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GRANDE LESSICO

DEL
NUOVO TESTAMENTO

Fondato da GERHARD KITTE L

Continuato da GERHARD FRIEDRICH

Edizione italiana a cura di


F . MONTAGNINI - G. SCARPAT - O. SOFFRITTI

VOL. VI

PAIDEIA
Titolo originale dell'opera

Theologisches Worterbuch zum Neuen Testament


in Verbindung mit zahlreichen Fachgenossen
begriindet von GERHARD KtTTEL
herausgegcben von GERHARD FRIEDRICH

All'edizione italiana di questo sesto voltime


hanno collaborato come traduttori:
BENEDETTINE DEL MONASTBRO DI S. SCOLASTICA
GIOVANNI CASANOVA
GINOCl!CCHI
FRANCO RONCHI
GIOVANNI TORTI

Tt1t1i i diritti sono riservati. È rigorosamente vietata, a termini


di legge, la riproduzione anche parziale delle voci o il riassumo
delle stesse.

© VERLAG VON W. KOHLHAMMER, STUTTGART, 1942


© P AIDEIA, BRESCIA, 1970
IN MEMORIAM

Il Theologisches Worterbuch zum Neuen Testament ricorda suoi


quattro collaboratori caduti in guerra:

ALBRECHT STUMPFF
tenente, caduto il 20 giugno 1940 in Francia. Nato il 23 novembre 1908 a Zill-
hausen (Wiirtt.); dottore abilitato in teologia; assistente nel Seminario neotesta-
mentario dell'Università di Tiibingen negli anni 1932-34; Repetent nella Fonda-
zione evangelico-teologica di Tiihingen; membro della «Studiorum Novi Testa-
menti Societas» .

WALTER GuTBROD
tenente, caduto il 28 luglio r94r in Rus~ia. Nato il 26 novembre r9rr a Buea
(Camerun}; dottore abilitato in teologia; assistente nel Seminario neotestamen-
tario dell'Università di Tiibingen negli anni 1935-37; Repetent nella Fondazione
evangelico-teologica di Tiibingen; membro della «Studiorum Novi Testamenti So-
detasl>.

HERMANN fRITSCH
tenente, caduto il 3 ottobre 1941 in Russia. Nato 1'8 giugno 1913 a Hof (Ba -
viera); dottore in teologia; assistente nel Seminario neotestamentario dell'Uni-
versità di Tiibingen negli anni r 9 36-3 8; catechista in Arzberg (Baviera).

Il direttore ha perduto così tre giovani amici a lui particolarmente le-


gati, che per anni ebbero parte attiva al T heologisches W orterbuch
zum Neuen T estament dapprima come suoi assistenti nel lavoro di re-
dazione e successivamente come collaboratori. àÀyw l-rtL O"ol, ri.ÙEÀ.q>É
µou. wpaLw1tl)c;, µo~ crcp66pa..

HERMANN HANSE
Feldwebel, caduto il 9 febbraio 1942 in Russia. Nato il 4 settembre r9ro; licen-
ziato in teologia; collaboratore scientifico del Corpus Hellenisticum in Halle negli
anni 1932-33; parroco in Bismark (Altmark).

In ciascuno di essi la ricerca teologica piange una viva speranza.

AYTilI H AO.$A EIE TOYI: AIONA:I:


PREMESSA AL QUARTO VOLUME TEDESCO

Contro ogni previsione espressa in Germania e all'estero ci è stato


possibile, pur nell'aspt'ezza della guerra, portare a termine il quarto
volume del «Theologisches Worterbuch zum Neuen Testament», e ciò
costituisce per noi un motivo di profonda riconoscenza e una promes-
sa per l'avvenire.
La pagina che precede testimonia ·i sacrifici di sangue imposti alla
cerchia dei nostri collaboratori. Anch'essi ci hanno spianato la via!
Difficilmente avrei potuto eseguire il lavoro di redazione se non mi
avessero prestato il loro aiuto, nella correzione delle bozze, nel con-
trollo delle citazioni ecc., numerosi fedeli collaboratori, anziani e gio-
vani, alcuni nel corso di vari anni, altri in più breve avvicendamento,
così in pace come pure in questi anni di guerra, e ora anche al posto
dei collaboratori in armi o caduti. Oltre a quelli già citati nella prefa-
zione al primo volume, nomino e ringrazio di cuore: H. Alswede, E.
Bammel, R. Burger, A. Debrunner, ]. K. Egli, G. Friedrich, t H.
Fritsch, G. Gross, t W. Gutbrod, t H. Hanse, A. Hitler, K. Jen-
dreyczyk, H. Kleinknecht, W. Knopp, H. Kremse1·, F. Lang, E. Nestle,
K. U. Niedlich, G. von Rad, Ch. Schiller, K. Schumm, P. Schwen, O.
Stumpff, F. Viering, W. Windfuhr, H. Zahrnt.
Licenziando questo quarto volume, ho pregato Rudolf Alexander
Sch1·oder di esporre a mo' d'introduzione le sue idee sul «Theologi-
sches Worterbuch zum N.T.». È importante per noi tutti - direttore,
collaboratori, lettori, casa editrice - constatare come egli - traduttore
di Omero, poeta e umanista - sappia esprimere quelle che costituisco-
no le intenzioni più profonde della nostra opera.
Tiibingen/Wien, agosto r942. G. KrTTEL
A MO' D'INTRODUZIONE

Chi si occupa di lingue straniere o studia seriamente la propria lin-


gua si vede costretto a svolgere il suo lavoro con materiale lessicale di
ogni genere.
Si sa, ci sono eccezioni. Un mio amico ha composto importantissime
dissertazioni su Pindaro e su Omero senza alcun apparato, lontano da
tutti i relativi istituti e sussidi.· Invero egli era in grado, intonandosi
alla realtà idillica di un soggiorno montano in Italia, di vergare con
somma naturalezza su una cartolina i suoi saluti a un nostro comune
amico componendoli in distici e in dialetto dorico, sicché la mia mo-
desta conoscenza del greco stentava a comprenderli. Una memoria sì
vasta e feconda è un dono inestimabile, ma, come ho detto, costituisce
un'eccezione.
Il lavoratore medio avrà bisogno dei sostegni e degli aiuti di cui ho
fatto cenno. E se, all'inizio, il dover sempre confrontare può risultar
gravoso al principiante, per l'esperto invece può diveni~e fonte di pro-
fonda gioia interiore. Egli volge lo sguardo da una parola alla parola
vicina e da queste getta un ponte su altre più lontane. Nel fat· ciò, dove
da principio una semplice successione di locuzioni e di tegole d'uso gli
fiaccava la vista, in seguito gli si schiude a mano a mano una meravi-
gliosa duplice profondità: la profondità prospettica della crescita orga-
nica della lingua e quella della sua storia, la quale, a sua volta, riflette
per molti riguardi la storia nazionale e la storia universale e rinvia alle
sue origini prime, che solo per intuizione si possono ricostruire oltre
la notizia e il dato linguistico. In questo modo la lettura d'un diziona-
rio può divenire appassionante. Io stesso, nell'uso quasi quotidiano del
Dizionario dei Grimm, devo impormi abbastanza spesso un limite con-
tro la tentazione di continuare a leggere.
Oltre a ciò, chi impara a conoscere da vicino un autore sente anche
il bisogno di porre in rapporto il suo particolare mondo lessicale e lin-
guistico col mondo linguistico della sua terra e del suo popolo, che da
presso o da lontano lo circonda. Poiché, tra i molti misteri di quel pro-
digio che è la lingua, s'annovera anche questo, che nessuna delle sue
parole, nessuna delle sue locuzioni si regge su se stessa, nessuna ha e
trae da se stessa la sua vita e la sua forza. Ciascuna di esse, attraverso
A MO' D'IN'l'RODUZIONE IX

gli innumerevoli fili dell'origine, della tradizione, della crescita, dei tra-
mutamenti e degli svolgimenti, è intessuta e collegata a innumerevoli
altre per una trama che si protende in tutte le direzioni. Ciascuna attin-
ge la sua forza dalla parola viva che per tempo e luogo le sta accanto,
e la fa rifluire; si specchia nelle parole del passato e riflette su di esse
la luce che ne ha attinto; il futuro più remoto non le sembra troppo
lontano per lo slancio e la missione del suo messaggio; dall'atmosfera
fosca del mondo sensibile si eleva alle altezze eteree dello spirito, dal
regno dello spirito affonda le sue radici nella matrice della percezione
inconscia.
Per l'universo dei riferimenti e delle allusioni cosl rinchiuso in ogni
vocabolo pronunciato e ascoltato, scritto e letto, il vocabolario comu-
ne può essere soltanto una guida molto inadeguata. Anche il diziona-
rio speciale assolverà questa funzione solo in misura limitata. Già la
sua ristretta estensione e il suo particolare obiettivo in molti casi non
gli permettono di andare oltre la chiosa, spesso assai manchevole, del
relativo autore. Questa è appunto un'esperienza spiacevole che è co-
stretto a fare chi legge una lingua straniera: anche ciò che comunemen-
te si dice una traduzione letterale in molti casi non è che l' «esposizio-
ne» discutibile e imprecisa di un concetto che non si può più risveglia-
re pienamente a vita propria nell'orecchio e sulla bocca di uno stranie-
ro. Di fronte a questa esigenza, che senza dubbio per il traduttore
sarebbe la più importante, resta solo il sogno di thesauri linguarum
a portata di mano sullo scaffale, un sogno che purtroppo sembra de-
stinato a rimanere tale.
A confronto col Nuovo Testamento nessun libro al mondo è letto
sì spesso o è stato tradotto con tanta frequenza e tanto devoto im-
pegno. Tutto il lavoro teologico di ormai due millenni è stato rivolto
a renderne più accessibile il testo e più chiaro il contenuto delle pa-
rnle. Così non poteva non succedere che, al pari di altre discipline
ausiliarie, anche le indagini lessicografiche su questo libro riceves-
sero impulso col fiorire della linguistica moderna. Resta compito del-
la presente generazione tedesca di condensare, per così dire, in una
summa i risultati di singole ricerche riguardanti il Nuovo Testamen-
to, con la coscienza, s'intende, della sua provvisorietà, che è la zavor-
ra gravante su ogni lavoro scientifico. A un gran numero di parole
teologicamente importanti è stata dedicata in quest'opera tutta l'at-
tenzione che si può ragionevolmente desiderare. Esse si presentano
in forma piena, plastica, nella molteplicità dei loro aspetti e rapporti,
come realtà viventi tra esseri viventi alla vivente comprensione del
X RUDOLFALEXANDERSCHRODER

lettore. Che ciò non si possa realizzare in tutti i casi, che qua e là
rimanga un residuo insoluto di dubbio, è un difetto ineliminabile se
si considera lo stato frammentario del lessico greco a noi trasmesso.
Ma anche cosl, ciò che viene proposto renderà un inestimabile ser-
vizio a generazioni di lettori e di ricercatori.
Per il sottoscritto si aggiunge un particolare motivo di gratitudine.
Egli ha avuto sempre un rapporto molto condizionato con ciò che si
definisce critica storico-.6.lologica, già perché il concetto di realtà sto-
rica in essa utilizzato implica, evidentemente per necessità, quello del-
la critica morale-estetica. Ora, se già l'applicare i suoi giudizi e le
sue ipotesi al campo profano comporta per me un' infinità di inter-
rogativi, tanto più perplesso mi lascia questo procedere dichiarata-
mente dal dubbio allorché si tratta del libro che più d'ogni altro ri-
vendica l'incondizionata fiducia del lettore; mi sembra come un guar-
dare in bocca al cavallo donato per vedere, come fanno i commer-
cianti, per quanto ancora sia possibile servirsene. Ma non aggiungo
altro. Dal mio punto di vista preferisco rallegrarmi particolarmente al
vedere applicata nel Theologisches Worterbuch zum Neuen Testament
una critica costruttiva, una critica che, su fondamenti scientifico-lin-
guistici e storici (comunque inseparabili), procede non a demolire o
a limitare, ma a rafforzare e a illustrare un messaggio, del quale -
come di tutti i principali documenti dell'umanità - si dovrebbe dire,
esprimendosi in forma del tutto umana, che reca in sé i propri criteri.
Infine, colui che, sia pur con molta modestia, ha posto una buona
parte delle sue forze al servizio del pensiero umanistico, trarrà da
quest'opera gioia e conforto. Può darsi che egli si sia talvolta sentito
il rappresentante di una mentalità moribonda: ora qui gli si presenta,
in una realizzazione esemplare, l'indistruttibile vitalità del pensiero
occidentale nella più classica e legittima delle concretizzazioni acces-
sibili e nell'organico collegamento delle sue componenti, l'ellenistica
e la cristiana.
RunoLF ALEXANDER ScHRODER
AVVERTENZA AL SESTO VOLUME ITALIANO

Il sesto volume italiano è costituito della prima parte del quarto


volume tedesco (pp. r- 5 7 2 ), della cui travagliata gestazione fanno fe-
de le pagine intitolate In menioriam, Premessa e A mo' d'introduzio-
ne, che abbiamo creduto opportuno riportare integralmente a testi-
monianza dei sacrifici, delle ansie e delle cautele che contrassegnarono
in quei tristi anni l'indagine teologica tedesca.
AUTORI
DELLE VOCI CONTENUTE NEL SESTO VOLUME

Direttore
GERHARD K1TTEL, professore ordinario di N.T., Tilbingen.

Collaboratori
OTTO BAUERNFEIND, professore straordinario di N .T., Tiibingen.
GBORG BERTRAM, professore ordinario di N.T., Giessen.
GuNTHER BoRNKAMM, docente di N.T., Konigsberg/Bethel.
FRIEDRICH BtiCHSEL, professore ordinario di N.T., Rostock.
RunoLF BULTMANN, professore ordinario di N.T., Marburg.
ALBERT DEBRUNNBR, professore ordinario di linguistica comparata, Bern.
GERHARD DELLING, parroco, Glauchau.
WALTER GRUNDMANN, docente incaricato di N.T., Jena.
HERMANN HANSE, parroco, Bismarck (Altmark).
FRIEDRICH HAUCK, professore ordinario cli N.T., Erlangen.
HANS WoLFANG HElDLAND, vicario, Mannheim.
VoLKMAR HERNTRICH, docente di A.T., Bethel.
JaHANNES HoRsT, parroco e direttore del Seminario teologico, Posen.
}OACHIM }EREMIAS, professore ordinario di N.T., Gottingen.
HERMANN K.LEINKNl!CHT, Oberassistent, Halle.
KARL GEORG KUHN, docente di lingue orientali, Tiibingen.
RunOLF MBYER, assistente, Leipzig.
W1LHELM MICHAELIS, professore ordinario di N.T., Bem.
ALBRBCHT 0EPKE, professore straordinario di N.T., Leipzig.
HERBl!RT PREISKBR, professore ordinario di N.T., Breslau.
OTTo PROCKSCH, professore ordinario di A.T., Erlangen.
GoTTFRIED QuELL, professore ordinario di A.T., Rostock.
KARL HRINRICH RENGSTORF, Konventual·Studiendirektor, Loccum (Hannovcr).
CARL SCHNEIDER, professore ordinario di N.T., Konigsberg.
}OHANNES SCHNEIPER, professore straordinario di N.T., Berlin/Brcslau.
GoTTLOB ScHRENK, professore ordinario di N.T., Ziirich.
HERMANN STRATHMANN, professore ordinario di N.T., Etlangen.
INDICE DELLE VOCI

À.c1:yxa\lw (Hanse). . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 9
ÀO:x'tl!;w (Hanse). . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 13
(Àa.À.Éw ), xa:ta.)..a.Mw, xo:'t'a)..a)..Loc, xa't'aÀ.aÀ.oc; (Kittel) . . . . . . . . . . . . . . 15
)..aµf3a\lw, &.va)..aµf3&.\lw, &.vcl.)..'l)µ\jJLc;, ÈmÀ.aµf3ocvw, àvE'ltl)..T)µ 'lt't'Oc;,
xoc't'a.-, µe't'a.À.aµBoc\lw, µE't'aÀ:riµ~Lc;, 'ltocpoc-, 1tpo-, 'ltpoo-)..a.µf3ocvw, 7tp60"-
).,TJµ!Jnc;, v'lto)..o;µf36.vw (Delling). . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 21

)..&µ'ltw, ÉxÀ.aµ'ltw, 'ltEptÀ.aµm.v, 'ì..aµ·mxc;, A.a.µ'ltpoc; (Oepke). . . . . . . . . . . 51


)..a6ç (Strathmann,Meyer). . ..... . ......... . ... .. ............... 87
À.apvy~ (Hanse) . .. ... . .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 165
}.oc't'pEVW, Àa.'t'pEla. (Sttathmann).. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 167
Àaxo;vov (Bornkamm) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 189
À.e:yLwv (Preisker} . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 195
À.Éyw, À.6yoc;, pfjµa., À.o;À.Éw, À.6ytoç, À.OyLov &Àoyoc;, Àoytx6c;, À.oyoµa.-
X,Éw, )..oyoµa.xloc, ÉxÀ.Éyoµ.a.t, ÈXÀ.oyi], ÉXÀ.Ex"t'6c; (Debrunner, Klein-
knecht, Procksch, Kittel, Quell, Schtenk). . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 199
À.e:i:oç (Bornkamm). . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 53 l
À.Ei:µµa. , ìm6)..Etµµa., X<X."t'OCÀ.elm.v (xct.."t'a-, rcepl-, OLciÀ.e:Lµµa.) (Herntrich,
Schrenk) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 53 5
ÀEt't'ovpyÉw, À.EL't'Oupylci;, À.EL't'oupy6c;, )..e1."t'ovpyLx6c; (Strathmann, Meyer) . 589
)..Erclç (Bornkamm)... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 633
ÀÉ'Ttp<X., Àrnp6c; (Michaelis) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6 37
AEU(E)l, Aw(e)lc; (Strathrnann). . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 639
AEU(E)l't'l)ç (Meyer).. .. . . ...... .. .... ........ . ....... . . . . . . ... 651
À.e:ux6c;, À.Evxa.lvw (Michaelis). . . . ... . .. ... .... . .. .. ... .. . .. .... . 657
ÀÉwv (Michaelis) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 683
À.'l)v6ç, U'ltOÀ.TJ\ILO\I (Bornkamm) ... ... , . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 689
À.1JO"'tTJc; (Rengstorf) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 699
llf3a\loç, À.i.f3ci;\IW't'oç (Michaelis) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7l 3
ALf3Ep't'i:vot {Stra thmann) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7r 7
Ài.M!;w, xa.-ca.Àtilci!;w, À.ti}of3oÀ.Éw (Michaelis) ... . . .. . .... . . .. , . . . . . . 721
XIV INDICE DELLE VOCI

À.liloc;, >-.Wwoc; (Joach. Jeremias) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 725


À.txµ&.w (Bornkamm). . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 755
À.oyEla. (Kittel). . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 759
Àoylsoµcx.t, Àoyurµ6c; (Heidland). . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 763
À.oyLx6ç -+ ooll. 396 ss.
À6yLOV -+ coli. 382 ss.
À6yLoç-+ coll. 380 ss.
ÀoyLuµ6ç-+ coli. 769 ss.
)..oyoµaxÉw, <n.-+ coli. 399 s.
À6yoç-+ coll. 199 ss.
ÀotoopÉw, Àotooplcx., À.oloopoc;, av't'tÀ.otoopÉw (Hanse) . . . . . . . . . . . . . . . . 789
Àouw, &:1toÀ.ouw, À.ou't'p6v (Oepke).. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 793
Àvxoc; (Bornkamm) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 829
À.uµcx.l'Voµcx.t (Michaelis). . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8 39
Mm1, À.unÉw, &À.unoc;, 'ltEplÀ.unoc;, <TuÀ.À.unÉoµcx.t (Bultmann) . . . . . . . . . . 843
>..1hpov, ÀUTp6w, ì..1hpwcn.ç, À.UTpwTr}ç -+ Mw, coli. 883 ss.
Mx'Voc;, luxvla. (Michaelis). . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 873
Mw, IÌ.'Va.À.Uw, &.v<iÀ.u<nc;, ÈmMw, ÈnlÀu<nc;, xcx.'t'a.Mw, ?U~'t'&.Àuµ<:x., &.xa.-
'.t<iÀ.u't'oc;, À.U'tpO'V, &.v't'lÀ.u't'pov, Àu't'p6w, À1hpw(nc;, Àu'tpw't1)c;, &.noM-
'tpwcnç (Ptocksch, Biichsel). . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 883
µtiyoc;, µa.yEla., µa.yEUW (Delling) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . 963
Ma.ytiiy-+ n, coll. 731 ss.
µa.lh}-cEvw, µa.lh}'t1}ç-+ µo.vM.vw
µa.lvoµa.t (Preisker). . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 971
µa.xaptoc;, µa.xa.plsw, µa.xa.rmrµ6c; (Hauck, Bertram). . . . . . . . . . . . . . . . . 977
~~ttXEÀ.Àov (Joh. Schne_ider). . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 999
µa.xpciv, µa.xp6DEv (Preisker) . . ... . .... . . . . .' . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1oo3
µa.xpoiluµla., µcx.xpoiluµÉw, µa.xp6fiuµoc;, µrx.xpoMµwc; (Horst). . . . . . . . . . 1009
µa.µwvc'ic; (Hauck) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1047
µcx.\lil&.vw, xa:ra.µa.vMvw, µa.ilTJ't'fiç, 11uµµcx.th}'t'1)c;, µa.il1)'tpta., µcx.ilT)'t'EUw
(Rengstorf) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1053
Mawcx. (Meyer)... ..... . . .............. .. ..... . ....... .. ... . . 1239
µcx.pcx.\la.M. (Kuhn). . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1249
µcx.pyapl't''l'}c; (Hauck). . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1265
µtip'tuç, µap't'upÉw, µap't'uplcx., µa.p't'Uptov, Éntµa.p.-upÉw, 11uµµa.p·rnpÉw,
t7VVEntµcx.p'tupÉw, xa.'t'a.µa.p't'upÉw, µcx.p'tupoµat, òtaµap't'upoµat, 1tpo-
µap't'upoµat, ljiguo6µcx.p't'uç, ljicvooµrwrupÉw, tjicv8oµap"tvpla (Strath·
mann) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1269
INDICE DELLE VOCI XV

µct<rcioµa.L (Cari Schneider) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . r 39 r


µrx.cr-.1•y6w, µa.cr-.l~w, µ@-.L; (Cari Schneider). . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1395
~~ci-rntoc;,
µct,.<"IMYt'1}ç,, µrx:ta.t6w, µ&:tl)'V, µrx... rx.toÀ.oylrx., µrx.-.rx.toÀ.6yoc;
(Bauernfeind) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1405
µcixa.tpa. (Michaelis) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . r419
µax.oµrx.t, µcixll, aµa.xoc;, ~Eoµcixoc;, ~Eoµ.a.xÉw (Bauernfeind) . . . . . . . . . . 1427
µÉym;, µEya.À.E!ov, µEyaÀ.Eio-.'T}c;, µEyaÀorcprnl)c;, µEya.Mvw, µEya.Àwcn'.J.
v11, µÉyE~oc; ( Grundmann). . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 143 r
µÉ~TJ, µdh'.Jw, µéihJO"oc;, µElh'.JO"xoµa.t (Preisker). . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1475
µdo8la. ~ ò86ç
µÉÀ.a.c; (Michaelis) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . r485
µÉÀt (Michaelis). . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1493
µÉÀ.oc; (Horst).... . .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1501
LESSICO
A
- - - ·--·--·--- - - - - ... ··- - - -

Ottenere, per lo più in sorte (cfr. He- «Teseo ottenne» (Àaxeiv). In questo
sych.: )..ayxaw.v· x)..'T)pouv). Si unisce passo il vocabolo presenta eccezional-
spesso col gruppo di vocaboli x'J,.'ijpoc;, mente un'alternanza di significato. Si-
x'J,.npoi:iv, ecc. Anche dove non si trat- milmente Demosth., argumentum 2, 3
ta di ottenere mediante la sorte, è sem- a or. 2r, a proposito dei coreghi: Àa-
pre un ottenere senza un'azione perso- xe:i:v 7tEpt ( ! ) "t'WV auÀ'T)'tWV, «trarre a
nale, non come risultato di uno sforzo, sorte gli auleti»; § 4 Àocxov'toç ocòi:ou
ma come quando si riceve un frutto 'ItEpL -.wv auÀ'C}i:wv... EÀ.a)CE\I aÒ'tfi> ò
maturo che cade. Ciò va tenuto presen- xaÀ.À.tO'"toç ..wv au).'r}'tWV, «traendo egli
te in tutti i testi che esamineremo; per a sorte gli auleti..., gli toccò l'auleta mi-
il testo, sarà bene ordinare tutta la ma- gliore»2.
teria secondo i quattro passi neotesta-
mentari nei quali il verbo ricorre. Io.19,24 racconta come i soldati si
mettono d' accordo per sorteggiare la
r. Il vocabolo si trova in Io. r9,24 veste di Gesù (À.<ixwµr:v 'ltEpt au"t'o\i);
nel senso di sorteggiare, e indica l'azio-
si realizza cosl la predizione di \fJ 2 r,
ne, non il suo risultato. Questo signifi-
I 9, nella quale però si dice: E~et.Àov
cato non si trova fra quelli greci abi- xÀ.'ijpov, miserunt sortem.
tuali 1•
2. Le. r, 9 a proposito del sacerdote
Il significato è attestato tre volte, Zaccaria dice: E).ocxe 't'OU ih.iµtimat, «a-
delle quali due in avvicendamento col
veva ottenuto», o meglio «egli era toc-
gruppo di vocaboli xÀTJp-. Isoc. 7,23
parla della libera elezione, in contrap- cato in sorte (in quel giorno) di offrite
posizione al procedimento del sorteg- il sacrificio dell'incenso».
gio; À.o::yx&.vr:w è rinforzato da x)..1}pw-
<nç. Diod. S. 4,63,3 racconta come Ele- L'espressione e il fatto in sé fan pen-
na è ottenuta in moglie; essa sarà sor- sare ad alcune locuzioni greche, dove
teggiata ( OLaXÀTJpWO'GtO'l)aL ), uno otter- Àet.yxavELV con l'infinito significa il
rà con sorteggio (Àaxe:iv) di poterla conseguimento di un ufficio o di una
sposare; dopo esserselo giurato, «getta- pubblica funzione (Aristoph., nub.623;
rono le sorti (~Àet.XOV) e accadde che la Hdt.6,ro9); più usata è la costruzione
sorte cadde su Teseo», propriamente con il titolo del funzionario al nomina-

ì..<iyxavw
1 PAPR, s. v., non considera il significato di facendo riferimento al passo di Giovanni.
sorteggiare; PASSOW, s.v., ne tratta in breve, 2 I tre passi si trovano in LIDDELL-ScoTT.
II (lV,r) À.a.')'X6.vw (H. Hanse) (rv,2) r2

tivo 3 • Il passo di Luca richiama molto 4. Teologicamente significativo è so-


da vicino r Bwr.14>47: è:_À.cx.xi:: -rov Pcx.- prattutto 2 Petr. r, I: --roi:'c; lcr6·nµov 7
oùe;ue;w 4.
L'espressione riceve luce dalla minu- 1)µi:v À.a.xoucrLv -rtlcr'tw, «a coloro che
ziosa descrizione rabbinica dei riti nel hanno ottenuto una fede pari alla no-
tempio, quale si ha in particolare nel stra».
u·attato Tamzd 5 • Offrire il sacrificio di
incenso costituisce uno speciale onore e A chi si vuole alludere? (a laici, di-
un privilegio e ha particolare significa- stinti dagli apostoli; a cristiani di Pao-
to salvifico per l'offerente. Il turno toc- lo, distinti da quelli di Pietro; a ere·
ca soltanto una voha, e poi più, ed è denti che non han visto, distinti dai te-
assegnato per sorteggio. Per Zaccaria, stimoni oculari [Bengel, ad l .]; alla co-
il giorno in cui deve offrire il sacrificio munità destinataria dell'epistola, di-
acquista un grande significato personale. stinta dalla comunità mittente; a con-
vertiti dalla gentilità, distinti dai giu-
3. A questo passo si ricollega in qual- deo-cristiani?), Non si tratta di questio-
che modo Act. r,I7: E>..axe;v (Giuda) ne capitale, anche se l'allusione ai pa-
'tÒV xÀ.fjpov 't1)<; oLa.xovlaç 'ta.U't'r}c;, «a- gani convertiti al cristianesimo appare
come la più probabile8 • In questo si ma-
veva ottenuto di partecipare a questo
nifesta la «giustizia del nostro Dio e
ministero», cioè era stato chiamato con salvatore Gesù Cristo», della quale qui
altri all'ufficio di apostolo. Anche qui si parla: i pagani non si trovano in con-
il verbo è usato in unione con xÀijpoc;. dizioni di inferiotità, ma ricevono in
dono la stessa salvezza, e sono chiamati
I due vocaboli uniti vengono a dire alla fede che, secondo Paolo, sola de-
che Giuda, come gli altri apostoli, non cide della salvezza e perciò ha per tut-
si era impossessato da sé dell'ufficio, ma ti «pari valore».
che questo gli era venuto da Dio attra- Ào:yxcivELV indica in questa frase che
verso il Cristo. Si pensi alla vocazione la fede viene concessa loro da Dio sen-
dei vari discepoli. Dove si parla di za che essi interpongano un'azione per-
À.a.yxave;w, l'uomo è puramente passi- sonale 9 • Che la fede non sia opera del-
vo 6. 1'uomo ma di Dio, ovvero del Cristo,

3 Si può in particolare pensare, per un raf- 6 Cfr. anche WENDT, Apostelg.9 (r913) ad l.
fronto, alla dignità sacerdotale, 'ottenuta in 7 Per l'accostamento dei vocaboli lcr6"t~µoc; e
sorte' per un anno nel culto di molte città À.rxyxtiv1:w, dr. Philo, sobr.54.
greche, dove ancora si incontra )..a..yxG.vEL\I 8 Cfr. Act.10,47; rx,17; particolarmente chia-
come termine tecnico: DITT., Syll.1 486,9; 762, ro anche in Rom.3,29 s.
12; 756,9; 723, 16; 10r8, I. Aa.yy/t>JEW col
9 WoHLENDERG, Pt.r68 ad l.: «attraverso un
nominativo è costruito come alpE~crf}aL [DE-
BRUNNER].
soccorso che riposa sul libero beneplacito»; E.
KiiHL, Die Briefe Petri 1111d ]udae• (1897)
4 La tradizione testuale è incerta: xa-rax).:ri- 379: «senza intromissione propria, come do-
poiha~ ~pyov e i!À.a.XE sono accostati; sem- no di grazia»; BENGEL, ad l.: non ipsi sibi
bra che una lezione di Simmaco sia entrata nel pararunt; C. BRIGG, I. C. C. ad l.: «il verbo
testo dei LXX. Àayx&.w.w implica un dono di favore»; J. B.
s Cfr. STRACK-BILLERBECK II 57 e; II 71 ss. MAYOR, The Epistle of St. ]ude ... (r907): «la
r3 (rv,2) Àa.x>tl~w (H. Hanse)

non è detto esplicitamente in altri pas- durre - ma che la giustificazione per la


si del N.T., però conviene sempre te- fede è un fatto della grazia di Dio. La
nerne conto. Questo pensiero potrebbe fede non è presupposto della grazia di-
apparire in Act.13,48. U passo di 17, vina; ma, essendo dono di Dio, è com-
31 serve in modo speciale a spiegare il pendio e prova della grazia divina. L'e-
nostro testo: Dio offre a tutti la fe- spressione «coloro che hanno ottenuto
de. Rom.12,3: Dio distribuisce la mi- la fede» indica dunque, in ultima ana-
sura della fede. Il }?ensiero si può tro- lisi, la predestinazione come libera ope-
vare implicito anche nella progressione ra della grazia di Dio. Siamo al limite
di Rom.8,28-30; in Hebr.12,2 10 e in di quello che teologicamente si può an-
Iudae 3 ( 'ltlo--.~c; 'lt<X.pa.&oih:i:a-oc ). Dio che esprimere cosl: tutto è grazia, e
non solo dà la possibilità della fede sia tuttavia Dio è giusto. Dobbiamo ap-
ai Giudei che ai pagani, ma opera in punto osservare come in 2 Petr. I ,1 so-
essi la fede. In Eph.2,8 si vede con par- no connessi i concetti di À.ayx&.vrn1 e
ticolare chiarezza che tutto è grazia e di o~xmoO'VVTJ. Wohlenberg (-7 n. 9)
che ogni merito dell'uomo è escluso. dice giustamente: «Per l'uomo Àayx«ii-
Proprio per l'intelligenza della dottrina vnv è inconciliabile con una rigorosa e
paolina, e poi luterana, della giustifica- imparziale giustizia; per il Dio dei cri-
zione è necessario far rilevare chiara- stiani un libero beneplacito, che in ap-
mente che al posto del merito delle parenza esclude ogni giustizia poiché
opere non subentra ora la fede come sembra verificarsi a caso, si congiunge
un nuovo medto umano - al posto di a una reale giustizia in una unità indi-
un'opera un'altra opera, e dunque an- visibile, anche se superiore alla capaci-
cora qualcosa che l'uomo abbia da pro- tà dell'umano intelletto».
H.HANSE

t Àcx.x-rlsw
(A partire da Omero) percuotere col (da Omero in poi), a colpi di piede, in
piede; appartiene a una radice Àax-, la M:.l;ac; (Licofrone)= À.ax"t'low; e in altri
quale si trova anche nell'avverbio Àa~ composti1. A giudicare da Aesch., Eum.

fede è essa stessa dono di Dio». Il bene che 10 Cfr. A. ScHLATTER, Der Glaube im N. T.'
è oggetto di Afx.yxckvm1 è dunque etico-spiri· (1927) .53I.
tuale, come in Plat., Phileb.55b; polit.269d;
Philo, vit. Mos. r,r57; decal. 64; in senso bi- ).cxx-.l!;w
blico Sap.8,19; cfr. anche 3 Mach.6,1, a pro- I BDISACQ, s.v. ),,at,; WALPE·POK II 420 (DE·
posito di un'età avanzata. DRUNNER),
1.5, (Iv,3) xa't'ct.À.aÀÉw (G. Kittel) (1v,4) r6

541, è stato sentito come contrazione boli ebraici e greci molto diversi, ma
da À.à~ &... l~Et\I. È detto degli animali sostituito altrettante volte con hiipfen,
e degli uomini, talvolta delle fiamme springen nella nuova edizione della Bib-
(Pindaro) e del cuore (Aristofane) 2 • bia) è forse etimologicamente connesso
I LXX hanno il composto CÌ.1toÀ.ax'tl- col vocabolo greco.
SEW 3: Deut. 32 ,I 5, per bii'af, che Lute-
ro in I Sam. 2,29 traduce con lOcken. Nel N.T. solo in Act.26,14, nel pro-
Quest'ultimo passo manca nei LXX, ma verbio: 7tpÒç xÉv"p<X. À<X.x't'lSEt\I, «recal-
il cod. di ParigiB N gr. 133 ha la lezione citrare contro il pungolo» (--=> v, coll.
della Esapla: CÌ.7tOÀ.ocx't'lSE"tE :t"ÌJV i}u-
ctlocv µou. Il lOcken di Lutero, anche 343 ss.}.
H.HANSE
lecken, liiken ( usàto 6 volte per voca-

( À.o:À.Éw ~ À.Éyw ), t xa:r:o:À.o:Àiw,


t xo:'to:À.o:À.1.ci, xo:'taÀ.o:À.oc;
xa-taÀ.aÀ-Éw, importunare con paro- il vocabolo non sembra molto frequen-
le, blaterare di qualcosa1 davanti a qual- te nel linguaggio profano. Manca pure
cuno (Pseud.Luc., asin.I2), spiattellare del tutto - come l'intero gruppo lessi-
(Aristoph., ran.752}; soprattutto parla- cale - in Flavio Giuseppe, mentre Filo-
re contro qualcuno con intenzione osti- ne lo ha solo in due contesti influenzati
le; col senso secondario di falsità o e- dall'uso linguistico biblico, leg. all. 2,66
sagerazione 2, calunniare; Polyb 3,90,6: s.: Maria xct'tEÀ.aÀE~ Mwvcrfj (secondo
-còv <I>O:.~wv xa'tEÌ..aÀEt 7tpòç miv-caç, LXX Num.12,8); ibid.78 (2 volte}: ci-
«sparlava di Fabio con tutti»; r8, 45 tazione dai LXX Num.21,7 3•
(28), 1: Xoc'tEÌ..aÀ.ouv 'tÒ &6yµa. Dio- Nei LXX X<X.'trt.À.<X.À.Éw è per lo più
genes Babylonius, fr. 99 (von Arnim III (9 volte) traduzione di dbr al nif'al e
p. 2 3 7 ,6): xa.-ca.À.ocÀ:r1i}Év·m; 7toÀ.À.&.xtç al pi'el, col significato di parlare ostile;
v7t' l&t<.ù'tW'V. Ditt., Syll. 3 593, 6 s. (n talvolta di gdp al pi'el, schernire, ol-
sec. a. C.}: ~va. µ1}8' ~V 'tOU'tOtç exwcn traggiare ( ljJ 4 3 ,17, codd.ASl), di klm al-
-iJµ(iç xa'ta.À.o:À.E'i:v. P. Hibeh I, 151 (cir- l'hif'il, svergognare (lob 19,3), di lJn al
ca 2 50 a. C.): d oùv 'tW' È7tL xw p'l']O'tv po'el, calunniare (l}J rno,5) e altri4• L'ac-
'!tOLEL eV-.VXE ÈxEl'VWL Xct'trt.À-aÀ'l']O'O\I, cento è posto sul significato di ostilità,
O'U\l't'E't'axaµ.ev y&..p ... Tutto sommato, espressa da xa.'toc- e diretta spesso con-

2 LIDDELL-SCOTT, s.v. questo è importante anche per xa't'a.À.aÀ.ÉW


3 A partire da Teognide [DEBRUNNBR]. [DnBRUNNER].

xa·mÀa.À.Éw x-.À.. J Non è questo il luogo di anallizare la 'ca·


1 Casi: nel N.T. solo col genit.; dr. i LXX lunnia' nel giudaismo rabbinico (cfr. STRACK-
(HELillNG, Kamssyntax 183) e Diod. S. II,4, BILT.ERBECK r 226-23r), poiché qui si tratta
6; con l'accus., cfr. gli esempi citati sopra e solo della famiglia di vocaboli 'Y.a'ta.ÀaÀ.-.
xa't'ao~x1H;w (-+ v, col. 233). 4 Molto liberamente è tradotto in Prov.20,13,
2 À.aÀ.Éw, rispetto a À.Éyw, può connotare
dove l'ebraico «non amare il sonno... )), è reso
sconsideratezza, superficialità, irresponsabilità; dai LXX con µ-1) 6.yoc1ta. xa-.aÀ.aÀ.E~v.
Xct'tct).a).Éw (G. Kittel) (IVA) 18

tro Dio (Num.21,51; !JJ 77,19; Os1, ca-morale extra-biblica. Anche gli elen-
13; Mal.3,13)ocontro il suo servoMo- chi di vizi della Stoa e di Filone non la
sè (Num.12,8), ma abbastanza di fre-
quente contro il prossimo: ljJ 49, 20: contengono, benché fosse facile impie-
xa-.à, "t'OU &.oeÀ.q>ou a'OU; IOO' 5: 'tOV garla. Si incomincia a trovarla nelle e·
itÌ..1'}CTlov ocù-.ou; Prov.20,13; cfr. Prov. sortazioni a guardarsi dalla detrazione
30,ro [Teodozione] 5. Mentre nei pri-
maligna o sconsiderata, nei già citati
mi casi l'essenziale sta nella contraddi-
zione e nella ribellione, la frase xa:t'OC- passi tardivi del salterio e nella lettera-
ÀocÌ..Et\I XCl'tà. -tou àoeÀ.q>ou connota la tura proverbiale e sapienziale; ma an-
parola malevola, denigratrice, calunnio-
che qui solo occasionalmente ricorre in
sa.
Quest'uso - parlar male del prossi- frasi parenetiche.
mo - si riscontra in seguito nei Testa- Nell'uso neotestamentario e della
menti dei XII Patriarchi; test. G. 5,4:
où xo:.-.aÀaÀ.€i: àvopòc; òCTlou; test. Iss. chiesa primitiva questa accezione si è
3, 4: oò XOC"t'EÀaÀ'r)O"a "t'WOc; 'ltW1tO'tE. fatta esclusiva, e il verbo significa par-
Questo è il solo che si ha nei derivati lar mde del prossimo. Per designare la
(nomi e aggettivi).
contraddizione e l'ingiuria contro Dio
xa-.aÀ.cx.À.t&., maldicenza, calunnia,
non è finora documentato nel linguag- sono subentrate altre parole (--)> {3Àa.CT-
gio extra-biblico. Si trova nell'ammoni- q>'l")µ1w e altre). Nel N. T. non si può
zione di Sap.r,u, influenzata da altri dire se l'accento, e questo è il caso del
testi biblici: xat ti'ltò Xct"t'ocÀcx.Àiiiç q>El-
nostro vocabolo 'calunnia', cada sul ca-
CTcx.a1>e y À.WCTa''TJ<;, «trattenete la lingua
dalla maldicenza». In test. G. ricorre con rattere falso e menzognero di una pa-
'lt<X.'tcx.Ì..o:.À.Éw (v. sopra): il malvagio «fa rola, poiché tale carattere è connotato
buon viso alla maldicenza» (xa:w;Àa- naturalmente in xr:t:ta.:Àcx.À.Ei:v. Ma l'ele-
À.tà.v M1tase-.at, 3,3).
mento caratterizzante doveva risiedere
xoc'taÀcx.Àoc;, chi si dà alla maldicen-
za, calunnioso, il calunniatore; P. Oxy. nella preposizione xcx.'tCX.-, cioè nell'osti-
xv 1828 r. 3 (III sec. d.C.). Manca nei lità e malignità della parola diretta con-
LXX e nella letteratura relativa. tro il prossimo 6 • È per la durezza del
La posizione di questa famiglia di cuore - e non soltanto per una falsità
vocaboli è perciò caratterizzata dal fat- - che ciò è in opposizione al primo pre-
to che manifestamente non esplica al- cetto cristiano. Che cosa significhi per
cun ruolo essenziale nella parenesi eti- la giovane cristianità questa riprovazio-

s Nei LXX xcx.-tr:iÀ.ct.À.Ei:V sembra prima di tut- ).a.).Ei:v (vedi sopra) in senso buono. In lji
to traduzione letterale, a dir vero contraria al 40,7 (Simmaco) xa't'aÀ.a).E~V compare in luo·
genio della lingua greca, di dbr con be o con go del semplice dbr. Cosl il peccato di lin-
'al (Mal.3,13): «parlare contro»; in Os.7,x3 è gua indicato in questo passo con Xct't'ct.À.aÀ.Ei:v,
indicato anche un oggetto: 'menzogne•. In è stato per la prima volta caratterizzato chia-
questo passo dbr insinua il significato di ribel- ramente come tale dai LXX [BERTRAM).
lione, Xct't'ltÀ.CÙEi:V invece quello di calunnia.
In Mal.3,x6 it(J.'t'ct.Ì-.(1.À.~i:v è solo intensivo di 6 RimandQ di DillELIUS, Jk.210,
X(.(.'t'c.tÀ.c.tÀÉW (G. Kittel) (1v,5) 20

ne della parola malevola, lo dimostrano listica 8, ma riflette un frammento di


- come già 4> roo, 5, dove essa è il pri- moralità vissuta della cristianità primi-
mo dei peccati enumerati - alcune te- tiva. xix't'aÀ.a,À.Et\I è uno degli atteggia-
stimonianze nelle quali appunto questa menti normali del mondo pagano (I
raccomandazione è la prima o l'unica Petr.2,12; 3,r6), che l'uomo rigenerato
specificazione in una serie che s'era te- (r Petr.2,r s.) abbandona ~on solo per
nuta sulle generali 7• Cosl in I Petr. 2, ragioni morali, ma a cagione della sua
r vicino ai vocaboli generici xa..xla, nuova vita in Dio (r Petr.2,3: El ÈyEv-
OOÀ.O<;, V7t0Xplcrw.;, q>ì16VOL, le xa-.aÀ.a- crao-1)-E lh~ XPT)O""çoc; ò xvpLoc:;, «Se ave-
ÀLetL compaiono come il più concreto te gustato quant'è buono il Signore»).
dei vizi che il rigenerato deve deporre. xa-çaÀ.aÀet:v non è solo un affronto al
Anche in Jac.4,1r esse son fatte ogget- prossimo, ma è pure un'offesa alla leg-
to di particolare ammonizione, accanto ge di Dio, e con ciò un'offesa a Dio
alle esortazioni generiche dei vv. 7-10; (Iac-4,1 r ).
cosl pure in 2 Cor.12,20, dopo i voca-
boli generici ÌipLc:;, ~'l}Àoc:;, wµol, ÈpdM- La straordinaria frequenza del grup-
po lessicale nei Padri apostolici - quan-
cn. Nella I Clem. 30,1-3 sono ricorda- do il tempo della primitiva carità era
te all'inizio della parenesi; in Herm. passato - dimostra in modo evidente le
mand,2,1 ss. sono oggetto della prima piccole incrinature dovute alla fragilità
umana, che si erano prodotte nel pri-
raccomandazione particolare. Cosl, alla mo cristianesimo, e certamente anche la
luce della storia del vocabolo, è chiaro preoccupazione di porvi riparo, che esi-
che anche l'apparire di ;u1....6.À.aÀ.oc:; e steva in queste comunità. Cfr. I Clem.
30,r.3; 35,5.8; 2 Clem-4 1 3; Barn.20,2;
di xwtaÀ.aÀ.LcZ nel 'catalogo dei vizi' di
Polyc.2,2; 4,3; Herm. mand. 2,2 s. (va-
Rom.1,30 e di 2 Cor.12,20 non si spie- rie volte); 8,3; sùn.6,5,5; 8,7,2; 9,15,3;
ga in base a una forma letteraria o sti- 9,23,2 s.; 9,26,7.
G.KITTEL

7 SumAs, s.v.: 1i
ere; -rwc.tç Ù7t6 'tWWV ~ì..c.t­ s Una simile struttura?.ione, dipendente, nel-
O'(jlT)µLa.. La definizione di Basilio, citata da l'ambito cristiano, da Paolo, è palese più tar-
HAUCK, ]k. 205 n. 98, è interessante, per l'e- di nell'uso dei vocaboli ricorrenti nei catalo·
spressione 't'Ò Xc.t't'CÌ. à.1t6'J't'Ot; Ù.OEÀ.(jlOV À.IXÀELV, ghi dei vizi che si leggono nei Padri apostoli-
che non ricorre in nessun altro passo. ci; cfr. per es. Polyc., ep.2,2; 4,3, ecc.
2I (IV,J) À.o:µ~O:vw (G. Delling) (IV,6) 22

ÀaµBcivw,&.vaÀaµBcivw,
&.vcD,:riµtJ;~c;, èmÀ.aµBavw,
, ,,
aVE'1tl.JV)1µ'1t't'O<;, Xa't'a-'
µE't'aÀaµBcivw, µE't'ciÀ t]µ~tc;,
'ltapa-, 7tpo-, 7tpOO"ÀaµBcivw,
7tpo0").,,t]µ~~c;, u'ltoÀaµ~avw

b) Con soggetto di cosa, è detto «di sven-


ture di situazioni del corpo e dell'anima
Il senso etimologico originario del che ~olgono, prendono» 3 (nei LXX: ~6-
vocabolo 1 è prendere, afferrare. Esso ~oc:;, Is.ro,29; ep.Ier.4; 'tp6µoç passim;
si svolge in due direzioni:
sfiÀoc:;, ecc.}. c) Più comune è nell'uso
pleonastico della lingua p~rlata, ma .an-
che qui spesso accentua 1 aspetto di a-
r. Senso attivo. Pre11dere, portare per zione· classico è specia1mente il parti-
iniziativa personale nella propria sfel'a cipio' aoristo (nei LXX anche in altre
d'azione. a) a. frequente (anche nei forme).
LXX) con soggetto di persona e con og- 2. Senso passivo, già nel greco clas-
getto di cosa o di persona: prendere sico: ricevere, ottenere, propriamente
con sé, far prigioniero (per es. Ios. I I (per es. µL<rltouç Plat., resP_. 8, 568 c.;
passim), anche con doppio accusativo senza oggetto equivale al latino conct-
(segnatamente ywai:xa, dove l'accus. pere [della madre, anche nei LXX]) e
predicativo può essere specificato oppu- impropriamente (per es; o6sa,v: Plat.,
re mancare [l'una cosa e l'altra anche polit. 29od. ecc.; -rLµt}v, Anstoph.,
nei LXX]), per es. Ex. 6,7; ~. con ogg. Thesm. 823; Dan. [Teodozione] 2, 6,
astratto: prendere, per es. 1tELpav Àa.µ- cfr. Zach.6,r3; àpx+,v=principio). ì\fel-
(36.vEL\I «procacciarsi esperienza», Plat., le espressioni religiose il verbo ~sat~
Euthyd.275 d (dr. Deut.28,56), à.px+,v con la negazione designa I autarchia di
1

= potere; aì'.a1ll]o"tV Àa.µBavELV, perce- Dio che non può ricevere nulla (Corp.
pire (Plat., Phaed. 73 c ~ anche II, coll. He;m,2,16), perché tutto possiede (5,
469 ); nella terminologia ·giuridica olxl]V
ro b) e tutto fa esistere ( ro,3 ). _
Àa.µ(36.vELV, accettare una sentenza 2; y. Il medio è usato con valore attivo:
detto di cose sulle quali si ha un diritto: aderire a qualcosa o a qualcuno, oppu:
riscuotere la rendita di un immobile, ecc. re afferrare qualcosa o qualcuno; nel
(nei LXX si dice specialmente di regolari LXX Tob.11,rr S; 2 Mach.12,35.
tasse e imposte: Ex.25,2 s.; Num.3,47;
18,28; r Mach.3,31; ro,30-42; rr,34). Nei LXX 4 il significato 2. è abba-

ì..o:µ~6:vw

J.H.H. ScHMIDT, Sy11on31mik der griech. Spra- una patte» (R. HrnzEL, Themis... [ 1907] 127).
che ur (1879) 203 ss. 3 PAssow, Worterb., s.v. Cfr. HEINRICI, a I
Cor.ro,13.
t Questo senso, secondo SCHMIDT 2ros., è an-
4 Cfr. HELBING, Kasussyntax 53 (lq[J /e=À.a'!--
cora prevalente nella lingua classica.
~~VELV 'tLVà dç ... per es. ')'INO:~XO: spesso, EL~
2 Ciò presuppone «un rapporto giuridico tra 1tporpi}-cac;, elç àyLrwµOv, Am.2,rr ecc.; man-
eguali, in cui la giustizia non pende tutta da rn nel N.T.) [BmnRAM].
23 {1v,6) }..a.µ{3&.vw (G. Delling) (IV,6) 24

stanza raro; per lo più ricorre nel sen- 'tWci); B) prendere su di sé (Mt.10,38:
so di accettare (regali, mance); chi~ra­ 't'ÒV<r'ta.up6v =essere pronto alla mor-
mente passivo nel significato di ricevere
(À.aµ~tivEw µtcdt6v, da Dio: Prov. n, te); accogliere nella formazione della
2 r ). La preponderanza del senso r. si propria personalità spirituale e religio--
spiega bene anche pensando che À.a.µ- sa e accettare affermandone il diritto
~riVEt\I è più che altro traduzione di
lqp, prendere, afferrare (e anche, sia pu- sulla propria esistenza: la testimonian-
re assai più raramente, di nf, pigliare, za di Gesù (Io.3,rr.32 s.; 12,48; 17,8)
alzare). Tenendo presente il testo ebrai- e dei suoi inviati (13,20), lui stesso co-
co si possono spiegare anche iilcune sin-
golari espressioni come tJiux1Jv À.aµ~ti­ me Logos (1,12; 5,43) e con ciò anche
\IEt\I = uccidere (passim; 'lt\/Ei:iµa À.aµ- Dio stesso (13,20). Questo significato
BavEtV solo in Bar.2,17); àpt~òv À.aµ- non è in contraddizione con quello che
B&:vEtV (e sim.) = organizzare un censi-
affermeremo in seguito, ma dà espres-
mento (per es. Num. 3, 40}; intonare
(un canto, per es. ljJ 80, 3: ljia˵ov; sione al carattere determinante della re-
spesso: Dpilvov À.a.µa rive:i:v ); À.aµ~li­ ligiosità neotestamentaria: all'invito del-
=
VELV &:µap·tlav addossarsi una colpa, la fede risponde il 7t\1Eliµa di colui che
e anche sopportarla (per altri, Lev.16,
2 2; per il problema della rimunerazio- riceve; y) riscuotere ciò che spetta delle
ne in Ezechiele cfr. Ez.17,10; 18,19 s.); tasse ecclesiastiche o dello stato (Hebr.
7tpoO'W7tOV Àaµ~tivew = avere un ri- 7,8 s.; Mt. 17, 24 s.), della rendita dei
spetto non obbiettivo (cfr. ~ IV, coll.
221 s.). Con oggetto personale, andare a terreni (Mc.12,2 par.). Cfr. Act.17,9 6 •
prendere (mandare per qualcuno). Il significato 2. prevale soprattutto
Nel N.T. abbastanza spesso À.a.µ~6:.­ nelle asserzioni teologicamente impor-
vw si trova nella letteratura narrativa tanti. Da ciò risulta chiaro fino a qual
col senso ricordato sotto l c 5 : prende- punto nel N .T. - in parte in contrasto
re (anche con oggetto astratto: apx·l)v, con le forme religiose greche ed ebrai-
àcpopµ.1Jv [punto di partenza Rom. 7,8], che - l'uomo appaia come colui che da
7tE'i:pav [Hebr.n,29.36] e simili). Nel Dio non fa che ricevere (~ II, coll. l 95
significato di l b solo in Le. (cp6~oç 7, ss.). All'uomo, Gesù toglie le 'infermi-
16 [cfr. LXX], gxcr-i;runç 5,26) e in Pao- tà' (àO'iJf.vEta.~, Mt. 8,17). Dio, certo,
lo (7tEtpacrµ6ç,, I Cor. lo,13, qui pure riceve l'adorazione e la gloria (Apoc.5,
già nella sfumatura di r a [tentazione 12: EÙÀ.oylocv X>' À.. ), ma non si dice che
come potenza ostile]). a dargliela sia l'uomo: >"tµl) e ool;a. so-
Il senso r a: a.) togliere via (con for- no obiettivamente immanenti all'essen-
za, o per scaricare), prendere con sé(lo. za di Dio, e perciò l'uomo gliele può

5 Per 1'uso pleonastico, v. bibliogr. in PREU- 77r.


770; per Mc. 14,65, cfr. ibid.
1
scHEN-BAUER 6 Per altri passi cfr. PREUSCHEN-BAUE.Rl.
25 (IV,6) ì..aµ~6.vw (G. Delling)

dare solo se Dio ne ha trasformato l'es- ver ricevuto lo Spirito per dichiararsi
sere in senso pneumatico e perciò lo ha formalmente cristiano (Act. io,47; 19,
sollevato fuori di sé (forse un po' di- 7
2) • Segnatamente Paolo rileva ancora
versamente in 4,u). che l'uomo non può nemmeno prepara-
L'assioma «che cos'hai, che non ab- re la sola ricezione di questo dono (Gal.
l::ia ricevuto?» (-.l O~ ÈfXELc;, OOÙX ~Àa.­ 3,2.14). A ciò corrisponde l'affermazio-
~tç; I Cor.4,7) è vero persino per Cri- ne che il cristiano riceve (in dono) 8 la
sto (su ciò insiste specialmente Giovan- grazia ( x<t.ptç ), la riconciliazione (xa.-
ni): egli ha ricevuto da Dio non solo -.ocÀ.À.a.y'I'}), la giustizia (o Lxa.tOO'V'il'l}:
l'incarico di compiere la sua opera ter- Rom. I,5; 5,u.17; cfr. anche Hebr. 9,
rena (Io. 10, 18 e), ma anche l'autorità r 5; Io,26 ), la remissione dei peccati,
di sovrano e di giudice dell' èra finale aq>E<nv àµap-.1wv (Act.10,43; 26,18), la
(Apoc. 2,28), insomma ogni potere e piena unità di vita col Cristo ( Phil. 3,
la totale e assoluta pienezza dell'essere u; dr. però qui sotto).
(e tutto ciò, secondo 2 Petr.I,17, non D'altro lato però il cristiano intende
ha ~to in atti separati, ma in un'uni- (e cosl cessa l'opposizione un tempo ri-
ca presa di possesso). Questa totalità levante fra 1t\1Evµa. e x6crµoc;) 9 tutta la
spiega perché Gesù non ·designi se stes- sua esistenza nel mondo, in quanto vo-
so come colui che ha ricevuto lo Spiri- luta da Dio, come qualcosa di puramen-
to, ma anzi affermi che il 7t\IEÙµa. pro- te ricevuto (r Tim.4,4), tanto che cre-
messo ai cristiani riceve i suoi doni dal- de di poter ottenere da Dio persino un
la pienezza del Cristo (fo.I6,I4 s.). arricchimento del suo stato terreno
Ora, ciò che l'uomo riceve da Dio (Iac.1,7; 4 13; I Io.3,22), p<!!r il quale
(o da Cristo) è in primo luogo lo stes- può rifarsi alla promessa di Gesù: 'ltéiç
so 7tVEuµa (lo.7,39; 20,22; Act.I,8; 2, ... ò o.ì.-.wv À.aµP<lve1, «chiunque ... do-
38; Rom.8,r5; I Cor.2,I2; naturalmen- manda, riceve» (Mt.7 18; Lc.u,10), a.l-
te anche nei suoi singoli effetti carisma- -.ei:-.E, xat Àijµljlt:crl)e, «domandate, e
tici, I Petr.4,ro); chi lo ha ricevuto ri- riceverete» (Io.16,24). Ma anche a que-
sulta separato dal mondo (Io.14,17) e sto proposito si sottolinea che questa
reso cristiano in modo cosl esplicito promessa non indica una autosufficien-
che, negli Atti, basta rispondere di a- za (fo.16,24 Év -.41 òv6µa-.l µou).

9 Qui non c'è alcuna contraddizione per ciò


7 Per le particolari concezioni al riguardo negli
Atti cfr., per es., 8,r5 ss. Inoltre H . V. BAER, che riguarda la fede; x6CTµoc; noi\ è il mondo
Der Heilige Geirt in de11Lukarschriften(1926). nel senso greco, cioè in quanto è creato, ma
8 lìwpE<Ì.\I é)..tijk-re in Mt.10,8 è riferito a ciò solo in quanto decaduto; dal momento che
che i dodici devono pt'cndere per la missione Dio mantiene ancora in esso il suo ordine, il
apostolica. xocrµoc; è dato da Dio.
ùw.à.aµpavw (G. Delling) (1v,8) 28

Cosl il cristiano sa che in ogni istan- Analogo senso nei LXX (per lo più
te e nell'intero suo essere cosmico e per nf [ ! ], e anche per lqM: caricare
(sopra un carro o una cavalcatura), e
pneumatico sta sotto il segno dell'assio- anche condurre con sé a piedi (~6r.tç,
ma: -.l EXEtc;, o oòx EÀ.rx.~ec;; Lo sa in Ex.12,32; cnp&:tEuµa., 2 Mach.12,38);
relazione al premio eterno, alla corona pili precisamente levare in alto (in a-
ria), porre ritto in piedi (Ez.2,2). Fi-
di vita che deve ricevere (I Cor.9,25;
gurato: alzare (un grido, un motto, un
Iac.r,I2; forse Phil.3,12); cfr. Mt.IO, canto); elevare i cuori a Dio, nella pre-
4r; Io.4,36; r C01·.3,8.14: µt<T~6v), e lo ghiera (Lam.3,41); prendere in più (lob
sa anche in relazione al tremendo giudi- 17,9); accettare (un insegnamento, lob
22, 22; intelletto, 4 Mach. 5, r l ); 81èL
zio (xplµrx., Mc. 12,40 par.; Rom. r3,2; µv1Jµ11ç à.vciÀ.a.µ~rivEw, «imparare a
Iac.3,r). Il peso di questa asserzione di- memoria» (2 Mach.2,25 ). In 1·iferimen-
viene del tutto chiaro specialmente sul- to a Dio nell'ambito d'un linguaggio fi-
gurato (Ex.19,4; Deut.32,II); detto as-
lo sfondo della dottrina giudaica della solutamente= aiutare a rialzarsi, soste-
giustificazione per mezzo delle opere e nere (!s. 46,4; 63,9; ~ 145,9; 146,6).
del sinergismo rabbinico, nei quali il In Am.5,26 è detto dell'idolatria.
Come termine tecnico (altrove µE-
giusto coopera alla salvezza in modo de- 'ta:n1Hvcx.1, Gen. 5,24; Ecclus 44;16;
terminante. Hebr.rr,5; Sap-4,ro), cX.vaÀ.a.µ~à.vw de-
signa Urapimento passeggero: Apocalis-
In J Cor.4,7 la ripetizione del verbo se di Sofonia in Clem. Al., strom.5,n,
(eÀ.rx.Bec;) accentua la completa dipen- 77,2 (al quinto cielo); il rapimento de-
denza del singolo dal dono fatto alla finitivo di Enoc (Ecclus 49 1 14 [nel cod.
comunità (alla chiesa come corpo di A µE'tE'tÉlhJ]) e di Elia (4Bwr.2,9-rr;
Cristo). Se Paolo ammette meno tale Ecclus 48 19; I Macb.2,58; in 4 Br.ttr. 2,
dipendenza per se stesso (tuttavia __,, l r è indicata con grande circospezio-
TCa.pcx.Àaµ~avw ), considera però la sua ne: aVEÀ.1)µq>JlTJ ... Wç Etc; 'tÒV OÙpll.VO\I ),
cbtotr-toÀ1) e otcx.xovlcx. come assoluta- Nei miti greci di rapimenti i termini
mente ricevute, non scelte da sé (Rom . tecnici sono ap7taSEtV, rapite (--?I, col.
r,5 ; cfr. Act.20,24): il donatore è Cri- 1257), ciq>cx.vil yEvfol)-m, àcpa.vlsEw,
sto (Gal.I,I2). scomparire (cfr. &qiav'toc; Le. 24,3 I}'·
In essi si parla di preferenza dell'as-
sunzione di uomini onorati come dèi
t àv(J),,a.µ~avw, t civaÀ:r1µ\jltc; (per es. Alessandro).
(--? àva~alvw)
Nel N. T.: trarre su (Act. ro, 16),
àvrx.À.aµBavw (già nel greco classico) prendere con sé (2 Tim.4,n; Act.23,
significa propriamente prender su, por- 3 r; a bordo, Act. 20 ,I 3 s. ); nella cita-
tare in alto; poi attirare a sé (con og-
zione di Am.5,26, in Act.7,43.
getto di persona, di cosa concreta o a-
stratta), ecc. In Eph.6,r3.r6 &.'VaÀ.aµBcX.vw è pre-

àvaÀ.aµp&.vw X't'À..
t Cfr. RoHoE•·10 s.v. 'Entrilckung'.
Ò.\lo:.ÀaµP~vw (G. Delling)

so in senso figurato come termine tec- scena, poiché una nuvola sottrae Gesù
nico militare per cingere le armi (an- ai loro sguardi. Questa tradizione pa-
che nei LXX, Deut.I,4Ii Iudith 6,I2, lestinese è conosciuta anche da Paolo
ecc.). il quale pensa che in maniera consimi-
In Mc. I6,I9 indica l'ascensione di le avverrà il rapimento di coloro che
Gesù risorto2, dopo l' ( unica)3 apparizio- saranno ancora in vita alla parusia (r
ne agli undici ricordata nel secondo Thess.4,I7). La scena come tale eviden-
Vangelo; lo stesso valore ha in Act.r, temente interessa solo Luca; gli autori
3, dove l'ascensione ha luogo dopo Wla di Mc.16,19; rTim.3,16 6 vogliono di-
permanenza di quaranta giorni con i di- re che Cristo possiede la maestà divina.
scepoli. Il vocabolo ha questo senso so- Che Gesù non sia più sulla terra, e
lo nella conclusione non autentica di neanche nel seno della terra, è ovvio
Marco, in Act. 1 e in r Tim. 3,16. In per tutti gli scrittori del N.T.; del suo
quest'ultimo passo ricorre in una bre- passaggio nel suo essere attuale essi pen-
vissima allusione, che ha più l'aspet- sano di non avere il dovere, e forse
to di una formula 4 • Anche il racconto neppure il diritto, di dare una descri-
di Mc.16,19 è assai conciso; nonostan- zione particolareggiata 1 (ad eccezione
te la vaga allusione a 4Bwr.2,n, non della fonte lucana di Act. r ). Per l'inte-
è per nulla indicato che la scena sia vi- ra questione ~ 11, coll. 20 ss.; cfr. an-
sibile per i discepoli 5 • Invece in Act.1, che~ I, col. 1257.
2.n, dove il verbo è usato accanto a 6.v6.À.T)µ~tc; a) l'atto di sollevare,
ilmipi>ll (v. 9 ), la descrizione è più ac- assumere (in Filone, per es., è detto di
curata: Gesù è sollevato da terra, non fatti spirituali, rer.div.her.298 ). b) Re-
- come Elia - su di un carro di fuoco, integrazione (in Filone, per es., designa
il recupero di denaro [ virt.roo], il ri-
ma dalla sua propria potenza; i disce- stabilimento della salute [ibid. 176]).
poli noteranno soltanto 1' inizio della Ambedue i sensi ricorrono altrove in di-

2 Nei racconti greci ed ebraici di rnpimenti si l>Eou,


tratta sempre di persone ancora in vita. 6 Come anche I Petr.3,22 ('ltopEUDElç).
3 Pure le parole µE'tà -r?i )..a):i]crm a.ù-roi:ç 1 Nel suo significato teologico, o cristologico
(Mc. r6,19) non devono considerarsi in con-
e soteriologico, il termine 'assunzione' (rapi-
traddizione con Act.r,3, se si considera il co-
mento, intronizzazione) del Cristo non differi-
lore semitico della narrazione; cfr. Mt.3,r, do- sce molto da 'risurrezione' o 'ascensione'. G.
ve con È\I 8è 'tlX~ç i!µÉprt.Lç ÈxElva.Lç si copre
BERTRAM, Die Himmelfabrt Jesu vom Kreuz
un intervallo di decine d'anni. aus und der Glaube an seine Auferstehung,
4 A. SEEBl!RG, Der Katechis11111s der Urchri- in Festgabc fiir A. DeissIT1ann (r927) r87 ss.,
stenheit (r903) r22 s.: fu tolto vin agli uomi- specialmente 203 ss. Inoltre U. HoLZMEISTER:
ni; cfr. la giusta spiegazione in DIBELIU S, Zschr. f. Kathol. Theologie 55 (193r) 44-82;
Past., ad l. TH. SrnrNMANN: ZThK NF 8 ( 1927) 304 s.
5 Lo stesso si dica di Éxcilk1nv b 8e~~wv 'tOU (BERTRAM].
~m)..Àrxµa&.vw {G. Dellilng)

versi rapporti. Il vocabolo manca nei more li invase», "' 47,7; aggrapparsi a
LXX. qualcosa (per es. alla 'educazione', Prov.
4,13, alla 'sapienza', Bar.4,2). Detto di
Nella letteratura del tardo giudaismo Dio, il quale assale il misero con vio-
designa la morte in genere (Ps. Sal. 4, lenza (lob 16,8), ma anche afferra la ma-
18); perciò il primitivo traduttore di no del suo popolo per soccorrerlo: fap.
38,32 (cfr. Hebr. 8, 9); della sapienza
Ass. Mos. ro, 12 lo rende spontanea-
che soccorrevole attira strettamente a
mente con mori'; è dunque dubbio che sé quelli che si applicano ad acquistar-
tcst. L. r 8 ,3 (dove peraltro il vocabolo la e cosl dà loro un appoggio assoluta-
non si trova in tutti i manoscritti} in- mente sicuro {tmÀ.aµB&.vE.-r:a.t -.wv STJ-
-r;ou-r:wv aht11v) Eà:lus 4,n; prendersi
tenda alludere a una assunzione del sa- cura di qualcuno nel senso di ~ &.v-n-
cerdote messianico. Quindi I' àvciJ.:riµ- À.a:µ~&.voµa.L 2 •
"'tc; di Lc.9,51 è anzitutto la morte di Nel N.T. è usato solo il medio (~
Gesù, il cui momento ha un posto ben sopra, a proposito dei LXX), per lo più
delineato nel piano divino (--+ cruµ1tÀ:ri- col genitivo; negli scritti di Luca an-
poucrila.t ); è possibile che si sia pensato che con l'accusativo3 ; Lc.20,20(26) con
anche all'elevazione (o al ritorno--+ so- un secondo genitivo di ciò in cui si
pra) a Dio, che comincia con la morte coglie (in fallo) qualcuno (senso figura-
e trova il suo compimento nell' 'ascen- to). Il significato corrisponde a quello
sione' di Luca. dei LXX (--+ sopra). In Le. 14,4 il ter-
mine indica il tocco taumaturgico della
ÈmÀ.a.µf3civw, t avrn01:l')µ1t'tOt; mano di Gesù. In Hebr. 2,r6 significa
ÈmÀ.a.µf3civw in senso proprio: a) avvincere a sé qualcuno (per salvarlo) e
prendere, dar di piglio (nel composto è quindi coinvolgere in un comune desti-
evidente il senso fondamentale del ver-
bo semplice, ~ coll. 2 r ss. ). Attivo: af- no (cfr. vv. r7 ss.); in r Tim. 6,I2.r9:
ferrare ecc., anche assistere 1, biasimare. ÈmÀ.iJ.(1ou (È1ttÀ.cìf3wv-r:a.t) -r:ijç ... ~wijc;
Medio: propriamente prendere per sé, designa l'aspirare con tutte le forze al
quindi attenersi a, attrarre nella propria possesso della vita ultraterrena (nella
sfera ecc. b) Prendere in aggiunta.
Nei LXX è usato solo al medio, che lotta della fede che si attua nella con-
manifestamente ha assunto il significa- dotta morale).
to dell'attivo; col genitivo: afferrare
fortemente, abbrancare (qualche cosa o avs7tlÀ.1'}µ1t't"Ot;, come il nostro inat-
qualcuno), talvolta con violenza (assa- taccabile, irreprensibile (detto di un sen-
lire); anche con soggetto astratto, per timento, per es. Philo, spec.leg.3,135)
es. -.p6µoc; È1tEÀ.ci(3e-..o aù-r:wv, «un tre- ccc. Manca nei LXX.

8 Cfr. KAUTZSCH, Pseudepigr. 312. 2 HELBING, Kasussyntax r27 s.


€m)..et.µa&.vw, à.ve7tl)..TJµ7t-roc; l La spiegazione di questo fatto fornita da
I PASSOW, S.V. PREUSCHEN-BAUER) è smentita da Lc.23,26.
~a.-.a.À.aµ.~&.vw (G. Delling) (rv,ro) 34

Nel N.T. solo in ITim.3,2; 5,7: re Dio dalla sua parte; Év 'ttvi xcx.i:a-
colui che (anche a giudizio dei non cri- >..aBw -.òv xvpiov; «con che cosa potrò
guadagnarmi il Signore?» (Mich.6,6);
stiani)" è inattaccabile nel suo conte- o fa della sapienza (Ecclus r5, r, cfr.
gno morale (~. I, col. 960 ); nel con- Ecclus 27,8: 'tÒ 8lxaiov, della gfosti-
testo di 3 ,2 &.vc.1tlÀ.1)µ1ti;oc; viene poi zia) un suo sicuro e intimo possesso; b)
specialmente sorprendere, cogliere al-
precisato nei particolari dalle frasi se-
t'improvviso, raggiungere correndo (an-
guenti. In 6,14 Timoteo deve mante- che con soggetto astratto). Per c) cfr.
nere intangibile, libera da arbitrarie in- Dan. LXX 1,20: riconoscere; Iudith 8,
tromissioni, l' integrità del messaggio 14, (cod. S): scandagliare; lob 34, 24 :
Dio è colui che comprende ciò che è im-
etico-religioso, il quale, come Èvi;o'ì..1) perscrutabile.
(mandato), accarnpa i suoi didtti verso Medio: a) è detto specialmente di cit-
di lui. tà espugnate (frequente); b) raggiunge-
re, solo in Jud.r8,2z..

t xa't'ciÀ.rx.µaiivw Nel N.T. appare particolarmente chia-


xrx.'ta- originariamente 'dall'alto al ro quello che già risulta in parte dalla
basso', cioè completamente; xa'taÀ.aµ- descrizione data, cioè che la preposizio-
Mvw è quindi rafforzativo del verbo ne Xt.t'tci conferisce alla forma semplice
semplice 1 • Attivo: a) afferrare, ghermi-
re (specialmente in senso ostile) anche il carattere o di intensità (ghermire con
con soggetto impersonale; detto di Dio, violenza, Mc.9,18} o di subitaneità (co-
Plot., enn.5,8,rr: El oé 'ttc;... ù-rt' È~l­ gliere all'improvviso, I Thess. JA [Io.
vov 'tOU ì}c.ou ... xai:aÀ.1)cpiMc;, «se qual- 8,JS. ree. SPD ecc.; 6,17 codd.SD];
cuno afferrato da quel dio»; anche as-
solutamente: xa't'aÀ.T)<pì}i)vat, 'essere Io.12,35, detto del tempo che segue la
afferrato' nell'estasi, equivale cioè a f.v- morte di Gesù). Il verbo nell'accezione
ì}ou<nacrat; (Poll., onom .r,r6). b) In- gnoseologica di 'afferrare con la mente'
contrare, raggiungere. c) Afferrare con
la mente, comprendere (reahnente); per (~ sopra: c) e II, col. 469) in seguito
es. Philo, praem. poen. 40: «Dio può compare solo in Luca (Atti).
essere pienamente compreso solo da se
stesso»; cfr. anche mut. 6 s. d) Tener L'attivo è usato a) in senso positivo:
stretto, arrestare. Medio: a) sequestra- impadronirsi, ghermire definitivamente .
re per sé; b) Comprendere, capire real- Lo si dice in Rom.9,30 della giustifica-
mente (Sext. Emp., math. 7, 288: Éau-
-r:6v, se stesso). zione mediante la fede che, paradossal-
Nei LXX. Attivo: a) detto di Dio, Is. mente, si ottiene senza fatica (in xa't'a-
ro,14; lob 5,13: ò xa"taÀ.aµ{3avwv cro- Àaµ{36.vw affiora ancora 1' idea di 'rag-
cpouc;, «coglie i sapienti (nella loro a-
stuzia)»; dell'uomo, il quale vuol trar- giungere', come nell' t'.qiì}ao-Ev della fra-

4 Perciò in 3,2 si tratta di esigenre morali del xa.'taÀ.aµ{l&.vw


tutto comuni. I [DEBRUNNER].
35 (rv,ro) µE"ta).a;µ~6.vw (G. Delling) (lv,xr) 36

se seguente). In Phil.3,x2b. 13 è detto damente, nell'intimo (Act.ro,34; Eph.


della comunione di destino col Cristo, 3,I8: della grandezza dell' à:ya'lt'I') "t"OV
che si realizza per ora col morire insieme XptO""tOV che tutto supera).
a lui e diverrà perfetta nella risurrezione
(con un corpo pneumatico). Il cristia- t µE-raÀ.cx.µSlivw, t µE"t"aÀ:nµ\jJt<;
no deve continuamente tendere ad essa,
µE'tctÀ.ixµP&.vw. Conforme al doppio
sforzarsi di raggiungerla, ne «entrerà in significato di µE"ta-, il composto signi-
definitivo possesso» nella ÈçavM'trmtç; fica a) col genit., aver parte, ricevere
fuori di metafora: l'adesione al Cristo una parte (perciò anche con l'accus. del-
la parte, il cui tutto è espresso in ge-
deve continuamente essere affermata e nit. ); b) con l'accus., prendere in segui-
praticata nella vita di fede, fino alla sua to o in cambio, quindi anche mutare,
realizzazione completa nella risurrezio- scambiare.
ne. Inoltre in Phil.3,r2c: del cristiano, Nel N.T., a) ricevere la propria par-
che Cristo 'afferra', 'fa entrare intera- te, quella che spetta a ognuno, come in
mente' in questa comunione della sua 2 Tim.2,6 a proposito dei frutti che uno

morte e della sua risurrezione; in I Cor. si è procacciati; in generale, prendersi la


9,24: della corona di vittoria del cri- propria parte di cibo (dalle provviste
stiano, cioè dcl compimento di questa disponibili, cioè comuni) Act.2,46; 27,
comunione, che è la ~w"Pi alwvtoç, «vi- 33 s. (nel v. 33 accoppiato a ~ 7tpoo--
tJ eterna». b) In senso negativo: so- À.ctµStivoµat). A proposito dei beni in-
praffare, travolgere; Io.1,5: la tenebra visibili, cioè in senso traslato, è usato
della lontananza da Dio non riesce a in Hebr. 6, 7: come una determinata
sopraffare la iuce, la nuova, religiosa terra beneficia (con altre) della benedi-
potenza di vita presente nel Logos cioè zione di Dio rappresentata dalla piog-
nel Cristo divino, né a travolgerne la gia, ma poi, se non porta frutti adegua-
forza 2; per il solo fatto che questa lu- ti, viene maledetta, così anche i cristia-
ce esiste, la notte in tutta la sua vasti- ni apostati hanno già beneficiato con
tà viene travolta e privata di ogni po- gli altri della benedizione di Dio rap-
tetlZa. presentata dalla salvezza nel Cristo, per-
A sua volta, il medio (usato solo per ciò non hanno più alcuna possibilità di
designare eventi spirituali) significa ac- riabilitarsi, facendo una seconda volta
certare, constatare (Act.4,13; 2 5 ,2 5 ), co- penitenza. Viene qui sviluppata la figu-
noscere a fondo, 1·endersi conto pro/on- ra di Gesù già delineata in Mt.r3,3 ss.

2 Un parallelo abbastanza stretto offre acl. (Diss. Uppsala r928) 88 s.: q>wc; -;ò µi) xr.c.->et.-
Thom.r30 (n p. 238,ro s.), cfr. H. LJU:-<GVIK, 1cxµ~ix.v6µi::vov. Cfr. anche ScHLATTER, Komm.
Studien z. Sprache d. apkr. Apostelgeschichten Joh., ad l.
37 (IV,II) 7tapaÀaµ~&.vw (G. Delling) (rv,12) 38

In Hebr.u,ro il vocabolo figura in un di persona, in particolare, accogliere


altro contesto: il cristiano è destinato unendo a sé con un legame di qualsiasi
natura. Con oggetto di cosa: ad es. as-
a 'partecipare' alla santità di Dio, meta sumere un ufficio (l'ufficio sacerdotale
altissima; quindi non deve opporsi al- Dittenberger, Syll.J 663,12), un'autorità
la necessaria opera di educazione che Wiw~À.El<X.v ); in senso speciale, ricevere
Dio esercita su di lui. in eredità, ereditare, detto in particola-
re dei beni spirituali (anche di cono-
b) In Act.24,25: xa.Lpòv oÈ µE-ra.Àa- scenze storiche e scientifiche). In Pla-
tone e Aristotele, ad es., 1tapaÀaµ.~&­
~wv, potrebbe avere il significato cor- vw ha questo preciso valore.
rente: se avrò un'occasione. Questo
Plat., Theaet.198 b, definisce l'atteg-
senso è possibile, ma sbiadito. Molto
giamento dello scolaro di fronte al mae-
più pertinente è invece l'altro: se più
stro come quello di chi riceve ( 'ltcxpa.-
tardi troverò il momento, se potrò tro-
À.aµ.Bavwv) rispetto a chi dà {~ 1tapa-
vare un momento opportuno in cambio
o~oovc;) (cfr. La. 197 d; Euthyd. 304 e;
di questo, che non lo è.
Philo, cher.68 ). Nella problematica teo-
µ&'tciÀ'r}µljnc;. I Tim. 4,3 mette in retica Platone si sente legato alle gene-
guardia dall' accogliere alcune partico- razioni che l'hanno preceduto (Theaet.
lari prescrizioni riguardo ai cibi, che e- 180 c: 1tapE~À.1}cpo:µEV}, e lo è persino
rano estranee al pensiero cristiano. Dal nella terminologia (Crat.425 e: òvoµa-
contesto si capisce che si tratta di cibi i:a.••• 'ltapà ~apBiipwv -r~vwv aù-rà 1tap-
che, secondo alcuni, davano in potere E~À1)q>aµEv, «abbiamo ereditato le pa-
di forze nemiche di Dio e pericolose per role stesse da alcuni stranieri»). Aristo-
l'uomo. Il redattore della lettera so- tele sente chiaramente questa fatale di-
stiene, all'opposto, che ogni nutrimento pendenza dal passato (meteor. 1,13 p.
è dato dalla volontà di Dio creatore e 349 a 15; poet.14 p. 1453 b 22). Am-
quindi per coloro che credono nel Cri- bedue appaiono tenacemente attaccati
sto - e sono perciò al sicuro da ogni in- alla formula: 'ltapE~Àt}cpaµEv 'ltapà 't'WV
flusso di potenze nemiche - è destina- ..., «abbiamo ricevuto da ... » (oltre ai
to ad essere preso senza preoccupazione passi citati, cfr. di Atistot. gen. corr. r,
e con rendimento di grazie. 7 p. 323 h r s.; an. 1,2 p. 403 b 27).
Tale importanza di 1tapa.ÀaµBci.vnv
può riconnettersi al fatto che, almeno
prima di Platone, nell'indagine scienti-
A. 7tapaÀaµBcivrn1
NELL'AMBITO
GRECO-ELLENISTICO fica lo scritto era relativamente scarso,
mentre il primo posto era occupato dal-
Questo composto è strettamente con-
nesso con la forma semplice. Significa la trattazione orale. Comunque, anche
prendere per sé, assumere. Con oggetto nel massimo fiorire dell'ellenismo, il
39 (1v,12) 1tapa.À.a.µ.~&.vw (G. Delling)

metodo d'insegnamento rimase del tut- ha diritto. Quando questo metodo di-
to impostato su una trasmissione diret- dattico tipicamente . greco, che poneva
ta da maestro a scolaro. E non si trat- maestri e scolari in una comunione di
tava tanto di trasmettere cognizioni sto- vita non solo astrattamente intellettua-
riche (o scientifiche) capaci di esprime- le, e addirittura li legava in un ~pwc;,
re un alto grado di validità, assoluta e venne meno, nell'epoca dell'ellenismo
impersonale, ma piuttosto di un prin- di mezzo, allora scomparve anche que-
cipio di autorità, ancorato prima -di tut- sta accezione di 'ltrtprx.À.a.µP&.vw. Essa
to nella personalità del maestro, che da- riprese vita nel neo-platonismo, benché
va al patrimonio di pensiero la possi- in una prospettiva alquanto diversa 1•
bilità di farsi valere. Ciò richiedeva, da È chiaro che Socrate non si lascia fa-
parte del ita.p<Ù.a.µP<i'Vwv, un corri- cilmente inquadrare in questa cornice.
spondente atteggiamento di stima e di Egli si pone consapevolmente al di fuo-
fiducia. La qnÀ.ocrocpla. greca (nel senso ri, anzi persino in contrasto con ciò che
di scienza) era qualcosa di eminente- era norma per i metodi pedagogici del
mente pratico: il suo ultimo scopo era tempo. Tuttavia anche la posizione di
la determinazione morale che nasce dal- Soctate verso i discepoli dà l'impressio-
la conoscenza; e questo valeva anche ne che il loro legame riposi su una re-
quando l' indagine era più che mai a- ciproca fiducia fra la persona del mae-
stratta. Il 'filosofo' è il tipo della gui- stro e quella dello scolaro, e che il suo
da morale (cfr. Plat., resp. 6, 501; 7, scopo non sia principalmente la trasmis-
520), a cui spetta l'educazione comples- sione del sapere, ma piuttosto la for-
siva dell'uomo greco e che esercita un mazione del carattere. Tale metodo pe-
influsso determinante in tutti i settori dagogico comporta, anche al di fuori
della vita. Perciò il ita.pa.À.a.µf3tivwv ve- della cerchia socratica, che ognuno nel
de senz'altro in lui il principio di au- susseguirsi delle generazioni, almeno
torità; se poi deve dissentire dal mae- nel caso che diventi egli stesso maestro,
stro su qualche problema, in quanto ne possa raggiungere nello studio tisultati
ha superato le posizioni (cosa che av- personali, nuovi e forse contrari a quel-
veniva abbastanza di rado nel rapporto li del maestro. Infatti ciò che vien tra-
didattico strettamente personale), lo fa smesso non è un corredo di cognizioni
continuando tuttavia a serbargli quella morte - il che escluderebbe qualsiasi
fiducia cui la personalità del maestro progresso - ma prima di tutto un indi-

ita.pa.Àa1.1.~avw
A. SEBBI!RG, Der Katechismus der Urchriste11- ro8 (excursus 1).
heit (r903) 46. Per la Cabala cfr. CH. TAYLOR, I Cfr. gli indici delle opere di Giamblico, spe-
Sayings of the Jewish Fathers.. .' (1897) 106- cialmente de vita Pythagorae.
41 (1v,12) '!Ca:pa:Àa:µ~&.vw (G. Dclling)

rizzo fondamentale del comportamento dei suoi seg~eti; per i misteri di Mitra
caratteriale, in secondo luogo nel campo cfr. Porphyr., abst. 4, 16 (a metà}; per
quelli di Eleusi, Plut., Demetr.26 (r 900
della scienza vera e propria, non solu- e), e anche Suidas, s.v., schol. Arfrtoph.
zioni belle e pronte, ma un modo di ran.757 (ed. G. Dindorf IV 2 [1838]);
porre i problemi. E a questo proposito per 1a gnosi ermetica, Corp. Herm. I 26
bisogna pur constatare talvolta, e con b. Quest'ultimo testo mette in rilievo
(dr.anche Theo Smymaeus, de rebus ma-
tutta lealtà, che tali formulazioni sono thematicis r p. 15 [ed. E. Hiller 1878])
rimaste fisse per secoli e secoli e hanno la possibilità del n;rx.pa.À.a.f3wv di diven-
cosl impedito in certi casi al pensiero tare, per opera del dio, degna guida
alla redenzione. Questa è anche l'unica
di progredire, adottandone di nuove. analogia col N.T.; per il resto, nei mi-
(Si pensi, ad es., al modo di concepire steri si tratta di qualcosa di segreto,
il tempo). mentre il µut:r't1Jptov cristiano è l'evan-
gelo (cfr. Eph.6 1 19) che dev'essere pre-
Oggetto del Ttrx.pa.À.aµati.vEw non è dicato a tutti; il patrimonio trasmesso
però soltanto l' i)l}txòc; xat TtOÀ.1:ttxòc; nei misteri è un insegnamento esoteri-
À.6yoc;, «la dottrina etica e civile», che co rigidamente fissato, mentre ciò che
si trasmette nel cristianesimo è soprat-
mostra l'essenza, il valore, lo scopo del
tutto una fede che è vita. Per lo stes-
comportamento personale e comunita- so Paolo non c'è associazione alcuna fra
rio nelle sue grandi relazioni con tutto 1ta.pocÀ.aµ~&.vEW e i misteri, e lo mostra
ciò che esiste, ma sono anche a.t <'m6p- il fatto che nel contesto del termine
µ.ut:r'\"1}pLOV non è mai usato né '7t<X.pa.-
P1)'\"0t xa.t aa.w-ce:pa.t ot&MxaÀ.la.t., «gli À.aµf3avEw né Ttapa.8Lo6va.L, neppure
insegnamenti esoterici e più profondi» dove se ne offrirebbe facilmente l'occa-
(Plut., Alex1,3 [I, 668 a], detto di A- sione (ad es., I Cor.15,51; Eph.r,9; 3,
3; 6,19; Col.4,3). na.pa.Àaµf36.vEw in-
ristotele); questi hanno un oggetto per fatti non connota la rivelazione imme-
lo più espressamente religioso, e appun- diata di natura soprannaturale, che è in
to per il loro carattere di &:Jt6ppr}'t'IX. ri- primo piano in Paolo, ma «la tradizio·
ne orale da persona a personal> 3 •
chiedono la cieca fiducia del 7ta.paÀ.a.µ-
~&;vwv 2 e lo costringono a dipendere
B. IL PROBLEMA DELLA TRADIZIONE
datl'autorità del maestro in modo an- NEL GIUDAISMO
che più marcato riguardo alle dottrine Mentre nel mondo greco il rapporto
propriamente 'filosofiche'. fra maestro e scolaro è determinato dal-
la fiducia che intercorre fra uomo e uo-
TCapa.Àa.µ.au:vnv è anche il vocabolo
tecnico indicante il 'ricevere' l'iniziazio- mo, nelle scuole superiori giudaiche ciò
ne misterica e l' 'essere messo a parte' che in primo luogo li lega reciprocamen-

2 Cfr. anche Iambl., vil.Pyth.28,148; ~1tlo"tEV· !J011c in arcanis habuere, «ritennero l'arte ma-
ov xa.1.xapEt):1')qiEO'O:.Y. Interessante, per con- gica fra le discipline arcane».
cezioni più tarde, Plin., 11at. hist.30,1,9; certe 3 Cosl giustamente R.EISLER: ZNW 24 (1925)
Pythagoras, Empedocles, Democrit11s, Plato ... 161, nota 5.
43 (1v,13) 'ltapaÀ.aµ~ci.vw (G. Delling) (rv,14) 44

te è la materia stessa dell'insegnamento. dizione è fatta risalire a Mosè e di qui


Questa materia è per principio circo- a Dio; cfr. anche Pea 2,6); ma il verbo
scritta alla tradizione religiosa (la quale ricorre per lo più nella formula mequb-
tuttavia comprende anche elementi di biil 'ani, «mi fu tramanda tO» 6 •
diritto e di altre discipline) e rivendica
Anche i rabbini conoscono una tra-
per sé una assoluta validità; il 1tapa- dizione dell'arcano (--7 II, col. 601); ma
À.aµf3cbmv si compie in un legame che questa è tenuta segreta per motivi del
ha il suo fondamento non nella ·perso- tutto diversi da quelli dei misteri gre-
ci. Se anche qui si può parlare di un
nalità, ma nell'ufficio del maestro. Que-
certo esoterismo, tuttavia quel che so-
sto legame può sussistere anche in man- prattutto si teme è un danno religioso
canza di un'amicizia personale; la de- per chi fosse messo a parte intempesti-
vozione dell'aluhno (tlmjd) può nasce- vamente dell'arcano, senza essere anco-
ra maturo (Hagigà 14 b). Perciò conti-
re dalla sola riconoscenza per la gran- nua a venir trasmessa con uno stretto
dezza del patrimonio ricevuto (sintoma- esclusivismo non solo la merkabà, l'ese-
tico l'episodio di Hagigà 15 b, dove lo gesi della visione del carro di Ezechie·
le e l'interpretazione del racconto della
scolaro, fervido credente, rende grazie creazione 7 , ma anche una materia pu·
al maestro apostata per l'azione salvi- tamente legale 8 (Hag. 2,r ).
fica) 4• Poiché la tradizione nella sua o- Nei LXX 7tapa.Àaµ~avw significa
prendere per sé (e con sé), per lo più
biettività pretende d'essere esente da
con oggetto di persona (nei libri stori·
errore, il rapporto fra maestro e scola- ci sempre, eccetto Num.23,20), talvol-
ro diventa tigidamente autoritario; la ta anche di cosa; assumere, ereditare
fiducia di quest'ultimo va non all'indi- (particolarmente un potere, un domi-
nio).
viduo, ma al rappresentante della tra-
dizione. Si aggiunga che ciò che vien
C. 7tapa.À.a.µf3avw NEL N.T.
trasmesso comprende in ultima analisi
tanto la Torà quanto la sua esegesi (an- r . Con oggetto di persona (solo nei
che i profeti sono considerati come tra- vangeli e negli Atti): prendere per sé,
smettitori della Torà}5 e cosi anche que- con sé (eventualmente in stretta unio-
sta esegesi assume un'autorità sempre ne). In espressioni di significato teolo-
più rigida. Il termine tecnico per la tra- gico è detto del Cristo che non 'è rice-
smissione di ciò che viene insegnato è vuto' dal mondo (Io. r ,II); dell' 'esser
qìbbel (Ab.r,r, dove la catena della tra- presi con sé' dal Cristo nel suo regno

4 Cfr. KITTEL, Probleme 69, specialmente n. 6 W. BACHER, Tradition u11d Tradenten in dcn
4.: «I discepoli riconoscevano nel loro mae- Schulen Paliisti11as tt. Babyloniens (1914) 2.
stro ~emplicemente un maestro; che fosse il 7 Cfr. STRACK·BILLERDECK, Index s.v. 'Merka-
loro, era cosa puramente accidentale». ba'.
s Cfr. BAcHER, Term. r 165. s Testi in STRACK·BILLERBECK I 579.977.
45 (rv,14) 'ltapa>.aµ~a:vw (G. Delling)

(Io. q, I3; Mt. 24, 40 s., e similmente che ciò che egli trasmette relativamente
Le. I 7 ,34 s.: le espressioni sono carat- a tale vita non l'ha 'espresso', cioè non
teristiche di Giovanni e dei sinottici l'ha sentito nascere in sé in quel modo
nonostante la diversa espressione della per una rivelazione umana, ma l'ha ri-
loro escatologia). Per Col.2,6 --'> sotto. cevuto direttamente dall'autore di que-
sta stessa rivelazione nell'esperienza di
2.Con oggetto di cosa, assumere un
Damasco. L' oggetto di questo 'ltaf)CX.-
ufficio (Col. 4,q); ereditare (~acnÀ.El­
À.aµ~cX.vELV evidentemente non può es-
cx:v), Hebr.IZ,28. Come termine tecni-
sere la tradizione riguardante Gesù, che
co: a) accettare come legge religiosa l'e-
si è andata formando sul racconto sto-
segesi rabbinica della Torà attestata nel-
rico delle sue vicende (corrispondente-
la tradizione (dr. Mc.7,4, dove l'ogget-
mente al significato dato più sopra[a]),
to sono le prescrizioni di purificazione);
ma solo l'intima vita della fede che sol-
b) (solo in Paolo), con significato più
leva a certezza religiosa quello che di
vicino all'ebraico qibbel: accogliere il
per sé è un semplice racconto storico,
racconto dell'istituzione della cena, del-
del quale in via di massima sarebbe pos-
la passione, morte e risurrezione e del-
sibile dubitare. 7trlpa.À.cx.µ.~<ivw.1 può
le apparizioni di Gesù, nella forma pre-
quindi connotare (--'> a) non una sem-
cisa che ha assunto e nella quale è tra-
plice recezione nella sfera dei contenuti
smesso (I Cor.n,23 9 ; 15,I.3;--'> r, col.
logici del pensiero, ma, ben più, un as-
n69); ricevere le norme enunciabili e
sumere nel centro della propria perso-
tradizionali della morale cristiana, la
nalità, che è superiore al pensiero.
hàlaka cristiana 10 (r Thess.4,r). Con si-
gnificato più vicino ali' originario 1t(X.- Questo valore di 7CCX.pcx.À.cx.µ~ci.vEw è
11
paÀ.a.µ~civw greco : accogliere, riceve- basilare anche negli altri passi. Solo co-
re la forma di vita spirituale ed etico- sl si spiega come Paolo arrivi a preten-
religiosa che viene tramandata, accet- dere che sia considerato come valido ed
tandone i postulati in adesione alla vi- escludente ogni errore tutto ciò che i
ta personale di Paolo, quale depositario destinatari delle sue lettere hanno 'ri-
della rivelazione (rifacendosi al promo- cevuto' da lui (Gal.r,9, cfr. I Tbess. 2,
tore primo di questa vita, che è Gesù I 3), e sia d'altra parte convinto che al-
Cristo; cfr. Gal.I,I2). Paolo sottolinea le comunità non evangelizzate da lui fu

