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76.

GUARDATEVI DAL LIEVITO DEI FARISEI (12,1-12) Intanto, accalcatisi miriadi della folla s che si calpestavano a vicenda, cominci a dire ai suoi discepoli innanzitutto: Guardatevi dal lievito dei farisei, che ipocrisia. 2 Ora nulla velato che non sar svelato e nascosto che non sar conosciuto. 3 Per questo, quanto diceste nelloscurit, sar ascoltato nella luce, e ci che parlaste allorecchio nella cantina, sar proclamato sopra le case. 4 Ora dico a voi, amici miei: nulla temete da coloro che uccidono il corpo e dopo di questo non hanno pi nulla da fare. 5 Ora vi mostrer chi temere: temete chi, dopo aver ucciso,
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ha autorit di gettare nella Geenna. S, vi dico: questi temete! 6 Forse cinque passeri non sono venduti per due assi? Tuttavia nemmeno uno di loro dimenticato al cospetto di Dio. 7 Ma anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete: valete pi di molti passeri! 8 Ora vi dico: chiunque avr confessato me davanti agli uomini, anche il Figlio delluomo confesser lui davanti agli angeli di Dio. 9 Ora chi avr rinnegato me, di fronte agli uomini, sar rinnegato di fronte agli angeli di Dio. 10 E chiunque dir una parola contro il Figlio delluomo, sar rimesso a lui. Ora a chi avr bestemmiato contro lo Spirito santo non sar rimesso. 11 Ora, quando vi tradurranno davanti alle sinagoghe
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e ai capi e alle autorit, non preoccupatevi come o cosa rispondere o cosa dire. 12 Infatti lo Spirito santo vi insegner in quella stessa ora quanto bisogna dire. 1. Messaggio nel contesto Da 12,1 a 13,20 c una forma di inclusione: il lievito dei farisei e il lievito del Regno. Il discepolo chiamato a discernere il fermento che muove la sua vita: la paura della morte, che porta allipocrisia e allaccumulo dei beni, o il timore di Dio, che porta alla verit e alla libert nella misericordia? Il primo il regno della morte, il secondo il regno di Dio, la cui venuta chiediamo al Padre (11,2). Il c. 11 distingueva lo spirito del Figlio da quello muto, la luce dalle tenebre. I cc. 12 e 13 applicano questo discernimento rispettivamente alluso dei beni e alla comprensione della storia, in relazione alle cose stabili e al tempo che fluisce. Si tratta di una teologia del mondo e della storia. In particolare nel c. 12 Ges si rivolge alternativamente ai discepoli e alle folle. Dietro le folle da vedere la schiera dei futuri discepoli, sempre aperta a tutti gli uomini ai quali bisogna annunciare la volont di Dio. Si pu quindi dire che
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il capitolo destinato a tutti gli uomini di tutti i tempi, chiamati a vivere da figli di Dio. Ges smaschera latteggiamento del mondo e dice per contrappunto quello del discepolo. Esso deve testimoniare con coraggio il suo Signore (vv. 1-12), libero dalle preoccupazioni e dagli affanni (vv. 13-34), in attesa vigile del suo ritorno (vv. 3559). Lattesa escatologica il motivo del suo coraggio e della sua libert, il fine che muove il cammino fin dal principio. Forza per superare le difficolt, le contraddizioni e la morte stessa, essa d il tono spirituale necessario per la lotta. Il brano presente si articola in tre parti: il discepolo deve guardarsi dallipocrisia (vv. 1-3), non temere gli uomini, ma temere il Signore (vv. 4-7), testimoniandolo nellattesa fiduciosa che si manifesti il suo giudizio (vv. 8-12). Mentre il movente segreto del pensare, del dire e dellagire umano la paura della morte, il discepolo spinto dal pensiero di un Dio che per lui morto in croce. Cos vince il giudizio pervertito del mondo e tiene conto del vero giudizio di Dio, che ama luomo e gli dona il suo regno. 2. Lettura del testo v. 1: Intanto. Siamo nel cammino di Ges verso Gerusalemme, che la chiesa ripercorre nel periodo che va dalla sua dipartita al suo ritorno. Ci che capitato a lui in quel tempo - cuore di ogni tempo - ci che capiter alla sua chiesa in seguito. Pi che intanto, bisognerebbe tradurre
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in queste cose. Non si tratta di un tempo vuoto, ma di fatti precisi, in cui si compie il disegno di Dio. Queste cose sono lira, le provocazioni, le insidie e le trappole dei suoi nemici, che sono appena state nominate (11,53s). Per di qui passa il cammino. miriadi, ecc.. Lostilit e le difficolt non bloccano la missione. Anzi, come dalla croce la risurrezione, cos dalla persecuzione scaturisce la missione (cf. At 8,4; 11,19). Queste miriadi di folle sono la prefigurazione dei discepoli futuri, frutto abbondante del chicco di grano che muore (Gv 12,24). Anche queste miriadi sono chiamate insieme ai discepoli ad ascoltare il Signore che dice loro come vivere in questo tempo. che si calpestavano a vicenda. Strano e preoccupante! Questo calpestarsi allinterno dei discepoli il motivo delle parole di Ges: una messa in guardia perch tra di loro non avvenga proprio ci che sta avvenendo. ai suoi discepoli innanzitutto. Il discorso principalmente rivolto ai discepoli. Essi sono chiamati a discernere bene tra tenebra e luce (11,35) e capire che gli ahim, rivolti ai farisei (11,37-54) valgono innanzitutto per loro. Infatti sono sempre insidiati dallo stesso lievito. ipocrisia. Ipocrisia viene da ipocrita, che il protagonista del coro nel teatro greco. la parola che esprime
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in sintesi i mali denunciati da Ges nella casa del fariseo (11,37-54). Alla loro radice sta lipocrisia, che il protagonismo. Sopra il volto dei figli di Dio, c questa maschera che impedisce di riconoscersi sue creature e dire: Abba. chiamata lievito, perch principio di corruzione, e un po di lievito fa fermentare tutta la pasta (1Cor 5,6; Gal 5,9). Il credente, anche se salvato, resta sempre portatore di peccato (cf. Rm 7,14ss). La nostra carne, con i suoi limiti e le sue paure, sufficiente combustibile per alimentarlo; lipocrisia, che non ci fa accettare la nostra creaturalit, il carburante (cf. Gal 2,13!). Il discepolo avr un altro lievito (13,20): non la paura della morte, ma il timor di Dio. . v. 2: Ora nulla velato. Lipocrisia consiste nel nascondere come Adamo la propria nudit, perch non conosce Dio e non si accetta come suo figlio. Per questo il Regno verr quando lesterno sar come linterno. Ges venuto a togliere alluomo i veli della menzogna e a restituirlo alla sua verit di figlio, infinitamente amato dalla misericordia del Padre. Mentre il protagonismo si serve di maschere per nascondersi e dominare, il discepolo chiamato a trasparenza e semplicit. v. 3: Per questo, quanto diceste nelloscurit, ecc. . Bando anche a ogni parlare doppio (cf. Mt 5,37; Gc 5,12), indispensabile per uscire vincenti in ogni rapporto di forza. Il discepolo deve essere impregnato della parola di verit fin
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nellintimo del suo cuore, senza dissonanza tra ci che nel profondo e ci che vuole apparire allesterno, in una perfetta coerenza tra ci che e ci che dice. Chi non nasconde ci che , ha gi vinto in radice lipocrisia. Chi disposto a far conoscere tutto ci che pensa? v. 4: amici miei. Richiama Gv 15,14s. Lamicizia o trova o rende pari. Ges ha reso i suoi discepoli pari a s, perch ha rivelato loro come diventare figli dellAltissimo. Il motivo per cui non bisogna aver paura della morte, perch ci chiama amici colui che morto e risorto per noi. nulla temete. Ges lo ripete per ben cinque volte in questo passo. La paura fondamentale da vincere quella della morte, con la quale Satana domina il mondo (Eb 2,14s). Viene dalla menzogna su Dio, che impedisce alluomo di accettarsi come sua creatura. Per questo fa di se stesso lassoluto. uccidono il corpo. Chi fa di s e della propria vita il suo assoluto, fa di tutto per salvare la pelle; non pu non essere egoista. Infatti non avrebbe senso perdere ci che si ritiene come valore assoluto, per nessun motivo. Luomo teme pi di tutto luccisione del corpo. Per essere liberi da questo timore, bisogna avere un valore maggiore, e temere di perdere quello. v. 5: Ora vi mostrer chi temere, ecc. . Principio della saggezza il timore del Signore (Sal 111, 10; Pro 1,7). Temere Dio significa tener conto, nellassetto concreto della
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propria vita, che Dio Dio - e solo lui! - e non volerlo perdere, perch lui la vita (Dt 30,20). Luomo non pu non temere, come non pu non desiderare, perch creatura, e quindi bisogno. Come desidera il s, cos teme il no. Ma, siccome ci che teme diventa suo dio e signore della sua vita, se non vuol far della morte il suo dio e il suo signore (Sal 49,15), tema solo Dio come Signore della sua vita. Il timore di Dio rende luomo libero e capace di discernimento. Geenna. Luomo, che teme la morte e vuol salvarsi a tutti i costi, distrugge la sua verit di uomo, immagine di quel Dio che amore (cf. 9,24). Uccide la propria vita e la butta via come immondizia. La Geenna la valle dellHinnon (gehinnon), dove anticamente si sacrificavano vite umane a Moloch e dove Israele bruciava le immondizie. Per questo vi ardeva sempre il fuoco. Fallire il proprio fine la tragica possibilit delluomo. Tutta la tradizione cristiana parla dellinferno. Non per terrorizzare luomo, bens per renderlo cosciente del male che fa seguendo come guida la paura della morte. sempre cattiva consigliera: mentre suggerisce di cercare ogni briciola di vita, fa cadere nellegoismo che la distrugge in radice. La paura dellinferno non deve portare ad aver paura di Dio, ma del male che ce ne allontana. Qui in concreto si dice di temere il giudizio di Dio pi di quello degli uomini.

v. 6: cinque passeri... due assi. Il timore deriva dalla coscienza della nostra piccolezza e del nostro poco valore. Ma Dio amore, e lamore si prende cura di ogni piccolezza: possiamo avere fiducia in lui in proporzione della nostra insignificanza. Ges dice di non dimenticare in concreto che Dio ci ama. La sua tenerezza si espande su tutte le sue creature (Sal 145,9); egli non insensibile neanche ai piccoli del corvo che gridano a lui (Sal 147,9). v. 7: anche i capelli, ecc.. Il capello la parte meno importante delluomo. Si pu tagliare senza che uno si accorga e senza fargli alcun danno! Colui che di tutto si prende cura, tutto conosce, perfino ciascuno dei nostri capelli, contati come le stelle del cielo (Sal 147,4). Questo un segno del suo amore. Il nostro valore in realt infinito come il suo amore per noi: valiamo pi della vita del suo Figlio, valiamo il sangue di Cristo (1Pt 1,18s; 1Cor 6,20; 7,23). Fin dal principio c una valutazione enorme delluomo agli occhi di Dio, che vide che era cosa molto buona (Gn 1,31; cf. Is 43,4). Il timore del Signore si fonda su questo amore eccessivo (Ef 2,4 Vg.) che Dio ha per noi, ed una vibrazione nostra di fronte al suo cuore: principio di sapienza perch ci fa conoscere la nostra verit e ci libera da ogni paura. v. 8: chiunque avr confessato, ecc.. Il cristiano testimone di Cristo davanti agli uomini. Il futuro definitivo dipende dalla nostra testimonianza attuale. Bisogna tener
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conto del giudizio non delluomo, ma del Figlio delluomo; non di quello davanti ai tribunali della terra, ma alla corte del cielo. Luca ha sottocchio lesperienza della chiesa primitiva, chiamata a confessare in un clima di persecuzione. Essa trova la sua forza fissando lo sguardo al cielo, dove la gloria di Dio e Ges, il Figlio delluomo, seduto alla sua destra (At 7,55s). v. 9: chi avr rinnegato me, ecc.. Rinnegare Ges di chi vuol salvarsi e non sa rinnegare se stesso (9,23s). legoismo di chi vuol affermare se stesso. Lora della prova e della persecuzione evidenzia questo peccato che, pi che unazione, un modo di vivere. Il rinnegare il contrario del confessare davanti ai tribunali. Questa una forma di testimonianza (= martirio), che poi divenne la testimonianza o martirio per antonomasia. In realt la testimonianza non solo la confessione a parole davanti agli altri. innanzitutto la croce quotidiana di chi segue il suo Signore (9,23s). v. 10: parola contro il Figlio dell'uomo. Il Ges terreno un segno contraddetto (2,34), contro il quale parlano i nostri pensieri e le nostre opere. Davanti alla povert, allumiliazione e allumilt del Figlio di Dio venuto nella carne, istintivamente ci troviamo dalla parte contraria. Il mistero del Figlio delluomo che si consegna resta naturalmente nascosto anche ai discepoli (9,44s); il crocifisso dimenticato teoricamente e praticamente anche dai cristiani (Gal 3,1; Ef 4,20s). Per questo siamo sempre chiamati a
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convertirci: da nemici della croce di Cristo (Fil 3,18), dobbiamo diventare come Paolo, che non ritiene di conoscere altro se non Ges Cristo, e questi crocifisso (1Cor 2,2). La non conoscenza del mistero di Ges sta allorigine di tutti i peccati personali e collettivi dei credenti. Essi restano credenti; ma senza discernimento. Hanno bisogno continuo di conversione e di perdono. bestemmiato contro lo Spirito santo. la perdita della fede, lapostasia dopo lilluminazione dello Spirito (Eb 6,4-6; 10,26-39). un peccato imperdonabile; non perch Dio non perdoni, ma perch chi lo commette rifiuta di convertirsi. Un modo sottile di incapsularsi nellinconvertibilit quello di aggiudicarsi a priori la buona fede, per cui non si sente pi il bisogno di convertirsi. lindurimento nella cecit di chi crede di vederci e rifiuta il dono della vista (Gv 9,41). il peccato di chi non si riconosce peccatore e bisognoso di perdono (18,9-14). lipocrisia di chi mente per fare bella figura (cf. At 5,lss). v. 11: quando vi tradurranno, ecc.. Sono i momenti di persecuzione, che la chiesa ha conosciuto e conoscer sempre, se sar fedele al suo Signore (6,22s). Solo quando gli infedele non perseguitata (6,26). non preoccupatevi, ecc.. La preoccupazione toglie ogni energia alloccupazione; esaurisce ogni forza nella paura che blocca. Contraria alla fede, di chi non conosce lamore del
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Signore e crede di doversi salvare da s. Luca ha davanti le difficolt reali della sua chiesa. In tempo di persecuzione, la salvezza della pelle dipende proprio da come e cosa rispondi e da ci che dici. v. 12: lo Spirito santo vi insegner. Il motivo della fiducia lo Spirito che Ges ci ha donato. Egli non solo la forza per testimoniare (24,49; At 1,8), ma anche colui che insegna come testimoniare (At 4,8; 7,55; Gv 14,26). 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando le numerose folle che si accalcano e calpestano. c. Chiedo ci che voglio: guardarmi dal lievito dei farisei, lipocrisia. d. Medito applicando a me le parole di Ges. Da notare: - il lievito dei farisei, lipocrisia. - velato/svelato; nascosto/conosciuto; oscurit/luce; cantina/terrazzo - voi, amici miei, non temete quelli che uccidono il corpo - confessare/rinnegare - bestemmiare contro lo Spirito - lo Spirito vi insegner.
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4. Passi utili Mt 6,25-34; Mc 8,34-38; 3,22-30; 13,11.

77. LA SUA VITA NON DALLE COSE CHE HA (12,13-21)


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Ora gli disse un tale dalla folla: Maestro, di al mio fratello di dividere con me leredit. 14 Ora egli disse: Uomo, chi mi costitu giudice o divisore su di voi? 15 Ora disse loro: Guardate e custoditevi da ogni avere di pi, perch, anche se uno nellabbondanza, la sua vita non dalle cose che ha. 16 Ora disse una parabola dicendo loro:
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A un uomo ricco frutt bene la terra. 17 E ragionava tra s dicendo: Che far, poich non ho dove raccogliere i frutti miei? 18 E disse: Questo far: abbatter i miei granai e pi grandi costruir, e raccoglier l tutto, il grano e i beni miei. E dir alla mia vita: 19 Vita, hai molti beni in serbo per molti anni: riposa, mangia, bevi, godi! 20 Ora gli disse Dio: Stolto, in questa notte richiederanno a te la tua vita. Ora, quanto preparasti, di chi sar? 21 Cos chi tesorizza per s e non arricchisce verso Dio!
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1. Messaggio nel contesto Questa parabola descrive luomo che fa consistere la propria sicurezza nellaccumulo dei beni. il contrario del discepolo la cui sicurezza nellamore del Padre e dei fratelli (vv. 2234). La nostra vita non sta nei beni, ma in colui che li dona. La sapienza di Dio ha previsto che la soddisfazione dei bisogni che abbiamo, diventi strumento per colmare il bisogno che siamo: la comunione con il Padre che dona e con i fratelli con cui condividiamo. Questo il regno dei figli, il nostro vero tesoro (vv. 33s). A questa parabola del possidente stolto, simile al ricco epulone (16,19ss), far da contrappunto quella dellamministratore saggio (16,1ss). Luca tratta spesso dei beni materiali come dono del Padre, che tale deve restare nella condivisione coi fratelli. Questa lezione fondamentale gi per Israele; ogni volta che se ne dimentica, il giardino torna di nuovo deserto! Leconomo saggio, che vede esaurirsi i suoi beni, si fa la stessa domanda del possidente che li vede crescere: che far? (v. 17; 16,3). Ma mentre il primo sa cosa fare (16,4), il secondo lo ignora. Luomo nella prosperit non comprende, come gli animali che periscono (Sal 49,13.21; cf. Sal 73). Leconomo sa che amministratore e non possidente: i beni non sono suoi, e per di pi vengono meno. La penuria lo fa rinsavire; e, invece di accumulare, comincia a
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donare ci che in fondo non suo. lodato dal Signore, perch usa dei beni secondo la loro vera natura. Si ricchi solo di ci che si d. Dio infatti tutto perch d tutto. Il possidente stolto invece, che vuol possedere sempre di pi, fino ad avere tutto, sempre di meno, fino ad essere nulla. Si chiude in un egoismo insaziabile che lo fa morire come uomo. In questa parabola si prende di mira latteggiamento istintivo delluomo, che non conosce pi la paternit di Dio. Mosso dalla paura della morte, la prima cosa che fa per salvarsi garantirsi la soddisfazione dei bisogni primari e far dipendere la vita da ci che ha, invece che da ci che . figlio di Dio e non deve sostituire il Padre con le cose che gli d. meglio dare in elemosina che mettere da parte oro (Tb 12,8). Questa ci d il nostro vero tesoro (cf. 16,11s): essere come colui che dono per tutti. 2. Lettura del testo v. 13: un tale dalla folla. Il problema, suscitato da un tale, sar occasione per un insegnamento dato alla folla dei discepoli, che, come tutti gli uomini, sono vittime dello stesso male. dividere con me leredit. Ci che divide i fratelli la spartizione di ci che di per s li unisce: il dono del Padre! Lamore per la cosa di cui appropriassi ha sostituito quello
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del Padre e del fratello. Questo litigio per leredit lemblema della situazione umana: dimenticando il Padre, gli uomini litigano per arraffarsi la roba. Lavidit di vita, nata dalla paura della morte, rende causa di odio e di morte ci che in realt dono di amore. stravolto il senso di tutta la creazione! Abramo, che conosce Dio, spartisce ben diversamente leredit donata: lascia a Lot la parte migliore (Gn 13,1-12). Abramo, nostro padre nella fede, il primo esempio di stoltezza sapiente, che sceglie di essere misericordioso come il Padre (cf. 6,36). Lot, il furbo, invece il vecchio modello di sapienza stolta, che si sceglie alla fine la perdizione di Sodoma. v. 14: chi mi costitu giudice o divisore?. Ges non venuto sulla terra per premiare i buoni e condannare i cattivi, dando a ciascuno il suo; altrimenti ci avrebbe condannati tutti e avrebbe dato a ciascuno la pena meritata. Egli compie il giudizio di salvezza. Donando tutto ci che ha e ci che , diviene il pontifex che, unendoci a s, ci unisce al Padre e tra di noi. Non pu quindi dividere tra i fratelli. Il divisore che accusa un altro! Lui venuto a liberarci da ci che ci divide. v. 15: custoditevi da ogni avere di pi. (In greco: pleonexa, che significa anche: cupidigia, avidit e arroganza). A chi gli domanda di dividere in modo giusto leredit, Ges risponde chiamando cupidigia, avidit,
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arroganza la sua giustizia. Che altro infatti la nostra giustizia se non lamministrazione regolata del nostro egoismo? Questo si esprime nellavere di pi, con i quattro possessivi dei vv. 17-19: frutti miei, granai miei, beni miei, vita mia. Al v. 1 Ges mette in guardia dallipocrisia, lievito dei farisei; in 16,14 i farisei vengono chiamati amanti del denaro, che permette di avere di pi. Questa la prima maschera dellipocrisia: copre la tua verit di figlio, simile al Padre che ama e dona, e ti rende sempre pi chiuso agli altri e lontano da lui. Non accettando la tua identit, ti identifichi con ci che possiedi. Invece di servirti del mondo come suo signore, lo servi come tuo signore. Lavere di pi il primo tentativo maldestro di salvarsi suggerito dalla paura della morte. Norma di azione e fine principale delluomo, si sostituisce a Dio. Come a-teismo pratico, anche un a-umanesimo, principio di alienazione da s e dagli altri. la sua vita non dalle cose che ha. Se fai dipendere la tua vita da ci che hai, distruggi ci che sei. Ci che credevi essere sicurezza di vita, dissemina ovunque uova di morte. La vita infatti dal Padre: per questo sei figlio suo e fratello di tutti. Se la tua vita dalle cose, lui non pi tuo Padre e i fratelli sono tuoi contendenti. E le stesse cose, che prima erano da Dio e per te, cambiano valore: sei tu da loro e per loro e sacrifichi la tua vita a ci che doveva garantirla. Ci che hai e possiedi, ti d morte se lo consideri come fine invece che come mezzo. Ne sei schiavo; e per quanto tu
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possieda non sarai mai pieno, perch altro il pane che ti sazia. Per inganno luomo ha abbandonato la sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne screpolate, che non tengono lacqua (Ger 2,13); ha posto come principio della propria vita il timore della morte, invece che lamore del Padre della vita. v. 16: frutt bene la terra. I frutti della terra sono benedizione di Dio (cf. Dt 28,1-14). Chi li riceve come dono benedetto lui stesso. Chi li prende come possesso, li taglia dalla loro sorgente ed maledetto. Riceverli come dono significa usarli ricordando che sono dal Padre e per tutti i fratelli. Questamore concreto del Padre e dei fratelli, che si esprime rispettivamente in lode e in misericordia, tutta la Legge (10,27). Ogni qualvolta vivr con spirito di padrone, Israele andr in esilio. Loblio del dono la via dellesilio; il ricordo e la conversione quella del ritorno. Mos mette in guardia il popolo, ammonendolo di non dire mai mio, ci che gli sar dato nella terra promessa (Dt 8,7-20). v. 17: ragionava tra s. Si pu tradurre con s-ragionare: si tratta infatti dei dialoghismi, o ragionamenti obliqui nei quali luomo si ingarbuglia. Ed un ragionare tra s: un soliloquio che uccide luomo come relazione e dialogo con gli altri. Infatti il ricco, che punta sullavere di pi, si isola sempre pi dagli altri e singabbia nella sua solitudine.
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Che far? Questa domanda cara a Luca (cf. anche 3,10.12.14; 16,3.4; At 2,37; 16,30). il problema fondamentale delluomo, che ha la possibilit e il dovere di decidere sul da farsi. Allanimale basta comportarsi secondo listinto di conservazione. Luomo invece deve vincere la paura della morte che lo chiude nella trappola dellegoismo e lo uccide come uomo. Il ricco possidente e leconomo avveduto sono i due modelli: uno stolto che non capisce (v. 20) e laltro saggio, che sa cosa fare (16,4). La risposta al che far la scelta tra morte e vita: il bivio dinanzi al quale si trova il popolo che entra nella terra promessa (Dt 30,15-20). Come per Adamo lo stare nel giardino legato allobbedienza a Dio, cos per Israele lo stare nella terra promessa legato in concreto al non impadronirsi del dono. Il destino delluomo dipende dalluso corretto delle creature: o sono mezzi per amare Dio e il prossimo, che significa ringraziare o condividere; o diventano fine e surrogato di Dio, che significa possederle e accumularle. Il possesso contrario al ringraziare, ed contro Dio; laccumulo contrario alla condivisione ed contro gli uomini. v. 18: Questo far. il progetto di ogni uomo che non conosce lamore del Padre: ingrandisce il proprio granaio per avere di pi, aumenta il contenitore per accumulare di pi. Pi uno ha, pi aumenta il desiderio: lavere di pi un cibo che invece di saziare accresce una sete maligna, tipica dellidropico. Luso dei beni importante per Luca, cosciente
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di vivere in questo mondo con questa storia (cf. anche 11,41; 12,33; 14,33; tutto il c. 16; At 2,42ss; 4,32ss; 5,1ss). Non vanno n adorati, n demonizzati; vanno usati secondo la loro natura di dono. Per questo il ministero di Ges inizia con la predicazione dellanno sabbatico (4,16ss), che riporta il popolo al tempo puro e forte delle origini, in cui Dio don la terra promessa. Anche gli Atti ci presentano la prima comunit come realizzazione della comunit sabbatica (At 2,42ss; 4,32ss). v. 19: hai molti beni, ecc.. La stoltezza si consuma nel compiacersi dei beni, facendo di essi la propria vita e sicurezza. Il loro accumulo non che riserva di morte, trasmessa purtroppo ai figli. riposa, mangia, bevi, godi. il programma di vita delluomo. I beni, nel piano di Dio, servirebbero per questo! Ma stoltezza credere di realizzarlo seguendo la via dellavere di pi. Dio ha ordinato di non possedere e di non accumulare, bens di ringraziare del dono e di condividere. Lobbedienza a questa sua parola introduce nel riposo (= terra promessa), dove si mangia (= vive), si beve (= ama) e si gioisce, perch nel soddisfare i bisogni primari si soddisfa anche quello essenziale: lamore del Padre e dei fratelli! Dalluso delle cose materiali deriva la realizzazione o il fallimento delluomo. Questa coscienza spesso falsata in noi perch, idolatrando le cose, non le poniamo in discussione, e
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pensiamo che la salvezza si giochi su altri fronti, pi spirituali. v. 20: gli disse Dio: Stolto. Il giudizio di Dio, Signore della vita e amante delle sue creature, ben diverso da quello pervertito delluomo, dettato dallipocrisia (v. 1). Dichiara stolto e senza intelligenza questuomo che fa dipendere il suo futuro dallavere di pi, loda invece leconomo dellingiustizia perch ag con intelligenza (16,8). Lo stolto si identifica con il proprio idolo, e crolla con lui davanti al giudizio di Dio, come Dagon davanti allarca (lSam 5,1ss). Il sapiente diventa invece come Dio, che disponibile e misericordioso con tutti (6,35-38). richiederanno a te la vita tua. La stoltezza consiste nel fatto che la morte non evitata da ci che il timore di essa ha suggerito. La paura infatti cattiva consigliera, e getta in braccio a ci che si teme. Il sapiente sa che i beni diminuiscono, ed inutile accumularli, anche la vita fluisce e finisce nella morte. Questa la condizione creaturale, da vivere in modo da procurarsi le dimore eterne (16,9). La memoria mortis, come sconfitta della paura della morte, anche principio della sapienza e del timor di Dio: insegnaci a contare i nostri giorni, e giungeremo alla sapienza del cuore (Sal 90,12). Il mio limite mi porta a conoscermi in verit e a demistificare ogni ipocrisia. O mi accetto da Dio e per Dio come sua creatura, o sono disperato! Nessuna cosa che ho copre la mia
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nudit e sazia il mio bisogno di vita. La coscienza della morte mi mostra il mio essere profondo: la mia solitudine assoluta davanti a lui, che pu essere colmata solo da lui, mio riposo, mio cibo, mia bevanda e mia gioia. quanto preparasti, di chi sar?. Chi cerca di avere di pi, anche se non vuole, dar tutto agli eredi, suscitando il problema della spartizione (cf. v. 13!). Come ombra luomo che passa, solo un soffio che agita, accumula ricchezze e non sa chi le raccolga (Sal 39,7). Ma la morte, ministra sovrana di Dio, ridurr ogni uomo alla sua verit creaturale e lo costringer a dare tutto come tutto ha ricevuto! sapiente la morte! Chi credeva di dominare e di distruggere con essa la vita, ignora che essa la condizione per tornare a vivere come creature! v. 21: tesorizza per s/arricchisce verso Dio. Sono in chiara contrapposizione. C un modo per arricchire verso Dio: donare invece di tesorizzare (vv. 32ss; 16,1ss). Gli stessi beni del mondo danno la morte in quanto accumulati per paura della morte; danno la vita in quanto condivisi coi fratelli per amore del Padre. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito.
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b. Mi raccolgo immaginando le folle che si accalcano addosso a Ges coi suoi discepoli. c. Chiedo ci che voglio: non far dipendere la vita dalle cose che ho; guarire dalla cupidigia. d. Medito sulla parabola. Da notare: - dividere leredit - aver di pi - la vita non dalle cose che hai - i miei frutti, granai, beni, vita - riposa, mangia, bevi, godi - stolto, in questa notte morirai - tesorizzare per s/arricchire davanti a Dio. 4. Passi utili Sal 49; 90; Sap 2,1-5,23; Lv 25.

