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Il paradosso Bion

di Furio Di Paola
"aut aut", 271-272,1996,93-114.

1. Una incessante attenzione alla crisi del linguaggio (al linguaggio psico-logico
come crisi) caratterizza gli scritti dell'ultimo Bion. Una attenzione che investe ogni
ambito espressivo: la relazione tra clinico e paziente (" stato detto che inglesi e
americani hanno in comune tutto, tranne il linguaggio. Lo stesso si potrebbe dire di
analista e analizzando"); la comunicazione scientifica, il resoconto clinico ("..
.Dobbiamo rassegnarci all'idea che tale comunicazione impossibile, all'odierno
stadio della psicoanalisi. (...) Nessuno psicoanalista pu accontentarsi di lasciare le
cose cosi come stanno"); infine l'intento stesso di ogni psicologia, che Bion
sottilmente intende come psicografia ("...un commento che non pu facilmente
esser tradotto in segni neri sulla carta... ") e mette in opera costruendo un testo
sincopato, metamorfico: conia formule e schemi (astratti, "astrusi"); li rivede e
riscrive nel cambio inappagato di metafore scientifiche, nell'invenzione di nuove e
"visionarie" immagini; tenta infine il poema allegorico (di cui diremo), in un
"tormento" stilistico che sfida la pazienza del lettore, mentre ne provoca il
pensiero1.
Questa ricerca, questa inquietudine espressiva (tematizzata e messa in opera),
offre la prima traccia per decifrare il "caso Bion": intenderne la singolarit vuoI
dire, anzitutto, osservare come accada che l'impulso ad "avventarsi contro i limiti
del linguaggio" si manifesti non alle soglie di un'esperienza mistica, o di
un'invenzione poetica, oppure ai confini del disincanto filosofico novecentesco;
bens in un esercizio di pensiero che ha come sua materia la "prosa" di una pratica
che si vuole professionale, codificata
1
I passi in parentesi sono tratti rispettivamente da: 1975, 1967a, 1977c. Sebbene i cambi di forma
percorrano tutta l'opera di Bion - gli scritti coprono gli anni tra il 1947 e il 1979 - intorno alla fine
degli anni Sessanta che matura la "svolta" nella sua ricerca espressiva, di cui diremo, da cui nascono gli
scritti che stanno alla base di queste osservazioni (ci che s'intende con "ultimo Bion").

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in un setting, tecnico-clinica (my unheroic prosaic experience, dice Bion, che
definisce la psicoanalisi il "brutto affare", il bad job da volgere al meno peggio)2.
Ci si viene a trovare, da principio, nel cuore del paradosso. Bion procede per
accostament3 che la pi semplice immagine fisica, elettrica - il cortocircuito -
esprime al meglio. Letteralmente accosta poli di segno opposto: si tratta di vedere
quali effetti produca la scintilla, lo strido, l'arresto del sistema che cosi si genera.
Assume d'un tratto motivi dalla mistica (cristiana, ebraica, indiana - la
Bhagavadgita) ma li insinua nel cuore di un discorso, una tradizione che -
recentissima, meno che centenaria - ha come dichiarato programma il "trattamento"
scientifico, la cartografia della cosa psichica, di qua da ogni Avvenire d'una
illusione (almeno nello strato pi appariscente delle intenzioni del fondatore).
Insistentemente richiama l'espressione poetica (i tragici greci, Omero, Shakespeare,
Baudelaire - e qui la lista sarebbe esorbitante) proprio nei punti, nei passaggi
minuti in cui la parola clinica (o metapsicologica), nel rivendicare il suo diritto,
s'incrina invece, o fa difetto; e progetta (senza riuscire a realizzarla) una "antologia
di poeti per psicoanalisti", quasi ingenuo gesto pedagogico a integrazione di un
training professionale di cui insoddisfatto; infine, culmine del paradosso che
sugella una ricerca contenutistica in quanto espressiva e viceversa, impegna
l'ultimo decennio di vita nella stesura di un mostro-di-genere, quasi-romanzo,
quasi-dramma, quasi-confessione autobiografica o dialogo tematico sfida a se
stesso che raccoglie nelle circa seicento pagine della Memoria del futuro,
ultimativo corpo a corpo col linguaggio (ora "letterario") tanto ostinato quanto
condotto nella precisa, ironica cognizione di "non essere poeta"4.
Vedremo ancora in quante varianti gli accostamenti paradossali (e il" bisticcio, l'
ossimoro, il dilemma) intervengono nei testi di Bion a lasciare interdetto il lettore,
interdirne appunto il rassicurante bisogno di appaesamento che la monotona del
"genere" conferma. Ed chiaro che il genere in questione anzitutto il saggio
psicoanalitico, la scrittura che intende dire lo psichico, "rappresentare" l'inconscio
(si tratti di "metapsicologia" o di resoconto clinico): insomma la "comunicazione
professionale" che Bion mostra

2
Making the best of a bad job (1979) il titolo dell'ultimo scritto breve di Bion, comparso nell'anno
della morte. Sull'ironia interrogante di Bion e sul bad job, cfr. anche 1975-81,510, 513.
3
Come, esemplarmente, in Caesura (1975): la stessa scelta di giustapporre citazioni e testo, il
mettere l'uno accanto all' altro frammenti da fonti del tutto eterogenee (Buber, Freud, Walsh, Giovanni
della Croce), il gioco paratattico, non "spiegato", dei motivi.
4
E superfluo sottolineare che tanto la riduzione estetizzante, quanto l'accusa di "misticismo" (due dei
tratti pi tipici della ricezione convenzionale di Bion) mancano del tutto il nocciolo, il senso interno, del
dislocarsi bioniano attraverso la diversit dei generi, delle prospettive.

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di tenere nel massimo conto, ma che proprio perci conduce a forma paradossale e,
come sottolinea, "provocatoria" 5.
Si riformula, allora, la domanda circa l'effetto cui mirano i cortocircuiti dL cui
s' detto: cosa intende provocare Bion nel lettore... collega? In cosa metterlo (e
mettersi) in gioco? A cosa volgerne l'attenzione?
Si deve notare, intanto, che nessuno psicoanalista-scrittore si era posto in modo
cos prioritario, insistente, persino esasperato, il problema dell'urto con i limiti del
linguaggio e, pi sommessamente, dell'inadeguatezza della scrittura psicoanalitica.
Non Freud, il cui celebrato stile espositivo dava per assodato, pur sorpassandolo
nel personale talento, il "genere" (trattazione "scientifica"). Non Jung, almeno per
la macroscopica ragione che la sconfinata materia mitologica, o religiosa, o
speculativa entra nel discorso psicologico, nel suo caso, per la via del contenuto
positivo, non della crisi della forma 6. Non evidentemente la Klein, piti prossima
ispiratrice di Bion, il cui interesse esclusivo per i contenuti letteralmente in lotta
per la contrastata "legittimazione" (ancora scientifica, o istituzionale, per non dire
personale) brucia ogni risorsa di un immane sforzo di ricerca condotto
controcorrente; lascia alla povert di una lingua rinsecchita(straniera: l'inglese in
cui scrive tutte le sue opere maggiori, dopo il trasferimento a Londra del 1926) la
riduttiva espressione di contenuti "troppo" radicali (per non essere poi equivocati, o
appunto ridotti, nella forma in cui sono affidati alla pagina scritta) .
"Legittimazione" forse qui la parola-sintomo. La storia interna della
psicoanalisi mostra con evidenza che la lotta per la legittimazione (scientifica in
primo luogo, oltre che culturale, istituzionale e altro) ha finito per assorbire troppe
risorse, perch il problema dell'urto del linguaggio sulla cosa, della esprimibilit
dell'inaudito, della non neutralit del dramma espressivo in gioco nella "scienza
dell'inconscio" venisse al centro dell' attenzione riflessiva (e, inevitabilmente,
autocritica). Il che accade invece in Bion, che viene a trovarsi un passo oltre,
rispetto all' orizzonte sia della stagione fon-

5
Rileggendo a distanza (1977a) i suoi scritti teorici, Bion avverte che anch'essi vanno intesi come
"pro- and e-vocative".
6
Il carattere di queste note (stringere spunti di discussione intorno al caso Bion) impedisce che
alcuni motivi siano sviluppati al di l del semplice suggerimento. Nel caso, se si possano istituire
analogie con altri episodi di innovazione, specie in materia di crisi del linguaggio, rispetto ai precursori
(ad esempio: Hillman con Jung come Bion con Freud?). E inoltre: sussistono motivi interni, di
attenzione al merito (nel dettaglio e nell' orizzonte del Denkstil che differenza) per cui nemmeno si
comincia un confronto con episodi innovativi paralleli (nel tempo di Bion) di gran lunga pi "visibili" di
quello bioniano (evidentemente: Lacan in Europa; forse Kohut in USA...): troppi equivoci (in positivo o
in negativo) nascerebbero dal non premettere a tutto questo una ricostruzione puntuale del mondo di
pensiero (autonomo, singolare, irriducibile) che viene a maturazione nell'ultimo Bion mentre si radica
nei punti di svolta (rispetto all'impianto freudiano) innescati dalle idee della Klein.

