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Archeologia del détournement

0.1 A favore della dialettica (o della trialettica, per chi si


ricorda della sua fugace esistenza), "Noi che desideriamo senza
fine" (Nous qui désirons sans fin) di R. Vaneigem si deve
leggere: "Noi che siamo ostaggi del desiderio senza fine del
capitale".
0.2 Le mitologie del desiderio e della creatività (il feticismo
secondo il vecchio gergo marx-freudiano) costituiscono delle
evidenti rappresentazioni residuali. Sono state destinate da
tempo a essere soltanto derisorie.
0.3 La critica radicale ha anticipato di poco la pubblicizzazione
spettacolare della macchina desiderante, effettivamente gli
obiettivi presunti della critica radicale sono stati subito
realizzati dallo spettacolo della nihilazione. Lo stesso vale per
una nefasta ma consueta attitudine artistica di alcuni, in una
situazione in cui il détournement è nell'abc della
comunicazione corrente.
0.4 La critica deve prendere atto che la mitografia del soggetto
si è definitivamente esaurita. Essa deve smettere di avere paura
di quella normalità, da cui è talmente attratta da sognarne la
miseria.

Noi che siamo ostaggi del desiderio senza fine del capitale

Il rovesciamento di prospettiva che la critica ha detto di volere


praticare, ignorandone spesso le conseguenze, finisce, se
attuato, con il rendere del tutto trascurabili e superflue le
proposizioni di partenza.
Questo, che segue, è un tentativo, grezzo senz'altro, di riportare
alla luce alcuni reperti archeologici del desiderio secondo
Raoul Vaneigem.
1. La maturità del desiderio si libra nella maturità dello
spettacolo.
2. Le bare si sono consumate sul riso del vivente.
3. Penetrati dal piacere di esistere voi siete voi stessi.
Détournements

4. Gli schiavi non sono più, i padroni dappertutto. Essi non


ignorano che non hanno più niente da esigere da se stessi, se
non che gli altri lo dimentichino per un istante.
5. La qualità della merce soddisfa perfettamente la qualità della
vita. Il godimento è l'effetto di un'economia altamente
sofisticata.
6. Felice colui che, al di qua di ogni sentimento di riuscita e
d'insuccesso, con presunzione e con disprezzo di sé, snoda il
filo labirintico dell'esistenza confessandosi: ho desiderato dal
fondo del cuore che sia così.
7. L'appropriazione altrui restituisce al vivente ciò che il
godimento finiva per togliergli: il diritto di negare la
reciprocità.
8. La creazione è un godimento che si scambia e non si dona.
9. L'individuo che è convinto di compiere il suo destino umano
attraverso la realizzazione, armoniosa e no, dei desideri che gli
sono stati attribuiti fonda il progetto del capitale totale.
10. Impareremo a mercanteggiare imparando a vivere,
fondando sulla relazione di scambio il gusto e la passione
dell'appropriazione di sé e degli altri.
11. Tutta l'arte del desiderio consiste nell'affinarsi grazie
all'insoddisfazione senza cadere nell'insaziabile.
12. Il peggiore effetto del lavoro è produrre un tempo che
lavora contro di noi; c'è nella natura mercantile del piacere
abbastanza potenza per restituire al mondo la cosienza del
lavoro della vita.
13. Una società dà la misura della sua ignominia quando si
vergogna di applaudire l'astuzia del predatore.
14. L'economia ha la preminenza sulla vita, mentre allo stesso
tempo ama esibire il contrario, da questa pratica individuale e
collettiva è nata l'autentica internazionale del genere umano.

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15. Non c'è nulla che possa nuocere a un essere umano quanto
se stesso, come è dimostrato dall'ingenuità di Etienne de la
Boétie, che gli fa scrivere: "Siate risoluti a non servire più ed
eccovi liberi".
16. Decidersi a vivere come se non si dovesse mai morire non è
una sfida all'impossibile, ma è il reale che non nasconde più il
possibile.
17. La dipendenza altrui è la misura del piacere.
18. La ragione economica si beffa delle ragioni del desiderio
accordandovisi.
19. Essere troppo poco lucidi per rimproverarsi: ecco dove
finalmente l’ideale e il reale si sono ritrovati.
20. Per la maggior parte dei nostri desideri c'è già qualcuno
pronto al lavoro per farceli desiderare come se fossero davvero
nostri.
21. Tutto è parodistico nella libertà di consumo, soprattutto il
"tu non puoi tutto perché qualcosa devi a tutti".
22. La gratuità è un sogno corrotto, una fantasticheria, della
società della nihilazione.
23. Il miglior modo di togliere soddisfazione al desiderio è di
sperare in essa.
24. L'economia, che ha trasformato il lavoro in una
disoccupazione attiva, per cui al lavoro sembra ovunque che
non si faccia niente della propria vita, mostra agli illusi la via
opposta, quella più redditizia. La nuova economia dispone
senza dubbio del potere di aumentare il rifiuto del lavoro a
vantaggio di uno spirito di iniziativa e creatività più adatti alla
produzione e al mercato odierni.
25. Una formidabile tecnologia omicida non resta senza
impiego., perché la potente proliferazione del consumabile
deve assorbire anche quella formidabile degli eserciti. La

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globalizzazione del libero scambio ha diffuso l'idea della pace


come competizione di mercato.
26. Nel grande consenso al profitto la ricerca della qualità della
vita è più competitiva che mai. Ma l'affinamento dei desideri
dei consumatori spesso non ha portato ad altro che alla
diffusione del male di vivere il benessere spettacolare.
27. L'assenza di un'altra verità, di un'altra necessità che non sia
il denaro, non impedisce che il demone della gratuità sia fatto
filtrare ovunque come antidoto illusorio, perché l'unico divieto
deve avere le sue licenze, deve sperimentare la sua fine.
28. L'essenziale non deve bastare all'esistenza di molti, mentre
deve mancare ancora a lungo perché i primi si sentano
garantiti. Ma l'importante è che i conti tornino: l'unica
restrizione al progresso del benessere è che non intralci la
psicologia del profitto.
29. La merce di qualità deve soddisfare le esigenze di una vita
che rifiuta di essere mercanteggiata per meglio essere
sottomessa alle leggi dello spettacolo. La qualità della vita è
misurabile, e la sua diffusione è naturalmente e potenzialmente
distruttiva, come lo erano le fasi precedenti dello sviluppo del
capitale, che non ha mai smesso di correre e di saltare di fronte
agli ostacoli.
30. Il godimento è il prodotto di questa economia, come la
democrazia è figlia dell'imposizione del libero scambio a quelli
che non sono in grado di sfruttarne i vantaggi. Dove la merce
ha seminato la sua tirannia è finita per spuntare la "sua" libertà.
Sicuro e insoddisfatto è colui che è dominato dalla sorte della
nihilazione.

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Il Brumaio del nostro scontento


(prima ed ultima parte)

A science of discontent
Franck Herbert's Dune series
Muad'dib's Imperial Reign generated more historians than any
other era in human history.
Frank Herbert, Dune Messiah

PREMESSA.
Che non si dica che la disposizione degli argomenti è nuova;
tuttavia ciò che resta ci rende meritevoli di quel pensare male
che attesta come merito il non aver nulla da dichiarare a
discarico.
Le brevi abitudini sono il make up con cui l'esperienza finge di
ringiovanire i suoi difetti. D'altronde la vittoria, che non ci
spetta se non come un anticipo di cui è esclusa la riscossione,
arride a coloro che amano il disordine senza crearlo.

Il desiderio imita se stesso, il desiderio è una catena, la


trasgressione è la serratura.
Il risentimento è un sentimento privilegiato, il suo primato è
glorificato ogni giorno instancabilmente( si tratta della fatica
dello spettacolo). La mimesi desiderante precede il sorgere del
suo oggetto, dice Girard, e sopravvive alla sua scomparsa,
quindi il risentimento non è comprensibile se non a partire
dalla mimesi desiderante. La regola esposta dallo scrittore del
capro espiatorio è che il desiderio più desidera la differenza più
genera identità. Per cui si può dire che in ogni desiderio si ode
(l'odio parla la nostra lingua, cioè tutte) una doppia ingiunzione
contraddittoria: imitami, non imitarmi. Dunque, se alla fine,

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come capita (l'incompreso capita, è il caput mortuum),


rimangono solo doppi contrapposti, la minima casualità
provoca la fissazione di tutti gli odi reciproci su uno solo dei
doppi. La mimesi frammenta tutto all'infinito ma lo riunifica in
un solo momento - persistendo la generale indifferenziazione, il
prodotto del desiderio. Girard esibisce la perversione della
mitografia della differenza nell'Anti-Edipo, della quale
macchina solo la frase sulla stupidità della trasgressione
potrebbe ambire a disegnare il nuovo profilo dell'analisi, cioè
della critica post-freudiana.

L'eroe che segue il proprio cuore dove va a finire? L'ovvietà


della risposta non è intesa con la stessa prontezza di cui la
pratica ci rende testimoni. Il nostro individualismo richiede di
essere fedeli alle nostre opinioni, sebbene i disturbi alimentari
ci dicano del destino del desiderio più di quanto si immagini.

Gli innesti genetici hanno cambiato la vita, le trasformazioni


sono imperiose. Eppure trasformare il mondo e cambiare la vita
erano gli obiettivi del nostro passato prossimo. La storia ci
asseconda.

Davanti a questa povertà tematica non si può, di solito, fare


altro che dare un'occhiata distratta, ma né in dieci minuti, né in
dieci giorni, ci è stato concesso di trovare una risposta
vertiginosa, assicurandosi qualche padronanza sinottica, come
è solito fare chi gioca a scacchi. Dunque nessun omaggio a un
vuoto così grande e inquieto. La risposta che, come ogni
speranza, ridà il respiro, lasciando per il resto tutto in sospeso,
ecco ciò che si vorrebbe leggere.

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Includere, escludere: è la malia del capitale, il suo vortice


fascinoso e violento. Come si ama pericolosamente il gioco
d'azzardo, il capitale, nella furia della nihilazione, accoglie e
rigetta senza mai uscire dalla propria disposizione
fondamentale. La sua intimità con la nostra follia non finisce di
stupire le generazioni che credono di criticarne le mosse,
carpendone lo sguardo fuggitivo.

Come è stato detto, i labirinti urbani moderni, per quanto


mortali, non introducono che alla necessità delle frontiere e
delle divisioni. Non sono ammesse repliche: non ci si trova che
dove ci si deve perdere, ma nel labirinto i confini garantiscono
l'apparenza dell'ordine, cioè la sua essenza, e consentono di
dare credito alla finzione.

Conrad aveva visto giusto nel cuore della tenebra: il significato


di un episodio non è nascosto dentro di esso, ma lo circonda,
come la foschia generata dal calore, come uno di quegli aloni
nebulosi resi visibili dalla luce della luna, altrimenti la
faccenda si fa intollerabile, come lo stesso scrittore sapeva
benissimo.

Il metodo: mi sforzo di far sì che quelle che io considero delle


nuove premesse teoriche e pratiche non chiudano in anticipo la
problematica che svolgono, e rese confuse da ogni interferenza
affrettata, come oggi si insegna, mantengano una forma tale
che le squalifichi, sebbene non sempre sia possibile. Un modo
di riferirsi allegro alle facilità filosofiche e soprattutto un'arte
ellittica dell'anfibologia . A cosa serve d'altro la vivacità
dell'ellissi? La disseminazione, direbbe Derrida, afferma la
sostituzione infinita, e la sostituzione ci sostituisce. L'ingenuità
è il gioco di parola.

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(...) Mais, en y pensant soigneusement, je me ressouviens


d'avoir été souvent trompé, lorsque je dormais, par de
semblables illusions. Et m'arrêtant sur cette pensée, je vois si
manifestement qu'il n'y a point d'indices concluants, ni de
marques assez certaines par où l'on puisse distinguer nettement
la veille d'avec le sommeil, que j'en suis étonné; et mon
étonnement est tel, qu'il est presque capable de me persuader
que je dors. Le parole di Descartes, come quelle di Calderòn,
sulla vita che è sogno, ci dicono allo stesso modo che, nel
mondo, il teatro, cioè lo spettacolo prima della società dello
spettacolo, premeva sullo sviluppo dei mezzi di produzione per
imporre ovunque le sue condizioni all'addomesticamento.

Nato sociale il progetto che abbiamo ereditato, esso non


rimargina le sue ferite se si riduce a individuale e si rassegna
all'autenticità che l'ipocrisia gli consente. Il riserbo appare
giustificato dalla verosimiglianza.

Reticenza e preterizione. Nelle prese di coscienza dei nostri


contemporanei ogni peggiore tradizione dello spettacolo non
tarda a imporsi con l'ovvietà di una natura, non più seconda.
Una simile ovvietà non viene simulata dalla loro frettolosa
indifferenza, ma viene dichiarata come una conquista. Il pregio
della comprensione si comprime nelle minuscole pieghe
dell'ellissi.

L'audacia deve essere del tutto involontaria, fino al punto di


sembrare tale.

Deve esistere un solo tono, falso naturalmente, ma la falsità è


intima e consolatoria, per essere inconfondibile, come il tono

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che la esprime, perché la correlazione tra spettacolo e mondo


deve poter essere dimostrata ogni minuto. La TV parlava come
il mondo perché il mondo parlava come la TV. Ma la TV
parlava pure come la famiglia, sebbene essa non ci sia più,
perché il mondo ha sempre parlato come la famiglia e la
famiglia come il mondo. La falsità c'è, poiché non è
inconfondibile, ma il suo tono non si sbilancia.

Hans Mayer dubita che si possa credere all'autenticità,


nonostante il fasto letterario, l’infanzia berlinese di W.
Benjamin non è il vissuto dello scrittore berlinese ma una
parafrasi di Proust. Ci si può fidare o no? Si poteva credere ai
Caraibi o alla Malesia di Salgari? Le due domande non sono
strettamente connesse, ma le passioni che trasportano sì.

Gli aspetti irrilevanti di una questione potrebbero non esserlo


più, dico: irrilevanti. Ma potrebbero essere davvero
insignificanti. Non esiste un metodo sicuro, ma delle pretese e
degli stili, ed entrambi conducono con sé numerosi errori.
Alcuni errori sono utili, altri no, perché la critica ragiona per
partito preso, sebbene ci siano delle ragioni necessarie e
talvolta sufficienti.

Girard afferma che la mimesi è per sua natura percettiva, e


coglie immediatamente la più piccola discrepanza tra le parole
e le azioni dei suoi mediatori: se tra le une e le altre vi è uno
scarto, si ispirerà sempre a ciò che il modello fa, non a quello
che dice. Dunque c'è un'economia politica mimetica. La teoria
mimetica pretende, secondo Girard, di divenire la teoria di tutto
ciò che mette in relazione gli individui tra di loro, spiegare il
teatro dell'invidia come recita il sottotitolo del volume dedicato
a Shakespeare.

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Sergio Luzzatto dice che merita far parlare ai quadri di David il


loro inimitabile linguaggio, ora più che mai contraddittorio,
eppure ricchissimo.
Di questo personaggio si nota “un decoro tacitamente espresso
nella stagione del ripiegamento, piuttosto che sbandierato
nell'età dell'impegno”. Ma infine l'attenzione si sofferma sullo
sguardo e l'autore si chiede, lasciando in sospeso la risposta, se
in esso sia concentrata severità o disperazione, sebbene il
mistero che vi si addensi sia velato di stanchezza.
Le parole attribuite a Talleyrand danno una definizione
idealistica ma soddisfacente: questi sopravvissuti, sottratti a
ogni discendenza, hanno fisionomie che spiccano solitarie: la
loro inutilità è maestosa, la sapienza che forse non hanno e che
certamente non vogliono trasmettere ci guarda in silenzio come
ogni ricordo che accetta di distruggersi.
La bellezza degli epitaffi è tutta compresa nelle straordinarie
convergenze che consentono, negate ai viventi.

Si ha un bel dire che la paura non dovrebbe sottomettere i


nostri gusti; non ho dubbi ad ammettere che la condiscendenza
offuschi la ricettività, ma la paura, sebbene sia il più pervasivo
sentimento, non distrugge affatto la comprensione del testo o il
piacere della lettura; anzi mi ricordo ancora la paura struggente
e la ripugnanza che mi facevano fingere di avversare i libri di
Wells. Ma era un modo, il più sicuro, di conservarne il piacere.
Si può dire quel che si vuole, ma leggere serve a prepararsi a
essere morti, come si direbbe in Mentre morivo di Faulkner, e a
questa preparazione mi induceva Wells, quando ero bambino.

Da ormai due secoli, gli Stati Uniti hanno la fissazione di Dio e


delle pistole. In queste parole di Harold Bloom la pratica

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considerazione che i due argomenti debbano essere trattati in


modo congiunto subisce una canonizzazione letteraria. Sarà per
questo motivo che Bloom segue le tracce della balena bianca
nel deserto di Meridiano di sangue.
Ma si tratta di retorica, Lisia diceva contro Eratostene: “... e
questi crimini sono così atroci, che persino la finzione, se me
ne permettessi l'uso, non potrebbe aggiungervi niente; e anche
limitandomi alla pura verità, ancora non avrei né abbastanza
tempo, né abbastanza forza per dire tutto”.

Come ragionava Marx e come ragiona l'opposizione alla


globalizzazione: Ai nostri giorni il sistema protezionistico è
conservatore, mentre il sistema del libro scambio è distruttivo.
Esso dissolve le antiche nazionalità e spinge all'estremo
l'antagonismo tra la borghesia e il proletariato. In una parola, il
sistema della libertà di commercio affretta la rivoluzione
sociale. È solamente in questo senso rivoluzionario, signori,
che io voto in favore del libero scambio. In questo modo si
esprimeva il teorico di Treviri.
L'opposizione alla globalizzazione è un'opposizione
conservatrice, ma il comunismo marxista era una teoria della
catastrofe e della catarsi.

Ricorda Long John Silver, all'inizio della sua storia, quella


scritta da Larsson: ... Scoppiai in una risata che perfino alle mie
orecchie parve provenire dagli inferi, o dall'altro lato della
fossa, se preferite. Risi fino alle lacrime. Si dice che una bella
risata allunghi la vita. Chissà. Ma allora, che io sia dannato, si
deve ridere finché c'è tempo.

L'enigma del ricordo di copertura appassionò Freud, il quale si


chiese come mai venga represso proprio l'elemento

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significativo e conservato l'elemento indifferente. Il ricordo di


copertura rappresentava impressioni e pensieri relativi a epoche
successive, ma reprimeva, o meglio spostava l'immagine
mnestica originaria. Un'allucinazione che poneva in rilievo
l'insignificante. L'occulto non è l'insignificante, ma lo diventa:
vivido, sgargiante, promettente.

“Doveva essersi appena addormentato quando si risvegliò. In


un primo momento gli parve di essere caduto fuori da se stesso.
Si accorse di giacere in un letto. Non trasportabile! Pensò
Bloch. Una mostruosità! Si percepì come se fosse
improvvisamente degenerato. Non andava più bene; per quanto
immobile giacesse, era tutto un affannoso affaccendarsi; tanto
nitido e vistoso giaceva lì, da non poter scantonare su nessuna
immagine che fosse paragonabile con lui. Il suo modo di essere
lì faceva di lui qualcosa di lascivo, di osceno, di sconveniente,
qualcosa di assolutamente scandaloso; sotterrare! Pensò Bloch,
vietare, rimuovere! Ebbe la sgradevole impressione di tastarsi,
ma si accorse poi che la sua coscienza di sé era così intensa da
farsi sentire come un senso di testamento sull'intera superficie
corporea; come se la coscienza, come se i pensieri fossero
diventati maneschi, aggressivi, fossero passati a vie di fatto
contro di lui. Disarmato, incapace di difendersi giaceva lì;
l'interno schifosamente rivoltato contro l'esterno; non estraneo,
solo odiosamente diverso. Era stata una scossa, e con una
scossa era divenuto innaturale, era stato strappato via dal
contesto. Giaceva lì, impossibile, così reale; senza più
paragoni. La sua coscienza di sé era così forte, che aveva una
paura mortale. Sudava. Una moneta cadde per terra e rotolò
sotto il letto; Bloch tese le orecchie: un paragone? Poi si era
addormentato.
Peter Handke - Prima del calcio di rigore - Die Angst des
Tormanns beim Elfmeter.

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La lunga citazione di Handke mostra più di qualche affinità con


le sensazioni, spesso rovesciate come in un calco, di Gregor
Samsa, il protagonista de La metamorfosi di Kafka. Si tratta di
un ubriaco, Josef Bloch, cioè di una versione idealista
dell'insetto kafkiano. Il breve romanzo di Handke è una pratica
dimostrazione di ciò di cui siamo debitori verso Kafka, del
Castello e del Processo, per esempio. Bloch è colpevole di un
omicidio incomprensibile, mentre dei personaggi di Kafka si
dice, non che non siano colpevoli, ma che siano
incomprensibilmente accusati.

Giacomo Contri scrive che la perversione è coscienza in


servizio permanente effettivo e aggiunge che aveva ragione
Freud a dire che se ci fosse moralità, non sarebbe la coscienza
a farle da sede. Il superio, osceno e feroce ordina di godere,
dopo aver reso impossibile la soddisfazione, per cui l'ordine
detto simbolico è il regime dei godimenti forzati, compulsivi e
dubbi. L'espressione francese plus de jouir è, non solo la
contrazione di il n'y a plus de jouir, ma anche indice di un
eccesso , di un plusvalore, di un plusgodere.

L'illuminismo pensato da Swift critica il suo futuro (e ciò che


doveva passare perché fingesse di inorridire del proprio
immaginario superamento). La razionalità è sempre mostruosa,
per quanto ci si arrenda con rassegnazione, e non sorpresi, ad
essa. Swift sa di non mentire quando finge di credere che l'utile
sia nell'interesse dei pochi e non rappresenti un principio
imparziale e scientifico.

Scrive Cees Noteboom, in Le montagne dei Paesi Bassi, che


basta aver vissuto un po' e si sa che la vita più lunga è
consapevole del dolore dell'enumerazione e lo evita. Sono

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sempre poche le cose che determinano un'esistenza. Questa


considerazione si completa con un'altra dello stesso autore per
cui ognuno ha il diritto di pensare quel che vuole, e ogni forma
di errore è lecita purché non si coinvolga qualcun altro. “I
seduttori sono odiati. Da cosa dipende? Gli olandesi non si
frequentano, si confrontano. Fissano i loro occhi luminosi in
quelli dell'altro, e ne soppesano l'anima. Non ci sono
nascondigli. Nemmeno le loro case lo sono. Tengono aperte le
tende, e la considerano una virtù”. Che spreco di trasparenza.

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Détournements

Note senza teoria


Forse non è abbastanza noto in che misura la teoria rifiuti la
musica e la musica la ricambi. La musica della filosofia, genere
che amavamo, le ha perse per strada, nei tempi rapidi di una
politica spietata di banalizzazione, la nihilazione, e si ritrova a
ragionare non di una teoria utopica che non c'è, ma di una
teoria che semplicemente non ci sarà più, se non come inganno.
riflessione. La musica della filosofia auspica una riflessione
sulla musica leggera nello stesso momento che le nega
un'essenza, senza di cui però non si ha riflessione. Si vuole che
non si rifletta su di essa per dire poi che su di essa si può
riflettere. Almeno si conceda alla musica leggera una
sociologia. Se per Adorno, dice Manlio Sgalambro, l'ultima
volta che la musica leggera ha incontrato quella seria è stato
durante il "Flauto magico", è vero però che un secolo intero
non ha esaurito la leggerezza della musica leggera. Gli insulti
con i quali è stata esposta la gnoseologia della musica leggera
sono la dimostrazione che la teoria aveva temuto la musica
leggera, e temuto gli interminabili avanzi del sempre uguale.
L'insulto è insomma ciò che la teoria aveva voluto che la
canzone le rimandasse. Un'esistenza non ingannata dalla
sociologia della musica potrebbe essere ritmata dalla musica
rock, quanto l'io musicale del primo quarto del secolo scorso lo
è stato dalla cosiddetta Krisis?

