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1.2.

3 Discorso come costruzione della realtà:


identità, attività e significati situati

Il linguaggio, inseparabile dal contesto nel quale è prodotto, può essere quindi
considerato azione e interazione sociale. Su questo punto insiste, in particolar
modo, Gee.
Superata la visione del linguaggio come mero mezzo di trasmissione
d’informazioni, l’interrelazione tra linguaggio e contesto e il conseguente carattere
sociale del linguaggio (sopraccitati), dimostrano che il linguaggio possiede ben due
funzioni primarie che vedono, da un lato, il linguaggio come azione e, dall’altro,
come affiliazione. Il linguaggio come azione consente all’uomo di realizzare ed
eseguire le attività sociali; in quanto affiliazione, invece, consente all’individuo di
relazionarsi all’interno delle culture, dei gruppi sociali, delle istituzioni. È evidente
che queste due funzioni non sono attivate separatamente l’una dall’altra ma, al
contrario, agiscono in connessione fra loro. Difatti, le attività sociali (realizzate
dall’uomo) e le istituzioni, le culture e i gruppi sociali (nei quali l’uomo è inserito) si
creano e si trasformano reciprocamente: da un lato, infatti, le culture, i gruppi sociali
e le istituzioni danno forma alle attività sociali ma, dall’altro, è attraverso
quest’ultime che si producono, riproducono e trasformano culture, gruppi sociali e
istituzioni.1 Perciò, tramite l’uso del linguaggio e la conseguente attuazione di
determinate funzioni, l’uomo crea il mondo (la situazione) all’interno del quale egli
comunica. Allo stesso tempo, però, come ampiamente detto nella sezione 1.2.1, tale
contesto influisce sul linguaggio che l’individuo decide di utilizzare, in quanto egli lo
sceglie proprio per adeguarsi a quella determinata situazione. Chi ha e svolge,
pertanto, l’influenza maggiore sull’altro?

This is rather like the “chicken and egg” question: Which comes first?
The situation we’re in (e.g. a committee meeting)? Or the language we
use (our committee ways of talking and interacting)? Is this a “committee
meeting” because we are speaking and acting this way, or are we
speaking and acting this way because this is a committee meeting? After
all, if we did not speak and act in certain ways, committees could not
exist; but then, if institutions, committees, and committee meetings didn’t
already exist, speaking and acting this way would be nonsense.2

1
Cfr. J. P. Gee, op. cit., pp. 1-segg.
2
Cfr. J. P. Gee, op. cit. p. 11.

1
In realtà la domanda contiene già la risposta a tale problema: non vi è
prevalenza di uno sull’altro. Quest’azione del linguaggio su due livelli è, in realtà,
una proprietà fondamentale e specifica del linguaggio, chiamata riflessività,3 in virtù
della quale il linguaggio crea e contemporaneamente riflette la situazione nella quale
è usato. Ciò è dovuto principalmente al fatto che l’individuo non utilizza mai il solo
linguaggio per la costruzione della realtà che lo circonda. Egli, infatti, lo usa sempre
in associazione a una serie di elementi extra-linguistici: vi sono innanzitutto le
attitudini, i valori e le consuetudini dell’individuo, i suoi modi di agire e interagire
con gli altri individui, ma anche gli strumenti e le tecnologie che lo stesso contesto
gli fornisce, insieme al tempo e allo spazio in cui egli “mette insieme” tutti questi
elementi per dare forma alla situazione. È in questo caso che si può parlare di
Discorso4 vero e proprio, poiché è attraverso il Discorso (l’uso associato di
linguaggio ed elementi extra-linguistici) che l’individuo costruisce la situazione nella
quale interagisce.5 Tale situazione, intesa come teatro dell’interazione sociale,
implica sempre la presenza di:
un aspetto semiotico (ovvero uno o più sistemi simbolici – anche extra-linguistici)
fondamentale per accedere alla realtà;

un aspetto materiale, che comprende i partecipanti all’interazione, il luogo, lo spazio e


gli oggetti e gli presenti al momento dell’interazione stessa;

determinate attività sociali nelle quali i partecipanti sono impegnati;

un aspetto politico, concernente la distribuzione dei beni sociali (come il potere, lo status
sociale o, più in generale, qualsiasi cosa intesa come bene sociale all’interno del
gruppo sociale di appartenenza dei partecipanti) durante l'interazione;

un aspetto socioculturale che comprende sia la conoscenza culturale, personale o


sociale, sia la conoscenza di tutti gli aspetti sopraccitati che i partecipanti
possiedono, entrambe fondamentali per l’interazione.6

