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A.

SCEPTULIN

LA FILOSOFIA MARXISTA-LENINISTA

TRATTI ESSENZIALI DEL COMUNISMO SCIENTIFICO

Capitolo 1: LA FILOSOFIA E IL SUO RUOLO NELLA SOCIETÀ


1. LA FILOSOFIA COME CONCEZIONE DEL MONDO
a. Che cos'è una concezione del mondo
b. Il quesito supremo della filosofia. Materialismo e idealismo
c. Il dualismo filosofico
d. Le ricerche di una terza via in filosofia
e. Le radici sociali e gnoseologiche dell'idealismo
2. LA FUNZIONE METODOLOGICA DELLA FILOSOFIA
3. LA FILOSOFIA E L'ATTIVITÀ PRATICA DEGLI UOMINI
4. LA DEFINIZIONE DELL'OGGETTO DELLA FILOSOFIA
5. LA FILOSOFIA E LE SCIENZE CONCRETE
6. IL CARATTERE DI PARTE DELLA FILOSOFIA

Capitolo 2: LA LOTTA TRA IL MATERIALISMO E L'IDEALISMO NELLA FILOSOFIA PREMARXISTA


1. IL SORGERE DELLA FILOSOFIA
2. LA LOTTA TRA IL MATERIALISMO E L'IDEALISMO NELLA SOCIETÀ SCHIAVISTICA
3. LA LOTTA DEL MATERIALISMO E DELL'IDEALISMO NELLA FILOSOFIA MEDIEVALE
4. IL MATERIALISMO DEL XVII-XVIII SECOLO E LA SUA LOTTA CONTRO LA RELIGIONE E L'IDEALISMO
5. LA FILOSOFIA CLASSICA TEDESCA ALLA FINE DEL XVIII SECOLO E NELLA PRIMA METÀ DEL XIX SECOLO
6. FILOSOFIA DEI DEMOCRATICI RIVOLUZIONARI RUSSI DEL XIX SECOLO

Capitolo 3: IL RIVOLGIMENTO IN FILOSOFIA COMPIUTO DAL MARXISMO


1. LE PREMESSE DEL SORGERE DELLA FILOSOFIA MARXISTA
a. Le premesse economico-sociali
b. Le premesse sul piano delle scienze naturali
c. Le premesse teoriche
2. L'ESSENZA DEL RIVOLGIMENTO IN FILOSOFIA COMPIUTO DA MARX E ENGELS
3. LO SVILUPPO DELLA FILOSOFIA MARXISTA DA PARTE DI V. I. LENIN

Capitolo 4: LA MATERIA E LA COSCIENZA


1. LA CRITICA DELLE CONCEZIONI IDEALISTICHE E METAFISICHE DELLA MATERIA
2. LA DEFINIZIONE LENINISTA DELLA MATERIA
3. L'ENTE MATERIALE. Il tipo di materia
4. LA MATERIA E IL MATERIALE
5. LA MATERIA COME SOSTANZA
6. IL MOVIMENTO COME FORMA UNIVERSALE DI ESISTENZA DELLA MATERIA
a. La limitatezza delle concezioni metafisiche del movimento. La comprensione marxista del movimento
b. Le forme fondamentali di movimento della materia
c. Il nesso organico del movimento con la materia
d. Il movimento e la quiete
e. Il movimento e Io sviluppo
7. LO SPAZIO E IL TEMPO
a. Il concetto di spazio e di tempo
b. La critica delle concezioni idealistiche e metafisiche dello spazio e del tempo
c. Le caratteristiche fondamentali dello spazio e del tempo
8. IL RIFLESSO COME PROPRIETÀ UNIVERSALE DELLA MATERIA
9. LO SVILUPPO DELLE FORME DI RIFLESSO
10. LE PECULIARITÀ DELLA FORMA PSICHICA DI RIFLESSO
11. LA COSCIENZA COME FORMA SUPERIORE DI RIFLESSO PSICHICO DELLA REALTÀ
a. Il sorgere della coscienza
b. L'essenza della coscienza
c. Sul rapporto fra coscienza e materia
d. L'elemento materiale e l'elemento ideale
e. Sulla soggettività della coscienza

Capitolo 5: LA CONOSCENZA
1. L'ESSENZA DELLA CONOSCENZA
2. LA PRATICA COME FONDAMENTO DELLA CONOSCENZA
3. IL CAMMINO DIALETTICO DELLA CONOSCENZA
a. La vivente intuizione
b. Il pensiero astratto
c. L'interconnessione del sensibile e del razionale nella conoscenza
d. La conoscenza empirica e teorica
d. La pratica come criterio della verità
e. La verità oggettiva. L'interconnessione dell'assoluto e del relativo nella verità
4. LE FORME E I METODI DI CONOSCENZA SCIENTIFICA
a. L'osservazione
b. L'esperimento
c. La comparazione
d. L'ipotesi
e. L'analogia
f. La modellazione
g. L'induzione e la deduzione
h. Il metodo di passaggio dall'astratto al concreto
i. Lo storico e il logico nella conoscenza
j. L'analisi e la sintesi

Capitolo 6: LE CATEGORIE DELLA DIALETTICA MATERIALISTICA


1. IL CONCETTO DI CATEGORIA
2. L'INTERCONNESSIONE DELLE CATEGORIE
3. L'INTERCONNESSIONE DEI FENOMENI DELLA REALTÀ
a. Il concetto di nesso e di rapporto
b. La critica delle concezioni idealistiche e metafisiche dell'interconnessione
c. Il carattere universale dell'interconnessione dei fenomeni della realtà
4. IL SINGOLARE, IL PARTICOLARE E IL GENERALE
a. Il concetto di singolare e di generale
b. La critica delle concezioni metafisiche e idealistiche del singolare e del generale
c. L'interconnessione del singolare e del generale
d. Il generale e il particolare
5. LA CAUSA E L'EFFETTO
a. Il concetto di causa e di effetto
b. La critica delle concezioni idealistiche e metafisiche della causalità
c. L'interconnessione della causa e dell'effetto
6. LA NECESSITÀ E LA CASUALITÀ
a. Il concetto di necessità e di casualità
b. La critica delle concezioni idealistiche e metafisiche della necessità e della casualità
c. L'interconnessione del necessario e del casuale
7. LA LEGGE
a. Il concetto di legge
b. Le Leggi dinamiche e statistiche
c. Le leggi generali e particolari
d. L'interconnessione delle leggi generali e particolari
8. IL CONTENUTO E LA FORMA
a. Il concetto di contenuto e di forma
b. La critica delle concezioni idealistiche e metafisiche del contenuto e della forma
c. L'interconnessione del contenuto e della forma
d. La parte e il tutto, l'elemento e la struttura
9. L'ESSENZA E IL FENOMENO
a. Il concetto di essenza e di fenomeno
b. La critica delle concezioni idealistiche e metafisiche dell'essenza e del fenomeno
c. L'interconnessione dell'essenza e del fenomeno
10. LA POSSIBILITÀ E LA REALTÀ
a. Il concetto di realtà e di possibilità
b. La critica delle concezioni idealistiche e metafisiche della possibilità e della realtà
c. L'interconnessione della possibilità e della realtà. I tipi di possibilità

Capitolo 7: LE LEGGI FONDAMENTALI DELLA DIALETTICA


1. LA LEGGE DEL TRAPASSO DEI MUTAMENTI QUANTITATIVI IN QUELLI QUALITATIVI
a. Il concetto di qualità e di quantità
b. L'essenza della legge del trapasso dei mutamenti quantitativi in quelli qualitativi
c. La critica delle concezioni metafisiche dell'interconnessione della quantità e della qualità
d. Il salto come forma universale del passaggio da una qualità all'altra
e. L'evoluzione e la rivoluzione
2. LA LEGGE DELL'UNITÀ E DELLA “LOTTA” DEGLI OPPOSTI
a. Il concetto di opposto e di contraddizione
b. L'unità degli opposti
c. Il carattere relativo dell'unità e il carattere assoluto della “lotta” degli opposti
d. La contraddizione, la differenza
e. II carattere universale delle contraddizioni
f. La contraddizione, fonte di movimento e di sviluppo della realtà
g. I tipi di contraddizioni
h. Le contraddizioni antagonistiche e non antagonistiche
3. LA LEGGE DELLA NEGAZIONE DELLA NEGAZIONE
a. Il concetto di negazione dialettica
b. Il rapporto tra i concetti di “negazione dialettica”, di “salto” e di “soluzione delle contraddizioni”
c. L'essenza della legge della negazione della negazione

Capitolo 8: L'OGGETTO DEL MATERIALISMO STORICO


1. IL MATERIALISMO STORICO QUALE PARTE DELLA FILOSOFIA MARXISTA
2. IL MATERIALISMO STORICO E LE ALTRE SCIENZE
3. LA LIMITATEZZA DELLE CONCEZIONI SOCIOLOGICHE PREMARXISTE
4. LA TRASFORMAZIONE DELLA SOCIOLOGIA IN SCIENZA
5. LA NECESSITÀ STORICA E L'ATTIVITÀ COSCIENTE DEGLI UOMINI

Capitolo 9: LA SOCIETÀ E LA NATURA


1. SULL'UNITÀ DELLA SOCIETÀ E DELLA NATURA
2. sull'influsso della natura sulla società
3. sull'influsso della società sulla natura
4. il ruolo dell'aumento della popolazione nella vita della società

Capitolo 10: LA PRODUZIONE MATERIALE, FONDAMENTO DELL'ESISTENZA E DELLO SVILUPPO DELLA SOCIETÀ
1. il concetto di produzione
2. LE FORZE PRODUTTIVE DELLA SOCIETÀ
a· Il concetto di forze produttive
b. Le forze produttive della società e la scienza
3. RAPPORTI DI PRODUZIONE
4. LA DIALETTICA DELLO SVILUPPO DELLE FORZE PRODUTTIVE E DEI RAPPORTI DI PRODUZIONE
a. La dipendenza dei rapporti di produzione dal livello di sviluppo delle forze produttive
b. La legge della corrispondenza dei rapporti di produzione al livello di sviluppo delle forze produttive
c. L'influsso dei rapporti di produzione sullo sviluppo delle forze produttive

Capitolo 11: LA STRUTTURA E LA SOVRASTRUTTURA


1. LE PECULIARITÀ DELLA STRUTTURA E DELLA SOVRASTRUTTURA
2. LE LEGGI DI SVILUPPO E DI SOSTITUZIONE DELLA STRUTTURA E DELLA SOVRASTRUTTURA
3. LE PECULIARITÀ DELLA STRUTTURA E DELLA SOVRASTRUTTURA DELLA SOCIETÀ SOCIALISTA

Capitolo 12: LE CLASSI E I RAPPORTI DI CLASSE


1. LA DEFINIZIONE LENINISTA DELLE CLASSI
2. L'ORIGINE DELLE CLASSI
a. La critica delle teorie idealistiche dell'origine delle classi
b. La teoria marxista dell'origine delle classi
3. LA CRITICA DELLA TEORIA DELLA STRATIFICAZIONE E DELLA MOBILITÀ SOCIALE
4. LA STRUTTURA DI CLASSE DELLA SOCIETÀ
a. Le classi fondamentali e non fondamentali
b. L'intellighentsia
c. Gli ordini
d. A proposito delle cosiddette “classi medie”
5. LA LOTTA DI CLASSE, FORZA MOTRICE DELLO SVILUPPO DELLA SOCIETÀ ANTAGONISTICA
6. LE CONDIZIONI OGGETTIVE DELL'ESTINZIONE DELLE CLASSI

Capitolo 13: L'ORGANIZZAZIONE POLITICA DELLA SOCIETÀ


1. IL CONCETTO DI ORGANIZZAZIONE POLITICA DELLA SOCIETÀ
2. LA CRITICA DELLE TEORIE NON MARXISTE DELL'ORIGINE E DELL'ESSENZA DELLO STATO
3. L'ORIGINE E L'ESSENZA DELLO STATO
4. I TIPI E LE FORME DI STATO
5. LE PECULIARITÀ DELLO STATO SOCIALISTA
6. LE CONDIZIONI OGGETTIVE DELL'ESTINZIONE DELLO STATO

Capitolo 14: LA RIVOLUZIONE SOCIALE


1. LA RIVOLUZIONE SOCIALE COME FORMA DI PASSAGGIO DA UNA FORMAZIONE ECONOMICO-SOCIALE DI CLASSE ALL'ALTRA
2· LE PREMESSE OGGETTIVE E SOGGETTIVE DELLA RIVOLUZIONE SOCIALE
3. IL CARATTERE E LE FORZE MOTRICI DELLA RIVOLUZIONE SOCIALE
4. LA RIVOLUZIONE SOCIALISTA
a. L'essenza e le peculiarità della rivoluzione socialista
b. Lo sviluppo da parte di V. I. Lenin della teoria della rivoluzione socialista
c. La molteplicità delle forme di attuazione della rivoluzione socialista

Capitolo 15: LA COSCIENZA SOCIALE E LE SUE FORME


1. IL CONCETTO DI ESSERE SOCIALE E DI COSCIENZA SOCIALE
2. L'AUTONOMIA RELATIVA DELLA COSCIENZA SOCIALE
3. L'INFLUSSO DELLA COSCIENZA SOCIALE SULL'ESSERE SOCIALE
4. LA STRUTTURA DELLA COSCIENZA SOCIALE
a. La coscienza sociale e individuale
b. La psicologia sociale e l'ideologia
c. Le forme di coscienza sociale.
5. L'IDEOLOGIA POLITICA
6. LA COSCIENZA GIURIDICA
7. LA MORALE
a. Il concetto di morale
b. L'origine della morale
c. Il carattere di classe della morale
d. Sui momenti universali della morale
e. Sul criterio della verità nella sfera della morale
8. L'ARTE
a. Le peculiarità dell'arte come forma di coscienza sociale
b. Le funzioni sociali dell'arte
9. LA RELIGIONE
a. L'origine e l'essenza della religione
b. Il carattere di classe della religione
c. La soppressione della base sociale della religione sotto il socialismo
10. LA SCIENZA
a. Il concetto di scienza
b. Il legame della scienza con la produzione
c. La connessione reciproca della scienza con la sovrastruttura e la struttura

Capitolo 16: LA FUNZIONE DELLE MASSE POPOLARI E DELLA PERSONALITÀ NELLA STORIA. PERSONALITÀ E SOCIETÀ
1. LE MASSE POPOLARI, FORZA DECISIVA DELLO SVILUPPO SOCIALE
2. LA FUNZIONE DELLA PERSONALITÀ NELLA STORIA
3. LA PERSONALITÀ E LA SOCIETÀ
a. La personalità come prodotto dello sviluppo sociale
b. La dialettica dell'interconnessione della personalità e della società

Capitolo 17: IL PROGRESSO SOCIALE


1. IL CONCETTO DI PROGRESSO SOCIALE
2. IL CRITERIO OGGETTIVO DEL PROGRESSO SOCIALE
3. LE FORMAZIONI ECONOMICO-SOCIALI COME GRADINI DEL PROGRESSO SOCIALE
4. LE PECULIARITÀ DEL PROGRESSO NELLA SOCIETÀ BASATA SULLO SFRUTTAMENTO
5. LE PECULIARITÀ DEL PROGRESSO SOTTO IL SOCIALISMO
CAPITOLO 1: LA FILOSOFIA E IL SUO RUOLO NELLA SOCIETÀ

Prima di esporre la filosofia del marxismo-leninismo, dobbiamo chiarire che


cosa rappresenti la filosofia in generale, in che cosa essa si differenzi dalle al-
tre forme della coscienza sociale, quali funzioni essa sia chiamata ad assol-
vere.
1. LA FILOSOFIA COME CONCEZIONE DEL MONDO

a. Che cos'è una concezione del mondo


La filosofia rappresenta l'insieme delle idee sul mondo. Ma ciò dicendo, noi
non ne esprimiamo ancora i tratti distintivi. Infatti, nella società esistono
molte altre concezioni oltre a quelle filosofiche. In che cosa si distinguono,
dunque, le concezioni filosofiche da quelle non filosofiche e, in particolare,
da quelle delle scienze naturali?
Il contenuto delle scienze naturali e sociali concrete riflette le leggi oggettive
di questi o quei campi della realtà, di questi o quei processi. Per esempio, la
fisica ha per oggetto i fenomeni connessi con lo spostamento dei corpi nello
spazio, col movimento delle molecole, delle particelle «elementari», ecc.; la
biologia studia i fenomeni della natura vivente; le scienze economiche si oc-
cupano dei rapporti che sorgono tra gli uomini nel processo di produzione,
di distribuzione e di consumo dei beni materiali; la pedagogia si occupa
dell'educazione e dell'istruzione degli uomini, ecc. La filosofia, invece, non si
occupa di un campo particolare della realtà né di un settore particolare del
mondo, essa studia il mondo nel suo insieme, tutti i fenomeni che vi si verifi-
cano.
La filosofia, dunque, ha il compito di elaborare un sistema di idee sul mondo
nel suo insieme, di fornire un'interpretazione unica di tutti i processi che av-
vengono nel mondo, di essere, cioè, una concezione del mondo.
b. Il quesito supremo della filosofia. Materialismo e idealismo
La filosofia studia il rapporto tra la materia e la coscienza, tra la natura e lo
spirito, stabilisce quale di essi è il primo dato e quale è il secondo dato deri-
vato. Quello del rapporto tra la materia e la coscienza è il quesito supremo
della filosofia. Il modo in cui tale questione viene risolta, predetermina que-
sta o quella visione di tutti gli altri problemi filosofici.
Nulla di simile accade nelle altre scienze. L'analisi del nesso tra materia e co-
scienza non rientra nei loro compiti. Esse esaminano il loro oggetto dal solo
punto di vista dello studio delle proprietà oggettive dei fenomeni. Anche
quelle scienze che hanno per oggetto i fenomeni psichici, studiano questi ul-
timi senza contrapporre il materiale all'ideale.
I filosofi si dividono in due grandi campi – materialisti e idealisti – a seconda
di come risolvono il problema del rapporto tra materia e coscienza.
I materialisti affermano la priorità della materia rispetto alla coscienza, essi
ritengono che la prima sia alla base di tutto ciò che esiste. La coscienza, inve-
ce, è il secondo dato e si presenta come una proprietà della materia, proprie-
tà che si manifesta in determinate condizioni. Fanno parte, ad esempio, del
campo materialistico: il filosofo greco Democrito, il quale riteneva che il
mondo fosse costituito dagli atomi; il filosofo olandese del XVII secolo Spi-
noza, il quale considerava il pensiero una proprietà inalienabile (attributo)
della materia; il filosofo francese del XVIII secolo Diderot, il quale sosteneva
che la natura esistesse indipendentemente dalla coscienza, ecc.
A differenza dei materialisti, gli idealisti affermano la priorità dello spirito: la
coscienza, il pensiero, le idee. Secondo loro, la materia è un prodotto dello
spirito, della coscienza e si presenta come una forma di esistenza di quest'ul-
tima.
Pur concordando tra di loro nel porre alla base del mondo il principio spiri-
tuale, gli idealisti divergono nell'interpretazione di questo principio. Alcuni
di loro sostengono che il principio spirituale che condiziona tutti i fenomeni
che avvengono nel mondo, esista nella forma di coscienza umana, di sensa-
zioni, di percezioni, di rappresentazioni, in una parola, nella forma di attività
umana soggettiva. Questi sono gli idealisti soggettivi. Altri si immaginano ta-
le principio spirituale nella forma di coscienza cosiddetta assoluta, di spirito,
di idea pura, ecc. Questi sono gli idealisti oggettivi. Rappresentante dell'idea-
lismo soggettivo è, per esempio, J. Fichte, filosofo tedesco del XVIII secolo, il
quale proclamò la realtà che circonda l'uomo conseguenza dell'attività del
soggetto, dell'autocoscienza di un «Io». Come rappresentante dell'idealismo
oggettivo possiamo indicare il filosofo greco Platone. Nel pensiero di Platone
il mondo reale è costituito da essenze ideali mentre le cose sensibili sono
delle loro copie imperfette, che sorgono in seguito alla fusione di questa o
quella idea con la materia informe che è, propriamente parlando, il non es-
sere.
c. Il dualismo filosofico
La dottrina dei materialisti, che interpretano tutti i fenomeni del mondo par-
tendo dalla materia, e la dottrina degli idealisti, che fanno derivare tutto
quello che esiste dall'attività spirituale, dalla coscienza, sono dottrine moni-
stiche (dal greco mónos, «unico»), perché esse si fondano su un unico princi-
pio determinante.
Però, vi sono filosofi che pongono alla base del mondo non uno ma due prin-
cìpi: il materiale e l'ideale. Secondo loro, questi due princìpi esistono in mo-
do del tutto autonomo, l'uno indipendentemente dall'altro. Uno di essi de-
termina il sorgere delle cose materiali del mondo fisico; dall'altro, invece,
deriva il mondo spirituale. Tale dottrina si chiama dualistica (dal latino duo,
«due»).
Un rappresentante della dottrina dualistica è Descartes, filosofo francese del
XVII secolo. Secondo Descartes alla base della realtà vi sono due sostanze: la
corporea, il cui attributo è l'estensione, e la spirituale, il cui attributo è il
pensiero. Queste sostanze, che esistono in modo indipendente l'una dall'al-
tra, si uniscono nell'uomo e si presentano in esso nella forma di anima e cor-
po. Ma anche nell'uomo esse, pur esistendo insieme l'una accanto all'altra,
rimangono, secondo Descartes, assolutamente indipendenti, stanno alla pari.
Ponendo alla base dei loro sistemi due princìpi determinanti, i dualisti pre-
tendono ad una propria linea autonoma in filosofia, distinta da quella del
materialismo e da quella dell'idealismo. Tuttavia, essi non riescono a portare
fino in fondo questa autonomia. Infatti, nell'analizzare i problemi concreti
essi si vedono costretti a porsi ora sulle posizioni del materialismo, ora su
quelle dell'idealismo. il loro sistema filosofico risulta di conseguenza incoe-
rente, contraddittorio, esso riunisce in sé meccanicamente tesi e princìpi in-
compatibili tra di loro.
d. Le ricerche di una terza via in filosofia
Tentativi di porsi al di sopra del materialismo e dell'idealismo, di trovare
una terza linea in filosofia, vengono compiuti anche da altri filosofi che si ri-
velano poi, in fin dei conti, degli idealisti.
Tali tentativi sono particolarmente caratteristici del periodo del capitalismo
maturo, quando la borghesia vittoriosa cominciò a comprendere che la con-
cezione materialistica del mondo rappresentava per essa un pericolo, a cau-
sa della possibilità, insita in tale dottrina, di conclusioni ateistiche e rivolu-
zionarie volte a mutare lo stato reale delle cose.
L'aspirazione a trovare una terza linea in filosofia è, propria, in particolare,
alla dottrina del fisico e filosofo austriaco Ernst Mach (fine del XIX – inizio
del XX sec.). Mach sottopone a critica sia il sistema filosofico materialistico
che quello idealistico sostenendo che sia l'uno che l'altro sono unilaterali. Al-
la base del mondo, dichiara Mach, non è né la materia né la coscienza, ma i
cosiddetti «elementi neutrali del mondo», che possono presentarsi sia come
materiali che come spirituali. Quando questi elementi entrano in contatto fra
di loro formano il materiale, ossia il mondo fisico; quando, invece, essi en-
trano in contatto con il sistema nervoso dell'uomo formano l'ideale, ossia il
mondo psichico. Secondo Mach il mondo fisico e il mondo psichico sono in
interconnessione organica tra di loro e ciò consente di costruire il mondo fi-
sico con i fenomeni psichici ma esclude la possibilità di costruire il mondo
psichico con i fenomeni fisici.
In realtà, da tutti questi ragionamenti non risulta nessuna terza linea in filo-
sofia. Infatti, se partendo dagli «elementi neutrali» siamo giunti ad affermare
che è possibile creare il mondo fisico dallo psichico e che è impossibile il
sorgere di fenomeni psichici sulla base del fisico, tale affermazione è perfet-
tamente aderente ai postulati dell'idealismo poiché nel dato caso il momento
determinante è lo psichico, la coscienza.
In modo analogo tenta di trovare una terza linea in filosofia il noto esisten-
zialista Karl Jaspers. Egli ritiene come Mach che alla base della realtà non è
né la materia né la coscienza ma una terza sostanza che include sia l'una che
l'altra. Questa terza sostanza è per Jaspers «il trascendente» che si manifesta
o come pura «esistenza», o come «sovrannaturale», o come «coscienza», o
come «mondo», ecc. Ma se «il trascendente» è in grado di manifestarsi sia
come mondo che come ragione, sia come naturale che come sovrannaturale,
esso non si distingue affatto dal dio che i teologi pongono quale principio
primigenio di tutto quello che esiste e la filosofia di Jaspers non si distingue
in nulla dalla filosofia dell'idealismo oggettivo che riconosce apertamente la
coscienza come artefice di tutto quello che esiste.
Oltre ai filosofi che tentano di porsi al di sopra del materialismo e dell'ideali-
smo escogitando qualcosa di diverso dalla materia e dalla coscienza, vi sono
anche autori e persino intere scuole che vogliono raggiungere lo stesso sco-
po ignorando il quesito supremo della filosofia che essi definiscono uno
pseudo problema privo di ogni senso. Fautori di questo punto di vista sono i
positivisti moderni (R. Carnap, B. Russell ed altri).
Secondo i positivisti, la filosofia non può risolvere il problema della priorità
della materia o della coscienza e perciò non deve occuparsene. Suo compito
fondamentale è l'analisi logica dei dati scientifici, dell'aspetto semantico del-
le parole e delle proposizioni. In realtà, senza risolvere il problema di che
cosa sia il primo dato - la materia o la coscienza – è impossibile fornire una
valida analisi dei dati scientifici, dell'aspetto semantico delle parole e delle
proposizioni, poiché tale analisi presuppone che si sia chiarito prima di tutto
se i dati scientifici sono il risultato del riflesso dei rispettivi lati e nessi della
realtà, oppure il risultato dell'attività creativa della coscienza stessa, del
pensiero. I positivisti sono inclini ad accettare questa seconda ipotesi. Essi
fanno derivare il contenuto dei dati sensibili, il significato delle parole e delle
proposizioni non dal mondo esterno, ma dall'attività creativa della coscien-
za, del pensiero e con ciò, lo vogliano essi o no, si pongono sul terreno dell'i-
dealismo.
In tal modo, le ricerche di una terza via in filosofia non possono che condur-
re all'idealismo.
e. Le radici sociali e gnoseologiche dell'idealismo
Le cause che determinano la comparsa di concezioni idealistiche sulla realtà
che ci circonda sono molteplici. Alcune di esse affondano le loro radici nella
struttura economica della società, nella condizione sociale delle classi e nelle
loro esigenze; altre, invece, vanno ricercate nella sfera della conoscenza,
dell'attività conoscitiva degli uomini.
Le radici sociali dell'idealismo sono quei fattori della vita sociale degli uomi-
ni che favoriscono il sorgere e il diffondersi di concezioni idealistiche sulla
realtà che circonda l'uomo. A tali fattori si riferiscono prima di tutto la sepa-
razione del lavoro intellettuale da quello fisico e il sorgere di una specie di
opposizione tra di loro. «Una volta che le idee dominanti - scrissero K. Marx
e F. Engels – siano state separate dagli individui dominanti e soprattutto dai
rapporti che risultano da un dato stadio del modo di produzione, e si sia
giunti di conseguenza al risultato che nella storia dominano sempre le idee, è
facilissimo astrarre da queste varie idee “l'idea”, ecc., come ciò che domina
nella storia, e concepire così tutte queste singole idee e concetti come “auto-
determinazioni” del concetto che si sviluppa nella storia» 1.
Tra le radici sociali dell'idealismo figura anche l'interesse delle classi sfrutta-
trici ad una soluzione in senso idealistico della questione fondamentale della
filosofia e alla diffusione di concezioni idealistiche, le quali, fornendo una
giustificazione teorica della religione, favoriscono l'asservimento spirituale
dei lavoratori, distolgono questi ultimi dalla lotta rivoluzionaria per cambia-
re lo stato di cose esistente.
Le radici gnoseologiche dell'idealismo sono cause che si trovano nella sfera
della conoscenza.
La conoscenza è il processo, complesso e contraddittorio, del riflesso della
realtà nella coscienza dell'uomo. Se questo o quel momento della conoscen-
za viene esagerato, viene privato dei legami con gli altri lati e momenti del
processo conoscitivo e considerato avulso dalla materia, trasformandolo in
qualcosa di assoluto, si cadrà inevitabilmente nell'idealismo. Le radici gno-
seologiche dell'idealismo sono, dunque, l'assolutizzazione di questo o
quell'aspetto, di questa o quella peculiarità del processo della conoscenza,
che porta ad una visione unilaterale del processo stesso e quindi alla sua de-
formazione. Lenin scriveva: «Il carattere rettilineo e unilaterale, l'irrigidi-
mento e l'ossificazione, il soggettivismo e la cecità soggettiva: voilà le radici

1Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, vol. V. Roma, Editori Riuniti, p. 47.
gnoseologiche dell'idealismo»2.
Tratto caratteristico delle sensazioni e delle percezioni di queste forme della
conoscenza sensibile è che esse dipendono dall'uomo, dal suo sistema ner-
voso, dal suo stato psichico, dalla sua esperienza individuale, ecc. Però, se
noi esageriamo questo rapporto di dipendenza, se dimentichiamo che le
sensazioni e le percezioni dipendono non solo dall'uomo ma anche dall'og-
getto che agisce sui suoi organi dei sensi, che esse riflettono questi o quei lati
di questo oggetto, finiremo inevitabilmente nel soggettivismo ammettendo
che il contenuto delle sensazioni e delle percezioni è determinato dal sogget-
to (dall'uomo), dalle sue emozioni e, poi, anche nell'idealismo, riconoscendo
che le sensazioni e le percezioni sono la base di tutto ciò che esiste. È proprio
in tale forma che propagandavano l'idealismo Berkeley, Mach, Avenarius ed
altri.
Inoltre, venendo a conoscere la realtà che li circonda, gli uomini mettono in
luce le proprietà comuni delle cose e dei fenomeni con i quali essi hanno a
che fare nella loro attività pratica. Sulla base di ciò in essi si formano dap-
prima le immagini generali e poi i concetti di tali proprietà. Le immagini e i
concetti così formatisi si trasmettono di generazione in generazione, mentre
le cose riflesse in tali concetti cambiano ininterrottamente. Si crea così l'im-
pressione che i concetti siano qualcosa di stabile, di immutabile, di eterno,
mentre le cose qualcosa di mutevole, di transitorio, di temporaneo. Il concet-
to di «uomo», ad esempio, è sorto nella remota antichità e il processo della
sua formazione si è perduto nei tempi. Può sembrare, perciò, che esso esista
eternamente. I singoli uomini, invece, non sono eterni. Essi nascono e
muoiono. E se si pone esageratamente l'accento sulla relativa stabilità dei
concetti, se li si priva del legame con le cose del mondo esterno, per riflette-
re le quali essi sono sorti, e li si trasforma in qualcosa di autonomo che sta
all'origine delle cose, allora si finisce inevitabilmente nell'idealismo.
2. LA FUNZIONE METODOLOGICA DELLA FILOSOFIA

In quanto concezione del mondo, la filosofia ha il compito di fornire un'in-


terpretazione unica e coerente dei fenomeni che avvengono nel mondo e di
aiutare in tal modo l'uomo ad orientarsi nella sua vita, nella sua attività quo-
tidiana. Il ruolo della filosofia nella società non si riduce, però, solo a questo.
Essa deve assolvere anche una funzione metodologica, deve elaborare un
metodo generale della conoscenza che è un insieme di princìpi o postulati in-
terdipendenti, formulati sulla base delle leggi generali scoperte nella realtà e
nel processo della conoscenza e dedotti dalla storia dello sviluppo della co-

2V. I. Lenin, Opere complete, vol. 38. Roma, Editori Riuniti, p. 366.
scienza sociale.
Nella storia della filosofia sono noti due metodi filosofici di conoscenza dia-
metralmente opposti: il metodo metafisico e quello dialettico.
Il metodo metafisico si formò nell'ambito delle scienze naturali nei secoli
XVI-XVII. In quella epoca la scienza della natura, in considerazione delle esi-
genze della produzione in via di sviluppo, si poneva lo scopo di studiare sin-
goli lati e proprietà del mondo, le forme concrete dell'essere. Per conoscere
questi particolari «essa li staccava dal loro contesto naturale o storico e li
esaminava ciascuno per sé, nella sua natura, nelle sue cause, nei suoi effetti
particolari»3. Ciò generò la tendenza a concepire le cose e i fenomeni della
natura al di fuori della loro interconnessione e interdipendenza, al di fuori
del loro movimento e del loro sviluppo e successivamente portò anche al
sorgere del metodo generale metafisico della conoscenza. Secondo tale me-
todo le cose e i fenomeni della natura sono concepiti nel loro isolamento, al
di fuori del loro vasto contesto complessivo, sono privi di contraddizioni e di
sviluppo, eternamente nel medesimo stato qualitativo, sono, cioè, immutabi-
li
Attualmente tratto particolarmente caratteristico della metafisica è quello di
assolutizzare singoli lati e forme del movimento della materia, di ridurre il
superiore all'inferiore.
Nella misura in cui le scienze naturali cominciarono a passare dallo studio
delle cose e delle loro proprietà allo studio dei processi che si svolgono in
esse, cominciarono ad elaborarsi i princìpi del metodo dialettico della cono-
scenza. Tale metodo parte dalla considerazione che nella realtà tutti i feno-
meni sono in interconnessione e interdipendenza organica, che tutti i feno-
meni sono internamente contraddittori e, in seguito della lotta degli opposti
ad essi propri, cambiano continuamente passando ad uno stato qualitativo
superiore.
Il metodo dialettico della conoscenza è derivato dalle leggi universali della
realtà e della conoscenza. Perciò esso è l'unico metodo conseguentemente
scientifico (filosofico), metodo che aiuta gli scienziati nella loro attività co-
noscitiva.
3. LA FILOSOFIA E L'ATTIVITÀ PRATICA DEGLI UOMINI

Studiando le leggi universali della realtà e della conoscenza e elaborando


sulla loro base una concezione del mondo e un metodo generale della cono-
scenza, la filosofia esercita un influsso sostanziale sulla vita umana. Il com-

3Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol. XXV, p. 20.
portamento degli uomini, i princìpi ai quali essi si ispirano nella loro attività
pratica, dipendono in misura notevole dalle loro concezioni generali, dalle
idee filosofiche fatte proprie dalla loro coscienza.
Per esempio, gli uomini che sono sotto l'influsso della concezione idealistica
del mondo molto spesso, nella loro vita privata, attribuiscono grande impor-
tanza a dio o ad altre forze soprannaturali. Essi fanno affidamento più sul
proprio destino che sulla conoscenza delle leggi che regolano i mutamenti
della realtà che li circonda. Gli uomini che hanno una concezione marxista
del mondo nella loro attività si basano, invece, sulla conoscenza delle leggi
oggettive della realtà. il loro scopo fondamentale consiste non nell'adattarsi
alle condizioni di vita esistenti ma nel perfezionarle e nel cambiarle costan-
temente.
Inoltre, il legame della filosofia, in particolare del materialismo dialettico,
con la prassi si realizza anche per un'altra via: traducendo in atto la funzione
metodologica del materialismo dialettico. Il materialismo dialettico, sulla ba-
se dello studio delle leggi universali della realtà, formula determinati princì-
pi o norme che è indispensabile osservare nell'attività pratica, nella soluzio-
ne di questo o quel compito, elabora, in altre parole, un metodo d'azione, un
metodo di trasformazione rivoluzionaria della realtà. Perciò, per i sovietici
che costruiscono una società nuova, la società comunista, e realizzano con
ciò un'opera di portata storica, è estremamente necessario impadronirsi del-
la filosofia marxista. Tale dottrina li aiuterà ad orientarsi meglio nella solu-
zione dei problemi che sorgono nella pratica, a trovare per la loro soluzione
le vie che maggiormente rispondono alle condizioni concrete.
4. LA DEFINIZIONE DELL'OGGETTO DELLA FILOSOFIA

Dopo l'esame dei tratti specifici della filosofia e delle funzioni che essa
adempie si può dare una definizione del suo oggetto.
La filosofia rappresenta una concezione del mondo e un metodo di cono-
scenza, elaborati sulla base di una determinata soluzione del problema del
rapporto tra la materia e la coscienza.
Tale definizione è applicatile a qualsiasi filosofia, a qualsiasi concezione filo-
sofica: materialistica e idealistica, dialettica e metafisica. Noi però non ci oc-
cuperemo dell'oggetto di studio di tutte le correnti filosofiche. Nostro compi-
to è mettere in luce soltanto il contenuto della filosofia marxista-leninista.
La filosofia marxista-leninista è una scienza che studia le leggi oggettive
dell'interconnessione della materia e della coscienza e le leggi universali del-
la natura, della società, del pensiero ed elabora una concezione del mondo e
un metodo di conoscenza e di trasformazione della realtà.
5. LA FILOSOFIA E LE SCIENZE CONCRETE

Qual è il rapporto tra la filosofia e le scienze concrete? Alcuni autori presen-


tano la filosofia come «scienza delle scienze» che deve raggruppare tutte le
scienze in un tutt'uno e includerle in questa forma nel suo contenuto, indi-
cando a ciascuna di esse il posto che le spetta e i princìpi che ne determinano
il contenuto e l'indirizzo di sviluppo. Tale concezione era caratteristica del
periodo premarxista di sviluppo della filosofia. Ma anche dopo il sorgere del
materialismo dialettico, alcuni autori borghesi si attengono al dato punto di
vista.
I positivisti sostengono su tale questione una concezione diametralmente
opposta. Essi affermano che le scienze concrete non hanno bisogno della fi-
losofia, che possono benissimo farne a meno. Non solo, ma i positivisti di-
chiarano che bisogna distruggere la filosofia perché essa è soltanto dannosa
e ostacola lo sviluppo della conoscenza scientifica, nella realtà non v'è nulla
che corrisponda ai suoi princìpi, non indaga - né può indagare – nulla, non
ha - né può avere – un metodo scientifico di conoscenza, ecc.
Orbene, se queste concezioni possono essere riferite in una qualche misura
alla filosofia idealistica, la quale all'indagine della realtà oggettiva sostituisce
la costruzione di questi o quei princìpi derivati dal pensiero puro, esse sono
del tutto estranee al materialismo dialettico. Il materialismo dialettico ha un
campo d'indagine proprio solo ad esso, ha un suo metodo scientifico di co-
noscenza.
A differenza delle scienze concrete che studiano le leggi proprie a questo o
quel campo della realtà, il materialismo dialettico studia le leggi universali
che si manifestano in tutti i campi del mondo oggettivo, in tutti i fenomeni.
Però le leggi universali si manifestano non in modo separato dalle leggi par-
ticolari, non parallelamente ad esse, ma tramite di esse, sotto forma di de-
terminati lati di queste ultime. Perciò, per scoprire questa o quella legge filo-
sofica, bisogna rivolgersi alle scienze concrete, analizzare le leggi specifiche,
da esse scoperte, individuare in esse ciò che si ripete in tutti i campi della
realtà, ciò che è universale. Per questo la filosofia è organicamente legata al-
le scienze concrete, ai dati scientifici da esse ottenuti, attinge il suo contenu-
to da questi dati e può svilupparsi con successo solo sulla base della loro ge-
neralizzazione.
A loro volta, le scienze concrete sono anch'esse legate indissolubilmente alla
filosofia, ai risultati delle sue ricerche. La filosofia, infatti, studiando le leggi
universali della realtà e le leggi oggettive dell'interconnessione tra la mate-
ria e la coscienza, elabora su questa base la teoria della conoscenza e la logi-
ca - le leggi e le forme del pensiero – e, insieme ad esse, anche il metodo ge-
nerale di conoscenza. Le scienze concrete non possono esistere e svilupparsi
con successo senza utilizzare le forme logiche e le leggi del pensiero. Esse
non possono fare a meno neanche del metodo generale di conoscenza. Ma
esse non possono elaborare da sé tutto ciò, in quanto non studiano le leggi
universali della realtà, le quali presiedono al processo del pensiero e sulla
base delle quali si formulano le leggi della logica e i princìpi del metodo dia-
lettico di conoscenza.
Quindi, il materialismo dialettico e le scienze concrete, pur avendo i propri
campi specifici d'indagine, sono in interconnessione e interdipendenza or-
ganica tra di loro e non possono svilupparsi con successo se separate tra di
loro.
6. IL CARATTERE DI PARTE DELLA FILOSOFIA

In una società divisa in classi la filosofia ha sempre carattere di parte. Elabo-


rando un sistema di concezioni sul mondo nel suo insieme, sulla realtà, essa
al tempo stesso esprime e difende gli interessi di queste o quelle classi, di
questi o quei gruppi sociali. Attraverso le concezioni filosofiche le classi e i
gruppi sociali si rendono sul piano teorico coscienti della loro posizione nel-
la società, del loro rapporto con la realtà che li circonda, con i processi che vi
si svolgono. Essendo la base della concezione del mondo di questa o quella
classe, la filosofia forma il modo di pensare e d'agire di questa classe, le sue
esigenze e i suoi ideali. «La filosofia contemporanea - scrisse Lenin – ha un
carattere di parte, come l'aveva la filosofia di duemila anni fa. In sostanza, i
partiti in lotta sono il materialismo e l'idealismo, anche se si nascondono
dietro nuove etichette escogitate da pedanti e da ciarlatani, o dietro una stu-
pida indipendenza delle parti»4.
Il materialismo, di regola, è legato alle classi progressiste interessate al pro-
gresso storico, mentre l'idealismo è legato alle classi reazionarie che difen-
dono lo stato di cose esistente. Esprimendo gli interessi degli strati progres-
sisti della società il materialismo si appoggia alla scienza, si avvale dei suoi
dati; l'idealismo, invece, è legato di regola alla religione, si appoggia ai suoi
dogmi e ne motiva la necessità. Sottolineando il carattere di parte della filo-
sofia borghese e il suo legame con la teologia, Lenin scriveva: «Neppure una
parola di nemmeno uno di questi professori (borghesi N.d.A.) - capaci di pro-
durre le opere più preziose in campi particolari della chimica, della storia,
della fisica – può essere creduta quando si passa alla filosofia. Perché? Per la
stessa ragione per la quale neppure una parola di nemmeno uno dei profes-
sori di economia politica - capaci di produrre le opere più preziose nel cam-

4V. I. Lenin, op. cit., vol. 14, p. 352.


po delle indagini particolari condotte sui fatti – può essere creduta quando si
passa alla teoria generale dell'economia politica. Poiché quest'ultima, nella
società contemporanea, è una scienza di parte, come la gnoseologia»5.

5Ibidem, pp. 336-337.


CAPITOLO 2: LA LOTTA TRA IL MATERIALISMO E L'IDEALISMO NELLA FILOSOFIA
PREMARXISTA

1. IL SORGERE DELLA FILOSOFIA

La filosofia come sistema di idee sul mondo, come concezione del mondo de-
gli uomini non è esistita sempre. Essa è sorta soltanto ad un determinato
stadio di sviluppo della società. Perché la filosofia potesse apparire, erano
necessari un notevole livello di sviluppo del pensiero e condizioni sociali fa-
vorevoli. Nei periodi iniziali di esistenza e di sviluppo della società le forze
produttive erano ad un livello molto basso e l'uomo dipendeva in tutto e per
tutto dalla natura, era in balìa delle sue forze spontanee. Naturalmente, sic-
come non conosceva le cause effettive che provocavano il sorgere di questi o
quei fenomeni, egli era portato a conferire anima a questi ultimi, a ritenere
che essi fossero determinati, generati da forze o esseri soprannaturali. Nasce
così la credenza nell'esistenza degli dei e, insieme ad essa, la religione, le
concezioni religiose.
La forma prima, iniziale di una visione globale del mondo fu, quindi, una
concezione religiosa del mondo, generata dall'impotenza dell'uomo primiti-
vo nella lotta contro la natura, dalla paura per le misteriose forze spontanee
che influivano sulla sua attività vitale.
Con la divisione della società in classi - in schiavi e proprietari di schiavi – le
idee religiose cominciarono ad essere condizionate, ad essere generate an-
che da un'altra causa, e precisamente, dalla dipendenza dell'uomo dalle for-
ze spontanee sociali, le quali apportavano agli uomini calamità non minori di
quelle provocate dalla natura. Nella società schiavistica la religione diviene,
inoltre, un'arma spirituale nelle mani dei padroni di schiavi per giustificare e
sancire lo sfruttamento degli schiavi. Con il sorgere delle classi fa la sua ap-
parizione anche la lotta di classe, la quale trova inevitabilmente il suo rifles-
so nella vita spirituale degli uomini, nella lotta tra le diverse concezioni del
mondo che riflettono la diversa posizione delle classi e degli altri gruppi so-
ciali. Nella società schiavistica, in relazione al fatto che il lavoro intellettuale,
separatosi dal lavoro fisico, divenne monopolio dei proprietari di schiavi, la
lotta ideologica tra le diverse concezioni del mondo si svolgeva soprattutto
tra i vari gruppi di proprietari di schiavi che occupavano una diversa posi-
zione in seno alla società, e in particolare, tra gli strati avanzati - artigiani e
mercantili – della classe dei proprietari di schiavi e i gruppi conservatori
dell'aristocrazia gentilizia. I primi tendevano a sviluppare ulteriormente le
forze produttive, il commercio, lottavano per le forme democratiche di Stato
schiavistico. Gli strati aristocratici, invece, ostacolavano tale processo. La lot-
ta dei gruppi sociali progressisti contro l'aristocrazia reazionaria determinò
il sorgere e lo sviluppo della concezione materialistica del mondo, la quale fu
contrapposta alle concezioni religiose dell'aristocrazia schiavistica.
I rappresentanti della parte reazionaria dei proprietari di schiavi, lottando
contro il materialismo, cominciarono ad elaborare concezioni idealistiche
(con le quali motivavano la religione) e a contrapporle all'interpretazione
materialistica dei processi che si svolgono nel mondo. Così appare l'ideali-
smo come reazione alla nascita della concezione materialistica del mondo.
Una volta sorti, l'idealismo e il materialismo cominciarono a condurre una
lotta costante tra di loro, lotta che non è mai cessata. Tutta la successiva sto-
ria dello sviluppo della filosofia non rappresenta altro che la lotta tra questi
due indirizzi in filosofia: il materialismo e l'idealismo.
2. LA LOTTA TRA IL MATERIALISMO E L'IDEALISMO NELLA SOCIETÀ SCHIAVISTICA

La dottrina materialistica sul mondo affonda le sue radici nella remota anti-
chità. Essa appare in Egitto e in Babilonia tra la fine del terzo e l'inizio del
secondo millennio prima dell'era moderna. Già in quell'epoca si incontrano
ragionamenti secondo cui l'acqua è la causa del mondo, che dall'acqua hanno
origine tutte le cose, tutti gli esseri viventi.
Ma la dottrina materialistica diviene un sistema di idee più o meno organico
soltanto nel primo millennio precedente l'era moderna. È proprio in questa
forma che l'incontriamo in quell'epoca in India e in Cina. Così, ad esempio,
nei secoli VIII-VII prima della nostra era troviamo in India la corrente filoso-
fica dei Lokoyata (letteralmente: concezioni di uomini che riconoscono sol-
tanto il mondo sensibile – loka) che si presenta come un sistema di conce-
zioni materialistiche completamente formato. Fondatore della scuola dei Lo-
koyata fu Brihaspati.
I seguaci della scuola dei Lokoyata sottoponevano ad acuta critica le dottrine
religiose che in quella epoca dominavano in India e che erano esposte nei
Veda, i libri sacri del brahmanesimo. Essi condannavano decisamente «tutte
le forme di magia e di superstizione» e proclamavano invenzione dei sacer-
doti i dogmi sull'immortalità dell'anima, le loro asserzioni che dopo la morte
l'anima dell'uomo continuerebbe a vivere nel mondo trascendentale. Secon-
do la loro dottrina, non vi è e non può esservi nessun'altra vita all'infuori di
quella terrena e perciò l'anima dell'uomo muore insieme al suo corpo.
Pressappoco nella stessa epoca sorse una concezione materialistica del
mondo anche in Cina. In Cina nei secoli IX-VII prima dell'era moderna era
diffusa una dottrina che era diretta contro la religione e che affermava che il
mondo è eterno ed è costituito dal fuoco, dall'acqua, dal legno, dalla terra e
dal metallo. Tutte le cose, dicevano i primi materialisti cinesi, non sono altro
che le combinazioni dei suddetti cinque elementi.
La concezione materialistica del mondo ottenne ulteriore sviluppo nella filo-
sofia del taoismo, apparsa nel VI secolo prima dell'era moderna, di cui è con-
siderato fondatore Láo Tsze. Secondo il taoismo il mondo è eterno, è in stato
di continuo movimento e cambiamento. Tutto ciò che esiste, il movimento
stesso sono governati, secondo i taoisti, dal Tao, una legge di eterna armonia
(«Tao», in cinese, «via», «legge»; di qui il nome della dottrina).
Le correnti materialistiche, sorte in India e in Cina nel primo millennio, lot-
tarono nei successivi secoli prima contro le concezioni religiose e poi contro
l'idealismo, base teorica della religione; nel corso di questa lotta esse anda-
vano sviluppandosi e arricchendosi.
A cominciare dal VI secolo prima dell'era moderna, il pensiero filosofico ri-
ceve impetuoso sviluppo nella Grecia antica. Qui la concezione materialistica
del mondo pure sorse nella lotta contro la religione riflettendo gli interessi
degli strati progressisti della classe dei proprietari di schiavi. I fondatori del-
la filosofia materialistica greca furono i rappresentanti della cosiddetta scuo-
la ionica, sorta a Mileto: Talete (ca. 624-547 a. C.), Anassimandro (ca. 610-
546 a. C.), Anassimene (ca. 585-525 a. C.).
Secondo la dottrina di Talete, la causa prima di tutto ciò che esiste è l'acqua.
Tutto deriva dall'acqua e tutto si trasforma in ultima istanza in acqua.
Anassimandro pose come principio di tutte le cose l'«apeiron»: l'infinito o
l'indeterminato che genera cose e fenomeni mediante movimento e ema-
nando opposti come 1 «umido» e il «secco», il «freddo» e il «caldo». Cose e
mondi interi che sorgono e esistono per un determinato periodo di tempo, in
forza delle stesse cause (movimento e emanazione degli opposti) si distrug-
gono, scompaiono e si trasformano di nuovo in apeiron. In tal modo si assi-
ste nel mondo, secondo Anassimandro, ad un eterno movimento circolatorio
nel corso del quale l'uno sorge dall'apeiron, l'altro scompare trasformandosi
in apeiron. Con la sua posizione materialistica Anassimandro, come vedia-
mo, fa un tentativo di presentare il mondo in modo dialettico, in movimento,
come un mondo in cui il processo di sdoppiamento dell'uno (apeiron) in op-
posti (emanazione degli opposti) esercita un ruolo determinato.
Un analogo punto di vista sulla natura delle cose sensibili fu sviluppato an-
che da Anassimene. Secondo lui, l'elemento primordiale delle cose è l'aria, il
cui movimento determina il sorgere e lo scomparire delle cose. Essendo in
costante movimento, l'aria ora si condensa, ora si rarefà, diventando così ora
l'uno, ora l'altro. Ad esempio, rarefacendosi l'aria diventa fuoco, condensan-
dosi diventa vento, condensandosi ancora di più diventa nuvola. Diventando
ancor più densa si trasforma in terra e infine in roccia. Tutte le altre cose,
compreso dio, sono sorte da questi sopraelencati stati di materia.
Ai primi materialisti greci che esprimevano e difendevano gli interessi degli
strati progressisti della classe dei proprietari di schiavi, i gruppi reazionari,
aristocratici contrapposero prima i dogmi religiosi sull'origine e l'essenza
del mondo e poi una filosofia idealistica elaborata dai loro rappresentanti.
La prima forma dell'idealismo nella Grecia antica fu il pitagorismo, fondato
dal filosofo e matematico Pitagora (ca. 580-500 a. C.). Secondo la dottrina dei
pitagorici gli elementi fondamentali costitutivi delle cose sono i rapporti
quantitativi, i numeri che determinano l'essenza, la natura delle cose. È
sempre da essi che dipende anche tutto l'Universo. Secondo i pitagorici l'U-
niverso non è che l'armonia dei numeri.
Sviluppando la loro dottrina i pitagorici sottoponevano a critica la filosofia
materialistica della scuola ionica, ma il materialismo acquistava sempre
maggiore popolarità e si propagava rapidamente.
Un notevole contributo allo sviluppo della teoria materialistica del mondo fu
dato dal filosofo della Grecia antica Eraclito di Efeso (ca. 530-470 a. C.). Se-
condo Eraclito il principio del mondo è il fuoco che condiziona il sorgere e lo
scomparire delle cose. Tutto deriva dal fuoco, diceva Eraclito, e tutto si tra-
sforma in ultima istanza in fuoco. Secondo Eraclito il fuoco è simile all'oro, il
quale si scambia con tutto e con il quale si scambia tutto. Il mondo, secondo
Eraclito, non è stato creato da nessuno, ma esiste eternamente e non dipen-
de da nessuna forza soprannaturale. Eraclito scriveva che il mondo, l'uno del
tutto, non è stato fatto da nessuno degli dei o degli uomini, ma è stato, è e sa-
rà un fuoco eternamente vivo che si accende e si spegne secondo misura.
Ponendo il fuoco come il principio materiale dell'Universo, Eraclito sottoli-
neava continuamente l'idea dell'incessante movimento e mutamento del
mondo, della contraddittorietà come fonte del movimento, della possibilità
del trapasso degli opposti gli uni negli altri. Egli formulò così una serie di
princìpi dialettici che riflettono in un modo o nell'altro il vero stato delle co-
se anche se non poggiano su dati scientifici. Eraclito affermava: «Non è pos-
sibile discendere due volte nello stesso fiume» (discendendovi per la secon-
da volta immancabilmente l'acqua non sarà quella di prima); «in noi sono un
tutt'uno ciò che è vivo e ciò che è morto, ciò che è sveglio e ciò che dorme, ciò
che è giovane e ciò che è vecchio. Il fatto è che questo, una volta mutato, è
quello e viceversa quello, una volta mutato, è questo»; «il freddo diventa più
caldo, il caldo diventa più freddo, l'umido diventa secco, il secco diventa
umido».
L'ulteriore sviluppo della linea materialistica della filosofia greca antica è le-
gato alla dottrina di Democrito (V secolo a. C.) il quale formulò la teoria ato-
mistica della struttura della materia. Secondo questa teoria gli elementi pri-
mordiali del mondo sono gli atomi, la cui quantità è infinita, e il vuoto in cui
essi si muovono. Muovendosi in questo spazio vuoto, gli atomi si incontrano
e formano questi o quei corpi. Tutto ciò che esiste è formato dagli atomi.
Persino l'anima dell'uomo è una combinazione di determinati atomi. Demo-
crito rivolse la sua dottrina contro i pitagorici i quali affermavano che l'ani-
ma è immortale. Secondo Democrito l'anima perisce insieme all'organismo.
La morte dell'organismo significa disintegrazione degli atomi che lo com-
pongono, ma ciò significa che gli atomi che compongono l'anima pure si di-
sintegrano.
Successivamente la teoria atomistica fu sviluppata dal filosofo greco Epicuro
(IV-III secolo a. C.) e dal filosofo romano Tito Lucrezio Caro (1 secolo a. C.).
Contro la teoria atomistica di Democrito e le concezioni materialistiche degli
altri filosofi, in particolare di Eraclito, intervenne il filosofo-idealista greco
Platone (427-347 a. C.) che esprimeva gli interessi dell'aristocrazia schiavi-
stica reazionaria.
La dottrina platonica pone un netto dualismo tra il mondo reale composto
dalle idee universali («essenze ideali») e il mondo non reale che è costituito
dalle cose sensibili e che non è altro che un riflesso, un'ombra del mondo
reale (mondo delle idee). Per illustrare il rapporto tra il mondo delle cose
sensibili (mondo non reale) e il mondo delle idee (mondo reale), Platone ri-
porta il seguente esempio: immaginiamoci un uomo rinchiuso in una caver-
na e incatenato ad un palo in modo da volgere sempre la schiena all'entrata
da dove arriva nella caverna la luce. Non può perciò vedere quello che av-
viene al di fuori. Ed ecco al passare davanti alla caverna di persone appari-
ranno sulla parete opposta all'ingresso le ombre delle persone che passano e
degli oggetti che portano. L'uomo nella grotta vedrà queste ombre e le pren-
derà per un mondo reale, anche se esse non sono che un calco imperfetto di
questo mondo reale. Sono analoghi calchi o, più esattamente, ombre del
mondo delle idee anche le cose sensibili, il mondo sensibile. E noi, dice Pla-
tone, ci troviamo in una situazione analoga a quella del prigioniero legato
nella caverna, prendiamo per reale questo mondo delle cose, anche se que-
st'ultimo rappresenta solo le ombre del mondo reale, e precisamente del
mondo delle idee nascosto al nostro sguardo.
Il mondo delle idee, secondo la dottrina di Platone, è riunito in un tutt'uno
dall'idea del «bene supremo» ed esiste in eterno; mentre le cose, i fenomeni
sono transitori, temporanei. Essi sorgono dall'essere informe, indefinito
(materia) come risultato della fusione con essi di questa o quella idea e
scompaiono subito non appena l'idea abbandona la cosa che ha creato. Dalla
dottrina di Platone risulta che le cose e i fenomeni derivano dalle idee che in
ultima istanza risalgono a dio.
Profonde critiche alla dottrina platonica delle idee furono mosse da Aristote-
le, la cui dottrina rappresenta il coronamento dello sviluppo della filosofia
greca antica. Nella sua filosofia Aristotele (384-322 a. C.) generalizzò e riela-
borò in maniera creativa tutto quanto era stato creato dai precedenti pensa-
tori. Le sue opere abbracciano tutti i lati della realtà: la natura, la società
umana e il sapere. Criticando le concezioni filosofiche di Platone, in partico-
lare la sua tesi sulle idee come primo dato rispetto alle cose sensibili, sulla
loro esistenza autonoma, Aristotele dimostrò che non esiste alcuna idea uni-
versale al di fuori delle cose e indipendentemente da esse. Tutto ciò che è
reale si manifesta soltanto attraverso le cose. Per quanto riguarda le idee
universali, esse sorgono nella coscienza dell'uomo nel processo della cono-
scenza, nella misura in cui l'uomo incontra quello che si ripete e ne diventa
conscio.
Nelle sue concezioni filosofiche Aristotele oscilla fra il materialismo e l'idea-
lismo.
Secondo Aristotele, alla base di tutte le cose è la materia prima. Essa è priva
di forma, indeterminata, cioè si presenta solo come possibilità dell'essere.
Questa possibilità si trasforma in cosa sensibile reale solo quando la materia
si fonde con questa o quella forma (usando la terminologia di Aristotele),
che per l'appunto le conferisce determinatezza.
Anche se la concezione del mondo di Aristotele è in sostanza materialistica,
essa presenta seri difetti. In primo luogo, Aristotele stacca la materia prima
dal movimento, essa rappresenta, secondo lui, una massa indeterminata,
amorfa, in cui il movimento è apportato dal di fuori dalla forma. In secondo
luogo, l'elemento attivo che provoca il mutamento della materia, il passaggio
di essa dallo stato indeterminato allo stato determinato e poi da uno stato
all'altro, cioè la forma, prende inizio in ultima analisi da dio come primo mo-
tore. Tutto ciò mostra l'incoerenza della dottrina di Aristotele. Oltre agli
elementi di dialettica e alle tendenze materialistiche sono propri alle sue
concezioni anche elementi di metafisica e tendenze idealistiche.
Dopo Aristotele subentra nella filosofia greca un periodo di decadenza dovu-
ta alla crisi dello Stato schiavistico. Appare la tendenza del passaggio dal ma-
terialismo all'idealismo e al misticismo. Il processo di rinascita e di diffusio-
ne delle concezioni idealistiche si intensificò particolarmente nel periodo di
decomposizione della società schiavistica romana. In quel periodo esse col-
limano direttamente con la religione, in particolare con il cristianesimo sor-
gente, il quale diventa nell'epoca del feudalesimo europeo l'ideologia domi-
nante.
3. LA LOTTA DEL MATERIALISMO E DELL'IDEALISMO NELLA FILOSOFIA MEDIEVALE

Il Medioevo, di cui era caratteristico il dominio illimitato dell'ideologia eccle-


siastica in tutte le sfere della vita spirituale della società, lasciò un'impronta
anche sullo sviluppo del pensiero filosofico. La filosofia era oggettivamente e
ufficialmente al servizio della teologia. Era chiamata a giustificare, ad argo-
mentare i dogmi religiosi, a dimostrarne l'attendibilità e l'incrollabilità. Per-
ciò tutti i problemi filosofici assumevano involontariamente una sfumatura
religiosa.
Nella filosofia medievale si prestava attenzione particolarmente grande al
problema del rapporto tra i concetti generali, i cosiddetti universali, e le cose
del mondo sensibile. Durante tutto il Medioevo si svolse intorno a questo
problema una disputa accanita. In quell'epoca la soluzione della questione
fondamentale della filosofia e la lotta fra il materialismo e l'idealismo erano
organicamente legati alla soluzione della questione del rapporto fra il parti-
colare e l'universale, fra le idee universali e le singole cose.
Gli idealisti affermavano che l'universale esiste indipendentemente dalle
singole cose e prima delle cose, esso è legato a dio. Non solo, ma dio stesso è
l'essenza universale di tutto quello che esiste. Per quanto riguarda le singole
cose, esse sono state create in ultima analisi da dio. I fautori del dato punto
di vista erano chiamati realisti in quanto ammettevano e motivavano l'esi-
stenza reale dei concetti universali.
Gli esponenti della tendenza materialistica sostenevano l'opposto. Essi di-
chiaravano che l'universale non può esistere realmente e tanto meno prima
del particolare. Esistono realmente solo le cose singolari. Mentre l'universale
è, secondo loro, solo un segno che non riflette nulla, e perciò è assente nella
realtà. I sostenitori di questo punto di vista erano chiamati nominalisti, poi-
ché negavano l'esistenza reale dell'universale e affermavano che esso non
sarebbe che un nome.
Può servire come esempio della concezione idealistica il dottrina del filosofo
medievale Anselmo d'Aosta, arcivescovo di Canterbury (1033-1109). Secon-
do lui, esiste un dio eterno, unico, immutabile, che si presenta in sé e per sé
come essenza universale. Tutto quello che esiste al di fuori di dio ha la sua
origine in dio. Il principio divino è eterno e immutabile. Le cose devono la lo-
ro origine all'opera creatrice di dio. All'atto della creazione dio prima conce-
pisce mentalmente queste o quelle cose e i suoi pensieri sono i prototipi in
base ai quali si creano in seguito le cose. Dio si presenta qui come artista che
crea le proprie opere secondo i suoi intenti. L'essere ideale delle cose nell'in-
telletto divino è eterno mentre l'essere reale (essere al di fuori di dio) ha un
carattere temporaneo, passeggero. Partendo dal suo sistema dell'essere, An-
selmo d'Aosta affermava che le idee universali devono esistere prima delle
cose singolari. Le cose materiali singolari sono il secondo dato, poiché esse
traggono la loro origine dalle idee e in ultima istanza da dio.
Contro questo punto di vista si schierò decisamente il filosofo-nominalista
medievale Roscellino (1050 ca. – 1112 ca.). Secondo la sua dottrina l'univer-
sale non solo non precede le cose sensibili, non solo non le determina, ma
non esiste in generale. Le idee universali secondo Roscellino non sono altro
che le parole, i nomi che l'uomo dà alle cose singolari. Esistono realmente so-
lo le singole cose.
Negando l'esistenza dell'universale, delle idee universali, Roscellino cercò di
confutare la dottrina della chiesa sulla natura di dio come un'unica sostanza
in tre persone uguali e distinte. Secondo lui non è possibile che esistano e
dio e tre persone tramite le quali esso si manifesterebbe: il padre, il figlio e
lo spirito santo. Se esistono queste tre persone, devono esserci allora tre so-
stanze divine e non una sola. Queste affermazioni di Roscellino suscitarono
una tempesta di indignazione da parte della chiesa e furono condannate co-
me contrarie alla dottrina ecclesiastica.
Tommaso d'Aquino, teologo e filosofo italiano (1225-1274), fece un tentati-
vo di superare le estreme prese di posizione dei nominalisti e dei realisti sul-
la questione del rapporto fra il particolare e l'universale.
Tommaso d'Aquino considerava la causa prima di tutto quello che esiste dio,
il quale è un essere spirituale assoluto e perfetto. Dio contiene in sé nella
forma di idee universali tutto quello che vi è al mondo. Ad immagine di que-
ste idee egli creò le cose materiali. In tal modo, Tommaso è d'accordo con i
realisti che le idee universali si trovano prima delle singole cose nella mente
divina. Ma al tempo stesso egli tentava di giustificare i nominalisti afferman-
do che le idee universali presenti non nella mente divina ma in quella umana
non possono esistere prima delle cose, non possono generarle, ma vengono
create dall'uomo stesso nel processo di conoscenza del mondo esterno.
Tommaso d'Aquino tentò di argomentare teoricamente il ruolo ausiliario
della filosofia rispetto alla teologia (dottrina della divinità). Secondo il suo
parere la filosofia assolve la stessa missione della teologia, cioè dà un fon-
damento ai dogmi ecclesiastici ma seguendo una via diversa. La teologia fa
derivare questi dogmi direttamente da dio, la filosofia li fa derivare dalle
opere divine (cose materiali).
Ai nostri giorni in molti paesi occidentali la dottrina di Tommaso d'Aquino
rinasce e trova diffusione particolarmente vasta nella forma del neotomi-
smo. Il suo compito fondamentale consiste nel conciliare la filosofia e le
scienze concrete con la religione, con la teologia, nel porle al servizio di que-
st'ultima.
4. IL MATERIALISMO DEL XVII-XVIII SECOLO E LA SUA LOTTA CONTRO LA RELIGIONE E L'IDEALISMO

Al Medioevo, epoca contrassegnata dal dominio incontrastato della scolasti-


ca sterile che gravitava esclusivamente intorno ai dogmi ecclesiastici, si so-
stituì una nuova epoca, quella del Rinascimento. Con la nascita e con l'affer-
marsi dei rapporti di produzione capitalistici si intensificò la produzione,
sorsero e cominciarono a svilupparsi l'industria, il commercio. Per ciò era
necessario conoscere meglio le leggi in base alle quali si sviluppano e fun-
zionano i fenomeni del mondo esterno. Sorge la necessità di studiare la na-
tura, di conoscerla. L'intelletto umano comincia a rivolgere la sua attenzione
alla natura, all'attività materiale degli uomini. Questa tendenza non poteva
non ripercuotersi sulla filosofia, sul suo sviluppo. La filosofia viene procla-
mata scienza chiamata a stabilire le verità che aiutano nella vita pratica e
orientano l'attività per la produzione dei valori materiali.
Le tesi generali sostenute dalla filosofia medievale e il metodo da essa segui-
to vengono proclamati falsi, poiché inducono in errore gli uomini. Vengono
proposti nuovi metodi d'indagine, nuovi metodi di conoscenza della verità.
Precursore di tale indirizzo in filosofia è considerato Francesco Bacone
(1561-1625).
Bacone sottopose ad aspra critica prima di tutto la filosofia idealistica,
dall'antichità al Medioevo. Egli la criticò in due direzioni. In primo luogo, egli
rimproverava agli idealisti di aver confuso il divino e l'umano sino al punto
di fondare le loro dottrine filosofiche esclusivamente sui libri della sacra
scrittura. Secondo la sua dottrina nelle loro ricerche le scienze e la filosofia
devono farsi guidare da un determinato metodo e poggiare sulla pratica
mentre la teologia poggia solo sulla fede. Di qui la conclusione: la teologia e
la filosofia non devono essere considerate un tutt'uno, esse non devono in-
gerirsi negli affari l'una dell'altra.
In secondo luogo, egli criticava gli idealisti, particolarmente gli scolastici, per
il carattere speculativo dei loro ragionamenti, per la vacuità, la futilità delle
loro tesi, per la sterilità delle loro dottrine.
Presentando l'esperienza come base sulla quale bisogna appoggiarsi nel
processo della conoscenza Bacone si poneva il compito di liberare gli uomini
e la loro coscienza da ogni sorta di pregiudizi che rappresentano un notevole
ostacolo alla conoscenza della verità, fanno deviare l'uomo dal giusto cam-
mino, lo disorientano.
Alla base di tutte le cose sono secondo Bacone le «nature» più elementari de-
terminate dalle forme. Il numero delle forme è limitato, ma unendosi fra di
loro nelle combinazioni più svariate esse formano tutta la molteplicità dei
fenomeni esistenti nel mondo. Il mondo materiale secondo la dottrina di Ba-
cone non ha né principio né fine, esso è esistito e esisterà in eterno. «“… Dal
nulla - egli scrive – non sorge nulla” e “Nulla si distrugge”. Tutta la quantità
di materia o la sua somma rimane costante, non aumenta e non diminui-
sce»6.
Bacone dichiarava il movimento una delle proprietà fondamentali della ma-
teria eternamente esistente anche se lo limitava alle sole 19 forme, il che
rappresentava indubbiamente un lato debole della sua dottrina.
La metafisicità è propria anche al metodo di conoscenza di Bacone. Secondo
lui nel processo della conoscenza è necessario scomporre l'oggetto in singoli
lati, qualità (nature), e ciascuna tale qualità a sua volta in qualità (nature)
ancor più semplici. È necessario proseguire così fino ad individuare le natu-
re più elementari. Dopo di ciò dobbiamo scoprire le leggi o le forme che de-
terminano l'essenza di queste nature più elementari e stabilire come queste
nature si combinano per dar vita a questa o quella cosa. Come risultato noi,
secondo Bacone, verremo a conoscere qualsiasi cosa del mondo che ci cir-
conda.
Bacone non comprendeva che le cose non rappresentano una combinazione
meccanica di qualità costanti ma un tutt'uno organico, dove le qualità, i lati
sono in interconnessione tra di loro e trapassano gli uni negli altri. Perciò
una cosa non può essere conosciuta riunendo meccanicamente i dati sui suoi
singoli aspetti.
Nonostante una serie di insufficienze proprie alla dottrina di Bacone, essa fu
un notevole passo in avanti nello sviluppo del pensiero filosofico segnando il
sorgere di una nuova forma di materialismo filosofico.
La dottrina materialistica di Bacone ottenne ulteriore sviluppo nelle conce-
zioni del filosofo borghese inglese Thomas Hobbes (1588-1679). Hobbes, se-
condo le parole di Marx, fu il sistematizzatore della dottrina di Bacone. Egli
conferì alle concezioni di Bacone una sfumatura di meccanicismo nettamen-
te espressa. Nel suo pensiero la natura (materia) perse il carattere poli qua-
litativo che le attribuiva Bacone; essa rappresenta secondo Hobbes l'insieme
dei corpi che possiedono solo due proprietà fondamentali: l'estensione e la
figura. Qualcosa di analogo avvenne anche con il movimento. Hobbes ridusse

6F. Bacon. Novum organum. Book II. London, n. d., pp. 150, 153, 155, 262.
tutta la molteplicità delle sue forme ad una sola: quella meccanica. Egli in-
terpretava il movimento solo come spostamento dei corpi nello spazio.
Hobbes concepiva il processo della conoscenza come l'addizione e la sottra-
zione dei pensieri. L'unico metodo scientifico di conoscenza può essere, se-
condo la sua dottrina, solo il metodo matematico basato su operazioni come
l'addizione e la sottrazione.
Elaborando la sua dottrina materialistica del mondo Hobbes conduceva una
lotta contro la religione e traeva dalla propria dottrina conclusioni ateisti-
che. Egli riteneva che la religione deve la sua origine all'ignoranza degli uo-
mini, alla loro paura dell'inscrutabile domani. Essa non ha nulla in comune
con la scienza, ma nonostante ciò, secondo Hobbes, è necessaria in quanto
aiuta a mantenere gli uomini nei limiti dell'ordine.
Similmente a Bacone e Hobbes in Inghilterra, in Francia la necessità di nuovi
metodi di conoscenza fu sostenuta da Rene Descartes (Cartesio) (1596-
1650). Egli dipinse un quadro del tutto materialistico del mondo. La natura è
costituita, secondo la sua dottrina, dalle minuscole particelle materiali che si
distinguono fra di loro per grandezza, forma e senso di moto. Tutta la neces-
saria molteplicità dei corpi è sorta secondo Descartes senza l'intervento di
dio, per via naturale, dai tre tipi diversi di elementi primari che costituivano
in un primo tempo l'Universo infinito: elementi simili al fuoco, all'aria e alla
terra. Tutti questi elementi erano in movimento e rappresentavano dei vor-
tici. Nel corso del movimento a vortice del primo tipo di elementi sorsero il
sole e le stelle; nel corso di un analogo movimento del secondo tipo di ele-
menti sorse il cielo; il movimento del terzo tipo di elementi generò la Terra e
gli altri pianeti.
Questa dottrina ingenua, ma per natura materialistica, sull'origine del siste-
ma solare era diretta contro i dogmi della religione sulla creazione del mon-
do ad opera di dio in sei giorni, perciò in quella epoca era una dottrina pro-
gressista.
Elaborando le proprie concezioni sul mondo Descartes, in contrappeso alla
scolastica medievale, cercava di poggiare sulla scienza. Ma in quell'epoca ot-
tennero notevole sviluppo solo la meccanica e la matematica. Tutto ciò lasciò
inevitabilmente un'impronta sulla dottrina di Descartes condizionandone
per molti versi il carattere meccanicistico. Descartes, come Hobbes, privò la
materia della sua molteplicità qualitativa e la ridusse, in sostanza, alla sola
quantità. Egli non vedeva, in particolare, la differenza qualitativa fra gli or-
ganismi viventi e le cose della natura inanimata. Egli concepiva gli animali
come macchine semplici. Una macchina, ma più complessa, era secondo lui
anche l'uomo. Descartes, come Hobbes, riduceva tutta la molteplicità delle
forme di movimento della materia ad una sola forma: lo spostamento dei
corpi nello spazio.
Descartes non era un materialista coerente. La sua posizione materialistica
si manifestava solo quando si trattava di questi o quei fenomeni della natura.
Ma quando si accingeva ad esaminare i princìpi fondamentali dell'essere e
della conoscenza lui tradiva il materialismo, poiché risolveva i problemi filo-
sofici partendo dal riconoscimento di dio, dell'anima come l'unico fonda-
mento dell'essere. Egli, ad esempio, affermava che dio, la sua «onnipotenza
creò la materia insieme al movimento e alla quiete», che nel mondo vi sono
due sostanze indipendenti: la spirituale e la materiale. Tutto ciò conferì alle
concezioni filosofiche di Descartes un carattere dualistico a differenza di Ba-
cone e Hobbes le cui concezioni erano monistiche.
A differenza dei materialisti inglesi del XVII secolo, i quali nell'elaborare la
teoria e il metodo di conoscenza partivano dall'esperienza, dai dati sensibili,
Descartes in tutte queste questioni partiva dalla ragione pura ritenendo che
l'esperienza non esercita un ruolo sostanziale nel processo della conoscenza,
che nella sfera della conoscenza bisogna poggiare solo sulla ragione, partire
dai suoi princìpi, dalle idee che sono innate.
Alcune insufficienze della dottrina filosofica di Descartes, in particolare il
suo dualismo, sono superate dal filosofo-materialista olandese Benedetto
Spinoza (1632-1677). Secondo la dottrina di Spinoza il mondo per sua natu-
ra è unico e questa natura è la sostanza. Per quanto riguarda il pensiero, es-
so non è che un attributo (proprietà essenziale) della materia parallelamen-
te agli altri suoi attributi, in particolare, l'estensione. La natura esiste in
eterno, non è stata mai creata da nessuno e racchiude in se stessa la causa
della sua esistenza eterna e infinita. Essendo eterna, la natura (Sostanza) si
manifesta attraverso i suoi modi infiniti. Uno di questi modi è anche il mo-
vimento che, a differenza degli altri modi, non è finito ma infinito, cioè è ca-
ratteristico di tutti gli stati della sostanza (natura).
Proclamando il mondo causa di se stesso, Spinoza elimina così dio come ar-
tefice dell'Universo, lo dissolve nella natura.
La causa dell'apparizione della religione erano secondo Spinoza l'ignoranza
degli uomini, la loro paura del futuro ignoto. La religione, egli scrisse, non
rappresenta «nulla, all'infuori delle fantasie e del delirio di un'anima op-
pressa e timida»7.
La teoria sviluppata da Spinoza, così come anche le dottrine materialistiche
dei suoi predecessori, presenta una serie di insufficienze caratteristiche del

7Spinoza, Œuvres. Paris, 1861, v. II, p. 5.


materialismo metafisico. Spinoza riduceva tutte le forme di movimento ad
una sola: allo spostamento dei corpi nello spazio e persino considerava il
movimento non un attributo della materia ma solo una proprietà dei suoi
stati finiti. Inoltre, egli non fu in grado di risolvere in modo soddisfacente la
questione del rapporto fra la conoscenza sensibile e razionale, non com-
prendeva l'importanza dell'esperienza, della pratica. Infine, egli era ilozoista:
considerava la coscienza una proprietà universale della natura, cioè ricono-
sceva la presenza della coscienza non solo nell'uomo ma anche negli animali
e persino nelle cose della natura inanimata.
Le teorie materialistiche da noi esaminate esprimevano gli interessi della
classe della borghesia, storicamente progressista nel XVII secolo. Il materia-
lismo nel XVII secolo era una concezione del mondo della borghesia impe-
gnata nella lotta contro il feudalesimo per il dominio politico nella società.
Ma non appena la borghesia salì al potere e instaurò la propria dittatura, es-
sa incominciò ad allontanarsi dal materialismo e a volgersi all'idealismo, ba-
se «teorica» della religione. Quest'ultima serve ora alla borghesia come uno
dei mezzi per la repressione spirituale dei lavoratori, per giustificare e moti-
vare il proprio dominio.
La conquista del potere da parte della borghesia in Inghilterra avvenne alla
fine del XVII secolo. Perciò non è casuale che all'inizio del XVIII secolo in In-
ghilterra cominciassero ad apparire dei sistemi idealistici che erano diretti
contro il materialismo e che difendevano la religione. Fra di essi la filosofia
dell'idealismo soggettivo del vescovo inglese George Berkeley (1684-1753).
Secondo la dottrina di Berkeley, l'uomo ha a che fare solo con cose e feno-
meni singolari da lui percepiti come varie combinazioni di sensazioni di ogni
genere: forma, colore, gusto, odore, ecc. Se noi, ragiona Berkeley, rigettiamo
queste sensazioni, scomparirà insieme ad esse anche l'oggetto. Quindi, egli
conclude, esistono realmente solo le sensazioni. All'infuori di esse, in più di
esse, dietro di esse non vi è e non può esservi nulla. Egli scrive: «lo vedo
questa ciliegia, io la tocco, io la assaggio; ed io sono convinto che nulla non si
può vederlo, sentirlo, assaggiarlo; quindi, essa è reale. Elimina la sensazione
di morbidezza, di umidità, di rossore e di acerbità e tu distruggerai la cilie-
gia. Poiché essa non è un essere distinto dalle sensazioni, la ciliegia - io af-
fermo – non è altro che una combinazione di impressioni sensibili o di idee
percepite con vari sensi; queste idee sono unite in una cosa (o hanno un no-
me loro dato) dalla mente… »8. E se è così, se esistono solo le cose singolari
che sono dei complessi di sensazioni dell'uomo, allora la materia, continua a
ragionare Berkeley, è semplicemente un'invenzione dei materialisti. In real-

8George Berkeley, The Works, v. I. London, 1908, p. 383.


tà essa non esiste. Secondo Berkeley, essa è stata inventata dai materialisti
per poter costruire dei sistemi ateistici di ogni genere nella loro lotta contro
la religione. E se la materia non esiste, se essa è una parola vuota, una sem-
plice invenzione, allora risulta confutato anche il materialismo stesso, poiché
nella sua dottrina la materia occupa il posto principale, è il principio di par-
tenza.
Così Berkeley tentò di confutare il materialismo e di dar vita ad un sistema
idealistico del mondo partendo solo dalle sensazioni.
Ma se esistono solo le sensazioni dell'uomo e se tutto ciò che lo circonda
rappresenta questi o quei complessi di sensazioni, allora anche gli altri uo-
mini devono apparire non come esseri reali ma come semplici complessi di
sensazioni e allora con la morte del soggetto deve scomparire tutto il mondo.
Ma nessuno degli uomini di buon senso dubita dell'esistenza reale degli uo-
mini che lo circondano, del fatto che il mondo non scompare con la morte di
un singolo uomo. Questi ragionamenti di Berkeley non sono forse in contra-
sto con l'elementare buon senso al quale egli tentava di appellarsi? Se Berke-
ley fosse stato coerente nei suoi ragionamenti, egli avrebbe dovuto giungere
a questa conclusione e accorgersi della contraddizione; ma egli viene meno
al principio da lui stesso enunciato e dichiara che se non vi è l'uomo che per-
cepisce questa o quella cosa, essa non scompare, poiché è percepita costan-
temente da dio. E in generale tutte le sensazioni che sorgono negli uomini
sono provocate da dio, dal suo influsso sull'anima dell'uomo. In tal modo
Berkeley passa dalle posizioni dell'idealismo soggettivo sulle posizioni
dell'idealismo oggettivo e difende apertamente la religione, l'esistenza di dio
che è per lui, come per i suoi predecessori, gli idealisti medievali, l'artefice di
tutto ciò che esiste.
I tentativi di Berkeley e degli altri idealisti di intralciare lo sviluppo e la dif-
fusione delle concezioni materialistiche non ebbero alcun serio successo. Il
materialismo continuava a svilupparsi e la sua lotta contro l'idealismo e la
religione acquistava un carattere sempre più intenso. Questa lotta era parti-
colarmente acuta in Francia, dove il materialismo rappresentava ancora
un'arma spirituale nelle mani degli ideologi della borghesia rivoluzionaria
nella lotta contro i rapporti feudali e la Chiesa.
I materialisti francesi criticavano la religione e il clero più aspramente e più
conseguentemente dei loro predecessori. Le loro brillanti opere ateistiche
non hanno perso il loro valore anche ai nostri giorni.
I rappresentanti del materialismo francese sono: Holbach, Diderot, Hel-
vétius, Lamettrie, ed altri.
Le concezioni materialistiche dei materialisti francesi rappresentano l'ulte-
riore sviluppo del materialismo meccanicistico del XVII secolo elaborato da
Bacone, Hobbes, Descartes, Locke e da altri filosofi.
I materialisti francesi risolvevano in modo più coerente e più profondo il
problema fondamentale della filosofia. Essi seppero superare le deviazioni
teologiche proprie in questo o quel grado ai loro predecessori; in particolare,
nei loro sistemi non vi era posto per dio non solo in qualità di artefice (che
desse sia pure il primo impulso) ma anche in qualità di semplice osservato-
re. Essi dichiaravano in maniera chiara e precisa che la natura esiste oggetti-
vamente, in eterno e non ha assolutamente bisogno di dio. La natura secon-
do la dottrina dei materialisti francesi rappresenta un insieme di combina-
zioni di ogni genere di minuscole particelle di materia: atomi o molecole cui
sono propri l'estensione, il peso, la figura, il movimento e altre caratteristi-
che.
Era più coerente rispetto ai materialisti del XVII secolo la soluzione che i ma-
terialisti francesi davano al problema del rapporto tra materia e movimento.
Anche se essi concepivano il movimento prevalentemente come spostamen-
to dei corpi nello spazio, lo consideravano ciò nondimeno come un attributo
della materia il quale deriva dalla sua natura intrinseca. Ad esempio, Hol-
bach scriveva: «… la materia agisce con le sue proprie forze e non ha bisogno
di alcun impulso esterno per essere messa in moto… »9. «… Senza movimen-
to noi non possiamo concepire la natura… »10.
Affermando giustamente che il movimento si riferisce alla natura intrinseca
della materia i materialisti francesi non giunsero però alla scoperta della
fonte del movimento, della sua causa. Essi non vedevano pure il carattere
pluriqualitativo delle varie forme di movimento, non riconoscevano lo svi-
luppo della natura come movimento dall'inferiore al superiore, negavano i
salti, ecc.
Nel campo della teoria della conoscenza i materialisti francesi si schierarono
decisamente contro la teoria delle idee o dei princìpi innati formulata da De-
scartes. Essi ritenevano che tutte le idee, tutte le rappresentazioni degli uo-
mini derivano dall'esperienza, si formano nel processo di conoscenza. In net-
ta antitesi con la dottrina di Spinoza, essi ponevano in primo piano la cono-
scenza sensibile, le sensazioni da essi considerate l'unica fonte delle nostre
conoscenze. Supponendo in modo giusto che le sensazioni fossero l'unica
fonte delle nostre conoscenze sul mondo esterno, i materialisti francesi sot-
tovalutavano il ruolo del pensiero anche se lo consideravano necessario per
la conoscenza della verità. Insomma, i materialisti francesi non seppero an-

9P. H. Holbach, Système de la nature, Première Partie. Londres 1793, p. 23.


10Ibidem, p. 156.
cora superare l'unilateralità nella comprensione del rapporto fra la cono-
scenza sensibile e il pensiero, propria ai loro predecessori.
Apportarono un determinato contributo allo sviluppo dell'indirizzo materia-
listico nella filosofia del XVIII secolo anche i pensatori russi, in particolare
Mikhail Lomonosov (1711-1765) e Aleksandr Radistcev (1749-1802).
Lomonosov risolveva in senso materialistico il problema fondamentale della
filosofia ritenendo che per la loro natura tutti i corpi e fenomeni sono mate-
riali. La materia è costituita dagli atomi che, unendosi, formano le molecole
(«corpuscoli») e queste ultime compongono tutti i «corpi sensibili». Lomo-
nosov argomentò per primo con criteri derivanti dalle scienze naturali l'e-
ternità e l'indistruttibilità della materia e del movimento scoprendo il prin-
cipio di conservazione della materia e del movimento, la cui essenza fu da lui
formulata nel seguente modo: «… tutti i mutamenti che si producono nella
natura, avvengono nella seguente maniera: quanto si aggiunge ad una so-
stanza, tanto si toglie ad un'altra… Questa legge della natura è talmente uni-
versale che si estende anche alle regole del movimento»11.
Lomonosov sottolineava che la materia e il movimento sono inseparabili,
che la materia è in eterno movimento. Riducendo, come tutti gli altri espo-
nenti del materialismo meccanicistico, il movimento allo spostamento dei
corpi nello spazio, egli suddivideva il movimento in due tipi: quello esterno,
quando un corpo cambia la sua posizione rispetto ad un altro, e quello inter-
no, quando cambiano la loro posizione le particelle che compongono questo
o quel corpo.
Lomonosov riteneva che le qualità possibili della materia sono infinite.
Secondo Lomonosov il mondo è conoscibile, mentre la conoscenza stessa
avviene mediante percezione diretta delle cose e dei fenomeni da parte degli
organi dei sensi e mediante ulteriore elaborazione dei dati sensibili nel cor-
so della riflessione teorica. Lomonosov attribuiva un ruolo ugualmente im-
portante sia all'esperienza che al pensiero teorico, supponendo che fosse
possibile conoscere la verità solo alla condizione di una stretta interconnes-
sione sia dell'una che dell'altro. Egli scrisse: «Quello di stabilire una teoria,
partendo dalle osservazioni, di correggere le osservazioni tramite la teoria, è
il migliore metodo per stabilire la verità»12.
Un altro importantissimo merito delle concezioni materialistiche di Lomo-
nosov consiste nel collegare sempre strettamente le tesi filosofiche con i dati

11M. V. Lomonosov, Opere filosofiche scelte. Mosca, 1950, p. 160.


12M. V. Lomonosov, Opere, cit., p. 330.
delle scienze naturali e con lo studio dei campi concreti della natura.
La linea materialistica sostenuta in filosofia da Lomonosov fu proseguita alla
fine del XVIII secolo in Russia da Radistcev. Seguendo Lomonosov egli soste-
neva la materialità del mondo, intendendo per materia l'insieme di tutte le
sostanze. Parallelamente ad una serie di altre proprietà, in particolare l'e-
stensione, Radistcev metteva in risalto il movimento della materia eterna-
mente esistente come uno dei suoi attributi inalienabili. È vero però che in
questa questione Radistcev non andò più avanti dei suoi contemporanei, i
materialisti francesi.
Come Lomonosov egli credeva nella conoscibilità del mondo, vedeva la fonte
del sapere nell'esperienza sensibile ma, al tempo stesso, attribuiva grande
importanza all'attività mentale volta a conoscere la realtà, ritenendo che la
vera conoscenza potesse essere conseguita solo con l'intervento congiunto
dei sensi e del pensiero.
Radistcev, rivoluzionario proveniente dalla nobiltà, interveniva decisamente
contro gli ordinamenti feudali e l'autocrazia, propugnava l'idea della libera-
zione rivoluzionaria dei contadini dalla servitù della gleba.
Concludendo l'esame delle concezioni materialistiche dei pensatori dei seco-
li XVII-XVIII, non è difficile costatare che a tutti essi sono propri in questo o
quel grado la metafisica, cioè la negazione dello sviluppo, delle differenze
qualitative, della contraddittorietà nella natura, ecc.; il meccanicismo, cioè la
riduzione di tutta la molteplicità delle forme di movimento alla sola forma
meccanica (spostamento dei corpi nello spazio), la spiegazione di tutta la
molteplicità delle differenze qualitative partendo dalle leggi della meccanica.
Tutto ciò era indubbiamente condizionato dal livello di sviluppo raggiunto in
quell'epoca dalle scienze naturali: erano sviluppate in grado più o meno
soddisfacente solo tali scienze come l'astronomia e la fisica (quest'ultima
prevalentemente nella parte riguardante la meccanica).
5. LA FILOSOFIA CLASSICA TEDESCA ALLA FINE DEL XVIII SECOLO E NELLA PRIMA METÀ DEL XIX SECOLO

A differenza dell'Inghilterra, della Francia e degli altri paesi dove le rivolu-


zioni borghesi avevano distrutto o avevano minato in notevole misura i rap-
porti feudali e avevano sgombrato la strada allo sviluppo del capitalismo, in
Germania nel periodo in esame dominavano ancora gli ordinamenti feudali.
In quell'epoca la Germania era un paese arretrato diviso in numerosissimi
principati. La borghesia non si era ancora costituita in classe, era economi-
camente debole, non era autonoma sul piano politico. Non essendo capace di
agire da sola nella lotta per il potere, essa temeva la rivoluzione e scendeva
volentieri ad ogni sorta di compromessi con i signori feudali.
Tale situazione della borghesia tedesca non poteva non ripercuotersi sulle
concezioni filosofiche che venivano elaborate e diffuse dai suoi ideologi. Nei
sistemi filosofici apparsi in quel periodo si metteva l'accento principale non
sulla soluzione dei problemi politici (in questo campo la borghesia dava
prova di palese impotenza e incapacità) ma sull'analisi di ogni sorta di pro-
blemi astratti. È vero, questi sistemi filosofici subivano un determinato in-
flusso, da una parte, della rivoluzione borghese francese e, dall'altra, delle
conquiste delle scienze naturali. A causa di ciò si faceva strada attraverso i
sistemi astratti, artificiali e contraddittori degli idealisti tedeschi una dialet-
tica viva e feconda. Proprio questo fu il merito principale della filosofia idea-
listica classica tedesca.
Il capostipite della filosofia classica tedesca è Immanuel Kant (1724-1804).
All'inizio della sua attività filosofica Kant si dedicò allo studio dei problemi
delle scienze naturali e cercò di risolverli da posizioni materialistiche. Risale
a questo periodo, ad esempio, l'elaborazione da parte di lui di un'ipotesi
sull'origine del sistema solare secondo cui il sistema solare sarebbe sorto da
una nebulosità gassosa sulla base delle proprie forze naturali interne.
Questa ipotesi di Kant ebbe un importante ruolo nella lotta contro il modo di
pensare metafisico che dominava incontrastato in quell'epoca. Essa, secondo
un'espressione di Engels, aperse la prima breccia nell'edificio della metafisi-
ca.
Ma nei successivi anni, quando Kant cominciò ad occuparsi dei problemi
strettamente filosofici, in particolare della teoria della conoscenza, egli passò
dal materialismo spontaneo all'idealismo da lui applicato però in modo in-
coerente. L'essenza della dottrina filosofica di Kant consiste in quanto segue.
Kant riconosce l'esistenza oggettiva della materia, ma ne considera incono-
scibile l'essenza, la cosiddetta cosa in sé. Secondo Kant, parallelamente alla
materia (realtà oggettiva) esiste il mondo dei fenomeni da lui chiamato na-
tura: è quel mondo che noi percepiamo, in cui viviamo e agiamo. Il mondo
dei fenomeni o la natura non possiede un'esistenza autonoma, indipendente
dalla coscienza umana ma sorge in seguito all'azione della «cosa in sé» sugli
organi dei sensi e non è altro che l'insieme delle rappresentazioni umane. «…
Tutti i corpi insieme allo spazio in cui si trovano devono essere riconosciu-
ti - scrive Kant – solo come semplici rappresentazioni in noi stessi e non esi-
stono da nessuna parte, solo e esclusivamente nei nostri pensieri»13.
Il mondo dei fenomeni creato dall'uomo non rassomiglia assolutamente - se-
condo la dottrina di Kant – al mondo delle «cose in sé». Ma l'uomo ha a che

13Immanuel Kant, Prolegomena, 1888, S. 67.


fare solo con il mondo dei fenomeni. E se è così, il mondo delle «cose in sé»
gli è assolutamente inaccessibile. L'uomo non sa e non può sapere nulla di
questo mondo, esso è inconoscibile. Secondo Kant tutto quello che sa l'uomo
si riferisce solo al mondo dei fenomeni, cioè alle sue proprie rappresenta-
zioni.
Il mondo dei fenomeni secondo Kant è disordinato, è caotico, è privo di leggi,
di necessità, esso esiste persino al di fuori dello spazio e del tempo. E solo
l'uomo nel processo della conoscenza apporta in questo caos un determinato
ordine: colloca tutti i fenomeni nello spazio e nel tempo, comunica ad essi la
necessità, le leggi, i nessi causa-effetto. Risulta che l'uomo crea sia il mondo
dei fenomeni (in quanto esso, secondo Kant, non è null'altro che l'insieme
delle sensazioni e rappresentazioni umane), sia le leggi che agiscono in que-
sto mondo. Ci troviamo di fronte ad una soluzione palesemente idealistica
del rapporto fra la coscienza umana e la natura. Ma Kant non è coerente al
riguardo. Riconoscendo l'esistenza della realtà oggettiva, indipendente dalla
coscienza («cose in sé») Kant tenta così di unire in un solo sistema i princìpi
materialistici e idealistici, cerca di conciliare il materialismo con l'idealismo.
Proprio questa peculiarità della filosofia di Kant fu rilevata a suo tempo da
Lenin. «La principale caratteristica della filosofia di Kant - egli scriveva – è la
conciliazione del materialismo con l'idealismo, un compromesso fra l'uno e
l'altro una combinazione in un unico sistema delle due tendenze differenti e
opposte della filosofia. Quando ammette che alle nostre rappresentazioni
corrisponde qualcosa fuori di noi, una certa cosa in sé, Kant è un materiali-
sta. Quando dichiara questa cosa in sé inconoscibile, trascendente - nell'al di
là – Kant si comporta da idealista»14.
Nella dottrina filosofica dualistica di Kant le tendenze materialistica e ideali-
stica non possono però essere messe su un piano di parità: la tendenza che
predomina è quella idealistica. Perciò non è casuale che tutta la dottrina di
Kant risulti subordinata ad uno scopo assai limitato e reazionario, quello di
giustificare e di motivare la religione. Proprio per questo, come dichiara lo
stesso Kant, egli doveva limitare la sfera della conoscenza.
Infatti, secondo Kant, come abbiamo visto, l'uomo ha a che fare solo con il
mondo dei fenomeni e non è in grado di penetrare nel mondo delle «cose in
sé». Ma nel mondo delle «cose in sé», secondo Kant, si trovano dio, l'anima,
la libera volontà, ecc. E perciò la scienza non è in grado e non ha diritto di
giudicare di dio, dell'anima, ecc. (ad esempio, di dimostrare l'inesistenza di
dio o la mortalità dell'anima, ecc.), poiché tutto ciò non le è accessibile. L'u-
nica istanza che, secondo Kant, può penetrare nel mondo delle «cose in sé», è

14V. I. Lenin Op. cit., vol. 14, pp. 194-195.


in grado di staccarsi dal mondo dei fenomeni e di gettare uno sguardo al
mondo dell'al di là, è la religione che collega l'uomo con dio, che gli concede
nel mondo dell'al di là la libera volontà affrancandolo da ogni sorta di gra-
vami che lo opprimono e perseguitano nel mondo sensibile.
La filosofia idealistica ricevette ulteriore sviluppo nel sistema di Georg Wi-
lhelm Friedrich Hegel (1770-1831), il massimo filosofo-idealista tedesco, ar-
tefice della dialettica idealistica.
All'origine di tutto ciò che esiste, è, secondo Hegel, il pensiero puro o l'«idea
assoluta». In un primo tempo essa rappresenta l'«essere puro», cioè è priva
di qualsiasi contenuto ed equivale al «nulla». Ma ecco che l'«essere puro», e
il «nulla» entrano in lotta fra di loro e generano il nuovo concetto: «diveni-
re». Il «divenire» porta al sorgere del concetto: «esserci», ecc. In forza della
contraddittorietà propria all'idea assoluta, essa si sviluppa continuamente e
genera sempre nuovi concetti, sempre più ricchi di contenuto. E di questo
passo fino a quando l'idea assoluta non si esaurirà, fino a quando non di-
spiegherà tutto il suo contenuto. Dopo aver dispiegato e dopo aver espresso
tutta la ricchezza del suo contenuto per mezzo di concetti, l'idea genera la
natura, si avvolge in un involucro materiale e comincia ad esistere nella for-
ma di cose e fenomeni materiali, cioè nella forma della natura.
Qui l'idea si presenta prima nella forma di fenomeni meccanici, poi nella
forma di composti chimici e, infine, genera la vita, poi l'uomo e la società
umana. Con la comparsa dell'uomo l'idea esce dall'involucro materiale che le
è «estraneo» e comincia ad esistere nella sua propria forma, cioè nella forma
di coscienza, di pensiero degli uomini. Con lo sviluppo della coscienza umana
l'idea si libererà sempre più dai ceppi della materia. Infine, nella filosofia he-
geliana essa, una volta resasi conscia di tutto il suo precedente cammino,
conclude il suo sviluppo e ritorna di nuovo in se stessa, al punto di partenza,
ma non già come essere puro ma come essere che ha dispiegato e ha com-
preso tutta la ricchezza del suo contenuto.
Nella sfera della conoscenza la ricchezza di contenuto dell'idea assoluta o
dello spirito assoluto, come Hegel chiamava la sua idea assoluta, in questo
stadio finale del suo sviluppo doveva rappresentarla il sistema filosofico he-
geliano. Con la sua creazione si conclude il processo della conoscenza, poi-
ché non rimane nulla che non sia conosciuto. La filosofia hegeliana, secondo
Hegel, esprime la conoscenza assoluta, una volta per sempre finita, la verità
assoluta.
Sul piano pratico lo spirito assoluto doveva esprimerlo la monarchia rappre-
sentativa prussiana che Friedrich Wilhelm III, secondo un'espressione di
Engels, aveva promesso con tanta ostinazione, ma invano, ai suoi sudditi.
Da quanto esposto sopra, si vede che la filosofia hegeliana è un lampante
esempio di idealismo oggettivo, essa cerca di dimostrare che la coscienza, lo
spirito è l'elemento primordiale e che la natura è un elemento derivato. Inol-
tre, essa è apertamente volta a giustificare e a motivare teoricamente l'eter-
nità dell'esistente stato di cose, della monarchia, della nobiltà, del regime di
oppressione delle masse lavoratrici, ecc.
Ma la filosofia hegeliana presenta un altro lato, e precisamente il metodo
dialettico, i cui princìpi fondamentali furono esposti da Hegel nel quadro del
suo sistema artificiale e assai conservatore.
Elaborando il suo sistema e mostrando come l'idea assoluta generasse il
proprio contenuto e poi anche il mondo materiale, la natura e la società, He-
gel in primo luogo presentò il mondo come qualcosa sempre in sviluppo; in
secondo luogo, approfondì sotto ogni aspetto il contenuto delle leggi fonda-
mentali della dialettica; mostrò come questo sviluppo avvenisse mediante la
lotta degli opposti, come nel corso di questo sviluppo si assistesse alla nega-
zione di alcuni concetti da parte di altri concetti e al ripercorrere della tappa
passata ad un livello più alto, ecc. ecc.
Hegel indovinò nella dialettica dei concetti, nella loro interconnessione, nei
loro trapassi reciproci la vera dialettica, quella delle cose. È vero, Hegel
spesso non fu coerente nell'applicare questo o quel principio dialettico, par-
ticolarmente quando si trattava di questo o quello stato di cose che lui dove-
va giustificare in forza della sua appartenenza ad una determinata classe.
L'incoerenza della dialettica hegeliana era determinata in notevole misura
dal fatto che veniva elaborata nel quadro di un sistema idealistico ed era su-
bordinata alle sue esigenze che erano incompatibili con il rivoluzionarismo
della vera dialettica ed entravano in contrasto con questo o quel principio di
tale dialettica. E Hegel, per rimaner fedele al proprio sistema, era costretto a
tradire il metodo dialettico.
Esaminiamo dunque alcune deviazioni dai princìpi della dialettica condizio-
nate dalla contraddizione tra metodo e sistema nella filosofia di Hegel.
Il metodo dialettico parte dal riconoscimento della costanza di movimento e
di sviluppo nella natura, nella società e nella sfera del sapere. Il sistema pone
però un limite allo sviluppo. Hegel cede al sistema e presenta le cose nel mo-
do come se lo sviluppo cessasse non appena l'idea raggiunge il suo stadio
supremo.
Il metodo è basato sul riconoscimento dell'universalità delle contraddizioni.
Il sistema invece richiede la soluzione delle contraddizioni e contempla la
necessità di uno stato ideale, non contraddittorio. Hegel viene a trovarsi dal-
la parte del sistema e tradisce il suo metodo dichiarando che con l'ingresso
dell'idea nella forma suprema della sua esistenza (monarchia rappresentati-
va prussiana da una parte e sistema filosofico idealistico hegeliano dall'altra)
tutte le contraddizioni si risolvono e si raggiunge uno stato assolutamente
ideale.
Il metodo richiede che il movimento del pensiero corrisponda a quello stato
che è caratteristico dei processi reali. Il sistema invece presuppone la co-
struzione ad arte di nessi, se i nessi e i rapporti effettivi non concordano con
questa o quella sua tesi. Hegel anche qui dà la propria preferenza al sistema
ed escogita ogni sorta di nessi artificiali invece di concordare la sua dottrina
con il vero stato di cose.
Il metodo richiede la continua trasformazione della realtà e indica la dire-
zione e il modo in cui essa va attuata, mentre il sistema esige che sia eterna-
to l'esistente stato di cose. Hegel rimane prigioniero del proprio sistema e
priva il suo metodo della destinazione pratica applicandolo solo al passato,
facendone il metodo di conoscenza di quello che si è già compiuto.
Era possibile superare tutte le indicate deficienze del metodo hegeliano e
svilupparlo ulteriormente solo sulla base del materialismo che poggia sulla
scienza ed esige che il mondo sia compreso come è, senza alcuna aggiunta
estranea. Perciò l'ulteriore sviluppo della filosofia richiedeva oggettivamen-
te il passaggio sulle posizioni del materialismo e una revisione critica sulla
base di esso della filosofia idealistica hegeliana.
Questo compito storico fu risolto in parte dal filosofo tedesco del XIX secolo
Ludwig Feuerbach (1804-1872). È vero, il suo ruolo consisteva non nell'aver
riveduto su base materialistica i princìpi dialettici formulati da Hegel ma
nell'esser insorto decisamente contro l'idealismo di Hegel, nell'averlo messo
in un canto e nell'aver reintegrato il materialismo nei suoi diritti. Il compito
di separare dal ciarpame idealistico dell'hegelismo il nucleo razionale - la
dialettica – e di svilupparlo ulteriormente su base materialistica fu risolto
solo da Marx ed Engels.
Feuerbach mostrò che l'idea assoluta hegeliana non è altro che la ragione
umana, staccata dal suo portatore, l'uomo, e trasformata in un essere auto-
nomo che crea da sé il mondo esterno. Feuerbach dichiarò che il ruolo che
assolve nella filosofia hegeliana l'idea assoluta, lo assolve nella teologia dio.
Perciò essa (idea assoluta) non si distingue in nulla da dio mentre la filosofia
hegeliana non è che una varietà della teologia. «Chi non rinuncia alla filosofia
di Hegel - rilevava Feuerbach – non rinuncia anche alla teologia. La dottrina
di Hegel che la natura, la realtà trae la sua origine dall'idea, non è che un'e-
spressione razionale della dottrina teologica secondo cui la natura è stata
creata da dio… »15.
Secondo Feuerbach il pensiero non può esistere fuori dell'uomo e indipen-
dentemente da esso, poiché il pensiero è una proprietà del cervello dell'uo-
mo, una sua attività, in cui lo spirituale e il materiale sono in connessione
organica tra di loro. Ne consegue che il pensiero, lo spirituale non è l'elemen-
to primordiale, come lo presentava Hegel, ma è un elemento derivato dalla
materia, dalla natura.
A differenza di Hegel, il quale fece dello spirito astratto l'oggetto della sua fi-
losofia, Feuerbach pone alla base della sua filosofia l'uomo e la natura. L'uo-
mo è parte della natura, un suo prodotto. Feuerbach fa dell'antropologismo
(dal greco «antropos» – «uomo») il principio fondamentale, di partenza per
l'elaborazione delle sue concezioni materialistiche. «La nuova filosofia - egli
scriveva, intendendo la concezione filosofica da lui elaborata – trasforma
l'uomo, compresa anche la natura come base dell'uomo, nell'unico oggetto,
universale e supremo, della filosofia»16.
Partendo dal suo principio antropologico e sottolineando giustamente (a dif-
ferenza di Hegel) che l'uomo è parte della natura e che la sua coscienza, il
suo pensiero è una proprietà della natura, Feuerbach perdeva però di vista
un altro momento e precisamente il fatto che l'uomo, essendo parte della na-
tura, è al tempo stesso un prodotto della vita sociale, che la sua coscienza è
determinata non solo dai processi fisiologici che si compiono nell'organismo
e in particolare nel cervello, ma anche dai rapporti sociali, nei quali vive e
agisce l'uomo, dalle sue condizioni materiali di vita. E se è così, allora per
quanto Feuerbach possa ribadire l'idea dell'uomo «Vivo», «dotato di sensibi-
lità», che sarebbe organicamente legato alla natura, quest'uomo è un essere
astratto, staccato dalle concrete condizioni di vita, privo della sua essenza
sociale (umana).
Risolvendo materialisticamente il quesito supremo di tutta la filosofia, il
problema se l'elemento primordiale è la coscienza o la materia, Feuerbach
risolveva in modo giusto anche il secondo lato di questo quesito. Egli soste-
neva l'idea della conoscibilità del mondo e sottoponeva a critica acuta l'a-
gnosticismo kantiano.
Feuerbach riteneva che nel processo della conoscenza il punto di partenza è
rappresentato dalle sensazioni che, secondo lui, forniscono all'uomo tutti i
dati sulla realtà oggettiva. È importante però anche l'apporto del pensiero. Il
pensiero non solo completa i sensi, collegando ciò che gli organi dei sensi

15Ludwig Feuerbach, Philosophische Kritiken und Grundsätze (1839-1846). Leipzig, 1969, S. 185.
16Ibidem, S. 269.
percepiscono ciascuno per conto suo, ma è pure presente nella fase di cono-
scenza sensibile.
Tutto ciò sta a dimostrare che Feuerbach comprendeva l'interconnessione
organica della sensazione e del pensiero, del sensibile e del razionale.
Uno dei meriti di Feuerbach è di essersi schierato decisamente contro la re-
ligione e di averla criticata in maniera circostanziata. Egli mostrò che dio
non rappresenta nulla di soprannaturale ma è stato creato dagli uomini a
propria immagine e somiglianza. Secondo Feuerbach gli uomini con il loro
pensiero astratto e con la loro immaginazione separarono da sé la propria
essenza e cominciarono a percepirla e a rappresentarla nella forma di un es-
sere soprannaturale autonomo – dio.
Mostrando come tutti i tratti con cui viene caratterizzato dio siano umani,
appartengano ai singoli uomini o al genere umano nel suo insieme, Feuer-
bach mette in luce le radici terrene della religione, fa scendere dio dal cielo
sulla terra.
Togliendo la maschera di essere soprannaturale a dio, Feuerbach non com-
prese però l'essenza di classe della religione, non mise in luce le cause sociali
che condizionano la fede in dio e nella vita d'oltretomba. Non è perciò casua-
le che Feuerbach non abbia saputo indicare le vie effettive di lotta contro la
religione. Non solo, ma lui persino non avversava ogni religione. Feuerbach
si batteva solo contro la religione tradizionale che considerava dio un essere
soprannaturale. Ma al tempo stesso lui cercava con tenacia di dimostrare la
necessità di una religione nuova, terrena, in cui doveva occupare il posto di
dio l'uomo stesso e il principio fondamentale doveva essere l'amore
dell'uomo per l'uomo.
Nonostante tutte le deficienze proprie alla filosofia di Feuerbach, un merito
indiscutibile di essa è di aver ripristinato i princìpi materialistici (è vero, su
una vecchia base, quella metafisica, senza la dialettica, gettata in un angolo
insieme all'idealismo hegeliano) e di aver così esercitato un influsso di rilie-
vo sullo sviluppo del pensiero filosofico. Dell'importante ruolo svolto dalla
dottrina materialistica di Feuerbach nell'ulteriore sviluppo della filosofia ne
è già una prova il fatto che essa è una delle fonti teoriche del marxismo.
6. FILOSOFIA DEI DEMOCRATICI RIVOLUZIONARI RUSSI DEL XIX SECOLO

Come abbiamo già rilevato, Feuerbach reintegrò il materialismo nei suoi di-
ritti, ma il materialismo di Feuerbach fu un materialismo metafisico.
Molte insufficienze del materialismo metafisico furono superate dai demo-
cratici rivoluzionari russi che formularono le loro concezioni filosofiche
all'inizio degli anni '40 del XIX secolo e le svilupparono nei successivi decen-
ni.
In quella epoca nella Russia zarista stava maturando una rivoluzione demo-
cratico-borghese e contadina contro la servitù della gleba e lo zarismo. Gli
esponenti ideologici di questa rivoluzione in via di preparazione furono per
l'appunto i democratici rivoluzionari Vissarion Bielinskij (1811-1848), Ale-
xandr Herzen (1812-1870), Nikolaj Cernyscevskij (1828-1889), Nikolaj Do-
broliubov (1836-1861) ed altri.
Una volta compresa la necessità di cambiare gli ordinamenti sociali e il ca-
rattere giusto delle rivendicazioni del popolo, in particolare dei contadini, i
democratici rivoluzionari russi si schierarono risolutamente dalla parte dei
contadini, dei «popolani», e incominciarono ad argomentare nelle loro con-
cezioni filosofiche la necessità di liberazione dei contadini dalla servitù della
gleba.
Nell'elaborare le loro concezioni filosofiche, i democratici rivoluzionari russi
poggiavano, da una parte, sulla filosofia materialistica dei loro predecessori
russi Lomonosov e Radistcev e, dall'altra, sulla dialettica di Hegel e sul mate-
rialismo di Feuerbach. Al tempo stesso essi generalizzarono fino ad un certo
punto i dati delle scienze naturali della loro epoca.
A differenza di Feuerbach i democratici rivoluzionari russi, criticando Hegel,
non rigettarono la sua dialettica, ma cercarono di collegarla con il materiali-
smo, di darne un'interpretazione materialistica.
Fra i primi democratici rivoluzionari russi che sottoposero a critica la filoso-
fia hegeliana fu Herzen. Apprezzando molto la dialettica di Hegel, la quale
colse in linee generali le leggi del movimento e dell'evoluzione della natura e
del pensiero, Herzen lo criticava per l'astrattezza, per il distacco dalla realtà,
dalla vita, per l'idealismo. Hegel, scrisse Herzen, «sacrifica tutto quello che vi
è di temporaneo, tutto quello che esiste al pensiero e allo spirito; l'idealismo,
nel clima del quale è stato educato, l'idealismo che ha succhiato con il latte
rende unilaterale il suo modo di pensare… , e lui cerca di schiacciare con lo
spirito, con la logica la natura; qualsiasi suo prodotto lui è pronto a conside-
rarlo uno spettro… » 17. «L'“essere puro” è un abisso nel quale sono finite tut-
te le definizioni dell'essere reale… Ma non bisogna credere che un determi-
nato essere sorga veramente dall'essere puro; è forse dal concetto di genere
che sorge l'individuo esistente?»18.
Secondo Herzen, possiede un'esistenza effettiva non l'essere puro ma le cose
materiali che compongono nel loro insieme la natura. Però quanto concerne

17A. I. Herzen, Opere filosofiche scelte, vol. I. Mosca, 1948, p. 120.