1.
Il cambiamento di funzione della teoria trova la sua
determinazione nella musica rock. Il compito della teoria si
adempie oggi nella musica cosiddetta leggera che, più che
fungere da materiale per una nuova Philosophie der Neuen
Musik, se ne ripropone il compito. Ma il rock non è l'erede

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Détournements

della musica dodecafonica perché suona e non dissuona, dato


che non è mai stato onesto.
2.
La batteria non è il tuono, il rumore del cielo, ma il ritmo
infero del lavoro meccanico, un dio guerriero ha parlato agli
uomini con la batteria. Il dio della produzione capitale spara
direttamente contro il cielo.
3.
La musica di tutti i giorni non è musica e neppure leggera, galli
e arlecchini sono muti. Chi ci canta è il rumore del mondo. La
canzone è vinta dalla struttura che la porta, non prefigura
nessun altro tempo, perché si dà a questo mondo così com'è.
4.
La canzone espone la teoria al pericolo di finire prima ancora
di cominciare. I suoi tre minuti possono essere un contributo a
una dottrina del tempo, di cui essa si vuole sbarazzare con la
tenacia di un sistema di cui è parte. La canzone è la più breve
opera dello spirito di un tempo che non deve dimenticare il
ringraziamento al godimento che essa genera. Nella musica
della filosofia la canzone non ha scoperto che la sua natura è
persuasiva, la canzone come istituzione oratoria incorona
l'ordine del presente. Essa vuole non far capire con altri mezzi.
5.
Il canto è l'animalità felice della gabbia. Ma, nelle condizioni
attuali, dalla musica si pretende il godimento che si è pagato. In
un trattato di etica di questo tempo, la canzone ha un posto di
riguardo.
6.
Che le relazioni umane siano modellate dalle canzoni è un fatto
notevolmente trascurato. La prassi della teoria è la canzone.
7.

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Détournements

Se la canzone della teoria aspira ad essere un capitolo


dell'estetica di questi tempi, sottoporla a giudizio serve per
riconoscere i tratti della tortura che è. Se la canzone della teoria
preferisce l'etica è perché l'orecchio è il giudice delle nostre
azioni. Il cantante comunque non ha bisogno di argomenti.
8.
La canzone deve divertire e il riso che concede quest'epoca
deve essere maggiore di qualunque l'abbia preceduta. Goethe
va riscritto: "Accanto alla cosa più terribile, c'è la gioia, c'è il
rimedio". La canzone è democratica, non chiede di essere
capita né lo vuole, ma soprattutto non vuole che le si presti
troppa attenzione.
9.
La canzone non manda via il mondo, ma ne accoglie lo spirito
vendendolo. Il divertimento della canzone è l'aggressione alla
teoria, giacché l'individualità è un peso inutile, la canzone ce ne
libera, con leggerezza.
10.
La canzone non è seria ma è sul serio, così come si può dire
che i giovani teppisti sono neoplatonici senza saperlo.
11.
La canzone deve finire, e deve finire presto. Questo imperativo
ne richiama un altro altrettanto imperioso e di ordine generale.
La stupidità della canzone è quella dello spettatore. Nella
stupidità l'ordine del mondo si lascia contemplare soddisfatto di
una simile conquista.
12.
Certamente i filosofi finiscono con il trovare in se stessi ogni
cosa, come scrive Sgalambro, e pure i loro sbagli. E, poco più
in là, cento miliardi di morti non valgono uno scopo.
13.

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Détournements

Non c'è più distanza qualsiasi tra i suonatori e i suonati,


naturalmente le anime che si sputano sono tutto ciò che si può
sputare. L'energia che esplode nei concerti è superiore alle sue
cause, se la causa fosse la star, ma questa è sullo sfondo.
Smarrirsi sembra un atto di libertà, se non fosse un lavoro
socialmente incoraggiato.
14.
La musica della filosofia non ci sarà, ma ci sarà la sociologia
della musica, perché la realtà si farà leggere dalla musica, dalla
canzone.
15.
La nihilazione parla nelle canzoni. Niente dolore che non sia
falso, idem con il resto.
16.
Kant, nella "Critica della ragione pura" scriveva, e Sgalambro
cita questa frase perché l'agonia del sistema solare deve essere
considerata come un problema presente, che "in effetti la cosa
non potrà mai contenere nella sua realtà effettiva più di quello
che è contenuto nella sua possibilità completa", questo per
suggerire che il pessimismo, a cui è ridotta la filosofia odierna,
può dilazionare la sua agonia nel divertimento.
17.
Se considerassimo che il divertimento fosse ancora una
condanna saremmo rimasti indietro nell'analisi della situazione,
la massimizzazione del profitto imponeva una legge sul
godimento, ma ciò che era un bene di consumo ora è un gadget.
18.
La musica leggera non risponde a nessun bisogno, ma non per
questo nessuno ne alleggerisce la necessità, d'altronde neanche
i desideri sono necessari al consumo. Le intenzioni del
consumatore non hanno mai contato nulla, ma proprio per
questo egli gode. La democraticità della musica è questo.

18
Détournements

19.
La canzone obbedisce all'obbligo di far finta, niente deve
finire, tutto deve aggiungersi. Niente entropia, ma eterno
presente come accumulo indefinito. Le canzoni devono essere
meglio del sempre uguale, meglio dell'eterno ritorno. La
musica della filosofia è un relitto del passato.
20.
La canzone è la teoria che questo mondo distribuisce ai suoi
addetti.

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Détournements

Il nero dorso del tempo


Javier Marias, Nera schiena del tempo.

Niente è mai indubbio, dice J. Marias.

“Duriamo meno delle nostre intenzioni”. L'autore si spiega


subito: “Lasciamo troppe cose messe in movimento e la loro
inerzia così debole ci sopravvive”. Comunque, è anche vero
che “ognuno dimentica sempre troppi istanti, perfino ore o
giorni e mesi e anni ...”. C'è una estrema insicurezza nella
parola perché, pure la più rozza, è imprecisa e metaforica, e
analogamente ogni lettura altera il testo, sebbene di solito non
lo riscriva. Ogni posterità - l'autore senz'altro ama le grandi
questioni della letteratura, che solleva senza imbarazzo - dato
che perdiamo tutto perché tutto rimane tranne noi, è un
oltraggio ed è un oltraggio anche ogni ricordo, se potessimo
accorgercene dopo morti.
Per questo i libri servono a ricordare, e a rassicurarci sulla
certezza del fatto che dimenticheremo.
Superati questi primi ostacoli e, volendo ancora leggere,
Marias conferma un sospetto di lungo periodo, che esista “una
fiduciosa e ingiustificabile tendenza a credere ciò che gli autori
affermano a proposito dei loro libri”.
Ma l'autore non recede dal coraggio dimostrato nell'affrontare
temi ardui e polverosi e scrive dunque che sono troppi quelli
che sono nati e sono trascorsi in silenzio e troppo pochi quelli
di cui si conserva memoria. In particolare è difficile difendersi
per via negativa, dimostrando di non aver commesso, di non
aver agito, compiuto, detto, partecipato o assistito a qualcosa.
La calunnia è intrinseca allo scrivere.

20
Détournements

Da certi luoghi squallidi, dice lo scrittore, “è difficile cambiare


i destini una volta che sono cominciati, se non si sa che sono
destini”. Ma voleva ingannare il lettore, nessun destino è un
destino prima di esserlo, e nessun corridoio mal pulito è
peggiore di un incrocio greco.
Ciò che ci viene attribuito in una finzione non può essere
rettificato, aggiustato, compensato, variato, dice Marias, eppure
cosa sono i libri se non riscritture di libri precedenti? Una vita
mortale non sa resistere alla menzogna di un testo, ma un altro
testo può modificarla. Dunque c'è rimedio.
Puntualizzare è di fondamentale importanza, “a volte ci si deve
cautelare contro le burle, là dove non le si accetta, e si sa
sempre dove”; non sempre, non sempre, dove sarebbero le
sorprese allora?
Neppure ci si può sorprendere del fatto che “l'autore è
trascurabile”. Non può non esserlo, essendo invece il più
accidentale degli esseri che si avvicendano nelle letture.
Anche a me che scrivo è toccato scoprire come Conrad avesse
ragione a dire che dopo i venticinque anni passa la linea
d'ombra, invece Marias, che ripete le parole del polacco, dice
che erano decisivi “nella sua epoca”, intendendo l'età di Conrad
(e dopo non più?). Quelli che ci precedono diventano allora
tutti antidiluviani, dice ancora, ma, per fortuna, non crede a
quest'ultima frase: “ci sono sempre oblii e periodi cancellati e
io li conosco”.
Quando la cosa avviene, quasi tutti quanti si rendono conto più
o meno della propria imminente e immanente cessazione;
quando, finalmente o meno, si è arrivati o quasi al punto in cui
sta per verificarsi, cioè diventare vera, la cosa che sappiamo
ogni giorno essere probabile. In alcuni rari casi il tempo non
agisce civilmente, allora ci sarà il taglio sicuro e pulito,
aggiunge, senza preavviso. Nello stesso capitolo, tra parentesi,

21
Détournements

l'autore scrive che “fa sempre piacere saltare delle pagine e non
è possibile quasi mai”, così nessuno può escludere che ci sia un
parallelo esplicito.
Di un misterioso ed intimo autore - John Gawsworth -, Marias
ha cercato l'opera omnia, la quale presenta una singolarità, non
spiacevole: dei sei volumi, manca - non fu mai pubblicato -
quello di cui è presente il solo titolo, Farewell to Youth.
Più avanti nella commemorazione, l'autore si chiede dove siano
andati i libri che Gawsworth sapeva scegliere in mezzo a
scaffali caotici e polverosi. Saranno tornati al mondo paziente
e taciturno dei libri usati, da cui escono soltanto
temporaneamente.
Chi scrive di Gawsworth temeva che gli sarebbe toccata la
stessa sorte, e, perché regga il senso del discorso, Gawsorth
provò, pubblicando alcune antologie dell'orrore, di salvare
dall'oblio alcuni scrittori, finendo per assimilarsi a loro,
prevedendo il percorso simile, ma finge, o cerca veramente, di
attenuare la sensazione che le cose e le persone effettivamente
si cerchino e si trovino, dicendo di non attribuire grande
importanza alle coincidenze e alla perpetua attività del caso.
La morte inattesa di qualcuno che conosciamo ci spinge, dice
Marias, a barare con i ricordi, “gettiamo su quella situazione
una luce che non le appartiene, non è sua ma del finale, la
morte illumina con il suo fulgore trattenuto ciò che è venuto
prima, che di per sé era in ombra o nel grigio e non aveva
importanza né l'intenzione né la speranza né l'animo di lasciare
traccia di nessun genere e già andava svanendo, dopo il suo
verificarsi”. Eppure anche questo non è propriamente vero se
dall'alba dei tempi ogni gesto, anche il più ordinario, deve
riflettersi nell'anima come se fosse l'ultimo, non dico tutti, non
dico sempre, ma ordinariamente sì, la loro essenza deve
volatilizzarsi.

22
Détournements

Continua l'autore, ammettendo che è difficile opporsi a


perpetuare una leggenda, tanto più se si è contribuito ad
estenderla, perciò sarebbe meschino rifiutare di impersonarla,
sebbene io credo che si possa benissimo fare a meno di
incoraggiare una impersonificazione. Essa rimarrà senz'altro
ancora nella mente dei più, nonostante gli sforzi opposti, ma in
modo sfuggente, controluce.
Perché il perdurare dei volumi a stampa sui loro autori
dovrebbe essere incongruo, ironico e molto ingiusto, e non
invece congruo, letterale e molto giusto? Comunque neppure i
libri durano molto. Temere che un giorno essi ritornino sul
mercato, temere la loro circolazione, significa piangere il
diritto a una proprietà indistruttibile sulle cose. Canetti scrisse
Auto da fé, per una ossessione, e per quel caso clinico, in quel
romanzo, la biblioteca salì in cielo, cioè andò in fumo.
“Soltanto la gente molto meschina sente gelosia per i morti”.
Dopo questa frase e quel che segue mi rendo conto, lo sapevo
ma non ci volevo pensare, che alle cose è, semplicemente,
delegata la simbolica rappresentanza di un essere, vi è
impigliata una dimostrazione di affetto, ma a questa delega
infelice mi pare, o mi parve, giusto rifiutarsi. Sono pronto da
parecchio tempo a riconoscere di avere torto e di avere avuto
torto effettivamente, in modo dimostrato. Ciò che rimane di
solito, finché la memoria non viene inghiottita anch'essa, è
un'immagine, anche quando non c'è una foto, e forse,
certamente, dei sogni.
I bambini, dice l'autore, vivono nel presente, in un presente
eterno, e non sanno che cosa sia un minuto o un'ora o un
giorno, non capiscono che il tempo consiste nel fatto che passa
e si perde, nel suo passaggio e nella sua perdita. Ma l'autore
pensa, a volte, che “tutti gli ieri palpitino sotto la terra come se
rifiutassero di scomparire del tutto”, e nella pagina seguente
scrive: “dura tutto troppo o non c'è modo di farla finita con

23
Détournements

niente”. In altro contesto compare una domanda preoccupata:


“qualunque lunatico può credere quel che vuole, no?”

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Détournements

Le Précis (Cioran)

Necessaria est methodus ad rerum veritatem investigandam.

Cioran è uno scrittore antidepressivo (per un eccesso contrario,


la gaiezza del disilluso), a conferma dello sforzo durato tutta la
vita di apparire più decadente che deprimente a dispetto di ciò
di cui ha parlato (in francese piuttosto che in rumeno: nel
nichilismo vi è una questione di stile). Applicare il
détournement su questi testi non è facile ma derisorio sì, perché
essi, a loro volta, sono frutto dell'adozione seriale di quel
metodo.

Quindi, invertendo la direttrice di senso di un qualunque testo


di Cioran, si rischia l'impasse nell'ottusità, il premio di
consolazione del subrealismo di una simulazione della
dialettica.

Talvolta ho ritenuto preferibile lasciare il testo così come si


presenta. Dove è stato modificato, e che cosa? Cioran ha scritto
molti libri, in Italia pubblicati da Adelphi. Leggetelo!

25
Détournements

1. Spiegare un testo significa deriderlo, la storia della


filosofia è la storia del disprezzo della filosofia.

2. Se della psichiatria l'unica cosa interessante sono i


discorsi dei matti, dei libri di critica lo sono le citazioni,
di solito sbagliate.

3. L'importante non è leggere, ma circondarsi di aneddoti


sugli scrittori di cui non si è letta una riga, così si
impara di più sul loro conto.

4. La stupidità aiuta. Essere ottusi è la migliore protezione


dai rischi della libertà.

5. Per leggere bisogna odiare ciò che è scritto nei libri,


contrastare la loro forza nociva; ciò aiuta a capirli e a
sopravvivere al veleno che contengono.

6. Nella lettura è preferibile, tra tutti, lo stile della


portinaia.

7. Fallire è un desiderio riuscito.

8. La quantità di finzione nel tragico deve crescere


proporzionalmente, perché un pensatore sia preso sul
serio oggi.

9. Il timore del ridicolo, se non è superato d'un balzo, fa


rimanere al di qua delle proprie possibilità.

10. Il nemico è quello che mi somiglia di più.

26
Détournements

11. Salvaguardare l'insignificante è il pregio che di solito


accordiamo a un libro.

12. È cosa banale dire che oggi un'opera d'arte è insieme


brutta e impossibile.

13. Se qualunque verità può essere sostituita da un'altra, lo


stesso non si può dire della speranza.

14. Dopo i vent'anni, se va bene, non si fa che verificare


quel poco che si è capito.

15. Scrivere è disobbedire alla volontà di dire ciò che si ha


da dire.

16. Che ogni soluzione peggiori la situazione precedente


può essere considerato consolatorio riguardo al peggio.

17. In ogni volontà vi è uno stimare.

27
Détournements

Considerazioni su due epoche

Nel campo della teoria nessun seguace. (Detto imitando


Kierkegaard)
Non solo nel mondo degli affari, ma anche in quello delle idee,
il nostro tempo sta attuando un'autentica liquidazione: Tutto si
ottiene a un prezzo talmente vile, che viene da chiedersi se alla
fine ci sarà ancora qualcuno disposto a offrire. Ogni mercante
della speculazione che l'importante corso della filosofia
moderna mette in evidenza, ogni libero docente, assistente,
studente, non si accontenta di fermarsi a dubitare di tutto, ma
va oltre. Forse sarebbe avventato e inopportuno chiedere loro
dove in fondo se ne stanno andando, ma è cortesia e modestia il
considerare come una cosa troppo risoluta il fatto che essi
abbiano dubitato di tutto, poiché altrimenti sarebbe anche un
discorso strano quello che essi vanno oltre. Kierkegaard -
Prefazione a Timore e tremore.

1.
L'epoca della rivoluzione era essenzialmente appassionata; per
cui ha avuto essenzialmente forma. Anche la manifestazione
più violenta di una passione vera ha ricevuto la sua forma dalla
manifestazione stessa. L'epoca della rivoluzione era
essenzialmente appassionata; per cui ha avuto a che vedere
essenzialmente con la cultura. L'energia dell'interiorità è stata
infatti l'unica misura sulla cui base si è potuto dire, in altri
tempi, che un proletario animato essenzialmente da audace
risolutezza era essenzialmente colto.
L'epoca della rivoluzione era essenzialmente appassionata; per

28
Détournements

cui è potuta essere violenta, licenziosa, selvaggia, senza


riguardi ad altro che se stessa, ma, pur nutrendo delle non
disinteressate mire esteriori, essendo rivolta essenzialmente
all'interno, non è stata e mai sarà mai abbastanza rozza da
essere sobria. Mentre l'ordine esistente si marchia ufficialmente
della falsità come garanzia di realtà, non ci si stupisce della
violenza, dell'ingovernabilità e della sregolatezza di cui si
occupa la tecnica della direzione dei movimenti di massa; ma
se non c'è alcuna autonomia soggettiva avremo, in determinate
circostanze, solo la brutale rozzezza della gregarietà
soddisfatta, nelle stesse proporzioni che in una qualunque
condizione ordinaria. Giacché nessuno ha qualcosa in proprio e
neanche in gruppo, e nessuno ricorda più i ditirambi
dell'insurrezione che adunavano le masse, surrogato della gioia
sono diventate da tempo le ciance e le dicerie dello spettacolo,
l'importanza illusoria dei rapporti sociali e la fredda invidia.
Nessuna ironia che la rapidità del trasporto e l'urgenza della
comunicazione attuali siano in rapporto diretto alla loro
banalizzazione! Se la logica della falsa coscienza non può
conoscere se stessa, sono le leggi del pensiero dominante, il
punto di vista esclusivo dell'attualità, ciò che viene
riconosciuto da tutti. Il delirio si ricostituisce nella posizione
stessa che pretende di combatterlo. La critica dello spettacolo
deve saper aspettare, mentre la falsità è un momento di se
stessa. L'epoca della rivoluzione era essenzialmente
appassionata. La sua presenza esigeva segretezza, ma con la
sua assenza abbiamo subito meno una disdicevole ingenuità
che una fastidiosa assenza di carattere.
L'epoca della rivoluzione era essenzialmente appassionata, e in
questo senso ha conosciuto l'immediatezza, anche se
provvisoriamente. Sul piano del rovesciamento di prospettiva il
singolo doveva finire con il tradire se stesso. L'immediatezza
dell'epoca rivoluzionaria è stata un ripristino dello stato

29
Détournements

naturale in opposizione a una positività indiscutibile e


inaccessibile. Ma l'assenza di forma è assenza di contenuto.
Bisogna ricordarlo specialmente ai nostri giorni, quando nulla
ha importanza vera e tutto ha il sigillo dell'urgenza. L'epoca
della rivoluzione era essenzialmente appassionata; per questo è
stata essenzialmente rivelazione delle metamorfosi e dei
tradimenti di una critica congetturale sulle reali volontà
dell'epoca. L'impeto della passione ne ha segnalato la presenza,
la traccia dell'azione ha marcato gli errori, bisognava decidere,
ma ciò a sua volta è stata la salvezza dell'ordine dell'irrealismo
dominante, giacché l'oggettivazione del dominio sa ricondurre
ogni decisione nello spettacolo. Lo spettacolo non chiede altro
che un'estrema determinazione ai suoi servitori. L'epoca del
nichilismo spettacolare è stata un'epoca rivoluzionaria e lo sarà
ancora.
2.
Se avessimo tabelle sul consumo di materia grigia da
generazione a generazione come le abbiamo per il consumo di
qualunque altra merce, ci stupiremmo a vederne la quantità
mostruosa che viene consumata attualmente. Se dell'epoca
rivoluzionaria diciamo che si perde, dell'attuale dobbiamo dire
che non si vuole disperdere, ciò sta alla base del tergiversare di
un'epoca che non vuole essere dissolta dalla sua stessa fretta.
Contrariamente all'epoca rivoluzionaria che era attiva, la nostra
è l'epoca degli avvisi, l'epoca dei comunicati vari - sembra che
non succeda niente, però segue immediatamente il comunicato
in cui si smentisce il sospetto che tutto stia cambiando.
Un'insurrezione oggi sarebbe la cosa più inimmaginabile di
tutte. L'epoca attuale dello spettacolo con le sue brevi fiammate
d'entusiasmo seguite da un'indolenza altrettanto destinata ad
essere consumata rapidamente, ha molta attinenza con il
comico, ma chi comprende il comico vede agevolmente che il
comico non sta affatto dove s'immagina l'epoca attuale, ma sta

30
Détournements

proprio nel fatto che un'epoca simile voglia ancora essere


spiritosa. Spassionata com'è non sa cosa farsene del sentimento
e dell'interiorità, anche se finge talvolta di rimpiangerne la
primordialità. Se è sicurissimo che l'irretito nello spettacolo
può nutrire le stesse buone intenzioni dell'appassionatamente
risoluto, all'inverso chi si travia nella passione può avere le
stesse attenuanti di chi è larvatamente consapevole di lasciarsi
ingannare dalla sua ragionevolezza, mentre l'errore non diverrà
mai noto. Il dolo dialettico interpola privatamente una variante
segreta: non c'è ambiguità laddove sembra che ci sia.
Moralità è carattere, dunque il carattere è ciò che rimane inciso,
ma anche l'immoralità, in quanto energia, è carattere.
Nell'ambiguità dell'inganno spettacolare non c'è né l'uno né
l'altro. La rivolta della passione è elementare, in un'epoca
appassionata l'entusiasmo è il principio unificante, in un'epoca
spassionata l'invidia diviene il principio unificante in negativo.
Più lo spettacolo prevale, più l'invidia diviene pericolosa
perché non ha carattere sufficiente a cogliere il proprio
significato. L'invidia si erige a principio della mancanza di
carattere. L'invidia della mancanza di carattere non capisce che
l'eccellenza è eccellenza, non sa di riconoscerla seppure
negativamente. L'invidia diffusa non è che il livellamento della
società spettacolare. La realizzazione più aberrantemente logica
del nichilismo spettacolare è il livellamento quale sintesi
negativa della reciprocità negativa fra gli individui. Il principio
della socialità è il fattore corrosivo e corrompente in cui il
regime dello spettacolo ha rovesciato il concetto di
comunismo. Il principio di associazione, la comunità, la
socialità, al giorno d'oggi, non sono affermativi ma negativi. La
corruzione morale dell'autocrazia democratica e il declino dei
tempi rivoluzionari sono stati descritti spesso, ma il declino di
un'epoca spassionata come quella attuale è qualcosa che non
sarà di sicuro meno funesto, seppure, grazie all'ambiguità dello

31
Détournements

spettacolo, non meno vistoso dei precedenti, ma sicuramente


meno compreso.

32
Détournements

La democracy di Graham Greene

La liberté, qu'est ce que c'est la liberté?

Gli americani, a sentire loro, sono gente tranquilla. The Quiet


American, quello del romanzo di Graham Greene, era deciso a
fare del bene, non a una persona in particolare ma a un paese,
a un continente, a un mondo intero. Nel romanzo di Greene si
possono rinvenire non meno di tre idee, e poiché si tratta di una
quantità considerevole, forse eccessiva per qualunque persona
dotata d'ingegno, potrebbe non essere inutile provare a
individuarne almeno un terzo (mentre prosegue martellante
l'offensiva per l'istruzione delle masse). La dichiarazione più
cinica (ma il nichilismo è posticcio) del narratore appare come
un epitaffio che anticipa la conclusione: uccidere un uomo
significa fargli un favore impagabile. Ma questa diventa una
sorta di legge naturale quando egli osserva che certe volte si
amano i nemici e certe volte si odiano gli amici. Il narratore
sfoggia una sicurezza, in contrasto apparente con quanto gli
viene da riflettere, che gli permette di affermare:

1. L'implacabilità del bene americano è associata al suo


infantilismo;

2. Sarebbe meglio, invece, se gli americani accettassero il


fatto che nessun essere umano può capire un altro;

3. L'amore fondato sul dollaro è fatto di buone intenzioni,


coscienza pura, e che gli altri vadano pure all'inferno.