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dativa (la lotta di Preud per la legittimazione estroversa e per l'affermazione del
genere scientifico) sia di quella della lotta interna tra dogma ed eresia, dei conflitti
per la legittimazione introversa, non meno aspra com' noto (al cui limite - con le
Controversial Discussions del 1943-44 in cui culmina - sta la vicenda della quasi-
eresia kleiniana, che appunto si chiude senza vinti n vincitori, a documento
esemplare di conquistata maturit e "tolleranza alla frustrazione") 7.
L'intera pratica "comunicativa" di Bion volge le spalle a tutto questo. In un
senso da comprendere in dettaglio, Bion non ha nulla da "legittimare" 8. Sospende
il richiamo d'autorit, relativizza la pretesa al "canone" ("L'intolleranza della
frustrazione, il disagio di sentirsi ignoranti, di avere uno spazio che non riempito,
pu stimolare un desiderio precoce e prematuro di riempire lo spazio. Si dovrebbe
quindi sempre considerare che le nostre teorie, inclusa tutta la psicoanalisi, la
psichiatria e la medicina, sono una specie di elaborazione per colmare il gap L..].
In altre parole, l'analista nell'esercizio del suo lavoro deve decidere se sta
promulgando una teoria oppure un riempitivo che non si pu distinguere da una
paramnesia"9); e ribalta la richiesta di legittimazione "scientifica" stemperandone
ironicamente 1'assillo (o il complesso d'inferiorit epistemologica che, da sempre,
spinge la psicoanalisi - come del resto ogni "scienza umana" - a defatiganti quanto
inutili rincorse mimetiche di pretesi standard modellati sulle scienze esatte) 10:
"...Criticare un frammento di lavoro psicoanalitico perch 'non scientifico' tanto
assurdo quanto criticarlo perch 'non religioso' o 'non artistico'. Esso non nessuna
di queste cose. Il suo insuccesso nell' esserlo motivo di critica; ma il suo
'successo' nell' essere una di tali cose non rimuoverebbe il rimprovero" 11.
Ancora pi esplicitamente allorch parla direttamente ai colleghi (negli incontri
o seminari che tiene tra il 1973 e il 1978 a San Paolo, Rio, Los
7
Si veda la esemplare ricostruzione storica della vicenda, e la chiave interpretativa proposta in
Steiner (1985).
8
Fin nel gesto emblematico che lo porta, al culmine del riconoscimento istituzionale (era stato tra
l'altro presidente, tra il '62 e il '65, della Societ psicoanalitica britannica) ad abbandonare l'istituzione
inglese, per altri spazi di ricerca e di vita (cfr. infra, nota 28).
9
1977c, trad. it. p. 221 (cfr. anche 1976, ivi, p. 234-35).
10
Nella ricerca di cui alla nota 26, si mostra come il tentativo del primo Bion di ricorrere a "prestiti" dal
linguaggio logico-matematico, vada letto come momento interno del procedere per urti (contro i limiti
del linguaggio) , "catastrofi" che porteranno motivatamente alla scelta di altre forme espressive. E
questo uno - e non ultimo - dei motivi per cui difficile (e fuorviante, se prima non si chiarisce di quale
Bion si sta parlando) istituire confronti con altri tentativi di affidare la "rappresentazione" del pensiero
psicoanalitico alla notazione matematica o, piuttosto, quasi-matematica (Matte BIanco in Italia, Lacan
in Francia). (Su psicoanalisi e scienza, pi in generale, si torner negli ultimi due paragrafi di queste
note).
11
1970, 62 (si veda qui, in particolare, il contesto dell'argomentazione).

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Angeles, Roma, New York)12 insiste nel frustrare qualsiasi indulgere alla
autolegittimazione di ruolo, alla difesa "identitaria" dottrinaria o gergale, al gesto
autocelebrativo: la questione-diveniente (on-going question), che deve restare
sempre aperta (always open) appunto la pi semplice e pi grave (of the greatest
importance): "per un analista buona cosa chiedersi di tanto in tanto perch sta
facendo analisi, e se crede che la far domani, e il giorno dopo e cosi via. Si fa
l'abitudine a dare per scontato che si deciso di essere analista, [...] come se fosse
una questione chiusa; credo importante, invece, che resti una questione aperta." 13
Il senso della dissacrante (auto)ironia dell'ultimo Bion - socratica nello stile non
meno che nel richiamo esplicito" alla metafora maieutica 14 si va allora chiarendo
come attenzione sempre pi minuta, dettagliata, a "provocare" (indurre, suscitare)
una messa in questione, a tutto campo, del "narcisismo del terapeuta". Nella
formula di una "sospensione di memoria e desiderio" Bion compendia un'idea di
disciplina negativa che spoglia d'ogni arroganza il contegno della mente clinica:
non un "pieno" di dottrina ("memoria") o di furor curandi ("desiderio") deve
segnarla, bens il "vuoto" d'una 'rischiosa' attenzione al questo della mente altra, al
suo inesauribile, all'incognito che si rinnova nell'incontro "paziente" 15 di due
singolarit. .
La domanda di "rigore", di "metodo" non elusa: per fatta rimbalzare su un
"soggetto" che non pu illudersi di trovare giustificazione estrinseca a un
"conoscere" che anzitutto un agire interferente sul preteso oggetto-di-scienza
(psicologica, psichiatrica). Del "vero" psichico non si legifera, si "testimonia"
("Bion, a proposito del transfert, diceva: 'Parlare a partire dal luogo del transfert
una testimonianza '".16): il luogo del transfert, che Bion "temporalizza" giocando su
tutti i sensi del prefisso trans- (transito, trapasso, traversamento spaesante della
'caesura' tra inconscio e conscio, arcaico e tardivo, "origine e meta", curando e
curatore)17, scena di un "dramma" che non lascia alibi alla responsabilit del
clinico, come singolo: chi pretende "interpretare", proporre "modelli" della psiche,
"prendere in cura", risponde di se stesso, del conflitto tra arcaico e tardivo -
inespresso e forma - nella propria vita mentale; e con ci pu candidarsi a un' arte
(una "scienza") del rispondere ad analogo conflitto nella

12
1973-74; 1977b; 1877-78; 1978; 1987.
13
1977-78, p. 32.
14
Ad esempio, 1979, p. 246.
15
1975, p. 46; 1976, p. 233.
16
Resnik (1990), p. 30.
17
Si osservi, ancora in (1975), come ricorrono gli impieghi dei composti di trans-, e i diversi piani su
cui si dispone l'allegoria del "passaggio" tra i due versanti della caesura.