18Ibidem, p. 150.
lo spirito, il pensiero, essi, secondo la dottrina di Herzen, sono una conse-
guenza dello sviluppo della natura, una proprietà degli enti materiali che
hanno raggiunto un determinato livello di sviluppo.
Secondo i democratici rivoluzionari russi la realtà possiede un'infinità di va-
rie qualità, essa è in costante movimento e sviluppo. «La vita della
ra - scrisse Herzen – è uno sviluppo ininterrotto… »19. Un'analoga idea fu
espressa anche da Bielinskij. «Non c'è un limite allo sviluppo dell'umanità…
l'umanità non si dirà mai fermati, basta, non c'è di dove andare!»20.
Una fonte di sviluppo è secondo i democratici rivoluzionari russi la lotta de-
gli opposti, il trapasso degli opposti degli uni negli altri. È in ciò che risiede,
secondo loro, l'essenza della vita e della verità. «Tutto il vivente - scrisse
Herzen – è vivo e vero solo come il tutto, così come coesistono l'interiore e
l'esteriore, l'universale e il singolare. La vita collega questi momenti; la vita è
un processo del loro eterno trapasso dell'uno nell'altro»21. «La viva verità
scriveva Bielinskij, esprimendo la stessa idea – consiste nell'unità degli op-
posti»22.
I democratici rivoluzionari russi comprendevano pure che nel processo del
movimento e dello sviluppo della natura avviene il trapasso della quantità
nella qualità, accompagnato dalla comparsa del nuovo distinto da quello che
vi era stato in precedenza. Citando un esempio del manifestarsi di questa
legge, Cernyscevskij scrisse in particolare: «… dalla combinazione in certe
proporzioni dell'idrogeno e dell'ossigeno sorge l'acqua che possiede una
moltitudine di qualità che non si avvertivano né nell'ossigeno né nell'idro-
geno»23.
Infine, i democratici rivoluzionari russi, in particolare Cernyscevskij, misero
in luce l'azione nella natura e nella società della legge della negazione della
negazione, la quale condiziona il continuo cambio, il «rigetto» di alcune for-
me da parte di altre forme e il ritorno, il ripetersi della tappa percorsa ad un
livello più alto.
In tal modo i democratici rivoluzionari russi seppero liberarsi in notevole
misura dal meccanicismo e dalla metafisica e compiere un determinato pas-
so in avanti nell'opera di fusione della dialettica con il materialismo, di in-
terpretazione e di argomentazione di essa da posizioni materialistiche.
Un altro merito dei democratici rivoluzionari russi è di aver condotto una

19A. I. Herzen, Opere, cit., vol. I, p. 127.


20V. G. Bielinskij, Opere filosofiche scelte, vol. II. Mosca, 1948, p. 146.
21A. I. Herzen, Opere, cit., vol. II p. 61.
22V. G. Bielinskij, Opere, cit., vol. I, p. 468.
23N. G. Cernyscevskij, Opere filosofiche scelte, vol. III. Mosca, 1951, p. 190.
lotta decisa contro l'agnosticismo, il quale tendeva ad aprire un abisso insu-
perabile fra la coscienza e la realtà, negava la possibilità di conoscere la real-
tà.
Riferendosi alla vita stessa dell'uomo, alla sua prassi, Cernyscevskij confuta
l'agnosticismo, dimostra che il mondo è conoscibile, che le nostre percezioni
sensibili riflettono in modo giusto la realtà.
I democratici rivoluzionari russi compirono un passo in avanti rispetto a
Feuerbach e ai suoi predecessori nel superare il carattere contemplativo del-
le teorie filosofiche. Essi aspiravano alla trasformazione del mondo. Ad
esempio, Herzen, secondo le parole di Lenin, considerava la dialettica come
«algebra della rivoluzione».
Per quanto riguarda le concezioni della società, qui i democratici rivoluzio-
nari russi, nonostante queste o quelle prese di posizione materialistiche, fu-
rono idealisti come i loro predecessori e i loro contemporanei europeo-
occidentali.
CAPITOLO 3: IL RIVOLGIMENTO IN FILOSOFIA COMPIUTO DAL MARXISMO

1. LE PREMESSE DEL SORGERE DELLA FILOSOFIA MARXISTA

a. Le premesse economico-sociali
La nascita della filosofia marxista è la necessaria conseguenza dello sviluppo
della società e della scienza. La filosofia del marxismo esprime gli interessi
del proletariato, perciò essa sorge in quello stadio di sviluppo sociale in cui
fanno il loro ingresso nell'arena storica i lavoratori come una forza sociale
autonoma che lotta per il mutamento delle condizioni di vita.
In un primo tempo la lotta di classe del proletariato si manifestò sponta-
neamente, nella forma di lotte isolate contro i singoli capitalisti, in seguito
essa cominciò ad assumere un carattere sempre più coerente. Nel corso di
questa lotta il proletariato si unisce, si organizza, diventa conscio dei propri
comuni interessi di classe e già interviene non contro i singoli rappresentan-
ti della borghesia ma contro la borghesia come classe, contro il capitalismo
come ordinamento sociale. Le prime massicce lotte di classe degli operai ri-
salgono agli anni '40 del XIX secolo. Sono la rivolta degli operai di Lione
(1831), i moti rivoluzionari degli operai di Parigi (1832), l'insurrezione dei
tessitori della Slesia in Germania (1844), il movimento cartista in Inghilterra
(1830 – 1840).
Lo sviluppo della lotta di classe contro la borghesia richiedeva che fossero
argomentate teoricamente l'indispensabilità e la possibilità di cambiare l'e-
sistente stato di cose, gli ordinamenti sociali e politici, che facesse la sua ap-
parizione una dottrina in cui fosse precisato quali rapporti e istituti sociali
dovevano sostituirsi a quelli esistenti, ecc. È proprio questa necessità storica
che è all'origine della filosofia marxista come una particolare concezione del
mondo concezione che orienta il proletariato nella lotta per una nuova socie-
tà e che è nelle sue mani un metodo per la trasformazione rivoluzionaria del-
la realtà circostante.
b. Le premesse sul piano delle scienze naturali
Anche se la necessità per il proletariato di disporre del materialismo dialet-
tico e storico è una premessa del loro sorgere, ciò era ancora lungi dall'esse-
re sufficiente per l'apparizione della filosofia marxista. Le concezioni utopi-
stiche che esistevano prima del marxismo e che motivavano la necessità del
passaggio ad una società nuova, ideale, pure sorgevano per venir incontro
all'aspirazione delle classi oppresse a veder mutate le loro condizioni di vita
ed esse non solo non contribuivano, ma anzi, impedivano il sorgere in seno a
queste classi di una giusta comprensione della realtà circostante e la defini-
zione delle vie concrete per cambiarla. La comparsa del materialismo dialet-
tico e storico presupponeva un determinato livello di sviluppo della scienza,
poiché la nuova teoria si basava sulle conquiste di quest'ultima.
All'inizio del XIX secolo la scienza raggiunse un tale livello di sviluppo da
rendere effettivamente possibile l'elaborazione sul piano teorico dei più im-
portanti princìpi della dialettica, di una concezione dialettico-materialistica
scientifica del mondo. È proprio in quell'epoca che si delineò nelle scienze
naturali il passaggio dalla descrizione e dalla classificazione dei fenomeni al-
lo studio dei processi che vi avvengono, dalla registrazione delle proprietà
che li caratterizzano all'individuazione delle leggi che condizionano i muta-
menti di queste proprietà. In quell'epoca ottennero determinato sviluppo
scienze come la fisiologia che tratta dei processi degli organismi viventi,
l'embriologia che studia l'evoluzione dell'embrione, la geologia che studia le
leggi di mutamento della crosta terrestre, ecc. Una serie di scoperte eccezio-
nali testimoniavano del carattere dialettico dei processi della natura. Parti-
colarmente importanti fra di esse: la scoperta della struttura cellulare degli
organismi (1838-1839), la formulazione del principio di conservazione e di
trasformazione dell'energia (1842-1847) e l'elaborazione da parte di Dar-
win della teoria dell'evoluzione naturale degli esseri viventi (1859).
La scoperta della cellula come unità strutturale fondamentale dell'organi-
smo metteva in luce l'unità del mondo organico e il manifestarsi in seno ad
esso delle leggi universali di sviluppo. La legge della conservazione e della
trasformazione dell'energia testimoniava dell'interconnessione delle varie
forme di movimento della materia, del loro trapasso l'una nell'altra. La teo-
ria evoluzionistica di Darwin mostrava come queste o quelle specie di orga-
nismi animali e vegetali fossero il prodotto di un lungo processo di evoluzio-
ne.
In tal modo le conquiste delle scienze naturali all'inizio e particolarmente al-
la metà del XIX secolo permettevano di formulare e di argomentare i più im-
portanti princìpi della dialettica e di elaborare al tempo stesso in modo coe-
rente una concezione scientifica del mondo che potesse servire al proletaria-
to di strumento per trasformare la realtà circostante.
c. Le premesse teoriche
Condizionata sia dai fattori sociali che dallo sviluppo della scienza della na-
tura la filosofia marxista è inconcepibile in distacco dal retaggio filosofico
del passato. Essa è erede e continuatrice delle idee progressiste dei prece-
denti filosofi. Ciò significa che parallelamente alle premesse sul piano sociale
e sul piano delle scienze naturali esistevano anche le premesse teoriche del
sorgere della filosofia marxista. Esse erano legate prima di tutto alla filosofia
tedesca del XIX secolo, alle concezioni filosofiche di Hegel e Feuerbach.
Hegel formulò i più importanti princìpi della dialettica, elaborò il metodo
dialettico di conoscenza. Ma essendo idealista, Hegel presentò la dialettica
nella forma di leggi di autoevoluzione dell'idea pura esistente - non si sa do-
ve – fuori e prima del mondo materiale. Per quanto concerne l'evoluzione
del mondo materiale: la natura e la società, essa, nel pensiero di Hegel, «è
soltanto il riflesso del movimento del concetto in se stesso, movimento che si
compie dall'eternità, non si sa dove ma ad ogni modo indipendentemente da
ogni cervello umano pensante. Era questa inversione ideologica che si dove-
va eliminare»24.
Feuerbach, nel criticare Hegel, non si accorse del nucleo razionale della filo-
sofia hegeliana, il metodo dialettico scoperto e al tempo stesso mistificato da
Hegel. Non si liberò da Hegel, criticandolo, ma «lo gettò in disparte come in-
servibile»25.
Quello che non aveva saputo fare Feuerbach lo fecero i fondatori del mate-
rialismo dialettico e storico. Poggiando sui princìpi materialistici ripristinati
da Feuerbach essi sottoposero a profonda critica la filosofia idealistica hege-
liana. E nel corso di questa critica misero in luce il principale acquisto della
filosofia classica tedesca, la dialettica, la spogliarono del misticismo, degli
innumerevoli schemi artificiali e crearono sviluppandola su base materiali-
stica e scientifica il materialismo dialettico e storico: una concezione coeren-
temente scientifica del mondo e un metodo universale di conoscenza e di
trasformazione della realtà.
2. L'ESSENZA DEL RIVOLGIMENTO IN FILOSOFIA COMPIUTO DA MARX E ENGELS

I fondatori di una nuova filosofia conseguentemente scientifica - il materiali-


smo dialettico e storico – sono Karl Marx (1818-1883) e Friedrich Engels
(1820-1895).
In un primo tempo Marx e Engels furono seguaci della filosofia idealistica di
Hegel. Ma poi, sotto l'influsso della prassi sociale e, in particolare, della lotta
di classe dei lavoratori contro gli sfruttatori che ebbero modo di osservare
da vicino (Marx in qualità di redattore della Rheinische Zeitung, Engels in
qualità di impiegato di un'azienda di cui era azionista suo padre), comincia-
rono a liberarsi delle concezioni idealistiche e a passare su posizioni mate-
rialistiche. Engels, in particolare, scrisse: «Vivendo a Manchester io avevo
per così dire toccato con mano che i fatti economici, che sino allora la storio-
grafia aveva disdegnati o tenuti in nessun conto, sono, per lo meno nel mon-
do moderno, una forza storica decisiva; che essi formano la base delle origini

24Karl Marx, Friedrich Engels, Opere scelte. Roma, Editori Riuniti, 1966, p. 1132.
25ibidem, p. 1131.
degli attuali contrasti di classe»26.
La tendenza del passaggio al materialismo appare in Marx con il lavoro: Per
la critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico (1843). In questo lavoro
Marx giunge alla conclusione che la chiave per la comprensione del processo
di sviluppo storico dell'umanità va ricercata non nella sfera politica, non nel-
lo Stato, come lo presentava Hegel, ma nella «società civile», cioè nei rappor-
ti materiali, economici fra gli uomini.
Questa tendenza si manifesta in modo particolarmente chiaro nella Sacra
famiglia, opera scritta da Marx insieme a Engels nel 1845. Qui Marx e Engels
sottopongono a critica approfondita l'idealismo hegeliano e le concezioni
della sinistra hegeliana. La sinistra hegeliana trattava con disprezzo il popo-
lo, lo considerava una «massa inerte» che non è capace di un'attività creatri-
ce e che è un ostacolo al progresso. Secondo loro la forza creativa decisiva
dello sviluppo storico erano le persone d'indole critica. Dimostrando l'in-
consistenza di questi ragionamenti della sinistra hegeliana, Marx e Engels
formularono l'idea che la forza decisiva dello sviluppo storico sono le masse
lavoratrici che creano i beni materiali e assicurano così la possibilità di esi-
stenza e di sviluppo della società. Parlando del proletariato essi ritennero
particolarmente necessario sottolineare che esso può e deve liberare se
stesso, sopprimendo la proprietà privata dei mezzi di produzione e lo sfrut-
tamento dell'uomo sull'uomo, da essa condizionato.
Rappresentano l'ulteriore elaborazione dei princìpi fondamentali del mate-
rialismo dialettico un'altra opera comune di Marx e Engels: L'ideologia tede-
sca (scritta nel 1845 – 1846), nonché il lavoro di Marx La miseria della filoso-
fia (1847). Un'esposizione magistrale della concezione del mondo che stava-
no elaborando Marx e Engels è contenuta nel Manifesto del Partito comuni-
sta, da essi redatto per incarico della «Lega dei comunisti» e pubblicato nel
1848. In questa opera, secondo l'espressione di Lenin, sono esposti con chia-
rezza e espressività geniali un materialismo veramente conseguente, esteso
non solo alla natura ma anche al campo della vita sociale, nonché la dialetti-
ca, come la più completa e profonda fra le dottrine dell'evoluzione27.
Ma anche dopo il 1848 Marx e Engels continuarono a dedicare grande atten-
zione ai problemi filosofici della concezione scientifica del mondo e del me-
todo di conoscenza e di trasformazione della realtà. Al riguardo i lavori più
caratteristici sono: Il Capitale, Per la critica dell'economia Politica, scritti da
Marx, La dialettica della natura, Ludwig Feuerbach e il punto d'approdo della
filosofia classica tedesca, scritti da Engels, ecc.

26Karl Marx, Friedrich Engels, Opere scelte, cit., p. 1085.


27V. I. Lenin, op. cit., vol. 21, p. 41.
Con l'aver creato il materialismo dialettico e storico Marx e Engels compiro-
no un vero e proprio rivolgimento nella filosofia. La dottrina da essi elabora-
ta si distingue radicalmente da tutta la precedente filosofia.
Infatti, le dottrine materialistiche anteriori al marxismo erano prevalente-
mente meccanicistiche. E ciò non era casuale. Nel XVIII secolo fra tutte le
scienze naturali ottenne il massimo sviluppo la meccanica. La chimica, come
scriveva Engels, esisteva soltanto nella sua forma infantile: flogistica. La bio-
logia era ancora in fasce: l'organismo vegetale e animale veniva spiegato con
cause puramente meccaniche; in quella tappa di sviluppo della scienza veni-
va considerato alla luce delle leggi della meccanica anche l'uomo: quest'ul-
timo veniva presentato come una macchina complessa28. Essendo il ramo più
evoluto del sapere la meccanica impresse una propria impronta non solo alle
altre scienze ma anche alla filosofia. I filosofi-materialisti di quell'epoca ten-
tavano di spiegare tutto il mondo, tutta la realtà solo sulla base delle leggi
della meccanica.
A differenza del materialismo premarxista il materialismo dialettico è libero
dal meccanicismo. Spiegando i fenomeni della realtà esso parte non solo dal-
le leggi della meccanica ma anche da tutta la molteplicità delle leggi, esso ri-
tiene che le leggi della meccanica permettono di comprendere solo la forma
meccanica di movimento della materia. Per quanto riguarda le altre forme di
movimento della materia, la loro essenza è determinata non dalle leggi della
meccanica ma dalle rispettive leggi specifiche, caratteristiche di ciascuna di
esse.
Il materialismo anteriore al marxismo era metafisico. Esso era incapace di
concepire il mondo come un processo, come una sostanza soggetta ad evolu-
zione storica. Anche se i filosofi di quell'epoca riconoscevano il movimento
nella realtà circostante, essi se lo immaginavano come un movimento che
descriveva in eterno un circolo, che tornava a produrre di continuo gli stessi
risultati. A differenza di ciò, il materialismo dialettico considera il mondo dal
punto di vista del movimento e dell'evoluzione.
Il precedente materialismo non era una dottrina conseguente, compiuta. I
suoi rappresentanti spiegavano materialisticamente solo i fenomeni della
natura. Essi consideravano invece idealisticamente i fenomeni della vita so-
ciale deducendoli da questo o quel principio spirituale: dalla coscienza poli-
tica o giuridica, dall'opinione pubblica, dalla morale, dalla scienza, ecc. I fon-
datori del materialismo dialettico e storico per la prima volta estesero i
princìpi materialistici alla società e giunsero alla conclusione che nella socie-

28Karl Marx, Friedrich Engels, Opere scelte, cit., pp. 1118-1119.


tà l'elemento primordiale, determinante sono le condizioni materiali di vita
degli uomini mentre i fenomeni spirituali, la coscienza sociale, le varie con-
cezioni, teorie, ecc., derivano dalle condizioni materiali di vita degli uomini,
dal loro essere sociale.
Il più importante tratto distintivo dei materialisti premarxisti era la contem-
platività, il distacco dall'attività pratica rivoluzionaria degli uomini. Essi sol-
tanto diversamente interpretavano il mondo mentre si trattava di trasfor-
marlo. La filosofia marxista è legata alla pratica, il suo compito è non solo in-
terpretare la realtà ma anche trasformarla. Perciò essa non solo è un metodo
di conoscenza ma anche un metodo d'azione, di trasformazione rivoluziona-
ria della realtà.
Proseguiamo. A differenza delle dottrine filosofiche materialistiche e ideali-
stiche premarxiste che travisavano in un modo o nell'altro il vero stato di
cose, il materialismo dialettico e storico, essendo la concezione del mondo
del proletariato, poggia interamente sulla realtà, sulle leggi che presiedono
al suo funzionamento e sviluppo. Lo spirito di parte della filosofia marxista
ne presuppone la scientificità come momento indispensabile.
In un determinato stadio di evoluzione storica gli interessi di qualsiasi classe
sfruttatrice entrano inevitabilmente in contrasto con le esigenze del pro-
gresso sociale e di conseguenza con l'azione di queste o quelle leggi oggetti-
ve. Ciò rende impossibile una coerente motivazione scientifica degli interessi
di queste classi e rende necessaria la rinuncia a questi o quei princìpi scien-
tifici che sono in contrasto con questi interessi e l'elaborazione di princìpi
che anche non riflettendo il vero stato di cose, l'azione delle leggi oggettive,
siano conformi agli interessi della classe, esprimano questi interessi. Gli in-
teressi del proletariato sono invece sempre conformi alle tendenze oggettive
dell'evoluzione storica, perciò esso è interessato a conoscere l'effettivo stato
di cose, le leggi che presiedono al processo oggettivo di sviluppo. Senza di
ciò esso non potrà orientarsi in modo giusto, intervenire attivamente nel
processo oggettivo e trasformare in modo coerente il mondo. Quindi, il ma-
terialismo dialettico e storico potrà assolvere la sua funzione di concezione
del mondo del proletariato e di metodo di trasformazione rivoluzionaria del-
la realtà solo nel caso in cui poggerà sulla conoscenza delle leggi oggettive
del movimento e dello sviluppo, nel caso in cui i suoi princìpi saranno scien-
tifici.
Tutto ciò sta a dimostrare che il materialismo dialettico e storico è una filo-
sofia nuova in linea di principio che si distingue sostanzialmente da tutte le
precedenti concezioni filosofiche e che il sorgere di essa rappresenta un'au-
tentica rivoluzione in filosofia.
3. LO SVILUPPO DELLA FILOSOFIA MARXISTA DA PARTE DI V. I. LENIN

Essendo una scienza creatrice la filosofia marxista si sviluppa e si perfeziona


continuamente. Ogni nuovo notevole passo nello sviluppo della scienza e
della pratica sociale si ripercuote immancabilmente sulla filosofia, modifica
(arricchisce, precisa, completa) questi o quei suoi princìpi, queste o quelle
sue tesi. Dopo la morte di Marx e Engels, apportò un immenso contributo al-
lo sviluppo del materialismo dialettico e storico Vladimir Ilic Lenin (1870-
1924).
Lenin elaborò sotto ogni aspetto la dottrina marxista della materia e della
coscienza come riflesso della realtà, dimostrò il ruolo determinante della
pratica nel processo della conoscenza e mise in luce su questa base il carat-
tere attivo, creativo della coscienza, sottolineando che «la coscienza
dell'uomo non solo rispecchia il mondo oggettivo ma altresì lo crea»29. Al
tempo stesso egli definì le tappe fondamentali del processo della conoscenza
e la dialettica del suo movimento verso la verità.
Elaborando la dialettica come dottrina dello sviluppo Lenin mise in luce l'es-
senza dell'idea dialettica di sviluppo, come uno sviluppo che sembra riper-
correre le fasi già percorse ma le ripercorre in modo diverso, ad un livello
più elevato, come un mutamento rivoluzionario, a salti, della realtà, deter-
minato dalle contraddizioni interne, dagli urti tra le diverse forze e tendenze
operanti 30.
Interpretando su base scientifica e materialistica la dialettica di Hegel, la sua
applicazione e il suo sviluppo da parte di Marx ne Il Capitale, Lenin formulò
il principio dell'identità della dialettica, della logica e della teoria della cono-
scenza. Esaminando alla luce di questo principio i lati e i nessi universali del-
la realtà, le leggi dialettiche universali, egli mostrò che le categorie filosofi-
che non solo sono le forme di riflesso dei lati e i nessi universali della realtà
ma anche i gradini, i punti nodali dello sviluppo della conoscenza e della pra-
tica sociale, mentre le leggi della dialettica non solo rappresentano le leggi
universali della realtà ma anche le leggi del pensiero. Essi sono i princìpi me-
todologici chiamati ad orientare gli uomini nella loro attività pratica e cono-
scitiva. In altre parole, Lenin, seguendo Marx e Engels, elaborò il materiali-
smo dialettico non solo come una concezione del mondo ma anche come una
teoria della conoscenza, come un metodo di conoscenza e di trasformazione
pratica della realtà.
L'ulteriore elaborazione da parte di Lenin della dialettica materialistica, il

29V. I. Lenin, op. cit., vol. 38, p, 197.


30V. I. Lenin, op. cit., vol. 21, p. 47.
suo studio dei problemi della teoria gnoseologica del materialismo dialetti-
ca… hanno un'importanza perenne… Lenin è stato il primo pensatore del no-
stro secolo che nelle conquiste delle scienze naturali dei suoi tempi abbia vi-
sto l'inizio di una grandiosa rivoluzione scientifica; è stato il primo a saper
scorgere e sintetizzare filosoficamente il significato rivoluzionario delle ri-
cerche fondamentali dei grandi studiosi di scienze naturali. Egli ha dato una
splendida interpretazione filosofica dei nuovi dati scientifici nel periodo di
una radicale “rottura dei princìpi” nei settori più importanti delle scienze na-
turali. L'idea dell'inesauribilità della materia da lui formulata è diventata un
principio universale della conoscenza scientifica.
Lenin dedicò un'attenzione eccezionalmente grande all'elaborazione teorica
dei problemi del materialismo storico. Egli fornì un'ampia analisi delle leggi
riguardanti l'interconnessione dell'essere sociale e della coscienza sociale,
dei rapporti materiale e ideologico, dei fattori oggettivo e soggettivo, di ciò
che è spontaneo e di ciò che rientra nell'ordine della coscienza. Sottolinean-
do il ruolo determinante delle condizioni materiali di vita degli uomini, dei
fattori oggettivi egli mostrò l'immenso ruolo della teoria rivoluzionaria e del
partito rivoluzionario che si fa guidare da questa teoria, delle singole perso-
nalità nell'opera di trasformazione della vita sociale, nell'opera di sostitu-
zione delle forme sociali storicamente superate con quelle nuove conformi al
livello raggiunto nello sviluppo delle forze produttive.
Mettendo in luce l'importanza delle idee rivoluzionarie nella lotta per su-
bordinare il movimento spontaneo delle masse per la trasformazione della
società ad un solo scopo, quello del mutamento rivoluzionario degli ordina-
menti sociali e politici esistenti, Lenin pose come un importantissimo compi-
to del partito proletario quello di elaborare l'ideologia socialista e di appor-
tarla nella coscienza dei lavoratori, del proletariato.
Analizzando le peculiarità della fase imperialistica del capitalismo Lenin mo-
strò come questa fase fosse l'ultima, come essa rappresentasse la vigilia del-
la rivoluzione socialista, come da essa si passasse solo al socialismo. Sco-
prendo la legge dell'ineguaglianza di sviluppo economico e politico dei paesi
capitalistici nelle condizioni dell'imperialismo e partendo da essa, Lenin
giunse alla conclusione sulla possibilità della vittoria della rivoluzione socia-
lista dapprima in alcuni paesi o persino in un solo paese preso separatamen-
te.
Lenin elaborò inoltre la dottrina marxista del carattere delle forze motrici
della rivoluzione democratico-borghese del rapporto fra di essa e la rivolu-
zione socialista e l'arricchì di nuove importanti deduzioni. Egli dimostrò che
l'egemone della rivoluzione democratico-borghese, che si compie nel perio-
do in cui il capitalismo nei paesi avanzati è entrato nella fase imperialistica,
deve essere non la borghesia, ma il proletariato, che nel corso di questa rivo-
luzione si presentano come alleati del proletariato i contadini, che in seguito
alla vittoria di questa rivoluzione deve instaurarsi non la dittatura della bor-
ghesia, ma la dittatura del popolo rivoluzionario: degli operai e dei contadi-
ni. Questa rivoluzione non si conclude con l'instaurazione della dittatura de-
gli operai e dei contadini, ma incomincia a trasformarsi gradualmente in ri-
voluzione socialista. Nel corso di quest'ultima il proletariato in alleanza con i
contadini poveri e con tutti gli sfruttati trasforma la vita sociale su basi so-
cialiste. Elaborando la teoria della rivoluzione socialista Lenin formulò l'idea
della necessità di fondere la lotta di classe del proletariato contro la borghe-
sia, per il socialismo con la lotta di liberazione nazionale dei popoli oppressi
per la liquidazione del giogo coloniale.
Lenin argomentò pure la possibilità della via di sviluppo non capitalistico,
del passaggio di singoli paesi e popoli al socialismo scavalcando la fase di
sviluppo capitalistica. Egli considerava come la premessa più importante di
tale passaggio la vittoria della rivoluzione socialista in questi o quei paesi
avanzati e il multiforme aiuto di questi paesi ai popoli arretrati.
Nel retaggio teorico di Lenin occupa un importante posto la dottrina della
dittatura del proletariato. Sviluppando ulteriormente sulla base della gene-
ralizzazione dell'esperienza delle tre rivoluzioni russe l'idea della dittatura
del proletariato, avanzata da Marx e Engels, Lenin mostrò la necessità
dell'instaurazione della dittatura del proletariato nel periodo di passaggio al
socialismo, ne mise in luce l'essenza, le peculiarità come Stato democratica-
mente nuovo, i compiti, il meccanismo di funzionamento e le vie di sviluppo.
Un immenso merito di Lenin è l'aver scoperto i Soviet come forma di dittatu-
ra del proletariato nata in Russia per iniziativa delle masse lavoratrici, e l'a-
verne motivato il ruolo nella Grande rivoluzione socialista d'Ottobre.
Dopo la vittoria della Rivoluzione d'Ottobre l'attenzione di Lenin fu dedicata
all'elaborazione dei problemi dell'edificazione del socialismo nel nostro pae-
se e delle prospettive di sviluppo della rivoluzione mondiale. Lenin diede un
fondamento scientifico alla possibilità della costruzione di una società socia-
lista nelle condizioni dell'accerchiamento capitalistico, mostrò che il nostro
paese dispone di tutto quanto è necessario per edificare il socialismo, definì
le vie concrete per la trasformazione su basi socialiste dei vari lati della vita
sociale.
Lenin considerava una forma di conversione della grande produzione capita-
listica in quella socialista la trasformazione delle aziende capitalistiche in
proprietà socialista di tutto il popolo. Per quanto riguarda la trasformazione
socialista della piccola produzione mercantile, Lenin raccomandava di utiliz-
zare le varie forme di cooperazione che presuppongono la trasformazione
della piccola proprietà privata dei mezzi di produzione in proprietà sociale
cooperativa.
Lenin argomentò scientificamente l'idea che la vittoriosa costruzione del so-
cialismo e del comunismo sono possibili solo sotto la direzione di un partito
marxista-leninista che poggi nella sua attività sulle masse lavoratrici e ne
goda la fiducia. Si tratta di un partito che, forte della conoscenza delle leggi
di funzionamento e di sviluppo della società, definisce le vie per la soluzione
dei compiti pratici di trasformazione di tutta la vita sociale sulla base dei
princìpi socialisti e comunisti.
1° parte: Il materialismo dialettico
Dato che il problema fondamentale di ogni filosofia è quello del rapporto tra
materia e coscienza, incominceremo la nostra esposizione del materialismo
dialettico caratterizzando la materia e le fondamentali forme di esistenza di
essa, esaminando le leggi del sorgere della coscienza e il suo rapporto con la
materia. Approfondiremo così il primo lato del problema fondamentale della
filosofia. Successivamente ne analizzeremo il secondo lato, le leggi che pre-
siedono al funzionamento e allo sviluppo della conoscenza come riflesso del-
la realtà nella coscienza degli uomini. Dopo di ciò verranno esaminate le ca-
tegorie e le leggi della dialettica come forme in cui si riflettono i lati e i nessi
generali della realtà oggettiva e della conoscenza. Questa successione nell'e-
same delle categorie e delle leggi è determinata dall'ordine in cui si svolge il
processo della conoscenza delle proprietà delle leggi universali della realtà.
In quanto secondo noi il contenuto delle leggi fondamentali della dialettica
diventa pienamente chiaro solo se uno ha un'idea precisa di tutta una serie
di categorie della dialettica (singolare e universale, causa e effetto, necessa-
rio e casuale, legge, essenza e fenomeno), ci siamo visti costretti ad abban-
donare una tradizione di solito seguita, quella di esaminare le leggi fonda-
mentali della dialettica prima delle categorie. Nel presente compendio le
leggi fondamentali della dialettica vengono esposte dopo le categorie. Una
tale disposizione del materiale permette di evitare le ripetizioni e di rendere
più precisa e fondata l'esposizione dei problemi, oggetto di esame.
CAPITOLO 4: LA MATERIA E LA COSCIENZA

1. LA CRITICA DELLE CONCEZIONI IDEALISTICHE E METAFISICHE DELLA MATERIA

Gli idealisti di regola negano l'esistenza oggettiva della materia. Alcuni ri-
tengono che essa non esiste in generale, che è stata inventata dai materialisti
per dar fondamento alle loro conclusioni ateistiche (Berkeley). Altri la con-
siderano un complesso di sensazioni. Terzi ancora la presentano come risul-
tato dello sviluppo della coscienza, la fanno dipendere, la fanno derivare dal-
la coscienza (Hegel).
Tutti i materialisti riconoscono l'esistenza reale, oggettiva della materia. Du-
rante tutta la storia della filosofia le idee dei materialisti sulla materia diver-
gevano sostanzialmente. Nella filosofia antica assolvevano la funzione di ma-
teria queste o quelle sostanze, questi o quei fenomeni fra i più diffusi, ad
esempio, l'acqua (Talete), l'aria (Anassimene), il fuoco (Eraclito). In seguito
si cominciò a considerare materia un'infinità di vari elementi immutabili: i
cosiddetti «semi di corpi» (Anassagora) o gli atomi (Democrito). I materiali-
sti francesi del XVIII secolo, Feuerbach ed altri, intendevano per materia il
complesso degli atomi immutabili che formano tutte le sostanze esistenti nel
mondo.
La comprensione della materia come insieme degli atomi o delle sostanze è
una comprensione limitata e al tempo stesso erronea. Essa è legata a deter-
minate forme di esistenza della materia, all'assolutizzazione delle proprietà
e degli stati che sono loro propri, e perciò non è in grado di abbracciare il to-
tale dei fenomeni che avvengono nel mondo, tutta la molteplicità delle forme
dell'essere.
L'insufficienza di tale concetto di materia si manifestò con particolare evi-
denza nel periodo della crisi sorta nelle scienze naturali alla fine del XIX e
all'inizio del XX secolo. in seguito alla scoperta dell'elettrone e della radioat-
tività. La scoperta dell'elettrone mostrò, in particolare, che l'atomo non è
immutabile e eterno come prima si credeva ma racchiude in sé particelle an-
cor più piccole, gli elettroni. Si chiarì al tempo stesso che la massa dell'elet-
trone non è immutabile ma dipende dalla velocità del suo movimento: si ac-
cresce se aumenta la velocità di movimento, diminuisce se la velocità si ridu-
ce. Prima di questa scoperta si credeva che la massa dell'atomo fosse costan-
te. Proprio a ciò si ricollegava l'idea dell'eternità, dell'indistruttibilità dell'a-
tomo e quindi della materia.
Il crollo delle concezioni sull'indivisibilità e sull'eternità degli atomi,
sull'immutabilità e sull'indistruttibilità della massa fece dubitare dell'esi-
stenza oggettiva della materia, diede luogo a delle conclusioni sulla sua
scomparsa. La logica dei ragionamenti era questa: se l'atomo è divisibile, se
esso si scompone in elettroni, la cui massa dipende dal movimento, allora la
materia come qualcosa di determinante che è alla base di ogni essere scom-
pare, si trasforma in movimento. Sembrava che tali conclusioni si dovesse
trarle anche dalla scoperta della radioattività. La disintegrazione radioattiva
dell'uranio, e in seguito anche del radio, fu interpretata come trasformazione
della sostanza in movimento, in energia pura. Di ciò ne approfittarono subito
gli idealisti. Essi incominciarono ad affermare che le nuovissime conquiste
delle scienze naturali confutano il materialismo, mostrano che la materia
non esiste, che essa non è che un'invenzione dei materialisti, ecc.
Era necessario generalizzare le date scoperte scientifiche, conciliarle con il
materialismo dialettico e sottoporre a critica le concezioni idealistiche che
prendevano lo spunto da queste scoperte. Fu Lenin ad assumersi un tale
compito.
2. LA DEFINIZIONE LENINISTA DELLA MATERIA

Dopo aver analizzato nel suo libro Materialismo ed empiriocriticismo la sud-


detta crisi, Lenin mostrò che il suo sorgere era determinato dal fatto che gli
studiosi di scienze naturali stavano sulle posizioni del materialismo metafi-
sico e cercavano di spiegare le nuovissime conquiste nel campo della fisica
partendo dai princìpi di questo materialismo. Infatti, la comprensione della
materia come insieme degli atomi immutabili è caratteristica del materiali-
smo metafisico e non di quello dialettico. Il materialismo dialettico non ridu-
ceva mai la materia ai soli atomi, non li considerava e, del resto, non poteva
considerarli immutabili e eterni. Secondo il materialismo dialettico nessuna
forma concreta dell'essere della materia, si tratti dell'atomo o si tratti della
molecola e dell'elettrone, è eterna, immutabile ma è sempre in movimento,
subisce continuamente dei mutamenti, e, in determinate condizioni, si con-
verte in altre forme concrete, queste in terze e così via. «Per la filosofia dia-
lettica - scrisse Engels – non vi è nulla di definitivo, di assoluto, di sacro; di
tutte le cose e in tutte le cose essa mostra la caducità, e null'altro esiste per
essa all'infuori del processo ininterrotto del divenire e del perire… »31.
Perciò la scoperta di un fenomeno come la disintegrazione dell'atomo non-
ché di un fenomeno come la trasformazione della sostanza in luce non solo
non confuta il materialismo dialettico ma, al contrario, conferma la verità dei
suoi princìpi, in particolare della tesi che tutto quanto esiste nel mondo è in
continuo movimento, passa da uno stato all'altro.
Che cosa dunque rientra nel concetto di materia secondo il materialismo dia-

31Karl Marx, Friedrich Engels, Opere scelte, cit., p. 1107.


lettico? Il concetto di materia secondo il materialismo dialettico è legato a
tutto quanto esiste al di fuori della coscienza umana e indipendentemente da
essa, a tutta la realtà oggettiva. Perciò sono materia non solo gli atomi ma
anche le particelle «elementari» in cui si decompongono, non solo la sostan-
za ma anche i raggi di luce che essa emette in determinate condizioni, ecc.
«La materia - scrive Lenin, fornendo una definizione dialettico-materialistica
di questo concetto – è una categoria filosofica che serve a designare la realtà
oggettiva che è data all'uomo dalle sue sensazioni, che è copiata, fotografata,
riflessa dalle nostre sensazioni ma esiste indipendentemente da esse»32.
3. L'ENTE MATERIALE. IL TIPO DI MATERIA

La materia esiste nella forma di un'infinità di vari corpi legati in un modo o


nell'altro fra di essi, nella forma di enti materiali. «Tutta la natura a noi ac-
cessibile - rilevava Engels – costituisce un sistema, una universale intercon-
nessione di corpi, e intendiamo qui per corpo tutto quel che ha un'esistenza
materiale, dalle stelle agli atomi… »33.
Un ente materiale o un corpo è solo parte della materia, perciò esso non pos-
siede tutte le proprietà che caratterizzano la materia, in particolare esso non
è eterno e infinito, sorge solo in condizioni rigorosamente determinate, oc-
cupa un posto limitato nello spazio, esiste per certo tempo e poi scompare,
trasformandosi in altri enti materiali. La materia invece è imperitura, spa-
zialmente illimitata. Ciò dimostra che il concetto di materia è legato solo al
mondo nel suo complesso, a tutto l'insieme degli enti materiali che lo forma-
no.
Gli enti materiali si uniscono in questi o quei gruppi, condizionando così de-
terminati livelli o gradi di sviluppo della materia che possiedono una specifi-
cità qualitativa. «… Le parti discrete a diversi livelli (… atomi chimici, masse,
corpi celesti) sono punti nodali che condizionano i diversi modi di essere
qualitativi della materia in generale… »34
Gli enti materiali aventi una natura comune e rappresentanti questo o quel
grado di sviluppo della materia dall'inferiore al superiore, costituiscono un
tipo di materia. Sono tipi di materia, ad esempio, i campi elettromagnetico e
gravitazionale, gli elettroni, i protoni, i neutroni, gli atomi, le molecole, gli
organismi viventi, la società umana, ecc.

32V. I. Lenin, op cit., vol. 14, p. 126.


33Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol. XXV, p. 365.
34Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol. XXV, p. 571.
4. LA MATERIA E IL MATERIALE

Come è stato rilevato sopra, il concetto di «materia», nel senso stretto di


questa parola, è applicabile solo al mondo nel suo complesso, a tutto l'insie-
me degli enti materiali. Per quanto riguarda i singoli enti materiali essi sono
ciascuno parte della materia, questo o quell'anello nel suo sviluppo. Essendo
determinati anelli della materia unica gli enti materiali presentano un mo-
mento comune: tutti essi esistono al di fuori della coscienza e indipenden-
temente da essa. Per rispecchiare questa comunanza ad essi propria è stato
elaborato il concetto di «materiale». È applicabile non solo al mondo nel suo
insieme ma anche agli enti materiali che compongono questo insieme, ai tipi
di materia, alle proprietà e ai nessi oggettivi che esistono al di fuori della co-
scienza umana e indipendentemente da essa. In tale modo, il materiale è tut-
to quanto si riferisce alla sfera della materia e la distingue dalla coscienza.
5. LA MATERIA COME SOSTANZA

Nel definire la materia la contrapponevamo alla coscienza, ma essa, come è


stato fatto notare sopra, si distingue non solo dalla coscienza ma anche dai
suoi enti, stati e proprietà concreti. In relazione a ciò la materia, rispetto alle
sue manifestazioni concrete, stati e proprietà, si presenta come sostanza. In
qualità di sostanza la materia è il fondamento di tutto quanto esiste. I feno-
meni che si osservano nel mondo non sono altro che le manifestazioni diver-
se dell'unica natura materiale, le forme diverse del suo modo d'essere, gli
stati diversi, le proprietà diverse. Da questo punto di vista la coscienza, come
particolare proprietà della materia, non si contrappone alle altre sue pro-
prietà ma è un momento dello stesso ordine. La causa sia della sua esistenza,
che dell'esistenza di qualsiasi altra proprietà, risiede nella materia.
A differenza del materialismo metafisico che vede la sostanzialità della ma-
teria nella sua invariabilità il materialismo dialettico ricollega la sostanziali-
tà della materia al suo costante movimento e mutamento. La materia, pas-
sando da uno stato qualitativo all'altro, «in tutti i suoi mutamenti rimane
eternamente la stessa»35. Ciò si esprime prima di tutto nella costanza della
sua quantità. Con tutti i mutamenti essa rimane invariata. Per quel che con-
cerne il lato qualitativo della materia, la sostanzialità si esprime nel fatto che
si conservano le sue proprietà essenziali, i suoi attributi. «… Nessuno dei
suoi (della materia – N.d.A.) attributi può mai andare perduto… » 36. Se esso è
scomparso in un luogo, in un ente materiale, comparirà inevitabilmente in
un altro luogo, in un altro ente materiale.

35Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol. XXV, p. 336.
36Ibidem.
Inoltre, la sostanzialità della materia si esprime anche nel fatto che ciascun
suo ente è capace in determinate condizioni di trasformarsi in qualsiasi altro
ente. Ad esempio, ogni particella «elementare» in determinate condizioni
può trasformarsi in altra particella «elementare». Ciò significa che ogni ente
materiale racchiude potenzialmente in sé, nella sua natura, tutte le proprietà
della materia.
La sostanzialità della materia esprime l'unità materiale del mondo. I feno-
meni innumerevoli che costituiscono la realtà, hanno una stessa natura ma-
teriale, rappresentano le forme, stati, proprietà diversi della materia.
6. IL MOVIMENTO COME FORMA UNIVERSALE DI ESISTENZA DELLA MATERIA

a. La limitatezza delle concezioni metafisiche del movimento. La comprensione marxista del mo-
vimento
La concezione del movimento sorse insieme alla filosofia. All'inizio il movi-
mento veniva concepito come il sorgere dell'uno e la distruzione dell'altro.
Una tale concezione del movimento, in particolare, è caratteristica dei primi
filosofi greci (Talete, Anassimene, Anassimandro).
Ponendo in primo piano il movimento, il mutamento i primi filosofi greci
perdevano però di vista la stabilità. Rivolsero la loro attenzione a ciò altri
pensatori, in particolare gli eleati (Senofane, Parmenide, Zenone). A diffe-
renza dei primi filosofi essi formularono l'idea della staticità come principio
di partenza, attribuendole valore assoluto e giungendo alla negazione del
movimento. Empedocle ripristinò la dottrina del movimento e tentò di con-
ciliarla con il concetto di staticità. Secondo lui le quattro «radici» primordiali
delle cose (acqua, aria, fuoco e terra) sono eterne e invariabili mentre il mo-
vimento non è la distruzione dell'uno e il sorgere dell'altro ma la traslazione
delle indicate «radici» immutabili, l'unirsi e il disunirsi di esse.
La dottrina del movimento trova ulteriore sviluppo nella filosofia di Aristo-
tele. Egli ristabilì il punto di vista sul movimento come il sorgere dell'uno e
distruzione dell'altro. Ma al tempo stesso Aristotele incluse in forma ritocca-
ta nella sua dottrina del movimento anche le concezioni dei successivi filoso-
fi, in particolare di Empedocle. Secondo Aristotele il movimento non signifi-
ca solo distruzione e sorgere ma anche crescita, diminuzione, mutamento
qualitativo nonché spostamento dei corpi nello spazio.
Nei successivi periodi di sviluppo della filosofia materialistica si delinea, per
quel che riguarda la comprensione del movimento, una tendenza a conferire
valore assoluto alla forma meccanica di movimento della materia. Nel XVII
XVIII secolo questa tendenza diventa dominante. In quell'epoca il movimen-
to è concepito come spostamento dei corpi nello spazio. Una tale concezione
del movimento era propria, in particolare, a Descartes e Holbach. «Il movi-
mento - scrisse quest'ultimo – è uno sforzo, mediante il quale un corpo cam-
bia o tende a cambiare la sua posizione»37.
La concezione secondo cui il movimento è null'altro che lo spostamento dei
corpi nello spazio è una concezione limitata. Essa non abbraccia tutta la mol-
teplicità dei mutamenti propri alla materia. Non sono un semplice sposta-
mento, ad esempio, i mutamenti che si producono nel nucleo atomico,
nell'organismo vivente, nella società, ecc.
Una definizione coerentemente scientifica del movimento fu data per la pri-
ma volta dai fondatori del materialismo dialettico, in particolare da Engels, il
quale scrisse: «Movimento, per quel che concerne la materia, è modificazione
in generale»38. Esso «comprende in sé tutti i mutamenti e i processi che han-
no luogo nell'universo, dal semplice spostamento fino al pensiero»39.
Quindi, il movimento è un concetto filosofico che significa qualsiasi muta-
mento che avviene nella realtà oggettiva.
b. Le forme fondamentali di movimento della materia
Esiste un'infinità di forme diverse di movimento della materia, fra cui si di-
stinguono quelle fondamentali. Esse sono: la forma fisica di movimento della
materia, che comprende il movimento delle particelle elementari e dei cam-
pi, il movimento internucleare e il movimento delle molecole; quella chimica
che riguarda il movimento degli atomi; quella biologica legata al funziona-
mento e allo sviluppo degli organismi viventi; quella sociale che abbraccia i
mutamenti che avvengono nella società e, infine, quella meccanica che rap-
presenta lo spostamento dei corpi nello spazio.
Le forme fondamentali di movimento della materia sono in interconnessione
e interdipendenza rigorosamente determinata fra di loro. Alcune forme di
movimento sono una premessa del sorgere di altre forme. Ad esempio, il
movimento delle particelle «elementari» è una premessa del sorgere degli
atomi e del loro movimento. Quest'ultimo è la base per il sorgere delle mole-
cole e del loro movimento. E ciò, a sua volta, porta in determinate condizioni
al sorgere della vita e insieme ad essa anche della forma organica di movi-
mento della materia, il che crea le premesse del sorgere della forma sociale
di movimento della materia.
Tutte le fondamentali forme di movimento rappresentano i gradini di svi-
luppo della materia, sono legate ai rispettivi tipi di essa e stanno le une alle

37P. H. Holbach, op. cit., p. 13.


38Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol. XXV, p. 529.
39Ibidem, p. 364.
altre come inferiori e superiori. Una forma inferiore è presente come calco in
una forma più alta, ad esempio, la forma fisica di movimento, trasformata, è
contenuta nella forma chimica di movimento, quella chimica in quella biolo-
gica, quella biologica in quella sociale. Anche se è presente in una forma più
alta, la forma inferiore non vi esercita un ruolo determinante ma occupa una
posizione subalterna. La forma superiore di movimento esercitando il ruolo
decisivo determina l'essenza dei fenomeni che rappresentano una data for-
ma di movimento della materia.
c. Il nesso organico del movimento con la materia
Il movimento è un attributo della materia, una sua proprietà essenziale. Esso
è indissolubilmente legato alla materia. Non vi è stata, non vi è e non può es-
servi materia senza movimento, così come movimento senza materia.
Del legame indissolubile fra la materia e il movimento ne testimonia la legge
della corrispondenza della massa e dell'energia. Secondo questa legge ad
ogni determinata quantità di massa corrisponde una quantità rigorosamente
determinata di energia. Ad ogni cambiamento della massa si accompagna un
rispettivo cambiamento dell'energia, e, al contrario, ogni cambiamento
dell'energia provoca un cambiamento della massa.
Alcuni filosofi e fisici borghesi non riconoscono il nesso organico tra movi-
mento e materia, cercano di dimostrare la possibilità di ridurre la materia al
movimento e su questa base proclamano l'energia elemento primordiale, de-
terminante e considerano la materia una delle forme di energia. A conferma
di questo loro punto di vista essi si riferiscono ai casi di trasformazione della
sostanza in luce, in particolare dell'elettrone e del positrone in due o tre fo-
toni, considerandoli casi di trasformazione della materia in energia pura.
«La materia - scrive, ad esempio, lo scienziato americano R. Marshall – è una
delle forme di energia. In certe condizioni è possibile la trasformazione della
materia in energia pura e dell'energia pura in materia»40.
I fautori del suddetto punto di vista partono dalla concezione metafisica del-
la materia come sostanza e travisano così il vero stato di cose. La trasforma-
zione degli elettroni e dei positroni in fotoni- particelle di energia luminosa
rappresenta non la trasformazione della materia in energia (movimento pu-
ro), ma la trasformazione di un tipo di materia in un altro, poiché la materia
è tutta la realtà oggettiva. Si riferiscono ad essa non solo la sostanza, ma an-
che la luce e un'infinità di altre forme, note e ancora ignote, dell'essere.
Essendo una realtà oggettiva che esiste al di fuori della coscienza umana e
indipendentemente da essa, la materia non può scomparire né interamente

40Roy K. Marshall, The Nature of Things. N. Y., 1951, p. 47.


né parzialmente, non può trasformarsi in qualcosa di immateriale. Essa esi-
ste eternamente, passando senza fine da uno stato qualitativo o da un tipo
all'altro. Le cose stanno analogamente anche per quanto riguarda il movi-
mento. Trovandosi in connessione organica con la materia esso non può
scomparire o trasformarsi in qualcosa di diverso, qualcosa che non è movi-
mento, la sua quantità rimane sempre la stessa. Sottolineando l'eternità del-
la materia e del movimento e la loro connessione organica Engels scriveva:
«Materia senza movimento è altrettanto impensabile quanto movimento
senza materia. Il movimento è perciò altrettanto increabile ed indistruttibile
quanto lo è la materia stessa… ». E proseguendo: «… La quantità di movi-
mento presente nel mondo è sempre la stessa»41.
d. Il movimento e la quiete
La tesi che la materia è organicamente connessa con il movimento, che que-
st'ultimo è il suo modo di essere può dar luogo all'idea che nel mondo non vi
è nulla di statico, di costante. Una tale idea fu espressa, in particolare, dal fi-
losofo greco Cratilo. Però la realtà è ben diversa. Oltre al movimento è pro-
pria alla materia anche la staticità, la quiete.
A differenza del movimento che esprime il continuo mutamento, la quiete
esprime la staticità, l'immutabilità. Essendo opposta al movimento la quiete
non è però isolata dal movimento, ma è organicamente connessa con que-
st'ultimo, ne è un momento, un caso particolare. La quiete rappresenta un si-
stema relativamente statico di movimento: il movimento in equilibrio. Ad
esempio, il sistema solare, considerato un ente materiale in quiete, non è al-
tro che un movimento dei pianeti che lo compongono, movimento che ripete,
dei cicli rigorosamente determinati, cioè un movimento in equilibrio. Qual-
siasi corpo è un sistema relativamente statico di movimento, ad esempio un
ente materiale della natura inanimata, l'organismo vivente, la società umana.
Liquidate i mutamenti caratteristici di questi corpi ed essi scompariranno
come dati enti materiali relativamente statici (in stato di quiete).
Oltre al movimento in equilibrio ogni ente materiale include in sé un'infinità
di altri mutamenti che fino ad un certo punto rientrano nel dato sistema re-
lativamente statico di movimento, non violano l'equilibrio degli elementi che
lo formano. Ma una volta raggiunto un determinato livello, questi mutamenti
distruggono il dato sistema relativamente statico di movimento e portano al-
la creazione di un nuovo sistema statico, il quale, a sua volta, dopo essere
esistito per un determinato periodo di tempo, pure si distrugge in seguito ai
mutamenti prodottisi in esso e pone inizio al sorgere di altri sistemi relati-
vamente statici (in stato di quiete), e questi al sorgere di terzi, e così senza

41Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol. XXV, pp. 57-58.
fine. E se daremo uno sguardo a questo processo eterno di passaggio della
materia dagli uni sistemi statici agli altri, non è difficile vedere che il movi-
mento è assoluto. Esso esiste sempre: e nel momento del sorgere di un si-
stema relativamente statico (poiché il sorgere di questo o quel nuovo siste-
ma avviene in seguito al mutamento dei precedenti sistemi), e attraverso di
esso (in quanto rappresenta un movimento in equilibrio), e nel quadro di es-
so, e nel momento della sua distruzione e del sorgere di un nuovo sistema
relativamente statico. Per quanto concerne la quiete, essa è relativa, sorge
con il sorgere di questo o quel sistema relativamente statico e scompare
quando questo sistema si distrugge, sorge di nuovo e, dopo essere esistita
per un determinato periodo di tempo, scompare, e così senza fine.
e. Il movimento e Io sviluppo
Abbiamo rilevato che la materia è in continuo movimento e mutamento, pas-
sa sempre dagli uni stati statici agli altri, distrugge questi o quegli enti mate-
riali e ne crea altri. Ma quale è la tendenza di questi mutamenti, che cosa
sorge per sostituirsi agli enti materiali in via di distruzione?
Alcuni filosofi ritengono che il movimento della materia avviene descrivendo
un circolo, che esso ripete sempre i medesimi cicli. Altri affermano che nel
corso dei continui mutamenti della materia si assiste al movimento dal su-
periore all'inferiore, cioè al regresso. Terzi invece proclamano come movi-
mento dall'inferiore al superiore tutti i mutamenti che si osservano nel
mondo.
In realtà si assiste a tutti questi tre momenti. Ciò che predomina però è il
movimento dall'inferiore al superiore.
Il movimento dall'inferiore al superiore, dal semplice al compresso si chiama
sviluppo.
Possono servire come esempi di sviluppo: la formazione degli atomi sulla
base delle particelle «elementari», delle molecole sulla base degli atomi; il
sorgere degli organismi viventi sulla base delle sostanze inanimate; la tra-
sformazione degli organismi più semplici, privi di struttura cellulare, in or-
ganismi unicellulari e in seguito in quelli pluricellulari; il passaggio dagli or-
ganismi capaci di riflettere l'ambiente circostante solo nella forma di eccita-
bilità agli organismi dotati di sensibilità e di psiche; la trasformazione di
un'orda di scimmie in società umana; il passaggio della società dalla comuni-
tà primitiva alla schiavitù, al feudalesimo, al capitalismo e, infine, al sociali-
smo, ecc.
Nell'affermare che lo sviluppo è la tendenza che domina nel mondo, non si
può pensare che ogni forma concreta del modo d'essere della materia sia in
stato di sviluppo. Oltre agli enti materiali che cambiano passando dall'infe-
riore al superiore, vi sono anche enti materiali il cui movimento descrive un
circolo o che subiscono dei mutamenti regressivi. Il ruolo determinante dello
sviluppo, il suo carattere universale si esprime non nel fatto che tutti gli enti
materiali si sviluppano immancabilmente ma nel fatto che essi sono capaci
di diventare più complessi, di passare dall'inferiore al superiore. Essendo
propria a tutta la materia, ad ogni ente materiale, questa capacità, come
qualsiasi altra, si manifesta solo in presenza delle rispettive condizioni. Là
dove si presentano tali condizioni, si assiste immancabilmente al passaggio
dall'inferiore al superiore, dal semplice al complesso; là dove sono assenti
tali condizioni, hanno luogo o un movimento circolare o dei mutamenti re-
gressivi. Ma quegli enti materiali che sono coinvolti in un movimento circo-
lare o subiscono dei mutamenti regressivi non perdono la capacità di passa-
re dall'inferiore al superiore. Questa capacità permane in essi nonostante
tutti i loro mutamenti, nonostante tutte le loro trasformazioni e si fa sentire
subito non appena incominciano a sorgere condizioni favorevoli al suo ma-
nifestarsi.
7. LO SPAZIO E IL TEMPO

a. Il concetto di spazio e di tempo


Si è già rilevato che ogni singolo ente materiale è parte della materia. Essen-
do uno dei suoi anelli innumerevoli esso occupa un determinato posto, ha
un'estensione ed è in rapporto con gli altri enti materiali che lo circondano.
L'estensione degli enti materiali e il rapporto di ciascuno di essi con gli altri
enti materiali che lo circondano si chiama spazio.
Inoltre, come si è già detto, ogni ente materiale non è eterno, esso sorge in
seguito al mutamento di questi o quei precedenti enti materiali, attraversa
gli stadi di sviluppo e poi scompare, trasformandosi in altri enti materiali.
La durata dell'esistenza degli enti materiali e il rapporto di ciascuno di essi
con i precedenti e successivi enti materiali si chiama tempo.
b. La critica delle concezioni idealistiche e metafisiche dello spazio e del tempo
Gli idealisti di regola negano l'oggettività dello spazio e del tempo, la loro in-
dipendenza dalla coscienza. Ad esempio, secondo Berkeley, «ogni luogo o
estensione esistono solo nello spirito», così come il tempo, che è, secondo lui,
la successione delle idee nella nostra coscienza. Anche Kant nega l'esistenza
oggettiva dello spazio e del tempo. Secondo lui essi non rappresentano ca-
ratteristiche delle cose ma sono una forma di intuizione.
Negano l'esistenza dello spazio e del tempo nel microcosmo anche molti
odierni scienziati-naturalisti e filosofi borghesi. Un tale punto di vista è so-
stenuto, in particolare, da Jeans Eddington, ed altri. Eddington scrive che per
gli stati caratterizzati dai ridotti numeri quantici, «lo spazio e il tempo non
esistono, per lo meno non ho alcun motivo di supporli come esistenti»42.
Alcuni filosofi, anche se riconoscono l'esistenza dello spazio e del tempo, ne-
gano il loro nesso con la materia, li considerano forme dell'essere del tutto
autonome, indipendenti da essa. Una tale concezione dello spazio e del tem-
po sorse nell'antichità. In particolare, fu formulata dai pitagorici. Secondo lo-
ro, lo spazio è un immenso recipiente che è riempito di varie cose e numeri e
che non dipende assolutamente dalle cose che vi entrano e può esistere sen-
za di essi. Democrito concepiva lo spazio come vuoto. Per Aristotele lo spa-
zio era un luogo occupato a turno da cose diverse.
L'idea dell'indipendenza dello spazio e del tempo dalla materia fu sviluppata
in forma classica nella dottrina di Newton. Secondo Newton lo spazio è asso-
luto. Esso è eterno, invariabile e immobile, non dipende dalle cose. Le cose
invece dipendono dallo spazio, esistono in esso, si muovono rispetto ad esso.
Nel pensiero di Newton «si comporta» analogamente anche il tempo. Esso è
pure assoluto, esiste di per se stesso indipendentemente dai singoli avveni-
menti, fluisce in modo uniforme, in modo sempre uguale.
Un tentativo di superare il distacco metafisico dello spazio dalla materia fu
compiuto da Descartes, il quale, proclamando l'estensione come la proprietà
più importante e unica della materia, in sostanza identificò lo spazio e la ma-
teria. Un ulteriore passo in questa direzione fu fatto da Spinoza che conside-
rava lo spazio attributo della materia. Anche Locke considerava lo spazio in
rapporto alla materia. Secondo Locke lo spazio si presentava come grandez-
za dei corpi.
Anche se collegavano lo spazio con la materia i filosofi premarxisti non giun-
sero però alla comprensione della dipendenza delle caratteristiche spaziali
dalla natura degli enti materiali. Non solo, ma essi ritenevano che lo spazio
di tutti i corpi fosse uguale, possedesse le medesime proprietà.
c. Le caratteristiche fondamentali dello spazio e del tempo
Per la prima volta una soluzione coerentemente scientifica è stata data a
questo problema dal materialismo dialettico. Secondo il materialismo dialet-
tico lo spazio e il tempo sono le necessarie proprietà oggettive di qualsiasi
ente materiale, le forme oggettivamente reali di esistenza della materia. L'e-
stensione e la durata sono caratteristiche non solo delle stelle, dei pianeti,
delle cose, in una parola, dei macrocorpi ma anche dei microcorpi, cioè delle
particelle «elementari». «Nell'universo - scrisse Lenin – non esiste altro che
materia in movimento e questa materia in movimento non può muoversi al-

42A. S. Eddington, The Nature of the Physical World. Cambr., 1931, p. 198.
trimenti che nello spazio e nel tempo»43.
Lo spazio e il tempo non solo sono connessi alla materia, ma anche dipendo-
no da essa, sono condizionati dalla natura degli enti materiali, dalla forma di
movimento propria a questi ultimi. Questo assunto del materialismo dialet-
tico è confermato con tutta evidenza dai dati della scienza moderna, secondo
cui le caratteristiche spaziali e temporali dipendono dal movimento e dalla
distribuzione delle masse gravitanti. Quanto maggiori sono le forze di gravi-
tazione, tanto più incurvato è lo spazio e tanto più lentamente scorre il tem-
po. Inoltre, come mostra la teoria della relatività, in un sistema in moto, ri-
spetto ad un sistema in stato di quiete, i rapporti spaziali si spostano, il cor-
po risulta schiacciato nel senso del movimento e il fluire del tempo si rallen-
ta.
Un'importantissima caratteristica dello spazio è la tridimensionalità. Esso ha
le tre dimensioni: lunghezza, larghezza, altezza che possono essere rappre-
sentate con tre linee reciprocamente perpendicolari. Muovendocisi paralle-
lamente ad esse, si può determinare spazialmente qualsiasi corpo.
È vero, in questi ultimi tempi sono apparse varie teorie fisiche dello spazio a
quattro o più dimensioni. Quando gli scienziati parlano del mondo quadri-
dimensionale, delle sue quattro dimensioni, essi intendono per quarta di-
mensione il tempo. Perciò i ragionamenti sulla quadridimensionalità non
contraddicono la realtà, ma essi non confutano neppure la tesi sulla tridi-
mensionalità dello spazio, al contrario, partono interamente da essa. Le cose
stanno analogamente anche per quanto riguarda la pluridimensionalità dello
spazio. Parlando di pluridimensionalità i fisici o i matematici intendono non
la definizione delle caratteristiche spaziali di qualsiasi corpo, o più precisa-
mente, non solo questo ma anche la misurazione delle proprietà più dispara-
te del corpo (ente materiale), e di queste proprietà esso ne possiede un'infi-
nità. Quindi, può esservi anche un'infinità di misurazioni. Ma ciò sta forse a
provare l'erroneità della dottrina della tridimensionalità dello spazio? S'in-
tende di no. Ciò sta a provare che i concetti di «spazio quadridimensionale»,
di «spazio pluridimensionale» si adoperano non nel loro vero senso, non per
esprimere le peculiarità dello spazio ma per caratterizzare i lati e gli stati più
diversi di un ente materiale.
Se lo spazio ha tre dimensioni il tempo ne ha una sola. Esso fluisce sempre in
un solo senso, in avanti. Il presente diventa passato, il futuro diventa presen-
te. È impossibile cambiare questo senso del fluire del tempo, il tempo è irre-
versibile.

43V. I. Lenin, op. cit., vol. 14, p. 171.


Un'altra importantissima caratteristica dello spazio e del tempo è che sono
infiniti. A prima vista può sembrare che lo spazio e il tempo siano finiti, poi-
ché esistono nella forma di proprietà e di nessi degli enti materiali finiti. Ma
ciò è lungi dal corrispondere alla realtà. Esistendo attraverso le cose finite, lo
spazio e il tempo sono infiniti. Il fatto è che ogni cosa è connessa con un'infi-
nità di altre cose. I suoi rapporti spaziali passano nei rapporti spaziali delle
altre cose che la circondano e i rapporti spaziali di queste ultime nei rapporti
spaziali delle cose che le circondano, e via di seguito, senza fine. Sorgendo in
tal modo dai soli enti finiti, lo spazio si dispiega nell'infinità.
Le cose stanno allo stesso modo anche per quanto riguarda il tempo. L'esi-
stenza di ogni singola cosa ha il principio e la fine. Ma essa è stata preceduta
da un'infinità di altre cose e dopo di essa sorgeranno nuove cose, a queste
ultime verranno a sostituirsi altre cose, e così senza fine. Il processo di sosti-
tuzione degli uni enti materiali o degli uni stati finiti con gli altri non è mai
incominciato e non terminerà mai. Il tempo durerà senza fine.
A questo punto bisogna far notare che non tutte le correnti filosofiche rico-
noscono l'infinità dello spazio e del tempo. I teologi di regola collegano la
questione della finità del mondo materiale nel tempo con la volontà divina,
gli idealisti la collegano con l'attività creatrice della coscienza, la quale, esi-
stendo fuori dello spazio e del tempo, genera cose sensibili spazialmente cir-
coscritte e finite nel tempo.
Vari odierni scienziati e filosofi borghesi argomentano la limitatezza del
mondo nello spazio riferendosi alla teoria della relatività. Secondo quest'ul-
tima, la densità osservabile della sostanza e le forze di gravitazione che le
corrispondono, devono condizionare l'esistenza della materia nella forma di
una sfera chiusa. Questa conclusione deriva dalle equazioni della teoria ge-
nerale della relatività, la quale presuppone che nello spazio la materia sia di-
stribuita uniformemente. Gli ultimi dati dell'astronomia dimostrano però
che la materia è distribuita nello spazio in modo estremamente ineguale.
Vi sono anche dei tentativi di utilizzare, per argomentare la limitatezza del
mondo nello spazio e nel tempo, un fenomeno come lo «spostamento verso il
rosso». È noto che nel percepire la luce che proviene dalle stelle, si osserva
lo spostamento del loro spettro verso il rosso. Questo fatto dimostra che l'U-
niverso si espande, che le galassie si allontanano le une dalle altre con una
velocità di 120.000-170.000 chilometri al secondo. Tenendo conto della ve-
locità, con la quale le galassie si allontanano le une dalle altre, si può stabilire
quando questa sostanza che si allontana in varie direzioni costituiva un
tutt'uno. Ciò ha portato alla comparsa di teorie secondo cui l'Universo trae la
sua origine dall'atomo-padre, creato da dio, che esso è limitato nello spazio,
ecc.
Questi ragionamenti hanno per base la supposizione che tutte le leggi osser-
vabili in una parte dell'Universo debbano essere osservate anche nelle altre
sue parti. In realtà, le leggi che agiscono in un dato momento in questo o
quel campo della realtà sono lungi dal manifestarsi tutte negli altri suoi
campi. Solo le leggi universali, oggetto di studio della filosofia, si manifesta-
no ovunque. Per quanto riguarda le altre leggi, esse, manifestandosi in un
dato momento in una regione o in una parte dell'Universo, non si manifesta-
no in un'altra. Perciò dal fatto dell'espansione della data parte, da noi osser-
vata, dell'Universo non deriva affatto che attualmente anche le altre sue par-
ti si espandano obbligatoriamente. Esse possono espandersi, ma possono
anche restringersi. Ed è più probabile che i processi di espansione e di re-
stringimento siano propri in uguale misura a tutto l'Universo, che in una sua
parte prevale fino ad un certo momento una tendenza e in un'altra parte,
un'altra tendenza. Poi esse cambiano di posto.
8. IL RIFLESSO COME PROPRIETÀ UNIVERSALE DELLA MATERIA

Abbiamo già rilevato che la materia esiste attraverso gli enti materiali, spa-
zialmente e temporalmente finiti, che non semplicemente esistono, ma agi-
scono gli uni sugli altri. Interagendo, essi apportano i rispettivi mutamenti
gli uni negli altri. Questi mutamenti sono determinati, da una parte, dalla na-
tura dell'ente materiale, nel quale sorgono, e, dall'altra, dalle peculiarità del
corpo che agisce su di esso. Le peculiarità dell'agente lasciano un'impronta
su questi mutamenti e vi si esprimono in un modo o nell'altro. È in ciò che
consiste l'essenza di una proprietà come il riflesso, proprietà caratteristica
di tutti gli enti materiali.
Il riflesso come proprietà universale della materia rappresenta in tal modo
la capacità di un ente materiale di riprodurre nei mutamenti di queste o
quelle sue proprietà, di questi e quei suoi stati le peculiarità degli altri corpi
che agiscono su di esso.
Esempi di riflesso fra i più semplici sono la deformazione di questo o quel
corpo in seguito all'azione esercitata su di esso da un altro corpo, il riscal-
damento del conduttore in seguito all'azione della corrente elettrica che lo
attraversa, l'aumento del volume di un corpo come risultato del riscalda-
mento, ecc.
Qualsiasi ente materiale sul quale agiscono altre cose si comporta non passi-
vamente, ma attivamente. Esso esercita un influsso inverso su queste cose,
provocandovi dei mutamenti che riproducono in questa o quella forma le
sue peculiarità. Perciò ciascuno degli enti materiali interagenti ad un tempo
riflette e viene riflesso. Esso riproduce in questa o quella forma le peculiarità
delle cose che agiscono su di esso e a sua volta si vede riprodotto nei rispet-
tivi mutamenti di queste cose.
Ciò attesta che la proprietà di riflettere è universale, ciò dimostra che essa è
inerente a tutti gli enti materiali.
9. LO SVILUPPO DELLE FORME DI RIFLESSO

La forma di riproduzione negli enti materiali delle peculiarità dei corpi che
agiscono su di essi dipende dalla loro natura. Perciò gli enti materiali quali-
tativamente diversi riflettono in forma diversa uno stesso stimolo esterno. Il
cambiamento delle forme di riflesso è particolarmente evidente con il pas-
saggio della materia da un grado qualitativo di sviluppo all'altro.
Nella natura inanimata il riflesso si presenta come un rispettivo mutamento
delle proprietà fisiche o come reazioni chimiche che riproducono in questa o
quella forma le peculiarità dei corpi o dei fenomeni interagenti. Negli orga-
nismi vegetali e animali più elementari esso si manifesta nella forma dell'ir-
ritabilità: una reazione allo stimolo esterno, dove si osserva una determinata
azione predisposta44 a un determinato momento di selettività. Ad esempio, la
pianta reagisce ai raggi luminosi cambiando la posizione delle foglie, orien-
tandole in modo che risultino perpendicolari ai raggi. Una tale posizione del-
le foglie assicura l'assorbimento di una maggiore quantità di energia solare,
necessaria per il funzionamento e sviluppo della pianta.
Con la comparsa di organismi viventi più complessi e perfetti, in particolare
degli organismi dotati di un sistema nervoso, il riflesso diventa più perfetto.
Ora esso si presenta nella forma dell'eccitabilità. Peculiarità di questa forma
di riflesso è che qui comincia ad assolvere funzioni di riflessione un organo
speciale: il sistema nervoso. Esso esercita il controllo sull'interazione dell'or-
ganismo e dell'ambiente esterno. Alcuni tessuti o alcune cellule di questo si-
stema percepiscono gli stimoli esterni, mentre gli altri trasmettono l'eccita-
mento alle rispettive parti dell'organismo e assicurano così la necessaria ri-
sposta funzionale da parte di queste ultime.
Apparso per la prima volta nella forma di fibre e cellule nervose, sparpaglia-
te per tutto il corpo dell'animale, il sistema nervoso subisce, nel corso
dell'ulteriore evoluzione dell'organismo, dei mutamenti sostanziali. Le cellu-
le nervose si congiungono e formano i gangli nervosi collegati fra di loro. In
seguito, come risultato dell'anastomosi dei gangli nervosi, sorgono i centri
speciali: il cervello e il midollo spinale, si forma il sistema nervoso centrale.

44Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol. XXV, p. 466.
Con la comparsa di quest'ultimo nelle reazioni dell'organismo agli stimoli
esterni intervengono dei mutamenti sostanziali. Se prima gli organismi vi-
venti reagivano solo agli eccitanti che erano legati in un modo o nell'altro al-
la loro attività vitale, ora, con la comparsa del sistema nervoso centrale, essi
cominciano a reagire anche a quegli eccitanti che non hanno di per se stessi
alcun valore per l'organismo ma sono legati ai fenomeni di importanza vita-
le. In altre parole, se prima l'interazione tra l'organismo e l'ambiente esterno
avveniva sulla base dei riflessi incondizionati, ora si sono aggiunti a questi ul-
timi i riflessi condizionati. Essi permettono all'organismo di riflettere il legame
tra i fenomeni più disparati non aventi per esso alcuna importanza vitale, da
una parte, e i fenomeni che hanno tale importanza, dall'altra. Grazie a ciò gli
animali hanno ottenuto la possibilità di reagire prontamente alle mutate con-
dizioni di vita e di adattarsi rapidamente ad esse.
La forma di riflesso della realtà legata al sorgere dei riflessi condizionati si
distingue sostanzialmente dalle precedenti forme, in particolare dall'irritabi-
lità e dall'eccitabilità. Se queste ultime rappresentavano le forme biologiche
di riflesso, la prima rappresenta la forma psichica di riflesso della realtà.
10. LE PECULIARITÀ DELLA FORMA PSICHICA DI RIFLESSO

La psiche come particolare forma di riflesso della realtà è sorta insieme al si-
stema nervoso centrale, insieme alla capacità, determinata da quest'ultimo,
di acquisizione dei riflessi condizionati. Con la comparsa della psiche appare
il riflesso della realtà per mezzo di segnali, di immagini. Lo psichico si pre-
senta nella forma di immagini dei fenomeni che agiscono sull'organismo,
immagini che sorgono nel cervello in seguito all'acquisizione di questo o
quel riflesso condizionato. Un tratto specifico del riflesso condizionato è il ri-
flesso di tali fenomeni esterni che di per se stessi non hanno alcun valore per
l'organismo, ma risultano legati a questi o quei fenomeni che hanno per esso
una ben precisa importanza vitale. Con il sorgere del riflesso condizionato
questi fenomeni segnalano altri fenomeni legati all'attività vitale dell'organi-
smo, importanti in senso biologico per esso, rappresentano per così dire
questi ultimi. La loro azione sull'organismo equivale all'azione di quei feno-
meni importanti in senso biologico di cui sono i segnali. Con questa azione
sorgono, sulla base delle connessioni temporanee che si formano nel cervel-
lo, le immagini dei rispettivi fenomeni importanti per l'organismo in senso
biologico.
Ad esempio, un campanello di per se stesso non significa nulla per il cane.
Esso non reagisce a questo suono. Ma se a quest'ultimo sarà abbinata la pre-
sentazione del cibo, il cane comincerà a reagire al suono di un campanello
come reagisce in generale alla vista del cibo. In particolare, si avrà da parte
del cane una reazione salivare. Tramite un nesso temporaneo sorto nel suo
cervello fra due fonti di eccitazione: il suono di un campanello e il cibo, il ca-
ne rifletterà la dipendenza stabilitasi fra questi ultimi: suono di un campa-
nello è un segnale che preannuncia l'apparizione del cibo. Proprio in rela-
zione a ciò il cane reagisce al suono con la salivazione.
In tal modo, il riflesso condizionato presuppone lo stabilirsi all'atto della
percezione di questo o quel segnale di una connessione con un fenomeno
importante in senso biologico. Presentandosi come un lato o un momento
necessario dei riflessi condizionati che rappresentano i fenomeni fisiologici,
il fatto psichico, in tal modo, è organicamente legato al fatto fisiologico, sorge
ed esiste sulla base di esso. Il riflesso condizionato è il risultato dell'attività
fisiologica del cervello in risposta alle stimolazioni esterne sull'organismo.
Sorgendo sulla base di determinate connessioni fisiologiche nel cervello, di-
pende da essi.
11. LA COSCIENZA COME FORMA SUPERIORE DI RIFLESSO PSICHICO DELLA REALTÀ

a. Il sorgere della coscienza


Apparsa in una determinata fase di sviluppo degli organismi viventi e, in
particolare, del loro sistema nervoso, la forma psichica di riflesso della realtà
non rimane immutabile, ma si perfeziona, si evolve e in determinate condi-
zioni si converte in una forma di riflesso, qualitativamente nuova: la co-
scienza.
La condizione con la quale la psiche degli animali si trasforma in coscienza è
il lavoro. Esso trae la sua origine dall'attività basata sui riflessi degli animali,
sull'utilizzazione degli oggetti della natura per conseguire un determinato
risultato, legato al soddisfacimento di questo o quel bisogno dell'organismo.
Come suppongono gli scienziati, singoli esemplari di scimmie antropomorfe,
nel compiere queste o quelle azioni volte a soddisfarne i bisogni, si misero
ad adoperare oggetti della natura, ad esempio un bastone per abbacchiare i
frutti, una pietra per difendersi dai nemici, ecc. All'inizio queste azioni erano
sporadiche. Ma in quanto di regola sortivano un effetto positivo, contribui-
vano a soddisfare questo o quel bisogno, cominciò a sorgere sulla base di es-
se un riflesso condizionato e parallelamente anche l'abitudine di adoperare
all'occorrenza questi o quegli oggetti della natura in qualità di «strumenti».
Quest'abitudine apportò dei mutamenti sostanziali nel comportamento di
questi animali. Il loro rapporto con l'ambiente circostante era ora mediato
dagli oggetti della natura. Infatti, prima la loro reazione alla realtà che li cir-
condava non era mediata, ora essi agivano su di essa, adoperando come
«strumenti» oggetti della natura. Un tale complicarsi del rapporto dell'orga-
nismo con l'ambiente esterno influì positivamente sullo sviluppo del sistema
nervoso e, in particolare, del cervello. Esso cominciò a sviluppare sempre
nuovi nessi al suo servizio, ad assolvere sempre più complesse funzioni e
quindi ad evolversi e a perfezionarsi. Ma ciò, a sua volta, esercitava un in-
flusso benefico sull'«attività strumentale» dell'animale. Essa si rendeva più
complessa, si sviluppava. In un determinato stadio di sviluppo di questa atti-
vità gli animali, in caso di assenza del necessario «strumento» per compiere
questa o quella operazione, cercano di adattare a questo scopo un qualche
altro oggetto. Appare la tendenza a creare il necessario «strumento» me-
diante una rispettiva lavorazione di questi o quegli oggetti. L'affermarsi di
una tale tendenza fra gli antenati animali dell'uomo condizionò la graduale
trasformazione dell'attività basata sui riflessi in attività consapevole, volta a
modificare la realtà circostante con l'ausilio di strumenti appositamente
creati.
La data attività diventa la necessaria forma di rapporto fra gli esseri, che
escono dallo stato animale, e la realtà circostante. Essa pone questi esseri in
determinati rapporti che non dipendono dalla loro volontà e li raggruppa
così in un tutt'uno organico: la società. Affinché questa potesse sorgere, fun-
zionare e svilupparsi normalmente, era necessario un certo coordinamento
delle azioni degli individui che la formavano. Ma ciò presupponeva la neces-
sità di chiarire gli scopi, i compiti comuni, di distribuire le funzioni nel pro-
cesso della loro realizzazione, presupponeva, inoltre, uno scambio di pensie-
ri fra gli individui che agivano in comune. «Insomma: gli uomini in divenire
giunsero al punto in cui avevano qualcosa da dirsi»45. Il bisogno condizionò il
sorgere del mezzo necessario per soddisfarlo. Tale mezzo divenne per l'ap-
punto il linguaggio. La coscienza ottenne così una forma materiale di esi-
stenza, corrispondente alla sua natura sociale. Essendo un sistema di segni
che assicura la conservazione, la rielaborazione e la trasmissione delle in-
formazioni, il linguaggio è un mezzo di espressione dei pensieri e dei rappor-
ti fra gli uomini.
Gli uomini in divenire cominciarono a designare i singoli fenomeni, le loro
proprietà, le proprie azioni con i rispettivi suoni o segni e con l'ausilio di essi
trasmettevano i loro pensieri gli uni agli altri. Le denominazioni da essi date
a questi o quei fenomeni assolvevano la funzione di succedanei di questi ul-
timi. L'uomo reagiva ad essi così come ai fenomeni da loro designati. Le pa-
role diventano i segnali dei fenomeni da esse definiti. Impiegandole, gli uo-
mini riflettono la realtà che li circonda, si scambiano le informazioni ottenu-
te e le utilizzano nella loro vita e attività quotidiana.
Il riflesso della realtà attraverso un sistema di parole è una forma di riflesso

45Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol. XXV, p. 461.
specificamente umana. Gli animali riflettono la realtà circostante tramite i
segnali della stessa realtà, rappresentati, come abbiamo già rilevato, da fe-
nomeni e proprietà che non hanno importanza immediata per l'attività vita-
le dell'organismo, ma che sono in determinato rapporto con altri fenomeni o
proprietà importanti in senso biologico. Il dato sistema dei segnali, comune
all'animale e all'uomo, è stato chiamato da I. P. Pavlov primo sistema di se-
gnalazione. Il sistema di segnalazione specificamente umano - il sistema del-
le parole che assolvono il ruolo di segnali di questi o quei fenomeni della
realtà stessa – è stato da lui chiamato secondo sistema di segnalazione.
La nascita del linguaggio apportò dei mutamenti sostanziali nell'attività ba-
sata sui riflessi dell'uomo. Il linguaggio strappò l'uomo alla dipendenza dalla
situazione concreta, dipendenza che era di impedimento alla sua attività,
creò le condizioni necessarie per le generalizzazioni, per i rapporti con gli al-
tri uomini e contribuì così immensamente alla formazione e allo sviluppo
della coscienza degli uomini.
b. L'essenza della coscienza
Essendo legata al lavoro e alla società sorta sulla base di esso, la coscienza è
un lato necessario della forma sociale di movimento della materia, anche se
esiste attraverso la coscienza dei singoli individui che compongono la socie-
tà. Ogni individuo, attraverso il linguaggio, attraverso i mezzi di lavoro e i
metodi d'azione, assimila l'esperienza già accumulata dalla società e tra-
smette alla società la propria esperienza individuale, traducendola in valori
spirituali e materiali, prodotto della sua attività creatrice.
Sorta come un lato necessario della vita sociale che si forma sulla base del
lavoro, la coscienza si manifestò prima di tutto nel fatto che l'antenato
dell'uomo si rese conscio del proprio essere, della propria esistenza, si sepa-
rò dal mondo esterno, assunse un determinato atteggiamento verso di esso.
L'animale non si distingue dal mondo esterno. Esso si fonde interamente con
le funzioni vitali del proprio organismo. Il selvaggio, acquistando la coscien-
za, si accorge per la prima volta del fatto che egli esiste, che si trovano intor-
no a lui gli oggetti con cui è in rapporto e che sono in rapporto fra di loro.
Prendendo coscienza dei propri istinti e delle proprie abitudini, comincia
gradualmente a comprendere che cosa avviene intorno. La coscienza è in tal
modo la comprensione di ciò che avviene nel mondo circostante. Ma la com-
prensione di ciò che avviene non è altro che la conoscenza.
Il mondo esterno è presente nella coscienza nella forma di immagini che
sorgono nel cervello dell'uomo in seguito ai suoi rapporti con questo mondo.
L'insieme di queste immagini che riflettono la realtà è per l'appunto la cono-
scenza dell'uomo. È utilizzando queste immagini, i dati ivi contenuti su que-
ste o quelle proprietà, su questi o quei nessi degli oggetti e dei fenomeni del
mondo esterno, che l'uomo arriva a comprendere ciò che avviene intorno a
lui.
La comprensione di ciò che avviene è una premessa indispensabile dell'o-
rientamento dell'uomo nel mondo. Poggiando sulla giusta percezione della
realtà, sulla conoscenza di questi o quei suoi lati e nessi necessari, l'uomo è
come se desse uno sguardo al futuro, riproducendo nella forma di immagini
ideali quello che non vi è ancora ma che deve accadere in seguito a questa o
quella azione sulla realtà.
Sulla base di questo riflesso anticipante la realtà l'uomo si pone determinati
scopi e subordina ad essi il suo comportamento, le sue azioni. Il porre degli
scopi rappresenta, in tal modo, un'importantissima funzione della coscienza.
Questa funzione distingue il comportamento dell'uomo da quello dell'anima-
le, distingue l'attività ragionevole dell'uomo dalle azioni istintive degli ani-
mali. «Il ragno - scrive Marx – compie operazioni che assomigliano a quelle
del tessitore, l'ape fa vergognare molti architetti con la costruzione delle sue
cellette di cera. Ma ciò che fin da principio distingue il peggiore architetto
dall'ape migliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa pri-
ma di costruirla in cera. Alla fine del processo lavorativo emerge un risultato
che era già presente al suo inizio nella idea del lavoratore, che quindi era
presente idealmente»46.
Il riflesso anticipante la realtà è alla base non solo degli scopi che si pongono
gli uomini ma è anche alla base dell'attività creatrice, trasformatrice della
coscienza, ciò che rappresenta il lato più importante della sua essenza. Sorta
sotto il diretto influsso del lavoro che presuppone la trasformazione del
mondo in conformità ai bisogni dell'uomo, la coscienza, sulla base delle co-
noscenze di cui questi dispone, crea del nuovo che non esisteva prima. Que-
sto nuovo, essendo espresso in un sistema di immagini ideali, diventa un
piano concreto che traduce in realtà questa o quella possibilità della materia.
Essendo un riflesso del mondo, la coscienza ha in tal modo un carattere crea-
tivo, influisce attivamente sul mondo circostante e lo trasforma in conformi-
tà alle esigenze della società.
Quindi, la coscienza rappresenta il riflesso della realtà nel cervello dell'uo-
mo, cui si accompagna la comprensione di ciò che avviene nel mondo ester-
no, nonché la definizione dei fini, processo basato su questa comprensione, e
l'attività riflessiva che assicura un rispettivo orientamento nel mondo circo-
stante e una modificazione creativa di esso nell'interesse della società.