33
Détournements

Eppure, americani ed europei, a parziale smentita delle


precedenti affermazioni, o siamo conservatori liberali o
socialisti liberali, ma tutti con la coscienza a posto. Ma
l'americano, per il narratore, apparteneva a un universo
psicologico di grande semplicità in cui si parlava di
Democracy e di Honor senza la u che si trova sulle iscrizioni
delle vecchie tombe. L'ipocrita narratore dice di essere
nichilista ma sa che per saper mentire è necessaria una
tradizione e un'esperienza. Stiamo provvedendo ai parenti delle
vittime dice l'americano tranquillo: sono solo vittime di guerra;
è un peccato, ma non si può sempre colpire il bersaglio.
Comunque sono morti per la causa (...) in un certo senso si
potrebbe dire che sono morti per la Democracy. Il narratore,
nelle ultime righe del romanzo, si mostra soddisfatto,
finalmente. Da quando (l'americano tranquillo) era morto mi
andava tutto bene, ma avrei voluto che ci fosse almeno
qualcuno a cui poter dire che mi dispiaceva. La libertà è libertà
di tradimento.

34
Détournements

Sdegnosa confessione sul nero umore

La prefazione potrebbe avere per titolo: Per esempio: leggi gli


aforismi di Lichtemberg (così passerà il tempo e non penserai!
Detto di Omar Wisyam che ha letto l'Antologia di André
Breton)).

Il timore più grande superato; l'unico motivo di rammarico,


meno l'accusa di imparzialità, avrebbe potuto essere tutt'al più
quello di non esserci dimostrati abbastanza difficili nell'unico
atteggiamento idoneo per un compito di tal fatta. Le prove
eliminatorie del torneo eliminano lo humour, meno la stupidità,
l'ironia scettica e la facezia senza peso, mentre si devono
sottolineare l'influenza del sentimentalismo dall'aria
eternamente braccata (all'acqua di rose) e di una certa fantasia
di corto respiro, la cui impresa insiste inutilmente nel voler
sottoporre lo spirito ai suoi artifici caduchi. Di ogni frase, di
cui è modificato il senso, è preferibile una assoluta reticenza, in
cui si esaurisce il suo traité du style, né al di qua della rivolta
assoluta dell'adolescenza, né al di là della rivolta interiore
dell'età adulta.

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Détournements

Falsi obiettivi

1.
La democrazia è l'arte di dire - bel cagnolino - perché hai il
sasso in mano, o la frase di Mae West sul semplice sorriso e la
pistola.

2.
Poiché i partiti non rappresentano più gli elettori, il loro
compito, il loro “impegno”, è quello di cambiarli.

3.
Per dire la verità bisogna sempre sbagliare misura.

4.
Il pessimista sa che è vero che il migliore dei mondi possibili
non potrebbe essere peggiore.

5.
C'è un modo per far credere tutto: far credere di non voler dire
che c'è.

6.
La parte del torto è l'unica rimasta per dire la verità.

7.
Discutere con un idiota è il miglior modo di salvare le

36
Détournements

apparenze.

8.
Il futuro deve essere vendibile. Ciò spiega tutto.

9.
Dobbiamo pensare. Per questo qualcuno deve sparare.

10.
Pubblico si nasce, si diventa e si muore. Purché non sembri
noioso.

11.
Salvo complicazioni tutto deve cambiare in fretta.

Fobie

1.
Quando la monaca Chiyono studiava lo Zen con Bukko
di Engaku, per molto tempo non riuscì a raggiungere i
frutti della meditazione. Finalmente, in una notte di
luna, stava portando dell'acqua in un vecchio secchio
tenuto insieme con una cordicella di bambù. Il bambù
si ruppe e il fondo del secchio cadde, e in quel
momento Chiyono si sentì, per quello che era, una
schiava. Qualunque decisione avrebbe preso avrebbe

37
Détournements

confermato quella schiavitù. Se fosse fuggita lo


sarebbe stata ancora, lo stesso se fosse rimasta;
perché il bambù stava per rompersi, dunque adesso
niente più acqua nel secchio, niente luna nell'acqua.
Non poteva più rimanere, però, questo lo sapeva.

2.
Un signore pregò Takuan, un insegnante di Zen, di
suggerirgli come potesse trascorrere il tempo. Le
giornate gli sembravano molto lunghe, mentre
assolveva le proprie funzioni e se ne stava seduto e
impettito a ricevere l'omaggio della gente. Takuan
tracciò pochi segni e li diede all'uomo. “Lo sapessi, te
lo direi, ma non lo so”.

3.
“Se nella mia mente non c'è nulla, che cosa devo
fare?”.
Joshu rispose: “Buttalo via”.
“Ma se non c'è nulla, che cosa devo fare?” insistette
l'allievo.
“Attua ciò di cui non sei capace”.

4.
Una sera, mentre Shichiri stava recitando i sutra, entrò
un ladro con una spada affilata e gli ordinò di dargli il
denaro se non voleva essere ucciso. Shichiri gli disse:
“Non mi disturbare. Il denaro lo troverai in quel
cassetto”. Poi si rimise a recitare. Poco dopo si
interruppe e gridò: “Non prendermelo tutto. Domani
me ne serve un po' per pagare le tasse”. L'intruso

38
Détournements

aveva arraffato quasi tutto il denaro e stava per


andarsene. “Ringrazia quando ricevi un regalo”
soggiunse Shichiri. L'uomo gli rispose che non poteva
ringraziarlo, perché quello avrebbe smesso di essere
un furto, lui l'avrebbe corrotto e ne sarebbe diventato
complice, inoltre sarebbe rimasto il debito per un altro
furto. Dunque evitarono di parlarsi ancora.

5.
Camminando per un mercato, Banzan colse un dialogo
tra un macellaio e un suo cliente. “Dammi il miglior
pezzo di carne che hai” disse il cliente. “Nella mia
bottega tutto è il migliore” ribatté il macellaio. “Qui
non trovi un pezzo di carne che non sia il migliore”.
Queste parole fanno riflettere, in effetti. Non bisogna
avere paura di ammetterlo.

6.
Soyen Shaku, il primo insegnante di Zen ad andare in
America, disse: “Il mio cuore bruciava come il fuoco,
ma i miei occhi non sono freddi come ceneri morte”.
Egli stabilì le seguenti norme, che difese dal mettere in
pratica. Non badare a quello che dici, e qualunque
cosa tu dica, non metterla in pratica. Quando si
presenta un'occasione lasciala scappare, ma prima di
agire non pensare due volte, ché il timore ti segue.
Non guardare al futuro né al passato. Il cuore tenero di
un bambino non sopporterebbe l'atteggiamento
intrepido di un eroe. Il tuo ultimo sonno sia come gli
altri, non appena ti svegli, rallenta le tue reazioni,
perché davanti a te ci sono le tue scarpe.

39
Détournements

7.
Jiun, un maestro di Shingon, era un rinomato studioso
di sanscrito dell'era Tokugawa. Da giovane faceva
conferenze ai suoi confratelli studenti. Sua madre lo
seppe e gli scrisse una lettera. “Poiché dedichi il tuo
tempo a meditare, hai imparato che la vera
realizzazione di sé non esiste, ma la dismisura sì, più
delle conferenze però, perché l'amarezza non è
improbabile, quanto la banalità della cosa”.

8.
La poesia mancava di un verso rispetto al numero di
quelli tradizionali, e il discepolo disse: “Maestro, ci
manca un verso”. “Questo non è lo splendore, dato che
ciò che viene se ne va, ma se non fosse andato via non
saprei farlo ritornare, dunque non è il caso di
aspettare”.

9.
Nel suo ultimo giorno di vita Tanzan non si dimenticò di
scrivere sessanta cartoline postali, su cui non c'era
scritto che stava per andarsene da questo mondo,
tuttavia le riempì di tenaci insulti. Perché perdere
quell'occasione?
La passione delle conclusioni

La critica “rivoluzionaria” si è nutrita di conclusioni,


cioè di aspirazioni, confuse per quanto bene

40
Détournements

conosciute, più contraddittorie di qualunque


ambizione, ma con cui hanno in comune quella
spregiudicatezza che ora è quasi impossibile negare a
chiunque. Un esempio della passione della conclusione
si trova in Vecchi e giovani di Luigi Pirandello:
Ebbene, signori miei, che concluderemo noi? Siamo
uomini, e venuti qua per questo. Ma vi leggo negli
occhi. Voi non avete nessuna voglia di concludere, pur
non essendo eterni! Voi avete viaggiato. Molti tra voi
seguiteranno il viaggio fino a Reggio Emilia. Qua a
Roma, chi ci viene per la prima volta, ha da vedere
tante cose; e il tempo stringe. Scusatemi, se parlo
così: sapete che vedo per minuto, e parlo come vedo.
Ho poca fiducia nelle conclusioni degli uomini, i quali
tutti, a un certo punto, guardandosi dietro,
considerando le opere e i giorni loro, scuotono
amaramente il capo e riconoscono: “si, ci siamo
arricchiti”, oppure: “sì, abbiamo fatto questo o
quest'altro, - ma che abbiamo infine concluso?”.
Veramente, a dir proprio, non si conclude mai nulla,
perché siamo tutti nella natura eterna. Ma ciò non
toglie che oggi noi qua, dato il momento, non
dobbiamo venire a una qualsiasi, magari illusoria,
conclusione. Io vi dico che questa s'impone, perché
altrimenti ci verranno da sé, senza la vostra guida
illuminata e il vostro consenso, gli operai delle città,
delle campagne, delle zolfare. E sarà cieco scompiglio,
tumulto feroce, quello che potrebbe essere invece
movimento ordinato, premeditato, sicuro. Le
conseguenze? Signori, usa prevederle chi non è nato a
fare. Credete voi che ci sia ragione d'agire? Avvisiamo

41
Détournements

ai modi e ai mezzi. Tutta la Sicilia è ora senza milizie.


Tre, quattro compagnie di fantaccini vi fan la comparsa
dei gendarmi offenbachiani, oggi qua, domani là, dove
il bisogno li chiama. E contro di essi, come voi dite, un
intero, compatto esercito di lavoratori. Non c'è
neanche bisogno d'armarlo; basterà disarmare quei
pochi e si resta padroni del campo. No? Dite di no?
Aspettate!...

42
Détournements

La vera storia di Long John Silver

Bjön Larsson - La vera storia del pirata Long John Silver –


Iperborea.
Saper scrivere non è una garanzia contro la stupidità” - parola
di Long John Silver - “uomo libero, gentiluomo di ventura e
nemico dell'umanità”.

La storia comincia dove l'avrebbe fatta iniziare qualunque


lettore, cioè dal taglio della gamba. Quando Long John
riappare sul ponte della nave, tutti tacciono e, uno, dal
soprannome di Pendaglio, cade addirittura in acqua dallo
spavento per la vista del redivivo. “Risi fino alle lacrime. Si
dice che una bella risata allunghi la vita. Chissà”. Il secondo
pensiero è, seppure troppo tardi, quello di conservare l'osso
della gamba amputata. John, il mozzo, racconta com'è andato
lo scontro, per confermare o meno i sospetti del pirata. Silver
dà un consiglio al ragazzo: “Impara a raccontare storie. Impara
a inventare e a mentire. Te la caverai sempre. Restare muto e
non avere risposte è la cosa peggiore che possa capitare a un
uomo. Sempre che tu voglia diventare un uomo, si capisce.
Altrimenti non importa”. Il pirata si serve del ragazzo, ma forse
lui riuscirà a imparare. Bisogna spiegare tante cose, per
esempio, la bandiera rossa, che viene issata prima della
battaglia, vuol dire “che spetta a chi vince decidere se gli altri
dovranno vivere o morire”. Bisogna sapere tante cose, per
esempio che le noci di cocco possono uccidere (uno dei nostri
ne aveva preso una in testa ed era morto sul colpo), “per la gran
gioia di tutti”. Infatti “qualcuno doveva morire”, o altrimenti la
vita non valeva la pena.

43
Détournements

Perché Silver fu soprannominato barbecue? Il francese Deval


gli aveva sparato di spalle e lo aveva colpito alla gamba, e
Silver lo ripagò facendogli tagliare una gamba dal dottore, e
mettendola poi al fuoco, barbe-au-cul, come dicono i francesi.
Quando prende a raccontare dall'inizio la sua vita, Silver
ricorda brevemente suo padre e dice: “Se c'è una cosa di cui si
potrebbe fare a meno a questo mondo sono i padri, a partire da
dio padre in persona e a tutti i supponenti di quella specie”. Il
suo, in particolare, non sapendo distinguere tra destra e sinistra,
prese la strada sbagliata e volò in mare. Sua madre seppe
invece fare del suo meglio, per sé. Bisogna dire che la memoria
del padre riceve una riabilitazione post-mortem; da
contrabbandiere a contrabbandiere arriva, in un'occasione
impensabile, l'eco di una insospettata ammirazione. Di regola i
genitori sono misteriosi, lo confessa anche England, chiamato
così perché non dimenticasse mai chi erano gli oppressori della
sua terra - ma si finisce per imitarli.
Il primo incontro decisivo per John, cacciato dal rettore della
scuola, fu in una taverna di Glasgow, nel quartiere di Greenock.
In quel posto offrì da bere al capitano Barlow e questi gli parlò
delle sue avventure. “Il solo pensiero di poter vivere libero, e
tuttavia vivere, faceva battere più forte il mio cuore”, ricorda
John, “perché, imparai in seguito, se c'è qualcosa che dà senso
alla vita, è senz'altro il fatto di non essere soggetto ad alcuna
legge, di non avere mani e piedi legati. Non importa il tipo di
fune o chi ha stretto il nodo, è la corda il male”. Subito dopo
John fa un'altra grande scoperta (si tratta decisamente di un tipo
sveglio), ed è questa: non bisogna mai prendere niente per oro
colato, soprattutto non gli uomini, e ancor meno se stessi.
Dopo dieci anni di imbarchi con il capitano Wilkinson, Silver
aveva imparato (o credeva, il che è lo stesso) tutto l'essenziale
nei rapporti umani: “sapere quello che si dice (le rare volte che
si parla), non perdere più tempo a rivoltare il senso delle frasi

44
Détournements

altrui, non vantarsi della propria istruzione, non dire più quello
che si pensa, ma quello che gli altri desiderano ascoltare, non
andare a cercare padroni con il senso della giustizia”.
A spese di chi e di quanti è vissuto Silver? “Si direbbe che io
abbia dissanguato un po' tutti”, a voler essere onesti, dice
mentre riflette sulla situazione in cui si accorse di vivere alla
giornata, proprio lui che era sicuro di essere superiore agli altri
perché sapeva di essere vivo, mentre gli altri non se ne
curavano affatto.
Che differenza tra lui e i pirati! La scopre subito Daniel Defoe,
che incontra all'Angel Pub. I pirati, che passavano il tempo a
sognare il bottino, quando lo avevano, non sapevano più cosa
fare di se stessi. “Che peso poteva avere uno della mia risma,
nella confusione della vita?” si chiede Long John, e per
scoprirlo, e insieme scoprire la morte per impiccagione, si reca
a Londra. “Se imparai qualcosa, fu quanto poco uno come me
sapesse di come vanno le cose a questo mondo. Non avevamo
alcuna idea delle somme incredibili che venivano investite,
rischiate, vinte e perse”.
Comunque, in tutt'altra situazione, Long John Silver insegna a
un giovane mozzo che non fa bene a nessuno mettersi troppo
nei panni degli altri.
La vita non è un gioco, perché i giochi hanno delle regole. Ma
quando si tratta di vita e di morte, non ci sono regole che
tengano, a questo mondo. E in questi casi non basta barare,
come fanno i più, cioè gli intellettuali. Troppo spesso ormai la
soluzione preferita è quella di rovesciare con un calcio lo
sgabello su cui si è saliti, sebbene non sempre ci si dimentichi
di controllare se si è per caso infilata la testa in un cappio che
pende dal soffitto
Dunque, i bucanieri. “Liberi quanto miserabili”, diceva Silver,
essi vivevano come se il tempo si fosse fermato. Erano dei

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Détournements

nostalgici. Si aggrappavano alle loro vecchie abitudini e ai loro


rituali, la maggior parte dei quali, a dire il vero, era tutt'altro
che riprovevole. Tutto veniva spartito equamente, e ciò che era
spartito veniva messo in comune. I cognomi non esistevano più
e si chiamavano per nome e soprannome, perché non volevano
che potesse pesare nel bene e nel male conoscere la loro
identità e la loro origine. Erano cacciatori e cuochi, ma ciò non
poteva bastare per rendere sopportabili le loro debolezze. Più in
generale, tutti gli aspetti positivi dei filibustieri erano
pareggiati dalla loro avidità, dalla loro crudeltà e dalle loro
turpi abitudini, se non dalla loro volubilità, quindi per farne dei
personaggi letterari che potessero piacere al pubblico,
bisognava inventare qualcosa, come sapeva fare il Daniel
Defoe descritto da Larsson in questa storia, mentre nella più
prosaica realtà gli impiegati della Compagnia dei Mari del Sud
erano stati capaci di alleggerire le casse della loro Compagnia,
più di quanto sarebbero riusciti a fare tutti i pirati in dieci anni
di attività. Il vero difetto dei pirati, di questo era convinto
Silver, era la loro incapacità di prevedere, anzi la confusione
che regnava tra vita e morte, sebbene fosse proprio l'esistenza
della forca a rendere desiderabile una vita allegra e breve.
Moltissimi finivano sulla forca per niente, ma per niente ci
sarebbero finiti lo stesso, forse, mentre nessun impiegato
corrotto sarebbe mai stato impiccato. L'immagine appropriata
per quelle esistenze confuse si trova nella nebbia perenne di
chiacchiere e di fantasie in cui vagavano, “potevamo litigare
per giorni e giorni su quello che sarebbe potuto succedere”,
ricorda Long John, detto anche Barbecue, d'altronde questa è la
controparte per chi si infischia del domani, e si è del tutto
dimenticato di ieri.

46
Détournements

La schiavitù e la critica della rivoluzione in


Simone Weil

Nota sulle Réflexions sur les causes de la liberté et de


l'oppression sociale.
Il testo di Simone Weil, la cui stesura risale al 1934, è
necessariamente invecchiato, ma per qualche aspetto conserva
una sua validità che non è stata intaccata dallo sviluppo della
società spettacolare. Quando esordisce, scrivendo che ci si può
chiedere se esista un ambito della vita pubblica o privata dove
le sorgenti stesse dell'attività e della speranza non siano
avvelenate dalle condizioni nelle quali viviamo, non possiamo
che essere d'accordo con lei, tranne il fatto che le ragioni che
adduce a prova della sua affermazione sono smentite dalla
realtà del consumatore medio delle democrazie occidentali. Ma
la riflessione di Simone Weil si dirige subito sulla critica del
termine rivoluzione; una critica che giungeva allora quanto mai
opportuna, e, come quasi sempre accade, non abbastanza
ascoltata dai rivoluzionari che sono venuti dopo: la rivoluzione
come menzogna, come una delle numerose menzogne suscitate
dal regime capitalista nel suo sviluppo.
Una delle dimostrazioni della giustezza di quest'analisi è data
dalla considerazione che la classe operaia ha dato le sue prove
di forza soltanto quando ha servito cause diverse dalla
rivoluzione operaia.
Il marxismo è estremamente lacunoso per Simone Weil,
soprattutto perché Marx omette di spiegare perché

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Détournements

l'oppressione è invincibile finché è utile, perché gli oppressi in


rivolta non sono mai riusciti a fondare una società non
oppressiva, sia sulla base delle forze produttive della loro
epoca, sia anche a prezzo di una regressione economica che
difficilmente avrebbe potuto accrescere la loro miseria, e infine
egli lascia del tutto in ombra i principi generali del
meccanismo mediante il quale una forma determinata di
oppressione viene sostituita da un'altra.
I rapporti di dominio e di sottomissione tra gli esseri umani
costituiscono sempre uno squilibrio senza rimedio e che si
aggrava perpetuamente, proprio perché non c'è mai potere, ma
soltanto corsa al potere, e questa corsa è senza termine, senza
limite, senza misura, e non c'è neppure limite né misura agli
sforzi che essa esige. Ai procedimenti della corsa al potere si
sottomettono gli uomini con la stessa vertigine, da sempre. Non
c'è interesse personale che prevalga, perché sarebbe un
principio d'azione, ma la storia, che è storia dell'asservimento,
rende gli uomini vittime degli strumenti di dominio che essi
stessi hanno fabbricato. La rivolta, considerata nell'insieme,
finisce per essere un'aggravante del male, perché costringe i
padroni a far pesare il loro potere in modo sempre più greve.
Ciò che normalmente si intende per rivoluzione, scrive Simone
Weil, non solo è un fenomeno sconosciuto nella storia, ma è
anche, se lo si considera più da vicino, qualcosa di
inconcepibile. La storia presenta delle lente trasformazioni di
regimi in cui gli avvenimenti sanguinosi (le rivoluzioni)
svolgono un ruolo molto secondario, e possono anche non
essere presenti.
Se la rivoluzione è una mistificazione, la condizione

48
Détournements

generalizzata di schiavitù è invece reale. Dalla schiavitù


primitiva verso la natura si è passati alla schiavitù verso la
società. Si tratta di una schiavitù determinata dal gioco stesso
della vita collettiva: un gioco cieco che da solo determina le
gerarchie sociali.

Riassumendo: la società meno cattiva è quella in cui la


maggior parte degli uomini si trova per lo più obbligata a
pensare mentre agisce, ha le maggiori possibilità di controllo
sull'insieme della vita collettiva e possiede la maggio
indipendenza.
Per un profilo della vita sociale contemporanea, Simone Weil
scrive che mai, come ora, l'individuo è stato così
completamente abbandonato a una collettività cieca, e mai gli
uomini sono stati più incapaci non solo di sottomettere le loro
azioni ai loro pensieri, ma persino di pensare. Quindi i termini
di oppressori e oppressi, la nozione di classe, tutto ciò ha perso
significato. Dinanzi alla complessità crescente dei meccanismi
sociali il pensiero ha sempre meno la possibilità di afferrare
qualcosa, ciò vuol dire che la quantità è diventata qualità, come
diceva Hegel. Il livello di asservimento degli esseri umani è
misurabile da un criterio puramente esteriore, qualunque sia
l'ambito in questione: questo criterio è quello dell'efficacia, a
condizione di intendere con ciò la capacità di ottenere successi
a vuoto.
A schiavi irresponsabili si affiancano dirigenti essi stessi
ampiamente irresponsabili, e nell'estensione straordinaria dei
settori produttivo e commerciale il primato della conquista
orienta il capitalismo verso la distruzione.

49
Détournements

Infine quando il caos e la distruzione avranno raggiunto il


limite a partire dal quale il funzionamento stesso
dell'organizzazione economica e sociale sarà diventato
materialmente impossibile, la nostra società perirà; e
l'umanità, tornata a un livello di vita più o meno primitivo e a
una vita sociale dispersa in collettività molto più piccole,
ripartirà su una strada nuova che ci è assolutamente
impossibile prevedere. Comunque, a chiudere la questione della
rivoluzione, mai sinora nella storia un regime di schiavitù è
caduto sotto i colpi degli schiavi.
La società attuale non fornisce, come mezzi d'azione, altro che
macchine per schiacciare l'umanità e la speranza di un
dispotismo illuminato appare agli occhi di Simone Weil come
un'idea del tutto assurda.
Le Riflessioni di Simone Weil, che riflettono
straordinariamente il periodo storico nel quale sono maturate,
mentre segnalano che la schiavitù non è mai cessata, anticipano
la certezza che lo spettacolo, che subentrerà al termine della
seconda guerra mondiale, porterà la complessità dei
meccanismi sociali a livelli ancora più elevati e con essi
all'impossibilità di padroneggiare la sua dinamica, anche
sapendo in partenza che l'esito di questo processo sarà
distruttivo, nichilizzatore.
La schiavitù è compatibile con il termine moltitudine,
impiegato per recidere la tradizione socialista del popolo e del
proletariato?