9 Cfr. KITTEL, Probleme 64. linguaggio misterioso.fico potesse essergli stato


10 Cv. WmzsXcKER, Dns A-;>ostolische Zeital- presente, egli lo avrebbe in ogni modo com-
ter3 (r902) 594 su I Cor.4,r7. pletamente trasformato. Si può invece conget-
11 Paolo non ebbe certamente coscienza di un turare un ulteriore sviluppo, da parte di Pao-
tale rapporto. Se anche l'uso della parola nel lo, del qibbel della terminologia rabbinica.
47 (1v,15) itpoÀaµp&:.vw (G. Delling) (1v,16) 48

trasmesso (ed esse hanno 'ricevuto') il Cor.u,21; cosl pure in Mc.14,8: l'un-
medesimo 'Cristo' (Col.2,6), nella fede zione con cui la donna ha pensato di
che viene suscitata nel non cristiano tributargli riconoscenza e onore, è in-
dalla fede di chi lo è. È chiaro che que- terpretata da Gesù come allusione alla
sto "lta.pa.À.a.µ.~<X.vuv è opera di Dio sua morte vicina. Poiché egli prevede di
stesso; il À.Oyoç àxoi]c; è ·À.Oyoc; i}eov, la subire la morte dei malfattori e fa con-
«parola che avete udito» è «parola di to che sarà abbandonato dai discepoli,
Dio» (I Thess.2,13). Consono alfìne a non si può attendere che qualcuno gli
tutto questo è anc4e il fatto che ogget- pratichi in seguito un'wizione come ge-
to del 1ta.pa.À.a.µ{3&.vrn1 è pure il rcwc; sto di pietà. È difficile che la frase sia
8e~ 7tEptrca.-te~v. «come bisogna compor- inventata, e ciò conferma l'autenticità
tarsi», e non solo in quanto formale ac- delle affermazioni in cui Gesù prevede
cettazione dell'in·segnamento etico tra- vicina la sua morte(~ II, col. 8or; IV,
dizionale (cfr. rThess.4,1 ~col. 45): coll. 123 s.).
1tCX.paÀ.a.µ.~6.vew significa piuttosto rice- 2. Sorprendere, in Gal.6,r : Paolo
vere quella intima e pratica compren- con 7tpOÀ:rn.upì}TI vuol mostrare che pen-
sione che coglie l' essenza e Io spirito sa a un 'fallo' nel quale il fratello sia
della condotta morale cristiana e nasce caduto inavvertitamente, che non costi-
dalla forza stimolante dell'esempio (2 tuisca quindi un torto deliberato; per-
Thess.3,6 e Phil.4,9). Tale comprensio- ciò il giudizio severo deve lasciare il po-
ne deriva dalla fede (1tlO'"<ttc;), dall'unio- sto al soccorso fraterno (~I, col. r 267 ),
ne vitale col Cristo, ed è perciò che la che sopporta davanti a Dio anche i pec-
sua acquisizione può essere definita co- cati altrui. I vv. r - 5 costituiscono un
me un mi.pcx.ÀaµBavwJ -tòv Xpw-c6v, tutto unico; perciò Paolo sottolinea e-
«ricevere il Cristo» (Col.2,6). spressamente, nel v. 4, che la disposi-
zione a scusare, implicitamente postu-
t 1tpoÀ.aµ{3&.vw lata da 7tpoÀ1)µ.<pilij, deve riguardare non
I significati fondamentali corrispon- il peccato proprio, ma quello del fra-
dono alla caratteristica della preposizio- tello.
ne e sono: prender fuori e prender pri-
ma. Nel Nuqvo Testamento il vocabo- t 1tpoo-Àa.µ~avo t 'ltpocrÀ.'l']µlfJtç
lo s'incontra solo in quest'ultima acce- Ttpoo-ÀaµBa\lw. Attivo: in senso pro-
prio, prendere in aggiunta, in unione
zione. (possesso) spontanea o forzata, ecc. Me-
r . Intraprendere in anticipo; cfr. r dio: attrarre a sé, dare una mano 1•

7tpocrÀap.pci:vw x-r>...
1 PASSOW.
49 (1v,16) ÒltoÀcxµ~ocvw (G. Delling) (1v,16) 50

Nei LXX (i passi in cui il vocabolo t Ù1toÀ.aµBci\lw


è presente sono tutti elencati): all'atti- I significati si riscontrano tutti fin
vo solo in Sap.q,ro; negli altri casi il
medio ha assunto anche il valore del- dall'antichità. Qui si registrano solo
1' attivo (cosl in 2 Mach. 8,1; ro, 15 ). quelli che restano validi per il N.T. Il
Detto di Dio: egli, come ha già fatto vocabolo significa in senso proprio pren-
con l'intero popolo (1 B®.12,22), at-
dere dal di sotto, afferrare. Di qui:
trae a sé il suo eletto (~ 64,5), lo ac-
coglie in uno strettissimo vincolo, al ri- r. accogliere qualcuno (sotto la pro-
paro dai pericoli (tjl 17,17) e dalla soli- pria protezione) (J Io. 8), non solo nel
tudine (26,10), in una comunione che
dona un senso particolare di felicità senso di accordare una generica ospita-
(64,5) e di sicurezza (72,24). lità, ma con l'idea di proteggere i per-
Nel N. T. il verbo compare solo al seguitati.
medio(~ sopra, a proposito dei LXX): 2.In aggiunta alle parole di qualcu-
prendere per sé {uomini, Act.17,5; 18, no, soggiungere (Le. 10,30); quel che
26; cibo Act.27,33.36 [v. 36 genitivo segue vale come risposta.
partitivo]), con sé, a parte (Mc. 8,32 e 3. Ammettere, st1pporre. Le. 7,43:
par.), accogliere ospitalmente (Philm. con la scelta di questo termine pruden-
17; Act. 28,2). In Rom. 14,r.3; 15,7: te, il fariseo che parla vuole evidente-
come Dio (oppure Cristo) ha accolto in mente scansare la gravità della condan-
comunione piena con sé ogni membro na che Gesù gli ha rivolto con la pre-
della Chiesa, cosl accoglietevi a vicenda cedente parabola. Qui il vocabolo con-
tra cristiani, senza alcuna riserva inte- nota una st1pposizione verosimile; in-
riore (che potrebbe nascere dalla diver- vece in Act.2,r5 la supposizione è cer-
sità delle pratiche religiose). tamente falsa (in una confutazione).
7t'p60'À:riµ\jli.c;, aggiunta 2• Manca nei 4. Sottrarre. Act.r,9; a menochenon
LXX. Nel N.T., in Rom. n,15, corri- ci si debba semplicemente basare sul si-
spondentemente al verbo (attrarre a sé), gnificato fondamentale ('lo prese dal di
indica la futura riammissione, per ope- sotto, lo sollevò'). In ambedue i casi il
ra di Dio, del popolo ebraico, che ora vocabolo esprime l'idea di nascondere,
è lontano e 'morto' 3 • di sottrarre alla vista. (~ àva:À.aµBci-
vw ). G. DELLING

2 Citazioni nei lessici. ni); inoltre la contrapposizione è fra 1bto~o­


3 Dopo 1tp6CTÀ'l1WJ1Lç, si deve aggiungere a.U. À.ti e 1tp6:rÀ.wl!itç.
'tW\I (degli Ebrei) meglio che ùµWv (dei paga-
51 (IV,17) ì..6.µ7tw x-cÀ: (A. Oepke) (1v,r7) 52

t À.aµm.ò, t hÀ.aµ1tw,
t 7tEPLÀ.aµ7tw, t À.ct,µ7tac;,
t À.rxµ1tp6ç
intrans1t1vo À.ciµ7tEL\I si dice a) in
SOMMARIO: senso proprio, del sole; Solone (ed. T.
A. Significato dei vocaboli. Betgk, Poetae Lyrici Graeci II5 [ 1915])
13,23; del lampo (Lc.q,24); di una co-
B. V alare morale e religioso dei vocaboli meta che porta sfortuna M-i;'Ì}p ÀaµljJEt
al di fuori del N .T .:
i . grecità ed ellenismo;
(Sib.3a34); di fiaccole resinose (Rom.,
2. 'splendore' nell'A.T.;
Il.18,492 e passim); di un lume della
3. il giudaismo. casa (Mt. 5,15). b) In senso traslato è
C. Àaµ7te~v x"t'À. nel N.T.: detto di occhi che scintillano d'ira: à.7t'
I . premesse generali;
ò<pì1a)..µwv oÈ xa,xòv 1tup... ÀaµTIEcr-
2. uso teologico dei vocaboli. xs (Theocr., idyll. 24,18 s.; dr. Horn.,
D. La chiesa.
Il. 15, 608), di un volto sfavillante di
letizia ( cpa.topòc; Àaµ:n:ov·n µE't'WTC~, A-
A. SIGNIFICATO DEI VOCABOLI
ristoph., eq.550), di una luminosa bel-
lezza (Plat., Phaedr.250 d), della gloria
Nell'ambito greco, il semplice Àaµ- (Pind., Olymp. r, 23); costruito perso-
7tELV è di uso prevalentemente, se non nalmente nel senso di coprirsi di glo-
esclusivamente, poetico. Ha valore per ria; oùo'El KMwv ·('~À.cxµ~s (Aristoph.,
lo più intransitivo: splendere, bt"ìllare; vesp.62); raramente è detto dei suoni:
di rado transitivo: rendere luminoso, 1ta.ib..v oÈ ÀaµTIEt (Soph., Oed.Tyr.186).
far risplendere, per es., un segnale lu- I composti vengono usati nelle ac-
minoso che trae in inganno: 06À.~O\I cezioni corrispondenti, come rafforzati-
àx-i-a'Lc; à.cr-i;Épa. Àaµ\jJac;, {Eur., Hel. vi della forma semplice: ÈxÀ.tiµm:iv so-
l l 3 l ). Quest'ultimo valore scompare prattutto con valore intransitivo; tran-
nel N. T . (~ coll. 77 ss.). Con valore sitivo con l'accus. de1la luce irradiata

Àaµ'ltW X"t'À..
RGG1 m 1630 ss. 1597 ss. (bibliografia); RE' phanienfestcs: SAB (1917) 402 ss.; E.NORDBN,
XI 464 s.; ERE VIII 47 ss. s.v. 'Light and Dark- Die Geburt des Kindes (1 924) 24 ss.; R. KIT-
ness'; PAULY-W . VI (1909) 1945 ss.; M. VAs- ·rEL, Die hell. Mysterie11religiot1 u. das A. T.
SITS, Die Fnckel in Kultus und Kunst der (1924) specialmente 22 ss.; A. v. HARNACK:
Griechen (Diss. Mi.inchen 1900); E. SAMTER, SAB (1922) 62 ss.; E. L OHMEYER, Die Verklii-
Geburt, Hochzeit rmd Tod ( 19II) 67-82; Tu. mng Jesu 11ach dem Mk-Ev: ZNW 21 (1922)
W XCHT ER, Rei11heitsvorschriften im griech. 185 ss., specialmente 208; J .HOLLER, Die Ver-
Kult: RVV 9,1 (1910) 27 nota 2; 44; 45 nota kliirung Jesu (1937); HAUCK, Das Eva11gelit1m
l; 51; G. P. WETTER, Phos (J9r5); RmrzEN- nach Markus (1931) a 9, 2 ss.; J. S1cKENBER-
STEIN, Poim., passim; In., Ir. Erl., passim; M . GER, Die Briefe des hl. Pls an die Kor. u. Rom.
DIBELius, Die Vorstelltmg vom giittlichett (1932); \'ii'INDISCH, BACHMANN, Commentari di
Licht: DLZ 36 (r915) r469 ss.; F. J. DéiLGER, 2 Cor. a 4, 6; BAUER, Joh. a 1,4; W. Bous-

Ichthys u (1922) 14.386.430.434.438; V.THAL- SET, Ct·IARLES (l.C.C.), ZAHN, LOIIMEYER, HA-
HOFER - L. EISENHOFER, Ha11dbuch der katho- DORN, Commentari dell'Apocalisse per i passi
lischett Liturgi/i' (1912) Indice, s.v. Fackeln, citati nel testo. Sul mandeismo e manicheismo
Kerze ecc.; K. HoLL, Der Ursprung des Epi- -> nota 23.
53 {1v,17) Mµnw wcX. (A. Oepke) (IV,18) 54

(Aesch., fr.300,4), della tenebra rischia- in Egitto fin dai tempi antichi, per es.
rata (2 Brx.cr,22,29) o della persona che P. Oxy. 12, 1449, 19, nell'inventario di
viene illuminata (Iambl., myst. 8, 2); un tempio (213-217 d.C.) : À.a.µmiòe:c;
'1tEptÀ.aµ:1m'V prevalentemente transitivo apyupa.~. La stessa espressione con u-
con l'ace. dell'oggetto illuminato (Flav. guale significato in Iudith ro,22; lam-
Ios., belt. 6, 290: cpwç; 1te:ptÉÀaµ\(/e: 't'Ò'V pade per andare incontro allo sposo in
~wµòv xat 't'Ò'V w1.6'V) o di una persona Mt.25,r+4.7.8 2 • Il vocabolo è adotta-
circonfusa di luce (a quanto pare, solo to dai rabbini (lampiid). In senso figu-
Lc.2,9; Act.26,13). Il vocabolo manca rato indica fenomeni celesti: &.e Uov
nei LXX. - Àrxµ'ltaoe:ç;, raggi di sole (Eur., Ion 1467 ),
Àrx.µ1t0:oec; xepa\Mrxt., lampi (Eur., Ba.
Àaµmiç, fiaccola, di legno resinoso o 244. 594); particolarmente, fatti di ca-
di sarmenti secchi spalmati di pece 1• Il rattere strano: &"ìvÀ.oct q>a.v-.acrµ&:ttù'V
vocabolo manca in Omero. In linea di Uìfo.t ilEwpoti-v't'a.t. Àcxµ1t&.Òeç; X('J,Ì Soxl-
massima egli conosce solo il braciere oEc;, «SÌ scorgono altri fenomeni porten-
riempito di legna resinosa (Àaµ'ltTI)p ). tosi: lampi e meteore» (in un contesto
E se in certi casi compare anche la fiac- puramente fisico, Pseud. Arist., mund.
cola come mezzo di illuminazione (Il. 4 p. 395 b n). Sotto questo aspetto il
rr,554; 17,663; Od.1,428; 434 e pas- vocabolo acquista pure un senso teolo-
sim) e nel tipo speciale di fiaccola nu-
gico (~col. 57). Viene anche usato in
ziale (Il.r8,492), essa viene però indica- modo strettamente traslato come nome
ta con 8~. Bisogna dunque pensare for- di etère (Athen.13,46 [p.583s.]), di
se a un semplice tizzone di legno resino- cani (Ael., not. an. r1,13) e di navi (A.
so. Il termine Àaµ'lt<iç s'incontra per la Boddi, Urkunden iiber das Seewesen
prima volta in Aesch., Ag.8: À.aµ1t&.- des Attischen Staats [ 1840] Urkunde
ooç; 't'Ò cn'Jµ~oÀ.ov, segnale dato con una IV, b5. h32; X b r58).
fiamma. In senso proprio diventa in
seguito di uso corrente. In particolare Àaµ1tpéç;: splendente, brillante, lu-
è usata nelle imprese notturne. Thuc. minoso. 1. Detto di cose a) in senso
3,24,1: µe:'ttk Àaµ'ltaòwv; Iud.7,16.20; proprio: astri (ep.Ier.59), il sole (Horn.,
l5,4s.; Act.20,8; Io. r8,3: "(.U'.'tlX q>a- Od.19,234; Herm. sim.9,17,4), la luna
vwv (lanterne) xrx.t Àaµ'ltaowv (ambe- (Thuc.7,44,2; test.N.5,4), la stella del
due accoppiati anche in Dian.Hai., ant. mattino (Apoc.22,16); oggetti metallici
Rom. n,40,2, P. Lond. n59,59). Nei ("ìv('J,µ7tpoi:<rt. cp6;Àotcn, con le creste scin-
papiri Àaµ'ltac; indica senza eccezioni la tillanti degli elmi, H orn., Il. 16, 216);
lampada composta di un recipiente per acqua (Aesch., Eum.695; Xenoph., hist.
l'olio e del lucignolo, quale era in uso Graec.5,3,19); pietre (Herm. vis.3 ,2,4

I Sulla natura e impiego della fiaccola, v. I. padre in quella del marito durante la notte,
v. MuLLBR, Die griechischett Privataltertiimcr prima del suo ingresso nella camera nuziale.
= H andbuch K.l.A.W. IV r,2J (1893) 65. La precedono una decina di aste, in cima alle
quali si trova una specie di coppa di rame in
2 Parallelamente alle faces nuptiales (Cicero- cui vengono messi dei cenci con olio e resina.
ne) dei popoli occidentali (~ col. 59). Cfr. Si appicca il fuoco, e cosl le lanterne fanno lu-
F. ZoRBLL: Verbum Domini ro (1930) 176 ss. ce avanti a lei (STRACK-BILLERBECK r 969). Pa-
Al contesto corrisponde solo il significato di re che i rabbini non conoscano tali usi. Le fiac-
lampada, tutt'al più quello di fiaccola in senso cole sono ricordate solo quando si va a rice-
lato. Cfr. Rashi, su Kelim 2,8: Nella terra di vere la diletta per la seconda volta (Pes. r. 43
Ismaele si usa condurre la sposa dalla casa del [180 bJ, STRACK-BILLBRBECK 1 510).
55 {IV,I8) Mµ?tw x.i:À.. (A. Oepke) (lV,18) 56

b; sim.9,3,J e passim); vesti (il man- B. VALORE MORALE E RELIGIOSO


tello di Odisseo À.aµ:rcpòc; o' i'}v i)~À.toc:; AL DI FUORI DEL N. T .
wc;, «era splendente al pari del sole»'
Horn., Od.r9,234). Quelli che si recava- 1. Grecità ed ellenismo
no a consultare l'oracolo dovevano star a) Detto di uomini e di realtà relati-
seduti nel tempio Év f.qi}ljatv À.aµ- ve all'uomo, Àaµ1tELV sottolinea per lo
7tpai:c;, cioè in vesti candide (Ditt., Syll.' più la forza bellica che incute spaven-
n57,39 s.). Pitagora prescriveva: 1Cpo- to. Cosi in Horn., Il.6,3r9 s.: À.aµ1te:"t'o
O"tÉvcx.t 't'oùc; i}uov..ac; µ1J 7toÀ.vnÀ.e:i:c;, ocupòç alxµ1J, «splendeva la punta del-
àU.èt. À.a:µ7tpàc; xa.L xcx.fra.pà.c; Exov-cac; l'asta». Il terrore invade i troiani quan-
fol)1}-.a.c;, «che coloro che s'accingevano do vedono il Pelide 't'EÙXEG't Àa.µn6µe-
a sacrificare s'accostassero agli dèi indos- vcv, (Il.20,46). It.r2,463: Ettote À.aµ-
sando abiti non sontuosi ma candidi e ni; OÈ xaÀ.xc'i'>, «fulgeva nel bronzo»; 15,
purh> (Diod. S. ro,9,6). À.<X'.µ1'pèt. €ai}ljc; 62 3: Àaµ7'6µevoc; 'ltupl. Anche negli al-
è in particolare il tetmine tecnico indi- tri casi il vocabolo si applica a valori
cante la 'toga candida' dell'aspirante di ordine naturale, ma non volgari; ri-
('candidato') a una pubblica carica (Po- splende (si copre di gloria) la bravura:
lyb.ro,4,8; Lc.23,u) 3. Ma anche l'abi- ì..&.µ7tEL .. àpE"t'6: (Pind., Isthm. r, 22).
to di un ricco qualsiasi è detto cosi (Iac. Giovani donne brillano {sono onorate)
2,2 s.: splendido [magnifico]). per i loro figli: -r€xvwv ore; &v Àaµm•.>-
b) In senso traslato: À.cx.µ7tpà fa'l'}, cnv ... VEavtoe:c; -DSa• (Eur., fon 475 ss.).
elogio carico di radiosi presagi (Soph., Nei tragici la famiglia di vocaboli si e-
Oed.Col.72r ); À.ctµ7tpèt. µa.p-cvpta., pro- stende a un senso morale più profondo.
ve ·lampanti (Aesch. Eum. 797); ÈoÉ<1- La giustizia brHla nelle povere case an-
µa.'t'cx. À.a.µ7tp6., pietanze splendide (Ec- nerite dal fumo (Aesch., Ag.774: olxa
clus 29, 22); come sostantivo: 7t&.v-ccx. OÈ ).fiµ1m µÈ\I È.V Sucrxti7t\IOLc; owµa.-
'Tà À.mapèt. xat -rà. À.cx.µrcpti «(prodotti) ow ). Similmente dice un ignoto poeta:
delicati e magnifici» (Apoc.18,r4), cfr. olxac; o' È~ÉÀ.a.µ~E ih:tO\I cp6:oc;, «rifulse
EÙq>paw6µEvoc; À.a.µnpwc;, Vulg.: epula- la divina luce della giustizia» (T.G.F. p.
baturs splendide (Le. r6 ,r9). In senso 937 n. 500).
buono Àaµ7Cpà xapola. xcd &.ya.ih'I (Ec-
b) Se vogliamo studiare i nostri vo-
clus 30, 25), À.aµ7Cpà. xr.d àµapav-c6c;
ÉO'"tW Ti O'oq>loc, «splendida e incorrutti- <;:aboli nel loro significato teologico,
bile è la sapienza» (Sap.6,u). dobbiamo distinguere nettamente due
2. Detto di persone: elegante, di bel- elementi di natura del tutto diversa: il
la presenza, bello (vuµqiloc;, Aristoph., rapporto divinità-luce e l'uso catartico-
pa~: 859); splendido, generoso (nel À.EL-
apotropaico del fuoco. Il primo non ha
't'OupyELV, Demosth., or. 21, r53; À.a.µ-
1tpòc; È.7'' &p't'otc;, relativamente alla men- nel mondo greco spiccata importanza.
sa, Ecclus 3 1,23 ); illustre (per imprese
ardite: E:v -.oi:c; xwouvotc;, Demosth., Gli dèi dell'Olimpo sono divinità ti-
01·.19,269). picamente diurne, della luce: Zeus adu-
na i nembi e scaglia la folgore, Apollo
guida il carro del sole. Ma per la men-
talità greca è questo un semplice por-

cherches de Science Rel. 26 (1936) 80 ss.


57 (rv,r8) Mµ'ltw X'tÀ.. (A. Oepke)

tato del carattere antropomorfico che Esso costituisce un fatto a parte, e


determina la rappresentazione della di- già lo si può dedurre da questa circo-
vinità. D'altra parte vengono onorate stanza: la fiaccola originariamente ap-
come dèi anche le oscure potenze sot- pare solo come attributo delle divinità
terranee. E tuttavia fra di esse il fuo- ctonie e quindi viene usata in prevalen-
co dei vulcani non ha affatto un posto za nel loro culto. Appartengono a que-
di primo rilievo, come richiederebbe la sto gruppo prima di tutto le divinità
struttura geologica dell' Ellade. Se ne di Eleusi: Demetra, Core, lacco, inol-
può concludere çhe il greco non sente tre Afrodite ed Eros, e infine, imparen-
la divinità come qualcosa di specifica- tato con Iacco e onorato particolarmen"
mente luminoso. C'è, è vero, una numi- te nell'orfismo, Dioniso e la sua corte
nosa concezione della luce. Omero pa- di Menadi e Satiri. La danza con le
ragona i suoi eroi splendenti ad Ares fiaccole, compiuta dalle tiadi sul Parna-
(Ibo,46). Quando Esiodo descrive la so invernale, è forse un apporto di Dio-
apparizione di Apollo accanto all'altare niso al dio delfico; sia che il lega.me fra
nel boschetto sacro, questo boschetto i due dèi risalga alla remota grecità o
viene inondato di luce per effetto del ad epoca relativamente più recente (~
terribile Dio e delle sue armi ( scutum III, coll. 328 ss.). Anche Ecate, spesso
Herculis 7r ). L'apparire di fuochi, spe- assimilata ad Artemide, con intorno lo
cialmente nel cielo notturno, può esse- stuolo delle Erinni, ama la fiaccola. Lu-
re presagio di sventura (~ col. 52), ciano fa sperare ironicamente a Peregri-
ma anche segno del divino favore e di no (Per. mort.28), dopo il suo molto er-
successo. Circa la partenza di Timo- rare, un culto notturno con luci di fiac-
leone per Siracusa, narra Diod. S.r6,66, cole (quale si tributava agli eroi) sul luo-
3 : 01.' llÀ:r1c; yàp 'tijc; VUX't"Òc; 1tPOllYEi:°'t"O go del suo rogo. Si presentano invece
À.aµ'1tàc; xaioµlV'l] Xct't"CÌ 't"Ò'\/ OVprt.VÒV senza fiaccola non solo gli dèi dell'Olim-
µlxpL ou
CTIJVÉ~TI 't'ÒV cr-r:6Àov dc; 't'ÌjV po, ma anche Zeus Milichio, Zeus Cto-
'haÀla.v xa.'tct1tÀ.EurraL, «durante tutta nio, Ermete Ctonio, e lo stesso Ade 5 ,
la notte lo precedette una face ardente benché sia raro che la fiaccola manchi nel
in cielo, finché non avvertl che la flotta suo ambiente. Questa situazione di fat-
navigava verso l'Italia». E già Clem.AI., to si spiega con tutta facilità se si am-
strom.r,24,r63,1 ss., metteva in relazio- mette che i culti misterici nascono dai
ne un episodio analogo, che ha per pro- riti sepolcrali. In questo caso la fiacco-
tagonista Trasibulo, con la colonna di la ha originariamente un significato ca-
fuoco della narrazione veterotestamenta- tartico e apotropaico. Il fuoco è classi-
ria. Ma si tratta di fatti isolati; Nell'ar- ficato come mezzo di purificazione ac-
te figurativa greca soltanto alcune rare canto all'acqua, se non prima di essa;
rappresentazioni di Elio portano la rag- Plut. quaest. Rom. I (11, 263 e): -r:ò 1tup
giera 4 • L'uso della fiaccola nel culto non xai}alpEL, xat -rò uowp à.yvlSEL, «il fuoco
ttova qui la sua spiegazione. purifica e l' acqua santifica»; Servius,

4 HAAs, Lief. r 3/ r 4, RuMPF (1928) figura 38. mibile un influsso orientale.


Invece in pitture di tombe etrusche che ri- s Dall'inizio ciel IV sec. la situazione muta.
sentono l'influsso dell'orfismo, l'aureola com- Nel bassorilievo dell'ara di Pergamo, Elio e
pare per demoni degli inferi. F. PouLSEN, E- Selene nella lotta contro i Giganti haano le
tmscan Tomb Paintings (r922) figura 35; F. fiaccole. Ora la fiaccola serve ad Eros per ac-
\XTEEGE, Etruskische Molerei (1921) tavola 6o. cendere l'amore, e i Romani rappresentano di
Ma per l'orfismo e la civiltà etrusca è presu- fronte a lui la Morte con la fiaccola.
59 {1v,19) Mµ:rcw x:'t').. {A. Oepke) (1v,20) 60

comm. in Vergilii Aeneidem 6,741 (ed. fermi. Il gesto è piuttosto di natura a-


G. Thilo [r884]): aut taeda purgant potropaica. Ad Atene la corsa si face-
et sulphure, aut aqua abluunt, aut aere va dall'altare di Prometeo nell'Accade-
ventilant. mia fino in città (Paus.r,30,2).
Alla pari dell'abluzione (~ Àouw ), Interferenze particolari entrano in
la fiaccola compare nella maggior parte gioco. L'iniziazione misterica sostitui-
di quegli avvenimenti della vita che si sce in un certo senso, per chi muore
ritengono connessi a miasmi o mii-tac- prematuramente, la teda nuziale; ini-
ciati da demoni. La· nascita, ad esempio. ziazione e nozze conducono del pari al-
La fiaccola protegge lacco e .Zeus neo- la perfezione. Forse si devono intetpre-
nati, e non può. mancare nell' Èyelpew tare in questo senso le fiaccole che com-
't"ÒV ALxVl'Tr)V (~III, coll. r 9 s., n. r, ri- paiono su alcuni sarcofaghi 8 • Difesa
nascita dalla morte) 6• Come teda nu- dai pericoli e incremento della vita
ziale compare già in Omero (~ col. sono concetti non rigidamente separa-
53). Gli epigrammi sepolcrali lamenta- bili; interferiscono anche riti di fecon-
no che tale teda non abbia diffuso la sua dità: si mettono volentieri dei moccoli
luce per chi è morto giovane. La tor- di fiaccole fra i rami degli alberi da
cia arde presso il letto funebre 7• «Fino frutto per aumentarne la crescita 9, ed
alla torcia e al termine della vita» (È.7tL è noto che le divinità ctonie sono in
't'Ìj\I ofi,ou.. xu..t xopwvlou.. 'tOV ~lou}, (an particolare divinità della fecondità. Si
seni respublica gerenda sit 9 [II 789 a]). crede di essere loro particolarmente vi-
Con una fiaccola si accende il rogo; Lu- cini negli antri; qui esse sono onorate
ciano, Per. mort. 36, descrive con tutti di preferenza, e questi antti già per una
i particolari le cerimonie preparatorie, ragione pratica hanno bisogno di illu-
compiute con questa fiaccola accanto e minazione. Nel granaio sottenaneo sta
con relative preghiere; questo forse non riposta Core, la vergine simbolo del se-
solo quando doveva gettarsi sul rogo me, alla quale è assodato Plutone, e il
lo stesso protagonista. Forse il diffon- mistero della giovane semente dà ai mi-
dersi della cremazione dipende da ele- sti speranze di vita eterna. L'apparire
menti fondamentalmente catartici e apo- della fiaccola nell'antro oscuro diventa
tropaici. Si è cercato pure di curare col rappresentazione di queste speranze, di-
fuoco le malattie. La cauterizzazione venta semplicemente simbolo di vita.
delle ferite può in origine riferirsi a Platone vede il susseguirsi delle genera-
quest'uso. Anche la corsa con le fiacco- zioni come una specie di corsa con le
le può esser nata allo scopo di purifi- fiaccole: xaikbtep Àa.µmiou.. 'tÒV Blov
care mediante il fuoco tutta la città o 'ltapaoto6v't"a.c; tD..À.o~c; É~ /JJ..À.wv, i}Epa-
alcuni quartieri di essa, per esempio in 7teuov... u..c; à.d ìtEoùc; xu..'tà v6µouc;, «tra-
periodi di pestilenza. L'idea-base non è smettendo la vita gli uni agli altri come
quella di trasportare il fuoco sacro da lampada, sempre venerando gli dèi con-
un altare a un altro, ancor meno quel- forme alle leggi» (leg.6,776 b).
la di far sì che l'abilità sportiva si af- Si spiega cosl l'importanza del da-

6 Testi con interessanti raffronti con la Grecia Lieferung 9/n, LEIPOLl>T (1926) figura 186.
odierna in VASSITS, op.cit. 74 ss. Spiegazioni stravaganti delle tede nuziali in
7 Anche oggi si dà in mano ai morenti un cero numero di cinque a Roma, in Plut., quaest.
acceso. Rom. 2 (II 263 s.).
8 Sarcofago di giovanetta di Torre Nova, HAAs, 9 VASSITS, op.cii. 9.
61 (lV,20) Mµnw x:tÀ.. (A. Oepke) (1v,20) 62

duco nei misteri. Chi (uomo o donna) notturni del 24-25 dicembre e del 5-6
è Srtoovx.oc; sta particolarmente vicino gennaio, il grido: 1} ncx.pt>Évoc; i:É"t'OXC.\I,
alla divinità, che spesso porta ella stes- 11U~Et, cpwç, «la vergine ha partorito,
sa la fiaccola10• Nelle iscrizioni il dadu- cresce la luce!», e simili n. Nel culto di
co appare citato accanto allo ierofan- Iside l' illustrari ha un posto significa-
te (Ditt., Syll.3 83,25; ibid.796 B 28 ss. tivo (Apul., met. n,27-29 passim, cfr.
[onoranze a un giovane defunto, circa ciò che si dice al capitolo 2 3 sullo splen-
il 40 d.C.]: EÙ')'E\IElat 't'E 't'ljt 'Aihivri- dore del sole a mezzanotte). L'emblema
rrw Ò:7tÒ "t'W\I tipxcx.lwv xaL 7tpwi:wv tiv- è ancora la fiaccola, e si trova ora nella
8pwv, lEpÉwv xcx.L tEpEtwv -t'\ic; 1tporrw- mano del miste, vestito e adornato co-
\luµou -cfjc; 1tOÀEWc; frEOV xaL tEPOl'pct'V"t't- me il dio Sole (ibid. 24). Plutarco cita
xwv xat oq.oovxtxwv O~XW'V Y'VTJrYLO'V inoltre, come dogma della teologia egi-
V'lttXPXO\li:a, «nobiltà per discendenza ziana sugli dèi vincitori delta morte (e
da personaggi antichi e altolocati, sacer- sui mortali legati a loro?), queste paro-
doti e sacerdotesse della dea da cui la le: 'tèl µ~\/ rrwµa'ta. ... xdiTfra.t, .....ru;
città prende nome, ierofanti e dadofo- oè t!Juxàc; E\I oòpa\10 À.6:µm:w &npix.,
ri» ). Un certo Capitone, Srtoouxoc;, co- «i corpi ... giacciono, ...le anime invece
struisce un altare a 'dèi ignoti' o 'dèi brillano in cielo trasformate in astri»
santissimi' nel recinto del tempio di De- (ls. et Os. 21 [II 359cd]).
metra a Pergamo11• Fra i dignitari di una A questo culto della luce si ricon-
comunità bacchica in Italia una ... T)yl'ì.- nette il significato di luce e di risplen-
À.a. OftOovxoc; occupa il secondo posto, dere nella mistica ermetica. E qui può
avanti agli stessi lEpEtc; e Ì.ÉpEt!X.t 12• Pro- già essere presente l'influsso dell'Orien-
prio qui, nei misteri, massimamente do- te. Corp. Herm. r,17: 6 oè &v&pw1toc;
ve interviene l'influsso orientale, si pos- Ex SW'\ic; xat q>W'tÒt; È:yÉVE'tO Elç \jJUX'IÌV
sono scorgere le prime tracce di una re- xat 'JOU'V, ÉX µÈv ~wi]c; lfivx1}v, EX oè
ligione della luce. La religione greca, cpw-ròc; voiJv, «l'uomo da vita e luce di-
tuttavia, non è mai stata in senso stret- venne anima e intelletto, da vita anima,
to una religione della luce. da luce intelletto»; ibid. lo,6 (la bellez-
La patria della religione della luce za del bene) 7tEptÀ.6:µ\fla.'ll ÒÈ [ 7tU'V'ta]
quale fìorl nell' ellenismo è l' Egitto e 't'Ò'J \IOU'V [ xa.t] 't'Ì)'V oÀ.T)\I \fluxi)v IJ.va-
l' Oriente. Il valore apotropaico della À.aµS6:vE~ 14 w.i avéÀ.XEl. 8Lfl -cov rrw-
luce è noto anche qui, come dimostra- µa.-oç xoci oÀ.o\I aòi:òv Elc; OV<1t(J.'V r-u:-
no le numerose lucerne trovate nelle 't'!X.S 6:'ì.À.Et (sinonimo: &:1to1}Ecù1'ijwt.t),
tombe. Ma il culto della luce ha radici «avendo avvolto nella sua luce tutto
molto più profonde. Ad Alessandria ri- l'intelletto, affascina tutta l'anima e l'at-
suonava fin dall'antichità, nei misteri trae attraverso il corpo e in questo mo-

m Si consideri soltanto il famoso Niinnionpi- Testi in 4 HoLL, "'"7 KrTTEL, 4 NORDEN. È da


nax, Foto Alinari 24335, anche HAAs (4 n. supporre che il rito greco non rappresenti la
8) fig. 193· forma originaria. Pare si possa far risalire la
11 Sec. II d.C.; A. DnrssMANN, Paulus' (1925) festa di gennaio fino all'anno 1996 a.C. Allora
226 ss. essa coincideva approssimativamente col sol-
12 Prima metà del II sec. d.C. American Jour-
stizio d'inverno. Lo sdoppiamento si spiega col
progressivo rimaneggiamento dcl calendario.
nal of Archaeologie 37 (1933) tavola xxvn,
inoltre 239 ss. 14 Congettura di Scott. I codd. hanno àvoc-
Il La massima autorità in materia è Epifanio. MµnE~ (illumina).
63 (rv,20) À6:µ7tw X'tÀ. (A. Oepke)

do trasforma l'uomo intero in essenza». zata e Kautopate con la fiaccola rovescia-


La luce è intesa come sostanza lisica di ta, rappresentano la luce che sale e quel-
Dio e della salvezza 15• la che scende nel ciclo diurno e anmJale,
L'influsso orientale, visto nel suo in- come si vede in innumerevoli raffigura-
sieme, è senza dubbio ancor più impor- zioni di Mitra. Nei mitrei si trovano
tante di quello egiziano. È difficile og- centinaia di lampade 211• In una non ben
gi calcolare separatamente 16 gli appor- identificata religione misterica si salu-
ti della dottrina indiana sull'essere uni- ta la divinità con le parole: xa.t'pe vuµ-
versale, del dualismo parsico e della re- <j>LE XUtpE \IÉoV q>Wc;, «salve, sposo; sal-
ligione astrale dei Babilonesi e tanto ve, giovane luce» (Firm. Mat., err. prof.
più delle forme religiose derivate17• An- rel. 19,1). Nel culto di Attis o in una
che qui concezioni rozze, spiritualizza- prassi religiosa affine il passaggio dal la-
tesi a poco a poco, costituiscono il pun- mento alla gioia viene segnalato por-
to di partenza. La luce è la materia del tando una luce (ibid.22 ,1: deinde rnm se
mondo ultraterreno che si riversa su ficta lamentatione satiaverint, lumen in-
chi è aperto ad essa e gli conferisce di- fertur; segue l'unzione col ben noto
vini poteri. Luce, vita e, più tardi, co- iYo:ppEL'tE µucr'tct~ X'tÀ..). La fiaccola com-
noscenza sono concetti equivalenti. pare anche sugli altari del taurobolio 21 •
Secondo l'antica concezione indiana il Gli usi rituali 12, intesi dapprima in sen-
fuoco, come appare nell'aurora e nel tra- so proprio, diventano più tardi simboli
monto, e sotto altra forma anche nel di una realtà più alta, di cui si spera di
vento e nell'acqua, e persino come na- diventare partecipi nell'atto religioso.
sce. nell'acciarino, è la sostanza della di- Giuliano, parlando delle anime invase
vinità. Pare che brahma etimologica- dal divino, dice che durante i misteri
mente si riconnetta a q:>ÀE-yµoc, fiamma, H.'ì..&.µ1m a.1hoci:c; 'tÒ iYEi:ov qiwc;, «brilla
fulmen. Di qui breve è il passo al culto ad esse la luce divina» (Iul. or. 5 ,178
del fuoco praticato dai Persiani e alla lo- b). Giamblico parla della potenza degli
ro dottrina sul fuoco, come era ancora dèi che splende ( É'ltLÀa.µ7tou1111c;) come
viva presso i Parsi dell'India nella secon- sole (Iambl., myst.3,13 [p. 130,13]).
da metà del sec. xvm 18 • Mitra è origi- Nei papiri magici questa religiosità
nariamente il cielo stellato 19• I due com- si sviluppa ulteriormente ma insieme si
pagni di Mitra, Kaute con la fiaccola al- degrada. Un incantesimo amatorio men-

15Il catalogo del Wetter riporta dal solo Cor- afferma in particolare che è uno sbaglio voler
pus Hermeticum una quarantina cli passi in identificare concetti biblici cosl spiritualizzati
proposito. con fonti vediche o avestiche, o farli da esse
16 Il Wetter insiste sull'influsso babilonese in derivare.
modo troppo unilaterale, 1? J. HERTEL, Die Sonne rmd Mithra im Ave-
11 Cfr. ad es. il leone stellato dell'oroscopo di sta: Indoiranische Quellen und Forschungen,
Antioco di Commagene (60 a.C.) HAAS (--'> n. 9 (J927) specialmente 179ss.
8) fig. XIJ.
20 A. MINTO, Notizie degli scavi di antichità
18 Cosl J. HERl'EL, Der Planet V ent1s im Ave-
(19i.4) 353ss.
sta, Berichte iiber die Verhandlungen der
Siichsischen Akademie der Wissenschaften zu 21 HAAs (-'>n.8) figg. r52 e 153: altare atti-
Leipzig, phil.-hist. Kl. 87 (1935) I (1936) 3 SS. co per taurobolio dell'anno 387 d.C.
Hertel con il riferimento di cui sopra ha su- 22 Cfr. Dio Chrys., or.I2 133: crx6-.ouc; '\E xixt
scitato delle opposizioni, ma anche consensi di cpw't'Òc; ~va.).).à~ a.iJ't'~ qicuvoµlvwv, «gli ap-
persone autorevoli come W. Streitberg. Egli pariva ora la luce, ora la tenebra».
65 (1v,21) Mµ-m.I) xù. (A. Oepke) (rv,22) 66

ziona il brillare improvviso di una stel- ÈmÀ.ciµljiac; 't"Oi:ç "EÀ.À1JCTLV. Parimenti


la come segno felice che l'amata è sta- 900,25 s.; Ditt., Or.1941 20. Cfr. la pre-
ta colpita. Se sprigiona scintille, vuol ghiera al dio supremo in Reitzenstein,
dire che essa sta venendo. Se poi si e- Poim.28, vu 2: òpil'pw6v emÀ.ciµ'lto\1-ç<J.,
stende in lunghezza come una fiaccola,
eccola già arrivata (Preisendanz, Zaub. La religione orientale della luce con-
rv, 2939 ss.). Banalità di tal genere di tinua nel manicheismo e nel mandei-
uso profano non sono a dir vero fre- smo 23, conservando in parte gli elemen-
quenti. Nella cosiddetta Liturgia di Mi- ti antichi e in parte perfezionandoli; es-
tra il dio è circonfuso di fuoco e riceve sa diventa cosl un grave pericolo per
l'appellativo di À.aµnpocpEyyij, 'splen- il cristianesimo. Viene assai fortemen·
dente come luce' (Preisendanz, Zaub. IV te accentuato il lato della pietà serena
714 s.; cfr. inoltre il cumulo di simili e santificatrice. Ma la linea di demarca-
appellativi, ibid. 590 ss.). La preghiera zione non corre fra creatore e creatura,
per una licnomanzia dice: hmcaÀ.ouµa:l fra bene e male, bensl fra i due elemen-
crE -tÒ\I il'EÒ\I 'tÒ\I SW\IW., nvptq>Eyyi], ti fondamentali, intesi in senso preva-
&.6pa'tO\I (jlW'tÒç "(EW1)i;opa:.. • sto-EME lentemente naturale. La mistica della
Èv 't<'i) 7tUpL 'tOV'ttp... xat ota:À.aµ\j/6..-rw luce è, fin dall'inizio, una religione re-
O ifrrwil'EV, Ò xuptoç, «invoco te, dio vi- dentrice in senso più ontologico che mo-
vente, splendente come fuoco, invisibile rale. Con ciò non è tuttavia escluso che
generatore di luce.. , entra in questo fuo· dal suo seno P<?tesse svilupparsi un'eti-
co... e risplenda dall'interno il signore» ca efficace.
(Reitzenstein, Poim .25 ). Nel cosiddetto Il manicheismo rifiuta la religione
ottavo Libro di Mosè, del papiro magi- magica, per cosi dire, allo stesso modo
co di Leiden, si dice di Dio: «per lui il in cui il cristianesimo rifiuta il giudai-
sole e la luna sono occhi mai stanchi, che smo (hom.11,1 ss.), ma ne assume la
brillano nelle (alle?) pupille degli uo,mi- premessa fondamentale zoroastrica, cioè
ni (où o i]À.toi:; xat 'ii cre>..-iivTJ Ò<flaa>..µol il dualismo di luce e tenebre. In exor-
EtCTLV &.x<iµa'tOL À.~µ1tO\l'tEç lv 't"ai:c; dio fuerunt duae substantiae a sese di-
x6patc; 'tW\I &.\lil'pW'ltW'V, Preisendanz, visae: luminis quidem imperium tene-
Zaub. XIII 766 ss.). Un'altra invocazio- bat Deus pater (Aug., contra epistolam
ne magica (Reitzenstein, Poim. 20) ri- Manichaei 13 [16], MPL 42, 182 in
corda il nome del dio Èv oupavti) Àaµ.- basso). Mani prega «l'uomo perfetto,
<pltÉ.v. Persino il culto dell'imperatore la vergine della luce» (hom.53,8 s.); de-
sta sotto il segno di questa religione signa se stesso, accanto a Zaratustra e
della luce. In Ditt., Syll.3 798,3 s., a pro· a Cristo, come apostolo della luce (ibid. •
posito di Caligola quale nuovo sole, si u,26; 29,9). Nel compimento escatolo-
dice: crvva'VaÀaµiVm 'tai:c; lolatc; au- gico le particelle di luce disperse nella
ya.i:c; ... ·~ltÉÀ.T)CTEV ~Mt}.i]a.c;, «volle in- materia della tenebra diventano libere
sieme con i propri raggi illuminare i re»; di tornare alla loro origine. Egli darà la
ibid. 814134, di Nerone: vÉoc; "HÀtoc; grazia ai suoi combattenti, che ha man-

23 Sul manicheismo v. RGG2 m 1959 ss. con LER, AAB (1904), Supplemento; Manichliische
bibliogr. F. CHR. BAUR, Das Manichiiische Re· Handscriften der Sammlung A. Chester Beat-
ligionssystem (183r, ristampa anastatica 1928) ty r: Manichiiische Homilien hrgg. H. ]. Po·
resta fino ad oggi insuperato. Fonti partico- LOTSKY (1934), citate in quest'opera con hom.
larmente importanti sono: Die Estrangefo. e l'indicazione di pagina e linea.
fragmente von Turfan, edito da F. W. K. MOL-
Mµ1tw xù. (A. Oepke) (IV,22) 68

dato a lottare con la tenebra ... e rivele- ti, che dalla luce naturale si estendono
rà loro il suo volto. Tutta la luce si ina- fino alle più sottili ramificazioni dell'e-
bisserà in lui. Essi entreranno nel .-aµt-
sperienza religiosa e morale. Non è qui
E~O\I e ne usciranno in glol'ia ... Un re in
ambedue i l'egni: il re degli eoni della il caso di tener dietro a tutta questa
luce, cioè il Padre, il signore della luce... dovizia (~ cpwc;). Ma, nonostante l'im-
il re del nuovo eone è invece l'uomo pri- portanza preponderante della luce nel
mordiale» (ibid.4r ,r 3 ss. ). Si cerca, d'al-
tra parte, di distinguel'e la luce intelligi- pensiero dell'A.T., sarebbe errato con-
bile e il suo riflesso materiale, cioè la lu- siderare la religione veterotestamenta-
ce che si può percepire coi sensi. Tito di ria addirittura come religione della lu-
Bosra, contra Manichaeos r,23, (ed. P.
de Lagarde [r859] p. r4,4ss.) dice: ce. Fra essa e le religioni della luce del-
1tEoU µlv Èa"tt qiwc; CX.ÙTthl't'Ò\I OfJµtoup- l'Oriente ariano, fino ai tempi più re-
y'l'}µtx., m'.J.-Òc; OÈ cpwc; 8.v E~TJ. VO'l"J't'6V, centi, è difficile trovare dei rapporti ve-
OU%
l
CX.tO-u
'
lj't' ò\I ••. CX.\J't'OV
a.,. • ' 'tOV ' vEov,
!\. ' "
00'1tEp
Èc"d voEpÒv qiwc; .•• , «la luce di Dio è pro- ramente consistenti, sia dal punto di vi-
dotto sensibile, ma Dio sarebbe luce in- sta storico che da quello del contenuto
tellettuale, non sensibile, ... Dio che è oggettivo (~ n. r8). Mentre infatti in
luce d'intelletto». Ma Agostino rimpro-
vera giustamente ai manichei di concepi- tali religioni la luce è divinizzata, nel-
re pur sempre la luce come qualcosa di 1'A.T. il soggetto in senso stretto è sem-
sensibile: lumen cogitare non potestis, pre il Dio vivente.
nisi .quale videre consuestis (Faust. 20,
7). Si immaginava la luce come un cor- Già sotto l'aspetto linguistico risul-
po umano esteso attraverso l'intera crea- ta chiara l'alterità fra Dio e ogni luce
zione (~ v, coll. u36 s.), con dodici creata. Degli equivalenti ebraici di Àaµ-
membra, corrispondenti ai dodici segni 1tEtv (~iif;ap, ziihar, niigap) nessuno è
dello zodiaco. usato intransitivamente per Jahvé; l'ul-
Nel mandeismo il mito della luce è timo solo come transitivo in forma hif'll
trattato in forma del tutto sensibile. (Ps.18,29; 2 Sam.22,29). In quest'ulti-
Particolarmente usato come appellativo mo passo J ahvé stesso è designato co-
è il termine ' splendore'. Si parla persi- me lampada del poeta; ma proprio que-
no dell'odore dello splendore (Lidzbar- sto, a parte l'accento fortemente spiri-
ski, Ginza R. m 69 [p. 66,9]). Il 'pri- tualizzato, ne manifesta l'aspetto attivo .
• mo splendore' ammonisce cosl il figlio Per quanto stretto possa essere, il rap-
(ibid. R. x1, 250 [p. 252,rr ss.] ): «Ve- porto della divinità con la luce è pur
stile di splendore, coprile di luce e fal- sempre quello del creatore con la cosa
le vivere in una veste di fuoco vivo, le creata. Nel formare il mondo, Dio crea
tre Utrie che penetrano dal di fuori, per prima cosa la luce (Gen.r,>); si av-
per far sentire il richiamo della 'vita'». volge di luce come in un manto (Ps.
Quella che cosl si espdme è una fanta- 104,2); il cielo stellato è lo splendore
sia sttavagante e sfrenata. della sua gloria (ls.40,12.26; Am.5,8 ;
Ps.8,4; r9,2; 147,4; Iob 9,7 ss. e pas-
2. 'Splendere' nell'Antico Testam ento sim); per lui brillano le stelle (Bar. 3,
Nella pietà veterotestamentaria la lu- 34 S.: ..... ,J, ~ ' ,
E11,1X.µ'l'CX.\I... "t~ 1t0~1')CTCX.Vn !X.\J-
"tOVç); egli risplende anche nelle cose
ce ricorre in una quantità di riferimen- terrificanti della terra; persino l'orribi-
M.µ:1tw WtÀ. (A Oepke)

le coccodrillo è un segno della nascosta Ma sul Sinai è il popolo stesso che


grandezza di colui che l'ha fatto. In lob scorge con terrore, in mezzo al fumo e
4r,Io ss. questo essere numinoso è de- al clangore della tromba, 'tW; Àocµmi-
scritto con le espressioni della teologia oa.c; (Ex.20,r8; cfr. Deut.4,24). La glo-
della luce: cpÉyyoc;, Àa.µrcaoec; xa.LoµE- ria del Signore del cielo (kebOd jhwh,
va.t, ÈoXapat rcup6c; (scintille di fuo- oé!;a. xuplou, -7 o6!;a.) è più volte de-
co), rcup à.vi}pcbcwv, cpM!;. In Nah.2,5 i scritta come fuoco fiammeggiante (Ex.
vincitori di Ninive appaiono terribili 24,17; Lev.9,23 s.; Num.16,35). Cosl
wc; ÀaµrccXOEç rcupòc; xai wc; IÌCT'tpamxl essa appare ai profeti (fa;.1,r3: otjltc;
ota..'tpÉxouO"oct, «come lampade di fuo- Àa.µmiowv, 27 ). Gli dèi pagani invece
co e carboni filanti»; è Jahvé che li non risplendono, afferma ep. Ier.66. In
manda. Egli suscita anche una luce più nessun passo però si dice che penetri
pacifica. Parlando dei principi di Geru- negli uomini la luce divina intesa come
salemme nei tempi felici si dice che sostanza. L'abisso fra la maestà di Dio
n.aµ.tf11x.v urcÈp yaÀa (Lam.4,7, nei e l'uomo mortale e peccatore è troppo
LXX inteso erroneamente come detto grande. Anzi, la semplice vista della
dei nazirei). Ma lo splendore degli uo- gloria di Dio porta generalmente morte
mini ha senso e sussiste solo come sem- e rovina. Persino i serafini si velano la
plice riflesso dello splendore di Dio. faccia davanti a lui. Soltanto pochi elet-
Siamo da capo! Tuttavia nel futuro ti hanno la grazia di sostenere, senza
tempo messianico Jahvé renderà i capi morirne, la presenza splendente di Jah-
di Giuda come un tizzone infocato in vé (Is.6,r.2.5; Ex.24,rn s.); egli si dà
. una catasta di legna xa.l W-c; Àaµrcaoa a conoscere a chi vuole. Il fulgore del-
rcupòç f..v xa.Àaµu (Zach.I2,6). Elia, il la sua gloria splende - non è chiaro se
campione di Dio, aveva, nel senso mi- annientatore o amico (-7 v, coll. 71)
gliore, spirito battagliero e ardore di - sul volto del mediatore del patto (Ex.
Lotta; era come un fuoco, e la sua pa- 34, 33 ss.). Jahvé fa risplendere il suo
rola ardeva come fiaccola (Ecclus 48,1). volto innanzi al popolo sul quale è
Il messaggero celeste di Jahvé appare invocata la sua benedizione (Num.6 ,2 5 ).
in una fiamma di fuoco (Ex.3,2). In e- Il profeta vive in anticipo, come in una
poche più recenti ci si raffigura la fac- visione estatica, il giorno in cui agli oc-
cia di un angelo a guisa di folgore e i chi del popolo che cammina nelle tene-
suoi occhi come fiaccole ardenti (wO"d bre splenderà la luce del giorno della sal-
ÀaµrcaoEc; rcup6c;, Dan.rn,6; cfr. la de- vezza (Is.9,1, LXX : qiwc, M.µ~Et Èq>' v-
scrizione dell'angelo della risurrezione o
µ&c,; 4,2 : ÉmÀaµ.~Et ~Eòc, f.v ~ouÀ.ii
in Mt.28,3). Lo stesso Dio dell'allean- µe't'à. o6!;ric; [i LXX qui hanno attribuito
za si manifesa in analoghe forme lumi- al testo originale la loro propria teologia
nose, piene di maestà, senza che tutta- de11a luce]; dr. Is.60,1 ss.; 62 ,1 ). Jahvé
via la sua essenza si esaurisca in que- è la fonte della vita; nella sua luce i suoi
sto e vi si riveli appieno. In occasione vedono la luce (Ps.36,10; si noti il nes-
del patto stretto con Abramo (Gen .r5, so vita-luce). Gli empi passano, ma al.
17) appaiono Àix.µ-rc&.oec, 1tup6c,, che òooL 'tWV otxa.lwv oµolwc; cpw'tt Àaµ-
passano in mezzo alle parti degli ani- 1touow, «le vie dei giusti risplendono
mali sacrificati. Nella nube di fuoco che come luce» (Prov. 4, 18). Inni di lo-
splende nella notte (Ex.r3,2I) e atter- de esaltano l'avvicinarsi del tempo in
risce i nemici (Ex.I4,24) Dio accompa- cui la luce di Jahvé splenderà davanti
gna il suo popolo attraverso il deserto a tutto il mondo e a tutti gli uomini
(-7 col. 57) . (Tob 13, 13 [cod. SJ: q>wç Àa.µrcpòv
7I (IV,23) À.ri.µ1tW X't'À.. (A. Oepke)

À.riµ\)JEL). Al momento della risurrezio- !ude invece a Israele e alle sue preroga-
ne - e in questa prospettiva si conclu- tive. Esse sono in un certo senso mate-
de la tarda pietà veterotestamentaria - rializzate nelle lampade del tempio. Dio
i giusti risplenderanno nella gloria cli non ha bisogno che gli si mettano davan-
Jahvé: xai ot O"U\ILÉ\l't'E<; À.aµ\fJOU(n'V Wç ti delle luci (Num. r.15 su 8,2, all'inizio,
1} À.aµTipéu1c; 't'oli <r't'EpEwµa't'oc; (Dan. Strack-Billerbeck III 717 ). Ma egli dà a
12,3, Teodoz.). Israele l'occasione di acquistarsi un me-
rito mantenendo accesa con premura la
3. Il giudaismo luce, e mediante le fiamme del candela-
Le rappresentazioni tradizionali della bro a sette bracci - già prefigurate nel-
gloria luminosa di Dio continuano ad la creazione della luce e degli astri -
aver corso nel giudaismo e vengono, in vuol ricordare a Israele di risplendere
davanti a lui. Come l'olio (oppure la
parte ad opera di influssi sincretistici, colomba di Noè, in Cant. r. su r ,r 5) dà
ulteriormente sviluppate su un piano luce al mondo, cosl Israele è la luce del
fantastico, sia dal lato cosmico 24 che da mondo (Cant. r. su r ,3) 26 • Gerusalem-
me è la luce del mondo; in modo spe-
quello trascendente 25 • Il giudaismo si ciale lo è il tempio, le cui finestre era-
è molto occupato, e spesso intendendo- no strette all'interno e larghe all'ester-
la in senso spirituale, della luce divina no, perché la luce potesse riversarsi
fuori, ma non penetrare dentro (Pesk.
che risplende nel mondo.
2 r ). La Torà e la sua conoscenza è la
La sektnd è rappresentata come ful- luce del mondo. Baba ben Butà diceva ·
gore luminoso. Essa brilla davanti ai a Erode, quando questi aveva ucciso i
beati del grado più alto ma, come rabbini: Hai spento la luce del mondo
molti intendono, dietro un velo. La (B.B.b. 4 a). Rabbi Johanan ben Zakkai
luce che irraggia da essa (:dw) è nutri- (circa 1'80 ), al momento della morte fu
mento degli angeli. Attraverso tutta salutato dai suoi scolari come «lampa-
una serie di mediazioni la luce di Dio da del mondo» (ner 'òliim; Ab. R. Nat.
brilla nel mondo. Adamo fu la lampa- 25; cfr. Ber.b. 28 b: nr ifr'l). Con que-
da (nér) del mondo (;. Shabb.5 b, r. 46, sto si vuol dire, prima di tutto, che ave-
Strack-Billerbeck I 237). In questi con- va avuto una straordinaria conoscenza
testi, del Messia si tratta piuttosto di della Torà, e poi che l'aveva scrupolo-
rado. Ad esempio, in test.L. r8,4 : «Que- samente osservata. In test. B. 5,3 si af-
sti splenderà come sole sulla terra e cac- ferma: «Quando la luce delle buone o-
cerà dalla terra ogni ombra e ci sarà pace pere è presente nell'animo, il buio si ri-
su tutta la terra». Il più delle volte si al- tira davanti ad essa» v. Sulle visioni lu-

24 Soprattutto nei libri di Henoc. Particolari in (l932) 33 ss. Due candelabri a sette bracci, pe-
BoussET-GRESSMAN 497 ss. rò, almeno per il periodo bizantino, vengono
25 Sul mondo celeste della luce si vedano pnl'- menzionati come suppellettile di una sinagoga
ticolari in WEDI!R x62 ss. (Iscrizione di Side: JHS 28, l [x908] 19.5•
ScHORER m 4 22). L'offerta di lampade era u-
26 L'iclea avrebbe un risalto ancor maggiore,
suale (STRACK-BILI.ERBP.CK IV 140).
se fosse vero che la rappresentazione della
lampada a. sette bracci, corrente nel giudaismo,
aveva solo un significato simbolico. Cfr. K. H. 21 STRACK-BILLERBECK I 237, a Mt.5,14. Cfr.
RENGSTORF, Zu den Fresken in der iiid. Kata- anche p. 239 s., a Mt . .:;,16, con esempi di par-
kombe der Villa Torlonia in Rom: ZNW, 31 ticolare probità.
73 (rv,24) À.<Iµ1tw X'tÀ.. (A. Oepke) (rv,24) 74

minose nei rabbini,~ III, col. 340. La C. À.&.µm::w X'tÀ.. NEL N. T.


luce di Dio apparirà un giorno visibile
ai suoi fedeli. Nel mondo avvenire i r. Premesse generali
volti dei giusti, specialmente di quelli
che per amore della Torà hanno lascia- I presupposti neotestamentari colli-
to diventare scuri i loro volti, splende- mano in un primo tempo con quelli
ranno come il sole. In 4 Esdr. 7 197 si dell'A.T. e del giudaismo. Più tardi si
legge che la sesta (gioia dei giusti nel-
l'ora della morte) è questa: viene loro fa considerevole l'influsso della religio-
mostrato che il loto volto un giorno ne ellenistica della luce, senza tuttavia
splenderà a guisa di sole. Parallelamen- che si possa provare che ci si serve dei
te in Hen. aeth. 5r,5: tutti diventeran- vocaboli che stiamo studiando (~ cpwç,
no angeli in cielo. Il loro volto splende-
rà di gioia 2!. [Ém]q>a.l\lw, ÉmcplivEL~). Le rappresen-
In Filone il semplice À.aµmw man- tazioni tradizionali conservano il loro
ca. Si trovano parecchi composti. Ma valore caratteristico, pur attraverso il
l'importante è che sono presenti le idee.
L'uomo naturale non può fissare la lu- contenuto specifico del N.T.
ce di Dio (Deus imm.7B). Filone para- n mondo ultraterreno viene pensato
gona la creazione del \lou<;, il risplende- anche nel N.T. come un mondo che ir-
re della conoscenza divina nello spirito
umano, alla creazione della luce e del radia luce. Particolarmente significative
sole e allo spuntare del sole (som.r,72 sono a questo proposito le figure del-
ss.; praem. poen.25; migr.Abr.39; plani. 1'Apocalisse: ~ À.U;(\lta., Mxvoç, À.Eu-
40); specialmente a questo sorgere del-
la luce è paragonato l'inizio dell'estasi,
x6c;, 1tup, ·~À.toc;. Simili rappresentazio-
come in rer. div. haer. 264: éha.v µlv ni di immediata evidenza sono da pre-
ycì.p cpwç 't'Ò iMov È1tLÀ.ciµ4'u. ouE-ra.L supporre anche negli altri autori del N.
'tÒ àv~pwmvo\I, «quando brilla la luce
T., meno di tutti, forse, in Paolo. La
divina, quella umana tramonta». In ebr.
44: émÀ.aµl}iacra. ycX.p ii -.ou o\1-.o"., ~m­ luce di Dio è immutabile (Iac. r ,r7) e
cr.-1)µ-q 'lta\l'tO. 'ltEpLO.U'YaSEL, «infatti Ja per sé inaccessibile (r Tim. 6 116). Ma
luce dell'essere, brillando, illumina ogni essa entra in relazione con gli uomini.
cosa». Si confronti la confessione degli
empi in Sap. 5,6: -.ò 'ti\<; 8txa.tocruvric; Illuminato e illuminante, il mondo di
cpwç ovx È7tÉÀ.a.µljJEv iiµi:\I xa.t ò i}À.toc; lassù interviene nel mondo di quaggiù,
oùx &.\IÉ't'ELÀ.E\I 1}µt\I, «la luce della giu- sia come apparizione di luce che come
stizia a noi non brillò, né su di noi sorse
forza che prodiga conoscenza, vita e
il sole». Questo stretto rapporto fra lu-
ce e conoscenza è ellenistico. rinnovamento morale. Di contro sta la

23 Più ampia documentazione in STRACK-BIL· sviluppo embrionale (variazione del motivo


LERBECK 1 673 s. per Mt.r3 ,43; 752 per Mt. rabbinico che l'anima è un corpo luminoso)
q ,2. Cfr. H.GUNimL, in Die Apokryphen rmd dr. R. MEYER, Helleflistisches ili der Rabb.
Psc11depigraphe11 des AJten Testaments, editi A11thropologic = BWANT IV 22 (r937) s. v.
da KAUTZSCH (r92r) per 4 Esdr.7,97. Sulla lu- 'L'.chtmotiv'.
ce che splende all'uomo nello stadio del suo
75 (IV,24) ì..r1.µn:w x-cÀ. (A. Oepke)

tenebra (~ cpwc;, O"Xo'toc;). La novità falsa familiarità. Qui parla il Padre di


consiste nel legame che la luce ha con Gesù Cristo.
la persona storica di Gesù (particolar- b) Come caratteristica del Messia.
mente in Giovanni). Egli verrà in gloria e potenza, e la sua
maestà apparirà contemporaneamente a
2. L'uso teologico dei vocaboli
tutti gli uomini, a guisa di folgore. Ve-
À.aµm:w e i suoi composti sono usa- dasi Lc.17,24: WO''TCEp yàp 1i M'tpoc'lti}
ti a) per indicare l'apparire di messag- ~<r-çpait-coua-a. Èx 'tfj<; imò -còv oùpocvòv
geri del mondo ultraterreno. In Act. Ei.<; 'tTJV im' ovpavòv À.aµ'TCEL, o\hwç EO'-
12,7, quando Pietro vien liberato dalla 'tOCL o utòç 'tOU à.vi}pW'TCOU ÈV "t'TI 1}µÈprf
prigione: cpwc; ~À.aµtjJEv f.v -c0 olx1)µa- OCÙ"tOU, « ... come il lampo, guizzando,
'tL, Vulg.: lumen refulsit in habitaculcl9. brilla da un capo all'altro del cielo, co-
Anche nel vangelo della natività, in Le. sl sarà il Figlio dell'uomo nel suo gior-
2,9: 56ça xuplou itEptÉÀ.aµtjJEv av-couç, no». La trasfigurazione intende descri-
«la gloria del Signore li avvolse di vere una momentanea anticipazione del-
splendore». In mezzo a uno splendore la gloria messianica nella vita terrena
che incute spavento risuona la voce: di Gesù. Cosl in Mt.17,2: xa.t EÀ.a.µ-
«Non temete; ecco, vi annuncio una o/Ev 'tÒ 7tpOO"W7tOV al'.i't"OU wç Ò i)ALOc;,,
grande gioia!». Siamo lungi tanto dalla «e il suo volto brillò come il sole» (e-
mistica ellenistica quanto dal concetto spressione propria di Matteo) 30. Cristo
giudaico di un Dio lontano o da una risorto appare a Paolo in una luce, che

29 Cod. D: È7tÉÀaµ1Jm1 -céi> olxi)µu..-c~. do si vuol fare qualche cosa di più solenne, la
30 HARNACK 62 ss. pensa che si tratti qui di celebrazione misterica attribuisce al nuovo
un fenomeno estatico, storicamente accaduto a dio (a differenza degli iniziati più antichi; v.
Pietro che era un temperamento incline n tali Apul., met.u,9), una veste colorata, dipinta
suggestioni; e su questa base sarebbe da inter· artisticamente (Apul., met.u,24: floride de.
pretare anche I Cor.15,5. Dello stesso parere pie/a veste... colore vario circtmmotatis... ani·
è anche F. HAUCK nel commentario a Marco malibus, «veste dipinta a fiori, con raffigura·
ad l., senza però quest'ultima illazione. Con- zicni di animali variopinti))). La veste splen-
trario, invece, è E .LOHMEYER: ZNW 21 (1922) dente di luce è piuttosto di tipo orientale. Nel
185 ss., che, a motivo della pletoricità del rac- culto di Mitra il dio porta una veste bianca
conto, pensa a una leggenda. Di Mc.9,3 {contro circonfusa di luce (PREISENDANZ, Zaub. IV 696
il Lohmeyer) è difficile sbarazzarsi, perché ac· ss.). La veste bianca dei mandei è un riflesso
canto ai due personaggi dell'A.T. (che app3io- della veste ultraterrena degli angeli e di Mani
no in sembiante sovrumano?) Gesù nella sua (LIDZBARSKI, Ginza R. I 25 [p. 26,30 ss.]; Il
corporeità terrena sarebbe apparso miserabile, 1,47 [p.44,3oss.]; L. II 15,58 [p.481,241;
mentre lo scopo del racconto, anche secondo ibid. [p. 482, 6 s.]). Nell'inno dcll' anima di
il Lohmeyer, è di glorificare Gesù come Mes- act.Thom.108, i vari colori sono soltanto una
sia. Non è esatto far derivare la veste lumi- rappresentazione iconografica (ibid. II 2 p.223,
nosa degli esseri celesti dai misteri ellenistici. 7: Àaµ7tpO't'T]ç, ibìd. p. 223,2 e passim: cpwç,
La Àaµn:p&. É~i)ç, «veste splendente», dei ibid. p. 224 112: cpÉyyoç). Matteo e Luca han-
Greci è bianca in segno di pure-.tza. Quan- no giustamente riferito il µE"tEµopq>wt>11 di
77 (1v,25) ÀcX.µ1tw x-.À.. (A.. Oepke) (1v,26) 78

in pieno meriggio supera lo splendore compagna l'atto creativo in Gen. r, 3


del sole e getta a terra tutti coloro che (cfr. Philo, som. r, 7 5 ) viene modificata
in base a ls.9,I oppure a 2 Sam.22,29.
la vedono, in Act.26,I 3: l)µÉpcx.ç µÉ- Come À.6:µ\jle~, anche EÀ.cx.µtJ!Ev dev'es-
O'"YJç xa:tà. -.i}v òoòv Eloov, ~a.<TtÀ.Eu, sere inteso con valore intransitivo, tan-
oupav6ìl'EV V'ltÈp 'tTJV À.aµ7tp6·nrccx. 'tOV to più che tale valore è più frequente
(--7 col. 57) e manca un oggetto. Con-
'i]À.lou 7tEptÀ.ciµtJicx.v µE cpwc;, «verso il forme al principio che l'inizio e la fi-
mezzogiorno, durante il cammino, io ne dei tempi si corrispondono, alla pri-
vidi, o re, dal cielo una luce più splen- ma creazione della luce ne segue una
dente del sole rifulgente intorno a seconda: e non nel senso di un fatto
esclusivamente interiore, ma di una ve-
me» 31. ra seconda creazione cosmica 35 • Perciò
c) Indica il manifestarsi dell'evento anche tv, come spesso accade, sta al
salvifico cristiano; 2 Cor.4,6: O't'L ò t}Eòc; posto di Elç (-7III, coll. 279ss.) e indi-
ca non il luogo ove la luce sorge, ma
ò El7twv· ex crxo't'ouc; cpwc; À.d:µIJ;Et32, 8c;13 lo scopo per cui essa appare. cpw·rnrµér;,
i!À.aµqiEv f.v -.cx.i:c; xapolcx.tç i}µwv 7tpòç come al v. 4, non è transitivo ('illumi-
<pW'\tO'µÒ\I -.-ijç y\IW<J'EWç -.ijç 06~'r}c; 'tOU nazione'), ma intransitivo ('il risplen-
dere'). -.fjc; yvwcrEwc; è genitivo sogget·
i>Eov 34 f.v 7tpocrwm~ Xptcr-.ou, «poiché tivo, -.fjc; o6çtJç genitivo oggettivo. La
Iddio che allora disse: Dalle tenebre conoscenza della gloria di Dio, che in
brilli la luce, è colui che ha brillato nei un primo tempo risplende nei cuori,
deve poi rifulgere anche nel mondo me-
nostri cuori per far risplendere {conse- diante la predicazione, come si deduce
guenza intenzionale) la conoscenza della dal v. 5.
gloria di Dio sul volto di Cristo». Paolo richiama la mistica ellenistica,
Poiché né ò t}E6c; (diversamente dal in quanto pone sullo stesso piano Dio,
t}E6ç senza articolo di 2 Cor.5 ,5 e forse luce e conoscenza salvifica; ma se ne
di I,2I) né ò eL7tW\I possono essere no- discosta, poiché non pensa a una unio
me del predicato, il predicato non può
essere che ìfì..aµIJ!ev, benché ne risulti mystica e a un lumen internum, ma pri-
un anacoluto con oc;. La parola che ac- ma di tutto al fatto salvifico storico e

Marco alla trasfigurazìonc corporea. Questo paralleli ellenistici si veda F. SMENn, Angelos
primo elemento, al quale si aggiunge come se- I (r925 ) 35 s.; H. WrNDISCH: ZNW 3r (1932)
condo il mutamento che inte1viene nelle vesti, I SS.
non manca cosl neanche in Marco. La confer- 32 ),c};µl}im C~G, pllat Marciane, Orig.; -\jlr~
ma del ciclo al riconoscimento di Gesù come BS* AD* Cl. Al. syr. copt.
Messia «è qualcosa che balena davanti agli oc-
33 Manca in D *G 8r it. Marcione, Chrys.
chi, non che si conosca per via di ragionamen-
to» (F. HAucK, Das Evangelium nach Markus 34 Codd.C*D*G it Marcione: av'tov.
(1931) ad l.). 35 Questo sembrerebbe escludere che Paolo
31 Secondo E. HrRSCH: ZNW 28 (1929) 305 pensi solo all'avvenimento di Damasco. Si trat·
ss., il racconto di Act.26 dovette rifarsi a una ta di un'esperienza di tutti i credenti, di tutti
narrazione dello stesso Paolo, il che però può gli apostoli; davanti a Damasco, essa prese
anche non riferirsi a tutti i particolari. Per i Paolo nel suo cerchio d 'azione.
79. (1v,26) Mµnw x-;).. (A. Oepke) (1v,:z6) 80

alla conoscenza che è storicamente le- che ai LXX. Anche al N.T. non è igno-
gata a esso. Questa conoscenza viene ta l'eguaglianza dei credenti, dopo mor-
poi naturalmente assimilata nell'intimo te, con le stelle e gli angeli. Per paral-
per intervento di Dio ai fini della pro- leli nel giudaismo ~ col. 7 3.
pagazione missionaria. L'uso teologico di À.aµnoc<; è parti-
colare all'Apocalisse. In Apoc. 4,5, in
d) Caratterizza la condotta dei seguaci
una descrizione del trono di Dio, dopo
di Gesù; Mt.5,15 s.: ~ ..xaL À.aµ.1m ·mX.-
aver menzionato lampi e tuoni, si dice:
ow 'to~c; Èv 'tTI ci.xl~· ou't'wc; lci.µq,a'tw
xat È.'Jt'tà À.a.µ.mi8Ec; 7tUpÒ<; xa~éµEVUL
'tÒ qiwc; vµWv ~µ-içpocrlJe'\I 'tWV à.vi}pw-
É\IW'ltLOV 'tOV i)p6vou, & d<TL"V 'tà. ~'Jt'ttX
nwv, «e risplende per tutti quelli che so-
mieuµa:m 'tou i>Eou, «e sette lampade
no in casa. Cosl risplenda la vostra luce
accese ardono davanti al trono: sono i
davanti agli uomini». L'espressione po-
sette spiriti di Dio».
trebbe essere suggerita dal paragone del
v. 15 e andrebbe intesa in un senso im- L'espressione è di tipo veterotesta·
manente puramene etico. Ma se si con- mentario (per À.aµ1tOCOEç TCup6c; cfr.
sidera il vocabolo nel suo ambiente Gen.15,17; Nah.2,5; Dan.10,6; I Mach.
6,39, per À.aµ·mioEç xa.16µ.evaL Iob4r,
giudaico (~ coli. 71 s.) e nel contesto II). Anche le lampade nelle visioni
neotestamentario (di 13. 14a. l6h, cfr. (Zach.4,2) e presso il trono di Jahvé
anche Jo.8,12), appare chiaro che an- (Ez.1,13) sono tradizionali. Originale è
il numero di sette e il riferimento agli
che qui ciò che sta alla base è il rap- spiriti 36 • Quest'ultimo è preparato da
porto di Dio col mondo. Per dar gloria asserzioni quali si trovano nel tJi 1 03,
a Dio, i seguaci di Gesù devono far ri- 4: o 1tOtW\I 'toÙç à.yyÉÀ.ovc; CX.Ù'toV
nw.uµa.'ta xat -rovi; À.Et'toupyoùc; a.ù-
splendere la luce, che per tramite suo
'tou nvp <pÀ.Éyov 37, «colui che trasforma
hanno ricevuto dal Padre celeste. i suoi messaggeri in spiriti, in fiamme di
e) Caratterizza i credenti nella condi- fuoco i suoi ministri», e in Bar.syr.21,6:
«Gli innumerevoli esseri sacri che tu hai
zione escatologica. Mt. 13,43: ol 8lxa.L-
creato dall'eternità, di fiamma e di fuo-
OL ÉxÀ.aµ~ovow wc; ò i1À.ioc; ÈV 'tTI Pa- co, che stanno intorno al tuo trono». Il
CTLÀElrz, 't'OU 7ta'tpòç a.ircwv, «i giusti numero di sette (~ nr, col. 823, cfr.
splenderanno come il sole nel regno del Apoc.r,4) fa pensare a un rapporto con
gli spiriti dei sette pianeti dell'astrono-
loro Padre», è una citazione di Dan.12, mia antica 38 • Ma qui il rapporto è or-
3, in un testo più vicino a Teodozione mai cosl sbiadito, che il numero sette

36 È ingiustificato sopprimere la frase come pente i suoi ministri.


glossa di un redattore (F. Spitta, J. Weiss, J. 38 Sugli altari di Mitra i pianeti sono rappre-
Wellhausen). sentati da sette altari fiammeggianti. F. Cu-
MONT, Textes et Mo11uments figurés relatifs
37 Il testo ebraico sembra da intendere, coi aux Mystères de Mithra (1896 ss.) r u5, 11
rabbini, al contrario, nel senso che Jahvé fa 232 e passim. Filone e Flavio Giuseppe met-
dei venti i suoi messaggeri e dcl fuoco dirom· tono in relazione il candelabro a sette bracci
À<i(.1.'ltW X't'À.. (A. Oepke)

piuttosto rappresenta simbolicamente la Sui diversi significati, prima di tutto


totalità divina. Non si tratta dello Spi- in rapporto a 2,28, ~r, coll. I341 s. Co-
rito Santo nel significato neotestamen- me passi paralleli sono da registrare Ec-
tario; le parole non vanno oltre il loro clus 50,6; test.L.18,3; test.fod. 24,1; 2
senso naturale. Petr.1,19. L'uso dell'immagine corren-
In Apoc. 8, 10, allo squillar della te nel linguaggio profetico non è affat-
to univoca, ma qui allude di certo al
tromba del terzo angelo ~'ltE.cTEV Èx 'tOV Messia che viene nella sua gloria, ap-
ovpcx.voiJ Wr'tlJP µÉyw; XCX.t6µEvoi; wç portatore di un giorno nuovo per il
À.a.µmiç, «cadde dal cielo una stella mondo. L'aggettivo, del tutto compren-
sibile già in sé come epiteto di una
grande, ardente come lampada». stella, sottolinea la gloria divina del
Si tratta di un vero astro, non di una veniente.
semplice meteora. Per il confronto del- Apoc.22,r a proposito dell'angelo in-
l'astro con la .fiaccola~ col. 65 . Quan-
terprete dice: xa.t s8a~;Év µo~ 7tO'ta.µò\I
do cade, ardente come una fiamma e
sprigionando scintille, l'astro si dissol- Uoa-.oi; swflç À.aµ.7tpÒV wç xpocr-.a.À.À.ov,
ve e rende le acque necessarie alla vita ÉX1tOpEV6µtvov Èx 'tOU ~p6vou 'tOU ~EOU
per una terza patte inutilizzabili. L'in- xcx.i 'tOV àpvlov, «poi mi mostrò un fiu-
teresse sta non nella caduta della stel-
la in sé, ma in ciò che ne consegue co- me di acqua viva scintillante come cri-
me sciagura escatologica. Il passo di Is. stallo, che scaturiva dal trono di Dio e
J4,12 non ba niente a che fare con que- dell'Agnello».
sto quadro; quanto a Is.34,4; Apoc.6,
13 e Bundahish (SBE v) xxx 18.31 (pre- Su Àcx.µ7tp6ç come epiteto dell'acqua
cipitare della stella Gòkihar come ini- ~ coll. 54 s. La chiarezza ultraterrena
zio della fine del mondo), sono solo dell'acqua è qui sottolineata in modo
lontani paralleli. particolare, perché si tratta del fiume
À.aµ7Cp6i; ha anch'esso, nella sua ac- celeste del paradiso 39•
cezione teologica, un carattere escatolo- I passi che ancora rimangono tratta-
gico e si trova esclusivamene nell'Apo- no delle vesti celesti. In Act.10,30 Cor-
calisse. Il passo più difficile è Apoc.22, nelio descrive l'angelo che gli è appar-
I 6: Èyw ELµ~ Ti plsa. xat 't'Ò yÉvoi; Aa.- so come un uomo Év fom\·n À.a.µ1tp/l.,
o o o
ulo, à<T't"DP À.«µ:npòç ?tpw'tv6ç, «io «in fulgida veste». In Apoc.15,6 gli an-
sono la radice e la discendenza di Da- geli delle ultime sette piaghe escono
vid, la stella fulgida del mattino». dal tempio, ÈvoeovµÉvot Àlvov 40 xa.~a.-

coi pianeti -+ l, col. r 340. Per i dominatori e da vari codici della Vulg., è certamente un
della volta celeste come spiriti personificati, vecchio errore di trascrizione, al quale non può
cfr. ad es. PREISENDANZ, Za11b. IV 694 ss. essere estraneo Ezech.28,13. )..lvov (codd.Sst'P
syr), al posto del consueto ~vcraoç, è strano
39 Gen.2,rn ss. Per la localizzazione terrestre nell'Apocalisse. Vesti di lino erano prescritte
dei fiumi del paradiso nella tradizione eccle- neì culti di Andania, Lebadca e altrove (~
siastica, cfr. J. ZELLINGER, Bad u11d Biider in WXCHTER 19), ma anche per i sacerdoti di
der altchristl. Kirche ( 1928) n4 s. Israele (v. Ex. 28,42 e passim; ScHURER, rr
40 M~ov, nonostante sia attestato dai codd.AC 338).
Mµ1tw xù. (A. Oepke) (1v,28) 84

pòv À.a.µrcpÒ\I xa.t TCEPLEswcrµÉvot m:pt Tuttavia esso talvolta compare (8, 3;
-cà CT't1jih} swvcu; XflUCTCi<;, «vestiti di 13,14; 14,13; 19,14; 20,3.5; 21,12), e
il passo 7,14 testimonierebbe a favore
lino puro, splendente, e cinti il petto di del nostro emistichio. Le opere, poi, so-
fasce d'oro». In 19,8, della sposa del- no anche altrove messe in valore, an-
l'Agnello, cioè della comunità della pa- che se non lo sono nel senso della giu-
stificazione mediante le opere ( 14,13;
rusia si dice che Éo6ih1 a.u-ci} l:va. TCEpt-
13,10). Per l'origine del bianco come
~6:.À.71Ta.L ~UO"CTL\10\1 À.cx.µTCpÒv xa.i}cx.p6v · colore delle vesti del cielo ~ n. 30.
't'Ò yàp ~UCTO"L\10\1
'tà OtXCt.tWµrJ.'t'(X. 't'W\I
ù:ylwv Éct-.lv, «e le fu dato di vestirsi D. LA CHIESA
d'un bisso splendido e puro; il bisso
l. l nostri vocaboli compaiono di ra-
sono le opere giuste dei santi». do nella letteratura patristica. Erma
(vis.4,r,6) usa À.aµrçw in senso proprio,
Le vesti del cielo sono indicate abi- ma in una visione: è.l;ÉÀ.cx.µ\jlav 6 i]À.Loç;
tualmente con l'aggettivo -7 À.rnx6ç (v. Ignazio (Eph.19,2) per la comparsa del
Mt.17,2 e par.; 28,3; Mc.16,5; Io.20, Messia forse in relazione con Mt.2,2 .9 s.
12; Act.r,10; Apoc.3,{ s. 18; 4,4; 6, ma con una descrizione più diffusa: à.cr-
u; 7,9.13; per il bianco come colore 't'lJP Èv oùpa.v@ eÀ.cx.µljJEv U7tÈp miv't'a<;,
del cielo si veda anche Apoc.1,14; 2, «una stella brillò più fulgida di tutte le
l7i 6,2; 14,14; l9,u.14a.b; 20,u; altre nel cielo». À.a.µ7tp6<; compare in Er-
Herm. vis.4, 3, 5 ). Àcx.µrçp6ç non corri- ma più di frequente (-7 col. 55; inoltre
sponde, come in Iac.2,2 s., a 'magnifi- in vis.1,2,2 è detto della veste della mes-
co', ma, come in Le. 23,n (~col. 55), saggera celeste; in 3,2,4 della sua ver-
a bianco, un bianco come quello del ga splendente). La chiesa primitiva si
cielo, bianco-lucente, candido (dr. Apoc. sente assolutamente in possesso di una
12, l ). Questo colore in Apoc. 19, 8 luce particolare. Alla fine del I secolo la
sta in forte contrasto con il fasto sfac- comunità di Roma rivolge la sua pre-
ciato e la rossa porpora della grande ghiera a Dio, che mediante Cristo Èxa-
meretrice di 17,4 e 18, 16. È diffi- À.ECTE\I 'fiµliç à.1tò crx6"t'OU<; dç <pwç, òmò
cile interpretare tutto il versetto come ò:yvwcrlcx.ç dç È7tlyvwcrtv 06~71ç év6µa.-
un commento del veggente 41 • Esso ap- -.oç a.v'toiJ, «ci chiamò dalle tenebre al-
partiene piuttosto all'inno di lode. In- la luce, dall'ignoranza alla conoscenza
vece le parole che seguono a chiusa («H della gloria del suo nome» (I Clem.59,
bisso sono le opere giuste dei santi») 2). Si confronti anche Ign., Phld. 2,1;
danno l'impressione di essere una glos- lust., apol.16,2.12; dial.rr3,5; 121,3 ;
sa in prosa 42 • Si può addurre a soste- l 3 l ,3. In seguito À.a.µ7tp6ç diventa qua-
gno di questa ipotesi che negll altri ca- si vocabolo tecnico nella terminologia
si (~quisopra) gli abiti bianchi indica- battesimale. Cosi della martire Chiane
no piuttosto la trasfigurazione celeste e si dice 't'o1hwv >olvuv 1J µ~'il :>w..i}a.pòv
che il verbo al singolare con un sogget- xa.t À.a.µ7tpÒv "t'OU ~ct.'lt"t'LCTµa.'t'oç cpuÀ.&.'t'-
to neutro plurale, secondo l'uso attico, "t'OVCTa, «serbò fede alla purezza e alla
si trova molto di rado nell'Apocalisse. luce del battesimo»43 • Candor è equiva-

4l W.HADORN, Konm1entar z. Apokalypse, ad l. Contra: 1-IADORN, Apk.


