sin). Chiedo al Pz una contrazione verso la disfunzione.
Disfunzione C0 in rotazione dx: R dx, S sin. Ricerco la barriera motrice secondo la correzione (R sin, S dx).
Chiedo al Pz una contrazione verso la disfunzione.
Disfunzione C0 in posteriorità bilaterale: F bilaterale. Ricerco la barriera motrice secondo la correzione (E
bilaterale). Chiedo al Pz una contrazione verso la disfunzione (chiedo di guardare verso i piedi).
Disfunzione C0 in anteriorità bilaterale: E bilaterale. Ricerco la barriera motrice secondo la correzione (F
bilaterale). Chiedo al Pz una contrazione verso la disfunzione (chiedo di guardare verso l’alto).

A studio potremmo fare anche in questo modo:


a) disfunzione di posteriorità di C0.
L’Osteopata con una mano blocca C1 (presa a pinza
pollice-indice per atlante, oppure presa eminenza
tenar-medio), con l’altra mano sopra la fronte del Pz,
anteriorizza C0.
L’Osteopata chiede al Pz di spingere il mento in basso
e fa resistenza portando la fronte in dietro.

Eventualmente si può fare pure con la testa fuori dal lettino.

187
b) disfunzione di anteriorità di C0.
L’Osteopata blocca con una mano C1, con l’altra, sopra la fronte
del Pz, posteriorizza C0.
L’Osteopata chiede al Pz di spingere la testa verso dietro e
fa resistenza, soprattutto con la parte anteriore della mano,
portando la fronte in basso.

Occipite impattato
Si ha nei casi traumatici (un trauma locale per con impattamento della cervicale per tamponamento ad es,
oppure un trauma dal basso come una caduta sul sacro), molte volte negli interventi, nei Pz depressi o che
usano psico-farmaci.
C0, come lo sterno e il sacro sono delle zone dove si fossilizzano
molte tensioni, hanno un’origine embriologica comune.
L’occipite impattato va affrontato in maniera globale piuttosto
che localmente perché recidiva, come si fa per un cranio impat-
tato lavorando sul sacro e sui diaframmi.

Pz supino. Posiziono una mano a contatto con C0, l’altra mano


sullo sterno, e valuto come si inibiscono: faccio una F-E, R, incli-
nazioni, torsioni anteriori e posteriori sullo sterno e sento che suc-
cede sopra, cosa cambia. È un test di inibizione, se ad es portando
lo sterno in basso sento che si modifica l’occipite, penserò più ad
un’inibizione che viene dal basso.

Pz prono. Posiziono una mano sul sacro e una


su C0, effettuo i movimenti sul sacro e sento la
risposta a livello occipitale.

Se vogliamo fare un trattamento locale per un impatta-


mento occipitale.

Pz supino. Eventualmente anche con la testa fuori dal


lettino. Posizioniamo 8 dita dietro C0 e facciamo ada-
giare la testa del Pz, aspettare un attimo che si riduca lo
spasmo muscolare e iniziare così a lavorare in profondità
e in apertura, eventualmente anche delle piccole trazioni
verso l’alto. Attenzioni alle risposte vagali.

188
Tecnica rilassante. Posiziono un braccio dietro il collo ed effettuo
delle prono-supinazioni, l’altra mano davanti alla fronte del Pz, se
sento più duro nella parte sin ruoto testa a sin per essere più su
quel lato. È un lavoro di preparazione o a fine trattamento.

Occipite inclinato a dx, condili traslati a sin


Pz supino, Osteopata alla testa del Pz.
Faccio punto fisso su C1, inclino verso la correzione e chiedo una contrazione nel senso della disfunzione e
guadagno verso la correzione.
Se vogliamo possiamo anche fare in un altro modo:
medio di una mano contatta C1 a dx, l’altra mano contatta l’occipite (mano aperta poggiata sul lato sin
del viso del Pz), ruoto la testa a dx. Chiedo al Pz di fare una contrazione inclinando a dx e guadagno verso
l’inclinazione sin, portando i condili verso il basso.

Altro modo: av-


volgo il viso
del Pz (come
nell’immagine
accanto) e chiedo
un’inclinazione a dx
(spingere verso il
lettino), guadagno
con l’inclinazione a
sin. Dopodiché dò
un impulso.

