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Giordano Bruno

Se il naturalismo di Telesio, tutto fondato sull’oggettività e sull’autonomia della natura, il naturalismo di


Bruno è invece una “religione” della natura.

Vita e opere

Bruno nacque nel 1548 a Nola. A circa 15 anni entrò nel chiostro domenicano di Napoli, ma una decina di
anni dopo i suoi dubbi sulla verità della religione lo spinsero ad andare prima a Ginevra, poi a Tolosa e a
Parigi. Qui dedicò il suo primo scritto filosofico, Le ombre delle idee, al re Enrico III. Ottenne i primi successi
non come filosofo, ma come maestro dell’arte lulliana della memoria. Da Parigi passò in Inghilterra, dove
insegnò a Oxford. A questo periodo appartengono i dialoghi italiani e anche alcuni poemi latini che
completò in seguito, quando si trasferì in Germania nel 1586. Successivamente, accettò l’invito di
Mocenigo, credendosi al sicuro. Invece, fu denunciato proprio da quest’ultimo e Bruno fu arrestato nel
1592 dall’Inquisizione di Venezia. Nel 1593 fu trasferito all’Inquisizione di Roma, rimase in carcere per sette
anni rifiutando i numerosi inviti a ritrattare le sue dottrine, finché non venne arso vivo il 17 febbraio del
1600. Gli scritti principali di Bruno sono i dialoghi italiani e i poemi latini, e alcuni dei dialoghi italiani
espongono la sua filosofia naturale, come il De la causa, mentre altri sono di carattere morale, come Lo
spaccio della bestia trionfante.

L’amore per la vita e la religione della natura

Tutti gli scritti di Bruno presentano una nota fondamentale comune: l’amore per la vita nella sua potenza
dionisiaca, nella sua infinita espansione. Dall’amore per la vita nasce l’interesse per la natura, che in Bruno
si esaltò in un impeto lirico e religioso. Bruno considerò e volle la natura tutta viva, e nell’intendere
quest’animazione, egli pose il punto più alto del proprio filosofare. Di qui la predilezione per la magia. Il
naturalismo di Bruno è in realtà una religione della natura, perciò il filosofo si ritrova meglio nel simbolismo
numerico dei neopitagorici che nella matematica scientifica. L’opera di Bruno segna una fine nello sviluppo
del naturalismo scientifico, ma esprime quell’amore per la natura che fu indubbiamente uno degli aspetti
fondamentali del Rinascimento. Bruno considerava la religione come un sistema di credenze ripugnante e
assurdo, ritenendola adatta a “l’istituzione di rozzi popoli che dènno esser governati”; secondo lui, la
religione consiste in un insieme di superstizioni direttamente contrarie alla ragione e alla natura. In alcune
delle sue opere è presente una feroce satira anticristiana, che comprende anche il cristianesimo riformato,
il quale appare anche peggiore del cattolicesimo in quanto nega la libertà e il valore delle opere buone e
introduce lo scisma e la discordia tra i popoli.

La natura e l’infinito

Bruno parla di Dio in duplice modo: come mente al di sopra di tutto (mens super omnia) e come mente
presente in tutte le cose (mens insita omnibus). Per il primo aspetto, Dio è fuori dal cosmo e dalla portata
delle capacità razionali dell’uomo. Attraverso il principio neoplatonico della trascendenza, inconoscibilità e
ineffabilità di Dio, Bruno ritiene vano il tentativo di risalire dalla natura a colui che l’ha creata. Dio è oggetto
di fede e di Lui ci parla solo la rivelazione. Per il secondo aspetto, Dio è invece principio immanente del
cosmo e risulta accessibile alla ragione umana, costituendosi come oggetto privilegiato del discorso
filosofico. In quanto mente presente in tutte le cose, Dio è anima del cosmo che opera tramite l’intelletto
universale, cioè l’insieme di tutte le idee o forme plasmate dalla materia. L’attività dell’intelletto opera
come forza seminale intrinseca alla materia. In quanto spirito animatore delle cose, Dio è causa e principio
dell’essere: causa in quanto energia produttrice del cosmo, principio in quanto elemento costitutivo delle
cose. Per Bruno però la materia non è pura potenza o assoluta passività, in quanto avendo già in sé le
forme, per opera dell’intelletto le caccia fuori da solo; la materia poi non è qualcosa di separato dalla
forma, ma costituisce un tutt’uno globale con essa, diventando due aspetti di un’unica sostanza universale
e infinita. I concetti di materia e di forma sono serviti a Bruno per giustificare e fondare l’identità della
natura e di Dio. L’attributo fondamentale dell’universo secondo lui è l’infinità, in quanto Bruno concepisce
l’universo come qualcosa di illimitato e di infinito, ospitante in sé una molteplicità inesauribile di mondi e di
creature.

L’etica “eroica”

Nella sua infinità, la natura rappresenta al tempo stesso il movente, il tema e lo scopo ultimo della
speculazione bruniana. Simbolo di ciò è il mito di Atteone, presente in Degli eroici furori. Atteone, che
giunge a contemplare Diana nuda, viene trasformato in cervo, passando da cacciatore a preda: questo
rappresenta la metafora dell’anima umana, la quale, andando in cerca della natura e giunta finalmente a
vederla, diventa essa stessa natura. Il filosofo è il “furioso”, l’assetato d’infinito e l’ebbro di Dio che,
andando al di là di ogni limite, con uno sforzo eroico e appassionato, raggiunge una sorta di sovrumana
immedesimazione con il processo cosmico. In altre parole, l’eroico furore è la traduzione naturalistica del
concetto platonico di amore. Qualche studioso ha visto una specie di contrasto tra l’etica della
contemplazione filosofica e l’etica del lavoro e dell’impegno, ma in realtà in Bruno la reciproca implicanza di
queste due morali è fortissima in quanto per lui la contemplazione di Dio non è fine a se stessa, poiché
rappresenta un incentivo a fare come Dio, ossia a realizzarsi come creatività ed energia produttrice.
Nonostante l’apertura alle virtù civili e al mondo del lavoro, il filosofo resta nella sua convinzione della
spaccatura dell’umanità in due schiere: i pochi a cui è dato di accedere alla filosofia e di condursi secondo
ragione e il gregge dei rozzi popoli che devono essere diretti dai preti delle varie Chiese.