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MODULO 1 

ANATOMIA 
STRUTTURALE E 
FUNZIONALE 
Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
né nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.


Che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d'ogni sorta;
più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti

Sempre devi avere in mente Itaca -

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raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos'altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.


Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

- Kostantinos Kavafis -

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PREFAZIONE 
L’impresa di allestire un testo di allenamento agile,
moderno e ben illustrato, che sia adatto, nello stesso
tempo, ai tecnici del settore, agli appassionati, agli
aspiranti trainer, interessati ad approfondire il
Calisthenics, è indubbiamente impegnativa.
Ogni ambito disciplinare ha una propria specificità e
proprie esigenze che, nel caso particolare dell’anatomia
umana, della fisiologia, della didattica di allenamento, di
alimentazione e di tecniche di marketing, impongono la
necessità di approfondire una parte piuttosto che altre, di
dare un taglio descrittivo o topografico piuttosto che
funzionale e così via. Il nostro auspicio è quello di essere
riusciti a proporre una dispensa che corrisponde, nel suo
complesso, a tutte queste necessità in maniera
soddisfacente.

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Dopo un’introduzione sull’organizzazione generale del
corpo umano e una prima parte del capitolo 1 dedicata
alle basi necessarie di istologia e fisiologia, il testo
presenta una parte centrale di anatomia descrittiva nel
modo più accurato e semplificato possibile. Essa
rappresenta quella sezione indispensabile per fornire le
conoscenze anatomiche di base a tutti gli aspiranti
allenatori. Infatti, con questo primo blocco dedicato al
corpo umano, l’intenzione è quella di far comprendere gli
elementi fondamentali (ossa, legamenti, tendini, muscoli,
articolazioni), per poi combinarli in composti (catene
muscolari, continuum articolare, movimento umano) nei
capitoli successivi. La metafora chimica di elementi e
composti verrà citata spesso nel corso di questa
dispensa, al fine di far emergere il messaggio
fondamentale: il nostro corpo va studiato con intelligenza,
comprendendo che vi sono degli elementi singoli che si
combinano tra di loro per creare un sistema complesso
più ampio. Per cui, se in questa prima parte useremo la
tecnica divisoria delle parti del corpo umano per studiarne
ognuna individualmente, incoraggiamo il lettore a
mantenere un’ampia visione di insieme, necessaria per
percorrere questa via di conoscenza nel modo più
efficace possibile.

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Buona lettura,
Lo staff Burningate.

ANATOMIA UMANA
Iniziamo questo modulo parlando di questi due concetti:
anatomia strutturale e anatomia funzionale, cercando di
capire perché entrambi sono importanti e come uno va ad
arricchire l’altro.

Per tradizione qui in occidente l’approccio accademico


tradizionale per lo studio dell'anatomia usa la “tecnica del
microscopio”; suddividendo il corpo in singole strutture o
pezzi per facilitarne la comprensione e l’apprendimento.
È un approccio molto utile per capire bene il
funzionamento di ogni singolo elemento del corpo umano,
ma per comprendere in profondità il funzionamento
globale non bisogna perdere un altro punto di vista: quello
globale che tiene conto anche del contesto e di come i
singoli pezzi di relazionano con gli altri.

Quindi possiamo dire che:


- L’ANATOMIA STRUTTURALE ci aiuta a
comprendere il funzionamento dei singoli pezzi,
quindi dei singoli muscoli

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- L’ANATOMIA FUNZIONALE ci aiuta a
comprendere la relazione che c’è tra i vari
elementi, quindi tiene conto sia dell’anatomia
strutturale ma aggiunge un elemento
fondamentale, ossia come il singolo muscolo
influenza e viene influenzato dagli altri.

Un esempio: il muscolo cardiaco


ANATOMIA STRUTTURALE: “Il muscolo cardiaco
pompa sangue in tutto il corpo”
ANATOMIA FUNZIONALE: “l’attività del muscolo
cardiaco viene influenzata dalla dimensione della gabbia
toracica, che è influenzata dalla postura (un
atteggiamento cifotico porta ad una chiusura della gabbia
toracica), e questo si riflette anche sul diaframma e quindi
sulla respirazione, che influisce sull’attività cardiaca.”

Facciamo una piccola parentesi anche per quanto


riguarda l’anatomia integrata olistica, un approccio che
sta prendendo piede e da considerarsi anch’esso facente
parte dell’anatomia funzionale.
Questo approccio tiene conto della struttura e della
funzione osservando il sistema umano nel suo insieme.
I principi sono:
- Nessuna struttura funziona in modo indipendente.

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- Ogni struttura nel corpo ha una funzione specifica
che è governata anche dal sistema nervoso.
- La soggettività dell’individuo è importante: si porta
l’attenzione a come l'individuo svolge un ruolo
nell'intero sistema.

Facciamo un ulteriore esempio per chiarire: secondo


l’anatomia strutturale sappiamo che i muscoli hanno una
loro proprietà elastica e si possono allungare.
Studiando anche l’anatomia funzionale sappiamo che i
muscoli sono collegati al sistema nervoso centrale e
quindi hanno dei meccanismi di protezione che possono
rendere rigida la struttura e non più elastica. Questo
punto è molto importante ricordarlo quando si fanno
pratiche di stretching o mobilità.

IL LINGUAGGIO ANATOMICO 

Uno degli obiettivi di questa guida è quella di fornirvi degli


strumenti pratici da poter applicare nel mondo lavorativo
nel modo più efficace ed efficiente possibile, a partire dal
linguaggio: è importante parlare ai vostri clienti in modo
che essi capiscano tenendo conto che la maggior parte di
loro non ha mai aperto un libro di anatomia.
Le conoscenze teoriche vanno sapute spiegare ed
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applicare con chiunque per questo è importante
l’esperienza pratica!

L'anatomia può apparire molto scoraggiante se si rimane


bloccati sulla teoria, che ritiene importante memorizzare i
nomi di tutti i muscoli. Ovviamente è importante
conoscere il nome di alcune strutture chiave a cui spesso
facciamo riferimento nella pratica degli esercizi. Tuttavia,
comprendere la funzione di una "area" ed essere in grado
di interpretare il movimento è più importante che essere
in grado di elencare ogni termine latino.

LA TEORIA DEI SISTEMI COMPLESSI: cosa sono e 


perché ci riguardano?  

La metafora elemento-composto a cui si faceva cenno


poche righe più su, trova una spiegazione più ampia e
fisica nella ​Teoria Dei Sistemi Complessi​.
Definiamo innanzitutto un ​sistema​: è un insieme di
elementi strutturato e caratterizzato da proprietà
specifiche che lo identificano e contraddistinguono come
unità a sé.
I sistemi complessi sono sistemi in cui le singole parti
sono interessate da interazioni locali, che poi provocano
cambiamenti nella struttura complessiva.

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Quindi i sistemi complessi sono suddivisi in sottounità,
sottocomponenti che reagiscono all’unisono nei confronti
di un’informazione esterna o interna. Sono accoppiati con
l’ambiente che occupano, e sono suscettibili anche a
piccolissime variazioni ambientali.

Logica e nel funzionamento base dei sistemi


complessi.
C’è una particolarità: il comportamento di questi sistemi
non è prevedibile, se non in modo molto parziale,
probabilistico e inesatto. Infatti se le singole modifiche
locali sono prevedibili attraverso formule, lo stato futuro
del sistema nella sua interezza non può essere dedotto
tramite esse. La precisione della nostra previsione sarà
direttamente proporzionale all’esattezza dei parametri che
riusciamo a misurare, alla completezza delle equazioni e
dei relativi calcoli necessari per la descrizione del
sistema, e alla conoscenza di tutte le variabili in gioco.

Complesso non significa complicato.


Complicato significa “piegato, arrotolato insieme”,
complesso significa “intrecciato insieme”. In altre parole,
un sistema complicato può essere scomposto in sottoparti
e compreso analizzando ciascuna di esse. Invece, un
sistema complesso può essere compreso e osservato
correttamente solo considerandolo “nel suo insieme” e

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osservando in particolare le interazioni tra i suoi elementi.
Sono queste interazioni che rendono il sistema caotico,
non ogni singolo elemento/componente in sé.

Con questo approccio olistico e trasversale, si interpreta il


comportamento del sistema come risultato delle relazioni
tra le sue parti. Ovvero si analizza la risultante delle
interazioni del sistema, con uno studio della sua rete di
attivazione. Questo metodo integra quello riduzionistico
ed è assolutamente fondamentale per lo sviluppo della
scienza moderna.

L’organizzazione del corpo umano


Iniziamo a parlare del corpo umano partendo dall
infinitesimamente piccolo al grande.
Per prima cosa siamo composti da atomi, che formano le
molecole, che formano il DNA e da lì le proteine.
Ma per questo corso tralasciamo queste strutture
estremamente piccole (che però andavano menzionate) e
partiamo da quelle più gradi:

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1) Cellula: ​la più piccola unità strutturale che mostra la
funzionalità di un organismo vivente (la più piccola
porzione vivente del corpo umano). Nel nostro corpo ce
ne sono decine di migliaia di miliardi (Se ne stimano
30-37000), per cui possiamo solo immaginare quanto sia
possibile essere scomposti e segmentati al fine di essere
studiati.
Ogni cellula ha una vita propria e contemporaneamente
interagisce con le cellule circostanti.

2) Tessuto:​ gruppi di cellule che hanno una funzione


comune formano i tessuti.
Si parte dalle cellule staminali che poi diventano libere di
differenziarsi sulla base delle richieste del nostro
organismo (da qui nasce l’importanza di mantenere un
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buon numero di cellule staminali. Qui si può agire con lo
stile di vita)

3) Organo:​ I diversi tipi di tessuto che lavorano insieme


per assolvere funzioni specifiche e complesse
compongono gli organi.

4) Sistema di organi:​ organi collegati che lavorano


insieme per coordinare le attività e raggiungere una
funzione comune.

5) Organismo:​ tutto il sistema corporeo funziona in


modo interdipendente in un singolo essere umano vivente
Ritornando ai muscoli e ad una visione più globale: molti
nostri organi si trovano nella parte centrale del nostro
corpo e sono protetti dai muscoli.
Quando noi effettuiamo una contrazione muscolare
abbiamo degli effetti anche su di essi.

Cenni di fisiologia
Le cellule che compongono il corpo umano sono
profondamente diverse tra di loro: generalmente molte
hanno in comune il nucleo, il reticolo endoplasmatico,
l’apparato di Golgi. Non tutte però: per esempio i globuli
rossi sono sprovvisti del nucleo.

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Questo concetto è importante da capire perchè le
caratteristiche possedute da una cellula sono quelle
migliori che possa avere in relazione alla funzione che
deve svolgere.
In natura nulla esiste senza un motivo.

Questo concetto visto in larga scala lo possiamo trasferire


anche sulla postura: non esistono posture sbagliate o
scorrette, è utile vedere la postura come un indicatore,
ossia il miglior modo che il corpo umano ha trovato per
organizzarsi date delle determinate caratteristiche
(fisiche, caratteriali, mentali, alimentari).
Questo ci fa dire che grazie all’allenamento può avere un
impatto a livello cellulare e quindi globale e sistemico
sull’organismo.

Le principali cellule del corpo umano sono:

Globuli rossi ​- trasportano ossigeno attraverso il corpo,


formati nel midollo osseo

Globuli bianchi​ - formati per la maggior parte nel midollo


osseo; attaccano virus e batteri

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Cellule nervose​ - chiamate anche neuroni; trasmettono
impulsi elettrici verso e dal Sistema Nervoso Centrale;
dirigono ogni movimento, pensiero e sensazione

Cellule muscolari ​- rendono possibile il movimento

Cellule ossee ​- formano il duro strato dell’osso

CENNI DI ISTOLOGIA 
Queste nozioni ci servono per capire che il nostro corpo
non è un tessuto unico, ma è differenziato.
Ci sono 4 tipologie base di tessuti nel corpo:

1. Epiteliale: ​è fondamentale perchè forma ed allinea le


superfici del corpo e forma anche le ghiandole.

2. Muscolare:​ responsabile del movimento. Si può


suddividere a sua volta in liscio (involontario e quindi
autonomo; ​es muscolo cardiaco​) e striato (volontario che
può essere governato dalla nostra volontà, ​es muscoli del
braccio)​

3. Tessuto connettivo: ​la sua importanza è


estremamente elevata perchè connette e supporta il
corpo ed i suoi organi, immagazzina le sostanze nutritive
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(possiamo affermare che se noi funzioniamo all’unisono e
in maniera organica, buona parte del merito va al tessuto
connettivo).
Visto con un approccio di tipo bioenergetico, il tessuto
connettivo oltre ad essere il luogo di deposito delle
sostanze nutritive è anche il luogo di deposito dei nostri
blocchi psichici, che si possono manifestare in rigidità
muscolari.
Esso include cartilagine, ossa, sangue, tendini, legamenti,
fascia, grasso e pelle.

4. Tessuto nervoso:​ rileva i cambiamenti nell’ambiente


esterno ed interno rispondendo a questi (include cervello,
midollo spinale e nervi)

I SISTEMI STRUTTURALI DEL CORPO UMANO 

Diamo dei cenni di quali sono e a cosa servono i principali


sistemi del corpo umano:

Sistema scheletrico​ - è organizzato in un sistema di ossa


con lo scopo di fornire supporto, formare una struttura e
dare protezione agli organi interni.

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Gioca un grande ruolo anche nei movimenti: le ossa sono
tenute insieme tra loro grazie ai legamenti.
NOTA:
Legamenti: tengono insieme le ossa
Tendini: uniscono l’osso al muscolo

Il sistema scheletrico è influenzato dai muscoli: il


movimento muscolare favorisce il ricambio cellulare del
tessuto osseo stimolando l’attività degli osteoclasti
(cellule responsabili della disgregazione della matrice
ossea) e degli osteoblasti (cellule che formano nuova
matrice ossea).
Queste cellule sono responsabili anche
dell’immagazzinamento di alcuni minerali essenziali per la
salute delle ossa come il calcio. La salute di esse si può
misurare con un indice, il BMD dall'inglese ​Bone Mineral
Density:​ ​un osso tanto è più sano quanto è più
fisiologico il suo BMD.
Nelle ossa si formano anche i globuli rossi, quindi sono in
stretta relazione con tutto l’organismo.

Sistema muscolare​ - progettato per la contrazione e il


rilascio: vedremo nei moduli successivi che è più corretto
parlare semplicemente di contrazione (eccentrica,
isometrica, concentrica).

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È anch’esso progettato per la protezione degli organi
interni e inoltre produce calore: è il tessuto che è
maggiormente attivo a livello metabolico, insieme anche
al tessuto adiposo bruno.

Fascia (Rete fasciale)​ - diretta da muscoli e sistema


nervoso per supportare o inibire la qualità e la direzione
del movimento. Organi: legamenti, tendini, fascia altri
tessuti connettivi.
Verrà affrontata nel modulo dell’anatomia funzionale.

Il sistema scheletrico
Lo scheletro umano è composto da ​circa 206​ ossa mobili
(alcune persone hanno qualche osso in più, altre qualche
osso in meno) e da 68 articolazioni.

Che caratteristiche ha l’osso?


L'osso ha una struttura dura perché è formato per 2/3 da
depositi di calcio, importantissimo per definire il BMD.
L’osso è una struttura dura, ma non completamente
rigida: rimane un certo grado di elasticità grazie ad 1/3 di
componenti organici (tessuto connettivo, cellule e vasi
sanguigni).