46Karl Marx, Il Capitale. Roma, Edizioni Rinascita, I (I), p. 196.


c. Sul rapporto fra coscienza e materia
Come deriva da quanto esposto sopra, la coscienza è il secondo dato rispetto
alla materia. Ciò si esprime prima di tutto nel fatto che essa esiste non sem-
pre e non ovunque, ma appare solo in un particolare stadio di sviluppo della
materia, solo presso gli enti materiali altamente organizzati. Facendo la sua
apparizione in una determinata tappa di sviluppo della materia, essa è ne-
cessariamente legata ad essa e non può esistere senza di essa. La materia in-
vece non dipende dalla coscienza, essa è esistita prima del suo sorgere.
Inoltre, la coscienza è il secondo dato anche per il fatto che essa rappresenta
un riflesso del mondo esterno, un calco delle cose oggettivamente esistenti,
delle loro proprietà e dei loro nessi. Essendo un riflesso di questi o quegli
oggetti del mondo esterno, essa non può esistere indipendentemente da essi,
poiché il riflesso non può esistere indipendentemente da ciò che viene rifles-
so, mentre ciò che viene riflesso esiste indipendentemente dal riflesso.
d. L'elemento materiale e l'elemento ideale
Quando noi esaminiamo la coscienza in rapporto al cervello, mettiamo in lu-
ce il fatto che essa come un peculiare fenomeno psichico sorge nel cervello
ed è il risultato di determinati processi fisiologici che si svolgono in esso. Ma
quando noi la esaminiamo in rapporto al mondo esterno, alla realtà in essa
riflessa, ne mettiamo in luce l'idealità.
L'idealità della coscienza si esprime nel fatto che le immagini che la com-
pongono non possiedono né le proprietà degli oggetti della realtà in essa ri-
flessi né le proprietà dei processi fisiologici nervosi, sulla base dei quali sono
sorte queste immagini. In esse non esiste nemmeno un grano della sostanza,
caratteristica della realtà riflessa e del cervello. Esse sono prive di peso, di
caratteristiche spaziali e di altre proprietà fisiche.
Essendo distinto dall'elemento materiale, l'elemento ideale è organicamente
legato ad esso. Esso sorge e esiste solo nell'elemento materiale: nel cervello
dell'uomo. È il risultato dell'azione dei fenomeni materiali sugli organi di
senso. Il suo contenuto è determinato da questi fenomeni e ne rappresenta
un riflesso. Sottolineando il nesso organico fra l'elemento ideale e l'elemento
materiale e la dipendenza del primo dal secondo, Marx scriveva: «… l'ele-
mento ideale non è altro che l'elemento materiale trasferito e tradotto nel
cervello degli uomini»47.
e. Sulla soggettività della coscienza
Come è stato fatto notare sopra, la comparsa della coscienza presuppone che
l'uomo si distingua esso stesso dalla realtà che lo circonda, comprenda quel-

47Karl Marx, Il Capitale, cit., p. 28.


lo che vi avviene, ne sappia tener conto nelle sue azioni. Tutto ciò fa dell'uo-
mo un soggetto, cioè un essere che possiede la capacità di comprendere
quello che avviene nella realtà circostante, si pone determinati scopi e com-
pie le rispettive azioni per il loro raggiungimento. Per sua natura il soggetto
è attivo. L'autonomia relativa del soggetto è il risultato della sua azione sulla
realtà circostante allo scopo di conoscerla e di trasformarla. A differenza del
soggetto, l'oggetto è quella realtà che viene conosciuta e trasformata dal
soggetto.
Tenendo presente che l'uomo sorge ed esiste come membro di una determi-
nata collettività di individui che si trovano nella necessaria interconnessione
e interdipendenza tra di loro, cioè come membro della società, dobbiamo
considerare la società soggetto universale. Proprio essa viene a conoscere e
trasforma il mondo esterno. Per quel che riguarda il singolo individuo, esso
si presenta come soggetto solo nella misura in cui esprime in sé l'essenza so-
ciale.
Il soggetto possiede un proprio particolare mondo interno che rappresenta
un riflesso ideale del mondo esterno, della realtà oggettiva. Questo mondo
spirituale interiore del soggetto costituisce la sfera del soggettivo. Il sogget-
tivo è in tal modo tutto quello che si riferisce al mondo spirituale dell'uomo
(della società), tutto quello che rientra nella sfera della coscienza, tutto quello
di cui il soggetto prende coscienza.
Quale mondo spirituale del soggetto, il soggettivo dipende dal soggetto, dalle
sue peculiarità, dai suoi tratti specifici, dal suo stato. Ma non tutto nel mondo
spirituale del soggetto dipende da esso stesso. Il mondo soggettivo dell'uo-
mo presenta tali lati che sono condizionati dalla realtà oggettiva e non di-
pendono dal soggetto, cioè dall'uomo e dall'umanità. Questi lati rappresen-
tano l'oggettivo nel soggettivo, sono una particolare forma di esistenza del
mondo esterno nel mondo interno del soggetto. Ciò significa che la coscien-
za, essendo un riflesso oggettivo, consapevole della realtà, rappresenta l'uni-
tà del soggettivo e dell'oggettivo. Essa presenta lati che, riflettendo questi o
quei aspetti dell'oggetto, non dipendono dal soggetto e quelli che dipendono
dal soggetto, dallo stato del suo sistema nervoso, dall'esperienza individuale,
dalla condizione sociale, dalle condizioni di vita, ecc.
Un'importantissima forma di espressione della soggettività della coscienza è
la sua attività che si manifesta nelle azioni conformi allo scopo del soggetto.
Prima di agire, il soggetto si pone un determinato scopo, definisce le vie e i
mezzi per il suo raggiungimento, prende la decisione di compiere le rispetti-
ve azioni, ecc. Insomma, tutte le sue azioni passano attraverso la sfera della
coscienza, sono una manifestazione della sua volontà.
L'attività della coscienza, essendo una forma di riflesso della soggettività,
non solo non esclude l'oggettività del suo contenuto, ma l'accentua. Com-
piendo queste o quelle azioni conformi allo scopo, il soggetto interviene nei
processi oggettivi, li modifica corrispondentemente e in tal modo il soggetti-
vo, contenuto nella coscienza, si trasforma in oggettivo che esiste fuori della
coscienza e indipendentemente da essa.
CAPITOLO 5: LA CONOSCENZA

1. L'ESSENZA DELLA CONOSCENZA

La conoscenza è un riflesso della realtà nella coscienza dell'uomo, una ripro-


duzione consapevole nella forma di immagini ideali dell'oggetto d'indagine,
delle sue proprietà e dei suoi nessi.
I rappresentanti della filosofia idealistica si schierano contro la tesi sulla co-
noscenza come riflesso della realtà. Così, gli idealisti soggettivi riducono la
conoscenza all'accertamento dell'interconnessione tra le sensazioni e le
rappresentazioni, da essi considerate base di ogni essere. Mentre gli idealisti
oggettivi presentano la conoscenza come autoevoluzione dell'idea (della ra-
gione), processo che non ha alcun rapporto con il mondo materiale. «…
Noi - scriveva, ad esempio, Leibniz – otteniamo i nostri pensieri dalla nostra
propria essenza senza alcun influsso diretto delle altre cose sull'anima»48.
Anche se i fautori della data concezione riconoscono la conoscibilità del
mondo, essi, staccando la conoscenza dalla realtà, dai mutamenti pratici che
vi avvengono, ostacolano di fatto il raggiungimento della vera conoscenza.
A differenza dei filosofi che ammettono la conoscibilità del mondo ma de-
formano l'essenza della conoscenza, gli agnostici (dal greco ágnostos, «inco-
noscibile») negano in generale la possibilità di conoscere la realtà circostan-
te. I rappresentanti dell'agnosticismo sono Kant, Hume ed altri. Hume, ad
esempio, ragionava così: al nostro intelletto non può essere mai accessibile
nulla, all'infuori delle immagini o delle impressioni. Da dove prendiamo que-
ste immagini, noi non lo sappiamo. Forse sono il risultato dell'azione degli
oggetti sui nostri organi di senso, forse «derivano dall'energia dell'intelletto
stesso», ma forse sono il risultato dell'azione di uno spirito invisibile e igno-
to o di qualsiasi altra causa. Tutto ciò, egli prosegue, dovrebbe dircelo l'espe-
rienza, ma essa tace su questo punto e non può non tacere, poiché l'intellet-
to, avendo a che fare solo con le impressioni, non è in grado di confrontare le
impressioni e l'oggetto. Ogni esperienza nel dato caso si ridurrà alle impres-
sioni e al rapporto tra le impressioni.
Il riferimento di Hume all'esperienza che testimonierebbe dell'impossibilità
di conoscere la realtà oggettiva, è assolutamente privo di fondamento. L'e-
sperienza, a considerarla materialisticamente come attività pratica degli
uomini, dimostra proprio il contrario. Essa mostra che l'uomo è in grado di
conoscere il mondo circostante, che la conoscenza è un riflesso nella co-
scienza della realtà oggettiva nella forma di immagini ideali.

48G. W. v. Leibniz, Neuen Abhandlungen über den menschlichen Verstand. Berlin, 1874, S. 429.
Dicendo che la conoscenza è un processo di riflesso della realtà nella co-
scienza dell'uomo, bisogna sottolineare che questo riflesso non è passivo,
meccanico, ma è un'intensa attività creatrice. Il soggetto riflette non tutto
quello che si trova nel suo campo visivo, ma quello che è necessario per la
sua attività vitale, è legato in un modo o nell'altro ai suoi bisogni e può esse-
re utilizzato per soddisfarli.
Realizzando il processo della conoscenza, gli uomini si pongono questi o
quegli scopi che determinano la cerchia degli oggetti prescelti per essere in-
dagati, l'indirizzo dello sviluppo del sapere, le forme in cui avviene questo
processo, ecc. A sua volta il contenuto di questi scopi è determinato dal livel-
lo di sviluppo della società, in particolare dal livello di sviluppo delle forze
produttive e dai rapporti di produzione degli uomini, nonché dal livello di
sviluppo del sapere stesso. Ad esempio, oggi l'uomo si pone, in particolare,
scopi come quelli di conoscere le leggi dell'interazione delle particelle «ele-
mentari» che costituiscono il nucleo atomico, la struttura delle molecole che
condizionano i processi vitali nell'organismo, il meccanismo di accumulazio-
ne e di trasmissione delle informazioni. In un passato non tanto lontano i
suoi scopi nella sfera delle scienze naturali erano ben più modesti: accertare
le proprietà chimiche e fisiche delle sostanze (che si manifestano nel proces-
so della loro interazione), descrivere e classificare gli organismi viventi.
2. LA PRATICA COME FONDAMENTO DELLA CONOSCENZA

Il carattere attivo della conoscenza è condizionato non solo dal fatto che essa
persegue sempre scopi ben precisi, ma anche dal fatto che il processo della
conoscenza avviene nel corso della trasformazione ad opera dell'uomo della
realtà, nel corso dell'influsso pratico sul mondo. Nel conoscere la realtà cir-
costante, l'uomo non può e non deve rimanere semplice osservatore, con-
templatore passivo di quello che vi avviene. Se l'uomo si limiterà solo ad os-
servare, a contemplare l'oggetto d'indagine, potrà conoscerne solo alcune
proprietà, per giunta esteriori, proprietà che non basteranno per farsi un'i-
dea precisa dell'essenza di questo oggetto. Per scoprire l'essenza dell'ogget-
to, è necessario agire su di esso, porlo in rapporti distinti da quelli in cui si
trova allo stato naturale. Modificando lo stato naturale dell'oggetto d'indagi-
ne, l'uomo penetra passo per passo nei suoi segreti, mette in luce la sua es-
senza, esprimendola per mezzo di queste o quelle immagini ideali. La modi-
ficazione pratica della realtà è in tal modo la necessaria condizione per co-
noscerla. La conoscenza può progredire solo sulla base della pratica. La pra-
tica ha al riguardo un ruolo determinante.
Essendo alla base della conoscenza, essendo la necessaria condizione perché
l'intelletto umano possa penetrare l'essenza delle cose e dei fenomeni del
mondo esterno, la pratica è lo scopo finale della conoscenza, ne è la forza
motrice. Infatti, affinché la produzione possa funzionare e svilupparsi, occor-
re conoscere i necessari lati e nessi di quei campi della realtà che vengono
abbracciati dall'attività pratica degli uomini e che vengono trasformati
nell'interesse della società. Ma le cognizioni si acquistano nel processo della
conoscenza della realtà, processo di cui si occupa soprattutto la scienza. La
missione principale della scienza consiste nell'assicurare alla società, e in
particolare alla produzione, le cognizioni necessarie per il loro funzionamen-
to e sviluppo. La pratica sociale pone alla scienza determinati compiti, risol-
vendo i quali la scienza penetra sempre più profondamente nel mondo dei
fenomeni, apre sempre nuove proprietà e nessi, progredendo così conti-
nuamente. «Quando la società - scrisse Engels – ha dei bisogni tecnici, questo
è per la scienza un aiuto più grande di dieci università»49.
Che lo sviluppo del sapere dipende dalla pratica, dai problemi che essa pone,
lo mostra chiaramente la storia dell'evoluzione della scienza. Ad esempio, ta-
li rami del sapere scientifico come la meccanica, l'idrostatica, l'idrodinamica
ottennero notevole sviluppo in quella epoca in cui la pratica pose di fronte
alla scienza il problema dei metodi meccanici di allontanamento dell'acqua
dalle miniere e di sollevamento dei pesi. inoltre, la scienza dei fenomeni elet-
trici fece notevoli passi in avanti solo dopo che era stata scoperta la possibi-
lità di utilizzarli. Analogamente stavano le cose anche per quanto riguarda lo
studio dei processi nucleari. L'impetuoso sviluppo di questo ramo dello sci-
bile è stato una conseguenza della scoperta delle vie per l'utilizzazione prati-
ca dell'energia atomica.
Quindi la pratica esercita un influsso determinante sulla conoscenza, è alla
base del suo sviluppo.
Alcuni filosofi premarxisti, e in particolare Hegel, pure ammettevano il ruolo
determinante della pratica nel processo della conoscenza. Il processo della
conoscenza, secondo Hegel, avviene solo attraverso l'attività creatrice. Ma
presso Hegel la pratica si presenta solo come l'attività riflessiva, creatrice
dell'idea, che edifica nel corso dello sviluppo della ragione autocosciente i
singoli concetti e dopo di essi il mondo sensibile.
Ma in realtà la pratica rappresenta l'attività materiale degli uomini, volta a
modificare, a trasformare la realtà circostante. Si riferisce ad essa prima di
tutto l'attività produttiva, legata alla modificazione delle cose della natura al
fine di renderli adatti al soddisfacimento di questi o quei bisogni della socie-
tà. L'uomo modifica però non solo la natura, ma anche la vita sociale, i rap-

49Karl Marx, Friedrich Engels, Opere scelte, cit., p. 1252.


porti fra gli uomini, le varie istituzioni sociali, ecc. Perciò si riferisce alla pra-
tica anche l'attività sociale degli uomini, in particolare la lotta di classe che
porta in ultima istanza alla modificazione dei rapporti di produzione e in-
sieme ad essi anche di tutta la vita sociale degli uomini.
3. IL CAMMINO DIALETTICO DELLA CONOSCENZA

Realizzandosi sulla base della pratica, la conoscenza muove continuamente


dalla vivente intuizione al pensiero astratto e da questo alla pratica come
criterio della verità delle conoscenze ottenute50.
a. La vivente intuizione
La vivente intuizione è un riflesso sensibile della realtà. Essa avviene attra-
verso la percezione immediata delle cose e dei fenomeni del mondo esterno
per mezzo degli organi dei sensi dell'uomo. A differenza dell'intuizione pas-
siva, la vivente intuizione presuppone un'azione attiva sull'oggetto di cono-
scenza, una sua modificazione conformemente allo scopo e sorge nel corso
di questa azione.
La vivente intuizione è legata a tali forme di riflesso della realtà come la sen-
sazione e la percezione.
La sensazione è un'immagine concreta dell'oggetto che agisce direttamente
sugli organi dei sensi. In seguito all'azione dell'oggetto su questo o quell'or-
gano dei sensi si irritano determinate cellule nervose. Questa irritazione
viene trasmessa tramite i nervi afferenti alla corteccia degli emisferi cere-
brali e ne eccita questo o quel settore. La fonte di eccitazione sorta nella cor-
teccia condiziona la presa di coscienza dell'azione indicata e il riflesso di
questa o quella proprietà dell'oggetto agente nella forma di una rispettiva
immagine concreta: il colore, l'odore, il suono, il sapore, una determinata
forma, la morbidezza, la ruvidezza, ecc. La sensazione è in tal modo «il risul-
tato dell'azione della materia sui nostri organi dei sensi»51, «la trasformazio-
ne dell'energia dello stimolo esterno in un fatto della coscienza»52.
Questa o quella sensazione non riflette tutto l'oggetto, ma solo alcuni suoi la-
ti e proprietà. Ma in quanto l'oggetto di regola agisce sugli organi dei sensi
con molti suoi lati, sorge non una ma una moltitudine di sensazioni diverse,
organicamente collegate, le quali forniscono nel loro insieme un'immagine
più o meno integra dell'oggetto agente. Questa immagine integra è la perce-
zione. La percezione, in tal modo, è un'immagine integra che sorge nel cervello
dell'uomo in seguito all'azione di questo o quell'oggetto sugli organi dei sensi.

50V. I. Lenin, op. cit., vol..38, pp. 157-158.


51V. I. Lenin, op. cit. vol. 14, p. 54.
52Ibidem. p. 48.
Cessata l'azione dell'oggetto, la percezione scompare, ma i nessi nervosi
temporanei, sulla base dei quali è sorta, non scompaiono subito, ma conti-
nuano ad esistere per certo tempo. Come risultato l'uomo può in seguito ri-
produrre nella sua coscienza l'immagine dell'oggetto che in precedenza ave-
va agito sui suoi organi dei sensi. L'immagine dell'oggetto che in precedenza
aveva agito sugli organi dei sensi, riprodotta nella coscienza, si chiama rap-
presentazione.
Per il suo contenuto la rappresentazione è meno ricca e meno nitida della
percezione, riproduce solo parte delle proprietà dell'oggetto che ha agito su-
gli organi dei sensi. Ma essa presenta una serie di vantaggi, rispetto alla per-
cezione. A differenza della percezione che, essendo sempre legata a questo o
quell'oggetto concreto, frena l'attività conoscitiva della coscienza, limitando-
la al quadro ristretto di un dato caso concreto, la rappresentazione non pre-
suppone un tale legame immediato con l'oggetto, permette di realizzare la
conoscenza di quest'ultimo in sua assenza ed estende così le possibilità
dell'attività conoscitiva della coscienza. Inoltre, essendo l'immagine di un
oggetto o fenomeno concreto, la percezione è sempre individuale, singolare.
Mentre la rappresentazione può essere anche un'immagine generale, può
fissare solo quello che si ripete in una serie di oggetti e fenomeni simili. Ad
esempio, parallelamente alla rappresentazione di un albero o di un uomo
concreto, possiamo avere una rappresentazione dell'albero in generale,
dell'uomo in generale. Di conseguenza, a differenza della percezione che la-
scia la coscienza prigioniera del singolare, dell'individuale, la rappresenta-
zione la fa uscire dai limiti del singolare, le permette di individuare il genera-
le e di tenerlo presente nelle rispettive azioni mentali.
Il riflesso della realtà attraverso le rappresentazioni esce dai limiti della vi-
vente intuizione che ha a che fare solo con le sensazioni e le percezioni. Il ri-
flesso della realtà oggettiva attraverso le sensazioni, le percezioni e le rap-
presentazioni si suole chiamarlo conoscenza sensibile. In tal modo, la viven-
te intuizione non è identica alla conoscenza sensibile, essa è qualcosa di più
ristretto, rispetto a quest'ultima.
Dopo aver esaminato le forme fondamentali di conoscenza sensibile possia-
mo definirne le peculiarità. Il più importante tratto distintivo della cono-
scenza sensibile è che essa collega noi direttamente con il mondo esterno. Le
sensazioni e le percezioni sono una conseguenza dell'azione diretta degli og-
getti del mondo esterno sugli organi dei sensi. Inoltre, la conoscenza sensibi-
le è concreta. Qui il mondo è riflesso in immagini concrete. Infine, la cono-
scenza sensibile riflette solo ciò che è alla superficie dei fenomeni, i lati
esterni degli oggetti, che di regola sono mutevoli, casuali. Ma l'uomo lo inte-
ressano i lati e nessi stabili, necessari, le leggi del funzionamento e sviluppo
degli enti materiali, poiché la sua attività pratica è basata su ciò che si ripete
inevitabilmente in queste e quelle condizioni, su quello che è necessario. Ma
il necessario, le leggi non si prestano alla percezione immediata, costituisco-
no l'interno dei fenomeni. Tutto ciò testimonia della limitatezza della cono-
scenza sensibile e della necessità di passare a forme nuove, più perfette, ca-
paci di riflettere l'interno, il necessario, le leggi che si manifestano nella real-
tà circostante. Queste nuove forme di conoscenza della realtà sono le forme
di pensiero astratto.
b. Il pensiero astratto
Prima di esaminare le peculiarità del pensiero astratto, dobbiamo stabilire
che cosa è il pensiero in generale, che cosa esso rappresenta come particola-
re fenomeno sociale.
Pensare vuol dire distinguere nella coscienza questi o quei lati o proprietà
dell'oggetto d'indagine e collegarli in combinazioni particolari al fine di con-
seguire un nuovo dato della conoscenza.
Da esempio elementare di operazione mentale può servire la soluzione di un
problema matematico. Ammettiamo che dobbiamo stabilire quante calzatu-
re devono essere prodotte il prossimo anno in un paese, se è noto che la sua
popolazione è di 200 milioni di persone e ogni persona consuma nel corso
dell'anno in media 3 paia di calzature. Inoltre, si sa che il tasso medio annuo
d'incremento della popolazione è di 15 persone per 1.000 abitanti. Risol-
vendo il dato problema, discerniamo determinati dati di fatto, li poniamo in
una determinata connessione (rapporto) tra di loro e arriviamo così ad una
nuova conoscenza. Così, rivolgiamo la nostra attenzione al numero totale
degli abitanti che conta attualmente il paese (200 milioni), poi al tasso me-
dio annuo d'incremento della popolazione, colleghiamo questi due fatti e ot-
teniamo i dati sul numero degli abitanti che conterà il paese nel prossimo
anno (203 milioni). Questa nuova conoscenza noi la colleghiamo con il fabbi-
sogno annuo in calzature per abitante (che ci è noto) e otteniamo una cifra
che indica il fabbisogno totale in calzature della popolazione nel prossimo
anno. Così, discernendo i singoli dati di fatto e collegandoli in queste o quelle
combinazioni per ottenere le informazioni che ci mancano, noi pensiamo e
nel corso di questa attività mentale risolviamo il nostro problema.
La facoltà di pensare è sorta insieme alla coscienza sulla base dell'attività la-
vorativa degli uomini. In un primo tempo, nelle fasi iniziali di sviluppo della
società umana, essa aveva una forma oggettivata. Compiendo queste o quelle
operazioni mentali, gli uomini in quella epoca distinguevano e collegavano in
nuove combinazioni le immagini concrete: le sensazioni, le percezioni, le
rappresentazioni che sorgevano in essi nel corso della modificazione pratica
della realtà circostante, nonché gli oggetti stessi e i fenomeni stessi che toc-
cava loro di incontrare nella vita quotidiana. In seguito, man mano che si svi-
luppava la produzione, l'uomo incominciava a far astrazione dai dati concre-
ti, sensibili, a distinguere il generale nel singolare e a creare su questa base
prima le rappresentazioni generali e in seguito i concetti, immagini ideali
prive di perspicuità e riflettenti le proprietà e i nessi sostanziali generali degli
oggetti e dei fenomeni della realtà circostante.
Con il sorgere dei concetti fa la sua apparizione il Pensiero astratto. È la fa-
coltà di discernere e di collegare i concetti allo scopo di acquisire nuove co-
noscenze.
Il concetto è una forma qualitativamente nuova di riflesso della realtà, la
quale si distingue sostanzialmente dalle sopra esaminate forme di conoscen-
za sensibile. A differenza di queste ultime, il concetto è privo di perspicuità.
Non si può, ad esempio, presentare in vesti concrete l'elemento chimico, la
valenza, il patriottismo, il coraggio, la democrazia, ecc. Tutte queste immagi-
ni ideali sono dei pensieri che esprimono una rispettiva comprensione di
questo o quello stato di cose. Inoltre, se le immagini sensibili - la sensazione,
la percezione, la rappresentazione – riflettono le proprietà e i nessi esterni
degli oggetti e dei fenomeni della realtà, il concetto rispecchia le proprietà e i
nessi interni, essenziali, quello che è proprio per natura alle cose.
Nel processo dell'attività riflessiva i concetti, entrando in interconnessione e
interdipendenza fra di loro, creano altre forme di riflesso della realtà, in par-
ticolare il giudizio e la deduzione.
Il giudizio è la più semplice forma del pensiero, la quale rispecchia attraver-
so una determinata interconnessione dei concetti o delle rappresentazioni la
presenza o l'assenza dei nessi tra gli oggetti e le loro proprietà. Sono, ad
esempio, giudizi i seguenti pensieri: «l'uomo è un essere sociale», «il capita-
lismo genera la disoccupazione», «nella società capitalistica il proletario non
è proprietario dei mezzi di produzione». Il primo pensiero fissa il nesso fra
l'uomo e la società; il secondo il nesso fra il capitalismo, da una parte, e la di-
soccupazione, dall'altra; il terzo esprime l'assenza del nesso fra il proletaria-
to e la proprietà dei mezzi di produzione nella società capitalistica.
La deduzione è una forma del pensiero, la quale rappresenta una tale con-
nessione tra i giudizi che permette di formulare un nuovo giudizio, conte-
nente una nuova idea. Può servire da esempio di deduzione il seguente ra-
gionamento: «Tutti i cittadini di un paese socialista hanno il diritto al lavoro
e al riposo. Carlo è cittadino di un paese socialista. Carlo ha il diritto al lavo-
ro e al riposo». Qui i primi due giudizi sono tra di loro in una tale connessio-
ne che permette di esprimere un nuovo giudizio che racchiude in sé una
nuova idea.
Collegando i rispettivi concetti in giudizi, e i giudizi in deduzioni, l'uomo
pensa e nel corso di questa attività mentale riproduce nella coscienza, nella
forma di un sistema di immagini ideali, i necessari lati e nessi della realtà,
l'essenza dell'oggetto d'indagine. La capacità di penetrare l'essenza della
sfera indagata della realtà, l'individuazione dei necessari lati e nessi interni,
ad essa propri, rappresentano la caratteristica più importante del pensiero
astratto che lo distingue dalla conoscenza sensibile.
Un altro tratto distintivo del pensiero astratto è il carattere mediato del ri-
flesso. Operando con concetti, giudizi e deduzioni, il pensiero astratto non è
legato direttamente all'oggetto d'indagine, esso ha a che fare con i dati sen-
sibili su questo oggetto, ottenuti nel processo della conoscenza sensibile.
Proprio questi dati sensibili assolvono il ruolo di istanza mediatrice che se-
para il pensiero astratto dalla realtà e al tempo stesso lo collega con esso.
c. L'interconnessione del sensibile e del razionale nella conoscenza
Abbiamo visto che l'uomo viene a conoscere il mondo circostante per mezzo
della vivente intuizione e del pensiero astratto. Ma quale è la parte di cia-
scuno di questi modi di conoscere la realtà oggettiva? I sensualisti riteneva-
no che nel processo della conoscenza il momento determinante è l'esperien-
za sensibile. Mentre il pensiero astratto, dal loro punto di vista, assolve solo
un ruolo collaterale, praticamente non aggiunge nulla a quello che è stato ot-
tenuto nel processo della conoscenza sensibile. «Nell'intelletto umano - af-
fermavano i sensualisti – non vi è nulla che non sia già presente nei dati sen-
sibili». I nazionalisti affermavano l'opposto. Secondo loro, è determinante il
pensiero astratto, la ragione, e non i sensi. I sensi, essi dichiaravano, defor-
mano la realtà, ci traggono in errore, per ciò non si può partire da essi nel
processo della conoscenza della verità. L'unico arbitro imparziale è la ragio-
ne, solo essa può portare alla verità.
Ma come si risolve in realtà il problema: quale dei suddetti cammini della
conoscenza è determinante? Né la conoscenza sensibile né il pensiero astrat-
to sono in grado, separatamente, in distacco l'una dall'altro, di assicurare la
vera conoscenza dell'essenza dell'oggetto d'indagine. La conoscenza sensibi-
le si limita a fissare ciò che è alla superficie dei fenomeni e non è in grado di
penetrarne l'essenza. Il pensiero astratto può penetrare l'essenza, ma esso
non dispone dei necessari dati sull'oggetto d'indagine, poggiando sui quali si
potrebbe riprodurne nella coscienza l'essenza. Questi dati gli fornisce la co-
noscenza sensibile. Perciò è evidente che non si può contrapporre la cono-
scenza sensibile al pensiero astratto e viceversa. L'essenza può essere cono-
sciuta solo con gli sforzi congiunti dell'una e dell'altro.
L'interconnessione del sensibile e del razionale nella conoscenza si esprime
non solo nel fatto che essi completano e suppongono l'uno l'altro, ma anche
nel fatto che essi si compenetrano reciprocamente. Della vivente intuizione
ne è caratteristica anche l'attività mentale, nel processo della quale si adope-
rano le immagini concrete, in particolare le rappresentazioni.
Percependo queste o quelle proprietà dell'oggetto d'indagine, l'uomo le con-
sidera alla luce dei concetti disponibili e ne prende così coscienza. Ma la de-
rivazione del particolare dal generale e la formulazione su questa base di un
giudizio contenente una nuova conoscenza, non è altro che la deduzione, una
delle forme del pensare. Inoltre, fissando le proprietà accertate dell'oggetto,
l'uomo lo confronta con gli altri oggetti che gli sono noti, e ne stabilisce la
somiglianza o la differenza. E anche ciò avviene nella forma di deduzione.
In tal modo, la conoscenza sensibile che rispecchia l'oggetto d'indagine nella
forma di sensazioni, percezioni e rappresentazioni, è organicamente legata
al pensiero, include in sé quest'ultimo come uno dei momenti necessari.
Non è assolutamente esente da immagini concrete anche il pensiero astratto.
Operando con i concetti astratti, esso deve avere nel suo campo visivo
quell'oggetto concreto, la cui essenza è chiamato a scoprire e ad esprimere
nella forma di concetti astratti.
Quindi la conoscenza sensibile e il pensiero astratto sono in interconnessio-
ne e interdipendenza organica tra di loro, e nel processo del loro funziona-
mento e sviluppo si compenetrano reciprocamente e passano l'una nell'al-
tro.
d. La conoscenza empirica e teorica
Nell'esaminare il processo della conoscenza alla luce della compenetrazione
reciproca del sensibile e del razionale, della vivente intuizione e del pensiero
astratto si rende necessario distinguere i livelli empirico e teorico della co-
noscenza.
La conoscenza empirica è caratterizzata dal fatto che essa ha a che fare con il
fenomeno, con quello che è alla superficie dell'oggetto, cioè con i suoi lati e
nessi esterni. Qui prevalgono le forme sensibili di riflesso della realtà: le sen-
sazioni, le percezioni, le rappresentazioni. I concetti, i giudizi e le deduzioni
al dato livello della conoscenza sono strettamente legati ai dati sensibili, alla
loro elaborazione mentale: la fissazione, l'analisi, il raggruppamento, l'indi-
viduazione delle proprietà generali e particolari degli oggetti d'indagine.
La conoscenza empirica descrive il comportamento dell'oggetto d'indagine,
fissa i mutamenti che avvengono in esso e trae dai dati che vengono accumu-
lati le rispettive conclusioni generali. È vero, queste conclusioni sono di
scarso valore per la scienza e la pratica, in quanto non fanno che costatare
quello che è, quello che si osserva nel corso degli esperimenti, ma non pos-
sono spiegarne il perché, non possono stabilire se ciò si presenta necessa-
riamente nelle date condizioni. Ciò può essere stabilito solo dalla conoscenza
teorica.
Sviluppandosi sulla base della conoscenza empirica, la conoscenza teorica
non si limita a contemplare solo la superficie dei fenomeni, ma penetra la lo-
ro natura, mette in luce le cause che li condizionano. Poggiando sui dati em-
pirici, essa mira a scoprire i necessari lati e nessi dell'oggetto d'indagine, le
leggi del suo funzionamento e sviluppo e a spiegare, partendo da essi, i fe-
nomeni osservati. Il compito della conoscenza teorica consiste, in tal modo,
nel «ricondurre il movimento apparente, puramente fenomenico, al movi-
mento reale interno… »53.
La conoscenza teorica opera con i concetti, i giudizi e le deduzioni e attra-
verso la loro interconnessione riproduce nella coscienza l'essenza dell'og-
getto d'indagine.
d. La pratica come criterio della verità
I vari filosofi spiegano in modo diverso la questione del criterio della verità.
Alcuni proclamano criterio della verità la chiarezza del pensiero (Descartes),
altri la sensibilità, la percezione immediata di questo o quello stato di cose
(Feuerbach), terzi il valore universale (machista Bogdanov), quarti l'utilità
(Dewey), ecc. Ma tutti questi fattori non possono farci uscire dai limiti della
nostra opinione soggettiva e perciò non sono capaci di distinguere la verità
dall'errore. Infatti, la chiarezza del pensiero, ad esempio, testimonia della
comprensione di un dato stato di cose da parte del soggetto, ma non della
corrispondenza di questo stato di cose alla realtà. Si può sbagliare anche in
buona fede. La percezione immediata di questo o quel fenomeno pure può
essere ingannevole, deformata. Ad esempio, a grande distanza un oggetto ci
pare più piccolo di quanto lo sia effettivamente, ma in realtà esso è sempre
lo stesso. Inoltre, il fatto che questa o quella tesi è considerata vera da molte
persone, pure non ne esclude l'erroneità, poiché possono sbagliarsi molti. Ad
esempio, molti credono nell'esistenza dei diavoli, dell'inferno, del paradiso,
ecc. Si avranno i medesimi risultati se utilizzeremo come mezzo per la verifi-
ca della verità momenti come l'utilità o la fede. Per queste o quelle persone
può rivelarsi utile anche una tesi falsa. Ad esempio, è utile alla borghesia l'i-
dea che lo Stato capitalistico esprime gli interessi di tutte le classi. Ma ciò
non corrisponde alla realtà, poiché lo Stato borghese esprime gli interessi
degli sfruttatori, in particolare della borghesia, ed è volto contro i lavoratori.

53Karl Marx, Il Capitale, cit., III (I), p. 377.


Ma come in tale caso controllare la verità di questa o quella enunciazione?
La verità delle nostre conoscenze deve essere controllata con la pratica. Solo
la pratica può decidere definitivamente che cosa è vero e che cosa è falso.
L'idea della pratica come criterio della verità è stata per la prima volta avan-
zata e conseguentemente sviluppata dal marxismo. Marx scriveva: «La que-
stione se al pensiero umano spetti una verità oggettiva non è questione teo-
retica bensì una questione pratica. Nella prassi l'uomo deve provare la veri-
tà, cioè la realtà e il potere… del suo pensiero»54.
Infatti, per provare la verità di questa o quella enunciazione, è necessario,
appoggiandosi su di essa, effettuare queste o quelle azioni pratiche. E se si
ottengono i risultati attesi, la tesi enunciata è vera, ma se i risultati saranno
diversi, essa è falsa. Ad esempio, dobbiamo provare la verità della tesi che il
calore può trasformarsi in moto meccanico. Per farlo, costruiamo una mac-
china a vapore, fondata sul principio della conversione dell'energia termica
in quella meccanica. Il lavoro della macchina mostrerà che la data afferma-
zione è vera, corrisponde al reale stato di cose.
e. La verità oggettiva. L'interconnessione dell'assoluto e del relativo nella verità
Abbiamo già rilevato che le conoscenze ottenute nel processo della cono-
scenza empirica e teorica diventano vere solo se trovano conferma nell'atti-
vità pratica. Ma che cosa sono le conoscenze vere? In che cosa si distinguono
dalle conoscenze non vere?
La conoscenza vera è una conoscenza che corrisponde alla realtà, riflette il
reale stato di cose.
Essendo conforme alla realtà, la vera conoscenza «è indipendente sia
dall'uomo che dal genere umano»55. Gli uomini non possono arbitrariamente,
a proprio avviso, modificare il contenuto delle tesi vere. Ad esempio, la tesi
che l'energia elettrica può trasformarsi in calore e in moto meccanico, e que-
sti ultimi in elettricità, essendo una tesi Vera che riflette la realtà, non può
essere modificata dagli uomini, essi non sono in grado di farlo.
Perciò si può dare la seguente definizione della verità oggettiva. La verità
oggettiva è un tale contenuto delle nostre conoscenze che riflette il reale sta-
to di cose e perciò non dipende né dall'uomo né dal genere umano.
Ma dando una tale definizione, non affermiamo forse noi stessi, dopo i meta-
fisici, che la verità in generale non può mutare, che essa è eterna? No, non lo
affermiamo.

54Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol. V, p. 3.


55V. I. Lenin, op. cit., vol. 14, p. 119.
Anche se gli uomini non possono modificare arbitrariamente il contenuto
della verità, esso si modifica inevitabilmente nel corso dello sviluppo della
conoscenza sociale e della pratica. Ciò è determinato prima di tutto dal fatto
che il processo della conoscenza non segna il passo, ma si sviluppa conti-
nuamente sulla base della pratica sociale. Nel corso della conoscenza gli uo-
mini penetrano sempre più profondamente nella realtà circostante, ne sco-
prono sempre nuovi lati e nessi e così precisano, completano, arricchiscono
le proprie conoscenze, le rendono più conformi all'esistente stato di cose.
Ad esempio, il fisico tedesco Julius Plücker, facendo passare la corrente elet-
trica attraverso un tubo a gas rarefatto, scoprì nel 1858 i cosiddetti raggi ca-
todici. Più tardi, nel 1869, Johann Hittorf stabilì che questi raggi si diffondo-
no rettilineamente, deviano sotto l'azione di un campo magnetico, vengono
assorbiti dai solidi, ecc. In seguito, nel 1879, il fisico inglese William Crookes
espresse l'idea che i raggi catodici rappresentano un flusso di minuscole par-
ticelle che escono dal catodo e si muovono ad immensa velocità. Queste par-
ticelle, secondo Crookes, sono cariche di elettricità negativa e fanno parte di
tutti gli atomi. Una conferma sperimentale dell'idea di Crookes fu data da
John Thompson nel 1897. Queste particelle furono chiamate elettroni su
proposta del fisico canadese Johnstone Stoney.
L'esempio da noi riferito mostra come nel processo di sviluppo del sapere le
nostre cognizioni sull'elettrone andassero continuamente modificandosi, di-
ventando più precise e più complete. La data circostanza dimostra in modo
abbastanza convincente che la verità oggettiva è relativa, che il suo contenu-
to dipende in un modo o nell'altro dal livello di sviluppo della conoscenza
sociale e della pratica.
La verità oggettiva non può rimanere immutabile anche per il fatto che la
realtà, da essa riflessa, non sta ferma, ma è in continuo mutamento e svilup-
po. Ma se l'oggetto di riflesso muta, passa da uno stato qualitativo all'altro,
se scompaiono alcune sue proprietà e nessi e ne sorgono altri, allora anche
le nostre conoscenze su di esso non possono rimanere immutabili. Per esse-
re vere, esse devono inevitabilmente essere modificate, devono essere com-
pletate, rese conformi alla realtà mutata. Ad esempio, le nostre conoscenze
sul proletariato della Russia non potevano rimanere immutate dopo che es-
so aveva compiuto la rivoluzione socialista, aveva instaurato nel paese la
propria dittatura e costruito il socialismo. Perché corrispondano alla realtà,
dobbiamo completarle di nuovi dati che caratterizzino la condizione sociale
della classe operaia, il suo posto e il suo ruolo nella società socialista.
Poi, la verità oggettiva è tale solo entro limiti determinati, a condizioni rigo-
rosamente determinate. Se si esce da questi limiti, se mutano le condizioni,
la conoscenza vera si trasforma in conoscenza non vera. Ad esempio, la tesi
sulla possibilità di compiere la rivoluzione socialista per via pacifica è vera
non sempre e non per tutti i paesi, ma solo per quei paesi in cui sono sorte le
rispettive condizioni, in particolare per i paesi dove il proletariato ha effetti-
vamente la possibilità di attrarre dalla propria parte la maggioranza della
popolazione, di vincere alle elezioni politiche, di formare un proprio governo
e di procedere per via pacifica se la borghesia non opporrà la resistenza ar-
mata - alla trasformazione in senso socialista dei rapporti sociali. Ciò mostra
che la verità è sempre concreta.
Quindi, la verità oggettiva è relativa, essa muta inevitabilmente in seguito al-
lo sviluppo della conoscenza sociale, in seguito al mutare della realtà riflessa
e delle sue condizioni di esistenza.
Ma se la verità non è immutabile, eterna, ma muta inevitabilmente, dipende
dal livello di sviluppo della conoscenza sociale, ciò non esclude forse la sua
oggettività, la sua indipendenza dall'uomo e dal genere umano? No, non lo
esclude. Al contrario, il suddetto mutare della verità è una delle condizioni
per assicurarne l'oggettività, in quanto contribuisce a rendere le nostre co-
noscenze più rispondenti al vero stato di cose.
Un esempio del come il mutare della verità contribuisca ad accrescerne l'og-
gettività è lo sviluppo delle nostre conoscenze sulla radiazione termica. Già
nella più remota antichità gli uomini costatarono che la fiamma emette raggi
termici. In un primo tempo si pensava che la radiazione termica fosse dovuta
solo ai processi di combustione, ma poi fu scoperto che possiedono tale pro-
prietà anche i corpi roventi e alla fine del XVII si venne a sapere che la pos-
siedono anche i corpi non arroventato ma riscaldati. Nel XVIII secolo gli
scienziati (Pierre Prevost, 1791) giunsero alla conclusione che la radiazione
termica è caratteristica di tutti i corpi indipendentemente dalla loro tempe-
ratura. Sempre nel XVIII secolo fu stabilito (Johann Heinrich Lambert, 1779)
che la diffusione e la riflessione dei raggi termici avviene analogamente alla
diffusione e alla riflessione dei raggi luminosi, che la quantità di raggi termi-
ci emessi da un corpo è proporzionale all'aumento della sua temperatura
(John Leslie). Fu poi osservato che i corpi che emettono una forte quantità di
calore, possiedono una maggiore capacità di assorbimento di esso e vicever-
sa. Infine, nel 1800, fu stabilito (Frederik William Herschel) che nelle regioni
diverse dello spettro il calore non si distribuisce in modo uniforme, che l'ef-
fetto termico è particolarmente notevole in quella regione dello spettro che
corrisponde al color rosso e diminuisce in direzione del color violetto. Noi
vediamo come le nostre conoscenze sulla radiazione termica siano andate
modificandosi con lo sviluppo della conoscenza sociale. Ma esse sono forse
diventate meno oggettive a causa di tutto ciò? Hanno cessato forse di essere
attendibili, in particolare, i dati degli antichi, secondo cui la fiamma emette
raggi termici? No di certo. Il mutare delle nostre conoscenze sulla radiazione
termica le rendeva sempre più vere, sempre più oggettive, di modo che esse
rispecchiavano con più precisione il vero stato di cose.
Infine, se le nostre cognizioni sono sempre relative, mutano inevitabilmente
nel processo di sviluppo della conoscenza sociale e della pratica, ciò non di-
mostra forse l'assenza di verità assoluta, non ne rende forse impossibile l'e-
sistenza? Proprio una tale conclusione traggono dalla relatività, dalla muta-
bilità delle nostre conoscenze i relativisti. Per il materialismo dialettico la re-
latività delle nostre conoscenze non testimonia dell'assenza di verità assolu-
ta, poiché esso vede nel relativo un elemento dell'assoluto. Secondo il mate-
rialismo dialettico, la verità oggettiva è ad un tempo relativa e assoluta. In
quanto riflette in modo giusto questi o quei lati e nessi della realtà, essa è as-
soluta, e in quanto questo riflesso non è sempre completo, non abbraccia e
non può abbracciare tutto il contenuto dell'oggetto (che è inesauribile), essa
è relativa.
Quindi, anche se le nostre conoscenze sono sempre relative, ciò non significa
affatto che esse non possano pretendere all'oggettività, e in pari tempo,
all'assolutezza. L'esistenza della verità assoluta è necessariamente legata
all'oggettività della nostra conoscenza. Lenin scrisse: «Ammettere la verità
oggettiva, e cioè la verità indipendente dall'uomo e dal genere umano, vuol
dire ammettere, in un modo o nell'altro, la verità assoluta»56.
La verità assoluta esiste attraverso le verità relative, attraverso quei lati,
momenti delle verità relative che riflettono il reale stato di cose. Ma man
mano che progrediscono il sapere e la prassi sociale, la quantità di questi
momenti e lati si accresce sempre di più. Al tempo stesso la verità assoluta
come la somma in continuo aumento delle verità relative diventa sempre più
completa. Ma essa non potrà mai raggiungere la compiutezza definitiva, in
quanto il mondo in tutta la sua molteplicità è infinito e perciò non può mai
essere esaurito fino in fondo. Alla catena rappresentata dalla verità assoluta
andranno aggiungendosi sempre nuovi anelli rappresentati da altrettante
nuove verità relative, facendoci avvicinare al riflesso sempre più completo e
in questo senso assoluto della realtà, non permettendo però mai di esaurirla
fino in fondo.
4. LE FORME E I METODI DI CONOSCENZA SCIENTIFICA

Venendo a conoscere la realtà circostante, l'uomo elabora e utilizza le rispet-


tive forme e i rispettivi metodi di riflesso della realtà operando con vari tipi

56V. I. Lenin, op. cit., vol. 14, p. 129.


di giudizi, deduzioni e concetti, si fa guidare dalle norme o dai princìpi
dell'attività conoscitiva. Le forme e i metodi di conoscenza, adoperati
dall'uomo, riflettono i lati e nessi della realtà e le leggi di sviluppo della co-
noscenza sociale e della pratica.
Il metodo di conoscenza rappresenta l'insieme dei criteri o dei princìpi che
deve rispettare l'uomo indagando questo o quel campo della realtà. Questi
princìpi si formulano in base a questi o quei lati e nessi universali della real-
tà, in base alle leggi che presiedono al funzionamento e allo sviluppo della
conoscenza.
Una parte dei suddetti princìpi è applicabile in tutti gli stadi di sviluppo della
conoscenza, in tutti i settori di ricerca scientifica, l'altra parte in questo o
quello stadio di conoscenza, in questo o quel settore della scienza. In rela-
zione a ciò si distinguono i metodi generali di conoscenza scientifica e i me-
todi e procedimenti particolari di ricerca scientifica. Esaminiamo dunque al-
cuni dei metodi e procedimenti generali, utilizzati nel processo della cono-
scenza scientifica.
a. L'osservazione
L'osservazione è una percezione premeditata e conforme allo scopo dei feno-
meni riguardanti l'oggetto d'indagine. Essa presuppone la formulazione a
priori dello scopo, la definizione dei metodi di raggiungimento di esso, un
piano di controllo sul comportamento dell'oggetto, l'impiego degli strumenti
che estendono le possibilità di percezione e di fissazione di queste o quelle
proprietà dell'oggetto. Il successo dell'osservazione e i suoi risultati dipen-
dono pure da quanto l'osservatore sia competente nel dato campo dei feno-
meni, dalla sua preparazione e abilità.
b. L'esperimento
L'esperimento è un procedimento di ricerca scientifica che presuppone una
rispettiva modificazione dell'oggetto o la riproduzione di esso in condizioni
appositamente create.
A differenza dell'osservazione, dove il soggetto non si intromette nel feno-
meno indagato ma si limita a fissarne lo stato naturale, l'esperimento pre-
suppone un intervento attivo del soggetto nella sfera indagata, l'alterazione
dello stato naturale delle cose, non solo, ma l'oggetto viene posto in condi-
zioni diverse specialmente previste. Il ricercatore costringe così l'oggetto a
reagire alle nuove condizioni e a manifestare nuove proprietà, non osserva-
bili allo stato naturale. Poi, modificando queste condizioni, egli stabilisce
come e in quale direzione mutano queste e le altre proprietà dell'oggetto e
raccoglie in tal modo un ricco materiale che caratterizza il comportamento
dell'oggetto in una situazione diversa.
Effettuando questo o quell'esperimento, il ricercatore parte dai dati disponi-
bili sul dato ordine di fenomeni, ne tiene conto nello scegliere il metodo e le
vie concrete per realizzare l'esperimento. Inoltre, egli parte da determinate
supposizioni che devono essere confermate o confutate dall'esperimento. In
altre parole, anche se l'esperimento è chiamato a fornire nuovi dati concreti
sull'oggetto d'indagine, esso è legato non solo alle forme sensibili di cono-
scenza, ma anche al pensiero astratto.
c. La comparazione
La comparazione è un metodo di accertamento della somiglianza e della dif-
ferenza tra il fenomeno, oggetto di indagine, e altri fenomeni. La compara-
zione è un metodo indispensabile di ricerca scientifica, largamente applicato
nei più diversi stadi di sviluppo della conoscenza. Senza di esso è inconcepi-
bile la conoscenza scientifica.
Infatti, la scienza ha lo scopo di individuare ciò che è comune ai fenomeni,
ciò che si ripete in essi, e di metterne in luce l'essenza. Comparando l'oggetto
d'indagine e altri oggetti, confrontando i dati ottenuti in un momento e in
condizioni determinate con i dati ottenuti in un altro momento e in condi-
zioni diverse, noi ne stabiliamo così le caratteristiche comuni. La compara-
zione aiuta ad accertare quello che si ripete nei fenomeni e a trarre sulla ba-
se di ciò queste o quelle conclusioni generali riguardanti l'oggetto d'indagi-
ne.
d. L'ipotesi
L'ipotesi è una delle più importanti forme del pensare che collegano la cono-
scenza teorica con quella empirica e che assicurano il passaggio dal riflesso
dei momenti esteriori al riflesso dei momenti interiori.
L'ipotesi è una supposizione, basata sui dati accertati, intorno alla causa che
condiziona questi o quei fenomeni.
Un'ipotesi si costruisce nel seguente modo. Dapprima si studiano minuzio-
samente i fenomeni che si riferiscono all'oggetto d'indagine. Mediante os-
servazioni e esperimenti si raccolgono dati concernenti le proprietà dell'og-
getto, accessibili alla percezione, i suoi mutamenti e i suoi nessi con i feno-
meni che lo circondano. Sulla base di un'analisi di questi dati si formula una
proposizione circa la causa eventuale della comparsa delle proprietà osser-
vabili, proposizione la cui verità è supposta in vista di conseguenze che se ne
possono trarre e che la verificano o no in determinate condizioni. Se questa
o quella conseguenza supposta non si verifica, l'ipotesi è considerata erro-
nea. Ma se tutte le conseguenze si verificano, l'ipotesi è considerata scientifi-
camente fondata e in seguito, man mano che viene ulteriormente dimostrata
e confermata dall'esperienza, si trasforma in una teoria scientifica, in una
conoscenza attendibile.
Il processo di costruzione di un'ipotesi e di trasformazione di essa in una co-
noscenza attendibile può essere seguìto su un esempio come la spiegazione
dell'aumento della radioattività di una sostanza esposta all'azione dei neu-
troni in presenza di sostanze leggere.
Nel corso dei loro esperimenti Bruno Pontecorvo e Edoardo Amaldi consta-
tarono che la quantità di radioattività, acquistata da una sostanza in seguito
all'irradiazione, dipende dagli oggetti situati accanto. Ad esempio, in caso di
irradiazione di un cilindretto d'argento in una cassa di piombo, la sua ra-
dioattività era modesta, ma se esso veniva esposto all'azione dei raggi su un
supporto di legno, essa cresceva considerevolmente. Analizzando le circo-
stanze in cui si osserva il dato fenomeno, Fermi fece una supposizione circa
la causa dell'aumento della radioattività nei casi in cui si trovano accanto al-
la sostanza irradiata dei corpi leggeri. L'essenza di questa supposizione sta-
va in quanto segue.
Penetrando in una sostanza e scontrandosi con questo o quel nucleo, il neu-
trone perde parte della sua energia. La quantità di energia che esso perde in
ogni caso concreto, dipende dal peso del nucleo con cui si scontra. Se esso
urta contro un nucleo pesante, ad esempio contro un nucleo di un atomo di
piombo, rimbalzerà quasi con la stessa velocità, cioè perderà pochissima
energia. Se esso urterà contro un nucleo leggero, in particolare contro un
nucleo di un atomo di idrogeno, allora, trasmettendogli parte della propria
energia, rimbalzerà con una velocità minore. In tal modo, quanto più leggero
è il nucleo, tanto maggiore è la quantità di energia che perderà il neutrone
urtando contro di esso. Ma il cambiamento della velocità del neutrone ne
aumenta le probabilità di essere catturato dal nucleo degli atomi della so-
stanza che attraversa, poiché, muovendosi più lentamente, esso interagisce
più a lungo con i nuclei che incontra sul suo cammino. Perciò, quando si tro-
va accanto alla sostanza irradiata un corpo leggero, ad esempio il legno che
contiene una forte quantità di idrogeno, i neutroni, penetrando in esso, ral-
lentano il loro moto e in tale stato vengono più spesso catturati dai nuclei, il
che provoca un aumento della radioattività.
Nel supporre la causa dell'aumento della radioattività di una sostanza espo-
sta all'azione dei neutroni, Fermi ne trasse la seguente conclusione: la ra-
dioattività delle sostanze irradiate dai neutroni deve aumentare in presenza
di qualsiasi sostanza leggera.
Per controllare la giustezza di questa conclusione, Fermi decise di irradiare
l'argento in un ambiente di paraffina (come si sa, la paraffina contiene un
numero di atomi di idrogeno notevolmente più grande che il legno che au-
menta la radioattività in presenza dell'argento). L'argento irradiato in un
ambiente di paraffina acquistava una radioattività maggiore di quella regi-
strata in caso di irradiazione di esso su un supporto di legno.
Questo fatto dimostrava quanto fosse giusta la supposizione di Fermi.
L'ipotesi assolve un ruolo eccezionalmente importante nello sviluppo del
sapere scientifico. E ciò non è casuale, poiché essa rappresenta una forma di
passaggio dalla descrizione alla spiegazione dell'oggetto d'indagine, dalla
fissazione delle sue manifestazioni esterne alla riproduzione delle cause in-
terne che le generano.
e. L'analogia
Un'altra forma del pensare, la quale permette di realizzare il passaggio dalla
conoscenza empirica a quella teorica, è l'analogia.
L'analogia è un procedimento mentale, nel corso del quale si trae dalla con-
statazione di un rapporto di somiglianza per queste o quelle proprietà tra
due oggetti una conclusione sulla loro somiglianza anche per quel che ri-
guarda le loro altre proprietà.
L'analogia come forma del pensare si applica di solito quando ci si trova di
fronte ad un fenomeno più o meno studiato che somiglia ad un altro feno-
meno non ancora indagato. Tenendo conto di questa somiglianza, si può
supporre che il fenomeno non esplorato ubbidisca alle leggi proprie al primo
fenomeno. A fondamento di una tale supposizione è il fatto che tra le pro-
prietà e i rapporti che caratterizzano due oggetti, vi è una certa interconnes-
sione e interdipendenza e perciò alcune proprietà e rapporti comuni ad en-
trambi portano a presupporne altri.
La conclusione per analogia ha un ruolo sostanziale nello sviluppo della
scienza. Molte importantissime scoperte scientifiche furono fatte estenden-
do le leggi proprie ad un ordine di fenomeni ai fenomeni di un altro ordine.
Così, il fisico olandese Christian Huygens trasse una conclusione sulla natura
ondulatoria della luce in base alla somiglianza tra quest'ultima, per tutta una
serie di proprietà, e un fenomeno come il suono. Krónig, confrontando il mo-
vimento delle molecole di gas con il movimento delle palle elastiche e costa-
tando alcuni tratti comuni di questo processo, calcolò la pressione del gas. La
somiglianza che si ha tra il movimento di un liquido lungo un tubo e quello
degli elettroni lungo un conduttore servì di base all'elaborazione della teoria
della corrente elettrica. Infine, la scoperta di una certa somiglianza tra i pro-
cessi di riflesso dell'organismo vivente e alcuni processi fisici ha contribuito
alla creazione dei rispettivi congegni cibernetici.
f. La modellazione
Una stretta connessione tra la conoscenza empirica e quella teorica e il pas-
saggio dalla prima alla seconda sono resi possibili anche grazie ad un proce-
dimento di ricerca scientifica come la modellazione.
La modellazione rappresenta la riproduzione di determinate Proprietà e
nessi dell'oggetto d'indagine in un altro oggetto appositamente creato, cioè
nel modello, al fine di studiarli più a fondo.
Può servire da esempio di modello la carta geografica che riproduce deter-
minate caratteristiche della superficie del globo terrestre. Sono modelli le
macchine cibernetiche che imitano le proprietà del cervello umano, le for-
mule strutturali che riproducono le proprietà e i nessi della molecola di que-
sta o quella sostanza, dell'atomo, ecc.
La modellazione presenta una notevole somiglianza con il metodo di analo-
gia. Qui, sulla base della scoperta di queste o quelle proprietà di un ogget-
to - del modello – si trae la conclusione che le possiede anche un altro ogget-
to, quello indagato.
Pregio della modellazione è che essa permette di accertare queste o quelle
proprietà dell'oggetto d'indagine, di presentarle in forma pura e di studiarle
in assenza dell'originale. Ciò è di eccezionale importanza nei casi in cui l'ac-
cesso all'oggetto e l'azione su di esso sono resi difficili da queste o quelle cir-
costanze o sono impossibili in generale.
Si distinguono i modelli materiali e ideali (logici). I modelli materiali sono
oggetti appositamente creati o prescelti dall'uomo, che riproducono fisica-
mente queste o quelle proprietà, nessi o processi che sono caratteristici
dell'oggetto d'indagine. I modelli materiali esistono realmente, funzionano e
si sviluppano in base a determinate leggi oggettive che esistono fuori della
coscienza umana e indipendentemente da essa. È un modello materiale quel-
lo di una casa, di un ponte, di una diga, ecc.
I modelli ideali rappresentano costruzioni mentali, immagini, schemi teorici
che riproducono in forma ideale le proprietà e i nessi dell'oggetto d'indagi-
ne. Questi modelli vengono fissati con l'ausilio di determinati segni, disegni e
di altri mezzi materiali. A differenza di quelli materiali, i modelli ideali non
riproducono lo stato fisico e le proprietà dell'oggetto d'indagine, ma solo le
copiano, le riflettono nelle rispettive costruzioni mentali.
Il ruolo della modellazione nella conoscenza e nella pratica si è accresciuto
particolarmente in questi ultimi tempi in seguito allo sviluppo della ciberne-
tica e della logica matematica.
g. L'induzione e la deduzione
Al livello empirico di sviluppo della conoscenza si fa largo uso di una forma
del pensare come l'induzione.
L'induzione è un Processo mentale, nel corso del quale, sulla base della co-
noscenza di una serie di casi particolari, si trae una conclusione generale ri-
guardante tutti i fenomeni di un dato ordine.
La conoscenza ottenuta per via induttiva è di regola probabilistica, proble-
matica, in quanto qui la conclusione generale si trae dal fatto della ripetibili-
tà semplice di questa o quella proprietà in tutti i fenomeni indagati. La pre-
senza di questa o quella proprietà nei casi esaminati non dimostra affatto
che essa si ripeterà necessariamente anche negli altri fenomeni non ancora
studiati. Si, può ripetersi, ma può anche non ripetersi. Si ripeterà immanca-
bilmente, se è conforme alla natura dei fenomeni del dato ordine, ma può
anche non ripetersi, se non è collegata con la natura di essi ed è condizionata
da circostanze esterne. Ma l'induzione non può stabilire, se questa proprietà
è un momento necessario o casuale; ci vogliono a questo scopo altri metodi
di conoscenza scientifica, in particolare la deduzione, metodo che ha già at-
tinenza con la conoscenza teorica.
La deduzione è un processo mentale, nel corso del quale si formula logica-
mente una nuova idea in base a questi o quegli enunciati che si presentano
come regola comune a tutti i fenomeni del dato ordine. Può servire da esem-
pio di deduzione la seguente conclusione: «Lo Stato è uno strumento della
classe che domina nella società per reprimere i suoi avversari di classe. Nella
società capitalistica la classe dominante è la borghesia. Quindi, nella società
capitalistica lo Stato è uno strumento nelle mani della borghesia per repri-
mere i suoi avversari di classe».
È importante il ruolo della deduzione nell'argomentazione scientifica dei
princìpi che riflettono i lati e nessi degli oggetti indagati, inaccessibili alla
percezione immediata.
Anche se l'induzione e la deduzione sono due forme a sé stanti del pensare,
esse sono organicamente connesse, presuppongono l'una l'altra e all'infuori
di questa unità non sono in grado di assicurare lo sviluppo del processo co-
noscitivo. Generalizzando i dati empirici che si vanno accumulando, l'indu-
zione prepara il terreno per formulare supposizioni intorno alla causa dei
fenomeni indagati, intorno all'esistenza o meno di questo o quel nesso ne-
cessario, intorno alle vie da seguire per verificare se siano giuste o meno
queste supposizioni. Mentre la deduzione, dando un fondamento teorico alle
conclusioni per induzione, toglie loro il carattere problematico e le trasfor-
ma in una vera conoscenza. «Induzione e deduzione - scrisse Engels – sono
necessariamente implicate l'una nell'altra proprio come sintesi e analisi. In-
vece di innalzare in cielo, unilateralmente, l'una a danno dell'altra, bisogna
cercare di usare ciascuna di esse al posto che le è proprio e ciò si può fare so-
lo una volta che si abbia ben presente la loro reciproca applicazione, il loro
mutuo completarsi»57.
h. Il metodo di passaggio dall'astratto al concreto
L'astratto è un riflesso unilaterale dell'oggetto d'indagine nella coscienza
umana. Il concreto è una visione d'insieme dell'oggetto (1) nella forma di un
sistema di concetti astratti o (2) in forma sensibile concreta. Il concreto nella
prima accezione riproduce l'oggetto come l'unità dei suoi lati interiori, ne-
cessari, ne esprime l'essenza; il concreto nella seconda accezione ne ripro-
duce i lati esteriori ed è una rappresentazione superficiale del tutto.
Il passaggio dall'astratto al concreto è la più importante forma di conoscenza
teorica, capace di riprodurre nella coscienza per mezzo di concetti astratti
l'essenza dell'oggetto d'indagine.
Questo metodo fu elaborato per la prima volta da Hegel, il quale lo applicò
costruendo il suo sistema filosofico. Però in Hegel il metodo di passaggio
dall'astratto al concreto non ottenne argomentazione scientifica, in quanto
esprimeva il cammino del pensiero puro che esisteva non si sa dove prima
della natura e dell'uomo, cioè era per natura un metodo per eccellenza idea-
listico. Su base materialistica e scientifica questo metodo fu elaborato da
Marx ne Il Capitale. Secondo questo metodo, la conoscenza deve cominciare
non dal tutto concreto, ma dall'astratto, da un'analisi dei concetti che riflet-
tono questi o quei singoli lati e nessi dell'oggetto. Ma non ogni semplice con-
cetto astratto può costituire il punto di partenza nello studio del tutto. Può
servire da punto di partenza solo un tale concetto astratto che riflette il lato
o nesso fondamentale del tutto, oggetto d'indagine. Il lato (nesso) determi-
nante esercita un diretto influsso su tutti gli altri lati del tutto. Perciò, pren-
dendo per punto di partenza il lato determinante e esaminandolo nel suo
sviluppo, potremo spiegare la comparsa e le peculiarità degli altri lati del
tutto, potremo derivarli dai mutamenti del lato (nesso) determinante. Se-
guendo passo per passo questi mutamenti e spiegando i lati, l'uno dopo l'al-
tro, del tutto indagato, riprodurremo nella coscienza nella forma di un si-
stema di concetti la necessaria interconnessione e interdipendenza di tutti
questi lati e arriveremo così alla conoscenza concreta dell'essenza dell'og-
getto d'indagine.
Può servire da esempio di processo conoscitivo mediante il passaggio dall'a-

57Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol. XXV, p. 511
stratto al concreto l'indagine di Marx ne Il Capitale sulla formazione econo-
mico-sociale capitalistica. Marx prese come lato determinante di partenza la
merce e spiegò alla luce del mutamento e dello sviluppo dei rapporti mer-
cantili il sorgere di tutti gli altri lati e nessi della formazione capitalistica e
riprodusse nella coscienza, nella forma di un sistema di concetti astratti che
riflettono questi lati e nessi, l'essenza della società capitalistica.
Il metodo di passaggio dall'astratto al concreto è applicabile solo in quello
stadio di sviluppo del sapere in cui il tutto, oggetto d'indagine, è stato più o
meno studiato, in cui sono stati accertati e espressi per mezzo di questi o
quei concetti astratti i suoi lati e nessi generali. Ma ciò è possibile solo se la
conoscenza muove dai dati sensibili concreti per arrivare all'astratto, perciò
questa forma di conoscenza deve precedere il movimento dall'astratto al
concreto.
i. Lo storico e il logico nella conoscenza
Il concetto di «storico» designa la realtà oggettiva in movimento e sviluppo.
Il concetto di «logico» designa la necessaria connessione dei pensieri che ri-
flettono nella coscienza dell'uomo la realtà circostante.
Lo storico, rispetto al logico, è il primo dato. Il logico è un riflesso dello stori-
co. Essendo un riflesso dello storico, il logico può corrispondere allo storico,
ma può anche non corrispondere allo storico. Esso corrisponde allo storico
solo quando nell'interconnessione dei pensieri si riproduce l'effettivo pro-
cesso storico. E non corrisponde se nell'interconnessione dei pensieri non si
riflette la storia dell'oggetto, ad esempio se il corso dei pensieri è invertito
rispetto al come è andato sviluppandosi il processo storico.
Parlando della corrispondenza del logico allo storico, non dobbiamo pensare
che questa corrispondenza sia completa. Il logico non coincide in tutto con lo
storico. «La storia procede spesso a salti e a zigzag… »58. Il logico non deve e
non può riprodurre tutti questi zigzag della storia. Esso ha lo scopo di riflet-
tere solo i necessari mutamenti, la necessaria tendenza del passaggio dagli
uni stati qualitativi agli altri.
La corrispondenza del logico allo storico è un necessario momento del me-
todo dialettico di conoscenza, in particolare del metodo di passaggio dall'a-
stratto al concreto. Come si è già rilevato, secondo il metodo di passaggio
dall'astratto al concreto, l'indagine parte da un lato o rapporto determinan-
te. Nel corso dell'indagine si accertano i mutamenti del dato lato o rapporto
e si spiegano sulla base di ciò la formazione e il mutamento degli altri lati del
tutto. Nel corso del movimento del pensiero qui si riproducono i nessi e i

58Carlo Marx, Scritti scelti in due volumi, vol. I. Mosca, Edizioni in lingue estere, 1943, p. 351.
rapporti che riflettono in un modo o nell'altro l'effettivo processo di forma-
zione dell'essenza dell'oggetto indagato. Come risultato, lo sviluppo logico
del pensiero corrisponde alla storia dello sviluppo dell'oggetto. È vero, que-
sta corrispondenza riguarda solo i necessari nessi. Il logico in tal modo ri-
produce lo storico in una forma esente da momenti casuali. Sottolineando la
coincidenza del logico e dello storico nel corso del passaggio dall'astratto al
concreto, Engels scriveva: «Nel modo come incomincia la storia, così deve
pure incominciare il corso dei pensieri, e il suo corso ulteriore non sarà altro
che il riflesso in forma astratta e teoricamente conseguente del corso della
storia; un riflesso corretto, ma corretto secondo leggi che il corso stesso del-
la storia fornisce… »59.
j. L'analisi e la sintesi
Nel processo della conoscenza della realtà circostante, l'uomo distingue
sempre mentalmente questi o quei lati dell'oggetto d'indagine e li raggruppa
in nuove combinazioni per ottenere così una nuova conoscenza. Il procedi-
mento mentale con cui si risolve l'oggetto indagato nelle sue singole parti
(proprietà) è l'analisi, mentre l'unificazione mentale in un tutt'uno delle parti
(proprietà) individuate è la sintesi.
Nel corso dello sviluppo del sapere, del suo passaggio da un gradino all'altro
cambiano le forme e i metodi di indagine scientifica. Ciò riguarda sia l'analisi
che la sintesi. Essi non rimangono sempre gli stessi, ma mutano con lo svi-
luppo della conoscenza.
Nei primi stadi, quelli iniziali, di sviluppo del sapere si compie la cosiddetta
analisi e sintesi diretta. Una peculiarità caratteristica del dato tipo di analisi
e sintesi è che qui si assiste ad una risoluzione diretta, puramente meccani-
cistica, del tutto indagato nei suoi singoli lati, nelle sue singole parti e ad un
diretto raggruppamento meccanicistico dei lati, delle parti risolte in queste o
quelle combinazioni. L'analisi avviene indipendentemente dalla sintesi, la
sintesi indipendentemente dall'analisi. Esse non sono organicamente legate.
Una tale analisi e sintesi assicura la prima conoscenza dell'oggetto. Essa non
può dare di più.
Con il passaggio del sapere dalla fissazione delle proprietà e dei nessi osser-
vabili alla superficie dei fenomeni, all'individuazione delle cause che li con-
dizionano, appare un nuovo tipo di analisi e sintesi: l'analisi e sintesi a poste-
riori.
Un'analisi dei genere presuppone non una scomposizione meccanicistica del
tutto nelle sue parti componenti, ma una scomposizione tale da esprimere la

59Ibidem.
divisione di un dato fenomeno in causa e in effetto. Una sintesi del genere
rappresenta non una composizione meccanicistica delle parti risolte in que-
sta o quella combinazione, ma una composizione che rispecchia il nesso di
causa e effetto. Il nesso di causa e effetto si presenta qui come perno intorno
al quale ruota l'attività analitica e sintetica del pensiero, perno che orienta e
coordina questa attività.
Il dato tipo di analisi e sintesi porta alla spiegazione dei singoli lati del tutto
indagato, alla scoperta della loro natura, delle loro cause. Ma esso non è ca-
pace di riprodurre tutti i lati e nessi dell'oggetto d'indagine nella loro inter-
dipendenza naturale, cioè di riprodurre nella coscienza la sua essenza. Nello
stadio di conoscenza dell'essenza si rende necessario un nuovo tipo di anali-
si e sintesi. Questo nuovo tipo di analisi e sintesi si chiama progressivo o si-
stematico-strutturale.
Peculiarità dell'analisi e sintesi sistematico-strutturale è che il processo di
scomposizione del tutto nelle sue parti e di unificazione delle parti in un
tutt'uno corrisponde alla scomposizione effettiva di questo o quell'ente ma-
teriale nei singoli fenomeni, nei lati e nelle proprietà qualitativamente de-
terminati e all'effettiva interconnessione naturale di questi lati e proprietà.
Qui l'analisi e la sintesi sono nell'unità organica tra di loro, si compiono in
uno stesso tempo. Il procedimento analitico rappresenta qui ad un tempo
anche il procedimento sintetico. Ad esempio, la derivazione dallo sviluppo
dei rapporti mercantili di tali fenomeni della società borghese come il dena-
ro, il plusvalore, la forza-lavoro, il capitale, ecc. rappresenta non solo un'ana-
lisi, ma anche una sintesi, non solo la scomposizione dell'oggetto analizzato
nelle sue singole manifestazioni, ma anche la riproduzione di tutto il sistema
dei nessi che sorgono fra questi fenomeni.
Può servire da esempio di applicazione nel processo della conoscenza scien-
tifica dei sopra esaminati tipi di analisi e sintesi l'indagine di Lenin sulla fase
imperialistica del capitalismo. Nel corso di questa indagine Lenin sottopose
ad analisi i materiali disponibili sull'imperialismo, scoprendo i momenti che
lo distinguevano dalla fase premonopolistica. Tali tratti caratteristici erano:
la concentrazione del capitale e la nascita dei monopoli, il mutamento del
ruolo delle banche, la comparsa del capitale finanziario, l'esportazione del
capitale, la spartizione del mondo fra gli Stati capitalistici. Nel dato stadio di
indagine Lenin componeva i tratti caratteristici dell'imperialismo in un
tutt'uno non ancora in quella successione che riflettesse la loro necessaria
interdipendenza naturale, ma in quella in cui venivano esaminati nella lette-
ratura economica da lui analizzata. Nel dato caso Lenin ricorreva all'analisi e
sintesi diretta.
Nel corso dell'ulteriore indagine, cercando di scoprire la causa di questa o
quella proprietà della fase imperialistica di sviluppo, di definirne la natura,
egli applicò l'analisi e sintesi a posteriori. Mediante una tale analisi e sintesi
Lenin, ad esempio, stabilì che il monopolio è il risultato della concentrazione
eccessiva della produzione.
Dopo aver chiarito i tratti specifici dell'imperialismo, Lenin scoprì il momen-
to principale che ne condizionava tutte le altre peculiarità: la comparsa e il
dominio dei monopoli. È quel fondamento il cui sviluppo fu all'origine della
fase imperialistica del capitalismo, ed è, secondo l'espressione di Lenin, leg-
ge universale e fondamentale del dato stadio di sviluppo del capitalismo60.
Prendendo per punto di partenza il monopolio e esaminandone lo sviluppo,
Lenin riprodusse per mezzo di un sistema di concetti economici l'essenza
dell'imperialismo. Egli rilevò che la comparsa del monopolio nella produzio-
ne porta alla liquidazione del dominio del sistema di libera concorrenza e
assicura la possibilità di fare un calcolo approssimativo della produzione,
della capacità del mercato, delle fonti di materie prime e di spartirle tra le
unioni monopolistiche. La comparsa del monopolio nel settore bancario tra-
sforma le banche da modeste mediatrici in potenti centri monopolistici che
dispongono «di quasi tutto il capitale liquido di tutti i capitalisti e piccoli in-
dustriali… »61. Ciò ha per conseguenza la fusione delle banche e dell'industria
e la nascita del capitale finanziario, il dominio dell'oligarchia finanziaria, la
formazione di determinate eccedenze di capitale in alcuni paesi che ne con-
dizionano l'esportazione negli altri paesi. Quest'ultima circostanza porta in
ultima analisi alla spartizione del mondo fra i maggiori paesi capitalistici.
Derivando dal monopolio le peculiarità della fase imperialistica di sviluppo
del capitalismo, Lenin individuava determinati lati del tutto indagato nella
loro necessaria interconnessione e interdipendenza per mettere in luce l'es-
senza effettiva dell'imperialismo. Qui ogni movimento del pensiero è ad un
tempo analitico e sintetico: la scomposizione del tutto nei suoi singoli ele-
menti e la composizione degli elementi individuati in un tutt'uno organico.
Tutto ciò mostra che nel dato stadio di indagine Lenin si servì dell'analisi e
sintesi sistematico- strutturale.
Si vede da questo esempio che ciascuno degli indicati tipi di analisi e sintesi
è legato ad un determinato grado di sviluppo del sapere e ha una propria
particolare sfera di applicazione.

60V. I. Lenin, op. cit., vol. 22, p. 202.


61Ibidem, p. 211.
CAPITOLO 6: LE CATEGORIE DELLA DIALETTICA MATERIALISTICA

1. IL CONCETTO DI CATEGORIA

Nel processo della conoscenza della realtà oggettiva si formano nella mente
degli uomini determinati concetti, tramite i quali essi esprimono e fissano le
proprietà e i nessi degli oggetti e dei fenomeni del mondo esterno, concetti
che sono le immagini ideali di questi oggetti e fenomeni. I concetti che riflet-
tono i lati e nessi più essenziali di questo o quell'ordine di fenomeni si chiama-
no categorie. Ogni scienza ha le proprie categorie. Sono ritenute categorie
dell'economia politica i concetti di merce, denaro, valore, plusvalore, forza-
lavoro, profitto, ecc.; le categorie della biologia sono concetti come l'organi-
smo, l'ambiente, l'assimilazione, la dissimilazione, l'ereditarietà, il genere, la
specie, ecc.; le categorie della giurisprudenza sono il diritto, la norma giuri-
dica, la legge, il rapporto giuridico, la trasgressione della legge, ecc. Ha le
proprie categorie anche la filosofia. A differenza delle categorie delle scienze
particolari, le categorie filosofiche esprimono non semplicemente le proprie-
tà e i nessi più essenziali, ma le proprietà e i nessi universali, cioè tali pro-
prietà e nessi che sono comuni a tutti i fenomeni della realtà e della cono-
scenza. Le categorie filosofiche sono concetti universali, applicabili a qual-
siasi campo della realtà. Del loro novero fanno parte, ad esempio, concetti
come il singolare e il generale, la quantità e la qualità, la causa e l'effetto, il
contenuto e la forma, la necessità e la casualità, la contraddizione, ecc.
Nel corso del processo storico della conoscenza le categorie non sono appar-
se tutte insieme e contemporaneamente. Ciascuna di esse è legata ad uno
stadio rigorosamente determinato di sviluppo del sapere. Fissando i lati e i
nessi universali, scoperti in un dato stadio di sviluppo, le categorie esprimo-
no le peculiarità di questo stadio e sono una specie di punti d'appoggio di un
processo che vede l'uomo elevarsi al di sopra della natura. In altre parole, le
categorie, riflettendo i lati e nessi universali del mondo esterno, sono al
tempo stesso i gradini di sviluppo del sapere, sono i momenti che fissano il
passaggio della conoscenza da uno stadio di sviluppo all'altro. «Dinanzi
all'uomo - scrisse Lenin - si pone una rete di fenomeni della natura. L'uomo
istintivo, il selvaggio, non emerge dalla natura. L'uomo consapevole emerge
da essa, le categorie sono i gradi di questo emergere, cioè della conoscenza
del mondo… »62.
Ma, oltre a ciò, le categorie della dialettica sono anche le forme del pensiero.
Attraverso di esse si prende coscienza di questo o quel materiale concreto,
ottenuto nel processo di ricerca scientifica e di modificazione pratica della

62V. I. Lenin, Op. cit., vol. 38, p. 93.


realtà. Nel corso dell'elaborazione mentale dei dati scientifici, si mettono in
luce le caratteristiche più essenziali dell'oggetto. Ad esempio, considerando
questi dati alla luce delle categorie di generale e di particolare, noi eviden-
ziamo l'identità e la differenza tra l'oggetto d'indagine e le altre cose; consi-
derandoli alla luce delle categorie di casualità e di necessità, mettiamo in lu-
ce il rapporto causale di questo oggetto e i suoi lati e nessi necessari e casua-
li; analizzandoli dal punto di vista delle categorie di qualità e di quantità,
chiariamo le caratteristiche qualitative e quantitative e in determinate con-
dizioni l'interconnessione fra di esse, ecc.
In quanto le categorie riflettono e fissano i lati e nessi universali della realtà,
le forme universali dell'essere, esse rientrano nel contenuto della dialettica;
in quanto sono al tempo stesso i punti di riferimento, i gradi di conoscenza,
esse rientrano nella teoria della conoscenza; poi, in quanto sono le forme del
pensiero, esse sono oggetto d'indagine della logica dialettica.
2. L'INTERCONNESSIONE DELLE CATEGORIE

Secondo la dottrina del materialismo dialettico, gli enti materiali (cose, og-
getti) sono in interconnessione e interdipendenza universale tra di loro. In-
teragendo continuamente fra di loro, essi si compenetrano reciprocamente e
in determinate condizioni passano gli uni negli altri. Perciò anche i concetti
tramite i quali l'uomo viene a conoscere il mondo circostante devono inevi-
tabilmente trovarsi in interconnessione naturale tra di loro. Deve essere
propria ad essi una duttilità fino al punto di rendere possibile il passaggio
degli uni negli altri. Senza di ciò essi non sono in grado di riflettere l'effettivo
stato delle cose. Perciò dobbiamo considerare le categorie non isolatamente,
non l'una accanto all'altra, ma nella loro interconnessione e interdipendenza
naturale, come gli anelli necessari di un unico sistema, logicamente armo-
nioso, in cui spetti ad ogni categoria un posto rigorosamente determinato.
Il problema delle categorie fu fatto segno ad indagine approfondita nella fi-
losofia di Hegel. A differenza dei precedenti filosofi, Hegel pose le categorie
su un fondamento storico, presentandole nel loro movimento e sviluppo,
nella loro interconnessione e interdipendenza dialettica. È vero, Hegel fece
tutto ciò sul terreno dell'idealismo: l'evoluzione del pensiero puro, dell'idea
che esisteva non si sa dove al di fuori dell'uomo e dal mondo materiale e in-
dipendentemente da essi. L'erroneità del principio di partenza nell'elabora-
re un sistema di categorie non poteva non riflettersi sulla soluzione del dato
problema. L'approccio idealistico di Hegel alle categorie fu all'origine di nu-
merosissime costruzioni artificiali hegeliane che deformavano l'effettivo sta-
to delle cose. Ma ciò nonostante, Hegel riuscì a riflettere nel suo sistema di
categorie tutta una serie di importanti leggi e nessi universali, l'essenza della
dialettica reale.
Il problema dell'interconnessione delle categorie fu risolto in modo coeren-
temente materialistico e scientifico solo dalla filosofia marxista. In applica-
zione all'economia politica, esso fu elaborato da Marx ne Il Capitale, in appli-
cazione alla filosofia, da Lenin nei Quaderni filosofici.
Lenin considera le categorie forme universali di riflesso della realtà e gradini
di sviluppo della conoscenza e della prassi sociale. Egli fa derivare la loro in-
terconnessione dalle leggi dell'essere e della conoscenza. Secondo Lenin il
rapporto fra di esse, riflettendo il rapporto tra i lati e nessi universali della
realtà, esprime il necessario movimento della conoscenza dai gradi inferiori
a quelli superiori.
L'apparizione di ogni nuova categoria è necessariamente condizionata dal
corso stesso dello sviluppo del sapere. Essa appare perché la conoscenza,
penetrando sempre più profondamente nel mondo dei fenomeni, scopre
nuovi lati e nessi universali che non possono essere rispecchiati dalle cate-
gorie già esistenti e che richiedono, per essere espressi e fissati, nuove cate-
gorie. Una volta apparsa, ogni nuova categoria entra nei rapporti necessari
con le categorie già esistenti e in tal modo viene ad occupare nella sfera del
sapere un proprio posto particolare, condizionato dal processo in atto della
conoscenza. Disponendo le categorie in quell'ordine di successione in cui
sono apparse nel processo di sviluppo della conoscenza e della prassi socia-
le, si può stabilire il necessario rapporto fra di esse, la loro interconnessione.
Esaminiamo dunque qui in linee generali l'ordine di successione in cui l'uo-
mo prende coscienza dei lati e nessi universali della realtà circostante, e,
quindi, il movimento della conoscenza da una categoria all'altra.
A differenza dell'animale, l'uomo, una volta acquistata la coscienza, incomin-
cia a separare se stesso dall'ambiente circostante, a rendersi conscio del suo
essere particolare, distinto dall'essere del mondo esterno. Rendendosi con-
scio del proprio essere e dell'essere del mondo esterno, l'uomo si rende con-
scio anche sia della propria individualità che dell'individualità delle cose del
mondo esterno. Per esprimere questa individualità dell'essere si è formato
nella mente degli uomini il concetto di singolo, di oggetto e fenomeno singo-
lo.
Parallelamente alla presa di coscienza della propria individualità, di una cer-
ta indipendenza, l'uomo prende coscienza anche del suo legame con il mon-
do esterno, del legame esistente tra gli oggetti del mondo esterno. Esso, co-
me essere vivente, deve mangiare, bere, disporre di un'abitazione, difendersi
dai nemici, ecc. Il soddisfacimento di questi bisogni, come pure di tutti gli al-
tri bisogni dell'uomo ne presuppone un legame organico con il mondo
esterno, l'utilizzazione di determinati oggetti della natura.
Ma l'interconnessione degli oggetti ne presuppone l'interazione, e paralle-
lamente a ciò un determinato mutamento, cioè il movimento. In quanto il
momento di interconnessione è organicamente fuso con il momento di mo-
vimento, l'uomo, prendendo coscienza dell'interconnessione degli oggetti,
deve inevitabilmente prendere coscienza anche del fatto che questi oggetti
mutano, cioè sono in movimento.
Parallelamente al passaggio della conoscenza dal singolo all'interconnessio-
ne, all'interazione, al movimento dei singoli corpi, si prendeva coscienza an-
che degli altri lati e nessi universali della realtà, in particolare del singolare e
del generale.
Ogni singolo oggetto, nel quale si imbatteva per la prima volta l'uomo nella
sua attività pratica, inizialmente veniva da lui percepito come unico del ge-
nere, cioè come singolare. Se questo o quell'oggetto scoperto si rivelava ca-
pace di soddisfare direttamente o indirettamente questo o quel bisogno de-
gli uomini, se ne rimaneva un ricordo. E man mano che si scoprivano altri
oggetti che soddisfacevano lo stesso bisogno, si compiva il passaggio (sia
nella pratica che nella coscienza) da un solo oggetto a più oggetti, al «più».
Con la messa a confronto di questi oggetti se ne stabiliva, sia nella pratica
che nella coscienza, l'identità (somiglianza), e sulla base di questa identità si
formavano delle rappresentazioni generali e in seguito dei concetti generali.
In questa fase di sviluppo si prende coscienza della qualità e della quantità.
Quando l'uomo percepiva un singolo oggetto come oggetto singolare, unico
del genere, e voleva chiarire che cosa esso fosse in realtà, lui lo rifletteva dal
punto di vista della qualità. In quanto l'oggetto è percepito qui come tale e a
sé stante, al di fuori del rapporto con gli altri oggetti, la sua caratteristica
quantitativa è indistinta e in sostanza si fonde con quella qualitativa. Ma
man mano che la conoscenza passa da un solo oggetto a più oggetti e si sta-
bilisce mediante comparazione la somiglianza (identità) e la differenza tra di
loro, incomincia ad emergere la caratteristica quantitativa. Ogni proprietà
dell'oggetto è come se si sdoppiasse, parallelamente a quello che essa è essa
rivela la sua grandezza, il grado del suo manifestarsi e del suo diffondersi,
insomma la sua quantità.
In un primo tempo le caratteristiche qualitative e quantitative che vengono
accertate non rivelano l'interdipendenza fra di loro. Sembra che esse si
comportino neutralmente le une nei confronti delle altre, ma approfondendo
ulteriormente la conoscenza dei fenomeni gli uomini si convincevano che le
singole caratteristiche qualitative sono legate tra di loro così come sono le-
gate fra di loro anche le singole caratteristiche quantitative. Al tempo stesso
essi scoprivano anche la connessione organica fra la qualità e la quantità. Es-
si constatavano che ad una determinata quantità corrisponde solo una quali-
tà rigorosamente determinata e, al contrario, ad una determinata qualità
corrisponde una quantità rigorosamente determinata.
Una volta venuti a conoscere l'interconnessione delle categorie di qualità e
di quantità, gli uomini incominciano a comprendere che i mutamenti di un
fenomeno comportano determinati mutamenti in un altro fenomeno. Ma ciò
che genera altro, ne condiziona il sorgere, è causa, mentre ciò che sorge, che
è condizionato, è effetto. La conoscenza da parte degli uomini dei lati quali-
tativi e quantitativi delle cose li porta così a prendere coscienza di un mo-
mento come la causalità, e, parallelamente a ciò, alla necessità di definire le
categorie di causa e di effetto.
Studiando i nessi di causa e effetto, gli uomini constatano che la causa e l'ef-
fetto sono legate tra di loro in un modo che se appare la causa, sopraggiunge
inevitabilmente anche l'effetto, e se manca la causa, manca anche l'effetto. In
altre parole, gli uomini scoprono che la connessione tra la causa e l'effetto ha
il carattere di necessità. La necessità inizialmente viene percepita come una
proprietà del nesso di causa e effetto. Però nel corso dell'ulteriore sviluppo
del sapere si precisa e sì allarga il contenuto del concetto di necessario. Ora
sono considerati necessari non solo i nessi di causa ma anche tutti i nessi che
si manifestano immancabilmente in determinate condizioni, e non solo i
nessi, ma anche i lati, le proprietà necessariamente inerenti agli enti mate-
riali, oggetto d'indagine.
I necessari nessi, messi in luce nel corso dello sviluppo del sapere, spesso
acquistano nella scienza la forma di leggi, cioè si prende coscienza di essi
tramite la categoria di legge, la quale significa e riflette i necessari nessi e
rapporti generali e stabili.
Parallelamente al movimento della conoscenza dalla causalità alla necessità
e alla legge avviene anche il passaggio alle categorie di «contenuto» e di
«forma». Ciò è condizionato dal fatto che il processo della conoscenza non si
limita a scoprire questo o quel nesso di causa e effetto, ma passa, sotto l'in-
flusso della pratica che richiede una conoscenza sempre più completa degli
oggetti del mondo esterno, da un nesso di causa e effetto all'altro, dalla spie-
gazione di una proprietà del dato ente materiale alla spiegazione di un'altra.
Perciò si avverte il bisogno di una nuova categoria, e proprio della categoria
di contenuto, la quale disegna l'insieme di tutte le interazioni e dei mutamen-
ti da esse provocati in un dato ente materiale. Ma venendo a conoscere le in-
terazioni e i mutamenti che queste provocano nell'ente materiale, scopriamo
e riproduciamo nella coscienza, passo per passo, prima i princìpi esterni e
poi quelli interni, in base ai quali gli elementi del contenuto formano un
tutt'uno, una struttura relativamente stabile, nell'ambito della quale si rea-
lizzano tutte le interazioni e tutti i mutamenti propri ad un dato ente mate-
riale, cioè la forma.
La separazione nel processo della conoscenza del necessario dal casuale e la
presa di coscienza delle leggi che si manifestano nel tutto indagato, non si-
gnificano ancora sufficiente conoscenza di esso, poiché ciò riguarda solo i
suoi singoli lati e nessi. E per quanto grande possa essere il numero dei già
accertati e già spiegati lati e nessi dell'oggetto d'indagine, essi (questi lati e
nessi) nel loro insieme non garantiscono una conoscenza veramente com-
pleta di questo oggetto, in quanto non sono altro che una somma meccanica
dei singoli lati, mentre l'ente materiale non è un semplice aggregato di que-
ste o quelle proprietà, non è una somma di esse, ma è un tutt'uno organico,
rappresenta l'unità dialettica di esse. Perciò si rende necessario unire i nessi
in un tutt'uno, derivarli da un unico principio.
Riprodurre tutti i lati necessari, tutte le leggi dell'ente materiale, oggetto
d'indagine, nella loro naturale interconnessione e interdipendenza significa
conoscerne l'essenza.
Il movimento verso l'essenza incomincia mettendo in luce il fondamento,
cioè i lati e i rapporti fondamentali (determinanti). I lati e i rapporti fonda-
mentali determinano la formazione, il funzionamento, le direttrici di muta-
mento e di sviluppo di tutti gli altri lati del rispettivo ente materiale. Perciò,
partendo da questi lati e rapporti, potremo riprodurre, passo per passo, nel-
la nostra coscienza l'interconnessione esistente anche tra gli altri lati, sare-
mo in grado di definire il posto, il ruolo e il significato di ciascuno di essi.
È vero, per arrivare a ciò, i lati (rapporti) fondamentali, e insieme ad essi an-
che il fenomeno stesso, devono essere considerati nella loro genesi, nel loro
sviluppo. E ciò presuppone la necessità di individuare la fonte di sviluppo, la
forza motrice che determina il passaggio del dato ente materiale da uno sta-
dio di sviluppo all'altro. Fonte di sviluppo sono la contraddizione, l'unità e la
«lotta» dei lati, delle tendenze opposte.
Scoprendo le contraddizioni proprie al fondamento e studiando il loro svi-
luppo, i mutamenti, da esse provocati, degli altri lati dell'oggetto d'indagine,
verremo immancabilmente a constatare che lo sviluppo avviene attraverso
la negazione di alcuni stati qualitativi da parte di altri stati qualitativi, attra-
verso la ritenzione di tutto quanto vi è di positivo negli stati che vengono
negati e la ripetizione del passato su un fondamento nuovo, più idoneo.
In tal modo l'essenza di questi o quei fenomeni può essere conosciuta defi-
nendone il fondamento, scoprendo in esso i lati opposti, mettendo in luce la
lotta tra di essi e lo sviluppo, condizionato da questa lotta, dell'ordine inda-
gato di fenomeni attraverso la negazione di alcuni stati qualitativi da parte di
altri stati qualitativi.
Un esempio lampante del come il sapere progredisce passando da una cate-
goria all'altra è lo sviluppo delle conoscenze scientifiche. In quanto le cate-
gorie sono i necessari gradini di sviluppo della conoscenza sociale, il movi-
mento da una categoria all'altra deve inevitabilmente manifestarsi in qual-
siasi ramo dello scibile.
3. L'INTERCONNESSIONE DEI FENOMENI DELLA REALTÀ

a. Il concetto di nesso e di rapporto


Il nesso rappresenta un rapporto fra i fenomeni o i lati di uno stesso feno-
meno. Ma non ogni rapporto è nesso. Si chiama nesso solo un tale rapporto
che presuppone la dipendenza dei mutamenti di un fenomeno o di un lato
dai mutamenti degli altri. Ad esempio, la coscienza sociale degli uomini di-
pende dalle loro condizioni materiali di vita. I mutamenti nelle condizioni
materiali di vita degli uomini provocano inevitabilmente i rispettivi muta-
menti nella loro coscienza. Sono in determinata connessione gli organismi
viventi e l'ambiente da essi abitato. I mutamenti nell'ambiente si ripercuo-
tono in un modo o nell'altro sugli organismi viventi. A loro volta i mutamenti
nel mondo animale e vegetale determinano i rispettivi mutamenti dell'am-
biente.
Oltre al momento di connessione, il rapporto può racchiudere in sé anche il
momento di disconnessione (dissociazione) tra fenomeni o lati di uno stesso
fenomeno, quando i mutamenti di uno di essi non comportano un mutamen-
to degli altri. Così, si presentano disassociati la copertina del libro e il suo
contenuto. Un mutamento nella copertina del libro non intacca il suo conte-
nuto e viceversa, un mutamento nel contenuto del libro non comporta la ne-
cessità di mutare la copertina.
Rappresentando tipi diversi di rapporto, momenti come la connessione e la
disconnessione non esistono separatamente l'uno dall'altro, ma l'uno accan-
to all'altro, nell'unità. Là dove vi è un momento di connessione, vi è anche un
momento di disconnessione e, al contrario, là dove vi è un momento di di-
sconnessione è presente questo o quel momento di connessione. Ogni ente
materiale (fenomeno, proprietà), possedendo un determinato grado di indi-
pendenza e una particolare autonomia qualitativa, esiste separatamente da-
gli altri enti materiali (fenomeni, proprietà), ma è al tempo stesso legato ad
essi. Esso dipende da loro per alcuni versi e non dipende per altri versi. In
esso avvengono dei mutamenti che provocano questi o quei mutamenti negli
altri enti materiali (fenomeni, lati) e dei mutamenti che non si ripercuotono
su questi ultimi.
Ad esempio, la produzione sociale è collegata con l'ambiente geografico; il
suo stato, le sue direttrici di sviluppo dipendono dalla presenza o dall'assen-
za di terre fertili, di minerali utili, di risorse idriche, dal clima, ecc.; questi o
quei mutamenti dei sopraelencati fattori condizionano i rispettivi mutamen-
ti nella produzione. Ma al tempo stesso la produzione è autonoma rispetto
all'ambiente geografico: essa muta non in base alle leggi di quest'ultimo ma
in base alle proprie leggi. Il suo carattere, la sua forma dipendono dal livello
di sviluppo delle forze produttive e non dai mutamenti dell'ambiente.
Un altro esempio. L'organismo animale o quello vegetale è legato all'ambien-
te e al tempo stesso presenta dei momenti di indipendenza da esso. Alcuni
mutamenti dell'ambiente, in particolare i mutamenti di quei lati dell'ambien-
te che sono legati all'attività vitale dell'organismo, provocano in esso i ri-
spettivi mutamenti, mentre gli altri mutamenti non hanno alcun seguito.
Quindi, i momenti di connessione e i momenti di disconnessione esistono
nell'unità. È vero, essi non sempre si manifestano in grado uguale. In alcuni
casi (rapporti) si pone in primo piano il momento di connessione, in altri il
momento di disconnessione. Ciò è per l'appunto alla base dell'uso di distin-
guere nella sfera della pratica e nella sfera del sapere i fenomeni legati o
meno tra di loro. In realtà, però, tutti i fenomeni sono ad un tempo legati l'u-
no all'altro e separati l'uno dall'altro.
b. La critica delle concezioni idealistiche e metafisiche dell'interconnessione
Determinate idee intorno all'esistenza separata, isolata dei fenomeni e in-
torno alla loro interconnessione sorsero insieme alle teorie filosofiche. Così,
presso i primi filosofi greci l'interconnessione è il principio di partenza per
spiegare i fenomeni. Nel porre come elemento fondamentale della natura
una sostanza o un fenomeno (acqua, aria, fuoco), i filosofi greci affermavano
che tutti i fenomeni dovevano la loro origine ai mutamenti di questa sostan-
za (fenomeno), e che essi, rappresentando gli stati diversi della medesima
natura, sono organicamente legati tra di loro, trapassano gli uni negli altri e
nel principio delle cose.
L'idea dell'interconnessione universale dei fenomeni della realtà fu espressa
in modo particolarmente netto da Eraclito, per il quale il principio primige-
nio era il fuoco, fondamento di ogni connessione e di ogni momento di di-
sconnessione. «Tutto - egli scriveva - sarà giudicato e divorato dal fuoco che
viene»63.
Nelle dottrine dei primi filosofi greci l'interconnessione veniva concepita

63Da Abel Jeannière, La pensée d'Héraclite d'Ephèse et la vision présocratique du monde. Paris, 1959, p. 108.
come trapasso dei fenomeni gli uni negli altri. Ma in seguito questo punto di
vista cede il posto ad un altro, secondo cui l'interconnessione non rappre-
senta che l'unione e la disunione meccanica degli stessi elementi sempre
immutabili. Questa posizione fu sostenuta in particolare da Empedocle e
Anassagora. La limitatezza di questo punto di vista fu superata da Aristotele.
Per lui l'interconnessione è l'interdipendenza delle cose. «Ogni relativo - egli
scrive - ha un suo correlativo… »64. Aristotele per primo proclamò categoria
il concetto di «rapporto», conferendogli così il carattere di universalità.
La categoria di «rapporto» fu ulteriormente elaborata da Kant. Egli mostrò
che il rapporto racchiude in sé sia il momento di connessione che il momen-
to di disconnessione. Considerando il problema alla luce del rapporto fra i
concetti nel giudizio, egli rilevò che essi qui sono ad un tempo connessi e se-
parati tra di loro e che qualsiasi giudizio ad un tempo fissa la presenza e l'as-
senza di un nesso. Ad esempio, nel giudizio: «il lupo è animale», osserva
Kant, è espresso sia l'idea che il lupo è legato agli animali, sia l'idea che esso
è diviso da tutti gli altri animali, all'infuori dei suoi simili, cioè dei lupi. Ma
sostenendo il giusto punto di vista, Kant compie al tempo stesso un passo
indietro. Egli nega l'interconnessione dei fenomeni nella realtà oggettiva. Se-
condo Kant, questa connessione è apportata nel mondo dei fenomeni dal
soggetto pensante. Contro di ciò prese posizione Hegel. Secondo il suo pare-
re, l'interconnessione, i rapporti sono propri per natura alle cose. È per tra-
mite dei rapporti che le cose manifestano la loro essenza. «Tutto ciò che esi-
ste - osserva Hegel - è in rapporto e questo rapporto è la verità di ogni esi-
stenza»65. Ma, nel formulare questa idea, Hegel era lungi dal mettersi sulle
posizioni del materialismo. Egli riteneva che i rapporti sono per natura idea-
li, sono i momenti o i gradini di sviluppo dell'idea assoluta che esisteva fuori
e prima del mondo materiale, delle cose sensibili.
Oltre alla concezione dialettica dei rapporti, la storia della filosofia registra
una concezione metafisica, i cui sostenitori attribuivano valore assoluto ad
un momento come la disconnessione, la dissociazione e negavano in un mo-
do o nell'altro l'interconnessione dei fenomeni della realtà.
La data concezione veniva elaborata in questa o quella forma da Bacone e
Locke. Tra i filosofi borghesi contemporanei sostengono questa concezione i
fautori della teoria pluralistica, secondo cui ogni oggetto rappresenta qual-
cosa di chiuso in se stesso e quindi non vi è e non può esservi alcuna connes-
sione fra di essi.

64Aristotele, Categorie (Logic). Chicago, 1952, v. 1, p. 5.


