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BLAISE PASCAL

PENSIERI
EALTRI SCRITII DI E SU PASCAL

EDIZIONI PAOLINE

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BLAISE PASCAL

PENSIERI
E ALTRI SCRITII DI E SU PASCAL

EDIZIONI PAOLINE

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Titolo originale delia prima edizione:
Pensees de M. Pascal sur la religion el sur quelques autres sujets.
Qui ont ete trouvees apres sa mort parmi ses papiers.
A Paris, chez Guillaume Desprez 1670

Versione integrale dai francese,


condotta sull'edizione Brunschvicg (1897 /1904),
e note di Gennaro Auletta (1-923), /nes Rossi e V. G. (924-958 ss)

nona edizione 1987

© EDIZIONI PAOLINEs.r.l.l987
Piazza Soncino, 5 - 20092 Cinisello Balsamo (Milano)
Distribuzione: Commerciale Edizioni Paoline s.r.l.
Corso Regina Margherita, 2- 10153 Torino

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PREFAZIONE

1 Pensieri racchiudono i motivi fondamentali - frasi musicali


d'una sinfonia, sentita con tutta /'anima ma non trascritta per gli
altri - di quell'Apologia delia verita delia religione cristiana che
preoccupo, esalto, tormento Pascal neg li ultimi otto an ni delia sua
brevissima esistenza, impegnando il dotto, l'uomo e il cristiano.
Sarebbe assurdo congetturare le accog/ienze e il va/ore
apologetico-letterario che avrebbe potuto avere, una voita compo-
sta, la progettata Apologia. Stando al racconto di Filleau de La
Chaise, si trattava « delia piu grande opera di cui un uomo possa
essere capace »; vo/eva essere una rivoluzione ne/ vecchio campo
dell'apo/ogetica, da tempo legata a schematizzazioni scolastiche,
a ragionamenti « geometriei», in cui il« cu ore» (ne/ senso agosti-
niano e pascaliano) aveva finit o con l'essere schiacciato da/la pre-
potente ragione, e l'uomo era ridotto ed era trattato ne piu ne meno
di una« proposizione >> euclidea: un teorema, una geometria, enon
gia un essere vivo. Pascal, che odiava ogni genere di intel/ettuali-
smo, anche se a servizio delia religione, intendeva quindi non solo
ricollocare sul suo piedistallo tutta la rea/ta umana, considerata ne/la
sua concretezza esistenziale, ma mostrare anche come il problema
jondamenta/e dell'uomo eun problema re/igioso; volevafar senti-
re, soprattutto all'incredulo moderno, che la religione cristiana non
e uno « svago » intel/ettua/e, qua/cosa di estraneo o di sovrappo-
sto al/a sua umanita concreta, ma una impegnativa partecipazione
a que/ sorprendente fatto, cosi decisiva nella storia, che e 1'/ncar-
nazione, la quale e avvenuta ne/la totalita delia natura umana e
per la natura umana, tutto assumendo e trasfigurando per un so-
prannaturale destino.
Purtroppo la morte immatura impedi /'esecuzione de/ grandio-
so progetto, e quella che doveva essere una nuova cattedrale de/
pensiero, una testimonianza cattolica dei tempi moderni al Cristo
« in agonia fin o alfa fine de/ mondo », rest o un pio desiderio d'u-
n 'anima ardente.
Del/'Apologia pero ci sono restati gli appunti, sminuzzati, sle-

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gati, gettati al/a rinfusa e frettolosamente, che vanno sotto il no-
me di Pensieri; e questi appunti- caso unico ne/la storia di tutte
le /etterature- sono un capolavoro diframmentarieta: tessere me-
ravigliose e preziose di un mosaico, di cui ci eproibito conoscere
- ma non intravvedere - la perfetta e compiuta bel/ezza.
Ma forse Pascal epiu Pascal in questa frammentarieta senten-
ziosa che in quella che avrebbe dovuto essere la sua opera definiti-
va, dove gran parte de/ mordente e delia stringatezza e delia
concitazione de/« pensiero » immediato e ba/enan te avrebbe sof-
ferto per il discorso piu distensivo e ragionato, anche se piu preci-
so e completo.
lnfatti, questi frammenti sono una cosa viva d'un uomo vivo;
niente affatto erudizione o filosofia di perdigiorni,· appartengono
all'anima di Pascal e, potremmo aggiungere, appartengono a chiun-
que di noi, che, senza pretendere di essere « ne angelo ne bestia »
si sente veramente uomo e ha coscienza di essere un «re spodesta-
to » alia cui enorme miseria venne a stendere la mano soccorrevole
una grandezza infinita.
Brandelli d'anima, dunque; pagine di confessioni enon coacer-
vo di sillogismi; i/luminazioni rapide enon discorsifilati difiloso-
fica saggezza; piu spesso vangate net sodo per smuovere il terreno
irto di cardi e di sterpi d'una inveterata albagia razionalista; tai-
voita informi crisalidi cui basta un 'aria di tepore prim averile per
mutarsi in svolazzanti e iridate farfa/le; e quasi sempre grido d'u-
n 'anima, ora triste delia« tristezza di non essere santi » (Bloy), ora
gioiosa delia letizia de/ cristiano in grazia.
Nei Pensieri ognuno si puo ritrovare, purche possieda la stessa
sincerita di Pascal, che, finanche ne/la scriitura, non conosce gon-
fiezze di stile, non usa maschere retoriche ed evita l'aggettivo co-
me un aggeggio inutile e ingombrante per la naturalezza de/le cose.
Ma soprattutto ognuno puo udire, come lui e con lui, ne/la vigile
coscienza di·se e de/ proprio destino, le parole deii'Eterno Pelle-
grino che da secoli batte senza sos ta al/a portadi tutti i cu ori: « Tu
non mi cercheresti se non mi avessi gia trovato ».
Ma la frammentarieta dei Pensieri non faccia credere a una man-
canza di unita. «Per un libro, come per una societa, per unafami-
glia, per un mondo e per /'arte, esistono due specie di unita: /'unita
organica e /'unita meccanica », scriveva Ernest Hei/o. L 'unita or-
ganica, che e tutta interiore e porta al/a stessa meta per strade di-

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versissime, qui ecostituita soprattutto da/l'ispirazione dei Pensieri
e da/lo scopo cui tendono. Chi dimentica questa unita interiore,
che lega idealmente tutti i frammenti tra loro ed e il presupposto
assoluto delia loro comprensione, puo anche abbandonarsi al gio-
co erudito e arzigogolante - e percio incapace di profondita, di
compenetrazione spirituale- di un Pascal dotto, diversa dall'uo-
mo Pascal, o d'un Pascal credente, diversa se non separato dai dotto
e dal/'uomo; ma non potra mai dire di aver conosciuto il vero Pa-
scal. Perche una de/le principali do ti de/ genio di Pascal fu propria
quella di non ammettere compartimenti stagni nella sua anima; il
fisico, il matematica, !'inventare, l'uomo, il credente e il mistica
vivevano in lui in una cosi mirabile armonia che ancor oggi egli
riesce a stare vicino al nostro povero cuore di carne, senza nu/la
perdere delia sua grandezza.
L 'unita dei Pensieri edata, dicevamo, dai/a sua ispirazione. Que-
sta infatti corre su una linea ideale che parte dall'incomprensibile
miseria dell'uomo senza Dio e arriva al fatto storico deli'Incarna-
zione, che tutto spiega e tutto risolve, per continuare ancora, fino
all'u/timo giorno, nella vivente rea/ta di Cristo, ne/la sua Chiesa.
Le considerazioni cosi profonde sulla miseria dell'uomo - che han-
no mosso i soli ti scanda/izzati a insistere su un preteso scetticismo
e pessimismo di dubbia marca filosofica- non possono enon deb-
bono essere staccate dalie considerazioni sul/a grandezza eminente
de/ cristiano; quelle servono a urni/iare apologeticamente il trion-
fo « libertin o » che rigetta e disprezza un qualunque lume superio-
re al/a ragione; queste aprono orizzonti e danno ali al cuore di ehi
non edisposto arestare ne! brago. «Se ti insuperbisci, t'abbasso;
se t'abbassi, ti esalto ». Miseria e grandezza sono due rea/ta che
s'armonizzano e diventano vita in ehi sente Dio e si inserisce ne/-
l'ordine delia carită.; per questo il cristiano e, secondo Pascal, tra
gli uomini l'unico veramente uomo, perche da Gesu Cristo ha im-
parato che cosa ela vera miseria e che cos'e la vera grandezza. Senza
Gesu Cristo, dunque, non conosciamo ne ci spieghiamo nul/a: ne
la vita ne la morte; e senza di Lui non ci epossibile neppure arriva-
re fin o aDio. Questo perche Cristo ha assunto tutta la nostra mi-
seria trasfigurandola - non distruggendo/a- in grandezza divina,
e servendosi lui stesso delia miseria del/'umanita come d'uno stru-
mento di Passione e di Risurrezione, che e quanto dire di gloria.
In fondo, /'unita dei Pensieri mette capo al famoso «Memoria-

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le)) 1 de/la notte dell'estasi e a/le pagine mistiche de/« Mistero di
Gesu » 2, che seguono di qua/che mese il «Memoriale». Sia il
«Memoriale» che il« Mistero di Gesu »non sono documenti a se,
momenti mistici e passeggeri d'uno stato d'animo irrepetibi/e, ma
sono tutta /'anima di Pascal (mente e cuore), il suo abitua/e senti-
re, da quella notte in cui il « fuoco )) di Dio /o purifico come un
apostolo ne/la Pentecoste, per fargli raccontare i magnalia Dei.
/Pensieri continuano il« Memoriale» e il« Mistero » come una
fiumana continua una po/la segreta ne/le viscere delia montagna
a/tissima. Enon sembri strano questo ricondurre il piano dei/'A-
pologia pascaliana al «Memoriale» e al « Mistero di Gesu ». La
difesa de/le verita cristiane nasce come una testimonianza pubbli-
ca al Dio di Gesu Cristo, finalmente conosciuto, come un 'esigenza
apostolica di comunicare la verita posseduta e fatta nutrimento quo-
tidiano. Quando scriveva: «!o possiedo la verita; e tutta la mia
forza; se la perdo, sono perduto », Pascal non pensava soltanto
alia sua salvezza ma anche afla salvezza di quanti si possono per-
dere invischiati nell'errore; perche nessuno si salva da solo, dira
Peguy. Enon aveva rischiato di « perdersi » anche lui in quel co-
siddetto periodo mondano (settembre 1653- ottobre 1654) che pre-
cede/te immediatamente la sua « seconda conversione? » In quel
tempo, per una strana debolezza, e anche per rimettersi un poco
in salute, aveva abbandonato i suoi studi e s'era dato a «frequen-
tare il mondo, con maggiore liberta di prima»; era diventato ami-
ca de/ duca di Roannez, de/ cavaliere di Mere e di Damien Mi ton
(tre « libertini » di cui uno solo, il duca di Roannez, tornera alia
fede), e per mezzo di essi aveva praticato ambienti e sa/otti dove
sifaceva apertamente professione d'incredulita. E vero che vi pas-
sa come «gal/o infeccia » senza contaminarsi; ma che sarebbe ac-
caduto se non /o avesse subita preso un si enorme disgusto de/
mondo da provarne quasi un 'angoscia, da cadere in una crisi reli-
giosa che si risolse in gioia trionfante ne/la notte dell'estasi (23 no-
vembre 1654)?
E se lui s'era salvata, per misericordia di Dio, non doveva a sua
voita salvare anche gli altri? E quel che lui aveva sentito, nell'ac-
cettazione piena e cosciente di Gesu Cristo, non potevano sentirlo
1 Riprodotto in questo stesso volume dopo gli scritti « Sulla morte di Pascal ».
2 Il « Mistero di Gesu » ora costituisce i frammenti 553-555, collocati a parte
fra la VII e !'VIII sezione dei Pensieri.

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anche gli altri, purche avessero avuto meno fiducia ne/la pura ra-
gione e avessero dat o piu campo al « cu ore »?
Il pian o de/I'Apologia nacque cosi; pensato, elaborata, studiat o
tenendo presente la mentalita dell'incredulo; e propria per l'incre-
dulo Pascal poneva in secondo piano ogni dimostrazione metafisi-
ca e ogni intellettua/ismo per insistere sui fatti che documentano
la vitalita de/ divino ne/la storia.
E curiosa la testimonianza di un certa Bridieu, arcidiacono di
Beauvais, secondo cui Pascal « ha scritto i suoi frammenti contro
otto libertini del Poitou che non credevano in Dio per convincerli
con argomentazioni morali e naturali»; pero e quasi cert o che l'i-
dea del/'Apologia nacque nei primi mesi delia« conversione, an-
che se motto piu tardi Pascal comincera ad affidare alia carta i primi
appunti ». «Pascal, scrive il nipote Etienne Perier ne/la prefazio-
ne alia prima edizione di Port-Royal de/1670, concepi il piano di
quest'opera molti anni prima delia sua marte; pero non bisogna
meravigliarsi se, per tanto tempo, non mise nu/la per iscritto, per-
che lui aveva avuto sempre l'abitudine di meditare molto sulle ca-
se e di ordinarle ne/la sua mente prima di esprimerle agli altri, per
ponderare ed esaminare accuratamente quelle che bisognava mei-
tere prima o dopo, e /'ordine che bisognava dare a tutte insieme,
ajjinche potessero produrre l'effetto desiderato. E poiche aveva
una memoria eccellente e potremmo dire prodigiosa, si che spesso
confesso di non aver mai dimenticato nu/la di cio che una voita
aveva impresso ne/la sua mente, dopo essersi applicato per un cer-
ta tempo a un argomento, non temeva chei pensieri, che gli erano
venuti, potessero sfuggirgli; cosi ne differiva motto spesso la scrii-
tura, sia perche non ne aveva tempo sia perche la sua salute, che
estata quasi sempre malaticcia e incostante, non gli permise di /a-
vorare con impegno ».
1 primi appunti sono quel/i sui miracoli, e furono scritti in gran
parte immediatamente dopo il miracolo delta Santa Spina, che, co-
me attesta la sorei/a Gilberte ne/la Vita, /o tocco sensibilmente. « La
sua conso/azione fu immensa ne/ vedere che Dio si manijestava cosi
chiaramente in un tempo in cui la fede sem brava estinta ne/ cuore
\

delia maggior parte degli uomini. Ed essendone il suo spirito tutto


preso, Dio gli ispiro un 'infinita di pensieri mirabili sui miracoli che,
dandogli nuovi lumi sulla religione, gli raddoppiarono l'amore e

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il rispetto che aveva sempre avuto per essa ». Quindi i primi ap-
punti risalgono a dopo il settembre de/ 1656.
« Questa circostanza, continua Gilberte, rese manifesta /'estre-
mo suo desiderio d'impegnarsi a confutare i principali e piu erro-
nei ragionamenti degli atei. Li aveva studiati ed aveva impiegato
il suo ingegno a trovare tutti i mezzi di convincimento ».
Ne/1657-1658, infatti, Pasca/lavoro alacremente al/a sua Apo-
logia, e nell'ottobre-novembre de/1658, su richiesta di alcuni ami-
ci di Port-Royal, tenne una conferenza di piu di due ore, ne/la quale
espose il suo piano, raccogliendo e ordinando circa un terzo dei
suoi appunti, e preparandone qua/cuno appositamente come « pro-
memoria » (quelli siglati A.P.R. nei numeri 416 e 430). « Sviluppo
in rapida sintesi il piano di tutta la sua opera, scrive Etienne Pe-
rier; espose /oro /'argomento ela materia; traccio in breve le prove
ei principî, e spiego qual era /'ordine ela concatenazione de/le co-
se che vi voleva trattare. E quel/e persone (presenti alia conferenza)
che erano esperte in simili cose confessarono di non aver mai ascol-
tato qua/cosa di piu bel/o, di piu vigoroso, di piu interessante, di
piu avvincente; ne furono incantate; e da que/ che poterono ap-
prendere di quel progetto e di quel piano in un discorso di due o
tre ore, jatto cosi spontaneamente senza essere stato premeditata
o studiat o, arguirono qua/e sarebbe stata un giorno /'opera, se josse
stata eseguita e condotta a termine da una persona di cui essi co-
noscevano la forza e la capacita, che era solita lavorare tanto at-
torno a/le sue opere, da non contentarsi quasi mai dei suoi primi
pensieri, per quanto potessero sembrare buoni ag/i altri, si da rifa-
re, spesso jino a otto o dieci vo/te, certe pagine che altri, fin dat
primo momento, trovava ammirevoti ».
Di questa conferenza Filleau de La Chaise, servendosi dei suoi
ricordi personali e di quelli degli amici presenti quel giorno, e usan-
do anche il materiale dei Pensieri, ci ha lasciato una fedele relazio-
ne net suo Discours sur les Pensees de M. Pascal, ou l'on essaye
de faire voir quel etait son dessein, pubblicato ne/ 1672 ma scritto
prima de/ 1669, offrendoci cosi una de/le fonti principali per rin-
tracciare le linee maestre dell'incompiuta opera pasca/iona.
Ne/ febbraio de/1659 il male che da lungo tempo minava la sa-
lute di Pascal s'aggravo. «Le continue infermita, scrive la sorella
Gilberte, non gli davano un sol momento di sollievo e /o costrinse-
ro a non poter piu lavorare e a non vedere quasi nessuno ». E an-

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dra sempre peggiorando, con qualche momento di tranquillita e
di ejjimera salute. Nonostante la malattia, continua a scrivere e
a dettare nuovi pensieri, per non dimenticarli; « li scriveva soltan-
to per se, annota Etienne Perier; e per questo si accontentava di
jar/o senza troppo impegno, per non ajfaticare la sua mente, e ci
metteva dentro soltanto quelle cose che erano necessarie per jargli
ricordare i piani e le idee che gli venivano alia mente ».
Quando la morte /o co/se, non sprovveduto bensi preparata co-
me un santo, a/le prime ore de/19 agosto de/1662, all'eta di tren-
tanove anni, il mucchio dei jog/i, sui qua/i era andato jermando
i pensieri alia sve/ta e senz'ordine, faceva pensare a un misterioso
cantiere di cattedrale medioeva/e, zeppo di materiale artistica di
prim 'ordine, che inutilmente attendeva di essere collocato al suo
posto sulle guglie o al/a base, in un rosone di jacciata o ne/le aeree
bijore del/'abside, perche il genia/e architetto morendo s'era por-
fato ne/la tomba il piano segreto de/ suo irrea/izzato capo/avoro.
Alia morte di Pascal, molti problemi si posero per gli eredi e per
gli amici che, di jronte al/a congerie dei jrammenti, riconobbero
subito i materiali delia jamosa progettata Apologia. Gilberte ne
jece fa re una copia - oggi preziosissima per la restaurazione de/
testo - e pretendeva che i jrammenti venissero stampati integri,
cosi come erano usciti da/la penna de/ jratello. Il duca di Roannez
sosteneva invece di ordinarli secondo il piano esposto da Pascal
ne/la conjerenza a Port-Royal, e di integrarne le /acune in modo
da ojjrire allettore un 'opera completa. Altri invece ritenevano inop-
portuna la pubblicazione integrale di tutti i jrammenti, sia perche
alcuni erano monchi e poco chiari sia perche non erano pochi i
jrammenti che potevano dare appig/io a nu o ve polemiche sul gian-
senismo e jar apparire Pascal in una luce non perjettamente orto-
dossa, richiamando il ricordo, non motto je/ice, delia condanna
de/le Provinciali. Preva/se, dopo molte discussioni in seno al co-
mitato incaricato dell'edizione, una linea di mezzo: sopprimere i
jrammenti che parevano troppo oscuri o troppo imperjetti, e pub-
blicare quelli che erano piu chiari e piu completi, apportandovi pero
d,ei ritocchi esplicativi, smussando qua/che frase troppo intempe-
rante per il ca/ore delia polemica, sopprimendo qualche vocabolo
a/quanto ardito o sospettoso. Questa prima edizione apparve ne/
1670 (magia ne/ dicembre di quattro anni avanti si era ottenuto
il« privilegia de/ re») ed equel/a che va sotto il nome di Port-Royal

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e porta il titolo Pensees de M. Pascal sur la religion et sur quelques
autres sujets. Qui ont ete trouvees apres sa mort parmi ses papiers.
A Paris, chez Guillaume Desprez, 1670. Questa edizione pero non
solo lasciava da parte moltissimi « pensieri », ma non seguiva nep-
pure il piano delia conferenza di Pascal, pur avendo un suo certo
ordine apologetico. Moltissimi frammenti polemici eran o stati la-
sciati da parte, ed eforse a questiframmenti che si riferisce il Brun-
schvicg quando accusa gli editori di Port-Royal di « aver fatto d'un
libro scritto nell'ardore delia lotta contro il partito dei gesuiti un 'o-
pera di edificazione, ispiratrice di calma e di concordia, degna di
servire come professione e come centro alia Chiesa riconciliata e
unificata ». Ma il Brunschvicg ha torto di accusare, propria lui,
gli editori poco scrupolosi di Port-Royal, sia perche il Brunschvicg,
pur avendo il merito di averei dato una sistemazione classica dei
Pensieri, ha travisato Pascal con le sue interpretazioni razionali-
stiche e con una disposizione dei frammenti che non ha nul/a a che
vedere col piano pascaliano, sia perche ha preteso dare ai/'Apolo-
gia un carattere polemica che non aveva enon poteva avere, quasi
che fosse stata concepita per debellare «il partito dei gesuiti » e
non gia per mostrare la verita ela bellezza delia religione cristiana
al razionalismo piu o meno ateo de/ secolo decimosettimo!
Per circa un seco/o, /'edizione di Port-Royal fu la soia a tenere
il campo. Ne/1776 apparve l'edizione di Condorcet, la qualefu poi
ristampata da Voltaire con /'aggiunta di alcune note e interpreta-
zioni maligne e idiote da cui Pascal usciva maltrattato. Poi venne
l'edizione di Bossut (1779), che divise i Pensieri intre sezioni: fram-
menti relativi alia filosofia, alia morale e alia letteratura; i fram-
menti relativi a/la religione e iframmenti diversi. Le edizioni di Andre
(1783), di Ducreux (1785) e di Frantin (1835) si rifecero al piano pri-
mitiva. Ne/ 1842, Victor Cousin in una relazione aii'Accademia di
Francia: Necessite d'une nouvelle edition des Pensees de Pascal, pro-
pugno il ritorno al manoscritto pascaliano, trascurato in quasi tutte
le edizioni, e ofjri esempi di deformazioni subite dai Pensieri. Due
anni dopo, 1844, Prosper Faugere dava per la prima voita il testo
autentica dei Pensieri, e dopo di lui, sempre seguendo il manoscrit-
to, ma cercando di decifrar/o meglio, sono seguite le edizioni di Havet
(1851), di Molinier (1877-1879) e di Brunschvicg- quest'ultima di-
ventata c/assica per la sua sistematicita (edizione minor de/ 1897,
piu volte ristampata e oggi la piu diffusa, ed edizione maior in tre

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volumi, ne/ 1904). Ricordiamo ancora le edizioni di Massis (1929),
di Strowski (1930), di Tourneur (1938-1942) e di Lafuma (1951): que-
sti ultimi due hanno dat o alcune nuove lezioni seguendo, oltre il ma-
noscritto, la copia fatta eseguire da Gilberte.
Ma se il Brunschvicg prima, e poi il Tourneur e il Lafuma, ci
hanno dato finalmente ottime edizioni critiche, il problema delia
disposizione dei frammenti e stato quasi sempre arbitrariamente
risolto dai vari editori, i quali, preoccupati di offrirci un Pascal
piit «putito » in un test o piit « critico », hanno pero lasciato net
dimenticatoio il piano dell'opera.
E per la lettura di Pascal, se il testo e importante, e ancor piu
importante il« pian o». Perche i Pensieri non sono frammenti da
collocare in un museo, ma cose vive e generatrici di vita. Siamo
dunque grati a quanti si sono preoccupati e si preoccupano di ri-
stabilire il testo esatto dei Pensieri, ma non possiamo trascurare
di tener d'occhio il piano che Pascal aveva disposto per la sua gran-
diosa Apologia, e che Filleau de La Chaise e Etienne Perier ci han-
no conservata con una certa fedelta.
E nata cosi - cosa, per ora, unica net suo genere - l'edizione
di Jacques Chevalier (1925, nuova edizione 1949), la qua/e, scon-
volgendo la classificazione data da Brunschvicg, ha offerto allet-
tore la possibilita di comprendere veramente Pascal e di non
travisare troppo il suo pensiero.
Perche, non bisogna dimenticarlo, i Pensieri sono un rebus per
ehi vi si accosta senza quel/'intelletto d'amore (il cuore pascalia-
no) che Pascal pose a base delia conoscenza dell'uomo e di Dio.
GENNARO AULETIA

Cfr. MESNARD, B. Pascal, L'homme et l'oeuvre, Parigi 1951; C. JOURNET,


Verita di Pascal, Edizioni Paoline 1960; J. GUITION, Il genio di Pascal, Edizioni
Paoline, 1964; cfr. pure B. PASCAL, Opuscoli e lettere, Edizioni Paoline 1958.

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CRONOLOGIA DELLA VITA
E DELLE OPERE DI PASCAL

1623 ~
Il 19 giugno, a Clermont, nasce Blaise Pascal, secondoge-
nito (dopo la sorella Gilberte, nata nel1620) di Etienne Pa-
scal e di Antoinette Begon.
1624 - Prima malattia di Pascal (un'intossicazione viscerale).
1626 - Morte di Antoinette Begon, madre di Pascal.
1631 - Etienne Pascal, pur continuando a conservare la carica di
secondo presidente delia Corte dei Tributi di Clermont, si
trasferisce a Parigi con la famiglia e attende all'educazio-
ne dei figli secondo i precetti di Montaigne.
1634-1635 - Pascal compone un Trattato sui suoni, che non co~
nosciamo, e arriva da solo alia dimostrazione delia trenta-
duesima proposizione degli Elementi di Euclide.
1639 - novembre. Etienne Pascal viene mandate a Rouen come
commissario deputato di Sua Maesta per l'imposizione e
la riscossione delle imposte.
1640 - Esce l'Augustinus di Giansenio.
Pascal, sedicenne, scrive il Saggio sulle coniche.
1641 - 1113 giugno la sorella Gilberte sposa il cugino Florin Perier.
1642 ~ Per aiutare il padre, oberato di lavoro nei calcoli delle im-
poste, Pascal inventa la sua macchina calcolatrice, attorno
a cui lavora per due anni. Primi segni di malattia.
a
1645 - Lettre dedicatoire Mgr. le Chancelier sur le sujet de la
nouvelle machine arithmetique inventie par le sieur Blaise
a
Pascal, avec un A vis necessaire ceux qui auront la curio-
site de voir ladite machine et s'en servir.
1646 - Prime influenze giansenistiche su Pascal attraverso i due
chirurghi, i fratelli Deschamps, che si sono installati in ca-
sa Pascal per curare la gamba che Etienne s'e rotto cadendo
sul ghiaccio «prima conversione ». Blaise legge le opere di
Saint-Cyran e probabilmente anche la Comunione frequente
di Arnauld; comincia a« gustare Dio » e guadagna a que-
sta nuova spiritualită suo padre ela sorella Jacqueline (na-
ta nel 1625).

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1646 - agosto-novembre.- Ripete a Rouen le esperienze di Torri-
celli sul vuoto.
1647 - febbraio. -Pascal, con due amici, denunzia all'arcivesco-
vo di Rouen frere .Saint-Ange, un ex-cappuccino, che e co-
stretto a ritrattarsi sulle dodici proposizioni errate di cui
e accusato.
1647 - maggio.- Pascal, malato, resta a Parigi con sua sorella Jac-
queline.
1647 - settembre. Due incontri con Cartesio.
1647 - ottobre. - Pubblica Nuove esperienze sul vuoto. Polemica
col p. Noei. Inizia un Trattato sul vuoto, di cui ci restano
frammenti.
1647 - novembre. Lettera al cognato Perier per l'esperienza sul
vuoto, sul Puy-de-Dome, fatta il 19 settembre.
1648 - marzo. - Completa il Trattato sul/a generazione de/le se-
zioni coniche, andato perdute, salva degli estratti conser-
vatici da Leibniz.
1648 - luglio. - Etienne Pascal toma a dimorare a Parigi dove l'a-
vevano preceduto Blaise e Jacqueline, giă. entrati in rap-
porto con Port-Royal. Jacqueline pensa di entrare tra le
religiose di Port-Royal; suo padre si oppone.
1648 - ottobre. - Pubblica Recit de la grande experience de /'equi-
libre des liqueurs.
1649 - maggio. - Ottiene il brevetto per la macchina calcolatrice.
La famiglia ritorna a Clermont, dove Jacqueline vive ritira-
ta, mentre il fratello continua a perfezionare la sua macchina.
1650 - novembre. - Etienne Pascal toma a stabilirsi a Parigi con
tutta la famiglia.
1651 - Lavora attomo al Trattato sul vuoto, ma senza portarle
a termine.
1651 - settembre. - Marte di Etienne Pascal. Jacqueline cede Ia
sua parte di eredită. al fratello, che si impegna a darle la
rendita; poi manifesta la sua volontă. decisa di entrare a
Port-Royal; dissensi col fratello per la costituzione delia
dote.
1652 - gennaio. - Jacqueline si ritira a Port-Royal. Comincia il
« periodo mondano » di Pascal.
1652 - giugno. - Lettera alia regina Cristina di Svezia per l 'in vi o
delia calcolatrice.

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1652 - ottobre. - Pascallascia Parigi eva a Clermont, dove reste-
ra fino al maggio dell'anno seguente. Probabile innamo-
ramento per la « belle savante » di Clermont.
1653 - giugno. - Jacqueline, nonostante le opposizioni del fratel-
lo, fa la professione tra le monache di Port-Royal.
1653 - settembre. - Probabile data del viaggio di Pascal nel Poi-
tou, con Mere, Damien Miton e il duca di Roannez, suoi
amici mondani.
Prepara i due trattati, che saranno pubblicati postumi: De
l'equilibre des liqueurs e De la pesanteur de la masse d'air.
1654 - Scrive il Traire du triangle arithmetique.
1654 - settembre-ottobre. - Preso da un quasi insopportabile di-
sgusto del mondo, toma a visitare Jacqueline a Port-Royal.
Probabilmente e di questo periodo Sul/a conversione de/
peccatore in B. PASCAL, Opuscoli e lettere, Edizioni Pao-
line 1958, pp. 42-68.
1654 - 23 novembre. - Notte delia« seconda conversione ». Il Me-
moriale.
1655 - gennaio. - Primo ritiro a Port-Royal, dove tornerâ spes-
stsstmo.
1655 - febbraio.- Al duca di Liancourt, sospetto di giansenismo,
viene negata l'assoluzione. Arnauld scrive la sua Lettre a
une personne de condition, seguita nel luglio dalla Lettre
a un Duc et pair de France.
1656 - gennaio. - La Sorbona condanna Arnauld.
1656 - 23 gennaio. - Prima Provinciale. Le altre si succedono il
29 gennaio, il 9 e il25 febbraio, il 20 marzo, il 10 e 25 apri-
le, il 28 maggio, il 3 luglio, il 2 e il 18 agosto, il 9 e 30 set-
tembre, il 23 ottobre, il 25 novembre, il 4 dicembre, il 23
gennaio 1657, il 24 marzo.
1656 - 24 marzo. - Miracolo della Santa Spina.
1657 - 6 settembre. Condanna delle Provinciali.
Lavora alia preparazione dell'Apologia.
Seguito delia polemica contra i gesuiti e Ia morale lassista.
Compone gli Scritti sul/a grazia.
Prepara alcuni !ibri di testo per gli alunni delle scuole di
Port-Royal.
1658 - giugno. - Lettera circolare sulla cicloide.
Riordina i pensieri gia raccolti per 1'Apologia.

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Tra l'ottobre e il novembre espone ad alcuni amici di Port-
Royal, in una conferenza di piu di due ore, il piano delia
grande opera.
1659 - Nel febbraio s'ammala gravemente. E costretto a interrom-
pere ogni lavoro impegnativo.
1660 - maggio-settembre. - Soggiorno a Cleremont, presso
Gilberte.
Lavora piu intensamente all'Apologia, annotando i
. .
pens1en.
Compone la Preghiera per domandare aDio il buon uso
de/le malattie e probabilmente i tre Discorsi sul/a condizione
dei grandi [l'una e gli altri ora in B. PASCAL, Opuscoli e
lettere, op. cit., pp. 121-134, pp. 135-143].
1661 - 1 febbraio. - L' Assemblea del Cler o esige che ogni eccle-
siastico firmi il formulario riguardante la condanna di Gian-
senio. Arnauld ei suoi amici firmano, nel senso del diritto,
il 22 giugno, dopo aver ottenuto un Mandement che am-
mette la distinzione tra il diritto e il fatto.
1661 - 4 ottobre. - Morte di Jacqueline.
1661 - 31 ottobre.- Mandement per la sottoscrizione pura e sem-
plice del formulario. Riunione dei maggiori esponenti gian-
senisti in casa di Pascal per esaminare l'opportunita di
firmare il formulario. Arnauld sta per la firma. Pascal e
contro «per amore delia verita ». Svenimento di Pascal e
suo ritiro dalla controversia per dedicarsi unicamente a Dio.
1662 - gennaio. - Pascal ottiene dai Re il permesso per la prima
linea pubblica di trasporti (les carrosses a cinq sols), che
viene inaugurata il 18 marzo.
1662 - 29 giugno. - Pascal si fa trasportare in casa di sua sorelia
Gilberte.
Il 4 luglio fa chiamare il curato Beurrier. Riceve anche la
visita del confessore di Port-Royal, l'abbe de Sainte-
Marthe, che a quell'epoca viveva nascosto.
Il 3 agosto fa testamento.
Il 17 agosto riceve l'estrema unzione e il viatico.
Il 19 agosto, all'una del mattino, muore.
1670 - Prima edizione dei Pensieri, curata dagli amici di Port-
Royal, con la prefazione del nipote Etienne Perier.

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VITA DI PASCAL

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1.
VITA DI PASCAL

SCRITIA DALLA SORELLA GILBERTE PERIER 1

Mi o fratello nacque a Clermont il 19 gi ugno 1623 2 • Mi o padre


si chiamava Etienne Pascal ed era presidente delia Corle dei
Tributi 3; mia madre si chiamava Antoinette Begon. Appena mio
fratello raggiunse l'etâ della ragione, diede segni di straordinaria
intelligenza sia con le piccole risposte date a proposito sia soprat-
tutto con certe domande sulla natura delle cose, che sbalordivano
tutti. Quest'aurora di belle speranze non venne mai smentita. In-
fatti, col crescere degli anni, cresceva in lui la forza del ragiona-
mento, si che era molto superiore alia capacitâ della sua etâ.
Frattanto, morta mia madre nel1626, quando mio fratello ave-
va appena tre anni, mio padre, rimasto solo, si dedico con piu im-
pegno alia famiglia; e siccome non aveva altri figli maschi, questa
qualitâ di figlio unico, insieme alle altre qualita che riconosceva
in quel ragazzo, gli fecero nascere un cosi vivo affetto per lui che,
non potendo decidersi ad affidare ad altri la sua educazione, fin
d'allora voile istruirlo lui stesso, come difatti fece. Percio mio fra-
tello non fu mai in collegio enon ebbe mai altri maestri tranne che
mio padre.
Nel 1631 mio padre si tras feri a Parigi 4, dove condusse tutta la

1 Di tre anni piu grande di Blaise, essendo nata nel 1620, Gilberte a1.do sposa
(13 giugno 1641) al cugino Florin Perier, consigliere delia Corte dei Tributi di
Clermont.
2 Atto di battesimo, dai registri delia parrocchia di san Pietro di Clermont: «Le
27 jour de juin 1623, a ete baptise Blaize Paschal, fils a noble Estienne Paschal,
conseiller eslu pour le roy en /'election d'A uvergne, aClairmont; et anoble demoi-
zelle Anthoinette Begon; le parrin nob/e Blaize Paschal, conseiller du roy en la se-
neschaussee et siege presidial d'Auvergne, audit C/airmont, la marrine dame
Anthoinette de Fontfreyde. Au registre ont signe Paschal et Fontfreyde ».
3 Nell'antica monarchia, la Cour des Aides era il regio tribunale competente per
le cause riguardanti le imposte indirette.
4 Continuo pero a conservare la carica di presidente delia Corte dei Tributi di
Clermont fino al 1634. Il trasferimento de5nitivo delia famiglia a Parigi e dei pri-
mi di gennaio del 1632.

21
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famiglia e vi stabili la sua dimora. Mio fratello, che allora aveva
appena otto anni, trasse un gran vantaggio da tale trasferimento
per il piano di educazione propostosi da mio padre. Certo, rima-
nendo in provincia, mio padre non avrebbe potuto averne le stesse
cure, perche l'avrebbero molto distolto sia l'esercizio delia sua ca-
rica sia le continue visite che riceveva in casa; a Parigi invece era
completamente libero, evi si dedico interamente, ottenendone tut-
ti i risul tati che possono avere le cure di un padre tanto intelligente
e affezionato.
La regola principale di questa educazione consisteva nel tenere
il ragazzo al disopra del suo compito. Per questo, non voile inse-
gnargli il latino prima dei dodici anni, affinche poi gli riuscisse piu
facile.
Durante questo tempo non lo tenne pero ozioso, perche gli inse-
gnava tutte le cose di cui lo giudicava capace. Gli faceva vedere
in genere che cosa sono le lingue; gli mostrava come queste erano
state ridotte a certe regole grammaticali, le quali avevano pure delle
eccezioni accuratamente notate, e che in questo modo si era trova-
to il mezzo di rendere tutte le lingue comunicabili da un paese al-
l'altro.
Queste idee generali gli schiarivano la mente e gli facevano co-
noscere il perche delle regole grammaticali; cosicche, quando co-
mincio a impararle, sapeva perche le imparava, e si dedicava proprio
alle cose che richiedevano maggior applicazione.
Oltre queste nozioni, mio padre gliene da va altre. Spesso gli par-
lava dei fenomeni straordinari delia natura, come delia polvere da
sparo e di altre cose che stupiscono appena vi si pone attenzione.
Mio fratello amava assai quelle conversazioni, ma voleva sapere
il perche di ogni cosa; e, siccome non tutti i perche ci sono noti,
quando mio padre non riusciva a darglieli oppure adduceva le spie-
gazioni che di solito si danno e che sono soltanto dei pretesti, lui
non ne era contento, perche ha avuto sempre una meravigliosa per-
spicacia nel discernere il falso; anzi possiamo dire che, sempre e
in tutto, la verită. e stato l'unico obiettivo delia sua mente, giacche
nulla al di fuori delia conoscenza delia verita ha saputo e potuto
soddisfarlo.
Per questo, fin dall'infanzia, non si arrendeva se non a cio che
gli sem brava evidentemente vero; e quando non gli si davano delle
buone spiegazioni, le andava a cercare lui stesso. Una voita attac-

22
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cato a qualcosa, non la lasciava finche non aveva trovato una spie-
gazione che potesse soddisfarlo. Un giorno, stando a tavola, aven-
do un tale urtato per caso con un coltello un piatto di porcellana,
nota che eia produceva un gran suono che subito cessava appena
vi si metteva la mano sopra. Voile subito conoscerne la causa, e
quella esperienza lo porta a farne molte altre sui suoni. Nota tante
cose che a undici anni ne scrisse un trattato, giudicato abbastanza
ben condotto.
La sua inclinazione per la geometria comincia a manifestarsi pri-
ma ancora che avesse dodici anni, per una circostanza cosi straor-
dinaria che merita di essere raccontata nei suoi particolari.
Mio padre era versato nelle scienze matematiche ed era percia
in contatto con tutti gli esperti di queste scienze, i quali venivano
spesso da lui. Ma siccome s'era proposto di istruire mio fratello
nelle lingue, e sapeva che la matematica e una scienza che riempie
e soddisfa lo spirito, non volle che mio fratello ne avesse alcuna
conoscenza, per paura che diventasse negligente nel latino e nelle
altre lingue, nelle quali voleva che si perfezionasse. Per questo mo-
tivo aveva messo sotto chiave tutti i libri che trattavano di mate-
matica. S'asteneva finanche dal parlarne con gli amici, in sua
presenza. Questa preoccupazione pera non impediva che la curio-
sita del ragazzo ne fosse stimolata, tanto e vero che pregava spesso
mio padre di insegnargli le scienze matematiche. Mio padre pera
si rifiutava, pur promettendogli che gliele avrebbe insegnate come
premio appena avesse imparato illatino e il greco. Vedendo que-
sta resistenza, mio fratello gli chiese un giorno che cos'e la mate-
matica e di che cosa tratta. Mio padre gli disse genericamente che
e il mezzo di tracciare delle figure esatte e di trovare le loro pro-
porzioni, ma nello stesso tempo gli proibi di parlarne in avvenire
e di pensarci su. Ma quella mente che non poteva star chiusa in
quei limiti, appena in possesso di quel barlume, che cioe la mate-
matica offre il mezzo di costruire delle figure infallibilmente giu-
ste, comincia a pensarci su. Nelle ore di ricreazione, che trascorreva
di solito in una stanza addetta a questo, prendeva dei pezzi di car-
bone e si metteva a disegnare delle figure sui mattoni, cercando,
per esempio, di costruire un cerchio perfettamente rotondo, un
triangolo equilatero e cose simili. Ci riusciva da solo e senza diffi-
colta. In seguito cerco le proporzioni delle figure tra loro. Ma, poi-
che la preoccupazione di mi o padre nel nascondergli -queste cose

23
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era stata cosi grande che mio fratello non ne conosceva neppure
i nomi, fu costretto a crearseli da se. Chiamava il cerchio un ton-
do, la linea una sbarra, e cosi di seguito. Dopo questi nomi, creo
degli assiomi, e infine alcune dimostrazioni perfette; e poiche nelle
scienze matematiche una cosa tira l'altra, egli ando tanto oltre e
spinse le sue ricerche cosi avanti che giunse fino aiia trentaduesi-
ma proposizione del prim o libro di Euclid>! 5 • Mentre stava a stu-
diare queste cose, mio padre entro per caso nella sua stanza senza
che mio fratello lo sentisse, e lo trovo cosi immerso nel suo studio,
che per molto tempo non s'avvide delia sua presenza. Non epossi-
bile dire ehi ne resto piu sorpreso, se il figlio al vedere il padre,
a causa dell'espressa proibizione che gliene era stata fatta, oppure
il padre a vedere il figlio immerso in tutte quelle cose. Ma piu grande
fu la sorpresa del padre quando, avendogli chiesto che cosa face-
va, il figlio rispose che cercava una cosa che era poi la trentaduesi-
ma proposizione del primo libro di Euclide. Mio padre gli chiese
come fosse stato spinto a pensare a tale cosa. Egli rispose che l'a-
veva scoperta. E insistendo mio padre nelle domande, gli diede an-
cora qualche dimostrazione che lui aveva fatta; e infine, facendo
il cammino a ritroso e servendosi dei nomi di tondo e di sbarra,
giunse alle sue definizioni e ai suoi assiomi.
Mio padre fu cosi sbalordito delia grandezza e delia potenza di
quel genio che, senza dir nulla, lo lascio e corse dai signor Le
Pailleur 6 , suo intimo amico e anche lui grande scienziato. Appe-
na giunto, resto immobile e come fuor di se. Le Pailleur vedendo
tutto questo, e accortosi pure che versava qualche lacrima, ne fu
spaventato e lo prego di non nascondergli piu a lungo la causa del
suo dolore. Mio padre gli disse: - Non piango di dolore, ma di
gioia. Voi sapete le precauzioni che presi per nascondere a mio fi-
glio la conoscenza delia geometria, per paura di distrarlo dagli al-
tri studi; e intanto, guardate che ha fatto. - E cosi dicendo, gli
fece vedere quello che il figlio aveva trovato e che era sufficiente
per r,.oter dire che in un certo modo aveva scoperto la matematica.
Le Pailleur non resto meno sorpreso di mio padre. Gli disse che

s Il famoso teorema: la somma degli angoli di un triangolo e uguale a due an-


goli retti.
6 Matematica parigino. lndrodusse Etienne Pascal nel cenacolo scientifico del p.
Marin Mersenne, frequentato da illustri fisici e matematici, come Desargues, Roberval,
Gassendi, Carcavi ecc. La dedica del sesto libro del Traite des Instruments del p. Mer-
senne a Etienne Pascal sta a dimostrare in che stima questi era tenuto da quei dotti.

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non considerava giusto tener piua lungo prigioniera quella mente
nascondendole la conoscenza delle scienze matematiche; bisogna-
va permettergli di consultare i libri, senza nessun impedimento 7 •
Mio padre, riconoscendo giusti questi consigli, diede al figlio gli
Elementi di Euclide perche li leggesse nelle ore di ricreazione. Questi
li lesse e li capi da solo, senza bisogno di alcuna spiegazione; e men-
tre li leggeva, componeva e progrediva tanto da poter assistere re-
golarmente alle conferenze 8 che si tenevano ogni settimana e a cui
partecipavano i migliori scienziati di Parigi per dare comunicazio-
ni dei loro lavori ed esaminare quelli degli altri. Mio fratello vi as-
solveva benissimo il suo compito, sia per l'esame dei lavori altrui
che per la produzione; infatti era uno di quelli che portavano mol-
to spesso delle cose nuove. In quelle riunioni si esaminavano assai
spesso anche i contributi che venivano dalla Germania e da altri
paesi stranieri; e il suo giudizio veniva ascoltato con maggiore at-
tenzione di quello degli altri, perche aveva un intuito cosi lucido
da arrivare a scoprire difetti di cui altri non si erano accorti. Tut-
tavia dedicava a questo studio soltanto le ore di ricreazione, per-
che imparava il latino secondo le regole che mio padre espressa-
mente gli aveva date. Ma, poiche trovava in quella scienza la veri-
ta che aveva sempre cercata con tanto ardore, ci prendeva tanto
piacere da impegnarvisi con tutta la sua mente; e, sebbene potesse
applicarvisi poco, progredi talmente che a sediei anni scrisse un
Trattato de/le coniche 9 , che fu ritenuto un•opera di grande impe-
gno, tanto e vero che si diceva che, dopo Archimede, non s'era
visto nulla di cosi poderoso. Tutti gli esperti erano del parere che

7 Sulla scoperta delia trentaduesima proposizione degli Elementi di Euclide, co-


me viene raccontata da Gilberte, il Brunschvicg (Pascal, 1932) muove delle diffi-
colta e il Tallemant de Reaux insinua che Pascal si fosse letto di nascosto dai padre
gli Elementi (Histoirettes, Parigi, 1854-1859, voi. IV, p. 122).
s Il cenacolo de! p. Mersenne -da cui ebbe poi origine 1' Accademia delle scien-
ze di Parigi - si riuniva ogni settimana per ascoltare la lezione o comunicazione
scientifica d'un socio presente oppure per esaminare le relazioni dei vari scienziati
corrispondenti come Cartesio e Fermat in Francia, Galileo e Torricelli in Italia. 1
principi a cui s'ispirava il cenacolo del Mersenne erano di pieno ossequio alia Chie-
sa in materia di fede e di costume, e di piena autonomia delle discipline scientifi-
che, le quali dovevano stare unicamente all'esperienza e diffidare delia metafisica.
9 Questo trattato, completato ne! 1648, e andato perduto. Il Leibniz, in una lettera
del30 agosto 1672 a Etienne Perier, nipote di Pascal, che gli aveva mandato in visione
tutto il manoscritto sulle coniche, ne fa un'accurata descrizione. Di tutto il trattato ci
resta una saggio in latino: Generatio conisectionum (Generazione deUe sezioni coniche)
in una copia fatta dallo stesso Leibniz, el' Essai pour les coniques, composto nell'in-
verno 1639-1640 e pubblicato nell640 in un sol foglio a Parigi, in pochissirni esemplari.

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lo si stampasse subito, perche dicevano che, sebbene quell'opera
fosse sempre meravigliosa, tuttavia, se stampata quando l'autore
era appena sedicenne, questa circostanza avrebbe accresciuto di
molto la sua bellezza. Ma mio fratello, che non aveva mai avuto
desiderio di reputazione, non se ne interesso; e cosi quell'opera non
e stata mai stampata.
Intanto continuava a imparare il latino e il greco. lnoltre, du-
rante e dopo il pranzo, mio padre conversa va con lui ora di logica
ora di fisica e delle altre parti delia filosofia. Tutto quello che ha
imparato, l'ha imparato cosi, perche non fu mai in collegio ne eb-
be mai maestri di filosofia o di altre discipline.
E facile immaginare la soddisfazione di mio padre peri progres-
si che mio fratello faceva in tutte le scienze; pero non si rese conto
che la grande e continua applicazione delia mente in una eta cosi
tenera poteva influire molto sulla salute, che infatti comincio a ro-
vinarsi appena mio fratello raggiunse l'etă. di diciotto anni. E, poi-
che i disturbi che sentiva allora non erano troppo forti, mio fratello
non provo nessuna difficoltă. a proseguire nelle sue ordinarie oc-
cupazioni, tanto che, in quel tempo e all'etă. di diciannove anni,
invento quella macchina aritmetica 10 , con cui si fanno tutte le spe-
cie di operazioni non solo senza penna e senza gettoni ma anche
senza sa pere alcuna regola d' aritmetica, e con un 'infailibile si-
curezza.
Questa invenzione estata considerata come una cosa nuova net-
Ia natura, in quanto riduce a meccanismo una scienza che risiede
interamente nella mente, e offre il mezzo di fare tutte le operazio-
ni con una completa certezza, senza bisogno di ragionamenti. Que-
sto lavoro gli costo molto, non gia per concepirlo e per attuarne

IOEla prima macchina calcolatrice. Fu ideata da Pascal net 1642 e doveva ser-
vire per aiutare il padre che, nella nuova carica a Rouen di « commissario deputato
da Sua Maestă- nell' Alta Normandia per l'imposizione ela riscossione delle impo-
ste » (1639), era talmente oberato di lavoro da scrivere a Gilberte: « In quattro an-
ni non mi sono coricato sei volte prima delle due dopo mezzanotte ». Pascal impieg6
in questa invenzione circa due anni, a causa delle difficolta da parte degli artigiani
e limatori. Ne fece una cinquantina di modelli. Nel 1645 ne chiese il brevetto con
una Lettre dMicatoire ă Mgr. le Chancelier sur le sujet de la nou ve/le machine arith·
metique inventee par le sieur Blaise Pascal; gli venne concesso soltanto ne) 1649.
Pascal continuo ancora a perfezionare la sua macchina e l'ultimo modello, termi-
nato net 1652, e conservato ne! Conservatorio nazionale delle arti e mestieri di Pa-
rigi. Sfrutto anche commercialmente la nuova invenzione, vendendo a cento franchi,
la macchina che allora veniva chiamata « la pascaline >>.

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il meccanismo - anzi gli riusci facile -, ma per far capire agli
operai tutte quelle cose. E fu per questo che gli ci vollero due anni
per portarla all'attuale perfezione.
Ma questa fatica e il suo stato di salute, che era gia cagionevole
da qualche anno, gli provocarono dei disturbi che non l'hanno piu
abbandonato. Talvolta lui stesso mi ha detto che fin dai diciotto
anni non aveva trascorso un giorno senza dolori. I suoi disturbi
non erano sempre di uguale violenza, e appena gli davano un po'
di tregua e di sollievo, la sua mente andava subito alia ricerca di
qualcosa di nuovo.
A ventitre anni, conosciuta l'esperienza di Torricelli, invento e
porto a compimento l'altra che vien chiamata esperienza de/
vuoto 11 , la quale dimostra abbastanza chiaramente che tutti i fe-
nomeni fino ad allora attribuiti al vuoto sono invece causati dalla
pesantezza dell'aria. Questa esperienza fu l'ultima con cui la sua
mente si applico alle scienze umane; e, sebbene dopo abbia inven-
tata i teoremi delia cicloide, questo non e in contraddizione con
quello che ho detto, perche li scopri senza pensarci e in un modo
che fa credere che non vi si era applicato come din) in seguito.
Immediatamente dopo, e quando non aveva ancora ventiquat-
tro anni, avendo la Provvidenza di Dio fatto nascere un'occasio-
ne 12 che lo costrinse a leggere alcuni libri di pieta, Dio l'illumino

11 Le prime esperienze sul vuoto lasciato nel tubo dalla discesa d'una colonna
di mercurio furono iniziate negli ultimi mesi de! 1646 da Pascal, in collaborazione
col padre e col fisico Pierre Petit de Montlw;on. Giă. ne! 1643 Evangelista Torricel-
li, con l'amico Viviani, aveva scoperto il principio dell'equilibrio dei liquidi, comu-
nicata al cenacolo del p. Mersenne. Pero a Pascal tocea il merito non solo d'aver
allargato l'esperienza del Torricelli ricorrendo a diversi liquidi, a diversi recipienti
e a diverse altitudini (l'esperimento infatti fu ripetuto sul Puy-de-Dome il 19 set-
tembre 1647, e poi ancora a Parigi sul campanile di Saint-Jacques de la Boucherie),
ma soprattutto d'aver attribuito la causa del fenomeno alia pressione atmosferica
e non giă all'horror vacui secondo il postulato delia filosofia aristotelica: natura
abhorret a vacuo. La polemica che ne nacque tra Pascal e il gesuita p. Noei, rettore
del collegio di Clermont a Parigi, dopo la pubblicazione di Experiences nouvelles
touchant le vide (primi di ottobre 1647), servi ad approfondire meglio i risultati
delle prime esperienze che Pascal espose poi in Recit de la grande experience de
l'equilibre des liqueurs, pubblicato a Parigi nell'ottobre 1648, nei due trattati De
l'equilibre des liqueurs e De la pesanteur de la masse de /'air, scritti nel1653 e pub-
blicati postumi dai cognato Florin Perier ne! 1663, e nel Traite du vide, il cui proe-
mio (trad. italiana in: B. PASCAL, Opuscoli e lettere, Edizioni Paoline 1958, pp.
15-25) risale al 1647 e che resto incompleta (alcuni frammenti furono pubblicati
dopo la sua morte).
12 E !'incidente occorso al padre di Pascal nel 1646, di cui paria Marguerite Pe-
rier (vedi piu avanti, nota 19).

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talmente con quelle sante letture che capi perfettamente come la
religione cristiana ci obbliga a viver~ solo per Dio e ad avere sol-
tanto lui come obiettivo. Questa verită. gli parve cosi evidente, cosi
necessaria e cosi utile, che pose fine a tutte le sue ricerche. Da allo-
ra rinunzio a tutte le altre conoscenze per dedicarsi all'unica cosa
che Gesu Cristo chiama necessaria.
Fino a quel momento, per una speciale protezione delia Provvi-
denza, era stato preservato da tutti i vizi delia giovinezza; e, cosa
piu strana in uno spirito di quella tempra e di quel carattere, non
era mai arrivato al libertinaggio 13 in materia di religione, limitan-
do sempre Ia sua curiosită. alle cose naturali. Spesse volte mi ha
confessato che aggiungeva questa riconoscenza a tutte le altre cui
era obbligato versa mio padre, il quale, avendo il massimo rispet-
to per la religione, glielo aveva ispirato fin dall'infanzia, dandogli
come massima che tutto quello che e oggetto delia fede non pua
essere oggetto delia ragione. Queste massime, che gli venivano spes-
so ripetute da un padre per il quale aveva una grandissima stima
e nel quale notava una grandissima scienza accoppiata a un ragio-
namento assai precisa e forte, facevano tanta impressione sul suo
spirito da restare niente affatto scosso dai discorsi che udiva dai
libertini; anzi, sebbene fosse molto giovane, li considerava come
gente che riteneva il falsa principio delia ragione superiore a ogni
cosa e non conosceva la natura delia fede.
Per questo, il suo spirito cosi grande, cosi aperto e cosi pieno
di curiosită., che si chiedeva con tanta cura la causa e la ragione
di tutto, era nello stesso tempo sottomesso carne un bambino a tutte
le cose delia religione; e questa semplicită. l'ha dominata per tutta
la vita; cosicche, anche dopo essersi decisa a non dedicarsi ad al-
tro studio al di fuori di quelio delia religione, non si e mai interes-
sato dei problemi astrusi delia teologia e s'e impegnlto, con tutta
la forza delsuo spirito, a conoscere ea praticare la perfezione del-
Ia morale cristiana, alia quale ha consacrata tutti i talenti datigli

IlIl concetto di « libertino >> e di « libertinaggio », riferito qui al secolo di Pa-


scal, non comporta necessariamente l'immortalita delia vita. Libertini erano chia-
mati i razionalisti, gli indifferenti in materia religiosa, che non ammettevano niente
al di fu ori delia ragione; la loro regola morale era 1' honnetete, il cui teorico piu
scriteriato fu il Cavalier Mere. Le stesse idee religiose e morali dei « libertini » le
ritroveremo, ma con maggiore spavalderia e difese ne! nome delia nuova (< scien-
za », in Voltaire e negli Enciclopedisti.

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da Dio, meditando giorno e notte, per tutto il resta delia sua vita,
soltanto la legge di Dio.
Pero, pur non avendo fatto uno studio particolare delia scola-
stica, non ignorava le decisioni delia Chiesa contra le eresie inven-
tate dalla sofisticheria e dallo sbandamento delia ragione umana;
e propria contra questa specie di novită. era maggiormente anima-
ta; e Dio, in quel tempo, gli offri l'occasione di mostrare lo zelo
che aveva per la religione.
Si trovava allora a Rouen, dove mio padre era addetto al servi-
zia del re, e dove aliora c'era un tale 14 il quale insegnava una nuo-
va filosofia che attirava tutti i curiosi. Mio fratello, spinto da due
suoi giovani amici, ando con loro da lui; ma, nella conversazione
che ebbero con quel tale, restarono molto sorpresi che questi, espo-
nendo i principî delia sua filosofia, ne tira va delie conseguenze su
alcuni punti di fede, contrarie alie decisioni delia Chiesa. Con i suoi
ragionamenti dimostrava che il corpo di Gesu Cristo non era for-
mata del sangue delia Vergine, e molte altre cose simili. Vollero
controbatterlo, ma l'altro resto fermo nelle sue opinioni. Percio,
dopo aver vagliato tra loro il danno che derivava dai permettere
a un individuo, che aveva opinioni erronee, di istruire la gioventu,
decisero di avvertirlo innanzi tutto e poi di denunziarlo, se non aves-
se fatto caso delloro avvertimento. E cosi avvenne. Infatti costui
respinse illoro avvertimento, ed essi credettero loro dovere denun-
ziarlo al vescovo di Belley 15 , che a quel tempo esercitava i poteri
episcopali nella diocesi di Rouen, su incarico dell'arcivescovo. Il
vescovo di Belley mando a chiamare quell'uomo e, dopo d'averlo
interrogato, fu ingannato da una equivoca professione di fede che
l'altro scrisse e firmo, poco curandosi dell'avvertimento tanto im-
portante datogli dai tre giovani.
Appena costoro videro quella professione di fede, vi riconobbe-
ro subita il tranello e si sentirono obbligati a ricorrere all'arcive-

14 E l'ex-cappuccino Jacques Forton, detto frere Saint-Ange: uno spirite stra-


vagante, il quale insegnava che la mente umana, senza la Scrittura e la Tradizione,
puo conoscere tutti i misteri delia religione. Pascal e altri due amici denunziarono
dodici sue proposizioni errate. Cfr. E. JOVY, Un philosophe victime de Pascal, Jac-
ques Forton et ses ecrits (Parigi 1923).
15 Mgr. Jean-Pierre Camus, discepolo di san Francesco di Sales e coadiutore
dell'arcivescovo di Rouen. Cfr. Ch. URBAIN, Un episode de la vie di J. P. Camus
et de Pascal, in« Revue d'histoire littc~raire de la France )), 15 gennaio 1895.

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scovo di Rouen, a Gaillon, dove si trovava. Questi, dopo aver tut-
to esaminato, trovo la cosa cosi importante da scrivere una lettera
patente al suo Consiglio, ordinando espressamente al vescovo di
Beliey di far ritrattare quell'uomo su tutti i capi d'accusa e di non
ricevere niente da lui se non attraverso colora che lo avevano de-
nunziato. Gli ordini dell'arcivescovo furono eseguiti. Quell'uomo
comparve davanti al Consiglio dell'arcivescovo e ritratto tutte le
sue opinioni - e possiamo dire che lo fece sinceramente, perche
non mostre mai rancore contra colora che lo avevano trascinato
in quel processo; il che fa credere che lui stesso fosse stato ingan-
nato dalie false conseguenze che traeva dai suoi falsi principî. Bi-
sogna anche aggiungere che i tre non avevano avuto alcuna
intenzione di fargli del male ne altra mira che di farlo ricredere e
impedirgli di sedurre i giovani incapaci di discernere il vero dal falsa
in questioni tanto astruse. Per questo, la cosa si conduse in buona
concordia.
Mio fratello continue a cercare sempre pili i mezzi per piacere
aDio, e, fin dall'etâ di ventiquattro anni, il suo amare per la per-
fezione s'accese talmente da diffondersi su tutta la famiglia. Mio
padre, seguendo senza vergogna gli esempi del figlio, abbraccio fin
d'allora una vita piu scrupolosa, mediante la pratica continua del-
le virtu durata fino alia sua marte, che estata cristianissima. Mia
sorelia 16 , che aveva dei talenti straordinari e fin dall 'infanzia go-
deva di una reputazione a cui poche ragazze arrivano in un'etâ piu
matura, fu anch'essa talmente impressionata dai discorsi di mio
fratello che decise di rinunziare a tutte le comoditâ che aveva amate
fino a quel momento per consacrarsi interamente a Dio. Poiche
essa aveva un grande spirito, appena Dio le muto il cuore, capi,
carne mio fratello, tutte le cose che questi diceva sulla santita delia
religione cristiana, e, non potendo tollerare l'imperfezione nella
quale credeva di essere restando nel mondo, si fece religiosa in un
monastero motto austera a Port-Royal des Champs, dove mori a

Jal:queline Pascal nacque nel 1625, due anni dopo Blaise. Entro tra le reli-
16
giose di Port-Royal nel 1652 e mori giovanissima, un anno prima del fratello, nel
1661. Il Corneille aveva lodato i suoi versi giovanili. A undici anni compose una
tragedia in cinque atti, che venne rappresentata anche alia presenza del card. Ri-
chelieu. Jacqueline deve molto a Pascal; ma Pascal deve a Jacqueline assai di piu,
perche fu lei, giă religiosa, ad avviarlo a quella che viene chiamata la « seconda
conversione ». Cfr. V. COUSIN, J. Pascal, Parigi, 1845.

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trentasei anni, dopo avere assolto i compiti piu difficili ed essersi
consumata in poco tempo con un merito, che altre religiose acqui-
stano soltanto dopo parecchi anni.
Mio fratello aveva allora ventiquattro anni. 1 suoi disturbi era-
no andati sempre piu crescendo fino al punto che non poteva de-
glutire alcun liquido, se non caldo e per di piu a goccia a goccia.
E poiche soffriva inoltre una cefalea quasi insopportabile, un ri-
scaldamento viscerale e molti altri mali, i medici gli ordinarono di
purgarsi un giorno si e un giorno no per tre mesi; e dovette quindi
prendere tutte le medicine nel modo che gli era possibile, cioe ri-
scaldate e centellinate a goccia a goccia. Era un vero supplizio, e
coloro che gli stavano vicini n'avevano orrore soltanto a vederlo;
pero mio fratello non se ne lamento mai.
Considerava tutto questo un bene per lui. Infatti, non conoscendo
altra scienza che quella delia virtu e sapendo che questa si perfe-
ziona nelle infermită., offriva con gioia tutte le sue pene in sacrifi-
cio di penitenza. Notando in ogni cosa i vantaggi del cristianesimo,
diceva spesso che un tempo, quando i suoi disturbi lo distoglieva-
no dagli studi, se ne rammaricava; ma che un cristiano trova le sue
convenienze in tutto, soprattutto e particolarmente nelle sofferen-
ze, perche in esse vi conosce Gesu Cristo crocifisso, il quale deve
essere tutta la scienza di un cristiano e l'unica gloria delia sua vita.
La continuazione di questi rimedi, uniti agli altri che gli veniva-
no ordinati, gli diedero un qualche sollievo ma non una perfetta
salute; percio i medici credettero che, per rimetterlo completamente,
fosse necessario che lui rinunziasse a ogni applicazione intellettua-
le di un certo impegno e cercasse ogni possibile occasione di svaga-
re la mente con qualcosa che lo tenesse occupato e insieme gli fosse
gradevole, cioe in una parola con le ordinarie conversazioni mon-
dane, perche non c'erano altri possibili divertimenti per mio fra-
tello. Ma come avrebbe potuto decidervisi un uomo guardingo co-
me lui? In realtă., dapprima trovo molte difficoltă.; ma, pressato
da ogni parte, cedette infine alia ragione speciosa del suo ristabili-
mento in salute. Lo convincemmo infatti che la salute e un deposi-
to di cui Dio vuole che prendiamo cura.
Eccolo dunque nel mondo. Spesse volte si trovo a Corte 17 , do-

17 Il 14 aprile 1652, come attesta la Muse historique- una specie di giornale


in versi, pubblicato a Parigi da Jean de Loret,- fu al piccolo Lussemburgo, dalla

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ve alcuni intenditori notarono che immediatamente s'adatto a bel-
l'agio a quel clima come se l'avesse respirato per tutta la vita. Bi-
sogna dire che, quando parlava del mondo, ne metteva cosi bene
in luce tutti gli istigamenti che era facile capire che sarebbe stato
capacissimo di rimuoverli per scegliere quelle cose che bisogna fa-
re per adattarvisi nei limiti del ragionevole.
Fu questo il tempo peggio impiegato delia sua vita. Infatti, seb-
bene per misericordia di Dio si sia preservato dai vizi, in fondo si
trattava sempre del clima mondano che e molto diverse da quello
del Vangelo. Dio, che gli ~hiedeva una maggiore perfezione, non
voleva !asciarvelo a lungo, e per trarlo dai mondo si servi di mia
sorella, cosi come s'era un tempo servite di mio fratello per trarre
mia sorella dai suoi impegni mondani.
Da quando era entrata in religione, mia sorella aveva accresciu-
to ogni giorno il suo fervore, e tutti i suoi sentimenti si nutrivano
di una santita senza riserva. Per questo non poteva tollerare che
colui a cui, dopo Dio, era debitrice delle grazie di cui godeva, non
fosse in possesso di queste stesse grazie. E poiche mio fratello la
vedeva spesso, gliene parlava continuamente; alia fine lo fece con
tanto calore da convincerlo- come gia lei era stata da lui convinta
- a lasciare il mondo e tutte le conversazioni mondane 18 , le piu
innocenti delle quali sono soltanto continue futilita, assolutamen-
te indegne delia santita del cristianesimo a cui tutti siamo chiamati
e di cui Gesu Cristo ci ha dato l'esempio.
Il motivo delia salute, che prima l'aveva spinto, gli parve allora
cosi meschine che ne ebbe vergogna. La luce della vera saggezza
gli fece chiaramente vedere che la salvezza dell'anima doveva esse-
re preferita a tutto e che non ragiona ehi si ferma a un bene pas-
seggero del corpo quando si tratta del bene eterno dell'anima 19 •

duchessa d' Aiguillon, nipote del Richelieu, in compagnia di duchesse, cavalieri cui
espose i risultati delia sua macchina calcolatrice. Probabilmente durante questo pe-
riodo frequento anche il salotto di Madame de Sabie. 1 suoi primi intimi amici mon-
dani furono il Cavalier Mere, Damien Miton e il duca di Roannez, i quali lo
introdussero nella bella societa e l'accompagnarono in un viaggio di piacere nel Poi-
tou, probabilmente verso l'autunno del 1653.
18 « Ha un disgusto quasi insopportabile per tutte le persone che sono nel mon-
do », scriveva Jacqueline a Gilberte 1'8 dicembre 1654.
19 Questa << conversione » viene datata da lui stesso al 23 novembre 1654, nel
famoso Memoriale. La prima risale all646 e porto una ventata di spiritualita nella
famiglia. Stando al racconto di Marguerite Perier, nipote di Pascal, Etienne Pascal

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Aveva trent'anni quando decise di abbandonare i nuovi impe-
gni contratti nel mondo; comincio col cambiare quartiere, e per
spezzare meglio tutte le sue abitudini si ritiro in campagna 20 • Tor-
nato in cittă. dopo un lungo ritiro, mostro cosi bene che voleva la-
sciare il mondo, che alia fine il mondo lo abbandono.
Inoltre, in tutte le cose si faceva sempre regolare dai principî; in-
fatti, la sua mente e il suo cuore, cosi com'erano, non potevano se-
guire una diversa condotta. Percio i suoi propositi in quel ritiro si
riassunsero in queste due massime fondamentali delia vera pietă.: ri-
nunziare a tutti i piaceri, e rinunziare anche a tutte le cose superflue.
Per praticare la prima massima, incornincio innanzi tutto a fare
a meno, come ha poi fatto sempre, del servizio dei domestici, per
quanto gli era possibile. Faceva il letto da se, andava a prendersi il
pranzo in cucina, riportava le stoviglie; insomma si serviva dei do-
mestici soltanto per quelle cose che non poteva assolutamente fare
da se.
Non era possibile che non usasse i suoi sensi; pero, quando era
necessariamente costretto a concedere loro qualche piacere, aveva una
destrezza meravigliosa nel distoglierne la mente perche non vi pren-
desse parte. A tavola non lo abbiamo mai udito, mentre mangiava,

cadendo sul ghiaccio nel giugno 1646 si ruppe una gamba e si affido per le cure
a due esperti chirurghi, il Deslandes e il De La Bouteillerie, i quali stettero in casa
del padre di Pascal per circa tre mesi. « Questi signori, continua Marguerite Perier,
avevano tanto zelo e tanta carita per il bene spirituale del prossimo quanto ne ave-
vano per la salute corporale. Essi notarono in mio nonno e in tutta la sua famiglia
molto spirito e, considerando come un grandissimo danno che tanti bei talenti fos-
sero impiegati unicamente nelle scienze umane, di cui sapevano bene la inutilită e
lc~. futilita, si misero apryresso a Pascal, mio zio, per indurlo alla lettura dei !ibri
di solida pietă e per farglieli gustare. Ci riuscirono appieno. lnfatti, poiche aveva
uno spirito ben formato e ottimo e non s'era mai dato, sebbene giovanissimo, a
tutte le follie delia giovinezza, conobbe il bene, lo senti, lo amo e l'abbraccio. E
quando quei signori l'ebbero guadagnato aDio, guadagnarono con lui tutta la sua
famiglia. lnfatti, appena mio nonno dopo q\Jella grave malattia comincio a essere
in condizione di applicarsi a qualcosa, suo figlio, che cominciava a gustare Dio,
lo fece gustare anche a lui ea mia zia, sua sorella, la quale ne fu cosi intimamente
convin ta che decise fin d'allora di lasciare il mondo e farsi religiosa ... Tutti poi
conobbero il santo curata (il dottor Guillebert, curata di Rouville, amico e disce-
polo di Saint-Cyran), il quale aveva attratto a Dio quei due signori di cui Dio si
servi per illuminare tutta la nostra famiglia, e si posero sotto la guida di questo
santo uomo che li condusse a Dio in una maniera mirabile )).
2o Il primo ritiro di Pascal a Port-Royal des Champs duro due settimane (7-21
gennaio 1655, quindi Pascal non aveva 30, bensi 31 anni e qualche mese alia sua
« seconda con versione )) ) .

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lodare le vivande; e quando talvolta ci siamo preoccupati di servirgli
qualcosa di piu delicata, alia nostra richiesta se gli era piaciuto ri-
spondeva semplicemente: « Dovevate dirmelo prima, perche adesso
non me ne ricordo piu e vi confesso che non ci ho fatto caso ». E
se qualcuno, come comunemente si e soliti fare, lodava la bonta di
un piatto, non poteva sopportarlo e diceva che quella era sensualita,
anche se si trattava delle cose piu comuni: « Perche, diceva, era se-
gno che si mangiava quella vivanda per accontentare il proprio gu-
sto, il che e sempre un male; oppure, a dir poco, si parlava un
linguaggio conforme a quello degli uomini sensuali e che non e con-
veniente a un cristiano il quale non deve mai dir niente che non ab-
bia anche un certo profumo di santita ». Non aveva mai permesso
che gli si facesse qualche salsa o intingolo, che gli si desse succo d'a-
rancio o d'uva o che gli si svegliasse in qualche moda l'appetito, seb-
bene gli piacessero naturalmente tutte queste cose. Fin dall'inizio del
suo ritiro, aveva regolato la quantita di cibo necessaria al suo stoma-
co; e d'allora, pur avendo appetito, non sorpassava mai quella misu-
ra, e, pur sentendo nausea, mangiava ugualmente la quantita che aveva
stabilito. Quando gli si chiedeva perche facesse cosi, rispondeva che
si devono soddisfare i bisogni dello stomaco enon quelli dell'appetito.
Ma la mortificazione dei suoi sensi non lo spingeva soltanto a pri-
varsi di cio che poteva ad essi piacere, si trattasse di cibo oppure di
medicina. Per quattro anni di seguito prese dei brodi ristretti senza
manifestare il minimo disgusto. Se una casa gli veniva ordinata, la
prendeva senza difficolta; e quando io mi meravigliavo che non avesse
alcuna ripugnanza a prendere certe medicine troppo disgustose, mi
prendeva in burla e mi diceva di non capire come si potesse avere
ripugnanza per una cosa che si prende volontariamente e dopo essere
stati avvertiti che esgradevole; che soltanto la violenza e la sorpresa
debbono produrre questi effetti. In seguito sara facile notare la cura
con cui rinunziava a ogni specie di piacere intellettuale nel quale en-
trasse un pizzico di amor proprio.
Non ebbe meno cura nella pratica dell'altra massima propostasi:
rinunziare a ogni specie di case superflue, che e una conseguenza della
prima. A poco a poco s'era ridotto a non aver piu tappeti nella sua
camera, perche non li riteneva necessari; d'altronde non si sentiva ob-
bligato da alcuna regola di buona creanza ad averii, per il fatto che
riceveva soltanto persone cui raccomandava continuamente Ia morti-
ficazione e quindi non erano sorprese di vederlo vivere cosi come con-

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sigliava agli altri di vivere. Abbiamo giă. notato che aveva rinunziato
a11e visite inutili, e non vo11e neanche veder piu nessuno.
Cosi passo cinque anni della sua vita, dai trenta ai trentacinque,
lavorando continuamente per Dio o per il prossimo o per se stes-
so, preoccupandosi di diventare sempre piu perfetto. Potremmo
anzi dire in certo modo che passo cosi tutto il tempo che visse; per-
che gli altri quattro anni che Dio gli concesse furono una continua
languidezza. Non giă. che sia sopravvenuta una malattia propria-
mente nuova, ma ci fu un rincrudimento delle grandi indisposizio-
ni cui era andato soggetto fin dalla giovinezza. Pero allora ne fu
attaccato con tanta violenza che alla fine soccombette; e durante
quel tempo non pote lavorare neppure un istante a quella grande
opera che aveva iniziata a difesa deHa religione 21 , ne confortare,
sia a voce che per iscritto, le persone che si rivolgevano a lui per
consiglio, perche le sue sofferenze erano cosi grandi che non pote-
va accontentarle, pur avendone un gran desiderio.
Ma poiche gli uomini cercano un tesoro dovunque esso si trovi
e Dio non permette che una luce accesa per illuminare sia nascosta
sotto il moggio, un certo numero di persone altolocate e di spirito,
conosciute prima, lo venivano a cercare nel suo ritiro per chieder-
gli consigli; e ricorrevano a lui anche coloro che avevano dei dubbi
sulla fede, e sapevano che egli era in questo grandemente illumina-
to; e sia gli uni che gli altri, e parecchi di Ioro vivono ancora, se
ne tornavano sempre soddisfatti, e ancor oggi in ogni occasione
riconoscono di essere debitori ai suoi chiarimenti e ai suoi consigli
di tutto il bene che conoscono e fanno.
Sebbene non si impegnasse nelle conversazioni se non per moti-
vi di carită. e sorvegliasse attentamente se stesso per non perdere
nulla di quanto si preoccupava d'acquistare nel suo ritiro, tuttavia
continua sempre a sentire un certo disagio e a temere che l'amor
proprio gli facesse prendere un certo piacere a quelle conversazio-
ni, e aveva per regola di non intervenire a nessuna di esse in cui
c'entrasse minimamente l'amor proprio. D'altra parte non crede-
vadi poter rifiutare a quelle persone il soccorso di cui avevano bi-
sogno. E si trovo cosi impegnato come in una lotta. Ma lo spirito
di mortificazione, che e anche spirito di carită. che accomoda ogni

21 L'Apologia delia verita delia religione cristiana, i cui frammenti costituisco-


no i Pensieri.

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cosa, gli venne in aiuto e gli ispiro di farsi una cintura di ferro,
costellata di punte, e di mettersela a nudo sulia carne tutte le volte
che gli avrebbero annunziato la visita di qualcuno.
Cosi fece. E quando sorgeva in lui lo spirito delia vanitâ oppure
si sentiva preso dai piacere delia conversazione, si dava delie go-
mitate per raddoppiare la violenza delie punture e ricordarsi del
proprio dovere. Questa pratica gli parve tanto utile che l'usava an-
che come precauzione contro l'inoperositâ a cui si vide ridotto ne-
gli ultimi anni delia sua vita. Poiche in quelio stato non poteva ne
leggere ne scrivere, era costretto a non fare nulla e ad andarsene
a passeggio, senza poter pensare a nulia d'impegnativo. Giustamen-
te temeva che questa mancanza di occupazione, la quale e poi la
radice di ogni male, lo distogliesse dalie sue idee; e per star sempre
all'erta, s'era come incorporato questo nemico volontario il qua-
le, pungendo il suo corpo, incitava continuamente il suo spirito a
mantenersi nel fervore e gli dava cosi il mezzo di una vittoria sicu-
ra. Ma tutto questo era cosi segreto che noi non ne sapemmo mai
niente, e l'abbiamo conosciuto soltanto dopo la sua morte da una
persona di specchiata virtu, che egli amava e a cui era stato obbli-
gato a dirlo per motivi che riguardavano lei stessa.
Tutto il tempo che la caritâ non lo impegnava nella maniera sopra
descritta, lo trascorreva nella preghiera e nella lettura delia Sacra Scrit-
tura, che erano come il centro del suo cuore e dove trovava la sua
gioia e tutto il riposo del suo ritiro. Aveva certamente un dono tutto
particolare di gustare le delizie di queste due occupazioni cosi prezio-
se e sante. Anzi possiamo dire che non si trattava per lui di due occu-
pazioni, perche meditava la Scrittura pregando. Diceva spesso che
la Sacra Scrittura non e una scienza dell'intelletto ma del cuore, in-
telligibile soltanto da coloro che hanno il cuore retto e oscura per tutti
gli altri; che il velo che copre la Scrittura per gli Ebrei esiste anche
peri cattivi cristiani; e che la caritâ non esoltanto l'oggetto delia Scrit-
tura ma ne e anche la porta. Anzi aggiungeva che si e ben disposti
a capire la Sacra Scrittura quando si odia se stessi e si ama la vita
mortificata di Gesu Cristo. Con queste disposizioni leggeva la Sacra
Scrittura e la studiava cosi bene che la sapeva quasi tutta a memoria.
Se gli si faceva una falsa citazione diceva chiaramente: « La Scrittura
non dice cosi», oppure « E cosi», e notava con precisione il passo
e in genere tutto quello che poteva servirgli a dare un'intelligenza per-
fetta di tutte le veritâ sia di fede che di morale.

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Aveva una maniera di esporre cosi mirabile che abbelliva tutto quel-
lo che diceva; e pur avendo appreso moltissime cose dai libri, quando
le aveva digerite a suo modo sembravano nuove, perche sapeva sempre
esprimerle nel modo adatto e farle entrare nella mente degli uomini.
Questa straordinaria capacita di esprimersi gli era naturale; pero
lui s'era fatto alcune regole d'eloquenza del tutto singolari, le quali
servivano ad accrescere il suo talento. 1 suoi non erano quelli che si
dicono bei pensieri, che hanno un falso splendore e non significano
niente; mai parole grosse, poche espressioni metaforiche, niente oscu-
rita o grossolanita, niente idea dominante, niente omissione, niente
di superfluo. Concepiva l'eloquenza come un mezzo per dire le cose
in modo che chiunque le ascolta possa capirle senza difficolta e con
diletto, e riteneva che quest'arte consiste in certe disposizioni esisten-
ti non solo nella mente e nel cuore di ehi ascolta ma anche nei pen-
sieri e nelle espressioni di cui ci si serve; e che le proporzioni non
trovano un giusto accordo tra Ioro se non mediante la maniera con
cui si dicono le cose. Per questo, aveva motto studiata il cuore e lo
spirito dell'uomo; e ne sapeva benissimo tutte le risorse. Quando pen-
sava qualcosa, si metteva dalla parte di coloro che dovevano ascol-
tarlo; e dopo aver esaminato se c'erano tutte le proporzioni, studiava
quale tono bisognava dar loro, e non era contento finche non vedeva
che l'uno era talmente fatto per l'altro- cioe che lui aveva talmente
pensato nei panni di colui col quale doveva incontrarsi - che sareb-
be stato impossibile alia mente umana non arrendersi di buon grado,
appena tutte quelle cose si sarebbero unite mediante l'applicazione
che se ne sarebbe fatta. Non rendeva grande quel che era piccolo,
e non rendeva piccolo cio che era grande. Non gli bastava che una
cosa apparisse bella: doveva essere anche adatta all'argomento, non
aver niente di superfluo e non essere neppure difettosa. lnsomma era
talmente padrone del suo stile che diceva quel che voleva, e il suo
discorso otteneva sempre l'effetto che s'era proposto. E questa ma-
niera di scrivere schietta, giusta, piacevole, forte e naturale nel mede-
simo tempo, gli era cosi propria e cosi particolare che appena furono
pubblicate le Lettere al Provinciale si riconobbe subito che erano sue,
nonostante le precauzioni prese da lui per nasconderlo anche ai suoi
intimi 22 •

22 Le Provinciali (Les Provinciales ou les Lettres ecrites par Louis de Montalte


â un Provincial de ses amis et aux R.R. P .P. Jesuites: sur le sujet de la Morale et

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Fu proprio durante questo tempo che Dio si compiacque di gua-
rire mia figlia 23 da una fistola lacrimale, da cui era afflitta da tre
anni e mezzo. Questa fistola era cosi maligna chei piu esperti chi-
rurghi di Parigi la giudicarono inguaribile. Ma Dio s'era riservato
di guarirla al tocco delia Santa Spina che sta a Port-Royal. Questo
miracolo fu attestato da molti chirurghi e medici, e confermato dai
giudizio solenne delia Chiesa.
Mia figlia era anche figlioccia di mio fratelio; ma questi fu piu
sensibilmente toccato da questo miracolo per il fatto che Dio ne
era glorificato ed era avvenuto in un tempo in cui la fede era me-
diocre nella maggior parte degli uomini. La gioia che ne provo fu
cosi grande che ne fu tutto invaso; e poiche la sua mente rifletteva
sempre molto sulle cose di cui s'occupava, l'occasione di quel mi-
racolo particolare gli suggeri moi ti pensieri assai importanti sul mi-
racolo in genere sia nell' Antico che nel Nuovo Testamento. Se ci
sono dei miracoli c'e dunque qualcosa al di sopra di cio che chia-
miamo Ia natura: Ia conseguenza e esatta, pero bisogna essere si-
curi delia realta e delia veritâ dei miracoli. Orbene, esistono delle
regole per questo, le quali si trovano ancora nel buon senso, e que-
ste regole sono riconosciute giuste per i miracoli deli' An tico Te-
stamento. Dunque questi miracoli sono veri. Dunque c'e qualcosa
al di sopra delia natura.
lnoltre questi miracoli hanno dei segni che mostrano che il loro
autore e Dio; e i miracoli del Nuovo Testamento in particolare di-
mostrano che colui che li operava era il Messia che gli uomini do-
vevano attendere. Dunque, come i miracoli dell' Antico e del Nuovo
Testamento provano che c'e un Dio, cosi quelli de! Nuovo in par-
ticolare provano che Gesu Cristo e il vero Messia.
Egli svelava tutto questo con una chiarezza meravigliosa, e quan-
do lo sentivamo parlare e sviluppare tutte le circostanze dell' An ti-
co e del Nuovo Testamento in cui erano riferiti i miracoli, questi
ci apparivano chiari. Non si poteva negare la verita di quei mira-
coli o le conseguenze che ne deduceva per provare Dio e il Messia,
senza intaccare i principî piu comuni su cui sono fondate tutte le
cose che sono ammesse come indiscutibili. Qualcosa di questi pen-

de la Politique de ces Peres), diciotto in tutto (la 19• resto allo stato di abbozzo),
uscirono nel 1656-57, sotto lo pseudonimo Louis de Montalte. Vennero messe al-
1'/ndice il 5-6 settembre 1657.
23 Marguerite Perier. Per il « miracolo » vedi nota 25 al frammento 839.

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sieri sui miracoli e stato raccolto, ma si tratta di poco, ed io mi
crederei in dovere di dilungarmi di piu per illuminarli meglio, se-
condo tutto quello che abbiamo udito da lui, se uno dei suoi amici
non ce ne avesse data una dissertazione sulle opere di Mose 24 , in
cui tutte queste cose sono svolte mirabilmente e in una maniera non
indegna di mio fratello.
Vi rimando dunque a quest'opera e aggiungo soltanto una cosa
che e importante rilevare qui: che tutte le diverse riflessioni, fatte
da mio fratello sopra i miracoli, gli diedero molti nuovi lumi sulla
religione. Poiche tutte le verita si ricavano l'una dall'altra, gli ba-
stava applicarsi all'esame di una verita che subito le altre gli arri-
vavano quasi in folla e si enucleavano alia sua mente in una maniera
da esaltarlo, come lui stesso ci ha confessato. E fu in quella occa-
sione che si senti talmente infervorato a combattere gli atei che,
conscio dei lumi che Dio gli aveva dato per convincerli e confon-
derli senza scampo, si diede a comporre quell'opera, i cui fram-
menti raccolti ci fanno tanto rimpiangere che non abbia potuto
riunirli lui stesso e, con tutto quello che vi avrebbe aggiunto, farne
un libro di compiuta bellezza. E certamente ne era capacissimo.
Ma Dio, che gli aveva donato tutte le capacita necessarie per un
cosi grande disegno, non gli diede abbastanza salute per portarlo
a compimento.
Voleva dimostrare che la religione cristiana possiede tanti segni
di certezza quanti ne hanno le cose che nel mondo sono ritenute
le piu indubitabili. E per far questo non si servi vadi prove metafi-
siche; non perche ritenesse che fossero disprezzabili purche messe
bene in luce; ma diceva che erano molto lontane dal comune ra-
gionamento degli uomini e che non tutti erano capaci di capirle,
e che quelli che le capivano potevano servirsene per un momento
solo, perche un'ora dopo gia non sapevano che dirne e temevano
di essersi ingannati. Diceva pure che questa specie di dimostrazio-
ni ci puo condurre soltanto a una conoscenza speculativa di Dio,
e che conoscere Dio a questo modo significa non conoscerlo. Non

24 L'autore e Filleau de La Chaise: Discour sur les Pensees de M. Pascal, ou


l'on essaye de faire voir quel etait son dessein. A vec un autre Discours sur les preu-
ves des Livres de Moise. A Paris, chez Guillaume Desprez, rue Saint-Jacques, a
Saint-Prosper, 1672. Il Discorso sui Pensieri avrebbe dovuto precede re la prima rac-
colta dei frammenti fatta dagli amici di Port-Royal, ma venne sostituito, per volere
di Gilberte, da una presentazione di Etienne Perier.

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doveva servirsi neppure dei ragionamenti ordinari tratti dalie ope-
re delia natura; li rispettava, perche consacrati dalla Sacra Scrittu-
ra e conformi alia ragione, pero credeva che non erano abbastanza
proporzionati alia mente e alla disposizione del cuore di coloro che
lui voleva convincere. Aveva notate per esperienza che, invece di
trascinarli, queste prove erano le piu adatte a scoraggiarli e a to-
glier loro la speranza di trovare la verită., perche si pretendeva con-
vincerli solamente con ragionamenti ai quali essi sono diventati cosi
tetragoni che l'indurimento delloro cuore li ha resi sordi alla voce
delia natura; aveva notate infine che costoro si trovavano in un
accecamento da cui potevano essere salvati soltanto per mezzo di
Gesu Cristo, senza il quale non ci e possibile nessuna comunica-
zione con Dio, perche sta scritto che nessuno conosce il Padre tranne
il Figlio e colui al quale il Figlio si compiace di rivelarlo.
Il Dio dei cristiani non e semplicemente un Dio autore delle ve-
rită. geometriche e dell' ordine degli elementi; questa e una conce-
zione pagana. Non e un Dio che esercita la sua Provvidenza sulla
vitae sui beni degli uomini per dar Ioro una felice sequela di anni;
questa e la concezione degli Ebrei. II Dio d' Abramo e di Giacob-
be, il Dio dei cristiani e un Dio d'amore e di consolazione: e un
Dio che riempie !'anima e il cuore di ehi lo possiede. E un Dio che
fa sentire, interiormente, la nostra miseria e Ia sua misericordia in-
finita; che s'unisce alia nostra anima; che ci riempie d'umiltă., di
fede, di confidenza e d'amore; che ci rende incapaci d'avere un al-
tro fine diverse da Lui. II Dio dei cristiani e un Dio che fa sentire
all'anima che Lui e l'unico suo bene; che essa puo riposare solo
in Lui e, soltanto amandolo, potră. avere la gioia; Egli le fa nello
stesso tempo superare gli ostacoli che la trattengono e le impedi-
scono di amarlo con tutte le forze. L'amor proprie e la concupi-
scenza che le sono d'impedimento diventano insopportabili, e Dio
fa sentire all'anima questo fondo d'amor proprie che Lui solo puo
guanre.
Ecco che cosa significa conoscere Dio cristianamente. Ma per
conoscerlo a questo modo occorre conoscere anche la propria mi-
seria, la propria indegnită., e il bisogno di un Mediatore per potersi
accostare a Dio e unirsi a Lui. Non bisogna separare queste due
conoscenze, perche separate esse sono non soltanto inutili ma no-
cive. La conoscenza di Dio senza quella delia nostra miseria gene-
ra l'orgoglio. La conoscenza delia nostra miseria senza quella di

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Gesu Cristo genera la disperazione. Ma la conoscenza di Gesu Cri-
sto ci libera dall'orgoglio e dalla disperazione, perche in essa tro-
viamo Dio, l'unico consolatore della nostra miseria e l'unico mezzo
per ripararla.
Possiamo conoscere Dio senza conoscere la nostra miseria, op-
pure la nostra miseria senza conoscere Dio, oppure possiamo co-
noscere Dio e la nostra miseria senza conoscere il mezzo di liberarci
dalle misericordie che ci schiacciano. Ma noi non possiamo cono-
scere Gesu Cristo senza conoscere insieme Dio e la nostra miseria,
perche Lui non e semplicemente Dio ma anche un Dio riparatore
delle nostre miserie.
Per questo, ehi cerca Dio senza Gesu Cristo non trova alcuna luce
che lo soddisfi o che gli sia veramente utile; perche, o non arriva a
conoscere che c'e un solo Dio oppure, se ci arriva, e inutile per lui,
perche cerca di mettersi in comunicazione ~iretta e senza mediatore
con questo Dio, che egli ha conosciuto; e aliora cade nell'ateismo e
nel deismo, che sono due cose che la religione aborre ugualmente.
Bisogna dunque tendere unicamente alia conoscenza di Gesu Cri-
sto, perche soltanto per mezzo suo possiamo pretendere di conoscere
Dio in una maniera che ci sia utile. Gesu Cristo e il vero Dio degli
uomini, dei miserabili e dei peccatori. Egli e il centro di tutto e la
meta di tutto; e ehi non lo conosce, non conosce nulla dell'ordine
delia natura esterna e di se stesso; perche non solo conosciamo Dio
soltanto per mezzo di Gesu Cristo, ma conosciamo noi stessi sola-
mente per mezzo di Gesu Cristo.
Senza Gesu Cristo, l'uomo si trova nel vizio e nella miseria; con
Gesu Cristo, l'uomo e esente dai vizio e dalla miseria. In Lui sta
tutta la nostra felicită., Ia nostra virtu, la nostra vita, la nostra tu-
ce, la nostra speranza; fuori di Lui non c'e che vizio, miserie, tene-
bre e disperazione, enon vediamo che oscurită. e confusione nella
natura di Dio e nella natura nostra.
Questi pensieri sono suoi, parola per parola; ed io mi sono cre-
duta in dovere di riportarli, perche ci mostrano splendidamente qua-
Ie era lo spirito delia sua opera e che il metodo che vi voleva usare
era indubbiamente il piu atto a fare impressione sul cuore degli
uommt.
Uno dei principali scopi che aveva dato alia sua eloquenza era
non solo di non dir nulla che non venisse capito o capito con diffi-
coltă., ma anche di dire cose interessanti per gli ascoltatori, perche

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era sicuro che, in tal caso, lo stesso amor propria non avrebbe man-
cato di spingerli alia riflessione. Per di piu, potendo noi interes-
sarei di una cosa in due modi (o perche ci affligge o perche ci
consola), riteneva che non bisogna mai affliggere senza consolare,
e che il segreto dell'eloquenza consiste proprio nel ben equilibrare
tutto. Per questo dunque, nelle prove che doveva dare di Dio e delia
religione cristiana non voleva dir nulla che non fosse alia portata
di coloro a cui erano destinate. In esse l'uomo doveva trovare un
interesse di partecipazione, sia sentendo in se stesso tutte le cose,
buone o cattive, che gli si facevano notare, sia vedendo chiaramente
che la migliore e piu ragionevole decisione e di credere che c'e un
Dio che possiamo godere, e c'e un Mediatore il quale, venuto per
meritarci la grazia di Dio, comincia a renderci felici in questa vita,
mediante le virtu che ci ispira, assai piu che non facciano le cose
che il mondo ci promette, e ci da inoltre l'assicurazione che sare-
ma perfettamente felici in cielo, se lo meritiamo seguendo le vie
che ci ha mostrato e di cui Lui stesso ci ha dato l'esempio.
Ma, pur convinto che tutto quello che avrebbe detto sulla reli-
gione sarebbe stato abbastanza chiaro e convincente, non credeva
pero che potesse esserlo nei riguardi di coloro che sono nell'indif-
ferenza e che, non trovando in se stessi delle ragioni convincenti,
trascurano di cercarle altrove, soprattutto nella Chiesa dove esse
splendono con maggiore abbondanza. Infatti stabiliva come certe
queste due verita: che Dio ha posto dei segni sensibili, particolar-
mente nella Chiesa, per farsi conoscere da coloro che sinceramen-
te lo cercano, e che tuttavia ha velato questi segni in modo da essere
scoperto soltanto da coloro che lo cercano con tutto il cuore.
Per questo, quando si trovava a conversare con qualche ateo,
non cominciava mai col disputare o con lo stabilire i principî; ma
voleva conoscere prima se l'altro cercava la verita con tutto il cuo-
re; e si comportava cosi, o per aiutarlo a trovare la luce che non
aveva, se la cerca va sinceramente, o per disporlo a cercarla ea far-
ne la sua piu seria occupazione, prima di istruirlo, se voleva che
la sua istruzione gli fosse utile.
Le sue infermită. gli impedirono di lavorare meglio attorno alia
sua opera. Aveva circa trentaquattro anni quando comincio ad ap-
plicarvisi. lmpiego un anno intero a prepararvisi nella misura che
le altre sue occupazioni glielo permettevano, e cioe con l'annotare
i diversi pensieri che gli venivano sull'argomento; e alia fine del-

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l'anno, vale a dire nel trentacinquesimo, che era poi il quinto del
suo ritiro, ricadde nei suoi disturbi in un modo cosi spaventoso che
non pote far nulla nei quattro anni che visse ancora, se pure si puo
chiamar vita il pietoso languore in cui li trascorse.
Non si puo pensare a quest'opera senza un vivissimo rimpianto
che non sia stata portata a termine una delle cose piu belle e forse
piu utili del secolo in cui viviamo. Oserei dire che non ne eravamo
degni. Comunque, Dio ha voluta farci vedere, con degli assaggi
per cosi dire, di che cosa era capace mio fratello con la grandezza
del suo spirito e dei suoi talenti che Lui gli aveva dato; e se que-
st'opera potesse essere portata a termine da un altro, credo che un
cosi gran bene non si possa ottenere che con molte nuove preghiere.
Questa recrudescenza dei mali di mio fratello comincio con un
mal di denti che gli tolse assolutamente il sonno. Ma come poteva
uno spirito carne il suo star sveglio e non pensare a niente? Per
questo, durante le insonnie, che sono sempre cosi frequenti e cosi
faticose, una notte gli vennero in mente alcuni pensieri sulla cicloide.
Il primo fu seguito da un secondo, e il secondo da un terzo; infine
una moltitudine di pensieri si succedettero l'uno dietro l'altro, e
gli fecero scoprire, senza volerlo, la dimostrazione della cicloide 25 ,
di cui lui stesso resto sorpreso. Ma poiche da tempo aveva rinun-
ziato a tutte queste cose, non penso neanche a prendere degli ap-
punti. Tuttavia, avendone parlato a una persona 26 , verso cui era

25 1 lavori relativi alia cicloide si susseguirono con ritmo accelerata dai luglio
al dicembre 1658 e ai primi del 1659.
Giugno 1658: Prima lettera circolare riguardante la cicloide (in 1atino, stampata
da Desprez).
Settembre: Lettera a Lalouere e a Wren.
7-9 ottobre: Terza lettera circolare riguardante la cic/oide (in latino).
10 ottobre: Storia delia cicloide (edizione francese e latina).
10 dicembre: Lettera a Carcavi, seguita poi dai Trattati di geometria, stampati
a Parigi nel 1659 da Desprez.
12 dicembre: Seguito delia storia delia cicloide.
6 gennaio 1659: Lettera sul/a dimensione de/le linee curve, pubblicata dai De-
sprez a Parigi.
« La roulette (o cicloide) euna linea tanto comune che, dopo la retta e il cerchio,
nessun'altra e tanto frequente; essa appare tanto spesso sotto gli occhi di tutti che
stupisce come gli antichi non l'abbiano notata e non ne abbiano parlato; infatti
essa non ealtro che il cammino che fa nell'aria il chiodo d'una ruota che gira, dai
momento che questo chiodo comincia a levarsi da terra fino a che il movimento
continuo delia ruota l'ha riportato a terra, dopo un intero giro; supposto che la
ruota sia un cerchio perfetto e il chiodo un punto nella sua circonferenza e la terra
perfettamente piana ». (PASCAL, Histoire de la roulette, 10 ottobre 1658).
26 Il duca di Roannez che nel 1655, seguendo Pascal, aveva abbandonato il mon-
do ed era diventato un amico dei « Solitari » di Port-Royal.

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assai deferente sia per rispetto al suo merita sia in riconoscenza
dell'affetto di cui lo onorava, questa persona formo su quella in-
venzione un progetto che aveva di mira soltanto la gloria di Dio,
e impegno mio fratello a scrivere tutto quello che gli era venuto
in mente, e a farlo stampare.
E incredibile con quanto accanimento si mise a scrivere. Scrive-
va finche la mano gli resisteva, e fini illavoro in pochissimi giorni.
Non ne faceva una copia, ma mandava allo stampatore i fogli a
mana a mana che li terminava. Durante quel tempo si stava stam-
pando un'altra sua opera 27 che lui consegnava a mano a mano che
la componeva; e cosi forniva agli stampatori due differenti opere.
Tutto questo lavoro non era troppo per il suo spirito; pero il corpo
non resistette, e quest'ultima ricaduta fini col minare completamen-
te la salute e lo ridusse in quello stato cosi affliggente da non per-
mettergli di inghiottire, carne abbiamo ricordato sopra.
Ma se le sue infermită. lo resero incapace di servire gli altri, non
furono inutili per lui. Infatti soffriva con tanta pazienza che c'e
motiva di credere e di consolarsi al pensiero che Dio abbia voluta
in questo modo renderlo degno di comparire davanti a Lui. In realtă.
penso unicamente a questo e, avendo sempre davanti agli occhi le
due regale che si era proposto: di rinunziare a tutti i piaceri e a
tutte le cose superflue, le pratico con maggior fervore, carne se fosse
stato spinto dai peso delia carită. per cui sentiva di avvicinarsi al
centro nel quale doveva godere il riposo eterna.
Ma possiamo conoscere meglio le particolari disposizioni con cui
sopporto tutti i nuovi disturbi degli ultimi quattro anni delia sua
vita, in quella mirabile preghiera, che abbiamo imparato da lui e
ch'egli compose durante quel tempo, per chiedere aDio il buon
uso de/le malattie 28 • Non c'e dubbio infatti che avesse nel cu ore
tutte quelle cose perche erano nella sua mente, e le ha scritte per-
che le ha praticate. Possiamo anche assicurare che ne siamo stati
testimoni, e che se nessuno meglio di lui ha scritto sul buon uso
delle malattie, nessuno l'ha mai praticato con maggiore edificazione
per tutti colora che lo vedevano.

27
Si traita forse del quinto (Il giugno 1658) e del sesto (24 luglio 1658) Ecrit
des cures de Paris- che portarono alia condanna dell'Apo/ogie des casuistes del
gesuita p. Pirot.
28 L'abbiamo riportata negli Opuscoli e lettere, cit.