Sembrerebbe di no, ma quando Paolo Virno scrive in

50
Détournements

Grammatica della moltitudine che il tempo di lavoro è solo


una componente, e non necessariamente la più rilevante del
tempo di produzione, intendendo con questo l'unità
indissolubile di lavoro e non-lavoro, a me suggerisce l'idea che
la schiavitù sia attuale anche nel cosiddetto post-fordismo.
Quella che Virno chiama intellettualità di massa, e la definisce
scrivendo che la sua identità deve essere reperita sul piano
delle forme di vita, di consumo culturale, di usi linguistici
sembra, in modo appropriato, ma svalutando le conseguenze
della sua analisi, appartenere all'ambito delle nuove forme
integrate di schiavitù nel sistema di dominio spettacolare,
quello che lo stesso autore chiama il comunismo del capitale,
cioè l'essere comune del capitale a tutta l'umanità, la
Gemeinwesen della schiavitù.
Il sistema spettacolare, costruito sulla circolazione nichilistica
di immagini e di opinioni, che non ha mai dato il tempo di
riflettere, tanto meno ha potuto consentire la libertà di fermare
questa circolazione insensata che può essere soltanto soggetta
ad incremento ulteriore (d'altronde ogni critica rafforza la sua
natura parossistica e spettacolare).
I cattivi sentimenti descritti da Virno: cinismo e opportunismo,
che è lecito immaginare come segno distintivo della
moltitudine, sono sentimenti propriamente distintivi della
condizione di schiavitù, dato che rinunciano fin dal principio
alla ricerca di un fondamento intersoggettivo e alla
rivendicazione di un criterio condiviso di valutazione, essendo
manifestazioni in una realtà che presenta un alto grado di
indeterminismo.
Anche la chiacchiera e la curiosità, le manifestazioni della vita

51
Détournements

inautentica citate da Martin Heidegger in Essere e Tempo,


contribuiscono a determinare la nozione di schiavitù
contemporanea, e proprio perché l'infondatezza della
chiacchiera riecheggia il rumore di fondo della comunicazione
spettacolare. Ma la chiacchiera non è più un'esperienza povera,
ma la produzione sociale più determinante dello spettacolo.
Agli schiavi è chiesto di assorbire e di partecipare alla
comunicazione, cioè appropriarsi della cosa senza comprendere
nulla. Allo stesso modo la curiosità per Heidegger e la
riproducibilità tecnica per Benjamin hanno abolito le distanze
per annullare ogni prospettiva in una prossimità indifferenziata.
Il curioso è perennemente distratto: ciò vale tanto per
Heidegger quanto per Benjamin. Se il pubblico è un
esaminatore distratto perché l'atteggiamento valutativo comune
non implica l'attenzione, la situazione che obbliga alla
svalutazione dell'apprendimento intellettuale implica e
sottintende una sottomissione reale.
Il consumatore medio non pensa riferendosi a se stesso in
termini di schiavitù, tutt'altro, ma è pronto a riconoscere che gli
altri sono schiavi. Se egli dice di essere libero di pensare a se
stesso e di vivere per se stesso, come mai prima d'ora, eppure si
rende conto che in genere la sua vita non gli appartiene, e che
gli manca il tempo come non appartiene e manca a tutti gli
altri. Gore Vidal ha scritto che dieci minuti al giorno, o forse
alla settimana, rappresenta il tempo massimo concesso, dagli
anni cinquanta ad oggi, ai consumatori delle democrazie
occidentali perché pensino ai problemi mondiali.
La schiavitù è una evergreen.

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Détournements

Il turno dei mongoli:


Il romanzo orientale di Kafka

1.

Kafka, scrittore di racconti, si è accostato spesso alla loro


forma più esemplare di apologhi. Di essi, generalmente inediti
durante la vita dell'autore, Un messaggio dell'Imperatore -
pubblicato in Il medico di campagna (1919) - perturbante
frammento del più esteso Durante la costruzione della
muraglia cinese (1917), è il più conosciuto in una costellazione
narrativa poco visibile la cui cornice comune è l'Oriente, lo
scenario letterario della lontananza e dell'inverosimile. Tuttavia
la Cina di Kafka è uno spazio tanto poco esotico almeno
quanto, analogamente, sia indeterminato lo spazio del
Processo. Ad avvertire delle terre lontane non è il cupo
addensarsi delle nubi di Kubin, ma un gesto inavvertito o
l'ombra di questo, un lieve vacillare dell'aria. Il colpo contro il
portone racchiude e, grazie alla sua brevità, mostra, colto in
una forma estrema, uno dei nuclei tematici di Kafka. La
centralità di questo racconto è marcata dallo svolgimento
drammatico della vicenda che riecheggia lo sviluppo
ineluttabile della Metamorfosi, la sua stessa ripida discesa. Il
racconto è costituito di poche righe, nel susseguirsi delle
sorprese per le apparenti conseguenze di un gesto, neppure
compiuto, fino allo sgomento e alla rassegnazione. La storia

53
Détournements

possiede una spietatezza che ha i tratti propri dell'incubo, al


carattere del quale si deve comunque risalire per spiegare un
particolare altrimenti superfluo. I due viandanti non conoscono
il villaggio, che deve essere vicinissimo al loro, giacché la
sorella del protagonista vi si reca per cambiarsi d'abito. Questo
villaggio, con le sue regole, si apre al viandante come si
spalanca un abisso, un baratro o, come in un altro racconto (Un
sogno), una gran buca dalle pareti scoscese, la cui
impenetrabile profondità lo accoglie, mentre in alto si compone
il suo nome nella grafia del destino, con grandi svolazzi.
Verso la materialità inesplicabile del sogno corre il racconto
nell'immagine della cella: grandi pietre per pavimento, scure,
parete grigia, nuda, non so dove un anello di ferro murato e
nel muro qualcosa tra il pagliericcio e la tavola operatoria.
L'enorme vastità dell'impero, resa in Un messaggio
dell'Imperatore dalla sequenza del messaggero, prigioniero di
interminabili corridoi e cortili, i quali altrettanto lo proteggono,
senza l'ombra di voler misurarsi con la metafisica che grava in
La muraglia cinese, introduce alla borgata della Supplica
respinta. Lo sguardo di Kafka al sottobosco dello psicologico e
del sociale è simile a quello di Benjamin: uno sguardo
raggelato dallo humour a un mondo intermedio, come il
secondo lo definì.
Qui da noi non si è avuto da secoli nessun mutamento politico
provocato dai cittadini stessi. Nella capitale si sono susseguiti
i sovrani, intere dinastie si estinsero o furono destituite e nuove
sono subentrate, anzi nel secolo scorso la capitale stessa fu
distrutta e ne venne fondata un'altra molto più lontano, poi
anche questa fu distrutta e la precedente ricostruita, ma tutto

54
Détournements

ciò non ha influito per nulla sulla nostra borgata. Questo passo
della Supplica respinta si intona a un altro, tratto dalla
Muraglia cinese, in cui si parla di un mendicante che, giunto in
una casa in un giorno di festa, ne viene cacciato fuori a
spintoni, quando il sacerdote legge due pagine di un manifesto
dei ribelli che il mendicante gli aveva consegnato, ma, infine,
solo perché (in apparenza) il linguaggio in cui era scritto, il
dialetto della provincia vicina, conteneva espressioni, per chi lo
stava leggendo, antiquate. E quantunque - così mi pare di
ricordare - una vita orribile parlasse per bocca del medico un
linguaggio inconfutabile, tutti scossero la testa ridendo e non
vollero sentire altro.
Il compito di Kafka è stato quello di scrivere della vita orribile
rendendo naturale l'onirico, cioè il punto di vista di chi scuote
la testa e ride, dandogli la dignità di un a priori. Chi non è
contento tra i sudditi nel popolo dell'Imperatore? Sono
pressappoco i giovani tra i diciassette e i vent'anni. Dunque
giovanotti che non possono intuire neanche lontanamente la
portata dell'idea più insignificante, figurarsi quella di un'idea
rivoluzionaria. E proprio tra loro s'insinua e serpeggia il
malcontento.

2.

Da chi doveva proteggere la grande muraglia? Dai popoli del


Nord. Io sono oriundo della Cina Sud-orientale. Nessun
popolo settentrionale ci può minacciare. Di loro leggiamo nei
libri dei vecchi, le crudeltà che commettono secondo la loro

55
Détournements

natura ci fanno sospirare nelle nostre pacifiche verande. Nei


quadri realistici dei nostri artisti vediamo quelle facce di
dannati, le bocche spalancate, le mascelle armate di gran denti
aguzzi, gli occhi stretti che pare stiano lì a spiare la preda che
la bocca maciullerà e sbranerà... Di quei popoli orientali non
sappiamo altro - non li abbiamo mai visti e se non ci
allontaniamo dal nostro villaggio non li vedremo mai, neanche
se in groppa ai loro cavalli selvaggi si lanciassero
direttamente verso di noi - troppo grande è il paese e non li
lascerebbe avvicinarsi, disorientati si smarrirebbero nell'aria.
La possibilità, tanto remota da impaurire solo i bambini,
dell'invasione dei popoli dal Nord nella Muraglia cinese, si
vendica rovesciandosi nel già accaduto in un racconto dello
stesso 1917, pubblicato nella raccolta Il medico di campagna.
Un vecchio foglio annuncia che i nomadi si erano da tempo
accampati nella piazza antistante il palazzo imperiale. Giunti
inesplicabilmente, essi tuttavia ci sono. Essi che non parlano,
ma gracchiano come cornacchie, passano il tempo ad affilare
le spade, ad aguzzare le frecce, a esercitarsi a cavallo.
L'Oriente di Kafka, in tempo di guerra, fa le smorfie col suo
volto più orrido ed espressionista quando, per un'imprevidenza
del macellaio della città, ai nomadi viene consegnato un bue
vivo - era già subentrato un gran silenzio, quando mi
arrischiai ad uscire; come bevitori intorno a una botte i
nomadi se ne stavano stanchi intorno ai resti del bue. Un
parente di Europa.

56
Détournements

3.
Nell'arco che in questi frammenti si delinea, immaginiamo la
parabola di un potere assoluto che inspiegabilmente si sgretola.
Tuttavia le tappe che qui si sono riunite si profilano come
ritratti singolari, immobili, avulsi da una successione di capitoli
parziali. La sobrietà di Kafka gli impedisce i toni
dell'esaltazione surrealistica del 1925. In quella breve e accesa
stagione Antonin Artaud lanciava come parola d'ordine: E' il
turno dei mongoli di prendere il nostro posto! Sfidava
l'inquietudine istrionica di Celine, un po' più intento a recitare
come capo popolo, tesaurizzando i guadagni dei diritti d'autore
in lingotti d'oro, al punto di guidare i francesi a farsi europei
sotto la bandiera del nazismo. Adorno scriveva che, con la
liquidazione del sogno ottenuta mediante la sua onnipresenza,
il narratore Kafka aveva spinto l'impulso espressionistico fino
agli estremi dei lirici più radicali. La sua opera - dice - ha un
tono di estrema sinistra, chi la abbassi al livello dell'universale
umano, la falsifica già in un senso conformistico.

57
Détournements

La democrazia americana è la poesia americana


Il dibattito sulla democrazia nelle poesie dell'Antologia di
Spoon River di Edgar Lee Masters

Una vera democrazia dovrebbe essere quella che si realizza in


un discorso di morti, come quello di Spoon River.
L'uguaglianza del punto di vista è la giusta prospettiva della
democrazia. Ciò che nel regime provvisorio dell'esistenza si è
compiuto è pronto per essere giudicato da un'assemblea di
uguali. I livellatori parlano chiaro. A tutti praticamente lo
stesso tempo per dire ciò che riescono.

1.
La lingua di Dorcas Gustine era una lingua senza disciplina,
ma dei tanti che non possono dirlo, lei può mentire contenta.
D'altronde in democrazia si dice che il silenzio avvelena
l'anima.
2.
A Nelly Clark spetta di difendere la verità dalla menzogna
pubblica. Eppure non è detto che ciò che capita a otto anni
debba pesare per sempre, almeno sotto il regime della
democrazia.
3.
Rispettivamente dell'amore e dell'odio Louise Smith e Herbert
Marshall parlano di quanto la felicità indebolisca l'uno e
accresca l'altro. I diritti a due che diritti sono? Forse che non
sono più tali?

58
Détournements

4.
Mary McNeely, sei fortunata che la tua ripulsa sia da noi
democratici tollerata! Infinito riposo, non è questa davvero la
voce della democrazia!
5.
Daniel M'Cumber pratica ingenuamente una politica sessuale
democratica. Ma non riconosce che la virtù è ciò che ha trovato
e non ciò che ha perso.
6.
L'astio di Georgine Sand Miner fiorisce, e dell'astuzia parassita
anche lei finisce per scoprire il valore sociale. Ciò che la rabbia
divulga è patrimonio delle masse.
7.
Henry Layton sa che la rovina è un passo dietro e che le metà
ostili sono le sole a darci vita.
8.
Nessuno sa cos'è falso se non sa cos'è vero, Seth Compton, e
neppure il male è male, se nessuno mette in vendita a prezzi
bassi ciò che si è scelto come bene. All'incanto la democrazia -
questa era la tua aspirazione!
9.
Alla potenza della legge Felix Schmidt paga per non aver
ceduto quando essa era distratta.
10.
La verità si fa scrivere raramente, ma i suoi difetti sono alla
portata di tutti. Richard Bone con troppo scrupolo si opponeva
alla loro divulgazione.
11.
Hiram Scates difende i valori della propaganda, ma chi non li

59
Détournements

apprezza, neppure può comprendere come la regola imponga la


sua applicazione.
12.
Il banchetto della democrazia è tuo, Edmund Pollard! non
accettare il poco, perché ciò che ti viene offerto non conta
quanto quello che ti è negato, così potrai rimpiangere il dubbio
o no.
13.
Il segreto della proprietà è l'omicidio, nondimeno se Searcy
Foote tiene nascosta una verità pubblica, una più efficace virtù
gli tiene la mano.
14.
Mickey McGrew ride, e il suo riso si spande e s'innalza su tutto
il resto nella vita, benché niente si celi agli altri.
15.
Il fuoco dell'anima, Jonathan Swift Somers, niente consuma
che già non si sia appreso nel freddo. Se la vita non prendesse
in giro i suoi interpreti, questo sarebbe assurdo.
16.
La tenacia è la virtù della menzogna e la sua debolezza la sua
stessa facilità, questo sa chi deve negare l'evidenza, Hamilton
Greene.
17.
L'omicidio è talvolta un'arte, ci dicono le cronache, che lo
negano, e non inutilmente Rosie Roberts sprezzò la vittima.
18.
Non c'è amarezza che non cerchi di sopravvivere al dolore che
l'annullerà, ma le basta spegnersi dentro la morte, così che il
trapasso non sia solo che una speranza, Eugenia Todd.

60
Détournements

19.
Il destino di ciò in cui si ripone la speranza d'essere apprezzati
non deve preoccupare, reverendo Abner Peet, perché di regola
anche se si sbaglia oggetto, si ottiene ciò che si voleva.
20.
Homer Clapp, gli stolti della vita sono la truppa della
democrazia; che ciò sia indispensabile al trionfo
dell'uguaglianza, tutti gli altri lo scopriranno da sé.
21.
La democrazia rende la guerra alla portata di tutti, John
Cabanis, e della libertà del rancore non si libereranno i nostri
avversari.
22.
John Hancock Otis e Anthony Findlay, difendere la libertà dal
potere sui forti non è un eccesso che si sconti con la bontà. La
democrazia non è mai abbastanza spregiudicata.
23.
Whedon, essere nulla che duri, che verità! da non potere essere
che sfruttata per esigere ascolto.
24.
A nessuno credere, nessuno piangere, George Trimble, neppure
pretendere di dire nulla di più.
25.
Ciò che si compra quando è cosa che serve, o cosa di cui si ha
bisogno, ci lascia; ma ci rimane ciò che non serve e ciò che non
è che fastidio, Abel Melveny.
26.
La verità è ciò che ci aspetta, e non inquieta, ma la necessità
chiede all'inaspettato di cambiare natura, Roger Heston, e di

61
Détournements

travolgerci d'un tratto.


27.
Thomas Rhodes può dire la sua fierezza di non essere
nient'altro da ciò che è stato e trovare ciò che si è cercato, è
trascurabile.
28.
Parlare serve a nascondere ciò che si pensa, perciò, se si è vivi
a metà, la mezza morte che ci è impigliata non guarda negli
occhi, non ne ha bisogno per sapere la verità, Paoline Barrett.
29.
Non lo conoscevo - a chi lo dici Butch Weldy -, pur sapendo
che niente d'altro si poteva dire, giacché la colpa è un pegno
posticipato.
30.
E' chiaro che ciò che costringe è duro da sopportare, e non
sempre ci riesce (ad essere sopportato).
31.
La nausea non sempre è cura, spesso il rimorso del rimedio non
dà sollievo al dolore della certezza. Harold Arnett, il disgusto è
il più fallace dei sentimenti.
32.
La noia del persecutore non è l'angoscia della vittima, ma la
sua speranza. La vittima talvolta sfugge alla gioia un attimo
prima di morire, oppure mai, tanti sono i sistemi che ne
accrescono le ansie, Robert Fulton Tanner.
33.
Il volto della felicità è terribile, ma il peso del mondo è leggero
alla richiesta del suo sorriso, al perdono che i padri chiedono ai
figli, Johnnie Sayre.

62
Détournements

34.
Che sia meglio non sapere e cedere alla stupidità delle cose,
Hamilton Greene, come le dispiega un'astuzia nascosta, è la
noncuranza della menzogna, una grazia.
35.
Per Smith il dentista, il nemico della democrazia non crede
all'ingenua verità, che deve essere difesa - l'ingenuità - perché
sia venduta.
36.
Le intenzioni nascondono la delusione, Harry Carey Goodhue,
giacché le cause seguono gli effetti, in un mondo che dice di
credere solo al vero (per poter mentire indisturbato).

63
Détournements

L'autenticità dell'ideologia tedesca

Il saggio dal titolo Jargon der Eigentlichkeit. Zur deutschen


Ideologie (tradotto in italiano e pubblicato da Bollati
Boringhieri) di Adorno non contiene questa frase: la menzogna
ha il suono della verità, e la verità il suono della menzogna.
Ogni affermazione, ogni notizia, ogni idea è modellata in
anticipo dai centri dell'industria culturale, dato che si trova in
Minima Moralia, ma offre delle riflessioni ad essa
complementari. Il volume contiene un capitolo escluso della
Dialettica negativa (Einaudi). L'esclusione fu motivata forse
perché esso si presentava già completo, come struttura a sé
stante (era stato concepito al tempo delle lezioni universitarie
di Terminologia filosofica).

Qui sotto seguono delle citazioni dal testo, perché si possa


ricondurne l'interesse verso le ulteriori riflessioni dell'autore:

Chi sa parlare in gergo non ha bisogno di dire ciò che pensa e


nemmeno di pensarlo in maniera determinata: il gergo parla
al posto suo e rende superfluo il pensare.

La riprovazione perpetua della reificazione che il gergo


rappresenta è reificata.

L'ipocrisia diventa l'a priori.

Ciò che la pseudo-individualizzazione procura nell'industria


culturale, il gergo lo procura tra coloro che la disprezzano.

64
Détournements

Il nichilismo diventa una farsa, un mero metodo, come una


volta era già avvenuto per il dubbio cartesiano.

Nel mondo universalmente mediato tutto ciò di cui si ha


un'esperienza originaria è culturalmente preformato. Chi
vuole l'Altro deve partire dall'immanenza della cultura, per
andare oltre essa.

In Heidegger il negativo, in quanto essenza, in modo più


scoperto che altrove, si trasforma semplicemente e
adialetticamente in positivo.

Heidegger si è entusiasmato della morte presumendo che essa


sia ciò che è completamente sottratto al rapporto universale di
scambio: non si accorge che essa resta prigioniera dello stesso
cerchio fatale del rapporto di scambio da lui sublimato nel Si.

Ne deriva la massima suprema che le cose stanno così, che ci


si deve piegare (positivisticamente: adattare); ne deriva
l'ordine meschino di ubbidire a ciò che è.

Quanto più cresce l'irrilevanza sociale dell'individuo, tanto più


diminuisce la sua capacità di osservare con distacco la propria
impotenza; esso deve pavoneggiarsi da ipseità, così come la
futilità di essa da autenticità, da Essere.

65
Détournements

Il Negativo

L'idea della Logica hegeliana dell'unità del particolare e


dell'universale, che a volte gli diventa identità, si oppone a una
tale divisione del sostanziale dall'individualità non meno che
alla coscienza immediata irretita: "La particolarità però è come
universalità in sé e per se stessa, non con un trapasso tale
relazione immanente; essa è totalità in se stessa e semplice
determinatezza, sostanzialmente principio. Non ha altra
determinatezza che quella posta dall'universale stesso, e ne
risulta conseguentemente. Il particolare è l'universale stesso,
ma ne è la distinzione o relazione con un altro, il suo apparire
all'esterno; non c'è però alcun altro da cui il particolare sia
distinto se non lo stesso universale. L'universale si determina,
per cui è esso stesso il particolare; la determinatezza è una
distinzione; esso è distinto solo da se stesso". Allora il
particolare sarebbe immediatamente l'universale, poiché trova
soltanto tramite questo ogni determinazione della sua
particolarità; senza di esso conclude Hegel, secondo un
argomento che si ripete continuamente, il particolare non
sarebbe nulla. La storia moderna dello spirito, e non solo essa,
fu il lavoro di Sisifo apologetico, di eliminare nel pensiero il
negativo dell'universale.

Spirito del mondo e storia naturale.


Excursus su Hegel in Dialettica negativa di Adorno

66
Détournements

La dialettica negativa descritta da Adorno mantiene in vigore la


dialettica sebbene la sottoponga al più forte contrappasso che la
critica le abbia riservato. La conoscenza mira al particolare, ma
nella forma della mediazione chi ci rimette è il particolare, e
nella dialettica hegeliana la coscienza del particolare, la sua
cosa “più vera”, secondo Adorno, finisce per eliminare il
particolare. La socializzazione come fine della dialettica finisce
per rovesciarsi nel suo contrario. Hegel e i suoi seguaci
marxisti hanno squalificato l'eterogeneo come elemento
caotico. Ciò che viene chiamato angoscia non è altro che
claustrofobia, aveva ricordato Adorno. La dialettica negativa si
arresta dove intuisce che “la posizione del pensiero nei
confronti della felicità sarebbe la negazione di ogni falsa
felicità”. Questa affermazione segna il limite dell'impostazione
del problema da parte di Adorno.
Il giovane Marx ricordava ai suoi futuri seguaci che noi
conosciamo “un'unica scienza, la scienza della storia”, che
tuttavia non è affatto una scienza. Non sarò io a concludere il
discorso che porterà alla dismissione delle illusioni della
dialettica. Nella Premessa alla Dialettica negativa Adorno
spiegava che “quando Benjamin nel 1937 lesse quella parte
della Metacritica della gnoseologia che l'autore aveva allora
portata a termine - si tratta dell'ultimo capitolo di quel libro -,
osservò che per giungere in modo rigoroso al filosofare
concreto si doveva attraversare il deserto di ghiaccio
dell'astrazione. Ora la Dialettica negativa traccia
retrospettivamente tale via. Nella filosofia contemporanea la
concretezza è stata ottenuta per lo più surrettiziamente. Per
contro il testo prevalentemente astratto intende servire alla sua

67
Détournements

autenticità non meno che alla spiegazione del procedimento


concreto dell'autore. Nei dibattiti estetici si parla di antidramma
e di antieroe; analogamente la Dialettica negativa, che non
tocca affatto temi estetici, potrebbe chiamarsi antisistema. Con
mezzi della logica conseguenziale essa si sforza di avanzare, al
posto del principio d'unità e del dominio totalitario del concetto
sovraordinato, l'idea di ciò che sarebbe al di fuori del bando di
tale unità. Da quando l'autore confidò nei propri impulsi
intellettuali, sentì come proprio compito spezzare con la forza
del soggetto l'inganno di una soggettività costitutiva; e non ha
voluto rinviarlo ulteriormente”.
In modo analogo si potrebbe dire che neppure l'antisistema
smette di avere rapporti con il sistema, conservando nella
condanna l'analogia col nemico da abbattere al quale
rimandano inusitati legami.
La triste verità è, da un punto di vista metapsicologico, una
regressione. Le spontaneità dei singoli sono condannate alla
pseudoattività, “potenzialmente alla stupidità” (Adorno).