65G. W. F. Hegel's Werke. Brl, 1840, Sechster Band, S. 267.
c. Il carattere universale dell'interconnessione dei fenomeni della realtà
A differenza dei metafisici che negano l'interconnessione dei fenomeni della
realtà e degli idealisti che derivano questa connessione dalla coscienza, il
materialismo dialettico ritiene che l'interconnessione è una forma universa-
le dell'essere, propria a tutti i fenomeni della realtà. Tutto ciò che esiste nel
mondo rappresenta gli anelli della materia unica, «una totalità di corpi con-
nessi tra di loro»66.
Ad esempio, la Terra è in determinata connessione con il Sole e con gli altri
pianeti del sistema solare. Il Sole è un anello della Galassia, la quale com-
prende una moltitudine di stelle, connesse tra di loro. La Galassia stessa è
parte integrante di un sistema ancor più grandioso, e nel quadro di questo
sistema è connessa con tutta una serie di altre formazioni stellari, ecc. Ana-
logamente stanno le cose anche per quel che concerne la struttura della ma-
teria. Ogni corpo celeste rappresenta un insieme di varie sostanze, connesse
tra di loro in un modo o nell'altro, ogni sostanza è un insieme di molecole in
connessione tra di loro, ogni molecola è un insieme di atomi pure connessi
tra di loro, l'atomo è un insieme di particelle «elementari», reciprocamente
connesse. I corpi celesti sono connessi tramite i campi gravitazionali. La
connessione delle sostanze che formano questo o quel corpo, nonché la con-
nessione degli atomi all'interno della molecola e dell'involucro elettronico
con il nucleo atomico si manifestano attraverso i campi gravitazionali e elet-
tromagnetici.
Sono connessi fra di loro in modo determinato la natura viva e inanimata, il
mondo animale e quello vegetale, la natura e la società, i vari lati della vita
sociale, i fenomeni della coscienza e della conoscenza.
Insomma, nella realtà tutto è reciprocamente connesso, «Ogni cosa (feno-
meno, processo, ecc.) è connessa con ogni altra»67.
4. IL SINGOLARE, IL PARTICOLARE E IL GENERALE

a. Il concetto di singolare e di generale


Ogni fenomeno è connesso in un modo o nell'altro con un'infinità di altri fe-
nomeni, i quali, in seguito all'interazione con esso, vi apportano i rispettivi
mutamenti. Ogni fenomeno ha i propri mutamenti, poiché ciascuno di essi ha
un proprio particolare ambiente, distinto per questi o quei versi dagli altri,
una propria particolare serie di fenomeni precedenti (una propria particola-
re storia), distinta per questi o quei versi dalle altre. L'irripetibilità dei mu-
tamenti, propri in ogni dato momento ad ogni singolo fenomeno, condiziona

66Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol. XXV, p. 365.
67V. I. Lenin, op. cit., vol. 38, p. 206.
l'irrepetibilità dei tratti, delle caratteristiche di quest'ultimo. Ma tutto ciò che
è irripetibile nel fenomeno, tutto ciò che è proprio solo ad esso è assente negli
altri fenomeni, costituisce il singolare.
Possono essere un esempio del singolare le linee papillari dei polpastrelli, i
disegni da queste formate variano per ogni individuo. Non per caso i giuristi
stabiliscono in base alle impronte digitali l'identità degli individui coinvolti
in questo o quel delitto. Il singolare per ogni nazione è l'irrepetibile nella sua
cultura, nella psiche, nella lingua, nelle tradizioni, nei costumi, ecc.
Possedendo i tratti (proprietà, lati) irrepetibili, ogni singolo fenomeno è par-
te della materia unica, è un anello nella catena infinita del suo sviluppo. Ma
se è così, allora ogni fenomeno deve possedere, parallelamente all'irrepetibi-
le, anche quello che si ripete, che è proprio non solo ad esso, ma anche ad al-
tri fenomeni. Quello che si ripete nei fenomeni, quello che è proprio non ad un
fenomeno ma a molti fenomeni, è il generale.
Ad esempio, il generale per questo o quell'uomo è che la sua essenza è con-
dizionata dai rapporti di produzione, che lui è un essere ragionevole, che la
sua coscienza ne riflette l'essere sociale, ecc., poiché tutto ciò è proprio non
solo a lui, ma anche agli altri uomini. Il generale per questa o quella nazione
è che ha un territorio unico, una lingua unica, ecc. Ciò è caratteristico non di
questa o quella nazione, ma di tutte le nazioni.
b. La critica delle concezioni metafisiche e idealistiche del singolare e del generale
Nella storia della filosofia si sono delineate nettamente due tendenze per
quanto riguarda la soluzione del problema dell'interconnessione del singo-
lare e del generale, quella realistica e quella nominalistica.
I realisti affermano che il generale esiste indipendentemente dal singolare. Il
singolare dipende nella sua esistenza dal generale, è originato da esso, è
qualcosa di secondario, di temporaneo, di passeggero. Risolve in modo ana-
logo la questione dell'interconnessione del singolare e del generale il filosofo
borghese contemporaneo A. N. Whitehead. Egli dichiara le essenze ideali ge-
nerali come enti eterni che esistono non si sa dove, fuor dello spazio e del
tempo. Secondo la sua dottrina, le cose singole appaiono solo come risultato
del trapasso nel mondo spazio- temporale delle rispettive essenze ideali e
scompaiono, non appena queste essenze abbandonano il mondo sensibile e
fanno ritorno al mondo trascendentale, ideale.
I nominalisti ritengono che il generale non esiste realmente, nella realtà og-
gettiva. Solo il singolare possiede un'esistenza reale. Il generale esiste, inve-
ce, solo nella mente degli uomini, nella coscienza. Esso non è che un nome, la
denominazione di una serie di oggetti singoli.
Nella filosofia borghese moderna il punto di vista nominalistico è sviluppato
da filosofi come Stuart Chase, Cassius J. Keyser, ed altri.
Chase, ad esempio, dichiara il concetto generale simbolo, cui in realtà non
corrisponde nulla. «Noi - egli scrive - confondiamo continuamente l'etichetta
con l'oggetto non verbale e attribuiamo così effettiva validità alla parola co-
me a qualcosa di vivo»68. Questa circostanza, ragiona Chase, fa sì che gli uo-
mini considerano realmente esistenti concetti generali astratti come la liber-
tà, la giustizia, la democrazia, il capitalismo, mentre nel mondo circostante
non vi è e non può esservi nulla di analogo a queste essenze, poiché esistono
realmente solo gli oggetti e fenomeni singoli69.
Nella storia della filosofia vi sono stati dei tentativi di superare l'unilateralità
della soluzione realistica e nominalistica del problema dell'interconnessione
del singolare e del generale. Nel Medioevo tali sforzi furono compiuti da
Duns Scoto, e in epoca più vicina da Bacone, Locke, Feuerbach e da altri. Pe-
rò anche questi filosofi non riuscirono a fornire una soluzione conseguente-
mente scientifica del dato problema. Secondo le loro concezioni, solo il sin-
golare possiede un'esistenza effettiva, mentre il generale esiste solo come un
lato, un momento del singolare.
c. L'interconnessione del singolare e del generale
Il materialismo dialettico ha completamente superato le deficienze proprie
alle teorie nominalistiche e realistiche per quanto riguarda la soluzione di
questa questione. Secondo il materialismo dialettico, né il generale né il sin-
golare sono momenti a sé stanti. Esistono indipendentemente gli uni dagli
altri solo i singoli oggetti, fenomeni, processi che rappresentano l'unità del
singolare e del generale, di quello che si ripete e di quello che non si ripete. Il
generale e il singolare, invece, esistono solo nei singoli oggetti e fenomeni
nella forma di lati, momenti di questi ultimi. L'interconnessione del singola-
re (oggetto, processo) e del generale si manifesta come l'interconnessione
del tutto e della parte, dove il tutto è rappresentato dal singolare e la parte
dal generale. Di qui «ogni generale abbraccia solo approssimativamente tutti
gli oggetti singolari», «ogni singolare entra in modo incompleto nel genera-
le»70, poiché parallelamente alle caratteristiche generali i singoli oggetti pos-
siedono anche le proprie caratteristiche singolari, possiedono, parallelamen-
te alle proprietà che si ripetono, proprietà che non si ripetono.
Proseguiamo. Ogni singolo oggetto, come si è già detto, non è eterno, esso
sorge, esiste per certo tempo e poi si trasforma in un altro singolo oggetto,

68Stuart Chase, The Tyranny of Words. N. Y., 1938, p. 9.


69Si veda ibidem, pp. 8-9.
70V. I. Lenin, op. cit., vol. 38, p. 364.
questo si trasforma in un terzo e così senza fine. Ad esempio, ogni elemento
chimico in determinate condizioni può trasformarsi in un altro elemento
chimico, ogni particella «elementare» in un'altra particella «elementare»,
una sostanza in campo, un campo in sostanza, ecc. Da ciò deriva che «ogni
singolare è collegato da migliaia di trapassi ai singolari (cose, fenomeni, pro-
cessi) di un'altra specie», che esso «non esiste altrimenti se non nella con-
nessione che lo congiunge con il generale»71. Dato che in determinate condi-
zioni è capace di trasformarsi in un altro singolare, esso possiede potenzial-
mente (nella propria natura) le proprietà di tutti questi altri singolari (enti
materiali, fenomeni, processi) e, in tal modo, può essere considerato come
identico ad essi, cioè come il generale.
Esistendo nei singoli oggetti (processi, fenomeni), il singolare e il generale
sono organicamente connessi fra di loro e in determinate condizioni trapas-
sano l'uno nell'altro: il singolare diventa generale e il generale diventa singo-
lare.
Tutto ciò non è difficile constatarlo, analizzando il processo del sorgere e
della scomparsa di queste o quelle proprietà degli enti materiali della natura
viva. Ad esempio, diffondendosi, gli organismi vengono a trovarsi in condi-
zioni ambientali diverse, acquistano questi o quei segni di adattamento che
in seguito all'influsso di queste o quelle condizioni si trasformano in segni
generali che caratterizzano prima una sottospecie, e poi la specie nel suo in-
sieme. E se prenderemo gli individui di una stessa specie, provenienti da va-
rie località, che si distinguono o per determinate caratteristiche dell'ambien-
te o per il grado in cui si manifestano queste caratteristiche, potremo scopri-
re tutti i gradini di trasformazione di questo o quel segno, cioè i gradini di
trapasso del singolare nel generale e, al contrario, del generale nel singolare.
d. Il generale e il particolare
Per individuare il singolare, è necessario confrontare l'oggetto di indagine
con tutti gli altri oggetti. Ma praticamente non è possibile fare ciò. Per questo
in pratica confrontano di solito questo o quell'oggetto solo con determinati
oggetti. In relazione a ciò si rende necessario contrapporre il generale non al
singolare ma al particolare.
Infatti, confrontando un oggetto con altri oggetti, noi ne stabiliamo la somi-
glianza e la diversità. Ma ciò che distingue gli oggetti confrontati, costituisce
in essi il particolare, mentre ciò che indica la loro somiglianza, costituisce il
generale.
Comparando il singolare e il particolare, non è difficile rilevare che il singo-

71Ibidem.
lare si presenta sempre come particolare. Essendo l'insieme delle caratteri-
stiche proprie solo al dato oggetto, esso distinguerà sempre questo oggetto
dagli altri oggetti.
Se il singolare si presenta sempre come particolare, il generale non sta sem-
pre in rapporto uguale al particolare. In alcuni casi esso si presenta come
particolare, in altri casi nelle vesti di se stesso. Quando esso indica ciò che
distingue il dato oggetto dagli altri oggetti con cui lo confrontiamo, si pre-
senta come particolare, ma se esso indica la somiglianza degli oggetti com-
parati tra di loro, si presenta come generale. Ad esempio, il fatto che nella
Repubblica Democratica del Vietnam l'industria capitalistica privata (azien-
de della borghesia nazionale) è stata gradualmente trasformata mediante la
creazione delle aziende miste statali- capitalistiche, è un momento generale,
poiché ciò ha luogo anche in altri paesi, in particolare nella RDT. Ma questo
fatto si presenta nelle vesti di particolare se confronteremo la RDV non con
la RDT ma con l'Unione Sovietica. Poi, il fatto che nella RDV la dittatura del
proletariato ha la forma di democrazia popolare, è pure un momento gene-
rale, in quanto tale forma di dittatura del proletariato esiste anche in altri
paesi socialisti, ad esempio in Bulgaria, Romania, ecc. Ma sempre questo sarà
un momento particolare se confronteremo la RDV non con la Bulgaria, la
Romania, ma con l'URSS, dove la dittatura del proletariato ha la forma di re-
pubblica dei Soviet.
Ma ogni generale può presentarsi nelle vesti di se stesso e nelle vesti di par-
ticolare? No. Vi è un generale che non può presentarsi come particolare. È
l'universale. In quanto è proprio a tutti gli oggetti e fenomeni della realtà,
non si può distinguere in base ad esso un oggetto o un fenomeno dagli altri.
Esso indicherà sempre la somiglianza, l'identità degli oggetti comparati. Ad
esempio, tali caratteristiche di una cosa come le sue proprietà necessarie e
casuali, il contenuto e la forma, il singolare e il generale, ecc. non possono
presentarsi come particolare. Essi non offrono la possibilità di distinguere la
data cosa dalle altre cose poiché tutte le cose possiedono queste caratteristi-
che.
Quindi, il singolare si presenta sempre come particolare, il generale a secon-
da delle circostanze. Se esso indica la diversità dei fenomeni comparati, si
presenta come particolare, ma se ne indica la somiglianza, si presenta nelle
vesti di se stesso, cioè come generale. L'universale invece non può presen-
tarsi come particolare, sempre e in tutti i casi esso indica solo la somiglianza,
l'identità dei fenomeni comparati.
La giusta utilizzazione delle leggi dell'interconnessione del generale e del
particolare è di eccezionale importanza nella sfera delle trasformazioni so-
ciali, in particolare nell'opera di costruzione del socialismo. «I comunisti nel-
la loro lotta - rilevava in relazione a ciò L. I. Brezhnev nel Rapporto d'attività
del PCUS - si fondano sulle leggi generali dello sviluppo della rivoluzione e
della costruzione del socialismo e del comunismo… La profonda compren-
sione e l'utilizzazione di queste leggi generali, servendosi nel contempo di
un metodo creativo e tenendo conto delle concrete condizioni in ogni paese,
sono state e restano peculiarità irrinunciabili dei marxisti- leninisti»72.
5. LA CAUSA E L'EFFETTO

a. Il concetto di causa e di effetto


A differenza del materialismo meccanicistico che cercava la causa dei muta-
menti di un fenomeno fuori di esso, in un altro fenomeno, il materialismo
dialettico ritiene che la causa dei mutamenti e dello sviluppo di un fenomeno
è racchiusa prima di tutto in esso stesso e si riduce all'interazione dei lati e
degli elementi che lo formano. «… L'azione mutua - scriveva Engels - è la ve-
ra causa finalis delle cose»73.
Ad esempio, causa del sorgere, dell'esistenza e dello sviluppo dello Stato è
l'interazione (lotta) delle classi antagonistiche, causa della rivoluzione socia-
le è l'interazione tra le forze produttive andate avanti nel loro sviluppo, da
una parte, e i rapporti di produzione invecchiati, dall'altra. Causa della cor-
rosione dei metalli è l'interazione chimica dei metalli, da una parte, e dei gas
che si trovano in aria, nonché dell'acqua e delle sostanze in essa dissolte,
dall'altra.
Quindi, la causa è l'interazione di fenomeni o lati di uno stesso fenomeno, la
quale condiziona i rispettivi mutamenti, mentre l'effetto sono i mutamenti
che sorgono nei fenomeni o nei lati di un fenomeno in seguito alla loro inte-
razione.
b. La critica delle concezioni idealistiche e metafisiche della causalità
Un'idea della causa appare nella fase iniziale di sviluppo della filosofia. Ma
presso i filosofi antichi essa è ancora assai nebulosa e indefinita. Il concetto
di causa non è ancora distinto dal concetto di causa prima, dalla materia, che
è a fondamento delle cose e dei fenomeni esistenti. Così, nella filosofia greca
antica essa si presentava ancora nella forma dell'acqua (Tales), dell'aria
(Anassimene), del fuoco (Eraclito). Poi si presentava nella forma degli atomi
eterni, immutabili, che si distinguono l'uno dall'altro per la forma, la posi-
zione e l'ordine e che formano, urtandosi, i vari corpi. In seguito cominciano
ad essere considerati causa tutti i fattori che condizionano il sorgere delle

72L. I. Brezhnev, op. cit., p. 48.


73Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol. XXV, p. 514.
cose singole. Nel pensiero di Platone, del novero di questi fattori fanno par-
te: la materia informe, una determinata idea, il rapporto matematico e l'idea
del «bene supremo»; quest'ultima è, secondo lui, il principio motore. Presso
Aristotele, il sorgere di una cosa si spiega con quattro cause: materiale, effi-
ciente, formale e finale.
La concezione aristotelica della causalità rimase per molto tempo immutata.
La filosofia medievale non aggiunse nulla a ciò che aveva fatto Aristotele
nell'elaborare le date categorie. Utilizzando la sua dottrina delle cause for-
male e finale, questa filosofia era interamente dedicata all'argomentazione
dell'esistenza di dio e della creazione ad opera di esso del mondo sensibile.
Un certo passo nella conoscenza della causalità fu compiuto da F. Bacone.
Anche se lui riconosce le suddette quattro cause di Aristotele, attribuisce pe-
rò importanza decisiva solo a quella formale, la quale, secondo lui, si trova
non fuori della cosa, come riteneva Aristotele, ma è racchiusa in essa stessa.
La causa formale rappresenta la legge dell'esistenza di ogni cosa. A differen-
za di Bacone, Hobbes respinge le cause formale e finale e considera realmen-
te esistenti solo due: efficiente e materiale. Egli intende per causa efficiente
(«perfetta») l'aggregato delle proprietà del corpo attivo che provoca i rispet-
tivi mutamenti nel corpo passivo; per causa materiale, l'aggregato delle pro-
prietà del corpo passivo. Se Bacone, definendo la causa, pone l'accento
sull'appartenenza di essa alla sfera dell'interiore, alla natura della cosa,
Hobbes pone la causa nella sfera dell'esteriore, la collega con gli accidenti:
proprietà mutevoli, non sostanziali, e, in sostanza, riduce il rapporto causale
all'azione di un corpo sull'altro.
Spinoza già vede la limitatezza di una tale interpretazione della causalità e
compie un tentativo di superarla. Egli pone la questione della necessità di ri-
cercare la causa dell'esistenza e dello sviluppo delle cose in esse stesse e in
relazione a ciò formula il concetto di causa sui (causa di sé). È vero, la causa
della propria esistenza, secondo Spinoza, può racchiuderla in sé solo il mon-
do nel suo insieme, la natura assoluta infinita. Per quanto riguarda le cose fi-
nite, le cause della loro esistenza sono contenute non in esse stesse, ma fuo-
ri, nelle altre cose finite.
Quella che la natura racchiude in sé la causa della propria esistenza e non ha
assolutamente bisogno di una forza estranea, situata fuori di essa, fu un'idea
assai progressiva ed ebbe un importante ruolo nella lotta contro l'idealismo
e la religione, ma quest'idea non era sufficiente per superare la concezione
metafisica della causalità, la quale riduceva il rapporto causale all'azione di
un corpo sull'altro. Perciò non è casuale che la causa sui di Spinoza non in-
taccasse in alcun modo il concetto di causa che esisteva in quell'epoca. Sia
nelle scienze naturali che nella filosofia, si continuava a considerare causa
l'azione di una forza esterna su questa o quella cosa. Una tale definizione
della causa la troviamo, in particolare, nelle opere di Newton, dei materiali-
sti francesi del XVIII° secolo e di altri autori.
Il ridurre la causa del sorgere e dello sviluppo di una cosa all'azione di un'al-
tra cosa determina tutta una serie di difficoltà nella sfera del sapere. Infatti,
la conoscenza di una cosa presuppone la necessità di conoscerne la causa.
Ma se la causa della data cosa è racchiusa in un'altra cosa, per conoscere la
prima dobbiamo conoscere un'altra cosa, quella che è causa della prima. Ma
la conoscenza di questa seconda cosa presuppone la necessità di accertarne
la causa, e quest'ultima è racchiusa in una terza cosa, quindi dobbiamo pri-
ma conoscere la terza cosa, ma ciò non è possibile senza metterne in luce la
causa, e così senza fine. In tal modo, la conoscenza di ogni data cosa presup-
pone necessariamente la conoscenza di un'infinità di altre cose, il che, s'in-
tende, è irrealizzabile. Già Spinoza constatò la data circostanza e trasse da
essa la conclusione sull'impossibilità di una conoscenza adeguata delle cose
singole.
È vero, i filosofi e i naturalisti del XVIII secolo che sostenevano il suddetto
principio metafisico della causalità non si accorgevano della contraddizione
che ne derivava inevitabilmente. Applicando questo metodo, essi non solo
non dubitavano della possibilità di conoscere la cosa indagata, ma lo ritene-
vano sufficiente per conoscere a fondo tutto l'Universo, per spiegare qual-
siasi fenomeno del passato, per predire qualsiasi futuro avvenimento. In
quell'epoca il livello di sviluppo della fisica permetteva, una volta conosciute
la forza che agiva su un corpo, le coordinate e la velocità del suo moto in un
dato momento, di definirne le coordinate e la velocità del moto in qualsiasi
futuro momento. Ma se la suddetta comprensione del rapporto causale è ac-
cettabile in questo o quel grado per la spiegazione dei fenomeni del semplice
moto meccanico, dove i mutamenti dello stato di un sistema isolato non im-
plicano questi o quei mutamenti della sua qualità, essa è assolutamente
inaccettabile per i fenomeni riguardanti altre forme, più complesse, di mo-
vimento, fenomeni alla cui origine sono questi o quei fattori qualitativi, con-
dizionati non tanto dall'azione delle forze esterne, quanto dalle interazioni
interne dell'oggetto.
Fu Hegel a richiamare per primo l'attenzione sulla limitatezza e la contrad-
dittorietà della concezione metafisica della causalità. Mostrando come l'ap-
proccio metafisico al problema della causalità rinvii inevitabilmente al catti-
vo infinito (cioè, la ripetizione meccanica sempre delle stesse proprietà sen-
za qualsiasi progresso nel loro sviluppo), Hegel respinge la suddetta conce-
zione del rapporto causale e propone una nuova soluzione del problema. Se-
condo lui, la causa e l'effetto sono in interazione dialettica tra di loro. Essen-
do una sostanza attiva, la causa agisce su una sostanza passiva e provoca in
essa dei mutamenti che ne fanno l'effetto. Ma reagisce in certo modo anche
l'effetto, e in tal modo si trasforma da sostanza passiva in sostanza attiva e si
presenta ora, rispetto alla prima sostanza, come causa.
Così, grazie all'interazione, la causa e l'effetto trapassano l'una nell'altro,
cambiano di posto e si presentano ad un tempo, l'una rispetto all'altro, sia
come causa, sia come effetto. Prendendo per punto di partenza l'azione mu-
tua della causa e dell'effetto, Hegel fu fra i primi a scoprire la loro intercon-
nessione dialettica.
La comprensione meccanicistica della causalità e gli errori a ciò dovuti, si os-
servano finora tra i filosofi e gli scienziati borghesi. Alcuni fisici contempo-
ranei tentano di spiegare, partendo dalla concezione meccanicistica della
causalità, questi o quei momenti del comportamento delle particelle «ele-
mentari». Come risultato essi giungono alla conclusione che il principio della
causalità non può essere applicato ai fenomeni del mondo microscopico. Ad
esempio, un tale punto di vista è sostenuto dal fisico americano P. W. Bridg-
man. La legge della causa e dell'effetto, egli scrive, non agisce nel mondo del-
le particelle minutissime. I dati ragionamenti si basano sul fatto che nella
meccanica quantistica non è possibile definire simultaneamente la posizione
e la velocità di una particella, prevederne l'ulteriore comportamento. Ma la
possibilità di predire con precisione il comportamento di un oggetto e il
principio della causalità sono lungi dall'essere una stessa cosa. Il principio
della causalità presuppone il riconoscimento del condizionamento causale di
qualsiasi fenomeno. La previsione del comportamento di un oggetto è, inve-
ce, il risultato della conoscenza del rapporto causale, di una fissazione abba-
stanza precisa dello stato iniziale del dato oggetto e del carattere della sua
interazione con l'ambiente. Ma, nell'attuale tappa del suo sviluppo, la mec-
canica quantistica non è in grado di assicurare né l'uno né l'altro. Perciò essa
esprime il condizionamento causale nel mondo microscopico nella forma di
probabilità.
Ma ciò non significa affatto che non vi sia il condizionamento causale nel
mondo microscopico. Esso esiste, ma non si manifesta qui in quella stessa
forma in cui si manifesta nel moto meccanico. Bisogna rilevare che il condi-
zionamento causale nelle varie sfere della realtà si manifesta in modo diver-
so. Così, ad esempio, della materia viva è caratteristica una forma del mani-
festarsi, della vita sociale un'altra, dell'attività conoscitiva una terza. La con-
cezione meccanicistica del rapporto causale non tiene conto di questa mol-
teplicità ed è legata solo ad una forma del suo manifestarsi, quella meccani-
ca, e perciò non è adatta ad esprimere il condizionamento causale dei feno-
meni delle altre forme del movimento.
c. L'interconnessione della causa e dell'effetto
A differenza del materialismo metafisico che nega il trapasso della causa
nell'effetto e viceversa, il materialismo dialettico ritiene che la causa e l'ef-
fetto possono cambiare di posto. Ciò che in un determinato momento o per
un determinato verso si presenta come effetto, in un altro momento o per un
altro verso si presenta come causa, e viceversa. Ad esempio, la lotta tra le
classi antagonistiche è causa del sorgere dello Stato. Ma una volta sorto, lo
Stato incomincia ad influire esso stesso sulla lotta di classe. Esso difende al-
cune classi e reprime le altre e apporta così dei mutamenti in questa lotta.
Riguardo a questi mutamenti esso si presenta già come causa e i mutamenti
stessi, rispetto ad esso, come effetto.
Uno stesso effetto può essere determinato da varie cause. Ad esempio, pos-
sono contribuire all'aumento della produttività del lavoro fattori come il
perfezionamento dei mezzi di lavoro, l'elevamento della qualifica degli ope-
rai, i mutamenti nella sfera dell'organizzazione del lavoro, ecc.
Ogni effetto di regola è chiamato alla vita non da una causa ma dall'azione
congiunta di numerosissime cause. Ciò si spiega con il fatto che ogni intera-
zione non è isolata dalle altre interazioni, ma è organicamente collegata con
esse, influisce su di esse e ne subisce l'influsso. Come risultato di tutto ciò, il
fenomeno deve la sua origine non ad un'interazione, ma a molte interazioni,
è l'effetto dell'azione di numerose cause.
Anche se ogni fenomeno deve la sua origine a più cause, il ruolo di queste ul-
time non è uguale. Alcune cause si presentano come le necessarie, senza di
esse il fenomeno non potrebbe sorgere. Le altre, anche se hanno rapporto
con il sorgere del fenomeno, hanno un ruolo secondario: l'effetto potrebbe
prodursi anche in loro assenza.
Le cause, senza le quali l'effetto non può prodursi, si chiamano fondamentali.
Quelle la cui assenza non esclude il sorgere dell'effetto, si chiamano cause
non fondamentali.
Ad esempio, la causa fondamentale delle crisi economiche, proprie alla so-
cietà capitalistica, è la contraddizione fra il carattere sociale della produzio-
ne e la forma privata di appropriazione, senza la quale non può sorgere una
crisi economica. Possono presentarsi come cause non fondamentali fenome-
ni come la svalutazione della moneta, il fallimento di questa o quella azienda
o banca, la minore domanda di queste o quelle merci, ecc. Una crisi economi-
ca può scoppiare anche in assenza di ciascuno di questi fenomeni.
Oltre alle cause fondamentali e secondarie, si fa distinzione tra le cause in-
terne ed esterne. La causa interna è l'interazione dei lati di una stessa cosa la
quale provoca determinati mutamenti, la causa esterna è l'interazione fra co-
se, la quale condiziona questi o quei mutamenti in esse. Ad esempio, l'intera-
zione degli uomini nel processo della produzione dei beni materiali è causa
interna dello sviluppo della produzione, mentre l'influsso dell'ambiente geo-
grafico sullo sviluppo della produzione è causa esterna.
Nel sorgere e nello sviluppo di un ente materiale il ruolo determinante spet-
ta alle cause interne. Le cause esterne esercitano un influsso sullo sviluppo
di una cosa solo rifrangendosi attraverso il prisma delle cause interne.
6. LA NECESSITÀ E LA CASUALITÀ

a. Il concetto di necessità e di casualità


Il concetto di necessità si forma sulla base dell'ulteriore approfondimento
della nozione di causalità, in particolare sulla base della comprensione del
carattere necessitante del rapporto causale. Non per caso vari filosofi e stu-
diosi di scienze naturali identificano la necessità con la causalità. Ma la cau-
salità e la necessità sono concetti diversi. Infatti, il concetto di «causalità» ri-
specchia il condizionamento di alcune forme dell'essere da parte di altre
forme, il rapporto genetico fra di esse. Mentre il concetto di necessità riflette
l'inevitabilità del sorgere in determinate condizioni di questi o quei nessi, di
queste o quelle proprietà.
Si chiamano necessari quelle proprietà e quei nessi che racchiudono in sé la
causa della propria esistenza, che sono condizionati dalla natura interna de-
gli elementi che formano il dato fenomeno, mentre quelle proprietà e quei
nessi che sono l'effetto di cause esterne si chiamano casuali. I necessari lati e
nessi in determinate condizioni si manifestano inevitabilmente, mentre le
proprietà e i nessi casuali non sono obbligatori, essi possono manifestarsi
ma possono anche non manifestarsi.
Ad esempio, l'incontro del capitalista con l'operaio sul mercato del lavoro è
necessario. Ciò è condizionato dalla natura di classe sia dell'uno che dell'al-
tro, dalla loro condizione sociale. L'operaio non può esistere senza vendere
la sua forza- lavoro, senza farsi assumere dal capitalista. Il capitalista pure
non può esistere senza assumere gli operai, senza sfruttarli.
Se l'assunzione degli operai da parte dei capitalisti è necessaria, la trasfor-
mazione, ad esempio, di un operaio in capitalista è un fenomeno casuale, in
quanto non deriva dall'essenza dell'operaio salariato ma è condizionata da
un concorso di circostanze esterne. Infatti, dalla natura sociale degli operai
non deriva che essi devono trasformarsi in capitalisti. Al contrario, questa
natura postula che gli operai sempre devono rimanere operai. E se a qualcu-
no di essi è capitato di diventare capitalista, ciò è stato condizionato da un
concorso casuale di circostanze.
b. La critica delle concezioni idealistiche e metafisiche della necessità e della casualità
Gli idealisti soggettivi non riconoscono l'esistenza oggettiva della necessità.
Secondo loro, la necessità è una caratteristica della coscienza, del pensiero.
L'assenza della necessità nella natura cercò di dimostrarla, ad esempio, Kant,
secondo il quale la necessità è una forma dell'attività riflessiva ed è apporta-
ta nella natura, nel mondo dall'uomo. Per Mach la necessità è un nesso logi-
co. Secondo l'opinione del filosofo e matematico inglese K. Pearson, la neces-
sità esiste solo nel mondo dei concetti. Il filosofo borghese tedesco Jacobi de-
riva la necessità dalla connessione logica dei concetti. L'essenza dei suoi ra-
gionamenti è questa: i sistemi esistenti nel mondo esterno e gli elementi che
li formano sono in stato di repulsione reciproca. Essi sono privi di qualsiasi
momento di identità che possa unirli, sono privi della necessaria intercon-
nessione. Quest'ultima esiste nell'identità del sistema dei concetti, tramite il
quale cerchiamo di riflettere questo o quel sistema del mondo. In sostanza,
nei suoi ragionamenti sulla necessità Jacobi fa proprio il punto di vista kan-
tiano.
Alcuni filosofi dichiarano la necessità postulato convenzionale, accettato da-
gli uomini come punto di partenza per rendere comoda la spiegazione del
mondo. In natura a questo postulato, essi affermano, non corrisponde nulla,
la natura non è affatto obbligata a comportarsi così come ci fa comodo.
Se ai princìpi basilari da cui si lascia guidare l'uomo nel processo della cono-
scenza non corrispondesse nulla nella realtà, l'uomo non potrebbe spiegare
e, tanto meno, modificare nessun fenomeno. Ma l'attività pratica dimostra
che le rappresentazioni dell'uomo sulla necessità di questi o quei nessi delle
cose rispecchiano esattamente la situazione reale, e perciò sono assunti co-
me punto di partenza nel conoscere e nel trasformare la realtà.
A differenza degli idealisti, i materialisti riconoscono l'esistenza oggettiva
della necessità, considerandola una delle proprietà universali degli enti ma-
teriali e dei loro nessi. Per quel che riguarda la necessità logica, essa, secon-
do i materialisti, è un calco, una copia, insomma, un riflesso dei rispettivi lati
e nessi del mondo esterno.
Ammettendo l'esistenza oggettiva della necessità, non tutti i materialisti ri-
conoscono il carattere oggettivo della casualità. Alcuni di essi ritengono che
essa sia stata inventata dagli uomini per nascondere la loro ignoranza in
questi o quei problemi. Quando un individuo, essi dicono, non conosce la
causa di un fenomeno, non può spiegarlo, esso lo dichiara casuale. Un tale
punto di vista sulla casualità fu sostenuto da Democrito, Spinoza, Holbach,
ed altri. Ma anche ai nostri tempi alcuni filosofi sostengono una concezione
analoga. In quanto noi, essi affermano, non possiamo prevedere l'avvento di
questo o quel fenomeno, siamo portati a considerarlo casuale. Per coloro che
saprebbero tutto, il caso come un che di imprevisto non esisterebbe. Nel
quadro della nostra conoscenza umana la categoria di «casualità» è, secondo
questi filosofi, un'espressione breve, sminuita della limitatezza di principio
della spiegazione dei fenomeni.
La negazione del carattere oggettivo della casualità di regola si ricollega con
l'universalità del rapporto causale, con il carattere necessitante di questo
rapporto. Se ogni fenomeno - così ragionano i fautori del soprammenzionato
punto di vista - ha la propria causa che lo chiama necessariamente alla vita,
allora tutti i fenomeni esistenti nel mondo sono necessari. Non vi sono e non
possono esservi i fenomeni casuali.
Quella dell'universalità del condizionamento causale dei fenomeni e del ca-
rattere necessitante del rapporto causale è un'idea giusta. Ma da ciò non de-
riva affatto che tutti i fenomeni esistenti nel mondo siano necessari, che non
vi siano i fenomeni casuali. È vero, ogni fenomeno è collegato con la causa
che lo genera, ma non è ciò che lo rende necessario. Le messi rovinate dalla
grandine sono il risultato necessario dell'azione del ghiaccio sulle piante, ma
questo fenomeno non è ritenuto necessario. Non è necessaria la morte
dell'uomo investito da un automezzo, anche se essa è il risultato inevitabile
di una determinata forza d'urto, da lui subìta nell'incidente. La necessità di
un fenomeno è condizionata non dal carattere necessitante del rapporto
causale, non dal fatto che esso deriva necessariamente dalla sua causa, ma
dalla necessità della causa stessa.
Il fatto è che le cause possono essere necessarie e casuali. Causa dei fenome-
ni, come è stato notato sopra, è l'interazione dei fenomeni o degli elementi
che formano uno stesso fenomeno. Ma i fenomeni o gli elementi possono in-
contrarsi ed entrare in interazione in forza della loro natura interna, come è,
ad esempio, il caso dell'incontro dei proletari e della borghesia sul mercato
del lavoro, o possono incontrarsi ed entrare in interazione casualmente, in
forza di un concorso fortuito di queste o quelle circostanze. Tali sono, in par-
ticolare, la grandine o l'investimento di un uomo da parte di un automezzo.
Dalla natura interna della pianta non deriva affatto che essa debba subire nel
periodo della florescenza o della maturazione l'azione del ghiaccio, così co-
me non deriva affatto dalla natura dell'uomo che lui debba essere investito
da un'autovettura. Sia l'uno che l'altro sono condizionati da una concatena-
zione di circostanze esterne.
Quindi, il carattere necessitante del rapporto di causa ed effetto non esclude
l'esistenza oggettiva della casualità. Quest'ultima pure è una forma universa-
le dell'essere come la necessità.
c. L'interconnessione del necessario e del casuale
Quali forme universali dell'essere, la necessità e la casualità esistono non se-
paratamente l'una dall'altra ma in connessione organica, sono i momenti, i
lati di una stessa cosa. Ogni fenomeno rappresenta l'unità del necessario e
del casuale. Ad esempio, il rapporto degli atomi di potassio e di cloro nella
molecola di sale di cucina (1: 1) è necessario, poiché è determinato dalla na-
tura interna della sostanza in parola. Ma che il dato atomo concreto di potas-
sio è entrato in interazione proprio con il dato atomo di cloro per formare
proprio la data molecola, ciò è un fatto casuale, condizionato da fattori
esterni. Un altro esempio: lo sviluppo della pianta da un seme capitato in un
terreno fertile è necessario, ma che il seme è capitato proprio nel dato terre-
no, ciò è un fatto casuale. Saranno casuali anche momenti come le specie di
insetti che minacceranno la pianta, il numero di questi insetti, tipi di piante
che cresceranno accanto, ecc.
Essendo in connessione organica con la necessità, la casualità è una forma
del manifestarsi e del completamento di quest'ultima. La necessità si fa stra-
da attraverso un groviglio di deviazioni casuali, le quali, esprimendola come
tendenza, apportano in un dato processo, fenomeno numerosissimi nuovi
momenti, non derivanti dalla necessità ma condizionati da circostanze
esterne. Ad esempio, un tale necessario nesso come la dipendenza del prez-
zo della merce dal valore, cioè dalla quantità di lavoro socialmente necessa-
rio spesa per produrla, si manifesta nelle operazioni di scambio solo come
tendenza, attraverso le deviazioni costanti in un senso o nell'altro. E queste
deviazioni, essendo una forma del manifestarsi della dipendenza del prezzo
della merce dal suo valore, completano il dato necessario nesso, in particola-
re esse esprimono anche la dipendenza del prezzo della merce dal rapporto
domanda- offerta sul mercato, cioè dalle concrete condizioni in cui avviene
la compravendita delle merci.
Nel processo del movimento e dello sviluppo di un fenomeno il casuale può
trasformarsi nel necessario e il necessario può diventare casuale. Ad esem-
pio, nelle condizioni della società primitiva dominava l'economia naturale.
Ogni comunità produceva essa stessa i mezzi di sussistenza che venivano di-
stribuiti in base al principio egualitario ai membri della comunità. Tutto ciò
era una conseguenza inevitabile del basso livello di sviluppo delle forze pro-
duttive il quale escludeva la possibilità di produrre beni materiali in ecce-
denza, in una quantità maggiore di quella necessaria per appagare i bisogni
immediati dei produttori. Nelle date condizioni lo scambio di un prodotto
con un altro era un fenomeno eccezionalmente raro, era un momento casua-
le, era condizionato non dalla natura interna dell'ordinamento sociale che
esisteva in quella epoca ma da circostanze esterne. Ma in seguito, con lo svi-
luppo delle forze produttive, appare la possibilità di produrre un po'in più
del fabbisogno dei produttori immediati. Al tempo stesso si estendeva lo
scambio di un prodotto con un altro e con la comparsa della proprietà priva-
ta dei mezzi di produzione questo scambio si trasformava in un necessario
momento del nuovo ordinamento economico, sorto sulla base della disgre-
gazione della società primitiva. Per quel che riguarda l'economia naturale,
essa si estingue definitivamente in una determinata tappa storica e diventa
casuale. Così nel processo dello sviluppo il casuale si trasforma nel necessa-
rio e il necessario nel casuale.
7. LA LEGGE

a. Il concetto di legge
Come è stato fatto notare nel precedente paragrafo, la necessità esiste nella
forma di proprietà e di nessi dei fenomeni. Determinati necessari nessi o
rapporti si chiamano leggi. La legge è, in tal modo, ciò che si manifesta inevi-
tabilmente in queste o quelle condizioni. Ad esempio, la legge del valore, la
quale esprime il condizionamento del prezzo della merce dalla quantità di
lavoro socialmente necessario spesa per produrla, si manifesta inevitabil-
mente dove ha luogo la produzione mercantile. Un altro esempio: la legge
delle proporzioni costanti nota nella chimica, legge secondo cui ogni sostan-
za ha una composizione qualitativa e quantitativa rigorosamente determina-
ta e costante, si manifesta necessariamente in ogni sostanza, poiché i rap-
porti da essa espressi sono condizionati dalla natura degli atomi che forma-
no le molecole delle rispettive sostanze.
Dicendo che la legge rappresenta un necessario nesso, noi non mettiamo an-
cora in luce tutta la sua specificità. Il fatto è che non tutti i necessari nessi
sono leggi. Ad esempio, i singolari (individuali) necessari nessi non possono
presentarsi come legge. È legge solo un nesso necessario generale, cioè un
nesso proprio a molti fenomeni.
Ad esempio, la legge del dimezzamento, secondo cui in un periodo di tempo,
determinato per ogni sostanza, si disgrega metà della sostanza quale che sia
la quantità in cui è stata presa, si manifesta non in questo o quel processo
radioattivo ma in tutti i processi del genere, è propria a tutte le sostanze ra-
dioattive, vale a dire è un nesso generale. Ciò riguarda qualsiasi legge della
natura, della società e del pensiero umano.
Essendo un nesso generale, un nesso che si ripete, la legge è al tempo stesso
un nesso stabile. Esso esiste per tutto il periodo di esistenza di una data for-
ma di movimento della materia (o per tutta la durata di una determinata
tappa del suo sviluppo) o del pensiero e esiste fino a quando esistono i fe-
nomeni che rappresentano la data forma di movimento o di pensiero. Ad
esempio, la legge del condizionamento della coscienza degli uomini da parte
del loro essere sociale sorse insieme alla nascita della società umana ed esi-
sterà fino a quando esisterà questa società. O un altro esempio: la legge del
valore cominciò a funzionare già all'epoca della disgregazione della società
primitiva, funzionò nelle società schiavistica e feudale, funziona nella società
capitalistica e continua a funzionare nelle condizioni del socialismo. La data
legge scomparirà solo in seguito alla costruzione del comunismo, quando
non vi sarà assolutamente alcun bisogno della produzione mercantile.
Quindi, la legge è un nesso necessario, generale, stabile tra i fenomeni o tra i
loro lati.
b. Le Leggi dinamiche e statistiche
Rappresentando i necessari nessi (rapporti), le leggi si manifestano in un
gran numero di fenomeni. Ma la forma in cui si manifestano non è uguale.
Alcune leggi si manifestano in ogni fenomeno o ente materiale che rappre-
senta questa o quella forma di movimento, questa o quella sfera della realtà,
le altre solo in una massa di fenomeni. Le prime leggi si suole chiamarle leggi
dinamiche, le seconde, leggi statistiche.
Un esempio delle leggi dinamiche è la legge di Ohm, secondo cui la resisten-
za elettrica di un conduttore dipende dalla sua composizione, dalla sezione
trasversale e dalla lunghezza. La legge abbraccia una moltitudine di condut-
tori diversi e si manifesta in ogni conduttore che fa parte di questa moltitu-
dine. Un altro esempio: il nesso scoperto da Faraday fra la sostanza che si
sprigiona agli elettrodi e la corrente che attraversa la soluzione elettrolitica,
nesso che esprime la dipendenza proporzionale della massa di sostanza,
sprigionatasi agli elettrodi, dalla quantità di corrente, passata per la soluzio-
ne elettrolitica. Questa legge è caratteristica di tutti i casi di passaggio della
corrente elettrica attraverso le soluzioni e si manifesta in ciascuno di essi.
Ha un carattere statistico, ad esempio, la legge di Boyle e Mariotte: a tempe-
ratura costante la pressione di un gas è inversamente proporzionale al vo-
lume di esso. La data legge si manifesta solo in una massa di molecole caoti-
camente spostantesi, che costituiscono questo o quel volume di gas. Una sin-
gola molecola non obbedisce a questa legge. Urtando e rimbalzando contro
le altre molecole del gas, una molecola cambia ogni volta la direzione del suo
moto e la sua velocità. Come risultato di tutto ciò la forza con cui ogni volta
urta contro le pareti del recipiente questa o quella molecola, è casuale, essa
dipende da un'infinità di circostanze. Ma attraverso tutta questa massa di
mutamenti delle velocità di moto e, rispettivamente, delle forze d'urto con-
tro le pareti del recipiente delle varie molecole che costituiscono un dato vo-
lume di gas, si fa strada una determinata legge e precisamente: la pressione
di un gas è inversamente proporzionale al suo volume.
Sono statistiche le leggi della meccanica quantistica, riguardanti il moto delle
micro particelle. Esse non sono in grado di definire i moti di ogni singola
particella, ma definiscono il moto di questo o quel gruppo di essi.
Un particolare tratto distintivo delle leggi dinamiche è che esse permettono
di predire con sufficiente precisione l'avvento di un rispettivo fenomeno, un
mutamento delle sue proprietà e dei suoi stati. Ad esempio, partendo dalla
legge della dipendenza proporzionale della sostanza che si sprigiona agli
elettrodi dalla quantità di corrente elettrica passata attraverso l'elettrolita,
si può prevedere con precisione quale quantità di sostanza si sprigionerà in
questo o quel caso concreto.
A differenza delle leggi dinamiche, le leggi statistiche non permettono di
predire con precisione l'avvento e il non avvento di questo o quel fenomeno
concreto, il senso e il carattere del mutamento di queste o quelle caratteri-
stiche del dato fenomeno. Le leggi statistiche permettono solo di stabilire il
grado di probabilità del sorgere o del mutamento di un rispettivo fenomeno.
c. Le leggi generali e particolari
Anche se tutte le leggi sono nessi (rapporti) generali, la cerchia di fenomeni
in cui si manifestano, non è però uguale. Alcune di esse abbracciano una
maggiore cerchia di cose, le altre una minore.
Le leggi che si manifestano in una maggiore cerchia di fenomeni si presenta-
no rispetto alle leggi che si manifestano in una cerchia minore come leggi
generali, mentre le seconde si presentano come leggi particolari, specifiche.
Ad esempio, la legge della corrispondenza dei rapporti di produzione al li-
vello di sviluppo delle forze produttive è, rispetto alla legge del profitto me-
dio, una legge generale, poiché si manifesta in tutte le formazioni economi-
co-sociali. Mentre la legge del profitto medio si presenta, rispetto ad essa,
come legge particolare, poiché agisce solo in seno alla società borghese.
Il concetto di legge generale e, rispettivamente, di legge particolare è relati-
vo. Una stessa legge in rapporti diversi può presentarsi sia come legge gene-
rale che come legge particolare. Rispetto ad una legge che abbraccia una
maggiore cerchia di fenomeni, essa si presenterà come legge particolare, ri-
spetto ad una legge che abbraccia una minore cerchia di fenomeni, essa si
presenterà come legge generale. Ad esempio, la legge del valore è, rispetto
alla legge della corrispondenza dei rapporti di produzione al livello di svi-
luppo delle forze produttive, una legge particolare, in quanto non si manife-
sta in tutte le società, come la prima, ma solo là dove esiste la produzione
mercantile. Ma rispetto alla legge del plusvalore essa si presenta come legge
generale, poiché quest'ultima si manifesta in una minore cerchia di fenome-
ni: l'azione della legge del plusvalore è propria solo alla produzione mercan-
tile capitalistica.
Oltre alle leggi che a seconda dei rapporti concreti possono presentarsi sia
come leggi generali che come leggi particolari, esistono anche tali leggi che
sono proprie a tutte le sfere della realtà. Queste leggi si chiamano universali.
Rispetto ad esse, tutte le altre leggi si presentano come leggi particolari, in
quanto sono legate solo a queste o quelle sfere della realtà. Tali leggi forma-
no l'oggetto della filosofia, mentre le leggi riguardanti questa o quella forma
di movimento della materia sono l'oggetto di indagine delle scienze partico-
lari.
d. L'interconnessione delle leggi generali e particolari
Come agiscono dunque le leggi generali e particolari? Le leggi generali pos-
sono agire per conto proprio e attraverso le leggi particolari. Le leggi genera-
li si manifestano tramite le leggi particolari, quando sia le une che le altre ri-
guardano uno stesso nesso (rapporto). Quando una legge generale e una
legge particolare riguardano nessi (rapporti) diversi, esse esistono e agisco-
no l'una accanto all'altra.
Ad esempio, la legge chimica generale delle proporzioni costanti e le leggi
particolari che indicano quali elementi chimici e in quale rapporto formano
questi o quei composti, riguardano uno stesso momento: la combinazione in
cui si uniscono gli elementi chimici. Non è casuale perciò che nei dati esempi
una legge generale si manifesti attraverso le leggi particolari, specifiche.
Il quadro è ben diverso se prenderemo il rapporto tra la legge della corri-
spondenza dei rapporti di produzione al livello di sviluppo delle forze pro-
duttive (legge generale) e la legge economica fondamentale del socialismo, il
cui contenuto è il massimo soddisfacimento delle esigenze materiali e cultu-
rali degli uomini mediante lo sviluppo della produzione socialista sulla base
di una tecnica altamente avanzata (legge particolare). La prima caratterizza
il nesso tra il livello di sviluppo delle forze produttive e i rapporti di produ-
zione, la seconda tra l'incessante incremento della produzione e le esigenze
degli uomini. Il contenuto della prima legge mostra la necessità di modifica-
re i rapporti di produzione, man mano che si sviluppano le forze produttive,
mentre il contenuto della seconda indica lo scopo della produzione e i mezzi
per raggiungerlo. Dato che riguardano nessi e rapporti diversi, le date leggi
non possono in alcun modo manifestarsi l'una attraverso l'altra, ma agiscono
indipendentemente, l'una accanto all'altra. Ma anche se esistono indipen-
dentemente l'una dall'altra, non sono isolate tra di loro, ma organicamente
connesse. Questa interdipendenza differisce però radicalmente dal manife-
starsi di alcune leggi tramite altre leggi.
L'esistenza indipendente delle leggi generali è una conseguenza inevitabile
dello sviluppo della realtà. Infatti, il passaggio da un fenomeno all'altro nel
processo dello sviluppo presuppone, da una parte, la ritenzione di quanto vi
era di positivo nelle precedenti fasi e, dall'altra, la comparsa di nuove pro-
prietà, di nuovi nessi. Ad esempio, con il passaggio dall'atomo alla molecola
si eredita un gran numero di proprietà e nessi, caratteristici dell'atomo. L'a-
tomo in forma ricalcata è contenuto nella molecola. Ma oltre a ciò la moleco-
la acquista una serie di nuove proprietà, condizionate dal nuovo tipo di inte-
razioni, e precisamente dall'interazione degli atomi tra di loro. La ritenzione
di quanto vi era di positivo nelle precedenti fasi e il sorgere di nuove pro-
prietà e nessi sono facilmente osservabili nello sviluppo della materia viven-
te, nonché della società umana.
Conservarsi in un nuovo fenomeno che rappresenta un più alto grado di svi-
luppo di queste o quelle proprietà, di questi o quei nessi, caratteristici dei
fenomeni dei gradini già percorsi, condiziona il permanere in questo nuovo
fenomeno delle vecchie leggi. A sua volta il sorgere di nuove proprietà, di
nuovi nessi determina il sorgere di nuove leggi che si presentano come leggi
particolari rispetto a quelle vecchie, trapassate nei nuovi fenomeni insieme
ai nessi rimasti intatti. Esse agiscono solo nei fenomeni che rappresentano
un nuovo grado di sviluppo. Mentre le vecchie leggi, manifestandosi in que-
sti fenomeni, si manifestano anche nei fenomeni che rappresentano i gradi
inferiori di sviluppo. Quali leggi particolari, specifiche, proprie solo al nuovo
grado di sviluppo, queste leggi non possono essere una forma del manife-
starsi delle vecchie leggi, in quanto esse si riferiscono ad interazioni diverse
ed esprimono rapporti diversi. Ad esempio, le leggi caratteristiche della mo-
lecola riguardano l'interazione degli atomi, mentre le vecchie leggi riguar-
dano le interazioni delle particelle «elementari» che costituiscono gli atomi.
Abbiamo qui esaminato il rapporto tra le leggi generali e specifiche, studiate
dalle scienze particolari. Ma come stanno le cose per quanto concerne l'in-
terconnessione delle leggi della dialettica e delle leggi delle scienze partico-
lari? Le leggi della dialettica esprimono i nessi e rapporti universali della
realtà.
Questi nessi e rapporti non esistono di per sé stessi ma solo attraverso i nes-
si e rapporti concreti che costituiscono il contenuto delle rispettive leggi
concrete (generali e specifiche), oggetto d'indagine delle scienze particolari.
Questi nessi e rapporti universali sono determinati momenti, lati che si ripe-
tono del contenuto di tutti gli analoghi nessi e rapporti concreti. In forza di
ciò le leggi della dialettica non possono agire in forma pura, esse esistono e
si manifestano solo attraverso le altre leggi generali e specifiche, oggetto
d'indagine delle scienze particolari.
8. IL CONTENUTO E LA FORMA

a. Il concetto di contenuto e di forma


Il «contenuto» come categoria della dialettica materialistica significa l'in-
sieme di tutte le interazioni, nonché dei mutamenti da esse condizionati,
propri ad un dato fenomeno. Ad esempio, il contenuto di questa o quella so-
cietà è costituito da tutte le interazioni tra gli uomini che la formano, in par-
ticolare, dalle interazioni che sorgono nel processo della produzione dei beni
materiali, della loro distribuzione e del loro consumo, dalle interazioni tra i
partiti, tra lo Stato e i cittadini, ecc.
Parlando del contenuto di questo o quel fenomeno, bisogna sottolineare che
si riferiscono ad esso sia le interazioni interne che quelle esterne, sia le inte-
razioni le quali si hanno tra gli elementi che costituiscono il dato fenomeno
che le interazioni tra il dato fenomeno e gli altri fenomeni che lo circondano.
Ad esempio, rientrano nel contenuto di questo o quell'organismo vivente
non solo i processi che si svolgono all'interno dell'organismo ma anche tutte
le sue azioni che rappresentano una determinata reazione all'influsso dei ri-
spettivi fattori dell'ambiente.
Le interazioni e i mutamenti propri a questo o quel fenomeno non avvengo-
no caoticamente ma in determinati limiti che conferiscono loro una certa
stabilità, una certa caratteristica qualitativa. Essi avvengono nell'ambito di
un determinato sistema, relativamente stabile, di rapporti, presentano una
determinata struttura. Il sistema relativamente stabile di rapporti tra i mo-
menti del contenuto, la sua struttura, costituiscono la forma del fenomeno.
Ad esempio, la forma di un organismo vivente è la sua morfologia, la struttu-
ra del corpo; la forma di un modo di produzione è il sistema relativamente
stabile di rapporti sociali tra gli uomini che si stabiliscono nel processo della
produzione dei beni materiali.
b. La critica delle concezioni idealistiche e metafisiche del contenuto e della forma
Quale struttura del contenuto, la forma è indissolubilmente collegata con es-
so, non può esistere senza di esso. Vi sono stati però nella storia della filoso-
fia dei tentativi di argomentare l'esistenza della forma fuori del contenuto e
indipendentemente da esso. In particolare, Aristotele partiva dalla possibili-
tà di un'esistenza separata del contenuto e della forma. Secondo lui, è solo in
condizioni rigorosamente determinate che essi si fondono, dando vita a que-
sta o quella cosa concreta. Riconoscono l'esistenza autonoma della forma,
esistenza separata dalla materia molti filosofi e naturalisti borghesi contem-
poranei. Ad esempio, il noto fisico E. Schrödinger dichiara le particelle «ele-
mentari» forme pure, prive di qualsiasi contenuto materiale. «… Quando
noi - egli scrive - arriviamo alle particelle primarie che costituiscono la ma-
teria, risulta che esse non rappresentano nulla che possa riferirsi alla mate-
ria. Esse sono - e così è stato sempre - una forma pura, non rappresentano
nulla all'infuori della forma… »74.
Ma se le particelle «elementari» non rappresentano nulla che possa riferirsi
alla materia, se non sono altro che forme costruite dagli uomini «in base alle
note leggi matematiche e geometriche» (e nella realtà oggettiva tutto è com-
posto, in ultima analisi, di particelle «elementari»), allora la materia come
realtà oggettiva scompare, rimangono solo le forme pure, ideali, cioè la co-
scienza.
Il carattere idealistico dei ragionamenti da noi esaminati è evidente. In realtà
non vi è e non può esservi forma pura, forma isolata dalla materia. Ogni for-
ma è la struttura di questo o quell'ente materiale, di questa o quella cosa, di
questo o quel fenomeno. Per quanto riguarda le forme ideali create dagli
uomini nel processo dello sviluppo della coscienza sociale, anch'esse non
sono forme pure, ma racchiudono in sé un contenuto che rispecchia i lati e i
nessi del mondo esterno.
c. L'interconnessione del contenuto e della forma
Come si è già rilevato, il contenuto e la forma sono in interconnessione orga-
nica, in unità dialettica, ma nell'ambito di questa unità la loro funzione non è
uguale. Determinante è il contenuto, mentre la forma sorge sotto un diretto
influsso di esso.
Sorgendo sotto un diretto influsso del contenuto, la forma non è passiva ma
esercita a sua volta un influsso sul contenuto. Questo influsso è di due tipi: la
forma o contribuisce allo sviluppo del contenuto o lo frena. Nel primo caso
essa corrisponde al contenuto, nel secondo no.
Perché dunque la forma corrisponde in alcuni casi al contenuto, in altri no? Il
fatto è che per natura la forma è stabile, mentre il contenuto è fluido, mute-
vole, rappresenta l'insieme dei processi propri al fenomeno. Nel periodo ini-
ziale della sua esistenza la forma corrisponde al contenuto che l'ha chiamata
alla vita, apre ampi orizzonti al suo sviluppo. Il contenuto si sviluppa rapi-
damente e impetuosamente. Ma col tempo il contenuto raggiunge un livello
con cui i limiti del dato sistema di rapporti diventano stretti. La forma inco-

74E. Schrödinger, Science and Humanism. Physics of Our Times. Cambridge, 1952, p. 21.
mincia ad intralciare lo sviluppo del contenuto. La forma non corrisponde
più al contenuto. In seguito questa non corrispondenza si accentua sempre
più e porta presto o tardi alla rottura della vecchia forma - un sistema relati-
vamente stabile di rapporti - e alla formazione di un nuovo sistema di rap-
porti, cioè di una nuova forma, la quale in un primo tempo corrisponde al
contenuto che l'ha chiamata alla vita ma poi pure invecchia e viene sostituita
con una nuova forma, e così senza fine.
Il processo di demolizione della vecchia forma e di nascita di una nuova for-
ma è un processo di radicale trasformazione qualitativa del contenuto. Nel
corso di esso alcune interazioni, processi si estinguono, ne sorgono altri, se
ne modificano terzi.
Ad esempio, durante il passaggio da un modo di produzione all'altro in se-
guito alla soluzione della contraddizione tra le progredite forze produttive
(contenuto) e gli invecchiati rapporti di produzione (forma), cambia non so-
lo la forma (rapporti di produzione tra gli uomini) ma anche il contenuto
(forze produttive). Così, nel processo del passaggio dalla produzione artigia-
na alla manifattura capitalistica, parallelamente alla trasformazione dei rap-
porti di produzione, si ebbero i mutamenti sostanziali nella sfera delle forze
produttive, mutamenti che condizionarono la comparsa di una forza assolu-
tamente nuova, legata ad una distribuzione diversa degli uomini nel proces-
so della produzione, ad un'organizzazione diversa del lavoro. Le forze pro-
duttive mutano anche nel corso della trasformazione dei rapporti di produ-
zione capitalistici in quelli socialisti: esse subiscono un rimodernamento so-
stanziale. In relazione al fatto che lo scopo della produzione non è più il pro-
fitto ma il massimo soddisfacimento delle esigenze degli uomini, cambia ine-
vitabilmente l'indirizzo di attività di tutta una serie di aziende, si stabilisce
un rapporto diverso fra i singoli rami della produzione, se ne creano nuovi,
ecc.
Quindi, il processo di trasformazione della vecchia forma che non corrispon-
de più al contenuto è al tempo stesso un processo di trasformazione radicale
di questo contenuto. Esprimendo la data legge, Lenin scriveva: «… la lotta del
contenuto con la forma e viceversa. Rigetto della forma, rielaborazione del
contenuto»75.
d. La parte e il tutto, l'elemento e la struttura
Quando esaminiamo un fenomeno dal punto di vista del suo contenuto, esso
ci si presenta come un tutto, come l'aggregato di tutti gli elementi, lati che lo
costituiscono, e delle interazioni fra di essi. È proprio in questo quadro

75V. I. Lenin, op. cit., vol. 38, p. 206.


sommario che il contenuto si rapporta alla forma. Ma la caratteristica som-
maria del contenuto, man mano che si approfondisce la conoscenza del dato
oggetto, diventa insufficiente, si rende necessario uno studio più minuzioso
dei singoli momenti del contenuto, dei suoi singoli elementi, processi, rap-
porti costitutivi. Il contenuto viene scomposto nelle sue singole parti, un'a-
nalisi delle quali porta alla necessità di stabilire le leggi di interazione tra di
loro e con il tutto. Le categorie di «tutto» e di «parte» rispecchiano le leggi di
interazione tra le singole parti e il tutto nel quale rientrano, mentre le cate-
gorie di «elemento» e di «struttura» rispecchiano le leggi di interazione delle
parti tra di loro nel quadro del tutto.
La Parte è un oggetto (processo, fenomeno, rapporto) formativo di un altro
oggetto (processo, fenomeno, rapporto) e che si presenta come un momento
del suo contenuto. Il Tutto è un oggetto (processo, fenomeno, rapporto) che
racchiude in sé come componenti altri oggetti (processi, fenomeni, rapporti),
organicamente connessi tra di loro, ed è dotato di proprietà che non si ridu-
cono alle proprietà delle parti che lo formano.
Ogni oggetto rappresenta un tutto composto di determinate parti. Ad esem-
pio, una molecola di acqua come un tutto è formata da un atomo di ossigeno
e da due atomi di idrogeno. Ogni atomo che forma una molecola di acqua, es-
sendo parte del tutto, non si perde in questo tutto, non si fonde con la sua
qualità, ma conserva la propria determinatezza qualitativa, possiede una
certa autonomia, il che gli permette di occupare nel tutto un posto rigorosa-
mente determinato e di assolvere una funzione rigorosamente determinata.
In tal modo, la molecola rappresenta un tutto che può essere risolto nelle
sue singole parti, aventi ciascuna un proprio contenuto specifico. Ma il loro
contenuto è condizionato non solo dalla loro natura specifica ma anche dalla
natura generale del tutto. Perciò esse, nella loro funzione specifica, non si
presentano come a se stanti, ma come parti del tutto. D'altro canto, la natura
generale di un tutto (nel nostro caso, della molecola) dipende dalla natura
specifica delle parti che lo compongono, in particolare degli atomi.
L'interconnessione del tutto e della parte, la quale si esprime nel fatto che la
qualità del primo dipende dalla natura specifica delle parti che lo costitui-
scono e le qualità di queste ultime dalla natura specifica del tutto, è la conse-
guenza di una determinata interconnessione delle parti in seno al tutto, in-
terconnessione che forma la struttura del tutto. È proprio l'interconnessione
di questi o quegli elementi che condiziona il sorgere di un tutto e la loro tra-
sformazione in parti costitutive di quest'ultimo. Senza la struttura un tutto
non è possibile. Essa è la condizione principale dell'esistenza di un tutto.
Il concetto di «struttura» si riferisce al modo di combinazione e di intercon-
nessione degli elementi di un tutto. Il concetto di «elementi» si riferisce alle
parti costitutive di un tutto, le quali sono in determinata interconnessione e
interdipendenza tra di loro.
I concetti di «elemento» e di «parte» non sono identici. Gli elementi manife-
stano il loro contenuto specifico in rapporto alla struttura, in rapporto ad un
determinato sistema di connessione tra di loro. Possedendo una certa auto-
nomia, una particolare caratteristica qualitativa, gli elementi si distinguono
sostanzialmente dalla connessione in cui si trovano tra di loro. Il contenuto
specifico delle parti si manifesta invece non alla luce della connessione che
esiste tra di loro ma alla luce del rapporto con il tutto, perciò esse non pos-
sono essere contrapposte ai nessi che costituiscono la struttura del tutto,
poiché questi ultimi sono essi stessi parti del tutto. Di qui deriva che il con-
cetto di «parte» è più ampio del concetto di «elemento». Sono parti di un tut-
to non solo gli elementi che sono in determinata interconnessione tra di lo-
ro, ma anche le interconnessioni stesse fra gli elementi, cioè la struttura.
Dicendo che la struttura rappresenta il modo in cui si connettono o si com-
binano gli elementi nel quadro di un tutto, noi in sostanza identifichiamo il
concetto di «struttura» con il concetto di «forma», ma ciò è inevitabile, poi-
ché il primo concetto è sorto sulla base dell'ulteriore sviluppo del secondo e
non è altro che una concretizzazione di esso. Ma al tempo stesso il concetto
di «struttura» esprime non solo le leggi dell'interconnessione del contenuto
e della forma, quando è considerato in rapporto alla categoria di «contenu-
to», ma anche le leggi dell'interconnessione degli elementi del contenuto tra
di loro, quando è considerato in rapporto al concetto di «elemento». Questa
ultima interconnessione è caratterizzata, in particolare, dal fatto che ogni
elemento, essendo qualitativamente determinato e possedendo una certa
autonomia nel quadro di un tutto, dipende fondamentalmente dagli altri
elementi che costituiscono il dato tutto, dal carattere del rapporto con essi.
Questi nessi determinano in certo grado il suo posto, il suo ruolo e il suo si-
gnificato nel tutto, le sue caratteristiche qualitative e quantitative. D'altro
canto, la connessione stessa tra gli elementi dipende dalla loro natura, dalle
loro caratteristiche qualitative e quantitative.
Ad esempio, i rapporti che si stabiliscono fra i coniugi, nonché fra i genitori e
i figli in seno alla famiglia, dipendono fondamentalmente dalle caratteristi-
che qualitative degli individui che entrano in questi rapporti. D'altro canto,
le caratteristiche qualitative di questi individui dipendono per molti aspetti
dai rapporti esistenti in famiglia. La loro formazione, la direzione in cui mu-
tano sono determinati in notevole misura dai suddetti rapporti.
Quindi, le proprietà degli elementi dipendono dalla struttura del tutto che
essi formano, mentre la struttura di questo tutto dipende dagli elementi che
lo compongono, dalla loro natura e dalla loro quantità. In altre parole, gli
elementi in cui si scompone questo o quell'oggetto e la struttura propria al
dato oggetto - il modo di connessione degli elementi sono tra di loro nella
necessaria interdipendenza, nella necessaria unità dialettica.
9. L'ESSENZA E IL FENOMENO

a. Il concetto di essenza e di fenomeno


Come si è fatto notare nel precedente paragrafo, il contenuto include in sé
tutto l'insieme delle interazioni e dei mutamenti, propri alla data cosa, la
forma comprende tutto l'insieme dei nessi e rapporti stabili che costituisco-
no la struttura della data cosa. Una parte delle interazioni e dei mutamenti
che formano il contenuto è necessaria, l'altra parte è casuale. Quanto detto
sopra vale anche per la forma. Alcuni nessi e rapporti che la costituiscono
rappresentano il necessario, gli altri il casuale. Il necessario nel contenuto e
nella forma costituisce l'essenza della cosa, il casuale costituisce il fenomeno.
Ma non dobbiamo pensare che l'essenza sia rappresentata dall'insieme mec-
canico dei necessari lati e nessi. L'essenza è un tale insieme dei necessari lati
e nessi di una cosa in cui essi sono in interdipendenza naturale, in unità dia-
lettica tra di loro.
Quindi, l'essenza è l'insieme di tutti i necessari lati e nessi di una cosa, presi
nella loro interdipendenza naturale; il fenomeno è il manifestarsi in superfi-
cie di questi lati e nessi attraverso tutta la massa delle deviazioni casuali.
Ad esempio, l'essenza di questa o quella società è l'insieme di tutti i necessa-
ri lati e nessi, propri ad essa, insieme che include in sé tutte le leggi che pre-
siedono al suo funzionamento e al suo sviluppo. Si riferisce ai fenomeni il
manifestarsi di tutti questi lati e nessi (leggi) attraverso le interazioni degli
uomini nella loro vita quotidiana, attraverso l'attività delle istituzioni e or-
ganizzazioni sociali, ecc. L'essenza della molecola di questo o quel composto
chimico è rappresentata dagli atomi che la costituiscono, dalle leggi di inte-
razione tra di essi. Mentre l'insieme delle proprietà, attraverso le quali si
manifestano in superficie le leggi dell'interconnessione e dell'interdipen-
denza di questi atomi, costituisce il fenomeno.
b. La critica delle concezioni idealistiche e metafisiche dell'essenza e del fenomeno
Gli idealisti o negano in generale l'esistenza reale dell'essenza o ne negano la
materialità. Non riconosceva l'esistenza dell'essenza, ad esempio, Berkeley.
Ciò è caratteristico anche delle concezioni di Mach e Avenarius. Negano l'esi-
stenza reale dell'essenza anche alcuni filosofi borghesi contemporanei, in
particolare B. Russell, F. Schiller, ed altri.
Russell, ad esempio, così ragiona intorno alla questione se l'uomo ha o no
l'essenza. Che cosa rappresenta il signor Smith?, egli si domanda e rispon-
de: - Quando noi lo guardiamo, vediamo dei colori, quando l'ascoltiamo, sen-
tiamo dei suoni e supponiamo che lui, come noi, abbia dei pensieri e dei sen-
timenti. Ma che cosa è il signor Smith a considerarlo isolatamente da questi
fenomeni? Semplicemente un gancetto immaginato, al quale, come si pre-
suppone, siano appesi dei fenomeni. Di fatto i fenomeni non hanno bisogno
di questo gancetto.
Un analogo punto di vista è sostenuto anche da Schiller. Egli basa la sua di-
mostrazione dell'assenza dell'essenza nei fenomeni del mondo esterno sulla
interpretazione diversa da parte degli uomini dell'essenza di questo o
quell'oggetto. Per la religione, scrive Schiller, l'essenza dell'uomo è racchiusa
nella sua anima, il medico la vede nel corpo, la lavandaia vede l'essenza
dell'uomo nel fatto che lui porta gli indumenti, per taluni essa si esprime nel
fatto che l'uomo può guadagnare denaro. Che cosa è dunque l'essenza effet-
tiva dell'uomo?, si chiede Schiller e risponde: - Essa semplicemente non esi-
ste. Gli uomini la creano a loro arbitrio -.
Gli uomini effettivamente possono immaginarsi in modo diverso l'essenza di
questa o quella cosa. Ma da ciò non deriva affatto che essa non esista. Ciò sta
a dimostrare solo che gli uomini, interpretando l'essenza di questa o quella
cosa, partono da lati e nessi diversi (e ogni cosa di questi lati e nessi ne pos-
siede un'infinità), attribuiscono loro valore assoluto e deformano così il vero
stato di cose, mentre l'essenza come l'insieme dei necessari lati e nessi, pro-
pri alla data cosa, esiste indipendentemente dal fatto se è giusto o no il giu-
dizio su di essa, se essa è colta in tutti i suoi aspetti o se è rappresentata da
un solo lato.
Vari idealisti, ad esempio, Platone, Hegel, Santayana, Whitehead, ammettono
l'esistenza reale delle essenze, ma le considerano istanze ideali. Da Platone e
Santayana queste essenze costituiscono un particolare mondo che è la vera
realtà: la forma d'essere suprema. Nel pensiero di Hegel l'essenza è il concet-
to di questo o quell'oggetto, concetto, che si conserva nel corso di tutti i suoi
mutamenti.
Il materialismo dialettico ritiene che le essenze espresse in forma ideale esi-
stono non nella realtà circostante, non nel mondo esterno, ma nella coscien-
za. Perciò esse non solo non rappresentano un modo d'essere superiore ri-
spetto al mondo esterno ma sono subordinate a questo mondo, dipendono
da esso, poiché il contenuto è attinto da questo mondo, è un calco, una copia
di questi o quei lati o nessi della realtà oggettiva.
c. L'interconnessione dell'essenza e del fenomeno
Secondo il materialismo dialettico, l'essenza delle cose materiali è materiale,
rappresenta l'insieme dei necessari lati e nessi, propri ad esse, ed esiste in-
dipendentemente dalla coscienza umana. Essa è organicamente connessa al
fenomeno, rivela il suo contenuto solo in esso e attraverso di esso. Il feno-
meno a sua volta pure è collegato indissolubilmente con l'essenza, non può
esistere senza di essa. «… L'essenza - scriveva Lenin, sottolineando il nesso
indissolubile tra l'essenza e il fenomeno - appare. L'apparenza è essenzia-
le»76.
Il fenomeno, rappresentando la forma in cui si manifesta l'essenza, si distin-
gue da essa: l'essenza vi si esprime in forma travisata. Ad esempio nella so-
cietà capitalistica i fenomeni dimostrano che la sorte degli uomini, la loro
condizione economica dipendono dai rapporti tra le cose, dal gioco dei prez-
zi delle merci che prendono parte alle operazioni di scambio sul mercato. In
realtà tutto ciò dipende dai rapporti che si stabiliscono tra gli uomini nel
processo della produzione, della distribuzione e del consumo dei beni mate-
riali.
Esprimendo l'essenza, il fenomeno apporta in ciò che deriva dall'essenza
nuovi momenti, momenti condizionati non dall'essenza, ma dalle circostanze
esterne in cui esiste la data cosa, dall'interazione della data cosa con le con-
dizioni che la circondano. Perciò il fenomeno è sempre più ricco dell'essenza.
Ciò non è difficile vedere sull'esempio del rapporto tra il valore delle merci e
i loro prezzi. I prezzi di questa o quella merce sempre sono più mobili rispet-
to al suo valore, e in questo senso sono un fenomeno più ricco poiché in essi
si esprime non solo la dipendenza dalla quantità di lavoro socialmente ne-
cessario, speso per produrla, ma anche da tutta una serie di fattori esterni, in
particolare dal rapporto tra domanda e offerta sul mercato.
Poi, se il contenuto del fenomeno è determinato non solo dall'essenza - l'in-
sieme dei necessari lati e nessi della data cosa - ma anche dalle condizioni
esterne della sua esistenza, dall'interazione di essa con altre cose (e queste
ultime cambiano continuamente), allora il contenuto del fenomeno deve es-
sere fluido, mutabile, mentre l'essenza rappresenta un che di stabile che si
conserva nel corso di tutti questi mutamenti. Ad esempio, i prezzi di questa
o quella merce cambiano continuamente, mentre il suo valore rimane immu-
tato per un determinato periodo di tempo. Le cose stanno analogamente an-
che per quel che concerne la condizione economica degli uomini, in partico-
lare degli operai, nella società capitalistica. Essa cambia in dipendenza della
fase che attraversa la produzione (ripresa, ascesa, crisi, depressione). L'in-

76V. I. Lenin, op. cit., vol. 38, p. 257.


sieme dei rapporti di produzione (essenza di essi), il quale determina la
condizione economica degli uomini, rimane però relativamente immutato,
stabile.
Esprimendo la data legge del rapporto essenza- fenomeno, Lenin scrisse: «…
l'inessenziale, il parvente, il superficiale sparisce più spesso, non si mantiene
così “compatto”, non sta “così saldo” come l'“essenza”»77.
Essendo stabile rispetto al fenomeno, l'essenza non rimane del tutto immu-
tata. Essa cambia, ma più lentamente del fenomeno. Questo mutamento è
condizionato dal fatto che nel processo dello sviluppo del fenomeno alcuni
necessari lati e nessi incominciano a rafforzarsi e ad esercitare una maggiore
funzione, mentre gli altri passano in secondo piano o scompaiono del tutto.
Può servire da esempio il passaggio del capitalismo dalla fase premonopoli-
stica alla fase dell'imperialismo. Se nel periodo premonopolistico di sviluppo
del capitalismo dominavano fenomeni come la libera concorrenza e l'espor-
tazione di merci e i monopoli erano lungi dall'assolvere un ruolo di rilievo
nella vita economica, nell'epoca dell'imperialismo la libera concorrenza, an-
che se continua ad aver luogo, è già limitata molto dal monopolio che diven-
ta un fenomeno universale ed assolve un ruolo determinante nella vita della
società, l'esportazione di merci passa in secondo piano e diventa dominante
l'esportazione di capitali, ecc. Ciò dimostra che anche una stessa essenza può
subire determinati mutamenti nei suoi propri limiti.

10. LA POSSIBILITÀ E LA REALTÀ

a. Il concetto di realtà e di possibilità


Mettendo in luce l'essenza dell'oggetto d'indagine ci si rivolge al passato per
farsi un'idea della storia del suo sorgere e del suo sviluppo. Una volta accer-
tata l'essenza dell'oggetto, si può dare uno sguardo al futuro, definire non
solo ciò che era l'oggetto d'indagine nel passato e che cosa è oggi, ma anche
ciò che esso sarà in avvenire. In altre parole, una volta accertata l'essenza di
un fenomeno - l'insieme dei necessari lati e nessi propri ad esso - si può giu-
dicare sia dei suoi stati reali che di quelli possibili.
La realtà è ciò che esiste realmente, la possibilità è ciò che può accadere in
opportune condizioni.
Taluni potranno dire: «Se la realtà è ciò che esiste realmente, non si può di-
stinguerla dalla possibilità, poiché anche la possibilità esiste realmente». La
possibilità infatti esiste realmente, ma solo come una proprietà, come la ca-

77V. I. Lenin, op. cit., vol. 38, p. 121.


pacità della materia di trasformarsi in opportune condizioni da determinata
cosa, da determinato stato qualitativo in un'altra cosa, in un altro stato. In
questa sua forma, cioè come la capacità, la possibilità si presenta come un
momento della realtà e possiede naturalmente una caratteristica così so-
stanziale come l'esistenza reale.
Ma quando noi parliamo di possibilità come di un che di ancora inesistente,
abbiamo in vista non la capacità di un fenomeno di trasformarsi in un altro
ma quegli stati qualitativi, quelle caratteristiche qualitative in cui deve tra-
sformarsi, in opportune condizioni, il dato fenomeno. Essi non possiedono
l'essere reale, essi sono ancora assenti nella realtà, ma essi possono presen-
tarsi, possono manifestarsi.
In tal modo, intendiamo per possibilità quelle proprietà, stati, processi, cose
che sono assenti nella realtà ma che possono fare la loro comparsa grazie al-
la capacità, propria alla realtà, di trasformarsi da un determinato stato in un
altro.
Attuandosi, la possibilità diventa realtà, perciò la realtà può essere definita
come possibilità attuatasi e la possibilità come realtà potenziale.
b. La critica delle concezioni idealistiche e metafisiche della possibilità e della realtà
Il problema della possibilità e della realtà ha attirato l'attenzione dei filosofi
da molto tempo, a cominciare dall'antichità. Ci è stato un determinato tenta-
tivo di risolverlo, ad esempio, presso Platone, il quale distingueva l'esistenza
possibile e l'esistenza effettiva, reale.
Secondo Platone, possedeva l'essere effettivo il mondo delle idee, delle es-
senze ideali, e quello possibile il mondo delle cose. Essendo in stato di possi-
bilità, il mondo delle cose, secondo Platone, non può trasformarsi in realtà,
acquistare un'esistenza reale. L'essere reale e l'essere possibile sono neces-
sariamente delimitati.
A differenza di Platone, Aristotele, ammettendo l'esistenza autonoma della
possibilità e della realtà, indipendenti l'una dall'altra, negava l'esistenza di
un limite invalicabile tra di esse. Egli riteneva che il possibile può trasfor-
marsi nel reale, così come il reale può trasformarsi nel possibile. Nella dot-
trina di Aristotele si presenta come pura possibilità la materia prima e come
pura realtà la forma che si fonde in ultima istanza con dio, forma di tutte le
forme. Come risultato della fusione della forma con la materia sorgono cose
qualitativamente determinate che possiedono l'essere possibile e reale e che
cambiano in seguito al trapasso di un opposto (possibilità) nell'altro opposto
(realtà).
Il trapasso della possibilità nella realtà avviene, secondo Aristotele, non sulla
base delle forze, tendenze interne proprie ad una cosa, ma è dovuto all'azio-
ne di fattori esterni, di una forza esterna, cioè di questa o quella cosa real-
mente esistente. Egli afferma che sempre sorge da una cosa esistente come
possibilità una cosa esistente come realtà mediante l'azione di un'«altra» co-
sa, che «pure» esiste nella realtà.
Partendo dalla data tesi di Aristotele, Tommaso d'Aquino argomentò la ne-
cessità dell'esistenza della pura realtà, la quale, agendo, provoca la trasfor-
mazione di questa o quella possibilità nella realtà. Secondo lui, può presen-
tarsi in qualità di tale (pura) realtà solo dio.
Un distacco metafisico della possibilità dalla realtà, il conferire valore asso-
luto ad esse portano inevitabilmente all'idealismo, alla ricerca di un princi-
pio attivo capace di unire la possibilità con la realtà e di creare così la molte-
plicità delle cose e dei fenomeni la quale si osserva nel mondo.
Contro il distacco della possibilità dalla realtà prese decisamente posizione
Giordano Bruno. Secondo lui la possibilità non può esistere fuori della realtà,
indipendentemente da essa, ma è in connessione organica con essa.
Questa idea la sviluppa Hobbes, il quale, nel dimostrare l'interconnessione
organica della possibilità e della realtà, sottolinea che esse hanno una natura
identica.
Un diverso punto di vista fu sostenuto da Kant. Secondo lui, la possibilità e la
realtà non ineriscono alle cose, al mondo esterno, ma sono soltanto caratte-
ristiche della ragione umana, delle sue capacità conoscitive. «… La distinzio-
ne tra le cose possibili e le cose reali è tale che vale solo come soggettiva per
la ragione umana»78.
L'approccio soggettivistico di Kant al problema della possibilità e della realtà
fu estesamente criticato da Hegel, il quale mise in luce, in rapporto allo svi-
luppo del pensiero, non solo il condizionamento della prima da parte della
seconda ma anche la dialettica della trasformazione dell'una nell'altra.
Le leggi indovinate da Hegel dell'interconnessione del possibile e del reale
sono state considerate in chiave materialistica e scientificamente argomen-
tate dal materialismo dialettico.
c. L'interconnessione della possibilità e della realtà. I tipi di possibilità
La possibilità diventa realtà non sempre ma solo in opportune condizioni.
Ad esempio, la possibilità della rivoluzione socialista nei paesi capitalistici
può trasformarsi in realtà solo nel caso di una crisi di tutta la nazione, di una
situazione, in cui non solo gli strati inferiori non vogliano vivere come per il

78Immanuel Kant, Kritik der Urteilskraft. Leipzig, 1878, S. 288.


passato, ma anche gli strati superiori non possano governare come per il
passato, in cui si aggravino più del solito l'angustia e la miseria delle classi
oppresse e si accresca la loro attività, e, infine, in cui la classe rivoluzionaria
sia capace di compiere «azioni rivoluzionarie di massa sufficientemente forti
per poter spezzare (o almeno incrinare) il vecchio governo»79.
Le condizioni sono l'insieme dei fattori necessari per la trasformazione di
questa o quella possibilità in realtà.
La trasformazione di queste o quelle possibilità in realtà non significa la ri-
duzione della quantità delle possibilità. L'attuarsi di alcune possibilità porta
al sorgere di altre possibilità. Le genera la nuova realtà. Passando così da
uno stato qualitativo all'altro, la realtà, in tal modo, non potrà mai esaurire le
sue possibilità. Le sue possibilità sono illimitate.
Come si è osservato sopra, ogni fenomeno rappresenta l'unità di una molti-
tudine di lati e tendenze diversi e opposti e tutti essi sono capaci di trasfor-
marsi (in opportune condizioni) in altri o nei propri opposti. Perciò qualsiasi
fenomeno presenta molte possibilità diverse. Tenendo conto delle peculiari-
tà di queste possibilità, esse possono essere suddivise in reali e formali,
astratte e concrete, riversibili e irreversibili, coesistenti e escludenti, possi-
bilità dell'essenza e possibilità del fenomeno.
Si chiamano reali le possibilità condizionate dai necessari lati e nessi, dalle
leggi di funzionamento e di sviluppo dell'oggetto; si chiamano formali le
possibilità condizionate dai nessi e rapporti casuali.
Un esempio di possibilità reale è la possibilità di un'economia pianificata nei
paesi socialisti. Essa è condizionata da un fattore necessario per i paesi so-
cialisti come il dominio della proprietà sociale dei mezzi di produzione. Un
esempio di possibilità formale è la possibilità per l'operaio di diventare capi-
talista. Questa possibilità non deriva dalla necessità, non deriva dalle leggi
del modo di produzione capitalistico, ma è condizionata da fattori esterni, da
un concorso fortuito di circostanze. Le leggi del capitalismo condizionano
l'opposto, e precisamente che nella società capitalistica l'operaio deve rima-
nere operaio.
Generate dai necessari lati e rapporti della realtà, le possibilità reali si di-
stinguono tra di loro per le condizioni necessarie ai loro avverarsi. E a se-
conda del tipo di connessione con queste condizioni esse si suddividono in
possibilità astratte e concrete.
Concreta è quella possibilità per il cui avverarsi possono Presentarsi o si so-

79V. I. Lenin, op. cit., vol. 21, p. 192.


no già presentate le rispettive condizioni; astratta è quella possibilità per il
cui avverarsi sono attualmente assenti le condizioni necessarie per la sua at-
tuazione. Perché si avveri, il fenomeno che la possiede deve attraversare una
serie di stadi di sviluppo.
Un lampante esempio di possibilità concreta è la possibilità delle crisi eco-
nomiche nelle condizioni del capitalismo.
Per il realizzarsi di questa possibilità nei paesi capitalistici possono crearsi e,
come lo dimostra la vita stessa, si creano le rispettive condizioni. Essendo
concreta in rapporto alla società capitalistica matura, la possibilità in parola
è astratta in rapporto alla produzione mercantile semplice. Per il realizzarsi
di questa possibilità nel quadro della produzione mercantile semplice erano
assenti le condizioni necessarie. Affinché sorgessero, la produzione mercan-
tile semplice doveva attraversare una serie di stadi di sviluppo. Essa doveva
trasformarsi in produzione mercantile capitalistica e quest'ultima, a sua vol-
ta, doveva raggiungere un determinato grado di sviluppo. Non era casuale
perciò che la prima crisi economica del capitalismo scoppiasse solo nel
1825.
A seconda delle peculiarità del processo di trasformazione di questa o quella
possibilità in realtà, tutte le possibilità possono essere suddivise in riversibi-
li e irreversibili.
Si chiama riversibile quella possibilità con il cui avverarsi la realtà iniziale
diventa possibilità. Irreversibile, quella con il cui avverarsi la realtà iniziale
diventa impossibile.
È riversibile, ad esempio, la possibilità del moto meccanico di convertirsi in
calore, poiché con il suo avverarsi ciò che prima era realtà - il moto meccani-
co - diventa possibilità. Infatti, il calore racchiude in sé la possibilità del tra-
passo nel moto meccanico. Irreversibile sarà la possibilità di trasformare
l'energia chimica del carbone fossile in elettricità. Con il suo avverarsi la
realtà iniziale diventa impossibile: l'elettricità non possiede la possibilità di
trasformarsi in carbone fossile.
Essendo proprie ad uno stesso fenomeno, le possibilità diverse sono in de-
terminata interconnessione e interdipendenza tra di loro. In base al caratte-
re della connessione tra le possibilità, esse possono essere suddivise in pos-
sibilità coesistenti e in possibilità escludenti.
Coesistente (rispetto a qualsiasi altra possibilità) si chiama quella possibilità
il cui avverarsi non porta alla scomparsa dell'altra; escludente, quella possi-
bilità il cui avverarsi provoca la scomparsa dell'altra.
Un esempio di possibilità coesistente è la possibilità per il contadino di tra-
sformarsi in kulak, rispetto alla possibilità per lui di trasformarsi in brac-
ciante. Diventando kulak-sfruttatore, il contadino può non reggere alla con-
correnza, andare in rovina e trasformarsi in tal modo in bracciante, in ope-
raio salariato. La possibilità di trasformazione della proprietà privata capita-
listica in proprietà socialista è un esempio di possibilità escludente rispetto
alla possibilità di sfruttamento dell'uomo sull'uomo. La sua realizzazione
porta alla scomparsa della seconda, con l'instaurazione della proprietà so-
cialista lo sfruttamento diventa impossibile in un dato paese.
Il realizzarsi delle possibilità diverse, proprie ad un oggetto, si ripercuote in
modo diverso sulla sua essenza. Il realizzarsi di alcune di esse non ne modi-
fica l'essenza, mentre il realizzarsi delle altre porta alla trasformazione del
dato oggetto in un altro. La possibilità il cui avverarsi non modifica l'essenza
di una cosa si chiama possibilità del fenomeno; la possibilità il cui avverarsi è
legato a questa o quella modificazione dell'essenza di una cosa, alla trasfor-
mazione di essa in un'altra cosa si chiama possibilità dell'essenza.
Ad esempio, quella di ottenere un aumento dei salari in questo o quel ramo
della produzione come risultato della lotta degli operai contro i capitalisti è
una possibilità del fenomeno, poiché il suo avverarsi non modifica l'essenza
sociale dei dati gruppi sociali. Gli operai rimangono quelli di prima: privi del-
la proprietà dei mezzi di produzione, estraniati dal potere, sfruttati dalla
borghesia. Mentre quella di una rivoluzione socialista nei paesi capitalistici è
una possibilità dell'essenza. Con il suo avverarsi cambia l'essenza dell'ordi-
namento sociale: la società capitalistica si trasforma in quella socialista.
CAPITOLO 7: LE LEGGI FONDAMENTALI DELLA DIALETTICA

Come si è già rilevato, la legge è un nesso o un rapporto generale, stabile, ne-


cessario all'interno di un fenomeno o tra fenomeni.
Ogni oggetto ha numerosi nessi (rapporti) generali, stabili e necessari, ob-
bedisce a leggi diverse. Ma non tutti questi nessi generali, stabili e necessari
hanno una funzione uguale. Alcuni di essi hanno un'importanza determinan-
te, influiscono su tutte le altre leggi, su tutti gli altri lati di un fenomeno, de-
terminano in un modo o nell'altro il funzionamento e lo sviluppo di questo
fenomeno nel suo insieme; gli altri assolvono un ruolo subalterno, determi-
nano il funzionamento e lo sviluppo solo di alcuni singoli lati del fenomeno.
Le prime sono le leggi fondamentali, le seconde le leggi non fondamentali.
La suddivisione in leggi fondamentali e non fondamentali è caratteristica
non solo delle scienze concrete, ma anche della filosofia. Per il loro valore le
leggi filosofiche, in particolare le leggi della dialettica, pure non sono uguali.
Alcune di esse sono determinanti, influiscono su tutte le altre leggi, caratte-
rizzano il processo di sviluppo nel suo insieme, mentre le altre assolvono un
ruolo subalterno e caratterizzano solo alcuni singoli lati del processo di svi-
luppo. Le prime sono le leggi fondamentali della dialettica, le seconde le leggi
non fondamentali.
Si riferiscono alle leggi fondamentali della dialettica: la legge del trapasso dei
mutamenti quantitativi in quelli qualitativi, la legge dell'unità e della “lotta»
degli opposti, la legge della negazione della negazione.
Appartengono alle leggi non fondamentali della dialettica: la legge della cau-
salità, la legge del condizionamento della forma da parte del contenuto, la
legge dell'azione attiva della forma sul contenuto, la legge dell'esistenza o
del manifestarsi della necessità attraverso il casuale, le leggi dell'intercon-
nessione del generale e del particolare, della parte e del tutto, ecc.
Tutta una serie di leggi non fondamentali è stata da noi caratterizzata nell'a-
nalizzare le categorie fondamentali della dialettica. Nel presente Capitolo
verranno caratterizzate le leggi fondamentali della dialettica.

1. LA LEGGE DEL TRAPASSO DEI MUTAMENTI QUANTITATIVI IN QUELLI QUALITATIVI

a. Il concetto di qualità e di quantità


Come si è fatto notare nel precedente Capitolo, ogni cosa (oggetto, processo)
rappresenta l'unità del generale e del particolare, di ciò che ne indica la so-
miglianza con altre cose e di ciò che la distingue dalle altre. Ma ciò che di-
stingue una cosa dalle altre cose o ne indica la somiglianza con queste ultime
è la proprietà. La cosa è, in tal modo, caratterizzata da un'infinità di proprie-
tà diverse. Alcune di esse individualizzano la cosa stessa, le altre ne indicano
le dimensioni, la grandezza.
Ad esempio, alcune proprietà del cloro ci dicono che in condizioni normali è
un gas, che è di color giallo-verde, che è velenoso, chimicamente attivo, che
si combina direttamente con quasi tutti i metalli e metalloidi, ecc. Queste
proprietà ci offrono un'idea di ciò che il cloro è. Le altre proprietà (è di 2,5
volte più pesante dell'aria, a 0°C e a pressione normale pesa 3,214 g, il nu-
cleo atomico ha 17 protoni e ad esso sono legati 17 elettroni, ecc.) ne carat-
terizzano la grandezza.
L'insieme delle proprietà le quali indicano che cosa è questa o quella cosa si
chiama qualità. L'insieme delle proprietà che indicano le dimensioni di una
cosa, la sua grandezza si chiama quantità. È necessario distinguere le qualità
fondamentali e non fondamentali della cosa oggetto di indagine. Dato che i
nessi reciproci tra ogni cosa e gli altri fenomeni della realtà sono molteplici,
in momenti diversi la cosa rivela, a seconda delle condizioni concrete, ora
queste, ora quelle proprietà. Perciò a seconda delle condizioni la cosa rivele-
rà ora una qualità non fondamentale, ora un altra. In ogni caso particolare si
presenterà come qualità concreta l'insieme di quelle proprietà che si sono
manifestate nella cosa in queste o quelle condizioni, sotto questo o quel rap-
porto. Ad esempio, compiendo queste o quelle operazioni di lavoro, l'uomo
manifesta quelle proprietà che indicano ciò che lui è come lavoratore e che
nelle date condizioni ne costituiscono la qualità come lavoratore. Egli può in-
tervenire qui come manovale, come aggiustatore, come ingegnere, come
amministratore, ecc. Sotto un altro rapporto questo uomo manifesterà altre
proprietà, sotto un terzo terze proprietà, ecc. E in ciascuno di questi casi lui
rivelerà una nuova qualità concreta. Ad esempio, l'uomo si è sposato e si
presenta ora come marito; con la nascita dei figli diviene nei loro riguardi
padre; è stato eletto al Soviet Supremo e se ne manifesta una nuova qualità:
lui si presenta come deputato.
Ma accanto alle proprietà che a seconda delle condizioni ora si manifestano,
ora scompaiono, ogni cosa possiede tali proprietà che le sono sempre ine-
renti, sotto tutti i rapporti e in tutte le condizioni. L'insieme di queste pro-
prietà costituisce la qualità fondamentale della cosa. A differenza delle quali-
tà non fondamentali che caratterizzano la cosa solo sotto determinati rap-
porti, la qualità fondamentale la caratterizza sotto tutti i rapporti. Questa
qualità è inseparabile dalla cosa, sorge insieme ad essa e cambia solo nel
processo di mutamento di quest'ultima, di trasformazione in un'altra cosa.
La qualità fondamentale dell'uomo è costituita, ad esempio, da proprietà
come la coscienza, la capacità di modificare conformemente ai propri scopi
la realtà circostante e di creare i beni materiali necessari alla vita, la possibi-
lità di esistere solo in seno alla società“, cioè insieme agli altri uomini, ecc. La
qualità fondamentale dell'acqua è che essa è una sostanza composta di due
atomi di idrogeno e di uno di ossigeno. Alle qualità non fondamentali
dell'acqua si riferiscono, ad esempio, i suoi stati di aggregazione: liquido, so-
lido, gassoso.
b. L'essenza della legge del trapasso dei mutamenti quantitativi in quelli qualitativi
I mutamenti qualitativi di una cosa sono il risultato dell'accumulazione in
essa di determinati mutamenti quantitativi, i quali, una volta raggiunto un
certo livello, si trasformano inevitabilmente in quelli qualitativi, questi ulti-
mi a loro volta esercitano un influsso inverso sulla quantità e ne determina-
no i rispettivi mutamenti.
Infatti, quale che sia la distinzione qualitativa che vorremmo esaminare,
scopriremo sempre che la sua comparsa è connessa a queste o quelle distin-
zioni quantitative. Ad esempio, la distinzione qualitativa propria all'ossigeno
e all'ozono è un diretto risultato della diversa quantità di atomi che com-
pongono le molecole delle date sostanze. La molecola di ossigeno è biatomi-
ca, mentre quella di ozono è triatomica. Inoltre, due sostanze come il gas esi-
larante (N2O) e l'anidride nitrica (N2O5) sono assai differenti sul piano qua-
litativo: la prima è un gas, la seconda è un solido, ma la sola differenza chi-
mica fra queste sostanze consiste nel fatto che di una molecola della seconda
fanno parte cinque atomi di ossigeno e di una molecola della prima solo un
atomo di ossigeno. Di ciò ne testimonia eloquentemente il sistema periodico
degli elementi di Mendeleev basato su una legge secondo cui le qualità chi-
miche e fisiche degli elementi sono una funzione del loro peso atomico (che
è una caratteristica puramente quantitativa).
Ma la qualità e la quantità possiedono una certa autonomia, e come risultato
non sempre un mutamento della quantità comporta un mutamento della
qualità. Ad esempio, la qualità dell'acqua non muterà se ne aumenteremo o
diminuiremo la quantità. L'acqua rimarrà acqua anche quando la sua quanti-
tà sarà pari ad un bicchiere, o sarà pari ad un bacino, o si ridurrà ad una sola
goccia; una tavola rimarrà sempre tavola, anche se ne ridurremo le dimen-
sioni di cinque, dieci, quindici centimetri.
Ma a tutto c'è un limite. Non sempre e non per tutto il tempo la qualità rima-
ne indifferente di fronte ai mutamenti quantitativi. Presto o tardi arriva un
momento in cui qualsiasi aumento o qualsiasi diminuzione di questa o quella
caratteristica quantitativa porta immancabilmente a mutare la qualità. Ad
esempio, la quantità di acqua può variare solo fino ad un limite ben preciso.
Oltre quel limite la sua qualità muterà subito. Tale limite dell'acqua corrente
è il peso di una molecola. L'acqua si trasformerà in sostanze qualitativamen-
te diverse: l'idrogeno e l'ossigeno. Poi, non ogni aumento o non ogni diminu-
zione delle dimensioni della tavola ne lascerà immutata la qualità: se aumen-
teremo o ridurremo notevolmente le dimensioni della tavola, essa, in un ca-
so, si trasformerà in tettoia, nell'altro, in giocattolo.
Quindi, i mutamenti quantitativi non provocano quelli qualitativi solo entro
determinati limiti. I limiti in cui i mutamenti quantitativi non provocano
quelli qualitativi costituiscono la misura.
In tal modo, i mutamenti qualitativi avvengono solo quando i mutamenti
quantitativi sorpassano i limiti di questa o quella misura. Ma se è così, se i
mutamenti qualitativi avvengono non sempre ma solo quando i mutamenti
quantitativi sorpassano i limiti di una rispettiva misura, è evidente che i mu-
tamenti qualitativi sono il risultato dei mutamenti quantitativi, che le carat-
teristiche qualitative sono condizionate da quelle quantitative e le differenze
qualitative da quelle quantitative.