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Alcuni anni prima aveva scritto una lettera sulla marte di mio
padre 29 • In essa e chiaro che, per lui, un cristiano deve conside-
rare questa vita carne un sacrificio e i diversi accidenti che ci capi-
tano non devono impressionarci se non nella misura in cui
interrompono oppure compiono questo sacrificio. Per questo, lo
stato di moribondo a cui si ridusse negli ultimi anni delia sua vita
era un mezzo per compiere il suo sacrificio che doveva farsi con
la marte. Egli accettava con gioia quello stato di languore, e noi
!o vedevamo tutti i giorni benedire Dio con tutta la sua gratitudi-
ne. Quando ci parlava delia marte, che credeva piu vicina di quel-
lo che in effetti non fu, ci parlava sempre anche di Gesu Cristo
e ci diceva che la marte e orribile senza Gesu Cristo, ma in Gesu
Cristo e amabile, santa, ela gioia del fedele; che in realta, se fossi-
mo innocenti, l'orrore delia marte sarebbe ragionevole, perche e
contra !'ordine delia natura che l'innocente sia punito, e quindi sa-
rebbe stato giusto odiarla perche avrebbe separata un'anima santa
da un corpo santo; ma nello stato presente era giusto amaria, per-
che essa separa un'anima santa da un corpo impuro; sarebbe giu-
sto odiarla se rompesse la pace tra !'anima e il corpo, ma non gia
allo stato attuale che viene a calmare il Iora inconciliabile dissen-
so; essa toglie al corpo la malaugurata liberta di peccare, mette !'a-
nima nella beata necessita di poter soltanto lodare Dio ed essere
unita a lui eternamente; tuttavia non bisogna condannare l'amore
che la natura ci ha data per la vita, perche lo abbiamo ricevuto
da Dio stesso, e bisogna usarlo per quella stessa vita per la quale
Dio ce !'ha donato: cioe per una vita innocente e felice e non gia
per un oggetto contraria; Gesu Cristo aveva amato la sua vita per-
che era innocente e aveva temuto la marte perche questa toccava
in lui un corpo gradito a Dio, ma non essendo la nostra vita, che
e una vita di peccato, uguale alla sua, dobbiamo odiare una vita
contraria a quella di Gesu Cristo, dobbiamo amare enon temere
la marte la quale, concludendo in noi una vita di peccato e piena
di miserie, ci da la liberta di andare con Gesu Cristo a vedere Dio
a faccia a faccia, e adorarlo, benedirlo e amarlo in eterna senza
.
nserva.

29 Etienne Pascal mori il 24 settembre 1651; la lettera di Blaise alia sorella e al


cognato, che si trovavano a Clermont, e del 17 ottobre.

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Saldo su questi principî, nutriva un grande amore per la peni-
tenza. Infatti diceva che bisogna punire un corpo peccatore, e pu-
nirlo senza compassione con una continua penitenza, perche senza
di essa e ribelle allo spirito e contraddice tutti i sentimenti delia
salvezza; pero, poiche non abbiamo il coraggio di punirci da noi
stessi, dobbiamo esserne riconoscenti aDio quando gli piace di far-
lo. Percio lo benediceva continuamente per le sofferenze che gli
aveva mandato e le considerava come un fuoco che bruciava len-
tamente i suoi peccati in un sacrificio quotidiano, e cosi si prepa-
rava nell'attesa che Dio si compiacesse di inviargli la morte la quale
avrebbe consumato il perfetto sacrificio.
Aveva avuto sempre un cosi grande amore per la poverta che
l'aveva continuamente davanti agli occhi; tanto e vero che, appe-
na decideva di fare qualcosa oppure qualcuno gli chiedeva consi-
glio, il primo pensiero che gli veniva dai cuore alia mente era di
vedere se vi poteva praticare la poverta. Ma l'amore per questa virtu
crebbe cosl forte verso la fine delia sua vita che io non potevo sod-
disfarlo meglio che conversandone con lui e ascoltando quello che
era sempre pronto a dircene.
Non ha mai rifiutato l'elemosina ad alcuno, sebbene possedesse
poco ele spese, che era obbligato a fare a causa delle sue malattie,
eccedessero le entrate. La fece sempre attingendo dai necessario.
E quando gli si facevano presenti queste circostanze, specialmente
se l'elemosina era considerevole, reagiva e diceva: « Ho notato una
cosa: per poveri che si sia, morendo si lascia sempre qualcosa ».
Talvolta ha ecceduto al punto di rid ursi a fare dei debiti per vivere
e a prendere denaro a prestito per aver dato ai poveri tutto quello
che aveva; per queste operazioni non voile mai ricorrere ai suoi ami-
ci, perche aveva come regola di non infastidirsi mai dei bisogni de-
gli altri, ma di temere sempre d'importunare gli altri con i propri
bisogni.
Quando fu sistemato l'affare delle carrozze 30 , mi disse che vo-
leva chiedere l'anticipo di miile franchi sulla parte che gli spettava
per mandarli ai poveri di Blois e dei dintorni, che erano allora in
grandi strettezze; e poiche gli dicevo che l'affare non era ancora

Le carrosses ii cinq sols, prima Iinea pubblica parigina, ideata da Pascal, fu


lO
inaugurata illS marzo 1662. Il beneplacito regio era stato ottenuto net gennaio dello
stesso anno. La descrizione dell'inaugurazione e fatta da Gilberte in una lettera a
M. de Pomponne.

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sicuro e bisognava attendere un altro anno, mi rispose che non ve-
deva in cio un grande inconveniente perche, se quelli con i quali
aveva il contratto ci avessero perduto, lui li avrebbe rimborsati del
suo, e non poteva attendere un altro anno perche i bisogni erano
troppo urgenti. Tuttavia, poiche le cose non si fanno da un giorno
all'altro, i poveri di Blois furono aiutati con altri mezzi, e mio fra-
tello non vi ebbe che la sua parte di buona volonta, la quale ci mo-
stra la verita di quello che tante volte ci aveva detto, che cioe
desiderava possedere delle ricchezze soltanto per assistere i poveri.
Infatti, appena pensava di poter avere del denaro, subito comin-
ciava a distribuirlo in anticipo e prima ancora che fosse sicuro di
averlo.
Non bisogna meravigliarsi se lui che conosceva cosi bene Gesu
Cristo amasse tanto i poveri. Il discepolo donava finanche il ne-
cessario, perche aveva nel cuore l'esempio del Maestro che aveva
donato se stesso. La regola che s'era proposto, di rinunziare a ogni
specie di superfluo, era in lui un gran fondamento dell'amore per
la poverta, perche una delle cose su cui si esaminava di piu nel-
l'ambito di questa regola, era quella mania generale di voler eccel-
lere in tutto, la quale ci porta in particolare, nell'uso delle cose del
mondo, a volerle avere sempre migliori, piu belle e piu comode.
Per questo non tollerava che ricorressimo ai migliori operai; ma
ci diceva che bisogna cercare sempre i piu poveri e i piu semplici,
e rinunziare â quella maestria che non e mai necessaria; inoltre bia-
simava motto che cercassimo di aver tutte le comodita e ogni cosa
a portata di mano, come una camera in cui non manca nulla e al-
tre cose simili che pur si fanno senza scrupolo. Infatti, regolandosi
sullo spirito di poverta che deve essere in tutti i cristiani, credeva
che tutto quello che e contrario a questo spirito, anche se e per-
messo dall'uso delle convenienze del mondo, era sempre un ecces-
so per il fatto che vi abbiamo rinunziato nel battesimo. Talvolta
esclamava: «Se avessi il cuore tanto povero quanto lo spirito, sa-
rei ben fortunato; perche sono meravigliosamente convinto dello
spirito di poverta e che la pratica di questa virtu e un gran mezzo
per ottenere la propria salvezza ».
Tutti questi discorsi ci facevano rientrare in noi stessi, e talvolta
ci spingevano anche a pensare a tutte le necessita; e gli sottopone-
vamo i progetti; ma egli non ne era contento e diceva che noi siamo
chiamati a risolvere non giă. i casi generali mai particolari, e che la

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maniera piu gradita a Dio di servire i poveri e di servirii povera-
mente, vale a dire secondo le proprie possibilită., senza riempirsi
la testa di quegli inutili progetti che provengono da quel desiderio
di eccellere di cui lui biasimava la ricerca in ogni cosa, insieme allo
spirito e alla pratica. Non gia che ritenesse un male la fondazione
degli ospedali generali; ma quelle grandi iniziative erano riservate
a persone destinatevi da Dio e condottevi da lui quasi visibilmen-
te; e non era quella la vocazione comune di tutti, come lo e l'assi-
stenza particolare e quotidiana dei poveri.
Avrebbe voluto chemi dedicassi al servizio ordinario dei poveri
e che mi imponessi questo servizio come una penitenza della mia
vita. Mi esortava con insistenza a far questo e a indurvi anche i
miei figli. E quando gli dicevo di temere che questo mi avrebbe
potuto distrarre dalie cure familiari, mi rispondeva che la mia era
mancanza di buona volonta e che, poiche ci sono diversi gradi nel-
l'esercizio di questa virtu, potevo benissimo trovare il tempo per
praticarla senza nocumento delle occupazioni domestiche; che la
carita ne infonde lo spirito e che bisogna soltanto seguirla. Diceva
che non c'e bisogno di segni particolari per sapere se vi siamo chia-
mati o no; che questa e la vocazione generale di tutti i cristiani,
perche e su questo che Gesu Cristo giudichera il mondo; che basta
conoscere i bisogni per sentirsi spinti a soddisfarli con tutti i mezzi
che sono in nos(ro potere; e se consideriamo che nel Vangelo la
sola omissione di questo dovere e causa di dannazione eterna, que-
sto solo pensiero e capace di portarei a spogliarci di tutto ea dona-
re cento volte noi stessi, se abbiamo fede. Diceva inoltre che il
frequente contatto con i poveri e estremamente utile, perche, ve-
dendo continuamente la miseria che li opprime e che spesso man-
cano anche delle cose necessarie, bisogna proprio essere duri di
cuore per non privarsi volontariamente delle comodita inutili e de-
gli ornamenti superflui. Questo e un saggio degli insegnamenti che
ci da va per spingerci all'amore della poverta, la quale aveva un po-
sto cosi grande nel suo cuore.
Non minore era la sua purezza. Infatti aveva un cosi grande ri-
spetto per questa virtu che stava continuamente in guardia per im-
pedire che fosse offesa minimamente sia da lui che dagli altri. E
incredibile quanto fosse scrupoloso su questo punto. Da principio
ne ero quasi imbarazzata, perche lui trovava da ridire a quasi tutti
i discorsi che facevamo e che credevamo i piu innocenti. Se per

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esempio talvolta dicevo di aver visto una bella donna, mi ripren-
deva e mi diceva che non bisogna mai tenere simili discorsi alia pre-
senza dei domestici e dei giovani, perche non sapevo quali pensieri
potevo suscitare dentro di loro. Non oserei dire che non tollerasse
le carezze che ricevevo dai miei figli; pero pretendeva che quelle
carezze potevano soltanto nuocere e che ai figli si puo dimostrare
la propria tenerezza in mille altri modi. Ebbi molta difficoltă. ad
arrendermi a quest'ultimo avvertimento; ma in seguito trovai che
aveva ragione tanto su questo quanto sul resto, e conobbi per espe-
rienza che facevo bene a seguire i suoi consigli.
Tutto questo accadeva tra le pareti domestiche. Ma circa tre mesi
prima delia sua morte, Dio voile dargli un'occasione di mostrare
anche fuori il suo zelo per la purezza. Infatti, tornando un giorno
da Saint-Sulpice, dove aveva ascoltato la santa Messa, gli si avvi-
cino una ragazza di circa quindici anni che gli chiese l'elemosina.
Immediatamente penso al pericole a cui era esposta; e avendo sa-
pute che veniva dalla campagna, che suo padre era morto e quel
giorno stesso sua madre era stata portata all'ospedale, sicche la po-
vera ragazza era rimasta soia e incerta dell'avvenire, credette che
era stato Dio a inviargliela, e subite la condusse al seminario dove
l'affido alle cure di un buon sacerdote a cui diede del denaro, pre-
gandolo di cercare per la ragazza qualche posto sicuro. E per al-
leggerirlo del compito che gli affidava, disse al sacerdote che
l'indomani gli avrebbe mandate una donna la quale avrebbe com-
prato delle vesti per Ia ragazza e tutto quello che era necessario per
metterla a servizio. Infatti gli mando una donna che collaboro co-
si bene con quel buon sacerdote che in poco tempo misero la ra-
gazza a servizio di un'onesta famiglia. Quell'ecclesiastico non
sapeva il nome di mio fratello e dapprima non penso neppure a
chiederglielo, occupato com'era attorno alia ragazza; ma, colloca-
ta la ragazza, riflette su quell'azione ela trovo cosi bella che voile
conoscere il nome di colui che l'aveva fatta e lo chiese alia donna;
ma questa gli disse che le era stato ingiunto di nasconderlo: « Vi
prego, ottenetene il permesso, diceva. Vi prometto di non parlar-
ne finche lui sară. vivo; ma se Dio permette che muoia prima di
me, sară. per me una grande consolazione rendere pubblica questa
azione; perche la trovo cosi bella e degna d'essere conosciuta che
non posso tollerare che resti nell'oblio ». Ma non ci riusci; e cosi
s'accorse che quella persona, la quale voleva rimanere nascosta,

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era tanto modesta quanto caritatevole, e che se aveva cura di con-
servare la purezza negli altri non ne aveva meno nel conservare l'u-
milta in se.
A veva una grande tenerezza per i suci amici e per coloro che cre-
d eva appartenessero a Dio; anzi, se nessuno e state piu degno di
essere amato, nessuno ha meglio saputo amare e meglio praticato
la carita. Infatti, sebbene il suo cuore fosse sempre pronto a inte-
nerirsi per i bisogni degli amici, non s'inteneriva mai fuori delle
regele del cristianesimo, che la ragione ela fede gli mettevano da-
vanti agli occhi. Per questo la sua tenerezza non si spingeva mai
fine all'attaccamento ed era esente da ogni leziosita.
Non ama va nessuno piu di mia sorella 31 ; e con ragione. La ve-
deva spesso, le parlava di tutto senza reticenze, era soddisfatto di
lei in tutto senza eccezione. C'era tra loro tanta corrispondenza di
sentimenti che andavano d'accordo in tutto. Illoro cuore era un
sol cuore, evi trovavano delle consolazioni che possono essere ca-
pite soltanto da coloro che hanno gustate qualcosa delia loro stes-
sa felicita e che sanno che cosa significa amare ed essere amati con
confidenza, senza timore di contrasti e con piena mutua soddi-
sfazione.
Tuttavia, alia morte di mia sorella, che precedette la sua di dieci
mesi, quando ne ricevette la notizia disse soltanto: « Dio ci faccia
la grazia di morire cosi cristianamente )). In seguito non ci parlo
d'altro che delle grazie da Dio concesse a mia sorella durante la
sua vita, e delle circostanze e del tempo delia sua morte; poi alzando
gli occhi al cielo, dove Ia credeva ormai felice, ci diceva con un
certe trasporto: « Beati coloro che muoiono, e muoiono cosi nel
Signore )). E quando mi vedeva afflitta (perche, a dire il vero, sof-
frii molto di quella perdita), se ne rammaricava e mi diceva che
non facevo bene e che non bisognava avere simili sentimenti per
la morte dei giusti; dovevamo invece Iodare Dio che aveva cosi pre-
sto ricompensato mia sorella peri piccoli servizi che gli aveva reso.
In questo mode dimostrava di amare senza attaccamento. E noi
ne avevamo avute una prova gia alia morte di mio padre, per il
quale nutriva certamente tutti quei sentimenti che deve avere un
figlio riconoscente per un padre cosi affezionato. Dalla Iettera che
scrisse a proposito della morte di mio padre ci accorgemmo che

31 Jacqueline.

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se la natura era stata colpita, la ragione aveva preso in lui subito
il sopravvento, e che, considerando quell'avvenimento aUa luce delia
fede, la sua anima ne era stata commossa non giă. per piangere mio
padre, perduto sulla terra, ma per considerarlo in Gesu Cristo nel
quale lo aveva guadagnato per il cielo.
Distingueva due specie di tenerezze: una sensibile, l'altra ragio-
nevole; e diceva che la prima e poco utile per l'uso che bisogna
fare del mondo. Aggiungeva poi che in questa non c'e merito e che
le persone virtuose devono avere stima soltanto per la tenerezza
ragionevole, la quale per lui consisteva nel prendere parte a tutto
quello che accade ai nostri amici in tutte le maniere che la ragione
ci suggerisce, a spese dei nostri beni, delle nostre comodită., delia
nostra libertă. e anche delia nostra vita, se la causa lo merita, e che
Ia causa lo merita sempre quando si tratta di servirla per Dio, il
quale deve essere l'unico scopo di tutta la tenerezza dei cristiani.
«Un cuore, diceva, e duro, quando conoscendo i bisogni del
prossimo resiste all'obbligo che Io spinge a prendervi parte; al con-
traria un cuore e tenero quando l'interessamento per il prossimo
entra facilmente in lui attraverso tutti i sentimenti che Ia ragione
vuole che si abbiano in simili casi, e si rallegra quando bisogna ral-
legrarsi, e si affligge quando bisogna affliggersi ». Pero aggiunge-
va che la tenerezza non puo essere perfetta se non quando la ragione
e illuminata dalla fede e quando ci fa agire secondo le regole delia
carită.. Per questo non faceva molta differenza tra la tenerezza e
la carită., come pure tra la carită. e l'amicizia. Secondo lui, poiche
l'amicizia suppone un legame piu stretto, e questo legame suppo-
ne un interesse piu particolare, essa fa in modo che si opponga mi-
nor resistenza ai bisogni degli amici, perche vengono conosciuti piu
presto e ne siamo piu facilmente convinti.
Cosi concepiva la tenerezza, che lo portava ad agire senza attac-
camento e senza leziosaggine, perche, non potendo la carită. avere
altro fine che Dio, non poteva non attaccarsi a Lui o arrestarsi alle
cose che ci distraggono. Infatti la carită. sa che non c'e tempo da
perdere e che Dio, il quale vede e giudica tutto, ci chiederă. conto
di tutto quello che nella nostra vita non e stato un passo nuovo
per avanzare nella via unicamente permessa che e quella delia per-
fezione.
Non soltanto non aveva attaccamento per gli altri, ma non voie-
va neppure che altri lo avessero per lui. Non parlo degli attacca-

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menti peccaminosi e pericolosi, perche sarebbe lapalissiano e tutti
lo vedono benissimo, ma parlo delle amicizie piu innocenti, il cui
godimento costituisce l'ordinario diletto delia societă. umana. Era
questa una delle cose su cui si sorvegliava piu scrupolosamente per
non farle nascere e per impedire che si sviluppassero appena ne ave-
va qualche sintomo. E poiche ero motto lontana da questa perfe-
zione e credevo di non aver mai abbastanza cura per un fratello
come lui che costituiva l'onore delia famiglia, non risparmiavo nulla
per servirlo e dimostrargli in tutto quello che potevo la mia amici-
zia. Insomma riconoscevo che m'ero attaccata a lui e chemi com-
piacevo di prodigargli tutte le cure che consideravo come un dovere
verso di lui; ma egli la pensava diversamente, e poiche, stando alie
apparenze, non corrispondeva abbastanza esteriormente ai miei sen-
timenti, io non ero contenta e spesso andavo da mia sorella ad aprir-
le il mio cuore, e poco mancava che non ne piangessi. Mia sorella
mi confortava come meglio poteva, ricordandomi le occasioni in
cui avevo avuto bisogno di mio fratelio e nelle quali egli si era im-
pegnato con tanto zelo e in un modo tanto affettuoso, che non dove-
vo avere alcun motivo di sospettare che non m'amasse abbastanza.
Il mistero di questa condotta riservata nei miei riguardi m'e sta-
to completamente svelato nel giorno delia sua morte, quando una
persona tra le piu degne per grandezza di spirito e di pietă., con
la quale egli ebbe stretti rapporti nella pratica delia virtu, mi disse
che mio fratelio aveva sempre fatto capire essere una massima fon-
damentale delia sua pietă. non tolierare d'essere amato con attac-
camento e che questa e una colpa su cui non ci si esamina mai
abbastanza, perche puo avere delie brutte conseguenze ed e tanto
piu temibile quanto meno ci pare pericolosa.
Anche dopo la sua morte avemmo una prova che questa massi-
ma era radicata nel suo cuore. Infatti, per averla sempre presente,
l'aveva scritta di suo pugno su un foglietto che gli abbiamo trova-
to addosso. Ci siamo accorti che lo leggeva spesso. Ecco che cosa
aveva scritto: « E ingiusto attaccarsi alia mia persona, sebbene lo
si faccia con piacere e volontariamente. lngannerei colo ro nei quali
ne farei nascere il desiderio, perche non sono il fine di nessuno e
non ho di che soddisfarlo. Non sono forse destinato a morire? E
cosi l'oggetto del loro attaccamento moml. Dunque, come sarei
colpevole di far credere una cosa falsa, pur insinuandola dolcemente
e pur se la cosa mi fa piacere; cosi sono colpevole se mi faccio amare

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e attiro delle persone verso di me; perche queste debbono trascorrere
la loro vitae occuparsi solo nell'attaccamento e nella ricerca di Dio ».
In questo modo istruiva se stesso e praticava le sue istruzioni.
Ed io mi ero ingannata criticando, come avevo fatto, la sua ma-
niera d'agire nei miei riguardi, attribuendo cioe a una mancanza
di amicizia quella che in lui era una perfezione delia caritfL
Ma se non voleva che le creature, le quali oggi sono e domani non
piu e inoltre sono poco capaci di rendere se stesse felici, si attaccasse-
ro cosi tra loro, era perche voleva che s'attaccassero unicamente a
Dio. lnfatti in questo sta }'ordine, e noi non possiamo giudicare di-
versamente se vi prestiamo seria attenzione e intendiamo seguire la
vera luce. Percio non bisogna meravigliarsi se mio fratello, che era
tanto illuminato e aveva il cuore tanto ben ordinato, si fosse imposto
quelle regole cosi giuste e le praticasse scrupolosamente.
Oltre questo comportamento nei riguardi della prima massima che
e il fondamento delia morale cristiana, egli aveva anche un cosi grande
zelo per l'ordine divino in tutte le altre cose che ne sono gli effetti,
da non poter tollerare che fosse minimamente violato. Per questo,
era cosi zelante nell'obbedienza al Re, che si mise contro tutti al tem-
po dei torbidi di Parigi 32 • Chiamava pret esti tutte le ragioni che si
davano per autorizzare la ribellione. Diceva che in uno Stato costi-
tuito a repubblica, come Venezia, era un gran male adoperarsi a met-
tervi un Re ed opprimere la liberta dei popoli ai quali Dio l'ha
concessa; ma in uno Stato dove la potenza regale e costituita, non
si puo violare il rispetto che le si deve senza una specie di sacrilegio,
perche la potenza che Dio concede al Re non e solo un'immagine ma
una partecipazione della potenza di Dio e quindi non le si puo fare
opposizione senza opporsi chiaramente all'ordine di Dio. Per di piu,
essendo la guerra civile, che ne e una conseguenza, il piu grande pec-
cato che si possa commettere contro la carita del prossimo, non se
ne esagerava mai abbastanza la gravita; i primi cristiani non ci ave-
vano insegnato la ribellione ma la pazienza, quando i principi non
assolvevano bene i loro doveri. Di solito diceva di aver tanto orrore
per questo peccato quanto per l'assassinio e il furto sulle vie maestre;
e che infine non c'era nulla di piu contraria al suo carattere e su cui
fosse meno tentato. Ed e per questo che rinunzio a vantaggi conside-
revoli per non partecipare a quei disordini.

32 Allude alle barricate parigine nel periodo delia Fronda (1648-1653).

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Questi sono i suoi sentimenti di devozione verso il Re, e percio
era intransigente con tutti quelli che vi si opponevano. E che non
lo facesse ne per temperamento ne per attaccamento ai propri sen-
timenti, era evidente dai fatto che mostrava una dolcezza meravi-
gliosa verso coloro che lo offendevano personalmente, tanto che
non fece mai differenza tra costoro e gli altri, e dimenticava cosi
profondamente cio che riguardava soltanto la sua persona, che si
provava difficoltă. a farglielo ricordare e bisognava ricorrere ai par-
ticolari. Una voita che ci stupivamo di cio, disse: «Non dovete me-
ravigliarvi; non lo faccio per virtu, ma perche non me ne ricordo
affatto )). Tuttavia aveva una memoria cosi eccellente che non aveva
mai dimenticato nulia di quello che voleva ricordare. La verită. e
che tutte le offese che riguardavano soltanto la sua persona non
facevano alcuna impressione su una grande anima come Ia sua, la
quale non poteva essere toccata dalie cosese non in quanto aveva-
no rapporto con l'ordine eminente delia carită., giacche tutto il re-
sto era a lui estraneo e come se non gli appartenesse affatto.
Non ho mai visto un'anima piu delia sua naturalmente superio-
re a tutti i movimenti umani delia corruzione naturale; e non sol-
tanto nei riguardi delie ingiurie, cui era come insensibile, ma anche
nei riguardi di cio che ferisce tutti gli altri uomini e forma la loro
piu grande sofferenza. La sua anima era certamente grande, ma
senza ambizioni, senza desideri di grandezza, di gloria e di poten-
za nel mondo; anzi considerava tutti questi desideri come sorgente
di miseria piu che di felicită.. Desiderava il denaro ma per distri-
buirlo agli altri, e le sue compiacenze erano rivolte alia ragione,
ali'ordine, alia giustizia, insomma a tutto cio che e capace di nu-
trire l'anima, e poco alie cose sensibili.
Non era senza difetti. Pero concedeva la massima libertă. di far-
glieli notare, e si arrendeva ai consigli degli amici con la massima
sottomissione quando erano giusti; e quando non lo erano, li ac-
coglieva sempre con dolcezza. L'estrema vivacitâ. del suo spirito
lo rendeva cosi impaziente che si faticava a soddisfarlo; ma appe-
na Io si avvertiva o si accorgeva lui stesso di aver seccato qualcuno
con la sua impazienza, riparava immediatamente la mancanza con
maniere cosi gentili e delicate che non ha mai perduto l'amicizia
di nessuno.
L'amor propria degli altri non era mai urtato dai suo, anzi si
sarebbe detto che non ne aveva, perche non parlava mai di se o

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di cose che lo riguardassero. Diceva che una persona virtuosa non
deve mai nominare il proprio nome e neanche servirsi delle parole
io o me. A questo proposito usava dire che «la pietă. cristiana an-
nienta l'io umano, ela civiltă. umana lo nasconde e lo sopprime »;
questa era per lui una regola, ed era proprio quanto egli praticava.
Non riusciva seccante neppure quando rivelava agli altri i loro
difetti. Ma se era chiamato a parlarne, ne parlava sempre senza
simulazione; e poiche ignora va che cosa sia compiacere per adula-
zione, era incapace di nascondere la verită. quando era obbligato
a farlo. Quelli che non lo conoscevano, dapprima restavano sor-
presi, quando lo sentivano parlare nelle conversazioni, perche pa-
reva sempre che vi tenesse una parte predominante sugli altri; ma
la causa di cio era la stessa vivacită. del suo spirito, e quando si
era stati un poco con lui ci si accorgeva subito che anche in questo
aveva qualcosa di ama bile, e alia fine si rimaneva piu con ten ti del-
Ia sua maniera di parlare che delle stesse cose che aveva detto.
D'altronde aveva in orrore ogni specie di menzogna, enon sop-
portava il piu piccolo inganno. Come le caratteristiche del suo spi-
rito erano l'acutezza ela giustezza e quelle del suo cuore la dirittura
morale senza smancerie, cosi quelle delle sue azioni e delia sua con-
doua erano la sincerită. e la fedeltă..
Abbiamo trovato un foglietto nel quale ci ha dato un profilo di
se stesso. L'aveva scritto perche, avendo continuamente sotto gli
occhi la strada su cui Dio lo guidava, non potesse mai allontanar-
sene. Dice questo foglietto:
« Amo la povertă. perche Gesu Cristo l'ha amata. Amo i beni
perche danno la possibilită. di aiutare i miserabili. Sono fedele con
tutti. Non ricambio il male a ehi me lo fa; ma auguro loro una con-
dizione uguale alia mia, nelia quale non si puo ricevere ne bene
ne male dagli uomini. Cerco di essere sempre sincero, veritiero e
fedele con tutti, e ho una cordiale tenerezza per coloro cui Dio mi
ha unito piu strettamente e, per quanto sensibile ai giudizi degli
uomini, nelie mie azioni miro al giudizio di Dio il quale li deve giu-
dicare eal quale Ii ho tutti consacrati. Questi sono i miei sentimen-
ti, e benedico tutti i giorni il mio Redentore che me li ha dati e che
di un uomo pieno di debolezze, di miseria e di concupiscenza, d'am-
bizione e d'orgoglio ha fatto un uomo esente da tutti questi mali
mediante la forza delia sua grazia, alia quale edovuta tutta la glo-

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ria, giacche a me non appartengono che la miseria e l'errore >>.
A questo ritratto si potrebbero aggiungere molte case, se voles-
simo renderlo compiutamente perfetto; ma lasciando ad altri piu
capaci di me di darvi gli ultimi tocchi che appartengono soltanto
ai maestri, aggiungero soltanto che quest'uomo cosi grande in tut-
te le cose era semplice come un bambino, per quanto riguarda la
pietă..
Coloro che lo vedevano abitualmente ne restavano sorpresi. Non
solo non c'era affettazione o ipocrisia nella conquista delle piu al-
te virtu, ma sapeva abbassarsi alia pratica delle virtu piu comuni
che edificano la pieta. Nel suo cuore tutto era grande se serviva
a onorare Dio. Praticava tutto carne un bambino. Il suo principa-
le divertimento, soprattutto negli ultimi anni di vita in cui non po-
teva piu applicarsi, consisteva nell'andare a visitare le chiese dove
c'era l'esposizione di reliquie o si celebrava qualche altra solenni-
ta. S'era procacciato per questo un calendario spirituale in cui era-
no annotati tutti i luoghi in cui c'era qualche funzione religiosa;
e faceva queste case con tanta devozione e semplicita che coloro
che lo vedevano ne restavano meravigliati. Una persona, tra tante,
molto virtuosa e illuminata, espresse cosi il suo pensiero: La gra-
zia di Dia si fa conoscere nei grandi spiriti attraverso le piccole co-
se, e negli spiriti comuni attraverso le grandi cose.
Aveva un amore particolare per l'Ufficio divino e si faceva un
dovere di recitarlo quando poteva; ma soprattutto recitava le Ore
Minori, che sono composte dai Salma 118, nel quale scopriva tan-
te cose meravigliose da sentirne sempre una nuova gioia nel reci-
taria; e quando parlava con gli amici delia bellezza di questo Salmo,
diventava entusiasta e trascinava con lui gli ascoltatori. Quando
ogni mese gli mandavano il foglietto 33 , carne si fa in molte parti,
lo leggeva e lo accettava con molto rispetto, e non mancava di leg-
gere ogni giorno la massima che vi stava scritta.
Arche il cilrato di Saint-Etienne 34, che lo assiste durante la sua
malattia, ammiro questa semplicita, e diceva sempre: « E un bam-
bino, e urni le e sottomesso come un bambino ». La vigilia delia sua

33Il foglietto, contenente una massima o un tema di meditazione, che le mo-


nache di Port-Royal, come le altre comunită. religiose, distribuivano tutti i mesi ai
fedeli.
J 4 Il p. Beurrier, di cui in questo stesso volume riportiamo un capitolo delle Me-
morie sul/a marte di Pascal.

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morte, un ecclesiastico 35 , che era un uomo di grande dottrina e di
una piu grande virtu, essendo venuto a visitarlo, dopo essere stato
un'ora con lui ne usci tanto edificato che mi disse: « Su, consola-
tevi, se Dio lo chiama avete motivo di lodarlo per le grazie che gli
ha fatto. Muore con la semplicita di un bambino. E una cosa me-
ravigliosa in uno spirito come il suo; con tutto il mio cuore vorrei
essere al suo posto; non c'e niente di piu bello ».
L'ultima sua malattia comincio con una strana nausea, che lo
prese due mesi prima delia morte.
Aveva in casa un buon uomo con tutta la famiglia e provvedeva
al suo sostentamento senza poterne ricevere alcun servizio; pero
lo considerava come un deposito affidatogli dalla Provvidenza e
ne aveva grande cura. Ora, uno dei figli di questo buon uomo s'am-
malo di vaiuolo; e c'erano cosi due ammalati in casa di mio fratel-
lo: lui e il bambino. Era necessario che io fossi vicina al capezzale
di mio fratello, e poiche c'era pericolo che m'infettassi io pure di
vaiuolo e lo trasmettessi ai miei figli, fu deciso di allontanare il bam-
bino; ma la carita di mio fratello decise diversamente perche pre-
feri uscir lui di casa e venire a stare da me. Era gia molto malato;
ma diceva che c'era minor pericolo per lui a essere trasportato che
per il bambino. E cosi fu lui a lasciar la casa enon gia il bambino.
Infatti, si fece trasportare in casa mia.
Questo gesto di carita era stato preceduto dai perdono d'una of-
fesa in una questione molto delicata con una persona che gli era
molto obbligata. Mio fratello la risolse secondo il suo solito, non
solo senza il piu piccolo risentimento ma con una dolcezza accom-
pagnata da tutte le gentilezze necessarie per conquistare una
persona.
Fu certo per una particolare provvidenza di Dio che, in quegli
ultimi giorni in cui era cosi vicino a comparire davanti al tribunale
di Dio, ebbe occasione di praticare quelle due opere di misericordia
che sono dei segni di predestinazione nel Vangelo, affinche, mo-
rendo, avesse in quelle due azioni di carita la fiducia che Dio gli
avrebbe perdonato le sue colpe e gli avrebbe concesso il regno pre-
parata per lui, perche gli faceva la grazia di perdonare le col pe de-
gli altri e di assisterli nel bisogno con tanta facilita.

35Abel Louis de Sainte-Marthe (1621-1697), poeta e teologo, confessore delle


monache Cii Port-Royal.

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Ma noi vedremo che Dio lo prepara a una morte davvero prede-
stinata con altre azioni che non sono meno consolanti.
Tre giorni dopo esser venuto in casa mia, fu attaccato da una
colica molto violenta, che gli tolse assolutamente il sonno; ma poi-
che aveva molta forza di spirito e un grande coraggio, continua va
ad alzarsi tutti i giorni e a prendere lui stesso le medicine, senza
permettere che gli si rendesse il piu piccolo servizio. 1 medici che
lo curavano giudicarono grave la sua malattia; ma poiche non aveva
febbre, non credettero che ci fosse pericolo. Mio fratello, che non
voleva mai arrischiare, giâ al quarto giorno delia colica e prima
ancora d'essere costretto a Ietto, manda a chiamare il curato di
Saint-Etienne, e si confesso, ma non si comunica. Intanto il cura-
to lo veniva a visitare spesso, e mio fratello non perdette mai occa-
sione di confessarsi ancora di nuovo; ma non ce ne diceva nulla
per timore di spaventarci. Una voita stette un po' meglio. Ne ap-
profitta per fare il suo testamento nel quale non dimentica i pove-
ri, rammaricandosi di non poter dar loro di piu. Mi disse che se
il signor Perier si fosse trovato a Parigi e avesse acconsentito, egli
avrebbe disposto tutto a favore dei poveri.
Insomma non aveva nel cuore e nella mente altro chei poveri,
e talvolta mi diceva: « Come mai non ho ancora fatto niente per
i poveri, sebbene abbia sempre avuto per loro un grande amore? ».
E poiche gli rispondevo: « E perche non avete mai abbastanza de-
naro », aggiungeva: « Dunque dovevo dar loro il mio tempo e sof-
frire per loro; e in questo ho mancato. Esei medici dicono la veritâ
e Dio permette che esca fuori da questa malattia, ho deciso di non
occuparmi e interessarmi d'altro, per tutto il resto delia mia vita,
che del servizio dei poveri».
Questi i suoi sentimenti quando Dio Io chiama a se.
La sua pazienza non era minore della sua caritâ; e quelli che gli
erano vicini ne erano tanto edificati che dicevano di non aver mai
visto uno spettacolo simile.
Quando talvolta gli si diceva che lo compiangevamo, risponde-
va che lui non provava nessuna afflizione per Io stato in cui si tro-
vava e che temeva finanche di guarire; e quando gli si chiedeva il
perche, rispondeva: « Perche conosco il pericolo delia salute e i van-
taggi della malattia ». E non potendo noi astenerci dai compian-
gerlo appena i dolori si facevano piu acuti, diceva: «Non compian-
getemi; Ia malattia e lo stato naturale dei cristiani, per mezzo di

58
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essa siamo come dovremmo sempre essere, vale a dire nelle soffe-
renze, nei dolori, nella privazione di tutti i beni e dei piaceri dei
sensi, esenti da tutte le passioni, senza ambizioni, senza avarizia,
e nella continua attesa delia morte. Non e forse cosi che i cristiani
devono trascorrere la loro vita? E non e una grande fortuna tro-
varsi per necessitâ in uno stato in cui siamo obbligati a vivere? ».
Era infatti chiaro che amava quello stato come poche persone
ne sarebbero capaci, non essendoci altro da fare che sottometter-
visi umilmente e tranquillamente. Per questo ci chiedeva soltanto
di pregare Dio di concedergli questa grazia. E dopo averi o ascolta-
to, nessuno era piu capace di dirgli alcunche, anzi ci sentivamo ani-
mati dai suo stesso spirito di voler soffrire e di ritenere che quello
stato era proprio quello nel quale dovrebbero sempre trovarsi i cri-
stiani.
Desiderava ardentemente comunicarsi; ma i medici vi si oppo-
nevano sempre, non ritenendolo abbastanza malato per ricevere
Ia comunione come viatico, ne acconsentivano a fargliela prcnde-
re di notte quando stava a digiuno, senza una piu grave necessitâ.
Intanto la colica continuava sempre, ed essi gli ordinarono di
bere certe bevande che lo sollevarono per qualche giorno; ma al
sest o giorno di quelle bevande senti un grande stordimento con un
grande dolor di testa. Quantunque i medici non si stupissero del
fatto, e dicessero che cio era dovuto ai vapori delle bevande, egli
continua a confessarsi; chiese con incredibile insistenza di ricevere
la comunione; nel nome di Dio si trovasse la maniera di rimediare
a tutti gli inconvenienti che gli venivano addotti. Insistette tanto,
che una persona presente gli disse che cosi faceva male, doveva sot-
tostare al parere degli amici, non aveva quasi piu febbre e giudi-
casse lui stesso se era giusto far venire il Sacramento in casa ora
che stava meglio; era opportuno attendere di comunicarsi in chie-
sa dove sperabilmente sarebbe stato in condizione di recarsi lui stes-
so. Rispose: « Gli altri non sentono il mio male e saranno delusi.
Il mio dolor di testa ha qualcosa di straordinario ».
Tuttavia, vedendo tanta opposizione al suo desiderio, non oso piu
parlarne. Pero mi disse: « Dai momento che non volete concedermi
questa grazia, vorrei supplirvi con qualche opera buona, e non po-
tendomi comunicare nel Capo, vedro di comunicare nelle membra;
percio ho pensato d'aver in casa un povero malato a cui si rendano
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gli stessi servizi che a me. Sono umiliato e confuso d'essere cosi
bene assistito, mentre un'infinitâ d1 poveri, che stanno peggio di
me, mancano del necessario. Prendetevi espressamente cura di lui
e non fate nessuna differenza tra lui e me. Cosi diminuirâ la mia
confusione di non mancar di niente; giacche non posso piu sop-
portarla, a meno che non mi diate la consolazione di sapere che
c'e qui un povero trattato bene quanto me; andate, vi prego, a chie-
derne uno al curato ».
Mandai immediatamente dai curato, il quale mi fece dire che non
aveva alcun malato in condizione di essere trasportato; ma che
avrebbe concesso a mio fratello, appena sarebbe guarito, il mezzo
di praticare la caritâ, affidandogli un vecchio di cui avrebbe potu-
to occuparsi per tutto il resto delia sua vita. lnfatti neppure il cu-
rato dubitava che mio fratello sarebbe guarito.
Appena vide che non poteva avere un povero in casa accanto
a se, mi prego di essere trasportato agli Incurabili, perche aveva
un gran desiderio di morire in compagnia dei poveri. Gli dissi che
i medici non avrebbero acconsentito di farlo trasportare in quello
stato in cui era. Questa mia risposta lo afflisse sensibilmente, e mi
fece promettere che se ci fosse stato un miglioramento avrei soddi-
sfatto quel suo desiderio.
Non ebbi piu quella pena, perche il suo dolore crebbe tanto con-
siderevolmente che, nell'acme delia sofferenza, mi prego di fare
un consulto; ma gli venne subito uno scrupolo e disse: « Temo che
ci sia troppa ricercatezza in questa richiesta ». Tuttavia non tra-
scurai di farlo. 1 medici gli ordinarono di bere siero di latte, assi-
curando sempre che non c'era alcun pericolo e che si trattava solo
dell'emicrania mista al vapore delle bevande. Lui pero, checche di-
cessero, non ci credette mai. Mi prego di chiamare un prete per
passare la notte con lui. Io stessa lo trovai cosi male che ordinai,
senza dirgli niente, di preparare dei ceri e tutto l'occorrente per farlo
comunicare l'indomani mattina.
Questi preparativi non furono inutili. Servirono piu presto di quel
che avessimo creduto. lnfatti verso mezzanotte fu preso da una con-
vulsione cosi violenta che, quando gli passo, credemmo che fosse
morto. Noi avevamo l'estremo dispiacere, oltre gli altri, di vederlo
morire senza comunione, quando invece raveva chiesta tanto spesso
e con tanta insistenza. Ma Dio, che voleva ricompensare un desi-
derio cosi fervente e cosi giusto, sospese come per miracolo quella

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convulsione e gli restitui completamente la ragione come quando
era perfettamente in salute, cosicche quando il curato, entrando
nella sua stanza con Nostro Signore, gli disse: « Ecco Colui che
avete tanto desiderato », queste parole finirono di risvegliarlo, e
accostandosi il curato per dargli la comunione, egli fece uno sfor·
zo e si alzo in mezzo al letto per riceverla con maggiore rispetto.
Il curato lo interrogo, secondo la consuetudine, sui misteri princi·
pali delia fede, ed egli rispose: « Si, signore, credo tutto questo e
con tutto il mio cuore >>.
Poi ricevette il santo viatico e l'estrema unzione con sentimenti
cosi teneri che gli vennero le lacrime.
Rispose a tutte le preghiere e aiia fine ringrazio il curato. Quan·
do questi lo benedisse col Santo Sacramento, disse: « Che Dio non
mi abbandoni mai!>>.
Furono queste le sue ultime parole. Infatti, dopo aver recitato
le preghiere di ringraziamento, lo ripresero le convulsioni che non
lo lasciarono piu enon gli diedero un momento di lucidita menta·
le. Durarono fino alia sua morte, che sopravvenne ventiquattro ore
dopo, cioe il diciannove agosto 1662, all'una del mattino. Aveva
trentanove anni e due mesi.

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Il.
MEMORIA SULLA VITA DI PASCAL

1
SCRITTA DALLA NIPOTE MARGUERITE PERIER

All'etâ di un anno, accadde a Pascal un fatto straordinario. Sua


madre, pur essendo giovanissima, era molto pia e caritatevole; aveva
un gran numero di famiglie a cui dava una piccola somma ogni
mese, e tra le donne a cui faceva la caritâ ce n'era una che era rite-
nuta una strega. Cosi almeno dicevano tutti; ma sua madre, che
non era una credulona e aveva molto spirite, non teneva conto di
quelle dicerie e continuava a farle l'elemosina. Accadde in quel tem-
po che il bambino fu preso da un malanno simile a quello che a
Parigi si dice tomber en chartre 2 ; pero questa malattia era accom-
pagnata da due circostanze per niente comuni: l'una che non pete-
va vedere l'acqua senza essere preso da impeti di collera molto
violenti; l'altra, ancor piu sorprendente, di non poter vedere suo
padre e sua madre vicini 1'un o ali' altra; accettava con piacere le
carezze dell'uno e dell'altra separatamente, ma appena li vedeva
vicini, gridava, si dibatteva con una violenza eccessiva. Tutto que-
sto duro piu di un anno, durante il quale il male aumento, ed egli
cadde in un abbattimento tale che lo si credette quasi moribondo.
Tutti dicevano a suo padre e a sua madre che si trattava certa-
mente di un malocchio fatto da quella strega; ma essi prendevano
la cosa a riso, ritenendo quei discorsi come fantasie prodotte dalla
vista di qualcosa di straordinario e, senza pensarci su, continuava-
no a permettere a quella donna il libero ingresso in casa loro per
ricevervi la caritâ. AIIa fine mio nonno, seccato di tutte quelle di-
cerie, un giorno fece entrare la donna nel suo studio, credendo che
con la maniera con cui le avrebbe parlato avrebbe fatto cessare tutte
le dicerie; ma resto di stucco quando, dopo le prime parole che le
disse e alle quali la donna rispose soltanto e con molta calma che
la cosa non era vera e che la gente parlava cosi per invidia delle
elemosine che riceveva, voile incuterle timore e, fingendo di essere

Figlia di Gilberte Pascal e di Florin Perier. In questa Memoria sono omessi


1
alcuni passi che riguardano la famiglia di Pascal.
2 Una specie di atrofia intestinale.

62
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sicuro che lei aveva affatturato il figlio, la minaccio di farla arre-
stare se non avesse confessato la verită.. Allora Ia donna, spaven-
tata e gettandosi ginocchioni ai suoi piedi, gli promise di dire tutto,
se le assicurava salva la vita. Mio nonno, sorpreso da questa rive-
lazione, le chiese che cosa aveva fatto e per quale motivo l'aveva
fatto. La donna gli disse che, avendolo pregato di sollecitare una
raccomandazione, si era rifiutato perche credeva che la sua causa
non fosse buona, e che lei, per vendetta, aveva affatturato il figlio
da lui tanto teneramente amato: le dispiaceva di dirglielo, ma il
malocchio era mortale. Mio nonno, afflitto, esclamo: «Cornel do-
vrebbe morire mio figlio? >>.
La donna disse che un rimedio c'era, ma era necessario che qual-
cuno morisse, al posto del bambino, col trasferimento del ma-
locchio.
Mio nonno le disse: « Preferisco che muoia mio figlio piuttosto
che un'altra persona».
La donna disse: « Possiamo trasferire il malocchio su un
animale)).
Mio nonno le offri un cavallo. La donna disse che senza fare
tante spese, era sufficiente un gatto.
Mio nonno glielo fece dare. Lei lo prese e, scendendo le scale,
s'imbatte in due cappuccini che salivano per consolare mia nonna
per la grave malattia del figlio. 1 due padri le rimproverarono di
voler fare ancora un altro malocchio con quel gatto; e lei allora
Io prese e lo getto dalla finestra; e il gatto, pur cadendo da un'al-
tezza di appena sei piedi, mori. Ne chiese un altro a mio nonno;
le fu concesso.
Il grande amore che mio nonno aveva per il figlio non gli diede
il tempo di riflettere che tutto quello non valeva a nulla, perche,
per trasferire il malocchio su un altro, era necessaria una nuova
invocazione del diavolo. Questo pensiero allora non gli venne in
mente; gli venne invece motto tempo dopo e si penti d'aver dato
occasione a quella invocazione.
A sera, venne la donna e disse a mio nonno che aveva bisogno
di un bambino di meno di sette anni il quale, prima del sorgere del
sote, cogliesse nove foglie di tre diverse specie d'erbe: vale a dire
tre per ogni specie. Mio nonno lo disse al suo speziale, il quale lo
assicuro che vi avrebbe condotto lui stesso sua figlia, come difatti
fece la mattina dopo.

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Raccolte le tre specie d'erbe, la donna fece un cataplasma che,
alle sette del mattino, porto a mio nonno dicendo che bisognava
applicarlo sul ventre del bambino. Mio nonno lo fece mettere, e
a mezzogiorno, tornando dal tribunale, trovo tutta la famiglia in
Iacrime. Gli dissero che il figlio era marto. Sali, vide sua moglie
in lacrime e il figlio nella culla, marto, stando a tutte le apparenze.
Se n'ando e, uscendo dalla stanza, incontro presso la soglia la donna
che gli aveva portato il cataplasma. Attribuendo la marte del fi-
glia a quel rimedio, diede aiia donna uno schiaffo cosi forte che
la mando a gambe ali' aria. La donna si alzo e gli disse che eviden-
temente era in collera perche credeva marto suo figlio, pero lei,
al mattino, s'era dimenticata di avvisarlo che il bambino doveva
sembrar marto fino a mezzanotte e che bisognava lasciarlo nella
cuii a fin o a quell' ora, dopo di che avrebbe ripreso i sensi.
Mio nonno rientro e disse che voleva assolutamente che il bam-
bino fosse tenuto in casa e non fosse portato alla sepoltura.
lntanto il bambino sembrava marto; non aveva polso, ne vvce,
ne sensibilita; diventava freddo e aveva tutti i segni delia marte.
In casa si prendevano gioco delia cred ulita del nonno, che pur non
era solito credere alle fattucchiere.
Cosi il bambino fu tenuto in casa, e mio nonno e mia nonna,
senza affidarsi a nessuno, vollero essi stessi star vicino aiia culla.
Sentirono suonare tutte le ore e anche mezzanotte, senza che il bam-
bino tornasse in vita. AIIa fine tra la mezzanotte e l'una, piu versa
l'una che la mezzanotte, il bambino comincio a sbadigliare. La ca-
sa li sorprese in modo straordinario. Lo presero, lo riscaldarono,
gli dettero un po' di vino zuccherato che il bambino inghiotti. Poi
la balia gli offri la mammella che lui afferro senza pero dar segni
di conoscenza e senza aprire gli occhi. Tutto questo dura fino alle
sei del mattino, quando comincio ad aprire gli occhi ea riconosce-
re qualcuno. Allora, vedendo vicini suo padre esua madre, si mise a
gridare secondo il solito. Era evidente che non era ancora guarito. Pe-
ro i miei nonni si consolarono almeno per il fatto che non era marto.
In capo a sei o sette giorni comincio a tollerare la vîsta dell'ac-
qua. Tornando dalla messa, mio nonno Io trovo che si divertiva,
tra le braccia della madre, a travasare l'acqua da un bicchiere al-
l'altro. Voile accostarsi, ma il bambino non lo pote tollerare. Ci
vollero ancora alcuni giorni; e cosi in capo a tre settimane il bam-
bino fu completamente guarito e torno florido.
Dopo non ebbe piu al cun male ...

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Durante il tempo che mio nonno stette a Rouen, Pascal, mio zio,
il quale viveva con quella grande pieta che lui stesso aveva istillato
in tutta la famiglia, contrasse una straordinaria malattia, causata
dalla grande applicazione allo studio delle scienze. Infatti, essen-
do gli spiriti vitali 3 sali ti troppo fortemente al cervello, egli si tro-
vo quasi paralizzato dalla cintola in giu, in modo che fu costretto
a dover camminare soltanto con le stampelle; le gambe e i piedi
gli divennero freddi come il marmo, e tutti i giorni bisognava met-
tergli delle calze inzuppate nell 'acquavite per fargli rit ornare il ca-
lore ai piedi. 1 medici, vedendolo in quello stato, gli proibirono
assolutamente ogni specie di applicazione allo studio: ma quella
mente cosi viva e attiva non poteva restare oziosa. Non occupan-
dosi piu delle scienze e delle cose di pieta che comportano una cer-
ta applicazione, dovette scegliere qualche divertimento, e cosi fu
costretto a ritornare alle riunioni mondane, a giocare e a divertirsi.
Da principio lo fece moderatamente; poi, come di solito avvie-
ne, a poco a poco gli tomo il gusto del mondo, se ne servi non
piu come rimedio ma piuttosto con diletto. Entro nel mondo sen-
za vizi e senza sregolatezze, ma cercando le futilita, il piacere e il
divertimento.
Mio nonno mori e lui continua a frequentare il mondo con mag-
giore facilita, divenuto ormai padrone delia sua eredita. E dopo
d' esservisi alquanto ingolfato, prese la decisione di seguire la
maniera di vivere del mondo, che e quella di sposarsi 4 e prendere
un posto. Mise gli occhi su una ragazza e su un impiego e, facendo
i suoi calcoli per l'una e per l'altra cosa, ne parlava con mia zia
che allora era religiosa e si rammaricava di vedere colui che le ave-
va fatto conoscere la vacuita del mondo tuffarsi in simili impegni.
Spesso lo esortava a rinunziarvi; ma l'ora non era ancora venuta,
e lui l'ascoltava e continua va sempre a mandare avanti i suoi piani.
AIIa fine Dio permise che nel giorno dell'Immacolata andasse
a far visita a mia zia e restasse con lei in parlatorio mentre si can-

3 Nell'antica fisiologia erano spiriti materiali ma sottilissimi che portavano la


vita dai cuore alle altre membra.
4 Stando a Fh~chier (Memoires sur les grands jours d'Auvergne) nell'inverno
1652-1653, a Clermont, Pascal si sarebbe innamorato di una « belle savante» del
luogo; ma probabilmente si tratta di un cugino (STROWSKI, Les (( Pensees »deP.,
Parigi, 1930). Anche Racine afferma che Pascal<< rinunzio a un matrimonio van-
taggioso che stava per concludere )).

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tava nona, prima del sermone. Appena fini di suonare la campa-
nella, lei lo lascio e anche lui entro in chiesa per sentire il sermone,
senza sapere che proprie la Dio l'attendeva.
Trovo il predicatore giă. sul pulpito; dunque mia zia non gli ave-
va potuto parlare prima.
Il sermone riguardava la concezione delia Santa Vergine, gli ini-
zi delia vita dei cristiani, l'importanza di diventare santi; il predi-
catore mostro pure che non bisogna impegnarsi, come fanno le
persone mondane, per abitudine, per costume e per motivi di con-
venienza unicamente umana, nella ricerca delle cariche e di un buon
matrimonio, ma che bisogna consultare Dio prima d'impegnarvi-
si, esaminare bene se questo giova alia propria salvezza o se non
sia d'ostacolo.
Poiche egli si trovava proprio in quello stato e in quella condizio-
ne, e il predicatore ne parlava con molto calore e fermezza, ne fu
vivamente scosso e, credendo che tutto quello fosse stato detto per
lui, l'accetto senz'altro e dopo aver seriamente riflettuto su tutto quel
sermone mentre lo ascoltava, voile rivedere mia zhi e le fece notare
di essere restato sorpreso perche gli pareva che quel sermone fosse
stato fatto unicamente per lui, e di esserne tanto piu impressionato
in quanto eqt sicuro che lei non aveva parlato del suo stato al predi-
catore, per il fatto che questi era stato trovato da loro giă. sul pulpito.
Mia zia accese come meglio pote questo nuovo fuoco, e cosi mio
zio, pochi giorni dopo, si decise a romperla definitivamente col
mondo; e, per questo, an do a trascorrere alcuni giorni _in cam-
pagna 5 , per mutare ambiente e rom pere cosi l'abitudine delle nu-
merose visite che faceva e riceveva. La cosa gli riusci, perche d'al-
lora non ha piu visto nessuno di quegli amici che una voita vedeva
soltanto per i suoi rapporti mondani.
Nel suo ritiro, guadagno a Dio il duca di Roannez, al quale era
legato da un'intima amicizia, fondata sul fatto che il duca di Roan-
nez era uno- spirito molto colt o e aperto alle piu grandi scienze e
percio aveva molto apprezzato lo spirite di Pascal e gli si era affe-
zionato.
Avendo dunque Pascal abbandonato il mondo e deciso di occu-
parsi soltanto delle cose di Dio, fece capire al signore De Roannez

li ritiro a Port-Royal e del gennaio 1655. La« conversione )) era giă avvenu-
5
ta, qualche mese prima, nella famosa notte dell'estasi, 23 novembre 1654.

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l'importanza di imitarlo, e gliene parlo con tanto calore da con-
vincerlo cosi intimamente che il signor De Roannez gradi molto
le cose che gli aveva dette su quell'argomento, come aveva altre
volte gradito i suoi ragionamenti sulle cose di scienza, che forma-
vano l'oggetto e il diletto di tutte le loro conversazioni. Toccato
dunque da Dio per mezzo di Pascal, comincio a riflettere sulla nul-
tita del mondo, fece passare un po' di tempo per meditare su quanto
Dio gli chiedeva e, alia fine, decise di non pensare piu al mondo,
di allontanarsene appena avrebbe potuto e di ritirarsi dai governo
di Poitou appena ne avrebbe avuto il consenso dai re. Otto giorni
dopo questa decisione, quando gia ne aveva parlato con mio zio,
che lui aveva ospitato in casa per qualche tempo affinche gli fosse
d'aiuto nelle sue risoluzioni, accadde che il conte d'Harcourt, suo
prozio, venne a dirgli che gli era stato proposto il matrimonio con
la signorina De Mesmes, che oggi ela signora Vivonne e che allora
era il miglior partito del regno per ricchezza, nobilta e doti perso-
nali. Fu sorpreso di quella proposta, perche da quattro anni aveva
in mente di chiedere in sposa quella signorina, appena fosse arrivato
all'eta del matrimonio. Tuttavia non esito a rifiutare, ritenendo di
dover dare a Dio un segno di fedelta nel non venir meno alia deci-
sione di abbandonare il mondo, che lui gli aveva ispirata. Disse
subito al conte d'Harcourt di essere molto obbligato verso quelle
persone che pensavano a lui, ma che non voleva ancora sposarsi.
Il conte d'Harcourt monto sulle furie, gli disse che era un pazzo
e che avrebbe dovuto ritenersi fortunato se dopo aver richiesto la
mano di una signorina di qualita, ben educata e intelligente e la
piu ricca ereditiera del regno, questa gli fosse stata concessa, ma
che ora erano i genitori stessi della signorina a chiedere lui e cer-
carlo, e intanto voleva starei ancora a pensare! Alia fine De Roan-
nez dichiaro che non voleva sposarsi. Il conte divento ancor piu
furioso e lo tratto male. Dopo di che si comincio ad attribuire la
causa di tutto questo a mio zio che, ospite delia famiglia, veniva
guardato con orrore; una voita, una donna che faceva da porti-
naia, ando a cercarlo nella sua stanza per pugnalarlo e fu una for-
tuna che non lo trovo.
Dopo questi fatti mio zio si ritiro e si separo completamente dai
mondo e ha finito i suoi giorni senza rimettervi piede; anzi la rup-
pe sempre piu con tutti i suoi amici enon vide piu nessuno di quel-
li che aveva nel mondo.

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Durante il ritiro s'impegno, per ordine delia Provvidenza, in
un' opera contro gli atei 6 • Ed ecco come sono state raccolte le co-
se che sono state pubblicate.
Quando lavorava attorno a un argomento, Pascal era solito for-
mulare nella sua testa tutto quello che voleva scrivere senza farne
quasi mai un progetto sulla carta. Aveva per questo una dote straor-
dinaria: quella di non dimenticare mai nulla, e lui stesso confessa-
va di non aver mai dimenticato nulla di quello che aveva voluto
ricordare. Conserva va nella sua memoria le idee di tutto quello che
progettava di scrivere, fino a che non fossero perfette e soltanto
dopo le scriveva. Questa era la sua abitudine. Ma per far questo
ci voleva un grande sforzo d'immaginazione e, quando prese quelle
gravi malattie, cinque anni prima di morire, non aveva piu forza
sufficiente per conservare nella memoria tutto quello che andava
meditando su ogni cosa. Allora, per darsi un sollievo, scriveva quel
che gli veniva a mano a mano che le cose gli si presentavano alia
mente, per servirsene poi per il suo lavoro, come una voita faceva
per cio che stam pava nella sua memoria; e questi frammenti, scrit-
ti cosi pezzo per pezzo, sono stati trovati dopo la sua morte e, stam-
pati, sono stati accolti dai pubblico con tanto favore.
Durante il tempo in cui lavorava cosi contro gli atei, accadde
che fu colto da un forte mal di denti. Una sera il duca De Roannez
lo lascio in preda ai suoi dolori violenti. Si mise a letto e, poiche
il dolore aumentava, per distrarsi, decise di applicarsi a qualcosa
che impegnandolo a fondo attirasse gli spiriti vitali al cervello tan-
to da stornarlo dai pensiero del suo male. Per questo penso al pro-
blema delia cicloide, propostogli altra voita dai p. Mersenne e che
nessuno aveva mai potuto risolvere; neppure lui se n'era mai inte-
ressato. E ci riflette cosi bene che ne trovo la soluzione e tutte le
dimostrazioni. Questa applicazione cosi impegnativa fece scompa-
rire il suo mal di denti; e quando fini di pensarci, dopo aver trova-
to la soluzione delia cicloide, si senti guarito dai male.
Il mattino dopo venne a visitarlo il duca De Roannez e, trovan-
dolo senza dolore, gli chiese che cosa l'aveva guarito. Disse che
era statala cicloide, che lui aveva studiata e scoperta. Il duca, sor-
preso di quell'effetto e della scoperta, che sapeva quanto era diffi-
cile, gli chiese che cosa pensava di farne. Mio zio gli rispose che

6 L' Apologia, i cui frammenti costituiscono i Pensieri.

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essa gli era servita come rimedio e che questo gli bastava. Il duca
De Roannez gli disse che se ne poteva fare un miglior uso; dai mo-
mento che lui aveva progettato di combattere gli atei, bisognava
mostrar loro che, in fatto di geometria e di cose soggette a dimo-
strazione, ne sapeva piu di tutti quanti loro; e percio, se lui sapeva
sottomettersi alle cose di fede, sapeva anche fin dove potevano ar-
rivare le dimostrazioni. Gli consiglio di mettere a disposizione ses-
santa doppie e di lanciare una specie di sfida a tutti i matematici
esperti che lui conosceva, e di proporre quella somma come premio
per ehi avesse trovato la soluzione del problema 7 • Pascal gli
credette e consegno le sessanta doppie al signor Carcavi, chiamato
a far parte delia giuria per giudicare le opere che sarebbero arriva-
te da tutta 1'Europa nel termine fissato di diciotto mesi 8 •
Durante questo tempo giunsero opere da ogni parte 9 • Furono
esaminate e, poiche nessuno aveva risoltn il problema, p~ssati i di-
ciotto mesi Pascal ritiro le sessanta doppie ele uso per far stampa-
re la sua opera e per far fare le incisioni delle figure 10 • Si affatico
molto, perche per quest'opera s'era comportato come per le altre.
L'aveva conservata nel suo cervello e la scriveva a mano a mano

7 La sfida lanciata nel giugno 1658 ai matematici e fisici di Europa era anoni-
ma. La soluzione data da Pascal, allo scadere del termine del concorso, apparve
con lo pseudonimo di Amos Dettouville (anagramma di Louis de Montalte).
8 Non diciotto, ma tre mesi. « Quisquis superius proposita, intra primam diem
mensis octobris anni 1658, solverit et demonstraverit, magnus erit nobis Apollo )),
diceva il bando di concorso del giugno.
Con due lettere, del 7 e 9 ottobre, Pascal dichiaro chiuso il concorso.
La seduta conclusiva delia giuria, presieduta dai Carcavi, si tenne il 24 novem-
bre, (Recit de /'examen et du jugement des ecrits envoyes pour le prix, ecc.).
9 Vi presero parte Huyghens, Wren, De Sluse, Wallis di Oxford, il p. Lalouere
di Tolosa.
10 Lettres de Amos Dettouville, contenent quelques-unes de ses inventions de
geometrie (chez Guillaume Desprez, Parigi, 1659) comprende oltre la Lettera di Det-
touville al Carcavi, stampata verso la fine del 1658, i seguenti trattati e lettere:
Traite des Trilignes rectangles et de leurs onglets;
Proprietes des sommes simples, triangulaires et pyramidales;
Traite des sinus de quart de cercle;
Traite des arcs de cercle;
Petit traite des solides circulaires;
Traire general de la roulette;
Lettre de A. Dettouville a monsieur A.D.D.S., en lui envoyant la demonstrat ion
a la maniere des anciens de l'egalite des lignes spirale et parabolique;
De I'Ecalier, des Triangles cylindriques, et de la spirale autour d'un cone;
Dimension des lignes courbes de toutes le roulettes;
Lettre de Pascal a Carcavi.

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che bisognava consegnare i fogli agli stampatori, ai quali forniva
anche due opere insieme. In tai modo doveva avere nella mente
due trattati, quasi nello stesso tempo, e quindi mescolare le idee.
Quando l'opera fu stampata ne tin) soltanto centoventi copie per
mandarle agli esperti geometri a cui aveva lanciato la sfida soltanto
per arrivare al suo intento. Ne mando anche ad alcuni amici parti-
calari. Non permise che ne fosse venduta alcuna, perche non era
suo intento cercare la reputazione, e gliene restarono una ventina
o una trentina che noi trovammo dopo la sua morte e che mio pa-
dre diede a un suo amice libraio perche ne facesse quel che voleva
nella sua bottega.
Parlava poco di scienza; pero, quando gli si presentava l'occa-
sione, diceva il suo parere sulle cose di cui gli si parlava. Per esem-
pio, sulla filosofia di Cartesio 11 diceva chiaramente quel che
pensava. Era d'accordo sull'automatismo ma non giă. sulla mate-
ria sottile, che lui non prendeva in nessuna considerazione. Non
poteva tollerare il modo con cui Cartesio spiegava la formazione
delle cose e spesso diceva: «Non posso perdonarla a Cartesio, il
quale in tutta la sua filosofia avrebbe voluto poter fare a meno di
Dio, ma non ha potuto evitare di fargli dare un colpetto al mondo
per metterlo in moto; dopo di che non sa piu che farne di Dio ».
Circa due mesi prima della morte, avendo radunato in casa sua
parecchie persone per discutere sulle attuali condizioni delle que-
stioni religiose 12 , dopo aver !o ro mostrato le difficoltă. su certi
punti, si avvide che quelle persone non la pensavano cosi rettamente
cerne lui avrebbe voluto e transigevano per certe cose che secondo
lui erano importanti per la verită.. Ne fu talmente addolorato che
cadde svenuto e perdette la conoscenza e la parola. Resto parec-
chio tempo in quello state, e quando con molta difficoltă. !o si po-

IlNel settembre del1647, Cartesio ebbe due incontri con Pascal, ea uno di es-
si fu presente anche il famoso matematica Roberval. 1 due genî non riuscirono a
trovare un punto d'intesa. L'anno dopo, a proposito delle esperienze sul vuoto,
si trovarono ancora in disaccordo. Cfr. A. JOLIVET, L 'anticartesianisme de P.,
in« Archives de philosophie »,voi. 1, 1923; e H. PETIT, Jmages: Descartes et Pa-
scal, Parigi, 1930.
12 E probabilmente la riunione tenuta in casa di Pascal per decidere se firmare
ono il formulario (31 ottobre 1661), col quale i giansenisti erano invitati adam-
mettere la condanna di diritto e di fatto delle 5 proposizioni di Giansenio. Vi parte-
ciparono Arnauld, Nicole, il duca di Roannez, Domat e altri di Port-Royal. Pascal
fu decisamente per la negativa, e con lui Roannez e Domat, « per amore delia veri-
ta », dai momento che i giansenisti volevano firmare con una restrizione mentale.

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te far riprendere e mia madre che gli stava vicina gli chiese quale
ne era statala causa, disse: « Quando ho visto tutte quelle persone
che consideravo come le colonne delia veri ta piegarsi e venir meno
alloro dovere verso la verita, ne sono stato colpito, non ho potuto
sopportarlo e ho dovuto soccombere al dolore che ne provavo >> 13 •
Dopo la morte di Pascal, all'autopsia, si trovo che lo stomaco
e il fegato erano seccati e gli intestini cancrenosi, e non si pote ap-
purare se era stata questa la causa dei dolori di colica o se ne era
stato l'effetto. Ma la cosa piu singolare fu che aprendogli la testa,
il cranio fu trovato senza alcuna sutura tranne la lambdoide; e que-
sto apparentemente aveva causato i grandi dolori di testa di cui sof-
fri durante la vita. E vero che aveva avuto un tempo anche la sutura
che si chiamava frontale, ma essendo questa restata aperta per mol-
to tempo durante la sua infanzia, come accade spesso a quell'eta,
enon avendo potuto chiudersi, gli si era formata una cicatrice cal-
losa che l'aveva coperta completamente ed era cosi spessa che si
avvertiva sotto le dita. Delia sutura coronale non c'era alcun se-
gno. 1 medici osservarono che c'era una prodigiosa abbondanza
di cervello e che la sostanza era cosi solida e condensata da far cre-

13 A questo punto sono inseriti nel manoscritto alcuni aneddoti curiosi sulla vita
di Pascal.
1. - « Il signor Arnoul, curata di Chambourcy (canonica di Saint-Victor), dice
d'aver appreso dai Priore Barillon, amico delia signorina Perier, che Pascal, qual-
che anno prima delia marte, essendo andato carne al solito, in un giorno di festa,
a passeggio sul pante di Neuilly, insieme ada leu ni amici in una carrozza a quattro
o sei cavalli, i due cavalli di testa s'imbizzarrirono, dai Iato del pante dove non
esisteva parapetto, e precipitarono nel fiume; le redini che li tenevano legati al tre-
na di dietro si spezzarono e la carrozza resto cosi sul ciglio del precipizio. Dopo
questo fatto, Pascal decise di non fare piu le sue passeggiate e di vivere in una soli-
tudine completa>>.
(Da quest 'incidente nacque la /eggenda, accreditata da Voltaire e dagli enciclo-
pedisti, del/'abisso che Pascal credeva di vedere sempre al suo lat o sinistra. Appar-
ve la prima voita ne/1737, in un libro dell'abbe Boi/eau: Lettres sur differents sujets
de moral et de piete, e non ha a/cun seria fondamento).
2. - « Pascal aveva una meravigliosa destrezza nel nascondere Ia sua virtu, spe-
cialmente alle persone comuni, tanto che un giorno un tale disse al signor Arnoul
di aver l'impressione che Pascal fosse sempre in collera e che volesse sacramentare
(il che non pare credibile). Il signor Arnoul aggiungeva che quando si chiedeva un
consiglio a Pascal, questi ascoltava molto e parlava poco ».
3. - «Pascal, essendo andato col duca di Roannez a visitare il signor Arnoul
a Saint-Victor, vide pas sare molto disordinatamente un gregge di pecore. Chiese
ad Arnoul se fosse capace di indovinarne un numero. Questi gli rispose di no, e
lui immediatamente, comando sulle dita, disse che erano quattrocento pecore. Il
signor di Roannez, chiese al pastore quante erano e questi gli rispose: "Quat-
trocento!" >>.

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dere loro che era questa la ragione per cui, non essendosi chiusa
la sutura frontale, la natura vi aveva provveduto con quella callo-
sita. Ma la cosa piu importante, a cui si attribui in particolare la
sua morte ele ultime circostanze che l'accompagnarono, fu che den-
tro il cranio, vicino ai ventricoli del cervello, si trovarono due im-
pronte, come d'un dito nella eera, le quali erano piene di sangue
cagliato e corrotto che aveva cominciato a far andare in cancrena
la duramadre.

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SULLA MORTE DI PASCAL

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1.
DALLE MEMORIE DEL PADRE BEURRIER 1
SULLA MORTE Dl PASCAL

Libro III. De/le case piu notevoli accadute nei ventidue an ni che
sono stat o curat o di Saint-Etienne, che io ho vis te o che sono acca-
dute in parrocchia e di cui ho avuto sicura conoscenza. -Cap. XL.
Delia malattia e delia marte de! signor Pascal e di cio che avvenne
in quell'occasione.

1. - Gesu Cristo ci insegna, con l'esempio e con la parola, che


siamo obbligati a rendere testimonianza alia verita, quando ci vie-
ne richiesta dai nostri superiori. Cosi s'e comportato lui stesso nei
riguardi di Pilato. lnfatti, quando questi lo interrogo sulla sua re-
gatita, dicendogli: Sei dunque re? Gesu Cristo gli rispose: L 'hai det-
to. !o sono re, e per questo sono nato e per questo sono venuto
ne! mondo, per rendere testimonianza alia verita.
Orbene, dopo la morte di Pascal, che io avevo assistito durante
la malattia che duro sei intere settimane, ea cui avevo reso gli estre-
mi onori cristiani dopo il suo decesso, come mio parrocchiano,
Mons. Perefixe, arcivescovo di Parigi, mi mando a chiamare e mi
interrogo su come era morto, sui suoi sentimenti nei riguardi delia
religione e degli argomenti che in quel tempo producevano tanto
rumore e divisione trai cattolici; aggiunse pure che parecchie per-
sene gli avevano detto che era morto senza sacramenti e in una ma-
niera poco cristiana. D'altra parte venni a sapere chei nemici del
defunto facevano pressioni sull'arcivescovo per far togliere la tomba
che racchiudeva il suo corpo o almeno cancellarne l'epitaffio 2 •

1 Queste Memorie furono pubblicate la prima voita da E. JOVY: Pascal inedit,


nel1910. Il capitolo che riportiamo fu scritto dopo ill686, vale a dire a ventiquat-
tro anni dalla morte di Pascal, e riecheggia qua e lâ certe testimonianze di Gilberte.
Non tutti i critici accettano come storicamente certe le dichiarazioni del Beurrier,
tanto piu che suscitarono controdichiarazioni e smentite da parte dei parenti di Pa-
scal e dei giansenisti. Piu tardi, ne! 1711, morto il Beurrier da diciassette anni, fu
pubblicata una sua ritrattazione che probabilmente non e autentica (Response de
P. Quesnel aM. de Chambrat). Lo Chevalier ne fa invece una energica difesa nel·
l'Appendice V de! suo Pascal (pagg. 328-339), Parigi, Pion, 2" ed., 1957.
2 Riportato piu avanti, in questa stessa sezione.

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Per questo motiva mi credetti in dovere di far conoscere all'arci-
vescovo tutto quello che Pascal m'aveva detto a tai proposito, e
quello che era accaduto durante la sua malattia e la sua morte -
cose che io narrero ordinatamente in questo capitolo per venire in-
contra al desiderio espressomi da molti, i quali mi hanno chiesto
notizia su un argomento che ha solievato un po' di chiasso, non
soltanto a Parigi, ma in tutto il regno, e finanche a Roma, come
diro subita.
Ecco come si svolsero le cose.

2. - Ho conosciuto Pascal soltanto sei settimane prima delia sua


morte, quando essendosi ammalato (nella casa che il signor Perier,
consigliere alla Corte dei Tributi di Clermont nell' Alvernia, e suo
cognato per aver sposato la sorella, aveva preso in affitto nella mia
parrocchia nel sobborgo Saint-Marcel), mi mando a chiamare per
consultarmi sugli affari delia sua coscienza. Dopo il mutuo scam-
bio di saluti, mi disse che, avendo avuto sempre molto amore per
l'ordine che Dio aveva stabilita nella sua Chiesa, m'aveva fatto pre-
gare di andarlo a visitare perche voleva mettere la sua anima e la
sua coscienza nelie mie mani in quanto suo pastore. Dopo alcune
parole sullo stato delia sua malattia, che era una colica biliosa e
nefritica che gli causava grandissimi dolori con accessi di febbre
non ancora ben determinata, mi chiese consiglio se doveva dispar-
si a fare una confessione generale oppure una ordinaria; al che ri-
sposi che questo dipendeva dalia sua coscienza e dalla sua devo-
zione, e che se da poco tempo aveva fatto una confessione genera-
le veramente completa, accompagnata dalle richieste condizioni e
seguita dall'ammenda delle proprie colpe e dai cambiamento ver-
sa una vita pili santa e si sentisse veramente in pace con Dio, non
gli consigliavo di farne una nuova, tenuto conto dello stato della
sua malattia che era molto grave e non gli dava riposo, e anche
perche la ricerca e il serio esame, necessari per conoscere i partico-
lari di tutta la vita passata, avrebbero potuto accrescere notevol-
mente il suo male; gli bastava percio fare un esame dall'ultima
confessione generale.

3. - Mi confido allora che due anni prima aveva fatto un ritiro


spirituale e una confessione generale molto scrupolosa, dopo di che
aveva completamente mutato vita e deciso di fuggire tutte le corn-

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pagnie per pensare soltanto alia sua salvezza ea una lotta vigorosa
contro gli empi e gli atei, cosi numerosi a Parigi, e contro le vere
eresie. Mi disse pure che aveva gia raccolto materiali e argomenti
potentissimi per convincerli delia veri ta delia religione cattolica; che
sapeva per esperienza illoro forte e illoro debole, per aver un tempo
conversato e discusso con i piu fanatici; che costoro avevano fidu-
cia in lui, e lui sapeva come bisognava prenderli e convincerli; che
quei materiali erano costituiti da diversi pensieri, argomenti e ra-
gioni, che lui aveva tracciati sulia carta in poche parole, in tempi
diversi e senz'ordine, pero secondo un piano che aveva nella men-
te, con l'intento di farne poi un libro completa in cui avrebbe espo-
sto tutti quei pensieri ordinatamente eli avrebbe spiegati con molta
chiarezza, dando loro tutta la forza possibile, nella speranza che
quellibro sarebbe stato utilissimo e avrebbe ricevuto le benedizio-
ni di Dio, data la purezza delie sue intenzioni che miravano unica-
mente a condurre nell'ovile del!a Chiesa tante pecorelle smarrite
ed estendere cosi il regno di Gesu Cristo, a gloria di Dio e per la
salvezza delle anime.
Poi venne a parlare delle questioni di quel tempo, che produce-
vano tanto scompiglio trai cattolici a proposito delia dottrina del-
Ia grazia, del potere e dell'autorita del Papa, del caso di coscienza
e delia morale cristiana. Mi disse che era vivamente angustiato nel
vedere quella divisione trai fedeli, i quali s'accendevano talmente
nelle loro dispute, sia a voce che per iscritto, da screditarsi a vicen-
da e con tanta passione da pregiudicare l'unita e la carita, le quali
avrebbero dovuto spingerli a mettere insieme le loro armi spirituali
contro i veri infedeli ed eretici, piuttosto che combattersi tra loro;
aggiunse pure che l'avevano voluto trascinare in quelle dispute 3, ma
che gia da due anni se n'era ritirato prudentemente 4 , considerata la

l Per un ingegno carne quello di Pascal che non decise mai di compiacere gli altri
e fu sempre animata dall'amore per la verita, anche quando erro, la frase non e certa
motto persuasiva. Pascal non fu coinvolto da nessuno, ma si getto lui stesso a capofitto
e coscientemente nel « partito >> giansenista. Prova ne siano le Provinciali, i Factums
des Cures de Paris (dicembre 1657 - luglio 1658) e alcuni frammenti dei Pensieri.
4 Non e esatto. La riunione in casa di Pascal- ricordata nella Memoria di Margue-
rite Perier- dei maggiori esponenti de! giansenismo parigino, per decidere sull'opportu-
nita di firmare i!jormulario, edei primi giorni de! novembre 1661; e 1' Ecrit sur la signa-
lure di Pascal, contra l'aneggiarnento conciliante nei riguardi de! Mandement, e di quel
tempo, e Pascallo affido all'arnico Domat con l'incarico di (( bruciarlo se le religiose di
Port-Royal resistevano alla persecuzione a cui erano soggette, e di pubblicarlo se si piega-
vano >>. Le religiose firmarono il 28 novembre 1661. E probabile pero che il prudente
ritiro, cui accenna il Beurrier, si riferisca ai suoi sentimenti negli ultimi mesi della malattia.

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grande difficoltâ di quelle questioni cosi difficili sulla grazia e sulla
predestinazione, come afferma anche san Paolo che esclama: O alti-
Iudo divitiarum sapientiae et scientiae Dei, quam incomprehensibilia
sunt judicia ejus et investigabiles viae ejus! Quis novit sensum Domi-
ni, ecc., (Romani, XI, 33, ecc.). O profonditâ delle ricchezze delia
sapienza e conoscenza di Dio! Come imperscrutabili sono i suoi giu-
dizi e inesplorabili le sue vie! Chi ha conosciuto il pensiero del Signo-
re o ehi gli fu consigliere?
E per quanto riguarda la questione dell'autoritâ del Papa, egli la
giudicava importante e riteneva che e molto difficile volerne cono-
scere i limiti. Per questo, non avendo studiato scolastica enon aven-
do avuto altro maestro, sia nelle materie letterarie che nella filosofia
e nella teologia, che il padre, il quale l'aveva istruito e diretto nella
lettura delia Bibbia, dei concili, .dei santi Padri e delia storia ecclesia-
stica, aveva giudicato opportuno doversi ritirare da quelle dispute e
contestazioni, che, secondo lui, erano pregiudizievoli e dannose, per-
che egli avrebbe potuto sbagliare dicendo troppo 5 o troppo poco.
Per questo si schierava dalla parte del giudizio delia Chiesa in quelle
grandi questioni, e voleva essere perfettamente sottomesso al Vicario
di Gesu Cristo che e il Sovrano Pontefice.
Gli risposi che s'era comportato molto saggiamente e che quelle
difficili questioni non contribuivano certo alia santificazione dei
fedeli e dei popoli, e che bastava credere e parlare secondo la Scrit-
tura e la comune testimonianza dei santi Padri e come paria la
Chiesa.

4. - Per quanto riguarda la nuova morale lassista, aggiunse che


essa non e affatto conforme al Vangelo, ai canoni dei concili eal
pensicro dei Padri delia Chiesa; che bisogna certamente condan-
narla; che era pericolosissima perche favoriva la rilassatezza, il vi-
zio, il libertinaggio e la corruzione dei costumi; che era pregiu-
dizievole per la Chiesa e che lui ne aveva grandissimo orrore.
Convenni con questi suoi sentimenti che trovai giustissimi. Infi-
ne mi disse che da due anni aveva cominciato a mettere in iscritto
i suoi pensieri per combattere ogni specie di empi e per mostrare
chiaramente la veritâ delia religione cattolica, apostolica e roma-
na, e che li avrebbe poi sviluppati nellibro che aveva in mente di

5 In verita aveva gia detto troppo, e con troppa acredine, nelle Provincia/i.

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comporre, se Dio gli avesse dato la salute e gli avesse prolungato
la vita, alia quale non serba va altro attaccamento che quello di fa~
re la volonta di Dio, e, tenendo soltanto questo di mira, voleva
lavorare per la conversione degli empi, se fosse piaciuto a Dio, pre-
gandolo di voler metter fine a quelle incresciose contese tra perso-
ne dotte e probe affinche s'unissero tutti nel suo stesso intento di
distruggere gl'infedeli e gli eretici.
Mi chiese poi parecchi consigli, che io gli diedi, per disporsi a
ricevere santamente il sacramento delia Penitenza e delia santa Eu-
carestia, che lui desiderava ardentemente. E quella nostra conver-
sazione termina con la preghiera che mi fece di offrirlo a Dio e
di chiedere alia sua divina Maesta di fargli la grazia di vivere e di
morire da buon cristiano, e di compiere in tutte le cose la sua divi~
na volonta, che era poi l'unica cosa che desiderava.
L'indomani lo confessai. Mi fece un'esposizione delia sua ulti-
ma confessione generale, che aveva fatto durante il suo ritiro. Il
giorno dopo gli portai il santo Sacramento che ricevette con parti-
colare devozione.

5. - Poiche ebbi 1'ono re di conoscere la signora Perier, sorella


di Pascal, e la figlia di lei, che ho confessato per parecchi anni do-
po la sua uscita da Port-Royal, insieme ad alcune novizie di quel
monastero che furono costrette a uscirne, con tutte le educande,
per ordine del Re 6 - la signora Perier con la famiglia aveva pre-
so a locazione nella mia parrocchia una casa molto vicina alia chiesa
per avere maggiore comodita di assistere alle funzioni e agli altri
esercizi che si facevano nella mia parrocchia - , essa mi fece cono-
scere meglio alcuni particolari sulla vita di Pascal, suo fratello.
Seppi dunque da quella virtuosa signora e dai suo figlio
maggiore 7 , il quale era lui pure mi o penitente e studiava filoso-
fia, che il padre di Blaise si chiamava Etienne ed era stato presi-
dente delia Corte dei Tributi di Clermont nell' Alvernia, suo luogo
di nascita. Costui era di una cosi grande intelligenza che aveva im-
parato dai padre, senza altri maestri, il greco e illatino, la filoso-
fia, le matematiche, la storia, il diritto canonico e soprattutto la

6 Le piccole scuole furono chiuse il 10 marzo 1660.


7 Etienne Perier, che fara la prima prefazione alle Pensees per l'edizione di Port-
Royal, 1669-1670.

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teologia positiva con la lettura della Bibbia e dei santi Padri; e a
suo figlio maggiore, Blaise Pascal, di cui ci occupiamo, aveva fat-
to la stessa caritâ di istruirlo lui stesso e di insegnargli quelle stesse
scienze, senza mandarlo a scuola o in collegio, per non esporlo al
pericolo delle sregolatezze comuni a tutti gli scolari, che spesso si
guastano a vicenda. Per questo, la sua famiglia era ben ordinata,
come se fosse stata una casa religiosa, sotto Ia guida del signor pre-
sidente che faceva da buon padre e da buon superiore cristiano;
e i suoi figli hanno tratto molto vantaggio da un maestro tanto buo-
no, specialmente Blaise che aveva un buonissimo spirito, un otti-
mo carattere e una memoria prodigiosa da non dimenticare nulla
di quello che aveva imparato.

6. - Durante Ia giovinezza, per una particolare provvidenza, Dio


1' ha preservato dai vizi in cui cadono la maggior parte dei giovani
e, cosa ancor piu sorprendente per uno spirito cosi aperto come
il suo, non s'e mai spinto al libertinaggio delia mente nelle cose
che riguardano la religione, perche ha sempre limitato Ia sua cu-
riositâ alle cose naturali, dicendo spesso di esser debitore di tutto
questo a suo padre, che, avendo ugualmente il massimo rispetto
per Ia religione, glielo aveva inculcato fin dall'infanzia, dandogli
come massima che tutto quello che e oggetto delia fede non deve
essere sottoposto aiia ragione naturale, perche ne e molto al di
sopra.
Dagli undici ai dodici anni apprese in modo sorprendente Ia geo-
metria e le scienze matematiche, componendo dei trattatelli che su-
peravano di molto Ia portata dei ragazzi delia sua etâ; pera la
capacitâ delia sua mente e delia sua immaginazione si mostra par-
ticolarmente in una macchina calcolatrice che inventa dai dician-
nove ai venti anni; ognuno ammira le belle esperienze sul vuoto
che fece a Rouen alia presenza delle persone piu importanti delia
cittâ, al tempo che il presidente Pascal, suo padre, esercitava in
quella cittâ la carica di ispettore regio. Ma, negli ultimi dieci anni
delia sua vita, egli ha fatto conoscere la grandezza e la soliditâ del-
Ia sua virtu e della sua pietâ piit che non avesse fatto conoscere
prima la forza, la vastitâ e il mirabile acume del suo spirito. lnfat-
ti, dopo aver trascorso la sua giovinezza in occupazioni e diverti-
menti che sembravano abbastanza innocenti agli occhi del mondo,
fu fortemente colpito da Dio, il quale gli fece conoscere perfetta-

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mente come la religione cristiana ci obbliga a vivere soltanto per
Lui e ad amarlo unicamente come nostro sommo bene, con tutte
le forze delia nostra anima e del nostro cuore; e fu allora che prese
la ferma decisione di rinunziare a tutte le cose visibili e corruttibi-
li, e anche a se stesso per quanto possibile.
Questo lo porto a lasciare completamente le scienze profane, per
applicarsi meglio a quelle che potevano contribuire alia salvezza
sua e degli altri. Aveva trent'anni quando ruppe tutti i legami che
gli potevano essere d'impedimento per darsi interamente aDio. Mu-
to quartiere per perdere le abitudini mondane e poi si ritiro in cam-
pagna dove stette per qualche tempo. Al ritorno fece cosi ben capire
di voler lasciare il mondo, che alia fine il mondo lo abbandono.

7. - Due anni prima delia sua morte, fece un second o ritiro as-
sai piu perfetto. Dio lo voleva cosi disporre alia preziosa morte dei
santi. Passo parecchie settimane nei grandi esercizi spirituali, nella
penitenza, nella mortificazione, nel silenzio, nell'esame o revisio-
ne esattissima di tutta la sua vita; fece poi una confessione genera-
le, fece grandi elemosine, vendette la sua carrozza, i suoi cavalli,
i suoi tappeti, i bei mobili, l'argenteria e anche la biblioteca, ad
eccezione delia Bibbia, di sant' Agostino e di pochissimi altri libri,
e ne dispenso il ricavato ai poveri; licenzio tutti i suoi domestici
e si mise a pensione da sua sorella, la signora Perier, dalla quale
l'ho saputo, per non pensare piu alia cura familiare. Fondo le re-
gole delia sua vita sui principi evangelici: 1) rinunziare a se stesso,
a·ogni diletto, a ogni cosa superflua e alia vanagloria; 2) fare tutto
il bene possibile in una pura visione di Dio, per il suo amore e per
la propria perfezione; 3) amare il prossimo ela propria anima d'un
amore disinteressato mirando solo a Dio.
Li aveva sempre davanti agli occhi e si studiava di perfezionarsi
sempre piu, come ho notato anch'io durante tutto il tempo delia
sua ultima malattia, che duro sei settimane, nel corso delle quali
lo vedevo molto spesso e conversavo con lui.
Questa continua applicazione del suo spirito alle grandi veritâ
lo induceva a mostrare una grande pazienza nei suoi mali, i quali
erano molto acuti enon l'hanno quasi mai lasciato senza soffrire,
specialmente durante gli ultimi due anni delia sua vita e ancor piu
nella sua ultima malattia. La pazienza lo manteneva inoltre in una
grande sottomissione ai voleri di Dio e in una indifferenza per la

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vita e per la morte. Mi diceva che se aveva un desiderio di vivere
di piu era per portarea termine !'opera che aveva iniziata, per or-
dinare in un libro i pensieri che Dio gli aveva suggeriti per combat-
tere gli atei, i libertini e gli eretici, e che tuttavia questo desiderio
era condizionato al volere di Dio.
Dopo il suo ritiro fece parecchie mortificazioni corporali; rifiu-
tava ai sensi tutto quello che poteva essere loro gradito e accettava
con gioia tutto quello che gli si faceva prendere e che era sgradevo-
le. Ogni giorno si privava sempre piu di tutto quello che riteneva
non assolutamente necessario quanto al vestito, al cibo, ai mobili
e a tutto il rest o. A veva un am ore specialissimo per la povertă. che
si studiava di praticare in ogni occasione, e amava tanto tenera-
mente i poveri che non rifiuto ad essi mai nulla. Non poteva sop-
portare che si cercassero con cura tutte le proprie comodită., dicendo
che era una delicatezza contraria allo spirito del Vangelo.
Infine ho ammirato la pazienza, l'umiltă., la carită. e il grande
disinteresse che notai in Pascal tutte le volte che sono stato a visi-
tarlo durante le sei settimane delia sua ultima malattia e delia sua
vita. Durante quel tempo l'ho confessato molte volte e gli ho am-
ministrato gli ultimi sacramenti del Viatico e deli'Estrema Unzio-
ne, che lui ha ricevuto con grandi sentimenti di pietă. e di devozione;
e dopo averii ricevuti, cadde in coma agonico che gli du ro fino alia
morte.

8. - Pascal mori il sabato 19 agosto 1662, a trentanove anni, e


fu sepolto nella nostra chiesa parrocchiale di Saint-Etienne-du-Mont
dietro il coro, vicino aH' altare maggiore dove sta il tabernacolo di
Nostro Signore.
Fu rimpianto da tutti i letterati suoi amici. Aveva pregato il si-
gnor Perier, suo cognato, e sua sorelia di essere sepolto senza ceri-
manie e senza pompa, come un povero, e che sulia sua tomba non
si mettesse·alcun epitaffio, perche voleva essere ignoto agli uomini
anche dopo la morte, cosi come aveva fatto il possibile per esserlo
durante gli ultimi anni delia sua vita dopo il ritiro, per principio
di umilta. Questo pero non impedi che il cognato lo facesse sep-
pellire onoratamente e facesse incidere su una lastra di marmo ne-
ro l'epitaffio che sta sulla tomba.

9. - Questo epitaffio rese gelosi i suoi nemici, i quali andarono

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dali'arcivescovo e gli dissero quelio che voliero per indurlo a far
togliere la tomba di Pascal o a far canceliare l'epitaffio. L'arcive-
scovo allora mi mando a chiamare per sapere da me che cosa era
accaduto durante la sua malattia e alia sua morte, se aveva ricevu-
to tutti i sacramenti, se era morto da buon cattolico nella dovuta
sottomissione alia Chiesa e in comunione con lei, perche aveva sen-
tito dire che era morto senza sacramenti e in una maniera poco cri-
stiana. Io lo trassi d'errore e gli dissi che era morto da ottimo
cristiano, che era assai sottomesso al Sovrano Pontefice e alia Chie-
sa; che l'avevo confessato spesse volte e gli avevo dato la Santa
Comunione, il Viatico e l'Estrema Unzione, da lui ricevuti con molti
segni di pieta e di devozione; e che ero stato testimone e ammira-
tore delia sua pazienza, delia sua carita, della sua umilta e del suo
zelo per la conversione degli eretici e degli atei. Per quanto riguar-
dava le questioni del tempo, gli dissi che, nella nostra prima con-
versazione, mi aveva chiaramente mostrato di essere afflitto al veder
la divisione trai figli delia Chiesa sugli argomenti della grazia, del-
Ia predestinazione e dell'autorita del Papa; che lui era stato trasci-
nato a impegnarsi in quei partiti ma che prudentemente se n'era
ritirato per attendere alia sua salvezza e alla conversione degli em-
pi e degli eretici, scusandosi con la difficolta di quegli argomenti
e col fatto che, non avendo studiate scolastica, poteva dirne trop-
pc o troppo poco; che si sottometteva completamente alia Chiesa
eal Sovrano Pontefice, vicario di Gesu Cristo, ma che non poteva
tolierare l'apologia dei casisti e della morale lassista, e diceva che
bisognava condannarla e anche bruciarla, perche nettamente con-
traria al Vangelo e molto pregiudizievole.

10. - L'arcivescovo mi obbligo a dargli la mia risposta per iscrit-


to e firmata di mio pugno. E poiche facevo delle difficolta per le
conseguenze- non m'ero mai schierato per alcun partito in tutte
quelle dispute e mi studiavo il piu possibile di tenere uniti e d'ac-
cordo i miei parrocchiani che appartenevano ali'uno o all'altro par-
tito, - l'arcivescovo mi promise che avrebbe fatto vedere la mia
dichiarazione soltanto alle religiose di Port-Royal, che, avendo moi-
ta stima per Pascal, avrebbero seguito il suo esempio e la sua sot-
tomissione. E fu cosi che gli scrissi la dichiarazione. Ma un mese
dopo mi mando il signor Chamillard, vicario di Saint-Nicolas, per
pregarmi e far forti pressioni affinche il mio scritto fosse pubbli-

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cato; io mi rifiutai per una buona ragione, perche avevo organiz-
zato e m'ero impegnato per una conferenza alia quale dovevano
partecipare i pili interessati, per concludere amichevolmente quel
grande contrasto e per far tacere tutte quelle dispute; questo pero
mi venne impedito dalla pubblicazione del mio scritto, che fu in-
viato anche a Roma. Appena pubblicato il mio scritto, le persone
dei due partiti si misero a commentarlo spiegandolo ognuno a suo
modo e secondo le proprie idee, e molti vennero anche a visitarmi
per chiedermi se esso riportava la risposta di Pascal ed era l'espres-
sione dei suoi sentimenti; risposi: certamente di si; molti poi mi
dissero che avevo male interpretato il suo pensiero e mi pregarono
di non prendermela se essi spiegavano la dichiarazione di Pascal
diversamente da me. A costoro risposi che potevano pur farlo e
che io ero pago d'aver scritto quello che avevo scritto: quod scrip-
si, scripsi; che non avrei risposto a nessuno scntto che fosse stato
pubblicato per contraddire alia spiegazione eal senso che io stesso
avevo udito dalia bocca di Pascal, che io stimavo assai pili per la
sua cari ta, per la sua umil ta, per la sua modestia e la sua sottomis-
sione alia Chiesa e al Sovrano Pontefice, che non per la grandezza
delia sua mente, considerando, come dice lui stesso, che la distan-
za infinita tra i corpi e gli spiriti raffigura la distanza infinitamen-
te pili infinita tra gli spiriti e la carita, perche questa e sopran-
naturale, e che per questo i santi hanno illoro impero, illoro splen-
dore, la loro grandezza, le loro vittorie, e non hanno alcun biso-
gno delie grandezze carnali o intellettuali, le quali non appartengono
alloro ordine e non aggiungono ne tolgono alcunche alia grandez-
za che essi desiderano, perche giustamente a loro basta Dio solo
che e tutto il bene: ostendam tibi omme bonum. Gen. Requiescat
m pace.

R4
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Il.
DUE LETTERE

Lettera di Wal/on de Beaupuis a Hermant


19 agosto 1662
Il malato, che avevamo qui, ha lasciato questo mondo un'ora
circa dopo mezzanotte, dopo essere stato ventiquattro ore in co-
ma, in cui era caduto quando nessuno se l'aspettava, giacche i me-
dici stessi hanno confessato di non essere restati mai tanto sorpresi,
sebbene parecchi di assai esperti l'avessero visitato la sera prece-
dente. Incomincio con un'orribile convulsione, che lo prese ieri do-
po mezzanotte, un'ora o due dopo che coloro che abitualmente lo
assistevano erano andati a letto, tranne due persone che erano re-
state a vegliarlo. Queste persone, estremamente sorprese da un fatto
cosi spaventevole e inatteso, svegliarono immediatamente tutta la
casa. Subito si sentirono grandi grida e gemiti veramente strazian-
ti. A quel chiasso mi svegliai e, disceso in fretta, trovai tutti in una
desolazione che e difficile immaginare. Mi accostai all'ammalato,
che scuotevano per cercare di svegliarlo dai suo assopimento, co-
me difatti accadde. Gli dissi qualche parola e mandai subito a chia-
mare il curato, che gia lo aveva visto e al quale s'era confessato
parecchie volte durante la malattia, affinche gli portasse i sacra-
menti. Glieli porto immediatamente. Il malato, dopo averii rice-
vuti in piena coscienza e con molta devozione, un quarto d'ora dopo
perdette la parola e la conoscenza, senza piu riprenderle. Questo
ci ha fatto pensare che Dio gliele avesse concesse durante quel bre-
ve intervallo affinche potesse ricevere i sacramenti, che lui aveva
cominciato a chiedere, almeno per quanto riguarda l'Eucaristia,
piu di quindici giorni prima, e che i medici avevano sempre proibi-
to di dargli, non ritenendo che ci fosse urgente motivo. Il curato
ha affermato di essere stato straordinariamente edificato dalla sua
morte; e lo stesso ha fatto anche il signor di Sainte-Marthe, che
l'ha visitato qualche voita durante la sua malattia. E un gran motivo
di consolazione la sua morte; ma questo non impedisce che sua so-
rella ne sia col pita talmente da non dirsi. Ecco ancora una persona
di rilievo che Dio ci ha tolto. Non e facile capire i suoi disegni;
ma bisogna essere convin ti che sono giustissimi e bisogna adorarli.

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Le/tera di Nicole al Saint-Calais
3 settembre 1662
... L'ultimo mort o sara rimpianto da meno persone, perche era
meno conosciuto, ma sara rimpianto ancor di piu da quelli che lo
conoscevano. Insomma possiamo dire per davvero che abbiamo
perduto uno dei piu grandi spiriti che siano mai esistiti. Non vedo
nessuno che gli possa stare a paragone; Pico della Mirandola e tut-
ti quelli che il mondo ha ammirato sono degli omuncoli di fronte
a lui. Voi sapete come ha passato la sua vita dopo il suo ritiro, ma
non c'e niente di piu edificante delia sua malattia. La sua pazienza
in mezzo a dolori straordinari e stata semplicemente meravigliosa;
ha fatto grandi elemosine durante la sua malattia e morendo ha
lasciato quasi tutto ai poveri. Egli sara poco conosciuto dai poste-
ri, perche quel che ci resta delle sue opere non puo far capire la
vasta ampiezza di quello spirito; ma lui, a dire il vero, non ci perde
gran che; gli uomini, la loro reputazione, illoro giudizio sono ben
poca cos a ... Colui che noi rimpiangiamo era re nel regno degli spi-
riti, e se nel mondo ci fosse qualcosa d'apprezzabile, questa regali-
ta lo sarebbe certamente assai piu di quella dei re delia terra.
Tuttavia di questa grande intelligenza non ci restano che due o tre
opere, di cui qualcuna assai inutile; ma quel che ci consola e il fat-
to che egli porta con se moltissime opere buone, molte elemosine
e molte sofferenze che ha amate; questo e quello che resta di lui
e restera eternamente; il che ci mostra che soltanto queste cose du-
rano e valgono veramente ...

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III.
IL TESTAMENTO OI PASCAL

Si e costituito in persona Blaise Pascal, scudiere, dimorante or-


dinariamente a Parigi, fuori e presso porta Saint-Michel, parroc-
chia di Saint-Cosme; attualmente a letto, ammalato, in una camera
al secondo piano d'una casa situata a Parigi, sul fossato tra le por-
te Saint-Marcel e Saint-Victor, parrocchia di Saint-Etienne-du-
Mont, nella quale dimora il signor Florin Perier, consigliere del re
nella sua Corte dei Tributi di Clermont-Ferrand in Alvernia; tut-
tavia sano di mente, di memoria e di intendimento, com'e apparso
ai notai sottofirmati, attraverso le sue parole, i suoi gesti e il suo
comportamento; il quale, considerando che non c'e niente di piu
certo delia morte e niente di piu incerto del giorno e dell'ora di
essa, non volendo esserne colto senza far testamento, per queste
cause e altre, il moribondo ha fatto, dettato e specificato ai notai
sottofirmati il suo testamento ele sue ultime volontâ, nella forma
e nella maniera che segue.
Innanzi tutto, come buon cristiano, cattolico, apostolico e ro-
mano, ha raccomandato e raccomanda la sua anima a Dio, suppli-
candolo che, peri meriti del preziosissimo sangue di Nostro Signore
e Redentore Gesu Cristo, voglia perdonargli le sue colpe e colloca-
re la sua anima, quando partirâ da questo mondo, nel numero dei
beati, implorando a tale scopo l'intercessione della gloriosa Vergi-
ne Maria e di tutti i santi e sante del Paradiso.