68
Détournements

La negazione non dialettica della dialettica


Anticipazioni del testo attraverso una lunga citazione:

"Se la filosofia fosse ciò che proclama la Fenomenologia


hegeliana, la scienza dell'esperienza della coscienza, non
potrebbe - come fa in crescendo Hegel - sbrigare in modo
sovrano l'esperienza individuale dell'universale affermantesi
come quella di un inconciliatamente cattivo e passare
all'apologia del potere stando su un osservatorio
presuntamente superiore. Il ricordo penoso del modo come,
per esempio, in commissioni, malgrado la buona volontà
soggettiva dei membri, si afferma l'inferiore, rende talmente
evidente il predominio dell'universale, che per tale scacco non
vale richiamarsi allo spirito del mondo. La opinione per tale
gruppo domina: come adattamento alla maggioranza del
gruppo, o dei suoi membri piú influenti, piú spesso in forza di
quella al di là del gruppo in un'opinione autorevole piú
comprensiva, specie quella approvata dai membri della
commissione? Lo spirito oggettivo della classe penetra ben
oltre nei partecipanti la loro intelligenza individuale. La loro
voce ne è l'eco, sebbene essi stessi, magari soggettivamente
difensori della libertà, non ne sentono nulla. Intrighi si hanno
solo in momenti critici, come criminalità manifesta. La
commissione è un microcosmo del gruppo dei suoi membri,
sostanzialmente della totalità: ciò precostituisce le decisioni.
Simili osservazioni presenti a tutti assomigliano ironicamente
a quelle della sociologia formale di tipo simmeliano. Però non
hanno il loro contenuto nella socializzazione in quanto tale, in
vuote categorie come quella di gruppo. Piuttosto esse sono
riflesso di un contenuto sociale, cosa su cui la sociologia
formale, concordemente alla sua definizione, riflette solo

69
Détournements

controvoglia; la loro invarianza è soltanto memento di quanto


poco si è mutato nella violenza dell'universale nel corso della
storia, in che misura essa è ancora preistoria. Lo spirito del
gruppo formale è movimento riflesso indotto dal dominio
materiale. La sociología formale è legittimata dalla
formalizzazione dei meccanismi sociali, l'equivalente del
dominio sviluppantesi attraverso e oltre la ratio. Con ciò
concorda il fatto che le decisioni di tali organi collegiali -
qualunque ne possa essere la natura - vengono prese
manifestamente per lo piú secondo punti di vista giuridico-
formali. La formalizzazione non è qualcosa di piú neutrale in
confronto al rapporto di classe. Esso si riproduce tramite
l'astrazíone, la gerarchia logica dei gradi di universalità. e
precisamente tanto piú crudamente quanto piú rapporti di
dominio;sono indotti a mascherarsi dietro procedure
democratiche. Hegel esercitò il culto del corso del mondo,
dopo la Fenomenologia e la Logica, al massimo nella
Filosofia del diritto. Il mezzo, in cui il cattivo per la sua
oggettività ottiene ragione e si procura l'apparenza del buono,
è in larga misura il diritto, che protegge sí positivamente la
riproduzione della vita, ma - nelle sue forme esi@tenti - mette
in mostra senza attenuazione il suo elemento distruttivo, grazie
al principio distruttivo della violenza. Mentre la società senza
diritto, come nel Terzo Reich, divenne preda del puro arbitrio,
il diritto conserva nella società il terrore, pronta sempre a
ricorrervi con l'aiuto del riferimento a una regolamentazione.
Hegel forní l'ideologia del diritto positivo, perché ce n'era
urgente bisogno, nella società già visibilmente antagonistica.
Il diritto è il fenomeno originario di una razionalità
irrazionale. In esso il principio formale di equivalenza diventa
norma, tana dell'ineguaglianza dell'uguale, in cui scompaiono
le differenze: mito sopravvivente in mezzo a un'umanità solo
apparentemente demitologizzata. Le norme giuridiche tagliano

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Détournements

via ciò che non coprono, ogni esperienza non preformata dello
specifico per amore di una sistematica senza fratture ed
elevano poi la razionalità strumentale a seconda realtà sui
generis. Tutto l'ambito giuridico è una sfera definitoria. La sua
sistematica esige che non vi penetri nulla che si sottragga al
suo circolo conchiuso, quod est in actís. Questa serra,
ideologica in sé, diventa reale potere tramite la sanzione del
diritto come istanza di controllo sociale, e senza residui nel
mondo amministrato. Nelle dittature trapassa immediatamente
in potere materiale, mediatamente esso è da sempre celato
dietro il diritto. Il fatto che il singolo subisca cosí facilmente
un torto, quando l'antagonismo degli interessi lo spinge nella
sfera giuridica, non è colpa sua - come Hegel vorrebbe
convincerlo - nel senso che sarebbe troppo accecato per
riconoscere il proprio interesse nella norma oggettiva del
diritto e nei suoi garanti. La colpa è piuttosto degli elementi
costitutivi della stessa sfera del diritto. Invece resta
oggettivamente vera la descrizione che Hegel schizza come
una presunta incapacità soggettiva: «Che il diritto e l'eticità e
il mondo reale del diritto e dell'ethos si intendono col pensiero,
che, mediante concetti, si dà la forma della razionalità, cioè
universalità e determinatezza: questo fatto, cioè la legge, è la
cosa che quel sentimento, il quale riserba a sé il libito; quella
coscienza, che pone il diritto nella convinzione soggettiva,
riguarda fondamentalmente come la piú ostile a sé. La forma
del diritto, in quanto obbligo e in quanto legge, è sentita da
quella come lettera morta e fredda e come una pastoia;
giacché in essa non riconosce se stessa, non si riconosce
quindi libera in essa, perché la legge è la ragione della cosa e
questa non concede al sentimento di esaltarsi alla propria
singolarità» (HEGEL, Werke cit., vol. 7, pp. 28 sg.). Il fatto
che la coscienza soggettiva «a ragione» consideri l'eticità
oggettiva come ciò che vi è di piú ostile, è un lapsus filosofico

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Détournements

che è sfuggito alla penna di Hegel. Sta comunicando quello


che nello stesso momento contesta. Se la coscienza individuale
considera effettivamente come ostile il «mondo reale del diritto
e dell'etico», perché in esso non si riconosce, non si dovrebbe
passarci sopra in modo conciliante. Infatti la dialettica
hegeliana afferma che essa non vi si può affatto comportarsi
diversamente, non vi si può riconoscere. Cosí egli ammette che
la conciliazione, la cui dimostrazione era contenuto della sua
filosofia, non ha avuto luogo. Se l'ordinamento giuridico non
fosse oggettivamente estraneo ed esteriore al soggetto,
l'antagonismo che per Hegel è inevitabile si potrebbe
appianare con una migliore comprensione. Ma Hegel ha
conosciuto troppo fondamentalmente la sua inappianabilità
per poter confidare in essa. Da ciò nasce il paradosso che egli
proclama e smentisce insieme la conciliazione di coscienza e
norma giuridica.
Ogni dottrina del diritto naturale sviluppata materialmente,
positiva conduce ad antinomie, la sua idea conserva però
criticamente la non verità del diritto positivo. Oggi esso è la
coscienza reificata ritradotta nella realtà e qui potenziante il
dominio. Già per la sua mera forma, prima del contenuto e
della giustizia di classe, esso esprime dominio, la differenza
beante degli interessi singoli rispetto al tutto in cui si
raccolgono astrattamente. Il sistema dei concetti artificiali,
che la giurisprudenza giunta a maturazione inserisce davanti
al processo vitale della società, si decide in partenza - con la
sussunzione di ogni singolo sotto la categoria - a favore
dell'ordine, che è imitato nel sistema classificatorio. A suo
onore immortale Aristotele ha anticipato questo contro la
astratta norma giuridica nella dottrina dell'equità. Ma quando
píú elaborati in modo conseguente diventano i sistemi di
diritto, tanto piú diventano incapaci di assorbire ciò che ha la
sua essenza nel rifiutare l'assorbimento. Il sistema razionale

72
Détournements

del diritto riesce ad abbassare regolarmente la pretesa di


equità, in cui era inteso il correttivo dell'ingiustizia nel diritto,
a protezionismo, inequo privilegio. La tendenza in tal senso è
universale, consona con il processo economico, che riduce gli
interessi singoli al denominatore generale di una totalità, che
resta negativa, poiché essa si allontana dagli interessi singoli,
di cui pure dovrebbe essere composta, grazie alla sua
astrazione costitutiva. L'universalità, che riproduce il
mantenimento della vita, la minaccia anche sempre di piú. La
violenza dell'universale che si realizza non è identico con
l'essenza degli individui in sé, come pensava Hegel, ma anche
sempre contrario ad essi. Essi non sono maschere, agenti del
valore, semplicemente in una presunta sfera articolare
dell'economia. Anche dove s'illudono di essere sottratti al
primato dell'economia, fin dentro la loro psicologia, la maison
tolérée dell'individuale inafferrato, essi reagiscono sotto la
coazione dell'universale: quanto piú sono identici con esso,
tanto meno identici lo sono d'altra parte in quanto obbedienti
senza difesa. Negli individui stessi si esprime il fatto che il
tutto, loro compresi, si mantiene solo tramite l'antagonismo.
Infinite volte degli uomini, anche se coscienti e capaci della
critica all'universalità, vengono costretti da motivi irresistibili
dell'autoconservazione ad azioni ed atteggiamenti, che aiutano
ciecamente l'universalità ad affermarsi, mentre per la loro
coscienza gli si oppongono. Soltanto perché essi devono far
proprio ciò che gli è estraneo per sopravvivere, nasce
l'apparenza di quella conciliazione, che la filosofia hegeliana
trasfigura corrottamente in idea, mentre pure ha riconosciuto
incorruttibilmente il predominio dell'universale. Ciò che brilla,
come fosse al di sopra degli antagonismi, è legato
all'irretimento universale. L'universale fa in modo che il
particolare a lui sottomesso non gli sia migliore. Questo è il
nocciolo di ogni identità prodotta fino ad oggi. Guardare negli

73
Détournements

occhi il predominio dell'universale offende psicologicamente


fino all'intollerabile il narcisismo di ogni singolo e quello di
una società organizzata democraticamente. Cogliere come non
esistente, come illusione la seità, spingerebbe facilmente la
disperazione oggettiva di tutti a diventare soggettiva e
toglierebbe loro la credenza innestatagli dalla società
individualistica, che cioè essi, i singoli, sono il sostanziale.
Affinché l'interesse particolare funzionalmente determinato
riesca comunque a soddisfarsi nelle forme esistenti deve
elevare se stesso a elemento primario; il singolo deve
scambiare ciò che per lui è immediato per illusione. Tale
illusione soggettiva è prodotta oggettivamente: il tutto
funziona solo tramite il principio dell'autoconservazione
individuale, con tutta la sua limitatezza. Esso costringe ogni
singolo a guardare solo se stesso, ostacola la sua
comprensione dell'oggettività, e allora veramente comincia a
fare del male. La coscienza nominalistica riflette un tutto, che
continua a vivere grazie alla particolarità e al suo blocco:
ideologia in senso letterale, apparenza socialmente necessaria.
Il principio generale è quello dell'isolamento. Esso crede di
essere l'indubbiamente certo, ammaliato perché non si renda
conto - a prezzo della sua esistenza - quanto esso sia un
mediato. Per questo è cosí díffuso e popolare il nominalismo
filosofico. Una esistenza strettamente individuale deve avere
precedenza sul proprio concetto; lo spirito, la coscienza di
individui, deve essere solo in individui e non anche il
sovraindividuale, che in essi si sintetizza e tramite cui soltanto
essi pensano. Le monadi si chiudono spasmodicamente alla
loro reale dipendenza dal genere come all'aspetto collettivo di
tutte le forme e i contenuti della loro coscienza: le forme, che
sono esse stesse quell'universale, negato dal nominalismo, i
contenuti, mentre invece l'individuo non riceve alcuna
esperienza, anche alcun cosiddetto materiale empirico, che

74
Détournements

-non sia stato già digerito e fornito dall'universale. Di fronte


alla riflessione della critica della conoscenza sull'universale
nella coscienza individuale, ciò che non si fa consolare del
male, del peccato e della morte dal riferimento all'universale,
ha anche ragione. In Hegel ciò è accennato dalla dottrina,
apparentemente paradossale rispetto a quella della mediazione
universale, eppure ad essa grandiosamente legata,
dell'immediato che si reinstalla universalmente. Ma il
nominalismo (diffuso come coscienza prescientifica ed oggi da
tale posizione a sua volta imperante sulla scienza), che fa una
professione della propria ingenuità - nell'arsenale positivistico
non manca l'orgoglio di essere ingenui e ne è l'eco la categoria
del «linguaggio quotidiano» -, non si preoccupa dei
coefficienti storici nel rapporto tra universale e particolare.
Un vero primato del particolare sarebbe ottenibile solo
modificando l'universale. Ma installarlo senz'altro come
esistente, è un'ideologia complementare. Essa maschera fino a
che punto il particolare è diventato funzione dell'universale,
funzione che per la sua forma logica è anche sempre stato. Ciò
a cui il nominalismo si attacca come fosse il suo possesso piú
sicuro è utopia: perciò esso odia il pensiero utopico, quello
della differenza dall'esistente. L'attività scientifica dà ad
intendere che lo spirito oggettivo fondato da meccanismi di
dominio altamente reali, spirito che nel frattempo programma
anche i contenuti di coscienza del suo esercito di riserva,
risulti semplicemente dalla somma delle loro reazioni
soggettive. Ma queste sono ormai da tempo prodotti secondari
di quella universalità, che esalta ottusamente gli uomini, per
poter meglio nascondersi dietro di loro e meglio mettergli le
dande. Lo spirito del mondo stesso ha storto la concezione
soggettivisticamente bloccata della scienza, che aspira al suo
sistema autarchico, empirico-razionale, invece di comprendere
la società in sé oggettiva, imperante dall'alto. La ribellione, un

75
Détournements

tempo criticamente illuministica, contro la cosa in sé è


diventata un sabotaggio della conoscenza, anche se perfino
nella piú immiserita formazione di concetti scientifici
sopravvivono tracce della cosa stessa, a sua volta non meno
impoverita. Il rifiuto del capitolo kantiano sulle antinomie, di
conoscere l'interno delle cose è l'ultima ratio del programma
baconiano. Esso aveva come indice storico della sua verità la
ribellione contro la dogmatica scolastica. Ma il motivo si
rovescia, quando ciò che esso proibisce alla conoscenza è la
sua condizione epistemologica e reale, quando il soggetto deve
riflettersi come momento dell'universale da conoscere, pur
senza diventargli del tutto simile. P, assurdo impedirgli di
conoscere dall'interno ciò in cui dimora e da cui trae fìn
troppo del proprio interno. In questo senso l'idealismo di
Hegel fu piú realistico di Kant. Quando la formazione dei
concetti scientifici viene a trovarsi in conflitto con il suo ideale
di fattualità, non meno che con la semplice ragione - di cui
essa si vanta di essere l'esecutore antispeculativo -, il suo
apparato è diventato irrazionale. Il metodo reprime
autoritariamente ciò che sarebbe suo compito conoscere.
L'ideale conoscitivo positivistico di modelli logicamente
inoppugnabili, in sé univoci e non contraddittori, non è
sostenibile a causa della contraddizione immanente
dell'oggetto da conoscere, gli antagonismi dell'oggetto. Sono
quelli dell'universale e del particolare della società, e vengono
negati dal metodo prima di ogni contenuto.
L'esperienza di quell'oggettività preordinata all'individuo e
alla sua coscienza è l'esperienza dell'unità della società
totalmente socializzata. L'idea filosofica dell'assoluta identità
le è strettamente apparentata in quanto non tollera nulla al di
fuori di sé. Per quanto l'elevazione dell'unità a filosofia possa
averla ingannevolmente innalzata a costo del molteplice, il suo
primato, considerato il summum bonum dalla tradizione

76
Détournements

filosofica affermatasi a partire dagli eleati, non è tale, ma


certo un ens realissimum. L'unità possiede realmente qualcosa
della trascendenza che i filosofi esaltano in essa come idea.
Mentre la società borghese dispiegata - e già il primitivo
pensiero unitario fu urbano, rudimentalmente borghese - si
componeva di infinite spontaneità singole degli individui
autoconservantesi e orientati gli uni agli altri in questa loro
autoconservazione, non prevaleva affatto quell'equilibrio tra
l'unità e gli individui, che i teoremi giustificativi danno per
esistente. La non identità di unità e molteplice ha invece la
forma del primato dell'uno, come identità del sistema, che non
lascia fuori nulla. L'unità non sarebbe diventata senza le
singole spontaneità ed era, in quanto loro sintesi, un
secondario: il nominalismo lo ricordava. Ma poiché essa
s'intesse sempre piú spessamente per le necessità
dell'autoconservazione dei molti o semplicemente a causa di
rapporti di dominio irrazionali, che abusano di tali necessità
come pretesto, essa legò tutti i singoli se non volevano
scomparire, li integrò, li risucchiò (per usare l'espressione
spenceriana) con la propria normatività anche contro il loro
evidente interesse particolare. Ciò ha poi poco a poco posto
fine alla progressiva differenziazione, che Spencer poteva
ancora illudersi che accompagnasse necessariamente
l'integrazione. Mentre come prima il tutto e l'uno si forma solo
grazie alle particolarità che esso comprende, si forma senza
riguardi al di sopra di loro. Ciò che si realizza tramite l'unico
e molteplice è l'interesse dei molti eppure non lo è: essi
possono farci sempre meno. La loro quintessenza è insieme il
loro altro; la dialettica hegeliana volge obbedientemente lo
sguardo da tale dialettica. Nella misura in cui i singoli
colgono in qualche modo il primato dell'unità su di loro, esso
gli si rispecchia come l'essere in sé dell'universale, contro cui
urtano effettivamente: gli è imposto fin nel piú intimo, anche

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Détournements

quando se lo impongono. La frase greca che dice che la


natura, come tale sempre modellata dall'universale, è un
destino per l'uomo, ha una verità che va oltre un determinismo
caratterologico: l'universale, tramite il quale ogni singolo si
determina come unità della sua particolarizzazione, è derivato
da ciò che gli è esterno e quindi anche talmente eteronomo per
il singolo come soltanto un tempo ciò che i demoni dovrebbero
avergli imposto. L'ideologia dell'essere in sé dell'idea è cosí
potente, poiché è la verità, ma quella negativa; diventa
ideologia nella sua riformulazione affermativa. Se mai gli
uomini hanno compreso il primato dell'universale,
difficilmente possono evitare di trasfigurarlo in spirito, come
l'elemento superiore, che devono placare. La coazione diventa
cosí senso. E non senza ragione: infatti l'astrattamente
universale del tutto, che esercita la coazione, è apparentato
con l'universalità del pensiero, con lo spirito. Ciò gli permette
nel suo portatore di riproiettarsi su quell'universalità, come
fosse realizzato in essa e avesse per sé la propria realtà. Nello
spirito l'univocità dell'universale è diventata soggetto, e
l'universalità si afferma nella società solo con il mezzo dello
spirito, l'operazione d'astrazione, che esso esegue in modo
altamente reale. Entrambi convergono nello scambio, qualcosa
insieme di soggettivamente pensato e di oggettivamente valido,
in cui pure si oppongono inconciliate l'oggettività
dell'universale e la determinazione concreta dei singoli
soggetti, proprio perché diventano commensurabili. Sotto il
nome di spirito del mondo non si fa che affermare e
ipostatizzare lo spirito, per quello che in sé è sempre già stato;
in esso - come comprese Durkheim, che perciò viene accusato
di metafisica - la società venera se stessa, la sua coazione
come onnipotenza. La società può sentirsi confermata dallo
spirito del mondo poiché essa possiede effettivamente tutti gli
attributi, che essa adora poi nello spirito. La sua venerazione

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Détournements

mitica non è una pura mitologia concettuale: essa esprime il


ringraziamento per il fatto che nelle fasi storiche piú
sviluppate tutti i singoli sono vissuti solo mediante quell'unità
sociale' che non era riducibile a loro e che con il passare del
tempo sta diventando sempre piú il loro fato. Se oggi, senza
che se ne accorgano, la loro esistenza gli viene letteralmente
assegnata a tempo determinato dai grandi monopoli e potenze,
non fa che compiersi quel che il concetto enfatico di società
aveva già da sempre teleologicamente in sé. L'ideologia
ipostatizzò lo spirito del mondo, perché esso era già
potenzialmente ipostatizzato. Ma il culto delle sue categorie,
per esempio di quella fortemente formale, accettata perfino da
Nietzsche, di grandezza, rafforza nella coscienza soltanto la
sua differenza da ogni singolo, come fosse ontologica; da ciò
deriva l'antagonismo e i prevedibili disastri.
Non soltanto da oggi la ragione dello spirito del mondo è, di
fronte all'interesse potenziale generale dei singoli soggetti
associantisi, da cui differisce, la non ragione. Si è criticato in
Hegel, e in tutti quelli che hanno appreso da lui,
l'equiparazione di categorie da un lato logiche, dall'altro
sociali e di filosofia della storia : essa sarebbe quella punta
dell'idealismo speculativo che deve spezzarsi di fronte alla
incostruibilità dell'empiria. Ma proprio tale costruzione era
adeguata alla realtà. L'alternarsi della storia come il principio
d'equivalenza, sviluppantesi in totalità, del rapporto sociale
tra i singoli soggetti si svolge secondo la logicità che
apparentemente solo Hegel con la sua interpretazione vi
avrebbe aggiunto. Solo che questa logicità, il primato
dell'universale nella dialettica di universale e particolare, è
index falsi. Non esiste tale identità, come non esiste la libertà,
l'individualità, tutto ciò che Hegel pone come identico con
l'universale. Nella totalità dell'universale si esprime il suo
stesso fallimento. Ciò che non sopporta niente di particolare,

79
Détournements

si smaschera cosí come un dominante in senso particolare. La


ragione universale che si afferma è già quella limitata. Essa
non è semplicemente unità entro la molteplicità, ma come
posizione verso la realtà, è marchiata, unità su qualcosa;
perciò è nella sua forma pura in sé antagonistica. L'unità è
scissione. L'irrazionalità della ratio realizzata particolarmente
entro la totalità storica non è esterna alla ratio, non deriva
soltanto dalla sua applicazione. Al contrario è in essa
immanente. Confrontata ad una ragione piena, quella vigente
si rivela già in sé, in base al suo principio, polarizzata e in
questo senso irrazionale. La razionalizzazione soggiace
veramente alla dialettica: questa ha luogo nel suo stesso
concetto. Non si può ipostatizzare la ratio, come ogni altra
categoria. Il trapasso dell'interesse all'autoconservazione degli
individui al genere si è coagulato spiritualmente nella sua
forma insieme universale e antagonistica. Tale passaggio
obbedisce ad una logica che la grande fìlosofia borghese
realizzò in momenti di volta della storia come Hobbes e Kant:
senza la cessione dell'interesse all'autoconservazione al
genere, rappresentato nel pensiero borghese per lo piú dallo
stato, l'individuo non riuscirebbe a mantenersi in vita in
rapporti sociali piú sviluppati. Ma tramite questo
trasferimento necessario per gli individui la razionalità
universale si pone quasi inevitabilmente in contrasto con gli
uomini particolari, che essa deve negare per diventare
universale, e che essa dà ad intendere di servire, e lo fa anche.
Nell'universalità della ratio, che ratifica la debolezza di ogni
particolare, il suo essere costretto ad affidarsi al tutto, si
dispiega la sua contraddizione con il particolare grazie al
processo d'astrazione, su cui si basa. La ragione
onnidominante, instauratasi su un altro, restringe
necessariamente anche se stessa. Il principio di identità
assoluta è in sé contraddittorio: perpetua la non-identità in

80
Détournements

quanto repressa e danneggiata. Un elemento di questa


situazione è passato nello sforzo di Hegel di assorbire la non-
identità tramite la filosofia dell'identità, anzi di determinare
l'identità per mezzo della non-identità. Ma egli travolge la
fattispecie affermando l'identico, ammettendo il non-identico
come un negativo sia pur necessario, e disconoscendo la
negatività dell'universale. Gli manca la simpatia per l'utopía
del particolare sotterrata sotto l'universalità, per quella non-
identità, che ci sarebbe soltanto quando una ragione realizzata
avesse lasciato dietro di sé quella particolare dell'universale.
Egli avrebbe dovuto rispettare, invece che accusare e
riprendere, la coscienza dell'ingiustizia, implicata nel concetto
di universale, proprio per l'universalità dell'ingiustizia stessa.
Quando all'inizio dell'epoca moderna il condottiere Franz von
Sickingen mortalmente ferito trovò le parole «niente è senza
causa» per formulare il proprio destino, egli esprimeva con la
forza dell'epoca due cose: la necessità del corso del mondo
sociale, che lo condannava alla scomparsa, e la negatività del
principio di un corso del mondo che si svolge secondo
necessità. Esso è incompatibile assolutamente alla felicità
anche del tutto. Il contenuto empirico della frase va oltre
quello ovvio della validità generale del principio causale. La
coscienza del singolo percepisce vagamente in quel che gli
capita, l'interdipendenza universale. Il suo destino
apparentemente isolato riflette il tutto. Ciò che un tempo era
indicato dal nome mitologico di destino, non è meno mitico,
come demitologizzato, sotto la forma secolare di «logica delle
cose». Essa viene marchiata sul singolo, segno della sua
particolarizzazione. Ciò ha motivato oggettivamente la
costruzione hegeliana dello spirito del mondo. Da un lato
rende conto dell'emancipazione del soggetto; esso deve essersi
separato dall'universalità per potersi percepire in sé e per sé.
D'altra parte la connessione delle singole azioni sociali deve

