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Arthur Schopenhauer

VITA: Nasce a Danzica. Il padre è un commerciante, morto probabilmente suicida quando


Schopenhauer è ancora ragazzo, la madre è una scrittrice. Studia all’Università di Gottinga
appassionandosi al pensiero di Platone e di Kant. Nel dicembre del 1818 pubblica la prima edizione
della sua opera più importante, IL MONDO COME VOLONTÀ E RAPPRESENTAZIONE.
Questa prima edizione è un fallimento (soltanto la terza edizione, del 1859, incontrerà un grande
successo). Fra il 1820 e il 1831 lavora come professore a contratto presso l’Università di Berlino
negli anni in cui vi insegna anche Hegel, ma anche questa esperienza è un insuccesso.

Nel pensiero di Schopenhauer confluiscono diverse prospettive e suggestioni filosofiche e


sapienziali:
 La filosofia di Platone, in particolare la teoria delle idee come realtà eterne e immutabili al
di là del mondo sensibile.
 La distinzione kantiana tra fenomeno (la realtà come ci si presenta attraverso il filtro delle
nostre coordinate conoscitive) e noumeno, o “cosa in sé” (la realtà indipendente e al di là
dei nostri schemi conoscitivi).
La filosofia di Schopenhauer presenta inoltre temi romantici (ad esempio l'infinito immanente alla
realtà naturale), e della spiritualità indiana e buddista. Invece Schopenhauer è decisamente e
radicalmente antihegeliano (definisce il pensiero di Hegel una “ buffonata filosofica” espressa nel
“gergo più ripugnante e insieme insensato, che ricorda il delirio dei pazzi”).
Il punto di partenza della filosofia di Schopenhauer è una reinterpretazione della distinzione
kantiana tra fenomeno e cosa in sé.
Schopenhauer riprende questo punto fondamentale della filosofia kantiana conferendogli un diverso
significato rispetto a quello gnoseologico attribuitogli da Kant. Infatti:
 Per Kant, il “fenomeno” è l’unica realtà per noi conoscibile, che ha un fondamento nella
“cosa in sé”, il “noumeno”, che per definizione è inconoscibile.
 Per Schopenhauer, invece, la realtà fenomenica è “rappresentazione” interiore,
soggettiva, è illusione di cui l’uomo è “prigioniero.”
Il “fenomeno” è apparenza, illusione, sogno, “velo di Maya” (con questa espressione
Schopenhauer si richiama al mito indiano della dea Maya, che inganna gli uomini avvolgendo il
mondo in una cortina illusoria che maschera la vera realtà).
Invece Schopenhauer considera il “noumeno” la vera realtà, nascosta dietro l’ingannevole trama
del fenomeno.
Dunque, per Schopenhauer il mondo di cui abbiamo esperienza, il mondo del nostro vissuto
quotidiano, il mondo nel quale ci muoviamo e nel quale operiamo, è un mondo ingannevole,
illusorio, in un certo senso onirico, del quale siamo prigionieri.
L’affermazione iniziale del “Mondo come volontà e rappresentazione” è infatti: “IL MONDO È
UNA MIA RAPPRESENTAZIONE”. Ciò significa che il mondo così come ce lo
rappresentiamo, fatto di una pluralità di esseri e di fenomeni che compongono un cosmo
ordinato regolato dal rapporto di causa e un effetto e dove tutto avviene in un tempo e in uno
spazio ben precisi, è mera apparenza.
La causalità (cioè il rapporto causa-effetto), lo spazio e il tempo sono le tre forme
fondamentali della rappresentazione, ossia le tre forme pure a priori (ispirate dalla gnoseologia
kantiana), attraverso le quali prende forma l’immagine che noi ci facciamo del mondo.
Tuttavia si tratta di una nostra rappresentazione: la realtà fatta di esseri separati e individuati
nello spazio e nel tempo, in cui tutto ha una causa, è illusoria ed ingannevole.
Il mondo così rappresentato è perciò una chimera, la vita è sogno.
Schopenhauer è tuttavia convinto di aver scoperto una via che consente di lacerare il “velo di
Maya”, penetrare oltre l’apparenza fenomenica del mondo per cogliere l’essenza metafisica, il
fondamento nascosto della realtà, la “cosa in sé”.