Item vuole e ordina che i suoi debiti siano pagati e che i torti
fatti, se ce ne sono, vengano riparati e ammendati dai signor suo
esecutore testamentario sottonominato.

Item desidera che il suo corpo sia sepolto nella detta chiesa di
Saint-Etienne-du-Mont di questa cittâ di Parigi. Per quanto riguarda
le cerimonie delle sue esequie, servizio e sepoltura, come anche per
le messe, preghiere ed elemosine da fare, per il riposo dell'anima
del detto testatore, si rimette e affida totalmente alia discrezione
e alia volontâ del suo detto esecutore sottonominato, e se allora

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questi fosse assente dalla citta di Parigi si rimette alia discrezione
delia signora Gilberte Perier, sua moglie, sorelia del detto testatore.

Item dona e lega a Fran~oise Delfaut, moglie del signor Pinel,


la somma di milleduecento franchi, da pagarsi una voita soia.

Item dona e lega ad Anne Polycarpe, cameriera delia detta si-


gnora, la somma di miile franchi, anche questi da pagarsi una voi-
ta soia.

Item dona e lega a Edmee, cuoca del detto signor testatore, la


somma di cento tornesi di pensione all'anno, durante la vita di que-
sta Edmee.

Item dona e lega alia balia che ha allattato Etienne Perier, nipo-
te del detto signor testatore, la somma di trenta franchi di pensio-
ne all'anno, durante la vita di detta balia, che dimora in Normandia.

Item dona e lega a Blaise Bardout, figlioccio del detto signor te-
statore, la somma di trecento franchi perche siano impiegati per
fargli apprendere un mestiere, e durante questo tempo egli restera
affidato al detto esecutore testamentario, che si interesserâ di lui.

Item dona e lega al detto Etienne Perier, suo nipote, la somma


di duemila franchi, da pagarsi un voita soia.

Item dona e lega il detto signor testatore all'ospedale generale


di questa citta di Parigi un quarto dei diritti che appartengono al
detto signor testatore sulle carrozze pubbliche istituite da poco in
questa citta di Parigi; pe ro con 1' obbligo di autorizzare che, nel
caso che l'affare non avesse successo, invece delia parte che attual-
mente appartiene al gran magistrato sulle dette carrozze, appar-
tenga in avvenire al detto signor grande magistrato un sesto sul
totale di esse, in modo che al posto d'un uguale sesto che attual-
mente appartiene al detto signor testatore sul totale delle dette car-
rozze, non gli apparterra piu che un sesto sui cinque sesti restanti,
e a condizione di contribuire per il predetto ospedale proporzio-
nalmente alie spese, obblighi, contratti e condizioni a cui e tenuto
il detto testatore.

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Item dona e lega il detto signor testatore, alle stesse condizioni
di sopra, all'ospedale generale delia citta di Clermont in Alvenia,
un altro quarto del medesimo diritto, a meno che il predetto ospe-
dale di Clermont, in tre anni a partire dai giorno delia morte del
predetto testatore, non preferisca incassare la somma di tremila
franchi da pagarsi una voita soia per la detta porzione, la quale,
fatto cio, ritornera alia detta signora sorella del detto signor testa-
tare, la quale non potra pili niente pretendere dai possesso che avra
avuto il detto ospedale delia detta porzione durante il detto tempo.

Item dona e lega il detto signor testatore, alle condizioni qui a van-
ti elencate per Pospedale delia citta di Parigi, al signor Jean
Do mat 1, avvocato del re presso il tribunale delia detta Clermont,
un altro quarto del suddetto diritto per goderne durante la sua vita
e, dopo il suo decesso, il detto quarto tornera alia detta signora.

Item il detto signor testatore desidera che sia fatta restituzione


per due terzi, se mai vi potrebbe essere obbligato a causa dei beni
del fu signor suo padre, degli arretrati e degli interessi ricevuti sen-
za giusto titolo dai detto fu signor suo padre, e per il totale di quelli
che sono stati cosi ereditati dai detto signor testatore; il tutto se-
condo che sara convenuto e regolato, tanto per la somma quanto
per le persone a cui essa dovra essere distribuita, dal detto signor
Florin Perier, dalla detta signora sua moglie e dai detto signor Do-
mat. Questo sara regolato nello spazio massimo di sei mesi da tutti
costoro, o almeno da quelli che saranno in vita durante il detto
.tempo, e sara eseguito dai detto signor esecutore testamentario sot-
tonominato, al massimo nel periodo d,un anno dalla morte del detto
signor testatore.
E per seguire e attuare il presente testamento, il detto signor te-
statore ha nominato ed eletto il detto signor Florin Perier, suo co-
gnato, che prega di volersi accollare l'incarico; il predetto signor
testatore revoca tutti gli altri testamenti e codicilli che potrebbe aver
fatto prima di questo, a cui soltanto da fede in quanto esprime Ia
sua intenzione e la sua ultima volonta.

1 Amico delia famiglia Pascal. Insieme al duca di Roannez fu convertito da Blai-


se, al quale resto fedele fino alia morte. E autore di un bel trattato: Des lois civi/es
dans leur ordre nature/.

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Fatto, dettato e specificate dai detto signor testatore ai sottofir-
mati notai, e poi da uno dei notai, presente l'altro, letto e riletto
a lui che ha confermato di aver ben sentito, nella detta camera,
il 3 agosto 1662, prima di mezzogiorno, e ha firmato

PASCAL
Quarre, Guneau.

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IV.
EPITAFFIO SULLA TOMBA DI PASCAL 1

Nobilissimi scutarii
Blasii Paschalis
Tumulus
D.O.M.
Blasius Paschalis, scutarius nobilis,
Hic iacet.
Pietas si non mori tur, a eterne vivet.
Vir coniugii nescius,
Religione sanctus, virtute clarus,
Doctrina celebris,
lngenio acutus,
Sanguine et anime pariter illustris,
Doctus, non doctor,
Aequitatis amator,
Veritatis defensor,
Virginum ultor.
Christianae moralis corruptorum acerrimus hostis,
Hunc rhetores amant facundum,
Hunc scriptores norunt elegantem,
Hunc mathematici stupent profundum,
Hunc philosophi quaerunt sapientem,
Hunc doctores laudant theologum,
H unc pii venerantur austerum,
Hunc omnes mirantur, omnibus ignotum,
Omnibus licet notum.
Quid plura, Viator, quem perdidimus Paschalem,
/s erat Ludovicus Monta/tus.
Satis dixi, heu! urgent lacrymae,
Silea.

1 L'autore e Aymon Proust de Chambourg (A.P.D.C.).

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Et qui bene precaberis, bene tibi eveniat
Et vivo et mortuo.
Vixit annos 39, menses 2: obiit anno
reparatae salutis 1662, XIV Kal.
Sept. Posuit A.P.D.C.
moerens Aurelianus
Canonista.

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IL «MEMORIALE»,
DI BLAISE PASCAL

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IL «MEMORIALE»*

«Pascal- osserva Albert Beguin- non ci e mai stato piu ne-


cessario di oggi. Secondo Berdjaev, ejorse il prim o che ha saputo
quel/o che sapra tanto bene Dostoevskij: vale a dire che il proble-
ma di Dio e "un problema dell'uomo", un problema esistenziale:
"Gesu Cristo e il vero Dio degli uomini". Per questo egli ha pure
saputo che la risposta non consiste in una soluzione, bensi in un
gest o, in un salto, in un 'accoglienza; e che non v 'e prova che non
sia un 'esperienza, vissuta piu che pensata. Pascal passa per un o
che ha justigato l'uomo: al contraria, e proprio perche /'ha trop-
po amato che se la prende violentemente con lui turte le volte che
si tratta di destarlo all'amore ».
Non abbiamo trovato parole piu incisive da premettere al
Memoriale 1, cioe al/o scritto trovato cucito entro la jodera de/ ve-
stito di Pascal dopo la sua morte. Risale alia « nuit de jeu », la
« notte de/ fuoco » de/23 novembre 1654, e in esso Pascal annota
la sua esperienza di estasi spirituale che risolve in modo definitiva
i suoi dubbi e l'orienta decisamente verso la fede.

1 Il benedettino P. Guerrier, al quale Marguerite Perier, nipote di Pascal, con-


segno la prima copia del manoscritto dei Pensieri, scrive: « Pochi giorni dopo la
marte di Pascal, un domestico di famiglia si accorse per casa che, nella fodera de!
farsetto dell'illustre defunto, c'era qualcosa che appariva piu spesso del resta. Per
rendersi conta di che casa vi fosse nascosto, scuci la fodera e vi scopri una piccola
pergamena, ripiegata e scritta a mana dai Signor Pascal. Dentro la pergamena ri-
piegata c'era un pezzo di carta scritto dalla stessa mano: il secondo era la copia
fedele delia prima. Immediatamente i due scritti vennero consegnati alia Signora
Perier (sorella di Pascal e madre di Marguerite), che li mostro a numerosi amici
intimi. Tutti furono concordi nell'affermare che non v'era dubbio di sorta sul se-
greto e sull'uso delia pergamena: scritta con tanta diligenza e con lettere di cosi
notevole grandezza, essa era una specie di memoriale (memorial) che Pascal custo-
diva con estrema premura allo scopo di serbare il ricordo di un evento che egli vo-
leva di continua tenere innanzi ai suoi occhi e al suo spirito. Propria per questo
da otto anni (1654-1662) ebbe cura di cucire e ricucire la pergamena nella fodera
tutte le volte che doveva cambiare il farsetto )). In questo emozionante documenta
abbiamo quindi una specie di fotografia delle impressioni provate da Pascal nella
nuit d'extase o dejeu, in cui trovo la risposta decisiva ai tormenti delia sua grande
anima.

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Pascal, che ha intravvisto il volto di Gesu, trova in lui la chiave
de/ suo doloroso problema sul/a grandezza esul/a miseria dell'uo-
mo. Dopo tanto cercare in ascese affannose versa la luce e in qual-
che /eggero sbandamento versa le tenebre, ha finalmente scoperto
una risposta ai suoi interrogativi nell'incontro con Cristo, il soc-
corritore che assomma in se la grandezza di Dia ela piccolezza del-
l'uomo. Net Cristo trova la sua pace.

ANNO DI GRAZIA 1654

Lunedi, 23 novembre, giorno di san Clemente, papa e martire,


e di altri del martirologio.
Vigilia di san Crisogono, martire, e di altri.
Dalie ore 1O e mezzo circa di sera fin o alia mezzanotte e tren ta
cu ca.

FUOCO

« Dio d'Abramo, Dio d'Isacco, Dio di Giacobbe » 2 , non dei fi-


losofi e dei dotti.
Certezza. Certezza. Sentimento. Gioia. Pace.
Dio di Gesu Cristo.
Deum meum et Deum vestrum 3 •
« Il tu o Dio sara il mio Dio » 4 •
Oblio del mondo e di tutto fuorche di Dio.
Egli non si trova che per le vie insegnate nel Vangelo.
Grandezza dell'anima umana.
« Padre giusto, il mondo non t'ha conosciuto, ma io ti ho cono-
sciuto » 5 •
Gioia, gioia, gioia, lacrime di gioia.
lo me n'ero separata.
« Dereliquerunt me fontem aquae vivae >> 6 •

2 Esodo, 11/, 6; Matteo, XXI/, 32, e in altri passi biblici.


3 Giovanni, XX, 17
4 Rut, /, 16.
s Giovanni, XVI/, 25.
6 Geremia, Il, 13: « Hanno abbandonato me, fonte di acqua viva >>.

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« Mio Dio, mi abbandonerai? » 7 •
Che io non ne sia separato in eterno.
« La vita eterna e questa: che conoscano te, solo vero Dio, e co-
lui che hai mandato, Gesu Cristo » 8•
Gesu Cristo!
Gesu Cristo!
Io me n'ero separato; io l'ho fuggito, rinnegato, crocifisso.
Che non ne sia mai piu separato.
Egli non si conserva che per le vie insegnate nel Vangelo.
Rinuncia totale e dolce.
Sottomissione totale a Gesu Cristo e al mio direttore.
Eternamente in gioia per un giorno di pratica di pietă. sulla terra.
« Non obliviscar sermones tu os» 9 • Amen.

7 Cfr. Matteo, XXVII, 46.


8 Giovanni, XVII, 3.
9 Salmo CXVIII, /6: « Non dimentichero le tue parole>>.

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CONCORDANZE
FRA LE PRINCIPALI EDIZIONI DEI « PENSIERI »

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« Le edizioni delle Pensees sono di tre tipi: quelle che intendono classificare i te-
sti in modo da permettere una lettura sistematica; quelle che intendono ricostruire
il piano che Pascal aveva in mente; quelle strettamente obiettive e filologiche. Ap-
partiene al primo tipo gia l'edizione originaria di Port-Royal, 1670: la piu nota e
pregevole in questa direzione e l'edizione Brunschvicg; il capolavoro del secondo
tipo e l'ediziDne Chevalier; rientrano nel terzo tipa le edizioni di L. La/uma, 1947
e 1951 >>(A. Del Noce).
La nostra versione e stata condotta sull'edizione Brunschvicg e dunque seguira
la numerazione dei frammenti adottata da quell'editore. Ma per l'utilita dei lettori
abbiamo creduto opportuno premettere in primo luogo la "classificazione e ordine
dei frammenti" secondo l'edizione Chevalier, che intende ricalcare il piano
dell' << Apologia >> pascaliana; in secondo Juogo una "tavola di concordanza" fra
la numerazione dell'edizione Brunschvicg- adottata nella nostra versione- e quella
dell'edizione La/uma.
Cosi vengono qui riprodotti i tre tipi fondamentali delle diverse edizioni dei
Pensieri.

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1
CLASSIFICAZIONE E ORDINE DEI FRAMMENTI
SECONDO L'EDIZIONE CHEV ALIER *

Il numero si riferisce ai frammenti e non a/le pagine

PREFAZIONE GENERALE: Disegno, ordine e piano de/l'opera.

- L'interesse e il dovere dell'uomo: mezzi per richiamarvi la sua


attenzione: 187, 563, 253, 273.
Le prove storiche come mezzo di convinzione: 543, 243, 428.
- La parte del cuore: 194 bis, 185, 188, 189, 190, 191, 46, 7, 8,
866, 912.
- Mentalitâ geomeţrica e mentalitâ intuitiva: 1, 2, 3.
- Regole del giudizio: 4, 5, 6, 120, 114, 115, 45, 119.
- Regole dellinguaggio: 29, 32, 33, 34, 35, 36, 37, 10, 14, 17,
24, 25, 26, 27, 28, 50, 47.
- L'ordine: 19, 43, 22, 23, 40, 20, 21, 61, 373, 283.
- Il piano dell'opera: 60, 562, 527.

PARTE PRIMA: L'uomo senza Dio

Prefazione: 62, 65, 64, 144, 66, 68, 779.

Capita/o 1°: Il posto dell'uomo nella natura: 1 due infiniti: 72,381,


382, 383, 205, 208, 207, 206.

Capita/o 2 °: Miseria dell'uomo: le facoltâ ingannatrici

- 1 sensi ela memoria: 83, 9, 368, 366, 367, 369, 370, 371, 372,
80, 536, 81.
- L'immaginazione: 82, 84, 85, 86, 88, 122, 123, 124, 133, 134.
- L'abitudine: 91, 92, 93, 94, 95, 96, 98, 116, 117,97, 121, 118.
- L'amor proprio: 100, 101,41,452,451,453,455,454, 456,457.

• Ed. Boivin, Parigi, nuova ed. 1949.

101
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- L'orgoglio e lo spirite di vanitâ: 102,407, 214,405, 406, 147,
152, 18, 159, 151, 153, 148, 149, 150, 158, 156, 157, 155, 154,
209.
- Contrarietâ: 125,126,105,106,107,181, 182, 109,172,174,
110, 112,111,113, 108,136, 140, 141,161, 132, 162,744,103,
104, 414, 374, 376, 377.
- Follia delia scienza umana e delia filosofia: 73, 173,75, 79, 76,
77, 78, 67, 436.
- Il divertimento: 129, 127, 128, 131, 130, 135, 137, 139, 142, 143,
Il, 145, 146, 164, 165, 168, 169, 167, 170, 171, 166, 215, 175,
176, 216, 180, 177, 179, 183, 210.
- L'uomo nella societâ: ingiustizia delle leggi umane: 385, 386,
294, 295, 291, 296, 293.
- Le contraffazioni delia giustizia: l'opinione ela forza: 267, 312,
309, 299, 300, 301, 302, 303, 311, 332, 310.
- La conclusione autorizzata da questi fatti: 261, 260, 561, 384,
902, 375, 264.

Capitolo 3 °: 1 segni delia grandezza dell'uomo: 415.

- La coscienza della propria mi seria. Il pensiero: 397, 399, 346,


339, 341, 342, 343, 340, 365, 347, 348, 345, 160.
- L'istinto del vero e del bene: 409, 437, 344, 395, 411, 427, 404,
401, 400, 408, 254, 816, 262.
- La giustizia umana ela ragione degli effetti: 403, 402, 298, 393,
325,326,304,306,307,308,331,313,320,330,316,315,329,
333, 319, 317, 321, 322, 323, 324, 327, 328, 335, 336.
- L'ordine delia vera giustizia: 337, 338.
- La grandezza deli'uomo sta nel mezzo: 416, 417, 412,413, 354,
355,356,351,352,353,357,359,379,378,418,358,420,423,
419, 421.

Capitolo 4°: Conclusione: Bisogna cercare Dio: 195, 194, 192, 196,
197, 198, 199, 200, 203, 204, 217, 218, 219, 220, 213, 212, 211,
228, 227, 221, 339 bis, 349, 222, 223, 224, 225, 226, 244, 257.

102
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PARTE SECONDA: L'uomo con Dio

Prejazione: 184, 242, 389, 426, 429, 425.


Sezione 1 a: La ricerca.
- 1 filosofi: 461, 350, 361, 360, 509, 462, 463.
Dommatisti e pirroniani: 386, 388, 387, 392, 432, 390, 391, 51,
431' 464, 525.
- Le religioni: 693, 591, 590, 592, 593, 594, 595, 598, 597, 599,
600, 596.
- Il popolo ebreo: 602, 618, 619, 620, 621. Illibro di questo pa-
polo: 622, 634, 628, 601.
- La difficolta: 229, 438, 580, 448, 449, 450.
- La soluzione delle difficolta: la creazione e il peccato origina-
le: 201, 441, 439, 440, 486, 447.
- 1 segni della vera religione: 433, 443, 442, 488, 487, 489, 491,
479, 493, 494, 424.
- Conclusione: 434, 435.
Sezione 2a: Il nodo delia questione

- Togliere gli ostacoli: 263, 246, 247.


- L'incomprensibilita: 445, 369, 231, 232, 230, 89, 490.
- L'infinito e il niente: la scommessa: 233.
- Sottomissione e uso delia ragione: 234, 236, 237, 238, 239, 240,
241, 265, 266, 268, 270, 269, 271, 272, 267.
- Utilita delle prove, tratte dall'automa: 249, 923, 250, 252, 248;
la volonta: 99, 276.
- Il cuore: 274, 275, 280, 277, 281, 282, 279, 278.
- La fede e i mezzi per credere: 254, 430.
- L'ultimo problema: 510.

Sezione 3 a: Prove di Gesu Cristo.


Introduzione: 259, 290, 289, 740.

Capitolo 1°: L' Antica Testamente.

- Mase: 624, 625, 626.


- La legge: 689, 690, 746, 607, 608, 610.

103
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- Gli Ebrei, testimoni viventi: 702, 703, 701, 704, 640, 641, 637,
639, 638, 577, 631: donde proviene l'accecamento degli Ebrei:
749, 745, 747, 748, 750, 760, 761' 762.
- Le profezie e la speranza messianica: 694, 698, 705, 699, 706,
707, 710, 711, 712; lo sviluppo del piano divino nelle profezie:
713, 726; il Servo del Signore: 726; il regno dei santi: 722; le
profezie realizzate in Gesu Cristo: 724, 739, 741.
- Le figure. 1 due sensi delia Scrittura: 642, 644, 734, 701, 700,
708, 709, 723, 647, 648, 649. 650, 651, 688, 687, 659, 660; le
prove per mezzo della Scrittura: 684, 685, 643, 645, 654, 675,
676; perche alcuni riconoscono il Messia e altri no: 677, 678,
679, 680, 683, 692.
- La ragione delle figure. Fondamenti della religione cristiana:
673, 571, 663, 664, 662, 573, 574, 575, 576, 578; l'unico ogget-
to delia Scrittura ela caritâ: 670, 671, 672, 568, 565, 758, 757;
Dio nascosto: 751, 756; perche Dio s'e voluto nascondere: 581,
582, 585, 586.

Capito/o 2 o: Il Nuovo Testamento.

Introduzione: Gesu Cristo, uomo-Dio, centro di tutto:


737, 765, 556, 557, 558, 511, 559.

Prove di Gesil. Cristo:

- Compie le profezie ele figure: 784, 665, 739, 768, 770, 727,
735, 730, 729, 733, 732, 736, 766.
- Ha operato miracoli: 838, 830, 851, 829, 811, 812, 815, 808, 834.
- L'oscuritâ di Gesu Cristo. Il mistero eucaristico: 787, 786, 794,
796, 764, 763, 762, 792, 795, 789.
- Gesu Cristo redentore di tutti: 560, 767, 774, 775, 781, 584.
- Gli effetti della redenzione. La grazia: 668, 782, 772, 783, 769,
507, 508, 506, 505; la preghiera e il merito: 517, 771, 513; la
salvezza: 514, 531, 515; la grazia ela legge: 522, 516, 520, 519,
504, 502, 503, 521.
- La morale: 523, 524, 526, 528, 529, 530, 534, 535, 532, 537,
538,539,540,541,545,546,467,466,422,533,542,458,459,
460.

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- L'ordine delia giustizia universale. La rinunzia: 470, 468, 478,
472, 477; membra pensanti: 473, 474, 475, 476, 480, 482, 483,
485; l'amore di Dio: 484, 481.
- Le vie delia salvezza. La verita e la cari ta: 500, 495, 496, 501,
499, 906, 544, 666; la penitenza: 498, 661, 497, 604, 605.
- Gesu Cristo: 549, 548, 547, 785, 550, 554, 552.
- Il mistero di Gesu Cristo: 553, 555.

Capitolo 3 °: La Chiesa.

- In che mod o s' e stabilita la religione cristian a. Veri ta delia sto-


ria evangelica. Gli apostoli: 802, 801, 800, 798, 799, 797.
- In che modo la religione cristiana s'e conservata. I miracoli e
la grazia, fondamenti soprannaturali d'una religione sopran-
naturale: 805, 806, 851, 807, 813; discernimento dei miracoli
e delia dottrina a seconda dei casi e dei tempi: 803, 836, 835,
839,843,804,827,820,821,823,826,824,825,822,850,852,
841,851,846,848.
- La perpetuita: 851, 852, 846, 616, 617, 613, 614; la storia delia
veri ta e le eresie: 858, 855, 256, 860, 859, 861, 569, 857, 579,
862, 863, 865, 567' 583, 864, 886, 885, 889, 868, 869.
- L'infaiiibilita dottrinale delia Chiesa. Il Papa e !'unita: 849, 880,
876,874,871,872,879,877,875,561,903,867,881, 870,905;
bisogna andare a Dio attraverso la Chiesa: 878.

Conclusione: L'ordine delia carita e il mistero dell'amore divino:


587,588,793,615,564,471,444,451,284,285,286,287,288.

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Il.
TA VOLA OI CONCOROANZA
TRA LA NUMERAZIONE OEI FRAMMENTI
OELLE EOIZIONI BRUNSCHVICG E LAFUMA*

1. Nella prima colonna e riportata la numerazione Brunschvicg;


nella seconda, tra parentesi, la numerazione Lafuma.
2. Quando nella seconda colonna manca il numero, vuol dire che
il rispettivo frammento e presente nella nostra versione (Brun-
schvicg), mentre manca nell'edizione Lafuma: per es. 16.
3. Tutte le volte che al numero delia prima colonna fanno riscon-
tro, nella seconda, due o piu numeri, significa chei frammenti del-
l'edizione Lafuma, collocati sotto differenti numeri, nella nostra
versione vennero raccolti in un solo frammento. Es. sotto il fram-
mento 94 delia prima colonna si trovano i frammenti 630 e 664 del-
l'edizione Lafuma.

1 (512) 18bis (745) 35 (647)


2 (511) 19 (976) 36 (605)
3 (751) 20 (683) 37 (195)
4 (513) 21 (684) 38 (732)
5 (534) 22 (696) 39 (765)
6 (814) 23 (784) 40 (527)
7 (510) 24 (710) 41 (798)
8 (766) 25 (667) 42 (636)
9 (901) 26 (578) 43
10 (737) 27 (559) 44 (671)
11 (764) 28 (580) 45 (557)
12 (581) 29 (675) 46 (670)
13 (635) 30 (610) 47 (555)
14 (652) 30 (611) 48 (515)
15 (584) 31 (728) 49 (509)
16 32 (585) 50 (789)
17 (771) 33 (586) 51 (886)
18 (744) 34 (587) 52 (888)

• Questa ta voia e stat a compilata da V. G.

106
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53 (579) 90 (606) 128 (79)
54 (572) 91 (660) 129 (641)
55 (907) 92 (125) 130 (415)
56 (583) 93 (126) 131 (622)
57 (528) 94 (630-664) 132 (49)
58 (772) 95 (646) 133 (13)
59 (637) 96 (736) 134 (40)
60 (6) 97 (634) 135 (773)
61 (694) 98 (193) 136 (43)
62 (780) 99 (539) 137 (478)
63 (680) 100 (978) 138 (879)
64 (689) 101 (792) 139 (136)
65 (649) 102 (535) 140 (522)
66 (72) 103 (770) 141 (39)
67 (23) 104 (937) 142 (137)
68 (778) 105 (529) 143 (139)
69 (41) 106 (805) 144 (687)
69 (723) 107 (552) 145 (523)
70 (519) 108 (742) 146 (620)
71 (38) 109 (638) 147 (806)
72 (199) 109bis (639) 148 (120)
73 (76) 110 (73) 149 (31)
74 (408-479) 11 1 (55) 150 (627)
75 (958) 112 (54) 151 (63)
76 (553) 113 (17) 152 (77)
77 114 (558) 153 (628)
78 (887) 115 (65) 154
79 (84) 116 (129) 155 (606)
80 (98) 117 (35) 156 (29)
80 (99) 118 (715) 157 (123)
81 (661) 119 (698) 158 (37)
82 (44) 120 (541) 159 (643)
83 (45) 121 (663) 160 (795)
84 (551) 122 (802) 161 (16)
85 (531) 123 (673) 162 (413)
86 (196) 124 (672) 163 (46-197)
87 (506) 125 (124) 164 (36)
88 (779) 126 (78) 165 (889-70)
89 (419) 127 (24) 166 (138)

107
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167 (10) 206 (201) 244 (3 ultimo
168 (134) 207 (42) capoverso
169 (133) 208 (194) 245 (808)
170 (132) 209 (361) 246 (11)
171 (414) 210 (165) 247 (5)
172 (47) 211 (151) 248 (7)
173 (561) 212 (757) 249 (364)
174 (403-69) 213 (152) 250 (944)
175 (709) 214 (625) 251 (219)
176 (750) 215 (716) 252 (821)
177 (62) 216 (984) 253 (183)
178 (320) 217 (823) 254 (187)
179 (753) 218 (164) 255 (181)
180 (705) 219 (612) 256 (179)
181 (56) 220 (409) 257 (160)
182 (640) 221 (161) 258 (755)
183 (166) 222 (882) 259 (815)
184 (4) 223 (227) 260 (504-505)
185 (172) 224 (168) 261 (176)
186 (591) 225 (157) 262 (908)
187 (12) 226 (150) 263 (574)
188 (669) 227 (2-3 primi 264 (941)
189 (162) due capoversi) 265 (185)
190 (156) 228 (244) 266 (782)
191 (932) 229 (429) 267 (188)
192 (853) 230 (809) 268 (170)
193 (810) 231 (420) 269 (167)
194 (427-432) 232 (682) 270 (174)
195 (428) 233 (418) 271 (82)
196 (731) 234 (577) 272 (182)
197 (383) 235 (206) 273 (173)
198 (632) 236 (158) 274 (530)
199 (434) 237 (154) 275 (975)
200 (163) 238 (153) 276 (983)
201 (441) 239 (748) 277 (423)
202 (596) 240 (816) 278 (424)
203 (386) 241 (387) 279 (588)
204 (159-293) 242 (781) 280 (377)
205 (68) 243 (463) 281 (155)

108
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282 (110) 320 (997) 359 (674)
283 (298) 321 (465) 360 (144)
284 (380) 322 (104) 361 (147)
285 (895) 323 (688) 362 (960)
286 (381) 324 (101) 363 (507)
287 (382) 325 (525) 364 (508)
288 (394) 326 (66) 365 (756)
289 (482) 327 (83) 366 (48)
290 (402) 328 (93) 367 (22)
291 (9) 329 (96) 368 (686)
292 (20) 330 (26) 369 (651)
293 (51) 331 (533) 370 (542)
294 (60) 332 (58) 371 (556)
295 (64) 333 (650) 372 (656)
296 (59) 334 (97) 373 (532)
297 (86) 335 (92) 374 (33)
298 (103) 336 (91) 375 (520)
299 (81) 337 (90) 376 (34)
300 (876) 338 (14) 377 (655)
301 (711) 339 (111-108) 378 (518)
302 (88) 340 (741) 379 (57)
303 (554) 341 (738) 380 (540)
304 (828) 342 (105) 381 (21)
305 (50) 343 (107) 382 (699)
306 (767) 344 (112) 383 (697)
307 (87) 345 (768) 384 (177)
308 (25) 346 (759) 385 (905)
309 (61) 347 (200) 386 (803)
310 (797) 348 (113) 387 (521)
311 (665) 349 (115) 388 (52)
312 (645) 350 (146) 389 (75)
313 (94) 351 (829) 390 (896)
314 (796) 352 (724) 391 (658)
315 (89) 353 (681) 392 (109)
316 (95) 354 (27) 393 (794)
317 (80-32) 355 (771) 394 (619)
318 (19) 356 (514) 395 (406)
319 357 (783) 396 (128)
320 (30) 358 (678) 397 (114)

109
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398 (116) 437 (401) 476 (373)
399 (437) 438 (399) 477 (421)
400 (411) 439 (491) 478 (395)
401 (685) 440 (600) 479 (618)
402 (118) 441 (471) 480 (370)
403 (106) 442 (393) 481 (359)
404 (470) 443 (613) 482 (360)
405 (71) 444 (229) 483 (372)
406 (477) 445 (695) 484 (376)
407 (537) 446 (278) 485 (564)
408 (526) 447 (804) 486 (788)
409 (117) 448 (642) 487 (833)
410 (15) 449 (467) 488 (988)
411 (633) 450 (595) 489 (205)
412 (621) 451 (210) 490 (935)
413 (410) 452 (657) 491 (214)
414 (412) 453 (211) 492 (617)
415 (127) 454 (74) 493 (216)
416 (122) 455 (597) 494 (450)
417 (629) 456 (749) 495 (623)
418 (121) 457 (668) 496 (365)
419 (464) 458 (545) 497 (774)
420 (130) 459 (918) 498 (924)
421 (405) 460 (933) 499 (928)
422 (631) 461 (145) 500 (473)
423 (119) 462 (626) 501 (754)
424 (404) 463 (142) 502 (603)
425 (148) 464 (143) 503 (375)
426 (397) 465 (407) 504 (947)
427 (400) 466 (140) 505 (927)
428 (466) 467 (100) 506 (690)
429 (53) 468 (220) 507 (702)
430 (149-230) 469 (135) 508 (869)
431 (430) 470 (378) 509 (141)
432 (691) 471 (396) 510 (239)
433 (215) 472 (362) 511 (231)
434 (131) 473 (371) 512 (957)
435 (208) 474 (368) 513 (930)
436 (28-890) 475 (374) 514 (969)

110
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515 (546) 554 (943) 591 (565)
516 (703) 555 (929) 592 (204)
517 (202) 556 (449) 593 (822)
518 (921) 557 (444) 594 (481)
519 (807) 558 (445) 595 (203)
520 (925) 559 (448-440) 596 (1)
521 (662) 560 (431-442) 597 (207)
522 (824) 561 (820) 598 (218)
523 (226) 562 (468) 599 (209)
524 (354) 563 (175) 600 (321)
525 (398) 564 (835) 601 (243)
526 (352) 565 (439) 602 (8)
527 (192) 566 (232) 603
528 (212) 567 (576) 604 (425)
529 (353) 568 (760-761- 605 (284)
530 (712) 762-763) 606 (421)
531 (538) 569 (313) 607 (287)
532 (800) 570 (223) 608 (289)
533 (897) 571 (502) 609 (286)
534 (562) 572 (457) 610 (453)
535 (422) 573 (893) 611 (369)
536 (99) 574 (472) 612 (799)
537 (351) 575 (566) 613 (281)
538 (358) 576 (594) 614 (280)
539 (356) 577 (469) 615 (817)
540 (917) 578 (236) 616 (282)
541 (357) 579 (536) 617 (390)
542 (426) 580 (934) 618 (456)
543 (190) 581 (234) 619 (454)
544 (460) 582 (926) 620 (451)
545 (271) 583 (740) 621 (435)
546 (416) 584 (461) 622 (474)
547 (189) 585 (242) 623 (350)
548 (417) 586 (446) 624 (292)
549 (191) 587 (291) 625 (296)
550 (931) 588 (842) 626
551 (213) 588bis (458) 627 (790)
552 (560) 589 (747) 628 (436)
553 (919) 590 (480) 629 (295)

111
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630 (492) 669 (582) 706 (335)
631 (452) 670 (270) 707 (385)
632 (970) 671 (838) 708 (333)
633 (971) 672 (367) 709 (336)
634 (972) 673 (826-827) 710 (332)
635 (277) 674 (247) 711 (484)
636 675 (29) 712 (819)
637 (342) 676 (475) 713 (489-459)
638 (305) 677 (265) 714 (494-493-
639 (314) 678 (260) 497-496)
640 (311) 679 (253) 715 (498)
641 (495) 680 (267) 716 (334)
642 (274) 681 (249) 717 (455)
643 (275) 682 (486) 718 (348)
644 (392) 683 (268) 719 (266)
645 (238) 684 (257) 720 (340)
646 (573) 685 (259) 721 (490)
647 (245) 686 (263) 722 (485)
648 (252) 687 (272) 723 (341)
649 (254) 688 (476) 724 (338)
650 (217) 689 (288) 725 (330)
651 (575) 690 (279) 726 (483)
652 (349) 691 (276) 727 (487-345)
653 (248) 692 (269) 728 (258)
654 (968) 693 (198) 729 (346)
655 (283) 694 (326) 730 (324)
656 (590) 695 (343) 731 (624)
657 (246) 696 (171) 732 (328)
658 (938) 697 (312) 733 (325)
659 (501) 696 (171) 734 (329)
660 (616) 697 (312) 735 (347)
661 (945) 698 (936) 736 (609)
662 (256) 699 (319) 737 (793)
663 (615) 700 (500) 738 (339)
664 (614) 701 (317) 739 (462)
665 (849) 702 (297) 740 (388)
666 (801) 703 (294) 741 (811)
667 (250) 704 (589) 742 (299)
668 (948) 705 (240) 743 (304)

112
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744 (550) 783 (433) 822 (892)
745 (273) 784 (547) 823 (837)
746 (264) 785 (946) 824 (873)
747 (222-178) 786 (300) 825 (379)
748 (331) 787 (746) 826 (834)
749 (391) 788 (719) 827 (839)
750 (592) 789 (225) 828 (856)
751 (228) 790 (940) 829 (841)
752 (315) 791 830 (718)
753 (337) 792 (499) 831 (880)
754 (730) 793 (308) 832 (865)
755 (318) 794 (389) 833 (648)
756 (344) 795 (237) 834 (855)
757 (261) 796 (233) 835 (852)
758 (255) 797 (309) 836 (843)
759 (102) 798 (812) 837 (844)
760 (593) 799 (303) 838 (180)
761 (488) 800 (316) 839 (854)
762 (262) 801 (310) 840 (858)
763 (306) 802 (322) 841 (901-902)
764 (307) 803 (832) 842 (851)
765 (241) 804 (891) 843 (840)
766 (607-608) 805 (861) 844 (894-899)
767 (355) 806 (848) 845 (870)
768 (570) 807 (860) 846 (878)
769 (447) 808 (846) 847 (777)
770 (327) 809 (302) 848 (438)
771 (235) 810 (831) 849 (877)
772 (301) 811 (184) 850 (881)
773 (323) 812 (169) 851 (903)
774 (221) 813 (872) 852 (859)
775 (571) 814 (863) 853 (524)
776 (785) 815 (568) 854
777 (791) 816 (224) 855 (836)
778 (544) 817 (734) 856 (922)
779 (548) 818 (735) 857 (758)
780 (549) 819 (857) 858 (776)
781 (910-911-912) 820 (875) 859 (743)
782 (818) 821 (850) 860 (884)

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861 (845) 894 (679) 927 (904)
862 (733) 895 (813) 928 (956)
863 (443) 896 (967) 929 (955)
864 (739) 897 (939) 930 (949)
865 (786) 898 (707) 931 (729)
866 (752) 899 (775) 932 (666)
867 (285) 900 (251) 933 (898)
868 (598) 901 (825) 934 (700)
869 (517) 902 (962-915) 935 (989)
870 (706) 903 (769) 936 (885)
871 (604) 904 (727) 937 (676)
872 (569) 905 (923) 938 (543)
873 (677) 906 (693) 939 (654)
874 (567) 907 (601) 940 (963)
875 (867) 908 (599) 941 (942)
876 (726) 909 (993) 942 (985)
877 (708) 910 (644) 943 (787)
878 (85) 911 (659) 944 (714)
879 (67) 912 (720) 945 (979)
880 (516) 913 (653) 946 (883-992)
881 (874) 914 (363) 947 (186)
882 (914) 915 (692) 948 (990)
883 (862) 916 (906) 949 (974)
884 (864-725) 917 (721) 950 (951)
885 (602) 918 (980-981-982) 951 (950)
886 (563) 919 (973) 952 (991)
887 (900) 920 (916) 953 (964)
888 (961) 921 (960) 954 (704)
889 (965) 922 (722) 955 (18)
890 (868) 923 (713) 956 (952)
891 (986) 924 (909) 957 (920)
892 - (987) 925 (954) 958 (953)
893 (847) 926 (966)

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« PENSIERI »,
DI BLAISE PASCAL

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La versione dei Pensieri e stata condotta sul testo dell'edizione Brunschvicg.
L'asterisco "', che eventualmente precede un numero, sta a indicare che il relati-
vo frammento non fu scritto personalmente da Pascal ma dettato.
Le parole o le frasi poste tra parentesi quadre () sono parole o frasi cancellate
da Pascal.
Le note sono piu o meno esplicative enon pretendono dare un'interpretazione
del pensiero di Pascal. Ci mancherebbe!
Per Ia traduzione abbiamo cercato di essere il piu possibile fedeli al testo, anche
a costo di conservare la sua stessa oscuritâ. Alcuni pensieri sono monchi e incom-
pleti: altri risentono troppo delia fretta dell'appunto privato.

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SEZIONE 1

PENSIERI SULLO SPIRITO E SULLO STILE

* 1
Differenza tra la mentalita geometrica ela mentalita intuit iva 1•
Nella prima i principî sono palpabili ma fuori dell'uso comune, tan-
to che, per mancanza d'abitudine, si fa fatica a prestarvi attenzio-
ne; pero, appena vi si presta un po' d'attenzione, i principî si vedono
perfettamente; e bisognerebbe aver proprio una mente completa-
mente falsa ta per ragionar male su principî cosi evidenti che e qua-
si impossibile che sfuggano.
lnvece, nella mentalită. intuitiva, i principî appartengono all'uso
comune e stanno sotto gli occhi di tutti. Non c'e che da prestarvi
attenzione senza farsi violenza; basta soltanto una buona vista, ma
che sia buona per davvero; perche i principî sono cosi tenui e cosi
numerosi che e quasi impossibile che qualcuno non sfugga. Ora,
l'omissione di un principîo conduce all'errore; percio bisogna ave-
re la vista ben chiara per vedere tutti i principî, e avere poi una
mente equilibrata per non ragionare falsamente sui principî cono-
sciuti.

t Abbiamo tradotto con « mentalita geometrica » e « mentalita intuitiva )) esprit


de geometrie e esprit de finesse, come termini piu corrispondenti al nostro linguag-
gio e meglio espressivi. Sulla mentalita geometrica, Pascal aveva composlo il trat-
tatello De l'esprit geometrique, che il Brunschvicg ritiene datarsi dai 1658, mentre
altri con maggiore probabilitâ lo fanno risalire ai primi mesi del suo ritiro a Port-
Royal. Pascal vi affrontava il problema metodologico per « rendere le dimostra-
zioni evidenti )) e sosteneva che il procedimento matematica o geometrica, come
si diceva allora, e il piu sicuro trai metodi dimostrativi in quanto presuppone « ca-
se chiare e costanti per il lume naturale )) e << usa termini pienamente intelligibili )).
Gia fin d'allora pero Pascal riservava questo me!odo soltanto alle cose naturali,
escludendo le<< verita divine)), perche queste <<solo Dio puo metterle nell'anima,
n.el modo che gli piace )) e anche perche ad esse non si arriva per le vie naturali
delia ragione. Il presente frammento rappresenta una fase ulteriore: la mentalitâ
geometrica non basta neppure per le cose che riguardano il gusta, il sentimento,
la vita psicologica e morale, insomma i fatti umani; essa deve essere accompagnata
dall'altro esprit: quello intuitivo, che appartiene piu al « cuore )).

117
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Tutti i geometri dunque sarebbero intuitivi se avessero una buo-
na vîsta, perche non ragionano falsamente sui principî che cono-
scono; e gli intuitivi sarebbero geometri se potessero volgere la loro
attenzione agli inusitati principî di geometria.
Se dunque certi spiriti intuitivi non sono geometri, e perche non
possono in alcun moda prestare attenzione ai principî di geome-
tria; mentre i geometri, se non sono intuitivi, e perche non vedono
quello che hanno sott'occhio e perche, usi ai principî precisi ed evi-
denti di geometria e a ragionare soltanto dopo aver ben visto e pal-
pata i loro principî, si perdono nelle case intuitive nelle quali i
principî non si fanno facilmente palpare. Questi si scorgono appe-
na, si sentono pili che non si vedano; e ci vogliono sforzi infiniti
per farli intendere a colora che da soli non li intendono. Si tratta
di case talmente delicate e cosi numerose, che ci vuole un fiuto ab-
bastanza raffinato e precisa per sentirle e per giudicarle rettamen-
te e giustamente secondo questo sentimente, senza poterle molte
volte dimostrare metodicamente carne si fa in geometria, per il sem-
plice fatto che non se ne possiedono i principî e sarebbe troppo
lunga starii a cercare. Bisogna veder la casa di colpo, a una soia
occhiata e senza procedere per ragionamenti, almeno fina a un certa
punte 2 • Per questo, e rar o che i geometri siano intuitivi e che gli
intuitivi siano geometri. lnfatti i geometri quando vogliono tratta-
re geometricamente le case intuitive si rendono ridicoli, giacche vo-
gliono cominciare dalie definizioni e poi dai principî, mentre non
e questo il moda di procedere in siffatta specie di ragionamento.
Non giă che la mente non se ne serva, ma lo fa tacitamente, natu-
ralmente e senz'arte alcuna, perche l'espressione e comune a tutti
gli uomini ma il sentimente appartiene soltanto a pochi. Gli spiriti
intuitivi al contraria, poiche sono abituati a giudicare a una soia
occhiata, restano cosi stupefatti che ci rinunziano e si disgustano,
appena si presentano Iora delle proposizioni in cui non ci capisco-
no nulla e nelle quali per penetrarvi enecessario passare attraverso
definizioni e principî aridi che essi non sono abituati a vedere cosi
in particolare.

2 Una visione dunque totale, sintetica, intuitiva. Come e detto al frammento


9 bisogna vedere una cosa « sotto tutti gli aspetti », secondo tutte le prospettive,
nel suo fine, alla cui unita tutte le prospettive sono ricondotte, perche, spiega nel
frammento 381, « soltanto un punto indivisibile eil giusto posto di osservazione >>.

118
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Ma gli spiriti falsi non sono mai ne intuitivi ne geometri.
I geometri, che sono soltanto geometri, hanno dunque la mente
retta, purche le cose vengano loro esposte per definizioni e per prin-
cipî; diversamente sono falsi e insopportabili, perche sono retti sol-
tanto nel campo dei principî ben chiari. E gli intuitivi, che sono
soltanto intuitivi, non possono avere la pazienza di avventurarsi
fino ai primi principî delle cose speculative e d'immaginazione, che
essi non hanno mai viste nel mondo e che sono fuori dell'uso.

* 2

Ci sono diverse specie di retto criterio: gli uni stanno in un certo


ordine di cose e non negli altri ordini, dove si trovano a disagio.
Gli uni deducono bene le conseguenze da pochi principî, e que-
sto e segno d'una rettitudine di criterio.
Gli altri deducono bene le conseguenze da cose che possiedono
molti principî.
Per esempio, i primi comprendono bene gli effetti dell'acqua,
dove ci sono pochi principî, ma le cui conseguenze sono cosi sottili
che solo un'estrema raffinatezza di spirito le puo afferrare.
Costoro non possono dirsi per questo grandi geometri, perche
la geometria abbraccia un gran numero di principî e perche ci puo
essere uno spirito di natura speciale capace di penetrare fino in fon-
do a pochi principî, ma incapace di penetrare nelle cose che hanno
molti principî.
Ci sono dunque due categorie di spiriti: la prima intende subito
ea fondo le conseguenze dei principî, e questo e il caso delia men-
talita intuitiva; l'altra comprende un gran numero di principî sen-
za confonderli, ed e questo il caso delia mentalită. geometrica.
Questa e forza e rettitudine di spirito, l'altra e ampiezza di spirito.
Ora, !'una puo star benissimo senza l'altra, giacche lo spirito puo
essere forte ma limitato, e puo essere ampio ma fiacco.

Quelli che sono abituati a giudicare col sentimento non comprendo-


no nulla delle cose nelle quali si deve ragionare, perche vogliono ve-

119
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derci addentro con una soia occhiata e non sono avvezzi a cercare i
principî. Quelli invece che sono abituati a ragionare secondo i prin-
cipî non capiscono nulla delle cose che richiedono il sentimento,
perche vi cercano i principî enon possono abbracciarli con un'oc-
chiata soia 3 •

Geometria, intuizione. -La vera eloquenza si burla dell'eloquen-


za; la vera morale si burla delia morale; voglio dire che la morale
del giudizio se la ride delia morale delia mente essendo la prima
senza regole 4 •
Infatti al giudizio appartiene il sentimento, come alia mente ap-
partengono le scienze. L'intuizione fa parte del giudizio, Ia geo-
metria delia mente 5•
Ridersela delia filosofia significa filosofare per davvero.

* 5

Quelli che giudicano di un'opera senza avere una regola sono,


rispetto agli altri che l'hanno, come coloro che non hanno l'orolo-
gio. Uno dice: « Son gia passate due ore». L'altro dice: « Sono
passati invece tre quarti d'ora ». Io guardo il mio orologio e dico
al primo: «Voi vi annoiate »,eal secondo: «Il tempo per voi scorre
presto; perche e trascorsa un'ora e mezza ». Ed io me ne infischio
di quelli che mi dicono che a me sembra lungo e ne giudico a ca-
priccio; costoro non sanno invece che giudico col mio orologio.

3 « Sentimento »» vale qui quanto « cu ore »», « mentalitâ intuitiva »>; cfr. fram-
mento 277.
4 La vera eloquenza non e fatta di regole, ma di intelligenza e di cuore (cfr.
framm. 16); comunque, non e retorica. Sull'eloquenza di Pascal, cfr. Ia Vita scrit-
ta da Gilberte, in questo stesso volume.
s La morale delia mente equella autonoma, dei filosofi, senza regole dai di fuo-
ri. La morale del giudizio equella eteronoma, iscritta giâ da Dio nel cuore dell'uo-
mo, proclamata sul Sinai e perfezionata da Gesu. Infatti il giudizio si conforma
a delle regole che sono come « l'orologio » dello spirito (frammento seguente) e
si conformano a una realtâ superiore.

120
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*6
Come si guasta la mente, cosi si guasta il sentimento. La mente
e il sentimento si formano con le conversazioni e con le conversa-
zioni si guastano. Cosi le buone o le cattive conversazioni li for-
mano o li guastano. Dunque importa innanzi tutto saper scegliere
bene per formarselo 6 e non guastarlo; e questa scelta e impossi-
bile se la mente non e gia formata e per niente corrotta. Abbiamo
cosi un circolo vizioso e sono fortunati coloro che ne sanno uscire.

*7
Quanto piu spirito possediamo, tanto meglio scopriamo che ci
sono uomini originali. La gente comune non trova alcuna diffe-
renza tra gli uomini 7 •

Ci sono molti che ascoltano una predica cosi come ascoltano i


.
vespn.

*9
Quando si vuole riprendere utilmente qualcuno e mostrargli che
si inganna, bisogna osservare da che punto di vista egli considera
la cosa, perche da quel lato ordinariamente la cosa e vera; biso-
gna, quindi, dargli atto di questa verita, ma bisogna anche scoprirgli
il Iato falso. Ed egli e lieto di questo, perche vede che non s'ingan-
nava ma che soltanto non aveva considerato Ia cosa sotto tutti gli
aspetti. Ora, nessuno si vergogna di non arrivare a veder tutto, ma
nessuno vuole riconoscere di essersi ingannato; e eia deriva dai fatto
che naturalmente l'uomo non puo veder tutto e non si pua natu-
ralmente sbagliare osservando un aspetto solo, perche cio che eap-
preso dai sensi e sempre vero.

6 Il sentimento.
7 Una maggiore capacitâ di intelligenza fa scoprire la varietâ tra gli uomini e
quindi fa arrivare a ognuno in particolare; perche gli uomini non sono organi ordi-
nari, e bisogna sa per bene quali tasti toccare (frammento III).

121
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* 10
Di solito siamo meglio convinti dalie ragioni che troviamo da
noi stessi, che da quelle che ci provengono dagli altri.

11
Tutti i grandi divertimenti sono dannosi per la vita cristiana; ma,
tra tutti quelli che il mondo ha inventate, nessun divertimento e
piu temibile delia commedia. Questa euna rappresentazione cosi
naturale e delicata delle passioni, da suscitarle e farle nascere nel
nostro cuore: soprattutto la passione dell'amore, specialmente
quando quest'amore viene rappresentato troppo casto e troppo one-
sto. Infatti quanto piu esso sembra innocente alle anime innocen-
ti, tanto piu queste sono capaci d'esserne colpite; la sua violenza
piace al nostro amor proprio, che subito s'invoglia a ottenere gli
stessi effetti che si vedono cosi bene rappresentati; nel medesimo
tempo ci si forma una coscienza fondata sull'onestâ dei sentimenti
che si sono visti rappresentati; e questi tolgono il timore alle anime
pure, le quali ritengono che non si ferisce la purezza amando d'un
amore che a loro sembra tanto saggio.
Cosi si esce dalla commedia col cuore talmente colmo di tutte
le bellezze e le dolcezze deWamore, e con l'anima e la mente cosi
convinte delia sua innocenza, che si e dispostissimi ad accogliere
le sue prime impressioni o piuttosto a cercare l'occasione di farle
nascere nel cuore di qualcuno, per sentire lo stesso piacere e lo stesso
tormento che si sono visti cosi ben rappresentati nella commedia.

12
Scaramuccia non pensa che a una cosa soia.
Il dottore paria ancora per un quarto d'ora dopo aver detto tut-
to, tanto e pieno delia voglia di dire 8 •
8 Scaramuccia: personaggio portato sulle scene delia commedia dell'arte dall'at-
tore Tiberio Fiorelli (1608-1694). Ebbe gran voga in Italia e in Francia ne! Seicen-
to. « Il fu le maitre de Moliere, et la nature fu le sien » sta scritto sotto un ritratto
di Scaramuccia che insegna mimica a Moliere, in una incisione del1670. Scaramuccia
eun personaggio portato di peso dalla vita sulle scene. Di origini oscure ma nobili,
e un chiacchierone, un beffardo, un fanfarone, adulatore, ghiottone e sensuale. Ti-
beria Fion:lli fu al Petit-Bourbon dai 1653-1659.

122
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13
Ci piace veder l'errore, la passione di Cleobulina, perche lei non
la conosce. Se essa non fosse ingannata, ci dispiacerebbe 9 •

* 14
Quando un discorso naturale descrive una passione o un suo ef-
fetto, troviamo in noi stessi la verita di cio che ascoltiamo e che
non sapevamo di possedere, cosicche siamo portati ad amare colui
che ce la fa sentire; infatti questi non ci ha messo sott'occhio il
suo, ma il nostro bene, e cosi questo beneficia ce lo rende amabile,
senza dire che tale comunanza d'intelligenza che abbiamo con lui
necessariamente invoglia il cuore ad amarlo.

15
Eloquenza che convince con la dolcezza, non gia imperiosamen-
te, come un tiranno, non come un re.

16
L'eloquenza e l'arte di dire le cose in questo modo: 1) che quelli
a cui si paria possano capirle senza sforzo e con diletto; 2) che vi
si sentano interessati, in modo che l'amor propria li porti piu vo-
lentieri alia ri flessione.
Essa consiste dunque nel cercare di stabilire una corrispondenza
tra la mente e il cuore di ehi ascolta e i pensieri e le espressioni di
ehi paria; questo suppone che si sia studiata bene il cuore dell'uo-
mo per conoscerne tutte le risorse e per trovar poi le giuste propo-
sizioni del discorso che si vuol fare. Bisogna mettersi al posto di
ehi deve ascoltarci e provare sul propria cuore il tono che si vuol
dare al discorso, per vedere se e adatto all'altro e per poterci assi-

9 Cleobulina: personaggio del romanzo-fiume Artamene o Il Grande Ciro diMa-


demoiselle de Scudery (1607-1701). Cleobulina, regina di Corinto, si innamora senza
accorgersene d'un suo suddito; « lo amava senza pensare di amarlo, e fu cosi alun-
go in questo errore che questa passione non pote piu essere dominata quando lei
se ne accorse >>.

123
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curare che l'ascoltatore sara comt> costretto ad arrendersi. Biso-
gna, quanto piu e possibile, restare uell'ambito del semplice natu-
rale; non bisogna ingigantire cio che e piccolo, ne impicciolire cio
che egrande. Non basta che una cosa sia bella, deve essere anche
adatta al soggetto, e non deve avere niente ne di esagerato ne di
difettoso.

17
Le fiumane sono strade che camminano e che portano dove si
vuole andare 10 •

18 *
Quando non si conosce la veritâ di una cosa, e bene che ci sia
un errore comune che fissi la mente degli uomini, come, per esem-
pio, la luna, alia quale viene attribuito il mutamento delle stagio-
ni, l'incremento delle malattie ecc.; infatti la malattia principale
dell'uomo ela curiositâ inquieta delle cose che non puo sapere; ed
egli non sta tanto a disagio nell'errore quanto in questa inutile cu-
riositâ.

18 bis
Il modo di scrivere di Epitteto, di Montaigne e di Salomon de
Tultie 11 e il piu in uso: s'insinua meglio, rimane piu nella memo-
ria, si fa piu citare, perche e tutto composto di pensieri nati dalie
faccende ordinarie delia vita; cosi, parlando del comune errore che
circola nel mondo, che cioe la luna e causa di tutto non si man-
cherâ mai di citare Salomon de Tultie, il quale dice che quando
non si sa la veritâ di una cosa, e bene che ci sia un errore comune
ecc.: che e poi il pensiero riferito sopra 12 •

IO L'eloquenza deve naturalmente condurre !o spirite alia meta che si vuole.


Il E l'anagramma di Louis de Montalte, pseudonimo di Pascal nelle Provinciali.
Un altro anagramma di Louis de Montalte fu Amos Dettouville, che comparve ne!
1658 sul frontespizio degli opuscoli scientifici.
12 Questo frammento non e di Pascal; e una glossa del precedente, attribuita
alia sorella Gilberte.

124
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19 *
L'ultima cosa che si pensa scrivendo un libro e sapere che cosa
bisogna mettere in principio.

20 *
Ordine. -Perche dovrei dividere la mia morale in quattro piut-
tosto che in sei parti? Perche riporre la virtu in quattro cose piut-
tosto che in due, in una? Perche stabilirla nell'abstine et sustine
piuttosto che nel « seguire la natura» o nel « badare ai fatti proprî
senza ingiustizia », second o Platone, o in altro? 13 •
- Cosi compendiereste tutto in una parola - direste voi.
Si, ma e inutile se non lo spiego; e quand'anche lo spiegassi, ap-
pena enuncio questa massima che contiene tutte le altre, ehi mi
ascolta sarebbe subito preso da quella prima confusione che voi
volevate evitare. Percio, quando tutte le massime sono compen-
diate in una soia, vi restano inutili e nascoste come in uno scrigno
e appaiono soltanto nella loro confusione naturale. La natura le
ha stabilite senza racchiuderle l'una nell'altra.

21
La natura ha messo le sue verita ognuna in se stessa; la nostra
e
arte le racchiude le une nelle altre, ma questo non naturale: ognuna
conserva il proprio post o.

22 *
Non si dica che non ho detto nulla di nuovo; la disposizione de-
gli argomenti e nuova; quando si gioca a ping-pong, ci sono due
persone che giocano con una stessa palla, ma una la piazza
meglio 14 •

13 Intende dire che ogni ordine umano eartificioso e s'applica molto imperfet-
tamente nell'ordine naturale. - Astieniti e sopporta: era la massima delia morale
stoica. - Seguire la natura: era la massima degli epicurei. - L'altra, attribuita
a Platone, Pascal la cita da Montaigne (Essais, III, 9).
14 In questo, come nel frammento seguente, Pascal afferma che la « novita »
d'un libro non sta nelle cose che dice ma nella « maniera >> con cui le dice e nella
« disposizione >> ordinata delia trattazione. L'ordine e assai piu importante dei ma-
teriali, come l'architettura d'un edificio.

125
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Preferirei tanto che mi si dicesse che mi son servito di parole an-
tiche. Come se gli stessi pensieri non potessero dare un'altra ma-
niera di esprimersi, con una differente disposizione, proprio come
gli stessi vocaboli formano altri pensieri con la loro differente di-
spostztone.

23
Le parole disposte diversamente ottengono un significato diverso,
e i significati diversamente disposti ottengono differenti effetti.

* 24
Linguaggio. - Bisogna distrarre la mente soltanto per riposar-
la, ma a tempo opportuno, quando e necessario e non altrimenti,
perche il riposo a sproposito stanca e cio che stanca inopportuna-
mente fa riposare, perche si lascia li tutto. Tanto la malizia delia
concupiscenza si compiace di fare il contrario di cio che si vuole
ottenere da noi senza darei il piacere, che e poi Ia moneta con cui
doniamo tutto cio che si vuole da noi.

* 25
Eloquenza. - Ci vuole il piacevole e il reale; pero e necessario
che questo piacevole sia anch'esso preso dai vero.

26
L'eloquenza e un ritratto del pensiero; percio, quelli che dopo
aver dipinto aggiungono ancora qualcosa, fanno un quadro inve-
ce di un ritratto.

* 27
Miscellan. Linguaggio. - Quelli che stabiliscono delle antitesi for-
zando le parole sono come coloro che fanno delle false finestre per
ragioni di simmetria: la loro regola non e un giusto parlare, ma
la composizione di giuste figure.

126
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28
La simmetria consiste nel cogliere con un colpo d'occhio; essa
e fondata sul fatto che non c'e motivo di fare diversamente; ed e
e
fondata anche sulla figura dell'uomo, ed per questo che si vuole
la simmetria soltanto in larghezza, ma non in altezza o in pro-
fondita.

* 29
Quando siamo di fronte a uno stile naturale, restiamo stupiti e
incantati, perche ci aspettavamo di vedere un autore e troviamo
invece un uomo. Al contrario, coloro che hanno buon gusto e che
vedendo un libro credono di trovare un uomo, sono molto sorpre-
si di trovare un autore: Plus poetice quam humane locutus es 15 •
Onorano per davvero la natura soltanto quelli che le insegnano che
puo parlare di tutto, anche di teologia.

30
Vedere i discorsi delia II, IV e V de/ Giansenista 16 : e una cosa
alta e seria.
Odio ugualmente il buffone e il gradasso: non si potrebbe essere
mai amico dell'uno e dell'altro.
Non si consulta che l'orecchio, perche si manca di cuore: la re-
e
gola l'onestâ. Poeta e non onesto uomo 17 •
Dopo la mia VIII, credevo di aver risposto abbastanza. Bellezza
di omissione, di giudizio.

31
Tutte le false bellezze che biasimiamo in Cicerone hanno ammira-
tori, e in gran numero.

1s Hai parlato piu come poeta che come uomo >> (PETRONIO, Satyricon, 90).
(<

16 Ali ude alle Jet tere 2 •, 4•, 5 a delle Provinciali; e piu oltre alia 8 •.
17 Ela spiegazione ela conferma dei frammenti 28 e 29. E artificioso tutto quel-
lo che si sovrappone alia naturalezza dell'espressione. Bisogna essere onesti (cioe
seguire le regole delia natura) piu che poeti.

127
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* 32

C' e un cert o modello di gradimento e di bellezza che consiste


in un certo rapporto tra la nostra natura, debole o forte, cosi co-
m'e, e la cosa che ci piace.
Tutto quello che e formato su questo modello ci piace, si tratti
di casa, di canzone, di discorsi, diversi, di prosa, di donna, di uc-
celli, di fiumane, di alberi, di camere, di abiti ecc. Tutto quello
che non e fatto su questo modello dispiace a coloro che hanno buon
gusto.
E come esiste un rapporto perfetto tra una canzone e una casa
fatte sul buon modello, perche rassomigliano a questo modello uni-
co, ognuna pero nel suo genere, cosi esiste un perfetto rapporto
tra le cose fatte sul cattivo modello. Non gia che il cattivo modello
sia unico, perche ce n'e un'infinita; ma ogni cattivo sonetto, per
esempio, qualunque sia il falso modello su cui e stato fatto, sorni-
glia perfettamente a una donna vestita secondo questo modello.
Niente ci fa capire meglio come sia ridicolo un falso sonetto quan-
to il considerarne la natura e il modello, e poi immaginarsi una
donna o una casa fatta su quel modello.

* 33

Bellezza poetica. - Come si dice bellezza poetica, cosi si dovreb-


be pur dire bellezza geometrica e bellezza medica; ma non lo si di-
ce; e la ragione e che si sa bene quale e l'oggetto delia geometria
e come esso consiste in dimostrazioni, e si sa qual e l'oggetto delia
medicina che consiste nella guarigione; pero non si sa in che cosa
consista il diletto, che e l'oggetto delia poesia. Non si sa quale sia
il modello naturale da imitare e, difettando questa conoscenza, si
sono inventati certi termini bizzarri: « secolo d'oro, meraviglia dei
nostri giorni, fatale» ecc., ea questo gergo si da il nome di bellez-
za poetica.
Ma ehi immaginasse una donna fatta su tale modello, che consi-
ste nel dire piccole cose con nomi grossi, vedrebbe una graziosa
signorina carica di lustrini e di collane, e ne riderebbe perche sa
in che cosa consiste la bellezza d'una donna meglio che non la bel-

128
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lezza dei versi. Ma coloro che non se ne intendessero, ammirereb-
bero la signorina cosi abbigliata; e molti villaggi la scambierebbe-
ro per una regina; ed eper questo che chiamiamo regine da villaggio
i sonetti fat ti su quel modello 18 •

* 34

Nel mondo non si passa per conoscitori di versi, se non si porta


l'etichetta di poeta, di matematica, ecc. Ma gli spiriti universali non
cercano etichette e non fanno alcuna differenza tra il mestiere di
poeta e quello di ricainatore.
Gli spiriti universali non sono chiamati ne poeti ne geometri ecc.
ma sono tutto questo e giudici di tutti. Non s'indovina che cosa
sono. Essi parleranno di cio di cui si discorreva quando sono en-
trati. In essi non si scopre una qualita piuttosto che un'altra, tran-
ne il caso che siano costretti a farne uso; e solo allora ce ne
ricordiamo, perche hanno questa caratteristica: che di essi non si
dice che parlano bene, quando non si paria di lingua, e si dice che
parlano bene, quando si paria di lingua.
E dunque una falsa lode quella che si da a un uomo quando,
appena entra, si dice che e molto ahile nella poesia; ed e un cattivo
segno non ricorrere a dato uomo quando si tratta di giudicare certi
.
verst.

* 35

E necessario che si possa [dire] di uno,


non gia: « E un materna-
tico», oppure: « E un predicatore », oppure: « E eloquente »,ma:
« E un uomo onesto ». Questa e l'unica qualita universale che mi
piace. Se, vede~do un uomo, ci si ricorda del suo libro, e cattivo
segno; vorrei che non ci accorgessimo di nessuna sua qualita se non
per caso e all'o~casione propizia (Ne quid nimis) 19, per timore che

18 Critica e condanna le gonfiezze di stile che mascherano e travestono la natu·


ra; per Pascal la semplicita ela naturalezza stanno a fondamento delia verită poeti-
ca. Cfr. frammenti 27, 31, 49, 59.
19 « Niente eccessi »: sentenza delfica, che invita alia moderazione in ogni cosa.

129
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una qualită. possa prendere il sopravvento e lo faccia battezzare con
quell'attributo; vorrei che si pensasse che egli paria bene soltanto
quando si tratta di parlar bene; che ci si pensasse allora.

36
L'uomo epieno di bisogni: ama soltanto coloro che possono sod-
disfarli tutti. Si dira: « E un buon matematica». Ma io non so che
farmene delia matematica. Potrebbero scambiarmi per una pro-
posizione. « E un buon soldato ». Potrebbero scambiarmi per una
fortezza assediata. Ci vuole dunque un onesto uomo che possa adat-
tarsi a tutti i miei bisogni in genere.

37
[Poiche non si puo essere universali e sapere tutto quello che si
puo sapere su tutto, bisogna saper un po' di tutto. Infatti e assai
piu bello sapere un po' di tutto che saper tutto di una cosa: questa
universalita e piu bella. Se si potessero avere tutte e due insieme
sarebbe ancora meglio; ma, dovendo scegliere, bisogna scegliere
la prima, e il mondo lo sente e cosi fa, perche il mondo e spesso
un buon giudice].

38
Poeta e non uomo dabbene 20 •

* 39
Se il fulmine cadesse sui luoghi bas si ecc., i poeti e quelli che
non sanno ragionare se non di simili cose, mancherebbero di prove.

* 40
Si usano degli esempi per provare altre cose; se si volessero pro-
vare gli esempi, si prenderebbero le altre cose come esempi di que-
sti; difatti, poiche si crede sempre che la difficoltă. sta in cio che
si vuol provare, si ritiene che gli esempi siano piu chiari e aiutino
a provarlo.

20 Cfr. la nota 17 al frammento 30.

130
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Per questo, quando si vuol dimostrare una cosa generale, biso-
gna dame la regola particolare d'un caso; ma se si vuole dimostra-
re un caso particolare, bisogna cominciare daila regola [generale].
Infatti troviamo sempre oscura la cosa che vogliamo provare e chia-
ra quella che usiamo come prova; infatti, quando abbiamo da pro-
vare una casa, la nostra mente e subito preoccupata dai pensiero
che essa e oscura e che invece e chiara quella che la dovrebbe di-
mostrare, e cosi Ia comprendiamo facilmente.

* 41

Epigrammi di Marziale.- L'uomo ama Ia malignită., non giă. con-


tro gli orbi e i disgraziati ma contra i fortunati superbi. Ci si in-
ganna diversamente.
Perche la concupiscenza ela fonte di tutti i nostri movimenti in-
teriori, e l'umanită. ecc.
Bisogna piacere a coloro che hanno sentimenti umani e teneri.
L'epigramma dei due orbi non vale nuiia, perche non li consola
enon fa che aumentare Ia gloria dell'autore. Tutto quello che ser-
ve soltanto all'autore non vale nuiia. Ambitiosa recidet orna-
menta 21 •

42

Piace chiamar « principe >> un re, perche diminuisce Ia sua qualită..

43

Alcuni autori, parlando delle loro opere, dicono: «II mio Iibro,
il mio commento, Ia mia storia ecc. >>. Risentono del Iinguaggio dei
Iora concittadini borghesi che hanno casa propria e ripetono sem-
pre: «A casa mia». Farebbero meglio a dire: «Il nostro libro, il
nostro commento, Ia nostra storia ecc. », data che, di solito, c'e
in questi libri piu raba altrui che propria.

21 La frase e di Orazio (Arte poetica, 447): « Buttera via i pretenziosi aggeggi )),
131
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44
Volete che gli altri pensino bene di voi? Non parlatene.

* 45
Le lingue sono come cifrari, in cui non giâ le lettere sono mutate
in lettere, ma le parole in parole, cosicche una lingua sconosciuta
e decifrabile.

* 46
Dicitore di motti di spirito, cattivo carattere.

* 47
C'e gente che paria bene ma non scrive bene. Questo perche sia
l'ambiente chei presenti li eccitano e cavano dalla loro mente piu
di quanto non vi trovano essi senza questo incitamento.

* 48
Quando in un discorso s'incontrano parole ripetute e, cercando
di correggerle, le troviamo cosi appropriate che togliendole si gua-
sterebbe il periodo, e segno che dobbiamo lasciarvele; e questo a
dispetto dell'invidia che e cieca enon sa che quella ripetizione non
e un difetto in quel posto, perche non esiste una regola generale.
* 49
Mascherare la natura etravisarla. Niente re, niente papa, niente
vescovo, ma augusta monarca ecc.; niente Parigi, ma capitale de/
regno. Ci-sono dei luoghi dove Parigi deve essere chiamata Parigi,
e altri dove bisogna chiamarla capitale del regno.

50
Uno stesso senso muta a seconda delle parole che lo esprimono.
1 significati ricevono dalie parole la loro dignitâ, invece di darla.
Bisogna cercare degli esempi ...

132
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51
Pirroniano 22 sta per testardo.

52
Nessuno dice: cortigiano, tranne ehi non lo e; ne pedante, tran-
ne un pedante; ne provinciale, tranne un provinciale; e scommet-
terei che e stato lo stampatore a mettere (( provinciale )) al titolo
delle Lettere al Provinciale 23 •

53
Carrozza rovesciata o fatta rovesciare, a seconda dell'intenzione.
Versare o far versare, a seconda dell'intenzione (Arringa di Le
Maître sul francescano per forza) 24 •

54
Misce/1. Modo di dire: « Avevo voluto applicarmi a questo ».

55
Potere aperitivo di una chiave, attrattivo di un uncino.

22 La scuola pirroniana (da Pirrone, 360-270 a.C.) e la prima scuola scettica,


che ebbe il suo migliore espositore in Sesto Empirica. Negava la possibilita delia
certezza delle affermazioni, per una eccessiva diffidenza nella capacita e nel valore
delia mente umana, e considerava la tendenza all'affermazione come una sorgente
dell'infelicita dell'uomo.
23 Probabilmente, carne attesta anche il Nicole, amico di Pascal, il titolo delia
a
prima Lettre , ecrite un Provincial par un de ses amis, sur le sujet des disputes
presentes de la Sorbonne- uscita il23 gennaio 1656,- mancava dell'inciso « ecrite
â un Provincial par un de ses amis », che fu aggiunto dall'editore e resto per le suc-
cessive diciassette lettere.
24 Antoine Le Maître, nipote del celebre Arnauld e di Madre Angelique, fu uno
dei primi solitari di Port-Royal. Giâ prima di ritirarsi a Port-Royal, giovanissimo
era stato un grande avvocato. Le sue arringhe furono pubblicate nel 1657: una di
esse e quella citata, dove si trova la parola « repandre >> attribuita a Dio e che Pa-
scal corregge con « verser » come piu adatta a esprimere un atto intenzionale e non
di puro caso. In una delle sue opere paria di un tale fattosi frate per forza.

133
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56
lndovinare: « Partecipo al vostro dispiacere ». Il Cardinale non
voleva che si indovinasse il suo sentimento 25 •
« Ho l'animo assai inquieto ». E meglio dire: « Sono assai in-
quieto ».

57
Mi mettono sempre a disagio i complimenti come questi: « Vi
ho dato troppo fastidio; temo di annoiarvi; temo di essere troppo
Iungo ». O vi lusingano oppure vi irritano.

58
Siete malcreanzati: « Scusatemi, per favore ». Senza questa seu-
sa, non mi sarei neppure accorto che mi avete offeso. « Con licen-
za parlando ... ». Non c'e di peggio delle Ioro scuse.

59
« Spegnere Ia fiamma delia sedizione »: troppa enfasi.
« L'inquietudine del suo genio »: sono troppe due parole ardite.

25 Secondo alcuni, il card. Mazzarino (1602-1661), che fu un abilissimo diplo-


matico. Secondo altri, e meno probabilmente, il card. Richelieu (t 1642).

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SEZIONE II

MISERIA DELL'UOMO SENZA DIO

60
Parte prima: Miseria dell'uomo senza Dia.
Parte seconda: Felicita dell'uomo con Dia.
Oppure:
Parte prima: La natura ecorrotta (provarlo con la stessa natura).
Parte seconda: Esiste un riparatore (provarlo con la Scrittura) 1•

61
Ordine. - Volentieri avrei disposto la trattazione secondo quest'or-
dine: per mostrare la vanita di ogni specie di condizione, mostrare
la vanita delle vite comuni, poi la vanita delle vite filosofiche, pirro-
niane, stoiche; ma non avrei rispettato !'ordine. So un poco che cosa
sia questo, e carne pochissimi lo comprendano. Nessuna scienza uma-
na lo puo mantenere. Neppure san Tommaso l'ha mantenuto. Ma la
matematica lo mantiene; pero questa e inutile nella sua profondita 2 •

* 62
Prefazione delia parte prima. - Parlare di quelli che hanno trat-
tato delia conoscenza di se, delle divisioni di Charron 3 che con-

l E ilpiano generale dell'Apologia.


2 Il metodo matematico e il piu ordinato, pero considera le « cose esteriori >>
senza che Ia nostra vita ci prenda interesse. Voler seguire questo metodo ne! pro-
blema di Dio e dell'uomo sarebbe un esercizio intellettuale, uno svago inutile. « Nes-
suna scienza umana !o puo mantenere », proprio perche ogni conoscenza dell'uomo,
delia sua vita, de! suo destino, implica il nosce te ipsum, e quindi una partenza dai
soggetto. Per questo san Tommaso non ha usato il metodo matematico.
3 Pierre Charron (1541-1603). Prima avvocato, poi prete. Fu un celebre predi-
catore e godette la protezione di Margherita di Navarra. Amico e discepolo di Mon-
taigne, nel trattato Delia saggezza (1601) segui da vicino gli Essais. Il libro sulle
Tre verita (1593) gli frutto il titolo di dottore in teologia per la diocesi di Cahors,
che egli poi rappresento ali' Assemblea de! cler o de! 1595. Nellibro Delia saggez.za
lo scetticismo di Montaigne e temperato dai sentimento religioso. Le infinite divi-
sioni e suddivisioni de! trattato sono assai noiose.

135
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tristano e annoiano, delia confusione di Montaigne, il quale, pur
avvertendo la mancanza [di un buon] metodo, lo evitava saltando
di palo in frasca e cercava di piacere. Ha una stolta presunzione
di descrivere se stesso! E questo non giâ di sfuggita e contro le sue
massime, come accade a tutti di sbagliare, ma proprio in base alle
sue massime e secondo un piano prestabilita e principale. Perche
e un male comune dire delle stupidaggini per caso e per debolezza;
ma dirle di proposito e dirle grosse come le sue, e una cosa insop-
portabile ... 4 •

,.. 63
Montaigne. - 1 difetti di Montaigne sono grandi.
Parole lascive; e questo sarebbe poco, nonostante il parere di De
Gournay 5• Credulone: gente senz'occhi. lgnorante: quadratura
de/ cerchio, mondo piu grande. 1 suoi sentimenti sul suicidio vo-
lontario, sulla morte. Ispira un disinteresse per la propria salvez-
za, senza timore e senza pentimento 6 • Poiche il suo libro non era
fatto per alimentare la pietâ, egli non era obbligato alia pietâ, pe-
ro si e sempre obbligati a non distogliere dalla pieta. Si possono
scusare i suoi sentimenti un po' liberi e voluttuosi in alcune circo-
stanze delia vita, ma non si possono scusare i suoi sentimenti com-
pletamente pagani sulla morte; perche bisogna aver rinunziato a
ogni pieta, per non volere almeno morire cristianamente; ora egli
in tutto il suo libro pensa soltanto a morire con noncuranza e pia-
cevolmente.

64
Non in Montaigne ma in me trovo tutto quello che leggo in lui.

4 Il pensiero di Pascal su Montaigne e piu compiutamente espresso nella Con-


versazione con de Saci, che illettore troverâ in B. PASCAL, Opuscoli e Jettere, Edi-
zioni Paoline 1958, pp. 56-79.
5 Nella prefazione all'edizione del 1595, curata da Marie Le Jare De Gournay,
figlia adottiva di Montaigne, tre anni dopo la morte del Montaigne, costei aveva
giustificato l'autore degli Essais per il suo modo di parlare dell'amore.
6 Nell'Apologie de Raymond de Sebonde, inserita poi negli Essais, Montaigne
paria da« credulone » dell'esistenza di genle senz'occhi, perche priva di testa; del-
Ia quadratura de/ cerchio parla in Essais, II, 14; de! mondo piu grande di quanto
non sembra a Tolomeo in Apologie; del suicidio in Essais, II, 3; biasima il penti-
mento come un sentimento riprovevole in Essais, III, 2.

136
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• 65

Quel che c'e di buono in Montaigne lo si puo acquistare difficil-


mente. Quel che c'e di cattivo, esclusi i costumi, poteva essere cor-
retto in breve, purche qualcuno lo avesse avvertito che raccontava
troppe storie e parlava troppo di se.

66

Bisogna conoscere se stesso. E anche se questo non servisse a


trovare la veritâ, servirebbe almeno a regolare la propria vita; e
non c'e niente di pili giusto.

* 67
Vani ta de/le scienze.- La scienza delle cose esteriori non mi con-
soleră. dell'ignoranza delia morale, nel tempo dell'afflizione; ma
la scienza dei costumi mi consolerâ sempre dell'ignoranza delle
scienze esteriori 7 •

• 68

Non si insegna agli uomini ad essere onesti, pero si insegna loro


tutto il resto; e intanto questi non si vantano tanto di sapere tutto
il resto quanto di essere onesti. Si vantano di sapere soltanto quel-
lo che non hanno mai imparato.

69

Due infiniti, mezzo. - Quando si legge troppo alia svelta o trop-


po lentamente, non si capisce nulla.

7 La « scienza delle cose esteriori » e quella che altrove Pascal chiama « geo-
metria >>; la« scienza dei costumi »ela conoscenza dell'uomo; quella euno svago,
una curiosită., se applicata all'uomo; questa una cosa utile e impegnativa.

137
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70

Natura, non p ... [La natura ci ha messi cosi bene nel mezzo che
se mutiamo un lato delia bilancia, mutiamo anche l'altro. Je fe-
sons, ta zâa trekei 8 • Questo mi fa cred ere che ci sono delle molie
nella nostra testa, le quali sono disposte in modo che ehi tocea l'u-
na tocea anche la contraria].

71

Troppo vino e troppo poco vino. Non gliene date, e non potra
trovare la verita; dategliene troppo, e avrete lo stesso risultato.

* 72
Sproporzione dell'uomo.- [Ecco dove ci portano le conoscen-
ze naturali. Se non sono veritiere, non c'e verita nell'uomo; e se
Io sono, questi vi trova un gran motivo d'umiliazione, costretto
a sentirsi piccolo in un modo o nell'altro. E poiche egli non puo
sussistere senza credere ad esse, desidero che, prima di avventu-
rarsi in piu profonde ricerche sulla natura, per una volta tanto la
consideri seriamente e tranquillamente, esamini anche se stesso, e,
conoscendo quale proporzione c'e ... ].
LQuomo contempli dunque tutta la natura nella sua sublime e
piena maesta; distolga la vîsta dagli oggetti che lo circondano. Mi-
ri a quella sfolgorante luce che e posta come una lampada eterna
per illuminare l'universo; e la terra gli appaia come un punto ri-
spetto al vasto giro che quell'astro descrive, e si stupisca che quel
vasto giro non e che una minimissima parte rispetto a quello de-
scritto da· tutti gli astri che ruotano nel firmamento.
Ma se la nostra vîsta si ferma li, l'immaginazione deve procede-
re oltre; e si stanchera prima lei di cogitare che Ia natura di darle

8 Je fesons e un'espressione popolare: (( io facciamo », col soggetto al singola-


re e il verbo al plurale, contrariamente all'espressione greca ta z6a trekei: gli ani-
mali corre, in cui al soggetto neutra plurale corrisponde il verbo al singolare. Queste
due costruzioni sintattiche sono addotte da Pascal come prova d'una legge di bi-
lancia anche ne! nostro cervello.

138
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esca. Tutto questo mondo visibile non e che un impercettibile seg-
menta dell'ampio cerchio delia natura. Nessuna ideale si accosta.
Abbiamo voglia di gonfiare le nostre concezioni, al di la degli spa-
zi immaginabili; noi riusciamo soltanto a partorire atomi rispetto
alia realta delie cose. E una sfera in finita il cui centro e dappertut-
to e la circonferenza in nessuna parte. Infine, il maggior carattere
sensibile delia onnipotenza di Dio e il fatto che la nostra immagi-
nazione si perde in questo pensiero.
Tornato alia considerazione di se, l'uomo esamini cio che egli
e rispetto a cio che esiste; si consideri come sperduto in questo re-
moto angolo delia natura, e da questa piccola celia dove si trova
rinchiuso, voglio dire l'universo, impari a stimare la terra, i regni,
le citta e se stesso nelloro giusto valore. Che cos'e un uomo nel-
l'infinito?
E, per offrirgli un altro prodigio altrettanto stupefacente, ecco:
vada a cercare, tra le cose che conosce, le piu piccole. Ecco un aca-
ro: nelia piccolezza del suo corpo, esso mostra delle parti incom-
parabilmente piu piccole, delle gambe con le loro giunture, delle
vene in queste gambe, del sangue in queste vene, degli umori in
questo sangue, delle gocce in questo umore, dei vapori in queste
gocce; orbene, ammettiamo che l'uomo, dividendo ancora queste
ultime cose, esaurisca le sue forze in queste considerazioni, e l'ul-
timo oggetto cui puo giungere sia adesso quello del nostro discor-
so. Pensera forse di trovarsi davanti ali'estrema piccolezza delia
natura? Ma io voglio fargli vedere la dentro un nuovo abisso. Vo-
glio descrivergli non soltanto l'universo sensibile, ma l'immensita
che si puo concepire delia natura net cerchio di questo compendio
d'atomo. Vi scorga una infinita di universi, di cui ognuno ha il
suo firmamento, i suoi pianeti, la sua terra, nelle stesse proporzio-
ni del mondo visibile; in questa terra, vi scorga degli animali e in-
fine degli ă.cari, nei quali ritroveră. cio che gli hanno offerto i primi;
e trovando ancora negli altri la stessa cosa senza fine e senza inter-
ruzione, si sperda in queste meraviglie, cosi stupende nella Ioro pic-
colezza quanto le altre nella loro estensione; infatti, ehi non si
stupin'1. che il nostro corpo, che poco fa era impercettibile nell'uni-
verso, il quale a sua voita era impercettibile in seno al tutto, sia
adesso un colosso, un mondo, o piuttosto un tutto rispetto al niente,
a cui non si puo arrivare?
Chi si contempla cosi, si spaventa di se stesso e considerandosi,

139
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nella mole che la natura gli ha dato, come sospeso tra i due abissi
dell'infinito e del nulla, tremerâ alia vîsta di quelle meraviglie; e
credo che, mutando la sua curiositâ in ammirazione, sara piu di-
sposto a contemplarle in silenzio che a investigarle con presunzione.
Che cos'e in fondo l'uomo nella natura? Un nulla rispetto al-
l'infinito, un tutto rispetto al nulla, un qualcosa di mezzo tra il
niente e il tutto. Infinitamente lontano dall'abbracciare gli estre-
mi, la fine delle cose e il loro principîo gli sono invincibilmente na-
scosti in un impenetrabile segreto, ed egli e ugualmente incapace
di vedere il nulla da cui e stato tratto e l'infinito dai quale e in-
ghiottito.
Che cosa fani allora, se non scorgere qualche apparenza di cio
che e intermedia tra le cose, in un'eterna disperazione di poter co-
noscere il Ioro principîo e la loro fine? Tutte le cose sono uscite
dai nulla e sono portate verso l'infinito. Chi potrâ seguire queste
strade meravigliose? L'autore di queste meraviglie le comprende;
nessun altro Io puo.
Per non aver contemplato questi infiniti, gli uomini sono andati
temerariamente alia scoperta delia natura, come se avessero una
qualche proporzione con essa. Ed estrano che abbiano voluto com-
prendere i principî delle cose e di lâ arrivare a conoscere tutto, con
una presunzione infinita quanto il Ioro oggetto. Perche e fuor di
dubbio che non si puo concepire un simile disegno senza una pre-
sunzione o senza una capacitâ infinita come Ia natura.
Quando si e istruiti, si comprende che, avendo la natura impres-
sa Ia sua immagine e quella del suo autore in tutte le cose, queste
partecipano quasi tutte delia sua duplice in finită.. Cosi vediamo che
tutte le scienze sono infinite nell'estensione delle loro ricerche; in-
fatti ehi puo dubitare che la geometria, per esempio, abbia un'in-
finita moltitudine di proposizioni da esporre? Inoltre esse sono
infinite nella moltitudine e nella delicatezza dei loro principî; in-
fatti ehi non vede che i principî che si pongono per ultimi non si
reggono da soli e si appoggiano su altri, che a loro voita, appog-
giandosi su altri, non ammettono mai un ultimo? Ma con gli ultimi
principî che appaiono alia ragione noi ci comportiamo, come ci
comportiamo con le cose materiali, nelle quali diciamo che e un
punto indivisibile quello oltre il quale i nostri sensi non percepi-
scono piu nulla, sebbene sia divisibile infinitamente e per natura.
Di questi due infiniti delle scienze, quello delia grandezza e piu

140
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sensibile, ed e per questo che a poche persone e accaduto di pre-
tendere di conoscere tutte le cose. « Io parlero di tutto », diceva
Democrito.
Ma l'infinitâ nella piccolezza e assai meno visibile. 1 filosofi han-
no preteso arrivarci, ed e propria la che si sono tutti impuntati.
E questo ha dato luogo a quei titoli cosi comuni: Dei principî de/le
cose, Dei principî delia filosofia, e simili, che sono in real ta tanto
orgogliosi, sebbene apparentemente meno, quanto quest'altro che
e un pugno neli' occhio: De om ni scibili 9 •
Ci si crede naturalmente molto piu capaci di arrivare al centro
delle cose che di abbracciare la loro circonferenza. L'estensione vi-
sibile del mondo ci domina visibilmente; ma poiche dominiamo le
piccole cose, ci crediamo piu capaci di possederle, quando invece
per arrivare fino al niente ci vuole una capacitâ non minore di quella
che si richiede per arrivare fino al tutto; la capacitâ dev'essere infi-
nita per l'uno e per l'altro; e mi pare che ehi avesse compreso gli
ultimi principî delle cose potrebbe anche arrivare a conoscere !'in-
finita. L'una dipende dall'altra e l'una conduce all'altra. Queste
estremitâ si toccano e si riuniscono in Dio e soltanto in Dio.
Rendiamoci dunque conta delle nostre possibilitâ: noi siamo qual-
cosa, ma non siamo tutto; quel tanto di essere che possediamo ci
toglie la conoscenza dei primi principî che nascono dai nulla, e quel
poco di essere che possediamo ci nasconde la vista dell'infinito.
La nostra intelligenza nell'ordine delle cose intelligibili occupa
lo stesso posto che ha il nostro corpo nell'estensione delia natura.
Limitati come siamo in tutto, questo stato, che e mediana tra
due estremi, si ritrova in tutte le nostre facoltă.. 1 nostri sensi non
percepiscono nulla di cio che e estremo: il troppo rumore ci assor-
da, Ia troppa Iuce ci abbaglia, la troppa distanza e la troppa vici-
nanza ci tolgono la vîsta, Ia troppa lunghezza e la troppa stringa-
tezza del discorso lo rendono oscuro, la troppa verită. ci stupisce

9 Le Conclusiones philosophicae cabalisticae et theologicae de omni scibili di


Giovanni Pico delia Mirandola (1463·1494) uscirono nel dicembre del1486 e com-
prendevano 900 proposizioni, tratte dalie piu disparate fonti filosofiche e culturali
oppure elaborate da Pico, « per introdurre nuove verita filosofiche o dimostrare
la verită. del cristianesimo come punto di convergenza delia tradizione culturale,
religiosa, filosofica e teosofica dei diversi paesi ». Nota che Pascal usa spesso il ter-
mine « infinite », volendo indicare semplicemente « indefinito », quando paria di
numeri o di grandezza e piccolezza delle case.

141
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(conosco della gente che non arriva a capire che zero meno quat-
tro fa zero); i primi principî hanno troppa evidenza per noi; il troppo
piacere ci disgusta; troppe consonanze nella musica dispiacciono;
troppi benefici ci irritano; noi vogliamo aver la possibilită. di stra-
pagare il debito: Beneficia eo usque laeta sunt dum videntur exsol-
vi posse; ubi multum antevenere, pro gratia odium redditur 10 •
Non sentiamo ne il caldo estremo ne il freddo estremo. Le qualită.
eccessive ci sono dannose e non giă. sensibili; non le sentiamo piu,
non le sopportiamo. Troppa giovinezza e troppa vecchiaia sono
un impedimente per lo spirite, come pure troppa o pochissima istru-
zione; infine le cose estreme sono per noi come se non esistessero
e noi non esistiamo rispetto ad esse; o ci sfuggono o noi sfuggiamo
loro.
Questa e la nostra vera condizione, la quale ci rende incapaci
di sapere con certezza e di ignorare assolutamente. Noi navighia-
mo in un vasto mare, sempre incerti e instabili, sballottati da un
capo all'altro. Qualunque scoglio, a cui pensiamo di attaccarci e
restar saldi, vien meno e ci abbandona e, se l'inseguiamo, sguscia
alla nostra presa, ci scivola di mano e fugge in una fuga eterna.
Per noi nulla si ferma. Questa e la nostra naturale condizione, che
tuttavia ela piu contraria alia nostra inclinazione: desideriamo ar-
dentemente trovare un assetto stabile e una base ultima per edifi-
carvi una torre che si levi fino all'infinito, ma ogni nostro fonda~
mento si squarcia e la terra s'apre in abissi.
Non cerchiamo dunque la sicurezza e la stabilita. La nostra ra-
gione e sempre delusa dall'incostanza delle apparenze; nulla puo
fissare il finite in mezzo ai due infiniti che lo incarcerano e lo
fuggono.
Quando si e ben capite questo, credo che ognuno potră. tenersi
pago dello stato in cui la natura l'ha posto. Dai momente che que-
sta nostra condizione mediana e sempre distante dagli estremi, che
importa se un uomo abbia un po' piu di intelligenza delle cose?
Se l'ha, le coglie un po' piu dall'alto. Non e forse sempre infinita-
mente lontano dai termine, ela durata delia nostra vita non eugual-
mente, infinitamente [lontana] dall'eternitâ, anche se dura dieci anni
di piu?

10« 1 benefici ci sono graditi finche crediamo di poterli contraccambiare; ma se su-


perano questa capacitâ, la riconoscenza si muta in odio » (TACITO, Annali, IV, 18).

142
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Considerati rispetto a questi infiniti, tutti i finiti sono uguali; e
non vedo perche fermare la propria immaginazione piu sull'uno
che sull'altro. Soltanto il paragonarci col finito ci da pena.
Se l'uomo studiasse prima se stesso s'accorgerebbe d'essere in-
capace di andar oltre. Come mai una parte potrebbe conoscere il
tutto? Ma forse aspirera a conoscere almeno le parti con le quali
ha una certa proporzione? Ma le parti del mondo hanno tutte un
tale rapporto tra loro e una tale concatenazione che ritengo im-
possibile conoscere l'una senza l'altra e senza il tutto.
L'uomo, per esempio, e in rapporto con tutto cio che conosce.
Ha bisogno dello spazio che lo contenga, del tempo per durare,
del moto per vivere, di elementi che lo compongano, di calore e
di alimenti per nutrirsi, di aria per respirare; vede la luce, sente
i corpi; insomma, ogni cosa e in relazione con lui. Dunque per co-
noscere l'uomo bisogna sapere perche mai ha bisogno di aria per
sussistere; e per conoscere l'aria bisogna sapere perche questa in e
rapporto con la vita dell'uomo ecc. La fiamma non e possibile senza
aria; dunque per conoscere l'una bisogna conoscere l'altra.
Dunque, poiche tutte le cose sono causate e causanti, aiutate e
adiuvanti, mediate e immediate, e tutte sono legate da un vincolo
naturale e insensibile che unisce le piu lontane e le piu disparate,
ritengo che sia impossibile conoscere le parti senza conoscere il tutto,
cosi come eimpossibile conoscere il tutto senza conoscere partico-
larmente le parti.
[L'eternitâ delle cose in se o in Dio deve inoltre stupire la nostra
breve durata. L'immobilita fissa e costante delia natura, parago-
nata al continuo mutamento che si svolge dentro di noi, deve farci
lo stesso effetto].
E il colmo delia nostra impotenza nel conoscere le cose sta nel
fatto che queste sono semplici in se stesse mentre noi siamo corn-
posti di due nature opposte e di genere diverso: l'anima e il corpo.
e
Perche impossibile che la parte che ragiona in noi non sia spiri-
tuale; e se si pretendesse che noi siamo soltanto corporei, questo
escluderebbe maggiormente la conoscenza delle cose, giacche e as-
solutamente inconcepibile asserire che la materia conosce se stes-
sa; non sappiamo proprio come potrebbe conoscere se stessa.
E altora, se [siamo] semplicemente materiali, non possiamo cono-
scere nulla, e se siamo composti di spirito e di materia non possiamo
conoscere perfettamente le cose semplici, spirituali o corporee.

143
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· Ed e questa la ragione per cui tutti i filosofi confondono le idee
delle case, e parlano di case corporee spiritualmente e di case spi-
rituali corporalmente. Infatti essi asseriscono sfrontatamente che
i corpi tendono al basso, aspirano alloro centro, fuggono la Iora
distruzione, temono il vuoto, hanno inclinazioni, simpatie, anti-
patie; case tutte che appartengono agli spiriti. E parlando degli spi-
riti, li considerano carne in un luogo e attribuiscono ad essi il
movimento da un luogo all'altro: cose tutte che appartengono ai
corpi soltanto.
Invece di ricevere le idee da queste case pure, noi le rivestiamo
delle nostre qualita e impregniamo del nostro essere composto tut-
te le case semplici che contempliamo.
A vederei comporre tutte le case di spirito e di materia, ehi non
crederebbe che siffatta mescolanza sia da noi abbastanza compren-
sibile? E intanto e propria quello che si riesce a capire di mena.
L'uomo e per se stesso il piu prodigioso oggetto delia natura; per-
che non puo concepire che casa sia corpo e mena ancora che cosa
sia spirito, e molto mena ancora carne un corpo possa essere unita
a uno spirito. Sta qui la sua maggiore difficolta, e intanto e propria
questo il suo essere: Modus quo corporibus adhaerent spiritus com-
prehendi ab hominibus non potest, et hoc tamen homo est 11 •
Infine per concludere la prova delia nostra debolezza, finirei con
queste due considerazioni...

73
Potrebbe darsi che questo argomento sia superiore alia capacita
delia ragione. Esaminiamo allora le sue scoperte nelle case che ap-
partengono alia sua capacita. Se c'e qualcosa in cui il suo propria
interesse ha dovuto far applicare questa capacita con la maggiore
serieta, ela ~icerca del sommo bene. Vediamo dunque in che casa
l'hanno posta queste anime forti e chiaroveggenti, e se vanno d'ac-
cordo tra loro.
Uno dice che il sommo bene consiste nella virtu, l'altro lo pone
nella volutta; l'uno nella scienza delia natura, l'altro nella verita:

Il << Gli uomini non possono capire la maniera con cui !'anima si unisce al cor-
po, e tuttavia l'uomo e proprio questo »(Sant' AGOSTINO, De Civitate Dei, XXI,
10). - Il frammento 72, che abbiamo letto, e il piu lungo dei Pensieri.

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Felix qui potuit rerum cognoscere causas 12 ; un altro lo pone nel-
l'ignoranza completa, un altro nell'indolenza, altri nel resistere al-
le apparenze, un altro nel non meravigliarsi di niente, nihil mirari
prope res una quae possit facere et servare beatum 13 , mentre i veri
pirroniani la pongono nella loro atarassia, nel dubbio e nella per-
petua incertezza; e altri, piu savi, credono di trovare qualcosa di
meglio. Eccoci ben ripagati!

Trasporre dopo le leggi al titolo seguente.


Ma se bisogna convenire che questa bella filosofia non ha otte-
nuto nulla di certo dopo un lavoro cosi lungo e accanito, puo darsi
che almeno l'anima conosca se stessa. Ascoltiamo su questo punto
i pedagoghi del mondo. Che cosa hanno pensato deHa sostanza del-
l'anima? 394 14 • Sono stati piu fortunati nel situarla? 395. Che co-
sa hanno scoperto delia sua origine, delia sua durata e delia sua
separazione dai corpo? 399.
Forse che l'anima e ancora un argomento troppo nobile per le
sua deboli facolta? Abbassiamola dunque alia materia e vediamo
se l'anima sa di che cosa e fatto il proprio corpo a cui da vita e
gli altri corpi che essa contempla e muove a suo talento. Che cosa
sono arrivati a conoscere di essa questi grandi dommatici, che non
ignorano niente? Harum sententiarum, 393 15 •
Indubbiamente questo basterebbe se la ragione fosse ragionevo-
le. Essa lo e abbastanza per confessare di non aver potuto trovare
ancora qualcosa di stabile; pero non dispera di arrivarci, [anzi, es-
sa e piu zelante che mai in questa ricerca e confida di possedere
le forze necessarie per questa conquista. Bisogna dunque portare
a termine la ricerca e, dopo aver esaminato le sue capacitâ nei loro
effetti, riesaminiamole in se stesse; vediamo se la ragione ha un
qualche potere e una qualche capacita di cogliere la veritâJ.

12 « Felice ehi ha potuto conoscere le cause delle cose » (VIRGILIO, Georgiche,


Il, 489).
13 « Non stupirsi di nulla e forse la soia cosa che possa rendere e mantenere fe-
lici )) (ORAZIO, Epistolae, J, 1-2).
14 Questo numero come i seguenti si riferiscono alle pagine delia Apologie de

Raymond de Sebonde nell'edizione degli Essais di Montaigne del1652 (a Paris, chez


Augustin Courbe) enon de! 1635 (quella delia De Gournay), come e stato dimo-
strato da Vhliz, in« Revue d'histoire litteraire de la France )), 1907, pagg. 446-454.
IS « Oi queste opinioni quale sia la vera un Dio lo sapra )): e una frase di Cice-
rone (Tuscu/anae, J, Il), che si trova alia citata pagina di Montaigne.

145
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74
Una lettera sul/a foi/ia delia scienza umana e la filosofia 16 •
Questa lettera bisogna collocarla prima del divertimento 17 •
Felix qui potuit ... Nihil admirari 18 •
Duecentottanta specie di sommi beni in Montaigne 19 • Per i fi-
losofi duecentottanta specie di sommi beni.

75
Part. 1, lib. Il, cap. 1, sezione IV 20 •
[Congettura. Non sara difficile farla discendere ancora di qualche
scalino e farla apparire ridicola. Infatti cominciando col considerarla
in se stessa], che c'e di piu assurdo dell'affermare che dei corpi inani-
mati hanno passioni, timori, orrori? che dei corpi insensibili, privi
di vitae incapaci di vita, abbiano delle passioni, le quali presuppon-
gono un'anima almeno sensitiva per sentirle? inoltre, che l'oggetto
di questo orrore sia il vuoto? Che cosa c'e nel vuoto che possa far
paura ai corpi? Che cosa c'e di piu volgare e di piu ridicolo? E non
basta; ammesso che i corpi hanno in se un principio di movimento
per evitare il vuoto, hanno forse braccia, gambe, muscoli, nervi?