81
Détournements

essersi annodato in una totalità senza soluzioni di continuità,


che predetermina il singolare come mai era stato nell'epoca
feudale.
Il concetto di storia universale, dalla cui validità la filosofia
hegeliana è ispirata quanto quella kantiana da quella delle
scienze naturali, divenne tanto piú problematico, quanto piú il
mondo unificato si approssimava ad un processo globale. Da
un lato la scienza storica avanzante con metodo positivistico
ha disgregato la concezione di una totalità e di una continuità
senza interruzioni. Rispetto ad essa la costruzione filosofica
aveva il dubbio vantaggio di una minore conoscenza dei
dettagli, che voleva spacciare fin troppo facilmente per una
sovrana distanza; e veramente anche meno timore di dire
qualcosa di essenziale, che si profìli soltanto dalla distanza.
Dall'altro una fìlosofia sviluppata doveva cogliere l'accordo
tra storia universale e ideologia (Cfr. BENJAMIN, Schriften
cit., vol. I, PP. 494 sgg.) e la vita sconvolta come discontinua.
Hegel stesso aveva concepito la storia universale come
unitaria solo grazie alle sue contraddizioni. Con la sua
riformulazione materialistica l'accento maggiore fu posto sulla
comprensione della discontinuità di ciò che non era tenuto
insieme da alcuna unità consolatoria dello spirito e del
concetto. Tuttavia bisogna pensare insieme storia universale e
discontinuità. Cancellare quella come residuo di superstizione
metafisica, consoliderebbe la mera fattualità come l'unica cosa
da conoscere e quindi da accettare, allo stesso modo della
sovranità precedente, che ordinava i dati nell'avanzata totale
dello spirito uno, confermandoli come sue manifestazioni. La
storia universale si costruire e negare. Sarebbe cinico
affermare dopo le catastrofi e nell'attesa delle future un piano
mondiale verso il miglioramento che si manifesti nella storia e
la unifichi. Però non si deve negare perciò l'unità, che salda
insieme i momenti e fasi discontinui, caoticamente disgregati

82
Détournements

della storia, quella del dominio della natura, progrediente nel


o sugli uomini ed infìne sulla natura inferiore. Non c'è una
storia universale che conduca dal selvaggio all'umanità, ma
certo una che porta dalla fionda alla megabomba. Essa
termina nella minaccia totale dell'umanità organizzata contro
gli uomini organizzati, la quintessenza della discontinuità.
Cosí Hegel viene terribilmente verificato e messo sulla testa.
Se egli trasfigurava la totalità della sofferenza storica in
positività dell'assoluto che si realizza, l'uno e il tutto che si
sviluppa con pause per prendere fiato fino ad oggi è
teleologicamente la sofferenza assoluta. La storia è l'unità di
continuità e discontinuità. La società si mantiene in vita non
malgrado il suo antagonismo, ma tramite esso; l'interesse al
profitto, e quindi il rapporto di classe sono oggettivamente il
motore del processo produttivo, da cui dipende la vita di tutti e
il cui primato ha il suo punto di fuga nella morte di tutti. Ciò
implica anche l'elemento conciliante nell'inconciliabile: poiché
esso soltanto permette agli uomini di vivere; senza di esso non
ci sarebbe nemmeno la possibilità di una vita trasformata. Ciò
che quella possibilità creò storicamente, può anche
distruggere. Lo spirito del mondo, degno oggetto di
definizione, dovrebbe essere definito come catastrofe
permanente. Sotto il principio d'identità che assoggetta tutto,
ciò che non si dissolve nell'identità e si sottrae alla razionalità
pianificante nell'ambito dei mezzi diventa angoscioso,
rappresaglia per quel male che il non identico subisce da parte
dell'identità. La storia potrebbe difficilmente essere
interpretata altrimenti, senza trasformarla magicamente in
idea.
Non sono oziose delle speculazioni sul fatto se l'antagonismo
sia stato ereditato all'origine della società umana, un
frammento di storia naturale prolungata, come principio homo
bomini lupus, oppure sia diventano altro, e se - ammesso che

83
Détournements

sia derivato - abbia origine dalle necessità della sopravvivenza


del genere e non invece per cosí dire contingente, dovuto ad
atti arcaici d'arbitrio di presa del potere. Allora la costruzione
dello spirito del mondo crollerebbe. Lo storicamente
universale, la logica delle cose, che si raccoglie nella necessità
della tendenza generale, sarebbe fondata sul casuale, il suo
estrinseco: avrebbe anche potuto non essere. Non soltanto
Hegel, ma anche Marx e Engels, difficilmente cosí idealistici
come nel rapporto con la totalità, avrebbero respinto il dubbio
sulla sua inevitabilità, che pure sorge spontaneo all'intenzione
di cambiare il mondo, come un attacco mortale al proprio
sistema invece che a quello dominante. E' vero che Marx,
sospettoso verso ogni antropologia, si guarda dal porre
l'antagonismo nell'essenza umana oppure nella preistoria, che
viene schizzata piuttosto secondo il topos dell'età dell'oro,
insiste però tanto piú decisamente sulla sua necessità storica.
L'economia deve avere il primato sul dominio, che non può
essere altro che derivato economicamente. E' praticamente
impossibile decidere la controversia ricorrendo ai fatti; essi si
perdono nel vago della preistoria. Ma l'interesse per essa non
era certo un interesse per i fatti storici, cosí come quello al
contratto sociale un tempo, che già Hobbes e Locke
diffìcilmente ritenevano che fosse stato compiuto realmente (il
contratto sociale immaginario era cosí accetto ai pensatori
della prima epoca borghese, poiché come fondamento poneva
la razionalità borghese, il rapporto di scambio, come a priori
giuridico-formale. Ma esso era immaginario quanto la ratio
borghese stessa nella società reale impenetrabile).
Si trattava di divinizzare la storia anche nel caso degli
hegeliani ateistici Marx e Engels. Il primato dell'economia
deve fondare con stringenza storica l'bappy end come ad essa
immanente; il processo economico produrrebbe i rapporti di
dominio politico e li rovescerebbe fino alla liberazione

84
Détournements

necessaria dalla costrizione dell'economia. Tuttavia


l'intransigenza della dottrina, specialmente in Engels, era a
sua volta appunto politica. Egli e Marx volevano la rivoluzione
come rivoluzione dei rapporti economici nella società nel suo
complesso, nelle fondamenta della sua autoconservazione, non
come mutamento delle regole del gioco del dominio, la sua
forma politica. La punta era rivolta contro gli anarchici. Ciò
che indusse Marx ed Engels a tradurre per cosí dire perfìno il
peccato originario dell'umanità, la sua storia originaria,
nell'economia politica, sebbene il suo concetto, incatenato alla
totalità del rapporto di scambio sia un prodotto più tardo, era
l'aspettazione della rivoluzione immediatamente imminente.
Poiché essi la volevano per il giorno dopo, per loro era della
massima attualità battere le correnti di cui dovevano temere
che venissero battute come un tempo Spartaco e le rivolte
contadine. Essi erano nemici dell'utopia per poterla realizzare.
La loro immagine della rivoluzione modellò quella del mondo
precedente: il peso preponderante delle contraddizioni
economiche nel capitalismo sembrava esigere la ma deduzione
dall'oggettività accumulata dell'elemento storicamente più
forte a partire da tempi immemorabili. Essi non potevano
immaginare quel che si sarebbe mostrato nel fallimento della
rivoluzione, anche là dove riuscí: il dominio riesce a
sopravvivere all'economia pianificata, che essi certo non
avrebbero scambiato con il capitalismo di stato; un potenziale
che prolunga oltre la sua fase specifica la tendenza
antagonistica, sviluppata da Marx e Engels, dell'economia
puntata contro la mera politica. Il fatto che il dominio duri a
morire dopo la caduta di ciò che era l'oggetto principale della
critica dell'economia politica, fece trionfare senza sforzo
l'ideologia che deduce il dominio sia da forme presuntamente
inevitabili di organizzazione sociale, per esempio la
centralizzazione, sia da quelle della coscienza che astrae dal

85
Détournements

processo reale - la ratio - e quindi profetizza al dominio,


ammettendolo apertamente o con lacrime di coccodrillo, un
futuro senza fine finché esista una società organizzata. Contro
tutto ciò conserva la sua forza la critica della politica
feticizzata in un essere in sé oppure quella dello spirito
gonfiato nella sua particolarità. Ma gli eventi del xx secolo
colpiscono l'idea della totalità storica come totalità dotata di
necessità economica calcolabile. Solo se avesse potuto andare
diversamente: quando viene spezzata la totalità, apparenza
socialmente necessaria come ipostasi dell'universale spremuto
dai singoli uomini, nella sua pretesa di assolutezza, la
coscienza sociale critica ottiene la libertà del pensiero, che un
giorno potrebbe essere diverso. La teoria riesce a smuovere il
peso enorme della necessità storica soltanto quando essa è
riconosciuta come l'apparenza diventata realtà, e la
determinazione storica come metafisicamente casuale. Tale
conoscenza viene repressa dalla metafisica storica. Alla
catastrofe che si profila all'orizzonte corrisponde piuttosto la
supposizione di una catastrofe irrazionale agli inizi della
storia. Oggi la possibilità mancata del diverso si è ridotta a
quella di sviare, malgrado tutto, la catastrofe.
Tuttavia Hegel, specialmente quello della filosofia del
diritto e della storia, eleva a transcendenza l'oggettività
storica, cosí come è ormai divenuta: «Questa sostanza
universale non è il mondano; questo vi si contrappone
impotentemente. Nessun individuo può oltrepassare tale
sostanza; potrà distinguersi certamente da altri singoli
individui, ma non dallo spirito del popolo» (G. W. F. HEGEL,
Die Vernunft in der Geschichte, 5' ed., Hamburg 1955, p. 60).
Quindi il contrario del «mondano», ciò che l'identità impone
in modo non identico all'essente particolare, sarebbe
sovramondano. Perfino una simile ideologia ha il suo grado di
verità: anche il critico del proprio spirito del popolo è legato a

86
Détournements

ciò che gli è commensurabile, finché l'umanità è scissa in


nazioni. La costellazione tra Karl Kraus e Vienna ne è il
modello maggiore nella storia recente, anche se per lo piú
citato per diffamarlo. Ma in Hegel le cose non vanno cosí
dialetticamente, come sempre quando incontra qualche
elemento che lo disturba. Egli continua dicendo che l'individuo
«può essere piú intelligente di molti altri, ma non può superare
lo spirito del popolo. I dotati di spirito sono solo coloro che
hanno consapevolezza dello spirito del popolo e sono capaci di
orientarsi ad esso» (ibid., p. 60). Hegel descrive con rancore -
lo si può cogliere nella parola «acuto» - il rapporto restando
molto al di sotto della propria concezione. «Orientarsi ad
esso» sarebbe alla lettera mero adattamento. Sottostando come
a una coazione ad ammettere egli decifra l'identità affermativa
da lui insegnata come una frattura persistente e postula la
subordinazione del più debole al piú forte. Eufemismi come
quello dalla filosofia della storia, che nel corso della storia
"singoli individui sono stati offesi", si avvicinano senza volerlo
alla coscienza dell'inconciliatezza, e lo strombettamento "nel
dovere, l'individuo si redime a libertà sostanziale", del resto
patrimonio di tutto il pensiero tedesco idealistico, non è quasi
piú distinguibile dalla sua parodia nella scena del dottore nel
Woyzeck di Biichner. Hegel fa dire alla filosofia «che non c'è
potere che superi tanto la potenza del buono, di Dio, da
impedirgli di far sí che Dio ottenga ragione, che la storia
universale non rappresenti che il piano della Provvidenza. Dio
regge il mondo; il contenuto ad suo governo, l'adempimento
del suo piano è la storia universale, comprenderla è compito
della filosofia della storia universale, e il suo presupposto è
che l'ideale si realizza, che ha realtà solo ciò che corria~
all'idea». Si direbbe che sia stato astutamente all'opera lo
spirito del mondo quando Hegel, come per coronamento della
sua predica edificante, in questo contesto scimmiotta (per

87
Détournements

usare una parola di Amold Schonberg), anticipandolo,


Heidegger: «Infatti la ragione è l'intendere dell'opera divina».
Il pensiero onnipotente deve dare le dimissioni e farsi suddito
come mero cogliere. Hegel mobilita concezioni greche al di
qua dell'esperienza dell'individualità per indorare
I'eteronomia del sostanzialmente universale. In tali passi egli
salta tutta la dialettica storica e proclama la forma antica
dell'eticità - che prima era quella della filosofia greca ufficiale
e poi quella dei ginnasi tedeschi - senza esitare come quella
vera: «Infatti l'eticità dello stato non è quella morale, riflessa,
in cui domina la propria convinzione; questa è piuttosto
accessibile al mondo moderno, mentre quella vera e antica è
radicata nel fatto che ciascuno sta nel proprio dovere». Lo
spirito oggettivo si vendica su Hegel. Come oratore ufficiale
dello spirito spartano egli anticipa di cento anni il gergo della
proprietà con l'espressione «stare nel proprio dovere». Egli si
abbassa a dispensare una consolazione decorativa a vittime,
senza toccare in nulla alla sostanzialità della situazione di cui
sono vittima. Ciò che aleggia dietro le sue dichiarazioni
superiori era già prima denaro spicciolo nel tesoro domestico
borghese di Schiller. Egli nella Campana fa prendere al padre
di famiglia, sul luogo in cui è bruciata la sua casa, il bastone
del pellegrino, che pure è il bastone del mendicante, non solo,
ma gli prescrive oltretutto di farlo allegramente; impone alla
nazione, che altrimenti non è degna di nulla, di aggiungere
addirittura con gioia l'ultimo elemento del suo onore. Il terrore
del sentirsi bene internalizza la contrainte sociale. Una simile
esagerazione non è un lusso poetico; il socialpedagogo
idealistico deve esagerare, perché senza la prestazione
ulteriore e irrazionale dell'identificazione diventerebbe troppo
flagrante che l'universale depreda il particolare di quel che gli
promette. Hegel associa la potenza dell'universale con il
concetto estetico-formale di grandezza: «Questi sono i grandi

88
Détournements

di un popolo, guidano il popolo secondo lo spirito universale.


Per noi allora scompaiono le individualità e per noi valgono
solo come coloro che realizzano quel che vuole lo spirito del
popolo» (HEGEL, Die Vernunft in der Gescbicbte cit., p. 6o).
La scomparsa delle individualità decretata con un gioco di
bussolotti, un negativo che la filosofia pretende di conoscere
come positivo, senza che sia realmente trasformato, è
l'equivalente della frattura persistente. La violenza dello
spirito del mondo sabota quel che Hegel esalta in un altro
passo nell'individuo: «che esso sia conforme alla propria
sostanza, e lo sia tramite se stesso» (ibid., p. 95). Tuttavia la
formulazione liquidatrice sfiora qualcosa di serio: lo spirito
del mondo è «lo spirito del mondo quale si esplica nella
coscienza umana; gli uomini vi si rapportano come singoli al
tutto, che è la loro sostanza». Ciò liquida l'idea borghese
dell'individuo, il nominalismo volgare. Ciò che si aggrappa a
se stesso come all'immediatamente certo e sostanziale, diventa
appunto perciò agente dell'universale, l'identità una
rappresentazione ingannevole. In questo Hegel s'incontra con
Schopenhauer, avendo su di lui il vantaggio di aver compreso
che la dialettica di individuazione e universale non può essere
risolta con la negazione astratta dell'individuale. Ma resta da
obiettare non solo a Schopenhauer, ma anche a Hegel stesso,
che l'individuo, manifestazione necessaria dell'essenza, della
tendenza oggettiva, ha a volta ragione contro di essa, in
quanto la confronta con la sua esteriorità e fallibilità. Ciò è
implicato nella dottrina hegeliana della sostanzialità
dell'individuo «tramite se stesso». Ma invece di svilupparla,
egli s'irrigidisce in una contrapposizione astratta di universale
e particolare, che dovrebbe essere inconciliabile con il suo
metodo ( tra i positivisti Emile Durkbeim ha tenuto ferma la
decisione hegeliana a favore dell'universale nella dottrina
dello spirito collettivo, anzi magari l'ha scavalcata, in quanto

89
Détournements

il suo schema non concede piú posto neppure in abstracto a


una dialettica di universale e particolare. Nella sociologia
delle religioni primitive egli ha riconosciuto materialmente che
ciò su cui insista il particolare, la sua particolare proprietà, gli
è assegnata dall'universale - Egli ha anche indicato l'inganno
del particolare come mera mimesi sull'universale e la violenza
che unicamente fa tale il particolare: « Il lutto (che si esprime
nel corso di certe cerimonie) non è un moto naturale della
sensibilità privata, scossa da una perdita crudele; è un dovere
imposto dal gruppo. Ci si lamenta, non semplicemente perché
si è tristi, ma perché si è tenuti a lamentare. P, un
atteggiamento rituale che si è costretti ad assumere per
rispetto del costume, ma che è, in gran parte, indipendente
dallo stato effettivo degli individui. Del resto, questo obbligo è
sanzionato da pene mitiche o sociali» - E. DURKHEIM, Les
formes élémentaires de la vie religieuse. Le système totémique
en Australie, Paris 1960, p. 568).
L'idea della Logica hegeliana dell'unità del particolare e
dell'universale, che a volte gli diventa identità, si oppone a una
tale divisione del sostanziale dall'individualità non meno che
alla coscienza immediata irretita: "La particolarità però è
come universalità in sé e per se stessa, non con un trapasso
tale relazione immanente; essa è totalità in se stessa e semplice
determinatezza, sostanzialmente principio. Non ha altra
determinatezza che quella posta dall'universale stesso, e ne
risulta conseguentemente. Il particolare è l'universale stesso,
ma ne è la distinzione o relazione con un altro, il suo apparire
all'esterno; non c'è però alcun altro da cui il particolare sia
distinto se non lo stesso universale. L'universale si determina,
per cui è esso stesso il particolare; la determinatezza è una
distinzione; esso è distinto solo da se stesso". Allora il
particolare sarebbe immediatamente l'universale, poiché trova
soltanto tramite questo ogni determinazione della sua

90
Détournements

particolarità; senza di esso conclude Hegel, secondo un


argomento che si ripete continuamente, il particolare non
sarebbe nulla. La storia moderna dello spirito, e non solo essa,
fu il lavoro di Sisifo apologetico, di eliminare nel pensiero il
negativo dell'universale."
"Spirito del mondo e storia naturale.Excursus su Hegel" in
Dialettica negativa di Adorno

La dialettica negativa descritta da Adorno mantiene in vigore la


dialettica sebbene la sottoponga al più forte contrappasso che la
critica le abbia riservato. La conoscenza mira al particolare, ma
nella forma della mediazione chi ci rimette è il particolare, e
nella dialettica hegeliana la coscienza del particolare, la sua
cosa “più vera”, secondo Adorno, finisce per eliminare il
particolare. La socializzazione come fine della dialettica finisce
per rovesciarsi nel suo contrario. Hegel e i suoi seguaci
marxisti hanno squalificato l'eterogeneo come elemento
caotico. Ciò che viene chiamato angoscia non è altro che
claustrofobia, aveva ricordato Adorno. La dialettica negativa si
arresta dove intuisce che “la posizione del pensiero nei
confronti della felicità sarebbe la negazione di ogni falsa
felicità”. Questa affermazione segna il limite dell'impostazione
del problema da parte di Adorno.
Il giovane Marx ricordava ai suoi futuri seguaci che noi
conosciamo “un'unica scienza, la scienza della storia”, che
tuttavia non è affatto una scienza. Non sarò io a concludere il
discorso che porterà alla dismissione delle illusioni della
dialettica. Nella Premessa alla Dialettica negativa Adorno
scrisse:
“Quando Benjamin nel 1 9 3 7 lesse quella parte della
Metacritica della gnoseología che l'autore aveva allora portata
a termine - si tratta dell'ultimo capitolo di quel libro -, osservò

91
Détournements

che per giungere in modo rigoroso al filosofare concreto si


doveva attraversare il deserto di ghiaccio dell'astrazione. Ora la
Dialettica negativa traccia retrospettivamente tale via. Nella
filosofia contemporanea la concretezza è stata ottenuta per lo
piú surrettiziamente. Per contro il testo prevalentemente
astratto intende servire alla sua autenticità non meno che alla
spiegazione del procedimento concreto dell'autore. Nei dibattiti
estetici piú recenti si parla di antidramma e di antieroe;
analogamente la Dialettica negativa, che non tocca affatto temi
estetici, potrebbe chiamarsi antisistema. Con mezzi della logica
conseguenziale essa si sforza di avanzare, al posto del principio
d'unità e del dominio totalitario del concetto sovraordinato,
l'idea di ciò che sarebbe al di fuori del bando di tale unità. Da
quando l'autore confidò nei propri impulsi intellettuali, sentí
come proprio compito spezzare con la forza del soggetto
l'inganno di una soggettività costitutiva; e non ha voluto
rinviarlo ulteriormente”.
In modo analogo si potrebbe dire che neppure l'antisistema
smette di avere rapporti con il sistema, conservando non solo
nella condanna l'analogia col nemico da abbattere, magari, al
quale rimandano svariati ed inusitati legami.
La triste verità è, da un punto di vista metapsicologico, una
regressione (non è detto che sia felice, tutt’altro). Le
spontaneità dei singoli sono condannate alla pseudoattività,
“potenzialmente alla stupidità” (Adorno). Ma tali siamo e
rimarremo, pseudo attivi e, potenzialmente e/o attualmente,
stupidi. Lo spettacolo rende stupidi.

92
Détournements

Lo spazio litterario

Lo spazio litterario, da litter, in inglese, cioè non letterario. Si


potrebbe anche dire lettierario, quello a cui serve la lettiera. Lo
spazio letterario è il titolo di un’opera di Maurice Blanchot. In
questo frangente si riporta il litter di Jacques Lacan, come
esempio.

Da Problema dello stile e la concezione psichiatrica delle


forme paranoiche dell'esistenza:
Possiamo concepire l'esperienza vissuta paranoica e la
concezione del mondo da essa generata, come una sintassi
originale che contribuisce a sostenere la comunità umana
attraverso legami di comprensione caratteristici. La conoscenza
di questa sintassi ci sembra un'introduzione indispensabile alla
comprensione dei valori simbolici dell'arte, e in modo tutto
particolare ai problemi dello stile - e cioè delle virtù di
convinzione e di comunione umana ad esso caratteristici, non
meno che ai paradossi della sua genesi -, problemi sempre
insolubili per qualsiasi antropologia che non si sia liberata del
realismo ingenuo dell'oggetto.

Ultime pagine del Seminario sulle psicosi: Non dirò che il pur
minimo gesto fatto per alleviare un male dia la possibilità di un
male maggiore: esso comporta sempre un male maggiore.
Lacan aggiunge: Ciò detto, la cosa non porterà lontano.

93
Détournements

La fenomenologia dello spirito è ben presente, come tutti


sanno, nei Seminari di Lacan:
Il padrone ha preso al servo il suo godimento, si è impossessato
dell'oggetto del desiderio del servo, ma in ciò allo stesso tempo
ha perso la sua umanità. Non era affatto l'oggetto del
godimento a essere in causa, ma la rivalità in quanto tale. La
sua umanità, a chi la deve? Unicamente al riconoscimento del
servo. Solamente, poiché lui non riconosce il servo, questo
riconoscimento non ha letteralmente alcun valore. Com'è
abituale nell'evoluzione concreta delle cose, colui che ha
trionfato e conquistato il godimento diviene completamente
idiota, incapace di altro che di godere, mentre colui che ne è
stato privato conserva tutta la sua umanità. Il servo riconosce il
padrone, ha dunque la possibilità di essere riconosciuto da lui.
E impegnerà la lotta attraverso i secoli per esserlo
effettivamente.

La poesia:
C'è poesia ogni volta che uno scritto ci introduce in un mondo
diverso dal nostro, e, dandoci la presenza di un essere, di un
certo rapporto fondamentale lo fa diventare ugualmente nostro.
La poesia fa sì che non possiamo dubitare dell’autenticità
dell'esperienza di san Giovanni della Croce, né di quella di
Proust o di Gerard de Nerval. La poesia è creazione un
soggetto che assume un nuovo ordine della relazione simbolica
con il mondo.

La certezza:

94
Détournements

Sicuramente la certezza è la cosa più rara per il soggetto


normale.
Sul malinteso:
...vi insegno che il fondamento stesso del discorso interumano
è il malinteso.
...dirò che è con una esplicita intenzione, se non assolutamente
deliberata, che io conduco questo discorso in modo tale da
offrirvi l'occasione di non comprenderlo del tutto. Questo
margine permette che voi stessi diciate di credere di seguirmi,
cioè restiate in una posizione problematica, che vi lascia
sempre la porta aperta a una rettificazione progressiva. In altri
termini, se io mi arrangiassi in modo da essere molto
facilmente compreso, talché abbiate la certezza che ci siete,
ebbene, proprio in virtù delle mie premesse riguardo al
discorso interumano, il malinteso sarebbe irrimediabile.

Sulla retorica:
...ciò che si ritrova in fondo ai meccanismi freudiani sono
quelle vecchie figure di retorica che, col tempo, hanno finito
per perdere per noi il loro senso, ma che per secoli hanno
suscitato un prodigioso interesse. La retorica, o arte
dell'oratore, era una scienza e non soltanto un'arte.