78. NON ANGUSTIATEVI. IL PADRE VOSTRO SA CHE AVETE BISOGNO (12,22-34)

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Ora disse verso i (suoi) discepoli: Per questo dico a voi: Non angustiatevi per la vita, che mangiare, n per il corpo, che indossare; 23 poich la vita pi del cibo e il corpo dellindumento. 24 Considerate i corvi: poich non seminano n mietono, non hanno dispensa n deposito, e Dio li nutre! Quanto pi degli uccelli voi valete. 25 Ora chi di voi angustiandosi pu aggiungere un cubito alla sua statura (al suo tempo)? 26 Se dunque neppure il minimo potete, perch del resto vi angustiate? 27 Considerate i gigli come crescono: non faticano n tessono. Ora dico a voi: Neppure Salomone in tutta la sua gloria fu ammantato come uno di questi!
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Ora se Dio cos riveste lerba del campo che oggi e domani gettata nel forno, quanto pi voi, o di poca fede! 29 E voi non cercate che mangiare e che bere e non state sospesi, 30 poich tutte queste cose le nazioni del mondo ricercano. Ora il Padre vostro sa che avete bisogno di questo. 31 Ma solo cercate il suo regno e queste cose vi saranno aggiunte. 32 Non temere, piccolo gregge, poich si compiacque il vostro Padre di dare a voi il Regno. 33 Vendete ci che avete e date in elemosina. Fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove ladro non si avvicina n tignola corrompe. 34 Poich dov il vostro tesoro, l sar anche il vostro cuore.
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1. Messaggio nel contesto Continua listruzione di Ges sui beni del mondo. La vita non dipende n da ci che hai (vv. 13-21), n da ci che non hai (vv. 22-30), bens da ci che sei: figlio di Dio (vv. 31-34). Quindi, come nessun affanno per labbondanza, cos nessuna angoscia nella penuria! I discepoli non devono rinnegare il Signore della vita per la paura della morte, che porta ad avere di pi nel timore di avere di meno. Tutto infatti viene dal Padre: come d la vita, dar anche il cibo; come d il corpo, dar anche il vestito. La vita e il corpo sono dati fin dallinizio. Il resto, erogato giorno per giorno, rimane sempre suo dono, anche se mediato dalle nostre mani. Come la manna, ravviva la fede quotidiana. Alla falsa sapienza, che porta allaccumulo e allinquietudine, il discepolo contrappone la vera sapienza di chi conosce il Padre. La sua provvidenza, pi acuta e pi efficace di ogni nostra previdenza, non lascia mancare nulla ai suoi figli. Se qualcosa manca, significa che non necessaria o si sta cercando nella direzione sbagliata (cf. vv. 30-31). La differenza tra credente e non credente non sta nel fatto che questi lavora e laltro ozia. Tuttaltro! (cf. 1Ts 2,9; 4,11; 2Ts 3,6-15). Sta nel fatto che uno si preoccupa e laltro si occupa, uno con angoscia e laltro con fiducia, uno per possedere e accumulare, laltro per ricevere in dono e donare. utile tener presente che la preoccupazione pi snervante
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delloccupazione stessa. Lansia mangia pi energia del lavoro. Mentre luomo in genere accumula con affanno quando ha e si agita con angoscia quando non ha, il credente dona quando ha e lavora quando non ha. Ma senza inquietudine, perch sa che Dio la sua vita. Cos, invece di chiudere la mano nel possesso e allungarla per prendere, la apre per ricevere dal Padre e la allunga per donare ai fratelli. Quelli che dicono Abb! sono esonerati dagli inutili pesi dellaffanno e dellangustia: vivono nel Regno dei figli. Solo questo va cercato, chiesto e desiderato in s. Il resto unaggiunta. Possiamo stare tranquilli, perch Dio, come ha fatto noi per s, cos ha fatto tutto per noi. Il v. 32 centrale: la certezza del dono, che il Padre ci ha fatto nel Figlio, vince ogni timore. I vv. 22-30 richiamano tale paternit come antidoto allangoscia: chi ha dato il pi, non lascer mancare il meno (vv. 22-23). Invece di inquietarci, utile guardare il corvo per il cibo (vv. 24-26) e i gigli di campo per il vestito (vv. 2728): anche a loro Dio provvede. A maggior ragione a noi, ai quali ha dato anche la capacit di seminare e di mietere, prevedere e provvedere, lavorare e tessere! Anche se siamo di poca fede, siamo suoi figli, destinati alla vita eterna con lui. Non siamo immondi come i corvi, n effimeri come lerba che ci cuoce il pane! Lansia per tutto ci di chi non conosce che Dio Padre (vv. 29-30). I vv. 31-34 dicono il rapporto che hanno i figli con i beni del Padre: non li cercano come fine, ma li usano come mezzo.
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Egli ha predisposto di darli in omaggio a chi cerca il Regno (v. 31). Questo gi loro donato (v. 32), e vi entrano donando (v. 33a). Il dare lunico modo di tesorizzare (v. 33b), perch rende il figlio simile al Padre che dona (v. 34). Lo sfondo di queste considerazioni di Luca il rapporto che nellAT Dio vuole tra popolo e terra promessa (cf. ad es. Dt 8,1ss; 15,1ss). 2. Lettura del testo v. 22: disse verso i discepoli. Quanto detto sopra, che la vita non da ci che uno ha, vale per tutti. Ora si rivolge al discepolo per una spiegazione ulteriore, che solo lui in grado di cogliere: se tutto viene dalla paternit di Dio, lui chiamato a testimoniare la sua filialit in una vita libera dallangoscia. Non angustiatevi (angosciatevi). Angosciarsi in greco (merimn) ha la radice comune con memoria, Moira (dea della morte, fato, destino), mros (= parte, eredit), e la nostra parola morte. Questa il ricordo che tocca in sorte ad ogni uomo. Chi non accetta Dio come suo principio e origine, non pu accettare il proprio limite assoluto, se non come sua fine e distruzione. Il ricordo della morte diventa il suo assillo costante. Si sente minacciato dentro da un vuoto incolmabile, e cerca di riempirlo affannosamente, accumulando ci che non in
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grado di saziarlo. Chi invece si riconosce creatura di Dio, accetta il proprio limite e la propria morte; sa che l raggiunge il proprio principio. La fine cessa di essere tale, e diventa il fine del cammino. ritorno alla casa del Padre, termine della fatica e inizio del riposo. per la vita, che mangiare. Mangiare il bisogno primario delluomo che, come riceve la vita, cos ha bisogno di mantenerla con il cibo. Ma questo un semplice mezzo per vivere, non la vita stessa. La sua vita (zo: v. 15) Dio stesso. Da lui viene e a lui va; a lui torna come da lui uscito. La memoria della morte non deve nutrire langoscia di chi si sente un nulla, o alimentare laffanno di chi accumula per vivere. Deve invece portare allabbandono nelle braccia del Padre. Questo ci pone oltre la morte, nella sorgente da cui scaturiamo. Forse poche epoche come la nostra hanno ridotto la vita da comunione con Dio a pura funzione biologica. La parola pane ha sostituito il pane della Parola. Luomo, ridotto a semplice animale, un tubo digerente dei vari desideri indotti secondo i vari prodotti: ha come principio la bocca e come risultato unesistenza senza senso che puzza di morte. per il corpo, che indossare. Il vestito il bisogno materiale che luomo ha in pi dellanimale. Non solo una difesa dalle condizioni climatiche. soprattutto un coprirsi e apparire inteso a rimediare il disagio nel rapporto con s e con
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gli altri. Viene dalla non accettazione di s e dal timore dellaltro, per difendersi e per attirarlo. Secondo il racconto della Genesi una conseguenza del rapporto sbagliato con Dio: Saccorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture, ho avuto paura, perch sono nudo (Gn 3,7.10). Dio stesso fa dono allumanit di tuniche di pelle (Gn 3,21), in attesa che sia pronto labito nuovo, quello nuziale (cf. Ap 21,1ss!). Come il cibo diventa sicurezza di vita materiale nei granai sempre pi ampi, cos il vestito diventa sicurezza psicologica davanti agli altri nel lusso e raffinatezza. la visibilit di ci che uno desidera apparire davanti a s e agli altri, corpo posticcio che uno si costruisce. Luca, di cultura greca, com sensibile alla fama, alla lode e allonore che sono quasi il vestito spirituale (cf. 6,26; 4,15.22.37; 14,29; 16,3), cos anche molto attento al vestito materiale, che funzionale a ci (cf. 5,36 con Mt 9,16 e Mc 2,21: 7,25; 8,27; 15,22; 16,19; 23,11). v. 23: la vita pi del cibo. Per s cibo e vestito sono semplici mezzi. La prima stoltezza delluomo crederli fini. La seconda, ancor pi grave, non capire che non sono un possesso da accumulare: la saziet del ricco non lo lascia dormire Qo 5,11; cf. 5,2; Sir 31,1ss). Sono invece un dono che serve per entrare in comunione con il Donatore e arricchire verso di lui (v.21). Questa la vita di cui luomo ha fame, suo unico riposo e saziet.

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v. 24: considerate (= guardate gi). Langoscia sospende nel nulla, fuori dalla realt. dannosa come trattenere il respiro che sfugge, o voler respirare laria di domani. Alluomo, cos librato nel vuoto, Ges dice di guardare gi verso le cose. Non guardare verso i tuoi bisogni di domani, che non saranno mai soddisfatti oggi. Infatti, se vivi, resteranno bisogni anche domani! Guarda piuttosto come e perch Dio soddisfa i tuoi bisogni oggi, e cos capirai che soddisfa il tuo vero bisogno anche di domani. i corvi. Il corvo non lavora e non accumula. Per di pi un animale immondo e disprezzato, al quale nessuno offre da mangiare. Eppure Dio non glielo lascia mancare, n a lui n ai suoi piccoli che gridano a lui (Sal 147,9). Trascurer forse i suoi figli? Il discepolo che si affanna non credente; non dice Abba a Dio. Dice Io, con tutti gli onori e gli oneri che ne conseguono... fino a considerarsi in realt meno di un corvo! v. 25: aggiungere un cubito alla sua statura o aggiungere un cubito al suo tempo. La parola lika significa sia statura sia et, lo spazio e il tempo propri di ogni uomo. Questi non dispone n delluna n dellaltro. Ogni suo affanno non fa che accartocciargli il corpo e abbreviargli la vita. Non sono padrone di ci che sono: io non sono mio!. Nella mia essenza sono dono di Dio, sono lamore che lui ha per me in suo Figlio.
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v. 26: perch del resto vi angustiate?. Se langoscia non serve a rimediare a ci per cui ci si angoscia, perch coltivarla? La paura di morire e linane desiderio di accumulare vita ottengono leffetto contrario! Ogni ansia in realt sottrazione di vita! v. 27: Considerate i gigli, ecc.. Dopo il cibo e la vita, ora viene il vestito. Ges esorta a considerare i gigli di campo, i begli anemoni di prato che crescono in Galilea. Salomone, in tutto il fasto della sua ricchezza, non vestiva cos bene come questo semplice fiore. v. 28: l'erba del campo che oggi e domani, ecc.. Dio riveste di luminoso splendore anche leffimero, come il giglio. Eppure finisce come erba destinata ad accendere il forno in cui luomo si cuoce il pane. Come non si curer di ci che duraturo, al cui servizio ha messo tutte le cose e addirittura se stesso? o di poca fede. Tale parola esce solo qui in Luca. un rimprovero per il credente che si sente abbandonato a s e ritiene che Dio, dopo avergli dato lesistenza, non si curi della sua sussistenza. Ha davvero poca fede chi vuol prevedere tutto, ignorando che Dio provvede. C una previdenza che estromette Dio dalla vita e non lascia il minimo spazio alla sua provvidenza. Chi agisce cos non riconosce la paternit di Dio nei suoi effetti concreti. Non si fida di lui nella
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conduzione della sua vita e non prega con verit: Padre (11,2). Luomo creatura di Dio ben pi dei corvi e dellerba: se la sua tenerezza si espande su tutte le creature (Sal 145,9), a maggior ragione sui suoi figli. Comunque consolante sapere che Dio provvede a noi, anche se siamo di poca fede! Possiamo stare sicuri: anche se noi dimentichiamo di essergli figli, lui non dimentica di esserci Padre! v. 29: non cercate che mangiare e che bere, e non state sospesi. La ricerca del cibo e della bevanda porta luomo a stare sospeso come una meteorite, nel vuoto dei suoi bisogni, dei quali sempre si preoccupa. Il cristiano non cerca ci di cui ha bisogno, ma lo chiede e lavora, sapendo che Dio corona con i propri doni la sua fatica: al lavoro sempre lui che collabora aggiungendo il frutto. Diversamente vana ogni fatica (Sal 127). v. 30: le nazioni del mondo ricercano. Le nazioni sono i pagani. I discepoli, che sono in ansia per i bisogni primari, sono assimilati ai pagani. il Padre vostro sa. da pagani non solo laccumulo, ma anche la sua radice, cio lansia, la preoccupazione e langoscia. Chi accumula fa dio ci che ha; chi angosciato fa dio ci che non ha. Ambedue non sono ancora nel regno dei figli, che gridano: Abba!. Ignorano che Dio Padre e sa provvedere ai suoi piccoli.
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v. 31: Ma solo. In contrapposizione allaffanno dellavere e allangoscia del non avere, che tolgono la vita, solo il dono del Regno d la vita. cercate. Il Regno non da produrre - impresa impossibile! - n da accumulare. Va solo cercato, perch gi in mezzo a noi, ma in un modo che non attira lattenzione (17,21). Il termine cercare suppone sia lesistenza che il nascondimento del Regno, altrimenti sarebbe impossibile trovarlo o inutile cercarlo. il suo regno. Il Regno suo, cio del Padre, e si realizza nel nostro rapporto filiale con lui. Questo poi fonda la nostra fratellanza reale con tutti gli uomini. queste cose vi saranno aggiunte. Dio ci ha dato la vita eterna e questa vita nel suo Figlio. Chi ha il Figlio ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita (1Gv 5,11s). Tutto il resto, vita biologica e psicologica compresa, funzionale a questa. Chi cerca in ogni cosa di vivere da figlio di Dio e da fratello degli uomini, ha certamente il resto. Se ha coltivato la pianta, i frutti gli cadranno addosso! Lerrore che facciamo cercare soprattutto o solo queste cose, perch crediamo che ci che conta sia la vita presente, che poi finisce nella morte. Non crediamo in quella futura. La distinzione tra le due da riprendere in tutta la sua forza, senza alienarci n luna n laltra. Il presupposto di tale
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alienazione, comune a spiritualisti e materialisti, deriva dallaver messo lalternativa tra le due. un tremendo inganno, poich ciascuno raccoglier quello che avr seminato (Gal 6,7), e chi semina scarsamente, scarsamente raccoglie (2Cor 9,6) e chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglier corruzione, chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglier vita eterna (Gal 6,8). Presente e futuro stanno tra loro come semina e raccolto. Da qui limportanza reciproca delluno per laltro. Possiamo dire che lalienazione del nostro tempo religiosa, ma in senso opposto a quanto si diceva il secolo scorso: ci siamo alienati Dio e il nostro futuro! La nostra generazione si compiace di derivare dalla scimmia, e si dispiace di derivare da lui. Luomo castrato di ci che lo costituisce uomo: lassoluto, suo principio e suo fine, che lo fa intelligente e libero. Questa inidentit lo rende sommamente infelice: gli ha tolto il senso di vivere. Chi, ignorando che c una vita futura, pensa che questo sia il momento dei frutti, resta deluso, e giustamente! Chi coltiva con ansia i frutti al posto dalla pianta, come uno che tira lerba per farla crescere. Temete il Signore, suoi santi; nulla manca a coloro che lo temono. I ricchi impoveriscono e hanno fame, ma chi cerca il Signore non manca di nulla (Sal 34,10s). v. 32: Non temere. Riprende il tema dellinizio del capitolo. La paura il contrario della fede (8,24.50). Il timor di Dio, principio di sapienza, tener conto della sua paternit nella propria vita quotidiana. Circa il rapporto fede e paura
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molto istruttiva la storia di Giovanni di Kreca e compagni, narrata in Ger 42-43: chi non teme Dio, fa del timore il suo dio. piccolo gregge. Richiama il tema del pastore che si prende cura delle pecore (Sal 23; Ez 34; Ger 23,1-6). I discepoli, anche se sono miriadi di folle (v. 1), restano sempre un gregge col carattere della piccolezza; perch il suo pastore si fatto pi piccolo di tutti (9,48b). La chiesa rester sempre piccolo gregge, e non avr mai la pretesa di diventare forte. Tante pecore insieme non faranno mai un lupo! si compiacque il vostro Padre. Si ribadisce la paternit di Dio. di dare a voi il Regno. Il Padre conosce il nostro vero bisogno: essere ci che siamo, cio suoi figli. Questo il Regno che ci ha donato in Ges. v. 33: Vendete ci che avete e date . Luca tiene conto che i discepoli vivono in una storia concreta dove ci sono beni e denaro, ricchi e poveri. Sono nel mondo, anche se non del mondo (Gv 17,11-16). La soluzione offerta non rigettare i beni come fossero cattivi, o almeno abolire il denaro. Suggerisce invece di farne luso opposto a quello dettato dalla paura della morte. In questo modo tornano ad essere come Dio li aveva pensati: da possesso di una eredit che divide i fratelli, diventano dono che li unisce tra di loro e con il Padre.
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In questa economia la creazione buona come era al principio: tutti i beni tornano ad essere mezzi utili al fine. elemosina. Luca, sulla linea dellAT, propone ai cristiani lelemosina come soluzione per vivere con giustizia in un mondo ingiusto (cf. 3,11; 5,11.28; 6,30; 7,5; 11,41; 14,13.33; 16 tutto; 18,22; 19,8; At 2,44ss; 4,33ss; 5,1ss; 9.36; 10,14.31). Facilmente pu essere interpretata male da chi contrappone giustizia e carit, facendo di questa lavallo dellingiustizia. Elemosina in ebraico si dice sedaqah, che significa proprio giustizia. Per luomo biblico non giusto che uno possegga e laltro sia nella penuria, perch siamo fratelli. La terra promessa non uneredit da spartire dopo la morte del padre, ma un dono del Padre vivente da condividere. Bisogna inoltre tenere presente che lelemosina ha il suo vero senso di giustizia solo in uneconomia di sobriet, in cui si lavora e si consuma per vivere, e non si vive per lavorare e per consumare. Si suppone una societ che sappia perch vive e distingua i fini dai mezzi! In questa luce si pu ricomprendere e rivalutare lelemosina come lanno sabbatico calato nel quotidiano. Se la terra del Signore, lo anche quanto essa contiene (Sal 24,1). Come quella va ridistribuita, cos anche i suoi frutti vanno quotidianamente condivisi. Tra i fratelli, diritti e doveri non sono uguali: i diritti sono proporzionali a quanto uno non ha, i doveri a quanto ha. Per questo ognuno d secondo quanto ha e riceve secondo quanto gli occorre (At 4,34s). Cos si realizza il
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sogno della terra promessa, in cui nessuno bisognoso (At 4,34 = Dt 15,4). Lelemosina biblica esigenza di una giustizia superiore, dettata dalla misericordia. Questa fa uguaglianza senza appiattire previamente qualit e bisogni. Qui il Vangelo ha qualcosa da dire oltre una pura analisi socio-economica, e d un orizzonte diverso da quello che riduce luomo ai bisogni che ha. Chiede una nuova moralit. Non si tratta di un moralismo pi esigente, ma di evangelo. la buona notizia che Dio ci Padre in Ges. La nostra azione ha un nuovo fondamento; la nostra vita cessa di essere un accumulo inutile per soddisfare il bisogno, o uninsoddisfazione angosciante per il bisogno di accumulo. Fatevi borse. Ges proib ai discepoli di portarne (10,4; 22,35). Ora dice qual la borsa che devono avere. Questa non invecchia, neanche nel momento decisivo (cf. 22,36). anzi linizio del mondo nuovo. In essa si ripone solo ci che si tira fuori, si accumula solo ci che si dona. un tesoro inesauribile nei cieli (cf. 6,45; 18,22). Chi tesorizza per s, perde la vita e non arricchisce davanti a Dio (vv. 20s). Chi invece d, arricchisce davanti a Dio della ricchezza stessa di colui che ricco in misericordia (Ef 2,4). Il tesoro vero non ci che hai, ma ci che dai: questo non viene meno neanche nella morte (v. 20). Perch chi d al povero, fa un prestito a Dio (Pro 19,17).
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dove ladro non si avvicina.... Questo tesoro non occorre n custodirlo n curarlo. Non oggetto daffanno e dangoscia, perch nessuno te lo sottrae e nessuno te lo distrugge. tuo e non ti viene mai meno: la tua somiglianza di figlio col Padre. v. 34: dov il vostro tesoro, l sar anche il vostro cuore. Lerrore delluomo quello di non avere il cuore dov il suo tesoro. Tutti questi discorsi del c. 12 hanno alternativamente come auditori discepoli e folle. Valgono per ogni uomo, chiamato a diventare, da alunno della morte, discepolo della vita. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges, circondato dalla folla, che parla ai suoi discepoli. c. Chiedo ci che voglio: non angustiarmi, sapendo che il Padre mi ama con lo stesso amore con cui ama Ges. d. Medito sulle parole di Ges. Da notare: - non angustiatevi - vita/cibo: corpo/vestito - gli uccelli e i gigli
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- voi di poca fede - il Padre vostro sa - cercate il suo regno - date in elemosina - il tesoro inesauribile. 4. Passi utili Sal 23; 147; Dt 8,1-20; 28,1-68; At 2,42-48; 4,32-37; Gv 17,23c.

79. UOMINI IN ATTESA DEL LORO SIGNORE (12,35-48)


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Siano i vostri lombi cinti e le lampade ardenti 36 e voi simili a uomini in attesa del loro Signore quando finisce le nozze, perch, quando viene e bussa, subito aprano a lui. 37 Beati quei servi che, venendo, il Signore
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trover vigilanti. Amen vi dico, che si cinger, li far sdraiare, e passando, servir loro. 38 E se alla seconda o alla terza veglia giunga e trovi cos, beati sono quelli! 39 Ora questo conosciate: Se sapesse il padrone di casa a quale ora il ladro giunge, non lascerebbe che venga perforata la sua casa. 40 Anche voi diventate preparati, perch nellora in cui non pensate il Figlio delluomo giunge. 41 Ora disse Pietro: Signore, a noi dici questa parabola, o anche a tutti? 42 E disse il Signore: Chi dunque il fedele economo, quello saggio, che il Signore porr sopra la sua servit, per dare nel suo momento la misura di grano?
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Beato quel servo che, venendo, il suo Signore trover che fa cos. 44 In verit vi dico lo porr su tutto ci che lui ha. 45 Ora, se dicesse quel servo in cuor suo: temporeggia il mio Signore a venire, e cominciasse a pestare i servi e le ancelle, e a mangiare e bere e ubriacarsi, 46 giunger il Signore di quel servo nel giorno in cui non attende e nellora in cui non conosce, e lo taglier in due e porr la sua sorte con i senza fede. 47 Ora quel servo, che ha conosciuto la volont del suo Signore e non ha preparato o fatto secondo la sua volont, sar spellato di botte. 48 Ora quello che non ha conosciuto e che ha fatto cose degne di botte, sar battuto poco. Ora a chiunque fu dato molto
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molto sar richiesto da lui; e a chi fu offerto molto, di pi gli chiederanno. 1. Messaggio nel contesto Luomo diventa ci che attende. Chi attende la morte, diventa suo figlio e produce morte. Chi attende il Signore Ges, ha la sua stessa vita di Figlio del Padre. Lesistenza cristiana attesa di colui che deve tornare: lo sposo! Il discepolo non ha qui la sua patria. La casa della sua nostalgia altrove. Straniero e pellegrino sulla terra (1Pt 2,11), non ha quaggi una citt stabile, ma cerca quella futura (Eb 13,14), dove sta colui che attende (Fil 3,20). La comunit di Luca cosciente che il Signore non verr tanto presto. Il momento del suo ritorno sar la notte, figura della morte personale, anticipo della notte cosmica. Ma il tempo dellattesa non vuoto. il tempo della salvezza, in cui la chiesa testimonia il suo Signore davanti a tutto il mondo. La sua salvezza affidata ormai alla responsabilit dei credenti. La storia diventa il luogo della decisione e della conversione, della vigilanza e della fedelt alla Parola, che ci trasforma a immagine del Figlio. La nostra vigilanza non uno scrutare nel buio. un tenere accesa davanti al mondo la luce del Signore, continuando la sua missione tra i fratelli. Quando camminiamo come lui ha camminato, prestiamo i piedi al suo ritorno.
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In Luca vi sono come tre livelli escatologici. Uno passato: il mondo gi finito e il Regno gi venuto in Ges. Uno futuro: il mondo finir e il Regno verr alla fine del mondo, anticipata per ciascuno nella morte personale. Uno presente: il mondo finisce e il Regno viene quando il credente vive leucaristia. Culmine e origine di tutta la vita cristiana, essa riporta nel presente il passato e il futuro di Ges; il Signore morto e risorto si fa nostro cibo per farci condurre una vita pasquale in attesa del suo ritorno. Questo brano si mette in questottica. Ricco di termini eucaristico-pasquali, chiama tutti, specialmente chi nella comunit ha qualche ministero, a vivere da amministratore fedele e saggio, libero da ogni avidit e attento al servizio dei fratelli. 2. Lettura del testo v. 35: lombi cinti. la tenuta di lavoro, di servizio e di viaggio, prescritta per la cena pasquale (Es 12,11). Infatti il cammino dellesodo si realizza nel lavoro e nel servizio quotidiano di chi, celebrando leucaristia, associato al mistero del suo Signore che si fece servo dei fratelli (cf. Gv 13,4ss). Questo latteggiamento corretto per attendere il Signore. Non c da guardare in cielo, ma da testimoniarlo sulla terra. La missione del Signore diventa la stessa del discepolo! Ci che Ges fece e insegn (At 1,1) quanto egli impara e fa, insegnando agli altri a fare altrettanto, finch
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tutti diventiamo figli del Padre. Ges ritorna tra i suoi allo stesso modo in cui se ne andato (cf. At 1,11). lampade ardenti (cf. 8,16; 11,33.34,36). La vita del discepolo, accesa alla luce del suo Signore, illumina anche gli altri. luminosa, perch testimonianza del Risorto. I lombi cinti rappresentano lidentit del discepolo che serve in umilt come il suo Signore; la lampada ardente la sua rilevanza per gli altri che ne consegue. Sono i due aspetti imprescindibili della testimonianza, in cui ci che dentro appare fuori. v. 36: uomini in attesa del loro Signore. Luomo ci che attende. Il cristiano attende il suo Signore, lo sposo che viene per formare con lui ununica carne. Non pu ovviamente venire se non atteso. quando finisce le nozze. La vita terrena di Ges stata il tempo delle nozze (5,34). La sua morte la fine della celebrazione nuziale, e linizio dellunione matrimoniale. Sulla croce Dio si fatto una sola carne con noi nella nostra morte, per farci un solo spirito con lui nella sua risurrezione. lunione che celebriamo quotidianamente nelleucaristia, nostra vita presente e anticipo della futura. Viene e bussa. Altra allusione eucaristica (cf. Ap 3,20): il Signore si invita a cena nella nostra casa. La sua venuta
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escatologica eucaristico.