76
Scrivere contro coloro che approfondiscono troppo le scienze:
Cartesio.

16 Da questo, come da altri frammenti (184, 246, 247, 248, ecc.), sembrerebbe
che Pascal avesse pensato di adottare la forma epistolare per la sua Apologia, spe-
rimentata gia nelle Provinciali; ma altri frammenti (233, 239, 240, ecc.) farebbero
pensare a una forma dialogica.
17 Sul « divertimento », cfr. frammenti 139 e seg.
18 Due citazioni che abbiamo gia incontrate; cfr. qui sopra, note 12 e 13.
19 L'affermazione delle 280 scuole filosofiche sull'essenza del sommo bene e pro-
priamente di 1/arrone: Montaigne la prende da sant' Agostino che la riporta nel De
Civitate Dei.
20 La citazione si riferisce al Trattato de/ vuoto, progettato ma non portato a
termine. Dopo l'esperienza decisiva del19 settembre 1647, fatta col cognato Florin
Perier sul Puy-de-Dome per dimostrare l'esistenza del vuoto- ripetuta e control-
lata a Parigi nella torre campanaria delia Chiesa di Saint-Jacques-de-la-Boucherie
e poi in una casa privata, - Pascal pote affermare nel Recit de la grande experien-
ce de l'equilibre des liqueurs (ott. 1648) che « la natura non sente alcuna ripugnan-
za per il vuoto e non compie nessuno sforzo per evitarlo )). Ancora sull'esistenza
del vuoto scrisse due trattatelli De la pesanteur de la masse de l'air e De /'equilibre
des /iqueurs, probabilmente nel 1651-1652, ma pubblicati postumi nel 1663.

146
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77
Non posso perdonarla a Cartesio, il quale in tutta la sua filoso-
fia avrebbe voluto poter fare a meno di Dio, ma non ha potuto
evitare di fargli dare un colpetto al mondo per metterlo in moto;
dopo di che non sa piu che farne di Dio 21 •

78
Cartesio inutile e incerto 22 •

79
[Cartesio.- Bisogna dire in genere: « Questo si produce median-
te la figura e il movimento », perche questo e vero. Ma dire quali
sono e comporre la macchina, e ridicolo. Perche e una cosa inuti-
le, incerta e faticosa. E anche se questo fosse vero, non stimiamo
che tutta la filosofia valga un'ora di fatica].

* 80
Perche mai uno zoppo non ci irrita, mentre ci irrita uno spirito
zoppo? La ragione e questa: uno zoppo riconosce che noi cammi-
niamo diritto, mentre uno spirito zoppo dice che siamo noi a zop-
picare; se non fosse cosi, ne avremmo compassione e non collera.
Epitteto si chiede con maggior insistenza: « Perche mai non ci
arrabbiamo se ci dicono che abbiamo un mal di testa, mentre ci
arrabbiamo se ci dicono che ragioniamo male o scegliamo ma-
le? » 23 • La ragione e questa: noi siamo ben certi di non aver il mal
di testa e di non essere zoppi; ma non siamo altrettanto sicuri di
scegliere la verită.. Cosicche, non avendo altra sicurezza se non quel-
la che proviene dai vedere la verită. con tutta la nostra vîsta, appena

21 Critica l'intellettualismo esagerato di Cartesio. Nei frammenti 76 e 79 con-


danna lo stesso Cartesio per aver voluto costruire una filosofia con la semplice « fi-
sica )), dando a Dio il semplice posto di motore.
22 « lncerto: perche la sua filosofia, vero romanzo delia natura, simile alia sto-
ria di don Chisciotte, si fonda non sui fatti ma su alcuni principî inventati da lui
e quindi sospetti. Inutile: perche invece di condurci all'unica cosa necessaria, si sperde
in vane speculazioni )): cosi commenta Io Chevalier, riprendendo la frase che il Menjot
(Opuscules postumes, Amsterdam, 1697) attribuisce a Pascal a proposito delia fi-
losofia cartesiana: « vero romanzo delia natura )).
23 Dialoghi, IV, 6.

147
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un altro vede il contraria con tutta la sua vîsta, questo ci mette
nell'incertezza e ci stupisce, e peggio ancora quando miile altri si
. burlan o delia nostra scelta; infatti bisogna preferire i nostri lumi
a quelli di tanti altri, e questo e ardito e difficile. Pero non c'e mai
questa contraddizione nei sensi quando si tratta di uno zoppo.

81 *
L'intelietto crede naturalmente e la volonta ama naturalmente,
cosicche in mancanza di oggetti veri, finiscono con l'attaccarsi ai
falsi.

* 82
lmmaginazione. - Ela parte predominante deli'uomo, la mae-
stra d'errore e di falsita, e tanto piu ingannevole in quanto non
lo e sempre; infatti essa sarebbe una regola infailibile di verita se
non fosse una regola infailibile di menzogna. Ma, essendo falsa
il piu delie volte, non da mai un segno delia sua qualita e conferi-
sce Io stesso carattere sia alia verita che alia menzogna.
Non parlo dei pazzi, parlo dei piu savi; ed e tra questi che l'im-
maginazione ha il gran dono di convincere gli uomini. La ragione
ha voglia di gridare; essa non puo attribuire valore alie cose.
Questa superba facolta, nemica delia ragione, che si compiace di
controllarla e di dominarla, per mostrare quanto potere abbia su ogni
cosa, ha stabilita nell'uomo una seconda natura. Essa ha i suoi for-
tunati e i suoi sfortunati, i suoi sani e i suoi malati, i suoi ricchi e
i suoi poveri; fa credere, dubitare e negare Ia ragione; sospende le
sensazioni oppure ce le fa sentire; ha i suoi folli e i suoi savi; e non
c'e nulla che ci indispettisce tanto quanto il vedere che colma i suoi
ospiti di una soddisfazione ben piu piena e completa di quella che
da la ragione. Quelli che sono abili nell'immaginazione si compiac-
ciono di se stessi ben diversamente di coloro che possono ragionevol-
mente compiacersi. Considerano Ia gente con distacco; discutono con
audacia e con sicumera, mentre gli altri lo fanno con timore e con
diffidenza, e quella gaiezza d'aspetto spesso conferisce loro un van-
taggio nell'opinione degli ascoltatori, tanto e il favore che i savi im-
maginifici ottengono presso i giudici delia stessa risma. Essa non puo
rendere savi i pazzi; pero li rende felici, contrariamente alta ragione,
Ia quale puo rendere i suoi amici soltanto miserabili, giacche )'una
li ricopre di gloria e l'altra di disonore.

148
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Chi dispensa la reputazione? ehi conferisce il rispetto ela vene-
razione alle persone, ai libri, alle leggi, ai potenti, se non questa
facolta immaginativa? Come sono insufficienti tutte le ricchezze
delia terra senza il suo consenso!
Di quel magistrato, la cui venerabile vecchiaia impone rispetto a
tutti, non direste forse che si regola con una ragione pura e sublime e
giudica le cose secondo la loro natura senza fermarsi a quelle superflue
circostanze che colpiscono soltanto l'immaginazione degli sciocchi?
Osservatelo quando va alia predica, dove porta un devotissimo zelo
e rafforza la solidita delia sua ragione con l'ardore delia sua caritâ.
Eccolo pronto a udire la predica con esemplare rispetto. Ma lasciate
che il preclicatore compaia, e se ha avuto dalla natura una voce rauca e
un volto bizzarro, se il suo barbiere l'ha mal rasato, se per sopranuner-
cato il caso ha voluto che fosse anche sporco, scommetto che, anche se
quelio annunzia grandi veritâ, il nostro senatore perde la sua serietâ.
Il pili grande filosofo del mondo, se si trova su una tavola piu
larga del necessario ma con sotto un precipizio, sara vinto dalla
immaginazione, anche se la ragione lo convince delia sua sicurez-
za. Parecchi non riuscirebbero neppure a immaginar questo, sen-
za impallidire e sudare.
Non voglio riferire tutti gli effetti dell'immaginazione.
Chi non sa che la vîsta dei gatti o dei topi, lo stritolamento di
un pezzo di carbone ecc. fanno perdere il controllo delia ragione?
Il tono di voce si impone anche ai pili saggi e muta l'efficacia di
un discorso e di un poema.
L'amore o l'odio mutano volto anche alia giustizia. Un avvoca-
to ben pagato anticipatamente trova pili giusta la causa che difen-
de, e il suo fare ardito lo fa apparire assai meglio ai giudici,
ingannati da quell'apparenza. Ridicola ragione, che un venticello
ha in sua balia, in tutte le direzioni!
Potrei ricordare quasi tutte le azioni degli uomini, le quali forse
fanno impressione soltanto perche colpiscono l'immaginazione. In-
fatti la ragione e stata costretta a cedere, e la ragione pili savia ac-
cetta come suoi principî quelli che l'immaginazione degli uomini
ha temerariamente introdotto in ogni luogo.
[Chi volesse seguire unicamente la ragione sarebbe un pazzo se-
condo il giudizio delia gente comune. Bisogna giudicare in base al
giudizio delia maggioranza. Bisogna lavorare tutto il giorno per
dei beni riconosciuti come immaginari, perche ad essa cosi e pia-

149
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ciuta; e quando il sonno ci ha ristorati di tutte le fatiche delia no-
stra ragione, bisogna subita balzare dalletto per rincorrere le ehi-
mere e subire le impressioni di questa padrcma del mondo ... Ecco
uno dei principî dell'errore; ma non il solo ... L'uomo ha certamente
avuto ragione a rendere alleate queste due potenze: tuttavia se in
tale alleanza o pace l'immaginazione ha avuto un ampio vantag-
gio, nella guerra il suo vantaggio e quasi completa. Mai la ragione
[sorpassa] del tutto l'immaginazione: [ma il] contraria e propria
cio che accade ordinariamente].
I nostri magistrati hanno ben capita questo mistero. Le loro to-
ghe rosse, i loro ermellini, di cui s'ammantano carne gatti villosi,
i palazzi dove giudicano, i fiordalisi, cioe le bandiere, tutto quel-
l'apparato imponente era molto necessario; esei medici non aves-
sero palandrane e pantofole, e i dottori non avessero la berretta
a quattro pizzi e ampie vesti, non avrebbero mai ingannato il mondo
che non puo resistere a questa cosi autentica ostentazione. Se quelli
possedessero la vera giustizia, e se i medici sapessero la vera arte
per guarire, non saprebbero che farne delle loro berrette a quattro
pizzi; Ia maestâ di queste scienze sarebbe abbastanza venerabile per
se stessa. Ma poiche possiedono soltanto delle scienze immagina-
rie, devono pur usare quegli inutili aggeggi che colpiscono l'imma-
ginazione, con la quale hanno a che fare; infatti in questo modo
richiamano il rispetto. Soltanto i soldati non si camuffano, perche
in realtâ la Iora parte e piu sostanziale; essi si impongono con la
forza, gli altri col trucco.
Ed e per questo che i nostri re non hanno cercato siffatti trave-
stimenti. Non si sono mascherati con abiti straordinari per appari-
re quel che sono, ma si sono fatti accompagnare da guardie e
alabardieri. Quei ceffi armati che hanno mani e forza soltanto per
loro, quelle trombe e quei tamburi che marciano in testa, e quelle
legioni che li circondano, fanno paura anche ai piu forti. Essi non
hanno soltanto le vesti ma anche la forza. Bisognerebbe avere una
mente ben spregiudicata per considerare carne un uomo qualun-
que il gran sultano circondato da quarantamila giannizzeri nel suo
superba serraglio.
Noi non riusciamo a vedere un avvocato in toga e tocea, senza
farci una opinione favorevole delia sua capacitâ.
L'immaginazione dispone di tutto; crea la bellezza, la giustizia
e la felicita, che sono tutto nel mondo.

150
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Mi piacerebbe assai vedere illibro italiano, di cui conosco appe-
na il titolo, e che vale da solo molti libri. Delia opinione regina
de/ mondo. Lo sottoscriverei senza conoscerlo, a eccezione del male,
se ce n'e 24 •
Questi press'a poco sono gli effetti di quella facolta ingannatri-
ce che pare ci sia stata data espressamente per indurci in un errore
necessario. Ma noi abbiamo molti altri principî d'errore.
Le impressioni antiche 25 non sono le sole a ingannarci: anche
il fascino delia novita ha lo stesso potere. Di qui provengono tutte
le discussioni degli uomini, i quali si rinfacciano o di seguire le lo-
ro false impressioni dell'infanzia o di correre temerariamente die-
tro le novita. Chi sta nel giusto mezzo si faccia avanti, e lo dimostri.
Non c'e principio, anche naturale, anche ricevuto fin dall'infan-
zia, che non si possa far passare per una falsa impressione sia del-
l'educazione sia dei sensi.
Si dice: « Poiche avete creduto fin dall'infanzia che una cassa
era vuota quando dentro non ci vedevate niente, avete creduto pos-
sibile il vuoto. Questa e un'illusione dei vostri sensi, rafforzata dal-
l'abitudine, ma che la scienza deve correggere ». Altri invece dicono:
« Poiche vi e stato detto nelle scuole che il vuoto non esiste, si e
corrotto il vostro senso comune, il quale lo comprendeva abbastan-
za chiaramente prima di questa cattiva impressione; questa ora deve
essere corretta, ricorrendo alia vostra natura primitiva». Chi dun-
que ci ha ingannato: il senso o l'istruzione?
Abbiamo un altro principio d'errore, e sono le malattie. Esse ci
rovinano il giudizio ei sensi; e se le grandi malattie li alterano sen-
sibilmente, non c'e dubbio che anche le piccole vi lasciano un'im-
pronta secondo la loro proporzione.
e
Il nostro interesse un altro meraviglioso strumento per farci
chiudere gli occhi piacevolmente. Non e lecito al piu equo uomo
del mondo farsi giudice in causa propria; conosco alcuni che, per
non cadere in questo amor proprio, sono stati i piu ingiusti in sen-
so opposto: il mezzo sicuro di perdere una causa giustissima era
di fargliela raccomandare dai loro stretti parenti.
La giustizia e la verita sono due punte tanto sottili che i nostri stru-
menti sono troppo grossi per toccarle con esattezza. Se ci arrivano,

24 Non sappiamo nulla di quest'opera.


25 Antiche: cioe del tempo dell'infanzia, come spiega dopo.

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smussano la punta e poggiano tutt'intorno, piu sul falso che sul
vero.
[L'uomo dunque e cosi abilmente congegnato che non possiede
alcun principio giusto del vero e molti eccellenti principî del falso.
Vediamo ora come ... Ma la causa maggiore di questi errori e la
lotta tra i sensi e la ragione].

83

Bisogna iniziare il capitolo sulle facoltă. ingannatrici, cosi. L'uo-


mo e un essere pieno di errore: errore naturale e ineliminabile sen-
za la grazia. Niente gli mostra la verită.. Tutto lo inganna. Questi
due principî di verită., la ragione e i sensi, non solo mancano di
sincerită., ma s'ingannano a vicenda. 1 sensi ingannano la ragione
con le false apparenze; e questo stesso inganno che tendono alia
ragione, lo ricevono, a loro voita, dalla ragione, la quale in questo
modo si vendica. Le passioni dell'anima turbano i sensi e produ-
cono in essi delle impressioni false. Mentiscono e s'ingannano a
vicenda.
Ma oltre questi errori che vengono a caso e per mancanza di in-
telligenza, con le sue facoltă. eterogen ee ...

* 84
L'immaginazione ingrandisce le piccole cose fino a riempircene
l'anima, mediante una valutazione fantastica; e, con una temera-
ria insolenza, impicciolisce le grandi sino alla sua misura, come fa
parlando di Dio.

* 85

Le cose che ci preoccupano di piu, come il nascondere l'esiguită.


delia propria ricchezza, sono spesso cose da nulla. Sono un nulla
che la nostra immaginazione ingrossa come montagne. Un diversa
comportamente dell'immaginazione ci fa scoprire questo nulla sen-
za difficoltă..

152
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86
[La mia fantasia mi fa odiare ehi gracchia e ehi soffia mangian-
do. La fantasia ha un gran peso. Quale insegnamento ne trarre-
mo? Seguire questo peso per il fatto che enaturale? No. Piuttosto
gli opporremo resistenza ... ].

87
Quasi quidquam infelicius sit homine cui suafigmenta dominan-
tur (Plinio) 26 •

88
I bambini, che si spaventano delia faccia che si sono imbrattata,
sono dei bambini; ma come e possibile che ehi era cosi sciocco da
bambino diventi poi abbastanza forte in eta adulta? Non faccia-
mo che mutar di fantasia. Tutto quello che estato debole non puo
essere mai assolutamente forte. Si ha voglia di dire: e cresciuto,
e cambiato,· pero e sempre Io stesso.
89
L'abitudine e una nostra natura. Chi s'abitua alia fede, ci crede
e non puo piu non temere l'inferno, enon crede altro. Chi s'abi-
tua a credere che il re e terribile ... , ecc. Chi dunque puo dubitare
che, essendo la nostra anima abituata a veder numero, spazio, mo-
vimento, crede a tutto questo e a nient'altro che a questo?

90
Quod crebro videt non miratur, etiamsi cur fiat nescit; quod an-
te non viderit, id, si evenerit, ostentum esse censet (Cicerone).
Nae iste magno conatu magnas nugas dixerit (Terenzio) 27 •

26 « Come se ci fosse un essere piu infelice dell'uomo dominato dalie proprie


fantasie >> (PLINIO IL GIOVANE, II, 7).
27 « Non si meraviglia di quello che vede ripetere spesso, anche se ne ignora la
causa; invece, se accade qualcosa che prima non aveva mai visto, lo crede un pro-
digio » (CICERONE, De divinatione, Il, 49). « Ecco che con grande sforzo dira delle
grandi corbellerie » (TERENZIO, Heautontimorumenos [Il punitore di se stesso].
IV, 1, 8).

153
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91
Spongia solis 28 • - Quando vediamo un fenomeno accadere sem-
pre allo stesso modo, ne concludiamo che e una necessita natura-
le, come: domani fara giorno ecc. Ma spesso la natura ci smentisce
e non si assoggetta alle sue stesse regole.

* 92
Che cosa sono i nostri principî naturali se non i nostri principî
di abitudine? E nei fanciulli, che cosa sono quei principî che han-
no ricevuto dall'abitudine dei loro padri, come negli animali il
predare?
Una differente abitudine ci dara altri principî naturali, come si
vede per esperienza. E se ce ne sono alcuni che non possono essere
cancellati dall'abitudine, ce ne sono altri che provengono dall'abi-
tudine contro la natura, che non possono essere cancellati dalla na-
tura e da una seconda abitudine. Cio dipende dalla disposizione.

* 93
1 padri temono che l'amore naturale dei figli possa cancellarsi.
Quale e dunque questa natura capace di essere cancellata? L'abi-
tudine euna seconda natura che distrugge la prima. Ma che cos'e
la natura? Perche l'abitudine non e naturale? Temo assai che que-
sta natura sia essa stessa una prima abitudine, come l'abitudine e
una seconda natura.

94
La natura dell'uomo e tutta natura, omne anima/ 29 • Non c'e
niente che non si possa rendere naturale e non vi e niente di natu-
rale che non si possa perdere. L'uomo eesattamente omne animal.

28 « Macchie solari ». Queste macchie ci indicano che il sote potrebbe spegner-


si e smentire cosi la fiducia che abbiamo nella sua luce.
29 << Ogni animale )): questo e il senso che hanno le due parole nella frase bibli-
ca del Genesi, VII, 14: ipsi et omne animal secundum genus suum. Net presente
frammento pero l'omne e interpretata erroneamente net senso di <<totalmente)),

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95

La memoria, la gioia sono dei sentimenti; ed anche le proposi-


zioni geometriche divengono dei sentimenti, poiche la ragione ren-
de i sentimenti naturali ei sentimenti naturali scompaiono mediante
la ragione.

96

Se siamo usi a servirci di cattive prove per dimostrare gli effetti


delia natura, non vogliamo piu accettare le buone prove appena
vengono scoperte. L'esempio che se ne diede riguardo la circola-
zione del sangue, per spiegare perche la vena si gonfia al di sotto
delia legatura 30 •

* 97
La cosa piu importante per tutta la vita e la scelta del mestiere,
e tuttavia ne dispone il caso. L'abitudine forma i muratori, i sol-
dati, i copritetti. « E un eccellente copritetti » si dice; e, parlando
dei soldati, si dice: « Sono proprio pazzi »; altri invece dicono:
« Niente etanto grande quanto la guerra; il resto degli uomini so-
no dei conigli ». A furia di sentire, al tempo dell'infanzia, Iodare
questi mestieri e disprezzare gli altri, si finisce con lo scegliere, per-
che naturalmente si ama la verita e si odia Ia follia; quelle parole
ci impressionano, e noi sbagliamo soltanto nell'applicarle. La for-
za dell'abitudine e tanto grande che, mentre la natura ha fatto sol-
tanto degli uomini, da questi invece si ottengono tutte le condizioni
degli uomini; infatti ci sono paesi tutti di muratori, altri tutti di
soldati ecc. lndubbiamente la natura non e cosi uniforme. Dun-
que e l'abitudine che produce tutto questo, perche coarta la natu-
ra; e talvolta Ia natura ha il sopravvento e trattiene l'uomo nel suo
istinto, nonostante ogni abitudine, buona o cattiva.

30 Come prova de! cattivo sistema di voler spiegare un fatto seguendo delle pre-
venzioni, Pascal adduce l'esempio delia circolazione de! sangue, il cui vero princi-
pio, scoperto da Harvey (De motu cordis et sanguinis), allora non veni va accettato,
e gli si opponeva l'orrore de! vuoto delia filosofia aristotelica.

155
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98
La prevenzione che induce in errore.- E deplorevole vedere tutti
gli uomini deliberare soltanto sui mezzi e mai sul fine. Ognuno pen-
sa come assolvere agli obblighi delia propria condizione; ma Ia scelta
delia condizione e delia patria ci viene dalia sorte.
E pietoso vedere tanti turchi, tanti eretici, tanti infedeli seguire
le abitudini dei Ioro padri, per il solo fatto che ognuno di cssi e
stato prevenuto che quelle sono le migliori. Ed equesto che spinge
ognuno a una particolare condizione, di fabbro, di soldato ecc.
Ed e per questo che i selvaggi non sanno che farsene delia
Provenza 31 •

* 99
C'e una differenza universale ed essenziale tra le azioni delia vo-
Ionta e tutte le altre.
La volonta e uno dei principali organi delia credenza; non gia
che formi la credenza, ma perche le cose sono vere o false secondo
il lato da cui si considerano. La volonta, che si compiace piu di
una cosa che di un'altra, distoglie Ia mente dal considerare le qua-
Iita di quelle cose che essa non ama vedere; e cosi Ia mente, che
cammina di pari passo con Ia volonta, si ferma a guardare il Iato
che piace a questa e cosi giudica da quel che vede.

100
Amor proprio.- La natura deli'amor proprio e di questo io uma-
no consiste nel non amare che se stesso e non considerare altro che
se. Ma che fara? Non potrâ certo impedire che questo oggetto da
lui amato non sia pieno di difetti e di miserie; vuole essere grande,
e si vede piccolo; vuole essere felice, e si trova miserabile; vuole
essere perfetto, e si trova pieno di imperfezioni; vuole essere og-
getto dell'amore e delia stima degli uomini, e s'accorge chei suoi
difetti meritano Ia Ioro avversione e il Ioro disprezzo. Questo im-
barazzo in cui si trova produce in lui Ia piu ingiusta e criminale
passione che sia possibile immaginare; infatti concepisce un odio
mortale contro quella veritâ che lo riprende e Io convince dei suoi

31 Reminiscenza di Montaigne (Essais, 1, 22): «A causa dell'abitudine, ognu-


no e contento del luogo ove natura lo colloco; e i selvaggi delia Scozia non sanno
che farsene delia Turenna )).

156
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difetti. Desidererebbe annientarla e, non potendo distruggerla in
se stessa, la distrugge, per quanto puo, nella sua conoscenza e in
quella degli altri, vale a dire mette tutto il suo impegno nel nascon-
dere i suoi difetti agli altri ea se stesso enon puo tollerare ne che
gli vengano mostrati ne che lui li veda.
E indubbiamente un male esser pieno di difetti; ma il male mag-
giore e esserne pieni e non volerlo riconoscere, poiche vi si aggiun-
ge anche il male di una illusione volontaria. Non vogliamo che gli
altri ci ingannino; non troviamo giusto che gli altri vogliano essere
stimati piu di quel che meritano; dunque non e neppure giusto in-
gannarli e volere che ci stimino piu di quel che meritiamo.
Cosi, quando essi scoprono in noi imperfezioni e vizi che effettiva-
mente abbiamo, e chiaro che non ci fanno alcun torto, perche non ne
sono essi la causa, anzi ci fanno un bene perche ci aiutano a liberarci
da un male, che e l'ignoranza di queste imperfezioni. Non dobbiamo
adontarci che ci conoscano e ci disprezzino; perche e giusto che ci
conoscano per quel che siamo e ci disprezzino se siamo disprezzabili.
Questi sono i sentimenti che nascerebbero in un cuore pieno di equi-
ta e di giustizia. Che cosa dunque dobbiamo dire del nostro cuore,
e
vedendovi una disposizione del tutto contraria? Non forse vero che
odiamo la verita e coloro che ce la dicono, e preferiamo che si ingan-
nino a nostro vantaggio, e vogliamo essere stimati diversi da quelli
che siamo in realta?
Eccone una prova che mi fa orrore. La religione cattolica non ob-
bliga a rivelare i propri peccati a chiunque, indistintamente; essa tol-
lera che ci si nasconda a tutti gli altri uomini; pero ne eccettua uno
solo, e ci comanda di andare da questi a scoprire i segreti del nostro
cuore e di farci vedere cosi come siamo. Al mondo c'e questo solo
uomo che essa ci obbliga a non ingannare nel tempo stesso che ob-
bliga lui a un segreto inviolabile, il quale segreto rende come inesi-
stente questa conoscenza. E possibile immaginare qualcosa di piu
caritatevole e di piu dolce? E tuttavia la corruzione dell'uomo e tale
che egli trova ancora dura questa legge; e questo uno dei motivie
principali che ha fatto rivoltare contro la Chiesa una gran parte
dell'Europa 32 •

32 Allude alia Riforma protestante, che rifiuta il sacramento delia penitenza o


confessione dei peccati. Pascal, piu che rifacendosi ad argomenti teologici, con fer-
ma la bonta delia confessione con un argomento di convenienza e di costume.

157
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Come e ingiusto e irragionevole il cuore dell'uomo! Trova che
e un male essere obbligato a fare verso un uomo quel che sarebbe
giusto fare verso tutti gli uomini! E forse giusto che li inganniamo?
Ci sono differenti gradi in questa avversione per la verita; ma
p ssiamo dire che in qualche grado essa ein tutti, perche einsepa-
rabile dall'amor proprio. Ed e questa falsa delicatezza che obbliga
coloro, i quali sono necessariamente costretti a richiamare gli al-
tri, a scegliere circonlocuzioni e parole addolcite per non urtarli.
Devono sminuire i nostri difetti, devono far finta di scusarli, me-
scolarli a lodi ea testimonianze d'affetto e di stima. E nonostante
tutto, questa medicina e sempre amara per l'amor proprio, il qua-
le ne prende meno che puo, e sempre con disgusto, e spesso anche
con un segreto dispetto per coloro che gliela offrono.
Da cio proviene che se qualcuno ha un certo interesse a essere
amato da noi, si guarda bene dai renderci un servizio che sa a noi
sgradito. Siamo trattati come vogliamo essere trattati: odiamo la
verita ed eccoci che ci viene nascosta; vogliamo essere ingannati,
e siamo ingannati; vogliamo essere adulati, e ci adulano.
Per questo, in ogni grado di buona fortuna che ci eleva nel mondo
ci allontana sempre pili dalla verita, perche la gente si preoccupa
di non ferire coloro la cui amicizia e pili utile e la cui avversione
e pili pericolosa. Un principe sara la favola di tutta l'Europa, ma
lui solo non ne sapra nulla. Non me ne stupisco: dire la verita e
utile a colui a cui la si dice, ma svantaggioso a quelli che la dicono,
perche si fanno odiare. Orbene, coloro che vivono con i principi
amano pili i propri interessi che quelli del principe che servono:
percio si guardano bene dai procurargli un vantaggio nuocendo a
se stessi.
Questa disgrazia e indubbiamente maggiore e pili frequente in
quelle posizioni che sono piu fortunate; ma anche le minori non
ne sono esenti, perche c'e sempre qualche interesse a farsi amare
dagli uomini. Cosi la vita umana non eche un'illusione continua;
non facciamo che ingannarci a vicenda e adularci a vicenda. Nes-
suno paria di noi alia nostra presenza come ne paria in nostra as-
senza. L'unione tra gli uomini e fondata unicamente su questo
mutuo inganno; e poche amicizie resterebbero in piedi, se ognuno
sapesse quello che il suo amico dice di lui quando non e presente,
anche se allora ne paria con sincerita e senza passione.
L'uomo dunque e simulazione, menzogna e ipocrisia, sia in se

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che rispetto agli altri. Non vuole che gli si dica la verita. Evita di
dirla agli altri; e tutte queste disposizioni, tanto lontane dalla giu-
stizia e dalla ragione, hanno una radice naturale nel suo cup-r..<:.;
101
Sono certo che se tutti gli uomini sapessero quel che dicono gli
uni degli altri non esisterebbero quattro amici nel mondo. Questo
appare dalie lagnanze causate dalie informazioni indiscrete che tai-
voita riceviamo. [Dico di piu, tutti gli uomini sarebbero ... ].

102 *
Ci sono dei vizi che vivono in noi soltanto per mezzo degli altri
e che, tagliando il tronco, si tolgono via come rami 33 •

* 103
L'esempio della castită. di Alessandro 34 non ha prodotto tanti
continenti quanti intemperanti ha prodotto l'esempio della sua
ubriachezza. Non e una vergogna non essere tanto virtuosi quanto
lui. Si crede di non possedere affatto i vizi degli uomini comuni,
quando ci si vede presi dai vizi di quei grandi uomini; e intanto
non si pensa che essi proprio in questo appartengono agli uomini
comuni. Ci si attacca a loro Ia dove essi s'attaccano al popolo; per-
che per quanto siano elevati, sono sempre uniti agli altri uomini
in qualche modo. Non sono degli esseri sospesi in aria, completa-
mente astratti dalla nostra societa. No, no; se sono piu grandi di
noi, e perche hanno la testa piu alta; ma i loro piedi poggiano in
basso come i nostri. Si trovano tutti allo stesso livello e s'appog-
giano tutti sulla stessa terra; e, da questa estremită., essi sono cosi
in basso come noi, come i piu piccoli, i fanciulli, le bestie.

104
Quando Ia nostra passione ci trascina a fare qualcosa, dimenti-
chiamo il nostro dovere; cosi, quando ci piace un libro, lo leggiamo,

33 Alcuni vizi li abbiamo per imitazione o per derivazione da altri vizi. Questo
principio e spiegato meglio ne! frammento seguente.
34 Alessandro si mostra generoso e cavalleresco verso la moglie e le figlie di Da-
rio, dopo la vittoria; ma nell'ubriachezza uccise il suo amico Clito. L 'esempio di
Alessandro sta a significare che gli uomini imitano piu i vizi che le virtu dei grandi
uomini; e li imitano proprio in quello in cui essi non sono grandi ma miserabili
come tutti.

159
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mentre dovremmo fare altro. Ma, per ricordarcene, dobbiamo pro-
porci di fare qualcosa che detestiamo; allora ci scusiamo di aver al-
tro da fare e ci ricordiamo del nostro dovere con questo mezzo 35 •

* 105
E molto difficile sottoporre una cosa al giudizio d'un altro, senza
turbare il suo giudizio con la maniera stessa di proporgliela. Se si di-
ce: « Per me e bella, per me e oscura » o altra cosa simile, si trascina
l'immaginazione a questo giudizio oppure la si provoca al contraria.
E meglio non dir nulla; e allora l'altro giudica cosi com'e, vale a dire
come egli e in quel momento, insieme a quello che le altre circostan-
ze avranno messo in lui e che non dipendono da lui. In questo modo
non ci avremo messo nulla di nostro; a meno che il nostro silenzio
non produca anch'esso il suo effetto secondo il senso e l'interpreta-
zione che l'altro sara disposto a dargli, oppure secondo le congetture
che l'altro trarn\ dai movimenti e dall'atteggiamento del nostro volto
oppure dai tono delia voce, se sara un fisionomista. E tanto difficile
non spostare un giudizio dalla sua naturale collocazione o, piuttosto,
sono pochissimi i giudizi stabili e solidi 36 !

* 106
Quando si conosce la passione dominante di qualcuno, si esicu-
ri di piacergli; tuttavia ognuno ha le sue fantasie, contrarie al suo
stesso bene, anche nell'idea che egli ha del bene: e questa e una
bizzarria sconcertante.

* 107
Lustravit lampade terras 37 • - Il tempo e il mio umore hanno po-
ca relazione tra loro; dentro di me ho le mie giornate nebbiose e

3S Quando la passione ci aceeea siamo condotti a fare piu quel che piace che
quel che dobbiamo. Per ricordarci il nostro dovere, Pascal ci inculca di fare quello
che non piace; in questo modo siamo stimolati a fare quello che dobbiamo e non
gia quello che piace.
36 E quasi impossibile un giudizio obiettivo, perche non riusciamo quasi mai a
sottrarci all'influenza delle passioni.
37 << Lo stato delia mente degli uomini dipende dalla lampada con cui il padre
Giove perlustra le terre feraci. L'aria stessa e la serenita del cielo portano qualche
mutamento in noi»: versi dell'Odissea (XVIII, 135-137), nella traduzione di Cice-
rone, citata da Montaigne (Apo/ogie de Raymond de Sebonde).

160
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il bel tempo; anche il buono o il cattivo andamento degli affari vi
influisce poco. Talvolta mi metto a lottare contro la fortuna; la
soddisfazione di dominarla me la fa dominare allegramente; tai-
voita invece mi sento disgustato nella buona fortuna 38 •
* 108
Dai fatto che le persone non abbiano interesse a quel che dico-
no, non bisogna assolutamente concludere che non mentiscono; per-
che c'e delia gente che mentisce unicamente per mentire.
109*
Quando stiamo bene, ci preoccupiamo di corne ci comporterem-
mo se fossimo ammalati; quando poi siamo ammalati, prendiamo
la medicina allegrarnente: la malattia ci induce a farlo. Non abbiamo
piu quelle passioni e quei desideri di svaghi e di passeggiate, che la
salute ci dava ma che sono incompatibili con le necessita delia malat-
tia. La natura allora ci da delle passioni e dei desideri conformi allo
stato in cui ci troviamo. Soltanto i tirnori, che ci procuriamo noi stessi
e non gia la natura, ci turbano perche uniscono allo stato in cui ci
troviamo le passioni dello stato in cui non ci troviamo piu.
109 bis
Poiche Ia natura ci rende sempre infelici in qualunque condizio-
ne, i nostri desideri ci fanno immaginare uno stato felice, perche
uniscono allo stato in cui ci troviamo i piaceri dello stato in cui
non siamo piu; e quando anche arrivassimo a ottenere quei piace-
ri, non saremmo per questo felici, perche avremmo altri desideri
conformi a questo nuovo stato.
Bisogna esemplificare questa proposizione generale.
* 110
Il sentimento delia falsita dei piaceri attuali e l'ignoranza delia
vanita dei piaceri assenti sono causa d'incostanza.
111
Incostanza.- Toccando l'uomo, crediamo di toccare un organo
ordinario. A dir vero, gli uomini sono organi, ma bizzarri, mute-
vaii, variabili [le cui canne non si susseguono in una gradazione

38 Contrariamente ai citati versi omerici, che attribuiscono l'umore dell'uomo


alle stagioni e alle condizioni atmosferiche.

161
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continua]. Quelli che sanno toccare soltanto organi ordinari non
riuscirebbero a trarre armonie dagli altri. Bisogna sapere dove so-
no [i tasti].

* 112

Incostanza.- Le cose hanno qualita diverse e l'anima ha inclina-


zioni diverse, perche tutto quello che si offre aii' anima non e mai
semplice e neppure l'anima e mai semplice per alcun soggetto. Per
questo si piange e si ride per una stessa cosa.

113

Incostanza e bizzarria. - Vivere unicamente del proprio lavoro


e regnare sul piu potente stato del mondo sono due cose del tutto
opposte. Queste pero si trovano unite nella persona del gran sulta-
no dei turchi 39 •

114

La diversi ta e tanto ampia quanto i toni di voce, i modi di cam-


mioare, di tossire, di soffiarsi il naso, di starnutire ... 40 • Tra i frutti
distinguiamo le uve e, tra queste, i vini moscati, i vini di Condrieu
e poi di Desargues e poi ancora questo tale innesto. Non basta.
Una vite ha mai prodotto due grappoli uguali? e un grappolo ha
due acini uguali? ecc.
Non saprei giudicare d'una stessa cosa in un modo esattamente
identic<;>. Non posso giudicare la mia opera mentre la faccio; e ne-
cessario chemi comporti come i pittori, e cheme ne allontani; non
troppo pero. Quanto allora? Vattelapesca.

.39 Secondo
.
pne mam ...
alcuni, Pascal credeva che il sultano lavorasse la terra con le pro-

40 La diversitâ nell'unitâ distingue la natura dall'artificiale: cfr. frammento 120.


- G. Desargues (1593-1662}, amico di Pascal e autore del Trattato de/le sezioni co-
niche (che Blaise utilizzo}, nei suoi possedimenti di Condrieu, al Château Guillet
nei dintorni di Lione, coltivava qualita di uve pregiate.

162
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115
Diversita. -La teologia e una scienza, ma quante scienze abbrac-
cia! Un uomo e un supposto; ma se l'anatomizziamo, questo sup-
posto e forse la testa, il cuore, le vene, ogni vena, ogni parte di
vena, il sangue, ogni goccia di sangue?
Una citta, una campagna, da lontano e una citta e una campa-
gna; ma a mano a mano che ci avviciniamo, vediamo case, alberi,
tegole, foglie, erbe, formiche, zampe di formiche, senza fine. Tut-
to questo e compreso sotto il nome di campagna 41 •

116
Pensieri. - Tutto e uno, tutto e diverso. Che diversita di nature
in quella dell'uomo! Quanti mestieri! E come di solito ognuno sce-
glie quel che ha sentito apprezzare! Tacco ben lavorato 42 •

117
Tacco di scarpa.- « Oh, com'e ben tornito! ecco un bravo ope-
raio! com'e coraggioso questo soldato! ». Ecco l'origine delle no-
stre inclinazioni e delia scelta degli stati. « Come beve bene quello!
e quell'altro come beve poco! ». Ecco cio che fa gli uomini sobri
o ubriaconi, soldati, poltroni ecc.

118
Talento principale, che regola tutti gli altri.

41 L'unita (teologia, uomo, campagna) e corn posta di parti molteplici. Cfr.


frammento precedente.
42 Si sa che alcuni solitari di Port-Royal facevano illavoro manuale e fabbrica-
vano calzature per le religiose. Sainte-Beuve ricorda la risposta de! can. Boileau,
fratello de! grande satirico, a un gesuita il quale pretendeva che anche Pascal aves-
se fatto calzature ne! periodo che stette a Port-Royal: « Non so se ha fatto calzatu-
re; pero dovete convenire, reverendo Padre, che vi ha dato dei calci famosi ». Ma,
a parte questa curiositâ storica, la frase « tacco ben lavorato ~~ e un esempio del
« tutto e uno, tutto e diverso ~~. Un buon calzolaio sa adattare la scarpa al piede
di ogni cliente.

163
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119
La natura imita se stessa; un seme, gettato in buona terra, frut-
tifica; un principio, gettato in un buon spirito. fruttifica; i numeri
imitano lo spazio, pur essendo di natura tanto differente.
Tutto e fatto e guidato da uno stesso padrone: la radice, i rami.
i frutti; i principî, le conseguenze.

120
[Natura diversifica e imita; artificio imita e diversifica].

121
La natura ricomincia sempre le stesse cose, gli anni. i giorni. le
ore; similmente, gli spazi ei numeri si susseguono continuamente.
l'uno dietro Paltro. Cosi si forma una specie di infinito e d•eterno.
Non gia che in tutto questo vi sia qualcosa d'infinito e d'eterno,
ma questi esseri !imitati si moltiplicano alPinfinito. E cosi, secon-
do me, soltanto il numero che li moltiplica e infinito 43 •

* 122
Il tempo guarisce i dolori e le polemiche. perche mutiamo, per-
che non siamo piu la stessa persona. Ne l'offensore ne Foffeso so-
no piu gli stessi. E come se un popolo che estato offeso rivedesse
se stesso dopo due generazioni. Sono ancora francesi, ma non piu
gli stessi 44 •

123
Quel tale non ama piu quella persona che amava dieci anni fa.
Lo credo; non e piu la stessa, e neppure lui. Lui era giovane. e an-
che lei; ora lei e cambiata, e lui forse Pamerebbe ancora se fosse
com'era allora.

4J La natura non fa che imitare se stessa, riproducendo infinitamente (cioe in-


definitamente) un certe tipo finite.
44 Il tempo sana tutto, perche allontana gli oggetti.

164
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124
Noi consideriamo le cose non soltanto sotto altri aspetti ma an·
che con altri occhi: non ci interessa trovarle uguali.

125
Contraddizioni. · L'uomo e per natura credulo, incredulo, timi-
do, temerario.

126
Descrizione dell'uomo: dipendenza, desiderio d'indipendenza,
bisogno.

127
Condizione dell'uomo: incostanza, noia, inquietudine.

128
Proviamo fastidio a lasciare le occupazioni a cui siamo legati.
Un uomo vive con piacere nella sua famiglia; ma lasciategli vedere
Ia donna che gli piace, fatelo divertire allegramente per cinque o
sei giorni: appena toma alia sua primitiva occupazione, eccolo de-
solato. Non c'e cosa piu ordinaria di questa.

129
La nostra natura sta nel movimento; il completo riposo e la marte.

130
Agitazione.- Quando un soldata si lamenta della fatica che sop·
porta, oppure un Iavoratore ecc., metteteli a non far nulla.

131
Noia. - Nulla e tanto insopportabile per l'uomo quanto lo stare
in riposo completa, senza passioni, senza preoccupazioni, senza sva·
ghi, senza applicazione. Allora sente il suo nulla, il suo abbandono,
la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuo-
to. Inunediatarnente dai fondo delia sua anima verranno fuori la noia,
la tetraggine, la tristezza, l'affanno, il dispetto, la disperazione.

165
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* 132
Mi pare che Cesare fosse troppo vecchio per divertirsi a conquista-
re il mondo. Questo divertimento era buono per Augusto o per Ales-
sandro, che erano giovani difficili da tener fermi; ma Cesare doveva
essere piu posato 45 •

133
Due volti simili, che presi a parte non fanno ridere, messi insieme
fanno ridere per la loro somiglianza.

134

Che vanita la pittura, la quale richiarna l'attenzione per la somi-


glianza con le cose di cui non si ammirano gli originali.

* 135
Niente ci piace tanto quanto la lotta, ma non la vittoria: ci piace
veder lottare gli animali tra loro ma non il vincitore accanirsi sul vin-
to; che cosa volevamo vedere se non la fine delia vittoria? Ed ecco,
appena arriva, ne siamo stufi. Cosi e nel giuoco, cosi e nella ricerca
delia verita. Nelle polemiche prendiamo gusto a vedere il contrasto
delle opinioni; ma non ci interessa contemplare la verita ritrovata;
per farla notare con piacere, bisogna farla veder nascere dalla pole-
mica. Cosi nelle passioni; ci piace veder il contrasto di due passioni,
ma se una prende il sopravvento, non e che brutalita. Non cerchia-
mo mai ţe cose, ma la ricerca delle cose. Cosi nelle commedie, le sce-
ne liete e senza alcun timore non valgono nulla, e neppure le estreme
miserie senza speranza, gli amori brutali, le aspre severita valgono
nulla 46 •

45 Gli esempi di Cesare, che a cinquant'anni pensava aiia conquista del mondo, di
Augusto e di Alessandro, che ebbero !o stesso sogno ma quando erano ancor giovanis-
simi, stanno a significare che l'occupazione, il divertimento, lo svago ecc. piacciono
all'uomo in qualunque eta.
46 Per un chiarimento cfr. n. 139.

166
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* 136
Basta poco per consolarei, perche basta poco per affliggerci.

137
Non c'e bisogno di esaminare in particolare tutte le occupazioni;
basta comprenderle sotto il nome di divertimenti.

138
Uomini naturalmente copritetti e di diverse vocazioni, tranne che
rest are quieti in camera 47 •

* 139
Divertimento. - Quando talvolta mi sono accinto a considerare le
diverse agitazioni degli uomini e i pericoli e le pene cui si espongono
a corte, in guerra, e che sono causa di tante liti, di tante passioni,
di tante ardite imprese e di tante azioni spesso cattive ecc., ho sco-
perto che tutta l'infelicită. degli uomini proviene da una cosa soia:
dai non saper restare tranquilli in una camera. Un uomo che ha ab-
bastanza per vivere, se sapesse restare in casa con piacere, non ne
uscirebbe per navigare o per correre all'assedio d'una fortezza. Non
si compra cosi cara una carica nell'esercito se non perche si trova in-
sopportabile non muoversi dalla cittă.; e non si cercano le conversa-
zioni ei divertimenti, se non perche non si puo restare in casa propria
con placere.
Ma quando ho esaminato la cosa piu da vicino, e, dopo d'aver
trovato Ia causa di tutte le nostre infelicită., ho voluto scoprime la
ragione, ho scoperto che ce n'e una veramente effettiva, che consiste
nella infelicită. naturale della nostra condizione, debole, mortale e cosi
miserabile che nulla ci puo consolare quando Ia consideriamo se-
riamente.

47 Frammento incomprensibile, che si spiega farse col 97, 139 e con quest'altro che
si leggeva nell'edizione 1670: « L'uomo che non ama che se stesso nulla detesta di piu
che di rimanere solo con se )).

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Immaginate una qualunque condizione, mettete insieme tutti i
beni che ci possono appartenere, ma l'essere re e lo stato migliore
del mondo; e tuttavia immaginate un re circondato da tutte le sod-
e
disfazioni che possono appagarlo: se pero senza divertimento ed
elasciato a considerare ea riflettere quello che e, allora la sua ma-
linconica felicita non lo sosterra per nulla e sara necessariamente
vittima delia visione di cio che lo minaccia, delie rivolte che posso-
no accadere e infine delia marte e delie malattie che sono inevita-
e
bili; cosicche, se egli priva di quel che si chiama divertimento,
diventa infelice e piu infelice deli'ultimo dei suoi sudditi, che gioca
e si diverte.
[Dunque l'unico bene degli uomini consiste neli'essere distolti
dai pensare alia Iora condizione mediante una qualsiasi attivita,
o una piacevole e nuova passione che li afferri, oppure mediante
il gioco, la caccia o qualche interessante spettacolo e, da ultima,
mediante ci o che si chiama « divertimento »].
Cosi si spiega perche sono tanto ricercati il gioco, la conversa-
zione con le donne, la guerra, le grandi cariche. Non gia che in
queste case ci sia effettivamente delia felicita ne che si pensi che
la vera beatitudine consiste nel possedere il denaro che si puo gua-
dagnare al gioco, oppure neli'inseguire una lepre: queste case, se
ci fossero offerte, non le vorremmo. Noi non cerchiamo ne il go-
dimento tranquillo e pacifica che ci lascia pensare alia nostra infe-
lice condizione, ne i pericoli delia guerra ne la preoccupazione delie
cariche, ma cerchiamo propria il trambusto che ci distoglie dai pen-
sarci e ci diverte.
e
Questa la ragione per cui si gusta piu la caccia che la preda.
Per questo gli uomini amana tanto il rumore e il trambusto; per
questo la prigione e un supplizio cosi orribile; per questo il piacere
delia solitudine e una casa incomprensibile. E, infine, il maggiore
e
motiva di felicita nelia condizione dei re il fatto che si cerca con-
tinuamente di divertirli e di procurare Iora ogni specie di piaceri.
Il re e circondato da gente che pensa soltanto a divertire il re
ea impedirgli di pensare a se stesso. Perche, se pensa, quantunque
re, e un infelice.
e
Questo tutto quello che gli uomini hanno potuto inventare per
diventare felici. E quelli che fanno i filosofi su questo e credono
e
che il mondo troppo poco ragionevole nel passare tutto il giorno
a correre dietro a una lepre che non accetterebbe se comprata, non

168
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conoscono Ia nostra natura. Quella lepre non ci garantirebbe dalla
visione della morte e delle miserie, ma la caccia, che ce ne disto-
glie, ci garantisce.
Il consiglio dato a Pirro, di prendersi quel riposo che andava cer-
cando tra tante fatiche, era pieno di difficolta.
[Dire a un tale di starsene in riposo significa dirgli di vivere feli-
ce; significa consigliargli di trovarsi in uno stato completamente
felice e di poterlo considerare a proprio agio, senza mai avere in
esso un motivo d'afflizione; significa consigliargli ... Questo pero
non e capire la natura dell'uomo.
Per questo gli uomini che sentono naturalmente illoro stato non
evitano nulla quanto il riposo; fanno di tutto per cercare gli affan-
ni. Non perche non abbiano un istinto che fa Ioro conoscere che
Ia vera beatitudine ... La vanita, il piacere di mostrarlo agli altri.
Per questo sbagliamo quando li biasimiamo; illoro errore non
sta nel fatto che cercano l'affanno, se lo cercano soltanto come
divertimento; il male e che lo cercano come se il possesso delle co-
se ricercate dovesse renderli veramente felici, ed e per questo che
si ha ragione di biasimare la loro ricerca di vanita; di modo che,
in tutto questo, sia i biasimati che i biasimatori non comprendono
Ia vera natura dell'uomo].
Per questo quando si rinfaccia Ioro che cio che essi cercano con
tanto ardore non puo soddisfarli, se rispondessero - come dovreb-
bero fare se ci pensassero bene - che non ricercano in tutto que-
sto se non una occupazione forzata e indaffarata che li distolga
dai pensare a loro stessi, e che per questo si propongono un ogget-
to attraente che li affascini e li attiri ardentemente, chiuderebbero
la bocca ai loro avversari. Ma essi non rispondono cosi, perche non
conoscono se stessi.
[La vanita, il piacere di mostrarla ad altri. .. La danza: bisogna
stare attenti a do ve mettere i piedi... Ma essi non rispondono cosi
perche non conoscono se stessi. Non sanno che essi cercano la cac-
cia e non gia la preda ... Il gentiluomo crede sinceramente che la
caccia e un grande divertimento, un divertimento da re; ma il bat-
titore non la pensa cosi].
Essi ritengono che se ottenessero quella tale carica, dopo si po-
trebbero riposare a bell'agio; ma non si rendono conto dell'insa-
ziabile natura delia loro cupidigia. Credono di cercare sinceramente
il riposo e in realta cercano soltanto l'agitazione.

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Hanno un istinto segreto che li porta a cercare il divertimento
e l'occupazione al di fuori e che deriva dai risentimento per le loro
continue miserie; e hanno un altro istinto segreto, che eun residuo
delia grandezza delia nostra primitiva natura, il quale fa loro co-
noscere che la felicita si trova effettivamente nel riposo e non gia
nel tumulto; e da questi due istinti contrari si forma dentro di loro
un progetto confuso che si nasconde alia loro vista nel fondo delia
loro anima e che li porta a tendere al riposo mediante l'agitazione
e a immaginare sempre che la soddisfazione, di cui adesso sono
privi, arrivera una buona voita, se, vincendo alcune difficolta che
si prospettano, possono aprirsi cosi una via al riposo.
E cosi si passa tutta la vita. Si cerca il riposo combattendo alcu-
ni ostacoli e, se questi vengono superati, il riposo diventa insop-
portabile; perche o si pensa alle miserie che si hanno oppure si pensa
a quelle che ci minacciano. E anche se ci vedessimo abbastanza si-
curi sotto ogni aspetto, la noia, di sua propria iniziativa, non man-
cherebbe di venir fuori dai fondo del cuore, dove ha le sue radiei,
e di invadere lo spirito col suo veleno.
~ c7isi l'uomo e tanto infelice che si annoierebbe, anche senza al-
cun motivo di noia, a causa dello stato stesso delia sua natura; ed
e cosi sciocco che, pieno com'e di miile motivi essenziali di noia,
le cose piu banali come un biliardo o una palla bastano a divertirlo.
- Ma quale scopo ha egli in tutto questo? - mi chiederete. -
Quello di vantarsi domani in mezzo ai suoi amici d'aver giocato
meglio di un altro. Similmente, altri sudano ai loro tavolini per mo-
strare ai dotti d'aver risolto una questione d'algebra che fino ad
allora non aveva trovato una soluzione; altri invece s'espongono
agli estremi pericoli per poi vantarsi d'aver espugnato una piazza-
forte, e anche questi, secondo me, si comportano scioccamente;
altri infine s'ammazzano a imparare tutte queste cose non giâ per
diventare piu saggi ma soltanto per mostrare che le conoscono, e
costoro sono i piu stupidi delia compagnia perche Io sono coscien-
temente, mentre degli altri possiamo pensare che non lo sarebbero
se fossero coscienti.
Un tale trascorre la sua vita senza annoiarsi, giocando tutti i gior-
ni una piccola somma. Dategli tutte le mattine il danaro che po-
trebbe guadagnare ogni giorno, a patto pero che non giochi: voi
lo renderete infelice. Si potrebbe opporre che costui cerca il diver-
timento del gioco e non gia il guadagno. E allora fatelo giocare

170
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per nulla e vedrete che non si accalorera e si annoiera. Dunque egli
non cerca soltanto il divertimento: un divertimento fiacco e senza
passione lo annoiera. Egli invece deve accalorarsi, deve ingannare
se stesso, immaginandosi che sarebbe felice di guadagnare quello
che non vorrebbe gli si desse a patto di non giocare, e questo allo
scopo di crearsi un oggetto di passione e di eccitare con esso il suo
desiderio, Ia sua collera, il suo ti more per 1'oggetto che egli stesso
si e creata, carne i bambini che si spaventano del voita che essi stessi
si sono impiastricciato.
"._

fţome mai quel tale che ha perduto da pochi mesi l'unico figiio
e dhe questa mattina era cosi sconvolto, oppresso com'era da pro-
cessi e liti, adesso non ci pensa piu? Non bisogna stupirsi: e tutto
intenta a vedere da che parte passera il cinghiaie inseguito con tan-
to accanimento dai cani da sei ore. Non ci vuoie molto di piu. L'uo-
mo, per quanto pieno di tristezza, se riusciamo a farlo partecipare
a qualche divertimento diventa immediatamente felice durante quel
tempo; e l'uomo, per quanto felice, se non e divertito e occupato
da qualche passione o da qualche divertimento che impedisca aiia
noia di prendere il sopravvento sara ben presta meditabondo e in-
feiice. Senza divertimento non c'e gioia; col divertimento non c'e
tristezza. E cio che costituisce la felicita delle persone d'alto loca
e il numero delle persone che le divertono e Ia possibilita di mante-
nersi in questa condizione.
State bene attenti. Che casa significa essere sovrintendente, can-
celliere, primo presidente, se non trovarsi in una condizione in cui
fin dai mattino un gran numero di persone accorrono d'ogni parte
a non concedere loro un'ora del giorno in cui possano pensare a
se stessi? E quando poi cadono in disgrazia e sono rimandati alle
loro case di campagna, dove non mancano loro ne beni ne servito-
ri cheIi assistano nei Iora bisogni, non cessano di essere miserabiii
e abbandonati, perche nessuno impedisce loro di pensare a se stessi.

140

[Quel tale tanto afflitto per la marte delia mogiie e dell'unico


figlio, e angustiato da quella grave lite, perche mai in questo mo-
mento non e triste e Io vediamo cosi libero da tutti quei pensieri
affliggenti e inquietanti? Non ve ne stupite: gii hanno gettato una

171
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pa1la e ora deve rimandarla al compagno; e intento a prenderla ap-
pena cade dai tetto 48 per guadagnare un punto: come volete che
pensi ai suoi guai, se ha per le mani quest'altro affare? Ecco una
preoccupazione degna di occupare quella grande anima e di toglier-
gli ogni altro pensiero dalla mente. Un altro, nato per conoscere
1'universo, per giudicare tutte le cose, per governare un o stato, ee-
colo occupato e indaffarato a prendere una lepre! E se non si ab-
bassa a questo e volesse avere sempre le mente tesa, sarebbe ancor
piu sciocco, perche vuole elevarsi al di sopra dell'uomo, mentre
in fin dei conti e un uomo, vale a dire capace di poco e di molto,
di tutto e di niente: non e ne angelo ne bestia, ma un uomo].

141
Gli uomini si interessano a inseguire una palla o una lepre: e an-
che il piacere dei re.

* 142
Divertimenti. - La dignita regale, in se stessa, non e abbastanza
grande, per colui che la possiede da renderlo felice alia soia vîsta
di cio che egli e? Bisognera distrarlo da questo pensiero, come si
fa con gli uomini comuni? Vedo bene che un uomo Io si rende feli-
ce col distrarlo dalla vis ta delle sue miserie domestiche e col mette-
re nella sua mente la preoccupazione di ballare bene. Ma sara lo
stesso di un re? E questi sara piu felice attaccandosi a questi banali
divertimenti piuttosto che allo spettacolo delia sua grandezza? E
quale oggetto piu soddisfacente si potrebbe offrire alia sua mente?
Non si farebbe dunque torto aiia sua gioia, occupando i suoi pen-
sieri a regolare i passi al ritmo d'un motivetto, oppure a mandare
a segno una palla, invece di lasciarlo godere placidamente nella con-
templazione delia gloria maestosa che lo circonda? Fatene la pro-
va: Iasciate un re tutto solo, senza alcuna soddisfazione dei sensi,
senza alcuna preoccupazione nella mente, senza compagnia, lasciate
che pensi a se a suo agio, e vi accorgerete subito che un re senza
divertimenti e un uomo pieno di miserie. Percio si usa grande cura
nell'evitare tutto questo, e non manca mai attorno ai re un gran
numero di persone che provvedono a far seguire i divertimenti ai

48 Il « tetto » era la parte opposta alia rete, ne! giuoco delia paliacorda.

172
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loro affari e che stanno attenti a tutte le ore, che essi hanno dispo-
nibili, per offrire loro dei piaceri e dei divertimenti, in modo che
non ci sia mai un momento vuoto; ossia i re sono circondati da
persone che stanno meravigliosamente attente a non lasciare il re
tutto solo e in condizione di pensare a se stesso, sapendo bene che
se ci pensa sarebbe miserabile, quantunque re.
Non parlo qui dei re cristiani in quanto cristiani, ma soltanto
in quanto re.
*143
Divertimenti. - Gli uomini, fin dall'infanzia, vengono interessa-
ti alla cura del loro onore, del Ioro benessere, dei Ioro amici e an-
che dei benessere e dell'onore dei loro amici. Vengono schiacciati
dai peso degli affari, dallo studio delle lingue e dagli esercizi, e si
fa intendere loro che non potrebbero essere felici se Ia loro salute,
il Ioro onore, Ia Iora fort una e quella dei loro amici non andassero
bene e che Ia mancanza di una soltanto di queste cose li rendereb-
be infelici. Per questo vengono Ioro affidati incarichi e affari che
Ii tengono in agitazione fin dai mattino. - E un modo strano di
renderli felici!, direte voi. Che cosa si potrebbe fare di meglio per
renderli infelici? -Cornel cosa si potrebbe fare? Bisognerebbe to-
gliere Ioro tutte queste preoccupazioni, perche allora vedrebbero
se stessi, penserebbero a quello che sono, donde vengono, dove van-
no: e cosi non si puo mai troppo occuparli e distrarli. Per questo,
se hanno qualche momento di tregua, si consiglia Ioro di usarlo
per divertirsi, per giocare e per impegnarsi sempre compietamente.
Carne einsondabile il cuore dell'uomo e carne epieno di Iordure!

*
144
A vevo trascorso molto tempo ne Ilo studio delle scienze astratte,
mame n'ero disgustato per la poca comunicabilita che se ne pote-
va ricavare. Appena ho cominciato lo studio dell'uomo, ho visto
che quelle scienze astratte non sono proprie dell'uomo, e che mi
sviavo pili io dalla mia condizione studiandoie, che gli altri igno-
randole. Ho perdonato agli altri di saperne poco. Pero ho creduto
di trovare almeno molti compagni nello studio dell'uomo, e che
questo fosse il vero studio che gli sia propria. Mi sono ingannato:
la gente che se ne occupa e ancor meno di quella che si occupa di
geometria. Soltanto perche non si sa studiare l'uomo, ci si dă alia

173
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ricerca del resto; ma non eforse vero che neppur questa ela scien-
za che l'uomo deve avere e che e meglio per lui ignorarsi se vuole
essere felice? 49 •

145
Un solo pensiero ci tiene occupati, enon possiamo pensare a due
cose insieme; e da questo ci viene un giovamento secondo il mon-
do, non secondo Dio 50 •

146 *
L'uomo e evidentemente fatto per pensare: sta qui tutta la sua
dignită. e il suo mestiere; e tutto il suo dovere consiste nel pensare
come si deve. Orbene, l'ordine del pensiero sta nel cominciare dai
proprio io, dai proprio autore e dal proprio fine.
Ma a che cosa pensa il mondo? Non pensa mai a questo, ma
a danzare, a suonare illiuto, a cantare, a scrivere versi, a far tor-
nei ecc., a duellare, a diventar re senza pensare che cosa e un re
e che cos'e un uomo.

*
147
Non siamo contenti delia vita che abbiamo in noi e nel nostro pro-
prio essere; vogliamo vivere nel concetto degli altri una vita immagi-
naria e percio ci sforziamo eli comparire. Ci studiamo continuamente
di abbellire e conservare il nostro essere immaginario e dimentichia-
mo quello vero. E se abbiamo la tranquillită., o la generosita, o la
fedelta, ci preoccupiamo di farle conoscere per attribuire quelle virtu
all'altro nostro essere, e volentieri le staccheremmo da noi per con-
giungerle a quell'altro; e volentieri saremmo dei fannulloni per ac-
quistare la reputazione eli forti. Gran segno del nulla del nostro proprio
essere eil non essere soddisfatti dell'uno senza l'altro, e barattare so-
vente l'ul)o per l'altro. Perche ehi non fosse disposto a morire per
conservare il proprio onore, sarebbe un infame.

49 Lo studio delle scienze astratte (fisica, matematica) e uno « svago », un lus-


so intellettuale, non ci mette in« comunicazione »con noi stessi. Il vero studio del-
l'uomo e l'uomo. Conoscere se stesso e )'unica scienza che bisognerebbe avere e
che ci avvia al riscatto delia nostra infelicită.
so Dio solo potrebbe appagare il cuore dell'uomo, che ha bisogno dell'infinito
e dell'assoluto; ma l'uomo stravolge questo bisogno verso gli oggetti finiti. Questo
pensiero sară meglio spiegato nei frammenti seguenti sulla vanită.

174
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• 148
Siamo tanto presuntuosi che vorremmo essere conosciuti da tut-
ta la terra, anche da quelli che vivranno quando noi non esistere-
mo piu; e siamo tanto fatui che la stima di cinque o sei persone
che ci circondano ci rallegra e ci fa contenti.

• 149
Non ci preoccupiamo di essere stimati nelle cittâ dove siamo di
passaggio. Ma se dobbiamo restarci per un po' di tempo, ce ne
preoccupiamo. Quanto tempo ci vuole? Un tempo proporzionato
alla nostra durata vana e meschina .

• 150
La vanitâ e cosi radicata nel cuore dell'uomo che un soldato, un
manovale, un cuoco, un facchino si vanta e vuole avere i suoi ammi-
ratori: anche i ftlosofi ne vogliono; e quelli che scrivono contro la
gloria vogliono avere la gloria d'aver scritto bene; e quelli che li leg-
gono vogliono avere la gloria di averii letti; e forse anch'io che scrivo
queste cose ne ho voglia; e forse quelli che mi leggeranno ...

151
La gloria. - L'ammirazione guasta tutto fin dall'infanzia: « Co-
m'e ben detto! com'e ben fatto! come e saggio! ecc. >>.
Gli alunni di Port-Royal, ai quali non si da questo pungolo del-
l'emulazione e delia gloria, cadono nell'indifferenza 51 •

S! « Alcune persone di nobile condizione, preoccupate non solo delia corruzione


determinata generalmente dalla vita in comune nei collegi, ma anche dai fatto che
i propri figli venissero a mancare di quello stimolo dell'emulazione, cosi efficace al
progresso negli studi, avevano pensato eli affidarli a uornini di provata esperienza.
Si erano consigliati al riguardo con Arnauld e alcuni suoi amici ecclesiastici, i quali
avevano proposto alcuni maestri che rispondevano pienamente al loro ideale ed era-
no davvero d'eccezione: bastera ricordare per tutti il celebre Nicole, il Lancelot. .. e
anche lo stesso Arnauld, il quale si dedico attivamente all'educazione di questi giova-
ni, scrivendo per essi opere meritatamente apprezzate sulla logica, la geometria e la
grammatica )), Cosi scrive Racine (Port-Royal, trad. itai., pag. 63) delia scuola tenu-
ta dai « solitari )).

175
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152
Orgoglio. - Curiosită. non eche vanita. Spessissimo si vuol sape-
re solo per parlarne. Diversamente ehi viaggerebbe sul mare, per
non parlarne mai e per il solo piacere di vedere, senza mai la spe-
ranza di comunicarlo ad altri?

*
153
De/ desiderio di essere stimati da co/oro con i quali ci troviamo.
- L'orgoglio prende su di noi un possesso naturale in mezzo alle
nostre miserie, errori ecc. Siamo disposti anche a perdere la vita
allegramente, purche se ne parii.
Vanită.: giuoco, caccia, visite, commedie, falsa perpetuită. del nome.

154
[Non ho amici} con vostro vantaggio.

155
Un vero amico e una cosa cosi vantaggiosa anche peri piu gran-
di signori, affinche parii bene di loro e li sostenga anche in loro
assenza, che devono far di tutto per averne. Pero sappiano sceglie-
re, perche, se fanno tanti sforzi per trovare amici stupidi, sara una
fatica inutile, pur se questi dicano di loro tutto il bene possibile;
e magari costoro non ne diranno neppur bene, se mai si trovassero
a essere i piu deboli, perche non hanno autorită.; e cosi finiranno
col dire male per essere d'accordo con Ia compagnia.

156 *
Ferox gens, nul/am esse vitam sine armis rati 52 • Preferiscono la
marte alia pace; altri preferiscono la morte alla guerra.
Ogni opinione puo essere preferibile alia vita, il cui amore sem-
bra cosi forte e naturale.

157
Contraddizione: disprezzo del nostro essere, marire per niente,
odio del nostro essere.

52 << Gente feroce, la quale credeva che non si potesse vivere senza armi », cosi
seri ve LIVIO, Historiae, XXXIV, 17, di alcune popolazioni iberiche che preferiro-
no uccidersi quando Catone vieto loro l'uso delle armi.

176
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* 158
Mestieri. - La dolcezza delia gloria e cosi grande che la si ama,
se e legata a qualsiasi oggetto, anche alia morte.

* 159
Le belle azioni nascoste sono le piu apprezzabili. Quando le in-
contro nella storia (come a pag. 184) 53 mi piacciono assai. In fon-
do pero esse non sono state completamente nascoste, dai momento
che sono state conosciute; e, quantunque si sia fatto il possibile
per nasconderle, quel poco che e bastato a rivelarle guasta tutto;
perche il piu bello sta proprio neli'averle volute nascondere.

160
Lo starnuto assorbe tutte le funzioni dell'anima proprio come
la fatica; pero non se ne traggono le stesse conseguenze contro la
grandezza dell'uomo, perche esso avviene contro nostra voglia. E
anche se lo procuriamo, ce lo procuriamo contro nostra voglia; e
questo non per la cosa in se stessa ma per un altro scopo; percio
esso non e un segno delia debolezza dell'uomo e delia sua schiavi-
tu a questa azione.
Non e una vergogna per l'uomo soccombere al dolore, ma gli
e vergogna soccombere al piacere. E questo non gia perche il dolo-
re ci viene dall'esterno, mentre il piacere e cercato da noi; infatti
si puo cercare il dolore e soccombervi coscientemente, senza incor-
rere in questo genere di bassezza. E allora, perche mai euna gloria
per la ragione soccombere sotto lo sforzo del dolore, mentre costi-
tuisce per lei una vergogna soccombere sotto la pressione del pia-
cere? Perche non e il dolore che ci tenta e ci attira; siamo noi stessi
a sceglierlo volontariamente e a volerlo far dominare su di noi co-
sicche conserviamo la padronanza delle cose: in questo caso l'uo-
rno soccombe a se stesso; invece net piacere el'uomo che soccombe
al piacere. Orbene soltanto la padronanza e il dominio di se sono
motivo di gloria, mentre la schiavitu e motivo di vergogna.

n Il numero delle pagine equello dell'edizione degli Essais di Montaigne di cui


si serviva Pascal e da cui prende gli esempi delle belle azioni.

177
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161
Vanita. - E veramente strano che una cosa cosi evidente come
la vanita del mondo sia tanto poco conosciuta, al punto che pare
strano e sorprendente il dire che e una stoltezza cercare le grandez-
ze mondane.
162
Chi volesse conoscere a fondo la vanita dell'uomo non ha che
da considerare le cause e gli effetti dell'amore. La causa e un non
so che (Corneille) e gli effetti sono spaventevoli. Questo non so che,
una cosa tanto da nulla che non si puo neppure determinare, scon-
volge tutta la terra, i principi, gli eserciti, il mondo intero.
Il naso di Cleopatra: se fosse stato piu corto, tutta Ia faccia del-
Ia terra sarebbe cam biata 54 •
163
Vanita.- La causa e gli effetti dell'amore: Cleopatra. [Nulla sco-
pre meglio la vanita degli uomini quanto la riflessione sulla causa
e
e gli effetti dell'amore: tutto l'universo, infatti, ne cambiato. Il
naso di Cleopatra].
164
Chi non vede la vanita del mondo e proprio un fatuo. Ma ehi
non Ia vede, ad eccezione dei giovani che sono indaffarati nel fra-
casso, nei divertimenti e nel pensiero dell'avvenire? Ma togliete lo-
ro i divertimenti e li vedrete morire di noia; essi allora sentono il
e
loro nulla senza conoscerlo; perche una vera infelicita trovarci
in una tristezza insopportabile, appena siamo ridotti a meditare su
noi stessi senza che nulla ce ne possa distrarre.
* 165
Pensieri. - In omnibus requiem quaesivi 55 • Se il nostro stat o
fosse veramente felice, non occorrerebbe distrarne il pensiero per
renderci felici.

54 Due cose sono messe in rilievo, in questo frammento famoso, per mostrare
come la nostra vita spesso eaffidata al caso piu che al raziocinio: la potenza dell'a-
more (il « non so che » delia Medea di Corneille) e la forza del caso nel processo
storico degli avvenimenti (se il naso di Cleopatra fosse stato piu corto, Antonio
forse non si sarebbe innamorato di lei ela storia romana avrebbe avuto un diverso
corso).
5S « Ho cercato riposo in tutte le cose )) (Ecclesiastico, XXIV, 11 (Volgatal).

178
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* 166
Divertimento. - E piu facile il sopportare la morte senza pensar-
ci che pensarci senza averne paura.

167
Le miserie delia vita umana stanno alia base di tutto questo: ap-
pena gli uomini se ne sono accorti, hanno scelto il divertimento .

... 168
Divertimento. - Gli uomini, non avendo potuto guarire la mor-
te, la miseria, l'ignoranza, hanno deciso di non pensarci per ren-
dersi felici 56 •

169
... Nonostante queste miserie, l'uomo vuole essere felice, e non
vuole essere altro che felice, e non puo non volerlo essere: ma co-
me ci riusciră.? Per riuscirci bene, dovrebbe diventare immortale;
ma poiche non lo puo, ha deciso di non pensarci.

* 170
Divertimento. -Se l'uomo fosse felice, lo sarebbe tanto piu, quan-
to meno si sarebbe divertito, come lo sono i santi e Dio. - Si; ma
non si e felici quando si puo essere rallegrati dal divertimento? -
No; perche il divertimento proviene da altrove e dal di fuori; per-
do e dipendente e quindi soggetto ad essere turbato da mille acci-
denti che rendono inevitabili le afflizioni.

171
Miseria. - L'unica cosa che ci consola delle nostre miserie e il
divertimento, e intanto questa e la maggiore tra le nostre miserie.

56 Cfr. Jean de La Bruyere (1645-1696): «La morte non arriva che una soia voi-
ta eppure si fa sentire ad ogni momento delia vita: e piu duro conoscerla che sof-
frirla >>.

179
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Perche e esso che principalmente ci impedisce di pensare a noi e
ci porta inavvertitamente alla perdizione. Senza di esso noi sarem-
mo annoiati, e questa noia ci spingerebbe a cercare un mezzo piu
solido per uscirne. Ma il divertimento ci divaga e ci fa arrivare inav-
vertitamente alla morte.

* 172

Non stiamo mai nei limiti del tempo presente. Anticipiamo l'av-
venire come se fosse troppo lento ad arrivare, quasi per affrettare
il suo corso; oppure rievochiamo il passato per fermarlo, quasi trop-
po precipitoso; siamo cosi imprudenti da scorrazzare in tempi che
non ci appartengono e da non pensare all'unico tempo che ci ap-
partiene; siamo cosi fatui da sognare i tempi che non esistono piu
e da fuggire senza riflettervi il solo che sussiste. Perche, di solito,
il presente ci tormenta. Lo nascondiamo alia nostra vîsta perche
ci affligge e, se epiacevole, ci lamentiamo di vederlo fuggire. Cer-
chiamo di sostenerlo con l'avvenire, e pensiamo di disporre le co-
se, che non sono ancora in nostro potere, in un tempo al quale non
abbiamo alcuna sicurezza di arrivare.
Ognuno esamini i propri pensieri e Ii troverâ occupati nel passa-
to e nell'avvenire. Non pensiamo quasi mai al presente; e, se ci pen-
siamo, e soltanto per prenderne lume a disporre dell'avvenire. Il
presente non e mai il nostro scopo; il passato e il presente sono
i nostri mezzi; soltanto l'avvenire e il nostro scopo. Per questo,
non viviamo mai, ma speriamo di vivere; e, disponendoci sempre
a essere felici, e inevitabile che non lo diverremo giammai.

173

Dicono che le eclissi sono foriere di sventure, perche le sventure


sono normali; infatti accadono cosi spesso delle disgrazie, che essi
indovinano spesso; mentre se dicessero che le eclissi sono foriere
di lieti eventi mentirebbero spesso. Essi attribuiscono i lieti eventi
soltanto ad alcune rare congiunzioni celesti, e cosi spesso indo-
.
vmano.

180
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* 174
Miseria. - Salomone e Giobbe sono i soli che hanno meglio co-
nosciuto e meglio parlato della miseria dell'uomo 57 : il primo era
il piu felice, il secondo il piu infelice; il primo conosceva per espe-
rienza la vanită. dei piaceri, il secondo la realta dei mali.

175
Ci conosciamo tanto poco che parecchi credono di stare per mo-
rire quando stanno bene; e parecchi credono di stare bene quando
sono vicini a morire, perche non sentono la febbre vicina o l'asces-
so pronto a formarsi.

* 176
Cromwell stava per devastare tutta la cristianită.; la famiglia reale
sarebbe stata perduta, mentre la famiglia di lui sarebbe stata per
sempre potente, se un granello di sabbia non si fosse messo nel suo
uretere. Roma stessa stava per tremare di fronte a lui; ma appena
quella pietruzza s'e andata a conficcare la, egli e morto, la sua fa-
miglia e decaduta, tutto e tornato in pace, e il re e stato rimesso
sul trono 58 •

* 177
[Tre ospiti]. Chi avesse avuto l'amicizia del re d'lnghilterra, del
re di Polonia e delia regina di Svezia, avrebbe mai creduto di non
trovare un rifugio e un asilo nel mondo? 59 •

51 Salomone nei vari !ibri biblici che un tempo gli venivano attribuiti (Sapien-
za, Proverbt) e che ora la critica moderna ritiene posteriori; Giobbe nel meraviglio-
so libro che va sotto il suo nome, dove racconta la sua storia.
58 Oliver Cromwell (1599-1658) fu a capo delia rivoluzione contra gli Stuart.
Sconfitto Carlo I,lo fece decapitare nel1649, assumendo il governo deii'Inghilter-
ra, che tenne fino alia morte. Due anni dopo, nel 1660, il figlio di Carlo I torno
sul trono col nome di Carlo Il, mentre il figlio di Cromwell - morto di una malat-
tia diversa da quella indicata da Pascal - successe al padre solo per pochi mesi.
59 L'amico di questi tre sovrani non avrebbe potuto contare su loro. Infatti Car-
lo 1 fu decapitata nel 1649; Giovanni Casimiro re di Polonia fu detronizzato nel
1656 e Cristina di Svezia abdica ne! 1654.

181
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178
Macrobio: degli innocenti uccisi da Erode 60 •

179
Quando Augusto venne a sapere che trai bambini fatti uccidere
da Erode- tra quelli che avevano meno di due anni- c'era an-
che suo figlio, disse che era meglio essere un porco d'Erode che
un suo figlio. Macrobio, libro Il, Sat., cap. IV 61 •

* 180
Ai grandi e agli umili toccano gli stessi accidenti, gli stessi di-
spiaceri e anche le stesse passioni; mai primi sono sulla parte alta
della ruota, mentre i secondi sono quasi al centro e per questo so-
no meno sconvolti da quel medesimo movimento.

* 181
Siamo tanto infelici che non possiamo trovar piacere in una co-
sa se non a patto di rattristarci se riesce male; il che puo accadere
per miile cose e a ogni momento. Chi riesce a trovare il segreto
di rallegrarsi del bene senza affliggersi del male contrarie, ha ri-
solto la difficolta; questo e come il moto perpetuo.

182
Quelli che negli affari incerti hanno sempre buona speranza e si ral-
legrano delle felici combinazioni, se non si affliggono allo stesso modo
per le sfortunate combinazioni sono sospettati di essere ben contenti
delia perdita dell'affare; e sono contenti di trovare quei pretesti di spe-
ranza per mostrare che vi prendono interesse e mascherare, con la gioia
che fingono di provare, quel che provano a vedere l'affare fallito.

* 183
Corriamo senza curarci del precipizio, dopo aver messo qualco-
sa davanti a noi per impedircene la vîsta.

60 Il testo di Macrobio (scrittore latino del sec. V e autore dei Saturnali) e ri-
cordato nel frammento seguente.
61 L'efficacia espressiva delle parole di Augusto riferite da Macrobio deriva dal-
l'assonanza fra le parole greche hys (porco) e hyios (figlio), che si pronunciano quasi
allo stesso modo.

182
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SEZIONE III

NECESSIT A' DELLA SCOMMESSA 1

184

Lettera per invogliare a cercare Dio 2 •


Poi farlo cercare nei filosofi, sia pirroniani che dommatici, i quali
rendono inquieto colui che li studia 3 •

J Sul valore dell'argomento del pari (scommessa) diverse sono le opinioni. Al-
cuni (Villars, Voltaire, Diderot, Sully-Prudhomme, Dugas e Riquier) lo ritengono
« basso e puerile », « cinicamente utilitario », un esempio di « mostruosita logica »;
altri (Brunschvicg, Calvet) gli attribuiscono un valore apologetico secondario; altri
ancora, come Lachelier, Valensin, Chevalier e Brunet gli attribuiscono un notevole
valore apologetico (cfr. J. LACHELIER: Notes sur le pari de Pascal, in Du fonde-
ment de /'induction, Parigi, 7" ediz., 1911; A. VALENSIN, Pascal, in Dictionnaire
apologetique; CHEVALlER, Pascal, Pion, Parigi, 1959, appendice IV; L. BLAN-
CHET, L 'attitude religieuse des jesuites et les sources du «pari >> de Pascal, in Re-
vue de Meth. et de Morale (luglio-settembre 1919); G. BRUNET, Le pari de Pascal
(Desclee de Bouwer 1956). Neppure sulla disposizione e collocazione dei frammen-
ti che riguardano il « pari >> i critici sono d'accordo. Per alcuni questo argomento
non rientrava nel piano dell'Apologia; per altri, e sono la maggioranza, esso fa parte
dell'Apologia. Il TROMPEO (Rilegature gianseniste, pag. 88) lo considera un« do-
cumenta psicologico di prim'ordine per lo storico delia sua conversione >>.Comun-
que l'argomento de)« pari >>, se indirizzato agli atei e ai libertini (peri quali Pascal
avrebbe voluto comporre I'Apologia) e di notevole efficacia, come disposizione ad
accogliere le prove delia Rivelazione cristiana.
2 Vedi nota 16 al frammento 74. Che cos'e l'argomento del «pari>>, o scom-
messa, o calcolo delle probabilitâ? E l'applicazione delia regola delia scommessa
nel giuoco al problema de! nostro destina e delia nostra scelta. Chi scommette al
giuoco rischia un guadagno o una perdita, secondo il calcolo delle probabilita; piu
crescono le probabilita di vincita, piu il giocatore e portato a scommettere. Appli-
cando questa regola al problema de! destina dell'uomo, Pascal esorta l'incredulo
a scommettere per Dio, e gli dimostra che Jo deve fa re. « Infatti, spiega Io CHEV A-
LIER (Pascal, trad. itai., pag. 101), egli dice all'incredulo: quando vi fosse una in-
finita di casi, dei quali uno solo fosse in vostro favore, voi avreste torto a non
impegnare la vostra vita attuale contra un'eternitâ di vitae di felicita di natura in-
e
finita. Ma se vi un numero finita di casi di perdita contra un caso di guadagno,
questo toglie ogni "pari": bisogna dar tutto, dai momento che la posta e ")'in-
finita" >>.
3 Per i pirroniani vedi nota 22 al frammento 51. Dommatici sono i filosofi che,
in contrapposizione ai pirroniani, si fidavano ciecamente sul valore delia mente umana
nella ricerca delia certezza e delia verita.

183
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185
La condotta di Dio, il quale dispone tutte le cose con dolcezza,
sta nell'introdurre la religione nell'intelletto mediante le ragioni,
e nel cuore mediante la grazia. Chi volesse introdurla nell'intellet-
to e nel cuore con la forza e con le minacce, non vi introduce la
religione ma il terrore, terrorem potius quam religionem 4 •

186
Ne si terrerentur et non docerentur, improba quasi dominatia
videretur (Aug., Ep. 48 o 49, IV tomo: Contra mendacium, ad Con-
sentium) 5 •

187*
Ordine.- Gli uomini mostrano disprezzo per la religione; hanno
per essa odio e paura che sia vera. Per guarirli di cio, bisogna co-
minciare col provare che la religione non econtraria alia ragione;
evenerabile, e bisogna farla rispettare; in seguito renderla amabi-
le, far desiderare ai buoni che sia vera e poi provare che essa evera.
Venerabile, perche ha ben conosciuto l'uomo; amabile, perche
promette il vero bene.

188
In ogni dialogo e discorso bisogna poter dire a coloro che se ne
offendono: « Oi che vi lamentate? >>.

189
-
Cominciare col compiangere gli increduli: sono abbastanza in-
felici per la loro stessa condizione. Non bisognerebbe ingiuriarli,
tranne il caso che cio possa servire a qualcosa; ma ad essi questo
nuoce.

4 Piuttosto il terrore che la religione.


5 « Affinche non sembrasse quasi una bestiale tirannia, se fossero atterriti in-
vece di essere ammaestrati >>.

184
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190
Compiangere gli atei ehe eereano: infatti non sono abbastanza
infelici? Inveire eontro eoloro ehe ne fanno ostentazione.

191
Quel tale si fa beffa dell'altro? Ma ehi dovrebbe farsi beffa? E
intanto l'altro inveee di farsi beffa del primo ne ha pieta 6 •

192
Rinfaeciare a Miton 7 la sua indifferenza, giaeehe Dio stesso
gliela rimproverera 8 •

193
Quid fiet hominibus qUl mtmma contemnunt, majora non
credunt? 9 •

* 194
... Conoseano almeno qual ela religione ehe eombattono, prima
di eombatterla: Se questa religione si vantasse d'avere una visione
ehiara di Dio e di possederlo apertamente e senza veli, la eombat-
terebbe ehi dieesse ehe nel mondo non si vede nulla ehe Io mostri
con evidenza. Ma poiche, al contrario, la religione afferma ehe gli
uomini sono nelle tenebre e nella lontananza da Dio, che egli s'e
nascosto alia loro eonoscenza e ehe il nome che egli stesso si da
nelle Scritture e proprio questo: Deus absconditus 10 ; e, infine,

6 L'ironia, da parte di ehi vuol convincere un altro in materia di religione, e un


errore madornale e non raggiunge lo scopo desiderato.
7 Damien Miton fu amico di Pascal net « periodo mondano >>. Di lui sappiamo
ben poco, tranne che fu un « Jibertino >> del suo tempo: uno di quelli cioe che « ave-
vano voluto rinunziare alia ragione per diventare bruti >> (frammento 413). Cfr. P.
VIGNII~.• Pascal et les mondaines, in « Mercure de France », voi. 145, 1923.
8 Chevalier legge: se rapprocher: quando Dio s'accosterâ.
9 « Che cosa accadrâ a coloro che disprezzano le piccole cose e non credono
alle grandi? ».
IO « Dio nascosto )), Isaia, XLV, 15.

185
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poiche essa si sforza ugiialmente di stabilire queste due cose: che
Dio ha stabilita dei segni sensibili nella Chiesa per farsi riconosce-
re da coloro che lo cercano sinceramente, e che tuttavia ha coperta
questi segni in un modo tale da essere scorto soltanto da coloro
che lo cercano con tutto il cuore, quale vantaggio possono rica var-
ne costoro, quando, nelia Ioro ostentata negligenza nella ricerca
delia veritâ, gridano che nulla mostra Ioro la veritâ? Quella oscu-
ritâ in cui essi si trovano e che rinfacciano alia Chiesa, non confer-
ma forse una delle cose che la Chiesa sostiene, senza pregiudicare
l'altra, e conferma la sua dottrina invece di demolirla?
Per combatterla, dovrebbero gridare di aver fatto tutti i loro sfor-
zi per cercarla dappertutto, anche nelia dottrina cheIa Chiesa pro-
pone come suo insegnamento, ma senza alcun risultato soddisfa-
cente. Se parlassero cosi, combatterebbero veramente una sua pre-
tesa. Ma io spero di mostrare qui che nessuna persona ragguarde-
vole puo parlare cosi; oso anche dire che nessuno mai l'ha fatto.
Sappiamo bene in che modo agiscono coloro che hanno questa men-
talitâ. Credono di aver fatto dei grandi sforzi per istruirsi, quando
hanno trascorso alcune ore nella lettura di qualche libro delia Scrit-
tura e hanno interrogato qualche ecclesiastico sulle veritâ delia fe-
de. Dopo di che, si vantano d'aver cercato senza successo nei libri
e tra gli uomini. Ma, a dir il vero, ripetero loro quello che ho detto
spesso, che cioe questa negligenza e insopportabile. Qui non si tratta
dell'interesse secondario per una persona estranea, per comportarsi
in questo modo; si tratta di noi stessi e del nostro tutto.
L'immortalitâ dell'anima e una cosa che ci interessa cosi viva-
mente e ci riguarda cosi profondamente, che bisogna propria aver
perduto ogni sensibilitâ per restare nell'indifferenza di sapere che
ne e. Tutte le nostre azioni ei nostri pensieri devono prendere vie
cosi diverse, a seconda che ci siano dei beni eterni da sperare op-
pure no, che e impossibile fare un passo con accortezza e con giu-
dizio senza misurarlo con la visione di quel punto che deve essere
il nostro ultimo obiettivo.
Per questo il nostro primo interesse e il nostro primo dovere con-
siste nell'iliuminarci su questo punto da cui dipende tutta la nostra
condotta. Ed e per questo che, a proposito di coloro che non ne
sono convinti, faccio una netta differenza tra coloro che con tutti
i loro sforzi s'adoperano per istruirsi e coloro che vivono senza
preoccuparsene e senza pensarc1.
.

186
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Posso avere solo compassione per coloro che gemono sincera-
mente in questo dubbio, lo considerano come la peggiore delle di-
sgrazie e, non risparmiando nulla per uscirne, fanno di questa
ricerca la loro principale e pili seria occupazione.
Ma coloro che passano la vita senza pensare a quest'ultimo fine
delia vita-e che, per il solo fatto di non trovare in se stessi i lumi
che li convincano di cio, trascurano di cercarli altrove e non esa-
minano a fondo se tale opinione e di quelle che il popolo accoglie
con una credula semplicita oppure di quelle che, sebbene oscure
per se stesse, hanno pero un fondamento solidissimo e incrollabile
- io li considera in un modo del tutto differente.
Questa negligenza in un affare che riguarda loro stessi, la loro
eternita, illoro tutto, mi irrita piuttosto che impietosirmi; mi stu-
pisce e mi spaventa; e per me una cosa mostruosa. Non parlo cosi
per il pio zelo di una devozione spirituale. Voglio dire invece che
si deve avere questo sentimento per un principio d'interesse uma-
no e per un interesse d'amor proprio, e che per questo non biso-
gna vedere se non quelio che vedono le persone anche meno
illuminate.
Non c'e bisogno d'un'anima molto elevata per capire che quag-
gili non esiste alcuna soddisfazione vera e duratura, che tutti i no-
stri piaceri sono soltanto vanita, che i nostri mali sono infiniti e
che infine la morte, la quale ci minaccia a ogni momento, ci mette-
ra in pochi anni nell'orribile necessita d'essere eternamente o an-
nientati o infelici.
Non c'e nulla di pili reale e di pili terribile di questo. Facciamo
gli smargiassi finche vogliamo: ecco la fine riservata alia pili bella
vita del mondo. Rifletteteci un poco e ditemi se non e indubitabile
che non c'e altro bene in questa vita al di fuori delia speranza d'u-
n'altra vita, che non siamo felici se non a misura che ci avvicinia-
mo ad essa e che, come non ci sara pili infelicita per coloro che
avevano una piena sicurezza dell'eternita, cosi non ci sara felicita
per coloro che non ne hanno alcuna idea.
E dunque certamente un gran male trovarsi in questo dubbio, ma
e almeno un dovere indispensabile cercare, quando si e nel dubbio;
e per questo ehi dubita e non cerca e insieme abbastanza infelice e
abbastanza ingiusto. E se costui rimane tranquillo e soddisfatto di
cio, se ne vanta e infine ne fa un motivo di gioia e di vanita, allora
non trovo un termine adatto per una creatura cosi stravagante.

187
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Da che cosa possono nascere questi sentimenti? Quale motivo
di gioia c'e nel non aspettarsi se non miserie senza scampo? Qual
motivo di vanită. a vedersi dentro oscurită. impenetrabili? E come
e ammissibile un simile ragionamento in un uomo ragionevole?
«Non so ehi mi ha messo al mondo, ne che cosa e il mondo,
ne ehi sono io; mi trovo in una terribile ignoranza di tutte le cose;
ignoro che cosa sia il mio corpo, i miei sensi, la mia anima e que-
sta parte del mio io che pensa quel che dico, riflette su tutto e su
se stessa e ignora se stessa tanto quanto tutto il resto.
« Vedo quegli spaventevoli spazi dell'universo che mi tengono
prigioniero, e mi trovo segregato in un angolo di questa vasta di-
stesa, senza sapere perche sono coliocato in questo luogo piutto-
sto che in un altro, perche il po' di tempo che m'e dato di vivere
m'e stato assegnato in questo punto piuttosto che in un altro di
tutta l'eternită. che mi ha preceduto e che mi seguiră.. Non vedo
che infinită. da tutte le parti, le quali mi rinserrano come un atomo
e come un'ombra che dura un istante enon ritorna. Tutto quello
che so e che devo presto morire; ma quello che ignoro di piu eque-
sta morte stessa che non potrei evitare.
« Come non so donde vengo, cosi non so neppure dove vado;
e so soltanto che, uscendo da questo mondo, piombo per sempre
o nel nulla o nelle mani di un Dio irritato, senza sapere quale di
queste due condizioni mi toccheră. in eterno. Questo e il mio stato,
pieno di debolezza e incertezza. E da tutto questo concludo che
devo dunque trascorrere tutti i giorni delia mia vita senza preoccu-
parmi di cercare quello chemi deve accadere. Forse potrei trovare
un po' di luce nei miei dubbi; ma non voglio interessarmene ne muo-
vere un dito per cercarla; anzi, trattando con disprezzo coloro che
si danno pena di questo pensiero, voglio, senza previdenza e senza
timore, affrontare un avvenimento cosi grande e lasciarmi condurre
neghittosamente alia morte, nell'incertezza dell'eternită. delia mia
futura condizione ».
Chi vorrebbe avere per amico uno che parlasse a questo modo?
ehi lo sceglierebbe tra tanti per comunicargli i propri segreti? ehi
ricorrerebbe a lui nelle afflizioni? e infine, a quale uso delia vita
lo si potrebbe destinare?
A dire il vero, e un onore per la religione avere come nemici uo-
mini cosi irragionevoli; e la loro opposizione e cosi poco pericolo-
sa che essa se ne serve addirittura per confermare le sue verită..

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Perche la fede cristiana non mira quasi ad alt ro che a stabilire que-
ste due cose: la corruzione delia natura ela redenzione di Gesu Cri-
sto. Orbene, io soster.go che se essi non servono a mostrare la verita
delia redenzione con la santita dei loro costumi, servono almeno
meravigliosamente a mostrare Ia corruzione delia natura con i la-
ro sentimenti cosi snaturati.
Niente e cosi importante per l'uomo quanto il suo stato; niente
glie tanto temibile quanto l'eternita. E quindi non e affatto natu-
rale che si trovino degli uomini indifferenti alia perdita del Iora
essere e al pericolo d'una eternita di miserie. Questi pero si com-
portano ben diversamente nei riguardi delle altre case: temono per-
fina le case piu insignificanti, le prevedono, le sentono; e quel tale
che passa tanti giorni e tante notti nella rabbia e nella disperazione
per la perdita di un posta o per qualche offesa immaginaria fatta
al suo onore, e lo stesso che sa di dover perdere tutto con la marte,
e non se ne preoccupa ne sente alcuna emozione. E mostruoso ve-
dere in uno stesso cuore e nello stesso momento tanta sensibilita
per cose da nulla, e tanta strana insensibilita per le case importan-
ti. E questo un incantesimo incomprensibile e un assopimento so-
prannaturale che e indice di una forza onnipotente che lo causa.
Ci dev'essere uno strano capovolgimento nella natura dell'uo-
mo per gloriarsi d'essere in questo stato, nel quale pare incredibile
che si possa trovare anche una soia persona. Tuttavia l'esperienza
me ne fa vedere un cosi gran numero che il fatto sarebbe sorpren-
dente se non sapessimo che la maggioranza di quelli che se ne glo-
riano sono mascherati e non sono effettivamente tali. Si tratta di
persone le quali hanno sentito dire che le belle maniere mondane
consistono nel fare lo stravagante. E questo e cio che chiamano
scuotere il giogo e che cercano di imitare. Ma non sarebbe difficile
far capire loro quanto s'ingannino cercando la stima in tai moda.
Non e questo il mezzo di acquistarla, anche tra le persone del mondo
che giudicano rettamente le cose e sanno che la soia via per riuscir-
vi consiste nel mostrarsi onesta, fedele, giudizioso e capace di ser-
vire utilmente il propria amico, perche gli uomini amana
naturalmente soltanto cio che puo essere loro utile. Orbene, quale
vantaggio abbiamo nel sentir dire da un uomo che egli ha final-
mente scosso il giogo, non crede in un Dio che veglia sulle sue azio-
ni, si considera unica arbitra delia propria condotta e non pensa
di renderne conta se non a se stesso? Crede farse che cosi ci porti

189
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ad aver abbastanza fiducia in lui e aspettare da lui consolazioni,
consigli e soccorsi in tutti i bisogni delia vita? Pretendono costoro
di averei molto rallegrato, col dirci che secondo loro la nostra ani-
ma e solo un poco di vento e di fumo, e col dircelo in un tono fiero
e contento? E questa una cosa da dirsi allegramente? o non e inve-
ce una cosa da dirsi con tristezza, come la piu triste cosa del mondo?
Se ci pensassero seriamente, si accorgerebbero che questo loro
atteggiamento e cosi mal scelto, contrario al buon senso, opposto
all'onesta, estremamente lontano da quella signorilita che essi cer-
cano, che sarebbero capaci piuttosto di raddrizzare che non di cor-
rompere coloro i quali avessero qualche velleita di seguirli. Difatti,
se chiedete spiegazione dei loro sentimenti e dei motivi che li spin-
gono a dubitare delia religione, vi diranno cose cosi futili e volgari
da convincervi del contrario. Proprio come molto giustamente di-
ceva loro un tale: « Se continuate a parlare cosi, francamente mi
convertirete ». E aveva ragione, perche ehi non avrebbe orrore di
avere dei sentimenti che sono comuni a persone cosi spregevoli?
Per questo coloro che fingono di avere questi sentimenti sareb-
bero molto infelici a dover costringere il loro temperamento per
diventare i piu impertinenti tra gli uomini. Se nel fondo del loro
cuore sono turbati di non avere abbastanza lume, non lo nascon-
dano: una tale dichiarazione non sara vergognosa. Non c'e vergo-
gna se non nell'essere senza vergogna. Niente rivela maggiormente
un'estrema debolezza di mente quanto il non conoscere che cosa
sia l'infelicita di un uomo senza Dio; niente denota maggiormente
una cattiva disposizione del cuore quanto il non desiderare la veri-
ta delle promesse eterne; niente e cosi stupido quanto il fare il gra-
dasso con Dio. Lascino dunque queste empieta a coloro che sono
abbastanza malnati per esserne veramente ca paei; siano almeno one-
sti se non possono essere cristiani, e riconoscano infine che esisto-
no soltanto due categorie di persone che possono dirsi ragionevoli:
quelle che-servono Dio con tutto illoro cuore perche lo conoscono
e quelle che lo cercano con tutto il loro cuore perche non lo co-
noscono.
Ma coloro che vivono senza conoscerlo e senza cercarlo, si giu-
dicano da se cosi poco degni di interessarsi di loro stessi, che non
sono degni neanche dell'interessamento degli altri, e bisogna pos-
sedere tutta Ia carita delia religione che essi disprezzano per non
disprezzarli al punto da abbandonarli alia Ioro follia. Ma poiche

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questa religione, fino a che essi sono in questa vita, ci obbliga a
considerarli sempre capaci delia grazia che li puo illuminare e a cre-
dere che in breve tempo possono essere pieni di fede piu di noi,
e che al contrario noi possiamo cadere ne li' accecamento in cui essi
si trovano, dobbiamo fare per essi quello che vorremmo si facesse
per noi se fossimo alloro posto, e invitarli ad avere pieta di loro
stessi e a fare almeno qualche passo per tentare di trovare un po'
di luce. Dedichino alia lettura qualcuna di quelie ore che impiega-
no inutilmente in altre cose; e anche se vi si dedicano controvo-
glia, forse potranno trovare qualcosa o, per lo meno, non ci
perderanno molto. Ma coloro che vi si dedicano con una sincerita
perfetta e con un vero desiderio di incontrare la verita, spero che
troveranno soddisfazione e si convinceranno delle prove d'una re-
ligione tanto divina: prove che qui ho raccolto e ne1Ie quali ho se-
guito press'appoco il seguente ordine ...

* 195

Prima di trattare delie prove delia religione cristiana, credo ne-


cessario prospettare l'ingiustizia degli uomini che vivono nell'in-
differenza per la ricerca di una veri ta che e per essi cosi importante
e li riguarda tanto da vicino.
Di tutte le loro deviazioni, questa senza dubbio li accusa mag-
giormente delia loro follia e del loro accecamento, ed e quella in
cui e piu facile confonderli con la semplice prospettiva del senso
comune e dei sentimenti naturali. Infatti e indubbio che il tempo
di questa vitae appena un istante, che )o stato delia morte e eterno
qualunque ne possa essere la natura, e che percio tutte le nostre
azioni e pensieri devono essere avviati su strade cosi differenti, se-
condo lo stato di questa eternita, che e impossibile fare un passo
con criterio e con discernimento senza regolarlo con la mira di quel
punto che deve essere il nostro ultimo fine.
Non c'e nulla di piu evidente di tutto questo; e percio, stando
ai principî delia ragione, la condotta degli uomini ecompletamen-
te irragionevole, se essi non scelgono un'altra via. Bisogna dunque
giudicare secondo tali principî coloro che vivono senza pensare a
quest'ultimo fine della vita, si lasciano trascinare nelle loro incli-
nazioni e nei loro piaceri senza rifletterci e senza preoccuparsi, e,

191
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come se potessero annientare l'eternita col distogliere da essa illo-
ro pensiero, non pensano che a diventare felici in questo solo istante.
E, intanto, questa eternita sussiste, ela morte, che la deve inau-
gurare eli minaccia a ogni moment o, li deve mettere infallibilmen-
te, entro breve termine, nell'orribile necessita di essere eternamente
o annientati o infelici, senza che sappiano quale di queste due eter-
nita e preparata per essi eternamente.
Ecco un interrogativo di una terribile conseguenza. Essi sono nel
pericolo d'un'eternita di miserie; e, come se la cosa non ne valesse
la pena, trascurano di esaminare se si tratta di una di quelle opi-
nioni che il volgo accetta con troppa cred ula facilita oppure di una
di quelle che, pur essendo oscure per se stesse, hanno un fonda-
mento solidissimo, sebbene nascosto. Cosi essi non sanno se c'e
verita o falsita nella cosa, ne se c'e forza o debolezza nelle prove.
Essi le hanno sotto gli occhi ma si rifiutano di guardare; e, stando
in questa ignoranza, decidono di fare il possibile di cadere in que-
sta in felicita nel caso che vi sia, di aspettare la marte per sperimen-
tarla, d'essere frattanto contentissimi di questo stato, proclamarlo
apertamente e perfino vantarsene. Si puo pensare seriamente alia
importanza di questo problema senza avere orrore per una coli-
doua cosi stravagante?
Questo adagiarsi nell'ignoranza e una cosa mostruosa, di cui bi-
sogna far sentire la stravaganza ela stupidita a colora che trascor-
rono in essa la loro vita e bisogna metterla sotto i loro occhi, per
convincerli con lo spettacolo delia loro follia. Infatti cosi ragiona-
no gli uomini quando scelgono di vivere nell'ignoranza di cio che
sono e non ne cerc ano spiegazioni: « Io non so >>, dicono ...