Il problema metafisico che Schopenhauer affronta è quello di squarciare” il velo di Maya”


penetrare aldilà della rappresentazione fenomenica per scoprire il fondamento metafisico
della realtà, la “cosa in sé”. Schopenhauer paragona la via che ci conduce all'essenza della realtà
ad un passaggio segreto, che ci permette di penetrare all'interno della fortezza della cosa in sé.
Questa via passa attraverso di noi, perché l'uomo è corpo, che è dato a noi stessi in due modi
completamente differenti: da un lato come “oggetto fra gli oggetti”, conosciuto dall'esterno
come un qualsiasi fenomeno; dall'altro è conosciuto dall'interno, vissuto “da dentro” in modo
immediato.
Il corpo non è soltanto fenomeno e rappresentazione, non è soltanto “oggetto”, ma anche
“soggetto”.
Conosciuto dall'interno il corpo si manifesta immediatamente come “volontà”, come una serie
di atti volitivi che sono simultaneamente delle azioni del corpo.
Soltanto attraverso il nostro corpo noi sentiamo di vivere, proviamo piacere e dolore, sentiamo
che ogni atto corporeo risponde ad una brama di vivere, ad un istinto di conservazione.
Il nostro corpo è la manifestazione esteriore (l’aspetto “fenomenico”, oggettivato, materializzato)
dell’insieme delle nostre brame interiori, della volontà di vivere. Il nostro corpo, con le sue
pulsioni, i suoi desideri, i suoi appetiti, i suoi istinti e i suoi bisogni è una delle infinite
materializzazioni della VOLONTÀ DI VIVERE (o, più semplicemente, della volontà). Il
corpo è un’“oggettivazione” della volontà.
La “volontà di vivere” è l’impulso prepotente e irresistibile che ci spinge ad esistere e ad
agire, e che, secondo Schopenauer , si manifesta anche in tutto ciò che esiste nel mondo.
Cogliendo il noumeno, noi andiamo oltre il tempo e lo spazio, raggiungiamo l’essenza eterna
della realtà che è unica in tutte le cose.
La volontà di vivere (il Wille zum Leben) è dunque l’essenza segreta non solo dell’esistenza
umana, bensì di tutte le cose e di tutti gli esseri. È la “cosa in sé”, il fondamento metafisico
dell’universo finalmente svelato.
La volontà di vivere pervade quindi ogni essere della natura.
È la spinta all’autoaffermazione, l’impulso irresistibile di autorealizzazione che si moltiplica
all’infinito, individualizzandosi in ogni essere del mondo.
Un unico principio si nasconde dietro la varietà e la pluralità degli esseri, oltre l’immagine
illusoria del mondo così come ci appare. La volontà di vivere è unica, ma si moltiplica e si
replica nella sterminata varietà delle sue manifestazioni fenomeniche.
La volontà di vivere, ossia la radice metafisica di tutta la realtà, è:

a) UNICA (infinite sono le sue manifestazioni, ma essa è sempre la stessa).


b) ETERNA senza inizio né fine.
c) INCONSCIA (si manifesta in forma inconscia in tutti gli esseri naturali con l’eccezione
dell’uomo).
d) LIBERA (nel senso che non è sottoposta ad alcuna causa).
e) CIECA (non ha alcun fine, se non quello di affermarsi e moltiplicarsi).

Schopenauer la chiama “volontà di vivere” perché il grado più alto della sua manifestazione è
appunto la volontà umana, che agisce per scopi e motivi particolari di cui l’essere umano è
consapevole (tuttavia dietro queste volizioni particolari, di cui siamo coscienti, sta sempre la
volontà infinita, che non vuole nulla di determinato se non sé stessa).
Tuttavia negli altri esseri si manifesta come energia, come il complesso delle forze fondamentali
della natura inorganica, come stimolo nelle piante, impulso ed istinto negli animali.
Di conseguenza, la vita e l’esistenza di ogni essere è dominata dalla volontà di vivere, cioè dalla
tendenza ad affermare e imporre sé stessi a scapito di tutto e di tutti. La vita e la realtà sono
perciò lotta, sofferenza, dolore.
La condizione umana è segnata dal dolore, la “volontà di vivere” si manifesta come desiderio
inappagabile (sehnsucht), tensione continua (streben) verso la realizzazione dei propri scopi, ed
il breve istante del piacere (concepito negativamente come temporanea sospensione della tensione,
del dolore) provoca la caduta nella noia raggelante, “rivelazione” della insensatezza della vita.
La sofferenza è tanto più grande quanto più se ne prende coscienza: di conseguenza, l’uomo, in
quanto consapevole della sua condizione, soffre in maniera incomparabilmente maggiore degli
oggetti inanimati, delle piante, degli animali; e fra gli uomini sono i più intelligenti a subire le
pene maggiori, perché sono coloro che raggiungono il grado più alto di coscienza.
L’essere umano è incapace di dominare, guidare e controllare la volontà.
Infatti, la volontà di vivere ha sempre e comunque il sopravvento sull’intelletto (“la razionalità è
schiava della volontà”, ed il libero arbitrio “è una pura e semplice chimera”)
Contro tutta la tradizione del pensiero occidentale, che aveva sostenuto la possibilità di
affermare nel mondo il dominio della razionalità (Socrate, Cartesio, Kant, Hegel), Schopenhauer
sostiene la profonda e radicale insensatezza e irrazionalità dell’intero universo e dell’esistenza
umana.
La volontà di vivere, il principio metafisico del reale, si oggettiva in una duplice forma:
1) in un complesso di forme eterne ed immutabili, che costituiscono gli archetipi di tutti gli enti
esistenti nel mondo e che il filosofo denomina idee;
Le idee di Schopenhauer non sono propriamente le idee platoniche, sono le forze generali della
natura. Tra di esse si trovano per esempio il magnetismo, l'elettricità, le proprietà chimiche. È come
se la realtà partisse tutta dalla volontà di vivere, ma prima di giungere all'estrema manifestazione
che sono gli esseri finiti, individuali, ci fosse un grado intermedio, in cui si oggettiva la volontà di
vivere: questo livello intermedio sono le idee.