42 Cosl, nei commentari sull' Apocalisse di 43 R. KNOPF, Ausgewiihlte Miirtyrerakte113
]3oussET1 CHARLBS (ICC)1 LOHMEYER, ad l. (r929) 95,26.
85 (Iv,28) À&.µ'ltw x-.}... (A. Oepke) (lV,28) 86

lente di fides (altercatio Simonis Iudaei 2. L'uso di lampade nella liturgia è


et Theophili christiani vr 22, ed. A. Har- già testimoniato negli Atti degli Apo-
nack [TU r [r883] 30,r9]). stoli, ma qui non ha ancora alcun par-
La religione ellenistica della luce con- ticolare significato. Non si può stabi-
tinua I\ vivere all'interno del cristiane- lire con precisione quando invalse la
simo, soprattutto nella gnosi cristiana. consuetudine di distinguere con la lu-
Nei vangeli apocrifi si hanno apparizio- ce, indipendentemente dalle necessità
ni di luci in occasione della nascita di pratiche, alcune cerimonie religiose o
Gesù (Protoevang. Iacobi r9) e del suo alcuni momenti più importanti della li-
battesimo (Ev. Eh., fr. 6 a) 44 • In act. turgia. Comunque nel IV secolo questo
Thom.153 (cfr. 27) l'apostolo prega co- uso è già largamente diffuso; deve quin-
sl: È tempo ormai che ti affretti, o Ge- di essere incominciato in epoca ante-
sù. Guarda, i figli della tenebra metto- riore. Al suo sorgere possono aver con-
no noi nella loro tenebra. rrÌJ oùv È.v <pw- tribuito cause diverse; oltre a una ne-
-tt "t'fiç q:iucn:wç Clv xa.-&.À.a.µljlov 1}µ~. cessità puramente materiale di luce nel-
«tu dunque, che sei nella luce, illumina- le veglie notturne di preghiera e nei ri-
ci». L'esaudimento è immediato e visi- ti che si svolgevano nelle catacombe, si
bile: xa.t €1;alq:ivriç "t'Ò OEcrµw"t1]pto\I o- possono addurre l'esempio di altre re-
À.ov n.aµljJE.v wç
Ti '!̵Épa, «e improvvi- ligioni, soprattutto del giudaismo e del
samente tutta la prigione splendette co- culto di Mitra, il tradizionale simboli-
me il giorno». Si confronti anche act. smo della luce, presumibilmente anche
Ptr. Vere. 2r; Asc. Is. 8,20 ss.; 9,6: O. intenti apotropaici. Porre esclusivamen-
Sal. ro,1.6; 4r,6 e passim. Il motivo te questi ultimi in prima linea potreb-
della luce compare nel famoso inno del- be essere un errore di valutazione della
l'anima, negli Atti di Tommaso, rive- situazione storica. L'altare fu contrasse-
stito di tutto l'incanto dell'arte narrati- gnato da una gran quantità di lampade,
va orientale. (act. Thom. ro8- rr3) 45 • a piedestallo o sospese, che lo circon-
Clemente Alessandrino, gnostico cri- davano. A cominciare dal XII secolo, i
stiano, ha fatto un uso cosi largo di ta- lumi trovarono posto sull'altare stesso.
li concetti, che lo si può considerare co- La 'lampada perpetua' è menzionata
me importante fonte per la religione per la prima volta da P aolino da Nola.
ellenistica della luce 46 • Nella gnosi si Essa ha però avuto un precedente nel
mescolano più o meno elementi d'una vi- culto di Ammone. Plutarco (def. orac.
sione panteistica della natura. Ma an- 2 [II 4 r o b] ) racconta di un tale che
che la genuina pietà della chiesa non ha asseriva di aver udito dai sacerdoti di
mai dimenticato il pensiero della luce. Ammone questa singolare dichiarazione
Lo esprime con efficacia una iscrizione 1tEpL 'tOU À.UX\10\) 't'OU &.crBÉO''t'OU, «intor-
nella chiesa di San Giorgio a Zorava, no alla lampada perpetua»: che cioè
cost1uita sul posto di un altare pagano: questa lampada consumava di anno in
q:iwc; CTW't'TJp~ov it).,aµ\j!EV, 01tOV O'XO'tOt:; anno meno olio, il che dimostrava un
Èr.aÀ.V7t"t'EV, «la luce della salvezza splen- graduale accorciarsi della durata del-
dette dove regnava la tenebra» (0.G . l'anno. La chiesa riformata ha elimina-
I .S. 6 1 0,2). to l'uso liturgico dei lumi come «roba

44 Cfr. Epifanio, haer. 30,x3, H ENNECKE 45. 45 Cfr. REITZENSTEIN, Das Ira11ische Erlosrmgs-
Presso i mandei sull'acqua corrente, usata per mysterium (r92 r ) 70 ss. Le fonti mandce sono
il battesimo, si im·oca il fuoco celeste con for- qui utilizzate senza farne l'esame critico.
mule di scongiuro. 46 ~ W ETTER, indice, r83.
87 (1v,28) Àa6i; (H. Strathmann) (IV,29) 88

da papisti». La chiesa luterana ha con- ta, la tradizione ecclesiale nell'uso dei


tinuato, sebbene in forma molto ridot- lumi dell'altare.
A.OEPKE

Àa6ç

SOMMARIO: 4. senso e durata della sofferenza:


A. Àrx6ç nel greco extra-biblico: a) la sofferenza come conseguenza
r . forma dcl vocabolo; del peccato,
2. etimologia; b) la sofferenza come prova,
3. l'uso in Omero; c) la sofferenza a scopo di purificazione
4. l'uso nell'epoca postomerica. in vista dell'eone futuro;
5. il carattere eterno del popolo.
B. ').a.6ç 11ei LXX:
I. i corrispondenti ebraici;
II. Le genti:
r. in quanto lontane da Dio;
2. significato fondamentale e significato
2. la situazione di peccato delle genti:
popolare di Àtt6i; nei LXX;
a) la trasgressione del comando
3. il s.ignificato specifico nei LXX:
dato ad AdarQo,
Àa6i;='I<rpal}À.:
b) il rifiuto della Torà da parte delle genti;
a) Israele come À.ttÒç ilEou,
3. la prosperità dei pagani;
b) la natura di questa relazione,
4. la massa perditionis.
e) il fondamento di questa relazione,
III. Scelta e privilegio del popolo:
d) il carattere bilaterale della relazione,
I. l'universalismo;
e) la lotta dei profeti per renderla
2. la vittoria del particolarismo nazionale.
efficiente,
f) il profetismo come vertice della storia E. 7'.o.:6ç nel N.T.:
del tennine ).a.6i; nell'A.T. r. il vocabolo;
2. il significato popolare;
C. ).a.Oi; nel giudaismo ellenistico extra-biblico:
3. l'uso 'nazionalistico';
1. Giuseppe;
4. l'uso specifico: ).a.6ç= 'I<rpa-fi)..;
2. Filone;
5. l'uso traslato:
3. iscrizioni.
À.a.6i;=la comunità cristiana;
D. Popolo e genti negli scritti rabbinici: 6. il significato di questo traslato;
I. il popolo: 7. espressioni traslate affini.
r. proprietà di Jahvé:
a) Israele sotto il diretto dominio di Jahvé, F. }..o.:6i; nell'uso linguistico della chiesa
b) J ahvé e Israele come padre e figlio, primitiva.
c) il popolo come sposa di Jahvé,
d) gli israeliti come amici e ·fratelli Il termine Àa.oç è uno di quelli per
del loro Dio;
la cui storia i LXX sono stati di im-
2. il popolo santo;
3. il popolo come centro del mondo; portanza decisiva. Ricorre molto spes-

Àcx6i;
Cfr. STEPHANUS, Thesaums Linguae Graecae riwn et Dialccticum' (r9rn); Lessici particola•
(rist. 1954); PAssow, PAPE, L1onELL-ScoTT, i-i per ciascun autore: Aristotele (H. Boniti
CREMER-KOGEL, PREUSCHEN-BAUER, H. J. [1870]), Dione Cassio Cocceiano (U. PH.
MOULTON-G. MILLIGAN, PREISIGKE, 1Vort.; BOISSEVAIN [I93r]), Erodoto (J. SCHWEIG ·
PRELLWlTZ, Etym. Wort.; BorsACQ, s.v.; H. HA u SER [ r824]), Omero (H. EBELING r
V. HERWERDEN, Lexicon Graec11111 Stlppleto· [r885]; ed. R. J.
CUNLIPFE [1924]), Platone
'ì..®ç (H. Strathmann) (1v,30) 90

so in Omero, qualche volta in Erodoto A. À.a.éc; NEL GRECO EXTRA-BIBLICO


e più tardi nei tragici e in Aristofane; r. À.a.6c; è vocabolo di forma dorico-
invece nella prosa attica manca quasi eolica; la forma ionica suona À.1ì6c; e
del tutto 1• Nella letteratura posteriore quella attica À.Ewc;. I tragici preferisco-
no Àe:wc;, usato anche da Platone. 'A-
compare qua e là2 ; ma è innegabile che xove:..e: À.e:$, «ascoltate, o popolo», è il
la sua esistenza rimane stentata. Il vo- grido tradizionale col quale ad Atene
cabolo appartiene a un linguaggio poe- l'araldo dava inizio alle sue comunica-
zioni. Erodoto oscilla fra Àa.6c; e À.Ewc;.
tico antico e, al di fuori di questo am- Più tardi quest'cltima forma ebbe per
bito e delle opere che ne risentono l'in- gli autori un tono di arcaica solennità.
flusso, ha ben poca importanza 3 • In- Perciò Giuseppe fa incominciare cosl a
Balaam il suo responso su Israele: ò
vece nei LXX, in cui compare più di
Af:wc; oi'.i-.oc; e:ùoa.lµwv ..• , «questo popo-
duemila volte, è stato risvegliato a nuo- lo felice», mentre di solito usa Àaéc;
va vita; grazie ad essi fu come coniato (ant.4,n4).
a nuovo con un valore che è stato de- L'etimologia è incerta 4• Gli anti-
2.
terminante anche per l'uso linguistico chi connettevano il vocabolo con À.(fo:c,
del cristianesimo primitivo. A chiarifi- = pietra. Cosl già Omero e Pindaro.
Questi in Olymp.9143 ss. si richiama al
cazione di tutto questo, bisogna abboz- mito di Deucalione e Pirra. Dalle pie-
zare prima di tutto uno schizzo del suo tre che essi si gettavano dietro sorge-
uso extra-biblico. vano gli uomini, che per questo furono
chiamati À.aol. Vi allude anche Omero

(F. Ast [r835 s.]), Plucarco (D. WYTTBNBACH ni omeriche) ricorre solo due volte, e precisa-
[r843]), Polibio (J.ScttwEIGHAUSER' [r8n]), mente nella forma À.Ewc; (resp. 5 1458 d; leg. 4,
Sofocle (F. TH. ELLENDT [187oss.]), Tucidi· 707 e); in Aristotele mai. In Tucidide, Seno-
de (E. A. BÉTANT [1843/1847]), i tragici (A. fonte, Demostene il vocabolo manca; nei pre-
NAUCK (1892]). In J. H. H. SCHMIDT, Syno· socratici (ed. DIELS) c'è un solo passo con
nymik der griech. Sprache (1876 ss.) mancand 'Mx6ç (Xenophanes, fr. 2 (1 129,5, DrnLss]).
'ì..a6ç, come pure Wvoç, 6ljµoç e oxloç. Inol' 2 In Polibio si trova una volta (4,52,7); in
tre MAYSER r 24; A. TuuMB in APF 4 (1908) Plutarco due volte; Romul11s 26 (1 34 b) e
489 s.; IiARNACK, Miss. II 7; In., Die Apostel- suav. viv. Epic. 13 (II 1096 b); manca in Epit-
gesch. ( 1908) 54 s.; J. JusTER, Les Juifs danJ teto e pure in Dione Cassio; pochi passi in
l'Empire Romain 1 (1914) 414-416; N. Mi.iL· Diodoro Siculo (1,57,2; 3,45,6; 5,7,6; 5,59,5).
LER -N. B1ms, Die foschr. der iiidirchen Kata- In DITI'EN13ERGBR, Or., il vocabolo si trova
kombe am Afo11te Verde w Rom (19r9) al n. solo in due iscrizioni (90,12 e 225,8.22.34). In
r45; I Commentari a r Petr. 2, 9. L. Rosr, DITTENBERGER, Syll', oltre a un'iscrizione <li
Die Bczeich111mge11 fiir Land tmd Volk im A. Magnesia irrimediabilmente mutilata, solo in
T., Festschr. O. Procksch (1934) f4I ss.; G. un piccolo gruppo di epigrafi ebraiche prove-
v. RAD, Vas Gottesvolk im De11t. = BWANT 3. nienti dalla Tessaglia (1247; cfr. IG IX 2, 985-
F. H. rr (1929); G. BERTRAM, Vol.btum tmd 990). Questa presenza è significativa, come lo
Menscbhcit im Lichte der hl. Schrift (1937); è l'assenza nei casi precedenti.
In., Volk und Viilker in der bl. Schrift, in: 3 Cfr. MAYSER I 24.
Kirche im Angriff I I (1935) 19-30.
4 Per altre congetture cfr. ~ EBELING s.v.;
I In Platone (non considerando poche citazio- WALDE-PoK. non ha niente su kct6ç.
À«6ç (H. Strathmann) (rv,30) 92

(Il.24,6n ss.}. Il vocabolo non ha re- oè )..Ci)-ouc; 7tOLl}O'E Kpo\llw\I, «il Cronide
lazione con À.Ela, 'preda', À'r)i~oµa.L, impietrò la gente»; Od.3,2r4: i) O'É YE
'predare' (Prellwitz, Etym. W ort. ); è À.aoì èx~a.lpouo" à:và o-ijµ.ov, «oppure
anche discutibile se l'abbia con ÈÀ.Eui}-e- c'è gente tra il popolo, che ti odia?»; Il.
poc;, 'libero' e, procedendo più lontano, r8A97 ss. (nella descrizione dello scu-
con l'antico alto-tedesco liut, 'gente', al do fatto fa1·e da Teti): un creditore e
quale tuttavia corrisponde l'originario un debitore vengono a contesa sulla
significato predominante di À.a.6c;. For- piazza, con appassionata partecipazione
se il vocabolo è di origine 'egea', cioè dei À.aol, gli araldi però Àa.Òv Èpl)-.uov,
è mutuato, dai greci indogermanici, da «cercavano di tener calma Ja folla».
una lingua non indogermanica dei pri- Àaol, come abitanti di una città, si tro-
mitivi abitatori dell'Ellade 5• va in Il.22,408 s.: À.a.oÌ xa:tà. an-i;u, «gli
abitanti nella città» piangono con i ge-
3. In Omero Àa.éc; indica in primo nitori la morte di Ettore; Od.6,r94:
luogo il popolo come molteplicità di èiu-.u OÉ 'tOt oel~w, ÈpEW OÉ 'tOL otlvoµ.ix
persone nel suo puro esistere di fatto, Àawv, «ti mostrerò la città, ti dirò il
nome degli abitanti»; Od. x3,155 s.:
e senza considerare i fattori interni che
7ttX\l'tEc; ... À.aot &.7tò 1t'tOÀ.toc;, «tutti gli
possono ridurre quella molteplicità a abitanti della città».
unità (come l'origine, la lingua, la re- Con la particolare significazione di
ligione, i costumi, la cultura, lo stato); 'popolazione rurale', I/.u.676: Àa.ot...
&.ypotw'tat. Jl.24,28: Ilplaµoc; xa.t Àrx.-
popolo, cioè, nel senso di moltitudine, 6c;, «Priamo e il popolo». Il. 21,458:
folla, popolazione, abitanti, gente, in I Troiani sono À.aol di Laomedonte. In
particolare anche la popolazione sogget- Od.4,x77 con 7t&.\l'tE<; Àa.oi. è indicato
il complesso della popolazione dipen-
ta al suo sovrano, o un complesso di dente. In Il. !7.390 Àacl è detto dei
persone che stanno comunque in rap- compagni di lavoro, dei 'garzoni' di un
porto di subordinazione relativamente conciatore: sono i suoi uomini, la sua
gente.
al loro capo. Il plurale Àa.ol indica in-
Nell'Iliade perciò Àa.6c; e Àaoi indi-
vece la pluralità degli elementi che co- cano normalmente, con significato spe-
stituiscono la moltitudine ecc. Il À.a6c; cifico, le truppe, i compagni d'onne, le
risulta di Àaol. Spesso quindi è indiffe- soldatesche, particolarmente in contrap ·
posizione ai loro condottieri. Cfr. Il. r,
rente dire Àaoc; o Àaol. Questo vale sia 226: l' Atride non si arma mai èiµix
per l'Iliade che per l'Odissea. ÀaQ, «con le sue truppe». Il.2,577 s.:
7tÀ.Ei:O'"Cot xa.t èi.pt<r-.oL Àaoi, «soldati
Cfr. ll.24,665: in occasione dei fu- numerosissimi e valorosi» seguono Aga-
nerali di Ettote si deve imbandire il mennone. Il.5,473 : Ettore si vanta di
banchetto funebte al Àa.oc;, cioè alla fol- saper difendere la città a'tEP Àa.wv ...
la; Od. 3,304: il Àa.6c;, cioè la popola- i)o' E7ttxovpwv, «senza (i propri) guer-
zione, fu assoggettato da Egisto; Il.24, rieri, né alleati (stranieri)». ll.18,509:
6n: nessuno seppellì i Niobidi, Àa.oùc; ouw O''tpll.'t'oL. Àa.W\I, «due eserciti di

s Cfr. A. DBBRUNNER in Reallexikon der Vor- P. KRE'fSCHMER, Einleittmg i11 d. Geschichte


geschichte, edito da M. EBERT IV (1926) 527; d. gr. Sprache (1896) 235 s. 239.
93 (1v,30) À.oc6ç (H. Strathmann) (1v,31) 94

combattenti». Il.I3,495: Àawv Efi\ioc;, Accanto a questo rimane l' uso di


un nugolo, una schiera di soldatesche. Àa6c; nel senso di folla (Plut., Romulus
Il. I 3 ,492: Àa.oi ETIO'VTO, «seguivano le
truppe». Il. 13,834: t'lti o' i:a.xe Àaòc; 26 [r 34 b]: E't"L vuv "EÀÀ'l"}VEç xa.t
omcrikv, «dietro acclamavano le mili- ì..aòv 't"Ò 7tÀ:iji>oc; òvoµasouow «ancor
zie». Il. 13, 710: seguono il Telamoni- oggi i Greci chiamano la moltitudine
de Aiace Àa.ol E't'a.pot (scudieri). Il. 7,
342: i'.nnot xa.t Àcx,oc;, la cavalleria in anche Àa6v») 6 e sussiste pure l'uso
contrapposizione alla 'fanteria'. Il. 9, di Àa.6ç e specialmente quello di Àaol
424; 10,I4: l'esercito di terra in con- nel senso di popolazione, abitanti, gen~
trapposizione alla flotta. Per l'Odissea
dr. 9,263: Odissea e i suoi compagni
te, sia in generale che _secondo delimita-
sono Àaot 'A't"pEtOEw 'Aya.µÉµvovoc;, zioni particolari.
guerrieri dell'Atride Agamennone.
L'espressione abbastanza frequente Cfr. Plat., resp.5 .458 d: ò 7toÀ.Uc; ÀE-
Àcx,òc; 'Axa.twv (ad es. Il.6,223) designa wc;, «la molta gente». Aristoph., ran.
i guerrieri secondo la loro nazionalità, 676: 'tÒV 7tOÀ.ÙV Òlf/OµÉ.Vr} ÀaW'V OXÀO'V,
ma non deve essere intesa nel senso che «per vedere la numerosa accolta di po-
ha per noi la parola popolo; Àaol, del polo» (nel teatro). Aristoph., eq. 163:
resto, non compare mai in Omero nel at CT't"LXE<; 't"W\I Àr:x.Wv, «le file della gen-
senso di 'popoli', 'nazioni'. te» (nell'adunanza popolare). Plut.,
suav.viv.Epic.r3 (II rn96b): ò Àa.òc;'tu-
4. L'uso nell'epoca post-omerica. Si cpÀoih'aL, «la folla (degli spettatori) è
esce da questo ambito, superando il co- accecata». Soph., Oed.Col.42 s.: y'gv- o
i>rio' /lv E~TioL À.Ewc;, «la popolazione del
stante uso omerico, quando con Àrt6c;
luogo potrebbe .dire». Xenophanes, fr.
viene indicato l'insieme di una popola- 2 (r 129,5, Diels'): d 7tux-rric; àyai}òc;
zione. Àaoi:crL µE'tElr}, «se ci fosse un bravo
pugilatore in mezzo alla popolazione»
La testimonianza più antica in pro- (di una città). Diod. Sic. r,57,2: il re
posito è in Pindaro (cfr. Olymp. 8,30: d'Egitto Sesoosi costrnisce canali 't"cx,'i:c;
A.wptEùc; >..a.oc;, «il popolo dei Dori». npòc; cX.)..)..1})..ouc; -cwv Àa.wv Èmµd;lcuc;,
Nem.I,I6 b: Àriòc; i'lt'lttxtxµoc;, un po- «per facilitare gli scambi delle popola-
polo che combatte a cavallo. Pyth.9,54 zioni fra loto». Diod.S.3,45,6: il ter-
s.: Àa.Òc; 'VM'tc~mxc;, un popolo isolano). reno non riceve le necessarie cUl'e 8tà
Allo stesso modo Erodoto parla di ÀE- 't"TJV 't"W'V Àa.wv liTIELplriv, «per l'incuria
wc; degli Ateniesi (8,136) e i tragici di della popolazione». Polyb. 4,52,7 : Pru-
Àa6c; dei Persiani, dei Lidi, dei Frigi, sia di Bitinia deve cedere a Bisanzio
degli Ateniesi, degli Achei, dei Traci i territori e le piazzeforti xat 't"ovç Àa-
(cfr. Aesch., Pers. 92. 593. 789. 770; oùc; X<l.L 't'~ 7tOÀEµLXIÌ. CTWp.a't"CX. «la po-
Soph., Phil. 1243; Eur ., fr. 360, 48 polazione civile e i prigionieri di guer-
[T.G.F.]). ra». In Hdt. 2,124.129 Àaoc; compare

6 Quindi À.a:6c; non si può interpret:ue in ba- risponde in greco ofjµoc;, non certo Àa6c;, che
se al passo di Cicerone, rep.1,25: populus at1· ha piuttosto l'idea di qualcosa di fluido e inde-
te111 non omnis homim1m coet11s quoquo modo terminato (di diverso avviso E. PETERSDN,
congregatus, sed coetus u111/titudinis iuris co11- EIE @Em:: [1926] r79).
sc11m sociattts. A populus in questo senso cor-
95 (1v,31} Àa.Ò<; (H. Strathmann)

nel senso di popolazione in contrappo- nata» in Aesch., Pers. 383; ye:wpy~xòç


sizione al sovrano di cui è suddita, in À.~wc;, la «popolazione rurale» in Ari-
Ditt., O.G.I.S. 90, 12 ss. nel senso di stoph., pax 920; À.aot Èyxwptot, la «po-
popolo minuto: Tolomeo V ha emana- polazione indigena» in Aesch., Suppl.
to alcune disposizioni èhtwc; o -te: ÀO'.Òç JI 7. L'uso di À.oc6c;, À.aol nel senso di
xcx.t oi. liÀÀot 1t&.v-te:c;, «affinché il po- soldatesche che in Omero, almeno nel-
polo e tutti gli altri (come preti, fun- l'Iliade è prevalente, più tardi scompa-
zionari, soldati) Èv e:ùihivlat éì)nv siano re del tutto.
nel benessere». Cfr. ibid.225,4 ss.: -.oùc;
U1tcipxov'taç IX.Ò't'O ['te; À.cx.oùc; TCIX.]votxl-
B. À.ct6c; NEI LXX IO
ouc;, «i dipendenti con tutti quelli del-
le loro case». Se si passa ora ai LXX, ci si trova
Se si tratta di questioni di culto, il come trasportati in un altro mondo, già
significato del vocabolo si avvicina a
volte addirittura al senso di 'fedeli laici solo per la frequenza con cui il vocabo-
partecipanti al dto'. Cfr. l'iscrizione del lo ricorre, e inoltre per l'assoluta pre-
sacerdote Apollonio proveniente dal Se- valenza del singolare: sulle duemila oc-
rapeum di Delo, del rn sec. a.C. (IG
XI 4, 1299,90): am,;c; o' /lpa; À.a;Òç ÉXe:l- correnze, le voci plurali non arrivano a
VWt CTÌ)V apE't'Ì)V 1M.µ~T)<TE\I É\I f\µ«"t'L, 140. Ma ciò che soprattutto colpisce è
«tutta la gente in quel giorno inneggiò il cambiamento di significato, in virtù
alla tua (di Serapide) grandezza» 7 •
Nei papiri Àa.6c;, Àaol significa di re- del quale il vocabolo diventa la desi-
gola gente, abitanti, e particolarmente gnazione specifica di un popolo deter-
la popolazione degli strati sociali più minato, il popolo d'Israele, e serve per
bassi in contrapposizione alla classe do- mettere in rilievo la sua situazione par-
minante 8. Nel Poimandres 1, 27 Àaol
si trova semplicemente nel senso di ticolare e di privilegio, come 'popolo
ètv1'pw'ltOL 9 : 1jpyµat XT)pU<T<TELV 'tote; di Dio'.
à.vi}pC.:motc; 't'Ò -.fjc; e:ù<re:~Elctc;, xcx.t yvw-
<re:wc; x&.À.À.oc; . .,.n À.aol, èX.vope:c; y't)ye:- 1. I corrispondenti ebraici
ve:i:c; .•. vT)ljla;-te:, «mi sono messo a pro-
clamare agli uomini la bellezza della Se si fa eccezione per una quaranti-
religiosità e della gnosi. O gente, uo- na di passi, il corrispondente ebraico è
mini della terra... siate astinenti». In- di solito 'am. Di questi 40 passi, I2
vece va.u-.txòc; À.e:wc;, è la «gente mari- hanno go; 11 , che di solito è reso con

7 Su quest'uso ha già richiamato l'attenzione re, offerto in dono per l'iniziazione, al quale
/\.. DIETERICH,De Hymnis Orphicis (Marburg egli attribuisce In salvezza dalle tempeste per
1891) 13, a proposito di un inno orfico in ono- i credenti. Cfr. O. KERN: ARW 30 (1933) 205-
re di Apollo (34, 10 Orph. [A1mL]): xÀ.uiH 207.
µw Euxoµlvou Àa.wv v7tEp eì.!cppovL Dvµii'>, «a- 8 Testi in PREISIGKE, Wort., e MouLT.-MILJ..
scoltami, mentre ti invoco con devoto animo a s.v. À.a.6ç; cfr. anche MAYSER I 27.29.
nome del popolo». Lo stesso senso ·sembra es-
9 REITZENSTmN, Poim.337.
serci nell'epigramma satirico di Callimaco 47
(ed.WILAMOWITz-MoELLENDORP4 (r925): Eude- 10 Cfr. -+ BERTRAM, Volk 11nd Volker; inol-
mo si rivolge a coloro che non sono iniziati ai tre -+ rnvoç lll, co)l. 99-IIO.
w
misteri di Samotracia con l'appellativo }..a.al 11 Un tredicesimo passo {ljl 66,3) fa caso a sé.
e mostra loro un vasetto di sale di nessun valo- Nel cod. Sinaitico si trova }..a.ol per go1m; ma
97 (IV,32) Àtt6.-; (B. Strathmann)

Efivoc;; I I hanno [•'Om tradotto anch'es- 'X.a.6ç a Israele. Ad es., quando nei pas-
SO quasi sempre con l!ilvoc;; nella mag- si che stiamo prendendo in considera-
gioranza degli altri casi si hanno espres- zione si trova À.a.6c; in corrispondenza
sioni sporadiche 12. In essi la traduzio- di bn, 'bd, !'n, qhl. Un caso particola-
ne con À.a6c; è di solito determinata o re costituiscono sette passi nei quali,
dal significato particolare che À.ix6c; può contrariamente al solito, l'ebraico goi è
assumere (per es. Ios. ro,5: mal;aneh = tradotto con À.cx.6c;. Questi passi sono
À.a.6c;, soldatesche; Iob 31'34 [codd. A semplicemente quelli in cui o l'ebraico
VLa]: hamon='X.a6c;=fo11a; Iud. 18, goj si riferisce a Israele oppure i LXX
22 [ cod. AJ : 'aniis1m e r Sam. 24,ro: hanno inteso cosl (cfr. Ios. 3,r7; 4,1;
'adam = À.a6c; =abitanti, gente), oppu- Is. 9,2; 26,2; 58,2; Ier. 9,8; 40,9 dei
re - ed è la maggior parte dei casi - LXX [ 33, 9 dell' ebraico] ) Il.14. I LXX
dal fatto che le espressioni ebraiche in usando qui sempre À.cx.6c;, mostrano una
parola sono circonlocuzioni che indica· volta di più la tendenza a scegliere sem-
no il popolo di Israele. Si tratta dun- pre questo vocabolo quando si tratta di
que di traduzioni libere che fanno a· Israele, mentre invece tendono a tra-
strazione dal significato proprio dell'e- durre con ~Dvoc; dove non è in causa
spressione ebraica e presentano cosl un Israele 15•
uso ampliato del solito riferimento di Si può parlare però soltanto cli ten-

~ihl'l') è molto meglio testimoniato. Il plurale rietà (Is.55,5 60,5; E.08,25). Non si capisce
Miol vi si sarà introdotto dal v. 4, dove com- invece per qual ragione in E:i;.20,41 e Zach.r4,
pare due volte per 'ammlm. r4 go;im sia tradotto con Àaol.
12 Come 'iidiim, 'uomo', in I Sam.24,10. 'um- IS Ad esempio Ex.r,9: il Faraone parla al suo
ma, 'nazione', lj> n6,1; Dan.3,4; 'aniistm, 'uo· gi}voc; ('am); Ex.15,r4: fixou11av gllv'l'), (Iii111'11
mini', Iud.18,22 (cod. A); ben, 'figlio', Ex.4, 'ammlm); Ex.19,5: &.7tò it&.vi:wv i:wv Mvwv,
23; I Chron.17,r3 (cod. S); Ier.23,7 (cod. S); (mikkol-hii'ammim); Ex.2r,8: ~!Ns~ ocXÀo'tplf{>,
hiimon, 'moltitudine', Iob.3r,34 (c:odd.AVLa); (lc'a111 nohl). Quasi sempre, dove ~ihloc; e elt-
mapaneh, 'esercito', Ios.ro,5; miiqom, 'luogo', \ll} sta per 'am, 'ammlm, si tratta di popoli non
Ruth. 4,10; mispiipa, 'gente', Nah. 3,4 (codd. israelitici. In De11t.7,6 e Is.51,4 in principio
BS); 'eber, 'regione', '11 r35,22 (cod. S); Is.48, 'am (=Israele) è tradotto con Àao~, e alla fì.
20 (cod.A); !i5'n, 'gregge', Ier.23,3; qiihiil 'as- ne 'ammim (=popoli non israelitici) con ~iNYJ.
. semblea', 2 Chron.30,24. Significativo è che nella preghiera di Salomone
per la dedicazione del tempio (1 Reg. [3 Bao-.]
13Quest'ultimo passo nel testo ebraico dice: 8,34.36b) e nel discorso di Jahvé a Jehu (r
«(La città di Gerusalemme) mi sarà di gloria ... Reg.16,2) una parte dei manoscritti dei LXX
l•kol gaie ha'ilref, presso tutte le genti della traduca 'm, riferito a Israele, con oovXoc;. Il
terra. I LXX hanno 'Jtll.\l'tL -r<{> ~ 'tijc; yijc;; traduttore aveva forse davanti un esemplare
leggono cioè al singolare e riferiscono l'espres- che portava 'abd•ka, oppure (in 16,2) 'abdi?
sione a Israele, intendendola nel senso che In I Reg.8s9 la maggior parte dei codici por.
spesso ha 'am hii'iire!, «il popolo del paese», ta un testo alterato, in cui non più Salomone,
la gente che vi abita, in contrapposizione a sa- ma Israele è detto servo di Jahvé, e in com-
cerdoti, profeti e capi politici. Cfr. ad es. Lev. penso è caduta la designazione «Suo popolo»:
4,3.u.27; Zach.7,5; IEp.44,2; Ei.7,27; 22,29; la'afot 111ispa/ 'abdo 11mifpa! 'ammo iiira'él,
46,2.9. Perciò qui per gdj hanno usato ÀM<;. 't"oli ito~Ei:v i:ò B~xalwµa -rov oouÀou crou 'I·
I~ Ci sono altri cinque passi nei quali il plu- O'pa1J)... G. v. Rad. che mi segnala il fotto per
rale Àaol corrisponde all'ebraico g6im, e sem- lettera, fa una congettura suggestiva, cioè che
pre si tratta di popoli non israelitici. Tre vol· questa altcr112ione del testo sia in rapporto con
te la locuzione si accompagna all' equivalente un'interpretazione collettiva dci canti del Ser-
~ilvl}, evidentemente soltanto per amore di va. vo di Jahvé.
99 (1v,32) À.aoç (H. Strathmann) (IV,33) IOO

denza, non di un principio applicato in W(f'tf.. e!va~ Àaòvf'.va., «cosi da essere


modo assoluto. Non è che ovunque l'e- un unico popolo». Vorrebbero cioè co-
braico goi si riferisca a Israele sia reso
con À.r.t6c;; alcune volte è rimasto iti}- stituirsi fra loro in comunità nazionale,
voc;; cfr. Ex. r9,6: goj qados = it?Noc; formare una unità di popolo. Un greco
&yLov; si veda anche Ex.23,22; Sap.17, si sarebbe espresso così? Questa unità
2. Inversamente, non è che compaia
it?Noc; per 'am tutte le volte che non ci di popolo può abbracciare un campo
si rilerisce a Israele. Anche gli Egiziani più o meno esteso.
(Gen. 4I,40.55; Ex.r,22; 9,27 ecc.), i
Filistei (Gen.26,rr), i Moabiti (Num. Si può indicare come Àa.6c; il com-
2I,29; 24,I4), i Sodomiti (Gen.19,4), plesso degli abitanti di una città, così
gli Ittiti (Gen.23,7), gli Etiopi (Iu8, ad esempio il Àrx6c; di Sodoma in Gen.
2; \jJ 86,4), gli Sciti (IEp 6,22; 26,24; 19.{; i membri di una tribù (Aàv xp~­
27,4r) sono çhiamati Àrx6c;. Ma si trat- \IEL 'tÒV Éa.u•ou Àa.ov, «Dan farà giu-
ta di eccezioni, e i sette passi in cui goj stizia al suo popolo», Gen-49,I6), op-
è reso con Àaoc; sono una prova parti- pure anche il complesso di un'intera
colarmente significativa che la tenden- nazione. Anche i morti appartengono a
za è assai marcata. Il corrispondente questa unità. Giacobbe morente, in
specifico di Àrxoc; è dunque 'am, e il suo Gen.49,29 dice: Io sto per unirmi al
significato e ambito è quindi in sostan- mio popolo, 7tpÒc; 't'ÒV ȵÒv Àu.6v, 'el-
za normativo per l'uso di Àaoc; nei LXX. 'ammt; cfr. -.òv Àa.òv a.u"t'ou, 'ammaw,
Gen. 49,33; 25,8, che esprime certa-
2. Significato fondamentale mente ciò che in Gen. 25,r7; 35,29 è
e significato popolare di Àaoc; reso con 'tÒ yÉvoc; whou. Àaol nei LXX
nei LXX non sono mai la 'gente', ma sempre le
comunità nazionali 11 • Qui non si può
Bisogna prima di tutto fissare in mo-
dire che il Àa6c; sia formato di Àaol, e
do assoluto il principio che Àaoc;/'am neppure si può parlare di Àa.ot xcx..à
viene di solito usato non nel senso di a..<J't\J. Ogni città ha un solo Àaoc;, per-

popolo inteso come folla, popolazione, ché Àa6c; indica appunto il popolo nel-
la sua unità. Così un uso linguistico che
gente, ma nel senso di popolo come tri- nella poesia greca, e precisamente in
bù, nazione, unità nazionale 16• Signifi- Omero, non compare ancora e più tar-
cativo è il passo di Gen. 34, 22: i Si- di si incontra solo di rado, nei LXX di-
venta predominante. Ogni e qualsiasi
chemiti e la famiglia di Giacobbe si popolo, in quanto comunità nazionale,
vogliono fondere mediante matrimoni, può essere indicato con Àa.oc; (cfr. gli

16 Questa accezione corrisponde all' ebraico Si confronti a questo proposito ~ RosT 141
'am, nel senso che in origine tale termine e- ss. Il termine ì-a6t; come tale non connota
sprime una parentela che dapprima lega al pa- certo questa relazione di parentela; c'è però
dre ogni maschio e poi, collettivamente, tutto in esso un'allusione rul'elemento maschile, co-
il parentado m11schio. Questo si allarga poi fi. me risulta in particolare dal significato di
no li diventare popolo, e precisamente il grup· À.aot; per 'esercito', 'truppe'.
po degli uomini chiamati «a prestar servizio 17 Unica eccezione è Ecclus 44,15, dove Àaol,
nell'esercito, li prender parte all'amministra- in pnrallelismo con ÉxxÀY)CJla, non può signi-
zione della gitJstizia e all'esercizio del culto». ficare altro che 'la gente'.
IOI (IV,33) À.a;6ç (H. Strathmann) (IV,34) I02

esempi sopra). Quindi il plurale À.cx.ol è «il profeta, il sacerdote e il popolo»


sinonimo di !twri e serve come quest'ul- (Ier.23,34), come pure altre simili; ol
timo, accompagnato ad esso o da solo, µr::yLO'""C'OCVEc; xrt..t 1tOC<,; ò )..cx.6c;, «Ì mag-
a indicare i numerosi popoli non israe- giorenti e tutto il popolo» (IEp.41 ,10 );
litici, con patticolare frequenza nei Sal- o
il re e i suoi servi (1tcx.i:oec;) xat À.aòc;
mi. Lo stesso valore ha il singolare uni- 'tijc; yfic;, «e la popolazione del paese»
to a 'l't<i.c; (Ecclus 24,6: É.v 1tCX.V'tL À.a@ (fap.44,2); l' apxw\I, «sovranm> rispet-
xa.t EWE~, «in ogni popolo e nazione»). to al Àrt..òc; 'ti]c; yt)c; = 'am ha'are~ (Ez.
Si può parlare di un oxÀoc; Àrt..WV, «mol- 7,27, cfr. Lev.4,3.27). In queste espres-
titudine di popoli» (fa:. 23,24), inten- sioni À.aòc; "llc; rilc; non indica la gente
dendo non una massa di individui o di della campagna in antitesi a quella del-
soldati, ma una pluralità di nazioni. la città, ma tutta la popolazione che
Nella espressione alquanto strana cli' Ez. abita nel paese. Sempre però, quando
3 l ,u: 1taV'tc<; ol À.rt..ot -rwv Èwwv (kol- si usa il vocabolo in questo senso, è
'amme hii'iire!; cfr. Ecrop.9,u: À.cwt evidentemente sottintesa 1' appartenen-
"t"WV Èwwv) - che si distacca sintoma- za di coloro di cui si parla allo stesso
ticamen:te dall'omerico iHh1oc; Àcx.wv, gruppo nazionale.
«stuolo di guerrieri», di Il.13,495 - 'tÒ.
EW'l'J sono la massa dei popoli pagani Ancora più sbiadito è l'uso di À.cx.6c;
e i À.a.ol i singoli componenti di essa. nel senso di gente.
ol Àocot 'ti)c; yijc; ('amme hii'iire!) di 2
Ecrop. 19, 24 = Neem. 9, 24, non sono Così Num.21,6: i serpenti mordono
gli abitanti, ma i gruppi nazionali del "t"ÒV Àaov e &.1tÉllCX.\IE Àcx.òc; 1toÀ.Ùc;, «mol-
paese di Palestina, mentre i Àcx.ot 'tijc; ta gente morÌ»; Ios.17,14; Èyw oè. Àcx.-
yljc; = 'ammé hà'arii!ot di Neem .9,30 Òç 1toÀuc; ElµL, «siamo una gtande mol-
sono le nazioni del mondo. In Gen.23, titudine»; 2 Chr. 7,10: &.7tÉO'"'tELÀr:: "t'ÒV
7 si parla degli Ittiti come del ÀaÒc; À.a.ov, «rimandò tutta la gente» venu-
'tljc; yfjc; ('am hii'iire! ), che vengono de- ta per la festa; ljJ 17, 28: aù À.cx.Ò\I ..a-
signati cosl non solo in quanto abitato- 1tEWÒV CTWO"EL<;, «tu verrai in aiuto al-
ri spatsi nel paese, ma in quanto nazio- la povera gente»; Gen. 50,20 : Dio ha
ne che vi sta raccolta. guidato il destino di Giuseppe L\lrt.. OLOC-
À.a.oc; indica spesso la comunità na- 'tpacpi\ Àcx.òc; 1toÀ.Ùc;, «perché sia conser-
vata in vita molta gente»; cfr. anche
·.donale in quanto distinta dai suoi capi o Is. 42, 5; Ecclus 16, 17; 42, rr. È inte-
dalle classi dirigenti, per cui si passa fa- ressante notare che anche l'omerico
cilmente all'uso popolare del vocabolo )..a.be; (mai però Àcx.oi) nel senso di sol-
datesche, truppe, sopravvive nei LXX:
nel senso di popolazione. il Faraone guidò 1ta\l'tCX. -tov Àcx.Ò\I aù-
Così gli Egiziani sono detti il À.aoc; "çOU alla caccia di Israele (Ex. 14,6);

del Faraone (Gen.41,40; Ex.1,22; Ex. Giosuè É"t'pÉ!jla'to 'tÒV 'AµaÀ.1)x xcx,t
7-9 ), oppure il Àaoc; 'tf\c; yljc; cxhi:ov, T1:ét.v-i:a 'tÒV À.cx,Òv cx.Ù'toU Èv <pOV{{.l µcx.-
«della sua terra» (2 Ea"op.19,10). Gen. xa.lpcx:c;, «sconfisse Amalek e il suo e-
47,2x: Àa:oc; si contrappone al terreno sercito e li passò a fil di spada» (Ex.
coltivabile e indica la popolazione che 17,r 3 ); più preciso è Ios.8a: ò )..a_òc;
in seguito all'incetta di grano fatta da ò 1tOÀ.EµLCT't1]c;, «la gente guerriera»;
Giuseppe divenne serva del Faraone. dr. anche Num.21,23. 33-35; Deut.20,
Rifetita a Israele è l' espressione: o r; Ior. 10,7.15.33; I Chr. n,13; r9,7 .
7tpoq:>TJ't't]c; xa_t ò tepeuc; xcx.t ò Àrt..6c;, 11 ; Ez. 30, xx e particolarmente il Li-
Ào.6c; (H. Strathmann)

bro di Giuditta (5,22; 7,r.7.1r.13.26; po di far risaltare di continuo la parti-


14,17). Anche la gente che ha seguito colare situazione religiosa di Israele 18•
Esaù nel suo incontro con Giacobbe
Essa trova il suo fondamento nel fatto
(Gen.33,r5), e quella che è al seguito
di questi (Gen.32,8; 35,6) viene indi- che Israele è il popolo di Dio. E ciò
=
cata con )..cx.6c; 'am. Ma la linea fon- che importa non è la parola À.abi; come
damentale dell'uso linguistico dei LXX tale, ma l'espressione sempre ricorren-
non è infirmata da tali significati popo-
lari o arcaicizzanti che si trovano in un te Àa.òc; lli;ou. È di qui che acquista il
certo numero di passi. suo valore anche l'uso del semplice }.a.be;
3. L't1so specifico dei LXX: come appellativo di Israele. Con Àcx.6c;
}.a.be;= 'Icrpcx.1)}. si intende cosi la comunità nazionale
a) Benché }.@e;, secondo l'uso asso- israelitica secondo il principio religioso
lutamente predominante nei LXX, si- che la motiva e qualifica 19• In sé, sa-
gnifichi la nazione o la comunità nazio- rebbe stato possipile attribuire questo
nale e il vocabolo possa quindi essere valore anche al termine itih1oç (cfr. I
usato per ogni comunità di tal genere, Chr. q, 21: oùx itcr't'w wc; 6 :ìva6c; crou
come avviene di fatto qua e là, tutta- 'lo'pa:qÀ ['am] Wvoc; [g6iJ E't't É'ltÌ 't'ijç
via il riferirlo con limitazione intenzio- yijc;, «non esiste altra nazione sulla ter-
nale a Israele è caratteristica particola- ra come il tuo popolo, Israele»). Ma
re dell'uso che ne fanno i LXX. Tutti che it~oc; sia stato evitato con eviden-
gli altri riferimenti sono solo qualcosa te intenzione e scelto di preferenza À.a-
di collaterale, un'eccezione che confer- oc;, può avere la sua ragione solo nel
ma la regola. Ed è proprio questo il fatto che questa parola, propria del lin-
fatto sintomatico e importante dal pun- guaggio poetico come termine di stile e-
to di vista della storia delle religioni e levato, parve corrispondere alla sacralità
della teologia. Già l'A.T. ebraico lascia e dignità della situazione che si voleva
intravvedere una tendenza corrispon- esprimere, meglio di itihioc;, nel quale,
dente, là dove usa 'am per Israele e in forza del suo significato originario di
g6i per gli altri popoli. Nei LXX que- 'sciame, mandria', si sente facilmente
sta distinzione non è ancora completa- un tono di disprezzo. Nella scelta di
mente in atto, ma è tuttavia importan- una parola appartenente all'antico lin-
te che sia largamente preparata allo sco- guaggio poetico, solenne ed elevato, si

iS In Iudith, ad es., i popoli non israelitici so- t9 Cfr. ~ v. RAD, e M. Noni, Das System der
no chiamati regolarmente l!Nn. Ma per Israe- <wolf Stiimme Israels (BWANT IV [ r930)) 120
le, persino Oloferne e la sua cerchia si ser- s., dove si fa notare che il concetto delle dodi-
vono quasi sempre del termine Àcx6ç (5,3.23; ci tribù di Israele ha la sua remota origine
n,2.22; eccezione 512.1:). Dove Ào.6ç non si storica nelle 'anfìzionie' degli antichi Ebrei, le
riferisce ~ Israele, in questo libro è sempre in- quali erano associazioni di carattere religioso
teso nel senso di 'truppe'. anteriori alle formazioni polìtiche.
105 (rv,35) )...a6ç (H. Strathmann) (IV,J6) 106

esprime cosl il senso di un contrasto a to. E ciò che li fa essere un popolo san-
base religiosa rispetto agli altri popoli to, in certo modo, non è primieramente
la loro santità nel senso religioso o mo-
non israelitici, la consapevolezza che rale, ma il fatto che Dio li ha messi a
Israele è in un rapporto particolare con parte: «tu sei un popolo santo per il
Jahvé che è superiore senza confronto Signore Dio tuo», Àaòc; &ytoc; El x.vpll:t)
-.c-;.i 1>E<i) <J'OV (Deut.7,6; dr. 14,2.21; 26,
a tutti gli dèi dei vari popoli. r8 s.'fl. Core, Datan e Abiram in Num.
16,3 si oppongono all'autorità con cui
b) Quale sia questa relazione e che Mosè U guida, adducendo questa ragio-
cosa significhi, è mostrato in passi co- ne: 7tWra. Ti crvva.ywyl} ncl.V"CE<; &.yto~.
me Ex.19,4-7; De11t.7,6-12; 32,8ss.; ~ «tutta l'assemblea è costituita di san-
ti». Israele è dunque il Àa.òc; èyyl~wv
l 34, ma con particolare insistenza in
mh<i) ( -.c-;.i xvpl<i> ), «il popolo vicino a
Deut+ lui (al Signore)» (Ps.148,14) e Jahvé è
vicino ad essi tutte le volte che lo in-
Tutta la terra per se stessa appartie- vocano.
ne a Jahvé (Ex.19,5). Ma egli divise i
popoli secondo il numero degli angeli e) Questa relazione di proprietà è
ai quali la affidò (.6.wi:.32,8; Ecclus I], nata attraverso un atto assolutamente
17; Dan.10,I3; 12,1 ). Assegnò il sole,
libero di Jahvé: è lui che ha scelto I-
la luna e le stelle 7tMLV -roi:c; gi)vEaw
-roi:c; ònoxa:tw -.ou oùpavov, «a tutti i sraele (Deut.4,37; 7,6; 14,2; ~ 134,4).
popoli che stanno sotto il cielo» (Deut. La cosa avvenne nella libertà più asso-
4,19), ed essi possono onorarli. Ma Jah- luta, non fu affatto determinata da un
vé ha riservato Israele a se stesso co-
me 'am rgulla mikkol-hii'ammim, e- qualsiasi pregio di ordine esterno o in-
spressione che i LXX rendono con Àcx.òc; terno che Israele abbia avuto. Esso, an-
7tEpLOV(J"LOc; Ò:1tÒ 7t&.v-.wv 't'WV ÈWWV, zi, è assolutamente inferiore di numero
«popolo di sua peculiare appartenenza
fra tutte le nazioni» oppure 7tetpà 7t&.v- mxpà. miv'ta -.à llìh>TJ, «ad ogni altro
i:a -.à. è:Dvri, «di fronte a tutte le na- popolo» (Deut. 7 1 7) ed è À.cx.òc; <J'XÀ.'l]po-
zioni (Ex.19,5; Deut.14,2; 7,6; sempli- i:paxtJÀoc;, «un popolo di dura cervi-
cemente Àcx.Òc; rtEpLoua-toc;, «popolo suo
proprio», in Deut. 26, I8; dr. 7tEptov- ce», senza merito di giustizia (Deut.9,
<J'Letoit6c;. tjJ l 34,4; con lo stesso senso 5.6). Il motivo per cui fu scelto è «l'a-
'am naf;ìila = Àaòc; t:yxÀTJpoc;, «popolo more di Jahvé per voi», o più esatta-
di sua eredità», Deut.4,20). Questa par- mente per i padri (De11t. 4, 37), e la
ticolare relazione di proprietà è costan-
temente presente anche quando Israele sua fedeltà al giuramento fatto ad essi
è detto semplicemente Àa6c;, senza il (Deut. 7,8 ). È quindi il popolo dal qua-
genitivo itEou. le egli pretende di essere servito nel de-
Perciò, dal momento che Jahvé si è
riservato gli Israeliti come sua proprie- serto; che egli esige sia lasciato libero
tà particolare, essi sono un popolo san- dal Faraone (Ex.7,16.26; 8,16; 9,r.13.

20Cfr. r Euop.8,57 ; 2 EO"op.8,28; Da11.7,27; s,


24 (Teodoz.); 2 Mach.15,24; 3 MaclJ.2,6; Sap.
ì..a6c; (H;. Stratlunann) (1v,36) rn8

I7; 10,3); che, in occasione delle pia- si è rivelato. Perciò lui solo è il Dio di
·ghe d'Egitto, egli tratta in modo spic- Israele: oùx EO'O\l'tal croL ih:ot t't"Epo~
1tÀ:qv ɵou, «non avrai altri dèi fuori
catamente diverso da quello usato col che me» (Ex.20,3). Jahvé ha riservato
Faraone e col suo popolo (Ex.8,17.I9; a sé Israele (Lev.20,26), ed ora si aspet-
9,4; II,7). «Il popolo mio» (di Jahvé) ta che gli dedichi il suo amore e osser-
e «il popolo tuo» (del Faraone) in Ex. vi i suoi comandamenti (Deut. 7,9). I-
sraele è santo, riservato a Jahvé tra la
8 sono posti intenzionalmente l'uno di massa dei popoli profani del mondo.
fronte all'altro. Ma questo indicativo implica un impe-
tativo: siate santi! "AyLOt. foEcrilE, O'tL
Israele ha sempre considerato quale É.yÙJ éiytoç XUpt.oç Ò ilEÒ<; UµG°>\I «Siate
massima dimostrazione storica di que- santi, poiché santo sono io, il Signore
sto suo rapporto con Jahvé la propria Dio vostro» (Lev.19,2; II,44; 20,7.26;
liberazione «dalla fucina fusoria del fer- Num.15,40; Deut.28,9). Israele è popo-
ro» (Deut.4,20) e «dalla casa di schia- lo di Jahvé solo se si comporta in mo-
vitù» dell'Egitto (Ex.20,2) 1 ottenuta a do adeguato a questa sua qualifìca.
forza con le terribili piaghe. Ciò che
nessun altro dio ha mai neanche ten- e) Poiché ciò non si è realizzato, ec-
tato di fare, cioè di prendersi per sé co i profeti ingaggiare la loro grande
«un popolo di mezzo a un altro» (go; battaglia: «Voi non siete il mio popolo
miqqereb go;, Ei>voç ~x µfo'ou Ewouç),
Jahvé lo ha fatto «con mano potente», e io non sono il vostro Dio» (Os.1,9).
«stendendo il braccio» (Deut.4,34; Ex. Da popolo di Dio sono diventati popo-
7 ,5 ). All'inizio della storia del popolo lo di Gomorra, ÀaÒ<; roµ6ppaç (ls. I,
d'Israele sta dunque la sua liberazione
dalla servitù straniera, considerata ine- rn ). La condotta di Israele non corri-
quivocabilmente come azione di Dio, sponde alla elezione dell'amore divino.
grazie alla quale diventò possibile la sua La conseguenza è la condanna ad anda-
formazione nazionale. Anche dopo aver-
lo liberato, Jahvé lo ha portato come re dispersi e a scomparire in mezzo al-
su ali d'aquila (Ex.19,4; Deut.32,II). le genti (Deut.4,7). Questa però non è
Ma il suo costituirsi in nazione si è pie- l'ultima parola. Israele è e rimane il po-
namente realizzato solo col ricevere la
polo di Dio; Jahvé non lo distruggerà
rivelazione: diventò il popolo di Jahvé
mediante il patto d'alleanza del Sinai. completamente. Solo quando cessino le
Là Jahvé ha trattato con gli Israeliti, ha leggi eterne secondo le quali si muovo-
dato loro speciali ordinamenti, ha noti- no le costellazioni - cioè mai - xat 'tÒ
ficato loro il suo patto e le sue promes-
se (Deuf-4,7 ss.). yÉvoc; (zera') 'Icrpa'Ì]À 1t<LVO'E'trLL yi::vÉ-
cri>a:L Ewoc; (goi) xcr:tà 7tpécrw7t6v µou
d) Ma questa relazione così stabilita
1taO'aç -tàc; i}µÉpaç, «anche la stirpe
e bilaterale è una relazione che compor-
d'Israele cesserà di essere un popolo al
ta un dovere reciproco, fedeltà e amo-
mio cospetto per sempre» (Ii::p.38,37=
re. Israele è il popolo di Jahvé.
3 r ,36 del testo ebraico). Poiché «egli
Jahvé lo ha liberato dall'Egitto e gli non dimenticherà l'alleanza conclusa
>..u6c; (H. Strathmann) (lV,37) IIO

con i tuoi padri, che ha loro giurato» o )..o:.6c; 0"01) 7tW; olxct.toc;, «tutto il tuo
(Deut.4,31). Jahvé attende soltaQto la popolo sarà di giusth> ).
conversione di Israele, per trattarlo di L'annunzio profetico esorbita in pari
nuovo come suo popolo. Esso provoca, tempo dalla cornice di un'aspettazione
è vero, il castigo dell'ira divina, ma, co- puramente nazionale. Già lo dimostra
me ai tempi di Elia erano rimasti 7000 Is.II,IO, dove del re messianico porta-
che non avevano piegato le ginocchia tore di salvezza si dice che bt' aùi:fil
davanti a Baal (I Reg. 19,r8), cosl - EW'l'} é)vmoiiow, «verso di lui si volge-
Isaia ne è certo - finalmente «Un re- rà la speranza delle genti» (dr. Is. 62,
sto» (-+ ÀE'Lµµa) si convertirà a Jahvé, IO). Ma il pensiero è espresso nel mo-
al Santo d'Israele! Certo, sarà un picco- do più chiaro in Zach.2,14ss.: Gioisti,
lo resto soltanto, i 'poveri' del suo popo- esulta .figlia di Sian perché, ecco, io
lo; ma un resto, tuttavia, che rappresen- vengo e voglio abitare in mezzo a te
terà il vero Israele e troverà rifugio in xaL xa-.aqm)l;ovi:aL ìiwn 'ltOÀÀà. È1tL
Sion {cfr. Is. IO, 20-25; r4,32; I0,2). i:òv xvptov lv i:'fi i)µÉpef Éxdvn xal ìi-
Essi si convertiranno a Jahvé o piutto- crovi:at aui:fil EL<; ÀaÒV XUL xa:t"CXdX'l'}~
sto, secondo la stupenda parola di Ge- vwcroucrw Èv µfCT4J aou, «e in quel gior-
remia, sarà J ahvé stesso a mutarli nel no molte genti cercheranno rifugio pres-
loro intimo, in modo che possano com- so il Signore e divetranno suo popolo
piere per impulso del cuore ciò che è e dimoreranno in mezzo a te»: espres-
conforme alla sua volontà (I er. 3 8, 3 3 sione altamente pregnante dell'univer-
dei LXX = 31,33 del testo ebraico). Il salismo escatologico predetto dai profe-
presente del possesso si è mutato nel ti, che si trova del resto in numerosi al-
futuro della promessa che, come all'i- tri passi (dr. I Reg.B,4I-43; Is.25,6.7;
nizio, è condizionata dall'obbedienza ai 26,2; 45,18-25; 55'4·?; Ier.12,16; r6,
comandi di J ahvé: «Ascoltate la mia I9; Ez.47,22; Soph.3,9; Zach.9,7; Ps.
voce, xat ìicroµo:.t ùµ'Lv EL<; l}E6v, xo:.t u- 67,6; 117,1; 148,rr-13).
µE'Lc; EcrEcrM µot Elc; Ào:.6v, «e io sarò il f) Cosl neila profondità e autorità
vostro Dio e voi sarete il mio popolo» della predicazione profetica la relazione
(Ier. 7,23 dr. 24,7; 31,33; 32,36 ss.; particolare fra Dio e Israele si esprime
Ez.rr,20; 14,rr; 36,28; 37,23; Is.4r, coll'indicare lo stesso Israele come Àa-
8-rn). Anche la qualificazione &ytoc; tor- òc; i}Eou e nella esclusività, che ne deri-
nerà a valere nel futuro tempo di sal- va in misura sempre ctescente, con la
vezza: xat xaÀ.ÉO'Et aùi:òv ÀaÒv &ytov quale la parola 'am = Àa6c; è applicata
ÀEÀvi:pwµÉvov U7tÒ r.uplov, «e lo chia- a Israele. Ma questa relazione, che dap-
merà popolo santo, riscattato dal Signo- prima apparve come il motivo che fon-
re» (ls.62,12; cfr. Icr.30,19 e Is.60,21 : da e regola il costituirsi di Israele in
III (IV,37) )..a.6ç (H. Strathmann) (rv,38) n:z

nazione, da prerogativa attuale ricevuta C. Àa.6c; NEL GIUDAISMO ELLENISTICO


in dono dall'amore di Dio che opera li- EXTRA-BIBLICO 21

beramente le sue scelte, si è mutata in r. Che Flavio Giuseppe non abbia


diritto e motivo di condanna, in aspi- affatto uno stile uniforme 22 , è consta-
tazione che trova conferma anche nel
razione e promessa. La sua certezza può nostro caso. Nel Bellum fodaicum non
essere mantenuta viva solo dalla fede si riscontrano quelle accezioni partico-
che, al di sopra di ogni contraddizione lari e fisse, nelle quali i LXX usano abi-
tualmente il nostro vocabolo. L'uso di
con lo stato presente della nazione sia
1€woc; riferito al popolo giudaico è qui
all'esterno che all'interno, si aggrappa del tutto corrente: Erode ordinò il lut-
puramente alla fedeltà che Dio serba to oÀ.4) 'ti;> ElNEt, «a tutto il popolo»
alla sua promessa. Questa fedeltà deve (I' 5 8 l); 'tÒ liwoc; É'ltll.\IWJ"'tTJO'Et'V 'Pw-
[J.(J,tOtc; -ijÀ.'ltLO'EV, «sperò di sollevare il
creare e creerà essa stessa in Israele le popolo contro i Romani» (1,232); Flo-
condizioni preliminari che le permetta- ro 'lté.ÀEµov ... 't@ liwi::t O'Xo'ltouµE\loc;,
no di realizzarsi, valicando poi i confi- «meditando guerra contro la nazione»
(2, 282 ). Accanto a Ewoc;, Giuseppe
ni dello stesso Israele. Così le afferma- usa volentieri oijµoc;, ma senza inten-
zioni profetiche appaiono come il ver- dere affatto il popolo come corpora-
tice dello sviluppo che la parola ).a6c; zione politica: Thoc; ... 'tÒV µÈv oij-
µov ÈÀ.E.1}crac;, «ebbe compassione del
assume nell'A.T.
popolo» ( l ,IO). oijµoc; è il popolo nel
suo insieme ('t'OV o1Jµou 'tÒ xai}apw't'a·
Di fronte a questo atteggiamento dei
't'OV, «la parte più onesta del popolo»,
profeti, però, quello degli scritti più
2,345), il popolo minuto in contrappo-
tardivi, che considerano come cosa ov-
sizione ai maggiorenti (2,338), la gran
via parlate di Israele come degli &yioi
massa in contrapposizione al consiglio
(r EO'op.8,57; 2 Eo-op.8,28) o come del
(2,641) o ai sicari ribelli (2,449).
~<popolo pio», À-aòc; éxnoc;, e del «seme
Per indicare il popolo nel senso di
irreprensibile», CJ'ltÉpµa &µE!J,'lt't'OV (Sap.
comunità nazionale, Giuseppe ama di-
10, r 5) o delnwoc; iJ:yLov, «razza san.
re OL ÒµécpuÀOL, oppure 't'Ò oµécpuÀ-oV
ta» (Sap.17,2), o del À-aòc; tiytoc; (Dan.
l}µwv (per es. 1, 150). Àa.6c; invece è
· 7,27; Dan.8,24, Teodoz.; 2 Mach . lJ,
usato nel Bellum Iudaicum nel senso
24; 3 Mach.2,6), rappresenta un regres-
popolare di gente, popolazione, molti-
so, che prelude al passaggio al giudai-
tudine, per cui il vocabolo nel contesto
smo farisaico col suo ostinato vantarsi
corrisponde abbastanza spesso a 1tÀ1\-
di una superiorità quasi concessa al po-
17oc;; 't'OU Àa.ou 7tEptEO"t!7noc;, «mentre la
polo per sempre e incondizionatamente.
Si profila qui l'atteggiamento spirituale
gente stava intorno» (r, 122 cfr. 457.
466); Erode sobilla la moltitudine (-.òv
e lo stato d' animo contro il quale si
À-aov 1,550); la folla (ò Àa.6c;) riceve
drizzò poi la protesta di Giovanni Bat-
Archelao nel tempio con acclamazioni
tista.
augurali (2,r ); o acrlJa\li]c; Àa6c;, «la fol-
la inerme» in contrapposizione ai sicari

21 ·~m e 'am bà'àre~ nel giudaismo rabbinico 22 C~r.H. ST. J. THACKERAY - R. MARcus, A
~ oxÀ.o~. Lextcon to Josepbus I (1930), Prefazione.
u3 (1v,38) Àa6c; (H. Strathmann) (rv,39) u4

( 2,42:; ); &:rcò -.ijç &xp~ -.òv À.Ew O"u- la prefazione delle Antiquitates ( r ,:; ) si
vwD'oihrm; !cp6vEUov, «sospingendo in vanta di aver costruito tutta la sua nar-
massa il popolo giù dalla rocca ne face- razione su fonti ebraiche, è tuttavia
vano strage» (3,329). chiaro che questo è un modo di espri-
mersi molto sommario. Egli ha almeno
Il quadro si presenta diverso nelle consultato, e in larga misura, anche i
Antiquitates. Qui À.cx6ç è usato di soli- LXX Xl; dall'uso che essi fanno di À.a6c;
to con riferimento a Israele 23• Tuttavia si è tuttavia lasciato influenzare solo
il vocabolo all'occasione è applicato an- quel tanto che la materia trattata com-
che ad altri popoli, come ad es. agli E- portava.
giziani (ant.2,301 ). Abitualmente però
i popoli non israeliti sono detti ~iN1). 2. Filone 28 , che del resto usa la for-
Nel Contra Apionem invece EiNoç rife- ma (attica) À.Ewc; quanto À.a6ç, utilizza
rito a Israele ha il sopravvento 24 . La naturalmente la presenza di questo vo-
varietà dell'uso linguistico è in Giusep- cabolo nel Pentateuco per svolgervi so-
pe un fatto che salta agli occhi. Si po- pra le sue monotone speculazioni e con-
trebbe essere tentati di metterla in con- siderazioni moraleggianti, psicologiche
to alle fonti diverse e usate variamen- ed etimologiche. A proposito di Gef!.35,
te da un'opera all'altra di cui, come è 29 (Isacco morl e 'ltpOCTE"t'éih} Ttpòc:; i:ò
noto, Giuseppe si servl per la pubbli- yÉvoc:; cxu't'ou, «fu riunito alla sua stir-
cazione dei suoi scritti in greco 15• Il pe») si dice, ad es., che come tipo del-
À.ewç di forma attica che usa nel tra- la saggezza autonomamente acquisita e-
durre i versetti di Balaam (anl-4,I 14; gli abbandona il corporeo e viene uni-
bell.3,329}"' dipende certamente da que- to non più al Àcx6c; come gli antichi (per
sto. Ma le abitudini atticizzanti di quei es. Abramo, Gen. 2:; ,8) ma al yÉvoc:;
graeculi non bastano a spiegare un uso (sacr.A.C. 6). Il yÉvoc; supremo è qual-
cosl diverso dei vocaboli nell'una o nel- cosa di unitàrio, invece À.ltéiç indica una
1' altra opera. Il mutamento si spiega pluralità, nella quale rientrano quelli
assai meglio con l'influsso che i LXX che sono diventati perfetti solo perché
dovettero inevitabilmente esercitare sul- istruiti da altri. Soltanto coloro che son
la esposizione dell'antica storia d'Israe- giunti a una conoscenza ( É1tLO"'t'1]µ1')) che
le. Poiché, se è vero che Giuseppe nel- non richiede sforzo sono trasferiti nel-

23 Tuttavia gli Ebrei di Alessandria hanno un tive al lessico di Giuseppe Flavio di H. ST. J.
l1N6:p:x:TJc;, Bi; 8101xei: 't'E 't'b ~1Noc; xat l.ìtm-r~ THACKERAY-R . MARCUS (-"' n. 22) [avvertenza
xplcretc; X't'À.., «nn luogotenente che governa di DEBRUNNER e K1TTl!r,].
il popolo e decide le contese, ecc.>) (Flav. Ios., l6 Rinvio a beli. 3,329 di KrTTBL.
a11t.r4,n7). n Cfr. O. STAHLIN, Die hell.-jiidische Lit.;
24 Ad es. -cb ~1Noc; 1)µwv (1,5. r6r. r68. r94. Geschischte der griech. Lit.== Handbuch KlAW
zr3; 2,43 ..220); cosi pure in vit.24. Ma anche VII 2,16 (1920) 594 nota 4 e le opere qui ci-
-cb yivoc; i}µwv: Ap.r,I.2.219.278; labc; 1'W\I tate.
'Ioul.ìa.lwv: 1,305 .313. !8 La dotta opera di I. HEINEMANN, Philo11s
25 Cfr. Ap.1,50, dove Giuseppe parla di aw- griechische rmd jiidische Bildtmg [1932], che
Epyol (collaboratori) greci solo per la stesura studia l'etica di Filone sotto l'aspetto della
m greco del Bellum Ittdaicum. Ma un preciso sua formazione greca e giudaica, non prende
studio stilistico mostra che diverse mani, e in in esame il concetto di popolo nel nostro au-
misura diversa nelle diverse parti, hanno col- tore. Per l'indice filoniano del LEISEGANG, si
laborato anche alle altre opere e in particolare vedano le osservazioni critiche di O . ST.i\HLIN:
alle Antiquitates. Cfr. le osservazioni introdut· Philol. Wochenschr. 47 (1927) 8-13.
II5 (IV,39) ">.u.6ç (H. Strathmann) (Iv,39) u6

l' /f<pi)a.p·wv xa.t 'tEÀELo"'tWt"O\I y€voc;,, in un primo tempo valeva per il popo-
nella «stirpe indistruttibile e perfetta» lo nel suo complesso: in ogni À.a6c; lo-
(sacl'. A.C.7). Il Àaòç E~alpETOc;,, «po- calmente delimitato è presente il À.a.oç
polo scelto» di Deut. 7, 7 è il crocp6ç, tutto intero. Il processo spontaneo col
'saggio', Io 0"1touoa'toç, 'valente', quel- quale il vocabolo À.a.oç fu applicato al
lo che - sia esso àv1}p o À.aaç - rap- popolo giudaico, e a questo soltanto, è
presenta l'autentico capo dell'umanità illustrato da alcune iscrizioni sepolcrali
(praem. poen. 123. 125). Balaam signi- giudaiche del I sec. d. C. provenienti
fica µchmoç À.a.6c;, 'popolo vano' (bal- dalla Tessaglia, nelle quali i morti si
'am, lett.: non popolo) perché non com- congedano con un -c@ À.cx@ xalpEW «sa-
prende la lotta dell'anima per la pura lute al popolo»33 • Questo saluto non va-
ÈmO''tYJWC! (cher. 32). Amalek significa le per la comunità locale, ma per il po-
À.o:òc;, ÈxÀ.Elxwv, «popolo che lecca» polo nella sua totalità 34• In due iscrizio-
(lqq), perché il mHloc;, lecca talmente ni romane è detto, a lode del morto,
l'anima, che non vi resta il più piccolo che egli è stato <ptÀ.6À.et:o<;, «amico del
briciolo di virtù (leg. all. 3, 186 s.). Il popolo» 35 • Lo stesso senso ha, senza
À.aòc; 11:).Elwv crou, «le truppe superiori dubbio, l'espressione am01· generis nel-
a te di numero» sono ~'l")À.w-caL 'ltai}wv, l'epigrafe di una certa Regina, nella ca-
«gli zelatori delle passioni» (migr.Abr. tacomba ebraica di Monteverde a Ro-
62). ma 36• L'uso linguistico del giudaismo
Il colore specifico che nell'A.T. gre- ellenistico della diaspora è stato influen-
co è inerente al vocabolo Àaoc; è anda- zato, come si vede, da quello dei LXX.
to completamente perduto sotto la pres- H. STRATHMANN
sione di una speculazione che non di-
stingue i diversi livelli storici. 0 . POPOLO E GENTI
NEGLI SCRITTI RABBINICI
3. Le iscrizioni del giudaismo elleni-
stico della diaspora, fra i numerosi vo- I. Il popolo
caboli coi quali sogliono indicare le co- x. Proprietà di ]ahvé
munità 29, accanto allo sporadico "CÒ rn-
\loç 't'W\I 'Iouocxlwv 30, adoperano anche Uno dei temi fondamentali dell'A.T.
À.11..òc; -cwv 'Iouoa.lwv 31, oppure sempli- è il concetto di popolo di Dio. Nella
cemente Àa.6c; 32 • Con ciò viene trasfe- letteratura giudaica della tarda antichi-
rito a una comunità particolare ciò che tà esso trova espressione in molteplici
79 Se ne veda l'elenco in ]. 0 EHLER, Epi- 33 Cfr. IG IX :.i ,985-990.
grapbische Beitrage :t. Geschichte des ]11dt.: J.1Cfr. ~ JusTER 416. L'ipotesi che -ti!> À.a;Q
MGWJ 53 (1909) 528 ss.; in~ Jusnrn, 414;
xu.lpew corrisponda alla formula ebraica slwm
in Sctti.iRER, In' 71 ss.
'I isr'l, «pace a Israele», è evidente. Tanto più
.lO Smirne: OEHLER 529 nr. 51; ScHURER IlI, sintomatica è l'espressione greca.
14 s.
31 Gerapoli: 0EHLER, 529 nr. 71; ScHi.iRER III, 35 fREY, nr. 203. 509; dr. H. VoGELSTEIN -P.
RIEGER, Geschicbte d. Jude11 i11 Rom I (1895)
17.
469.
32 Nisa: SCHURER m, 16; Mantinea: IG v 2 ,
295 = J. B. FREY, Corpus Inscriptionum Judai- .l6 ~ Mi.iLLER - BEES 133 ss., nr. 145· FREY nr.
carum I (1936) nr. TW; Smirne: ypu.µµ(J:ttùc, 476. Inoltre DEISSMANN, L.0 .' 387 ss., che so·
-.ov E'J Zp.vpvTJ À.aou, conforme a L EEMANN, stiene che gemts nel latino biblico spesso è u·
Griek. Opschr. xrr (DITTENDERGER, Sylt1 i 247, sato per il popolo ebraico, ad es. in Phil.3,5:
nota). ego ex genei'e Israel.
n7 (1v,39) Àtt6c; (R. Meyer)

forme nelle quali in parte vengono ti- della Grecia 37 • Questa credenza nei ge-
presi concetti dell'età classica, in parte ni dei popoli 38, che ha preso le mosse
vengono utilizzate idee di cui si hanno dalla fede negli angeli protettori dei
i documenti per la prima volta in ope- singoli individui, non è nata - questo
re più recenti. possiamo dirlo con certezza - su terre-
no israelitico antico 39, ma ha probabil-
a) C'è nella letteratura giudaica un mente la sua patria d'origine nelle re-
mito mediante il quale si cerca di fissa- ligioni astrali caldaico - iraniche, anche
te l'atteggiamento di Jahvé verso I- se non è affatto inverosimile che vi ab-
sraele e gli altri popoli. Esso si ricol- biano pure influito dottrine platoniche4~.
lega all'idea che ogni popolo ha un suo
arconte, genio tutelare o angelo custo- L'idea che ogni popolo abbia un suo
de. In Palestina il più antico documen- genio tutelare è stata utilizzata abba-
to letterario in cui appare quest'angelo stanza presto per esprimere la situazio-
del popolo è il passo di Ecclus r7,r7, ne di privilegio di Israele di fronte agli
di cui si dovrà parlare a lungo più a- altri popoli. Già in Asv-..32,8 s. si di-
vanti. Che tutti i popoli abbiano un ta- ce: «Quando l'Altissimo divise i po-
le angelo, risulta da Dan. ro, r 3 .20 s.; poli, disperdendo i figli di Adamo, sta-
12 ,r, dove Michele compare come ge- bill i confini dei popoli secondo il nu-
nio del popolo giudaico (dr. Hen.aeth. mero degli angeli di Dio, e la parte del
20,5) e, accanto a lui, vengono nomi- Signore fu il suo popolo di Giacobbe»41 •
nati gli angeli protettori della Persia e Il traduttore dei LXX approfitta cosl

37 In Dan. (Teodoz.) 10,13.20 s.; I2,r, inoltre credenze astrali caldaico-iraniche. Il motivo
in Dan.ro,13 (LXX) il genio del popolo è in- dell'angelo custode di un intero popolo non
dicato con &pxw'V (~ n. 40). è che il logico. ampliarsi in senso collettivo
38 Per gli angeli tutelari dei popoli cfr. STRACK- dell'angelo custode individuale, forse favorito
BILLERBl!.CK II 360; III 48.194; MOORE I 227; dall'antico culto degli eroi.
403 s. 406 s.; Boussl!.T-GRESSM. 324 s. 4() Cfr. K. G. KUHN e~ n. 39) 5r4s. e~ I,

39 L'origine reroota dell'idea degli angeli tu- coli. 1299 ss.


telari può essere cercata nell' antica credenza 41 O't'E liLEµÉpLl;E\I 6 ì.hjit<r-roc; E~, wc; liLÉ<T7tEL-
negli spettri che, in quanto spiriti dei morti, PE\I vtoùc; Aliaµ, fo-rrJ<rEv opLcx. Eilvwv xa:tèt
hanno la loro sede nelle tombe. Questa cre- cipd)µÒ'V ayyÉÀùJ\I DEOU, XttL ÉyevMri µEp1.ç
denza popolare è universale: si pensi ai geni xuplou ì..aòc; aò-rou Iaxw~ ... Il testo ebraico
della religione romana, al demone del primo invece suonn cosl: b•ha11/;cl 'elj611 g6ji111 b•ha·
platonismo (dr. K. G. KuHN, Sifré Numeri /rido b•11c 'iidiim iaHeb g•bulot 'ammim l•mis-
[1935) 515), alle fravashi della religione par b•ne ji1rii'el: ki f;eleq jhwh 'ammo. La tra-
iranica (cfr. N. SoDERBLOM, Les Fravashis dizione giudaica conosce ambedue le lezioni.
[1899]) ~alla concezìone egiziana del ka (dr. Rispetto al T.M., il Targum J. I a Deut. 32,
A. ERMAN, Die Religion der li.gypter [ 1934] 8 (ed. M. GrNSBURGER [1903) 358) presenta
2ro). Anche il giudaismo è strettamente lega- un'interpolazione: wbj hi' :r.j11111' 'qim t!nvmj
to con tali credenze popolari arcaiche. Ancora 'wmi' bskwm Jwb'iw npst' djfr'l dnl;tw lm~­
nella tarda antichità si hanno lunghe serie di rjm, «e in quel tempo egli fissò i confini dei
racconti sugli spiriti dei morti e sulla loro vita popoli secondo il numero delle 70 anime di
nei cimiteri. Si veda R. MEYER, Hellenistisches Israele che scesero in Egitto». Anche il Tar-
in der rabb. A11thropologie (BWANT [1937]) gmn O. ad l. presuppone il testo ebraico. K.
z ss. Il passaggio dallo spettro, che è la par- MARTI (in KAUTZSCH) si decide per la lezio-
te immortale dell'uomo, a un suo doppione ne di AEU-r. (~ III, col. 107) ma è difficile ve-
celeste (l' angelo custode) si spiega (secondo dcorne il motivo. A proposito della dispersione
BoussET-GRESSM. 324) in base n influssi di dei popoli e dell'insediamento di Israele come
).a6~ (R. Meyer)

del motivo del genio, per sé neutro, popoli e numerose le genti, e tutte ap-
per esprimere la sua idea, che cioè le partengono a lui; ed egli ha dato auto-
'genti' sono lontane da Dio: mentre i rità agli spiriti su tutte, perché le fa-
popoli stranieri sono sotto la guida di cessero smarrire lungi da lui (dietro di
un angelo, Jahvé stesso dirige il popolo lui). Ma sopra Israele egli non ha dato
giucfaico. Nasce spontanea l'ipotesi che potere ad alcun angelo né spirito. Egli
in AEU't'.32,8 s. gli dèi originari dei po- solo è il suo signore e lo custodisce» 45 •
poli pagani siano stati identificati con Qui i geni tutelari, siano essi chiamati
i loro geni tutelari. E se non è facile angeli o spiriti, personificano il princi-
addurre una dimostrazione precisa di pio che si oppone a Jahvé e l'espres-
tale ipotesi 42 , se ne potrà tuttavia ve- sione «fanno smarrire» allude chiara-
dere un argomento nel fatto che gli ar- mente al culto degli idoli da parte dei
conti si adoperano senza riserva per i pagani. Se la nostra interpretazione di
loro popoli e corrispondentemente tal- questa frase è giusta, abbiamo qui un
volta sono stati considerai dagli Israe- argomento in favore dell'ipotesi avan-
liti come nemici di carattere mitico e zata t>iù sopra(~ coll. n8 s.), che cioè
come rappresentanti del principio an- dietro i geni delle genti si debbano scor-
tagonistico a Dio. gere gli dèi pagani. A quanto si affer-
Per la Palestina il primo documento ma in Iub.15,Joss., i popoli extra-giu-
sicuro di questo mito è costituito da daici sono dunque stati condotti a rovi-
Ecclus r7,I7: «A ogni nazione ha as- na da Jahvé mediante l'opera dei loro
segnato un capo, e la porzione del Si- geni o dèi, mentre il popolo giudaico
gnore è Israele» 43 • Questo passo è al viene direttamente guidato dal suo Dio
tempo stesso, come abbiamo già indi- e difeso da ogni male.
cato, il più antico testo palestinese del Questo medesimo concetto dello stret-
tema generale dei geni tutelari dei po- to legame fra Jahvé e il suo popolo da
poli. In modo analogo il concetto è u- una parte, e della estraneità degli altri
sato in I ub. x5,30 ss. per sottolineare il popoli da Dio dall'altra, si ritrova in
rapporto immediato fra Jahvé e il suo numerosi detti dei rabbini tannaiti e
popolo 44 : «Israele, invece, l'ha scelto amorei. Come esempio riportiamo una
lui per farne il suo popolo. L'ha santi- narrazione come ce la offre il Targum
ficato e l'ha radunato prendendolo fra ] . 1, a commento di Deut.32,8 s. (ed.
tutti i figli degli uomini. Molti sono i M. Ginsburger [1903] 358): «Quan-

popolo di Dio in seguito all'elezione di Abra- 40 ), che la credenza nei geni di per sé non ha
mo, oltre gli antichi testi, STRACK-BILLBRBECK nulla a che fare con gli dèi pagani. È pur ve-
III 48 s. annovera anche un passo che appare ro, d'altra parte, che supponendo che nel mo-
nel testo ebraico dei Testamenti dei xu Pa- tivo dei geni nel giudaismo non si obbiano in-
triarchi: test. N. 8 ss. Ma questo testo, pub- terferenze, non si riesce a spiegare tutto, come
blicato da M. GASTER, Studies and Texts I risulta chiaro ad es. per il passo di fob.15,30
(1925) 69 ss., non è, probabilmente, che un ss. citato più avanti.
tardo rifacimento ebraico del testo greco, non u 'Extl:ai:~ EINEL xr.r.·dai:TJO'EV i]youµEvov,
il suo antecedente; cfr. O . EtssFELDT, Einl. xat llEPÌc; xuplou IapaT)À. foi:lv.
in das A.T . (1934) 690. 41 Invece, secondo He11. aeth. 89,59 s., i geni
42 Né BoussET-GRESSMANN 324, né STRACK- dei popoli pagani governano Israele su ordine
BrLLERBECK m 48 tengono abbastanza conto di Jahvé per tutto il tempo in cui il popolo
di questo fatto. Si dovrà prima di tutto con- giudaico sta sotto il dominio deglì stranieri.
siderare se.riatru:nte, con K. G . KUHN (4 n. 45 KAuTzscH, Pseudepigr. 67 s.
)..a6ç (R. Meyer)

do l'Altissimo assegnò il mondo ai po- ebraico possiede nei confronti di Jah-


poli che erano discesi dai figli di Noè, vé. Talora questo tema appare a sua
e quando al momento della dispersio- volta legato all'idea del merito acqui-
ne fissò per gli uomini scrittura e lin- stato dai padri in misura sovrabbon-
gua particolari, in quel momento egli dante e che si riversa in favore dei di-
gettò le sorti 46 coi settanta angeli, capi scendenti. Citiamo ad esempio un com-
delle genti, coi quali era comparso per mento dell'amoreo Hijjà b . Abbà (circa
vedere la città di Babele 47 • E appena il 280 d.C.) a proposito di Ex.12,2 (Exo-
popolo santo48 toccò in sorte al Signore dus rabbà IJ,27): «Che significa: 'il
del mondo, Michele prese a dire: 'Buo- mio primogenito è Israele' (Ex.4,22)?
na porzione [è questa]' ... Gabriele [al- Hijjà [b. Abbà] ha risposto cosl: Si
lora] aprl la bocca in un cantico di lo- tratta dei figli che i loro padri hanno
de e disse: 'La casa di Giacobbe è suo benedetto mediante le loro opere; A-
possesso'». bramo ad esempio; infatti sta scritto:
b) Accanto al mito di cui abbiam 'Sia benedetto Abramo dall' altissimo
parlato, ci sono altre figure, prese dal- Iddio' (Gen.14,19)».
la vita degli uomini per rappresentare Solo qualche rara volta il concetto di
l'intimo rapporto del popolo ebraico figlio viene inteso in base al comporta-
con Jahvé49 • Dobbiamo qui citare50 pri- mento etico, mentre di solito la valuta-
ma di tutto il motivo veterotestamen- zione è fatta puramente sul piano natu-
tario di Israele-figlio 51 • In 4 Erdr. 6,5 8 rale, in base alla nascita. In S.Deut.96,
il popolo è chiamato il primogenito, il su 14,1, compaiono ambedue le inter-
figlio unico di Jahvé: Nos autem, po- pretazioni: «R. Jehudà (c. 150 d. C.)
pulus tuus, quem vocasti primogenitum, ha detto: 'Se vi comportate come figli,
unigenitum, aemulatorem, carissimum, davvero siete figli; se no, non siete fi-
traditi sumus in manibus eorum (cioè gli'. R. Meir (c. 150 d.C.) [invece] ha
dei non-israeliti) 52 • Al motivo del pri- detto: 'In un caso come nell'altro [va-
mogenito è connesso il concetto della le la Scrittura]: Siete figli di Jahvé, vo-
situazione di privilegio che il popolo stro Dio» 53• Che Israele nell'interpte·

46 Qui segue un'interpolazione che disturba lA n,r; Ps.73,r5; 80,16.


connessione del testo. Il passo postula una le-
52Cfr. B. VIOLET, 4Esdr. I (1910) 124.
zione di Deut.32,8 s. come quella che offre og-
gi il testo ebraico ( cfr. ~ n. 41), mentre il rac- sJ Cfr. a questo proposito G. F. MooRE, ]u-
conto del Targum di cui stiamo parlando rap- daism II 203. Per comprendere meglio quanto
presenta l'ampliamento di un testo come ci è sia radicata l'idea di un legame assoluto fra
offerto dal Deuteronomio nella versione dei Jahvé e il suo popolo, basta dare uno sguar-
do, ad esempio, al quadro escatologico che ab-
LXX.
bozza Elenzaro di Modim (t c. 135 d .C.). In
4ì Cfr. Ge/J.II,7. Cant. r. su 2 , 1 il tannaita, basandosi su Mich.
43'm' qdjf; per questa designazione del po- 4, :;, descrive come un giorno i geni dei
polo ebraico~ coli. 125 ss. popoli Uri 'wmwt b'w!m) faranno presente a
49 Per ciò che segue cfr. S. ScHECHTBR, Some Jahvé che gli Ebrei hanno adorato gli idoli,
hanno versato il sangue e hanno commesso im-
Aspects of Rabbinic Theology (1909) 46 ss.
pudicizie quanto i pagani. Tuttavia questa ob-
so Cfr. STRACK-BILLBRBECK 1 428 nr. 2; n 12, biezione non è destinata ad avere alcun segui-
in alto. 530, su fo.9,6h; m 263 s. 257; 1v 852. to: i popoli pagani devono andarsene all'in-
s1 Cfr. Ex.4,22; De11t. 14,1; Is. 1,2.4; 30,r.9; ferno insieme ai loro geni, mentre J ahvé pre-
43,6; 45,11; 63,8; Ier.3,14; 31,9.20; Os.2,1; serverà ìl suo popolo dalle pene dell'inferno.
À.a6c; (R. Meyer)

tazione corrente dei rabbini sia consi- che il motivo dell'amore - amore di
derato figlio per semplice diritto di na- sposo, di amico, di parente fra J ahvé e
scita lo testimonia anche R. Shimon b . Israele - è stato mutuato dal patrimo-
Johaj (c. 150 d.C.) che in Shabb.14,4 nio di pensiero dell'A.T. ed elaborato
dà a tutti gli Israeliti il titolo di figli alla maniera delle haggiid6t (narrazio-
del re. In genere si pensa che il rappor- ni) 55. Cosl in Ex. r. l5,3I su I2,2, Jah-
to padre-figlio non venga alterato nep- vé è paragonato a un re che si è fidan-
pure per la peccaminosa condotta che zato a una fanciulla. Da principio egli
si tiene al presente. Ad es., R. Akibà le fa solo pochi doni. Ma quando l'ha
(morto nel 135 d.C.), che in Ab. 3,14 sposata, le lega per testamento doni nu-
considera come una particolare prova merosi. Il paragone, riferito alla situa-
d'amore per gli Israeliti la loro designa- zione fra Jahvé e Israele, vuol signifi-
zione quali figli di Jahvé (Deut.14,1), care che anche il popolo giudaico nel
in Jomà 8,9 dice, a proposito del gior- mondo di quaggiù è solo fidanzato con
no del gran digiuno nel quale vengono Jahvé e di conseguenza non gode che
perdonati i peccati contro Dio: «Salve, in scarsa misura dei doni di lui. Ma l'e-
o Israele! Davanti a chi vi purificate, e tà messianica porterà le nozze e con ciò
chi vi purifica? Il Padre vostro che è la pienezza dei doni di Jahvé per il suo
nel cielo» 54 • Si coinvolge Jahvé persino popolo 56 • Merita di esser ricordato a
nella sofferenza dell'esilio, che il popo- questo proposito anche il commento di
lo si è tirato addosso coi suoi peccati. Akibà sulla Cantica, tanto più che tale
Così, secondo una baraita in Ber. b. 3 a, alJegoria farà sentire la sua influenza
una voce celeste che risuona tre volte più tardi, nella stessa interpretazione
al giorno fra le rovine di Gerusalemme cristiana del poemetto nuziale (~ v,
dice: «Guai ai figli, per i peccati dei col. u93 ). Secondo tale commento, il
quali io ho distrutto la mia casa e in- popolo giudaico è l'amata di Jahvé,
cendiato il mio santuario, e che io ho mentre nel coro delle fanciulle sono im-
mandato in esilio sotto il dominio delle persona ti i popoli pagani 57•
genti!». Nello stesso passo cosl si parla d) L'amore di Jahvé per il suo po-
del dolore di Jahvé: «Quando gli Israe- polo è raffigurato, oltre che nell'amore
liti frequentano le sinagoghe e le scuo- di uno sposo, anche in quello di un
le e rispondono: 'Sia benedetto il suo amico e di un parente. Il tema del le-
grande nome!• il Santo - sia benedetto game fraterno 58 fra Jahvé e il popolo
- scuote la testa [per il dolore] e dice: giudaico è espresso in un detto del tan-
'Beato il re che viene lodato da queJli naita Hanania b. Hakinaj (c. I20 d.C.)
che abitano con lui; ma che deve fare in Mekiltà Ex. su Ex.I4,15, secondo il
il padre che ha bandito i suoi figli? E quale J ahvé dice a proposito del suo
guai ai figli che sono stati banditi dal- rapporto con Israele: «Non ho io fatto
la mensa del padre!'». scrivere già da un pezzo: 'Un fratello è
c) Un'altra immagine che i rabbini nato per il tempo dell'angustia (Prov.
usano per esprimere il legame fra J ahvé 17,17)'? Per Israele io sono un fratello
e il suo popolo è quella dell'amore. An- nelle sue angustie». Corrispondente-

54 'abikem iebbaHiima;im. Per una trattazio- EicHRODT, Theol. d. A .T. 1 127 ss. •
ne più ampia del rapporto padre-figlio fra Jah· 56 Cfr. STRACK-BILLBRBECK IV 827.863.926.
vé e Israele -+ '/tet:ti}p. 57 Cfr. Mekiltà Ex. a 15,2 par.
ss P er il tema dell'amore nell' A. T. dr. W. 58 Cfr STRACK-BILLERBECK III 682.
Àaoç (R. Meycr)

mente, gli Israeliti sono indicati come rabbini attinto dagli scrm1 veterote-
fratelli di Jahvé. Il tema dell'amicizia stamentari 61 ed elaborato in stile hag-
fra Jahvé e il popolo giudaico è testi- gadico. I rabbini danno una duplice
moniato ad esempio da Tanh. ns' 20, motivazione della santità del popolo:
verso la fine. In un commento a Cant. da una parte si richiamano al fatto che
5 ,1: «Mangiate, o amici, bevete e ine- gli Ebrei, come credenti in Jahvé, non
bdatevi, o carissimi», si dice che colo- hanno niente in comune con gli adora-
ro a cui è rivolto l'invito sarebbero gli I- tori degli idoli; dall'altra osservano che
sraeliti, dato che l'appellativo di amici fu il popolo è stato santificato mediante la
dato a loro. L'amorreo Shimon b. Laqish consegna della Torà. I due ordini di idee
(c.2 50 d.C.) tratta l'uno accanto all'altro si ttovano entrambi in S. Lev. qdws;m
ambedue i motivi; quello dell'amicizia Perek ro su 20, 7. Di conseguenza I-
e quello della parentela (j. Ber. 13 b, r. sraele è chiamato il popolo santo ('m
38 ss.). Egli dice: «Quando un uomo qdwS}, un nome che secondo S. Deut.
ha un parente, se questi è ricco si mo- 97 su 14,2 è riservato a lui solo. Equi-
stra legato a lui, se è povero lo rinne- valente è il concetto di 'nazione santa'
ga. Ma non fa cosl il Santo - sia be- ('wmh qdwsh 62, o 'wmt' qdift') 63 •
nedetto; se anche Israele è caduto nel-
la più profonda umiliazione, lo chiama 3. Il popolo come centro del mondo
'mio fratello e mio amico' ... ». Infatti È caratteristica di ogni società reli-
occorre far notare che nella letteratura giosa antica la coscienza di occupare
rabbinica gli Ebrei sono chiamati 59 cor- una posizione di centl'O, solo che i suoi
rentemente 'i diletti 60 (blibtbin = IJ,ya,- adepti abbiano incominciato a spingere
1'1)-i'Ol) di Jahvé'. Si veda ad es. in nna il loro pensiero al di là degli stretti
baraita di Meg. b. 29 a, in cui il tannai- confini di una religione tribale o nazio-
ta Shimon b. Johaj (c. 150 d.C.), nell'in- nale M. Tuttavia in nessuna religione
tento di mettere in rilievo il legame di questa consapevolezza ha impresso il
J ahvé col suo popolo anche nei momen- suo marchio particolare come nel tardo
ti della sventura, dice: «Vieni e guar- giudaismo 65 • L'autore del IV Libro di
da come gli Israeliti sono cari al co- Esdra traduce nei seguenti termini (6,
spetto del Santo - sia benedetto; in o- 55 ss.) il pensiero popolare del tempo
gni luogo dove furono mandati in esi- circa l'importanza centrale della nazio-
lio la s"klna era con loro». ne israelitica: Haec autem omnia dixi
coram te, domine, quoniam dixisti, quia
2. Il popolo santo
propter nos creasti pl'imogenitum sae-
Anche il pensiero che al popolo, scel- culum; residuas autem gentes ab Adam
to da J ahvé come suo particolare, com- natas dixisti eas nihil esse, et quoniam
pete la prerogativa della santità fu dai salivae adsimilatae sunt et sicut stillici-

s~ Cfr. MooRE r 398. 64 Si pensi ad es. alla concezione dell'ombelico


60 STRACK-BILLEKBECK I!I 24.89; IV 6; dr. an- presso i singoli popoli, per cui il santuario cen-
che la locuzione populus carissimus in 4 Esdr. trttlc è pure il punto di me7.W e il centro di
6,58 --+ col. r2r. sviluppo del mondo; cfr. W.H.RoscHER, Om-
phalos (1913) pass.; per il giudaismo cfr. ad
61 Cfr. ad es. Dcut. 7,6; 14,2.21; 26,r9; 28,9
es. Jomà 5,2; ;. ]0111à 42 e r. 35 ss. e Ta11h.
~ I, col. 244. pqwdj 3. Per il materiale ebraico v. JoACH.
6Z Esth. r. 4 su r,15. JEREMIAS, Golgotha (1926) 51 ss .
63 ; . Shabb. 8 d, riga 16. 65 MOORF.. I 383.449 s.
ÀM<; (R. Meyer)

dium de vaso similasti habundantiam popolo ha finora risparmiato all'umani-


eorum ... Et si propter nos creatum est tà fa rovina70 • La comparazione di Jehu-
raeculum, quare non hereditatem possi- dà b. Shimon, in cui Islaele è parago-
demus nostrum saeculum? 66• La speran- nato a una rosa (?) e gli altri popoli a
za di avere un dominio universale an- spine e cardi, serve a chiarire i due pas-
che in questo mondo, come l'autore del si sopra citati, in quanto mostra che
rv di Esdra lascia qui trapelare, corri- l'importanza centrale di Israele va in-
sponde a un'aspettativa che il popolo tesa sul piano morale: il popolo giudai-
ebraico coltivò 6.n dall'epoca persiana67• co ha la stessa funzione dell'uomo giu-
Dopo Adriano, però, la speranza di una sto, alla cui vita il mondo deve il suo
sovranità immediata, che già lo stesso sussistere. Questo stesso pensiero, che
autore del IV di Esdra non condivide cioè gli Ebrei sono necessari per l'esi- .
più 63, andò man mano affievolendosi, stenza del mondo, è illustrata da un
sotto l'impressione dei disastri politici tannaita (A.Z.h. 10 b) all'imperatore A-
e della disgraziata situazione presente. driano (? ), mentre questi si trova d'ac-
Allora l'attesa nazionale si volse piut- cordo con i suoi consiglieri nel ritenere
tosto esclusivamente verso il secolo fu- gli Ebrei come un cancro per il popolo
turo. Anche gli scritti rabbinici che romano 71 •
trattano dell'importanza di Israele nel
mondo appaiono lontani dall'idea di un 4. Senso e durata della sofferenza
vero e proprio dominio universale 69 •
L'amoreo Jehudà b. Shalom (c. 370 d. La disgraziata situazione politica nel-
C.) in un commento a Gen.1,1 afferma la quale venne a trovarsi il popolo do-
che il mondo fu creato in vista del po- po la caduta degli Asmonei, e partico-
polo ebraico, senza dire, con questo che larmente dopo la seconda distruzione
il mondo di conseguenza d~bba essere del tempio, era in aperto contrasto con
soggetto alla signoria degli Ebrei; cfr. siffatte affermazioni. Questa disparità
Tanh. B br'l;t 3 (p. r b). Nel trattato fra realtà presente e ideale fu appianata
Gerim 1 ,5 il proselito, dopo· il bagno mediante argomentazioni teologiche.
di immersione, viene cosl salutato: «Te a) La sofferenza 72 del presente appa-
beato! A chi ti sei legato? A Colui per re come la conseguenza della condotta
il comando del quale il mondo fu; poi- peccaminosa del popolo davanti a Jah-
ché il mondo è stato creato solo in vi- vé. Particolarmente istruttiva per que-
sta di Israele e solo gli Israeliti sono sto modo di interpretare la storia (che
chiamati :figli di Dio». Un altro amo- ha un precedente veterotestamentario
reo, Jehudà b. Shimon (c. 320 d.C.), nel Deuteronomio) è la leggenda rela-
in Lev.r.23,3 su Lev.18,3 par., si serve di tiva al fallimento dell'insurrezione sot-
una parabola per dire che il mondo già to Adriano. In Taan. j . 68 dr. 60 ss. si
da lU1 pezzo avrebbe meritato la fine e racconta che Eleazaro di Modim, quan-
che solo l'amicizia di Jahvé per il suo do la città di Bet-Tir fu assediata dai

66 VIOLET (~ n. 52) 122 ss. 69 Cfr. STRACK - BILLERBECK Ili 248; IV 847.
852.
67Cfr. G. H6LSCHER, Gescbichte der israel. 70 STRACK-IllLLERilECK I 873.
und jiid. Religion (1922) 153 s. 71 STRACK-BlLLERBECK I 832 s.