196
Questa gente manca di cuore: non ce la faremmo mai amica.

197
Sono insensibili fino a disprezzare le cose interessanti, e diven-
tano insensibili per cio che ci interessa maggiormente.

198
La sensibilita dell'uomo per le piccole cose e l'insensibilita per
le grandi e segno di uno strano pervertimento.

192
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199 *
Immaginate un gran numero di uomini in catene, e tutti condarmati
a morte; ogni giorno alcuni sono sgozzati sotto gli occhi degli altri;
quelli che restano vedono la propria condizione in quella dei loro si-
miii e, guardandosi tra loro con dolore e senza speranza, attendono
il loro turno. Questa e l'immagine delia condizione degli uomini.
* 200
Un uomo in una prigione, che ignora se la sua sentenza stata e
pronunziata e ha soltanto un'ora per conoscerla, un'ora sufficien-
te a farla revocare nel caso che sia stata pronunziata, quest'uomo
agisce contro natura se impiega quell'ora non gia a informarsi se
la sentenza e stata pronunziata ma a giocare a carte. Cosi e sopran-
naturale che l'uomo ... Questo e un aggravare la mano di Dio.
Percio, non soltanto lo zelo di coloro che lo cercano prova l'esi-
stenza di Dio, ma anche l'accecamento di colora che non lo cercano.
201
Tutte le obiezioni degli uni e degli altri si ritorcono contro loro
stessi, non controla religione. Tutto quello che dicono gli empi...
202
[E evidente che colora che si dispiacciono di non avere la fede
non sono illuminati da Dio; per gli altri invece e evidente che c'e
un Dio che li aceeea].
203
Fascinatia nugacitatis 11 • - Perche la passione non rechi danno,
comportiamoci come se avessimo soltanto otto giorni di vita.
204
Se si devono donare otto giorni, bisogna donare tutta la vita 12 •
* 205
Quando considera la breve durata della mia vita, assorbita nel-
l'eternita che precede e che segue il piccolo spazio che occupo e che

Il <<Il fascino del vizio oscura il bene e il vortice delle passioni travolge un ani-
mo ingenuo » (Sapienza, IV, 12).
12 Una leggera variante e portata nel frammento 204 bis: « Se si devono dona-
re otto giorni delia vita, bisogna donare cento anni ».

193
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vedo inabissato nell'infinita immensita degli spazi che ignoro e che
m'ignorano, mi spavento, e mi stupisco di vedermi qui piuttosto
che la, perche non c'e ragione che sia qui piuttosto che la, adesso
piuttosto che allora. Chi mi ci ha messo? Per comando e per opera
di ehi mi sono destinati questo luogo e questo tempo? Memoria
hospitis unrus diei praetereuntis 13 •

206
Il silenzio eterno degli spazi infiniti mi sgomenta.

207
Quanti regni ci ignorano.

208
Perche la mia conoscenza e limitata? e la mia statura? Perche
la durata delia mia vitae piuttosto di cento che di miile anni? Per
qual motivo la natura me l'ha data cosi, e ha scelto questo numero
piuttosto che un altro, quando nell'immensitâ di essi 14 non c'e
maggior ragione di scegliere un o piuttosto che un altro, giacche non
c'e uno che attrae piu dell'altro?

209
Sei forse meno schiavo se sei amato e coccolato dai tuo padro-
ne? O schiavo, sei proprio fortunato. Il tuo padrone ti coccola,
ma presto ti picchierâ 15 •

.
210 *
L'ultimo atto e sanguinoso, per quanto bello possa essere tutto
il resto delia commedia; alia fine si getta un po' di terra sulla testa,
ed e finita per sempre.

13 « La speranza dell'empio ... dilegua come la memoria dell'ospite d'un sol gior-
no )) (Sapienza, V, 14).
14 S'intende del numero degli anni.
15 Chi si rende schiavo delle vanitâ del mondo, sara ben presto disilluso dalla morte.

194
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* 211
Quanto siamo ridicoli ad avere fiducia nella societa dei nostri
simili; miserabili come noi, impotenti come noi, non ci potranno
dare aiuto; e morremo soli. Bisogna dunque comportarei come se
fossimo soli; e allora si costruirebbero palazzi superbi ecc? Cer-
cheremmo la verita senza esitazione; e, rifiutandoci, dimostrerem-
mo di dar piu valore alia stima degli uomini che alia ricerca delia
verita.

* 212
llfluire.- E orribiJe accorgersi che dilegua tutto quelio che pos-
sediamo.

* 213
Tra noi da una parte e l'inferno o il cielo dall'altra non c'e che
la vita, che e la cosa piu fragile che esista.

214
lngiustizia. - E un'estrema ingiustizia che la presunzione sia con-
giunta aiia miseria.

215
Temere la morte quando non c'e il pericolo enon gia nel perico-
lo; perche bisogna essere uomini.

216
Bisogna temere soltanto la morte improvvisa; ed e per questo
che nelle case dei potenti c'e il confessore.

* 217
Un erede trova i titoli riguardanti la sua casa. Dira: « Forse so-
no falsi» e trascurerâ di esaminarli?

195
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* 218
Prigione. - Trovo conveniente non approfondire l'opinione di
Copernico 16 ; ma questo ... ! E decisiva per tutta la vita sa pere se
}'anima e mortale oppure immortale.

* 219
Indubbiamente il fatto che l'anima sia mortale o immortale im-
plica una netta differenza nella morale. E tuttavia i filosofi hanno
stabilito la loro morale indipendentemente da questo: si propon-
gono di passare un'ora. Platone, per disporre al cristianesimo 17 •

220
Falsita dei filosofi che non trattano dell'immortalita dell'anima.
Falsi ta del loro dilemma in Montaigne 18 •

* 221
Gli atei devono dire delle cose perfettamente chiare 19 ; orbene,
non e perfettamente chiaro che !'anima sia materiale.

222
Atei. - Quali ragioni hanno per affermare che non si puo risor-
gere? Che cosa e piu difficile, nascere o risorgere? Che esista cio
che non e mai esistito oppure che continui ad esistere cio che esi-
ste? E piu difficile venire all'esistenza che il ritornarvi? L'abitudi-
ne ci presenta facile la prima cosa, la mancanza di abitudine ci rende
impossibile l'altra: e un modo volgare di giudicare!
-
16 Nonostante le prove di Galilei (il cui processo risale al 1633), Pascal consi-
dera ancora « opinione )) il sistema copernicano.
17 Per molti Padri delia Chiesa, e specialmente per sant' Agostino, la filosofia
di Platone costituisce una propedeutica alia vera religione. Grozio sosteneva che
Platone credesse nella risurrezione.
18 Essais, Il, 12. Il dilemma in Montaigne e questo: Se )'anima e mortale, non
avra nessuna pena; se e immortale, migliorerâ nell'altra vita. Che importa dunque
la sua sorte? E perche preoccuparcene? - Ma se peggiorasse?
19 lnfatti gli atei dicono di accettare soltanto cio che e perfettamente chiaro al-
la ragione.

196
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Perche una vergine non puo partorire? Una gallina non fa le uo-
va senza il gallo? Che cosa la distingue apparentemente dalie al-
tre? E ehi ci ha detto che la gallina non puo formare l'embrione
anche senza il gallo?

* 223
Che cosa hanno da obiettare contro la risurrezione e contro il
parto delia Vergine'! E piu difficile produrre un uomo, un anima-
le, che riprodurlo? E se essi non avessero mai visto una specie di
animali, potrebbero mai indovinare se si riproducono senza accop-
piamento?

224
Come odio la stupidita di non credere nell'Eucarestia! ecc. Se
il Vangelo e vero, se Gesu Cristo e Dio, che difficolta c'e?

225
Uateismo e un segno di forza di spirito, ma fino a un certo pun-
to soltanto 20 •

* 226
Gli empi che professano di seguire la ragione devono essere stra-
namente forti in fatto di ragione. Che cosa dicono infatti? « Non
vediamo forse morire e vivere sia le bestie che gli uomini, sia i tur-
ehi che i cristiani? Essi hanno le loro cerimonie, i loro profeti, i
loro dottori, i loro santi, i loro monaci, come li abbiamo noi ecc. ».
(Tutto questo e forse contraria alla Scrittura? Non si trova in essa
tutto questo?).

20 L'ateo non ha torto quando dice di voler seguire la ragione; pero ha torto
nel seguirla dove e fin dove vuole, enon in tutto. Pero il frammento potrebbe espri-
mere anche una certa meraviglia per il coraggio degli atei a proclamarsi tali, nono-
stante il rogo riservato ad essi, come avvenne all'italiano Lucilio Vanini, bruciato
a Tolosa nel 1619, ea Fontainier nel 1621.

197
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Se non vi preoccupate affatto di conoscere la verita, questo vi
basta per rendervene paghi. Ma se desiderate conoscerla con tutto
il vostre cuore, questo non basta: state attenti ai particolari. Ce
ne sarebbe abbastanza per una questione di filosofia; ma qui, tut-
to e in gioco! E tuttavia, dopo una riflessione superficiale carne
questa, ci si divertira ecc. Cerchiamo di informarci da questa reli-
gione, se essa non rende canto di questa oscurita; puo darsi che
essa ce la insegni.

227
Ordine per mezzo dei dialoghi.- « Che devo fare? Non vedo che
oscurita dappertutto. Devo credere che io non sono nulla? Devo
credere che sono Dio? Tutte le cose mutano e si succedono ». Vi

mgannate, c ' e...
' 21 .

228
Obiezione degli atei: «Ma noi non abbiamo alcun lume)).

* 229
Ecco quello che vedo e mi turba. Guardo da ogni parte e non vedo
che buio. La natura non mi offre nulla che non sia materia di dub-
bio e di inquietudine. Se non ci vedessi niente che m'indicasse una
Divinita, mi deciderei per la negativa; se vedessi dappertutto i segni
di un Creatore, riposerei in pace nella fede. Ma vedendo troppo per
negare e troppo poco per essere sicuro, mi trovo in uno stato pietoso
nel quale cento volte ho desiderato che, se un Dio sostiene la natura,
questa dovrebbe indicarmelo senza equivoci, e che, se i segni che essa
ne da sono fallaci, dovrebbe sopprimerli completamente; che dicesse
tutto o niente, affinche io vegga qual partito seguire. Al contraria,
nello stato in cui mi trovo adesso, nell'ignoranza di che cosa sono
e di che cosa debbo fare, non conosco ne il mio stato ne il mio dove-
re. Il mio cuore aspira tutt'intero a conoscere dov'e il vero bene, per
seguirlo; niente mi costerebbe troppo caro per l'eternita.

21 Dio; cfr. frammento 244.

198
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Invidio coloro che vedo vivere nella fede con tanta negligenza e
che usano cosi male il dono di cui credo farei un uso molto diverso.

230
Incomprensibile che Dio esista e incomprensibile che non esista;
che !'anima sia unita al corpo e che noi non abbiamo anima; che il
mondo sia creato e che non lo sia ecc.; che il peccato originale esista
e che non esista 22 •

231
Credete che sia impossibile che Dio sia infinito, senza parti? Sl.
E allora voglio farvi vedere una cosa infinita e indivisibile: un punto
che si muove dappertutto con una velocita infinita; perche e in tutti
i luoghi ed e tutto intero in ogni luogo.
Questo effetto di natura, che prima vi sembrava impossibile, vi fac-
eia conoscere che ce ne possono essere altri che non conoscete anco-
ra. Dunque da quanto avete appreso non concludete che non vi resta
nulla da conoscere, ma che vi resta da conoscere infinitamente.

232
Il movimento infinito, il punto che riempie tutto, il momento del
riposo 23 : infinito senza quantită., indivisibile e infinito.

22 « Questa quarta antinomia non ha il valore delle altre tre (Dio, anima, creazione).
Infatti Pascal, cedendo qui all'influenza di Port-Royal e segucndo un'opinione che non
e stata mai universale nella Chiesa ma che c'e sempre stata piu o meno, spinge troppo
oltre le cose: da una parte, quando insiste sull'elemento incomprensibile e conturbante
che c'e ne! peccato originale, e dall'altra quando afferma che, senza questo mistero,
noi saremmo assolutamente incomprensibili a noi stessi. E certo che c'e una squilibrio
nella nostra natura; che questo squilibrio si spieghi piu facilmente col peccato originale,
anche questo e certa; ma che il peccato originale sia la soia spiegazione possibile, non si
puo ammettere, perche lo squilibrio che constatiarno nella nostra natura potrebbe, a ri-
gore, spiegarsi anche col fatto naturale dell'eredită che trasmette e accwnula le tare piu che
le qualită )) (CHEVALlER, Pensees de Pascal, Boivin, Parigi, nouv. ed., pag. 250, nota).
23 Nellinguaggio di Galilei e di Pascal, il momento de! riposo indica il peso d'un
corpo, considerata la sua situazione particolare, e, come il peso, esso e misurato
dalla velocita. Da questo tes.to risulta dunque che per Pascal un punto animata da
una velocitâ infinita e come una massa infinita in riposo (Chevalier).

199
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233

Infinito. Niente 24 • La nostra anima e immessa nel corpo,


-
dove trova numero, tempo e dimensioni. Essa ragiona su queste
cose e chiama tutte queste cose natura, necessitâ, enon puo crede-
re altro.
L'unitâ aggiunta all'infinito non l'accresce di niente, non piu di
un centimetro aggiunto a una misura infinita. Il finito s'annienta
di fronte all'infinito e diventa un puro niente. Cosi il nostro spiri-
to davanti aDio, cosi la nostra giustizia davanti alia giustizia divi-
na. Non c'e tra Ia nostra giustizia e quella di Dio una sproporzione
cosi grande come tra l'unitâ e l'infinito. La giustizia di Dio dev'es-
sere enorme come la sua misericordia. Orbene, la giustizia verso
i dannati e meno enorme e deve impressionare meno delia miseri-
cordia vers o gli eletti.
Noi sappiamo che c'e un infinite e ne ignoriamo la natura. Poi-
che sappiamo che e falso che i numeri sono finiti, e vero dunque
che c'e un infinite nel numero. Ma non sappiamo che cosa e; e
falso che sia pari; e falso che sia dispari; infatti, aggiungendo !'u-
nita non cambia natura; tuttavia e un numero e ogni numero e pa-
ri o dispari (e questo veramente s'intende detto di ogni numero
finito), cosi si puo conoscere che c'e un Dio senza sapere che cos'e.
Vedendo tante cose vere che non sono Ia stessa veri ta, possiamo
concludere che non esiste una veritâ sostanziale?
Noi dunque conosciamo l'esistenza eIa natura del finito, perche
siamo finiti ed estesi come lui. Conosciamo l'esistenza dell'infini-
to e ignoriamo la sua natura, perche ha estensione come noi ma
non ha confini come noi. Ma non conosciamo ne l'esistenza ne Ia
natura di Dio, perche non ha ne estensione ne con fini 25 • Pero me-

24 Nell'edizione di Port-Royal questo frammento e posto al capitolo VII sotto


il titolo: (( ~ piu vantaggioso credere che non credere quel che insegna la religione
cristiana ». E il famoso frammento de! pari.
zs Sebbene questa affermazione di Pascal abbia un sapore fideistico, altrove egli
ammette la possibilită. per un pagano o per un deista di conoscere l'esistenza di Dio.
Notare che la conoscenza di cui paria Pascal e quella per esperienza o per estensio-
ne; in questo sens o Dio e inconoscibile o conoscibile per approssimazione (cfr. VA-
LENSIN, in Recherches de science religieuse, gennaio-marzo 1921, pagg. 91-98).
Quanto alle prove metafisiche dell'esistenza di Dio c:fr. nota al frammento 543. lnol-
tre, qui il ragionamento di Pascal e polemico e prende di petto l'ateo che nega la
stessa esistenza di Dio.

200
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diante la fede conosciamo la sua esistenza; mediante la gloria co-
nosceremo la sua natura. Orbene ho gia dimostrato che si puo co-
noscere l'esistenza di una cosa, senza conoscere la sua natura.
Parliamo adesso secondo i lumi naturali.
Se c'e un Dio, egli e infinitamente incomprensibile, perche, non
possedendo ne parti ne limiti, non ha alcuna proporzione con noi.
Noi dunque siamo inca paei di conoscere non solo cio che egli e ma
anche se e. Cio posto, ehi oserebbe accingersi a risolvere questo
problema? Non certo noi, che non abbiamo alcuna proporzione
con lui.
Chi dunque biasimera i cristiani di non poter dar ragione delia
loro credenza, essi che professano una religione di cui non posso-
no dar ragione? Esponendola al mondo, essi dichiarano che la lo-
ro religione e una stoltezza, stultitiam; e poi vi lamentate che non
la provano! Se la provassero, non manterrebbero la parola; pro-
prio mancando di prove essi non mancano di fiuto.
- Si, ma se questo scusa coloro che la presentano come tale e
toglie loro il biasimo di present~rla senza dame ragione, non scusa
coloro che la ricevono.
- Esaminiamo allora questo punto e cominciamo col dire: « Dio
esiste oppure non esiste ». Da che parte ci decideremo? La ragione
non puo decidere nulla 26 ; c'e di mezzo un caos infinito. Si giuo-
ca una parti ta, all 'estremita di questa distanza in finita, do ve risul-
tera capo o croce. Su che cosa pun tare? Second o ragione, non potete
scegliere ne l'uno ne l'altra; secondo ragione, non potete escludere
nessuno dei due. Dunque non accusate di falsita coloro che hanno
fatto una scelta, perche non ne sapete niente.
- No, ma io li biasimo d'aver fatto non giâ questa scelta, ma
una scelta; perche se tanto colui che sceglie croce quanto l'altro
incorrono in un errore analogo, sono sempre tutti e due in errore:
la cosa migliore e di non scommettere.
- Si, ma bisogna scommettere. Questa non e una cosa volan-
taria: voi siete imbarcato. Quale dei due sceglierete? Vediamo. Poi-
che bisogna scegliere, vediamo cio che vi interessa meno. Voi avete
da perdere due cose: il vero e il bene, e due cose da impegnare:

26 Pascal discute con un incredulo, che non ammette prove razionali. Come gia
prima, concede il fatto all'avversario ma per impegnarlo nella « scommessa )), vale
a dire in una scelta delia ragione (« siamo imbarcati >> o >>incastrati >>).

201
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la vostra ragione e la vostra volontă., la vostra conoscenza e la vo-
stra beatitudine; ela vostra natura ha due cose da fuggire: l'errore
e la miseria. La vostra ragione non riceve maggior danno sceglien-
do l'uno piuttosto che l'altro, perche bisogna necessariamente sce-
gliere. Ecco un punto assodato. Ma Ia vostra beatitudine?
Valutiamo il guadagno ela perdita, scegliendo croce, cioe l'esistenza
di Dio. Esaminiamo questi due casi: se guadagnate, guadagnate
tutto; se perdete, non perdete nulla. Scommettete dunque che egli
esiste, senza esitare.
- Magnifico! Si, bisogna scommettere; ma forse io scommetto
troppo.
- Vediamo. Poiche c'e uguale probabilită. di guadagno o di per-
dita, se aveste da guadagnare soltanto due vite per una, potreste
ancora scommettere; ma se ci fossero da guadagnare tre vite, do-
vreste giocare (perche siete nella necessită. di giocare), e sareste im-
prudente, se, costretto a giocare, non arrischiaste la vostra vita per
guadagnarne tre in un gioco in cui c'e uguale probabilită. di perdi-
ta o di guadagno. Ma c'e un'eternită. di vita e di felicită.. E cosi
stando le cose, qualora ci fosse un'infinită. di probabilită. ci cui una
soia fosse a vostro favore, avreste ancora motivo di scommettere
uno per guadagnare due 27 ; e agireste con scarso giudizio se, ob-
bligato a giocare, vi rifiutaste di giocare una vita contro tre 28 in
un gioco in cui tra un'infinită. di probabilită. ce n'e una per voi,
nel caso che ci fosse una vita infinita infinitamente felice da gua-
dagnare. Ma qui c'e proprio una vita infinita infinitamente felice
da guadagnare, una probabilită. di vincita contro un numero finito
di probabilită. di perdita, e quello che voi mettete in gioco e finito.
Questo toglie ogni incertezza; sempre che c'e l'infinito in gioco e
sempre che non vi sia infinită. di rischi di perdita contro la proba-
bilită. del guadagno, non c'e da stare a fare il pari e il dispari, biso-
gna dar tutto. E cosi, quando si e costretti a giocare, bisogna
rinunziare alia ragione per conservare la vita piuttosto che arri-
schiarla pe·r il guadagno infinito cosi facile a venire quanto la per-
dita del nulla.
Perche non serve a niente dire che e incerto se si guadagneră. e che
e certo che s'arrischia, e che l'infinita distanza tra la certezza di cio

27 Scommettere la propria vita terrena per un'eternitâ di vita e un'eternita di


felicita.
28 Un'eternită di vita, un'eternitâ di felicită, e queste due d'una qualitâ infinita.

202
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che si rischia e 1' incertezza di ci o che si guadagnera uguaglia il be-
ne finito, che s'arrischia certamente, all'infinito che e incerto 29 •
Non e cosi; infatti ogni giocatore rischia con certezza per guada-
gnare con incertezza, e tuttavia arrischia certamente il finito per
guadagnare con incertezza il finito, senza andar controla ragione.
Non c'e affatto infinita di distanza tra la certezza di cio che si ri-
schia e l'incertezza del guadagno; e falso. C'e invece, a dire il ve-
ro, infinita tra la certezza di guadagnare e la certezza di perdere.
Ma l'incertezza di guadagnare e proporzionata alia certezza di cio
che si arrischia secondo la proporzione delle probabilita di guada-
gno o di perdita. E da questo consegue che, se esistono tante pro-
babilita da una parte e dall'altra, la partita si gioca a poste uguali;
e allora la certezza di eia che si scommette e uguale all'incertezza
del guadagno; tutt'altro dunque da esserne infinitamente distante.
E cosi, la nostra offerta possiede una forza infinita, quando c'e
da arrischiare il finito in un gioco in cui sono uguali le probabilita
di guadagno e di perdita, e c'e un infinito da guadagnare. Cio e pro-
bativo; e se gli uomini sono capaci di qualche verita, questa e una.
- L'accetto, lo riconosco. Ma non c'e modo di scoprire il se-
greto del giuoco?
- Si, la Scrittura e il resto ecc.
- Si, ma io ho le mani legate e le labbra mute; qui mi si ca-
stringe a scommettere e io non sono libero; nessuno mi scioglie,
ed io sono fatto in modo che cosi non posso credere. Che volete
dunque che faccia?
- E vero. Ma riconoscete almeno la vostra impotenza a crede-
re, giacche la ragione vi ci porta sebbene non lo potete. Studiatevi
dunque non gia di convincervi con l'accrescere le prove di Dio, ma
col diminuire le vostre passioni. Volete andare verso la fede enon
ne conoscete la strada; volete guarirvi dall'infedelta e ne chiedete
il rimedio; imparate da quelli che sono stati legati come voi e che
adesso scommettono tutto il loro bene; costoro sono uomini che
conoscono la strada che vorreste seguire e sono guariti da un male

29 lnfatti, tra l'incertezza de! guadagno ela certezza di cio che si scommette c'e
una comune misura che e il numero complessivo delle probabilita. Se, per esempio,
prendo 100 biglietti di una lotteria su 100, ho la certezza di vincere; se ne prendo
uno la mia certezza e uguale a un centesimo di certezza. Cosicche se non c'e un'in-
finita di casi di perdita e il valore delia posta e infinito, questo valore sorpassera
sempre infinitamente quello delia scommessa che e finita (Chevalier).

203
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da cui voi vorreste guarire. Seguite il sistema con cui essi hanno
cominciato: facendo tutto come se credessero, usando l'acqua be-
nedetta, facendo celebrare messe ecc. Naturalmente anche questo
vi fan\ credere e vi fara diventar come un bambino 30 •
- E propria quello che temo.
- E perche? Che cosa avete da perdere?
Ma per mostrarvi che questa e la via che mena la, vi dico che
cio diminuira le passioni, che sono i vostri grandi ostacoli.
Fine di questo discorso. - Orbene qual danno n'avrete sceglien-
do questo partito? Sarete fedele, onesto, umile, riconoscente, be-
nefica, amico sincero, veritiero. A dire il vero, non sarete piu nei
pestiferi piaceri, nella vanagloria, nelle delizie; ma non ne avrete
altri? Vi dico che ci guadagnerete in questa vita e che, ad ogni pas-
so che farete in questo cammino, vedrete tanta certezza di guada-
gno e tanta nullita in cio che avete scommesso per una cosa certa,
infinita, per la quale non avete dato nulla.
- Oh, queste parole mi esaltano, mi rapiscono ecc.
- Se questo discorso vi piace e vi sembra forte, sappiate che
esso proviene da un uomo che s'e messo in ginocchio prima e do-
po, per pregare quell'Essere infinito e senza confini, al quale egli
sottomette tutto il suo essere affinche si sottometta anche il vostro
essere per il vostro bene e per la sua gloria; e sappiate che cosi la
forza si accorda con questo abbassamento.

30 Abbiamo tradotto « vous abetira » con « vi fara diventar come un bambi-


no >>. Questa espressione «vous abetira », che scandalizzo tanto il Cousin, il quale
la traduceva: « vi abbrutira », e che alcuni nostri hanno tradotto: « vi istupidira >>
(Bernasconi), « vi ammansira >> (Neri), « vi impecorira >> (Sciacca) ecc., cosi viene
spiegata dai Brunschvicg: « S'abetir significa rinunziare alle credenze a cui lacul-
tura e l'abitudine hanno dato la forza delia necessitâ naturale ma che vengono di-
mostrate impotenti e inutili dai ragionamento. S'abetir significa ritornare all'infanzia
per raggiungere le veritâ superiori che sono inaccessibili alia corta saggezza dei co-
siddetti dotti. "Niente e piu conforme alia ragione quanto questa sconfessione del-
Ia ragione" (framm. 2721: la parola di Pascal ed'un credente, non d'uno scettico >>.
Aggiungiamo: ricorda l'evangelico «se non diventerete bambini ... >>. La parola e,
per davvero, abbastanza forte; tanto che fu eliminata dalie edizioni di Port-Royal;
ma se si considera che essa fu da contrappeso polemico alia difficoltâ dell'incredu-
lo: - Ma io ho le ma ni legate e le labbra mute; qui mi si costringe ... - perde mot-
to delia sua virulenza. E ne! frammento 358 non si dice farse che « ehi vuol far
l'angelo fa la bestia»? Giustamente nota A. Beguin (Pascal par lui-meme, Ed. du
Cerf. 1957, pag. 52): « Bisogna stare in guardia da una interpretazione stretta, che
porterebbe questo sorprendente consiglio a un rinnegamento delia ragione o anche
piu semplicemente a una pratica macchinale >>.

204
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* 234
Se convenisse far qualcosa soltanto per cio che e certo, non si
dovrebbe far nulla per la religione, perche questa non e certa. Ma
quante cose non si fanno per l'incerto, come i viaggi per mare, le
battaglie! Dico che allora non bisognerebbe far niente assolutamen-
te, perche niente e certo, e che c'e piu certezza nella religione che
nel vedere la giornata di domani, ma e certamente possibile che
non la vedremo. Lo stesso non puo dirsi delia religione. Non ecer-
to che essa sia; ma ehi oserebbe dire che e certamente possibile che
essa non sia? Ora, quando si lavora per il domani e per l'incerto,
si agisce ragionevolmente, perche si deve lavorare per l'incerto, se-
condo la regola delle probabilita che e dimostrata.
Sant' Agostino ha visto che si lavora per l'incerto, sul mare, in
battaglia ecc., ma non ha visto la regola delle probabilita, la quale
dimostra che cosi si deve fare. Montaigne ha visto che noi ci irri-
tiamo per uno spirito zoppo e che l'abitudine puo tutto, ma non
ha visto la ragione di un tale effetto 31 •
Costoro hanno dunque visto gli effetti ma non le cause; nei con-
fronti di quelli che hanno scoperto le cause essi sono come coloro
che hanno soltanto gli occhi rispetto a coloro che hanno l'intellet-
to; gli effetti infatti sono in certo modo sensibili, ma le cause sono
visibili soltanto dall'intelletto. E sebbene quei tali effetti si vedano
con 1'intelletto, questo intelletto e, in confronto all'intelletto che
vede le cause, come i sensi corporei in confronto dell'intelletto.

235
Rem viderunt, causam non viderunt 32 •

* 236
Per il calcolo delle probabilita, dovete studiarvi di cercare la ve-
rita, perche se mori te senza adorare il vero principio, siete perduto.
- Ma, mi direte, se Egli avesse voluto che lo adorassi, mi avreb-
be Iasciato i segni delia sua volonta.
- Appunto cosi ha fatto. Voi pero li trascurate. Cercateli, per-
che ne vale la pena.

31 Essais, fii, 8. Cfr. frammento 80.


32 « Hanno visto il fatto, ma non hanno visto la causa >> (S. AGOSTINO, Con-
tra Pelagium, IV, 50).

205
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* 237
Probabilita. - Bisogna vivere diversamente nel mondo secondo
queste diverse supposizioni: 1) se potessimo rimanervi per sempre;
2) se e sicuro che non vi rimarremo a lungo, ed e incerte se vi ri-
marremo solo un'ora. Quest'ultima supposizione e la nostra.

238
In fondo che cosa mi promette (poiche dieci anni sono la pro-
babilitâ ammessa) se non dieci anni di amor proprie, di sforzi per
piacere agli altri senza riuscirvi, oltre le afflizioni sicure?

* 239
Obiezione. - Coloro che sperano nella salvezza sono felici per
questo, ma hanno per contrappeso la paura dell'inferno.
Risposta. - Chi ha piu motive di temere l'inferno: celui che vi ve
nell'ignoranza se esiste un inferne e nella certezza delia dannazio-
ne se esiste, oppure celui che vive in una sicura persuasione che
esiste un inferne e nella speranza di essere salvate se esiste?

* 240
Avrei giâ abbandonato i piaceri, dicono alcuni, se avessi la
fede.
Rispondo: -A veste gia la fede, se aveste abbandonato i piace-
ri. Ora tocea a voi cominciare. Se potessi, vi darei la fede; ma non
ne ho il potere e quindi non posso sperimentare la verita in quel
che dite. Pero voi potete abbandonare i piaceri e sperimentare se
cio che dico io e proprie vero.

* 241
Ordine. -A vrei molto piu paura d'ingannarmi e di trovare che
la re ligi o ne cristiana evera, che non di ingannarmi credendola vera.

206
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SEZIONE IV

1 MEZZI PER CREDERE

* 242

Prefazione delia seconda parte.- Parlare di quelli che hanno trat-


tato questa materia.
Mi stupisce l'arditezza con cui queste persone si mettono a par-
Iare di Dio. Rivolgono i loro discorsi agli increduli, nelloro primo
capitolo provano la Divinita per mezzo delle opere delia natura.
Illoro procedimento non mi stupirebbe se rivolgessero i loro ra-
gionamenti ai credenti, perche e certa [che tutti quelli] che hanno
una fede vi va nelloro cuore vedono immediatamente che tutto cio
che esiste e opera del Dio che adorano. Ma qui si tratta di colora
nei quali questo lume si e spento e che noi vorremmo far rivivere;
si tratta di persone prive delia fede e delia grazia, che, ricercando
con tutto illoro lume quello che scorgono nella natura carne capa-
ce di guidarli a questa conoscenza, non trovano che nebbia e tene-
bre; ora, dire a costoro che basta guardare la piu piccola casa che
li circonda per veder Dia manifesta, e dar Iora, come estrema pro-
va di questo grande e importante oggetto, il corso delia luna e dei
pianeti, e pretendere di aver esaurito la prova con un siffatto argo-
mento, significa dar loro motivo di credere che le prove delia no-
stra religione sono molto deboli; e io so, per ragione e per espe-
rienza, che nulia e piu indicata per far nascere in loro il disprezzo
per essa 1•
Non in questo modo ne paria la Scrittura, la quale conosce me-
glio le case di Dio. Essa dice, anzi, che Dio e un Dio nascosto, e
che, dopo la corruzione delia natura, egli ha lasciato gli uomini

1 Come gia abbiamo accennato nella nota 25 al frammento 233, ricordiamo che
Pascal, pur ammettendo il valore teoretico delle prove dell'esistenza di Dio (le cin-
que vie di san Tommaso), le crede insufficienti dai punto di vista apologetico. Co-
me dira dopo, citando una frase del Vangelo, non si arriva aDio se non per mezzo
di Gesu Cristo.

207
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in un accecamento da cui non possono uscire se non per mezzo di
Gesu Cristo, fuori del quale ogni comunicazione con Dio e impos-
sibile: Nemo novit Patrem nisi Filius et cui voluerit Filius
revelare 2 •
Questo ci dichiara la Scrittura quando in tanti luoghi afferma
che colora che cercano Dio lo trovano 3 • Non e giă. di questo lu-
me che si paria, di un lume cioe « come quello del giorno in pieno
meriggio ». Non c'e bisogno di dire che quanti cercano il giorno
in pieno meriggio o l'acqua nel mare troveranno quello che cerca-
e
no; e, per questo, necessario che l'evidenza di Dio non sia altret-
tanto manifesta nella natura. Anzi la Scrittura ci dice altrove: Vere
tu es Deus absconditus 4 •

243

E sorprendente che nessun autore canonica si sia servita delia


natura per dimostrare Dio 5 • Tutti mir ano unicamente a far cre-
d ere in lui. Davide, Salomone ecc. non hanno mai detto: - Non
esiste assolutamente il vuoto, dunque esiste un Dio.- Bisogna am-
mettere che sono stati piu abili dei piu abili scrittori venuti dopo,
i quali se ne sono tutti serviti.
Questa e una cosa veramente importante.

244

E che? Non dite anche voi che il cielo e gli uccelli provano
Dio? - No. - E la vostra religione non afferma questo? - No.
Perche, anche se cio e vero in un certa senso per talune anime a
cui Dio concede questo lume speciale, tuttavia e falsa per quanto
riguarda la maggioranza.

2 « Nessuno conosce il Padre tranne il Figlio e colui al quale il Figlio l'ha volu-
ta rivelare » (Matteo, XI, 27).
3 Matteo, VII, 7.
4 « Veramente tusei un Dio nascosto >>(Isaia, XLV, 15).

s Qui Pascal e in errore. Le prove dell'esistenza di Dio, tratte dalla considera-


zione delia natura, si trovano nella Sapienza, XIII, 1-9 e nella Lettera ai Romani,
1, 20-21.

208
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• 245
Esistono tre mezzi per credere: la ragione, l'abitudine e l'ispira-
zione. La religione cristiana, che e la soia ad aver la ragione dalla
parte sua, non riconosce come suoi veri figli coloro che credono
senza ispirazione; non perche escluda la ragione e l'abitudine, an-
zi; ma bisogna aprire il proprio intelletto alie prove, fortificarvisi
con l'abitudine e soprattutto col sottomettersi umilmente alie
ispirazioni 6 , perche esse sote possono causare il vero e salutare ef-
fetto: Ne evacuetur crux Christi 7 •

246

Ordine. - Dopo la lettera «sul dovere di cercare Dio », scrivere


la lettera « sull'eliminazione degli ostacoli », che e il ragionamen-
to delia « macchina », delia preparazione delia macchina e delia ri-
cerca per mezzo delia ragione 8 •

247

Ordine. - Una lettera di esortazione a un amico per indurlo a cer-


care.- Rispondera: «Ma a che cosa mi serve cercare? non si scorge
nulla ». - Rispondetegli: «Non disperare». - E lui rispondera che
sarebbe contento di trovare qualche lume ma che, secondo questa stes-
sa religione, anche se credesse cosi, non gli servirebbe a nulla, e per-
eia preferisce non cercare.- Rispondere a questo: «La macchina ».

6 Sottomettersi alle ispirazioni eentrare nell'ordine delia carita, delia grazia vi-
vente, che ci viene da Dio solo.
7 << Affinche non sia resa vana la croce di Cristo >> (1 Corinzi, 1, 17).
8 Pascal usa illinguaggio cartesiano di « macchina » e di « automa » non proprio
nel preciso senso cartesiano (meccanismo o automatismo corporeo), ma nel senso che
nell'anima, oltre alia ragione propriamente detta, c'e un principio d'auivita irriflessa,
simile a quello che si manifesta nel corpo, un automatismo psicologico che consiste
nella disponibilita dell'anima a contrarre delle tendenze abituali, mediante l'abitudine.
Ma Pascal, su questo punto, non chiari mai il suo pensiero. (Cfr. LAPORTE, Le coeur
et la raison selon Pascal, in Revue philos., 1927, voi. 1, pag. 280).
« Piegare l'automa », « piegare la macchina » (framm. 308) esottomettere il corpo
ad atti che, pur apparentemente contro ragione, mettono l'uomo in condizione di
giungere alia fede. Questo metodo del/'umilta e indicato gia negli Eserci:â dî san-
t'lgnazio (E. JOVY, Pascal et saint lgnace, Parigi, 1923).

209
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248
Lettera sul/'utilita de/le prove tratte da/la macchina. - La fede
edifferente dalla dimostrazione; questa eumana, l'altra e un do-
na di Dio. Justus ex fide vivit 9 ; orbene la prava e spessa lo stru-
mento di questa fede che Dio stesso infonde nel cuore, fides ex
auditu 10 ; ma questa fede e nel cuare e fa dire non giâ scio bensi
credo 11 •

* 249
Significa propria essere superstizioso voler fondare la propria
speranza nelle formalitâ; ma significa essere superba non volersi
sottamettere ad esse.

250
L'esteriore dev'essere cangiunto all'interiore se si vuole ottene-
re qualcosa da Dio; vale a dire: bisagna mettersi in ginocchia, pre-
gare con le labbra ecc., affinche l'uomo orgaglioso, che non ha
voluta sottomettersi a Dio, sia intanto sottomesso alla creatura.
Attendere da questa esteriore il soccorso significa essere superstizio-
so; non volerlo cangiungere all'interiore significa essere superba 12 •

* 251
Le altre religioni, carne ad esempio le pagane, sono piu popola-
ri, perche si fondano sull'esteriore; ma non sono fatte per le per-
sane intelligenti. Una religione puramente intellettuale sarebbe piu
adatta per gli intellettuali, ma non servirebbe al papolo. Soltanto

9 << Il giusto vive di fede » (Romani, l, 17).


to « La fede dipende dall'ascolto delia parola di Dio >> (Romani, X, 17).
e
ti lnfatti la fede un dono di Dio: l'uomo Io accetta con un atto delia sua vo-
lonlli (l'amen delia ragione), che crede soltanto per l'autoritâ del Rivelatore. Le
prove o dimostrazioni sono sempre lo strumento delia fede ma non la causa.
12 Questa armonia tra gli atti interiori ed esteriori nella religione cristiana espie-
gata meglio nei frammenti 251-252 e rende piu chiaro il conceuo pascaliano di « mac-
china », di cui nei frammenti 246 e 247. Cfr. frammento 358. Dio resiste ai superbi
(quelli che vogliono « far l'angelo ») e dă. la sua grazia agli umili (ricorda il<< s'abe-
tir »: nota 30 al frammento 233). Cfr. Giacomo, IV, 6; 1 Pietro, V, 5.

210
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la religione cristiana e proporzionata a tutti, perche fatta di este-
riore e di interiore. Essa eleva il popolo all'interiorita ed abbassa
i superbi alla esteriorita, e non e perfetta senza questi due aspetti
perche il popolo deve sentire lo spirito delJa lettera e le persone in-
telligenti devono sottomettere il loro intelletto alia lettera.

* 252
... Perche non dobbiamo dimenticare la nostra condizione: noi
siamo automa 13 e intelletto, e da questo dipende che lo strumen-
to per ottenere la convinzione non e la soia dimostrazione. Quan-
to sono poche le cose dimostrate! Le prove non convincono che
l'intelletto. L'abitudine rende le nostre prove piu forti e piu credu-
te; essa spiega l'automa, e questo trascina l'intelletto senza che se
ne accorga. Chi mai ha dimostrato che domani vivremo oppure mo-
riremo? E che cosa c'e di piu creduto? Dunque e l'abitudine che
ce ne convince; essa che fa tanti cristiani, cosi come fa i turchi,
i pagani, gli artigiani, i soldati ecc. (per i cristiani c'e, in piu che
peri turchi, la fede ricevuta nel battesimo). Infine bisogna ricorre-
re all'abitudine appena l'intelletto ha scorto dove ela verita, se vo-
gliamo abbeverarci ed impregnarci di questa credenza che ci sfugge
ogni momento, perche averne le prove sempre presenti e troppo
arduo. Bisogna acquistare una credenza piu facile, che equella del-
l'abitudine, la quale, senza violenza, senza artificio, senza argo-
mentazione, ci fa credere le cose e inclina tutte le nostre facolta
a questa credenza in modo che la nostra anima vi cada natural-
mente. Non basta credere soltanto in base alia convinzione razio-
nale, mentre l'automa e inclinato a credere il contrario. Bisogna
far credere tutte e due le nostre parti: l'intelletto mediante le ra-
gioni, che e sufficiente aver viste una voita nella vita, e l'automa
coll'abitudine e col non permettergli d'inclinarsi nel senso contra-
rio. Inclina cor meum, Deus 14 •
La ragione agisce lentamente con tante idee e basandosi su tanti
principî - i quali dovrebbero essere sempre presenti, - che ogni
momento si assopisce e si svia, nell'impossibilita di avere presenti
tutti i suoi principî. Il sentimento non agisce cosi: agisce in un istante

13 << Automa » nel senso spiegato nella nota 8 al frammento 246.


14 << Piega il mio cuore, o Dio >> (Salmo CXVIII, 36).

211
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ed e sempre pronto ad agire. Dunque bisogna riporre la nostra fe-
de nel sentimente, diversamente sara sempre vacillante 15 •

* 253
Due eccessi: escludere la ragione, non ammettere che la ragione.

254

Non e raro dover rimproverare alia gente l'eccesso di docilita.


E un vizio naturale carne l'incredulita, ed e altrettanto pernicioso:
superstizione.

255

La pieta e diversa dalla superstizione.


Spingere la pieta fina alia superstizione significa distruggerla.
Gli eretici ci rimproverano questa sottomissione superstiziosa;
fanno quello che ci rimproverano ...
Empieta, il non credere all'Eucaristia per il fatto che non si ve-
de. Superstizione, credere ad alcune proposizioni ecc. Fede ecc.

256

Esistono pochi veri cristiani, intendo dire di fede. Ce ne sono


tanti che credono, ma per superstizione; ce ne sono tanti che non
credono,- ma per dissolutezza; pochi stanno tra gli uni e gli altri.
Non includa tra costoro quelli che sono di costumi veramente e
profondamente pii e tutti colora che credono per un sentimente
del cuore.

IS Non che la fede si fondi sul sentimento, ma ha bisogno de! sentimento (de!
cuore) per vivere. Essa non e saggezza contemplativa ma saggezza dell'uomo reale,
che impegna tutto se stesso (mente e cuore) in una conformita col Cristo.

212
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* 257
Esistono tre categorie di individui: quelli che servono Dio dopo
averlo cercato; quelli che si sforzano di cercarlo senza ancora tro-
varlo; quel1i che vivono senza cercarlo e senza averlo trovato. 1 primi
sono ragionevoli e felici, gli ultimi sono pazzi e infelici, quelli di
mezzo sono infelici e ragionevoli.

258
Unusquisque sibi Deum fingit 16

Il disgusto.

259
Le persone ordinarie hanno il potere di non pensare a cio a cui
non vogliono pensare. « Non pensare ai passi riguardanti il Mes-
sia », diceva l'ebreo a suo figlio. Anche i nostri fanno spesso cosi.
E in questo modo si conservano le false religioni, e perfino la vera,
secondo molta gente.
Ma ci sono di quelli che non hanno il potere di impedirsi di pen-
sare cosi, anzi, pensano quanto piu viene loro impedito. Costoro
si liberano dalie false religioni, e anche dalla vera, se non trovano
dei ragionamenti validi.

260
Si nascondono nella folla e chiamano il numero in loro aiuto.
Tumulto.
L 'autori/a. - Ci mancherebbe che l'aver udito una cosa debba
essere la regola della vostra credenza enon dobbiate credere a nul-
la senza mettervi nella condizione di come se non l'aveste mai udita.
Soltanto il consenso dato da voi a voi stessi e la voce costante
della vostra ragione, e non gia degli altri, deve farvi credere.
e
Credere una cosa assai importante. Cento contraddizioni sa-
rebbero vere 17 •

16 « Ognuno si fabbrica un Dio >> (Sapienza, XV,8).


17 Aggiungi: Se non ci fosse una regola per credere.

213
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Se Fantichită. fosse la regola delia credenza, allora gli antichi sa-
rebbero stati senza regola. Se lo fosse il consenso generale, che sa-
rebbe accaduto nel caso che tutti gli uomini fossero periti?
Falsa umiltă., orgoglio.
Toglietevi la maschera. Avete voglia di essere riluttanti; bisogna
o credere, o negare, o dubitare. Non avremo dunque una regola?
Per quanto riguarda gli animali, riteniamo che fanno bene quello
che fanno. Non ci sară. anche una regola per giudicare gli uomini?
Negare bene, credere bene, dubitare bene sono per l'uomo quel
che e il correre per il cavallo.
Punizione di quelli che peccano: errore.

261
Coloro che non amano la verită. adducono le contestazioni e il
numero di quelli che la negano. E cosi il loro errore proviene dai
fatto che non amano la verită. o la carită.; e per questo non sono
scusabili.

* 262
Superstizione - e concupiscenza.
Scrupoli - desideri cattivi.
Timore cattivo 18 •
Timore, non quello che viene dal credere in Dio, ma dai dubitar
se esiste o no. Il buon timore viene dalla fede - il falso timore
viene dai dubbio. Il buon timore e unito alia speranza, perche na-
sce dalla fede e perche ci fa sperare in Dio in cui crediamo - il
cattivo timore e unito alia disperazione, perche si teme il Dio nel
quale non si crede. Gli uni temono di perderlo - gli altri temono
di trovarlo.

* 263
Si dice: « un miracole confermerebbe la mia credenza ». Lo si
dice quando non lo si vede. Le ragioni, se viste di lontano, sem-

18 La disposizione nel manoscritto fa intendere che Pascal oppone suggestio-


ne, scrupoli e timore alia concupiscenza e ai desideri cattivi.

214
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brano limitare la nostra vîsta; ma quando siamo vicini comincia-
mo a vedere oltre di esse. Nulla arresta la volubilita del nostro spi-
rito. Si dice che non c'e regola che non abbia la sua eccezione e
che non c'e verita cosi generale che non abbia qualche aspetto di-
fettoso. Basta che essa non sia assolutamente universale per darei
motivo di applicare l'eccezione al caso nostro e di affermare: « Que-
sto non sempre e vero; dunque ci sono dei casi in cui non e cosi>>.
Resta soltanto da mostrare che questo caso e uno di quelli, e si e
propria maldestri o sfortunati se non si trova tempo per questo.

264
Il dover mangiare e dormire tutti i giorni non ci annoia perche
la fame rinasce, e cosi il sonno; se non fosse cosi, ci annoieremmo.
Similmente, senza la fame delle cose spirituali, ne sentiamo disgu-
sto. Fame delia giustizia: ottava beatitudine 19 •

* 265
La fede dice quel che i sensi non dicono, ma non il contraria
di quel che i sensi vedono. E al di sopra e non contro.

266
Quanti astri, che non esistevano peri nostri filosofi d'un tempo,
ci sono stati rivelati dai cannocchiale! Si criticava apertamente la Sa-
cra Scrittura sul gran numero delle stelle, dicendo: « Sono soltanto
miile ventidue: lo sappiamo >> 20.
Ci sono delle erbe sulla terra; le vediamo. - Dalla luna non si ve-
drebbero. - E su queste erbe dei peli; e in altri peli dei piccoli ani-
mali; ma piu in la, nulla. - O presuntuosi! - 1 corpi misti sono
composti di elementi, e gli elementi, no.- O presuntuosi! Ecco un
punto delicata. -Non bisogna dire che esiste quel che non si vede.
- Dunque bisogna dire carne gli altri, ma non pensare carne loro.

19 Quarta beatitudine: « Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia perche
saranno saziati >> (Martea, V, 6); ottava: « Bea ti i perseguitati a ca usa delia giusti-
zia»(V, 10).
20 II numero delle stelle, dato da Tolomeo.

215
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* 267
L'ultimo passo delia ragione e riconoscere che c'e un'infinita di
cose che la sorpassano; essa e debole se non arriva a conoscere
questo.
Se le cose naturali la sorpassano, che dire delle cose sopranna-
turali?

* 268
Sottomissione. - Bisogna saper dubitare quand'e necessario; af-
fermare quand'e necessario, sottomettersi quando e necessario. Chi
non si comporta cosi, non capisce la forza delia ragione. Ci sono
persone che sbagliano contro questi tre principî o affermando tutto
come apodittico, perche non s'intendono di dimostrazione, o du-
bitando di tutto, perche non sanno a ehi bisogna sottomettersi, o
sottomettendosi in tutto, perche ignorano quando si deve giudicare.

269
Sottomissione e uso della rag10ne: in questo consiste il vero
cristianesimo 21 •

* 270
Sant' Agostino: La ragione non si sottometterebbe mai, se non
giudicasse che vi sono dei casi in cui deve sottomettersi 22 • E dun-
que giusto che si sottometta, quando ritiene di doversi sottomettere.

271
La Sapienza ci rimanda all'infanzia: Nisi efficiamini sicut
parvuli 23 •

21 « lnfatti i suoi principi sono al di sopra delia natura e delia ragione, e la mente
umana, poiche e troppo debole per arrivarci con i suoi soli sforzi, non puo giunge-
re a tati sublimi veri ta se non vi e portata da una forza onnipotente e soprannatura-
le >> (Trattato sul vuoto).
22 Epistola 120.
23 (( Se non diventerete carne bambini non entrerete net regno dei cieli >> (Mat-
teo, XVIII, 3).

216
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* 272
Niente e cosi conforme aiia ragione come questa rinunzia delia
ragione 24 •

* 273
Se si sottomette tutto aiia ragione, la nostra religione non avrâ
niente di misterioso e di soprannaturale. Se si offendono i principî
delia ragione, la nostra religione sara assurda e ridicola.

* 274
Tutto il nostro ragionamento si riduce a cedere al sentimento.
Ma la fantasia e simile e contraria al sentimento, sicche non si
puo distinguere tra questi due contrari. L'uno dice che il mio sen-
timento e fantasia, l'altro dice che la sua fantasia e sentimento.
Bisognerebbe avere una regola. La ragione si fa avanti, ma essa
e pieghevole in tutti i sensi; e cosi non c'e regola.

* 275
Spesso gli uomini scambiano la loro immaginazione colloro cuo-
re, e credono di essersi convertiti quando cominciano appena a pen-
sare di convertirsi.

276
Il signore di Roannez 25 diceva: « Le ragioni mi si presentano
dopo, ma di primo acchito la cosa mi piace o mi urta senza ch'io
sappia perche; questo fatto pero mi urta per quella certa ragione
che scopro soltanto in seguito ». Credo invece non giă. che il fatto
urti per le ragioni che si scoprono in seguito, ma che si trovino in
seguito quelle ragioni proprio perche la cosa ci urta.

24 La spiegazione e data dai frammento seguente.


25 Il duca di Roannez fu amico di Pascal nel « periodo mondano )).

217
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*277

Il cu ore ha le sue ragioni che la ragione non conosce 26 : lo ve-


diamo in mille cose. Io dico che il cuore ama l'essere universale
naturalmente e se stesso naturalmente, secondo che si attacca al-
l'uno o all'altro; e s'indura contro l'uno o l'altro a sua scelta. Voi
avete respinto l'uno e conservato l'altro: e forse seguendo la ra-
gione che amate il vostro io?

* 278
Il cuore, enon Ia ragione, sente Dio. E questa ela fede: Dio sen-
sibile al cuore e non alia ragione.

279

La fede e un dono di Dio; non crediate che diciamo che sia un


dono de! ragionamento. Le altre religioni non dicono cosi delia !o-
ro credenza; esse offrivano soltanto il ragionamento per arrivarci,
che pero non vi arriva mai.

26 La distinzione tra « cuore >> e « ragione )), tra «ordine de! cuore )), « ragioni
de! cuore >> e << ordine delia ragione )), « ragioni delia ragione >> e fondamentale nel-
l'apologetica pascaliana. Come nota il Serini, « l'ispirazione e il significato delia
distinzione pascaliana tra raison e coeur sono essenzialmente d'ordine religioso e
apologetico. Piu che ragioni d'ordine gnoseologico, alia sua base stanno, da un la-
to, 1' esperienza interiore e personale delia grazia, vissuta da Pascal la notte de! 23
novembre 1654; dali'altro, la convinzione che il vero Dio delia coscienza religiosa
cristiana sia non il Dio delia teologia razionale - il Dio primo motore immobile
e suprema ragione metafisica deii'universo delia filosofia aristotelico-tomista o il
Dio creatore. delle "veri ta eterne" delia scienza delia filosofia cartesiana -, ma
il Dio di amore e di consolazione che l'uomo, illuminato dalla rivelazione e rinno-
vato dalla grazia, scopre ne! pili profondo di se: luce che rischiara il mistero delia
sua natura e delia sua destinazione, charitas che fonda e alimenta tutta Ia sua vita
spirituale )). Inoltre, per Pascal, il cuore non e il sentimento. « Pascal diffida giu-
stamente de! sentimento; l'ha bandito espressamente dai campo delle conoscenze
naturali; se ne ha provato i benefici (cfr. Memoriale), non ne ignora i pericoli; in-
fatti non possediamo norme sicure per distinguere il sentimento dalla fantasia o
dall'immaginazione, e spesso rischiamo di sbagliare scambiandolo l'uno con le al-
tre )) (J. CHEVAL!ER, Pascal, Pion, Parigi, 1957, pag. 276). Insomma, per Pascal,
il cuore e la facolta che percepisce i principi e percepisce /'ordine.

218
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280
27
Quanta distanza tra la nostra conoscenza di Dio e 1' amarlo! •

281
Cuore, istinto, principî.

* 282
Conosciamo la veri ta non solo con la ragione ma anche col cuo-
re; ed e in questo secondo modo che conosciamo i primi principî,
e inutilmente il ragionamento, che non vi ha parte, s'industria di
combatterli. 1 pirroniani, che hanno questo come scopo, vi si affa-
ticano inutilmente. Sappiamo di non sognare; per questo siamo im-
potenti a dame le prove con la ragione, questa impotenza ci porta
a concludere per la debolezza delia nostra ragione, ma non per l'in-
certezza di tutte le nostre conoscenze, come pretenderebbero loro.
lnfatti la conoscenza dei primi principî, come l'esistenza dello spa-
zio, del tempo, del movimento, dei numeri, e piu salda di qualun-
que altra che ci viene dai nostri ragionamenti. E proprio su tali
conoscenze del cuore e dell'istinto la ragione deve appoggiarsi e
su di esse fondare tutto il suo ragionamento. (Il cuore sente che
ci sono tre dimensioni nello spazio e che i numeri sono infiniti; la
ragione in seguito dimostra che non esistono due numeri quadrati
di cui l'uno sia doppio dell'altro. 1 principî si sentono, le proposi-
zioni si deducono; e tutto con certezza, sebbene questa si raggiun-
ga per vie diverse). Ed etanto inutile e ridicolo che la ragione chieda
al cuore di dar le prove dei suoi primi principî, per decidersi a pre-
stare il suo assenso, quanto sarebbe ridicolo che il cuore chiedesse
alla ragione un sentimento di tutte le proposizioni che essa dimo-
stra, per decidersi ad accettarle.
Questa impotenza non deve dunque servire ad altro che ad umi-
liare la ragione- la quale vorrebbe giudicare di tutto - , non gia
a combattere la nostra certezza, come se soltanto la ragione fosse
capace di istruirci. Anzi, volesse il cielo che non ne avessimo 'mai

27 Questo frammento puo spiegare meglio perche « il cuore e non la ragione sen-
te Dio >>. La fede cristiana non e solo assenso alia dottrina del Rivelatore, ma so-
prattutto ed essenzialmente amore del Rivelatore. E la fede e amore.

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bisogno e conoscessimo ogni cosa per istinto e per sentimento! Ma
la natura ci ha negato questo dono; anzi non ci ha concesso che
pochissime conoscenze di questa specie; tutte le altre non si posso-
no acquistare se non col ragionamento.
Per questo coloro ai quali Dio ha concesso la religione mediante
il sentimento del cuore sono ben fortunati e legittimamente con-
vinti. Ma a coloro che non l'hanno, noi non possiamo darla se non
col ragionamento, nell'attesa che Dio gliela conceda per sentimen-
to del cuore, senza di che Ia fede e puramente umana e inutile aiia
salvezza 28 •

* 283
L 'ordine. Contro l'obiezione che la Scriitura non ha ordine. -
II cuore ha il suo ordine; l'intelletto ha il suo, che procede per prin-
cipî e deduzioni; il cuore ne ha un altro. Non si dimostra che biso-
gna essere amati, esponendo ordinatamente le cause dell'amore:
sarebbe ridicolo.
Gesu Cristo, san Paolo, hanno l'ordine della carita, non dell'in-
telletto, perche volevano infiammare 29 , non istruire. Similmente
sant' Agostino. Quest'ordine consiste principalmente nella digres-
sione su ciascun punto che viene rapportato al fine, per mostrarlo
presente dovunque Jo.

* 284
Non meravigliatevi di vedere delle persone semplici credere sen-
za ragionare. Dio concede loro l'amore per lui e l'odio per se stes-
si. Egli inclina i loro cuori a credere. Non si crederâ mai con una
convinzione utile e veramente di fede, se Dio non inclina il cuore;

28 Perche manca d'amore.


29 Lafuma legge rabaisser (abbassare) invece di echauffer. Arnauld d' Andilly
nelle sue Oeuvres chretiennes et spirituelles de Saint-Cyran, parlando dell'ordine
del cu ore, che e quello delia cari ta, dice che a imitazione di san Paolo e di sant' A-
gostino, Saint-Cyran ha seguito piu quest'ordine che quello delia ragione, « perche
il suo scopo non era tanto di istruire quanto di infiammare !'anima».
JO L'ordine del cuore o delia carita mira a riportare tutto al fine che e Dio
(framm. 425). Ora gli uomini mirano ai mezzi e mai al fine (framm. 98), e percio
si perdono nelle varie « curiosita >> del mondo, come la potenza, la scienza, i piace-
ri (framm. 425).

220
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e si credera dai momento in cui egli l'avră. inclinata. Ben lo sapeva
Davide quando diceva: Inclina cor meum, Deus, in testimonia
tua 31 •
* 285
La religione e proporzionata a ogni specie di intelligenza. Alcu-
ni si fermano alia sua soia affermazione nel mondo; e la nostra
religione etale che la sua soia affermazione nel mondo esufficien-
te a provarne la verită.. Altri si spingono fino agli apostoli. 1 piu
istruiti si spingono fino agli inizi del mondo. Gli angeli la vedono
ancor meglio, e piu da lontano.

* 286
Alcuni credono senza aver letto i Testamenti, perche hanno una
disposizione interiore perfettamente santa, a cui e conforme quel
che sentono dire della nostra religione. Sentono che un Dio li ha
creati; non vogliono amare che Dio; non vogliono odiare che se
stessi. Sentono che da soli non ne hanno la forza; che sono incapa-
ci di andare aDio; e che, se Dio non viene a loro, essi non possono
avere alcuna comunicazione con Dio. E sentono dire nella nostra
religione che non bisogna amare se non Dio e non bisogna odiare
che se stessi; ma che, essendo tutti gli uomini corrotti e incapaci
di arrivare a Dio, Dio si e fatto uomo per unirsi a noi. Non occor-
re altro per convincere gli uomini che hanno una tale disposizione
nel cuore e che hanno una tale conoscenza del loro dovere e delia
loro incapacită..

* 287
Quei cristiani, che sappiamo privi delia conoscenza delle profe-
zie e delle prove, ne giudicano abbastanza bene quanto quelli che
possiedono tale conoscenza. Quelli giudicano col cuore, questi giu-
dicano con la mente. Dio stesso li inclina a credere; e quindi sono
persuasi in modo efficacissimo.
Riconosco che qualcuno di quei cristiani che credono senza pro-
ve non avră. forse i mezzi per convincere un infedele, il quale dices-
se altrettanto di se.

JI « Inclina il mio cuore, o Dio, verso le tue testimonianze » (Salmo CXVIII,


36).

221
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Pero colora che conoscono le prove delia religione proveranno
senza difficoltâ che questo fedele e ispirato da Dio, benche non
sia in grado di provarlo lui stesso.
Infatti, poiche Dio ha detto nelle sue profezie (che sono certa-
mente profezie) che nel regno di Gesu Cristo egli avrebbe sparso
il suo spirite sulle nazioni, e che i figli, le figlie e i fanciulli delia
Chiesa avrebbero profetato 32 , e fuor di dubbio che lo Spirite di
Dio e su costoro e non sugli altri.

* 288
Invece di lamentarvi che Dio si e nascosto, ringraziatelo perche
si e tanto rivelato; e inoltre ringraziatelo perche non si e rivelato
ai superbi sapienti, indegni di conoscere un Dio cosi santo.
Due specie di persone conoscono: quelli che hanno il cuore umi-
liato e amana il propria abbassamento, sia alta o basso il livello
delia loro intelligenza; e colora che hanno abbastanza intelligenza
per vedere la veritâ, per quanta riluttanza possano avere.

289
Prove 33 • 1) La religione cristiana, con la sua affermazione nel
-

mondo: si e affermata da se cosi fortemente e cosi dolcemente, pur


essendo contraria alla natura. 2) La santitâ, l'altezza e l'umiltâ di
un'anima cristiana. 3) Le meraviglie delia Sacra Scrittura. 4) Gesu
Cristo in particolare. 5) Gli apostoli in particolare. 6) Mose ei pro-
feti in particolare. 7) Il popolo giudaico. 8) Le profezie. 9) La per-
petuitâ: nessuna religione possiede la perpetuitâ. 10) La dottrina
che da ragione di tutto. 11) La santitâ di questa legge. 12) Il com-
portamente stesso del mondo.
E fuori dubbio che dopo tutto questo, considerando che cos'e
la vita e che cos'e la religione, non dobbiamo rifiutare di seguire
l'inclinazione a seguirla, se ci viene tale inclinazione nel cuore; ed
e certa che non c'e motiva di farsi beffa di colora che la seguono.

290
Prove delia re/igione. - Morale, Dottrina, Miracoli, Profezie, Figure.

32 Gioele, Il, 28.


33 E lo schema delle prove delia carita delia religione cristiana. Quasi tutte le
prove sono quelle tradizionali, ma, come vedremo in quelle di cui ci ha Iasciato
dei frammenti, sono tutte pervase da motivi specificamente pascaliani.

222
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SEZIONE V

LA GIUSTIZIA
E LA RAGIONE DEG LI EFFETTI

291
Nella lettera Sull'ingiustizia si puo ricordare quel motto spirite-
se dei primogeniti che ereditano tutto: «Amice mio, voi siete nato
da questo late delia montagna; e giusto dunque che il vostre fra-
tello primogenito abbia tutto ».
« Perche mi uccidete? ».

292
Egli abita al di la del fiume.

293
« Perche mi uccidete? - E che? Non abitate sull'altra riva? Ami-
ce mio, se abitaste da questa parte, sarei un assassino e sarebbe
ingiusto uccidervi in questa maniera; ma poiche abitate dall'altra
riva, io sono un prade, e il mio atto e giusto ».

* 294
... Su che casa l'uomo basera l'economia del mondo che vuol go-
vernare? Sul capriccio di ogni singele? Che confusione! Sulla giu-
stizia? Non la conosce 1 •

1 Lo Chevalier distingue in Pascal tre significati di giustizia: << 1. Virtu genera-


le e soprannaturale, conforme ali' ordine superiore di Dio, la quale ci eleva allo sta-
to di figli adottivi di Dio (Romani, X, 3) di cui fummo privati dai peccato, secondo
la definizione de! Concilio di Trento (Sess. V, 1); 2. Giustizia nel sens o stretto, o
virtu che ci fa dare agli altri quello che dobbiamo loro; 3. Giustizia divina, conside-
rata soprattutto come potere di repressione (Romani, II, 5-8). In tutto questo fram-
mento si tratta della giustizia nel secondo significato ma riferito alla norma, il che
a Pascal fa apparire questa giustizia umana assai ingiusta )) (PASCAL, Oeuvres com-
p/etes, a cura di J. Chevalier, Ed. de la Pleiade, p. 504), e CHEVALIER, Pascal,
Pion, 1957, 2• edizione, Appendice lll, pagg. 319-323).

223
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Certo, se la conoscesse, non avrebbe stabilita questa massima,
la piu generale di quelle vigenti tra gli uomini: ciascuno segue i co-
stumi del suo paese; lo splendore delia vera equita avrebbe assog-
gettato tutti i popoli, ei legislatori non avrebbero preso a modello,
invece di questa giustizia costante, le fantasie e i capricci dei per-
siani e dei tedeschi. La si vedrebbe radicata in tutti gli Stati del mon-
do e in tutti i tempi, mentre non si vede niente di giusto e di ingiusto
che non muti di qualita mutando clima. Tre gradi di latitudine ca-
povolgono tutta la giurisprudenza; un meridiano decide delia veri-
ta; in pochi anni di un regime, le leggi fondamentali cambiano; il
diritto ha le sue epoche; l'entrata di Saturno nel Leone ci indica
l'origine di un certo delitto. Ridicola giustizia, limitata da un fiu-
me! Verita al di qua dei Pirenei, errore al di la.
Ammettono che la giustizia non consiste in questi costumi e che
risiede nelle leggi naturali riconosciute in ogni paese. Certamente
sosterrebbero accanitamente questa opinione, se la temerita del ca-
so, che ha disseminato le leggi umane, ne avesse incontrata alme-
no una che fosse universale; ma il ridicolo e questo: che il capriccio
degli uomini si e cosi ben diversificata che non ce n'e nessuna 2 •
Illatrocinio, l'incesto, l'uccisione dei figli e dei padri hanno avuto
tutti illoro posto tra le azioni virtuose. Che c'e di piu ridicolo di
questo: che un uomo abbia diritto di uccidermi solo perche abita
sull'altra riva e perche il suo sovrano e in lite col mio, sebbene io
non ne abbia alcuna con lui?
Vi sono senza dubbio delle leggi naturali; ma questa bella ragio-
ne corrotta ha corrotto ogni cosa: Nihil amplius nostrum est; quod
nostrum dicimus, artis est. Ex senatus consultis et p/ebiscitis eri-
mina exercentur. Ut o Iim vitiis, sic nu ne legibus /aboramus 3 •
Da questa confusione proviene che l'uno afferma che l'essenza
delia giustizia e 1' autori ta, 1' alt ro 1'utilitâ del sovrano, il terzo
il costume vigente; e quest'ultima affermazione e piu sicura; nul-
la, stando unicamente alia ragione, e giusto per se stesso; tutto ro-
vina col tempo. L'abitudine fonda l'equita per il solo fatto che e

2 lntendi: legge universale.


3 La prima citazione e di Cicerone (Definibus V, 21): «Non c'e piu niente di
nostro: quel che diciamo nostro e frutto di artificio ». La seconda e di Seneca (Lei-
tere, 95): «Si compiono delitti in ossequio ai decreti del senato e ai plebisciti >>.
La terza e di Tacito (Annali, III, 25): « Carne un tempo soffrivamo per i nostri
vizi, cosi ora soffriamo per le leggi ».

224
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accettata da tutti: e il fondamento mistico delia sua autorita. Chi
riporta la giustizia al suo principio, la distrugge. Niente e cosi di-
fettoso come quelle leggi che correggono i difetti; ehi obbedisce a
queste perche giuste, obbedisce alia giustizia ch'egli s'immagina ma
non all'essenza delia legge; la legge e tutta racchiusa in se, e legge
e niente altro. Chi volesse indagare il motivo, lo troverebbe cosi
fragile e frivolo che se non eabituato a contemplare i prodigi delia
immaginazione umana si stupira che sia bastato un secolo a pro-
curare alia legge tanta solennita e ossequio. L'arte di fare la rivo-
luzione e di sconvolgere gli Stati consiste nello scuotere i costumi
stabiliti, frugando fin nella loro prima origine, per svelare illoro
difetto di autorita e di giustizia. « Bisogna, si dice allora, ricorrere
alle leggi fondamentali e primitive dello Stato che un costume in-
giusto ha abolite». E questo eun mezzo sicuro per rovinare tutto:
nulla sara giusto, se pesato su questa bilancia. Tuttavia il popolo
da facilmente ascolto a questi discorsi. Il popolo scuote il giogo
appena se ne rende conto; e i grandi ne approfittano per la rovina
del popolo e di quei curiosi critici delle usanze vigenti. Ma per un
difetto contraria, gli uomini credono di poter fare qualche voita
con giustizia tutto quello che non e senza esernpio. E percio il piu
saggio dei legislatori 4 diceva che, per il bene degli uornini, spesso
conviene ingannarli; e un altro buon politico: Cum veritatem qua
liberetur ignoret, expedit quod falia tur 5 • Non devono sentire la
verita dell'usurpazione; questa e stata introdotta in passato e sen-
za ragione, poi e diventata ragionevole; bisogna farla considerare
corne autentica, eterna, e nasconderne l'inizio, se non si vuole che
essa abbia rapidarnente fine.

• 295

Mio, tuo.- « Questo cane emio », dicevano quei poveri ragazzi.


« Questo posto al sole e rnio ». Ecco l'inizio e l'irnrnagine dell'u-
surpazione su tutta la terra.

4 PLATONE, Repubb/ica, III, 389 b.


Poiche ignora la verita che libera,
5 << e bene che sia ingannato )) (S. AGOSTI·
NO, De civitate Dei, IV, 27).

225
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296
Quando si tratta di giudicare se si deve fare la guerra e uccidere
una quantită. di uomini, condannare tanti spagnoli alia morte, ehi
giudica e un uomo solo e per giunta interessato; dovrebbe invece
essere un terzo, ma disinteressato.

297
Veri juris 6 • - Non ne abbiamo pili; se l'avessimo, non avrem-
mo cerne regola di giustizia il seguire i costumi del proprie paese.
Cosi non potendo trovare la giustizia, si e trovata la forza ecc.

298
Giustizia, forza. - E giusto che si segua cio che egiusto; e neces-
sario che si segua cio che e pili forte. La giustizia senza la forza
eimpotente; la forza senza la giustizia etirannica. La giustizia senza
la forza econtraddetta, perche ci sono sempre dei mal vagi; la for-
za senza la giustizia e messa in accusa. Bisogna dunque unire la
giustizia ela forza; e percio bisogna far si che cio che e giusto sia
forte e cio che e forte sia giusto.
La giustizia e soggetta a discussione, la forza e molto ricono-
sciuta e indiscussa. Cosi non si epotuto dare la forza alia giustizia
perche la forza ha contraddetto la giustizia e ha affermato che so-
lo lei era giusta. E cosi, non potendo ottenere che cio che e giusto
sia forte, si e fatto si che cio che e forte sia giusto.

299
Le uniche regele universali sono le leggi del paese per le questio-
ni ordinarie e l'opinione delia maggioranza per le altre. Donde cio?
Dalla forza che risiede in esse. Ed e per questo che i re, ai quali
la forza proviene da altrove, non seguono la maggioranza dei loro
ministri.

6 Queste due parole sono l'inizio di una citazione in Montaigne. « Del vero di-
ritto e delia pura giustizia non abbiamo piu un modello stabile e positivo: siamo
la loro ombra ele loro immagini » (CICERONE, De ofjiciis, III, 17). Nei frammen-
ti seguenti, Pascal insisterâ su queste contraffazioni delia vera giustizia, come l'a-
bitudine, la moda, l'opinione e, soprattutto, la forza.

226
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Indubbiamente, l'uguaglianza dei beni sarebbe giusta; ma non
potendosi ottenere che sia giocoforza obbedire alia giustizia, si e
ottenuto che sia giusto obbedire aiia forza; non potendosi fortifi-
care la giustizia, si e giustificata la forza, affinche giustizia e forza
fossero insieme e si avesse la pace che e il bene supremo.

300
« Quando il forte armato possiede i suoi beni, cio che possiede
e in pace)) 7 •

301
Perche si segue la maggioranza? Forse perche i pili hanno mag-
gior ragione? No, ma perche hanno maggior forza.
Perche si seguono le leggi antiche e le opinioni antiche? Forse
perche sono pili savie? No, ma perche sono uniche ed eliminano
la fonte delle divergenze.

* 302
... E effetto delia forza,
non dell'abitudine. Infatti gli uomini ca-
paei di inventare sono rari: i piu forti di numero vogliono solo se-
guire e rifiutano la gloria a quegli inventori che la sperano dalie
loro invenzioni; e se questi ultimi si ostinano a volerla ottenere e
a disprezzare coloro che non inventano nulla, gli altri Ii chiame-
ranno con nomi di scherno e daranno Ioro delle bastonate. Dun-
que non dobbiamo insuperbirci di una certa acutezza d'ingegno,
oppure dobbiamo essere contenti in silenzio.

303
La forza ela regina del mondo, non gia l'opinione. -Ma l'opi-
nione fa uso delia forza. - E la forza che costituisce l'opinione.
La vita comoda e bella, secondo la nostra opinione. Perche? Per-
che ehi vorra danzare sulla corda sara solo; e io formero subito
un gruppo pili forte di persone che diranno che quella non e una
cosa decorosa.

7 Luca, XI, 21.

227
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304

1 legami che uniscono il rispetto degli uni per gli altri sono in
genere legami di necessitâ; infatti ci devono essere diversi gradi tra
gli uomini, perche tutti gli uomini vorrebbero dominare, enon tutti
lo possono ma soltanto alcuni 8 •
Immaginiamo dunque di vederii quando cominciano a raggrup-
parsi. Senza dubbio si combatteranno fra loro finche la parte piu
forte opprima la piu debole e si costituisca infine una classe domi-
nante. Pero, una voita raggiunto questo risultato, i padroni, non
volendo che la guerra continui, comandano che la forza che e nelle
loro mani si trasmetta come piace loro; gli uni la rimettono alia
elezione popolare, gli altri alia successione ereditaria ecc.
Ed ela che l'immaginazione comincia a funzionare. Fino a quel
momento il potere suscita l'avvenimento con la forza; adesso in-
vece la forza, per mezzo deli'immaginazione, conserva una deter-
minata classe, come quella dei nobili in Francia, dei popolani nelia
Svizzera ecc.
Dunque questi vincoli che legano il rispetto per questo o per quel-
lo in particolare sono vincoli di immaginazione.

305

Gli svizzeri si offendono d'essere chiamati nobili e ostentano il


carattere popolano delia loro razza per essere giudicati degni delie
alte cariche.

306

Poiche le dignitâ di duca, di re e di magistrato sono reali e ne-


cessarie perche la forza regola tutto, le troviamo dappertutto e sem-
pre. Ma poiche soltanto dalia fantasia dipende che questo o quello
le abbiano, la cosa non e costante, e soggetta a mutamenti ecc.

8 Chi dice societă dice differenza di classi (ricchi e poveri) e di grado (superiori
e sudditi), dice insomma gerarchia. La forza, l'uso, l'immaginazione stabiliscono
in particolare questa diversită, e quindi il rispetto. Cfr. i frammenti che seguono.

228
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307

Il cancelliere e grave e paludato, perche il suo posto e falso; il


re, no; questi ha la forza, non sa che farne dell'immaginazione.
l giudici, i medici ecc. non possono contare che sull'immaginazione.

308

L'abitudine di vederei re accompagnati da guardie, tamburi, uf-


ficiali e tutto cio che serve a piegare la macchina 9 al rispetto e al
terrore, fa si che il loro volto, quando talvolta accade di vederii
da soli e senza quell'accompagnamento, infonda nei loro sudditi
lo stesso rispetto e terrore, perche non si separano piu nel pensiero
le loro persone dalloro accompagnamento, a cui le vediamo di so-
lito congiunte. La gente comune, la quale non sa che questo effet-
to proviene da questa abitudine, crede che provenga da una forza
naturale; e di qui hanno origine le espressioni: « Il carattere delia
Divinitâ. sta impresso sul suo volto ecc. »

309

Giustizia. - Come la moda crea il gusto, cosi crea anche la giu-


stizia.

310

Re e tiranno. - Avro anch'io le mie riserve mentali 10


Staro attento a ogni viaggio.

9 Vedi nota 8 al frammento 246.


to E impossibile tradurre: pensees de de"iere la fete, che sta a indicare idee segre-
te, nascoste, pensiero recondito, secondo fine. Forse « riserva mentale >> s'accosta piu
al pensiero di Pascal. Agiro come tutti, dice Pascal, con la differenza pero che questi
non sanno rendersi conto de! fatto, io invece agiro con uno scopo preciso, con un lume
superiore e recondito (cfr. frarnm. 336). Nello spirito delle << pensees de derriere la te-
te » il Iettore pua penetrar meglio meditando i frarnmenti che seguono. Questo agire
con riserva mentale, seguendo le forme e le convenienze stabilite nella societa, ma avendo
di esse un proprio illuminato giudizio recondito, e quello che e stato chiamato, con
brutta ma espressiva parola, « machiavellismo >> pascaliano.

229
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Grandezza di convenzione, rispetto di convenzione.
Il piacere dei grandi e di rendere la gente felice.
La caratteristica della ricchezza e di donare liberamente.
La caratteristica di ogni cosa dev'essere cercata.
La caratteristica della potenza e di proteggere.
Quando Ia forza attacca Ia dittatura, quando un semplice soldata
prende il berretto a quattro pizzi di un prima presidente e lo fa voia-
re dai la finestra ... 11.

311
L'autorita fondata sull'opinione e sull'immaginazione regna per
qualche tempo, e tale autorita e dolce e volontaria; quella delia forza
regna senza interruzione. Percio l'opinione ecome la regina del mon-
e
do, mentre Ia forza ne il tiranno.

312
La giustizia e cio che e stabilita; per questo, tutte le nostre leggi
da tempo stabilite vengono necessariamente tenute per giuste senza
essere esaminate, perche sono stabilite.

313
Opinioni savie de/ popolo.- Le guerre civili sono il piu grande ma-
le. Esse sono sicure se pretendono di ricompensare i meriti, perche
tutti diranno di avere meriti. Il male da temersi da uno sciocco, che
succede per diritto ereditario, non e ne cosi grande ne cosi sicuro.

314
Dio ha creata tutto per lui, ha dato capacita di sofferenza e di be-
ne per lui.
Voi potete usare questa capacita per Dio o per voi stessi. Se per
Dio, il Vangelo e la regola. Se per voi stessi, vi arrogate il posta

II Nella Satire Menippee, il signor De Rieux, deputato delia nobiltA, esprime cosi
la minaccia delia forza brutale ai rappresentanti della giustizia: « Non c'e ne berretto
a quattro pizzi ne cuscino che io non possa far volar via ... ».

230
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di Dia. Carne Dia e circondato di esseri pieni di carita, che gli chie-
dono i beni delia cari ta che sono in sua pot ere, cosi... Conosci dun-
que te stesso e sappi che sei un re di concupiscenza e scegli le vie delia
concu p1scenza.

315
Ragione degli effetti.- E curioso: vorreste che io non onori un uo-
mo vestita di broccati e seguito da sette o otto valletti? E che? Mi
fara dare delle bastonate se non lo saluta. Quella veste e una forza.
E insomma carne un cavallo ingualdrappato nei confronti di un al-
tro. E ridicola Montaigne a non vedere quale differenza ci sia, e a
meravigliarsi che ci sia, e chiederne la spiegazione: « In verita, egli
dice, da che casa dipende ecc. » 12 •

316
Opinioni savie de/ popo/o. - Essere elegante non e troppo inutile,
perche significa mostrare che un gran numero di persone lavorano
per noi; significa mostrare cai propri capelli che si ha un cameriere,
un parrucchiere ecc.; col propria collare, il fila, il passamano ... ecc.
Orbene non e semplicemente superficialita ne semplicemente barda-
tura l'aver parecchie braccia a disposizione. Piu braccia si hanno e
e
piu si forti. Essere elegante significa mostrare la propria forza.

317
Il rispetto significa: « Scomodatevi ». E una sciocchezza appa-
rentemente, ma giustissima; perche val quanto dire: « Mi scomo-
derei volentieri se ne aveste bisogno, dai momente che lo faccio
senza che vi serva ». lnoltre il rispetto serve per distinguere i po-
tenti; ora se il rispetto consiste nello starsene in poltrona, tutti ri-
spetterebbero tutti e cosi non ci sarebbe distinzione; ma, poiche
e
si scomodati, si distingue molto bene.

318
Quel tale ha quattro camerieri.

12 Essais, 1, 42: Delia disuguaglianza che esiste tra noi.

231
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* 319

Si e fatto bene a distinguere gli uomini dall'esteriore, piuttosto


che dalie qualita interiori. Chi di noi due passera? Chi cedera il
posto all'altro? Il meno capace? Ma io sono capace quanto lui: bi-
sognera per questo battersi in duello. Egli ha quattro servitori, io
ne ho uno solo: ecco una cosa evidente, basta contare; tocea a me
cedere il posto, e sono uno stupide se lo conteste. Cosi siamo in
pace, e questo e il piu grande tra i beni.

320
Le cose piu irragionevoli di questo mondo diventano le piu ra-
gionevoli a causa delia sregolatezza degli uomini. Che c'e di meno
ragionevole che scegliere, per governare uno State, il primogenito
di una regina? Per pilotare una nave non si sceglie trai passeggeri
celui che discende da una migliore casata. Questa legge sarebbe ri-
dicola e ingiusta; ma poiche gli uomini sono e saranno sempre ri-
dicoli e ingiusti, essa diventa ragionevole e giusta. lnfatti, altrimenti
ehi si sceglierebbe? il piu virtuoso e il piu capace? In questo caso
si verrebbe subite alle manie ognuno pretenderebbe di essere il piu
virtuoso e il piu capace. Leghiamo dunque tale qualita a qualcosa
di incontestabile. Questi e il primogenito del re: e chiaro enon c'e
da discutere. La ragione non puo fare di meglio, perche la guerra
civile e il massimo dei mali.

321

1 raga_zzi guardano con stupore i loro compagni rispettati.

* 322
E un gran vantaggio la nobilta, perche a partire dai diciotto an-
ni mette un uomo sul candeliere, lo rende conosciuto, rispettato:
cose che un altro potrebbe ottenere con i suoi meriti solo a cin-
quant'anni. Sono trent'anni guadagnati senza fatica.

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* 323

Che cosa e I'io?


Un uomo si mette aiia finestra per vederei passanti; se io passo
di la, posso dire che vi si e messo per veder me? No, perche egli
non pensa a me in particolare. Ma colui che ama una persona a
causa delia sua bellezza, l'ama veramente? No, perche il vaiuolo,
che distruggera la bellezza senza distruggere la persona, fara si che
egli non l'amera pili.
E se sono amato per il mio ingegno, per la mia memoria, e ama-
to il mio io? No, perche io posso perdere queste qualita senza per-
dermi io stesso. Dove e dunque questo io, se non e nel corpo, ne
nell'anima? E come amare il corpo e l'anima, se non per queste
qualita, le quali non sono quelle che costituiscono il mio io, per
il fatto che sono periture? Si puo amare la sostanza dell'anima d'una
persona astrattamente, qualunque siano le sue qualita? lmpossibi-
le, e sarebbe ingiusto. Dunque non si ama mai una persona ma sol-
tanto delle qualita.
Per questo non dobbiamo deridere coloro che si fanno onorare
per le loro cariche o per illoro ufficio, perche non si ama nessuno
se non per delle qualita avute in prestito.

* 324

Il popolo ha opinioni sanissime. Per esempio:


1) Aver scelto il divertimento ela caccia piuttosto che la poesia.
1 semidotti se ne fanno beffe e s'ingalluzziscono a mostrare in questo
la follia del mondo. Ma il popolo ha ragione per una ragione che
essi non comprendono.
2) Aver distinto gli uomini dall'esteriore, come per esempio dalla
nobiltâ o dalla ricchezza. Il mondo anche qui si compiace di mo-
strare che questo eirragionevole; e invece e assai ragionevole (i can-
nibali se la ridono d'un re fanciullo) 13 •

13 Essais, I, 30. Montaigne racconta la storiella dei selvaggi che, venuti in Fran-
cia e vedendo la guardia svizzera attorno a Carlo IX, giovanissimo, si stupirono
che lo servissero invece di scegliersi un capo tra lor o.

233
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3) Offendersi per aver ricevuto uno schiaffo; oppure desiderare
tanto la gloria. Questa e assai desiderabile a causa degli altri beni
essenziali che le sono uniti; mentre un uomo che ha ricevuto uno
schiaffo senza risentirsene e carico di ingiurie e di miserie.
4) Lavorare per l'incerto; navigare; passare su una passerella.

* 325
Montaigne ha torto quando dice che la consuetudine dev'essere
seguita perche e consuetudine enon perche e ragionevole o giusta.
Pero il popolo la segue per il solo motivo che la crede giusta. Di-
versamente non la seguirebbe piu sebbene consuetudine, perche vuo-
le essere soggetto solo alia ragione o alia giustizia. La consuetudine,
senza di queste, passerebbe per tirannia; ma l'impero delia ragio-
ne e delia giustizia non epiu tirannico di quello del piacere: questi
sono principî connaturali all'uomo.
Dunque, sarebbe bene obbedire alle leggi e alle consuetudini, per-
che sono leggi; sapere che non ce n'e nessuna vera e giusta da in-
trodurre; che non ne sappiamo nulla e che percio bisogna seguire
soltanto quelle gia accettate; in questo modo non le abbandonere-
mo mai. Ma il popolo non e suscettibile di questa dottrina; e per
questo, siccome ritiene che la verita si puo trovare e che essa sta
nelle leggi e nelle consuetudini, crede a queste e scambia la loro
antichita per una prova delia loro verita (e non solo delia loro au-
torita senza veri ta). Per questo vi sottosta; ma e pronto a ribellarsi
appena gli si mostra che esse non valgono nulla: cosa che e facile
dimostrare di tutte, considerandole sotto un certo aspetto.

326

lngiustizia. - E pericoloso dire al popolo che le leggi non sono


giuste, perche il popolo intanto obbedisce alle leggi in quanto le
ritiene giuste. Percio, e necessario dirgli pure che bisogna obbedi-
re alle leggi perche sono leggi, cosi come bisogna obbedire ai supe-
riori, non perche sono giusti ma perche sono superiori. Cosi si
previene ogni ribellione se si arriva a far capire tutto questo e qual
e la vera definizione delia giustizia.

234
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* 327
Il mondo giudica bene le cose, perche si trova in una ignoranza
naturale che eIa vera condizione dell'uomo. Le scienze hanno due
estremitâ che si toccano. La prima e la pura ignoranza naturale
in cui si trovano tutti gli uomini col nascere. L'altra estremitâ e
quella cui pervengono le grandi anime, le quali, dopo d'aver cono-
sciuto tutto quello che gli uomini possono conoscere, s'accorgono
di non saper nulla e si ritrovano in quella stessa ignoranza dotta,
che conosce se stessa. Quelli che, tra queste due categorie, sono
usciti dall'ignoranza naturale enon hanno potuto raggiungere l'al-
tra, hanno una certa vernice di questa scienza e fanno i saputelli;
costoro mettono il mondo in subbuglio e giudicano male di tutto.
Il popolo ele persone capaci fanno andare a van ti il mondo; costa-
ro invece lo disprezzano e sono disprezzati. Essi giudicano male
di ogni casa, mentre il mondo ne giudica bene.

328
Ragione degli effetti. - Capovolgimento continua dai pro al
contra.
Abbiamo dunque dimostrato che l'uomo e fatuo per la stima che
fa delle case non essenziali; e quindi tutte le sue opinioni sono de-
molite. Poi abbiamo mostrato che queste sue opinioni sono sanis-
sime e che per questo, essendo tutte le sue vanitâ molto ben fondate,
il popolo non e tanto fatuo quanto si dice; e cosi abbiamo demoli-
to l'opinione che demoliva quella del popolo.
Ma adesso bisogna demolire quest'ultima proposizione e dimo-
strare che e sempre vero che il popolo e fatuo, sebbene le sue opi-
nioni siano sane; perche il popolo non coglie la veritâ dove essa
si trova e, poiche la pone dove non e, le sue opinioni sono sempre
falsissime e malamente sane.

329
Ragione degli ejjetti. -La debolezza dell'uomo eIa causa di tante
virtuositâ convenzionali, carne il saper suonare bene il Iiuto.
Questo e un male soltanto a causa delia nostra debolezza.

235
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330

La potenza dei re e fondata sulla ragione e sulla follia del popo-


lo, anzi piu sulla follia. La cosa piu grande e importante sulla ter-
ra ha come fondamento la debolezza, e questo fondamento e
mirabilmente sicuro; perche non c'e niente di piu sicuro di questo,
che il popolo sara debole. Cio che e fondate sulla sana ragione e
molto malamente fondate, come la stima per la saggezza.

* 331
Non si riesce a immaginare Platone e Aristotele se non con gran
vesti di pedanti. Erano invece delle persone comuni e ridevano, co-
me gli altri, con i loro amici; e quando si sono divertiti a scrivere
le Leggi e la Politica 14 l'hanno fatto per divertirsi; questa era la
parte meno filosofica e meno seria delia loro vita, mentre la piu
filosofica era di vivere semplicemente e tranquillamente. Se hanno
scritto di politica, l'han fatto come per dar norme per un manico-
mio; e se hanno finto di parlarne come di cosa seria, l'hanno fatto
perche i pazzi a cui si rivolgevano credevano di essere re e impera-
tori, ed essi si immedesimavano dei principî di costoro per rendere
la loro follia meno dannosa possibile.

* 332
La tirannia consiste nel desiderio di dominio, universale e fuori
del proprie ordine.
lmmaginate diverse abitazioni di uomini forti, di uomini belli,
di uomini intelligenti, di uomini devoti, e ognuno di questi che re-
gna nel proprie ambiente e non fuori; talvolta si incontrano, e il
forte e il bello si battono stupidamente per ehi sara il dominatore
dell'altro, perche la loro supremazia e di diverse genere. Non si
comprendono, e il loro sbaglio consiste nel voler regnare dapper-
tutto. Questo non e possibile, neanche alia forza, la quale non in-
tacca il regno dei sapienti e non epadrona che delle azioni esteriori.

14 Le Leggi di Platone; la Politica di Aristotele.

236
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Tirannia. - ... E cosi sono falsi e tirannici i discorsi come questo:
« Sono bello, dunque devo essere temuto. Sono forte, dunque de-
vo essere amato. Sono ... ».
La tirannia consiste nel voler ottenere per una via quello che si
puo ottenere soltanto per un'altra. A differenti meriti corrispon-
dono differenti doveri: dovere d'amore verso il piacevole; dovere
di timore verso Ia forza; dovere di fiducia verso la scienza. Biso-
e e
gna osservare questi doveri; ingiusto sottrarvisi, ingiusto chie-
e e
derne altri. Ed pure falso e tirannico il dire: « Non forte, dunque
e
non Io stimero; non abile, dunque non lo temero )).

333 *
Non avete mai visto delia gente che, per lagnarsi delia poca con-
siderazione che ne avete, vi spiattella l'esempio di persone altolo-
cate che la stimano? Io risponderei loro: « Mostratemi il merito
con cui avete affascinato queste persone ed io pure vi stimero )).

334*
Ragione degli effetti. - La concupiscenza e Ia forza sono le sor-
genti di tutte le nostre azioni: la concupiscenza di quelie volonta-
rie, la forza di quelie involontarie.

335 *
e
Ragione degli effetti. - Dunque vero che tutti sono neli'illusio-
ne; perche sebbene le opinioni del popolo siano sane, non lo sono
pero nella sua testa, perche il popolo pensa che la verită. stia dove
non e. La verită. e bensi nelle loro opinioni, ma non Ia dove essi
e
immaginano. Per questo, vero che bisogna onorare i nobili, ma
non giă. perche la nascita sia una effettiva superiorită. ecc.

336
Ragione degli effetti. - Bisogna avere una riserva mentale 15 e
con essa giudicare tutto, pur parlando come il volgo.

15 Vedi nota 10 al frammento 310.

237
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* 337
Ragione degli effetti. - Gradazione: il popolo onora le persone
di nascita illustre; i semi-intelligenti le disprezzano e dicono che la
nascita non euna prerogativa delia persona ma del caso; gli intelli-
genti le onorano, non gia pensando carne il popolo ma con la loro
riserva mentale; i devoti che hanno piu zelo che scienza le disprez-
zano, nonostante quella considerazione che le fa onorare dagli in-
telligenti, perche le giudicano con un lume nuovo che proviene Iora
dalla pieta. Ma i cristiani perfetti le onorano per un altro lume su-
periore. E cosi le opinioni si susseguono dai pro al contro, a se-
conda del lume che si ha 16 •

338
Anche i veri cristiani sottostanno alle follie; non gia perche ri-
spettano le follie, ma perche rispettano l'ordine di Dia il quale, per
punizione degli uomini, li ha asserviti a queste follie: Omnis crea-
tura subjecta est vanitati. Liberabitur 17 • San Tom masa spiega cosi
il passo di san Giacomo 18 sulla preferenza dei ricchi: se non lo
fanno tenendo Dia di vista, escono fuori dell'ordine delia re1igione.

16 In definitiva, dice Pascal, bisogna rispettare l'ordine umano, anche se rap-


presenta una follia (vedi frammento seguente); e trai vari atteggiamenti dell'uomo
verso le persone di nascita illustre, come i re per diritto ereditario, quelli del popo-
Iino e del cristiano sono i piu equi: il primo perche accetta la cosa cosi com'e, il
secondo perche l'accetta come un ordine stabilita, voluto o permesso da Dio.
17 « Ogni creatura e soggetta alia vanitâ, con Ia speranza che sara liberata » (Ro-
mani, VIII, 20-21).
18 Lettera di Giacomo, Il, 155. La spiegazione di san Tommaso si trova nel suo
Commento al/a Lettera di Giacomo.

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SEZIONE VI

1 FILOSOFI

* 339
Posso immaginare benissimo un uomo senza mani, senza piedi,
senza testa (infatti soltanto l'esperienza ci insegna che la testa e piu
necessaria dei piedi). Ma non posso concepire l'uomo senza pen-
siero: sarebbe una pietra o un bruto.
Cos'e che sente piacere dentro di voi? E forse la mano o il braccio,
la carne o il sangue? Si vedră. che dev'essere qualcosa di immateriale.

340
La calcolatrice 1 produce degli effetti che si accostano al pensiero
piu di tutto quello che fanno gli animali; ma essa non fa nulla che
possa indurci ad affermare che abbia una volontă., come gli animali.

341
La storia delluccio e delia rana di Liancourt 2 : fanno sempre lo
stesso e mai in modo diverso, ne fanno qualcosa d'intelligente.

1 Il prima esemplare delia macchina calcolatrice inventata da Pascal fu presen-


tato nel 1645, con una Lettre dedicatoire, al cancelliere Seguier che aveva incorag-
giato Pascal, e con un A vis a ceux qui auront la curiosite de voir la machine
arithmetique et de s'en servir. Ma il modello definitiva fu pronto nel 1652 e si con-
serva nel Museo delle arti e mestieri di Parigi. Vedine la descrizione nel volume:
8. PASCAL, Opuscoli e lettere, Edizioni Paoline 1958.
2 Il duca di Liancourt era amico di Pascal e di Port-Royal. Il suo nome sta alle
origini delle Provinciali. In seguito alia nega.zione dell'assoluzione del duca, da parte
del sua confessore che lo riteneva sospetto di giansenismo, ci fu ne1 1655 la protesta
di Arnauld con la Lettre aune personne de condition e con la Lettre aun duc et pair
de France. Arnauld fu condannato dalla Sorbona nel1656. Tredici giomi dopo la con-
danna dell' Arnauld, Pascal mise fuori la prima Provinciale La storia delluccio e della
rana si trova nell'opera di Giovanni Skala, vescovo di Ormutz in Moravia: Les viviers
etles poissons qu'on y nourrit, e riguarda la lotta accanita della rana che riesce a ca var
gli occhi alluccio. Probabilmente questa storiella veniva addotta per difendere « lo spi-
rito delle bestie >> contra i seguaci dell'automatismo cartesiano. Qui, come nel fram-
mento seguente, Pascal sta per l'automatismo cartesiano (Discorso de/ metodo, parte
5") con la sfumatura accennata nella nota 8 al frammento 246.

239
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342
Se un animale facesse per coscienza quello che fa per istinto, e
se esprimesse per coscienza quello che esprime per istinto nella cac-
cia e per avvertire i cornpagni d'aver trovato o perdute la preda,
si esprimerebbe anche per quelle cosea cuie piu attaccato, e direb-
be, per esempio: « Rosicchiate questa corda che mi fa male e da
cui non posso liberarmi ».

343
Il becco del pappagallo che se lo pulisce quantunque sia pulito.

344
Istinto e ragione, segni di due nature.

345
La ragione ci comanda assai piu imperiosamente di un padrone;
infatti ehi disobbedisce al padrone e infelice e ehi disobbedisce alia
ragione e uno stupide.

346
Il pensiero costituisce la grandezza dell'uomo.

* 347
L'uomo non e che una canna, la piu debole delia natura; ma e
una canna pensante. Non c'e bisogno che tutto l'universo s'armi
per schiacciarlo: un vapore, una goccia d'acqua basta a ucciderlo.
Ma, anche se l'universo lo schiacciasse, l'uomo sarebbe ancor piu
nobile di ehi Io uccide, perche sa di morire e conosce Ia superiori ta
dell'universo su di lui; l'universo invece non ne sa niente.
Tutta la nostra dignita consiste dunque nel pensiero. E con que-
sto che dobbiamo nobilitarci e non giâ con lo spazio e il tempo
che potremmo riempire. Studiamoci dunque di pensar bene: .que-
sto e il principio delia morale.

240
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348
Canna pensante. - Non devo chiedere la mia dignita allo spazio
ma al retto uso del mio pensiero. Non otterrei nulla di piu col pos-
sesso delle terre; mediante lo spazio, l'universo mi circonda e mi
inghiottisce come un punto; median te il pensiero, io lo comprendo.

349
Immaterialita dell'anima. - I filosofi hanno domato le loro pas-
sioni: quale materia ha potuto farlo?

* 350
Stoici. - Concludono che si puo sempre cio che si vuole qualche
voita, e che, poiche il desiderio delia gloria fa operare coloro che
sono da esso dominati, anche gli altri lo potrebbero. Ma questi so-
no motivi da febbricitanti, che l'uomo sano non puo imitare.
Epitteto conclude che, dal momento che ci sono dei cristiani te-
naei, ognuno lo puo essere 3 •

* 351
Quei grandi sforzi interiori, a cui l'anima arriva talvolta, son cose
in cui essa non dura; vi si lancia soltanto, non come sul trono, per
sempre, ma per un momento solo.

* 352
Quel che puo la virtu di un uomo non si deve misurare dai suoi
sforzi ma dai suo comportamento ordinario.

* 353
Non ammiro l'eccesso d'una virtu, per esempio l'eroismo, se non
vedo nel medesimo tempo l'eccesso delia virtu opposta, come in
Epaminonda 4, il quale possedeva l'estremo valore e l'estrema

3 Dialoghi, IV, 7. Per Epitteto, come per altri stoici, la scienza si identifica con
la virtu; e cosi viene attribuito un immenso potere all'anima umana, senza conside-
rare le sue miserie.
4 Montaigne ha pagine famose, in Essais, Il, 36 e lll, l, sulle vinil di Epaminonda.

241
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benignită.. Diversamente questo non eun salire ma un cadere. Non
si mostra la propria grandezza stando a una estremita, ma toccan-
do insieme le due estremita e riempiendone lo spazio intermedia 5 •
-Ma forse questo non eche un fugace movimento dell'anima dal-
l'uno all'altro estremo, ed essa in realtă. e soltanto in un punto,
come il tizzone acceso 6 • - Va bene, pero questo denota almeno
l'agilita se non la vastitâ dell'anima.

354
La natura dell'uomo non eeli avanzare sempre; hai suoi alti e bassi.
La febbre hai suoi brividi ei suoi ardori; il freddo mostra, tan-
to quanto il caldo, l'intensită. dell'ardore delia febbre.
Le invenzioni degli uomini procedono di secolo in secolo allo stes-
so modo. La bontă. ela malizia del mondo in genere fanno lo stes-
so: Plerumque gratae principibus vices 7 •

* 355
L'eloquenza continua annoia.
1 principi ei re talvolta giuocano. Non stanno sempre sul trono;
vi si annoiano: la grandezza ha bisogno di essere lasciata per esse-
re sentita. La contin uita disgusta sempre; il freddo e piacevole per-
che dopo ci si riscalda.
La natura agisce per progressi, itus et reditus. Passa e ritorna,
poi va piu lontano, poi due volte meno, poi piu lontano ancora ecc.
Il flusso del mare procede cosi, il sole sembra avanzare cosi 8 •

356
Il nutri_mento del corpo si prende a poco a poco. Pienezza di ci-
bo e poca sostanza.

s La virtu e lontana da ogni eccesso: sta ne! mezzo.


6 Cioe un tizzone acceso fatto rotare velocemente si da descrivere un cerchio
di fuoco.
7 « Quasi sempre i mutamenti piacciono ai potenti >> (ORAZIO, Odi, III, 29, v.
13. In MONTAIGNE, Essais, l, 42).
8 Pascal aveva tracciato verticalmente accanto a questo frammento un grafico
a zig-zag per rappresentare il carattere ritmico di ogni movimento o sviluppo naturale.