vissuta

quotidianamente

nel

banchetto

subito aprano a lui. La condizione per aprirgli quella di essere uomini in attesa, coi lombi cinti e le lampade ardenti. Gli aprono subito, perch lo desiderano. v. 37: Beati. La beatitudine del Regno (6,20) qui detta di chi conduce una vita pasquale. La sua sorgente leucaristia (cf. 14,15), dove la storia di Ges si fa nostro presente e ci rapisce nel nostro futuro. Chi non conosce il Signore cerca la beatitudine in ci che possiede. Il discepolo sa che la sua vita il Signore, che per lui si fa riposo, cibo e bevanda, gaudio. Vigilanti. Il credente veglia nella notte del mondo. E il mondo conosce molte notti. Veglia perch sa che in questa notte avviene qualcosa di grande: il Signore passa. la sua pasqua. si cinger. Il Signore si cinge per servire chi cinto: serve i suoi servi. Servire significa amare. Nelleucaristia si celebra lamore mutuo tra Dio e uomo, che ha nel servizio di Dio alluomo la sua sorgente (cf. 22,27; Gv 13,4-15). li far sdraiare Altro termine eucaristico, che indica il riposo e la mensa, la comunione di vita beata che lui ci concede.
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passando. Il Signore passa, fa grazia della vita ai suoi, le cui case sono segnate dal sangue dellagnello (Es 12,23.13). servir. Ges nellultima cena, istituendo leucaristia, dichiara il senso di tutta la sua vita: Io sono in mezzo a voi come colui che serve (22,27). In questo servizio il Signore fa giustizia di tutti gli idoli: liquida le nostre false immagini e ci rivela chi il Signore (Es 12,12!). v. 38: alla seconda o alla terza veglia. Non si parla della prima veglia della notte, che quella in cui si celebra leucaristia. In questa prima veglia si riceve forza per vegliare attraverso tutta la notte. La notte ampia quanto la nostra vita, con le sue difficolt. Leucaristia ci rende capaci di condurre una vita luminosa e pasquale, fino a quando sorger il sole. v. 39: quale ora. Il discepolo non ignora lora: il presente! Leucaristia gli dona di vivere ogni ora quotidiana alla luce dellora pasquale, in attesa del ritorno del suo Signore. Il tempo pieno, gravido di eternit. ladro. Chi fa dipendere la vita da ci che ha, vive la morte come un ladro che ruba tutto (cf. v. 20). Chi attende il Signore, sa che la venuta di questo ladro in realt lincontro
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desiderato. laprire a colui che bussa per entrare in comunione con lui. v. 40: diventate preparati. Non si , ma si diventa preparati (cf. 6,36): tutta la vita preparazione allincontro. nell'ora in cui non pensate. Il momento della fine ci resta ignoto. Sappiamo per che segna lincontro con il Figlio delluomo che viene, e sappiamo che tutta la vita un cammino verso lui. v. 41: a noi o anche a tutti?. Il c. 12 innanzi tutto per i discepoli. Vale per anche per le miriadi di folle (v. 1). Vale per ciascuno in modo diverso, secondo la responsabilit (vv. 42-46) e la conoscenza che ha del Signore (vv. 47-48). v. 42: disse il Signore. il Signore che parla! economo. Luomo non possidente (vv. 16-21). un economo, che amministra beni non propri. Tutto ci che e ha non suo. dono di Dio, e deve restare tale per essere quello che . fedele7saggio. Fedele lamministratore che agisce secondo la volont del Signore; saggio colui che la comprende. Esempio lamministratore infedele al quale si aprono gli occhi e dice: So che far, e viene lodato dal Signore come saggio (16,4.8; vedi invece 12,20!).
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porr sopra la sua servit. Il discorso rivolto innanzitutto a colui che nella comunit responsabile di non lasciar mancare il pane. Sappia di essere servo e non padrone, sia del pane che della Parola, sia dei fratelli che della loro fede (cf. 1Cor 1,24). dare. La sua responsabilit quella di dare ci che a lui stato dato, come il pane nella moltiplicazione dei pani (9,16), come il suo corpo nellultima cena (22,19). nel suo momento. il momento in cui non deve mancare il cibo che tiene vigilanti nella notte. Declina il giorno, viene la notte e maggiore la necessit del suo pane (9,12; 24,29; cf. 11,5-8). leucaristia, la vita del Figlio. la misura di grano. Il responsabile come Giuseppe, figura di Cristo: egli provvede la misura di grano ai fratelli che lhanno venduto come schiavo, perch non manchi loro il cibo (Gn 47,12.14). leucaristia, la vita del Figlio. v. 43: Beato, ecc.. La sorte dellamministratore fedele e saggio, che ha tesorizzato davanti a Dio (vv. 21b.33s; 16,9ss), quella di avere per dono tutto quanto Dio per natura. La misericordia lha reso suo figlio ed entra nella gioia del suo Signore (Mt 25,21.23), partecipando allamore Padre/Figlio (cf. 10,21s). Questa la vita eterna (10,25.28), che non
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dipende da ci che si ha (v. 15), ma da ci che si d (v. 33). Per questo chi perde la vita per il Signore, la salva (9,24). v. 45: temporeggia. La chiesa di Luca sa che il Signore non torner tanto presto. Ma il suo ritardo non deve dar luogo a un rallentamento della fedelt e della vigilanza: Il Signore non ritarda nelladempiere la sua promessa, come certuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi (2Pt 3,9). Non facciamo come gli empi che trovano pretesto alla loro dissolutezza nella grazia del nostro Dio (Giuda 4). pestare/mangiare/bere/ubriacarsi. Il mangiare e bere dello stolto possidente (v. 19) non un godere, ma un ubriacarsi; il suo non il riposo della terra promessa, ma un calpestare in schiavit i fratelli. v. 46: giorno/ora. Restano ignoti. Eppure sono il mistero di ogni giorno e di ogni ora del giorno. taglier in due. la conseguenza dellalleanza violata: Gli uomini che hanno trasgredito la mia alleanza, perch non hanno eseguito i termini dellalleanza che avevano conclusa in mia presenza, io li render come il vitello che spaccarono in due passando fra le sue met (Ger 34,18; cf. Gn 15, 10). La venuta del Signore sar il giudizio che evidenze la realt. La vita di chi non attende lo Sposo gi lacerata e il suo cuore diviso (cf. 1Cor 7,34). Luomo fatto per fare una carne sola
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con Dio. Chi non lo ama, resta senza sposo, tagliato dalla sua met. vv. 47.48a: Ora quel servo, che ha conosciuto, ecc.. Uno responsabile in proporzione alla conoscenza che ha della volont di Dio. v. 48b: Ora a chiunque fu dato molto. Tutti abbiamo ricevuto un grande dono. Ci sar quindi chiesto molto. Esattamente quanto fu donato, accresciuto dai frutti di un buon investimento (cf. 19,11ss). Il dono fecondo come lamore. Se resta sterile, non ricevuto come dono damore. Il credente chiamato a prendere seria coscienza delle sue responsabilit davanti a Dio: deve testimoniarlo come e con Ges davanti a tutto il mondo. Cos diventa ci che , figlio dellAltissimo (6,35), ed entra in possesso di tutti i beni del suo Signore (v. 44). 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges, attorniato dalla folla, che parla ai discepoli. c. Chiedo ci che voglio: essere uomo in attesa del mio Signore. d. Medito sulle parole del Signore.
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Da notare: - lombi cinti - lampade ardenti - uomini in attesa - lo sposo viene e bussa/si cinge/passa/serve - il Figlio delluomo giunge nellora in cui non pensate - beato leconomo fedele - il Signore temporeggia - il servo infedele sar tagliato in due, spellato di botte - a chi fu offerto molto, di pi gli chiederanno. 4. Passi utili 21. Mt 25,1-12.14-30.31-46; Gv 13,1-17; Lc 22,27; 1Gv 4,7-

80. COME NON SAPETE DISCERNERE QUESTO MOMENTO? (12,49-59)


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Fuoco venni a gettare sulla terra e che voglio, se non che sia acceso? 50 Ora di un battesimo ho da essere battezzato,
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e come sono angosciato finch non sia compiuto! 51 Credete che sia qui a dare pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione! 52 Saranno infatti da ora cinque in una casa divisi, tre contro due e due contro tre: 53 saranno divisi padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro la figlia e figlia contro la madre, suocera contro la sua sposa e sposa contro la suocera. 54 Ora diceva alle folle: Quando vedete una nube che si leva a ponente, subito dite che viene pioggia e avviene cos. 55 E quando il noto soffia, dite che sar arsura e avviene (cos). 56 Ipocriti! Sapete discernere il volto dei cielo e della terra! Ora come non sapete discernere questo momento? 57 Ora perch anche da voi stessi non giudicate il giusto? 58 Quando infatti vai
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col tuo avversario dal magistrato, durante il cammino datti da fare per accordarti con lui, perch non ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegner allagente e lagente ti getter in prigione. 59 Ora ti dico: Non uscirai affatto di l fino a quando abbia reso anche lultimo centesimo. 1. Messaggio nel contesto Il discepolo vive alla luce del giudizio di Dio, antidoto di ogni ipocrisia (cf. vv. 1-9). Esso si rivela nel mistero pasquale di Ges, che ci battezza nel fuoco dello Spirito dopo che lui stesso passato attraverso le acque della morte (vv. 49-50). Questa la sua venuta escatologica, gi realizzata sulla croce, che giudica il mondo per salvarlo (vv. 51-53). Nelleucaristia ne facciamo il centro della nostra vita. L attingiamo la forza per discernere il presente di male (vv. 54-57) - interpersonale (vv. 58-59), sociale (13,1-3) e naturale (13,43) - come appello a cambiare criterio di vita, a convertirci dal lievito dei farisei a quello del Regno. Tutto il c. 12 elabora cosa significa ora aver fede nel ritorno di colui che morto, risorto e ci ha dato il suo Spirito. Luca riflette sulla fede come storia: memoria
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di un passato e progetto per un futuro che si realizza al presente. Colui che deve venire, viene ora nella testimonianza di chi segue il suo cammino di allora. Il brano caratterizzato dallurgenza: Ges deve attraversare le acque e il fuoco per compiere lamore del Padre; il discepolo a sua volta deve decidersi per lui. Per questo necessario riconoscere il tempo presente come il momento per la conversione. Questo il vero discernimento, in base al quale gli uomini si dividono in due categorie: da una parte i sedicenti giusti, atei o religiosi, che non hanno bisogno di salvezza e non si convertono; dallaltra i poveri peccatori, che sanno di non farcela e si convertono al dono di Dio. Solo cos cessa la presunzione o la disperazione, e viene la salvezza. 2. Lettura del testo v. 49: Fuoco venni a gettare.... Si tratta del fuoco del giudizio finale (3,9), oppure del fuoco della pentecoste (At 2,3), battesimo nello Spirito santo e nel fuoco (3,16)? In realt il giudizio definitivo di Dio sul mondo il dono del suo Spirito. Segna linizio degli ultimi tempi, in cui gli uomini sono chiamati alla conversione e alla vita nuova nel battesimo (At 2,17.38-40). Questo fuoco, che Ges asceso al cielo manda sulla terra, ben diverso da quello invocato da Giacomo e Giovanni sui samaritani (9,54). il frutto finale della sua missione, compimento di tutto il disegno di Dio. Per
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questo Pietro a Pentecoste dice che siamo negli ultimi giorni (At 2,17). Nelleucaristia il discepolo riceve lo Spirito. un fuoco che neanche le acque degli inferi possono estinguere (Ct 8,6s): lamore di Dio per luomo, che sgorga dalla morte stessa del Figlio. e che voglio, se non che sia acceso?. Preferiamo questa versione, che tiene conto del fondo aramaico. Laltra, pi corretta, dal greco, suona: e che voglio se gi acceso?. Indica il desiderio di Ges: con desiderio desiderai mangiare questa pasqua con voi, prima di patire (22,15). Infatti il suo amore per noi un fuoco che necessariamente vuole accendere coloro che ama: non c amore che non desideri essere riamato. v. 50: di un battesimo ho da essere battezzato . la sua morte, unica necessit per quel Dio che amore per luomo, e non pu non portare il male dellamato. il significato di tutte le Scritture (24,26s.44-46). come sono angosciato. Ges venuto a portare un fuoco, che ha da passare per lacqua. Ci che vuole, lo costringe a passare attraverso ci che non vuole. La risurrezione viene dopo la morte. Lui stesso diviso tra un desiderio e unangoscia, fino a stillare sangue (22,40-44). la lotta in cui lamore vince la prova estrema. Ora comprendiamo perch Ges, in tutto questo capitolo, ci ha detto di non temere o preoccuparci: egli stesso, il Figlio,
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venuto a visitarci da parte del Padre in ogni nostra angoscia, perch noi ne fossimo liberi. v. 51: pace. Il Messia venuto a portare pace (cf. 2,14) e unit tra gli uomini. divisione. Ma questa sua pace viene attraverso la divisione. Non infatti a buon mercato, bens a caro prezzo; a prezzo della vita (1Cor 6,20; 7,23, Rm 3,24). Per fa nuove tutte le cose (2Cor 5,17; Ap 21,5). Questa divisione la decisione che esige la sequela del Signore. vv. 52-53: saranno divisi padre contro figlio, ecc.. Sono descrizioni del male finale (Mi 7,6), che precede la riconciliazione dei tempi messianici (1,17; Ml 3,23s). lultimo buio antelucano. Leucaristia, che ci associa al mistero di Ges, esige da noi una vita pasquale con strappi e lacerazioni. Sono i costi della libert e della vita nuova. vv. 54-55: Quando vedete una nube che si leva, ecc.. Vengono riprese le immagini fuoco/acqua, variate in pioggia/arsura, nuvola/vento. Dal volto della terra e del cielo sappiamo discernere cosa avverr. Abbiamo un grande discernimento nelle cose materiali, ma non in quelle spirituali. Luomo animale non coglie ci che dello Spirito di Dio (1Cor 2,14).
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v. 56: ipocriti. Questa parola apre e chiude il capitolo (cf. v. 1). Il nostro giudizio non quello di Dio. Conosciamo bene ci che utile per la vita animale, ma non ci che necessario per la vita inesauribile. Sappiamo discernere il volto del cielo e della terra, ma non quello del nostro Signore. Sapientissimi in ci che ci d la morte, siamo stoltissimi in ci che ci d la vita: abbiamo il lievito dei farisei, e non quello del Regno (v. 1; 13,20). questo momento. il tempo della vita di Ges, che viviamo nelleucaristia. La sua venuta e il nostro incontro con lui il kairs, il momento decisivo per convertirci. Leucaristia infatti ci rende contemporanei al grande mistero, e ci dona luce per discernere e forza per vivere il nostro presente. v. 57: Ora perch anche da voi stessi non giudicate il giusto. Leucaristia dona ed esige il giudizio giusto. La morte e risurrezione del Signore criterio di scelta e capacit per attuarla. v. 58: Quando infatti vai col tuo avversario, ecc.. La nostra vita un cammino pieno di avversit: il nemico, linferno, laltro! In forza delleucaristia, il tempo presente ci dato per andar daccordo con lui considerandolo come fratello, e cos diventare misericordiosi come il Padre (6,36). Diversamente la nostra inimicizia col fratello ci condanna come nemici del Padre. Buon discernimento quello che vede nellinimicizia
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interpersonale lappello a convertirsi dal male proprio alla misericordia. v. 59: abbia reso anche l'ultimo centesimo. Chi non ha amministrato la vita presente con discernimento e decisione, lha venduta senza accorgersi, al suo nemico. Contrae un debito con la morte, che lo rende schiavo tutta la sua vita. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges, attorniato dalla folla, che parla ai suoi discepoli. c. Chiedo ci che voglio: discernere alla luce delleucaristia il significato del momento presente come opportunit di vittoria sul male. d. Medito sulle parole di Ges. Da notare: - fuoco/battesimo - desiderio/angoscia - pace/divisione - discernere questo momento - accordati col tuo avversario. 4. Passi utili
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Sal 14; Ml 3; At 2,1-12; Mt 5,25-26.

81. SE NON VI CONVERTITE, TUTTI COS PERIRETE! (13,1-5) Ora erano presenti alcuni in quello stesso momento che gli riferirono circa quei galilei il cui sangue Pilato mescol con le loro vittime. 2 E, rispondendo, disse loro: Pensate che quei galilei fossero peccatori pi di tutti i galilei perch hanno patito questo? 3 Proprio no, vi dico! Ma se non vi convertite, tutti cos perirete! 4 O quei diciotto sui quali cadde la torre di Siloe e li uccise, pensate che questi
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fossero debitori pi di tutti gli uomini abitanti in Gerusalemme? 5 Proprio no, vi dico! Ma se non vi convertite, tutti cos perirete! 1 Messaggio nel contesto Linizio e la fine del c. 13 hanno un tema in comune: la morte. Essa dovrebbe colpire tutti gli uomini che sono peccatori (vv. 1-5), ma ricade su Ges (vv. 31-35). Anche i vv. 10-17 e 2230 si richiamano: parlano della salvezza che, pur essendo un dono, insieme oggetto di fatica per ogni uomo. Al centro ci sono le similitudini del chicco di senape e del lievito (vv. 1821). Il capitolo ha quindi una struttura a cipolla, il cui cuore sono le parabole del Regno. Queste ci aiutano a leggere la nostra storia alla luce di quella di Ges. quindi uno sviluppo del brano precedente, che ci chiama a riconoscere i segni del tempo per convertirci. Questo passo ci presenta due fatti di cronaca: unuccisione e un incidente con molte vittime. Nel primo caso in gioco la libert e la cattiveria delluomo, nel secondo lineluttabilit e la violenza del creato. Unico lorizzonte: quello appunto della morte, che luomo vive sempre come indebita violenza. Questi due avvenimenti richiamano in modo esemplare ci che maggiormente scuote la fede del credente: perch Dio
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permette i soprusi e le violenze, i disastri e i terremoti? La storia con le sue ingiustizie e la natura con la sua insensatezza sembrano dominate piuttosto dal maligno (cf. 4,6!) o dal caso. Nel primo episodio ci si aspetta da Ges che giudichi tra cattivi e buoni. Nel secondo implicita lobiezione di fondo: che fiducia si pu avere nel Padre, se gli innocenti soffrono? Ges li prende come modelli di difficile discernimento, per dare al credente una chiave di lettura per gli avvenimenti storici e naturali (cf. Sal 136). Il male, che c sia nelluomo che nelle cose, misteriosamente connesso con il peccato; ma non sfugge di mano a quel Dio nella cui mano sono gli abissi della terra (Sal 95,4) e che raccoglie in un otre le acque del mare (Sal 33,7). vero che tutti abbiamo peccato (Rm 3,23); ma il nostro male ormai il luogo della salvezza: l dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia (Rm 5,20). Tutti gli avvenimenti sono quindi da leggere, a un livello pi profondo, in termini di perdizione e di salvezza: svelano la perdizione dalla quale ci salva la conversione al Signore. Si esclude una lettura manichea e semplificata, che divida i buoni dai cattivi. Si propone invece di vedere come il male dentro di noi, in modo da convertirci. Bisogna andare alla radice, discernendo qual il lievito che muove la nostra vita: quello dellavversario, che ci domina mediante la paura del bisogno e ci porta allavere di pi, o quello del Regno, che ci libera nella fiducia filiale e ci porta al dono? Il male, ingrediente costante dellesistenza, non un problema, bens il problema, inspiegabile razionalmente. Il tentativo di difendersi da esso il motore della storia umana.
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Esso costituisce una sfida per la fede: la pu far crollare o rafforzare, negare o cambiare di qualit. Conoscere i segni del tempo significa vedere nel male il Signore che viene a salvarci chiamandoci alla conversione. Non si esclude la verit di altre interpretazioni intermedie. Sono per meno importanti, al di l delle apparenze. Ci che conta un discernimento alla luce del fine. La soluzione del male non sta in una sua analisi pi corretta, ma nel cambiare il lievito: mutare il senso della vita, convertendosi al Signore. In conclusione, davanti al negativo della storia e della natura, il cattivo discernimento divide i buoni dai cattivi in nome della giustizia, oppure considera il male come inevitabile e fatale. Il buon discernimento apre gli occhi e fa cambiare vita. Si noti inoltre che un errore comune, oggi pi che mai, credere che la sofferenza sia di per s un male. Parlando di male, pensiamo ai poveri che muoiono di fame, ai bambini che sono vittime della violenza, agli innocenti che vengono sistematicamente uccisi. In realt il male un altro: ci che spinge ad affamare, violentare e uccidere. 2. Lettura del testo v. 1: in quello stesso momento. Luca usa questa parola (cf. 4,13; 8,13; 12.42.56) in connessione con la venuta del Signore. Questo momento propizio ha una durata, che abbraccia tutto il ministero di Ges (cf. v. 7: sono tre anni che vengo). Lannuncio lo rende contemporaneo a chiunque
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ascolta, e costituisce la sua venuta continua nella storia. La parola ora (cf. 7,21; 10,21; 12,12.39.40.46) indica piuttosto il termine del suo cammino (cf. v. 31: in quellora... Erode vuole ucciderti). quei galilei il cui sangue, ecc.. Si tratta di zeloti, nazionalisti avversi ai romani, che Pilato os trucidare nel tempio, tingendo di sacrilegio loppressione. Che dice Ges davanti alle loro aspirazioni di libert, condivise da tutto il popolo e brutalmente stroncate dagli stranieri? Non forse il messia, colui che elimina lingiustizia e d la libert al suo popolo? Ges ha dovuto compiere sul proprio messianismo un accurato discernimento che dur tutta la vita, dalle tentazioni nel deserto e quelle sulla croce (cf. anche la questione del tributo: 20,20ss). Egli non elude il problema. Tant vero che verr ucciso simultaneamente da Pilato e dai suoi avversari. Gli opposti poteri si congiungeranno contro di lui, perch rifiut il lievito stesso che li nutre. Galileo anche lui, i potenti verseranno il suo sangue di vittima dellingiustizia. Per Luca Ges muore proprio come messia, da giusto giustiziato (23,41.47). Egli non si accontentato di tamponare le falle del vecchio sistema; ha posto le basi del Regno in un nuovo rapporto col Padre e coi fratelli. Questo fatto di cronaca emblematico di tutto il male storico, che interpella il credente. Egli vive in questo mondo di male con tutti gli altri. Non lo vede dal di fuori; ma neppure ne semplicemente travolto. dentro, coinvolto, ma con la responsabilit bruciante del suo Signore. Per questo
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chiamato a discernere sul lievito che muove la sua azione: la paura della morte che rende egoisti, o la conoscenza del Padre che fa amare i fratelli? Il problema vero della storia non lalternanza al potere di male, ma lalternativa ad esso. Non basta cambiare i protagonisti: bisogna cambiare il gioco. Diversamente si mutano gli attori, ma si recita sempre e solo lo stesso tragico copione. Il cristiano non desidera dominare. Per questo non in concorrenza con gli altri, con lo stato o con il mondo. Per questo non ha tanto da dire sulla gestione del potere. Presenta invece, in piena responsabilit, un nuovo modo di vivere: il servizio, che permette quella fraternit che tutti desiderano. Egli, con la sua testimonianza e con il suo annuncio, offre la salvezza, che si realizza nella libert dai criteri mondani di dominio. In questottica si comprende la rilevanza politica che ha il discorso pacifista di Ges ai piedi del monte. Nella lotta contro il male bisogna decisamente prendere pi sul serio la via della coscientizzazione e degli strumenti di pace. Per questo importante discernere il fermento dei farisei (12,1) da quello del Regno (v. 21). Il criterio dei due fermenti risponde a quello che Ignazio chiama delle due bandiere: da una parte quella dellavere, del potere e dellorgoglio; dallaltra parte quella della povert, dellumiliazione e dellumilt. La prima quella del signore della morte che chiude luomo nellegoismo; la seconda quella del Signore della vita, che lo apre allamore.
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I due fermenti si contendono il cuore delluomo: la mischia allinterno di ciascuno. Questo ci impedisce di fare giudizi sommari, dividendo gli uomini tra buoni e cattivi, e ci permette di distinguere il bene dal male in noi stessi. v. 2: Pensate che quei galilei fossero peccatori . Gli informatori si attendono che Ges difenda quei galilei, condannando Pilato come peccatore, ingiusto e sacrilego. Il che fuori questione, perch chi fa il male, fa male ed peccatore. Ma Ges non venuto a condannare nessuno, bens a salvare tutti. Per questo vuol portarci a un punto di vista superiore, e sposta lattenzione da Pilato alle sue vittime, vittime anzitutto del medesimo peccato. Infatti hanno tentato il suo stesso gioco. Erano pi deboli, e lunica ragione che hanno quella di aver perso! Il bene infatti va perseguito con mezzi buoni. Il fine non giustifica i mezzi. Ges, nelle tentazioni e in tutta la sua vita, ha rifiutato come mezzi del Regno quelli del nemico: ricchezza, potere e orgoglio. Ges smaschera il male che nel cuore di ogni uomo, ma senza manicheismi e demonizzazioni. Chi lo riconosce nellaltro e lo identifica con laltro, lo lascia crescere in s e lo conferma nellaltro. Ges invece giudica il male e giustifica luomo: salva luno battendo totalmente laltro. perch hanno patito questo?. C una connessione misteriosa tra la sofferenza e il male che fa luomo. Ma non nei termini di espiazione-colpa, come pensano gli amici di
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Giobbe. Anzi! La realt prova, al contrario, unevidenza che stentiamo sempre a riconoscere: le conseguenze del male non ricadono su chi lo compie, ma su chi lo subisce; il giusto porta lingiustizia, solo perch non la compie! Gli interlocutori di Ges, insieme ai galilei che patiscono a Gerusalemme e a tutti gli uomini che sono nella stessa condizione, sono invitati da Luca a identificarsi col malfattore che vede accanto a s il Galileo crocifisso. Questi il Messia sofferente del male del mondo, il giusto giustiziato ingiustamente, vittima del male altrui, che apre a ogni ingiusto il giardino del giusto (cf. 23,40-43). v. 3: se non vi convertite. Lo stesso peccato, ovvio in Pilato e smascherato nelle sue vittime, ora trasferito anche sugli uditori. Il male, visto sul volto altrui, fa da specchio al nostro e ci chiama alla conversione. Il discernimento ci fa cogliere lintima connivenza che abbiamo con esso e ci porta a cambiare il criterio della nostra azione. perirete. Convertirsi o meno questione di vita o di morte. Tutta la predicazione profetica lo richiama. Lavvertimento profetico non minaccia: accorata dichiarazione e messa in guardia che svela il veleno nascosto. La perdizione non una condanna comminata dallesterno: il frutto della disobbedienza, prodotto dal male che facciamo. Essa non tuttavia ineluttabile: la conversione ce ne scampa. Le minacce profetiche non hanno mai il sapore del fato e non si avverano mai meccanicamente; sono invece sempre
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condizionate e mettono in gioco la libert delluomo. Segni della misericordia di Dio che vuol salvare (cf. Gio 3,10), ottengono il loro vero effetto quando non si avverano! v. 4: cadde la torre. un drammatico evento naturale, senza apparente responsabilit umana, come nei terremoti, nelle carestie, ecc. Sono quei fatti, casuali e inevitabili, che mettono in forse la fede nella paternit di Dio e nella sua provvidenza. il dubbio inconfessato e profondo di ogni credente. Ges lo prende in seria considerazione, prevenendo la domanda che urge nel cuore degli interlocutori. In Gn 1 sta scritto che, come luomo molto buono, cos anche tutto buono e per lui. La realt ci fa invece constatare che, come luomo assai cattivo, anche la natura non per nulla buona con lui. pi matrigna che madre. pensate che questi fossero debitori. istintivo interpretare le calamit naturali come castigo. Ges non mette in dubbio che siamo tutti peccatori. Ma questi fatti non sono da intendersi come punizione, bens come urgenza di conversione. Ci richiamano infatti il nostro limite e la nostra fragilit originaria, che, dopo il peccato, divenuta tragica. Il peccato, come ha guastato luomo, cos ha sottoposto allinsensatezza anche la natura che aveva in lui il suo fine. S rotta larmonia uomo-mondo, e ogni evento insensato ci richiama a cercare nella conversione il senso di una vita che il peccato ha esposto al vuoto (cf. Rm 8,20).
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v. 5: se non vi convertite. Il momento presente il punto, lunico punto in cui ci si pu e ci si deve convertire dal lievito dei farisei a quello del Regno. Discernere i segni del tempo presente significa leggere ogni fatto e dato come appello a passare dallipocrisia alla filialit, dal regno della paura a quello della libert. In questo modo il male perde il carattere di necessit e ritorna sotto il dominio della libert delluomo che si converte a Dio e della misericordia di Dio che non pu non convertirsi alluomo. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando le persone che si fanno avanti per chiedere il suo parere sul fattaccio di cronaca. c. Chiedo ci che voglio: intendere il male come appello a cambiar vita, impostandola non sulla paura della morte, ma sulla misericordia. d. Considero i due episodi di cronaca, emblematici del male fatto dalluomo e dalla natura, e medito sulla risposta di Ges. 4. Passi utili Sal 33; 95; 136; Lc 6,27-38.
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82. LASCIALO ANCORA PER QUESTANNO! (13,6-9)


