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VINCENZOCICERO

Filippo Bartolone
Il filosofo Filippo Bartolone visse gli anni della giovinezza a Milazzo, che gli rimase sempre cara come sua citt dorigine, anche per le amicizie che aveva conservato, e dove ritorn spesso per convegni filosofici e incontri culturali. Lanno prossimo ricorre il 25 della sua morte: lo spazio che la nostra rivista doverosamente gli dedica vuole essere una sollecitazione perch la Citt ne recuperi e onori la memoria.
Un mucchietto dossa rattrappite, e un affusolato involucro di ceppi imposto ai moti e gesti pi minuti,-a mala pena lovale del capo e le braccia spuntavano dalla cattedra immensa, levasse il mento per un broncio asseverativo o lo tendesse per allertare le nostre menti circa un grumo concettuale particolarmente ricco di pathos filosofico. E seguirne il discorrere era poco agevole non tanto per la tetragona levit dei pensieri, per le parole come macigni scagliati al cielo e rimasti a mezzaria -pietre vive, fertili, che nutrono anche una volta ricadute al suolo-, quanto per il biascichio e gli spasmi cui era costretto dal semiparalizzati muscoli facciali. Ma una volta entrati in sintonia con quelle modulazioni sofferte e quasi grottesche della voce, con quelle accentazioni che singoiavano dun colpo fino a tre sillabe consecutive, con quelle impennate in falsetto alternate a bassi reperiti e serrati, allora si era in grado di cogliere ci che nessun testo di filosofia ha mai potuto, n mai potr offrire: il verbo speculativo nel suo incarnarsi, nel suo doloroso personalizzarsi e partorirsi, e al tempo stesso nel suo disincarnarsi trasmettendosi agli astanti sotto forma di poderosa sollecitazione etica. artire del pensiero puro Filippo Bartolone. In maniera viscerale, e insieme con la luccicante trasparenza del diamante, un testimone privilegiato delle avventure del pensare filosofico del XX secolo. Un testimone martoriato, nellanimo come nel corpo. Perci, per chi ha avuto la fortuna di ascoltarlo, specialmente per i suoi tanti allievi lui che non voleva esser chiamato maestro , incarna il raro esempio dellautentica purezza speculativa, cio del filosofare concretissimo che si consolida nel dolore e spiega le ali nella convalescenza. Che poi una testimonianza rara come questa abbia trovato nella Sicilia tirrenica orientale tanto il suo liquido amniotico, quanto il solare alimento dei suoi anni di formazione, pu certo di primo acchito costituire, per noi messinesi, motivo di orgoglio. Ma lo considero piuttosto un monito, e perentorio, contro ogni infiacchimento indotto dalla pseudocultura dei simposi e delle sagre e dalledonismo kitsch, dalla religiosit deferente e codina e dallindulgente conformismo (in)civile, che imperversano nelle nostre zone come in diverse altre del Meridione dItalia (e del mondo). Nato a Monforte S. Giorgio nel 1919, Filippo Bartolone compie gli studi liceali a Milazzo e gli universitari a Messina, nella facolt di giurisprudenza, dove si laurea nel 1944 con una tesi su Morale e diritto, avendo per relatore il noto giurista Salvatore Pugliatti. Sono anni di studio tenace, scrupoloso, onnivoro. Ma non soltanto. Le scelte esistenziali del giovanissimo Bartolone si lasciano intanto illuminare dalla convinzione, raffermata e affinata nei decenni a venire, che non c pensare autentico se non nella emergenza dalle consapute tragedie e passioni, gioie e tribolazioni, del vivere comunitario. Cos a