242
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357
Quando si vuole tendere alia conquista delle virtu fino nei loro
estremi, da una parte e dall'altra, si presentano allora dei vizi che
vi si insinuano inavvertitamente, per certe loro vie indiscernibili,
dalla parte del piccolo infinito; e si presentano, dalla parte del gran-
de infinito, dei vizi in folla, cosicche ci perdiamo tra i vizi e non
vediamo piu le virtu. Siamo irretiti dalla stessa perfezione 9 •

* 358
e
L'uomo non ne angelo ne bestia, e disgrazia vuole che ehi vuol
fare l'angelo fa la bestia 10 •

359
Non ci manteniamo nella virtu con la nostra forza, ma per il con-
trobilanciarsi dei due vizi opposti, cosi come restiamo in piedi tra
due venti contrari: togliete uno di questi vizi e cadiamo nell'altro.

* 360
E tanto difficile e van o quel che propongono gli stoici!
Gli stoici affermano: Tutti quelli che non hanno un alto grado
di saggezza sono ugualmente folli e viziosi, come coloro che si tro-
vano in due dita d'acqua 11 •

361
Il bene suprem o. Questione de/ bene suprem o. - Ut sis contentus
temetipso et ex te nascentibus bonis 12 • C'e contraddizione, perche

9 Forse Pascal intende applicare alle virtu il concetto dell'infinitamente grande


e dell'infinitamente piccolo. Il pensiero e oscuro.
10 La spiegazione di questo frammento famoso e data da Pascal al n. 418.
Il Gli stoici infatti consideravano alia stessa stregua come « folli e viziosi » quelli
che non avevano raggiunto, come loro, l'alto grado di saggezza filosofica. Perche
solo il saggio vero e giusto e virtuoso.
12 « Affinche sia contento di te stesso e dei beni che provengono da te >> (SE-
NECA, Epistolae, XX, 8).

243
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aiia fine consigliano il suicidio 13 • Oh che vita felice, da cui
ci si libera come da una peste!

362
Ex senatus consultis et p/ebiscitis ...
Cercare passi similari.

363
Ex senatus consultis et plebiscitis scelera exercentur (Sen. 588).
Nihil tam absurde dici potest quod non dicatur ab aliquo philo-
sophorum (Divin.).
Quibusdam destinatis sententiis consecrati quae non probant co-
guntur defendere (Cic.).
Ut omnium rerum sic litterarum quoque intemperantia labora-
mus (Senec.).
Id maxime quemque decet, quod est cuiusque suum maxime (Se-
nec. 558).
Hos natura modos primum dedit (Georg.).
Paucis opus est litteris ad bonom mentem.
Si quando turpe non sit, tamen non est non turpe quum id a mul-
titudine /audetur.
Mihi sic usus est, tibi ut opus est facto, fac (Terent.) 14 •
13 La contraddizione sta net fatto che mentre affermano che l'uomo trova il suo
bene soltanto in se stesso, e quindi una felicita e una libertâ senza limiti, consiglia-
no d'altra parte il suicidio carne un mezzo per annientare la passione in noi (che
e il principio contraria del!a liberta e quindi de) bene).
14 SENECA, Epistolae, 95: « Si compiono delitti in ossequio ai decreti de! sena-
ta e ai plebisciti ». Il numero 588 indica la pagina delia citazione in Montaigne.
- CICERONE, De divinatione, II, 58: «Non si puo dir nulla di tanto assurdo
che non sia giâ stato detto da qualche filosofa».
- CICERONE, Tusculanae, II, 2: « Vincolâti a certe determinate opinioni, so-
no costretti a difendere cose che non approvano ».
- SENECA, Epistolae, 106: « Soffriamo dell'eccesso di letteratura carne di ogni
altra cos a ».
- CICERONE, De officiis, 1, 31: (( A ognuno conviene innanzi tutto ci o che e
piu conforme alia sua natura ». La frase eerroneamente attribuita a Seneca da Pascal.
- VIRGILIO, Georgiche, II, 120: «Per prima la natura diede loro questi limiti ».
- SENECA, Episto/ae, 106: (( Poche parole bastano a buon intenditore >>.
- CICERONE, Definibus bonorum el malorum, II, 15: ((Una casa che non e
vergognosa !o diventa quando e approvata dalla moltitudine )).
- TERENZIO, Heautontimorumenos, l, 128: (( Io mi regolo cosi; tu fai come
VU01 ».

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364
Rarum est enim ut satis se quisque vereatur.
Tot circa unum capul tumu/tuantes deos.
Nihil turpius quam cognitioni assertionem praecurrere (Cic.).
Nec me pudel ut istos fateri nescire quid nesciam.
Melius non incipient 15 •

* 365
Pensiero. - Tutta la dignita dell'uomo consiste nel pensiero.
Il pensiero dunque e una cosa meravigliosa ed incomparabile per
natura. Avrebbe dovuto avere degli strani difetti per esser disprez-
zabile; ma ne ha alcuni di cui non c'e niente di piu ridicole. Cerne
e grande per natura! Com'e basso per i suoi difetti!
Ma che cos'e questo pensiero? Quanto e stolto!

* 366
La mente di questo sovrano giudice del mondo 16 non e tanto in-
dipendente da non essere capace di turbarsi al prime rumore che
si fa attorno a lui. Non c'e bisogno del rombo d'un cannone per
impedire i suoi pensieri: basta il rumore di una ruota o di una car-
rucola. Non stupitevi se adesso non ragiona: una mosca ronza vi-
cine al suo orecchio, e questo basta a renderlo incapace di una
buona decisione. Se volete che possa trovare la verita, cacciate via
quell'animale che immobilizza la sua ragione e turba quella poten-
te intelligenza che governa la citta e i regni. Ecco il ridico:o dio!
O ridicolosissimo eroe 11 •

IS QUINTILIANO, X. 7: « E raro che abbiamo abbastanza rispetto per noi


stessi >>.
- SENECA, (?): << Tanti dei che s'agitano attorno a una testa soia».
- CICERONE, Academica priora et posteriora, l, 45: «Non c'e niente di piu
vergognoso che far delle affermazioni prima di conoscere una cosa ».
- CICERONE, Tuscufanae, I, 25: «Non mi vergogno come costoro di confes-
sare che ignoro quello che ignoro >>.
- SENECA, Epistolae, 72: « E piu facile non cominciare che arrestarsi >>.
16 Cioe: l'uomo.
17 In italiano nel testo.

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367
La potenza delle mosche: vincono delle battaglie, impediscono
al nostro spirito di agire, mangiano il nostro corpo 18 •

368
Quando si dice che il calore e soltanto il movimento di alcune
particelle, e la luce il conatus recedendi 19 che noi sentiamo, mi
stupisco. Cornel il piacere non sarebbe altro che il balletto degli
spiriti? 20 • L'avevamo pensato sempre diversamente! E come quel-
le sensazioni ci sembrano tanto lontane da queste altre che dicia-
mo essere le medesime di quelle a cui le paragoniamo! La sensazione
del fuoco, quel calore che ci tocea in mode diverso dai tatto, la
recezione del suono e delia luce, tutto questo ci sembra misterioso,
invece e altrettanto grossolano quanto un colpo di pietra. E vero
che la piccolezza degli spiriti che entrano nei pori tocea altri nervi:
ma si tratta sempre di nervi [toccati].

369
La memoria e necessaria per tutte le operazioni delia ragione.

370
[Il caso dă. i pensieri e il caso li toglie; non c'e nessun'arte per
conservarli o per acquistarli.
Pensiero sfuggito: lo volevo scrivere; scrivo invece che mi e
sfuggito].

18 Mont~igne (Apologie de Raymond de Sebonde) paria di api, che avevano co-


stretto i portoghesi a levare un assedio.
19 Il « conatus recedendi » e la forza centrifuga che anima tutti i corpi che si
muovono in moto circolare per allontanarsi dai corpi attorno a cui si muovono
(CARTESIQ, Principî, III, 54). Il «si dice >> va riferito a Cartesio.
20 Degli « spirîti >> vitali Cartesio paria in Le passioni dell'anima, che fu l'ulti-
mo suo trattato filosofica. Sostiene che le passioni dell'anima sono « quelle perce-
zioni, emozîoni, quei sentimenti dell'anima riferiti essenzialmente ad essa, causati,
mantenuti e fortificati da qualche movimento degli spiriti (vitali) >>; i quali spiriti
non sono ne l'anima ne il corpo, ma il principio delle azioni che abbiamo in comu-
ne con la bestia.

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371
[Quando ero bambino, chiudevo il mio libro; e poiche mi acca-
deva talvolta di. .. 21 , credendo di averi o chiuso, cominciavo a dif-
fidare ... ].

* 372
Talvolta, scrivendo un pensiero, questo mi sfugge; ma cio mi fa
ricordare la mia debolezza, che dimentico ogni momento; e questo
mi istruisce quanto il pensiero dimenticato, perche io non tendo
ad altro che a conoscere il mio niente.

* 373
Pirronismo. - Annotero qui i miei pensieri senza ordine, non in
una confusione senza disegno; equesto il vero ordine, che caratte-
rizzera sempre il mi o oggetto col disordine stesso. Farei troppo ono-
re al soggetto [del mio argomento] se lo trattassi con ordine, perche
voglio dimostrare che esso ne e in capace 22 •

* 374
Quel che mi stupisce maggiormente e vedere che non tutti sono
stupiti delia propria debolezza. Ognuno agisce seriamente, e secon-
do Ia propria condizione, non gia perche e realmente bene seguir-
la, dato che cosi edi moda, ma come se ognuno sapesse certamente
dove sono la ragione e Ia giustizia. Ogni momento ci troviamo de-
lusi; e, per una ridicola umilta, crediamo che il difetto sia nostro
enon gia dell'arte che ci vantiamo sempre di possedere. Ma ebene
che ci siano al mondo molte siffatte persone, che non sono pirro-
niane, per la gloria del pirronismo, affinche si possa mostrare che
l'uomo ecapacissimo delle piu stravaganti opinioni, poiche e ca-
pace di credere di non trovarsi in questa debolezza naturale e ine-
vitabile, e di credere al contrario di trovarsi nella saggezza naturale.

21 Di ingannarmi.
22 Pascal tratta i pirroniani come meritano. Se disprezzano !'ordine nei pensie-
ri, anche lui non ne terra conto; pero la sua sara una « confusione >> che ha un piano.

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Niente da maggior forza al pirronismo quanto il fatto che ci sia-
no alcuni che non sono pirroniani: se lo fossero tutti, i pirroniani
avrebbero tort o 23.

375 *
[Ho trascorso parecchio tempo delia mia vita a credere che vi
fosse una giustizia; e non mi ingannavo, perche esiste, secondo
quanto Dio ha voluto rivelarci. Ma io allora non la consideravo
cosi, e per questo m'ingannavo, perche credevo che la nostra giu-
stizia fosse realmente giusta 24 e che io avessi modo di conoscerla
e di giudicarla. Ma cosi tante volte mi sono trovato a non avere
un retto giudizio, che alia fine ho cominciato a diffidare prima di
me e poi degli altri. Ho visto che tutti i paesi e tutti gli uomini mu-
tano; e cosi, dopo molti mutamenti di giudizio riguardanti la vera
giustizia, ho conosciuto che la nostra natura non era che un conti-
nuo cambiamento, e da allora non ho piu cambiato; e se cambias-
si, confermerei la mia opinione.
Il pirroniano Arcesilao 25 che ridiventa dommatico].
'

376
Questa setta viene rafforzata piu dai suoi nemici che dai suoi ami-
ci; perche la debolezza dell'uomo e piu evidente in coloro che non
la conoscono 26 che in quelli che la riconoscono.

* 377
I discorsi di umilta sono materia d'orgoglio per la gente vana-
gloriosa e di umilta per gli umili. Cosi i discorsi del pirronismo sono

23 Plscar riconosce un motivo di vero nel pirronismo: l'impotenza dell'uomo


a conoscere se stesso, la sua natura e il suo bene, senza la fede; solo la fede fa cono-
scere l'uomo all'uomo rivelandogli che la natura umana e fondamentalmente cor-
rotta dai peccato originale.
24 La nostra giustizia non e la giustizia.
25 Arcesilao (sec. II a.C.) fondo la Nuova Accademia. Secondo Cicerone, Ar-
cesilao, che aveva introdotto il pirronismo nella dottrina di Platone, dava agli ini-
ziati delia sua scuola un insegnamento dommatico.
26 Cioe: che esaltano troppo la grandezza dell'uomo senza tener conto delia sua
m1sena.

248
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materia di affermazione per gli spiriti categoriei; pochi parlano
umilmente dell'umiltă.; pochi delia castită., castamente; pochi del
pirronismo, dubitando. Non siamo che menzogna, doppiezza, con-
trarietă., e ci nascondiamo e mascheriamo noi stessi.

* 378
Pirronismo. - S'accusa di follia l'estrema intelligenza e l'estre-
ma deficienza. Soltanto la mediocrită. e buona. La maggioranza
ha stabilito cosi e critica chiunque sfugga verso uno qualunque dei
due estremi. Non mi ci opporro; accetto di essere posto li e mi ri-
fiuto di stare all'estremită. inferiore, non perche e un'estremită.; in-
fatti rifiuterei ugualmente di essere messo in alto. Uscire dalla
condizione media significa uscire dall'umanită.. La grandezza del-
l'anima umana consiste nel sapervici restare; non evero che la gran-
dezza consiste nell'uscire ma, al contrario, nel non uscire 27 •

379
Non eun bene essere troppo libero. Non e un bene sentire tutte
le necessită..

* 380
Nel mondo ci sono tutte le buone massime; manca soltanto l'ap-
plicazione. Per esempio:
Nessuno dubita che sia necessario esporre la propria vita per il
bene comune, e molti lo fanno; ma per la religione, no.
E necessaria la disuguaglianza tra gli uomini; questo evero; ma,
una voita concesso questo, ecco la porta aperta non solo alia piu
alta dominazione ma anche alia piu alta tirannia.
E necessario rilassare un poco la mente: ma questo apre la porta
alle piu grandi sfrenatezze. -Si segnino bene i limiti. - Ma non
ci sono limiti nelle cose: le leggi ve li vogliono mettere, ma lo spiri-
to non li puo tollerare.

27 Ne angelo ne bestia: ma creatura umana, che resta nell'umanitâ, a mezza di-


stanza tra il tutto e il nulla, tra l'infinito e il finito (cfr. i frammenti 418 e 420).

249
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381
Se si e troppo giovani, non si giudica bene; troppo vecchi, e lo stes-
so. Se non ci si pensa abbastanza, se ci si pensa troppo, ci si intestar-
disce e si prende una cotta. Se si considera l'opera subito dopo che
e stata compiuta, si hanno ancora troppe prevenzioni; se molto do-
po, non ce ne immedesimiamo piu. Cosi i quadri, visti da troppo lon-
tano o da·troppo vicino; soltanto un punto indivisibile eil giusto posto
di osservazione; gli altri sono troppo vicini, troppo lontani, troppo
alti, troppo bassi. Nella pittura e la prospettiva a determinare questo
punto. Ma nella verita e nella morale, ehi lo determinera?

* 382
Quando tutto si muove ugualmente, nulla si muove in apparen-
za, come su una nave. Chi si ferma fa notare il movimento degli
altri, come un punto fisso.

* 383
Quelli che vivono disordinatamente dicono a coloro che vivono
ordinatamente che sono loro ad allontanarsi dalla natura, mentre
essi credono di seguirla; e sono simili a coloro che stando su una
nave credono che coloro che stanno fuori fuggano. Simile linguag-
gio s'usa per tutte le cose. Bisogna avere un punto fisso per giudi-
care. Il porto giudica quelli che stanno sulla nave; ma dove
prendiamo un porto nella morale?

* 384
La contraddizione e un cattivo segno di veritâ: parecchie cose
certe sono contraddette; parecchie cose false passano senza con-
traddizione. Ne Ia contraddizione e un segno di falsita, ne la non
contraddizione e un segno di verita.

385
Pirronismo. - Ogni cosa quaggiu ein parte vera e in parte falsa.
La verita essenziale non e cosi: e tutta pura e tutta vera. Questa

250
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mescolanza la disonora e Ia distrugge. Niente e puramente vero;
e cosi niente e vero, se ci riferiamo aiia pura verita. Si obiettera
che l'omicidio e un male; si, perche conosciamo bene il male e il
falso. Ma che cosa diremo che sia buona? La castita? Dico di no,
perche diversamente il mondo finirebbe. Il matrimonio? No, per-
che Ia continenza e migliore. Non uccidere? No, perche i disordini
sarebbero terribili, e i cattivi ucciderebbero tutti i buoni. Uccide-
re? No, perche si distrugge la natura. Noi abbiamo la verita e il
bene soltanto in parte, e mescolato di male e di falso.

* 386

Se sognassimo tutte le notti la stessa cosa, questa ci impressio-


nerebbe tanto quanto gli oggetti che vediamo tutti i giorni. E se
un artigiano fosse sicuro di sognare tutte le notti, per dodici ore,
di essere re, credo che sarebbe tanto felice quanto un re che so-
gnasse tutte le notti, per dodici ore, d'essere un artigiano.
Se sognassimo tutte le notti di essere perseguitati dai nemici e
fossimo agitati da questi angosciosi fantasmi, e trascorressimo poi
tutti i giorni in diverse occupazioni, come quando si fa un viaggio,
si soffrirebbe quasi tanto come se fosse realta, e si avrebbe paura
del sonno cosi come si ha paura del risveglio allorquando si teme
di trovarsi piu realmente in simili mali. E in real ta il sogno produr-
rebbe quasi gli stessi mali delia realta.
Ma poiche i sogni sono sempre diversi, e uno stesso sogno can-
gia, cio che vi si vede impressiona molto meno di quel che si vede
vegliando, a causa delia continui ta, Ia quale pero non e cosi conti-
nua e uguale da non cambiare, ma meno bruscamente, se non ra-
ramente, come quando si viaggia; e allora si dice: « Mi par di
sognare »; perche Ia vita e un sogno poco meno incostante.

387

[Puo darsi che ci siano delle vere dimostrazioni; ma non e certo.


Questo dimostra soltanto che non e certo che tutto sia incerto, a
gloria del pirronismo].

251
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38~

Il buon senso. - Sono costretti a dire: «Voi non agite in buona


fede; noi non dormiamo ecc. ». Quanto mi piace vedere questa su-
perba ragione umiliata e supplichevole! Infatti non equesto illin-
guaggio d'un uomo a cui si contesta il suo diritto e che lo difende
con la forza e le armi alia mano. Non si contenta di dire che non
si agisce in buona fede, ma punisce questa cattiva fede con la forza.

389
L'Ecclesiaste 28 ci mostra che l'uomo senza Dio enell'ignoran-
za di tutto e in una inevitabile infelicita. Perche e un'infelicita il
volere enon potere. Ora l'uomo vuole essere felice e sicuro di qual-
che verita; e intanto non puo ne sapere ne non desiderare di sape-
re; non puo neanche dubitare.

390
Dio mio! Che discorsi sciocchi sono questi! « Dio avrebbe crea-
to il mondo per dannarlo? Avrebbe bisogno di tanti esseri cosi de-
boli? ecc. » Il pirronismo e il rimedio a questo male e demolira
questo vaniloquio 29 •

391
Conversazione. - Grandi parole: la religione? io la nego.
Conversazione. - Il pirronismo serve alia religione 30 •

. * 392
Contro il pirronismo. - [... E dunque strano che non si possano
definire queste cose senza oscurarle; noi ne parliamo con assoluta

28 Ecclesiaste, VII 1, 17.


29 Contro certe sciocche pretese delia ragione, come quella di indagare la giu-
stizia, il pirronismo e un rimedio perche ci mostra I'incapacitâ delia mente umana
e Ia sua fiacchezza speculativa.
JO In quanto dimostra la povertâ delia nostra natura decaduta eIa necessitâ per
l'uomo d'un Redentore e Salvatore.

252
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sicurezza]. Supponiamo che tutti le concepiscano allo stesso mo-
de; ma la nostra supposizione e gratuita perche non ne abbiamo
alcuna prova. Vedo bene che applichiamo queste parole nei mede-
simi casi, e che tutte le volte che due uomini vedono un corpo mu-
tar posizione, esprimono tutti e due la visione di quell'oggetto con
la stessa parola, dicendo cioe che si e mosso; e da questa confor-
mita nell'applicazione dei vocaboli si deduce una valida congettu-
ra d'una conformita di idee; ma cio non e assolutamente convin-
cente, d'una convinzione estrema, sebbene si possa scommettere
per l'affermativa, perche si sa che spesso si traggono le stesse con-
seguenze da differenti supposti.
Questo basta per imbrogliare almeno la questione; non gia che
distrugga assolutamente la naturale evidenza che rende sicuri di que-
ste cose; gli accademici avrebbero scommesso; ma la offusca, e con-
turba i dommatici a gloria delia cabala pirroniana, che consiste in
questa ambigua ambiguita e in una certa oscurita dubbiosa, a cui
ne i nostri dubbi possono togliere tutta la chiarezza ne i nostri lu-
mi naturali possono allontanare tutte le tenebre 31 •

* 393
E ridicole pensare che nel mondo ci siano individui i quali, do-
pc aver rinunziato a tutte le leggi di Dio e delia natura, se ne son
fatte essi stessi alcune a cui obbediscono scrupolosamente, come
per esempio i soldati di Maometto, i ladri, gli eretici ecc. Lo stesso
si dica dei logici 32 • Pare che la loro licenza debba essere senza li-
miti e barriere, visto che ne hanno varcate tante cosi giuste e cosi
sante.

394
Tutti i loro principî sono veri: dei pirroniani, degli stoici, degli
atei ecc. Ma le loro conclusioni sono false, perche anche i principî
opposti sono veri.

31 « Di questi filosofi, alcuni si sono accontentati di negare Ia certezza ammet-


tendo la verosimiglianza, come i nuovi accademici; altri, come i pirroniani, hanno
negate anche questa verosimiglianza e hanno preteso che tutte le cose fossero ugual-
mente oscure e incerte» (Logique de Port-Royal, IV, 6).
32 Quelli che si fidano solo delia ragione.

253
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* 395
Istinto. Ragione. - Abbiamo una incapacitâ di dimostrare, che
nessun dommatismo puo vincere. Abbiamo un'idea delia veritâ,
che nessun pirronismo puo vincere.

396
Due cose istruiscono l'uomo su tutta la sua natura; l'istinto e
l'esperienza.

* 397
La grandezza dell'uomo e grande in questo: che si riconosce mi-
serabile. Un albero non sa di essere miserabile.
Dunque essere miserabile equivale a conoscersi miserabile; ma
essere grande equivale a conoscere di essere miserabile.

* 398
Anche tutte queste miserie provano la sua grandezza. Sono mi-
serie di un gran signore, miserie d'un re spodestato.

* 399
Non si e miserabile senza sentimento: una casa rovinata non lo
e. Di miserabile non c'e che l'uomo. Ego vir videns 33 •

* 400
Grandezza defl'uomo. - Abbiamo un'opinione cosi grande del-
1' anima dell' uomo che non possiamo tollerare di essere disprezzati
e di non essere stimati; e tutta la felicita degli uomini consiste in
questa stima.

* 401
Gloria.- Le bestie non s'ammirano tra loro. Un cavallo non am-
mira il suo compagno; non giă. che non ci sia emulazione nella corsa,

33 « Uomo che vedo » (Lamentazioni, III, 1).

254
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ma questa e senza conseguenze; infatti, quando sono nella stalla,
il piu grosso e il piu malfatto non cede la sua avena all'altro, cosi
come gli uomini vorrebbero che si facesse loro. La loro virtu esod-
disfatta di se stessa.

402
La grandezza dell'uomo nella sua stessa concupiscenza sta nel-
l'averne saputo ricavare un mirabile regolamento e averne fatta una
figura delia cari ta 34 •

403
Grandezza. -Le ragioni degli effetti mettono in evidenza la gran-
dezza dell'uomo, nell'aver ricavato dalla concupiscenza un ordine
cosi bello.

* 404
La massima bassezza dell'uomo e la ricerca delia gloria, che e
pure il massimo segno delia sua eccellenza; difatti, per quanto ab-
bia possedimenti sulla terra, per quanta salute e agiatezza essen-
ziale possa godere, non e soddisfatto se non e stimata dagli uomini.
Stima cosi grande la ragione dell'uomo che, nonostante i vantaggi
che gode sulla terra, se non ha anche un posto privilegiata nella
mente degli uomini, non econtento. Questa e la piu bella posizio-
ne nel mondo, e nulla lo puo distogliere da questo desiderio, ed
e anche la piu incancellabile caratteristica del cuore umano.
E anche quelli che disprezzano moltissimo gli uomini e li ugua-
gliano alle bestie, vogliono essere ammirati e creduti, e cosi vengo-
no contraddetti dai Ioro stesso sentimento; la loro natura, che e
piu forte di tutto, li convince delia grandezza dell'uomo piu forte-
mente di quanto la ragione non li convinca delia loro bassezza.

34 La miseria dell'uomo e uno dei segni piu evidenti delia sua grandezza, per-
che servea ricavarne un mirabile regolamento di vitae ad elevarsi all'ordine delia
caritâ. Cfr. il frammento seguente e il 453, che spiega meglio il « mirabile rego-
lamento >>.

255
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* 405
Contraddizione. - Orgoglio, contrappeso di tutte le miserie. O
nasconde le sue miserie oppure, se le scopre, si van ta di conoscerle.

406
L'orgoglio bilancia e annulla le miserie. Ecco una strana mostruo-
sita e una deviazione ben visibile. Eccolo caduto daiia sua posizio-
ne e ricercarla con inquietudine. E queiio che fanno tutti gli uomini.
Vediamo ehi I'avra trovata.

* 407
Quando Ia cattiveria ha Ia ragione daiia sua parte, diventa fiera
efa gran sfoggio delia ragione. Quando l'austerita o Ia scelta seve-
ra non riesce a conseguire il vero bene e deve tornare a seguire Ia
natura, la malignita diventa fiera di questo ritorno.

408
II male e facile, e ce n'e un'infinitâ; il bene e quasi unico. Ma
un certo genere di male e cosi difficile a trovarsi come cio che si
chiama bene; e spesso si fa passare per bene, grazie a questa carat-
teristica, un qualche male particolare. Ci vuole anche una straor-
dinaria grandezza d'animo per arrivarci, proprio come per il
bene 35 •

* 409
La grandezza dell'uomo. - La grandezza dell'uomo e cosi evi-
dente che. si deduce anche dalla sua miseria. lnfatti cio che e natu-
ra negli animali lo chiamiamo miseria neii'uomo; dai che deduciamo
che essendo oggi la sua natura simile a queiia degli animali, egli
e decaduto da una migliore natura che un tempo gli era propria.
Infatti ehi si sente infelice di non essere re, se non un re spode-
stato? Si riteneva infelice Paolo Emilio 36 di non essere piu con-

35 Anche l'eccesso nel male e una prova delia grandezza dell'uomo.


36 Paolo Emilio, detto Macedonio, vincitore delia battaglia di Pidna.

256
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sole? Tutt'altro: lo sapevano tutti che era felice di esserlo stato,
perche la sua condizione non era di esserlo sempre. lnvece
Perseo 37 si riteneva cosi infelice di non essere piu re, perche la sua
condizione era di esserlo sempre, che si trovava strano che potesse
continuare a vivere. Chi si sente infelice di possedere una bocca
soia? E ehi non si sentirâ infelice di avere un occhio solo? Nessuno
mai ha pensato di affliggersi di non aver tre occhi; pero ehi ne e
privo e inconsolabile.

410
Perseo, re dei Macedoni, Paolo Emilio. - Si rinfacciava a Per-
seo di non togliersi la vita.

* 411
Nonostante la vîsta di tutte le nostre miserie che ci assalgono e
ci soffocano, abbiamo un istinto che non possiamo reprimere e ci
eleva.

* 412
Guerra intestina nell'uomo tra la ragione ele passioni. Se avesse
soltanto la ragione senza passioni. .. Se avesse soltanto le passioni
senza la ragione ... Ma poiche possiede l'una e le altre, non puo
non essere in guerra, perche non puo avere la pace con 1'una senza
essere in guerra con le altre, e viceversa; e cosi e sempre combattu-
to e in contrasto con se stesso.

* 413
Questa guerra interna delia ragione contro le passioni ha fatto
si che quelli che hanno voluto la pace si sono divisi in due sette.

37 E l'ultimo re macedone, sconfitto da Paolo Emilio a Pidna nel 168 a.C.

257
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Gli uni 38 hanno voluta rinunziare alle passioni e diventare dei; gli
altri hanno voluto rinunziare alia ragione e diventare bruti (Des
Barreaux 39).
Ma non ci sono riusciti ne gli uni ne gli altri; e la ragione resta
sempre ad accusare la bassezza e l'ingiustizia delle passioni ea tur-
bare il sonno di quelli che vi si abbandonano; mentre le passioni
sono sempre vive in coloro che vogliono rinunziarvi.

414
Gli uomini sono cosi necessariamente folli che il non essere folie
equivarrebbe a essere soggetto a un'altra specie di follia.

415
La natura dell'uomo si puo considerare in due modi: secondo il
suo fine, e allora l'uomo e grande e incomparabile; secondo il giudizio
delia maggioranza, come si giudica delia natura d'un cavallo e d'un
cane in cui la moltitudine vuol vedere la capacita di corsa e l'animum
arcendi 40 , e altora l'uomo e abietto e vile. Ecco i due modi che fan-
no giudicare diversamente e che fanno tanto disputare i filosofi. In-
fatti l'uno nega la supposizione dell'altro; l'uno dice: «Non e nato
per questo scopo, perche tutte le sue azioni vi ripugnano »; l'altro dice:
« Egli s'allontana dai suo fine quando commette queste basse azioni ».

* 416
A. P .R. 41 • Grandezza e miseria. - Poiche la mi seria si deduce dai-
la grandezza e la grandezza dalla miseria, gli uni hanno concluso

38 Gli uni sono i neo-stoici, gli altri sono i libertini.


39 Des Barreaux (1602-1673) fu il piu famoso epicureo del suo tempo. Consigliere
al Parlamenta, immorale e ateo, ritrovava talvolta la religione dell'infanzia nei periodi
delia malattia. A lui viene attribuito uno dei piu bei sonetti religiosi delia letteratura
francese: Gran Dio! I tuoi giudizi son pieni d'equita, che termina con questi due versi:
Ma in qualluogo potra abbattersi la tua collera 1 senza che esso sia coperta dat sangue
di GesiJ Cristo? (Cfr. F. LACHEVRE, Le prince des libertins au XVII siecle, Vallee
des Barreaux, Parigi, 1911 ).
40 Tendenza ad allontanare: e l'istinto del cane da guardia.
41 La sigla A.P.R. significa Apologia per Port-Royal e si trova anche ne! frammento
430. Si tratta forse degli appunti per la conferenza che Pascal tenne ai « solitari >> eli
Port-Royal nel 1658, in cui espose il piano delia sua Apologia. Di questa conferenza
ci dă una sintesi Filleau de La Chaise nel suo Discours sur les Pensees de Pascal.

258
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a favore delia miseria quanto piu hanno preso carne prova la gran-
dezza, e gli altri hanno conclus6 a favore delia grandezza con tan-
to maggior forza quanto piu si sono serviti delia miseria stessa: tutto
quello che gli uni hanno potuto affermare per mostrare la gran-
dezza e servita di argomento agli altri per concludere a favore del-
Ia miseria, perche si e tanto piu miserabili quanto piu si e caduti
dall'alto; e gli altri, al contraria. Essi si sono saldati tra Iora in
un cerchio senza fine, giacche e certa che gli uomini, quanto piu
lume hanno, tanto piu trovano grandezza e miseria nell'uomo. In
una parola, l'uomo conosce di essere miserabile; dunque e misera-
bile, perche lo e; ma e abbastanza grande perche lo sa.

* 417
Questa duplicita nell'uomo ecosi evidente che alcuni hanno cre-
duto persino che abbiamo due anime 42 • Un soggetto semplice
sem brava Iora incapace di tati e cosi improvvisi mutamenti che van-
ne da una smisurata presunzione a un orribile scoraggiamento.

-.
~1.8--
"'
E' pericoloso mostrar troppo all'uomo quanto e simile alle be-
stie, senza mostrargli la sua grandezza. Ed e ancora pericoloso mo-
strargli troppo la sua grandezza senza la sua bassezza 43 • E ancora
piu pericol os o lasciargli ignorare 1'una e l' altra. Ma e utilissimo
prospettargli l'una e l' altra.
Non bisogna far credere all'uomo di essere uguale alle bestie o
agli angeli, ne bisogna fargli ignorare l'una e l'altra casa, ma ene-
cessario che conosca l'una e l'altra cosa.

419
Non sopportero che egli si riposi nell'una o nell'altra casa, af-
finche, rimanendo senza sostegno e senza riposo ...

42 Quella che portava i segni delia natura anteriore al peccato, e quella che e
stata corrotta dai peccato; i segni cioe delia grandezza ei segni delia miseria; quelli
legati alia grazia divina, questi legati alia concupiscenza che (( proviene dai peccato
e inclina al peccato » (cfr. i frammenti 441 e 660).
4 3 Nel primo caso, pua abbrutirsi; nel secondo, insuperbirsi e credersi un dio.

259
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* 420
Se si vanta, l'abbasso; se s'abbassa, lo vanto; lo contraddico sem-
pre fino a che comprenda che e un mostre incomprensibile.

421
Biasimo ugualmente sia quelli che si mettono a lodare l'uomo
sia quelli che lo biasimano per partito preso, sia quelli che preferi-
scene divertirsi; non posso approvare se non coloro che cercano
gemendo.

422
E bene essere stanchi e affaticati nell'inutile ricerca del vero be-
ne, per tendere le braccia al Liberatore 44 •

* 423
Contrarieta. Dopo d'aver mostrato la bassezza e la grandezza
dell'uomo. - E ora, l'uomo giudichi quanto valga. Si ami, perche
c'e in lui una natura capace di bene, ma non ami le bassezze che
. .
ci sono m essa.
Si disprezzi, perche questa sua capacita di bene e fiacca; ma non
disprezzi per questo una tale capacita naturale. Si odi, si ami; ha
in se la capacita di conoscere la verita e d'essere felice; ma non pos-
siede una verita che sia costante e soddisfacente.
Vorrei dunque portar l'uomo a desiderare di trovarla, a essere
pronto e libere dalie passioni, per seguirla dove la trovera, sapen-
do quanto la sua conoscenza e annebbiata dalie passioni; vorrei
pure che odiasse in se la concupiscenza che da soia lo determina
affinche questa non lo accechi nel fare la sua scelta enon lo arresti
quando avra scelto.

-
* 424
Tutte queste contraddizioni, che sembravano allontanarmi mag-
giormente dalla conoscenza delia religione, mi hanno invece con-
dotto piu presto alia vera re ligi o ne 45 •

44 Quando l'orgoglio dell'uomo e fiaccato dai fallimento delia ragione, allora


Dio s'apre la sua strada nel cuore.
4 S Perche soltanto la religione da la spiegazione di quel guazzabuglio che e
l'uomo_

260
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SEZIONE VII

LA MORALE E LA DOTTRINA

* 425

Parte seconda. L 'uomo senza la fede non pua conoscere ne il


vero bene ne la giustizia 1. - Tutti gli uomini cercano d'essere feli-
ci, senza eccezioni; e tutti tendono a questo fine, sebbene diversi
siano i mezzi che usano. Se gli uni vanno alia guerra e gli altri no
e per questo stesso desiderio che agisce in entrambi secondo le di-
verse vedute. La volontâ non fa mai il piu piccolo passo se non
in direzione di questo soggetto. Esso e ii motivo di tutte le azioni
di tutti gli uomini, finanche di quelii che si impiccano.
E intanto, da un numero infinito di anni, nessuno mai, senza
la fede, e arrivato a quelia meta cui tutti mirano, continuamente.
Tutti si Jamentano: principi e sudditi, nobili e popolani, vecchi e
giovani, forti e deboli, dotti e ignoranti, sani e malati, di tutti i
paesi, di tutti i tempi, di tutte le etâ e di tutte le condizioni.
Un'esperienza cosi lunga, continua e uniforme avrebbe dovuto
convincerci delia nostra impotenza a raggiungere il bene con le no-
stre forze; ma gli esempi ci insegnano poco e non sono mai cosi
perfettamente uguali da escludere una qualche lieve differenza; e
percio speriamo che Ia nostra attesa non sia delusa in questa e in
quelia occasione. E cosi, poiche il presente non ci soddisfa mai,
l'esperienza ci inganna e di infelicitâ in infelicitâ ci conduce aiia
morte che ne e una conclusione eterna.
Che cosa dunque ci gridano questa aviditâ e questa impotenza
se non che un tempo c'e stata neli'uomo una vera felicita di cui
adesso non gli restano che il segno e la traccia di un vuoto che egli
inutilmente cerca di colmare con tutto quelio che lo circonda, chie-
dendo alle cose assenti il soccorso che non ha dalie presenti, ma
che tutte quante sono incapaci di dargli, perche l'abisso infinito

1Si tratta delia giustizia in senso generale e soprannaturale; cfr. nota al fram-
mento 294.

261
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non puo essere colmato se non da un oggetto infinito e immutabi-
le, vale a dire da Dio stesso? 2 •
Questi solo eil suo vero bene, e da quando l'uomo lo ha lasciato
e strano che niente nella natura sia stato capace di prendere il suo
posto: astri, cielo, terra, elementi, piante, cavoli, porri, animali,
insetti, vitelli, serpenti, febbre, peste, guerra, carestia, vizi, adul-
terio, incesto. E da quando l'uomo ha perduto il vero bene, tutto
puo sembrargli tale, finanche la sua stessa distruzione, sebbene cosi
contraria a Dio, alla ragione e alia natura insieme.
Gli uni cercano il vero bene nell'autoritâ, altri nelle ~uriositâ e
nelle scienze 3, altri nei piaceri. Altri, che effettivamente vi si so-
no accostati di piu, hanno considerato che necessariamente il bene
universale, desiderato da tutti gli uomini, non e in nessuna cosa
in particolare che puo essere posseduta soltanto da uno solo, e che,
essendo condivisa anche dagli altri, affligge il suo possessore, per
la mancanza di quella parte che egli non possiede, piuttosto che
soddisfarlo col godimento di quella parte che gli appartiene. Co-
storo hanno capito che il vero bene doveva essere tale che tutti po-
tessero possederlo insieme, senza diminuzione e senza invidia, e
nessuno lo potesse perdere contro la sua volonta 4 • E il motivo che
danno e che, essendo questo desiderio connaturale all'uomo per-
che enecessariamente in tutti e l'uomo non puo non averlo, ne con-
cludono ...

426
Perduta Ia vera natura, tutto per l'uomo diventa sua natura; co-
si, perduto il vero bene, tutto diventa suo vero bene.

2 Dall'universale desiderio di felicita e dall'impotenza a raggiungerla con le so-


te forze umâne, Pascal deduce: 1. che un tempo l'uomo conobbe la vera felicita,
che consiste net possesso de! vero bene; 2. che dopo la caduta sono restati in noi
una traccia di quella felicită perduta e un vuoto che nulla al mondo puo colmare.
Soltanto Dio puo appagare questo desiderio e colmare questo vuoto. Inquietum
est cor nostrum donec requiescat in te: il motivo agostiniano e bellamente svilup-
pato in questo e negli altri frammenti.
3 La scienza che non porta a Dio e svago e curiosita.
4 Sono gli stoici, i quali ripongono la felicita non nei beni esteriori ma nella

virtu che e un bene universale, di cui tutti possono partecipare senza che dimi-
nutsca.

262
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* 427
L'uomo non sa in qual posto collocarsi. Egli e visibilmente svia-
e
to ed caduto dai suo vero posto senza poterlo ritrovare. Lo cerca
dappertutto con inquietudine e senza successo tra tenebre impene-
trabili.

428

Se eun segno di debolezza dimostrare 1'esistenza di Dio per mezzo


delia natura, non disprezzate per questo la Scrittura; se e un segno
di forza aver conosciuto questi contrasti, apprezzate per questo la
Scrittura.

429

Bassezza dell'uomo fino a sottomettersi alle bestie, fino ad


adorarle.

* 430

A.P.R. (lnizio, dopo aver spiegato l'incomprensibilita) 5 • Le -


grandezze e le miserie dell'uomo sono cosi visibili da rendere ne-
cessario che la vera religione ci insegni che ci sia nell'uomo qual-
che grande principio di grandezza e qualche grande principio di
miseria. Dunque essa deve darei Ia spiegazione di questi stupefa-
centi contrasti.
Per render l'uomo felice, essa deve mostrargli che esiste un Dio;
che siamo obbligati ad amarlo; che Ia nostra vera felicită. consiste
nell'essere in lui e Ia nostra unica sventura consiste nell'essere

s E molto probabilmente l'abbozzo d'una parte delia conferenza di Port-Royal


(come indica la sigla: Apologia per Port-Royal), tenuta su invito di alcuni amici
nell658 e nella quale prospetto il piano delia sua opera. Altri abbozzi generali del-
1' ordine da seguire: 187, 60, 62, 242, 425.

263
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separati da lui; essa deve riconoscere che noi siamo pieni di tene-
bre che ci impediscono di conoscerlo ed amarlo, e che, poiche i
nostri doveri ci obbligano ad amare Dio mentre le nostre concupi-
scenze ce ne distolgono, noi siamo pieni d'ingiustizia. Essa deve
darei la spiegazione di queste opposizioni che facciamo a Dio eal
nostro vero bene. Deve insegnarci i rimedi per queste concupiscen-
ze e i mezzi per ottenere questi rimedi. In proposito si esaminino
tutte le religioni delia terra e si veda se ce n'e una diversa dalla reli-
gione cristiana che risponda a queste esigenze.
Lo saranno forse i filosofi, i quali ci propongono come sommo
bene i beni che stan dentro di noi? Ma sta li il vero bene? Hanno
forse trovato il rimedio ai nostri mali? Significa forse aver guarito
la presunzione dell'uomo l'averlo messo alia pari di Dio? Quelli
che ci hanno messo aUa pari delle bestie, e i maomettani che come
vero bene ci hanno offerto i piaceri delia terra, anche nell'eternită.,
hanno forse offerto un rimedio alle nostre concupiscenze? Quale
religione dunque ci insegneră. a guarire l'orgoglio ela concupiscen-
za? Quale religione infine ci insegneră. il nostro bene, i nostri do-
veri, le debolezze che ce ne distolgono, le cause di queste debolezze,
i rimedi che le possono guarire, e il mezzo di ottenere questi rimedi?
Tutte le altre religioni non l'hanno potuto. Vediamo che cosa
fa~--Sapienza di Dio.
r; Non v'aspettate, dice, ne verită. ne consolazione dagli uomini.
Id sono quella che vi ha formati e che solo puo insegnarvi ehi sie-
te. Ma voi adesso non siete piu nello stato in cui vi ho formati.
Io ho creato l'uomo santo, innocente, perfetto, l'ho colmato di lu-
ce e di intelligenza; gli ho comunicata la mia gloria ele mie mera-
viglie. L'occhio dell'uomo allora vedeva la maestă. di Dio. Allora
egli non era nelle tenebre che oggi l'accecano, ne nella mortalită.
e nelle miserie che l'affliggono. Ma egli non ha potuto reggere a
tanta gloria ed e caduto nella presunzione. Ha voluto farsi centro
di se stesso e indipendente dai mio aiuto; e, poiche s'e fatto uguale
a me, l'ho abbandonato a se stesso; e, rivoltandogli contro le crea-
ture che gli erano soggette, gliele ho fatte nemiche; cosicche oggi
l'uomo e diventato simile alle bestie ed e cosi lontano da me che
gli resta appena una luce confusa del suo autore, tanto tutte le co-
noscenze si sono spente e turbate! 1 sensi, indipendenti dalla ra-
gione, e spesso padroni delia ragione, l'hanno trascinato alia ricerca
dei piaceri. Tutte le creature o l'affliggono o lo tentano, e dominano

264
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su di lui sia sottomettendolo con la loro forza sia seducendolo con
la loro dolcezza, il che costituisce un dominio piu terribile e piu
tirannico.
« Questo e lo state in cui si trovano oggi gli uomini. Resta loro
qualche impotente istinto di felicita delia loro primitiva natura, e
sono immersi nelle miserie del loro accecamento e delia loro con-
cupiscenza, la quale e diventata la loro seconda natura.
« Con questo principio che io vi svelo, voi potete riconoscere la
causa di tanti contrasti che hanno meravigliato tutti gli uomini e
che li hanno divisi in cosi diverse opinioni. Osservate adesso tutti
i moti di grandezza e di gloria che l'esperienza di tante miserie non
puo soffocare, e vedettţ se non e necessario che la causa sia riposta
in un'altra natura».

A.P.R. per domani (Prosopopea 6). -«O uomini, e inutile che


cerchiate in voi stessi il rimedio per le vostre miserie. Tutti i vostri
lumi possono soltanto arrivare a conoscere che non in voi trovere-
te la verita o il bene. 1 filosofi ve l'hanno promesso e non hanno
potuto mantenerlo. Essi non s;.mno ne qual e il vostre vero bene,
ne qual e il vostre vero state. Come avrebbero potuto dare dei ri-
medi ai vostri mali, se non li hanno neppure conosciuti? Le vostre
principali malattie sono l'orgoglio, che vi sottrae a Dio, la concu-
piscenza che vi lega alla terra; ed essi non hanno fatto altro che
alimentare almeno una di queste malattie. Se vi hanno offerto Dio
come oggetto, lo hanno fatto soltanto per alimentare la vostra su-
perbia; vi hanno fatto credere che gli eravate simili e conformi per
la vostra natura. E quelli che hanno visto la vanita di questa prete-
sa vi hanno gettato nell'opposto precipizio, facendovi capire che
la vostra natura era simile a quella delle bestie, e vi hanno condotti
a cercare il vostre bene nelle concupiscenze che sono il retaggio delle
bestie. Non equesto il mezzo che possa guarirvi dalie vostre ingiu-
stizie, che questi filosofi non hanno conosciuto. Soltanto io posso
farvi capi re ehi siete, ci o ... ».
Adamo, Gesu Cristo.
Se vi si unisce aDio e per grazia non per natura. Se vi si abbassa
e per penitenza non per natura.
Cosi questa doppia ca paei ta ...
Voi non siete nello state in cui foste stati creati.

6 La Sapienza divina continua a parlare.

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Una voita rivelati questi due stati, e possibile che non li ricono-
sciate. Osservate i vostri movimenti, meditate su voi stessi e vedete
se non ci trovate i caratteri viventi di queste due nature. Potrebbe-
ro trovarsi tante contraddizioni in un soggetto semplice?
- Incomprensibile? - Tutto cio che e incomprensibile non cessa
di esistere. Il numero infinito. Uno spazio infinito, uguale al finito.
- Incredibile che Dio si unisca a noi? - Questa osservazione
deriva soltanto dalla visione che abbiamo delia nostra bassezza.
Ma se questa e sincera, seguitela fino in fondo come me, e ricono-
scete che noi siamo effettivamente cosi in basso da essere incapaci,
da soli, di conoscere se la sua misericordia possa renderci capaci
di unirei a lui. Infatti vorrei sapere qual diritto ha quest'animale,
che si riconosce cosi debole, di misurare la misericordia di Dio e
di assegnarle i limiti che Ia sua fantasia gli suggerisce. Egli sa cosi
poco che cosa e Dio, che non sa neppure che cosa sia egli stesso;
e, tutto sconvolto dalla vista del proprio stato, osa dire che Dio
non Io puo rendere capace di comunicare con lui.
Ma io vorrei domandargli se Dio chiede altro da lui, se non che
Io ami conoscendolo; e perche mai crede che Dio non possa ren-
dersi conoscibile e amabile, dai momento che l'uomo e naturalmente
capace di amore e di conoscenza. Non c'e dubbio che egli conosce
almeno di esistere e ama qualche cosa. Dunque, se vede qualche
cosa nelle tenebre in cui si trova, e se trova qualche oggetto d'a-
more tra le cose delia terra, perche mai, se Dio gli concede un rag-
gio della sua essenza, non sarebbe capace di conoscerlo e di amarlo?
C'e dunque indubbiamente una presunzione insopportabile in questa
specie di ragionamenti, sebbene appaiano fondati su un'apparente
umilta, che non e ne sincera ne ragionevole, se non ci fa confessare
che, dai momento che ignoriamo ehi siamo, non ci resta che appren-
derlo da Dio.
« Non voglio 7 che poniate in me la vostra credenza senza cliseu-
tere, e non pretendo sottomettervi con tirannia. Non pretendo nep-
pure darvi spiegazione di ogni cosa. E per mettere d'accordo questi
contrasti, voglio farvi vedere chiaramente, con prove convincenti,
alcuni segni divini in me, i quali vi convincano delia mia natura e
mi diano autorita con meraviglie e prove che voi non potete rigetta-
re; e voglio che in seguito crediate senza esitare le cose che

7 Riprende la prosopopea delia Sapienza.

266
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vi insegno, qualora non trovaste altro motivo di rifiutarle se non
il fatto che da soli non potete conoscere se sono vere o no.
« Dio ha voluta riscattare gli uomini e offrire la salvezza a colora
che lo cercano. Ma gli uomini se ne rendono cosi indegni che e giu-
sto che Dio rifiuti ad alcuni, a causa delia loro durezza di cuore,
cio che concede ad altri per una misericordia indebita. Se egli aves-
se voluta vincere l'ostinazione dei piu induriti, l'avrebbe potuto, ri-
velandosi loro cosi apertamente che non avrebbero potuto dubitare
delia verita delia sua essenza, cosi carne si manifestera nell'ultirno
giorno, con tale larnpeggiar di folgori e con un tale sconvolgimento
delia natura che i morti risorgeranno e i piu ciechi Io ve-
dranno 8 •
«Ma non e cosi che egli ha voluto apparire nel suo avvento di
dolcezza 9 • Poiche tanti uornini si rendono indegni delia sua cle-
menza, ha voluto Iasciarli nella privazione del bene che essi non
vogliono. Non era dunque giusto che apparisse in una maniera vi-
sibilmente divina e assolutamente capace di convincere tutti gli uo-
mini; ma neppure era giusto che venisse in una maniera cosi
nascosta da non poter essere riconosciuto da quelli che lo avrebbero
cercato sincerarnente. Egli ha voluta rendersi perfettamente cono-
scibile a costoro; e cosi, volendo apparire scopertamente a coloro
che lo cercano con tutto il cuore, e rimaner nascosto a colora che
lo fuggono con tutto il cuore, egli regola la sua conoscenza in ma-
do da dare dei segni di se stesso, visibili a colora che lo cercano
ma non a quelli che non lo cercano.
« C'e dunque abbastanza luce per colora che desiderano vedere
e c'e abbastanza oscurita per colora che hanno una disposizione
contraria ».

* 431
Nessun altro 10 ha conosciuto che l'uomo e la piu eccellente
creatura. Gli uni 11 , che han ben conosciuto la realta di questa ee-

8 Con un atto gratuita delia sua infinita misericordia, Dia concede il dona del-
Ia sua grazia a tutti, tranne a colora che, « duri di cuore )), la rifiutano. Egli po-
trebbe vincere anche questa ostinazione dell'uomo, ma fino al giorno finale e
rispettoso delia liberta umana.
9 L'avvento delia dolcezza e quello di Gesu nella storia e nella Chiesa.
IO Prima di Gesu Cristo, nessuno ha conosciuto la vera grandezza dell'uomo.
li Gli stoici.

267
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cellenza, hanno scambiato per viltă. e per ingratitudine i bassi sen-
timenti che gli uomini hanno naturalmente di se; gli altri 12 , che
hanno ben conosciuto quanto sia effettiva questa bassezza, hanno
trattato con superba derisione quei sentimenti di grandezza che sono
altrettanto naturali all'uomo.
« Alzate gli occhi al cielo», dicono gli uni; «mirate colui al quale
rassomigliate e che vi ha creati perche lo adoriate. Voi potete ren-
dervi simili a lui; la saggezza vi renderă. uguali a lui, se volete se-
guirla ». « Alzate le vostre teste, uomini liberi», dice Epitteto. E
gli altri: « Abbassate i vostri occhi verso la terra, miserabili vermi
che siete, e mirate le bestie di cui siete compagni ».
Che cosa dunque sară. l'uomo? Uguale aDio o alle bestie? Che
spaventosa distanza! Che cosa saremo dunque? Chi non vede in
tutto questo che l'uomo e sviato, decaduto dal suo posto e che lo
cerca inquieto senza poterlo ritrovare? Chi dunque ve lo ricollo-
cheră.? 1 piu grandi uomini non l'hanno potuto.

432
Il pirronismo e vero. Perche, dopo tutto, gli uomini prima di
Gesu Cristo non sapevano in che stato si trovavano, ne se erano
grandi o piccini. E quelli che hanno affermato l'una o l'altra cosa
non ne sapevano nulla e tiravano a indovinare senza ragione e a
caso; e anzi erravano sempre, escludendo o l'una o l'altra.
Quod ergo ignorantes quaeritis, religio annuntiat vobis 13 •

* 433
Dopo aver compreso tutta la natura dell'uomo.- Perche una re-
ligione sia vera, deve aver conosciuto la nostra natura. Deve aver
conosciuto la grandezza ela minimezza, e la causa dell'una e del-
l'altra. Chi l'ha conosciuta, se non la religione cristiana?

*~
1 principali argomenti dei pirroniani (e tralascio i minori) sono:
che non abbiamo alcuna certezza della verită. e di questi principî,
fuori delia fede e delia rivelazione, se non in quanto li sentiamo

12 Gli epicurei.
13 << Quello che cercate senza conoscere, Ia religione ve l'annunzia »; econ leg-
gera variante la frase di san Paolo agli Ateniesi (Alti, XVll, 23).

268
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naturalmente dentro di noi. Orbene questo sentimento naturale non
e una prova convincente delia Iora verita, perche, non essendovi
certezza- fuori delia fede- se l'uomo sia stato creato da un Dio
buono, da un demone cattivo 14 oppure dai caso, e incerto se que-
sti principî ci siano stati dati veri o falsi o dubbi a seconda delia
nostra origine. Inoltre nessuno, senza la fede, e sicuro se veglia o
dorme, visto che durante il sonno crediamo, con non minore sicu-
rezza, di star svegli; crediamo di vedere gli spazi, le figure, i movi-
menti; sentiamo scorrere il tempo, lo misuriamo; e infine agiamo
come se fossimo svegli; cosicche, dai momento che trascorriamo
meta delia vita nel sonno - nel quale, per nostra stessa confessio-
ne, checche ce ne paia, non abbiamo alcuna idea delia verita, perche
allora tutti i nostri sentimenti sono soltanto illusioni - , ehi sa se
quell'altra meta delia vita in cui crediamo di star svegli non sia un
altro sonno, un po' differente dai primo, da cui ci destiamo quan-
do crediamo di dormire?
[E ehi dubita che, se si sognasse in compagnia e se per caso i
sogni corrispondessero tra loro - cosa che eabbastanza ordinaria
- e se si stesse svegli da soli, non crederemmo le cose tutto il con-
trario? lnfine, poiche spesso si sogna di sognare inserendo un so-
gno nell'altro, la vita stessa potrebbe essere un sogno, sul quale
si innestano gli altri e da cui ci svegliamo con la morte; inoltre du-
rante questa vita possediamo pochi principî del vero e del bene co-
me durante il sonno naturale, e questi differenti pensieri che in essa
ci agitano non sono forse che illusioni, simili al trascorrere del tem-
po e alle va ne fantasie dei nostri sogni].
Ecco i principali argomenti da entrambe le parti.
Tralascio gli argomenti meno importanti, come i discorsi dei pir-
roniani contro le impressioni dell'abitudine, dell'educazione, dei
costumi, dei paesi, et similia, che, sebbene trascinino la maggio-
ranza degli uomini comuni, i quali dommatizzano soltanto su que-
sti vani fondamenti, crollano al minimo soffio dei pirroniani.
Consultate i loro !ibri se non ne siete convinti, e lo diventerete su-
bito, forse troppo.
Mi fermo all'unico argomento valido dei dommatici, i quali as-
seriscono che, parlando in buona fede e sinceramente, non e pos-

14 Come aveva anche immaginato Cartesio (Meditazioni, 1), spingendo il dub-


bio a questa ipotesi.

269
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sibile dubitare dei princip~ naturali. Al che i pirroniani oppongo-
no, in una parola, l'incerteP:a delia nostra origine, che implica quel-
la della nostra natura; al che i dommatici stanno ancora a ris pondere
oacche il mondo esiste.
Ecco la guerra aperta tra gli uomini, nella quale ognuno deve
scegliere e schierarsi necessariamente o per il dommatismo o per
il pirronismo. Infatti ehi pensasse di restare neutrale sarebbe un
pirroniano per eccellenza, proprie perche la neutralită. e l'essenza
delia cabala pirroniana; ehi non e contre di loro sta magnificamente
per loro (e in questo si vede illoro vantaggio). Essi non sono per
se stessi; sono neutrali, indifferenti, sempre indecisi in tutto, senza
eccettuare se stessi.
Che cosa fara dunque l'uomo in simile state? Dubiteră. di tutto;
dubitera se sta sveglio, se e pizzicato, se e bruciato; dubitera di du-
bitare? Dubitera se esiste? Non e possibile arrivare a tanto; ed io
sono sicuro che non s'e mai avuto un pirroniano effettivo, inte-
grale. La natura sostiene la ragione impotente ele impedisce di di-
ventare stravagante fine a tai punto.
·oira dunque, al contrarie, di possedere certamente la verită., lui
che, per poco che si insiste, non puo mostrare alcun titolo ed e co-
stretto
. ;--.., a cedere?
uale chimera e dunque l'uomo? Che novită., che mostre, che
c o , che soggetto di contraddizioni, che prodigio! Giudice di tut-
te le cose e miserabile verme di terra; depositario della verita e cloaca
di incertezza e d'errore; gloria e rifiuto dell'universo.
Chi riuscira a sbrogliare questa matassa? La natura confonde
i pirroniani, e la ragione confonde i dommatici 15 • Che cosa diven-
terete dunque, o uomini, che cercate con la vostra ragione natura-
le la vostra vera condizione? Voi non potete evitare una di queste
sette, e neppure fermarvi in alcuna.
Riconoscete dunque, o superbi, che siete un paradosso per voi
stessi. Umiliati, ragione impotente; taci, natura imbecille, impara
che l'uomo sorpassa infinitamente l'uomo, e impara dai tuo Signore
la tua vera condizione che ignori. Ascolta Dio.

15 Perche mentre c'e in noi un istinto che ci mostra capaci di raggiungere la ve-
rita (contra i pirroniani), c'e pure la debolezza delia ragione che sa di non poter
arrivare alia verita con le sale sue forze (contra i dommatici o stoici).

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Perche, in definitiva, se l'uomo non si fosse mai corrotto, go-
drebbe ancora delia sua innocenza, delia verita e delia felicita, con
sicurezza; e se fosse stato sempre corrotto, non avrebbe alcuna idea
ne della verita ne delia beatitudine. Ma, per quanto infelici, e piu
infelici di quel che saremmo se non ci fosse affatto grandezza nelia
nostra condizione, noi abbiamo un'idea della felicita enon possia-
mo giungervi; intuiamo un'immagine delia verita e non possedia-
mo che menzogna; siamo incapaci di ignorare assolutamente e di
sapere con certezza, tanto e evidente che siamo stati in un grado
di perfezione da cui sventuratamente siamo caduti!)
E tuttavia e sorprendente che il mistere piu remoto delia nostra
conoscenza, che equello della trasmissione del peccato, sia una casa
senza la quale non possiamo avere alcuna conoscenza di noi stessi!
E certa infatti che nulia ripugna tanto alia nostra ragione quanto
l'affermare che il peccato del prima uomo ha reso colpevoli quelli
che, per essere cosi lontani da quelia sorgente, sembrano incapaci
di parteciparne. Questa propagazione non ci appare soltanto im-
possibile ma ci sembra anche ingiustissima: che casa puo esservi
di piu contraria alle regale delia nostra deplorevole grandezza che
il dannare in eterna un bambino 16 incapace di volonta, per un
peccato nel quale sembra aver cosi poca parte, commesso seimila
anni prima che egli esistesse? Certa nulla ci urta piu brutalmente
di questa dottrina; e intanto, senza questo mistere, che e il piu in-
comprensibile di tutti, siamo incomprensibili a noi stessi. II nodo
della nostra condizione s'attorciglia e si intreccia in questo abisso,
cosi che l'uomo epiu inconcepibile senza questo mistere di quanto
questo mistere non sia inconcepibile all'uomo.
[Dai che appare che Dio, volendo renderci inintelligibile Ia diffi-
coltă. del nostro essere, ne ha occultato il nodo cosi in alto o, per dir
meglio, cosi in basso, che siamo completamente incapaci di giunger-
vi; e cosi, non gia con le superbe impennate della ragione ma con la
semplice sottomissione delia ragione, possiamo veramente conoscerci.

l6 E la tesi de! rigorismo agostiniano, cui inclinavano i giansenisti. Gia al tem-


po di Pascal era opinione comune fra i teologi cattolici che i bambini morti senza
battesimo non sarebbero condannati alia dannazione eterna, ma si troverebbero
nel /imbo: un luogo o stato nel quale coloro che sono morti col solo peccato origi-
nale, pur essendo privati delia visione beatifica di Dio, non soffrirebbero le pene
disposte per i dannati che hanno commesso colpe personali. Oggi pero anche la
teoria dellimbo edivenuta desueta ed edottrina pacifica che i bambini morti senza
battesimo si salvano grazie alia fede professata dalla Chiesa. - « Seimila anni )):
cosi almeno si pensava ai tempi di Pascal e nei due secoli successivi.

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Tali principî, saldamente fondati sull'autorita inviolabile delia
religione, ci fanno conoscere che esistono due veri ta di fede ugual-
mente costanti: la prima, che l'uomo nello stato di creazione o in
quello di grazia eelevato al di sopra di tutta la natura, quasi simile
a Dio e partecipe delia sua divinita; la seconda, che nello stato di
corruzione e di peccato e decaduto da quella condizione e reso si-
mile alle bestie.
Queste due affermazioni sono ugualmente solide e certe. La Scrit-
tura ce lo dichiara espressamente in certi passi quando afferma:
De/iciae meae esse cum filiis hominum. Effundam spiritum meum
super omnem carnem. Dii estis ecc., e altrove: Omnis caro foenum.
Homo assimilatus est iumentis insipientibus et similis factus est il-
lis. Dixi in corde meo de fi/iis hominum (Ecclesiaste, III) 17 •
Donde si deduce chiaramente che per mezzo delia grazia l'uomo
e fatto simile a Dio e partecipe delia sua dignitâ, e senza la grazia
e simile ai bruti].

* 435

Senza queste divine conoscenze, che cosa hanno potuto fare gli
uomini se non o innalzarsi nel residuo sentimento interiore delia
passata grandezza o avvilirsi allo spettacolo della loro presente de-
bolezza? E questo perche, non vedendo la verita intera, non han-
no potuto raggiungere una virtu perfetta. Considerando gli uni la
natura come incorrotta e gli altri come inguaribile, non hanno po-
tuto evitare l'orgoglio o la pigrizia, che sono le due sorgenti di tut-
ti i vizi; poiche non possono far altro che o abbandonarvisi per
viltâ o uscirne per orgoglio. Infatti, se conoscevano l'eccellenza del-
l'uomo, ne ignoravano la corruzione, cosicche evitavano bensi la
pigrizia ma si perdevano nella superbia; e se riconoscevano l'infer-

17 «La mia delizia e di stare con i figli degli uomini >> (Proverbi, VIII, 31).
- « Spandero il mio spirito su ogni carne>> (Isaia, XLIV, 3).
- « Siete dei >> (Salmo LXXXII, 6).
- << Ogni carne e fieno » (Isaia, XL, 6).
- « L'uomo si eassimilato ai muli senza ragione ed ediventato simile ad essi >>
(Salmo XLIX, 21).
- « Dissi a me stesso sul destino dell'uomo: Dio vuole mostrare loro quali sono
e far vedere che essi da se sono bestie» (Ecclesiaste, III, 18).

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mita delia natura, ne ignoravano la dignita, di modo che potevano
evitare la vanita ma solo per precipitare nella disperazione. Da cio
derivano le varie sette degli stoici e degli epicurei, dei dommatici
e degli accademici ecc.
Soltanto la religione cristiana ha potuto guarire questi due vizi,
non gia cacciando l'uno per mezzo dell'altro con la saggezza terre-
na, ma cacciando l'uno e l'altro con la semplicita del Vangelo.
Essa infatti insegna ai giusti - che eleva fino alla partecipazio-
ne delia stessa divinita - che in tale stato sublime essi portano an-
cora con se la sorgente di tutta la corruzione, la quale durante tutta
la vita li rende soggetti ali'errore, alia miseria, alla morte, al pec-
cato; e grida ai piu empi che essi sono ancora capaci di ricevere
la grazia delloro Redentore. Cosi, facendo tremare quelli che giu-
stifica e consolando quelli che condanna, tempera molto saggia-
mente il timore con la speranza per mezzo di questa duplice
capacita, comune a tutti, delia grazia e del peccato; abbassa infini-
tamente piu di quanto potrebbe fare la ragione da soia, ma senza
spingere fino alia disperazione; eleva infinitamente piu deli'orgo-
glio stesso delia natura, ma senza gonfiare. Cosi dimostra che, es-
sendo essa soia esente da errore e da vizio, soltanto ad essa appar-
tiene istruire e correggere gli uomini.
Chi dunque potrebbe rifiutarsi di credere e adorare questi lumi
celesti? Non e infatti piu chiaro del giorno che in noi stessi avver-
tiamo dei caratteri indelebili di eccelienza? Enon e altrettanto ve-
ro che proviamo ogni momento gli effetti delia nostra deplorevole
condizione? Che cosa ci grida dunque questo caos e questa mo-
struosa confusione se non la verita di questi due stati, con una vo-
ce tanto potente che e impossibile resistervi?

* 436

Debolezza.- Tutte le occupazioni degli uomini mirano all'acqui-


sto del bene; ed essi non possono aver titolo alcuno per dimostrare
di possederlo per giustizia, perche possiedono soltanto il loro ca-
priccio di uomini e non hanno la forza di possederlo sicuramente.
Lo stesso si dica delia scienza, che la malattia ci puo togliere. Noi
siamo incapaci sia del vero che del bene.

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* 437
Desideriamo la verită., e in noi non troviamo che incertezza.
Cerchiamo la felicita, e non troviamo che miseria e morte.
Siamo incapaci di non desiderare la felicita e la verită., e siamo
incapaci delia certezza e delia felicită.. Questo desiderio ci viene la-
sciato sia in punizione sia per farci sentire da che punto siamo
caduti.

* 438
Se l'uomo non e fatto per Dio, perche mai non e felice se non
in Dio? Se l'uomo e fatto per Dio, perche mai e cosi contrario a
Dio?

439
Natura corrotta. - L'uomo non agisce con la ragione che costi-
tuisce il suo essere.

440
La corruzione delia ragione si rivela in tanti costumi diversi e
stravaganti. Dovette venire la verită. perche l'uomo non vivesse piu
in se stesso.

* 441
Per me, riconosco che appena la religione cristiana svela il prin-
cipio delia natura umana corrotta e decaduta da Dio, questo prin-
cipio apre gli occhi a vedere dovunque il carattere di questa verită.;
perche la natura etale che dovunque mostra i segni di un Dio per-
duto, nell'uomo e fuori dell'uomo, e di una natura corrotta.

* 442
La vera natura dell'uomo, il suo vero bene, la vera virtu, la vera
religione sono cose che non si possono conoscere separatamente.

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443
Grandezza, miseria.- A mano a mano che in noi cresce la luce,
scopriamo maggiore grandezza e maggiore bassezza nell'uomo. Gli
uomini comuni- quelli che stanno piu in alto, i filosofi, stupisco-
no gli uomini comuni; - i cristiani stupiscono i filosofi.
Chi dunque si stupira vedendo che la religione non fa che cono-
scere a fondo cio che si riconosce quanto piu si e illuminati?

444
Quel che gli uomini avevano potuto conoscere con le loro piu
alte intelligenze, questa religione l'insegnava ai suoi bambini.

* 445
Il peccato originale e follia per gli uomini, pero viene dato per tale.
Dunque voi non dovete rimproverarmi Ia mancanza di razionalita in
questa dottrina, perche io Ia presento gia come irrazionale. Pero questa
follia e piu saggia di tutta la saggezza degli uomini, sapientius est
hominibus 18 • Infatti, senza di essa, che cosa si puo dire dell'uomo?
Tutto il suo stato dipende da questo punto impercettibile. E come
avrebbe potuto rendersene conto con la ragione, dai momento che
e una cosa contro la ragione, e la sua ragione, ben lungi dai ritrovar-
la con i propri mezzi, se ne allontana quando le viene presentata?

446
De/ peccato originale. Tradizione ampia de/ peccato originale
presso gli ebrei 19.
Sulla frase del Genesi, VIII. La composizione del cuore umano
e cattiva fin dalla sua infanzia.
R. Moise Haddarschan: Quel cattivo lievito eimmesso nell'uo-
mo dal momento in cui e formata.

18 1 Corinzi, l, 25: « E piu sapiente degli uomini ».


19 Tutti i testi citati in questo frammento sono tratti dai Pugio christianorum
ad impiorum perjidiam iugulandam, et maxime Judaeorum (piu comunemente co-
nosciuto col nome di Pugio jidet) del domenicano cat al ano Raimondo Martin (sec.
XIII). La prima edizione apparve a Parigi nel 1651.

275
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Massechet Succa: Quel cattivo lievito ha sette nomi nella Scrit-
tura: e chiamato male, prepuzio, immondo, nemico, scanda/o, cuo-
re di pietra, aquilone: cio significa la malignitâ nascosta e impressa
net cuore umano.
Misdrach Tillim dice la stessa cosa, e che Dio libererâ la natura
buona dell'uomo dalla cattiva.
Questa malignitâ si rinnova ogni giorno contro l'uomo, come
sta scritto nel Salmo XXXVII: « L'empio spia il giusto e cerca di
ucciderio, ma Dio non lo abbandona nella sua mano ». Questa ma-
lignitâ tenta il cuore dell'uomo in questa vita e l'accuserâ nell'al-
tra. Tutto cio si trova net Talmud.
Misdrach Tillim sul Salmo IV: « Tremate e non peccherete ». Tre-
mate e spaventate la vostra concupiscenza ed essa non vi indurrâ
a peccare. Esul Salmo XXXVI: « L'empio ha detto nel suo cuore:
Il timore di Dio non sia davanti a me »; vale a dire, la malignitâ
naturale dell'uomo ha detto questo all'empio.
Misdrach el Kohelet: «Il fanciullo povero e saggio e migliore del
re vecchio e folie che non sa prevedere l'avvenire >>. Il fanciullo e
la virtli, e il re la malignita dell'uomo. Essa e chiamata re perche
le membra le obbediscono, e vecchio perche e net cuore deWuomo
dall'infanzia fino alia vecchiaia; e folie perche conduce l'uomo sulla
via di perdizione che egli non prevede.
Bereschit Rabba sul Salmo XXXV: « Signore, tutte le mie ossa
ti benediranno, perche tu liberi il povero dai tiranno ». E c'e un
tiranno pili grande dellievito cattivo? - E su i Proverbi, XXV:
«Se il tuo nemico ha fame, dâgli da mangiare », cioe, se il cattivo
lievito ha fame dă.gli il pane delia saggezza di cui si paria nei Pro-
verbi, IX; e se ha sete dă.gli l'acqua di cui si paria in Isaia, LV.
Misdrach Tfllim dice la stessa cosa; e che la Scrittura in quel pas-
so, parlando del nostro nemico, intende il cattivo Iievito; e che dan-
dogli quel pane e quell'acqua si accumuleranno carboni sul suo
capo.
Misdrach el Kohelet sull'Ecclesiaste, IX: <<Un grande re ha as-
sediato una piccola cittă. ». Quel gran re e il cattivo lievito; le gran-
di macchine con cui assedia la piccola citta sono le tentazioni; e
si e trovato che un uomo saggio e povero, cioe la virtli, l'ha liberata.
Esul Salmo XLI:« Felice colui che ha riguardo per il povero ».
E sul Salmo LXXVIII: « Lo spirito se ne va e non toma pili»;
donde alcuni hanno tratto motivo d'errore contro l'immortalita del-

276
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!'anima; ma il senso e che questo spirito e il cattivo lievito, che se
ne va con l'uomo fino alia morte e non tornera piu nella risur-
.
rez10ne.
Principî dei rabbini: due Messia.

447
Si dira che per aver detto che la giustizia e partita dalla terra,
gli uomini hanno conosciuto il peccato originale? Nemo an te obi-
turn beatus est 20 ; cioe, hanno for se conosciuto che con la morte
comincia la beatitudine eterna ed essenziale?

448
[Miton] vede bene che la natura e corrotta e che gli uomini sono
contrari all'onesto; ma non sa perche non possono volare piu alto.

449
Ordine. - Dopo la« corruzione )), dire: « E giusto che tutti colo-
ro che sono in questo stato lo conoscano, sia quelli che se ne com-
piacciono sia quelli che se ne affliggono; pero non e giusto che tutti
vedano la redenzione )) 21 •

* 450

Se non si riconosce di essere pieni di superba ambizione, di con-


cupiscenza, di debolezza, di miseria e di ingiustizia, si e ben ciechi.
E, se conoscendolo, non si desidera di esserne liberati, che cosa
si puo dire di un uomo ... ?
Che altro, se non stima, si puo provare per una religione che co-
nosce cosi bene i difetti detruomo? E che altro se non desiderio
per la verită. di una religione che promette rimedi cosi desiderabili?

20 « Nessuno e felice prima delia morte )) (da MONTAIGNE, Essais, 1, 18).


21 Non e giusto ... perche ognuno deve rendersene degno cercando la veri ta.

277
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451
Tutti gli uomini si odiano naturalmente tra loro. Ci si e serviti
delia concupiscenza, carne si e potuto, per farla servire al bene co-
mune; ma questa e finzione e falsa apparenza di carita, perche in
fondo c'e soltanto odio.

"' 452
Compiangere gli infelici non econtraria alia concupiscenza. Anzi
si e ben lieti di poter dare questa testimonianza di amicizia e pro-
cacciarsi la reputazione di creatura sensibile, senza dar nulla.

453
Si sono fondate e ricavate dalla concupiscenza mirabili regale
di convivenza civile, di morale e di giustizia; ma, a guardare a fan-
do, questo volgare fond o dell'uomo, questo figmentum malum 22
e solo mascherato, non giă. estirpato.

454
/ngiustizia. - Essi non hanno trovato altro mezzo di soddisfare
la concupiscenza senza far torta agli altri.

* 455
L'io e odioso; voi, Miton, lo mascherate ma non per questo lo
eliminate 23 ; voi dunque siete sempre odioso. - No, perche agen-
da cortesemente con tutti, carne facciamo, non c'e piu motiva di
odiarci. - E vero, se nell'io si odiasse soltanto il dispiacere che
ce ne vlene. Ma se lo odio perche e ingiusto, perche si fa centre
di tutto, lo odiero sempre.
Insomma, l' io possiede due qualita: e ingiusto in se, in quanto
si fa centre di tutto; espiacevole agli altri, in quanto li vuole asser-

22 Cattivo composto.
23 Miton, con i suoi compagni libertini, sostituiva sempre Ia forma impersona-
le (in francese on) alia prima persona. Lo facevano per orgoglio.

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vire; infatti ogni io e il nemico e vorrebbe essere il tiranno di tutti
gli altri. Voi ne togliete la parte spiacevole, ma non gia l'ingiusti-
zia; lo renderete amabile soltanto agli ingiusti, i quali non trovano
piu in esso il loro nemico, e cosi rimanete ingiusto e potete piacere
soltanto agli ingiusti.

456
Che aberrazione di giudizio quella per la quale non c'e nessuno
che non si metta al di sopra di tutti gli altri e non preferisca il pro-
prie bene individuale, la durata delia propria felicita e delia pro-
pria vita a quella di tutti gli altri!

457
Ognuno e un tutto per se stesso, poiche, morto lui, tutto e mor-
to per lui. Dai che deriva che ognuno crede di essere tutto per tut-
ti. Non bisogna giudicare delia natura considerando noi stessi, ma
considerando la natura.

* 458
« Tutto quello che c'e nel mondo econcupiscenza delia carne, con-
cupiscenza degli occhi e superbia delia vita» 24 : libido sentiendi, li-
bido sciendi, libido dominandi. Sventurata terra di maledizione, arsa
piu che irrigata da questi tre fiumi di fuoco! Felici coloro che, stando
su questi tre fiumi, non gia immersi, ne trascinati, ma immobili, ma
saldi su questi fi urni; non gia in piedi ma seduti in una posizione bassa
e sicura, donde non si rialzano prima delia Iuce, ma dopo esservisi
riposati tranquillamente, tendono la mano a colui che li deve alzare
per farli stare eretti e fermi sotto i portici delia santa Gerusalemme,
dove l'orgoglio non potra piu combatterli e abbatterli; e che intanto
piangono, non gia vedendo trascorrere tutte le cose periture chei tor-
renti trascinano, ma nel ricordo delia loro cara patria, la celeste Ge-
rusalemme, di cui si ricordano continuamente nel loro lungo esilio!

24 l Giovanni, II, 16.

279
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459
I fiumi di Babilonia 25 scorrono, precipitando e trascinando. O
santa Sion, dove tutto e stabile e nulla cade!
Bisogna sedersi presso i fiumi, non sotto o dentro, ma sopra;
e non in piedi, ma seduti; per essere umili, stando seduti, e sicuri
stando sopra. Ma noi saremo in piedi sotto i portici di Geru-
salemme.
Osserviamo se questo piacere e stabile o fugace: se scorre, e un
fiume di Babilonia.

460
Concupiscenza delia carne, concupiscenza degli occhi, orgoglio
ecc. - Ci sono tre ordini di cose: Ia carne, Io spirito, la volontă..
1 carnali sono i ricchi, i re, i quali hanno per oggetto il corpo. 1
curiosi di conoscere e i dotti hanno per oggetto lo spirito. 1 savi
hanno per oggetto Ia giustizia.
Dio deve regnare su tutto, e tutto deve essere riferito a lui. Nelle
cose delia carne, regna propriamente la concupiscenza; nelle spiri-
tuali, regna propriamente l'avidită. di conoscere; nella saggezza, re-
gna propriamente l'orgoglio. Non giă. che non si possa essere
orgogliosi dei beni e delle conoscenze che si hanno, ma questo non
e il campo proprio dell'orgoglio; infatti, concedendo a un uomo
d'essere un sapiente, non per questo si lasceră. di convincerlo che
ha torto d'essere superbo. Illuogo proprio delia superbia ela sag-
gezza; perche non si puo concedere a un uomo d'essere diventato
saggio e dirgli che ha torto d'essere superbo: questo gli tocea per
giustizia. Cosi Dio solo concede la saggezza; e percio: Qui gloria-
tur, in Domino glorietur 26 •

461
Le tre concupiscenze hanno generato tre sette 27 , ei filosofi non
hanno fatto altro che seguire una delle tre concupiscenze.

25 1 fiumi di Babilonia sono le tre concupiscenze.


26 << Chi si gloria, si glori nel Signore » (/ Corinzi, 1, 3 1).
27 Cioe: epicureismo, dommatismo, stoicismo.

280
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462
Ricerca de/ vero bene. - La maggioranza degli uomini pone il
bene nella fortuna e nei beni esteriori o almeno nei divertimenti.
1 filosofi hanno dimostrato la vanita di tutto questo e l'hanno messo
dove hanno potuto.

* 463
[Contra i filosofi che ammettono Dio senza Gesu Cristo].
Filosofi.- Credono che solo Dio e degno d'essere amato e Ioda-
ta, e intanto hanno desiderato esser amati e lodati dagli uomini;
non conoscono la loro corruzione. Se si sentono pieni di sentimen-
ti per amarlo e adorarlo, e vi trovano la loro gioia principale, si
ritengano anche buoni, perbacco! Ma se scoprono in se qualche
ripugnanza, se non hanno altra inclinazione che volersi affermare
nella stima degli uomini, e se, per tutta perfezione, mirano soltan-
to a far si che gli uomini, pur senza essere forzati da loro, trovino
la loro felicita nell'amarli, dire) che questa perfezione e orribile.
Come! hanno conosciuto Dio enon hanno desiderato unicamente
che gli uomini lo amassero; hanno voluto invece che gli uomini si
fermassero ad essi! Hanno voluto essere l'oggetto delia felicita vo-
lontaria degli uomini!

464
Filosofi. - Noi siamo pieni di cose che ci spingono fuori di noi.
Il nostro istinto ci fa sentire che bisogna cercare la felicita fuori
di noi. Le nostre passioni ci spingono verso l'esterno, anche quan-
do non ci si offrono degli oggetti esterni per eccitarle; gli oggetti
esterni ci tentano da se e ci invitano, anche quando non ci pensia-
ma. E cosi i filosofi hanno voglia di dire: « Ritiratevi in voi stessi
e troverete il vostro bene »: nessuno ci crede, e coloro che ci credo-
ne sono i piu vuoti e i piu stupidi.

465
Gli stoici dicono: « Rientrate in voi stessi; la voi troverete la vo-
stra quiete ». E questo non e vero.

281
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Gli altri dicono: « Uscite fuori di voi; cercate la felicita nel di-
vertimento »; e questo non e vero, perche vengono le malattie.
La felicita non sta ne dentro ne fuori di noi; sta in Dio, sia fuori
che dentro di noi.

466
Ammesso pure che Epitteto abbia visto perfettamente la strada,
egli dice agli uornini: «Voi seguite una falsa via»; indica che ce
n'e un'altra ma non vi ci conduce. La via e quella di volere cio che
Dio vuole; soltanto Gesu Cristo vi ci guida: Via, ve rit as 28 •
1 vizi dello stesso Zenone 29 •

467
Ragione degli effetti. - Epitteto. Quelli che dicono: « Avete un
mal di capo » 30 , non e la stessa cosa. Si e sicuri delia salute ma
non delia giustizia; e in effetti la sua era una sciocchezza.
E intanto egli credeva di dirnostrarla, dicendo: « O in nostro po-
tere oppure no » 31 • Ma non s'accorgeva che non e in nostro po-
tere regolare il cuore; e aveva torto di concluderlo dai fatto che
c' eran o dei cristi ani 32 •

* 468
Nessuna altra religione ha proposto di odiare se stessi! Nessuna
altra religione puo dunque piacere a coloro che odiano se stessi e
cercano un essere verarnente degno di amore. E costoro se non aves-
sero mai sentito parlare delia religione di un Dio umiliato, l'ab-
braccerebbero irnmediatarnente.

28 « lo sono la via, la veritâ e la vita » (Giovanni, XIV, 6).


29 Sono una testimonianza dell'impotenza dello stoicismo ad assicurare la virtu.
30 Dia/oghi, IV, 7.
31 E il principio fondamentale delia filosofia di Epitteto, che apre il Manuale:
« Le cose sono di due maniere: alcune in potere nostro, altre no. Sono in potere
nostro l'opinione, il movimento dell'animo, l'appetizione, l'avversione, in breve
tutte quelle cose che sono nostri propri atti. Non sono in nostro potere il corpo,
gli averi, la riputazione, i magistrati, e in breve quelle cose che non sono nostri atti ».
32 Aveva torto perche ignorava chei cristiani possiedono la grazia di Gesu Cri-
sto, che concede loro di poter essere virtuosi e costanti.

282
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469

Sento che posso non essere esistito, perche l'io consiste nel mio
pensiero; dunque io che penso non sarei esistito se mia madre fos-
se stata uccisa prima che io fossi stato animato; dunque io non so-
no un essere necessario. Non sono neanche eterno, neanche infinito.
pero mi accorgo che nella natura esiste un essere necessario, eter-
no e infinito.

* 470

Dicono: « Se vedessi un miracolo mi convertirei ». E come pos-


sono assicurare che farebbero cio che ignorano? Credono che que-
sta conversione consista in un'adorazione di Dio come se fosse un
commercio o una conversazione cosi come essi se la rappresenta-
no. La vera conversione consiste nell'annientarsi davanti a quel-
l'Essere universale che abbiamo tante volte irritato e che puo
giustamente farci morire a ogni momento; consiste nel riconoscere
che non si puo nulla senza di lui, e che non abbiamo meritato da
lui altro che la sua disgrazia. Consiste nel riconoscere che c'e un'in-
vincibile opposizione tra Dio e noi, e che senza un mediatore non
ci puo essere alcuna relazione con lui.

* 471

Non e giusto affezionarsi a me, anche se lo si fa con piacere e


volontariamente. Trarrei in inganno coloro a cui farei nascere que-
sto desiderio, perche io non sono il fine di nessuno e non ho di
che soddisfarli. Non sono forse vicino alia morte? E cosi l'oggetto
della loro affezione morra. Dunque, come sarei colpevole se fa-
cessi credere una cosa falsa, anche se iola insinuassi con dolcezza
ela cosa venisse creduta con piacere e tutto questo mi desse piace-
re, cosi sarei colpevole se mi facessi amare e se invogliassi le perso-
ne ad affezionarsi a me. Sono in dovere di avvertire coloro che
sarebbero disposti a credere alia mia menzogna che non devono
crederci, anche se a Ioro ne viene un vantaggio; e allo stesso modo

283
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sono in dovere di avvertirli che non devono affezionarsi a me, per-
che essi devono trascorrere la loro vitae impiegare i loro sforzi nel
piacere a Dio o nel cercarlo 33 •

* 472
La volonta da sola non sara mai soddisfatta, anche se avesse in
proprio potere tutto quello che vuole; ma resta soddisfatta dai mo-
mento che vi rinunzia. Senza di essa non si puo essere malconten-
ti; con essa non si puo essere contenti.

473
lmmaginare un corp o pieno di membra pensanti 34 •

* 474
Membra. Cominciare da qui.- Per regolare l'amore che dobbia-
mo a noi stessi, bisogna immaginarsi un corpo pieno di membra
pensanti, perche noi siamo membra d'un tutto, e vedere come ogni
membro dovrebbe amarsi. ..

* 475
Se i piedi ele mani avessero una volonta propria non sarebbero
mai net loro ordine senza sottomettere questa volonta particolare
alia volonta principale che governa il corpo intero. Diversamente
sono net disordine e nell'infelicita; ma volendo soltanto il bene del
corpo, essi fanno il loro bene particolare.

33 Amor di Dio e adio di se: ecco )'ideale dell'ascetica di Pascal negli ultimi anni.
Egli pur sentendo profondamente (( grandissimo affetto per gli amici e per colora
che riteneva appartenessero aDio », spinse il suo rigore fina a trattar con freddez-
za le persone piu care e a non versare una lacrima per la marte delia dolce e cara
Jacqueline.
34 In questo e nei frammenti seguenti al n. 484, Pascal espone e sviluppa il con-
cetto paolino delia Chiesa, corpo mistica di Cristo. Siamo membra, ma membra
(( pensanti », perche aderiamo a questo mistica corpo con la nostra volontâ, spinti
dalla carita, cioe dalla grazia di Dio.

284
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476
Bisogna amare soltanto Dio e odiare soltanto se stessi.
Se il piede avesse sempre ignorato di appartenere al corpo e che
esiste un corpo da cui egli dipende, se avesse avuto soltanto la co-
noscenza e l'amore di se, e venisse poi a conoscere di appartenere
a un corpo da cui dipende, quale rimpianto, quale confusione per
la sua vita passata, per essere stato inutile al corpo che gli ha co-
municato la vita, che l'avrebbe annientato se lo avesse rigettato e
separato da se cosi come lui si separava da esso! Quante preghiere
per restarci! E con quanta sottomissione si farebbe governare dai-
la volontă. che regge il corpo, fino ad accettare di essere troncato
se fosse necessario; oppure perderebbe la sua qualită. di membro;
infatti ogni membro dev'essere disposto a morir volentieri per il
corpo, il quale e il solo per cui tutto esiste.

* 477
E falso che siamo degni di essere amati dagli altri, e ingiusto vo-
. lerlo. Se nascessimo ragionevoli e indifferenti e conoscessimo noi
e gli altri, non daremmo questa inclinazione alia nostra volontă..
Ma noi nasciamo con essa 35 ; dunque nasciamo ingiusti perche tut-
to vien riferito all'io. Questo e contro ogni ordine; bisogna tende-
re al generale; e l'inclinazione verso l'io e l'inizio di ogni disordine,
nella vita associata, nell'economia, nel corpo particolare dell'uo-
mo. Dunque la volontă. e depravata.
Se i membri delle comunită. naturali e civili tendono al bene del
corpo, le comuni ta stesse debbono tendere a un altro corpo piu ge-
nerale, di cui esse sono membra. Dunque bisogna tendere al gene-
rale. Dunque nasciamo ingiusti e depravati.

* 478
Quando vogliamo pensare aDio, non c'e nulla che ce ne distrag-
ga, che ci tenti a pensare altrove?
Tutto questo e male ed e nato con noi.

35 Cioe con l'inclinazione delia volontâ ad amare noi stessi ed essere amati da-
gli altri.

285
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* 479
Se esiste un Dio, bisogna amare lui solo e non gia le creature
passeggere. Il ragionamento degli empi, nella Sapienza, e fondata
sulla negazione di Dio. « Cio posto, dice, godiamoci le creatu-
re >> 36 • Questa e l'ipotesi peggiore. Ma se ci fosse un Dio da ama-
re, essi non avrebbero concluso a quel modo, ma tutto il contraria.
E questa ela conclusione dei saggi: « C'e un Dio, dunque non di-
lettiamoci delle creature >>.
Dunque, tutto cio che ci spinge ad attaccarci alle creature e ma-
le, perche ci impedisce o di servire Dio, se lo conosciamo, o di cer-
carlo se lo ignoriamo. Orbene noi siamo pieni di concupiscenza;
dunque siamo colmi di male; dunque dobbiamo odiare noi stessi,
e tutto quello che ci spinge a legarei a un altro che non sia Dio.

480
Se le membra vogliono essere felici, devono avere una volonta
e conformarla al corpo.

* 481
Gli esempi delle morti generose degli spartani e di altri non ci
commuovono. lnfatti, quali vantaggi ci danno? Ma l'esempio del-
Ia morte dei martiri ci commuove, perche sono « nostre mem-
bra» 37 • Noi abbiamo un legame comune con loro; Ia loro deci-
si o ne puo essere la nostra, non giâ soltanto con l'esempio, ma per-
che forse essa ha meritata la nostra. Non c'e niente di simile negli
esempi dei pagani; non abbiamo legami con loro. Non si diventa
ricchi vedendo un estraneo che e ricco, ma vedendo ricchi il pro-
pria padre o il propria marit o.

* 482
Morale. - Dopo d'aver creato il cielo ela terra, che non sentono
la felicita delia loro esistenza, Dio ha voluto creare degli esseri che

36 Sapienza, Il, 6.
37 Romani, XII, 5.

286
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lo conoscessero e formassero un corpo di membra pensanti. lnfat-
ti le nostre membra non sentono la felicita delia loro unione, delia
loro ammirabile intelligenza, delia cura che la natura ha di infon-
dervi gli spiriti e di farli crescere e durare. Come sarebbero felici
se lo sentissero, se lo vedessero! Ma perche questo avvenisse do-
vrebbero possedere intelligenza per conoscerlo e buona volonta per
concordare con quella dell'anima universale. Che se, possedendo
l'intelligenza, se ne servissero per trattenere in se stesse il nutrimento
senza lasciarlo giungere alle altre membra, sarebbero non soltanto
ingiuste ma anche miserabili, e si odierebbero piu che amarsi, per-
che la loro beatitudine come illoro dovere consiste nell'accettare
la condotta dell'anima intera aUa quale esse appartengono e che
le ama piu che non amino se stesse.

* 483

Essere membro significa aver vita, essere e movimento soltanto


dallo spirito del corpo e per il corpo.
Il membro separato, che non vede piu il corpo al quale appartie-
ne, e soltanto un essere perituro e morituro. Tuttavia crede di es-
sere un tutto e, non vedendosi nel corpo dal quale dipende, crede
di dipendere soltanto da se stesso, e vuole farsi centro e corpo esso
stesso. Ma poiche non ha in se il principio delia vita, non fa che
smarrirsi e si stupisce dell'incertezza del suo essere, sentendo bene
che non e corpo pur senza vedere di essere membro d'un corpo.
Infine, appena arriva a conoscersi, e come se ritornasse in se stes-
so, e non ama piu se stesso se non per il corpo, e deplora i suoi
passati errori.
Egli non potrebbe, per la sua natura, amare un'altra cosa se non
per se stesso e per asservirsela, perche ogni cosa ama se stessa piu
di tutto. Ma amando il corpo, ama se stesso perche ha il suo essere
in lui, da lui e per lui: qui adhaeret Deo unus spiritus est 38 •
Il corpo ama la mano; ela mano, se avesse una volonta, dovrebbe
amarsi come l'anima si ama. Ogni amore che va oltre questi limiti
. . .
e mgmsto.

38 « Chi aderisce a Dio, e un solo spirito con lui» (/ Corinzi, VI, 17).

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Adhaerens Deo unus spiritus est. Ami am o noi stessi perche sia-
mo membra di Gesu Cristo, perche egli eil corpo di cui siamo mem-
bra. Tutto e uno, Puno e nell'altro, come le tre Persone 39 •

* 484
Due leggi bastano a regolare tutta Ia Repubblica cristiana me-
glio di tutte le leggi politiche 40 •

* 485
La vera unica virtu consiste dunque nell'odiare se stesso (perche
siamo odiosi per la nostra concupiscenza) e nel cercare un essere
veramente amabile, per amarlo. Ma poiche non possiamo amare
cio che e fuori di noi, dobbiamo dunque amare un essere che stia
dentro di noi enon sia noi; e questo e vero per ciascun uomo. Or-
bene, quest'essere e soltanto l'Essere universale. Il regno di Dio
sta in noi; il bene universale sta in noi, e noi stessi e non e noi.

* 486
La dignită. dell'uomo, nel suo stato di innocenza, consisteva nel-
l'usare e dominare le creature; oggi invece consiste nel separarsene
e assoggettarvisi.

* 487
Ogni religione che nella sua fede non adora un Dio come princi-
pio di tutte le cose, e che nella morale non ama un solo Dio come
fine di tutte le cose, e falsa.

39 L'immagine dell'unită tra noi e il Cristo ne) corpo mistico e tra noi nel Cri-
sto e di Giovanni, XVII, 20-21: (( E prego non solamente per essi, ma anche per
quelli che, mediante la loro parola, crederanno in me, affinche siano tutti uno; co-
me tu, Padre, sei in me e io sono in te, anch'essi siano uno di noi, affinche il mon-
do creda che tu mi hai mandato ».
40 Le leggi sono i due comandamenti dell'amore (Matteo, XXII, 37-40).

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488
... Ma e impossibile che Dio possa essere il fine senza essere il
principio 41 • Teniamo lo sguardo in alto, ma poggiamo i piedi sulla
sabbia, e la terra franeră. e cadremo guardando il cielo.

* 489
Se esiste un sol principio di tutto e un solo fine di tutto, tutto
proviene da lui e tutto e diretto a lui. Dunque la vera religione de-
ve insegnarci a non adorare altro che lui e a non amare che lui.
Ma poiche siamo impotenti ad adorare cio che non conosciamo e
ad amare qualcosa al di fuori di noi stessi, e necessario che la reli-
gione, la quale ci insegna questi doveri, ci spieghi anche questa in-
capacită. e ci indichi anche i rimedi. Essa ci insegna che per mezzo
di un uomo tutto e stato perduto, e il legame interrotto tra Dio
e noi e stato riparato per mezzo di un uomo 42 •
Nasciamo cosi contrari a questo amore di Dio, e questo e cosi
necessario, che bisogna ammettere o che nasciamo colpevoli o che
Dio sarebbe ingiusto.

490
Gli uomini, non essendo abituati a creare il merito ma soltanto
a ricompensarlo dove lo trovano giă. esistente, giudicano Dio alia
loro stregua 43 •

* 491
La vera religione deve avere come caratteristica l'obbligo di amare
Dio. Questo e giustissimo, e tuttavia nessuna religione I'ha ordi-

41 lnfatti lui solo e principio e fine delia nostra salvezza.


42 « Come a causa di un solo uomo il peccato entro nel mondo e attraverso il
peccato la morte, e cosi la morte dilago su tutti gli uomini per il fatto che tutti pec-
carono ... Dunque, come a ca usa delia col pa di uno solo si ebbe in tutti gli uomini
la condanna, cosi anche attraverso l'atto di giustizia di uno solo si avra in tutti gli
uomini la giustificazione di vita )) (Romani, V, 12 e 18).
43 Dio invece crea il merito in noi, perche ci da la grazia (dono gratuito e prin-
cipio del merito).

289
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nato: la nostra invece l'ha fatto. Essa inoltre deve aver conosciuto
la concupiscenza e l'impotenza: la nostra l'ha fatto. Essa deve aver
portato dei rimedi: uno di essi e la preghiera. Nessuna religione
ha mai chiesto 44 a Dio di amarlo e di seguirlo.

* 492
Chi non odia il suo amor proprio e quell'istinto che Io spinge
a farsi Dio, e veramente un cieco. Chi non vede che nulla e pili
opposto alia verita e alia giustizia? Perche e falso che noi meritas-
simo questo, ed ingiusto e impossibile arrivarvi, poiche tutti aspi-
rano alia stessa cosa. Dunque noi siamo nati in una evidente
ingiustizia, di cui non possiamo disfarci e di cui dobbiamo disfarci.
Intanto nessuna religione ha notato che questo 45 fosse un pec-
cato, che in questo peccato siamo nati, che a questo peccato siamo
obbligati a resistere, ne ha pensato a offrircene i rimedi.

493
La vera religione insegna i nostri doveri, le nostre impotenze (or-
goglio e concupiscenza) e i rimedi (umilta e mortificazione).

494
La vera religione dovrebbe insegnare la grandezza e la miseria,
dovrebbe portare alia stima e al disprezzo di se stessi, all'amore
e all'odio.

* 495
Se eun accecamento soprannaturale vivere senza cercare che cosa
siamo, e un terribile accecamento vivere male pur credendo in Dio.

496
L'esperienza ci fa vedere una differenza enorme tra la devozio-
ne e la bontâ.

44 Chiesto nella preghiera.


45 Cioe l'amore di se.

290
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* 497

Contro coloro che, confidando nella misericordia di Dio, non


si preoccupano affatto di fare delle opere buone. - Poiche le due
sorgenti dei nostri peccati sono l'orgoglio e la pigrizia, Dio ci ha
rivelato che esistono in lui due qualită. per guarirle: la sua miseri-
cordia ela sua giustizia. La caratteristica delia giustizia sta nell'ab-
battere l'orgoglio per quanto siano sante le opere, et non intres in
iudicium, etc 46 ; e la caratteristica delia misericordia consiste nel
combattere la pigrizia incitando alle buone opere come sta scritto
in questo passo: «La misericordia di Dio invita a penitenza » 41,
e in quest'altro dei niniviti: « Facciamo penitenza, per vedere se
mai avră. pietă. di noi » 48 • E cosi la misericordia non autorizza la
pigrizia, ma la combatte formalmente, cosi che invece di dire: « Se
non ci fosse la misericordia di Dio, bisognerebbe fare ogni sforzo
per la virtu », bisognerebbe dire che proprio perche c'e misericor-
dia in Dio bisogna fare ogni specie di sforzi.

498

E vero che si prova una certa difficoltă. appena ci diamo alia vi-
ta di pietă.. Pero questa difficoltă. non proviene dalla pietă. che co-
mincia a esistere dentro di noi, ma dall'empietă. che vi rimane
ancora. Se i nostri sensi non s'opponessero alla penitenza, ela no-
stra corruzione non s'opponesse alia purezza di Dio, non incon-
treremmo alcuna difficoltă. in questo. Noi soffriamo solo propor-
zionalmente aiia resistenza che il vizio, in noi naturale, oppone al-
la grazia soprannaturale; il nostro cuore si sente lacerato da sforzi
contrari; ma sarebbe ingiusto attribuire questa violenza a Dio, il
quale ci attira, invece di attribuirla al mondo che ci trattiene; pro-
prio come un bambino che, strappato dalla madre alle braccia dei
ladri, deve amare, nella sofferenza che sente, la violenza amorosa
e legittima di colei che procura Ia sua libertă., e detestare soltanto
la violenza impetuosa e tirannica di coloro che lo trattengono in-
46 «Non contendere in giudizio col tuo servo>> (Salmo CXLII, 2).
47 Romani, Il, 4.
48 Giona, III, 9.

291
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giustamente. La guerra piu crudele che Dio possa fare agli uomini
in questa vitae lasciarli senza questa guerra che lui stesso e venuto
a portare. « lo sono venuto a portare la guerra » 49 dice; e per farci
sapere di che guerra si tratta: « Io sono venuto a portare la spada
e il fuoco » 50 • Prima di lui, il mondo viveva in questa falsa pace 51 •

499

Opere esteriori. - Niente e tanto pericoloso quanto cio che piace


a Dio e agli uomini; perche gli stati che sono graditi a Dio e agli
uomini hanno qualcosa che piace a Dio e qualcosa che piace agli
uomini; cosi nella grandezza di santa Teresa 52 cio che piace aDio
e la sua profonda umiltă nelle sue rivelazioni, e cio che piace agli
uomini sono le sue parole illuminanti. Per questo ci affanniamo
a imitare i suoi discorsi credendo di imitare il suo stato, e non ci
preoccupiamo di amare quel Dio che lei ama e di metterci nello
stato che e amato da Dio.
E meglio non digiunare e sentirsene umiliato che digiunare e com-
piacersene. Fariseo e pubblicano 53 •
A che mi servirebbe ricordarmene, se questo puo ugualmente
nuocermi e giovarmi, e se tutto dipende dalla benedizione di Dio,
che egli dona soltanto alle cose fatte per lui, secondo le sue regole
e nelle sue vie, giacche il modo di fare e tanto importante, e forse
piu delia cosa stessa, dai momento che Dio puo ricavare il bene
dai male e senza Dio ricaviamo il male dai bene?