Le differenze qualitative, sorgendo come risultato di determinati mutamenti


quantitativi, non si comportano passivamente nei confronti di questi ultimi
ma esercitano su di essi un influsso inverso e condizionano i rispettivi mu-
tamenti nelle caratteristiche quantitative. Ad esempio, con il sorgere del so-
cialismo (come nuova qualità) per sostituirsi al capitalismo (vecchia qualità)
appaiono anche nuove caratteristiche quantitative: ritmi diversi di sviluppo
della produzione, diverso grado di partecipazione del popolo all'ammini-
strazione della cosa pubblica, diverso grado di soddisfacimento delle esigen-
ze materiali e culturali dei lavoratori, ecc.
Il dato momento dell'interconnessione e dell'intercondizionamento della
qualità e della quantità, dei mutamenti qualitativi e quantitativi costituisce
per l'appunto l'essenza della legge della conversione della quantità in quali-
tà.
c. La critica delle concezioni metafisiche dell'interconnessione della quantità e della qualità
Nonostante tutta l'evidenza della sopra riportata tesi, i metafisici negano ciò,
ritenendo che la qualità e la quantità non siano legate tra di loro e non pos-
sano trapassare l'una nell'altra. Definisce assurda la data tesi, ad esempio, il
filosofo americano contemporaneo Sydney Hook. Egli scrive: “… anche se e la
quantità e la qualità possono variare ed è possibile descrivere per mezzo di
funzioni continue e discontinue il rapporto tra le variazioni di entrambe, è
assurdo dire che col tempo la quantità diventa qualità o che la qualità diven-
ta quantità”80. La quantità, secondo Hook, non può trasformarsi in qualità
perché quest'ultima «precede logicamente la quantità» e in generale può
esistere senza di essa. Che la qualità precede logicamente la quantità, ciò è
giusto. Nel processo della conoscenza l'uomo andava storicamente dalla co-
noscenza della qualità all'accertamento della quantità, ma da ciò non deriva
affatto che i mutamenti qualitativi non siano l'effetto dei mutamenti quanti-
tativi. Nel campo della conoscenza alle volte siamo costretti a procedere in
una direzione opposta a quella che aveva luogo nella realtà. Ma in base a
quello che si osserva nel campo della conoscenza non si può giudicare dei
fatti della realtà. Si deve giudicare del mondo oggettivo in base alle leggi del-
la realtà e non della conoscenza.
Nega l'interconnessione della qualità e della quantità anche l'odierno fisico
inglese J. Feibleman. Egli dichiara che la quantità e la qualità non possono
essere collegate l'una con l'altra, in quanto una di esse (qualità) si manifesta
tramite la sensazione, l'altra (quantità) nel processo dell'attività riflessiva.
Anche se le cose stessero così (sebbene ciò sia lungi dal corrispondere alla
realtà: si viene a conoscere la qualità non solo per mezzo delle sensazioni ma
anche tramite il pensiero; lo stesso vale anche per la quantità), ciò non di-
mostra affatto che la quantità e la qualità siano isolate, poiché ciò che noi al-
le volte separiamo, isoliamo l'uno dall'altro nel processo della conoscenza,
non deve obbligatoriamente esistere e presentarsi così nella realtà oggettiva.
A differenza dei metafisici, il materialismo dialettico, in conformità ai dati
delle scienze naturali, non solo ammette l'interconnessione della qualità e
della quantità, dei mutamenti qualitativi e quantitativi, ma anche considera
ciò una delle leggi fondamentali di movimento e di sviluppo della materia.
d. Il salto come forma universale del passaggio da una qualità all'altra
Essendo in interconnessione e interdipendenza, i mutamenti quantitativi e
qualitativi si distinguono però sostanzialmente gli uni dagli altri. I mutamen-
ti quantitativi avvengono lentamente, impercettibilmente, gradualmente, in-
cessantemente, mentre quelli qualitativi avvengono bruscamente, aperta-
mente, a salti, rappresentano una soluzione di continuità.
Il salto è il processo di trasformazione della qualità delle cose, il loro passag-
gio da uno stato all'altro.
Essendo un'interruzione degli incessanti mutamenti quantitativi di una cosa,
il salto dipende dalla sua natura, dalla sua essenza specifica. Ai fenomeni di-
versi per natura sono propri le forme diverse dei salti. Ad esempio, in una
determinata forma avviene la trasformazione dell'elettrone e del positrone

80Sydney Hook, Dialectical Materialism and Scientific Method. Manchester, 1955, p. 20.
in due o tre fotoni, in un'altra forma il passaggio di una sostanza dallo stato
liquido allo stato gassoso, in una terza la trasformazione di una specie di
animali in un'altra. Il carattere del salto, la sua forma dipendono anche dalle
concrete condizioni in cui avviene. Fenomeni per natura uguali passano in
condizioni concrete diverse ad un nuovo stato qualitativo per vie diverse. Ad
esempio, nell'URSS, dove subito dopo la vittoria della Grande rivoluzione so-
cialista d'Ottobre si era proceduto alla nazionalizzazione della terra, nel cor-
so delle trasformazioni socialiste nell'agricoltura si è riuscito ad evitare in
notevole misura le forme inferiori e medie di cooperative di produzione e a
passare subito alla forma superiore, in particolare all'artel agricolo: lavoro
collettivo, proprietà sociale dei mezzi fondamentali di produzione, distribu-
zione del prodotto secondo la qualità e la quantità di lavoro nell'azienda so-
ciale. Questo processo seguiva una via diversa negli altri paesi socialisti. Qui
la trasformazione su basi socialiste della piccola produzione mercantile con-
tadina avveniva nelle condizioni di esistenza della proprietà privata della
terra. Questo si è fatto sentire nel modo in cui si è svolto il dato processo. In
particolare, in questi paesi sono state largamente utilizzate varie forme d'e-
conomia semisocialiste: la proprietà socialista di determinati mezzi di pro-
duzione si combinava con la proprietà privata della terra e parallelamente
alla distribuzione secondo la qualità e la quantità di lavoro si praticava la di-
stribuzione in base alla qualità e alla quantità delle terre e degli altri mezzi
di lavoro messi a disposizione delle aziende sociali.
Tutte le forme dei salti possono essere suddivise in due tipi fondamentali:
(1) i salti che avvengono nella forma di un'esplosione e (2) i salti che avven-
gono in modo relativamente graduale, mediante un'accumulazione graduale
di elementi di nuova qualità e l'estinzione degli elementi di vecchia qualità.
Il salto a carattere esplosivo avviene impetuosamente, bruscamente, spesso
«d'un colpo». Nel corso di esso le trasformazioni abbracciano tutta la qualità
nel suo insieme. A differenza di ciò, il salto che avviene mediante un'accumu-
lazione graduale di elementi di nuova qualità e l'estinzione degli elementi di
vecchia qualità si svolge lentamente e richiede un periodo di tempo più o
meno lungo. Qui la qualità non si trasforma tutta d'un colpo ma parte per
parte. Prima muta una caratteristica qualitativa, poi un'altra, una terza, ecc.,
fino a quando non si trasformerà tutta la qualità nel suo insieme.
Da esempio di salto a carattere esplosivo può servire l'esplosione di una ca-
rica di dinamite, nel corso della quale una sostanza si trasforma bruscamen-
te in un'altra e questa trasformazione investe tutti i lati della qualità iniziale.
Per quel che concerne la società, può essere considerato un salto-esplosione
la rivoluzione socialista che si compie nella forma di un'insurrezione armata.
Da esempio di salto che avviene mediante un'accumulazione graduale di
elementi di nuova qualità e l'estinzione degli elementi di vecchia qualità può
servire la formazione di nuove specie di piante e di animali. In natura la tra-
sformazione di una specie di piante o di animali di regola avviene mediante
il sorgere graduale, l'una dopo l'altra, di nuove proprietà, corrispondenti alle
condizioni in via di mutamento dell'ambiente e mediante l'estinzione, pure
graduale, delle proprietà che non corrispondono alle nuove condizioni. Nella
società un esempio del genere è la conquista per via pacifica del potere poli-
tico da parte del proletariato.
e. L'evoluzione e la rivoluzione
Alla base della suddivisione dei salti in salti che avvengono nella forma di
un'esplosione e in salti che avvengono mediante un'accumulazione graduale
di elementi di nuova qualità e l'estinzione degli elementi di vecchia qualità,
sta il modo in cui il salto si compie e si svolge.
Ma alla base della classificazione dei salti può essere posto anche un altro
momento, e in particolare il carattere dei mutamenti qualitativi, ciò che mu-
ta nella cosa, ciò che ne costituisce la qualità. Poiché ogni cosa presenta le
qualità fondamentali e non fondamentali, i mutamenti delle qualità fonda-
mentali si distinguono sostanzialmente dai mutamenti delle qualità non fon-
damentali. I mutamenti della qualità fondamentale presuppongono un mu-
tamento dell'essenza della cosa, la sua trasformazione in un'altra cosa, men-
tre i mutamenti delle qualità non fondamentali avvengono nel quadro di una
stessa essenza, di modo che la cosa non si trasforma in un'altra cosa. Tenen-
do presente questa circostanza, i salti possono essere suddivisi in salti rivo-
luzionari e evoluzionistici.
La rivoluzione è un salto nel corso del quale si assiste ad una trasformazione
radicale delle fondamentali caratteristiche qualitative, muta l'essenza della
cosa.
L'evoluzione è un salto nel corso del quale il passaggio ad una nuova qualità
avviene nel quadro della data essenza della cosa, senza trasformazione radi-
cale delle fondamentali caratteristiche qualitative di prima.
Un esempio di rivoluzione è il passaggio da una formazione economico-
sociale all'altra, ad esempio, il passaggio dal capitalismo al socialismo. Un
esempio di evoluzione è il passaggio dal capitalismo premonopolistico al ca-
pitalismo monopolistico, il passaggio dal socialismo al comunismo, ecc.
Nel loro senso precipuo, i concetti di rivoluzione e di evoluzione possono es-
sere applicati a tutti i campi della realtà. Essi acquistano però un senso al-
quanto diverso se applicati per esprimere le leggi del passaggio da uno stato
qualitativo all'altro in queste o quelle sfere della vita sociale. Per quel che ri-
guarda la società, non ogni salto cui si accompagna una trasformazione radi-
cale delle fondamentali caratteristiche qualitative, un mutamento dell'es-
senza, sarà una rivoluzione, ma solo un tale salto, in seguito al quale sorgono
stati qualitativi più perfetti, cioè si compie il passaggio dall'inferiore al supe-
riore. Nel dato caso il passaggio dal superiore all'inferiore si chiama contro-
rivoluzione. Sarà, ad esempio, una rivoluzione il passaggio del potere politi-
co dalla borghesia al proletariato che rappresenta il modo di produzione so-
cialista chiamato a sostituirsi al modo di produzione capitalistico storica-
mente superato. Sarà una controrivoluzione la restaurazione temporanea
del potere della borghesia rovesciata nel corso della rivoluzione.
Quanto all'evoluzione, essa per quel che riguarda lo sviluppo storico si pre-
senta come riforma. La riforma è un tale tipo di mutamenti che presuppone
la conservazione delle fondamentali caratteristiche qualitative dell'esistente
ordinamento economico e politico della società, della sua essenza.
Nelle odierne condizioni la borghesia, adottando tutte le misure per prolun-
gare l'esistenza dell'ordinamento sociale capitalistico, ricorre spesso a que-
ste o quelle riforme che, apportando dei mutamenti di poco conto in questa
o quella sfera della realtà sociale, lasciano immutati l'esistente modo di pro-
duzione e lo sfruttamento, da esso condizionato, dell'uomo sull'uomo. «Il ca-
pitalismo ha cercato in tutti i modi di andare, per così dire, al passo coi tem-
pi, di servirsi di diversi metodi per regolare l'economia. Ciò ha permesso di
stimolare la crescita economica ma, come avevano previsto i comunisti, non
ha potuto eliminare le contraddizioni insite nel capitalismo»81.
2. LA LEGGE DELL'UNITÀ E DELLA “LOTTA” DEGLI OPPOSTI

a. Il concetto di opposto e di contraddizione


Come già sappiamo, ogni cosa possiede un'infinità di lati che interagiscono
fra di loro e provocano i rispettivi mutamenti l'uno nell'altro. Questi muta-
menti possono avere un senso uguale, diverso e opposto, possono esprimere
una stessa tendenza o tendenze diverse.
I lati che presentano gli indirizzi opposti di mutamento, le tendenze opposte
di funzionamento e di sviluppo, si chiamano opposti, e l'interazione di questi
lati costituisce la contraddizione.
Sono opposti, ad esempio, i processi di assimilazione e dissimilazione che si
svolgono nell'organismo vivente. L'assimilazione esprime la tendenza a
creare queste o quelle parti costitutive dell'organismo con sostanze dell'am-
biente esterno, la dissimilazione esprime la tendenza di disgregazione, di

81L. I. Brezhnev, op. cit., p. 43.


decomposizione. Un altro esempio: la situazione delle classi antagonistiche,
in particolare del proletariato e della borghesia, nella società capitalistica. A
queste classi sono propri interessi e tendenze d'azione diametralmente op-
posti. Infatti, il proletariato conduce una lotta costante per un aumento dei
salari, la borghesia lotta per ridurli. Durante le elezioni il proletariato aspira
ad eleggere agli organi legislativi propri rappresentanti, la borghesia adotta
tutte le misure per non permetterglielo.
b. L'unità degli opposti
Presentando le tendenze opposte di funzionamento e di sviluppo, gli indiriz-
zi opposti di mutamento, e escludendosi così a vicenda, gli opposti non di-
vergono, non distruggono l'uno l'altro, ma esistono insieme, in interconnes-
sione e interdipendenza indissolubile tra di loro. L'assimilazione e la dissi-
milazione nell'organismo vivente sono reciprocamente connesse e presup-
pongono l'una l'altra. Nella società capitalistica il proletariato e la borghesia
sono organicamente legati tra di loro. La borghesia come classe non può esi-
stere senza il proletariato e, al contrario, il proletariato come classe oppres-
sa, sfruttata scompare con la soppressione della borghesia, si trasforma in
classe operaia della società socialista.
La connessione indissolubile tra gli opposti sono la forma più importante del
manifestarsi della loro unità.
Un'altra forma del manifestarsi dell'unità degli opposti è il fatto che coinci-
dono in certo grado per determinati momenti, il fatto che possiedono pro-
prietà comuni. In quanto gli opposti sono i lati di una stessa cosa, caratteriz-
zano una stessa essenza, devono avere un che di comune, coincidere per tut-
ta una serie di proprietà. Ad esempio, i poli nord e sud della calamita sono i
lati di uno stesso fenomeno fisico, di una stessa essenza.
Quali lati diversi di una stessa cosa, gli opposti non solo si escludono a vi-
cenda ma si compenetrano reciprocamente, esprimono non solo la diversità
dei lati indissolubilmente connessi tra di loro ma anche la loro identità.
L'identità delle caratteristiche quantitative degli opposti, in particolare, si
esprime nella forma della reciproca compensazione delle forze, nella forma
dell'equilibrio di forze. Un tale momento si ha in un determinato stadio di
sviluppo della contraddizione, quando le forze, le tendenze opposte diventa-
no pari. Un esempio di equilibrio degli opposti è il rapporto tra le forze della
rivoluzione e della controrivoluzione in Russia nell'ottobre 1905. In quel pe-
riodo lo zarismo, secondo un'espressione di Lenin, «non era già in grado» e
«la rivoluzione non era ancora in grado di vincere» 82. L'equilibrio di forze

82V. I. Lenin, op. cit., vol. 9, p. 392.


non significa spegnimento o indebolimento della «lotta» degli opposti. Al
contrario, nel dato stadio di sviluppo degli opposti la «lotta» degli opposti
diventa particolarmente acuta.
La forma superiore del manifestarsi dell'identità degli opposti è il loro tra-
passo l'uno nell'altro, quando essi cambiano di posto. Ad esempio, in seguito
alla lotta di classe tra il proletariato e la borghesia, il primo si trasforma in
classe dominante e la seconda in una classe che viene repressa.
Il momento del trapasso degli opposti l'uno nell'altro è il punto culminante
dello sviluppo della contraddizione. Nel dato stadio la contraddizione si ri-
solve e la cosa passa da uno stato qualitativo all'altro. Tenendo presente
l'importanza particolare di questo momento nello sviluppo della contraddi-
zione, l'importanza particolare di questa forma del manifestarsi dell'identità
degli opposti, Lenin definiva la dialettica come dottrina sull'identità degli
opposti, sulle leggi del loro trapasso l'uno nell'altro. «La dialettica – egli
scrisse – è la teoria del modo come possono essere e come sono (come di-
vengono) identici gli opposti; in quali condizioni sono identici, convertendo-
si l'uno nell'altro; perché l'intelletto umano non deve prenderli come morti,
irrigiditi, ma come viventi, condizionati, mobili, trapassanti l'uno nell'altro”
83.

c. Il carattere relativo dell'unità e il carattere assoluto della “lotta” degli opposti


Quale interazione degli opposti, la contraddizione include in sé sia la loro
«lotta» che la loro unità. Nel contenuto della contraddizione questi due mo-
menti non occupano però un posto uguale. Il ruolo determinante lo assolve
la «lotta». Essa è assoluta come è assoluto il movimento da essa condiziona-
to. Quanto all'unità degli opposti, essa è relativa.
Il carattere assoluto della «lotta» degli opposti si esprime nel fatto che essa
contraddistingue tutti gli stadi di esistenza di una cosa, di trasformazione di
essa in un'altra cosa. Essa ha luogo al sorgere di ogni unità concreta che si
presenta come risultato della «lotta» delle forze, tendenze opposte. Essa esi-
ste nel quadro dell'unità, condizionandone il divenire e lo sviluppo. Essa è
presente e si manifesta in modo particolarmente intenso nel periodo di de-
molizione, di distruzione della vecchia unità e di nascita di una nuova unità.
Proprio la «lotta» degli opposti provoca la demolizione della vecchia unità e
la sostituzione di essa con una nuova unità, più corrispondente alle nuove
condizioni di esistenza.
A differenza della «lotta», l'unità degli opposti è un fenomeno temporaneo.
Sorta come risultato di questa «lotta», essa esiste per un certo periodo di

83V. I. Lenin, op. cit., vol. 38, p. 106.


tempo, fino a quando non maturerà e non si risolverà la contraddizione, alla
quale è legata, e poi scompare, cedendo il posto alla nuova unità. Quest'ulti-
ma, dopo esser esistita per un determinato periodo di tempo, pure si di-
strugge in seguito allo sviluppo della «lotta» degli opposti, ad essa propri, e
viene sostituita con un'altra unità, questa con una terza, e così via, all'infini-
to. L'unità, quindi, cambia ma la «lotta» rimane. Esistendo nel quadro di cia-
scuna delle unità succedentesi l'una all'altra, essa è pure quell'anello che col-
lega un'unità con l'altra e che condiziona la successione storica nel processo
dello sviluppo.
La relatività dell'unità, in tal modo, si esprime nel carattere temporaneo,
transitorio della sua esistenza. Ma accanto a questa forma del manifestarsi
della relatività dell'unità esistono le altre sue forme, ad esempio la coinci-
denza incompleta degli opposti, l'assenza di concordanza completa nel loro
funzionamento e nel loro sviluppo, infine, il carattere transitorio del loro
equilibrio.
d. La contraddizione, la differenza
Nel definire la contraddizione abbiamo indicato che essa rappresenta l'inte-
razione degli opposti. Ciò affermando, avevamo in vista la contraddizione già
formatasi, matura. Ma la contraddizione di regola non appare bell'e pronta.
Essa sorge e esiste inizialmente in forma immatura. Una forma universale
dell'essere dalla quale si sviluppa la contraddizione è la differenza. La diffe-
renza è la prima forma, immatura, del manifestarsi di una contraddizione.
Ma non dobbiamo pensare che ogni differenza rappresenti una contraddi-
zione. Le differenze esistono ovunque, tra tutti i fenomeni e tra tutti i lati di
uno stesso fenomeno. E se ogni differenza si presentasse come contraddi-
zione, non sarebbe possibile scoprire nessun altro lato e nesso all'infuori
delle contraddizioni. Le contraddizioni sarebbero l'unica forma di intercon-
nessione degli oggetti e dei loro lati. Ma nella realtà oggettiva, oltre alla con-
traddittorietà, esistono anche le altre forme di rapporti, in particolare i rap-
porti di armonia, di concordanza, di corrispondenza, ecc.
Si chiama contraddizione solo tale differenza che riguarda la divergenza del-
le tendenze o degli indirizzi di mutamento di questi o quei lati o fenomeni in-
teragenti. In altre parole, formano una contraddizione solo quei lati che pre-
sentano tendenze diverse, un diverso indirizzo di mutamento e di sviluppo.
Ad esempio, esistono differenze sostanziali tra i singoli rami della produzio-
ne socialista. Però le contraddizioni fra di essi possono anche non sorgere se
si hanno i necessari momenti di corrispondenza nel loro funzionamento e
nel loro sviluppo. Una contraddizione sorge solo quando nello sviluppo di
questi settori, in seguito al lavoro non abbastanza preciso di alcuni organi
economici e di pianificazione, si delineano tendenze diverse, questi o quei
momenti di non corrispondenza.
e. II carattere universale delle contraddizioni
I metafisici negano il carattere universale delle contraddizioni. Alcuni di essi,
ad esempio il filosofo tedesco Hartmann, ritengono che per la sua natura tut-
to ciò che esiste non è contraddittorio, che «non è contraddittorio né ciò che
esiste in sé né la ragione in sé, ma è contraddittoria la pretesa che la ragione
debba abbracciare completamente ciò che esiste” 84. Altri, ad esempio Syd-
ney Hook, ammettono l'esistenza delle contraddizioni solo nel pensiero, ne-
gando la loro esistenza nel mondo esterno.
A differenza della metafisica, il materialismo dialettico ritiene che le con-
traddizioni hanno un carattere universale. Esse esistono in ogni sfera della
realtà, in ogni ente materiale. Ne testimoniano eloquentemente i dati della
scienza e della prassi sociale. Ad esempio, nella meccanica incontriamo l'a-
zione e la reazione, in un fenomeno come l'elettricità le cariche positiva e
negativa, in un fenomeno come il magnetismo i poli sud e nord, nella mate-
matica il «più» e il «meno». La fisica moderna ha mostrato che la natura delle
particelle «elementari» è contraddittoria. Ad esempio, l'elettrone e il fotone
rappresentano l'unità dell'onda e del corpuscolo. L'unità degli opposti è rap-
presentata anche dall'atomo, in cui interagiscono gli elettroni e i protoni,
ecc. La contraddittorietà è la condizione necessaria dell'esistenza anche de-
gli organismi viventi. Il funzionamento e lo sviluppo di ogni organismo vi-
vente avvengono sulla base dell'interazione di processi opposti come l'assi-
milazione e la dissimilazione. Alla società sono proprie le contraddizioni fra
il consumo e la produzione, tra le forze produttive e i rapporti di produzione.
Nella sfera della conoscenza vi è la contraddizione fra l'analisi e la sintesi, fra
l'oggettivo e il soggettivo, fra l'astratto e il concreto, ecc.
Quindi, non vi è sfera della realtà dove non esistano le contraddizioni. La
contraddittorietà ha un carattere universale. Essa è propria a tutto ciò che
esiste nella realtà e nella coscienza.
f. La contraddizione, fonte di movimento e di sviluppo della realtà
Quella della fonte di movimento e di sviluppo della materia e della cono-
scenza è una questione eccezionalmente complessa. Per risolverla si rompe-
vano la testa molti filosofi del passato. Non riconoscendo la contraddittorie-
tà dell'essere, si vedevano costretti o a negare il movimento o a rivolgersi a
dio, proclamandolo causa ultima di tutti i mutamenti che si osservano nel
mondo. Fu Eraclito ad esprimere per la prima volta l'idea che la contraddit-

84Max Hartmann, Die philosophischen Grundlagen der Naturwissenschaften. Iena, 1948, S- 36.
torietà è fonte di movimento. Il merito di aver approfondito questa idea
spetta a Hegel, il quale la sviluppò su basi idealistiche, in applicazione al
pensiero puro. E solo il materialismo dialettico ha fornito un'argomentazio-
ne veramente scientifica di questo principio. Engels così lo formulò: il mo-
vimento «si manifesta sempre in opposizioni, che con il loro continuo con-
trastare condizionano la vita stessa della natura” 85.
Come, dunque, la contraddizione assolve la sua funzione di fonte di movi-
mento e di sviluppo? La contraddizione, come è noto, rappresenta l'intera-
zione degli opposti. Ma l'azione di una forza diametralmente opposta sull'al-
tra provoca inevitabilmente i rispettivi mutamenti nei lati interagenti e
quindi nella cosa cui sono propri questi lati. Ciò significa che l'esistenza stes-
sa delle contraddizioni presuppone il movimento e, nelle rispettive condi-
zioni, anche lo sviluppo di quei fenomeni cui sono proprie queste contraddi-
zioni.
Ad esempio, l'interazione di momenti opposti della vita sociale come la pro-
duzione e il consumo provoca immancabilmente un mutamento di ciascuno
di essi e poi di tutta la società. Così, i bisogni degli uomini, influendo sulla
produzione, la modificano. Tenendo conto di questi bisogni, la produzione si
sviluppa in una rispettiva direzione. Ma nel corso dello sviluppo della pro-
duzione si sviluppano anche i bisogni stessi. Ad alcuni bisogni ne succedono
nuovi che pongono altri compiti di fronte alla produzione. Risolvendoli, la
produzione si perfeziona, si sviluppa ulteriormente, e parallelamente a que-
sto sviluppo si perfezionano, mutano anche i bisogni. I bisogni mutati pon-
gono nuovi compiti di fronte alla produzione che di nuovo cambia, e così via,
all'infinito. Così l'interazione della produzione e del consumo condiziona un
continuo mutamento della produzione e dei bisogni. In un determinato sta-
dio di sviluppo della società sorge la necessità di perfezionare i rapporti di
produzione nel quadro dei quali funziona, di liquidare l'esistente forma di
proprietà dei mezzi di produzione per sostituirla con un'altra. Cambiando, i
rapporti di produzione ristrutturano adeguatamente tutto l'organismo so-
ciale, come risultato la società passa ad uno stadio nuovo, più elevato di svi-
luppo. Così, l'interazione degli opposti condiziona il mutamento e il passag-
gio dei fenomeni ad un nuovo stato qualitativo. Tutto ciò dimostra chiara-
mente come la contraddizione assolve la sua funzione di fonte di movimento
e di sviluppo della materia e della coscienza.
g. I tipi di contraddizioni
Di ogni fenomeno è caratteristica una molteplicità di contraddizioni diverse.
E la loro parte nell'esistenza e nello sviluppo di esso è lungi dall'essere ugua-

85Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol. XXV, p. 496.
le. Perciò si rende necessario classificare le contraddizioni.
Di solito si distinguono i seguenti tipi di contraddizioni: interne e esterne,
sostanziali e non sostanziali, fondamentali e non fondamentali.
Si chiamano contraddizioni interne le interazioni dei lati opposti propri ad
uno stesso fenomeno, si chiamano contraddizioni esterne le interazioni dei
lati opposti propri ai fenomeni diversi.
Può servire da esempio di contraddizione interna l'interazione tra gli elet-
troni e i protoni nell'atomo, tra l'assimilazione e la dissimilazione nell'orga-
nismo vivente, tra le forze produttive e i rapporti di produzione nella socie-
tà. Un esempio di contraddizione esterna è la contraddizione tra la società e
la natura, tra i singoli esemplari delle varie specie di animali, ecc.
Le contraddizioni interne ed esterne hanno un diverso ruolo nello sviluppo
di un fenomeno. Il ruolo decisivo spetta alle contraddizioni interne, poiché
solo il loro sviluppo e la loro soluzione condizionano il passaggio del feno-
meno ad un nuovo stato qualitativo, ad un nuovo stadio di sviluppo. L'influs-
so delle contraddizioni esterne sullo sviluppo di un fenomeno è pure di im-
portanza sostanziale, ma esso si rifrange attraverso il prisma delle contrad-
dizioni interne, esso può essere positivo o negativo, può accelerare lo svi-
luppo di un fenomeno o frenarlo. Ad esempio, l'interazione di un organismo
vivente e dell'ambiente può o accelerare il suo perfezionamento o portarlo
alla morte a seconda delle concrete condizioni in cui viene a trovarsi il dato
organismo.
Le contraddizioni sostanziali sono le interazioni tra i lati opposti le quali si
riferiscono all'essenza dell'oggetto; le contraddizioni non sostanziali sono le
interazioni tra i lati opposti le quali si riferiscono alla sfera dei nessi e rap-
porti casuali.
Può servire da esempio di contraddizione sostanziale la contraddizione tra il
carattere sociale della produzione e la forma privata di appropriazione nella
società capitalistica, poiché caratterizza l'essenza del modo di produzione
capitalistico. Da esempio di contraddizione non sostanziale possono servire
le contraddizioni tra i partiti borghesi che lottano tra di loro alle elezioni; le
contraddizioni che sorgono tra i singoli rami della produzione socialista, ecc.
Queste contraddizioni non investono l'essenza dei fenomeni esaminati, non
caratterizzano questa essenza.
Nello sviluppo delle cose il ruolo determinante spetta alle contraddizioni so-
stanziali. Solo la loro soluzione porta a mutare l'essenza dell'oggetto, a tra-
sformarlo in un altro oggetto. Per quanto riguarda le contraddizioni non so-
stanziali, la loro soluzione non cambia lo stato di cose. Ad esempio, la solu-
zione della contraddizione tra questi o quei partiti borghesi non investe l'es-
senza della società capitalistica, essa rimane sempre la stessa. Ben altra cosa
è la contraddizione tra il proletariato e la borghesia. La sua soluzione porta a
mutare l'essenza dell'ordinamento sociale, a condizionare la trasformazione
del capitalismo nel socialismo.
Tra le contraddizioni sostanziali si distinguono quelle fondamentali e quelle
non fondamentali. Sono le contraddizioni fondamentali quelle che determi-
nano tutti i lati più o meno sostanziali di un fenomeno e assolvono questo
ruolo in tutte le tappe del suo sviluppo. Sono le contraddizioni non fonda-
mentali quelle che caratterizzano un solo lato del fenomeno. Ad esempio, sa-
rà fondamentale la contraddizione nella società capitalistica tra il carattere
sociale della produzione e la forma privata di appropriazione, la contraddi-
zione «tra il capitalismo morente e il comunismo nascente» 86 nel periodo di
transizione dal capitalismo al socialismo; una contraddizione non fonda-
mentale è la contraddizione tra la città e la campagna, la contraddizione fra il
lavoro mentale e quello fisico. Si tratta delle contraddizioni che sono proprie
alla società capitalistica e che caratterizzano non la società nel suo insieme
ma solo questi o quei lati della vita sociale.
I tipi di contraddizioni, qui esaminati, sono propri a tutte le sfere della realtà.
Manifestandosi in questa o quella sfera concreta, in questa o quella forma di
movimento, le contraddizioni acquistano determinate caratteristiche speci-
fiche che le distinguono dalle contraddizioni proprie alle altre sfere o alle al-
tre forme di movimento. Così, possiedono determinate caratteristiche le
contraddizioni della natura inanimata, hanno altre caratteristiche le con-
traddizioni della natura vivente, terze caratteristiche le contraddizioni della
sfera della coscienza, ecc. Possiedono tali caratteristiche specifiche anche le
contraddizioni della vita sociale. Tenendo conto della specificità della vita
sociale, i fondatori del materialismo dialettico e storico facevano distinzione
tra le contraddizioni antagonistiche e non antagonistiche che si sviluppano
in seno alla società.
h. Le contraddizioni antagonistiche e non antagonistiche
Sono antagonistiche le contraddizioni tra le classi o tra gli altri gruppi sociali
che hanno interessi opposti; non antagonistiche sono le contraddizioni tra le
classi o tra gli altri gruppi sociali che hanno interessi comuni di fronte ai
problemi essenziali della vita.
Sono antagonistiche, ad esempio, le contraddizioni tra schiavi e proprietari
di schiavi, contadini e ricchi proprietari terrieri, tra proletariato e borghesia;

86V. I. Lenin, op. cit., vol. 30, p. 88.


non sono antagonistiche le contraddizioni tra la classe operaia e i contadini,
tra i paesi socialisti, ecc.
Le contraddizioni antagonistiche sono caratterizzate dal fatto che la loro so-
luzione porta alla liquidazione di quella unità nel quadro della quale esse
esistevano. Così, con la soluzione della contraddizione tra il proletariato e la
borghesia si liquida il capitalismo al quale era propria tale contraddizione,
esso si trasforma nella società socialista.
Le cose stanno diversamente per quanto riguarda le contraddizioni non an-
tagonistiche. Con la loro soluzione l'unità, nel quadro della quale esistevano
non scompare ma si rafforza, diventa sempre più salda. Ad esempio, in se-
guito al superamento delle differenze sostanziali tra la classe operaia e la
classe contadina, la società socialista non si distrugge ma diventa sempre più
monolitica, sempre più matura e perfetta. Dato che alla base delle contraddi-
zioni antagonistiche è l'irriconciliabilità degli interessi di classe, esse (queste
contraddizioni) di regola manifestano la tendenza ad acuirsi sempre di più.
Da ciò non deriva però che questa tendenza si manifesta sempre, in qualsiasi
contingenza. Possono crearsi nel paese le condizioni in cui questa tendenza
risulterà paralizzata e la contraddizione antagonistica, essendo gradualmen-
te risolta, andrà non acuendosi ma attenuandosi. Un esempio del genere so-
no lo sviluppo e la soluzione delle contraddizioni antagonistiche tra la bor-
ghesia nazionale e la classe operaia nella Repubblica Democratica del Viet-
nam, dove queste contraddizioni non si acuiscono ma si attenuano nel corso
della loro soluzione graduale.
A differenza di quelle antagonistiche, le contraddizioni non antagonistiche
non tendono affatto ad acutizzarsi. Al contrario, in quanto i gruppi sociali
che rappresentano questi o quei lati delle contraddizioni in parola sono inte-
ressati ad assicurare l'ulteriore sviluppo della società, esse tendono ad atte-
nuarsi, a risolversi, senza arrivare alle forme estreme del loro manifestarsi.
Le contraddizioni antagonistiche si risolvono nel corso di un'acuta lotta di
classe, mentre le contraddizioni non antagonistiche si risolvono con il meto-
do di persuasione, di critica e di autocritica. Ciò, certo, non significa che que-
sti ultimi metodi non possono essere applicati in opportune condizioni per
risolvere anche le contraddizioni antagonistiche. In una situazione in cui la
borghesia vede che la resistenza alla avanzata della società al socialismo è
un'impresa irragionevole e sterile, le contraddizioni antagonistiche tra di es-
sa e il proletariato possono essere risolte per via pacifica, utilizzando larga-
mente il metodo di persuasione e di rieducazione di quella parte della bor-
ghesia che accetta le trasformazioni socialiste e collabora di propria volontà
con il proletariato e con gli altri strati di lavoratori. Da esempio di applica-
zione su vasta scala del metodo di persuasione e di rieducazione per la solu-
zione delle contraddizioni antagonistiche tra la classe operaia e la borghesia
può servire l'esperienza di trasformazione delle aziende capitalistiche priva-
te nella RDV e nella RDT.
3. LA LEGGE DELLA NEGAZIONE DELLA NEGAZIONE

a. Il concetto di negazione dialettica


Peculiarità della negazione dialettica è che essa è legata allo sviluppo. Ciò
non significa, certo, che le negazioni proprie ai mutamenti regressivi e al
movimento circolare non sottostiano alle leggi della dialettica. Le leggi della
dialettica hanno un carattere universale, esse si manifestano in qualsiasi
processo legato ai mutamenti propri a qualsiasi movimento. Il nome di «ne-
gazione dialettica», negazione nel corso della quale si compie il passaggio
dall'inferiore al superiore, è convenzionale. Ciò si spiega con le peculiarità
della dialettica come scienza. A differenza della metafisica che nega lo svi-
luppo, la dialettica è la teoria dello sviluppo. La dottrina sulle leggi e le forme
di sviluppo è il contenuto principale della dialettica. Perciò la negazione,
propria allo sviluppo, è stata chiamata dialettica, a differenza di tutte le altre
negazioni, riconosciute in questa o quella forma dai metafisici. La negazione
dialettica è un fenomeno oggettivo, è la distruzione del vecchio stato qualita-
tivo e il passaggio ad un nuovo stato. Essa è condizionata dallo sviluppo delle
contraddizioni interne di un fenomeno, è l'effetto della «lotta» delle forze e
tendenze interne opposte e rappresenta un anello di collegamento tra l'infe-
riore e il superiore. Essa assolve questa funzione grazie al fatto che non si
presenta semplicemente come soppressione, distruzione di questa o quella
determinazione qualitativa, ma come creazione di una nuova. Essa rappre-
senta una tale negazione nel corso della quale si sopprime solo ciò che ha
fatto il suo tempo, solo ciò che non corrisponde alle nuove condizioni di esi-
stenza della cosa.
Per quel che riguarda i momenti positivi, essi si conservano e si sviluppano
ulteriormente nel nuovo fenomeno che si forma nel processo della negazio-
ne.
Sottolineando questa peculiarità della negazione dialettica, Lenin scriveva:
«Non la nuda negazione, non la negazione irriflessiva, non la negazione scet-
tica, l'esitazione, il dubbio sono caratteristici ed essenziali nella dialettica –
la quale contiene indubbiamente in sé l'elemento della negazione e, per
giunta, come suo elemento più importante – ma la negazione come momento
della connessione, come momento di sviluppo, con la conservazione del po-
sitivo… » 87.
Ad esempio, nel processo della negazione, della scomparsa di alcuni organi-
smi viventi e della comparsa, per sostituirsi ad essi, di organismi nuovi, più
perfetti, si conserva e si sviluppa ulteriormente tutto quanto di positivo era
stato acquisito nel loro precedente sviluppo storico. Così, momenti propri ai
primi esseri viventi come la capacità di autorinnovamento delle parti costi-
tutive chimiche, la concordanza più o meno organizzata di tutte le reazioni
chimiche, ecc., non scomparvero con la scomparsa di questi esseri, ma ot-
tennero ulteriore sviluppo nei nuovi organismi ad essi succedutisi. Analo-
gamente stanno le cose per quel che riguarda la struttura cellulare dell'or-
ganismo vivente. Apparsa per la prima volta nei più semplici esseri unicellu-
lari, essa non scomparve con il passaggio ad organismi più complessi, ma si
conservò e diventò un necessario elemento della struttura di questi ultimi.
Poi, nel corso della negazione, della liquidazione di una formazione econo-
mico-sociale e del sorgere sulla base di essa di un'altra formazione, non si
distruggono le forze produttive, create dalle precedenti generazioni. Al con-
trario, essendo alla base del sorgere di un ordinamento economico nuovo,
più perfetto, esse, nel quadro della nuova formazione economico-sociale, ot-
tengono vaste possibilità per il loro ulteriore sviluppo.
Quindi, una peculiarità specifica della negazione dialettica è che essa rappre-
senta una forma universale di connessione dell'inferiore e del superiore.
b. Il rapporto tra i concetti di “negazione dialettica”, di “salto” e di “soluzione delle contraddizio-
ni”
Nel processo dello studio delle leggi fondamentali della dialettica di regola
riesce difficile farsi un'idea della differenza tra il salto, la negazione dialetti-
ca e il processo di soluzione delle contraddizioni. E ciò non è casuale, poiché
i concetti di «negazione dialettica», di «salto» e di «soluzione delle contrad-
dizioni» si riferiscono ad uno stesso processo, e precisamente al processo di
trasformazione di questo o quell'oggetto in un altro. Ma anche se si riferi-
scono ad uno stesso processo, essi ne rispecchiano lati diversi. Il concetto di
«soluzione delle contraddizioni» significa che la trasformazione di una cosa
in un'altra avviene come risultato della «lotta» degli opposti, della loro con-
versione l'uno nell'altro e della soppressione della data unità contradditto-
ria. Il concetto di «salto» esprime il fatto che questo processo avviene me-
diante la conversione della quantità in qualità mediante la trasformazione
del dato stato qualitativo, mediante un'interruzione della sua esistenza. Il
concetto di «negazione dialettica» rispecchia il fatto che la trasformazione di
una cosa in un'altra avviene sopprimendo in questa cosa ciò che non corri-

87V. I. Lenin, op. cit., vol. 38, p. 210.


sponde allo stato mutato e alle mutate condizioni di esistenza, conservando
e sviluppando ulteriormente nel nuovo fenomeno, che sorge sulla base della
negazione del vecchio, ciò che vi è di positivo, ciò che corrisponde alle nuove
condizioni e alle nuove tendenze di sviluppo.
A differenza del concetto di «soluzione delle contraddizioni», il quale, fis-
sando la soppressione di questa o quella unità contraddittoria, richiama l'at-
tenzione sulla finità dell'essere, il concetto di «negazione dialettica», fissan-
do la liquidazione di questo o quell'oggetto, di questo o quello stato qualita-
tivo, richiama l'attenzione sull'infinità dell'essere. Poi, a differenza del con-
cetto di salto, che fissa il momento della soluzione di continuità nell'esisten-
za di questo o quell'oggetto, di questo o quello stato qualitativo, il concetto
di negazione dialettica fissa il momento della continuità dell'essere, il mo-
mento della connessione fra ciò che viene negato e ciò che nega, il momento
della successione nel processo di sviluppo.
c. L'essenza della legge della negazione della negazione
Nel corso della negazione dialettica di alcuni fenomeni o stati qualitativi da
parte di altri giunge il momento in cui i fenomeni o gli stati qualitativi, che
sorgono ex novo, ripetono questa o quella tappa già percorsa. Questa ripeti-
zione non è completa, è parziale, non nell'essenza ma piuttosto nella forma.
Avviene non il ritorno reale al passato ma, come diceva Lenin, il presunto ri-
torno. Il fenomeno o lo stato qualitativo che sorge ex novo ripete quello che
è stato percorso ad un livello nuovo, più alto.
Ad esempio, instaurazione della proprietà sociale socialista nel corso della
rivoluzione proletaria è la ripetizione di ciò che è stato nella società primiti-
va, dove pure dominava la proprietà sociale. Ma anche essendo una ripeti-
zione di ciò che è stato negli stadi iniziali di sviluppo della società, la pro-
prietà socialista presenta però peculiarità specifiche. Se la proprietà primiti-
va si presentava come una conseguenza del basso livello di sviluppo delle
forze produttive della società, il quale escludeva la possibilità per un singolo
individuo di ottenere i beni materiali necessari alla vita, la proprietà sociali-
sta è chiamata alla vita dal livello eccezionalmente alto di sviluppo delle for-
ze produttive. Essa si stabilisce quando le forze produttive sorpassano i limi-
ti di ogni forma di proprietà privata e richiedono, ai fini del loro ulteriore
sviluppo, che sia sostituita ad essa la proprietà sociale. Un altro esempio.
L'operaio della produzione mercantile semplice eseguiva tutte le operazioni
di lavoro connesse alla creazione di questo o quel tipo di merce. Con la com-
parsa delle manifatture capitalistiche esso si è trasformato in operaio parzia-
le, come diceva Marx, o in operaio dettagliato, come diceva Lenin, ha inco-
minciato ad eseguire solo una parte delle operazioni o persino una sola di
esse. Attualmente, con l'automazione della produzione, l'operaio incomincia
di nuovo ad eseguire una moltitudine di varie operazioni. Siamo in presenza
della ripetizione del passato, ma anche qui essa è avvenuta su una base nuo-
va, più avanzata. Prima, nelle condizioni della produzione mercantile sem-
plice, l'operaio eseguiva tutte le operazioni lavorative direttamente, a mano.
Ora sono le macchine ad eseguire queste operazioni. Mentre la funzione
dell'operaio si riduce al comando delle macchine.
O un esempio dalla storia dello sviluppo della conoscenza. È noto che nel
Medioevo gli alchimisti avanzarono l'idea della possibilità della trasforma-
zione di alcuni elementi chimici in altri. In seguito (XVII-XIX secoli), quando
divenne dominante la teoria atomistica che asseriva l'immutabilità degli
atomi, questa idea cedette il posto ad un'altra, secondo cui gli elementi chi-
mici non potevano trasformarsi gli uni negli altri. Oggi gli scienziati sono
giunti alla conclusione che in opportune condizioni alcuni elementi chimici
possono convertirsi in altri. Anche qui si tratta di un ritorno al passato, ma
su base nuova. Gli alchimisti partivano da idee fantastiche, mentre gli scien-
ziati moderni fanno leva sulla conoscenza delle leggi oggettive della radioat-
tività naturale e artificiale di determinate sostanze.
La ripetizione del passato nel corso della negazione di alcuni oggetti o di al-
cuni stati qualitativi da parte di altri non è un fenomeno casuale ma è legge
universale di sviluppo. Essa è una conseguenza necessaria del fatto che nel
processo di sviluppo si ha il trapasso di questi o quei fenomeni (lati, proprie-
tà) nel loro opposto. Trapassato nel suo opposto, il fenomeno (lato, proprie-
tà) nel corso dell'ulteriore sviluppo trapassa di nuovo nel suo opposto e così
è come se ritornasse al suo stato iniziale, ripete il passato, ma immancabil-
mente su una base nuova, più avanzata. Ciò è condizionato dal fatto che nel
fenomeno (lato, proprietà) ritornato allo stato iniziale è presente nella for-
ma di un calco il contenuto positivo acquistato nel suo successivo sviluppo.
Quindi, nel corso della negazione di alcuni oggetti o stati qualitativi da parte
di altri si ripete il cammino già percorso su una base nuova più avanzata.
In relazione a ciò sorge inevitabilmente la domanda: «Quante negazioni sono
necessarie affinché un fenomeno in sviluppo ripeta lo stadio già percorso?»
Nei casi più semplici il ritorno al passato, la ripetizione dello stato qualitati-
vo di partenza avvengono attraverso due negazioni. Ad esempio, attraverso
due negazioni si assiste ad una ripetizione dello stato iniziale nello sviluppo
della pianta: il chicco è negato dalla pianta, la pianta a sua volta è negata di
nuovo dal chicco.
Senonché un ritorno al passato, una ripetizione del passato attraverso due
negazioni non è l'unica forma del manifestarsi della legge della negazione
della negazione. Il passato può ripetersi anche attraverso un maggiore nu-
mero di negazioni, in particolare attraverso 4, 8, ecc. negazioni. Ciò è condi-
zionato dal fatto che la conversione di un fenomeno (lato, proprietà) nel suo
opposto si osserva non in ogni negazione. Spesso nel corso della negazione
la cosa non trapassa nel suo opposto ma in qualche altro stato qualitativo,
distinto da quello di partenza ma non opposto, mentre il trapasso nel suo
opposto avviene solo in ultima istanza. Ad esempio, la trasformazione della
proprietà privata in proprietà sociale, socialista, come lo dimostra la storia
della società umana, avviene attraverso tre negazioni: la prima – la proprietà
schiavistica è negata da quella feudale; la seconda – quella feudale è negata
da quella borghese: la terza – quella borghese e in generale ogni proprietà
privata è negata dalla proprietà sociale, socialista che è l'opposto della pro-
prietà privata.
Quindi, il numero delle negazioni, attraverso le quali avviene una ripetizione
del passato su base nuova nello sviluppo di questa o quella sfera della realtà,
può variare assai. Esso dipende dalla natura del fenomeno in sviluppo e dalle
concrete condizioni in cui avviene lo sviluppo.
Un tratto specifico della legge della negazione della negazione è, in tal modo,
la ripetizione del passato su base nuova, il presunto ritorno al passato.
Proprio questo momento fu rilevato da Lenin nel definire l'essenza della da-
ta legge. La negazione della negazione, egli scrisse, è “uno sviluppo che sem-
bra ripercorrere le fasi già percorse, ma le ripercorre in modo diverso, a un
livello più elevato… »88
Ma se il ritorno indietro, la ripetizione del passato su base nuova sono legge
universale di sviluppo, lo sviluppo non può essere rettilineo, è uno sviluppo
a spirale.

***

Abbiamo esaminato le leggi fondamentali dell'interconnessione della mate-


ria e della coscienza e le proprietà e i rapporti universali della realtà, le leggi
universali della dialettica. Ma le leggi universali, come si è rilevato sopra,
non esistono separatamente dalle leggi particolari che agiscono nelle sfere
concrete della realtà, non esistono parallelamente ad esse, ma attraverso di
esse. Queste leggi particolari, caratteristiche di questa o quella sfera della
realtà, influiscono sulle leggi universali, condizionano la specificità del loro
manifestarsi in ogni sfera della realtà. Le peculiarità del manifestarsi nella

88V. I. Lenin, op. cit., vol. 21, p. 47.


vita sociale delle leggi dell'interconnessione della materia e della coscienza e
delle leggi universali della dialettica formano l'oggetto di studio del materia-
lismo storico, un importantissimo settore della filosofia del marxismo-
leninismo. La nostra successiva esposizione sarà dedicata proprio all'esame
dei problemi del materialismo storico.
2° parte:
Il materialismo storico
CAPITOLO 8: L'OGGETTO DEL MATERIALISMO STORICO

1. IL MATERIALISMO STORICO QUALE PARTE DELLA FILOSOFIA MARXISTA

Il materialismo storico studia le leggi dell'interconnessione della materia e


della coscienza e le leggi universali della realtà in applicazione alla vita so-
ciale.
Ciò non significa, certo, che il materialismo dialettico non si occupi dei fe-
nomeni legati al manifestarsi nella società delle leggi universali del movi-
mento e dello sviluppo della materia. Avendo per compito lo studio delle
leggi proprie a tutte le sfere della realtà, il materialismo dialettico deve ine-
vitabilmente studiare il manifestarsi di queste ultime anche nella vita socia-
le. Esaminando le manifestazioni delle indicate leggi nella società, esso rivol-
ge però la sua attenzione solo a quei momenti, lati e nessi che sono comuni a
tutte le altre sfere della realtà. Dal canto suo il materialismo storico studia
l'azione delle leggi universali nella vita sociale allo scopo di metterne in luce
il contenuto specifico, condizionato dalle peculiarità della forma sociale di
movimento della materia.
Mettendo in luce la specificità delle leggi (studiate dal materialismo dialetti-
co) della vita sociale, il materialismo storico scopre le leggi generali che pre-
siedono al funzionamento e allo sviluppo della società umana.
Così, se il materialismo dialettico, nel risolvere la questione fondamentale
della filosofia, stabilisce i princìpi dell'interconnessione della coscienza e
della materia in generale, il materialismo storico, considerando questa que-
stione in applicazione alla società, mette in luce i princìpi dell'interconnes-
sione dell'essere sociale e della coscienza sociale, della vita materiale della
società e della sua vita spirituale. Questi princìpi, anche se rappresentano
una forma del manifestarsi delle leggi generali proprie a tutta la realtà, non
si riducono esclusivamente ad esse ma hanno un proprio contenuto specifico
e perciò si presentano come leggi autonome di funzionamento dell'organi-
smo sociale.
Nel materialismo storico una tale legge generale come l'unità e la “lotta” de-
gli opposti si presenta, ad esempio, nella forma della legge della lotta di clas-
se nella società antagonistica, della legge dell'interconnessione della produ-
zione e del consumo e di altre leggi dello sviluppo sociale. Nella società la
legge del trapasso dei mutamenti quantitativi in quelli qualitativi si manife-
sta nella forma della legge della rivoluzione sociale e delle altre leggi di tra-
sformazione sul piano qualitativo dei vari lati della vita sociale, la legge della
negazione della negazione si manifesta nella forma della legge della sostitu-
zione delle formazioni economico-sociali nel processo dello sviluppo storico
e del ripetersi di ciò che è stato già percorso, ad un livello nuovo, più elevato,
fenomeno che è proprio a tutte le sfere della vita sociale, ecc.
Quindi, il materialismo storico studia i princìpi dell'interconnessione della
materia e della coscienza, le leggi universali della realtà e le loro manifesta-
zioni specifiche nella vita sociale e scopre così le leggi generali in base alle
quali funziona e si sviluppa la società quale particolare forma di movimento
della materia. In tal modo sono l'oggetto del materialismo storico le leggi
generali in base alle quali funziona e si sviluppa la società.
2. IL MATERIALISMO STORICO E LE ALTRE SCIENZE

Molte leggi generali della vita sociale sono studiate, oltre che dal materiali-
smo storico, anche dalle scienze sociali concrete, in particolare dalla lingui-
stica, dalle scienze giuridiche, dall'etica, dall'estetica, dall'economia politica,
dalle scienze storiche. Perciò sorge inevitabilmente la domanda: che cosa di-
stingue l'oggetto del materialismo storico dall'oggetto delle scienze sociali
concrete e quale è il rapporto tra il materialismo storico e queste scienze?
Le scienze sociali concrete di regola studiano i singoli lati della società, le
leggi di funzionamento e di sviluppo delle singole sfere della vita sociale. Ad
esempio, la linguistica si occupa delle leggi di funzionamento e di sviluppo
della lingua, le scienze giuridiche si occupano del diritto, l'etica delle leggi
del sorgere e dello sviluppo delle norme e concezioni morali, l'economia po-
litica delle leggi della vita economica della società nei vari stadi del suo svi-
luppo, ecc. A differenza di queste scienze il materialismo storico studia non
questi о quei lati, queste о quelle sfere della vita sociale, ma la società come un
tutt'uno, come un sistema particolare, relativamente stabile, di movimento
della materia, in cui tutti i lati della vita sociale sono in interconnessione e in-
terdipendenza organica tra di loro. Le leggi studiate dal materialismo storico
sono, in tal modo, leggi dell'interconnessione e dell'interdipendenza di tutti i
lati e anelli dell'organismo sociale.
Ma oltre alle indicate scienze sociali concrete esiste una scienza sociale che
studia non i singoli lati della vita sociale ma, come il materialismo storico, la
società nel suo insieme. Tale scienza è la storia universale. Come distinguere
l'oggetto del materialismo storico da quello della scienza storica?
Il materialismo storico studia i concreti fenomeni storici per scoprire le leggi
generali di funzionamento e di sviluppo della società le quali si manifestano
attraverso questi fenomeni, mentre la scienza storica ha lo scopo di spiegare
i fenomeni concreti partendo dalle rispettive leggi dello sviluppo sociale. In
altri termini, il materialismo storico, esaminando i fenomeni sociali concreti,
si propone di mettere in luce il generale proprio a qualsiasi società in un da-
to stadio di sviluppo, mentre la scienza storica, esaminando questi fenomeni,
si propone di mettere in luce il singolare e di spiegarlo sulla base delle ri-
spettive leggi generali del materialismo storico.
Il tal modo, anche se il materialismo storico e la scienza storica si occupano
di una stessa cosa: della società nel suo insieme, i loro oggetti di indagine
sono diversi.
3. LA LIMITATEZZA DELLE CONCEZIONI SOCIOLOGICHE PREMARXISTE

Determinate idee sulla società, sulle sue forze motrici e sulle sue leggi di svi-
luppo apparvero già nell'antichità. Esse sorsero insieme alla filosofia che ai
primi stadi del suo sviluppo era l'unica scienza dell'epoca. Il suo compito era
non solo di conoscere le forme universali dell'essere, ma anche, e principal-
mente, di spiegare i fenomeni concreti della natura e della vita sociale. Una
volta sorte, le concezioni ideologiche non rimanevano immutate ma cambia-
vano continuamente, particolarmente con il passaggio della società da uno
stadio di evoluzione all'altro. Nonostante tutta la molteplicità delle concezioni
sociologiche premarxiste, era comune ad esse il carattere idealistico. I rispet-
tivi autori derivavano l'essenza della vita sociale, il suo mutare e il suo svi-
luppo da questo о quel principio spirituale: la ragione divina, l'idea assoluta,
lo sviluppo della scienza, della religione, dell'opinione pubblica, ecc. Così,
nella Grecia antica moltissimi filosofi ritenevano che la vita sociale fosse
condizionata dagli dei che si ingeriscono direttamente nella vita terrena e
determinano le sorti degli uomini e dei popoli. Derivavano dalla natura divi-
na l'essenza della vita sociale anche i teologi e i filosofi del Medioevo. Ad
esempio, Tommaso d'Aquino riteneva divine per la loro origine la libertà, la
schiavitù, le distinzioni di classe e il potere statale. Secondo il suo parere, dio
creò libero l'uomo, ma gli mandò, per punirlo dei peccati da lui commessi, la
schiavitù. Inoltre, per il lavoro “sporco” nella società, egli creò, dal suo punto
di vista, il “volgo sporco”: contadini, cittadini, artigiani. Per quanto concerne
il potere statale, esso, secondo la dottrina di Tommaso d'Aquino, è il princi-
pio unificatore nello Stato ed è, rispetto allo Stato, nello stesso rapporto in
cui sono dio e il mondo о l'anima e il corpo.
I materialisti francesi del XVIII secolo Helvétius e Holbach spiegavano i mu-
tamenti nella struttura statale e nelle condizioni di vita degli uomini con il
cambiamento dell'opinione pubblica. Hegel derivava l'essenza e le leggi di
sviluppo della società dall'evoluzione dell'idea assoluta. Feuerbach faceva
dipendere il passaggio della società da uno stadio di sviluppo all'altro dal
cambiamento della religione.
Rilevando il carattere idealistico delle concezioni sociologiche premarxiste,
non dobbiamo però pensare che in queste concezioni non vi sia nulla di ra-
zionale, di scientifico. Alcuni filosofi e sociologi premarxisti formulavano an-
che tesi giuste, materialistiche per la loro sostanza, ma essendo delle suppo-
sizioni geniali, esse non potevano avere una parte sostanziale nelle teorie
sociologiche elaborate da questi pensatori, teorie che si basavano su princìpi
di partenza idealistici.
Così, ad esempio, il filosofo della Grecia antica Democrito, prendendo posi-
zione contro la dottrina dei pitagorici sull'intervento degli dei nella vita so-
ciale degli uomini, formulò l'idea dell'importanza dei bisogni materiali degli
uomini nell'evoluzione della società. Egli riteneva, in particolare, che “il bi-
sogno stesso serviva agli uomini da maestro in tutto”. Al tempo stesso lui
considerava la produzione un prodotto della creazione arbitraria.
Secondo il filosofo greco Pitagora, un importante ruolo nella vita della socie-
tà era assolto da un momento come lo sviluppo della cultura materiale. Di-
mostrando come in seguito allo sviluppo della cultura, in particolare in se-
guito alla scoperta del fuoco e alla comparsa dei mestieri, gli uomini passano
alla comune vita organizzata nelle città, Pitagora dichiarò al tempo stesso
che per passare a questa nuova forma di vita sociale gli uomini dovevano
possedere la capacità di giudicare della giustizia e dell'ingiustizia. E questa
capacità viene trasmessa agli uomini dagli dei.
L'illuminista francese del XVIII secolo Charles-Louis Montesquieu formulò
una profonda idea sulla dipendenza del diritto dal modo di produzione. “Le
leggi – egli scrisse – hanno un rapporto molto stretto con la maniera in cui i
vari popoli si procurano i mezzi di sussistenza” 89. Ma al tempo stesso egli
derivava il contenuto delle leggi dalla forma di governo, cioè da un fattore
politico che aveva, secondo lui, il ruolo decisivo.
Una serie di idee razionali sull'origine della proprietà privata, delle classi e
dello Stato fu espressa da Jean-Jacques Rousseau. Nel suo pensiero la pro-
prietà privata deve la sua origine al fatto che gli uomini, grazie alla capacità
innata di perfezionarsi, inventano nuovi strumenti di produzione e passano
all'agricoltura. Strumenti più perfetti permettono di migliorare il sistema di
coltivazione della terra e portano in fin dei conti al sorgere della proprietà
privata, la quale comporta la divisione della società in ricchi e poveri e la lot-
ta tra di essi. La crescente lotta di classe determina, secondo Rousseau, la
necessità della costituzione dello Stato, che si schiera in difesa della proprie-
tà privata e sancisce il dominio degli abbienti. Descrivendo in linee generali
e in modo abbastanza realistico i processi sociali che portarono al sorgere
delle classi e dello Stato, Rousseau non seppe però mettersi sulle posizioni

89Œuvres complètes de Montesquieu. Paris, 1950, Tome I, Livre XVIII, Chapitre VIII, p. 384.
del materialismo e applicare coerentemente il principio materialistico. In ul-
tima analisi egli si allontana dall'impostazione materialistica della questione
dell'origine dello Stato e passa sulle posizioni dell'idealismo, affermando che
lo Stato fu inventato dai ricchi che convinsero mediante un inganno i poveri
della necessità di creare il potere pubblico. Ne deriva che lo Stato è un pro-
dotto della creazione consapevole degli uomini.
È assai materialistica e giusta in linee generali una tesi avanzata dai materia-
listi francesi del XVIII secolo (Helvétius, Holbach ed altri) secondo cui l'uomo
con tutte le sue aspirazioni, concezioni e emozioni è il prodotto dell'educa-
zione, dell'ambiente sociale in cui vive. “Gli uomini – scrisse in proposito
Helvétius – nel nascere о non hanno nessuna disposizione о hanno una di-
sposizione a tutti i vizi e le virtù contrarie. Dunque, essi non sono che il pro-
dotto della loro educazione” 90.
Ma parallelamente a tale tesi, i materialisti francesi sostenevano un'idea se-
condo cui l'ambiente sociale dipende dalla legislazione e dall'ordinamento
politico che si formano sotto l'influsso delle opinioni degli individui. “L'espe-
rienza – scrisse Helvétius – prova che il carattere e l'intelletto dei popoli
cambiano con la forma del loro governo, che i governi differenti conferisco-
no alternativamente ad una stessa nazione un carattere elevato о vile, co-
stante о leggero, coraggioso о timido”91. Ne derivava che la vita sociale, il suo
sviluppo sono determinati in ultima istanza non dai fattori materiali, non dai
rapporti economici, ma dalla legislazione, dall'attività politica, dall'opinione
degli individui.
Nell'interpretazione dell'essenza della vita sociale andarono alquanto avanti
rispetto ai materialisti francesi gli storici francesi dell'epoca della Restaura-
zione (Guizot, Thierry, Mignet). Essi stabilirono che le istituzioni politiche
sono determinate dai rapporti sociali e che questi ultimi dipendono dallo
stato di proprietà. “Sarebbe più saggio – scriveva, ad esempio, Guizot – stu-
diare prima la società stessa per conoscere e comprendere le sue istituzioni
politiche. Prima di divenire causa, le istituzioni sono effetto, la società le
produce prima di essere modificata sotto il loro influsso; e invece di cercare
di stabilire in base al sistema о in base alle forme di governo quale è lo stato
del popolo, è necessario prima di tutto esaminare lo stato del popolo per sa-
pere quale doveva essere e quale poteva essere il suo governo… ” 92. E prose-
guendo: “Per comprendere le istituzioni politiche è necessario conoscere le
condizioni sociali diverse e i loro rapporti. Per comprendere le condizioni

90 Œuvres complètes de Mr. Helvétius, t. 3, De l'homme, de ses facultés intellectuelles et de son éducation. Londres 1777, p.
297.
91 Ibidem.
92 Da Georges Plekhanov, Œuvres philosophiques. Moscou, 1960, p. 532.
sociali diverse è necessario conoscere la natura e i rapporti delle proprietà”.
Formulando l'idea della dipendenza delle istituzioni politiche dai rapporti
sociali e di questi ultimi dai rapporti di proprietà, i materialisti francesi non
seppero però scoprire la vera causa che determina lo “stato di proprietà”. Il
riferimento alla natura umana come fattore che influisce sui rapporti di pro-
prietà non spiegava nulla e mostrava solo che anch'essi non seppero uscire
dall'ambito delle idee avanzate dagli illuministi i quali tentavano di ridurre
tutti i problemi sociali alla “natura umana” 93.
Fecero un determinato passo per scoprire le cause dell'evoluzione sociale i
socialisti-utopisti (Owen, Saint-Simon, Fourier). Anche se essi, così come i
materialisti francesi del XVIII secolo e gli storici dell'epoca della Restaura-
zione, partivano dalla “natura vera, immutabile dell'uomo”, non si limitarono
però a costatare che i rapporti di proprietà sono alla base degli ordinamenti
sociali, come facevano gli storici francesi dell'inizio del XIX secolo, ma tenta-
rono di spiegare perché questi rapporti assolvono un ruolo così importante.
Saint-Simon vedeva la causa dell'importanza decisiva dei rapporti di pro-
prietà nell'evoluzione sociale, in particolare nei bisogni della produzione,
dell'industria. È con le esigenze dello sviluppo dell'industria che egli spiega-
va, ad esempio, il passaggio della proprietà dalle mani dei feudatari nelle
mani della borghesia e i mutamenti politici che si accompagnavano a questo
processo in Francia. Indicando giustamente la produzione come fattore de-
terminante della vita sociale, Saint-Simon spiegava, al tempo stesso, lo svi-
luppo dell'industria con i mutamenti nella coscienza degli uomini, conside-
randolo un risultato esclusivamente del perfezionamento sul piano intellet-
tuale dell'umanità. In tal modo, anche qui un principio spirituale – la co-
scienza – si presentava come causa finale dell'esistenza e dello sviluppo del-
la società.
Infine, le “condizioni materiali di vita” degli uomini, i loro bisogni materiali
come momento che assolve un importantissimo ruolo nella vita degli uomini
erano indicati dai democratici rivoluzionari russi Bielinskij e Cernyscevski.
Ma al tempo stesso essi riconoscevano nello sviluppo della scienza, dell'i-
struzione il fattore decisivo del progresso storico.
In tal modo, tutti i filosofi premarxisti, sia gli idealisti che i materialisti, spie-
gando l'essenza della vita sociale, le forze motrici della storia, partivano in
ultima analisi da questo о quel principio spirituale, cioè erano degli idealisti.
Come si spiegava questo fatto? Perché l'idealismo dominava incontrastato
nelle concezioni sociologiche dei filosofi e sociologi premarxisti?

93 Da Georges Plekhanov, op. cit. 532.


Come è noto, nella natura interagiscono dei fattori assolutamente ciechi e
incoscienti, la loro interazione avviene senza alcun intervento di questi о
quegli esseri coscienti, qui, secondo Engels, “nulla di ciò che accade, – né de-
gli innumerevoli fatti apparentemente accidentali, che appaiono alla superfi-
cie, né dei risultati definitivi, che in mezzo a questi fatti accidentali afferma-
no la conformità ad una legge – si produce come fine consapevole, voluto” 94.
Nella storia della società, invece, gli elementi attivi sono gli uomini dotati di
coscienza, che perseguono scopi determinati e aspirano a raggiungerli. En-
gels scrive: “Nulla accade, in questo campo, senza intenzione cosciente, sen-
za uno scopo voluto” 95.
Proprio questa circostanza induceva in errore i filosofi materialisti premar-
xisti, li costringeva a tradire il principio materialistico, dal quale partivano
per spiegare i fenomeni della natura, e a passare sulle posizioni dell'ideali-
smo nello spiegare i fenomeni della vita sociale. Proprio questa circostanza
condizionava il fatto che per essi (materialisti premarxisti) i motivi ideali era-
no le cause ultime degli avvenimenti e che essi non tentavano neppure di cer-
care le altre forze motrici (forze più profonde) che determinano questi motivi.
Poi, è proprio grazie a questa circostanza – l'esagerazione del ruolo del prin-
cipio spirituale nella vita sociale – che i sociologi premarxisti perdevano di vi-
sta L'attività delle masse popolari e presentavano come artefici della storia
grandi uomini, monarchi illuminati, legislatori, ecc.
Partendo, nello spiegare i fenomeni sociali e le loro cause, dai motivi ideali
che spingono gli uomini all'azione storica, i materialisti premarxisti non
seppero scoprire le cause che condizionano questi motivi e come risultato
essi tradivano i loro princìpi materialistici e passavano sulle posizioni dell'i-
dealismo. Hegel tentò di correggere l'errore dei materialisti nell'interpreta-
zione delle cause finali dello sviluppo storico. Egli dichiarò che l'azione sto-
rica degli uomini non dipende dalla loro volontà e dai loro desideri ma è de-
terminata dallo “spirito universale” che si presenta nella forma della necessi-
tà storica, la quale si nasconde dietro i singoli avvenimenti. Anche se gli uo-
mini agiscono conformemente ai loro scopi, attraverso questa loro attività,
rileva Hegel, si realizza ciò che non rientra nelle loro intenzioni, nel contenu-
to dei loro scopi, ciò di cui non sono consci. La realizzazione di ciò che non è
compreso negli scopi immediati degli uomini, di ciò che sfugge alla loro co-
scienza, è la missione storica di questi о quei popoli che, essendo dei ciechi
strumenti nelle mani dello “spirito universale”, sono chiamati a tradurre in
realtà le rispettive idee che determinano questa о quella tappa del progresso

94Karl Marx, Friedrich Engels, Opere scelte, cit., p. 1136.


95 Ibidem, pp. 1136-1137.
storico e che rappresentano questo о quel grado di evoluzione dello “spirito
universale”. Ad esempio, la storia della Grecia antica, secondo Hegel, non è
altro che l'elaborazione delle “figurazioni della bella individualità”, la realiz-
zazione dell'“opera d'arte” come tale 96.
Mettendo in luce la limitatezza dell'interpretazione da parte dei materialisti
del XVIII secolo delle cause finali dell'azione storica degli uomini, ritenendo
a ragione che i motivi immediati delle personalità storiche non rappresenta-
no affatto le cause finali degli eventi storici e che dietro questi motivi si na-
scondono le altre forze motrici, Hegel non seppe tuttavia fornire una solu-
zione scientifica del dato problema. Egli cercava le cause finali del progresso
storico non nella storia stessa ma fuori di essa, non nella sfera materiale del-
la vita sociale degli uomini ma nel principio spirituale, nelle leggi logiche di
sviluppo dell'idea assoluta che esiste fuori e indipendentemente dalla socie-
tà umana e dalla storia.
4. LA TRASFORMAZIONE DELLA SOCIOLOGIA IN SCIENZA

A differenza di Hegel, Marx scorse la causa degli stimoli ideali degli uomini
non nello “spirito universale” ma nell'attività degli stessi uomini che forma-
no la società. Egli scopri il fatto elementare, ma nascosto sotto l'orpello ideo-
logico, che “gli uomini devono innanzi tutto mangiare, bere, avere un tetto e
vestirsi prima di occuparsi di politica, di scienza, d'arte, di religione, ecc.; e
che, per conseguenza, la produzione dei mezzi materiali immediati di esi-
stenza e, con essa, il grado di sviluppo economico di un popolo e di un'epoca
in ogni momento determinato costituiscono la base sulla quale si sviluppano
le istituzioni statali, le concezioni giuridiche, l'arte e anche le idee religiose
degli uomini, e partendo dalla quale esse debbono venir spiegate, e non in-
versamente, come si era fatto sinora” 97. Marx estese alla società il principio
materialistico secondo cui la materia è il primo dato e la coscienza è il secondo
dato, e stabili che nella società il momento determinante non è l'attività spiri-
tuale, non la coscienza ma sono le condizioni materiali di vita degli uomini, la
produzione dei beni materiali e dei rapporti economici che sorgono su questa
base.
Una volta scoperto il ruolo determinante della produzione materiale nella vi-
ta degli uomini, Marx giunse naturalmente alla conclusione sul ruolo decisi-
vo dei produttori dei beni materiali – delle masse popolari – nell'evoluzione
sociale e al riconoscimento della lotta di classe quale forza motrice del pro-
gresso storico.

96 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere scelte, cit., p. 1138.


97 Carlo Marx, Scritti scelti in due volumi, cit., vol. I, p. 15.
Presentando come fattore determinante del funzionamento e dello sviluppo
della società questo о quel lato della coscienza e spiegando sulla base di esso
l'essenza della vita sociale, i sociologi premarxisti non potevano scoprire i
momenti di ripetibilità e di regolarità nei fenomeni sociali dei vari paesi,
nonché distinguere nella rete intricata dei fenomeni sociali i fenomeni im-
portanti e i fenomeni non importanti e perciò la loro scienza, nel migliore dei
casi, era soltanto una descrizione di questi fenomeni, una selezione di fatti,
di materiali grezzi e non era capace di individuare le leggi del processo stori-
co. Ma senza di ciò non poteva esserci una vera scienza della società. La sco-
perta di Marx che i rapporti di produzione sono un fattore determinante ha re-
so possibile rilevare il momento di ripetibilità dei fenomeni nella vita dei diver-
si popoli, scorgere il generale nei loro ordinamenti sociali e esprimere questo
generale nel concetto di formazione economico-sociale. La formazione eco-
nomico-sociale è caratterizzata, secondo Marx, da determinati rapporti di
produzione che sorgono sulla base di un dato livello di sviluppo delle forze
produttive, nonché dalla sovrastruttura politica e giuridica, dalle forme di
coscienza sociale, dalla famiglia, da tutti gli aspetti della vita quotidiana, ecc.,
che corrispondono ai rapporti di produzione.
Infine, a differenza dei precedenti sociologi che, partendo da determinate
idee e finalità dell'uomo e non sapendo collegare questi ultimi con i rapporti
sociali materiali, li collegavano con questo о quel fattore spirituale, Marx, ri-
ducendo tutti i rapporti sociali ai rapporti di produzione e questi ultimi al li-
vello di sviluppo delle forze produttive, ottenne così la possibilità reale di
presentare lo sviluppo delle formazioni economico-sociali come un processo
storico naturale che si svolge in base alle leggi oggettive indipendenti dalla vo-
lontà e dai desideri degli uomini.
Facendo queste scoperte, Marx per la prima volta fece della sociologia una
scienza 98. “Come Darwin – scrive in proposito Lenin – mise fine alla conce-
zione secondo la quale le specie animali e quelle vegetali non avevano nes-
sun legame tra di loro, erano prodotti del caso, “creazioni di dio”, ed erano
immutabili – e per la prima volta portò la biologia su un terreno del tutto
scientifico, stabilendo la variabilità delle specie e la loro successione – così
Marx mise termine alla concezione che considerava la società come un ag-
gregato meccanico di individui che ammette cambiamenti di tutti i generi
secondo la volontà di chi ne è a capo (o, ciò che è lo stesso, secondo la volon-
tà della società e del governo), sorge e si trasforma accidentalmente, e per la
prima volta portò la sociologia su un terreno scientifico, stabilendo il concet-
to di formazione economico-sociale come complesso di determinati rapporti

98 V. I. Lenin, op. cit., vol. 1, pp. 135-137.


di produzione e stabilendo che lo sviluppo di queste formazioni è un proces-
so storico naturale”*.
5. LA NECESSITÀ STORICA E L'ATTIVITÀ COSCIENTE DEGLI UOMINI

La più importante caratteristica della vita sociale, la quale la distingue dalla


natura vivente e non vivente, è che qui agiscono gli esseri coscienti che si
pongono determinati compiti e mirano a risolverli. Nella natura non vi è nul-
la di simile. I cambiamenti di questi о quei fenomeni naturali sono legati non
all'attuazione degli scopi prestabiliti ma all'interazione dei corpi materiali,
allo scontro di un'infinità di forze e tendenze spontanee diverse.
Tenendo conto di questa circostanza, molti sociologi premarxisti, accettando
di riconoscere la necessità oggettiva, una determinata regolarità nello svi-
luppo dei fenomeni della natura, negavano ciò nella sfera dello sviluppo sto-
rico, della vita sociale. Secondo loro, la società non obbedisce a nessuna leg-
ge, a nessuna necessità, essa si evolve sulla base della volontà libera degli
uomini, della libera attività creativa.
Marx e Engels dimostrarono che i dati ragionamenti non rispecchiano il vero
stato di cose. Anche se nella società agiscono gli esseri coscienti che si pon-
gono determinati scopi, ciò non esclude né la necessità storica né le leggi che
presiedono allo sviluppo storico. Queste si manifestano attraverso queste
azioni, condizionando inevitabilmente questi о quei risultati indipendenti
dalla coscienza e dalla volontà degli uomini.
Infatti, anche se ogni uomo agisce consapevolmente, secondo la propria vo-
lontà, gli scopi che si pongono gli uomini si scontrano, entrano in contraddi-
zione nel corso della loro attuazione e si rivelano irraggiungibili о per la loro
essenza о perché mancano i mezzi per la loro realizzazione, e se essi si rea-
lizzano, in questo о quel grado, in ultima analisi comportano alle volte con-
seguenze del tutto diverse da quelle volute. Ad esempio, gli uomini, inven-
tando la macchina a vapore, si preoccupavano solo di aumentare la produt-
tività del lavoro nei rispettivi settori della produzione. Essi non sospettava-
no che creavano uno strumento che in maggiore grado degli altri avrebbe ri-
voluzionato i rapporti sociali in tutto il mondo, e, condizionando la concen-
trazione delle ricchezze nelle mani della minoranza e la proletarizzazione
dell'immensa maggioranza della popolazione, avrebbe prima procurato alla
borghesia il dominio sociale e politico e avrebbe provocato poi la lotta di
classe tra la borghesia e il proletariato, lotta che avrebbe necessariamente
portato all'abbattimento della borghesia e all'abolizione di tutti i contrasti di
classe 99.
Un altro esempio. Quando questi о quegli uomini entrano in contatto con al-
tri uomini, о acquistano merci, assumono al lavoro о si fanno assumere, essi
perseguono questi о quegli scopi concreti, ma non pensano assolutamente ai
rapporti che si stabiliscono come risultato e ai mutamenti sociali che provo-
cheranno questi rapporti. Per esempio, il contadino che vende il grano entra
in “rapporti” coi produttori di grano di tutto il mondo sul mercato mondiale;
ma egli non ne ha coscienza e non ha coscienza neppure dei rapporti sociali
che si creano in seguito allo scambio 100.
Infine, i cittadini agiati di Roma, acquistando le terre dei poveri agricoltori,
volevano solo incrementare le proprie ricchezze, ma nessuno di loro suppo-
neva che i latifondi avrebbero rovinato la repubblica e, s'intende, non pote-
vano volerlo.
In tal modo, nella società ogni individuo persegue propri scopi consapevol-
mente posti. Ma il bilancio complessivo di una moltitudine di azioni indivi-
duali che perseguono scopi diversi rappresenta un risultato che non dipende
dalla volontà e dalla coscienza dei singoli individui e che esprime questa о
quella necessaria tendenza, determinata dalle condizioni materiali di vita e
di attività di questi individui.
Così, gli scontri delle innumerevoli aspirazioni e azioni portano nel campo
della storia ad uno stato analogo a quello che domina nella natura priva di
coscienza: attraverso una massa di interazioni, nessi e rapporti casuali di
ogni sorta si fa strada la necessità interna, si manifestano le leggi oggettive
del movimento.
Quindi, nonostante la specificità eccezionale della società, il suo funziona-
mento e il suo sviluppo obbediscono alle leggi oggettive che esprimono la
necessità dell'avvento di determinati avvenimenti storici, la logica interna
del processo storico.
Ma come conciliare l'inevitabilità del prodursi di questi о quegli avvenimenti
con la libertà d'azione dell'uomo?
Alcuni critici del marxismo ritengono che il riconoscimento della necessità
storica sarebbe in contrasto con la libertà di condotta degli uomini, che l'i-
nevitabilità di questo о quello svolgimento del processo storico escludereb-
be la libertà. In realtà la libera attività degli uomini non solo non è in contra-
sto con la necessità oggettiva ma si basa su di essa.

99 V. I. Lenin, op. с it., vol. 1, p. 137.


100 V. I. Lenin, op. cit. vol. 14, p. 312.
Infatti, l'uomo può agire liberamente in questa о quella sfera solo quando
conosce le leggi oggettive, i necessari nessi e rapporti propri alla data sfera e
ne tiene conto nelle sue azioni. Se egli non conosce queste leggi, i necessari
nessi, egli non può sentirsi libero nell'adottare queste о quelle decisioni ri-
guardanti il dato ordine di fenomeni. Egli agisce alla ventura e, s'intende,
viene a trovarsi prigioniero delle potenze spontanee che si manifestano in
base alle leggi proprie ad esse e che privano la sua condotta di ogni vera li-
bertà. In tal modo, la libertà consiste non nel sognare l'indipendenza da ogni
necessità, dalle leggi della natura, ma nella conoscenza di queste leggi e “nel-
la possibilità legata a questa conoscenza di farle agire secondo un piano per
un fine determinato”, essa non significa altro perciò che la capacità di poter
decidere con cognizione di causa» 101.
E ciò riguarda non solo le azioni umane volte a modificare i fenomeni della
natura, ma anche le azioni volte modificare questi о quei fenomeni sociali,
volte non solo a polare i processi naturali, ma anche a regolare i processi ella
vita sociale. È vero, la libertà d'azione nella sfera dei fenomeni sociali si rag-
giunge solo con il passaggio al socialismo e poi al comunismo, in quanto è so-
lo con il socialismo che si creano le condizioni oggettive per un'applicazione
consapevole delle leggi che regolano l'attività sociale, per l'utilizzazione con-
sapevole della necessità storica. Solo da lesto momento gli uomini stessi “fa-
ranno con piena coscienza la loro storia” in conformità alle sue leggi oggetti-
ve, le necessità interne che le sono proprie. Per quel che riguarda le forma-
zioni antagonistiche, qui, dato il dominio della proprietà privata dei mezzi di
produzione e lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, sono assenti le condizio-
ni necessarie per un'applicazione metodica e consapevole delle leggi dello
sviluppo sociale, e come risultato queste leggi stanno di fronte agli individui
come “leggi di natura estranee e li dominano” 102, leggi che escludono la vera
libertà della loro attività creativa storica.

101 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol. XXV, 108-109.
102 Ibidem, p. 273.
CAPITOLO 9: LA SOCIETÀ E LA NATURA

1. SULL'UNITÀ DELLA SOCIETÀ E DELLA NATURA

La società come particolare forma di movimento della materia sorge sulla


base dell'ulteriore sviluppo delle forme materiali di movimento della mate-
ria che costituiscono la natura, in particolare della forma biologica. Il suo
predecessore diretto è il branco di animali, il quale rappresenta un aggrega-
to biologico fondato sugli istinti: alimentare, sessuale, difensivo, ecc.
La trasformazione del branco di animali in società umana avvenne sotto il
diretto influsso del lavoro, dell'attività “strumentale” degli antenati animali,
volta a soddisfare i loro bisogni. Per procurarsi il cibo о per difendersi dai
nemici gli animali altamente evoluti cominciarono ad adoperare oggetti del-
la natura (bastone, pietra, ecc.) per tirar giù un frutto, per schiacciare una
noce, per abbattere l'animale feroce in agguato, ecc. Simili fenomeni davano
spesso un risultato positivo, il che condizionò la comparsa di un rispettivo
riflesso e insieme ad esso anche dell'abitudine di utilizzare gli oggetti della
natura in qualità di “strumenti” per compiere queste о quelle azioni legate al
soddisfacimento dei bisogni dell'organismo. In un primo tempo una tale uti-
lizzazione degli oggetti della natura era un fenomeno casuale, temporaneo.
Ma in seguito, per il fatto che sortiva immancabilmente il voluto effetto, co-
mincia ad acquistare una sempre maggiore importanza nella vita della data
specie di animali.
Nel corso dell'utilizzazione sistematica degli oggetti per il raggiungimento di
questo о quel risultato si compiono dei tentativi di creare i necessari “stru-
menti” mediante la rispettiva lavorazione di questi о quegli oggetti della na-
tura. Lo sviluppo di questa tendenza determinò la graduale trasformazione
delle azioni riflessive, istintive in un'attività cosciente, conforme allo scopo.
Creando i necessari strumenti per agire sulla natura, l'antenato dell'uomo
andava liberandosi sempre di più dei rapporti di sottomissione nei suoi con-
fronti, ora lottava per la propria esistenza non mediante il mutamento delle
sue proprietà e funzioni biologiche ma mediante il perfezionamento degli
strumenti con cui agiva sulla natura e la modificava conformemente allo
scopo.
Nel corso della creazione e dell'utilizzazione degli strumenti sorgevano tra
gli individui, che operavano in comune, i rispettivi legami e rapporti che an-
davano rafforzandosi con lo sviluppo di questa attività e che ponevano gra-
dualmente in secondo piano i legami biologici che erano alla base della co-
munità. Man mano che i suddetti rapporti acquistavano una sempre maggio-
re importanza per l'esistenza dell'orda degli individui, essa si trasformava
nella società umana, una più alta forma dell'essere della materia, qualitati-
vamente distinta dalle forme della natura vivente che la precedevano.
Base dell'esistenza e dello sviluppo di questa nuova forma di movimento
della materia, come vediamo, è il lavoro, un processo che si svolge tra l'uomo
e la natura, “nel quale l'uomo per mezzo della propria azione produce, regola
e controlla il ricambio organico fra se stesso e la natura” 103. Il lavoro è la
condizione prima e fondamentale della vita umana, e soprattutto il lavoro
distingue la società umana dall'orda di animali. Grazie al lavoro l'uomo
emerge dalla natura, “la rende utilizzabile per i suoi scopi modificandola: la
domina” 104.
Sorta come particolare forma del movimento della materia, la società non
rompe il suo legame con le forme che la precedevano, forme che costituisco-
no la sfera della natura vivente e inanimata, le include in sé, è vero, in forma
ricalcata. Infatti, la società è formata dagli uomini, particolari e complessi si-
stemi materiali che interagiscono tra di loro e sono reciprocamente legati,
sistemi in cui si realizzano i processi fisici, chimici e biologici che obbedisco-
no alle rispettive leggi fisiche, chimiche e biologiche. Esprimendo la connes-
sione organica e l'unità della società e della natura, tutte queste leggi sono
però lungi dall'assolvere il ruolo determinante nella società, dal costituirne
l'essenza, dall'esprimerne la specificità qualitativa. Obbedendo a determina-
te leggi fisiche, chimiche e biologiche, il funzionamento e lo sviluppo
dell'uomo sono gli elementi formativi di un determinato sistema dei rapporti
sociali, di cui sono caratteristici le leggi particolari che determinano l'essen-
za specifica della società, degli uomini che la costituiscono.
Inoltre, la connessione organica della società e della natura si esprime anche
nel fatto che la prima non può esistere senza interagire con la seconda. Come
abbiamo già rilevato, alla base del sorgere e dell'esistenza della società è il
lavoro che procura i mezzi necessari alla sussistenza degli uomini. E il lavo-
ro, a sua volta, è l'interazione dell'uomo e della natura, nel corso della quale
l'uomo modifica conformemente allo scopo determinati oggetti e fenomeni
della natura, rendendoli adatti al soddisfacimento di questi о quei bisogni
degli uomini. L'interazione della società con la natura è, in tal modo, la più
importante condizione del suo funzionamento e sviluppo. Nel processo di ta-
le interazione la natura esercita un determinato influsso sulla società e que-
st'ultima sulla natura. Esaminiamo, dunque, in che cosa si esprime concre-
tamente questo influsso.

103 Karl Marx, Il Capitale, cit., I (1), p. 195.


104 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol. XXV, p. 467.
2. SULL'INFLUSSO DELLA NATURA SULLA SOCIETÀ

Quella parte della natura con la quale interagisce la società si suole chiamar-
la ambiente geografico.
L'ambiente geografico comprende l'orbe terracqueo che circonda l'uomo, il
clima, la fauna e la flora, le ricchezze minerali, ecc. Da tutti questi fattori di-
pendono indubbiamente l'esistenza e lo sviluppo della società. La natura è la
dispensa originaria di cibarie e di mezzi di lavoro. È solo utilizzando i suoi
tesori, le proprietà degli enti materiali (oggetti, corpi, processi) che la for-
mano, che gli uomini si creano le necessarie condizioni di esistenza, produ-
cono i beni necessari alla loro vita. La natura, о più precisamente l'ambiente
geografico, esercita, in tal modo, un sostanziale influsso sullo stato e lo svi-
luppo della società.
Ad esempio, “quanto maggiore la fertilità naturale del suolo e quanto più fa-
vorevole il clima, tanto minore il tempo di lavoro necessario per la conser-
vazione e la riproduzione del produttore. E tanto maggiore può essere,
quindi, l'eccedenza del suo lavoro… ”105 e l'accumulazione del patrimonio so-
ciale. Quanto maggiori sono le ricchezze naturali di questo о quel paese, tan-
to più ampie sono le sue possibilità di far progredire la produzione. E quanto
più svariate sono queste ricchezze e le altre condizioni naturali, tanto più
svariata è l'attività degli uomini. A sua volta l'attività multiforme dell'uomo
lo sprona obbligatoriamente a moltiplicare “i propri bisogni, le proprie capa-
cità, i propri mezzi e i propri modi di lavorare” 106.
L'influsso dell'ambiente geografico sullo sviluppo della società si faceva par-
ticolarmente sentire negli stadi iniziali di esistenza dell'umanità. In quel pe-
riodo la comparsa e lo sviluppo di questo о quel tipo concreto di produzione,
di questa о quella attività concreta dipendevano direttamente dall'ambiente
geografico, dalle sue peculiarità. Così, ad esempio, le terre fertili favorivano il
sorgere dell'agricoltura, i fiumi e i laghi condizionavano la comparsa di
un'attività come la pesca, i boschi stimolavano la diffusione della caccia,
mentre le steppe e le montagne offrivano condizioni favorevoli all'alleva-
mento del bestiame.
Quindi, l'ambiente geografico esercita un influsso sostanziale sullo sviluppo
della società. Ma quale è la portata di questo influsso?
fautori del cosiddetto determinismo geografico ritengono che l'influsso
dell'ambiente geografico sulla società è il momento decisivo, che il carattere
della società, il suo sviluppo dipendono interamente da questi о quei fattori

105 Karl Marx, Il Capitale, cit., I (2), p. 226.


106 Ibidem, p. 227.
della natura circostante. Le idee sviluppate dai sostenitori di questo punto di
vista sorsero molto tempo fa. Già nell'antichità alcuni storici, ad esempio
Strabone ed altri, si riferivano all'ambiente geografico nel descrivere la vita e
i costumi dei vari popoli. Ma il determinismo geografico ottenne diffusione
particolarmente larga nell'epoca dello sviluppo del capitalismo. In questo
periodo apparvero varie “teorie” che spiegano il carattere e l'evoluzione del-
la società con i fattori climatici, con la configurazione del terreno, con le ri-
sorse idriche, ecc.
Ad esempio, il filosofo francese del XVIII secolo Montesquieu riteneva che i
princìpi etici della società, le forme di potere statale e la legislazione sono
determinati dal clima. In particolare, il clima caldo condiziona, secondo Mon-
tesquieu, la pigrizia, la lassezza degli uomini e porta inevitabilmente al sor-
gere di un fenomeno come la schiavitù; il clima freddo, invece, conferisce alla
mente e al corpo degli uomini una determinata forza, rendendoli capaci di
azioni prolungate, difficili, grandi e coraggiose, e, come risultato, gli uomini
dei paesi nordici sono liberi. Egli scrisse: «La lassezza dei popoli del clima
caldo li rendeva quasi sempre schiavi, mentre il coraggio dei popoli del clima
freddo li manteneva liberi” 107.
Il sociologo russo L. I. Mecnikov considerava un fattore determinante le ri-
sorse idriche. “L'acqua – egli scriveva – si rivela non solo un elemento vivifi-
catore nella natura ma anche come vera forza motrice nella storia”. Essa è
una “forza” che incita le culture a svilupparsi, determina il passaggio
dall'ambiente dei sistemi fluviali a quello delle coste dei mari interni e da qui
agli oceani.
Un ideologo della borghesia inglese del XIX secolo, H. T. Buckle, considerava
un fattore determinante dello sviluppo sociale tutta una serie di momenti
dell'ambiente geografico, e precisamente il clima, la fertilità del suolo, la con-
figurazione del terreno, ecc.108
Nel periodo iniziale dell'esistenza della società capitalistica le “teorie” geo-
grafiche avevano un ruolo progressivo: erano dirette contro le dottrine teo-
logiche della società ed erano chiamate a spiegare i mutamenti sociali con
cause terrene. In seguito esse incominciarono ad acquistare un carattere
sempre più reazionario, in quanto distoglievano l'attenzione dei lavoratori, e
in particolare del proletariato, dalle vere cause della loro disastrosa situa-
zione economica, dalla loro condizione di inferiorità, facendone ricadere tut-
ta la “responsabilità” sull'ambiente geografico: clima, fertilità del suolo, ecc.

107Œuvres complètes de Montesquieu, cit. Tome I, pp. 368-369.


108 H. T. Buckle, History of Civilization in England, vol. I. London, 1891, cap. II, p. 39.
Nel XX secolo il determinismo geografico diventa la base teorica delle conce-
zioni militaristiche della borghesia imperialistica, concezioni che giustificano
le guerre d'aggressione, l'asservimento di un popolo da parte di un altro e
che portano il nome di “geopolitica”. Queste concezioni nacquero prima in
Germania. I loro fautori affermavano che nello sviluppo della società ha un
ruolo determinante lo “spazio vitale”, in particolare il rispettivo territorio.
Perciò ogni popolo, secondo loro, mira ad assicurarsi lo spazio vitale, ad im-
padronirsi del necessario territorio, il che condiziona la necessità della lotta
tra i vari popoli per lo spazio vitale e quindi la necessità delle guerre.
Queste idee corrispondevano in pieno alla linea politica del nazismo, perciò
la “geopolitica” fu proclamata dagli hitleriani ideologia ufficiale. Essa fu inse-
gnata come materia a parte in tutte le università della Germania nazista.
Come vediamo, la teoria geografica dello sviluppo della società racchiude in
sé la possibilità di conclusioni reazionarie che traggono gli ideologi della
borghesia. Già solo questo fatto dimostra che la data teoria dello sviluppo
sociale è inconsistente. Ma l'inconsistenza di questa teoria risiede anche nel
fatto che essa non è una teoria scientifica, non corrisponde al vero stato di
cose. Infatti, l'ambiente geografico non è il fattore determinante dello svi-
luppo della società.
Se l'ambiente geografico è un fattore che determina lo sviluppo della società,
come poteva accadere che i popoli che vivono nelle più disparate condizioni
climatiche e naturali, abitano le regioni a clima caldo, freddo e temperato,
praticano l'agricoltura su terreni molto e poco fertili, vivono in montagna, in
pianura, sulle rive dei fiumi, dei mari e degli oceani e lontano da questi ulti-
mi, abbiano attraversato nel loro sviluppo sociale gli stessi stadi, incomin-
ciando dalla società primitiva senza classi, basata sulla proprietà sociale dei
mezzi di produzione, passando in seguito alla società di classe, basata sulla
proprietà privata, e poi di nuovo alla società comunista senza classi come ri-
sultato della rivoluzione socialista e della costruzione del socialismo? Poi, se
fosse l'ambiente geografico a determinare lo sviluppo della società, come po-
teva accadere che con un ambiente geografico relativamente immutabile, ad
esempio nella parte europea del globo, la maggioranza dei popoli abbia visto
tramontare tre formazioni economico-sociali (comunità primitiva, schiavitù,
feudalesimo), mentre quelli che si sono incamminati sulla via delle trasfor-
mazioni socialiste abbiano visto tramontare addirittura quattro formazioni
economico-sociali?
Tutto ciò sta a dimostrare che l'ambiente geografico non è il fattore deter-
minante dello sviluppo della società. E se è così, esso non può condizionare
neanche la politica dello Stato. Il contenuto della politica di questo о quello
Stato dipende esclusivamente dalla classe che è al potere. Nel caso in cui so-
no al potere gli esponenti dei circoli imperialistici reazionari, la politica di
questo governo, indipendentemente dalla situazione geografica del paese,
sarà una politica antipopolare, pericolosa per la causa della pace.
3. SULL'INFLUSSO DELLA SOCIETÀ SULLA NATURA

Subendo l'influsso della natura, la società stessa influisce sulla natura circo-
stante, provoca in essa questi о quei mutati e forma in un modo о nell'altro
un nuovo ambiente grafico. Producendo i beni materiali necessari per la sua,
l'uomo trasporta da una regione del mondo all'altra e specie di animali e di
piante e modifica così la flora e auna delle rispettive regioni, dei rispettivi
continenti e ino delle rispettive parti del mondo. Ad esempio, furono portate
in Europa dall'America piante come le patate, i odori, il granturco, il tabacco,
ecc.
Per quanto concerne quelle piante e quegli animali che io fissato dimora in
questa о quella regione del mondo indipendentemente dalla volontà
dell'uomo, anch'essi sumo l'influsso degli uomini. L'uomo trasforma alcune
specie di animali e piante modificandone le caratteristiche conformemente
allo scopo. Inoltre, l'uomo ne crea mediante selezione specie assolutamente
nuove e modifica così la flora e fauna della data regione.
Sotto l'influsso della società umana muta non solo la natura vivente ma an-
che la natura inanimata. Così, in seguito alla combustione di forti quantitativi
di combustibili aumenta nell'atmosfera la concentrazione di anidride carbo-
nica, il che si ripercuote favorevolmente sulla crescita delle piante. Estraen-
do dal sottosuolo grossi quantitativi di minerali utili e trasferendoli, già la-
vorati о allo stato naturale, nelle altre regioni del mondo, l'uomo modifica
così in un modo о nell'altro le proprietà dell'ambiente geografico che lo cir-
conda. L'influsso della società umana sull'ambiente geografico è sempre
uguale. Esso cambia con lo sviluppo della società, con il perfezionamento dei
mezzi di lavoro disponibili, con il mutamento degli ordinamenti sociali. Esso
si accresce continuamente con il progredire della società. Inventando mezzi
di lavoro sempre più perfetti, l'uomo coinvolge nella sfera della sua attività
pratica sempre nuovi campi della natura e li modifica conformemente allo
scopo, affermando così il suo dominio su di essi.
4. IL RUOLO DELL'AUMENTO DELLA POPOLAZIONE NELLA VITA DELLA SOCIETÀ

Come si è già rilevato, la società è la totalità degli individui tra i quali inter-
cedono determinati rapporti condizionati dalla produzione e dalla distribu-
zione dei beni materiali. È evidente che per un normale funzionamento e svi-
luppo della società è necessario un determinato minimo di individui, una de-
terminata densità della popolazione. Questo minimo non può essere costan-
te, esso deve cambiare con il passaggio della società da uno stadio di svilup-
po all'altro. Il minimo di individui necessario per un normale funzionamento
della società cambia per il fatto che con lo sviluppo della società si accresco-
no le esigenze degli individui, aumentano rispettivamente i mezzi di produ-
zione dei beni materiali e spirituali necessari per il soddisfacimento di que-
ste esigenze. Il grado di sviluppo dei mezzi di produzione in ogni dato stadio
di sviluppo sociale e i rapporti da esso condizionati tra gli individui nel pro-
cesso di produzione e di distribuzione dei beni materiali determinano il nu-
mero degli individui necessario per realizzare la produzione e le altre fun-
zioni dell'organismo sociale. Mentre il numero degli individui in seno alla
società è determinato dalle leggi demografiche, che anche se dipendono dal
modo di produzione che domina nella società hanno una determinata auto-
nomia, e, come risultato, l'aumento della popolazione non sempre corri-
sponde all'aumento del fabbisogno in essa. Così, ad esempio, nella società
schiavistica l'aumento della popolazione era in notevole ritardo rispetto al
fabbisogno in essa. Ciò si spiega con il fatto che gli schiavi erano privi della
possibilità di avere una famiglia. Nella società capitalistica, invece, la popola-
zione cresce a ritmi superiori che non la domanda di forza-lavoro addiziona-
le. Come risultato, appare la popolazione “eccedente”. Ciò è una conseguenza
inevitabile dell'azione spontanea delle leggi economiche della società bor-
ghese. Mirando all'aumento dei profitti e non al massimo soddisfacimento
dei bisogni della popolazione, il capitalista allarga la produzione solo finché
il rispettivo prodotto trova una domanda solvibile. La sottomissione dello
sviluppo della produzione agli interessi del capitale, agli interessi della sua
auto valorizzazione è proprio quel fattore che impedisce l'inserimento
nell'attività produttiva di tutta la massa degli operai e determina così la
comparsa di una popolazione operaia relativamente eccedente, cioè ecce-
dente i bisogni medi di auto valorizzazione del capitale, e quindi superflua
109.

