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Anno 6 sem 2_Marzia Valentini

Lesioni infraossee (LI)


Tessuto osseo. È costituito da: cellule, matrice organica ed inorganica.

Cellule ossee
1. cellule osteoprogenitrici (mesenchimali): sono cellule connettivali primitive che durante lo sviluppo em-
briologico hanno proprietà staminali, cioè proliferano attivamente e si differenziano in osteoblasti. Si trovano
nel periostio e nell’endostio: pertanto quando vengono riattivate provvedono alla formazione di nuovo tes-
suto osseo.
2. osteoblasti: si trovano dove il tessuto osseo è in formazione cioè nella profondità del periostio e dell’endostio.
Producono matrice osteoide, cioè la componente organica della sostanza intercellulare. Regolano la succes-
siva deposizione in essa dei Sali calcarei (=funzione osteogenica). Sono precursori degli osteociti: infatti resta-
no intrappolati nella sostanza intercellulare da essi prodotta, attenuano le loro caratteristiche secernenti e
diventano osteociti quiescenti.
3. osteociti: sono le cellule caratterizzanti il tessuto osseo maturo e sono contenute nelle lacune ossee. Gli
osteociti quiescenti rappresentano il 90% del patrimonio cellulare ossee.
4. osteoclasti: sono cellule con capacità erosiva sulla sostanza intercellulare (organica ed inorganica) della
lamella ossea. Liberano enzimi proteoliti che disgregano il collagene di sostegno e la matrice inorganica solu-
bilizzando i minerali in essa contenuti. Sono deputati alla distruzione ed al rimaneggiamento del tessuto os-
seo.
Al termine dei processi osteoformativi nel periostio e nell’endostio lo strato di osteoblasti attivi si trasforma
in uno strato di cellule osteoprogenitrici quiescenti. È questo un processo funzionale e reversibile defini-
to “modulazione”: esso fa si che nella vita post- natale, a seguito di stimoli specifici (fratture, ossificazione,
metaplasia) queste cellule possono differenziarsi nuovamente. Invece è fisiologico fino ai 25 anni di età per il
completamento del processo di accrescimento osseo.

Matrice intercellulare organica


È prodotta dagli osteoblasti ed è composta da fasci di fibre collagene contenute in una sostanza amorfa cos-
tituita da proteine: glicoproteine e proteoglicani.
Le fibre collagene sono il supporto per la sedimentazione dei sali durante il processo di mineralizzazione. As-
sicurano l’adesione tra le cellule ossee e la matrice intercellulare organica. Decorrono ad elica rispetto all’asse
dell’osteone in ciascuna lamella.

Matrice intercellulare inorganica


È una componente minerale dell’osso ed è composta da fosfato di calcio, carbonato di calcio, fosforo, fluoro
e magnesio.
Aumenta durante lo sviluppo e l’accrescimento.
La composizione varia in relazione all’età, a fattori dietetici o patologici (es. riduzione nel rachitismo e
nell’osteomalacia).
La componente organica della matrice extracellulare rappresenta il 30% del peso secco dell’osso e ne condiz-
iona la robustezza e l’elasticità.
La componente inorganica mineralizzata rappresenta il 70% del peso secco e conferisce al tessuto compat-
tezza e durezza.
Il tessuto osseo si divide in: lamellare e non lamellare.
1. Non lamellare: detto anche trasecolare.
È un tessuto osseo primario, immaturo, presente nell’embrione e nel feto.
Può essere a fibre: intrecciate o parallele.
Le sue fibre sono raccolte in grossi fasci (trabecole): la sua funzione nella vita prenatale e nell’adulto, in parti-
colari condizioni, è quella di essere il più possibile leggero, elastico e plastico.
È meno resistente a causa della minore quantità di minerali e della mancanza di un orientamento preferen-
ziale delle fibre stesse.
In quello a fibre intrecciate le fibre collagene sono intrecciate a formare un fitto reticolo. La sostanza fonda-
mentale è disposta irregolarmente ed è poco rappresentata sia nella sua parte organica che inorganica. Le
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lacune ossee sono tendenzialmente più grandi che nel tessuto osseo lamellare. È presente anche nell’adulto
(perché gli osteoblasti si riattivano) a livello di una frattura, inserzioni tendinee e legamentose, superfici a
ridosso del periostio, neodeposizioni di osso in generale, metafisi, suture craniche, labirinto osseo, osso al-
veolare del dente.
2. Lamellare
È il tessuto osseo maturo organizzato in lamelle stratificate: le fibre, le cellule e la matrice sono disposti in strati
distinti (lamelle ossee) ed orientate in modo ordinato e parallelo. Dalla vita prenatale e per tutta la vita adulta,
il tessuto osseo embrionale e fetale viene via via sostituito da quello osseo maturo. La sua funzione è quella
di offrire una forte resistenza alla trazione ed alla pressione (sollecitazioni meccaniche in generale). Le forme
spugnosa e compatta sono presenti, tranne poche eccezioni, in tutte le ossa, ma variano considerevolmente
la distribuzione ed i rapporti tra i due tipi. Entrambe le forme presentano la stessa struttura lamellare.
Le lamelle ossee si dispongono concentricamente formando gli osteoni.
Il tessuto osseo lamellare di tipo compatto è formato da:
osteoni: lamelle ossee organizzate in strati concentrici
canali di Havers: piccoli capillari sanguigni verticali al centro di ogni osteone.
canali di Wolkmann: capillari sanguigni trasversali che mettono in comunicazione i canali di Havers. Si aprono
sulla superficie esterna della diafisi (sotto al periostio) e nella cavità midollare del centro della diafisi (sotto
l’endostio).

Il tessuto osseo lamellare di tipo spugnoso è formato da:


lamelle incomplete associate a formare trabecole. Si generano così degli spazi intercomunicanti in cui allog-
gia il midollo osseo.
Gli osteociti sono distribuiti nelle lamelle in modo disomogeneo.
Le cavità delle ossa lunghe contengono: midollo osseo (nel feto), midollo osseo giallo detto “tessuto adiposo”
(nell’adulto).
Le ossa brevi e piatte sono costituite da due superfici di osso compatto denominate tavolato interno ed es-
terno con al centro osso spugnoso detto “diploe”.
Il periostio e l’endostio sono membrane connettivali fibro-elastiche molto vascolarizzate, che aderiscono alla
superficie esterna ed interna delle ossa. Nello sviluppo fetale e post-natale e nel corso dei processi riparativi
di fratture vi si riscontra uno strato continuo di osteoblasti in attiva proliferazione con proprietà osteogeniche
(strato osteogeno di Ollier o strato cambiale). Nell’adulto contengono gli osteoblasti in uno stato di qui-
escenza non definitiva.
Sia nelle ossa lunghe che in quelle piatte e corte la disposizione delle trabecole ossee segue sempre la direzi-
one delle forze che esse devono sopportare: la struttura dell’osso è quindi determinata dalla sua funzione.
L’ osso va considerato come un centro funzionale, la cui azione di sostegno rappresenta solo una delle tante
funzioni che lo caratterizzano.
Le proprietà dell’osso non sono immodificabili: esso è sottoposto ad un ciclo vitale che lo porta prima al com-
pletamento strutturale e funzionale e poi, gradualmente, alla perdita della piena efficienza e funzionalità fino
alla mancanza di ogni adattamento e movimento (morte). Quindi la finalità del trattamento osteopatico su
di un bimbo sarà diversa rispetto a quella di un anziano, ed inoltre nel bimbo piccoli stimoli daranno risposte
amplificate.
Il tessuto osseo inizia a formarsi mediante un processo denominato “gastrulazione” intorno al 15°-16° giorno
dalla fecondazione quando la blastula si trasforma per invaginazione della parete in gastrula. Nella gastru-
lazione avviene la differenziazione dei tre foglietti embrionari. Durante tutto il processo di gastrulazione (tra
la 3à-4° settimana) il mesoderma si differenzia ulteriormente in par assiale (linea mediana), placca laterale
ed intermedio (che unisce i primi due). Alla fine della 4° ed inizio 5° settimana, ossia nella fase dell’impianto,
che segna l’inizio della fase embrionale, comincia lo sviluppo dell’apparato scheletrico. L’apparato scheletrico
si sviluppa dal mesoderma in particolare dal par assiale, dalla placca laterale e dalla cresta neurale. Il meso-
derma par assiale si organizza in somitomeri nella testa, somiti a partire dalla regione occipitale. I somiti si
differenziano in: sclerotomo nella regione ventro-mediale, dermomiotomo nella regione dorso-laterale. Le
cellule dello sclerotomo si differenziano in tessuto mesenchimale (connettivo) embrionale. Le cellule mes-
enchimali migrano differenziandosi in fibroblasti, condroblasti ed osteoblasti (tessuto osseo). Anche le cellule
del dermomiotomo hanno la capacità di formare tessuto osseo, partecipando alla formazione della cintura
scapolare, delle ossa lunge degli arti oltre che della pelvi.
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Ossificazione nell’embrione
Nell’embrione i processi di ossificazione seguono due principali modalità:
1. ossificazione membranosa (intramembranosa, mesenchimale o diretta).
2. ossificazione condrale (encondrale, intracartilaginea, indiretta).
L’osso che si forma mediante i due processi ha la stessa struttura istologica. Inizialmente si tratterà di osso
primario, in seguito verrà sostituito dal secondario.
Osso primario: forma immatura presente durante lo sviluppo embrionale e durante i processi riparativi.
Possiede molti osteociti e fibre collagene intrecciate con un contenuto minerale inferiore a quello dell’osso
maturo.
Osso secondario: osso maturo costituito da lamelle parallele o concentriche (osteoni).
1. ossificazione membranosa (diretta): inizia alla 4° settimana, quando l’embrione ha raggiunto i 30mm di
lunghezza, per proliferazione diretta delle cellule mesenchimali il cui nucleo è in grado di sintetizzare speci-
fiche proteine: le cellule mesenchiamali cioè si trasformano in osteoblasti. Questi si dispongono irregolar-
mente nel tessuto mesenchimale, poi si allineano per formare una prima lamella; così disposti cominciano
a secernere la sostanza fondamentale (osteina) che si pone attorno ad essi. Quando gli osteoblasti restano
intrappolati nella sostanza fondamentale da essi prodotta cominciano ad esocitare in essa i Sali di calcio fa-
vorendo la solidificazione dell’osteina stessa. Si è così formata la prima lamella ossea: una trabecola ossea
deriva dalla somma di più lamelle. Le trabecole che via via si formano si connettono tra loro a formare una
fitta rete intensamente vascolarizzata. Ogni volta che l’osteina viene calcificata fino a formare una lamella gli
osteoblasti, che hanno pilotato tutto il processo, si trasformano in osteociti che, all’interno di ogni singola
lamella, comunicano tra loro attraverso cavità ossee e canalicoli per lo scambio del materiale nutritizio. Le
zone da cui parte l’ossificazione membranosa sono dette centri primari di ossificazione o diafisari. Dopo
la nascita all’interno delle epifisi compariranno i centri di ossificazione secondari, che piloteranno tutto
l’accrescimento. Attorno ai segmenti ossei formati per ossificazione membranosa il mesenchima circostante
si addensa, si arricchisce di vasi e si trasforma in periostio. Il periostio è l’elemento che interviene nella genesi
della struttura ossea: consente alla matrice non connettivale dell’osso di differenziarsi ed ossificarsi captando
le sostanze minerali di cui necessita. Costituisce una vera e propria membrana nutritiva durante il periodo
dell’ossificazione fornendo i vasi e le sostanze nutritive necessarie alle ossa stesse.
2. ossificazione encondrale (indiretta): è costituita da due momenti fondamentali:
a) formazione di un modello di cartilagine ialina > ossificazione pericondrale
b) accrescimento della cartilagine e sostituzione con tessuto osseo > ossificazione en condrale propriamente
detta.
Pertanto le cellule mesenchimali si condensano e si differenziano trasformandosi in condrociti per andare a
formare il pericondrio. La disposizione topografica dei condrociti dà luogo a stampi, modelli cartilaginei delle
future ossa. Su questo modello del futuro osso arrivano i vasi sanguigni, che invadono il centro del modello
stesso trasportando gli osteoblasti, respingendo i condrociti in proliferazione alle due estremità dell’osso (epi-
fisi). Ogni volta che i condrociti vengono spinti verso l’estremità diafisaria ipertrofizzano, mineralizzando così
la matrice circostante. Gli osteoblasti si legano alla matrice mineralizzata e cominciano a depositare matrice
ossea: si forma così il nucleo primario di ossificazione in profondità che si espande in modo centrifugo rag-
giungendo gli strati più esterni dell’osso. Quindi il pericondrio si trasforma in periostio.
In seguito i vasi sanguigni invadono anche le epifisi formando i centri di ossificazione secondaria. L’allungamento
dell’osso viene mantenuto dalla proliferazione dei condrociti nelle piastre (cartilagini) di accrescimento. Le
cartilagini epifisarie di accrescimento giocano un ruolo importantissimo nella crescita in lunghezza delle ossa:
verso il 23° anno di vita verranno coinvolte nei processi di ossificazione.

Sviluppo del cranio


Il cranio si divide in:
1. Neurocranio, che forma l’astuccio osseo dell’encefalo e si divide a sua volta in:
neurocranio membranoso: desmocranio
neurocranio cartilagineo: condrocranio
2. Splancnocranio: costituisce lo scheletro della faccia.
3. Viscerocranio: costituisce la parte viscerale del cranio.

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Neurocranio membranoso
È costituito dalle ossa piatte che formano la volta: queste ossa piatte sono caratterizzate dalla presenza di
spicole ossee aghiformi che si irradieranno progressivamente dai centri primari verso la periferia.
Ossa che subiscono l’ossificazione membranosa: parietale, frontale, temporale (squama ed osso timpanale),
occipite (squama porzione superiore), sfenoide (grande ala: parte superiore) e processi pterigoidei. Pertanto
zone elastiche.
Neurocranio cartilagineo
È costituito dalle ossa che formano la base cranica. Consiste inizialmente di un certo numero di cartilagini
separate: tutte quelle che si trovano al davanti del limite rostrale della notocorda derivano dalla cresta neurale
e formano il condrocranio per cordale; le cartilagini che si trovano dietro a questo limite derivano dal meso-
derma par assiale e formano il condrocranio cordale. Quando queste cartilagini si fondono ed ossificano per
processo encondrale si costituisce la base cranica.
Ossa che subiscono l’ossificazione cartilaginea: etmoide, sfenoide (basi sfenoide), occipite (processo basilare,
porzioni condilari, parte inferiore della squama), temporale (rocca petrosa), frontale (spina nasale) e turbinato
inferiore (splancnocranio).
Splancnocranio
È lo scheletro della faccia e deriva principalmente dai primi due archi faringei.
Dalla parte post del 1° arco faringeo (processo mascellare) originano: mascellare superiore, zigomo, osso
temporale (apofisi zigomatica).
Dalla parte ant del 1° arco faringeo (processo mandibolare) origina la cartilagine di Meckel che, per ossifica-
zione membranosa darà origine alla mandibola.
La cartilagine di Meckel scompare e resta solo un suo residuato: il legamento sfeno-mandibolare.
Dalla parte post del processo mandibolare e dal II° arco faringeo (arco ioideo) originano l’incudine, la staffa ed
il martello: la loro ossificazione ha origine al 4° mese della vita intrauterina; sono le prime ossa ad ossificare
completamente.
NB: ci sono quindi connessioni embriologiche tra orecchio e bocca oltre che con l’osso ioide.

Considerazioni osteopatiche
1. Il cranio del bimbo è un “casino”, è disorganizzato perché c’è molta vitalità. Con la crescita questa vitalità
rallenta e si percepisce ciò che siamo abituati a sentire.
2. Sino ai 17 anni le suture non sono ancora mature per poter parlare dello schema dei 4 quadranti. Lo stato è
una condizione che evolve nel tempo, l’osso è in continuo rimaneggiamento.
3. Le LI sono un problema puramente meccanico. Pertanto si va e si mobilizza. Ci sono zone del cranio che
hanno la necessità di essere più elastiche 8es. la volta) ed altre più resistenti (es 1. il temporale è tutto plastico
tranne la rocca petrosa perché qui si trovano gli organi di senso quali l’orecchio; es 2. l’etmoide è tutto carti-
lagine perché ci si appoggia l’encefalo e l’ipofisi, che vanno protetti. Questo vuol dire che a livello lavorativo
ci sono dei margini, mentre il parietale conserverà la sua plasticità a lungo, l’etmoide è da subito un osso che
stabilizza, ma paradossalmente è l’ultimo che ossifica.
4. è curioso come alcune parti di uno stesso osso mantengano una capacità plastica di adattamento maggiore
rispetto ad altre (es. quante volte si è trovato un temporale in RE che abbia tutti i parametri in RE? Pratica-
mente mani. Infatti così come nascono, così risponderanno per tutto il resto della vita: quindi ci sono strutture
all’interno di un osso che verranno sacrificate per l’adattamento (non generale) in quello specifico momento
rispetto ad altre.

Osteologia nel cranio del neonato_Occipite


Alla nascita è formato da 4 parti distinte )base, squama e due porzioni condilari) unite tra loro da cartilagine.
Il tubercolo faringeo, il seno giugulare ed il seno trasverso non sono ancora presenti.
La squama è divisa in due profonde fessure agli angoli laterali.
Ad 1 anno è ancora diviso in 4 parti, ma le fessure della squama sono sparite.
A 3 anni inizia l’ossificazione della giunzione condilo-squamosa.
A 6 anni il foro occipitale ha raggiunto la grandezza adulta e la giunzione condilo-squamosa è completa-
mente fusa.
A 7-9 anni l’apofisi basilare dell’occipite si fonde con le porzioni condiloidee.
NB: pertanto se si subiscono traumi nelle prime fasi di vita ci saranno più ripercussioni che in età più avanzate.
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Infatti il trauma in genere viene assorbito, ma porta “il conto” quando le suture si chiudono e quindi non si ha
più la disponibilità delle strutture a compensare.