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Ora disse questa parabola: Un tale aveva un fico piantato nella sua vigna e venne cercando frutto in esso e non trov. 7 Ora disse al vignaiolo: Ecco, da tre anni vengo cercando frutto in questo fico e non trovo. Taglialo dunque via: perch poi rende improduttivo la terra? 8 Egli rispondendo disse a lui: Signore lasciato ancora per questanno, finch gli scavi intorno e getti letame: 9 chiss che faccia frutto nel futuro. Se no,
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lo taglierai via. 1. Messaggio nel contesto I capitoli 12-13 sono una teologia della storia, che ci rivela come Dio vede lo spazio e il tempo delluomo: le cose sono un dono del Padre ai fratelli (c. 12), e il tempo loccasione per convertirsi (c. 13) Con la venuta del Messia la storia ha raggiunto il suo fine, e il tempo avrebbe dovuto arrestarsi. Come mai invece va ancora avanti? il problema che qui si affronta. La parabola trasparente. Il Padre e il Figlio si prendono cura delluomo e non si attendono altro che egli risponda al loro amore. Questa risposta la sua realizzazione stessa, come per il fico far fichi. Ma come il fico sterile, cos luomo non si decide a fare frutti di conversione (3,8). Per s, con la venuta di Ges, il tempo dellattesa sarebbe finito e il giudizio compiuto. Ma Dio accorda alluomo ancora un anno e prodiga la sua ultima ed estrema cura perch fruttifichi e non debba esser tagliato. Dio non gode della rovina, ma della conversione (Ez 18,23-32; 33,11). Questo lunico motivo teologico per cui, anche se la scure gi alla radice (3,9), lalbero non ancora tagliato. una risposta ulteriore allinterrogativo del Battista davanti a Ges (cf, 7,19ss): come mai, se lui il Messia, non cessato il male e il tempo non si fissato nelleternit?
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Ges risponde svelandoci il misterioso dialogo tra la giustizia - taglialo - e la misericordia di Dio: lascia/perdona ancora per questanno. il dramma del Padre e del Figlio nel loro reciproco amore che ingloba il mondo. Il tempo fluisce ancora per dar modo a tutti di incontrare la tenerezza di Dio! Egli infatti vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verit (1Tm 2,4). I tre anni del ministero di Ges sono la venuta di Dio per il giudizio; ma egli, invece di giudicare, offre il perdono. Tutti gli anni successivi sono lancora un anno che si prolunga, per fare con lannuncio la medesima offerta alle generazioni successive. Questo il senso profondo della storia: lanno della pazienza e della misericordia di Dio, una dilatazione della salvezza e una dilazione del giudizio, ancora sempre per un anno, da allora fino a ora e fino alla fine. Per questo bisogna annunciare il vangelo, per aprire a tutti lamore del Padre in Ges. Colui che ha detto che torner, non ritarda nelladempiere la sua promessa, come certuni credono: ma usa pazienza verso di noi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi (2Pt 3,9). Finch dura questoggi (Eb 3,13), urge convertirsi per non fare come quegli empi che trovano pretesto alla loro dissolutezza nella grazia del nostro Dio (Gd 4). Non ci si deve prendere gioco della ricchezza della sua bont, della sua tolleranza e della sua pazienza, senza riconoscere che la bont di Dio ci spinge alla conversione (Rm 2,4)
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Questa parabola sostituisce il racconto del fico seccato perch sterile (Mc 11, 12-14.20-25). Ha il medesimo significato di fondo. Solo che il fico non tagliato! Si sottolinea quindi laspetto della storia come rinvio del giudizio e prolungarsi della fatica di Dio per chiamare tutti alla conversione. Dio non taglia il fico, cio luomo! Lo rispetta perch lo ama. Gli prodiga intorno tutta la sua opera, perch possa rispondere al suo amore. Il tempo continua, perch eterna la sua misericordia! Cos canta il ritornello del Salmo 136, che dice il vero perch di tutte le cose e di tutti gli avvenimenti. 2. Lettura del testo v. 6: Un tale. il Padre. un fico piantato nella vigna. Il fico lalbero domestico della terra promessa. Per il suo frutto dolce, che inizia e chiude la stagione dei frutti senza passare attraverso i fiori, nella letteratura rabbinica simboleggia la Legge. Dovrebbe crescere e fruttificare bene nella vigna, che Israele, luogo dove la gloria di Dio abita di casa (Is 5,1ss; Ger 2,21; Ez 17,6; 19,10s; Sal 80). Il fico ancora figura di Israele in quanto depositario della promessa. Spesso associato alla vigna nei rimproveri dei profeti (Ger 8,13; Mi 7,1; Os 9,10; Ab 3,17).
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Queste parole, rivolte da Ges al suo popolo, valgono anche per noi. Se per improduttivit fu tagliato il ramo naturale, non sar certo risparmiato quello innestato (Rm 11,21)! venne cercando frutto. Dio viene da sempre incontro alluomo e cerca presso di lui il frutto della sua amicizia. Fin dalla prima sera della creazione, egli ama passeggiare con luomo, sua sposa, alla brezza del giorno (Gn 3,8). Lo cerca: Dove sei? Gn 3,9), perch la sua delizia stare con i figli delluomo (Pro 8,31). Per questo, dopo la disobbedienza e lesilio, gli venuto incontro, per dargli di nuovo la sua parola e la terra promessa. Dio ha fame dellamore delluomo, perch lo ama. Tutto quanto ha fatto e fa, perch risponda al suo amore, custodendo la sua parola e ascoltando la sua voce (Sal 105,45). I frutti della Torah altro non sono che la dolcezza dellamore del Padre e dei fratelli, compendio della Legge, nei quali luomo trova la vita (10,26-28; Dt 30,15ss). I profeti - ultimo tra loro il Battista - furono inviati per richiamare il popolo e produrre questi frutti. Con il messia ci si aspettava la venuta di Dio per il rendiconto finale (3,8ss). Ges invece deluder questattesa, e dar inizio allanno di grazia (4,19). In lui, il Figlio, inizia il tempo in cui Dio esercita la sua misericordia in modo diretto e definitivo: fa lui lanno santo, che gli uomini non fanno. non trov. Dio veramente padre sfortunato! Nonostante le sue premure, non riesce mai a ottenere che il figlio cresca
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bene (cf. Os 11!). Trover il frutto cercato solo sullalbero della vita che d dodici raccolti e fruttifica ogni mese (Ap 22,2). La maledizione della sterilit di noi, legno secco, sar portata dal legno verde (23,31). Ges, dolce frutto che pende dallalbero della croce, ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: maledetto chi pende dal legno (Gal 3,13). Il crocifisso romanico del battistero di Gravedona di legno di fico, ed intagliato nello stesso unico tronco con la sua croce. v. 7: disse al vignaiolo. Sono le parole del Padre, Signore della vigna, al Figlio. In Dio la giustizia muove la misericordia. Infatti il Figlio, che conosce lamore del Padre per tutti i suoi figli, gli risponde con la sua disponibilit ad andare incontro ai fratelli. Giustizia e misericordia, santit e amore sono sempre in misterioso dialogo in Dio. In lui non esiste un termine senza il suo opposto. Questa, che per noi tensione e in Dio identit, sta allorigine della missione del Figlio come operaio nella vigna. lo stesso amore che spinge lapostolo Paolo verso i lontani (2Cor 5,14). Ecco, da tre anni vengo. Sono i tre anni del ministero di Ges. Essi, per s, concludono la storia, e costituiscono il tempo della sua venuta per il giudizio. Ma sono anche loggi della salvezza, nella pazienza del Figlio che si prende cura dei nostri mali (7,21) e passa tra gli uomini beneficando e
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risanando tutti (At 10,38). Questoggi verr prolungato ancora per un anno, fino ad oggi e sempre, ovunque la missione, lannuncio e la conversione renderanno gli uomini contemporanei alla sua parola di grazia. Taglialo dunque via. E il giudizio secondo giustizia. Ges lo esegue secondo la sua misericordia di Figlio del Padre (6,36). Egli infatti Dio, e non uomo (Os 11,9). Per questo egli, unico giusto, albero verde che fa frutto, avr la sorte del legno secco: sar reciso dal suo popolo, escluso, fuori le mura, come cosa immonda. rende improduttivo la terra. Questo fico che succhia e si appropria dei doni della terra, gonfiandosi di foglie senza far frutti, immagine di ogni uomo che sottost al lievito dei farisei: rapisce il dono! Non solo non produce, ma rende improduttivo la terra. v. 8: lascialo (= perdonalo) (11,4; 23,34). la risposta secondo misericordia: nel Figlio siamo tutti perdonati, perch figli. In lui si compie lintercessione di Abramo in favore dei peccatori inconvertibili. La sua richiesta si ferm alla sesta domanda. Ora pu sfociare nella settima, pienamente esaudita, perch c lunico giusto, che allora non cera ancora (cf. Gn 18,16ss). Infatti non c prima di lui un saggio, neanche uno che cerchi Dio, e nessuno fa il bene, neppure uno (Sal 14,2.3). In Ges invece, vera discendenza di Abramo, sono benedette tutte le stirpi della terra (Gn 12,3).
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ancora per questanno. Questanno la durata della nostra storia, che dura sempre ancora un anno, per intercessione del Figlio che compie ci che il Padre vuole. Questanno aggiunto lanno di grazia, inaugurato a Nazareth (4,18s), che giunge fino a noi: la sua missione di samaritano che continua nella chiesa attraverso la sua fatica nei suoi collaboratori (cf. Col 1,24; 2Cor 5,20-6,2). v. 9: chiss che faccia frutto nel futuro. il desiderio del Figlio perch quello del Padre. Proprio per questo dice: Ecco io vengo (Sal 40,8) a cercare e salvare ci che era perduto (19,10) e a chiamare i peccatori a convertirsi (5,32). Infatti non sono i sani che hanno bisogno del medico ma i malati (5,31). Questa risposta ci svela il mistero di Dio (10,21): come il Padre ci ama con lo stesso amore con cui ama il Figlio (Gv 17,23), cos questi ama noi con lo stesso amore col quale amato dal Padre (Gv 15,9). Se no, lo taglierai via. Non una minaccia di giudizio. costatazione della sterilit di chi non si converte a Ges e non si unisce a lui, vera vite (Gv 15,1ss). Infatti Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perch il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non condannato; ma chi non crede si autocondanna per la sua stessa incredulit come uno che ha preferito le tenebre alla luce (Gv 3,17-19).
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Come Mos intercedette per il popolo, disposto ad essere tolto in sua vece dal libro dei figli di Dio (Es 32,32), cos il Figlio fu tagliato via dal popolo per i nostri peccati: Egli stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquit. Il castigo che ci d salvezza si abbattuto su di lui, per le sue piaghe noi siamo stati guariti (Is 53,5). 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges attorniato dai discepoli e dalla folla. c. Chiedo ci che voglio: capire il valore del tempo come atto di misericordia di Dio che mi d tempo per convertirmi. d. Contemplo il dialogo misterioso tra la giustizia e la misericordia di Dio. Da notare: - fico/vigna - venne cercando frutto - non trov - taglialo! - lascialo ancora per questanno - che gli scavi intorno e concimi - chiss che faccia frutto nel futuro.
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4. Passi utili Sal 50; 107; Is 5,1ss; Ez 18,23-32; 1Tm 2,4; 2Pt 3,9; Rm 2,4; Gd 4; Eb 3,7-4,11.

83. DONNA, SEI STATA SLEGATA DALLA TUA INFERMIT (13,10-17)


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Ora egli stava ammaestrando in una delle sinagoghe di sabato. 11 Ed ecco una donna, che aveva uno spirito dinfermit da diciotto anni ed era incurvata e non poteva alzarsi del tutto. 12 Ora, vistala, Ges la chiam e le disse: Donna, sei stata slegata dalla tua infermit!
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E le impose le mani e allimprovviso si drizz su e glorificava Dio. 14 Ora, rispondendo, larcisinagogo, indignandosi perch Ges aveva curato di sabato, diceva alla folla: Sei sono i giorni in cui bisogna lavorare; in quei giorni dunque venite a farvi curare e non nel giorno di sabato. 15 Ora gli rispose il Signore e disse: Ipocriti! Ciascuno di voi il sabato non slega il suo bue o il suo asino dalla mangiatoia e lo porta a bere? 16 Ora costei, che figlia dAbramo, che il Satana leg, ecco da diciotto anni, non bisognava che fosse slegata da questo legame il giorno di sabato?
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E mentre egli diceva questo, si vergognavano tutti i suoi oppositori e tutta la folla gioiva di tutte le cose gloriose che provenivano da lui. 1. Messaggio nel contesto Questo miracolo ci fa vedere cosa avviene in questanno che la pazienza di Dio ancora ci accorda per convertirci: lannuncio della sua salvezza gi donata in Ges, perch ci volgiamo ad essa e laccogliamo. Il sabato, giorno del riposo di Dio, ormai allopera in questo mondo. Il Padre, offrendo suo Figlio, tutto incurvato sulluomo, e ogni uomo incurvato si pu raddrizzare e rifletterne la gloria del Figlio. Tutta la storia gi oggettivamente salvata. Lannuncio porta a riconoscere e accogliere liberamente tale salvezza. Cinque volte si parla di sabato e due di bisogna: al centro la salvezza da Satana a una figlia di Abramo. Conoscere i segni del tempo presente riconoscere che con Ges giunto tra gli uomini il sabato e si compie il bisogno di Dio, che quello di salvare luomo. Anche se con la piccolezza del seme e il nascondimento del lievito (vv. 18-21), il Regno lavora e trasforma il mondo. Il sabato, inaugurato nella sinagoga di Nazareth, si compie nelloggi in cui luomo recupera la stazione eretta davanti a Dio.
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Capire la storia significa leggere in essa la salvezza da lui operata in Ges. Chi la vede cos, guarisce, gioisce e glorifica come la donna e la folla. Chi la vede con altri occhi, resta ripiegato su di s, si adira e si vergogna, come larcisinagogo e i suoi oppositori. Il racconto presenta forti analogie con 6,6-11 e 14,1-6. Questa donna, a differenza dellemorroissa, non cerca di toccare Ges. invece cercata e toccata da lui. Si sottolinea cos liniziativa paziente di chi venuto a cercare i figli di Abramo perduti (19,9s). S. Gregorio (Hom. 31) paragona questa donna al fico sterile: figura delluomo che, non volendo produrre il frutto dellobbedienza, perse il suo stato di rettitudine. I diciottanni di malattia significano il male delluomo, creato al sesto giorno, nei tre momenti della storia: prima, durante e dopo la Legge, fino a quando sente la parola del Signore che lo dichiara libero: sei per tre fa diciotto! Luomo, chiuso e rattrappito in s, sta finalmente diritto innanzi a colui di cui immagine e somiglianza: libero, perch brilla su di lui la salvezza del suo volto, il suo Dio (Sal 42,12). Il centro del brano: Sei stata slegata dalla tua infermit, la costatazione di quanto Ges ha gi fatto nella nostra storia. Il miracolo, considerato gi avvenuto nel passato, semplicemente dichiarato. Lannuncio ne fa prendere coscienza e permette alluomo ancora curvato di raddrizzarsi. Purch accolga lannuncio con fede!
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2. Lettura del testo v. 10: Ora egli stava ammaestrando. Ges che ammaestra, di sabato, nella sinagoga, richiama lesordio del suo ministero a Nazareth (4,16ss). Loggi della salvezza, che l albeggiava, qui raggiunge il suo culmine. Quanto l fu intravisto, ormai in luce piena e definitiva. lultima volta che Ges entra in una sinagoga. v. 11: una donna. Figlia di Abramo, figura di Israele. Pur stando nella sinagoga, dove si proclama la legge di Dio, rimane tuttavia legata. La Legge infatti lega, e d salvezza solo quando si incontra colui che la compie. diciotto anni. Diciotto indica il fallimento delluomo in tutti e tre i periodi della sua storia, come gi detto. Creato al sesto giorno, fallito se non raggiunge il settimo, il riposo di Dio da cui e per cui fatto. incurvata. la situazione di chi non raggiunge il settimo giorno. Ges dir che opera del Satana che ha legato luomo, perch resti chiuso in s, accartocciato e impedito di guardare in alto. Vede solo le opere dei cinque giorni, le cose della terra, sulla quale animalescamente prono. Solo quando si apre al settimo giorno scopre il senso della propria umanit e di tutte le creature.
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Luomo incurvato e terrestre non uomo! luomo animale che non comprende ci che di Dio (1Cor 2,14). Solo quando guarda in alto, il suo volto diventa umano, perch riflette la Gloria. La donna figura del popolo duro a convertirsi: chiamato a guardare in alto, nessuno sa sollevare lo sguardo (Os 11,7). preda del lievito dei farisei (12,1ss), che porta a cercare con affanno le cose della terra e stimare come follia le cose dello Spirito (1Cor 2,14). Questa donna la controfigura della sapienza, che guarda in alto e penetra nei misteri di Dio. non poteva alzarsi del tutto. sottolineata la curvatura verso il basso, con limpossibilit di sollevarsi fino a tutto il fine - suona la versione letterale dal greco. Luomo raggiunge infatti il proprio fine sollevandosi in alto, fino a Dio. v. 12: Ora, vistala, Ges la chiam e le disse. Ges vede, chiama e dice. Liniziativa totalmente sua. La parola greca usata per chiamare la stessa di quando chiama i Dodici (6,13). sei stata slegata dalla tua infermit. Negli altri miracoli c un imperativo di Ges, che compie il passaggio dalla perdizione alla salvezza. Qui invece c la costatazione di qualcosa di gi avvenuto, i cui effetti permangono. Questo il senso del tempo perfetto che si usa in greco: sei stata
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slegata, quindi ora sei sciolta e libera! Ges non dice pi alla porta della prigione: apriti. Lha gi aperta. Per questo annuncia a chi non lo sa: la porta stata aperta!. Discernere significa smettere di sbattere la testa contro la parete cieca, girarsi e uscire per questa porta: la conversione a Cristo, che d salvezza. Il male, che ancora persiste, richiama la prigionia di un uccello in gabbia, che non esce anche se la porta aperta. La nostra consuetudine con la schiavit, cos familiare e temuta, ci tiene ancora ripiegati su di noi. La paura, anche di una cosa immaginaria, produce un male reale. come la vertigine: ci risucchia e ci fa fare ci che paventiamo. Lemorroissa, guarita dopo dodici anni, figura dellIsraele che incontra il Signore. Questa donna, malata ancora per sei anni, indica la schiavit delluomo che dura anche dopo il compimento della storia di Israele, fino a quando non accoglie lannuncio della salvezza. La schiavit, che fu prima e durante la Legge, perdura fino a quando la fede nella Parola introduce nelloggi della salvezza. v. 13: impose le mani. Non basta la parola di Ges. Occorre il contatto con lui: la fede nella Parola mette in comunione con chi parla. allimprovviso. In questo contatto, la guarigione repentina, come con la suocera di Pietro (4,39), col paralitico (5,25), con lemorroissa (8,44.47), con la figlia di Giairo (8,55) e col cieco di Gerico (18,43).
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si drizz. Luomo non sta pi carponi, davanti alle cose, confuso tra gli animali: recupera la sua posizione originaria, in piedi, davanti a Dio. Il suo dialogo ormai con lui, il suo interlocutore che lo costituisce uomo. Torna ad essere re dei creato. Dopo aver dato il nome a tutto, riceve il proprio nome di figlio secondo la propria specie, perch sta davanti a colui di cui immagine e somiglianza. Ora guarda verso lalto, e scopre il suo fine, che il suo principio. Non pi alienato nel mondo, esule nel suo palazzo regale! Non occorre che si affanni a conquistarlo: sua eredit di figlio. Tutto il c. 12 la contrapposizione tra luomo ricurvo e distorto, con il lievito dei farisei, e luomo raddrizzato e in piedi, con il lievito del Regno. glorificava Dio. Gloria di Dio luomo vivente. Ma luomo vivo solo se d gloria a Dio, se lo loda, lo riverisce e lo serve. Non perch Dio sia vanitoso o bisognoso di qualcosa. Ma perch cos luomo raggiunge il proprio fine e diventa se stesso: diventa come Dio, che per primo lo ha lodato come molto buono (Gn 1), lo ha stimato come molto prezioso (Is 43,4) e lo ha servito fino alla fine (22,27). Glorificare Dio lasciare trasparire sul nostro volto la sua bellezza. Luomo diritto loda Dio: si compiace di lui e gioisce del suo amore.

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v. 14: indignandosi. Chi non accoglie la Parola, resta chiuso nella propria rabbiosa impotenza. Invece di glorificare Dio, ne critica lopera! bisogna lavorare. Anche i nemici ora usano la parola bisogna applicata a Ges. Essa indica la sua opera paziente per luomo malato - fico sterile! - che si compir nel sesto giorno. Sar la nuova creazione, che apre alluomo il settimo giorno. Larcisinagogo ha ragione: da molte malattie si pu guarire nei sei giorni delluomo. Da questa curvatura, che ci chiude al settimo giorno, si pu guarire solo di sabato. Luomo malato di Dio, suo bisogno essenziale di vita. curabile solo nel giorno in cui lo incontra. Anzi, questo incontro fa di qualunque giorno il sabato! v. 15: Ipocriti. Sono gli uomini curvati, attaccati alla roba, che ignorano il dono del Padre. bue/asino. Se lecito slegare di sabato il bue e lasino perch bevano, necessario sciogliere il popolo, perch possa riconoscere il suo Signore (Is 1,3). v. 16: figlia dAbramo. (cf. v. 28). Questa donna ha lo stesso appellativo di Zaccheo (19,9) e Lazzaro (16,19ss): sono i convertiti, che hanno realmente Abramo per padre (3,8).
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il Satana leg. Questa curvatura delluomo non solo impressione o suggestione soggettiva: opera della menzogna di Satana. La nostra battaglia non contro creature fatte di carne e di sangue, ma contro i principati e le potest, contro i dominatori di questo mondo di tenebra (Ef 6,12). Prima del ministero di Ges, tutto era in suo potere (4,6). Ma il dominio del forte infranto dal pi forte di lui (11,22). Strappandoci dalle mani dei nostri nemici (1,74), egli pass beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo (At 10,38). bisognava che fosse slegata/di sabato. Bisogna che il lavoro di Ges sia nel settimo giorno, perch consiste nel portare il sabato, la festa delluomo e di Dio che si guardano. Ges opera come il Padre suo: fa ci che vede fare da lui (Gv 5,19), che non pu non amare luomo, suo figlio. Un abisso chiama labisso (Sal 42,8): al bisogno nostro, la miseria dei sei giorni di fatica, risponde il bisogno di Dio, la misericordia del settimo giorno. Questo bisogno, che ha Dio di rovesciarci addosso la sua gloria, rivela la sua passione per noi: non sarrester neanche davanti alla morte. Lunico suo bisogno quello di amare gratuitamente. Questa necessit la sua suprema libert. v. 17: si vergognavano tutti i suoi oppositori. La vergogna il contrario della gloria. Chi resta legato dal Satana, ha quella vergogna che Adamo ignorava prima del peccato (Gn 2,25). Lira ne una conseguenza, per difendersi.
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la folla gioiva. Lo stesso fatto suscita indignazione e vergogna, oppure lode e gioia. questione di discernimento! Chi vede scaturire da Ges la gloria di Dio, ha la gioia messianica (cf. 1,28; 2,10; ecc). Ma la stessa luce che rallegra locchio buono, offende quello cattivo. Tuttavia anche questo disagio in vista della conversione. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges di sabato nella sinagoga. c. Chiedo ci che voglio: chiedo la fede di aver ottenuto la salvezza che chiedo. d. Traendone frutto, guardo, ascolto e osservo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. Da notare: - sinagoga/sabato - donna incurvata - Ges la vede e chiama - sei stata slegata - si drizz su e glorificava Dio - bisogna lavorare nei sei giorni - con Ges gi il settimo giorno, il sabato di libert - reazioni opposte.
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4. Passi utili Rm 1,16; 10,8-18; 1Cor 1,21; 1Ts 2,13; Eb 4,12.

84. A CHI SIMILE IL REGNO DI DIO? (13,18-21)


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Diceva dunque: A chi simile il regno di Dio a chi lo somiglier? 19 Simile un chicco di senape che, preso, un uomo gett nel suo giardino, e crebbe e divenne albero e gli uccelli dei cielo si attendarono nei suoi rami. 20 E di nuovo disse: A chi somiglier il regno di Dio?
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Simile al lievito che, preso, una donna nascose in tre moggi di farina finch tutta fu lievitata. 1. Messaggio nel contesto Il brano precedente dice che il Regno c gi ed allopera nel mondo. Ora si dice come. Ha unapparenza trascurabile e insignificante, quasi invisibile, e ci vuole discernimento per riconoscerlo. Agisce nella nostra storia secondo lo stile che fu proprio di Ges, sotto il segno della povert, nellirrilevanza religiosa e politica. Queste parabole illustrano e giustificano, allora come adesso, il suo tipo di messianismo. Il regno del Padre, aperto agli infanti, agli occhi dei potenti una realt piccola e fallimentare: un seme che marcisce! Ma proprio cos rivela la sua forza vitale, spontanea e specifica, di diventare pianta. Il regno del Padre, donato ai peccatori, agli occhi dei religiosi una realt immonda e disprezzabile: un po di farina andata a male! Ma proprio cos rivela la sua forza di lievito, capace di trasformare in pane di vita tutta la pasta del mondo. Per accorgersi della sua presenza e della sua azione, bisogna volgere lo sguardo verso ci che non conta: Dio realizza il suo disegno con ci che piccolo, disprezzato e nulla (1Cor
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2,4ss). Lascia libero luomo di far la storia; si riserva per di interpretarla. E quel che conta la sua interpretazione, che ci viene svelata nel mistero del Figlio delluomo. Anchegli fu preso e gettato via. Ma cos divenne lalbero della vita offerta a tutti gli uomini. Anchegli fu preso e nascosto in fretta, come immondo, per celebrare la festa (Gv 19,31s!). Ma cos divenne fermento di novit che lievit la terra aprendone i sepolcri. Il lievito del Regno ha caratteristiche opposte a quello dei farisei: invece della paura della morte (12,1ss), lamore del Padre (12,32ss); invece dellaccumulo, il dono (12,13ss; 22ss); invece del ladro che ruba la vita (12,39), lo sposo che bussa (12,35). Il tempo presente il momento di grazia in cui siamo chiamati a convertirci (vv. 1-5). Questo il senso della storia, dilatazione nel tempo delleterna misericordia di Dio (vv. 69). Con Ges giunto il sabato e siamo liberati dal male. Chi si volge a lui, e accetta la sua parola di salvezza, da curvo che era pu finalmente alzarsi (vv. 10-17). La conversione consiste nel volgersi a lui che ancora presente nella nostra storia allo stesso modo di allora. Lannuncio ce lo fa riconoscere nel suo mistero di piccolezza-grandezza, umiltesaltazione, morte-risurrezione. La salvezza, finch dura il tempo della pazienza di Dio, avr sempre i lineamenti del volto del Figlio delluomo crocifisso, il pi piccolo tra tutti (9,48). Per questo non sembra neanche salvezza. Ma in realt come un tappeto persiano finissimo, del quale noi
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guardiamo solo i nodi dei rovescio. Per vederne il diritto dobbiamo cambiare posizione e vederlo dallalto. Queste parabole sono criteri di discernimento per vedere il disegno dallalto, come lo vede Dio: ci che capit a Ges nella sua storia, capita al suo regno nella nostra storia. Sono quindi parabole cristologiche, che tracciano la storia di Ges, il seme che produce vita attraverso la morte, il lievito che agisce solo nel nascondimento! Diventano parabole della chiesa, chiamata a seguirlo. Riguardano in ultima analisi anche il rapporto chiesa-mondo, e ci presentano il Regno gi di fatto allopera in tutti. Questo indicato anche dai verbi, che sono tutti al passato. La verit di queste parabole di Ges riscontrabile negli Atti degli apostoli: una sola donna che accoglie Paolo il piccolo seme, gettato lungo il fiume a Filippi, che crebbe nella chiesa dEuropa (At 16,11-15). 2. Lettura del testo v. 18: il regno di Dio. Innanzitutto di Dio e non delluomo. La conoscenza dei suoi misteri riservata ai discepoli: gli altri vedendo non vedono e udendo non intendono (8, 10). Lo chiediamo al Padre, perch suo (11,2), e ci donato nel Figlio, che apre ai piccoli il suo rapporto con il Padre (10,21s). la liberazione dal regno di Satana, il forte che ci rende muti e incapaci di dire: Abba (11,14ss). Luomo che si crede ancora legato e resta curvo
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sulla terra, lo ignora. Conosce solo le cose animali (cf. 1Cor 2,14). somiglier/ simile. Il Regno pu essere espresso solo in similitudini, sia perch inesprimibile direttamente, sia perch tutto ci che c sua espressione e immagine. Infatti tutto il creato un riflesso del Figlio, gloria del Padre. Solo in lui vediamo direttamente il nostro volto di figli, di cui avevamo perso memoria. La sua storia ce lo rivela e ci d i criteri per discernerlo nella nostra. Il suo volto il modello a cui configurare il nostro, in una somiglianza sempre pi perfetta. Le due similitudini che seguono ce ne danno i lineamenti fondamentali. v. 19: chicco di senape. Grosso poco pi di una capocchia di spillo, Marco lo chiama il pi piccolo di tutti i semi che sono sulla terra (4,31). Come la Parola (8,4-15), cos ora anche il Regno paragonato al seme. Il seme una forza vitale invisibile, ma irresistibile, che germina secondo la sua natura, ed esplica proprio morendo tutta la sua potenzialit di vita. preso/gett. La storia del Regno, o del seme, la stessa di Ges: il pi piccolo fra tutti (9,48), consegnato nelle mani degli uomini, fu preso e gettato fuori le mura. nel suo giardino. Il giardino suo, cio di Dio! Nel NT questa parola riservata solo al luogo dellagonia (Gv
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18,1.26) e della sepoltura, dove il chicco fu messo sottoterra (Gv 19,41). Sar il luogo dellincontro della sposa piangente con lo Sposo glorioso (cf. Gv 20,11ss). Da quando il peccato esili luomo dal giardino, questo ormai sta necessariamente fuori dalla citt. crebbe. Il seme cresce solo se muore (Gv 12,24). Questo il suo mistero: produce la vita oltre la morte. Mentre tutto il resto, morendo, imputridisce per sempre, esso diventa pianta fiore e frutto! La morte non pu vincerla su di lui; lo fa essere ci che : vita che vince la morte! divenne albero. lalbero della croce, le cui acque trasformano in giardino il deserto delluomo (Ap 22). Lalbero enorme di Daniele (4,9.18), il solenne cedro del Libano di Ez 31,3, cede il posto al modesto arbusto di senape, alto da 2 a 3 metri. Questo lalbero che invidiavano tutti gli alberi dellEden nel giardino di Dio (Ez 31,9). Nel NT c un passaggio a formato piccolo e modesto delle immagini dellAT: uno scivolare in tono minore, dove il destriero si fa asino (19,29s; Zac 9,9s) e laquila, gallina (13,34; Es 19,4). Gi Ez 17,1ss aveva previsto questo mistero di umilt, quando fa diventare la parte pi alta del pi alto cedro una modesta e utile vite. In sintesi, le caratteristiche del Regno sono quelle di Ges: non grande ma piccolo; non prende, ma preso; non importante, ma gettato via; non sta nella citt, ma fuori. E
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muore. Ma cos rivela la sua vera natura di seme: morendo d vita, germina, cresce e diventa albero. uccelli del cielo. Sono immagine di tutti i popoli (cf. Dn 4,9), che accorrono per nidificare nellalbero, che il vero Israele. Su esso passero e rondine trovano dimora (Sal 84,4): tutte le nazioni sono desiderose di accorrervi (Zc 8,20-23) e dichiarano che l la loro casa (Sal 87,7). la pi bella immagine della cattolicit del Regno, dove ognuno trova il suo nido. si attendarono. Richiama la tenda dellesodo, dove abitava la Gloria. Ges, in cui abita corporalmente tutta la pienezza della divinit (Col 2,9). In lui il Verbo pose la sua tenda in mezzo a noi, e noi vedemmo la sua gloria (Gv 1,14). In lui, seme gettato via e cresciuto nellalbero della croce, ogni uomo trova dimora nella gloria di Dio: ritrova il proprio volto di figlio, che riverbera la luce del Padre. v. 21: lievito. Il lievito non qualcosaltro dalla farina; ma la rende altra e fa lievitare la pasta. solo farina vecchia e putrida: la sua unica qualit, che lo rende religiosamente impuro (cf. 1Cor 5,7; Gal 5,9). Per questo va fatto scomparire dalle case per celebrare la novit della pasqua (Es 12,15): la morte che deve cedere il posto alla vita.