ventanni, insieme ad altri studenti universitari, fonda a Barcellona un gruppo antifascista; nel 1943, gi espulso dal G.U.F., viene arrestato per attivit contro il regime, e solo la distrofia muscolare che lo affligge sin dalla nascita vale a farlo rilasciare dopo un breve periodo di detenzione. Nel 1946 il sodalizio con il filosofo catanese Vincenzo La Via, allievo di Giovanni Gentile, lo strappa allinsegnamento nel liceo classico di Barcellona per consacrarlo definitivamente alla ricerca teoretica. Infatti da allora in avanti Bartolone potr dedicarsi alla stesura di densi saggi filosofici (da redattore della rivista Teoresi, di cui cofondatore insieme a La Via), alla partecipazione ai tanti convegni filosofici organizzati nel fervore della ripresa culturale del dopoguerra, e soprattutto, una volta ottenuta per lanno accademico 1946/47 la nomina a professore incaricato di Storia delle religioni nellateneo messinese, alla docenza universitaria. In seguito assumer molti altri insegnamenti,sempre tutti presso la Facolt di lettere e filosofia di Messina (Storia della filosofia medioevale, Filosofia del diritto, Filosofia morale e Filosofia teoretica), ma la qualit di quel primo incarico non
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conferma solo la smisurata gamma di competenze del giovane pensatore, ne rivela pure lanelito spirituale che le attraversa tutte quante unificandole: la fede nel Cristo. Un cristianesimo senzaltro travagliato, quello di Filippo Bartolone, messo alla prova da un dolore invalicabile, indicibile (per la morte della primogenita Dora a soli nove anni), ma meditato in tutte le sue pieghe e piaghe, e con adesione totale alla figura scandalosa dellEcce Homo. Della fisionomia cristiana del pensiero bartoloniano rendono conto tutti i suoi scritti, ma in special modo due tra gli ultimi apparsi in volume: Valenze esistenziali del cristianesimo (1964) e Liberazione e responsabilit (1978). un crimine contro il pensare in quanto tale, sia filosofico sia teologico, che questi testi non siano pi disponibili neppure al pubblico colto, n tantomeno si sia riusciti a ripubblicarli con criteri redazionali aggiornati, pi degni del filosofo messinese. Il quale infatti, se per lineluttabile progressione della distrofia muscolare ha via via diradato fino, sulla soglia degli anni 80, a cessare del tutto la messa per iscritto delle sue complesse e insistite meditazioni, inoltre, per una proverbiale trascuratezza di certi aspetti meramente formali dellesistere, ha sempre lasciato che la veste tecnico-editoriale dei suoi testi fosse modesta, se non scadente. Unica eccezione, nella ormai cronica irreperibilit degli scritti di Filippo Bartolone, costituita da quello che io considero il suo capolavoro speculativo, uscito nel 1959: Lorigine dellintellettualismo dalla crisi della libert. Nel 1999 ne viene infatti pubblicata una seconda edizione, in una collana prestigiosa di Vita e Pensiero diretta da Giovanni Reale, il quale ha voluto ribattezzare lopera in omaggio alleroe filosofico che ne viene criticamente vagliato, cio Socrate. La scarsa cura per le modalit di attuazione e promozione della propria produzione scientifica sar comunque puntualmente compensata da corsi spregiudicati e incantevoli, tosti e fascinosi, teoreticamente vertiginosi, come attestano (ancora per poco, ch sapprossima il tempo della loro totale smagnetizzazione) le centinaia di nastri su cui il filosofo fa registrare le proprie lezioni. Ma i successi didattici e i riconoscimenti nazionali e internazionali serviranno poco anzi, nuoceranno alla sua carriera accademica, la quale, iniziata prestissimo, giunge a coronamento solo molto tardi, nel 1975, quando infine ottiene lordinariato in Filosofia morale; in proposito scriver efficacemente lo scrittore e giornalista Giuseppe Testa: Straniero alle cricche accademiche, divent professore ordinario solo a 56 anni, e con studiata allergia per le camarille del culturame corrente. Filippo Bartolone muore il 9 agosto 1988, ormai sono quasi venticinque anni. Il lascito tuttora poco appariscente, ma la sua testimonianza rigorosa e vigorosa, passionale e aliena dai compromessi di quelle che scavano la roccia. E scuotono dal torpore delle facili (auto)compiacenze.