Di Branco

Ripasso occipite
Il test sull’occipite risulta più comodo a Pz supino e magari con una presa a pinza bloccando l’atlante. Ve-
diamo un riassunto dei test:
Test “a 4 dita”: Pz supino, Osteopata, alla testa del Pz, utilizzo indici e medi: due dita su occipite e due su
atlante lateralmente; posso posizionare indistintamente o indici o medi su atlante o occipite.
Test “testa fuori lettino”: Osteopata un pò laterale al Pz che sarà supino con la testa fuori dal lettino. La
testa sarà sostenuta dalla nostra mano craniale che imprimerà il movimento, mentre la caudale percepirà
189
cosa accade a livello articolare.
Test con gli occhi
Test “auto-rotazione testa”: Pz supino a occhi chiusi in modo da eliminare afferenza visiva e gravitazion-
ale: si fa “srotolare” l’occipite sulla colonna e quello che ci resta è l’adattamento nello spazio dell’occipite: il
paziente infatti ruota la testa a dx e sin varie volte. Al comando dell’Osteopata il Pz si ferma con la testa verso
avanti (sempre a occhi chiusi): la posizione in cui si fermerà sarà la sua posizione dell’occipite e quindi già
abbiamo un idea di com’è la situazione sopra l’atlante.
Da qui guardiamo se la linea mediana del viso corrisponde con la linea mediana del resto del corpo. Questo
ci dice, in caso di linea non conforme, che c’è qualcosa da indagare a livello di occipite (anche se potrebbe
poi essere non necessariamente a livello di occipite, ma mi da un sospetto)
ATTENZIONE: Di Branco in questi test (tranne l’ultimo che tanto sarà a occhi chiusi e poco importa) fa to-
gliere gli occhiali al Pz, altri professori li fanno tenere, vedi Cattaneo che diceva “se il Pz vive con gli occhiali è
bene tenerli, se sono occhiali usati più sporadicamente è meno importante”…..
Test “scivolamento obbligato dei condili”. Dò delle spinte sul capo invogliando i condili a scivolare…
paziente supino, indice fa da recettore in prossimità di un condilo occipitale, poniamo sin: con la mano dx
mi posiziono sulla bozza parietale dx e spingo in direzione dei piedi: praticamente obbigo il capo ad andare
verso l’estensione, e valuto cosa succede a livello del condilo sin.
Sempre con la mano sin sul condilo, stavolta spingo con la mano destra sulla bozza frontale di dx e obbligo
condilo ad andare verso la flessione, spingendo sempre verso i piedi del Pz. Con la mano sin sentirò se il
condilo va o meno. Faccio la stessa cosa invertendo le mani, quindi testo il condilo dx e valuto cosa succede
confrontando i risultati

spinta bozza frontale opposta spinta bozza pariet opposta (mano dx su condilo dx)
Esempio pratico
indice sx sul condilo:
- spingo bozza parietale dx (Estensione = anteriorità) e sento che il condilo sin va
- spingo bozza frontale dx (Flessione = posteriorità) e sento che il condilo sin non va
indice dx sul condilo:
- spingo bozza parietale sin (Estensione = anteriorità) e sento che il condilo dx va
- spingo bozza frontale sin (Flessione = posteriorità) e sento che il condilo dx va
Risultato: a sin avrò un condilo in anteriorità quindi l’occipite sta in estensione a sin

È bene non fidarci della forma della squama perché in genere è abbastanza asimmetrica, ma basiamoci in-
vece sui condili. Come troviamo i condili? Dietro alla mastoide in direzione di C1 ci sono i condili e possiamo
già sentire se qualcuno è sfuggente o prominente

Tecniche

Tecnica per condilo in F (“posteriorità vera”)


Pz supino. Trovo la disfunzione di un occipite posteriore. In pratica devo bloccare C1 e far scivolare a cas-
setto il condilo che è posteriore. Per fare questo devo fare una chiusura con la testa in estensione e l’impulso
verso la correzione. Bisogna però sapere che mettere troppo in estensione la testa a questo livello può far
190
chiudere completamente l’arteria che entra nelle vertebre e dopo 3 curve, nel cranio; quindi la tecnica
dev’essere abbastanza rapida.
La tecnica è simile al trattamento di una vertebra cervicale, mantenendo il capo abbastanza sul lettino.
Questa tecnica secondo Di Branco è meno rispettosa dell’arteria.
Prendo un appoggio con la metacarpofalangea del 2’
dito sull’occipite: sarà all’altezza della mastoide, vado
indietro in prossimità del condilo (quindi sono subito
al di sopra del condilo) dal lato della posteriorità. La
testa sarà ruotata dal lato opposto e diamo un leg-
gero parametro di estensione, mentre con l’altra mano
sosteniamo e aggiustiamo il capo. L’impulso sarà una
compressione verso il lettino questo perché questa tec-
nica è sfuggente e questo mi permette di recuperare
qualche parametro ed essere più preciso (non lascio
scampo all’articolazione se non nella direzione che a
me interessa)

appoggio

Tecnica per condilo in E (“posteriorità relativa”)