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una donna. L un uomo e un giardino, qui una donna e una casa. Lazione di Dio abbraccia ogni realt e ambiente umano. preso... nascose. Il seme, preso, gettato nel giardino; il lievito, preso, nascosto. Lefficacia del Regno non efficienza mondana, ma continuazione della storia di colui che fu rigettato e nascosto nella grotta del giardino! Chi vuol vedere la gloria, consideri ci che nella pasta del mondo spregevole, nascosto, ma lo trasforma. Il lievito non solo nascosto. anche disperso e diffuso. Solo cos guadagna la propria rilevanza di lievito e fa lievitare. Lostentazione e la ricompattazione una caratteristica contraria al Regno, rovina la cattolicit e la sua missione al mondo. Questa esige lumilt e il nascondimento del samaritano, lescluso, che si perde per tutte le strade facendosi solidale con linfermit dei fratelli. Questo lievito, sapienza del crocifisso, si oppone alla sapienza mondana, lievito dei farisei. tre moggi. Quasi mezzo quintale. Sono i tre moggi di farina che servono per i tre pani che sfamano ogni amico in viaggio nella notte (11,5). Sono la vita per i tre giorni della storia umana: oggi, domani e sempre (vv. 31s). tutta fu lievitata. Solo cos tutta la pasta del mondo passer dal lievito dei farisei a quello del Regno: attraverso la
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pochezza e lumilt. Diversamente, nonostante tutta la buona volont, non si fa che intralciare il lavoro di Dio nella storia. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges che, nella sinagoga, spiega con queste parabole la grandezza del piccolo fatto che avvenuto. c. Chiedo ci che voglio: capire le caratteristiche di Ges e del suo regno, nella sua e nella mia storia: piccolo, preso, gettato, immondo, nascosto: questa la sua grandezza che ospita tutti, la sua forza che lievita tutto. d. Applico la parabola alla vita di Ges, al suo mistero di morte/risurrezione, alla vita della chiesa e a me. 4. Passi utili 1Sam 2; 16,1-13; 1Cor 1,26-31; Lc 23,35-43.

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85. CI SONO ULTIMI CHE SARANNO PRIMI E CI SONO PRIMI CHE SARANNO ULTIMI (13,22-30)
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E viaggiava per citt e villaggi ammaestrando e facendo viaggio verso Gerusalemme. 23 Ora un tale gli disse: Signore, son pochi che vengono salvati? 24 Ed egli disse loro: Lottate per entrare per la porta stretta, perch molti, vi dico, cercheranno di entrare e non avranno forza. 25 Da quando sar destato il padrone di casa e avr chiusa la porta e voi avrete iniziato a stare fuori e a percuotere la porta dicendo: Signore, aprici! e allora rispondendo vi dir: Non so voi da dove siete! 26 Allora inizierete a dire:
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Mangiammo al tuo cospetto e bevemmo e nelle nostre piazze ammaestrasti. 27 Ed egli parler dicendovi: Non so (voi) da dove siete! Mettetevi lontano da me, tutti voi, operatori dingiustizia! 28 L sar il lamento e lo stridore di denti, quando avrete visto Abramo e Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi gettati fuori. 29 E verranno dalloriente e dalloccidente e dallaquilone e dallaustro e si sdraieranno nel regno di Dio. 30 Ed ecco: ci sono ultimi che saranno primi e ci sono primi che saranno ultimi. 1. Messaggio nel contesto

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Il c. 11 ci ha rivelato la nostra figliolanza di Dio, gi sicura in cielo, presso il Padre. Ma noi siamo qui in terra, nella densit dello spazio e nel fluire del tempo. Il c. 12 ci ha insegnato a viverla in rapporto alle cose: sono un dono del Padre ai figli e dei fratelli tra di loro. Ora il c. 13 ci insegna a viverla nel tempo: come il dono il senso di tutto ci che occupa lo spazio, cos la conversione il senso di ogni frazione di tempo. Il presente, unico tempo che ancora c e gi non scomparso, loccasione per convertirci. Ci non significa diventare pi bravi, ma volgerci dalla nostra miseria alla sua misericordia, dal male che facciamo al bene che lui ci vuole, dallautogiustificazione allaccettazione della sua grazia, come fonte nuova di vita. Cos viviamo in continua gioia e rendimento di grazie: siamo entrati nel sabato! Questo gi allopera nel mondo e si celebra nelleucaristia, il banchetto di gioia dei salvati. Il problema come entrare nella sala dove si mangia il pane del Regno. Questo brano parla della lotta per entrarci. Richiama per vari termini il bussare della notte per ottenere il pane (11,5-8) e la richiesta insistente per ricevere lo Spirito (11,9-13; cf. anche 18,1ss). La porta Ges: attraverso di lui tutti gli uomini sono salvati, perch il suo cammino verso Gerusalemme va incontro a ogni fuggiasco. Ognuno pu entrare, anche il disperato, limmondo e lincurabile. Unico biglietto dingresso il bisogno. Resta fuori solo chi sta bene. La falsa sicurezza e la presunta giustizia sono lunico impedimento. Per entrarvi
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basta riconoscersi peccatori davanti al perdono di Dio (18,9ss): nessuno si salva per propri meriti, ma tutti siamo salvati. Il tempo presente lanno di grazia che ci concesso per convertirci dalla nostra (in)giustizia alla sua grazia. La porta dichiarata stretta perch lio e le sue presunzioni non vi passano. Devono morire fuori. Inizia qui la seconda parte del viaggio di Ges, tutta centrata sulla sua misericordia. Noi siamo invitati a identificarci con le varie persone che lui incontra e salva. La porta, stretta come la cruna di un ago per chi presume dei suoi beni (18,25), sar aperta per chi riconosce la propria cecit (18,35). 2. Lettura del testo v. 22: viaggiava per citt e villaggi. la seconda volta che si menziona il suo viaggio verso Gerusalemme, che inizi dalla Samaria (9,52). il viaggio del Samaritano, che percorre per ordine citt e villaggi (8,1), raccogliendo tutti i frammenti di umanit perduta per portarli su di s davanti al Padre. la ricerca del pastore, che setaccia ogni anfratto in cerca della pecora smarrita. Non si tratta di proselitismo ricerca di successo. la misericordia che si fa vicina a ogni miseria. ammaestrando e facendo viaggio. La lezione il suo stesso viaggio: in esso Ges ci rivela che Dio ci ha salvati e
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ci ha chiamati con una vocazione santa, non gi in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia; grazia che ci stata data in Cristo Ges fin dalleternit (2Tm 1,9). v. 23: son pochi che vengono salvati?. Salvo solo il giusto che sale il monte del Signore per stare davanti al suo volto e rifletterne la gloria (Sal 24,3). Nessuno quindi pu salirvi, se non colui che prima disceso per venirci incontro (Ef 4,9s). Egli si fatto porta per introdurre tutti a Gerusalemme, davanti al Padre. La salvezza lunico problema serio delluomo, che si sa perduto perch mortale e peccatore. Tutte le religioni sono un tentativo di soluzione, e propongono unilluminazione, unascesi o una rivoluzione mediante cui luomo possa salvarsi. In realt per la Bibbia alluomo impossibile salvarsi (cf. 18,26s): tutti veniamo salvati per lamore gratuito del Padre. Salvare per luomo un verbo da coniugare solo al passivo. Il Regno non oggetto di rapina: leredit che egli dona ai suoi figli. quindi vero che la porta strettissima, perch nessuno si salva. Ma anche larghissima, perch tutti veniamo salvati. Questa infatti la volont di Dio: che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verit (1Tm 2,4). Per essa passano tutti i poveri, anche gli storpi, i ciechi e gli zoppi (cf. 14,21). v. 24: Lottate. La salvezza un dono. Costa solo la fatica di aprire il cuore e la mano per accoglierlo. Ma una grande
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lotta, perch il cuore duro e la mano rattrappita (cf. 6,6ss). La lotta paradossalmente la contemplazione (Rm 15,30; Col 4,12; Gn 32,23ss): bussare nella notte per ottenere il pane (11,5ss), pregare con insistenza per ricevere lo Spirito (11,9ss). Nelle cose spirituali importante la lotta (cf. 1Tm 6,12; 2Tm 4,7s; Fil 3,12). Ges stesso lott nella preghiera fino a sudar sangue (22,44). Il dono non toglie liniziativa. anzi un pegno che impegna. Il suo costo la vita stessa. Inoltre bisogna fare come se tutto dipendesse da noi, sapendo che tutto dipende da Dio. In questa ottica si eliminano la pusillanimit e lansiet, i due sentimenti che in ogni combattimento fanno perdere in anticipo. porta stretta. Questa porta larghissima, che la misericordia di Dio, qui chiamata stretta. Infatti una cosa costa meno a pagarla che a riceverla in dono. Inoltre ricevere la salvezza significa ammettere di essere perduti: la morte di ogni presunzione. La salvezza ha come porta lumilt; va lasciato fuori il protagonismo delluomo. Convertirsi accettare di vivere della sua misericordia. la morte dellio e della sua perizia, per vivere di Dio e della sua grazia. Per questo la pi grande conversione riconoscere il proprio peccato: stare allinferno, senza disperare (Silvano del Monte Athos). Questa la porta pi stretta che ci sia per il giusto: se il peccatore ci scivola dentro naturalmente, il giusto, pi si accanisce ad accrescere il suo bagaglio di giustizia, pi ne impedito.
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Per questa porta stretta si passa mediante la compunzione. Come quella che trafisse il cuore degli abitanti di Gerusalemme quando udirono da Pietro che il Signore e il messia quel Ges che voi avete crocifisso (At 2,36). Il proprio peccato il luogo dove si riconosce chi il Signore: uno che ama, perdona e salva (1,77; Mt 1,21; Ger 31,34; Os 11,9; ecc.). cercheranno/non avranno forza. Nessuno ha forza di salvarsi. Uno solo il forte, che salva tutti! Dobbiamo impegnarci non tanto per conseguire grandi vittorie, quanto per riconoscere la nostra debolezza e convertirci a lui, nostra forza. Quando sono debole, allora che sono forte (2Cor 12,10): infatti non presumo pi della mia giustizia, ma assumo la sua giustificazione (cf. Fil 3,9). v. 25: Da quando sar destato. Il Signore, morto e risorto, lunico entrato nel banchetto della vita. Noi siamo tutti fuori. Ma lui desidera essere il primogenito di una numerosa schiera di fratelli (Rm 8,29), lamico da importunare con sfacciataggine. La porta stretta della salvezza, aperta nei tre anni della sua venuta (13,7), resta aperta per un anno ancora ogni anno, fin che dura la nostra vita e la nostra storia. Cos tutti possiamo accettare il suo amore che ci grazia. stare fuori... percuotere la porta. la situazione di ogni uomo, fuori dalla salvezza, che grida: Signore, aprici!. La
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parabola intende farci riconoscere la nostra realt di perduti, per trovare colui che venuto a cercarci. O forse non lui, il Salvatore estromesso da noi, che sta fuori a bussare e attende di essere accolto (cf. Ap 3,20)? Non so voi da dove siete. In realt egli ci conosce; siamo noi che ignoriamo di essere da lui e per lui. Per questo siamo smarriti, senza origine e senza meta: Adamo, dove sei?. Sono fuggito tanto lontano, da non sapere pi n da chi, n da dove. Ignoro di chi e chi sono! Per questo ho il lievito dei farisei e non quello del Regno. v. 26: Mangiammo. Sono allusioni alleucaristia, ricevuta senza discernere il corpo del Signore (cf. 1Cor 11,28-32). Chi non si giudica e si ritiene giusto, in realt escluso. Ges per non lo esclude: si rivolge a lui, perch prenda atto di essere fuori e accolga linvito al banchetto che il Padre offre, nel Figlio morto e risorto, a tutti i suoi figli (cf. 15,1ss). v. 27: Non so (voi) da dove siete! Mettetevi lontano da me . Si ribadisce che proprio chi pretende di essergli noto e vicino, da lui ritenuto ignoto e lontano. Chi pretende il cibo come salario non figlio, ma schiavo. Non da Dio, ma dal proprio io; gli manca ancora la sublimit della conoscenza di Cristo Ges suo Signore, non conosce come da lui conosciuto e non ha la giustizia che deriva dalla fede. Per questo considera guadagno ci che dovrebbe considerare spazzatura (cf. Fil 3,8s). quindi lontano dalla salvezza, che
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conoscerlo come siamo da lui conosciuti (1Cor 13,12; Gal 4,9; 1Gv 3,2). operatori dingiustizia. Lingiusto inconvertibile per Luca il giusto che non ha bisogno di essere giustificato: non si ritiene peccatore e non conosce la misericordia. Ogni sua azione, per quanto impeccabile e fulgida allesterno, allinterno piena di morte: un piatto che contiene il veleno del protagonismo, il lievito dei farisei, che uccide la vita filiale (11,37ss). v. 28: L sar il lamento. Viene descritta la sorte opposta di chi sta dentro e di chi sta fuori, per farci costatare il male di noi, che stiamo fuori. I nostri padri sono nel Regno insieme ai lontani; mentre noi, i figli, siamo esclusi! Il motivo che i nostri padri e i lontani hanno avuto fede e si sono convertiti al dono di Dio; noi invece abbiamo presunto e ce ne siamo allontanati. Finiamo scacciati come Adamo dal giardino: il lamento e lo stridore di denti diventa il luogo che abbiamo scelto per nostra dimora. v. 29: verranno dalloriente e dalloccidente. Nel giorno di pentecoste ci si presenta un accorrere di popoli da tutte le parti del mondo. Accettano la salvezza insieme a quegli israeliti che ammettono di aver crocifisso il Signore (At 2,9-11.36). La salvezza offerta tanto ai vicini quanto ai lontani che ascoltano. Se gli uni rifiutano, essa si rivolge agli altri (cf. At
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18,6; At 28,28). In questo modo nasce il nuovo popolo, che Dio ha raccolto da tutti i paesi, dalloriente e dalloccidente, dal settentrione e dal mezzogiorno (Sal 107,3). Cos tutti gli uomini sanno finalmente da dove sono: riconoscono la loro sorgente nella misericordia di Dio riversata su Gerusalemme (cf. Sal 87,7)! si sdraieranno. La comunit di Luca si riconosce in quei lontani che son divenuti vicini (Ef 2,13), e si sdraiano a mangiare e bere davanti al suo volto, celebrando leucaristia. Stiano per attenti alla presunzione: si identifichino sempre con gli operatori di ingiustizia, in modo da accettare la propria perdizione e la sua salvezza (cf. Rm 11,16-24). Sia per la chiesa che per Israele vale sempre la stessa norma: si rimane nella terra promessa fin che la si vive come dono; si va in esilio ogni qualvolta la si vive come possesso. v. 30: ci sono ultimi che saranno primi. In questa lotta per entrare nella porta, il primo della fila diviene lultimo per due motivi: sia perch colui che d il biglietto dingresso ha il suo sportello in fondo alla coda; sia perch chi si crede a posto, lultimo a sentire il bisogno di convertirsi. Lultimo invece diviene il primo, per gli stessi due motivi: oggettivamente pi vicino a colui che si perduto per tutti; inoltre, riconoscendosi peccatore, il primo a convertirsi. Per questo Ges venuto a chiamare non i giusti, ma i peccatori a conversione (5,32). I giusti dovranno prima scoprire il loro peccato. una porta stretta da passare per
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loro, intransitabile se non lasciano fuori il gonfiore della loro giustizia. difficile per i giusti ammettere che lunica differenza tra loro e i peccatori la presunzione! Allinizio del capitolo Ges richiamava i suoi ascoltatori a convertirsi, per non fare la fine di quei galilei uccisi da Pilato o di quei diciotto schiacciati dalla torre. Qui ribadisce e radicalizza il discorso, mostrando il peccato fondamentale da cui convertirsi: lautosufficienza e la presunzione di essere giusti, la foglia di fico di chi non conosce lamore gratuito di Dio. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo contemplando Ges che viaggia per paesi e frazioni. c. Chiedo ci che voglio: accettare di vivere di misericordia, guarire dalla presunzione di salvarmi. d. Medito applicando a me le parole del Signore. Da notare: - sono pochi i salvati? - la porta stretta - Signore, aprici! - non so da dove siete
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- lontano da me! - ultimi/primi. 4. Passi utili Rm 3,21-26; 11,1-36; Fil 3; Lc 6,6-11.

86. UNA CHIOCCIA! (13,31-35)


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In quella stessa ora avanzarono alcuni farisei dicendogli: Esci e cammina da qui, perch Erode vuole ucciderti! 32 E disse loro: Andate e dite a quella volpe: Ecco: scaccio demoni e compio guarigioni oggi e domani
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e il terzo giorno sono compiuto! 33 Per bisogna che io cammini oggi e domani e il seguente, perch inaccettabile che un profeta perisca fuori di Gerusalemme. 34 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e scagli pietre agli inviati a te: quante volte volli raccogliere i tuoi figli nel modo in cui una chioccia la propria covata sotto le ali, e non voleste. 35 Ecco: vi lasciata la vostra casa! Ora vi dico: Non mi vedrete affatto finch arriverete a dire: Benedetto colui che viene nel nome del Signore. 1. Messaggio nel contesto Il brano contiene un preannuncio della morte di Ges (vv. 3133) e un suo lamento su Gerusalemme (vv. 34-35). Il capitolo, aperto con la prospettiva della morte violenta, comune a tutti a causa del peccato, si chiude con la previsione
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dellassassinio di Ges, unico giusto, vittima della nostra violenza. Ma la sua morte, ingiusta e insensata, dar senso a tutte le nostre morti giuste e senza senso. Nella sua, la nostra morte, comunque inevitabile, cambia segno. Gerusalemme in Luca il luogo del compimento. L si consuma la perdizione e l data la salvezza. Ges vi si incammina, sapendo di essere rifiutato. Ma il rifiuto, invece di bloccare il suo viaggio, lo porta al suo fine. il ritorno al Padre. La miseria delluomo, rappresentata dalla volpe, e la misericordia di Dio, raffigurata dalla gallina, si uniscono e formano ununica realt che ha ormai due facce. Bisogna saper vedere luna nellaltra, e capire che la perdizione volersi salvare e la salvezza riconoscersi perduti. Il discernimento qui. Il lievito dei farisei, alleato con quello di Erode, si scontra ora con Ges. Verr preso, gettato e nascosto; ma, siccome lievito di Dio, proprio cos risorger in pane di vita. La storia una, ma in due atti. Gli uomini recitano la prima parte, come vogliono. Comunque, a causa del peccato originale, il canovaccio poco originale e sempre identico: la paura della morte, legoismo, il tentativo di salvarsi e il conseguente perdersi. Si ammettono solo variazioni sul tema. Dio si riserva la seconda parte, che recita come lui vuole, utilizzando liberamente ci che luomo gli offre. Essa molto originale, e contempla la novit della risurrezione: si serve addirittura della morte per donare alluomo una vita superiore e pi feconda. Tutta la cattiveria umana non fa altro che
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gettare il seme e disperdere il lievito del Regno, che proprio cos germina e fermenta. Il Signore sposa realmente la nostra storia con il suo male, e ci d in essa il suo bene. Lunico Signore della storia sa assumere tutti gli sgorbi che luomo fa in un disegno sempre pi fantastico di salvezza. Non manca dinventiva! quanto scoprono i discepoli durante la prima persecuzione, quando costatano che i nemici non fanno altro che riunirsi per compiere ci che la mano e la volont di Dio aveva predestinato che avvenisse (At 4,27s). Questa comprensione costituisce una vera seconda pentecoste per i discepoli. Nella prima avevano colto che il Crocifisso risorto. Qui capiscono il reciproco, ben pi difficile: il risorto proprio il Crocifisso, alla cui storia sono associati. come vedere allimprovviso con gli occhi di Dio. Egli infatti non si fa una storia sua, parallela alla nostra, pi bella e pi giusta. Prende la nostra com. La volpe pu dire alla gallina: Ti uccido e sei finita!. Ma Ges ha il potere di rispondere a Erode: Muoio e sono compiuto!. Il capitolo, iniziato con luccisione dei galilei e il crollo della torre sui diciotto a Gerusalemme, termina con la profezia del galileo ucciso a Gerusalemme dal lievito dei farisei e di Erode, schiacciato dal cumulo del nostro male. Il finale una lamentazione seguita da un augurio, perch la morte si muti in vita e il lutto in danza (Sal 30,12). 2. Lettura del testo
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v. 31: In quella stessa ora. Richiama linizio del capitolo. Il lievito dei farisei parente di quello di Erode: uno incute paura con la morte, laltro ha paura della morte. Sono come le due mani, speculari e sovrapponibili, che si uniscono per soffocare la vita. Probabilmente Erode si serve dei farisei per impaurire Ges e allontanarlo dal suo territorio. Costituisce un pericolo per lui: i romani potrebbero dargli fastidi a causa sua. Meglio che la persona scomoda si trasferisca in zona di competenza del suo nemico, Pilato! Questi a sua volta glielo invier e gli restituir il favore! In tale scambio diverranno amici (23,6-12). Esci e cammina. Quanto i farisei consigliano, Ges sta gi facendo, ma con ben altro spirito. v. 32: volpe. Le volpi, deboli ma astute, sono animali immondi, che succhiano di notte il sangue delle galline. Erode si crede potente come un leone. Ges lo sgonfia, chiamandolo volpe. Il potere tiene sempre insieme del leone e della volpe, in modo da arrivare con lastuzia dove non basta la forza. Ma in realt la sua forza solo quella di una volpe davanti alla debolezza di Dio; la sua sapienza stolta come un leone davanti allinsipienza di Dio. Ecco: scaccio demoni. Ges tranquillizza il pavido Erode, illustrandogli la propria attivit. Non entra in concorrenza con lui. Il suo potere quello di servire luomo liberandolo dal male interno (demoni) ed esterno (malattie). Questa
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lattivit di Ges, compiuta in pieno giorno. A differenza dellattivit notturna delle volpi, che agiscono solo nella loro ora, quella delle tenebre (22,53). oggi e domani. La sua attivit compiuta nelloggi della sua vita terrena. Ma continua anche domani, nel tempo successivo alla sua venuta, che nellannuncio prolunga il suo oggi di salvezza. Le minacce non rallentano il suo cammino. Sulle trame del nostro male, Dio tesse lordito della nostra veste di salvezza. il terzo giorno sono compiuto. Quando tutto sembrer finito, in realt tutto sar compiuto. Perch il Signore dopo due giorni ci ridar vita e il terzo ci far risorgere e noi vivremo alla sua presenza (Os 6,2). Il terzo giorno, quello del compimento, il giorno definitivo, inaugurato nella sua risurrezione: il giorno in cui si trova presso il Padre (cf. 2,49), al quale si affidato (23,46). v. 33: bisogna che io cammini. Il suo viaggio non mosso dalla paura, per sfuggire alla morte. invece mosso dal bisogno di andare a Gerusalemme, dove si compir il mistero del seme. inaccettabile che un profeta perisca fuori di Gerusalemme. Gerusalemme dove si compie la salvezza. L deve quindi aver luogo anche la perdizione. C forse un lago senza la fossa che lo contiene?
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Coloro che hanno soffocato la voce dei profeti, spegneranno anche la Parola che essi hanno preannunciato. Infatti quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, dei quale voi ora siete divenuti traditori e uccisori (At 7,52). A Gerusalemme Ges subir la sorte che incombe su tutti noi che non siamo convertiti (cf. vv. 3.5). v. 34: Gerusalemme, Gerusalemme. lunico luogo in cui si nomina tre volte di fila Gerusalemme. Come sulla bocca, cos sta nel cuore del suo Signore: ha posto in essa la sua gloria e il suo compiacimento. Ges non piange sulla propria sorte, ma sulla sua citt (19,41; cf. 23,28ss); gli fa pi dolore il male di chi ama che non la propria uccisione, che avviene per sua mano. la manifestazione suprema del suo amore. lamore di una madre, che piange il male del figlio che la uccide. importante la rivelazione anticipata di questamore che, pur prevedendo il peggio, si offre senza condizioni. Luomo diventa libero solo quando trova un amore incondizionato, che conosce e accetta tutto il male dellamato. volli raccogliere/non voleste. Dio vuole raccoglierci, ma noi resistiamo. Egli apre la porta della salvezza, e noi la chiudiamo. Le due volont si contrastano, senza via duscita. Per questo non gli resta altra soluzione che il viaggio a Gerusalemme, dove dar la vita per noi. La vista di un Dio che ci ama fino a morire per noi, sar lofferta estrema di
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amore che rende possibile la conversione (cf. 23,48; cf. Gv 12,32). nel modo in cui una chioccia. Questa immagine che Ges d di s la pi umile e dimessa, ma anche la pi sublime e bella di tutte. Richiama il Sal 91,4: ti coprir con le sue penne, sotto le sue ali troverai rifugio. Esprime la forza della sua tenerezza: laquila potente che salva (Dt 32,11), qui si fa chioccia. Essa, a differenza degli altri animali, dalle penne e dalla voce lascia apparire la propria maternit: vedi che madre, anche se non vedi i pulcini! Sollecita dei suoi piccoli, li scalda, li copre, li protegge, li nutre, li custodisce e li chiama di continuo. Pur essendo debole e paurosa per s, pronta ad affrontare qualunque animale feroce per difendere i suoi. Non teme n volpe n leone: anche se sa di perdere, dimentica s per i suoi. Lamore materno di Dio tanto forte da renderlo debole, tanto sapiente da renderlo stolto, fino a dare la vita per noi: infatti fu crocifisso per la sua debolezza (2Cor 13,4). v. 35: vi lasciata la vostra casa. (cf. Sal 69,26; At 1,20; Ger 12,7; 22,5; cf. 1Re 9,7s; Ez 11,23). Gerusalemme dimora della Gloria. Il rifiuto del Figlio, gloria del Padre, comporta lesilio di Dio dalla sua casa. Ma anche luomo, casa di Dio, rimane unabitazione disabitata e abbandonata, che ha perso il suo senso. Il suicidio di Giuda rende visibile ci che compie ogni uomo quando rifiuta il Signore: distrugge se stesso.
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Ora vi dico: Non mi vedrete affatto. Labbandono solo la prima parte della storia, in cui il chicco preso e gettato, il lievito preso e nascosto. Segue la seconda, in cui il seme cresce in albero e il lievito fermenta tutta la pasta. Questo avverr nellingresso a Gerusalemme, fugace riconoscimento che prelude quello definitivo (19,38; cf. 2,14). Benedetto colui che viene una citazione del salmo che chiude lHallel (Sal 118,26), dove si parla della grande opera del Signore: La pietra scartata dai costruttori divenuta pietra angolare (Sal 118,22). Chi benedice colui che viene come pietra scartata, ha la gioia di vederlo. Perch la salvezza gi venuta in Ges (vv. 10-17) e non c da aspettare un altro che venga (7,20). Il Regno gi presente come seme e come lievito, come gallina preda della volpe. Il problema riconoscerlo, convertirsi e accoglierlo. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges che viaggia. c. Chiedo ci che voglio: comprendere limportanza di Ges come segno estremo di amore. d. Traendone frutto, guardo, ascolto e osservo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. Da notare:
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- Erode/volpe - Ges/chioccia - Gerusalemme, Gerusalemme, Gerusalemme - Benedetto colui che viene nel nome del Signore. 4. Passi utili Sal 118; 91; At 4,24-31; Lc 19,41-44.