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mente altra. Con Bion, la psicoanalisi giunge a un "punto di catastrofe", dove !'idea
di metodo si converte in un'idea di responsabilit metodica18.
"Candidato" - suggerisce Bion - resta chiunque presuma di trattare lo psichico,
tanto il clinico quanto il teorico: l'insistere sulla dimensione pratica ("includer la
psicoanalisi stessa nella categoria dell' azione") 19, diveniente, della psicoanalisi
("non si , si diviene analisti" - un' altro dei motivi "disturbanti" dei Seminari)
comporta che il modello clinico si estenda rebours - come deontologia della
congettura, disciplina semeiotica, ars inveniendi - tanto alla scelta del criterio di
validazione, quanto alla generativit (alla ide mre dice Bion, con Joyce)
dell'ipotesi descrittiva, "teorica". Le tre istanze su cui si giocata da sempre la
crisi20 di legittimazione della psicoanalisi - epistemologica, metapsicologica,
deontologica - si riarticolano nei loro reciproci rapporti ed la terza - in quanto
sfondo etico ineludibile della "ricerca" e della "cura" - che getta luce, prospettante,
sulle prime due.
La stessa pi celebre metafora bioniana, costruita sulle due polarit di un
"contenuto" e un "contenitore" - protomente infante e "involucro materno",
pensiero nascente e sua messa in forma, dolore mentale e sua ricezione-
arginamento clinico - si trasforma21 , si riformula fino ad approdare a una sorta di
teoria della" cura del curatore" 22. Ancora una volta, il paradosso ironico come
vettore di attivazione mentale, sfida a far posto all'impensato: non si tratta di dare
per assodato un "meccanismo esplicativo" (la madre ;'contiene" le proiezioni
dell'infante, l'analista quelle del paziente, etc.);

18
Ancora un ossimoro, che va chiarito sullo sfondo della limpida (ri)apertura del caso (metodo vs.
testimonianza) in Carchia 1990 (da cui va qui ripreso, per la sua esemplarit, almeno questo passaggio:
"Testimoniare significa, in primo luogo, affermare il carattere di accadimento della verit, vale a dire il
carattere di fatto degli stessi supremi principi logici, l'irreversibile diacronia dell'esistere che significa
assoluta asimmetria della verit rispetto alla coscienza intenzionale, rispetto alla metodica coscienza
d'immanenza. Testimoniare della verit come accadimento non significa, per, semplicemente, come
nella fenomenologia husserliana, risalire o meglio retrocedere da una coscienza doggetto a una
coscienza di 'orizzonte'. N significa soltanto, con Heidegger, passare dalla dimensione ontica a quella
ontologica, dall'ente all'essere. (...) il passare dall'immanenza del metodo alla trascendenza del
testimoniare presuppone qualcosa come una conversione, ina metabasis eis allo ghenos. Si tratta,
platonicamente, del riconoscimento che il bene epkeina tes ousias, al di l dell'essere, ovvero del
riconoscimento, con Lvinas, che la verit 'altrimenti che essere').
19
1970, p. 73 (cfr. anche 1976, p. 233).
20
Pili avanti (par. 3) si entra, per qualche passo, nel merito di quanto qui suggerito.
21
Di qui il titolo del capitolo dodicesimo di Attenzione e interpretazione ("Container and contained
transformed") che incorpora il primo scritto breve "di rottura" (1966, sul "Cambiamento catastrofico")
in quello che appunto (1970) il testo spartiacque tra le due stagioni della produzione bioniana (ultimo
degli scritti detti teorici; prima condensazione dei motivi che si dispiegheranno nella nuova forma
espressiva della Memoria).
22
Cambia, dice Bion, l'ambito o portata (scope) della discussione: "non psico-patologico, non riferito
primariamente alle caratteristiche del paziente, ma alle funzioni dell' analista" (1992, p. 294).

98
si tratta di approfondire la relazione asimmetrica tra le due polarit della metafora,
radicalizzare la responsabilit di chi si candida alla 'funzione di contenimento', di
chi si assume ci che il Freud "malinconico" della testimonianza di Reik aveva
chiamato i tre "compiti impossibili" (curare educare governare).
Una vera "psicopatologia delle forme contenitive" emerge cosi dalle pagine dei
Seminari, degli scritti brevi degli anni Settanta, e specialmente della Memoria del
futuro. Qui, ad esempio, una congerie di immagini biomorfe mette in scena la
variet di forme di censura, atrofia, conformismo (la scientific bigotry) in cui
s'irrigidiscono i "contenitori", gl'involucri mentali, le fogge culturali, tecniche o
abitudinarie: gusci, carapaces di crostacei, crisalidi, corazze di sauri votati
all'estinzione, allegorizzano la calcificazione (la 'osteo-artrite psichica') di una
forma mentis incapace di far posto al pensiero nascente, all'inaudito in cerca
d'espressione, alla congettura che sblocca, riarticolandoli, i nessi mentali altrimenti
sclerotizzati dalla self-intoxicating self-satisfaction23.
Un "cambiamento catastrofico" - discontinuit, cambio di prospettiva, per una
morfogenesi che sappia "rammentare il futuro" - ci che infine richiede la
"terapia" disegnata nella Memoria. Terapia del terapeuta che si traduce in critica
della ragione psicoanalitica: ma anche della nosografia psichiatrica, pi in generale
del potere 'satanico' 24 del gergo pseudoscientifico che si autosostiene; pi in l
ancora, della mente malata della "scimmia umana" (incapace di produrre cultura
all' altezza della potenza dei propri artefatti tecnologici) - e qui si completa la
stratificazione allegorica della Memoria del futuro, che provoca il lettore, anche sul
piano antropologico-filosofico, a una presa di responsabilit circa il futuro: della
psicoanalisi, ma anche "della specie", di questa civilt, in bilico tra 'oblio' e
'saggezza', collasso del tramandamento tra generazioni oppure apertura di 'non noti'
spazi mentali, nuove e plastiche forme contenitive).
Il contegno "kantiano" di Bion 25 - la sua critica della ragione psicoanalitica, e
pi generalmente psico-logica, o psichiatrica - si riassume cosi nel ritorcere sul
soggetto, sul "candidato" appunto (all'indagine, alla "spiegazione", alla "cura") la
domanda fondativa circa il funzionamento, la "causa" od origine, della cosa
psichica, del preteso oggetto-di-scienza. "Come possibile una scienza della
mente?" diviene la domanda riassuntiva che il criticismo bioniano pone a ogni
psico-Iogo, nulla dando per scontato circa il suo

23
1975-81, p. 429.
24
Ivi, p. 302.
25
Non solo n tanto per i singoli riferimenti (Kant comunque il filosofo pili citato nei suoi testi), o
volendo rintracciarne l'influenza negli studi giovanili (con Paton, a Oxford, dove nel '21 graduate in
Storia Moderna), quanto per lo spirito del domandare ("critico") bioniano.

99
gesto intenzionale, provocandolo a interrogarsi a ogni passo circa i limiti, la ragion
d'essere e la "crisi" della propria hybris cognitiva.

2. I motivi fin qui tratteggiati risultano da una ricerca - cui non posso che rinviare,
per i dettagli dell' analisi testuale e una pi adeguata ricostruzione di contesto 26 -
che stata mossa da un insieme di "sorprese". Riguardo anzitutto alla ricezione
dell' opera di Bion: esoterica o impoverita nella letteratura tecnica; pressoch
vacante in quella filosofica attenta alla psicoanalisi 27. E soprattutto, ferma a un
clich "bioniano" che si costruito solo sulla base della prima e pi scolastica
produzione di Bion, antecedente alla autentica Kehre che lo port (nell' anno 1968)
ad abbandonare la posizione di prestigio assunta nella istituzione psicoanalitica
inglese ("la confortevole addomesticatezza dell'Inghilterra", il peso degli "onori"
che "affondano senza lasciar traccia") 28 per altri orizzonti di vita e di pensiero: la
parte quantitativamente maggiore (oltre i tre quinti dell'intera produzione) e
qualitativamente pi profonda e innovativa dell'opera bioniana, che prende forma
nel decennio successivo, col "nomadismo" dei Seminari di cui s' detto, le
autobiografie incomplete e, soprattutto, la costruzione allegorica della Memoria
del futuro (che nuova "teoria" della vita psichica, nel mentre anche "memoria
autobiografica" - come si visto).
Il "paradosso Bion" ha cosi investito radicalmente il problema della ricezione.
Salvo rare e non scolastiche eccezioni, si appunto fissata l'immagine del primo
Bion (in cui non a caso la "tassonomia" della cosa psichica prevaleva sul processo
e sul "cambiamento catastrofico"); e quando si riservata una imbarazzata (o
sconcertata, comunque residuale) attenzione alla materia "selvaggia" dell'ultima e
maggiore produzione, si preteso, come per inerzia, di spiegare l'ultimo Bion col
primo: laddove si tratta precisamente del contrario, nella lettura a ritroso cui Bion
ha sottoposto la sua opera (dalla nuova prospettiva conquistata), ri-pensandola o
"pensandola una seconda volta" fin da quando ha scelto questa emblematica
espressione (Second Thoughts) per la prima raccolta retrospettiva dei suoi primi
scritti (che cade appunto, 1967, nel momento di 'cesura' del suo cammino).
26
F. Di Paola, Il tempo della mente. Saggio sul pensiero di Wilfred Bion, Sestante, Ripatransone,
1995.
27
In ogni caso senza confronto con il peso che altri pensieri psicoanalitici originali hanno assunto
nella tradizione scritta (per qualche significativa eccezione, in questa situazione ricettiva globale, si
veda la ricerca suddetta).
28
Cfr. F. Bion (1982); W.R. Bion (1970), p. 78; Lyth (1980) che, tra l'altro, ricorda come la decisione
di Bion di lasciare l'Inghilterra fu per la Societ britannica una "bombshell", una "notizia-bomba".