Questi aspetti rappresentano un’ulteriore dimostrazione della riflessività del


linguaggio poiché, pur essendo inerenti alla situazione, sono contemporaneamente
costituiti e attivati dall’individuo tramite il linguaggio. Perciò, attraverso il Discorso,
3
Cfr. J. P. Gee & J. L. Green, “Discourse Analysis, Learning, and Social Practice: A Methodological
Study”, Review of Research in Education, Vol. 23, 1998, pp. 127-128; J. P. Gee, op. cit., pp. 80-82.
4
Cfr. J. P. Gee, op. cit., p. 17.
5
Sul concetto di contesto come creazione dei partecipanti, cfr. T. A. van Dijk, “Discourse, context and
cognition”, Discourse Studies, Vol. 8 (1): 159-177, 2006.
6
Cfr. J. P. Gee & J. L. Green, op. cit., pp. 134-135; J. P. Gee, op. cit., pp. 82-83.

2
l’individuo riconosce se stesso e gli altri attivando diverse identità (i.e. posizioni,
ruoli sociali) e attività sociali in diverse situazioni; allo stesso tempo, mediante
questo processo di riconoscimento di sé stesso e degli altri (identità), e del contesto
(attività), egli realizza un Discorso.
Identità e attività vengono attivate dai partecipanti in relazione alla situazione
d’interazione. Ciò significa che ogni identità e ogni attività è situata (socialmente)
all’interno di una data situazione: situata in quanto, per ogni situazione, l’individuo
si presenta come una, e una sola, identità attivando una, e una sola, attività in modo
da poter essere riconosciuto dagli altri partecipanti, radicandole profondamente,
quindi, in quel contesto. Inoltre, egli associa a ogni situazione, e quindi a ogni
identità e attività situata, un determinato linguaggio sociale,7 che contribuisce al
processo di riconoscimento. Ciò significa che inserito in una specifica situazione (ad
esempio una riunione di lavoro), l’individuo sceglierà di usare una determinata forma
di linguaggio, diversa rispetto a quella che utilizzerebbe in un’altra (ad esempio una
cena fra amici). L’utilizzo di un linguaggio sociale piuttosto che di un altro, è
fondamentale nell’attivazione delle identità e delle attività situate. Difatti, scegliendo
un linguaggio sociale (caratterizzato da un suo vocabolario e una sua sintassi) un
individuo rivela chi è in quel contesto e, contemporaneamente, identifica e riconosce
chi sono i suoi interlocutori e in quale attività sono unitamente impegnati.8
Strettamente connessa al processo di riconoscimento sopra descritto – caratterizzato
dall’identificazione della situazione, e quindi delle identità e delle attività che la
caratterizzano – è l’individuazione, da parte dei partecipanti all’interazione, dei
significati specifici che gli enunciati assumono in quanto prodotti all’interno di tale
situazione con l’uso di un determinato linguaggio sociale. Una stessa parola, perciò,
potrà assumere diversi significati in relazione al contesto, al linguaggio sociale usato
e alle identità e attività interessate dall’interazione. Ciò è dovuto principalmente al
fatto che i partecipanti all’interazione, inseriti in una data situazione, riconoscono e
assegnano alle parole “on the spot”9 determinati significati, sia grazie alla percezione
che essi hanno del contesto nel quale interagiscono, sia in base alla conoscenza
pregressa di tale situazione ( e di simili interazioni). Si parla, in questo caso, di

7
Cfr. M. Bakhtin, The dialogic imagination, University of Texas Press, Austin, 1981; M. Bakhtin,
Speech genres and other late essays, University of Texas Press, Austin, 1986, cit. in J. P. Gee & J. L.
Green, op. cit., p. 140; J. P. Gee, op. cit., pp. 25-segg.
8
Cfr. J. P. Gee & J. L. Green, op. cit., p. 143.
9
Cfr. J. P. Gee & J. L. Green, op. cit., p. 122.