Sull'io:
...la teoria dell'io in Freud è fatta, al contrario, per mostrare che
ciò che chiamiamo il nostro io è una certa immagine che
abbiamo di noi, che ci dà un miraggio, di totalità
indubbiamente.

95
Détournements

Dal Seminario sull'etica della psicoanalisi:


...e vi ho sempre detto che è importante non capire per capire".
Il fool è un semplice, un ritardato, ma dalla sua bocca escono
delle verità, che non solo sono tollerate, ma messe in funzione,
per il fatto che talvolta il fool è rivestito delle insegne del
buffone. Quest'ombra felice, questa foolery di fondo, ecco che
cosa faceva ai miei occhi il pregio dell'intellettuale di sinistra.
Knave a un certo punto del suo impiego si traduce con valet
(servitore), ma è qualcosa che va oltre. Non è il cinico, con
quel che tale posizione comporta di eroico. In senso proprio, è
ciò che Stendhal chiama le coquin fieffé (il furfante
matricolato), ossia, dopotutto, il signor Tutti, ma un signor
Tutti con più decisione. Ognuno sa come un certo modo di
presentarsi che fa parte dell'ideologia dell'intellettuale di destra
consista per l'appunto nel porsi per quel che effettivamente è,
un Knave, in altri termini, nel non ritrarsi di fronte alle
conseguenze di quel che si chiama realismo, cioè, quando è
necessario, nel rivelarsi di essere una canaglia.
Dopotutto, una canaglia vale uno stolto, quantomeno per il
divertimento, se il risultato della costituzione delle canaglie in
branco non fosse infallibilmente una stoltezza collettiva.
...per un curioso effetto di chiasmo, la foolery, che dà il suo
stile individuale all'intellettuale di sinistra, finisce benissimo in
una knavery di gruppo, in una canaglieria collettiva.

96
Détournements

Passaggio

Come scartare illuminismo, romanticismo e avanguardia di


Elémire Zolla, articolo pubblicato in Verità segrete esposte in
evidenza (Marsilio).

Da un'epoca si travalica in un'altra quando le idee, i sentimenti,


le immagini ossessive o consolatrici più diffuse cominciano ad
appassire.
Che cosa vi si sostituisce? In che modo? Quali esempi propone
Elémire Zolla?
Per saperlo è necessario visitare i luoghi meno raccomandabili,
gente che si sarebbe tentati di scartare come prossima alla
follia. O semplicemente pericolosa.
Per esempio, nella Francia rivoluzionaria settecentesca. Ad
avere il coraggio e la pazienza necessari per esplorare i luoghi
proibiti dal regime, si sarebbero scoperte le avvisaglie del
futuro anti-illuminismo romantico.

L'Illuminismo rivoluzionario opera una rimozione, ma nulla è


impunemente rimosso. Reprimere con virtuosa mostra d'orrore
è come cacciare sottoterra, nella tenebra, bulbi, fittoni,
semenze. Ciò avrà occasione di crescere.

Tra gli esempi di motti romantici, ce n'è uno in particolare: ciò


che è sventurato e perseguitato è più romantico di ciò che ha
dalla sua la forza e il sopravvento. Dunque il romanticismo si
presenta come il salvataggio di ciò che l'industria schiaccia.

97
Détournements

Scrive Elémire Zolla: Il gusto di parteggiare per il perdente


porta ad avventure incredibili e alla fine ripugnanti. Non
soltanto gli oppressi dalla tracotanza dell'industria o dalla
ragion di Stato attraggono come calamite la sensibilità
romantica, ma anche gli inetti, i viziosi e infine gli abietti. Il
romanticismo estremo ribalta interamente il sistema dei
compensi e delle pene, cambia sistematicamente di segno tutte
le valutazioni non solo della morale ma del gusto.

Il vizio è sentito come fonte d'ispirazione veramente romantica


dai più intimamente iniziati allo spirito dei tempi.
Il romanticismo diventa alla fine gusto della putrefazione,
esaltazione dei fermenti della morte, lode agli aborti dello
spirito. Che il romantico diventi seguace, amante del partito
della morte, dipende dal fatto che, secondo Zolla, la sua
restaurazione fallisce. Gli ultimi stili romantici diventano il
tramite di una volontà suicida, ma in generale i romantici si
ingannano sulle loro fantasie. Le nostalgie di un passato
migliore del presente sono delle bambinaggini.

L'avanguardia si può definire come lo scioglimento dei


significanti dai significati: essa è perfettamente adatta al
mondo ormai privo di significato del tardo industrialismo, è
anzi il corrispettivo inevitabile di un mondo ridotto a pura
quotidianità.

E. Zolla riprende la definizione di quotidianità: restrizione


dell'orizzonte ed eliminazione dei significati. Chi vive del
quotidiano nel quotidiano non saprebbe più infilare un

98
Détournements

sillogismo all'altro, la deduzione lo spossa, la sintesi lo urta, se


gli si parla di vita interiore crede che si intenda il fantasticare
della sua mente ignara di significati.

Il quotidiano è riuscito a svuotare l'almanacco cristiano, che


invano gli odiatori giacobini del Cristo-Sole avevano tentato
di surrogare con insulsi mesi repubblicani, con bieche e
sentimentali feste civili.
Infatti il calendario del quotidiano, che ha espulso ogni
diversità qualitativa fra i giorni salvo la differenza di
temperatura, è un'opera di avanguardia, una successione di
significanti privi di significati, un codice senza chiave.

Per Elémire Zolla l' al di là della quotidianità è l'apoteosi


dell'immondezzaio. L'avanguardia, cioè lo spettacolo inverte i
motti romantici, p. e. il passato va oltraggiato a vantaggio del
presente, a vantaggio ancora maggiore del futuro prossimo, ma
un tale futuro, cui si rifiuta un rapporto con il passato, non può
avere significati, pertanto perdono consistenza tutte le
differenze storiche.

A una domanda radicale di Elémire Zolla: Come può essere


vero ciò che non rende, che non serve a niente? Una risposta:
che l'uomo contempli, che abbia come fine di contemplare e
consideri l'azione un sacrificio, questo è il male (per i
funzionari dell'esistente).

99
Détournements

L'uomo romantico poteva volgersi, oltre che ai paesi esotici, al


proprio passato. Ma oggi le tracce del passato europeo sono
state estirpate. Il passato europeo resta inaccostabile.

Per Elémire Zolla, la Dialettica dell'Illuminismo di Horkheimer


e Adorno, estremo grido del romanticismo filosofico, avrebbe
dovuto fondarsi su una maggiore conoscenza e non su una
ritorsione sentimentale.

100
Détournements

Knots du spectacle
I “Nodi” (“Knots”) di R.L. Laing hanno più di trent'anni. Pur
conoscendoli, e avendoli a portata di mano, li ho ignorati a
lungo; fino a quando non ho pensato che nei nodi, nei
garbugli, nelle contraddizioni, nelle sconnessioni, nei circoli
viziosi, nelle oscillazioni e nei vincoli fossero nascoste le
raffigurazioni della reciprocità nella patologia sentimentale
del rapporto tra lo spettatore (ma sempre più attore se non
addirittura, a volte, autore richiesto dello spettacolo) e lo
spettacolo, che pretende di regnare, ma sempre più è
intrappolato da quella rete che suscita e subisce e che subisce
e suscita.

Stanno giocando a un gioco. Stanno giocando a non giocare a


un gioco. Se mostrano che sanno e vogliono che li vediamo
giocare fingono di infrangere le regole ma non ci puniranno.
Dobbiamo giocare al loro gioco, e vedere che vediamo il gioco.

Si stanno divertendo. Non sappiamo se ci divertiamo se loro


non si divertono. Se fanno in modo che noi ci divertiamo,
allora saremo sicuri di divertirci con loro. Far sì che ci
divertiamo non è un divertimento. Si tratta di un duro lavoro.
Vorremmo divertirci a scoprire perché non si divertono.
Ma non siamo tenuti a divertirci nel cercare di capire perché
non si divertono.Vi è del divertimento nel far sembrare che non
ci divertiamo a scoprire perché non si divertono.
Ma si divertono anche loro con noi, allo stesso modo.

Loro non credono che in noi ci sia qualcosa che non va, perché
in noi una delle cose che non va è il fatto che noi non crediamo
che in noi ci sia qualcosa che non va, quindi devono aiutarci a

101
Détournements

farci rendere conto che se in noi c'è qualcosa che non va è in


loro che qualcosa che non va.
In loro c'è qualcosa che non va perché credono che in noi ci sia
qualcosa che non va, per il fatto che cerchiamo di aiutarli a
mostrarci che ci deve essere qualcosa che in loro non va. Loro
non ci stanno perseguitando aiutandoci a vedere che non li
incolpiamo facendoci aiutare, noi non ci rifiutiamo di vedere
che in loro c'è qualcosa che non va perché vedano che in noi c'è
qualcosa che non va. Noi gli siamo riconoscenti di non vedere
che in noi c'è qualcosa che non va e di non vedere che in loro
c'è qualcosa che non va.

Se sono sfrontati ci rispettano e noi li amiamo con la stessa


sfrontatetzza del loro non rispettarci. E' il modo più facile fare
ciò che vogliamo perché non ci rispettano.

Ci sentiamo bene perché loro ci vogliono bene, e ci sentiamo


male perché non ci vogliono bene. Ci sentiamo male perché
siamo cattivi e siamo cattivi perché non vi vogliono bene e non
ci vogliono bene perché siamo cattivi; loro hanno la sensazione
che sia colpa loro se noi siamo così crudeli da dubitare che ci
vogliano bene, quando loro ci fanno sentire crudeli, a pensare
che cerchino di farci sentire crudeli.

Loro sono crudeli solo per essere gentili, perché abbiamo


pensato che fossero crudeli a punirci quando abbiamo pensato
che erano stati crudeli a punirci per aver pensato.

Sono crudeli a farci sentire cattivi a pensare di essere crudeli a


farci sentire crudeli col sentirci cattivi che loro possano essere
così crudeli da pensare che non gli vogliamo bene, quando
sanno che noi li adoriamo.

102
Détournements

Fino a che punto bisogna essere intelligenti per essere stupidi?


E' male essere stupidi: bisogna essere intelligenti per essere
così stupidi. E' male essere intelligenti, perché mostriamo
quanto siamo stupidi a dire quanto erano stupidi. Si sono resi
stupidi per vedere quanto eravamo stupidi a pensare che erano
stupidi, perché non era male pensare che erano stupidi.

E' noioso che loro temano di annoiarci interessandosi a noi.


Cercando di essere interessanti, riescono molto noiosi. Temono
di essere noiosi, cercano di essere interessanti nel non essere
interessati, ma a loro interessa solo non essere noiosi. Non si
interessano a noi, ma si interessano solo che noi ci interessiamo
di loro.

Loro non possono essere felici quando nel mondo c'è tanta
sofferenza. Loro non possono essere felici se noi siamo infelici.
Noi vogliamo essere felici. Loro non si sentono il diritto di
essere felici. Noi vogliamo che loro siano felici. Loro vogliono
che noi siamo felici. Loro si sentono colpevoli se noi siamo
felici e colpevoli se noi non siamo felici.

Tanto più distruggono, tanto più hanno paura di essere distrutti,


tanto più hanno paura di distruggere, tanto più si distruggono;

Non abbiamo mai ottenuto ciò che abbiamo voluto, abbiamo


sempre ottenuto ciò che non abbiamo voluto. Ciò che vogliamo
non l'otterremo. Quindi per ottenerlo non lo dobbiamo volere
perché otterremo solo ciò che non vogliamo. Vogliamo ciò che
non possiamo ottenere perché ciò che non possiamo ottenere è
ciò che vogliamo.

103
Détournements

Abbiamo ciò che meritiamo, meritiamo ciò che abbiamo. Ce


l'abbiamo quindi lo meritiamo. Lo meritiamo perché ce
l'abbiamo. Eppure non mi spetta ciò che abbiamo, quindi tutto
quello che abbiamo lo abbiamo rubato. Se ce l'abbiamo e non
ci spetta dobbiamo averlo rubato, perché non ci spetta. Oppure
ci è stato dato quale favore speciale da coloro a cui gli spetta
così da volere la nostra riconoscenza per tutto quello che
abbiamo, perché quello che abbiamo ci è stato dato, e non è
stato rubato.

Siamo cattivi a volere quello che non possiamo ottenere; non


l'abbiamo ottenuto quindi siamo cattivi a volerlo. Se siamo
cattivi a volerlo non saremo meno cattivi per averlo ottenuto.
Siamo cattivi a sentirci cattivi, e cattivi a sentirci buoni, perché
più si è cattivi meno cattivi ci si sente.

Più uno ha più è bravo, perché è stato ricompensato per essere


sembrato bravo. Per questo diventerà sempre più bravo col
“fare” sempre di più.

Tutto quello che abbiamo ci è stato dato ed è nostro. Se ce


l'abbiamo, ci deve essere stato dato, quindi è nostro.
Non ce l'abbiamo, ma possiamo ottenerlo, quindi, poiché ci è
stata data la capacità di ottenerlo sarà nostro.
Non è nostro, ma ci è stato dato e ce l'abbiamo, quindi siamo
riconoscenti per quello che abbiamo, ma ci infastidisce essere
riconoscenti, perché se ci è stato dato, non sempre è stato
nostro. Quindi se non proviamo riconoscenza non ci sarà stato
dato, quindi sarà nostro per sempre.

104
Détournements

Loro desiderano che noi li desideriamo. Noi desideriamo che lo


ci desiderino. Per fare in modo che noi li desideriamo loro
fanno mostra di desiderarci.

Se non sappiamo di non sapere, pensiamo di sapere. Se non


sappiamo di sapere pensiamo di non sapere.
C'è qualcosa che non sappiamo che si presume che noi
sappiamo. Non sappiamo che cos'è che non sappiamo e tuttavia
presumono che noi potremmo sapere o sappiamo. Abbiamo la
sensazione di apparire stupidi se sembriamo non sapere, non
sapere che cos'è che non sappiamo.
Quindi facciamo mostra di sapere, ma è snervante fare mostra
di sapere quello che non sappiamo. Dovremmo fare mostra di
sapere tutto. Riteniamo che loro sappiamo quello che si
presume che noi sappiamo; ma loro non diranno mai che cosa
dovremmo sapere. Sarà necessario che noi diciamo tutto,
perché loro sanno quello che noi non sappiamo, ma non quello
che noi non sappiamo di non sapere.

Noi non riusciamo a vedere che cosa è ciò che non riusciamo a
vedere. Loro riescono a vedere che c'è qualcosa che noi non
riusciamo a vedere, anche se non sanno se tutto quello che non
vogliono mostrare resta invisibile. Noi riusciamo a vedere di
non riuscire a vedere, ma non riusciamo a vedere che cos'è.
Loro verranno a sapere di sapere quello che noi non sappiamo
di non sapere.

Talvolta abbiamo la sensazione di idealizzarli, facendoli


onniscienti e onnipotenti.

Noi diciamo continuamente: “Voi pensate che noi sappiamo,


ma non lo sappiamo”. Loro pensano che noi potremmo saperlo

105
Détournements

e che, se sapessimo, ci rifiuteremmo di dirlo. Ma loro riescono


a vedere che noi riusciamo a vedere che c'è qualcosa che loro
non riescono a vedere.

Tanto più loro hanno paura di mostrare di avere paura, tanto


più hanno paura. Così non si mostrano impauriti che noi non ci
mostriamo impauriti, e cercano di farci paura non mostrandosi
impauriti che noi non ci mostriamo impauriti, perché sanno che
è molto pericoloso non avere paura quando si è di fronte a loro
che sono pericolosi. Noi abbiamo paura e loro appaiono
pericolosi.

Si è dentro e poi fuori quello che si è stati dentro. Ci si sente


vuoti perché non c'è nulla dentro di sé. Si cerca di fare entrare
dentro di sé il dentro del fuori che un tempo si era dentro una
volta che si cerca di entrare dentro quello che si era fuori.
Ma non basta. Si cerca di portare il dentro di quello che si è
fuori e di portare fuori il dentro. Ma non si porta dentro il fuori
con il portare dentro il fuori. Il dentro del fuori è fuori e dentro
non c'è nulla.

106
Détournements

Woivozeck

Woyzeck: La pistola è troppo cara.

Ebreo: Allora, la comprate o non la comprate, cosa c'è?

Woyzeck: Quanto costa il coltello?

Ebreo: È' bello affilato. Volete tagliarvi la gola. Non è così? Ve


lo do a prezzo scontato, come a chiunque altro, potete avere la
morte in offerta, ma non gratis. Che cosa c'è? Avrete una
morte economica.

Woyzeck: Non servirà solo a tagliare il pane.

Ebreo: Due soldi.

Woyzeck: Sì! (Se ne va)

Ebreo: Sì! Come se fosse niente. E invece è denaro. Cane.

107
Détournements

L'ebreo, il mercante, sa cosa vende, sa a chi vende e conosce il


valore del denaro. L'ebreo è compiutamente umano, poiché
interpreta il valore d'uso e valuta il valore di scambio delle
merci, in una società economicamente sviluppata. Woyzeck
non sa nulla, ma sente senza saperlo spiegare e senza che agli
altri ne importi qualcosa, che il rapporto con la natura si è rotto
definitivamente, e che la natura è impazzita.

Il dottore invece dice: La natura! Woyzeck, l'uomo è libero,


nell'uomo l'individualità si trasfigura nella libertà...

Il rimedio, la cura, il farmaco proposto a Woyzeck sono i piselli


- Erbsen - nel dramma di Büchner ( i fagioli - Bohnen - nel
Wozzeck di Berg).

Si manifesta una rivoluzione nella scienza - afferma il dottore:


albumine, grassi, carboidrati, ossialdeidanidride nel Wozzeck
(nel testo di Büchner: Urea, 0,10, cloruro d'ammonio,
iperossidulo).

108
Détournements

Tre Tesi di Walter Benjamin


e
una lettera

VII

Ripensate al buio e al grande freddo in questa


valle, che le grida straziano.
B. Brecht, L'opera da tre soldi

Agli storici desiderosi di penetrare nel cuore stesso di un'epoca


trascorsa, Fustel de Coulanges raccomandò un giorno di fare
come se non si sapesse niente di tutto ciò che è accaduto dopo
di essa. Questo è esattamente il metodo opposto al quello del
materialismo storico. Ciò equivaleva ad un feeling
(Einfühlung) con una data epoca. Ha come origine la pigrizia di
un cuore che rinuncia a cogliere l'immagine autentica del
passato - un'immagine sfuggente e veloce come un lampo.
Questa ignavia del cuore ha lungamente impegnato i teologi
del Medioevo che trattavano di essa con il nome di accidia,
come di uno dei sette peccati capitali, e riconoscendovi il
fondamento della tristezza mortale. Flaubert sembra conoscerla
bene per averla provata, lui che scrisse: Poche persone
indovineranno quanto fu necessario essere triste per
risuscitare Cartagine. Quella tristezza cederà a noi, forse, il
suo segreto, alla luce della seguente questione: Chi è, in fin dei
conti, colui con il quale si devono identificare i maestri dello
storicismo? La risposta sarà, ineluttabilmente: il vincitore. Ora,
coloro i quali, in un dato momento, detengono il potere sono
gli eredi di tutti coloro che mai, in qualunque occasione, hanno

109
Détournements

mancato di vincere. Lo storico, identificandosi con il vincitore


servirà irrimediabilmente gli interessi dei detentori attuali del
potere. Ecco dunque che se ne è detto abbastanza per il
materialista storico. Chiunque, fino ad oggi, avrà riportato la
vittoria farà parte del grande corteo trionfale che cammina
sopra coloro che giacciono schiacciati al suolo. Il bottino, come
al solito è esposto in questo corteo, a nome dell'eredità
culturale dell'umanità. Questa eredità troverà nella persona
dello storico materialista un esperto in qualche modo
distaccato. Lui, osservando la provenienza di questa eredità
non potrà trattenere un brivido d'orrore. Giacché tutto ciò non è
dovuto solamente al lavoro dei geni e dei grandi ricercatori ma
anche alla servitù oscura dei loro contemporanei. Tutto ciò non
testimonia la vittoria della cultura senza testimoniare, nello
stesso tempo, quella della barbarie. Questa barbarie è rivelata
in essa perfino nel modo in cui, nel corso delle epoche, questa
eredità è caduta dalle mani di un vincitore a quelle del
successivo. Lo storico materialista sarà portato piuttosto ad
essere distaccato. Egli è tenuto a spazzolare contropelo il
manto troppo lucido della storia.

VI

“Descrivere il passato tale e quale come è stato” ecco, dopo


Ranke il compito dello storico. È una definizione del tutto
chimerica. La conoscenza del passato assomiglia piuttosto
all'atto con il quale ad un uomo, nel momento del pericolo,
improvvisamente si presenti un ricordo che lo salvi. Il
materialismo storico è impegnato a catturare un'immagine del
passato come essa si presenta al soggetto, imprevista, e

110
Détournements

nell'istante stesso di un pericolo supremo. Pericolo che


minaccia altrettanto i dati della tradizione che gli uomini ai
quali sono destinati. Si presenta ad entrambi come uno solo e lo
stesso: vale a dire come pericolo di reclutarli al servizio
dell'oppressione. Ogni epoca deve, di nuovo, impegnarsi in
questo rude compito: liberarsi dal conformismo di una
tradizione mentre rischia di essere violata da esso.
Ricordiamoci che il messia non viene solamente come il
redentore, ma come il vincitore dell'Anticristo. Solo uno
storico, che ha compreso che il nemico vittorioso non si arresta
neanche davanti ai morti - solo questo storico - saprà attizzare
nel cuore stesso degli avvenimenti passati la fiamma di una
speranza. Intanto, finora, il nemico non ha cessato di trionfare.

L'immagine autentica del passato non appare che in un lampo.


Immagine che non sorge che per eclissarsi immediatamente,
nell'istante successivo. La verità, immobile, che non fa che
attendere il ricercatore non corrisponde assolutamente a quel
concetto di verità in fatto di storia. Esso si appoggia invece al
verso di Dante che dice: è un'immagine unica, inalienabile del
passato che svanisce con ogni attimo presente che non ha
saputo riconoscersi osservato da essa.

Altra stesura da parte di Walter Benjamin:


La vera immagine del passato sguscia via. Proprio in quanto
immagine che sfugge, nell'attimo della sua comprensibilità, sul
punto di non riapparire mai più, il passato è da bloccare. “La
verità non ci può scappare” - queste parole di Gottfried Keller

111
Détournements

segnano, nell'immagine della storia offerta dallo storicismo, il


punto in cui essa è trapassata dal materialismo storico, dato
che è un'immagine non ripetibile del passato quella che ora sta
per sparire con il presente che non si sia riconosciuto in essa.

112
Détournements

Una lettera di Walter Benjamin

Walter Benjamin a Gerhard Scholem del 12 giugno 1938.


Argomento: il Kafka di Max Brod. Di questo libro Walter
Benjamin rileva come la tesi dell'autore contraddica il suo
stesso atteggiamento, per cui questo discredita la prima, che
oltretutto non è esente da riserve. Per esempio, la confidenza e
la bonomia dell'autore verso l'oggetto della sua biografia
finisce con l'essere impietosa, come quella di chi ha avuto una
ostentata intimità con un santo, perciò togliendo ogni autorità
al contenuto del testo.
Max Brod è insensibile, manca di contegno, dimostra una
sorprendente mancanza di tatto, di senso dei limiti e delle
distanze, e questa incapacità si fa addirittura particolarmente
scandalosa, quando l'autore ricorda la volontà di Franz Kafka
di distruggere tutta la sua eredità letteraria. Fortunatamente
Benjamin non mette in dubbio che Kafka sapesse che ciò
significava essere sicuri della salvezza delle proprie carte.
Benjamin si limita a rimarcare il dilettantismo e la faciloneria
di Brod, la sua inadeguatezza a misurare le tensioni che
percorrevano la vita dell'amico, portandolo a nutrire un'istintiva
diffidenza per tutte le interpretazioni che evadano da quella
strada edificante su cui vorrebbe far incamminare i lettori.