500

L'intelligenza dei termini di bene e di male.

49 Matteo, X, 34. La guerra che Dio porta net cuore degli uomini ela lotta con-
tra il peccato.
so Luca, XII, 49.
5! Pace falsa, perche in accordo col peccato.
52 Delia grande mistica spagnola Pascal lesse certamente la Vita o autobiogra-
fia, tradotta in Francia net 1601 e cosi largamente diffusa che, come dice Pierre
de I'Etoile, era diventata la « Bibbia dei bigotti >> (cfr. frammenti 868 e 917).
53 La parabola de! fariseo e de! pubblicano: in Luca, XVIII, 9-14.

292
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501
Primo grado: essere biasimato facendo il male ed essere lodato
facendo il bene. Secondo grado: non essere ne lodato ne biasimato.

502
Abramo non prese niente per se ma soltanto per i suoi servi 54 ;
cosi il giusto non prende niente per se ne dai mondo ne dai plauso
del mondo, ma solo per le sue passioni di cui si serve come padro-
ne dicendo all'una: Va', e all'altra: Vieni 55 • Sub te erit appetitus
tuus 56 • Le sue passioni cosi dominate diventano virtu: l'avarizia,
la gelosia, la collera anche Dio se le attribuisce 57 e sono virtu tan-
to quanto la clemenza, la pieta, la costanza, che sono anche pas-
sioni. Bisogna servirsene come schiave e, lasciando ad esse il loro
alimento, impedire che l'anima ne partecipi; perche, quando le pas-
sioni diventano padrone sono vizi, e allora danno all'anima una
parte de! loro alimento, e l'anima se ne ciba e s'avvelena.

503
1 filosofi hanno consacrata i vizi, attribuendoli a Dio stesso; i
cristiani hanno consacrata le virtu.

504
[... Mancanza dello spirit o di Dio; le sue azi o ni 58 ci ingannano
a causa dell'assenza temporanea o dell'interruzione dello Spirito
di Dio in lui; ed egli se ne pente nella sua afflizione].
Il giusto agisce per fede anche nelle piu piccole cose; quando egli
rimprovera i suoi servi, desidera la loro conversione mediante lo
spirito di Dio e prega Dio per correggerli, e s'attende il risultato
sia da Dio che dai suoi rimproveri, e prega Dio di benedire le sue
correzioni. Cosi nelle alt re azi o ni. ..

S4 Genesi, XIV, 22-24.


ss Parole de! centurione, in Matteo, VIII, 9.
S6 Genesi, IV, 7 (second o la Volgata), leggermente modificate.
57 Matteo, XXV; Esodo, XX, 5, ecc.
ss Dell'uomo che cade ne! peccato.

293
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505
Tutte le cose possono esserci mortifere, anche quelle fatte per
servire a noi; cosi, nella natura, i muri possono ucciderci, e i gra-
dini possono ucciderci, se non camminiamo con accortezza.
Il piu piccolo movimento interessa tutta la natura; il mare inte-
ro muta per una pietra. Cosi, nella grazia, la piu piccola azione
interessa tutto, per le sue conseguenze. Dunque tutto eimportante.
In ogni azione bisogna tener d'occhio, oltre l'azione, il nostro
stato presente, passato e futuro, e quello degli altri a cui essa inte-
ressa, e vederei legami tra tutte queste cose. Allora soltanto sare-
mo abbastanza cauti.

506
Voglia lddio non imputarci i nostri peccati, vale a dire tutte le
conseguenze ele derivazioni dei nostri peccati, che sono spavente-
voli, e anche delle minime colpe, se si vuole seguirle senza miseri-
cordia!

507
1 movimenti delia grazia, la durezza del cuore; le circostanze
esteriori.

508
Per fare di un uomo un santo ci vuole la grazia, e ehi ne dubita
non sa che cosa sia un uomo e che cosa sia un santo.

509
Filosofia. - Che bella scoperta gridare a un uomo, che non co-
nosce se stesso, di andare a Dio da se! E che bella scoperta dirlo
a un uomo che conosce se stesso!

510
L'uomo non e degno di Dio, ma non e incapace di esserne fatto
degno.
E indegno di Dio unirsi all'uomo miserabile, ma non eindegno
di Dio tirarlo dalla miseria.

294
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511

Chi dicesse che l'uomo e troppo basso per meritare la comu-


nione con Dio, dev'essere abbastanza grande per dare questo
giudizio.

512

Essa e tutta quanta il corpo di Gesu Cristo, nel suo gergo 59 , ma


egli non puo dire che essa e tutto il corpo di Gesu Cristo. L'unione
di due cose, senza che vi sia cambiamento, non dă. di poter dire
che l'una diventi l'altra: come l'anima unita al corpo, come il fuo-
co unito allegno, senza che vi sia cambiamento. Pero e necessario
un cambiamento affinche la forma dell'una divenga forma dell'al-
tra, come nell'unione del Verbo con l'uomo.
Poiche il mio corpo senza la mia anima non costituirebbe il cor-
po di un uomo, ne consegue che la mia anima, unita a una materia
qualunque, forma lei il mio corpo. Egli non distingue la condizio-
ne necessaria dalla condizione sufficiente; l'unione e necessaria, ma
non sufficiente. Il braccio sinistro non eil destro. L'impenetrabili-
tă. e una proprieta dei corpi.
ldentită. de numero 60 , rispetto al medesimo tempo, esige iden-
tita di materia. Cosi se Dio unisse la mia anima con un corpo che
si trova in Cina, lo stesso corpo, idem numero, sarebbe in Cina.
Lo stesso fiume che scorre qui e idem numero a quello che scorre
nello stesso tempo in Cina.

59 Pascal critica Ia spiegazione deli'Eucaristia data da Cartesio (come gia ave-


va fatto nella Lettera al p. Mesland del9 febbraio 1645). Secondo Cartesio la tran-
sustanziazione eIa semplice unione dell'anima di Gesu Cristo alia materia dell'ostia,
che viene informata da essa, senza alcun mutamento ne nell'anima ne nell'ostia;
e quindi I'Eucaristia sarebbe tutta quanta il corpo di Gesu Cristo, nel senso cioe
che la materia dell'ostia diventa corpo di Gesu Cristo. Ma, fa giustamente notare
Pascal, questo non basta, perche I'Eucaristia e tutto il corpo di Gesu Cristo (carne,
anima, sangue e divinitâ); il che richiede un cambiamento delia sostanza dell'ostia
nella sostanza del corpo di Gesu Cristo; inoltre l'identita dell'anima, necessaria al-
l'identita d'un corpo non basta, perche per fare il mio corpo e necessario che !'ani-
ma sia unita a questa materia hic et nu ne, sostanzialmente. li mistero, che Cartesio
voleva togliere all'Eucarestia, resta dunque un mistero (Chevalier).
60 ldem numero: identitâ materiale.

295
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513
Perche Dio ha stabilito la preghiera:
1) per comunicare alle sue creature la dignita delia causalita;
2) per insegnarci da ehi ci viene la virtu;
3) per farci meritare le altre virtu con sforzo.
Ma per conservare la sua preminenza, concede la preghiera a ehi
gli piace.
Difficolta: ma si credera che la preghiera l'abbiamo da noi.
Questo eassurdo; infatti, come si potrebbe avere la fede se, pur
avendo la fede, non si possiedono le virtu? C'e forse maggior di-
stanza tra l'incredulita e la fede che tra la fede e la virtu?
Merito: questa parola e ambigua 61 •
Meruit habere Redemptorem.
Meruit tam sacra membra tangere.
Digno tam sacra membra tangere.
Non sum dignus.
Qui manducat indignus.
Dignus est accipere.
Dignare me 62 •
Dio non etenuto se non alle sue promesse. Ha promesso di con-
cedere la giustizia alle preghiere 63 , ma ha promesso le preghiere
soltanto ai figli delia promessa 64 •
Sant' Agostino ha detto formalmente che le forze sarebbero tol-
te al giusto. Ma l'ha detto per caso; perche poteva darsi che non
gli si offrisse l'occasione di dirlo. Mai suoi principî fanno vedere
che, presentandosi l'occasione era impossibile che non lo dicesse
o che dicesse il contrario. Dunque e piu importante essere forzato
a dirlo, offrendosene l'occasione, che averlo detto, dopo che se n'e
offerta la occasione; perche l'una avviene per necessita, l'altra per
caso. Ma le due insieme son tutto quello che si puo richiedere.

61 Ambigua perche puo esprimere il merito de congruo e il merito de condigno.


Il merit o -de congruo (di convenienza) e una ricompensa ma senza che ci sia un di-
ritto dalla parte dell'uomo, mentre il merito de condigno presuppone un diritto da
parte dell'uomo: diritto fondata da Dio stesso il quale s'e obbligato con la sua pro-
messa a ricompensare l'atto dell'uomo in grazia.
62 << Merita d'avere un Redentore >> (Liturgia del Sabato Santo). << Merita di toc-
care membra cosl sante » (Liturgia del Venerdl Santo). << Degno di toccare membra
cosl sacre» (lnno Vexilla Regis). <<Non son degno >> (Matteo, VIII, 8). << Chi man-
gia indegnamente » (/ Corinzi, XI, 29). « E degno di ricevere >> (Apocalisse, IV,
Il).« Rendimi degno »(Ave, Regina coelorum).
63 Luca, XI, 9-13.
64 Romani, IX, 8.

296
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514

« Attendete alia vostra salvezza con ti more » 6 ~.


Poveri delia grazia: Petenti dabitur 66 •
Dunque il chiedere e in nostro potere. Al contrario del... La sal-
vezza non e in nostro potere perche non e in nostro potere quel
conseguimento che lo pregherebbe. Infatti, poiche la salvezza non
e in nostro potere ma il conseguimento lo e, neppure la preghiera
e in nostro potere 67 •
Il giusto dunque non dovrebbe piu sperare in Dio, perche non
deve sperare ma sforzarsi di ottenere quello che chiede.
Concludiamo 68 dunque che, poiche l'uomo adesso e iniquita fin
dai primo peccato e Dio non vuole che sia per questo che l'uomo
si allontani da lui, e solo per un primo effetto che egli non s'al-
lontana.
Dunque coloro che s'allontanano non hanno questo primo ef-
fetto senza cui non ci si allontana da Dio, e quelli che non si allon-
tanano hanno questo primo effetto. Dunque, coloro che erano pos-
seduti per un certo tempo dalla grazia per mezzo di questo primo
effetto, cessano di pregare, appena viene a mancare questo primo
effetto.
lnoltre Dio lascia per primo, in questo senso ... 69 •

65 Filippesi, II, 12.


66 « Sarâ dato a ehi chiede » (Matteo, VII, 7).
6 7 Il testo e oscuro. Lo Chevalier commenta: « Checche ne sia, il pensiero di
Pascal, se viene illuminato con gli Scritti sul/a grazia, diventa chiaro. La sa!vezza
non e in nostro potere; e intanto Ia preghiera de! giusto ottiene la salvezza. Dunque
vuol dire cheIa preghiera che ottiene non ein nostro potere; infatti il conseguimen-
to dell'aiuto speciale di Dio, che essa suppone, vale a dire la grazia santificante,
non e in nostro potere; Dio soltanto giustifica. Bisogna notare che questi testi, che
si ricollegano agli Scritti sul/a grazia ai quali sono evidentemente destinati e che
sono quindi anteriori alia redazione delia maggior parte dei Pensieri, risentono del-
le tendenze giansenistiche visibili in Pascal in questo periodo ma che poi egli ab-
bandono, come attestano parecchi frammenti ''·
68 Oi qui alia fine del frammento diversa e la lezione del Tourner e dello Cheva-
lier, ma ugualmente oscura: << Concludiamo dunque che, poiche l'uomo adesso e in-
capace di usare questo potere prossimo, e Dio non vuole che sia per mezzo di questo
potere che egli s'allontani da lui, esolo mediante un potere efficace che l'uomo non
si allontana da lui. Dunque quelli che s'allontanano non hanno questo potere effica-
ce. Ne segue che in questo senso Dio abbandona per primo ».
69 Non e esatto, perche Dio non abbandona mai se non e stato gia prima abban-
donato. Anche ne! caso delia predestinazione, questa non avviene an te praevisa merita.

297
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515 *
Gli eletti ignoreranno le Ioro virtu e i dannati Ia enormită. dei
Ioro delitti: « Signore, quando t'abbiamo visto aver fame, sete
ecc? >> 70 •

516
Romani, III, 27. Gloria esei usa: per quale legge? Delle opere?
No, ma per mezzo delia fede. Dunque Ia fede non ein nostro pete-
re come le opere delia legge, ed essa ci viene data in altro modo.

517
Consolatevi! Non dovete attenderla da voi; al contrarie, dovete
attenderla non attendendo niente da voi.

518
Tutti gli uomini ed anche i martiri devono temere secondo la
Scrittura.
La pena piu grande del purgatorio e l'incertezza del giudizio.
Deus absconditus.

519
Giovanni, VIII: Multi crediderunt in eum. Dicebat ergo Jesus:
«Si manseritis .. . , VERE mei discipuli eritis, et VERITAS LIBE-
RA BIT VOS ». Responderunt: « Semen Abrahae sumus, et nemi-
ni servivimus unquam >> 11.
C'e molta differenza tra i discepoli ei veri discepoli. Li si rico-
nosce dlcendo Ioro che la verită. li fara liberi: infatti se rispondono
che sono liberi e che dipende da loro uscire dalla schiavitu del dia-
volo, sono bensi dei discepoli ma non veri discepoli.
70 Matteo, XXV, 37. L 'ignoranza di cui paria Pascal riguarda la meraviglia dei
dannati e degli eletti di fronte alia grandezza infinita de! premio e de! castigo.
7 1 Giovanni, Vlll, 30-33: « Molti credettero in lui. Diceva dunque Gesu: "Se ri-
marrete fedeli alle mie parole, sarete veramente miei discepoli, e la veri ta vi fara liberi".
Risposero: "Noi siamo progenie di Abramo enon siamo stati mai servi di nessuno" ».

298
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520
La legge non ha distrutto la natura, ma l'ha istruita; la grazia
non ha distrutto la legge, ma la fa praticare. La fede ricevuta col
battesimo e la sorgente di tutta la vita dei cristiani e dei convertiti.

* 521
La grazia sara sempre nel mondo - e anche la natura, - cosi
che essa e in certo modo naturale 72 • E cosi vi saranno sempre dei
pelagiani 73 e dei cattolici, e ci sara sempre lotta; perche la prima
nascita crea gli uni e la grazia della second a nascita crea gli altri 74 •

522
La legge obbligava a quello che non dava; la grazia da quello
a cui ci obbliga.

523
Tutta la fede consiste in Gesu Cristo e in Adamo e tutta la mo-
rale nella concupiscenza e nella grazia.

* 524
Non c'e dottrina piil appropriata all'uomo di quella che lo istrui-
sce sulla sua doppia capacita di ricevere e di perdere la grazia, a
causa del doppio pericolo a cui egli e sempre esposto: di dispera-
zione e di orgoglio.

12 « Naturale » nel senso che Ia grazia resta nel mondo come e fino a quando
resta la natura dell'uomo.
7J 1 pelagiani, contro i quali combatte sant' Agostino, sostenevano: a) che l'uo-
mo puo sempre e da solo volere e compiere il bene, e quindi la grazia santificante
non e necessaria per le opere soprannaturali; b) che il peccato originale non esiste,
e quindi nemmeno il battesimo e necessario per la vita eterna; c) la Redenzione e
un'elevazione a una vita superiore ma non una rigenerazione.
e
74 La prima nascita quella naturale, nella carne; la seconda quella spirituale,
per mezzo de! battesimo.

299
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* 525
I filosofi non prescrivevano sentimenti proporzionati ai due stati.
Ispiravano dei sentimenti di pura grandezza; e questa non e Ia
condizione dell'uomo.
lspiravano dei sentimenti di pura bassezza; e questa non ela con-
dizione dell'uomo.
Ci vogliono sentimenti di bassezza che siano non di natura ma
di penitenza; non per restarci dentro, ma per andare verso la gran-
dezza. Ci vogliono sentimenti di grandezza che siano non di meri-
to ma di grazia, e dopo essere passati per la bassezza.

* 526
La miseria induce aiia disperazione, l'orgoglio induce alia pre-
sunzione. L'lncarnazione mostra all'uomo la grandezza delia sua
miseria, mediante la grandezza del rimedio che e stato necessario.

* 527
La conoscenza di Dio senza la conoscenza delia propria miseria
genera l'orgoglio. La conoscenza delia propria miseria senza la co-
noscenza di Dio genera la disperazione. La conoscenza di Gesu Cri-
sto sta tra i due estremi, perche in essa troviamo Dio e la nostra
. .
m1sena.

* 528
Gesu Cristo e un Dio a cui ci si accosta senza orgoglio e sotto
il quale ci si abbassa senza disperazione.

* 529
... Non un abbassamento che ci ren da inca paei di fare il bene,
ne una santita esente dai male.

530*
Un giorno un tale mi diceva di sentire una grande gioia e una
grande fiducia uscendo dalla confessione. Un altro mi diceva che

300
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restava nel timore. Riflettendoci, pensavo che tutti e due avrebbero
formato una persona buona se messi insieme, e che ognuno difettava
del sentimento dell'altro. La stessa cosa capita spesso in altre cose.

531
Chi conosce la volontă. del suo padrone sară. battuto con pili colpi,
a ca usa del potere che gli viene dalla conoscenza 75 • Qui iustus est,
iustificetur adhuc 76 , a ca usa del pot ere che gli vie ne dalla giusti-
zia. A ehi ha ricevuto di pili sara chiesto piu conto, a causa del
potere che viene dai soccorso.

532
La Scrittura ha fornito dei passi per consolare tutte le condizio-
ni e per intimidire tutte le condizioni.
Anche la natura sembra aver fatto lo stesso con i due suoi infi-
niti, naturali e morali; perche noi avremo sempre ehi sta sopra e
ehi sta sotto, i piu abili ei meno abili, i pili ricchi ei piu miserabili,
per abbassare la nostra natura e rialzare la nostra abiezione.

533
Comminutum cor (san Paolo) 77 , ecco il carattere cristiano. Al-
ba vi ha designat o, io non vi conosco piu (Corneille), ecco il carat-
tere inumano. Il carattere umano e il contrario 78 •

534
Ci sono due categorie di uomini: i giusti che si credono peccato-
ri, e i peccatori che si credono giusti.

75 Luca, XII, 47-48: «Ma ehi non l'ha conosciuta e ha fatto cose degne di ca-
stigo, sară battuto meno aspramente >>.
76 Apocalisse, XXII, Il: « Chi e giusto si giustifichi di piu ».
77 Cuore che si sente umiliato. Cfr. Romani, XII, 16: « Abbiate gli stessi sentimenti
gli uni per gli altri; non alte cose presumendo, ma accompagnandovi con gli umili >>.
78 Parole di Orazio, che rappresenta il carattere inumano, a Curiazio, che rap-
presenta il carattere umano nell'Horace di Corneille (atto II).

301
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535
Siamo molto obbligati verso coloro che ci avvertono dei nostri
difetti, perche cosi ci mortificano; ci fanno sapere che siamo stati
disprezzati; non impediscono pero che questo si ripeta in avvenire,
perche abbiamo molti altri difetti. Essi preparano l'esercizio delia
correzione e l'eliminazione d'un difetto.

* 536
L'uomo e cosi fatto che, a furia di dire a uno che e stupido, egli
lo crede, e a furia di ripeterselo se ne convince. Perche l'uomo fa
da solo un dialogo interiore che e importante regolar bene: Cor-
rumpunt mores bon os colloquia prava 19 • Bisogna rest are il piu
possibile in silenzio e intrattenersi soltanto con Dio, che sappiamo
essere la veritâ; e cosi ci convinciamo delia veritâ.

* 537
Il cristianesimo e strano. Ordina all'uomo di riconoscersi vile e
abominevole, e gli ordina di voler essere simile a Dio. Senza un
tale contrappeso, questa elevazione lo renderebbe orribilmente su-
perbo, oppure quell'abbassamento lo renderebbe terribilmente
abietto.

* 538
Con quanto poco orgoglio un cristiano si crede unito aDio! Con
quanta poca abiezione si fa simile ai vermi delia terra!
Che bella maniera accettare la vita e la morte, i beni e i mali!

* 539
Quale differenza passa tra un soldato e un certosino, rispetto al-
l'obbedienza? Infatti sono ugualmente obbedienti e sottomessi, e
in esercizi ugualmente faticosi. Ma il soldato spera sempre di di-
ventare un capo e non lo diventa mai perche i capitani e i principi

79 « I Cattivi discorsi corrompono i buoni cost urni )) (/ Corinzi, XV, 33).

302
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stessi sono sempre schiavi e dipendenti, egli pero spera sempre e
si sforza sempre di arrivarvi; invece il certosino fa voto di essere
sempre soltanto un dipendente. Per questo non differiscono nella
servitu perpetua, che tutti e due hanno sempre, ma nella speranza
che l'uno ha sempre e l'altro mai.

540
La speranza dei cristiani di possedere un bene infinito epermea-
ta di gioia reale e di timore; difatti per essi non e come per coloro
che s'aspettassero un regno di cui intanto non possiedono nulla,
essendo dei sudditi; i cristiani invece sperano la santita, la libera-
zione dall'ingiustizia e ne posseggono qualcosa.

* 541
Nessuno e felice, ragionevole, virtuoso, amabile come un vero
cristian o.

542
Soltanto la religione cristiana ren de l'uomo amabile e felice insieme.
Nell'onesta del mondo 80 non si puo essere amabili e felici insieme.

* 543
Prejazione.- Le prove metafisiche di Dio sono cosi lontane dai
modo di ragionare degli uomini e cosi complicate che colpiscono
poco; e se anche servissero ad alcuni, servirebbero soltanto nell'i-
stante in cui essi vedono questa dimostrazione, perche un' ora do-
po tem ono di essersi ingannati 81 •

80 L 'honnetet~ (onesta del mondo) e il puro galantomismo, una morale pura-


mente naturale, che il cavalier de Mere, amico di Pascal, diffuse nei suoi scritti (Con-
versations, Discours, Lettres) che ebbero grande successo.
81 Pascal non rigetta le prove metafisiche di Dio, ma le considera inutili o al-
meno soltanto come elemento di curiosita delia ragione, e quindi appannaggio del
deismo filosofico. La teodicea, se porta a Dio, non porta alia Conoscenza di Dio,
la quale avviene soltanto attraverso Gesi.t Cristo: Nemo novit Filium nisi Pater; ne-
que Patrem quis novit nisi Filius et cui vo/uerit Filius revelare (Matteo, XI, 27).
Conoscere Dio, per Pascal come per il Vangelo, non e un atto puramente intellet-
tuale ma un sentire Dio (cfr. frammento seguente). Percio, ehi conosce Dio ma non
lo possiede, non lo conosce veramente.

303
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Quod curiositate cognoverunt superbia amiserunt 82 •
Questo e cio che si ottiene dalla conoscenza di Dio che fa a me-
no di Gesu Cristo e che vuole comunicare senza mediatore col Dio
che si e conosciuto senza mediatore. Invece coloro che hanno co-
nosciuto Dio per mezzo del mediatore conoscono la loro miseria.

* 544
Il Dio dei cristiani e un Dio che fa sentire all'anima d'essere il
suo unico bene; le fa sentire che tutta la sua pace sta in lui, che
essa avra la gioia soltanto amandolo; e che lui nel medesimo tem-
po le fa disprezzare tutti gli ostacoli che la trattengono ele impedi-
scono di amare Dio con tutte le proprie forze. L'amor proprie e
la concupiscenza, che la trattengono sono per lei insopportabili.
Questo Dio le fa sentire che in lei c'e quel fondo di amor proprie
che la perde e che lui solo la puo guarire.

* 545
Gesu Cristo non ha fatto altro che insegnare agli uomini che essi
amavano se ste~si, che erano schiavi, infelici, ciechi, peccatori; che
egli doveva liberarli, illuminarli, beatificarli e guarirli; che tutto
questo si otteneva odiando se stessi e seguendo lui attraverso la mi-
seria e la morte sulla croce.

* 546
Senza Gesu Cristo l'uomo e necessariamente nel vizio e nella mi-
seria; con Gesu Cristo l'uomo e esente dai vizio e dalla miseria.
In lui sta ogni nostra virtu e ogni nostra felicita. Fuori di lui non
c'e che vizio, miseria, errori, tenebre, morte, disperazione.

547
Dio per mezzo di Gesit Cristo. -Noi non conosciamo Dio se non
per mezzo di Gesu Cristo. Senza questo Mediatore e impossibile
82 « Perdettero per superbia do che conobbero per curiositâ )) (S. AGOSTINO,
Sermo CXLI).

304
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ogni comunicazione con Dio; per mezzo di Gesu Cristo noi co-
nosciamo Dio. Tutti quelli che hanno preteso conoscere Dio e
dimostrarlo senza Gesu Cristo avevano delle prove inefficienti.
Ma per provare Gesu Cristo noi abbiamo le profezie, che sono
prove solide e palpabili. E poiche queste profezie si sono com-
piute e sono state dimostrate vere dagli eventi, sono un segno delia
certezza di queste veritâ, e quindi la prova delia divinitâ di Gesu
Cristo. In lui e per mezzo di lui noi dunque conosciamo Dio. Fuo-
ri di lui e senza la Scrittura, senza il peccato originale, senza il
Mediatore promesso e arrivato, non si puo trovare assolutamente
Dio, ne insegnare una buona dottrina o una buona morale. Ma per
mezzo di Gesu Cristo e in Gesu Cristo si prova Dio e si insegna
la morale e la dottrina. Gesu Cristo e dunque il vero Dio degli
..
uomm1.
Ma nel medesimo tempo noi conosciamo la nostra miseria, per-
che questo Dio non e altro che il Riparatore delia nostra miseria.
Percio non possiamo ben conoscere Dio se non conosciamo le no-
stre iniquitâ. Percio quelli che hanno conosciuto Dio senza cono-
scere la propria miseria non lo hanno glorificato, ma hanno
glorificato se stessi.
Quia ... non cognovit per sapientiam ... placuit Deo per stultitiam
praedicationis salvos facere 83 •

* 548

Non soltanto conosciamo Dio unicamente per mezzo di Gesu Cri-


sto, ma conosciamo noi stessi unicamente per mezzo di Gesu Cri-
sto. Noi non conosciamo la vita, la morte se non per mezzo di Gesu
Cristo. Fuori di Gesu Cristo non sappiamo che cosa sia la nostra
vita o la nostra morte, Dio e noi stessi.
Per questo, senza la Scrittura che ha per oggetto solo Gesu Cri-
sto, non conosciamo niente e non vediamo che nebbie e confusio-
ne nella natura di Dio e nella nostra natura.

83 « Poiche il mondo non l'ha conosciuto con la sapienza, piacque a Dio salva-
rei credenti con la stoltezza delia predicazione >> (/ Corinzi, l, 21).

305
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549

Non solo e impossibile ma e inutile conoscere Dio senza Gesu


Cristo. Essi non se ne sono allontanati, ma accostati; non si sono
a bb assat1,. ma... 84 .
Quo quisquam optimus eo pessimus, si hoc ipsum, quod opti-
mus est, adscribat sibi 85 •

550

[Amo tutti gli uomini come miei fratelli perche sono tutti riscat-
tati]. Am o la poverta perche Egli J>ha ama ta. Amo i beni perche
m'offrono il mezzo di aiutare i miserabili. Sono fedele con tutti,
enon ricambio il male a quelli cheme ne fanno; ma auguro loro
una condizione simile alla mia, in cui non si riceve ne male ne bene
da parte degli uomini. Cerco di essere giusto, veritiero, sincero e
fedele verso tutti; sono affezionato a coloro a cui Dio m'ha unito
piu strettamente; e sia chemi trovi solo sia chemi trovi al cospetto
degli uomini, in tutte le mie azioni ho Dio davanti agli occhi, il
quale le deve giudicare e al quale io le ho consacrate tutte. Ecco
quali sono i miei sentimenti, e tutti i giorni della mia vita benedico
il mio Redentore, il quale li ha infusi in me, e da un uomo pieno
di debolezze, di miserie, di concupiscenza, di orgoglio e d'ambi-
zione, ha fatto un uomo esente da tutti questi mali mediante la po-
tenza delia sua grazia, a cui e dovuta la gloria, poiche di mio non
c'e che miseria ed errore.

551

Dignior plagis quam oscu/is, non timeo quia amo 86 •

84 Elevati, andando a Dio attraverso il Mediatore.


85 (( Quanto piu si e buoni, tanto piu si e cattivi, se si attribuisce a proprio me-
rito cio per cui si e buoni >> (S. BERNARDO, In Cantica sermones, LXXXIV).
86 « Sono meritevole piu di percosse che di baei, e tuttavia non temo perche
amo >> (S. BERNARDO, In Cantica sermones, LXXXIV).

306
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552

Sepolcro di Gesu Cristo. - Gesu Cristo era marto ma visibile sulla


croce. E marto e nascosto nel sepolcro.
Gesu Cristo e stato sepolto solo dai santi 87 •
Gesu Cristo non ha fatto alcun miracolo nel sepolcro.
Soltanto i santi ci entrano.
La dentro Gesu Cristo prende una nuova vita, non sulla croce.
E l'ultimo mistero della Passione e della Redenzione.
Gesu Cristo per riposarsi sulla terra ha avuto soltanto il sepolcro.
I suoi nemici hanno cessato di tormentarlo solo nel sepolcro.

553

IL MISTERO DI GESU 88

Gesu, durante la sua Passione, soffre i tormenti che gli procura-


no gli uomini; ma nell'agonia soffre i tormenti che egli stesso si
procura: turbare semetipsum 89 • E un supplizio d'una mana non
umana ma onnipotente, perche bisogna essere onnipotente per sop-
portarlo.

87 Cioe da coloro che non presero alcuna parte attiva ne alia passione ne alia
condanna ne alia crocifissione, come Maria, san Giovanni, Giuseppe d' Arimatea,
Ia Maddalena e le pie donne.
88 Il titolo non e di Pascal. L'intero brano fu pubblicato per la prima voita da
P. Faugere nel 1844, e dopo d'allora viene inserito nei Pensieri, dove occupa un
posto di primissimo piano come la pagina piu incandescente e piu mistica di Pa-
scal, accanto a quella del Memoriale. Probabilmente non doveva far parte deii'A-
pologia. Le parole di Pascal sulla Passione sempre viva e attuale de! Cristo, sullo
spirito di rinunzia e di amore, proprio de! cristiano, non si commentano; e ehi ten-
tasse di farlo, toglierebbe loro quella stupenda bellezza che vuole essere intuita, go-
duta e ammirata. Qui non c'entra ne )'estetica ne la critica ne il sillogismo. C'e il
cuore di Pascal, e tutto il cuore, con la sua enorme carica di ardore mistico e di
altezze ascetiche. Dopo aver meditato sulla solitudine di Gesu nell'agonia e sulla
perpetuitâ delia sua sofferenza, Pascal entra in un mistico colloquio col Cristo; e
alle parole consolatrici del Sofferente egli non sa rispondere che una parola soia:
Signore, vi dono tutto! Come giustamente nota il Bremond, questo frammento e
una preghiera contemplativa che ci da la sensazione delia presenza di Cristo; nella
letteratura religiosa ce ne sono anche di piu sublimi, ma nessuna e piu contagiosa
di questa e piu simile alle preghiere dei Vangeli.
89 «Turbare se stesso » (Giovanni, XI, 33).

307
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*
Gesu cerca qualche consolazione almeno nei tre piu cari suoi ami-
ci, ma essi dormono; li prega di resistere un poco con lui, ma essi
lo abbandonano con totale negligenza, e hanno per lui cosi poca
compassione che non riescono a impedire il sonno neppure per un
momente. E cosi Gesu era lasciato solo nelle mani delia collera di
Dio.

*
Gesu e, sulla terra, il solo non soltanto a sentire e a sopportare
la sua pena ma a conoscerla; il cielo e lui sono i soli ad avere que-
sta conoscenza.

*
Gesu e in un giardino non di delizie, come il primo Adamo, do-
ve questi si perdette con tutto il genere umano, ma di supplizi, do-
ve egli ha salvate se e tutto il genere umano.

*
Egli soffre questa pena e questo abbandono nell'orrore delia
notte.

*
Credo che Gesu non si sia mai lamentato, eccettuata questa soia
voita; ma questa voita si lamenta come se non avesse potuto con-
tenere il suo eccessivo dolore: « La mia anima e triste fino alia
morte ».

*
Gesu cerca compagnia e sollievo presso gli uomini. E un caso
unico nella sua vita, a quanto pare. Ma non riceve nulla perche
i suoi discepoli dormono.

308
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Gesu sara in agonia fino alla fine del mondo; non bisogna dor-
mire durante questo tempo.

*
Gesu in mezzo a questo universale abbandono, avendo trovato
addormentati gli amici scelti per vegliare con lui, se ne cruccia a
causa del pericole cui essi espongono non lui ma loro stessi, e li
avverte per la loro salvezza e il loro bene con una tenerezza che
ecordiale nonostante la loro ingratitudine, eli avverte che lo spiri-
te e pronto e la carne e inferma.

Gesu, trovandoli ancora addormentati, senza che un riguardo


sia per lui sia per loro stessi li abbia trattenuti, ha la bonta di non
svegliarli e di lasciarli nel loro riposo.

*
Gesu prega nell'incertezza delia volonta del Padre, e teme la mor-
te; ma, dopo averla conosciuta, si fa avanti a offrirsi ad essa: Ea-
mus. Processit 90 •

*
Gesu ha pregato gli uomini e non e stato esaudito.

*
Gesu, mentre i suoi discepoli dormivano, ha operato la loro sal-
vezza. E ha fatto Io stesso per tutti i giusti mentre questi dormiva-
no, sia nel nulla prima della loro nascita sia nei peccati dopo la
loro nascita.

90 « Andiamo. Si fece innanzi » (Giovanni, XVIII, 4).

309
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*
Una sola voita prega che il calice si allontani, e lo fa con sotto-
missione; due volte che esso venga se e necessario.

*
Gesu nell'angoscia.

*
Gesu, vedendo tutti i suoi amici addormentati e tutti i suoi ne-
mici svegli, si rimette completamente nelle mani del Padre suo.

*
Gesu non considera in Giuda l'inimicizia di costui ma !'ordine
di Dio amato da lui, e lo manifesta, poiche lo chiama amico.

*
Gesu si distacca dai suoi discepoli per entrare nell'agonia; biso-
gna staccarsi dai piu cari e dai piu intimi per imitarlo.

*
Poiche Gesu sta in agonia e nelle piu grandi pene, preghiamo
piu a lungo.

*
Noi imi?loriamo la misericordia di Dio non perche ci lasci in pa-
ce nei nostri vizi, ma perche ce ne liberi.

*
Se Dio ci desse lui stesso dei maestri, oh, come bisognerebbe ob-
bedir loro di buon cuore! La necessita e gli avvenimenti sono in-
fallibilmente questi maestri.

310
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*
« Consolati, tu non mi cercheresti se non mi avessi trovato » 91 •

*
« Pensavo a te nella mia agonia, ho versato per te alcune gocce
di sangue ».

*
« Significa tentarmi piu che mettere te stesso alia prova, quando
pensi se faresti bene questa o quella cosa avvenire: io la faro in
te, se essa si avvereră. ».

*
« Lasciati guidare dalie mie leggi: guarda come ho ben guidato
la Vergine e i santi che m'hanno lasciato agire in loro ».

*
« Il Padre ama tutto quello che faccio ».

*
« Vuoi che io versi sempre il sangue della mia umanită., senza
che tu versi un po' di lacrime? ».

*
« La tua conversione e affar mio; non temere, e prega con fidu-
cia come se fosse per me >>.

*
« Io ti sono presente con la mia parola nella Scrittura, col mio
spirito nella Chiesa, con le ispirazioni, con la mia potenza nei sa-
cerdoti, con la mia preghiera nei fedeli >>.

91 Questa frase, pur carica di motivi agostiniani (Conjessioni, X, 18 e 20), e l'eco


fedele del Nemo te quaerere valet, nisi qui prius invenerit e del Non possunt quae-
rere non habentes di san Bernardo (De diligendo Deo, VII, 22; Sermones de diver-
sis, 37, 4).

311
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« 1 medici non ti guariranno perche alia fine morrai. Sono io che
ti guarisco e rendo immortale il corpo ».

« Soffri le catene e la schiavitu corporale; attualmente ti libero


soltanto dalla schiavitu spirituale».

« lo ti sono piu amico di questo e di quell'altro, perche ho fatto


per te piu di loro, ed essi non soffriranno quello che ho sofferto
per te enon morranno nel tempo delle tue infedeltâ e crudeltâ, co-
me ho fatto io e come sono pronto a fare e faccio nei miei eletti
e nel Santo Sacramento ».

«Se tu conoscessi i tuoi peccati, ti scoraggeresti ».


- Dunque mi scoraggero, Signore, perche credo nella loro ma-
lizia, su vostra assicurazione.
« No, perche io, da cui tu l'apprendi, te ne posso guarire, e il
fatto che te lo dico io e un segno che ti voglio guarire. A mano
a mano che li espierai, li conoscerai, e ti sara detto: Ecco, i peccati
ti sono rimessi.
Fa' dunque penitenza peri tuoi peccati nascosti e per la malizia
occulta di quelli che conosci ».

*
Signore, vi dono tutto.

*
« Io amo te piu ardentemente di quanto tu non abbia amato le
tue sozzure. Ut immundus pro luto » 92 •

*
« Che a me ne sia gloria e non a te, verme e terra».

92 « Come l'immondo per il fango » (ORAZIO, Epistolae, l, II, 26).

312
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*
« Interroga il tuo direttore, quando le mie parole ti sono occa-
sione di male e di vanită. o di curiosită. >>.

*
Io vedo il mio abisso d'orgoglio, di curiosită., di concupiscenza.
Non c'e alcun rapporto tra me e Dio, e neppure con Gesu Cristo
giusto. Ma egli e stato fatto peccato per me 93 , e tutti i vostri fla-
gelli sono ricaduti su di lui. Egli e pili abominevole di me e, lungi
dall'aborrirmi, si sente onorata che io vada a lui e !o soccorra.
Ma egli ha guarito se stesso e a piu forte ragione guariră. me.
Bisogna aggiungere le mie piaghe alle sue, e devo unirmi a lui,
e lui mi salveră. salvando se stesso. Ma non bisogna aggiungerne
.
m avvemre.
.
Eritis sicut dii scientes bonum et malum 94 • Tutti si atteggiano
aDio quando giudicano: « Questo e buono o cattivo )); e s'afflig-
gono o si rallegrano troppo degli avvenimenti.
Fare le piccole case allo stesso modo delle grandi, a causa della
maestă. di Gesu Cristo che le fa in noi e che vive la nostra vita; e
fare le grandi cose allo stesso modo delle piccole e delle facili, a
causa della sua onnipotenza.
La falsa giustizia di Pilato non serve che a far soffrire Gesu Cri-
sto; egli infatti lo fa flagellare con la sua falsa giustizia e poi lo
uccide. Sarebbe stato meglio averlo ucciso prima. Cosi fanno i fal-
si giusti: fanno opere buone e opere cattive per piacere al mondo
e per mostrare che essi non hanno alcun rapporto con Gesu Cri-
sto, perche ne hanno vergogna. E infine, nelle grandi tentazioni
e nelle grandi occasioni lo uccidono.

554
Mi pare che Gesu, dopo la sua resurrezione, lasci toccare sol-
tanto le sue piaghe: Noii me tangere 95 • Dobbiamo unirei soltanto
alle sue sofferenze.

9l « Fece per noi peccato colui che non conobbe peccato >> (Il Corim;i, V, 21 ).
94 « Sarete come dei, con la conoscenza de! bene e del male » (Genesi, III, 5).
95 « Non mi toccare » (Giovanni, XX, 17), dice Gesil alia Maddalena, mentre
in vi tera l'apostolo Tommaso a toccare le sue piaghe (v. 27).

313
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Egli s'e dato in comunione come mortale nella Cena, come ri-
sorto ai discepoli di Emmaus, come salito al cielo a tutta la Chiesa.

555
«Non paragonarti agli altri, ma a me. Se non trovi me in coloro
a cui ti paragoni, ti paragoni a un essere abominevole. Se mi ci
trovi, paragonati. Ma che cosa paragonerai? Te o me in te? Se te
stesso, paragoni un abominevole. Se me, tu paragoni me a me stes-
so. Ora, io sono Dio in tutto.
Io ti parlo e ti consiglio spesso, perche il tuo direttore non puo
parlarti, ed io non voglio che tu manchi di guida.
E forse io lo faccio per le sue preghiere, e cosi egli ti guida senza
che tu lo veda. Tu non mi cercheresti se non mi possedessi.
Dunque, non inquietarti >>.

314
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SEZIONE VIII

1 FONDAMENTI
DELLA RELIGIONE CRISTIANA

* 556

... Bestemmiano cio che ignorano. La religione cristiana consi-


ste in due punti, che per gli uomini e tanto importante conoscere
quanto edannoso ignorare; e si deve anche alia misericordia di Dio
l'aver concesso dei segni di questi due punti.
E intanto essi sono tratti a concludere che uno di questi punti
non esiste, e proprio quello da cui dovrebbero dedurre l'altro
punto 1• 1 savi che hanno affermato che esiste un solo Dio sono
stati perseguitati, mentre i giudei sono stati odiati e i cristiani lo
sono ancora di piu. Col lume naturale essi hanno visto che, se esi-
ste una vera religione sulla terra, la condotta di tutte le cose deve
tendervi come al suo centro. Tutta la condotta delle cose deve ave-
re come oggetto l'affermazione e la grandezza delia religione; gli
uomini devono avere in se stessi dei sentimenti conformi a cio che
essa insegna; e infine essa dev'essere talmente l'oggetto e il centro
a cui tendono tutte le cose, che ehi ne conoscen1 i principî possa
dar conto non solo di tutta la natura dell'uomo in particolare ma
anche di tutta la condotta generale del mondo.
E da questo fondamento essi traggono motivo di bestemmiare la re-
ligione cristiana, perche la conoscono male. Immaginano che essa con-
sista semplicemente nell'adorazione di un Dio considerato grande, po-
e e
tente ed eterno; e questo propriamente il deismo, che tanto lontano
dalla religione cristiana 2 quanto l'ateismo che ne e tutto l'opposto.
E da cio concludono che questa religione non evera, perche non vedo-
no che tutte le cose concorrono a stabilire questo punto; che Dio non
si manifesta agli uomini con tutta l'evidenza con cui potrebbe farlo.

1 1 due punti sui quali si fonda la religione cristiana sono cosi legati tra loro
che la comprensione dell'uno porta all'accettazione anche dell'altro.
2 Perche il deismo, ammesso dagli increduli, e puramente razionale.

315
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Ma pur concludendo quel che vogliono contro il deismo, non
ne concluderanno mai nulla contro ~a religione cristiana, la quale
consiste propriamente nel mistero del Redentore, che unendo in
se le due nature, la umana ela divina, ha sottratto gli uomini alia
corruzione del peccato per riconciliarli con Dio nella sua divina
persona.
Essa insegna dunque agli uomini queste due veritâ: c'e un Dio,
che gli uomini sono capaci di conoscere, e c'e una corruzione nella
natura, che li rende indegni di lui. Agli uomini interessa ugualmente
conoscere l'uno e l'altro di questi due punti; ed e altrettanto dan-
noso per gli uomini conoscere Dio senza conoscere la propria mi-
seria, e conoscere la propria miseria senza conoscere il Redentore
che puo guarircene. Una soia di queste conoscenze genera o la su-
perbia dei filosofi, che hanno conosciuto Dio ma non la loro mise-
ria, oppure la disperazione degli atei, che conoscono la loro miseria
senza conoscere il Redentore.
Per questo, com'e ugualmente necessaria per l'uomo la cono-
scenza di questi due punti, cosi appartiene alia misericordia di Dio
averceli fatti conoscere. La religione cristiana ha fatto questo, ed
e in questo che essa consiste.
Si esamini l'ordine del mondo, tenendo questo in vîsta, e si noti
se tutte le cose non tendono all'affermazione dei due punti capitali
di questa religione: Gesu Cristo e l'oggetto di tutto, e il centro a
cui tutto tende. Chi lo conosce, conosce la ragione di tutte le cose.
Quelli che si sbagliano, si sbagliano proprio perche non vedono
una di queste due cose. Dunque e possibile conoscere Dio senza
la propria miseria, e la propria miseria senza conoscere Dio; ma
non e possibile conoscere Gesu Cristo senza conoscere insieme Dio
e la propria miseria.
Per questo, non mi assumero il compito di provare, con ragioni
naturali, o l'esistenza di Dio o la Trinitâ o l'immortalitâ dell'ani-
ma o cose del genere; non solo perche non mi sentirei abbastanza
forte da trovare nella natura argomenti per convincere gli atei osti-
nati, ma anche perche questa conoscenza e inutile e sterile senza
Gesu Cristo.
Se un uomo fosse convinto che le proporzioni dei numeri sono
veritâ iinmateriali, eterne e dipendenti da una prima veritâ nella
quale esse sussistono e che si chiama Dio, per me non lo direi trop-
po progredito per la sua salvezza.

316
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Il Dio dei cristiani non e un Dio semplicemente autore delle ve-
rita geometriche e dell'ordine degli elementi, come la pensavano
i pagani e gli epicure! 3 • Non e soltanto un Dio che esercita la sua
provvidenza sulla vitae sui beni degli uomini per concedere Junghi
anni felici a quelli che l'adorano; come Ia pensavano gli ebrei. Ma
il Dio d' Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei
cristiani e un Dio di amore e di consolazione, e un Dio che riempie
!'anima e il cuore di coloro di cui egli s'e impossessato, e un Dio
che fa internamente sentire a ognuno la propria miseria e la sua
misericordia infinita, che si unisce con l'intimo delia loro anima,
che la inonda di umilta, di gioia, di confidenza, di amore, che li
rende incapaci d'avere altro fine che lui stesso.
Tutti quelli che cercano Dio fuori di Gesu Cristo e si fermano
alia natura enon trovano alcuna Iuce che li soddisfi oppure arriva-
no a crearsi un mezzo di conoscere Dio e servirlo senza mediatore,
cadono o nell'ateismo o nel deismo, che sono due cose quasi ugual-
mente detestate dalla religione cristiana.
Senza Gesu Cristo il mondo non sussisterebbe; perche o dovreb-
be essere distrutto oppure dovrebbe diventare come un inferno.
Se il mondo sussistesse per far conoscere Dio all'uomo, la sua
divinita risplenderebbe dovunque in maniera incontestabile; ma poi-
che il mondo sussiste soltanto per mezzo di Gesu Cristo e per Gesu
Cristo e per far conoscere agli uomini sia la loro corruzione che
la loro redenzione, dovunque vi risplendono le prove di queste due
verita.
Cio che appare in esso non indica ne un'esclusione totale ne una
chiara presenza delia divinita, ma soltanto la presenza di un Dio
che si nasconde. Ogni cosa porta questo carattere.
Chi conoscera la natura, la conoscera per essere miserabile? Chi
Ia conoscera, sara l'unico infelice?
Non e necessario che non ne veda nulla completamente; non e
necessario che ne veda abbastanza per credere di possederla, ma
che ne veda abbastanza per conoscere che l'ha perduta; infatti per
conoscere che si e perduto qualcosa e necessario vedere e non ve-
dere; e questo e precisamente lo stato in cui si trova la natura.
Qualunque decisione prenda, non lo las cer o in pace ...

J Un Dio ordinatore del mondo, ma estraneo al mondo.

317
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* 557
Dunque e vero che tutto istruisce l'uomo sulla sua condizione, 1

ma bisogna ben intenderlo; perche non e vero che tutto ci stopra


Dio e non e vero che tutto ci nasconda Dio. E vero pero l'hno e
'
1' alt ro insieme, e cioe egli si nasconde a colora che lo tentano e
si svela a colora che lo cercano, perche gli uomini sono nel medesi-
mo tempo indegni di Dio e capaci di Dio: indegni per la lord cor-
ruzione, capaci per la loro primitiva natura.

558
Che cosa concluderemo da tutte le nostre ignoranze, se non la
nostra indegnitâ?

* 559
Se non ci fosse stato manifestata nulla di Dio, questa eterna pri-
vazione sarebbe equivoca, e potrebbe benissimo attribuirsi sia al-
l'assenza di una qualunque divinită. sia all'indegnita degli uomini
di conoscerla; ma il fatto che talvolta, e non sempre, si manifesta,
toglie ogni equivoco. Se si manifesta una voita, egli esiste sempre;
e percio si deve concludere che esiste un Dio e che gli uomini ne
sono indegni.

* 560
Noi non concepiamo ne lo stato glorioso di Adama, ne la natu-
ra del suo peccato, ne la trasmissione di questo in noi. Sono tutte
cose accadute nello stato d'una natura del tutto diversa dalla no-
stra e che sorpassano lo stat o delia nostra attuale capacita 4 •
Per uscirne e inutile sapere tutto questo; tutto quello che impor-
ta sapere e che siamo miserabili, corrotti, separati da Dio, ma ri-
scattati da Gesu Cristo; ed e di questo che abbiamo delle mirabili
prove sulla terra.

4 Adamo, nell'istante stesso delia creazione, fu elevato da Dio a un ordine so-


prannaturale, e fino al momento de! peccato visse in uno stato d'innocenza o di
giustizia originale, arricchito dai doni soprannaturali e preternaturali. Gesu Cristo
evenuto a restaurare Ia grazia santificante, a ridarci la figliolanza adottiva, ma senza
quei doni preternaturali che erano propri dello stato di giustizia originale.

318
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Cosi le due prove delia corruzione e delia redenzione si ricavano
sia dagli empi che vivono nell'indifferenza religiosa sia dai giudei
che ne sono i nemici inconciliabili .
... Cosi tutto l'universo insegna all'uomo che e corrotto e che e
redento. Tutto gl'insegna la sua grandezza ela sua miseria. L'ab-
bandono di Dio si rivelava nei pagani, la protezione di Dio negli
ebrei.

561
Ci sono due modi di convincersi delle verita delia nostra religio-
ne: l'una basata sulla forza delia ragione e l'altra basata sull'auto-
rita di ehi paria. Non ci serviamo delia seconda ma delia prima.
Non si dice: « Bisogna credere questo perche la Scrittura che lo af-
ferma e divina », ma si dice che bisogna credere per questo o per
quel motivo, che e poi un debole argomento, perche la ragione si
piega in ogni direzione 5 •

562
Sulla terra non c'e niente che non mostri o la miseria dell'uomo
oppure la misericordia di Dio, l'impotenza dell'uomo senza Dio
oppure la forza dell'uomo che sta con Dio.

* 563
Una delle confusioni dei dannati sara il vedere di essere stati con-
dannati dalla loro stessa ragione, con la quale hanno preteso con-
dannare la religione cristiana.

* 564
Le profezie, gli stessi miracoli e le prove delia nostra religione
non sono tali da potersi dire assolutamente convincenti. Ma sono
tali che non si puo affermare che il crederci significa mancare di
ragione. C'e in essi evidenza e oscurita per illuminare gli uni e con-

s Per Pascal gli argomenti basati sulla forza delia ragione valgono poco rispet-
to all'argomento d'autoritâ delia Sacra Scrittura. La fede infatti non escio ma cre-
do, dice altrove.

319
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fondere gli altri. Ma l'evidenza e tale che sorpassa, o almeno ugua-
glia, l'evidenza del contrario; cosicche non ela ragione a determi-
narci a non seguirla 6, ma soltanto la concupiscenza e la malizia
del cuore. In questo modo c'e in essa abbastanza per convincere:
affinche sia chiaro che in quelli che la seguono e la grazia e non
la ragione a spingerli a seguirla, mentre in quelli che la fuggono
e la concupiscenza e non la ragione a farla fuggire.
Vere discipuli, vere Israelita, vere liberi, vere cibus 7 •

565 *
Riconoscere dunque la veri ta delia religione nella stessa oscuritâ
delia religione, nella poca luce che ne abbiamo, nella nostra indif-
ferenza a conoscerla.

"' 566
Non si capisce nulla delle opere di Dio, se non si ammette come
principio che egli ha voluto accecare gli uni e illuminare gli altri 8 •

567
Le due ragioni contrarie. Bisogna iniziare di qui; altrimenti non
si capisce niente e tutto e eretico; e alia fine di ogni veritâ bisogna
anche aggiungere di ricordarsi delia veritâ opposta.

568
Difjicolta. - La Scrittura e chiaramente piena di cose non dettate
dallo Spirito Santo. Risposta. - Esse dunque non sono nocive alia fede.
Difficolta.- Ma la Chiesa ha deciso che tutto viene dallo Spirito Santo.

6 Le prove delia religione cristiana non sono « assolutamente convincenti >> per-
che la concupiscenza e Ia malizia del cuore umano impediscono di vederne l'evi-
denza, la quale poi e tale che sorpassa o almeno uguaglia l'evidenza del contraria.
Dunque ehi crede non abdica alia ragione, e ehi non crede segue Ia concupiscenza;
il primo crede perche Ia grazia, enon Ia ragione, l'ha spinto a scorgere l'evidenza
delle prove, il secondo non crede perche la concupiscenza, e non giâ la ragione,
lo trattiene.
7 Si riferiscono a quattro passi di Giovanni, VIII, 31; 1, 47; VIII, 36; VI, 56.
8 Matteo (XIII, 10-13) precisa meglio: la profezia aceeea, non perche fattaper
accecare ma perche e il pretesto per l'accecamento.

320
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Risposta. - Rispondo due cose: innanzi tutto la Chiesa non ha mai de-
ciso questo, e poi, anche se l'avesse deciso, lo si potrebbe sostenere 9 •
[Ci sono molti spiriti falsi.
Dionigi ha la caritâ: stava a post o].
Le profezie citate nel Vangelo, secondo voi, sono state riferite
per indurvi a credere? No, ma per distogliervi dai cred ere 10 •

569
Testi canonici. - Gli eretici, all'inizio delia Chiesa, servono a pro-
vare i testi canonici.

570
Nel capitolo sui Fondamenti bisogna mettere quel che si trova
nel capitolo sui Figurat ivi a proposito delia causa delle figure: per-
che Gesu Cristo sia stato profetizzato per quel che riguarda il suo
avvento e perche sia stato profetizzato oscuramente in quel modo.

571 *
Ragioni delle figure. - [Essi dovevano parlare a un popolo car-
nale e renderlo depositario del testamento spirituale]. Per far na-
scere la fede nel Messia, era necessario che ci fossero delle profezie
precedenti e che fossero fatte da persone non sospette, di una dili-
genza, di una fedeltâ e di uno zelo straordinario noto a tutta la terra.
Perche tutto questo riuscisse, Dio ha scelto questo popolo car-
nale al quale ha affidato il deposito delle profezie che predicono
il Messia come liberatore e dispensatore dei beni carnali che que-
sto popolo amava. E cosi esso ha avuto una passione particolare
per i suoi profeti, e ha portato a conoscenza del mondo i libri che
predicono il Ioro Messia, assicurando tutte le nazioni che egli do-
veva venire nella maniera predetta nei libri che tenevano a disposi-
zione di tutti. E cosi, questo popolo, quando e rimasto deluso

9 La Chiesa non sostiene che tutto quello che si trova nella Bibbia e rivelato ma
che tutto e ispirato dallo Spirito Santo « a nostro insegnamento » come diceva san
Paolo (Romani, XV, 4). Ora tra tutte le cose ispirate, quelle che non riguardano
propriamente la Rivelazione possono essere conosciute diversamente, e la Chiesa
non ci obbliga a crederle.
10 Vedi qui sopra nota 8 e il frammento 575.

321
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dall'avvento ignominioso e povero del Messia, e diventato il suo
piu crudele nemico. In questo modo abbiamo a nostro favore il
popolo meno sospetto a favorirci, e il piu esatto e zelante che si
conosca verso la sua legge e i suoi profeti, che egli ci trasmette in-
corrotti; cosicche quelli che hanno rifiutato e crocefisso Gesu Cri-
sto, il quale e stato uno scandalo per essi, sono proprio coloro che
trasmettono i !ibri i quali attestano di lui e nei quali si legge che
sara rifiutato e sara di scandalo; cosicche essi, rifiutandolo, hanno
mostrato che era proprio lui e che egli e stato ugualmente compro-
vato sia dai giusti ebrei che lo hanno accolto sia dagli ingiusti che
l'hanno rifiutato, giacche l'una e l'altra cosa era stata predetta.
Per questo le profezie hanno un senso nascosto, quello spiritua-
le, da cui questo popolo aborriva, sotto il senso carnale che esso
amava. Se il senso spirituale fosse stato rivelato, essi non sarebbe-
ro stati capaci di amarlo; e non potendo accettarlo, non avrebbero
avuto lo zelo per la conservazione dei loro libri e delle loro cerimo-
nie; e se essi (avessero) amato quelle promesse spirituali ele aves-
sero conservate intatte fino all'avvento del Messia, la loro
testimonianza non avrebbe avuto valore, perche essi ne sarebbero
stati gli amici.
Ecco perche ha bene che il senso spirituale fosse velato; ma, d'al-
tro lato, se questo senso fosse stato talmente nascosto da non ap-
parire per nulla, non avrebbe potuto servire come prova del Messia.
E allora che cosa e accaduto? E stato velato dai senso temporale
nella maggioranza dei passi, ed e stato rivelato abbastanza chiara-
mente in alcuni; inoltre il tempo e lo stato del mondo sono stati
predetti piu chiaramente delia luce del sole; e questo senso spiri-
tuale e cosi chiaramente spiegato in certi passi che per non ricono-
scerlo ci sarebbe voluto un accecamento pari a quello che la carne
genera nell'anima quando le e soggetta.
Ecco dunque quale e stata la condotta di Dio. Questo senso e
velato 9a un altro in una infinita di passi e svelato raramente in
alcuni, pero in modo tale che i passi in cui e nascosto sono equivo-
ci e possono riferirsi a tutti e due, mentre i passi in cui esvelato
sono univoci e non possono convenire se non al senso spirituale.
Di conseguenza non c'era possibilita di cadere in errore, e sol-
tanto un popolo tanto carnale poteva ingannarsi.
Infatti: quando i beni venivano promessi in abbondanza, ehi im-
pediva loro di scorgervi, sotto, i veri beni, se non la loro cupidita

322
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che Iimitava questo senso ai beni della terra? Ma coloro che ripone-
vano illoro bene soltanto in Dio, li riferivano unicamente a Dio. Per-
che ci sono due principî che dividono le volontă. degli uomini: la
cupidigia e la carită.. Non gia perche la cupidigia non possa stare con
la fede in Dio e la carită. non possa stare con i beni delia terra, ma
la cupidigia si serve di Dio e gode del mondo, mentre la carită. fa
tutto il contrario.
Orbene, il fine ultimo equello che da il nome alle cose. Tutto cio
e
che ci impedisce di giungervi chiamato nemico. Per questo le crea-
ture, sebbene buone, sono nemiche dei giusti quando li distolgono
da Dio; e Dio stesso e nemico di coloro di cui turba la cupidigia.
Cosi, poiche la parola nemico dipende dai fine ultimo, i giusti in-
tendevano con essa le loro passioni, mentre i carnali intendevano i
babilonesi; e cosi questi termini non erano oscuri che per gli ingiusti.
Questo intende Isaia quando dice: Signa legem in electis meis 11 , e
che Gesu Cristo sara pietra di scandalo. Ma « Beati coloro che non
si saranno scandalizzati di lui! >> 12 • Osea, uit., lo dice esplicitamente:
« Dov'e il saggio? e capira quel che dico. I giusti lo capiranno, per-
che le vie di Dio sono diritte; ma i cattivi vi inciamperanno ».

572
lpotesi delia furbizia degli apostoli. - Il tempo chiaramente, la
maniera oscuramente. - Cinque prove dei Figurativi.

1.600 Profeti
2.000
400 sparsi 13 •

573
Accecamento delia Scrittura.- «La Scrittura, dicevano gli ebrei,
afferma che non si sapră. donde il Cristo verră. (Giovanni VII, 27
e XII, 34). La Scrittura afferma che il Cristo resta in eterno, e que-
sti dice che morra ».

Il « Imprimi la legge nei miei eletti >> (Isaia, VIII, 16).


12 Matteo, XI, 6; Osea, XIV, 10: il testo esatto, che chiude il libro (uit.) suona:
<< Il sapiente comprenda queste cose e le intenda l'uomo saggio. Rette sono le vie de!
Signore: per queste cammineranno i giusti, mentre i prevaricatori v'inciamperanno >>.
13 Questo frammento si spiega col frammento 618. Il numero 1600 rappresenta
gli anni in cui gli ebrei ebbero i profeti; il numero 400, gli anni che furono senza
profeti.

323
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Per questo, dice san Giovanni, essi non credevano, sebbene egli
avesse compiuto tanti miracoli, affinche fosse compiuta la parola
di Isaia: Li ha aceeea ti ecc. 14 •

574
Grandezza. - La religione e una cosa tanto grande che giusto e
che coloro che non vogliono darsi pena di cercarla, se essa e oscu-
ra, ne siano privati. Di che lamentarsi dunque, se essa e cosi fatta
che la si puo trovare cercandola?

* 575
Tutto si risolve in bene per gli eletti, finanche le oscurita delia
Scrittura; perche essi le onorano a causa delle illuminazioni divine.
E tutto si risolve in danno per gli altri, finanche le illuminazioni divi-
ne, perche le bestemmiano a ca usa delle oscurita che non capiscono.

576
Comportamento generale de/ mondo verso la Chiesa: Dio che
vuole accecare e illuminare. - Poiche la realizzazione di queste pro-
fezie ha dimostrato la divinita delie medesime, anche il resto de-
v'essere creduto. E cosi vediamo l'ordine del mondo in questo
modo: poiche i miracoli delia creazione e del diluvio erano stati
dimenticati, Dio manda la legge e i miracoli di Mose e i profeti
che profetizzano alcuni particolari avvenimenti; e, per preparare
un miracolo permanente, egli prepara delle profezie e il loro com-
pimento; ma poiche le profezie potevano essere sospette, egli le vuo-
le rendere non sospette ecc.

577
Dio ha fatto servire l'accecamento di questo popolo al bene de-
gli eletti.

14 La frase di Giovanni (XII, 39), riportata da Isaia (VI, 9-10), e questa: « Essi
non potevano credere perche Isaia aveva detto: Li ha aceeea ti. .. ajfinche ... >> (cfr.
Marco, IV, 10; Luca, VIII, 9). Matteo e piu preciso: «Per questo parlo loro in
parabole, poiche vedendo non vedano ecc. >>(XIII, 13). L'accecamento dei giudei
non e !o scopo delia profezia o delle parabole, come apparirebbe dall'afjinche, ma
e una conseguenza del loro indurimento di cuore; percio e piu espressivo il quia
di Matteo. Cfr. J. M. LAGRANGE, L 'Evangelo di G. C. (trad. itai., Morcelliana,
Brescia, 1955, 6a ed., pag. 166).

324
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* 578
C'e abbastanza lume per illuminare gli eletti e abbastanza oscu-
rita per umiliarli. C'e abbastanza oscurita per accecare i reprobi
e abbastanza lume per condannarli e renderli inescusabili. Sant' A-
gostino in Montaigne, Sebonde 15 •
La genealogia di Gesi.t Cristo nell' Antico Testamento e mesco-
lata a tante altre genealogie inutili da non poterne essere distinta.
Se Mose avesse registrato soltanto gli antenati di Gesu Cristo,
la cosa sarebbe stata troppo evidente; se non avesse registrato la
genealogia di Gesi.t Cristo, cio non sarebbe stato abbastanza evi-
dente. Ma, alia fine, ehi considera da vicino discerne bene quella
di Gesi.t Cristo da quella di Tamar, di Rut ecc.
Coloro che ordinavano i sacrifici ne conoscevano l'inutilita; co-
loro che ne hanno dichiarato l'inutilita non hanno smesso di
praticarli 16 • Se Dio avesse permesso una soia religione, questa sa-
rebbe stata troppo riconoscibile; ma a guardare addentro, si discerne
bene la verita in tutta questa confusione.
Principio: Mose era un uomo accorto. Se dunque si governava
secondo il suo spirito, non doveva dire nulla che fosse direttamen-
te contro lo spirito.
Cosi tutte le debolezze troppo apparenti sono argomenti. Esem-
pio: le due genealogie di san Matteo e di san Luca. Che c'e di pii.t
evidente del fatto che non sono state fatte di comune accordo? 17 •

579
Dio (e gli apostoli), prevedendo che la semenza dell'orgoglio
avrebbe fatto nascere le eresie, e non volendo concedere a queste
di nascere con vocaboli propri, ha messo nella Scrittura e nelle pre-
ghiere delia Chiesa alcune parole e massime contraddittorie che pro-
ducessero illoro frutto nel tempo. Cosi come nella morale da la
carita, la quale produce dei frutti contro la concupiscenza.

15 La citazione di sant'Agostino (De civitate Dei, XI, 22) si trova in Montai-


gne: Apo/ogie de Raymond de Sebonde, che Pascal sfrutta spessissimo.
16 Ebrei, IX-X.
17 Le genealogie di Gesu in Matteo e in Luca sono completamente differenti a
partire da David. Alcuni sono d'accordo nel ritenere che la genealogia data da Matteo
tende a tracciare la discendenza di Gesu secondo il suo padre legale: mentre Luca
ci darebbe la discendenza di Gesu attraverso Maria.

325
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580
La natura ha delle perfezioni per dimostrare che essa e Pimma-
gine di Dio e ha dei difetti per mostrare che ne e solo un'immagine.

* 581
Dio vuole disporre piu la volontă. che Pintelligenza. La chiarez-
za completa servirebbe all'intelligenza e nuocerebbe alia volontă..
Abbassare la superbia.

582
Ci facciamo un idolo delia stessa verită.; perche la verită. senza
la carită. non e Dio, e la sua immagine e un idolo che non bisogna
amare ne adorare; e mena ancora bisogna amare o adorare il suo
contraria, che e la menzogna.
Posso anche amare la oscurită. totale; ma se Dio mi impegna in
uno stato semioscuro, quel poco di oscurită. che c'e dentro mi di-
spiace e, poiche non ci vedo il merita di una oscurită. completa,
non mi piace. Questo e un difetto ed e un segno che mi faccio un
idolo dell'oscurită. separata dall'ordine di Dio. Orbene, non biso-
gna adorare che il suo ordine.

583
1 tiepidi sono persone che conoscono la verită., ma la sostengo-
no finche coincide col loro interesse; altrimenti l'abbandonano.

584
Il mondo sussiste per esercitare misericordia e giustizia, non ca-
rne se gli uomini vi si trovassero usciti appena dalie mani di Dio,
ma carne nemici di Dio ai quali egli dona, per grazia, abbastanza
lume per rinsavire se lo vogliono cercare e seguirlo, e per punirli
se si rifiutano di cercarlo o di seguirlo.

* 585
Dio ha voluta nascondersi. - Se ci fosse soltanto una religione,
Dio vi sarebbe ben manifesta. Se ci fossero dei martiri soltanto nella
nostra religione, sarebbe lo stesso.

326
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Poiche Dio si e cosi nascosto, ogni religione che non afferma
che Dio e nascosto non e vera; e ogni religione che non ne da la
spiegazione non istruisce. La nostra fa tutto questo: Vere tu es Deus
absconditus 18 •

* 586
Se non ci fosse oscurita, l'uomo non avvertirebbe la sua corru-
zione; se non ci fosse la luce, l'uomo non spererebbe alcun rime-
dio. Per questo, enon solo giusto ma anche utile per noi che Dio
sia in parte nascosto e in parte manifeste, poiche e ugualmente pe-
ricoloso per l'uomo conoscere Dio senza conoscere Ia propria mi-
seria, e conoscere la propria miseria senza conoscere Dio.

587
Questa religione cosi grande nei miracoli, nei santi, pii, irrepren-
sibili, dotti e grandi testimoni; martiri; re (David) stabiliti; Isaia,
principe per sangue; cosi grande nelia scienza; dopo aver mostrato
tutti i suoi miracoli e tutta la sua saggezza riprova tutto questo e
dice che non ha ne saggezza ne segni, ma la croce e la follia.
Infatti coloro che con questi segni e con questa saggezza hanno
meritato la vostra fede e che vi hanno dimostrato illoro carattere,
vi dichiarano che nulla di tutto questo puo cambiarci e renderci
capaci di conoscere e amare Dio, tranne la virtu delia foliia delia
croce, senza saggezza e senza segni; enon i segni senza questa vir-
tu. Cosi la nostra religione e folie, se si considera la causa effetti-
va, e saggia se si considera la saggezza che dispone ad essa.

588
La nostra religione e saggia e folie. Saggia, perche ela piu dotta
ela piu fondata sui miracoli, sulle profezie ecc. Folie, perche nien-
te di tutto questo ci porta ad aderire ad essa; il che fa bensi con-
dannare coloro che non aderiscono ad essa, ma non fa credere

18 « Veramente sei un Dio nascosto »(Isaia, XLV, 15).

327
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colora che gia vi aderiscono. Cio che li fa credere e la croce, ne
evacuata sit crux 19 • Per questo san Paolo, che e venuto in saggez-
za e prodigi, afferma di non essere venuto ne in saggezza ne in pro-
digi, perche veniva per convertire. Ma coloro che vengono solo per
convincere possono affermare di venire in saggezza e prodigi.

588 bis
Contraddizioni. Saggezza infinita e follia delia religione.

19 « Affinche non sia resa vana la croce )) (/ corinzi, 1, 17).

328
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SEZIONE IX

LA PERPETUIT A

589

Sul fatto che la religione cristiana non e unica. - Ci manchereb-


be che questa fosse una ragione per credere che non sia la vera;
al contraria, e proprio essa che fa vedere che e vera '·

590

Per le religioni bisogna essere sinceri: veri pagani, veri giudei,


veri cristiani 2 •

591

Gesu Cristo
Pagani - - - - - - - Maometto
lgnoranza di Dio 3

592

Fa/sita de/le altre religioni. - Essi non hanno testimoni; ma que-


sti si. Dio sfida le altre religioni a esibire simili prove (Isaia, XLIII,
9; XLIV, 8).

' La pluralita delle religioni non e un argomento contro la soia vera religione;
al contrario. Le molte false religioni non potrebbero neppure esistere se non ci fos-
se la vera religione.
2 Ma la sincerita non basta per la veritâ. d'una religione. Pascallo dira piu chia-
ramente nel frammento 592 e nei seguenti.
3 In questo grafico sono riassunti i vari atteggiamenti religiosi dell'umanita:
quello degli atei e dei libertini o indifferenti, quello dei pagani, quello dei maomet-
tani e quello cristiano.

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* 593
Storia delia Cina 4 • - Credo soltanto alle storie i cui testimoni si
farebbero sgozzare.
[Quale dei due e piu credibile, Mose o Ia Cina?].
Non si tratta di guardare la cosa all'ingrosso. Io vi dico che c'e
di che accecare e di che illuminare.
Con questa soia parola distruggo tutti i vostri ragionamenti. « Ma
la Cina e buia » dite voi; e io rispondo: « La Cina e buia, ma ci
sono in essa degli spiragli: cercateli ».
Cosi, tutto quello che dite conviene a uno dei disegni e non e affat-
to contro l'altro. Quindi serve e non nuoce. Bisogna dunque esa-
minare questo, in particolare bisogna mettere le carte in tavola.

594

Contro la storia delia Cina. Gli storici del Messico; i cinque soli,
di cui l'ultimo non ha che ottocento anni 5•
Differenza tra un libro ricevuto dai popolo e un libro che forma
un popolo.

* 595
Maometto, senza autoritâ. Dunque le sue ragioni dovrebbero es-
sere abbastanza potenti, dai momento che si basano soltanto sulla
Ioro forza.
Che cosa dice? Che bisogna credergli!

-
4 Nella sua Storia delia Cina, pubblicata in latino nel 1658, il p. Martini mette-
va a paragone la cronologia biblica e la cronologia cinese, e cercava di risolvere
le difficolta, specialmente quella riguardante la data delia Torre di Babele e l'inizio
delia prima dinastia cinese.
s Come riferisce Montaigne (Essais, III, 6), i messicani credevano che le cin-
que etâ del mondo fossero state illuminate da cinque soli diversi e successivi. Pa-
scal vuol dire: se sono assurde queste storie messicane, non lo saranno anche quelle
cinesi? Forse che i !ibri dei cinesi e dei messicani hanno forgiato i loro rispettivi
popoli come lo ha fatto la Bibbia per i giudei e per i cristiani? E un libro, come
la Bibbia, che « forma un popolo )) per millenni, sara semplicemente umano?

330
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596
1 salmi cantati per tutta la terra.
Chi rende testimonianza a Maometto? Lui stesso. Gesu Cristo
vuole che la propria testimonianza non conti nulla 6 •
La qualita di testimoni esige che essi si debbano trovare sempre
e dappertutto; ma lui, miserabile, e solo.

* 597
Contra Maometto.- Il Corano non e piu di Maometto di quan-
to il Vangelo di Matteo non sia di san Matteo, perche questo e ci-
tato da molti autori di secolo in secolo; gli stessi nemici, Celso e
Porfirio 7, non l'hanno mai sconfessato.
Il Corano dice che san Matteo era un uomo dabbene. Dunque,
egli era un falso profeta o chiamando persone dabbene dei cattivi
oppure non andando d'accordo con cio che essi hanno detto di Gesu
Cristo.

* 598
Non voglio che si giudichi di Maometto da quel che c'e di oscu-
ro in lui e che si puo far passare per senso misterioso, ma da cio
che c'e di chiaro in lui, dai suo paradiso e dai resto; in questo egli
e ridicolo. E percio non e giusto scambiare le sue oscurita per mi-
steri, dai momento che cio che e chiaro in lui e ridicolo.
Non si puo dire lo stesso delia Scrittura. Ammetto pure che ci
siano in essa delle oscurita tanto bizzarre quanto quelle di Mao-
metto; ma ci sono delle luminosita mirabili e delle chiare profezie

6 Giovanni, V, 31-32: « Se io ren do testimonianza a me stesso la mia testimo-


nianza non e vera; ma v'e un altro che rende testimonianza a me, ed io so che la
sua testimonianza e vera )), « 1 salmi cantati per tutta la terra )) era una tesi di Mon-
taigne e di Grozio.
7 Celso e l'autore del Discorso veridico (composto versa il 178): un massiccio
attacco, tra il filosofeggiante e il sarcastico, contra il cristianesimo. Di questo Di-
scorso abbiamo dei frammenti nella confutazione che ne fece Origene. Porfirio
(233-301 o 304), filosofa neoplatonico di origine fenicia; discepolo di Plotino, di
cui scrisse anche la vita. Oltre ad altre opere, scrisse anche in quindici !ibri un'ope-
ra Contro i cristiani, di cui ci restano frammenti. Sceleratus ilie Porphirius! diceva
san Girolamo.

331
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che si sono avverate. La situazione non e dunque uguale. Non bi-
sogna confondere e mettere alia pari le cose che si somigliano sol-
tanto per l'oscuritâ ma non per la chiarezza, la quale fa si che si
rispettino le oscuritâ.

* 599
Differenza tra Gesu Cristo e Maometto. - Maometto non e pre-
detto; Gesu Cristo e predetto.
Maometto, uccidendo; Gesu Cristo, facendo uccidere i suoi 8 •
Maometto, proibendo di leggere; gli apostoli; ordinando di
leggere 9 •
Infine, la diversitâ e tale che se Maometto ha deciso di riuscire
umanamente, Gesu Cristo ha deciso di morire umanamente; e in-
vece di concludere che poiche Maometto e riuscito, Gesu Cristo
avrebbe ben potuto riuscire, bisogna concludere che, poiche Mao-
metto e riuscito, Gesu Cristo doveva morire.

* 600
Ogni uomo puo fare quello che ha fatto Maometto; perche que-
sti non ha fatto miracoli, non e stato predetto; ma nessuno puo
fare quello che ha fatto Gesu Cristo.

* 601
Fondamento delia nostrafede.- La religione pagana e senza fon-
damento [oggi. Si dice che una voita ne ha avuto negli oracoli che
hanno parlato. Ma quali libri ce ne assicurano? Sono tanto degni
di fede per la virtu dei loro autori? Sono conservati con tanta cura
che si possa essere sicuri che non sono corrotti?].
La religione maomettana ha come fondamento il Corano e Mao-
metto. Ma questo profeta, che doveva essere }'ultima aspettativa
del mondo, e stato forse predetto? Quale segno possiede che non

8 Allude ai martiri.
9 1 Timoteo, IV, 13.

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possa possedere qualunque uomo che voglia dirsi profeta? quali
miracoli dice di aver fatto? quali misteri ha insegnato, secondo la
sua stessa tradizione? quale morale e quale felicită.?
La religione ebraic.a dev'essere considerata differentemente nel-
la tradizione dei Libri Santi e nella tradizione del popolo. La sua
morale e la sua felicită. sono ridicole nella tradizione del popolo,
pero sono mirabili nella tradizione dei Libri Santi; e per ogni reli-
gione avviene lo stesso; infatti la morale e la felicită. cristiana sono
ben diverse nei Libri Santi e nei casisti 10 • Il suo fondamento e me-
raviglioso: e il piu antico e autentica libro de! mondo; e mentre
Maometto, per fare sussistere il suo ha proibito di leggerlo, Mose
per fare sussistere il suo ha ordinato a tutti di leggerlo.
La nostra religione e tanto divina che un'altra religione divina
ne e stata il fondamento.

602

Ordine. - Vedere cio che c'e di chiaro e di incontestabile nella


condizione dei giudei.

603 Il

604

La soia scienza, che e contra il senso comune e la natura degli


uomini, e la sola che sia sempre esistita tra gli uomini.

* 605
La soia religione controla natura, contro il senso comune, con-
tra i nostri piaceri, e la sola che sia sempre esistita.

10 Col nome di casisti sono qui chiamati i moralisti seguaci de! probabilismo.
Il Questo pensiero e stato soppresso da Brunschvicg, perche e un frammento
staccato dai n. 737 nella edizione di Port-Royal.

333
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* 606
Nessuna religione, fuori delia nostra, ha insegnato che l'uomo
nasce nel peccato; nessuna setta filosofica l'ha detto; dunque nes-
suna ha detto la veritâ.
Nessuna setta e nessuna religione e sempre esistita sulla terra,
tranne la religione cristiana.

* 607
Chi giudicasse la religione degli ebrei dai popolo grossolano, la
conoscerebbe male. Essa e visibile nei Libri Santi e nella tradizio-
ne dei profeti, i quali hanno fatto capire abbastanza che non in-
tendevano la legge alia lettera. Cosi la nostra religione e divina nel
Vangelo, negli apostoli e nella tradizione; ma essa e ridicola in quelli
che la praticano male.
Il Messia, secondo gli ebrei carnali, dev'essere un gran principe
temporale. Gesu Cristo, secondo i cristiani carnali, e venuto per
dispensarci dall'amare Dio e per donarci i sacramenti che operano
tutto senza di noi. Ne l'una ne l'altra e la religione cristiana o la
religione ebraica.
l veri ebrei e i veri cristiani hanno sempre aspettato un Messia
che li facesse amar Dio e trionfare dei loro nemici mediante questo
amare.

* 608
Gli ebrei carnali stanno tra i cristiani e i pagani. I pagani non
conoscono Dio e amana soltanto la terra. Gli ebrei conoscono il
vero Dio e amana soltanto la terra. I cristiani conoscono il vero
Dio e non amana affatto la terra. Gli ebrei e i pagani amana gli
stessi beni. Gli ebrei e i cristiani conoscono lo stesso Dio.
Gli ebrei erano di due specie: gli uni avevano soltanto affetti pa-
gani, gli altri affetti cristiani.

"' 609
Due specie di uomini in ogni religione: trai pagani c'erano alcu-
ni adoratori di animali e altri adoratori di un solo Dio secondo

334
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la religione naturale; tra gli ebrei, c'erano i carnali e gli spirituali,
che erano i cristiani dell'antica legge; tra i cristiani ci sono quelli
grossolani, che sono gli ebrei delia legge nuova. Gli ebrei carnali
attendevano un Messia carnale; i cristiani grossolani credono che
il Messia li abbia dispensati dall'amare Dio; e i veri ebrei e i veri
cristiani adorano il Messia che li fa amare Dio.

* 610
Per mostra re che i veri ebrei e i veri cristiani hanno una identica
religione. - La religione degli ebrei sembrava consistere essenzial-
mente nella paternitâ di Abramo, nclla circoncisione, nei sacrifici,
nelle cerimonie, nell'arca, nel tempio, in Gerusalemme, e infine nel-
la legge e nell'alleanza di Mose.
Io dico:
Che essa non consisteva in nessuna di queste cose, ma solo nel-
l'amore di Dio, e che Dio riprovava tutto il resto.
Che Dio non accettava la posteritâ di Abramo 12 •
Che gli ebrei saranno puniti da Dio come i gentili, se l'offendo-
no. Deuteronomio, VIII, 19: «Se vi dimenticate di Dio e seguite
divinitâ straniere, vi predico che perirete al modo delle nazioni che
Dio ha sterminato davanti a voi».
Chei gentili saranno accolti da Dio come gli ebrei, se lo amano.
Isaia, LVI, 3: «Non dica lo straniero: il Signore non mi accoglie-
râ. Gli stranieri, che seguono Dio per servirlo ed amarlo, io li con-
durro sulla mia montagna santa e ricevero sacrifici da essi, perche
la mia casa e la casa della preghiera ».
Che i veri ebrei consideravano illoro merite come derivante da
Dio e non da Abramo. Isaia, LXIII, 16: «Voi siete veramente il
padre nostro, e Abramo non ci ha conosciuti, e Israele non ha avuto
conoscenza di noi; ma siete voi il nostro padre e il nostro Redento-
re ». Anche Mose ha detto che Dio non avrebbe accettato le
persone 13 • Deuteronomio, X, 17: « Dio, dice, non accetta le per-
sone ne i sacrifici ».

12 Secondo la carne.
Il Cioe: che non avrebbe fatto distinzione di persone.

335
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Il sabato non era che un segno, Esodo, XXXI, 13, e in ricordo
dell'uscita dali'Egitto, Deuteronomio, V, 15. Dunque non e pili
necessario, perche bisogna dimenticare l'Egitto.
La circoncisione non era che un segno, Genesi, XVII, 11. Per
questo, quando si trovarono nel deserto non furono circoncisi, per-
che non potevano confondersi con gli altri popoli; e dopo la venu-
ta di Gesu Cristo, essa non e piu necessaria.
Che la circoncisione del cuore e comandata. Deuteronomio, X, 16:
Geremia, IV, 4; « Siate circoncisi nel cuore, togliete le cose superflue
dai vostro cuore e non induritevi di piu, perche il vostro Dio un e
Dio grande, potente e terribile, che non accetta le persone >>.
Che Dio dice che Io fara un giorno. Deuteronomio, XXX, 6:
« Dio circonciderâ il cuore a te e ai tuoi figli, affinche tu l'ami con
tutto il tuo cuore >>.
Che gli incirconcisi nel cuore saranno giudicati. Geremia, IX,
26: poiche Dio giudichera i popoli incirconcisi e tutto il popolo di
Israele, perche questo « non e circonciso nel cuore >>.
Che l'esteriorita non servea nulla senza l'interiorita. Gioele, Il,
13: Scindite corda vestra ecc. 14 • Isaia, LVIII, 3, 4 ecc.
L'amore di Dio e raccomandato in tutto il Deuteronomio. Deu-
teronomio, XXX, 19: « Io prendo a testimoni il cielo e la terra che
ho messo davanti a voi Ia morte e la vita, affinche scegliate Ia vita
e amiate Dio e gli obbediate, perche Dio e la vostra vita>>.
Che gli ebrei, mancando di questo amore, sarebbero riprovati
per le loro colpe, ei pagani sarebbero eletti in loro vece, Osea, I,
10; Deuteronomio XXXII, 20: « Io mi nascondero ad essi, alia vi-
sta delle Ioro estreme colpe, perche sono un popolo malvagio e in-
fedele. Hanno provocato la mia collera con cose che non sono
divinita, ed io provochero la Ioro gelosia con un popolo che non
eil mio popolo, e con una nazione senza scienza e senza intelligen-
za >>. Isaia, LXV, 1.
Chei beni temporali sono falsi, e il vero bene consiste nell'esse-
re uniti con Dio. Salmo CXLIII, 15.
Che le loro feste dispiacciono a Dio. Amos, V, 21.
Chei sacrifici degli ebrei dispiacciono aDio. Isaia, LXVI, 1-3;
1, 11. Geremia, VI, 20. David, Miserere. - Anche da parte dei
buoni, Exspectavi. Salmo XLIX, 8, 9, 10, Il, 12, 13 e 14.

14 « Lacerate i vostri cuori ».

336
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Che egli non li ha stabiliti per la Ioro durezza; Michea, mirabil-
mente, VI, 6-8; 1 Libro dei Re, XV, 22; Osea, VI, 6.
Che i sacrifici dei pagani saranno accetti a Dio, e Dio ritirera
la sua volontâ. dai sacrifici degli ebrei. Malachia, 1, 11.
Che Dio fara una nuova alleanza mediante il Messia, e l'antica
sară. rigettata. Geremia, XXXI, 31.- Mandata non bona 15 , Eze-
chiele, XX, 25.
Che le cose antiche saranno dimenticate. Isaia, XLIII, 18, 19;
LXV, 17, 18.
Che non sară. piu ricordata l'arca. Geremia, III, 15, 16.
Che il tempio sară. ripudiato. Geremia, VII, 12, 13, 14.
Chei sacrifici saranno ripudiati, e altri sacrifici puri saranno sta-
biliti. Malachia, 1, 11.
Che !'ordine delle cerimonie del sacrificio di Aronne sară. ripro-
vato e quello di Melchisedech sară. introdotto dai Messia. Dixit
Dominus.
Che questa cerimonia di sacrificio sară. eterna. lbid.
Che Gerusalemme sară. riprovata e Roma ammessa. Dixit
Dominus.
Che sara riprovato il nome degli ebrei e sară. dato un nome nuo-
vo. Isaia, LXV, 15.
Che quest'ultimo nome sară. migliore di quello degli ebrei, ed eter-
no. Isaia, LVI, 5.
Che gli ebrei dovevano essere senza profeti (Amos), senza re, sen-
za principi, senza sacrifici, senza idolo. Daniele, III, 38.
Che tuttavia gli ebrei sarebbero sempre esistiti come popolo. Ge-
remia. XXXI, 36.

611

Repubb/ica. - La repubblica cristiana, e anche la ebraica, ha so-


lo Dio per padrone, come nota Filone ebreo: Sul/a monarchia 16 •

15 « ... diedi lor o dei comandamenti non buoni, degli ordini per i quali non
avranno vita ».
16 Filone (nato ad Alessandria, ma ebreo, verso il 20 a.C.) cerco di accordare
il pensiero greco col pensiero ebraico. Scrisse parecchi libri d'interesse polemico
e di filosofia. E il precursore del neoplatonismo.

337
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Quando combattevano lo facevano solo per Dio; speravano prin-
cipalmente in Dio; consideravano le loro citta come appartenenti
a Dio e le custodivano per Dio. 1 Paralipomeni, XIX, 13.

612
Genesi, XVII, 7- Statuam pactum meum inter me et te ... foe-
dere sempiterno, ut sim Deus tuus.
17
9. Et tu ergo custodies pactum meum •

* 613
Perpetuita. - Questa religione che consiste nel credere che l'uo-
mo e caduto da uno stato di gloria e di comunione con Dio in uno
stato di tristezza, di penitenza e di allontanamento da Dio, ma che,
dopo questa vita, sara ristabilito nello stato originario da un Mes-
sia venturo, e sempre esistita sulla terra. Tutto e passato, ed essa
soia ha continuata ad esistere, essa per cui tutte le cose esistono.
Gli uomini, nella prima eta del mondo, sono stati trascinati in
ogni specie di disordine; pero c'erano dei santi come Enoc, Lamec
e altri che aspettavano pazientemente il Cristo promesso fin dai prin-
cipio del mondo. Noe ha visto la malizia degli uomini al massimo
grado e ha meritate di salvare il mondo nella sua persona per la
speranza nel Messia di cuie stato la figura. Abramo era circonda-
to da idolatri, quando Dio gli fece conoscere il mistere del Messia,
che saluta da lontano 18 • AI tempo di Isacco e di Giacobbe l'abo-
minazione era diffusa per tutta Ia terra, ma questi santi vivevano
nella fede; e Giacobbe, morendo e benedicendo i suoi figli, escla-
ma, in un trasporto che gli fa interrompere il discorso: « Io atten-
do, mio Dio, il Salvatore che avete promesso: Salutare tuum
exspectabo, Domine» 19 • Gli egiziani erano infetti di idolatria e di
magia; lo stesso popolo di Dio era trascinato dai loro esempi; pero
Mose e altri credevano in colui che non vedevano e l'adoravano
considerando i doni eterni che egli preparava loro.

17 « Stabiliro il mio patto tra me e te ... con un'alleanza eterna, affinche iosia
il tuo Dio. Tu dunque custodisci il mio patto ».
18 Giovanni, VIII, 56: « Abramo, padre vostro, sospiro di vedere il mio gior-
no; Io vide e ne tripudio ».
19 Genesi, XLIX, 18.

338
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1 greci, e pai i latini, hanno fatto regnare le false divinita; i poeti
hanno inventata cento teologie diverse; i filosofi si sono divisi in
miile sette diverse; e tuttavia c'erano sempre nel cuore delia Giu-
dea uomini eletti che predicavano la venuta di questo Messia, che
essi soli conoscevano.
Finalmente e venuto, nella pienezza dei tempi; e dopo di lui si
son visti tanti scismi ed eresie, tanti tramonti di Stati, tanti cam-
biamenti in tutte le cose; e questa Chiesa, che adora Colui che e
stato sempre adorato, ha continuata ad esistere senza interruzio-
ne. E cio che e mirabile, incomparabile, del tutto divina eche que-
sta religione, che e durata sempre, e stata sempre combattuta. Miile
volte si e trovata alia vigilia di una distruzione universale, e ogni
voita che s'e trovata in questo stato, Dio l'ha risollevata con inter-
venti straordinari delia sua potenza.
E sorprendente che essa si sia mantenuta senza abbassarsi e sen-
za piegarsi alia volonta dei tiranni. Perche non e strano che una
Stato si mantenga qualora le sue leggi si adattino alia necessita ma
che ... (vedere in Montaigne il passo segnato col cerchietto 20).

* 614
Gli Stati perirebbero se spesso non facessero adattare le leggi al-
le necessita. Ma la religione non ha mai tollerato questo ne se ne
e servita. Pertanto, sono necessari o questi adattamenti o i mira-
coli. Non estrano mantenersi in piedi piegandosi, il che non e nep-
pure propriamente un mantenersi; e tuttavia alia fine gli Stati
periscono completamente: nessuno e durata miile anni. Ma che que-
sta religione si sia mantenuta sempre, e inflessibile, questo e un fatto
divina.

615
Si ha voglia di dire. Bisogna confessare che la religione cristiana
possiede qualcosa di sorprendente. « Lo dite perche ci siete nato »,
si dira. - Tanto meglio; ma me ne sto piu in guardia per questa
stessa ragione, nel timore che questa prevenzione non mi suborni;
ma, sebbene vi sia nato dentro, non cesso di trovarla tale.

20 Essais, 1, 23, verso la fine.

339
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*' 616
Perpetuita. - Si e sempre creduto nel Messia. La tradizione di
Adamo era ancora recente in Noe e Mose. In seguito l'hanno pre-
detto i profeti, predicando sempre altre cose, il cui compimento,
che veniva di tempo in tempo a conoscenza degli uomini, costitui-
va un segno delia veritâ delia loro missione e quindi anche delle
loro promesse riguardanti il Messia. Gesu Cristo ha fatto dei mi-
racoli, come pure gli apostoli, che hanno convertito tutti i pagani;
e cosi, compiute tutte le profezie, il Messia resta dimostrato per
sempre.

* 617
Perpetuita. -Si consideri che, fin dal principio del mondo, l'at-
tesa o l'adorazione del Messia sussiste senza i:lterruzione; che vi
sono stati uomini che hanno detto che Dio aveva loro rivelato che
doveva nascere un Redentore il quale avrebbe salvato il suo popo-
lo; che in seguito Abramo e venuto a dire che sarebbe disceso da
lui, attraverso un figlio che gli sarebbe nato; che Giacobbe ha di-
chiarato che, trai suoi dodici figli, sarebbe nato da Guida; che Mose
ei profeti in seguito sono venuti a precisare il tempo e il modo del
suo avvento; che essi hanno detto che la legge che avevano valeva
solo in attesa di quella del Messia; che fino ad aliora essa avrebbe
avuto vigore, ma che l'altra sarebbe durata in eterno; che in tal
modo la loro legge o quella del Messia, di cui la loro era la pro-
messa, sarebbe esistita sempre sulla terra; che realmente essa esem-
pre esistita; che infine Gesu Cristo e venuto nelle circostanze
predette. Questo e meraviglioso.

618
Questo e positivo. Mentre tutti i filosofi si dividono in sette di-
verse, in 1_m angolo delia terra ci sono uomini che sono i pili anti-
chi del mondo, i quali dichiarano che tutto il mondo e nell'errore,
che Dio ha rivelato loro la veritâ, che questa sara sempre suiia ter-
ra. In realtâ, tutte le altre sette tramontano, mentre questa dura
sempre, da quattromila anni.
Costoro 21 dichiarano di sapere dai loro antenati che l'uomo e

21 Gli ebrei.

340
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decaduto dalla comunione con Dio, in un completo allontanamento
da Dio, ma che questi ha promesso di riscattarli; che questa dottri-
na esistera sempre sulla terra; che la loro legge ha un doppio signi-
ficato; che durante milleseicento anni hanno avuto uomini da loro
creduti profeti, i quali hanno loro predetto il tempo e il modo; che,
quattrocento anni dopo, essi sono stati sparsi dappertutto, perche
Gesu Cristo doveva essere annunziato in ogni luogo; che Gesu Cri-
sto e venuto nel modo e nel tempo predetti; che da allora gli ebrei
sono sparsi dappertutto, in maledizione, e tuttavia sussistono.

* 619
Vedo che la religione cristiana e fondata su una religione prece-
dente, e questo e quello che trovo di positivo.
Non parlo qui dei miracoli di Mose, di Gesu Cristo e degli apo-
stoli, perche a prima vîsta non sembrano convincenti, mentre io
voglio mettere in evidenza tutti i fondamenti delia religione cristiana
che sono indubitabili e che non possono essere messi in dubbio da
chiunque. E certo che noi vediamo in piu parti del mondo un po-
polo particolare, separato da tutti gli altri popoli del mondo, che
si chiama popolo ebreo.
Vedo dunque una congerie di religioni in molte parti del mon-
do, e in tutti i tempi, ma esse non hanno ne la morale che pu6 pia-
cermi ne le prove che possono convincermi, e perci6 io avrei
rifiutato ugualmente sia la religione di Maometto sia quella delia
Cina sia quella degli antichi romani e sia quella degli egiziani, per
questo solo motivo che, non possedendo nessuna di esse piu segni
di verita dell'altra ne alcuna cosa chemi possa determinare neces-
sariamente, la ragione non puo înclinare verso una piuttosto che
verso un'altra.
Ma, considerando questa incostante e bizzarra varieta di costu-
mi e di credenze nei diversi tempi, trovo in un angolo delia terra
un popolo singolare, separato da tutti gli altri popoli delia terra,
piu antico di tutti, e le cui storie precedono di parecchi secoli le
piu antiche storie che abbiamo.
Trovo dunque questo popolo grande e numeroso, uscito da un
sol uomo, che adora un solo Dio e si governa secondo una legge
che dice di aver ricevuto dalla sua mano. Essi sostengono che sono
i soli al mondo a cui Dio abbia rivelato i suoi misteri; che tutti gli

341
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uomini sono corrotti e in disgrazia di Dio; che sono tutti abbando-
nati alle loro passioni e alloro capriccio; e che da tutto cio deriva-
ne gli strani errori ei continui mutamenti di religione e di costumi
che si verificano in mezzo a loro- mentre essi (ebrei) rimangono
incrollabili nella loro condotta, - ma che Dio non lascera gli altri
popoli in queste tenebre, eternamente; verra per tutti un liberato-
re; ed essi sono al mondo per annunziarlo agli uomini; sono stati
creati espressamente per essere i precursori e gli araldi di questo
grande evento, e per chiamare tutti i popoli e unirsi ad essi nell'at-
tesa del liberatore.
La vîsta di questo popolo mi stupisce e mi pare degna di atten-
zione. Esamino la legge che essi dicono di aver ricevuta da Dio e
la trovo mirabile. Esiste prima di tutte le leggi, e in tai mode che,
ancor prima che la parola legge fosse in uso presso i greci, da qua-
si miile anni essi l'avevano gia ricevuta e osservata ininterrottamen-
te. E trovo anche strano che la prima legge del mondo sia anche
la piu perfetta, cosicche i piu grandi legislatori hanno preso a pre-
stito da essa le proprie leggi, cerne appare dalla legge delle Dodici
Tavole di Atene 22 , che fu poi adottata dai romani, e cerne sareb-
be facile dimostrare se Giuseppe 23 e altri non avessero gia tratta-
to a sufficienza questo argomento.

620 *
Vantaggi de/ popa/o ebreo. - In questa ricerca il popolo ebreo
attira soprattutto la mia attenzione per le tante cose mirabili e sin-
golari che si notano in esso.
Prima di tutto vede che eun popolo composto di fratelli, e mentre
tutti gli altri sono formati dalla riunione di un'infinita di famiglie,
questo, sebbene cosi stranamente numeroso, e uscito tutto da un
uomo solo 24 ; ed essendo cosi tutti una soia carne e membri gli uni
degli altri; costituiscono un potente State di una soia famiglia. Que-
sto e un case unice.

22 Una svista. Atene non ebbe la legge delle Dodici Tavole.


23 Giuseppe Flavio (Contro Apione, II, 16). Storico ebreo, nato nel 37-38 d.C.
e mort o dopo il 100, sotto Nerva. Scrisse La Guerra Giudaica in 20 !ibri; e un'apo-
logia degli ebrei (Contro Apione) per mostrare la superiorită religiosa e morale del-
Ia dottrina ebraica rispetto al paganesimo.
24 Abramo, padre dei credenti.

342
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Questa famiglia, o questo popolo, e il piu an tico che esista sulla
terra a conoscenza degli uomini; e questo mi sembra attirargli una
venerazione particolare, specialmente nella nostra ricerca, perche,
se Dio si ein ogni tempo comunicata agli uomini, bisogna ricorre-
re a questi per conoscerne Ia tradizione.
Questo popolo non solo e venerabile per Ia sua antichita, ma e
anche singolare per Ia sua durata, perche e continuata sempre dal-
Ie sue origini ad oggi. Mentre i popoli di Grecia, d'ltalia, di Spar-
ta, d' Atene, di Roma e gli altri che sono venuti molto dopo, sono
periti da tanto tempo, costoro esistono sempre e, nonostante le im-
prese di tanti re potenti che hanno tentata cento volte di farli peri-
re, come attestano i loro storici, e come e facile giudicare dall'ordine
naturale delle cose, in un cosi lungo volgere d'anni, essi si sono
sempre conservati (e questa conservazione e stata predetta); e Ia
Ioro storia, estendendosi dai primi tempi fino agli ultimi, racchiu-
de nella sua durata quella di tutte le nostre storie [che essa precede
di moltissimo].
La legge da cui questo popolo e governato e nello stesso tempo
la piu antica del mondo, la piu perfetta, la soia che sia stata sem-
pre osservata senza interruzione in uno Stato. Giuseppe dimostra
ci o mirabilmente nel Cont ro Apione 25 , e anche Filone ebreo, in
piu Iuoghi, in cui essi fanno vedere che quella legge e tanto antica
che il nome stesso di legge non e stato conosciuto dai piu antichi
se non oltre miile anni dopo, tanto che Omero, il quale ha scritto
la storia di tanti Stati, non lo ha mai usato. Ed e facile giudicare
Ia sua perfezione alia semplice Iettura, in cui si vede che essa ha
provveduto a ogni cosa con tanta saggezza, equita, discernimento,
che i piu antichi legislatori greci e romani, avendone avuto cono-
scenza, ne derivarono le loro leggi principali, come risul ta da quel-
la chiamata delle Dodici Tavole e dalie altre prove che ne da
Giuseppe.
Pero questa legge e nel medesimo tempo la piu severa eIa piu rigo-
rosa di tutte per quanto riguarda il culto delia loro religione; e,
per mantenere questo popolo nel dovere, lo obbliga all'osservanza
di miile prescrizioni particolari e penose, sotto pena delia vita. E
percio meraviglioso che essa si sia mantenuta cosi costantemente

25 Il, 39.

343
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durante tanti secoli, in un popolo ribelle e impaziente come que-
sto, mentre tutti gli altri Stati di tempo in tempo hanno cambiato
le loro leggi, quantunque assai pili facili.
Il libro che contiene questa legge 26 , che e la prima di tutte, e es-
so stesso il libro pili antico del mondo, perche quelli di Omero e
di Esiodo e gli altri sono di sei o settecento anni posteriori.

621
Dopo la creazione e il diluvio, Dio non dovendo pili distruggere
il mondo e nemmeno ricrearlo e dare grandi segni di se, comincio
a stabilire un popolo sulla terra, formato espressamente perche du-
rasse fino alia venuta del popolo che il Messia avrebbe formato
col suo spirito.

* 622
Poiche la creazione del mondo cominciava ad allontanarsi nel
tempo, Dio ha provveduto uno storico 27, unico contemporaneo,
e ha affidato a tutto un popolo la custodia di questo libro, affin-
che questa storia fosse la pili autentica di tutte 28 e tutti gli uomi-
ni potessero apprendere da essa una cosa tanto necessaria a sapersi,
e non si potesse conoscerla che da essa.