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Le ossa sono "vive" ossia in uno stato costante di
cambiamento attraverso processi di calcificazione e
decalcificazione grazie alla funzione degli osteoblasti
(entrano) e osteoclasti (escono).
La densità minerale ossea e lo sviluppo osseo sono
entrambi determinati dall'equilibrio del sangue tra calcio e
fosforo (ruolo importante dell’alimentazione), nonché dall
adattamento agli stress fisici (ruolo fondamentale
dell’allenamento).

Lo scheletro si muove grazie all’'attività dei suoi tessuti


molli circostanti (muscoli e fascia). Quando due o più
ossa si incontrano, viene creata un'articolazione e il
muscolo circostante che attraversa quella articolazione è
responsabile del movimento volontario dell'articolazione
specifica.
Qui giocano un ruolo fondamentale i legamenti e i tendini:
le strutture legamentose sono importanti per la tutela nei
casi di shock perchè attutiscono, tengono insieme le
strutture e rendono più morbidi i movimenti.

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La seguente immagine riassume quanto detto finora:

Nella figura sopra riportata emerge come lo scheletro sia


diviso in 2 sezioni: la sezione assile (ossia quella
centrale, compreso il cranio che non è inteso come
appendice) e la sezione appendicolare (ossia le appendici
che stanno attorno all’asse)

Assile: ​include il cranio, la colonna vertebrale e le costole


- teschio (cranio) - mandibola (mascelle) - vertebre
(colonna vertebrale), cervicale (C1-C7), toracica
(T1-T12), lombare (L1-L5), sacro (S1- S5), coccige -
costale (costole) - sterno

Appendicolare: ​comprende spalla, bacino, braccia e


gambe

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A sua volta si suddivide in:
Appendicolare superiore: ​clavicola, scapola, omero, radio,
ulna, carpali, metacarpali, falangi
Appendicolare inferiore:​ bacino (ilio, ischio, pube),
femore, rotula, tibia, fibula, tarsali, metatarsali

Fonte: ​https://medicinaonline.co

Le articolazioni e il movimento articolare


Questa sezione è molto importante perche ci può fornire
le basi per comprendere il funzionamento dei movimenti
del corpo umano in modo esteso e globale, trovando delle
analogie tra varie parti del corpo. Un esempio sono le
analogie tra l’articolazione del ginocchio e quella del
gomito.

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Un’articolazione è il punto d'incontro tra due ossa.
La cartilagine è un tipo di tessuto che mantiene stabili due
ossa adiacenti che entrano in contatto (o articolate) l’una
con l’altra.

I tipi di articolazioni sono 3:


1) articolazioni sinoviali
2) giunti fibrosi
3) giunti cartilaginosi.

Le articolazioni aiutano a determinare movimenti in


diverse parti del corpo e sulla base di questo possiamo
classificarle in vari tipi, a seconda di:
A - La quantità di mobilità consentita dalle
articolazioni
B - Tipo di tessuto che collega le ossa
Ognuno di questi tipi può essere ulteriormente suddiviso.

Diamo un’occhiata a ciascuna classificazione


individualmente.

A - La quantità di mobilità consentita dal comune


A seconda del grado di mobilità consentito
dall’articolazione, possiamo classificarle come:

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- Articolazioni fisse o Sinartrosi ​– La parola ‘sin-‘
ci dice che le ossa sono fuse e quindi permettono
il minimo o nessun movimento. Queste sono
articolazioni fibrose, il che significa che il tessuto
legante tra due ossa è di natura “fibrosa”.
Esempio di un articolazioni fisse sono le suture tra
le ossa del cranio.

- Articolazioni semimobili o Anfiartrosi ​– Questo


tipo di articolazione consente una leggera mobilità
che è maggiore di quella che si vede in una fissa.
Il tessuto legante in questo tipo di articolazione è
di natura cartilaginosa. L’esempio di
un’articolazione ipomobile è quella tra i dischi
intervertebrali.

- Articolazioni mobili o sinoviali ​– Queste


articolazioni consentono il massimo movimento tra
le ossa coinvolte. Sono anche chiamati “diartrosi”
e sono ulteriormente classificati in 6 tipi a seconda
del tipo di movimenti possibili.

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B - Tipo di tessuto che collega le ossa
In base al tipo di tessuto che collega le ossa, possiamo
classificare l’articolazione come:

- Fibrosa ​– Il tessuto che collega le due ossa è di


natura fibrosa
- Cartilaginea ​– La cartilagine forma il tessuto
connettivo tra due o più ossa
- Sinoviale ​– Le due ossa formano una cavità
sinoviale con liquido sinoviale che forma il tessuto
connettivo.
Queste articolazioni hanno una capsula articolare,
cioè una guaina di tessuto connettivo che circonda
l'articolazione. La capsula articolare è rivestita
dalla membrana sinoviale, la quale produce il
liquido sinoviale necessario per lubrificare
l'articolazione e ridurre l'attrito durante il
movimento. Il liquido sinoviale che trasporta i
nutrienti all'articolazione (cartilagine ialina) per
mantenere l’articolazione sana. Da qui possiamo
dedurre l’importanza della mobilità articolare
anche in ottica di mantenere in salute le
articolazioni.

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I sistemi di fluidi articolari
Il liquido sinoviale è un fluido lubrificante, ammortizzante
e nutriente, che serve a prevenire lo sfregamento tra le
superfici articolari (previene e ritarda l’esaurimento della
guaina) e a mantenere in salute i vari elementi costituenti
le diartrosi.
Il liquido sinoviale un fluido viscoso, della stessa
consistenza dell'albume dell'uovo, che contiene varie
sostanze, tra cui: acido ialuronico e un polimero di
disaccaridi composto da acido D-glucuronico e
D-N-acetilglucosamina, lubricina e cellule fagocitiche.

Dobbiamo pensare alla capsula articolare come ad un


insieme sinergico di ossa, cartilagine, liquido sinoviale e
vasi sanguigni.
Le diartrosi ricevono il sangue ossigenato, per diffusione
o per convezione, da una rete di anastomosi arteriose
disposta tutt'attorno alla capsula articolare.
Il rifornimento di sangue alle diartrosi, quindi, non avviene
in modo diretto (come accade in organi come il rene, il
fegato ecc., infatti, non c'è una rete di capillari che si
infiltra e raggiunge le varie parti dell'articolazione

Nota: alcune malattie come l’artrosi possono essere


prevenute (o quantomeno ritardate) grazie ad una
corretta mobilità articolare e nel complesso esercizi

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contro resistenze eseguiti con una tecnica corretta,
esplorando con metodo. (Garber et al., 2011)
Grazie all’anatomia strutturale possiamo capire come
alcuni processi di degenerazione o infiammazione
dipendono in larga misura dalle scelte che facciamo.

La cartilagine
Che ruolo ha la cartilagine nelle articolazioni?
Le superfici articolari delle articolazioni sono coperte da
cartilagine a scorrimento regolare, per esempio le
vertebre (quindi anfiartrosi).
Poiché non ha un apporto di sangue, la cartilagine deve
ricevere i suoi nutrienti dal liquido sinoviale attraverso la
forza applicata all'articolazione. Per questo è importante
avere una buona quantità di liquido sinoviale, e il
movimento ci può aiutare ad averne la giusta quantità.
L'applicazione di una pressione eccessiva e costante o di
una forza ripetuta, può danneggiare la cartilagine: questo
tipo di lesione può portare all'artrite, insieme alla
mancanza di adeguata produzione di forza o movimento
dell'articolazione. Per prevenire questo processo è
fondamentale fornire al corpo stimoli diversi, movimenti
diversi.

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Nel caso di movimenti sempre uguali ripetuti per molto
tempo, l’artrite è strettamente connessa a questo
meccanismo.

STRUTTURE CARTILAGINEE (es. I menischi)


Siamo abituati a pensare ai menischi solo come struttura
del ginocchio, ma in realtà nel nostro corpo abbiamo 4
strutture di menischi:
- il ginocchio
- l'articolazione acromioclavicolare
- l'articolazione sternoclavicolare
- l'articolazione temporomandibolare

I menischi sono strutture cartilaginee che forniscono


integrità all’articolazione: un’articolazione può venire
stressata principalmente in due modi, dalla tensione e
dalla torsione. Grazie ai menischi le forze che agiscono
sull’articolazione vengono dissipate, essi approfondiscono
la superficie articolare espandendo la superficie di
contatto dell'articolazione. Aiutano anche a distribuire le
forze di gravità e l'attività muscolare su una superficie più
grande.

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Articolazioni Sinoviali/Diartrosi
​Le articolazioni sinoviali sono di diverso tipo, conoscerle
è importante perchè ci permette di capire che tipo di
movimenti possiamo fare e cosa possiamo aspettarci da
determinati gesti atletici.

- Enartrosi / Sfera ​– Sono articolazioni costituite da


un capo articolare simile ad una sfera piena
(testa) ospitato in una cavità articolare a forma di
sfera cava. I movimenti si effettuano lungo tutti e

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tre gli assi fondamentali (sagittale, trasverso e
verticale). Sono le articolazioni più mobili del
corpo umano. Questo tipo di articolazione si trova
generalmente in ossa larghe come l’articolazione
della spalla e l’anca.

- Trocleoartrosi / Cerniera / Ginglimi​– Le superfici


articolari che si affrontano, hanno forma di
segmento di cilindro, di cui uno, a gola concava
(troclea) si inserisce nella faccia convessa
dell’altro.Gli assi dei cilindri sono ortogonali (ad
angolo retto). Permette solo due tipi di movimenti:
flessione ed estensione. Esempio di questa
articolazione sono le articolazioni tra il gomito e il
ginocchio.

- Condilartrosi / Elissoide ​– Sono costituite da


due superfici elissoidali, di cui una piena (condilo)
è ospitata in un’altra convessa (cavità condiloidea.
Le due superfici articolari, hanno forma di
segmento di cilindro, di cui uno, a gola concava
(troclea), si inserisce nella faccia convessa
dell’altro. Gli assi dei cilindri sono paralleli.

- Trocoidi / Perno / Pivot​– Le due superfici


articolari, hanno forma di segmento di cilindro, di

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cui uno, a gola concava (troclea), si inserisce nella
faccia convessa dell’altro. Gli assi dei cilindri sono
paralleli. E’ un articolazione uniassiale. Questo
tipo di articolazione consente la rotazione lungo
un solo asse. Un esempio comune di questo tipo
di articolazione è l’articolazione atlanto-occipitale
nel collo.

- Artrodia / Piana ​– Le artrodie, che uniscono le


ossa del carpo nella mano e del tarso nel piede,
permettono soltanto piccoli movimenti di
scivolamento. Superfici ossee piatte si limitano a
scorrere l’una sopra l’altra per consentire minimi
movimenti. Le ossa carpali, per esempio,
scivolano tra di loro durante i movimenti della
mano. Hanno il compito di ammortizzare gli urti.
Permette movimenti solo su due assi. Esempio di
questo è l’articolazione del polso.

- A sella / Pedartrosi ​– Sono costituite da due


superfici aventi ognuna due curvature, una
concava e l’altra convessa. È simile a
un’articolazione ellissoidale che coinvolge due
ossa: una delle ossa ha una superficie convessa
mentre l’altra ha una superficie concava. La
superficie convessa di un osso si articola con il

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concavo dell’altra per consentire un movimento
rotatorio limitato. Un esempio molto classico di
questo tipo di articolazione è l’articolazione
carpo-metacarpale nel pollice.
-

IL CONTINUUM ARTICOLARE 

Mettiamo ora insieme tutti i pezzi visti sino ad ora.


Che cos’è il continuum articolare? È l'alternanza nelle
articolazioni di due caratteristiche principali, ​la mobilità
(M) e la stabilità (S)​: il nostro corpo è formato da un
alternarsi di articolazioni mobili e articolazioni stabili che
funzionano in sinergia fra loro.
Queste caratteristiche proprie delle nostre articolazioni
sono importanti da conoscere al fine di allenare
un’articolazione mobile in una maniera consona
(allenando la mobilità) e un’articolazione stabile seguendo
lo stesso ragionamento (lavorando la stabilità).

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Partendo dal basso abbiamo:

- CAVIGLIA (M)
- GINOCCHIO (S)
- ANCA (M)
- RACHIDE LOMBARE (S)
- RACHIDE TORACICO (M)
- CINGOLO SCAPOLO OMERALE (S&M)
- RACHIDE CERVICALE (S&M)
- GOMITO (S)
- POLSI (M)

Le articolazioni del cingolo scapolo omerale e del rachide


cervicale sono un po’ particolari perché devono svolgere
più o meno entrambe le funzioni: devono essere sia
mobili che stabili. Per convenzione, tuttavia, le
consideriamo entrambe articolazioni stabili.

Se le caratteristiche di mobilità e stabilità delle


articolazioni vengono rispettate e ne viene ricercata una
buona condizione, possiamo garantire con ottime
probabilità un buon funzionamento del corpo.

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MUSCOLI, LEGAMENTI E TENDINI 
 
Il corpo umano è composto approssimativamente da 650
muscoli scheletrici. I muscoli sono le primarie fibre
contrattili nel corpo. I muscoli scheletrici sono considerati
volontari, poiché siamo in grado di controllare
consapevolmente la loro attivazione; vi sono anche i
muscoli involontari o lisci come per esempio i muscoli che
gestiscono i movimenti intestinali.
Il muscolo scheletrico è un tessuto muscolare striato che
agisce sullo scheletro per produrre movimento. Un
singolo muscolo è composto da fibre muscolari (cellule),

33
strati di tessuto connettivo che avvolgono il muscolo
(fascia), nervi e vasi sanguigni.
L'elemento costitutivo primario di una cellula muscolare è
la proteina.
L’unità motoria primaria è il miocita che è responsabile
dell’inizio e del mantenimento del movimento.
L’elemento costitutivo più piccolo del muscolo è il
sarcomero, che può andarsi a sviluppare in serie o in
parallelo a seconda dell’attività fisica che stiamo
svolgendo: attività come l’allungamento sviluppano
sarcomeri in serie, mentre attività legate alla
forza/ipertrofia vanno a sviluppare i sarcomeri in parallelo
(aumento della dimensione trasversa del muscolo).

I legamenti sono un tessuto connettivo fibroso denso, che


collegano le ossa tra loro. Le fibre legamentose sono
disposte in uno schema più irregolare rispetto ai tendini,
rendendole meno elastiche; sono progettati per
stabilizzare le articolazioni, pur consentendo un certo
grado di mobilità, a seconda della loro posizione
nell'articolazione. Non producono movimento
sull'articolazione, ma piuttosto fungono da organi di senso
perchè al loro interno contengono nervi sensoriali, che
forniscono informazioni propriocettive al midollo spinale e
al cervello, i quali successivamente inviano messaggi al
muscolo per farlo contrarre o rilassare.