Se ad esempio ho un condilo sin in flessione, mi troverò sempre il condilo dx leggermente posteriore (relati-
vamente). Quindi la posizione della testa è simile alla tecnica precedente, quello che cambia è che prima ero
un pò più attivo sull’appoggio posteriore, adesso l’appoggio posteriore mi fa da contrappoggio in pratica e
io apro un po’ l’interlinea e faccio indietreggiare un po il condilo che ha pattinato in avanti. Faccio la stessa
identica chiusura vista precedentemente. Con la metacarpofalangea del II dito contatto a dx (posteriorità
relativa, ma la disfunzione sta a sin): mentre prima davo semplicemente l’impulso con la mano verso le cor-
rezione, ora oltre a ciò, con la mano che sostiene il mento dò un leggero impulso in alto e indietro.

191
4 sem _ Longobardi

Ripasso
Il dente dell’epistrofeo
si articola con la parte post dell’arco ant
dell’atlante e con il leg. trasverso,

quindi è un’articol. osteo-fibrosa,


molto importante perché è adattativa.

C1 Lateralmente abbiamo le articolazioni con le


faccette articolari dell’epistrofeo (con il corpo C1
dell’epistrofeo), ossia le atlo-epistrofiche

C2 o atlo-assoidee, loro caratteristica è di


avere le faccette biconvesse; C2

C0 a differenza dell’articol. atlo-occipitale


che è condiloidea, in cui la faccia inferiore
dell’occipite è convessa e la faccia superiore
C0
C1 dell’atlante è concava.
C1
L’orientamento delle articol. atlo-epistrofiche limita fortemente il movimento di inclinazione laterale,
perché la faccia superiore della faccetta dell’epistrofeo guarda in alto-dentro, mentre la faccia inferiore
dell’atlante guarda in basso-fuori. Al contrario l’altlante è molto libero nel movimento di rotazione.

articol. atlo-epistrofiche faccette dell’epistrofeo faccia inferiore dell’atlante


Nella flex bilaterale di C1 su
C2 (movimento simile a quello
dei condili del ginocchio) si ha
un rotolamento ant
con scivolamento post.
A fine flex i condili si trovano
dietro-basso.
Nell’ est bilaterale:
rotolamento post
con scivolamento ant
A fine flex i condili si trovano
F bilaterale di C1 su C2 E bilaterale di C1 su C2
avanti-basso.
Questo è molto diverso da quello che succedeva nelle altre vertebre cervicali, no? Il movimento che abbia-
mo appena descritto è fisiologico ma è chiaro che può diventare anche una disfunzione.
Disfunz. di F biaterale: tutte e 2 le faccette sono post e l’arco di C1 si è allontanato dalla spinosa di C2.
192
Ricordate come abbiamo fatto la palpazione delle cervicali. Nella palpazione delle vertebre cervicali, la prima
spinosa che si sente è quella di C2 (perché C1 non si sente), poi si sente vuoto perché C3-C4-C5 si sentono
poco, dato che le loro spinose sono piccole e poi per la lordosi fisiologica, e alla fine, proseguendo nella
palpazione, si sbatte sulla spinosa di C6. Le spinose di C3-C4-C5 si sentono solo se c’è per es. una F marcata.
Inoltre le spinose di C3-C4-C5 hanno la spina bifida e molto piccola.
Quindi nella palpazione di una disfunzione di F bilat di C1 sentirete l’arco di C1 che è un pò più distante
dalla spinosa di C2.
Disfunzione di E bilaterale: è il contrario della F. Tutte e 2 le faccette sono ant e l’arco di C1 si è avvicinato
dalla spinosa di C2.
Disfunzione di anteriorità dx: l’altante è in estensione dx, rotazione sx, inclinazione dx (se la disfunz. fosse
bilaterale NON ci sarebbe l’inclinazione).
Disfunzione di posteriorità dx: flessione dx, rotazione dx, inclinazione dx.
Disfunzione di anteriorità dx, posteriorità sin: rotazione sin, è una rotazione pura (perché entrambe le
faccette scendono).

PRATICA sull’Altante
I punti di appoggio
dell’atlante sono a livello
dell’arco posteriore, noi tes-
teremo il movimento in rap-
porto all’epistrofeo. Con il Pz
supino, Osteopata seduto alla
testa del Pz, a partire da C2
risale e palpa C1 oppure

partendo dall’occipite, estende


leggermente la testa del Pz e
scendendo con i polpastrelli
sbatte sull’arco di C1.