Sfenoide
Alla nascita è costituito da tre parti: basi sfenoide (pre-sfenoide e post-sfenoide), le lingule (grandi ali) che si
uniscono al basi sfenoide poco prima della nascita, e le lamine pterigoidee.
Le tre parti sono unite da cartilagine. Il foro spinoso non è ancora presente, il foro ovale è solo un’incisura, il
dorso della sella è cartilagineo.
Ad 1 anno si è fuso completamente in un unico osso. L’angolo dell’apofisi pterigoidea con la base è di quasi
90° (all’inizio è maggiore).
A 6 anni la base cranica ha all’incirca le dimensioni dell’età adulta. I seni sfenoidali (e frontale) sono ben svilup-
pati; questo significa che il bimbo può iniziare ad avere sinusiti (prima di questo periodo si hanno solo rino-
faringiti).

Temporale
Il temporale alla nascita è formato da tre parti: la squama, la rocca ed il timpanale. L’antro mastoideo è grande,
il processo mastoideo non è ancora presente; il processo stiloideo è presente ma non è ancora ossificato. Gli
ossicini hanno già le dimensioni definitive.
Ad 1 anno si è fuso in un unico osso (cominciano a comparire le apofisi mastoidee in posizione seduta, scom).
Già i bambini di adesso più evoluti geneticamente rispetto ad un po’ di tempo fa riescono a controllare il capo
quindi in realtà le apofisi mastoidee compaiono pure prima.
A 3 anni il processo mastoideo è completamente sviluppato e comincia ad ingrandirsi.
A 6 anni la rocca petrosa ha raggiunto la grandezza adulta, cominciano a formarsi le apofisi giugulari.
A 10-12 anni il temporale ha raggiunto le dimensioni definitive (pensare al lavoro ortodontico in età pedi-
atrica e come questo influenza il cranio ed il suo sviluppo; se fatto bene è potentissimo ma è anche vero il
contrario).

Frontale
Il frontale alla nascita è formato da 2 parti divise dalla sutura metopica, per questo lo consideriamo come 2
emifrontali.
Ad 1 anno la sutura metopica è ancora aperta ( a volte resta aperta per tutta la vita).
A 3 anni si chiude la sutura metopica e si sviluppano i seni frontali.
A 6 anni i seni frontali si ingrandiscono, così come crescono le orbite.
A 9 anni le orbite hanno dimensioni definitive.
A 10-12 anni compare la spina frontale alla estremità inferiore della sutura metopica e finisce il suo processo
di ossificazione.

Parietale
Il parietale alla nascita è già grande poiché deve coprire l’encefalo; quindi è l’osso più grande.
Ad 1 anno si cominciano a sviluppare le bozze parietali.
A 3 anni si sviluppano grandi dentellature lungo la sutura sagittale.
A 10-12 anni l’osso parietale è quasi di dimensioni adulte con tutte le suture e smussature completamente
sviluppate.

Etmoide
Alla nascita l’etmoide è suddiviso in tre parti.
La sua completa ossificazione avverrà intorno ai 16 anni.

Mascellare superiore
Alla nascita è costituito da pre e post mascellare; è poco sviluppato in senso verticale, è presente in esso la
sutura interincisiva.
Ad 1 anno comincia la crescita verticale verso il basso, eruzione dei denti, comparsa dei seni mascellari.
A 3 anni, la comparsa definitiva dei denti scava il palato.
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A 10-12 anni: i seni mascellari raggiungono la grandezza definitiva, sviluppo completo dei processi alveolari.

Zigomo
Lo zigomo cambierà poco se non in grandezza.
È un osso piuttosto adattabile ai cambiamenti della mandibola e agli assestamenti della ATM.
È soggetto a traumi e ad urti provenienti dall’esterno.

Palatino
Alla nascita la lamina verticale e orizzontale sono della stessa lunghezza (nell’adulto la lamina verticale è più
del doppio di quella orizzontale ).
Crescerà verso il basso come il mascellare.

Mandibola
Alla nascita è costituita da 2 parti unite tra loro da una sinfisi fibrosa.
Ad 1 anno la sinfisi fibrosa si è già ossificata.
Ricorda: la mandibola fa da bilanciere e si adatta ai movimenti del corpo. Cresce in condizioni fisiologiche
a partire dai 8/10 anni in poi.

CONSIDERAZIONI
Alla nascita le ossa del cranio sono delle lamine relativamente piatte costituite da un solo strato osseo spugno-
so primario senza dentellature o ingranaggi.
La volta è relativamente grande rispetto alla faccia, ed è caratterizzata già da eminenze frontali e parietali
prominenti.
Non ci sono quindi ancora diploe (osso con 2 strati) dentellature e segni nelle superfici interne.
Ad 1 anno il cranio ha già raddoppiato le sue dimensioni; iniziano a comparire gradualmente le dentellature
in risposta ed in proporzione al movimento fisiologico del meccanismo cranio-sacrale.
A 3 anni: le ossa si sono inspessite, le suture si chiudono e le dentellature continuano a svilupparsi. L’osso
matura e cambia consistenza.
A 6 anni: la base cranica ha quasi dimensione definitiva, sono ben evidenti le suture e le smussature.
A 7-9 anni: la crescita rallenta fino all’inizio della pubertà, quando si avrà di nuovo un picco di crescita che av-
verrà verso i 10-12 anni. In questa età si avrà un picco di crescita soprattutto nella area facciale (per il completo
sviluppo dei seni nasali, della lingua, l’eruzione dei denti e l’azione muscolare).
Dall’infanzia alla età adulta la quantità maggiore di crescita avviene nell’area facciale: la migrazione in avanti
ed in basso del viso è legata alla crescita della sutura fronto-mascellare, pterigo-palatina e temporo -zigo-
matica.
L’espansione trasversale avviene a carico della sutura interpalatina
Le fontanelle alla nascita sono:
bregmatica, è tra i 2 emifrontali e 2 parietali. Il ritmo della sua ossificazione è indicativo della maniera gener-
ale in cui procede l’apparato scheletrico
lambdoidea (o occipitale), situata tra i 2 parietali e squama occipitale
pterica (sfenoidea), situata tra sfenoide, frontale, temporale e parietale.
mastoidea, situata tra temporale, occipite e parietale.

Dismorfismi craniali
Sono causate dalla sinostosi delle ossa, ossia da un processo di ossificazione troppo precoce;
questo avviene soprattutto per sollecitazioni eccessive sulle suture o sui punti di ossificazione durante la VIU
e durante la nascita (il parto è un trauma perché crea grosse compressioni sul cranio che contribuiscono ad
aumentare i processi di ossificazione).
L’ossificazione è favorita sempre da una pressione; il processo di ossificazione è direttamente proporzionale
alla pressione esercitata sull’osso: ecco perché sulle lesioni intraossee nei bambini si usano tecniche di cor-
rezione diretta, molto rapida e non tecniche funzionali in aggravamento (rischio di ossificazione).
Tra i dismorfismi craniali abbiamo:
dolicocefalia (scafocefalia): saldatura precoce della sutura sagittale che causa una crescita del cranio
solo in senso ant-post e riduzione del diametro trasversale.
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Brachicefalia (oxicefalia, turricefalia, acrocefalia): sinostosi della sutura coronale che crea una esagerata
altezza della volta (cranio a torre ) con appiattimento del frontale e accorciamento del diametro ant-post.
Il bambino sostanzialmente ha fatto la sua fisiologica evoluzione nel giro di poco.
La riduzione del diametro ant-post è favorita dalla sinostosi ma anche dalla posizione.
I pediatri consigliano il bambino supino.
Trigonocefalia: sinostosi della sutura metopica che favorisce uno sviluppo maggiore del cranio posterior-
mente
Bisogna sempre capire se ci troviamo di fronte ad una dismorfosi di nostra competenza oppure se questa è
di competenza medica. Occorre sapere dove si può arrivare e come intervenire.
Seguono delle immagini di bambini con dimorfismi craniali che la prof illustra soprattutto un bimbo con
trigonocefalia e uno con dolicocefalia.