2) nel mondo fenomenico la volontà si manifesta nei singoli individui, che sono una
“moltiplicazione” ed una “copia” dei modelli eterni ideali.

La realtà naturale ha una struttura gerarchica, è costituita da una serie ascendente di gradi di
oggettivazione dell'unica volontà, dalle realtà inorganiche a quelle organiche (piante ed animali),
fino all'uomo, l'unico ente naturale in cui la volontà si manifesta in forma consapevole.
Anche Schopenhauer, come Leopardi, si fa portavoce di un “pessimismo cosmico” radicale,
smascherando le diverse illusioni attraverso cui l'umanità cerca di rendere sopportabile la sua
condizione.
Innanzitutto l’amore, cui Schopenhauer dedica molte riflessioni, non è che una delle
manifestazioni più potenti della volontà di vivere: l’amore per Schopenhauer è un
mascheramento della sessualità, è lo strumento di cui si serve il “Genio della specie” (la natura, la
volontà che opera in essa) per perpetuare la vita.
L'individuo è solamente una parziale e transitoria oggettivazione della volontà di vivere, è un
mero “funzionario della specie”, destinato a dissolversi dopo aver espletato la sua funzione
riproduttiva.
Per queste ragioni Schopenhauer condanna l'amore passionale, ritenendo che la sola forma di
amore da perseguire sia la compassione per ogni essere vivente e senziente.
Schopenhauer rifiuta anche ogni possibile consolazione religiosa: nell’universo doloroso di
Schopenhauer la “Volontà” stessa è l’unico Assoluto, nessun Dio ci può redimere, qualsiasi
speranza di salvezza nell’aldilà è del tutto vana. Pur guardando con attenzione alle tradizioni
religiose (in particolare a quelle orientali) Schopenhauer si professa ateo.
Nemmeno le concezioni idealistiche dominanti nella sua epoca si salvano dalla sua condanna: egli
considera una pura menzogna la concezione hegeliana di un graduale e progressivo
dispiegarsi della ragione nella realtà. Nella storia non accade nulla di nuovo, il progresso è
solo apparenza: dietro l’illusione del cambiamento sta la verità sempre uguale della volontà di
vivere. Neppure il progresso tecnico-scientifico celebrato dai positivisti può alleviare la
sofferenza della condizione umana.
Altrettanto ingannevoli e illusorie sono le pretese di poter trasformare il mondo mediante
l’impegno politico. Schopenhauer era ostile ai tentativi rivoluzionari avvenuti nel suo tempo (nel
1848, in particolare), che lui considerava niente altro che ulteriori espressioni della volontà di
vivere, destinati ad aumentare il dolore e la sofferenza (la prospettiva politica del filosofo è
tendenzialmente conservatrice).
Cambiano dunque i modi e le forme in cui la volontà di vivere si afferma nel mondo e nella
storia, ma non muta l’essenza profonda della realtà, che rimane sempre la stessa: la volontà di
vivere, appunto, e il dolore che essa comporta.
Quali sono, allora – se esistono – le vie di liberazione dal dolore e di distacco dalla volontà?
Non il suicidio, che in realtà è una paradossale riaffermazione della volontà di vivere; infatti,
colui che si dà la morte in realtà desidera la vita, soltanto rifiuta le particolari condizioni in cui si
trova a vivere.