34
I tendini sono un tessuto connettivo denso, che collegano
i muscoli alle ossa. Sono più “flessibili” dei legamenti, ma
meno dei muscoli. Sono formati da fibre di collagene
tendineo disposte in fasci parallelo. Questa struttura
consente ai tendini di trasmettere una forza direzionale
precisa sull’articolazione.
Nota: L'angolo di pennazione è l'angolo compreso tra l'asse del
muscolo e l'asse delle sue fibre.
Anche se comporta una perdita del potere contrattile, la
pennazione consente di compattare un gran numero di fibre in
un'area trasversa minore e di produrre, così, una forza
maggiore.
Mettiamo insieme muscoli, legamenti e tendini:
Ogni muscolo che attraversa un’articolazione agisce su di
essa. Esiste un alto livello di coordinamento tra muscolo
agonista (primo motore), muscolo antagonista (si oppone
all'agonista - rilassa) e muscoli sinergici o aggiustatori
(assistono il primo motore e ci permettono un movimento
di maggior precisione e qualità). Questo delicato
coordinamento determina il controllo della velocità, della
quantità, della precisione e della forza del movimento.
Il corpo ragiona per economia: se ho dei muscoli primari
forti e degli stabilizzatori efficienti, posso esprimere forza
utilizzando una minore quantità di energia.

Esempio: avere degli extrarotatori forti ci permette di


essere più forti nel movimento della panca piana perché il
35
movimento viene assistito, stabilizzato e sostenuto nel
migliore dei modi.

L'attività muscolare è controllata dal sistema nervoso


centrale (cervello).
Ogni muscolo ha un'origine (attaccamento prossimale
all'osso) e un’inserzione (attaccamento distale all’osso).
Prossimale fanno riferimento all’asse centrale del corpo,
per essere più chiari possiamo dire che sono in relazione
alla testa: l’attaccamento prossimale è prossimo (vicino)
alla testa, mentre l’attaccamento distale è più distante.
Nel movimento di un'articolazione, in genere l'azione del
muscolo sposta l'inserzione verso o lontano dall'origine.
Le linee di trazione determinano il movimento del corpo.

ASSI E PIANI DEL CORPO UMANO 


 
I piani e assi del corpo sono elementi di riferimento che ci
permettono di avere un linguaggio rapido e comune tra
professionisti e per orientarci nello spazio secondo una
logica ben precisa.
Piani e assi del corpo sono costrutti creati per codificare e
descrivere oggettivamente il movimento dell’essere
umano. È un sistema di riferimento creato su fondamenti

36
geometrici dello spazio che permette di possedere un
linguaggio comune quando si parla di movimento.
I 3 piani anatomici cardinali sono il piano frontale, piano
sagittale e piano trasverso e i segmenti corporei si
muovono su di essi tracciando traiettorie attraverso
movimenti traslatori o rotatori.

I movimenti traslatori descrivono un movimento in cui tutti


i punti di un segmento si muovono parallelamente, come
per esempio il movimento della mandibola quando
apriamo o chiudiamo la bocca.
Nel movimento rotatorio i punti del segmento descrivono
un percorso circolare attorno a un fulcro, detto anche
asse di rotazione, che è il punto in cui il movimento del
segmento equivale a zero. La maggior parte dei
movimenti effettuati dalle nostre articolazioni è di tipo
rotatorio, come nel caso di una flessione di gomito o di
ginocchio.

37
I piani del corpo umano sono 3:

1) Il piano frontale o coronale:


Il piano frontale decorre parallelamente alla sutura
cranica coronarica e divide il corpo in una sezione
anteriore e una posteriore. I movimenti descritti sul piano
frontale hanno come fulcro un asse antero-posteriore e
38
sono indicati con diversi termini a seconda
dell’articolazione presa in considerazione. Su questo
piano avvengono: abduzione e adduzione; flessione
laterale; deviazione ulnare o radiale.

2) Il piano sagittale o longitudinale o mediano:


Il piano sagittale è parallelo alla sutura cranica sagittale e
divide il corpo in parte destra e sinistra.
Il movimento su questo piano avviene attorno a un asse
medio-laterale e prendono il nome di:
flessione–estensione, dorsiflessione o plantiflessione a
seconda dell’articolazione.

3) Piano Trasverso:
Il piano trasverso, detto anche orizzontale, corre parallelo
all’orizzontale e divide il corpo in parte superiore e
inferiore. Il moto descritto sul piano trasverso ha luogo su
un asse verticale ed è definito rotazione assiale, interna o
esterna.

Nella prossima figura sono riportati i singoli movimenti


possibili dalle articolazioni del corpo umano, i quali
rappresentano le basi di biomeccanica.

39
 
LA COLONNA VERTEBRALE 
 
La colonna vertebrale è una delle parti più vitali e
importanti del corpo umano: la sua funzione è quella di
supportare i nostri tronchi e rende possibili tutti i nostri
movimenti. Forma buona parte dello scheletro assile e la
natura ha progettato in modo minuzioso la sua anatomia
per assolvere a molteplici funzioni.

Tutti gli elementi della colonna vertebrale e delle vertebre


servono allo scopo di proteggere il midollo spinale, che il
canale principale di comunicazione tra il cervello tutto il

40
resto del corpo di lavoro minimo sui muscoli per
mantenere una postura eretta.

La colonna vertebrale è un capolavoro di biomeccanica


progettata per muoversi in tutte le direzioni e proteggere
degli elementi fondamentali per la vita e il movimento.

41
REGIONI DELLA COLONNA VERTEBRALE

Gli umani nascono con 33 vertebre separate. In età


adulta in genere ne rimangono 24 a causa della fusione
delle vertebre nel sacro.

Le prime 7 vertebre che formano il collo sono quelle di


dimensioni più piccole rispetto alle altre vertebre, sono
chiamate cervicali e sono etichettate come C1-C7. Le
sette vertebre del rachide cervicale sono responsabili
della normale funzione e mobilità del collo. Proteggono
anche il midollo spinale, i nervi e le arterie che si
estendono dal cervello al resto del corpo.

La parte superiore della schiena, o colonna vertebrale


toracica, ha 12 vertebre, etichettati T1-T12. Da esse si
articolano le coste.

La parte inferiore della schiena, o colonna lombare, ha 5


vertebre, etichettate L1-L5. La colonna lombare porta il
maggior peso rispetto ad altre regioni della colonna
vertebrale, il che la rende una fonte molto spesso di mal
di schiena se non curata nel modo corretto. Questo tratto
deve dare stabilità (si riprende il discorso del continuum
articolare).

42
Il vero midollo spinale termina approssimativamente al
livello L1, dove si divide nelle molte diverse radici nervose
che viaggiano verso la parte inferiore del corpo e le
gambe. Questa raccolta di radici nervose è chiamata
cauda equina, che significa “coda di cavallo” e descrive la
continuazione delle radici nervose all’estremità del
midollo spinale.

Il sacro o tratto sacrale (S1) e il coccige sono costituiti da


9 vertebre che sono fuse insieme per formare un’unità
solida, ossea (5 nel tratto sacrale e 3-4 nel coccige).

Le curvature della colonna


Se vista di fronte o dietro, la colonna vertebrale normale è
in linea retta, con ogni vertebra appoggiata direttamente
sopra l’altra. La curvatura su un lato o sull’altro indica una
condizione chiamata scoliosi.

Se vista di lato, la spina dorsale normale ha tre curve


graduali:

Il tratto cervicale ha una curva lordotica, ossia si curva


verso l’interno.
Il tratto toracico ha una curva cifotica,ovvero curva verso
l’esterno.
Anche il tratto lombare ha una curva lordotica.

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Queste curve aiutano la colonna vertebrale a sostenere il
carico della testa e della parte superiore del corpo e
mantengono l’equilibrio in posizione verticale. L’eccessiva
curvatura, tuttavia, può causare squilibri spinali.

Elementi della colonna vertebrale


Gli elementi della colonna vertebrale sono progettati per
proteggere il midollo spinale, sostenere il corpo e
facilitare il movimento.

1) Vertebre
Le vertebre supportano la maggior parte del peso imposto
sulla colonna vertebrale. Il corpo di ogni vertebra è
collegato ad un anello osseo costituito da più parti. Una
proiezione ossea su entrambi i lati del corpo vertebrale
chiamato peduncolo supporta l’arco che protegge il
canale spinale. Le lamine sono le parti delle vertebre che
formano la parte posteriore dell’arco osseo che circonda
e copre il canale spinale.

C’è un processo trasversale su entrambi i lati dell’arco


dove alcuni muscoli della colonna vertebrale si attaccano
alle vertebre. Il processo spinoso è la parte ossea del
corpo vertebrale che può essere percepita come una

44
serie di protuberanze nel centro del collo e della schiena
di una persona.

2) Disco intervertebrale
Tra le vertebre spinali si trovano i dischi, che funzionano
come ammortizzatori e articolazioni. Sono progettati per
assorbire gli stress trasportati dalla colonna vertebrale
consentendo al tempo stesso ai corpi vertebrali di
muoversi l’uno rispetto all’altro. Ogni disco è costituito da
un forte anello esterno di fibre chiamato anello fibroso e
un centro morbido chiamato nucleo polposo.

Lo strato esterno (anulus) aiuta a mantenere intatto il


nucleo interno (nucleo) del disco. L’anello è costituito da
fibre molto forti che collegano tra loro ciascuna vertebra. Il
nucleo del disco ha un contenuto di acqua molto elevato,
che aiuta a mantenere la sua flessibilità e le proprietà di
assorbimento degli urti.

3) Faccette articolari
Le faccette articolari collegano gli archi ossei di ciascuno
dei corpi vertebrali. Ci sono due fessure tra ciascuna
coppia di vertebre, una per lato. Le articolazioni delle
faccette collegano ciascuna vertebra a quelle
direttamente sopra e sotto di essa e sono progettate per

45
consentire ai corpi vertebrali di ruotare l’uno rispetto
all’altro.

4) Midollo spinale e nervi


Il midollo spinale si estende dalla base del cervello
all’area tra il fondo della prima vertebra lombare e la parte
superiore della seconda vertebra lombare. Il midollo
spinale si divide dividendosi in singoli nervi che viaggiano
verso la parte inferiore del corpo e le gambe. A causa del
suo aspetto, questo gruppo di nervi è chiamato cauda
equina – il nome latino per “coda di cavallo”.

I gruppi nervosi viaggiano attraverso il canale spinale per


una breve distanza prima di uscire dal forame neurale. Il
midollo spinale è coperto da una membrana protettiva
chiamata dura madre, che forma un sacco a tenuta
stagna attorno al midollo spinale e ai nervi. All’interno di
questa sacca si trova il liquido spinale, che circonda il
midollo spinale.

I nervi in ​ciascuna area del midollo spinale sono collegati


a specifiche parti del corpo. Quelli nella colonna cervicale,
per esempio, si estendono fino alla parte superiore del
torace e alle braccia; quelli nella colonna lombare, i
fianchi, i glutei e le gambe. I nervi riportano anche segnali
elettrici al cervello, creando sensazioni. Danni ai nervi,

46
alle radici nervose o al midollo spinale possono causare
sintomi come dolore, formicolio, intorpidimento e
debolezza, sia all’interno che attorno alla zona
danneggiata e alle estremità.

5) Muscoli spinali
Molti gruppi muscolari che muovono il tronco e gli arti si
attaccano anche alla colonna vertebrale. I muscoli che
circondano strettamente le ossa della colonna vertebrale
sono importanti per mantenere la postura e aiutare la
colonna vertebrale a trasportare i carichi creati durante la
normale attività, il lavoro e il gioco. Il rafforzamento di
questi muscoli può essere una parte importante della
fisioterapia e della riabilitazione.

LA COLONNA VERTEBRALE: L’ELEMENTO


FUNZIONALE
L’elemento funzionale o “elemento di mobilità” è costituito
dal complesso di due vertebre, dal disco che le separa,
dai legamenti e dai tessuti accessori. Questo permette
alla colonna di muoversi in ogni direzione.

47
Il movimento di ogni sezione articolata della colonna
avviene nelle tre dimensioni dello spazio (sagittale,
mediale e frontale): perciò, la deformazione di ogni disco
consentirà un totale di sei possibili spostamenti reversibili,
relativi alla coppia di vertebre tra le quali è inserito.
Ogni vertebra ha dei determinati gradi di movimento (il
tratto sacrale è stato omesso perché è strettamente
legato alla mobilità del bacino)

48
È importante comprendere i gradi di mobilità della
colonna perchè se una articolazione è un anfiartrosi,
quindi semimobile, dobbiamo andare a capire dove è
meglio ricercare la mobilità, senza forzare quei punti dove
è meglio non ricercarla (come per esempio il tratto
lombare che abbiamo detto avere la funzione di
stabilizzare), e andando ad enfatizzare quei punti dove
sappiamo di poter essere mobili (come per esempio nel
tratto cervicale e nel tratto toracico).
La consapevolezza dei gradi di libertà della colonna ci
permette di mantenerla in salute, cosa importantissima in
ottica di invecchiamento sano.

ESISTE LA FORMA PERFETTA?


Bisogna differenziare due ambiti: quello degli sport dove
si fanno delle alzate con carichi pesanti come squat e
stacco, e quello della vita quotidiana.

49
Nel primo caso è bene mantenere la colonna in posizione
neutra, ma nella vita quotidiana è salutare (oltre che
estremamente funzionale) fare esplorare alla colonna
tanti gradi di movimento.
La forma esatta di una curva spinale varia da individuo a
individuo. La colonna perfetta è quella che ci fa stare
bene sia nella vita quotidiana che in quella sportiva, è una
colonna in grado di sopportare una grande varietà di
stimoli ed è una colonna che lavora in sinergia con il core
(elemento che si vedrà in seguito).
I tessuti molli possono avere un grande effetto sulle
curve. Tuttavia, esistono deviazioni dall'allineamento
normale o neutro della colonna vertebrale:

Iperlordosi​: eccessiva, esagerata curva lordotica con


conseguente oscillazione all'indietro del bacino. Fate
attenzione a non confondere con i glutei troppo sviluppati,
come si può vedere in alcuni atleti.

Ipolordosi: ​non abbastanza curva lordotica con


conseguente schiena piatta.

Ipercifosi toracica: ​troppo "gobbo".

Scoliosi: ​una forma a S o un piegamento laterale nella


colonna vertebrale.

50
La scoliosi può essere di due tipi:
Funzionale è causata da squilibri muscolari e del tessuto
connettivo (in questa scoliosi il corpo trova il modo per
riuscire a stare su).
Strutturale è causata da deformità scomparsa ed è
presente alla nascita.
Nota: un’alterazione strutturale non sempre porta ad
un’alterazione funzionale

APPROFONDIMENTO SUL TRATTO TORACICO

 
Ci soffermiamo su questo tratto perché è quello che da
origine alle coste e al suo interno sono racchiusi organi
importantissimi come il cuore e i polmoni.

51
12 paia di coste e lo sterno formano la gabbia toracica.
Le prime 7 coste sono note come "vere" coste poiché si
attaccano direttamente allo sterno.

Le coste 8-12 sono coste "false": condividono la


cartilagine costale con la settima costola e hanno
maggiore mobilità.

Le ultime due paia (11 e 12) sono coste “fluttuanti” in


quanto non si attaccano nella parte anteriore

 
 
 
 
52
IL CORE | il nucleo 

Partiamo con una definizione facile ed intuitiva: per core


si intendono tutti quei muscoli che ci garantiscono
sostegno, movimento e stabilità che vanno da sotto le
spalle a sopra il ginocchio.
Sul core agiscono tutte le vibrazioni scaturite dai vari
movimenti-spostamenti che trasferiscono forza dalla
colonna vertebrale alle estremità, fornendo e
consentendo il collegamento reciproco tra tratto assiale e
tratti appendicolari.
In passato il core è stato descritto come un “box
cilindrico” composto dai muscoli addominali
anteriormente, glutei e paraspinali posteriormente,
diaframma come parte superiore e pavimento
pelvico/articolazione dell’anca come base inferiore.
Successivamente il concetto si è ampliato, definendolo
come “il complesso lombo-pelvico formato da colonna
vertebrale lombare, bacino, articolazione dell’anca e da
tutti i muscoli che producono o limitano i movimenti di
questi segmenti”.
Rappresenta, dunque, una sorta di corsetto muscolare
che lavora come un'unità per stabilizzare il corpo e la
colonna vertebrale in presenza o assenza di movimenti

53
degli arti, fungendo da “centro delle catene cinetiche dal
quale partono tutti i vari movimenti.”