Proprietà meccaniche dell’osso


5. Risposta visco-elastica
Ll’osso è capace di deformarsi per una sollecitazione meccanica e di recuperare la sua forma originaria una
volta cessato il carico.
L’osso è in grado di cambiare la sua densità e la propria risposta elastica in modo diverso a seconda delle zone
dello stesso osso. Questo è quello che noi sentiamo sotto le nostre mani, dove avvertiamo una elasticità mag-
giore o minore. Questo poiché l’osso si deforma in base alle linee di carico preferenziali. L’osso deve essere
resistente ma anche plastico.
Quando il limite della deformazione possibile viene superato, l’osso subisce una frattura totale o parziale. Per-
cepisco come trauma ciò che sotto le mani, a livello osteopatico, continua a darci una risposta ossea e quindi
non elastica.
Un ruolo importante sull’osso è dato dal sistema nervoso neurovegetativo, il quale è stato visto che modi-
fica la consistenza del tessuto, tramite la vascolarizzazione che cambia l’attività intrinseca e chimica dell’osso.
Inoltre, un ruolo altrettanto importante sull’osso è dato da diete alimentari; quindi in anamnesi chiedere
sempre al Pz se ha fatto diete, se ha cambiato l’alimentazione, se ha fatto terapie particolari.
La pressione intracorticale è un prodotto sia dei gradienti di tensione della matrice sia della pressione in-
tramidollare derivante dai cambiamenti volumetrici del canale midollare.
Il periostio agisce come una membrana barometrica in grado di mantenere una pressione media all’interno
delle cavità ossee di circa 50 mmHg. Ciò che sentiamo noi quando facciamo i nostri tests è la membrana baro-
metrica costituita da recettori di pressione, in grado di captare o meno di pressione.
Lavori in vitro hanno dimostrato che gli osteociti sono sensibili agli stress meccanici ma ancora di più alla
corrente dei fluidi e alla pressione idrostatica ; la loro risposta ad una sollecitazione idrodinamica porta alla
sintesi di prostaglandine necessaria per la formazione del tessuto osseo (fenomeno di meccano-trasduzione
in tempo reale es: subisco un colpo e c’è una risposta meccanica nocicettiva e pressoria).
6. Processo di meccano trasduzione
Associazione meccanica: i carichi meccanici, creando una deformazione dell’osso, inducono un movimento
di fluidi al suo interno che deforma anche le cellule ossee.
Associazione biochimica: è la traduzione del segnale meccanico in una risposta biochimica all’interno della
membrana cellulare e del citoscheletro.
Si avrà quindi un passaggio ed una trasmissione del segnale dalle cellule cosiddette sensori alle cellule ef-
fettrici le quali servono ad un riassorbimento dell’osso per determinare le corrette variazioni della architet-
tura ossea per via del mediatore molecolare ossido nitrico e prostaglandine (carichi duraturi ma di minore
entità hanno lo stesso effetto di carichi di breve durata ma di maggiore grandezza).

Domande
1. Tra un sacro adatattivo e un sacro traumatico che cosa devo trattare?
Tratto un sacro traumatico: tuttavia la stessa struttura può essere secondaria a diversi stimoli e si può adattare
su diversi piani.
Si può trovare un sacro che sul piano articolare riesce ad adattarsi bene, nel senso che riesce a fare le torsioni,
le lateroflessioni,… però poi alla palpazione dà una sensazione di duro. Quel sacro è adattativo, tutte le dis-
funzioni sono adattative a qualcosa, quindi bisogna capire bene la sequenza cronologica disfunzion-
ale dopo aver fatto i tests.
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2. Che significato hanno out flair ed in flair?
Sono state denominate disfunzioni atipiche. In realtà secondo la prof.ssa Marzia dovrebbero chiamarsi più
correttamente tipiche, perché l’osso così come avviene per il temporale, per l’occipite ha una notevole ca-
pacità di deformarsi perché è vivo, vive di stimoli; quindi non è tanto atipico trovare un iliaco in disfunzione
di rotazione esterna, ma con una ala chiusa (questo ha potuto fare una rotazione esterna adattando l’iliaco).
Supponiamo che tale disfunzione riguardi una donna incinta: bisogna stare attenti che la struttura non si
saldi a tutti i livelli. Il sistema metabolico, l’intrinseco, lo impegna; l’articolare lo impegna ; il sistema fasciale e
viscerale sono impegnati; il sacro che è direttamente coinvolto con le lamine per trazione diretta ed è da lì che
inizia il suo trauma: sotto le mani avvertiremo una struttura bloccata su uno o più livelli o addirittura su tutti i
livelli cranio sacrale, viscerale, strutturale, fasciale intrinseco di lesione intraossea.
Il Pz inizia a soffrire poiché non ha più margini di adattamento.
Tutto questo nel bambino è in corso d’opera, e sentiamo tutto più vitale come è normale che sia.
Nel tempo riusciremo anche a datare una disfunzione.
In presenza di una lesione intraossea, di trauma interno o esterno si ha una urgenza, occorre toglierla poiché
l’osso non è più in grado di deformarsi, a modellarsi.
Le lesioni intraossee vanno cercate e trattate. Quando pensiamo che il sacro sia il male assoluto di quel paziente
occorre liberarlo su tutti i fronti, non ci si deve accontentare del thrust e della sola liberazione articolare, ma
occorre dare respiro a quella struttura.
Liberare sempre per prime, se possibile, le lesione intraossee.

Meccanotrasduzione
1. trasmissione del segnale: passaggio delle informazioni dalle cellule sensore (osteociti) alle cellule effettrici
(osteclasti ed osteoblasti) per via del mediatore molecolare (ossido nitrico e prostaglandine).
2. reazione delle cellule effettrici: formazione e riassorbimento dell’osso per determinare le corrette variazioni
dell’architettura ossea (cariche duraturi ma di minore entità hanno lo stesso effetto di cariche di breve durata
ma di maggiore grandezza.
La capacità di rendere una stessa struttura più resistente ed adatta alle diverse sollecitazioni meccaniche
richiede informazioni che l’osso da solo non potrebbe garantirsi. Muscoli, tendini, legamenti e flusso sangui-
gno svolgono, oltre al compito specifico, un ruolo di recettori ed informatori.
Lo stato di tensione e la loro intima connessione sono in grado di comunicare all’osso la quantità, qualità,
direzione e punto di maggiore stress meccanico che ogni carico o sollecitazione produce: le trabecole ossee
seguono quindi, sempre la direzione delle forze che esse devono sopportare.
Un trauma emotivo può manifestarsi sulla struttura sia muscolare che fasciale.

Sistema emato-scheletrico
La densità dei tessuti è legata alla pressione o meglio alla tensione superficiale esercitata dai fluidi all’interno
del tessuto: il trattamento osteopatico ha come obiettivo quello di regolare questa tensione (recoil).
Una disfunzione del sistema emato-scheletrico genera una lesione intraossea, ossia “un’area di compressione
ossea che si evidenzia con una mancanza della fisiologica flessibilità e che si verifica spesso lungo le linee di
fusione degli elementi fetali dell’osso, i nuclei di ossificazione” (H. Magoun).
Una disfunzione dei nuclei di ossificazione modifica il processo di ossificazione del tessuto osseo con una
conseguente alterazione del processo di accrescimento dell’osso stesso.
Allo stesso modo un evento acuto o un sovraccarico delle linee di forza, in qualsiasi punto dell’osso, provo-
cano lo stiramento delle fibre del periostio ed una conseguente modificazione della permeabilità dei canali di
havers con ripercussioni sul drenaggio locale.
La variazione della permeabilità ai fluidi nelle zone di sovraccarico viene captata dalle cellule ossee senso-
riali, gli osteociti, che tramite il loro mediatore molecolare aumentano l’attività osteoblastica in quel punto
dell’osso. In quel dato punto quindi, ci sarà la tendenza a produrre nuova sostanza ossea e quindi a creare una
ulteriore variazione delle linee di carico: questo è quello che in osteopatia percepiamo come aumento della
densità dell’osso in un dato punto.
I processi di stimolo, reazione, feedback fanno si che una lesione intraossea, lasciata attiva, può generare e
mantenere un processo di rimodellamento osseo alterato che dovrà essere a sua volta integrato in un nuovo e
diverso processo architettonico dell’intero organismo. Si parla di tensegrità perché siamo un unicum, dove
ciò che accade in un punto si ripercuoterà ed avrà effetti su tutto il sistema.
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Tutto ciò ci permette di capire che:
cosa succede all’interno dell’osso quando questo viene sollecitato meccanicamente.
Quali sono le variazioni che portano l’osso a andare una percezione di sé completamente differente a sec-
onda della zona che viene palpata.
Quali parametri cambiano e quindi quali sollecitazioni possiamo imprimere all’osso per poterli cambiare qua-
lora non rispondessero più alle esigenze funzionali dell’osso stesso.