68 Cfr. il passo di 4 Esdr.7,ro ss., di cui si trat- 72 Per quanto segue cfr. STRACK-BILLERBECK,
ta più avanti <- coli. 129 s.). indice, s.v. «Lciden».
129 (IV,44) M.6c;(R. Meyer)

Romani, pregava ogni giorno cosi: «Si· considerata come conseguenza del pec-
gnore del mondo, non lasciar libero cor· cato originale: idea che però non ha se-
so al tuo giudizio!». Grazie alla pre- guito nei detti rabbinici posteriori. I
ghiera di Eleazaro, la città fu salvata rabbini fanno bensl entrare il peccato
dalla conquista romana fino a che Bar originale nella spiegazione del presente,
Kcsebà, già salutato da R. Akibà come ma nel senso che fanno risalire alla col-
te messianico, dando ascolto a una ca- pa di Adamo gli alti e bassi che si ve-
lunnia uccise il vecchio con un calcio. rificano nella storia, il coesistere di be-
Immediatamente si fece udire dal cielo ne e male, di gioia e dolore, in
una pa-
a Bar Kosebà una voce che gli annun- rola Io stato di imperfezione del mon-
ciava prossima la caduta della città. Po- do; non vi ricorrono però per spiegare
co dopo, infatti, essa fu presa dai Ro- l'infelicità del loro tempo.
mani 73• Al significato della sofferenza b) Nel passo del IV di Esdra citato
nel corso generale della storia si rife- sopra, all'idea della condanna del mon-
risce anche una frase di Tanh. B. 'mwr do è collegata quella della prova che
32 (p. 52 a) e par.: «Il Santo - sia be- devono subire gli uomini: i viventi de-
nedetto - ha detto: Nel mondo di quag- vono passare attraverso il mondo pre-
giù siete dati in preda alle genti a cau- sente per poter entrare nel secolo fu-
sa dei vostri peccati, ma nel mondo fu- turo. Questa idea della prova ha godu-
turo 'i re faranno da servitori a te e to grande favore presso i rabbini. Ad
le loro principesse da bambinaie ai tuoi es. Shimon ben Johaj (c. 150 d.C.) in
figli'». S. Deut. 32 a 6,5 (p. 57, Kittel), dice
Nel quadro della storia delle religio- che Jahvé ha dato al popolo ebraico tre
ni è importante 4 Esdra 7 ,10 ss. Alla do- doni ai quali .invano aspirano le nazio-
manda perché le vose vadano così male ni del mondo: la Torà, la terra d'Israe-
per gli Ebrei in questo mondo, che pu- le e il mondo a venire. Ma gli Israeliti
re è fatto per loro (-4 coll. 126s.), il devono per questo sobbarcarsi alla sof-
veggente riceve questa risposta: Sic est ferenza.
et Israel pars,- propter eos enim feci e) Un terzo concetto che contribul a
saeculum. Et quando transgressus est dar ragione della infelicità nel mondo
Adam constitutiones meas, iudicatum presente fu quello dell'efficacia espia-
est, quod factum est; et facti sunt in- trice della sofferenza. Il popolo che è
tmitus huius saeculi angusti et dolentes stato destinato al secolo futuro non ha
et laboriosi, paucae autem et malae et abbastanza forza per resistere a tutte le
periculorum plenae et laborum magno- tentazioni che ollre il mondo presence.
rum fultae . ... Si ergo non ingredientes Perciò Jahvé lo punisce subito, in mo-
ingressi fuerint, qui vivunt, angusta et do che quando verrà l'ora del secolo fu-
vana, non poterunt recipere, qt1ae sunt turo il debito delle colpe commesse da
reposita 14• La miserabile situazione in Israele sia già saldato75 • L'idea è espres-
cui si trova attualmente il popolo viene sa in Lev. r. 29,2 a 23,24 nei seguenti

73 Cfr. BACHBR, Tam1aiten 12 187 s. slVCU. xo:t yà.p 't:Ò µ.-ij 'ltOÀ.ÙV XP6VOV téioì)a.~
74 VIOLET (~ n. 52) IJO ss. -toùc; oucr<TE~ovnaç, IJ.).).' EiiMwc; 7tt0pml1t't:Et\I
1s Cfr. particolarmente 2 Mach.6,r2-16; 7tO:pa· Ém-t4.toLç, µEyciÀ.71ç evepyeo'lac; C1'1}µEt0v É<T-
x:a:Àw oliv -.oùc; év-cuyx6:.vov-.o:;; -tjj8e -.ji ~l­ -cw. ov yàp xa:M-nep xat fot -twv t'i).).wv t&·
~>..cv µ1) C1Vcr-.ÉÌ-..ÀECTikt.~ 8~à. -.W; avµqiop6:c;, vwv à.vaµÉve~ µa,x:pobuµWv ò oeCT1t6't1Jc; µ!xp~
Àoyl!;E~a.~ oÈ -.à.c; ·nµwpla;; µ1) 'ltpò;; OÀ.E- -.ou xix-.av-ci)ua.v-cac; ixv-coùc; 1tpÒç Éx:-n)..iJpw-
~pov, à>..M. 'ltpòc; 7tmOEl<.t\I "COV yÉ\IOVç 'ÌjµÙ>\I ITL\I àµarmw\I xoJ..&:crixt, oihui~ xal. t<p' 'i)µWy
À«6c:; (R. Meyer)

termini: «lo (Jahvé) ti voglio castiga- braico nel suo complesso uscirà incolu-
re col dolore in questo mondo, per pu- me, come si può pensare per quello
rificarti dei tuoi peccati in vista del particolare; per le nazioni del mondo,
mondo che verrà». invece, sarà la fine. Cosl va intesa la
massima (che con tutta probabilità ri-
5. Il carattere eterno del popolo sale ad Akibà) che «tutto Israele avrà
Le nazioni del mondo hanno nella patte al mondo futuro» (Sanh. II, r:
vita presente la loro fioritura. La gran- kol-iifra' el ;es liihem beleq lii'oliim ha-
de ora di Israele invece è ancora di là bla') 71 • Questa frase, che nel periodo
da venire, secondo le attese supreme tannaitico e amoreo ha goduto di un
del pensiero rabbinico76 • Nei giorni mes- generale consenso, può essere conside-
sianici le nazioni del mondo, che si so- rata come una testimonianza dell'attesa
no riunite in battaglia contro Israele, a sfondo collettivo, di carattere popo-
saranno distrutte. Allora si leverà sul lare, che si ricollega alla credenza nel
mondo la signoria di Israele e le genti, grande giudizio 78 • Naturalmente, que-
quelle almeno che non siano già state sta speranza di salvezza fatta balenare
distrutte, saranno sottomesse al Messia alla massa non va intesa nel senso che
e al suo popolo. Tuttavia, non solo l'e· il fatto di discendere dai padri basti da
poca messianica rappresenterà per il po- solo a procurare la vita eterna. I col-
polo giudaico un periodo di splendore; pevoli di peccati mortali, siano essi in-
anche il mondo futuro, il secolo conclu- dividui o si tratti di intere generazioni,
sivo nella storia dell'umanità, è riser- sui quali già la Bibbia secondo l'opinio-
vato al popolo giudaico nel suo insieme. ne rabbinica ha pronunciato un giudi-
All'inizio del tempo escatologico vi sa- zio di dannazione, restano esclusi dal-
rà il giudizio universale. Esso non ha, l'eone futuro. Le valutazioni circa il nu-
come il giudizio delle nazioni all'inizio mero degli esclusi variano a seconda dei
dell'epoca messianica, un carattere e- rabbini, ma in ogni caso non si tratta
sclusivamente collettivo, ma, secondo mai di un numero rilevante, cosl che
numerosi detti rabbinici, concerne ogni l'attesa riguardo alla collettività non ne
singolo individuo, proprio come il giu- viene infirmata; come non viene infir-
dizio che segue immediatamente la mor- mata da qualche singolo individuo pio
te. Tuttavia, quanto al risultato finale, appartenente alle nazioni del mondo 79
anche da questo giudizio il popolo e- che possa entrare con Israele nel secolo

~XPWEV dvcxL, tva.. µi] 1tp6c:; 'téÀoc:; &q>Lxoµé- colpe, con noi ha deciso di comportarsi diver-
VW\I 'l')µWv 'tWV àµa.p'tLWV ii<r'tEPO\I lJIJ.t'i.c; Éx- samente. Egli non aspetta a punirci quando i
lìtxc'i.. IMnEp ouliÉnO'tE µÈ.V -r:òv ~ÀEOV &cp' ii· nostri peccati siano giunti al colmo. Perciò egli
µwv cX<pLo"t'l'j<Tl.V' 7tU..LlìEVW\I lìÈ µE't'èt. UIJµ<popiiç non ritira mai da noi la sua misericordia; an·
oùx Éyxa't'CXÀEl7tEL "t'6\I Ea.U"t'OV ÀMV, «Ora io che se corregge con avversità, non abbandona
prego coloro che si imbatteranno in questo li- mai il suo popolo».
bro di non scandalizzarsi per tali avversità, ma
di credere che le nostre sofferenze non sono 76Per quanto segue dr. STRACK·BILLERBECK
per nostra rovina, ma solo per una giusta cor- IV 858 SS. 880 ss. 968 SS.
rezione della nostra gente. Infatti~ il non la- 11 Cfr. STRACK · B1LLERBECK IV 1053 s., dove
sciare impuniti per molto tempo i peccatori, bisogna correggere Zach.u,1 ss.
ma subito affliggerli con castighi è segno di
grande benevolenza. Mentre con gli altri po- 78 Cfr. invece la descrizione del giudizio uni-
poli il Signore aspetta pazientemente per pu- versale in Mt.25,31 ss.
nirli quando sono giunti alla pienezza delle 7J Cfr. MooRE 1 279; u 386.
Àa.Oc; (R. Meyer)

futuro. Tutti gli altri Israeliti, che si del popolo ebraico, troviamo lo stadio
sono resi colpevoli di peccati meno gra- finale di questo sviluppo verso il par-
vi, subiranno nel purgatorio un proces- ticolarismo nazionale-religioso. Ne se-
so di purificazione 80 prima di acquistar- gue che i popoli del mondo vengono
si un diritto all'eone futuro. Giustino guardati in una luce spiccatamente pes-
(dial. c. Triph. 140) riferisce cosl l' inse- simistica.
gnamento rabbinico circa il carattere
eterno del popolo giudaico: li·n 1ta:v- r. Le genti in quanto lontane da Dio
"t'Wc; "t'OL<; Ò:.1tÒ 't''ijc; 0"1t0p~ -.ijc; xa:dx. Sopra (~coll. rr6ss.) si è richiamata
crapxa. ..ov 'A~pcx.ൠOU(J"L, x&:v <iµap- l'attenzione sul fatto che l'appartenenza
't'WÀoi WCTL xcx.i li:rr;tCTrçot xcx.1. ò:.1miMc; panicolare del popolo ebraico a Jahvé
1tpÒç "t'Ò\I ll'E6v, fi ~MLÀELOC Ti ai.wvtoç è messa volentieri in rapporto con l'i-
ooili)CTE'taL, «in generale a coloro che dea dei geni tutelari degli altri popoli,
sono del seme di Abtamo secondo la per mostrare come le nazioni del mon-
carne, anche se sono peccatori e infe- do non stiano sotto la direzione imme-
deli e disobbedienti verso Dio, sarà da- diata di Jahvé, ma vengano guidate dai
to il regno eterno». Ma tale interpreta- loro arconti. Cosl però i popoli, secon-
zione, oltre a presentare una certa gros- do il mito, si trovano in una posizione
solanità polemica, risulta inesatta, pur di inferiorità rispetto a Israele; infatti
ricordando quanto sia caro ai rabbini il i geni, che sono legati per la vita e per
concetto del legame che esiste fra J ah- la morte ai loro popoli 81, appartengono
vé e il suo popolo semplicemente in ba- alla corte di Jahvé e sono quindi suoi
se alla nascita (~ coli. 122 s.)). semplici ministri 82• Per di più, gli ar-
conti dei popoli non hanno potere illi-
II. Le genti mitato riguardo al tempo, ma vanno in
rovina coi loro popoli, alla stessa ma-
Da quando durante l'esilio . si fece niera che il genio di un singolo indivi-
acuta la questione del rapporto fra I- duo perisce con la morte di lui 83 • Il più
sraele e gli altri popoli, il giudaismo antico documento in proposito si trova
cercò di risolverla su un doppio piano: in Mek. Ex. a r5,r e suona cosl: «Ap-
universalistico e particolaristico. Ebbe il pena gli Israeliti videro precipitare l'ar-
sopravvento la considerazione del mon- conte della nazione [egiziana], intona-
do da un punto di vista nazionalistico- rono un cantico di lode ... Si vede qui
religioso (~ coll. 143 s.). Negli scritti che il Santo - sia benedetto - punirà i
rabbinici, che appartengono per la stra- regni nel secolo futuro solo quando ab-
grande maggioranza a un'età posteriore bia prima colpito i loro geni». Si badi
al frantumarsi della potenza nazionale infine a un altro particolare che proprio

so Secondo Akibà la permanenza in purgato- in Ex. rabb. 32,I su 23,20: «Il Santo - sia be-
rio è cli dodici mesi. nedetto - disse agli Israeliti: Vi siete mandati
in rovina da voi stessi. Prima vi rallegravate
81 Cfr. Tg.]. 1 su Ge11.n,7 (ed. M. GrnsnuR- di essere guidati dallo Spirito santo; ora dove·
GBR [r903] I8 s.). te servirvi della guida di un angelo». Di qui
8l Il vivo senso che i rabbini ebbero cli tale si vede che il rabbino sente che l'angelo-pro-
mitica degradazione appare chiaro quando si tettore rappresenta anche per Israele un au-
riflette che questo tema ha influenzato retroat- mento della distanza che si è creata fra Jahvé
tivamente lo stesso rapporto fra Israele e Jah- e il suo popolo.
vé. Dice ad es. Pinhas ben Hamà (c. 320 d.C.) 8J [Avvertenza di K. G. Kmrn].

'i gra11tl~ lo?ssiro - \'I


)..rx.6<; (R. Meyer)

in Mek. Ex. a 15, 1 risulta evidente: popolo legato in modo speciale a Jahvé
mentre la credenza nei geni giustifica la e di sua peculiare proprietà. Sono pochi
seconda parte di questa 'narrazione' i detti rabbinici che non attribuiscano a
rabbinica, non riesce a spiegare appie- Jahvé i sentimenti ostili che gli Ebrei,
no la prima parte della haggadà. La a causa della loro situazione politica, nu-
caduta dell' angelo tutelare dell'Egitto trirono verso i pagani 85 • Un esempio
coincide qui con una sconfitta degli Egi- di questi pochi ci è dato da una hagga-
ziani, ma non con il definitivo tramon- da di Johanan ben Nappahà, contempo-
to cU questa nazione. Questa circostan- raneo di Origenc e di poco più giova-
za di fatto può essere spiegata solo te- ne di lui (t 279 d. C}. In Sanh. b. 98
nendo presente che, nel pensiero rabbi- b si dice infatti: «Che cosa significa:
nico, alla battaglia del Mar Rosso cor- 'E tutti i volti sono impalliditi' (Ier.30,
risponde un analogo avvenimento in 6)? Rabbi Johanan ha risposto: [Per
cielo. Secondo il concetto che hanno di coloro che sono impalliditi si deve in-
Dio i rabbini, non è certamente possi- tendere] la corte del cielo e tutti i sud-
bile ammettere una lotta ad armi pari diti della terra, e precisamente nell'ora
nel cielo, poiché non esistono divinità in cui il Santo - sia benedetto - dice:
che possano stare a petto con Jahvé. Questi (gli Israeliti) sono l'opera delle
Si può però supporre che la prima par- mie mani e quelli (le genti) sono l'ope-
te di Mek.Ex. a 15,1 sottintenda il mi- ra delle mie mani; perché devo io di-
to di una battaglia fra divinità e che struggere questi a causa di quelli?»
nella stessa sbiadita rappresentazione Nella descrizione del giudizio escatolo-
rabbinica l'angelo tutelare sia più di un gico, quale ci è qui presentato, compa-
semplice genio, e precisamente un dio re la stessa mescolanza di universalismo
nazionale che si è contrapposto a J ah- e di particolarismo nazionale che trovia-
vé e perciò è stato da lui buttato giù mo in una trattazione della caduta del-
dal cielo 84 • Si rileva pure da questo pas- l'Egitto in Sanh.b. 39 b par. In un com-
so che gli arconti sono non solo mini- mento a Ex.14,20, attribuito a Jonatan
stri di Jahvé, ma anche, talvolta, suoi ben Eleazar (c. 230 d.C.), si dice: «In
nemici, rappresentanti di un principio quell'ora gli angeli del servizio voleva-
antagonistico, analogamente agli dèi pa- no cantare un canto davanti al Santo -
gani. sia benedetto. Allora il Santo - sia be-
Le nazioni del mondo, essendo estra- nedetto - disse: L'opera delle mie ma-
nee a Dio, non ricevono quegli attribu- ni è annegata nel mare, e voi volete in-
ti onorifici che spettano a Israele come tonarmi un canto?».

84 Che questa idea non sia campata in aria, i suoi demoni che hanno la loro dimora sulla
è mostrato da Le. 10, r8: la lotta cli Gesù terra, secondo Mek. Ex. su 15,r si tratta del-
e dei suoi discepoli sulla terra contro il re· l'arconte dell'Egitto col suo popolo. Ambedue
gno della tenebra è accompagnata da quel- rappresentano lo stesso principio ostile a Dio,
la cli Dio contro Satana. Perciò, quando i set- ma è pur vero che in entrambi i casi anche il
tantadue discepoli tornano vincitocl dalla lo· monoteismo è cosl rigido che non si può più
ro lotta contro i demoni, Gesù dice: Ei>Ew- pensare a una vera e propria battaglia fra di-
pouv -cl>v rra.-ca.vO.v ti><; <Xrr-cpa'ltTiv be 'tOU où- vinità.
pcx.vou 1mr6v'ta, «vedevo Satana cadere dal as Cfr. STRACK-BILLER.BECK m 289; C.G.MoN-
cielo come folgore». Mentre, al dire cli Luca, TEFJORE, Rabbinic Literat11re and Gospel Tea-
chi subisce una sconfitta è Satana insieme con chings (r930) 2r4.
137 (lV,46) ).,a;6ç (R. Meyer)

2. La situazione di peccato rabbinici. Secondo la tradizione conte-


dei popoli non israelitici nuta in Sotà 7 ,5 gli Israeliti, quando en-
trarono nella terra ad ovest del Giorda-
Fra Jahvé e le genti esiste un diva~ no, innalzarono un altare sul monte Ebal.
rio non solo mitico, ma anche etico: le Su di esso furono registrate tutte le pa-
genti si sono tirate addosso l'ira di Jah- l'Ole della Torà in 70 lingue, per modo
vé perché si sono messe al di fuori del che i popoli del mondo potessero rico-
piano divino. Dei rimproveri che il giu- piarle e appropriarsele. R. Jehudà (c.
daismo ha mosso alle genti da un pun- lJO d.C.) in T. Sotà 8,6 dice cosl: «Il
to di vista religioso, citeremo i princi- Santo - sia benedetto - mise loro (alle
pali. genti) nel cuore di mandare degli scri-
a) Nel primo uomo le nazioni hanno vani ed essi ne fecero una copia dalle
trasgredito i cosiddetti comandamenti piet;e in settanta lingue». Evidente-
di Adamo86 • Jehudà ben Shimon (c. 320 mente i gentili, nello stesso momento
d.C.) in Gen. r. 24, 5 su 5, l dice: «Il in cui prendevano conoscenza della To-
primo uomo era destinato a ricevere in rà di Jahvé, han rifiutato la legge divi-
consegna la Torà. Il Santo - sia bene- na e cosl si sono esclusi irrevocabil-
detto - disse: Egli è opera delle mie m~nte dal mondo futuro. Perciò il tan-
mani e non dovrei dargliela? Tuttavia naita prosegue: «In quel momento fu
il Sa~to - sia benedetto - cambiò pa- decisa con sentenza irrevocabile la mor-
rere e disse: Se io già ora gli ho dato te eterna delle nazioni del mondo». Il
sci comandi, e non riesce a osservarli, mito della rovina delle genti fu messo
come posso dargli questi 613? ... Non in rapporto anche con la consegna del-
li darò ad Adamo, ma ai suoi discen- la legge sul Sinai, come si vede in Mek.
denti». Ex. su 20,2. Secondo Johanan ben Nap-
b) Più spesso si dice che le genti non pahà (t 279 d. C.) Jahvé ha fatto cir-
hanno osservato i sette comandamenti colare la Torà fra tutti i popoli, ma nes-
di Noè. R. Nehemia (c. 150 d. C.) in suno l'ha accettata tranne Israele (cfr.
S. Deut.322 su 32,28 dice: « ... [Jahvé A.Z.b. 2 b). Perciò il destino dei pagani
dice]: Le nazioni hanno perduto i set- comporta la loro finale distruzione; in-
te comandamenti che ho dato loto». E fatti sull' Horeb, in seguito al rifiuto
a proposito dei proseliti, Hananja ben della legge, essi hanno ricevuto il ver-
Gamliel (c. 120 d.C.) in ]ebamot b. 48 detto di morte, come si legge in Taffh.
b dice: «Perché in questo tempo i pro- B bmdbr 7 (p. 4 b).
seliti vengono umiliati e le sofferenze Dalla colpevole ignoranza della legge
li colpiscono? Perché [prima della. loro derivano tutte le altre accuse morali e
conversione] non hanno osservato 1 set- religiose che gli Ebrei muovono alle g;n-
te comandamenti di Noè». ti. Poiché ne abbiamo presentato qui le
c) Il rimprovero principale che si fa- linee fondamentali, ci pare superfluo ad-
ceva alle genti era di aver rifiutato de- dentrarci oltre nel tema dei gentili e·
liberatamente la Torà; ciò presuppone stranei a Dio.
che un tempo essa fosse venuta a loro
conoscenza 87 • Negli scritti pre-rabbinici 3. La prosperità dei pagani
non ci è conservata nessuna dichiara-
zione in proposito; non cosl in quelli In aperto contrasto con la lontanan-

86 Adamo vale qui come non-israelita; dr. s1 STRACK-BJLLERnEcK rn 38 ss. 596 s.


STRACK-BlLLERDECK lil 4r.
À.a.6ç, (R. Meyer)

za da Dio e la condizione di peccato quel piccolo comandamento 89 che ha a-


delle nazioni, la loro prosperità politica dempiuto in questo mondo'». Come ver-
costitul un problema per gli Ebrei, in so i Romani, così Jahvé si comporta
particolare dopo il fallimento del tenta- anche verso gli altri popoli. Rabbi A-
tivo di indipendenza. Si cercò allora di lexandraj (c. 270 d.C.) in A.Z. b. 4 a in-
inquadrare la propria disgrazia nella vi- terpreta Zach. 12, 9 nella maniera se-
sione del mondo (~ coll. 128 ss.) e si guente: «Io (Jahvé) [quel giorno] vo-
spiegò in questo modo anche il successo glio verificare i registri delle loro azio-
dei pagani. Il benessere delle genti fu ni. Se hanno meriti li salverò, se non
considerato come la ricompensa che il ne hanno li distruggerò». Qui si pre-
malvagio ha in questo mondo, entro i suppone tacitamente che le genti non
confini del tempo; mentre d'altra parte abbiano più da presentare alcun titolo di
le sofferenze di Israele furono uguagliate merito. Perciò Rabbi Ajbo (c. 320 d.
al dolore che subisce il giusto per suo C.) può dire in Esth. r. 1 su r,r (p. 3 c,
castigo e purificazione, pure entro il Wilna) che J ahvé comincerà a riversare
tempo presente. A proposito di questa la sua collera sopra le genti quando ri-
limitazione temporale dice ad es. Bar. sulterà da un esame dei registri celesti
syr. 82,2 ss.: «Dovete sapere che il no- che il loro diritto al compenso è stato
stro Creatore si vendicherà certamente completamente soddisfatto.
di tutti i nostri nemici ... e che il suo
giudizio finale non è lontano. Poiché 4. La massa perditionis
ora vediamo, sl, il pieno benessere del-
le genti, mentre agiscono empiamente; Da tutto ciò risulta già che il giu-
tuttavia esse sono come un alito» M. La daismo rabbinico nega che le nazioni
letteratura rabbinica non condivide più del mondo abbiano carattere di eterni-
la tensione escatologica dell' apocalitti- tà 90• È quindi superfluo addurre altre
ca, dopo la delusione seguita alla rivol- testimonianze a sostegno della caducità
ta sotto Adriano; rimane però intatta delle nazioni pagane. Basta, riepilogan-
l'idea che le genti sono riservate per il do, dire che i popoli a causa della loro
grande giudizio. Il successo presente è colpevole lontananza da Dio hanno di-
visto dai rabbini come il compenso che ritto di cittadinanza solo in questo mon-
le genti ricevono per le buone opere do e che nel loro insieme sono esclusi
che hanno compiuto, nonostante la loro dall'eone futuro in seguito al verdetto
malvagità di natura. Cosl Jahvé potrà di condanna emesso da Jahvé. Un esem-
punirle più tardi senza ritegno, dato pio basterà a mostrare come, di fronte
che egli premia sul momento le loro ai popoli pagani considerati come mas-
buone opere. Dice ad es. Tanh. msptjm sa perditionis, gli Isaeliti si sentissero
5, in una tradizione anonima: «Il San- superiori sul piano della storia della
to - sia benedetto - ha detto: 'Io sono salvezza. In Ber. b. 10 a è conservata
chiamato Signore della giusizia, quindi una disputa fra Berurja, moglie di Rab-
devo [fin d'ora] stendere la mia mano bi Meir (c. 150 d. C.) e un eretico che
contro Esaù (Roma)? Posso farlo solo allude alla miserabile situazione che
quando gli abbia .pagato la mercede per gravava su Israele in quel tempo. Ri-

Pseudepigr. 443.
B.'! KAu'.l'ZSCH, cui godono i suoi discendenti, i Romani.
89 Si intende l'amore di Esaù per Isacco, me- 90 ~ coli. n9 s.
diante il quale egli ha acquistato il merito di
Àr1..6ç (R. Meyer)

spandendogli, Berurja spiega cosl Is. Si dice ad es. in Sib. 3,753 ss.: «Non
54,r: «Eppure che cosa significa: 'Ste- guerra né siccità ci sarà d'ora innanzi
rile, che non ha partorito'? - Esulta tu, sulla terra, non fame né paura della
o comunità di Israele, che non hai par- grandine devastatrice, ma una grande
torito figli per la Gehenna, come voi pace su tutta la terra. E un te sarà ami-
[pagani]». co dell'altro fino alla fine dei tempi, e
l'Immortale nel cielo stellato perfezio-
III. Scelta e privilegio del popolo nerà pet gli uomini una legge comune
su tutta la terra ... Poiché egli è l'unico
Già nell' A. T. possiamo distinguere Dio e non ve n'è alcun altro, né mai vi
due atteggiamenti fondamentali di I- . sarà» 93 • E ai vv. i94 s. si dice ancora:
sraele verso il mondo circostante: l'uni- «Allora il popolo del grande Iddio tor-
versalismo e il particolarismo. Il mo- nerà ad essere potente e mostrerà la via
mento cuhninante dell'universalismo è della vita a tutti i mortali» 94• Al popo-
rappresentato dalla visione storica del lo è stato affidato da Jahvé il compito
Deutero-lsaia 91 • Questo universalismo di far da guida alle altre nazioni, come
arriva al punto di considerare Ciro, un è detto in Sap.18,4: «Quelli [gli Egi-
sovrano pagano, come colui che porta ziani] ben meritarono di essere privati
la salvezza per incarico di Jahvé9i. Ac- della luce e tenuti prigionieri nella te-
canto a questa visione, e particolarmen- nebra, poiché hanno tenuto prigionieri
te a cominciare dall'età persiana, comin- i tuoi figli, per opera dei quali doveva
cia a farsi sentire nella letteratura reli- essere data al mondo la luce incorrutti-
giosa il particolarismo. Ambedue gli at- bile della legge», &~tOL µlv yàp EXE~vot
teggiamenti sono ancorati a una posi- O-'tEprjtJfjwn qiw-tòç xo:t q>uÀo:xto-t1fjvm
zione nazionalistica. Ma, mentre l'uni- o-x6-.Et ot xo:-.o:xÀdcnouç <puÀa~av-.eç,
versalismo si fonda sull'idea che le gen- -roùç ulouç crov, ot' wv 1]µù>.ev -.ò &qi-
ti devono partecipare alla salvezza di tJap"t'OV v6µou <pwç -rii) alwv• lilooo-t1o:t.
Jnhvé, il particolarismo tratta i popoli Al dite di Filone, il popolo d'Israele
come nemici di Israele, che Jahvé o secondo il disegno di J ahvé è la nazio-
sterminerà o renderà servi del suo po- ne sacerdotale e profetica per tutto il
polo. L'universalismo è perciò missio- mondo. Egli scrive infatti in Abr.98:
nario, mentre il particolarismo è indif- «Abramo non doveva generare un nu-
ferente di fronte all'idea missionaria, mero limitato di figli e figlie, ma un
quando non le è addirittura ostile. La popolo intero e tra i popoli il più caro
mèta della sua tensione religiosa è il a Dio. Esso ha ricevuto, a parer mio,
giorno della vendetta , che Jahvé farà l'ufficio sacerdotale e profetico a bene-
alla fine spuntare. ficio di tutta l'umana stirpe», 8<; oùx _
EµEÀÀE\I 6Hywv apd}µòv ULW\I il 1tuyo:-
I. L'universalismo
'tÉpwv yr.vvfiv, &)..).,' oÀov Eilvoç xo:t tlt-
A giudicare dalle fonti di cui dispo- vwv -i;Ò itEO<ptÀ.Éa''tO:"'C'O'J, oµot ÙOXEL -i;1Jv
niamo, l'universalismo diventa atteggia- \.mÈp 7to:v-ròç &,vl)'pw1tW'V yÉvouç ì.Epw-
mento corrente intorno all'era cristiana, O"UVT)v ~ai 1tpo<p1)"rélo:v À.O:XEL'll. Pari-
specialmente nel giudaismo ellenistico. menti in vit. Mos. i,149 Israele viene

91 Cfr. MoORE I n8. 93 KAuTZSCH, Pseudepigr. 199; per ciò che se-
gue cfr. STRACK-BILLERBECK III 98 ss.
9l ~ III, col. 108, nota 15. 94 Kl\UTZSCH, Pse11depigr. 188.
À.a6ç (H. Strathmann)

indicato come un popolo «che, prescel- la situazione del popolo ebraico nel
to fra tutti gli altri, doveva esercitare mondo circostante. L'universalismo, e
l'ufficio sacerdotale innalzando conti- con esso il patrimonio di pensiero del
nuamente preghiere per il genere uma- profetismo antico, fu duramente colpi-
no, perché si allontanasse dal male e to. Israele non fu più considerato come
avesse parte al bene», 01tEp i!µsÀ.À.c.v Èç il popolo eletto che ha una missione
U.mhri:wv 'tWV aÀ.À.wv 1.c.péia'i}a.t 'tW; u- presso gli altri, ma come la nazione pri-
TCEp 'tov yÉvouc; -r:wv &.vi}pwrcwv 1hL 1tot- vilegiata che attende di essere reinte-
TJ0"6µo.vov Euxàc; vrcÉp 'te xocxwv oc1to- grata da Jahvé nei suoi diritti: come
-r;pom]c; xa.L µs't"ovcrlc.c.c; &.ya.i}wv. potenza universale nel tempo messiani-
Naturalmente, anche l'universalismo co e come l'unica nazione che sussiste-
rà nell'eone futuro, dopo il grande giu-
ellenistico ha i suoi confini. Ci sono nel-
dizio 96 • Le parole dei Libri Sibillini e
la letteratura giudaico-ellenistica nume-
rosi testi che mettono l'accento sull'a- di Filone non ebbero più corso: d'ora
bisso esistente fra Israele e le nazioni. innanzi i popoli del mondo appaiono co-
Basta pensare alle aggiunte dei LXX al me l'incarnazione del principio del ma-
Libro di Ester. Inoltre non è raro il ca- le, come nemici di Jahvé e di Israele.
so che si parli della civiltà greca come R.MEYER
di un cattivo calco di quella mosaica,
trasformando così il concetto di elezio-
ne, postulata dalla missione di Israele E. Àa.oc; NEL NUOVO TESTAMENTO
presso le genti, in quello di privilegio I. Il vocabolo compare nel N. T. (a
che lo pone al di sopra di esse. Infine parte Io.8,2) I40 volte, di cui solo 8
non mancano voci che danno espressio- volte al plurale (Lc.2,31; Act-4,25.27;
ne all'odio nazionalistico e alla volontà Rom.I5,II; Apoc.7,9; ro,n; n,9; I7,
di vendetta. 15; per 21,3 ~ n. rn4). La ripartiz~o­
La letteratura palestinese ci ha lascia- ne fra i singoli scritti e gruppi di scrit-
to solo pochi testi significativi sul tema ti sorprende. Dei tre passi di Mc. (7,6;
dell'universalismo. In ogni modo, da n, 32, Si'; 14, 2) 7, 6 e 14, 2 sono in
Mt. 23,I5 si può ricavare che si ebbe comune con Mt.; Ir,32 e r4,2 in co-
un'intensa attività missionaria. Forse mune con Le. Mt. usa il vocabolo 14
persino la famosa storia del pagano che volte in tutto; Luca 36 volte nel Van-
voleva sapere da Hillel e Shammai qua- gelo e 48 volte negli Atti! Di Giovanni
le fosse la norma fondamentale ebraica si registrano due passi nel Vangelo, 8
per onorare Dio 95 , dev'essere interpre- o 9 (I3,r7) nell'Apocalisse (in 5 di que-
tata come prova che in Palestina ai tem- sti, al plurale; per 2I, 3 ~ n. I?4).
pi di Gesù vigevano insieme ambedue Paolo lo usa in tutto r I volte; lo s1 ha
le correnti, la particolaristica e l'univer- poi in 1 3 passi dell'Epistola agli Ebrei,
salistica. in due della prima di Pietro, in uno
2. La vittoria del particolarismo della seconda di Pietro e della Let-
nazionalistico tera di Giuda. Assai più della metà
delle occorrenze di À.a.6ç si registra dun-
Gli avvenimenti fra il 66 e il I35 d. que nei due scritti di Luca. È sorpren-
C. hanno avuto un influsso decisivo per dente l'assoluta assenza del vocabolo

9S Shabb. b. 3r a, tums tmd die Entstehrmg der Jude11/rage, in:


96 Cfr, G. K1TTEL1 Di1J E.nf:flehung des Jude11- Forschungen zur Judenfrage I (r937) 56 ss.
À.ct6c; (H. Strathmann)

pel resoconto del viaggio a Gerusalem-


me (Le. 9,51-18,14), come anche nelle
sezioni in prima plurale degli Atti. Col- o
In Mt.27,25: 'TC~ À.aòc; El'Jté\I' 'tÒ
pisce inoltre che À.a6c; non ricorra mai atµa. OCÙ'\"OU Écp' 1̵~ X'\"À.. «tutto il
in passi comuni a Mt. e a Le. (fatta ecce- popolo disse: il sangue di lui ricada su
zione di Mc.14,2 =Mt. 26,5 = Lc.22,2). di noi» ecc., À.aoc; riprende oxÀ.o<; del
Il vocabolo si trova in quelle narrazioni v. 24 (Pilato si lava le roani xa:té.w1.v-
che sono esclusive di Luca (ad es. 1,ro. 't'L 't'OU oxÀ.ou, «alla presenza della fol-
21; 7,1.29); ma per lo più egli l'ha in- la): Àaoc; indica, cioè la gente che si è
trodotto ex novo di sua iniziativa in accalcata. In Mc.u,32 (codd. ~ Dpm;
contesti che prende dalle sue due fonti T) ha lo stesso senso: .i sinedriti, che ri-
principali (ad es. 6,17; 8,47; 9,13; 18, flettevano come rispondere alla doman-
43; 19,47; 20,9.19.26; 21,38; 23,35). da di Gesù sul battesimo conferito da
Si può dire quindi che À.oc6c; è uno dei Giovanni, Ècpo~ou\ITo 'tÒ\I À.a.6\1, «ave-
vocaboli prediletti da Luca. Altrettan- vano paura del popolo». Nella stessa
to degna di nota appare la quasi assolu- circostanza Mt.21,26 ha cpo~ouµ.Ei}oc 't'Ò\I
ta rarefazione di Àoc6c; nel IV Vangel9. ox_Ào\I, «abbiamo da temere la folla»,
Spesso, dove Luca direbbe Àa6c;, Gio- sostituendo all' affermazione obbiettiva
vanni dice ol ~ 'Iou8ai:ot (presente nel una riflessione soggettiva espressa in
Vangelo una settantina di volte), oppu- prima persona, mentre in Le. 20, 6 la
re ò ~ oxÀ.oc:; (nel Vangelo 20 volte). paura è formulata sotto un aspetto con-
creto: ò Àaòç &'!tac; xa.'ta.À.tM.trE~ 1]µ.ru;,
2. Mentre nei LXX sono di gran lun-
«tutto il popolo ci lapiderà». Questo
ga più numerosi i passi nei quali À.oc6c; medesimo significato ha Àa.6~ anche
indica il popolo nel senso di comples- nell'altro (>asso di Mc. 14,2, menzionato
sopra (cfr. Mt.26,5): eMyo\I yiip· µ:[i
so nazionale, nazione, nel N. T. preva-
Èv -tft ÉopT'fi, µ{i'lton EO"'t'OCI. Mpu~oc;
le in modo altrettanto evidente, dal "tOU À.aoi.i, «dicevano: non però di fe-
punto di vista puramente numerico, il sta, che non nasca un tumulto del po-
significato popolare di À.oc6c;, nel senso polo». Mentre in questi passi À.a6c; in-
dica la moltitudine come massa di uo-
di moltitudine, folla, popolazione, gen- mini riuniti, in Mt. 4, 23 corrisponde
te: cioè senza alcun riferimento al fat- invece semplicemente, con significato
to che si tratti di membri di una comu- più debole, a popolazione, gente (Gesù
guariva, al suo passare, 'ltMa\J µaÀ.a.-
nità nazionale in contrapposizione ad xla...; È\I "tt°i'> À.w';>, «ogni infermità in
altre nazioni; À.a6c; compare in tal caso mezzo al popolo») 97 • Lo stesso si dica
sempre al singolare. Questa constata- di Mt.27,64 (i sinedriti richiedono che
il sepolcro sia sorvegliato, µ{iito't'E ÉÀ.-
zione vale tuttavia solo per le opere di
Mv-tE<; oi. JJ.a~"t'at xlé.4'wcrt\I a.Ò't'Ò\I
Luca, poiché al di fuori di esse tale si- xa1 Efowow -.<t) Àa@... , «per evitare
gnificato generico, senza particolare qua- che i suoi discepoli lo portino via di
li.fica, si ritrova solo due altre volte in nascosto e poi dicano alla gente...»).
Marco ( rx ,3 2 variante; 14,2) e quattro Mentre però in Mt. e Mc. À.a6c; ha

97 Nel passo parallelo di Mt.9,35 le parole Év secondaria, da Mt-4,23.


"Ci;i Àcti;i della koiné sono un'interpolazione
147 (1v,50) Àa.6ç (H. Strathmann)

il senso di 'folla', oppure quello più de- alla folla». Anche in Act. 6,12 il À.a6c,
bole di 'popolazione', 'gente', solo in compare accanto ai membri del sine-
drio; in I0,4I 7ta<; ò Àa6ç, «tutto il po-
questi passi, tale significato è invece polo» è contrapposto a coloro che sono
usuale in Le., tanto per il Vangelo stati scelti come testimoni della risurre-
quanto per gli Atti. zione; in 13,15 si parla del À.aoc; adu-
nato nella sinagoga davanti ai suoi capi.
Cfr. ad esempio Le. 1,21: rj"V ò À.CX..Òc;
npoo-Soxw"V .-òv Zaxapla:11, «il popolo Questa distinzione fra massa e diri-
stava aspettando Zaccaria», a proposito genti si trova soltanto nei sinottici e
della gente che era davanti al santua- negli Atti. La distinzione fra sommo
rio; inoltre 3,15.18; 7,1; 8,47; 20,1.9.
45; 23a5; Act. 2 ,47; 3,9.11.12; 4,1.2. sacerdote e popolo nella Lettera agli
17. 21; 5,13.20.25 s. 37; ro,41; l2,4; Ebrei costituisce un caso diverso.
21,30 ecc. Anche qui a volte À.a6c; è so-
lo una variazione, al posto di un ox.- 3. Mentre nell'accezione volgare di
À.oc; adoperato prima (Le. 7,29, cfr. 7, À.a6c; esaminata fin qui l'idea di un le-
24: 8,47, cfr. 8,42.45; 9,13, cfr. 9,12), game nazionale che differenzi una cer-
oppure corrisponde a oxÀ.oc; nel passo
parallelo di Mc. o a ox.À.ot di Mt. (Le.19, ta comunità popolare dalle altre non ha
48, cfr. Mc.11,18; Lc.20,45, cfr. Mt.23, alcun peso, la stessa idea è invece sin-
1; Lc.20,19, cfr. Me.12,12; Mt.21,46). tomatica nei passi di cui dobbiamo trat-
Talvolta l'aggiunta di mie; dà all'episo-
dio raccontato un carattere di piena po- tare ora. Soltanto qui si fa sentire l'in-
polarità (7tfu; ò À.a6c;, «tutta la gente» flusso dei LXX sull' uso linguistico del
vede la guarigione del cieco di Gerico, N.T. Infatti (~ B) quest'accezione del
Le. 18 ,43; mie; ò À.oc6c;, «ognuno» si fa-
ceva battezzare, Le.3,21; 7tiic; ò À.aòc; vocabolo con accentuazione nazionali-
wpi}pLSEV npòç airr:6v, «tutta la gente stica è tipica dei LXX.
andava da lui fin dal mattino», Lc.21,
38; dr. 7,29; 8,47; 9,13; Act.3,9; 5, Anzitutto questo significato nel N.T.
34; I0,41 ecc.); oppure si parla di 7tÀ:ij- è presente senza eccezione nei pochi
i}oc;, 'folla', o di 1tÀ.fji}oc; 7toÀ.Ù 'tOU À.a- passi nei quali il vocabolo è usato al
ov, «gran folla di popolo», o addirittu- plurale e in cui costituisce di regola l'e-
ra di 7tfiv 'tÒ 1tÀ.fjt1oc; .-ou À.aou, «tutta spressione pàrallela di ~WTJ. Si veda la
la folla del popolo» (Act.21,36; Lc.6, citazione di Lc.2,30 s., libera combina-
17; 1, 10), per accennare al gran nu- zione di tre passi di Isaia: "t'Ò o-c..rr:1}-
mero degli astanti e alla loro totale par- pt6v crov (Is.40,5 ), o TJ'tOtµacrac; xu.-.à.
tecipazione all'avvenimento. À.a6c; in- 7tpOCTC.ù1tOV 7tliV'tWV 'tWV À.awv (Is. 52,
dica anche i vasti ceti popolati, a dif- rn) cpwc; dc; &.7toxcfì.u1!nv Èwwv (ls.42,
ferenza o in contrasto con le classi di- 6), «la tua salvezza, che tu hai prepa-
rigenti: i sinedriti hanno paura del À.a- rato al cospetto di tutti i popoli, per-
6c; (Le. 22,2); si lamentano che Gesù ché sia luce ad illuminare le genti», do-
à vacrElEL 'tÒV À.aév (Le. 2 3, 5 ). Pilato ve però i LXX in Is.52,ro hanno Hl-
convoca insieme i sinedriti xal 'tÒV À.a- vwv al posto di À.awv. Altrettanto av-
6v (Lc.23 1 13), mentre prima (v. 4) si viene in Rom. 15, rr (citazione da Ps.
dice che ha parlato -rtpòc; -.oùç &.px.te:pE~c; 117,1) e in Apoc.7,9; ro,rr; 11,9; 17,
XCl.t 'tOÙ<;, O)(.À.OV<;, «ai gran sacerdoti e 15, dove, in una reminiscenza di Dan.
I49 (IV,JI) À.e<6ç (H. Strathmann) (1v,51) lJO

3>4, À.a.ol, iHlvri, y À.wcrcra.~. cpvÀ.al, ven- EilvT) sono appaiati, ad es. in Lc.2,32:
gono allineati uno accanto all'altro per <pwc; dc; CÌ.1toxaÀ.uiliw éi>vwv xa.t 86!;a.v
indicare l'insieme dell'umanità nelle sue
ramificazioni nazionali e linguistiche. Va À.aoù crou 'Iupix.TjÀ., «luce per illumina-
pure ricordato il susseguirsi di questi re le nazioni e a gloria del tuo popolo
termini in Apoc.5,9; r3,7; 14,6, dove di Israele» (citazione libera risultante
il plurale è sostituito dal singolare con
mie;. Da ultimo esaminiamo Act.4,25. dalla fusione di Js-42,6 e 46,13); in
27. Questo passo è caratteristico perché Act.26,17 .23; 28,27.28 e in Rom.15,
prima di tutto vi è citato Ps. 2, r, do- ro (citazione di Deut.32,43). Ha luogo
ve rnvT} e À.a.ol sono appaiati paral-
inoltre dove risulta chiaro che, grazie
lelisticamente con lo stesso senso. Se-
condo il v. 27, però, questa frase del a una specificazione, sia essa aggiunta
salmo si è realizzata in quanto Erode e direttamente o si trovi nel contesto,
Pilato si sono uniti contro Gesù ()ÙV con À.a.oc; si intende Israele, come ò
ltlhlEow xa.L À.aoi:c, 'Icrpa.1}À.. Questo À.a-
otc; è certamente molto strano 98 : come À.a.òc; 'I<rpa.1}À. (ActA,10; 13,24), Ò Àa.-
se Israele fosse costituito da parecchi òc; ou'toc;, «questo popolo» (Mt_13,15
À.a.ol! Evidentemente l'autore non in- [da Js.6,9s.]; 15,8 [da I<r.29,r3]; Le.
tende dir questo, ma usa il plurale so-
lo perché ha in mente il Ps.2. Ma il ri- 21,23; Act.28,26.27 [da Is.6,9s.]; I
ferimento fu possibile solo in quanto Cor.14,2r [da Is.28,rr s.] ), ò À.a.òc; ou-
all'autore la parola À.a.oc; richiamava al- 'toc; 'Icrpa.1}À., (Act.13,17), ò À.a.Òc; -cwv
la mente Israele. Prima aveva fatto il
nome di Erode; avrebbe potuto quindi 'Iovòa.lwv (Act. 12, xr ). Questi passi
altrettanto bene pensare a Israele a pro- provano un uso specifico o tecnico di
posito di ~1'-vY]. Ma non fu necessario, À.a.oc; per il fatto che qui, appunto per
a motivo dell'influsso del vocabolario
indicare Israele, viene usato costante-
dei LXX, nel quale Israele è il À.aoç per
eccellenza, in contrapposizione agli lti>- mente questo vocabolo e non, per es.,
VY], ai popoli non israelitici. L'espressio- !::woc;.
ne segna cosl il passaggio a un uso È vero che non sempre nel N.T. è
particolare del vocabolo, in un senso
specificamente 01zionalc-religioso. Per cosl. Anzi in Io. I r A 8-5 2 e nel passo
Apoc.2r,3 --+ n. ro4. che ne dipende di r8,14, accanto a Àa.-
4. Quest'uso particofore si verifica 6c; adoperato due volte troviamo quat-
dapprima, come è ovvio, dove À.a6c; e tro volte E1'-voc; riferito a Israele, da par-

98 ZAHN, Ag.176 n. 5, vorrebbe leggere À.a.oç. sentito la difficoltà del plurale. Lo ZAHN, For-
Il À.aoi'ç dei migliori manoscritti non avrebbe schungen z. Geschicbtc des nt.liche11 Knnons
senso, perché sarebbe da spiegarsi come un'?.s- ix (I9r6) 257, adducendo le versioni antiche
similazione grammaticale a EiNEaw, oppure CO· che sembrano supporre il singolare À.a;6ç, ·spie-
me una specie di dittografia dal seguente n;. ga un po' più cautamente che }..a;6ç, se non la
(pa.1}À.). Ma tale opinione contraddice a tutte lezione più antic~, sarebbe una coniectura pal-
le leggi della critica testuale. Lectio ardua maris del traduttore antico. Ma questa conget-
praestat, la lezione più difficile è la più probabi- tura toglie al passo proprio ciò che ha di in-
le. La scarsa testimonianza della lezione )..ah; teressante.
indica solo che già chi l'adottò per primo ha
I.5,I (1v,5r) ).a6~ (H. Strathmenn) (rv,52) I .52

te sia dei gran sacerdoti e farisei sia 28,I9, rivolta a giudei presenti, dev'es-
degli evangelisti; in più, lo usa una vol- sere spiegata solo in dipendenza da Act.
ta anche Pilato (r8,35). Inoltre in Le. 24,17; 26,4. Cosl esaminato, il com-
7 ,5 lo usano i giudei, parlando del cen- plesso dei passi in cui Israele è indica-
turione di Cafamao: Ò':yoc1t~... -.ò iti}- to con ~woc; appare proprio come una
\loc; 1}µ.Wv, «ama la nostra gente»; in conferma di quell'uso specifico o tecni-
Lc.23,2 i sinedriti, rivolgendosi a Pila- co di ì..a6c; che rivelano le locuzioni ci-
to: i:ov-rov EvpocµEv Ot!Xd"t'plqiov·m. "t'Ò tate prima, al quale si fa una deroga
itwoc; "fiµwv, «abbiamo trovato costui solo quando c'è un particolare motivo.
che aizzava la nostra gente»; in Act.IO, Quest'uso tecnico appare in piena lu-
22 i messi di Cornelio: -rò itwoc; i:wv ce là dove con À.oc6c; viene inteso Israe·
'Iouooclwv; in 24,2 Tertullo: -rò ltwoc; le, senza che questo significato sia sot-
i:ou't"o; in 24,ro.17; 26,4; 28,r9 Paolo: tolineato da una specificazione qualsia-
-rò itwoc; 't"oui;o, oppure i;ò itwoc; µou. si; questo perché alla sensibilità dello
In Giovanni questo modo di esprimer- scrivente non pare si debba comunque
si potrebbe far supporre un certo par- tener conto di alcun altro Àoc6c;.
tito preso di considerare la differenza Particolarmente significativo è a que-
fra itwoc; e ì..oc6c; come insussistente, ne>- sto proposito il passo di Act.21,28 : gli
Ebrei asiatici protestano contro Paolo,
nostante la sensibilità che avevano per gridano che quegli è l'uomo che va pre-
essa gli Ebrei. Infatti non si può certo dicando l\ tutti e dappertutto xa't"à. -rou
pensare che Giovanni non se ne sia te· ì..ocou xai 't'Oli v6µou xoct -.oli i;6nou
i;oui;ou, «contro il popolo, contro la
so conto. Per Luca invece il problema
legge e contro questo luogo». Qui 'il
non si pone. Bisogna però notare che in popolo' è qualcosa di unico, di incon-
lui il termine i!woc; riferito a Israele è fondibile e irrepetibile, proprio come la
legge e il tempio. Si confronti anche
usato o da non israeliti, o a proposito
Act.28,17: Paolo non ha fatto niente
della condotta di qualcuno che non è che fosse contro -.e!} À.a<i> fi i;oiç ~l}Ecr~
israelita, o quando si parla davanti a -.ore; m1:tp$0L<;, «il popolo e le consue-
tudini dei padri». ì..a6c; ha questo va-
non israeliti, con la sola eccezione di
lore anche in Act. ro,2 (cfr. Le. 7,5):
Act.28,19. Qui però la scelta del ter- Cornelio faceva ÉÀ.eriµo<ruvac; 'ltoÀ.À.àç
mine è evidentemente condizionata dal· -cQ À.a@, «molte elemosine al popolo» . Si
veda inoltre Lc.2,ro99 ; Act.3,23 (da Lev.
la precedente arringa di Paolo, di fron·
23,29 ); Act. ro,{r.42 (in confronto a
te a uditori non israeliti: l'espressione 45); r3,17.31 (in confronto a 46); r9,
i;ò itwoc; µou, «la mia gente» di Act. 4; I Cor.ro,7 (da Ex.32,6); 2 Petr.2,1;

99 L'angelo dice che vi sarà 'ltCl.V't't 't'<{'i À.a.@ in 'lm' (mondo), introducendo una correzione
una grande gioia. Poiché la trase suonava stra- in senso universalistico. Cfr. Z AHN, Lk., ad l.
na, i codd. siriaci in parte hanno cambiato 'm'
153 (1v,52) À(X6c, (H. Strathmann) (1v,53) 154

ludae 5; Hebr.2,17; 5,3; 7,5.1r.2n 9, rnn Àa6c;. Nei capitoli seguenti mvece
7. r 9; r r ,2 5. Anche in formule come o! il termine diviene corrente. Nei primi
CÌPXLEpEi:c; xat ypaµµa:tEtc; 'tOU À.aov, capitoli si trova di regola Àa.6c;, poiché
oi 'lt'pE<r~U'tEPOL 'tOU À.aou J 'tÒ 'lt'PEUBu't'É- si tratta di folle israelitiche 100• Questa
PLO\I "t'Ov À.aou, «i gran sacerdoti e scri- constatazione si spiega solo col fatto
bi del popolo, gli anziani del popolo, il che anche nell'uso 'volgare' di À.aoç riaf-
consiglio degli anziani del popolo», af- fiora pur sempre l'accentuazione nazio-
fiora sempre il concetto della unicità di nalistica 101 , e proprio nel suo significa-
questo popolo (dr. ad es. Mt.2,4; 21, to specifico 102•
23; 26,3; Le. 19,47; 22,66; Act. 4,8; Naturalmente, anche nel N.T. è chia-
23,5). Verosimilmente avviene lo stes-
so anche per il significato popolare del ro che quest'uso specifico o tecnico di
termine: si tratta sempre della popola- )..a.oc; ha un fondamento religioso: I-
zione israelitica. Quando infatti si par- sr.aele è il popolo di Dio; ò Àa.òç aò-
la di una folla non ebrea, a meno che "t'OU (scii.: tJEOU) : Mt.1,21; Lc.1,68.77;
non sia di cristiani, Luca non dice mai
)..aéç, ma sempre oxÀ.oc; o oxÀot. Cfr. 7,r6; Rotn.II,r s. (dal Ps.94,14); 15,
Act.13,45 {ad Antiochia di Pisidia); 14, rn (dal Deut.32,43); Hebr.IO,JO (dal
rr-19 (a Listri); 16,22 (a Filippi); 17, Ps.135,14); n,25 ('ti;> Àa.(i> 'tOV D'Eov);
8 (a Tessalonica); 17,13 (a Berea); 19,
26.35 (a Efeso). Anche i greci che si cfr. ò Àa.oç µou, Act.7,34 (da Ex.3,7);
sono uniti al movimento cristiano ad ò Àa6c; µou ò 'lcrpa:l}À., Mt.2,6 (da 2
Antiochia di Siria sono chiamati oxÀoc; Sam.5,2); Àa.6c; <rou 'fopa.i)À., Lc.2,32.
(rr,24.26). Allo stesso modo in Act.8,
6 i Samaritani sono chiamati oxÀ.oç, Questa reciproca appartenenza di Dio
non Àaoç. Tutte le volte che si tratta e del popolo, esclusiva e unificante, tro-
di gente non israelitica, negli Atti !Sx- va un'espressione particolarmente effi-
Àoc; è il semplice sostituto di Àaoç. Di
qui anche l'assenza quasi totale di ox- cace in Lc.24,19: Gesù era un profeta
Àoc; nei primi capitoli nei quali compa- potente nelle opere e nelle parole «da·
re solo in r,15 e 6,7, non però nel sen- vanti a Dio e a tutto il popolo», ÈVct,\1-
so di folla, ma solamente di quantità,
'tlov "t'OU tJEOU xcx11ta.\l'tÒc; 'tOU À.ruiv.
gran numero, e in Act.6,7 accanto ad
cipd)悇 e comunque non sostituibile 5. Tutto questo ci mantiene compie-

100 Cfr. Act.7,17: 'l']il!;ncrEv 6 ).(X6c,, «il popo-


101 La parola llfjµoc;, che indica in particolare
lo crebbe», ma n,24: 'ltpOO'E't'tlh) o;<ÀO<; txa.- il popolo come organismo politico, compare
voc;, «Una gran moltitudine fu guadagnata». 4, nel N.T. solo in quattro passi degli Atti, in
2: liLoa.a'XELV (XV't'OÙC, 't'ÒV 'Mx6v, «Che essi in· episodi che si svolgono a Cesarea, Tessalonica
segnassero al popolo», ma n,26: Stlì&.!;a.t Bx- ed Efeso (Act.1 2,22; 17,5; 19,30.33), e non
).ov lxu.v6v, «insegnare a una grande moltìtu. viene mai usata per il popolo ebraico e nep·
dine». 5,26: lcpoBouv..-o yàp 'tÒV ).(X6v, «teme- pure per la comunità cristiana. La si dovette
vano infatti il popolo», ma 13,45: Uì6v..-Ec; liè sentire come inadeguata.
ol 'loulia.~ot 'tOÙç lix).ouc,, «i Giudei vedendo 1'12 Giovanni invece parla sempre di moltitu-
la moltitudine». 6,12: cruvi;.xlV'l]cr&.v 'tE 't'ÒV dine ~ lSx).oc; (5,13; 6,2.5.22.24; 7,12.20.31
Xa.ov, «sobillarono il popolo», ma 19,26: µe- ecc.): ed è una conferma di quanto fu osser-
't'Écr't'TJCTEV lxavòv Bx).ov, <(ha fatto npostatare vato !I~ coll. 147-151 sull'uso di illlvoc; e }..(X6c;
molta gente». in Giovanni.
IJJ (lV,53) Àcxoc; (H. Strathmann)

tamente sul terreno semantico dei LXX. tili un popolo per il suo nome» (con la
Un passo avanti facciamo, invece, quan- conversione di Cornelio, Act.ro). Frase
do Àa.oc; nel significato specifico e na- sorprendente e assolutamente rivoluzio-
zionalistico di 'popolo di Dio' viene naria per la mentalità giudaica, anche se
applicato alla comunità cristiana, come era stata preparata dalle profezie vetero-
appare in Act.15,14; 18,xo; Rom.9,25 testamentarie. Fino allora Àaòç e EWlJ
s.; 2 Cor.6,16; Tit.2,14; I Petr.2,9 s.; erano entità opposte ed escludentisi a vi-
Hebr.4,9; 8,ro; 10,30; 13,12; Apoc. cenda. Ora invece dalle genti (Ewl)}
18,4; 21,3, cioè soprattutto in Paolo e nasce, per il nome di Dio, un À.ct6c;
negli scritti su cui si esercita comunque indipendente da ogni presupposto na-
la sua influenza. Nei Vangeli questo ri- zionalistico. Il concetto di Àa6ç gravita
ferimento del vocabolo alla cristianità intorno a un nuovo fulcro: solo la fede
manca. Tutt'al più nella formula con la nell'evangelo costituisce l'elemento ca-
quale viene definito il compito del Bat- ratterizzante. Non che questo titolo sia
tista in Lc.1,17: È-coiµ}mu.t xuplctl Àa.òv sottratto a Israele, ma accanto a Israe-
xa.-cE<Txeucxoµé.vov, «preparare al Signo- le subentra un nuovo Àaoç, in base a
re nn popolo ben disposto», si potreb- un altro diritto. Ciò comporta natural-
be trovare l'accenno a un concetto di mente che appartengano a questo À.aoc;,
À.a6c; non più legato a un fondamento anche fra gli Israeliti, soltanto quelli
nazionalistico derivante dalla discenden- che corrispondono alla condizione che
za naturale e dalla storia. La cosa ap- ora è la sola determinante. Cosl, accan-
pare chiara soprattutto se, per inter- to al concetto antico, di ordine biolo-
pretare tale formula, si ricorre a Le. 3, gico e storico, ne è nato uno nuovo,
8, dove si parla delle pietre dalle quali trasposto in senso cristiano, in guisa da
Dio può trarre dei figli di Abramo. Se- soppiantare il primo. È proprio questa
condo questa frase, infatti, Israele co- idea di Àa.oç applicata alla comunità
me tale non è ancora un À.a.òc; xa-çE<T- cristiana che compare in Act. I8, I O.
xEva.uµivoc;, un «popolo ben disposto». Quando il Signore dà a Paolo l'ordine
Esso è À.a.6c; xuplou, popolo di Dio, ma di continuare a operare in Corinto, ad-
con riserva. duce questo motivo: OLO't'o Àa.6ç Èu-.l
Tanto più significativa risulta la tra- µoi 1toMc; Év -cii 1t6À.et -.au't'n, «poiché
sposizione di Àa.6c; alla comunità cristia- in questa città ho un popolo numero-
na quando Giacomo nel concilio aposto- so». Il che significa: qui ci sono molti
lico osserva (Act. 15,14): «Simone ha che diverranno cristiani. Essi proven-
narrato come Dio fin da principio ab- gono certamente dalle genti, alle quali
bia pensato ">va.Be~v Éç rnvwv À.aòv 'te!) qui come sempre Paolo si deve rivol-
òv6µa.'t'i a..Ù't'ov, «a scegliersi fra i gen- gere, dato che il giudaismo si sottrae
Ào:6c; (H. Stratlunann) (IV,54) 158

al suo apostolato. Ma se vien meno il Tito (2,14) procede ai:icot più oltre in
Àocot;, nel senso antico, ecco che ne sor- questa direzione, in quanto ora anche
ge dalle genti (i!iN11) un altro nel senso il concetto di Àocòc; 7tEptov<noc;, «popo-
nuovo (cfr. v. 6; r3,46; 28,26.27). Il lo peculiare», trasposto dai contesti ve-
passo di Rom.9,23 ss. è particolarmente terotestamentati di Ex. 19,5 s.; 23,22;
significativo perché ambedue le citazio- Deut.7,6; 141 2, è fatto valere per la co-
ni di Osea che vi sono riportate si ri- munità cristiana. La prima Lettera di
feriscono nel testo originario a Israele: Pietro (2,9 s.) fa poi · un altro passo a-
Israele, che nella sua condizione attua- vanti, trasferendo alla medesima comu-
le non può essere riconosciuto come po- nità cristiana, insieme al titolo di À.ocòc;
polo di Dio, lo diverrà di nuovo nel 7tEptou<rLoc;, anche gli altri appellativi
tempo della salvezza. Ma Paolo vede onorifici che sono nominati in questi
nella frase xocÀ.Eaw 'tÒV où À.oc6v µou passi; anzi, se n,on si sente il bisogno di
À.oc6v µou, «chiamerò popolo mio quel- giustificare queste audaci trasposizioni,
lo che non è mio popolo», una profe- vuol dire che i cristiani sono perfetta-
zia della conversione dei gentili, quale men te persuasi di usare questi titoli a
egli la promuove e la sperimenta nel suo buon diritto. La Lettern agli Ebrei si
apostolato. I cristiani provenienti dal muove interamente nella sfera del cul-
paganesimo sono quindi per lui il 'po- to veterotestamentario. Il termine Àococ;
polo mio'. è riferito sempre in prima linea al po-
Il passo di 2 Cor.6,14 ss. vuol incul- polo di Israele. Ma tutto ciò che ap-
care nei fedeli la persuasione che è im- partiene all' A.T. è per essa una sem-
possibile venire a patti con la negazio- plice fì.guta della presente realtà cristia-
ne della fede, mediante dei compromes- na: tanto il tabernacolo, quanto il som-
si. Nel tempio di Dio non c'è posto per mo sacetdote e il culto. Pei-ciò anche
gli idoli: di questo argomento Paolo nel termine À.oc6c;, al posto di lstaele si
può servirsi in quanto «noi siamo il insinua sempre la comunità cristiana.
tempio del Dio vivente». E, a prova, Di essa si tratta quando si parla del Fi-
adduce una citazione combinata di Lev. glio che si fece uomo «per espiare i
26,r2 e E:t..37,27. Il testo originario ri- peccati del popolo» (2, r7); essa è il
guarda le relazioni di Dio con Israele, À.ococ; al quale è riservato il riposo sab-
e contiene la promessa che Dio abiterà batico (4,9 ); il Àococ; al quale si riferi-
in mezzo a loro e Israele sarà il suo po- sce la minaccia di Ps. 135,14 (ro,30);
polo. Con tutta naturalezza, però, Pao- il Àococ; che Gesù ha santificato col suo
lo trasferisce la citazione alla comunità sangue (13,rz). Anche per l'autote del-
cristiana, che quindi anche qui appare la Lettera agli Ebrei il trasferimento di
come il popolo di Dio. La Lettera a queste attribuzioni di Israele alla co-
Àa0c; (H. Strathmann)

munità cristiana i;ion ha bisogno di giu- O"LO<; cbtò 'ltci'V-.Ctl\I 't'W'V ~lNWV' «Se a-
stificazione, come non ne ha bisogno scolterete fedelmente la mia voce e os-
l'interpretazione di qualsiasi passo vete- serverete il mio patto, sarete il mio po-
rotestamentario in funzione del Cristo polo peculiare fra tutte le nazioni» (Ex.
e della sua opera o della cristianità. Tut- 19,5 ). Ma l'accordo non avvenne e la
to ciò costituisce come il contenuto oc- tensione si esasperò fino alla parola di
culto, ma effettivo, dell'A.T. Perciò, an- Osea: «Voi siete il 'non popolo mio'»
che se quando si parla di À.a6i; si può {Os.r,9). L'adeguamento dei due fatto-
in un primo tempo pensare a Israele, ri diventa allora oggetto della speranza
in definitiva si mira sempre alla cristia- escatologica di salvezza annunziata dal
nità. Da ultimo, in Apoc.18,4 un .altro profetismo. Questa salvezza si realizze-
passo dell' A.T. (Ier. 51,45 = !Ep. 28, rà bensl, ma attraverso castighi severi,
44) 103, nel quale À.a6<; µou, «il mio po- che porteranno Israele quasi alla distru-
polo», si riferisce a Israele, viene ap- zione. Perciò dovranno afBuire da altra
plicato alla comunità cristiana; in 21, parte nel À.a6<; nuovi membri convo-
3 poi la comunità dei cristiani redenti gliati dai vari À.aol, intesi nel senso di
giunta ~ suo compimento appare come ElNT}, 'nazioni'.
il Àaòi; 104 i}gou, del quale avevano pro-
La comunità neotestamentaria vede
fetato Zach.2,14 ed Bz.37,27.
realizzata in sé l'aspirazione del profeti-
6. Che cosa comporta questa traspo- smo dell' A.T.: dal À.a.6c; in senso na-
sizione? L'appellativo À.a.Òç i}Eov appli- zionalistico-religioso e dai À.aol nel sen-
ca alla comunità cristiana un concetto so di nazioni u:i>vri), nasce un À.a6ç
nazionalistico-religioso che tale espres- nuovo, di valore puramente religioso,
sione connotò fin dal suo nascere nel- per la cui esistenza il fattore biologico-
1'A.T. e nel quale il fattore nazionale e storico e il fattore nazionalistico non
quello religioso fin dall'inizio della sto- hanno più importanza alcuna: una ter-
ria di Israele si contesero a vicenda il za umanità, come si disse più tardi 105•
primato. r due clementi etano destina- Visto sotto 1' aspetto nazionalistico o
ti ad accordarsi: f.àv Ct.xoi} Ct.xouo-1)-tE biologico-storico, questo Àa.6c; è forma-
'tijç ȵijç cpwvTjç xat qiuÀ.li:f,l)'tE 't'Ì)V to di due o anche molti À.a.ol. Ma que-
0La.1>1)x:r1v µou, EcrEo-1>É µoL À.aòç 1tEpLou- sti Àaol si fondono nell'unità del À.a.6c;

tOl Nell'apparato critico del SwETE il· passo si li» Cosi si deve leggere, con la koillé, non
trova solo in una tradizione manoscritta secon- À.aol. Il plurale dev'essere considerato come
daria. Ma se è usato in Apoc.x8,4, il suo inse- un'assimilazione secondaria al precedente av-
rimento nel testo dev'essere assai antico. È -rol; dr. BoussET, Apak., ad l.
questo uno dei molti enigmi del testo di Ge-
remia nei LXX, 1os Cfr. HARNACK, Min.' (1924) 259 ss.
I6r (1v,55) >..rtoç (H. Strathmann)

nuovo, per costituite il quale ora è es- il livellamento illuministico delle artico-
senziale soltanto l'instau1·azione del rap- lazioni nazionali dell'umanità. Sarebbe
porto religioso, mediante la redenzione falso sostenere che il N.T. ignora il con-
creatrice di Dio che invia il Cristo e cetto di umanità come unità (la parola
mediante la fede in lui: voi siete tutti ~ x6o-µoc;, ad es., è designazione cor-
figli di Dio grazie alla fede in Gesù rente del mondo umano); ma sarebbe al-
Cristo, ...non c'è né giudeo né greco, trettanto falso attribuirgli anche solo un
né schiavo né libero, né uomo né don- primo cenno di una concezione che tra-
na. Poiché voi siete tutti una persona saltasse come insignificanti le reali di-
sola in Cristo Gesù. Ma se siete del Cri- stinzioni dei popoli. "Exaa-.oç tv 'tfi
sto, siete di conseguenza seme di Abra- xÀ.'l']ae:t li ~xÀ:fiìh1, f.v "taU't'TI µEVÉ't'W,
mo (Gal.3,26 ss.; cfr. I Cor.12,r3; Col. «ciascuno resti nella condizione in cui
3, 11 ). Non si dice qui alla lettera: voi era quando fu chiamato» (zCor.7,20):
formate tutti insieme l' unico nuovo quest'affermazione vale non soltanto per
À.cx.òc; t)e:ou, ma il pensiero è lo stesso. le differenze sociali, ma anche per quelle
Per quanto però l'Apostolo annetta nazionali. Né le solenni dichiarazioni di
tanta importanza a porre in rilievo la Gal.3,26 ss. possono avere come conse-
unità del nuovo À.o:6c; costituito dalla guenza che l'ebreo diventi greco o il
comunità cristiana e ad affermarne il greco ebreo. Paolo, certo, si fece greco
dilatarsi oltre ogni barriera di À.cx.ol e per i greci, ma non ha per questo pen-
di ~frv1), questo atteggiamento non ha sato mai a rinnegare il suo sentimento
nulla a che fare con la tendenza a non nazionale giudaico, né mai ba preteso
scorgere o a dissolvere le difEerenze e da un greco qualcosa di simile. Le dif.
i confini posti dalla natura fra i popoli ferenziazioni rimangono e vengono ri-
e le loro interne articolazioni biologi- conosciute nel loro ambito determinato,
che e sociali; tendenza che è presente in base alla natura e alla storia, ma nel-
nella filosofia popolareggiante di quel l'ambito della comunità cristiana ven-
tempo come in ogni 'illuminismo' nu- gono attutite, e precisamente nel senso
trito di concetti antistorici perché di- che l'unità del nuovo Àa.6ç non può né
sorganici. Come la frase della Lette- deve esserne inceppata nel suo espan-
ra ai Galati non scavalca la di1ferenza dersi. Essa infatti riposa sulla fede nel-
dei sessi e non si presta a servire di l'unico xuptoc; Xpta-r6ç.
convalida per un movimento di eman- Tutto questo generò già nell'età apo-
cipazione della donna - quanto siano stolica vivaci difficoltà, poiché da parte
estranee all'Apostolo tali deduzioni, lo del giudaismo un sentimento nazionali-
mostra chiaramente la Prima ai Corinti stico colorito e consolidato da motivi
- cosl essa non ha nulla a che fare con religiosi si oppose a questo attutirsi de1
163 (rv,56) ì..cc6ç (H. Strathmann)

particolarismo nazionale in seno alla co- della promessa veterotestamentaria, la


munità cristiana e ne causò la prima realizzazione delle speranze a cui mira-
diffi.dle crisi. Contro questa pretesa va la religione d'Israele, la realtà es-
Paolo si batté a fondo. Egli respinse senziale di fronte all'idea che l'ha pre-
il livellamento, ma mise in chiaro con ceduta a guisa di ombra. Se Cristo è
eguale fermezza che l'unità della comu- il compimento a cui tendono la legge
nità non doveva subite pregiudizio al- e i profeti, la comunità del Cristo è il
cuno da parte del particolarismo nazio- vero Àa.6i; (scil. 17Eou), come è il vero
nale. Dovette riuscir duro per quell'i- Israele di Dio (Gal.6,16; I Cor.rn,18;
sraelita tutto d'un pezzo, anche se era Rom.9,6),il vero seme di Abramo (Gal.
di.ventato cristiano, decidersi. a metter 3,29; cfr. Rom.9,7 s.), la vera circonci-
da parte delle prescrizioni che nel tem- sione (Phil.3,3), il vero tempio (I Cor.
po in cui aveva praticato una religione 3,16),il vero qehal jhwh(-'>-È'XXÀ.TjO'lu.);
a sfondo nazionalistico gli erano entra- essa è il vero À.a6c; in mezzo al quale Dio
te nella carne e nel sangue, e che gli abita e che ha accesso a lui perché è
proibivano ogni comunione di cibi coi santo in quanto dal Cristo santificato.
non-israeliti. Ma Paolo rimase fermo e In tutte queste formule si esprime con
riuscl a far ammettere che proprio in magnifica concisione un sicuro convin-
questo doveva affermarsi l'unità ·del cimento, che sul piano storico lega sal-
nuovo Àa6c;, fondata sulla fede nell'uni- damente la comunità cristiana col suo
co xupto<;. Le differenze in ordine alla patrimonio religioso alla comunità ve-
natura e alla storia fra uomini o gruppi terotestamentaria, e insieme, grazie al-
umani non cessano di esistere nella co- l'azione salvifica di Dio nel Cristo, la
munità cristiana, ma esse assumono qui distingue da quello che fu il suo stadio
un valore religioso e perdono perciò la preparatorio, ormai superato.
capacità di dividere e separare. Non c'è
più nulla che condizioni in senso nazio- F. À.ctoc;
NELL'USO LINGUISTICO
DELLA CHIESA PRIMITIVA
nalistico l'appartenenza a Dio.
7. La trasposizione del titolo di À.aoc;
Negli scritti della chiesa primitiva
continua la prassi linguistica dell'età
(scil. ~Eou), 'nazione di Dio', da Israele apostolica, con l'uso volgare di À.a.oi;
alla comunità cl'istiana è solo una delle nel senso di 'folla, popolazione, gen-
tante forme nelle quali il cristianesimo te' ms, accanto a quello nazionalistico
nel senso generale di 'nazione' (usato
primitivo manifesta la propria certezza perciò a fianco di é:ihrr1) o con riferimen-
di possedere e di essere l'adempimento to particolare a Israele (cioè in antitesi

100 Cfr. ad es. Herm. sim.8,r,2-5; Clem. Al., tutto il popolo soggetto» David celebrò una
paed.2,r,18,2: 1tG.\J'tL -.e;> ÙTtTJX6({.l ... ì..cc({J, «per festa.
À~pvy~ (H. Hansc) (IV,57) r66

a EtN1J) 107, e anche con l'applicazione lare alla comunità riunita per celebrare
del · vocabolo ai cristiani e alla· comuni- il culto, in contrapposizione alle perso-
tà ecclesiale, la quale è spesso chiamata ne che vi presiedono. Cfr. Iust., apol. x,
il À.aòc; xatv6c; (nuovo) di contro a I- 67 ,5: al termine della preghiera ò )..a.òc;
sraele che è il À.aòc; 1tpE<r(3u't'Epoc; (an- è7tEVq>l]µEi: Mywv i:ò 'Aµ1Jv, «il popolo
ziano) o 7taÀ.at6c; (antico) o 7tpw't'oc; acclama dicendo Amen»; Clem. Aless.,
(primitivo) 103• C'è un'osservazione di strom. r ,r ,5 ,r: li xa.t -rl)v 1::ùxa.pt1nlix.v
Clemente Alessandrino (strom.6,5,42,2) 'CtvÈc; Ota.'llElµav-rEc;, wc;
~froc;, IX.U't'Òc; on
che mostra quanto fosse radicata l'idea Exa<r-.ov i:ov À.Mv À.t:t.~ELV 'tTJ'li µoi:pcx.v
che fa comunità cristiana rappresentava Em't'pÉ1tOVO"L'11, «conie pure alcuni, dopo
un nuovo popolo beneficiario della sal- aver diviso l'eucaristia, secondo l'uso,
vezza, nato da una doppia radice stori- lasciano prendere la sua parte a ciascu-
ca: tx youv ~ile; 'E)..À:rivtxi)c; 7tat8Elac;, no del popolo». È questa una continua-
aÀ.À.Ù. xcd. tx 't''fic; .voµtxi}c; ELc; 't'Ò E\I yÉ- zione cristiana dell'uso popolare di À.tx.-
voc; nu a-~soµÉvou O'uvéc.yo'li't'o:.t À.aou 6c;, applicato in particolare all' assem-
ot -.1)v 1tl<1't't'J 1tpocrtɵe:vot, «coloro che blea liturgica. Già in Act.13,15 questa
adetiscono alla fede si riuniscono nel- applicazione compare a proposito del
l'unica schiatta del popolo redento, pro- culto sinagogale, ma la si può notare
venendo dalla educazione ellenica e an- anche nell'età precristiana. Di qui si è
che da quella mosaica». sviluppato in seguito il concetto di 'lai-
· Il termine Àa6c; è riferito in partico- co'.
H. STRATHMANN

t Àapuy~
Laringe, e anche fauci. Il termine µÈv oL' où
À.aÀouµi;:v xcx.t iiwt.7tVÉoµEv,
proprio per quest'ultimo significato è «Àapuy~, attraverso la quale parliamo e
però cpéc.puy~ 1 • Tuttavia non è mai st<l- respiriamo»; <papuyç oÈ o' où f:a-frloµev
ta fatta una distinzione netta fra i due, xa.L 7tlvoµev, «q>iipuy~, attraverso la
come avviene per il nostro 'gola'. L'E- quale mangiamo e beviamo}> (vi è anche
tymologicum Magnum dice: Aapuyl; un terzo vocabolo, 'ltopoç, 'condotto').

107 Cfr. ad es. Sib.8,13: l'impero romano Deo'- vò fede fra le genti».
µcùc; th'}cn~ Àa.oi:c;, «darà leggi ai popoli»; 8, Ad es. Barn.5,7; 7,5; 13,r; Clem.Al., paed.
IllS
I2: Roma trascinerà ~a.<nÀELc; Élhiwv verso oc-
1,5,r9,4; 20,3; 7,57,r; 59,1; 3,n,75,3.
cidente; 8,278: per il pasto vengono riempite
dodici ceste Etc; EÀ.'ltl5a. Àa.wv; 2,42: 'ltfu; Àa- Mpuyl;
oc;, cioè ogni popolo=tutti i popoli; 2,r60: la
terra è µ1rrnp Àawv; 8,252: Mosè vinse Ama- i Su Àapvyl; e c:papvy!; v. WE.TTSTEIN a Rom.
lek mediante la fede, tva. Àa:òc; (Israele) Ém.- 3,13; cfr. H. GuNTERT, Ober Reimwortbildtm·
yvQ, «perché il popolo comprenda»; 3,249: gcn im Arischen rmd Altgriech. (1914) n9
Àaòc; b Swfaxaq>vÀoç, «il popolo delle dodici [KLRINKNECHT]. Giintert considera il più re-
tribù»; rClem.55,6; Barn.8,r; I2,6; Hcrm. cente À.apvy!; come un rifacimento dell'ome-
vis. 2,3,4; Diogn. n,3: Dio mandò il Myoc; rico cp 6. pv y ç, per associazione con ì..6. 'lt~ w,
che i.ntò Àaoii (Israele) à:nµaoi)elc; ... Ù'ltÒ È~· leccare o Àa.c:puo-o-w, divorare. Propone anche
'\IW'll btto-~Eulh1, «disprezzato dal popolo, tro- altre derivazioni.

(':.!rande lcnico_ 1.11


Àa:tpEVW, Àa't'pEla (H. Stratbmann) (1v,58) r68

Che il greco abbia avvertito nei due vo- quindi traduce bene: «Le loro fauci, a-
caboli la presenza dei temi verbali À.Ey- perte nonostante le parole amichevoli,
e <prx.y-i> eruttano morte e distruzione».
Sia Àapuyç che <!"ipuy; compaiono
nei LXX col doppio significato di fauci La citazione di questo passo in Rom.
(per il cibo) (pek e malq~ap; anche lob 3,r 3 non ne modifica il senso, poiché an-
6,JO e Cant.7,9 (10] pensano comun- che gli altri passi di Salmi addotti in-
que al palato che assapora) e di bocca
che parla (gàrdn). À.tipuy~ ricorre 17 sieme a questo si riferiscono ai peccati
volte (concentrate in soli quattro libri di parola. La parola manifesta l'interna
dell'A.T.), cpapuyç 9 volte. Per la cor- scelleratezza come da un sepolcro aper-
rispondenza fra le varie tradizioni te-
to esce il fetore della putredine 6 •
stuali, da notare solo Cant. 2, 3: nei
LXX, À.&,puyç; Simm., <papvyç. À.tipvy1;
È interessante che Lutero nel com-
è presente tre volte nel senso di palato
al quale aderisce la lingua; cinque (?) mento alla Lettera ai Romani tratti am·
piamente di questa frase, interpretando-
volte indica le fauci che ricevono il ci-
bo e nove volte la bocca che parla.
la allegoricamente persino nei partico.
2 lari; tuttavia intende le fauci come or-
Importante per noi è t{J 5 ,rn , poi-
gano che uccide e divora.
ché il versetto è citato nell'unico passo
La grande importanza che ha la boc-
del N.T. in cui compare À.tipuy;. Il pa-
ca nella citazione scritturale di Rom.3,
ragone con un sepolcro aperto fa certa-
rn-18, in quanto rivela l'interna malva-
mente pensare subito alle fauci che in-
3 gità, ci ricorda le parole di Gesù in Mc.
ghiottono , ma a ragione i commenta-
7, 15. 18-23: «Non ciò che entra nel.
tori intendono anche qui gàrdn come
4 l'uomo dal di fuori lo contamina, ma
organo della parola. H. Hupfeld pensa
ciò che esce da lui». Seguono poi le sin-
anche alle fauci; H. Herkenne 5 rileva
gole 'cose cattive', che è interessante
una costruzione chiastica, in quanto go-
confrontare con Rom. 3.
la, come strumento della parola sot-
H.HANSE
tratto all'occhio, corrisponde a intimo;

SOMMARIO; 2. ÀMpEla.
A. Àr.t't'pEÙW e Àcr:"°pEla nel greco extra-biblico: B. Àa't'pEVw e Àa."t"pda nei LXX:
I. ÀOC't'pEVW: I. ).cnpEUW;
a) etimologia, significato fondamentale, a) presenza, corrispondenti ebraici,
presenza; carattere fondamentale;
b)uso; b)uso;

2 In q, 13,3 i codd. S e B (non A) hanno in- s Das Buch der Psalmen iibersetzt tmd erkliirt,
trodotto il testo di Rom. 3,I3-18, e con esso Bonner Bibel (1936).
anche la citazione cli tji 5,10. 6 Si osservi y~µE~ nel v. r4 (cfr. Mt. 23,27).
3 Cfr. Ign., Rom.4,2 e WETTSTEIN, ad l. Cfr. B. Wnrss, Der Brief an die Romer(1899)
4 Die Psalme11 iibers. u. ausgelegt 1(1888). I5J1 ad/.
À.Cl'fpEvw, À.tX'fpEla. (H. Strathmann)

M'tpdtX;
2. Tucidide, Polibio e Dione Cassio, non
3. confronto fra l'uso extra-biblico compare negli indici di E. A. Bétant
e quello dei LXX; (1843/47), J. Schweighiiuser (1822),
4. l'us~ del vocabolo in Filone. U. Ph. Boissevain {1931). Altri scritto-
C. À.MPEVW e )..a.'tpEltX nel N.T.: ri, come Sofocle, Senofonte Isocrate
I. À.Cl'fpEUW:
Epitteto, Luciano, Plutarco,' lo usan~
a) presenza;
b) carattere puramente religioso
solo sporadicamente. In tutto il Corpus
del vocabolo fissato dai LXX; Inscriptionum Graecarum, secondo l'in-
e) À.a.-rpeuw riferito al sacrificio nel culto. dice di H. Roehls (CIG IV) compare
Scomparsa della differenza una sola volta; in Dittenberger, Or., co-
fra Àa.'fpe.uw e À.E~-coupy~ me in Dittenberger, Sylt.3, se si prescinde
nell'Epistola agli Ebrei; dall'iscrizione sopracitata, non è usato
d) À.a:TpEuw riferito alla preghiera mai; secondo il lessico del Preisigke
liturgica; manca del tutto nei papiri.
e) M"t'ptuw in senso generalizzato
e traslato;
2. M'tj)EUt.
b) Uso: À.a't'pEVW è usato per servizi
materiali (Soph., Trach.,35, a proposito
di Eracle: -ròv &vop' E'1tEµ1tE À.ct.'tpEvov-
A. À.a:tpEUW E À.a.'tpela. 'ta, «[la vita] lo mandava a far servizi»);
NEL GRECO EXTRA-BIBLICO detto del bracciante agricolo (Solon r3,
48, ed. T. Bergk, Poetae Lyrici Graeci
l. Àa.'tpEUW 5
II [1915]); del lavoro dello schiavo
a) Etimologia, significato fondamen- (Xenoph., Cyrop.3,1,36). Inoltre in sen-
tale, presenza. so traslato ricorre nei rapporti più vari;
Il vocabolo Àct.'tpEUEW è formato da cfr. À.a.-.pEUEW v6µotç, «servire alle leg-
À.chpov, 'compenso', 'mercede'; cfr. Àoc- gi» (Xenoph., Ag. 7, 2); À.a't'pEVEW 't'~
'tpt<;, ' mercenario ' e, genericamente, xaÀ.À.Et, «rendere omaggio alla bellezza»
'servo'; corrisponde al latino latro, 'pre- (lsoc.10,57 )i À.a.'t'pEuEtv µ6xaotç, «aver
done' 1. À.cx:t pEUELV significa perciò in da soffrire» (Soph., Oed. Col. 105 ); À.cx.-
primo luogo lavorare o servire per mer- -rpEUEW xa.tpfi>, «prendere il tempo come
cede, poi in generale prestare un servi- viene» (Pseud.-Phocyl. r:z1 [ed. Bergk
zio, servire, anche senza che si pensi al p. 98 J ); Àa:tpEUEW 1)80\lfl, «essere ser-
compenso e senza considerare se chi vo del piacere» (Luc., Nigrinus 15). Al-
presta tale servizio sia schiavo o libero. cune volte il verbo è usato anche per il
La testimonianza più antica dovrebbe culto reso agli dèi; ad es. Eurip., lon
essere un'iscrizione di Eleusi, del vr se- 152; Plut., Pyth. or.26 (11 407 e), dove
colo; cfr. CIG I, II = Ditt., Syll. 9.
1 U'Jt11pÉ'ta.t xa.t 1tpoq>ii.'ta.t, «i ministri e
Per limitarci a qualche dato, it vocabo- i profeti» al servizio di Apollo pitico
lo manca non solo in Omero, ma an- sono designati come 1'}E<i) Àcx.'tpEUOV'tEt;
che in Platone e Aristotele. Quanto a «quelli che rendono il culto al dio». Cfr.

À.O:'tpE~W X'tÀ.. SCHKEWITZ, Die Spìritualisierung der Kultus-


Per i sussidi lessicali 4 À.o:6ç. begrilfe (Angelos Beih. 4 [1932)).
w. SANDAY and A. C. HEADLAM in I.e.e. a 1 Secondo i dizionari etimologici di PRELLWlTZ
Rom.1,9; W. BRANDT, Die Worlgruppe À.Et.- e BoISACQ dalla radice le: la = lasciar fare;
-toupyei:\I im Hb. u. bei Cl. Romanus: Jbcher l'etimologia è tuttavia incerta, dr. WALDB-POK.
d. Theol. Schule Bethel (I930) r45 ss.; H.WBN- II, 394·
rz1 {1v,59) >..u:tpEUW, Àa:rpEla. (H. Strathmann)

anche Epict., diss.3,22,56: i(.UVL'.IC@ oè morto «Si è affrancato dal servizio -del
Koc'ì:crocp -i;l EC1'tLV il à.vìh'.ntoc'toc; fi /J,ÀÀ.oc; corpo» ( a7ta..À.À.ayEtc; 'tijç 'tOV crwµa..-toc:;
1) ò xoc'toc1'E7toµcpwc:; a.:ù-i;òv xoct c{"l À.a- Àrx"t'pElac;); Plut., quaest. conv. 5,r pro-
i:pEVEL, ò ZEuc:;; «che cosa è per un ci- oem. (II 673 a): l'anima del morto «si
nico Cesare o un proconsole o un al- è liberata da preoccupazioni e servitù}>
tro; o quello Zeus che l'ha mandato e (7tpayµ&:twv &:.7taÀ.À.ayei:va.. xat À.oc-
al quale egli serve?». Molto più usato 'tpElac;); Plut., def. orac. 15 (II 417) e:
è però, in questo caso, i>epCX.7tEUELV. Le 1t),civat i>ewv, xpulJ;Etc; -i:i:: xat cpuyat
applicazioni del vocabolo sono quindi xo:t Àct..'tpei:at, «gli dèi vanno in giro,
assai larghe, nonostante il suo uso al- si nascondono, fuggono, si sobbarcano
quanto scarso. Non esistono accenni che servitù» (nei miti - tutte cose che Plu-
facciano prevedere una evoluzione del· tarco preferirebbe attribuire ai demoni).
l'uso in senso sia pur lontanamente tec- Si noti in particolare che Àa..'tpda
nico. viene usato anche per il culto prestato
agli dèi. Cfr. Plat., ap. 23 c: ottX. 't'Ì)v
2. Àoc'tpElcx. 'tOV i>EOV Àa..'tpEla..v, «per il culto del
Il sostantivo À.a'tpe:loc è d'uso cor- dio»; Phaedr.244e: xa-i:acpuyo\ia'a7tpÒc:;
rente. Indica prima di tutto il 'servizio il'Ewv E.uxac:; 'tE xa..t À.cx.-.pEla..c;, «avendo
per mercede', come spiega Suida: oou- fatto ricorso a preghiere e ad atti di
Àeloc É7tt µtcrit@. Inoltre è 'servizio, la- culto verso gli dèi»; Plut., adulat. 12
voro, fatica' in genere. Cfr.Soph., Trach. (n 56 e): EÙcrÉPEtoc xat i>ewv Àa'tpEla,
830: É7tt1tovov EXEW À.a.:tpElocv, «fate «pietà e culto degli dèi»; Is. et Os. 2
un servizio faticoso» {di Eracle); Eur., (II 352 a): &1}pU1t'tOt ... Èv te:poi:ç Àoc-
Tro.823 s. (del servizio- del coppiere): 'tpEi:at, gli «austeri atti di culto nelle
Z'l']vÒc; exetc:; xuÀlxwv 7tÀ.1}pwµoc, '.>W.À.- cel'imonie» di preparazione alla inizia-
Àlcr-.ocv Àoc't pe:locv, «hai da riempire zione, nel culto di Iside. Anche nell'u-
le coppe di Zeus, magnifico servizio»; nico passo dei papfri in cui compare il
Plut., Romulus 19 (1 30 a): yuva'ì:xEc; ... vocabolo, si tratta di culto; cfr. Prei-
7tCX.V'tÒc; ìtpyou xat 7tacr11c:; À.oc-.pdocc:;, sigke, Sammelbuch 1934, 3. Cosl il qua-
7tÀ.1)v '\'(x.Àa..crlcx.c:; &.<pe:tµÉvat, «le don- dro semantico risulta esattamente lo
ne... esentate da ogni lavoro e da ogni stesso che per À.a-i;pEUEL\I.
servizio tranne filare la lana»; Plut.,
bruta animalia ratione uti 7 (II 990 c): B. À.a-i:pE.uw E À.a.'tpElo: NEI LXX
WVOUµEVOL µtcri>ov Xet.t 7t0VOU XCl.L Àrt.-
'tpEltX<; -.ò 't'ij<; yevÉcrEwc; ìtpyov, «i ma- I. Àa.'t'pEUW
schi si comperano l'atto procreativo pa-
gando il prezzo di un lavoro, della pre- a) Presenza del vocabolo; corrispon-
stazione d'un servizio»; Plut., cons. ad denti ebraici, carattere fondamentale.
Apoll. I I {II ro7 e), a proposito delle Nei LXX, che usano il vocabolo una no-
difficoltà del vivere umano: m;Jc:; oùx vantina di volte, colpisce il modo irre-
Eù&mµovlsew µaÀ.À.o\I 7tpocr1ptEt ..-oùc; golare in cui esso compare, poiché set-
a7toÀufrÉvi:a..c; -çfjç ÈV O:U'tQ ('tQ Pl~) tanta di questi passi si trovano nei libri
Àa-i:pdac;, 1\ xai:otX'te:lpeL\I; «coloro che dell'Esodo (r7 ), del Deuteronomio (25),
si sono liberati dal pesante servizio del- di Giosuè (19) dei Giudici (9). In tutti
la vita, come non giudicarli felici, piut- i profeti (tranne Ez.20,32), nei Salmi,
tosto che averne pietà?»; Plut., cons. in Samuele (all'infuori di 2Sam.15,8),
ad Apoll.25 (II l14d) a proposito delle in Ilap. (tranne 2 Ila..p.7,r9) il vocabo-
molte cure che richiede il corpo: il lo manca completamente. Questo fatto
Àa.'t'pEuw, Àa.-.pEla. (H. Strathmann) (1v,60) r74

dipende dal criterio usato dai LXX nel- :::LV implica questa precisa carica religio-
la traduzione. Tranne poche eccezioni sa non solo nei libd nominati sopra,
inilevanti, di solito Àa't'pe:unv corri- nei quali esso compare in più larga mi-
sponde ali' ebraico 'iibad 2, che però è sura, ma ovunque sia usato nei LXX.
tradotto spesso anche con oouÀ.EvELV. Si L'unica eccezione è offerta da Deut.28,
rileva, a questo proposito, che quei te- 48: À.o:."tpEU<TELç "COLç f.x,ì}poiç O"OU, «S(!r-
sti che sono caratterizzati da un uso fre- virai i tuoi nemici». Ma essa conferma
quente di À.a-.pEVELV, adoperano tale vo- la regola. Si tratta infatti di un gioco di
cabolo soprattutto quando 'bd si riferi- parole: poiché Israele rifiutò di 'servi-
sce a un atteggiamento religioso (ad es. re' Jahvé, che ne vuole il bene, 'setva'
E>.·.3,12; 4,23; 7,16.26; 8,16; 9,x.13; i suoi nemici, che lo mandano in rovi-
3
ro,3.7.8.24.26; 20,5; 23,24.25; Deut. !1a .
4,19.28; 5,9; 6,13; 7,4.16; Ios.22,27; b) Uso. Il valore religioso di Àa-
24.,14-24.31 ). Quando si tratta, invece, -.pEVELV non deve però essete inteso nel
di rapporti tra uomini, la traduzione è
senso di una religiosità astratta e sem-
sempre oouÀe:ue:w (ad es. Ex.14 1 5.12;
21,2.6; Deut.15,12.18; Iud.3,8 .14; 9, plicemente motale, generica e impreci-
28 . 38; e abitualmente in Gen.). oo~­ sa. Non basta dire: Ào:.'t'pEVEW ha va-
ÀEUELV in senso religioso viene usato in
lore religioso; bisogna dire: ha vaÌore
tali testi solo in Ex. 2 3 ,3 3 (-.oi:ç l>e:oic,),
Deut.13,5 (aù-.Q, cioè a Jahvé, ma solo sacrale, indica cioè proprio il servizio
nel cod. A); 28, 64 (l>e:oiç È-.ÉpoLç, «ad prestato nel culto, l'omaggio offerto nel
altri dèi»); Iud.2,7 ('t'<{j xuplft)); Iud. culto, soprattutto mediante il sacrificio.
ro,6a. 6b. ro.13.16 ('t'oiç BaaÀlµ, i>e:oiç
Mosè deve portare Israele fuori dall'E-
Ì-.ÉpoLç, -.Q xuplc.p, «ai Baal, ad altri
dèi, al Signore», cod. B; il cod. A porta gitto, e come ptova che tale impresa è
sempre Àa't'pEUELV, tranne ro, 6b). Al volontà di Jahvé, gli viene annunciato
contrario, in questi testi ÀO',"CpEVELV vie- (Ex.3,12 ): À.a't'pEUCTE"tE -téi} ì}EQ ÈV -te{}
ne adoperato senza eccezione in senso
religioso. I traduttori si studiano nella opEL 't'OU't'4), «renderete omaggio a Dio
scelta stessa delle parole di mettere i11 su questo monte}>, cioè lo onorerete con
risalto che il 'servizio' religioso è qual- atti di culto, in particolare con sacrifici.
cosa di particolare in confronto agli al-
tri servizi. Invece nei libri in cui Àa- Il conflitto fra Mosè e Faraone narrato
't'pEUEW ·manca del tutto o quasi, non in Es. 4-ro nasce tutto dalla richiesta
c'è traccia di una simile preoccupazio- espressa in Ex.7,16: Lascia andare il mio
ne: là oouÀ.EUELV traduce 'bd in tutti i
popolo, tva µo~ Àa-çpc.v<TtJ Év -tt\ Èp1}-
casi, si tratti di comportamento religio-
so o non religioso. Il tetmine À.a-.pEu- µcp, «perché mi serva nel desertm> (Ex.