IL CORE, È L’ANELLO DA CUI TRANSITANO TUTTE LE


STRADE DEL MOVIMENTO

Questo significa che dobbiamo lavorare dal centro alla


periferia, prima allenando il meccanismo di
stabilizzazione e poi focalizzando la nostra attenzione la
qualità del movimento. L’importanza di quanto sostenuto,
risiede nel fatto che il sistema di stabilizzazione provvede
alla stabilità della colonna, della pelvi e delle anche,
mentre il movimento di per sé richiede mobilità e genera
instabilità. Il sistema di stabilizzazione è la piattaforma
sulla quale può lavorare il sistema di movimento ma se la
piattaforma è debole o instabile, il sistema di movimento
non può generare la forza necessaria per creare il
movimento specifico. Se il Core è instabile, la piattaforma
intorno alla quale articolare il movimento, non consentirà
di ridurre, produrre e trasferire in modo ottimale, la forza
lungo la catena cinetica.

54
Il core si può suddividere in due unità:

1) Unità interna
è lo strato più profondo che incapsula la cavità
intra-addominale e sostiene gli organi al suo interno.
Questa struttura è formata dal diaframma, da tutto il
pavimento pelvico, dal diaframma, dal trasverso
dell’addome e dal multifido. Questi muscoli possono
essere di natura un po’ deboli e potenziandoli si
costituisce una base molto forte attorno ai quali l’unità
esterna potrà muovere il resto del corpo.

2) Unità esterna
è composta dai muscoli più superficiali atti al movimento:
il gran dorsale, il grande gluteo, la fascia toracica, il
muscoli erettori spinali, il legamento sacro-tuberoso ed il
muscolo bicipite femorale.

Quanto detto ci consente di affermare che i muscoli


coinvolti nel core possono essere divisi in:

– muscoli di stabilizzazione (unità interna) come trasverso


dell’addome, obliquo interno e multifido; hanno il compito
di stabilizzarci e di contenere gli organi interni

55
– muscoli di movimento (unità esterna) come retto
dell’addome, obliquo esterno, adduttori, quadricipite,
ischio-curali, grande gluteo ed ileopsoas, che ci
consentono i grandi movimenti.

Core e colonna vertebrale


I muscoli dell’unità esterna lavorano in sinergia con i
muscoli dell’unità interna e con tutto il sistema fasciale.
Svolgono quindi un ruolo di protezione della nostra
colonna vertebrale.
Questa protezione non è tanto legata alla forza
muscolare, ma piuttosto alla sua organizzazione
neuromotoria, quindi per una corretta protezione
l’obiettivo non è tanto il rinforzo muscolare, quanto più il
“rinforzo” della funzione nella sua globalità.
Quando i muscoli dell’unità interna non si attivano
correttamente, la stabilizzazione e la trasmissione delle

56
forze sulla/attraverso la colonna e le pelvi, viene garantita
dai muscoli della unità esterna. I muscoli dell’unità
esterna, però, sono meno adatti a svolgere il compito
richiesto, tendono ad affaticarsi precocemente,
comportano un controllo meno fine e preciso e provocano
stress eccessivi sulle strutture sottostanti che nel tempo
possono essere soggette ad alterazioni degenerative vere
e proprie.
Il disequilibrio tra stabilizzatori interni ed esterni può
essere alla base di molti problemi alla colonna vertebrale.

Muscoli spinali e tessuti molli ("CORE posteriore")


I muscoli e la fascia della colonna vertebrale devono
fornire sia stabilità che mobilità. Queste funzioni
richiedono un complesso sistema di muscoli poliarticolari
che possono essere considerati profondi o superficiali. Ci
sono anche numerosi legamenti che tengono insieme
ciascuna vertebra, così come legamenti longitudinali che
coprono l'intera lunghezza della colonna vertebrale.

Muscoli profondi della schiena:


I muscoli profondi sono generalmente piuttosto piccoli, il
che rende impossibile per ogni singolo muscolo essere
responsabile di grandi movimenti. Invece, vengono
considerati come muscoli posturali centrali, che eseguono
stabilizzazione, estensione e rotazione. Sebbene le loro

57
azioni individuali siano piccole sulle articolazioni che
attraversano, come gruppo sono molto importanti per
mantenere la salute della colonna vertebrale.

Gruppo erettori spinali:


Il muscolo sacrospinale o erettore della colonna, è un
lungo muscolo del dorso che si estende dalla nuca fino al
sacro. Appartiene nello specifico ai muscoli propri del
dorso o spinodorsali ed è fondamentale nel
mantenimento della stazione eretta. Possiamo
suddividerlo in tre distinte parti: Ileo-costale, lunghissimo,
spinale. È un muscolo fondamentale nel mantenimento
della stazione eretta. È infatti un potente estensore della
colonna. Inclina la colonna se si contrae da un solo lato.I
muscoli che si inseriscono sulla testa, sono in grado di
inclinare e stendere la testa dal proprio lato.

Muscoli paraspinali e trasversospinali:


Il muscolo multifido fa parte dei muscoli paraspinali,
muscoli profondi della colonna che estendono e
stabilizzano la colonna bilateralmente e determinano la
flessione laterale di questa e/o la sua rotazione dallo
stesso lato o dal lato opposto. Il muscolo multifido si
estende dall’osso sacro fino all’epistrofeo; è più
voluminoso nel tratto lombosacrale, dove è ricoperto dal

58
muscolo lunghissimo del dorso, mentre nelle restanti parti
si trova profondamente al muscolo semispinale. Presenta
un’elevata distribuzione di fibre di tipo I che ne
determinano l’importante ruolo di stabilizzatore della
colonna, insieme con gli altri muscoli erettori spinali.
La specificità e l’importanza del muscolo multifido risiede
nella zona lombare. Esso svolge, insieme ad altri muscoli,
una funzione stabilizzatrice sul rachide lombare. I
principali muscoli che svolgono tale compito sono: Il
multifido lombare e Il trasverso addominale. Quest’ultimo
si co-contrae sempre con il muscolo multifido.
Circa i due terzi del supporto statico della colonna è
determinato dall’azione del muscolo multifido; i muscoli
erettori spinali aiutano a equilibrare tutte le forze coinvolte
nella flessione della colonna; i muscoli interspinali e gli
intertrasversali sono molto importanti per la rotazione del
tronco e la stabilità laterale.

59
LA PARETE ADDOMINALE
La parete addominale è costituita da muscoli superficiali
(laterali e mediali) e muscoli profondi.

- Muscoli superficiali laterali:


OBLIQUI ESTERNI
OBLIQUI INTERNI
TRANSVERSO

- Muscoli superficiali mediali:


RETTO ADDOMINALE
MUSCOLO PIRAMIDALE

- Muscoli profondi della parete addominale:


GRANDE PSOAS
PICCOLO PSOAS
MUSCOLO ILIACO
QUADRATO DEI LOMBI

Focus sui muscoli profondi:


Questi muscoli sono estremamente importanti perchè
circondano zone delicate del nostro corpo come i reni e
l’intestino. Un loro corretto funzionamento in termini di
contrazione e distensione può influenzare anche la salute
degli organi circostanti.

60
Tra i muscoli profondi dell’addome ricordiamo:

- GRANDE PSOAS
- PICCOLO PSOAS
- MUSCOLO ILIACO
- QUADRATO DEI LOMBI (muscolo principale che
inclina lateralmente la colonna)

Il complesso dei muscoli grande psoas e iliaco viene


chiamato muscolo ILEOPSOAS ed è un flessore
bi-articolare dell’anca. Da sdraiati consente di alzare sia
la parte superiore sia inferiore del corpo.

IL DIAFRAMMA
Tra i muscoli profondi abbiamo il diaframma, e tutti lo
associamo alla respirazione. Partiamo proprio dalla
biomeccanica del respiro prima di approfondire questo
muscolo.
Biomeccanica del respiro:
- quando il diaframma si contrae: inspirazione ed
espansione dei polmoni e delle costole
- quando il diaframma si rilassa: espirazione e
contrazione di costole e polmoni

61
Un palazzo, per stare integro e svilupparsi verso l'alto, ha
bisogno di strutture verticali, ma allo stesso tempo, per
tenerlo insieme e stabilizzarlo, occorrono delle strutture
trasversali. Nel corpo umano queste strutture sono
rappresentate dai diaframmi. Non il diaframma ma i
diaframmi.

In campo osteopatico sono infatti considerati tre


diaframmi:
- il tentorio del cervelletto (un lembo di dura madre
che separa il cervelletto dai lobi occipitali del
cervello),
- il diaframma toracico
- il diaframma pelvico (il cosiddetto pavimento
pelvico).

In questa sede parleremo del diaframma toracico.

"Per mezzo mio vivete e per mezzo mio morite. Nelle


mani ho potere di vita e morte, imparate a conoscermi
e siate sereni".
Andrew Taylor Still, padre dell'osteopatia e grande
conoscitore dell'anatomia umana, descrivendo il
diaframma toracico.

62
Il diaframma è una parte fondamentale del nostro
organismo e, se si presenta libero da restrizioni, tensioni
e squilibri, permette a tutto il corpo di godere di buona
salute.
Questo muscolo si sviluppa in fase embrionale: la cupola
diaframmatica si forma dalla migrazione di strutture che
partono dal tratto cervicale (C3-C5). Questo stretto
rapporto tra tratto cervicale e diaframma fa intuire come
un dolore cervicale possa essere causato dal diaframma
bloccato (e viceversa).

Dal punto di vista anatomico e istologico il diaframma di


presenta come una cupola muscolo-tendinea che separa
il torace dall'addome.

63
Possiede una forma irregolare perché è più largo in senso
laterale che in senso antero-posteriore ed è più alto sul
lato destro che sul lato sinistro, per la presenza del
fegato. Divisibile in due porzioni: una centrale tendinea
(centro frenico) ed una periferica muscolare. Le porzioni
muscolari hanno varie inserzioni: vertebrali, costali e
sternali.
Il diaframma assume particolare importanza per i rapporti
con i nervi vaghi: il nervo vago sinistro (anteriore
all'esofago) e il destro (posteriore).

Le relazioni pressorie tra torace e addome sono quindi


fondamentali per una corretta fisiologia. Se tali pressioni
vengono ad essere alterate anche il meccanismo
respiratorio si altera: in soggetti con una flaccidità
addominale il meccanismo respiratorio viene ad essere
"basso", diverso da soggetti con una ipertonia
addominale in cui si ha respirazione alta, apicale.

Diaframma e postura
Altra grande importanza la riveste dal punto di vista
posturale: si osserva infatti abbastanza spesso
un'iper-estensione del tratto lombare alto in soggetti con
una respirazione di tipo alto: in presenza di un diaframma
che tende a rimanere in una posizione relativamente alta

64
(in espirazione) le trazioni continue verso l'anteriorità
trasmesse dai pilastri sugli attacchi lombari possono
creare di conseguenza delle accentuazioni della curva
lombare nella porzione alta.
Viceversa persone con diaframma basso (in
inspirazione), per esempio in soggetti con una grossa
ptosi addominale, si osserva una perdita delle curve
fisiologiche associate ad una accentuazione della lordosi
lombare bassa.

Diaframma e sistema nervoso


Il diaframma assume particolare importanza per i rapporti
che contrae con importanti strutture del sistema
neurovegetativo. Assieme all'esofago, infatti, passano di
qui anche i nervi vaghi: il nervo vago sinistro è anteriore
all'esofago e il destro è posteriore. Queste due
componenti nervose fanno parte del sistema di
regolazione di tutta la vita vegetativa , quindi l'irritazione
di uno dei due può creare dei disturbi riflessi. Le relazioni
pressorie tra torace e addome sono quindi fondamentali
per una corretta fisiologia. Se tali pressioni vengono ad
essere alterate anche il meccanismo respiratorio si altera:
in soggetti con una flaccidità addominale il meccanismo
respiratorio viene ad essere "basso", diverso da soggetti
con una ipertonia addominale in cui si ha respirazione
alta, apicale.

65
Il diaframma riveste una grande importanza anche sul
piano emozionale, ed è vero che esiste un modo di dire
caratteristico per definire un grosso stress emotivo :" mi è
mancato il respiro", oppure "ho ricevuto un pugno nello
stomaco", quindi gli shock emotivi, così come quelli fisici,
condizionano inevitabilmente questa struttura e possono
essere memorizzati dai tessuti. Da non dimenticare
l'importanza del diaframma sulla meccanica sulla
digestione: ha una funzione che facilita la peristalsi degli
organi sotto diaframmatici (in particolare lo stomaco),
grazie al suo movimento continuo di pompa.

EQUILIBRIO MUSCOLARE DEL BACINO

Abbiamo visto come il diaframma influenza la postura,


vediamo adesso di aggiungere un altro elemento che la
influenza.
La nostra postura è influenzata altre strutture come la
muscolatura addominale e la postura del bacino.
Nella figura seguente si possono vedere le linee di forza
che giocano sul bacino

66
Come vediamo dalla figura il bacino si può muovere in
diverse direzioni.

l Bacino può essere ‘antiverso’ o ‘retroverso’ in base


all’equilibrio muscolare tra i tuoi muscoli addominali, i
muscoli delle cosce e i muscoli posteriori della colonna
vertebrale.

- Antiversione: dominanza del tono muscolare


anteriore addominale e degli arti inferiori (il pube
tende a posizionarsi in avanti).

- Retroversione: dominanza del tono muscolare


posteriore della colonna vertebrale, eventuale
iperlordosi lombare (il pube tende a posizionarsi
indietro).

67
Il pube in avanti o indietro influenza il tono del tuo perineo
quando stai in piedi. Pensa a quando aumenta la
pressione addominale, per esempio quando tossisci o
starnutisci. Aumenta il peso che deve sostenere il tuo
Perineo e di conseguenza cambi la tua Postura.

Il bacino inoltre può ‘nutare’ o ‘contronutare’.


- Nutazione: quando la base del sacro ruota in
avanti e in basso, le ali iliache si avvicinano alla
linea mediana, l’apice del sacro ed il coccige
ruotano in alto e posteriormente, l’ischio si
allontana dalla linea mediana. Aumenta la
distanza tra le due tuberosità ischiatiche. l
diametro del pavimento pelvico è aumentato.

- Contronutazione: quando la base del sacro ruota


indietro ed in alto, le ali iliache si allontanano dalla
linea mediana, l’apice del sacro ed il coccige
ruotano in basso ed in avanti, le due tuberosità
ischiatiche si avvicinano. Il diametro del pavimento
pelvico quindi è ridotto.

Se i tuoi arti Inferiori non sono simmetrici oppure la


presenza di Scoliosi possono influenzare questi rapporti

68
articolari, influenzando il diametro del tuo Perineo e di
conseguenza il suo muscolare.

Possiamo intuire come il movimento del bacino sia


influenzato da tantissime forze e quindi la nostra postura
è strettamente collegata al funzionamento dei muscoli del
core.