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Non certo facile seguire nel dettaglio questa "prospettiva rovesciata" 29 che
"procede con sguardo retroverso", retrocede prospettando (ed evidente quale
analogia s'imponga qui al lettore filosofo). N si pu attribuire solo alla "storia
degli effetti" - al carattere lacunoso della ricezione - la responsabilit
dell'immagine statica che ha prevalso. Ma proprio in quanto Bion non ha assolto se
stesso dalla sua parte di responsabilit - portando fino in fondo l'autocritica, come
lui dice, dei propri "costrutti costrittivi" - occorre restituirgli la portata, la rilevanza,
della tutt'altra prospettiva conquistata col lavoro dell'ultimo decennio (ponendo
questa al centro, non al margine, dell' attenzione interpretativa).
E le "sorprese" che s'incontrano, a rileggere Bion in questo modo, valgono
largamente la fatica a seguirlo nella sua dislocazione, nella sua metamorfosi. Non
c' bisogno di sottolineare ancora la crucialit - per ciascuno dei problemi "di
metodo" che inquietano la psicoanalisi - dei motivi che s'impongono a seguire
questo interno movimento, e che ho abbozzato nel paragrafo che precede. In primo
piano, fin qui, venuta piuttosto la pars destruens, l'aspetto "critico" della sfida
bioniana a ogni rassicurante convenzione di una "scienza" che tutto pu costruire
meno"che rassicurazioni, "razionalizzazioni" o pensieri confortevoli, appaesanti
(piuttosto lo spaesante, l'Un-heimliche discusso da Freud, si sottilizza e modula
nella prospettiva di Bion, nella polifonia della Memoria si dilata fino al grottesco
"il perturbante", l'impulso che scompagina la pretesa sovranit in casa propria della
Mente Moderna, la sua Coscienza - quell'''Impero'' che il parodiare bioniano
chiama Empire of Hypocrisy?)30.
Ma l'impegno dell'ultimo Bion non si esaurisce nell'esercizio "decostruttivo",
nello sfidare la mente clinica a svuotarsi di memorie-desideri; o nel continuo
differire la domanda in puntiformi ritorsioni del questionato sul questionante,
insistendo sul detto di Blanchot (la rponse est le malheur de la question). Ulteriori
sorprese vengono dal modo in cui - proprio attraverso questo logoramento del "gi-
noto" circa lo psichico (questo assecondare la "rovina" dei "contenitori rigidi") -
Bion faccia spazio, spazio mentale per audaci congetture, "visionarie" (anzitutto in
relazione al tempo in cui vennero formulate).
Cosi per tutta la gamma d'immagini circa uno 'psichismo somatico', o una
dimensione 'somapsicotica', o un pensiero 'subtalamico' (vale a dire non
"localizzato" - come si direbbe nel linguaggio delle neuroscienze nella corteccia,
negli strati "superiori" del sistema nervoso, bens in quelli inferiori, appunto "al di
sotto" del talamo - sistema limbico per esempio, o vegetativo o "autonomo"). Cosi
per la correlata (e decisiva per intendere

29
Cfr. su questo il primo capitolo del lavoro di cui alla nota 26.
30
1975-81, p. 302.

101
il salto di livello tra l'inconscio di Freud e quello di Bion) idea embriologica circa
la morfogenesi degli schemi mentali (affettivi e cognitivi)31. Cosi per il modo
d'intendere la relazione tra clinica e teoria che - lo si gi accennato - scompagina
la convenzione, nel mostrare passo passo come non si tratti di "applicare" una
"metapsicologia" a una clinica, n di "verificare" per converso l'astratto di quella
nel concreto di questa; bensi di riuscire a concepire, innanzi tutto, l'agire teorico (il
suo lavoro) come pratico appunto, come ulteriore "clinica" della mente,
contenimento (sia in tra- che inter-psichico) di una mente votata, su pi livelli, alla
congettura, al pro-getto.
Anzich insistere, ulteriormente, su queste parafrasi che non rendono giustizia al
dispiegarsi del pensiero bioniano, vorrei ora proporre alcuni esempi - tratti da esiti
recenti in autonome aree di ricerca - che mi sembra possano illustrare, in modo pi
semplice e perspicuo, di cosa parli (su cosa urti) il linguaggio tormentato di Bion; e
dove risieda la fecondit di un esercizio congetturale che provoca a pensare la
propria mente non meno che quella altrui. Volutamente traggo gli esempi da
contesti tra loro indipendenti (e inoltre "non bioniani", ad accentuare il fatto che
interessa qui la cosa, non il "soggetto di sapere"): pratiche cognitive, o ambiti
tematici, che risalgono a tradizioni non solo eterogenee, ma (almeno a una prima e
macroscopica considerazione) dichiaratamente incompatibili. In breve - e si
prendano le etichette per ci che possono valere - psichiatria "di orientamento
fenomenologico"; ipotesi "epigenetica" in ambito biologico-neuroscientifico.
31
Bion ha disegnato, con rara ricchezza di dettagli, e ineguagliata capacit immaginativa, una intera
area congetturale che solo in seguito, e oggi in approcci che incrociano diversi metodi e risultanze
empiriche, ha acquisito una tardiva legittimazione scientifica: 1'area concernente il precoce formarsi di
schemi ideativo-affettivi, in un mondo micropercettivo (ovviamente "pre-verbale") tanto pi finemente
articolantesi quanto meno catturabile alla convenzione logocentrica - dove i dinamismi del sensibile
infante (cinestetici, propriocettivi, transmodali, in capillare interazione con le risposte del 'contenitore'
materno) prefigurano, anticipano, improntano, i tratti della vita mentale che pi tardi il linguaggio
psico-logico ridurr in categorizzazioni, "funzioni" o modelli inadeguati, impropri. Tre soli esempi del
riemergere in altri tempi e stili di ricerca, sotto altri nomi, di questa stessa materia che in Bion s'era
chiamata, prima, area del protomentale, per dispiegarsi poi come embriologia della mente (in 1975-81
e, succintamente, in 1975). Il pi recente Seganti (1995) in cui la materia torna come "memoria
sensoriale delle relazioni", elegantemente caratterizzata e attentamente condotta a taluni standard attuali
di rispettabilit scientifica (non so se sia questo il motivo per cui il nome Bion non compaia nella
documentata ricerca, anche dove ad esso, sia pure en passant e non benevolmente, si allude). Il classico
(per le aree di ricerca in infant observation, psicologie evolutive etc.) Stern (1985) per una dettagliata
rassegna della protogenesi di pattern affettivo-percettivi colta in approcci empirici evidentemente
eterogenei rispetto allo stile di lavoro bioniano (non per, come detto, alla sua area congetturale). Infine
i mai abbastanza rimeditati lavori dell'ultimo Fachinelli (1983, e specialmente 1989) che intorno a
questa materia ("area perinatale", stati ek-statici della mente, sorgivit del pensiero) ha prodotto sintesi
acutissime tra pensiero psicoanalitico e altre fonti di esperienza (anche recependo spunti bioniani ma,
purtroppo, senza valersi degli apporti dell'ultimo Bion che pi e meglio sarebbero entrati in feconda
risonanza con le sue ipotesi).