2 Due volte corrisponde a seret (Num. r6,9 i di Daniele traduce p•la[J o 'ita; pala!J.
leviti sono a disposiz:.one degli Israeliti nel
servizio del culto; Ez.io,32 Àa.-rpEVELV l;vÀ.o~i:; 3 Una seconda eccezione presenta Dan. 7,14:
xcd )..(f}oL<;, «Servire ai legni e alle pietre»; dr. Tia.1rn, 061',cr. a.ù-réi) ÀwrpEvoucra., «ogni gloria è
a questo proposito ~ }.EL't'OupyEi:v B I b); una al suo servizio (del Figlio dell'uomo)». Egli ha
volta (2 Reg.17,33) corrisponde a hiijll 'obed, il regno, (3a.crLÀELa. Tcodozione invece di 66!:,a
senza differenza alcuna con 'bd; una volta a legge. con ragione yÀ.WO'O'aL e traduci;; oovÀ.EV-
hiilak 'af?ar (Deut.n,28). Nei sei o ~~tte passi crovcnv.
i75 (1v,60) Àu:tpEvw, À~'>PEla. (H. Strathmann) (1v,6r) 176

4,23; 7,26; 8,16; 9,r.13; 10,3.7.8.24. Quel che si esige ripetutamente da


26). Che si intenda per questo servizio Israele è che renda tale culto non a que-
1' offel'ta di un sacrificio, risulta, co- sti dèi, ma solo a Jahvé, e ne riconosca
me se non bastasse, l'espressione paral- cosl la sovranità. Inoltre, anche se il
lela di 8,4: WEw xupl~. «sacrificare al vocabolo fa pensare in primo luogo a
Signore», e la motivazione addotta dagli un atto di culto, resta pur sempre inte-
Israeliti per giustificarsi di dover por- so che quest'atto deve essere espressio-
tare con sé il bestiame: &:1t' a.ù-twv yà.p ne cli un atteggiamento interiore, della
À.'r)µt!J6µEi>a. À.a.'t'pEUCTa.l. xvpl~ -t<'i> i>Et'i> devozione fedele a Jahvé, come di un
1JµWv, «prenderemo infatti da esso per adeguato modo di vita. Ne è prova l'as-
rendere omaggio al Signore Dio nostro». soluta naturalezza con la quale in Deut.
Anche in 2 Ba.cr. 15,8 si pensa a una 10,12 ss. À.a.'tpEUEL\I è spiegato in que-
ben precisa forma di culto, quando As- sto senso: À.a.-tpEUEW xupl~ "t~ i>'Eti>
salonne dichiara cli voler 't'@ xvpl.ql À..cx.- O'OU È~ o),:r1c; 't'fjç XCX.polcx.c; O'OV XCX.t È;
-tpEÙEW a compimento di un voto. 'ti}ç tliuxiic; <rov, «rendere il cul-
<>J..11ç
L'espressione è usata senza distinzio- to al Signore con tutto il tuo cuore e
ne, tanto per l'omaggio cultuale reso al con tutta la tua anima»; disposizione
Dio d'Israele (ad es. Ex.23,25; Deut. che deve tradursi nel timore (ro,12),
6,13; 10,12.20; 28,47; los.22,27; 24, nell'amore (n,1). nell'ossequio ai co-
14· 15; 2 Sam. 15,8, ecc.) quanto per mandamenti e alle prescrizioni di J ah-
quello tributato agli eUiwÀ.a. (idoli) o a vé, e anche nel giuramento prestato so-
ikot E't'EpOL (altri dèi) o àÀ.À.6-.pLOL ( dèi lo per il suo nome, per cui deve essere
stranieri) o 't'W\I Éi>vwv (agli dèi delle stroncata ogni cr:x:À.11poxcx.polcx., «capar-
genti) o "tW\I 'lt<X.'t'ÉpW\I vµw\I (dei vostri bietà d'animo». Certo, tutto questo
padri; ad es., Ex.20,5; 23,24; Deut.4, comporta l'esclusività assoluta del culto
28; 5,9; 7,4.16; 8,19; II,16.28; 12,2; prestato a Jahvé, ma è ben lungi dal-
29,17; los.24,14 s.; Iud.2,19; 4 Boo:r. l'esaurirsi in tale ordine cli idee; il con-
17,12; 21,21; 2 Chron.7,19) e nomina- cetto cli À.a."tpEUEW qui si approfondisce,
tnmente a Moloc, a Baal o ai Baalim esigendo un intimo e pio sentimento
(ad es., Lev.18,21 4; Iud.2,11.13; 3,7; del cuore che si realizzi in tutta la con-
4 Ba.cr. 17, 16). Egualmente si dica del dotta religiosa e morale. È questa la
culto regale reso a Nabucodonosor (Iu- patticolarità essenziale della religione
dith 3,8). d'Israele. Anche in los.24,19 il nostro

4 Qui i LXX traducono: tt1tÒ "tOU <T1tÉpµrx."t6i; do giustamente lammelek, ma lasciando incom-
11ou où owuE~i; À.rx."tpEVEW IJ.pxo\l"t~, «non darai prensìbile a che cosa si alluda.
ruçu119 de! tioi figli per ~erviEç ai te» leggen-
r77 (1v,61) M:t-rpeuw, ì..a-rpEloc (H. Strathmann) (1v,6r) 178

vocabolo si presenta con un valore ana-


logo: infatti -tek tXµap-tTjµa:ra xrxi. -.<i.
À.a:Tpela. è presente nei LXX (com·
à.voµ1)µa't'a vµwv, «i vostri peccati e
presi gli apocrifi) solo nove volte, e per
le vostre prevaricazioni>>, sono in antite-
i testi di cui disponiamo anche in ebrai-
si con quel À.a:t'pEUELV che Giosuè esige
co, corrisponde costantemente~ 'aboda.
dal popolo. Molto più tardi, in Ecclus
Ha sempre valore cultuale. Indica ge-
4,14, dove si parla di un «servizio del-
neralmente l'omaggio tributato median-
la sapienza» ( oL À.a-.pevov-teç athfi),
te il culto (los. 22,27) oppure anche
À.a.'t'pEUEW ha perduto ogni riferimento
una usanza religiosa particolare, come
specifico al culto, ed è inteso in senso
la Pasqua (Ex.12,25.26; 13,5). Nel
del tutto spirituale 5 •
primo libro dei Maccabei sta sempli-
Se dunque À.a-tpeuet.v è adoperato cemente per 'religione'; cfr. 2, 19: «-
quasi esclusivamente per indicare il ser- 'ltOO"'tiiVa.t. ti'lt~ À.a.'tpelcu; 'lto.-cé.pwv, «al-
vizio del culto, sia pure nel concetto lontanarsi dalla religione dei padri»;
approfondito che ne ebbe il profetismo 2 ,22: 1) Àa.'t'pE(a. 'l'}µWv, «la nostra reli-
israelitico, esso pare molto vicino a ~ gione»; I:.43 (a proposito della religio-
À.wtovpyEtv. Ma si tratta solo di un'ap- ne unica imposta da Antioco Epifane a
parenza. In realtà i due vocaboli si dif- tutte le genti). Una volta Àa't'pEla. de-
ferenziano nettamente, in quanto À.a- signa anche il servizio sacerdotale, in I
'tPEVl!LV indica sempre l'azione religiosa Uap. 28,13: -r«ii À.Et.-toupy'l\cri.µa. crxt&li
del popolo nel suo insieme, compresa "t'ijç À.a-rpelcu; otxou xuplov, «le suppel-
ben inteso la classe sacerdotale, mentre lettili liturgiche per il ministero dei sa-
ÀEt.'tovpyei:v si limita esclusivamente al- cerdoti nella casa del Signore», mentre
le funzioni del sacerdote ed è per esse più sopra per 'iibodd, che ricorre due
vocabolo tecnico. Anche qui c'è una so- volte, è usato À.Et.-roupyla.. Forse la se-
la eccezione, in x Fnop.4,54, dove Da- conda volta è stato messo Àa-tpEla. solo
rio ordina di consegnare ai sacerdoti in per amore di varietà. Una volta À.a.-
Gerusalemme xat "t''lÌV tepa.·mctìv CT't'o- -tpEla compare anche in senso profano,
À.1jv, f.v -tlvi. À.a.wEvoucrw é.v a.ù-cij, «an- in 3 Mach. 4,14: Ti 't'WV itpywv xo.'t'&.-
che la veste sacerdotale, indossando la 'ltovoç Àa't'pEla., «il faticoso servizio di
quale prestano il culto». Secondo i cri- lavoro» (degli ebrei»). L'uso di À.a.'t'pElo.
teri dei LXX, ci si attenderebbe À.E~­ è dunque nei LXX perfettamente paral-
't'OupyEtv. lelo a quello di À.a.'t'pEuw. Agostino ne

s Cfr. Js.32,17 (Simmaco): )va't'pEloc 't'ijc; Srr


XC!.~OVuVV"'l'jç.
179 (1v,61) À.a:'t'pEvw, À.a:'t'pElc.t (H. Strathmann) (1v,62) 180

ha colto acutamente la situazione di gliere senz'altro À.a:tpEUEtv 7 •


fotto in due passi, citati dal Trench 6 :
4. In Filone, secondo l'indice del Lei-
À.a:tpr::la .•. secundum consuetudinem, st.gang, À.a.'t'pEUEL\I compare una sola
qua locuti sunt qui nobis divina eloquia volta (spec. leg.1,300), in una parafrasi
condiderunt, aut semper aut tam fre- di Deut. 10,12 s., per indicare I' omag-
gio reso mediante il culto. Filone segue
quenter ut paene semper ea dicitur ser- dunque la prassi semantica dei LXX. Lo
vitus quae pertinet ad colendum deum stesso ·si dica del sostantivo, che è pre-
(civ.V., ro,1,2). At ilio cultu, quae grae- sente sei volte. In s_pec.leg.2,167 è usa-
to al plurale per le singole celebrazioni
ce À.a:tpElu. dicitur, latine uno verbo di-
cultuali, in decal. 158 al singolare con
ci non potest, cum sit quaedam proprie valore collettivo. Inoltre è usato in
divinitati debita servitus nec colimus nec senso traslato per il 'servizio della vir-
colendum docemus nisi unum deum tù' (sacr. A. C. 84, cfr. À.a.i:pEUEW in Ec-
clus 4,14) e per un servizio a Dio di
(Faust.20,21; CSEL 25 [1891] 562, natura semplicemente intellettualistica
2 4/7). (ebr. 144: voile; À.a-rpElq. xa.L i}Epa7tdq.
i}Eov µ6vn xalpwv, «la mente che si
3. Il confronto con l'uso extra-bibli- compiace solo di servite e venerare
co mostra che i LXX han lasciato ca- Dio», dove è da notare la giustapposi-
zione di À.a't'pEla. e 1>Ep(.(..7tda, che evi-
dere, per così dire, completamente, le dentemente son sentite come equivalen-
altre applicazioni di À.a'tpEvm1 e À.a- ti)_ Infine il vocabolo si trova in acce-
't'pEla., per assumere e continuare sol- zione profana, con lo stesso significato
di Ù1tt)pr::crla; cfr. spec. leg,3,201 e 2,67
tanto il filone del significato cultuale;
( (!.t &.1to -.wv otxe:.-rwv À.a-tpEi:m xaL ù-
occorre precisare però che À.wtpEUEtv, 'lt'l'JpEcrlm, «i servizi e le prestazioni da
À.a.'t'pEla. non vengono adoperati affatto, parte dei domestici»). Così Filone ab-
bandona il terreno dei LXX e si con-
o quasi, per il servizio sacerdotale, ma
forma all'uso linguistico extra-biblico.
solo genericamente per l'adorazione cul-
tuale di Dio. Il greco extra-biblico ha c. À.a.'t'pEUW E Àa'tpEla NEL N.T.
in questo caso 1>Eptl1tEUEtv, 1>Epa.m:la.,
I. À.a't'pEUW
che i LXX usano in senso religioso solo
in Is.54,17 e Dan.7,ro, mentre di soli- a) Presenza del vocabolo. Àct."tpEUEt\I
ricorre nel N.T. 21 volte, di cui 8 in
to significa 'guarire, curare, assistere'). Luca (Lc.1,74; 2,37; 4,8; Act.7,7.42;
Anche oouÀ.e:urn1 non designa specifica- 24,I4; 26,7; 27,23), sei volte nell'Epi-
mente l'omaggio cultuale in genere . Se stola agli Ebrei (8,5; 9,9.r4; 10,2; 12,
28; r3,10), quattro nelle lettere paoli-
si volesse isolare un vocabolo tipico a
ne (Rom.1,9.25; Phil.3,3; 2 Tim.r ,3),
questo scopo (e tale tendenza si rileva due volte nell'Apocalisse (7,15; 22,3),
ad ogni passo dei LXX), si dovrebbe sce- una in Mt. (4, r o). Tre di questi passi

6 TRENCH, s.v. 7 Cfr. l'osservazione a questo proposito in


C REMER-KOGBL.
181 (rv,62) Àtt'tpEVW, Àtt'tpEla. (H. Strathmann)

sono citazioni dell' A.T. La particolare LXX), e anche in Rom.1,25. Parimenti


frequenza con cui il vocabolo compare si allude al servizio sacrificale in Hebr.
nell'Epistola agli Ebrei corrisponde al-
1' importanza che in questa riveste la 8,5; 9,9; 10,2; 13,ro. Qui però è scom-
questione del culto. parsa la rigida differenza, che l'A.T. fa-
ceva (eccettuato il passo di r EO"Sp. 4,
b) Il carattere esclusivamente religio-
54) tra À.EL-toupyE~\I (servizio del sacer-
so del vocabolo, fissato dai LXX. L'in-
dote sacrificatore) e Àa.-tpEVEL\I (omag-
flusso dei LXX si rivela nel fatto che il
gio cultuale in genere). Infatti, in Hebr.
vocabolo non è usato neppure una vol-
8,5 e l 3,ro À.a"tpEÙEL\I si rilerisce al
ta per le relazioni tra uomini, e men
servizio sacerdotale del sacrificio: se-
che meno per un qualsiasi servizio pro-
condo 8,5 fare l'offerta sacrificale sulla
fano. Il servire connotato da Àa:tpEVEL\I
terra, nel tabernacolo, è un Ù1toOElyµa.-
si rivolge sempre a Dio (o agli dèi pa-
-rL xa,L O"XL/i. 't'W\I ~1t0Upa.vlw\I Àa.'tpEU-
gani: ÉÀa:tpEU0-<1.\1 'tft x-.LO"EL 'ltapoc -.òv
ELV, «compiere il culto a modo di copia
x:rla'a.v-.a., «servirono la creatura inve-
e d'ombra delle cose celesti», poiché il
ce del creatore», Rom.r,25; "TI O"'tpa.-
'tabernacolo vero' è nel cielo; analoga-
'ttft -toO oùpavou, «alla milizia del cie-
mente in 13, ro i sacerdoti sono desi-
lo», Act. 7,42 ). Mentre per ÀEL-.ovpyE'Lv
gnati come ot -tii O"X'rJVii Àa."t'péÙov·m.;,
e À.EL-roupyla tanto nell'Antico quanto
«coloro che prestano servizio al taber-
nel N.T. (benché il vocabolo si evolva
nacolo». Il significato esatto del passo
decisamente verso un significato tecni-
è discusso&, ma qui si può benissimo
co preciso) si può sempre rintracciare la
lasciarlo in sospeso. In ogni caso è
possibilità di un'applicazione più larga,
fuori dubbio che la frase si riferisce
conforme al greco extra-biblico, per À.a-
ai sacerdoti e non, ad esempio, alla co-
'tpEVELV questo non si verifica in nessu-
munità ebraica in genere (per quanto
no dei due Testamenti.
ciò che vale per i sacerdoti possa ave-
c) Àa-rpEvw riferito al sacrificio nel re ripercussioni anche su di essa). Pa-
culto. Scomparsa della differenza fra rimenti in Hebr.9,9 Àa,-tpEuwv non al-
Àa:i:pEvw e ÀEL-roupyÉw nell'Epistola lude in generale ai partecipanti al culto,
agli Ebrei. Secondo la prassi linguistica ma ai sacerdoti che compiono il rito sa-
dei LXX, con À.a."t'pEUEL'V si allude prima crificale; infatti nel À.a-.pEUW\I di que-
di tutto al sacrificio cultuale che si deve sto versetto vengono ripresi semplice-
offrire a Jahvé, a differenza degli altri mente gli i.EpE'Lç 'tÒ.<; À.a,'tpElaç È7tt"t'E-
dèi. Questa accezione sussiste in Act. 7, Àouv'tE<;, «sacerdoti che compiono i ri-
7 (dr. Ex. 3, u); 7>42 (cfr. Ier. 7, 18, ti» di 9, 6. Anche i À.a,-.pEvovnç di

8 Cfr. N .T. DEUTSCH III (1935 ), ad l.


Àa:tpEuw, Àtx'tpEla (H. Strathmann)

Hebr.rn,2 sono i sacerdoti. I tradutto- dell'uomo religioso di fronte a Dio,


ri dei LXX qui avrebbero messo À.Et- compare prima di tutto in Le. 1, 74:
't'OVPYE~v. come in 8,6 il À.a.'t'pEVEW di Zaccaria attende con fiducia che Dio al-
8,5 è ripreso con À.E~'toupyla.. Cfr. an- fine ci conceda, liberati dall'oppressio·
che 10,1r. ne dei nemici, À.a:tpEUEW aù-c<i) Év òcn6-
d) Àa.'t'pEÙW riferito alla preghiera li- 't'TJ't'L xat otxa.too-uvn Èvwmov aù't'ou,
turgica. Nei rimanenti passi del N.T. «di servirlo nella santità e nella giusti-
Àa:tpEUE'W allude piuttosto all'omaggio zia al suo cospetto». Il culto di Dio, co-
dell'adorazione e della preghiera cultua- me è qui concepito, non può andar di-
le che tutti possono offrire; oppure vi sgiunto da un comportamento di vita
ricorre in un senso ancor più largo, im- veramente santo e da una «esecuzione
preciso, si potrebbe dire traslato e spi- dei comandamenti di Dio che sia per-
ritualizzato, secondo il quale esso com- fetta anche ai suoi occhi». Il medesimo
prende tutte le forme in cui si attua senso pieno ha À.ai:pEUEW anche in Act.
l'onore reso a Dio. 24, 14, dove Paolo assicura che egli
Ì..a.'t'pEUEW compare nel senso di ado- «serve al Dio dei suoi padri»; solo
l'azione nel1e tentazioni di Gesù (Mt.4, che questo À.a.'t'pEUELV ora avviene xa- ·
rn; Lc.4,8, cfr. Deut.6,13), in antitesi -cà. -t"Ì)v òoòv i)v À.Éyouo-w atpeow,
con il sinonimo 'lt'pocrxuve~v, che il ten- «secondo quella via che chiamano set-
tatore vorrebbe per sé. Lo stesso si cli- ta», e che invece è la norma data dal
c~ di Apoc.7,15 (dove si parla dei mar- vangelo, senza che per questo abbia a
tiri beati che 'servono' Dio giorno e soffrirne la fedeltà alla legge e ai pro-
notte nel suo tempio) e di Apoc. 22,3. f eti. Tale programma implica che egli
Ma anche la preghiera assidua di An- si studi con ogni sforzo ( chrxw) di à;-
na nel tempio (Le. 2, 37) e la ininter- 'lt'pocr:x:oitov crvvEloTJCTLv EXEW 1tpòc; 't'ÒV
rotta aspirazione di Israele al compi- i>EÒV XO'..L 't'OÙç à:.vi}pwitOU<; OLà. 1t0'..V't'6ç,
mento della promessa (Act. 26,7) ven- «di avere una coscienza del tutto irre-
gono classificati come un À.a.i:pEUEW: prensibile davanti a Dio e davanti agli
in quest'ultimo caso esso equivale sem- uomini». Cfr. inoltre Act.27,23 : i:ou
plicemente a 'pregare'. I due passi sono i}eov ou ELµL, 4J xat Àa.i:pEVW, ayytÀ.oc;,
significativi, in quanto manca il dativo «un angelo di quel Dio al quale appar-
della persona a cui è tributato il 'servi- tengo e a cui servo»; 2 Tim.r,3: xciptv
zio'. Qui il vocabolo diventa termine EXW 't'0 ilE4), ii) À.a.i:pEUW 6'.1tÒ 7tpoy6vwv
tecnico per là preghiera liturgica. f.v xa.&rxp~ cruveiol}trEL, «ringrazio Id-
e) À.a.'t'pevw in senso gene,.alizzato e dio, a cui servo con pura coscienza,
traslato. L'accezione larga di À.a.'t'pEUEW, per tradizione che mi viene dai padri».
comprendente tutte le manifestazioni Rientra in quest 'ordine di idee Hebr.
>..a:tpEVW, >..a:tpEfo. (H. Strathmann) (1v,65) 186

12,28. Noi riceviamo in possesso - di- le culto religioso tradotto in realtà di


ce l'autore - un regno indisttuttibile, vita; solo che qui si intende in parti-
per il quale siamo tenuti alla ricono- colare il servizio apostolico di Paolo.
scenza (itxwµe.'V xripw ), 01.' -ijç À.a:rpe.u- Egli assicura ai cristiani di Roma che
wµe.v (var.: À.tx:•pe.uoµe.'V) e.ùocpÉcr"t'wç -r<i) si ricorda senza posa di loro nelle sue
itE4), µe.,;~ e.ÒÀtxfkltxç XOCÌ ofouç, «la preghiere, e ne chiama in testimonio
quale ci fa rendere a Dio un culto a lui Iddio, e!> À.oc-.pEvw E\I 't<i) miEvµcx.-rl µov
gradito, con reverenza e timore». Una f.'J -r<i) e.ucx.yyEÀ.lcy 'tOu utou cx.v-çou. La
condotta di vita che piaccia a Dio, ispi- chiusa di questa riflessione non può vo-
rata alla gratitudine e insieme a una se- ler dire altro, se non che il culto tribu-
ria coscienza della propria responsabi- tato a Dio dall'Apostolo 'nel suo spiri-
lità: ecco il -rii} itEi;> À.a:rpe.ve.w secondo to' si realizza «annunziando il vangelo
il concetto cristiano. L'espressione sem- del suo Figlio» (Èv 't<i) EÙocyyEÀ.lcy, co-
bra aver il compito di introdurre alla me in 2 Cor.8,18; ro,14). Paolo accen-
seguente sezione parenetica (cap. 13). na dunque alla sua opera apostolica, e
Forse è da interpretare a questo livello la definisce come un À.oc'tpEUELV, un at-
anche il À.ai:pe.ve.w di Hebr. 9, 14: il to di culto religioso, di omaggio reso a
sangue di Cristo purificherà la nostra Dio. Colpisce l'espressione È'J 't4} 'JtVEU-
coscienza dalle opere di morte dç 'tÒ µa'tl µou. C'.ertamente Paolo non inten-
À.ct'tpe.ve.w De.i;> ~WV'tL, «per prestar cul- de dire che il suo servizio apostolico si
to al Dio vivente}>. Purificazione della realizza soltanto nel suo intimo. Vuol
coscienza vuol direr remissione dei pec- forse dire che si compie mediante il
ca ti (cfr. v. 22). O si può dunque inten- suo spirito, ner senso che il suo spirito
dere che ora il cristiano ha la possibilità, è lo Spirito santo che gli è stato elar-
come il sacerdote nel sacrificio di culto, - gito, e quindi lo Spirito di Dio? Ma al-
di accedere a Dio, di avvicinarsi a lui lora perché non dire addirittura cosl?
(cfr. 4, 16) e allora avremmo un senso Quale importanza, del resto, avrebbe
traslato del Àa-rpEl'mv sacerdotale; oppu- nel contesto classificare l'ufficio di apo-
re si può intendere che la purificazione stolo come un carisma? Oppure vuol
della coscienza, di cui si è stati ogget- dire che compie questo lavoro con tutto
to, ha per scopo e per risultato una il suo cuore? Ma un'idea siffatta anda-
nuova condotta di vita che si presenta va espressa in questo modo? O non si
come il vero Àoc-rpe.ùe.w i>e.4'.> sW\l'tL ( cfr. ha qui, piuttosto, una commistione di
12,28), e allora si tratterebbe di quel due pensieri? Vogliamo dire che il Àcx.-
senso pieno del vocabolo che abbiamo -rpe.uew, il culto, si compie nell'annun-
riscontrato in Lc.r,74 ecc. cio missionario di Paolo e, in pari tem-
Anche in Rom.r,9 si allude a un ta· po, nella sua preghiera interiore che,
r87 (1v,65) À<npEuw, Àa't'pEla (H. Strathmann) (1v,65) r88

del resto, ha come oggetto principale il crifìcale, nel N.T., invece (con la sola
proseguimento della missione. Se cosl eccezione dell'Epistola agli Ebrei), que-
fosse, il concetto di Àai:pEUEW qui sa- st'idea rimane del tutto in ombra. Al
rebbe alquanto oscillante. Paolo serve, suo posto prende risalto il riferimento
onora Dio, presta il culto sia portando il al servizio della preghiera e alla conce-
messaggio cristiano, sia nel suo intimo, zione dell'intera vita cristiana come un
pregando per le comunità e per il suc- unico ÀrJ.i:pEvELV, per modo che solo il
cesso del vangelo9 • Questo pensiero spie- cristiano appare capace di un À.rJ.-rpEu-
gherebbe l'atteggiamento del!'Apostolo, EtV, di un culto divino, veramente de-
che chiama Dio a testimone della sua gno di questo nome. Il concetto di cul-
preghiera, che è un atto della sua vita to è spiritualizzato 11 •
interiore, sconosciuta come tale alla co-
munità, ma ben nota a Dio.
Da ultimo incontriamo Àai:pEUEW, in Nel N.T. À.rL'tpEla. ricorre in cinque
Phil.3,3, in senso lato e traslato, cioè passi; di questi, tre si riferiscono al ser-
come sintesi dell'intera esistenza cristia- vizio cultuale. In Rom.9,4, nell'enume-
na. Paolo chiama in causa i giudaizzan- razione dei privilegi religiosi d'Israele,
ti, bollandoli con parole di fuoco, e la ÀrJ.-rpda, il culto sacrificale, è menzio-
contrappone loro se stesso e i cristiani. nata tra la legge e la promessa. In Hebr.
La vera circoncisione siamo noi, ol '1tVEU- 9,1, OLXaLwµa.i;a À.a'tpelac; sono lepre-
µai:t i}EoV ( var.: i}E<!)) Àai:pEVOVUc;, scrizioni cultuali. In Hebr.9,6 (ot lepEic;
«che serviamo nello Spirito di Dio». i:àc; Àa'tpelac; Èmi;EÀovv-rEc;, «i sacerdo-
Quegli altri pongono la loro fiducia nel- ti che compiono i riti sacri»), i riti di cui
la carne; nell'ambito della carne si muo- si parla sono il servizio sacrificale. In I o.
ve tutto l'onore che rendono a Dio. I 16,2 (EPXE'trt.L wpa L\l(J, '1tii<;, ò à'1tOX'tEt-
cristiani, al contrario, onorano Dio me- va.c; ùµcic; 06~11 ÀrJ.'tPELG.V 7tpocrcpÉpELV 'tcf>
diante lo Spirito di Dio 10 : questo ono- i}EQ, «viene l'ora in cui chiunque vi uc-
re non va limitato alla preghiera, ma cide potrà credere di render culto a
abbraccia tutte le cose alle quali lo Spi- Dio»), il verbo 1tpocrcpÉpnv, 'offrire',
rito di Dio li porta. La vera Àai:pela è mostra che À.u.-rpEla equivale al sacrifi-
la vita cristiana plasmata dallo Spirito. cio. La rappresentazione concreta del
Àai:pEVELV significa rendere onore ne1 sacrificio, dunque, sembra connessa più
culto. Mentre però nell' A.T. si ·pensa saldamente al nome che non al verbo.
sempre, prima che ad altro, al culto sa- Ciò vale anche per l'ultimo passo (Rom .

9 Cfr.K~L, Rom., e ZAHN, Rom., ad t. 11 Cfr. in~ WllNSCHKEWITZ il pensiero-guida.


IO La diversità delle lezioni non muta il senso.
>..«xavov (G. Bornkamm) (1v,66) 19ò

12,1), nel quale tuttavia si ha un uso ragione nella quale si sente l'azione del
traslato: il culto che i cristiani devo- pensiero divino. L'uomo, se presta a-
no prestare consiste in una configura- scolto alla voce della ragione, deve ri-
zione del loro intimo e del loro agire conoscere che questo è il vero culto. È,
esterno tale, che si distingua chiaramen- questo, un processo di interioriizazione
te dal mondo e corrisponda al volere e, insieme, la più comprensiva delle di-
divino. Questo è il sacrificio vivente latazioni, che riprende il principio pro-
che essi han da offrire. Per dare un no- fetico di Deut. ro,12 ss.; in esso la sto-
me a tale sacrificio, Paolo si serve di un ria biblica del concetto cultuale di À.o:-
concetto conente nella filosofia del tem- -rpcla. giunge a compimento: un compi-
po 12, quello di À.oytx'Ì) À.a't'pda (Vg.: mento di cui la frase di Rom.12,r è la
rationabile obsequium ), rispondente, corona.
dunque, alla ragione umana, ma a una H. STRATHMANN

1" Àa:x.avov 1
Generalmente al plutale: erbe com- Può indicare una dieta vegetariana:
mestibili, ortaggi coltivati nei campi e Philostr., vit.Ap., r,8; Diog.L.8,20(38);
negli orti (À.axo:.lvm1, zappare, rivol- Preisendanz, Zaub. 1 ro4 (in opposizio-
tare la terra) 2 ; venduti al mercato (i:à ne alla carne di pesce e di porco); nel-
À.axava come indicazione del mercato la letteratura medica si trovano molti
degli ortaggi: Atistoph., Lys., 557; A- scritti rtEpi À.a.x&.vwv: Diocle, in Galeno
lexis, fr. 46,8 [C.A.F., II p. 314] ecc.); (ed. Kiihn, XVIII l , p. X2.), Crisippo
preparati in cucina: Cratinus, fr. 313 (frammenti in Plinio il Vecchio) 3, Euti-
(C.A.F. I p. ro4); Plat., resp. 2, 372 c: demo (Athen. 2,53 [58 s.] ecc.).
BoÀ.~ouc; xcd À.a.xo:.v6:. yE, ola oi] È.V &.- Nei LXX sta per ;ereq (ovvero jariiq)
ypoi:c; è:ljii)µo:.-ra; Athen. II, 8 l ( 69 f): in Gen.9,3: ).éJ.:xa.va x.opnu; tjJ 36,2:
è:ljl11i:a; anche À.6:.xava aypta, Ari- À.axa.va. xM11c; (cfr. anche Aquila in
stoph., Thesm., 456; Pl., 298; Flavio Gen.1.30); 3 Bwr.20,2: xij'lto<; À.a.x.6:.-
Giuseppe, bell.5,437; èiypLèx. À.axc<.va: vwv ( cfr. anche Deut. II, ro: x1j1to<; À.a-
"A).J,oL (non in Aquila e Simm.) in 4 xavElac;). Della semplicità di questo ci-
Baa-.4,39 (per 'orot, 'erbe', i LXX han- bo parla Prov.15,17.
no: apLwiJ). Le caratteristiche botani-
che si possono trovare in Aristot., de Nel N.T., Mc.4,32 par. Mt.r3,32: il
plantis l,4 p. 819b, 8 ss.; Theophr., hist.
plant. l ,3, r. granello di senapa, il più piccolo di tutti

12 Cfr. LmTZMANN, Rom., ad l.


Àax(l.vov 2 WALDE-PoK. n
3 sr.
1 LmoELL·ScoTT, PAssow, PRmsrGKE, Wort. 3 Cfr. PAULY-W. 111 2 (1899) 2509 s.
À&.xa.vov (G. Bornkamm)

i semi 4, diventa più grande di tutti gli 'ltl]V 'tOV i}Eou, «il giudizio e la carità di
altri arbusti (Mt., Le. iperbolicamente: Dio»).
«diventa albero») 5 • Cosl, meravigliosa-
In Rom. r4, 2 10 Paolo, usando un
mente, il regno di Dio, partito da inizi
termine probabilmente di moda nella
nascosti ed irrilevanti, giungerà ad ab-
comunità romana, parla di un gruppo
bracciare e salvare i popoli del mondo
di 'deboli' (----7 I, coll. 1308 s.) che sono
intero 6 •
vegetariani (ò SÈ <i<Ti}Evwv }.!l.xa.vet ÈCT-
Le. I I ,42: &:JtOOEXOC'tOV'tE 'tÒ 1)ovoCT- i}lE~, «chi è debole mangia ortaggi»). Se-
µov xett 'tO m}ya.vov xett n&v }.&.xa.- condo costoro era impuro (v. q) man-
vov, «pagate la decima della menta, del- giar carne e anche bere vino (v. 21):
la ruta e di ogni genere di ortaggi» 7 • perciò si scandalizzavano della condotta
La decima sugli ortaggi non fa parte libera dei 'forti' e la criticavano. Si trat-
delle disposizioni della Torà (Deut. r4, tava di un gruppo di origine giudaica:
22 s.), discende piuttosto da una tra- Io si ricava dal fatto ( r4,5) che mante-
dizione rabbinica, che si rifà a Lev.27, nevano 1' o~servanza di alcuni giorni
30 8. La stretta osservanza delle pre- particolari (del sabato prima di tutto),
scrizioni sulle decime distingue i devoti e che Paolo, dopo aver ripreso (r5,7)
(~aberim) dagli 'am-ha'are!, pop11lus ter- la raccomandazione già espressa in r4,
rae ~. Bersaglio del logion di Gesù non r, parla nello stesso contesto anche del
sono le regole dei farisei, ma loro stes- rapporto fra 1Cep~"toµ1] e !:wn (v. 8 ss.).
si, in quanto, coperti dal mantello di L'uso vegetariano coerente e continua-
una rigorosa legalità, in realtà si sottrag- to (al contrario di un esercizio provvi-
gono alle autentiche esigenze di Dio sorio e temporaneo), quale si praticava
( ·mxp~PXE<Ti}E 't1}V xpLCTLV xa:ì 'ttJV à.y&.- dai 'deboli' della comunità romana, era

• La piccolezza del granello di senape è pro- 7 Mt.23,23 enumera invece: i)ouocrµov, llvTJ·
verbiale (dr. STRACK-BJLLERllRCK I 669). l>ov e xuµwov secondo il testo di Q, infatti
s Se l'espressione di Mt. e I.e. si debba inten- J•bétii' (li.vT]&ov, 'finocchio') può essere scam·
dere in senso iperbolico, dipende dalla solu- biato con fabbiirii' (m)yavov, 'ruta') (EH. NE-
zione di un'altra questione: quale sia, cioè, la STLE: ZNW 7 [1906] 261), e il 'ltiJya.vov era
pianta in questione, se la sinapir nigra (sena- stato esplicit11mente escluso dall'obbligo della
pe arbusto) o la salvadora perrica (senape decima (Sheb. 9,1). Per la decima delle erbe
albero). Solo nel primo caso la senape si può commestibili, cfr. A.Z.b. 7b; Maas l,1; 4,5.
annoverare nel ylvoc:; Mx.xa.vwllEc; (Theophr., 8 S. Lev. a 27,30; STRACK-BILLERBECK IV 653.
hist. plani. 7, I, I s.): questa interpretazione 9 STRACK-BILLBRBECK II 498.500.
sembra preferibile. Cfr. KLOsTERMANN, Mk. 10 Cfr.E.RIGGENBACH, Die Starken rmd Schwa-
adl. chen fo der romirchen Gemeinde (ThStKr 66
6 L'immagine di un albero che offre protezio- [1893] 649 ss.). M. RAUBR, Die 'Schw11che11'
ne e dimora è comune nell'A.T. : Ez.17,22 s., in Korinth und Rom ... (BSt 21, 2/3 [1923]
31,6; Dan., 4,9.18 . 76 ss.).
193 (1v,6]) ì..6.xavov (G. Bomkamm) (1v,68) r94

certamente estraneo al giudaismo uffi- cratiti: Iren., haer., 1,28,r; per i satur-
ciale u, ma si può riscontrare in alcune niani: Hipp., re/., 7,28; per i mardo-
niti: Tertull., Mare., l,14; per i mani-
tendenze particofari del giudaismo sin- chei: Aug., Faust., 20,23; de moribus
cretistico. ecclesiae catholicae et de moribus ma-
nichaeorum 2,16 [MPL 32] ). L'uso ve-
Nelle religioni e nella filosofia antica getariano rientra infine nell'ascesi cor-
si incontra una molteplice prassi vege- rente delle storie apocrife degli aposto-
tariana 12, variamente motivata. Il vege- li e dei monaci. I motivi di questa pras-
tarismo è uno dei principi degli orfici, si sono molteplici: originariamente la
fra i cui misteri si trova anche l'uso sa- metempsicosi, le concezioni orfiche sul-
cramentale, derivato dal culto tracio di la purificazione, l'ascesi mantica; più
Dioniso, di mangiare carne cruda (Por- tardi soprattutto le concezioni umanita-
phyr., abst., 4 1 19; Orph. fr. [Kern] rie, igieniche e ascetico-dualistiche.
Testimonia 90.212.213.21,5); lo stesso
si dica dei pitagorici {lambl., vit.Pyth., Sui motivi del vegetarianismo e del-
24,107s.) 13 che in questo riconoscono l'astinenza presso i cristiani di Roma
- come anche Empedocle - la loro di-
pendenza dagli orfici; lo troviamo an- sappiamo soltanto ciò che si può de-
che in alcuni tardi accademici, come Se- durre da Rom.14,14: le parallele indi-
nocrate {Clem.Al., strom.7,32,9) e Plu- cazioni di I Cor.B.10 danno l'impressio-
tarco (cfr. il suo trattato sull'uso delle
carni [11, 993-999]). Fra gli stoici so- ne che anche per i gruppi romani si
stengono la prassi vegetariana Seneca trattasse del timore di toccare gli ido-
(soprattutto epist. mor. 18,5 [108], 17 lotiti. Mancano però in Rom. 14 i ter-
ss.) e Musonio {pp. 57 ss. 94 ss., Hense) mini caratteristici El:owÀ.ov, ElowÀ.Ei:ov,
- ambedue sotto l'influsso neopitagori-
co (Diog. L. 8,20 [38]) - la scuola di EtowMihtov, che giustificherebbero ta-
Sestio (Sen., loc.cit.), Apollonio di Tia- le supposizione. Quanto alla Lettera ai
na (Philostr., vit.Ap. r,8) e i neoplato- Romani ci si dovrà dunque ·contentare
nici (cfr. Porphyr., i 4 libri 1te:pi cbto-
Xii<; ȵtJiuxwv). Si trova lo stesso nelle di un vegetarianismo determinato da
cerchie di mistici ermetici 14 , di terapeu- generici motivi religiosi. C'è tuttavia
ti (Philo, vit. cont. 37), forse anche di qualcosa di comune in Rom. 14 s. e I
esseni 15 e di alcune sette gnostiche (per
gli ebioniti cfr. Ps. Clem., hom. 8,15; Cor.8 ss.: in entrambi i casi Paolo sbri-
12,6; Epiph., haer., 30 115.3; per gli en- ga subito la questione se sia giusta o

li Passi come T. Sotà r5, u-15; B.B.b. 60 b LBITER, Der Vegetarimms it1 der Antike, RVV
Bar. ne dimostrano l'infrequenza (ricorre sol- 24 (1935).
tanto come espressione di tristezza) e la criti- 13 In HAUSSLElTER, op.cit., 97 ss., si possono
ca; STRACK-BILLBRBECK III 307 s.; II 523. trovare ulteriori documenti, anche contro l'i-
12 Ev. DonscHiiTz, Dic urchristlichen Gemei11- potesi di un uso incondizionato del vegetaria-
den (1902) 93 ss. 274 ss.; H.STRATHMANN, Ge- nismo in Pitagora e nella sua scuola.
schichtc der friihcristlichen Askese... I (1914) 14 Cfr. J. KROLL, Die Lehren des Hermes Tris-
passim; LIETZMANN, Rom.14,1; P. R. ARBES·
megistos (1914) 343·
MANN, Das Fasten bei den Griechen tmd Rii-
mem, RVV :u,1 (1929) 29 ss.; JoH. HAuss- IS HAUSSLEITER, op.cii., 37 SS.
ì95 (rv,68) ÀEyLW\I (H. Preisker)

meno 'in sé' (Rom.14,14) la prassi 'li- parla dei 'deboli' di Roma e di Corinto,
bera' o non libera (cfr. Rom.14,6.r7; I esclude che si tratti di sostenitori d'una
Cor.8,8; ro,r9.25 s.), per rivolgere in- dottrina errata (nel senso di Gal.4,ro;
vece l'attenzione all'altra, ben più gra- Cob,r6.21; rTim.4,3); piuttosto vieta
ve, che riguarda «ciò che è dell'altro» loro di giudicare gli altri con il metro
(r Cor.ro,24; cfr. Rom.14,19 ss.; 15,r della loro prassi, e quindi riconosce il
ss.). In ambedue le lettere, quindi, il cri- valore della loro coscienza e il pericolo
terio di soluzione è fornito dalla carità, che si correrebbe eliminandone arbitra-
dall'edificazione, dal rispetto della co- riamente il vincolo e vuole quindi che i
scienza altrui (il contrario dello 'scan- 'forti' tengano conto di questo vincolo
dalo'). La tolleranza con la quale Paolo della coscienza dei 'deboli'.
G . BoRNKAMM

t ÀEYLWV
À.Eytwv è un imprestito dal latino (le- grafi fin dal tempo dei triumviri, come
gio) attestato a partire da Diod. S. 26,~ risulta dall'epigrafe efesina di un tribu-
(ed. L. Dindorf IV [ 1867]); olue a ÀE- no À.Eyewvoç EX'tYJ<; MaxEoovLxfjc; 2; cfr.
ytwv si trova anche À.EyEwv 1 e una vol- Ditt., Syll. '805, ecc.; CIG 11327, 9s.;
ta (CIG III, 6627) ÀEyEtWV. Cosl ne III 4011, 5; III 4029, ro. Il termine si
spiega il significato Plut., Romulus r3 trova spesso nei papiri; ad es. 1 P. Oxy.
(I, 24 d): ÈxÀ:rWYJ oÈ ÀEYEW\I 't4) Àoyii- II, 276, 9 (À.E)'EWV owi;Épa); BGU I,
òac; E!vat 'toùç µaxlµouc; É'X. 'lta\l'twv, 140,6 (Àcytwv 't"PL't'l')). Non si trova, in-
«fo chiamata 'legione' perché era for- vece, nei LXX e neppure in Flavio Giu-
mata da uomini scelti tra tutti per le lo- seppe (che usa "t"rlyµa), né in Filone. È
ro qualità guerriere», e Otho 12 (r ro72 stato però assunto in Palestina nella
a): ... À.EyEwvec; ( o\J.. w yà.p ..a. "t"ay1..w ... a forma legjon, ad es.: melaklm weleg;o-
'PwµafoL xaÀoGcnv, «cosl i Romani notehem = oi. BrunÀEtc; xai ai. À.Eytw-
chiamano gli ordini militari»); Nicol. VEc; aÙ'tWV, Tanh. lk lk r7 (p. 37 b, Bu-
Damasc., vita Caesaris 31 (F. Jacoby, ber); talvolta è anche designazione dei
Die Fragmente der griech. Historiker singoli soldati della legione, come dei
II A (1926] p. 4r9,6). Ricorre in epi- leviti si dice: hem leg;onota; = aùi:ob

ÀE"(LW\I
I Per Io più abbreviato in ÀEy, donde la diffi- 29 s.; C. WESSELY, Die lat. Elemente in der
coltà di decidere se originariamente si avesse Griizitiit der iigypt. Papyrus11rk1mden: Wiener
~ ovvero E. Il passaggio da L a e dipende dalla Studien 24 (1902) 99 ss.; DITT., Or., Index;
pronunzia latina della i, che s1 avvicina alla E A. P. M. MEUWESE, De rerum gestamm Divi
greca: perciò può essersi prodotta più tardi Augusti versione Graeca (Diss., Amsterdam
una confusione di vocali, allora piuttosto fre- r920) lJ.
quente. Cfr. W . DITTENBERGER: Herm. 6 (1872) 2 Cfr. A. v. DOMASZEWSKI, in Jahreshefte des
129 ss.; Ttt. EcKINGER, Die Ortogrnphie lat. Osterreichischen archliologischen Instituts in
\Vorter in griech. Inschr. (Diss., Zi.irich r892) Wien II (1899) Beiblatt, col!. 81-86.
r97 (1v,68) ÀEy~wv (H. Prcisker)

EÌ.ow a.t À.EytwvÉç, µou (Tanh. bmdbr Già i Giudei, come pure il sincreti-
17, p. 8 a, Buber)3. Nell'epoca imperia- smo dell'epoca, pensano le schiere an-
le una legione poteva contare circa 6 geliche come una moltitudine incalco-
mila fanti e 120 cavalieri, a cui andava- labile 6 ; insieme, pure, sìncretismo e
no aggiunti gli auxilia, cioè i reparti giudaismo ritengono che il numero de-
tecnici e specializzati 4• gli spiriti cattivi sia incalcolabile 7• Que-
sta credenza popolare sta alla base del-
Nel N.T. il termine À.Eytwv si trova l'uso del termine À.EyLwv nel N.T. Non
una volta nella narrazione dell'indemo- troviamo mai ÀEYLWV detto di un solo
niato di Gerasa (Mc.5,9=Lc.8,30; Mc. demonio, se non in passi che dipendo-
no da Mc. 8• Il nome è certamente sor-
5,15) e un'altra in quella dell'arresto di
prendente; ma bisogna ricordare che
Gesù, Mt.26,53. lgium nei rabbini può significare anche
«i singoli soldati della legione» 9, e che
Anche nei manoscritti del N.T. la le- il malato può esser posseduto da molti
zione ÀEYLW\I si alterna con À.EyEwv; spiriti demoniaci (dr. Mc. r6, 9; Mt.u,
ad es. Mc.5,9: À.t::yLwv (codd.S*B*CD 45 = Le. ir, 26; Le. 8,2) che sono pe-
Lit vg syrutr cop), À.EYEW\I {codd. AB'). rò espressione di un unico potere (Mt.
Mc. 5 ,15: 't'ÒV Éoxr1x6't'a. 't'ÒV À.EyLwvcx. 12,45 = Lc.u,26); per questo, nella ri-
(codd.A C: À.EyEwva.}, manca nei codd. sposta a Gesù, ricorre il nome À.Eytt:l\110,
D 17. 27 it vg, ma va letto in confor- che designa la forza dei poteri demo-
mità della concordanza degli altri ( cfr. niaci.
Tisch., N.T. I, ad l.}. In Mt.26,53, le dodici legioni d'an-
Quindi À.EyLwv nel N .T. designa l'u- gdi che Dio potrebbe mandare a libe-
rare Gesù, se lo volesse, testimoniano
nità militare, ma soltanto a proposito sia la onnipotenza di Dio, superiore ad
di esseri non umani, come demoni (Mc. ogni forza umana, sia il suo amor~ re-
5,9.15 = Lc.8,30) o angeli (Mt.26,53), dentore. Le schiere umane - siano quel-
le della guardia del tempio o delle te-
sempre a proposito di esseri che hanno mute legioni romane - si contrappongo-
qualcosa di potente, di inaudito, di no alla straordinaria potenza delle cele-
straordinario, capace di soggiogare l'uo- sti legioni di Dio.
mo; tali esseri appartengono al mondo Per ambedue le narrazioni, è impor-
di Dio (come gli angeli, espressione del- tante ossetvare che ÀtyLwv si trova usa-
la sua bontà), o a quello delle tenebte, to solo in rapporto a Gesù come perso-
come i demoni che ricordano l'oscurità nificazione della OUVIXµLç, 1h: OU, come
e la confusione del mondo 5 • 'figlio dell'uomo'. In quanto Gesù è

l SCHLATTER, Kom111.Mt., ad l. ù11 Mk.-Ev. ( r 927) 26.


4 PAULY-W. xn (x924) xx96 (art. 'Legio' ). 9 Con KLOSTERMANN, Mk., ad l.; SCHLATTER,
5 ~ II, coli. 74r ss.; STRACK - BILLERIJECK IV Mk., ad l.; non è dello stesso avviso STRACK-
JOI 55. BII.LERBECK II 9.
6 BoussET-GRESSM. 325 s.; STRACK-BILLER- m A causa dello scambio fra singolare (Mc.5,
DECK I 997 .682. 3: 'tÒ 1tVEU(W.; 9 : a.irr:6v, t10t, µot; 10: 7tCJ.pE-
1 BoussET-GRESSM. 338. XclÀ.Et) e plurale (v. 9: Ècrµev; 10: a.u .. a; 12:
8 O. BAUERNFErND, Die Worte der Diimonen :tO:pEX('(Ì,EO"CX.V, i}µiiç; 13: a.u-roi:ç, 7t\1Euµa.-ra.).

4 grande lenito - vl
199 (1v.69) À.Éyw A I (A. Debrunner) (1v,70) 200

utòc; 't'oii i}i::oii, le legioni celesti gli stan- indicare poteri numinosi. Se ne può de-
no a fianco, e in quanto è 'figlio dell'uo- durre una indicazione per la battaglia
~o' egli domina le potenze demoniache che attende la ecclesia militans: essa
anche quando sembrano avere la forza deve combattere proprio là dove si lot-
di legioni. Perciò nel N.T. il termine ta fra il regno di Dio e le potenze de-
À.E"(tW'll non è usato nel senso solito, moniache (cfr. Eph.6,I2).
per indicare il mondo militare, ma per H.PREISKER

ÀÉyw, À.6yoc;, pljµa, À.aÀÉw,


Àoytoc;, ÀoytOV I aÀ.oyoc;,
Àoytx6c;, ÀoyoµaxÉw,
À.oyoµcx.x.lcx., ÈxÀ.Éyoµttt,
ÈxÀ.oy1), È%À.Ex't6c;

ÀÉyw, À.6yoc;, pfjµa., Àa.À.Éw


b) Eraclito;
SOMMARIO: e) i sofisti;
d) Socrate e Platone;
A. I vocaboli À.Éyw, Myoç, Pijµa, À.a.À.Éw e) Aristotele;
nella grecità:
3. il Myoc; nell'ellenismo:
I. À.Éyw:
a) la Stoa;
a) il significato fondamentale della radice;
b) il neoplatonismo;
b) raccogliere;
e) i misteri;
e) contare; d) la teologia di Hermes-logos, ermetismo;
d) enumerare;
4 . i MyoLdiFilone;
e) narrare, dire;
5. la speculazione sullogos e il N.T.
2. Myoç:
a) riunione; C. La 'parola di Dìo' nell'A.T.:
b) enumerazione, calcolo: 1. i corrispondenti ebraici dei vocaboli greci
a) resa dei conti; indicanti la parola;
~)conto; 2. l'uso generale di dabar
y)riguardo, apprezzamento; come corrispondente di l6yoç e di Pfiµa:;
o) riflessione, motivo, condizione; 3. il diibiir della rivelazione profetica:
c) xa."'t'aÀ.oyoç: enumerazione, elenco; a) la rivelazione per immagini;
d) À6yoç: narrazione, parola, discorso, b) la rivelazione per immagini e parole;
ecc.; e) il distacco dall'immagine;
3. Pijµa.; d) gli scritti profetici;
4. À.aÀ.Éw, Àcx:À.ui.. 4. il dabiir come rivelazione della legge;
6. la 'parola' nella poesia.
B. Il logos nella grecità e nell'ellenismo:
1. molteplice significato del termine logos; D. 'Poro/a' e 'parlare' nel N.T.:
2. l'evoluzione del concetto di Myoç 1. l'usofondamentale e generale
nella grecità: di À.Éyw/Myoc; nel N.T.;
a) i due aspetti del concetto; 2. accezioni sbiadite e tecniche;
Myw A r (A. Debrunner)

3. le singole parole dette da Gesù: 9. la 'parola' nella parola di Gesù nei


a) la citazione delle singole parole; sinottici;
b) la potenza della parola di Gesù; ro. Myoc,/Myo~ (-tou beoti) nell'Apocalisse;
e) l'appello alla parola di Gesù n . Gesù Cristo, il Myoc; -.ou bEou;
al di fuori dei Vangeli; 12. I Io.r,r ss.;
4. la 'parola' veterotestamentaria nel N.T.; 13. l'originalità del Myoc; in Io.r,r ss.;
5. alcune 'parole di Dio' rivolte a persone 14. interesse ed origine del Myoc;
particolari nel N.T.: nel prologo di Io.:
a) Simeone; il Battista; a) mancanza di interesse speculativo;
b) il tempo apostolico; b) il rinvio a Gen.r,r;
c}Gesù; e) altre connessioni;
6. il primitivo messaggio cristiano
d) il rai>porto con le speculazioni
come 'parola di Dio'
sulla 'parola';
(al di fuori degli scritti giovannei);
a} statistica; 15. logos e Torà.
b) determinazione approssima tiva
del contenuto;
7. carattere cd efficacia della 'parola' A. I VOCABOLI Àiyw, À6yoc;, pfjµ!l.,
nel cristianesimo primitivo À.Cl.À.ÉW NELLA GRECITÀ
(al di fuori degli scritti giovannei):
a} la 'parola' come parola di Dio; Non si potrà trovare qui una tratta-
b) il rapporto dell'uomo con la 'parola';
c) la 'parola' come parola parlata;
zione completa della storia dei termini
8, la 'parola' nei racconti sinottici su Gesù; greci corrispondenti a dire, parlare, pa-

MyM x-.À.
Per l'intera voce: (1896), in der christ. Lit. (1899); H. J. FLIPSE,
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der Logosidee: in der griech. Philosophie Oher die Ausdriicke fiir: Ding, Sache ti.ii. im
203 (1v,7r) ÀÉyw A 1 (A. Debrunner) (1v,71) 204

rola, discorso, ecc., come la si può tro· <lamenti dell'uso filosofico del termine
vare in J. H. H. Schmidt I 1-n2, op· À.éyo<; (~ B) e dei termini ÀÉyc,), ì..6-
pure, più in breve, in ~ E. Hofmann yoç, pijµa, À.aÀÉw sia nell'A.T. che nel
r2oss.; vogliamo esporre soltanto i fon- N.T. (~CD, pijµcx., ~ À.cx.À.Éw).

Semitischen, in Festschr. fiir Vilhelm Thomsen GRANGE, Vers le Logos de St. Jean: Revue Bi·
{1912); J. SzERUDA, Das Wort ]ahwes (1921); blique 32 (1923) 16:r ss. 321 ss.; A. B. D. A-
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59 ss.; L. DORR, Die Werttmg des gottlichen Vierten Ev. (1936) 44 s.
\\7ortes im A.T. und im antiken Orie11t, zugleich Sempre sul punto D 14-15 (nel quadro della
ein Beitrag zur Vorgeschichte des nt.liche11 Lo- storia delle religioni):
=
gosbegriffes Mitt. d. Vorderasiatisch-Agypti-
R. RErTZENSTEIN, Zwei religionsgeschichtliche
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205 (1v,71) ).lyw A 1 (A. Debrunner)

r. Mrw nella grecità 1 logica. In Myw e À.6-yoc; ambedue que-


sti aspetti sono ampliamente sviluppati.
a) La radice leg- fondamentalmente
significa raccogliere; lo si ricava non b) ÀÉyw, raccogliere è molto comu-
solo dal greco (-+ b), ma anche dal la- ne; ad es. in Omero, 6cr-.fo.. (1/.23,239)
tino 2, in cui questo significato è stato oppure octµoccrLa<; (materiale per un re-
sempre mantenuto sia dal verbo sem- cinto di difesa, Od. r 8 ,3 59 ); anche al me-
plice legere (ad es., oleam, nuces e an- dio, raccogliersi (À.É~acri}a.L, Il. 2,125) e
che vestigia [seguire le tracce], oram raccogliere per sé (6cr-.i!oc, Il.24,79 3; t;v-
[costeggiare Ia· sponda]), sia dai com· À.oc, 8,507.547; ll:v8pac; &:pl<r-.ouc;, Od.
posti colligere, deligere, eligere 1• Lo 24,108. [xpwciµEvoc;, dopo la cernita]).
stesso si ricava dall'albanese mb-l'~, Sono comuni anche i composti, sia in
(ri)unisci, raccogli 4• Raccogliere vale Omero (ci.va.- e o-v)...-, raccogliere), sia
prendere con ordine le cose che da un nell'epoca classica ( Ò:.1tO· ed ~x-, sceglie-
determinato punto di vista sono simili5. re).
Il concetto comprende perciò due a!ipet- e) Contare. Il prendere (materialmen-
ti: r. la successione delle cose, la loro te o spiritualmente con ordine cose si-
ripetizione, 2. il giudizio, una cernita mili può esser considerato come una con-

G. Heinrid (1914) 220.234; J. R. HARus, Tbe Lo doctrine dtt Logos dans le quatrième Évan-
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Schechiflah, in Festschr. zum 75 jahr. Bestehen (r9r6) 307- 336; E. TuROWSKI, Die Wider-
des Jiid. - Theologischen Seminars Fraenckel- spiegeltmg des stoischen Systems bei Philo von
scher Stiftung (1929) II r-rn; V. HAMP, Der Alcxandreia (Diss. Kéinigsberg 1:927) 6 ss.; per
Begriff 'Wort' in de11 aram. JJibelubersetwn- altre notizie cfr. F. Om!RWl!G - K. PRAECHTER,
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Problem u11d zur Geschicbte der Logos-Spek11- Die Pbilosophie des Altertmns" (1920) 209 ss.
latio11e11 (1938) (uscito dopo la stesura di que- l E. HoFMANN (~nota bibliogr.) 77 ss.
sto articolo). 2 Cfr. A. ERNOUT -A. MEIJ'..LBT, Dictio1111aire
Per Torà: Étymologiq11e de la Langue Latine (1932) 507
A. ScHLATTER, Die Sprache u11d Heimat des ss.
vierten Evattgelisten : BFfh 6,4 (1902) 14 ss.; 3 Legere, nel senso di leggere (u110 scritto), è
SCHLATTER, ]oh. I ss.; STRACK-BILLBRBECK II, derivato da prendere, rilevare per ordine le
353-362; K. Bol!NHAUSl!R, Das Job.-Ev., eine lettere dell'alfabeto (o i nomi di m1 elenco, o
Missionsschrift fiir Israel (1928) 5-r3. simili).
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d'Alexandrie (Diss. Leipzig 1876); J. REVILLE, 5 ~HOPMANN77.
À.Éyw A 1 (A. Debrunner)

ta; perciò Myw talvolta significa conta- significato di ÀÉYEW è del tutto comune
re; Hom., Od.4,450 ss.: Proteo passava nelle sue molteplici sfumature; ad es.,
in rassegna le foche e le contava tutte con l'ace. e l'inf. in Pind., Pyth. 2,60:
(À.Éx-.o ò' &.pd)µ6v), compresi i greci tra- rcwv 1tapoLllE yEvÉ<TìlaL v7tÉp't'Epov, «che
vestiti da foche (TjµÉaç 7tpw-.ovç À.Éye ). qualcuno, avanti a te, t'ha superato»;
d) Enàtnerare a scopo di informazio- con l'ace. della persona e della cosa,
ne, raccogliere con ordine cose simili. spec. Xaxoc (Q:.yal)oc) ÀÉyELV 't'L'\l&;(c;),
Cosl in Omero e · nei suoi imitatori (itp- 'dir bene (male) di (a) qualcuno', ad es.
ya, x:fioea., 'affiizioni', òvelÒEa., 'infa- in Hdt.8,61; Aristoph., Eccl.435 (si tro·
mie', 7t6.v-.a, i;aiha), anche con xa't'a- va anche e:ù, xaxwc; MyELV ..~va( ç), ad
(a partire da ·Horn., Od. r6, 235; 22, es., Aesch., Ag. 445; Soph., El. 524);
con l'ace. della persona e del predicato
417): enumerare, fare un elenco, reclu-
tare (soldati). L'enumerazione si fa ge· significa chiamare, ad es. Aesch., Ag.
ne~~lmente per amor di completezza, per
896: ÀÉyotµ' liv avopa "t6'\IOE con pit1
cu1 m Omero si ha anche ( 7tfi.trav) cH:ri· predicativi.
iM11v xai;aÀ1H;aL, secondo il senso fon- Dir qualcosa di definito = voler di-
damentale di ~}.;lJi}ELa: 'ciò che non è re, far riferimento a qualcosa o a qual·
nascosto', ovvero 'ciò che non è dimen- cuno; ad es. Aristoph., eq. I02I: 't'IXU't'1.
ticato' (~ I, col. 641 ). Si trova anche ... Èyw oùx olò'o ·n ÀÉyEt, <mon so che
senza oggetto, con tt'tpExÉwç (di signifi- voglia dire»; Aesch., Prom.946: "tO'\l 1tU·
cato dubbio). In Esiodo {theog.627) si pàç XÀE.1t't'r)'V À.Éyw, «dico te, rapitore
trova con &:ita.'\li;a Ot'Y]VEXÉW<;, numerare del fuoco». Spesso si trova anche 'tL, ov-
'ininterrottamente tutto'. OÈ'll À.Éye:LV, «dire qualcosa, non dire
e) Narrare, dire. Già in Omero si fa nulla di importante»: Soph., Oed. Tyr.
un passo avanti: dall'indicazione di 1475: ÀÉyw i;t; «ho ragione?»; Aristo-
(completa) enumerazione di cose o di phan., Thesm.625: ovoÈv ÀÉyEt<;, «è as-
eventi simili, il verbo passa al significa- surdo!»; Hdt.r,124: -rèt, ypaµµa-ra (lo
to di narrare, descrivere, raccontare, scritto) €ÀEYE i;aoe; Plat., ap.24 e pas-
parlare di avvenimenti di vario genere6 • sim: 7twc; ÀÉyetç; «come Io puoi pen-
In Hes., theog.27: Ì:Oµ€V ljJEvoea 'ltoÀ- sare?». È comune l'uso di ÀÉyolJ(rt, ÀÉ-
Àoc ÀÉyew huµoww òµoi:a, «molte yercat, ÀÉyov-raL, nel senso di «si di-
menzogne sappiamo narrare simili a ve- ce»; Pind., Pyth. 5,108: Àey6µEvov É-
rità», il À.ÉyELV si traduce meglio con pf.w, «dirò qualcosa che si dice comu-
'narrare', 'raccontare', che con 'numera- nemente}>. Designa l'occupazione del-
re'. In seguito, l'uso si fa sempre più 1' oratore: Isocr. 3, 8: p'YJ't'Optxoùc; xa-
frequente: ÀÉyELV m .pl i;Lvoc;, 'parlare Àouµc.v i;oùç lv "rQ nÀ.1}i}EL À.ÉyEtv ou-
di qualcosa', a partire da Sappho, /r.149 vaµf.vouç, «chiamiamo oratori quelli
(Diehl, r 387) e Xenophanes, fr.8,4 (1 che sono capaci di parlare davanti alla
l 3 l ,ro, Diels'); ÀÉyEw ·n xa-ra i;woç folla» . L'espressione OEL'llÒ<; À.ÉyEW va-
(Theogn. r239 s., Diehl 1 r8o); ÀÉyEW le: «un abile oratore» (ad es. Soph.,
in opposizione a lf.8e:L'll, a partire da A- Oed. Tyr. 545 ). Una serie di composti
nacr., fr. 32 (Diehl I 456), M<J'a Myw documenta questo significato; ad es.
(Xenophanes, /r.34,2 [I x37,3, Diels']). àv-r~-, contraddire (dai tragici in poi),
Da Pindaro e dai tragici in poi questo àµcpL(À.)-; parlare pro e contro, discute-

6 Cfr. l'inglese to tell, 'contare, raccontare, di- so'.


re', e tale, 'conto, enumerazione, storia, discor-
ì.Éyw A 2 (A. Debrunner) (1v,73) 210

re di qualcosa (spec. nelle iscrizioni dori- poi}, 1t.aÀlÀ.ì..oyoc;, di nuovo riunito


che); 'Itpo-, predire (da Erodoto e Sofo- (Horn., Il., I,126). Molti composti clas-
cle in poi), aimrmciare, rendere manife- sici sono formati con -À.6yoç (anche~
sto (a partite da Pindaro e tragici); OLa- 0'7tEpµo-À.6yoc;) e "Àoyel'll; altri, elleni-
À.Éyop.at, discorrere (Erodoto). stici, con ~ ì..oyela, Àoye:ÙEt'll.
Passando al significato di dire, par- b) Enumerazione, calcolo. À.6yoc; nel
lare, À.Éym1 viene ad avvicinarsi ad Et- significato di enumerazione (che do-
1tEtV e alla radice P'rl (~ 3J7; allora El- vrebbe corrispondere a ~ r c} è raris-
1tEtV si usa come aoristo (cotnpiere una simo; cfr. Aristoph., 11ub.6I9: 'tijc; Èop-
affermazione verbale, esprimere), f.,Éym1 'tfjc; µi) 'tVX6'11i:Eç Xa'tà À.6yov 'tWV 1)-
come presente: (enumerare, narrare, de- µepwv, «non avendo trovato la festa in
scrivere, esporre); si ha eosl: EfoE, 'fece rispondenza al computo dei giorni» (cfr.
una proposta', lÀ.EyE, 'teneva un discor- Hdt. r ,4 7: 1}µ.epoÀ.oyEi:v 'tòv À.oLnòv xpo-
so', À.Éye, À.Ey', w 'yai}é, 'parla ancora' vo'll, «contare a giorni»), e l'espressione
(Aristoph., Ecci. 213), À.ÉyE 61), 'pro- classica yr::veaì..oyei:v, contare le gene-
nunciati' (Plat., Phaedr. 271 e), dd, razioni (~ II, coll. 393 ss.; 397 }. À.6yoc;
'parla, di', chiama' (ad esempio etn'&:ye è usato talvolta, ma raramente, nel sen-
µoL xat 't6VOE, qilÀ.ov 'tfaoc;, 61T'tL<; 158' ~­ so di numero; ad es. in Hdt.3,!20: f.v
o-.,;lv, «dimmi anche, figlia cara; chi è &.vopwv À.6y~; Thudd., 7,56,40: ò
colui ... » (Horn., Il.3 1 192). Cfr. anche t;uµ7taç À.6yoc; (?), «il numero totale»;
Zeno Eleates, fr. l (1 255,19, Diels'}: &- Aesch., Pers.343: w&' ~XEL ).6yoc; (il nu-
m:tç 'tE El7tELV xat ihi. À.ÉyELV. A causa mero già indicato prima). Assai impor-
del suo significato continuativo, il verbo tante è il senso derivato di calcolo~ con-
ÀÉyELv si oppone meglio del momenta- to (computo dei numeri), per quanto
neo El7tE~V ai verbi 'fare, udire, tacere'; non si trovi un corrispondente À.Éyr::tv,
Theogn.1180 (Diehl 1 177): il timore 'contare': lo si incontra .6.n dai primor-
di Dio impedisce all'uomo µ1)i}' Ep~iEw di della lingua classica in tutto il mon-
µT}i:E À.ÉyEW aO"E{3fj, «di fare e di dire do greco ed è comune anche nelle iscri-
empietà»; Democr., fr. 86 (II 161,5, zioni e nei papiri.
Diels'}: 'ItÀ.EoveçlTJ (alterigia, arrogan-
za) -.ò 'ltaV'ta À.Éyi::w, J.L1JOÈv OE tl}t'ì..ew ~) Conto di denari: Hdt.3,142: M-
axour::w; Aesch., Sept. c. Theb.6I9: q>L- yov OWO'ELc; 'tWV µE'tE)(ElptO"aç xpnµii-
À.Et OÈ !TLyiiv 11 À.Éy·E~v i:& xalpLa. 'tW'll; l 4 3: wc; OÌ'J Myov 't'W\I xpnµ<i-
't(J)\I ow1Twv; IG 1' passim (fin dal 434
2. À.6yoc; nella grecità 8 a.C. circa; dr. indice); IG rv I485 (E-
pidauro, IV sec. a.C.) 145.15r.154.155:
Lo . sviluppo del significato di Myoc; À.Oyoç À.6.µµa"toc;, «totale delle entra-
segue da vicino quello di À.Éyw, sia nel- te»; r6r.173.q8 e 1487,12.18 : Myoc;
le grandi linee che in vari particolari. Oo.7t6.vr.c.c;, «totale delle uscite». La ste-
a) Il significato di raccolta (cfr. I b) sura dei cònti diviene, nell'Egitto elle-
è documentato da un gran numero di nistico-romano, sinonimo di conto, cas-
composti e di derivati 9 ; ad es. rru).J..o- sa, amministrazione (Preisigke, Wort.
yoc;, riunione (da Erodoto e tragici in Il 33s.).

7 Di qui il paradig!J!a suppletivo classico Ì.ÉyW mato allorché il semplice Myw aveva già il si-
tpw Efaov E(P'l)xct. EtPTJµa.i i\ppT]lh}v. gnificato prevalente di contare, parlare. Cfr. E.
a -)' HoFMANN 77 ss. Sc11WYZER, Griech. Grammatik=Haridb.A.W,
~ Il semplice Myoc; sembra quindi essersi for- I{ 1,1 (r934) _}I,
2n (rv,73) ÀÉyw A 2 (A. Debrunner)

~) In senso genetico indica la resa OE 't'~ À.6y~ wrnE... , «in base alla con-
dei conti di tipo non finanziario; ad es. siderazione che» = «con l'intenzione»;
Hdt.8,100; i greci diverranno inevita- Plat., Gorg. 5I2 c: -.lvL otxa.lcv À.oy(t),
bilmente tuoi schiavi oov'tcx.<; Àéyov «per quale valido motivo»; Hdt.7,158:
't'WV È7tOL1]0"CX.V vuv 't'E xcx.t 7tp6't'Epov, «e É7tL ... À.Oy({J 'tOt~8e -raot: ùnlcrxoµcx.t, Èn'
cosl pagheranno il fio di quel che han et>... È7t' aÀÀctl of.. My({.l o\h' liv a:ù-ròc;
fatto adesso e per l'innanzi»; Plat,, po- E'.MotµL OU'T' /lv aÀÀ.ouç 7tɵ\jiaLµL, «a
lit.285 e: Myov u.l-çEi:v, «chieder con- questa condizione vi faccio queste pro-
to»; Demosth., or.30,r5: Myov 6:.'ltCX.L- messe... ; ad altre condizioni né io stesso
'tELV; in Plat., Prot.336c: ·Myov oou- verrei, né manderei altri»; Democr., fr.
va.L X<x.t OÉt;a.O:~(X.L. fo a.) e ~) rientra 76 (n 159,17, Diels'): V'Y}'ltLOtOW où ).6.
anche ~ Àoylsoµ<'X.L con i suoi derivati. yoc; éx.À.À.à. ;vµq>opi} ylyv&-cat 8tMcrxa-
y) Da espressioni come mettere in Àoç, «maestro dei fanciulli non è un
conto Myoc; acquista anche il significa- motivo ragionato (oppure un'esortazio-
to di considerazione, riguardo, rispetto, ne, un buon consiglio), ma il tornacon-
stima; ad es., Heracl., fr.39 (r, r6o, 2, to»; Hdt.r,132 e passim: Myoç a.tpÉEL,
Diels'): où 7tÀ.Elwv Myoc; fi 'tWV &:>..~ «la ragione consiglia». Per l'ulteriore e-
Àwv; Aesch., Prom. 23r s.: ~PO"t'WV ... voluzione di questo concetto nella filo-
Myov ovx EClXEV ovoÉv(a.). Questo si- sofia~ B, e ancora~ aÀ.oyoc;, ~ òµo-
gnificato ricorre specialmente nelle e- ÀoyEi:v, ~ 6:.vaÀoyla..
spressioni classiche: ÉV (oÒOEvt) À6yl>l c) xa-.a.ÀÉyELV, enumerare (--> Id)
'ltOLELV "t'LVGt, ovvero •L, (ÉÀa.xlcr't'OV, ritorna in xa't'liÀoyoç, 'enumerazione,
7tÀ.ELCT'tou où&Evòc;) Myov ylyvEcri}at, lista, elenco' (da Aristòfane e Tucidide
ovvero dva.L, ecc., &t;toc; Àoyou (anche in poi).
à:l;t6Àoyoc;), degno di considerazione; d) Narrazione, parola, discorso, ecc.
dr. anche~ À.6ytoç. Da qui si passa al Il punto d'avvio - come per ÀÉYELV,
significato sbiadito di riguardo; ad es. parlare (--> I e) - è narrazione. Omero
Thuc. 3,46,4: «forte per ricchezze» (Éc, usa À.6yoc; soprattutto in questo sen-
xpnµa•wv Myov ). so, e soltanto al plurale: Il.r5,393:
o) A quelli menzionati sotto a.) e y) 't'ÒV hEp1tE Myotç; Od. r, 56 s.: a.M
bisogna collegare anche i significati di OE µa.À<'X.xoi:crt xat cx.tµvÀlotO'L Myot-
riflessione, motivo, condizione io, dive- CTLV i}D,y&L, Calipso «sempre lo (scil.
nuti particolarmente importanti per l'u- Ulisse) affascina con dolci e seducenti
so quotidiano e per la filosofia . Ad es. parole»; e ancora Horn., hymn. Mere.
Aesch., Coeph. 515: f;x, 'tlvoc; À.6yov, 3q; Hes., Theog.890; più liberamente
«per qual motivo» (propriamente: «per Hes., op.78 e 789: <'X.tµuÀlouç Àoyovc;.
quale calcolo»); Leudppus, fr.2 (II 8I, Meno chiaro Hes., op.rn6: do' ÉÌ)ÉÀ.Et<;,
5 s., Diels'): tutto accade Èx Myov -.E E.npòv 'TOt Èyw Myov ('narrazione', op-
xat ù7t' &.vayx'Y}ç, «per un determinato pure 'spiegazione ragionevole') Èxxopu-
motivo e sotto la spinta della necessi- cpwcrw ('esporrò nei punti principali':
tà»; Gorg., fr. I I a, 37 (rr 303, r8 s., segue la descrizione delle quattro età
Diels'): EXEL Àoyov, «ha un senso» (un del mondo) u. Nell'epica À.6yoç indica
motivo ragionevole); Hdt.3,36: È7tL -rQ· dunque ciò che si dice, nel senso più

IO Cfr. il latino ratio nel senso di 'conto, con- cui ricorre "Myoç. Horn., Il., 4,339: (xcx.t uù
siderazione', poi di 'motivo, causa'. xa.xoi:<n} 'MyoL<n (xexr.r.crµi.vE}, è una variante
11 Sono questi tutti i passi dell'epica antica ii:i poco probabile per MX.o~crt.
Myw A 2 (A. Debrunner)

ampio e variato. Prende il posto di E- Ècr't'l, 'eone voce'); narra:cione scritta,


7tO<;, vocabolo di origine indogermanica12 donde scritto o parte di uno scritto
che indicava espressione verbale, paro- (Hdt. 6, 19: µv1)µ11v È't'Épw-l)t 't'OV M-
la (soprattutto parola nuda, vuota, in yov É'ltot11craµ'T)v; '" 22: év 't'OLCTt 15m-
opposizione ai fatti) 13; prende anche il o-l}E Myoto-t b:'ltooÉçw; Plat., Parm.127
posto di ~ µuttoc;, che indicava affer, d: ò 'ltpW't'O<; Myoc;); discorso, come
mazione significativa 14, favola, motto 15 • opera d'arte, ad es. ém-.aq>ioc; À.Oyoc;,
E7toc; viene limitato poi quasi esclusiva- 'elogio funebre', Plat., Menex. 236 b;
mente al significato di verso, mentre discorso, in opposizione ad azione (De-
µvl}oc; assume quello di storia (inventa- mocr., fr.145 [u 171,4, Diels'J: À.6yoç
ta o comunque non sicura), in opposizio- Epyov o-xt1t; spesso si dice: )...6y<i:> µlv ••.
ne a À.oyoc;, discorso (strutttffato e ragio- EP'Y<i:> OÉ), a verità (Lyc.23: !:va. µ1} À6·
nevolmente sicuro); la vittoria del À.6yoc; yov oì'.11crì}E dvat, àÀ-Ì..' d8f}'t'E -.1}v &.-
è la conseguenza della penetrazione del )...1}1)Eta.v ), al silenzio (Pind., fr. 180: la
pensiero razionale nel passaggio dall'epo- crtycX., silenzio, talvolta è migliore del
ca 'eroica' a quella 'classica' 16• Fra la Myoc;); À.6yot. sono anche le conversa-
grande quantità di sfumature dei suoi zioni (dç Myovc; H.ilEL\I, Myovç 7tOt-
derivati ricordiamo varie forme espressi- EL\I ).
ve, come favola (Plat., Phaed. 60 d: ot
't'OU AtO"W'ltOV Myot), leggenda (Hdt.2, Dal punto di vista formale Myoc; è
62: lpòc; À.éyoc;}, antichi detti sapienziali espressione verbale del pensiero (Plat.,
(Pind., Pyth.3,80: El Bt Mywv O"VVɵEv Soph.263 e: À.6yoc;- Bt&.vota), frase (A-
xopvq>tl.v [l'ultimo senso J ...òpMv è1tl- ristot., de sophisticis elenchis 1, p. l65a
O"-.q.), storie (Hdt.1,184: tv -.o~crt 'A<1crv- 13, in opposizione a 5voµa., 'parola'; nei
plotcrt À.Oyotcn; Xenophanes 7,1 [r 130, grammatici µÉp1) -rov Myov sono le par-
19, Diels'J: aÀ.Àov E1mµt Myov, una ti del discorso, prosa (Pind., Nem .630,
storia vista in sogno, Hdt. r, 141 ), co- in opposizione a &.ot8al; Plat., resp. 3,
mando (Aesch., Pers. 363: 7tML\I 'ltpo- 39oa, in opposizione a 7tOl1)o-tc;, 'poesia').
q>wvd -.6voE \le>:vapxotc; À.6yov), pro- Talvolta la narrazione di un avvenimen-
messa (Soph., Oed. Col. 651: 'sempli- to si confonde con l'avvenimento stes-
ce promessa' in opposizione a giura- so, cosl che Àoyoc; si può ti-adurre con
mento formale), buona o cattiva fatna cosa17 ; Theogn.1055 (Diehl I r69): À.6-
(Pind., Isthm. 5, 13: Myoç Ecr-l)Mc;; yo\I 't'OV't'OV É6.0"oµEv; Hdt. l ,2I : ua.;pÉ-
Eur., Heracl.165: Àoyoc; xaxbc;), tradi- wç 1'CpO'ltE7tVO"'µÉ\loc; miv·rn, À.6yov; 8,65 :
zione (Hdt. 3, 32: otçòç ÀÉyE't'<XL À.6- µ'l']8Evt 11..)...)...(J) 't'ÒV Myov 't'OV't'ov dTCnç;
yoç; Soph., Trach.I: À.6yoç µiv EO-'t'' &.p- Soph., Oed. Tyr. 684: 't'L<; ')ljv Myoc;
xa:foc; &.vìJpwrcwv q>cx.vdç, wc; ... ; À.6yoc; ( 682: 86x11cnc; ciyvwç Mywv ), forse ==

12 Identico all'antico indiano vacas- e all'ave- ts ~ HoFMANN 28.


stico vaéah-, 'discorso, parola'; identico anche
alla radice indogermanica tjekf!, 'parlare', che 16 Eppure la provenienza dal concetto di 'nar-
si trova anche in El'lt'OV, oljl, lat. VDX, corri- razione' si sente ancora là dove À.Òyoc; in sen-
spondente all'antico indiano viic-, latino vacare so grammaticale - al contrario di ~·Mc;, ÀÉ!;Lc;,
(WALDE-POK. I 245). ~ijµa, o\loµa - non si usa per la singola paro-
13 ~ HOFMANN 2 ss. la, per il vocabolo, ma solo per espressione,
frase: LIDDELL-ScoTT, s.v. Myoc; VI.
14 Originariamente, forse, pensiero; dr. lo sia·
vo mysli, 'pensiero, opinione'. ~ HOFMANN 11 HoFMANN urs.; LIDDELL·ScoTT, s.v. À.Òyoc;
47 s. Vlll.
215 (1V,j:4) Àlyw A 3 (A. Debrunner) (1v,75) 2I6

699: 1tp8:yµoc; lsocr.4,146: µ110Éva. M- b (Diehl I 174.180): non cambiare l'a-


yov (materia per la narrazione) Ù1toÀ.t- mico OEtÀ.wv iivi}pw'ltwv p1Jµcxcn 'ltELÌ}o-
1tEt\I. µsvoç, «obbedendo a parole di gente
Cfr. i composti e i derivati ~ lf}..o- paurosa»; Hdt. 8,83: 't'OLO"L oÈ "E'ì..ì..11-
yoc;, &.v·n)..oyla, &.1toÀ.oyEi:o-llat, ~ EÙ- 0'1. C:,ç mo--.à. 51) 'tà ì..Ey6µsva l)v -.wv
Àoyei:v. T11vlw'J pl)µa-.a; «ai· Greci apparve-
ro degne di fede le parole dei Tenii»;
3. pijµa nella grecità Pind., Nem.4,94: p1)µa't'a. 1tÌ..Éxwv. In
In greco dalla radice (f)Ep- (f)pl)- 18 seguito si trova anche al singolare;
solo in via del tutto eccèzionale si for- Pind.,Pyth.4 1277 s., a proposito di ùna
ma il presente; invece comuòemente si espressione di Omero; Hdt. 7, 162: b
formano gli altri tempi: il futuro ÈpÉ<» v6oc; 't'OU ·p1)µa't'oç, -.ò ~i>ÉÌ..Et Àiye1.v;
Èpw; l'aoristo passivo Èppl)i}Tjv, ionico Plat., Prot.34Jb: 't'OV IIL't''t'txxou; 342
EtpÉi}T)v, ellenistico Èppéih1v; il perfetto e: pfjµa &!;1.ov Myov {3paxv (un assio-
Etpl]xa. Etpl}µa.t. Il suo significato non ma, in opposizione a lunghi discorsi,
è dunque continuativo, ma vale piutto- MyoL). Parole, in opposizione ai fatti;
sto: enunciare decisamente; questo sen- Pind., Nem. 4; 6: pi)µa. ·&' ~pyµ&.'twv
so si trova nei dedvati19, specialmente XPOVLW'tEflO\I {3~o't'EUE1.; Thuc. 5, 1 rr ,3:
in p1)-rpa (eleo fp<hpa), 'detto, patto', gli uomini finiscono per cadere spy~
e nell'aggettivo verbale p'l)'t'6ç, 'esplici- nell'.in.felidtà, petché- soccombono al ~il­
tamente detto, espresso, determinato'. µa (precedentemente detto ovoµa Éita•
Nelle lingue affini il verbo non si trova; ywy6v, 'parola-affascinante') dell'attesa
ma la sua diffusione è certamente anti- infelicità. Parole, in opposizione a veri-
ca, come si può dedurre dal latino ver- tà; Plat., Phaed.xo2 b: oùx, wç 'tOtç pl)-
bum, dall'antico prussiano wirds, 'pa- µao-1. À.ÉyE-to:.1., ol.hw xa.ì. 't'Ò ci.ì..'i'ji}Èc; s-
rola', lituano vardas, 'nome', e dal tede- x.ew; Al tempo di Platone il pensiero
sco W ort. {>fjµa 20 è dunque «CÌÒ che grammatico-@c:isofìco22. si impadronisce
viene espresso decisamente» (all'inizio del termine, dapprima con determina-
soltanto al plurale). Cosl in un annun- zioni oscillanti: Plat., Crat:399 b: {>fj-
cio solenne, Archiloc., fr. 5 2 (Diehl I µa:, congiunzione sintattica, in opposi-
226): [w] Amepvfj't'Ec; 'ltoÀ.i:w.t, 't'ci.µ~ zione a ovoµa, 'indicazione di cosa o di
o'Ì') çvvlE-rE pl}µa't'( a) (ripreso da Ari- persona' (dr. Aeschin., or.3,72: pfjµix
stoph., pax 603 : w cro<pW't"<X:toL yEwp- è il tenore dell'intera frase, mentre o-
yol. .. ); cosl a proposito di comandi mi- voµix ne è la parola principale); 431 b:
litari nell'epigramma di Simonide (fr.92 o'Joµix e pijµa. formano insieme la frase
[Diehl II 94]) dedicato agli spartani ca- (À.Oyoc;), cfr. 425 a; Theaet. 206 d: M-
duti alle Termopili: -.oi:c; xElvwv p1)µa.- yoç è la notificazione del pensiero, fat-
crt 'itELMµE'VOL 21 • Il termine presto si in- ta µE't"à. p'J')µa't'WV 't"E xixt òvoµ<i't'wv;
debolisce divenendo equivalente a e- Soph .262 a: 't'Ò µÈv È7tÌ. -.a.i:ç rcpcil;.EO"W
spressioni, parole; Theogn.II52=r238 ov o1)Àwµix {>ijµ& rcou Hyoµev ... 't'Ò oÉ

18 WALDE-PoK. I 283; ~HoFMANN r21 . 21 Poco chiaro Simonide, /r.13,r6 s. (Dll!RL n


71 ): xa.l XE\/ ȵWv ftnµ1hwv À.E1t'tÒV lJ1tELXEc;
19 Cfr. anche ftli-i;wp, '(pubblico) oratore', e
ova.c;.
p.iioi.c;, 'discorso'.
22 H .STEINTHAL, Geschichte der Sprachwissen-
:ia In poesia a partire da Archiloco, in prosa schaft bei de11 Griechett u11d Romem 1' (1890)
da Erodoto. 137 ss.
À.tyw A 4 (A. Debrunner)

zo»; Eccl. 1058: E1tou •.. oEup' &:vucrac;


y' be' CX.U"t'Oi:c; "t'OL<; hElvcx.c; 1tpÙ'."t'"t'OU<TL
O''l')µELOV 'ti'jC:, cpwvijç Émuì)Èv ovoµ.a, xcx.t' µ1} À.aÀEL, «seguimi una buona vol-
«chiamiamo 'verbo' quello che indica ta, e non cianciate». Il termine è quin-
le azioni. .. e 'nome' quel segno fonico di usato in opposizione al parlare· ra-
che viene riferito a coloro che compio· gionevole, normale (ì..ÉyEw)27 : Eupolis,
no quelle azioni» 23 ; questa distinzione fr.95 (C.A.F. I p. 281 ): -'ì..aMt\I &ptcr-
fra p'ijµcx., indicazione di un avvenimen. '°'oc;, &.8wct"t'W'tCX."t'Oç À.ÉyEw), e in oppo·
to, e ovoµa, indicazione di persone o sizione a ristJoste regolari: Plat., Bu-
cose, si è poi determinata nell'uso gram· thyd. 287 d: À.cx.À.Ei:c;..• à.µEÀ.1)crac; à7CO-
maticale di pijµa, verbutn e ovoµa, no· xplvacri}aL, «tu cianci e non ti curi di
men (a partire da Aristot., poet. 20 p. rispondere». Si adopera anche per fa
1457 a, lI ss.). Al-di fuori di questo si- voce degli animali, in opposizione al
gnificato speciale, sembra che il termine. linguaggio umano; Philemo, fr. 208
dopo l'età classica non sia stato usato: (C.A.F. n p. 532): 1i µlv XEÀ~owv -.ò
Ditt., Syle rr75,5s. l8s. 36s. (tavole i}Époc;, w yvv·aL, À.cx.À.Ei:, «nella buona
di maledizione, c. 300 a.C.): pfjµcx. µo- stagl.one, o donna, cinguetta la rondi-
Xì)1Jp~v lì 1tOV1'JpÒv cpM\ryEuì)a.t; papiri ne»; Plut., de placitis philosophorum 5,
solo a partire dal III sec. .d.C. 24. 20,4 (n 909 a): À.aÀ.oucr~ µÈv y(Ìp oÙ't'OL
(le scimmie), ou cppocsovcn; · Theocr.,
4 . À.cx.À.Éw, À.ccÀ.ta nella grecità idyll. 5 ,34: voce di cavallette; Aristo-
a) À.(J.À.Éw con i sui affini25 - come il phon, fr.ro,6 (C.A.F. II p. 280): voce
lat. lallus, !altare, 'canticchiar la nin· di cicale; si usa anche per i suoni degli
ni-nanna, ninnare', e il tedesco lallen - strumenti musicali; Anaxandtides, fr.
vuole imitare la voce maldestra dei bim- 35 (C.A.F. n p. x49) : iiarcx.8w Xa'ì..11-
bi. L' applicazione del termine al lin- crw µLxpòv &.µa cro~ xcct µÉycx.v, «per te
guaggio degli adulti è quindi o familia- farò risonar la magade in tono soave e
re o sprezzante: far quattro chiacchie- chiaro»; Aristot., de audibilibus p. 801
re; Aristoph., eq.348 (urnu-tc';>); Alexis, a 29: otà -toU-tuJV (flauti, ecc.).
fr.9,ro (C.A.F. II p. 300): À.cx.Mi:v "t'L À.cx.À.Ei:v si adopera anche per il lin-
xcx.t À.TJpEtV ?tpòc; mhoùc; i}oÉwc;, «chiac- guaggio, quando si vuol indicare più
chierare e cianciare tra di loro piacevol- il suono che il significato; Aristoph.,
mente»; Pherecrates, /r.131,2 (C.A.F. I Thesm.267: 1\v Àcx.À'jic; (detto di un uo-
28
p. 183): µEÀ.tÀ.w·nvo~ (dolce come il mo travestito da donna) ; ran.75os .:
meliloto) À.aÀ.wv (cfr. fr.2,3 [C.A.F. 1 7Cccpaxouwv OE0'1to-cwv, &.-.-.' èì..v À.aÀ.w-
lJ. 145] )26; parlare a vanvera, Aristoph., cn; Antiphanes, fr. 171,2 (C.A.F. II p.
Lys.627: xat À.aÀ.EL\I yvvai:xac; ouo-ac; 80 ): ci1to7tvl~Et<; OÉ. µE xcxwr1v 7tp6c; µe
à.u1tl0oc; xcx.À.xfjc; 1tÉPL « ...che esse, che oi&.À.ex-.ov À.rxÀ.wv, «mi soffocherai, ri-
son donne, ciancino di scudo di bron- volgendomi un linguaggio strano»; Ale-

23 Ma ancora i.q Tim.49 e 'tO!ìE è chiamato pii· À.a.À.&'iv, 'chiacchierando familiarmente', in op·
µa.; dr. Aeschin., or.2,122: xa.'tà. {rijµa (paro- posizione a À.Éywv xcit XCX.'t<7.i'ttWµEvoç 'tll.U't'CX..
la per parola) &:xp~~fo-.a.'tCX.. Z1 Phryn., anecd. Graec. I p. 5r,3 ( = Phryn. ed.
24 PRE1smKE, Wort., s.v. ]. DE BoRRIES [r9rx] p. 87,r5) definisce À.a-
À.ELV come cpÀ.uapEi:v; À.ÉyELV come lxa.v&'ic; À.É-
2S WALDR-POK. n 376; dr. À.rùa.yéw, 'ciarla· 'YEW. Cfr. ~ À.a.À.tti. ·
re' (Pindaro). 'cinguettare' e simili.
28 Herond. 6,6r: «È'lt-f)V À.a">.ii si riconoscerà
26 Variante malsicura in Demosth., or. 21,nB che è Cerdone e non Prexin0>>.
2r9 (rv,75) Hyw B 1 (H. Kleinknecht) (1v,76) 220

xis, fr. 195,4 (C.A.F. II p. 369): µé- b) À.a.À.tti 31 è definita da Theophr.,


-ç' 'A-t''tLXLcT't't òwaµÉvou À.aÀ.Et\I. Desi- char. 7,r come àxpa:<rla -.oi:i À.6you, in-
signa pure un linguaggio intelligibile: continenza di parola; cosl Pseudo-Plat.,
Strato, fr. r,45 s. (C.A.F. III p. 362): def. 416 (con 1' aggiunta di èH,oyoc;);
1tÀ.TJV tx1i-.EUOV a..Ù•ÒV (il cuoco, 'Che U· quindi chiacchiere, dicerie; Aristoph.,
sava molte parole incomprensibili) i)on nub. 930 s.: Ei'.nep r' ain:òv crw~fjvat
µE't'a..~a.À.Et\I à.v~pW1tLVwc; À.a.ÀEt\I "tE, XP'lÌ xa..t p:Ì) À.<:1-ÀtÙ.\I µ6vov acrxijcrat;
«lo pregavo che cambiasse modo e par- Aeschin., or.2,49: à.no8La"tpl~WO't ('spre-
lasse un linguaggio umano»; Pseudo - cano tempo') "tTJV \mep6ptov ('riguardan-
Plat. Ax.366d: di un bambino piangen- te l'estero') À.a..À.LÙ.\I Ò'..ya..'Ttwv-.ec; Èv 'tote;
te, che non sa ancqra esprimere a paro- obcelotc; 1tptiyµacrw; loquacità: Aristo-
le (À.a.Àfjcra.L) ciò di cui ha bisogno. Si- phan., ran.1069: À.aÀ.r.àv Èm-.n8eucrat
gnifica ancora parlare di qualcosa (con xaL o"twµuÀ.la..v, «coltivare le ciance e
l'ace.): Aristoph., Thesm.577 s.: 'ltpiiy- la loquacità».
µa.. Àa.À.ouµévov 29, 'di cui si parla'; la A. DEBRUNNBR
capacità di parlare, caratteristica dell'uo-
mo; Aristot., probl.rr,r p. 899 a r: so-
lo l'uomo ÀaÀ.et; Herond. 4,J2 s.: se
B. IL LOGOS NELLA GRECrTÀ
1
E NELL ELLENISMO
non si trattasse di una statua, si potreb-
be dire: "toupyov À.OCÀ.TJCTEL 30• Parlare, in r. Il molteplice significato
opposizione a tacere; Simonide, in Plut., del termine À.6yoc;
Athen. 3 (II 346 f), chiama la poesia
una ~wypaqiloc À.aÀ.oucra., la pittura una À.oyoc; non è un termine epico 32 ; nel
1tol1]inc; CTLW1twcra..; Luc., vit. auct. 3: corso del processo di razionalizzazione
'Ì]cruxl11 µaxpi) xa..t à.qiwvl1] xat 7tÉv-.e
tipico dello spirito greco ha raggiunto
oÀ.wv È't'Éwv À.aÀ.ÉEl.v µ'l}oÉv.
Nei composti, nell'epoca classica, il non soltanto un significato ampio e mol-
significato è sempre chiacchierare; OLa..- teplice, ma nelle sue varie trasforma-
(Eur., Cyc. 175), È.X- (Eur., fr. 219, 2 zioni storiche è diventato un concetto
[T.G.F.]; Demosth., or.:r,26; Hippocr.,
Iusiurandum [rv p. 630, Littré] ), xa..- che si può quasi prendere a simbolo
'ta- (Aristoph., ran.752), 7tEpt- (Aristo- del mondo greco e della sua concezio-
phanes, Eccl.230 1 fr. 376 [C.A.F. I p . ne dell'esistenza.
490] ); 7tpocr- (Antiphanes, fr. 218,J
[C.A.F. n p. 107]; Heniochus, fr. 4.3 La stessa etimologia rivela i tratti
[C.A.F. II p. 432]). decisivi e fondamentali del concetto,

29 Nell'epoca postclassica anche ali' attivo; veou01.ci., 'nido', da veocrcr6c;, 'piccolo'; per il
Theocr., idy/t.27,58: ci.À.À:n>..r.nç ÀaÀÉovcn 'tEÒV significato, cfr. 'ltatOLci., 'gioco', da TCru.o-. P.
yaµov rxi xv'ltétpuruoL; Alciphr., /r.5,2 (p. 156, CHANTRAINE, La Formation des Noms en Grec
9 s., SCHEPERS }: 'ft(J.V'tet.Xfr 'ftci.v·-m; a.Ò't'YJV >..a- ( r933) 8r s.
Àouow. 32 In Omero due sole volte, Il.r5,393 e Od.1,
JO Cfr. Luc., vit. auct.3: ~yw ycìp M>..oc; (ca- 56: a.Let OÈ µaÀa.xo~<TL xcxt a.lµvÀloL<TL (~col.
pace di parlare), oòx àvopLCÌç eivat (JouÀoµcn. 2r2) MyoLO"L bH..yeL; altrettanto raro in E-
l l Deriva da ÀaÀoç, 'loquace' (da Aristofane siodo (ad es., op.ro6), sempre nel senso di un
e Euripide in poi) con l'aggiunta dcl raro suf- discorso coerente; altrimenti si ha fooc; e ~
fisso -La, come, ad es., <r'tpa'ttci. da <r'tpa."toc;, µ\ifroc;. Cfr. ~ E. HoFMANN.
À.lyw n I (H. Kleinknecht) (rv,77) 222

nella loro cruµ:1tÀ.ox1} 33 : come sostanti- tà, e quindi significa anche ciò che si
vo di À.éyEw, ì..6yoç significa fondamen- trova nel discorso, la cosa (Hdt. 1, 21;
talmente l'atto di raccogliere, scegliere, Soph., Trach.484}, e anche ciò che si
ma in senso particolare, si potrebbe dice di qualcuno, secondo la sua buona
quasi dire critico. Cfr. Horn., Od. 24, o cattiva fama (Aesch., Prom.732; Eur.,
107 s.: oùflé XE\I IJ.ì..ì..wr; xpw~µE\loç À.É· Phoen.1251; Eur., Heracl.!65), la ce-
l;oc~'to Xct.'tà. 7t't6À.w a:vSpocç &.plcr'tovç, lebrità (Pind., Nem. 4, 7r; Hdt. 9, 78;
«nemmeno scegliendo i più nobili in Herad., fr. 39 [r r60,2, Diels'] ), la
città si sarebbe fatta una raccolta di- leggenda (Pind., Nem.r,34 b), la storia
versa». (Hdt.6,137).
À.6yoc; in senso traslato, come attività b) Calcolo, computo, risultato del
spirituale rivolta sempre ad una realtà, calcolo, oc) in un senso più spiccatamen-
te metafisico, in quanto principio, leg-
significa originariamente l'atto di con- ge (-7 v6µ.oc;, -7 \louç) di cui è possibi-
tare, calcolare, spiegare. Sottolineando le una verifica o che si trova nella veri-
sia il momento critico che quello addi- fica (Herad., /r. r [I 150,r ss., Dids']},
principi ricavati dal pensiero e dal cal-
zionante di ÀÉ'YELV (cfr. cruì..Myew), l'u- colo (Aesch., Coepb. 5 r 5; Leucipp., fr.
so di À.6yoç abbraccia i seguenti signi- 2 [n 81,5, Diels']), e anche motivazio-

ficati 34• ne, spiegazione (cfr. Àbyov Stfl6\lc.tt.,


'render conto, dare spiegazioni'); a> co-
a) Enumerazione, narrazione (Hdt.2, me concetto amministrativo-commercia-
123, dove con À.6yoç s'intende appunto le, conteggio (crwoclpw À.6yov, Mt. i8,
l'intera narrazione), il rendiconto (~ 23; cfr. P.Oxy. I 113, 28; BGU 775,
b), l'unione di singole parole (E1tl}) nel- 19), cassa, fisco (OTJµocrtoc; À.oyoc;), conto
la formazione del discorso, della lingua e simili (frequente soprattutto nei pa-
piri) 37.
(specialmente in prosa, in opposizione
alla 1tOLTJCTLç 35 ; Plat., resp.3,390 a), del- e) Come termine tecnico della mate-
la frase, della parola. A differenza del matica38: proporzione, rapporto, relazio-
....+ µulloç 36, che riguarda una tradizio- ne, nel senso degli Elementi di Euclide
ne - formatasi da sé o ritrovata - nel- (ed. I. L. Heiberg II [1884]) v, defin. 3:
l'ambito della poesia e della religione, À.6yoc; EO-'t'L Olio µqÉÌ}w\I oµoyEVWV ii
il Myor; si riferisce sempre a una real- xoc't"à 7tflÀ.Lxo't"l]'t~ TCota. crxé:cn.ç; Plat.,