GLI ARTI INFERIORI 

LE ANCHE
“Anche” è un nome generico che comprende
principalmente due elementi: le ossa del bacino e
l’articolazione dell’anca.

69
BACINO​:
Le ossa del bacino, dette anche ossa pelviche, sono
quattro: l'osso sacro, le due ossa iliache e il coccige.
Nel rapportarsi tra loro, le ossa del bacino costituiscono
una struttura che si definisce “cintura pelvica”.
La cintura pelvica rappresenta il collegamento tra il
cosiddetto scheletro assiale e lo scheletro appendicolare
inferiore.
L'osso sacro e il coccige sono, rispettivamente, il
penultimo e l'ultimo tratto della colonna vertebrale, quindi
risiedono posteriormente. Le ossa iliache, invece, sono gli
elementi ossei che si sviluppano lateralmente all'osso
sacro e danno vita alle anche e alla sinfisi pubica.
Le ossa del bacino hanno due fondamentali funzioni:
sorreggere il peso della parte superiore del corpo e
connettere quest'ultima agli arti inferiori.

70
Il bacino è situato tra l'addome e le cosce e comprende:
le ossa pelviche, la cavità pelvica, il pavimento pelvico e il
perineo.

Esistono due "ossa dell'anca" che consistono nella


fusione di tre ossa più piccole: l’ileo (la “cresta iliaca),
l’ischio (le “ossa del sedere”), il pube (l'osso pubico).

Alla giunzione di questi elementi si forma la profonda


cavità dell'anca chiamata acetabolo.

L'osso sacro e il coccige rappresentano la parte


posteriore della cintura pelvica e vanno a completare la
colonna vertebrale, in cui risiede il midollo spinale.

L'osso sacro risiede superiormente al coccige e


inferiormente all'ultima vertebra lombare; ai lati di esso si
sviluppano le ossa iliache. Queste ultime costituiscono le
parti laterali e quella anteriore della cintura pelvica: le
parti laterali sono le porzioni ossee che formano i
cosiddetti fianchi e che compongono le anche, mentre la
parte anteriore coincide con la sinfisi pubica, ossia il
punto di raccordo tra le due ossa iliache.

71
Articolazione sacro-iliaca: il trasmettitore di forze

La sua funzione principale è quella di sostenere la parte


superiore del corpo..
Ogni lato del bacino si unisce alla base della colonna
vertebrale nel sacro per formare l'articolazione
sacro-iliaca (SI joint).

Per una maggiore integrità strutturale, entrambi i lati del


bacino possono muoversi indipendentemente l'uno
dall'altro; e le articolazioni sono mantenute in posizione
da alcuni dei legamenti più forti del corpo.

Questo supporto strutturale aggiunge alle funzioni


dell’anca la distribuzione della forza e la stabilità spinale.

72
La funzione principale dell’articolazione sacro iliaca è di
supportare il peso della parte superiore del corpo umano,
e lo possiamo sperimentare ogni giorno quando un
individuo si alza in piedi, cammina, corre, ecc.

I movimenti dell’articolazione sacro-iliaca:


- ANTERO VERSIONE
- RETRO VERSIONE
- NUTAZIONE SACRALE
- CONTRONUTAZIONE SACRALE
- ROTOTRASLAZIONE (Retro versione bacino +
estensione anche)

POSIZIONE DI TUTELA dell’articolazione sacro-iliaca:


- LEGGERA ANTERO VERSIONE
- LEGGERA NUTAZIONE DEL SACRO
- LORDOSI FISIOLOGICA

73
ARTICOLAZIONE COXO-FEMORALE

La sua funzione principale è quella di collegare la parte


inferiore del corpo.
L'articolazione dell'anca è il collegamento della testa
dell'osso lungo della coscia (il femore) e della cintura
pelvica (bacino) all'acetabolo.

L'anca è l'articolazione più profonda del corpo al fine di


fungere da articolazione portante e di trasferimento di
forza fondamentale.
In ambito medico, l’anca è spesso indicata con il termine
coxa, in particolar modo quando si fa riferimento a

74
processi patologici che riguardano tale struttura (ad
esempio coxartrosi ecc.). Nell’uso comune, il termine
anca viene spesso utilizzato per fare riferimento alla sola
articolazione coxo-femorale. L’anca umana deve
sostenere un carico notevole. È l’articolazione che
sostiene il carico più elevato di tutto il corpo
L'anca è un esempio di enartrosi; conosciute anche come
diartrosi (o articolazioni sinoviali) a sfera, le enartrosi data
la loro natura sono articolazioni dotate di notevole
mobilità, che si caratterizzano per il perfetto incastro di
una superficie articolare a forma di palla sferica in una
superficie articolare concava altrettanto sferica.

Nota: trovate delle analogie con l’articolazione


scapolo-omerale?

75
L'anca è anche nota con i nomi di "articolazione
coxo-femorale" e "articolazione femoro-acetabolare".

Dal punto di vista osseo, l’articolazione coxo-femorale è


costituita dalla cavità acetabolare e dalla testa del femore
che trova alloggio in tale cavità. La testa del femore è una
sorta di sfera che va a inserirsi in una cavità sferica
(acetabolo) nella quale può ruotare in tutti i sensi, anche
se entro certi limiti a causa della presenza del collo
femorale e di altre strutture quali legamenti e muscoli. Il
movimento articolare viene reso più agevole dalla
presenza della cartilagine, un tessuto che svolge
numerose funzioni come per esempio assorbire gli urti cui
l’articolazione viene sottoposta e consentire uno
scorrimento ottimale della testa femorale all’interno della
cavità acetabolare. Sulla parte esterna del femore, poco
al di sotto del collo femorale, è presente una
protuberanza detta gran trocantere, una sporgenza ossea
sede di inserzione dei grossi muscoli dell’anca, in
particolare modo quello gluteo medio.

La testa del femore è circondata, insieme a una gran


parte del collo femorale, dalla capsula articolare; questa è
formata da tre legamenti particolarmente robusti che sono
la fonte primaria di stabilità dell’articolazione
coxo-femorale dal momento che mantengono la testa

76
femorale all’interno della cavità acetabolare. Internamente
all’articolazione è presente un altro legamento, detto
legamento rotondo, che collega la testa del femore con la
parte inferiore del cotile; la sua funzione motoria è scarsa,
ma contiene i vasi e i nervi destinati alla testa del femore.

La capsula articolare è ricoperta, in ogni direzione, da


muscoli. Nella zona posteriore vi sono i muscoli glutei,
nella parte interna della coscia si trovano gli adduttori (i
quali spingono la coscia verso l’interno) e nella parte
anteriore il muscolo quadricipite, costituito da quattro fasci
muscolari che consentono sia di piegare in avanti il
femore rispetto al bacino sia di compiere i movimenti di
estensione del ginocchio. Nella parte anteriore si trova
anche il muscolo ileopsoas che permette di ruotare
esternamente l’articolazione dell’anca.

Nelle vicinanze dell’anca passano posteriormente il nervo


sciatico e anteriormente il nervo femorale. Internamente
passa un altro ramo nervoso, il nervo otturatorio. Nei
pressi del nervo femorale si trovano l’arteria femorale e la
vena femorale.

77
LO PSOAS
“Quando parliamo di allenamento degli addominali, c’è un
muscolo da non far contrarre, visto che la sua attivazione,
non solo toglie il lavoro al CORE (muscoli target), ma
aumenta anche le forze anteriori sulle vertebre portando a
pericolose iperlordosi. Questo muscolo si chiama
ileopsoas.”

Famosa questa frase vero? Peccato che sia


profondamente scorretta. Per anni si è demonizzato
questo muscolo, come se ci fossero muscoli buoni e
cattivi, è giunta l’ora di fare chiarezza.

L’Ileopsoas è in realtà formato da due/tre muscoli, (il


piccolo psoas nella maggior parte delle persone è
assente), il muscolo iliaco (ileo) ed il muscolo grande
psoas.

78
Quest’ultimo ha un’origine sui corpi vertebrali (T12-L4) e
sui processi costiformi (L1-L5), mentre il muscolo Iliaco è
situato nell'ala interna dell’osso iliaco.

FUNZIONE: flettere (sollevare) l’arto inferiore, ma


tenendo come punto fisso il femore agiscono
diversamente: l’iliaco porta in antiversione il bacino
(schiena inarcata), il grande psoas flette il tratto lombare.

Questa funzione dello psoas, fuori dalla normo postura


(per esempio con iperlordosi) e/o in presenza di sinergici
deboli (muscoli del CORE) viene invertita.

- PRINCIPALI ANTIVERSORI DEL BACINO


L’Iliaco, il retto del femore e il quadrato dei lombi.

- PRINCIPALI RETROVERSORI DEL BACINO


Addominali, grande gluteo e ischiocrurali.

Se c’è uno squilibrio tra questi muscoli possiamo avere


anomali stress articolari per una deviazione delle curve
fisiologiche. La funzione degli Addominali è quella di
permettere all’ileopsoas di svolgere la sua normale

79
funzione senza eccedere, mantenendo la lordosi in range
sicuri.

SE L’ILIACO FLETTE L’ANCA, COME FUNZIONA LO


PSOAS ALLORA?

Mentre il muscolo iliaco ha la funzione di flettere l’anca, il


grande psoas ha quella di mantenere la congruità
articolare tra tratto lombare e sacrale. A questa aggiunge
anche quella di stabilizzazione del rachide. Mentre
solleviamo la coscia sinistra e l’ileopoas sinistro si
contrae, anche quello destro partecipa contraendosi a
sua volta per non far inclinare e ruotare il tratto lombare
(stabilizzandolo).

80
GLUTEI: i muscoli più forti (dopo i muscoli oculari e
della mandibola)

Il nostri glutei sono il nostro motore primario durante gli


spostamenti!
Da un punto di vista anatomico è composto da tre muscoli
collocati tra il bacino ed il femore:

- Grande Gluteo – Estende l’anca e ruota


lateralmente (esternamente) ed abduce la coscia;
contribuisce alla deambulazione; retroverte il
bacino

- Medio Gluteo – abduce la coscia e la ruota


medialmente. Stabilizza l’anca sul piano frontale

81
- Piccolo Gluteo – abduce la coscia e assiste nella
sua rotazione mediale
I glutei sono tendenzialmente degli extrarotatori, tranne il
piccolo gluteo, che assiste nell’intrarotazione

QUADRATO DEI LOMBI E ISCHIO-CRURALI

Il muscolo del quadrato dei lombi, come ci suggerisce il


nome, ha quattro lati, connette l'ultima costola e la cresta
iliaca cioè il bordo superiore del bacino.
Inoltre si attacca lateralmente alle vertebre lombari.
Contribuisce, assieme allo Psoas, a stabilizzare la
colonna lombare, inoltre permette piegamenti laterali.

82
Gli ischiocrurali sono i muscoli posteriori della coscia
ovvero:
- il muscolo bicipite femorale,
- il muscolo semimembranoso
- il muscolo semitendinoso

Le funzioni principali degli ischiocrurali sono quelle di


flettere il ginocchio ed estendere l’anca.

Il mantenimento di una corretta capacità di allungamento


dei muscoli ischiocrurali, è utile al fine di evitare possibili
ripercussioni sulla postura: una muscolatura ischiocrurale
accorciata, infatti, oltre a limitare l’estensione del
ginocchio ad anca flessa e la flessione dell’anca a
ginocchio esteso, potrebbe generare una retroversione
del bacino con una conseguente riduzione della
fisiologica lordosi lombare.

Nota: allungare questi muscoli è molto importante e se voglio


colpire maggiormente il bicipite femorale, il semitendinoso o il
semimembranoso, basterà variare l’angolo del piede.

83
QUADRICIPITI FEMORALI

Il quadricipite femorale è il muscolo più voluminoso del


corpo umano.

È formato da quattro capi muscolari, ognuno con una


differente origine, che si inseriscono attraverso un unico
tendine, chiamato tendine rotuleo, sulla tuberosità tibiale.

84
Tale tendine incorpora la rotula, congiungendo di fatto
due ossa tra loro (rotula e tibia). ​Nota: questa ragione viene
anche chiamato legamento patellare.

Tuttavia, la sua funzione primaria è quella tipica dei


tendini ovvero trasferire la forza dai muscoli alle ossa.
I 4 muscoli sono:

- Retto femorale – agisce sia sull’anca che sul


ginocchio
- Vasto laterale
- Vasto intermedio
- Vasto Mediale

Dei quattro capi, il retto femorale è l’unico capo


biarticolare. Gli altri tre capi ovvero il vasto mediale, il
vasto laterale e il vasto intermedio, sono monoarticolari.

Oltre che al mantenimento della posizione eretta, il


quadricipite femorale è responsabile dell’estensione del
ginocchio e contribuisce alla flessione dell’anca,
attraverso il suo capo biarticolare.

Il quadricipite femorale, inoltre, è il più importante


stabilizzatore dell’articolazione del ginocchio.

85
TENSORE DELLA FASCIA LATA E BANDELLETTA

Muscolo tensore della fascia lata (TFL)


E’ un muscolo appiattito e allungato, situato nella parte
laterale dell'osso iliaco. Insieme al muscolo grande gluteo
costituisce lo strato superficiale dei muscoli esterni
dell'anca. Il tensore è un muscolo flessore, abduttore e
rotatore interno dell'anca; tendendo la porzione laterale
della fascia lata, flette la coscia sul bacino, la abduce e la
ruota internamente. È anche uno stabilizzatore del
ginocchio quando questo è esteso, a ginocchio piegato
esso è in grado di fletterlo e ruotarlo esternamente. Inoltre
stabilizza il corpo quando, nella deambulazione e nelle
corse, poggia su un solo arto, quindi è importante nella

86
stazione eretta asimmetrica, poiché è un potente
stabilizzatore del bacino insieme alla muscolatura glutea.
In sostanza:

- Con arto oscillante: abduzione della coscia e


flessione dell’anca.

- Con arto in appoggio: flessione del tronco e


anteroversione del bacino.

- Concorre anche alla rotazione interna della coscia


e all’estensione del ginocchio.

Bandelletta ileotibiale (ITB)


Un’ampia porzione della fascia che va dalla cresta iliaca a
poco sotto il ginocchio. Stabilizza sia l’anca che il
ginocchio. I muscoli del TFL e del grande gluteo si
uniscono alla banda IT superiormente.
La si può immaginare come una spessa banda di tessuto
connettivo fibroso che decorre lungo la porzione laterale
dell'arto inferiore, dall'apice della coscia ad appena sotto
il ginocchio.

La bandelletta ileotibiale è conosciuta con altri diversi


nomi, tra cui: benderella ileotibiale, tratto ileotibiale,
banda IT e banda di Maissiat.

87
ADDUTTORI DELLA COSCIA

Il complesso degli adduttori dell’anca è composto da


cinque muscoli:
- il grande adduttore,
- l’adduttore lungo,
- l’adduttore breve,
- il gracile
- il pettineo.

Il muscolo grande adduttore origina dal ramo inferiore del


pube, dal ramo dell’ischio e dalla tuberosità ischiatica per
andarsi ad inserire a livello della linea aspra e a livello del
tubercolo adduttorio dell’epicondilo mediale del femore.
Il muscolo adduttore lungo origina dal ramo superiore del
pube e termina sul terzo medio della linea aspra del
femore.
Il muscolo adduttore breve origina dal ramo inferiore del
pube vicino alla sinfisi e raggiunge il terzo superiore della
linea aspra del femore.
Il muscolo pettineo origina dall’eminenza ileopubica, dalla
cresta pettinea e dal tubercolo pubico e raggiunge la linea
pettinea del femore e la parte prossimale della linea
aspra.