Dopodiché posiziona gli


indici sull’arco di C1 e i
medi sui massicci articol. di C2,

193
o se si preferisce
medi su C1 e
indici su C2.

TEST di mobilità.
Il movimento parte sempre
dalle mani, traziono verso
di me l’occipite e C1 per
fargli fare la posteriorità o F
e con le altre dita controllo
l’epistrofeo.

Per fare il movimento di


Estensione o anteriorità
spingo con il polpastrello
verso l’avanti.

Se vogliamo fare un movimen-


to di anteriorizzazione sin,
contrappoggio epistrofeo a dx.

194
Se abbiamo la sensazione di avere una vertebra ruotata a sin e percepiamo una posteriorità sin, ma non per-
cepiamo bene se c’è anche un’anteriorità a dx è meglio fare il movimento di F-E, altrimenti è difficile su una
disfunzione di posteriorità sentire l’anteriorità dall’altra parte.

Posteriorità dx di C1
Pz supino, spostato a dx del lettino. Ricordare che su C1 staremo in una condizione di inclinazione maggiore
perché la F-E ci serve prevalentemente per localizzare il movimento, l’inclinazione sempre omolaterale al
lato in cui viene eseguita la tecnica, la rotazione sempre controlaterale alla disfunzione.
Nel caso della posteriorità dx: trovo l’arco posteriore
dx di C1, ruoto la testa a sin, con la mano dx scivolo
con la metacarpo-falangea dell’indice, stabilizzo con il
pollice contro la mandibola (essendo su una cervicale
alta); ora regolo la rotazione, la F-E e l’inclinazione,
quando sento di essere sul punto giusto do l’impulso
verso l’anteriorità.
Nel caso ci fosse un’anteriorità sin, vado nella stessa
posizione, l’unica differenza è che aggiungerò una
piccola rotazione nel momento in cui faccio la spinta
a cassetto (cioè do l’impulso in avanti). Questo si può
fare anche per una bilaterale asimmetrica (anteriore
sin, posteriore dx).

Tecnica di detensione muscolare


Pz supino, Osteopata seduto alla testa del Pz.
Osteopata posiziona le mani a coppa con le dita rivolte verso l’alto, in una posizione tale da ricreare la forma
dell’arco di C1, le mani sono poggiate con i metacarpi sul lettino, dobbiamo estendere le falangi.
Mi posiziono dove c’è l’arco di C1, con i metacarpi poggiati sul lettino, solleviamo su le dita, una volta trovata
la giusta posizione dobbiamo tenere le dita dritte e chiedere al Pz di rilasciare la testa, aspettare del tempo
in modo tale che i muscoli si detendono e la testa arriva sulle mani. Accolgo la testa con le mani, detensiono
le dita in modo tale che la testa poggi solo sulle mani, poi faccio una leggera supinazione e allontano le
mani verso l’esterno in modo tale da far appoggiare la testa pian piano sul lettino. Non lasciare bruscamente
la testa perché si crea nuovamente un riflesso di tensione muscolare.

195
Tecniche mento-perno
Tecnica che può essere usata nella cerniera cervico-dorsale (dalla C7 fino a D4), dove le tecniche DOG o
con il pisiforme hanno maggior difficoltà ad essere applicate. Definita mento-perno, perché viene utilizzato
l’appoggio del mento del Pz come un perno di uno delle due leve esercitate per la disfunzione, nel quale
si frutta il contatto con la spinosa. Posizione classica è con il Pz prono, tramite il pollice o con il pisiforme a
livello della trasversa per avere un punto di fissazione basso, mentre nella parte alta viene sfruttato il mento
del Pz e una leva per fare un’azione di contrasto rispetto a quella inferiore.
Questa tecnica può essere applicata sia a disfunzioni di E che di F.

Nelle disfunzioni di F o anteriorità: creiamo una leva superiore a partire dal perno del mento del Pz fino ad
includere la vertebra in disfunzione, nell’intenzione di deruotarla.

Es >D1 in anteriorità sin (ruotata a dx), devo ruotare la testa del Pz


verso sin e contemporaneamente sulla D2 (vertebra sottostante) es-
erciterò un contrappoggio sulla spinosa da dx verso sin in modo da
contrastare la rotazione che vado a fare sulla vertebra in disfunzione,
per evitare che anche la D2 si ruoti.
Pz prono. Osteopata dallo stesso lato della disfunzione. Pz ruoterà la
testa dal lato della disfunzione.
Devo deruotare D1 e impedire che D2 segua la rotazione. Trovo la
spinosa di D2 e metterò li il mio contatto con il pollice, posizionando
tutta la colonna del pollice sulla trasversa di D2 contro tutta la spino-
sa di D2, quindi non è un contatto puntiforme, in modo da evitare
che il dito scivoli ed è meno fastidioso per il Pz.