I passi interessanti della lettera, secondo me, sono i seguenti:


Intendo dire che per il singolo questa realtà [la nostra] è ormai
quasi impossibile da percepire, e che il mondo di Kafka, tanto
spesso così sereno e popolato di angeli, è il complemento
esatto della sua epoca che si accinge a sopprimere grandi
masse di abitanti di questo pianeta. L'esperienza
corrispondente a quella del privato cittadino Kafka, da grandi

113
Détournements

masse verrà forse fatta solo in occasione di questa loro


eliminazione.
In Kafka non si parla più di saggezza. Restano solo i prodotti
della sua disgregazione. Essi sono due: c'è da una parte la
diceria delle cose vere (una sorta di giornale teologico
sussurrato in cui si tratta del malfamato e dell'obsoleto);
l'altro prodotto di questa diatesi è la follia, che certo si è
giocata integralmente il contenuto proprio della saggezza, ma
in compenso preserva la piacevolezza e la distensione di cui la
diceria è sempre priva.
La follia è l'essenza dei personaggi prediletti da Kafka; da
don Chisciotte, agli assistenti, fino agli animali. (Essere
animale per lui con ogni probabilità significava semplicemente
aver rinunciato, per una sorta di pudore, alla figura e alla
saggezza umana).

Il cosiddetto fallimento è rimarcato alla fine di questa lettera:


una volta certo del fallimento finale, a Franz Kafka, tutto,
lungo il cammino, riuscì come in sogno. Sono parole vere
anche per la storia di Walter Benjamin.
Infine, a saldo, ciò che tutti sanno: l'opera di Kafka è
contrassegnata rigidamente in senso negativo, quindi Benjamin
inserisce tra parentesi una valutazione valida per tutto il secolo
e non solo per il praghese: la sua caratterizzazione negativa
sarà verosimilmente sempre più fruttuosa di quella positiva.

114
Détournements

Varianti:

Ogni disillusione è consentita purché preceda il sospetto che la


riguarda

Banalità perniciose sul doppio dello spettacolo

Gut ist die Vergesslichkeit!


Erwarte keine andere Antwort als die deine!

Il concetto di superamento è cattiva archeologia.


Se l'immediatismo è sparizione del concetto, si tratta di perdita
pura, in altri termini di deterritorializzazione.
Nella perdita non ci si trova, ammesso che lo si voglia.

Avvertenza: la prefazione potrebbe avere per titolo: l'antenna,


la parabola (Lichtenberg, Breton).

I surrealisti, nell'Immacolata Concezione, avevano tentato, con


un ricercato cattivo gusto, di sottoporre la teoria alla prova
della simulazione di imbecillità. Il détournement dei
situazionisti ha preteso di essere considerato una soluzione
migliore, senza sforzarsi di dimostrarlo (solo i pubblicitari
finora l'hanno preso sul serio). Dunque una teoria critica, che si
rispetti, dovrebbe sottoporsi a una prova di simulazione, in
base alla quale, alla fine, esibisca dei difetti minori di quelli
che imputa disinvoltamente agli avversari.

115
Détournements

Il timore più grande superato; l'unico motivo di rammarico,


mano l'accusa di imparzialità, avrebbe potuto essere tutt'al più
quello di non essere stato abbastanza selettivo per un compito
di tal fatta. Le prove eliminatorie del torneo eliminano lo
humour, meno la stupidità, l'ironia scettica e la facezia senza
peso, mentre si deve sottolineare l'influenza del
sentimentalismo dall'aria eternamente braccata (all'acqua di
rose) e di una certa fantasia di corto respiro, la cui impresa
consiste, inutilmente, nel voler sottoporre allo spirito i suoi
artifici caduchi. A proposito di ogni frase, di cui è modificato il
senso, è preferibile un'assoluta reticenza, in cui si esaurisce il
traité du style, né al di qua della rivolta assoluta
dell'adolescenza, né al di là della rivolta interiore dell'età
adulta.
Da una concezione insospettabile a una concisione sospetta,
l'ambizione di mantenere un'ispirazione si esercita ora a ridurre
ulteriormente dei testi di Guy Debord che la realtà ha in parte
sminuito. Alcuni concetti sono stati ripresi, altri deturnati,
come meritavano che si facesse, altri ignorati.

Se il falso è la materia di questo tempo, si può dire che dove la


disinformazione è nominata è sicuro che vi sia, ma non sempre
dove è indicata, e che esiste sicuramente anche dove non la si
nomina.

Il compito della teoria è di avere l'aria di dare una formulazione


soddisfacente a una spiegazione.

Non appena questa teoria è divulgata, almeno un po' e in un


momento di perturbazione del sonno pubblico, sebbene non
compresa, il malcontento sarà aggravato semplicemente dalla
vaga cognizione che esista una condanna teorica.

116
Détournements

L'importante è che la teoria risulti inammissibile, il consenso


seguirà. Va notato che una verifica a posteriori di questo
requisito non è assolutamente decisiva, dato che tutto, in
qualsiasi momento, può essere falsificato.

Ci penserà la società a provvedere di somigliare alla critica che


la anticipa. E lo sarà.

Problemi? È ben vero che ormai si può ottenere molto


rapidamente al costo minore ciò che prima esigeva un tempo
abbastanza lungo di lavoro qualificato. Il dubbio: perché
comporre bene quello che qulcun altro si sforzerà di dimostrare
che era già inutile scrivere, e che non sarà letto, se non dai
propri avversari, è fugato dalla scoperta che il successo di una
teoria esposta in un libro è dato, sommariamente, proprio dalle
conseguenze di queste obiezioni. Questa è la sua abiezione.

Le intenzioni dell'autore dovrebbero apparire oscure, ma niente


è più facile che accada esattamente così.

La teoria sbaglia nel particolare, ma se le sue osservazioni


appaiono eccentriche, isolate, incomprensibili, errate, ciò non
costituisce un problema, perché ciò che deve sovrastare l'errore
è la sicurezza dell'autore nel far apparire assurda l'ipotesi di un
compromesso con la società presente.

D'altronde lo stesso accade tra i difensori dell'ordine socio-


economico esistente, e degli stati: la condotta minima è
apparire impassibili per conservare il diritto e la dignità di
restare nel centro tumultuoso di qualsiasi degradazione.

117
Détournements

Non vi sono assicurazioni sulla vittoria della rivoluzione


perché nessun libro di critica si occupa minimamente di
fornirne. Giacché scrivere di rivoluzione significa, in primis,
non crederci affatto. Saranno i non lettori o gli avversari a
doversi preoccuparsi delle effettive ripercussioni pratiche di
una vittoria rivoluzionaria, per scongiurarla.

Ciascuno è figlio della propria passività (come la passività si fa


il letto, così dorme).

Il sospetto, cioè la certezza, che di una rivoluzione si trami


anche attraverso queste righe deve pur tuttavia rimanere,
perché il gioco abbia luogo. Chi potrebbe fare a meno di
credere a un esito meno radicalmente realista?

La fama di intenditore di queste cose precede ogni oltraggio, e


aumenta considerevolmente il peso della critica, che potrà
concedere al pubblico il vantaggio di omettere ciò che intende
dimostrare.

Non ci si deve preoccupare di convincere nessuno, basterà il


rigore dello stile a trasformarmi in moralista.

Creare il proprio oggetto di descrizione possiede un vantaggio:


dopo che la società è andata incontro al suo modello si possono
risparmiare forze. La propria professionalità appare
indiscutibile, la convergenza ottenuta sarà la dimostrazione di
una giustezza sulla quale chi dà gli ordini, oggi, non ha nulla da
obiettare, dato che, molto armoniosamente, su tali pilastri
poggia la sua stessa carriera. In fondo ciò che si comunica sono
degli ordini, e coloro che li danno sono anche coloro che
diranno ciò che ne pensano.

118
Détournements

La diffusione del segreto deve riapparire sotto forma del suo


contrario, perché consegua il seguito che vuole raggiungere. Il
solo fatto di essere indiscutibile ha dato alla falsità del
verosimile una qualità del tutto nuova.

Dato che il falso indiscutibile ha ridotto l'ipotesi che il vero


esista a una fantasia stravagante e indimostrabile, la nihilazione
è come se fosse esistita da sempre. L'importante è organizzare
l'ignoranza di ciò che succede e poi l'oblio di ciò che si è
saputo.

L'ignoranza è prodotta solo per essere sfruttata, come il falso


sostiene il falso.

Le condizioni nuove in cui vivono le nuove generazioni


precisano ciò che è permesso più di ciò che non lo è, ma
soprattutto addestrano a ciò che non è mai esistito perché
sembri la soluzione preferibile con cui mascherare la legge del
sempre-uguale.

Il governo della nihilazione detiene tutti i mezzi per falsificare


l'insieme della produzione della percezione, e, per essere
padrone incontrollato dei progetti che plasmano l'avvenire più
lontano, si è addestrato con l'oblio organizzato el passato, cioè
la sua nausea.

La disinformazione è strategica almeno quanto è impossibile il


controllo se la manipolazione non è unificata.

119
Détournements

Le evidenze sono così flagranti che non hanno bisogno di


essere spiegate, comunque le cose più importanti sono le meno
nascoste, sebbene siano per ciò stesso le meno comprensibili.

L'avvenimento contemporaneo deve allontanarsi a una distanza


favolosa.

Il dovere del funzionario è il suo piacere, non bisognerebbe


dimenticarlo.

Ciò che è evidente non è più evidente. Le conseguenze pratiche


di ciò sono immense.

A vantaggio della teoria va il fatto che non è più necessario


spiegare nulla, perché la dimostrazione si prova dal fatto che
gira in tondo, l'unica verifica sociale è la ripetizione di ciò che
si vuole far sapere. Tutto può essere negato.

Tanti fatti vorrebbero edificare un fato. Sebbene si sia detto che


una strategia non può essere basata su un deficit, nessuna
perfezione può essere meno che fragile.

Il nemico della democrazia è il terrorismo, ma è soprattutto


grazie ad esso che la democrazia trionfa come sistema
insuperabile. La democrazia non vuole essere criticata. La sua
è una perfezione ad oltranza.

Il dominio è tentato dall'idea di non avere più bisogno di


pensare.

120
Détournements

D'altronde il compito della scienza è di giustificare ciò che si


fa, non necessariamente prima che lo si sappia.

Poiché non c'è più posto per nessuna verifica, nonostante si


sostenga di voler verificare qualunque cosa, tutto è diventato
disinformazione, naturalmente quando l'informazione trabocca
da ogni parte.

Una domanda intelligente non ha risposta: chi diavolo può


comandare il mondo democratico?

Chi detiene l'incarico di gestire settori della società odierna sa


che ciò che non si espande deve sparire. Ciò comporta che le
leggi devono dormire nello stato di diritto. Si impara dagli
avversari, come si voleva dimostrare.

Per dire la verità bisogna sempre sbagliare misura. La parte del


torto è l'unica rimasta per dire la verità.

C'è un modo per far credere tutto: far credere di non volere dire
che c'è.

Il futuro deve essere vendibile. Ciò spiega tutto. Pubblico si


nasce, si diventa e si muore. Purché non sembri noioso.

Ognuno sa che il migliore dei mondi possibili non potrebbe


essere peggiore, però, salvo complicazioni, deve apparire che
tutto cambi in fretta.

Scrivere come un idiota è il migliore modo per salvare le


apparenze.

121
Détournements

Appendice:
1.
Gli incroci del destino.
In un intervista James G. Ballard dice che gli esseri umani non
saranno mai soddisfatti solo dall'intrattenimento. Annuncia che
tra vent'anni ci sarà una grossa rivolta contro il XX secolo, e
che la sua paura peggiore è che le persone, nella disperazione,
ripiegheranno sulle proprie psicopatologie come unica via di
libertà e di autorealizzazione. La suburbanizzazione del pianeta
produrrà un'enorme noia, i cui segnali sono già da tempo
intorno a noi e soltanto atti di imprevedibile violenza daranno
probabilmente alla gente un senso di libertà. Queste previsioni
fanno pensare che le forme di espressione della banalità non
saranno più grezze di quelle programmate da chi controlla i
mezzi le faranno circolare. Il destino degli incroci (due volte la
stessa incompetenza nella gestione della sicurezza sociale) è di
essere bypassati, senza che qualcuno sia in grado di impedire a
una progressione di slittare, sebbene la sua deriva fosse, già in
partenza, la sua carriera, e il suo avvenire sia stato
programmato con considerevole quanto indispensabile
determinazione ad essere spregiudicato.

2.
Secrecy of spectacle, si scrive a proposito di L. Bracken.
I Commentaires sono pieni di warnings attinenti allo stare
molto lontani dalle cosiddette e variegate armate
rivoluzionarie. Debord sees a spy in everyone: ciò sarà
sembrato in un primo momento, a qualcuno, il frutto di una
degenerazione ossessiva, ma la tecnologia, in breve, complici
l'imbecillità o l'interesse e il calcolo di parecchi, ha provveduto
a distribuire dovunque e a chiunque i mezzi per realizzare il
sogno di un'ossessione paranoide. La frase, così tradotta in

122
Détournements

inglese, “The spectacle has brought the secret to victory, and


must always be more controlled by specialists in secrecy who,
it is understood, are not officials who have, to different
degrees, just freed themselves from the state; who are not
officials”, andrebbe intesa nel senso che qualunque progetto è
destinato a soccombere e qualunque azione messa in atto ad
essere manipolata, ma la debolezza di una linea di pensiero non
è diversa dalla sua forza.

3.
L'oltraggiosa perfezione della democrazia.
L'anonimo dell'opuscolo apparentemente (e volgarmente
ritenuto) contro la democrazia ateniese, ne è uno strenuo
difensore. Questa è la democrazia, perché parlarne
diversamente? L'ipocrisia di Pericle con le parole di Tucidide è
retorica imperialistica, cioè consapevole mistificazione che
ingannevolmente nasconde proprio ciò che l'opuscolo
denigratorio diffonde, sebbene controvoglia. Rifiutare
l'asprezza di una menzione diretta è comunque tipica della
democrazia, che della verità non sa cosa farsene, se non usarla
talvolta come strumento di assoggettamento.
“C'è chi si meraviglia che gli Ateniesi diano, in tutti i campi,
più spazio alla canaglia, ai poveri, alla gente del popolo,
anziché alla gente per bene: ma è proprio così che essi tutelano
la democrazia. Giacché se stanno bene e si accrescono i poveri,
la gente del popolo, i peggiori, allora si rafforza la democrazia,
La canaglia capisce che la stupidità, la ribalderia, la complice
benevolenza di costui (un qualunque ceffo che persegue il suo
utile) giova di più della virtù, della saggezza e dell'ostilità della
gente per bene”.
Non si tratta di un basso ideale, ma questa è la veritiera difesa
della democrazia. Il malgoverno è il principio del potere del

123
Détournements

popolo, questa l'invincibile fortuna della libertà. Un governo


virtuoso finisce per essere necessariamente illiberale, meno nei
risultati di quanto lo sia nei propositi. Il governo del popolo è
di necessità altrettanto imperialista, perché può tollerare solo
chi gli sia simile e, al tempo stesso, sottomesso, ma ha bisogno
di nemici per mantenere quella dilapidazione che è la pubblica
riconoscibilità del suo regime, ben sapendo che fatalmente chi
comanda è odiato da chi è soggetto. Certo che la canaglia sa
distinguere bene i cittadini, gli uni dagli altri, come in effetti sa
prediligere quelli che le sono benevoli e utili. Sono i pessimi
difensori della democrazia quelli che credono di difendere il
regime della libertà con l'amministrazione rigorosa, e non con
il contrario. La libertà va difesa dal rigore. Il vero
buongoverno, in questi termini incontraddetti, è il governo
peggiore. La mediocrità della democrazia risulterà
perfettamente imbattibile per la pratica dell'astuzia e della
spregiudicatezza nella forma politica. La vera apologia nega di
esserlo, bisogna essere nemici della democrazia per difenderne
la coerenza: “dal momento che hanno deciso così, voglio
mostrare che difendono bene il loro sistema politico”. Dunque,
non poteva essere uno scritto destinato a una larga circolazione,
ma non poteva neppure essere dimenticato.

4.
Misery.
Già nel 1973, a tutti gli effetti, la questione appariva chiusa,
sebbene non fosse del tutto chiaro a chi, come Daniel Denevert,
aveva scritto Teoria della miseria, miseria della teoria:
“L'effort théorique organisé, le plus avanccé depuis marx,
accompli par lesInternationaux Situationnistes, a non
seulement jeté ses derniers feux, il semble même vouloir se
satisfaire d'une place parmi les curiosités au Musée de l'histoire
révolutionnaire”. I risultati dello sforzo teorico-pratico hanno

124
Détournements

finito per conoscere un “renversement complet de leur sense,


pour ne plus constituer qu'un verbiage culturel particulier, dans
la pseudo-communication gé néralisée”. La comprensione della
situazione, che sembra acquisita, è tuttavia contraddetta
immediatamente dopo da velleità cristalline. I nove paragrafi
successivi dimostrano largamente questa abiezione della
volontà.
La teoria si pesa come una merce, ma se non lo fosse, giacché
afferma di non esserlo, spesso tende ad essere ancora più simile
a ciò che dice di non essere.
La teoria non ha fallito, come se questa fosse una possibilità e
non si inscrivesse nella logica che regola questo mondo, per cui
non poteva che riuscire nella misura in cui falliva.
Il godimento della paura è il godimento principale, la
solidarietà umana la vera insicurezza.
Qualcuno ha scritto stolidamente che “la teoria deve essere
compresa come l'intelligenza di una situazione storica e
personale”; mi piacerebbe sapere come abbiano fatto le
situazioni ad andare d'accordo, almeno per chi ha formulato
questa bella frase, dato che, di solito, questi volonterosi
riescono ad accontentare solo una o l'altra delle due parti.

5.
Pubblicità.
La complicità della gente è il tratto dominante dello spettacolo
della nihilazione. La pubblicità della miseria, cioè permettere la
sua visibilità, dovrebbe essere il compito della teoria. Rendere
manifesta la vera miseria, tanto più radicale quanto più occulta,
quando tutto indica il contrario, quando lo spettacolo
dell'abbondanza, la gestione individuale e spettacolista
dell'abbondanza la rendono invisibile è un compito impossibile,
cioè ridicolo, nel lessico di G. Bataille. Secondo Voyer la

125
Détournements

pubblicità propriamente detta dovrebbe essere il comunismo,


ma è più probabile che il comunismo sia stato pubblicizzato
abbastanza dal tardo capitalismo, perché interessi ancora
qualcuno.

6.
Nichilismo e nihilazione.
L'infelice esito della nozione di società dello spettacolo, in
mano a direttori di reti e di networks e di ambiziosi
programmisti televisivi e multimediali, era prevedibile già 25
anni fa, quando ad essa preferii quella di nihilazione,
intendendo con essa il primo effetto della società attuale. Ciò
non aveva niente a che vedere con il nichilismo nietzscheano
che era sorretto dalla visione, ancora più disastrosa, dell'eterno
ritorno e del superuomo.
Sulla linea è il titolo di un volume in cui si confrontano sul
nichilismo due testi di Jünger e Heidegger. Leggerlo serve a
capire cosa non è la nihilazione.
Alla fine dell'intervento di Jünger si trova scritto che se
“l'accusa di nichilismo è oggi tra le più diffuse, tra quelle che
più volentieri vengono rivolte all'avversario”, questo accade
perché “è probabile che tutti abbiano ragione”. A partire da
questa affermazione si comprende meglio la differenza tra
nichilismo e nihilazione, che insiste sull'alone ideologico nel
quale è inserito il primo termine, irricevibile al di fuori delle
teorie decadenti.

126
Détournements

Il demone di Cioran e il non-sapere

Avvertenza: Per riscrivere Cioran, da non so più (ovvio!) quale


libro, bisogna avere incontrato il suo demone (lo sviamento
dell'ovvio) ed averlo ignorato (il consueto non sapere).

La storia si ripete perché le illusioni di cui l'uomo è capace


sono limitate, ma esse ritornano sempre nuove e sempre uguali,
e in fin dei conti le tragedie nuove ringiovaniscono il decrepito
sempre uguale.
Montaigne e Rousseau hanno avuto destini diversi, ma ora
annoiano entrambi, perché i tribuni li hanno abbandonati.
I regimi marci ispirano a sbraitare, purtroppo non se ne
approfitta mai abbastanza.
Un buon motivo per voler uccidere qualcuno è confidargli un
segreto.
Spiegare un testo significa deriderlo, la storia della filosofia è
la storia del disprezzo della filosofia.
Ogni creazione, pure quella divina, è un incitamento all'invidia,
ma a tutto c'è rimedio suggerisce l'invidioso.
Se della psichiatria l'unica cosa interessante sono i discorsi dei
matti, dei libri di critica lo sono le citazioni, di solito sbagliate.
Ciò che si commenta serve al commentatore perché si noti la
propria prevalenza.
L'importante non è leggere, ma circondarsi di aneddoti sugli
scrittori di non si è letta una riga, così si impara di più su di
loro.
Bisogna stare attenti ai timidi, hanno il coltello in mano.
C'è sempre stato qualcuno che ha denigrato la vita, per fortuna.

127
Détournements

Compito dei filosofi è afflosciare le nazioni, invecchiarne lo


spirito, che altrimenti non può che sfogare la propria
esuberanza con la guerra.
Invece che i diritti studentesse e studenti dovrebbero richiedere
un elenco particolareggiato delle delusioni che gli spetteranno.
Fatta una rivoluzione, il popolo può tornare a dormire
placidamente, non ce ne saranno altre, e se qualcuno dovesse a
tutti i costi riprovarcisi, non farà che cercare inutilmente di
ripeterla.
L'Europa termina a Vienna, dopo si trova una brutta copia
infelice.
Nella decadenza si apprezza maggiormente ciò che disgustava
quando si era vigorosi.
Catone il Censore temeva i greci a ragione. La loro filosofia era
davvero corrotta.
La stupidità aiuta. Essere ottusi è la migliore protezione dai
rischi della libertà.
Per leggere bisogna odiare ciò che è scritto nei libri, contrastare
la loro forza nociva, ciò aiuta a capirli e a sopravvivere al
veleno che contengono.
Il superuomo è frutto d'ingenuità e di solitudine.
Nella lettura è preferibile tra tutti lo stile della portinaia.
Dire di tutto bene accompagnandolo con qualche ma non è un
difetto della conversazione.
Le malignità peggiori vengono da molto vicino.
Alle società prospere non rimane altro che aspettare il proprio
crollo.
Quello della vendetta è un bisogno umano, gli squilibrati sono
quelli che si vendicano troppo tardi.
E' un'obnubilazione che ha del portentoso che ci fa fare le cose
che facciamo.

128
Détournements

Un cattivo poeta che di solito legge solo poesia dovrebbe darsi


alla botanica o alla geologia. Se le
sue poesie migliorassero ci sarebbe comunque del vantaggio.
Fallire è un desiderio riuscito.
L'antidoto alla paura è il tedio, in questo caso il rimedio è più
tenace del male.
L'ingratitudine verso gli amici potrebbe essere contrastata dalla
gratitudine verso i nemici.
L'arte dovrà essere dimenticata, altrimenti non potrà mai più
riprendersi.
La quantità di finzione nel tragico deve crescere
proporzionalmente perché un pensatore sia preso sul serio oggi.
E' facile dire oggi che un'opera d'arte è insieme facile e
impossibile.
Quando un'opera d'arte disgusta si può dire d'essere vicini al
livello di comprensione di chi l'ha eseguita.
Il timore del ridicolo, se non è superato d'un balzo, fa rimanere
al di qua delle proprie possibilità.
Quanti incontri straordinari nei cimiteri di campagna!
Il terribile, quando lo si incontra, fa mancare le parole, ma non
gli inviati.
Ogni rinuncia dà una maggiore presa sulla realtà.
E' una fortuna che la cultura si perda, quante delusioni in
meno!
La convenienza a scrivere in un'altra lingua è il diritto
all'errore, cioè a una intima proprietà di linguaggio.
L'obiettività mi fa pensare ai becchini.
Che l'idea di non ricordare più niente possa intridersi di felicità,
è una scoperta.
E' motivo di fierezza pensare di discendere da Traci e
Bogomili.

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Détournements

Il nemico è quello che mi somiglia di più.


Avere delle idee è una conseguenza dello stile.
Nei sentimenti più bassi che proviamo ciò che nascondiamo è
più importante del resto, se è vero che la vergogna sopravvive
al vanto.
Salvaguardare l'insignificante è il pregio che di solito si
accorda a un libro.
La coscienza è ciò che ostacola la salvezza.
Non pensare alla morte equivale a barare in un solitario.
Se qualunque verità può essere sostituita lo stesso non si può
dire della speranza.
Riempire le ore è molto poco rispetto al sentirle passare.
La grandezza di un popolo è inscindibile dal sentimento della
penosità del nascere.
Dopo i vent'anni, se va bene, non si fa che verificare ciò che si
è già capito.
Gli aspetti positivi della morte sono spesso sottovalutati.
La libertà dei nati morti è inestinguibile.
Scrivere è disobbedire alla volontà di dire ciò che si ha da dire.
L'ingiustizia è un atto di riguardo.
In ogni nascita c'è un'aggressione.
Che ogni soluzione peggiori la situazione precedente può
essere consolatorio riguardo al peggio.

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