Cristianesimo e filosofia in Filippo Bartolone


Per dare almeno unidea della problematica oggetto della riflessione di Filippo Bartolone e dellorientamento del suo pensiero, pubblichiamo una parte della relazione tenuta dal prof. Vincenzo Cicero, nel 2008, al Movimento Ecclesiale dImpegno Culturale presso lIstituto Ignatianum di Messina, ntologia della libert: cos Filippo Bartolone definisce la propria meditazione filosofica. () Alla domanda "che cos' l'essere?" Bartolone risponde: l'essere originariamente, sorgivamente, realt. E aggiunge, in senso sostanziale: l'essere realt libera. Tutto ci che , dal massimamente inanimato al massimamente spirituale, t u t t o, dalla pietra a Dio, reale libero. Abbiamo cos il significato base dell'espressione "ontologia della libert" (ricordo che ontologia parola composta da n, ntos, "essere", e lgos, "discorso"). Ontologia della libert significa per Bartolone: discorso sull'essere come realt libera. Capisco che qualcuno possa restare perplesso dall'accostamento - anzi, mi viene da dire con brutta parola: accomunamento - di pietra e Dio. Ma finch siamo su un piano generale, prendiamo la circostanza secondo il senso di semplici frasi come: "la pietra ", "Dio "... Ecco, per Bartolone quell"'" - che non copula, ma verbo a tutti gli effetti - significa, appunto, in generale: " come realt libera". Dopo di che, faremo la notazione ovvia: c' un abisso tra la libert della pietra e la libert di Dio. Ma importantissimo giungere a intuire e determinare la libert della pietra! Ma la pietra libera ... di chi? Di fare che? Sarebbe una domanda assai pertinente. Infatti la pietra non libera-di fare niente. La pietra solo ed esclusivamente, ma significativamente, libert dal niente. Tocchiamo in questo modo la nota distinzione tradizionale tra libert-da e libert-di, che Bartolone rimodula ontologi-

Lontologia della libert

Filippo Bartolone con Augusto Guzzo durante uno dei Congressi di Filosofia organizzati a Milazzo negli Anni Sessanta da Peppino Pellegrino (nella foto, al centro)