102
Ci che intendo "esemplificare" con questi accostamenti (quasi a mimare il
gesto di cui s' detto in apertura) non solo la fecondit di talune intuizioni
"scientifiche", localmente rilevanti, di Bion; ci che auspico possa risultare - dalle
pur succinte illustrazioni che seguono - qualcosa che trascende il "caso Bion",
pur avendo a che fare (di nuovo: paradossalmente) col suo "programma". Quel
programma da cui nasce il titolo stesso dell' opera maggiore, Una memoria del
futuro: quando Bion insiste sulla metafora embriologica, non sta solo riformulando
in termini dinamici la statica (la "topica") che aveva sovradeterminato la
metapsicologia di Freud; non sta solo tentando di far spazio, nel pensiero
psicoanalitico, a un' attenzione alI "'impercettibile" del sintomo "psicosomatico";
sta anche cercando di mostrare - deitticamente esibendo se stesso come caso - il
travaglio da cui, come l'embrione che 'anticipa' il neonato, come l'in-fante che
diverr parlante, cosi pu nascere l'idea, l'inconcepito che stenta ("brancola verso
l'intelligenza") a trovare una forma al futuro.
Perci nell'ultimo scritto pubblicato in vita, dopo aver riproposto ancora una
variante del suo esperimento mentale (circa l'anticipazione "fetale" del pensiero),
senza "prove" al presente, Bion si arrischia a trasmettere il suo stesso "travaglio
della nascita" a un ambiente futuro (al "corpo politico"):

...L'embrione (o le sue fosse ottiche, fosse uditive, surrenali) non pensa, non vede, non ode,
non combatte n fugge, ma il corpo fisico si sviluppa nell'anticipazione di dover fornire
l'attrezzatura per soddisfare le funzioni di pensare, vedere, udire, scappare ecc. Poich non
posso sapere - ed assai improbabile che avr l'intelligenza necessaria per farlo nel corso
della mia esistenza effimera -, cerco di comunicare al corpo politico questi miei
brancolamenti verso l'intelligenza, nel caso che le mie stesse anticipazioni possano portare
alla comunicazione contagiosa e infettiva di queste congetture che forse potranno diventare
realizzate a tempo debito32.

L'ultimo "strato" dell' allegoria embriologica, allora, investe la trasmissione tra


generazioni: memoria del futuro, ora, vuoI dire che l'arcaico, il protomentale,
l'inconcepibile 'pensiero' pre-cerebrale attende una forma al futuro (una "scienza"
capace di accogliere l'ipotesi, darle luogo e "prova"), di l dai limiti "di tempo"
d'una esperienza di ricerca personale. Bion consegna al futuro, a un "tempo debito"
che retrocede prospettando, una "memoria" popolata di visionarie, "inconcepite"
immagini inadatte alla scienza del suo tempo.
32
1979, pp. 240-41.

103
L'altra celebre formula bioniana - che coniuga !'ispirazione platonica con
l'umorismo pirandelliano (i personaggi senza autore) - la formula d'un "pensiero
senza pensatore" allude a questo: che il tendere asinttico del pensiero verso la
cosa stessa, trascenda la pochezza dell' appropriazione, della "persona" pensante,
del "diritto d'autore".
Anche per questo, nel provare a mettere a contatto cose presenti con idee remote
- nel permettere l'analogia "fuori tempo" - sembra istruttivo, tanto pi rilevante, che
gli esempi vengano da universi d'esperienza eterogenei, con una loro storia interna
che non presenta visibili contatti, o relazioni d'ascendenza, con l'opera di Bion (con
le sue "anticipazioni").

3. Ho tentato di riassumere la rilevanza del caso Bion come "punto di catastrofe"


nella storia della clinica psicoanalitica; irruzione d'una dimensione testimoniale che
fa breccia nelle maglie (strette, e pronte ad autoripararsi) del "narcisismo del
terapeuta". Se questa la posta in gioco (se "parlare dal luogo del transfert una
testimonianza") le parole per esprimerla mancheranno, a rigore, al non-clinico:
occorrer una prima persona singolare e questa trovo, esemplarmente, in una
pagina scritta da Eugenio Borgna per questa rivista (La psicoanalisi e la
psichiatria, in "aut aut" n. 264, p. 32). Vi si legge:

Non c' conoscenza, non c' esperienza, di una realt psicotica se non si ricostruisce,
dunque, la storia interiore della vita; ma, contestualmente, non mi possibile cogliere il
senso, e il di-venire, di una forma psicotica di vita, di una esistenza psicotica, se non
scendendo negli abissi ghiacciati e inquietanti della mia interiorit, e scrutando
(analizzando) cosa mi sembra di sentire nella mia soggettivit quando si confronta con la
esistenza psicotica cosi vertiginosamente lontana dalla mia. Certo, il mondo, in cui vive una
paziente, o un paziente, non il mio mondo e non il mondo in cui ciascuno di noi
(abitualmente) vive e sopravvive; ma, al di l delle trasformazioni della intersoggettivit e
delle categorie spazio temporali che contrassegnano il mondo psicotico, sono ancora
possibili forme di relazione dialogica e di contatto affettivo. Solo sprofondando
agostinianamente nella mia interiorit, e selezionando quelle che sono le mie oscillazioni
emozionali (le mie inquiete e instabili risposte emozionali) nei confronti della realt
psicotica nella quale mi rispecchio, mi possibile articolare una comunicazione nel gioco
dialettico e conflittuale tra una distanza e una vicinanza vissute con l'altro-da-me immerso
nella sua esistenza psicotica.

In primo piano, qui, sta per me il fatto che queste parole esprimano esattamente ci
che Bion intendeva esprimere; sullo sfondo, invece, l circostanza che la tradizione
tematica (la cultura, la filiazione o dottrina o comunque si

104
voglia dire) entro cui si danno simili parole (psichiatria "fenomenologica") appaia
del tutto priva di visibili contatti con il pensiero introdotto nella psicoanalisi da
Bion (a doppio senso intendo: n Bion mostra di conoscere Binswanger, n Borgna
- nel caso - mostra di considerare il rilievo della innovazione bioniana) .
su questo ulteriore paradosso (massima convergenza nel fatto / massima
estraneit nella "teoria"; prossimit nella cosa "invisibile" / distanza nella
tradizione visibile) che vorrei ora concentrare l'attenzione: anche se, ripeto, il
problema di sfondo, di storia "disciplinare", non qui quello principale.
Non lo nella prospettiva di Borgna (che giustamente nota come"... Almeno
nell'area delle scienze psicologiche L..] si constata come teorie (talora)
dogmaticamente impostate abbiano ad attenuarsi nelle loro asprezze ideologiche
quando si confrontano, incarnandosi, nella prassi") 33. Una prospettiva segnata a
fondo dalla "prima linea" di una lotta d'origine remota, che divide la psichiatria
novecentesca e sembra presentarsi, a tutt' oggi, persino esacerbata ("organicismo"
versus ascolto clinico, feticcio farmacologico versus incontro dialogico, encefalo-
iatria versus fenomenologia ecc.)34. Mi sembra conseguenza quasi naturale che, da
questa prospettiva, la simpatia verso la psicoanalisi, il ribadito riconoscimento per
la crucialit della "rivoluzione" freudiana, si muovano a grandi linee lungo il
discrimine tra clinica e teoria: benvenuta la prima, rigettata la seconda (nei suoi
tratti "positivistici", ritenuti costitutivi etc.).
Ora, da una diversa e pi "neutra" prospettiva (neutra: non impegnata, nel bene e
nel male), ci che si vede qualcosa di diverso. A un'attenzione ravvicinata per la
storia interna della psicoanalisi freudiana, si rivelano pi strappi, e contrasti, e
differenze. Anzitutto le due vere innovazioni, le due radicali differenze - legate ai
nomi di Melanie Klein e Wilfred Bion - da cui muove la metamorfosi che ha
condotto l'idea di pratica psicoanalitica a quel punto di catastrofe di cui s' detto:
35
"conversione di 180 gradi" in base alla quale, soltan-