87. CERA UN UOMO IDROPICO (14,1-6) E avvenne, mentre egli era venuto nella casa di uno dei capi dei farisei un sabato per mangiare pane, allora essi stavano a sorvegliarlo. 2 Ed ecco: cera un uomo idropico davanti a lui. 3 E, rispondendo, Ges parl dicendo verso i legisti e i farisei:
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lecito nel sabato curare o no? 4 Questi si acquietarono. E, presolo, lo guar e lo sleg. 5 E disse loro: Chi di voi, se il figlio o il bue cadr nel pozzo, subito non lo tirer fuori nel giorno di sabato? 6 E non ebbero forza di replicare a ci. 1. Messaggio nel contesto Il c. 14 tutto una tensione tra limpossibilit e la necessit della salvezza, che si scioglie nel c. 15: la porta stretta (13,24), ma il Signore vuole che la sua casa sia piena (14,23). lultimo sabato dellattivit di Ges che Luca menziona. I suoi nemici sono ridotti al silenzio, in attesa del sabato in cui lui stesso tacer nella morte (23,56). Questo pasto incornicia una sezione tutta centrata sul cibo (vv. 1-24): si parler di convito nuziale (vv. 7-11), della sua gratuit (vv. 12-14) e dellinvito accolto dai poveri (vv. 15121

24). il banchetto annunciato in Isaia 55, che il Padre imbandisce per la gioia del Figlio perduto e ritrovato (c. 15). il banchetto di misericordia, aperto a tutti coloro che si riconoscono peccatori. Se mangiare significa vivere, mangiare di sabato significa partecipare alla vita di Dio. quanto Ges venuto a portarci, il regno del Padre di cui vivono i figli. Il chicco, preso e gettato, cresciuto in albero che accoglie tutti, anche i giusti! Il lievito, preso e nascosto, diventato pane offerto a tutti, anche ai giusti! Ma la porta, che introduce nel banchetto sabbatico, stretta (cf. 13,24). Eppure la sala deve essere piena. Lidropico, troppo grosso per entrarvi, figura del fariseo, che trasforma in gonfiore di morte tutte le cose buone che prende (cf. 18,11ss!). Deve essere guarito! La scena analoga a 6,6-11 e 13,10-17. Laporia, con cui si chiudeva il c. 13, ha ununica via di uscita: la gratuit del Regno. Se nessuno pu guadagnarlo, allora viene donato a tutti! Ma non solo ci offerto: siamo guariti per accoglierlo. Ges, sempre di sabato, ha aperto la mano chiusa perch riceva il suo dono (6,6ss), ha raddrizzato la donna curva perch dialoghi con lui, lo Sposo (13,10ss): ora sgonfia ogni fariseo confesso, perch riesca a passare attraverso la porta del banchetto. Questo racconto ci fa vedere il volto del Signore della vita: egli, per la ricchezza della sua misericordia, dona a tutti quella salvezza a tutti impossibile. Il presente capitolo, coi due successivi, tutto una lezione sullumilt. Questa la
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vittoria sul lievito dei farisei e ci fa condurre una vita filiale e fraterna, che coinvolge concretamente il nostro rapporto con noi, con le cose, con gli avvenimenti e con gli altri. Tutto dono e perdono, da ricevere e donare in riconoscenza e amore. 2. Lettura del testo v. 1: E avvenne, mentre egli era venuto. un inizio solenne, insolito. Sottolinea il fatto che Ges gi venuto, e con lui inizia la vita del sabato. nella casa di uno dei capi dei farisei. Quel Ges che venuto a chiamare i peccatori a conversione (5,32; cf. 19,10), si cimenta ora nellimpresa pi ardua: convertire uno dei capi dei farisei. Ci riuscir con Paolo (At 9); ma solo dopo la risurrezione! I farisei sono quelli che hanno un lievito di morte: lipocrisia (12,1ss), che riempie linterno di rapina e dingiustizia (11,39) e fa imputridire. il lievito contrario a quello del Regno. La sua misericordia gli fa accettare linvito a mangiare con loro, per guarirli. Per questo svela loro il male da cui sono affetti, visibilizzandolo una volta nella prostituta (7,36ss) e qui nellidropico. Riuscir a sgonfiare anche loro e a portarli a compunzione? Unaltra volta gi li aveva punti con la sua parola, per far uscire da loro il veleno che hanno dentro (11,37ss).
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Se i farisei lo invitano per spiarlo, i peccatori invece lo accolgono per far festa. Ma sono sempre presenti anche loro, a osservare e brontolare (5,30; 6,2; 15,ls; in 19,7 tutti siamo farisei!). Paradossalmente si pu dire che Ges ama i farisei pi di tutti i peccatori, perch affetti dal peccato pi tremendo e pi nascosto che ci sia: quello che, sotto un manto di bene, si oppone direttamente a quel Dio che grazia e misericordia. Luca scrive per il cristiano Teofilo, sempre insidiato da questo male oscuro, perch non dimentichi mai il fondamento della dottrina in cui stato istruito (1,4): la misericordia del suo Signore, sperimentata nel battesimo. Egli ne fa il tema di tutto il suo Vangelo (6,36), perch la chiesa non esca mai dallesperienza battesimale che salva, e si senta sempre peccatrice e perdonata. Solo cos resta aperta a Dio e a tutti gli uomini, ricevendo e dando misericordia. Questa fonda la sua cattolicit, rendendola capace di solidarizzare con i pi lontani, sino agli estremi confini della terra. sempre in agguato il pericolo di trasformare il popolo di giustificati in una setta di giusti, pi o meno come in tutte le religioni. mangiare pane. Ges, invitato a mangiare, accetta per offrire il suo pane sabbatico anche al fariseo. Vorrebbe guarirlo, perch possa cibarsene. C sempre un ribaltamento in tutti gli inviti che il Signore riceve: da invitato si trasforma in colui che invita a un altro banchetto chi lha invitato. Ges, dove accolto, accoglie sempre presso il Padre, e offre il pane del Regno (v. 15).
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stavano a sorvegliarlo. Lo osservano per giudicarlo. Diverso da quello divino che rende buona ogni cosa che vede (cf. Gn 1), il loro sguardo rende male ogni bene. Ci dovuto allinvidia, che impedisce la gioia del bene, e, come fece entrare la morte nel primo Adamo (Sap 2,24), fece morire anche il secondo (Mc 15,10). v. 2: idropico. Lidropico un malato che soffre sempre una grande arsura. Ma pi beve, meno si placa, e tutto ci che prende, lo gonfia di morte, aumentandone la sete. unimmagine del fariseo, al quale fa da specchio. Egli ha abbandonato Dio, sorgente dacqua viva, e si scavato una cisterna fessa. La riempie con lacqua fetida del proprio io, che ha messo al posto di Dio (cf. Ger 2,13), e si gonfia di continuo, rendendosi incapace di passare attraverso la porta del Regno. Lidropico, simbolo del lievito dei farisei, il contrario del seme, che muore e si gonfia di vita. Anche Erode fermentato dallo stesso lievito: vestito di un manto regale, si esalt fino ad essere acclamato come un dio; ma fu colpito da un angelo, e, roso dai vermi, si sfiat (At 12,21-23). Per il fariseo/idropico sempre troppo stretto lingresso alla salvezza, che la misericordia di Dio. Gli occorre la dieta dellumilt. Solo il povero riempito di doni, mentre il ricco rimandato via vuoto (1,53). Anche Ges si rivel il Signore
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proprio nel suo svuotamento, e pass alla risurrezione attraverso la croce (cf. Fil 2,5-11). i legisti e i farisei. Ai farisei ora si sono aggiunti i legisti della loro setta, prima non nominati. Sono i maestri della scienza che gonfia (1Cor 8,2). lecito nel sabato curare o no? (cf. 13,14). La questione sulla liceit, tranne una volta (20,22), esce sempre riguardo al sabato (6,2.4.9). Quanto agli altri fa problema, per Ges un dovere (vedi 13,16!). Infatti egli deve operare di sabato, perch porta alluomo loggi di Dio. La prospettiva della Legge diversa da quella del Vangelo: la prima attesa, la seconda compimento del sabato! v. 4: si acquietarono. Questa parola, che indica il riposo (sycha), torner per la seconda volta al luccicare delle prime luci dellultimo sabato, che Ges trascorrer nella quiete del sepolcro (23,56). La falsa tranquillit dei nemici ne il preludio: pi che suono di acqua viva, un ricadere con tonfo sordo nel silenzio della morte. presolo, lo guar e lo sleg. In quel sabato, nella sua morte, Ges prender con s tutto il nostro male. Proprio lui, morto e avvolto in bende, ci guarir e ci slegher. v. 5: se il figlio o il bue (CEI preferisce leggere asino invece di figlio) (cf. 13,15). Lorgoglioso precipita dentro
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di s, e annega nel proprio io, come Narciso al fonte. Secondo quelli di Qumran, di estremo rigore, non era lecito fare tale operazione in giorno di sabato. Facevano luomo per il sabato e non il sabato per luomo (Mc 2,27). Il sabato, legato alla liberazione dellEsodo (Es 20,8-11; Dt 5,12-15), il fine della creazione, partecipazione al riposo di Dio (Gn 2,1-3). In esso si pregusta la liberazione definitiva e la nuova creazione, promessa dai profeti, quando luomo sar di casa con Dio. Per questo dicono i maestri che di sabato dovere delluomo mangiare e bere, oppure starsene seduto a studiare la legge. v. 6: non ebbero forza di replicare a ci. Chi non risponde alla provocazione di Ges non entra per la porta stretta. Chi risponde si scopre idropico e viene guarito. I farisei reagiscono con il rifiuto prospettato nel brano precedente. Se al mondo ci fossero stati solo malati e peccatori, forse non sarebbe stata necessaria la croce: sarebbe bastata la guarigione e il perdono. In realt Ges morir in croce come giusto (23,47; At 3,14), perch i giusti fossero persuasi che c unaltra giustizia: la misericordia di Dio che ama fino a quel punto. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito.
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b. Mi raccolgo immaginando di sabato Ges a pranzo da un fariseo. c. Chiedo ci che voglio: guarire dalla mia idropisia, dallorgoglio e dallautosufficienza. d. Traendone frutto, guardo, ascolto e osservo la scena, identificandomi con lidropico e con il fariseo. 4. Passi utili Gn 2,1-3; Es 20,8-11; Dt 5,12-15; At 12,21-23; Fil 3.

88. CHIUNQUE SI INNALZA SARA UMILIATO E CHI SI UMILIA SARA INNALZATO (14,7-11)
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Ora diceva ai chiamati una parabola, fissando come sceglievano i primi divani, dicendo loro: 8 Quando sei stato chiamato da qualcuno a nozze, non stenderti sul primo divano, perch uno pi stimato di te
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non sia stato chiamato da lui, e, venuto colui che te e lui ha chiamato, 9 ti dir: Da a costui il posto! E allora inizierai con vergogna a occupare lultimo posto. 10 Ma quando sei stato chiamato va e gettati sullultimo posto, perch quando sar venuto colui che ti ha chiamato, ti dica: Amico, avanza pi in alto! Allora ci sar gloria per te al cospetto di tutti quelli che sono sdraiati con te. 11 Perch chiunque si innalza sar umiliato e chi si umilia sar innalzato. 1. Messaggio nel contesto Il lievito dei farisei porta allavere di pi (cf. 12,15); riempie luomo di possesso e di rapina (11,39) e lo riduce a un idropico, che trasforma in acqua morta tutto ci che mangia, e cresce tanto da non passare per la porta stretta. la situazione di ogni uomo: nessuno pu salvarsi (cf. 18,26s), e
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tutti veniamo salvati. Tutti, tranne lorgoglioso che rifiuta la mano tesa, perch pretende di farcela da solo. Qui Ges illustra lo spirito nuovo di chi guarito dallidropisia: lumilt, il contrario di quel protagonismo di cui fanno mostra i tanti piccoli idropici che vede scegliere i primi posti al banchetto della vita! Al lievito dei farisei, Ges contrappone il lievito del Regno. Non si tratta di norme di galateo o di tatticismi: invece la rivelazione del giudizio di Dio, che valuta in modo opposto al nostro. quanto Ges ci ha manifestato e ciascuno di noi chiamato a vivere. Egli ha scelto lultimo posto, si fatto servo di tutti e si umiliato. Suoi amici sono quanti fanno altrettanto! In questa parabola siamo esortati a occupare lultimo posto, perch quello del Figlio. il motivo per cui Dio ama gli ultimi e anche noi dobbiamo amarli (vv. 12-14). Solo questi partecipano al banchetto del Regno (vv. 15-24), che la misericordia del Padre imbandisce per il Figlio perduto e ritrovato. Questa parabola ribadisce la lezione del Magnificat. Ci guarisce dallenfiagione dellio per vivere di Dio; ci snebbia dei deliri di potenza e ci ripulisce gli occhi. Cos vediamo come Dio agisce nella storia. Solo lumile d gloria a Dio e riceve da lui gloria. Il superbo invece d gloria allio e resiste a Dio. Lumilt la verit delluomo, humus che Dio ha illuminato della sua gloria, ma anche la verit di Dio che, essendo amore, non pu essere superbo. Pi che una virt, lo specifico del Dio che ci si rivelato in Ges: egli, invece di gonfiarsi e innalzarsi, addirittura si svuot e si tapinizz, sottomettendosi a tutti fino alla morte, e alla morte di croce.
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Per questo ha ottenuto un nome che al di sopra di ogni altro nome (Fil 2,5-11). Lumile conosce Dio per connaturalit. Secondo s. Ignazio di Loyola (Eserc. Sp., 146) il fine di ogni apostolato portare gli uomini allumilt. Questa, con la povert e lumiliazione, il distintivo di Cristo: sono i colori della sua bandiera. Quella del nemico invece ha i colori opposti: ricchezza, vanagloria e superbia. 2. Lettura del testo v. 7: sceglievano i primi divani. Luomo fatto per la gloria, vive dello sguardo e della stima dellaltro. Se non conosce quella di Dio, sua gloria, rimane senza peso e senza volto, vittima della vanagloria. Il lievito dei farisei - ogni uomo fariseo! - il protagonismo, che fa amare il primo posto (cf. 11,43; 20,46). il peccato di Adamo, che vuole occupare il posto di Dio, senza sapere che Dio diverso. Listinto di autoaffermazione, radice dellegoismo e di ogni male, in tutti e ciascuno. Fa addirittura litigare i discepoli davanti alla mensa eucaristica (22,24). Siamo tutti idropici: ci impossessiamo di ogni dono, gonfiandoci di morte. Dobbiamo diventare piccoli per entrare nella porta del Regno. Questa infatti la misericordia del Padre: pu riceverla solo lumile che ne ha bisogno - e pi uno umile, pi ne riceve. Il protagonismo si esplica nellavere, nel potere e nellapparire di pi. Ci che conta il di pi, che distingue
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dagli altri: rende e-gregi, fuori dal comune gregge dei mortali! Ricchezza, vanagloria e superbia, sono i tre gradini che precipitano verso la perdizione. Questa la struttura del mondo (cf. 1Gv 2,16), la mano di Satana che si muove nel guanto della storia. Ma Ges vi mette dentro la sua mediante la povert, lumiliazione e lumilt - lavere, il potere e lapparire di meno. Questo permette di vivere nel mondo senza essere del mondo, come il pieno pu stare col vuoto. v. 8: chiamatola nozze. Il banchetto e le nozze sono immagini ricorrenti per descrivere il Regno. Esso infatti comunione con Dio, nostra vita (banchetto) e nostro sposo (nozze). Luomo chiamato a unirsi a lui, per raggiungere la propria realt. Il tema delle nozze uomo-Dio pervade tutta la Scrittura: alluso chiaramente in Gn 1-2, trova il suo svolgimento pieno in Osea e nel Cantico (cf. anche Ez 16), per terminare nella visione finale dellApocalisse. non stenderti sul primo divano (cf. Pro 25,5ss). I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi per non sia cos; ma chi il pi grande tra voi diventi come il pi piccolo e chi governa come colui che serve. (... ) Io sto in mezzo a voi come colui che serve (22,25-27). Il Figlio delluomo non ha dove posare il capo (9,58), perch si fatto ultimo e servo di tutti (Mc 10,45). Per questo il pi piccolo tra tutti il pi grande (9,48).
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Lultimo il posto di Dio: l troviamo il nostro Signore Ges. Il credente che lo ama e lo segue, lo cerca l. Per questo onora il povero, in particolare nellassemblea eucaristica (cf. Gc 2,1ss; 1Cor 11,21). Il discernimento sui mezzi da scegliere per il Regno possibile solo a chi cerca lultimo posto, per desiderio di imitare e somigliare pi strettamente a lui. quanto s. Ignazio chiama terzo grado di umilt o di amore - libert dallorgoglio e dallegoismo, che fanno velo alla conoscenza di Dio. Chi cerca i primi posti, anche a fin di bene, cade a capofitto nelle tentazioni che Ges ha dovuto vincere prima del suo ministero. Lorgoglioso non pu conoscere Dio: come potete credere voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio (Gv 5,44), che la croce di Cristo (Gal 6,14)? Bisogna sempre convertirsi dallamore del regno di Dio, come lo pensiamo noi, allamore del Re, come lo vediamo in Ges, mite e umile di cuore (Mi 11,29). il passaggio dalla causa alla persona di Ges, dallideologia cristiana alla sequela del Signore. Pure Giuda amava il Regno e la causa del Cristo. Per questo ha scaricato Ges, che lo ha deluso proprio in quanto messia povero e umile. Anche Pietro venne chiamato Satana, perch opponeva resistenza a questo messianismo (Mc 8,33). La fede del credente si gioca nellaccettazione del Cristo povero e umile. v. 9: Da a costui il posto La dimora di Adamo, che volle occupare il primo posto, lasciata deserta; un altro prender il
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suo posto: Cristo, che lultimo. Infatti degli ultimi saranno primi, e dei primi saranno ultimi (13,30). con vergogna. la vergogna del credente al quale il Signore dice: non ti conosco perch non lha riconosciuto nellultimo posto (22,57). la stessa del popolo di Dio, quando vedr sedere a mensa le genti, che vengono da tutte le parti a occupare il suo posto (cf. 13,25-30). la vergogna stessa di Adamo, che volle prendere il posto di Dio, e si scopr nudo (Gn 3,10). Luca particolarmente sensibile allonore e alla vergogna: di cultura ellenistica, educato allideale del kalos kagaths (bello e buono). v. 10: va e gettati sullultimo posto. il capovolgimento del pensiero delluomo, gi cantato nel Magnificat. Cerchiamo lultimo posto, perch ci che conta la vicinanza a Dio. Quando venne tra noi, non trov alcun posto ove adagiarsi, se non sul legno di una mangiatoia (2,7). Quando se ne and di tra noi, giunse sul posto chiamato Cranio, dove lo distesero, e sul legno della croce (23,33). Inizi tra le bestie, termin tra i malfattori. Per essere con lui dobbiamo trovarci vicino allultimo: il nostro Signore che si fatto vicino a tutti noi. Questo non significa seppellire i talenti, ma investirli nella direzione giusta. giusto voler essere come Dio; bisogna per sapere come Dio . Quando il Signore si sar manifestato, noi saremo simili a lui, perch lo vedremo cos come egli (1Gv 3,2). Ma egli si manifesta solo allumile, che entra nel suo mistero di Figlio del Padre
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(10,22). Luomo diventa simile a quel dio che egli vede. La salvezza vedere il Dio vero, nellumilt del Figlio Ges (cf. Gv 17,3). La sua gloria non quella vuota dellegoismo, ma quella piena dellamore che si spoglia e si svuota di s per accogliere laltro. Amico, avanza pi in alto. Chi sceglie lultimo posto, chiamato amico. la sua amicizia che ce lo fa scegliere. ci sar gloria per te. Chi non cerca gloria dagli uomini glorificato da Dio, il quale glorifica gli umili perch si sente da essi glorificato (Sir 3,20). Dio ama lumile e lo riempie del suo splendore, perch vi riconosce il proprio volto, che suo Figlio. Egli umile, povero e piccolo, perch amore: questa la sua grandezza, la sua gloria e il suo potere. v. 11: chiunque si innalza sar umiliato. Dio ama luomo com, cio humus, terra; e lo innalza alla sua gloria. Adamo invece si innalz e decadde dalla sua verit. Fu la sua superbia a rovinarlo. chi si umilia sar innalzato. Il Figlio di Dio, sceso dallalto, dopo essersi svuotato per essere come Adamo, si umili e tapinizz, in obbedienza al Padre e ai fratelli, fino alla morte. Per questo fu innalzato (Fil 2,5-11). Lo stesso cibo preso da una persona sana principio di vita, preso da un idropico si trasforma in acqua morta. Un sacco di grano dato ai porci divorato e calpestato; dato al contadino,
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seminato e germina vita. Come il contadino capisce il mistero del seme, cos lumile capisce il mistero di Dio. Umiliare chi si innalza opera di quel Dio che vuole innalzare gli umili. Tutti alla fine saremo innalzati, da colui che rende tutti umili per elevare tutti a s. Come con Maria, vera arca dellalleanza, egli fissa la sua dimora nellumile, verso il quale volge il suo sguardo (1,48; cf. Is 66,1s). 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando la sala da pranzo del fariseo, dove ognuno cerca il posto migliore. c. Chiedo ci che voglio: capire che il Signore, il primo, sta allultimo posto: lumilt il mistero del Dio amore. d. Medito la parabola di Ges, e vedo come e perch lui lha vissuta. 4. Passi utili Lc 1,46-55; 10,21s; 22,25-27; Fil 2,1-11; Gv 5,44.

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89. CHIAMA POVERI, STORPI, ZOPPI E CIECHI, E SARAI BEATO (14,12-14)


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Ora diceva anche a chi laveva chiamato: Quando fai colazione o cena non chiamare i tuoi amici n i tuoi fratelli n i tuoi parenti n i vicini ricchi, perch anchessi non ti richiamino e te ne venga il contraccambio. 13 Ma, quando fai un ricevimento, chiama poveri, storpi, zoppi, e ciechi; 14 e sarai beato perch non hanno da contraccambiarti, poich ti sar contraccambiato nella risurrezione dei giusti. 1 Messaggio nel contesto Il discorso precedente era rivolto agli invitati, questo a chi invita al banchetto. A quelli Ges dice di scegliere lultimo
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posto, a questi di scegliere gli ultimi. Lultimo il posto da scegliere e da cui scegliere. Il motivo verr detto dopo: Dio fa lo stesso (vv. 15-24). Il nostro rapporto con i fratelli deve rispecchiare quello di Ges, che ci chiama a comportarci con gli altri come lui si comportato con noi. Si riprende cos il tema dominante di Luca: la grazia e la misericordia (6,32-38), che ci trasformano nel volto del Figlio, uguale al Padre. Questa istruzione sulla gratuit del banchetto tocca il centro della vita cristiana, che trova nel dono delleucaristia il suo alimento. Chi la osserva veramente beato (v. 14): gli gi ampiamente aperto lingresso nel Regno (2Pt 1,11), passato per la porta stretta (13,22ss) e appartiene al mondo dei risorti, insieme al Figlio. La chiamata degli esclusi insieme la salvezza messianica, e lanticipo della realt definitiva: la nostra deiformit, il nostro vero essere come Dio in questo mondo. La scelta, limpegno e il servizio cristiano per i poveri non sono strumento di dominio a buon mercato, che crea una schiavit pi sottile. Non neanche sgravarsi la coscienza da giusti sensi di colpa. Scaturisce invece dalla conoscenza di Dio, che ha scelto i poveri e si identificato con loro. Da qui nasce un diverso modo di valutare e di agire. Il povero il luogo teologico per eccellenza. In lui incontro il mio Salvatore che si fatto ultimo di tutti. La sua presenza mi rivela sempre inadempiente e mi richiama al rispetto e alla stima verso di lui. Lui il valore che ispira i miei pensieri, non il disvalore cui cerco di rimediare con le mie azioni. la presenza del Crocifisso. Per questo s. Francesco baci il
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lebbroso. un vero gesto di ad-orazione (= portare alla bocca, baciare, come segno di venerazione e affetto). Pi che ci che faccio per lui - spesso solo umiliarlo con un po di soldi - importante ci che lui fa per me: mi giudica e mi salva (cf. Mt 25,31-46). 2. Lettura del testo v. 12: a chi laveva chiamato. Destinatario delle parole di Ges il fariseo che lha invitato. Come ha chiamato lui, cos chiami ogni altro escluso! non chiamare... amici... fratelli... vicini ricchi. Con gli amici c gi la dolce ricompensa di un amore corrisposto. Con i fratelli e i parenti non si esce dallinteresse per la propria carne. Con i vicini ricchi c la speranza del contraccambio. perch anchessi non ti richiamino. In tutti questi casi c il fatto o la prospettiva della reciprocit. Se questa motiva linvito, esso perde quel carattere che ci rende come Dio: la gratuit (6,32-38). v. 13: poveri, storpi, zoppi e ciechi. Emarginati dalla societ, sono anche impediti nellesercizio del culto (2Sam 5,8 LXX; Lv 21,16-20). Ges venuto per loro (4,18): la cura che ne ha il suo segno messianico (7,21ss). Egli
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infatti il medico, venuto a guarire i malati (5,31); il Figlio delluomo venuto a cercare ci che era perduto (19,10). Questo privilegio per gli ultimi deve caratterizzare la vita cristiana, e in particolare lazione eucaristica, che ne il culmine e la sorgente. Paolo rimprovera quelli di Corinto perch nella cena del Signore non aspettano i poveri, che arrivano dopo a causa del lavoro. Cos disprezzano la chiesa di Dio (1Cor 11,22) e non riconoscono il corpo del Signore (1Cor 11,29)! Egli infatti divenuto per noi povero e maledetto (2Cor 8,9; Gal 3,13). Chi privilegia i ricchi ha un giudizio pervertito (cf. Gc 2,24), perch Dio ha scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del Regno (Gc 2,5). v. 14: sarai beato, perch non hanno . Beatitudine strana, ma vera: la somiglianza con Dio, che amore gratuito, grazia e misericordia (6,36). Non esige contraccambio ed premio a s; non per come solitaria gratifica di autocompiacimento, ma come gioiosa partecipazione alla vita divina. la vera ricompensa - bella, scossa, piena e straripante - promessa ai misericordiosi (6,35.38). La carit, come amore gratuito che d il primo posto al povero, essenziale al cristianesimo. Non per scelta ideologica o moralistica, ma per amore del Padre, che sappiamo privilegiare i figli pi bisognosi, e per amore di Ges, il Figlio che si fatto ultimo di tutti. Lamore per lui mi salva.
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importante notare che tale carit innanzitutto solidariet e identificazione con gli ultimi, come fece Ges (cf. Fil 2,5-11; 2Cor 8,9). Non come quella del successore di don Rodrigo nei confronti di Renzo e Lucia: tanto umile da servirli a pranzo, ma non abbastanza da sedere a mensa con loro. La carit vera, come gratuita, anche umilt e capacit di condivisione. nella risurrezione dei giusti. Il lievito del Regno la conoscenza del Padre: ci rende come il Figlio che riceve e dona la vita con amore e umilt. Chi come lui, ha gi vinto la morte: nel mondo della risurrezione. Luca parla di risurrezione dei giusti non perch gli ingiusti non risorgano (At 24,15), ma per distinguere la risurrezione per la vita da quella per la condanna (Gv 5,29). 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges a pranzo dal fariseo, appena guarito lidropico. c. Chiedo ci che voglio: amare gratuitamente come sono amato da Dio. d. Traendone frutto, medito sulle parole di Ges, vedendo come lui le ha vissute.

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4. Passi utili Sal 103; 145; 146; Gc 2,1-10; Lc 4,16-21; 6,32-35; Mt 25,31-46.

90. SIA RIEMPITA LA MIA CASA! (14,15-24)


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Ora, udito uno di quelli che erano sdraiati insieme gli disse: Beato colui che manger pane nel regno di Dio! 16 Ora egli disse a lui: Un uomo faceva una grande cena e chiam molti. 17 E invi il suo schiavo nellora della cena a dire ai chiamati: Venite, perch gi pronto! 18 E iniziarono tutti insieme a scusarsi. Il primo gli disse:
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Un campo comprai e sono costretto a uscire a vederlo. Ti prego: abbimi scusato! 19 E un altro disse: Cinque gioghi di buoi comprai e vado a valutarli. Ti prego: abbimi scusato! 20 E un altro disse: Una donna sposai, e per questo non posso venire. 21 E, avvicinatosi, lo schiavo annunci al suo Signore queste cose. Allora, adiratosi, il padrone di casa disse al suo schiavo: Esci veloce nelle piazze e i vicoli della citt e i pitocchi e gli storpi e i ciechi e gli zoppi conduci qui! 22 E disse lo schiavo: Signore, fatto quanto ordinasti e ancora c posto! 23 E il Signore disse verso lo schiavo:
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Esci per le strade e le siepi e forza a entrare perch sia riempita la mia casa! 24 Perci dico a voi: Nessuno di quegli uomini che furono chiamati guster la mia cena. 1. Messaggio nel contesto Si chiude la sezione del pasto (vv. 1-24): Ges, invitato a mangiare dal fariseo, cerca di guarirlo dallidropisia, perch accetti il suo invito al banchetto del Regno. Linsegnamento rivolto al fariseo che si annida nel discepolo, perch il suo mangiare pane di sabato (v. 1) diventi un mangiare pane nel regno di Dio (v. 15). Tutto questo capitolo ha come sfondo ci che Ges ha fatto nellultima cena (cf. 22,24-27): lui ha scelto lultimo posto (vv. 7-11) e noi, scegliendo gli ultimi, scegliamo lui (vv. 12-14). Ora si dice perch Dio sceglie gli ultimi: mentre i primi rifiutano, essi sono quelli che accettano linvito. La porta del banchetto, stretta e chiusa per il satollo, larga e aperta per il disgraziato che ha fame. Qui si espongono le cause del rifiuto: il possesso, il commercio e il piacere (vv. 1-20).
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Ma il banchetto imbandito e deve essere goduto. Se il primo chiamato, lIsraele giusto della Legge, non viene, accetteranno gli ultimi e gli impediti (v. 21), ai quali Ges rivolge le sue cure. Siccome c ancora posto (v. 22), linvito sar esteso ai pagani (v. 23). Nelle tre chiamate sono da vedere i tre momenti della storia della salvezza. Primo il tempo della Legge che non salva nessuno, ma porta al Signore (Gal 3,24) mostrando il peccato. Secondo il tempo di Ges, molto breve (veloce, v. 21), che conduce alla salvezza gli impediti. Terzo il tempo della chiesa, in cui gli esclusi, cio i pagani, sono forzati a entrare. Cos si rivela il mistero di Dio, Padre di tutti, che tutti vuole salvi. da notare come gli impediti non sono soltanto chiamati, ma addirittura condotti (v. 21); quelli poi che non hanno assolutamente diritto, sono forzati a entrare (v. 23). C come un crescendo nellazione amorosa di Dio, che risponde al rifiuto con uninsistenza maggiore nellofferta. Il banchetto del Regno la salvezza (cf. 13,22-30). Alla domanda se pochi sono salvati (13,23), Ges risponde che tutti sono chiamati, e in tre tempi diversi. Nella casa del Padre c sempre posto, fino a quando tutti i suoi figli non sono a mensa. Egli non esclude nessuno: si esclude solo chi rifiuta. Per questo, rispetto ai primi che hanno rifiutato, saranno altri quelli che accettano. I primi entreranno nel banchetto quando si sentiranno impediti ed esclusi dal loro rifiuto, nella stessa condizione degli ultimi. La porta della salvezza stretta, e vi passa solo chi ha lo spirito di umilt (vv. 7-11) e di gratuit (vv. 12-14): la medicina che sgonfia
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dallidropisia il fariseo e concede il titolo a mangiare il pane del Regno. Questo pane una chiara allusione alleucaristia, che la comunit dei poveri di Gerusalemme celebra con gioia e semplicit di cuore (At 2,46). la beatitudine degli invitati alle nozze dellAgnello (Ap 19,9). Essi, confessando: Signore, non sono degno, scoprono che il Padre si volge ai figli non secondo il loro merito, ma secondo il loro bisogno (cf. 5,27ss; 7,36ss; 15,11ss; 19,1ss; 23,41ss). Questa parabola ci lascia intravedere il dramma del Padre, origine della missione del Figlio e della chiesa: tre volte rifiutato, tre volte allarga linvito. Fino a quando manca un figlio, la sua casa vuota, perch manca il Primo che si fatto ultimo di tutti. E vuole che la sua casa sia piena. 2. Lettura del testo v. 15: Ora, udito uno di quelli. Un commensale ha udito le parole di Ges sullumilt e sulla gratuit (vv. 7-11.12-14). forse un fariseo in via di guarigione dallidropisia. Dietro di lui da vedere un discepolo che comincia a intendere qualcosa sulleucaristia. Nellultima cena Luca evidenzia lopposizione tra lo spirito di Ges e quello dei suoi: mentre lui si fa servo, loro vogliono dominare (22,24-27).