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Il muscolo gracile origina anch’esso dal ramo inferiore del
pube e si inserisce a livello della faccia mediale della
tibia, assieme al semitendinoso e al sartorio a comporre
la cosiddetta zampa d’oca superficiale. E’ il più mediale e
il più superficiale degli adduttori.

Tutti insieme concorrono al movimento di adduzione


dell’anca, durante il quale la coscia si avvicina alla linea
mediana del tronco.

Nota: questo movimento è riprodotto nel quotidiano per


esempio durante l’accavallamento delle gambe da seduti
oppure in attività sportive come il calcio dove svolgono un ruolo
fondamentale in gesti tecnici come il tiro e il passaggio.

Questi muscoli hanno un ruolo molto importante a livello


funzionale nella stabilizzazione del bacino durante la
camminata e la corsa. In questo senso svolgono un ruolo
sinergico agli abduttori dell'anca (medio gluteo) nel
garantire un ottimale equilibrio del cingolo pelvico durante
movimenti nei quali sono previste forze che possono
perturbare il normale allineamento.

IL GINOCCHIO

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Il ginocchio è una della articolazioni più resistenti del
corpo umano: da un lato è sufficientemente mobile da
consentire il movimento della parte inferiore della gamba,
indispensabile per svolgere molte attività quotidiane,
come camminare, stare seduti, correre e mantenere la
posizione eretta, Dall'altro è sufficientemente forte da farsi
carico del peso del corpo.

90
Mobilità e forza sono le due caratteristiche principali di
questa zona del corpo.

Il ginocchio è un'articolazione formata dall'incontro di 3


ossa: femore, tibia e rotula.

Le prime due entrano in contatto alle loro estremità,


mentre la rotula è collocata davanti al femore. Le superfici
ossee sono rivestite da un sottile strato di cartilagine che
le protegge e che, rendendole estremamente lisce,
scongiura pericolosi attriti durante il movimento.
Inoltre tra il femore e la tibia è presente un'altra struttura
fibrocartilaginea, il menisco, che assorbe gli shock
prevenendo il contatto fra le ossa durante attività fisiche
intense come correre e saltare.

Infine, le ossa del ginocchio sono circondate da una


capsula avvolta dalla membrana responsabile della
produzione del liquido sinoviale, responsabile della
lubrificazione dell'articolazione.

La capsula è in connessione diretta con i legamenti che


mantengono il ginocchio in posizione, ne rafforzano la
struttura e garantiscono il corretto posizionamento delle
ossa. La rotula è tenuta in posizione dal legamento
patellare, che si estende dal suo bordo inferiore fino alla

91
tibia. Posteriormente, invece, i legamenti poplitei obliquo
e arcuato uniscono il femore alla tibia e al perone. Infine, i
legamenti collaterali mediale e laterale connettono il
femore e la tibia impedendo che il ginocchio si muova
lateralmente verso l'interno o l'esterno del corpo, mentre i
crociati prevengono l'estensione eccessiva del ginocchio
(crociato anteriore) e impediscono alla tibia di muoversi
posteriormente rispetto al femore (crociato posteriore).

Al fine di proteggere l’articolazione del ginocchio, infatti, è


necessario mantenere un adeguato trofismo del
quadricipite femorale. Quando questa condizione viene a
mancare, l’articolazione è più esposta agli infortuni.

Il ginocchio é un’articolazione dove i capi articolari sono


appoggiati tra di loro, contenuti da capsule e legamenti,
pertanto godono di un equilibrio sempre condizionato da
fattori contigui, diverso invece sarebbe se fosse stata
un’articolazione ad incastro come ad esempio quella
dell’articolazione dell’anca dove la stabilità è molto
maggiore.

Il ginocchio permette la flessione e l'estensione della


parte inferiore della gamba rispetto alla coscia.

92
Il suo raggio di movimento è limitato dalla sua stessa
anatomia e si ferma a circa 120 gradi ma, rispetto ad altre
articolazioni simili, quando è moderatamente flesso
permette una certa libertà di rotazione verso l'interno e
l'esterno.

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LA CAVIGLIA

Nel linguaggio puramente medico-anatomico, il termine


caviglia identifica l'insieme di tre articolazioni:
- 'articolazione talocrurale (o tibio-tarsica),
- l'articolazione sottotalare
- l'articolazione tibio-fibulare inferiore (o
tibio-peroneale inferiore).
Di questi tre elementi articolari, l'articolazione talocrurale
corrisponde alla caviglia nel linguaggio comune.
La caviglia è un'articolazione sinoviale situata tra gamba
e piede, esattamente nel punto d'incontro di tre ossa:
tibia, perone e talo (o astragalo).
94
La tibia e il perone sono le due ossa che costituiscono la
gamba; il talo, invece, è una delle sette ossa che formano
il gruppo tarsale del piede.

A dare supporto alla caviglia, partecipano diversi tendini.


Dal punto di vista strutturale, un tendine assomiglia molto
a un legamento; l'unica (e sostanziale) differenza da
quest'ultimo è che collega un muscolo a un osso (mentre
un legamento mette in comunicazioni due ossa).
I tendini a stretto contatto con l'articolazione della caviglia
sono:
- Il tendine d'Achille. Collega i muscoli del polpaccio
(i due gemelli e il soleo) all'osso calcaneale. È
fondamentale per camminare, correre e saltare.
La sua rottura limita fortemente le capacità
motorie di una persona.
- Il tendine tibiale anteriore. Collega il muscolo
tibiale anteriore a un osso tarsale del piede,
situato in posizione mediale.
- Il tendine tibiale posteriore. Unisce il muscolo
tibiale posteriore alle ossa tarsali.
- I tendini peronei. Uniscono i muscoli peronei alle
ossa laterali della regione tarsale del piede.
Scorrono lateralmente alla caviglia.

95
La caviglia permette al piede di effettuare due movimenti
fondamentali e opposti: la plantarflessione e la
dorsiflessione.
- La plantarflessione è il movimento che permette di
puntare il piede verso il pavimento. L'essere
umano compie un movimento di plantarflessione
quando prova a camminare sulle punte.
- La dorsiflessione, invece, è il movimento che
consente di sollevare il piede e camminare sui
talloni.

Entrambi questi movimenti richiedono il coinvolgimento di


diversi muscoli; nella fattispecie:
Per il movimento di plantarflessione, servono i muscoli
gemelli (del polpaccio), il muscolo soleo (del polpaccio), il
muscolo plantare e il muscolo tibiale posteriore.
Per il movimento di dorsiflessione, servono il muscolo
tibiale anteriore, il muscolo estensore dell'alluce e il
muscolo estensore delle dita.
In realtà, grazie ai suoi legamenti, la caviglia gode anche
di una certa mobilità laterale. Questa proprietà garantisce
all'essere umano di camminare su superfici irregolari.
Chiaramente, ha dei limiti, che, se superati, possono
causare lo stiramento o il danneggiamento dei legamenti
della caviglia.

96
Nota: Durante lo squat, l'articolazione talocrurale (l'articolazione
della tibia e del perone con l'astragalo) funziona per facilitare il
movimento attraverso la flessione plantare e la dorsiflessione.
L'articolazione subtalare nello squat è la principale responsabile
della limitazione dell'eversione / inversione e del mantenimento
della stabilità posturale del piede. ROM nell'articolazione
talocrurale: 20° in flessione dorsale e di 50° in flessione
plantare. Il ROM per l'articolazione subtalare è di circa 5 °
ciascuno per l'inversione e l'eversione.

97
IL COLLO

Nella zona del collo e della bocca ci sono tantissimi


muscoli, e per semplificarne lo studio la comunità
scientifica ha pensato di suddividerli in classi.
Si trovano i muscoli posteriori che sono presenti in uno
strato profondo ed uno superficiale, di cui i primi sono i
muscoli intrinseci del rachide mentre quelli superficiali
appartengono ai muscoli del torace.

I muscoli anteriori del collo invece si dividono in muscoli


sopraioidei, muscoli sottoioidei e muscoli laterali.

98
Noi ci concentreremo sui muscoli superficiali del collo che
sono il platisma, lo sternocleidomastoideo e il trapezio.

- Il muscolo platisma è un ampio strato muscolare


di forma quadrangolare e dallo spessore variabile.
Le sue fibre originano dalla fascia deltoidea e
dalla fascia clavipettorale, si portano
superiormente alla clavicola e poi medialmente
per inserirsi principalmente sul margine inferiore
della mandibola e nel tessuto connettivo
sottocutaneo della mandibola, secondariamente
sul labbro inferiore. Le fibre a livello del mento
tendono ad incrociarsi con quelle dello stesso
muscolo controlaterale. È irrorato dall'arteria
sottomentale, ramo dell'arteria facciale e
dall'arteria soprascapolare, ramo del tronco
tireo-cervicale della succlavia. È innervato da un
ramo cervicale del nervo facciale che decorre
sulla faccia posteriore del muscolo. Il platisma
coadiuva assieme ad altri muscoli l'abbassamento
del labbro inferiore, la depressione della
mandibola.
- Il muscolo sternocleidomastoideo è un muscolo
dalla forma fusata che possiede due inserzioni
inferiori, una mediale, ovvero il capo sternale
presso la faccia anteriore del manubrio dello

99
sterno, ed una laterale, il capo clavicolare, sul
terzo mediale superiore e posteriore della
clavicola. I due capi tendinei risalgono, lo sternale
in direzione postero-laterale e il clavicolare
verticalmente, portandosi dietro il primo a spirale,
poi formano un unico ventre muscolare che porta
sino al processo mastoideo dell'osso temporale,
dove si inserisce per mezzo di una robusta
inserzione tendinea, nonché sulla metà laterale
della linea nucale superiore dell'osso occipitale.
Tendenzialmente le fibre clavicolari si portano
verso la superficie superiore e l'apice del processo
mastoideo mentre quelle sternali si portano verso
la linea nucale inferiore. Lo spazio triangolare
compreso tra i due capi tendinei è la fossa
sopraclavicolare minore. Il muscolo
sternocleidomastoideo è vascolarizzato
principalmente da rami delle arterie auricolare
posteriore ed occipitale per quanto concerne il suo
terzo superiore, dall'arteria tiroidea superiore
presso il ventre muscolare e dall'arteria
soprascapolare nel terzo inferiore. È innervato dal
nervo accessorio (XI) ma anche da rami
provenienti dai nervi cervicali da C1 a C4, che
contengono sia fibre propriocettive che fibre
motorie. La funzione del muscolo è quella di

100
ruotare la testa verso la spalla ipsilaterale, aiuta
inoltre l'inclinazione della testa in avanti; quando si
contraggono entrambi possono sollevare la testa
da posizione supina.
- Il muscolo trapezio, di forma piatta e triangolare,
appartiene sia al collo che al torace, ed è così
chiamato perché assieme al suo controlaterale dà
origine ad una forma trapezoidale. È inserito sul
terzo mediale della linea nucale superiore, nonché
sulla protuberanza occipitale esterna, sui processi
spinosi da C3 a T12 e sui corrispondenti
legamenti sopraspinosi. Le sue fibre superiori, che
sono quelle contenute nel collo hanno decorso
infero-mediale, si dirigono verso i processi spinosi
delle vertebre cervicali e il bordo posteriore della
clavicola. È irrorato da rami dell'arteria occipitale
che penetrano tra le fibre muscolari sulla sua
faccia posteriore e irrorano anche la cute
soprastante tramite rami perforanti. La porzione
superiore del trapezio è innervata dal nervo
accessorio e da fibre propriocettive dei nervi C3 e
C4. La porzione superiore del trapezio, a spalla
fissa, piega la testa e il collo indietro e
lateralmente.

101
IL TRAPEZIO

Ora ci concentreremo maggiormente su questo muscolo


perchè durante l’attività fisica è quello maggiormente
sollecitato.
Le funzioni del muscolo trapezio sono diverse e meglio
comprese dalle azioni delle singole bande di fibre
muscolari che lo compongono. Le fibre superiori agiscono
tipicamente sulla scapola elevandola (come in un’alzata
di spalle) o rinforzando la spalla quando viene trasportato
un peso. Quando altri muscoli tengono la scapola in

102
posizione, le fibre superiori di entrambi i muscoli trapezi
possono estendere la testa al collo tirando l’osso
occipitale più vicino alla scapola.
Le fibre medie lavorano per ritrarre e addurre la scapola
avvicinandola alla colonna vertebrale.
Le fibre inferiori deprimono la scapola avvicinandola alle
vertebre toraciche inferiori. Per ruotare la scapola, le fibre
inferiori e superiori lavorano insieme per spingere
lateralmente l’angolo inferiore della scapola e sollevare
l’acromion. Infine, il trapezio stabilizza la scapola per
prevenire movimenti estranei contraendo leggermente
tutte le sue fasce di fibre contemporaneamente.
Il trapezio è il muscolo più evidente di tutti i muscoli che
intervengono nella zona scapolo-toracica e diverse parti
del trapezio hanno direzioni delle fibre muscolari,
nettamente diverse, spiegando quindi la molteplicità delle
sue azioni.

Nota: Il trapezio è importante per la stabilità della spalla: una


debolezza isolata del trapezio, di solito si traduce in un
“abbassamento” del complesso “spalla” (es. scapola e clavicola
depresse e protratte), accoppiato ad un’eccessiva rotazione
verso il basso della scapola. La spalla perde la sua essenziale
fonte di muscoli stabilizzatori e questo potrebbe portare ad una
sublussazione delle articolazioni gleno-omerale e
sterno-clavicolare se non ben bilanciato.

103
LA SPALLA

La spalla è il punto di incontro di tre importanti ossa: la


clavicola, la scapola e l'omero.

La clavicola è un osso che si estende tra lo sterno e


l'acromion della scapola. È classificato come un osso
lungo e può essere sentito alla palpazione lungo tutta la

104
sua lunghezza. Nelle persone magre, è visibile sotto la
pelle. La clavicola ha tre funzioni principali:
1) unisce l'arto superiore al tronco;
2) protegge le strutture neurovascolari sottostanti
che forniscono l'arto superiore;
3) trasmette forza dall'arto superiore allo scheletro
assiale.
La scapola è l'osso pari, situato postero-lateralmente alla
gabbia toracica, che collega il tronco all'arto superiore di
ciascun lato del corpo. Piatta e di forma triangolare, è un
osso davvero unico. Sulle sue superfici, presenta due
processi ossei (acromion e processo coracoideo) - che
garantiscono l'unione tra scapola e clavicola - e una
cavità (cavità glenoidea) - che accoglie la testa dell'omero
e aggancia l'arto superiore al tronco.
L'omero è l'osso pari che costituisce lo scheletro di
ciascun braccio, cioè la sezione di arto superiore
compresa tra spalla e avambraccio. Appartenente alla
categoria delle ossa lunghe, concorre alla formazione di
due importanti articolazioni del corpo umano:
l'articolazione gleno-omerale (volgarmente nota come
articolazione della spalla) e l'articolazione del gomito.
La spalla è l’articolazione più mobile del nostro
organismo; questa mobilità è dovuta alle caratteristiche
anatomiche dell’articolazione.