33
Borgna (1994), p. 29.
34
Si pu appena intuire, dall' esterno, cosa davvero significhi per chi impegnato sul campo in questa
lotta la "radicale e desolata esperienza di mistificazione e di stupefazione" di cui Borgna dice, ad
esempio, riguardo alle superficiali e irresponsabili generalizzazioni dei Grandi Promotori ("Scienza"
mediatico-spettacolare, Industria farmaceutica) circa i nuovi farmaci che promettono di bonificare la
"malattia" epocale, la Depressione (cosi nel tempestivo intervento polemico - Paga, o depresso, le
ricette facili!, in "L'indice", 1, gennaio 1995 - attento a far valere qualche pacato distinguo contro
l'indifferenziata "diagnostica" dei fondamentalisti del farmaco risolutore). Quanto all'altro grande
"bersaglio" del determinismo neuropsichiatrico - la Schizofrenia - le pagine di testimonianza e di analisi
che rendono le illimitate sottigliezze di questa "forma psicotica di vita" date da Borgna in (1995),
costituiscono mirabile documento della irriducibilit del dolore mentale(della "malattia mentale") alle
cieche scorciatoie "esplicative" tuttora proposte dalla Grande Scienza.
35
Cosi Luciana Nissim Momigliano (1984, pp. 15-16) in quella che forse la pi puntuale (e insieme
viva, strettamente rivissuta, lontana da ogni scolastica) reinterpretazione

105
to, si pu rilevare la pi stretta analogia con l'idea di incontro tra esistenze
("psicotica" e "non-psicotica") cosi intensamente espressa da Borgna.
Ancora, egli scrive:" Transfert e controtransfert, ovviamente, che sono ancora
possibili anche nel confronto con una esistenza psicotica; ma al di l delle
articolazioni e delle enunciazioni di Sigmund Freud che, appunto, non li
considerava realizzabili nel contesto delle psicosi". Ma esattamente questo al di l,
guardando alla parte pi radicale della storia interna della psicoanalisi, stato il
campo di elaborazione (controcorrente, fin nella vicenda biografica) della Klein e
di Bion. grazie a questo lavoro di "rivolgimento" da dentro, che l' "inaccessibile"
per la psicoanalisi prima maniera, ci che restava alieno, stato posto al centro di
un genere di attenzione ignota (o lasciata... al futuro) per Freud: uno psichismo in-
fante, letteralmente senza parola, sia nel retrocedere kleiniano agli albori della
virtualit "psicotica" infantile (lo strappo geniale con cui introduce !'idea delle
"Posizioni": Schizoparanoide, Depressiva); sia nel visionario "sintonizzarsi" di
Bion con la "frantumazione in oggetti bizzarri" del mondo "schizofrenico", con le
"parti psicotiche della personalit", con il protomentale nei termini detti prima
(",..abbiamo cosi raggiunto una vita mentale non cartografata (unmapped) dalle
teorie elaborate per la comprensione della nevrosi", - scrive nel '62)36.
In tale quadro appare ancor piu degna di nota l'analogia tra le parole di
Binswanger riprese da Borgna in conclusione del suo scritto ("Se per noi
'comprendere Freud' significa 'procedere oltre Freud', fino a quale punto egli pu
accompagnarci e da quale punto noi dobbiamo proseguire la strada senza di lui?") e
la chiusura dell'ultimo scritto di Bion:

Studieranno gli psicoanalisti la mente vivente? O l'autorit di Freud verr usata come
deterrente, barriera frapposta allo studio delle persone? Il rivoluzionario diviene rispettabile
- una barriera contro la rivoluzione. L'invasione dell'animale da parte di un germe ovvero
l"anticipazione' di un mezzo per pensare con accuratezza, costituisce offesa per i sentimenti
gi posseduti, Questa guerra non ancora terminata.

Degno di nota qui il fatto che Binswanger - che di Freud fu discepolo, trentennale
corrispondente e amico critico e fedele 37 - esprima in modo

del senso e della portata dell'innovazione che il pensiero di Bion ha rappresentato negli sviluppi
"postkleiniani" della clinica psicoanalitica (1981 e 1984).
36
1962, p.37; sullo sfondo, i primi scritti di rilevanza "psichiatrica" (come 1953, 1956, 1957).
37
Il carteggio Freud-Binswanger pubblicato postumo (1992) e le Erinnerungen (1956) in cui
Binswanger racconta e mette vividamente in prospettiva la storia del suo appassionato dialogo con
Freud, documentano in modo mirabile una vicenda forse unica: special-

106
irenico la sua scelta d'un cammino solitario ("oltre Freud"); mentre Bion, che Freud
personalmente non conobbe ma fu interno alla istituzione psicoanalitica fino ad
assumervi prestigio e cariche direttive, esprima in modo drammatico, conflittuale
(fino alla metafora... bellica) l'analoga ricerca d'1,:m orizzonte oltre Freud (oltre il
"rivoluzionario divenuto rispettabile"),

Tenendo a mente, ora, l'intrinseco rilievo di queste assonanze, si pu meglio


considerare quella che forse la principale dissonanza: dalla diversa prospettiva
qui proposta, la linea di discrimine, nel modo di recepire la psicoanalisi freudiana,
non pu esser tracciata a grandi linee tra teoria e prassi, premessa dottrinaria e
pratica "terapeutica" - come Borgna propone ora nel solco di Binswanger ("Siamo
dentro l'epoca della psicoanalisi; ma della psicoanalisi che, lasciata ogni sua
premessa teorica, continua a essere prassi terapeutica")38, E ci non solo perch, da
una prospettiva pi ravvicinata, vengono in risalto diverse linee di discrimine, che
traversano sia la teoria che la prassi freudiane (esemplari pregiudizi, ingenuit,
chiusure39 - ad esempio - hanno segnato proprio lo stile clinico "freudiano
classico"), Bens per una ragione pi critica e sottile, che a me sembra si possa
provare ad enunciare appunto in base alla elaborazione "tarda", e del tutto originale
nella tradizione freudiana, di Bion.
Ho tentato di riassumere la cosa, nel primo paragrafo di queste note,
nell'immagine della "crisi" che muove dall'interno - al tempo di Freud come oggi,
per successivi slittamenti o salti di livello - la vita stessa della psicoanalisi (di
quello che si chiamava "movimento" psicoanalitico) sui tre piani che,
convenzionalmente, si dicono epistemologico, metapsicologico, deontologico;
quindi nell'idea che la "svolta" bioniana si giochi anzitutto, e radicalmente, sul
terzo livello ma che - qui sta l'originalit e la "eccentricit" del caso Bion - sia
proprio questo assumere la provocazione dell'etico nel cuore di ogni pretesa a una
"scienza della mente" ci che trascina con s e rivolge dall'interno le prime due
dimensioni. Il "movimento" e retroverso, l'ultima dimensione che deve retroagire
sulla seconda e sulla prima: "eccentrico" il gesto bioniano gi per il fatto che
procede in senso inverso rispetto alla richiesta consueta dei distributori di patenti di
"scientificit" (prima il "fondamento" obiettivo, la "spiegazione causale" e simili,
poi l'" applicazione" o "verifica" empirica e via dicendo).

mente per il modo in cui affezione, rispetto, fedelt reciproca poterono coesistere con la crescente
(lungo i trent' anni della corrispondenza) divergenza "teorica",
38
Borgna (1994), p, 33.
39
Si vedano, oltre alla sintesi nel gi citato (1984), le domande che Luciana Nissim Momigliano
pone alla fine dello studio storico sulla tecnica di Freud (1987) (riassunte nell'ironia di quella che sta nel
titolo del saggio: was Freud a freudian?).