Nella società socialista è stato rimosso questo ostacolo, qui lo scopo della
produzione è il massimo soddisfacimento dei bisogni di tutti gli individui,
perciò la produzione, che ha illimitate possibilità per il proprio sviluppo, as-
sicura l'occupazione di tutti i membri della società abili al lavoro. E anche se
il perfezionamento dei mezzi di produzione porta anche qui all'aumento del-
la produttività del lavoro e quindi alla diminuzione della forza-lavoro per
unità di prodotto, ciò non crea, però, la popolazione eccedente. L'aumento
della produttività del lavoro, aumento condizionato dal progresso tecnico,

109 Karl Marx, Il Capitale, cit., I (3), pp. 80-81.


rappresenta quella base materiale che permette di ridurre la giornata lavo-
rativa e di offrire ad ogni membro della società il tempo libero necessario
per la sua evoluzione in tutti i sensi.
Quindi, la comparsa della popolazione relativamente eccedente è il risultato
del funzionamento della produzione capitalistica. È una legge della popola-
zione peculiare di questa formazione economico-sociale. Per quanto riguar-
da le altre formazioni, esse hanno “le proprie leggi della popolazione, parti-
colari, storicamente valide” 110.
Ma moliti sociologi spiegano il fenomeno della popolazione eccedente nella
società borghese non con le leggi storiche del capitalismo ma con determina-
te leggi della natura che si manifesterebbero indipendentemente dagli ordi-
namenti sociali, dal modo di produzione. Per la prima volta questa cosiddet-
ta “legge” assoluta della popolazione fu formulata nel 1798 da Malthus: la
popolazione del nostro pianeta cresce a ritmi notevolmente più rapidi dei
ritmi di produzione dei mezzi di sussistenza. Perciò nella società, secondo
Malthus, ci sarà sempre un certo numero di individui che essa non è in grado
di mantenere e che sono quindi superflui.
Negli ultimi tempi i malthusiani hanno cominciato a riferirsi alla situazione
nei paesi che si sono liberati nel recente passato dai ceppi del colonialismo e
dove, a causa della base tecnico-materiale arretrata, la produzione cresce a
ritmi inferiori ai ritmi di aumento della popolazione. Ma anche questi fatti
non dimostrano la validità delle deduzioni malthusiane. In questi paesi la
produzione è in ritardo rispetto ai ritmi di aumento della popolazione non in
virtù della “legge” malthusiana, ma in seguito al fatto che essi sono stati per
secoli oggetto di spoliazione ad opera dei capitalisti stranieri. Come risulta-
to, la base materiale dell'economia di questi paesi quasi non si sviluppava,
mentre la popolazione continuava a crescere. Tutto ciò ha avuto per conse-
guenza una forte sproporzione tra il numero degli abitanti e il livello di svi-
luppo della produzione nazionale. Attualmente i paesi di recente indipen-
denza compiono sforzi per superare la suddetta contraddizione e non vi è
alcun dubbio che sarà superata presto о tardi con l'assistenza dei paesi in-
dustrialmente avanzati, in particolare dei paesi socialisti.
Al tempo stesso vien fatto di domandare: può aumentare all'infinito la popo-
lazione della Terra? Non porterà ciò al sovrappopolamento del nostro piane-
ta? Certo, esiste la possibilità di veder sovrappopolata la Terra in un lontano
futuro. Ma questa possibilità è astratta, poiché non vi è dubbio che gli uomini
della futura società comunista si accorgeranno tempestivamente di questa

110 Ibidem, p. 82.


tendenza e adotteranno le necessarie misure per evitarla. Per loro non sarà
troppo difficile regolare metodicamente il processo di riproduzione della
popolazione.
CAPITOLO 10: LA PRODUZIONE MATERIALE, FONDAMENTO DELL'ESISTENZA E
DELLO SVILUPPO DELLA SOCIETÀ

1. IL CONCETTO DI PRODUZIONE

Come si è già rilevato, la società, a differenza dell'orda di animali, non esiste


adattandoci alla natura e consumando i mezzi di sussistenza da essa creata,
ma adattando questi ultimi ai propri bisogni, modificando le proprietà degli
enti materiali creati dalla natura e trasformandoli nei mezzi vitali necessari
all'esistenza degli uomini. La trasformazione degli oggetti della natura in
mezzi di sussistenza, in beni materiali avviene agendo sulla natura con l'au-
silio di strumenti appositamente creati, cioè con l'ausilio dei mezzi di lavoro.
Questo processo di azione conforme allo scopo sulla natura, di cambiamento
delle sue proprietà negli interessi della società è per l'appunto la produzio-
ne. I suoi momenti più importanti sono: (1) l'attività conforme allo scopo, (2)
l'oggetto del lavoro, (3) il mezzo di lavoro.
L'attività umana nel processo del lavoro si realizza consapevolmente ed è su-
bordinata ad uno scopo rigorosamente determinato. Mettendo in luce la diffe-
renza fra l'attività produttiva e le azioni istintive dell'animale, Marx indicò
proprio questo momento: la consapevolezza e la conformità allo scopo delle
operazioni lavorative. “Non che l'uomo – egli scrisse – effettui soltanto un
cambiamento della forma dell'elemento naturale; egli realizza nell'elemento
naturale, allo stesso tempo, il proprio scopo, che egli conosce, che determina
come legge il modo del suo operare e al quale deve subordinare la sua volon-
tà.»111
L'oggetto del lavoro è quella parte della natura sulla quale agisce l'uomo nel
processo della produzione, parte che egli modifica, trasformandola in una
cosa capace di appagare questo о quel bisogno della società. Sono, ad esem-
pio, oggetti di lavoro il minerale di ferro, il carbone fossile, il petrolio, estrat-
ti dal sottosuolo e adeguatamente lavorati.
Possono presentarsi come oggetti di lavoro sia il materiale che l'uomo trae
direttamente dalla natura (ricchezze minerarie racchiuse nel sottosuolo; pe-
sce che vien preso dal suo elemento vitale, l'acqua; legname che viene abbat-
tuto nella foresta vergine; terre vergini, ecc.), sia gli oggetti già sottoposti a
trattamento preliminare mediante il lavoro (minerale di ferro, cotone nel
reparto di filatura, grano nel mulino, farina nel panificio, ecc.). L'oggetto di
lavoro che ha subito un trattamento preliminare e ha oggettivato in sé questa
о quella quantità di lavoro umano, è materia prima. In tal modo, ogni materia

111 Karl Marx, Il Capitale, cit., I (1), p. 196.


prima “è oggetto di lavoro; ma non ogni oggetto di lavoro è materia prima.
L'oggetto di lavoro è materia prima soltanto quando ha subito un cambia-
mento mediante il lavoro” 112.
Il mezzo di lavoro è una cosa о un complesso di cose che l'uomo inserisce fra
sé e l'oggetto del lavoro e che gli servono da conduttore della propria attività
su quell'oggetto 113.
Nell'industria sono mezzi di lavoro le macchine utensili, i meccanismi, le at-
trezzature di ogni genere, i locali per usi produttivi, i mezzi di trasporto al
servizio dell'azienda, ecc.; nell'agricoltura, le macchine e gli attrezzi impiega-
ti per la lavorazione della terra e per i lavori di raccolta, la stessa terra lavo-
rata in quanto fa parte dell'insieme delle condizioni necessarie per far ger-
mogliare le sementi, per far crescere le piante, i mezzi destinati al trasporto
delle sementi e del raccolto stesso, i depositi necessari per conservare quello
che è stato raccolto, ecc. Nel campo dell'allevamento sono mezzi di lavoro gli
animali allevati per ottenere lana, latte, carne ed altri prodotti, i locali dove
sono alloggiati gli animali, i meccanismi impiegati nelle fattorie, ecc.
Tra i mezzi di lavoro occupano un posto a parte gli strumenti di lavoro. Gli
strumenti di lavoro sono quei mezzi di lavoro che servono da conduttori di-
retti dell'attività dell'uomo sull'oggetto di lavoro e che grazie alle loro pro-
prietà (meccaniche, fisiche, chimiche) provocano in esso i rispettivi cambia-
menti. Da esempio di strumenti di lavoro possono servire le macchine per il
taglio dei metalli, in particolare il tornio, il trapano, la fresatrice, la rettifica-
trice, il telaio, ecc., l'aratro, l'erpice, la seminatrice, la mietitrebbiatrice, ecc. I
più semplici strumenti di lavoro, creati dagli uomini nelle fasi iniziali di svi-
luppo della società umana, sono il coltello, l'ascia, il martello, la zappa, ecc.
I mezzi di lavoro costituiscono insieme all'oggetto di lavoro i mezzi di pro-
duzione.
I mezzi di lavoro assolvono il più importante ruolo nel processo della produ-
zione dei beni materiali. Il loro livello di sviluppo determina il carattere della
struttura economica della società e il grado di dominazione dell'uomo sulla
natura. Marx rilevava: “Non è quel che vien fatto, ma come vien fatto, con
quali mezzi di lavoro, ciò che distingue le epoche economiche” 114.
2. LE FORZE PRODUTTIVE DELLA SOCIETÀ

a· Il concetto di forze produttive


Le forze produttive della società sono i mezzi di lavoro e gli uomini che li

112 Ibidem, p. 197.


113Si veda Ibidem.
114Karl Marx, Il Capitale, cit., I (1), p. 198.
mettono in moto e che realizzano la produzione dei beni materiali grazie ad
una determinata esperienza produttiva, grazie atte rispettive attitudini al la-
voro.
A realizzare la produzione dei beni materiali sono gli uomini, proprio essi
agiscono sulla natura e trasformano le rispettive entità materiali di essa in
mezzi di sussistenza. Perciò è evidente che gli uomini che partecipano alla
produzione devono far parte delle forze produttive. Non solo, ma gli uomini
sono la principale forza produttiva della società 115. Essi racchiudono in sé il
principio creativo che è il lato più importante dell'attività produttiva.
Ma gli uomini agiscono sulla natura non con le “braccia nude”, non diretta-
mente, ma mediante i mezzi di lavoro. Dai mezzi di lavoro, dagli strumenti di
produzione dipendono molto il grado di trasformazione della natura, la
quantità dei beni materiali creati. Quindi, anche i mezzi di lavoro devono far
parte delle forze produttive della società.
Parlando dei mezzi di lavoro come elemento indispensabile delle forze pro-
duttive, bisogna sottolineare che esse sono forze produttive non di per se
stessi ma solo in connessione organica con l'uomo. Fuori della connessione
con gli uomini che mettono in moto la macchina, quest'ultima non è che un
ammasso di ferro. È solo nelle mani dell'uomo che questo о quel mezzo di
lavoro diventa forza produttiva. Essendo il risultato dell'attività creativa de-
gli uomini, i mezzi di lavoro, in tal modo, sono capaci di assolvere la loro
funzione sociale, di presentarsi come forza produttiva solo nel quadro di
questa attività, solo come un momento indispensabile ai fini della realizza-
zione e dello sviluppo di essa.
L'impiego nel corso dell'attività creativa di qualsiasi mezzo di lavoro, anche
tra i più semplici, presuppone la necessità di impossessarsi di cognizioni che
indichino come vanno adoperati questi mezzi, la necessità di acquisire de-
terminate attitudini, una determinata esperienza di impiego dei rispettivi
mezzi di lavoro. Quanto più ricca è l'esperienza di utilizzazione di questi о
quei mezzi di lavoro, tanto più perfette e più efficaci sono le azioni degli uo-
mini, tanto maggiore è la loro forza produttiva.
In tal modo, la forza produttiva della società dipende non solo dagli uomini
che partecipano alla produzione dei beni materiali e dai mezzi di lavoro da
essi maneggiati ma anche dall'esperienza di utilizzazione di questi mezzi,
dalla qualifica degli operai.
Esercita un determinato influsso sulla forza produttiva della società anche
l'organizzazione tecnica del lavoro, la ripartizione degli uomini nel processo

115V. I. Lenin, op. cit. vol. 32, p. 215.


della produzione, la distribuzione fra di loro delle rispettive funzioni. Quanto
più perfetta è l'organizzazione del lavoro, quanto più razionale è l'impiego
dei mezzi di lavoro e della manodopera, tanto maggiore è la forza produttiva
della società. Analizzando le peculiarità della cooperazione semplice e della
manifattura, Marx mise in risalto la dipendenza della forza produttiva della
società dall'organizzazione del lavoro.
“… Mediante l'analisi della attività artigiana, la specializzazione degli stru-
menti di lavoro, la formazione degli operai parziali, il loro raggruppamento e
la loro combinazione in un meccanismo complessivo, la divisione manifattu-
riera del lavoro – egli scrisse – crea.,. una determinata organizzazione del la-
voro sociale, sviluppando così una nuova forza produttiva sociale del lavoro”
116. “Qui – egli sottolinea – non si tratta soltanto di aumento della forza pro-

duttiva individuale mediante la cooperazione, ma di creazione d'una forza


produttiva… ” 117.
Da quanto esaminato sopra deriva che le forze produttive rappresentano le
concrete possibilità oggettive di azione sulla natura di cui dispone la società,
rappresentano la capacità reale della società di produrre una determinata
quantità di beni materiali.
b. Le forze produttive della società e la scienza
Negli stadi iniziali di sviluppo della società, quando la scienza era ancora in
fasce e gli strumenti di lavoro erano ancora imperfetti e destinati solo al la-
voro manuale, nel processo della produzione dei beni materiali gli uomini si
accontentavano delle cognizioni empiriche acquisite dalle precedenti gene-
razioni nella lotta con la natura e accumulate, per così dire, nei mezzi di la-
voro e nelle esperienze produttive che venivano tramandate di generazione
in generazione. Ma man mano che si passava dal lavoro manuale alla produ-
zione meccanica, incominciavano a trovare la loro incarnazione nei nuovi
mezzi di lavoro e nei metodi di impiego di essi non solo le cognizioni acquisi-
te dai produttori diretti nel processo del lavoro e dell'apprendistato ma an-
che le scoperte scientifiche. La creazione e l'impiego delle macchine si basa-
no sull'utilizzazione sistematica delle leggi della natura scoperte dalla scien-
za, il che permette di porre al servizio della produzione forze naturali e di
sostituire con esse la forza dell'uomo 118.
Però, in un primo tempo l'applicazione della scienza nel campo della produ-
zione aveva un carattere limitato. Si teneva conto delle sue leggi solo nel
creare i mezzi meccanici di lavoro, mentre la tecnologia del processo produt-

116Karl Marx, Il Capitale, cit., I (2), p. 65.


117Ibidem
118Karl Marx, Il Capitale, cit., I (2), p. 87-88.
tivo rimaneva ancora fuori del campo visuale della scienza. Ma la rivoluzione
industriale iniziatasi a cavallo del XVIII e XIX secolo investiva un settore del-
la produzione dopo l'altro. La scienza incominciava ad assolvere un sempre
maggiore ruolo nella produzione. Essa contribuiva non solo al perfeziona-
mento dei processi tecnologici ma anche al sorgere di nuovi settori indu-
striali. Se nel passato era legata alla produzione prevalentemente la mecca-
nica teorica, ora penetravano sempre di più nella sfera della produzione la
fisica e la chimica. Ad esempio, tali scoperte nel campo dell'elettricità come
l'induzione elettromagnetica, la radiazione catodica, la teoria elettromagne-
tica della luce, portarono al sorgere di un nuovo ramo della produzione: l'e-
lettrotecnica. Su questa base furono inventati il telegrafo, il telefono, la di-
namo, il motore elettrico, ecc., invenzioni che ebbero un notevole ruolo nella
trasformazione della produzione. Una serie di importantissime scoperte nel
campo della chimica portarono alla nascita dell'industria chimica, alla sintesi
artificiale di tutta una serie di sostanze necessarie alla produzione.
L'impetuoso sviluppo della produzione meccanica gettò le basi necessarie
per lo sviluppo della tecnica sperimentale. Quest'ultima permise agli scien-
ziati di penetrare sempre di più nei segreti della natura. Alla fine del XIX e
all'inizio del XX secolo furono fatte grandiose scoperte nel campo della fisica:
fu elaborata la teoria elettronica della materia, scoperta la disintegrazione
radioattiva di alcune sostanze (uranio, radio, ecc.). Lo studio della struttura
dell'atomo e del nucleo atomico, la scoperta di sempre nuove particelle
“elementari”, la scoperta delle leggi della loro interazione e della loro tra-
sformazione reciproca hanno portato alla nascita della fisica nucleare, della
meccanica quantistica e di altri rami della scienza. È apparsa la possibilità
reale di impiegare l'energia atomica nella produzione e nel campo militare.
Parallelamente alla fisica e alle altre scienze andava sviluppandosi intensa-
mente anche la matematica. Tutte le scienze hanno cominciato ad applicare
su scala sempre più larga i suoi metodi. Sulla base dell'applicazione dei me-
todi matematici in vari settori della scienza e della tecnica sono state create
le calcolatrici.
Hanno fatto la loro apparizione i calcolatori elettronici capaci di eseguire in
un secondo centinaia di migliaia e milioni di operazioni. Sorgono la ciberne-
tica, la teoria dell'informazione, i sistemi di modellazione matematica, ecc. Si
creano tutte le condizioni necessarie per l'automazione completa dei pro-
cessi di produzione. L'automazione presuppone l'impiego nei congegni tec-
nici e nei processi tecnologici delle acquisizioni dei rami più svariati dello
scibile, in particolare della fisica, della chimica, dell'elettronica, della mate-
matica, della cibernetica, ecc.
Tutto ciò sta a dimostrare che i mezzi di lavoro e la tecnologia utilizzati nella
produzione moderna, diventano, usando le parole di Marx, la “forza oggetti-
vata del sapere”, la scienza materializzata. In relazione a ciò anche gli uomini
che partecipano ad una tale produzione non possono far leva solo sulla pro-
pria esperienza, sulla propria perizia di lavoro.
Nella loro attività pratica essi devono avvalersi di tutte le conoscenze scien-
tifiche riguardanti un dato ramo della produzione.
Il sempre più stretto legame della scienza con la produzione fa si che cresce
il ruolo dei centri di ricerca scientifica. Creando macchine e impianti più per-
fetti e elaborando la tecnologia di sempre nuovi materiali, definendo le vie
per un impiego più efficace dei mezzi di lavoro, il personale degli istituti di
ricerca scientifica partecipa in un modo о nell'altro alla creazione dei valori
materiali.
Quindi, la scienza si trasforma sempre di più in una diretta forza produttiva,
e la produzione in “applicazione tecnologica della scienza”119
In tal modo, la trasformazione della scienza in forza produttiva avviene, da
un lato, creando sulla base delle rispettive teorie scientifiche mezzi tecnici
sempre più perfetti e elaborando una tecnologia della produzione che ri-
sponda ai nuovi criteri e, dall'altro lato, mediante l'acquisizione da parte de-
gli uomini che prendono parte al processo produttivo delle conquiste della
scienza moderna, le quali rendono possibile un'organizzazione più razionale
della produzione e un impiego più efficace della tecnica.
3. RAPPORTI DI PRODUZIONE

Le forze produttive degli uomini esprimono il rapporto degli uomini con la


natura, il livello di sviluppo di queste forze mostra il grado di subordinazio-
ne della natura agli interessi della società, il grado di dominazione dell'uomo
sulla natura. Ma nel processo di produzione gli uomini entrano in determi-
nati rapporti non solo con la natura ma anche tra di loro. E questi rapporti, la
determinata connessione di essi sono la premessa più importante del fun-
zionamento e dello sviluppo della produzione. La natura può essere tra-
sformata nell'interesse della società solo nel quadro di questi rapporti, gra-
zie ai legami sociali tra gli uomini. I dati legami e rapporti sono la forma so-
ciale in cui avviene l'azione dell'uomo sulla natura, la trasformazione e l'ap-
propriazione di oggetti della natura. “Ogni produzione – scrisse in merito
Marx – è l'appropriazione da parte dell'individuo di oggetti della natura nel
quadro di una determinata forma sociale e tramite di essa” 120. “Per produrre,

119Karl Marx, Il Capitale, cit., I (3), p. 73.


120 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere, vol. 12, p. 713. Ed. russa.
gli uomini entrano gli uni con gli altri in determinati legami e rapporti, e la
loro azione sulla natura, la produzione, ha luogo soltanto nel quadro di que-
sti legami e rapporti sociali”121.
I rapporti che si stabiliscono tra gli uomini nel processo di produzione, di di-
stribuzione e di consumo dei beni materiali, sono i rapporti di produzione.
In quanto la produzione non è altro che l'azione dell'uomo sull'oggetto di la-
voro con l'ausilio di determinati mezzi di lavoro, si riferiscono ai rapporti di
produzione prima di tutto i rapporti degli uomini con l'oggetto del lavoro e
con i mezzi di produzione. I mezzi di produzione possono appartenere inte-
ramente о parzialmente, ma possono anche non appartenere, ai produttori.
Sulla base dei rapporti con i mezzi di produzione si stabiliscono questi о
quei rapporti con i beni materiali prodotti e i rapporti legati alla distribuzio-
ne di questi beni. Se i mezzi di produzione appartengono ai produttori, ap-
partengono ad essi anche i beni materiali prodotti che si distribuiscono о in
parti uguali (in caso di proprietà comunitaria dei mezzi di produzione) о in
base al lavoro speso per la società (in caso di proprietà socialista dei mezzi
di produzione) о secondo i bisogni (in caso di proprietà comunista dei mezzi
di produzione). Se i mezzi di produzione sono proprietà di un gruppo di in-
dividui che vive sfruttando i lavoratori, il prodotto appartiene agli sfruttatori
e la distribuzione avviene nelle forme che corrispondono agli interessi di
questi ultimi.
Si riferiscono ai rapporti di produzione anche i rapporti che si stabiliscono
nel processo di scambio dell'attività tra i membri della società. Tra questi
rapporti sono da annoverare, in particolare, i rapporti mercantili e mercanti-
li-monetari.
A seconda del tipo di proprietà dei mezzi di produzione: sociale о privata, si
stabiliscono i rapporti di collaborazione e di mutua assistenza о i rapporti di
dominazione e di sottomissione. Oltre a questi due fondamentali tipi di rap-
porti di produzione sorgono in determinati periodi di sviluppo storico dei
rapporti di produzione transitori, che sono basati sia sulla proprietà privata
che su quella sociale e che racchiudono in sé sia gli elementi di collaborazio-
ne e di mutua assistenza che gli elementi di dominazione e di sottomissione.
Alle tre forme di proprietà privata: schiavistica, feudale, capitalistica, le quali
sorgono e dominano in determinati periodi di sviluppo della società, corri-
spondono i tre tipi di rapporti di produzione che sanciscono i rapporti di
dominazione e di sottomissione. Sono i rapporti schiavistici, feudali e capita-
listici. I rapporti di produzione schiavistici presuppongono la proprietà pri-

121 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere scelte, cit., pp. 340-341.
vata di un determinato gruppo di individui (padroni di schiavi) su tutti i
mezzi di produzione e l'assenza di tale proprietà per gli schiavi che mettono
in moto i mezzi di lavoro e realizzano la produzione nell'interesse del pro-
prietario. I rapporti di produzione feudali hanno per base la proprietà dei
feudatari sulla terra e su altri mezzi di lavoro e la proprietà parziale sopra il
lavoratore stesso (il quale dispone dei propri mezzi di lavoro ed è dotato di
un appezzamento di terra) che il signore feudale può costringere a lavorare
per sé, può vendere ma non ha il diritto di uccidere, come era invece sotto il
regime schiavistico. Alla base dei rapporti di produzione capitalistici sono la
proprietà dei singoli individui sui mezzi di produzione e l'assunzione “libe-
ra” del lavoratore formalmente (giuridicamente) libero, privo, però, di qual-
siasi mezzo di produzione, e quindi dei mezzi di sussistenza, e costretto per-
ciò a vendere la sua forza-lavoro al proprietario dei mezzi di produzione
(capitalista).
I rapporti di produzione che esprimono la collaborazione e la mutua assi-
stenza, sono di due tipi: i rapporti caratteristici della società primitiva e i
rapporti caratteristici del socialismo. I primi devono la loro origine al basso
livello di sviluppo dei mezzi di lavoro, il quale esclude la possibilità di lavo-
rare da solo, i secondi sono connessi alle forze produttive altamente svilup-
pate, le quali richiedono, per poter funzionare normalmente e svilupparsi li-
beramente, la proprietà sociale dei mezzi di produzione.
I rapporti di produzione transitori pure sono di due tipi: il primo rappresen-
ta la forma di passaggio dalla proprietà sociale a quella privata, il secondo la
forma di passaggio dalla proprietà privata a quella sociale. Il primo tipo è ca-
ratteristico del periodo di decomposizione della società primitiva e di for-
mazione sulla base di essa della società di classe. Può servire da esempio la
schiavitù patriarcale: le famiglie che escono dalla comunità incominciano ad
impiegare oltre al lavoro dei membri della famiglia anche quello degli schia-
vi che si trovano in posizione subordinata ad altri in seno alla famiglia e alla
comunità. Il secondo tipo di rapporti di produzione transitori sorge nel pe-
riodo di trasformazione dei rapporti di produzione capitalistici in rapporti
socialisti. Possono servire da esempio le varie forme di cooperazione semi
socialiste, basate sulla proprietà sia privata che sociale dei mezzi di produ-
zione, nonché le varie forme di capitalismo di Stato.
Essendo una forma sociale nel quadro della quale funziona e si sviluppa la
produzione, i rapporti di produzione non esistono separatamente dalle forze
produttive, fuori e indipendentemente dai mezzi di lavoro a dagli uomini che
mettono in moto questi mezzi. Le forze produttive e i rapporti di produzione
sono due lati diversi, organicamente connessi tra di loro, della produzione e
costituiscono in questa loro unità il modo di produzione dei beni materiali.
Il modo di produzione non è altro che un determinato modo di agire degli
uomini, il quale, trasformando questi о quegli oggetti della natura in mezzi di
sussistenza, in sostanza riproduce l'esistenza fisica dell'uomo. Ma l'influsso
del modo di agire sulla vita degli uomini non si limita a ciò. Il modo di agire
degli uomini ne determina il modo di vita. Marx e Engels rilevavano: “Come
gli individui esternano la loro vita, così essi sono” 122. Ciò che essi sono coin-
cide tanto con ciò che producono quanto col modo come producono.
Il modo di produzione dei beni materiali è la base di tutta la vita sociale, esso
condiziona la struttura dell'organismo sociale, i processi sociali, politici e
spirituali della vita, i rapporti sociali e statali, dipendono da esso la divisione
della società in classi e i rapporti fra di esse, la forma della famiglia, la mora-
le dominante nella società, i rapporti giuridici, le concezioni religiose e este-
tiche degli uomini, ecc. Con il cambiamento del modo di produzione cambia-
no tutti i rapporti sociali, si trasforma tutto l'organismo sociale.
Il modo di produzione incomincia a cambiare con il cambiamento delle forze
produttive della società. “Acquistando nuove forze produttive, gli uomini
cambiano il loro modo di produzione, e con il cambiamento del modo di
produzione, del modo di assicurare la propria vita, essi cambiano tutti i loro
rapporti sociali» 123.
4. LA DIALETTICA DELLO SVILUPPO DELLE FORZE PRODUTTIVE E DEI RAPPORTI DI PRODUZIONE

a. La dipendenza dei rapporti di produzione dal livello di sviluppo delle forze produttive
Le forze produttive costituiscono il contenuto della produzione, mentre i
rapporti di produzione ne costituiscono la forma sociale. Essendo il contenu-
to della produzione, le forze produttive mutano e si evolvono continuamente
e incessantemente. Ciò è determinato dal fatto che la produzione quale fon-
damento e condizione dell'esistenza della società umana funziona ininter-
rottamente. Gli uomini non possono vivere senza consumare i beni materiali
creati nel processo della produzione. Ma al posto dei mezzi di sussistenza
consumati è necessario crearne continuamente nuovi e, dato che la popola-
zione cresce di generazione in generazione e se ne accrescono i bisogni, la
produzione non deve solo riprodurre semplicemente i mezzi di sussistenza
consumati ma crearne nuovi in sempre maggiore quantità.
La necessità della riproduzione allargata dei mezzi di sussistenza induce la
società a perfezionare continuamente le proprie forze produttive.
Lo sviluppo delle forze produttive avviene nel processo di funzionamento
della produzione stessa. Agendo sulla natura con i mezzi di lavoro, gli uomini

122Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol. V, p. 17.


123Karl Marx, Friedrich Engels, Opere, vol. 4, p. 133. Ed. Russa.
accumulano l'esperienza produttiva, acquistano le attitudini al lavoro, otten-
gono nuove conoscenze sui fenomeni di fronte ai quali vengono a trovarsi, e
sulla base di tutto ciò apportano continuamente i rispettivi cambiamenti nei
mezzi di lavoro: li perfezionano e ne creano dei nuovi. L'uso di questi nuovi
mezzi di lavoro porta ad arricchire l'esperienza produttiva acquisita in pre-
cedenza, permette di elaborare nuovi metodi di esecuzione di queste e quel-
le operazioni lavorative, metodi che elevano la produttività del lavoro, di
perfezionare ulteriormente i mezzi di lavoro. E così senza fine. Nel corso di
tale incessante perfezionamento dei mezzi di lavoro, dell'esperienza produt-
tiva degli uomini, della loro perizia di lavoro, le forze produttive crescono e
si evolvono, si realizza il progresso storico.
Una volta raggiunto un determinato livello di sviluppo, le forze produttive
rendono necessario un mutamento dei rapporti di produzione. La sostitu-
zione di una forma di rapporti di produzione con un'altra segna il passaggio
ad una tappa nuova, più elevata, del progresso storico, cioè il passaggio ad
una nuova formazione economico-sociale. Così alla comunità primitiva si è
sostituita la formazione schiavistica, alla schiavitù il feudalesimo, ai rapporti
feudali il capitalismo e ai rapporti di produzione capitalistici il socialismo.
Ogni nuova generazione riprende da quelle precedenti le forze produttive da
esse create e, avvalendosi delle conquiste della pratica e della conoscenza, le
sviluppa ulteriormente. Si aggiunge così un nuovo anello alla catena del pro-
gresso storico. Ereditando dai suoi predecessori le forze produttive, la nuova
generazione è costretta ad adattarsi a quelle condizioni di lavoro che si sono
create sulla base di queste forze produttive, ad entrare in quei rapporti nel
quadro dei quali funzionano le date forze produttive, poiché è solo così che
essa può assicurare l'ulteriore sviluppo della produzione e al tempo stesso il
progresso sociale. Sviluppando ulteriormente le forze produttive ereditate
dalla precedente generazione, la nuova generazione in sostanza traduce in
realtà le possibilità offerte dal livello già raggiunto nello sviluppo della prati-
ca e della conoscenza. Prendono così corpo le tendenze determinate in un
modo о nell'altro da questo livello. Tutto ciò significa che lo sviluppo della
produzione, il progresso storico sono un processo oggettivo che si compie
indipendentemente dalla volontà e dai desideri degli uomini, anche se è il ri-
sultato della loro attività creativa. “… Gli uomini – scriveva Marx – non sono
liberi di scegliere le proprie forze produttive – che sono la base di tutta la loro
storia – perché ogni forza produttiva è una forza acquisita, il prodotto
dell'attività anteriore. Le forze produttive sono dunque il risultato dell'ener-
gia umana pratica; ma questa energia è essa stessa condizionata dalle circo-
stanze in cui gli uomini si trovano, dalle forze produttive già conquistate,
dalla forma sociale preesistente, che esse non creano e che è il prodotto della
generazione precedente. Per il semplice fatto che ogni successiva generazio-
ne si trova in possesso delle forze produttive conquistate dalla generazione
precedente, che servono come materia prima per una nuova produzione,
nella storia umana si forma una concatenazione, vi è una storia dell'umani-
tà… Di qui consegue necessariamente: la storia sociale degli uomini non è al-
tro che la storia del loro sviluppo sociale, ne siano essi coscienti о no. I loro
rapporti materiali sono la base di tutti i loro rapporti. Questi rapporti mate-
riali sono soltanto le forme necessarie in cui si realizza la loro attività mate-
riale ed individuale” 124.
Quale forma dell'attività produttiva degli uomini, i rapporti di produzione
dipendono dalle forze produttive, essi cambiano se cambiano queste ultime.
La dipendenza dei rapporti di produzione dalle forze produttive si esprime
nella legge della corrispondenza dei rapporti di produzione al livello di svi-
luppo delle forze produttive.
b. La legge della corrispondenza dei rapporti di produzione al livello di sviluppo delle forze pro-
duttive
L'essenza di questa legge è che determinate forze produttive richiedono
rapporti di produzione rigorosamente determinati che corrispondano al loro
livello di sviluppo; che mutamenti nelle forze produttive portano in ultima
analisi ai rispettivi mutamenti nei rapporti di produzione.
La corrispondenza dei rapporti di produzione alle forze produttive è una
condizione indispensabile per il funzionamento e lo sviluppo della produ-
zione sociale.
Abbiamo già rilevato sopra che questo о quel tipo di rapporti di produzione
sorge sulla base del livello, rigorosamente determinato, raggiunto nello svi-
luppo delle forze produttive, sotto il suo diretto influsso. Se è così, come è
possibile la non corrispondenza dei rapporti di produzione alle forze pro-
duttive?
Dato che le forze produttive (contenuto della produzione) mutano conti-
nuamente, mentre i rapporti di produzione (forma sociale della produzione)
sono un sistema relativamente stabile di rapporti fra gli individui, sistema
nel quadro del quale avvengono lo scambio di sostanze fra la società e la na-
tura e lo scambio di attività fra gli individui che costituiscono la società, in
un determinato stadio di sviluppo delle forze produttive, giunge inevitabil-
mente un momento in cui esse non corrispondono più ai rapporti di produ-
zione rimasti indietro nel loro sviluppo. Forma e condizione dello sviluppo
delle forze produttive nella prima tappa, in cui corrispondono alle forze

124Karl Marx, Friedrich Engels, Opere scelte, cit., pp. 278-279.


produttive, i rapporti di produzione diventano un freno allo sviluppo della
produzione nella seconda tappa, in cui sorge la loro non corrispondenza alle
forze produttive e in cui essi vengono a trovarsi in contraddizione con que-
ste ultime.
Nel corso dell'ulteriore sviluppo della produzione questa contraddizione si
accentua, si acuisce, acquista la forma di un conflitto, conflitto che determina
la necessità storica della sostituzione delle forme invecchiate di rapporti di
produzione, delle forme invecchiate di attività degli uomini con quelle nuove
che corrispondano al nuovo livello di sviluppo delle forze produttive.
I tipi diversi di rapporti di produzione che si succedono gli uni agli altri,
“formano in tutto lo sviluppo storico una serie coerente di forme di relazioni,
la cui connessione consiste in questo, che al posto della forma di relazioni
precedente, diventata un intralcio, viene sostituita una nuova, corrisponden-
te alle forze produttive più sviluppate e quindi al modo più progredito di
manifestazione personale degli individui, e questa forma a son tour diventa
poi un intralcio e quindi viene sostituita con un'altra.
Nella storia della società umana si avverte chiaramente la dialettica del pas-
saggio nel corso dello sviluppo storico dalla corrispondenza dei rapporti di
produzione e delle forze produttive alla loro non corrispondenza, fenomeno
cui si accompagna il processo di trasformazione dei rapporti di produzione:
da forma di sviluppo delle forze produttive diventano un intralcio allo svi-
luppo di queste ultime. Esaminiamo in linee generali la sostituzione di una
forma di rapporti di produzione con un'altra nel corso dello sviluppo storico.
Come è noto, nei primi stadi di formazione della società, quando le forze
produttive escludevano qualsiasi possibilità di lottare da solo con la natura,
gli uomini si procuravano i mezzi di sussistenza agendo in comune, colletti-
vamente. Il lavoro in comune condizionò la proprietà sociale dei mezzi di
produzione e i rapporti di collaborazione e di mutua assistenza fra gli uomi-
ni.
I rudimentali mezzi di lavoro della società primitiva si perfezionavano e si
sviluppavano gradualmente. Ed ecco che gli strumenti di pietra cedono il po-
sto agli strumenti metallici. Appare la possibilità dell'uso individuale dei
mezzi di lavoro, la possibilità di organizzare la produzione privata dei beni
materiali. In quanto la produzione privata contribuiva ad accentuare la divi-
sione sociale del lavoro e a diversificare la produzione, momenti che rende-
vano possibili un incremento della produttività del lavoro e l'ulteriore perfe-
zionamento degli strumenti di produzione, essa nel dato stadio sviluppo del-
la società si rivela più vantaggiosa rispetto la produzione sociale. La proprie-
tà sociale dei mezzi di produzione e la distribuzione egualitaria non offriva-
no la possibilità di far valere l'iniziativa privata, facevano si che il lavoratore
non era personalmente interessato all'aumento della produttività del lavoro
e all'ulteriore sviluppo delle forze produttive. Sorgeva così la necessità stori-
ca di sostituire la proprietà sociale dei mezzi di produzione, la quale non
corrispondeva più al livello di sviluppo delle forze produttive, quella privata
che nella situazione venutasi a creare corrispondeva più al livello raggiunto
nello sviluppo delle forze produttive. “Ogni mutamento nell'ordinamento so-
ciale, ogni volgimento nei rapporti di proprietà – scriveva Engels, sfinendo le
cause della sostituzione di una forma di proprietà con un'altra – erano la ne-
cessaria conseguenza della creazione delle nuove forze produttive che ces-
sarono di corrispondere ai vecchi rapporti di proprietà. Così sorse anche la
proprietà privata”125. Con la nascita della proprietà privata sorge la schiavitù,
si affermano i rapporti di produzione schiavistici.
Per un determinato periodo di tempo i rapporti di produzione schiavistici
sono la forma dominante del funzionamento dello sviluppo delle forze pro-
duttive. Ma poi anch'essi itrano in conflitto con le forze produttive, diventa-
no un intralcio al loro ulteriore sviluppo. Il fatto è che lo schiavo, essendo un
oggetto di proprietà completa del padrone che aveva su di lui diritto di vita e
di morte, non era assolutamente interessato al lavoro, all'aumento della sua
produttività, al perfezionamento degli strumenti di lavoro. Non solo, ma, fat-
to segno a spietato e disumano sfruttamento, lo schiavo odiava il suo lavoro
per il padrone e rompeva, danneggiava consapevolmente gli strumenti di la-
voro affidatigli. Perciò i padroni di schiavi erano costretti a fornire loro gli
strumenti di lavoro più rozzi ma difficili ad essere rovinati. E ciò frenava il
perfezionamento degli strumenti di lavoro, l'aumento del loro rendimento. I
rapporti di produzione schiavistici entrarono così in conflitto con la tenden-
za all'ulteriore sviluppo delle forze produttive e furono sostituiti con rappor-
ti di produzione più evoluti, quelli feudali.
I rapporti di produzione feudali assicuravano già un determinato interessa-
mento materiale del produttore diretto, servo della gleba, al lavoro. Il pro-
duttore diretto disponeva di un appezzamento di terra e di alcuni strumenti
di lavoro necessari per realizzare la produzione. Inoltre, il servo della gleba
disponeva del tempo per lavorare per sé (eccettuato il tempo di lavoro per il
signore feudale).
L'ulteriore sviluppo delle forze produttive della società feudale chiamò alla
vita la manifattura capitalistica e le altre aziende fondate sul lavoro salaria-
to. L'operaio salariato era interessato più del servo della gleba all'aumento
della produttività del lavoro, in quanto la remunerazione del suo lavoro di-

125Karl Marx, Friedrich Engels, Opere, vol. 4, p. 330. Ed russa.


pendeva dalla quantità del prodotto о dalla durata del tempo di lavoro. Tutto
ciò si ripercuote favorevolmente sullo sviluppo delle forze produttive e in
particolare degli strumenti di lavoro. Essi si perfezionano sempre di più. Ap-
paiono prima macchine semplici e poi macchine sempre più complesse, il cui
impiego e il cui sviluppo portano alla rivoluzione nel campo della produttivi-
tà del lavoro. Essa cresce sensibilmente.
La produzione in continuo sviluppo, fondata sul lavoro salariato, cioè la pro-
duzione capitalistica, aveva bisogno di lavoratori liberi e più о meno colti
(capaci di impadronirsi dei complessi processi tecnologici e di far funzionare
le macchine). La forza-lavoro si trovava invece nelle mani dei signori feudali.
I contadini erano vincolati alle terre del signore feudale ed erano assoluta-
mente privi di diritti personali. Inoltre, i rapporti feudali erano un impedi-
mento alla libertà del commercio, sulla quale si basavano interamente le for-
ze produttive capitalistiche che stavano sorgendo. Tutto ciò mostrava che i
rapporti di produzione feudali erano diventati un ostacolo allo sviluppo del-
le forze produttive e perciò dovevano cedere il posto ai rapporti di produ-
zione capitalistici.
Allo sviluppo della produzione nel quadro del capitalismo si accompagnava-
no l'introduzione di sempre nuove macchine, sempre più perfette e più
complesse, e la sempre maggiore divisione sociale del lavoro, il che a sua
volta determinava la sempre maggiore socializzazione della produzione. I
settori della produzione entravano nella sempre maggiore interconnessione
e interdipendenza, formando un tutt'uno organico, nel quale il normale fun-
zionamento e sviluppo di ogni anello presupponeva il funzionamento e svi-
luppo di tutti gli altri anelli. In conseguenza di ciò il prodotto sociale si pre-
senta come risultato dell'attività di un immenso contingente di individui oc-
cupati nei vari settori della produzione, diventa sempre più sociale. Ma dato
che i mezzi di lavoro rimangono proprietà dei singoli capitalisti, la produ-
zione e la distribuzione del prodotto avvengono nel loro interesse. Così sor-
ge e si accentua la contraddizione fra il carattere sociale della produzione e
la forma privata (capitalistica) di appropriazione.
L'approfondirsi di questa contraddizione provoca le crisi economiche di so-
vrapproduzione che si ripetono periodicamente, sempre nel giro di alcuni
anni, accompagnate dalla distruzione delle forze produttive e dei mezzi di
lavoro già creati, dallo sfruttamento del potenziale produttivo al di sotto del-
le sue possibilità, dalla disoccupazione di massa, ecc. Tutto ciò sta a dimo-
strare che i rapporti di produzione capitalistici sono entrati in conflitto con il
livello raggiunto nello sviluppo delle forze produttive, ne intralciano l'ulte-
riore sviluppo. Sorge la necessità storica di sostituire ai rapporti di produ-
zione capitalistici rapporti nuovi, quelli socialisti, basati sulla proprietà so-
ciale dei mezzi di produzione, la quale presuppone la forma sociale di distri-
buzione dei beni materiali prodotti. Dato che corrispondono all'odierno li-
vello di sviluppo delle forze produttive, i rapporti di produzione socialisti
assicurano possibilità illimitate allo sviluppo della produzione.
È così che si manifesta nella storia dello sviluppo della società la legge della
corrispondenza dei rapporti di produzione al livello di sviluppo delle forze
produttive.
c. L'influsso dei rapporti di produzione sullo sviluppo delle forze produttive
Da quanto esposto sopra, deriva che i rapporti di produzione dipendono dal-
le forze produttive.
Mutando sotto l'influsso delle forze produttive progredite, i rapporti di pro-
duzione non si comportano, però, in modo passivo, ma esercitano un attivo
influsso inverso sulle forze produttive che li hanno chiamati alla vita. Questo
influsso si manifesta prima di tutto nel fatto che essi creano un determinato
stimolo per lo sviluppo della produzione e delle forze produttive. Ad esem-
pio, nella società schiavistica lo stimolo per lo sviluppo della produzione era
il soddisfacimento dei bisogni dei possessori di schiavi, la creazione dei beni
materiali necessari alla loro vita oziosa. Per quanto riguarda gli schiavi, i
rapporti di produzione dominanti non rappresentavano per essi uno stimo-
lo, non suscitavano in essi un interesse allo sviluppo della produzione.
I rapporti di produzione feudali, anche se per gli stimoli caratteristici della
classe sfruttatrice dominante (rimanevano gli stessi: l'aspirazione alla vita
oziosa dei signori feudali) non si distinguevano dai rapporti di produzione
schiavistici, rappresentano però un passo in avanti, dato che contribuiscono
a creare nella classe sfruttata (contadini, servi della gleba) uno stimolo al la-
voro. Questi ultimi hanno già un determinato interesse allo sviluppo della
produzione e delle forze produttive, anche se solo quando lavorano per sé,
sul proprio appezzamento di terra, mentre quando lavorano per i signori
feudali (corvée) essi non sono interessati all'aumento della produttività del
lavoro.
I rapporti di produzione capitalistici creano uno stimolo nuovo, più forte, al-
lo sviluppo della produzione sia tra gli sfruttatori che tra gli sfruttati. Lo
scopo fondamentale della produzione capitalistica è l'appropriazione da par-
te della borghesia del sempre maggiore plusprodotto. Di qui la tendenza ir-
refrenabile all'accumulazione e all'allargamento, della produzione, ciò che
non accadeva né nella società feudale né in quella schiavistica. Lo scopo fon-
damentale dei signori feudali e dei padroni di schiavi era il consumo del
prodotto. Non a caso nelle società schiavistica e feudale la riproduzione al-
largata avveniva in proporzioni molto modeste.
Per quanto riguarda l'operaio, egli è interessato all'aumento della produtti-
vità del lavoro più del servo della gleba. Per l'operaio il lavoro per sé non è
separato dal lavoro per il capitalista né nel tempo né nello spazio. Egli lavora
ogni ora, ogni minuto e per sé e per il capitalista. Perciò, lavorando a cotti-
mo, egli è interessato all'aumento della produttività del lavoro. È vero, que-
sto interesse è relativo, poiché l'operaio comprende che lavorando per il ca-
pitalista egli ne moltiplica le ricchezze.
Per la prima volta il massimo stimolo, il massimo interesse del lavoratore al-
lo sviluppo della produzione sono resi possibili dai rapporti di produzione
socialisti. Sotto il socialismo i lavoratori sanno di lavorare esclusivamente
per sé, per la propria società. Ciò suscita in essi l'aspirazione ad accrescere la
produttività del lavoro, a perfezionare le tecniche, a far progredire costan-
temente la produzione. Non a caso nei paesi socialisti la produzione si svi-
luppa a ritmi più alti rispetto a quelli dei paesi capitalistici.
Quindi, l'influsso dei rapporti di produzione sullo sviluppo delle forze pro-
duttive si esprime nel fatto che i rapporti di produzione creano gli stimoli al-
lo sviluppo della produzione.
CAPITOLO 11: LA STRUTTURA E LA SOVRASTRUTTURA

Abbiamo rilevato sopra che i rapporti di produzione esercitano un influsso


inverso sulle forze produttive. Nel presente Capitolo si esamina l'influsso dei
rapporti di produzione sugli altri lati della vita sociale, si definiscono il loro
posto e il loro ruolo nella società.
1. LE PECULIARITÀ DELLA STRUTTURA E DELLA SOVRASTRUTTURA

Condizionati dalle forze produttive, i rapporti di produzione esercitano un


influsso determinante su tutti gli altri lati della vita sociale. Sotto il loro in-
flusso e sulla base di essi sorgono e si evolvono le concezioni politiche, giu-
ridiche etiche, estetiche, religiose, ecc., e le rispettive istituzioni. Grazie a ciò
i rapporti di produzione si considerano come struttura economica della socie-
tà, mentre le concezioni da essi condizionate e le istituzioni che corrispondono
a queste concezioni si considerano come sovrastruttura della società.
I rapporti di produzione e di scambio, “la struttura economica della società
di ogni data epoca costituisce – scriveva Engels – il fondamento reale, par-
tendo dal quale si deve spiegare in ultima istanza tutta la sovrastruttura del-
le istituzioni giuridiche e politiche, così come degli orientamenti religiosi, fi-
losofici e di altro genere di ogni periodo storico”126.
Si riferiscono alla struttura non solo i rapporti di produzione che dominano
in un dato momento, ma anche tutta la massa degli altri rapporti di produ-
zione, in particolare i resti del vecchio modo di produzione, nonché i rappor-
ti connessi alle nuove forme d'economia che sorgono in seno alla data for-
mazione.
Essendo l'insieme di tutti i rapporti di produzione esistenti in un dato stadio
di sviluppo della società, ogni struttura concreta è legata, però, al modo di
produzione dominante. I rapporti di produzione condizionati dal modo di
produzione dominante determinano il carattere della struttura economica,
la sua essenza e l'essenza di tutta la formazione economico-sociale.
La peculiarità più importante della struttura economica è che si presentano
come essenza di essa i rapporti materiali che si stabiliscono indipendente-
mente dalla coscienza degli uomini, a differenza dei rapporti di sovrastruttu-
ra che, dato la natura ideologica di essi, passano al loro sorgere attraverso la
coscienza degli uomini e dipendono, quindi, dalla loro volontà.
I rapporti di struttura sono universali, in quanto vi sono coinvolti tutti i cit-
tadini di una data società. Infatti, vivendo nella società, ogni individuo riceve,

126 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol. XXV, p. 26.
in un modo о nell'altro, una determinata aliquota di mezzi di sussistenza e
partecipa così alla distribuzione dei beni materiali prodotti nella società. Ma
la distribuzione è, come è noto, uno degli elementi dei rapporti di produzio-
ne. Inoltre, ogni individuo già sin dalla nascita appartiene a questo о quel
gruppo sociale, о a questa о quella classe ed entra così in determinati rap-
porti con i rappresentanti degli altri gruppi sociali о delle altre classi.
Nella società antagonistica la struttura ha un carattere di classe. Essendo
l'insieme dei rapporti di produzione che si basano sulla proprietà privata dei
mezzi di produzione e sul principio di dominazione e di sottomissione, essa
assicura l'appropriazione da parte di un gruppo di individui del lavoro di un
altro, lo sfruttamento di alcune classi da parte delle altre classi. Questo mo-
mento, in particolare, caratterizza i rapporti di produzione, cosa che non si
può dire delle forze produttive. Le forze produttive non hanno un carattere
di classe, esse servono sia le vecchie classi che quelle nuove, sia la società
borghese che quella socialista. “La macchina – scrisse Marx – non è una cate-
goria economica più di quanto lo sia il bue che tira l'aratro… , ma il modo in
cui le macchine sono utilizzate è cosa del tutto diversa dalle macchine stesse.
La polvere rimane tale sia essa usata a ferire un uomo о a curarne le feri-
te”127.
Essendo determinata dal livello di sviluppo delle forze produttive, la struttu-
ra è una specie di anello mediatore fra le forze produttive e la sovrastruttu-
ra. Le forze produttive, i mutamenti che vi si producono non influiscono di-
rettamente sulla sovrastruttura, sulle concezioni politiche, giuridiche e altre
della società e sulle istituzioni che corrispondono ad esse. Questo influsso
avviene solo tramite la struttura. Ne consegue che possono presentare uno
stesso livello di sviluppo delle forze produttive le sovrastrutture diverse e
addirittura opposte, in quanto le forze produttive uguali per il loro livello di
sviluppo possono esistere, fino ad un determinato momento, in forme sociali
assolutamente diverse, nel quadro di rapporti di produzione diversi e persi-
no opposti. Ad esempio, le forze produttive dell'URSS e le forze produttive
degli USA hanno un livello di sviluppo pressappoco uguale, ma dell'URSS so-
no caratteristici i rapporti di produzione socialisti, e degli USA i rapporti di
produzione capitalistici. Rispettivamente, la sovrastruttura nell'URSS è so-
cialista e negli USA capitalistica.
Quindi, se noi cercheremo di spiegare la sovrastruttura in base allo stato del-
le forze produttive, non potremo trarre le giuste conclusioni. Ma se noi con-
sidereremo un momento determinante la struttura economica, l'insieme dei
rapporti di produzione che rispecchiano in un modo о nell'altro lo stato delle

127Karl Marx, Friedrich Engels, Opere scelte, cit., p. 282. Ed russa.


forze produttive, trarremo le giuste conclusioni nello spiegare i fenomeni
connessi alla sovrastruttura.
Le esaminate peculiarità dei rapporti di produzione mettono in luce il loro
ruolo determinante in tutto il sistema dei legami e rapporti sociali.
Una volta chiarite le peculiarità della struttura economica, non sarà difficile
stabilire i tratti distintivi della sovrastruttura. Sorgendo sulla base di deter-
minati rapporti di produzione, cioè della struttura, e rappresentando l'in-
sieme delle concezioni politiche, giuridiche, etiche, estetiche, religiose ed al-
tre della società e delle istituzioni che corrispondono ad esse, la sovrastrut-
tura non si comporta in modo passivo, indifferente nei confronti della strut-
tura che l'ha chiamata alla vita ma influisce attivamente su di essa.
“L'evoluzione politica, giuridica, filosofica, religiosa, letteraria, artistica, ecc.
– scrisse Engels – riposa sull'evoluzione economica. Ma esse reagiscono tut-
te, tanto l'una sull'altra quanto sulla base economica. Non è che la situazione
economica sia sola causa attiva e che tutto il resto non sia che effetto passi-
vo. Esiste, al contrario, azione reciproca sulla base della necessità economi-
ca, che in ultima istanza s'impone sempre”128.
In quanto la sovrastruttura è l'insieme di tutte le concezioni e delle istituzio-
ni che corrispondono ad esse, è un insieme che sorge sulla base di una data
struttura, cioè include le concezioni e le istituzioni sia della classe dominante
che delle classi oppresse, il suo influsso sulla struttura è eterogeneo, avviene
non in una sola direzione ma in direzioni diverse e addirittura diametral-
mente opposte. Infatti, le concezioni e le rispettive istituzioni della classe
dominante', classe che è alla testa di un dato modo di produzione, sono volte
a giustificare, consolidare e salvaguardare la data struttura. Mentre le conce-
zioni e le rispettive istituzioni della classe oppressa hanno lo scopo di scal-
zare, minare e distruggere la data struttura economica della società, di sosti-
tuire ad essa un sistema nuovo, più progressivo, e di dimostrare teoricamen-
te l'inevitabilità di una tale sostituzione.
Perciò la sovrastruttura nella società di classe ha un carattere di classe ed è
l'arena di un'accanita lotta di classe che rispecchia l'antagonismo degli inte-
ressi economici, condizionato e consacrato dalla struttura antagonistica.
Ma anche se la sovrastruttura della società antagonistica include le conce-
zioni e le rispettive istituzioni sia della classe dominante che delle classi op-
presse, il ruolo determinante vi è assolto dalle idee e dalle istituzioni della
classe dominante. Perciò, parlando del ruolo della sovrastruttura di questa о
quella società antagonistica, dobbiamo aver in vista proprio queste conce-

128Karl Marx, Friedrich Engels, Opere scelte, cit., p. 747. Ed russa.


zioni e istituzioni, le idee e le istituzioni della classe dominante.
Lo scopo fondamentale della sovrastruttura nella società consiste nel salva-
guardare e nel consolidare la struttura dominante, i rapporti economici do-
minanti.
2. LE LEGGI DI SVILUPPO E DI SOSTITUZIONE DELLA STRUTTURA E DELLA SOVRASTRUTTURA

Abbiamo già rilevato che lo sviluppo delle forze produttive comporta inevi-
tabilmente un mutamento dei vecchi rapporti di produzione e il sorgere di
quelli nuovi, un mutamento del sistema economico della società. “Con il
cambiamento della base economica si sconvolge più о meno rapidamente
tutta la gigantesca sovrastruttura”129
Però un rivolgimento nella struttura economica della società non è seguito
immediatamente da un rivolgimento nella sovrastruttura. La struttura cam-
bia prima della sovrastruttura. Il nuovo modo di produzione, che rappresen-
ta una più alta formazione antagonistica, sorge in seno alla vecchia struttura.
Una volta sorto, esso è costretto ad esistere per certo tempo nelle condizioni
del dominio della vecchia sovrastruttura che viene a trovarsi in contraddi-
zione con esso. L'acuirsi di questa contraddizione porta di solito ad uno
scontro fra le classi che difendono la vecchia sovrastruttura e le classi che
rappresentano la nuova struttura, cioè ad una rivoluzione, nel corso della
quale si liquida la vecchia sovrastruttura e se ne crea una nuova che corri-
sponde alla nuova formazione economico-sociale.
Così, ad esempio, a suo tempo incominciò a sorgere spontaneamente in seno
alla società feudale un nuovo modo di produzione, quello capitalistico, inve-
stendo un settore dell'economia dopo l'altro. Ma lo sviluppo della produzio-
ne capitalistica incontrò ben presto la resistenza della vecchia sovrastruttu-
ra feudale, entrata in conflitto con la nuova struttura in via di formazione.
Conquistando le posizioni chiavi nell'economia, la borghesia mirava natu-
ralmente ad occupare il posto che le spettava anche in campo politico, mira-
va ad impadronirsi degli organismi del potere e ad utilizzarli per creare le
condizioni più favorevoli alla sua attività economica. Fanno la loro appari-
zione nuove teorie politiche, giuridiche, etiche, filosofiche, ecc., nelle quali si
sottopongono a critica le concezioni e le istituzioni della società feudale. Gli
ideologi della borghesia formularono i princìpi della sovranità popolare,
dell'uguaglianza di tutti di fronte alla legge, dell'abolizione dei privilegi della
nobiltà, ecc. Successivamente, in seguito alla rivoluzione borghese, fu sop-
pressa la vecchia sovrastruttura, quella feudale, e affermata la nuova sovra-
struttura, quella borghese.

129Karl Marx, Friedrich Engels, Opere scelte, cit., p. 747. Ed russa.


Il processo di trasformazione della vecchia sovrastruttura non investe tutti i
suoi elementi, tutti i suoi lati. Molto di quello che costituiva il contenuto della
vecchia sovrastruttura si conserva e si sviluppa in seno alla nuova sovra-
struttura. Ciò è determinato prima di tutto dal fatto che nel suo sviluppo la
sovrastruttura obbedisce non solo ai bisogni della struttura ma anche alle
proprie leggi interne. La struttura determina solo la direzione in cui muta il
contenuto della sovrastruttura. Ma sviluppandosi sotto la pressione della
struttura, la sovrastruttura parte dal materiale di cui dispone, materiale che
condiziona la continuità nel dato campo.
Qualsiasi pensatore possiede una materia “che è stata creata dal pensiero di
generazioni precedenti in modo indipendente, e che nel cervello di queste
generazioni successive ha attraversato una propria serie di sviluppi indi-
pendenti”130.
La continuità nello sviluppo della sovrastruttura è condizionata anche dalla
continuità che si osserva nell'evoluzione delle strutture che succedono l'una
all'altra. Ad esempio, nello sviluppo dei rapporti di produzione antagonistici
si osserva la continuità per quel che riguarda la proprietà privata e lo sfrut-
tamento dei lavoratori, fondato su questa proprietà. Questi due momenti ri-
mangono intatti con il passaggio da una struttura antagonistica all'altra, ne
cambia solo la forma. Ciò determina inevitabilmente la continuità anche per
quel che riguarda le istituzioni politiche, giuridiche, ecc. e l'ideologia. Così,
salendo al potere, ogni nuova classe sfruttatrice non demolisce la macchina
statale, ma la perfeziona, adattandola ai propri bisogni. Di regola rimane in-
tatta anche la religione che in tutte le società fondate sullo sfruttamento ser-
ve la classe dominante, l'aiuta a ridurre all'obbedienza le classi oppresse.
3. LE PECULIARITÀ DELLA STRUTTURA E DELLA SOVRASTRUTTURA DELLA SOCIETÀ SOCIALISTA

La struttura socialista si distingue radicalmente dalle strutture antagonisti-


che che la precedono. A differenza di queste ultime che sono fondate sulla
proprietà privata dei mezzi di produzione e sullo sfruttamento dell'uomo da
parte dell'uomo, alla base della struttura socialista è la proprietà sociale dei
mezzi di produzione, la quale esclude l'appropriazione del lavoro altrui.
Le peculiarità della struttura socialista determinano inevitabilmente anche
la distinzione qualitativa intercedente tra la sovrastruttura socialista e le so-
vrastrutture fondate sullo sfruttamento. La sovrastruttura socialista esprime
e difende gli interessi non degli sfruttatori ma di tutti i lavoratori.
Essendo per natura diametralmente opposta alle strutture antagonistiche

130Karl Marx, Friedrich Engels, Opere scelte, cit., p. 1250. Ed russa.


che la precedono, la struttura socialista non può sorgere in seno alla vecchia
società capitalistica, essa sorge solo nel corso della rivoluzione socialista che
allontana dal potere la classe sfruttatrice e trasforma la proprietà privata dei
mezzi di produzione in proprietà sociale. Perciò durante il passaggio dalla
formazione capitalistica a quella socialista il rivolgimento nella struttura non
precede la rivoluzione politica, al contrario, quest'ultima deve precedere il
rivolgimento economico. Il proletario deve procedere alla trasformazione
della società conquistando prima il potere politico e utilizzando poi, nel cor-
so dello sviluppo della rivoluzione, questo potere per trasformare la base
economica della società, cioè la struttura.
Ma su che cosa poggia il potere politico del proletariato, da esso conquistato
nel corso della rivoluzione, nel periodo che precede la creazione della strut-
tura socialista? Esso poggia sui rapporti di produzione socialisti istaurati su-
bito dopo la conquista del potere, nonché sullo stesso processo di demoli-
zione e di trasformazione della vecchia struttura. Conquistando il potere, la
classe operaia procede immediatamente alla trasformazione delle aziende
private capitalistiche in aziende socialiste e così priva, passo per passo, la
borghesia della sua base economica. Nessun governo operaio rivoluzionario
può mantenersi a lungo al potere se non si deciderà a procedere subito alla
trasformazione in senso socialista dell'industria. E ciò significa che la ditta-
tura del proletariato può affermarsi solo demolendo i rapporti di produzione
capitalistici e creando la struttura socialista.
Un'altra peculiarità del sorgere della sovrastruttura socialista è che il suo
elemento principale – la macchina statale – non viene perfezionato, momen-
to che contraddistingueva, invece, il sorgere delle sovrastrutture delle pre-
cedenti formazioni economiche, ma viene demolita e sostituita da un nuovo
apparato statale, quello proletario, adatto non ad opprimere i lavoratori, ma
a difendere e a soddisfare al massimo gli interessi di questi ultimi, a riedu-
carli nello spirito del socialismo.
Il ruolo della sovrastruttura socialista non si esaurisce con la partecipazione
all'opera di trasformazione della struttura capitalistica in quella socialista.
La sovrastruttura socialista, a differenza della sovrastruttura della società
capitalistica il cui intervento nel campo economico è rigorosamente limitato,
interviene in tutti i campi della vita economica della società. La proprietà so-
ciale dei mezzi di produzione fa della sovrastruttura socialista, rappresenta-
ta dallo Stato socialista, un'istanza che sovraintende al potenziale produtti-
vo, dirige il processo della produzione su scala di tutta la società. Ciò vuol di-
re che la sovrastruttura socialista adempie, oltre alle funzioni politiche, an-
che quelle amministrativo-economiche.
CAPITOLO 12: LE CLASSI E I RAPPORTI DI
CLASSE

Come è stato mostrato nel precedente


Capitolo, il progresso storico si compie
sulla base dello sviluppo delle forze
produttive che determinano un rispet-
tivo mutamento dei rapporti di produ-
zione e il passaggio da un modo di pro-
duzione all'altro.
In una rispettiva tappa di sviluppo delle
forze produttive si assiste alla divisione
della società in classi, determinati
gruppi sociali di individui i cui interessi
economici sono diametralmente oppo-
sti. Appaiono così la classe degli sfrutta-
tori e la classe degli sfruttati. Le prime
classi furono i padroni di schiavi e gli
schiavi. Essendo per la loro sostanza
dei rapporti di produzione, i rapporti di
classe incominciano ad esercitare un in-
flusso determinante su tutti i lati della
vita degli uomini, su tutti i fenomeni so-
ciali.
A cominciare da questa tappa di svilup-
po storico non si può comprendere
nessun fenomeno sociale, nessun mu-
tamento sociale astraendosi dalle classi,
dai loro rapporti reciproci e dalla loro
lotta. Perciò nel materialismo storico
l'approccio di classe e il più importante
principio metodologico di ogni ricerca
in campo sociale, la condizione neces-
saria della penetrazione nell'essenza
dei fenomeni sociali indagati.
Il problema delle classi e dei rapporti di
classe richiamò l'attenzione degli scien-
ziati borghesi molto tempo prima di
Marx ed essi espressero una serie di
idee razionali. In particolare, già i clas-
sici dell'economia politica inglese (A.
Smith e D. Ricardo) fornirono una ca-
ratteristica della struttura di classe del-
la società capitalistica. Gli storici fran-
cesi dell'epoca della Restaurazione
(Thierry, Guizot, Mignet) argomentaro-
no la tesi che la lotta di classe è causa
dei mutamenti nella struttura politica
della società, ecc.
I sociologi premarxisti non seppero, pe-
rò, creare una teoria scientifica delle
classi e della lotta di classe. Essendo
ideologi delle classi sfruttatrici e par-
tendo da posizioni idealistiche nell'in-
terpretazione della vita sociale, essi, di
regola, non collegavano l'esistenza del-
le classi con un determinato livello di
sviluppo della produzione materiale,
non vedevano nella lotta di classe del
proletariato con la borghesia la causa
del tramonto inevitabile della società
capitalistica e della sostituzione di essa
con una società nuova, quella socialista,
non ritenevano possibile la scomparsa
delle classi e l'avvento di una società
senza classi. Per la prima volta tutte
queste questioni furono risolte in modo
scientifico da Marx e Engels, i quali
scoprirono e argomentarono con criteri
scientifici le leggi che presiedono al
sorgere, allo sviluppo e all'estinzione
delle classi, misero in luce il ruolo de-
terminante della lotta di classe nel pro-
cesso di passaggio della società da una
formazione economico-sociale all'altra
e, in ultima istanza, ad una società sen-
za classi, cioè alla società comunista.
Marx scrisse a Weydemeyer il 5 marzo
1852: “Per quanto mi riguarda, non a
me compete il merito di aver scoperto
l'esistenza delle classi nella società mo-
derna e la loro lotta reciproca. Molto
tempo prima di me, storiografi borghesi
hanno descritto lo sviluppo storico di
questa lotta delle classi ed economisti
borghesi la loro anatomia economica.
Ciò che io ho fatto di nuovo è stato: 1)
dimostrare che l'esistenza delle classi è
legata puramente a determinate fasi
storiche di sviluppo della produzione; 2)
che la lotta delle classi conduce neces-
sariamente alla dittatura del proletaria-
to; 3) che questa dittatura medesima
non costituisce se non il passaggio
all'abolizione di tutte le classi e a una
società senza classi”131.
1. LA DEFINIZIONE LENINISTA DELLE CLASSI

Una definizione delle classi molto pre-


cisa fu data da Lenin. Egli scrisse: “Si
chiamano classi quei grandi gruppi di
persone che si distinguono tra di loro
per il posto che occupano in un sistema
storicamente determinato di produzio-
ne sociale, per il loro rapporto (per lo
più sanzionato e fissato da leggi) con i
mezzi di produzione, per la loro funzio-
ne nell'organizzazione sociale del lavo-
ro e, quindi, per il modo in cui ottengo-
no e per la dimensione che ha quella
parte di ricchezza sociale di cui dispon-
gono. Le classi sono gruppi di persone
l'uno dei quali può appropriarsi il lavo-
ro dell'altro grazie al differente posto
che occupa in un determinato sistema
di (economia sociale”132.

131 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol. XXXIX,
p. 537.
132 V. I. Lenin, op. cit., vol. 29, pp. 384-385.
Fra i tratti distintivi delle classi indicati
da Lenin, il principale è il rapporto de-
gli uomini con i mezzi di produzione.
Tutti gli altri sono determinati da esso.
Infatti, per poter definire il posto degli
individui in un sistema di produzione
sociale tutto sta nel vedere se essi sono
i proprietari dei mezzi di produzione о
non lo sono. Se essi possiedono i mezzi
di produzione, sono i loro bisogni a de-
terminare lo scopo della produzione, la
sua mole e la direzione in cui si svilup-
pa, ma se essi sono privi di mezzi di
produzione, si presentano solo come
forza produttiva impiegata dai proprie-
tari dei mezzi di lavoro a loro discre-
zione. Da ciò dipende anche il loro ruo-
lo nell'organizzazione del lavoro. Chi
possiede i mezzi di produzione è pa-
drone della produzione, organizzatore
della produzione, e, al contrario, chi
non dispone dei mezzi di lavoro è ese-
cutore della volontà altrui, assolve un
ruolo subalterno.
Non meno evidente è anche la dipen-
denza della forma di appropriazione
dei beni materiali prodotti e della loro
quantità dal rapporto degli individui
con i mezzi di produzione. I proprietari
dei mezzi di produzione concentrano
nelle loro mani la parte del leone delle
ricchezze sociali e solo una parte molto
ristretta di beni prodotti viene messa a
disposizione dei lavoratori, produttori
diretti.
Il rapporto con i mezzi di produzione
condiziona anche la possibilità di una
parte della società di vivere del lavoro
dell'altra. Dopo essersi appropriato dei
mezzi di produzione, senza i quali non è
possibile trasformare oggetti e feno-
meni della natura in mezzi di sussisten-
za, un determinato gruppo di individui
ha la possibilità di servirsene per sfrut-
tare coloro che sono privi di questi
mezzi e sono venuti a dipendere eco-
nomicamente dai primi.
La definizione in via di esame delle
classi ha in vista soprattutto le classi
delle formazioni antagonistiche. Ma ciò
non significa affatto che noi non si pos-
sa partire da essa nell'analizzare le
classi della società socialista. Al contra-
rio, questa definizione ci permette di
comprendere meglio i mutamenti quali-
tativi nelle classi della società socialista
sulla via verso la loro estinzione com-
pleta. Le classi della società socialista –
la classe operaia e i contadini colcosiani
– non presentano alcune delle caratte-
ristiche indicate da Lenin nella sua de-
finizione. In particolare, per il loro rap-
porto con i mezzi di produzione le clas-
si della società socialista non si distin-
guono l'una dall'altra. Sia l'una che l'al-
tra sono proprietari dei mezzi di pro-
duzione. La sola differenza risiede nel
fatto che la classe operaia è legata alla
proprietà di Stato, di tutto il popolo,
mentre i contadini colcosiani alla pro-
prietà collettiva, di gruppo, dei mezzi di
produzione. Ma queste due forme di
proprietà sono socialiste. La classe ope-
raia e la classe contadina non si distin-
guono sostanzialmente l'una dall'altra
per il loro ruolo nell'organizzazione
della produzione socialista. Nella socie-
tà socialista la produzione è diretta dai
rappresentanti di entrambe le classi. In-
fine, le classi della società socialista non
si distinguono sostanzialmente sia per
quel che riguarda le modalità di distri-
buzione tra di loro della ricchezza so-
ciale che per quel che riguarda la parte
che tocca a ciascuna di esse. Sia l'una
che l'altra classe riscuotono un guada-
gno la cui entità è determinata dalla
qualità e dalla quantità del lavoro speso
per la società. Tutto ciò sta a dimostra-
re che quelle della società socialista non
sono classi antagonistiche; dato che
hanno interessi identici per quel che
concerne i problemi essenziali della vi-
ta e perseguono uno stesso scopo: la
costruzione della società comunista, vi-
gono tra di esse i rapporti di collabora-
zione e di mutua assistenza. Man mano
che avanzeranno sulla via verso il co-
munismo, le differenze fra di esse an-
dranno cancellandosi sempre di più fi-
no a quando non scompariranno del
tutto.
2. L'ORIGINE DELLE CLASSI

a. La critica delle teorie idealistiche dell'origine


delle classi
La questione dell'origine delle classi ri-
veste grande importanza teorica e pra-
tica. Senza giusta soluzione di questo
problema non è possibile elaborare una
dottrina scientificamente fondata sulle
leggi cui sottostanno i rapporti di clas-
se, lo sviluppo della lotta di classe, non
è possibile stabilire le condizioni di
estinzione delle classi, e neppure rea-
lizzare praticamente il passaggio alla
società comunista senza classi.
Esistono molti punti di vista diversi
sull'origine delle classi. Alcuni autori ri-
tengono che le distinzioni di classe fra
gli uomini sono determinati dai fattori
biologici, in particolare dalla loro ap-
partenenza a questa о quella razza. Il
dato punto di vista fu sostenuto dagli
ideologi del fascismo. L'inconsistenza di
questa concezione è più che evidente.
Essa è priva di alcun fondamento scien-
tifico. Chi sostiene questa concezione
estende l'azione delle leggi biologiche
ai fenomeni sociali, mentre nel loro svi-
luppo i fenomeni sociali obbediscono
non alle leggi della forma biologica di
movimento della materia ma alle leggi
della vita sociale. L'esperienza della
storia e l'esperienza dell'edificazione
del socialismo e del comunismo in vari
paesi dimostrano che sono i fattori so-
ciali e non le distinzioni razziali e na-
zionali a determinare i rapporti fra le
classi.
Secondo un altro punto di vista, la divi-
sione degli uomini in classi è determi-
nata dalla comparsa in seno alla società
di numerosissime professioni e occupa-
zioni di vario genere. Tutti gli individui
di una stessa professione costituirebbe-
ro, secondo il dato punto di vista, que-
sta о quella classe. Ma la distinzione se-
condo il genere di occupazione non può
in alcun modo servire di base alla divi-
sione degli individui in classi. Gli indi-
vidui appartengono alle classi diverse
non perché sono dediti ad attività di-
sparate. Tutt'al contrario: si occupano
di attività diverse proprio perché ap-
partengono alle classi diverse.
Alcuni sociologi derivano le distinzioni
di classe tra gli individui dalla fonte del
reddito. Essi ritengono che gli individui
si sono divisi in classi perché si sono
messi ad appropriarsi del plusprodotto
in forme diverse. Coloro che ricavano i
redditi sotto forma di profitto, costitui-
rebbero la classe dei capitalisti, coloro
che li ricavano sotto forma di rendita,
sarebbero la classe dei proprietari ter-
rieri, coloro che li ricavano sotto forma
di salario, sarebbero gli operai, ecc.
Gli autori della cosiddetta teoria distri-
butiva delle classi scambiano l'effetto
per causa e travisano così il vero stato
di cose. Infatti, la forma di distribuzione
dei beni materiali prodotti non solo non
è determinante, ma dipende interamen-
te dal modo di produzione, dalla forma
di proprietà dei mezzi di produzione133.
Oltre alle soprammenzionate teorie
dell'origine delle classi, la più diffusa è
la teoria della violenza, secondo cui le
classi sono sorte in seguito alla conqui-
sta di un popolo da parte di un altro.
Secondo questa teoria, i conquistatori si
impadroniscono dei beni dei vinti e si
mettono a sfruttarli. A suo tempo la da-
ta teoria fu sostenuta da E. Dühring.
Quella della violenza è una teoria anti-
scientifica. La violenza brutale non può
creare le classi. Per esistere, le classi
sfruttatrici hanno bisogno di beni ma-
teriali che non sarebbero assolutamen-
te necessari all'esistenza del loro pro-

133 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol. XXV, p.
156.
duttore diretto e di cui potrebbero ap-
propriarsi sistematicamente gli sfrutta-
tori. La violenza non può produrre que-
sti beni, essa può solo toglierli a chi li
ha prodotti. In altre parole, la violenza
“può certo modificare lo stato di pos-
sesso ma non produrre la proprietà
privata come tale”* II sorgere delle
classi è dovuto non alla violenza ma alle
cause economiche che condizionano la
creazione dei mezzi di sussistenza ad-
dizionali non necessari all'esistenza del
produttore e la possibilità per singoli
individui e gruppi sociali di appropriar-
sene.
b. La teoria marxista dell'origine delle classi
Abbiamo or ora parlato del come il
marxismo per primo abbia messo in lu-
ce il nesso tra lo sviluppo della produ-
zione e la struttura di classe della socie-
tà. Il nesso fra le classi e lo sviluppo del-
la produzione consiste prima di tutto
nel fatto che occorre un determinato li-
vello di sviluppo della produttività del
lavoro, affinché appaia una possibilità
reale di sfruttamento dell'uomo
sull'uomo. Infatti, quando l'uomo pro-
duce solo il minimo necessario per as-
sicurare la propria esistenza fisica e
quella della prole, qualsiasi appropria-
zione sistematica del lavoro altrui è as-
solutamente esclusa. E solo quando le
forze produttive raggiungono un tale li-
vello di sviluppo con cui diventa possi-
bile produrre molto in più di quanto è
necessario alla sussistenza del produt-
tore diretto, appare la possibilità di ap-
propriazione dei risultati del lavoro al-
trui.
Nella comparsa delle classi ebbe un
ruolo di rilievo la divisione sociale del
lavoro. Come è noto, la prima grande
divisione sociale del lavoro si ebbe con
la comparsa delle tribù dedite alla pa-
storizia. Essa portò, da una parte,
all'aumento della loro produttività del
lavoro e, dall'altra, alla produzione di
tutta una serie di nuovi prodotti prima
sconosciuti. Queste tribù incominciaro-
no a produrre non solo carne e latticini
ma anche pelli, lana, pelo di capra e, pa-
rallelamente a ciò, anche filati e tessuti.
Ciò per la prima volta rese possibile
uno scambio regolare con le altre tribù,
in particolare con le tribù dedite alla
coltivazione della terra. La possibilità
così apparsa di scambiare i prodotti
stimolò lo sviluppo dell'agricoltura e
dell'artigianato. Quest'ultimo aumenta-
va sempre di più la quantità di lavoro
quotidiana che toccava ad ogni membro
della gens. Si fece sentire il bisogno di
nuova forza-lavoro. Essa fu fornita dalla
guerra con la trasformazione dei pri-
gionieri in schiavi.
In un primo tempo il lavoro degli schia-
vi è impiegato ancora sporadicamente,
gli schiavi sono una specie di ausiliari
che lavorano insieme agli altri membri
liberi della comunità e il loro modo di
vita spesso non differisce dal modo di
vita dei liberi. Ma con l'ulteriore svilup-
po della produzione, in particolare in
seguito alla seconda grande divisione
sociale del lavoro, quando l'artigianato
si separa dall'agricoltura, e, successi-
vamente, con la divisione del lavoro in
quello fisico e in quello mentale, gli
schiavi cessano di essere semplicemen-
te dei lavoratori ausiliari. Essi vengono
spinti a dozzine al lavoro nei campi e
nelle officine. Essi incominciano ad ese-
guire tutti i lavori fondamentali con-
nessi alla produzione dei beni materiali
e non vengono ora considerati come
membri della famiglia ma come cose,
come strumenti parlanti. La schiavitù
diventa la forma principale di condu-
zione dell'economia. «… Con la divisione
del lavoro – scrive Marx – si dà la possi-
bilità, anzi, la realtà, che l'attività spiri-
tuale e l'attività materiale, il godimento
e il lavoro, la produzione e il consumo
tocchino a individui diversi… >Λ
Le forze produttive in sviluppo resero
possibile il lavoro individuale о in fami-
glia. Il lavoro a grossi collettivi cede il
posto al lavoro individuale. Cambia il
carattere del lavoro, cambia anche la
forma di ripartizione del prodotto. Se
prima il prodotto apparteneva alla co-
munità, ora esso rimane a disposizione
dei capifamiglia e ne diventa proprietà.
Così si sostituisce alla proprietà sociale,
sorta spontaneamente in seno alla so-
cietà primitiva, la proprietà privata che
ora rispondeva meglio ai bisogni della
produzione.
Le differenze dei possessi tra i singoli
membri della società fanno saltare in
aria, secondo un'espressione di Engels,
l'antica comunità comunistica. Il regime
gentilizio fa così il suo tempo. Si sosti-
tuisce ad esso una società fondata sulla
proprietà privata e sullo sfruttamento
di una parte della società ad opera
dell'altra, di una classe ad opera dell'al-
tra.
3. LA CRITICA DELLA TEORIA DELLA STRATIFICAZIONE
E DELLA MOBILITÀ SOCIALE

La definizione leninista delle classi è


fatta segno a continui attacchi da parte
dei sociologi borghesi moderni. Essi
cercano di dimostrare che questa defi-
nizione, come la stessa dottrina marxi-
sta delle classi, sarebbe invecchiata, che
attualmente gli uomini dovrebbero es-
sere divisi in gruppi sociali non in base
al rapporto con i mezzi di produzione
ma in base ad altre caratteristiche.
Come base di divisione degli individui
in gruppi sociali chiamati strati, i socio-
logi borghesi propongono i criteri più
disparati, in particolare il genere di oc-
cupazione, la residenza, l'istruzione, la
presenza о meno del telefono in casa, il
modo di spostamento, l'aspetto esterio-
re, ecc.
Certi autori adottano come criterio di
appartenenza a questo о quel gruppo
sociale alcune caratteristiche che rap-
presentano per essi un determinato
“indice”. Così, ad esempio, per il socio-
logo americano W. Lloyd Warner, sono
l'“indice” di una classe о di uno strato
momenti come il genere di occupazio-
ne, la fonte del reddito, il luogo di resi-
denza e il tipo di abitazione. Per altri
autori hanno il peso decisivo caratteri-
stiche come il livello culturale, la parte-
cipazione alla vita sociale, l'apparte-
nenza alla chiesa, il volto morale e per-
sino la pronuncia. La maggioranza di
questi criteri non rientra nella catego-
ria delle caratteristiche di classe e sono
propri ai rappresentanti delle classi più
diverse. Ad esempio, criteri come il ge-
nere di occupazione, la fonte del reddi-
to, il livello culturale, anche se possono
testimoniare dell'appartenenza a que-
sta о quella classe, non caratterizzano,
né presi a parte né presi nel loro insie-
me, l'essenza delle classi sociali, non
mostrano il loro posto nella società, il
loro ruolo storico.
Non è difficile vedere che i sociologi
borghesi, proponendo le caratteristiche
più disparate come base di divisione
degli individui in gruppi sociali, si
guardano dal menzionare quelle che
mettono veramente in luce la struttura
di classe della società. E ciò non è ca-
suale. In tal modo essi cercano di ma-
scherare le contraddizioni di classe esi-
stenti nella società capitalistica, di ri-
durle alle differenze professionali e alle
differenze connesse alla vita quotidia-
na, per distogliere così l'attenzione dei
lavoratori dalle cause che condizionano
la loro oppressione da parte dei pro-
prietari dei mezzi di produzione.
A questo scopo serve anche la teoria
della “mobilità sociale”, largamente
propagandata dai sociologi borghesi. Si
intende per “mobilità sociale” il passag-
gio degli individui о dei gruppi di indi-
vidui da una condizione sociale all'altra.
Si distinguono due tipi di mobilità:
orizzontale e verticale. La prima è lega-
ta al cambiamento del posto degli indi-
vidui nell'ambito di uno stesso strato
sociale, la seconda al cambiamento del
posto dell'individuo nella “scala socia-
le”. Un esempio di mobilità orizzontale
è il trasferimento dell'operaio da una
fabbrica all'altra, un esempio di mobili-
tà verticale è la trasformazione dell'o-
peraio in ingegnere, dell'impiegato in
imprenditore, ecc.
Come affermano i sociologi borghesi,
un fenomeno come la mobilità sociale,
in particolare la mobilità verticale, ren-
de duttile e mobile la struttura di classe
della società ed esclude la lotta di clas-
se. Quest'ultima, essi dichiarano, diven-
ta superflua, in quanto ogni individuo
malcontento della sua condizione socia-
le può occupare ed occupa un posto in
un altro strato sociale, più alto. “Nell'o-
dierna Inghilterra”, scrive Lord William
Beaverbrook, “non vi è alcun ostacolo a
che la povertà raggiunga le cime del po-
tere e del benessere»134.
“In una società aperta”, scrive
dal canto suo J. O. Hertzler, “la posizio-
ne dei componenti un dato strato о una
data classe può spostarsi in alto о in
basso nel corso della loro vita come ri-
sultato del raggiungimento о meno… di
determinate realizzazioni. Un tale si-
stema non comporta limitazioni cate-
goriche per l'individuo per quel che ri-
guarda la sua posizione di classe. La
mobilità verticale non è semplicemente
una possibilità; è un diritto e può diven-
tare diritto per tutti”135.
Quanto al diritto formale di passare da
una classe all'altra, esso esiste effetti-
vamente per ogni individuo della socie-
tà capitalistica. Formalmente nella so-
cietà capitalistica ogni individuo può
passare da un gruppo sociale all'altro,

134Lord William Beaverbrook, Don't trust to Luck. Lon-


don. 1953, p. 18.
135 Joyce O. Hertzler, Society in Action. A Study of Basic Social
Processes. New York, 1954, p. 238.
da una classe all'altra, le leggi non pre-
vedono alcuna limitazione di sorta. Ma
in realtà l'operaio (per quanto sodo
possa lavorare e quali che siano le sue
realizzazioni) non può trasformarsi in
capitalista, poiché il salario da lui per-
cepito non è altro che il costo della for-
za-lavoro da lui venduta al capitalista.
Anche se il salario può variare, esso è
destinato a riprodurre questa forza e
non è assolutamente capace di trasfor-
marsi in capitale.
Anche se vi sono dei casi di ingresso di
questo о quel proletario nella classe
della borghesia, ciò, in primo luogo, è
un fenomeno abbastanza raro, e, in se-
condo luogo, avviene non in forza delle
necessarie tendenze proprie alla condi-
zione sociale della classe operaia, non
in forza delle leggi di funzionamento e
di sviluppo della società capitalistica,
ma in seguito a questo о quel concorso
fortuito di circostanze. La condizione
sociale della classe operaia e le leggi del
modo di produzione capitalistico de-
terminano la riproduzione incessante e
per giunta allargata del proletariato e,
al tempo stesso, l'aggravamento delle
contraddizioni tra di esso e la borghe-
sia, il che si esprime, in particolare,
nell'intensificazione della lotta di clas-
se.
4. LA STRUTTURA DI CLASSE DELLA SOCIETÀ

a. Le classi fondamentali e non fondamentali


Fondamentali sono quelle classi che sono
generate dal modo di produzione che
domina nella società. Così, il modo di
produzione schiavistico condiziona l'e-
sistenza degli schiavi e dei possessori di
schiavi; quello feudale, l'esistenza dei
contadini e dei grandi proprietari fon-
diari; quello capitalistico, l'esistenza del
proletariato e della borghesia. I rappor-
ti fra le classi fondamentali determina-
no l'essenza degli ordinamenti econo-
mico-sociali nella società e le forme di
sfruttamento praticate in seno ad essa.
Con il passaggio della società da una
formazione all'altra mutano sostan-
zialmente i rapporti tra le classi fonda-
mentali. Ad esempio, della società
schiavistica era caratteristico un rap-
porto fra le classi fondamentali con cui
gli sfruttati (schiavi) erano proprietà
degli sfruttatori (padroni di schiavi) ed
erano a completa disposizione di questi
ultimi. Nella società feudale il feudata-
rio non era più proprietario del conta-
dino, “ma aveva soltanto il diritto di
appropriarsi il suo lavoro e di costrin-
gerlo ad adempiere certi obblighi”136.
Con il passaggio al capitalismo scompa-
re definitivamente la coercizione extra-
economica nei rapporti fra le classi.
L'operaio è giuridicamente libero, indi-
pendente dal capitalista, ma, essendo
privo dei mezzi di produzione, è co-
stretto a vendergli la sua forza-lavoro e
viene così a dipendere da lui.
In ogni società classista di classi fon-

136V. I. Lenin, op. cit., vol. 29, p. 435.


damentali ce ne sono solo due. Ma oltre
a quelle fondamentali esistono in ogni
società anche le classi non fondamenta-
li. Esse devono la loro origine all'esi-
stenza nella società delle altre forma-
zioni economico-sociali accanto al mo-
do di produzione dominante. Ad esem-
pio, nella società schiavistica paralle-
lamente alla produzione fondata sul la-
voro schiavistico esistevano la produ-
zione artigianale e la piccola produzio-
ne agricola mercantile.
Proprio esse generavano le classi non
fondamentali: artigiani e contadini libe-
ri. Analogamente, nella società feudale
esistevano accanto ai grossi proprietari
terrieri e ai contadini servi della gleba
gli artigiani, la classe della nascente
borghesia e il proletariato ad essa lega-
to, mentre nella società capitalistica
esiste accanto al proletariato e alla bor-
ghesia anche la classe della piccola bor-
ghesia della città e della campagna.
b. L'intellighentsia
Oltre alle classi fondamentali e non
fondamentali, esiste nella società capi-
talistica un particolare strato sociale:
l'intellighentsia. L'intellighentsia è for-
mata dai lavoratori della mente che non
sono proprietari di mezzi di produzione
о produttori diretti di beni materiali. Ne
fanno parte gli scienziati, gli ingegneri,
gli scrittori, gli insegnanti, i medici, gli
artisti e una determinata parte degli
impiegati occupati nei vari uffici.
Nella società capitalistica l'intellighen-
tsia è formata da elementi di classi di-
verse. Una parte di essa è al servizio del
capitale: serve la produzione capitali-
stica, elabora un'ideologia conforme
agli interessi della borghesia e la pro-
paganda. L'altra parte dell'intellighen-
tsia della società capitalistica lega la
propria sorte a quella dei lavoratori, ne
esprime gli interessi e si batte attiva-
mente contro gli ordinamenti sociali
esistenti.
Nella società socialista la natura sociale
dell'intellighentsia cambia. La massa
fondamentale dei lavoratori della men-
te passa dalla parte della classe operaia
e contribuisce alla costruzione di una
nuova società. Man mano che la società
avanza al socialismo, vanno ad ingros-
sare le file dell'intellighentsia elementi
provenienti dalle classi lavoratrici, ele-
menti che collegano sempre più stret-
tamente l'intellighentsia con il popolo,
subordinando i suoi interessi agli inte-
ressi dell'edificazione della società co-
munista.
c. Gli ordini
Gli ordini sono quei gruppi di individui
la cui posizione nella società è definita
dalle leggi che precisano i diritti e gli
obblighi di ciascuno di questi gruppi.
Essendo una delle forme della distin-
zione di classe, gli ordini presuppongo-
no la divisione della società in classi.
Nella società dove vige l'istituto degli
ordini, le classi diverse appartengono di
regola agli ordini diversi. Gli ordini su-
periori formano le classi sfruttatrici, gli
ordini inferiori quelle sfruttate. Ma in
determinate tappe di sviluppo storico
sorge una certa non corrispondenza
della divisione in base alle classi e della
divisione in base agli ordini. Ad esem-
pio, la borghesia rapidamente arricchi-
tasi all'epoca della disgregazione della
società feudale rappresentava una clas-
se sfruttatrice ma non faceva parte de-
gli ordini superiori (nobiltà e clero). La
divisione della società in base agli ordi-
ni è caratteristica delle formazioni eco-
nomico-sociali schiavistica e feudale.
Ogni ordine ha diritti e obblighi rigoro-
samente determinati, stabili e tutelati
dal potere statale. Ad esempio, la nobil-
tà nella Russia zarista era esentata dai
tributi, dalle punizioni corporee, aveva
il diritto di possedere le tenute con con-
tadini servi della gleba, ecc. Possedeva
particolari privilegi anche il clero. Esso,
in particolare, pure era esentato dai
tributi allo Stato.
A differenza di questi ordini “superio-
ri”, gli ordini “inferiori” (artigiani, mer-
canti, contadini) non avevano nessun
privilegio, ma avevano invece molti ob-
blighi, in particolare essi dovevano pa-
gare i tributi e far fronte a prestazioni
obbligatorie fra le più disparate, impo-
ste dallo Stato. L'appartenenza a questo
о quello ordine era ereditaria.
Con il passaggio al capitalismo la divi-
sione della società in ordini viene sop-
pressa. Qui di fronte alla legge tutti i cit-
tadini sono uguali. Ma di fatto le classi
diverse hanno una posizione diversa in
seno alla società. Alcune di esse (bor-
ghesia) sono al potere e se ne avvalgo-
no per salvaguardare i propri interessi,
mentre le altre (proletariato, contadini)
sono prive di regola della possibilità di
esprimere la propria volontà nella for-
ma di leggi, sono fatte costantemente
segno ad oppressione da parte della
classe sfruttatrice dominante, da parte
del suo Stato.
d. A proposito delle cosiddette “classi medie”
Analizzando la struttura di classe della
società antagonistica, i classici del mar-
xismo-leninismo elaborarono il concet-
to di classi medie. Essi applicavano
questo concetto a quelle classi che oc-
cupano un posto intermedio tra le clas-
si fondamentali. Nella società feudale la
classe media è la borghesia che ha una
posizione intermedia fra i signori feu-
dali (aristocrazia) e i lavoratori. Nella
società borghese si presenta come clas-
se media la piccola borghesia urbana e
rurale che si colloca tra il proletariato e
i grandi capitalisti. Si tratta dei conta-
dini, degli artigiani, dei piccoli commer-
cianti. Peculiarità delle classi medie è
che essi non hanno una posizione stabi-
le in seno alla società, oscillano fra le
classi fondamentali, mettendosi sulle
posizioni ora dell'una, ora dell'altra
classe.
Caratterizzando la classe dei piccoli ar-
tigiani e commercianti, Engels scrisse,
ad esempio: «La sua posizione inter-
media tra la classe dei capitalisti, com-
mercianti e industriali maggiori, tra la
borghesia propriamente detta e la clas-
se dei proletari о industriale, determina
il suo carattere. Mentre essa aspira alla
posizione della prima, il più piccolo ro-
vescio di fortuna precipita i suoi mem-
bri nelle file della seconda… Sballottata
dunque eternamente tra la speranza di
salire nelle file della classe più ricca e la
paura di essere ridotta alla condizione
di proletari e persino di poveri, tra la
speranza di favorire i propri interessi
con la conquista di una partecipazione
nella direzione degli affari pubblici, e il
timore di provocare, con una opposi-
zione intempestiva, la collera di un go-
verno da cui dipende la sua stessa esi-
stenza perché ha il potere di toglierle i
migliori clienti; possedendo scarsi mez-
zi e la sicurezza del loro possesso es-
sendo in ragione inversa del loro am-
montare, questa classe è estremamente
vacillante nelle sue opinioni”137.
In questi ultimi tempi il problema delle
classi medie ha richiamato l'attenzione
dei sociologi borghesi, i quali vedono in
essi un fattore che smentirebbe la dot-
trina marxista- leninista sulla lotta di
classe e sulla rivoluzione.
Interpretando arbitrariamente il con-
cetto di classe media, i sociologi bor-
ghesi si sforzano di dimostrare che
nell'odierna società capitalistica an-
drebbero scomparendo i capitalisti e i
proletari, che sia gli uni che gli altri an-
drebbero trasformandosi in una “classe
media” che diventa la forza decisiva
nella società moderna. Secondo loro, la
società capitalistica, senza lotta di clas-
se e senza dittatura del proletariato,
andrebbe trasformandosi nella società
della “classe media”. “La storia della so-
cietà industriale – scrive Jessie Bernard
– sembra andare in direzione di una so-

137 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere scelte, cit., pp. 596-597.
cietà “senza classi”, ma non sulla via
predicata da Marx… La società “senza
classi” viene non attraverso la dittatura
transitoria del proletariato, ma grazie
all'enorme espansione della classe me-
dia che tende ad assorbire le classi che
si trovano al di sotto di essa”138.
Nel definire la classe media, i sociologi
borghesi partono da qualsiasi cosa, ma
solo non dal posto che gli individui oc-
cupano nel sistema di produzione so-
ciale, e tanto meno dal rapporto che es-
si hanno con i mezzi di produzione. Da
criterio che permette di includere que-
sti о quegli individui nella classe media
serve spesso l'ammontare del reddito
della famiglia. Non solo, ma l'ammonta-
re di questo reddito è stabilito in modo
da poter includere nella stessa classe
media sia il capitalista che l'operaio.

138 Jessie Bernard, Class Organisation in an Era of Abundance:


A New Principle of Class Organisation. In: Transactions of the
Third World Congress of Sociology, vol. 111. London, 1956, pp.
26-27.
Così, ad esempio, il ministero delle fi-
nanze degli USA ha incluso nella classe
media le famiglie con un reddito annuo
che varia da 3.200 dollari a 100.000
dollari. Come risultato, entrano a far
parte della classe media, da un lato, ar-
tigiani, bottegai, impiegati d'ufficio e
impiegati addetti al commercio, conta-
dini agiati, operai altamente qualificati
e, dall'altro, direttori di compagnie,
uomini d'affari, proprietari terrieri ed
altri rappresentanti della grande e me-
dia borghesia.
Un analogo quadro si osserva anche
quando si propone come criterio di ap-
partenenza alla classe media un altro
simile fattore. Ad esempio, definendo la
classe media in base al genere di occu-
pazione, alcuni includono nella classe
operaia i tecnici, i commessi, gli inse-
gnanti e i piccoli uomini d'affari.
Non è difficile vedere che tutti questi
ragionamenti non hanno nulla in co-
mune con la scienza. Per il fatto che in-
cludiamo in una stessa classe gli uomini
d'affari, che vivono dello sfruttamento
dei lavoratori, e gli operai, che vengono
sfruttati dal capitale, non scompare af-
fatto l'antagonismo tra gli sfruttatori e
gli sfruttati, tra i proprietari dei mezzi
di produzione e la gente che ne è priva.
E se è cosi, i discorsi sulla scomparsa
sotto il capitalismo delle classi antago-
nistiche che confluirebbero in una sola
“classe media” non rappresentano
null'altro che un tentativo di nasconde-
re, di camuffare l'essenza sfruttatrice
del capitalismo e di distogliere l'atten-
zione dei lavoratori dalla lotta rivolu-
zionaria per la liquidazione dell'esi-
stente stato di cose.
5. LA LOTTA DI CLASSE, FORZA MOTRICE DELLO SVI-
LUPPO DELLA SOCIETÀ ANTAGONISTICA

In quanto le classi diverse occupano


un'ineguale posizione economica in se-
no alla società, vivono in condizioni di-
verse, i loro interessi non possono es-
sere identici. Ad esempio, la borghesia è
interessata a ridurre i salari degli ope-
rai, poiché ciò porta ad accrescere i suoi
profitti, mentre degli operai è caratteri-
stica una tendenza diametralmente op-
posta; i capitalisti durante le elezioni
agli organi legislativi cercano di far
passare i propri rappresentanti, mentre
il proletariato è interessato a veder
eletti i propri candidati; la borghesia è
interessata a consolidare la proprietà
privata, in quanto quest'ultima è la base
economica del suo dominio, mentre il
proletariato aspira a liquidarla; la bor-
ghesia mira a perpetuare lo sfruttamen-
to dell'uomo sull'uomo, mentre il prole-
tariato è interessato a sopprimerlo e a
creare condizioni che escludano la pos-
sibilità di vivere del lavoro altrui, ecc.
Mossi da interessi diametralmente op-
posti, le classi antagonistiche conduco-
no tra di loro una lotta che non cessa
mai, lotta che in una determinata tappa
del suo sviluppo provoca la ristruttura-
zione di tutto l'organismo sociale e il
passaggio della società da uno stadio di
sviluppo all'altro. “La storia di ogni so-
cietà sinora esistita – scrissero Marx e
Engels – è storia di lotte di classi”139.
La lotta di classe influisce prima di tutto
sullo sviluppo delle forze produttive.
Essa, in particolare, accelera il perfe-
zionamento dei mezzi di lavoro. Ad
esempio, la lotta degli operai per la ri-
duzione della giornata lavorativa co-
stringeva il capitalista ad introdurre
una tecnica sempre più perfetta che gli
permettesse di aumentare la produzio-
ne del plusvalore. Marx rilevava che in
molti casi gli scioperi offrivano il moti-
vo per l'invenzione e per l'introduzione
di nuovi macchinari.
L'influsso della lotta di classe sullo svi-
luppo delle forze produttive si manife-
stò, è vero, in una forma alquanto di-
versa anche nelle altre formazioni eco-
nomico-sociali. In particolare, nella so-

139Karl Marx, Friedrich Engels, Opere scelte, cit p. 292.


cietà feudale la lotta di classe dei con-
tadini servi della gleba contribuì alla
sostituzione della corvée prima con le
prestazioni in natura e poi con le pre-
stazioni in denaro.
Esercitando un influsso sullo sviluppo
delle forze produttive, la lotta di classe
influisce anche sull'evolversi dei rap-
porti di produzione. I rapporti di pro-
duzione invecchiati non cambiano au-
tomaticamente sotto l'influsso delle
forze produttive sviluppatesi nel qua-
dro di essi. Dietro i vecchi rapporti di
produzione sta la classe che ha fatto
storicamente il suo tempo ma che do-
mina ancora e che ostacola il loro cam-
biamento con tutti i mezzi disponibili.
Perciò è necessaria una forza reale che
possa vincere questa resistenza. Una ta-
le forza è per l'appunto l'attività delle
classi progressive per modificare l'esi-
stente stato di cose, attività che si
esprime nella lotta di classe.
Solo la lotta delle forze progressive del-
la società contro la classe dominante
che ha fatto storicamente il suo tempo
può portare all'affermazione dei nuovi
rapporti di produzione, che corrispon-
dono al livello raggiunto di sviluppo
delle forze produttive. Proprio perciò la
lotta di classe è la forza motrice del
progresso nella società antagonistica.
La lotta di classe ha una lunga storia. Le
sue forme, i suoi scopi e il suo carattere
cambiavano da un periodo storico
all'altro. Così, ad esempio, nella società
schiavistica la lotta di classe degli sfrut-
tati contro gli sfruttatori non era diretta
contro il modo di produzione esistente.
Intervenendo contro i padroni di schia-
vi, gli schiavi si ponevano lo scopo di li-
berarsi dalla schiavitù, ma non di sop-
primerla. Ma le loro rivolte scuotevano
il sistema sociale schiavistico e in fin
dei conti costrinsero i padroni a legare
gli schiavi alla terra e ad adottare una
serie di altre misure che favorirono la
trasformazione economica del regime
schiavistico e la sostituzione di esso con
il feudalesimo.
Nella società feudale i contadini sfrutta-
ti già collegano la loro lotta con la ne-
cessità di modificare i rapporti sociali,
in particolare istituti come la servitù
della gleba, la proprietà privata della
terra, ecc.
Ma intervenendo contro l'oppressione, i
contadini, di regola, venivano a trovarsi
sotto la direzione politica della borghe-
sia e le si sottomettevano. In seguito a
ciò l'impeto della lotta contadina, di re-
gola, era circoscritto dagli interessi del-
la borghesia. Ma ciò nonostante la lotta
dei contadini contro lo sfruttamento
ebbe un ruolo positivo, in quanto con-
tribuì alla soppressione dei rapporti di
produzione feudali e alla vittoria del
modo di produzione capitalistico.
Lottando contro lo sfruttamento, l'op-
pressione, i lavoratori della società feu-
dale non potevano risolvere questo
compito, in quanto, essendo essi stessi
proprietari, oggettivamente non pote-
vano schierarsi contro la proprietà pri-
vata. Essi erano avversari solo della
proprietà feudale dei mezzi di produ-
zione e appoggiavano la proprietà capi-
talistica e, quindi, i rapporti di produ-
zione capitalistici. Come risultato, la lo-
ro lotta praticamente portò solo alla so-
stituzione di una forma di sfruttamento
con un'altra.
La situazione cambia quando fa l'in-
gresso nell'arena storica come forza po-
litica autonoma il proletariato indu-
striale. La condizione economica del
proletariato fa si che esso può battersi
coerentemente per la soppressione del-
la proprietà privata e dello sfruttamen-
to dell'uomo sull'uomo. I proletari ven-
gono uniti dall'andamento stesso del
processo di sviluppo della produzione
capitalistica, si organizzano e si tra-
sformano in una potente forza diretta
contro gli sfruttatori.
La lotta di classe del proletariato pren-
de inizio dalle lotte spontanee dei sin-
goli gruppi isolati di operai contro que-
sti о quei capitalisti che opprimono in
modo particolarmente spietato gli ope-
rai. Questa lotta ha un carattere esclu-
sivamente economico, è diretta contro
lo sfruttamento eccessivo, contro l'op-
pressione eccessiva, la cui fonte gli ope-
rai vedono in un primo tempo nella
crudeltà, nel comportamento disumano
di questo о quel capitalista.
Storicamente la lotta economica è la
prima forma della lotta di classe del
proletariato. Essa sorge spontaneamen-
te come reazione alla dura condizione
economica della classe operaia e viene
condotta soprattutto per migliorare le
condizioni di vendita della forza-lavoro,
ma non per liquidare in generale queste
condizioni. Ciò nondimeno l'importan-
za della lotta economica è grande: nel
corso di essa sorgono i sindacati, i pri-
mi organismi di classe del proletariato.
Ma in seguito la classe operaia si con-
vince che la lotta economica non può
modificare radicalmente la sua condi-
zione, che essa non può eliminare lo
sfruttamento. Essa incomincia a ren-
dersi conscia del nesso esistente tra il
dominio economico della borghesia e il
potere statale, incomincia a compren-
dere che quest'ultimo è chiamato a sal-
vaguardare il regime di sfruttamento.
La classe operaia si rende conscia del
fatto che i suoi interessi, non solo quelli
economici ma anche quelli politici, sono
diametralmente opposti agli interessi
di tutta la classe della borghesia. Come
risultato la lotta di classe del proletaria-
to diventa consapevole e coerente.
Nello sviluppo della lotta di classe, nella
sua trasformazione da lotta spontanea,
economica in lotta consapevole, politi-
ca, un immenso ruolo è assolto dall'i-
deologia socialista, dalla fusione di que-
st'ultima con il movimento operaio. È il
partito comunista a realizzare il compi-
to di apportare l'ideologia socialista nel
movimento operaio. Proprio esso con-
duce la lotta ideologica contro l'ideolo-
gia borghese e piccolo-borghese.
Esprimendo gli interessi essenziali del-
la classe operaia, il partito comunista
motiva teoricamente gli scopi della lot-
ta del proletariato, definisce le vie e i
mezzi per raggiungerli.
In tal modo, la lotta di classe del prole-
tariato si sviluppa in tre direzioni: eco-
nomica, politica e ideologica. La forma
decisiva di lotta è quella politica, poiché
solo l'istaurazione del dominio politico
del proletariato può assicurare una tra-
sformazione radicale dell'economia e la
costruzione della società comunista
senza classi.
Ai nostri tempi il più importante tratto
distintivo della lotta di classe del prole-
tariato contro la borghesia è il suo raf-
forzamento, ciò che si spiega con l'a-
cuirsi di tutte le contraddizioni sociali
nell'epoca dell'imperialismo, nonché
con la formazione e con lo sviluppo vit-
torioso del sistema mondiale del socia-
lismo, il quale indica la via da seguire
per sopprimere lo sfruttamento
dell'uomo sull'uomo.
Un importantissimo tratto distintivo
dell'odierna lotta di classe del proleta-
riato è che è diventato più stretto il le-
game tra la lotta economica e quella po-
litica. Gli scioperi acquistano sempre di
più un carattere politico, sono accom-
pagnati da rivendicazioni e prese di po-
sizione nettamente politiche.
In seguito alla sempre maggiore etero-
geneità della classe operaia (nelle con-
dizioni del dominio dei monopoli vanno
ad ingrossare in modo particolarmente
intenso le sue file gli elementi prove-
nienti dalla piccola borghesia che non
hanno retto alla concorrenza) e in se-
guito alla corruzione sistematica da
parte della borghesia della cosiddetta
“aristocrazia operaia”, essa risulta divi-
sa. Una parte di essa segue i comunisti,
l'altra appoggia gli opportunisti che
esprimono in sostanza gli interessi del-
la borghesia. Perciò uno dei compiti più
importanti dell'odierno movimento ri-
voluzionario del proletariato è la lotta
per l'unità d'azione.
Ai nostri giorni un'altra peculiarità del-
la lotta di classe del proletariato contro
la borghesia è il suo stretto legame con
i vari movimenti democratici che si
schierano contro lo strapotere dei mo-
nopoli, con la lotta per la pace, l'indi-
pendenza nazionale e la sovranità. An-
che se i partecipanti a questi movimenti
non si pongono lo scopo di trasformare
gli ordinamenti capitalistici in quelli so-
cialisti, ciò nondimeno la loro lotta con-
tribuisce sostanzialmente alla lotta del
proletariato per il socialismo. “La lotta
democratica generale contro i monopo-
li – si rileva nel Programma del PCUS –
non allontana la rivoluzione socialista,
ma l'avvicina. La lotta per la democra-
zia è parte integrante della lotta per il
socialismo”140.
Parlando del legame della lotta di classe
del proletariato con gli odierni movi-
menti democratici, è necessario tener
presente che ora questi movimenti
hanno un indirizzo diverso rispetto
all'epoca del capitalismo premonopoli-
stico. Se prima essi si schieravano so-
prattutto contro i residui del feudale-
simo, ora nei paesi capitalistici avanzati
essi intervengono contro il dominio dei
monopoli che esprimono nella forma
più concentrata l'essenza del capitali-
smo contemporaneo. In tal modo, gli
odierni movimenti democratici nei pae-
si capitalistici avanzati sono legati in un
modo о nell'altro alla lotta contro il ca-
pitalismo, contro i suoi aspetti più rea-
zionari. Per quanto riguarda i paesi in
via di sviluppo, là i movimenti demo-
cratici sono ancora volti soprattutto
contro il feudalesimo, che ostacola l'a-

140 Programma del Partito comunista dell'Unione Sovietica.


Mosca, 1968, p. 38.
vanzata di questi paesi sulla via del
progresso, e contro il capitale straniero,
che ha messo profonde radici in questi
paesi e cerca di mantenervi a qualsiasi
costo le proprie posizioni. Ma anche in
questi paesi è possibile una alleanza
della classe operaia guidata dal partito
comunista, dei contadini, della piccola
borghesia urbana e della borghesia na-
zionale di tendenze rivoluzionarie, al-
leanza che può servire di base alla lotta
per il passaggio al socialismo, scaval-
cando la fase capitalistica.
6. LE CONDIZIONI OGGETTIVE DELL'ESTINZIONE DELLE
CLASSI

Molti sociologi borghesi dichiarano che


nell'odierna società capitalistica sono
scomparse le classi e le differenze di
classe, che oggi si deve parlare non del-
le differenze di classe ma solo delle dif-
ferenze individuali tra gli uomini. “Oggi
– scrive il sociologo tedesco-occidentale
Hermann Port – le differenze sociali si
attenuano sempre di pili e rimangono
solo quelle individuali”.
Essi traggono tale conclusione, in parti-
colare, dal fatto che attualmente molti
operai avrebbero acquistato azioni e
sarebbero diventati comproprietari
delle rispettive aziende, e come risulta-
to i loro interessi coincidono in pieno
con gli interessi dei capitalisti, mentre il
capitalismo stesso si sarebbe trasfor-
mato in capitalismo popolare141.
Ma la realtà dimostra che il capitalismo
è stato e rimane antipopolare, gli inte-
ressi dei monopoli e dei lavoratori non
possono coincidere mai, essi sono dia-
metralmente opposti. E il fatto stesso
dell'acquisto di azioni da parte di singo-
li operai non cambia nulla. I dati di sta-
tistica dimostrano che il 98-99% degli
operai non possiede in generale azioni,
mentre gli altri possiedono solo poche
azioni e naturalmente non possono

141 Bulletin des Presse und Informationsamtes der Bundesregie-


rung, 1954, N. 40, S. 343.
esercitare alcun influsso sull'attività
della data compagnia. Dispongono ef-
fettivamente dei mezzi di produzione e
del prodotto stesso i capitalisti che de-
tengono il grosso delle azioni.
È fuori dubbio che nei paesi capitalistici
avanzati si sono create le premesse og-
gettive della liquidazione delle classi
antagonistiche, ma esse non possono
scomparire nel quadro del capitalismo
dove domina la proprietà privata dei
mezzi di produzione.
Quindi, quali condizioni sono necessa-
rie per l'estinzione delle classi e in qua-
le forma essa deve avvenire?
Finché il lavoro sociale dà un prodotto
che non supera che di poco ciò che fa di
bisogno per una stentata esistenza di
tutti, finché esso assorbe tutto о quasi
tutto il tempo della stragrande maggio-
ranza dei membri della società, la socie-
tà si divide necessariamente in classi.
Accanto alla maggioranza interamente
dedita alla produzione dei beni mate-
riali si forma una classe che è esonerata
da un lavoro direttamente produttivo e
che si occupa della direzione della pro-
duzione dei beni materiali, della politi-
ca, della giustizia, della scienza, dell'ar-
te, ecc.
Ma con un più alto livello di sviluppo
delle forze produttive, quando esse
permettono di ottenere una quantità di
beni materiali necessaria per il soddi-
sfacimento del bisogni di tutti i membri
della società, l'esistenza delle classi non
è più necessaria, essa non solo non fa-
vorisce il progresso sociale ma lo osta-
cola. In tali condizioni le classi possono
essere soppresse. “La soppressione del-
le classi sociali – scrisse Engels – ha
come suo presupposto… un alto grado
di sviluppo della produzione, un grado
a cui l'appropriazione dei mezzi di pro-
duzione e dei prodotti e quindi del do-
minio politico, del monopolio della cul-
tura e della direzione spirituale da par-
te di una particolare classe sociale non
solo è diventata superflua, ma è pure,
economicamente, politicamente e spiri-
tualmente, un ostacolo all'evoluzione.
Questo momento è ora arrivato”142
In tal modo, una delle premesse più
importanti dell'estinzione delle classi è
il raggiungimento di un alto grado di
sviluppo delle forze produttive. Ma il
solo sviluppo delle forze produttive non
è sufficiente perché scompaiano le clas-
si. L'esistenza delle classi è legata non
solo al determinato livello di sviluppo
delle forze produttive, ma anche ai de-
terminati rapporti di produzione con-
dizionati da questo livello, precisamen-
te ai rapporti di produzione basati sulla
proprietà privata dei mezzi di produ-
zione. Per liquidare le classi antagoni-
stiche è necessario liquidare la proprie-
tà privata.
«Abolire le classi – scriveva Lenin – si-
gnifica mettere tutti i cittadini in condi-

142Carlo Marx, Scritti scelti in due volumi, vol. I, p. 222.


zioni di parità rispetto ai mezzi di pro-
duzione di tutta la società, significa che
tutti i cittadini hanno l'identica possibi-
lità di accedere al lavoro, effettuato con
i mezzi di produzione, sulla terra, nelle
fabbriche, ecc., appartenenti alla socie-
tà”143.
Per sopprimere tutte le classi sono ne-
cessarie anche altre condizioni. Nel cor-
so di vari secoli sono sorte, si sono ac-
cumulate e si sono radicate sulla base
delle distinzioni economiche e politiche
fra le classi anche altre distinzioni assai
sostanziali, in particolare le distinzioni
riguardanti l'istruzione, l'educazione, le
qualità morali, estetiche, ecc. Per la li-
quidazione di queste differenze è ne-
cessaria la vittoria del comunismo.
Quindi, il processo di soppressione del-
le classi è legato alla rivoluzione socia-
lista e alla costruzione della società
comunista.