Slide: Diagnosi
Presenza di una dismorfosi
Anamnesi: traumi pregressi, sintomi cronici o acuti ,( irritazione dei passaggi nervosi nel punto di L1)
Test di pressione: positivo
Test di mobilità: risposta incoerente
Punti di repere: risposta incoerente o addirittura opposta

Spiegazione della slide diagnosi


Di fronte ad una dismorfosi ossea ,in anamnesi, dobbiamo chiedere se c’ è stata o meno la presenza di un
trauma (facendo riferimento alla 1 lezione sul significato di trauma) e valuteremo se c’è o meno la cronic-
ità del sintomo, molto spesso sono sintomi ricorrenti, cronici che durano da tempo ma anche sintomi acuti,
quindi irritazioni dovuti a passaggi nervosi che si trovano nel punto di lesione intraossea.
Quando andiamo a fare il nostro test di pressione troveremo una zona più resistente, o un quadrante più
resistente e dovremo altresì testare che tipo di resistenza è; ci dobbiamo chiedere se questa resistenza ci im-
pedisce di entrare? È struttura ? È osso?
Se riusciamo ad entrare e non riusciamo ad uscire siamo allora più su un sistema interno, viscerale, piuttosto
che su un sistema strutturale.
In questo test di pressione, ma questo vale anche quando facciamo il test di pressione agli arti inferiori, agli
iliaci, al sacro, dobbiamo sentire la qualità della resistenza, la quantità della resistenza e l’andiamo ad inter-
pretarla. Una delle possibili interpretazioni di un test di pressione craniale positivo, potrebbe essere una
lesione intraossea; come sempre non ci basta un dato ma dobbiamo sommare più dati, a cui si associerà una
palpazione dei punti di repere di questa struttura che risulteranno incoerenti alla posizione generale della
struttura stessa.
Es: se trovo un iliaco in RE e in anteriorità, esso a rigor di logica eccetto poi anomalie anatomiche di base,
una correlata posizione della SIPS, del bacino, delle tuberosità ischiatiche,…ecc. Ci sono dei punti che ci
richiamano a quella posizione. Ma domanda che ci dobbiamo chiedere : tutti i punti corrispondono a quella
posizione? Due punti si e uno no.
Perché la SIAS per es è costretta a rientrare e non segue l’adattamento generale di quella struttura?
Dopo aver fatto un test di pressione, interrogo la struttura e faccio un test di mobilità.
Se trovo una apertura di bacino, mi immagino che c’è quasi sicuramente una facilitazione a lavorare in ro-
tazione esterna. Eseguo un test di mobilità sull’iliaco, poi sul sacro, poi sull’occipite e mi chiedo: tutti i punti
dell’occipite vanno in flessione se la disfunzione è ad esempio di flessione? oppure c’è ad esempio un’anca o
un condilo che rimangono più indietro, e che quindi resistono a questa mobilità generale preferenziale?
Quindi quando facciamo il test, qualsiasi struttura sia, occorre che ci concentriamo sul macro, ma anche sui
punti relativi, e ci dobbiamo chiedere: tutti i punti stanno seguendo questo adattamento?
Spesso, in presenza di una lesione intraossea ci saranno dei punti incoerenti che non seguono l’adattamento
generale, quindi: test di pressione, anamnesi, test di palpazione, test di mobilità, sommo e vado a dire che ci
potrebbe forse essere una lesione intraossea che dovrò poi trattare.

Slide: Trattamento
Si utilizzano quasi esclusivamente tecniche dirette mediante l’impilamento della lesione:
test di pressione laddove è possibile
test di mobilità per la lesione intraossea (fuori dall’impulso)
ascolto dell’IRC sull’osso da trattare
accumulo delle tensioni iniziando dalla dominante (in tecnica diretta che interrompe la trasmissione in quel
punto dell ‘ IRC)
mantenere fin quando non si percepisce di nuovo il ritmo
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effettuare il Recoil: lì dove la struttura lo consente.
Se dopo 2-3 min non si percepisce ancora l’IRC significa che c’è stato un accumulo eccessivo delle tensioni.
Quindi rilasciare un po’ ed aspettare nuovamente.

Spiegazione della slide trattamento


Si utilizzano esclusivamente tecniche dirette; se ci sarà la possibilità faremo dei recoil; dove non avremo pos-
sibilità di farlo accumuleremo soltanto le diverse limitazioni che abbiamo trovato e aspettiamo.
Per test di mobilità di una lesione intraossea significa che ci sono dei test utilizzabili per andare a cercare
questa lesione. Una volta che l’abbiamo trovata o molto più facilmente le abbiamo trovate, dobbiamo partire
dalla lesione intraossea che ci ha dato maggiore resistenza, mettendo appunto in correzione quella lesione e
vedere che fine fanno le altre lesioni che abbiamo testato, stiamo impilando i parametri. Se gli altri parametri
impilati a seconda della resistenza spariscono, non li metto durante la correzione; viceversa se restano, cioè
trovo una resistenza di nuovo nell’imprimere quel movimento, lo devo mettere, cioè lo devo accumulare,
impilare; farò quindi un recoil su un parametro, su 2 parametri o su tre parametri in relazione a quello che ho
trovato. Oppure se mi trovo su una struttura craniale, per cui non posso fare i recoil farò sempre lo stesso pro-
cesso di impilamento ma aspetterò che in quella zona torni l’impulso ritmico craniale. Nei punti di lesione in-
traossea c’è di solito un respiro craniale assente, cioè quella zona resta quasi esclusa dalla dinamica generale
o locale della struttura. Cosa sentirò quindi quando interrompo la mia tecnica craniale in uscita? Intanto avrò
un ammorbidimento sotto le mie mani, sentirò una sensazione di cedevolezza; grazie a questa cedevolezza
riesco molto meglio a sentire tenendo quella posizione l’impulso craniale che quindi ritorna; se non torna
dopo 2 o 3 minuti, significa che ho fatto una ipercorrezione, cioè ho spinto troppo la resistenza della struttura
, per cui l’ho talmente costretta che devo ripartire.
Quindi in sintesi: laddove è possibile, la tecnica che noi utilizziamo è il recoil; mentre laddove non è possibile
in quanto magari ci sono 2 componenti della stessa struttura positivi i recoil non funzionano.

Slide: Definizioni di LI
Sono lesioni che si producono in parte all’interno dell’osso tra le sue varie parti costitutive
Alcune lesioni intraossee sopraggiungono prima che l’osso si sia completamente formato(neonati ), neces-
sitano di un trattamento precoce con lo scopo di restituire una forma armoniosa alla struttura ossea.
Altre lesioni intraossee sopraggiungono nel corso della vita in seguito a traumi; nell’adulto dove l’osso è già
formato, lo scopo del trattamento sarà quello di restituire l’elasticità meccanica alle fibre stesse della
struttura ossea.

Spiegazione della slide definizioni di LI


Partiamo per comodità e per capire il concetto dalla descrizione delle manovre di correzione di una disfunzi-
one intraossea di tibia.
Facciamo dei centraggi posteriori
Facciamo dei centraggi anteriori, portando la tibia in su verso di noi e andiamo a piegarla
Facciamo i centraggi laterali in tutte le direzioni
Centraggio e quindi concavità interna
Torsioni di tibia: metto entrambe le mani lungo l’asse della tibia, una craniale e una caudale, e voglio proprio
elasticizzare il tessuto, testando le sue possibilità torsionali

Nel nostro caso la Pz è Maria Pia, la cui tibia non fa la torsione interna e il centraggio esterna. Per lavorarla,
inizio dalla disfunzione più resistente, quella cioè che mi dà maggior limitazione al mio stress, quindi inizio
dalla correzione del centraggio esterno: inizio impilando il primo parametro laddove sento resistenza e vado
a dare un altro parametro fino a quando la resistenza cede (se è presente il secondo parametro, lo devo
tenere procedendo verso la correzione).
Chi mi dice quando devo smettere?
Anche qui possiamo stare in ascolto dell’impulso craniale, la tecnica sarà terminata quando la tibia tornerà a
fare le rotazioni interne ed esterne; oppure vado semplicemente a fare un recoil sul punto di maggior resist-
enza.
A questo punto devo ritestare, poiché questo trattamento potrebbe aver slatentizzato un’altra lesione in-
traossea.
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Alla fine di tutto se penso nello specifico caso di Maria Pia che la sua problematica sia una lesione intraossea
di tibia, posso fare delle manovre che ridiano elasticità e armonizzazione di tutta la struttura, piego e la tratto
come voglio proprio per rielasticizzarla.
NB. I recoil li eseguo secondo i parametri disfunzionali; posso ancora durante i miei test dividere la tibia in tre
settori, e se ad esempio sento una limitazione nel settore prossimale superiore, mi concentro con i recoil nel
3 sup lo libero; dopodiché posso rifare il test di pressione sugli AAII e sentire se c’è o meno positività. Al test
classico aggiungo dei parametri di stress ulteriore come se la volessi piegare o un test di pressione in rotazi-
one esterna.
Importante: inserire sempre le lesioni intraossee nell’ambito delle disf craniali come gli strain, le laterofles-
sioni ed altre disf di volume craniale.