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beato. una congratulazione detta fuori campo. una delle beatitudini non dette da Ges, che vengono subito dopo spiegate nel loro vero senso. A Elisabetta che la proclama beata per la sua fede, Maria replica con il Magnificat, cantando la propria povert e la grandezza di Dio (1,45ss). Alla donna che grida beata sua madre, Ges risponde rivelando che la vera maternit ascoltare e fare la Parola (11,27s). A questo che dice beato chi mangia il pane nel Regno, Ges risponder che tale beatitudine riservata ai poveri, agli impediti e agli esclusi (vv. 21ss): ad essi infatti, che ne hanno fame, donato il regno di Dio (6,20ss). manger pane nel regno di Dio. Significa partecipare alla vita piena, nella risurrezione dei giusti. quanto la comunit cristiana pregusta nella cena eucaristica, memoria dellamore di Dio e pegno della gloria futura. v. 16: Un uomo. Sar poi chiamato padrone di casa (v. 21): il Signore (v. 23), che vuole che tutti gli uomini siano salvi (1Tm 2,4) e li invita alla sua cena. Ges si identifica con lui, quando, parlando della stessa cena, dice: la mia cena (v. 24). faceva una grande cena. La cena un mangiare (= vivere) festoso: immagine ricorrente della salvezza che Dio offre a tutti i popoli in Gerusalemme (cf. Is 25,6ss), il banchetto imbandito dalla sapienza (Pr 9,1-6). Mentre appaga, alimenta
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il desiderio che sazia (Sir 24,20), perch non ci sia la noia e cresca senza fine la gioia. Chiam molti. una risposta alla domanda di 13,23: sono pochi i salvati?. Questi molti rappresentano il popolo al quale fu data la Legge e la promessa. A un primo invito a prepararsi alla cena, seguiva un secondo, quando la cena era pronta. Questa chiamata, che risponde al primo invito, quella della Legge, che prepara luomo alla salvezza. v. 17: E invi il suo schiavo. Non si tratta di servi, come in Matteo, o di un servo qualunque. Lo schiavo, nominato cinque volte, Ges, che si fatto schiavo per amore del Padre e dei fratelli; egli, venuta la pienezza del tempo (Gal 4,4), quando ormai la cena preparata, fu inviato a chiamare tutti i figli. Egli, gi presente nella Legge come Verbo nascosto, lo sar poi sempre nellannuncio dei discepoli come Verbo rivelato. nellora della cena. la venuta di Ges, che coincide con il banchetto nuziale (5,33s), promesso attraverso lAT. gi pronto. Infatti il regno di Dio in mezzo a noi (17,21): il banchetto della salvezza imbandito gi oggi (cf. 2,11; 4,21; 5,26; 13,32s; 19,5.9; 23,43). E presente il tempo per convertirci: esortiamoci e affrettiamoci a entrare (Eb 4,11; 2Cor 6,2), fin che dura questoggi (Eb 3,13).
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v. 18: tutti insieme. Il rifiuto da parte dei chiamati allunisono (Is 42,18-20): Ges finir rigettato da tutti, in solitudine, fuori le mura. Un campo comprai. La prima causa del rifiuto laccumulo dei beni: guai a voi che unite campo a campo (Is 5,8)! il lievito dei farisei, che porta allavere di pi; la stoltezza del ricco possidente, che si illude nel realizzare il suo desiderio: riposa, mangia, bevi, godi (12,19s). La ricchezza paragonata ai rovi che soffocano la Parola (8,14). sono costretto. Si contrappone alla necessit di Ges, che quella di dare la vita. una coazione di morte, che impedisce di aver parte con colui (18,23-27) che da ricco che era si fatto povero (2Cor 8,9), per donare ai poveri il suo regno (6,20; cf. Gc 2,5). uscire a vederlo. Invece di lottare per entrare (13,24), esce a vedere. Il suo occhio lo tira verso il tesoro del suo cuore (12,34). Ognuno va verso loggetto del suo desiderio. Il ricco fatalmente alienato in ci che ha: ha la spinta interna a uscire di s per vederlo e bearsi nella sua visione! abbimi scusato. Nel vangelo non c giustificazione che tenga! Dio lunico che giustifica. Ma giustifica solo chi rinuncia ad autogiustificarsi (cf. 17,9s).

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v. 19: Cinque gioghi di buoi. Dopo la contemplazione estasiante di ci che si ha in pi, il secondo motivo del rifiuto il commercio. lo strumento naturale per ottenere e mantenere redditizio ci che si possiede. Grande invenzione umana, il suo movente non lo scambio dei beni necessari, ma quello scarto in pi, che costituisce il guadagno, anima del commercio. La cosa comprata o venduta non interessa in s, ma solo sotto questo aspetto, che va quindi esaminato bene. vado a valutarli. Lipocrita sa valutare bene i propri interessi materiali, e manca di discernimento sul significato del tempo presente (12,56). v. 20: Una donna sposai. Questo terzo motivo del rifiuto proprio di Luca rispetto a Mt 22,5. Pi avanti ancora dir di odiare la moglie (v. 26). I piaceri della vita sono la terza spina che soffoca la Parola (8,14; 17,27; cf. 21,34). Rif leco a Paolo: il tempo ormai si fatto breve; dora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non lavessero. Infatti passa la scena di questo mondo ed meglio preoccuparsi dellessenziale, attendendo al servizio del Signore con cuore indiviso 1Cor 7 29-35 . Mentre i primi due si scusano, questo non ne ha bisogno: ovviamente scusato! Dt 20,7 (24,5) esonera dallandare in guerra chi sposato da poco. Non potr quindi neanche partecipare alla guerra che il discepolo deve combattere (vv. 31s).
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v. 21: Esci veloce. Lurgenza deriva dal fatto che il banchetto pronto e si guasta se non consumato. Finito il tempo dellattesa, lamore di Dio impaziente! Inoltre il tempo, come la vita delluomo, breve (1Cor 7,29; Sap 2,1). Bisogna quindi decidersi senza troppi indugi. Questa seconda uscita corrisponde allimmenso e veloce ministero di Ges, rivolto alle pecore perdute di Israele (Mt 15,24). nelle piazze e i vicoli della citt. Il posto dei primi invitati preso dagli ultimi e dagli impediti. Sono raccolti per le strade della citt di Gerusalemme, che rappresenta Israele. Ges infatti venuto per prendersi cura di loro (4,18; 6,20ss; 7,22), per cercare tra i figli di Abramo ci che era perduto (19,9S)! pitocchi. Ges li ha proclamati beati. Essi mangiano il pane del regno di Dio (6,20s). Per loro la buona notizia (4,18; 7,22): sono gli ultimi che diventano primi (13,30). Non perch sono bravi, ma perch bisognosi. storpi... ciechi... zoppi (cf. v. 13). Sono gli emarginati, che vengono dopo gli ultimi: sono inabili al culto e incapaci di entrare nella salvezza. Se la Legge luce e via alla vita, queste persone sono, in senso pi profondo, i peccatori, incapaci di conoscere e praticare la Parola. Per questo vengono condotti per mano al banchetto. Nel racconto evangelico sono sempre e solo queste le persone che Ges
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tocca o prende per mano, come toccato solo dalla peccatrice e dalla donna impura (7,39; 8,44.45.46.47). v. 22: ancora c posto. Nella casa del Padre mio ci sono molti posti (Gv 14,2); esattamente tanti quanti sono gli uomini, tutti suoi figli! esci per le strade e le siepi. la terza missione che, andando oltre gli ultimi e gli impediti, si dirige ai non aventi diritto e agli esclusi. Dopo un primo invio della Parola come Legge a Israele e un secondo come carne ai suoi bisognosi, ce n un terzo, come annuncio affidato ai discepoli: questo si rivolge a tutti, fino agli estremi confini della terra (At 1,8). Attraverso tutte le strade del mondo, oltre ogni siepe (= Legge) o muro di divisione (Ef 2,14), questa salvezza di Dio viene ora rivolta ai pagani ed essi lascolteranno (At 28,28). La prima chiamata nella Legge e nei Profeti, la seconda nei Vangeli, la terza negli Atti degli apostoli. La prima fu attraverso Mos ed Elia, la seconda attraverso Ges, la terza attraverso gli apostoli. Come la prima (9,30s; 24,27ss), cos anche la terza non fa che portare a Ges. Egli il cuore del mondo, il punto darrivo del passato e del futuro, loggi eterno di Dio: il Figlio, in cui ogni uomo salvato. La chiamata dei pagani al banchetto dellunica mensa nella casa del Padre, rivela limperscrutabile ricchezza del Cristo e fa risplendere agli occhi di tutti il mistero di Dio: egli amore e non pu non amare tutti perch Padre di tutti (Ef 3,4-9):
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siamo infatti suo poema, creati in Cristo, suo Figlio (Ef 2,10). forza a entrare. Come il possidente costretto a guardare il suo campo, cos Dio costretto a guardare i suoi figli. E vuole costringerli (compelle intrare) pur lasciandoli liberi, a gioire del suo banchetto! Questa forza che costringe non solo lasciando, ma addirittura facendo liberi, la debolezza estrema di un amore incondizionato, tanto potente da perdersi per lamato: crea la libert di amare dove prima non cera. E quanto il malfattore scoprir in Ges, crocifisso con lui (23,40s). Per questo, quando sar elevato da terra, attirer tutti a me (Gv 12,32). Per questo ancora la theor (contemplazione) della croce convertir tutte le folle (23, 48). Non ha nulla a che fare con la santa coazione o violenza di crociate passate, presenti e future. Pater, ignosce illis!. perch sia riempita la mia casa. La sua casa sar piena solo quando tutti saranno salvati. Per il Padre qualunque posto vuoto piange lassenza del Figlio che si perduto per cercare tutti. v. 24: Nessuno di quegli uomini che furono chiamati guster la mia cena (Cf. 13,25ss). Ges dice a quelli che, in forza della Legge, presumono di essere dentro: siete fuori!. Essi, sentendosi esclusi, chiederanno umilmente la grazia concessa agli ultimi, agli impediti e agli esclusi. Cos anche i
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farisei, smontati di sella dalla loro presunzione, come Saulo che diviene Paolo (=piccolo), possono accedere alla sublimit della conoscenza di Ges Signore (Fil 3,8). Dio ci tiene molto a salvare i peccatori. Per questo ci tiene moltissimo a salvare i giusti. Anche questi sono suoi figli. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges a pranzo dal fariseo. c. Chiedo ci che voglio: non essere sordo alla chiamata al Regno, che chiamata ad essere con il Signore, piccolo, preso, gettato, e cos vittorioso sul male del mondo. d. Traendone frutto, medito sulla parabola di Ges. Da notare: - beato chi manger pane nel regno di Dio - venite: gi pronto - le tre scuse per rifiutare linvito - pitocchi, storpi, ciechi e zoppi - ancora c posto - forza ad entrare - la mia casa sia piena. 4. Passi utili
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Sal 48; Is 25,6-12; 55,1-13; Pr 9,1-6; Lc 6,18-26; At 13,44-52; Rm 11,1-36.

91. NON PU ESSERE MIO DISCEPOLO (14,25-35)


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E camminavano con lui numerose folle e, voltosi, disse loro: 26 Se qualcuno viene verso di me e non odia il proprio padre e la madre e la donna e i figli e i fratelli o le sorelle e inoltre anche la propria vita, non pu essere mio discepolo. 27 Chi non porta la propria croce e viene dietro di me, non pu essere mio discepolo. 28 Chi infatti tra voi, volendo costruire una torre, prima, seduto, non calcola la spesa se abbia per il completamente?
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Perch, messo fondamento e non avendo forza di completare, tutti coloro che osservano non comincino a deriderlo, 30 dicendo: Questuomo inizi a costruire, e non ebbe forza di completare! 31 O quale re, andando a incontrare in guerra un altro re, prima, seduto, non decider se capace di affrontare con diecimila chi viene contro di lui con ventimila? 32 Se no, ancora quando lontano, inviata una delegazione, domanda le condizioni per la pace. 33 Cos dunque ognuno di voi, che non si allontana da tutto ci che ha, non pu essere mio discepolo. 34 Bello dunque il sale: ma se anche il sale svanisce, con che sar condito? 35 Non adatto n per la terra n per il letamaio: lo gettano fuori. Chi ha orecchi per ascoltare
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ascolti. 1. Messaggio nel contesto Nel brano precedente si dice che gli invitati al banchetto sono i poveri e gli esclusi. A loro spetta il Regno, perch sono come Ges. Ora si dice al discepolo di vedere bene se si trova tra quelli, perch, per stare con lui, necessario scegliere il suo stesso posto. Per questo a chi non lascia tutto, ripete per ben tre volte il ritornello: non pu essere mio discepolo. Il Regno offerto gratis. Ci sono per delle condizioni per accoglierlo. Alla fine della parabola del banchetto, Mt 22,11ss richiede labito nuziale, la vita nuova nel Signore. Luca tocca qui lo stesso problema, esponendo le esigenze del discepolato. La porta stretta (13,24). Tutti siamo troppo gonfi per entrarci! Davanti alle richieste di Ges nessuno in grado di farcela. Luca vuol renderci coscienti della nostra incapacit, in modo che, disperando di noi, speriamo in lui. Queste parole sono una puntura che ci trafigge: sgonfiandoci di ogni presunzione, ci rende umili, poveri e mendicanti, perch gridiamo verso di lui, come il cieco di Gerico (18,35-43). La nostra unica possibilit di essere discepoli la confessata impossibilit Quando sono debole, allora che sono forte (2Cor 12,10): forte della forza di colui che mi conforta e mi rende tutto possibile (Fil 4,13).
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Questo brano una ripresa delle richieste che Ges ha gi fatto al discepolo in 9,23-26 e 9,57-62. Dopo la lunga sezione sul discernimento tra il lievito dei farisei e quello del Regno (cc. 12-13) e le tre istruzioni sullumilt (vv. 7-24), ora sappiamo di dover essere guariti come lidropico (vv. 1-6). Nessuna pretesa o volont di carne in grado di farci discepoli. solo un dono di grazia, che Dio concede allumile e al povero. Per, se tutto azione di Dio, tutto anche libert delluomo, che pu accoglierla o meno. Il sazio e ricco rimandato a mani vuote (1,53); ma la bocca aperta e vuota viene riempita (Sal 81,11; cf. Sal 104,27). La povert, che Ges richiede, non stoica; motivata dallamore per lui. Tocca tutti i livelli ed lunica virt che, quanto pi materiale, tanto pi spirituale. Ma solo se dettata dallamore e non indurisce verso gli altri. La povert comporta umiliazione e porta allumilt. Pur essendo in s maledizione e privazione, diventa scelta cordiale e necessaria per il discepolo che vuol stare col suo Signore. Le esigenze del discepolato sono: odio verso ci che caro (v. 26) e amore verso ci che odioso al mondo, per andare dietro a Ges (v. 27); prudente valutazione di chi non vuol restare a met dellimpresa (vv. 28-30) o venire sconfitto (vv. 31-32) e saggia follia di uno che trova la sua forza nel perdere tutto (v. 33). Diversamente si come sale sciocco: inservibile, irrecuperabile e da buttare (vv. 34-35). Siamo al cuore della catechesi lucana, che si snoda nel viaggio dalla Samaria a Gerusalemme. Se le cose stanno cos,
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chi salir il monte di Dio (Sal 24,3)? Chi raggiunger unintimit tale con il suo Signore che per lui diventi padre, madre, moglie fratello, sorella e ogni bene? Chi decide evangelicamente di abbandonare tutto per scegliere il Regno? La forza di tale decisione lamore di chi stato conquistato da lui, e giunge a ununione appagante con lui, in cui si trova ogni delizia. Egli diviene lunico, il solo; il resto non ha pi sapore. La vita cosiddetta religiosa propone a tutti il nocciolo della fede cristiana. Chi riconosce nel suo Signore il suo tutto, si fa profezia per tutta la chiesa, ricordandole lessenziale. Se essa trascura la povert, lumilt e la castit (ci sono tanti adulteri!), anche come mezzi apostolici, diventa sale insipido. Perde la luce di cui testimone, abbandona il suo Signore povero, umile e libero. Oggi la chiesa particolarmente tentata di usare, a fin di bene, strumenti di potere, entrando in concorrenza con il mondo. Cerca una rilevanza fasulla, senza sapere che la sua identit col Crocifisso lunica sua forza. I vecchi ordini religiosi sono nati, sempre, per testimoniare nella chiesa e al mondo la croce del Signore, proprio nei momenti in cui era pi pericolosamente dimenticata. Anche se naturale degenerare verso la ricchezza, il potere e lonore, anche se ovvio cadere in ci che Ges ha scartato come tentazione (4,1-12!), tuttavia questo ritarda la venuta del Regno pi di ogni altro male. Che dire se nascessero organizzazioni religiose che si prefiggono di raggiungere privilegi e potere come strumenti di apostolato? Ben diversi sono i discorsi di Ges al proposito
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(9,1ss; 10,1ss)! Il discernimento evangelico non un genere che abbondi sul mercato; oggi certo non pi di una volta! A un fratello che desiderava fare il monaco, ma che aveva trattenuto qualcosa per s, Abba Antonio disse: Se vuoi diventare monaco, va al villaggio, compra della carne, legatela attorno al corpo nudo e poi vieni qui. Cos fece. Ma i cani e gli avvoltoi gli si precipitarono addosso. Torn da Antonio tutto dilaniato. Questi lo guard e gli disse: Chi rinuncia al mondo, e tuttavia vuol conservare ricchezze, cos viene dilaniato dai demoni che gli fanno guerra. Si dice che la povert muro e difesa della vita religiosa. Quando si sfalda o crolla, cade nelle mani del nemico e perde la sua essenza: non testimonia pi la fiducia nel Padre. Per questo va amata come madre; ci genera suoi figli, perch ci fa riconoscere lui come unica fonte della nostra vita. Se il miraggio del mondo diventare ricco, quello del discepolo diventare povero. Il Regno dei poveri, perch il Re stesso si rivelato povero. 2. Lettura del testo v. 25: camminavano con lui numerose folle. A Ges fu chiesto: sono pochi i salvati? (13,23). Egli rispose che molti sono i chiamati (v. 16). Anzi, tutti, anche gli impediti e gli esclusi. Per questo sono numerose le folle che fanno il suo stesso viaggio verso Gerusalemme. Per non ci si illuda che la salvezza sia a buon mercato. Come stata a caro
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prezzo per lui (1Cor 6,20; 7,23; 1Pt 1,18s), cos anche per chi lo segue: se a lui cost il dono della vita, al discepolo costa la povert per riceverla. Il prezzo del dono la gratuit e lumilt dellamore, che tutto d e tutto riceve, senza tenere nulla per suo (cf. 1Cor 13,4-7). voltosi. Ges si volge indietro perch avanti. Ci precede nel cammino che ci propone. v. 26: Se qualcuno viene verso di me. Il discepolo colui che va verso Ges, e corre per conquistarlo, perch ne stato conquistato (Fil 3,12). e non odia. Se il suo comandamento quello dellamore, come mai questodio? Non si tratta solo di un semitismo; esprime anche una verit profonda. Lamore, portando a scegliere luno a preferenza dellaltro, percepito come esclusione, quasi odio dellaltro. Dt 6,5ss comanda di amare Dio in modo diretto e assoluto (10,27): ogni altro amore deve essere relativizzato e relativo a lui. Diversamente idolatria che delude chi ama e distrugge chi amato. Infatti lui lo sposo, e luomo fatto per unirsi a lui in ununica carne in Cristo. il proprio padre e la madre. Il discepolo nei confronti di Ges come Levi nei confronti della parola di Dio. Fedele ad essa, dice del padre e della madre: io non li ho visti, non riconosce i suoi fratelli e ignora i suoi figli (Dt 33,9). Il
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discepolo come i poveri invitati al banchetto (v. 21). Senza padre e senza madre, lorfano che il Signore raccoglie (Sal 27,10). Lamore materno del Padre la sua unica sicurezza di vita (cf. 12,22-31). donna. Il discepolo come gli storpi (v. 21). Senza donna, egli manca della sua met. monco. Ma la sua parte Dio (Sal 16,5). Luca qui parla del celibato per il Regno (cf. Mt 19,10-12), come testimonianza profetica dellamore verso il Signore con cuore indiviso (1Cor 7,32-34). figli. Il discepolo come i ciechi (v. 21). Senza figli, privo della luce degli occhi. Non ha futuro. La sua unica luce il futuro che Dio promette allo sterile. i fratelli o le sorelle. Il discepolo come gli zoppi (v. 21). Senza fratelli e sorelle, manca dellappoggio naturale. solo. Ha come unico sostegno la fedelt di Dio che gli si fatto prossimo. la propria vita. Il discepolo non dice: io sono mio! Chi dice cos, fa dellio il suo dio. Luomo non Dio, bens di Dio. Il suo vivere il suo essere dellaltro. La vita dono, e vive solo se si mantiene tale. Per questo chi la possiede, la perde, e chi la perde per lui la possiede (9,24). come lacqua: viva se scorre; morta se ristagna.

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non pu essere mio discepolo. Il discepolo colui che segue il Maestro. Ges, per primo, ha lasciato tutto quanto aveva: da ricco che era si fatto povero perch noi ci arricchissimo della sua povert (2Cor 8,9): ha dato la sua vita perch noi ne vivessimo (Gal 2,20). Se questo il Maestro, chi potr essergli discepolo? v. 27: Chi non porta la propria croce. In 9,23 cera linvito a sollevare o caricarsi la propria croce quotidiana. Ora essa da portare nel viaggio a Gerusalemme. La vita cristiana non un atto eroico che si consuma allistante; non un sollevamento pesi. un peso da trasportare. Esige pazienza e resistenza al grigio del quotidiano. Un peso, anche leggero, cresce col passare del tempo fino a essere insopportabile, soprattutto se ritenuto indebito. Tuttavia, mentre Ges non porta la sua croce, bens la nostra, noi dobbiamo riconoscere, con il malfattore, che portiamo la nostra e meritatamente (23,40s). viene dietro di me. Andare verso Ges (v. 26) significa camminargli dietro. Egli infatti non solo sta davanti, ma continua a precederci. La pretesa di mettersi davanti e fargli seguire il nostro cammino satanica (cf. Mc 8,31-33). v. 28: costruire una torre. Chi compera un campo (cf. v. 18), desidera costruirvi una torre, il pi alta possibile. Serve per custodire e per conservare i suoi averi (cf. 12,18). Noi mettiamo ogni impegno per arricchire davanti agli uomini - e
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abbiamo in ci grande discernimento (cf. 12,56). Ges esige altrettanto impegno e discernimento per arricchire davanti a Dio. Solo che le regole saranno opposte: dallavere di pi (12,15-21) si passa al dare tutto (12,33; cf. 11,41). Tutta la storia umana come la costruzione di una torre, alta fino al cielo, che racchiuda ogni bene delluomo... e Dio stesso! Ma risulta sempre senza tetto, e alla fine si riempie delle acque del diluvio. Anche il discepolo impegnato in una edificazione analoga. Segue per un criterio diverso: il giudizio di Dio che si rivelato in Ges di Nazaret. seduto. La ponderazione e il discernimento non devono essere affrettati. Bisogna valutare bene. lunico passo in cui si consiglia al discepolo di sedersi, per camminare poi nella direzione giusta. calcola la spesa. Fuori questione i vantaggi sperati, necessario calcolare se si hanno i mezzi per affrontare i costi. Luomo avveduto conteggia quanto deve avere; il discepolo sapiente pu contare solo su quanto disposto a perdere in modo che il Signore sia la sua unica forza. vv. 29ss: non avendo forza di completare. Luca, molto sensibile allonore, sottolinea la derisione che colpisce chi fallisce: una vergogna davanti a tutti. traccia della vergogna del primo fallimento, il peccato di Adamo.

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v. 31: quale re. Si parla della guerra tra due re. Luomo infatti un campo di battaglia tra due contendenti: Satana e Dio. Da una parte c colui che lo tiene in suo potere come schiavo (cf. 1,74), e dallaltra c Cristo che lo chiama alla libert. Satana il re potente: le ricchezze, la potenza e la gloria di tutti i regni sono sue (4,6). Ges invece il Signore servo, che ha dato tutto. Per questo povero, umiliato e umile. veramente una guerra la vita delluomo sulla terra (Gb 7,1); e noi siamo deboli davanti al nemico. Se in condizioni favorevoli pu vincere anche il pi debole (cf. 1Mac 4,28-35), certo che Dio vuol far vincere il pi debole. Per questo indebolisce chi vuol far vincere (Gdc 7,1ss). Anche Davide, per vincere, deve liberarsi della forza delle armi (1Sam 17,39). Chi usa le armi del nemico, in realt nemico di Dio, che depone i potenti dai troni (1,52) e usa ci che nulla per ridurli a nulla (1Cor 1,28). La vera forza del credente la sua debolezza, che gli fa confidare in Dio. Dice Davide a Golia: Tu. vieni a me con la spada, con la lancia e con lasta. Io vengo a te nel nome del Signore (1Sam 17,45). v. 32: domanda le condizioni per la pace. Chi vuol vincere con le armi del nemico, si arrende a lui. Firma una resa incondizionata e si accorda con chi ha tutto in suo potere e pu darlo a chi desidera: se ti prostri davanti a me, tutto sar tuo (4,7). v. 33: cos dunque ognuno di voi che non si allontana da tutto ci che ha, ecc.. la sintesi del discorso. Lunica
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ricchezza del discepolo la sua povert. Ci che deve avere, avere nulla. La sua unica forza la sua debolezza (2Cor 12,10). Luca sottolinea molto la povert, insieme con lelemosina. la condizione per seguire Ges (vedi 3,11; 5,11.28; 6,30; 7,5; 11,41; 12,33s; 14,13.33; 16,9; 18,22; 19,8; At 2,44; 4,32-37; 9,36; 10,2.4.31). Ci rende simili a lui, il servo di tutti (22,26s). La povert il volto concreto dellamore: chi ama d tutto quello che ha. Quando non ha pi nulla, d se stesso ed se stesso. Per questo chi non rinuncia a tutto, dilapida tutto (cf. 15,14). La croce quotidiana questa povert di cose (12,33) e di affetti (v. 26; cf. anche 9,58). Chi si allontana da ci che ha e dalle sue sicurezze, pu venire a Ges dun balzo. Fa come il cieco di Gerico, che ha gettato via il mantello (Mc 10,50). Chi rinuncia a tutti i suoi averi, sgonfiato dal fermento dei farisei. Questo detto la conclusione della lunga istruzione che Ges rivolge ai suoi discepoli, perch si guardino dal lievito dei farisei (12,1). v. 34: Bello dunque il sale. simbolo della sapienza. D sapore, conserva e si sparge sui sacrifici (Lv 2,13). come il discepolo che ha il lievito del Regno, e ama la povert, lumiliazione e lumilt del suo Signore. Sa discernere la vera ricchezza e conosce la gloria di Ges. Ha la sapienza del vangelo, e il sapore, anzi il profumo di Cristo (2Cor 2,15) preservato dalla corruzione e sa sacrificare la propria vita come lui.
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il sale svanisce. Il discepolo che non ama la povert, disprezza il suo Signore che povero. Lo getta via, come Giuda; lo rinnega, come Pietro; fugge da lui, come tutti gli altri. La sua vita ancora lievitata dallio, non da Dio. sale sciocco. Con che sar condito?. meglio un non credente che un discepolo siffatto. in qualche modo irrecuperabile. Per lui ha perso sapore ci che d sapore a tutto. Vaccinato al vangelo, la sua resistenza maggiore di chi non lha mai ascoltato. Questa perdita di sapore pu avvenire in modo inavvertito, a piccoli passi quasi impercettibili. v. 35: Non adatto. In greco si dice non ben messo. Questo discepolo davvero mal messo per il Regno (cf. 9,62). Peggio di chi non ha ancora conosciuto il Signore! Chi ha orecchi per ascoltare ascolti (cf. 8,8). Sottolinea limportanza di quanto detto sopra. Sono parole che in genere preferiamo non ascoltare (cf. 9,44-46). Chi ascolta, scopre unestrema povert: saccorge di non essere povero, e neanche di volerlo. Forse neanche di desiderarlo. Limportante almeno di desiderare di desiderarlo. A questo punto comprendiamo il nostro fallimento di discepoli. Ci sentiamo come lautore del Sal 119, innamorato amante della Parola, che alla fine confessa: come pecora smarrita vado
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errando; cerca il tuo servo. Qui costatiamo la nostra vera povert: limpossibilit a seguire il Signore. Lascolto di queste parole ci introduce nella parabola della misericordia: ci mostrano il bisogno che ne abbiamo nella nostra miseria. linizio della nostra conversione a lui. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges in cammino verso Gerusalemme. c. Chiedo ci che voglio: nonostante le resistenze contrarie, chiedo di essere povero, umiliato e disprezzato - senza darne motivo! - con il Signore povero, umiliato e disprezzato, per somigliare a lui, il Maestro. d. Traendone frutto, medito sulle parole di Ges, vedendo i tre casi in cui uno non pu essere suo discepolo: resta sale scipito. 4. Passi utili Sal 16; 23; Lc 9,57-61; 2Cor 11,1-12,10; Gal 6,14-17.