623
[J afet comincia la genealogia].
Giuseppe incrocia le braccia e preferisce il giovane 29 •

* 624
Perche Mose fa cosi lunga la vita degli uomini e mette cosi po-
che generazioni?

26 Il Levitico o, meglio, i cinque Iibri del Pentateuco.


27 A Esdra furono attribuiti quattro libri, di cui soltanto due sono riconosciuti
come canonici. Sotto Esdra ci fu lo stabilimento definitive delia religione ebraica.
E assai piu probabile che qui Pascal alluda a Mose.
28 Almeno per i fatti essenziali delia religione, cominciando dalla promessa d'u-
na benedizione universale dell'umanită nella discendenza di Abramo: promessa che
ha in germe il messianismo, sviluppato poi dai profeti e realizzato da Gesu Cristo
(Chevalier).
29 Non Giuseppe ma Giacobbe (come corregge la seconda copia dei Pensien),
il quale benedicendo i figli Manasse ed Efraim incrocio le braccia e pose la mano
destra su Efraim, il piu giovane, che stava in ginocchio alia sua sinistra. Cfr. fram-
mento 711.

344
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Perche non la lunghezza degli anni, ma la moltitudine delle ge-
nerazioni rende oscure le cose. Infatti la verita si altera col cam-
biamento degli uomini. Pero egli mette le due cose piu memorande
che si siano mai immaginate, cioe la creazione e il diluvio, cosi vi-
cine che quasi si toccano.

* 625
Sem, che ha visto Lamec, che ha visto Adamo, ha visto anche
Giacobbe, il quale ha visto coloro che hanno visto Mose: dunque
il diluvio e la creazione sono veri. Questo fatto e deciso per quelli
che lo comprendono bene.

* 626
Altro cerchietto. -La longevita dei patriarchi, invece di far per-
dere le storie delle cose passate, serviva piuttosto a conservarle.
lnfatti la ragione per cui talvolta non si e bene istruiti nella storia
dei propri antenati e che non si e mai vissuti con loro ed essi spesso
sono morti prima che avessimo raggiunto l'eta delia ragione. Ora,
quando gli uomini vivevano cosi a lungo, i figli vivevano a lungo
con i loro padri. Conversavano a lungo con loro. Orbene, di che
avrebbero conversato se non delia storia dei loro antenati, dai mo-
mento che tutta la storia era ridotta a quella, ed essi non avevano
ne studi, ne scienze. ne arti, che occupano gran parte dei discorsi
delia vita? E cosi appare chiaro che in quel tempo i popoli aveva-
no una cura particolare nel conservare le loro genealogie.

627
Credo che Giosue sia il primo del popolo di Dio, come Gesu Cri-
sto e l'ultimo del popolo di Dio, ad aver questo nome.

* 628
Antichita degli ebrei. - Che differenza tra un libro e l'altro! Non
mi stupisce che i greci abbiano prodotto 1' Iliade, come gli egiziani
e i cinesi le loro storie. Bisogna vedere soltanto come questo e ac-

345
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caduto. Questi storici favolosi non sono contemporanei alle storie
che raccontano. Omero fa un romanzo, che presenta come tale e
che vien accettato come tale; infatti nessuno dubitava che Troia
e Agamennone fossero esistiti pili del porno d'oro 30 • Egli non pen-
sava di scrivere una storia, ma soltanto una cosa divertente: egli
e l'unico che scrive del suo tempo, eIa bellezza delia sua opera la
fa durare; tutti Ia leggono e ne parlano; bisogna conoscerla, ognu-
no la sa a memoria. Quattrocento anni dopo, i testimoni delle cose
non sono pili vivi: nessuno sa pili, per conoscenza diretta, se si tratta
di una favola o di una storia; Ia si e appresa soltanto dai propri
antenati, ed essa puo passare per vera.
Ogni storia che non econtemporanea esospetta; cosi i libri delle
sibille e di Trismegisto 31 e tanti altri, che hanno trovato credito
ne! mondo, sono falsi e sono riconosciuti falsi col tempo. Ma non
e cosi degli autori contemporanei.
C'e molta differenza tra un libro scritto da un individuo e
lanciato in mezzo al popolo, e un Iibro che vien fatto dai popolo
stesso. Non si puo dubitare che il libro sia tanto antico quanto il
popolo.

629

Giuseppe nasconde la vergogna delia sua nazione 32 •


Mose non nasconde Ia sua propria vergogna, ne ...
Quis mihi det ut om nes prophetent 33 !
Egli era stanco del popolo.

30 La famosa leggenda de! porno delia discordia che starebbe all'inizio delia
guerra troiana.
31 1 !ibri delle sibille erano una raccolta d'oracoli che furono distrutti nell'in-
cendio di Roma dell'83 a.C. Ricostruiti per ordine di Augusto, furono bruciati ne!
389 d.C. per ordine di Teodosio. Ne! Medioevo si invocava l'autorita delle sibille
insieme a quella di David (Teste David cum Sybi/la, edetto ne! Dies irae). Trisme-
gisto (tre volte grande) e il nome che i greci davano a Hermes o Mercurio. Gli si
attribuivano quarantadue !ibri sacri, di cui possediamo in greco quattordici capito-
li. Questi, ritenuti antichissimi, erano invece de! sec. 1 d.C.
J2 Giuseppe Flavio (vedi qui sopra nota 23), arresosi a Vespasiano, dopo aver
lottato nella fortezza di Jotapata, fu accolto ne! palazzo imperiale, e nella Guerra
Giudaica scrisse lodi per il conquistatore di Gerusalemme e biasimi per i fanatici
irresponsabili che provocarono la catastrofe nazionale.
33 Cfr. « Oh, fosse profeta tutto il popolo de! Signore! )) (Numeri, XI, 29).

346
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* 630
La sincerita degli ebrei. - Quando non hanno avuto piu profeti,
1 Maccabei; dopo Gesu Cristo, Massor 34 •
(( Questo libro vi sara in testimonianza ».
Le lettere difettose e finali.
Sinceri contro il loro onore e disposti a morire per questo: cio
non ha esempio nel mondo ne ha la sua radice nella natura 35 •

* 631
Sincerita degli ebrei. - Conservano amorosamente e fedelmente
illibro in cui Mose dichiara che essi sono stati ingrati con Dio per
tutta la loro vitae sa che lo saranno ancora di pili dopo la sua morte;
ma chiama il cielo e la terra a testimoni contro di loro e dichiara
di aver loro [insegnato] abbastanza.
Dichiara infine che Dio, irritato con loro, li disperderâ tra tutti
i popoli delia terra; che, come essi lo hanno irritato adorando gli
dei che non erano illoro Dio, cosi lui li provocherâ chiamando un
popolo che non eil suo popolo; e vuole che tutte le sue parole sia-
no conservate in eterno e che il suo libro sia deposto nell'arca del-
l'alleanza per servire in eterno come testimone contro di loro.
Isaia dice lo stesso, XXX, 8.

632
Su Esdra. - Favola: I libri sono stati bruciati col tempio. Falso
per i Maccabei: « Geremia diede loro la legge » 36 •

34 Il « Massor >> di Pascal ela Massora (ebraiw Massorah = tradiziont>), imie-


me delle norme per la lettura e l'interpretazione ortografica dell' An tico Tcstamer.-
to ebraico (originariamente scritto coi soli segni consonantici), lasciato dai massoreti,
i dotti ebrei che vi lavoravano dai III al X sec. d.C. Dicesi receriSlone massoretica
il testo delia Bibbia ebraica, ortograficamente fissato, integrato e interpretata dai
massoreti.
35 Questo frammento va inteso cosi: a) Dopo la morte dell'ultimo profeta d'I-
sraele, i Maccabei seguitarono a considerare la Bibbia come un libro santo (/Mac-
cabei, XII, 9); dopo Gesu Cristo, gli ebrei hanno conservat o intatto illibro; difatti
la traduzione greca dei Settanta concorda col testo massoretico, tranne in poche
<< finali >> e << lettere difettose ». b) La Bibbia e ancora conservata e commentata
dagli ebrei, i quali attestano cosi, contro se stessi, la verită del Cristianesimo. Tutto
cio e spiegato meglio nel frammento seguente.
36 Il Maccabei, 11, 1-2.

347
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Favola che egli recita tutto a memoria. Giuseppe e Esdra nota-
ne che egli lesse illibro 31 • Baronio, Ann., p. 180: Nullus penitus
Hebraeorum antiquorum reperitur qui tradiderit fibros periisse et
per Esdram esse restitutos, nisi in IV Esdrae 38 •
Favola: che cambio le lettere.
Filone nella Vita Moysis: Il/a lingua ac character quo antiquitus
scripta est lex sic permansit usque ad LXX 39 •
Giuseppe dice che la legge era in ebraica quando fu tradotta dai
Settanta 40 •
Sotto Antioco e Vespasiano 41 , quando si vollero abolire i !ibri,
e quando non esistevano piu profeti, non fu possibile farlo; e sot-
ta i babilonesi, quando nessuna persecuzione e stata fatta e c'era-
no tanti profeti, li si sarebbero las eia ti bruciare? ...
Giuseppe si burla degli ebrei che non avrebbero sopportato ...
Tertulliano: Perinde potuit abolejactam eam violentia catacly-
smi in spiritu rursus reformare, quemadmodum et Hierosolymis
Babylonia expugnatione deletis, omne instrumentum judaicae lit-
teraturae per Esdram constat restauratum 42 •
Dice che Noe ha potuto benissimo ristabilire in ispirito il libro
di Enoc, perdute nel diluvio, come Esdra ha potuto ristabilire le
Scritture perdute durante la cattivitâ.
(8Eoţ) t:v TTJ E1rL Ncx{3ovxooovouoe cxtxp.cx>-.wutcx Tov >-.cxov,
CHCX!p0cxeELCJWII 7WV 'YeCX';?WV •.• EIIE7rVEliCJE xEuoecx 7W LEeEL EX TTJ'ii

37 La tradizione del IV libro di Esdra, che la Chiesa non ammette come cano-
nico, ripresa da sant'Ireneo secondo il quale la Scrittura sarebbe stata distrutta col
tempio nel 586 a.C. e ricostruita a memoria da Esdra sotto ispirazione divina, manca
di fondamento storico. Quindi Esdra non la ricostrui a memoria. Per la testimo-
nianza di Esdra (/1 Esdra, VIII, 8), cfr. frammento 634.
38 « Assolutamente nessun ebreo antico ha mai detto che i !ibri (santi) siano stati
distrutti, e che poi siano stati ricostruiti da Esdra, nessuno ad eccezione del IV li-
bro di Esdra ».
39 « Quella lingua e quel carattere in cui la legge fu scritta anticamente restaro-
no immutati fino ai Settanta )) (cioe fino alia traduzione greca dei Settanta).
40 Antiquitates judaicae, XII, 2.
4 1 Antioco il Grande, re di Siria, conquisto la Palestina nel 198 a.C.: contro
di lui insorsero i Maccabei. Vespasiano vinse gli ebrei nella guerra che porto poi
alia distruzione delia cittâ e del tempio di Gerusalemme, ad opera di Tito nel 70 d.C.
4 2 « Parimenti, dopo che era andata distrutta nel furore del cataclisma, potette
ripristinarla in ispirilo, cosi come sappiamo che, distrutta Gerusalemme espugnata
dai babilonesi, tutti i Iibri delia letteratura ebraica furono restaurati per opera di
Esdra )) (De cu/tu feminarum, l, 3).

348
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I{JUATJ') AEut TOU') Twv 1reo-yeyovorwv 1reoi{JTJTWV 1ravras avaTat;aa{)at
>..o-you'), }(at a7roxaTaaTTJO<XL TW >..aw TTJV Ota Mwuafw')
43
VOJJ.00€atav •

Egli allega cio per provare che non e incredibile che i Settanta
abbiano tradotto le Sacre Scritture con quella uniformită. che si am-
mira in essi 44 • Ha preso questo da sant'lreneo 45 •
Sant'IIario, nella prefazione ai Salmi, dice che Esdra mise i Sai-
mi in ordine. L'origine di questa tradizione si trova nel capitolo
XIV dellV libro di Esdra: Deus glorifica tus est et Scripturae vere
divinae creditae sunt, omnibus eadem et eisdem verbis et eisdem
nominibus recitantibus ab initio usque ad finem, uti et praesentes
gentes cognoscerent quoniam per inspirationem Dei interpretatae
sunt Scripturae, et non esset mirabile Deum hoc in eis operatum:
quando in ea captivitate populi quaefacta est a Nabuchodonosor,
corruptis Scripturis et post 70 annos Iudaeis descendentibus in re-
gionem suam, et post deinde temporibus Artaxercis Persarum re-
gis, inspiravit Esdrae sacerdoti tribus Levi praeteritorum
prophetarum om nes rememorare sermones, et restituere populo eam
legem quae data est per Moysen 46 •

633
Contra la favola di Esdra, Il Maccabei, Il; - Giuseppc, Ant.,
Il, 1. Ciro prese occasione dalla profezia di Isaia per lasciar libero

43 EUSEBIO, Storia ecclesiastica, V, 8 (da IRENEO, Adversus haereses, III, 21:


« Dio nella cattivitâ de! popolo sotto Nabucodonosor, dopo che le Scritture furo-
no corrotte ... ispiro a Esdra, sacerdote delia tribu dei Levi, di riordinare tutti i !ibri
degli antichi profeti e di ristabilire la legge di Mose ».
44 La versione in greco delia Bibbia, delta dei Settanta, fu fatta, per interessa-
mento di Demetrio Falero, sotto il regno dell'egiziano Tolomeo, figlio di Lago, e
de! suo successore Tolomeo Filadelfo. Quanto all'ispirazione divina dei traduttori
(i quali avrebbero tradotto ciascuno tutti i !ibri delia Bibbia con un accordo perfet-
to ed eccezionale, pur essendo separati tra loro e sorveg!iati dai re) e una leggenda
derivata dalla lettera apocrifa di Aristea, ufficiale di Tolomeo Filadelfo.
45 Adversus haereses, III, 21; e il testo citato da Eusebio.
46 EUSEBIO, Storia ecclesiastica, V. 8: « Dio fu glorificato ele Scritture furono
riconosciute veramente divine, perche tutti avevano detto le stesse cose con le mede-
sime frasi, coi medesimi vocaboli da! primo all'ultimo rigo; anche i pagani, la pre-
senti, dovettero confessare che le Scritture erano state tradotte sotto ispirazione divina.
Non c'e da stupirsi che Dio abbia operato cio, giacche fece quasi lo stesso motto tem-
po prima, dopo che le Scritture furono corrotte nella cattivita del popolo, sotto Na-
bucodonosor. Quando, infatti, trascorsi settant'anni in esilio, quel popolo rimpatrio
(regnava il persiano Artaserse), lddio ispiro a Esdra, sacerdote delia tribu di Levi,
di riordinare tutti i !ibri degli antichi profeti e di ristabilire Ia Jegge di Mose ».

349
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il popolo. Gli ebrei godevano un pacifico possesso sotto Ciro in
Babilonia, dunque potevano benissimo avere la legge.
Giuseppe, in tutta la storia di Esdra, non dice una parola su que-
sta ricostituzione. - IV Re, XVII, 27.

634
Se la favola di Esdra e credibile, bisogna dunque credere che la
Scrittura e una Scrittura Santa; perche questa favola e fondata sol-
tanto sull'autorita di coloro che accettano la tradizione dei Settan-
ta, che mostra che la Scrittura e santa.
Dunque, se questo racconto e vero, possiamo trarne vantaggio;
diversamente lo trarremo altrove. E cosi quelli che vorrebbero de-
molire la verita della nostra religione, fondata su Mose, la consoli-
dano mediante quella stessa autorita con la quale l'attaccano. Cosi,
per questa provvidenza, essa sussiste sempre.

635
Cronologia de/ rabbinismo. - (Le citazioni delle pagine sono del
li bro Pugio) 47 •
Pagina 27, R. Hakadosch (anno 200), autore delia Mishna o legge
orale o second a legge 48 •
Commentari della Mishna (anno 340):
Uno Siphra.
Barajetot.
Talmud Hyerosol.
Tosiphtot.

Bereshit Rabah, di R. Osaia Rabah, commento delia Mishna.


Bereshit Rabah, Bar Nachoni, sono discorsi acuti, piacevoli, sto-
rici e teologici. Questo stesso autore ha scritto dei libri chiamati
Rabot.
47 Per illibro Pugio /idei, da cui sono state tratte le citazioni seguenti, vedi no-
ta 19 al frammento 446.
4 8 La Mishna (opera del sec. II d.C.) e la raccolta sistematica delle interpreta-
zioni orali e delia precisazione delle norme delia legge mosaica. Il nome Mishna
significa « second a legge )) o « ripetizione )) . Essa e divisa in 63 trattati. Pascal enu-
mera vari commenti alia Mishna.

350
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Cento anni dopo (440) il Talmud Hyerosol. fu composto il Tal-
mud babilonese 49 da R. Ase, col consenso unanime di tutti gli
ebrei, che sono necessariamente obbligati ad osservare tutto quel-
lo che in esso e contenuto.
L'aggiunta di R. Ase si chiama Gemara, vale a dire« commen-
to >> delia Mishna.
E il Talmud comprende la Mishna e la Gemara.

636
Se non indica indifferenza: Malachia, Isaia 50 •
Is., Si volumus, ecc. In quacumque die 51 •

* 637
Profezia. - Lo scettro non fu interrotto dalla cattivitâ. babilone-
se, perche il ritorno era promesso e predetto 52 •

* 638
Prove di Gesit Cristo.- Non si puo dire prigioniero ehi lo estato
con la sicurezza di essere liberato entro settanta anni 53 • Ma ades-
so lo sono senza alcuna speranza.
Dio ha promesso loro che, anche se si disperdessero fino ai con-
fini del mondo, tuttavia, se fossero restati fedeli alia sua legge, egli
li avrebbe radunati. Essi le sono fedelissimi, e restano oppressi.

* 639
Quando Nabucodonosor deporto il popolo, per timore che si cre-
desse che lo scettro fosse tolto a Giuda, fece dir loro in precedenza
che vi sarebbero rimasti poco tempo e che sarebbero stati riportati
nelloro paese 54 • Essi furono sempre consolati dai profeti, e i loro

49 Il Talmud ( = disciplina) e la raccolta dei commenti ai 63 trattati delia Mi-


shna ( = seconda legge, legge orale), ela sua redazione definitiva e del sec. V d.C.
Comprende norme precettistiche (Halakoth), definizioni (Gemara: pronunzia ghe-
mara) e narrazioni (Haggada). Del Talmud abbiamo due redazioni: quella palesti-
nese (verso il 425 d.C.) e quella babilonese (verso la fine del sec. V).
50 La congiunzione latina « si >>.
51 «Se vogliamo, ecc. in qualunque giorno ». Per le citazioni: Malachia, I, 6:
Il, 2 e Isaia, I, 19.
52 In vari passi dell' Antico Testament o.
53 La cattivită. di Babilonia duro circa 70 anni; ma gli ebrei avevano la certezza
delia liberazione promessa da Dio.
54 Geremia, XLII, 12.

351
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re continuarono. Ma la seconda distruzione ss e senza promessa di
restaurazione, senza profeti, senza re, senza consolazione, senza
speranza, perche lo scettro e stato tolto per sempre.

* 640
E sorprendente e degno di particolare attenzione lo spettacolo
di questo popolo ebreo che sussiste dopo tanti anni e resta sempre
miserabile; poiche e necessario, per la prova di Gesu Cristo, che
questo popolo sussista per provarlo e che sia miserabile perche le
hanno crocifisso; e benche sia contraddittorio essere miserabile e
sussistere, esso sussiste sempre nonostante la sua miseria.

* 641
Questo eevidentemente un popolo creato apposta per servire co-
me testimone al Messia (Isaia, XLIII, 9; XLIV, 8). Conserva i li-
bri, li ama e non li capisce. E tutto questo e predetto: i giudizi di
Dio sono stati affidati a loro, ma come un libro sigillato.

ss La seconda distruzione e quella de! 70 d.C.

352
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SEZIONE X

LE FIGURE

* 642
Prova dei due Testamenti insieme. - Per provare tutti e due con
un argomento solo, basta vedere se le profezie dell'uno si sono av-
verate nell'altro. Per esaminare le profezie bisogna comprenderle.
Infatti, se si crede che hanno un senso solo, e sicuro che il Messia
non e venuto; ma se hanno due sensi 1, e sicuro che e venuto in
Gesu Cristo. Il problema sta dunque ne! sapere se hanno due sensi.
Ecco le prove che la Scrittura ha due sensi, date da Gesu Cristo
e dagli apostoli.
1) Prova tratta dalla stessa Scrittura;
2) Prova tratta dai rabbini: Mose Maimonide 2 dice che essa ha
due facce e che i profeti non hanno profetato che Gesu Cristo;
3) Ptova tratta dalla ca bala 3;
4) Prova tratta dall'interpretazione mistica che gli stessi rabbini
danno alla Scrittura;
5) Prova tratta dai principî dei rabbini: che ci sono due sensi;
che ci sono due avventi, l'uno glorioso e l'altro abietto 4 , del Mes-
sia, secondo i loro meriti; che i profeti non hanno profetato che
del Messia- la legge non e eterna, ma deve cambiare col Messia
- e che allora non si ricordera piu il Mar Rosso, e gli ebrei e i
gentili saranno confusi tra loro;
6) [Prova tratta dalla chiave dataci da Gesu Cristo e dagli apostoli].

1 Il senso letterale e quello figurato. Il primo e storico, il seconco si fonda sul


primo e lo suppone, ma significa anche altre cose (Summa Theologiae, l, q. 1, art.
10). Cfr. Lettera alia signora Perier, 1 aprile 1648, ela 4" lettera alia sig.na De
Roannez, ottobre 1656.
2 Mose Maimonide (1135-1204), filosofo ebreo, autore di un grande commen-
to alia Mishna e delia Guida dei perplessi, famosa nel Medioevo.
3 Cabala (tradizione): qui s'intende una dottrina segreta che alcuni autori ebraici
pretendevano di aver ricevuto dallo stesso Mose e che fu redatta nel sec. II d.C.
4 Dei due avventi del Cristo, quello « abietto >> nella carne e nell'umiliazione e
gia storicamente avvenuto nel tempo e nella Chiesa; quello << glorioso >> verra alia
fine del tempo << in potestate et maiestate magna ».

353
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* 643
Isaia, LI. Il Mar Rosso, immagine delia Redenzione. Ut sciatis
quod Filius hominis habet potestatem remittendi peccata. tibi di-
co: Surge s. Dio, volendo mostrare che poteva formare un popo-
lo santo d'una santita invisibile e donargli una gloria eterna, ha
fatto delie cose visibili. Poiche la natura e un'immagine delia gra-
zia, egli ha fatto nei beni delia natura quel che doveva fare in quel-
li delia grazia, affinche si ritenesse che egli poteva fare eia che e
invisibile dai momento che faceva eia che e visibile.
Egli dunque ha salvato questo popolo dai diluvio; l'ha fatto na-
scere da Abramo, l'ha riscattato dai suoi nemici, l'ha messo al
SlCUrO.
Lo scopo di Dio non era di salvare dai diluvio e di far nascere
tutto un popolo da Abramo, unicamente per introdurlo in una ter-
ra fertile.
E anche la grazia non e che la figura delia gloria, perche essa
non el'ultimo fine. Essa estata raffigurata nella legge e raffigura
essa stessa la [gloria]; ma ne e la figura, e il principio o la ca usa.
La vita ordinaria degli uomini e simile a quelia dei santi. Essi
cercano tutti la loro soddisfazione e differiscono tra loro per l'og-
getto in cui la ripongono; chiamano loro nemici coloro che sono
d'ostacolo ecc. Dio dunque ha mostrato il suo potere di darei beni
invisibili mostrando il potere che ha sui beni visibili.

* 644
Figure. - Dio, volendo formarsi un popolo santo, che egli avrebbe
separato da tutte le altre nazioni, che avrebbe liberato dai suoi ne-
mici e che avrebbe posto al sicuro, ha promesso di farlo e ha pre-
detto, me_diante i suoi profeti, il tempo e il modo della sua venuta.
E tuttavia, per confermare la speranza dei suoi eletti, gliene ha fatto
vedere l'immagine in tutti i tempi enon li ha mai lasciati privi delle
assicurazioni delia sua potenza e delia sua volonta per la loro sal-
vezza. Infatti, nella creazione dell'uomo, Adamo era il testimone

s Marco, Il, 10: « Affinche sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere di ri-
mettere i peccati, io ti dico: Levati su >>.

354
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e il depositario delia promessa del Salvatore che doveva nascere
dalla donna, quando gli uomini erano ancora cosi vicini alia crea-
zione che non potevano aver dimenticato la loro creazione e la lo-
ro caduta. Quando sul mondo non ci furono piu coloro che avevano
visto Adamo, Dio invio Noe e lo salvo dali'inondazione di tutta
la terra, mediante un miracolo che indicava abbastanza non solo
il potere che aveva di salvare il mondo, e la volonta che aveva di
farlo, ma anche di far nascere dai seme delia donna Colui che era
stato promesso. Questo miracolo bastava a confermare la speran-
za degli [uomim].
Quando il ricordo del diluvio era cosi recente tra gli uomini e
Noe viveva ancora, Dio fece le sue promesse ad Abramo, e quan-
do Şem viveva ancora, Dio mando Mose ecc.

* 645
Figure. - Volendo Dio privare i suoi dei beni perituri, per mo-
strare che questo non era per impotenza ha formato il popolo ebreo.

* 646
La sinagoga non periva perche era la figura; ma perche era sol-
tanto una figura, e caduta nella servitu. La figura e durata fino
alia verita, affinche la Chiesa fosse sempre visibile o nell'immagi-
ne che la prometteva o nella realizzazione.

647
La legge era figurativa.

648
Due errori: 1) prendere tutto letteralmente; 2) prendere tutto spi-
ritualmente.

649
Parlare contro coloro che sono eccessivamente figurativi 6 •

6 Quelli che pretendono di trovar figure dappertutto nella Bibbia.

355
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* 650
Ci sono delle figure chiare e dimostrative, ma ce ne sono altre
che sembrano un po' stiracchiate e che sono una prova soltanto
per colo ro che ne sono gia convin ti per altra via. Queste sono si mi-
li a quelle degli Apocalittici 7, ma con la differenza che costoro
non ne hanno di indubitabili; sicche non c'e cosa tanto ingiusta
come il voler mostrare che le loro figure sono tanto ben fondate
quanto alcune nostre. La partita non e dunque uguale. Non biso-
gna mettere alla pari e confondere queste cose, perche se per un
verso sembrano simili, per l'altro sono tanto diverse; soltanto le
cose chiare, quando sono divine, meritano che si abbia riverenza
per le o seu re.
[:E come il caso di coloro che usano tra loro un linguaggio oscu-
ro; quelli che non lo intendessero vi ricaverebbero soltanto un sen-
so sciocco].

651
Stravaganze degli Apocalittici e Preadamiti, Millenaristi 8 , ecc.
- Chi volesse fondare sulla Scrittura delle opinioni stravaganti, le
potra fondare per esempio su questo: sta scritto che « questa gene-
razione non passera fino a che tutto questo non accada » 9 • Fon-
dandomi su questo, diro che dopo questa generazione verra un'altra
generazione, e cosi di seguito.
Nel II Paralipomeni si paria di Salomone e del re, come se fos-
sero due persone distinte. Io diro che erano due.

652
Figure particolari.- Doppia legge, doppie tavole delia legge, dop-
pio tempio, doppia cattivita.

7 Apocalittici sono coloro che fondano le loro predizioni arbitrarie suli'Apo-


calisse di san Giovanni.
8 Preadamiti sono coloro che ammettono l'esistenza dell'uomo prima di Ada-
mo. Millenaristi erano coloro che, fondandosi su un passo de! Genesi, mal inter·
pretato, stabilivano la fine del mondo miile anni dopo Cristo.
9 Matteo, XXIV, 34. Perche non succedano queste << stravaganze », alia Chie-
sa e stato affidato il deposito delia Sacra Scrittura, che essa interpreta ne! modo
giusto.

356
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653
Figure.- 1 profeti profetavano con le figure di cintura, di barba,
di capelli bruciati ecc. 10 •

654
Differenze tra il pranzo e la cena 11 •
In Dio la parola non differisce dall'intenzione, perche e veritie-
ro; ne la parola differisce dall'effetto, perche e potente; ne il mez-
zo dall'effetto, perche e saggio. Bern, uit. sermo in Missus 12 •
Agostino, De Civitate Dei, V, 10. Questa regola egenerale: Dio
puo tutto, tranne quelle cose che se le potesse fare non sarebbe piu
onnipotente, come morire, essere ingannato e mentire ecc.
Piu evangelisti per la conferrria delia verită.; loro utile divergenza.
Eucaristia dopo la Cena: verită. dopo la figura.
Rovina di Gerusalemme: figura delia rovina del mondo, quaranta
anni dopo la morte di Gesu. « lo non so » come uomo o come in-
viato. Marco, XIII, 32 13 •
Gesu condannato dagli ebrei e dai gentili.
Gli ebrei ei gentili raffigurati dai due figli. Agostino, De Civila-
te Dei, XX, 29.

655
Le sei etă., esei padri delle sei etă., le sei meraviglie all'inizio del-
le sei etă., i sei orienti all'inizîo delle seî etă. 14 •

656
Adam o forma futuri 15 • 1 sei giorni per formare l'uno, le sei etă.
per formare l'altro; i seî giorni descrîtti da Mose per la formazione

10 Daniele, XI; cfr. Atti, XX, Il.


Il Luca, XIV, 12: « Quando fai un pranzo o una cena, non invitarei tuoi ami-
ci o i tuoi fratelli ecc. 11.
12 1 discorsi di san Bernardo che vanno sotto il nome di Super Missus est (IV, 8).
13 Il testo citato di san Marco riguarda la conoscenza dell'ultimo giorno.
14 SANT'AGOSTINO, De genesi contra Manichaeos, 1, 23.
15 « Figura di colui che vem\ 11 (Romani, V, 14).

357
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di Adamo non sono che la figura delle sei etâ per formare Gesu
Cristo e la Chiesa. Se Adamo non avesse peccato e Gesu Cristo
non fosse venuto, si sarebbe avuta un'unica alleanza, una soia etâ
degli uomini, e la creazione sarebbe stata rappresentata come av-
venuta in un sol tempo.

657

Figure. - 1 popoli ebreo ed egiziano visibilmente predetti da quelle


due persone incontrate da Mose: l'egiziano che batte l'ebreo men-
tre Mose lo vendica ed uccide l'egiziano, e l'ebreo che gli e
ingrata 16 •

658
Le figure del Vangelo riguardanti lo stato dell'anima malata so-
no tratte dai corpi malati; ma poiche un corpo non puo essere ab-
bastanza malato per esprimerlo bene, ce ne sono voluti molti. Cosi
c'e il sordo, il muto, il cieco, il paralitico, Lazzaro morto, l'inde-
moniato. Tutto questo si trova insieme nell'anima malata.

* 659
Figure. - Per mostrare che 1' Antico Testamento esoltanto figu-
rativa e che i profeti intendevano altri beni con i beni temporali,
notare:
Innanzi tutto che cio sarebbe indegno di Dio;
In secondo luogo i loro discorsi esprimono molto chiaramente
la promessa dei beni temporali, e tuttavia affermano che i loro di-
scorsi sono oscuri e illoro significato non sara capito. Dai che ri-
sulta che questo senso segreto non e quello che essi esprimevano
apertamente, e che, conseguentemente, intendevano parlare di al-
tri sacrifici, d'un altro liberatore ecc. Essi dicono che lo si capirâ
solo alia fine dei tempi. Geremia, XXX, uit.

16 Il racconto di questi fatti si trova nell' Esodo, II, Il.

358
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In terzo luogo i loro discorsi sono contrastanti e si distruggono
a vicenda, cosicche, se si pensa che con le parole « legge » e « sa-
crificio » essi non hanno voluto intendere cose diverse da quelle
intese da Mose, c'e una contraddizione manifesta e grossolana.
Dunque essi stessi intendevano altro, talvolta contraddicendosi in
uno stesso capitolo.
Ora per capire il senso d'un autore ... 17 •

660

La concupiscenza ci e diventata naturale ed e diventata la nostra


seconda natura. Cosi in noi ci sono due nature: una buona, l'altra
cattiva. Dov'e Dio? Dove non siete voi 18 , e il regno di Dio eden-
tro di voi. Rabbini.

661

La penitenza, unica tra tutti i misteri, e stata apertamente rive-


lata agli abrei, anche da san Giovanni il precursore; e poi gli altri
misteri, per indicare che in ogni uomo, come nel mondo intero,
quest'ordine dev'essere osservato.

"' 662

Gli ebrei carnali non capivano ne la grandezza ne l'umiliazione


del Messia predetto dai loro profeti. Essi non l'hanno riconosciu-
to nella sua grandezza predetta, come quando egli afferma che il
Messia sara signore di David, sebbene suo figlio 19 , e che egli e

17 Bisogna mettere d'accordo i passi contrari, mediante un principio superiore:


che cioe « tutto quello che estato scritto prima di noi e stato scritto a nostra edifi-
cazione >> (Romani, XV, 4).
18 Intendi: Dio non e nella vostra concupiscenza, ma in voi in quanto sue
creature.
19 Matteo, XXII, 43-45: (( Come dunque David in ispirito lo chiama Signore,
dicendo: - Il Signore ha detto al mio Signore: Siedi alia mia destra, finche io ab-
bia posto i tuoi nemici sotto i tuoi piedi? - Se dunque David lo chiama Signore,
come puo essere suo figlio? ».

359
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prima di Abramo e l'ha visto 20 ; essi non lo credevano cosi grande
da essere eterna, enon l'hanno neanche riconosciuto nella sua umi-
liazione e nella sua morte. « Il Messia, dicevano, resta in eterna,
e costui dice che momi>> 21 • Dunque non lo credevano ne mortale
ne eterna; non cercavano in lui che una grandezza carnale.

663
Figurativa. - Niente e tanto simile e tanto contraria aiia carita
quanto la cupidigia. Cosi gli ebrei ricolmi di beni, che sollecitava-
no la loro cupidigia, erano assai conformi e assai contrari ai cri-
stiani. In tai moda essi avevano le due qualita che dovevano avere:
essere conformi al Messia per rappresentarlo e del tutto contrari
per non esserne testimoni sospetti.

664
Figurativa. - Dio s'e servita delia concupiscenza degli ebrei per
farli servire a Gesu Cristo [il quale portava il rimedio per la concu-
piscenza].

* 665
La carita non e un precetto figurativa. Dire che Gesu Cristo, ve-
nuto ad abolire le figure per insediare la verita, sarebbe venuto sol-
tanto per insediare la figura delia carita, per sopprimere la realta
che stava prima, sarebbe orribile.
«Se la luce e tenebre, che cos a saranno le tenebre? >> 22 •

* 666
Fascina 23 • Samnum suum 24 • Figura huius mundi 25 •
L'Eucaristia. Camedes panem tuum 26 • Panem nastruum 27 •

20 Giovanni, VIII, 57-58: <<Oii opposero i giudei: "Non hai ancora cinquan-
t'anni e hai veduto Abramo?" Gesu rispose loro: "In veritâ, in veri ta vi dico: pri-
ma che Abramo fosse, io sono" )),
21 Giovanni, XII, 34.
22 Matteo, VI, 23.
23 Sapienza, IV, 12.
24 Salmo LXXV, 6.
25 « figura di questo mondo )) (1 Corinzi, VII, 31).
26 « Mangerai il tuo pane )) (Deuteronomio, VIII, 9).
27 << Il nostro pane )) (Luca, XI, 3 nella preghiera de! Pater.

360
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/nimici Dei terram lingent 28 , i peccatori leccano la terra, vale a
dire amano i piaceri terrestri.
L' An tico Testamento conteneva le figure delia gioia fu tura, il
Nuovo contiene i mezzi per giungervi.
Le figure erano di gioia; i mezzi di penitenza, e nondimeno l'a-
gnello pasquale era mangiato con lattughe selvatiche, cum
amaritudinibus 29 •
Singularis sum ego donec transeam 30 , Gesu Cristo prima delia
sua morte era quasi il solo martire.

667
Figura/ivi. - 1 termini di spada, di scudo. Potentissime 31 •

668
Non ci si allontana che aliontanandoci dalla carita.
Le nostre preghiere e le nostre virtu sono abominevoli dinanzi
a Dio se non sono le preghiere e le virtu di Gesu Cristo. E i nostri
peccati non saranno mai oggetto delia [misericordia] ma delia giu-
stizia di Dio, se non sono [quelli] di Gesu Cristo. Egli ha adottato
i nostri peccati e ci ha ammessi [nelia sua] alieanza, perche le virtu
gli sono [proprie e i] peccati estranei; mentre a noi le virtu [sono]
estranee e i peccati propri.
Cambiamo la regola fin qui adottata per giudicare cio che e be-
ne. Avevamo come regola la nostra volonta, prendiamo ora la vo-
lonta di Dio: tutto cio che egli vuole e per noi buono e giusto, tutto
ci o che non vuole e per noi [catti vo].
Tutto quelio che Dio non vuole e proibito. 1 peccati sono proi-
biti dalla dichiarazione generale fatta da Dio che non li voleva. Le
altre cose, lasciate da lui senza una proibizione generale e che per-
do vengono chiamate lecite, non sono pero sempre lecite. lnfatti
quando Dio ne allontana qualcuna da noi e quando dai fatto, che

28 « 1 nemici di Dio morderanno la terra>> (Salmo LXXI, 9).


29 «Con erbe amare>> (Esodo, XII, 8).
JO « Io a parte me ne sto, finche incolume sara passato >> (Salmo CXL, 10).
J 1 « O patente>> (Salma XLIV, 4); cfr. frammento 760.

361
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euna manifestazione delia volontâ. di Dio, appare che Dio non vuole
che noi abbiamo una cosa, questa allora ci e proibita come il pec-
cato, poiche la volonta di Dio eche noi non l'abbiamo tanto quanto
il peccato. Tra queste due cose c'e questa soia differenza, che e
certo che Dio non vorrâ. mai il peccato, mentre non e certo che non
vorră. mai l'altra 32 • Ma finche Dio non la vuole, noi la dobbiamo
considerare come peccato; perche l'assenza delia volonta di Dio,
che e essa soia tutta bonta e tutta giustizia, la rende ingiusta e
mal vagi a.

669
Cambiare figura a causa delia nostra debolezza.

* 670
Figure. - Gli ebrei s'erano inveterati in questi pensieri terrestri:
che Dio amava illoro padre Abramo, la sua carne e la sua discen-
denza; per questo li aveva moltiplicati e distinti da tutti gli altri
popoli, senza tollerare che si confondessero con loro; quando lan-
guivano nell'Egitto, li libero con tutti quei grandi segni in loro fa-
vore; li nutri delia manna nel deserto; li condusse in una terra molto
fertile; diede loro dei re e un tempio costruito per offrirvi delle be-
stie, e mediante l'effusione de! sangue essi sarebbero purificati; in-
fine doveva loro mandare il Messia per renderli padroni de! mondo,
e ha predetto il tempo delia sua venuta.
Mentre il mondo invecchiava in questi errori carnali, Gesu Cri-
sto e venuto ne! tempo predetto, ma non nell'atteso splendore; e
percio essi non hanno creduto che fosse lui. Dopo la sua morte,
san Paolo e venuto a insegnare agli uomini che tutte queste cose
erano acc~dute in figura; che il regno di Dio non consisteva nella
carne ma nello spirito; che i nemici degli uomini non erano i babi-
lonesi ma le passioni; che Dio non si compiaceva dei templi manu-
fatti ma di un cuore puro e umiliato; che la circoncisione de! corpo
era inutile, e che ci voleva quella del cuore; che Mose non aveva
dato Ioro il pane del cielo ecc.

32 Cioe, la cosa che sopra ha detto lecita ma non sempre, secondo la manife-
stazione di Dio.

362
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Ma Dio, che non voleva rivelare queste cose a questo popolo che
ne era indegno, e voleva tuttavia predirle perche fossero credute,
ne ha predetto chiaramente il tempo, e talvolta le ha espresse chia-
ramente, in figure, affinche coloro che amavano le cose figuranti
si fermassero ad esse, e coloro che amavano le cose figurate le ve-
dessero in esse.
Tutto cio che non mira alia carita e figura.
L'unico oggetto delia Scrittura e la carita.
Tutto cio che non tende all'unico fine ne ela figura. Perche, non
essendovi che un solo scopo, tutto cio che non tende ad esso in
parole proprie e figurato.
Per soddisfare la nostra curiosita che cerca la diversita, Dio di-
versifica questo unico precetto delia carita mediante questa diver-
sita che ci conduce sempre al nostro unico necessario. lnfatti una
cosa soia e necessaria 33 , mentre noi amiamo la diversita; e Dio
soddisfa l'una e l'altra con queste diversita che conducono alla so-
Ia cosa necessaria.
Gli ebrei hanno tanto amato le cose figurative, e le hanno tanto
attese che non hanno riconosciuto la realta quando e venuta nel
tempo e nella maniera predetta.
1 rabbini prendono come figure le mammelle delia Sposa 3\ e
tutto cio che non esprime l'unico scopo che hanno, come figure
dei beni temporali. Ei cristiani prendono anche l'Eucaristia come
figura delia gloria a cui tendono.

*
671
Gli ebrei, che sono stati chiamati a domare le nazioni e i re, so-
no stati schiavi del peccato; e i cristiani, la cui vocazione e stata
di servi re ed essere soggetti, sono i figli liberi 35 •

*
672
Per formalisti. - Quando san Pietro e gli apostoli deliberarono
di abolire la circoncisione 36 - e si trattava di agire contro la legge

H Luca, X, 42.
34 Cantico, IV, 5.
3~ Romani, V-VI.
36 Atti, XV.

363
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di Dio 37 - , non consultarono i profeti ma semplicemente la di-
scesa dello Spirito Santo nella persona degli incirconcisi.
Essi ritengono piu sicuro che Dio approvi coloro che egli colma
del suo Spirito che non il fatto che si debba osservare la legge. Essi
sapevano che il fine delia legge era solo lo Spirito Santo; e che per-
cio, se questo si aveva benissimo senza la circoncisione, la legge
non era necessana.

* 673
Fac secundum exemplar quod tibi ostensum est in monte 38 •
La religione degli ebrei e stata dunque formata sulla somiglian-
za delia veri ta del Messia; ela verita del Messia e stata riconosciu-
ta mediante la religione degli ebrei, che ne era la figura.
Negli ebrei la verita era soltanto figurata; nel cielo e scoperta.
Nella Chiesa, essa ecoperta e riconosciuta in rapporto alia figura.
La figura e stata fatta sulla verita, ela verita e stata riconosciuta
sulla figura.
San Paolo dice che alcuni vietarono il matrimonio 39 , e lui stes-
so ne paria ai Corinzi in una maniera che e un indovinello 40 • ln-
fatti se un profeta avesse detto una cosa e san Paolo in seguito ne
avesse detta un'altra, lo si sarebbe accusato.

674
«Fa' ogni cosa secondo il modello che t'e stato mostrato sul mon-
te ». A questo proposito san Paolo dice che gli ebrei hanno descritto
le cose celesti 41 •

* 675
... E tuttavia, questo Testamento, fatto per accecare gli uni e il-
luminare gli altri, mostrava in quelli stessi che accecava i segni delia

37 Genesi, XVII, 10
38 Esodo, XXV, 40. La traduzione e data nel frammento 674.
39 1 Timoteo, IV, 3.
40 1 Corinzi, VII, 35, a proposito dell'insegnamento che dâ sul matrimonio e
sulla verginitâ.
41 Ebrei, VIII, 5.

364
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veri ta che doveva essere conosciuta dagli altri. Perche i beni visibi-
li che essi ricevevano da Dio erano cosi grandi e cosi divini che ap-
pariva chiaro che Dio aveva il potere di dare loro i beni invisibili
e un Messia.
Infatti la natura e un'immagine delia grazia, ei miracoli visibili
sono immagine degli invisibili. Ut sciatis... tibi dico: Surge 42 •
Isaia, LI, dice che la Redenzione sara come il passaggio del Mar
Rosso.
Dio dunque ha mostrato neli'uscita dali'Egitto e dai mare, nella
disfatta dei re, nelia manna, in tutta la genealogia di Abramo, che
egli era capace di salvare, di far discendere il pane dai cielo ecc.
in modo che il popolo nemico ela figura ela rappresentazione del-
lo stesso Messia da essi ignorato ecc.
Ci ha dunque insegnato infine che tutte queste cose erano solo
figure, e che cosa significa « veramente libero », « vero israelita »,
« vera circoncisione )), « Vero pane del cielo )), ecc. 43 •
In queste promesse ognuno trova cio che ha in fondo al cuore,
i beni temporali o i beni spirituali, Dio o le creature; ma con
questa differenza, che coloro che vi cercano le creature ve le tro-
vano ma con molte contraddizioni, con la proibizione di amarle,
con }'ordine di non adorare altri che Dio e non amare che lui -
il che e una stessa cosa, - e che infine per essi non e venuto alcun
Messia; invece coloro che vi cercano Dio lo trovano, e senza alcu-
na contraddizione, col comando di amare solo lui, e sanno che e
venuto un Messia nel tempo predetto per dar loro i beni che essi
richiedono.
Per questo, gli ebrei avevano miracoli, profezie che vedevano
avverarsi; e la dottrina delia loro legge era di adorare e amare un
solo Dio; essa era anche perpetua. Per questo, aveva tutti i segni
delia vera religione; e lo era anche. Ma bisogna distinguere la dot-
trina degli ebrei dalla dottrina delia legge degli ebrei. Orbene, la
dottrina degli ebrei non era vera, sebbene avesse i miracoli, le pro-
fezie e la perpetuita, perche essa non aveva quest'altro punto di
adorare e amare solo Dio.

42 « Affinche sappiate ... ti dico: Levati su » (Marco, Il, 10). Cfr. la 4• lettera
alia sig.na De Roannez.
43 Cfr. Romani, Il, 28; Giovanni, Vlll, 36; VI, 32.

365
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* 676
Il velo che capre questi libri per gli ebrei esiste anche peri cattivi
cristiani e per tutti coloro che non odiano se stessi. Ma carne si
e ben disposti a capirli e a conoscere Gesu Cristo quando si odia
veramente se stessi!

677
La figura comporta assenza e presenza, piacere e dispiacere. Ci-
fra a doppio segno: uno chiaro e uno nel quale e detto che il segno
e nascosto.

* 678
Figure 44 • - Un ritratto comporta assenza e presenza, piacere e
dispiacere. La realtf1 esclude assenze e dispiacere.
Per sapere se la legge e i sacrifici sono realtă. oppure figura, bi-
sogna vedere se i profeti, parlando di queste cose, vi fermavano
il loro sguardo e il loro pensiero in modo da vedervi solo questa
antica alleanza, oppure se vi vedevano qualche altra cosa di cui es-
sa era la rappresentazione; infatti in un ritratto si vede la casa fi-
gurata. Per questo non c'e che da esaminare quel che essi ne dicono.
Quando dicono che essa sară. eterna, intendono parlare delia stes-
sa alleanza che dicono sară. cambiata? E cosi pure i sacrifici? ecc.
Il cifrario ha un doppio senso. Quando si intercetta una lettera
importante in cui si trova un senso chiaro e nella quale e detto tut-
tavia che il senso ne e velato e oscuro, evi e nascosto in modo che
si vedra quella lettera senza vederla e la si ca pira senza ca pir la; che
casa si deve pensare se non che si tratta di un cifrario a doppio
senso, tanto piu che vi si trovano delle evidenti contraddizioni nel
senso letterale? 1 profeti hanno detto chiaramente che Israele sa-
rebbe sempre amato da Dio e che la legge sarebbe eterna, e hanno
detto pure che illoro senso non sarebbe stato compreso e che era
velato.

44 Cfr. la 4" lettera alia sig.na De Roannez.

366
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Quanto dobbiamo stimare coloro che ci rivelano il cifrario e ci
insegnano a conoscere il senso recondito, specialmente quando i
principî che essi usano sono del tutto naturali e chiari! Questo e
quanto hanno fatto Gesu Cristo e gli apostoli. Hanno tolto il sigil-
lo, hanno strappato il velo e scoperto lo spirito. Percio ci hanno
insegnato che i nemici dell'uomo sono le sue passioni; che il Re-
dentore era spirituale, e spirituale era anche il suo regno; che ci
sarebbero stati due avventi, l'uno di miseria per abbassare l'uomo
superbo, l'altro di gloria per innalzare l'uomo umiliato; che Gesu
Cristo era Dio e uomo.

679

Figure. - Gesu Cristo apri la loro mente alia comprensione delle


Scritture.
Ecco due grandi chiavi: 1) ogni cosa accadeva loro in figure: ve-
re Israelitae, vere liberi, vero pane del cielo; 2) un Dio umiliato
fino alia croce; il Cristo doveva soffrire per entrare nella sua glo-
ria: « che avrebbe vinto la morte con la sua morte » 45 • Due
avventi.

• 680

Figure.- Una voita rivelato questo segreto, e impossibile non ve-


derlo. Si legga 1' Antico Testamento con questo spirito, e si veda
se i sacrifici erano veri, se la parentela con Abramo era la vera ca usa
dell'amicizia con Dio, se la terra promessa era il vero luogo di ri-
poso. No; dunque queste erano soltanto figure. Si vedano ancora
tutte le cerimonie prescritte, tutti i comandamenti che non tendo-
no alia carita e si vedra che anche queste sono figure.
Tutti quei sacrifici e cerimonie erano dunque figure o sciocchez-
ze. Orbene, vi sono in essi delle cose chiare che sono troppo alte
per stimarle sciocchezze.
Vedere se i profeti fermavano illoro sguardo ali' Antico Testa-
mento, oppure vi vedevano altro.

45 Ebrei, II, 14.

367
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681
Figurativi. - Chiave del cifrario: Veri adoratores 46 • Ecce agnus
Dei qui tol/it peccata mundi 41 •

682
Isaia, 1, 21. Mutamento di bene in male e vendetta di Dio, X,
1; XXVI, 20; XXVIII, 1. - Miracoli: Isaia, XXXIII, 9; 19; XL,
17; XLI, 26; XLIII, 13; Isaia, XLIV, 20-24; LIV, 8; LXIII, 12-17;
LXI, 17.
Geremia, Il, 35; IV, 22-24; V, 4, 29-31; VI, 16.
Geremia, XI, 21; XV, 12; XVII, 9: Pravum est cor omnium et
inscrutabile; quis cognoscet il/ud? 48 • Cioe ehi ne conoscerâ tutta
la malizia? Infatti se ne sa giâ la malizia. Ego Dominus ecc. -XVII,
17: Faciam domui huic ecc. - Affidamento ai sacramenti esteriori.
- 22: Quia non sum locutus ecc. L'essenziale non eil sacrificio este-
riore. -XI, 13: Secundum numerum ecc. Moltitudine di dottrine,
XXIII, 15-17 49 •

683 *
Figure. - La lettera uccide; tutto accadeva in figure. Ecco la ci-
fra che ci da san Paolo 50 • Era necessario che il Cristo soffrisse.
Un Dio umiliato. Circoncisione del cuore, vero digiuno, vero sa-
crificio, vero tempio 51 • 1 profeti hanno indicata che tutto cio do-
veva essere spirituale.
Non la carne che perisce ma quella che non perisce.
« Sarete veramente liberi >>. Dunque l'altra libertâ non e che una
figura di libertâ.
« Io sono il vero pane del cielo » 52 •

46 «Veri -adoratori » (Giovanni, IV, 23).


47 « Ecco l'agnello di Dio che cancella i peccati de! mondo » (Giovanni, l, 29).
48 « II cuore di tutti e malvagio e imperscrutabile: ehi lo potra conoscere? ».
4 9 Tutte le citazioni di questo frammento sono riferite, ne! testo, per intero, se-
condo la Volgata.
50 II Corinzi, III, 6: « La lettera uccide, lo spirito vivifica ».
SI « Non e dunque quello che apparisce il vero giudeo, ne e vera circoncisione
quella che e palese nella carne; ma il giudeo e quello che e tale dentro di se, ed e
la circoncisione del cuore, nello spirito non nella Jettera, quella la cui !ode non e
dagli uomini ma da Dio >> (Romani, Il, 29).
s2 Giovanni, VI.

368
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*
684
Contraddizione. - Non si puo tratteggiare un buon ritratto sen-
za mettere d'accordo tutte le nostre contrarieta, enon basta segui-
re una serie di qualita concordanti tra loro senza accordare le
contrarie. Per capire il senso di un autore bisogna accordare tutti
i pas si contrari.
Cosi, per capire la Scrittura, bisogna avere un senso nel quale
concordino tutti i passi contrari. Non basta averne uno che con-
venga apiu passi concordi tra loro, ma averne uno che metta d'ac-
cordo anche i passi contrari.
Ogni autore ha un senso, nel quale trovano accordo tutti i passi
contrari, o non ha alcun senso. Dunque bisogna cercarne uno che
metta d'accordo tutte le contraddizioni.
Il vero senso non e dunque quello degli ebrei; ma in Gesu Cristo
si concordano tutte le contraddizioni.
Gli ebrei non saprebbero accordare la fine delia monarchia e delia
sovranita, predetta da Osea 53 , con la profezia di Giacobbe 54 •
Se prendiamo come realta la legge, i sacrifici e la monarchia, non
si possono mettere d'accordo tutti i passi. Bisogna dunque neces-
sariamente considerarli soltanto come figure. Non si potrebbe nep-
pure mettere d'accordo i passi d'uno stesso autore, o d'uno stesso
libro oppure di uno stesso capitolo, il che indica troppo qual era
il senso dell'autore; come quando Ezechiele, capitolo XX, dice che
si vivra nei comandamenti di Dio e non vi si vivra.

*
685
Figure. - Se la legge e i sacrifici sono la verita, devono piacere
necessariamente a Dio e non dispiacergli. Se sono figure, devono
piacere e dispiacere.
Ora, in tutta la Scrittura essi 55 piacciono e dispiacciono. Vi sta
scritto che la legge sara cambiata, che il sacrificio sara cambiato;
che saranno senza legge, senza capo e senza sacrificio; che sara con-
el usa una nuova alleanza; che la legge sara rinnovata; chei precet-
ti da essi ricevuti non sono buoni; che i Ioro sacrifici sono
abominevoli; che Dio non li ha mai richiesti.

S3 Osea, II 1, 4.
54 Genesi, XLIX, 10.
ss Gli ebrei.

369
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Al contraria, sta scritto che la legge durera eternamente; che quel-
la alieanza sara eterna; che il sacrificio sara eterno; che lo scettro
non sara mai perduto per loro, perche non puo essere perduto fin-
che non arriva il Re eterno.
Tutti questi passi indicano che si tratta di realta? No. Indicano al-
meno che si tratta di figura? No, ma che si tratta di realta e di figura.
Ma i primi, escludendo la real ta, indicano che si tratta solo di figura.
Tutti questi passi insieme non possono essere considerati realta;
tutti possono essere considerati figura; dunque non si riferiscono
alia realta ma alia figura.
Agnus occisus est ab origine mundi 56 • fuge sacrificium 51 •

686

Contrarie/a. - Lo scettro fino al Messia, senza re ne capi 58 •


Legge eterna - mutata.
Alleanza eterna, alleanza nuova 59 •
Leggi buone, precetti cattivi 60 • Ezechiele.

* 687

Figure. - Quando la parola di Dio, la quale e veritiera, e falsa


se presa alia lettera, e vera spiritualmente. Sede a dextris meis 61 ,
questo e falso letteralmente; dunque e vero spiritualmente.
In queste espressioni si paria di Dio alia maniera degli uomini; e
questo non significa altro che anche Dio avra l'intenzione che hanno
gli uomini quando fanno sedere uno alia loro destra; dunque e un
segno dell'intenzione di Dio e non gia del suo modo di attuarla.
Cosi quando dice: « Dio ha accettato l'odore dei vostri profumi
e vi dara i_n compensa una terra fertile», significa che quella stessa
intenzione che avrebbe un uomo che, gradendo i vostri omaggi, vi
darebbe una terra fertile, l'avra anche Dio per voi, perche avete avu-

56 << L'agnello fu ucciso fin dall'inizio de! mondo >> (Apocalisse XIII, 8).
57 Sacrificio perpetuo.
58 Genesi, XLIV, 10; Osea, III, 4.
59 Genesi, XVII, 7; Geremia, XXXI, 31.
60 Ezechie/e, XX.
61 « Siedi alia mia destra » (Salma CIX).

370
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to per lui la stessa intenzione che ha un uomo per colui a cui dona
i suoi omaggi. Percio, iratus est 62 , « Dio geloso » 63 ecc. Infatti poi-
che le cose di Dio sono inesprimibili, non possono esser dette diver-
samente, e Ia Chiesa anche oggi usa queste espressioni: Quia
conjortavit seras ecc. 64 •
Non e Iecito attribuire alia Scrittura i sensi che essa non ci ha rive-
lato di avere. Cosi, il dire che il mem 65 chiuso in Isaia significa sei-
cento, non e rivelato. Si sarebbe potuto dire che i tsade finali e gli
he deficientes significherebbero dei misteri. Dunque non e lecito dir-
lo, e ancor meno e Iecito dire che questa e la maniera delia pietra
fi.losofale. Ma noi diciamo che il senso letterale non e il vero 66 , per-
che gli stessi profeti l'hanno detto.

688
Non dico che il mem e misterioso.

689
Mose (Deuteronomio, XXX) promette che Dio circoncidera i loro
cuori per renderli capaci di amare.

* 690
Una frase di David o di Mose, come questa: « Dio circoncidera
i cuori », ci fa giudicare delle loro intenzioni. Anche se tutti i loro
discorsi fossero equivoci e si dubitasse se sono filosofi o cristiani, al-
la fine una frase simile determina tutte le altre, come una parola di
Epitteto chiarisce tutto il contesto nel senso contrario. Fin la dura
l'ambiguita, dopo no.

62 Isaia, V, 25.
63 Esodo, XX, 5.
Perche ha rafforzato le serrature delle tue porte >> (Salmo CXLVII, 13).
64 <<
65 Lettere dell'alfabeto ebraico (questa ele seguenti), che si possono scrivere in due
modi, chiuse o aperte, e quindi possono avere anche un differente valore nwnerico.
Isaia, IX, 6.
66 Significa: il senso letterale, intendendo le parole in senso proprio e non metafo-
rica, non e il senso vero; ma il senso letterale, intendendo le parole in senso metaforico
o spirituale, e sempre vero perche voluto dallo Spirito Santo.

371
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* 691
Se due persone fanno sciocchi discorsi, l'una con un doppio senso
sottinteso nella cabala e l'altra con un senso solo, e se qualcuno, igno-
rante del segreto, sente discorrere quei due, li giudichera alla stessa
stregua. Ma se in seguito, nel resto del discorso, l'una dice cose an-
geliche e l'altra invece sempre cose piatte e comuni, questi riterra che
l'una paria con mistero ma l'altra no; perche l'una ha mostrato ab-
bastanza d'essere incapace di tale sciocchezza e capace d'essere mi-
steriosa, mentre l'altra ha mostrato d'essere incapace di mistero e
capace di schiocchezze.
L' Antico Testamento e un cifrario.

* 692
Alcuni vedono bene che non c'e altro nemico dell'uomo all'infuo-
ri delia concupiscenza, la quale lo distoglie da Dio, e non gia Dio;
e vedono che non c'e altro bene che Dio, enon gia una terra fertile.
Quelli che credono che il bene dell'uomo risiede nella carne mentre
il male risiede in tutto cio che lo distoglie dai piaceri dei sensi, se ne
sazino e vi muoiano! Ma quelli che cercano Dio con tutto illoro cuore,
e si dispiacciono soltanto d'essere privi delia sua vîsta, e non hanno
altro desiderio che di possederlo, e non hanno altri nemici che quelli
che li distolgono, e si affliggono di vedersi circondati e dominati da
tali nemici, si consolino, io annunzio loro una lieta notizia: c'e un
liberatore per loro; glielo faro vedere; mostrero loro che c'e un Dio
per loro; non lo faro vedere agli altri. Faro vedere che un Messia e
stato promesso per la liberazione dai nemici, e che ne e venuto uno
per liberare dalie iniquită. ma non dai nemici.
Quando David predice che il Messia liberera il suo popolo dai
suoi nemici, si puo credere nel senso carnale che si tratta di egiziani;
ma allora io non sapro provare che la profezia s'e avverata. Pere
si puo benissimo credere che si tratta di iniquita, perche in realta,
non gli egiziani ma le iniquita sono i nemici dell'uomo. Dunque
questo termine di nemico e equivoco. Ma se altrove si afferma che
Dio liberera il suo popolo dai suoi peccati 67 , come fanno Isaia 68
e gli altri, non c'e piu equivoco, e il doppio senso di nemico e ri-
dotto al semplice senso di iniquita. Perche se egli aveva in mente

67 Salmo CXXIX, 8.
68 Isaia, XLIII, 25.

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i peccati, li poteva benissimo indicare col nome di nemici, ma se
pensava ai nemici non li poteva indicare col termine di iniquita.
Orbene, Mose e David e Isaia usavano gli stessi termini. Chi po-
tra dunque affermare che essi non avevano lo stesso senso e che
il senso di David, il quale si riferisce chiaramente alle iniquita quan-
do paria dei nemici, non sia lo stesso di quello di Mose quando
paria di nemici? Daniele (IX) prega per la liberazione del popolo
dalla cattivită. dei suoi nemici; ma egli pensava ai peccati, e, per
farlo capire, dice che Gabriele gli venne a dire che era stato esaudi-
to, e che non bisognava attendere se non settanta settimane, dopo
di che il popolo sarebbe stato liberato dall'iniquita, il peccato sa-
rebbe cessato e illiberatore, il Santo dei santi, avrebbe portato la
giustizia eterna: non quella legale ma l'eterna.

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SEZIONE XI

LE PROFEZIE

* 693
Vedendo l'accecamento ela miseria dell'uomo, considerando tut·
to l'universo muto, e l'uomo senza luce, abbandonato a se stesso
e come sperduto in questo angolo dell'universo, senza saper ehi ce
l'ha messo, cio che evenuto a farvi, cio che diventera con la mor·
te, incapace com'e di qualsiasi conoscenza, io resto sgomento co·
me ehi, trasportato dormendo in un'isoletta deserta e spaventosa,
si svegliasse senza sapere dove si trova e senza mezzi per uscirne.
Pensando a questo, mi stupisco che non si cada nella disperazione
per un cosi miserabile stato. Scorgo vicino a me altre persone, di
natura simile alia mia, e chiedo loro se sono meglio informati di
me; mi rispondono di no; e cio detto, quei miserabili traviati, do·
po aver guardato attorno e visto alcuni oggetti piacevoli, vi si sono
dati e affezionati. Io invece non ho potuto provare questa affer·
mazione e, considerando essere piu verosimile che ci sia qualcosa
oltre quello che vedo, ho cercato se Dio non avesse lasciato dei se·
gni delia sua presenza.
Vedo molte religioni contrarie, e quindi tutte false, eccettuata
una. Ognuna vuole essere creduta per la sua autorita e minaccia
gli increduli. lo dunque non credo ad esse per questo. Perche ogni
uomo puo parlare cosi, ognuno puo proclamarsi profeta. Ma io
vedo la religione cristiana in cui trovo alcune profezie e questo non
puo essere fatto da chiunque.

* 694
... E il coronamento di tutto questo ela predizione, affinche non
si dica che sia stata fatta a caso.
Nessuno, che abbia solo otto giorni per vivere, credera che la
cosa migliore e credere che tutto questo sia dovuto a un intervento
del caso ... Orbene, se le passioni non ci dominassero, otto giorni
e cento anni sono la stessa cosa.

374
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695
Profezie. Il gran Pan e mort o 1•

696
Susceperunt verbum omni aviditate, scrutantes Scripturas, si ita
se haberent 2 •

697
Prodita lege. - /mpleta cerne. - lmplenda collige 3 •

698
Non si comprendono le profezie se non quando le cose sono ac-
cadute; cosi le prove del ritiro, delia discrezione, del silenzio ecc.
sono prove solo per quelli che le conoscono, e le credono.
Giuseppe cosi interiore in una legge tanto esteriore 4 •
Le penitenze esteriori dispongono all'interiorita, come le umi-
liazioni all'umilta. Cosi... 5 •

699
La sinagoga ha preceduto la Chiesa; gli ebrei, i cristiani. 1 pro-
feti hanno predetto i cristiani; san Giovanni, Gesu Cristo.

700
E bello vedere con gli occhi delia fede la storia di Erode, di
Cesare.

1 E il grido che, come racconta Plutarco (De fine oraculorum, XVI!), il noc-
chiero Thamuz, vivente sotto Tiberio, udi sul mare mentre navigava presso le isole
Echinadi. Pan, per un'errata etimologia, significa il Gran Tutto. Dunque il grido
voleva annunziare la morte del paganesimo.
2 Atti, XVII, Il: « Esaminarono la parola con tutta aviditâ scrutando le Scrii-
ture per vedere se era cosi)).
3 « Leggi cio che e stato tramandato >>. << Scruta cio che e stato compiuto >>.
« Raccogli cio che deve essere compiuto >>.
4 Cfr. Ebrei, XI, 22.
s L'esteriore dispone all'interiore, e viceversa.

375
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* 701
Lo zelo degli ebrei per illoro re e illoro tempio (Giuseppe e Fi-
lone ebreo ad Caium). Quale altro popolo ha avuto un simile ze-
lo? Era necessario che essi l'avessero.
Gesu Cristo predetto quanto al tempio e alle condizioni del mon-
do: il condottiero tratto dalla coscia 6 e la quarta monarchia 7 •
Quale fortuna avere questa luce in questa oscurita!
Com'e bello vedere con gli occhi delia fede Dario e Ciro, Ales-
sandro, i romani, Pompeo ed Erode agire senza saperlo per la glo-
ria del Vangelo! 8 •

702
Zelo del popolo ebreo per la propria legge, e principalmente do-
po che non ci sono stati piu profeti.

703
Finche ci sono stati i profeti per conservare la legge, il popolo
e stato negligente; ma quando non si sono avuti piu profeti, e su-
bentrato lo zelo.

704
Il diavolo ha turbato lo zelo degli ebrei, prima di Gesu Cristo,
perche sarebbe stato loro salutare, ma non dopo.
Il popolo ebreo deriso dai gentili; il popolo lristiano perseguitato.

6 Genesi, XLIX, 10. Si noti che Pascal cita sempre dalla Volgata. Qui il testo
ebraico e differente.
7 Daniele, II, 39. La quarta monarchia e quella dei Seleucidi, la cui domina-
zione ia Giudea fu abbattuta da Pompeo nel 64 a.C. Per Pascal invece la quarta
monarchia sarebbe la dominazione romana in Giude~.
8 Questo frammento, che ci mostra la storia che va al Cristo come al suo cen-
tro, si trova giâ in Grozio: Delia veri/a delia religione cristiana, l, 12, ed e stato
ampiamente sviluppato da Bossuet neiia terza parte del Discorso sulla storia uni-
versale. Illibro di Grozio e del 1636 e Pascallo sfrutta largamente per le citazioni
deiie fonti giudaiche (cfr. frammento 715), pur non accettando queiia specie dina-
turalismo pagano delia sua apologetica che, per forzar troppo sulla capacitâ del-
l'uomo, delia ragione e delia libertâ, rischiava di compromettere l'altro aspetto delia
verita, cioe la necessitâ delia grazia e delia croce di Cristo.

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705
Prova. - Profezie con loro avveramento; cio che ha preceduto
e seguito Gesu Cristo.

* 706
La prova piu grande di Gesu Cristo e data dalie profezie. E que-
ste sono anche cio che Dio ha curato di piu; perche l'avvenimento
che le ha realizzate e un miracolo permanente dalla nascita delia
Chiesa fino alia fine. Per questo Dio ha suscitato i profeti per mii-
le e seicento anni, e per quattrocento anni dopo ha diffuso tutte
le profezie, con tutti gli ebrei che le portavano, in tutti gli angoli
del mondo. Ecco quale e statala preparazione alia nascita di Gesu
Cristo; e poiche il suo Vangelo doveva essere conosciuto in tutto
il mondo, fu necessario non solo avere delle profezie per farlo cre-
dere, ma che queste profezie fossero diffuse in tutto il mondo per
farlo abbracciare da tutto il mondo.

707
Ma non bastava che ci fossero le profezie; queste dovevano an-
che essere propagate in tutti i luoghi e conservate in tutti i tempi.
E affinche questa concordanza non fosse scambiata per un effetto
del caso, era necessario che questo fosse predetto.
E ben piu glorioso per il Messia che essi 9 siano spettatori e an-
che strumenti delia sua gloria, oltre il fatto che Dio li ha conservati.

708
Profezie. - Il tempo predetto con le condizioni del popolo ebreo,
con le condizioni del popolo pagano, con lo stato del tempio, col
· numero degli anni.

* 709
Bisogna essere ardito per predire una stessa cosa in tante manie-
re: bisogna far concordare nel tempo le quattro monarchie idola-
tre o pagane, la fine del regno di Giuda e le settanta settimane;
e tutto prima che il secondo tempio fosse distrutto.

9 Gli ebrei.

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* 710
Profezie. - Anche se un sol uomo avesse scritto un libro di pre-
dizioni su Gesu Cristo, riguardanti il tempo e il modo delia sua
venuta, e Gesu Cristo fosse venuto in conformita di queste profe-
zie, cio avrebbe un valore enorme.
Ma qui abbiamo assai di piu. Abbiamo una serie di uomini, nel
corso di quattromila anni, i quali, costantemente e senza variazio-
ni, l'uno dietro l'altro, predicono questo stesso avvenimento. E tut-
to un popolo che l'annunzia e che sussiste da quattromila anni, per
rendere insieme testimonianza delle assicurazioni che hanno e da
cui non possono essere distolti per qualsiasi minaccia e persecuzio-
ne che si possa far loro: cio e ben diversamente importante.

711
Predizioni di case particolari. - Erano stranieri in Egitto, senza
possedere nulla ne li ne altrove. [Non avevano la minima idea ne
delia monarchia che ci sarebbe stata tanto tempo dopo, ne di quel
sovrano consesso di settanta giudici chiamato sinedrio, il quale,
istituito da Mose, e durato fino dopo il tempo di Gesu Cristo: tut-
te queste cose erano tanto lontane dalla loro presente condizione]
allorche Giacobbe, morendo e benedicendo i suoi figli, dichiarava
loro che sarebbero stati padroni di una grande terra, e prediceva
particolarmente alla famiglia di Giuda che i re che li avrebbero
governati un giorno sarebbero stati delia loro stirpe e che tutti i
suoi fratelli sarebbero stati suoi sudditi [e che anche il Messia, che
doveva essere l'atteso dalie nazioni, sarebbe nato da lui e che la
regalita non sarebbe stata tolta a Giuda, ne il potere di governato-
re e di legislatore ai suoi discendenti fino a che non sarebbe giunto
quel Messia atteso nella sua famiglia].
Lo stesso Giacobbe, disponendo della terra futura come se ne
fosse il padrone, ne diede a Giuseppe una parte maggiore che agli
altri: « Io ti do, dice, una parte piu grande che ai tuoi fratelli ».
E benedicendo i due figli suoi, Efraim e Manasse, presentatigli da
Giuseppe, il maggiore Manasse alia sua destra e il giovane Efraim
alia sua sinistra, egli mette le braccia in croce, e ponendo la destra
sul capo di Efraim e la sinistra sul capo di Manasse, li benedice;
e a Giuseppe che gli fa notare che cosi preferisce il piu giovane,
risponde con mirabile fermezza: « Lo so bene, figlio mio, lo so bene;

378
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ma Efraim crescera ben diversamente da Manasse ». (Cio in segui-
to s'e dimostrato cosi vero che, essendo la sua soia discendenza
cosi numerosa quanto due intere discendenze che costituivano tut-
to un regno, queste sono state chiamate ordinariamente col solo
nome di Efraim).
Questo stesso Giuseppe, morendo, raccomanda ai suoi figli di
portare con loro le sue ossa quando andranno in quella terra, nella
quale si recarono poi duecento anni dopo.
Mose, che ha scritto tutte queste cose tanto tempo prima che ac-
cadessero, ha fatto egli stesso per ogni famiglia la divisione di quella
terra prima che c'entrassero, come se ne fosse il padrone [e dichia-
ra in fine che Dio deve suscitare dalla loro nazione e dalla loro raz-
za un profeta, di cui egli e stato la figura, e predice loro con
esattezza tutto quello che dovră accadere nella terra dove sarebbe-
ro entrati dopo la sua morte, le vittorie che Dio concedera loro,
la loro ingratitudine verso Dio, i castighi che riceveranno e il resto
delle loro avventure]. Assegna loro gli arbitri che faranno la divi-
sione, prescrive loro la forma di governo politico che essi osserve-
ranno, le citta di rifugio che vi costruiranno ecc. 10 •

712
Le profezie miste di cose particolari e di cose del Messia, affin-
che le profezie del Messia non rimanessero senza prove, e affinche
le profezie particolari non restassero senza frutto.

713
Schiavitu perpetua degli ebrei. Geremia XI, 11: « Io fara venire
su Giuda dei mali dai quali essi non potranno essere liberati ».
Figure. - Isaia, V: «Il Signore aveva una vigna da cui m'aspet-
tavo l'uva ed essa non ha prodotto che lambrusche. Io dunque la
dissipero e la distruggero; la terra non produrra che spine e ordi-
nero alle nuvole di non piovervi su. La vigna del Signore e la casa
d'Israele e i figli di Giuda ne sono il seme prediletto. Ho atteso
che facessero opere giuste e non hanno prodotto che iniquita >>.
Isaia, VIII: « Santificate il Signore con timore e tremore; temete
lui solo, ed egli sara per voi in santificazione; ma egli sara pietra

10 Genesi, XLVIII-L; Levitico, XV, XVIII, XXIV.

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di scandalo e pietra d'inciampo alle due case d'Israele. Sara tra-
nello e rovina per il popolo di Ger~salemme; e un gran numero
di essi urteranno in questa pietra e cadranno e si fiaccheranno e
saranno presi in questo tranello evi periranno. Velate le mie paro-
le, e coprite la mia legge peri miei discepoli. Io dunque attendero
nella pazienza il Signore che si vela e si nasconde alia casa di
Giacobbe ».
Isaia, XXIX: « Sii confuso e sorpreso, popolo di Israele; vacii-
late, inciampate e inebriatevi ma non dell'ebbrezza del vino; bran-
colate, ma non per ebbrezza, perche Dio vi ha preparate lo spirite
d'assopimento; egli vi velera gli occhi, offuschera le menti dei vo-
stri principi e dei vostri profeti che hanno le visioni ». (Daniele,
XII: « 1 cattivi non l'intenderanno, ma coloro che saranno bene
istruiti l'intenderanno >>. Osea, ultimo capitole, ultimo versetto, do-
pc parecchie benedizioni temporali, dice: « Dov'e il saggio? ed egli
intendera queste cose » ecc.). Ele visioni di tutti i profeti saranno
per voi come un libro sigillato, che si mette in mano a un uomo
sapiente, che lo possa leggere, questo rispondera: Io non oso leg-
gerle perche e sigillato; e se lo si dara a quelli che non sanno legge-
re, questi diranno: Io non conosco le lettere.
« E il Signore m'ha detto: Poiche questo popolo mi onora con
le labbra ma il suo cuore e ben lontano dame (eccone la ragione
e la causa: perche se avesse adorato Dio con cuore avrebbe capite
i profeti), e poiche mi hanno servite solo per motivi umani, per
questa ragione, in aggiunta a tutto il resto, faro meravigliare que-
sto popolo con un miracole stupefacente e con un prodigio grande
e terribile; perche perira la saggezza dei saggi e la loro intelligenza
ne sara offuscata ».
Projezie. Prove di divinita. -Isaia, XLI: «Se siete dei aceasta-
tevi, annunziateci le cose future e noi faremo attenzione alle vo-
stre parole. Insegnateci le cose che sono accadut~ all'inizio e
prediteci quelle che devono accadere. Da cio sapremo che siete dei.
Fatelo bene o male, se potete. Vediamo dunque e ragioniamo in-
sieme. Ma voi non siete nulla, non siete che abominazione ecc. Chi
tra voi ci istruisce (mediante autori contemporanei) sulle cose av-
venute fin dall'inizio e dall'origine, affinche gli diciamo: Voi siete
il giusto? Non c'e nessuno che ci insegni o che ci predica l'av-
.
vemre ».
Isaia, XLII:« Io che sono il Signore non comunice la mia gloria

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ad altri. Sono io che ho fatto predire le cose che sono accadute
e che predico anche quelle che dovranno accadere. Cantatele con
un cantico nuovo a Dio, per tutta la terra ».
Isaia, XLIII: «Conduci qui questo popolo che ha occhi e non
vede, ha orecchi ed e sordo. Si riuniscano tutte le nazioni. Chi tra
di esse - e tra i loro dei - vi istruiră. sulle cose passate e future?
Adducano i testimoni a loro giustificazione; oppure mi ascoltino
e confessino che la veri ta e qui. Voi siete miei testimoni, dice il Si-
gnore, voie il mio servo dame eletto, affinche mi conosciate e cre-
diate che sono io che esisto.
« Io ho predetto, ho salvato, io soltanto ho fatto queste meravi-
glie sotto i vostri occhi; voi siete i testimoni delia mia divinită., dice
il Signore. Sono io che per amor vostro ho infranto la potenza dei
babilonesi; sono io che vi ho santificati e vi ho creati. Sono io che
vi ho fatto passare in mezzo alle acque sia del mare che dei fiumi,
e che ho sommerso per sempre e distrutto i potenti nemici che vi
hanno fatto resistenza. Ma voi dimenticate questi antichi benefici
e non volgete piu i vostri occhi alle cose passate.
« Ecco, io preparo cose nuove che tra poco saranno manifeste,
voi le conoscete; rendero i deserti abitabili e deliziosi. Mi sono for-
mato questo popolo e l'ho stabilito per annunziare le mie lodi ecc.
« Ma e per me stesso che cancellero i vostri peccati e dimentichero
i vostri delitti; perche, quanto a voi, richiamate alia vostra memoria
le vostre ingratitudini per vedere se avete come giustificarvi. Il vostro
primo padre ha peccato ei vostri dottori sono stati tutti prevaricatori ».
Isaia, XLIV: « Io sono il primo e l'ultimo, dice il Signore; ehi
vorră. mettersi alla mia pari, racconti !'ordine delle cose fin da quan-
do ho formate i primi popoli e annunzi le cose che devono accade-
re. Non temete di nulla; non vi ho fatto capire tutte queste cose?
Voi siete miei testimoni ».
Predizione di Ciro.- Isaia, XLV, 4: «A causa di Giacobbe, che
io ho eletto, ti ho chiamato per nome ».
Isaia, XL V, 21: « Fatevi a van ti e ragioniamo insieme. Chi ha fat-
to intendere le cose fin da principio? Chi ha predetto le cose fin
d'allora? Non sono stato io, che sono il Signore? ».
Isaia, XL VI, 9: « Ricordatevi dei primi secoli, e riconoscete che
non c'e nessuno simile a me che annunzio fin dal principio le cose
che devono accadere alia fine, dicendo !'origine del mondo. 1 miei
decreti dureranno e tutte le mie volontă. saranno adempite ».

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Isaia, XLII, 9: « Le prime cose sono accadute come erano state
predette: ed ecco ora ne predico delle nuove e ve le annunzio pri-
ma che siano accadute ».
Isaia, XL VIII, 3: << Io ho fatto predire le prime e in seguito le
ho avverate; ed esse sono accadute nella maniera che avevo detto,
perche so che siete duri, che il vostro spirito e ribelle e la vostra
fronte impudente; per questo, le ho volute annunziare prima che
accadessero, affinche non possiate dire che questa fu opera delle
vostre divinitâ ed effetto del loro ordine.
« Voi vedete accaduto cio che e stato predetto; non lo racconte-
rete? Ora io vi annunzio cose nuove, che io conservo nella mia po-
tenza e che voi non avete ancora viste; soltanto adesso le preparo,
e non da molto tempo; ve lo ho tenute nascoste per timore che non
vi vantiate di averle previste da voi stessi. Perche voi non avete al-
cuna conoscenza, e nessuno ve ne ha parlato, ele vostre orecchie
non hanno udito nulla; perche io vi conosco e so che siete pieni
di prevaricazione, vi ho dato il nome di prevaricatori fin dai primi
tempi delia vostra origine>>.
Riprovazione degli ebrei e conversione dei gentili.- Isaia, LXV:
«Mi hanno cercato quelli che non mi consultavano. Mi hanno tro-
vato quelli che non mi cercavano; io ho detto: Eccomi, eccomi!
al popolo che non invoca va il mio nome. Ho steso le mie mani per
tutto il giorno al popolo incredulo che segue i suoi desideri e cam-
mina su una strada cattiva, a questo popolo chemi provoca conti-
nuamente con i delitti che commette alia mia presenza, che s'e fatto
trascinare a sacrificare agli idoli ecc. Questi saranno dissipati in
fumo nel giorno del mio furore, ecc. Sommero le iniquitâ vostre
e dei vostri padri e ricambiero a tutti secondo le vostre opere.
« Il Signore dice pure: Per amore dei miei servi, non perdero tutto
Israele, ma ne preservero alcuni, come si conserva un acino restato su
un grappolo, di cui si dice: Non lo strappate, perche e benedizione [e
speranza di frutto]. Cosi prendero da Giacobbe e da Giuda una pro-
genie che possederâ i miei monti, che i miei eletti e i miei servi avranno
in ereditâ, e le mie campagne fertili e meravigliosamente abbondanti;
ma sterminero tutti gli altri, perche avete dimenticato il vostro Dio
per servire dei stranieri. Vi ho chiamati enon avete risposto; ho par-
lato enon avete ascoltato, e avete scelto le cose che vi avevo proibite.
«Per questo il Signore dice queste cose. Ecco: i miei servi saran-
no satollati mentre voi languirete di fame; i miei servi saranno nella

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gioia e voi nella confusione; i miei servi canteranno cantici per l'ab-
bondanza delia gioia delloro cuore e voi lancerete grida e urii nel-
l'afflizione del vostro spirito.
« E lascerete il vostro nome in abominazione ai miei eletti. Il Si-
gnore vi sterminera e chiamera i suoi servi con un altro nome nel
quale ehi sara benedetto sulla terra sara benedetto in Dio ecc., per-
che i primi dolori sono stati messi in oblio. Perche, ecco, io creo
nuovi cieli e una nuova terra, e le cose passate non saranno piu
nel ricordo e non verranno piu in mente.
« Ma voi vi rallegrerete per sempre delle cose nuove che io creo,
perche creo Gerusalemme che non e altro che gioia, e il suo popo-
lo non e che esultanza. E porro le mie compiacenze in Gerusalem-
me e nel mio popolo, e non si sentiranno piu grida ne pianti.
« Esaudiro prima della richiesta; li ascoltero appena comince-
ranno a parlare. Illupo e l'agnello pascoleranno insieme, illeone
e il bue mangeranno la stessa paglia; il serpente non mangerâ che
polvere e non si commettera piu omicidio ne violenza in tutta la
mia santa montagna )).
Isaia, LVI, 3: «Il Signore dice: Siate giusti e onesti, perche e
vicina la mia salvezza, e la mia giustizia sta per essere rivelata. Beato
colui che fa queste cose e osserva il mio sabato e si guarda dai com-
mettere il male con le sue mani.
« E gli stranieri che si uniscono a me non dicano: Dio mi terra
separato dai suo popolo. Perche il Signore dice queste cose: Chiun-
que osservera il mio sabato e scegliera di fare la mia volonta e con-
servera la mia alleanza, io gli dan) un posto nella mia casa e gli
dan) un nome migliore di quello che ho dato ai miei figli e questo
sara un nome eterno che non tramontera mai)).
Isaia, LIX, 9: «Peri nostri delitti la giustizia s'e allontanata da
noi. Noi abbiamo atteso la luce e non troviamo che tenebre, ab-
biamo sperato il giorno e camminiamo nell'oscurita; abbiamo ta-
stato il muro come ciechi e in pieno mezzogiorno vi abbiamo urtato
come nel mezzo delia notte e come morti in luoghi tenebrosi.
« Ruggiremo tutti come orsi, gemeremo come colombe. Abbia-
mo atteso la giustizia ed essa non arriva; abbiamo sperato la sal-
vezza ed essa s'allontana da noi)).
Isaia, LXVI, 18: «Ma io esaminero le loro opere ei loro pensieri
quando verro a radunarli con tutte le nazioni e i popoli, ed essi ve-
dranno la mia gloria. Ed io imporro loro un segno, e di quelli che

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saranno salvati ne mandero alle nazioni in Africa, nella Lidia, in
Italia, nella Grecia e ai popoli che non hanno sentito parlare di me
e che non hanno visto la mia gloria. Ed essi condurranno i vostri
fratelli ».
Geremia, VII. Riprovazione de/ tempio: « Andate in Silo, dove
avevo stabilita il mio nome al principio, e vedete cio che ivi ho fat-
to per i peccati del mio popolo. E ora, dice il Signore, poiche avete
commesso gli stessi delitti, io faro di questo tempio, dove il mio
nome e invocato e nel quale voi confidate e che io stesso ho dato
ai vostri padri, quello che feei di Silo. (Perche io l'ho ripudiato
e mi son fatto un tempio altrove).
« E io vi gettero lungi dame, cosi come ho rigettato i vostri fra-
telli, i figli di Efraim. (Rigettati per sempre). Non pregate dunque
per questo popolo ».
Geremia, VII, 22: « A che vi serve aggiungere sacrificio a sacri-
ficio? Quando feei uscire i vostri padri dali'Egitto, non parlai loro
di sacrifici e di olocausti; non gliene diedi alcun ordine e il precet-
to che ho dato Ioro e stato di questo genere: Siate obbedienti efe-
deli ai miei comandamenti e io saro il vostro Dio e voi sarete il mio
popolo. (Soltanto dopo che essi sacrificarono al vitello d'oro diedi
loro dei sacrifici per volgere a bene un cattivo costume)».
Geremia, VII, 4: « Non fidatevi delle parole menzognere di co-
loro che vi dicono: Il tempio del Signore, il tempio del Sigr10re,
il tempio del Signore )) .
Sofonia, III, 9: « Io daro le mie parole ai gentili, affinche tutti
mi servano uniti )) .
Ezechiele, XXXVII, 25: «Davide, mio servo, sara loro principe
in perpetuo )).
Esodo, IV 22: «Israele e mio figlio, il mio primogenito )),

714
Ebrei testimoni di Dio, Isaia, XLI II, 9; XLIV, 8.
Profezie avverate. - III Re, XIII, 2. IV Re, XXIII, 16. - Giosue,
VI, XXVI. - III Re, XVI, 34. - Deuteronomio, XXIII.
Malachia, 1, 11: Il sacrificio degli ebrei riprovato; e il sacrificio
dei pagani (anche fuori di Gerusalemme) e in tutti i Iuoghi.
Mose predice la vocazione dei gentili prima di morire. Deutero-
nomio, XXXII, 21, e la riprovazione degli ebrei.
Mose predice quel che deve accadere a ogni tribu.

384
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Projezie. - «Il vostro nome sara in esecrazione per i miei eletti
ed io dan) ad essi un altro nome » (Isaia, LXV, 15).
« Indurisci i loro cuori ». E carne? Lusingando la loro concupi-
scenza e facendo loro sperare di soddisfarla.

715
Profezie.- Amos (Il, 6) e Zaccaria (XII, 7): Essi hanno venduto
il giusto e per questo non saranno mai chiamati. - Gesu Cristo
tradito (Salma XL, 10). Non ci sara piu ricordo d'Egitto; vedere
Isaia, XLIII, 16, 17, 18, 19; Geremia, XXIII, 6, 7.
Profezie. - Gli ebrei si spargeranno dappertutto. Isaia, XXVII,
6. - Legge nuova, Geremia, XXXI, 32.
Malachia, Grotius 11 • - Il secondo tempio glorioso. Gesu verra.
Aggeo, Il, 7, 8, 9, 10.
Vocazione dei gentili. Gioele, Il, 28. Osea, Il, 24. Deuterono-
mio, XXXII, 21. Malachia, I, 11.

716
Osea, III. Isaia, XLII, XLVIII, LIV, LX, LXI, ultima:« L'ho
predetto da lunga tempo affinche sappiano che sono io )). Giaddo
ad Alessandro.

717
[Projezie. - Giuramento che David avră. sempre dei successori.
Geremia, XIII, 13].

718
Il regno eterna delia razza di David (Il Cronache, VII, 18), da
tutte le profezie e con giuramento. E questo non s'e compiuto tem-
poralmente: Geremia, XXIII, 20.

11Rimanda a Grozio, Delia verita delia re/igione cristiana. Cfr. nota 8 al fram-
mento 701.

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719
Forse si potrebbe pensare che, quando i profeti hanno predetto
che lo scettro non sarebbe venuto meno a Giuda fino al re eterno,
abbiano parlato per lusingare il popolo e che la loro profezia sa-
rebbe stata trovata falsa al tempo di Erode. Ma per mostrare che
non e questo illoro senso e che anzi sapevano bene che questo re-
gno temporale doveva cessare, dicono che gli ebrei saranno senza
re e senza capo, e per lungo tempo. Osea, III, 4.

"' 720
Non habemus regem nisi Caesarem 12 •
Dunque Gesu Cristo era
il Messia, poiche essi avevano uno straniero come re e non ne vole-
vano altro.

721
Non abbiamo altro re che Cesare.

722
Daniele, II: « Tutti i vostri indovini e i vostri savi non possono
svelarvi il mistero che chiedete. Ma c'e un Dio in cielo, che lo puo
e che vi ha rivelato nel vostro sogno le cose che devono accadere
negli ultimi tempi. (Questo sogno doveva stargli molto a cuore).
« E non con la mia scienza ho avuto la conoscenza di questo se-
greto, ma per rivelazione di quel medesimo Dio che me l'ha sco-
perto per renderlo manifesta ai vostri occhi.
« Il vostro sogno dunque era questo. Voi avete visto una statua
grande, a_Ita e terribile, che stava dritta davanti a voi: aveva la te-
sta d'oro, il petto ele braccia d'argento; il ventre ele cosce di bron-
zo, e le gambe erano di ferro, mai piedi erano misti di ferro e di
argilla. Voi la contemplavate sempre cosl, fino a che la pietra ta-
gliata senza mani ha colpito la statua ai piedi, misti di ferro e di
argilla, e li ha frantumati.

12 Giovanni, XIX, 15: tradotto ne) frammento 721.

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« Allora se n'andarono in frantumi il ferro, l'argilla, il bronzo,
l'argento e l'oro, e si perdettero nell'aria; ma quella pietra che ha
colpito la statua e cresciuta in una grande montagna e ha riempito
tutta la terra. Ecco quale e stato il vostro sogno; e adesso ve ne
dare) l'interpretazione.
«Voi che siete il piu grande trai re ea cui Dio ha dato una po-
tenza cosi estesa da rendervi temibile a tutti i popoli, siete raffigu-
rato dalla testa che avete visto. Ma un altro popolo succedera al
vostro, e non sara altrettanto patente; e poi ne verra un altro, di
bronzo, che s'estendera per tutto il mondo.
«Ma il quarto sara forte come il ferro; e come il ferro spezza
e squarcia ogni cosa, cosi questo impero spezzera e schiaccera tut-
to. E quanto a cio che avete visto dei piedi e delle estremita dei
piedi, composti in parte d'argilla e in parte di ferro, questo signifi-
ca che questo impero sara diviso e avra in parte la durezza del fer-
ro e in parte la fragilita dell'argilla. Ma come il ferro non puo far
solida lega con l'argilla, cosi quelli che sono raffigurati dai ferro
e dall'argilla non potranno fare un'alleanza duratura, benche si uni-
scano con matrimoni.
«Ora, propria al tempo di questi monarchi, Dio susciteră. un re-
gno che non sara mai distrutto ne mai trasferito ad altro popolo.
Egli dissipera e distruggera tutti quegli imperi; ma, ecco, durera
in eterno secondo quanto vi e stato rivelato da quella pietra, che
non essendo tagliata da manie caduta dalla montagna e ha frantu-
mato il ferro, l'argilla, l'argento e l'oro. Ecco cio che Dio vi ha
svelato delle cose che devono accadere in seguito. Questo sogno
e veritiero e l'interpretazione e fedele.
« Allora Nabucodonosor cadde con Ia faccia per terra ecc. ».
Daniele, VIII, 8: «Daniele vide il combattimento dell'ariete e
del capro che lo vinse e domino sulla terra, e il cui corno principa-
le essendo caduto ne genera altri quattro in direzione dei quattro
venti del cielo; e da uno di questi usci un piccolo corno che s'in-
grandi in direzione di mezzogiorno, a oriente e controla terra d'I-
sraele, e si levo contro !'armata del cielo, ne rovescio le stelle e le
calpesto sotto i piedi, e infine abbatte il principe, e fece cessare il
sacrificio perpetua e mise in desolazione il santuario.
« Ecco quello che vide Daniele. Egli ne chiese la spiegazione e
una voce grido cosi: - Gabriele, fagli capire la visione che ha avu-
to - e Gabriele gli disse:

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« L'ariete che hai visto e il re dei medie dei persiani; e il capro
e il re dei greci, e il grande corno che aveva tra gli occhi e il primo
re di questa monarchia. Il fatto poi che, rottosi questo corno, al
suo posto ne siano sorti altri quattro, significa che quattro re di
quella nazione gli succederanno ma non altrettanto potenti.
« Ora, verso il tramonto di questi regni, cresciute che saranno
le iniquita, sorgera un re insolente e forte, ma d'una potenza d'ac-
catto, al quale tutto riuscira secondo la sua volonta; egli gettera
nella desolazione il popolo santo e, riuscendo in queste sue impre-
se con uno spirito simulatore e ingannatore, ne uccidera parecchi
e si levera infine contro il principe dei principi, ma perira sciagura-
tamente, e non di mano violenta>>.
Daniele, IX, 20: « Mentre io pregavo Dio con tutto il cuore e,
confessando il mio peccato e quello di tutto il mio popolo, stavo
prostrato davanti a Dio, ecco Gabriele, che avevo visto in visione
fin dall'inizio, mi viene vicino e mi tocea, durante il sacrificio del
vespro, e, dandomi l'intelligenza, mi dice: Daniele, io sono venuto
per aprirti la conoscenza delle cose. Fin dall'inizio delle tue pre-
ghiere io sono venuto per rivelarti cio che desideri, perche tu sei
l'uomo dei desideri. Ascolta bene la mia parola ed entra nell'intel-
ligenza delia visione. Settanta settimane sono prescritte e determi-
nate per il vostro popolo e per la tua santa citta, per espiare i delitti,
per mettere fine ai peccati e abolire l'iniquita, e per introdurre la
giustizia eterna, per compiere le visioni e le profezie, e per ungere
il santo dei santi. (Dopo di che questo popolo non sara piu tuo
popolo, ne questa citta la citta santa. Il tempo delia collera sară.
passato e gli anni delia grazia verranno per sempre).
« Sappi dunque considerare bene. Da quando sara pronunziata
la parola per ristabilire e riedificare Gerusalemme fino al principe
Messia, vi saranno sette settimane e sessantadue settimane. (Gli
ebrei sono soliti dividere i numeri e mettere avanti il piu piccolo:
cosi 7 e 62 fanno 69; di quelle 70 restera dunque la 70a, vale a dire
gli ultimi 7 anni di cui pari era dopo ).
« Dopo che la citta e le mura saranno edificate in un tempo di turba-
menta e di afflizione, e dopo queste sessantadue settimane (che segui-
ranno le prime sette. Il Cristo dunque sara ucciso dopo 69 settimane,
vale a dire nell'ultima settimana), il Cristo sara ucciso e un popolo col
suo principe verra a distruggere la citta e il santuario, e inondera tut-
to; e la fine di questa guerra sara il colmo delia desolazione.

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«Ora, una settimana (che e la 70 3 restante) stabiliră. l'alleanza
con molti; e anche la metă. delia settimana (vale a dire gli ultimi
tre anni e mezzo) aboliră. il sacrificio e l'ostia e renderă. stupefa-
cente l'estensione dell'abominazione che si diffonderă. e dureră. su
quegli stessi che se ne meraviglieranno fino alia consumazione ».
Daniele, XI: « L'angelo disse a Daniele: Vi saranno ancora (do-
po Ciro, sotto il quale ci troviamo) tre re di Persia (Cambise, Smer-
di, Dario), e il quarto che verră. dopo (Serse) sară. piu potente in
ricchezza e in potenza e solleveră. tutti i popoli contro i greci.
«Ma sorgeră. un re patente (Alessandro), il cui impero avră.
un'immensa estensione, ed egli riusciră. in tutte le sue imprese se-
condo i suoi desideri. Ma quando la sua monarchia sară. stabilita,
essa rovineră. e sară. divisa in quattro parti verso i quattro venti del
cielo (come aveva detto prima, VI, 6; VIII, 8), ma non tra persone
delia sua razza; e i suoi successori non lo uguaglieranno in poten-
za, perche anche il suo regno sară. diviso tra altri oltre costoro (i
suoi quattro principali successori).
« E quello dei suoi successori che regnera verso il meridiane (Egit-
to, Tolomeo, figlio di Lago) diventeră. potente; ma un altro lo su-
pererâ e il suo Stato sară. un grande Stato (Seleuco, re di Siria:
Appiano ci dice che e il piu potente dei successori di Alessandro).
« E nel seguito degli anni, essi faranno alleanza; e la figlia del
re del Mezzodi (Berenice, figlia di Tolomeo Filadelfo, figlio del-
l'altro Tolomeo) verra dal re d' Aquilone (da Antioco II, re di Si-
ria e d' Asia, nipote di Seleuco Lagide) per far pace tra questi
pnnc1p1.
«Ma ne lei ne i suoi discendenti avranno una lunga autorită.; per-
che essa e coloro che l'avevano inviata, e i suoi figli e i suoi amici
saranno consegnati a morte (Berenice e suo figlio furono uccisi da
Seleuco Callinico).
« Ma spunteră. un polione dalie sue radiei (Tolomeo Evergete na-
scera dallo stesso padre di Berenice), il quale verră. con una paten-
te armata nella terra del re d' Aquilone, e lă. porră. tutto sotto la
sua dominazione e trasporteră. in Egitto i loro dei, i loro capi, il
loro oro, illoro argento e tutte le loro spoglie piu preziose (se non
fosse stato richiamato in Egitto per motivi familiari, avrebbe spo-
gliato interamente Seleuco, dice Giustino); e per qualche anno il
re d' Aquilone non potră. nulla contra di lui.
« E cosi ritorneră. nel suo regno; mai figli dell'altro, irritati, rac-

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coglieranno ingenti forze (Seleuco Cerauno, Antioco il Grande). E
la loro armata verni e devastera tutto; e il re del Mezzodi, irritato
di cio, costituira un grande corpo d'armata e dara battaglia (Tolo-
meo Filopatore contro Antioco il Grande, a Rafia), e vincera; e le
sue truppe diventeranno insolenti, e il suo cuore se ne gonfiera (que-
sto Tolomeo profano il tempio: Giuseppe); vincera migliaia di uo-
mini, ma la sua vittoria non sara stabile. Perche il re d' Aquilone
(Antioco il Grande) ritornera con forze piu potenti di prima, e allo-
ra anche un gran numero di nemici si leverâ contro il re del Mezzo-
di (il giovane regnante Tolomeo Epifanio), e anche uomini apostati,
violenti, del tuo popolo, si leveranno, affinche le visioni siano com-
piute, ed essi periranno (quelli che avevano abbandonato la loro re-
ligione per piacere a Evergete quando mando le sue truppe a Scopa;
infatti Antioco riprendera Scopa eli vincerâ). E il re d' Aquilone di-
struggera i bastioni, e prendera le citta piu fortificate, e tutta la po-
tenza del Mezzodi non potrâ resistergli, e tutto cedera alla sua
volonta; egli si fermera nella terra d'lsraele ed essa gli cederâ. E co-
si egli pensera a rendersi padrone di tutto l'impero d'Egitto (disprez-
zando la giovinezza di Epifanio, dice Giustino). E per questo fara
alleanza con lui e gli dara sua figlia (Cleopatra, affinche tradisse
suo marito; a questa proposta Appiano dice che non confidando
di poter diventare padrone d'Egitto con la forza, a causa delia pro-
tezione dei romani, volle tentare con l'astuzia). Egli la vorra cor-
rompere, ma essa non seguira la sua intenzione; cosi egli si dara ad
altri piani e pensera di diventare padrone di alcune isole (vale a dire
luoghi sul mare), e ne prendera molti (come dice Appiano).
« Ma un grande capo si opporrâ alle sue conquiste (Scipione 1'A-
fricane, che fermerâ l'avanzata di Antioco il Grande, perche offen-
deva i romani nella persona dei suoi alleati), e pose fine alia vergogna
che gliene sarebbe venuta. Ritornera dunque nel suo regno e vi morra
(fu ucciso dai suoi) e non esistera piu.
« E colui che gli succedera (Seleuco Filopatore o Sotero, figlio di
Antioco il Grande) sara un tiranno, che affliggera con imposte la
gloria de! regno (che e il popolo); ma, in breve tempo, egli morrâ
non per sedizione ne per guerre. E gli succedera un uomo spregevo-
le e indegno degli onori delia regalita, il quale vi si introdurra na-
scostamente e con le carezze. Tutte le armate piegheranno davanti
a lui, egli le vincera e anche il principe col quale aveva fatto allean-
za; perche dopo aver rinnovato l'alleanza con lui lo ingannera e,

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vivendo con poche truppe nelle sue