105
La spalla comprende tre articolazioni e due superfici di
scivolamento (o “false” articolazioni).

Secondo la maggior parte degli anatomisti, le articolazioni


proprie della spalla sono cinque:

1) l'articolazione gleno-omerale (o articolazione della


spalla o articolazione scapolo-omerale). tra
l’omero e la glenoide (le glenoide è una cavità
sferica a livello dell’angolo supero-esterno della
scapola, una sorta di fossa della scapola). VERA

2) l'articolazione acromioclavicolare tra la clavicola e


l’acromion. VERA

3) l'articolazione sternoclavicolare unisce la clavicola


allo sterno. VERA

4) l'articolazione scapolotoracica (basculamento


della scapola sul torace). FALSA

5) l'articolazione sottodeltoidea (a questo livello si


trova la borsa sub-acromiale che protegge lo
scivolamento della testa dell’omero e l’acromion).
FALSA

106
I muscoli
Nella spalla, trovano posto numerosi muscoli di cui alcuni
si legano allo scheletro della spalla con entrambe le
estremità (iniziale e terminale), mentre altri (i rimanenti)
con un'estremità soltanto (o l'iniziale o il terminale).

Per semplificare lo studio dell'assetto muscolare della


spalla, gli anatomisti hanno pensato di sfruttare proprio la
suddetta caratteristica dei muscoli e distinguere i muscoli
in due categorie: intrinseci, che corrispondono a quelli
con entrambe le estremità di inserzione sulla spalla, e
estrinseci, che sono quelli aventi una sola estremità di
inserzione a livello dello scheletro della spalla.

- I muscoli intrinseci della spalla sono 6: il deltoide,


il sovraspinato, il sottospinato, il piccolo rotondo, il
sottoscapolare, il grande rotondo.
- I muscoli estrinseci della spalla, invece, 11: il
dentato anteriore, il succlavio, il piccolo pettorale,
lo sternocleidomastoideo, l'elevatore della
scapola, il grande romboide, il piccolo romboide, il
trapezio, il coracobrachiale, il bicipite brachiale
(sia il capo lungo che il capo corto) e il tricipite
brachiale (soltanto il capo lungo).

107
In aggiunta, svolgono un ruolo fondamentale anche due
altri muscoli grandi: il Gran Dorsale ed il Gran Pettorale.
Essi, pur non avendo sede propriamente sulla spalla,
rispondono alle caratteristiche degli elementi muscolari
estrinseci e partecipano a numerosi movimenti del
braccio. Vediamo quindi alcuni Muscoli della parte alta del
busto e del braccio:

108
Romboidi (grande e piccolo)​ – Il piccolo romboide
origina dal legamento nucale e dal processo spinoso della
settima vertebra cervicale (C7). Il grande romboide
presenta un’origine più bassa, dalle spinose delle prime
quattro vertebre dorsali. I due muscoli risultano separati
da un sottile spazio e rimangono paralleli tra loro lungo
tutto il decorso. Il piccolo si inserisce sul margine mediale
della scapola, appena sopra all’inserzione del grande,
anch’esso sul margine mediale della scapola. Attivandosi
esercitano sulla scapola un’azione che comporta la sua
elevazione, retrazione (o adduzione) e rotazione interna.

109
Elevatore della scapola ​- muscolo biarticolare che
origina dai processi trasversi della 1a-4a vertebra
cervicale. La sua parte superiore è coperta dal muscolo
sternocleidomastoideo, mentre la parte inferiore è situata
profondamente rispetto al trapezio . Si inserisce all'angolo
mediale e nella parte alta del margine vertebrale della
scapola.

Innalza la scapola, la intraruota, la adduce e partecipa


alla sua stabilizzazione. In caso di contrazione bilaterale
estende il collo. In caso di contrazione unilaterale inclina il
collo dallo stesso lato. Interviene nella inspirazione
forzata.

110
Gran Dorsale​ – Il grande dorsale è un muscolo piatto a
forma triangolare riveste la parte posteriore del torace e
della regione lombare. Il grande dorsale si trova nello
strato più superficiale dei muscoli spinoappendicolari e
inoltre, fa parte dei muscoli estrinseci del torace.

Il gran dorsale presenta diverse origini:


- Processi spinosi delle ultime 6/7 vertebre
toraciche;
- Labbro esterno del terzo mediale della cresta
iliaca, tramite la fascia toracolombare;
- Cresta sacrale media.

Inserzione: I fasci muscolari del grande dorsale si portano


in alto e verso l’esterno per poi inserirsi sulla piccola
tuberosità dell’omero.

Come il muscolo trapezio, il grande dorsale, in base al


punto fisso preso in considerazione, permette di
effettuare differenti azioni:

- Punto fisso sul tronco: sposta indietro l’omero,


ovvero lo estende, lo adduce e lo intraruota;
- Punto fisso sull’omero: solleva il tronco e le coste,
adduce, porta in depressione (verso il basso) la
scapola.

111
Approfondimento muscolo gran dorsale:
Il muscolo gran dorsale è un muscolo pari, relativamente sottile,
largo e di forma triangolare, che copre buona parte degli altri
muscoli della schiena, tranne il trapezio.
Assieme ai muscoli trapezio, grande romboide, piccolo
romboide ed elevatore della scapola, il gran dorsale appartiene
ai muscoli superficiali della schiena, noti anche come muscoli
della schiena dello strato superficiale o muscoli estrinseci
superficiali della schiena.

112
In base a una convenzione anatomica che ne facilita la
descrizione, il muscolo gran dorsale è classicamente suddiviso
in quattro parti (o regioni):
- La parte vertebrale
- La parte iliaca
- La parte costale
- La parte scapolare
Queste quattro regioni contrassegnano anche i quattro
differenti punti di origine del muscolo grande dorsale (che
vedremo successivamente).

Trapezio (fasci superiori, mediani, inferiori)​ - eleva,


abbassa, adduce, ruota esternamente la scapola.
Estende, ruota, inclina lateralmente la testa e la colonna
cervicale. Partecipa indirettamente alla flessione e
abduzione del braccio elevando la scapola da circa 60 °
in poi.

Deltoidi ​– responsabili dei movimenti del braccio in


relazione alla spalla. Il muscolo deltoide ricopre
esternamente la parte laterale dell'articolazione della
spalla. E' composto da tre parti: una parte clavicolare, una
parte acromiale ed una parte spinale. La parte clavicolare
(anteriore) origina dal terzo laterale del margine anteriore
della clavicola; quella acromiale (mediale) origina
dall'apice e dal margine laterale dell'acromion; quella

113
spinale (posteriore) origina dal labbro inferiore della spina
della scapola

Tutte e tre le parti si inseriscono in corrispondenza della


tuberosità deltoidea dell'omero.
Il muscolo deltoide è il più potente abduttore dell'omero
fino a 90°, soprattutto con i fasci medi. Al di sopra dei 90°
entrano in gioco le azioni dei muscoli trapezio e gran
dentato. Interviene inoltre nell'antiversione della spalla
(fasci anteriori e mediali) e nella retroversione (fasci
posteriori). Permette anche limitate intra ed extrarotazioni
del braccio grazie all'azione dei fasci anteriori
(intrarotazione) e dei fasci posteriori (extrarotazione +
estensione).

114
Coracobrachiale ​– flette e adduce la spalla
Il muscolo coraco- brachiale origina, come dice il nome
stesso, dall'apice del processo coracoideo della scapola,
origine che condivide con il capo breve del muscolo
bicipite . Si inserisce sul terzo medio della faccia
antero-mediale dell'omero.

Si trova medialmente e profondamente al capo breve del


tricipite . Prende rapporto con il deltoide, con la parte
laterale del gran pettorale e con il capo breve del bicipite.

Con la sua azione flette e adduce il braccio. Collabora a


mantenere la testa dell'omero nella sua sede naturale.
Nella flessione del braccio agisce nei primi 50° di
movimento in sinergia con i muscoli deltoide e grande
pettorale(parte clavicolare).

115
STRUTTURA
Dal punto di vista strutturale, l'articolazione della spalla
comprende 5 muscoli, fondamentali nel garantire la
stabilità dell'articolazione in questione (non a caso sono
conosciuti anche con il nome di muscoli stabilizzatori
della spalla) nonché la caratteristica mobilità.
Questi 5 muscoli sono: il muscolo bicipite brachiale e 4
muscoli della cuffia dei rotatori, ossia il muscolo
sottoscapolare, il muscolo sovraspinato, il muscolo
piccolo rotondo e il muscolo sottospinato.

116
MUSCOLO BICIPITE BRACHIALE

Il muscolo bicipite brachiale contribuisce alla stabilità


dell'articolazione della spalla attraverso il tendine del capo
lungo: inserendosi sul margine superiore del labbro
glenoideo, tale tendine esercita una pressione sulla testa
dell'omero tale per cui concorre a mantenere quest'ultima
all'interno della cavità glenoidea.

117
MUSCOLI DELLA CUFFIA DEI ROTATORI

La cuffia dei rotatori contribuisce sia alla stabilità che alla


mobilità dell'articolazione della spalla; più precisamente,
stabilizza l'articolazione attraverso i tendini – i quali non a
caso sono collegati alla capsula articolare – mentre
favorisce la mobilità articolare mediante i muscoli.
Sovraspinato, sottospinato e piccolo rotondo aiutano
l'abduzione e la rotazione esterna della spalla; il
sottoscapolare, invece, aiuta nella rotazione interna
dell'omero.

Funzione
Grazie all'anatomia delle loro superfici articolari, le
enartrosi sono le articolazioni sinoviali del corpo umano
dotate di maggiore mobilità, in quanto enartrosi, quindi,
l'articolazione della spalla è molto mobile.

118
L'articolazione della spalla ha la funzione di permettere i
movimenti di:

- Abduzione dell'omero. Consiste nell'elevare


l'omero lungo il piano frontale, di modo che risulti
perpendicolare alla direzione della colonna
vertebrale.
- Adduzione dell'omero. Consiste nell'avvicinare
l'omero al piano sagittale, di modo che sia
parallelo alla colonna vertebrale.
- Flessione dell'omero. Consiste nel sollevare
l'omero in avanti, da una posizione di partenza
che è parallela al tronco.
- Estensione dell'omero. Consiste nel sollevare
l'omero all'indietro, da una posizione di partenza
che è parallela al tronco.
- Rotazione interna dell'omero. Consiste nel ruotare
il braccio verso l'interno, con il gomito piegato a
90° e la mano parallela al suolo.
- Rotazione esterna dell'omero. Consiste nel
ruotare il braccio verso l'esterno, con il gomito
piegato a 90° e la mano parallela al suolo.
- Adduzione scapolare. È il gesto per cui la scapola
tende ad avvicinarsi il più possibile al piano
sagittale.

119
- Abduzione scapolare. È il gesto per cui la scapola
tende ad allontanarsi il più possibile dal piano
sagittale.
- Circonduzione dell'omero. È la combinazione dei
gesti di flessione, estensione, abduzione e
adduzione dell'omero.

IL GRAN DORSALE E I MUSCOLI PETTORALI:

IL GRAN DORSALE

Questo muscolo è uno dei più estesi del corpo umano.


Il grande dorsale è implicato nei movimenti del braccio,
del tronco, della scapola e del bacino; inoltre, è coinvolto
anche nel processo di respirazione forzata.

120
Funzioni primarie:
Contribuisce al movimento di estensione del braccio;
l'estensione del braccio consiste nel sollevare l'omero
all'indietro da una posizione di partenza che è parallela al
tronco.
- Agonisti: deltoide posteriore, tricipite brachiale
(capo lungo) e grande pettorale (fasci sternali).
- Antagonisti: deltoide anteriore, bicipite brachiale,
coracobrachiale e grande pettorale (fasci
clavicolari).
Partecipa al movimento di adduzione del braccio;
l'adduzione del braccio consiste nel muovere l'omero da
una posizione perpendicolare (o quasi) alla colonna
vertebrale a una posizione parallela alla stessa colonna
vertebrale (cioè lungo il fianco).
- Agonisti: grande pettorale, grande rotondo e
tricipite brachiale (capo lungo).
- Antagonisti: deltoide laterale e sovraspinato.
Concorre al movimento di rotazione interna del braccio; la
rotazione interna del braccio consiste nel ruotare l'omero
verso l'interno con il gomito piegato a 90°.
- Agonisti: sottoscapolare, deltoide anteriore,
grande pettorale e grande rotondo.
- Antagonisti: sottospinato, piccolo rotondo e
deltoide posteriore.

121
Il gran dorsale risulta essere un muscolo ideale per
l'arrampicata, i movimenti previsti dal nuoto e il gesto del
rematore.

Funzioni secondarie:
- L'estensione del tronco e l'elevazione del tronco.
Durante il movimento di estensione, il tronco
spinge in alto e in avanti, e la colonna vertebrale si
inarca. Agonisti: grande pettorale ed erettori della
colonna vertebrale. Antagonisti: retto addominale.
- La flessione del tronco. Durante il movimento di
flessione, il tronco si chiude in avanti e la colonna
vertebrale si "accorcia".
Agonisti: retto addominale. Antagonisti: erettori
della colonna vertebrale.
- La flessione laterale del tronco. Durante il
movimento di flessione laterale, il tronco e la
colonna vertebrale si piegano a destra o sinistra.
Agonisti: quadrato dei lombi e retto addominale.
Antagonisti: erettori della colonna.
- L'anteroversione (o antiversione) del bacino.
Durante il movimento di anteroversione, il bacino
ruota in avanti, con conseguente accentuazione
della lordosi lombare. Agonisti: retto addominale.
Antagonisti: semitendinoso, semimembranoso e
bicipite femorale.

122
- La depressione della scapola. Durante il
movimento di depressione, la scapola si abbassa.
Agonisti: dentato anteriore, trapezio (fasci
inferiori) e piccolo pettorale. Antagonisti: elevatore
della scapola e trapezio (fasci superiori).
- La stabilizzazione della scapola alla gabbia
toracica, durante i movimenti della spalla.
- L'inspirazione forzata e l'espirazione forzata.
Durante l'inspirazione forzata, le fibre posteriori
del grande dorsale favoriscono l'elevazione delle
costole inferiori, così che sia maggiore il volume
d'aria introdotto a livello polmonare; durante
l'espirazione forzata, invece, le fibre anteriori del
gran dorsale contribuiscono a comprimere la
gabbia toracica, al fine di espellere l'aria
incamerata dai polmoni.

123
I PETTORALI

Le coste rappresentano uno dei siti di inserzione del


muscolo pettorale, che per questo viene incluso tra i
muscoli estrinseci del torace.

Infatti, analizzassimo dettagliatamente la muscolatura


toracica, vedremmo suddivisi i muscoli in due
macro-categorie principali:

- Muscoli intrinseci, aventi origine ed inserzione nel


torace (muscoli elevatori costali, sottocostali,
trasverso del torace, intercostali interni,
intercostali esterni, intimi)

124
- Muscoli estrinseci, i quali trovano almeno una
inserzione su ossa toraciche per poi portarsi in
altri distretti corporei.
Più dettagliatamente, i muscoli estrinseci possono
a sua volta essere classificati in estrinseci
scapolari, che connettono il torace al cingolo
scapolare (es. Gran Pettorale), e muscoli
estrinseci pelvici, i quali connettono il bacino o
pelvi con il torace (es. muscoli addominali).