33 Il significato più comune di 'Myoc; appare ra sua il linguaggio della ragione, anzi è la
soprattutto chiaro quando come termine gram- ratio stessa fattasi parola», W. ScHADEWALDT:
maticale si oppone a 6v6µa.-ça; e pi)µa:-.a.; Antike ro (r934) 154 s.; ivi anche acute osser·
Pseudo-Plat., def.4r4 d: Myoc; qiwv"Ì] Èyypr.i.µ- vazioni sull'origine del concetto di Mroc;.
µa-.oc;, q>p<X<T'tLXi') tx6:<T'tOV 'tW\I Ì5\l'tW\I • &6.- 36 Sul rapporto µuiloc;;/Myoc; cfr. Plat., leg. I,
ÀEX'toc; <TVvl}e-.1) li; 6voµ6:-.wv xa:t pT]µ6.-.wv 645 b; Xenophanes, fr.1,14 (I 127,9, D1ELs 1).
&vw µl)..ovc;. Cfr. Plat., Crat.424 e ss.; soph. 37 Abbondante documentazione in PREISIGKE,
n8 c; Aristot., phys. I I p. 184 b 10 (gvoµ.a. /
Wort., s.v.
Myoc;).
38 Cfr. J. STENZEL, Zahl und Gestalt bei Plato
34 Testi citati in ~ FLIPSE, B edeuttmgsiiber- tmd Aristot. ( 1933 2), 147 ss.; cfr. d'altronde il
sicht, ibid. 87 ss, e nei dizionari. Cfr. ~ J. H . significato a), 'parola', 'linguaggio' come «rap-
H. SCHMIDT r 1 ss. (ÀÉ.yew); IIJ ss. (/)voµa.). presentazione cli una cosa in un'altra», come
3; <(Poiché il linguaggio della prosa è di natu· dice lo STBNZF.L, 151.
223 (1v,77) À.EyW :S 1 (H. Kleinknccht)

Tim .32b; frequente in Democrito; Plot., la più alta conoscenza (Ém<r-.1)µ1}), della
enn.3,36. Si rileva qui chiaramente il quale la capacità di À.6yov oo\ivcxt xcxl.
carattere razionale, ordinante, proprio
del concetto di Àoyoc;. Dalla connessio- oÉçaO'i}(lt è caratteristica importante.
ne della matematica con la filosofia si Plat., Theaet.206 d ss.: -.ò µf.v 'ltpw-.ov
ricava il comune significato di À.Oyoc; - EÌ:tJ &.v (sci!. 6 À.Oyoc;) -.ò -.i)v a.Ù'toiJ St&.-
in quanto relazione razionale delle co-
se fra di loro - come senso, ordine, mi- votcx.v ɵq>cxv-f) 1tOt.EL\I otà q>wvijc; µE'tà
sura (Hdt.3,n9; Heracl., /r.31 [1 158, p·t]µ&.'twv 'tE xcxt òvoµ&.'twv, «(il À6yoc;)
13, Diels' ]; /r. 45 [1 161,2, Dielss]). sarebbe anzitutto il manifestare il pro-
d) A partire dalla seconda metà del prio pensiero, mediante la voce, con
v sec. il termine acquista il significato verbi e nomi» (206 d). Il À.6yoc; è quin-
soggettivo di ragione dell'ttomo, capa- di prima di tutto l'espressione verbale
cità di pensare (sinonimo di -)o voiic;),
ragione (Democr., fr. 53 [n 157,1 ss. , della 81.<ivotet.; in secondo luogo (206e-
Diels'] ), spirito e pensiero umano (De- 208b) è l'enumerazione nel retto ordi-
mocr., fr. 146 (II 171 ,6 ss., Diels5 ). ne degli elementi dell'oggetto in que-
Per comprendere bene i molteplici stione: 't'Ì]V otà O''tOt)(.Elov OtÉ~o&ov 1tE-
aspetti di À.oyoc; 39 è importante osser- pt ~x&.a-rov À.Oyov Elvr.t.t, «À.Oyoc; è l'e-
vare e ricordare che per i Greci tutti i sposizione di ciascuna cosa attraverso i
vari significati possono essere compresi suoi elementi» (207c); infine (208c -
in un unico concetto e quindi in un uni- 21oa) è la determinazione della carat-
co dato di fatto. Più tardi i grammatici teristica specifica, <Ii &:miv-twv oi.r.t.q>ÉpE'.t
e i retori ne distinsero le parti e ne fece- -i:ò ÈpW't'l'}tTÉV, «ciò per cui una cosa si
ro una esposizione più o meno sistema- differenzia da tutte le altre» all'interno
tica40; la più diffusa è quella degli Scho- del xow6v (208c), quindi è la definizio-
lia Marciana in Artis Dionysiante I I ne, la determinazione del concetto 41 •
(Grammatici Gratci, ed. A. Hilgard 1 3 Questo significato talvolta finisce per e-
[1901] 353,29-355,15). Già Socrate ne quivalere a natura 42 •
discute le molteplici connessioni quan- A causa di questa struttura, )..6yoc;
do, nel Teeteto platonico, cerca di spie- nella sua evoluzione doveva necessaria-
gare gradatamente l'intraducibile con- mente trovarsi in rapporto e in connes-
sione con una lunga serie di fondamen-
cetto di Myoi;: per lui À.6yoi; è il primo tali concetti filosofici 43 , come -)o &.11)-
passo essenziale per la realizzazione del- i)Eta (Plat., Phaed.99e ss.; cfr. Herad.,

39 Cfr. ad es. Plnt., resp.7,525 e ; Aristot., phys. 42Plat., Phaedr. 245 e : lj.lvxijç oùcrlu. -rE xat
2,3 p. 194 b 27 ccc. À6yoç.
40 s~ À6yoç nella grammatica e nella retorica,
43 Stob., ecl. 1,79,8 ss., narra di Crisippo (II
cfr. -+ LEISE.GANG, in PAULY-W . 1036 ss. 264,21 ss. v. ARNIM): µE-rcc).aµ~ét'JEL S' étv't't
41Cfr. Plat., ep. 7,342 b; resp. 1,343 a: ò -rou -rou Myov -.Tjv Q:).:fjltELccv, 't'TJ\I at-.lav, -.ijv
oLxa.lov Myoç. cpvcrw, -.Tiv &.v&.yx11v, 7tpocr't'd)ftç xat E'tÉpcc<;
À.Éyw B 1 (H. Kleinknecht)

fr. l [r 150,1 ss., Diels'] ), con la quale Dunque il significato fondamentale o,


Àéyoç si trova anche in antitesi, in ri- se si vuole, la molteplicità di significa-
spondenza alla contrapposizione Myoç/
Epyov (Thuc. 2,65,9; Anaxag., fr. 7 [n ti e di relazioni, la bivalenza (col. 239),
36,4 s., Diels5 ] ); ~ma"t'iJµ.11 (Plat., symp. raccolti in una unità che sta alla radice
2u a; soph.265 c); ~ àpE-..1) (Aristot., di À.6yoç, ne fanno un concetto filoso-
eth.Nic.1,6 p. ro98a7-16; Plut., de vir-
fico per eccellenza, mostrando il conte-
tute morali 3 [II 44 l c] : àpE'tTJ è Myoç
e viceversa); -7 àvayx:I'} (Leudpp., fr. nuto filosofico che sta alla base della na-
5
2 [rr 81,5 s., Diels ]). Si riconnette pu- tura della lingua greca.
re a -7 x-6oµoc; (-7 v, coll. 892; 903);
a -7 v6µoc; (II p. 169,28 s.; III p. 4,2 ss.,
Bisogna però osservare anche che À6-
v. Arnim; M. Ant.4,4, Plot., enn.3,2,4:
Heracl., fr.114, in connessione a fr.2 [1 yo<; per i Greci è ben altro che un'al-
176,5 ss. e 151,1 ss., Diels']); a -7 ~w1] locuzione o una 'parola creatrice' 44 ; il
(Plot., enn.6,7,u); a -7Elooc; e -7 µop- significato di 'parola' presso i Greci è
qi1) (Plot., enn. 1,6,2 s.; 6,7,10 s.); a -7
cpucnç, -7 'ltVEvµcc, specialmente nella del tutto diverso rispetto a quello del-
Stoa (Myoç -.oli 1}eov = 1t\1Euµu. crwµa..-..t- l'Antico e del N. T. 45 • È naturale che
x6v II p. 310,24 s., v. Arnim), a -7 ì1e6ç nella nozione di À.6yoç rientri anche l'e-
(Max. Tyr.27,8; Dio è ò 7t&.v-cwv -..wv
ov-cwv À.6yoç; Orig. Cels.5 ,14). Myoc; si nunciato concreto, specie nella forma
trova anche correlato a CÌ.pL1}i..r.6c; (Pseud.- più alta di 'parola', quella che si trova
Epicharm., fr. 56 [r 208,5 s., Diels']), nei comandamenti umani (Hd t . 9, 4;
soprattutto quando, secondo la dottri-
na pitagorica, l'essenza delle cose si e- Soph., Oed. Col. 66), negli effati di dèi
sprime mediante il numero (cfr. Plut., o di oracoli (Pind., Pyth.4,59), nei À.6·
comm. not.35 [II ro77b]); Simpl., in yoL µa.V't~Xol (Plat., Phaedr.275 b) o
Aristo!. = schol in Aristot. (ed. C. A.
Brandis (1836] p.67a38ss.: àptì7µoùç nel dialogo filosofico. Ma anche qui À.6-
µÈv oi IIufru.y6pEtOL xccL À.6youç Èv 'tTI yoç esprime la connessione, il contenu-
uÀ.TI wv6µa..~ov -rà ahLu. -co:frta. -..wv to razionale del discorso, che cerca «di
OV'tWV ìj ov'tu., «i Pitagorici ritenevano
scoprire la cosa stessa nel suo aspetto
che questi principi della realtà in quan-
fondamentale» 46, più che l' al'monia o
to realtà fossero nella materia numeri e
logoi» {cfr. Plot., en11. 5 , 1 ,5 ). la bellezza della parola. Quest'ultima in

6voµa.crla.ç. Cfr. Epict., diss.2,8,2: ouo'fo. fiEou mo:ido intero (~ II, coli. 314 s.), testo che
... vovç, ~mcrrçi]µT}, J..6yoç 6plt6ç. Giustìno interpreta e rende con ò rçou lh:ou ">..6-
o
yoç. Cfr. Philo, sacr. A.C. 65: yÙ.p llEÒç ÀÉ-
44 Non prima della tarda cosmogonia della K6- ywv &µa btolEL.
PTJ x6crµou (Stob., ecl.r,388,13 ss.) si dice che
Dio crea la q>v<nç per mezzo della sua parola: 45 Cfr. le fondamentali considerazioni di ~
i!µEtala.crev ò fiEòç xa.t Er7tE q:ivcrtv Etvm... El- BuLTMANN, G/auben und V erstehen, 2 74 ss.;
7tEV Ò aeòç xat -ijv; e in un frammento orfico M. HEIDEGGER, Sein tmd Zeit 1• (1935), 32 ss.;
"Opxot (Orph. fr. 299, Krum) si parla esplici- ~ J. H. H. SCHMIDT I I ss.
tamente della aUSt) 1ta'tp6c; che egli q:iltty!;a'to
1tpW'tOV, quando Èa.i:ç O"tl)pt!;r1:to ~ouÀ.ai:ç il 46 ~ BoRNKAMM 379.
Àtyw B 1 (ll. Kleinknccht)

greco è chiamata E'ltoc; o pf)µa; Myoc; (p. 17 a 21). «Ciò che propriamente A-
si oppone specialmente a pf)µa, che è ristotele intende con À.6yoc; è l'atto con
l' espressione o il detto singolo, enun- cui si fa intendere una cosa per quel
ciati con maggiore carica affettiva, co- che è e la possibilità di esserne deter-
munque considerati come risultanti di minati» 49•
un suono pronunciato, sicché appare es- In accordo con quest'uso specifico,
senziale il fatto che si parla 47 , e quindi nei papiri magici greci À.6yoç (cfr. ~
pfjµa. si connota come «parola in quan- 7tpl'içLç) è divenuto un importante ter-
mine tecnico per indicare il detto o la
to volontà espressa» 48 , di contro al ca- preghiera magica, l'efficace scongiuro di
rattere esplicativo di Àoyoc;. Questo, potenti demoni (Preisendanz, Zaub. I
nell'acuta definizione di Aristotele (de 156; III 3.17, ecc.) 50• In questa corni-
ce si possono ancora indicare un paio
interpreta/ione p. l6h 26), è una <pwvij di significati non greci, o almeno non
<TT]µav·nx1), una 'voce che significlJ attestati nel greco profano. Essi si in-
qualcosa'. Espressioni come -r:l À.ÉyEic;; contrano, ad es., quando Philo, leg. all.
3 ,242, parla di s1'JÀW'ttxòc; Myoc;, spi-
(«qual è il senso di ciò che dici?») mo-
rito di zelo, oppure quando si dice che
strano che l'essenziale non è che una Gesù (Mt.8,16) ÈsÉBaÀE\I i:à 'ltVEUµai:a.
cosa sia detta, ma quel che essa signi- My0. Quando il giudeo Aristobulo usa
fica. À.Oyoc; non è dunque essenzialmen- il termine À6yoç nel senso ebraico, che
riguarda essenzialmente e primariamen-
te né un comando, né un'allocuzione, te il fatto del parlare, deve esprimersi
né una potente parola creatrice - signi- così: OEi: yàp Àaµ~tiVEtV i:l]v ~Ela.v <pw-
ficati tutti estranei a À.ÉyEtV per se stes- vi]v où plJ-rÒv Àbyov Ù:À.À' Epywv xa·
-tacrxEvac;, «la voce divina va intesa
so - ma è piuttosto un'enunciazione non come parola parlata ma come ap-
(à.1t6cpavtnc;, ibid. p . I7 a 22) fatta su prestamento di opere» (Eus., praep. ev.
una cosa, per dire che è (u1tapxEi) o 3,12,3).
Per ciò che riguarda la parola crea-
non è (µl} U1ttXPXEL, p. l7a23). Lo mo- trice di Dio (secondo la concezione ve-
strano i sinonimi esplicativi di À.Oyoc;: terotestamentaria), cfr. Ecclus 42, 15:
ànocpalvEcr~aL (far vedere qualcosa, p. Èv Àéyotç xvplov -rà:. f:pya aù-r:ov, men·
tre nel greco classico Myoc; è l'opposto
17 a 27 ); 01')Àouv (p. I7 a 16; cfr. pol.
di Epyov (cfr. Thuc. 2,65,9; Anaxag.,
1 1 2 p. x253 a 14: é oE. Myoc; È'ltt -rc7> fr. 7 [II 36,4 s., Diels5 ]}. È interessan-
OTjÀouv É<T'ttV); (À.Éynv) 'tL xa-r:&. 'tWoc; te osservare che anche nella Sapienza e

47 Cfr. Pind., Nem. 4, 6: friiµa. ~· Èpyµ&:twv 't"Ò À.ÉyELV 'tOV 'lt(lO<pÉpEcrDa.L" npo<ptpoV't"Clt µ~v
xpov~w-rEpov P~o'tEVEL; Demosth., or. 24, 191: yàp a.t q>wvu.l, )..ÉyE-.m lì~ -rà "Jtpliyµa-.a..
-rwv ÈX -.oii v6µov fniµ(hwv h)..lt,m;. so Al riguardo dr. Plot., enn. 2,9,14: cha.v
48 CREMER-KOGEL 450. yàp È1ta.otoàç ypaq>wow (gli gnostici) <.:>e; 7tpbc;
49 W. BROCKER, Aristoleles = Philosophische ÈXE~VC7.. À.ÉyOV"TE<;, OU µovO\I "TTJV lj/VXfJV, a)..À.à
Abhandlungen I (r 935) 28; dr. r76 ss.; dr. xa.t -.à ~mxvw, 'tl 'lto~ovcrtv fi yo71"t"Elm; xa.!
la teoria stoica in Diog. L. 7,38 (57): ... M- i}ÉÀ.l;E~ç (incantesimi) xa.t 7teloaç À.Éyou(n wc;
yoç tZEL CT1)µ!1.V'tLX6ç È<r"TLV..• O~ll.<pÉ(lEt oÈ xat My41 U7ta.xouEw xa.t &yEcri>a.L;
Àéyw B 2 (H. Kleinknecht) (IV,80) 230

nei LXX la parola della creazione e del- tura.


la rivelazione non è resa con pfjµa, ter- Secondo: Àbyoc; come realtà metafi-
mine evidentemente troppo particolare,
ma con À.éyoc;, che è più profondo e sica e concetto fisso nella filosofia e teo-
comprensivo; spesso, d'altronde, À.oyoc; logia greca, divenuto poi, nella bassa
e pijµix, nell'A.T. - come più tardi nel antichità e in parte per influssi stranie-
Nuovo (~ n. 144) - sono equivalenti.
Cfr. l'accostamento estraneo al greco di ri, un valore cosmologico, creatore del
À.6yoc; e pfjµa in Philo, poster. C. 102; mondo, una ipostasi della divinità, un
leg. all.3,173; Clem. AL, rtrom. 6,J,34, OEÙ·n:poc; i}E6c;.
3: Ti xup~ax:f) cpw\1"1 Myoc; <io-)çqµa·n- I Greci presuppongono dunque che
<r-toc;· 1) ( yàp) -tOV À.6you ouvaµ~c;, pfj-
µa xuplou <pW-tEL\16v, «la voce del Si- nelle cose, nel mondo e nel suo corso
gnore è logos informe; {infatti) essa è operi prima di tutto un À.6yoc;, una leg-
potenza del logos, parola splendente del ge sperimentabile e conoscibile, un )..6.
Signore»}.
yoc; che rende possibile la conoscenza
2. L'evoluzione del concetto di Myoc; nel À.6yoc; umano. Questo À.6yoc; uma-
nel mondo greco
no non è inteso solo in senso teoretico,
a) Cerchiamo il significato propria- ma in senso impegnativo e obbligan-
mente greco del concetto di Myoc; nei te per la condotta di vita; À.6yoc;, dun-
suoi due aspetti, che nel punto di par- que, è anche norma (~ v6µoc;). La co-
tenza in Eraclito (-) col. 2 3 r ) si pre- noscenza per i Greci è infatti sempre
sentano ancora indifferenziati. conoscenza di una legge, e quindi suo
Primo: Àbyoc; come parola, discor- compimento.
so, lingua, 'rivelazione' (non come an- b) Dato che lo stesso Myoc; costitui-
nuncio di qualcosa che si deve ascolta- sce l'essere sia del cosmo che dell'uo-
mo, è il À.6yoc; quel principio connetti-
re, ma come notificazione di ciò che si vo che costruisce il 'ponte', rendendo
deve comprendere); À.6yoc; come capa- possibile il rapporto 51 r. fra l'uomo e
cità razionale di 'calcolare', per cui l'uo- il mondo, e degli uomini fra di loro
(nel loro ordinamento politico, ~ coli.
mo può comprendere se stesso e il suo
2 34 s.), quindi anche 2. fra l'uomo e
posto nel cosmo; À.6yoc; come presen- Dio, infine 3. nella tarda antichità, fra il
tazione di una realtà presente ed intel- mondo e il trascendente. Del Myoc; co-
ligibile, e anche come sinonimo della me realtà che fonda questo specifico 'en-
trare in rapporto' dell'uomo (significato
realtà stessa, secondo il suo senso e la c --? coll. 222 s.), si parla per la prima
sua legge, n
suo fondamento e strut- volta in Heracl. 52, fr. r (I 150, r ss.,

st Cfr. Pos., in Philo, /11g.1I2: IS -çe yàp -çou si Cfr. A. BussE, Der \ti'ortsùm von AOrOl:
OV'tOc; Myoc:; OE<Tµòc:; ciN "tWV &mi.V"tW\I, wc; et- bei Heracl.: Rheinisches Museum 75 (r926)
p1)'!at, xa.t 01NÉXEt -çà µlpn 7t&.v-.a xaL O'qily- 203 ss.; per l'ultima, esaudente interpretazio-
YEt xw)..vwv a.u-ç<k ota.Mecrlhx.t xa.t Bta.p'tii<T- ne del concetto di Myoc:; in Eraclito, cfr. O.
lh1t. GrGoN, U11ters11cb1111ge11 tu Heracl. (Diss. Ba-
23r (lV,80) ì..lyw B 2 (H. Klciaknecht) (1V,8I) 232

Dielss): -.ou OÈ À.6you 't'OUO' E6v"t'oç àet ni sono da esso collegati, ma non se ne
à.~v\Je-toi ylvov-t<x.t iJ.vl}pw7toi xaì. rcp6a'- avvedono e vivono come se esistesse una
i}Ev fi cixova'aL xat iixou<r<t.\J't'Eç 't'Ò npw- lSlct q>p6vYJcnc; (fr. 2). Questo À.6yoc; è
't'ov· ywoµavwv yàp nocv-rwv Xct't'CÌ 'tÒ\J da Eraclito messo in connessione con lo
Myo\J 't6voe cimlpota'W ÉolxctO't, rceipW- ~w6v {~ xowòç À.6yoc;) (/r. 2): è l' or-
µsvoi x11,ì. ÈrcÉw\J xat Epywv 'tOtou-.wv, dinamento globale e permanente in cui
oxolwv Éyw OL'l'B'EUµctL XCX.'t'à q>VOW OL- si svolge l'eterno avvicendarsi, nella con-
mpÉwv l!xa<r't'ov xaì. q>pocswv ~xwç exet, nessione del singolo con il tutto; è quel-
«di questo elemento, che è proprio del la legge del mondo 53 che viene abbrac-
logos, sono sempre ignad gli uomini sia ciata mediante il À.6yoç che si moltiplica
prima di sentirne parlare, sia appena ne nelle anime (/r. n5 [1q6,IO, Diels']:
hanno sentito parlare. Infatti, benché \jlvxi\ç È<r't'L À.6yoç ~ctU't'ÒV a.u~wv, cfr. /r.
tutto avvenga in conformità di questo 45 [1 I61,1 ss., Diels' ]); come tale, À.6-
logos, essi appaiono come inesperti; poi- yoc; sta in opposizione a ogni S6~a. me-
ché compiono tentativi di parole ed o- ramente individuale e privata. Il ì..Oyoc;
pere del genere che sto illustrando io, è quindi anche il fondo più riposto della
sforzandomi di distinguere e di espor- ~ \jlvxi}, che nessuno è in grado di sco-
re le proprietà di ciascuna cosa»; fr. 2 prire totalmente. «Chi ascolta il À.6yoc;
5
(1 IJI, I ss., Diels ): Otò oei: foeiri}cx.i non percepisce ... un'esigenza imposta
'tWL 'X.OLVWL. ~uvòç yàp ò xow6ç. 'tOV dalla situazione a cui si trova di fronte.
À.oyou o' E6\l't'Oç ~U\IOU swoucn'\/ ot 1tOÀ.- Si viene a trovare proprio nell'interno
À.oÌ. wç lolav EXOV't'Eç cpp6vriow, «per- dell'esigenza stessa, e lo comprende non
tanto occorre seguire il logos comune; appena si rende conto che lui medesi-
infatti esso, in quanto comune, è indivi- mo deve affermare questa esigenza per
so. Ma -il volgo, benché il logos sia co- poter emergere dalla lOla q>poVT}O"Lç» ~;
mune, vive come se fosse dotato d'un11 fr. 50 (1 r61,I6 s., Diels'): oòx ȵov,
sua particolare intelligenza». Il Myoç &.ft.À.cì -.ou Myou àxov<r<t.\l"ta.c; 55 òµoft.o-
è qui la parola, il discorso, e anche il ye~v crocpov ÈCT-.LV lv Tt<i'\l't(J, elvat, «è
contenuto del discorso e del libro, co- cosa saggia convenire che l'universo è
me anche ciò che si intende nella paro- una cosa sola, per aver ascoltato non
la e nell'opera, la 'verità': solo di que- me, ma il logos».
sta si può infatti dire che vale per sem-
pre (th:ì. Éov'toç) e che tutto avviene nel c) La storia del Myoc; nel pensiero
suo significato. La conoscenza filosofica, greco prende dunque le mosse da Era-
il À.6yoç o anche ~ vouç, crùvecrtç, è clito, ma nella evoluzione il concetto
per Eraclito il mezzo che suscita le 'pa- viene a perdere quell'unità di significa-
role ed opere' dell'uomo. Parlare ed a- to che è tipica di Eraclito. Sul signifi-
gire, dunque, vanno di pari passo. Que- cato di 'calcolo', sinonimo di ~ vouç,
sto À.6yoç di Eraclito dev'essere inteso viene sempre più a prevalere quello di
e compreso come un oracolo: gli uomi- Àoyoc; come capacità razionale di di-

sei r935) 3 ss.; per l'estensione del concetto, 55 Ciononostante i( À.byoc; di Eraclito si perce-
cfr. J. STENZEL, Platon der Erzicher (1928) 43 pisce con gli occhi prima che con gli orecchi
ss. (fr.IoI [I 173,15 s., DrnLs']: gli occhi sono
S3 Sulla connessione e il parallelismo frn À6· testimoni più attendibili degli orecchi). Dato
yoç come 'discorso' e Myoç come 'legge del che poi nel cristianesimo il Myoc; fu essenzial-
mondo' cfr. ~ E. HoFMANN 3 ss. mente parola parlata, l'accento fu posto soprat-
54 ~ BuLTMANN (n. 45) 275. tutto sull' riXOUEW (~ I, coli. 591 ss.).
233 (IV,8r) Myw B 2 (H. Kleinknccht) (1V,8r) 234

scorrere, di parlare e di pensare; il ).,b- d'un corpo piccolissimo e quanto mai


yoc; assume un ruolo sempre più deci- insignificante compie opere splendidis-
sivo nella vita politica come mezzo per sime; esso infatti può scacciare il timo-
convincere e guidare gli uomini, fino a re, togliere il dolore, provocare la gioia,
divenire, nella Stoa, un principio co- .
accrescere la compassione»·, chi ne è
smico e religioso. soggiogato è dunque un oouÀ.oç del À.6-
yoc; (dr. Plat., Phileb. 58 b). Il À.Oyoç
I principali rappresentanti di questa può ora piegarsi agli usi più diversi
evoluzione sono i sofisti. Essi non si quale, ad es. in lsoct., or.3,7, l'uso pe:
limitano a sganciare iL Myoc; da ogni dagogico (.-oÙ'tct-> [ scil. 'tG) À.6Yct-l] xaL
norma e vincolo, legandolo solo all'in- >toùc; xaxoùc; f.!;EÀhxoµ.r::v xa.L >toÙc; a-
ycd}oùc; ÈyxwµL!isoµ.r::v, «mediante il À.6-
tétesse e alla situazione del momento, yoc; riprendiamo i malvagi e celebriamo
fino a 'tÒ~ i}-t'tW À.6yo\I XpElo°O"W 1t0LEL\I, i buoni», anzi addirittura l'uso cultura-
<~far risultare più valido il Myoc; meno le (ibid. 3,6 ss.; or. 15,254: xcxì. o-xeOòv
&1tlX.\l"t"a. -tà. s~· i)µwv µ.r::µ11xcxveµi]\ICJ;
valido» (Plat.,- ap. 18 b) 56, ma costrui- Àéyoc; 1)µ~v ÉO''tt\I ò OV')'XCL't(X(J'XEUM<Xç,
scono anche una teoria dd À.6yoc; SI. «è il logos che ci permette di condur-
Il concetto di À.6yoc; doveva acqui- re a buon fine quasi tutte le nostre in-
stare grande importanza nei secoli v e venzioni»). Dato che il À.6yoc; ha esi-
rv, in forza della vita democratica, de- stenza politica, che ci innalza sopra il
terminata dalla ragione. Gorg., Hel. 8 mondo animale, tutte le conquiste cul-
5
(fr~ I I [II 290,17ss., Diels ] ) elogia la turali sono dovute a lui: où µ6vov 'tOU
capacità psicagogica del Myoc;, clie già ì}"C)ptwowc; sfiv &.1n1À.À.ocyt]µE\I à.U,à.
appare personifìcato58 : Myoc; OIJ\IM't'l'l<; xat o-uveM6v'tEc; n6ÀELç ti>xlcrcxµr::v xa.ì.
µÉyac; ÉO"'tlV, 8c; O"µLXpO'tli'CWL crwµa:tL v6µouc; ÈÌtɵ.r::fra xa.t -tÉxvac; EupoµE\I,
xat tX<pCX.'\/EO"'tOC'tWL i}EL6'ta.'ta. ~pyo: ll1tO- «non soltanto abbiamo lasciato la vita
'tEÀ.Ei:· oùva-tat yà.p xat cp6~ov 1ta.ucraL selvaggia, ma ci siamo radunati e ab-
xa.1. À.Ù'lt'l'l\I àcpEÀ.Ei:v xat xa.pà.v ÉvEpya- biamo costruito città, stabilito leggi,
crcxcri}cxL xcx1. lt.À.Eo\I É1tcxvçijam, «gran scoperto arti» (ibid.) 59 • In questo con-
sovrano è il logos, il quale servendosi cetto di À.Òyoc; sono comprese ratio,

56 Cfr. i Ku:ra.PcH.)...ov-rEç (À.6yo~) di Protag., ruolo sofistico e polemico-dialettico del )...6yoc;


fr. r(II 263,2 s., DIELs'), i Avruot A6yo~ (II nel Teeteto. Si può cosl dire - analogamente
405 ss., DIELS 5 ) e la contesa parodistica del al N.T. (dr. i passi in BuLTMANN [-> n. 45)
òlxmoc; ~ lH>Lxoç J..6yoc; in Aristoph., nub. 280, n. 2) - che il À.6yoç 'combatte', 'vince',
889 ss. 'soccombe', 'muore', 'risorge' (dr. Plat., Phaed.
57 Su À.6yoc; come concetto preciso della reto- 89 b: Mv7tEp YE Tiµiv ò Myoc; "t'EÀEu-riJ011
rica, cfr.-+ L E ISEGANG, in PAULY-W. 1043 ss. xa.t µ1) lìuvwµ<:l>a a.ò-ròv ocva.Ptwuacrl>a.t ).
58 Come molti altri concetti (cfr. -+ a.i.Wv, -+
Cfr. H. D IBLS: SAB (1883) I 488 s. Bisog\la
olx'T], -+ v6µoc;), anche )...6yoc; fu presto perso- però distinguere l'equiparazione del Myoc; a
nificato poeticamente (Hes., Theog.229; Eur., un dio, dalla sua ìpostasizzazione ad essenza
lph. Aul. 10r3; Phoen.471; cfr. Apoc. r9,I 3), propriamente divina che ha luogo nella tarda
cosa niente affatto straordinaria per i Greci. Se classicità.
ne trovano accenni già in Plat., Phaedr. 264 e: 59 Al contesto di queste teorie sull'origine del-
ÒE\ mh1-ra. Myov ~o-11Ep l;<iJov (organismo) la cultura - e non, come vorrebbe LEISEGANG,
GUVECT"t'aVa.t uwµ6. "t't ~)(.OV'ta. m'.J"t'ÒV c:t.V"t'OU,.. in PAULY-W . 1062, alla teologia di Ermes -
E. HoFMANN 29 s. fa riferimento soprattutto al mi sembra che appartengano i versi della Po.
235 (1v,8x) ì..Éyw B 2 (H. Kleinknecht)

oratio e forza normativa: oÙ't'oc; y!X.p 'lté'.- trina socratica o della politica platonica
pt 'tWV &xalwv xo:.t 'tWV &.olxwv xu.L (come fra il Myoç dell'anima che pensa
"CW\I xaÀ.wv xa.t •W'V a.lcrxpwv Èvoµo-
1}frflO"EV, «è il logos che ha fissato i li- e il Myoç della realtà esiste una for-
miti legali tra la giustizia e l'ingiustizia, ma di armonia prestabilita). L'uomo si
tra il bene e il male». Così il À.6yoc; deve guardare bene dal divenir nemico
<Ì.À.t}1>'Ì)c; xat v6µLµoc; XCX.Ì OlX<X.LO<;, «Ve-
ro, conforme alla legge e alla giustizia», della parola, come avviene che si diven-
è, infine, t!Juxiic; à.yaMjc; xaì 'ltL<nijc; ga nemici dell'uomo. L'odio contro il
EtOwÀov, «immagine d'un'anima buona À6yoc; e la inimicizia contro l'uomo co-
e leale» (ibid.255).
stituiscono la maggiore disgrazia e de·
d) Socrate e Platone superano il M- rivano dallo stesso sentimento; Plat.,
yoc; individualistico della sofistica, pro- Phaed.89d; 9od/e: Pertanto µi} mxplw-
prio conducendolo alle sue conseguen- µEv Elc; 't'Ì}V t!Juxi)v wc; 't'W\I Mywv xw-
ze estreme: ne risulta una concezione OU\IEUé'.L où8Èv ùyt~<; é'.Ì:vat, à.À.Àà 7tOÀ.Ù
nuova e molto più profonda. È il con- µiiÀ.Àov o"CL 1jµEi:ç ov'ltw ùytwc; axo-
cetto della comunanza, diffusissimo nel- µEv ••. , «non lasciamo che s'insinui nel
la mentalità greca, che fonda, in quan- nostro animo l'idea che il male sia nei
to accordo basato sull'oggetto (oµoÀ.o- À6yot, ma pensiamo piuttosto che ma-
yla), e rende possibile la forza del M- lati siamo noi»; 99 e: lt8ot;E 51, µot XPii-
yoc; 00, .dato che esso viene allacciato vc.u dc; 'toùc; ).,6youç xa-rcxq>uyov'ta lv
soltanto al xowòc; Àoyoc;. Il -r:l Myetc;; hElvotc; O"XOTCELV 'tWV Bv-.wv 't1ÌV àÀ1}-
che ritorna sempre nei dialoghi sacra· ~é'.Let.V, «e mi parve necessario rifugiar-
tici, mostra che si accetta e si presup- mi nei Àoyot e indagare in essi la ve·
pone il linguaggio comune, con i suoi rità delle cose esistenti».
termini e i suoi concetti. Il Myoc; co-
me elemento fondamentale di tutta la Il Myoc;, interpretando i fenomeni,
vita della comunità è al centro della dot- fa raggiungere la verità; ma il Àoyoc;

liteia di Crisogono (fine del v sec. a.C., Pseudo- Bè ì..6yov ilEfov pì..Éljia.ç 't'OU't'Wt 1tpocrÉBpEVE I
Epicharm., fr.57 [r 208,8 ss., DIELS5]): ò )..6. tlhlvwv xpa.lìlric; VOEpòv XU'tOt; (spazio), e nel-
yoc; à.vfrp1lmovc; xu(3e:pvcit xcx:tà. -tp6nov <TWL· !' ermetica (cfr. Clcm. -Al., strom. 5,14,94,5);
l;Et 't' O:El. I i:!u't'LV O:vl>f}W7tw~ ì..oytuµ6c;, fo-tt Sext. Emp., 111ath.7,r29, parla del DEi:oç ì..6yoc;
xa.L ile:foç ì..oyoç I ò BÉ ye ,.&,vl>pw7tou 'TCÉqlV· cli Eraclito: 't'OV'tOV oùv 't'ÒV ilEi:oV ì..6yov xa.-
XEV ch6 ye 'tOV l}dou 'ì..Oyov I {xo:t} <pÉpEL ~· 'HprbtÀ.wtov BL' civa.1tvoljc; 0'1t<Ì.cra.vi:e:ç voE-
( 1t6pouç haO''tW~) 1tEpl plau xa.t <tfu; 1tpo<pci.c;. pot yLv6µdkt. Molto frequente in Filone, cfr.
I ò BÉ ye -tat:c; 'tÉxva.tc; à.Tt'&.ua.tç O"UVÉ7te:-ra.L LmsEGANG, I11dex, s.v.
1'e:i:oc; Myoç, I ÉXBLMuxwv a.1hòc; a1houc;, o 60 Cfr. Eur., Suppl.201 ss. Prendendo lo spun-
-rt 'TCOLEtV Be:i: cruµq>Épov. I où ycì.p 8.v1'pw7toc; to dal concetto cli Myoc;, J. STBNZBL ha bat·
't'ÉXVttV -rw' EÙpEV, ò oÈ l>eòc; 't'01tUV. Cfr. il tuto una via del tutto nuova nella compren-
ile:i:oc; Myoç, Pl!tt., Phaed.85 d. Oltre che in sione cli Socrate e di Platone, nell'articolo 'So-
Plutarco si parla del ile:i:oç ì..Oyoc; ancora nel krates' in PAULY-W. 2. R. m I (1927) 8n ss.;
tardo 'orfismo' (Orph. fr. 245,5, K1mN): Elr, cfr. ~ BORNKAMM 377 ss.
237 (1v,82) Myw B 2 (H. Kleinkne<:ht) (1v,83) 238

stesso deve derivare dai fenometù. Su vlo:). Myoç e xowwvlo: sono in stret-
questa duplicità si basa la portata e la to rapporto reciproco : soph.262 c (cfr.
disponibilità del Myoc; nella concezione 2 5 9 e): 'tO'tE o' i)pµoCTÉv i:t. xat À.6yoc;

socratico-platonica. Il À.6yoc; è pensiero ÈyÈVE'TO Eùilùc; ii 1tpW'tl} c:nJµ1tÀox1), «in


in quanto è otli-Àoyoç dell'anima . con tal caso si attua l'accordo e tosto divie-
se stessa (Plat. , soph. 263 e: ot<X.vota ne Myoc; il più elementare collegamen-
µÈv x<X.t Myoç -rau-.6\1' 7tÀTfV ò µkv Èv- tm>. La pur semplice c:nJµ7tÀ.oxl} di ov6-
-tòç -rfjç 4Juxijç 7tpÒç IX.Ù't'Ì)V Ot6J.,.oyoc; µa'to: e p-fiµo:-rlX. produce quindi un À.6·
&vt.u <pwvijc; ytyvo~\loc;, «pensiero e yoc; che per natura non esprime parole
À.oyoc; sono la stessa cosa; solo che quel ( 6voµoc~Et) soltanto, ma determina qual-
&tcD.oyoc; che avviene all' interno del- cosa- ('tt 7tEpo:lvt.t, 262 d), 'significa'
l'anima, che l'anima fa con se stessa, qualcosa, dice (À.ÉyEt) una cosa, una re-
senza voce (quello fu da noi denomina- altà, e quindi un significato. In quanto
to 'pensiero')» (cfr.Theaet.189 e). Plato- verace ( &.À.11ili}c;) o mo-i;oc; (fedele, Dio
ne quindi non ha fatto altro che espri- Chrys., or.45,3). il À.6yoc; esprime «ciò
mere filosoficamente il duplice significa- che è come è»61 • Ancora una volta, quin-
to del termine stesso. Il À.Oyoc; dei sofisti di, OY)À.OV\I (manifestare) e Oì)µa.lvEW
era solo disttuttore, e non metteva in lu- (significare) sono i correlativi di Myoc;
ce che le possibilità negative del Àéyoc;, (soph.261 d/e).
il 'tWV À.6ywv aÒ'tW\I &.~&.\lo:'toV 'tt xat Nel concetto di À.6yoc; si trovano
cX.y'l)pwv mH}oc;, «affezione immortale e dunque in mutuo rapporto pensiero,
senza decadimento dei À.oyot stessi» parola, cosa 62, essenza, essere e norma
(Plat., Phileb.15 d), dato che il À.6yoc; (dr. l'identità di pensiero ed essere in
dei sofisti è rivolto non &.qiMvwc;, «sen- Parmenide!). Perciò dei MyoL di Socra-
za invidia» alla cosa; al contrario, il 'A.6- te Platone (Crit. 46 b/d) può dire che
yoc; platonico (Plat., soph.259 c-264) si non erano soltanto Àoyot evt.xa. ).6you
sviluppa come >WV OV'tWV itv 'tt yEvwv, (con cui si diceva qualcosa) e neppure
«uno dei generi delle cose che sono» 1tat&ci e <pÀ.ua:plcx. (dande) (46 d), ma
(soph . 260 a) e tende quindi possibile erano natura ed azione, tali da fronteg-
ogni filosofia, perché collegato con l'es- giare anche la morte 63 •
sere in una grande comunione (xoww- e) Aristotele riassume ancora una vol-

61 Plat., Crat .385 b: Myoç, oç lÌ..'J i:à OV't~ 63 Cfr. Crito 64 b/c (Socrate dice): µ'1]8E'Jl IJ).,,.
Myn Ù)ç foi:w, à"J-:ril>i]ç· 8c; 8' l1v wç ovx ifo'- À<iJ 7tElftE<Tl>at i\'J -.4) )..by~ lìç IJ.v µoL ÀOyL~O·
·i:w, lj.iw8i]c;. µiw~ ~éÀ.'tMT'toç qia.lVTJ't'ct.L. 'toùç 81} Myouc;••.
62 Cfr. Pind., Olymp. r,28 s.: xo:l 7toU i:L xo:L où 80'Va.µa.L vvv (di fronte alla morte) ~x~a­
~poi:w'V <pà'ttc; v7tep -.òv cH. TJllfi Myov (il fat- À.Etv ... Ù.À.À.?!. oxe86v 'l:L Oµ.oLOL cpalvovi:al µot,
to vero [e ideale} come si esprime nell'inno). xal i:oùc; aù'toì1c; 7tpso-~eow xat -.Lµw ovo-7tsp
239 (1v,83) ì.Éyw B 3 (H. Kleinknccht)

ta I~ concezione dell'esistenza umana, 'YE't'at); è equiparato al concetto di Dio


propria del tempo classico, nella formu- (-7 ltE6<; 1v, coll. 346 s.); Zenone, in
la: Myov oÈ µovov &vapw1toç EXEL 't'WV Diog.L.7,68 (134) ( = r p. 24,7 s., v. Ar-
sti>wv, «Solo l'uomo tra i viventi pos- nim) ritiene che esistano due principi,
siede la parola» (po!.r,2 p. 1253 a 9 s.). l'attivo e il passivo e che «l'attivo sia
L'uomo «possiede la parola in due a- il logos (cioè Dio) insito nella stessa
spetti: da una parte il suo agire è de- materia»: 't'Ò of. 7tOLOU'\I 'tÒ\I ÈV «X.U'tfj
terminato dalla parola, dall' altra egli (scil., 't'TI \J)..n) Àoyov 'tÒV ik6v); viene
stesso, parlando, dà compimento alla anche equiparato ai concetti di 7tpé-
comprensione e al discorso»64 (Aristot., Votcx (provvidenza), ElµapµÉ\ITJ (fato )1
eth. Nic. I ,6 p. 1098 a 4 s: 't01hou oÈ '-+ xo<rµoc;, -7 véµoc;, -7 q>UO'~c;; la El-
'tò µÈv wç bwnEti>Èç Mr~. 'tò o' wc; µapµÉ'llT] secondo Crisippo è .Atòç À.6·
exov xcxt oLa.voovµevov), « ...(la vita at- yoç (Plut., stoic.rep.47 [II rn56 e]) op-
tiva, propria di ciò che è fornito di ra- pure ò -tou x6aµou À.6yoç, ovvero M-
gione) del quale una parte ubbidisce al- yoc; 't'W\I Èv x6~ npovolq. otoixouµÉ·
la ragione, un'altra possiede la ragione vwv (II 264,18 ss., v. Arnim)68 • In que-
e la facoltà di pensare». Lo specifico Ep- sti casi Myoc; non si può rendere in
yov à.vìlpwnou è la ljiuxl}ç ÈvÉpyete<. xa.- senso attivo, con discorso concreto e si-
'ta Àoyov (ibid. a 7) 65 • Il Myoç è l'ori- gnificativo (come nella filosofia socrati-
gine della à.pE'tlJ essenziale ( eth.Nic. 2. co - platonica); si deve rendere invece
6 p. rro6 b 36 ss.) dell'uomo 66 e quindi con accezione passiva, come 'legge del-
anche della sua EùOcxtµovlcx.. la ragione' (del mondo). Dio è ò 7tci\l't'WV
'twv ov-.wv Myoç, «la legge di quanto
3. Il Myoç ne/l'ellenismo esiste» (Orig., Cels.5,14) e fondamento
a) Nella Stoa 67 il termine Myoç e- dell'unità di questo mondo (~!ç À.6yoç
sprime l'ordine e la determinazione te- ò 'tll.U'tll. xoc;µWv xat µla 1tpÒ\lota Èm-
leologica del mondo (Diog. L., 7, 74 'tpOTIEvoucra., «una sola ratio che ordina
[ r 4 9] Àéyoç, xa.i>' ov ò xba-µoç OLEçci- queste cose e una sola provvidenza che

xat 7tp6-cEpov. Il Àéyoç è qui contrapposto al- ò;xpa.'t'our; 't'Òv Myov xa.t -tTjç 4'uxijc; -rò À.oyov
la ttÀ:1i&f:La come, ad es., in Demosth., or. 30, ~xov faa~vouµtv· òp&wç yàp xa.t bd -cò:. ~éÀ.·
34.26: oùx !!XEL -cafrt' ttÀ:{Jl}mtv, ...à).,).,à; )..6- -c~o--ca mxpa.xaÀEt' cpa.lvE-cw. Il' lv aù-coi:ç xai
yoL -cau-c' ÈO"-tLV ... Platone (ep.7,328 c) dice di a
aÀÀo 'tL 'ltrt.pct 'tÒ\I Myov 'JtE<pux6c;, µaxE't'O:l
se stesso: µtt S6l;aLJLl 7tO'tE ~1uw-c4) m1:v-c&.- 'tE xa.t Ò:V't'L'tElVEL -céì) Myf.il. Da una parte
1t'acrt. À.6yoç µ6vov Ò:-ttxvwç Elval -t~, ì!pyou Aristotele parla di un 'ltELi>ct.PXELV e òµocpWVELV
SÈ oùSEvòç fJ.v 7tO't'E ÈXWV avM.4'ao-&a~. 'téì) Mycv (che è poi lo 6p&òç Àéyoç, p. rro3 b
M BROCKER (-+n.49) 27 e I]6ss., sviluppa la 32), ma dall'altra gli oppone e gli mette in
concezione dell'esistenza umana partendo dalla contrasto la ljiux1J.
determinazione dcl concetto di Myoç. Il M- li6 Cfr. Plut., de virtt1le morali 3 [II 441 e] :
yoc; che fonda l'essere dell'uomo e gli dà la xoLvW<; fiÈ lt7taV-cEc; oÙ'tOL (Menedemo, Zeno-
possibilità della libertà (M. Ant. 6,58) è un ne, Aristone, Crisippo) -ci}v &.pE-tTJV -cou 'Ì}yE·
concetto che riappare negli stoici; cfr. Zenone µOVLXOU -tTjc; ljiuxfic; ow.l)EO"lV 't'Wa XaL OU\la-
ìn Stob., ecl. 2,75,rr ss.; Epict., diss. 3,r,25; µW YE"(E\l'l]µlVTJV Ò7tÒ Myov, µéiÀÀ.O\I oÈ M-
Plot., enn.3,1,9; M. Ant., 6,23. yov OU!fllV r1.U'tTJV ÒµOÀ.O)'OUµEVOV xat f3Éf3rt.toV
xat ò;µE't6.'lt't'W't0V Ò7to't'l1lEV'tO:L.
65 Il concetto di )..6yoç è qui ancora strettamen-
67 Cfr. la raccolta dei testi in E. SCHWARTZ,
te unito a quello di ljiuxii: eth.Nic.1,13 p. no2
a 27 ss., spcc.1102 b I 3 SS.: Ì!O~XE\/ OÈ XGl:L iJJ.,.)..TJ NGG (1908) 555 n. 1.2 e in H. v. ARNIM,
't~ç cpu ate; -cijç ljiuxijç fJ.).,oyoç EL\/Il~, µE'tÉXOU- Index, s.v.
(T~ 1-1~v-c9~ 1t"(} Myou, 'tOU yò:p É-yxpa-roiis xo;ì. 68 --+ çoli. 224 SS,
Myw B 3 (H. Kleinknecht)

governa», Plut., Is. et Os., 67 [II 377 riassorbite (M. Ant. 4,2r,2: 4'uxa.L ..
s.]; ò -.i)v oùt;flet.v -.wv oì.wv .&otxw\I µna~ciÀ.Àoucn xa.t XÉO\l'ta.t xa.t ÉSCl1t-
À.6yoc;, «la ragione che governa l'essen- 't'O\l't'et.t El<; 'tÒ\I 'tW\I OÀ.W\I <11tEpµa.'ttXÒV
za di tutte le cose», M. Ant. 6,1). Per À.6yov à.va.À.aµ~a.voµEvix:t, «le anime...
un compromesso con la religiosità po· si trasformano, si decompongono, bru-
polare, si finisce per identificare questo ciano, riassorbite in seno alla ragione
Myoc; del mondo con Zeus, come nel seminale dell'universo». Il À6yoc; par-
famoso inno di Cleante (fr. 537 [I p. ticolare dell'uomo non è che un fram-
122, v. Arnim] ): w(fi)' lt\let. ylyvEO"i)et.t mento del 'Myoc; universale (M. Ant. 5,
'ltocvi:wv À.6yo\I Cl.LÈ\I Mv•a, «sicché di 27; Epict., diss.3,3; M.Ant. 7,53: xa-
tutte le cose è unico ed eterno logos». 'tà -.ò'J xowòv frEotc; xa.t &.vfrpwitotc; M-
Il Àoyoc; è il principio creatore, quindi yov, «conforme al À.6yoc; comune a-
ordinatore, del mondo, di cui in fondo gli dèi e agli uomini»), che nell'uomo
è il principio costitutivo ( 6 -toO x6oµou giunge ad essere coscienza; nel lOyoc;
À.oyoc;, Crisippo [n p. 264,18 s. v. Ar- Dio e l'uomo - ma l'uomo vero e pro.
nim]; M. Ant.4,29>3 ), che del mondo prio, cioè il saggio o il filosofo, che so-
fa uno ~{i)ov ì...oytx6\I, «essere vivente lo possiede lo òpì}òc; À.6yoc; e quindi vi-
ragionevole» (n p. 191,34 s., v. Arnim}, ve &.xoì...ovi)wv 'tU q>vl'J'Et, «seguendo la
una forza immanente che si estende nel- natura» (Philo, ebr .34) - si uniscono
la materia ( 6 6t' OÀ.l}c; -.tjc; OÙO"let.c; ot·l}- insieme in un grande x6crµoc; (n p. r69,
XW\I ì...6yoc;, M. Ant. 5'32). Il mondo 28 s., v. Arnim: xowwvlocv l'.mapxEw
non è che un grandioso sviluppo del À.6- 'ltpòc; 0:.)..}.1JÀ.ouc; (scii.: &.vitpw1totc; xa.L
yoc; che si presenta in forma materiale ileotc;) 6tà -.ò Myov J..LE•ÉXEW, ISc; ÈIJ"'tt
(Diog.L.7,35 [56]: 7t&v yò:p 'tÒ 1toto0v cpUO'Et v6µoc;, «esiste una reciproca CO·
crwµa Èo"tW), come~ 'ltUp,-+ 'lt\/Euµcr; munione (tra uomini e dèi) mediante la
(n p. 310,24s., v. Arnim) o come et.l- partecipazione al logos che è legge per
i)ilp. Come forza organica poi, che a natura»). Nella dottrina stoica il dupli-
partire dalla materia informe e non vi- ce significato di Myoc; (ragione e di-
vente dà vita alle piante e movimento scorso) si ritrova all'interno dell'uomo
agli animali, il À.6yoc; è 'seminale', crmp- nel À.6yoc; Èv6tcii>E•O<; e all'esterno nel
µa.-.tx6c; (Zenone [1 p. 28, 26, v. Ar- Myoc; 7tpocpoptx6c; (Sext. Emp., pyrr.
nim] ), è, cioè, un seme che si sviluppa hyp. r ,65 ). Un'estensione del concetto,
e che per essenza è ragione. Come }.6- importante per gli sviluppi successivi,
yoc; òpit6c;, legge del mondo, e precisa- si ha nel fatto che Myoc;, equivalente
mente~ v6µoc; del mondo e dell'indivi- a q>U<Ttc; (ò xotvòc; ·tijc; c:pucrewc; Myoc;,
duo, il À.6yoc; dà all'uomo la capacità di n p. 269,13, v. Arnim; M. Ant. 4, 29,
conoscere (Pos., in Sext. Emp., math1, 3 ), diviene anche una potenza creatri-
9 3 : Ti i:wv oÀwv cpvcnç ù'ltò crvyyEvouc; ce: questa linea sarà in seguito accen-
oq>ElÀEt Xet.'tetÀa.µBa\IEO"i)Cl.L i:ou À.6yov, tuata, ad es. in Plut., Is. et Os. 45 (II
«necessariamente la natura del tutto 369 a): 6'r]µwup-yòv \JÀ.l}c; ltva. À.6yov
viene colta dal logos che le è congene- xet.t µlav 1tp6vota.v, «un sol logos pla-
re»; cfr. Diog.L.7,52) e di agire moral- smatore della materia e una sola prov
mente (M. Ant. 4,4,1: ò 1tpocr-.a.x·nxòc; videnza». Nel À.Oyoc; stoico, dunque, la
'tW\I 1tOL'l')'rÉW\I iì µ°I) À.6yoc; xow6c;, «il forza razionale e quella vitale si trova-
logos che ordina ciò che si deve o non no unite insieme (Diog.L.7,68 (135 s.]
si deve fare è comune a tutti»). Come = II r80,2 ss., v. Arnim).
dal Myoc; procedono tutte le forze, co-
sì in esso tutte torneranno e saranno b) In contrasto çon lo stokismo 1 an·
ÀÉyw B 3 (H. Kleinknecht)

che il neoplatonismo 69 ha elaborato una Vangelo di Giovanni, può affermare:


dottrina del logos. Anche nel neoplato- ·àpx1J ouv Myoc; xa.l. 1tav'tcx. Myoc;,
nismo il À.6yoc; è una forza strntturan- «principio è À6yoc; e tutto è Myoc;».
te, che dà forma e vita alle cose, e che Il À6yoc; neoplatonico appare talvol-
quindi è in stretto rapporto con dooc;, ta come unità, dato che è emanazione
'idea', e---7µopcpl), 'forma' (Plot., enn.r, del~ Nouc; (enn.3,2,2): 'tOU'l;O OÈ M-
6,2.3.6; 3,3,6; 4,3,ro), ---7 <pwc; (Plot., yoc; Èx vou puElc;. -;:Ò yàp &.11:oppÉov Éx
enn.2,4,5) e ---7 sw1i (Plot., enn.6 17,n: vcu À.6yoc;, xa.l. àd &.'!toppEi: ltwc; llv 'i'i
El oi) xa."t'à. Myov OEi: "t'Ò 1totouv EtVm r.a.pwv ÈV 'toi:'ç ovcrt Myoc,... oihw 81}
wc; µop<pOUV, 'tl 8.v Et1]; 'ÌÌ :~UX.TJ 1tOLEL\I xa.I. Èç E.vòc; vou xcx.L -roll CÌ.'lt' a\J'l;ou M-
1tvp ouva.µévri: •ov"t'6 o' ~<1-i:t swl} xa.L you &.vfo-r'l'} -t68E -tÒ miv xa.L OtÉCT't11...
À.Oyoc;, E\I xa.t 'r0.V'l;Ò\I aµcpw, «Se, dun- 'tOU 8È Myou È'Tt' a.ò-coi:c; 'tTJ\I ù.pµovlcx.v
que, ciò che crea il fuoco nel senso che xcd µlcx;v -ri)v a-uv-ra.çw EL<; 'l;à. oÀ.cx. 'ltOl.-
gli dà forma dev'essere conforme al À.6· ouµÉvou, «e questo è Àoyoc; che scatu-
yoc;, che altro sarà se non un'anima ca- risce da intelletto. Ciò infatti che sca-
pace di creare il fuoco, vale a dire una turisce da intelletto è Myoc,, e scaturi-
vita e un Myoc;, che sono ambedue una sce sempre [e non storicamente una
sola e medesima cosa?>>). La vita è una volta sola] fino a quando sia À6yoc; pre-
forza che struttura con arte. -i:lc; o }..6- sente nella realtà ... Così da quell'unico
yoc;; si domanda Plot., enn.3,2,16, eri- intelletto e dal À.6yoc;, che ne deriva, è
sponde: ... ofov exÀa.µljltc, É~ àµqioi:v, sorto questo universo e le sue distin-
vou xcx.L lfiux.l}c;, «come un'irradiazione zioni . .. e il Myoc; che sta su di ess::
d'ambedue: dell'intelletto e dell'anima». opera l'armonia e l'unitaria coordina-
Dove il )...6yoc; agisce, tutto ne viene pe- zione nel tutto» Ma talvolta appare co-
netrato (ÀEÀoyw"t'a.t) e formato (µE- me molteplice, dato che mette in luce
µ6pcpw"t'a.Ì., enn. 3, 2, 16). La natura è la varia molteplicità delle apparenze:
vita e Àoyoc;, è forza-forma operan- il À.oyoc; è perciò 'ltoÀ.Ùc; xcx:l. mie;, «mol-
te (enn. 3, &, 2: ... •nv qiuo-iv dva.t teplice e totale» (enn.5 ,3,16), EÌ:c; e '!tO·
Myov, 8c; 'ltOLEL Myov ocÀÀov yÉ\l\l'l']µrt Mc;, <mno e molteplice» (6,7,14). Anzi,
au'tou, «la natura è Myoc;, che produ- nell'unico Myoc; si dànno violente op-
ce, quale sua creatura, un altro Àoyoc;» ). posizioni (enn.3,2 116: &.vcl.yx'l'} xa.l. 'tÒV
Anzi, il mondo intero è À.6yoc; e tutto evrt -rov'tov À.6yov Èç Èvav'l;lwv À.6ywv
in esso è Àoyoc; (enn.3,2,2), come pura Eivat ltva. '1;1jv O'UO'"W.<ri.v cx.ù't@ xa.l. oì:ov
forma-forza nel mondo intelligibile, mi- oùcrl(J..V 'tfjc; 'tOt.rLU't'l'}<; ÈV(J..\l'ttWO'EWc;, «di
sta alla materia in questo mondo, fino necessità, questo unitario disegno razio-
a quell'ultimo À.6yoc; ò xcx:tà. -t'Ì]V 1.1.op- nale del mondo consta appunto di sin-
cpi]v •iiv òpwµÉVTJV foxa:toc; f)o'f) xa.L gole ragioni opposte; giacché solo un
VExp6c;, «forma razionale che si rivela così fatto tipo di contrarietà gli apporta
nella figura visibile, ultima ormai e mor- consistenza e, per così dire, essere»
ta», che OVXÉ't't 'ltOLEL\I OVVCJ.'ra.t aÀÀ.OV, [ trad. V. Cilento]. Questa opposizione
«che non è più capace di crearne un'al- dà al Myoc; la natura e l'esistenza). Ma
tra» e che, a differenza del neoplatoni- il principio fondamentale non è, come
smo, la Stoa non conosce (enn. 3,8,2). per gli stoici, -tò Ùypòv Èv 0'1tÉpµo:aw,
Così Plot., enn.3,2 15, a somiglianza del
1 «ciò che nei semi è umido», ma è i;Ò

69H. F. MOLLER, Die Lehre vom Logos bei capitolo sul logos in Plot., enn.3,z,16, in cui si
Plot. : Archiv fiir Gcschichte der Philosophie mette in luce l'importanza del fondamento ma-
}O (r9r6) 38 ss. Particolarmente istruttivo è il tematico per l'armonia del mondo.
ÀÉyw B 3 (H. Kleinknecht)

µ1) òpwµE\loV· 'tOU't"O OÈ apd}µòc:; xcx.t Àé- incutono un religioso orrore»; in Plut.,
yoc; «ciò che non è visibile, e questo è Is. etOs. (II 35r s.), in connessione con
numero e Myoc:;» (enn.5,r,5), è il µÉ- la speculazione teologica sul logos, si
-çpov, la misura (enn.2,4,8). Per mezzo parla dello tEpÒç À6yoç, 0\1 lJ aeòç (scil.
del suo Myoc:; l'uomo è in grado di sol- Iside) <rvvciyet xixt <ruv-tlihio-t, xat 1tct-
levarsi al di sopra della cpv<rEwç yo11- paolowcn ( ! ) -to~ç 'tEÀouµÉvotc; ( otoc)
nlrt (malia della natura, enn.4,4,4 3 s. ), i}iitwo-iiwç, «sacra dottrina, che la dea
fino al Myoc:; aÀ:nìH1c:;, alla verità del- Iside raccoglie, compone e tramanda a-
l'essere (enn.4,4,12; 6,7,4 ss.). Il Myoc:; gli iniziati» e che non si addice alla OE~­
umano non conduce però ad ascoltare, o-toatµovlcx. xat '1tEptEpyla, <(superstizio-
&.xoum1, ma è fa -.wv Mywv É:1tt -.i)v ne e curiosità» (ibid. 3 [II 352 b]).
l}Écx.v ... 'ltcx.tocx.ywywv Àéyoc:;, «Àéyoç che Osiride è questo Àéyoc; quasi personale
dalle parole guida alla visione» (enn.6, cteato da Iside, riproduzione spirituale
9,4). Questo però non è ancora l'ulti- del mondo (Is. et Os. 54). Nello 'EpµoG
mo e più alto gradino, perché ciò che 'tCU "t'ptoµeylo--cou LEpÒc; ÀOyoc; (Corp.
l'uomo vede nella visione mistica è où- Herm.3, titolo [secondo Reitzenstein,
XÉ't"~ Myoc;, &,).)..&, µEt~ov Myov xai Poim.]) Ermes annuncia a suo figlio
1tpÒ Myov, <<non è più À6yoc;, ma qual- Tat come per misericordia di Dio sia
cosa che è più grande del ).6yoc;, che divenuto À.oyoç e quindi vl.òc; 1's:ou; in
precede il Myoç» (enn.6,9,10). quanto particolare dono di Dio (Corp.
Herm.r2,I2.13) e Àoyoc; 'tÉÀEtoc:;, que-
c) Nei misteri ellenistici il Myoç, in sto kpòc; Myoç 71 conduce al mistero
connessione con le divinità che si rivela- dell'unione con la divinità (Corp.Herm.
no, acquista un alto significato religioso, 9,r; I2,12). À6yoç si può anzi equipa-
come ~ ls:pòç Myoç, storia sacra, dot- rare a ~ µu<r"t'lJptov ovvero 'tc.À.E•lJ,
trina sacra e segreta, rivelazione, in un iniziazione (Corp.Herm.13,r3 b: il M-
senso non frequente nella grecità pro- yoç è la trasmissione, 'lt'ctpiiooo-t.ç, della
fana: l'attributo di LEp6c; si basa essen- 7ta;À.tyyE\IE<rlcx., rigenerazione) e l'inizia-
zialmente sul contenuto e ancot più to è il À.éyoç l}s:ov personificato (cfr.
sulla tradizione. Già Hdt. 2,5 I si riferi- Corp. Herm. r ,6 [secondo Reitzenstein,
sce a un lpév 't"W('J; Myov dei misteri Poim. J: "t'Ò Èv <roì ~À.É'ltov ( ! ) xcx.ì &.xou-
cabirici di Samotracia (cfr. Pseudo-Luc., ov Myoç xvplov fo-clv, <(ciò che guarda
Syr. dea 15 ,4); conosciamo pure la 'sto- in te e ascolta è il logos del Signore»),
ria sacra' nel culto di Dioniso, tra i Pi- che nella nuova vita loda Dio e gli of-
tagorici (Iambl., vit. Pyth. 28,q6: Ilu- fre nel Myoc; il tutto come sacrificio
1'a.y6pav O"UV'tcZ~<X.L 'tÒ\I 'ltEpi l}EW\I ).6. razionale, Àoytx1)-71'vo-la (Corp.Hetm.
ycv, ov xa.ì. LEpòv OL<X -.ou-.o ~7tÉypa~zv, 13,18.21}.
«Pitagora compose un'opera sugli dèi,' Myoc; equivale a preghiera, in Aesch.,
da lui intitolata, appunto per questo, Coeph.509; in connessione con la ~
discorso sacro»), lo Ì.EpÒç Àéyoç degli EÙXfi, nella speculazione mistica il ÀÒ-
orfici 70 (Suidas, s.v. 'Opq>Evc:;, Nr. 654 yoç ha sempre un ruolo ben determi-
[ Adler J). Nell'inno a Iside di Andros, nato, in quanto è l'unica via valida per
v. r2 (ed. W. Peek [r930]) si parla di entrare in rapporto con Dio (cfr. Sal-
«dottrina dei sacri misteri di Iside, che lust.16 [ed. A. D. Nock, 1926]): ix.t

10 Sul contenuto, peraltro discusso, dello ìer;òç i passi in Orph. fr. (KERN) pp. r40 ss.
À.Òyoc, 'orfico-pitagorico', dr. A.KRiiGER, Quae- 11 Frequente nei papiri magici: PREISF.NDANZ,
stiones Orphicae, Diss. Halle (1934) 13 ss. Cfr. Zaub. l 62; IV 2245.
ÀÉyw B 2 (H. Kleinknecht)

p.Èv xwpì.c; ilvcnwv Evxaì. Myot µ6vov stodirsi da chi non vi fosse addestrato,
dal'V, al oÈ µE-tà. ?Ncnwv Eµ\jJvxot M- poiché anche il tacere è un parlare».
yot. "tOU µÈv Myou "tTJV ~W'Ì)v ovva- Ibid. 6, u (245): otOO:crxa.Ào\J Eupwv
p.oiJv'toc;, i:fjc; oÈ ~wfjc; i:òv Àbyov \f/v- crtwID)c; Àoyov, «avendo trovato nel lo-
XOV<TY)c;, «le preghiere senza sacrifici so- gos un maestro di silenzio»; Plot., enn.
no semplici parole, quelle con sacrifici 3,8 ,6: s yà.p E.v IJiuxn Àa.µa&.w:i My~
sono parole animate, in quanto la pa- oucrn, 't'L liv fi.).).o t} Àbyoc; <Ttt>mwv et'J),
rola potenzia la vita e la vita anima la «in verità, ciò che accoglie nell'anima -
parola»). Apollonia di Tiana (in Eus., la quale è logos - che altro sarà mai se
demonstr.ev.3,3r r) insegna che ogni au- non un tacito logos?»; in Plotino Dio
tentica preghiera dev'essere offerta per è ).6you xpELT't'WV, «superiore al logos»,
mezzo del À.6yoc;; il vero onore agli dèi e in Plut., Is. et Os. 75 (II 38r b) cpw-
si rende f..1.0\1({) • • • -r@ Xp€LTTOVL À.6y({) vijc; yà.p ò i)doc; ).,6yoc; ct1tpocroE11c; Ècr-
(À.Éyw oÈ -r@ µi) otoc cr-.6µa.i:oc; lov't'L), 't't, «la parola divina non abbisogna di
«soltanto con la parola migliore (in- voce» 72 •
tendo dire non quella che esce dalla
bocca)», e soltanto Mr<t> (dalla parola) d) Quasi tutti gli aspetti del concet-
può essere riconosciuto (scholion a E- to filosofico di logos si ritrovano nella
pic., sententia r,in Diog.L.ro,3I[r39]: teologia greca, riuniti insieme e perso-
't'oùc; i)Eoùc; À6Y4> i)fwp'J)'t'ovc;). Il Myoc; nificati nella figura di Ermes e di altre
insegna all'uomo la via verso l'alto, divinità 73 • Nella teologia, anche Elio,
Max.Tyr.rr,ro: ÉxÀa.i)6µEvoc; µÈv •Wv Pan, Iside, ecc. 74 si presentano come
r' t - '
X<X't'lù OLµwywv ... X<l.L 00<,,WV
I ' - t
... , E'lWt'pE-
I
Myoc;; ma non si tratta di altre perso-
\)Ja.c; of. Ti)v i)yEµovlav a.u't'ou À.6Y4> à- ni.fì.cazioni del Myoc;, bcnsl della equi-
À.YJi)Ei: XtY..L EPW't'L E.ppwµÉvtj.l' 't'@ µÈv M- parazione di un principio cosmogonico
r<i:> cppa~OV't'L ii XPfl lÉva.L ... «dimentico alle divinità della religione popolare:
dei lamenti di quaggiù ... e delle glo· una identificazione sul tipo di quelle
rie ... ; lasciandosi signoreggiare dal logos compiute spesso nel sistema teologico
vero, corroborato dall'eros; mediante il stoico (Zeus - Aoyoc;, Iside - <I>wc;, lside-
logos spiegando ove occorre andare»; Atxa.tocrVVYJ, Iside -révecnc;, ecc.). In
Plot., enn.6,9,4: 7ta1oa.ywywv Myoc;. altri termini, il concetto di )..6yoc; è
Per questa via il Àoyoc; finisce nel si- ipostatizzato, è equiparato alla divinità,
lenzio {crtwnl]) mistico: Philostr., vit. ma non è affatto la parola creatrice di
A p. I ,I : X<l.L• ..!-.11 O'LW'lt11
,.!, t'• e '
o€ V'ltEp 'tOV- !\ '
UEL- Dio fatta uomo e carne. Una elaborata
OIJ crcplcnv Èn{jcrxE't'O · 7tO ),).à, r àp i)Ei:6: teologia del logos - Ermes si trova in
TE xaì. ct1topp1J't'<k 'i]xovov, wv xpa.n~v Cornut., Theol. Graec.r6 (cfr. Diog. L.,
X<l.ÀErcÒv rj'V µi) 1tpW't'OV µa.i>oiicrt, lht 7,r,36 [49]): -.uyxavEL 8f. o 'Epµf]c; ò
:x:a.t 't'Ò <TLwmiv Myoc;, «anche il silen- À.6yoc; wv, ov à:1tÉO-i:E1Àav 11;p6c; liµiiç È~
zio sulla divinità era da essi scrupolo- oùpavou ot i>eol, µ6vov 't'Òv &vi>pw1t'OV
samente osservato; udivano infatti mol- 't'WV E'ltÌ. yfjc; sciiwv Àoytxòv 'ltOLtJO"ClV-
te cose divine e ineffabili, difficili a cu- 't'Eç ... ù_).).à, 7CpÒc; 't'Ò crciJS€LV µ(i).,).ov

72 Cfr. O. CASEL, De philosopbomm Graeco· uno dei suoi aspetti, dr. L1nsEGANG, in PAULY-
mm silentio mystico: RVV 16,2 (1919) 66 ss. \YI. ro61 ss. Il À.6yo~ si presenta come personi-
73 Cfr. Ermes come dio della ralio, deU' ardo, ficazione autonoma e -rou .6.tbc; cH)EÀ.<p6ç in
dcl numerus e della scienlia: Sen., ben-4,8. Menand., cpidict. (ed. L. SPENGEL, Rhetores
74 Per una completa trattazione dei molteplici G1aeci m [ 1856] p. 34r,16).
dèi che sono stati equiparati al Myo~ o ad
249 (1v,85) ÀÉyw B 3 (H. K.leinknecht) . (1v,86) 250

yiyovev Ò À6yoc; 75 , ol}Ev xa.i 'tiJV 'Yyl- ce - il Myoc; crm;pµa:nxéc; degli stoici
EL<X.'11 aù'tc';> crvv<{>xtcrav... 'ltapaoÉoow.t - è onorato nell'immagine del phal-
oÈ XIXL xt)pu!; l}ewv xat Ota:yyÉÀ.À.EL\I los 77 : y6vtµoc, o Myoc, xaL -.éì..etoc; f.cr-
a1hòv Ecpa.crav -.à mxp' ÈxElvwv -.oi:ç ·tw, «fecondo è il logos e perfetto»; in-
ocvtlpw7tot<;, xijpv!;, µÉv, È1moiJ otà q>W· fine si innalza fino al xo~vòc; Myoc;:
vijç yeywvov 1taptcr-.<g. -eà. xa.'tà. 'tÒV O~CÌ. OÈ 'tÒ XOL\IÒV mhÒV E['l/a~ xet.t "tÒ\I
Mrov tn'}µa.wéµeva. -.ate; ò.xoa.i:ç, ii.y- av-çòv Ev -.E i:oi:c; à.vi>pw7to~c; 'ltii<n xa.t
yi::À.oç oÈ, È'ltEL 'tÒ ~ouÀ:riµoc 'tWV 1'ewv ev 'tOi:<; l}Eoi:c,, «essendo esso comune ed
yvyvwcrxoµev Éx -.wv Èvoi::ooµÉvwv i)- unico negli uomini tutti e negli dèi».
1.t~v xa'toc 'tòv À.oyov Èwotwv, «anche È interessante osservare che nella tal'da
Ermes è logos, che gli dèi inviarono a antichità il concetto di À.6yoc;, nato ori-
noi dal cielo facendo dell'uomo l'unico ginariamente nell'ambito della cultura
essere ragionevole tra quanti vivono e dello spirito, scivola sempre più ver-
sulla terra... Ma in particolare il logos so la sfera de1la natura, di cui inizial-
è venuto per salvare, per cui gli diede- mente era l'opposto. Cosl nella mistica
ro in isposa Igea... Si dice anche che ellenistica i.I ).6y oc; è essenzialmente
egli sia araldo degli dèi e ne rechi i mes- una potenza cosmica creatrice, è guida e
saggi agli uomini; araldo, perché con portatore della conoscenza (che tende pe-
voce sonante comunica ciò che, a chi rò sempre più a divenire una dottrina
ascolta, vien significato in conformità religiosa di salvezza), il rivelatore di ciò
del logos; messaggero, perché la cono· che è nascosto 78 •
scenza della volontà degli dèi ci provie- Cosl il concetto della filosofia e della
ne dalle nozioni trasmesse in noi in con- conoscenza, sotto l'influsso dell'antica
formità del logos». In questo testo è teologia egiziana, termina nelle specu-
importante e nuovo il ruolo di Ermes, lazioni mistico-religiose dell'ermetismo79
mediatore e rivelatore che, come xfjpvl; sulla creazione e sulla rivelazione. Il À.6-
e èi:yyeì..oç, ci annunzia e fa conoscere yoc; nato dal~ Nove; (Corp.Herm.1,5a:
la volontà degli dèi; è anche interes- È.X 'tOU cpw-ròç 7tpoeMc;w ì..éyoc, &ytoc:; È·
sante la sua funzione 'soteriologica', in 7tÉf31'J -enuypéj. cpUO"i::~, «un logos santo
quanto il Myoc; deve anche salvare 76 • procedendo dalla luce venne a coprire la
Anzi Ermes, come grande forza creatri- natura umida») e figlio di Dio (Corp.

75 A questo testo è stato sempre accostato Io. mente la religione popolare, dice che i Greci
3,q. avrebbero potuto giustamente rappresentare il
dio Ermes come negli itifalli, cioè come im-
76 Per questa concezione, che ha dei preceden-
magine del Myoç intelligibile e procreante.
ti in Plat., Crat.407 e ss., e negli stoici, dr.
Act.q,12: ÈXaÀ.ouv oÈ 'tÒ\I Bapva~éiv AlrJ., Porfirio in Eus., praep. ev.3,nrJ2: ò BÈ ~\l'tE·
..òv oÈ IfauÀ.ov 'EpµTjv, hmo-fi a.v'tòç i'jv b -taµÉvoç 'Epµfiç OT)ÀOL 'tTjv EÒ-tovlav, 8Elxw·
i)youµ_évoç 'tOV Myov. --+ LEISEGANG, in PAu- cn oÈ xat -ròv <rnepp.a-rLxòv Myov i:òv BLit-
LY·\V!. 1063, fa riferimento a lambl., myst.r:
xov-rrJ. o~èi 1ta\l'tWV. La creazione dcl mondo
lleòç ò 'tWV ).6ywv i}yeµÙN, e a Btym.M., s.v. ad opera dcl A6yoc; divino, in Sib.8,446.
'Epµ.i'jç: 'ltapà. -rò ~pw, -rò Af.yw, 'Epµi}ç, ò 78 Cfr. Plut., Is. et Os.53 (u 373 b): i:ov 'Ep-
'tOU À.6yov tq>opoç; dr. anche Orph. (ABEL) 1.i.oii, '\"OU'tÉO''t~ '\"OV À6you, µII!)'tl!pOUV'tOç xat
28,4 (ad Ermes). oELxvuov-roi; 1h~ 'J'l:pòç -rò voTJ'tòv ii cpvai.c; ire·
77 Cfr. il Myoc; come ai.ooi:ov in--+ REITZEN- -racr)(T)µa·n~oµÉVT) -tòv x6crµov &.1to8low:rw.
STEIN, Zwei religionsgeschicbtliche Fragett, 96;
373 d: 'tÒ 7téiV b Myoç 8Lapµocr&.µevoç C1Vµ-
e anche il À6yoç strettamente unito a rappre· <PWVOV Èl; à;cruµq>wvwv µ.éPWV È110LT)CTE.

sentazioni sessuali in Philo, som. x,200. Plot~ 79Cfr. J. KROLL, Die Lebre des Hermes Tris-
enn. 3,6,19, cercando di interpretare filosofica- megistos (1914) 57 ss.
251 (Iv,86) Myw B 4 (H. Kleinknecht) {1v,87) 252

Herm.r,6: ò Èx. voòc; cpw'tc:tvòç Àoyoc; è yàp 1)Eou Àbyoc; itEi'.o<; xat ~a.cnÀ.tx.6c;,
utòc; lleou), dà ordine e forma al mondo &\li7pw7to<; &.7ta.ì}ljc;, EÌ.xwv o' dx.6voç àv-
come suo o1}µtoupy6c;; Suidas, s.v. 'Ep· ì}pw7tLVo<; \lovç, «in effetti, il logos di-
µfjc; ò Tpt<rµÉytcnoç, nr. 3038 (Adler): ò vino e regale è immagine di Dio, uo-
yÒ:p À.Oyoc; Ctll't'OU 7tO:V"tÉÀ.EtO<; WV x.a.t yo- mo impassibile; l'intelletto umano in-
VtµO<; ;w.t o'Y}µtoupyix.òç, Èv yovlµ4J cpu- vece è immagine d'iromaginel> ).
<TEt 'ltEO"WV x.a.t yovl~ voo:·tt, Eyxuov 'tÒ Si parla del À.6yoç non soltanto co-
VOWp È7tOl'Y}CTE, «infatti, il SUO logos, es- me figlio di Dio, ma anche come Myoc;
sendo perfetto e fecondo e artefice, ca- ì7Eo0; Orig., Cels. 6, 60: À.É.yoV'tE<; i:òv
duto in natura feconda .e in acqua fe- µÈ.V 'ltpOO'EXW<; O"(jµtOUpyÒV dva.t 'tÒV vt-
conda, ingravidò l'acqua». ÒV i:ov ì7c:ou Myov xcd wcmEpE~ a.ùi:oup-
Si attribuiscono quindi al Àéyoç qua- yòv i:ou x.6crµou, 't'OV oà 7ttx.'tÉpcx. 't'ou
si tutti i predicati divini. Compendio Àbyou ..Q 7tpOO''tE'tCX.XÉVa.t 't<i) utéi) ~tx.\J­
di tutte le ovvécµc:tç dell'Altissimo, il 'tOU À.6Y4J 7tOtfjcrm i:òv x6crµo\I Etvct.t
À.oyoç rimane però un mediatore, un le- 7tpwi:wç o'Y}µtoupy6v, «dicendo che il
game fra Dio e la materia, come anche logos figlio di Dio è l'immediato de-
fra Dio, padre del À.oyoç, e l'essere miurgo e, per così dire, l'esecutore del
creato, l'uomo. La concezione del ÀÒ· cosmo, mentre il padre del logos, aven-
yoc; come mediatore è ulteriormente do comandato al logos figlio suo di fa-
elaborata nel rapporto padre-figlio (cfr. re il cosmo, ne è il demiurgo in senso
lo scholion ad Ael.Arist.3 p. 564,19 ss., primo».
Dindorf). Il À.Oyoc; si presenta anche Con la~ PovÀ.'JÌ iteou e con il x6irµo<;,
come figlio di Ermes, in rapporto quin- il ).,6yoc; viene a costituire una triade
di, come Ermes, con il dio supremo, divina, in quanto il Myoç è il seme di-
Zeus. Corrispondentemente a questa me- vino che la ~ouÀii ì7Eo0 trasforma in sé
diazione nel processo creativo, anche Ho- in mondo visibile(~ II, col. 3x5).
rus-Osiride (Plut., Is. et Os. 53 [II, 373
a/b J) non è xai)-a.poc; e ElÀ.ixpw1}c;, oì:oç 4. I À.Òyot di Filone
O7ttx."C''Ì)p Àoyoc; CXÙ'tÒ<; XO:ÌÌ' Éa.\J't'ÒV a[Jk
yiJç xat &.7ta.ÌÌljç, à.ÀÀà. yevolìwµÉvoç Il concetto di À.oyo<; ha un ruolo
'tTI uÀ.n oià. 't'Ò irwµMix6v, «non puro molto importante nel pensiero di Filo-
né sincero, quale è il padre logos per ne 80 , come si può dedurre dal sempli-
se stesso libero da mescolanza e passi- ce fatto che il termine appare nelle sue
vità, ma adulterato dalla materia me- opere più di 1300 volte 81 • La moltepli-
diante la parte corporea». Si tratta di cità dei significati 82 vi è assolutamente
una connessione graduale, che nella con- sconcertante; quanto i principali pro-
cezione ermetica del mondo come orga- blemi restino aperti, lo si può dedurre
nismo si chiarisce mediante il concetto dal fatto che E. Schwartz 83 nega deci-
di ~ c.ixwv: il Myoc; è Elxwv di Dio, samente che il concetto provenga dalla
come l'uomo è immagine dcl À6yoc; filosofia greca e considera il À.Òyoç es-
(Clem.AI, strom.5,14,94,5: dxwv µÈ.v senzialmente nella linea della 'parola di

80 Per la bibliografia più importante~ LEISE- l'indice di Filone, s.v.


GllNG, in PAULY - w. I077 s.; o.
WILLMANN,
82 Cfr. L. GROSSMANN, Qt1aestio11t1111 Philo-
Geschichte des Idealismt1s I {1894) 617 ss.
Cfr. anche la ~ nota bibliografica.
11aeart1111 altera de A6yr.v Philo11is (1829); LEl-
SBGANG, op.cit.1072 ss.

81 Secondo LEISEGANG, op.cit.1072; cfr, anche 83 NGG (-+ n. 67) 537 ss.
Àtyw B 4 (H. Kleinknecht)

Dio' eb1·aica 84, mentre L. Cohn 85 trova À.6yoc; Éa''t't xa.-rà µÈv Kfacrov a1hòc; ò
la radice del filoniano À6yo<; l>Eou (o l>Ei- l>E6c;, X<X.'tà OÈ. 1}µ8.ç O ULO<; aÙ'tOV, «il
oç À.6yo<;) nel À.éyoç -rfjç cpu!TEW<; degli logos di tutto, secondo Celso, è Dio
stoici nel senso di ragione divina, com- stesso, mentre per noi è il Figlio suo»),
pendio della saggezza di Dio. ma è un epyov di Dio (sacr. A.C. 65 );
Questa molteplicità di significati si se è detto anche Dio, sta però in secon-
può naturalmente spiegare con la ten- do luogo (leg.all.2,86: -rò oÈ ')'E\l~xW­
denza sincretistica, per cui Filone vo- ·w.:t6v fo'tLV o ?k6ç, xat oeu-rEpoc; ò 1t'E-
leva unire insieme religione giudaica e ov Myoc;, 'tà. o' &).,).,oc Àhycp µ6vov \J.
speculazione filosofica greca: se ne ren- mipxE~, «il genere supremo è Dio, se-
de ben conto chi mette gli uni accanto condo è il logos di Dio; le altre cose
agli altri i vari aspetti del logos :filonia- non esistono che a parole»). Come tale
no, quelli greci e quelli non greci, sen- è anche chiamato ~ dxwv, immagine
za cercare di armonizzarli. Il proble- dell'Altissimo Iddio (spec.leg.1,81: À.6-
ma riguarda soprattutto il logos divino, yoç o' É<T'tL\I ELXWV ìlEOU, o~' oi'.i <TUµ7taç
chfj si presenta con tratti essenziali esu- ò x6!Tµo<; EOt]µ.toupyet-ro, «il logos è
lanti dallo sviluppo che il concetto di immagine di Dio, e mediante lui tutto
À.6yoc; ha avuto nel pensiero greco, an- il mondo venne fatto»), e acquista im-
che se non facilmente determinabili nei portanza fondamentale nella dottrina
particolari. Il concetto proviene dal lin- filoniana della creazione del mondo, non
guaggio scolastico della filosofia elleni- solo come àpxé-ru1tov 7ta.pcHÌEtyµa, 'mo-
stica 86, ma prende però una direzione dello archetipo' g]' ma anche come stru-
fondamentalmente mitologica del tutto mento di Dio, opyavov i}Eov (migr.
nuova. Abr.6; cher.127). Con la :I:ocpla. 88 , Dio
Questo Myoc; ikov ovvero i}ç:~oc; À.6- ha generato il x60'µoc; von.-6c;, il mon-
yoç (come mostra la nuova formulazio- do intelligibile, come figlio suo primo-
ne con il genitivo di specificazione) non genito 89 (agric. 5r: .-òv 6pl>òv <X.Ù'tOV À6-
è Dio stesso, come per gli stoici (1 p. yov xa.t 1tpw-royovov ~ utbv) che vie-
24,7; II p. lII,ro, v. Arnim; cfr. an- ne equiparato al À.éyoç (op. mund. 24:
che Orig., Cels. 5 ,24: ò "tWV 1tav-rwv où8~v liv E'tEpov Et-ito~ [ ·nç] -ròv von-

84 Specialmente a causa della connessione fra GROSSMANN <~ n. 82) e LEISEGANG; sulla dif-
Myor; e~ (iijµa. i}eoii (leg.all.3,173; poster.e. ferenza di significato nei confronti degli stoici,
102 a proposito della legge, e passim). cfr. ~ AALL 1 r95 ss.; sulla formazione dei
85 ~ op.cii. 303 ss. concetti in Filone, dr. soprattutto ScHURER
86 Filone conosce ed usa il termine Myoç in
III', 698 Ss.
lutti i molteplici significati del platonismo e 87 op.mund. 25; lìl'j)...ov 1ht xa.t ii ctPXÉ"tU7tOt;
soprattutto dello stoicismo: come )...6yoc; 0'1tEP- 1nppa.ylç, 8v (j)O'.µEV VOTJ"tÒ\I E~\10'..i x6crµov, a.ò-
µa-mt6t; (leg.all.3,150), 1Cpo<popix6ç e Èvlìt&.i>E- "t'Ò<; èiv EtT) [ "tÒ mxpaOE~yµrt., Ò:PXÉ'tUTCO<; llìÉa.
"t'Ot;(vit.Mos.2,129), ÉpµT)VW"t'ix6ç (leg. all. r, "tW\I t8EWV J ò i>EoÙ Myoç, «è chiaro che il si-
74), spesso come 6pi}òr; Myoc; (leg. alt. 31 I e gillo archetipo, che noi diciamo essere il mon-
passim) - accanto al significato di 'scrittura sa- do intelligibile [il modello, idea prima delle
cra' (poster.C.142) -, come legge del mondo e idee} non potrebbe essere che il logos cli Dio»
legge morale alla maniera stoica (op. mtmd. 88 Anche I~ CTO(jltO'..è equiparata al Myoç (leg.
143; Deus imm. 71) e come destino (Deus imm. all.x,65; ii oÈ. [crocpla.J ÈCT"tÌ\I ò i}EO\i Myoç).
176), fino ad affermare le proprietà materiali
dell' ~vl>Epµoi; iut.t 'ltUPWOT)t; Myoç (cher. 30). &9 Il figlio minore è il x6crµoç cxlcri>TJ"t'6ç, il
Al tempo cli Filone quest'uso molteplice non mondo sensibile, anch'esso talvolta indicato
sorprende. Cfr. la ricca documentazione in come Myor; (Deus imm.31).
).Jyw B 5 (H. Kleinknecht) (1v,88) 256

•ov x6a-µov EivaL lì ih:ou Myov 'ijo11 siero greco: r. per la costruzione con
xoa-µo7to~ou\l'tOC,, «si può dire che il l'aggiunta di un genitivo o di un agget-
mondo intelligibile non è nient'altro tivo (iÌEOV ovvero 1}efoc:;): questo costrut-
che il logos di Dio già in atto di crea- to dà al concetto in Filone la sua real-
re»). Il À.Oyoc, è quindi una realtà in- tà specifica, e ciò è estraneo all'uso lin-
termedia derivante da Dio, che stabi- guistico greco, come ha osservato giu-
lisce il rapporto fra il Dio assolutamen- stamente E. Schwartz, anche se non si
te trascendente, il mondo e l'uomo; i] può sempre essere d' accordo con lui
).6yoc;, poi, rappresenta il mondo e l'uo- nel tradurre l'espressione con 'parola di
mo di fronte a Dio, come sommo sacer- Dio'; 2. per il fatto che un concetto
dote (gig.52) ed avvocato (vit. Mos. 2, universale è concepito come realtà per-
133) ed è quindi concepito anche come sonale 92 (cfr. ~ Locpla, ~ IlvEtiµa., ->-
mediatore personale, e non più nel sen- Nouç)93. Perciò fanno strettamente par-
so di una à:va-À.oyla. genuinamente gre- te del concetto di À.6yoc; le idee· riguar-
ca (Plat., Tim.31 c; Plot.; enn.3,3,6). danti la generazione, soprattutto la con-
Come x6o-µoc, \IOT)'t6c;, il À.6yoc; è il cezione del figlio (agric.5r; det.pot.ins.
compendio e il luogo (op.mund.20) del- 54), riguardo sia all'origine che all'atti-
la potenza creatrice di Dio, delle ~ vità del ì..6yoç: si dice che esso si uni-
OUVaµELC, di Dio (/ug. XOl ), delle idee, sce all'anima (spec.leg.2,29 ss.) e che ha
dei singoli À.6yoL 90 , per i quali il mon- come lìglie le bno--i;fjµat e le àpE-.al (le
do visibile si è formato e si mantiene conoscenze e le virtù) (gig.17).
nel suo ordine (rer. div.her. r88). Il M- Tale concezione antropomorfica del
yoc, di Filone, come olo7tOC, xat xufkp- mondo, che si ricava anche dall'imma-
'YTJ't"f]C, 'tOU 1tav-.6c,, «sorvegliante e pi- gine del mondo che viene indossato co-
lota del tutto» (cher. 36), governa il me: una veste (/ug.uo), non è certo gre-
mondo proprio come il v6µoc; o À6yoc, ca, ma non è neppure giudaica: ricorda
cpucnwç degli stoici. piuttosto la teologia orientale-egiziana 94 .
Anche se si ammette - come ha mo-
5. La speculazione ellenistica sul logos
strato W. Theiler 91 - che il À.Oyoç di
e il Nuovo Testamento
Filone non solo come ambito del!' idea
di Dio (v6T)<TLC, iÌEou), ma anche come
La speculazione ellenistica sul ì..6yoc;
opya.VO\I iÌEOU appartenga alla pretradi-
zione neo-platonica, il concetto nel suo è qualcosa di fondamentalmente diver-
insieme rimane tuttavia estraneo al pen- so dal À.oyoc; neotestamentario. I mo-

9'JChiamati anche &y-(EÀ.O~ (som.1,48} oppure con un Ba.<nÀ.EUç, oiMaxa.À.oç, O'UµBouÀ.oç,


4Juxa.t &M:.va.'TO~ (som.x,x27). ecc. (i passi in ~ LEISEGANG, in PAULY- w.
1077).
91 Die Vorbercitung dcs Neuplato11ism11s: Pro- 93 Cfr. -.+ KR.oLL 55 ss.
blcmata I (r930) 30 ss.
94 Cfr. l'interpretazione del mito di Osiride
91 Secondo E. HoFFMANN, Plato11ismus 1md (Plut., Is. et Os. 53 [II 373 b]), dove di Horus
Mystik bn Altertwn (SAH, x934/r935, 2) 58, - anch'egli presentato come il maggiore di due
che parla a questo proposito di una forma di figli - si dice: llv Ti "'lcnç dx6wx. 'tOU VO'f}'tOU
pensiero orientale. Questa tendenza a personi- x6aµou a.lcril'l')'tÒV è>vTa. ytvvij.. Sull'ermetica
ficare il ).6yoç illumina forse anche le equipa· cfr. C.Orp. Herm. I 8; VIII 2; XI 9; cfr. Orig.,
razioni allegoriche e metaforiche (del tutto e· Cels. 6,60. Si veda RB1TzENSTEIN, Hell. Myst.
stranee alla mentalità greca) con figure dell'J\. 49.329; ID., Poim.41 ss.; ~ KROLL 55 ss.; -+
T ., come Mekh:sedcch, il sommo sacerdote, e TuROWSKI 9 n. 22.
257 (rv,88) À.Éyw B 5 (H. Kleinknecht)

tivi per affermar questo sono i seguenti. stessa, sul suo essere specifico e raggiun-
1. Il À.6yoç ellenistico ha carattere ge la libertà (-7 È:À.Evi}Eplct) 96 nel segui-
razionale e spirituale, e la grecità pro- re la legge immanente e quindi Dio 97 •
fana lo usa con tutt'altre connessioni e Il À.6yoc; greco è rivelazione, ma solo
specificazioni. Per i cristiani non · sono nel senso che è possibile cogliere la leg-
importanti la 'parola', o il 'discorso', o ge insita nell'oggetto o nella persona ed
la 'ragione' o la 'legge' in sé, in assolu- orientarsi ad essa.
to - tutte espressioni della coscienza u- 2. Nella grecità profana il À.oyoc;
mana -, ma soltanto ciò che Dio vuol (stoico-neoplatonico) si può moltiplica-
dire all'uomo, il À.6yoç itEou, il fatto, L"e nei singoli ÀbyoL parziali, che forni-
inconcepibile per il pensiero greco, che scono essere ed azione alle cose del
Dio si rivolge all'uomo nell' hic et nunc mondo. Anzi, il À.6yoc; è espressione di
della sua vita 95 • Nella concezione greca armonia98, è il legame spirituale e pro-
del À.6yoç abbiamo il tentativo - prove- fondo che tiene unito H mondo (Posi-
niente dallo spirito, che è più che calco- donio, in Philo, fug. l 12: o -tE yàp .-ou
labile causalità - di orientarsi nella vita OV't'oc; À.Oyoç owµòç wv 't'WV ti.miv·
e di adattarsi al mondo. La concezione 't'WV.•• xcd O"V\l~XEL -tà µlpri 1ttZV't'CL xa.t
del Àbyoç nello stoicismo, ad es., è deter- <rcplyyat xwMwv cx.u't'oc ota.MEo-l}<Xt xctl
minata chiaramente dalla ratio umana, ota.p't'iiai)'a.t ... à.pµovla.v xa:L ~vw<rw à-
che viene poi ritrovata nella natura, nel otaÀ.u't'ov liyeL 't'Yi\I 7tpÒc; OCÀ.À.T}À.a., «il
mondo, in Dio (M. Ant. 4,4; 12,26); al logos dell'essere, in quanto vincolo di
contrario il À.oyoç neotestamentario si tutte le cose, ...unisce e lega insieme
muove da Dio verso l'uomo: xcd Èux:f1- tutte le parti, impedendo ad esse di
vw<rav Èv !}µi:v, «e dimorò tra noi» (Io. sciogliersi e separarsi...; produce tra es-
l,14). È vero che l'uomo deve decider- se armonia e unità indissolubile»), ma
si per il 'Myoç e per una vita ad esso non è mediatore che si ponga in manie-
conforme; ma nello stoicismo la vita xct- ra autonoma fra Dio e il mondo. Di un
't'~ Myov, secondo il logos (Diog.L.7,52 ruolo di mediazione del Myoç greco si
[86]) non risponde ad un'esigenza fon- può parlare, ma solo in quanto il prin-
data in un altro mondo: ritorna su se cipio informante delle cose è sempre

95 Sul diverso uso linguistico, cfr. ScHWARTZ s.), chiama il vero signore un µlp:r111a xal q>~y­
(-> n. 67) 555; BULTMANN (-> n. 45) 275. yoc; fteov, se possiede il fteov À.byov come lltO:-
96 Cfr. Max. Tyr. 33,5: lyw B~ ÈÀrnikplav 7to- vota; cfr. ibid. (n 780 e): 6 v6µo r; ... lµIJNxoç
i}wv vbµov Sfoµru, Myov lléoµaL. M.Ant.6,58. &v f.v <1.u-r:fi> Myoc;; stoic. rep. r (rr 1033 b):
ò... Myoc; -tov <pLÀ.00"6<pov vbµoç aMttlpe-roc;.
97 Cfr. Plut., aud.r (II 37 d): -rau"t'b\/ fo°"t'L -i-ò 98 Sul ì..6yoç come armonia, cfr. Plut., Jr. et
~m:oi}a.L ftEcl> xal -rò 7tEllteoi}ru Mr~. Cosl, ad Os. 55 (II 373 d); cfr. E. TfoFPMANN 42; ~
es., Plut., ad principem ineruditum 3 (II 780 col. 243, n. 69.
Àtyw C r (0. Procksch)

1
quello che ne costituisce anche l'intelli- C. LA PAROLA DI DIO' NELL'A.T.
gibilità. 1. I corrispondeni ebraici dei vocaboli
3. Il Àoyoc; ellenistico non è deter- greci indicanti la parola
minato nel tempo, non si realizza nella Gli equivalenti ebraici del greco À6-
storia una volta per tutte, ma rappre- yoc;, come anche di Àby~ov, pi)µcx., pi)-
senta, al contrada, un'azione e creazio- cnc;, sono fondamentalmente le radici
'mr e dbr. Più raro è milla, 'parola',
ne ininterrotta; nel corso etemo delle che in ebraico - nel quale non necessa-
cose (secondo la coneezione greca del riamente è mutuato dall'aramaico (cfr.
mondo), il À6yoc; esprime le forze crea- 2 Sam.23,2) - si trova quasi esclusiva-
trici le quali si attuano in un eterno mente nel Libro di Giobbe (34 volte); è
invece frequente nei brani aramaici del
processo, che non prende l'avvio da un libro di Daniele. Altre espressioni ebrai-
Dio personale ma si compie metafisica- che sono solo inesattamente tradotte con
mente nel graduale, eterno sviluppo À6yoc; e pfjµcx.; tali sono ta'am, m#wa,
mafia', sèfer, tara, t~bana, sèhet;, sàfa,
dell'essere. qol, pitgàm, peh, e non hanno quindi
4. L'idea che il Àéyoc; divenga, o sia importanza per la filologia del termine.
(come nello stoicismo e nel neoplato- Abbiamo dunque soprattutto le due
radici ebraiche 'mr e dbr. Ci interessa-
nismo) il mondo - e quindi, come tale, no qui 'omer, 'detto, sentenza' (Ps. 19,
un uioc; 99 'tou ikou, anche se non con- 3 s.; 68,12; 77,9; cfr. lob 22,28) - che
101
siderato come unigenito (~ µovoyEvi)c;) è forse anche la base di ,amiirim con
-, è ancora greca; ma l'idea che il M- i relativi suffissi - e 'imra, 'detto', usa-
to soltanto in poesia. I termini 'i5mer e
yoc; divenga un uomo storicamente de- 'imra si incontrano già prima dell'esilio
terminato, una crap~ (carne), è tipica- (Gen-4,23; Deut.33,9; Is.5,24; 28,23;
mente neotestamentaria. 29,4), ma sono più frequenti in seguito,
come corl'ispondenti di Àbyoç. (circa 20
Originariamente estraneo al pensiero volte) e di pfiµa (circa 29 volte), ma
greco, il concetto neotestamentario di specialmente di Myto\I e pfjcrtc;. Questo
Myoc; è invece divenuto più tardi il pun- significato poetico si distingue chiara-
mente dal verbo 'àmar, 'parlare, dire',
to d'aggancio della dottrina cristiana al-
divenuto uno dei termini più comuni.
la filosofia greca 100•
Il termine classico per Àéyoc;, nella
H. KLEINKNECHT narrativa, nella legislazione, nei profeti

99 Sull'equiparazione di Àoyoc; a ut6c; cfr. Plut., l>pwnov &.-tiµ6't'a:m cbmxì>év'ta xa.t 0:1to'tU~l·
Is. et Os. 53 (n 373 a.b); M. Ant. 4,29,3. 'lt(.(.\ILCTDÉV'tO: ... oMEvÒc; 0:K1)xoo: É'lt<XL\IOU\l'tOç
100 Sulla divergenza di fondo fra la concezione 't'Ò Myov EtVl'J.L 't'ÒV utòv 't'OU l>eou, wc; ò KÉÀ.·
antica del Myoc; e quella cristiana, cfr. Orig., eroe; E(p'l]XE, ...w.; et yE Ò ).6-yoç Écr'ttV ùµLv
Ccts.2,31: µE'tà 'tau'ta XpLcr'tLo:vorç (yxo:À.E~ utòç 'tOV i}Eov, xa.t 'Ì)µEL<; (noi greci) E1t<XL\IOU·
(scil. KO..croc;) wç O'OCjlLl;oµÉvoLç EV 'tG ì..ÉyEW µEV.
'tÒV vtòv -.ou ì>eoi:i Eivm a.inoM-yov, xat ol:!:'tal
yE xpo:'tuvEw i;ò ErKÀ.'l]µa, E7td Mrov E7tet.Y- 1-01 Cosl C. BROCKELMANN, Grrmdriss der ver·
yd.MµEvot v[òv ElvaL 'rOV Ì}EOU Ù..7tOl.ìElxvv- gleiche11de11 Grammalik der semitischen Spra·
µEV ou Myov xa.ì>apòv xa.t èX.yLov &.J.).èt. IJ.v· cbe11 I (1908) 255.
Myw C 2 (0. Procksch) (1v,91) 262

e in poesia è però diibiir, 'parola'. L'eti- contiene sempre un vovc;, un pensiero,


mologia si deve ricavare dal nome, non in cui si chiarisce il senso di una cosa;
dal verbo dibber, che evidentemente pro.
viene da diibàr, come è indicato anche diibiir dunque l'ientra sempre nell'ambi-
dalla mancanza della forma qal. Da dii- to della conoscenza. Per mezzo del dii-
biir sembra che non si possa separare biir ogni cosa diviene conoscibile e sog-
debtr, il santo dei santi, lo sfondo del
getta al pensiero. Chi ha raggiunto il
tempio, che rinvia al significato fonda-
mentale: parte posteriore, riposta. Il dàbiir di una cosa ha raggiunto la cosa
corrispondente arabo .è dubr, tergo, il stessa, che diviene chiara e trasparente,
nucleo del concetto 102• L'arabo dabtira mettendo in luce H suo essere. In que-
significa avere alle spalle, l'etiopico ta-
tabbara star supino, l' aramaico d' bar sto senso il concetto di 'parola' si dif-
stare uno dietro l'altro, termini tutti a ferenzia anche teologicamente da quel-
cui si ricollega il senso sia di spingere103 lo di 'spirito', poiché al concetto anti-
che di guidare.
cotestamentario di 'spirito' (ruab} man-
In diibiir si deve dunque sentire il ca originariamente l'elemento dianoeti-
retro, o meglio il fondo di una cosa. co. Il secondo elemento che costituisce
Mentre 'omer e 'imra sono espressioni il concetto di diibiir accanto a quello
dal contenuto non determinato, diibiir dianoetico, anche se non altrettanto evi-
indica il significato ben definito di una dente, è quello dinamico. Ogni diibiir
parola, il suo contenuto, il suo fondo è carico di forza, che si fa luce nelle
concettuale. Nessuna cosa in sé è diibiir, manifestazioni varie. Chi percepisce la
ma ogni cosa ha un diibiir, uno sfondo, parola e l'accoglie, ne sperimenta la for-
e un senso. Si comprende bene co- za; in ogni modo tale forza è indipen-
me, nel linguaggio comune, il 'senso' e dente da questa percezione ed accezio-
il 'concetto' possano prendere il posto ne, ed ha la sua efficacia oggettiva nel-
della 'cosa' stessa; la cosa come evento la storia. I due elementi, quello dianoe-
ha nel suo diibiir l'elemento storico, per tico e quello dinamico, sono più che
cui la storia è contenuta nei d"biirtm co- mai in evidenza nella parola di Dio, che
me sfondo delle cose. i profeti, maestri di ogni teologia, con-
L'analisi del concetto di diibiit met- cepiscono sotto entrambi gli aspetti.
te in luce due elementi fondamentali,
ambedue della massima importanza teo- 2. L'uso generale di diibiir come
logica: occorre distinguere bene l'ele- corrispondente di À.6yoc; e di pf\µa.
mento dianoetico da quello dinamico. diibiir generalmente è tradotto o con
Dal punto di vista dianoetico, diibii1· À.6yoc; o con pfjµa..