camente alla sua maniera: 1) La libert-da, che egli chiama anche libert ablativa, negativa, perch tutti gli enti che ne fruiscono (gli enti finiti, dalla pietra all'uomo) non la danno a se stessi, ma "se la ritrovano gi data": libert-da in generale il portato della liberazione dal ni-ente all'ente, ma secondo una economia in cui l'iniziativa della liberazione non risiede nello stesso ente libero-da. Noi, gli alberi, le acque, le telecamere digitali: tutto ci non delibera, non pu deliberare di venire all'essere, di passare dalla ni-entit all'entit. Questa deliberazione spetta sempre ad altro.
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Anche l'uomo, dunque, libertda, libert ablativa, libert senza deliberazione: lo innanzitutto, in quanto anch'egli libero -dal-niente; e inoltre pu esserlo e lo in vari ordini e gradi (libero-dal suo corpo, libero-dalla lingua materna, libero-dai limiti spaziotemporali ecc.); per culminare unico tra gli enti finiti - nella coscienza di essere libert-da, quella che manca alla pietra, per intenderci. 2) Ma l'uomo pure quell'ente finito in cui la consapevolezza di essere libero-da prelude alla libert-di (libert genitiva, dice Bartolone), la quale comporta strutturalmente la coscienza: libert-di-essere-o-non-essere, difare-o-non-fare. Libert de-liberante: attenti, questa per Bartolone la condizione essenziale di ogni moralit. Se l'uomo non fosse fondamentalmente libero-di-essere-e-difare, non potrebbe comportarsi in modo positivo, negativo o neutro verso gli altri esseri, o meglio: non avrebbe alcun senso parlare di suoi comportamenti buoni, cattivi, neutri. Ricapitolando: l'uomo radicalmente (spesso inconsapevolmente) libert-da, mentre, ma solo a livello di consapevolezza, libert-di essere o non essere, di scegliere o non scegliere, di agire o non agire. La pietra anch'essa radicalmente libera-dal-ni-ente, ma non mai libera-di-essere-alcunch. E Dio? Come stanno le cose con l'Essere di Dio? L'Essere di Dio, del Dio uno e trino del cristianesimo, per Bartolone l'Essere reale in assoluto: trascendenza, assolutezza, realt infinita, libert e verit autosussistente. So che pu sembrare quasi una filastrocca di attributi divini millenari, rifritti e rimasticati, riproposti senza originalit. Ma vi prego di seguirmi, Filippo Bartolone pieno di sorprese proprio quando pare mettere in gioco concetti scontati: e non deluder certo stavolta, in cui la posta addirittura il vertice della sua ontologia della libert. Dicevo: Dio l'Essere assoluto, l'Ego sum qui sum, l'Io sono che parla in Esodo 3,14-15: principio imprincipiato, infinita libert sussistente, radicale realt trascendente che si fa immanente coinvolgendo a vario titolo la libert ablativa di ogni ente, ma interpellando direttamente solo l'umana libert-di. Proprio in forza dell'interpellanza divina, la libert genitiva, de-liberante, dell'uomo prima di tutto libert di darsi o di negarsi a Dio, di dirgli di s oppure di no. Non mi occuper qui di cosa avviene quando si dice no a Dio - ci sono pagine stupende in Dostoevskij (e preziosissime pagine e bobine non trascritte di Bartolone su Dostoevskij), in cui viene messa a nudo l'essenza tragica dell'ateismo. Mi concentro invece sul dire si a Dio, perch questa adesione segna, nella volont libera de-liberante, il passaggio dalla dimensione dell'eros a quella dell'agape. .

Eros e agape
Eros, secondo il discorso di Socrate nel Simposio platonico, figlio di Poros e Penia (cio: di Espediente e Povert), ancora l'immagine mitico-filosofica pi efficace per l'elemento che caratterizza sin dai primissimi vagiti la libert umana nel suo complesso: il desiderio. In quanto fondamentale