Pratica_ LI di sacro
Dobbiamo vedere lo schema globale e relativo del Pz, come è posizionato il sacro nello spazio e come
questo si muove. Ci dobbiamo chiedere innanzitutto se posizione e movimento corrispondono. Tutti i punti
corrispondono? Tutti i punti seguono una determinata disfunzione, ad es in una disfunzione di torsione di
sacro, tutti i punti emibase ed ail corrispondono?
È importante il posizionamento del Pz, quindi occorre sempre aprire le interlinee tra sacro ed iliaco prima di
ogni test; dopodiché come iter si fa il test di pressione, il quale dà diverse possibilità:
Se durante il test di pressione deprimo il sacro e questo non si lascia deprimere, ma riesco ad apprezzare il
ritorno, siamo di fronte ad un sacro strutturale.
Viceversa se durante il test di pressione deprimo il sacro e questo si lascia deprimere, ma non riesco ad apprez-
zare il ritorno poiché c’è qualcosa che tira da dentro, siamo di fronte ad un sacro di tipo viscerale.
Se al test di pressione risulta un blocco totale fortemente compresso siamo di fronte ad un sacro di tipo du-
ramerico.

Da un punto di vista pratico osteopatico non capita quasi mai di avere pulita una strada piuttosto che l’altra,
ma queste strade molto spesso da un punto di vista clinico si influenzano.

Nel caso specifico del nostro es, cioè Riccardo, la prof riferisce di sentire al test di pressione che metà sacro fa
una cosa e metà sacro ne fa un ‘altra, vi è una risposta viscerale da un lato e una risposta strutturale dall’altro.
Andiamo a valutare la consistenza di tutte le parti del sacro; andiamo a vedere la posizione del sacro nello
spazio.
Nel caso del Pz in esame, Riccardo, troviamo una inclinazione dx delle emibasi sacrali; ci mettiamo in proiezi-
one delle emibasi sacrali e ne testiamo appunto l’inclinazione laterale, poi ci ricerchiamo gli apici e vediamo
che hanno una inclinazione completamente opposta. Qualora ci trovassimo di fronte ad una disfunzione di
torsione sacrale ci aspetteremo una base dx più bassa e una base sin alta; poi un apice sin basso e un apice
dx alto. Ci aspetteremo una anteriorità della emibase dx e una posteriorità dell’ail sin; qualora nel caso detto
trovassi l’AIL sin ant ci sarebbe una incongruenza con lo schema posturale che ci può far pensare nello speci-
fico ad una lesione intraossea.
Ipotesi:
abbiamo un apice che anziché essere post, come dovrebbe, è ant: vado ad eseguire il test, e se al test di
mobilità tutto il sacro va in torsione tranne l’apice sin, forse esso è incarcerato da una situazione muscolare,
da una situazione viscerale proveniente dall’alto o dal piccolo bacino che lo àncora mentre tutto il resto si
sta continuando ad adattare in torsione. Non tratteremo l’apice sacrale soltanto ma tratteremo la struttura
nell’insieme in tal modo.

Reperiamo le emibasi sacrali e immaginiamo di stressare la struttura sacrale in chiusura: l’osteopata si pone
con il bordo ulnare di entrambe le mani sulle emibasi cranialmente e sugli apici causalmente in chiusura e va
a dare una componente di anteriorità ed inferiorità delle basi; contemporaneamente di anteriorità e superi-
orità degli angoli; l’osteopata mediante questa manovra appunto chiude il sacro.
Allo stesso modo deve aprire il sacro, quindi si metterà sull’apice della convessità sacrale flettendo le inter-
falangee dell’indice e con i pollici vicini e paralleli tra loro ed andrà ad effettuare una spinta in avanti (cioè
verso il lettino), saggiando la capacità elastica delle basi e degli apici di risalire.
Farà poi uno stress della struttura in torsione e cioè:
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metterà poi una mano caudale su un apice e una mano craniale sull’emibase contro laterale e andrà a dare
una spinta con parametro di basso/avanti della emibase e con parametro di alto/avanti sull’apice: stressa il
sacro sostanzialmente nel senso della torsione; fa la stessa cosa dalla parte opposta, ed inoltre in apertura su
emibasi ed ail da una parte e dall’altra.
A questo punto si rifà lo stress in side bending: con i bordi cubitali di entrambe le mani craniale e caudale ci
si posiziona rispettivamente su emibase ed ail dello stesso lato (ipsilateralmente) e contemporaneamente si
saggia la capacità di allontanamento dell’apice e della base dello stesso lato; e successivamente di avvicina-
mento.

Importante: da fuori non si deve vedere nessun movimento; si deve solo entrare nell’osso in profondità nella
struttura, e non essere superficiali, poiché altrimenti si lavora solo a livello muscolare.

SE al test trovo 2 chiusura o 2 aperture ok; se trovo una chiusura ed una apertura occorre bilanciare; se trovo
una chiusura e un side bending mi organizzo per bilanciare. Bisogna cercare di organizzarci in modo semplice
e pratico da un punto di vista manuale.

sem 3

Lesioni intraossee di sacro


Ripasso delle lesioni intraossee del sacro.
Cosa ci può far pensare alla presenza di una lesione intraossea? I punti di repere e quindi la posizione, la
funzione e prima ancora la sintomatologia. Di solito prima di fare un test di posizionamento noi entriamo in
contatto con la struttura, ricevendo delle informazioni di consistenza tissutale (test di consistenza tissutale)
che sarà particolarmente spiccata, vivace, 2 possibilità:
sacro strutturale
lesione intraossea (o entrambi).
Quindi il secondo passaggio è la palpazione dei punti di repere, cioè l’inquadramento spaziale di questa
struttura; facciamo l’esempio del frontale, guardiamo il Pz e vediamo la forma del cranio e diciamo che il suo
frontale è in rotazione ext. Quali sono i parametri che ci fanno dire che è in RE? Il pilastro ext è basso-avanti-
fuori e quello interno è alto-dietro-dentro. Il frontale ha un diametro trasversale più ampio e mi aspetterò
alla palpazione di trovare questi stessi parametri rispettati. Tutto ciò è però molto teorico, dovrò verificare. Lo
stesso vale per il bacino: se ho una persona con rotaz ant del bacino mi aspetterò un sacro in anteriorità, se
lo trovo posteriore mi dispiace. Qualora trovassi nella palpazione dei punti di repere un pilastro interno che
è trazionato in basso e che non è coerente con i parametri spaziali che mi aspettavo già mi devo insospettire
perché c’è stato qualcosa che ha costretto il frontale a sacrificarsi nella plasticità della struttura-
Poi faccio il test di mobilità: vado a vedere se nella sua possibilità di fare RE o RI tutti i parametri rispettano
quella disfunzione. Se io ho un temporale in disfunzione di rotazione ext dovrò trovare una facilità dell’apice
mastoidea ad andare alto dietro dentro, l’apofisi zigomatica basso avanti fuori una squama ad aprirsi. Durante
il test succede questo? O succede solo in due porzioni e non nella squama?
Durante un test sul sacro, se testo ad es. un unilaterale destro, la base va basso avanti? E contemporaneamente
l’apice va alto dietro?potrebbe andare in alto e non salire, potrebbe andare in alto e non posteriorizzare, per-
ché è trattenuto e quindi il sacro la sua disfunzione se la fa ma non in tutte le sue parti, non è un’articolare
pura: siano nell’obbligo di testare la plasticità dell’osso alla ricerca della lesione intraossea. Questa è una vi-
sione relativa che va inglobata nella visione generale del paziente.
Mettere la Pz vicino a noi sul lettino per stare nell’appiombo, così da valutare più correttamente.

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Posizionarsi bene sugli apici, che sono più
larghi. Dobbiamo sapere bene dove metterci
per valutare. Dal coccige salgo, sento dove ter-
mina e mi allargo lateralmente verso gli apici.
Raffaella sta in flessione meccanica con apice
di sin più post, basi alla stessa altezza. Al test
di consistenza l’apice più post è anche più
duro. Faccio il test di mobilità. Marzia ci invita
ad ascoltare il sacro in tutta la sua mobilità nei
diversi punti. Nel caso di Raffaella la mobilità
è corretta, non è un sacro ant, ma l’apice sin
si posteriorizza meno perché probabilmente
ha già esaurito la sua possibilità di andare in-
dietro.

Test della lesione intraossea: test di apertura e di chiusura


Test di apertura: sono posizionata sulle basi e sugli apici con
i pollici sull’apice della curva sacrale, facciamo una spinta col pol-
lice sull’apice della curva e sento le risposte sulle basi e sugli api-
ci. In base a come è il sacro l’apice può essere a S2, S3 anche S4
(l’apice è dove trovo la zona più in cifosi).
Per le lesioni intraossee usiamo la definizione rispetto a dove non
va, questo perché essendo il trattamento una tecnica diretta mi
ricorderò subito cosa devo fare.

Test di chiusura:
sono posizionata
sulle basi e sugli api-
ci e cerco di avvici-
narli, sentendo se si
lascia chiudere.

Test di torsione: apertura e chiusura


Farò la chiusura sull’apice e sulla base cont-
rolaterale e poi l’apertura, sempre facendo
perno sull’apicale. Questo lo farò da entrambi
i lati.