I muscoli estrinseci scapolari sono numerosi , possiedono


diversa origine e inserzione tra loro , venendo classificati
in toracoappendicolari che prendono inserzione dalle
coste e si inseriscono sul cingolo scapolare o sull’omero e
in spino-appendicolari i quali originano dalla colonna
vertebrale e si inseriscono sul cingolo scapolare o
sull’omero.
Entrambi si dispongono secondo una
compartimentazione stratificata dove si possono
individuare muscoli più superficiali e più profondi.

I toraco-appendicolari, chiamati anche muscoli della


loggia anteriore del torace, data la loro disposizione
stratificata sono suddivisi in strati; lo strato più superficiale
è occupato dal muscolo gran pettorale e piccolo pettorale.

125
GRAN PETTORALE

Il Gran pettorale è un muscolo superficiale che fa parte


dei muscoli estrinseci del torace e in particolare, del
gruppo toraco-appendicolare.

Ha una forma a ventaglio ed è composto da tre capi:

- Capo clavicolare: origina dalla metà mediale del


margine anteriore della clavicola.

- Capo sterno-costale: origina dalla faccia anteriore


dello sterno e dalle cartilagini costali dalla
seconda alla sesta costa.

- Capo addominale: origina dal foglietto anteriore


della guaina del muscolo retto dell'addome e
dall'aponeurosi del muscolo obliquo esterno
dell'addome.

I tre capi si inseriscono con un tendine unico sul labbro


laterale del solco intertubercolare dell'omero.

Azione:​ Il muscolo grande pettorale flette (solleva


l'omero), estende (abbassa l'omero), adduce l'omero sul
piano orizzontale, antepone e ruota internamente

126
(intraruota) l'omero. Prendendo invece come punto fisso
l'omero, solleva il tronco. Il grande pettorale agisce inoltre
nell'inspirazione profonda, dilatando il torace quando
l'arto è fisso.

Differentemente da quanto descritto per la parte


anatomica, dal punto di vista funzionale i fasci da
considerare sono soltanto 2, in quanto lo sterno-costale e
l'addominale compiono le medesime funzioni.

Il capo clavicolare interviene nella flessione dell'omero


(solleva il braccio), e nell'adduzione sagittale obliqua
dell'omero superiormente (muove il braccio medialmente
e verso l'alto). Inoltre, antivertono l'omero (portano la
spalla in avanti).

Il capo sterno-costale-addominale interviene


nell'estensione dell'omero (abbassa il braccio), e
nell'adduzione sagittale obliqua dell'omero inferiormente
(muove il braccio medialmente e verso il basso). Inoltre,
retrovertono l'omero che è stato precedentemente
antiverso (portano la spalla indietro)

127
Più in profondità rispetto al Gran Pettorale troviamo il
Piccolo Pettorale.

PICCOLO PETTORALE

Il Piccolo pettorale origina dalla faccia esterna e dal


margine superiore della 3-4-5° costa per poi andarsi ad
inserire sull’apice del processo coracoideo della scapola;
esso permette, insieme al dentato anteriore, di protrudere
la scapola. Agisce in sinergia con l’elevatore di scapola
permettendo di ruotare ed abbassare la spalla.

Funge inoltre da muscolo accessorio nella respirazione


come il Gran Pettorale, risultando attivo in una
inspirazione forzata.

Il Piccolo Pettorale merita una piccola parentesi in termini


funzionali: nonostante non sia dotato di un grande ventre,
è un muscolo che, come si usa dire in osteopatia, tende a
presentarsi in disfunzione, ovvero è un muscolo che
spesso appare retratto, alterando la meccanica scapolare
e la postura.
Questo avviene perché un piccolo pettorale in disfunzione
tira la scapola in avanti e in alto.

128
Risulta quindi opportuno valutare lo stato del muscolo
pettorale prima di far eseguire esercizi in cui è richiesto il
movimento dell’omero, in particolare nelle distensioni in
qualsiasi piano anatomico.

IL PLESSO BRACHIALE

Il plesso brachiale è il complesso reticolare di nervi spinali


che provvede all'innervazione motoria e sensitiva di una
parte del torace, della spalla, del braccio e della mano.
Tra le strutture nervose della regione della spalla, ce ne
sono alcune che transitano soltanto per questo distretto
anatomico, altre, invece innervano gli elementi anatomici
locali (muscoli, cute ecc).

Tutte queste derivano dal plesso brachiale, precisamente


da alcuni suoi rami collaterali e terminali.

129
Il plesso brachiale è un importante formazione reticolare
di diversi nervi spinali (cioè nervi del sistema nervoso
periferico), i quali hanno il compito di innervare non solo
la spalla, ma anche l'intero arto superiore (quindi braccio,
avambraccio e mano).

IL RITMO SCAPOLO OMERALE

Il movimento della spalla è il risultato di un movimento


sincrono e coordinato di tutto il complesso articolare:
questo fenomeno rappresenta il cosiddetto “ritmo
gleno-omerale-scapolo-toracico“.
Quando il movimento della spalla viene espresso
attraverso un armonico susseguirsi di azioni, sincrone e
coordinate, possiamo parlare di “ritmo scapolo-omerale“.

130
Le principali componenti articolari della spalla sono
l’articolazione gleno omerale e la pseudo-articolazione
scapolo-omerale: il mancato sincronismo e l’inadeguata
coordinazione neuro-muscolare sono i principali
responsabili della formazione di conflitti e problemi nel
movimento di questa zona del corpo.

Come abbiamo visto in precedenza, spalla è


l’articolazione dotata di maggiore mobilità nel corpo
umano: è costituita da tre snodi (articolazione
scapolo-omerale, articolazione sterno-claveare e
articolazione acromio-clavicolare), da due articolazioni
funzionali, dette pseudo-articolazioni (articolazione
sotto-acromion-deltoidea e articolazione scapolo-toracica)
e da gruppi muscolari in grado di assicurare il movimento
dell’arto superiore su tutti piani dello spazio e,
contemporaneamente, garantire la centratura della testa
dell’omero nella glenoide scapolare (equilibrio
gleno-omerale).

La stabilità articolare è fisiologicamente garantita da


stabilizzatori statici e dinamici: la capsula articolare
gleno-omerale, il labbro glenoideo, il legamento
coraco-omerale e il legamento gleno-omerale possono
essere considerati i principali stabilizzatori statici, mentre
la componente muscolare, che assicura la centratura

131
della testa dell’omero nella glenoide durante i movimenti,
deve essere considerata la componente dinamica.
Possiamo suddividere i muscoli coinvolti nel movimento
del cingolo scapolo-omerale in:

- protettori della gleno-omerale: cuffia dei rotatori,


composta dal muscolo sopraspinato, muscolo,
muscolo infraspinato e muscolo piccolo rotondo
(extrarotatori) oltre al muscolo sottoscapolare
(intrarotatore) a cui si aggiunge il muscolo grande
rotondo, sinergico nell’intrarotazione omerale;
- rotatori della scapola: muscolo trapezio, muscolo
elevatore della scapola, muscoli romboidi,
muscolo piccolo pettorale, muscolo gran dentato;
- posizionatori omerali: muscolo deltoide, muscolo
gran pettorale, muscolo gran dorsale;
- Il muscolo bicipite brachiale, grazie al suo capo
lungo, funge da stabilizzatore accessorio della
testa omerale.

L’organizzazione del movimento attraverso l’attuazione


sequenziale di risposte neuro-muscolari, che prevedano
un ordine sequenziale di attivazioni o inibizioni muscolari,
è indispensabile per permettere la sinergia motoria: se
prendiamo in considerazione, ad esempio, l’elevazione
della spalla, possiamo renderci conto di come

132
l’articolazione gleno-omerale e l’articolazione
scapolo-toracica debbano muoversi in maniera sincrona,
per permettere un movimento fluido e naturale: durante le
fasi di elevazione e abduzione della spalla, la quantità e
la qualità del movimento reciproco determina il “ritmo
scapolo-omerale“, cioè la capacità di muoversi
sincronicamente e reciprocamente, rispettando una
tempistica fondamentale per la corretta esecuzione del
gesto.
Il ritmo scapolo-omerale rappresenta quindi la sequenza
armonica dei movimenti che coinvolge tutte le
articolazioni e tutti i muscoli del complesso articolare della
spalla: i muscoli del cingolo scapolo-omerale
interagiscono tra di loro generando specifiche coppie di
forze in grado di mantenere fisso e stabile il centro
istantaneo di rotazione tra la testa omerale e la glenoide
durante il movimento (equilibrio gleno-omerale).

Quindi, facendo il punto di quanto detto fino ad ora,


possiamo dire che l’elevazione dell’omero è di 170° circa,
sia su piano sagittale (movimento di flessione) che sul
piano frontale (movimento di abduzione), ma per arrivare
a questa ampiezza è necessario il contributo dato
dall’orientamento della glena.

133
Bisogna tener conto che:
- sul piano sagittale solo fino a 60° è una flessione
vera a carico della articolazione gleno omerale;
- sul piano frontale solo fino a 30° è una abduzione
vera a carico della articolazione gleno omerale.
Poi interviene il Ritmo Scapolo Omerale: si mette in
azione la scapola e la glena viene proiettata verso l’alto.
Per cui sul piano sagittale la flessione può proseguire
dopo i 60° e sul piano frontale l’abduzione prosegue dopo
i 30° con il seguente ritmo scapolo omerale: il rapporto tra
la glenomerale e la scapolotoracica è di 2:1, cioè ci sono
due gradi dati dalla glenomerale per ogni grado dato dalla
scapolotoracica.
Nell’elevazione (abducendo il braccio) il primo ostacolo è
dato dallo “scontro” tra trochite e acromion (a 30°), che
viene bypassato con un movimento di extrarotazione, in
questo modo presento la parte più piccola del trochite, il
blocco viene ritardato e l’elevazione può proseguire.
Finché poi la testa dell’omero cozza contro la glenoide
(secondo ostacolo dato dal fine corsa osseo, a 90°) ed è
allora che sI innesca il ritmo scapolo omerale

134
IL GOMITO

Il gomito è l'articolazione posta nel punto di congiunzione


del braccio e dell'avambraccio.

Ha il compito di accorciare e allungare, a seconda delle


necessità, l'arto superiore, per porre la mano in un punto
utile dello spazio.

Lo scheletro della regione del gomito è formato da tre


ossa:
- l’estremità inferiore dell’omero, osso del braccio
che nella parte superiore forma una delle
articolazioni della spalla.

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- l’estremità superiore del radio, osso
dell’avambraccio che poi forma l’articolazione con
la mano
- l’estremità superiore dell’ulna, osso
dell’avambraccio.

Queste ossa formano le tre 3 articolazioni del gomito:


1) Articolazione omero-radiale
2) Articolazione omero-ulnare
3) Articolazione radio-ulnare prossimale

Le tre articolazioni sono tenute insieme dalla capsula


articolare, rinforzata dai legamenti del gomito.
L'articolazione del gomito appartiene alla classe delle
articolazioni a cerniera (cardine o ginglimo) e come tale
presenta due gradi di libertà, con i quali permette ampi
movimenti di flessione ed estensione dell'avambraccio sul
braccio; più limitati sono invece i movimenti di:

- pronazione: rotazione verso l'interno


dell'avambraccio, che permette al palmo della
mano di rivolgersi verso il basso;
- supinazione: rotazione verso l'esterno
dell'avambraccio, che permette al palmo della
mano di rivolgersi verso l'alto.

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Nel gomito la stabilità deriva da quattro formazioni
anatomiche principali:
- la coronoide,
- l'olecrano,
- il legamento collaterale interno
- il legamento collaterale esterno.

Queste strutture anatomiche permettono il mantenimento


della stabilità altre strutture anatomiche: il capitello
radiale, la capsula ed i muscoli. Clinicamente la stabilità
del gomito può essere persa a seguito di un trauma e può
necessitare di un intervento chirurgico ma più spesso ci si
trova davanti a quadri di instabilità del gomito che
vengono scambiati per epicondilite (gomito del tennista) o
epitrocleite (gomito del golfista).
Le strutture più importanti di questo distretto anatomico
sono: il nervo mediano più centrale, il nervo radiale sul
versante esterno, il nervo ulnare sul versante interno.
Queste strutture nervose, innervano i muscoli del gomito
e del braccio e della mano, possono essere strutture
interessate nelle patologie traumatiche del gomito. La
lesione di un nervo è una complicanza estremamente
grave e disabilitante.

137
IL POLSO E LA MANO
Il polso è un'articolazione di tipo sinoviale, che vede
interagire le ossa del carpo scafoide e semilunare con le
due faccette articolari dell'estremità distale del radio.

CARPO E OSSA CARPALI CHE FORMANO IL POLSO


Il carpo è l'insieme di 8 ossa irregolari che costituisce la
porzione prossimale dello scheletro della mano.
Compresi tra i metacarpi (porzione intermedia dello
scheletro della mano) e le ossa dell'avambraccio, gli 8
elementi ossei del carpo – le cosiddette ossa carpali –
sono disposti equamente su due file: una fila è vicina a
radio e ulna, e prende il nome di fila prossimale; l'altra fila,
invece, è a ridosso delle 5 ossa metacarpali ed è nota
come fila distale.
Lo scafoide e il semilunare – cioè le due ossa carpali che
formano l'articolazione del polso – appartengono alla fila
prossimale, assieme all'osso carpale triquetro e all'osso
carpale pisiforme.

FUNZIONI
Il polso è un'articolazione fondamentale per la funzionalità
della mano. Infatti, rientrano tra i suoi compiti i movimenti
di:

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- Flessione della mano. È il movimento che
consente di avvicinare il palmo della mano al
braccio. Immaginando di osservare un arto
superiore completamente disteso in avanti, la
flessione del polso è il movimento che piega la
mano verso il basso.
- Estensione della mano. È il movimento che
consente di avvicinare il dorso della mano al
braccio. Immaginando di osservare un arto
superiore completamente disteso in avanti,
l'estensione del polso è il movimento che piega la
mano verso l'alto.
- Deviazione radiale della mano. È il movimento
che consente di avvicinare il lato della mano con il
pollice al radio.
- Deviazione ulnare della mano. È il movimento
che consente di avvicinare il lato della mano con il
mignolo all'ulna.
- Circonduzione della mano. È il movimento di
rotazione della mano.

139
Nel capitolo relativo ​all’handbalance ​questo argomento
verrà trattato in maniera più esaustiva, vista e considerata
il coinvolgimento dei polsi in ogni aspetto della verticale.

 
 
 
 

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CONCLUSIONE 
Questa intera parte di dispensa, inerente all’anatomia
umana (strutturale), ha come obiettivo quello di fornire
una visione il più completa e aggiornata possibile di
questo interessante argomento. Una volta conosciuti
questi aspetti di base, si chiede al lettore di fare adesso
un “salto di livello” e quindi di entrare nella dimensione più
reale dell’anatomia funzionale, ovvero che riguarda
l’organizzazione del corpo umano nello spazio, le linee di
forza delle catene muscolari presenti in esso e da lì in poi
proseguire unendo le nozioni di biomeccanica alle
caratteristiche adattative che rendono la macchina
biologica umana unica e straordinaria.

 
 
 
 
 
 
 
 

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BIBLIOGRAFIA 
Anatomia dell’Uomo. Seconda edizione, Ambrosi et al.,
2010. Edi-Ermes
Anatomia Umana. Terza edizione, W. Platzer, 2004, Casa
Editrice Ambrosiana
Anatomia funzionale. Kapandji, 2011, edizione italiana
curata dal dott. Paolo Alberto Pagani

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