LE VIE DI LIBERAZIONE DALLA VOLONTÀ


Schopenhauer nonostante il radicale pessimismo che sembra pervadere tutto il suo pensiero,
rifiuta il suicidio come via di liberazione dalla tragica condizione umana: il suicidio, infatti, è
in realtà una manifestazione paradossale della volontà di vivere; chi si dà la morte non rifiuta la vita
stessa, ma le condizioni di vita in cui si trova.
La sola “via di salvezza” dal dolore del mondo consiste nel distacco, nell'”estinzione” della
volontà di vivere.
Il filosofo indica indica alcune possibili vie per sottrarsi alla volontà di vivere.

1) La prima via è costituita dall'arte, che grazie all’esperienza della bellezza ci estrania
temporaneamente dalla vita e dal mondo. Nell'esperienza estetica è come se la vita, con il suo
carico di dolore, per un attimo si sospendesse.
Fra le arti hanno un particolare rilievo la poesia, soprattutto la tragedia, che esprime con
straordinaria intensità il dolore e la sofferenza della condizione umana e, soprattutto, la musica,
che ci rivela immediatamente la volontà stessa. Infatti l’esperienza della musica, proprio come
la volontà, è un flusso non razionalizzabile e non concettualizzabile, un’esperienza che sfugge ad
ogni “rappresentazione” (nel senso dato da schopenhauer a questo termine), un’esperienza che ci
immerge direttamente nelle profondità della vita. Le sensazioni e i sentimenti suscitati dalla
musica non sono esprimibili a parole, ma costituiscono in qualche modo una conoscenza metafisica.

2) L’etica della giustizia e della compassione, costituisce la seconda via di liberazione. La giustizia
consiste essenzialmente nell’astenersi dal far torto al prossimo, nel non arrecare danno agli altri.
La compassione è per Schopenhauer l'amore autentico: “compatire” etimologicamente
significa “soffrire insieme”, immedesimarsi nella sofferenza altrui. La compassione quindi si
manifesta nel “sentire” il dolore di tutti gli esseri senzienti del mondo. Su questo punto
Schopenhauer polemizza con la tradizione occidentale, con il cristianesimo in particolare, colpevole
di aver obliato il dolore del mondo extraumano (quello degli animali in particolare).
La giustizia e la compassione fanno sì che noi superiamo il nostro egoismo e il nostro
individualismo, l'illusione di essere separati dagli altri, estranei al loro dolore.
La contemplazione estetica e l’etica della giustizia e della compassione non consentono però
un’emancipazione definitiva dalla volontà di vivere: l’esperienza della bellezza, resa possibile
dall'arte nelle sue varie forme, costituisce solo una temporanea parentesi alla sofferenza
dell'esistenza. La pratica della giustizia e della compassione può attenuare il dolore della vita, senza
eliminarlo totalmente. E' necessario cercare una via d’uscita permanente e definitiva dalla
volontà di vivere, che sta alla radice della nostra sofferenza. Questa via d’uscita permanente e
definitiva, questa possibilità di un’autentica emancipazione dalla volontà è data dall’ascesi,
ovvero l’esercizio all’indifferenza e al distacco permanente nei confronti dei condizionamenti
della volontà di vivere.
L’ascesi non rappresenta un distacco solo momentaneo dalla vita, come l’arte, e non implica,
come la giustizia e la compassione, l’attaccamento alla vita (infatti la giustizia e la compassione
rendendo la vita un po’ più sopportabile, rimangono comunque legate alla volontà di vivere).
L’ascesi è l'esercizio che conduce a sradicare la volontà di esistere che si agita in noi stessi, ad
estinguere ogni forma di attaccamento al mondo, a spegnere ogni desiderio di vita. Essa consiste in
una vita solitaria, nella rinuncia ai piaceri, nella pratica della castità, nell'umiliazione
dell'orgoglio, in una vita semplice, povera e dimessa. L'obiettivo finale dell'ascesi è il NULLA,
da intendere come il distacco completo dal mondo, il NIRVANA (come lo chiamano i buddhisti),
una condizione di totale oblio del mondo. Questo nulla è un nulla relativo, significa mutare
prospettiva, considerare come “niente” questo nostro mondo, la cui realtà è del tutto falsa e
ingannevole. Una volta approdati al “nulla”, al “Nirvana”, inteso come congedo definitivo dal
mondo e dalle passioni, vivremo la condizione della noluntas (cioè la “non-volontà”: il contrario
della voluntas). La noluntas ossia la soppressione della volontà di vivere, di cui l’ascesi rappresenta
la tecnica, è l’unico vero atto di libertà che sia possibile all’uomo.

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