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Test in side bending: testiamo la possibilità
del sacro di farsi avvicinare da un lato e allontanare
dall’altro. lo faremo con le mani posizionate su basi e
apici e inducendo un avvicinamento a dx e contem-
poraneamente un allontanamento a sin e viceversa.
Lo possiamo fare anche a 4 dita, stressando in un
senso e nell’altro.
Quando ho trovato le disfunzioni intraossee dovrò
bilanciarle: si parte dalla dominante, mettendo la le-
sione in confort e si vede poi come si comporta l’altra
o le altre disfunzioni, se spariscono o rimangono.

Per fare questo bisogna inventarsi un po’ le posizioni, perché una mano tiene in riduzione la lesione principale
e l’altra controlla se la disfunzione secondaria è sparita o c’è ancora. Nel caso di Raffaella la prioritaria era la
torsione dx in apertura, che viene perciò inibita mentre si controlla contemporaneamente la secondaria: una
lesione in apertura basi-apici. Rimane la torsione mentre l’apertura va via. Bisogna trattare la torsione, o con
recoill o con tecnica di allungamento diretto, finchè non sento la cedevolezza della struttura, il tessuto ha
ceduto e torna a respirare.
Nelle tecniche craniali fermeremo la nostra tecnica proprio quando sentiremo che l’impulso craniale torna a
permeare anche quella zona che prima non si muoveva.

Lesioni intraossee di bacino


Ricordiamo che il bacino è formato da tre parti, iliaco, ischio e pube, che si saldano tra loro a livello del cotile
intorno ai 20-25 anni di età, come la SSB e il sacro stesso. Attorno a queste tre parti si possono creare lesioni
intraosse.
Andrò a valutare
le LI tra l’ala ili- ala iliaca
aca e la branca
pubica, utiliz-
zando una presa
larga per l’ala ili- branca pubica
aca e aggancerò
la branca pubica
con un appog-
gio ischio-pubi-
co.

Andrò ad imprimere dei movimenti di torsione (1) in un senso e nell’altro, di chiusura (2) (cercherò di
avvicinare la sinfisi alla SIAS) e di apertura (3), cioè le allontanerò. Attenzione: il movimento non si deve
vedere, io lavoro sulla plasticità dell’osso.
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Successivamente valuterò la plasticità dell’ala iliaca rispetto all’ischio. Terrò la mano larga sull’ala iliaca e pren-
derò la tuberosità ischiatica, ci sono diversi modi, noi vediamo il seguente con presa a pinza:

ala iliaca

tuberosità ischiatica

Farò movimenti di
torsione, chiusura
passando posterior-
mente e apertura
allontanando poste-
riormente

Ora lascio l’ala iliaca e vado a


prendere la sinfisi pubica a
pinza, ricordando che sono
zone un po’ dolorose!

Farò anche qui


torsione, chiu-
sura e apertura,
ricordando che
sto stressando
la branca pu-
bica.

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Ricordiamo che la sinfisi si relazione con l’altra sinfisi e quindi dovremo fare un giro di controllo su entrambi
i lati.
Avendo in mano la posizione dell’osso e conoscendo la sua mobilità è facile capire cosa va fuori dalla fisio-
logia. Nei bambini avrò ancora maggiore plasticità e anche nel bambino dovrò avere rispettate alcune con-
dizioni; anzi, nel bambino o meglio nel neonato ciò che non si muove è più grave perché è in uno stato di
maggiore plasticità globale. Un bambino di 1 anno è diverso da uno di tre o di sette, a 10-12 c’è un passaggio
e poi somigliano sempre di più ad adulti, pur non essendolo e bisogna conoscere queste differenze perché un
trauma ad un’età è diverso se viene ad un’altra età, considerando per trauma non solo quello fisico ma quello
fasciale, l’intossicazione, la terapia farmacologica subita, la bronchite…non è il trauma solo perché è caduto!

Temporale
Il temporale è formato da tre parti: la rocca, la squama e il timpanale. La squama e il timpanale ad ossificazi-
one membranosa, la rocca ad ossificazione cartilaginea, l’apofisi zigomatica dal I arco faringeo (membranosa).
Tratteremo le LI di queste tre parti.
Saranno presenti spesso dei sintomi ricorrenti, sia uditivi (acufeni e riduzione dell’acuità uditiva), ma anche
disturbi dell’equilibrio (vertigini); otiti ricorrenti (unilaterali+++) che si auto mantengono perché il processo
infiammatorio è un trauma per la plasticità dell’osso e pensiamo a tutte le rotture spontanee del timpano, suc-
cessive ad otiti ricorrenti, laddove il timpano si inserisce sul timpanale e sulla squama.
Quando hai otiti bilaterali è facile che tu abbia come conseguenza delle LI, mentre quando l’ otite è unilat-
erale è facile che sia la lesione intraoseea a portare l’otite, anche perché il catarro si dovrebbe depositare da
entrambe le parti.
Mobilizzeremo la rocca tramite
un contatto con la porzione mas-
toidea; tratteremo la squama
tramite una presa sull’apofisi
zigomatica del temporale, perché
embriologicamente l’apofisi zigo-
matica del temporale nasce dalla
squama.Tratteremo il timpanale
tramite un contatto diretto col mi-
gnolo.

Test tra il squama e la rocca


La rocca petrosa la contatto tramite la parte più ant della porzione mastoidea, con un appoggio alto e ant
(non sto sulla sutura). La devo testare con la squama. L’apofisi zigomatica la contatto a pinza, alla radice, subito
davanti al trago.

squama

rocca

presa errata
presa corretta sulla mastoide

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pollice vicino alle altre dita pollice errato

il pollice non l’oppongo

stabilizzo con la spalla


la testa del Pz

Inizio i miei test: blocco la squama (tramite l’apofisi zigomatica) e mobilizzo la rocca (tramite l’apofisi mas-
toidea). La porterò indietro e in avanti, in dentro e saggerò il ritorno, in alto e in basso (la rotazione è compli-
cata e la utilizzeremo per le altre parti).
Poi fermo la rocca e mobilizzo la squama, facendo gli stessi movimenti: in basso e in alto, in dentro e saggio
il ritorno, in avanti e indietro, qui posso fare la rotazione ant e post.
Test tra timpanale e
rocca petrosa
Non tolgo la mano dalla
pollice mastoide, mentre mi
porto dietro al trago, sub-
ito all’inizio del CUE (sto
stabilizza sul timpanale), con una
spinta verso il condilo,
timpanale in alto-avanti, alla ricerca
del maggior contatto os-
non vado dentro in proiezione seo. Il resto della mano,
della rocca come nella presa a cioè soprattutto il pollice,
farfalla continua a stabilizzare.

Blocco la rocca petrosa e mobilizzo il timpanale. Farò


anteriorità e posteriorità (= è un rilascio),
superiorità e inferiorità,
interno (attenzione!) e rilascio verso l’esterno,
rotazione anteriore e posteriore.
Poi fermo il timpanale e mobilizzo la rocca.
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Test tra timpanale e squama
Levo la mano da sotto, tengo il timpanale,
e con l’avambraccio stabilizzo la testa del l’avambraccio
Pz e vado a prendere la squama. Anche
stabilizza
qui fermo una parte e mobilizzo l’altra e
viceversa. Alla fine del giro partirò dalla
lesione più importante.

Frontale
L’ossificazione del frontale è di tipo membranoso ed origina da due centri primari, uno per ciascuna metà,
attorno alla metà del 2°mese di vita fetale. Questi centri di ossificazione vanno in senso radiale dal centro alla
periferia. La sutura metopica entro l’ottavo anno di vita dovrebbe chiudersi, a volte rimane tutta la vita.
Test sulle lesioni intraossee nel cranio
La presenza di LI ci viene indicata dall’incongruenza dei punti di repere e dei test di mobilità sia dell’osso in-
tero che delle singole parti dell’osso: già alla palpazione dovrò sentire una resistenza e ad es avrò un frontale
che sta in rotazione ext ma i pilastri non mi coincidono; chiedendo se ha avuto un trauma, avrò con certezza
un sì. Inoltre al test di mobilità il pilastro orbitario ext, scende ha una facilitazione verso la RE e non sento la
stessa cosa sul pilastro interno; in più durante l’ascolto sento che o tutta la struttura o una parte non partecipa
al movimento di espansione, quindi sento già un isolamento della zona. Userò l’impulso ritmico per dire che la
tecnica è finita, perché avrò sentito che in quella parte dell’osso l’impulso non arriva, la struttura non respira:
finirò la tecnica quando sentirò che ritorna l’impulso craniale.