143V. I. Lenin, op. cit., vol. 20, p. 135.


CAPITOLO 13: L'ORGANIZZAZIONE POLITICA
DELLA SOCIETÀ

1. IL CONCETTO DI ORGANIZZAZIONE POLITICA DELLA


SOCIETÀ

Come risultato della divisione della so-


cietà in classi e dell'istaurazione del
dominio di questa о quella classe appa-
re un meccanismo speciale di cui si ser-
vono le classi dominanti per dirigere la
società, per regolare i rapporti tra le
classi, tra i singoli individui, tra gli indi-
vidui e la società, tra un dato paese e gli
altri paesi che mantengono contatti con
esso.
Di questo meccanismo ne fanno parte:
lo Stato con tutta la rete ramificata del-
le sue istituzioni e organizzazioni, i par-
titi politici, i sindacati, le varie associa-
zioni della gioventù e le altre leghe e
associazioni.
L'anello fondamentale dell'organizza-
zione politica della società è lo Stato.
Esso è lo strumento principale per ap-
plicare la linea politica della classe do-
minante e per regolare i rapporti di
classe in seno alla società e le relazioni
di quest'ultima con gli altri paesi.
2. LA CRITICA DELLE TEORIE NON MARXISTE DELL'ORI-
GINE E DELL'ESSENZA DELLO STATO

Quella dell'essenza dello Stato è una


questione complessa. Intorno ad essa si
è svolta e si svolge costantemente un'a-
cuta lotta ideologica. Tutto ciò si spiega
con il fatto che la data questione inve-
ste più di ogni altra gli interessi delle
classi.
Per farsi un'idea concreta della confu-
sione che regna in materia, esaminere-
mo qui alcune teorie o, più precisamen-
te, alcuni punti di vista borghesi sullo
Stato.
I neotomisti, ad esempio, sostengono la
cosiddetta teoria teologica dello Stato,
le cui tesi fondamentali furono formula-
te dallo scolastico medievale Tommaso
d'Aquino. Secondo questa teoria, lo Sta-
to è di origine divina. Rappresentando
dio sulla Terra, esso è al di sopra delle
classi sociali, le raggruppa in un tutt'u-
no ed esercita in questa totalità, consa-
crata da dio, il suo potere. Dato che il
potere statale deriva da dio – dichiara-
no i fautori della data teoria – lo Stato
deve essere rispettato.
Il carattere reazionario di questa teoria
è evidente. I suoi autori cercano di in-
culcare ai lavoratori l'idea che lo Stato
borghese sta al di sopra delle classi, che
esso esprime e difende gli interessi di
tutti i membri della società e, tenendo
presente la sua natura divina, è neces-
sario rispettarlo, sottostare a tutte le
sue ingiunzioni, ecc.
I seguaci di un'altra teoria, quella pa-
triarcale, affermano che lo Stato sareb-
be sorto in seguito allo sviluppo della
famiglia, la quale si sarebbe trasforma-
ta prima in gens, poi in tribù e infine in
Stato. In tal modo, il potere statale non
h null'altro che il potere paterno, è ve-
ro, modificato. E l'atteggiamento del
padre, come è noto, è eguale nei riguar-
di di tutti i membri della famiglia, lui si
mostra pieno di sollecitudine paterna
per ciascuno di essi.
La teoria patriarcale del sorgere e
dell'essenza dello Stato è, secondo Le-
nin, “una sciocchezza puerile”144. Essa è
in stridente contrasto con il vero stato
di cose. La famiglia non è affatto la cel-
lula primaria della società umana, essa
apparve più tardi, in una determinata
fase di sviluppo della società. In un
primo tempo gli uomini vivevano rag-
gruppati in gentes e addirittura in tribù
e solo in seguito, in forza lello sviluppo
economico, in particolare grazie all'in-
venzione degli strumenti di lavoro che
permettevano di lavorare per conto
proprio, sorsero e si separarono dalla
gens e dalla tribù le famiglie. Lo Stato è
fondato non sui vincoli di sangue degli

144 V. I. Lenin, op. cit., vol. 1, p. 150.


individui ma su base territoriale. Sono
considerati cittadini di questo о quello
Stato tutti gli individui che risiedono
sul suo territorio, indipendentemente
dal luogo di nascita.
È assai diffusa anche una teoria secon-
do cui lo Stato è sorto in seguito al con-
tratto sociale stipulato fra gli uomini
nel lontano passato. Alla base dell'ori-
gine dello Stato, secondo il parere dei
fautori di questa teoria (Spinoza, Hob-
bes, Locke, Rousseau, ed altri), fu l'aspi-
razione degli uomini a prevenire l'osti-
lità reciproca, a regolare e a facilitare i
rapporti fra di loro. Creando lo Stato, gli
uomini gli concessero in base ad un
contratto sociale una parte dei loro di-
ritti e lo incaricarono di proteggere la
loro libertà.
Questa teoria nel periodo in cui sorse
(XVII-XVIII secoli) aveva un ruolo pro-
gressivo in quanto rivendicava l'origine
terrena dello Stato e il diritto di modifi-
carlo se esso incominciava a sottrarsi
all'adempimento delle sue mansioni: la
salvaguardia della libertà di tutti i cit-
tadini. Ma nelle sue linee generali que-
sta teoria è antiscientifica. Nessuno mai
concluse un contratto che avesse per
scopo la creazione dello Stato. Anche se
molti seguaci della data teoria ammet-
tevano apertamente che in realtà non vi
fu mai un atto del genere e che essi
avanzavano l'idea del contratto sociale
solo come argomento teorico per spie-
gare l'essenza del potere statale e la so-
vranità del popolo, il contratto non può
servire neppure da argomento del ge-
nere in quanto rappresenta in questo
caso un fenomeno che dipende dalla
coscienza degli uomini che lo promuo-
vono. In realtà le cause del sorgere del-
lo Stato risiedono non nella sfera della
coscienza, ma nelle condizioni materiali
della vita degli uomini, le quali sorgono
indipendentemente dalla loro coscien-
za.
Molti sociologi borghesi spiegano l'ori-
gine dello Stato con la violenza. Secon-
do loro, lo Stato sorse in seguito all'as-
soggettamento di una tribù о di un po-
polo da parte di un altro. I vincitori si
impadroniscono dei beni dei vinti e in-
cominciano a governarli con l'ausilio di
un apposito apparato. Ecco, ad esem-
pio, come spiega la comparsa dello Sta-
to uno dei fautori della teoria della vio-
lenza, K. Kautsky. “Una vittoriosa tribù
– egli scrive – assoggetta la tribù vinta,
si appropria anche di tutte le loro terre
e poi costringe la tribù vinta a lavorare
sistematicamente per i vincitori, a pa-
gare loro i tributi о le imposte… L'appa-
rato di coercizione che il vincitore im-
pone al vinto diventa Stato”145
La data teoria dell'origine dello Stato
non rispecchia il vero stato di cose. La
sola violenza non è capace di creare lo
Stato. Perché possa esistere un partico-

145Karl Kautsky, Die materialistische Geschichtsauf-


fassung, Bd. 2. Berlin, 1929, S. 82.
lare gruppo armato di individui chia-
mato ad esercitare la violenza sistema-
tica sulla popolazione, sono necessari
determinati beni materiali che giunga-
no sistematicamente a disposizione di
questi individui. Ma non è possibile
crearli con la sola violenza. Occorrono
per ciò le rispettive condizioni econo-
miche, in particolare i mezzi di lavoro
che di mezzi di sussistenza permettono
di produrne più di quanto è necessario
ai produttori. La violenza, però, non ha
alcun rapporto con la comparsa di tali
condizioni.
Vari sociologi borghesi tentano di spie-
gare la necessità dello Stato con le pro-
prietà psichiche degli uomini. Essi di-
chiarano che per le loro caratteristiche
gli uomini si dividono in due gruppi
diametralmente opposti. Gli uni sono
forti, volitivi, dominati dalla sete di agi-
re, gli altri sono deboli di carattere,
passivi, assolutamente inadatti alla vita.
I primi hanno bisogno dei guidati, degli
individui che dovrebbero essere orga-
nizzati, costretti ad agire, i secondi
hanno bisogno dei dirigenti senza i qua-
li essi non sarebbero capaci non solo di
agire ma anche di esistere. Questi due
gruppi di individui, secondo i fautori
del dato punto di vista, si uniscono e
formano lo Stato, in cui i primi acqui-
stano il potere e costringono i secondi
ad adempiere determinate mansioni.
Questa teoria, cosiddetta psicologica, è
oggi largamente utilizzata da alcuni so-
ciologi borghesi per giustificare il pote-
re dei magnati del capitale. Gli ideologi
della borghesia imperialistica sottoli-
neano costantemente che senza grandi
e forti personalità che indirizzino la po-
litica dello Stato e organizzino e svilup-
pino la produzione, la popolazione non
potrebbe esistere, essa morirebbe di
fame per assenza di iniziativa, a causa
della propria passività e della propria
inettitudine. Ma la vita smentisce que-
sta teoria. Nei paesi socialisti è stato li-
quidato il potere dei magnati del capita-
le, ma i lavoratori, nel corso di alcuni
decenni, hanno raggiunto un tale livello
di sviluppo della produzione per rag-
giungere il quale era occorso ai paesi
capitalistici un periodo di tempo molte
volte più lungo.
La teoria psicologica dello Stato è per la
sua sostanza una teoria idealistica, in
quanto considera i fattori psichici la
causa prima del sorgere dello Stato. Ma
questi ultimi non sono i fattori deter-
minanti né nella società nel suo insieme
né nella vita dei singoli individui.
Quindi, le teorie da noi esaminate dello
Stato presentano questo difetto: esse
cercano l'origine dello Stato non nella
sfera economica della vita sociale ma
nel mondo trascendentale о nelle azioni
soggettive, psichiche degli uomini.
Per la prima volta una spiegazione
scientifica dell'origine e dell'essenza
dello Stato è stata fornita solo dal mate-
rialismo storico.
3. L'ORIGINE E L'ESSENZA DELLO STATO

Secondo il materialismo storico, lo Sta-


to non è esistito sempre, esso è sorto in
un determinato stadio di sviluppo della
società, e precisamente quando la so-
cietà si è divisa in classi: gli sfruttatori e
gli sfruttati. La società primitiva, dove
dominavano il lavoro collettivo, la pro-
prietà sociale dei mezzi di produzione e
i rapporti di collaborazione e di mutua
assistenza, nulla sapeva né delle classi
né dello Stato. I rapporti fra gli indivi-
dui, gli obblighi di lavoro e tutti gli altri
lati della vita sociale erano qui regolati
dalle usanze e dalle tradizioni che si
trasmettevano di generazione in gene-
razione. Le cariche sociali erano eletti-
ve, gli individui che le ricoprivano pog-
giavano nella loro attività esclusiva-
mente sull'autorità e sul rispetto di cui
godevano fra la popolazione, fra i
membri della comunità о della gens.
Con l'apparire delle classi la situazione
cambia sostanzialmente. La società si
divide sempre di più in gruppi con inte-
ressi diametralmente opposti, uno dei
quali incomincia a vivere approprian-
dosi del lavoro di un altro gruppo. Sor-
ge un'accanita e irriconciliabile lotta di
classe tra sfruttatori e sfruttati, lotta
che incomincia a minacciare l'esistenza
stessa della società. In queste condizio-
ni sorge il bisogno di un determinato
apparato di coercizione, servendosi del
quale si potrebbe soffocare sistemati-
camente la resistenza degli sfruttati e
mantenere così la lotta di classe in de-
terminati limiti, nei limiti dell'“ordine”
necessario per il funzionamento e lo
sviluppo della società. Un tale apparato
che emana dalla società, ma che si pone
al di sopra di essa, apparato destinato a
difendere l'ordine gradito e vantaggio-
so alla classe economicamente domi-
nante, è per l'appunto lo Stato. La classe
economicamente dominante diventa
per mezzo suo anche politicamente
dominante e acquista nuovi mezzi per
tener sottomessa e per sfruttare la clas-
se oppressa146.
Lo Stato, in tal modo, rappresenta uno
strumento nelle mani della classe do-
minante per reprimere e opprimere i
lavoratori, le masse sfruttate.
Uno dei più importanti segni distintivi
dello Stato è la divisione dei cittadini
secondo il territorio. Nelle condizioni
delle unioni gentilizie i membri della
società erano tenuti insieme da vincoli
di sangue. È solo con l'apparire della
proprietà privata e dello scambio che le
gentes e le tribù si mescolano, prepa-
rando il terreno al raggruppamento de-
gli uomini in base al principio territo-
riale, sulla base del domicilio.
Un altro segno distintivo dello Stato è
l'istituzione di una forza pubblica. Nelle
condizioni della società gentilizia que-
sta forza coincideva direttamente con la
popolazione. La popolazione stessa
proteggeva gli ordinamenti sorti da se-

146 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere scelte, cit pp. 1067-1068.
coli, puniva i trasgressori, costringen-
doli a rispettare le esistenti norme di
condotta. Nello Stato, invece, il potere si
separa dalla popolazione, si pone al di
sopra di essa e si contrappone ad essa
nella forma di particolari gruppi di in-
dividui che hanno a loro disposizione
distaccamenti armati, prigioni e istituti
di pena di ogni genere.
Infine, è caratteristico dello Stato l'esa-
zione delle imposte che gli assicurano i
beni materiali necessari per il mante-
nimento degli individui che esercitano
il potere.
In quanto per la sua natura intrinseca
lo Stato fondato sullo sfruttamento è
uno strumento di oppressione e di re-
pressione degli sfruttati, di salvaguar-
dia di quei rapporti fra gli uomini che
sono graditi e vantaggiosi agli sfrutta-
tori, la funzione di repressione è la sua
funzione principale. Tutto il suo mec-
canismo, tutti i suoi organi sono strut-
turati in modo da stroncare le azioni
degli sfruttati volte contro gli sfruttato-
ri, da stroncarle sin dall'inizio о in quel
momento quando diventano pericolose
per gli sfruttatori.
Realizzando la repressione fisica dei la-
voratori, lo Stato sfruttatore adempie
anche la funzione di repressione spiri-
tuale della popolazione. Esso dispone di
una estesa rete delle istituzioni ideolo-
giche, compresa la Chiesa, le quali pro-
pagandano le idee, le concezioni, i prin-
cìpi morali che esprimono gli interessi
della classe dominante. Inoltre, lo Stato
interviene, quando ciò è vantaggioso al-
la classe dominante e in un grado van-
taggioso a quest'ultima, nella vita eco-
nomica e influisce sul suo sviluppo.
Questa tendenza è diventata partico-
larmente manifesta all'epoca dell'impe-
rialismo, quando lo Stato, essendo al
servizio dei grandi monopoli, si ingeri-
sce nell'interesse di questi ultimi nella
soluzione di questi о quei problemi
economici.
Lo Stato adempie anche la funzione
esterna. Non è la sua funzione principa-
le ma è necessaria per realizzare gli in-
teressi della classe dominante. Esso di-
fende il suo paese dagli attentati da
parte degli altri Stati, conduce le guerre
per conquistare nuovi territori e nuove
sfere d'influenza, prende parte alla so-
luzione dei problemi politici ed econo-
mici internazionali, sempre nell'inte-
resse della classe dominante.
La funzione esterna dello Stato è stret-
tamente legata alle funzioni interne, es-
sa persegue uno stesso scopo, quello di
salvaguardare gli interessi della classe
dominante all'interno del paese e nelle
relazioni con gli altri paesi.
4. I TIPI E LE FORME DI STATO

Dopo essere sorto, lo Stato non è rima-


sto immutato, ma è andato evolvendosi
in seguito allo sviluppo delle forze pro-
duttive e dei rapporti di produzione.
Nel corso della storia la struttura dello
Stato e la sua essenza hanno subito no-
tevoli mutamenti. Tenendo presenti
questi mutamenti, il materialismo sto-
rico distingue i tipi e le forme di Stato.
Il tipo di Stato è determinato dalla clas-
se che detiene il potere statale e dai
rapporti di produzione che difende e
consacra lo Stato.
Il materialismo storico distingue i tre
tipi di Stato sfruttatore e un tipo di Sta-
to socialista. Del novero degli Stati
sfruttatori fanno parte lo Stato schiavi-
stico, che rappresenta la dittatura dei
padroni di schiavi chiamata a protegge-
re la proprietà privata dei padroni di
schiavi e a reprimere gli schiavi; lo Sta-
to feudale, che è uno strumento nelle
mani dei signori feudali per reprimere i
contadini; lo Stato capitalistico, che
esprime gli interessi della borghesia e
che reprime il proletariato e gli altri
strati di lavoratori.
La forma di Stato indica come è organiz-
zato l'esercizio del potere statale. Per
forma di Stato si intende prima di tutto
la forma di governo. A seconda della
forma di governo gli Stati si dividono in
Stati monarchici e repubblicani. Fra gli
Stati repubblicani si distinguono la re-
pubblica aristocratica e la repubblica
democratica.
Definendo le forme di Stato, Lenin
scrisse: “La monarchia come potere di
una sola persona; la repubblica, dove
ogni potere è elettivo; l'aristocrazia
come potere di una minoranza relati-
vamente esigua; la democrazia come
potere del popolo (democrazia, nella
traduzione letterale dal greco, significa
appunto: potere del popolo)»147.
Uno stesso tipo di Stato può esistere e
manifestarsi nelle forme più diverse.
Così, ad esempio, lo Stato schiavistico
esisteva e nella forma di monarchia e
nella forma di repubblica, sia aristocra-
tica che democratica. Le repubbliche e

147V. I. Lenin, op. cit. vol. 29, p. 439.


le monarchie esistevano anche sotto il
feudalesimo, esse esistono anche sotto
il capitalismo.
La forma di Stato è di determinata im-
portanza per la caratteristica di questo
о quel potere. Ma essa non caratterizza
l'essenza dello Stato. L'essenza dello
Stato è determinata dal tipo di Stato,
cioè, bisogna vedere la dittatura di qua-
le classe è questo о quel potere. Ad
esempio, nonostante la molteplicità
delle forme, gli Stati schiavistici aveva-
no una stessa essenza. Di essi era carat-
teristico che gli schiavi non soltanto
non erano considerati cittadini ma
neanche esseri umani. La legge romana
li considerava degli oggetti. La legge
sull'omicidio, senza parlare delle altre
leggi per la difesa della personalità
umana, non riguardava gli schiavi. Essa
difendeva soltanto i padroni quali unici
cittadini ai quali si riconoscevano pieni
diritti148.
Queste considerazioni valgono sia per
la società borghese che per la società
socialista. Nonostante tutta la moltepli-
cità delle forme di Stato borghese, la
sua essenza è la stessa: tutti gli Stati
borghesi sono la dittatura della borghe-
sia. Per quel che concerne lo Stato so-
cialista, esso, essendo la dittatura del
proletariato, esistette nella forma della
Comune di Parigi, esiste oggi nella for-
ma della Repubblica dei Soviet, nonché
nella forma di democrazia popolare.
Se si tengono presenti il tipo e la forma
di Stato, ciò permette di orientarsi giu-
stamente nel caratterizzare questo о
quello Stato, nel mettere in luce la sua
natura di classe.
5. LE PECULIARITÀ DELLO STATO SOCIALISTA

Ogni tipo di Stato è legato alla rispettiva


formazione economico-sociale e rap-

148 V. I. Lenin, op. cit. vol. 29, p. 439.


presenta un determinato grado nello
sviluppo dell'organizzazione politica
della società. Nel corso dello sviluppo
sociale la macchina statale passava dal-
le mani di una classe sfruttatrice nelle
mani di un'altra, rimanendo sempre
uno strumento di repressione e di op-
pressione dei lavoratori. Così è stato fi-
no a quando non si è presentato nell'a-
rena storica il proletariato, classe che è
interessata alla soppressione dello
sfruttamento dell'uomo sull'uomo e che
è capace di farsi seguire, in forza della
sua condizione economica, da tutti i la-
voratori.
A differenza delle classi sfruttatrici il
proletariato, impossessandosi nel corso
della rivoluzione socialista del potere
statale, non può riprendere la vecchia
macchina statale e metterla in moto,
poiché essa è adatta solo a reprimere i
lavoratori e a difendere gli interessi de-
gli sfruttatori, mentre il proletariato si
pone il compito di liquidare lo sfrutta-
mento e di difendere gli interessi dei
lavoratori. Perciò il proletariato demo-
lisce la vecchia macchina statale e ne
crea una nuova che realizza la sua ditta-
tura e risponde agli interessi dei lavora-
tori.
Lo Stato è necessario al proletariato per
risolvere i compiti connessi alla tra-
sformazione della società capitalistica
in quella socialista. Uno di questi com-
piti è la repressione degli sfruttatori,
che dopo il loro abbattimento conti-
nuano a lottare contro il proletariato e
le trasformazioni sociali attuate da que-
st'ultimo, possiedono il capitale, lo spi-
rito d'organizzazione e le rispettive co-
gnizioni, mantengono saldi legami con
la borghesia internazionale e con l'ele-
mento piccolo-borghese spontaneo
all'interno del paese.
Perciò, reprimendo la resistenza della
borghesia, il proletariato deve unire
tutta la massa dei lavoratori e i ceti pic-
colo-borghesi intorno a sé, organizzarli
e attirarli alla lotta per il socialismo, per
trasformare in senso socialista tutta la
vita sociale, per organizzare una grande
produzione socialista e per creare su
questa base le premesse della soppres-
sione delle classi. “Per vincere, per
creare e consolidare il socialismo, il
proletariato – scriveva Lenin – deve as-
solvere un duplice compito: deve in-
nanzitutto attrarre, col suo eroismo
senza riserve, nella lotta rivoluzionaria
contro il capitale tutta la massa dei la-
voratori e degli sfruttati, attrarla, orga-
nizzarla e dirigerla per abbattere la
borghesia e reprimere qualsiasi sua re-
sistenza; in secondo luogo, il proletaria-
to deve trascinare dietro di sé l'intera
massa dei lavoratori e degli sfruttati,
nonché tutti gli strati piccolo-borghesi,
sulla via della nuova edificazione eco-
nomica, sulla via della creazione di un
nuovo rapporto sociale, di una nuova
disciplina del lavoro, di una nuova or-
ganizzazione del lavoro, che combini
l'ultima parola della scienza e della tec-
nica capitalistica con l'unione dei lavo-
ratori coscienti, artefici della grande
produzione socialista”149.
Ma senza lo Stato, senza l'instaurazione
della propria dittatura il proletariato
non può risolvere questi compiti, non
può attuare il passaggio dal capitalismo
al socialismo. Sottolineando la necessi-
tà dello Stato della dittatura del prole-
tariato in questo periodo, Marx faceva
notare: “Tra la società capitalistica e la
società comunista vi è il periodo della
trasformazione rivoluzionaria dell'una
nell'altra. Ad esso corrisponde anche
un periodo politico di transizione, il cui
Stato non può essere altro che la ditta-
tura rivoluzionaria del proletariato”150.
Lo Stato della dittatura del proletariato
differisce radicalmente dagli Stati fon-
dati sullo sfruttamento. Gli ultimi
esprimono gli interessi della minoranza

149 V. I. Lenin, Op. cit., vol. 29, pp 386-387.


150 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere scelte, cit., p. 970
rappresentata dagli sfruttatori e sono
utilizzati da essi per reprimere la mag-
gioranza: i lavoratori. Lo Stato proleta-
rio invece esprime gli interessi di tutti i
lavoratori, cioè della schiacciante mag-
gioranza della popolazione del paese,
ed è diretto contro la minoranza: gli
sfruttatori.
Inoltre, lo Stato sfruttatore è un organo
di violenza, mentre la dittatura del pro-
letariato non è tanto uno strumento di
violenza quanto un'organizzazione
tramite la quale la classe operaia dirige
i contadini e gli altri strati di lavoratori,
favorisce il loro passaggio volontario
sulle posizioni del socialismo. La ditta-
tura del proletariato, in tal modo, è di-
retta contro gli sfruttatori, essa è amica
dei lavoratori, in particolare dei conta-
dini, li aiuta nella lotta per la liberazio-
ne dallo sfruttamento e per il raggiun-
gimento di un più alto livello di vita. “Lo
Stato operaio – scriveva Lenin – è il
nemico implacabile del grande proprie-
tario fondiario e del capitalista… ” e
“l'unico fedele amico e sostenitore dei
lavoratori e dei contadini”151.
Distinguendosi per la sua essenza da
qualsiasi altra, la dittatura del proleta-
riato incarna anche un tipo nuovo, su-
periore, di democrazia. A differenza
della democrazia borghese che in tutti i
paesi capitalistici è nei fatti una demo-
crazia per gli sfruttatori, la democrazia
socialista è una democrazia per i lavo-
ratori, per la schiacciante maggioranza
del popolo. Con la dittatura del proleta-
riato il centro di pravità si sposta dal ri-
conoscimento formale delle libertà
[come avviene nel mondo capitalistico)
all'esercizio effettivo ielle libertà da
parte dei lavoratori.
È solo con l'istaurazione della dittatura
del proletariato che, ad esempio, la li-
bertà di stampa proclamata dalle costi-
tuzioni borghesi diventa realtà per i la-

151 V. I. Lenin, op cit., vol. 29, p. 513.


voratori, in quanto qui giornali, le rivi-
ste, le case editrici e le tipografie sono
nelle nani dello Stato e quindi dei lavo-
ratori. Non vi è nulla di simile nei paesi
capitalistici dove la stampa è nelle mani
del capitale. Lenin scriveva: “Per con-
quistare l'uguaglianza effettiva e la de-
mocrazia reale per i lavoratori, per gli
operai: i contadini, bisogna prima to-
gliere al capitale la possibilità di assol-
dare gli scrittori, di comprare le case
editrici e di corrompere i giornali… ”152.
A differenza degli Stati sfruttatori dove
le masse lavoratrici vengono estraniate
mediante sotterfugi di ogni genere alla
partecipazione alla vita politica, lo Stato
socialista è basato sull'inserimento co-
stante e sistematico delle larghe lasse
lavoratrici nell'opera di soluzione dei
problemi statali, nell'opera di direzione
del paese. Caratterizzando la data pecu-
liarità dello Stato socialista, L. I. Brezh-

152 V. I. Lenin, op cit. vol. 28, p. 464.


nev nel Rapporto d'attività del CC del
PCUS al XXV Congresso ha dichiaro: “…
Un'autentica democrazia non è possibi-
le senza socialismo, così come il sociali-
smo non è possibile senza η continuo
sviluppo della democrazia”153.
Sorto in seguito alla vittoria della rivo-
luzione socialista per reprimere gli
sfruttatori e per dirigere la costruzione
del socialismo, lo Stato della dittatura
del proletariato subisce nel corso
dell'attuazione delle trasformazioni so-
cialiste una serie di mutamenti e, una
volta adempiuta la sua missione storica
con la costruzione del socialismo e con
l'ingresso nello stadio dell'edificazione
su tutta la linea della società comunista,
si trasforma nello Stato di tutto il popo-
lo.
A differenza della dittatura del proleta-
riato, la quale adempiva ancora la fun-
zione di repressione delle classi sfrutta-

153 L. I. Brezhnev, op. cit., p. 138.


trici rovesciate, lo Stato di tutto il popo-
lo non esercita già la violenza di classe.
Con la vittoria del socialismo le classi
sfruttatrici si liquidano e quindi la fun-
zione di repressione si estingue. La dit-
tatura del proletariato esprimeva gli in-
teressi della classe operaia e delle mas-
se lavoratrici. A differenza di ciò lo Sta-
to di tutto il popolo esprime gli interes-
si di tutta la società, è l'incarnazione
dell'unità del popolo, unità determinata
dal dominio della proprietà socialista
dei mezzi di produzione, dall'unico mo-
do di produzione socialista.
Anche se lo Stato di tutto il popolo si di-
stingue sostanzialmente dallo Stato del-
la dittatura del proletariato, essi sono
strettamente legati tra di loro e hanno
molte caratteristiche in comune. Lo Sta-
to di tutto il popolo sorge dalla dittatu-
ra del proletariato, si sviluppa appli-
cando coerentemente i suoi princìpi.
Quei momenti che costituiscono l'es-
senza dello Stato di tutto il popolo:
esprimere e difendere gli interessi dei
lavoratori, guidarli nell'opera di costru-
zione di una nuova società senza classi,
sono caratteristici anche dello Stato
della dittatura del proletariato. Man
mano che si liquidano le classi sfrutta-
trici e le condizioni che generano lo
sfruttamento dell'uomo sull'uomo, la
funzione coercitiva, dittatoriale dello
Stato proletario comincia ad estinguer-
si, mentre le funzioni connesse alla
missione di esprimere e di salvaguar-
dare gli interessi di tutto il popolo si
rafforzano e in seguito diventano de-
terminanti. Da strumento di dominio di
classe lo Stato si trasforma in un organo
che esprime la volontà di tutto il popo-
lo.
Con lo sviluppo della dittatura del pro-
letariato e con la sua trasformazione in
Stato di tutto il popolo, il ruolo di guida
della classe operaia non scompare. An-
che nel periodo dell'edificazione su tut-
ta la linea del comunismo, nelle condi-
zioni della società socialista avanzata,
la classe operaia rimane la classe più
avanzata, organizzata e cosciente, clas-
se che esprime nel modo più coerente
gli ideali comunisti. Essa è legata alla
grande industria meccanica e a quella
forma di proprietà socialista di cui è ca-
ratteristico il massimo grado di socia-
lizzazione. Perciò la sua funzione di
guida in seno alla società si conserverà
fino a quando non sarà ultimata la co-
struzione del comunismo, fino a quan-
do non saranno liquidate definitiva-
mente le differenze di classe. Nelle pre-
cedenti tappe di sviluppo l'alleanza del-
la classe operaia e della classe contadi-
na e il ruolo di guida della classe ope-
raia in seno a questa alleanza si realiz-
zavano nella forma della dittatura del
proletariato. Ma l'alleanza operaio-
contadina non è identica alla dittatura
del proletariato e non rappresenta di
per se stessa la dittatura del proletaria-
to. Essa esisteva nella forma della ditta-
tura del proletariato nel periodo di re-
pressione degli sfruttatori, nel periodo
di trasformazione su basi socialiste del-
la vita sociale. Ma nelle condizioni della
vittoria completa e definitiva del socia-
lismo, in una situazione in cui le classi
sfruttatrici sono state liquidate e sono
diventate realtà la completa comunan-
za di interessi fondamentali della classe
operaia e dei contadini e la loro unità
politico-sociale e ideale, l'alleanza della
classe operaia t dei contadini non ha bi-
sogno della dittatura del proletariato;
essa può funzionare con successo anche
nelle condizioni dello Stato di tutto il
popolo.
La trasformazione della dittatura del
proletariato in Stato di tutto il popolo
porta non ad indebolire ma a rafforzare
lo Stato socialista, in quanto esso pog-
gia ora su una più solida base sociale,
sulle potenti forze produttive, sull'eco-
nomia socialista, il cui trionfo è comple-
to, sull'unità del popolo sovietico.
Rappresentando una tappa nuova, più
elevata, di sviluppo dello Stato sociali-
sta, lo Stato di tutto il popolo non è il
traguardo di questo sviluppo. Nel corso
del suo ulteriore sviluppo esso si tra-
sformerà gradualmente in autogoverno
sociale comunista: un'organizzazione
senza vesti statali per a direzione della
società, e così si estinguerà.
6. LE CONDIZIONI OGGETTIVE DELL'ESTINZIONE DELLO
STATO

Alcuni revisionisti collegano l'estinzio-


ne dello Stato con la fase socialista di
sviluppo della società, con la vittoria
della rivoluzione socialista. Il sociali-
smo non crea, però, le condizioni ogget-
tive per l'estinzione dello Stato. Qui non
è ancora possibile fare a meno dell'in-
tervento statale nella vita sociale, della
coercizione al livello dello Stato.
La necessità dello Stato nelle condizioni
del socialismo è determinata prima di
tutto dalle cause economiche, in parti-
colare dal livello di sviluppo non suffi-
cientemente alto della produzione, il
quale presuppone il controllo da parte
dello Stato sulla misura del lavoro e del
consumo.
Senza la direzione statale la società so-
cialista non potrà risolvere i grandiosi
compiti che si pone nell'opera di edifi-
cazione del comunismo, compiti che ri-
chiedono una disciplina eccezionale,
una pianificazione centralizzata, un so-
lo centro direttivo. Nelle condizioni del
socialismo ancora non tutti i membri
della società hanno imparato a rispet-
tare volontariamente le vigenti norme
di condotta. Perciò occorre che il potere
statale imponga il rispetto di queste
norme. Inoltre, lo Stato occorre anche
per difendere le conquiste socialiste
contro i nemici esterni.
Lo Stato può estinguersi solo nelle con-
dizioni del comunismo. Per la sua estin-
zione è necessaria prima di tutto la
completa scomparsa delle classi, il su-
peramento di tutte le differenze di clas-
se. “L'abolizione dello Stato – scriveva-
no Marx e Engels – i comunisti la con-
cepiscono solo nel senso che essa è il ri-
sultato necessario dell'abolizione delle
classi, insieme alle quali viene meno il
bisogno stesso della forza organizzata
di una classe per tenere sottomesse le
altre classi”154.
Per l'estinzione completa dello Stato è
necessario un grado di sviluppo della
produzione dei beni materiali che per-
metta di soddisfare i bisogni di tutti gli
individui e di applicare il principio: “da
ciascuno secondo le sue capacità, a cia-
scuno secondo i suoi bisogni”.
Infine, una delle premesse più impor-
tanti dell'estinzione dello Stato è l'alto
grado di sviluppo della cultura e della
coscienza dei membri della società,
grado con cui il lavoro per la società di-
venta l'esigenza di ogni organismo sano
e tutti gli uomini rispettano volonta-
riamente tutte le norme della conviven-

154 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere, vol. 7, p. 303. Ed russa.


za e si rende superflua qualsiasi misura
di costrizione.
Oltre a queste condizioni interne della
scomparsa dello Stato esistono anche le
condizioni esterne: liquidazione del ca-
pitalismo in tutti i paesi, vittoria del so-
cialismo e del comunismo su scala
mondiale. È solo in questo caso che
scomparirà il pericolo di un'aggressio-
ne armata, pericolo che comporta la ne-
cessità dell'esercito, degli organi di si-
curezza e delle altre istituzioni statali
preposte all'adempimento della funzio-
ne esterna dello Stato.
L'estinzione dello Stato socialista av-
verrà gradualmente, rafforzando il ruo-
lo delle organizzazioni sociali, attirando
un sempre maggiore numero di lavora-
tori alla direzione della società, esten-
dendo il controllo popolare e trasfe-
rendo le funzioni dello Stato, l'una dopo
l'altra, alle organizzazioni sociali. Nel
corso di questo processo lo Stato socia-
lista andrà trasformandosi in autogo-
verno sociale comunista.
CAPITOLO 14: LA RIVOLUZIONE SOCIALE

1. LA RIVOLUZIONE SOCIALE COME FORMA DI PASSAG-


GIO DA UNA FORMAZIONE ECONOMICO-SOCIALE DI
CLASSE ALL'ALTRA

La rivoluzione sociale è un rivolgimen-


to nel corso del quale avviene il passag-
gio dalla formazione economico-sociale
storicamente superata ad un altra, più
progressiva.
La rivoluzione sociale non è alcunché di
casuale nello sviluppo sociale. È una
conseguenza ineluttabile dell'acuirsi
delle contraddizioni che si sviluppano
nel quadro del modo di produzione
dominante. Nel corso di essa trova so-
luzione il conflitto fra le nuove forze
produttive e i rapporti di produzione
invecchiati. Le forze progressive aspi-
rano a modificare i rapporti di produ-
zione invecchiati, ma questi ultimi co-
stituiscono la base del dominio della
classe reazionaria. Perciò essa oppone
resistenza appoggiandosi soprattutto
sull'apparato statale che dispone dei
mezzi di repressione. Quindi, per modi-
ficare i rapporti di produzione invec-
chiati, è necessario estraniare dal pote-
re la classe legata a questi rapporti di
produzione, cioè è necessario compiere
la rivoluzione.
Il passaggio del potere statale da una
classe ad un altra è il primo segno, la
caratteristica principale, fondamentale
di una rivoluzione. Proprio questo mo-
mento distingue la rivoluzione sociale
da ogni sorta di putsch, di rivolgimenti
al vertice, che non intaccano le basi del
dominio di questa о quella classe e por-
tano solo alla sostituzione delle perso-
ne che sono al potere.
Lenin così definì il lato politico della ri-
voluzione: “… la rivoluzione non è altro
che la demolizione delle vecchie sovra-
strutture e l'azione autonoma delle va-
rie classi che tendono, ognuna a modo
suo, a creare una nuova sovrastruttu-
ra”2.
Senonché la rivoluzione non si esauri-
sce con il passaggio del potere nelle
mani della classe progressiva. La rivo-
luzione sociale presuppone dei muta-
menti radicali non solo in campo politi-
co ma anche in tutti gli altri campi della
vita sociale, in particolare nell'econo-
mia, nell'ideologia, nella psicologia so-
ciale, ecc. Nel corso di una rivoluzione
sociale si ristrutturano, si rinnovano
tutto l'organismo sociale, tutto il siste-
ma dei rapporti sociali e delle rispettive
istituzioni.
Sottolineando il ruolo decisivo della ri-
voluzione nel passaggio da una forma-
zione economico-sociale all'altra, il ma-
terialismo storico non nega il ruolo nel-
lo sviluppo sociale anche dei processi
evolutivi che condizionano determinati
mutamenti progressivi nel quadro di
una stessa formazione economico-
sociale. Però, a differenza dei riformisti
che considerano la forma evolutiva di
sviluppo come forma fondamentale del
progresso sociale, come via per passare
da una formazione economico-sociale
ad un'altra, più perfetta, per il materia-
lismo storico la forma evolutiva di svi-
luppo è una forma collaterale, capace,
si, di portare a questi о quei mutamenti
qualitativi nel quadro di una stessa es-
senza, ma incapace di assicurare il pas-
saggio ad un nuovo sistema sociale, ad
una nuova formazione economico-
sociale. Per il passaggio da un ordina-
mento sociale storicamente superato
ad un nuovo, più elevato, è necessaria
la rivoluzione, poiché solo essa demoli-
sce radicalmente le esistenti forme so-
ciali e trasforma tutti i lati della vita so-
ciale. Non per caso i comunisti presen-
tano la rivoluzione come una via per
passare dal capitalismo al socialismo.
Ciò non significa certo che essi siano
contrari all'utilizzazione di queste о
quelle forme evolutive, in particolare
delle riforme. Essi non negano affatto le
riforme e la necessità di lottare per es-
se.
2· LE PREMESSE OGGETTIVE E SOGGETTIVE DELLA RI-
VOLUZIONE SOCIALE

Base economica della rivoluzione socia-


le è il conflitto tra le nuove forze pro-
duttive e i rapporti di produzione in-
vecchiati che diventano un freno all'ul-
teriore sviluppo delle forze produttive
e, quindi, al progresso sociale. Proprio
questo conflitto spinge, in ultima istan-
za, le forze progressive della società al-
la lotta per la trasformazione degli or-
dinamenti sociali, dei rapporti di pro-
duzione, lotta che in una determinata
tappa del suo sviluppo sfocia nella rivo-
luzione. Ma il suddetto conflitto è lungi
dall'essere sufficiente perché scoppi
una rivoluzione sociale. La contraddi-
zione tra le forze produttive e i rapporti
di produzione non comporta automati-
camente la rivoluzione. Per la rivolu-
zione sociale è necessario che questa
contraddizione provochi una situazione
rivoluzionaria, premessa oggettiva di
questa rivoluzione.
Lenin considerava come sintomi di una
situazione rivoluzionaria i seguenti fat-
tori: (1) il sorgere di una situazione in
cui non solo gli strati inferiori non vo-
gliano ma anche gli strati superiori non
possano vivere come per il passato; (2)
un aggravamento, maggiore del solito,
dell'angustia e della miseria delle mas-
se oppresse; (3) uno straordinario au-
mento dell'attività delle masse, le quali
in un periodo pacifico si lasciano de-
predare tranquillamente, ma in tempi
burrascosi avanzano decisamente le lo-
ro rivendicazioni155.
Da esempio di situazione rivoluzionaria
può servire la situazione in Russia alla
vigilia della rivoluzione del 1905. Que-
sta rivoluzione, come è noto, era prece-
duta da una crisi di tutto il popolo. Il
governo zarista si era impantanato in
contraddizioni di ogni sorta e si era ri-
velato incapace di risolvere i compiti

155 V. I. Lenin, op. cit., vol. 21, p. 191.


che si ponevano di fronte alla Russia in
relazione alla necessità di sviluppare i
rapporti capitalistici nel paese. Ma esso
comprendeva perfettamente che la si-
tuazione non poteva rimanere quella di
prima, che bisognava fare qualcosa. Gli
strati inferiori, schiacciati dalla miseria,
pure non volevano vivere come per il
passato.
Quindi, per la rivoluzione occorre una
situazione rivoluzionaria. Ma anche es-
sa non basta per lo scoppio di una rivo-
luzione. La rivoluzione non nasce da
tutte le situazioni rivoluzionarie ma so-
lo da quelle situazioni in cui alle so-
praindicate premesse oggettive si ag-
giungono determinati fattori soggettivi
e precisamente: la capacità della classe
rivoluzionaria di compiere azioni rivo-
luzionarie di massa sufficientemente
forti per poter spezzare о almeno incri-
nare il vecchio governo che, anche in un
periodo di crisi, non “cadrà” mai se non
“si farà cadere”, l'esistenza di un partito
politico rivoluzionario capace di guida-
re queste azioni.
La situazione rivoluzionaria sorge
spontaneamente. Essa è sempre il risul-
tato dell'acuirsi della lotta di classe e
della concatenazione di numerosi fatto-
ri diversi che sorgono in un periodo di
crisi della data formazione economico-
sociale.
3. IL CARATTERE E LE FORZE MOTRICI DELLA RIVOLU-
ZIONE SOCIALE

Il carattere di una rivoluzione sociale è


determinato dai compiti concreti che è
chiamata a risolvere, dai risultati che si
ottengono nel corso della sua attuazio-
ne. Se la rivoluzione è chiamata a sosti-
tuire ai rapporti di produzione feudali
quelli capitalistici e ad assicurare il
dominio della borghesia, è una rivolu-
zione borghese. Se il compito fonda-
mentale della rivoluzione è di soppri-
mere la proprietà privata capitalistica e
di trasformare i mezzi di produzione in
proprietà sociale, socialista, se ha per
scopo l'istaurazione della dittatura del
proletariato e il passaggio al socialismo,
è una rivoluzione socialista.
Per quel che riguarda le forze motrici
della rivoluzione sociale, si presentano
come tali quelle classi che la compiono.
Ad esempio, alle rivoluzioni volte con-
tro gli ordinamenti sociali feudali par-
tecipavano la borghesia, i contadini, la
piccola borghesia urbana (artigiani,
piccoli commercianti) e persino il pro-
letariato. Tutte queste classi, a seconda
delle circostanze, possono presentarsi
come forze motrici della rivoluzione.
La partecipazione attiva delle classi la-
voratrici alla rivoluzione borghese, par-
tecipazione accompagnata dalla pre-
sentazione di particolari rivendicazioni
che lasciano un'impronta sull'anda-
mento della rivoluzione, trasforma
queste rivoluzioni in rivoluzioni popo-
lari о democratico-borghesi. Queste ul-
time sono contraddistinte da un carat-
tere più deciso delle azioni rivoluziona-
rie e da una maggiore coerenza nell'at-
tuazione delle trasformazioni rivolu-
zionarie.
4. LA RIVOLUZIONE SOCIALISTA

a. L'essenza e le peculiarità della rivoluzione so-


cialista
La rivoluzione socialista è un salto qua-
litativo in seguito al quale si compie il
passaggio dalla formazione economico-
sociale capitalistica a quella socialista.
Base economica della rivoluzione socia-
lista è la contraddizione tra il livello di
sviluppo delle forze produttive raggiun-
to nel quadro del modo di produzione
capitalistico, da una parte, e i rapporti
di produzione capitalistici diventati un
intralcio all'ulteriore progresso della
produzione, dall'altra. Questa contrad-
dizione si manifesta nella forma della
sempre maggiore non corrispondenza
tra l'appropriazione privata capitalisti-
ca e il carattere sociale della produzio-
ne, conseguenza ineluttabile dell'im-
piego delle macchine, della meccaniz-
zazione dei processi produttivi. La data
non corrispondenza porta alle crisi
economiche che si ripetono periodica-
mente, all'utilizzazione del potenziale
produttivo al di sotto delle sue possibi-
lità, all'aumento dell'esercito dei disoc-
cupati, alle guerre per la ripartizione
del mondo, delle sfere d'influenza, alla
conquista di nuovi mercati, di fonti di
materie prime, ecc.
Tutto ciò aggrava il conflitto tra bor-
ghesia e proletariato, contribuisce ad
unire intorno al proletariato, che si bat-
te per la trasformazione su basi sociali-
ste della società, tutti i lavoratori, tutti
gli sfruttati.
Le forze motrici della rivoluzione socia-
lista sono il proletariato e le masse la-
voratrici non proletarie sfruttate dal
capitale. Il ruolo principale nella rivolu-
zione socialista è assolto dal proletaria-
to. Proprio esso è chiamato ad assolve-
re la missione storica di affossatore del-
la borghesia, ad eseguire la condanna
pronunciata dalla storia nei confronti
della proprietà privata capitalistica, a
trasformarla in proprietà sociale socia-
lista e a risolvere in tal modo la con-
traddizione tra le forze produttive e i
rapporti di produzione della società ca-
pitalistica. Privo dei mezzi di produzio-
ne, unito e organizzato dalle stesse
condizioni di lavoro, esso è una classe
coerentemente rivoluzionaria, capace
di farsi seguire dalle masse lavoratrici
non proletarie e dai ceti piccolo-
borghesi e di guidarli nel corso della ri-
voluzione socialista.
Scopo della rivoluzione socialista è la
conquista del potere politico, l'istaura-
zione della dittatura del proletariato e
la sua utilizzazione per reprimere gli
sfruttatori; la sostituzione dei rapporti
di produzione capitalistici e dei rappor-
ti propri alla piccola produzione mer-
cantile con i rapporti socialisti e, paral-
lelamente a ciò, la liquidazione della
possibilità di sfruttamento dell'uomo
sull'uomo; l'organizzazione di una
grande produzione socialista altamente
meccanizzata, capace di soddisfare i
crescenti bisogni delle masse lavoratri-
ci; l'elevamento del livello culturale del-
la popolazione che viene fatta parteci-
pare attivamente alla direzione del
paese, alla soluzione degli affari sociali,
e come risultato di tutto ciò, l'edifica-
zione della società socialista.
La rivoluzione socialista si distingue
radicalmente da tutte le precedenti ri-
voluzioni sociali.
Tutte le precedenti rivoluzioni facevano
salire al potere al posto di una classe
sfruttatrice un'altra. La rivoluzione so-
cialista assicura il dominio di una tale
classe che è chiamata a sopprimere lo
sfruttamento dell'uomo.
Tutte le precedenti rivoluzioni interve-
nendo contro una forma di proprietà
privata ne affermavano un'altra. La ri-
voluzione socialista sopprime ogni
proprietà privata e sostituisce ad essa
la proprietà sociale.
Nel corso delle precedenti rivoluzioni
sociali le classi che conquistavano il
dominio cercavano di consolidare la
posizione da esse già raggiunta, facen-
do accettare alla società le condizioni
che assicuravano il loro modo di ap-
propriazione, i rapporti economici sta-
bilitisi già prima della rivoluzione. Men-
tre il proletariato che giunge al potere
nel corso della rivoluzione socialista si
impossessa delle forze produttive so-
ciali solo modificando la propria condi-
zione sociale, solo abolendo il vigente
modo di appropriazione. “I proletari
non hanno nulla di proprio da salva-
guardare; essi hanno soltanto da di-
struggere tutte le sicurezze private e le
guarentigie private finora esistite”156.
Affermando e consacrando i rapporti
economici sorti in seno al vecchio ordi-

156 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere scelte, cit., pp. 302-303.
namento sociale, tutte le precedenti ri-
voluzioni si limitavano a distruggere
ciò che impediva a questi rapporti di
svilupparsi. La rivoluzione socialista
non si limita a distruggere ciò che è
vecchio, ciò che storicamente ha fatto il
suo tempo, essa è chiamata ad assolve-
re un compito costruttivo: creare nuove
forme di proprietà, nuovi rapporti di
produzione che non potevano sorgere
in seno alla vecchia società fondata sul-
la proprietà privata157.
Tutte le precedenti rivoluzioni che
esprimevano gli interessi degli sfrutta-
tori, cioè di una minoranza, e si riduce-
vano alla sostituzione del dominio di
una classe con il dominio di un'altra,
non potevano destare le masse lavora-
trici ad attività creativa. La rivoluzione
socialista si compie nell'interesse
dell'enorme maggioranza, perciò essa
associa ad un'opera attiva larghi strati

157 V. I. Lenin, op. cit., vol. 31, p. 400.


della popolazione: le masse dei lavora-
tori e degli sfruttati.
Infine, solo modificando la forma di
sfruttamento dei lavoratori, tutte le
precedenti rivoluzioni non potevano
assicurare la coesione di tutti gli strati
della società. Dopo la loro vittoria sem-
pre emergeva la contraddittorietà degli
interessi della classe salita al potere e
della schiacciante maggioranza della
popolazione, il che testimoniava dell'i-
neluttabilità di nuovi conflitti sociali, di
nuovi rivolgimenti sociali. Avendo per
scopo la soppressione di ogni sfrutta-
mento dell'uomo sull'uomo, di ogni op-
pressione, la rivoluzione socialista può
unire e unisce effettivamente la schiac-
ciante maggioranza della popolazione:
le classi lavoratrici fra le quali sorge e si
rafforza nel corso dello sviluppo della
rivoluzione un'alleanza fondata sulla
comunanza di interessi e sull'identità di
fini.
b. Lo sviluppo da parte di V. I. Lenin della teoria
della rivoluzione socialista
La teoria della rivoluzione socialista fu
creata da Marx e Engels. In applicazione
alle nuove condizioni storiche dell'epo-
ca dell'imperialismo questa teoria fu
sviluppata da Lenin. V. I. Lenin avanzò e
argomentò l'idea della possibilità della
vittoria della rivoluzione socialista in
un solo paese, elaborò la teoria della
trasformazione della rivoluzione demo-
cratico-borghese in rivoluzione sociali-
sta, dimostrò la necessità dell'alleanza
del proletariato e dei contadini nella ri-
voluzione socialista, scopri i Soviet co-
me forma di dittatura del proletariato
che viene istaurata in seguito alla vitto-
ria della rivoluzione, ecc.
È noto che Marx e Engels vivevano
nell'epoca in cui il capitalismo era an-
cora in fase ascendente, si sviluppava
impetuosamente e si diffondeva in tutto
il mondo. Le rivoluzioni democratico-
borghesi che si compivano in quell'epo-
ca avevano alla loro testa la borghesia,
mentre i contadini e il proletariato si
presentavano come suoi alleati. In se-
guito alla vittoria di queste rivoluzioni
la borghesia di solito si impadroniva
del potere, istaurava il proprio dominio
e poteva sfruttare pacificamente i lavo-
ratori per un periodo di tempo più о
meno prolungato, fino al sorgere delle
rispettive premesse oggettive e sogget-
tive della rivoluzione proletaria. È ov-
vio che in quelle condizioni Marx e En-
gels non potevano trarre la conclusione
sulla possibilità di trasformazione di-
retta della rivoluzione democratico-
borghese in quella socialista.
Al contrario, Lenin viveva in un'epoca
diversa, epoca in cui il capitalismo era
entrato nella sua fase suprema e ultima.
Nel frattempo il proletariato si era già
costituito in classe, si era sufficiente-
mente rafforzato, aveva acquisito ricca
esperienza di lotta di classe, aveva crea-
to un proprio partito politico e si era
fatto avanti come forza capace di azioni
decise. La borghesia invece aveva perso
il suo rivoluzionarismo di una volta.
Ora essa vedeva il suo nemico principa-
le non nei signori feudali, non nella
monarchia, ma nel proletariato e perciò
era pronta a fare ogni concessione ai si-
gnori feudali e ai nobili, era pronta a
venire a patti con essi, pur di non per-
mettere alla rivoluzione democratico-
borghese di assumere la massima am-
piezza possibile, di realizzare le neces-
sarie trasformazioni democratiche. In
queste nuove condizioni la borghesia è
rivelata meno interessata alla demoli-
zione dei vecchi rapporti di produzione
feudali che il proletariato, il quale aveva
bisogno delle elementari libertà e ga-
ranzie democratiche per assicurarsi la
possibilità di un'organizzazione più li-
bera e più larga nella lotta per il sociali-
smo. Perciò la borghesia non poteva più
presentarsi come egemone della rivolu-
zione. La missione di egemone della ri-
voluzione democratico-borghese passa
al proletariato che trova nella classe
contadina un'alleata sicura. In tali con-
dizioni, in seguito alla vittoria della ri-
voluzione democratico-borghese, il po-
tere statale può e deve passare non alla
borghesia ma al proletariato e ai conta-
dini che istaurano la loro dittatura, uti-
lizzandola successivamente per repri-
mere la resistenza dei controrivoluzio-
nari, per liquidare completamente le
vestigia del feudalesimo, per creare
condizioni che permettano ai lavoratori
di usufruire largamente delle libertà
democratiche e, infine, per migliorare
sensibilmente la condizione economica
della classe operaia e di tutti i lavorato-
ri.
Mettendo in luce le peculiarità della ri-
voluzione democratico-borghese
nell'epoca dell'imperialismo, Lenin svi-
luppò la teoria della trasformazione di-
retta della rivoluzione democratico-
borghese in rivoluzione socialista.
Secondo questa teoria, nel corso dell'at-
tuazione della rivoluzione democratico-
borghese la dittatura democratico-
rivoluzionaria del proletariato e dei
contadini, la quale rappresenta un po-
tere fondato sull'alleanza e sulla colla-
borazione di queste classi sotto la guida
del proletariato, viene utilizzata per
preparare l'abbattimento del capitali-
smo, in particolare per formare e rag-
gruppare intorno al proletariato forze
capaci di realizzare il passaggio alla ri-
voluzione socialista.
L'idea leninista della trasformazione
della rivoluzione democratico-borghese
in rivoluzione socialista scaturiva da
una profonda analisi dell'unità dei mo-
vimenti democratici e socialisti nell'e-
poca dell'imperialismo. Questa unità fa
si che lo sviluppo del movimento de-
mocratico in tutte le sue forme contri-
buisce in questo о quel grado ad esten-
dere la base sociale della rivoluzione
proletaria, particolarmente nei paesi
dove si sono conservati i rapporti feu-
dali о semifeudali. Un riflesso di ciò so-
no diventati i fronti popolari in una se-
rie di paesi socialisti. In questi paesi al-
la testa del movimento di liberazione
nazionale sono stati i partiti comunisti,
il che ha assicurato un passaggio inin-
terrotto dalle trasformazioni democra-
tiche a quelle socialiste e alla vittoria
della dittatura del proletariato.
Elaborando la teoria della trasforma-
zione della rivoluzione democratico-
borghese in quella socialista, Lenin
esaminò sotto ogni aspetto la questione
degli alleati del proletariato nella rivo-
luzione socialista. Il proletariato non
compie da solo la rivoluzione socialista,
esso si avvale dell'appoggio degli alleati
che sotto la sua guida prendono parte
all'attuazione della rivoluzione sociali-
sta. Questi alleati sono rappresentati
dalle masse lavoratrici non proletarie e
soprattutto dai contadini.
Nell'epoca dell'imperialismo i contadini
si trasformano sempre di più in schiavi
del capitale. Il capitale penetra in tutti i
settori dell'agricoltura, si estende così
l'impiego del lavoro salariato, il che in-
tensifica il processo di spossessamelo
fondiario tra i contadini, il processo di
trasformazione di essi in proletari. Co-
me risultato, i contadini lavoratori as-
sumono un atteggiamento sempre più
ostile alla borghesia. È il motivo per cui
la popolazione lavoratrice non proleta-
ria può schierarsi decisamente come al-
leata dalla parte del proletariato nella
lotta per la vittoria della rivoluzione so-
cialista.
Poi, Marx e Engels supponevano che la
rivoluzione socialista dovesse vincere
simultaneamente in tutti о almeno nei
maggiori paesi capitalistici. Studiando
la fase imperialistica del capitalismo,
Lenin costatò il manifestarsi partico-
larmente forte della legge dell'inegua-
glianza di sviluppo economico e politico
dei paesi capitalistici nell'epoca
dell'imperialismo. L'ineguaglianza di
sviluppo economico e politico dei sin-
goli paesi capitalistici condiziona il gra-
do diverso di maturazione delle pre-
messe della rivoluzione proletaria nei
vari paesi. Di qui la conclusione
sull'impossibilità di una rivoluzione si-
multanea in questi paesi e sulla possibi-
lità della vittoria della rivoluzione in un
solo paese o, nel miglior dei casi, in al-
cuni paesi dove gli anelli della catena
dell'imperialismo si riveleranno più
deboli.
c. La molteplicità delle forme di attuazione della
rivoluzione socialista
Compiendosi in vari paesi in momenti
diversi e in condizioni diverse, non
dappertutto la rivoluzione socialista si
sviluppa in modo identico ma assume
forme differenti. In particolare, essa
può compiersi nella forma di un'insur-
rezione armata о per via pacifica.
Ad esempio, nell'URSS, dove la classe
operaia in alleanza con i contadini sce-
se in campo contro la borghesia nelle
condizioni in cui in tutti gli altri paesi
avanzati dominavano gli ordinamenti
capitalistici e la borghesia, forte
dell'appoggio di questi paesi, non vole-
va cedere pacificamente il potere, la ri-
voluzione socialista si compi nella for-
ma di insurrezione armata con il suc-
cessivo scatenamento ad opera della
borghesia di una guerra civile. In altri
paesi (in particolare, in Polonia, Roma-
nia, Ungheria, ecc.) dove la rivoluzione
si è compiuta in condizioni diverse (già
esisteva l'Unione Sovietica) e dove la
rivoluzione socialista è stata una con-
seguenza della conversione in essa del-
la rivoluzione democratica, antimperia-
listica, contro gli invasori fascisti, con-
tro i feudatari e la borghesia monopoli-
stica, le trasformazioni socialiste sono
avvenute per via pacifica.
Le peculiarità di sviluppo della rivolu-
zione socialista in questo о quel paese
riguardano non solo la forma di conqui-
sta del potere ma anche numerosissimi
altri lati del processo di trasformazione
della vita politica, economica, ideologi-
ca, ecc. della società. Ad esempio,
nell'URSS, nel periodo successivo alla
Rivoluzione d'Ottobre, la borghesia non
voleva collaborare con gli operai e i
contadini. Essa riteneva che il potere
operaio-contadino non avrebbe retto a
lungo e lottava perciò contro questo po-
tere, mirando a rovesciarlo con tutti i
mezzi. In seguito a ciò il governo sovie-
tico si vide costretto ad estraniare la
borghesia dalla partecipazione alla vita
economica e politica del paese. Essa fu
privata del diritto di voto, mentre i
mezzi di produzione che le appartene-
vano furono nazionalizzati e trasforma-
ti in patrimonio di tutto il popolo.
A differenza dell'URSS, ad esempio, nel-
la Repubblica Socialista del Vietnam la
trasformazione delle aziende della bor-
ghesia nazionale avveniva non median-
te nazionalizzazione ma mediante crea-
zione delle aziende capitalistico-statali
miste, che si stanno trasformando gra-
dualmente in quelle socialiste. Ciò è
condizionato dal fatto che i paesi come
la RSV sono stati per molto tempo paesi
semicoloniali, semifeudali, economica-
mente arretrati, con una borghesia na-
zionale relativamente debole, la quale
prendeva parte alla lotta contro l'impe-
rialismo, la grande borghesia e i feuda-
tari. Essendo economicamente e politi-
camente debole e vedendo quanto sia
vana la resistenza alle trasformazioni
socialiste in campo economico, la bor-
ghesia nazionale nei dati paesi accetta
la collaborazione con il potere dei lavo-
ratori, non si oppone alla trasformazio-
ne in senso socialista dell'industria ca-
pitalistica.
I paesi che compiono la rivoluzione so-
cialista presentano molte peculiarità
anche per quel che riguarda la trasfor-
mazione dell'agricoltura e degli altri lati
della vita sociale.
Ribadendo l'inevitabilità delle forme
diverse di sviluppo della rivoluzione
socialista nei vari paesi, il marxismo-
leninismo interviene contro i revisioni-
sti che attribuiscono valore assoluto al-
le peculiarità di attuazione della rivolu-
zione socialista nei vari paesi e dichia-
rano che ogni paese avanza al sociali-
smo seguendo una propria particolare
via, che non rassomiglia assolutamente
alle vie seguite nella loro marcia verso
il socialismo dagli altri paesi, alla via
percorsa dall'Unione Sovietica. Ogni
particolare è inevitabilmente legato al
generale, ogni diversità presuppone l'i-
dentità, attraverso tutti i tratti partico-
lari dell'attuazione della rivoluzione so-
cialista nei singoli paesi si fanno inevi-
tabilmente strada le leggi generali del
passaggio dal capitalismo al socialismo,
leggi di cui si deve sempre tener conto
per arrivare il più rapidamente possibi-
le alla meta: il socialismo e il comuni-
smo. Tali leggi generali formulate nella
Dichiarazione della Conferenza dei par-
titi comunisti e operai del 1957 sono le
seguenti: (1) direzione delle masse la-
voratrici da parte della classe operaia, il
cui nucleo è costituito dal partito mar-
xista-leninista, nell'opera volta ad at-
tuare la rivoluzione proletaria e ad
istaurare la dittatura del proletariato;
(2) alleanza della classe operaia con la
massa fondamentale dei contadini e
con gli altri strati di lavoratori; (3) sop-
pressione della proprietà capitalistica e
istaurazione della proprietà sociale dei
fondamentali mezzi di produzione; (4)
sviluppo pianificato dell'economia na-
zionale; (5) graduale trasformazione in
senso socialista dell'agricoltura; (6) at-
tuazione della rivoluzione socialista nel
campo dell'ideologia e della cultura e
creazione di un'intellighentsia numero-
sa devota alla classe operaia, al popolo
lavoratore, alla causa del socialismo;
(7) liquidazione dell'oppressione na-
zionale, istaurazione dei rapporti di pa-
rità e di amicizia fraterna tra i popoli;
(8) difesa delle conquiste del sociali-
smo dagli attentati dei nemici esterni
ed interni; (9) solidarietà della classe
operaia di un dato paese con la classe
operaia degli altri paesi, cioè interna-
zionalismo proletario.
CAPITOLO 15: LA COSCIENZA SOCIALE E LE
SUE FORME

1. IL CONCETTO DI ESSERE SOCIALE E DI COSCIENZA SO-


CIALE

L'applicazione alla vita sociale del prin-


cipio del materialismo dialettico che la
materia è il primo dato rispetto alla co-
scienza rende necessario distinguere
nella vita sociale i fenomeni materiali e
spirituali e stabilire le leggi della loro
interconnessione. Per designare i fe-
nomeni materiali della società la socio-
logia marxista adopera il concetto di
“essere sociale” e per designare i feno-
meni spirituali, il concetto di “coscienza
sociale”.
L'essere sociale comprende l'attività
degli uomini volta a creare gli oggetti, i
beni materiali necessari alla loro esi-
stenza: cibo, vestiario, abitazioni, mezzi
di locomozione, ecc. Questa attività av-
viene sulla base dell'impiego dei mezzi
di lavoro creati dalla società e ciò allo
scopo di agire sulla natura per renderla
adatta all'appagamento dei bisogni del-
la società. Nel corso della data attività
lavorativa degli uomini si stabiliscono i
rispettivi rapporti fra di loro e con la
natura. I rapporti degli uomini con la
natura si esprimono in questi о quei ti-
pi di mezzi di lavoro, mentre i rapporti
fra di loro si esprimono nelle forme di
proprietà dei mezzi di produzione e
nelle corrispondenti forme di distribu-
zione dei mezzi di lavoro e dei beni ma-
teriali prodotti.
L'essere sociale è rappresentato, in tal
modo, soprattutto dai rapporti fra gli
uomini, rapporti che sorgono nel pro-
cesso di produzione e di distribuzione
dei beni materiali, cioè dai rapporti di
produzione.
I rapporti di produzione degli uomini,
essendo il momento principale dell'es-
sere sociale, non esauriscono però il
suo contenuto. L'essere sociale com-
prende anche altri momenti, in partico-
lare i rapporti materiali che sorgono
nella famiglia fra i coniugi, fra i genitori
e i figli, alcuni rapporti socioculturali
(materiali), ecc.
L'essere sociale è l'insieme dei rapporti
materiali nel quadro dei quali si svolge
il processo reale della vita degli uomini,
l'insieme delle loro condizioni materiali
sociali di esistenza.
Se la nozione di “essere sociale” riguar-
da la vita materiale degli uomini, le
condizioni di produzione dei beni ma-
teriali, il concetto di “coscienza sociale”
riguarda la loro vita spirituale, le pecu-
liarità della produzione spirituale della
società.
La coscienza sociale è l'insieme di mo-
menti come le idee, le teorie, le conce-
zioni, i sentimenti, gli stati d'animo, le
abitudini, le tradizioni che riflettono
l'essere sociale degli uomini, le loro
condizioni materiali di vita.
La coscienza sociale è un riflesso
dell'essere sociale, così come la co-
scienza in generale è un riflesso della
realtà che esiste fuori e indipendente-
mente da essa. Quale concretizzazione
di un principio filosofico generale se-
condo cui la coscienza riflette la realtà
che esiste fuori e indipendentemente
da essa, la tesi sul riflesso da parte della
coscienza sociale dell'essere sociale
contiene, però, una serie di momenti
specifici che ne fanno un principio so-
ciologico del tutto autonomo, riguar-
dante un particolare aspetto dell'inter-
connessione della coscienza e dell'esse-
re. Infatti, se sul piano filosofico genera-
le (sul piano del materialismo dialetti-
co) la coscienza riflette la realtà nella
forma di un'immagine, di una copia, sul
piano sociologico (sul piano del mate-
rialismo storico) la coscienza (della so-
cietà) riflette l'essere sociale non solo
copiando quest'ultimo, non solo nella
forma di immagini, di calchi delle sue
parti costitutive, ma anche in una forma
che ne denota la dipendenza da questo
essere sociale, denota il condiziona-
mento del contenuto delle idee, delle
concezioni, dei sentimenti, delle aspira-
zioni, ecc. sociali da parte delle condi-
zioni economiche di vita degli uomini.
Ad esempio, nella società capitalistica
sono ritenuti conformi alle norme mo-
rali i matrimoni di interesse, il che ri-
specchia indubbiamente la situazione
economica del borghese, il suo essere
sociale basato sul dominio della pro-
prietà privata capitalistica e dei rappor-
ti mercantili-monetari, ma ciò non è
un'immagine di questo essere, di que-
sta situazione economica, ma è solo
condizionato da quest'ultima, è da essa
chiamata alla vita. Ed ecco un altro
esempio. La dottrina del filosofo greco
Aristotele che gli uni, per le loro qualità
naturali, sono destinati ad essere dei
padroni di schiavi e gli altri ad essere
degli schiavi, riflette l'essere sociale dei
possessori di schiavi, la loro aspirazio-
ne a motivare e a giustificare il modo di
produzione schiavistico, ma essa, que-
sta dottrina, non è una vera immagine
del reale stato di cose, del dato essere
sociale, essa è condizionata, è chiamata
alla vita da questo essere e niente di
più.
Dicendo che la coscienza sociale riflette
l'essere sociale nella forma di condizio-
namento della prima da parte del se-
condo, non dobbiamo affatto pensare
che questo tipo di riflesso non possa
essere una copia dell'essere sociale,
non possa essere una verità oggettiva.
In determinate condizioni storiche il
contenuto della coscienza sociale può
presentarsi come verità oggettiva. Ciò
accade quando l'accertamento del vero
stato di cose è conforme agli interessi
di questa о quella classe dominante,
quando i suoi interessi rispondono alle
esigenze dello sviluppo storico oggetti-
vo della vita materiale della società, alle
tendenze di mutamento dell'essere so-
ciale. Ad esempio, la coscienza sociale
delle classi progressive che si schierano
contro le forme storicamente superate
dell'essere sociale contiene delle verità
oggettive che rispecchiano in questo о
quel grado il vero stato di cose. Così, la
coscienza sociale della borghesia quan-
do quest'ultima era impegnata nella lot-
ta contro il feudalesimo che aveva fatto
storicamente il suo tempo e che stava
frenando l'ulteriore progresso della so-
cietà, rispecchiava in questo о quel gra-
do il vero stato di cose, cioè conteneva
degli elementi di verità oggettiva. In se-
guito, quando la proprietà privata capi-
talistica è diventata un intralcio allo svi-
luppo delle forze produttive e quando è
sorta la necessità storica di sostituirla
con la proprietà socialista, la coscienza
sociale della borghesia, in particolare le
teorie sociologiche elaborate dai suoi
ideologi, non potevano già partire dal
vero stato di cose, al contrario, questi
ideologi, cercando di dimostrare il ca-
rattere perenne del capitalismo, la ne-
cessità della sua esistenza eterna, si so-
no messi a travisarlo consapevolmente
о inconsapevolmente.
Per la prima volta le teorie sociali, le
concezioni sociologiche diventano coe-
rentemente scientifiche e conformi alla
verità oggettiva solo nel periodo di di-
sgregazione della formazione economi-
co-sociale capitalistica, quando si affac-
cia sull'arena storica il proletariato in-
teressato alla conoscenza delle autenti-
che leggi dello sviluppo sociale per as-
solvere la sua missione storica, quella
di sopprimere la proprietà privata e di
edificare la società comunista senza
classi.
La dottrina marxista sull'influsso de-
terminante dell'essere sociale sulla co-
scienza sociale permette di scorgere
nella lotta ideologica un riflesso delle
contraddizioni materiali, la lotta delle
classi. Infatti, se le varie idee e teorie
sociali sorgono come riflesso dell'esse-
re sociale, sono determinate dalla con-
dizione economica degli individui, nella
società di classe la coscienza non può
essere qualcosa che stia al di sopra del-
le classi. Ogni classe si forma una pro-
pria coscienza, una propria compren-
sione della realtà che la circonda, con-
forme alle condizioni economiche del
suo essere. Ma l'essere sociale delle
classi diverse nella società antagonisti-
ca, come è noto, è diverso e addirittura
diametralmente opposto. La contrad-
dittorietà antagonistica dell'essere so-
ciale dà inevitabilmente luogo a degli
antagonismi anche nella sfera della co-
scienza, porta allo scontro di idee, con-
cezioni diverse. Quindi, per orientarsi
giustamente nella vita sociale, per rac-
capezzarsi in tutto il groviglio dei punti
di vista diversi, delle idee e teorie socia-
li diverse, bisogna sempre tener pre-
sente la natura di classe delle idee e
teorie sociali.
“Fino a quando gli uomini non avranno
imparato a discernere, sotto qualunque
frase, dichiarazione e promessa morale,
religiosa, politica e sociale, gli interessi
di queste о quelle classi, in politica sa-
ranno sempre – scrisse Lenin – come
sono sempre stati, vittime ingenue degli
inganni e delle illusioni”158.
Al tempo stesso bisogna tener presente
anche il fatto che la classe dominante
nella società mira ad imporre a qualun-
que costo le proprie concezioni alle va-
ste masse lavoratrici, a tutto il popolo e
a farne le concezioni dominanti. Ed essa
vi riesce in questo о quel grado, poiché
essa dispone di tutti i rispettivi mezzi
materiali e ha nelle proprie mani tutto
l'apparato propagandistico: stampa,
radio, cinema, teatro, ecc.
“Le idee della classe dominante – scris-
sero Marx e Engels – sono in ogni epoca
le idee dominanti; cioè, la classe che è la
potenza materiale dominante della so-
cietà è, in pari tempo, la sua potenza
spirituale dominante. La classe che di-

158 V. I. Lenin, op cit., vol. 19, p. 13.


spone dei mezzi della produzione ma-
teriale dispone con ciò, in pari tempo,
dei mezzi della produzione intellettua-
le, cosicché ad essa in complesso sono
assoggettate le idee di coloro ai quali
mancano i mezzi della produzione in-
tellettuale. Le idee dominanti non sono
altro che l'espressione ideale dei rap-
porti materiali dominanti… ”159.
2. L'AUTONOMIA RELATIVA DELLA COSCIENZA SOCIALE

Mettendo in luce la dipendenza della


coscienza sociale dall'essere sociale, il
materialismo storico, al tempo stesso,
non nega l'autonomia relativa della co-
scienza sociale, l'esistenza delle proprie
leggi interne in base alle quali si svilup-
pa.
Dall'essere sociale non si può derivare
tutta la molteplicità di idee e teorie di
cui dispone questa о quella società.
Raggiungendo nel suo sviluppo un nuo-

159 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol. V, pp.
44-45.
vo grado, la coscienza sociale “tira” die-
tro di sé determinate idee e teorie della
precedente epoca, che si rendono auto-
nome rispetto al nuovo essere sociale
in via di sviluppo. È come se esistessero
per conto proprio.
Così, ad esempio, la nascita della pro-
duzione socialista nell'URSS ha modifi-
cato radicalmente l'essere sociale dei
cittadini sovietici, nonché la loro co-
scienza sociale. Però, nella società so-
vietica si riscontrano anche idee e teo-
rie nate nel lontano passato, idee e teo-
rie che non solo non corrispondono
all'essere sociale socialista ma sono ad-
dirittura in contrasto con esso. Si riferi-
scono ad esse, in particolare, le idee re-
ligiose che sopravvivono nella coscien-
za di una certa parte dei membri della
società sovietica.
Ciò, s'intende, non significa che questi о
quei momenti della coscienza sociale
siano assolutamente autonomi di con-
tro all'essere sociale. L'autonomia della
coscienza sociale è sempre relativa.
Queste о quelle idee e concezioni pos-
sono essere autonome solo di contro al-
le condizioni storiche che dominano in
un dato tempo, di contro all'essere so-
ciale dominante, ma non di contro alle
condizioni materiali di vita come tali.
L'autonomia relativa della coscienza
sociale è condizionata prima di tutto
dal fatto che le idee possono sopravvi-
vere a quell'essere sociale cui devono la
loro origine, cioè dal fatto che nel suo
sviluppo la coscienza sociale accusa un
certo ritardo rispetto all'essere sociale.
L'autonomia relativa della coscienza
sociale è anche una conseguenza
dell'interazione delle forme diverse di
coscienza sociale, interazione che de-
termina nel contenuto di questa о quel-
la forma di coscienza sociale tratti e lati
che non possono essere spiegati diret-
tamente dalle date condizioni materiali.
Ma anche qui l'autonomia del lato spiri-
tuale della vita sociale è solo relativa,
poiché anche l'interazione stessa delle
forme diverse di coscienza sociale è de-
terminata, in ultima istanza, da fattori
materiali oggettivi.
3. L'INFLUSSO DELLA COSCIENZA SOCIALE SULL'ESSERE
SOCIALE

Sorgendo sotto l'influsso di un deter-


minato essere sociale degli individui, ri-
flettendo le loro condizioni materiali di
vita, la coscienza sociale non si compor-
ta in modo passivo. Essa esercita un in-
flusso inverso sull'essere sociale che
l'ha chiamata alla vita. E questo influsso
dipende dal carattere della coscienza
sociale, dal carattere delle idee, teorie,
concezioni che la formano. A loro volta,
per il loro contenuto, le idee, le teorie e
le concezioni sociali si dividono in due
tipi: quelle vecchie, reazionarie, e quel-
le nuove, progressive. Le vecchie idee e
teorie riflettono ed esprimono gli inte-
ressi delle classi che hanno già fatto il
loro tempo e perciò il loro influsso sulla
vita sociale, sullo sviluppo della società
è negativo. Esse frenano il progresso
sociale. Le idee e teorie nuove, progres-
sive, rispecchiano gli interessi delle
classi progressive, degli strati progres-
sivi della società, le esigenze dello svi-
luppo della vita materiale degli uomini
e perciò il loro influsso inverso sulla vi-
ta sociale, sull'essere sociale, è positivo.
Esse favoriscono il progresso della so-
cietà, la sua marcia in avanti.
La base più profonda del sorgere delle
idee nuove, progressive, è lo sviluppo
della produzione, l'acuirsi della con-
traddizione tra le nuove forze produtti-
ve e i rapporti di produzione invecchia-
ti. Una volta sorte sulla base di deter-
minate contraddizioni della vita mate-
riale, le idee nuove, avanzate, diventano
un'arma nelle mani delle forze progres-
sive della società per risolvere queste
contraddizioni. Queste idee mobilitano
gli uomini nella lotta per la soluzione
dei compiti che stanno di fronte alla so-
cietà.
In quale modo dunque le idee avanzate
influiscono sullo sviluppo sociale? At-
traverso l'attività rivoluzionaria pratica
delle masse popolari. Le nuove idee di
per se stesse possono far uscire gli in-
dividui solo dall'ambito delle vecchie
idee ma non dall'ambito del vecchio or-
dinamento. Per esercitare un influsso
materiale le idee stesse devono diven-
tare una forza materiale. Marx scrisse:
“Evidentemente l'arma della critica non
può sostituire la critica delle armi, la
forza materiale non può essere abbat-
tuta che dalla forza materiale, ma anche
la teoria si trasforma in forza materiale
non appena penetra fra le masse”160.
Una delle peculiarità principali dell'i-
deologia progressiva risiede proprio
nel fatto che essa si impadronisce delle
vaste masse di lavoratori, poiché ne
esprime gli interessi essenziali.
Bisogna, però, tener presente che l'i-

160 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere scelte, cit., pp. 64-65.
deologia avanzata non si impadronisce
automaticamente delle masse popolari,
ma solo nel corso di una lotta serrata
delle nuove idee contro le vecchie idee,
andate radicandosi durante la vita di
molte generazioni. È su questa base che
si svolge una lotta acuta per le masse,
per la diffusione tra di esse di questa о
quella ideologia, lotta condotta, di rego-
la, dai partiti politici.
4. LA STRUTTURA DELLA COSCIENZA SOCIALE

a. La coscienza sociale e individuale


La coscienza sociale non esiste separa-
tamente dagli individui concreti, essa
esiste nelle loro teste nella forma di de-
terminate idee, concezioni, sentimenti,
aspirazioni, momenti questi propri agli
individui concreti. Ma ciò non significa
affatto che tutto quello che è proprio al-
la coscienza del singolo individuo rien-
tri nella coscienza sociale, ne faccia par-
te. La coscienza sociale la costituiscono
solo quelle idee, concezioni, sentimenti,
aspirazioni che esprimono gli interessi
generali degli uomini, e nella società di
classe gli interessi generali di una clas-
se, di questo о quel gruppo sociale, di
questa о quella collettività, ecc.
Perciò sorge la necessità di far distin-
zione tra la coscienza sociale e quella
individuale. La coscienza individuale è
il mondo spirituale del singolo indivi-
duo, sono i pensieri, sentimenti, emo-
zioni, abitudini, aspirazioni di questo о
quell'individuo. Essa si forma nel pro-
cesso della vita del dato individuo, della
sua attività pratica e riflette le sue con-
dizioni materiali di esistenza. Quale
espressione dell'esperienza pratica,
delle condizioni di vita di un individuo
concreto, la coscienza individuale è ir-
repetibile in tutti i suoi momenti, ogni
individuo concreto ha una propria co-
scienza individuale. Possedendo i tratti
propri solo al dato individuo, essa in-
clude in sé anche quelle idee, emozioni,
aspirazioni che sono caratteristiche de-
gli altri individui, in particolare di tutti i
membri di una data classe о di tutta la
società (nelle condizioni del sociali-
smo). Perciò a questo riguardo essa è
più ricca della coscienza sociale. Ma un
singolo individuo, di regola, non è in
possesso di tutte le idee esistenti nella
società ma soltanto di una parte di esse,
perciò si può dire che sotto questo
aspetto la coscienza individuale è più
povera di quella sociale.
La coscienza sociale e quella individua-
le esistono nell'interconnessione orga-
nica, nell'unità dialettica tra di loro, si
compenetrano e arricchiscono recipro-
camente l'una l'altra.
b. La psicologia sociale e l'ideologia
La coscienza sociale degli individui non
è omogenea. Essa include in sé i feno-
meni spirituali più disparati, a comin-
ciare dai sentimenti, dalle emozioni,
dagli umori degli individui per finire
con le teorie che spiegano l'essenza del-
la vita sociale, l'indirizzo di sviluppo
della società, ecc. In alcuni di questi fe-
nomeni l'essere sociale degli individui
si riflette confusamente, in altri in mo-
do preciso e determinato, alcuni feno-
meni sorgono spontaneamente nel pro-
cesso della vita quotidiana degli indivi-
dui, altri vengono creati consapevol-
mente da un particolare gruppo di indi-
vidui.
Tenendo conto di questa eterogeneità
dei fenomeni spirituali che formano la
coscienza sociale degli individui, il ma-
terialismo storico distingue le due sfere
e, al tempo stesso, i due livelli di co-
scienza sociale. Si tratta della psicologia
sociale e dell'ideologia.
La psicologia sociale è l'insieme di mo-
menti come i sentimenti, le aspirazioni,
le rappresentazioni, le abitudini, i pen-
sieri, gli umori che sorgono negli indi-
vidui nel processo della loro vita quoti-
diana e che rispecchiano il loro essere
sociale.
L'ideologia è l'insieme delle idee e con-
cezioni, che riflettono in forma logica-
mente armoniosa e sistematizzata le
condizioni materiali di vita degli indivi-
dui, il loro essere sociale.
Peculiarità caratteristica della psicolo-
gia sociale è che essa riflette diretta-
mente le condizioni di vita degli indivi-
dui e che questo riflesso è spontaneo,
casuale, esso fissa solo i lati esterni
dell'essere degli individui. La psicologia
sociale non è capace di esprimere l'es-
senza dei rapporti materiali degli indi-
vidui, le cause che condizionano questi
rapporti, la direzione in cui mutano.
Perciò essa non permette agli individui
di orientarsi giustamente nelle com-
plesse situazioni della vita, di com-
prendere i fenomeni che avvengono in-
torno ad essi.
La psicologia sociale è, per così dire, il
primo gradino – iniziale – della presa di
coscienza da parte degli individui del
loro essere sociale.
A differenza della psicologia sociale, l'i-
deologia rappresenta un più alto livello
di coscienza sociale, una più profonda
presa di coscienza da parte degli indi-
vidui delle loro condizioni materiali di
vita. Essa è chiamata a mettere in luce
l'essenza dei rapporti tra gli uomini, a
motivare da posizioni di questa о quella
classe la necessità di lasciare intatti о di
modificare questi rapporti. L'ideologia è
la presa di coscienza in forma teorica
dell'essere sociale e di tutti i lati della vi-
ta sociale. A differenza della psicologia
che si forma spontaneamente, l'ideologia
viene elaborata da un particolare grup-
po di individui: dagli ideologi.
L'ideologia è strettamente legata alla
psicologia, esprime gli stessi lati e le
stesse tendenze dell'essere sociale, ma
in una forma teorica logicamente ar-
moniosa e evidentemente più precisa.
Essa sorge non come risultato dell'ulte-
riore sviluppo della psicologia sociale
ma sulla base del materiale spirituale
accumulatosi nel corso del precedente
sviluppo, scaturisce dalle precedenti
teorie e concezioni.
Ad esempio, l'ideologia socialista è sor-
ta come risultato dell'ulteriore sviluppo
delle dottrine economiche, filosofiche e
sociologiche precedenti al marxismo,
sulla base della generalizzazione dello
sviluppo della scienza e della lotta di
classe del proletariato.
Una volta formatasi, l'ideologia esercita
un influsso attivo sulla psicologia degli
individui ed assolve così un ruolo deci-
sivo nella trasformazione dei movimen-
ti spontanei di queste о quelle classi so-
ciali, di questi о quei gruppi sociali in
movimenti coscienti.
Nella società di classe la psicologia so-
ciale e l'ideologia hanno un carattere di
classe. Ogni classe ha una propria psi-
cologia e una propria ideologia che ri-
flettono la sua situazione economica
nella società, il suo posto nel sistema
della produzione sociale e ne riflettono
i bisogni e gli interessi.
c. Le forme di coscienza sociale.
Caratterizzando la struttura della co-
scienza sociale, è necessario rilevare il
fatto che essa ha le proprie particolari
forme di esistenza e di sviluppo, distin-
te dalla conoscenza.
Abbiamo già fatto notare che la co-
scienza sociale, essendo un riflesso
dell'essere sociale, non si comporta in
modo passivo ma esercita un influsso
attivo sull'essere sociale. Nel processo
di riflessione dei vari lati dell'essere so-
ciale e di influsso sulle sfere più diverse
della vita sociale avviene la differenzia-
zione della coscienza sociale. Le sue
singole sfere incominciano a specializ-
zarsi, riflettendo questi о quei lati rigo-
rosamente determinati dell'essere so-
ciale e assolvendo queste о quelle fun-
zioni sociali, pure rigorosamente de-
terminate. Ciò porta al sorgere delle
forme autonome di coscienza sociale,
che conservano sempre la loro specifi-
cità e assolvono queste о quelle funzio-
ni sociali rigorosamente determinate.
Le forme fondamentali di coscienza so-
ciale sono: l'ideologia politica, la co-
scienza giuridica, la morale, l'arte, la re-
ligione, la scienza, la filosofia.
5. L'IDEOLOGIA POLITICA

L'ideologia politica rappresenta un si-


stema di concezioni che motivano teo-
ricamente la politica seguita da questa
о quella classe, da questo о quel gruppo
sociale, mentre la politica è un partico-
lare rapporto fra le classi161, le nazioni, i
partiti, la determinazione del contenuto
e delle forme dell'attività dello Stato, la
partecipazione alla data attività di que-
ste о quelle classi, di questi о quei
gruppi sociali162.
Riferendosi ai rapporti tra le classi e
determinando le forme di ordinamento
statale e il contenuto dell'attività degli

161 V. I. Lenin, op cit., vol. 32, p. 210.


162 V. I. Lenin, op. cit., vol. 41, p. 473.
organi e istituti statali, l'ideologia poli-
tica esercita un diretto influsso sulla vi-
ta sociale degli individui, sullo stato di
cose nella società. Riflettendo in forma
sistematizzata, teoricamente pondera-
ta, gli interessi essenziali di questa о
quella classe, l'ideologia politica deter-
mina il suo programma d'azione, gli
scopi e le forme della lotta di classe,
contribuisce a conferirle un carattere
coerente e ordinato.
Essendo più vicina all'economia rispet-
to a tutte le altre forme ideologiche e ri-
flettendola nella forma più concentrata,
l'ideologia politica è quell'anello media-
tore che collega la struttura economica
con tutta la sovrastruttura ideologica, e
come risultato l'influsso dell'ideologia
politica si ripercuote inevitabilmente
sugli altri elementi della sovrastruttura,
sulle forme di coscienza sociale. È come
se essa impregnasse questi elementi e
queste forme, imprimendo loro un uni-
co indirizzo ideologico.
Può servire da esempio la storia della
società capitalistica. Così, nella fase ini-
ziale di sviluppo del capitalismo, fase in
cui l'ideologia politica borghese era di-
retta contro il regime feudale che anda-
va incontro alla decadenza, contro i
suoi istituti politici, essa lanciò la ri-
vendicazione che fosse abolita la divi-
sione della società in ordini, riconosciu-
ta l'uguaglianza di tutti i gruppi sociali
di fronte alla legge e sostituita alla mo-
narchia assoluta la repubblica demo-
cratica. In quanto la divisione in ordini
della società e l'esistente potere statale
erano sostenuti dalla Chiesa, la lotta
contro il feudalesimo presupponeva
anche la lotta contro la Chiesa e la sosti-
tuzione della concezione religiosa idea-
listica del mondo con una concezione
ateistica e materialistica, che permet-
tesse di spiegare tutti gli istituti politici
con cause terrene e di privarli così della
parvenza di intangibilità. Poi, dato che
per conseguire i mutamenti più radicali
si rendeva necessaria la partecipazione
delle larghe masse lavoratrici alla rivo-
luzione borghese, la borghesia là dove
era interessata ad una demolizione ra-
dicale dei rapporti feudali, ad esempio
in Francia, avanzò una teoria che moti-
vava la necessità per il popolo di parte-
cipare alla vita politica della nazione.
Così, la comparsa di una nuova ideolo-
gia politica condizionò i mutamenti nel-
la concezione del mondo, nell'atteggia-
mento verso la religione, portò al sor-
gere di nuove concezioni sociologiche,
ecc. Ciò avvenne perché le nuove con-
cezioni erano necessarie per dare un
fondamento teorico al programma poli-
tico della borghesia, per motivare il suo
diritto alla trasformazione politica della
società, e tutto ciò ai fini del consolida-
mento del suo dominio economico.
Ma non appena la borghesia si impa-
dronisce del potere statale, non appena
incominciano ad acuirsi le contraddi-
zioni tra la borghesia e il proletariato, si
producono mutamenti sostanziali nella
sua ideologia politica. Essa diventa
un'ideologia reazionaria. La borghesia
cerca di dimostrare che l'ordinamento
sociale capitalistico è la meta finale del
progresso storico, che esso è l'ordina-
mento più perfetto fra quelli possibili,
che la lotta di classe del proletariato
per la trasformazione in senso sociali-
sta della società è illegittima, va contro
la natura, viola lo svolgimento normale
della vita sociale, ecc. Il carattere rea-
zionario dell'ideologia politica della
borghesia si ripercuote subito sulle al-
tre forme di coscienza sociale, in parti-
colare, sulla filosofia, dove incomincia a
diffondersi l'idealismo, sulla morale,
che prende a coltivare le idee malsane,
improntate all'odio per l'umanità,
sull'arte, che rompe con le tendenze
realistiche e lega la sua sorte ad ogni
genere di correnti formalistiche e
astratte, ecc.
L'ideologia politica delle classi sfrutta-
trici assolve un ruolo positivo solo in
quello stadio di sviluppo sociale in cui
la classe, gli interessi della quale essa
esprime, si batte per modificare i rap-
porti di produzione che storicamente
hanno fatto il loro tempo e rappresenta
i nuovi rapporti di produzione, che cor-
rispondono al nuovo livello di sviluppo
delle forze produttive. Ma nello stadio
in cui i rapporti di produzione che co-
stituiscono la base economica del do-
minio della data classe invecchiano ed
entrano in contrasto con le forze pro-
duttive in evoluzione, la sua ideologia
politica incomincia ad assolvere un ruo-
lo negativo, diventa reazionaria. Difen-
dendo le forme sociali che hanno fatto il
loro tempo, essa frena il progresso sto-
rico.
A differenza dell'ideologia politica delle
classi sfruttatrici, l'ideologia politica del
proletariato è conseguentemente pro-
gressiva. Come si è rilevato, storica-
mente il proletariato ha per missione la
soppressione di ogni sfruttamento e
non la sostituzione di una forma di
sfruttamento con un'altra, come acca-
deva prima. Adempiendo questa mis-
sione, il proletariato poggia sulle leggi
effettive del funzionamento e dello svi-
luppo della società, sulle tendenze og-
gettive del progresso storico, che ri-
chiedono l'abolizione della proprietà
privata dei mezzi di produzione e l'i-
staurazione della proprietà socialista.
Perciò l'ideologia politica del proleta-
riato è conseguentemente scientifica.
Esprimendo le esigenze dell'ulteriore
sviluppo della società, essa aspira a ri-
flettere il vero stato di cose. Al tempo
stesso, l'ideologia politica del proleta-
riato è improntata ad un profondo spi-
rito di partito, di classe. Essa esprime i
suoi interessi di classe e risolve da po-
sizioni di questi interessi le questioni
riguardanti i rapporti tra le classi e le
nazioni, le forme e gli indirizzi di attivi-
tà statale. La partiticità dell'ideologica
politica proletaria non è in contrasto
con la sua scientificità, dato che gli inte-
ressi di classe del proletariato coinci-
dono in pieno con le esigenze dello svi-
luppo sociale.
Essendo conseguentemente scientifica,
l'ideologia politica del proletariato as-
solve un ruolo eccezionalmente impor-
tante nella vita sociale degli uomini. Es-
sa orienta i lavoratori nella loro lotta
per la trasformazione su basi socialiste
della società, rappresenta il programma
della loro attività rivoluzionaria, mo-
stra come e con che cosa devono essere
sostituiti i rapporti sociali e gli istituti
che hanno fatto il loro tempo, in quale
direzione devono essere perfezionati
questi rapporti e questi istituti, ecc.