3
significati situati,10 significati, cioè, profondamente radicati nella situazione, e
intrinsecamente vincolati alle identità e alle attività (sociali) adottate e attivate dai
partecipanti all’interazione. Il riconoscimento di questi significati, ovviamente, non è
frutto del “lavoro” individuale ma è necessariamente il risultato della negoziazione
che i partecipanti attuano durante l’interazione. Infatti, ogni individuo porta con sé
un bagaglio di conoscenze e di esperienze concernenti il mondo (sia fisico sia
sociale) di cui egli si avvale per individuare, nel mondo appunto, degli schemi, dei
modelli, ricorrenti che gli permettono, così, di dargli significato. Ciò significa che la
mente umana non procede attraverso regole generali e decontestualizzate, 11 ma estrae
sempre dal contesto, dall’esperienza, quei modelli ricorrenti che solo
successivamente egli generalizza per poter comprendere e spiegare le future
esperienze, attraverso l’identificazione dei succitati significati situati. Perché questi
vengano individuati, è necessario che la generalizzazione dei modelli si collochi ad
un livello intermedio, permettendo, così, di percepire sempre i diversi aspetti di uno
stesso pattern, in modo tale che dai diversi aspetti possano essere poi estratti i vari
significati, attribuibili di volta in volta ad ogni situazione ed esperienza. Pertanto,
conoscere un significato situato non significa “saper dire” qualcosa, ma saperlo
riconoscere in diversi ambiti e situazioni.
Tali significati non devono essere concepiti come qualcosa di statico e
inamovibile, ma come immagini dinamiche che la mente umana crea, modifica e
adatta in relazione alla propria esperienza socioculturale.12 Tuttavia, le conoscenze
del singolo individuo non sono sufficienti per questo processo. Il contributo degli
altri individui, con le loro rispettive esperienze e conoscenze, è fondamentale.13
Il riconoscimento di un pattern e del correlato significato situato è possibile,
quindi, principalmente grazie alla presenza di quelli che Gee definisce modelli
culturali. Per modello culturale s’intende:

a totally or partially unconscious explanatory theory or “storyline”


connected to a word – bits and pieces of which are distributed across
different people in a social group – that helps to explain why the word
has the different situated meanings and possibilities for the specific social
and cultural groups of people that it does.14
10
Cfr. ibid.; J. P. Gee, op. cit., pp. 46-47.
11
Cfr. J. P. Gee, “Discourse and socio-cultural studies in reading”, Reading Online, 4(3), 2000,
[http://www.readingonline.org/articles/art_index.asp?HREF=/articles/handbook/gee/index.html], p. 2;
J. P. Gee, op. cit., 1999, p. 48.
12
Cfr. J. P. Gee, op. cit., 1999, p. 49.
13
Cfr. J. P. Gee, op. cit., 2000, p. 2.
14
Cfr. J. P. Gee, op. cit., 1999, p. 44.

4
Questo spiega perché il riconoscimento dei modelli e dei relativi significati sia un
processo negoziato tra i diversi partecipanti. La negoziazione tra i diversi membri è
fondamentale poiché la conoscenza di un modello culturale, da parte di un individuo,
non può mai essere integrale. Difatti, come i significati situati, i modelli culturali non
risiedono nella mente del singolo individuo ma, come spiega Gee, sono il risultato
dell’esperienza e dei punti di vista di tutti i membri di un gruppo socioculturale. Sono
questi modelli a guidare l’individuo nel processo di riconoscimento dei diversi
pattern ricorrenti della sua esperienza e dei relativi significati situati, e a permettergli
di costruirne degli altri. Inoltre, ogni individuo non appartiene mai a unico gruppo
socioculturale e questo permette l’influenza reciproca dei diversi modelli culturali,
con la possibile creazione di modelli più complessi e la conseguente identificazione
di nuovi significati situati.