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Test degli emifrontali
Punti di repere: subito sopra all’arcata sopraccigliare dx e sin e
pollici subito davanti alla coronale. Il resto delle dita stabilizza la
testa del Pz.
Il test della lesione intraossea è di un emifrontale rispetto all’altro:
uno resta fermo e l’altro lo mobilizzo nelle diverse direzioni dello
spazio, cioè in discesa, in salita, in rotazione oraria e antioraria, di
bascula anteriore e posteriore e poi una tendenza ad allontanarsi
e ad avvicinarsi.

risalita

discesa
rotazione rotazione
oraria antioraria
bascula
allontanamento avvicinamento posteriore

bascula
anteriore
Testerò sia da un lato che dall’altro meccanicamente, andando a saggiare la plasticità dell’osso.
Faremo poi una compressione verticale della squama.

A B
Cambiando presa facciamo la compressione orizzontale, avvicinando tra loro indice e medio (fig.A) opp pol-
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lice-indice (fig.B) prima da un lato poi dall’altro.
Presa larga, al limite della sutura coro-
nale, gli indici sopra all’arcata soprac-
cigliare, poiché è dolorosa. Stabilizzo
con le altre dita la testa del Pz e testo
l’emifrontale dx rispetto al sin.
Per la bascula anteriore spingo con
l’indice indietro e il pollice accompagna
l’anteriorità, per la bascula post esat-
tamente l’opposto. Nell’allontanamento
decomprimo, quindi porto l’emifrontale
dx a dx e nell’avvicinamento comprimo
il dx verso il sin che dovrà essere ben sta-
bilizzato.

Nella chiusura comprimo la squama nel senso verticale e poi cambio presa e comprimo nel senso orizzon
Nella chiusura comprimo la squama nel senso verticale e poi
cambio presa e comprimo nel senso orizzontale.

Mi concentrerò sempre sull’emifrontale che alla palpazione mi ha dato più


resistenza e più incoerenze e partirò da lì per testare le LI. Sul frontale ci pos-
siamo permettere i recoill, andando ad impilare tutti i parametri che trovo in
disfunzione, altrimenti mi fermo dopo aver dato tutte le correzionie aspetto
che sotto la mia mano torni l’impulso.

Trattamento delle bozze frontali


Per trovare le bozze frontali andrò
prima con il palmo della mano a palmo della mano indice
cercare la zona di maggiore con-
vessità, e anche di maggior durez-
za, poi sostituirò il mio palmo con
l’indice

Andrò a fare poi dei test a raggiera in senso centripeto e centrifugo con il pollice o l’indice dell’altra mano
verso l’apice della bozza e andiamo a memorizzare quale raggio è più resistente o in chiususra o in apertura,
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e poi li bilanceremo.

Quindi farò il recoill o in chiusura se il raggio più resistente è in chiusura o in apertura in caso opposto.
Altra tecnica per trattare le bozze è la tecnica a fazzoletto, in cui io prendo con le dita la bozza e come con il
fazzoletto andrò a fare una chiusura e un’apertura con tutte le dita.

Cercherò quindi di spianarla e di aumenatre la convessità, farò delle rotazioni orarie e antiorarie; dopodiché
contro resistenza farò il mio recoill (contro barriera).
sem 4

Occipite
Squama_ porzione sup_ossif membranosa 2 nuclei
porzione inf_ossif cartilaginea 2
porzioni condiloidee_ossif cartilag 2
porzioni basilare_ossif cartilaginea 1
La porzione sup della squama ha un’ossificazione
membranosa e 2 nuclei di ossificazione, uno per lato.
La porzione inf (piano nucale) ha più un’ossificazione
cartilaginea, con 2 nuclei di ossificazione, sempre uno
per lato. La limitante tra le due parti è data dai seni lat-
erali, quindi seni trasversi che demarcano i punti di in-
serzione del tentorio. La squama può deformarsi in base
a queste inserzioni. Le porzioni condiloidee hanno
un’ossificazione cartilaginea con 2 nuclei di ossificazi-
one, è cartilaginea anche la porzione basilare con 1
centro di ossificazione.
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Dobbiamo conoscere lo sviluppo dell’occipite a seconda dell’età del Pz:
ad 1 anno: è ancoradiviso in 4 parti ma le fessure della squama sono sparite
a 3 anni: inizia l’ossificazione della giunzione condilo-squamosa
a 6 anni: il foro occipitale ha raggiunto la grandezza adulta e la giunzione condilo-squamosa è completa-
mente fusa
a 7-9 anni: l’apofisi basilare dell’occipite si fonde con le porzioni condiloidee.
Le lesioni interossee della squama:
attorno ad un asse ant-post, material-
izzato dal seno retto, attorno al quale
la squama farà delle rotazioni sul pia-
no frontale. Questo faciliterà la lesione
intraossea anche del condilo omolat-
erale al lato dell’inclinazione; quindi ci
sarà una tendenza per il condilo omo
ad avere una compressione, per il con-
dilo controlaterale invece ad avere una
lesione verso l’esterno.

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Attorno ad un asse trasversale, materializza l’inserzione della grande
circonferenza del tentorio, attorno a quest’asse la squama può fare dei
movimenti di bascula anteriori e posteriori, ma anche dei movimenti di
chiusura: tutte due le porzioni vanno in avanti, tutte due le porzioni vanno
indietro.

movimenti di bascula

posteriori anteriori

Attorno a quest’asse l’occipite può fare


sia dei movimenti di chiusura (sale la
parte inf della squama mentre la parte
sup scende, troviamo una cifosi occipi-
tale accentuata), sia dei movimenti di
apertura (troviamo un occipite piut-
tosto piatto), sia fare una bascula ant-
post.

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Attorno ad un asse verticale, può fare movimenti di rotazione dx-sin sul pia-
no trasversale, ancora movimenti di apertura e chiusura su entrambe i lati. Il
bambino che si presenta con questa condizione può avere sintomi di irritazi-
one dei seguenti nn. cranici:
IX > rigurgito, suzione,
X > sintomi digestivi: spasmo con pianto di dolore dopo il pasto,
XI > torcicollo congenito

I punti di contatto per testare le LI della squama:


mignoli: ai lati e al di sopra di inion (giallo) pollici
anulari: ai lati e al di sotto di inion (verde)
medi: arco post di C1 (viola), lo trovo come finisce la curva
mignoli
occipitale e cado su C1
anulari
indici: dietro apofisi mastoidee (azzurro)
pollici: grandi ali dello sfenoide (rosso) indici
medi

Prima di tutto dobbiamo cercare di allontanare i


temporali, lo sfenoide e C1 dall’occipite
in questo modo:
con i medi > spingo C1 in basso
indici > temporali in RI, in avanti
pollici > grandi ali avanti
mentre mignoli e anulari stanno sull’occipite.
C1

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Dopo che ho fatto questo al-
sfenoide lontanamento faccio il test con
mignoli e anulari sulla squama
dell’occipite.
temporali

Test_Asse trasversale
Testeremo i seguenti movimenti:
bascula ant > spingendo avanti i mignoli e ascoltando la risposta sugli
anulari
bascula post > spingendo in avanti gli anulari e sentendo la risposta sui
mignoli
un movimento di chiusura> spingerò contemporaneamente in basso-
avanti i mignoli e in alto-avanti gli anulari, quindi li avvicino, perché devo
cifotizzare la squama
il ritorno (o apertura) non possiamo farlo, ma nessuno ci vieta di andare
su inion e spingere per testare la risposta in apertura.

rotazione Asse verticale


rotazione > spingeremo con anulare e mignoli di una mano e ascolteremo la ris-
posta sull’altro lato
chiusura lungo l’asse verticale

chiusura

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Asse ant-post
rotazione > salgo con una mano
e sento che succede nell’altro
lato (sull’altra mano)

rotazione su asse ant-post

LI dei condili
Costrizioni da parto (utilizzo di ventosa o forcipe) che impattano i condili pollici
su C1 piegandoli all’interno
Compressione del canale condiloideo ant (passaggio del XII)
Variazioni della morfologia del foro occipitale
Spasmo dello SCOM, con conseguente alterazione nel passaggio degli
elementi vasculo-nervosi in questa zona.
medi indici

anulari

dietro le mastoidi I punti di contatto per testare le


LI dei condili
condili
Medi: sui condili rispettando la
C1 direzione avanti-dentro
Indici: dietro le mastoidi
Anulari: sull’arco posteriore di C1
Pollici: sulle grandi ali

l condilo può entrare in una lesione di RI o di RE,


quindi non rispettando più l’asse ma piegarsi in un
senso o nell’altro. Quindi, prima di tutto andremo
a testare il condilo da un punto di vista articolare;
poi lo porterò in avanti e valuterò la sua capacità
di piegarsi all’interno e di piegarsi verso l’esterno.
Per il condilo è più fisiologico trovare una lesione
intraossea di piegamento verso dentro (RI) (la dis-
RE RI funzione si nomina dal lato dove non va nelle LI),
sarà una lesione meglio tollerata rispetto al piega-
mento verso fuori (RE).
Quindi, nel test porteremo prima il condilo in
avanti e testeremo la sua capacità di fare una RI e
una RE; poi portando il condilo indietro testeremo la sua capacità di fare una RI e una RE. Si farà effettuando
una pronazione e una supinazione con il medio in contatto con il condilo.

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