Dunque blocco la spinosa di D2 da dx verso sin.


Poi ruoto la testa del Pz mettendo il mento come perno e regolando con la F-E (attraverso la mano sulla
fronte), con maggiore o minore rotazione finchè sento che il movimento si è localizzato fra D1 e D2.

196
Poi ruoto la testa
del Pz mettendo
il mento come
perno e rego-
lando con la F-E
(attraverso la
mano sulla fronte),
con maggiore o
minore rotazione
finchè sento che
il movimento si è
localizzato fra D1
e D2.

Poi vado giù con il gomito perché la mia spinta


deve essere perpendicolare alla spinosa.
L’appoggio della mano superiore deve essere
sullo zigomo del Pz. Se dovessi rendermi conto
che c’è ancora del movimento prendo la fronte
del Pz e aumento o diminuisco la F-E, la rotazi-
one. Posiziono nuovamente la mano superiore
sullo zigomo, posiziono le braccia parallele fra
di loro, vado perpendicolarmente con le mani
una contro l’altra in modo da ruotare D1 a sin e
D2 a dx, faccio una messa in tensione e thrust
a coppia in modo da deruotare la vertebra in
disfunzione.

NB è sbagliato poggiare completamente la testa del Pz sul lettino perché così non c’è più il perno, oppure
mettere la testa troppo in flessione o in estensione, fare attenzione che il mento in appoggio deve esserci.
D2 FRSsin. La D2 è anteriore a dx, quindi mi
posizionerò a dx del Pz. Mi posizionerò sulla
D3, abbasso bene la spalla sx del paziente,
perchè così prendo spazio per posizionare
la mano. Prendo la fronte del Pz, deruoto
fino a sentire che il movimento avviene fra
D2-D3. Scendo bene con il braccio met-
tendomi perpendicolare alla testa del Pz
e controllo con l’altra mano sulla fronte,
regolando bene il movimento; poi mano
superiore sullo zigomo, messa in tensione e
thrust a coppia.

197
In alcuni casi, per qualcuno viene meglio effettuare la
tecnica sul lato opposto, però siccome il Pz ruota la testa
dal lato della disfunzione, non sarà possibile controllare
eventuali smorfie di dolore o fastidio, l’unico vantaggio
può essere di essere più comodi nell’esercitare la spinta.

Nelle disfunzioni di E o posteriorità: mentre tutta la colonna sta ruotando da una parte, la vertebra in dis-
funzione viene deruotata dall’altra parte.
A differenza delle disfunzioni in anteriorità
dove vi era un thrust a coppia, nella poste-
riorità l’impulso è solo sulla vertebra in dis-
funzione, ed il contatto è direttamente sulla
vertebra in disfunzione, non sulla sottostante
come avveniva per l’anteriorità. Osteopata sta
sempre dal lato della disfunzione, il Pz guard-
erà sempre la disfunzione.
D1 posteriorità dx, Pz guarda a dx, contatto D1
a sin, quindi mentre tutta la colonna è ruotata
a dx, blocco D1 e la ruoto a sin. La mano sullo
zigomo è solo d’appoggio e messa in ten-
sione, perché non vi è il thrust a coppia, dò
direttamente l’impulso su D1.

D2 posteriore sin

198
Tecnica con il pisiforme_tecnica con l’Osteopata alla testa del Pz
Anteriore D1 dx
Pz prono. Ora cambiano gli appoggi, ci mettiamo alla testa del Pz,
invece di fare un appoggio pollice-spinosa, facciamo un appoggio
pisiforme-trasversa. Quindi ruoto D1 a dx e contrappoggio sulla
vertebra sottostante ruotandola a sin, quindi mi poggerò con il pisi-
forme sulla trasversa dx di D2; prendendo un credito di pelle dall’alto
verso il basso, non il contrario. Faccio fare l’estensione della testa e
sento che il movimento arriva su D1-D2, faccio il contrappoggio a
livello dello zigomatico. Faccio una messa in tensione sia con la mano
sulla trasversa che sullo zigomatico e faccio il thrust a coppia. Con
l’avambraccio bisogna cercare di essere il più perpendicolari possibili
perché dobbiamo agire sulla rotazione, cercare di non utilizzare la
componente di alto-basso.
In alcuni casi si potrebbe avere un altro posizionamento.
Mi posiziono a dx del Pz, in questo caso il credito di pelle lo
prendo dall’altra parte (dal basso verso l’alto) con la mano
caudale sulla trasversa dx di D2 e con la mano craniale a liv-
ello dello zigomo. In questo caso ho una leggera componente
in convergenza verso la faccetta e ho sempre la possibilità di
fare l’impulso verso la rotazione.