107
Ma eccentrica (irriducibile) l'invenzione bioniana anche rispetto al diffuso
trend "epistemologico" che ormai pervade gran parte della cultura postkleiniana:
l'arcipelago delle psicoterapie, delle psicologie evolutive, delle varianti del
cosiddetto modello delle "relazioni oggettuali", entro il quale si considera ormai
assodato che l'avvento dell' era "relazionale", "interattiva", intersoggettiva e simili,
comporti ipso facto l'abbandono in blocco (con i rovelli che ne erano alla base) del
vecchio armamentario "metapsicologico" freudiano (a cominciare, naturalmente,
dalla famigerata nozione di pulsione e a fortiori, piu indigesto di tutti i rospi, di
quella di pulsione di morte). (La richiesta, come, si vede, analoga a quella di
provenienza fenomenologica - pur senza avere, di questa, la nobilt d'impianto
filosofico).
L'unicit del pensiero di Bion rispetto a tutto questo sta nella sfida pi alta, e pi
profonda, che porta all'intero impianto del discorso e della pratica freudiani,
riplasmandone - a partire come detto da un'idea pi radicale di "ascesi terapeutica",
di attenzione clinica ("sospensione di memoria e desiderio") - tanto l'intenzionalit,
il gesto metapsicologico (la topica, la congettura "biologica") quanto il contegno, la
scelta epistemologica (cosa sia "scienza", cosa sia "prova"). Come si vede, impiego
termini connotanti azione, prassi, per dire il luogo stesso del "teorico". Ma
appunto l'aver colto l'intrinseca praticit della teoria, ci che conduce Bion a
estendere la deontologia della congettura, l'onere della decisione (the onus of
decision dice testualmente)40 dal suo luogo d'elezione nel lavoro clinico (il qui-ora
che rinnova ogni volta l'incontro con !'inesauribile della mente altra) al luogo
dell'esercizio teorico - dove si progettano "modelli", si riformulano immagini e
schemi "descrittivi" che si sanno sin dall'inizio come costrutti mentali interferenti
su altri costrutti mentali; destinati a una "verifica" (o "confutazione") che in nessun
modo pu prescindere dall'essere in gioco d'una inconclusa risposta (rispondibilit
come responsabilit) rispetto a una "ignota" domanda ("inconscio" che - ironizza
Bion - sta anche per "ignoto").
Si pu ricostruire cosi il filo rosso che risale da una ridefinita idea di transfert (e
"controtransfert") a una ridefinita idea di inconscio (e "pulsione" e soma) a una
ridiscussa idea di "scienza" ("scienza-dell'essere-all'unisono", "scienza della
riparazione": cosa si deve intendere con queste ulteriori espressioni-paradosso?). 41
Non possibile, come detto, esibire qui i passi di una simile ricostruzione. L'idea
di fondo, per, pu essere abbozzata.
proprio l'immagine embriologica, la scelta (una volta ancora, provocatoria) del
linguaggio "biologico", che indica la traccia. Il discrimine, la "cri-
40
1970, 122-123.
41
Qui ancora, devo permettermi un rinvio puntuale alle parti seconda (Embrio-Iogia del pensiero), terza
(Teoria dello spavento) e quarta (La ragion pratica della psicoanalisi) della ricerca gi citata, per come
si dipani il ripensamento globale bioniano lungo i livelli, appunto, epistemologico, metapsicologico,
deontologico.

108
tica" come arte del vaglio e del giudizio, deve esser condotta fin nel cuore del
"biologico". Come non v', oggi, un solo linguaggio, un solo discorso scientifico,
che dica descriva o "spieghi" la cosa vivente (lo si vedr poco oltre); 42 cosi non v'
una sola "speculazione biologica" (secondo le sue parole), o ipotesi
metapsicologica, in Freud. V' un succedersi di conati, una lotta (una crisi), un
alternarsi di precari punti d'equilibrio tra un preteso ancoraggio ai dogmi della
metafisica scientifica del tempo (fisicalismo, riduzionismo, Konstanzprinzip,
neurofisiologia meccanicista e altro) e non risolte aperture, altrettanti punti
d'evasione da quell' orizzonte, che tentano di radicalizzare lo specifico, il non
riducibile della vita come psiche. Senza che le due "spinte" riescano mai a
comporsi una volta per tutte: l'''inesauribilit'' dell' opera di Freud di cui
giustamente parla Borgna sta anche in questo intrinseco carattere aporetico (ma
anche anfiblico) che segna da principio la "scienza dell'inconscio". Ma allora e di
nuovo, la frattura (le fratture) segna verticalmente - risale fin dentro le sue
premesse teoriche - il "biologismo" (i biologismi), di Freud.
Risale fino a qui la metafora embriologica di Bion, a mostrare in concreto la
grande lacuna, il capitale "errore" che sta scritto nell'irrisolto pregiudizio fisicalista
di Freud: l'aver espunto il tempo dall'inconscio43, l'aver voluto "catturare" anzitutto
entro immagini spaziali (topiche), o strutturali (istanze) o energetiche
(cariche/scariche), una certa "rappresentazione" della psiche che poi, proiettata
anfibolicamente sulla cosa, la rendeva di fatto senza vita. V' solo statica, v'
"dinamica" per modo di dire (come nella rappresentazione "dinamica" in fisica
classica, che appunto "spazializza" il tempo), finch non si riconosce lo specifico
del tempo del vivente, il non riducibile "pulsare", ritmo, maturazione metamorfica,
"cambio catastrofico"

42
Queste osservazioni andrebbero integrate con una analisi della crisi interna della pretesa
deterministica piti forte in biologia (il determinismo genetico), pretesa che ha palesemente dominato
almeno fino agli anni Ottanta. Nell'impossibilit di proporre qui tale analisi, vorrei indicare almeno
quattro testi (elementari e autorevoli) esemplari per come dall'interno del pensiero biologico recente
prenda forma in modo sempre pi netto una critica dei presupposti ideologici, e della fallacia
concettuale, del determinismo genetico, a favore di una immagine plastico-epigenetica (e
inevitabilmente: individualizzante e aperta al contingente) della costruzione di forme (in particolare, a
livello della stessa conformazione cellulare del sistema nervoso): Prochiantz (1989), Lewontin (1991),
Rose (1993), Oliverio (1995).
43
Il che va inteso con i distinguo del caso, ben segnalati a suo tempo da Derrida (1967) quando
auspicava il poter pervenire "...se non alla soluzione, a un nuovo modo di porre il temibile problema
della temporalizzazione e della cosiddetta 'intemporalit' dell'inconscio. Qui lo scarto tra l'intuizione e il
concetto freudiano pi sensibile che altrove. L'intemporalit dell'inconscio certo determinata
soltanto dalla sua contrapposizione a un concetto corrente di tempo, concetto tradizionale, concetto
della metafisica, tempo della meccanica o tempo della coscienza. Forse bisognerebbe leggere Freud nel
modo che Heidegger ha letto Kant: come l'io penso, l'inconscio intemporale solo rispetto a un certo
concetto volgare del tempo." (lo ricorda opportunamente, tra l'altro, Ferraris nel suo intervento sullo
stesso numero della rivista "aut aut", 264).