102 Cfr. ~ GRETHE R 59 ss. porto con l'ebraico dober, 'campagna'. Ci si


può chiedere se midbiir significhi 'campagnn' o
103 Perciò l'aramaico dabra, 'campi', è in rap- piuttosto 'retroterra'.

9 gr;inde !esdco - \'l


Myw C 2 (0. Procksch)

I LXX usano i due termini come si- S), ljlwo1)ç (Ier.7,4.8; Ez.13,8; Ecclus
nonimi, cosl che possiamo parlare di 36,r9 [24] ), àÀ.11i}w6c; (2 Chr.9 ,5) cro-
pfiµa; e di À6yoç insieme. Nel Penta- cp6c; (rE<Top.3,9); anche cp1Mo-ocpoc; (4,
teuco pijµa; è usato molto più frequen- 5 ,35 ), <p1À.orroq>w-tai:oc; (4 Mach. l,l) si
temente di )..6yoc; (147 volte, contro comprendono solo sulla base del greco
56). In Giosuè, Giudici e Ruth la fre- e non dell'ebraico. Ma altre locuzioni
quenza dei due termini quasi si equiva- sono comprensibili solo sulla base del-
le (30 contro 26). Negli altri libri sto- l'ebraico; cosl 2 Bwr.r9,44: tcrx.À1JpVV·
rici (Samuele, Re, Cronache, Esdra e -l}TJ (s'indurl) oÀ.6yoc;; 2 Ba<r.24,4: U1tE-
Neemia, Esther) troviamo 365 volte pl<rx,VO'EV (prevalse) oMyoc;; 4' u8,74:
Myoc; e 200 volte pfjµa;. Nei libri po- dc; i:oùc; À.Oyovc; <rov È1t1)À.m<ra, Vulg.:
etici (Giobbe, Salmi, Proverbi, Eccle- in verbum tuum supersperavi; cfr. v.
siaste e Cantico) l 59 volte Myoc; e 72 8r); V. 89: ò Myoi; O"'OV otaµÉ'llEt (per-
volte pfjµa.; soltanto in Giobbe pijµa mane); V. 154: Otèt 'l:ÒV À6yov O"'OU sfl·
prevale (50 volte, contro 19). Nei Pro- (f6v µe. (dammi vita); 4' 147,4: gwç ,;oc-
feti À.6yoc; è otto volte più frequente di xouc; 8paµE~'ta1 ò Myoç au-.ou (Vulg.:
Pfiµa. (3 20 contro 40 ). Anche negli Apo- velociter currit verbum eius); Deut.30,
crifi (Sapienza, Giuditta, Ecclesiastico, 14 : Eo--i-w <rou Èyyùç -tò pfiµa crcp6opa.,
Tobia, Baruc, r -4 Maccabei) À.6yoc; pre- «vicina assai è la tua parola»; Ios. 21 ,
vale nettamente (221 volte, pfjµa solo 45: où OLÉ'ltt<TE\I (falll) à:1tò 1tU\l't"W\I 'l:WV
40 }. Al di fuori dell'Ottateuco, quindi, pTJµihwv; 2 Brm.r4 1 20: EVEXEV -i;ou TCE·
diibiir è tradotto più con Myoc; che con pLEÀil'Et\I 'l:Ò 1tp6<1W1tOV "tOU pl}µa;,;oç 'l:OU-
pf}µa;, 'TOU, «perché cambi l'aspetto di questa

Occorre tener presente che nei LXX parola»; 3 Bao-. 13, 2 r. 26: mxpE7tlxpa-
vac; (hai esacerbato ::::: sei stato ribelle)
il sens.o di À.oyoc; e di pf}µa è forte- -.ò pf}µa.; Tob.r4,4: où µi) ÙLa1tÉo"TI pij-
mente influenzato dall'ebraico dabiir. µa Èx .-wv À.6ywv.
La grande importanza che il concetto Solo nell'ebraico dabar il concetto si
di À.6yoc; ha avuto nella filosofi.a stoica ritrova con tutta la sua energia: la pa-
- come anche il concetto di 1tVEuµa; - rola è e rimane forza capace di dare la
deriva forse dalla sua radice semitica; vita. In questo senso troviamo, in ri-
Zenone, in ogni modo, era semita tl». Di spondenza a pfjµa-tcx., d"biirim, col signi-
natura sua, il concetto greco aveva so- ficato di storia, come in 3 Bao-. II ,4I: Èv
prattutto valore dianoetico; l'aspetto di- f3~~À.lf{.l r)nµ1hwv 1:aÀ.wµwv, o in Gen.
namico lo ha ricevuto dall'ebraico da- r5,1; 22,1: µEi:èt -i-èt Piiµai:a; i:au-.a;
biir. in questi casi la traduzione per mezzo
In greco sono chiaramente compren- di À.éyoL (3 Baa-.q,29 ecc.) sarebbe sta-
sibili attributi come àyaMc; (ljJ 44,2) ta più adatta alla mentalità greca. La
xaMc; (Prov.23,8), 6pi16c; (Prov.16,13),
storia è l'evento contenuto e narrato nel-
&oLxoc; (Prov. l 3,5 ), 1tOVTJp6c; (2 Ea"òp.23,
17; ljJ 63,6), <rXÀ.TJp6c; (Tob . l3,r4 cod. la parola: nella storia vengono in luce

tot M. PoHLENZ, Stoa u11d Semitismus: Ilbergs gendbildung 2 (1926) 258.


Neuen Jahrbi.ichern fi.ir Wissenschaft und Ju-
Myw C 3 (0. Procksch)

la cosa e il suo significato, e ciò viene 3. Il dabàr della rivelazione profetica


espresso dal plurale d"bàrim. Da questi
a) La storia dell'evoluzione teologica
esempi appare chiaramente che il con-
del concetto di 'parola' parte dal profe-
cetto di 'parola' nei LXX si può coglie-
tismo. In quella che è forse la più an-
re nel suo senso pieno non mediante
tica profezia messianica che possedia-
i termini greci À.6yoc; e pi]µa, ma solo
mo (2 Sam. [ = 2 Bacr.] 23,I ss.), dove
mediante l'ebraico diibiir.
David si qualifica come profeta (v. 1:
In quanto diibiir contiene il significa-
n•'um diiw2d), si dice: 7tVEllµa. xuplou
to di una cosa, ne deriva che parola e
ÈÀ.1iÀ.r]CTE\I ÈV ȵot, xcx.t ò À.6yoc; O.V"tOU
realtà coincidono: perciò il principale
(milliito) È1tt yÀ.wcrcrric; µov , «lo Spirito
attributo di diibiir - che vale anche per
del Signore ha parlato in me, e la sua
le traduzioni À.6yoc; e pijµ~ - è la ve-
parola fu sulla mia lingua». La rara in-
rità.
troduzione ne' um diiwld, nella quale chi
Vi corrisponde il frequente uso del parla è il profeta, mentre nell'altra
concetto •emet, 'verità'. Come le parole (n•'um ihwh) colui che parla è Jahvé
di Jahvé sono 'emet (2Sam.7,28), cosl
lo devono anche essere le parole uma- stesso, è molto antica e si trova quasi
ne (Gen.42,16.20; r Reg.ro,6; q ,24; esclusivamente negli oracoli jahvistici
Ps. 45,5; u9,43; 2 Chron. 9,5). Se si di Balaam (Num.24,4.16; cfr. Prov.
tratta di autenticare una parola, l'inte-
ressato lo esprime con 'amen' (Deut.27, 30, r ). Il profeta è come afferrato da
15 ss., 'àmèn), ovvero con 'amen, amen' Dio, dal suo Spirito (ruab) e dalla sua
(Num.5,22). Il verbo 'mn, al nif'al, è
dunque usato come segno della confer-
parola (millll = À.6yoc;). La forza dello
Spirito si fa conoscere nel À.6yoc;; la fi-
ma di un diibiir (Gen-42,20; 3 Brur. 8,
26; r Cbron.17,23; 2 Chron.x,9 ; 6,r7), gura del re messianico, che appare nel
in quanto le parole i;isultano vere; per- À.6yoc;, è messa in luce dallo Spirito; il
ciò si può credere a una parola (Deut. profeta, afferrato dallo Spirito, riceve
r, 32; I Reg. ro, 7; Ps. 106, 12. 24; 2
Chron.9,6). «La summa della parola di- occhi ed orecchie per l'immagine e la
vina è la verità» (Ps. u9, 160: rif s parola soprasensibile, il cui mistero co-
d"biirkii >emet). sl si rivela e viene partecipato.
In ogni parola detta si deve dunque
trovare un 1·apporto di verità fra paro- . Altrettanto antica è la descrizione
dell'estasi di Balaam (Num. 24, 4. I6),
la e cosa, come anche un rapporto di cui Dio mette la parola 'sulla bocca'
veracità fra chi parla e chi ascolta. Co- (Num.22,38; 23,5.16). Parla come so-
sl la parola entra nell'ambito della mo- mèa' 'imre-'el = &.xouwv À.oyLcx. ìlEov,
«uno che ascolta i detti di Dio», come
ralità come testimonianza di un dato di jodèa' da'at 'eljon = Èmcr-r&.µsvoc; ém-
fatto fra le due persone interessate. cr"t1)µ'l'}v mxpà 'Y~ucr"tou, «uno che in-
tende la scienza (per opera) dell'Altissi-
mo», (24, 16), come i mal;azeb Jaddaj
Myw C 3 (O. Procksch)

je~ezeh = opcw't\I frEoil iowv, «uno che il cui 'senso' l'attento veggente può scor-
contempla la visione dell'Onnipotente», gere anche senza parole (4,1-6.ross.; 5,
uno nofel ugeluj 'énaim =
f.v v1tvcp, 1-4.5 ss.). Accanto a queste, si trovano
cbtOXEXet.ÀvµµévoL oi oq>frcx.Àµot Cf.U'tOV, invece immagini il cui senso non si può
«che cade nel sonno e gli si aprono gli afferrare ali' istante, ma solo dopo un
occhi» (ibid. ). Ad occhio svelato vede certo tempo (r,7 ss.; 6,r-8); il profeta
il volto di Dio, ad orecchie 105 svelate ne stesso, e tanto più i suoi ascoltatori,
ascolta i detti (MyLcx.); nella visione e hanno bisogno della parola che le chia-
nell'ascolto si contiene la conoscenza di risca (1,9; 2,4; 4,4; 6,4). Perciò accan-
Dio (da'at 'eljon), che procede da Lui e to al profeta appare l'angelus interpres,
ne contiene il piano. Si può qui osser- che traduce l'immagine nella parola.
vare chiaramente 1' intera connessione
fra immagine e parola nel profetismo b) Nei grandi profeti scrittori la ri-
più antico. La figura messianica contie- velazione per immagini resta in ombra
ne la parola profetica; il linguaggio del- rispetto a quella per parole. La voce
le immagini vuol essere tradotto in pa-
che il profeta sente in se stesso non è
role.
più la sua (2 Sam. 23,r: n•'um diiwid),
Anche i profeti dell'epoca classica co-
ma la voce di Jahvé (n•'am ;hwh) Nel-
noscono la rivelazione per immagini, in
l'infinito n'm, 'mormorare' - che origi-
cui è inclusa la parola. Specialmente nel
nariamente non era un discorso artico-
quadro della vocazione di Isaia (cap. 6)
lato - il d"bar ihwh assume sempre
e di Ezechiele (cap. r) appaiono imma-
maggiore chiarezza ed energia spirituale.
gini dalle quali si può dedurre il Myoc;.
Lo stesso si ha nelle visioni in cui La connessione fra immagine e parq-
Dio si mostra ad Amos (Am.7,r ss.; 8, la - in cui diibii1· significa lo sfondo e
I s.; 9,1 ss.) facendo nel contempo udi- il senso dell'immagine - si ricava an-
re la sua voce. Per sé l'immagine con- che da alcuni giochi di parole; in Amos,
tiene già una rivelazione completa. Nel- ad es., dove (8,2) qaji~, 'frutto matu-
la visione della vocazione di Ezechiele, ro' appare con qef, 'fine'; ovvero in Ge-
ad es., si esprime, in forma immagini- remia ( r ,II s.) dove Jiiqed, 'mandorlo',
fica, la signoria di Dio sul mondo: se ricorda Jahvé che veglia (Soqed), sicché
ne ha l'eco nel terrore del profeta che l'immagine trapassa in parola.
viene meno (Ez.2,1 ss.). Anche Amos,
captus oculis (g"lUj 'énajim) scorge im- La parola non è necessariamente le-
mediatamente nelle cinque visioni i se- gata a un'immagine, ma può anche es-
gni del giudizio; il susseguirsi delle im- ser ricevuta come voce. Nel profeta, il
magini mostra l'angoscia che cresce al-
l'avvicinarsi del giudizio, fino alla cer- tono originario si sviluppa in ritmi ed
tezza che esso è già presente, sicché l'ul- accordi il cui senso divino trova espres-
tima immagine rappresenta la distruzio- sione nella parola umana: è la parola
ne completa (9,I ss.}. Alla visione si uni-
sce la parola di Dio che la interpreta. rivelata, dal detto alla predica, dalla
Pure in Zaccaria si trovano immagini, forma più breve al discorso più am-

m> Per la condizione del g•lui 'oz.en, dr. Is.


ì.éyw C 3 (0. Procksch)

pio 106• La parola ricevuta da Dio è il {Ex.3,4) dipinge la profondità con cuila
nucleo vitale di ogni frase, di ogni pre- voce di Dio penetra nel cuore dell'ascol-
dica del profeta: anche il discorso e- tatore, rendendolo capace di accettate
laborato può quindi considerarsi parer la rivelazione. Splendida è la descrizio-
la di Dio. L'accoglienza che il profeta ne della rivelazione nella sto1·ia di Sa-
fa alla parola di Dio si può dunque con- muele (I Sam.3,r ss.). Jahvé gli si rivela
siderare un processo pneumatico, anche (3 ,2I: nigld jhwh) in Silo 108 mediante
se la stretta e tipica connessione neo- un appello in cui si ttova già la vocazio-
testamentaria fra ·parola e Spirito rara- ne; infatti prima la parola di Dio, e quin-
mente è messa in luce nell'A.T. di la sua conoscenza, non gli era ancora
Si trova pe.t;Ò esplicita menzione del- stata rivelata (3,7= terem jiggiileh 'èlàw
lo Spirito nelle ultime parole di David dcbar-jhwh ). Egli crede che si tratti del-
(2 Sam.23,2) e negli oracoli di Balaam la voce di Eli; sente quindi una voce
(Num.24,2); Osea, a sua volta, non ri-
fiuta la denominazione di uomo dello umana (3 ,4 s.), finché da Eli stesso è
Spirito ('ts harua~, Os. 9,7). In queste messo sulla buona strada e può cosl an-
rivelazioni, ciò che noi chiamiamo 'pneu- nunciare a Jahvé la sua disponibilità:
matico' è però soltanto implicito: nel
linguaggio anticotestamentario le opere dabbèr jhwh ki Jòmèa' 'abdekà, Vulg.:
dello spirito sono osservate soprattutto loquere, Domine, quia audit servus tuus
dal nàb'ì', 'l'estatico', che non è lo stes- {3,9.ro); percepisce allora chiaramente
so del 'veggente' (~òzeh, rf/eh) e non si la profezia, mentre Jahvé entra in sce-
contrnddistingue tanto per rivelazioni
mediante immagini o parole, quanto per na e gli si presenta (v. ro, cfr. Gen.28,
rapimenti estatici ed azioni veementi 107 . 13), cosa che ricorda l'antica dvelazione
Quando poi il concetto del veggente si del diibàr ad Elifas (lob 4,r2-r6), anche
sarà confuso con quello dell'estatico{cfr.
I Sam.9,9), il dàbàr resterà caratteristi-
essa legata all'apparizione di una fìgura.
co del nàbt', come la tora lo sarà del sa- Più tardi Samuele, con la parola di Dio
cerdote (Jer.r8,18). (d•bar 'elohtm), promette a Saul la di-
c) Nella storia del profetismo il dii- gnità regale (ISam.9,27), anch'essa ca-
biir si è distaccato progressivamente risma divino; più tardi ancora, trasmet-
dall'immagine, per divenire pura e sem- te a Saul il messaggio della parola di
plice espressione della rivelazione. Il Dio (r Sam.15,q: haqtm) a proposito
profeta è conscio del fatto che Dio gli del re amalecita e gli annuncia il giu-
rivolge la parola; la formula elohistica dizio per aver disprezzato tale parola
'Abraham, Abraham' (Gen. 22,r, var.) (v. 23.26: ma'astii 'et dcbat· jhwh). La
'Jakob, Jakob' (46,2), 'Moshé, Moshé' forza esplosiva e annientatrice del Je_

llh Cfr. K. BEYER, Spmch r111d Predigt bei den 107 A. }EPSEN, Nabi (1934) 43 ss, mi sembra
vorexilischen Scriftpropheten (Diss, Erlangen che non mantenga la distinzione.
1933 ). 101 I LXX omettono a ra~one bdbr jhwh.
À.Éyw C 3 (0. Procksch)

bor-jhwh è qui chiaramente descritta. Il év Mn> xuplou, «con la parola del Si-
d' bar-jhwh, ricevuto dal profeta nella gnore» (r Reg.r3,1.2.5.9.17.32; solo in
rivelazione (I Sam., 3, 7), implica pro- 3 Bwr.r3,18 si ha év p-fiµa:tL xuplou), le
messa ed esige obbedienza; il suo di- cose avvengono kidbar jhwh = xr:1:tèJ. ~ò
sprezzo sarà pagato con la vita. Pf\µa xuplou, «secondo la parola del Si-
Dai giorni di Samuele in poi, . il Je_ gnore» (r Reg.12,24; 15,29; 16,12.34).
bar-jhwh è la forza decisiva della sto- d) I libri dei profeti scrittori si apro-
ria d'Israele. La parola è rivolt~ a Da- no con la formula d"bar-jhwh 'afrr hàja
vid per mezzo di Natan (2 Sam.7,4), a 'el-, «parola del Signore indirizzata a ... »
Elia (I Reg. 17,2 .8 ); afferra il corso degli (Os.r,r; Mihc.r,r; Soph.1,r, cfr. Mal.I,
eventi e plasma la storia. Nei libri dei x). La cosa forse è dovuta al redattore
Re, come in Geremia e in Ezechiele, è d'una taccolta anteriore all'esilio, dato
frequentissima l'espressione wathi d 8
- che accanto al nome del profeta general-
bar-jhwh, Vulg.: et factum est verbum mente ne indica anche il tempo. La for-
Domini, nel momento in cui il profeta mula potrebbe quindi essere più recente
viene interpellato (r Reg. 6,u; 13,20; dei titoli l;>azon ;•sa'jahU, «visione di I-
Ier.r,4.IIi 2,1; r3,8; r6,r; 24,4; 28, saia» (Is.r,1), dibre 'amos, «parole di
12; 29,30; Ez.3,r6; 6,1; 7,r; r2,1). L'e- Amos» (Am.1,1, cfr. ler.1,1), séfer f.>a-
spressione va spesso attribuita a chi scri- zon nal;um, «libro della visione di Nah-
ve, ma indica che la visione profetica um» (Nah. r ,r ), che indicano come auto-
della storia, da cui ha avuto origine quel- re il profeta stesso. La troviamo anche
la deuteronomistica, vede il profeta co- nei LXX per Geremia(r,1), mentre il T.
me portatore della rivelazione di quel M. ha dibre jirm"jahU. In ogni modo ta-
misterioso piano e volontà di Dio che è le formula significa che il libro in que-
all'opera nella storia. La parola di Dio si stione è tutto da considerarsi come d•-
compie (I Reg.2,27: l8 mallè' 'et-debar bar-jhwh, senza distinzione fra la voce
jhwh = rcÀ.T)pwfrf)va~ -cò pf)µcx. xuplou, di Dio nel profeta e la sua espressione
«per compier la parola del Signore»), nella poesia, nei detti e nel discorso. Di
si avvera (Iud.13,12.17; 2 Reg.22,16: qui è facile passare all'idea che non sol-
b', lett., avanza), rimane in eterno (Is. tanto i singoli libri profetici, ma l'intera
40,8: jaqum t•'olam) anche senza col- scrittura dell'A.T. è parola di Dio. Nel
laborazione dell'uomo. In essa si rive- concetto di parola di Dio è chiaramente
la il mistero di Dio (Iud.3,19: d•bar- compreso quello di tivelazione; i libri
seter; v. 20: d"bar-'elohtm), il suo con- profetici sono stati infatti riuniti pro-
tenuto la penetra irresistibilmente (2 prio in quanto rivelazione. Il concetto
Reg.1,17; 9,36; Is.9,7; 55,ro s.). Quan- di rivelazione è dunque implicito fin
do U vero profeta parla bidbar jhwh = dall'inizio in quello di parola profetica.
Myw C 3 (0. Procksch}

Si veda, ad es., il titolo della parte più scerà che troppo tardi. Jahvé non riti-
antica (cc. 2-6) di Isaia (2,r), che suo- ra le parole che ha dette per mezzo
na cosl: haddabar 'aJer ~aza ;esa'jahU, del profeta (Is. 31, 2). In sé la rive-
((parola veduta da Isaia». L'ardita im- lazione mediante la parola è una gran-
magine della parola 'veduta, guardata' de benedi,zione (2,3), anche se, essendo
- che si trova anche in Geremia (2 131), stata disprezzata (28, r3), agisce come
ma che i LXX non hanno tradotto - un giudizio. Si trova un analogo rappor-
mostra la stretta connessione fra parola to in Amos, che conosce la parola di
e immagine nel linguaggio profetico. Jahvé come rivelazione (Am.3,7) e ac-
Probabilmente il libro doveva comincia- cogliendola si sente costretto a profeta-
re con la visione della vocazione (Is.6}, re, lo voglia o no (3,8 1 dr. 3,r; 4,r; 5,
cronologicamente e contenutisticamente r ). La rivdazione è una grazia, la cui
più adatta all'inizio che non le profezie mancanza sarà sperimentata come giu-
sulla pace dei popoli. La parola 'guar- dizio; si avrà sete della parola di Dio,
data' è la parola della rivelazione di ma non la si potrà trovare (8,II s.) 110•
Dio, che si incarna nella visione e nel- La parola di Dio è forza di vita, con la
1' ascolto. Del d"bar-;hwh come parola cui scomparsa cessa la grazia.
della rivelazione Isaia parla anche nel La più profonda teologia della paro-
corso del libro, ad es. là dove introdu- la si trova in Geremia. Secondo l'uso
ce una nuova serie di considerazioni (r, linguistico comune, per Geremia il pr<>·
ro; 9,7; 28,14; 37,22, cfr. 38,7), e an- feta è specificamente il portatore del
che nell'interno dello stesso discorso (2, dabar (Ier.r8,r8), mentre il sacerdote
3; r6,r3; 28,r3; 30,12). È caratteristi- deve custodire la legge; anche in Gere-
co come egli equipari la parola di J ahvé mia, d'altronde, come in Isaia, dabar e
alla dottrina divina (!ora, r,ro; 2,J; 30, tora come forme di rivelazione sono
9; e r2); infatti la tara è originariamen- strettamente unite (Ier.6,19; 8,8.9). Ge-
te la dottrina divina, il cui intermediario remia conosce (8,8), come Osea (8,12),
è il sacerdote (Ier.r8,r8) 100• Ma nel da- il libro scritto della tora, ma non tanto
biir - al contrario della tara - appare di essa si interessa quanto del diibàr,
l'elemento dinamico, creatore o distrut- di cui ha scoperto l'intima natura. Con-
tore, del quale si ha un esempio classi- sacrato profeta fin dal seno della madre
co in Is.9,7. La parola inviata da Dio (I, 5 ), con la vocazione ha ricevuto la
scoppia in Israele come una carica e- consapevolezza che Jahvé gli mette sul-
splosiva, la cui forza Israele non cono- le labbra la sua parola (r,9), come ave-

JOl Cfr. J. BEGRICH, Dic pricsterliche Thora, 63-88.


in P. VoLz-P. STUMMER-J. HEMPEL, Werden
tmd Wcsen des A .T.: ZAW, Beih. 66 (1936) llJ B,u: debar jhwh, con i LXX Syr., Vulg.
À-Éyw C 3 (0. Procksch)

va fatto una volta con Balaam (Num. namente afferrato dalla parola di Dio e,
22,38; 23,5.r6). Nei suoi discorsi, fin se tace, la sua anima vien meno. La
dalla prima rivelazione, prende dunque parola di Dio non deriva dunque dalla
corpo la parola di Jahvé (Ier.r,rr.r2); sua anima, ma vi è appiccata come un
cosl il volume scritto per mezzo di Ba- incendio distruttore e lo costringe ad
ruc contiene chiaramente la parola di annunciarla. Se la fiamma non dà luce,
Dio (36,2). Alla parola di Dio Geremia brucia chi la porta. La necessità della
non attribuisce tanto il senso dianoeti- predicazione non è mai stata espressa in
co - pur attribuendo alla conoscenza termini più commoventi, né il martirio
un grande valore - ·quanto quello dina- del profeta in tono più doloroso. Egli
mico, percepito nella continua lotta con deve assolutamente annunciare la paro-
Dio. Nella sofferenza, il profeta ha co- la, per la beatitudine della sua anima;
nosciuto che la parola di Dio è gioia e cosl si chiarisce anche la specifica diffe-
delizia del cuore (I 5, 16) e che - se ci renza fra parola di Dio e parola dell'uo-
possiamo fidare del testo ebraico piut- mo. È qui espressa in piena consapevo-
tosto incerto - egli l'ha 'divorata', ge- lezza la divina coartazione, in opposi-
sto che egli aveva concretamente com- zione alla natura umana anche più pu-
piuto ( r 5, r 6 ). La grazia più grande ra e delicata. Ma in queste batt1:1glie in·
che il profeta possa ottenere assogget- teriori entra in gioco anche la moralità
tando a Dio la volontà nella preghiera, della conoscenza e della forza in cui il
è il rinnovamento dell'incarico di esse- carattere di Geremia si purifica median-
re bocca di Dio, la cui testimonianza te il contrasto con la parola. Essere pro-
significa forza di conversione anche per feta della parola è per lui il peso più gra-
gli altri (r5,19). Ma la parola lo sotto- ve e insieme la gioia più profonda; un
pone a una divina coartazione, a cui la preannuncio dell'azione della parola di
sua natura si ribella (20,7 ss.); essa si Dio nei grandi uomini della storia del-
distingue dunque nettamente dai suoi la chiesa. L'aspetto dinamico del diibiir
pt"nsieri umani. La predicazione non gli =
À.6yoc; balza prepotente anche nella
apporta che vergogna e disonore; per- differenza che Geremia stabilisce fra sé
ciò il profeta vorrebbe bene astenersi e il profetismo volgare (23, 28 s.). Il
dall' annunciare la parola di Dio, ma profeta che sogna non parla che del suo
non la può trattenere, perché gli sta sogno; ma chi possiede la parola di Dio,
dentro come fuoco divorante che bru- parla la parola di Dio. La parola di Dio
cia le ossa 111 • Il profeta è, cioè, inter- sta al sogno del profeta come il buon

lii In Ier. 20,9• è difficile che il soggetto cli v. 9• lo' 'ezk•remu1 si riferisce non a Dio, ma
rv•haid sia Dio; è invece il diibiir, dato che al al dii.biir da lui ricevuto,
277 (1v,97) ÀÉyw C 4 (0. Procksch)

grano alla paglia: può esser rivestita di straziane di Dio. E poiché la parola del
una visione, ma la trascende. La paro- profeta annuncia una nuova creazione,
la di Dio è forza irresistibile, come il già preparata nell'antica, questa creazio-
fuoco che brucia la paglia, come il mar- ne avrà inizio. La natura del d•bar-jhwh
tello che frantuma le pietre (23,29). è presentata nella famosa parabola della
Perciò il d8 bar-ihwh può esser descritto pioggia e della neve (55, ro s.); come
soltanto da chi ne è stato afferrato e pioggia e neve non restano inutili, ma
spezzato. Anche qui Geremia mostra una irrigano la terra e la fanno germogliare,
straordinaria capacità di analizzare la cosl la parola di Jahvé non torna al cielo
coscienza profetica di chi ha ricevuto la vuota, ma opera la volontà di Dio e por-
parola di Dio. Essendo forza, la parola ta a compimento la sua missione. La pa-
si compie infallibilmente, e la sua au- rola è legata alla profezia, ma questa non
tenticità si conosce dalla sua realizza- la possiede in proprio, bensl l'ha ricevuta
zione (Ier.28,9: b8 ho', cfr. Iud.13,12. dal cielo. Ogni parola profetica è forza
q; 2 Reg. 22,16; Ps. 105,r9; 107,20). operante, il contenuto di ogni profezia è
Ma può anche essere contenuta in un sempre la parola di Dio vivente, che ri-
avvenimento di per sé insignificante: mane in eterno. Come in Geremia, cos}
cosl Geremia vede la parola di Dio nel- anche nel Deuteroisaia l'elemento dina-
la proposta di acquistargli un campo, mico del d"bar-ihwh è più evidente di
fattagli dal cugino (Ier.32,1 ss.). Ravvi- quello dianoetico: la parola è soprattut-
sarla, tuttavia, è possibile solo nella to forza celeste che sulla terra creando
preghiera (42,r ss.); la preghiera soltan- opera e realizza il suo scopo.
to - sia di sottomissione a Dio (15,ro
4. Il dabat come rivelazione della legge
ss.) sia di impetrazione (42,7 ss.) - può
chiarire la parola della rivelazione. Il d bar-jhwh contiene soprattutto la
8

Mentre in Geremia la contrapposizio- rivelazione, e la rivelazione per mezzo


ne alla parola di Dio è un destino per- della parola è la forma principale di ri-
sonale, nel Deuteroisaia il debar-;hwh è velazione divina. La parola profetica
piuttosto una forza storica. Nel profe- stabilisce un rapporto personale e mo-
ta, il teorico vede il dahiir incarnato rale fra Dio e il profeta. Si tratta di un
nella storia della profezia quale vivente rapporto globale e totale, tale che l'in-
rivelazione di Dio. Mentre la natura è tera opera del profeta può essere indi-
destinata a scomparire, la parola di Jah- cata come d"bar-;hwh (Is.2,1 Os.1,1;
vé resterà in eterno (Is.40,8). La paro- lviich.r,1; Soph.r,1). Chi è toccato dal-
la di Dio porta in sé il proprio compi- la parola di Dio e se ne lascia prendere
mento; nel compiersi della parola pro- e determinare, diviene un uomo nuo-
fetica il Deuteroisaia ravvisa una dimo- vo. Su questo piano si pone anche la
ÀÉyw C 4 (O. Procksch)

rivelazione della legge, espressa ugual- hadd"biirtm, «libro delle parole» (2 Reg.
mente dal termine diibiir, raramente al 23,2 s. 2r, cfr. Ex.24,7) e vuol essere
singolare, quasi sempre al plurale. Il la promulgazione della parola di Dio
dàbàr profetico ha importanza sempre ricevuta da Mosè sul monte (Deut. r,r:
per il momento, anche se il suo hic et 'elleh hadd"biirzm, «queste son le paro-
mmc può determinare l'intera vita del le») come suo testamento. Nella scelta
profeta, come mostra Geremia; il dà- del termine debiirim come titolo, si ma-
biir legale, invece, ha valore per tutto nifesta il carattere profetico del Deute-
il popolo e per ogni tempo, indipen- ronomio: si tratta di parole della rive-
dentemente dal profeta che Io riceve. lazione che Mosè deve annunciare. Il
L'esempio più famoso sono le dieci titolo di Deut-4,44: zo't hattorll, «que-
parole del Decalogo, indicate già dal- sta è la legge», che usa il termine sa-
lo jahvista come 'aseret haddebàr'ìm cerdotale tara(come anche Deut.4,45)
(Ex. 34,28, cfr. Deut. 4,r3; ro,4), an- deve considerarsi secondario. Troviamo
che se in essa l'antico Decalogo vie- quindi anche alla base del Deuterono-
ne sostituito da una legge di tutt'altro- mio il singolare, haddàbar, «la parola»,
genere (Ex. 34,ro-26). Le dieci parole come summa della promessa (Deut.9,
sono la legge fondamentale d'Israele, la 5) e della legge ( r 3 ,1 ). Con tutta chia-
base dell'alleanza (Ex.34,27 s.), che de- rezza lo si vede nella conclusione (30,
ve valere per ogni tempo e la cui rot- u ss.), dove hammi~wa, «il comando»,
tura significherebbe la fine del popolo (v. u) e haddàbiir, «la parola», (v. 14)
di Dio (cfr. Os.4,2 s.; Ier.7,9). Lo stes- vengono identificati come la summa del
so si deve dire dei d"bàrtm del Libro Deuteronomio. La parola di Dio conse-
dell'Alleanza (Ex.24,4.8, doc. E), letto gnata al popolo come mi~wa non oltre-
da Mosè a conclusione del patto e alla passa la capacità di comprendere e di
cui osservanza Israele si sente obbliga- agire di Israele ( v. xi: lo' nifle' t hw'
to (24,7). Il suo contenuto non è indi- mimm•ka, <<non è superiore a te»), non
cato: ciò che oggi viene comunemente è nascosta in cielo o al di là del mare,
detto Libro del patto (Ex. 20,23 - cap. donde nessuno possa prelevarla e an-
2 3) originariamente non doveva essere nunciarla. La parola di Dio è invece
nella scena del Sinai, ma a conclusione qarob •elekà... me'od, «assai vicina a te»
del libro di Giosuè (24,25) 112• (v. q). La parola è rivelazione presen-
Più tardi il Deuteronomio venne i- te, e porta in sé la forza per la sua rea-
dentificato con il Libro del patto sinai- lizzazione: bocca e cuore sono gli orga-
tico; perciò esso porta il nome di sefer ni del suo annuncio e vuol essere an-

112 H.HOLZINGER, Einleitu11g in den Hexateuch


ÀÉyw C 5 (0. Procksch)

nunciata di bocca in bocca per esser tra- !azione è sempre parola di Dio, sia nel-
dotta in pratica. La rivelazione della pa- la Legge che nei Profeti. Ma esiste un
rola di Dio diviene predicazione, e co- terzo ambito della rivelazione, la crea-
me tale penetra in tutto il popolo. Nel- zione della natura, e anch'esso viene ri-
l'ambito della storia, la parola di Dio si condotto alla parola di Dio. Un concet-
serve di organi umani, analogamente a to questo che, anche senza il termine
quanto dice il Deuteroisaia (55,rn s.); dabar, si trova già nel racconto sacer-
ma nel Deuteronomio si sottolinea più dotale della creazione (Gen.1), dove l'o-
il comando che il messaggio. La rivela- rigine del mondo viene riferita alla pa-
zione divina abbraccia però ambedue gli rola divina. Il racconto sacerdotale fa
aspetti: anche nel Deuteronomio Mosè certamente uso di una fonte più antica,
si manifesta profeta (Deut.18,15 ss.). La in cui l'opera di Dio (Gen.2,2: hamme-
t6ra sacerdotale non ha importanza nel la'kd •aser 'aia, «l'opera da lui fatta») si
Deuteronomio originario; così come, compie per mezzo della patola da lui
d'altronde, nella legislazione sacerdota- pronunciata ( walht ken, «e cosl fu»).
le il diibiir (nel doc. P solo raramente Questa spiritualizzazione della creazio-
esso compare come legge di Dio: Lev. ne può dipendere da analogo atteggia-
4,13; 8,5 .36; 9,6; 17,2). Il dabar = M- mento del pensiero sacerdotale, anche
yoç appartiene al profeta, la t6ra = v6- se non è escluso un influsso di con-
[J.oç al sacerdote (Ier. r 8 ,I 8 ). cezioni accadiche circa la forza creatri-
ce della parola m. In ogni modo, l'idea
5. La parola divina creatrice
della creazione per mezzo della parola
Dopo l'esilio, quando la Legge fu rac-
dev'essere preesilica, dato che anche E-
colta nel Pentateuco e i Profeti nei ne-
zechiele, che dipende da P, segue il
bi'1m ri'Sontm (anteriori) e 'aparontm
Deutetoisaia (Is.40, 26; 44,24ss.; 48,
(posteriori), sicché la parola di Dio pre-
13, cfr. 55,rn s.) e conosce la forza crea-
se stabile forma scritta, il concetto pro-
trice del dabar (Ez.37,4: d"bar-jhwh).
fetico del debar-jhwb si fuse con quello
Nei Salmi, nei quali continua Ja teolo-
legale, anche se lo scritto in sé non pren-
gia del Deutetoisaia, questa forza crea-
de il nome di d"bar-jhwh. Certi scritti
trice della parola viene spesso accentua-
profetici, però, hanno il titolo di debar-
ta (Ps.147,15-18); descrivendo la crea-
jhwh (Os. r,r; Mich.1,r; Soph. r,r), e
zione del cielo per mezzo del dabar, si
troviamo il singolare dabàr per indicare
dice con bella concisione: k2 hu 'amar
il contenuto del Deueronomio. Si poteva
wajlht ha' - ~iwwa wajja' an iod, «egli
adoperare questo termine per indicare la
disse e (tutto) fu, comandò e (tutto)
volontà di Dio rivelata, dato che la rive-
ebbe consistenza» (Ps.33,9).
111 ~ GRBTHER lJ9 ss.
À.Éyw D 1 (G. Kittel) (IV,IOO) 284

6. La 'parola' nella poesia motivo e quietivo della fede e della vita


morale, perché contiene la rivelazione
Come la forza creatrice del diibar = di Dio. Suo nucleo è la verità: ci si può
Àbyoç emerge dal nulla (Ps.33,9), cosi quindi affidare totalmente alla parola di
anche nella poesia la rivelazione si at- Dio.
tua per mezzo della parola (lob 4,12). Attingendo al tesoro della parola, la
A seconda della sua natura profetica o comunità giudaica ha vissuto sulla pro-
giuridica, il diibiir era stato concepito co- fessione di fede dei devoti formulata
me promessa o come esigenza, ma so- nel Pentateuco. Con la canonizzazione
prattutto in esso si ha la rivelazione, e non della sola Legge, ma anche dei Pro-
sempre in esso è presente sia l'elemen- feti, la parola scritta (compresi i Profe-
to dianoetico e sia quello dinamico. ti) viene ad assumere valore canonico.
Il notissimo Ps.rr9 offre una vera A questi scritti s'aggiunse infine la rac-
miniera di diverse sfumature del con- colta degli agiografi. Nella parola si tro-
cetto di diibiir, che vi viene illustrato va sia la oL<ivoLrx. che la ouva.µLç della
in tutti i suoi aspetti. Il debar-jhwh co-
munemente vi si trova al singolare, e Scrittura. O. PROCKSCH
anche sotto il plurale debarekii, «le pa-
role tue», si può spesso ravvisare un an- D. 1
PAROLA' E 'PARLARE' NEL N.T.
tico singolare originario. Talvolta ne ha
preso il posto - senza sostanziali cam-
biamenti di significato - il poetico 'im- I. L'uso fondamentale e generale
ra (vv. 38.4r.ro3.r23.r54.r62.r70). Si di ÀÉyw/À.6yoç nel N.T.
trova tora come equivalente di diibiir L'accento posto da tutto il N .T. sul-
(v. I. I8.34.44.5r.6r.72.97. I26. 136. 1' 'ascoltare' (~ ci.XOUW I, coli. 59I SS . )
r63), soprattutto quando il poeta ha
sotto gli occhi il Pentateuco come paro- presuppone un corrispondente 'parlare'.
la scritta di Dio. Anche la fora contie- Tuttavia un tratto essenziale della vita
ne allora promesse e comandi, con rilie- religiosa nel N.T. si fonda sull'uso, quan-
vo del significato profetico, oltre che di
quello giuridico. La parola sta nei cieli titativamente e qualitativamente rilevan-
(v. 89). La summa del diibiir è la verità te, di molti termini riguardanti il lin-
(v. I 60 ); la parola è luce nella via (v. guaggio: ~ &.yyÉÀÀw e derivati, ~
ro5). Essa contiene la vita, perché se-
condo la misuta della sua patola Dio dà x11pua-crw/;d1puyµa., ~ µa.p·rnpÉw ecc.
vita al devoto (vv. 25.rn7.r54) e gli do- Non è dunque un caso, e non è neppu-
na intelligenza (v. 169). La parola ha re il risultato di influssi estranei, se i
in sé forza; il poeta ripone in essa fi- principali termini greci indicanti il 'par-
ducia (v. 42: b(~) e speranza (vv. 74.
8r.u4.r47; dr. Ps.130,5). La parola lare' - il verbo ÀÉyw e soprattutto il
esige obbedienza e osservanza (vv. 57. i;ostantivo Àoyoç - sono diventati ter-
r o 1 ) : ha quindi importanza morale per mini di importanza capitale nel N. T.
l'uomo. In breve, essa è speranza e pro-
messa, comando e forza. Come la tara Anche in alcuni fatti importanti per se
cosl anche la parola si può considerare :;tessi - come il battesimo e la trasfigu-
285 (1v,roo) Àtyw DI (G. Kittel) (1v,ror) 286

razione - «la voce che parla» ~ cpwv-fi zioni a questa regola, anche se possibili,
À.Éyovcra (Mt.3,17; 17,J) non solo ac- sono rare 117 : 'ltoÀ.À.à yàp 'lt-ca.loµev &-
compagna l'evento, ma gli fornisce il mt.\l'tEc;· eì'. 'ttc; Èv À.éy~ où 1t'trx.ln, où-
tema e il significato. -coc; -cÉÀ.ELoc; à.vi}p, «tutti manchiamo in
Bisogna però notare che questo ab- molte cose; se uno non manca con la pa-
bondantissimo uso del vocabolo nel N. rola, costui è perfetto» (Iac. 3, 2; ~
T. non comporta nessuna pretesa di e- yÀ.fMcra n, coli. 546 ss.). Ma è soprat-
sclusività: sia il verbo che il sostantivo, tutto la sezione di I Cor.r-4 che censu-
in tutti gli scritti del N.T., sono usati ra aspramente la parnla dell'umana sag-
in tutti i significati e a tutti i livelli, da gezza {1,r7; 2,1+13), che pretende in-
quello quotidiano a quello più carico di nalzarsi xa.~· ùm:pox,1)v, «con sublimità»
contenuto. (2,1), e invece non è che boria (4,19 s.).
L'uso di À.6yoc; in fondo è rimasto Qui la parola è censurata non perché
quel che era: lo dimostra anche la na- esca da bocca umana - la quale può an-
turalezza con cui, in numerosi enuncia- che essere organo della 'parola di Dio'
ti, la 'parola' assume un valore negati- (cfr. rThess.2,13) - ma perché il suo
vo. Non soltanto, come accade talvolta contenuto è puramente umano.
in greco 114, si nega una realtà che esiste Accanto a queste valutazioni netta-
solo secondo il À.éyoc; (Co/.2,23); il ter- mente negative del À.éyoc;, bisogna an-
mine À.oyoc; serve persino a indicare una noverare una grande quantità di usi in-
realtà cattiva e brutta. Il N.T. conosce differenti. In ogni narrazione, riguar-
anche il cra.?tpòc; À.éyoc;, «discorso diso- do sia a Gesù sia ai discepoli o ad
nesto» (Eph.4,29 ), i xevot 115 À.éyot, «di- altri, ricorre l'espressione 'queste paro-
scorsi vuoti» (Eph.5,6) 116 , i À.éyot 1t0\11]· le' (Mt.7,28; Act.2,22; 16,36) oppure,
pol, «discorsi malvagi» (3 Io.ro), il M- con valore collettivo 118, 'questa parola'
yoc; xoÀ.a.xelac;, «discorso di adulazio- (Mc.7,29; ro,22) 119, o anche 'molte pa-
ne» (I Thess.2,5 ), il À.byoc; paragonabile role' (Lc.23,9). Paolo distingue una mis-
a un cancro {2 Tim.2,17), i 'ltÀ.a.cr-cot M- siva dal A.6yoc;, cioè dalla viva parola ( 2
yot, «parole finte» (2 Petr.2,3). Il À.6- Thess.2,2.15; 2 Cor.10,10, cfr. Act.15 ,
yoc; umano è fonte di peccato, e le ecce- 2 7 ); ma, nella stessa frase ( 2 Cor. ro,

114 er la documentazione, cfr. PAssow, s.v., e la cosa più difficile di tutte, l'ultima ad otte·
i commenti a Col.2,23. nersi~.

m Cfr. xEvocpwvla, 2 Tim.2,16. m La distinzione fra plurale e singolare col-


116 Gli esempi mostrano che, anche quando si lettivo è spesso insignificante, come risulta da
tratta di una valutazione negativa del termine, Acl.2,40 s.: È"tÉpoLç SÈ MyoLç 1tÀ.elouw SLE-
il singolare e il plurale si scambiano facilmen- µap·dipwro... ol µlv oùv 1btolìel;6:µevoL "tÒ\I
te, perfino nella stessa lettera. À.byov ctu'tov ...
m ScHLATTER, Jak.2I3: «Regolare la parola è 119 Per Mc.9,ro ~ n. I40.
À.Éyw D 1 (G. Kittel} (1v,102) 288

II), parla anche della lettera come por- re'; ne consegue la molteplicità delle
tatrice del ).6yoc; (2 Thess. 3, q; dr. sue accezioni e anche la notevole oscil-
Hebr. 5,II; r3,22). Il termine À.6yoc; lazione delle espressioni. Il Àoyoc; può
designa un discorso (Act. 2,41; 20,7), contenete la yvwcnc; e la vera O"orpla, (I
un racconto (Act. u, 22), un'opinione, Cor.12,8), come anche può esserle con-
una fama (Lc.5,r5; 7,17), una narrazio- trario (2 Cor.u,6}, oppure esserne l'e-
ne scritta (Act. r ,r) 120• Tutto ciò che si quivalente (I Cor.1,5; 2 Cor.8,7). Cosl
dice - sia nel vouc; che con la y À.wO"rTr:J, anche parola e azione, parola e forza
- è À.byoc; (I Cor. 14,19), anche se nel possono contrapporsi (I Thess. r,5; I
secondo caso s'intende probabilmente Cor.4,19 s.), ovvero completarsi a vi-
un suono inarticolato, non in forma di cenda (Lc.24,19; Rom.15,18; 2 Thess.
vocaboli e sentenze (p1Jµ(J,'t'(J, ~ coll. 2,17; Col.3,17); sarà il tono della frase
H6; 227) - , un qualcosa in cui si at- a far capire se si tratta di un semplice
tua un À.Éyw,1 e quindi un À.6yoç. flatus vocis, ovvero di parola il cui con-
Act. 20, 24 121 : lù).' oUS evòç Myou tenuto spinge e costringe all'azione. Il
1totouµat -.i)v 4iuxi)v 't'tµla..'V ȵau-.Q 122, te:rmine può esprimere e assumere qua-
«non considero la mia vita degna di al- lunque contenuto che si rivesta di una
cuna parola per me». Cfr. Hdt. 4, 28:
À.6you fi~to'V, e l'analogo À.6yov 1tOLEL'V, parola.
oppure ?tOtEfo·iktt, 'aver riguardo a qual- Si può chiaramente constatare la va-
cosa'; Hdt.r,4; 3,25,ecc.; Theocr.,idyll. lidità di ciò che si è detto, confrontan-
2,61; Flav. Ios., ant.1 ,72; 7,88; 11,82;
lob 22,4. Il testo degli Atti fu presto in- do l'uso comune di Myoc; con quello
teso secondo questo comune modo di teologico offerto dal messaggio evange-
parlare, perché di per sé appariva diffi- lico. Nella stessa frase si può trovare
cile e strano, tanto che ce ne rimane an- ).6yoç sia nell'uso comune che in quel-
che questa forma ampliata: 0:.).)v' oùOE-
voç À6yov 'ltOLOUµCIL oÙÒÈ ~XW 't'lJV lfiu- lo teologico. IThess.1,5 s.: O't't 'l;Ò EÒ-
X-IJV µou -.tµfo.v ɵau't'<!} 123 <<non ho ri- r:J,"(yéf..tov -l]µWv OUX EyéVTJil'l'} dc; uµiic;
guardo per nulla, e nemmeno la mia vi- ÉV Àoy~ 1.10\IOV, IJ.).).(x X(X.L ÉV OuvaµEL ...
ta considero preziosa per me stesso». La
possibilità opposta che il testo sia stato xix.t uµei:c; ... ~M;6:µ.evoL '"t'ÒV À..6yov ... , «il
presto mutilato 124 sembra poco proba- nostro evangelo non vi fu rivolto solo a
bile. parole, ma anche con potenza ... e voi
È chiaro che in tutti questi casi l'uso ... accoglieste la parola ... »; 1 Cor. 2, 4:
di Myoç accentua il signi6cato di 'di- Xr:J,L ò ).Oyoc; µov xcd 't'Ò x1Jpuyµ 6: µou 125

=
120 Per 7tpW'toc; Àoyoc; ( Vangelo di Luca) 112 Testo dei codd. S* B C, ecc.
cfr. Pmw, omn. prob. lib. 1; Gal., de Usti par- 123 Textus receptus secondo i codd. EHLP,
tiu111 corporis humani, 2,r (nr p. 88, KUIIN); ecc.
Hdt., 5,36. Cfr. ZAHN, Ag., ad l.
121 Cfr. H. A. W. MEYER4 (r870); ZAHN, Ag.,
124 Cosl ZAHN, Ag.7r6, n. 67.
ad l.; ScHLATTER, Komm. Lk.624. 115 Si faccia attenzione al parallelismo fra À.6-
ì.éyw D 2 (G. Kittel) (IV, 103) 290

OVX a'V 'ltEtlTO~c; CTocpia.c; À.oyotc; ... , «la mule con il verbo, che sulle labbra di
mia parola e la mia predicazione non Gesù vogliono accentuare il carattere di
'parola' rivelata. Il À.Éyw fortemente
consistettero in suasive parole di sapien- accentuato delle formule tyw m À.Éyw
za»; r Pet1'.3,I: L'Va. xa.t EL ·twEc; &.nEt- ùµi'V (e simili), nella sua straordinaria
ìJouaw -re!) À.6y~ ..• &'VEU Myou XEp8n- frequenza è certamente caratteristico
dell'autorità della parola di Gesù. È
1h'1cro\l-ra.t, «affinché, seppure alcuni ne- anche possibile che la connessione con
gano fede alla parola, senza parola sia- àµ:f1'V - che si trova soltanto sulla boc-
no guadagnati»17.6. La distanza fra i due ca di Gesù - sia volutamente sottoli-
neata come caratteristica della parola
contenuti è qui nettissima; il ·fatto che di Gesù. Tale non è invece il À.Éyw per
non si sia sentita la necessità di un al- se stesso; anche la cristianità primitiva
tro vocabolo indica che, nonostante l'u- non lo intese mai come specifico di Cri-
so teologico cosi carico di contenuto, sto 128• Nella tradizione la stessa espres-
sione è stata usata anche a proposito del
il significato generale del termine era Battista (Mt.3,9: À.Éyw yàp ùµi'V); Pao-
rimasto invariato: si tratta, ancora e lo non esita ad applicarlo a se stesso
sempre, di una 'parola parlata'. ).6yoc; (Gal. 5 ,2: èyw Ila.vÀ.oc; À.Éyw ùµi'V) 129 ;
la si trova anche sulle labbra di Gama-
non è mai, nemmeno nel prologo gio- liele (Act.5,38: xa.t -tà \IV'V À.Éyw ùµi'V).
vanneo, un puro termine formale, ma Non è dunque il parlare in forma auto-
contiene sempre la vivente concretezza ritaria che specifìCR la parola di Gesù,
ma il suo contenuto superiore a quello
della 'parola padata', rivolta in questo delle autorità tradizionali (Mt.5,21 ss.)
caso da Dio al mondo. Quando si trat- e il fatto che è lui, Cristo, a fornire
ta di parola rivelata, in essa vi è sem- questo contenuto (Mt.I3,17).
pre qualcosa di decisivo, il richiamo 2. Accezioni sbiadite e tecniche
a colui che pronuncia questa 'paro- Anche nel N.T. il termine Myoc;, in
la' in maniera viva ed efficace. La 'pa- quanto indica qualcosa che vien detto,
rola' non è mai un'entità in sé, ma - risulta variamente sbiadito. Non che la
in quanto 'parola' autentica - rinvia es- forte accentuazione di cui si è parlato
senzialmente a colui che la dice. L'es- venga o sia messa a tacere; non che ele-
senza specifica del termine À.6yoc; nel menti nuovi vengano a togliere al ter-
N.T. non consiste dunque nel vocabolo mine il significato originario di 'parola',
e nella forma come tali, ma nel rappor- come era avvenuto per il À.éyoc; di Fi-
to concreto con colui che parla. lone, dato che questi attl'ibuiva poca
Lo stesso si dica anche di quelle for- impottanza alle categorie della parola

yoi; e xiJpuyµa, indice di una forte carica di 128 Non ha importanza se la formula echeggia
contenuto nel termine ì.6yoç. l' anticotestamentario È:yw XVptoç ÀEÀ.6;)..t]Xlt
126 Cfr. Act.6,4 s.; n,19.22. che si legge in Ez.5,r5.17 ccc.
m Per Èyw ~ m, coll. 41 ss., spcc. coli. 50 ss.; 129 Cfr. anche Gal.3,17; 4,1; 5,16; I Cor.7,8.
à.µiJv ~ I, coll. 915 s. 12 ecc.
291 (IV,103) À.Éyw D 2 (G. Kittel)

e dell'ascolto(~ I, col. 584); il N. e a Dio, sia per se stessi (Mt. 12,36)


T. non conosce questa evoluzione: tut- sia per il prossimo affidato alla loro
ti i contenuti teocentrici e cristocen- responsabilità (Hebr. 13, 17 ). L' espres-
trici dati al vocabolo rimangono nel- sione quindi si carica dell'intera conce-
l'ambito del parlare e della parola pal'- zione escatologica de1la cristianità pri-
lata, arricchendone l'interiore capacità mitiva sul giudizio e sulla responsabili-
di rivelazione. Se il vocabolo talvolta tà (Rom.14,12; I Petr. 4,5). Già nelle
nel N.T. risulta sbiadito, lo si deve a parabole evangeliche l' idea del rendi-
una spede di abbassamento tonale nel conto è spesso importante, non solo per
iinguaggio comune. la parabola stessa, ma anche per la sua
Lo si può osservare esaminando, nel- interpretazione; cfr. la parabola del ser-
l'ambito del N.T., lo sviluppo di quat- vo spietato (Mt.18 1 23), dei talenti (Mt.
tro significati fondamentali: 25,19), del fattore infedele (Le. i6,2).
Ma soprattutto Phil. 4 1 15.r7 indica la
a) À.oyoç come computo, calcolo, con-
tendenza del vocabolo a passare dalla
to 130• À.oyov a.l-rc:iv, cruvalpELv, 8t06va.t,
a1\08t56WJ:L, chieder conto O render sfera commerciale a quella spirituale: il
conto, è locuzione tecnica corrente nel À.6yoç 86crEw<; xat À1)µ.J;E0J<;, «conto 132
linguaggio commerciale 131 ; all'inizio si-
del dare e dell'avete» (v. i5), che all'i-
gnificava anche un rendiconto orale, poi
nell'uso corrente ha finito per preva- nizio riguardava cose terrestri (cioè il
lere il significato di conto, rendiconto sostentamento dell'Apostolo), diviene
impossibile a farsi oralmente. Il N. T. immagine del xap7tÒV -ròv TIÀ.Eov&.sov't"a
usa talvolta il termine in un contesto
assolutAmente profano; cosl nel tumul- c:lç À.6yov vµwv, del «frutto che va au-
to degli argentieri efesini (Act. 19,40 ), mentando a credito vostro» (v. 17); si
dove nello stesso contesto si trova l'e- tratta di un frutto preso in un senso
spressione À.6yov EX~W Tipoc; 't'Wa, esi-
gere una resa di conti, sporgere querela diverso, eterno.
contro qualmno (Act. I 9 ,3 8 ).
Anche in Hebr-4,13 ha lo stesso signi-
Nel N. T. l'espressione viene però o
ficato. 7tpòc; <lv ·hµi:v À.6yoc;, può essere
usata prevalentemente per indicare la una semplice conclusione: «con cui ab-
biamo a che fate» m. Ma anche il valore
responsabilità dei cristiani, che devono di 1'apporto, proporzione (quindi il sen-
render conto agli uomini ( r Petr. 3, 15) so di «colui col quale siamo in rappot-

B!i Lo scomporsi del termine in significati se- Ml., a r8,23; ~ coll. no; 222.
condari nel N . T. può ingannare, poiché per
u2 M1cH., Phil., ad l.
l'orecchio greco l'intero gruppo non ha che un
solo significato. m Cosl la maggior p11rte degli esegeti recen-
ti : G. LiiNBMANN, (H.A.W. MEYER' [1878]),
m La documentazione in PAssow, PAPE, P.REU- RIGGENBACH, ad l.; F. W. GROSHEIDE, De Brief
scHEN - BAUER, s. v.; DElSSMANN, L. 0.494; 0011 de Hebreen (Komentaar op het Nieuwe
ScHLATTER, Komm. Lk.37 2; KLOSTERMAN.'I, Testament xn [1927]) 139; cfr. già Lucifero
ÀÉyw D 2 (G. Kittel) (IV,105) 294

to») che sta alla base di quello indicato, mo una ripresa sbiadita dell'uso, con-
non è che una variante del significato sueto ai Greci, di À.oyoc; in rapporto al
di calcolo: rapporto da calcolare e cal- pensiero (--+coli. 2n s. ): ragione, rifles-
colato. La Peshitta e soprattutto i Padri sione ragionevole, risultato della rifles-
greci 134 hanno inteso l' espressione nel sione, e quindi anche motivo ragionevo-
senso di un 'render conto', perché que- le ben soppesato 137•
sto significato corrispondeva non solo c) À.Oyoc;, la cosa espressa, ciò di cui
all'uso comune, ma anche al contesto. si parla. Anche nel N. T. si incontra
L' 'avere a che fare con Dio', per l'anti- più volte questo significato, assai comu-
co scrittore cristiano, non è certo un fa- ne nel greco classico ed ellenistico 138•
to insignificante, né una locuzione insi- Act.8,21: ovx E<T'tW o-oL µEptc; ouoÈ xMi-
gnificante di una conclusione retorica, poc; ~v 't@ À.oycp .-ou't<!J, «in questa cosa
ma ricorda inevitabilmente il giudice a (cioè nel 'ltVEiJµcx. chiesto da Simone
cui si deve render conto. Dato che si nel v. r9) tu non hai né parte né sor-
tratta di mettersi a nudo di fronte a co- te» 139; Act. 15 ,6: O'uv1Jxi}110'a.v .. . lòEtv
lui al quale niente rimane nascosto 135, '!tEpt -rou À.6you -rou-rou, «Si raccolsero
non è possibile che il significato di 'ren- ... per esaminare questa cosa» (cioè la
der conto', ine1'ente al vocabolo À.oyoc; questione sollevata nel v. 5) 140•
e noto all'autore della Lette1'a (cfr. 13, d) Questo significato originato dal-
17), non assuma qui un valore determi- l'uso greco viene a collegarsi con uno
nante 136• semitico, poggiante sull'ebraico diibiir,
b) Act.10,29: -rlv~ À.6y<!J; «per qua· come in Mt.5,32, Lc.4,36. 'tlç ò À.oyoc;
le motivo?». Act.18,14: xcx.-rà À.oyov, ou'toç... ; di Lc.4,36 non si traduce be-
«a ragione». In ambedue i casi abbia· ne con «che parola - che discorso - è

di Cagliari (t 370): ad quem nobis ratio est


137 La documentazione in PAPE, PAssow, LID·
(secondo RtGGENBACH, Hbr.'·' n7, n. 8); cosl
DELL-ScoTT, s.v.; ad es. AnscH., Choeph.5l5:
Calvino, Comm., ad l.: cum quo nobis est ratio
ÈX 't"lvoç Myov; ~ col. 2u.
(111 contrario della Vulg.: ad quem 11obis ser·
133 Ad es. Hdt. 1,95: -còv f.Ov-ca Mym1 M-
mo). Documentazione sull' uso linguistico in
WETTSTBIN n 399; F. BLEEK, Der Brief an die yov, «presentare In cosa come è»; Demosth.,
Hcbr. II, l (1936) 591; RIGGENBACH, Hbr.'·' or.18,44: E't"Epoç )..6yoç oihoç, «questa è un'al·
117, n. 8; Exp. 6'b Set. vol. VIII (1903) 437; tra cosa»; PLUT., Them. I I (r u7 e): ò:.vi\yEv
8" Ser. voi. X ( l9Il) 286 s. Del tutto sbiadito au't"ÒV È7tl -còv Myov, «lo guadagnò alla cau·
è invece WINDISCH, Hbr.', adl.: «di cui par- sa» ~ col. 222.
liamo», Hbr.': «dobbiamo parlare». 139 't"OU'"C<p indica che non ci si riferisce al v.
4 (1:Òv Myov), né al v. x4 ('t'Òv Mrov -.ov
m Chrys, hom. in Hebr.7,1, ad l. (MPG 63 p. i}EOu).
62): au-c[il µÉÀÀoµEV lìouwu EUihlVct<; 'thl\I
140 Nonostante il parere di PREUSCHEN-BAUER,
"ltrnpctyµÉvwv (cosl anche il testo studiato da
il testo di Mc.9,10 non entra in discussione
E.PREUSCHEN: Altkirchliche a11ti111arcio11itische
qui, <tÒv Myov Èxpa-cTJcrctv non si riferisce
Schrift rmter dcm Namen Ephriims: ZNW 12
al 'fatto' della trasfigurazione di Gesù, ma, se·
(19n) 260: Myov ctù-c[il 1holìilì6vai.
condo il v. lOb, alla 'parola' sulla risurrezione,
135 Del tutto simile Ign., Mg.3,2: 'tÒ oÈ. '"COLOV· eletta nel v. 9. Cfr. KLOSTERMANN, Mc., ad l. In
-cov où "ltpò<; <rapxct ò Myoc;, à).M. ,,;pòc; ile6v, quanto all'espressione, addotta da PREUSCHEN·
-còv -.cì. xpùqnct elo6-ca. BAUER, Myov gXELV 1tp6ç 't"LVrJ. (Act.r9,38), ~
J36 Cosl anche ad l.: J. C. K. v. HOFMANN, Die col. 291 In si d eve valutare diversamente da
Hl.Schrift N.Ts. v (1873); ScHLATTER, Erl.; Act.8,21; 15,6, dato che manca ogni riferimen·
G. HoLLMANN, in Schrifte11 N.T. to al discorso precedente.
295 (rv,105) ì..Éyw D 3 (G. Kittel)

questo?» 141 • Il seguito della frase: c>-.t cio del messaggio, è, c1oe, parola par-
~\I el;ouo-l!l- XCl.L ouvaµEt Èm't'MO'Et -.oi:c; lata: è avvio, quindi, che si tratti assai
axa17<Zp-.otc; itvEvµaO"tv xat É!;épxov-.at,
<~C?D._ potere. e forza comanda agli spi- spesso del suo )._ÉyEtV, dei suoi Myot,
rltl 1mmond1, ed essi escono» indica dei suoi pi}µa'trJ;. Sembra che Myoç e
che non si tratta semplicemen~e della pf)µcx. siano usati l'uno accanto all'altro }
parola di Gesù, ma anche di ciò che es-
sa ottiene. Inoltre l'espressione ha il suo senza differenza 144•
esatto corrispondente nell'A.T., 2 Bacr.
I A: xat El1tE\I aù't<{> Aaul8· 'tlc; ò Myoc;
Si fa talvolta riferimento ad una siri-
ov:oc; (T.M.: meh-haia haddabar), dove ~ol~ parola .di Gesù; ad es. Mc.ro,22:
evidentemente si vuol dire: «di che co- il giovane ricco non si mostra contento
sa si tratta?». 't'Q À.6y41 (sulla richiesta di vendere
È'ItL
In Mt.5,32 Gesù rifiuta il divorzio tutto); 14,72: Pietro riflette al Pi)µa
11:apEX't'Òc; À.6you 1topvElac;; l'espressio- wc; E!nEv... 'l'l")a'OVc;, alla parola detta da
ne cettamente non significa «se non nel Gesù a proposito del gallo. Talvolta si
caso di una parola impudica», ma corri- parla di un gruppo di parole di Gesù
sponde a una formula dell' A.T. molto di una determinata sezione della su~
discussa dai rabbini; Deut.241 1: k1 miisii' p_;edicazione; Mt.26,r: ntinec; ol Myot
biih 'erwat diibiir (LXX: O'tt r::ÙpE\I Èv à.ù- ou-cot, «tutte queste parole» (cioè il di-
't'TI rurxnµov itpa:yµa), «poiché egli ha scorso precedente) son finite; cosl Lc.7,
trovato in lei qualcosa di indecente» 142• r: 'lttiv·w. 'tà pi}µa't'Ct. aÙ'tou. II plura-
Intorno alla determinazione di questo le indica talvolta tutte le 'parole' di Ge-
'erwat diibiir, si è avuta una famosa di- sì1, l'intero suo messaggio; Mt. 24,35
scussione in cui tutte le possibilità sono par.: ot Sè À.oyot µou où µ1) itapéMw-
state soppesate. Il discorso del monte - a-w, «le mie parole non passeranno»·
interpretando la formula in parola - cir- Mc.8,38: oc; yàp M.v Èmx.to-xuvi}u µ~
coscrive la causa del divorzio al )..6yoc; xaL 'tovc; ȵovc; À.6youc;, «se uno si ver-
'ltopvElac;: «qualcosa di impudico» 143 • gogna di me e delle mie parole»; Io. r 5,
7: Èocv ... 't'à p1)µa't6:. µou Èv ùµiv ~l­
3. Le singole parole di Gesù VTJ, «se le mie parole rimarranno in
voi». Infine, si può anche trovare un
a) La citazione delle singole parole. singolare collettivo per indicare la 'pa-
L'opera di Gesù è in gran parte annun- rola', cioè tutto il messaggio di Gesù;

141 ZAHN, KLOSTERMAN, HAUCK, ad l. youc; -.01houc;, v. 45 [ 2 volte] : -.ò Pfiµa 'tOU·
142 Cfr. STRAcK-BILLERBECIC 1 313 ss.; KITTEL, 'tO - ambeclue riferiti alla stessa frase di Gesù
Probleme 100. v. 44b). Ancora: Mt.26,75; Mc. 14,72 (friJµa~
143 -.oc;); par. Lc.22,61 (Myou). Una certa diffe-
Cfr. S. Deut. 26, a 3,23 (p. 36, K!TTEL):
renza di tono si può forse ravvisare in Lc.20:
«Sembra che a suo riguardo fosse accertato
v. 2?: tv'.7- Èmì..6.~wv-.at aù'tou Myou, «per
qualcosa attinente all'adulterio (dbr nj'wp =
coglierlo m parola» (detto in riferimento al-
Myoi; µoLXEla.c;)»; T. Shebu.3,6: «qualcosa ri-
l'insieme del contenuto); V. 26: OU)(. rO'JCUO'G:V
guardante la trasgressione (dbr 'birh = Myoç
ÈnL)..a~Écr&aL aU'tOV frilµa-.oç, «non riuscirono
7tapa~auewç)»; cfr. ScHLA'l"rER, Komm. Mt.,
a coglierlo in fallo in nessuna parola». Ma for-
ad l. Nel modo di dire si osserva un capovolgi- se nelle due frasi si è voluto vedere qualcosa
mento dello stato costrutto come nei testi del
di troppo. Quanto a prjµa in Paolo, cfr. HAUPT,
N.T. Gefbr. (Eph.) 213.240; per il rapporto origi·
144 Cfr., ad es., Lc.9,44s. (v. 44a: -.oùc; ì..6- nario fr~ Myo~ e prjµa, ~ coli. 226 s.
297 (1v,105) ì.Jyw b 3 (G. Kittel) (1v,106) 298

Lc.ro,39: Maria, seduta ai piedi di Ge- lista esamina e vaglia la tradizione, cer-
sù, ascolta 'tÒ\I Myov <J.Ù't'OV. ca di raggiungere le fonti e le narrazio-
La citazione delle singole parole di ni dei testi oculari (Lc.r,1-4), mostran-
Gesù è fatta con formulazioni diverse: do così il suo interesse al processo sto-
rico delle parole dette da Gesù. Ma né
't'Ò pijµrx '11)CTOV (Mt.26,75); 't'Ò pf'j-
µ<J. wc; Etne.\I ... ò 'Iricrouc; (Mc.r4,72); l'evangelista né la comunità si preoccu-
't'Ò pTjµa 't'OU xuplou (Act.rr,r6); ò M- pa eccessivamente, se le esatte parole
yoc; o\I d1tEV (10.r8,9); b Myoc; où-.oc; delle beatitudini o dell'ultima cena non
ov ElnEv (lo.7 ,36); ò Àbyoc; "tOV 'Iricrou
8v Et1tEV (Io.r8,32); 6 À.6yoc; "tOU xu- si possono più costruire ad litteram.
plou wc; EtnEV {Lc.22,6r); Myoc; xupl- L'autorità su cui i primi cristiani sono
ou 145 (ITheSS-4,IJ); oi. À.O"(OL 't'OU xu- pronti a vivere e a morire, non è quel-
plou 'll)<roD O't't. au't'Òç El1m1 (Act. 20,
la delle singole lettere ispirate, e nep·
35); È1tL't'a-"f'IÌ xuplou (I Cor.7,25; 7,ro.
12: con 1tapa:yyf>..Àw e Myw ). pure quella di qualche singola frase -
miticamente o dogmaticamente determi-
La molteplicità delle formule mostra
nata - di un 'Cristo' soprannaturale e
che nessuna di esse aveva assunto il ca-
docetico: la comunità vive della parola
rattere stereotipo della più tardiva À.É"(EL
autentica di Gesù, ascoltata e narrata
òxupt.oc;(2Clem.5,2; 6,r; 8,5).Ciòd'al-
dagli uomini. Non a caso, sia sulle lab-
tronde non esclude che già in Paolo la
bra di Gesù che nella narrazione, par-
parola del Signore abbia un'autorità del
lando del À.6yoç., si torna espressamen·
tutto speciale (I Cor. 7, ro). La prova
te a dire una cosa del tutto ovvia, che
storica più ampia e più decisa del carat-
cioè Gesù ha pronunciato questa paro-
tere autoritativo della parola di Gesù
la: èìv (oOç.) E.À.aÀ..ri<roc (Lc.24,44; Io.r2,
nel tempo apostolico è fornita dagli
48), ov El1tEV (~col. 297). Questa pa-
stessi vangeli, intenti come sono a ri-
rola espressa, realmente 'detta', e nes-
ferire i detti di Gesù. Essi sono prece-
sun'altra, è per la comunità la parola di
duti dalla testimonianza apostolica, che
Cristo. Questa, fatta carne (<ràp~ ÉyÉ-
si richiama espressamente ai testimoni
VE"t'O ), è stata presa in tutta sedetà; in
oculari, al fatto che l'apostolo è stato
essa si vede già la o6!;a.
presente ai fatti (Act.r,2r s.). È già de-
gno di nota che si siano lasciate, con b) La potenza delta parola di Gesù.
piena ed ass~luta semplicità, le une ac- La tradizione evangelica ha stabilito in
canto alle altre diverse espressioni del- qual modo le parole di Gesù di Naza-
la stessa parola del Signore, quali ricor- ret erano accolte dagli ascoltatori. Gli
revano promiscuamente nei 'sinottici' uni ne sono scontenti (Mc. ro,22), ne
usati dalla chiesa. Certamente l'evange- prendono scandalo (Mt. 15,12), lo con-

HS Non c'è motivo di l'iferire la citazione ad una parola di Gesù risorto.


299 (1v,106) Myw D .3 (G. Kittel) (1v,ro7) 300

siderano indemoniato (Io. ro,20 ). Tale gnarsi di lui (Mc.8,38). E perché sono
giudizio non proviene dalla 'durezza', sue parole, esse non passeranno anche
dal carattere paradossale della sua pa- se dovessero passare cielo e terra (Mc.
rola (crxÀ"(}poç Ècr't"LV ò Myoç oihoç, l},JI).
«questa parola è dura», Io.6,60): è ciò La parola e l'azione di Gesù non si
che essa esige che sembra inaudito e devono intendere come due funzioni se-
blasfemo (Mc. 2 ,7 ). Gli avversari cerca- parate della sua comparsa. Se ne do-
no proprio di coglierlo (È.\I) À.6y4) (Mt. vrà tornare a parlare (--"'col. 305 ); ma
22,15; Mc.12,13; Lc.20,20, cfr. v. 26: fin da ora è chiaro che la parola stessa
p1)µa."toç), perché proprio nel Myo<; è attiva, è cioè elemento fondamentale
appare ciò ch'egli pretende, e quindi il al pari dell'azione. La preghiera che, ri-
pericolo che rappresenta. Lo stesso si ferendosi a un'azione salvifica, si espri-
deve dire quando, d'altro canto, qual- me con un semplice «dillo con una pa-
cuno 'si stupisce' della sua parola 146; rola» (EL"ltÈ Àoy4), Mt.8,8; Lc1,7), non
questo stupore non nasce da un'impres- vuol dire altro che questo; cosl pure
sione esterna 147 , e neppure dall'effetto È.1ti 8È 't'<{j {n)µct'tL CTOU xa.ÀMW 't<Ì. OtX-
psicologico prodotto da una particola- 't"Va., Vulg.: in verbo tuo laxabo rete (Le.
re profondità etica o religiosa, ma è 5 ,5 ); né altro significa la notizia che
l'emozione cagionata dall'autorità (-7 egli cacciava gli spiriti ÀhY<i> (Mt.8,r6);
è.!;,ouO"l~, Mt1,28; Lc.4,32) che si an- lo stesso, infine, si deve dire delle in-
nuncia nella parola. La parola di Gesù numerevoli narrazioni di miracoli, nel-
è infatti «diversa da quella degli scri- le quali è la parola che mette in opera
bi», testimonia la è.l;oucrla. non del rab- la sua potenza sanatrice (Mc. 2,10 ss.),
bi, ma del Figlio. Parola e azione di lui che fa tisorgere (Lc.7,14 s.), che domi-
pongono lo stesso imperativo della fe- na demoni (Mc. r, 25 s.) ed elementi
de nell'inviato di Dio; anche secondo (Mc-4,39 ). La parola di Gesù e la sua
la tradizione sinottica l'essenza della pa- autorità non si muovono ad un livello
rola è questa (Mt.8,9s.; Lc.5,5). Sulla 'soltanto' spirituale, al di là dell'elemen-
base della posizione assunta nei con- to corporeo e naturale; ma accampano
fronti della parola del Cristo - cioè nei il loro diritto di sovranità su quella irri-
confronti di lui - si decide il destino dotta unità di spirito e corpo, che ca-
dell'uomo. Poiché essa è la sua parola, ratterizza la creazione quale è descritta
vergognarsene è lo stesso che vergo- dalla Bibbia.