Posteriorità D3 sin
Trovo D3, contatto direttamente D3 a livello della tras-
versa sx con il pisiforme (D3 è già una vertebra inter-
media, la trasversa la trovo tra D2-D3), ruoto la testa a
sin, faccio contrappoggio a livello della testa del Pz, ma
l’impulso sarà solo a livello di D3. Importante il posiz-
ionamento delle gambe dell’Osteopata, una avanti e
una indietro.

Di Branco

Coste
Coste: da 3 a 5, da 6 a 10, in DOG e in TEM.
Il punto d’appoggio è a livello dell’angolo costale dove la costa comincia la sua rotazione verso il basso
e verso l’avanti (qua vi è un punto di torsione che rende la corticale un po’ più compatta e resistente
all’appoggio).
Quando la costa è in disfunzione di ESP il tubercolo è alto, quindi prendiamo appoggio sopra il tubercolo.
Quando la costa è in disfunzione di INSP il tubercolo è basso, quindi prendiamo appoggio sotto al tubercolo.
Dal punto di vista pratico da K1 a K10 (su K1 e K2 poi vedremo che ci saranno più tecniche), possiamo fare
tranquillamente questo tipo di manovre in DOG. In genere i lettini sono bassi.

199
Disfunzione di Espiro
Individuo le spinose; circa 2 dita all’esterno abbiamo le trasverse e subito all’esterno di queste abbia-
mo questo angoletto abbastanza prominente e dolente alla palpazione dove noi andremo a prendere
l’appoggio.
Prendo appoggio sopra l’angolo, nel piccolo spazio delineato tra la costa sovrastante e la costa in disfunzi-
one. Da qui ho 2 possibilità:
a) in precedenza si faceva una DOG vera e propria: Pz supino e thrust a fine Esp sulla verticale, con una com-
ponente di apertura se la costa stava in Esp, o una componente di chiusura se la costa stava in INsp;
b) ora si sono un pò sempilificate le cose.
Pz supino, mi appoggio al di sopra del tubercolo e blocco la costa: chiudo i gomiti del Pz al petto per au-
mentare la pressione al davanti e sposto il Pz leggermente in F, in modo che la costa, essendo bloccata da
me, si sistema da sola: è molto meno balistica e molto meno traumatica.
Perciò ruoto leggermente il Pz verso me e individuo il tubercolo con l’indice della mano caudale e mi pongo
nel piccolo spazio al di sopra della costa in Esp.

Riposiziono il Pz
supino e a questo
punto noterò che il
tubercolo è bloccato
sia dalla mia mano
che dalla pressione
sul lettino.
Con la mano craniale
sollevo la testa del Pz
fino a sentire bene il
mio appoggio sulla
mano caudale: il Pz
F S controlat
espira e a fine Esp aumento leggermente il mio appoggio dando una componente di apertura (= porto il to-
race del Pz in F e in inclinaz controlat rispetto alla disfunzione) e abbassando il tubercolo col mio appoggio
post.

Azione delle mani

200
mano sul tubercolo
per portarlo in basso
> è il polso che va in basso.

Attenzione: se la costa sta in Esp, è chiusa (vicina alla soprastante e per ridurla dò una componente di aper-
tura (allontano mani); se la costa sta in INsp. è aperta (lontano dalla soprastante) e per ridurla dò una compo-
nente di chiusura (avvicino mani).
Precedentemente la tecnica era abbastanza simile, stesso posizionamento, stessi parametri ma invece di
aumentare il mio appoggio durante la componente di apertura, facevo flettere la testa del Pz, davo una com-
ponente di apertura e poi un thrust a fine Esp verso il lettino.

Disfunzioni di INspiro
Nella tecnica in Esp mi appoggiavo sopra il tubercolo e tendevo ad abbassarlo; ora mi ci appoggio sotto e
tendo a sollevarlo.
Il problema è che se ho una
disfunzione di inspiro, la costa
in teoria sta con il tubercolo
basso e la parte anteriore più
rialzata (la costa è posizionata
come in una delle 3 posizioni
dell’immagine accanto); visto
che devo cambiare i param-
etri, dovrò andare a chiudere
la griglia costale: se conto che
1 2 3 il tubercolo è basso quindi lo
spazio è piccolo e in più devo
chiudere la griglia, è ovvio che lo spazio del mio appoggio sarà molto
più ridotto e potrei facilmente perderlo.
Per cuig1. prendo appoggio sotto l’angolo,

201
non chiudo subito la griglia perché non c’è lo spazio

2. apro poi la 3. dopodichè chiudo


griglia in inspiro il Pz in Espiro sopra
e.... l’appoggio.