The moral is this: thinking and using language is an active matter of


assembling the situated meanings that you need for action in the world.
This assembly is always relative to your socio-culturally-defined
experiences in the world and, more or less, routinized (“normed”)
through cultural models and various social practices of the socio-cultural
groups to which you belong.15

Come detto in precedenza, linguaggio e contesto sono profondamente legati


dalla proprietà del linguaggio definita riflessività. Questa è evidente nei concetti di
modello culturale e significato situato sopraccitati. Essi derivano da, e
contemporaneamente costruiscono, la situazione nella quale i membri di un gruppo
interagiscono tra loro o con altri gruppi.
Come già si è detto nella prima sezione, esiste un numero illimitato di
possibili situazioni d’interazione. Ogni situazione, infatti, è definita dal contesto
materiale, personale, sociale, istituzionale, culturale e storico all’interno del quale i
partecipanti interagiscono. Tuttavia, sono proprio i partecipanti all’interazione che
permettono di meglio definire tale situazione. Ogni individuo reca sempre con sé,
infatti, i propri valori, le proprie attitudini e consuetudini (a loro volta situate in un
determinato contesto materiale, personale, sociale, istituzionale e storico) che si
riflettono, inevitabilmente, sull’interazione (attivando quelle identità e attività che si
sono definite all’inizio di questa sezione) e che permettono, quindi, di caratterizzare
in modo più specifico sia i partecipanti sia la situazione nella quale agiscono.

15
Cfr. J. P. Gee, op. cit., 1999, pp. 49-50.

5
A questo proposito, i concetti di modello culturale e di significato situato
sono fondamentali nello studio del linguaggio e del discorso: infatti, studiando quali
significati situati sono stati attivati dai partecipanti è possibile definire il modello
culturale al quale essi fanno riferimento e, di conseguenza, identificare le diverse
identità e attività che i partecipanti attivano in quella determinata circostanza e
definire anche i diversi aspetti del contesto descritti in precedenza (semiotico,
materiale, politico, socioculturale). La scelta di determinati modelli culturali, con i
correlati significati situati è chiaramente vincolata dalle istituzioni, che rappresentano
“the values and interests of distinctive groups of people”,16 e che gestiscono la
distribuzione dei cosiddetti beni sociali, cioè tutto ciò che è percepito da un gruppo
come fonte di potere, di status sociale e, più in generale tutto ciò che è considerato di
valore, come la conoscenza, le tecnologie, etc.17 Attraverso l’uso del linguaggio, e
quindi tramite la scelta di specifici modelli culturali e dei correlati significati situati,
l’individuo manifesta la sua percezione dell’istituzione e, di conseguenza, la sua
percezione sulla distribuzione di tali beni. Ciò implica la possibilità da parte
dell’uomo di usare il linguaggio per imprimere sulla realtà la propria prospettiva, la
propria percezione del giusto o sbagliato, di ciò che considera all’interno o al di fuori
della norma, in breve per esprimere il proprio giudizio sulla distribuzione dei beni
sociali sopraccitati. Pertanto, il linguaggio, i modelli culturali, i significati situati e i
discorsi sono sempre politici, intendendo per politica “anything and anyplace (talk,
texts, media, action, interaction, institutions) where “social goods are at stake.”18 È
questo l’aspetto politico che caratterizza (insieme con quello semiotico,
socioculturale e materiale) la situazione d’interazione (v. p. 32).
In questa prospettiva sociale, l’Analisi del Discorso si occupa di spiegare
come l’individuo usa il linguaggio per creare la situazione, studiando i diversi aspetti
che caratterizzano quest’ultima.19 Più precisamente, essa mira a studiare il processo
di produzione di questi aspetti, analizzando tutte quelle scelte linguistiche ( e socio-
linguistiche) che l’individuo compie per costruire e attivare i differenti aspetti che
compongono la situazione d’interazione: i linguaggi sociali, i significati situati, i
modelli culturali, insieme alle identità e attività che contraddistinguono l’individuo,

16
Cfr. J. P. Gee & J. L. Green, op. cit., p. 145.
17
Cfr. J. P. Gee, op. cit., 1999, p. 70.
18
Ibid.
19
Cfr. J. P. Gee, op. cit., 1999, p. 92.

6
sono tutti strumenti d’analisi20 fondamentali per la comprensione del ruolo che il
linguaggio ha nella costruzione della realtà.

20
Cfr. J. P. Gee, op. cit., 1999, capp. 2-3.