14<; ~ i}aµ~Éw iv, coll. 153 ss.; ftavµaJ;w 1v, role amorevoli» (Le. 4, 22); cfr. ZAHN, ad l.;
coll. 239 ss.; Èx1tÀTJO"O"oµaL. SCHLATTl!R, HAUCH ad l. però traducono «pa-
147 Forse come per i ÀoyoL ·djç xapvtoç «pa- role di grazia».
3or (lV,107) À.Éyw D .3 (G. Kittel) (IV,108) 302

Quanto la tradizione sia dominata in Gesù a motivo della sua parola ( &à.
dal ricordo che una determinata effi- 't"ÒV Myov cx.Ù'tou, 4,41; cfr. 4,50 ss.);
cace ~~ouc;lcx. ineriva alle precise parole
dette da Gesù in particolari circostanze questa parola la si accetta o non la si
si deduce anche dal fatto che alcune accetta (À.aµ~&.vs.w 12,48); si può cu-
sono rimaste nell'originale aramaico: stodire o non custodire ("t"'l'}pEi:'\I 8,51;
"t"<XÀd}à. xouµ., «fanciulla, sorgi» (Mc.
5, 4r); É<pq><x.iM, «apriti» (Mc. 7, 34), 14,24; 15,20; Apoc.3,8); in essa si ri-
ecc. Questa maniera di fissare la parola mane (Io.8 ,3r; cfr. 15 17) ed essa entra
del Signore potrebbe far pensare che nell'uomo (xwpEL ÉV uµi:v, 8,37). Chi ri-
tali espressioni fossero divenute formu-
fiuta la parola di Gesù si espone al giu-
le magiche; ma in realtà non fu così,
come è dimostrato con sicurezza da tut- dizio di Dio ( r 2 '4 7 s.); chi invece l' ac-
ti gli studi sul primo cristianesimo. Si coglie con fede e la custodisce è xa.1'a-
citavano le parole del Signore per dare p6c;... otèl "t"ÒV Myov 0\1 MÀ&.À:l}XOC v-
autorità incondizionata all'imperativo
che esse ponevano (r Cor.7,ro); si com- µi:'\I, «puro, a motivo della parola che
pivano i miracoli 'nel nome di Gesù vi ho detto» (15,3). Chi accoglie la pa-
Cristo' (Act.3,6), ma non si pensò mai rola ~XEL SWlJV tX.tc!.>VtOV xat Elç xplo-w
che la citazione delle sue parole pro·
ducesse magicamente il miracolo. Per oùx EPXE"t"rtt, «ha la vita eterna e non
quanto se ne potesse presentare l'occa- cade nel giudizio» (5 ,24), où µ1) YEVO"l)·
sione nei casi in cui una parola appariva 't'ctt 1'cx:va't'ou dc; "t"Òv cdwva., «non gu-
tanto importante da doverne conservare
il suono originale, tuttavia la cristianità sterà la morte in eterno» (8,51 s.).
primitiva seppe distinguere con sicuro Sullo sfondo di questo valore della
intuito le narrazioni riguardanti l'autori- parola di Gesù - sia in Giovanni che
tà (É~oucrla) di Gesù e le opere che an-
nella tradizione sinottica - sta unica-
che dopo di lui si continuano a compie-
re nel suo nome, dalle superstiziose cre- mente il fatto che Cristo è Figlio del
denze in parole e formule magiche. Padre. 6 Myoc; ov <ixouE't'E oùx Ecr'\'tV
Questa tradizione già ben determina- È1-tòc; <X}.).,fJ. "t"OU '1tȵljJav't6c; µE 'lt<X.'\'péc;,
ta nei sinottici è assunta poi da Giovan- «la parola che ascoltate non è mia, ma
ni ed espressa in numerose frasi pro- del Padre che m' ha inviato» (14, 24;
grammatiche 148• Anche per Giovanni cfr. q,rn; 17,8). Essendo del Figlio,
l'alternativa tra la fede e il suo rifiuto le parole di Gesù sono p1}µa..a. swtjc;
si basa sia sull' opera di Gesù ( l r A 5 alwvlou, «parole di vita eterna» (6,68),
ss.) sia sulla sua parola (6,6oss.; ro, sono 'ltVEllµcx. XCtL SWlJ, «spirito e vita}>
19 ss.: crxloµcx. ÈyÉve:to... otoc 'toùc; }.6. (6,63). Così si giustifica anche l'equi-
youc; 'tOU't'ouc;, «nacque una divisione ... paraz~one della parola di Gesù con la
a motivo di queste parole»). Si crede Scrittura: ~'ltlcr't"Eucrcx.v 't"TI ypwpi\ xat

148 Giovanni gencrslmente usa solo il singola- solo in Io.ro,I9; I41 24, e nelle varianti a 7,40
re Àoyoi;, spesso in senso collettivo; al plura- e r9,r3); -> :r} a.
le usa quasi esclusivamente 'TÙ. P'iJµcx.i:a (Myo1
303 (IV,108) Myw D 3 (G. Kittel)

't@ À.by~ ov El'!tE'Vo 'hJO'Oi:lc;, «credet- discorso in parabole: ùpXv 'tO µVIJ''ti)-
tero alla Scrittura e alla parola detta p10\I OÉOO't(U Tfjç aacrtÀElaç 'tOU ì}Eoi:l,
da Gesù» (2,22; 5,47). «a voi è stato dato il mistero del regno
In pari tempo, il rapporto degli uo- di Dio» (Mc.4,II par.) 149• Lo stesso di-
mini con la parola di Gesù è inserito ce Luca: xat i)v 'tÒ pfjµa. 't'OV'tO XE-
in quel gioco di attivo e passivo che xpvµµ.É\IO\I à:it' aÙTWV, ~<questa parola
è essenziale agli enunciati del cristia- rimaneva loro nascosta» (Lc.r8,J4); ot
nesimo primitivo. Gli uomini afferra- &È i}yvoov'V -.ò pfjµa Tou-co, xaì. l}v 'lta-
no la parola e insieme ne sono assi- paxExaÀvµµÉ'Vov a7t' aÙ"CWV t\la µ:ij
duamente afferrati; esserne afferrati è IX.~O"i}WV't'IX.t au-co,
«ora essi non capiva-
lo stesso che afferrarla. Giovanni espri- no questa parola, e rimaneva loro na-
me questa alternanza col verbo ouwur- scosta, cosl che non l'afferravano» (Le.
i>aL e soprattutto col passivo di 'dare'; 9,45).
OLà 'tOU't"O E~PlJXIX. ùµ~'V O"'C'L oÙOEÌ.c; ou-
c) Il richiamo alla parola di Gesù al
va."'C'at H.iM'V ?tp6c; µE Èà.'V µ7) ii OEOo-
di fuori dei vangeli.
µivov aÙT~ Éx 'toi:l ?ta.'tpoc;, «per que-
sto vi ho detto che nessuno può veni- Può forse sembrar sorprendente che,
re a me, se non gli è dato dal Padre» al di fuori dei vangeli, la parola di Ge-
( 6 ,65 ); où OVV(1.(fik cbcOUEL'V 'tÒ'V À.éyo'V sù non abbia quel ruolo che ci si aspet-
TÒ'V ȵ6v, «non siete in grado di ascol- terebbe. Ma il suo uso non si limita al-
tare la mia parola» ( 8.4 3 ). Anche la lo scarso numero di citazioni esplicite;
seconda citazione è pertinente, dato che la cristianità primitiva, infatti, si richia-
con ov OU\1(1.(fi}E non viene eliminata la mava di continuo e con ovvia libertà
responsabilità e la colpa. alla parola pronunciata dal Signore, sia
La stessa concezione si trova anche con varie formule di citazione (~ col.
nei sinottici; vi si 1·iferisce infatti la 297), sia anche con richiami liberi spo-
frase di Gesù: ov 'ltci'VTE<; xwpov<rw 'tÒV gli d'ogni rilievo. Di tali richiami si han-
À.éyov Toi:l-.ov, &,)..),,' otc; oÉoo-.at, Vulg;: no innumerevoli esempi sia in Paolo -
non omnes capiunt verbum istud, sed per es., quando parla della fede che spo-
quibus datum est (Mt.19,rr}, cui corri· sta le montagne, rCor.13,2 150 - sia nel-
sponde l' affermazione sullo scopo del la Lettera di Giacomo 151 , sia nella Dida-

149 Mt. 13,rr (a differenza di Mc.) prosegue: Lehrbuch der 111.lichen Theologie u 1 ( 19II)
EXEl\Jo~ç 8~ où 8Éoo-trn. Ma anche in Mc.4,II 232s.
si comprende chiaramente che l'opinione sugli 1s1 Cfr. HAucK, Jk.13 n. 46; ZAHN, Einl. 1 87.
ÉxEi:vo~ · è la stessa che in Mt. (__.,, ì:va;), DIBl!LIUS, Jk. 27, sottovaluta la connessione
JS(J =Mc.u,23; Mt.17,20; 21,21. Per altri nu· reale a vantaggio di analogie formali.
merosi esempi in Paolo, cfr. H. J. HoLTZMANN,
305 (1v,109) Myw D 3 (G. Kittel)

ché 152• Non è dunque esatto affermare sempre essere considerate insieme alle
che la letteratura apostolica faccia scar- sue opere (epya.); secondariamente che,
so uso della parola di Gesù e che - spe- come tutta la vita e l'opera di Gesù, ~n­
cialmente Paolo - mostri per essa scar- che le sue parole sono viste nella luce
sa considerazione. Questa possibilità - della croce e della risurrezione; in t.erzo
anche a prescindere da ogni altro punto luogo, che, alla pari ancora dell'intera
di. vista - si deve escludere per il solo opera di Gesù, sono sintonizzate con
moltiplicarsi degli scritti evangelici con l'attività del Cristo celeste, asceso al cie-
]'interesse di cui sono testimoni (Le. lo, e del suo rcvevµa..
1,1-4). Si deve anche ricordare che la
Questi punti· di vista, il terzo so-
nostra conoscenza della predicazione a-
prattutto, vanno tenuti presenti a .pto-
postolica è limitata a settori e a parti posito della maggior parte dei passi -
determinate; sarebbe illegittimo, o co- in realtà non numerosi 153 - in cui la
munque possibile solo con grande cau- letteratura cristiana primitiva parla del·
la parola di Cristo, almeno là dove non
tela, ad es., dalle sole lettere alle co- si tratta di citazioni dirette (~ coll.
munità trarre conclusioni sulla predica- 304 s.). Solo I Tim.6,3 forse (ùyuxlvov-
~done missionaria o sul catecumenato. -.Ec; Myot -.ou xuplou 'l)µwv 'h1crou Xpt-
u..ou, «le salutari parole del Signore
A ciò si aggiunge un fatto della mas- nostro Gesù Cristo»), intende riferirsi
sima importanza e carico di conseguen- alle parole di Gesù conservate dalla tra-
ze: nel tempo apostolico non esiste una dizione e costituenti una base della OL-
Ò®xa.À.la.. Hebr. r, 3 : ( b utoc;) q>Épwv
'parola' di Gesù autonoma che si possa "à rtocv-rcx. "ii> pfiµa-.t "t'fjc; ouv&:µi::wc;
staccare dal complesso delle azioni cri- mhou, «il Figlio che regge tutte le co-
stologiche e considerare come a sé stan- se con la parola della sua potenza», non
parla che della parola creatrice di Cri-
te (~ col. 300). Su questo fatto ci si sto. Rom.10,17: ii 1tt'.cr..tc; ~~ &.xofjc;, 1i
può fondare per giudicare quanto sia oÈ à.xoi] && p1)1J.a-toc; Xpw·-.ou, «la fe-
intrinsecamente inverosimile la teoria de viene dall'ascolto, e l'ascolto si ha
di una cosiddetta 'fonte dei detti' o 'dei mediante la parola di Cristo», certa-
mente si riferisce anche ai pi)µwi:a di
discorsi' del Signore, con tutte le con- Gesù che sono stati trasmessi, ma so-
clusioni, reali o supposte, che ne era- prattutto - come è indicato dal geniti-
no state tratte. Le parole di Gesù non vo Xptcri:ou - alla parola del Signore
presente ed operante nell' àxo1). ·Infine
sono che un aspetto di un insieme; ciò in Col.3,16: o Myoc; "t'OV Xptcr-tov Évoi-
significa in primo luogo che devono XEl"t°W E\I ùµi:v 1tÀ.oucrlwc;, Vulg.: verbum

m Soprattutto r,r ss. Hbr.1 •1 I46 ad I. Quindi il tentativo di A. SEe-


BERG, Der Katachismus der Urchristenheit
J53 In Hebr.6,r: &.<p~v'!e:ç 't'Òv ·tijç &.pxf\ç 't'OU (1903) ;1.48 s., di scoprire «un catechismo... la
XpLCT'!OU J.6yov, il genitivo 't'OU Xptcr-tou po- cui parte essenziale si rifac;da a Cristo stessm>1
trebbe essete oggettivo. Cfr. RrGGeN.ijACH, è pura fantasia.
ÀÉyw D 4 (G. Kittel) (IV,rro) 308

Christi habitet in vobis abundanter, l'ac- detto), dpT)µÉ.vov, pT)itev. Le forme pas-
cento potrebbe esser posto su quest'ul- sive, per lo più senza soggetto determi-
timo tratto, anche se non è escluso l'al-
tro. nato, lasciano questo in sospeso. Dalla
forma perfetta ebraica 'amar/ 'omer
La più importante conseguenza di
(disse, dice) proviene in greco o l'aori-
questo fatto è stato un allargamento del
sto élm:v, o il presente ÀÉyeL 158 che in
concetto di À.éyoç nel messaggio cri-
.certi casi si trova incluso in una narra-
stiano primitivo, che, sia come Myoc;
zione tutta al passato 159• L'uso dell'uno
-i-ov iteov e Myoc; -.ou xvplou, sia come
o dell'altro non comporta una differenza
À.6yoc; semplicemente, diviene caratteri-
vera e propria 160• Per quanto le due
stico nella terminologia cristiana primi-
forme si siano cristallizzate, tuttavia la
tiva.
loro intercambiabilità sta a indicare che
4. La 'parola' veterotestamentaria queste citazioni sono normalmente e
nel Nuovo T es/amento narrazione di un avvenimento passato,
a) Il N. T. cita l'Antico o 154 come e affermazione di qualcosa che vive e
'Scrittura' m o come 'parola' 156• Trattia- opera direttamente nel presente.
mo qui delle formule usate nel secon- Una semplice rassegna basterà a mo-
do caso: esse sono quanto mai varie strare la molteplicità dei soggetti.
tanto nell'uso delle forme verbali, quan-
to nell'indicazione del soggetto che par- Soggetto umano. Mosè 161 : Mt.22,24;
Mc. 7,10; Act. 3,22; Rom. rn,19. Da-
la. Tale varietà proviene dall'adozione vid162: Act.2,25.34; Rom.4,6; n,9: Mt.
delle formule usate dagli scribi giudei. 22>43, par. Mc. 12,36 (Èv [ .._0] itVEU-
157
Come tra i rabbini , troviamo for- µa-i-L [-rQ ayl~] ); LC.20,42: Év ~l~À.!{,l
lj!aÀ.µwv. Il profeta 163 : Act.7,48. Isai-
me verbali sia attive che passive: À.É· a 164 : Io.1,23; r2,38 s.; Rom.9,27 (xpa-
YE~, cpTJUlv, Etm:v, ÀÉywv, EppÉitT} (fu ~EL). 29 (1tpOELp7JXEv); I0,16.20 s.; 15,

m Ovviamente si trovano anche forme miste; (xait&.nEp) ÀÉya IlÀa't'WV, Epict., diss. r,28,
ad es. Act.I5,15: ol MyoL '\WV 1tPOQlTJ'\WV, ;w.- 4; 3,24,99; 4,I,4r.73.
l}wç yÉypa.1t-CtXL, 159 Cfr. Io.19,36 s.
155 Cfr. yÉypCL1t'\et.L e yeypa.µµÉvov, ~ II, coll. 160 Per questo scambio, del tutto arbitrario, so·
616 ss.; ypa.qi'fi -7 II, coli. 627 ss.; b..va:yww- no indicativi i passi di Hebr.r,5 ss (v. 5: ELnEV,
uxw -+ I, coll. 9.z9 ss.; !3lf3ì.oç, {3L{3Àlov ~ u, v. 6: ÀÉ)'EL, v. 7: À.ÉyEL, v. r3: etpTJXf.V); Gal.
coli. 26r ss. 3,16: ÉppÉilTjua.v ... ÀÉ')'EL; Act.13,34 s.: EtP7J-
15/i Oltre ai vocaboli di cui si tratta qui, cfr. XEV ... À.É"(EL.
'ì!pOEUU)')'EÀ.l~O(ll'J.L ~ III, col. uo6; xpasW 161 Lev. r. r3,5 a
II,l (p. 19 b, Wilna): mosh
~ m, coli. 963 ss.; 970, n. r5 (Rom.9,27). 'mr; cfr. BACHER, (-7 n. 157) II 9. Per Hebr.
157 Soprattutto 'mr, 'omér, ne'emar. Cfr. BA· 9,20 -7 n. 177.
CHER, Term. r ;; s.; n 9 ss. 94; S'l'RACK-BILLER· 162 Pea.j.r6 b 60: wkn dwd hw' 'wmr.
BECK I 74 S.j II Ij III 314.365 S. 163 Tanh. Jmwt 7 e tswh rn (BUBER): 'mr hnb;.
153 O. MrcHEL, Paulus und seinc Bibel (1929) IM Ta11h. jtrw 13, verso la fine (BUBER): 'mr
701 rimantl:1 anche a paralleli greci, come w<; if'ib.
309 (Iv,no) Myw D 4 (G. Kittel) (IV,IXI) 310

12; Mt. 13 ,14 (1) 1tpoqi1}"'C'Elu. 'Hcrcx.tou 1i elp11µÉvov: Rom. 4, 18; Le. 2,24 (Év -.Q
À.Éyoucr<X-); 15 ,7 ( È'rtpoq>i}"'C'EVO"E'V ..• 'Hcrcx.t- voµ~ xuplou) Act.2,16 (8t& "'C'OV 1tpocpl]-
ac; Mrwv). Qualcuno: Hebr.2,6 (ote- "'C'OV 'Iw1)Ìv); 1:"3'40 (Év 't'Oi:ç 'ltPOq>TJ't'<X.L<;).
µapi:up<X-'t'O OÉ 1t0V ·rn; 165 À.É'YW\I ). Un ò p11i}ei'.ç: Mt. 3 ,3 ( OLà. 'Ho-cx.tov "t'OU 7tpO-
riferimento indiretto ad un soggetto u- qi1}"t'oU À.Éyov-.oç). "t'Ò pT)i}Év: Mt. 2,23
mano (ad es. con ot<i) si ha ripetuta- (&ci. "'C'WV 1tpO<pTJ't'WV); 13,35; 21,4 (&t!t.
mente anche nei passi che verranno ci- -çov 7tpoqrf}"t'ou Myov-toç); Mt.2,17; 27,
tati in seguito. 9 (otcì. 'lEpEµlou "t'ov 1tpoqi1}-.ou À.Éyov-
Soggetto sovrumano. Il Cristo (pre- i:oç) 174 ; Mt. 4 ,14; 8,17; 12,17 (otà. 'H-
esistente) 166 : Hebr. 2, 12 s. (À.Éywv ). cra.tou -.ou 'ltpocp'l)-.ov ÀÉyov't'oç); Mt.24,
10,5.8.9 (À.ÉyEt, Mywv; E.tpl)xc.v). 1i ~ 15 ( otù. Acx.vt'l'JÀ. -.ov 1tpoqi1}'t'ou ).
crocplo, 't'OU itEOU: Le. I I .49. ò xi:>11µcx.·n- Dio come soggetto. In parte, il pas-
crµ6c; (oracolo): Rom.II,4; 6 voµoç 167 : saggio dal gruppo precedente a questo
r Cor.14a4. 't'Ò TIVEuµcx. 't'Ò éX:ytov (~ è naturalmente oscillante, dato che non
n. 175): Hebr.3,7; Act.28,25 (H.aÌv'r]- sempre i>eòç e!'ltE\I è detto esplicitamen-
crc.v otà 'Hcrcx.tou -.ou 1tpoqd1-.ou ... ÌvÉ- te; 1le6ç conie soggetto si ricava gene-
rwv '611). 'i} ypcx.q>1i 169 : Io.7,3842; 19, ralmente dal contesto, soprattutto nella
37 (È't'Épo. ypwpi}) 170 ; Rom.4,3; 10,n; Lettera agli Ebrei. Mt. 1,22; 2,15 ("'C'Ò
Gal.4,30; rTim.5,18; Iac.2,23; 4,5 s.; p11i>~v ù-rtò xuplou [ 22, 31: i>eou] otcì.
Rom.9,17 ("'t'@<llo,pcx.w); 11,2 (lv 'HÌvlq.). "'C'OU 1tpOq>i}"'C'OU ÀÉ'YO'V't'O<;); 15.4 ( Ò llEÒ<;
Soggetto indeterminato. À.ÉyEt con El-rtev ); Mc.12,26 (Év "'C'ij {3l{3Ìv~ Mwuo-É-
un soggètto indeterminato 171 : Rom.15, wç ... TCwç Er'lti::v a.ù"'C'é;> ò i>eòç Mywv );
10; 2 Cor.6,2; Eph.4,8; 5,14; Rom.9, Le. 1,70 (xcx:llwç ÈÀ&.l11crEv 8tcì. a-.6µcx-
15 (-.<;> MwvcrEi:); 9,25 (Èv 't'c°i> 'fi<rrié); "t'Oç "t'W\I à.ylwv a'lt' cdwvoç -rtpoqit}"'C'WV
Gal.3,16 (in alternanza col passivo, cfr. mhou); Act. 3,25 (À.Éywv 'ltpòç 'ABpcx-
sotto). qiricrlv con soggetto indetermi- 6.µ); 4,25 (o -çoG 7ta.-.pòç 1]µ.wv otà.
nato: r Cor.6,16; Hebr.8,5. ÈppÉi}1} 172 : 1t\1Euµa-.oç à.-ylov 1n6µa-.oç Acx.uto 1ttx.t-
Mt. 5,27.3I.38.43; Mt. 5,2r.33 (-.oi:ç 86ç (J'OU e1.m~v ); 7.3 (EL1tEV 7tpÒ<; cxù-
cipxa.iotç)173; Rom.9,12 (au"'C'U); Gal. 3, "'C'OV); 7,6 (ÈÌvaÀ:YJcrEv oÈ oihwç o1le6ç);
16 ("'C'~ OÈ 'ABpcx.ൠÈppÉi}'Y]rJ'a.\I a.t È'lta.y- 7,7 (Ò i)eòç El1tEV); 7,31 (È-yÉ\IE"'C'O q>WVTJ
'YEÀ.Lcx.L, cfr. sopra). ELPi'J"'C'CX.t: Lc.4,12. -.ò xuplov); 7,33 (Efoev oÈ cx.ù"'C'Q ò xuptoç);

165 Formula introduttoria parallela in Filone Scrittura dice»; si trova anche: haqqiidoJ bii-
(-7 n. 178). L'autore della lettera non cita mai nlk hli' 'omér, «Il Santo - sia benedetto - di-
per nome un soggetto umano d'un passo scrit- ce» (Shab.b. r52 b). Cfr. STRACK-BILLERBl!CK
turistico. III 3r4.365 s.
3
166 Cfr. RIGGENBACH, Hebr.'· 51 s. 299. 172 Cfr. Jn'mr, la formula a cui i rabbini ricor-

1~7 M. Ex. a z3,7; S. N111n.II5 a 15,38: 'mrh rono più spesso per le citazioni bibliche. BA-
twrh. CHRR, Term . I 6; II ro.
168 Pcs. r. 6 p. 23 a: zh hw' S'mrh rwlJ hqdi l73 Già i paralleli Rom.9,r2 e Gal.3,16 e anche
'l ;d;... («questo è ciò che lo Spirito Santo ha l'uso comune mostrano che è impossibile con-
detto per mezzo di...»). Altri esempi in STRACK- siderare "C'OL<; tipx;a.lo~<; come un ablativo ( =
BILLERBRCK I 74 S. Ò7tb "C'W\I tipx;oclwv ). Cfr. anche ZAHN, Mt.'
16~ M. Ex. a 12,29: hktwb 'wmr. 223 s., n. 90.
170 M.Ex. a 14,3; Tanh. ns 18 (BUBEll): wktwb 174 Pes. r. 28 (p. 134 b): zw b;' Jn'mrh 'l idi
'hr 'wmr. irmih hnbj, «questo è quanto era stato detto
111 Cfr. il rabbinico 'omer, o hi'l 'omer, per lo per mezw del profeta Geremia» (STRACK-BIL-
più da completare in: hakkiitdb 'omer, «la Ll!Rill!CK II I).
311 {1v,x11) Myw D 4 (G. Kittel) (IV,l l2) 3l2

Iac. 2, II (ò yap El7ti;N ... d7tEV xa.l); tazioni egli è per lo più scambiato libe-
Hebr. I,5.6.7.I3 (EfaEv, ÀÉYEL, ÀÉYEL, ramente col soggetto divino 176• Questi
ELP'l'lXEv); 3,15 (Év 't'cll ÀÉyE<ri)rx.L); 4,3.
fatti mostrano ali' evidenza che per gli
4 (xrx.i}wç Eip'l')xEv); 4,7 (lv Aa.vto ÀÉ-
uomini del N.T. la giustapposizione dei
ywv ..• xrx.i}wc; 7tpoElp'l')'t'at); 5,5 (ò la-
À:(i<Taç 7tpòc; cx.v-r6v ); 5 ,6 (xaawc; xa.t Év
due tipi di formule non comporta né
È't'Épcp À.ÉyEt); 6,I4 (À.Éywv); 8,8 (µcµ-
interferenza né opposizione. Pi questa
cp6µEvoc; ÀÉyEt); Io,15 (µE-.à. ..ò ELP'l'l-
xÉvat)175; rn,30 (-ròv El7t6v-.cx.). si può forse parlare per la Lettera agli
Ebrei che - eccezion fatta per 'un tale'
Che il soggetto sia Dio, si deduce in
(·nç) ricordato in Hebr.2,6 - non no-
molti casi dal fatto che il testo éitato
mina mai un soggetto umano 177 ; ma la
comincia con un 'io' ·divino (Mt.22,31
lettera ha forse subito l' influsso della
s. par.: «lo sono il Dio di Abramo ...»),
concezione alessandrina dell'ispirazione,
o che nella narrazione veterotestamen-
che esclude, per quanto è possibile, il
taria la frase è messa sulle labbra di
soggetto umano della parola di .D io 178•
Dio (Act.3,25: promessa ad Abramo).
Ma per Paolo non. significa affatto smi-
Gli esempi vanno ben oltre quando pa-
nuire la divinità del testo scritturistico
role dei profeti o dei salmi sono citate
né la sua importanza il dire, con linguag-
come dette da Dio (Mt.I,22; Act.4,25;
gio concreto, che Isaia xpasEL o &.7to-
Hebr. I, 5 ss., ecc.); tali casi mostrano
't'oÀµ~ xcd À.Éy€L (Rom. 9.27; ro,20),
che si pensa che sia Dio stesso che par-
sottolineando cosl l'origine anche uma-
la nella Scrittura, pur senza escludere o
na della Scrittura. È pure evidente che
negare l'intervento dell'uomo. L'uomo
il rifiuto di certe formule tradizionali e
è considerato soggetto non solo indiret-
l'uso di À.ÉyEL senza soggetto o della for-
to e mediato, ma anche diretto di ciò
ma passiva non hanno niente a che fare
che si dice nella Scrittura: lo indicano
con un rifiuto della divinità della parola
i vocaboli drastici come ~ xpasEt 'gri-
citata.
da' (Rom.9,27 [ls.]) o ò·:ito-.o)..µq_, 'ar-
disce' (Rom.xo,20 [ls.]); ma nelle ci- È perciò priva di fondamento ogni

175 Il soggetto non è 'tÒ 7t\ltuµa; 'tÒ liyLo\I, ma noma, ma come parte della narrazione di Ex.
xvptoç. Cfr. RrGGEN1lACH, Hbr. 1' 3 3u. =
24,6-8 ( Hebr. 9,x9-20): è nell'ambito del!J
176 Cfr., ad es., Mt.x5 14 (Ò l}Eòc; d'ltt\I) e 15,7 narrazione che si dice che Mosè parlava al po-
(xa;)..Wç É'ltpOq>TJ'tWCTEV m:pt òµw\I 'Haata<;). polo.
Mt.15,4: ò ·yàp ~tòc; i:fai;.v è par: di Mc.7,10: 178 Cfr. MrcHEL (-+ n. 158) 69 che si rifà a
Mwiicrijc; yàp d'TCEV (in ambedue i casi si trat- Philo, spec. leg. 49. È significativo che il 'ltOU
ta della formula introduttoria del testo del 'ttç (e sim.) corrisponde ad una formula di ci-
quarto comandamento). tazione filoniana usata non soltanto per testi
177 Hebr.9,20: Mosè che parla è soggetto del scritturistici (ebr. 6x), ma anche per :filosofi e
participio À.Éywv {dr. v. x9): la frase è signi- poeti greci (rer. div. her. r8r [Platone]); fug
ficativa proprio perché Ex.24,8 non è intro- 6r [Eraclito]; som. 1, 150 [Omero] ecc.). Cfr.
3
dotto come citazione anticotestamentaria auto. RmGENBACH, Hebr.'· 36 s., n. 98.
3r3 (1v,112) ÀÉyw D 4 (G. Kittel) . (IV,112) 314

esegesi che, nell'assenza dell'agente di (dr. v. 20: 7tii.na. 1tpO<p1J'tEta. ypoc<pljc;).


Èppéi}q in Mt.),21 ss., trovasse un ten- Eccettuato 2 Petr. l, 19, anche le e·
tativo di scansare il riferimento pole- spressioni con Myoc; e pijµa riferite a
mico a Dio o a Mosè suo profeta 179• Dio che parla, indicano singoli passi e
Non solo il comandamento, ma anche contesti dell'A.T. Mc. 7 ,r 3: 1hvpovv'tec;
la formula, impedisce di pensare ad al- (togliendo vigore) -.òv Myov 'tOU i7Eou
tro che a una parola di Dio 180• Se si 'tU 1ta.pa.o6<m. uµw" (il comandamento
trattasse di dottrina umana, lo si trove- di onorare i genitori); fo.ro,35: 7tpòc;
rebbe indicato. Qui ÈppÉi>'l'} e ò i>eòç El· oOc; ò Myoc; 'tov l)Eov èyf.vs.~o (Ps.82,
1tE'\I (Mt.15,4) sono formule introdutto- 6); Rom.9,6: oùx otov oÈ lht. Èx7tÉ1t'tW-
rie perfettamente parallele rispettiva- o
xev Myoc; -.ov i7Eov, «non che sia ca-
mente del quinto e del quarto coman- duta la parola di Dio» (la promessa ri-
damento 181 • guardo a Israele); Hebr.2,2: ò ot.' &::y-
yH,w" Àa,À:rii7Eic; À.Oyoc; (la legge);
·b) L'uso di Myoç e di pijµa. riferito Hebr. 7,28: ò À.6yoc; -.i}c; òpxwµorrlac;
ali' A. T. conferma le conclusioni rag- (del giuramento [di Dio]); Hebr.u,3:
giunte fin qui: anche in questo caso si xa.TI')P'tf.a'&ai. 'toùc; oclwva.c; p1)µa'tt. i7Eoii,
«il mondo · è stato formato dalla parola
sottolinea volta per volta c~e la parola
di Dio»; Hebr.12,19: q>wv'Ì) p'l'){.Ui'tWV ...
è o divina o umana. µli 7tpc><net}ijvoci. aÙ't'o~c; Myov (promul-
gazione della legge); 2 Petr.3,5-7: ò 't'OV
Parola umana. Lc.3,4: wc; yéypa.n- i>Eou Myoc; {parola creatrice).
'ta.t. È.V ~lflÀ.~ À.6ywv 'Hcra.tou 'tOV 1tpo-
q>1}-.ov; fo.12,38: t\la. ò Myoç 'Hcra.tou In tutti questi casi, l' uso veterote-
'tOV 'ltpoq>Tj'tou 7tÀ:r)pwi}jj (si compisse)
ov El'ltev; Act. r 5 ,15: xa.t 'tOV't4> crvµq>w- stamentario di dcbar-jhwh non solo è
\loucrw (concordano) oL Àoyoi. -.wv 'ltpo- assunto dal N.T., ma mantiene il suo
<pl)'tWV, xa:frwc; yÉypoc7t'tat. Il rapporto originario riferimento alla veterotesta-
fra il singolare e il plurale indica che
À.6yoç designa i singoli passi, il plurale mentaria parola rivelatrice. Il riferimen-
la molteplicità di 'parole', ad es. con ri- to a singoli contesti dimostra che non
ferimento all'intero libro di un profeta, si tratta d' una teoria della 'parola di
che non è quindi ancora indicato con un Dio, ma della concretezza del suo ope-
collettivo singolare come 'Myoc; del pro-
feta'. rante parlare, inteso come avvenimento
storico. Cosl viene aperta la strada a
Riferito a un passo singolo, À.Oyoc;
è usato anche senza il genitivo di colui considerare l'intero e globale agire sal-
che parla; Rom.9,9; 13,9: ò Myoc; ou· vifico divino come 'parola di Dio'; per-
'toc;; I Cor.15,54: ò Myoç Ò yEypaµµÉ- ciò in Col. r, 25 (--+ coli. 325; 349) e
voç; Gal.5,14: ev È\lt À.oy({). A questo
uso non si attiene 2 Petr. r,19: xat itxo- Hebr.4,12 l'Antico e il Nuovo Patto
µev ~eBocto'té'.pov -tòv 7tpocpTJ'ttXÒ\I Àhyo\I sono compresi nella stessa denominazio-
179 Esempi più antichi in H. A. W. MEYEll.6 bra, anche KLOSTERMANN, Mt. ad l.
( 1876), ad l.; ZAHN, Mt. ad l. («non su ciò che 180 ScHLATTBR, Mt.r65: «Lo sguardo si rivol-
è scritto e si legge nella legge e nei profeti»); ge a ciò cui ciascuno pensa, anche se non è
WELUIAUSBN, Mt.19 («Mosè deve evidente- esplicitamente nominato».
mente restare fuori questione»); lo stesso, sem- 181 SCHLATTER, ibid.
315 (1v,u3) Myw D 5 (G. Kittcl)

ne di Myoç -.ov iteou, che ne costitui- e) Nessuna meraviglia se in alcuni ca-


sce l'unità: la parola dell'A.T., in quan- si non si può decidere esegeticamente
se con 'parola di Dio' s'intenda l'A.T.
to 'parola di Dio', ha un valore eguale o il primitivo messaggio cristiano. Cfr.
a quella del Nuovo. ad es. Hehr-4,I2 {~sopra): swv yàp 6
À.byoi; 'tOU ìtEOU xa.t È\/Epy'Ìjc; xa.t 't'oµw-
Nel N.T. l'espressione Myoi; -.ou xu- ..Epoc; Ù7tÈp 1tMCJ.'ll µ&.x,a.tpa.v ql<T't'oµov,
plou non indiéa mai la 'parola' antico- «vivente è la parola di Dio, ed efficace e
testamentaria; il fatto può sorprendere, più tagliente d'una spada a due tagli»;
dato che l'espressione è il corrisponden- Eph.6,17: xa.t -.i}v µax,atpo.v ..ou 7t'llE.u·
te diretto del debar-ihwh dell' A.T. Il p.a.-roi;, o ÈO''tLV [tijµa.. i7eou, «e la spada
motivo non può trovarsi in una marcio- deilo Spirito, che è la parola di Dio»184 •
nistica svalorizzazioné della parola anti- In questi e altri casi del genere è eviden-
cotestamentaria, poiché allora si sarebb::: te che per lo scrittore neotestamentario
dovuta evitare anche l'espressione À.6- - come si può vedere anche dal Àa.À.Ei:V
yoc; 't'OU ih:ou. In connessione con xupLoç di Heb1·.x,1 s. - non si tratta affatto di
non si trova neppure À.ÉyEL come intro- due 'parole di Dio', ma di una sola, nel-
duzione di una citazione; À.ÉyEL XUpLoc; la continuità e nell'unità dello storico
si trova però all'interno della citazione evehto salvifico (dai 7tpoq>il'>txL all' vt6c;,
stessa: Rom.12,19; 14,rr; I Cor.14,21; Hebr.x,r s.). La sua prima manifesta-
2 Cor.6,r7s.; Hebr.8,8ss.; rn,16; Apoc. zione vuole orientare verso la seconda,
r,8. Non ha importanza se talvolta l'e- e questa, a sua volta, intende esser
spressione À.É')'EL ( Ò) XUpLoc;182 è ecceden- 'compimento' della prima. È poi diffi-
te rispetto all'effettivo testo veterotesta- cile determinare se i 'superiori' di Hebr.
mentario, dato che lo scrittore del N.T. r3,7 abbiano pronunciato e insegnato la
l'intende in ogni caso quale parte inte- parola dell'A.T. o quella del Nuovo, o
grante della citazione, come si può de- entrambe insieme.
durre dal fatto che la presenza dell' e-
spressione ÀÉyEL Ò XUpLoc; non esclude
per lo più l'uso singolare d'una formu- 5. Alcune 'parole di Dio' nel N. T.
la introduttiva, come yÉyparmxL (Rom. rivolte a persone particolari
12,19; 14,n; I Cor.14,21), Et7tE'.I 6 a) Simeone; il Battista. La formula
itf:éç (2 Cor.6,16 ss.), ÀÉYEL o dprpcÉvai, veterotestamentaria secondo la quale la
riferiti a Dio (Hebr. 8, 8; ro, r5s.) 183•
Per introdurre una citazione veterote- parola di Jahvé è rivolta a una persona
stamentaria xvptoc; ( = ilE6i;) si trova so- chiamata da Dio (x Bet.<i.15,ro [{rijµoc
lo in due passi del vangelo dell'infanzia, xuplou]; 2 Ba:0".24, u [ À.byoç xuplou],
Mt.r,22; 2,15: -.ò p'r)ìtÈv ùnò xuplou OLÒ..
ecc.), torna in pochi casi, chiaramente
-.ou 7tpoqnhou À.Éyov't'oç, «quanto era
stato detto dal Signore per mezzo del delineati, del N.T. A Simeone si rivol-
profeta, che dice». ge il p'ijµa. di Dio con la promessa mes-

182 Act.2,17: À.Éyet b tlE6c;, nella citazione. si tratta, in ogni modo, né di una specifica 'pa-
tal Cfr. MrcHEL (~ n. 158) 72; F. BL!lEK, Der rola' dell'A.T. né cli una del Nuovo, ma piut-
Brief an die Hebriicr (1828 ss.) 323. tosto della parola che lo Spirito «porta alla
tM. Rimane quindi incerto se f»iµa. ilEoii signi- comunità e le insegna ad usare» (ScI·ILATTER,
fichi la singola parola «che vale per quel sin· Erl., ad l.).
gaio caso»; dr. HAUPT, Gefbr. (Epb. ) 240.Non
317 (rv,n3) Myw D 5 (G. Kittel)

sianica (Lc.2,29), che è parafrasata con La ragione di questo fatto, che è in-
le parole xal. Tjv mhQ XEXPriµa:ttoµÉ- sieme palese e degno di nota, è la se-
vov ÙTCÒ 'tOV 'lt\IEÒµa:toç "t"OV &.ylov, «gli guente: a partire dalla venuta di Gesù,
era stato comunicato dallo Spirito San- la 'parola di Dio' o 'del Signore' ha ri-
to» {v. 26); del Battista si dice che a lui cevuto un significato nuovo ed esclusi-
~yÉVE"t"O pijµa.1l'Eov, «fu rivolta la parola vo per la cristianità primitiva; essa di-
di Dio» (Le. 3 ,2 ). Questi due personaggi viene termine indiscusso per indicare
sono quindi collocati da_Luca accanto ai quell'unica parola che Dio ha detto e
profeti dell'A.T., cioè del tempo precri- dice nella venuta di Gesù e nel suo
stiano. messaggio. Nessun altro evento rivela-
b) Età apostolica. Per quanto fre- tore, per quanto religiosamente ricono-
quenti nel resto del N.T., le espressioni sciuto e sublime, sarà più chiamato con
À6yoi; "COU ~EOV, 'Myoç "COV xvplov, Pii- questo nome. L'uso linguistico del tem-
µa xvplou non sono mai usate per in- po apostolico esprime dunque diretta-
dicare speciali direttive singole di Dio mente la convinzione dell'assoluta irre-
(fatta eccezione per le figure preparato- petibilità 185 della rivelazione avutasi in
rie). Ciò non significa che il N.T. igno- Gesù Cristo e dei 'nuovi tempi' a cui
ri tali direttive; anzi, il tempo aposto- essa ha dato inizio (-,)o xaw6ç; inoltre
lico ne è pieno. Esse sono descritte nel- -+nb}.
le forme più diverse: come rivelazione, e) Gesù. In queste condizioni, è dop-
à.'ltoxa).v1fnç (Gal.2,2), come istruzioni piamente sorprendente che anche nella
del miEvµa. (Act. r6,6), come appari- storia di Gesù non si dica che 'la' pa-
zione dell'angelo di Dio che dà qualche rola o 'una' parola o 'le parole di Dio'
istruzione (Act. 27,23), o del Signore sono state rivolte a lui, che è il rive-
stesso (Act.r8,9), o come strana appari- latore per eccellenza. In questo caso
zione inviata da Dio (Act. ro, ro ss.), non può valere l'ostacolo o la limitazio-
ecc. Nell'Apocalisse (~ col. 343) si di- ne di rui si è parlato a proposito degli
ce spesso che il veggente ascolta la vo- apostoli; eppure non si dice mai che a
ce divina (r,ro; 4,r, ecc.), ma quel che Gesù sia stata fatta una particolare co-
dice tale voce è indicato al massimo co- municazione come 'parola di Dio'. Il
me Àbyot 't"fiç 'ltpoqnrrelm; ( r ,J; 22 ,7. motivo dev'essere molto profondo, d~­
r8), oppure come où-to1 ol À.6yo1 (2r,J; to che in numerosi contesti non si è
22,6), mai come 'parola di Dio' rivolta lontani da tale indicazione, come nel
al veggente. racconto del Getsemani (Mt. 26,36-46

Jss Questa non è espressa nel termine neote- presente nell'uso dogmatico del termine 'rive-
stamentario d:.7toxa).ul!i~ç: si dovrebbe tenerlo lazione' (~ V, coli. 141 s.).
À.Éyw D 6 (G. Kiuel) (!V,II5) 320

par.) o in altre situazioni nelle quali Il motivo per cui non si parla mai di
vien particolarmente sottolineata la pre- una parola di Dio rivolta allo stesso Ge-
ghiera (Lc.6,12; 9,r8). sù non può essere che questo: tale mo-
do di vedere non era conforme al tipo
In due casi soprattutto ci sorprende
l'assenza dell'espressione ÉylVE't'o ò Ào- di rapporto con Dio proprio di Gesù e
yoc; ('tÒ pfjµtx) 'tou l>Eou, «la parola di quindi, più o meno consciamente, è sta-
Dio fu rivolta a Gesù»: nel battesimo e to evitato. Le parole miv'tct. µo~ 'ltctpE-
nella trasfigurazione. La descrizione dei
due fatti e le espressioni usate indica- &61>'!'} V'ltÒ 'tOU 'lttx'tp6c; µou, «tutto· m'è
no che la voce dal cielo (-7 qiwv'Ìj F.x stato consegnato dal Padre mio»; <tÒV e
'tW\I oùptxvwv, Mt.3,_17; Mc.r,II; Lc.3, 'lttx'tÉpa. ÈmywwO'XEt, il Figlio «conosce
22 [è!; oùpcxvou]), ovvero dall.a nube
a fondo il Padre» (Mt.n,27), pongono
{Èx 'tfjc; vEcpfÀ'!'}ç, Mt. 17,5; Mc. 9,7;
Lc.9,35) non ha rispondenza nel debar l'unità di Gesù col Padre e con la parol!l
jbwh, la 'parola' divina -rivolta al pro- divina su un piano del tutto diverso, al
feta, ma nella rabbinica «figlia della vo- di là di ogni comunicazione partico-
ce» (bat"qol) 186• Lo scopo del narratore
è ben altro; egli si rivolge anzitutto ai lare 188•
suoi lettori e vuole che quanto dice e
stabilisce, come pure la decisione sug- 6. Il messaggio cristiano primitivo
gerita, sia posto al di sopra del dubbio come 'parola di Dio'
e de1l'incertezza umana La parola che (al di fuori degli scritti giovannei)
risuona nella trasfigurazione è chiar-a- a) Applicate ali' insieme dell' avveni-
mente rivolta ai discepoli, come si vede mento neotestamentario, e nel messag-
sia nell'espressione, comune a tutt'e tre
i sinottici, oÙ'toç Eo''ttV ..., «questi è ... », gio che ne dà testimonianza, le espres-
sia nella confessione di Pietro, che vie- sioni ò À.6yoç 'tou ltEou, ò Myoç 'tOU xu-
ne subito dopo, e nell'annuncio della plou, ò ÀOyoc;, non differiscono fra di lo-
passione. Lo stesso si dica della voce
che si sente nel battesimo: essa è, sl, ro se non nella frequenza con cui ven-
rivolta a Gesù («tu sei...», <JÙ d ... , Mc. gono usate.
r,n) 187 ; tuttavia ha come scopo di ac·
Dati statistici 189 :
ereditare il Figlio, non di conferitgli
una missione. 'Myoç 'tou ltEou : 4 volte in Le.; r2

186 ~ q>wvi). Cfr. STRACK-BILLERBECK 1 r25- riguarda singole istruzioni date a Gesù, ma
134. Inoltre SCHLA1'TER, Gesch. d. Chr. 89; l' insieme delle cose a lui concesse, che egli
ScHLATTER, Mt.93. ritrasmette ai suoi, in perfetta rispondenza a
187 Il discorso in seconda persona non esclude quanto si legge in Mt.II,27, o anche in Rom.
affatto che la bat qol sia rivolta a chi circonda 8,I].
l'ascoltatore. Lo mostra anche la voce, che su- 189 In questo elenco non sono comprese le nu-
bito dopo il martirio di R. Aqiba, risonò sul- merose espressioni diversamente determinate,
L'est:illto: «Salute a te, R. Aqiba ...» (Ber. b. come: «la parola sanal>, «la parola di veritàl>,
61 b). Essa non risponde ad una domanda di ecc. Non sono parimenti considerati i casi in
Aqiba ma dell'angelo del servizio. Cfr. STRACK- cui ò Myoç si riferisce a una parola detenni-
BILLERBECK I, 133· nata o n un singolo avvenimento; cfr. Mc.1,
1ss Io.17,8 : "tÙ irflµa."ta. 6. 1!8wxaç µo~, non 45; 9,10; r4,_39; cfr. anche 8,32: O.a).e~ 'tÒ'll
321 (rv,n5) ì..lyw D 6 (G. Kittel) (rv,u6) 322

in Act.; 2 volte in Thess.; 3 in Cor.; dei Dodici; esso viene poi precisato nel-
una in Phil. (vat.); una in Col.; 4 nelle l'elezione del dodicesimo apostolo, nel
Lettere Pastorali; 2 in Hebr.; ma in I
Petr. In tutto 30 volte. senso che questi dev'essere un testimo-
À.6yoc; 'tOU xuplou: 6 volte in Aci.; ne oculare della storia di Gesù e in par-
2 in Thess.; in tutto 8 volte. ticolare della sua risurrezione (1,21 s.}.
Myoc;: 4 volte in Mt.13, mai nel re- 'Servizio della parola', in questo capito·
sto; 9 in Mc.4, una nel resto e un'altra lo degli Atti, non è dunque altro che·la
nella chiusa; 3 volte in Lc.8, una nel re-
sto; 9 volte in Aci.; una in Thess.; una testimonianza e il messaggio riguardante
in Gal.; una in Phil. {var.); una in Col.; Gesù. La stessa conclusione si ricava
5 volte nelle Pastorali; 2 in I Petr.; una dal prologo del Vangelo di Luca. Quel-
in Iac. In tutto 40 volte. ·
li che sono stati testimoni oculari sin
Una vera differenza, nell'uso delle tre
formule, non si riscontra né in Paolo, dall'inizio (à.1t' à.pxiiç aò-.6'1t'tCIL) son
né negli Atti, né altrove. Cfr.; ad es., divenuti servitori della parola (ult'l')p~­
l'accostamento di I Thess.1,6 (Myoc;) 'tCIL 'tOV À.6you, 1,2), il che evidente-
con r,8 _(À.6yoc; 'tOU xuplou) e 2,13 (M-
mente indica due funzioni non diverse,
yoc; 'tau llEou); ovvero Act.6,2 (T}µtiç
X<X.'t<X.ÀEl\(JCIV't<Xç 'tÒV À.6yov 't"OV i}eou) ma strettamente collegate: l'essere sta-
e 6,4 ('tTI 5taxovlllo -.ov Myou ltpo<rxap- to testimone oculare è un decisivo pre-
'tEpT)aoµev }. La scarsa frequenza della
supposto per il 'servizio della parola':
formula Myoc; 'tOU xuplou può forse es-
ser giustificata dal fatto che essa è tal- il presupposto è la conoscenza dei fatti
volta usata per le citazioni delle parole ('ltpocyµa'ta) accaduti, cioè dell'evento
di Gesù (~col. 297). Nessuna mera- di Gesù Cristo, di cui la 'parola' è te-
viglia che le lezioni dei manoscritti
spesso scambino le formule, ritenute e- stimonianza e messaggio.
quivalenti; dr. Phil. 1,14; Aci. 13,44.
48 1 ecc. L'enumerazione non tien con- A questa conclusione porta anche l'a-
to degli scritti giovannei, ma non a ca- nalisi del resto degli Atti. Il passo di
so; cfr.~r3a. b.
18,5 descrivendo il Myoc; 190 di Paolo
b) Si può determinare il significato dice che egli «tendeva testimonianza ai
di 'parola' nel cristianesimo primitivo, Giudei che Gesù è il Cristo» ( ÙLaµap-
paragonando Act.6,I ss. con 1,21 ss. Se- 'tupoµEvoc; 't'O~ç 'IouSa.loLc; El'llCIL 'tÒV
condo 6,2.4, il «servizio della parola>~ XPLCJ'tÒV 'bJCJOVV ). In 17,II si afferma
(Oia:xovla 't"OU À.oyou) è lo specifico e che i Giudei dapprima accolgono la pa-
itrinunciabile contenuto del ministero rola, e poi scrutano ogni giorno l'A.T.

"J..6yov, cioè la parola nominata nel v. 31 (con- SCHEN-BAUERi 1313. Per sé si potrebbe tradur-
trariamente a E. LoHMEYER, Das Mk.-Evange- re anche: «era trattenuto, impedito da qualche
tium [1936] 50, n. 6). (particolare) parola di Dio (ad es. nel senso di
16,7)», ma questa versione urta contro l'uso
-t{ìl My!{l: «ne era dcl tutto pre-
190 uuv2lX,E'tO costante di Myoç negli Atti (che ha portato
so, era assorbito dall' annuncio1>; dr. PREU- alla lezione 1t\IEÒµt.t't~, della ree. R ).
323 (1v,n6) >.ayw o 6 (G. Kittel) (1v,117) 324

«per vedere se le cose stanno cosh>; se cesi son coloro che hanno accolta la pa-
ne deduce che la 'parola' in questione rola (oE~ciµEvot 't'Ò\I À6yov, I Thess.1,
non è semplicemente l'A.T., ma l'unico 6; cfr. 2,13); Paolo spera che il Myoç.
fatto salvifico a cui la parola veterote- 't'OV xuplov possa correre ( 't'PéXEL'll) ed
stamentaria rinvia. E quando, in n,1, i esser glorificato ( ool;cH~Ecri}(X.L, 2 T hess.
fedeli di Gerusalemme vengono a cono- 3, r); la notizia, leco (Èl;'l'}XEtcr~at) di
scere la conversione di Cornelio e han- quell'accoglienza è già di per sé À.6yoc;
no notizia «che anche i gentili hanno 'tOU xuplov (xThess.1,8).
accolto fa parola di Dio» (o•t xat 'tà Lo stesso vale per le lettere successi-
f:ilvT] ÉOÉl;a.no 't'ÒV Myov -.ou ìlEoii ), il ve. Ciò che è giunto ai Corinti è il ÀO-
contesto indica chiaramente che essi non yoi; 'tOV itEou (I Cor.14,36); l'istruzio-
hanno accettato l' A.T., facendosi giu- ne impartita ai Galati è un «venir i-
dei, ma la fede nel messaggio riguardan- struiti intorno alla parola» (xa:t1}XELO"-
te Gesù. In questo senso si deve com- ~aL 'tÒV À.6yov, Gal.6,6); il parlare dei
prendere quella equivalenza della predi- fratelli è un À.aÀ.Ei:v 't'ÒV À.oyo\I 't'Ov ikov
cazione missionaria con la 'parola', che è (Phil.r,14). L'annuncio affidato a Paolo,
tipica di Act.4-19: À6yov {-.ou ìlEOu, ov- che egli non sopporta che venga adul-
vero xvplou) ÀaÀ.Ei:v (4,29.31; n,19; terato (-4 X(X.1t1}ÀEUEW, ooÀovv), è il
13,46; 14,25; 16,32); xa'tayyÉÀ.Ànv À.6yoc; 't'Ov i}Eou (2 Cor.2,17; 4,2); que-
(13,5; 15,36; 17,13); ot06.cnmv(18,1r); sta parola non è legata, anche se l'Apo-
EÙa:yyEÀlsE111laL ( 8' 4; l 5' 35 ); CÌ.XOUEW stolo è in catene (2 Tim.2,9). Anche a
(4,4; 13,7.44; 19,10); OÉXEcri}at (8,14; Timoteo Paolo comanda di predicar la
17,u); ool;cisrn1 (13,48); cft'.'r)vl;avEvo parola (x'l)pu~ov 't'ÒV À.oyov, 2 Tim.4,2).
Myoc; ('tou xuplou) (6,7; 12,24; 19,20). Particolarmente chiaro è quanto dicono
La 'parola di Dio' a Israele e ai popoli le due espressioni della Lettera ai Co-
era proprio questa predicazione missio- lossesi. Il À.6yoç. cui si deve aprire la
naria di Pietro, di Paolo e degli altri porta è «il proclamare il mistero del
apostoli, ed aveva come oggetto unico Cristo» (À.a.À.fjcrat 't'Ò µucr't'1]ptov -.ov
Gesù Cristo. La 'parola di Dio' è la pa- Xptinou), e tale proclamazione è il com-
rola riguardante Gesù . pito (oEq di Paolo (Col.4,3 s.). La man-
Lo stesso fatto si riscontra in Pao- sione ( olxovoµla) affidata a Paolo è
lo. Il Àbyoc; (•ou i}Eou, ovvero xuplou) questa: 'ltÀ.'r)pwcrat 't'ÒV Myov 't'ov i}Eou,
è il messaggio da lui annunciato e ac- «compiere la parola di Dio», cioè quel
colto dalle sue comunità; nient'altro, mistero che una volta era nascosto ma
cioè, che il messaggio riguardante Cri- ora è rivelato, «e questo è Cristo in
sto. L'uso linguistico è già stabilito nel- noi» (oç ÈCT't'W Xptcr't'òç Èv ùµi:v, Col.r,
le lettere ai Tessalonicesi: i Tessaloni- 25 ss.; -4 coli. 315; 349). Così anche
325 (IV,rq) My(JJ D 6 (G. Kittel) (1v,rq) 326

Col.1,5 e Eph.r,r3, dove il À6yoc; - voi la buona novella»192• Cosl «la paro-
Myoc; ·djc; !ÌÀ:q?Tdac; - è identico al la piantata» (gµcpu"toç) in voi», di Iac.
«vangelo giunto a voi» {EÙcx.yyÉÀ.LO\I "'°ò 1,21, è il messaggio che salva le anime,
'ltapbv dc; uµéic; ), ovvero al «vangelo che nell'annuncio viene come 'piantato'
della vostra salvezza» (.-i}c; O'CJn'r]plac; (cfr. Iac.1,18: arcEXU1jCTE'\/ ilµéi.c; )..6y4:1'
uµ.wv ), cioè al messaggio riguardante àlrilMac;, «ci ha generati con la parola
Cristo ad essi diretto. Non meno chiare di verità».
sono le Pastorali. Ciò che aveva promes- Per quanto ci risulta, non sembra che
so «fin dai secoli più remoti» 1tpÒ xpo- un uso altrettanto definito e fermo si
abbia per il termine pfjµa. Esso è ben-
vwv alwvlwv) Dio l'ha manifestato sl usato (per cui non si può dire che
(ÉcpavÉpWO"EV) ora (xa1poi:c; lolotc;); si pfjµa. sia stato bandito da questo con-
tratta della sua parola ('t'ÒV )..6yov aù- testo); ma, prima di tutto, ricorre assai
più di rado che non Myoç; in secondo
nu ). Questa sua parola ha luogo nel x1}- luogo, il suo valore è più elastico, cosl
pvyµa affidato a Paolo (Tit.r,2 s.). In che non sembra un termine ben fissato.
I Tim.1,15 il contenuto del Àbyoç vie- In Lc.2,29; 3,2 (~col. 317) si descri-
vono situazioni 'precristiane'; in Eph.6,
ne cosl determinato 191 : O'tt XptCT'tÒç '111-
17 (-.i)v µax;a~pa.v 'tov 1wEuµa...-oç, I) fo-
uovc; Tj)J}Ev Etc; 'tÒ\I X.60'µ0\I &:µap'tWÀ.OÙ<; -cw pfjµa ì1Eou-...,> col. 316) sembra rife-
crwa-at, «Cristo Gesù è venuto nel mon- rito - del tutto o in parte - alla 'parola'
do per salvare i peccatori». dell'A.T. Non restano dunque che Io.3,
34; 8,47 (-.à p-i)µa...-a 't'ou i>Eou); Hebr.
Non diversamente va inteso (nono- 6,5 (frEou pfjµa); r Petr.1,25 ({Yi)µa. xu-
stante la mancanza di determinazione) =
plou -cò pfjµa -cò EÒayyEÀ.t<J"iìèv El<; Ù·
quanto dice r Petr.1,23: all'inizio della µtic;); Eph.5,26 (il Pf\µa che purifica nel
battesimo) 193•
condizione di ctistiani, al momento del-
la rigenerazione (O.vayEwliuDa1) si tro- 7. Carattere ed efficacia delta 'parola'
va un Myoc; ~wv-çoc; -DEou xat µÉvov-çoc;; nel cristianesimo primitivo
questo À.oyoc;, secondo il v. 25, non è
(al di fuori degli scritti giovannei) 194
0

altro che -.ò p'flµa -rò EÒC1:yyEÀ.tcrltÈv dç a) La 'parola' come parola di Dio.
uµéic;, «la parola di cui è stata recata a Dato che la 'parola' si identifica con il

19J Non è certo che cosa si indichi con l;v {Y/1-


191 La famosa traduzione di Lutero: «È certa-
mente vero, ed è una parola di gran valore, µa"t~; forse la parola pronunciata da chi bat-
che.-.», è bella, ma non è sostenibile sia per- tezza, che accompagna l' atto del battesimo.
ché non tiene conto della determinazione o Cfr. HAUPT, Gefbr. (Eph.) 2r3 s.; DrnELIUS,
data al Myoç, sia perché è contraria all'uso Eph., ad l.
o
costante di mo"tÒç Myoc; nelle Lettere Pa- 191 Una volta stabilito l'uso fisso e determina-
storali (~ coli. 33I S.). to del termine, non è male esaminarne ora an-
in Rimane incerto se in IPetr. i,23, ad à.va:- che le varie determinazioni meno rigide: 'pa-
yevvéi<Ti}m sottostia un ricordo del battesùno rola cli verità', ecc. Il quadro rimane unitario
accompagnato dalla 'parola' (cfr. Eph_ 5, 26) e chiaro, anche se talvolta non si può decidere
(-> n, col. 421, n_ 6). se si faccia riferimento soltanto alla 'parola·

Il g r.lnde l~ss.ko. v1
327 (IV,II8) Myw D 7 (G. Kittel) (IV,u8) 328

messaggio di Gesù Cristo, con 1' .Eùu:y- Thess.2,13; i fedeli hanno accettato la
yÉÀtov (Act.15,7; Eph.1,13; Col.1,5), 'parola' detta da Paolo, ou Myov &.v-
le espressioni sull'evangelo possono na- l}pw1tW\I àU.lt. - Xl'J.i>wc; &,).'l'}i7wc; ÉO''tLV
turalmente esser trasferite alla parola. - ).6yov i7Eou, «non come parola d'uo-
La parola 195 è À.6yoc; -.ou <r-.cwpou, «del- mini, ma - qual è veramente - come
la croce» (r Cor.18,r), ·djc; xoc-.aÀÀa.- parola di Dio». Di questa parola, a lui
ytjc;, «della riconciliazione» (2 Cor. 5, affidata, Paolo non ha che il servizio
19 ), -.fjc; <rW-.'l1Pla.c;, «della salvezza» (ota.xo'\/lct., 2 Cor.5,18), l'amministrazio-
(Act.13,26), -.tjc; xcip~-roc;, «della grazia» ne (olxovoµla., Col. r ,25 ). Deve servire
(Act. 14,3; 20,32), è· parola di vita (sw- al suo compiersi (1tÀ.'t]pWO"rt.L, ibid.), de-
fjc;, o swv, Phil.2,r6 [cfr. Act. 5,20]; ve cioè portare sulla terra la parola det-
Hebr.4,12; r Petr.r,23 196) 197, i;'ijc; <H:r1- ta da Dio (cfr. Rom.15,19). Siccome è
il'da.c; (2 Cor.6,7; Eph.r,13; Col.1,5; 2 un dono, la parola si dovrà preservare
Tim.2,15; Jac.r,r8). L'ultima espressio- accuratamente da ogni cambiamento o
ne potrebbe anche semplicemente signi- falsificazione tendente a farla diventare
ficare la parola vera (cosl, ad es., Act. propria o umana; 2 Cor.2,17: où yci;p
26,25: à)..11iMac; p1}µoc-.a.); ma una fra- fop.e'll .• • ~ JCrt.'ITT)ÀEUO\l'tEc; i:Ò'\/ Myov
se come quella di 2 Cor.4,2, in cui si -.ou -lkou; 4,2: µt}o~ ooÀ.ovvi:Ec; °t'Òv M-
altern~no àÀ:1ii}rnx. e À.6yoc; -rov ih:ou, yo'll i:ou i>Eoii. Se uno «dispensa retta·
indica chiaramente che è proprio 1' e- mente la parola della verità» (~ òpi}o-
vangelo ad essere indicato sia come M- 'toµwv "t"òv Myo'll -rnc; à.À.TJi7da:c;), è «un
yoc; "t'OV i>Eoli sia come àk{iilELOC (I, col. operaio che non ha di che vergognar-
656); si tratta quindi del À.6yoc;, la si» (Épy&.i;T)ç àvrnocl<rxuvi;oc;, 2 Tim.
cui natura di 'evangelo' è specificata 2 ,r 5 ). Dio stesso è i>ɵEvoc; •.. -ròv M-
dal genitivo -rfjc; àÀ:ql>Ela:c;. La 'parola' yo'\/ -ri)<; xa:i;ocÀ.À.ayt]c;, «pone... la pa-
è il messaggio corrispondente a una re- rola. della riconciliazione}>, l'Apostolo
altà (àÀ1}tlEt.rt.). non ne è che un legato (1tpE<rBEuwv),
E tale essa è perché chi dice la 'pa- una persona 'per mezzo della quale' (ot'
rola' è Dio. Sempre, esplicitamente o 1)µwv) Dio ammonisce (2 Cor.5,19 s.).
implicitamente, la frase contenente À.6- «A noi la parola è stata inviata» (-l)µi:v
yoc; è dominata dal genitivo -rou il'Eou. I ò Myoç É~a1tEO'"t"cikn, Act. r 3,26), dice

cri&Liana primitiva, o se il ricordo vada anche (Meyer, 1936) 65.


alla parola nnticotestamentaria (~col. 316).
J9S Btà Myou l;wv-.oç fiEou xu.L µ€vov-.oç:
19'> Myoç oixo.tocr6vT)ç in Hebr.5,13 si deve
non si può decidere se i due pnrticipi si rife-
tradurre' parola giusta', piuttosto che 'parola riscano a )..6you ovvero a fiEoii.
di giustizia'. Il secondo significato potrebbe
nnche unirsi al primo. Cfr. O. MrcHBL, Hebr. 197 Vedi però col. 332.
329 (1v,u8) ÀÉyw D 7 (G. Kittel) · (IV,u9) 330

Paolo ad Antiochia: la parola ha la sua pl<v xa.t ..-~ À6y4> ..-fjç xcipL-toc; t:t.Ù'tOU
origine in colui che l'ha 'inviata'. In al- (Act.20,32): la 'parola' è garanzia della
tri termini, Dio è colui che ha manife- xci.pt.c; di colui che la pronuncia. Anche
stato la sua parola» (Éq>ocvépw<TE.\I.,. -tÒ\I l'episodio di Act.q,3 è descritto come
'>.6yov ocù..-ou), e il mandato .fìdudario W1a manifestazione di questo rapporto
affidato a Paolo perché ne sia il bandi- che è nella natura della cosa: ~1tt 'téil
tore (È\I X'r)puyµa:n 8 emcr-tEU~\I !yw) xupll[.) -téil µap-tupouv·n !1tt -téil My~
non è che l'adempimento (Tit.I,J ). Nel- "tfjç xci.pt.'t"O<; t:t.Ù"t'OU, 01,&ov·n <T"l")µELCt.
lo stesso disegno rientra anche la neces- xoct 't~pa."t"a. yl\IE<T&oct ot.à 'tW\I XE.t.pw\I
sità ( &.vocyxcx.i:ov) salvifica che la parola aò-twv, «il Signore confermava la parola
venga annunciata prima ai Giudei, poi della sua grazia e concedeva che segni e
ai gentili (Act. r 3 ,46 ). prodigi si compissero per mano loto».
Cosl l'efficacia della 'parola' dipende Lo stesso dice la conclusione spuria di
dal suo autore, ed è garantita dalla sua Mc. quando dà questa descrizione del
volontà (~ovÀ:r1i)E.tç a'ltE.XU'r)CiE.\11)µ«ç M- tempo apostolico: ..-ou xuplov cru'llEp-
Yl{.) Ò:À.'l'}i)Elocç, Iac. 1,18); cresce per la you-.oc; xa.t -çòv Myov ~E~m.ovvi;oc; St.à.
forza di lui (Act.19,20 198 ; 2 Cor.6,7), è -.wv !-rta.xoÀ.ovtrouv-çwv crriµe:lwv, «il Si-
essa stessa «potenza di Dio» (o_uvocµtç gnore cooperava con loro e rafforzava la
i)Eou, I Cor.r,18), non può essere inca- parola con i segni che l'accompagnava-
tenata (2 Tim. 2,9). Dio soltanto può no» (Mc.r6,20).
aprire la «porta della parola» ( Mpa. -.ou La 'parola di Dio' non è efficace di
Myou, Col.4,3 ); è quindi necessaria la per se stessa, come se fosse magica; lo
preghiera, perché essa 'corra' (2 Thess. è invece perché è 'di Dio', da lui pro-
3,r), perché Dio conceda di «proclamar nunciata e resa efficace (E.vEpy{Jc;, Hebr.
la parola» (À.ocÀ.E.L\I -.òv À.6yov [ mhou J, 4, I2; ÉVEP'YEL'r<LL, I Thess. 2, I3}. Ce
Act. 4, 29). Naturalmente, preghiera e lo dice anche la frequente immagine
parola sono unite in un rapporto reci- dell'arma; Hebr.4,I2: la parola è più
proco (Act.6,4; I Tim.4,5), dato che acuta di una spada a doppio taglio; Eph.
non ci può essere preghiera che non ab- 6,q: i:i}v µcixa.t.pocv i;ou 1wE.uµoc-toc;, Il
bia nella 'parola' detta da Dio la sua Èrrnv pfjµa. i)Eou (cfr. 2 Car. 6, 7). Si
promessa e il suo compimento. Perciò tratta di un'efficacia assolutamente con-
Paolo, salutando gli anziani di Mileto, creta. La corsa della 'parola', come già
li affida «al Signore e alla parola della abbiamo notato, non può essere arresta-
sua grazia» ( 7ta.pet:trnE.µa.t ùµfu; -t!{l xv- ta da mezzi umani e terreni, quali le ca-

•~ xa-tà. xp6..-toc; -tou xupiou ò ).6yoc; "T]ilt;cx- è una semplificazione.


\I E\I.Ln leiionc della &l (6 "Myoc; 'tOV xuplou)
331 (1v,u9) Myw D 7 (G. Kittel) (1v,120) 33:1.

tene ecc. {8Ecrµol, 2 Tim.2,9), e neppure (swfiç, Phib,16), il genitivo non è una
opponendole un giudizio di stoltezza o semplice detetminazione della 'parola',
di scandalo (µwpla, crxcX.voa.À.ov, 1 Cor. ma vuol precisarne l'efficacia, proprio
l,18.23). Quel che da essa vien tocca- in quanto parola di Dio: la parola non
to ne resta santificato {&.ytcX.sa-cat, 1 soltanto indica la grazia, la salvezza, la
Tim .4,5 ). Per la cattiva condotta di qual- vita, ma tutte queste cose le produce,
che cristiano, c'è chi ne dice male (o 'M- perché è essa stessa grazia, salvezza, vi-
yoç -cov i>eov f3)..w1q>11µet-.at, Tit. 2 ,5); ta. Iac.1,21: 'tÒV ... Àoyov 'tÒV 8uvaµe-
questa espressione significa che la nor- vov CTW(j(f.~ 'tà.ç 4iuxà.c; uµwv, «la... pa-
male genuina efficacia del 'Myoç, se non rola che ha potere di salvare le anime
gli si pongono ostacoli, è la santifica- vostre».
zione, nelle concrete forme precisate in b) Il rapporto dell'uomo con la 'pa-
Tit.2,2 ss. Proprio questa efficacia del rola' corrisponde a quella genuina dia-
'Myoç per la vita di ciascuno è quanto lettica dell'afferrare e dell'essere affer-
afferma l'espressione mcr-.òc; ò À.oyoç 199, rato, che cotl'e attraverso tutto il N.T.
che ritorna spesso nelle Lettere Pasto· All'origine il rapporto dell'uomo con la
rali. Nella fede ('ltlcr·nç) e nella carità parola è espresso al passivo. Nessuna
(&.yam1) dell'Apostolo la parola dà pro- immagine può, al riguardo, essere più
va della _sua attendibilità (I Tim.r,14), forte - e più esclusiva di ogni azione
come avviene per la donna che dà alla umana - di quella della nascita, come
luce digli e si studia di mantenersi nel- in 1Petr.1,23: àva.yEyewrn.iivot... 8tà.
la santità con pudicizia ( &.y~<XCi!.lÒç µE-tà. Myou .•. itEov, e anche in Iac.1,18: ~ou­
crwq>pocruv'l')ç, r Tim.2,15: 3,1). Alla pie- À'l'}ì7dc; cbtEXUl)CTEV 1]µaç À.éytp àÀ:r1iM-
tà (Eucr€f3mx.) la parola assicura «la pro- a:.c;. In quest'ultimo passo l'espressione
messa della vita presente e della futura» è resa ancora più forte dal participio
( È7Ut.yyEÀtCC.... swf\ç -tf\ç VVV xa;t "Cfjç ~ouÀ.'l'}itElc;, Vulg.: voluntarie (~ col.
µEÀ.À.ouo-l}c;, 1 Tim-4,8 s.), e agli eletti 3~9}. Quando 1 Thess. 1,6 dice che la
(ÈxÀ.Ex-tol) «la salvezza ... con gloria e- 'parola' dev'essere accolta «con la gioia
terna}> (crw-t'l')pla... µE'tèl.. 86~1]<; alwvl- dello Spirito Santm> (µe'tèt. xu.pG.ç 'lt\IEU-
ou, 2 Tim. 2,ro s.). Nei costrutti, quali µa:.'toç &.ylou ), vuol dire che accoglier la
«parola della grazim> (À.éyoc; "Cijc; xap~­ parola è impossibile senza l'azione e il
-coc;, Act.14,3; 20,32), «della salvezza» dono del 'ltVEiJµa. L'annuncio e l'ascol-
("tfjc; crw-tr}Plac;, Act. 13 ,26), «di vita» to della 'parola' è preceduto dall'azione

I'l'.I Cosl va intesa l'espressione, che non è unn 9 (-+ n. 191). Nella maggior pnrte dei casi m-
semplice formula introducente una citazione ò Myoç non si riferisce (cfr. I Ti111.3,1),
<T'tÒc:;
(«è vem la parola: ...» ), come appare dal fatto o non si riferisce solo alla frase seguente, ma è
che questa traduzione è impossibile in Tit.1, anche garanzia di ciò che precede.
333 (1v,120) Hyw D 7 (G. Kittel) (l\f,12I) 334

di Dio che sceglie (ÈçEMça.-.o, Act.15, gnato con lo Spirito Santo (Eph. I ,13 ).
7; cfr. 13,48). Anche per i singoli è Dio Glorificano la 'parola' di Dio e credono
che apre la porta della parola (Col.4,3), ad essa «coloro che erano ordinati alla
e la fa 'correre' (2 Thess.3,1). vita eterna» (8crot -ijcrrx.v 'tE'trx.yµivot dç
Per quanto forte sia l'accento posto sw'Ì)v rx.iwvtov, Act.13,48).
sull'aspetto passivo, altrettanto eviden- Anche qui, come sempre, occorre ri-
te è anche l'aspetto attivo, che sottoli- cordare che l'accoglienza e la fede nel-
nea il dovere di accogliere e di tener la parola si ha quando la 'parola' vien
salda la parola, il che significa che la si fatta, quando uno mette in pratica la
può accettare o rifiutare: È1CELO'i} &:1tw- parola, è 1tOL'r)-.1}ç Myou (Iac. 1,22).
t>Ei:crt>E a.u-.6v ( -"" -.òv "Myov ..-ou t>EoiJ ), oÉXE<rt>rx.t 'tÒV Myov significa deporre o-
«la respingete» (Act. 13,46). Con par- gni immondezza (Jac.1,21). La 'parola'
ticolare frequenza a À.6yoc; si trova uni- esige una scelta fra obbedienza e disob-
to il verbo Séx;E:crt>a.L (Act.8,14; II,r; bedienza (r Petr. 2,8; 3,1). La parola
17,II; r Thess.r,6; 2,13; Iac.r,2I). Si disgiunta dalla fede non serve a chi l'a-
vedano anche le espressioni 'TCWnJc; &:7to- scolta (Hebr.4,2) 200• Una vita non vis-
oox;fjc; &çtoc;, la parola «è da accoglier- suta concretamente secondo le esigenze
si senza riserve» (rTim.1 ,15; 4 ,9), «te- e le norme morali della 'parola', è una
ner alta» (Èm1x;Ew) «la parola» (Phil.2, bestemmia contro di essa (Tit.2,5) . Al
r6 ), «attaccarvisi» (av'tÉx;ecri>a.t, Tit.1, contrario, di coloro che la accolgono ge-
9 ), «parola irreprensibile» ( axa.-.ci:yvw- nuinamente si dice che Èoo~rx.sov 'tÒV
O''toc; À.Oyoc;, Tit.2 ,8). Per comprendere À.Oyov -çou xvplov, «glorificavano la pa-
bent: questa 'accoglienza' della parola, è rola del Signore» (Act. 13 ,48 ).
essenziale intenderla come un' accetta- c) ).6yoç rimane dunque sempre un
zione di fede, non come un atto intel- À.ÉyEW reale, una parola detta concreta-
lettuale. Anche qui, come sempre, l'a- mente. Fare di questo Àoyoc; -.ou i>EoD
scolto ottiene lo scopo grazie alla fede un puro concetto o un'astrazione sareb-
(Acl.4,4; 15,7). Le due linee, nel pen- be un errore gravissimo. L'annuncio
siero cristiano primitivo, non si oppon- dell'evento di Cristo è la 'parola' che
gono né si eliminano a vicenda; tutt'al- Dio dice al mondo. Un dato assoluta-
tro! Lo si vede nelle frasi in cui si tro- mente positivo di cui il N.T. tien con-
vano unite. Paolo ringrazia Dio perché to è questo: la parola esiste per essere
i Tessalonicesi hanno accolto la parola, ripetuta; senza annuncio nessuno potrà
che opera in loro in quanto credono (r conoscere il À.Oyoc;; senza Mym1 e pfi-
Thess.2,13). Chi crede alla parola è se- µa. non ci potrà essere né ascolto né fe-

200 Sulla questione testuale cfr. MicttEL (-~ n. x95) 49·


335 (IV,I.21) Myw D 8 {G. Kittel) (1v,1.22) 336

de ( &.xol}, 1tlcr·ni;, Rom. ro,17 ). Se il conto che uno solo è l'autore degli At-
Myoc; i;ou i>Eou non è detto e annun- ti e del Vangelo di Luca); il prologo,
ziato, è impossibile che venga accolto infatti, rispecchia la situazione di Luca
(ÒÉXEcrl7oc~), una vita cristiana è impen- e di Teofilo, cioè del tempo apostolico,
sabile. Ogni teologia e speculazione cri- che è lo stesso descritto negli Atti. L'o-
stiana trova la sua norma ('t'1}v M'<pti. pera dell'evangelista, che raccoglie le
À.w:x.v) ne1la fedele ripetizione dell'even- tradizioni su Gesù e compone un van-
to, della 'parola' rivolta· e detta da Dio gelo, è annuncio della parola, compi-
nell'evento stesso (Lc.1 1 1-4; cfr. Tit.r, mento del mandato di predicarla (x.1}-
9: xa:tèt. i;l)v &8ocxi)v ). pv~ov 't'Ò\I Myov, dr. 2 Tim.4,2), che
gli è stato affidato. Nei vangeli il ter-
8. La 'parola' nella narrazione mine À.6yoc; è usato in due maniere:
sinottica di G esù
anzitutto, le narrazioni evangeliche lo
a) La ricerca che abbiam fatto ci ha applicano, carico di tutte le sue deter-
dato un quadro in sostanza unitario del- minazioni, all'opera di Gesù; in secon-
l'uso e contenuto del concetto di )...6yoc; do luogo, viene messo in bocca a Gesù
negli scritti cristiani primitivi, escluso stesso.
il gruppo giovanneo da una parte e, b) Che Gesù è 1 annunciatore' della
dall'altra, la tradizione sinottica. Que- 'parola', è detto due volte in Mc., una
sti due settori esigono uno studio spe- in Le., una negli Atti. Mc.2,2: xr.tì. l.TV-
ciale. v1Jxi>'l'JCTOCV 'ltOÀ.À.oL xr.tt ~À.6.À.Et a;Ò't'otc;
In ambedue i casi si tratta - come è 't'Ò\I À.òyov, «molti si raccolsero... e an-
naturale, almeno per ciò che riguarda i nunciava a loro la parola»; Mc. 4,33:
vangeli - del problema del rapporto fra xaì. 't'Otr.tv'ta.tç mxpoc~oÀ.a..'Lç 'ltOÀÀ.r.tt<; É-
il termine 'parola' e la persona di Ge- À.0:.À.Et a..ùi;oi:ç, 't'ÒV Myov, «e con nume-
sù. Il problema non nasce qui. Il dato rose siffatte parabole annunciava loro la
relativo al tempo apostolico era questo: parola»; Lc.5,r: Èy~vE-r:o ÒÈ ÉV 't'c';l "t'ÒV
la otocxovla, 't'OU À.oyou, il «servizio del- èlxÀ.ov Èmxe:t'crlta..t r.tÙ't'éi) xa,t àxovEw
la parola», è testimonianza e messaggio -ròv À.6yov "t'OV iJgoiJ .•., «mentre la folla
di Gesù(~ coll. 321 ss.). La 'parola' è era assiepata attorno a lui e ascoltava
parola di Gesù (~ col. 3 2 3 ). la parola di Dio ... »; Act. ro,36 (Pietro
Il prologo di Luca, menzionando i in casa di Cornelio): i;Òv À.6yov cv à-
«testimoni diretti e i servitori della pa- 'ltéCl'"t'EtÀE\I 't'Ot<; utot'ç 'fo'pa,1}).. EÙocyye:-
rola» ( a..Ò't'o1t't'O..~ xo..t U'lt'TJPÉ"t'cu i;ou M- À.t~Ò[J,EVoc; e:tpljvl')v otà 'l71crov XptO''t'OU,
you, r, 2; ~ col. 322), corrisponde e- «la parola che inviò ai figli d'Israele,
sattamente all'uso degli Atti e di Pao- dando il lieto annuncio della pace ad
lo. Nessuna meraviglia (anche tenendo opera di Gesù Cristo». In questi ver-
337 (1v,122} Àlyw D 9 (G. Kittel} (1v,123) 338

setti 201 il termine 'parola' è applicato ÀELV, cioè di dire ciò che ha visto e udi-
aJl'annuncio di Gesù, come già lo era to; nel suo À.a.ÀEL\I egli ritrasmette la
stato al messaggio degli apostoli. Gesù 'parola'. Ma la parola recata da Gesù non
'dice' la parola, ovvero la parola è det- consiste nel solo À.OCÀEL\I, bensl anche
ta da Gesù. L'applicazione a Gesù e nell'azione; anche la purificazione di leb-
agli apostoli è talmente simile, da muo- brosi (ÀE'Ttpot :iux:i}apl~ov-.cu), ad es., per
vere a meraviglia. L'assoluta libertà con l'evangelista è 'parola'. Essa vien per-
cui gli Atti e Paolo fanno coincidere la cepita, come mostra l'ambasciata del
predicazione apostolica· e l'annuncio del- Battista, non solo con l'udito (àxovEL\I)
la parola mostra che, anche sul piano ma· anche con la vista (p'M'ltEL'V, Mt.
statistico, tra l'una e l'altro non vi è I I ,4). Cosl, forse, si può spiegare per-

una chiara differenza. Ma per quanto ché la formula Àa.ÀEL\I 'tÒ\I Myov, cosl
l'espressione si trovi talvolta applicata frequente negli Atti, non si trovi se
a Gesù, tuttavia gli evangelisti lasciano non raramente nelle narrazioni su Ge-
intendere che essa designa la totalità sù. Inoltre, nei sinottici non si trova
della missione e della comparsa di Ge- espressamente la designazione giovan-
sù con ben altra chiarezza che non il nea di Gesù come 'la parola'. Ma è
compito degli apostoli. L'espressione, chiaro che anche i tre primi evangeli-
specialmente se letta con gli occhi del sti - e proprio nella caratteristica riser-
tempo apostolico - cosa inevitabile, da- vatezza nell'uso di )..6yo<; - sono co-
ta la continuità del Vangelo di Luca e de- scienti di quel dato di fatto del qu!\Le
gli Atti, per un lettore quale era Teofi- l'uso giovanneo vuol dare testimonian-
lo - nasconde un pericolo: quello di za.
credere che la missione di Gesù vada 9. 'La parola' sulla bocca di Gesù
presentata come l'incarico di trasmet- nei sinottici
tere oralmente la predicazione ricevuta a) ò Myo<; nelle parole di Gesù con-
da Dio. Tale equivoco potrebbe fare di servate dalla tradizione ricorre di rado.
Gesù un semplice 'maestro' o 'profeta'. Tolta l'interpretazione della parabola
Forse non a caso proprio Matteo evita del seminatore, comune ai sinottici, non
l'uso della formula in questo senso; per si incontra che in altri due passi di Lu-
il giudeo-cristiano è particolarmente ne- ca. In 8,21, nel logion sui suoi veri pa-
cessario cautelarsi contro l'equivoco di renti: µ:rrnlP µov xocl aOEÀcpol µov où-
fare di Gesù un predicatore e un rabbi. -çol EtoW ol 'tÒ\I ì..6yov i;ou tlEoO <ixou-
Il 'messaggero' ha il compito di Àoc- ovi;Eç xa.t 'TtOtOU'V'tE<;, «madre e fratelli

201 Non toccano la nostra questione altri passi, KLOSTERMANN1 Mk., ad l.); 8,32 (~ n. 189).
come Mc.z,45 (contrariamente all'opinione di
339 (1v,123) ÀÉyw D 9 (G. Kittel) (IV,123) 340

miei sono costoro, che ascoltano e fan- I. che l'espressione cXXOVEW 'tOV ì..éyo\I

no la parola di Dim>; (in Mc. 3, 35 e era familiare all'evangelista e ai suoi


nel par. Mt. 12,50 la frase assume la lettori, come mostrano gli Atti, e che
forma seguente: ...oc; [ OCT'ttc; yàp] a:v 2. essa gli sembrava rendere assai bene

'JtOtl)O'n 'tÒ th:À:riµa. 'tOV i}EoV [ •OV 'Jtll,- quello che Gesù aveva verosimilmente
'tpéc; µou 'tOV È.V oùpavo~ç], «chiunque detto e inteso parlando aramaico. Dai
fa la volontà di Dio [del Padre mio che due passi di Luca non si può dunque
sta nei cieli]»). Le. rx ,28 è il solo che concludere storicamente che Gesù ab-
riferisce la risposta di Gesù alla donna bia realmente adoperato il termine per
che lodava sua madre: µEvovv µaxri- designare la sua predicazione.
ptot ot à.xovoV'tEç -ròv À.6yov -ço\i ilEou b) Diverso sembra il caso dell'inter-
xaL cpuÀao-CToV'tE<;, «anzi, beati quelli pretazione della parabola del seminato-
che ascoltano la parola di Dio e la cu- re, nella quale tutt'e tre i sinottici usa-
stodiscono». no l'espressione più d'una volta (Mt.
Questo secondo passo non ha paralle- 13,18-23; Mc.4,13-20; Lc.8,n-15). È
li negli altri sinottici. L'espressione di ovvio che il termine non va contato
Mc. 3,35 e Mt.12,50 («fare la volontà di tante volte quante materialmente ricor-
Dio»), che richiama quella di Le. 8,21 re, ma vale per una singola presenza
(<'udire .e fare la parola di Dio»), ci fa nell'ambito di ciascun vangelo 202 • Nella
cauti nel trarre dai due passi lucani con- tradizione che va al di là di Le. si re·
clusioni troppo larghe. Non che si deb- gistra dunque questa sola presenza del
ba setiamente mettete in dubbio la sto- tetmine. Ma il problema dell'autentici-
ricità delle due frasi; si deve però am- tà in questo caso è aggravato dalla ben
mettere che la tradizione non offre al- nota questione dell'interpretazione, con
cuna garanzia che Gesù nei due casi ab- il suo carattere allegorico. Si tenga pre-
bia realmente usato il termine aramaico sente l. che solo in questo passo Mc. e
ccrrispondente a 'parola di Dio', piutto- Mt. mettono il termine ò Myoç sulle
sto che a 'volontà di Dio'. La probabili- labbra di Gesù, e 2. che questo avviene
tà che nei due passi il termine 'parola di nel contesto dì una diffusa interpreta-
Dio' sia stato inserito da Luca nel lo- zione allegorizzante, quale non viene
gion di Gesù prende spicco se si pensa mai attribuita a Gesù. Così stando le

202 All'inizio del!' interpretazione, invece dcl sopra --)> coli. 321; 3n s.). Non è invece da
semplice -.òv Myov di Mc. (v. 14), Mt. ha -.òv escludere che l'':!spressionc di Mt. - posta sche-
o
Myov "tfjç, ~a<nXElaç, (v. 19), Le. Myoç -.ov maticamente all'inizio dell'interpretazione a
~Eoii (v. n). Quest'ultima espressione· per Lu- commento del -.òv Myov senza attributi che
ca non è sostanzialmente diversa dall'altra, CO· ritorna spesso in seguito - si giustifichi allo
me si deduce dall'accostamento delle formule o
stesso modo dell'assenza di Xii-(Oç nel rac-
negli Atti (di tale aççostamento si è parlato conto di Mt. (-Holl. 337 s.).
34i: (1v,123) Myw D 9 (G. Kittel) . (1v,124) 342

cose, si deve dire che è quanto meno qualsiasi 'parola di Dio', né di un con-
sommamente incerto che qui si abbia cetto generico ed astratto della parola
un ipsissimum verbum di Gesù; piut- stessa, ma della concreta 'parola' por-
tosto, paL· di avvertire anche qui l'eco tata da Gesù. Anche questa, tuttavia,
di un uso linguistico già acquisito nella non si riduce all'insieme delle massime
comunità apostolica; tanto più che i sin- da lui pronunciate, bensl è il Cristo,
goli tratti dell'interpretazione trovano in quanto 'parola' che viene accolta.
riscontro nelle esperienze della primiti- c) Dunque, H caso della 'parola' è co-
va cristianità, quali sono attestate nel- me quello di EÙayyÉÀLov: «se si tratti
la letteratura apostolica. di un termine autentico di Gesù o del-
la comunità, è una questione seconda-
«Satana impedisce il corso della pa-
rola (r Thess.2,18; 3,5; 2 Cor.u,3); la tia» (~ III, coll. 1079 s.). Il problema
parola viene 'accolta', cioè ricevuta nel è piuttosto questo: posto che la inter-
cuore (I Thess.1,6; 2,13; 2 Cor.II,4), pretazione della parabola sia opera del-
e questo comporta gioia (r Thess.x,6;
Act.8,8; I6,34); la persecuzione si sca- la 'comunità', rende o no l'intenzione
tena a causa della parola (rThess. r,6; con cui Gesù ha proposto la parabola?·
Phil.1,7; Philm.13; 2 Tim.r,8; 2,9)»2()3. il termine 'parola', attribuito a Gesù,
Quel che è certo è che anche solo è o non è nella linea di quanto Gesù ha
per questi motivi non è sicuro, e nem- inteso affermare? La questione va dun-
meno probabile, che Gesù stesso abbia que a coincidere con que!Ia della co-
adoperato il preciso termine 'la parola'. scienza che Gesù aveva della sua mes-
Ma con ciò non si dice ancora se l' e- sianità e della sua autorità. Ciò che si
nunciato sia valido o meno, se sia giu- propone di dire intorno a Gesù l'inter-
sto o no. Ciò che propriamente conta pretazione della parabola con l'uso del
in questa interpretazione della parabo- termine 'la parola' non si scosta da ciò
la, non è stabilire se nei singoli trat- che sta alla base di rutta la tradizione su
ti essa dia o no l'unica interpretazione Gesù; essa vuol ribadirne l'autorità,
possibile 204; conta invece rilevare come quale si esprime nelle parole Èyw oÈ
essa dica che il seminatore è Gesù, il ÀÉyw ùµ~v, «ma io vi dico» (Mt.5,22
quale sparge 'la parola della ~acnÀElo:.', ss.), nelle invettive contro le città (Mt.
il ').hyo<; 't'oli ìlEOu', e ne esige il frutto, r x,20 ss. ), nel messaggio al Battista (Mt.
cioè una decisione. Senza dubbio, l' in- 11,4ss.), nell''autorità' della parola e
terpretazione non intende parlare di una del gesto sul paralitico (Mt.9,5 ss. ).

zru J. ScHNIRWIND: N.T. Deutsch 11 (I937) 75 prio esser paragonati a Satana, non alle cure
s., a Mc.4,15 ss. e sofferenze del mondo, e le spine all'indolen·
zot Cfr., ad es., Jou. Wmss, Schr. N.T. 1 II3 za e all'autosufficienza? La rispondenza sa.:eb-
1

s.: «Perché gli uccelli del cielo dovevano pro- be stata ugualmente soddisfacente».
343 (IV,124) ÀÉyw D 10 (G. Kittel) (1v,125) 344

Tutto ciò non prova, certo, l'auten. il regno sarà dato alla bestia &xpL 't'E·
ticità del singolo termine, ma mostra ÀE<rl>'1}crov-.aL ol À6yo1 -rov i>eou, «fin-
che Luca (e l'interpretazione sinottica tanto che siano compiute le parole di
della parabola) legittimamente ha mes· Dio»; cfr. 10,7: xa.t he)..foi)ri 't"Ò µv-
so in bocca a Gesù il termine 'la paro· CT"C'1}p1ov 't"OU ikou, wc; EÙ'f)yyEÀ.LCTEV 't'OÙç
la', già ben definito. Ec:tV"C'OU oouÀouc; "C'OÙç 'ltpocpi}.-~, «fu
compiuto il mistero di Dio, come ave-
ro. À6yoç/">..6yot ("t"ou ikou) va annunziato ai suoi servi, i profeti».
nell'Apocalisse Le 'parole di Dio' sono dunque le pro-
a) Il carattere autentico, non soltan- messe fatte per mezzo dei profeti.
to letterario, dell'Apocalisse, si riflette b) L'uso del singolare o Àéyoc; -rou
nel termine ot Myot, che vi è domi· i>Eou nell'Apocalisse è limitato - a pre·
nante e frequente, specialmente verso scindere da l 9, r 3 - a un determinato
l'inizio e verso la fine: À.éyot "t"fjç 1tpo- gruppo di espressioni, in cui è messo
q>T)'t'Ela.ç {r ,3), 'tOU P~~Àlou -rov'tou (22, in rapporto con ....+ µa.p'tupla., testimo-
9 ), 'tfjç 7tp0Cf1T)'te:la.c; 't'OU ~L~Àlou 'tOU- nianza. Tali espressioni riguardano an-
"C'OV {22,7.10.18), 'tOU P•PMou -rfjç 1tpo- zitutto lo stesso veggente: oc; ȵap't'u-
q>l)'t'efac; 't'aihric; ( 22, l 9), ov't'ot oi À.6· p11rnv 't'Ò\I Myov -çou i)Eoi.i xa.t 't'TJV
yot mcr-c:ot xcx.L aÀT)Ì)tvol (Elaw) 205 (21 , µap-ruplav 'I11crou Xpt<T't'ou ( r,2); il
5; 22,6). In questo gruppo di termini, veggente era stato nell'isola di Patmos
che indicano il contenuto generale del- OLtZ -ròv Myov -rov i}eou xat 't'TJ\I µap-
l'Apocalisse, non si trova l'espressione -rupla\I 'l'f)<Tov, «a causa della parola
'parola di Dio' 206 • di Dio e della testimonianza di Gesù»
Il plurale oi À.6yo1 't"OV i}Eoti è usato (r,9). In secondo luogo, si tratta di e-
due volte. Nel primo caso (19,9) è in spressioni riguardanti i martiri, che so·
connessione con la promessa di beati- no stati uccisi otà. 't'Òv Àéyov -.ou i)Eoi.i
tudine per coloro che sono stati invitati xat otà. 't''Ì)V µap'tupta.\I fiv Etì(O\l, «a
alla cena nuziale dell'agnello: ov't'ot oi motivo della parola di Dio e della te-
Myot àÀT)i}woì. 't'Ou ikou dcrw, «que- stimonianza di cui erano in possesso»
ste sono le parole veraci di Dio» 207 • Nel ( 6,9 }; essi sono stati decollati Otà. 't"'Ì')V
secondo caso il senso è chiarito dal con- µa.p"C'VpLl'.X.\I 'hj<TOV xa.t otà "C'ÒV Myov
fronto con espressioni parallele; 17,17: •ov ìleou (20,4). Di martiri (che oùx
205 È ovvio che l'inserimento di 't'OU ltEou (in all'intera Apocalisse (HADORN, Apk.186: «in
Q, ecc.) è secondario. tutta questa visione»), né ali' intera pericope
206 Sulla mancanza di soggetto dcl termine Ào-
r7,1-19,8 (LoHMEYER, Apok. r53); altrettanto
yo~, cfr. LoHMEYER, Apok.174. priva di fondamento è l'eliminazione del ge·
2W Non c'è ragione per riferire l'espression:: nitivo 't'OV l}Eou {BousSET, Apok.428).
345. (1v,125) Myw D 10 (G. Kittel) (1v,126) 346

1Jycimicrav 'ti}v IJiuxiJv aù't'wv &xpt Da- tamente non designa il contenuto del-
va'tou' «sprezzarono la loro vita fino a !'Apocalisse con le sue singole «parole
subire la morte») si parla anche in 12, della profezia» (Myo~ 't'l)ç 1tpOq>TJ'tElcx.ç).
1r, dove si dice che hanno vinto l'ac- I martiri, infatti, non sono stati deca-
cusatore, il xa·niywp, &à. 't'Ò octµix. 'toi'.i pitati a motivo di questi À.byo~. In r,2,
ci.pvlov xat 8trl. 'tÒ\I Myov -.'ijc; µap'tv- come è dimostrato dalle parole l:l<ra Er-
plaç aù-.wv, «grazie al sangue dell' a- 8e:v, «quanto egli vide», è indicato, sì, il
gnello e alla parola della loro testitno- rapporto con il contenuto del libro, ma
manza». non nel senso che ciò che il veggente 'ha
visto' - il Myoç -cou ì1i::ou e la µap-cuplcx.
Confrontando i vati passi si può ri-
spondere a diversi problemi elìegetici. 'l'Y}&ov Xptcr-.ov - sia qualcosa di nuovo,
I passi di 6,9 e 20 1 4 mostrano, come offerto per la prima volta; si vuol dire,
indicano le parole otà. -.òv Myov -toi'.i invece, che entrambi - il À.oyoc; e la µap-
l}Eou xat 't'i}V µap'tuplav ('lricrou ), che
è per queste realtà che si soffrono per- -cuplix. - sono indipendenti da ciò che
secuzioni e ingiustizie. Perciò gli inter~ accade a Giovanni, ma ora appaiono vi-
preti devono abbandonare le 'ingenue' sibili, come altrove appaiono in altre
motivazioni del soggiorno a Patmos, co-
forme dell' loE~v. Ambedue sono realtà
me la ricerca di solitudine, l'attività
missionaria, un soggiorno occasionale~. preesistenti, che possono presentarsi nel-
Il genitivo di µap-.vplix. 'li]crou, a causa la forma della predicazione apostolica,
della preposizione otci che è comune al- nella forma della testimonianza dei mar-
le due espressioni, si deve intendere co-
me genitivo soggettivo, al pari di atµa tiri dati a morte, nella forma della 'vi-
'tou cipvlov, «sangue dell'agnello» (12, sìone' di Giovanni. Quello che si pre-
r r ): «la testimonianza di Gesù» (non senta è sempre il À.6yoc; .-ou ikov e la
su Gesù) 209 • Lo stesso si deduce dal pa-
rallelismo con Myoç 't'OU ltEou: «La pa- µap-tvploc 'l'Y}a'ou. Ciò che il Signore
rola pronunciata da Dio e la testimo- celeste comunica in Apoc. r ss. non è
nianza resa da Gesù», come dalla desi- dunque da considerarsi o da valutarsi
gnazione di Gesti, in r ,5 : ò µapi:vç o per se stesso, indipendentemente da ciò
mcr't'oç, · «il testimone fedele}>. Questa
'testimonianza di Gesù' è la 'testimo- che lo precede. Credere questo, sarebbe
nianza che essi possiedono' ( 6,9 ), la 'lo- lo stesso che ridurre anche le più belle
ro testimonianza' ( r 2, II) zio.
frasi del libro a pure fantasie e fanati-
In queste frasi, ben distinte dalle ~1- smi apocalittici. La comunicazione del
tre a motivo del numero · singolare, che Signore fatta in visione a Giovanni non
cosa vuof dir~ ò À.byoç -cou i>Eou? Cer- vuol essere altro che chiarimento, inter-

:iruBoussnr, Apok.192. dc (gXEW) quando il 'lt\IEUµct "tfjc; 1tpOql'l)'tELac;


209 Lutero (x,2): «La testimonianza di Gesù». sigilla e conferma la µap'tvpla; cfr. HAnoRN,
219 Apoc. x9,ro: la p.ttp·tuplo; Tquo\i si possie- Apk. x86.
347 (1v,u6) ì..éyw D u (G. Kittel)

pretazione, illuminazione di quel 'Myoc; espressioni cristiane primitive sul Myoc;


detto da Dio, di quella µo:.p-.uplo:. for- 'tOV il"Eoù; in secondo luogo, ha il suo
nita da Gesù, della realtà donata ai cri- carattere quale parte della primitiva con-
stiani. cezione cristiana del Cristo.
A questo gruppo di espressioni circa 1 I. Gesù Cristo, -: : ·.,,- , "S : ·: ~~' -. -2 -
quel che è dato alla comunità apparten- _,. il Àbyoc; 't'OV iJEou
gono, naturalmente, Apoc.3,8: È'tTJPTJ-
<Tac; µou -i:òv Myov, «hai custodito la a) L'uso del termine Myoç esamina-
mia parola», e 3,ro: o't"~ h1Jp1J<To:.c; 't'ÒV to fìn qui nel cristianesimo primitivo ri-
ÀOyov 'tfjc; u7toµovfic; µou, «hai custo- flette la convinzione che la predicazio-
dito la parola con cui ti esortavo alla
pazienza». La 'parola; è quella del Cri- ne avvenuta nella persona di Gesù è
sto glorioso, data da custodire alla co- predicazione della 'parola', e che l'ac-
munità. cettazione deUa 'parola' significa fede
La realtà di cui si parla è una sola in Gesù. I 'servi della parola' non so-
o è duplice? Le due espressioni Myoc; no ripetitori di sentenze - non sono dei
't"OU i1Eou e µo:.p-cuplo:. 'Iri<Tou XpLO"'t'OU tannaiti 212 - ma testimoni oculari che
indicano la stessa realtà o due realtà narrano ciò che è realmente accaduto
diverse? Quale sia la mente del veggen- (Lc.r,2; Act.6,2.4; cfr. r,21 ~col.322).
te non si può dire, se non si tien con- Nei sinottici si rifletteva l'idea che l'ap-
to di 19.. 13, un passo singolare ma con· plicazione del termine o Myoc; al À.cx;-
nesso con tutto il resto. La descrizione À.E~V di Gesù, se pur non è del tutto
della .comparsa escatologica del Cristo inesatta, non corrisponde però piena-
·' culmina nelle parole: xo:.t ;J~).:~~~i mente a ciò che si deve dire (~ coli.
't'Ò ovo1.lu a.1hov ò Myoc; -rov i1Eov, «e 337 s.). L'interpretazione della parabo-
il suo nome si chiama 'La parola di la del seminatore - sia essa di Gesù
Dio'» 211 • Questa espressione sarebbe to- oppure no - esprime certamente la con-
talmente fraintesa, se la si ponesse al vinzione che il 'seme', cioè la 'parola',
di fuori del quadro generale del N.T.; è l'evento del Cristo presente in Gesù
anzitutto, essa rientra nella serie delle (~ col. 342). Per la Lettera- ai Colos-

211 È del tutto arbitraria - e priva di ogni ba- 212 Ebraico 1nh = aramaico tn': 'ripetere, im·
se nelln tradizione testuale - l'eliminaz'one del parare, insegnare, tramandare'. Donde: mifoa
versetto come interpolazione (BoussET, Apk. :o: ' il materiale della tradizione (da ripetere)',
431: «Ci tro\'iamo, forse, di fronte alla vana Ili Mishna; ta1111ii', plur. ta1mii'tm, è 'colui che
intrusione di un trascrittore, che ha cosl vo· trasmette questo materiale della 'tradizione' (il
luto interpretare il nome sconosciuto»). Inol- tannaita). I 'detti dei padri' (Pirqé Abot) sono
tre, considerare il versetto come un'interpola- l'insieme di queste frnsi, ricordate a memoria
zione toglierebbe a tutto il contesto il suo co- e tramandate nella tradizione: un concetto ben
ronamento essenziale (cosl, giustamente, LOH· lontano, nonostante l'analogia formale, dal cri-
MEYER, Apok.155, e HADORN, Apk.190). stiano 'servo della parola'.
349 (1v,127) >.lrw D rr (C. K'iuel) . (IV,128) JjO

scsi (~ coll. 315; 325) il Myoc; 't'OV c'è stato che 'sì' (vo:t Èv aij't4) yÉyo-
~EOV è il µUCT'tTJptov, una volta nascosto vc.v)». In Gesù Cristo c'è stata la pa·
e ora rivelato «ai suoi santi» (i:oi:c:; &.yl- rola 'sl', cioè Gesù Cristo, nella sua
otc:; aÙ'tOV ). Già da queste formule ri- persona storica, è questa parola 'sì'.
sulterebbe chiaro che il contenuto di Nella stessa linea si trova Apoc.3,14:
questo Myoc; e di questo µucr'ti]ptov 't&&: ÀÉyE~ 6 &.µ'l)v, «queste cose dice
non è altro che il fatto di Cristo, e- l''Amen'»: Cristo è la parola 'amen'.
spresso esplicitamente. nell'apposizione Ambedue i contesti non lasciano luogo
relativa: oc; Ecr'tLV XptCT't"oi; (Col. l,25- a dubbio: colui che dice questa parola
27)213; questo fatto di Cristo è 'la pa- è Dio stesso, nessun altro che Dio. In
rola di Dio', la parola detta da Dio 'ai Apoc.3,14 il genitivo 'tOu ltEou, gramma-
suoi santi'. ticalmente apposizione del terzo mem-
Ma tutte queste espressioni - è im- bro, si riferisce a 't"flc; X'tt<TEWc; e non a
portante notarlo - non derivano da un
• • :, • n ii &.px'l'}; ciò non toglie che tutti i mem-
çoncetto di 'parola'. Intenderle concet-
. · ' .·_.,;-- bri (soprattutto i tre nominativi &.µ'l]v,
tualmente è lo stesso che fraintenderle µ~p'tuç e àpx'I]) nella struttura del ver-
del tutto. Esse nascono e hanno vita setto stiano in rapporto con quell'ap-
solo da ciò che è accaduto, da ciò che posizione logica: cosa, d'altronde, ovvia
è dato nella persona di Gesù. Tutto il secondo il senso della frase. Ad ogni
pensiero di cui è ricco il termine ).6yoc; modo non si dà alcun altro soggetto,
non nasce dal concetto, ma dall'evento, se non appunto il l}Eoc:;, che possa pro-
dalla 'parola' in cui Dio si annuncia. Il nunciare l'àµ'l'}v. In 2 Cor.1,19s. però la
pensiero del tempo apostolico non trae corrispondenza fra le promesse di Dio
origine dal vocabolo inteso concettual- (hcayyEÀlo:i i>Eou) e il 'sì' (val) è cosl
mente ma da un evento reale; lo dimo- evidente, che il w1.l potrebbe anche es-
stra anche il fatto che le espressioni di sere inteso come un vat l}Eov; tanto più
questo genere non sono affatto legate che il seguito (collegato con un ot6)
al termine À6yoc:;. La prova più eviden- proprio a causa di questo 'sì' di Dio
te si trova in 2 Cor. l ,r 9: il Figlio di accaduto in Cristo esorta perentoria-
Dio, Gesù Cristo, proprio quello predi- mente aJl' Ò:.µl)V -.<7> ~Ec7> 1tpÒc; OO~U'J.
cato dagli apostoli - e concretamente Tutti questi enunciati dimostrano che
dai tre nominati, Paolo, Silvano e Ti- la frase «il cui nome è 'la parola di
moteo - «non fu 'sì e no': in lui non Dio'» di Apoc. 19,13 costituisce esclusi-

213 L'aggiunt:i di É\I vµi:\I a <Si; Écr·tw XpLCT't'O<; µE\I (v. 28). Il xa't'ayyÉ).).eL\I in Paolo inclu-
non comporta elevazione spiritualistica del ri· de la 7ta:p0:1ìocn<;; cfr. SCHNIEWCND (~ I, coli.
ferimento al Gesù storico; lo si deduce con 191 s.).
sicurezza dalle parole 8v 'Ì}µe'Lc; XO.'tlJ.Y'(É.).).o•
. i,· . .
3.5.l (1v,128) Myw D n (G. Kittel) (1v,128) 352

vamente un'espressione programmatica, definisce l'evento del N.T. ed è stato in-


come è confermato da tutte le conce- teso come 'compiuto'.
zioni e da tutti gli enunciati della co- Ma vi è una seconda circostanza, che
munità primitiva. emerge qui una volta di più, ed è che
b) Ma anche questo dato di fatto per tutta ]a comunità delle origini que-
non può essere adeguatamente valutato sto fatto non si pone accanto alla per-
se non lo si inserisce in un contesto più . sona di Gesù Cristo (come una dottri-
vasto. Con l'uso dei vocaboli 'parola' e na da lui annunziata e trasmessa dagli
'parola di Dio' in riferimento all'evento Apostoli), ma è reale soltanto nella sua
neotestamentario si ripete il fatto abba- petsona, nell'evento storico che si com-
stanza frequente, per cui un termine pie con lui, che è lui