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Ho scelto di iniziare mostrando questa scena tratta da un film del 2003, THE

DREAMERS, di Bernardo Bertolucci perché credo che in qualche modo in questi


pochi secondi il regista sia riuscito a mostrare e a rappresentare quella che è
forse la più profonda spinta propulsiva del ’68, ovvero la messa in
discussione e lo scontro con l’autorità.

In questa scena si mette in luce lo scontro con l’autorità paterna, uno scontro
e un rifiuto che analizzato freudianamente coincide con l’uccisione stessa
dell’autorità che spostata fuori dal confine domestico coincide con l’autorità
precostituita politica, culturale, accademica, sociale.

Credo che proprio questo scontro con l’autorità (che potrebbe essere
concretizzato in uno degli slogan paradigmatici del Sessantotto ovvero
VIETATO VIETARE) racchiuda la pietra angolare di tutto il ’68, ovvero l’anelito
sessantottino di libertà, la spinta, l’aspirazione alla libertà.

Una libertà che si va a manifestare prima ancora che nella lotta politica e prima
ancora della controcultura, in quella che è la libertà sessuale.
La liberazione sessuale è forse una delle prime rivoluzioni del ’68 che a
definirsi forse perché affonda le radici ancora più indietro (es. nella cultura
beat)

Questa ricerca di libertà va a concretizzarsi in una parola chiave: IL DESIDERIO.


Una spinta al desiderio e al desiderare.

L’interrogativo che è alla base della riflessione di oggi è:


•il desiderio sessantottino esiste ancora? E se non esiste come è stato
fagocitato dal sistema individual-capitalista?

Per tentare di rispondere a questo quesito, tenterò di analizzare i caratteri del


desiderio sessantottino attraverso i caratteri che Jacques Lacan andava a
delineare del Desiderio.

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Lacan partiva da Freud.
Lacan proponeva una nuova traduzione del Wunsch freudiano.
Wunsch per Lacan è voto, vocazione, aspirazione
Già per Freud il desiderio era rivolto a qualcosa di rappresentato, non di reale,
e nello specifico per Freud il desiderio riguardava qualcosa di perduto.
Con Lacan si va oltre: il Desiderio è un Desiderio di Altrove, in senso assoluto.
L’oggetto del desiderio non esiste, né nel reale né nel trascendente.

Il desiderio è qualcosa di sfuggente, di erratico, di eccessivo, di deviante e di


indomabile.
Eppure, la volontà del soggetto non deve essere quella di domare questo
desiderio.
Il desiderio deve restare necessariamente indomato.
Perché proprio questa spinta incessante al desiderio è la metafora stessa
dell’esistenza.
La misura del desiderio è per definizione infinita.
Il desiderio è una mancanza, qualcosa che manca e che non può essere
soddisfatto.
Questo Desiderio di Altrove coincide con un Desiderio d’Altro, altro rispetto a
quello che esiste nel reale.
Il Desiderio è l’invocazione di un’altra possibilità rispetto all’esistente.

Ed è per questo che credo che il Desiderio lacaniano possa essere accomunato
al Desiderio sessantottino.
Perché il Desiderio del ’68, che era desiderio di Libertà, cercava proprio
questo: qualcosa di altro rispetto a ciò che era l’esistente.
E forse la spinta fondamentale che ha fatto sì che il ’68 fosse il ’68 si trova nel
fatto che il Desiderio di quegli anni era, come il desiderio di Lacan, infinito,
tendente all’infinito.
Perché? Perché si cercava la libertà. E la libertà è un concetto trascendente ed
infinito per sua stessa natura.
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Ed essendo concetti infiniti, inevitabilmente, non riguardavano soltanto
l’individuo singolo.
Perché qualcosa di infinito riguarda necessariamente la collettività.
L’infinito per sua stessa definizione è qualcosa che noi non possiamo avere,
mantenere, domare, controllare.
Inevitabilmente l’infinito è qualcosa di collettivo, l’infinito è un bene comune.

Il problema qual è?
O meglio, qual è stato?

La spinta all’infinito e quindi il Desiderio stesso è stato fagocitato dal sistema


capitalistico post-’68.
Come?
Il sistema capitalistico ha trasformato la spinta al Desiderio di Libertà in
Promessa di Liberazione dal Desiderio.

La deriva del Desiderio sessantottino è esattamente questa.


Il sistema capitalistico attraverso una serie di strumenti, come la pubblicità
(cfr. Houellebecq), ha svuotato il Desiderio, che per sua natura tende ad
un’infinita insoddisfazione, promettendogli il godimento.
Attraverso la Promessa di Liberazione del Desiderio, il sistema capitalistico in
realtà estirpa, lo estingue. Riducendo il Desiderio a Capriccio.
Ed è per questo che il soggetto moderno, post-’68, è ridotto a macchina
pulsionale e consumatore di gadget.
La dimensione trascendentale, creativa, sfuggente del Desiderio, è annientata.
Il Desiderio non vive più nell’Altrove, ma diventa qualcosa di raggiungibile, a
portata di mano.
E così il Desiderio è riportato nel reale.

Il paradosso più grandioso dice: la rivolta (che è la natura stessa del Desiderio
perché desiderare vuol dire rivoltarsi continuamente contro l’esistente
muovendosi verso un altrove) la rivolta nasce da uno stato di attesa, di veglia,
anche di noia.

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Perché se ci si annoia di ciò che è esistente vuol dire che ci si aspetta che ci sia
qualcosa al di là.
L’attesa è una promessa di un orizzonte diverso, che qualcosa di altro possa
essere scritto.
Ed è per questo che il Desiderio ’68 non era desiderio utopistico.
Perché la rivolta non solo ammette, ma esige che vi sia una possibilità di futuro
diverso rispetto all’esistente, un Altrove a cui tendere.
Che poi questo Altrove non sarà mai raggiunto perché fuori dalla nostra
portata, questo non conta. Anzi, è proprio quello. Una propulsione mai
rassegnata, un tendere all’infinito.
Un movimento che è metafora stessa dell’esistenza: una continua ricerca di
una completezza platonica.

E proprio questa completezza viene ridotta e semplificata dal sistema


capitalistico, riportata nella realtà.
Ma non solo. Ricollega tutto all’individuo.
Perché il Desiderio diventa singolo, ego-centrico.
Anche il desiderio sessuale post-sessantottino non contempla più una
liberazione collettiva, ma si rivolge solo al godimento relazione alla propria
sfera individuale.

Per concludere.
Forse non è tanto il desiderio sessantottino che è stato perduto.
Probabilmente si è persa la radice stessa del desiderio.
De-siderare infatti vuol dire proprio andare al di là delle stelle.
All’interno della logica sociale capitalistica si tende più che altro a con-siderare.
A controllare le stelle e muoverci dentro i limiti.

Il desiderio, invece, come Lacan ci dice, è qualcosa di erratico, di tumultuoso,


di rivoltoso.
Il desiderio coincide con la forza dell’immaginazione, la forza che spinge al di
là, verso l’Altrove.

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Forse molto più semplicemente noi soggetti moderni non siamo più capaci di
ribellarci perché siamo diventati incapaci a desiderare.
Forse per recuperare la rivolta basterebbe trovare solo il coraggio
dell’immaginazione, avere la certezza che qualcosa di Altro deve ancora essere
scoperto.