mancanza-di-essere, dice Bartolone, l'eros desiderio-dell'essere (degli altri enti) e desiderio-di-essere (di essere qualcosa per se stesso), ma la sua carenza strutturale, appunto, fa s che non possa mai avere il proprio essere n mai possedere l'essere o tantomeno la libert di alcun altro ente. Leggiamo in Liberazione e responsabilit (p. 145), l'ultimo testo pubblicato da Bartolone: L'eros un inarrestabile trascendersi, che pu possedersi soltanto come sapersi, volersi e attuarsi appunto come superamento. L'eros, appagabile solo parzialmente e provvisoriamente, ma subito comunque rigenerantesi all'indefinito, condannato al perenne autotrascendimento. Con la sua strutturale inappagatezza e inappagabilit, l'eros - ecco le parole - un darsi per ricevere (p. 149), non mai disinteressato. Anche dall'essere pi puramente amato, l'eros esige di essere ricambiato. Persino il desiderio religioso sincero interessato a ricevere dal Dio trascendente il potenziamento del proprio esistere; e in questo caso lo scacco totale, perch la trascendenza di Dio non in alcun modo attingibile. Ora, c' solo una dimensione in cui l'eros viene accresciuto al punto da venire trasformato, ribaltato qualitativamente: la fede nel Cristo come Logos che s'incarna, e muore in Croce e risorge, e di nuovo viene. Questa fede figlia della kenosis di Dio-Verit in Ges, dello svuotamento di s in seguito a cui Cristo Ges appare non come il signore, ma come il servo (Filippesi 2,s-11): l'onnipotenza divina che appare in una inabolibile umanit umile e umiliata (p. 163). Proprio il contrario del tendenziale autopotenziamento indefinito dell'eros (del quale non ci saranno difficolt a riconoscere le strette affinit con la nicciana volont di potenza). La fede in Ges uomo-Dio capace di affrancare l'eros dalla sua connaturale povert e di trasformarlo in potenza desiderante e amante autopositiva nella sua libert e verit. (Vedremo tra poco che anche questa coppia concettuale tutt'altro che scontata.) La positivizzazione del desiderio operata dalla fede si realizza mediante l'agape, la pi grande delle virt teologali. L'agape oblativa in senso assolutamente discreto e totale (p. 169): sovrabbondante, traboccante, agape amore assolutamente gratuito che si d senza richiedere nulla per s, perci essenzialmente privo di equilibrio. Poich non tiene conto di s ed del tutto disinteressata, l'agape ama persino
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il nemico (Mt 5,44-48; Luca 6,27-36), dunque ama anche quando l'altro non meriti affatto di essere amato. - Diciamo la verit: a quanti di noi la virt dell'agape non appare, in ottica pratica, ingiusta, persino immorale? E avremmo pure un pizzico di ragione: infatti la dimensione dell'agape, come protesta Filippo Bartolone, non coincide con la sfera della moralit. Non solo non coincide, ma pi originaria, essendo fondata - insieme alla libert e alla verit - direttamente nella compagine trinitaria. L'agape ha valenza eminentemente ontologica, anzi, si pu dire senz'altro: ontoteo-logica. Tocca l'essere e la libert dell'uomo, nel suo rapporto con l'Essere e Libert di Dio, ben prima di investire qualsiasi comportamento umano. E arriviamo cos all'ultimo momento del mio discorso. smesso di insistere. Fino alla sua ultima lezione del 1988, pubblicata dieci anni dopo da Anna Gensabella sulla rivista " Itinerarium". Val la pena seguire qualche tratto di questo commovente canto del cigno: Bisogna superare l'ingiusto privilegio accordato alla moralit come luogo natio della libert. A livello morale, la libert connotata da una negativit radicale, da cui sgorga il male che incombe su ogni scelta. Qui il negativo patologico, cio vincolato al pathos, all'elemento passionale che entra in gioco nelle decisioni e azioni morali. Ma la libert non nasce a livello morale. La sua radice originaria ontologica, dove il male, il negativo patologico, non hanno alcun rilievo. La radice originaria della libert nell'Essere di Dio, il quale in s e per s senza rapporto con il nulla, senza compromissione con il male. Il dualismo di bene e male c' anche in sede di rivelazione cristiana, senz'altro. Ma il dualismo non originario, derivato. In principio si ha il creatore perfettissimo del cristianesimo che crea una creatura perfetta: non c' altro essere che la libert, sin dall'inizio. Per capire come venga allora fuori il negativo ontologico, quello non patologico, non connotato come male, l'esempio supremo fornito dalla Trinit cristiana. Cos' la Trinit? Padre-Libert, Figlio-Verit, SpiritoAgape. L'Agape gi compresente nei primi due momenti, la Libert e la Verit. Il momento dell'Agape il darsi della Libert alla Verit, nella Verit, per la Verit, come Verit. Ci costituisce l'identit tra Padre e Figlio e il ridarsi della Verit alla Libert: tutto questo Agape. Qui il negativo (ontologico) nell'annientarsi del Padre nel Figlio, della Libert nella Verit, e questa autonegazione agapica, approdando all'identificazione di Padre e Figlio, rappresenta addirittura il culmine della positivit di chi si annienta. Contro l'aritmetica, la Trinit non 1+1=2, ma 1+1=3. una entit anti-aritmetica, e questo accade, in maniera imperfetta e analogica, nell'unione dell'uomo al suo prossimo, quando il prossimo l'individuo dell'altro sesso. Cosa si ha quando i due diventano uno, cio si uniscono nell'amplesso? Viene fuori il tre. Io sono io insieme con te, ma io sono con te nel figlio. Qui la logica aristotelica, col principio del cosiddetto terzo escluso, viene smentita categoricamente. Qui mi fermo. Non prima di aggiungere per che considero l'ultimo brano letto come una dimostrazione-tipo del punto di vista bartoloniano sul rapporto tra filosofia e cristianesimo. Cito dal Socrate (p. 115): La filosofia ha il suo nucleo essenziale nella metafisica, e la religione presuppone sempre la metafisica. La religione assoluta, il cristianesimo, sottende e propone tutta la inesauribile significazione della metafisica: alla quale la filosofia non ha dunque nulla da aggiungere, bens tutto da attingere, onde alimentarsene senza pericolo e senza risparmio.