6. LA COSCIENZA GIURIDICA

Una delle forme di coscienza sociale,


caratteristica della società di classe, è la
coscienza giuridica.
La coscienza giuridica è l'insieme delle
concezioni degli individui su ciò che è
conforme о meno alla legge, su ciò che
rientra nei diritti e negli obblighi dei
membri della società, sulla giustezza о
meno di queste о quelle leggi.
Per loro natura le concezioni giuridiche
sono concezioni di classe. Ogni classe
ha una propria coscienza giuridica. Ad
esempio, per la borghesia lo sfrutta-
mento dei lavoratori, il condannarli alla
disoccupazione, alla miseria, sono azio-
ni conformi alla legge, per il proletaria-
to ciò è un crimine. Oppure: la lotta per
gli interessi dei lavoratori, per la sop-
pressione dello sfruttamento, per l'i-
staurazione di una società nuova, socia-
lista, è, dal punto di vista dei lavoratori,
dei proletari, un'azione legittima, men-
tre dal punto di vista della borghesia è
un crimine.
Ma nella società le concezioni giuridi-
che dominanti sono quelle della classe
che domina. Esse sono permeate tutte
dall'interesse di classe ed esprimono le
tendenze volte a istaurare un ordine le-
gale gradito e vantaggioso alla classe
dominante. E l'ordine legale non è altro
che il sistema dei rapporti tra gli indi-
vidui nella società, sistema espresso e
sancito nelle norme giuridiche. L'in-
sieme delle norme giuridiche costitui-
sce il diritto che vige in una data socie-
tà. Anche se nella società ogni classe ha
le proprie concezioni giuridiche, ciò
nondimeno il diritto nella società è uno
solo. Esso è obbligatorio per tutte le
classi, per tutti i rimembri della società.
E affinché le norme giuridiche siano ri-
spettate veramente da tutti: sia da colo-
ro nell'interesse dei quali sono stabilite,
sia da coloro contro i quali sono dirette,
dietro le norme giuridiche sta lo Stato,
la forza del potere statale che costringe
ad osservarle. “… Il diritto – scrisse Le-
nin – è nulla senza un apparato capace
di costringere all'osservanza delle sue
norme”*. Ciò dimostra che lo Stato e il
diritto sono inseparabili l'uno dall'altro.
Essi sorsero insieme e esistono sempre
insieme.
A differenza delle usanze e delle norme
morali che si stabiliscono spontanea-
mente, senza che siano specialmente
espresse e fissate dallo Stato, le norme
giuridiche, quando sorgono, passano
obbligatoriamente attraverso la volontà
dello Stato, attraverso l'attività coscien-
te del potere statale, sono stabilite о
sanzionate da esso ed assumono una
forma particolare: la forma di legge.
Tenendo conto di tutto quanto esposto
sopra, il diritto può essere definito co-
me l'insieme delle regole di condotta
degli individui nella società, regole che
esprimono la volontà della classe do-
minante e che sono stabilite о sanziona-
te dal potere statale per consacrare,
salvaguardare e sviluppare i rapporti e
gli ordinamenti sociali graditi e vantag-
giosi alla classe dominante.
Nella coscienza giuridica delle classi
sfruttatrici si presta grande attenzione
all'argomentazione dell'idea che il dirit-
to e l'ordine legale starebbero al di so-
pra delle classi. Nella società feudale
era largamente diffusa l'idea dell'origi-
ne divina del diritto, del carattere sa-
crosanto e immutabile dell'esistente
ordine legale. Gli ideologi della borghe-
sia tolsero al diritto l'aureola di origine
divina e incominciarono a spiegare la
sua origine con cause terrene. Ma anche
essi, e al loro seguito i revisionisti, ten-
tano di dimostrare che il diritto stareb-
be al di sopra delle classi, che esso
esprime e difende in grado uguale gli
interessi di tutte le classi, cioè sia dei
lavoratori che dei capitalisti. La realtà
dimostra, però, proprio il contrario, e
precisamente che il diritto borghese
serve gli sfruttatori, ne esprime gli inte-
ressi e la volontà ed è diretto contro i
lavoratori. Esso, in particolare, difende
la proprietà privata dei mezzi di produ-
zione, consacra lo sfruttamento
dell'uomo sull'uomo, l'oppressione dei
lavoratori.
Sotto l'influsso della realtà e in seguito
alla diffusione dell'ideologia marxista il
proletariato e le masse lavoratrici non
proletarie si formano una propria co-
scienza giuridica, distinta da quella del-
la borghesia. I lavoratori cominciano a
comprendere che il diritto vigente nella
società salvaguarda gli interessi della
borghesia ed è rivolto contro di essi.
In quanto la legalità borghese è volta a
creare un ordine legale gradito e van-
taggioso alla classe sfruttatrice domi-
nante, cioè alla borghesia, e soprattutto
a difendere la proprietà privata, essa
viene demolita nel corso della rivolu-
zione socialista. “L'epoca dell'utilizza-
zione della legalità creata dalla borghe-
sia cede il posto – scriveva Lenin – a
un'epoca di grandiose battaglie rivolu-
zionarie; inoltre, queste battaglie signi-
ficheranno in sostanza la distruzione di
tutta la legalità borghese, di tutto il re-
gime borghese… ”K
Al posto della legalità borghese distrut-
ta, del diritto borghese soppresso, lo
Stato proletario, sorto nel corso della
rivoluzione socialista, crea un proprio
ordine legale socialista, un proprio di-
ritto socialista, che corrisponde alla co-
scienza giuridica dei lavoratori.
Ma quale è il futuro del diritto sociali-
sta? Rimarrà esso nella società comuni-
sta? Il destino del diritto socialista è di-
rettamente legato al destino dello Stato
socialista, poiché, come si è già rilevato,
il diritto è nulla senza un apparato ca-
pace di imporne il rispetto, cioè senza
lo Stato. Ma lo Stato, come sappiamo, si
estinguerà non appena la società giun-
gerà al comunismo vero e proprio (a
patto che per quel momento non ri-
manga al mondo nessun paese capitali-
stico). Verranno a sostituirsi ad esso gli
organi di autogoverno popolare che
non disporranno di un apparato di
coercizione ma poggeranno esclusiva-
mente sulla propria autorità morale
nella società.
Con la scomparsa dello Stato scompari-
ranno anche il diritto e la coscienza giu-
ridica. Ma ciò non significa che nella so-
cietà comunista non vi sarà alcuna
norma sociale di condotta degli indivi-
dui, non vi saranno concezioni che
spieghino e motivino questa о quella
norma. Sotto il comunismo rimarranno
determinate norme sociali che regole-
ranno i rapporti fra i membri della so-
cietà e che saranno rispettate da questi
ultimi consapevolmente e volontaria-
mente. Ma tutte queste norme perde-
ranno il carattere giuridico, poiché non
avranno bisogno di essere protette da
un particolare apparato di coercizione.
L'unica garanzia del loro rispetto sarà
l'opinione pubblica. E se è cosi, si pre-
senteranno non come norme del diritto
ma come norme della morale о come
norme consacrate dalle usanze e saran-
no legate non alla coscienza giuridica
ma alla coscienza morale.
7. LA MORALE

a. Il concetto di morale
L'uomo non può vivere fuori della so-
cietà, fuori della collettività che presen-
ta sempre determinate esigenze per
quel che riguarda il comportamento dei
suoi membri. Perciò l'individuo deve
commisurare le proprie azioni agli inte-
ressi della società che le giudica come
buone о come cattive, come giuste о
come ingiuste.
I giudizi della società su questi о quegli
atti degli individui, giudizi che li valuta-
no dal punto di vista del bene, del male,
della giustizia, dell'ingiustizia, dell'one-
stà о della disonestà, si chiamano giudi-
zi morali.
I giudizi morali trovano la loro incarna-
zione in determinate regole e norme di
condotta cui obbediscono gli individui
nelle loro relazioni reciproche. L'insie-
me delle norme morali costituisce la
morale che vige in una data società.
In tal modo, la morale è l'insieme delle
norme e delle regole di condotta degli
individui nella società in una data tappa
del suo sviluppo, le quali esprimono i
giudizi della società (o di una singola
classe) su questi о quegli atti degli indi-
vidui dal punto di vista del bene, del
male, della giustizia, dell'ingiustizia,
dell'onestà о della disonestà.
Parallelamente alle norme della morale,
come, già sappiamo, esistono nella so-
cietà anche le norme del diritto, le qua-
li, come le norme morali, regolano la
condotta degli individui. Le norme mo-
rali si distinguono, però, sostanzial-
mente dalle norme del diritto. Questa
distinzione si esprime prima di tutto
nel fatto che dietro le norme del diritto
sta la forza della coercizione statale. Se
questo о quel membro della società si
rifiuterà di osservare questa о quella
norma del diritto, gli organi del potere
lo costringeranno a rispettarla.
Le norme della morale non possiedono
una tale forza coercitiva. Dietro di esse
sta la forza dell'opinione pubblica. Poi,
le norme del diritto vengono stabilite
dallo Stato e assumono la forma di leg-
gi, mentre le norme morali vengono
formulate dalla società о da una classe
generalizzando la prassi dei rapporti
tra gli individui e le concezioni che si
creano sotto un diretto influsso delle
condizioni materiali di vita intorno a
momenti come il bene, il male, la giusti-
zia, l'ingiustizia e l'ideale morale.
b. L'origine della morale
Gli idealisti derivano la morale dalla co-
scienza, da questo о quel principio spi-
rituale. Il filosofo greco Platone collega-
va l'esistenza della morale con l'“idea
del bene” la quale si trova fuori della
coscienza umana. Kant la collegava con
un al di là inconoscibile. Sono assai dif-
fusi anche i tentativi di derivare la mo-
rale dalla natura biologica dell'uomo, in
particolare da impulsi istintivi dell'uo-
mo, come la difesa da parte della fem-
mina delle sue creature, l'istinto grega-
le, l'istinto di mutua assistenza. “… Il
campo dei fenomeni morali – rileva, ad
esempio, K. Kautsky – non è qualcosa
che sia proprio esclusivamente all'uo-
mo: questi fenomeni esistono anche
presso gli animali sociali e non sono che
un'espressione degli istinti sociali”163.
Vi sono pure sociologi che derivano la
morale da queste
quelle cosiddette proprietà eterne, im-
mutabili della natura umana: la litigio-
sità о la predisposizione al bene, ecc.
Per la prima volta una spiegazione
scientifica dell'origine e dell'essenza
della morale fu fornita solo dal marxi-
smo sulla base della concezione mate-
rialistica della storia.
La morale è un fenomeno sociale. Essa
sorge e esiste solo nella società, sulla
base dell'attività produttiva comune,

163 Karl Kautsky, Die materialistische Geschichtsauffassung,


Erster Band, 1929. Berlin, S. 440.
nel corso della quale si rende necessa-
rio regolare i rapporti tra singoli indi-
vidui e la collettività, definire la cerchia
degli obblighi di ogni membro della col-
lettività e la punizione per il mancato
adempimento di essi. È proprio l'attivi-
tà lavorativa comune degli individui
che determinò la necessità di concorda-
re le azioni di un singolo individuo con
quelle della collettività, gli interessi in-
dividuali con quelli sociali e, al tempo
stesso, di far si che l'individuo si formi
determinate concezioni per quel che ri-
guarda i suoi doveri di fronte alla col-
lettività, faccia propri determinati cri-
teri di valutazione delle azioni degli in-
dividui.
Nei primi tempi queste concezioni degli
uomini su ciò che è bene e su ciò che è
male, su ciò che è giusto e su ciò che è
ingiusto e le rispettive norme di con-
dotta si presentavano come l'unico isti-
tuto capace di regolare i rapporti tra gli
uomini. In seguito sorsero accanto alle
norme morali anche le usanze, le norme
del diritto.
Sottolineando il nesso tra la morale e
l'attività produttiva degli uomini, En-
gels scriveva: «… gli uomini, consape-
volmente о inconsapevolmente, in ul-
tima analisi traggono le loro concezioni
morali dai rapporti pratici sui quali è
fondata la loro condizione di classe,
cioè dai rapporti economici, in cui pro-
ducono e scambiano..,»164.
Ma se la morale è chiamata alla vita dal-
le condizioni materiali di vita degli uo-
mini, dalle loro relazioni economiche e
le riflette, essa non può essere eterna
ma deve cambiare, non appena cam-
biano queste condizioni e queste rela-
zioni. Ad esempio, nelle prime tappe di
esistenza della società umana, quando
il livello di sviluppo delle forze produt-
tive era estremamente basso e quando i

164 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol. XXV, p.
89.
mezzi di sussistenza creati dall'uomo
non bastavano a soddisfare i bisogni del
produttore diretto, non era considerato
un atto amorale il cagionare consape-
volmente la morte degli individui inol-
trati negli anni che non potevano più
mantenere se stessi. Successivamente,
col mutarsi delle condizioni materiali di
vita, quando le forze produttive si sono
talmente sviluppate da rendere possibi-
le il plusprodotto che non è assoluta-
mente necessario alla sussistenza del
produttore diretto, le sopraindicate
azioni erano già considerate amorali.
Erano, invece, riconosciuti conformi al-
la morale gli atti che esprimevano il ri-
spetto, la sollecitudine per i vecchi.
c. Il carattere di classe della morale
Mutamenti particolarmente sostanziali
si sono prodotti nella sfera della morale
con la divisione della società in classi.
Se prima la morale era una sola per tut-
ti i membri della società, ora questa
unità scompare. Ogni classe elabora le
proprie norme morali. E ciò non è ca-
suale. La morale dipende dalle condi-
zioni materiali di vita degli uomini, ma
nella società di classe queste condizioni
sono diametralmente opposte per le
classi antagonistiche, e perciò è natura-
le che queste classi abbiano una conce-
zione diversa del bene e del male, della
giustizia e dell'ingiustizia e si facciano
guidare da princìpi morali assoluta-
mente diversi.
Ma nella società sempre dominano le
concezioni morali e le norme etiche che
esprimono gli interessi della classe do-
minante. Questa classe mira ad imporre
a tutti le proprie concezioni morali e le
rispettive norme etiche. Ma in forza del
fatto che dietro la norma etica sta non
la forza della coercizione statale, come
è il caso del diritto, ma la forza dell'opi-
nione pubblica, i lavoratori non ricono-
scono giuste norme, non le osservano,
non tengono conto dell'opinione pub-
blica degli sfruttatori. Man mano che
cresce la coscienza di classe dei lavora-
tori, appaiono tra di loro concezioni
morali, princìpi etici diametralmente
opposti alle norme etiche della classe
sfruttatrice dominante.
Se prenderemo la società capitalistica,
vedremo che la morale che vi domina è
la morale della classe dei capitalisti, la
morale borghese. Base economica di
questa morale è la proprietà privata dei
mezzi di produzione. Ma la proprietà
privata, secondo un'espressione di A.
M. Gorki, “divide gli uomini, li spinge gli
uni contro gli altri, crea un irriconcilia-
bile antagonismo degli interessi, mente,
cercando di nascondere о di giustificare
questo antagonismo, e corrompe tutti
con la menzogna, con l'ipocrisia e con la
malvagità”.
Nella società borghese domina il prin-
cipio della compravendita. Qui tutto as-
sume la forma di merce. Voi potete
comprare non solo gli oggetti di con-
sumo, non solo i generi alimentari, ma
anche gli uomini, il loro sangue, la loro
coscienza. Metro principale dei rapporti
fra gli uomini diventa il denaro. Chi lo
possiede, è ritenuta una persona per
bene, degna di rispetto, indipendente-
mente dal modo in cui ha acquistato la
ricchezza. Nel dare la caccia al profitto,
il borghese calpesta tutte le norme mo-
rali, è pronto a commettere qualsiasi
delitto, se lo attende un lauto profitto.
Caratterizzando il dato tratto distintivo
della personalità del borghese, Marx
scriveva: «Il capitale aborre la mancan-
za di profitto о il profitto molto esiguo
come la natura aborre il vuoto. Quando
c'è un profitto proporzionato, il capitale
diventa coraggioso. Garantitegli il dieci
per cento, e lo si può impiegare dapper-
tutto; il venti per cento, e diventa viva-
ce; il cinquanta per cento, e diventa ve-
ramente temerario; per il cento per
cento si mette sotto i piedi tutte le leggi
umane; dategli il trecento per cento, e
non ci sarà nessun crimine che esso
non arrischi, anche pena la forca»165.
La morale borghese educa l'egoismo e
l'individualismo. «L'uomo è lupo per
l'uomo», «Ognun per sé, dio per tutti»,
ecco i princìpi della morale borghese.
Oltre alla morale borghese sorge e si af-
ferma nella società capitalistica una
morale nuova, più elevata, la morale del
proletariato, classe progressiva chiama-
ta a liberare l'umanità dal bisogno e
dallo sfruttamento.
La morale proletaria si forma man ma-
no che il proletariato si unisce nella lot-
ta contro gli sfruttatori, man mano che
nasce e si sviluppa la sua coscienza di
classe. «La morale proletaria – scrisse il
noto statista sovietico M. I. Kalinin – si
formava direttamente nei posti di lavo-
ro: nelle officine e nelle fabbriche».
I princìpi della morale proletaria sono
diametralmente opposti a quelli della

165 Karl Marx, Il Capitale, cit., I (3), pp. 220-221.


morale borghese. Se alla base di que-
st'ultima sono l'individualismo, l'egoi-
smo, il disprezzo per la collettività, la
società, alla base della morale proleta-
ria sono il collettivismo, la mutua assi-
stenza.
Caratterizzando gli operai rivoluziona-
ri, Marx scriveva: «… la fratellanza
umana non è una frase sulla loro bocca
ma è una verità, e dai volti induriti dal
lavoro ci si presenta tutta la bellezza
dell'umanità”166. La parola “compagno”
nella società capitalistica risuona come
appello ad unirsi nella lotta contro gli
oppressori, è un simbolo della forza,
dello spirito d'organizzazione del prole-
tariato, della coesione delle sue file.
Il senso di collettivismo riceve partico-
lare sviluppo dopo l'abbattimento degli
sfruttatori, dopo la conquista della dit-
tatura del proletariato e l'istaurazione
della proprietà sociale dei mezzi di

166 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere, vol. 4, p. 204. Ed. russa.
produzione, la quale, a differenza della
proprietà privata che determina l'anta-
gonismo tra gli uomini, unisce gli uo-
mini, fa nascere e sviluppa il principio
di mutua assistenza.
Quale morale di classe, la morale prole-
taria è, al tempo stesso, la morale di tut-
ti i lavoratori, poiché il proletariato con
la sua lotta contro gli sfruttatori difen-
de non solo i propri interessi, ma anche
le aspirazioni di tutto il popolo, esso si
batte non solo per la propria liberazio-
ne dal giogo del capitale, ma anche per
la liberazione di tutti i lavoratori dallo
sfruttamento. Perciò man mano che
progredisce la costruzione del sociali-
smo e del comunismo la morale della
classe operaia acquista sempre più
chiaramente le caratteristiche dell'etica
comunista che esprime gli interessi di
tutti i lavoratori.
La morale comunista è tutto ciò «che
serve a distruggere la vecchia società
sfruttatrice e ad unire tutti i lavoratori
intorno al proletariato che sta co-
struendo la nuova società… ”167. La mo-
rale comunista è subordinata, in tal
modo, “agli interessi della lotta di classe
del proletariato”168. La morale comuni-
sta si fonda «sulla lotta per consolidare
e portare a compimento il comuni-
smo”169.
La morale comunista, oltre al principio
del collettivismo di cui abbiamo parlato
sopra, comprende anche una serie di al-
tri princìpi. Sono la fedeltà alla causa
del comunismo, l'amore per la Patria
socialista, il lavoro onesto al servizio
della società, la sollecitudine di ogni cit-
tadino per salvaguardare e incrementa-
re il patrimonio sociale; la profonda
comprensione del dovere sociale e l'in-
transigenza verso le violazioni degli in-
teressi sociali; i rapporti umani e di re-
ciproco rispetto tra gli uomini; l'onestà

167 V. I. Lenin, op. cit., vol. 31, p. 278.


168 Ibidem, p. 277.
169 Ibidem, p. 280.
e la sincerità, il rigore morale, la sem-
plicità e la modestia nella vita sociale e
individuale; il rispetto reciproco nella
famiglia, la cura per l'educazione dei fi-
gli; l'intransigenza verso l'inimicizia
nazionale e razziale; l'intransigenza
verso i nemici del comunismo, della
causa della pace e della libertà dei po-
poli; la solidarietà fraterna con i lavora-
tori di tutti i paesi, con tutti i popoli.
La morale comunista si forma e si af-
ferma nella lotta contro la morale bor-
ghese, contro le sopravvivenze del pas-
sato nella coscienza e nelle azioni degli
uomini. «Quanto più la nostra società
avanza – è detto nel Rapporto d'attività
del CC del PCUS al XXV Congresso del
PCUS – tanto più intollerabili diventano
le deviazioni dalle norme dell'etica so-
cialista che tuttora si registrano»170.
d. Sui momenti universali della morale
Nonostante il suo carattere di classe, la

170L. I. Brezhnev, op. cit., p. 125.


morale comprende anche tali norme di
condotta che sono comuni a classi di-
verse e epoche diverse, cioè hanno un
carattere universale. L'esistenza di
queste norme si spiega con il fatto che
qualsiasi collettività umana esige che
tutti i membri della società osservino
alcune regole elementari di condotta
senza le quali è inconcepibile l'esisten-
za della società umana. Si riferiscono a
queste norme la cura dei genitori per i
figli e dei figli per i genitori, il rispetto
per i vecchi, la cortesia, la modestia, la
fedeltà alla parola data, le norme che
condannano il teppismo, la violenza nei
confronti della donna, ecc.
Questi momenti universali della morale
non devono essere considerati come
momenti extrastorici. Come i princìpi
che esprimono gli interessi di questa о
quella classe, le norme etiche universali
sono il prodotto dello sviluppo sociale.
Sorte nei tempi remoti, esse si trasmet-
tono di generazione in generazione, svi-
luppandosi e arricchendosi nel corso di
questo processo. Non solo, ma le epo-
che diverse creano condizioni diverse
per il manifestarsi delle norme etiche
universali. Anche se per la loro origine
queste norme non sono legate alle clas-
si, i rapporti dominanti nella società di
classe, lasciano una determinata im-
pronta su di esse e le modificano così in
un senso о nell'altro. Ad esempio, la se-
te dell'arricchimento propria agli sfrut-
tatori, il bisogno costante e le privazio-
ni continue dei lavoratori portano spes-
so alla violazione e al travisamento del-
le regole elementari della convivenza
umana. “… La principale causa sociale
degli eccessi che costituiscono infrazio-
ni alle regole della convivenza sociale è
– ebbe a rilevare Lenin – lo sfruttamen-
to delle masse, la loro povertà, la loro
miseria”171.
Solo la creazione di una società senza

171V. I. Lenin, op. cit., vol. 25, p. 436.


classi con nuovi rapporti, basati sullo
spirito di collettivismo tra tutti i suoi
membri, crea tutte le condizioni per
l'osservanza delle sopraindicate regole
di condotta. E se nell'odierna società
socialista c'è ancora bisogno di un ap-
parato di coercizione in questo campo,
con il passaggio al comunismo le regole
elementari della convivenza umana sa-
ranno rispettate da tutti gli individui
senza qualsiasi costrizione: la loro os-
servanza diventerà abitudine.
In tal modo, con l'istaurazione della so-
cietà socialista, e tanto più di quella
comunista, la sfera in cui vigono le
norme etiche universali si estende.
e. Sul criterio della verità nella sfera della morale
In quanto nella società c'è diversità di
opinioni delle classi intorno a momenti
come il bene e il male, la giustizia e l'in-
giustizia, cioè si hanno norme etiche di-
verse e persino diametralmente oppo-
ste, sorge naturalmente la domanda:
quali di queste concezioni e norme eti-
che sono vere, quale è il criterio della
verità nel campo della morale?
Esistono al riguardo numerosissimi
punti di vista diversi, ma nonostante
tutta la loro molteplicità è comune ai
sociologi borghesi il negare di regola il
criterio oggettivo.
L'impossibilità di stabilire un sicuro cri-
terio che permetta di distinguere ciò
che è conforme alla morale e ciò che è
amorale, è sostenuta, in particolare, da
un indirizzo come il relativismo morale.
«Per stabilire la giustezza del modo di
agire manca – scrive, ad esempio, H.
Stofer – un ultimo argomento, quello
decisivo… Il dovere… poggia empirica-
mente su una molteplicità di coman-
damenti e divieti, mentre la giustezza
dell'ideale che serve da misura non è
che una supposizione»172.
Anche i seguaci del positivismo negano

172 Hellmuth Stofer, Über das ethische Werturteil. Basel, 1955.


SS. 25, 157.
il criterio oggettivo di valutazione dei
giudizi etici. Secondo loro, le nozioni di
ciò che è bene e di ciò che è male sono
chiamate ad esprimere soltanto il fatto
che un singolo individuo giudica pro-
prio così una data azione. Ma l'opinione
di questo individuo non è impegnativa
per gli altri individui, essi possono ave-
re un proprio giudizio in merito, distin-
to dagli altri. Ed è semplicemente im-
possibile stabilire quale di questi giudi-
zi sia vero.
Come esempio si può riferirsi al punto
di vista sostenuto al riguardo da C. J.
Keyser. Egli ragiona in questi termini:
«I princìpi etici poggiano su determina-
ti sentimenti. Questi sentimenti sono
espressi con termini come il giusto e
l'ingiusto, il bene, il male, ecc… I senti-
menti etici sono ciò che sono. Indipen-
dentemente da dove accadono e quan-
do accadono, accadono come fatti, come
fatti della natura… ”173, cioè come feno-
meni strettamente individuali. Sono fe-
nomeni slegati tra di loro, fenomeni
frammentari. Divergono da un indivi-
duo all'altro e in momenti diversi di-
pendono dalle circostanze e dal luogo.
In forza di ciò, prosegue Keyser, sono
diverse e mutevoli le regole generate
dai sentimenti etici, nonché i giudizi
connessi a queste regole.
Keyser ritiene che è necessario rag-
gruppare tutti i princìpi e giudizi morali
in modo che di ciascun gruppo facciano
parte solo quei princìpi e giudizi che
non sono in contrasto tra di loro. E allo-
ra vi saranno tanti sistemi quanti di
questi gruppi ne avremo. Secondo lui,
possono essere costruiti tanti sistemi
morali quanti sono i giudizi umani di-
versi, e poiché di giudizi ve ne è un'infi-
nità, possono esservi altrettanti sistemi
morali.

173 Cassius Jackson Keyser, The Collected Works, vol. II. N. Y.,
1952, p. 242.
Ciascuno di questi sistemi – dice Keyser
– rifletterà il sentimento etico di questo
о quell'individuo e perciò esso è vero,
poiché fissa un fatto concreto della
realtà.
Keyser ignora assolutamente il fatto
che nonostante la diversità dei giudizi
morali di questi о quegli individui, vi
sono i momenti comuni determinati
dalla posizione che essi occupano nella
società, nella produzione dei beni ma-
teriali. Questi momenti comuni nella
valutazione di questo о quel fenomeno
si presentano come un sistema di prin-
cìpi morali, sistema riconosciuto da tut-
ti i membri di questo gruppo, ad esem-
pio dai rappresentanti di una classe,
anche se possono esservi deviazioni di
ogni sorta nella valutazione di questo о
quel fenomeno da parte dei singoli
membri di questo gruppo. Ma queste
sfumature, questa individualità nella
valutazione dei fenomeni non costitui-
scono affatto un ostacolo all'esistenza
di un sistema morale comune ai rap-
presentanti della data classe. Questo si-
stema esisterà e si farà strada attraver-
so tutte queste sfumature, attraverso
tutta questa molteplicità di deviazioni
come tendenza generale in queste о
quelle azioni.
Vediamo, in tal modo, che la filosofia
idealistica, speculando sull'individuali-
tà dei giudizi etici degli uomini, nega la
comunanza di norme morali per i ri-
spettivi gruppi sociali di uomini e, al
tempo stesso, anche il criterio oggettivo
della verità nella sfera della morale.
Come si risolve, dunque, la questione
del criterio della verità delle norme
morali?
Come già sappiamo, la morale di ogni
data epoca, di ogni data classe è un ri-
flesso delle condizioni materiali di vita,
della situazione economica degli uomi-
ni. Proprio ciò determina il carattere
storicamente mutevole delle concezioni
e norme morali. E come si registra un
processo oggettivo nella sfera dello svi-
luppo delle condizioni materiali di vita
degli uomini così si registra un pro-
gresso anche nella sfera dell'etica. È alla
luce di questo sviluppo progressivo del-
la società che il marxismo risolve la
questione del criterio della verità dei
giudizi morali. Più vera è quella morale
che contribuisce al massimo allo svilup-
po progressivo della società, quella mo-
rale che difende il futuro, rispecchia i
compiti dello sviluppo progressivo della
società. Attualmente tale morale è solo
la morale proletaria, comunista. Chie-
dendosi quale delle forme della morale
esistenti nella società capitalistica è ve-
ra, Engels risponde: «… Sarà in posses-
so del maggior numero di elementi che
promettono di essere duraturi quella
morale che rappresenta nel presente il
rovesciamento del presente (Engels al-
lude al rovesciamento dell'ordinamento
capitalistico – N.d.A.), il futuro, e, quin-
di, la morale proletaria»174.
8. L'ARTE

a. Le peculiarità dell'arte come forma di coscienza


sociale
Assolve un notevole ruolo nell'evolu-
zione spirituale della società l'arte, che
rappresenta una delle forme fondamen-
tali di coscienza sociale.
Alcuni studiosi borghesi di estetica ve-
dono la specificità dell'arte nel fatto che
essa sarebbe uno strumento per l'auto-
perfezionamento spirituale degli indi-
vidui. Secondo questo punto di vista,
ogni individuo, dedicandosi all'arte,
perfeziona se stesso nella misura delle
sue possibilità, il che si estrinseca in
queste о quelle opere da lui create. Sor-
ge così una specie di competizione tra
gli uomini in materia di autoperfezio-
namento spirituale, competizione che
porta, in ultima analisi, allo sviluppo

174 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol. XXV, p.
89.
della vita spirituale degli uomini. Ne
consegue che le opere d'arte vengono
create dal loro autore non per soddisfa-
re un determinato bisogno sociale ma
solo per compiere un certo passo nel
suo autoperfezionamento.
Non vi è dubbio che nel processo di
creazione di un'opera d'arte l'artista
perfeziona se stesso, la propria mae-
stria, sviluppa e arricchisce il proprio
mondo spirituale. Ma è forse in ciò che
risiede l'essenza dell'arte come feno-
meno sociale? No, certo. Si sa che l'arte
come fenomeno sociale è sorta e si è
sviluppata in risposta al bisogno di
opere che procurassero agli uomini
soddisfazione estetica. In relazione a
ciò, gli artisti, creando queste о quelle
opere, non hanno in vista né se stessi
né il proprio perfezionamento, ma gli
altri uomini, determinati bisogni di
questi ultimi. L'autoperfezionamento
degli individui nel processo di creazio-
ne delle opere d'arte non è affatto un
momento specifico dell'arte. L'autoper-
fezionamento in campo spirituale si ha
anche in seguito alle ricerche scientifi-
che, durante gli studi, nel corso dell'a-
dempimento di molte altre funzioni so-
ciali.
Alcuni studiosi borghesi di estetica di-
chiarano che la specificità dell'arte ri-
siederebbe nel fatto che essa, essendo
soggettiva, presuppone una «conoscen-
za concreta e diretta dei valori dell'e-
sperienza», a differenza della scienza
che, rispecchiando i lati e i nessi i quali
si prestano ad una misurazione e de-
scrizione precisa, può essere ricono-
sciuta come «oggettiva».
L'erroneità della data asserzione è fuori
dubbio. La distinzione tra la scienza e
l'arte non consiste nel fatto che la pri-
ma riflette la verità oggettiva e l'altra
no, ma nel fatto che esse la riflettono in
modo diverso. Per creare un'opera d'ar-
te è ben lungi dal bastare la «conoscen-
za concreta e diretta dei valori dell'e-
sperienza». Sono necessarie per questo
anche un'elaborazione logica di questa
esperienza, la penetrazione all'interno
degli oggetti e dei fenomeni, una cono-
scenza adeguata della loro essenza.
La specificità dell'arte come forma di
coscienza sociale è determinata dal suo
oggetto, dalla forma artistico-figurativa
di riflessione della realtà e dalle funzio-
ni da essa assolte nella società.
L'oggetto dell'arte è assai ampio. Esso
abbraccia tutti gli aspetti molteplici del-
la vita e dell'attività degli uomini. Riflet-
tendo questi о quei lati della realtà, l'ar-
te, a differenza della scienza dove il
processo della conoscenza è volto a ri-
flettere l'oggetto – la realtà – nelle sue
caratteristiche oggettive, riflette l'og-
getto nella sua connessione con il sog-
getto, essa riproduce non solo le pro-
prietà inerenti all'oggetto ma anche
l'atteggiamento emozionale del sogget-
to verso queste proprietà.
La specificità dell'oggetto di riflessione
nell'arte condiziona la specificità della
forma di riflesso, cioè dell'immagine ar-
tistica il cui contenuto sono il riflesso
della realtà e la valutazione di essa da
parte dell'artista. Il contenuto dell'im-
magine artistica include in sé un'infor-
mazione e sul mondo e sull'artista che
viene a conoscerlo, sui suoi sentimenti,
pensieri, propositi, ecc.
A differenza della scienza, dove il pro-
cesso di riflessione avviene nella forma
di concetti, cioè di immagini ideali ge-
nerali che riproducono nella coscienza
degli individui necessari lati e nessi
dell'oggetto d'indagine, nell'arte l'es-
senza, i necessari lati e nessi della real-
tà si riflettono in forma sensibile con-
creta, intuitivo-figurativa, nella forma
di un fenomeno unico, irrepetibile. Ac-
centrando l'attenzione su questi о quei
lati del fenomeno da lui raffigurato, l'ar-
tista ne esprime l'essenza, le leggi in-
terne e le tendenze di sviluppo e ne
fornisce questa о quella valutazione in
conformità alla sua concezione del
mondo.
Peculiarità dell'arte è anche che essa
racchiude in sé l'unità della riflessione
della realtà e della creazione pratica di
valori estetici in cui trovano la loro in-
carnazione gli ideali estetici della socie-
tà. L'unità di questi momenti trova la
sua espressione palese nell'immagine
artistica che si presenta sia come forma
di conoscenza artistica, sia come risul-
tato oggettivato della creazione artisti-
ca, cioè come prassi artistica. L'imma-
gine artistica si crea nel processo di og-
gettivizzazione di essa nel materiale di
questo о quel tipo d'arte (forme, colori,
linee, suoni, movenze, ecc.). Grazie a ciò
l'immagine artistica acquista materiali-
tà sensibile concreta, sostanzialità, e di-
venta accessibile alla nostra percezio-
ne.
Ma il momento determinante nell'opera
d'arte è il suo contenuto ideale-
emozionale. L'arte si riferisce prima di
tutto alla sfera della produzione spiri-
tuale.
b. Le funzioni sociali dell'arte
L'arte è una delle più antiche forme di
coscienza sociale. Essa ha la propria
storia, la propria logica di sviluppo de-
terminata dalle leggi generali di evolu-
zione della società. L'arte, come qual-
siasi altra forma di coscienza sociale, è
un riflesso dell'essere sociale, esprime
nel suo sviluppo determinate tendenze
di mutamento delle condizioni materia-
li di vita degli uomini, le esigenze del
progresso storico.
Presentandosi sin dall'inizio come as-
similazione artistica della realtà e come
trasformazione creativa di essa, l'arte
nei primi tempi era direttamente colle-
gata con l'attività lavorativa e con tutto
il modo di vita della collettività primiti-
va.
Quali motivi dunque spingevano l'uomo
primitivo, che era «completamente
schiacciato dalle difficoltà dell'esisten-
za, dalle difficoltà della lotta con la na-
tura»175, ad occuparsi della creazione
artistica? Il bisogno sociale che chiamò
alla vita l'assimilazione estetica della
realtà e la stessa attività estetica era le-
gato all'aspirazione dell'uomo a cono-
scere il mondo, a comprendere il pro-
prio posto in esso e a trasformarlo. Lo
stimolo alla conoscenza era la necessità
per l'uomo di agire conformemente allo
scopo sulla natura, di modificarla con-
formemente ai bisogni della società.
Perché l'attività produttiva potesse
funzionare e svilupparsi normalmente,
l'uomo doveva venir a conoscere un'e-
stesa cerchia di oggetti e fenomeni del
mondo circostante: le abitudini degli
animali, la struttura del loro corpo, le
proprietà del legno, della pietra, della
terra, le ripetizioni nello sviluppo della
natura (le stagioni della caccia, della
pesca, dell'agricoltura). In forza del fat-
to che l'attività mentale dell'uomo pri-

175V. I. Lenin, op. cit., vol. 5, p. 95.


mitivo si fondeva con l'attività lavorati-
va, si realizzava agendo concretamente
su questi о quegli oggetti e fenomeni
sensibili concreti, il processo della co-
noscenza si svolgeva in forma artistico-
figurativa, forma che presupponeva una
determinata unità del soggetto e
dell'oggetto. Nelle immagini artistiche
dell'uomo primitivo trovava la sua in-
carnazione e la sua interpretazione l'e-
sperienza sensibile che andava accumu-
landosi. I dipinti rupestri – immagini di
animali – testimoniano della capacità di
osservazione dei nostri antenati, della
loro capacità di cogliere bene la manie-
ra di voltarsi, il ritmo del movimento, di
esprimere la forza dell'animale. Da essi
si vede che l'uomo primitivo conosceva
bene anche la sua «natura».
In queste fasi iniziali dello sviluppo so-
ciale l'interpretazione artistico-
figurativa del mondo era caratteristica
di tutti i lati dell'attività lavorativa. La
preparazione al processo lavorativo
(caccia, semina), ad assalto a mano ar-
mata rappresentava sempre un mo-
mento di creazione artistica molto effi-
cace, racchiudendo in sé sia il momento
di una specie di prova (canzoni, danza,
pantomime dedicate alla riproduzione
di vari episodi della caccia, dei lavori
campestri, ecc.) che il momento di una
rispettiva preparazione psicologico-
morale dei membri della collettività.
In seguito all'ulteriore sviluppo della
produzione, alla sempre maggiore divi-
sione sociale del lavoro, l'arte si separa
dall'attività materiale pratica e diventa
una particolare sfera d'attività spiritua-
le. Simultaneamente emerge dalla col-
lettività un piccolo gruppo di individui
che cominciano a specializzarsi nella
produzione spirituale, si usurpano il di-
ritto di occuparsi di arte.
Ma anche dopo la separazione dell'arte
dall'attività produttiva e la sua trasfor-
mazione in un tipo autonomo di crea-
zione spirituale, essa non perde il suo
legame con la vita materiale degli uo-
mini e nel suo contenuto, nelle sue ten-
denze di sviluppo rispecchia i muta-
menti che si producono nelle loro rela-
zioni economiche. «Sancio – scrivono in
merito Marx e Engels ne L'ideologia te-
desca – immagina che Raffaello abbia
eseguito i suoi dipinti indipendente-
mente dalla divisione del lavoro che
esisteva a Roma al suo tempo… Raffael-
lo, come ogni altro artista, era condi-
zionato dai progressi tecnici dell'arte
compiuti prima di lui, dall'organizza-
zione della società e dalla divisione del
lavoro nella sua città e, infine, dalla di-
visione del lavoro in tutti i paesi con i
quali la sua città era in relazione»176.
Ma a differenza di tali forme di coscien-
za sociale come la politica о il diritto,
l'arte non è legata direttamente alla
struttura economica. Il suo nesso con
l'economia è mediato da numerosi fat-

176 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol. V. pp.
406-407.
tori tra cui assolvono un ruolo di rilievo
la politica, il diritto, l'etica.
Influiscono sullo sviluppo dell'arte non
solo la struttura economica ma anche
tutto lo stato della vita politica e in ge-
nerale della vita spirituale della società,
le peculiarità della lotta di classe in una
data tappa storica, ecc. Proprio con ciò
si spiega che a volte la fioritura dell'arte
non coincide con l'ascesa dell'econo-
mia, ma si ha in un periodo di acute
contraddizioni nella vita economica. È
un esempio al riguardo l'arte russa del
XIX secolo. In ciò, va detto a proposito,
si manifesta l'autonomia relativa pro-
pria alla coscienza sociale in generale.
L'arte assolve tutta una serie di funzio-
ni nella società. La più importante di
esse è l'appagamento dei bisogni esteti-
ci della società. La capacità dell'arte di
appagare i bisogni estetici dell'uomo ne
costituisce la natura estetica: la pecu-
liarità più importante che distingue
l'arte da tutti gli altri fenomeni sociali.
Mettendo in risalto la facoltà dell'arte
di soddisfare i bisogni estetici degli
uomini come funzione specifica di essa,
dobbiamo rilevare che questa non è la
sua unica funzione. Oltre ad appagare i
bisogni estetici degli uomini, l'arte as-
solve una serie di altre importantissime
funzioni, in particolare essa rappresen-
ta un mezzo о una forma di conoscenza
della realtà, nonché assolve la funzione
di educazione degli uomini, propaganda
determinati princìpi etici, politici, filo-
sofici, ecc.
Le opere d'arte esprimono i sentimenti
e gli ideali degli uomini di una determi-
nata epoca e incarnano le tendenze
fondamentali dell'ideologia e della psi-
cologia sociale della data tappa storica.
In esse si riflettono i problemi che agi-
tano la società. In ciò, in particolare, si
manifesta la natura sociale dell'arte.
L'arte sempre serve una determinata
società riflettendo la vita da posizioni
degli ideali e degli interessi dei gruppi
sociali concreti, delle classi. Perciò l'ar-
te nella società di classe è sempre im-
prontata ad uno spirito di parte. For-
mulando il principio della partiticità
dell'arte, Lenin ebbe a sottolineare che
l'arte proletaria deve servire la causa
dell'emancipazione dei lavoratori dallo
sfruttamento, della costruzione della
società comunista, senza classi. L'attivi-
tà letteraria, scrisse Lenin, «non può es-
sere in genere un'attività individuale,
avulsa dalla causa generale del proleta-
riato»177. Tenendo conto della specifici-
tà dell'arte, Lenin sottolineava che essa
meno di tutto si presta ad un meccanico
livellamento. Egli scrisse: «non vi è
dubbio, in questa attività è assoluta-
mente indispensabile assicurare campo
libero all'iniziativa personale, alle di-
sposizioni individuali, al pensiero e alla
fantasia, alla forma e al contenuto»178.
L'arte si presenta come uno dei mezzi

177 V. I. Lenin, op. cit. vol. 10, p. 35.


178 Ibidem, p. 36.
efficaci al servizio della società per rea-
lizzare i compiti che le stanno di fronte.
Non è casuale perciò se il PCUS e il go-
verno sovietico riserbano all'arte un
importante posto nell'opera di educa-
zione comunista dei sovietici. Come ar-
te del realismo socialista, il quale non
solo riflette in modo critico e veritiero
la realtà (ciò che è proprio anche al rea-
lismo critico) ma indica anche le vie da
seguire per modificarla, l'arte sovietica
contribuisce a mettere tempestivamen-
te in luce le contraddizioni che sorgono
nell'opera di edificazione del comuni-
smo e a risolverle il più rapidamente
possibile. Mostrando agli uomini il loro
domani, essa concorre a formare e a
sviluppare
in essi le caratteristiche proprie all'uo-
mo della società comunista.
Nelle opere d'arte vengono raffigurati
gli uomini, mostrate la loro vita e la loro
opera, messi in luce i loro caratteri, il
mondo interiore, ecc. Attraverso le im-
magini da lui create, l'artista insegna
quale atteggiamento bisogna assumere
di fronte a questo о quel fenomeno del-
la vita, quali uomini devono essere imi-
tati e con quali bisogna lottare, come
bisogna comportarsi in queste о quelle
circostanze, a quali ideali bisogna dedi-
care la propria vita e la propria attività.
9. LA RELIGIONE

a. L'origine e l'essenza della religione


La religione è il riflesso fantastico, illu-
sorio nella testa degli uomini di quelle
potenze esterne che dominano la sua
esistenza quotidiana, riflesso nel quale
le potenze terrene acquistano la forma
di forze sovraterrene. Essa è legata alla
fede negli esseri sovrannaturali e alla
celebrazione dei rispettivi riti.
La religione è sorta nei primi stadi di
formazione della società umana, quan-
do, a causa del basso livello di sviluppo
delle forze produttive, l'uomo era asso-
lutamente impotente nella lotta contro
gli elementi della natura. Questa dipen-
denza dalle forze cieche della natura e
l'ignoranza delle cause che ne determi-
nano il manifestarsi, condizionarono la
divinizzazione di queste forze da parte
dell'uomo, fecero nascere in lui la fede
nell'esistenza di esseri sovrannaturali
che mettono in moto queste forze e le
controllano.
In seguito, con la divisione della società
in classi, con la comparsa di un feno-
meno come lo sfruttamento di una par-
te della società ad opera dell'altra, gli
uomini vennero a trovarsi in balia delle
forze cieche della società che causavano
ai lavoratori «sofferenze mille volte più
terribili, tormenti assai più selvaggi»179
di tutte le calamità della natura. Questa
circostanza è un'altra radice, supple-
mentare, della religione. «Agli inizi del-
la storia sono anzitutto le potenze della
natura quelle che subiscono questo ri-

179 V. I. Lenin, op. cit., vol. 15, p. 384.


flesso (religioso – N.d.A.)… Ma presto,
accanto alle forze naturali, entrano in
azione anche forze sociali, forze che si
ergono di fronte agli uomini altrettanto
estranee e, all'inizio, altrettanto inspie-
gabili e li dominano con la medesima
necessità naturale delle stesse forze
della natura. Le forme fantastiche, nelle
quali in principio si riflettevano solo le
misteriose forze della natura, acquisi-
scono di conseguenza attributi sociali e
diventano rappresentanti di forze sto-
riche»180.
Nella società borghese questa forza
spontanea supplementare che si con-
trappone all'uomo e domina su di esso
è il capitale che ad ogni passo della vita
del proletario e del piccolo proprietario
minaccia di condurlo e lo conduce ad
una catastrofe «improvvisa», «inaspet-
tata», «accidentale», catastrofe che lo
rovina, lo trasforma in mendicante, in

180 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol. XXV, p.
304.
povero, ecc. Nella società capitalistica
l'operaio non l'abbandona mai la paura
della miseria, il timore di rimanere sen-
za lavoro, e, quindi, senza mezzi di sus-
sistenza. La paura per il proprio doma-
ni, per la propria sorte, dovuta all'impo-
tenza di fronte alle forze spontanee del
capitale, collega inevitabilmente gli
uomini con la religione e sviluppa il lo-
ro senso religioso.
b. Il carattere di classe della religione
Nella società antagonistica la religione
è al servizio degli sfruttatori. Per conso-
lidare il loro dominio essi hanno biso-
gno non solo dello Stato che istaura un
ordine conforme ai loro interessi e re-
prime ogni resistenza degli oppressi,
ma anche di mezzi atti ad asservire spi-
ritualmente i lavoratori. Proprio la reli-
gione è chiamata ad assolvere questa
funzione. «… Ogni e qualsiasi classe
dominante – scriveva Lenin – ha biso-
gno, per conservare il suo dominio, di
due funzioni sociali: quella del boia e
quella del prete. Il boia deve soffocare
l'indignazione e la protesta degli op-
pressi; il prete deve consolare gli op-
pressi, far loro intravedere le prospet-
tive… di un'attenuazione della miseria e
dei sacrifici entro il quadro del dominio
di classe, e, con ciò stesso, riconciliarli
con questo dominio, allontanarli dalle
azioni rivoluzionarie, attenuarne lo sta-
to d'animo rivoluzionario, spezzarne la
decisione rivoluzionaria»181.
La religione giustifica lo sfruttamento,
predica la necessità dell'esistenza delle
classi: oppressori e oppressi, chiama ad
obbedire alle autorità, sottolineando
che ogni potere proviene da dio, a ras-
segnarsi al fardello della vita terrena
per quanto pesante possa essere, di-
chiarando che tutto ciò fu voluto da dio
affinché gli uomini potessero espiare i
loro peccati.
Mettendo in luce l'essenza del cristia-

181 V. I. Lenin, op. cit., vol. 21, p. 208.


nesimo, Marx scriveva: «I princìpi so-
ciali del cristianesimo giustificavano la
schiavitù antica, esaltavano la servitù
della gleba medievale e sanno pure di-
fendere, in caso di necessità,… l'oppres-
sione del proletariato»182.
Per le sofferenze e le privazioni che i
lavoratori patiscono sulla terra, la reli-
gione promette loro una ricompensa
celeste, una beatitudine eterna nell'ai di
là, cioè dopo la morte. Essa afferma che
nell'ai di là gli sfruttatori e gli sfruttati
cambieranno di posto. I primi saranno
esposti in eterno a tormenti tra i più
crudeli, mentre i secondi si troveranno
in stato di beatitudine eterna.
La religione distoglie l'attenzione dei
lavoratori dai concreti problemi vitali,
dalla lotta per la propria emancipazio-
ne, per la creazione delle condizioni
umane di vita sulla terra.

182 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere, vol. 4, p. 204. Ed. russa.
c. La soppressione della base sociale della religio-
ne sotto il socialismo
Sopprimendo nel corso della rivoluzio-
ne socialista i rapporti di produzione
capitalistici e la rispettiva sovrastruttu-
ra borghese, il proletariato respinge
anche la religione, conquistandosi una
vita migliore sulla terra183.
Con la soppressione della proprietà
privata dei mezzi di produzione, con la
liquidazione del dominio economico e
politico dell'ultima classe sfruttatrice –
della borghesia – e, quindi, anche delle
condizioni di sfruttamento dell'uomo
sull'uomo, cambia radicalmente la vita
sociale degli uomini. Con l'istaurazione
della proprietà sociale dei mezzi di
produzione le condizioni di vita che
dominavano prima gli uomini, sono ora
da essi dominati e controllati. Le leggi
della loro attività sociale che sino allora
stavano di fronte ad essi come leggi di
natura estranee, oggettive e spontanee,

183V. I. Lenin, op. cit., vol. 10, p. 74.


ora si applicano con piena cognizione di
causa. Ё da questo momento che gli
uomini stessi fanno con piena coscienza
la loro storia. Tutto ciò porta a scalzare
le radici sociali della religione, crea le
condizioni necessarie per la sua scom-
parsa.
Ma anche dopo la costruzione della so-
cietà socialista la religione non scompa-
re subito. Essa continua ad esistere per
un periodo di tempo abbastanza lungo
anche nelle condizioni del socialismo. È
vero, a differenza della società sfrutta-
trice, dove è un risultato inevitabile del-
le contraddizioni dell'essere sociale de-
gli uomini, delle loro condizioni mate-
riali di vita, nella società socialista la re-
ligione è, in sostanza, una sopravviven-
za del passato. Con il cambiamento
dell'essere sociale degli uomini non
cambia subito la loro coscienza, le vec-
chie idee e concezioni continuano ad
esistere per certo tempo nella forma di
tradizioni, di determinate abitudini an-
che nelle condizioni dell'essere sociale
modificato. Questa circostanza è una
delle cause dell'esistenza delle conce-
zioni religiose nella società socialista.
Indubbiamente contribuiscono a far
durare queste concezioni l'influsso dei
paesi capitalistici dove la religione e la
Chiesa occupano le posizioni dominan-
ti, nonché ogni sorta di calamità natura-
li, questi о quei frangenti dolorosi della
vita personale, ecc.
10. LA SCIENZA

a. Il concetto di scienza
La scienza è una delle forme fondamen-
tali di coscienza sociale e rappresenta
l'insieme (o un sistema) delle cono-
scenze umane relative alla natura, alla
società e al pensiero. Lo scopo fonda-
mentale, la funzione sociale della scien-
za è la conoscenza della realtà, la sco-
perta delle leggi che presiedono al suo
funzionamento e sviluppo.
La scienza riflette il mondo e fissa ciò
che è già conosciuto nella forma di con-
cetti, giudizi, deduzioni, teorie, ecc. Ma
oltre ai concetti, ai giudizi e alle teorie
che sono stati verificati in pratica e che
hanno acquistato il valore di verità og-
gettive (sono esse a costituire il conte-
nuto fondamentale della scienza) fanno
parte della scienza anche il materiale di
osservazione, i dati scientifici, nonché
le ipotesi scientifiche.
Nella scienza l'oggetto di riflesso sono
la natura e la vita sociale. Perciò tutte le
scienze concrete si dividono in naturali
e sociali. Le scienze naturali si occupa-
no dello studio delle proprietà e dei
nessi (leggi) inerenti alla natura vivente
e non vivente. Le scienze sociali studia-
no i vari lati della vita sociale, le leggi
che regolano il funzionamento e lo svi-
luppo dell'organismo sociale.
Avendo per oggetto lo studio della so-
cietà, i rapporti tra gli uomini, le scien-
ze sociali sono strettamente legate alle
classi, alla lotta di classe, il che condi-
ziona la loro fusione con l'ideologia, che
rispecchia l'essere sociale degli uomini
attraverso il prisma degli interessi di
questa о quella classe.
Le scienze naturali non sono diretta-
mente legate ai rapporti tra i gruppi so-
ciali, alla lotta di classe; il loro legame
con le classi si realizza attraverso la
produzione che esse servono e sulla ba-
se della quale progrediscono.
b. Il legame della scienza con la produzione
Scoprendo le leggi dell'interazione e
dello sviluppo dei fenomeni del mondo
esterno, la scienza fornisce alla produ-
zione i dati necessari sul mondo ester-
no, avvalendosi dei quali la produzione
risolve i compiti che le stanno di fronte
per modificare conformemente allo
scopo questi о quei lati della natura e
per creare i rispettivi beni materiali ne-
cessari alla sussistenza dell'uomo. In tal
modo, la scienza esercita un notevole
influsso sullo sviluppo della produzio-
ne. Ma è molto più notevole l'influsso
della produzione sulla scienza.
Le linee di questo influsso sono le se-
guenti.
La produzione pone alla scienza il com-
pito di indagare questi о quei lati dei
fenomeni. Quest'indagine è necessaria
per il suo sviluppo. La produzione ave-
va bisogno di determinate conoscenze
sul mondo esterno per poter funziona-
re e svilupparsi normalmente e proprio
ciò ha chiamato alla vita le scienze ed è
stato alla base del loro progresso.
Ad esempio, l'aritmetica e la geometria
sorsero nel mondo antico in risposta al
bisogno di una misurazione più о meno
precisa dei terreni. La meccanica fece la
sua apparizione in risposta al bisogno
di congegni per sollevare i carichi e per
allontanare l'acqua dalle miniere. La
scienza dell'elettricità incominciò a svi-
lupparsi a rapidi ritmi per il fatto che
gli uomini avevano scoperto la possibi-
lità di impiegare l'energia elettrica nella
produzione. La fisiologia, la biologia e le
altre scienze che si occupano delle leggi
del mondo animale e vegetale sorsero
in risposta ai bisogni della prassi agri-
cola, ecc.
La produzione fornisce alla scienza
strumenti, apparecchi, attrezzature
tecniche necessari, insomma tutto
quanto è necessario per le ricerche
scientifiche, per il rispettivo lavoro spe-
rimentale. Il legame della scienza con le
realizzazioni della tecnica e la sua di-
pendenza da quest'ultima si avvertono
particolarmente ai nostri giorni. At-
tualmente la scienza non può svilup-
parsi con successo, ad esempio, senza
gli acceleratori di particelle (destinati
allo studio della struttura del nucleo
atomico), senza gli ultramicroscopi
elettronici, senza i calcolatori elettroni-
ci, ecc.
La produzione influisce sulla scienza
anche per il fatto che essa le fornisce un
copioso materiale concreto, che la
scienza studia sul piano teorico, gene-
ralizza e sulla base del quale (più, s'in-
tende, i dati ottenuti come risultato di-
retto dell'attività sperimentale e di ri-
cerca degli scienziati) crea teorie scien-
tifiche, scopre nuove leggi.
Ma al tempo stesso è necessario rileva-
re che la dipendenza della scienza dalla
produzione non è assoluta. La scienza,
come le altre forme di coscienza sociale,
possiede una determinata autonomia,
la quale, in particolare, si manifesta nel-
la sua dipendenza non solo dallo stato
della produzione ma anche dalle prece-
denti realizzazioni in questo о quel
campo del sapere, cioè dallo stadio di
sviluppo in cui si trova la scienza stes-
sa, dalla soluzione concreta da parte
della scienza dei suoi propri problemi
interni. Ad esempio, la teoria atomica è
sorta non nel corso della soluzione dei
problemi della produzione, ma nel cor-
so della soluzione dei problemi della
stessa scienza fisica. Tale è pure l'origi-
ne della radiolocalizzazione, della tele-
visione, ecc.
Grazie a ciò lo stato della scienza non
sempre corrisponde a quello della pro-
duzione. La scienza può precedere in
questo о quel campo i bisogni della
produzione o, al contrario, può essere
in ritardo.
La data circostanza sta a dimostrare
che parallelamente alla legge della di-
pendenza dello sviluppo della scienza
dalla produzione, sono caratteristiche
della dinamica della scienza una serie
di altre leggi, in particolare la legge del-
la successione: il progresso della scien-
za dipende direttamente dalla massa
delle cognizioni ereditate da tutte le
precedenti generazioni.
c. La connessione reciproca della scienza con la
sovrastruttura e la struttura
Essendo una delle forme fondamentali
di coscienza sociale, la scienza occupa,
però, un posto a parte. Essa si distingue
sostanzialmente dalle altre forme di co-
scienza. Questa distinzione riguarda
prima di tutto il nesso tra di essa e la
sovrastruttura. Tutte le altre forme di
coscienza sociale: l'ideologia politica, le
concezioni giuridiche, etiche, estetiche,
religiose, si riferiscono ai fenomeni so-
vrastrutturali. Il nesso tra la scienza e la
sovrastruttura ha un aspetto diverso.
Qui occorre far notare che la data que-
stione rimane ancora aperta. Molti stu-
diosi non includono la scienza nella so-
vrastruttura, mentre altri la considera-
no come un fenomeno legato alla so-
vrastruttura. Vi sono pure autori che
includono nella sovrastruttura solo le
scienze sociali e quelle conclusioni delle
scienze naturali che invadono la sfera
della filosofia.
Ci pare più convincente un punto di vi-
sta secondo cui la scienza non fa parte
della sovrastruttura. Il fatto è che il
contenuto fondamentale della scienza è
costituito dalle verità oggettive, espres-
se nelle rispettive teorie, leggi e nozio-
ni. E la verità oggettiva è un tale mo-
mento delle nostre conoscenze che non
dipende né dall'uomo né dall'umanità e
riflette l'effettivo stato di cose. E se è
cosi, la scienza non può far parte della
sovrastruttura, in quanto la caratteri-
stica più importante della sovrastruttu-
ra è la sua dipendenza dalla struttura
economica, dalle classi che genera que-
st'ultima.
A prima vista sembra che le scienze so-
ciali dipendano dalla struttura, espri-
mano e difendano gli interessi di questa
о quella classe. È per questo che alcuni
autori le considerano parte della sovra-
struttura. Il contenuto delle scienze so-
ciali può far parte della sovrastruttura
se esso corrisponde agli interessi della
classe dominante, ma quando queste о
quelle teorie scientifiche sono in con-
trasto con gli interessi della classe do-
minante, essa le rigetta, si sforza di di-
mostrarne la falsità e fa proprie quelle
teorie che corrispondono ai suoi inte-
ressi, anche se queste non sono vere,
non riflettono l'effettivo stato di cose.
Ma le vere teorie non scompaiono dalla
scienza solo per il fatto che sono igno-
rate da questa о quella classe che do-
mina nella società, ma continuano ad
esistere e a svilupparsi in base alle leggi
interne proprie alla scienza, leggi di-
stinte dalle leggi di sviluppo della so-
vrastruttura.
Di regola si riferiscono alla sovrastrut-
tura le concezioni sociali: economiche,
sociologiche, storiche, ecc. Esse espri-
mono gli interessi di queste о quelle
classi. Per quel che concerne le scienze
sociali, esse, in quanto esprimono le ve-
rità oggettive che non dipendono né
dall'uomo né dall'umanità, non possie-
dono quelle caratteristiche che sono
proprie alla sovrastruttura. Le conce-
zioni sociali che si riferiscono alla so-
vrastruttura ideologica possono coinci-
dere con le scienze sociali, possono
poggiare su di esse, rendendo scientifi-
ca l'ideologia, come avviene nella socie-
tà socialista dove la dottrina marxista-
leninista della società è ad un tempo
una scienza e una sovrastruttura ideo-
logica. Ma le concezioni sociali possono
anche non coincidere con la vera scien-
za della società. Essa esisterà paralle-
lamente ad esse, contrariamente ad es-
se. Un tale stato di cose è caratteristico,
in particolare, della società capitalisti-
ca, dove le concezioni borghesi sulla so-
cietà non hanno a che fare con la scien-
za vera e propria e le scienze sociali,
esistendo parallelamente a queste con-
cezioni, si fanno strada lottando costan-
temente contro di esse.
Il fatto che la scienza come tale non fa
parte della sovrastruttura non significa
affatto che la struttura non eserciti un
influsso sulla scienza. La struttura in-
fluisce sulla scienza. È proprio da essa
che dipende in quale direzione si svi-
luppa la scienza, quali problemi e fe-
nomeni sono oggetto di studio, quali
sono i ritmi del suo progresso.
Così, nella società capitalistica la strut-
tura economica condiziona il fatto che
qui le ricerche scientifiche e l'utilizza-
zione delle scoperte scientifiche sono
subordinate ad uno scopo ben preciso:
la produzione del plusvalore. Che la
struttura economica determina l'indi-
rizzo dello sviluppo della scienza, ne te-
stimonia anche il fatto che attualmente
nel mondo capitalistico molti scienziati
sono occupati in ricerche legate in un
modo о nell'altro alla produzione belli-
ca.
Le cose stanno ben diversamente nella
società socialista. Qui le conquiste della
scienza vengono utilizzate per svilup-
pare le forze produttive e per elevare il
benessere materiale dei lavoratori. Nei
paesi del socialismo la scienza è porta-
trice del progresso, è uno strumento
per porre le forze della natura e della
società al servizio dell'opera di costru-
zione del socialismo e del comunismo.
È dalla scienza che si parte non solo
nell'organizzare la produzione e la ge-
stione di essa ma anche nell'organizza-
re la vita sociale, tutta l'attività pratica
degli uomini, nel dirigere i processi so-
ciali, nel trasformare i rapporti sociali.
Estendendo la sfera di applicazione del-
la scienza, i rapporti di produzione so-
cialisti creano tutte le condizioni neces-
sarie per il suo rapido progresso.
CAPITOLO 16: LA FUNZIONE DELLE MASSE
POPOLARI E DELLA PERSONALITÀ NELLA
STORIA. PERSONALITÀ E SOCIETÀ

1. LE MASSE POPOLARI, FORZA DECISIVA DELLO SVI-


LUPPO SOCIALE

I sociologi premarxisti attribuivano al


principio spirituale il ruolo determi-
nante nello sviluppo storico. In relazio-
ne a ciò essi ritenevano che fossero il
soggetto della creazione storica non le
masse popolari che realizzano la pro-
duzione dei beni materiali necessari al-
la società, ma i grandi uomini: monar-
chi illuminati, legislatori, scienziati, fi-
losofi, ecc., che si dedicano all'attività
spirituale: alla scienza, all'arte, alla po-
litica. Per quel che concerne le masse
popolari, esse erano considerate una
forza cieca, inerte, che è un ostacolo al
progresso storico e che è capace di
azioni positive solo se è guidata da
grandi uomini.
Il marxismo ha confutato queste teorie
antiscientifiche che sottovalutano la
funzione delle masse popolari nello svi-
luppo sociale e deformano così nell'in-
teresse delle classi sfruttatrici domi-
nanti il vero stato di cose. Dopo aver
stabilito il ruolo determinante della
produzione nella vita sociale, Marx ed
Engels giunsero alla conclusione che
rappresentano la forza principale del
progresso sociale non le singole perso-
nalità per quanto geniali e grandi pos-
sano essere, ma le masse popolari.
Parlando delle masse popolari come
forza decisiva del progresso storico,
dobbiamo avere un'idea precisa della
loro composizione, dobbiamo stabilire
quali gruppi, quali classi appartengono
ad esse.
Le masse popolari sono costituite prin-
cipalmente da quelle classi e da quei
gruppi sociali che assicurano con il loro
lavoro l'esistenza e lo sviluppo della so-
cietà; si tratta soprattutto dei lavoratori
che creano i beni materiali, degli intel-
lettuali (ingegneri e tecnici) attivi nella
sfera della produzione, dei lavoratori
occupati nella sfera dei servizi di utilità
pubblica, degli scienziati, delle persona-
lità della cultura e dell'arte che curano
l'educazione e l'istruzione delle giovani
generazioni, ecc.
La composizione delle masse popolari
non è costante, essa cambia inevitabil-
mente con il passaggio della società da
uno stadio di sviluppo all'altro, in parti-
colare con il passaggio da una forma-
zione economico-sociale all'altra. Nella
società schiavistica erano a costituire le
masse popolari gli schiavi, gli artigiani e
la parte non abbiente della popolazione
libera; nella società feudale: i contadini,
gli artigiani e la borghesia che stava na-
scendo; sotto il capitalismo: il proleta-
riato, i contadini, la media e piccola
borghesia interessata allo sviluppo del-
la società, nonché l'intellighentsia pro-
gressista; nella società socialista: la
classe operaia, i contadini colcosiani,
l'intellighentsia e, dopo la liquidazione
delle classi sfruttatrici, tutta la popola-
zione.
Il ruolo decisivo delle masse popolari
nello sviluppo della società si esprime
prima di tutto nel fatto che esse, essen-
do la principale forza produttiva, met-
tono in moto i mezzi di lavoro e produ-
cono i beni materiali necessari all'esi-
stenza e allo sviluppo della società. Per-
fezionando continuamente i mezzi di
lavoro e le loro attitudini al lavoro, esse
fanno progredire le forze produttive
della società e rendono necessaria la
sostituzione dei vecchi rapporti di pro-
duzione, diventati un ostacolo allo svi-
luppo, con quelli nuovi, che corrispon-
dono al nuovo livello di sviluppo delle
forze produttive.
Ma con ciò non si esaurisce la funzione
delle masse popolari nel progresso so-
ciale. Sviluppando le forze produttive,
esse prendono parte diretta e attiva alla
sostituzione dei vecchi rapporti di pro-
duzione con quelli nuovi, alla lotta per
cambiare gli ordinamenti sociali e poli-
tici. Ogni nuova classe che rappresenta
un modo di produzione più progressi-
sta riporta la vittoria solo appoggian-
dosi sulle masse popolari che sono la
principale forza motrice di ogni rivolu-
zione sociale.
Partecipando alla rivoluzione sociale, le
masse popolari perseguono i loro scopi
immediati, quelli di migliorare la pro-
pria condizione economica, ma demo-
lendo i vecchi rapporti di produzione
essi contribuiscono allo sviluppo dei
rapporti di produzione che corrispon-
dono alle nuove forze produttive e assi-
curano così il progresso storico.
Nel periodo delle rivoluzioni sociali le
capacità creative, lo spirito di iniziativa
delle masse popolari si manifestano con
forza notevolmente maggiore che nei
periodi di sviluppo pacifico della socie-
tà. «… L'attività organizzativa del popo-
lo – rilevava Lenin, definendo il posto
delle masse popolari nella creazione
storica – si manifesta nell'epoca della
bufera rivoluzionaria in modo milioni
di volte più vigoroso, più ricco e più
produttivo che nei periodi del cosiddet-
to progresso storico tranquillo (che ha
la velocità di un carro di buoi)»184. «La
rivoluzione – egli scriveva ancora – è la
festa degli oppressi e degli sfruttati. Mai
la massa popolare è capace di operare
in quanto creatrice attiva di nuovi ordi-
namenti sociali come durante la rivolu-
zione. In tali epoche… il popolo è capa-
ce di miracoli»185.
L'influsso delle masse popolari sul lato
politico della vita della società si avver-
te non solo nel periodo delle rivoluzioni
sociali ma anche in tempo di pace. Con
la loro lotta attiva le masse popolari
impediscono l'attuazione dei propositi
reazionari delle classi dominanti, diretti
contro i lavoratori, contro l'indipen-
denza nazionale, la pace e la democra-

184 V. I. Lenin, op. cit.., vol. 10, p. 246.


185 V. I. Lenin, op. cit., vol. 9, p. 100.
zia.
Presentandosi come forza decisiva del-
lo sviluppo della vita sociale sul piano
economico e politico, le masse popolari
apportano un considerevole contributo
anche allo sviluppo della cultura spiri-
tuale, cioè della scienza e dell'arte. La
cultura spirituale è sorta e ha progredi-
to sulla base dell'attività lavorativa de-
gli uomini e nei primi tempi faceva or-
ganicamente parte di questa attività.
Modificando la realtà circostante,
creando nuovi valori materiali che non
esistono nella natura, le masse popolari
sviluppavano la loro coscienza, la loro
attività mentale, le attitudini alla crea-
zione spirituale, poiché la creazione
spirituale non è altro che la generaliz-
zazione dell'attività materiale trasfor-
matrice degli uomini. In seguito, in par-
ticolare con la separazione del lavoro
fisico da quello mentale, l'attività spiri-
tuale è diventata il monopolio di parti-
colari gruppi sociali, cioè delle classi,
ma anche dopo di ciò il ruolo delle mas-
se popolari nello sviluppo della cultura
spirituale non è diminuito, poiché que-
st'ultima affonda le sue radici nel popo-
lo, si nutre di quelle linfe, di quelle idee,
di quei sentimenti e di quelle aspira-
zioni che sorgono e maturano tra le
masse popolari. «Il popolo – scrisse M.
Gorki – non solo è una forza che crea
tutti i valori materiali, esso è altresì l'u-
nica e l'inesauribile fonte di valori spiri-
tuali, è il filosofo e il poeta, primo nel
tempo e per la bellezza e la genialità
della sua opera, creatore di tutti i gran-
di poemi, di tutte le tragedie della terra
e della più grande di essi: la storia della
cultura mondiale».
Perciò non è casuale che la fioritura
della cultura, dell'arte si osservi in quei
periodi di sviluppo storico in cui l'arte
impegna una lotta contro le invecchiate
forme sociali per tradurre in realtà le
tendenze progressive che sorgono nel
popolo, in cui essa incomincia ad
esprimere le aspirazioni, i pensieri e le
aspettative della schiacciante maggio-
ranza della società. Un'analoga situa-
zione si osservava in Francia alla vigilia
della grande rivoluzione borghese del
1789, in Russia nel XIX secolo, all'epoca
della lotta contro la servitù della gleba e
contro l'autocrazia.
Parlando del ruolo del popolo nello svi-
luppo della cultura spirituale, non si
deve dimenticare che esso crea con il
suo lavoro le condizioni necessarie
all'attività creativa, i beni materiali ne-
cessari alla sussistenza dei lavoratori
della mente.
Esaminando l'influsso delle masse po-
polari sullo sviluppo dei vari lati della
vita sociale, i fondatori del marxismo
scoprirono la tendenza all'aumento del
ruolo delle masse popolari nel progres-
so storico. La data tendenza è una con-
seguenza logica del fatto che con il pas-
saggio da una formazione economico-
sociale all'altra l'attività creativa storica
si estende e si approfondisce, che nel
corso del passaggio dall'inferiore al su-
periore il processo di trasformazione
dell'organismo sociale diventa sempre
più profondo, sempre più ampio. Così,
ad esempio, con il passaggio dalla so-
cietà schiavistica a quella feudale subi-
rono mutamenti le forme di proprietà,
lo Stato, la coscienza sociale, ma questi
mutamenti non portarono ad una svol-
ta radicale per quel che concerne la si-
tuazione economica e politica dei lavo-
ratori. Come prima essi lavoravano per
i proprietari dei mezzi di produzione,
ne rappresentavano la forza-lavoro di
cui gli sfruttatori disponevano a loro
arbitrio. Essi come gli schiavi erano
privi di ogni diritto politico, di ogni li-
bertà. Il passaggio al capitalismo ha ap-
portato nello stato dei lavoratori modi-
ficazioni più notevoli e sostanziali. Il
capitalismo ha concesso ai lavoratori la
libertà personale (anche se non ha assi-
curato le necessarie garanzie per il suo
esercizio), ha concesso loro determinati
diritti politici, ecc. È stata stabilita per
legge la parità di diritti tra gli sfruttato-
ri e gli sfruttati, ecc. Ma poiché anche in
queste condizioni è rimasta intatta la
proprietà privata dei mezzi di produ-
zione, la condizione sociale dei lavora-
tori è rimasta quella di prima. Per la
prima volta le trasformazioni sociali as-
sumono un carattere veramente rivolu-
zionario nel periodo di passaggio dal
capitalismo al socialismo. Nel corso del-
la rivoluzione socialista si producono
mutamenti radicali nella vita economi-
ca, politica e spirituale della società:
vengono soppressi la proprietà privata
dei mezzi di produzione, le classi anta-
gonistiche, lo sfruttamento dell'uomo
sull'uomo; viene istaurato il dominio di
una classe lavoratrice – del proletaria-
to. Questa classe si avvale del potere
statale per attuare in modo coerente le
trasformazioni sociali in senso sociali-
sta e per edificare la società comunista;
si producono sostanziali mutamenti
nell'ideologia sociale: per la prima volta
essa diventa un'ideologia veramente
scientifica ed esprime gli interessi del
proletariato e di tutti i lavoratori, ecc.
L'allargamento della sfera delle tra-
sformazioni sociali e il loro approfon-
dimento rendono inevitabile l'inseri-
mento nell'attività creativa storica di
sempre maggiori masse di uomini.
“Man mano che si estende e si intensifi-
ca l'attività creativa storica degli uomi-
ni, deve accrescersi – scriveva Lenin –
quella massa della popolazione che è un
fattore storico cosciente»186.
Perciò non è casuale che l'attività delle
masse lavoratrici nella società capitali-
stica sia notevolmente più intensa ri-
spetto alle società feudale e schiavisti-
ca, mentre nella società socialista par-
tecipa all'attività creativa tutta la socie-
tà, che fa con piena coscienza la propria
storia.

186 V. I. Lenin, op. cit., vol. 2, p. 521.


2. LA FUNZIONE DELLA PERSONALITÀ NELLA STORIA

Mettendo in risalto il ruolo decisivo


delle masse popolari nel progresso sto-
rico, il marxismo non solo non ignora
l'influsso dei singoli grandi uomini sul
corso della storia, sullo sviluppo socia-
le, ma gli attribuisce grande importan-
za, ritenendo che l'attività dei grandi
uomini è necessaria per il progresso
sociale e lascia sempre su di esso una
determinata impronta.
Il fatto è che ogni collettività, ogni so-
cietà ha bisogno della direzione, di uo-
mini che esercitino questa direzione.
Questi uomini sono chiamati ad elabo-
rare un programma d'azione dei mem-
bri della società (della classe, del parti-
to, dello Stato) e a organizzarli nella lot-
ta per tradurlo in realtà. Lenin scriveva:
“Nessuna classe della storia ha conqui-
stato il potere senza esprimere dei pro-
pri capi politici, dei propri rappresen-
tanti d'avanguardia capaci di organiz-
zare e dirigere il movimento»187.
Ma quale è l'influsso dei grandi uomini
sul progresso storico? L'influsso di una
grande personalità sullo sviluppo della
società dipende dal grado in cui questa
personalità è conscia dei bisogni effet-
tivi della società, dal grado in cui
esprime le necessarie tendenze della
sua epoca e contribuisce a tradurle in
vita. La grande personalità pone i com-
piti già posti dall'andamento stesso del
processo di sviluppo storico, organizza
gli uomini per risolverli. In tal modo, il
grande uomo, scriveva Plekhanov, è
grande non nel senso che «può arresta-
re о cambiare il corso naturale delle co-
se, ma nel senso che la sua attività è
un'espressione cosciente e libera di
questo corso necessario ed incon-
scio»188. Proprio questa circostanza fa
emergere una grande personalità dalla

187 V. I. Lenin, op cit., vol. 4, p. 405.


188 G. V. Plekhanov, La funzione della personalità nella storia.
Roma. Editori Riuniti, 1973, p. 88.
massa degli altri uomini e le assegna un
particolare ruolo storico nello sviluppo
sociale.
Infatti, una necessità storica era, ad
esempio, per la Francia della seconda
metà del XVIII secolo la sostituzione
delle invecchiate istituzioni politiche
feudali con quelle nuove, più corri-
spondenti ai rapporti di produzione ca-
pitalistici che andavano sviluppandosi
in seno alla società feudale. In relazione
a ciò in quella epoca emersero come
grandi personalità proprio quegli uo-
mini che erano consci più degli altri di
questa necessità e contribuivano a tra-
durla in realtà. Nel XIX e nel XX secolo
diventa una necessità storica il passag-
gio al socialismo. Ed ecco che si presen-
tano come grandi personalità quegli
esponenti della vita pubblica che com-
prendono questa necessità e si mettono
alla testa della lotta del proletariato e di
tutti i lavoratori per la trasformazione
su basi socialiste della società.
Parlando dei grandi uomini occorre far
notare che essi fanno la loro apparizio-
ne quando la società ne avverte un par-
ticolare bisogno. In altre parole, essi
fanno il loro ingresso nell'arena storica
quando la società viene a trovarsi di
fronte a grandi compiti per la cui solu-
zione è necessario unire gli sforzi di
grandi masse di uomini. In tal modo,
l'attività dei grandi uomini non è casua-
le ma è necessariamente condizionata
dalle circostanze oggettive create, indi-
pendentemente dalla volontà e dai de-
sideri degli uomini, dall'andamento
stesso del processo di sviluppo storico.
Casuale può essere la figura concreta
del grande uomo destinato ad assolvere
il ruolo principale nella soluzione dei
problemi sociali giunti a maturazione,
nell'opera volta a soddisfare questo о
quel bisogno sociale.
Engels scrisse: «Il fatto che il tale uomo,
e precisamente egli, sia sorto in quel
momento determinato, in quel deter-
minato paese, è naturalmente dovuto a
puro caso. Ma sopprimiamo quest'uo-
mo, e vi sarà domanda d'un succeda-
neo; e questo succedaneo si troverà,
bene о male ma a lungo andare si tro-
verà. Che proprio Napoleone, questo
còrso, sia stato il dittatore reso neces-
sario dal fatto che la Repubblica france-
se era stremata dalle proprie guerre, è
stato un caso, ma che in assenza d'un
Napoleone un altro ne avrebbe preso il
posto, è provato dal fatto che ogni volta
ch'è stato necessario un uomo sempre
lo si è trovato: Cesare, Augusto,
Cromwell, ecc. Se è vero che Marx ha
scoperto la concezione materialistica
della storia, è vero pure che Thierry,
Mignet, Guizot e tutti gli storici inglesi
fino al 1850 dimostrano che ci si sfor-
zava d'arrivare a questa concezione e la
scoperta della stessa concezione fatta
da Morgan è la prova che i tempi erano
maturi per essa e ch'essa doveva neces-
sariamente venire scoperta»189.
Dato che in seguito ad un concorso di
circostanze deve assumersi un ruolo di-
rigente e realizzare i compiti posti dal
precedente sviluppo storico, un grande
uomo esercita un determinato influsso
sul processo di sviluppo sociale, può
accelerarlo o, invece, frenarlo, ma non
può modificare l'indirizzo del progres-
so storico, poiché questo indirizzo è de-
terminato non dalla volontà о dal desi-
derio dei grandi uomini ma dalle leggi
oggettive di sviluppo sociale.
Chiarendo la funzione di questo о quel
grande uomo nello sviluppo della socie-
tà, è necessario tener presente quale
classe rappresenta questo uomo, gli in-
teressi di chi esprime. Se rappresenta
una classe storicamente superata, la
sua attività frena lo sviluppo sociale,
ma se esprime gli interessi di una classe
in ascesa, egli favorisce il progresso so-

189 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere scelte, cit., p. 1253.


ciale, lo accelera. Di qui deriva che bi-
sogna affrontare la questione della fun-
zione dei grandi uomini, dei capi di
queste о quelle classi, tenendo conto
della concreta situazione storica, delle
concrete condizioni oggettive in cui de-
vono agire. Così, i grandi uomini legati
alla borghesia quale classe, in periodi
diversi di sviluppo storico esercitano
un ruolo diametralmente opposto:
quello progressista, quando lottano
contro il feudalesimo, quello reaziona-
rio, quando si schierano contro le tra-
sformazioni socialiste. I grandi uomini
che rappresentano gli interessi del pro-
letariato hanno sempre un ruolo pro-
gressista, in quanto gli interessi della
data classe coincidono in pieno con le
esigenze del progresso storico.
3. LA PERSONALITÀ E LA SOCIETÀ

a. La personalità come prodotto dello sviluppo so-


ciale
I sociologi premarxisti non potevano ri-
solvere in modo giusto la questione dei
rapporti fra la personalità e la società:
essi о contrapponevano l'una all'altra о
le identificavano. L'odierna filosofia
soggettivo-idealistica vede nella perso-
nalità l'unica realtà sociale. Per essa la
società non è altro che un insieme mec-
canico dei singoli individui. Ad esem-
pio, uno degli odierni filosofi e sociologi
statunitensi, Warner Fite, scrive: quan-
do affermo che solo le personalità sono
reali e che solo le personalità hanno si-
gnificato, io intendo che per me la per-
sonalità significa il tipo e l'indirizzo di
ciò che è reale e che l'unica cosa cono-
scibile in sé è la personalità.
L'interpretazione idealistica della vita
sociale non permette di rispondere alla
questione quale è l'essenza dell'uomo.
Tutti i filosofi idealisti premarxisti e
contemporanei cercavano di risolverla,
partendo dall'«uomo in generale», con-
cepito in astratto, non appartenente a
nessuna classe e per natura dotato delle
proprietà umane universali, eterne e
immutabili. Ma in realtà un tale «uomo
in generale», isolato dalla società, non è
mai esistito e non può esistere. Non si
può staccare la persona dalla società:
essa si sviluppa e si forma solo nell'am-
bito della società che non può non la-
sciare su di essa una propria impronta.
Lenin scrisse: «È impossibile vivere nel-
la società ed essere liberi dalla socie-
tà»190. La società esercita un influsso de-
terminante sulla formazione della per-
sonalità. Ma il tipo di società, come noi
sappiamo, cambia di epoca in epoca,
quindi, cambiano anche le persone, in
ogni epoca ne sono propri tratti parti-
colari.
b. La dialettica dell'interconnessione della perso-
nalità e della società
Gli uomini della società primitiva pre-
sentano peculiarità specifiche. Il domi-
nio del lavoro collettivo sulla base del
possesso comune degli strumenti di

190Si veda: V. I. Lenin, op cit., vol. 35, p. 193.


produzione fa si che lo scopo e il senso
dell'azione di ciascun membro della
collettività coincide con gli interessi
della società nel suo insieme. Qui si as-
siste all'unità della società e della per-
sonalità, unità che ha un carattere pri-
mitivo, il che è una conseguenza del
basso livello di sviluppo delle forze
produttive. Questa unità condiziona il
dominio del principio del collettivismo
nella coscienza dei membri della socie-
tà primitiva. Le suddette peculiarità so-
no all'origine di rapporti intersoggettivi
specifici propri solo a questa società,
sono all'origine di una determinata or-
ganizzazione della famiglia, di determi-
nate concezioni etiche, religiose, esteti-
che e di altri momenti che caratterizza-
no la personalità nella data società.
Il sorgere della società antagonistica
divisa in classi irreconciliabilmente
ostili che si contrappongono l'una all'al-
tra sia per quel che riguarda il rapporto
con i mezzi di produzione che per quel
che riguarda i loro interessi, fa si che gli
interessi del singolo individuo entrano
in contrasto con gli interessi della so-
cietà nel suo insieme. La tendenza dei
singoli individui a contrapporsi alla so-
cietà, fenomeno caratteristico di tutte le
formazioni antagonistiche, non può es-
sere presentata come la libertà della
personalità dall'influsso della società,
come lo fanno alcuni scienziati borghe-
si. Questa tendenza è condizionata dalle
peculiarità della società di classe, le
quali portano allo sviluppo dell'indivi-
dualismo, subentrato al collettivismo
della società primitiva.
Nella società di classe l'influsso sulla
formazione e lo sviluppo della persona-
lità è rappresentato prima di tutto
dall'influsso che esercita su di essa la
classe cui appartiene, e dato che la po-
sizione economica e politica delle classi
antagonistiche è diametralmente oppo-
sta, l'influsso della società di classe non
può essere uguale. «Ogni persona –
scriveva Plekhanov – segue con il pro-
prio modo particolare di andare la via
della protesta. Ma dove porta questa
via, ciò dipende dall'ambiente sociale, il
quale circonda la persona che prote-
sta»191.
Anche se in seguito alla posizione di-
versa delle classi antagonistiche in seno
all'organismo sociale la società esercita
un influsso diverso sui rappresentanti
delle varie classi, degli uomini di una
data formazione economico-sociale so-
no propri anche alcune caratteristiche
comuni per quel che concerne la cultu-
ra, i costumi, le tradizioni, ecc. Ciò si
spiega con il fatto che gli individui di
una data formazione e di una data epo-
ca sono uniti dai rapporti di produzione
di uno stesso tipo, influiscono in un
modo о nell'altro gli uni sugli altri, vi-
vono in una stessa società, in uno stes-
so paese con determinate peculiarità

191 G. V. Plekhanov, Arte e letteratura. Mosca, 1948, p. 786.


geografiche e nazionali, il che pure non
può non esercitare un influsso sulla
formazione e lo sviluppo della persona-
lità.
La nascita di un nuovo ordinamento,
quello socialista, contraddistinto dalla
proprietà sociale dei mezzi di produ-
zione, dai rapporti di collaborazione e
di mutua assistenza, modifica radical-
mente le condizioni della personalità,
porta all'istaurazione di un nuovo rap-
porto reciproco tra la società e la per-
sonalità. La proprietà sociale dei mezzi
di produzione liquida ogni terreno per
l'ostilità sociale, armonizza gli interessi
economici degli individui, ne rafforza
l'unità politico-sociale e ideale. Lo sco-
po comune che si pone di fronte ad ogni
individuo e di fronte alla società nel suo
insieme: l'edificazione del comunismo,
porta alla vera unità della personalità e
della società.
Questo rapporto tra la società e la per-
sonalità differisce radicalmente non so-
lo dai rapporti di ostilità che sono ca-
ratteristici delle formazioni antagoni-
stiche ma anche dall'unità degli inte-
ressi sociali e individuali nella società
primitiva. Se l'unità degli interessi so-
ciali e individuali nella società primitiva
è, come abbiamo visto, una conseguen-
za inevitabile del livello di sviluppo
estremamente basso delle forze pro-
duttive, l'unità della società e della per-
sonalità nelle condizioni del socialismo
diventa possibile solo grazie al livello di
sviluppo molto elevato delle forze pro-
duttive.
Il socialismo significa un nuovo pro-
gresso anche nello sviluppo della per-
sonalità stessa. Per la prima volta nella
storia la società è interessata ad uno
sviluppo armonioso, sotto ogni aspetto,
di tutti i suoi membri e aspira ad assi-
curare al riguardo tutte le condizioni
necessarie. Ciò, naturalmente, non po-
teva accadere né nelle condizioni della
società primitiva, dove il livello di svi-
luppo delle forze produttive era tal-
mente basso da non offrire alcuna pos-
sibilità allo sviluppo di lati della perso-
nalità umana che non fossero quelli fi-
sici, né nelle condizioni delle formazio-
ni antagonistiche, in cui anche se esi-
stono le condizioni per lo sviluppo sul
piano culturale, intellettuale, ecc. della
personalità, esse sono riversate solo ad
una parte ristretta, quella privilegiata,
della società, e ciò grazie allo sfrutta-
mento della schiacciante maggioranza
della popolazione.
Nelle condizioni del socialismo l'unità
della personalità e della società non
esclude, però, queste о quelle contrad-
dizioni tra di esse. Esse si spiegano con
le difficoltà che sorgono nel corso
dell'edificazione del socialismo e del
comunismo, con il ritardo della co-
scienza degli uomini rispetto all'essere
sociale (perciò sono del tutto possibili
gli atti antisociali da parte di questi о
quei membri della società socialista) e
con alcuni altri fattori. Ma queste con-
traddizioni riguardano, in primo luogo,
solo una parte della società e non tutti i
suoi membri, e, in secondo luogo, esse
vengono superate con successo nel cor-
so dell'edificazione comunista.
Per quanto grandi possano essere le
conquiste del socialismo nel campo
dell'uguaglianza degli individui sul pia-
no sociale, esse non possono, però, eli-
minare gli elementi di ineguaglianza
nelle varie sfere della vita sociale. Nel
socialismo, come è noto, permangono le
differenze di classe: le differenze d'or-
dine economico-sociale, culturale, fra la
città e la campagna. Il socialismo, come
rilevavano Marx e Lenin, non significa
uguaglianza completa nella sfera della
distribuzione dei beni di consumo, il
che ha per conseguenza l'ineguale con-
dizione economica dei membri della
società socialista. le ineguali possibilità
di sviluppo spirituale della personalità.
Il comunismo supererà questi momenti
della fase socialista di sviluppo. In se-
guito alla fusione delle due forme socia-
liste di proprietà in una sola, quella
comunista, in seguito al superamento
delle differenze sostanziali tra la classe
operaia, i contadini e gli intellettuali, in
seguito all'applicazione del principio
comunista della distribuzione secondo i
bisogni, si istaurerà in seno alla società
l'uguaglianza veramente completa degli
individui sul piano sociale. «Nelle con-
dizioni del comunismo – si rileva nel
Programma del PCUS – tutti gli uomini
avranno una posizione uguale in seno
alla società, un rapporto uguale con i
mezzi di produzione, uguali condizioni
di lavoro e di distribuzione, uguali pos-
sibilità di partecipazione attiva all'am-
ministrazione della cosa pubblica. Si af-
fermeranno i rapporti armoniosi fra le
personalità e la società sulla base
dell'unità degli interessi sociali e indi-
viduali»192.

192 Programma del Partito comunista dell'Unione Sovietica.


Mosca, 1968, p. 63.
CAPITOLO 17: IL PROGRESSO SOCIALE

1. IL CONCETTO DI PROGRESSO SOCIALE

L'idea del progresso sociale fu avanzata


dagli ideologi della borghesia all'alba
del capitalismo, cioè nel momento in
cui il modo di produzione capitalistico,
sorto in seno al feudalesimo, doveva
sostituirsi ad una forma d'economia
storicamente superata fondata sull'uso
individuale dei minuscoli e primitivi
mezzi di lavoro e sui rapporti personali
di servitù e signoria.
Schierandosi contro le teorie sull'origi-
ne divina degli ordinamenti sociali e
statali, sull'immutabilità di essi, gli
ideologi della giovane borghesia mette-
vano in luce il carattere storicamente
transitorio del feudalesimo e l'inevita-
bilità della sostituzione ad esso di un
ordinamento nuovo, più perfetto. In
quella tappa della sua esistenza la bor-
ghesia credeva nella possibilità di un
perfezionamento illimitato della società
umana sulla base dello sviluppo della
scienza e della ragione.
Come esempio di motivazione teorica
di queste idee possono servire le con-
cezioni di uno degli ideologi dell'illumi-
nismo tedesco, J. G. Herder (1744-
1803). Secondo la dottrina di Herder, la
storia rappresenta una vera e propria
catena di sviluppo, in cui ogni anello è
necessariamente collegato con l'anello
precedente e con quelli successivi. Ogni
anello è una conseguenza del preceden-
te sviluppo e porta necessariamente ad
uno stato nuovo, più perfetto.
Avanzando una giusta idea, quella del
passaggio della società nel suo sviluppo
dall'inferiore al superiore, Herder non
seppe, però, darle un fondamento
scientifico, in quanto considerava da
posizioni idealistiche i fenomeni della
vita sociale. Secondo il suo parere, nello
sviluppo sociale il ruolo determinante è
assolto da un fattore come il livello di
sviluppo della cultura, che include in sé
in qualità di importantissimi elementi
la scienza, l'arte, la religione, lo Stato,
ecc.
L'idea del progresso sociale fu sostenu-
ta anche da tali ideologi della borghesia
francese come Turgot (1727-1781) e
Condorcet (1743-1794). Turgot affer-
mava in particolare che l'umanità mar-
cia incessantemente «verso una sempre
maggiore perfezione». È vero, lui, come
il suo seguace Condorcet, collegava
questo perfezionamento con lo svilup-
po illimitato della ragione umana, della
scienza e dell'arte, cioè era idealista.
Il progresso storico lo riconosceva an-
che Hegel, il quale lo considerava una
conseguenza dello sviluppo della cono-
scenza della libertà.
Condividendo l'idea del progresso so-
ciale nel periodo in cui il modo di pro-
duzione capitalistico stava conquistan-
do il diritto all'esistenza, in cui la bor-
ghesia lottava per il potere, gli ideologi
della borghesia cominciano ad abban-
donare questa idea non appena il modo
di produzione capitalistico diventa do-
minante nella società. Ora sorge per la
borghesia la necessità di dimostrare l'e-
ternità dell'ordinamento sociale capita-
listico, dello Stato capitalistico, del mo-
do di vita capitalistico. Perciò fanno la
loro apparizione teorie che limitano il
progresso alla società borghese, che
proclamano il capitalismo forma su-
prema di sviluppo sociale. Tali sono le
costruzioni teoriche del sociologo e fi-
losofo borghese francese Auguste Com-
te (1798-1857) e del sociologo e filoso-
fo inglese Herbert Spencer (1820-
1903).
Con l'ingresso della società capitalistica
nella fase imperialistica, quando le con-
traddizioni del capitalismo cominciaro-
no a manifestarsi in modo particolar-
mente acuto e disastroso, apparvero le
teorie che negavano il progresso stori-
co e sviluppavano l'idea del regresso e
dell'avvicendamento nella vita sociale.
Questa nuova tendenza nella sociologia
borghese fu espressa in particolare, dal
filosofo tedesco Nietzsche (1844-
1900). Secondo lui, nella società, e in
generale nel mondo che ci circonda, si
assiste non al progresso, non al movi-
mento in avanti, ma al continuo ritorno
indietro, al ripetersi delle forme passa-
te, degli stadi di sviluppo già percorsi.
Fra gli odierni ideologi borghesi sostie-
ne l'idea dell'assenza di progresso nella
vita sociale, ad esempio, il filosofo fran-
cese Emile Bréhier. L'essenza dei suoi
ragionamenti è in sostanza questa. Nel-
lo sviluppo della società non vi sono fa-
si che si sostituiscano le une alle altre e
rappresentino dei gradini del progres-
so. Esistono strutture sociali diverse,
del tutto autonome, strutture che non
sono legate fra di loro da un momento
come il movimento dall'inferiore al su-
periore. Ciascuna di esse sorge, esiste e
perisce da sé.
Il dato ragionamento è evidentemente
in contrasto con il vero stato di cose. La
storia della società umana dimostra che
ogni struttura sociale non sorge ex no-
vo, non sorge da nulla, ma sorge sulla
base di un'altra struttura; come risulta-
to di questi о quei mutamenti che subi-
sce quest'ultima.
Nessuna struttura sociale, una volta
storicamente superata, scompare senza
lasciare tracce, ma, al contrario, si tra-
sforma nel corso delle rispettive modi-
ficazioni in una struttura sociale nuova,
più perfetta. In altre parole, tra le strut-
ture sociali che esistevano nel passato e
che esistono oggi vi è un legame storico
(genetico) che determina il processo
unico di sviluppo della società umana.
Fa ricorso ad argomenti diversi per di-
mostrare l'assenza di progresso nella
società il noto psicologo americano E.
Thorndike. Egli dichiara che ogni epoca
storica è strettamente individuale, che
gli standard di un'epoca sono assolu-
tamente inadatti ad un'altra. E se è così
– prosegue E. Thorndike – come stabili-
re quale secolo è migliore, quale secolo
è più progressivo? A questo scopo ci
vorrebbe un criterio per comparare tra
di loro le varie epoche, ma questo crite-
rio manca e non è possibile elaborarlo.
Modificando questo о quello stato so-
ciale, gli uomini – continua Thorndike –
credono di ottenere qualcosa di più
perfetto, ma ciò di regola non accade,
poiché il perfezionamento sotto questo
o quel rapporto è accompagnato inevi-
tabilmente dal peggioramento sotto un
altro rapporto. Abbiamo l'aviazione ma
non abbiamo uno Shakespeare. Gli ico-
noclasti, con la loro furia distruttrice di
statue, di finestre a vetri dipinti e di
quadri su soggetto religioso, pensavano
solo – egli prosegue – di liberare la
chiesa dall'idolatria e non si preoccu-
pavano affatto del danno irreparabile
che causavano all'arte, all'archeologia e
alla storia. Coloro che propagandavano
l'approvazione delle leggi contro lo
sfruttamento del lavoro infantile non
avevano nessuna idea del fatto che que-
ste leggi potevano incoraggiare l'ozio
ed essere causa della delinquenza in-
fantile. «Quanto più studiamo il passato
– conclude Thorndike – tanto più ci
convinciamo che esso aveva ragione e
non torto»193. Di qui la conclusione di
Thorndike: non occorre cercare di mo-
dificare l'attuale stato di cose, poiché
esso è di per se stesso buono e giusto. E
se noi dubitiamo ancora di ciò, in segui-
to, dopo certo tempo, tutti i nostri dub-
bi si dissiperanno. E se a qualcuno
sembrano anormali i rapporti di produ-
zione capitalistici, non piacciono la
proprietà privata, lo sfruttamento, la
disoccupazione, le crisi, non si deve, se-
condo Thorndike, aspirare a sopprime-
re questi fenomeni, poiché otterrete
come risultato qualcosa di peggio e vi
convincerete che non c'è nulla di male
in tutto ciò (proprietà privata, sfrutta-

193 Lynn Thorndike, Whatever Was, Was Right. In: The Ameri-
can Historical Review, January 1956, vol. LXI, No. 2, p. 282.
mento, ecc.), non solo, ma tutto ciò è –
quel che più conta – giusto.
Il legame dei ragionamenti di Thorndi-
ke con gli interessi di classe della bor-
ghesia e il loro carattere reazionario,
antiscientifico, sono evidenti. È chiaro
altresì che essi non riflettono il vero
stato di cose.
Da noi, nella società socialista, sono sta-
ti liquidati sia i rapporti capitalistici che
la proprietà privata, lo sfruttamento, la
disoccupazione, le crisi e la stessa bor-
ghesia come classe insieme ai suoi so-
ciologi, ma nessuno, all'infuori della
borghesia, si rammarica di questi mu-
tamenti.
S'intende, è fuori dubbio che nel corso
della demolizione rivoluzionaria delle
strutture invecchiate vi sono stati dei
casi in cui è stato distrutto anche quello
che doveva essere conservato (varie
opere d'arte, d'architettura, in partico-
lare monumenti storici, ecc.), ma non è
stato ciò a determinare il carattere e la
portata dei mutamenti. Questi momenti
negativi letteralmente scompaiono sul-
lo sfondo dei grandiosi mutamenti pro-
gressivi che portano alla formazione di
un regime sociale più avanzato, di un
modo di vita più perfetto.
Una caratteristica scientifica del pro-
gresso sociale fu data per la prima volta
da Marx e Engels sulla base dell'inter-
pretazione dialettico-materialistica del-
la storia.
Secondo Marx e Engels, la storia non è
altro che la successione delle genera-
zioni, ciascuna delle quali sfrutta le for-
ze produttive che le sono state tra-
smesse da tutte le precedenti genera-
zioni, e quindi, da una parte, continua,
in circostanze del tutto cambiate, l'atti-
vità che ha ereditato, dall'altra parte, la
modifica conformemente alle nuove
condizioni194. Grazie a ciò tutti gli ordi-

194 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, cit., vol. V, pp.
43-44.
namenti sociali che si sono succeduti
non sono altro, secondo Marx e Engels,
che tappe transitorie nel corso infinito
dello sviluppo della società umana
dall'inferiore al superiore. «Ogni tappa
è necessaria, e quindi giustificata, per il
tempo e per le circostanze a cui deve la
propria origine, ma diventa caduca e
ingiustificata rispetto alle nuove condi-
zioni, più elevate, che si sviluppano a
poco a poco nel suo proprio seno, essa
deve far posto a una tappa più elevata,
che a sua volta entra nel ciclo della de-
cadenza e della morte»195.
Quindi, la società non è qualcosa di
immobile e non ripete le forme già spe-
rimentate, ma è in continuo movimen-
to, passando dall'inferiore al superiore,
dal meno perfetto al più perfetto. È con
questo movimento in avanti sulla base
dello sviluppo delle forze produttive
che il materialismo storico collega il

195 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere scelte, cit., p. 1107,


concetto di progresso sociale.
2. IL CRITERIO OGGETTIVO DEL PROGRESSO SOCIALE

Passando dall'inferiore al superiore, la


società, come è stato già rilevato, attra-
versa degli stadi rigorosamente definiti
nel suo sviluppo. Nell'analizzare la sto-
ria si rende necessario distinguere que-
sti stadi, individuarne le caratteristiche
specifiche, mostrare in che cosa ciascu-
no di essi differisce da quelli precedenti
e da quelli successivi. Per individuare
gli stadi о i gradi di sviluppo dei singoli
popoli e dell'umanità nel suo insieme è
necessario un criterio oggettivo del
progresso, è necessario individuare il
lato determinante della vita sociale, lato
il cui cambiamento condiziona lo svi-
luppo della società dall'inferiore al su-
periore.
Se