109
della psiche come vita nascente: embrio-logia della mente. "Pulsare" ho appena
detto: radicalmente temporalizzata, la "pulsione" diviene il luogo stesso d'una
potenza44 d'una virtualit che tiene insieme anticipo e imminenza, soma-che-si-fa-
psiche, transito 'catastrofico' che esclude per principio ogni chiusura
deterministica: apertura, plasticit costitutiva che non vuoI saperne di ogni pretesa
"riduzione" (come in modo rudimentale ma in qualche modo comprensibile nell'
orizzonte scientifico di Freud, pi sofisticato ma meno giustificabile in quello
odierno) del livello propriamente biologico a quello propriamente fisico 45 (e
parallelamente, per citare le inconcludenti mode che hanno tenuto banco fino agli
anni Ottanta, del mentale al "computazionale", vale a dire, di nuovo, alla
meccanica - questa volta algoritmica) .
Ma allora, se chiaro almeno il senso di fondo della "rivoluzione" interna al
lascito freudiano che il pensiero di Bion rappresenta, non pi possibile, da questo
orizzonte, opporre in blocco due riduzioni: da una parte un "naturalismo"
consegnato al mero modello di "oggettivit" fisico-meccanica ("... un terreno
aridamente naturalistico, che esaurisce la condizione umana nelle maglie dell'
homo natura e si confronta con essa nell' orizzonte di una fredda neutralit (di una
opaca oggettivazione)");46 e dall' altra parte una intersoggettivit della "cura"
dialogica che finisce (di l dalla intangibile ricchezza della esperienza testimoniata)
per trovare inadeguati nomi, quando deve definirsi rispetto a una tradizione.
L'opposizione certo regnava al tempo del carteggio tra Binswanger e Freud (il
quale, si noti ancora, sottraeva il tempo alla "naturalit" dell'inconscio perch
poteva concepirlo tutto e solo, linearizzato e (super)egoico, sul versante della
"Storia"). Cosi come regnava, nell'orizzonte d'una scienza che riduceva il suo
modello alla meccanica (fisica, o algoritmica), l'opposizione tra scienze "della
natura" e "dello spirito". Ma proprio perch questa calcificata opposizione continua
a riproporsi, ancora di recente, in meno nobili e pi babeliche dispute sui
"fondamenti della psicoanalisi" (che a mal poste domande trovano fuorvianti
risposte - come si dovesse per forza scegliere tra un Grnbaum e un Ricoeur),
appare salutare la diversa prospettiva che si apre, grazie anche all' opera di Bion,
sulla possibilit di ripensare alla radice la domanda stessa. Di

44
Bisogna seguire qui la esemplare meditazione al limite - al limite della pensabilit ("...proprio la
potenza la cosa piti difficile da pensare...", p. 59) - data da Giorgio Agamben ( 1993) circa la
genealogia e il senso dell'idea di potenza/potenzialit.
45
Che l'annosa questione concerna la riduzione "epistemica" (la sola effettuale, di fatto rilevante) e
non "ontologica", cosa che qui si d "ingenuamente" per scontato (ma riferendosi almeno, per
l'enunciazione dei criteri di rilevanza-pertinenza della specificit del "biologico" rispetto al "fisico", ad
Ageno (1992), pp. 32, 74 e 114).
46
Borgna (1994), p. 29. Ripeto, s'intuisce qui lo sfondo (la ripulsa di una certa ideologia
"neuropsichiatrica" pervasiva) su cui si stagliano simili parole: ma proprio perci diviene urgente
distinguere, discernere ("criticare") fin dentro all'idea di homo natura.

110
cosa tratterebbe la psicoanalisi (ma, a questo punto, ogni psico-logia), di "natura" o
di "cultura"? Di nessuna delle due, se a queste parole si vuole continuare a
conferire il significato idealizzato, e logoro, di un tempo "positivista" e
"spiritualista".47 Degli illimitati punti di catastrofe, trapassi, tra le due, se si accetta
che di mondi plastici si tratta, d'una complessit impensabile (letteralmente
"incalcolabile") nell' ottica dei significati suddetti; e se si assume l'illuminante
lessico di Bion nel suo mettere a fuoco il dinamismo, la potenza, tramite cui "ogni
volta la vita si fa psiche". 48 Infatti, di cosa sta parlando Bion, quando propone, per
stratificazioni successive, !'immagine di un contenuto e un contenitore, una
"urgenza" e una forma, un inespresso e una possibilit espressiva?
Degli albori di un "pensiero-somatico", micro-pulsare vissuto ma informe, che
dall'entrare in relazione con una "funzione di contenimento" pu (ma anche: pu-
non) accedere a una formativit 'metabolica' ('elemento-beta' versus 'funzione
alfa'); di una microcomplessit somatica che si esprime, si sente, come fantasia
inconscia - secondo la capitale innovazione della Klein che ha colto il "luogo" (il
"tempo") dell'esprimersi ipso facto della "pulsione" in affetto - affetto
'somapsicotico' per definizione in-fante, ma d'una complessit impensabile per una
certa ortodossia "freudiana" che appunto, incapace di concepire il dinamismo che
anima il transito corpo-mentale, non pu che contrapporre infine, staticamente, il
meccanismo dell'''istinto'' ("cieco", informe) alla forma come struttura (linguaggio,
Verbo). E procedendo per strati: altrettante immagini di "catastrofi", salti
metamorfici: dal "liquido" al "gassoso", dall' "apnea" amniotica all' ossigeno
(nascita); dal non-verbale al verbale (apprendimento "mimetico" del linguaggio,
dove una mimesi "affettiva", sentita prima che "rappresentata" - piu o meno
mediata o distorta da una identificazione proiettiva, ci che sottende il prender
forma d'una cosiddetta "capacit di simbolizzazione"); e ancora, svezzamento,
esplorazione bipede del mondo, socialit "edipica", metamorfosi

47
Si fa davvero fatica a impiegare ancora simili etichette.
48
Bisogna che un pur fugace accenno sia fatto qui alla ricerca recente di Aldo Masullo (ritagliandone
espressioni brevissime, come quella appena ripresa), come al fondamentale lavoro che piti radicalmente
ha ripensato "il tempo" (la sua intrinseca "paticit"), in modi che per piti motivi hanno a che fare con il
problema qui discusso. Basti menzionare: come Masullo rielabori un certo Binswanger (il Binswanger
dell'urplzlich, del "repentino"); come sappia decidersi per la conduzione al limite - al punto di rottura -
dell'orizzonte intenzionalista di una tradizione fenomenologica rivissuta e ripercorsa passo passo (la
paticit del di-venire, la fattualit individua del tempo come autoaffezione, comportano un cadere" al di
qua di ogni possibile trattamento intenzionale"); la schiettezza con cui si risolve, parallelamente, a
cogliere il punto d'implosione anche del gergo filosofico "heideggeriano" (il "...venire a s
dell'irripetibilit del vissuto L..] non solo non 'ontologico', ma neppure 'ontico', bens 'patico' ..."). (Si
considerano qui solo espressioni tratte dall'ultimo lavoro masulliano (1995), che cadono, com' noto, al
culmine di serrati e prolungati corpo a corpo col linguaggio, col pensiero, dell'universo
fenomenologico).

111
adolescenziale etc. In ogni caso, a ciascun livello - questa la potenza 49
dell'immagine bioniana - sempre un affetto primignio che si (ri)attiva e modula,
non pre-determinato nell' esito ma anticipato nella virtualit e contenibile nella
relazionalit; una gamma affettiva che si tende tra le polarit dell'angoscia
catastrofica, dell'informe panico, del "terrore senza nome" a un estremo
(l'incontenibile, l'arresto 'psicotico') e la capacit di congettura, l'immaginazione
plastica, il "coraggio del futuro", la 'riparazione' (parola-limite di contenimento e di
"cura") all'altro estremo: di questo campo di affezioni, di questa mobilit di
tensioni patiche, insomma della vita psichica come "cambiamento catastrofico",
tratta la psico-analisi per Bion. E all'ultimo gradino della stratificazione, all'ultimo
grado del contenimento, sta come detto la responsabilit "clinica": responsabilit,
cultura che tutta questa complessit primigenia sia capace di assumere, che di tale
arcaismo senza nomi (nella nostra "cultura") sia capace di rispondere; di tale
"inconscio" sospeso sappia farsi futuro. In un solo e irriducibile senso: memoria
del futuro.
un' altra idea di vivente, di somaticit, di "biologico", che richiede un'altra
idea di "cultura" (di ideazione, di mente). E viceversa, solo un salto di
complessit, una cultura immensamente piti affinata, ci che pu farsi carico,
"sopportare" (contenere) la finezza differenziale del vivente, la sua impensata
complessit. Se la parola non fosse degradata dall'abuso (dalla vocazione filistea
con cui gli odierni moralismi rispecchiano l'odierna scienza) si sarebbe tentati di
dire che, con Bion, la scienza della mente si fa, in un senso radicale, bio-etica.
49
Qui davvero nel doppio senso: forza espressiva e potenzialit.

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