Libert ontologica e libert morale


Quando per la prima volta sentii sbottare Filippo Bartolone: Bisogna ontologizzare l'agape!, rimasi interdetto, non tanto per la frase in s, ma per la foga che ci mise nel pronunciarla. Non capivo il perch di quella veemenza. Solo anni dopo ho capito. Vediamo se riesco a trasmettere questa comprensione. Ascoltate questo brano di Gaetano Salvemini: Quando debbo spiegare quali sono le basi della mia fede morale, rispondo senza esitazione che sono cristiano. E se la gente mi dmanda che mi spieghi meglio, dichiaro che sono cristiano perch accetto incondizionatamente gli insegnamenti morali di Ges Cristo, e cerco di praticarli per quanto la debolezza della natura umana me lo consente; quanto ai dogmi, che sono andati sovrapponendosi nei secoli agli insegnamenti morali di Cristo, non me ne importa proprio nulla; non li accetto, non li respingo, non li discuto; la mia fede in certe norme di condotta morale non dipende dal credere che Cristo era figlio di Dio. [...] Le mie idee morali si trovano quasi tutte nella filosofia stoica prima che Cristo nascesse. Cristo ne aggiunse ad esse una nuova, quella della carit. (Gaetano Salvemini a Giovanni Modugno il 21-10-1946, Lettere dall'America, Laterza 1967 pp. 389-390 [la lettera fu pubblicata su "Belfagor" nel 1947]) Io credo che questo ragionamento verrebbe teoricamente sottoscritto da molti, sia cristiani (convinti di essere tali) sia non cristiani (lo stesso Salvemini era ateo dichiarato). Eppure un ragionamento cos esplicitamente anticristiano! Basterebbe Paolo a ricordarcelo: Se Cristo non risorto, vuota allora la nostra predicazione (krygma), vuota anche la vostra fede... Se abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare pi di tutti gli uomini (1Cor 15,14,19). Cristo non ha impartito insegnamenti morali, ma ai suoi discepoli ha dato un solo comandamento (entol), superiore a qualsiasi norma morale, perch situato prima e oltre ogni moralit: ha comandato l'agape (Gv 13,34-3s) - sulla cui fisionomia ontoteologica Filippo Bartolone non ha mai

I libri di Bartolone
Il problema della storia del cristianesimo. Libreria G. D'Anna, Messina, s. d. Teoreticita e storicita della filosofia. Messina, A. Sessa, s.d. L'origine dell'intellettualismo dalla crisi della liberta. Palermo, U. Manfredi,1959 Struttura e significato nella storia della filosofia. Bologna, R. Patron 1964 Valenze esistenziali del cristianesimo. Messina, Peloritana, 1964. Metafisica e pensiero contemporaneo. Milazzo, Spes, 1968 Momenti essenziali della filosofia morale. 1, Il Socratismo. Messina, Peloritana, 1969; 2, La teoresi platonica e aristotelica. Messina, Peloritana, 1974. Liberazione e responsabilit. Messina, Peloritana, 1978. Socrate: l'origine dell'intellettualismo dalla crisi della liberta. Milano, Vita e pensiero, 1999.
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