Pz sempre supino l’appoggio è come visto


precedentemente, ma al di sotto dell’angolo.

Apro la griglia per prendere bene l’appoggio sul


tubercolo

Apertura della griglia

202
Mi ci chiudo sopra in Esp sollevando il tubercolo

Movimento della mano per portare il tubercolo in alto


Facendola alla vecchia maniera farei lo stesso posizionamento ma andrei direttamente in impulso verso il
lettino e in chiusura. Nelle immagini di seguito la ripetizione della nuova tecnica.

gomiti del Pz in appoggio sullo sterno

203
Movimento della mano
per portare il tubercolo
verso l’alto

Piccole precisazioni sulle TEM


Nelle tecniche in espiro utilizziamo una duplice azione: muscolare davanti che alza la costa (piccolo petto-
rale e grande dentato), e osteopatica dietro che abbassa il tubercolo.
Potrei, invece di prendere appoggio sul gomito prenderlo alla base dell’omero per essere più efficace

tecnica classica
Se la persona è particolarmente sciolta, potrei ancora prendere appoggio direttamente anteriormente alla
spalla, con un braccio di leva più corto ma sicuramente più efficace e potente.

204
Nella tecnica in Esp il tubercolo in teoria lo dovrei abbassare durante l’INsp, ma è difficile perché comunque
la zona tende a bloccarsi. Posso provare invece ad abbassarlo nell’Esp, dopo il tempo refrattario di 3 secondi,
nel mentre che sto allungando il muscolo in azione nella Tem.
Per localizzare meglio la costa, e quindi aprire la
griglia potrei traslare le gambe del Pz dal lato
opposto a cui sto lavorando (magari incrociando
la gamba dal lato che lavoro sopra l’altra).
Nella tecnica utilizzando il m. gran dentato (coste
basse in Esp) posso lavorare anche con gomito
anteposto del Pz bene alto sul lettino in modo
che la mano non trovi poi un blocco sul lettino
stesso durante il nostro guadagno. Il Pz spinge
verso il soffitto e guadagnamo in elevazione.

Pz più alto con mano fuori dal lettino posizione per tecnica

205
K1-K2 tecniche dirette Disfunzione
(queste tecniche le in INsp.
vedremo meglio più La spinta sarà
avanti) verso basso-
avanti-dentro
Disfunzione in Esp con appoggio
Pz seduto. Posso dare MCF 2° dito op-
una direzione di spinta pure col pollice.
verso basso-dietro- Secondo Di
dentro in genere con Branco però in
appoggio della MCF del questa tecnica
2° dito e contrappoggio vi è una pò una
sulla gabbia toracica dal dispersione di
lato opposto energia (quindi
un pò meno ef- MCF 2°dito
ficace)
In queste tecniche a seconda
del tipo di disfunzione dovrai
ruotare il capo del Pz: in teoria,
in caso di disfuznione di espiro,
se il capo guarda la costa in
disfunzione vado verso la cor-
rezione, mentre se guarda il lato
opposto aumento la messa in
tensione. Quindi come la posiz-
iono? La verità sta nel mezzo,
vado semplicemente a posizion-
are il capo nello spazio in base a
dove sento il miglior passaggio
per la tecnica.
pollice

Un’altra tecnica Posso girare il


è a Pz sdraiato capo verso la
in posizione disfunzione,
prona; è simile come se facessi
a una mento una tecnica
perno: costa col pisiforme, e
in INsp, il capo l’appoggio ora
ruota dal lato sarà con l’altra
opposto alla mano
disfunzione.

appoggio pisiforme

206
posizione per tecnica Vi sono tecniche anche a Pz supino

5 sem

RIPASSO VERTEBRE DORSALI

D1 FRS sx Tecnica Mento-perno


La disfunzione è anteriore dx, il Pz ruota la testa a dx, l’Osteopata è dal lato della disfunzione. Con il pollice
mano sin contatto la spinosa di dx, con la mano dx posiziono la testa del Pz in modo da creare un perno con
il mento, ma nello stesso tempo agendo più o meno in flesso-estensione per sentire che il movimento di D1
rispetto a D2 si liberi. Posiziono la mano dx sullo zigomo, le braccia stanno parallele con i gomiti bassi. Es-
eguirò un thrust a coppia.

Stessa tecnica con il pisiforme


Osteopata alla testa del Pz, Pz ruota testa a dx. Mano dx sulla trasversa dx di D2, mano sin posiziono la testa
e poi contatto lo zigomo. Eseguirò un thrust a coppia.

D2 posteriore sin Tecnica Mento-perno


Osteopata a sin, Pz ruota la testa a sin. Contatto spinosa di D2 con il pollice della mano dx, con la mano sin
posiziono la testa e contatto lo zigomo. Per la posteriorità il thrust viene dato solo sulla vertebra, perché se
facessi il thrust a coppia manderei ancora di più in rotazione le altre vertebre.
Un’alternativa può essere mettersi dalla stesso lato del contatto della vertebra, quindi in questo caso a dx del
Pz, però la tecnica classica è l’altra.

Stessa tecnica con il pisiforme


Osteopata alla testa del Pz, Pz ruota testa a sx. Con il pisiforme mano sin contatto la trasversa sin di D2 e con
la mano dx prima posiziono la testa poi contatto lo zigomo. Thrust non a coppia.

207
Posteriorità D2 dx
Pz seduto, Osteopata alle spalle. A differenza
di come facevamo con la tecnica da prono, ora
con il pollice contatto la trasversa dx di D2, la
direzione di spinta è in avanti-dentro, utilizzo la
componente di traslazione a sin del busto, mi
aiuta a trovare il passaggio della tecnica. Osteo-
pata posiziona il ginocchio sin a contatto con
il fianco sin del Pz per stabilizzare il Pz, con la
mano sin stabilizzo la testa del Pz. Trovo il livello
facendo rotazione dx e inclinazione dx. Ora fac-
cio la traslazione tra la parte alta del collo e il mio
pollice, aumento la messa in tensione e impulso
solo con il pollice.
Anteriorità D2 dx
Con il pollice mano dx mi posiziono sulla posteriorità relativa della vertebra sottostante dx; con la mano sin
mi posiziono sulla testa del Pz. Trovo il livello sostenendo il Pz con il mio torace, traslo a sin (inclinazione dx),
posteriorizzo D2 ma senza ruotare troppo, messa in tensione e thrust a coppia.

Con molta pratica queste tecniche possono essere fatte fino a D5-D6, in questo caso l’inclinazione è molto
accentuata, quindi traslo tanto il Pz, se la disfunzione fosse posteriore aumenterei la rotazione.
Oppure un Pz che è limitato nelle rotazioni, lavoro maggiormente con il parametro di inclinazione.

Tecniche DOG
D5 in FRSdx
La disfunzione è anteriore sin su D5. Vado a lavorare
sulla posteriorità relativa della vertebra sottostante;
quindi mi poggio sulla trasversa sin di D6. Pz è supino,
l’Osteopata sta a dx del Pz; ruoto il Pz per trovare la
vertebra e lo blocco con il braccio caudale, il Pz ha le
braccia incrociate al petto.

Mano caudale sulla trasversa, mano craniale


sostiene la testa; fletto un pò e inclino il Pz a
sin. Il Pz prende aria, butta fuori e l’Osteopata
nel mentre va un pò in E e dà l’impulso.

Tecnica con il pisiforme (stessa disfunzione)


Pz prono. Mi posizionerò con i pisiformi sulla posteriorità relativa della trasversa di D5 a dx e sulla pos-
teriorità relativa della trasversa di D6 a sin. Faccio ruotare la testa a sin. Con questa tecnica la direzione
208
dell’impulso non è tanto verso il lettino, ma sempre un pò obliquo; quindi ragionare sul lato della disfunzi-
one, sulla convergenza e la divergenza. Sempre meglio che l’Osteopata si posizioni dal lato in cui il Pz ruota
la testa.
In questo caso D5 è anteriore a dx, cioè è in divergenza, quindi mettendo il mio pisiforme a livello di D6, lo
faccio convergere.

D6 posteriore dx_tecnica con pisiformi


Poggio i miei pisiformi sulla trasversa dx di D6 e sulla trasversa sin di D7. Ora D6 è in convergenza, quindi
l’Osteopata deve farla divergere, cioè mandare verso l’alto. L’impulso sarà direttamente e solo su D6 perché
stava già in posteriorità vera.

D6 posteriore dx_TEM_ Pz seduto


L’Osteopata si posiziona dal lato opposto alla rotazione, quindi ora sta a sin del Pz. Pz incrocia le braccia al
petto, Osteopata posiziona un braccio sotto le braccia del Pz, con l’altra mano trovo la D6.
Metto il Pz dritto, con una leggera flesso-estensione trovo il livello, ruoto e inclino a sin per trovare la barriera.
A questo punto chiedo al Pz di ruotare a dx e io guadagno verso la correzione (ruotando e inclinando a sin e
flettendo). Trovandoci in una disfunzione NSR l’inclinazione e la rotazione saranno opposte.

209