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92. CONGIOITE CON ME, TROVAI LA PECORA MIA, LA PERDUTA (15,1-7) Ora continuavano ad avvicinarsi a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2 E borbottavano i farisei e gli scribi, dicendo: Costui teso ad accogliere i peccatori e conmangia con loro! 3 Ora disse a loro questa parabola, dicendo: 4 Quale uomo tra voi, avendo cento pecore e, persa una sola di esse, non tralascia le novantanove nel deserto, e va su quella perduta finch la trovi? 5 E, trovatala, se la pone sui suoi omeri gioendo, e, venuto nella casa, 6 conchiama gli amici e i vicini, dicendo loro:
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Congioite con me, perch trovai la pecora mia, la perduta! 7 Dico a voi: Cos gioia nel cielo sar su un solo peccatore che si converte invece che su novantanove giusti che non han bisogno di conversione! 1. Messaggio nel contesto Il c. 15 ununica parabola in tre scene. Rivela il centro del vangelo: Dio come Padre di tenerezza e di misericordia, ben diverso da quello da cui Adamo era fuggito per paura. Egli trasale di gioia quando vede tornare a casa il figlio pi lontano, e invita tutti a gioire con lui: Bisogna far festa!. Il banchetto del c. 14 questa festa del Padre che vede ormai occupato lultimo posto a mensa. La sua casa piena, il suo cuore trabocca: nel ritorno dellultimo, ogni figlio perduto ormai con lui. Beato chi manger il pane nel regno di Dio (14,15). Ges fin dallinizio ne mangia con i peccatori (5,27-32). Ora invita anche i giusti. Attaccato da loro con cattiveria, li contrattacca con la sua bont. Vuole portarli a conversione. Ma limpresa
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ben pi difficile che con i peccatori. Questi, a causa della loro miseria, sentono la necessit della sua misericordia. Quelli invece, arroccati nella propria giustizia, sono autosufficienti. Cos, mentre condannano i fratelli ingiusti, ignorano e rifiutano il Padre, che ama gratuitamente e necessariamente tutti i suoi figli. Il suo amore non proporzionale ai meriti, ma alla miseria. Per questo solo i primi invitati, che credono di aver diritto alla salvezza, se ne escludono (14,17ss). I peccatori invece, nella loro incapacit a salvarsi, accolgono il dono. La chiesa di Luca deve ricordarsi sempre che non unaccolta di giusti, ma una comunit di peccatori aperti al perdono (cf. 6,27-38). Paolo sintetizza la catechesi battesimale con le parole: Siate benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, graziandovi a vicenda come Dio ha graziato voi in Cristo (Ef 4,32). Leucaristia, cibo e vita nuova per il cristiano, il pane del perdono: mangiato da ogni peccatore, rifiutato solo da chi soddisfatto di s. La misericordia di Dio lo rimanda a mani vuote (1,53), perch possa essere tra gli affamati che vengono saziati (6,21). lastuzia che Dio usa coi furbi (Gb 5,13), in modo da aprire la bocca a tutti i suoi figli e riempirla del suo dono (Sal 81,11). Il c. 15 rivolto al giusto, perch non resti vuoto il suo posto alla mensa del Padre: deve partecipare alla festa che egli fa per il suo figlio perduto e ritrovato. Linnamorato della volont di Dio, che nel Sal 119 canta la sua obbedienza alla Parola, riconosce, dopo ben 175 versetti: come pecora smarrita vado errando: cerca il tuo servo, perch non ho
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dimenticato i tuoi comandamenti (Sal 119,176). Chi non dimentica i comandamenti, che si riassumono tutti nella misericordia (6,36), non pu non vedere di essersi perso nei meandri della propria giustizia. finalmente un idropico sgonfiato, un fariseo guarito dalla presunzione. Sa che la salvezza essere cercati, trovati e incontrati da colui che egli cerca di trovare senza mai incontrarlo (cf. Ct 3,1; 5,6). In realt, fin dal principio, ogni uomo si nascosto da Dio e smarrito. Lunico giusto il Cristo, il Pastore che si fatto agnello perduto e immolato per noi. Questa parabola parla della conversione; ma non del peccatore alla giustizia, bens del giusto alla misericordia. La grazia che Dio ha usato verso di noi, suoi nemici, deve rispecchiarsi nel nostro atteggiamento verso i nemici (6,2736), e verso i fratelli peccatori (6,36-38). Il Padre non esclude dal suo cuore nessun figlio. Si esclude da lui solo chi esclude un fratello. Ma Ges, il Figlio che conosce il Padre, si preoccupa di recuperare anche colui che, escludendo il fratello, si esclude dal Padre. Ges con questa parabola giustifica il suo atteggiamento verso i peccatori: dimostra loro la stessa benevolenza del Padre (6,35). Contemporaneamente invita i giusti a entrare nella sala del banchetto. Sono gli unici rimasti fuori. Le tre scene della parabola presentano una certa simmetria con le tre chiamate al banchetto (14,15ss). Quella della pecora smarrita corrisponde alla seconda chiamata, rivolta alle pecore perdute dIsraele; quella della dracma, corrisponde alla terza chiamata, rivolta ai pagani. Resta vuoto
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ancora solo il posto di chi fu chiamato per primo, lIsraele della Legge. il fratello maggiore, figura di ogni credente al quale indirizzata tutta la parabola, in particolare lultima scena, perch partecipi al banchetto di salvezza, alla festa e alla danza per il Figlio perduto e ritrovato, morto e risorto. La fine del c. 14 dichiarava la condizione per la salvezza: non avere nulla (14,33). Ora si riduce a povert anche chi ricco della propria giustizia, in modo che possa accogliere il dono di Dio. Lintento della parabola analogo al racconto del fariseo e del pubblicano (18,9-14). Il credente interpellato allo stesso modo con cui il libro di Giona interpella Israele. Luca e Giona hanno lo stesso messaggio. Ricordano al giusto che, anche se lui non lo sa e non lo vuole, Dio Padre, e quindi usa misericordia per tutti i suoi figli. Si riconosca quindi peccatore graziato, e usi grazia al peccatore. Solo cos conosce Dio. 2. Lettura del testo v. 1: Ora continuavano ad avvicinarsi a lui. Nonostante le strettissime esigenze appena espresse sul discepolato (14,2535), i pubblicani e i peccatori non desistono dallavvicinarsi a Ges. Se lilluminazione richiesta per la fede la confessione della propria cecit (Gv 9,41), la povert assoluta richiesta al discepolo (14,33) la conoscenza dellimpossibilit di salvarsi. Lammissione della propria indigenza lunica condizione per accogliere il dono di colui che misericordia e
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perdono. Nel mondo ci sono due categorie di persone: i peccatori e quelli che si credono giusti (Pascal). I primi, ritenendosi senza diritto, hanno trovato il vero titolo per accostarsi a Dio. Egli infatti piet, tenerezza e grazia: per sua natura deve amare luomo in proporzione non dei suoi meriti, ma del suo bisogno. tutti. Si sottolinea la totalit: nessuno degli esclusi escluso. i pubblicani. Sono i peccatori della peggior specie, assimilati ai pagani. Sono odiatissimi da tutti perch riscuotono il tributo straniero dal popolo di Dio. Non hanno alcun diritto a mangiare il pane del Regno: sono quelli forzati a entrare nel banchetto (14,23). i peccatori. Sono i trasgressori della Legge. Sono quei poveri - deformi, ciechi e zoppicanti nei confronti della Parola - condotti al banchetto (14,21). per ascoltarlo. Tutti i peccatori sono ammessi come uditori della gloria di Dio: hanno lorecchio giusto per ascoltare la parola di grazia e di perdono. Ascoltare significa diventare discepoli. Il c. 14 avrebbe dovuto gi convincere i giusti di peccato, perch hanno rifiutato linvito (14,1-24; cf. 7,29-50); contemporaneamente avrebbe dovuto persuadere i discepoli di non avere labito nuziale, perch non sono in
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grado di osservare le esigenze di Ges (14,25-35; cf. Mt 22,11ss). Questo c. 15 un supplemento di istruzione per convincere i giusti a desistere e per esortare i peccatori a insistere. Il vero discernimento, necessario per convertirsi quello di riconoscersi peccatori. Questa convinzione di peccato non per scoraggiare qualcuno, ma per incoraggiare noi tutti a chiedere la salvezza di cui siamo privi. Infatti tutti abbiamo peccato e abbiamo bisogno della gloria di Dio (Rm 3,23) v. 2: borbottavano. Allavvicinarsi (in greco: enghz) dei peccatori, fa da eco il tra-brontolare (in greco: dia-gonghiz) dei giusti. Se Ges fosse un peccatore, nessun problema: starebbe con i suoi pari. Ma giusto! Per questo il suo atteggiamento indecente (cf. il fariseo di 7,39, che cerca infelicemente di scusarlo). I brontoloni apprenderanno al fine la lezione (Is 29,24)? Si scopriranno pecora smarrita che va errando? Teso ad accogliere. Ges non solo non respinge; non solo tollera; non solo accoglie; addirittura proteso-ad-accogliere i peccatori. Infatti quale la sua grandezza, tale anche la sua misericordia (Sir 2,18), che si rivela grande in proporzione diretta alla nostra miseria. conmangia con loro. Questo mangiare insieme comporta unassimilazione e unidentificazione con i peccatori. Se mangiare significa vivere, questo con-mangiare significa
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vivere luno la vita dellaltro. Il peccatore infatti, che perduto, vive di Ges, che il Salvatore (Gal 2,20). In questo senso Paolo dice: la mia vita Cristo (Fil 1,21). Con espressioni analoghe Ef 2,5s esprime il nostro mistero di unione con Ges, con il quale il Padre ci ha con-vivi-ficati (= fatti con-vivere), con-risuscitati e fatti con-sedere nei cieli: siamo infatti suo poema fatti da lui), creati in Cristo (Ef 2,10). v. 3: a loro. Sono gli scribi e i farisei i destinatari dellinsegnamento. La parabola un invito ai giusti perch si convertano dalla propria giustizia, che condanna, alla gioia del Padre, che giustifica. Ges parla non tanto per difendersi dalle loro obiezioni, quanto per aprire i loro occhi al mistero di Dio. Dio misericordia. Mentre il peccatore ne sente il bisogno, il giusto non la desidera. Anzi, come Giona, si irrita mortalmente (Gio 4,2.3.8b.9b!). Non la vuole n per s, n per gli altri. Cos rifiuta Dio in nome della propria giustizia. Luca propone al suo lettore Teofilo la stessa conversione di Paolo, quella dalla Legge al vangelo. il difficile passaggio dalla propria irreprensibilit alla sublimit della conoscenza di Ges come Signore (Fil 3,6.8). Ges si rivolge a loro, perch non resti vuoto proprio il posto del fratello maggiore. Il ritornello del Padre: congioite con me, fate banchetto e festa per il figlio perduto/ritrovato, vale per tutti i fratelli. Non dobbiamo discriminare gli uomini secondo le loro qualit umane e religiose, dividendoli tra buoni e cattivi, giusti e peccatori. Guardiamo invece il Dio che Padre di tutti, e il
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Signore Ges, per il quale e nel quale tutto esiste (1Cor 8,6): in lui il Padre si compiace e gioisce pienamente perch, conoscendo il suo amore verso tutti, si perduto per salvare tutti. Il banchetto della vita eterna con-gioire di questa gioia del Padre per il Figlio. Il Figlio il pastore che si fatta pecora smarrita per ritrovare noi, pecore impaurite. Egli, linestimabile tesoro (cf. Col 2,3), si fatto dracma perduta, di poco valore agli occhi di tutti (23,11; cf. Is 53,3), per ridare a noi la dignit di figli. Egli, primogenito di ogni creatura (Col 1,15), si fatto ultimo di tutti perch il Padre potesse in lui, perduto e ritrovato, gioire di tutti i suoi figli. Tutto luniverso con i suoi abitanti misteriosamente salvato e fatto uno nel Figlio perduto e ritrovato. Egli, lAlfa e il Principio, si fatto lOmega e la Fine, per raccapezzare in s tutto il creato (cf. Ef 1,10). In modo che tutto canti, dal principio alla fine, la tenerezza e la gioia del Padre per il Figlio. Questo il banchetto della vita. v. 4: Quale uomo tra voi, avendo cento pecore . Lo sfondo quello di una cultura pastorale, mantenuta sempre viva in Israele anche dopo la sedentarizzazione agricola. Il pastore, figura del re, infatti JHWH (cf. Ger 23,1-6; Ez 34,12-16; Sal 23: ecc.). Nel NT Ges il pastore bello (Gv 10,11ss). Matteo situa questa parabola allinterno del discorso ecclesiale (Mt 18,12-14), per mostrare come per il peccatore bisogna avere la stessa accettazione incondizionata di Dio.

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Persa una. Il cuore del Padre si volge tutto verso lunico figlio che gli manca. La sua assenza un dolore irreparabile. Non basta la presenza di tutti gli altri. Non ha figli da buttare. Preferisce perdersi lui piuttosto che perderne uno. Egli ha un amore totale per ogni singolo. La sua sofferenza per la perdita di uno solo, rivela a tutti il valore che ognuno ha ai suoi occhi di Padre. non tralascia le novantanove nel deserto. Queste novantanove sono i giusti, esortati a riconoscersi nella pecora smarrita (Sal 119,176). Infatti vagano ancora nel deserto, fuori della terra promessa. Solo se si riconoscono peccatori, incontrano il Pastore che venuto a cercare chi perduto (19,10). Egli deve fermarsi a casa sua (19,5), che cos diventa la casa del Padre perch vi abita il Figlio. Quelle pecore, che non si ritengono perdute, staranno nel deserto fino a quando scopriranno il loro male: la mancanza di misericordia. Allora incontreranno il medico che non venuto per i sani, ma per i malati (5,31). v. 5: E, trovatala, se la pone sui suoi omeri. Il pastore usava spezzare la gamba alla pecora trovata, perch imparasse a non smarrirsi. Questo pastore invece non rompe la gamba. Neanche a lui, il Figlio perduto, verranno rotte le gambe (Gv 19,33). Gli trafiggeranno invece il fianco, perch dallo squarcio tutti possano contemplare il cuore di Dio (Gv 19,34.37). Egli il Pastore che si fatto agnello, e d la vita per le sue pecorelle. Pendendo dalla croce, ha portato sui suoi
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omeri il peso dellumana debolezza; le sue braccia sostengono la maledizione del peccato e di ogni perdizione (cf. Gal 3,13; 2Cor 5,21). In questo modo Dio forza tutti a entrare nella sua festa (14,23), pur lasciandoli liberi: attira a s mostrando un amore senza confini, oltre ogni morte (Gv 12,32). gioendo. Luca levangelista della gioia, la gioia corrisposta del Padre per il Figlio. Questa gioia lo Spirito santo, la vita damore comune ad ambedue. Nel banchetto eucaristico, con-mangiando con Ges, ci identifichiamo con lui, il Figlio perduto e ritrovato, morto e risorto. Entriamo nella festa di Dio. In questa gioia i primi cristiani spezzavano il pane (At 2,46). venuto nella casa. Giunge a casa solo lunica pecora perduta e ritrovata. Le altre novantanove restano fuori, come il fratello maggiore. I giusti entreranno nella casa del Padre quando ascolteranno il suo invito a con-gioire con lui per il fratello morto e risorto. Il primo ad accogliere questo invito sar il malfattore che si riconosce tale davanti al solo giusto che si perduto vicino a lui: gli chiede e ottiene oggi di entrare con lui nel suo regno. Laltro malfattore invece rappresenta tutti i giusti, cio coloro che ancora non si confessano malfattori (cf. 23,39-43). v. 6: conchiama i vicini. I vicini sono i giusti, i primi chiamati al banchetto, che hanno rifiutato (14,17ss). Sono i farisei e gli scribi che si distanziano da chi proteso ad
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accogliere tutti i peccatori (v. 1). Ai primi invitati, che nella loro sufficienza si sono autoesclusi, il Signore dice: apri la tua bocca: la voglio riempire (Sal 81,11). Congioite. Chi con-mangia, accetta la con-chiamata e con-gioisce. Si riempie della gioia stessa di Dio che ritrova i suoi figli: si riempie di Dio stesso, che gioia per tutti i suoi figli. trovai la pecora mia, la perduta . il motivo della gioia di Dio: ha trovato suo Figlio nel quale ha posto tutta la sua gioia (3,22). Nel Figlio, perduto per i fratelli, ha ritrovato tutti i suoi figli. v. 7: gioia nel cielo sar. Questa gioia repentina esploder nel cielo, casa di Dio, quando le novantanove pecore nel deserto si identificheranno con lunica perduta e ritrovata. linno di salvezza, le cui prime note iniziarono sopra il presepio (2,13s). Si compir quando tutti si convertiranno, anche i giusti. Secondo Paolo il punto di arrivo della storia la conversione di Israele (Rm 11,25-36). La gioia di Dio, nominata tre volte solo in questo racconto, lascia intravedere la sua angoscia e la sua tristezza di Padre fino a quando non vede occupato lultimo posto. quello del Figlio, sempre pellegrino per il mondo, che non guster vino, fino a quando non abbia trovato ogni fratello (cf. 22,18).

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un solo peccatore che si converte. In realt la pecora non si convertita, come la dracma non torner da s nel borsellino. Sono semplicemente trovate, proprio perch perdute, da colui che per primo si convertito a loro nel suo amore. La conversione implica un riconoscimento della propria perdizione, e, pi che un nostro ritorno a Dio, consiste nellaccogliere chi venuto a cercarci. Convertirsi volgere lo sguardo dal proprio io a Dio, e vedere, invece della propria nudit, locchio di colui che da sempre ci guarda con amore. Allora nasce la vita nuova, nella lode e nella gioia del Padre. Il nostro centro non pi il nostro io, ma Dio: passiamo dalla nostra giustizia, fallita o presunta, trascurata o ricercata comunque irraggiungibile! - alla sua compiacenza nel vedere che noi ci volgiamo a lui che da sempre si rivolto a noi. novantanove giusti che non han bisogno di conversione . Questi stanno ancora fuggendo da Dio come Adamo. Errano ancora nel deserto, fuori dallEden: non si sono lasciati trovare dalla misericordia. Chiusi nel proprio io e gonfi di morte, non entrano per la porta stretta. Infatti chi cerca la propria giustizia dalla Legge, non ha nulla a che fare con Cristo (Gal 5,4): fuori dalla grazia dei Padre e dalla sua festa per il Figlio. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito.
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b. Mi raccolgo immaginando Ges che accoglie tutti i peccatori e mangia con loro. c. Chiedo ci che voglio: gioire con lui che ha trovato la pecora smarrita. d. Traendone frutto, guardo, ascolto, osservo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. 4. Passi utili Lc 7,36-51; 14,1-6; 18,9-14; 19,1-10; Giona; Galati.

93. CONGIOITE CON ME, TROVAI LA MIA DRACMA, CHE PERSI (15,8-10)
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O quale donna, avendo dieci dracme, se perde una sola dracma, non accende la lampada e spazza la casa e cerca con cura finch trovi? 9 E, trovata,
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conchiama le amiche e le vicine dicendo: Congioite con me, perch trovai la mia dracma che persi. 10 Cos, dico a voi, gioia al cospetto degli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte. 1. Messaggio nel contesto Questa parabola spesso sorvolata dai commentatori. Ci si accontenta di dire che la seconda delle prime due simili tra loro, preludio alla terza. La si appiattisce quindi sulla prima con fretta di passare alla terza. In realt si tratta di una ripetizione, sorvolata solo da chi ignora limportanza che essa ha nella tradizione della preghiera. Per s un invito a sostare con pi attenzione, non a passare oltre con fretta. La ripetitivit fa parte della struttura delluomo, che vive nel tempo. Cessa solo al sopraggiungere della morte. Considerarla inutile sarebbe come dire: Ho gi mangiato; posso quindi farne a meno per sempre!. Essa necessaria non solo per vivere, ma anche per vivere sensatamente! Il senso ci che muove ogni ripetizione e in essa permane, lasciandosi cos scoprire. Ci che sazia luomo non il
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sapere sempre cose nuove, ma il sentire e gustare interiormente quelle essenziali. La contemplazione frutto di una continua ripetizione. Essa porta allunit del cuore umano la molteplicit delle sue esperienze, e, per successive semplificazioni, giunge alla cosa. Da qui limportanza insostituibile che le attribuiscono i maestri dello spirito. In essa scema la curiosit dellintelletto che cerca novit, e il cuore trova la verit che cerca. Nella ripetizione luomo scopre il valore della realt: ci che brutto lo diviene sempre di pi, fino ad essere repellente; ci che bello lo diviene sempre pi, fino ad assorbirci estaticamente in s. il migliore strumento per discernere e per affinare il gusto interiore. Se c una ripetizione nel Vangelo, guardiamoci bene dal sorvolarla come doppione: bisogna fermarsi il doppio, se si vuole procedere correttamente. Il c. 15 illustra, attraverso latteggiamento di Ges, il cuore del Padre che ama i suoi figli. Il cristianesimo non una setta di puri. invece unaccozzaglia di peccatori che diventa fraternit nella misura in cui si scopre lamore del Padre per tutti i suoi figli. Per questo, come Israele deve restare aperto ai gentili, cos anche la chiesa ai peccatori. Nella parabola avviene un ribaltamento, tipico di ogni scena dove si trovano i farisei (cf. 7,36ss; 18,9ss): il peccatore giustificato e il giusto risulta peccatore, perch a sua volta possa essere giustificato. Si gira la frittata, perch cuocia da ambo le parti. Ogni uomo ha bisogno della gloria di Dio per vivere (Rm 3,23); e la sua gloria, ci che gli proprio e lo fa Dio, la sua misericordia (cf. 6,36). Per questo egli ha
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rinchiuso tutti nella disobbedienza per usare a tutti misericordia (Rm 11,32). Occasione di questa parabola il con-mangiare di Ges con i peccatori; fine il con-gioite con me del Padre. Il mezzo la con-chiamata a partecipare al banchetto di Ges, che rivela la pena di Dio quando cerca e soprattutto la gioia quando trova. La ripetizione mette in risalto la sua azione nei confronti delluno solo perduto. La reduplicazione, come uno specchio, ci permette di vederne i lineamenti. Per questo utile porre vicino le due scene - come Luca stesso fa - e sostare evidenziando in un colpo docchio i tratti comuni. Ci rivelano il volto di Dio nei confronti del singolo peccatore: vv. 4-7 vv 8-9 quale uomo quale donna cento pecore dieci dracme persa perde una sola una sola tralascia nel deserto accende una lampada va spazza la casa cerca con cura finch trovi finch trovi con-chiama con-chiama amici e vicini amiche e vicine con-gioite con me con-gioite con me trovai trovai perduta perduta dico a voi dico a voi gioia gioia
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nel cielo un solo peccatore che si converte

al cospetto degli angeli un solo peccatore che si converte

I novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione (v. 7) non vengono pi nominati. Gli ascoltatori dovrebbero capire di essere loro stessi. Tutto il c. 15, che parla di una sola pecora e dracma, e di un figlio, parla in realt di Ges, il Figlio. Egli, come lagnello sgozzato che il vero pastore, cos lunica ricchezza del Padre, che in lui si compiace. In realt egli, luno solo che si perduto, il solo giusto che salva tutti. Ai tempi in cui Abramo intercedeva per Sodoma e Gomorra, non cera ancora (Gn 18). Era solo promesso, come salvezza e benedizione per tutte le genti. E centro del capitolo, in tutte e tre le scene, la conchiamata a congioire. Oggetto della sua gioia luno solo, perduto e ritrovato. Questa gioia, che gi nel cielo, scende sulla terra per coloro che accettano di con-mangiare con il Figlio che con-mangia con i peccatori: leucaristia, specchio in terra della festa che il Padre fa nel cielo. Tutte le azioni sono attribuite a Dio: lui perde - non la pecora o la dracma che si perde! - lascia tutto e va; lui accende la lampada, spazza la casa e cerca con cura; lui trova e con-chiama a con-gioire con lui. La parabola, occasionata dal fatto che tutti i peccatori si avvicinano a Ges, ci parla della sollecitudine del Padre per uno solo. Dietro ogni
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singolo uomo perduto, egli vede il suo unigenito: lunico che, conoscendo il Padre, non si vergognato di chiamarsi nostro fratello (Eb 2,11). Cos, nel vedere lui, senza il quale non pu vivere, vede in lui tutti i perduti. Sublimit della sapienza e dellamore imperscrutabile di Dio! 2. Lettura del testo v. 8: quale donna. Prima era un uomo, figura del pastore dIsraele. Ora una donna, figura dellamore materno di Dio. Laquila dellEsodo anche la gallina che raccoglie i suoi pulcini (13,34). Se la prima immagine sottolinea la potenza dellamore di Dio, questa seconda ne sottolinea la tenerezza. Lamore infatti, pi forte, pi rende deboli. dieci dracme. una moneta in uso presso i pagani. Anche se di scarso valore agli occhi di un estraneo, si pu considerare, da come questa donna agisce, che sia tutto il suo tesoro dove sta il suo cuore. Tutto il mondo davanti a Dio un grano di polvere, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra (Sap 11,22). Ma Dio lo ama, perch tutto esiste solo se amato e custodito da lui, amante della vita: il suo spirito in tutte le cose (Sap 11,23-26). Il numero dieci rappresenta la comunit: il numero di persone indispensabili per la liturgia sinagogale. Le cento pecore rappresentano la moltitudine dIsraele, le dieci dracme i pagani, che pure fanno parte della famiglia di Dio. Non c
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pi differenza tra giudei e gentili, perch tutti gli uomini sono suoi figli. perde una sola. Dio mi pi madre di mia madre: lui infatti che mi ha tessuto nel suo seno (Sal 139,13). Egli ama ciascuno di amore pieno e totale. Se ne manca uno solo, la sua casa vuota. Perch ama ogni figlio pi di s. Infatti ha tanto amato il mondo, da dare ci che ha di pi caro: il suo Figlio unigenito (Gv 3,16). Questi mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20), perch, essendo lunico che conosce il Padre come figlio (10,22), sa quanto egli ama tutti gli altri suoi fratelli. Egli stesso ci ama quanto il Padre (Gv 15,9), che ci ama quanto ama lui (Gv 17,23). Per quanto possa sembrare incredibile, il Padre ci ama come ama il Figlio, e il Figlio con lo stesso amore del Padre. Non perch siamo bravi, ma perch rispettivamente figli e fratelli. Il fatto che siamo peccatori, ci rende oggetto di un amore pi grande (cf. 5,32; 19,10): dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia (Rm 5,20). Il valore di una cosa si rivela nella sua perdita; il nostro nella morte stessa di Dio che si perduto per ritrovarci. Una volta che esistiamo, egli non pu vivere senza di noi. Il nostro valore infinito, pari al suo amore che lha portato a dare la vita per noi. Il Signore dice a ogni uomo con Israele: Sei prezioso ai miei occhi, sei degno di stima e io ti amo (Is 43,4). accende la lampada. Il mondo caduto in tenebre fitte dopo la fuga di Adamo. Sul suo volto non brilla pi la gloria
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del Padre. Ma anche la casa del Padre che perde il Figlio diventa buia e senza sole (cf. 23,44). Il Figlio infatti uscito per venire a illuminare tutti i fratelli che siedono nelle tenebre e nellombra della morte (1,79). Lui, in cui nascosta ogni ricchezza, in cui abita corporalmente tutta la pienezza della divinit (Col 2,9), insieme il tesoro perduto e la lampada accesa, perch ogni uomo sia illuminato (cf. 8,16; 11,33). spazza la casa. La donna perde la testa per ci che ha perduto: tralascia tutto e non vede altro che ci che cerca. Istintivamente usa il mezzo pi efficace e a lei pi consueto: si mette a spazzare la casa con cura. Trover il suo tesoro sotto tutta la spazzatura raccolta nella casa! Cos anche il Padre: trover il suo Figlio, che non conobbe peccato (2Cor 5,21), tra i malfattori sulla croce (23,39ss), fatto lui stesso peccato e maledizione per noi (cf. 2Cor 5,21; Gal 3,13). In questo modo Dio rivela la sapienza della sua tenerezza: perde il Figlio, per ritrovarlo sotto tutti i suoi fratelli perduti. Tutto il mondo casa di Dio, perch vi abita chi lui ama e cerca. Lo mette a soqquadro e lo ripulisce tutto, in modo che, raccogliendo il Figlio unico che si fatto ultimo di tutti, raccolga prima di lui anche tutti gli altri: lui il tesoro, gli altri la spazzatura! Cos diviene il primo di unimmensa schiera di fratelli (Rm 8,29). cerca con cura. la cura del samaritano per luomo mezzo morto, la stessa che raccomanda in sua assenza anche a colui che tutti accoglie (10,34.35). Egli cerca
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necessariamente ci che perduto: deve fermarsi a casa di Zaccheo (19,5). La dracma non pu tornare nel borsellino da s. Anche il figlio minore, tornato a casa, dovr scoprire di essere cercato dal Padre per tornare ad essere figlio. Si evidenzia il cuore e liniziativa di Dio. Egli infatti grazia e misericordia senza condizioni. finch trovi. La sua fatica non cessa fino a quando non trovi lultimo perduto. Per questo Ges, istituendo il banchetto di salvezza per i peccatori, dice che non manger e non berr pi, finch non venga il regno del Padre (22,16-18). Egli continua attraverso la storia il suo cammino di Samaritano, pellegrino in terra ostile e servo di tutti gli schiavi del male (cf. 22,27), fino a quando lultimo fratello sia giunto alla mensa del Padre. Leucaristia ne lanticipo che ci concesso. Essa verr celebrata nella pienezza di gioia quando lultimo posto sar riempito (14,23s). Per questo essa, come il punto di arrivo di ogni missione, ne anche il punto di partenza. Spinge sempre fuori, verso i lontani. v. 9: trovata. il termine di tutta lazione di Dio. Allora cessa il suo lutto e Inizia la danza: la veste di sacco si muta in abito di gioia (Sal 30,12). conchiama. Ges che con-mangia con i peccatori, realizza la con-chiarnata del Padre a con-gioire con lui.

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trovai/persi. Ci che fu cercato, ora trovato. Quando muove lamore, cercare pena, trovare gioia. Questo continuo perdersi e ritrovarsi la struttura stessa del Cantico dei cantici: illustra lamore avventuroso tra Dio e uomo. v. 10: dico a voi. Dichiarazione solenne, con cui Ges giustifica il suo con-mangiare con i peccatori e con-chiama i giusti a fare altrettanto. gioia al cospetto degli angeli. Dio esulta e manifesta la sua gioia davanti a tutta la corte celeste. Prima era buio nel cielo, come quando perse il Figlio (23,44; cf. Am 8,9s). Ora luce, perch il Figlio si consegnato al Padre (23,46). E porta con s ogni fratello malfattore che si riconosce tale e si rivolge a lui, lunico giusto che si perduto per stargli vicino. Il lutto della perdita si trasforma nella danza e nella musica del ritrovamento. Nessuno si adombri, ognuno partecipi alla sua gioia! Una madre ferita dal male del figlio, pi che se fosse proprio. Lo veglia e preferisce che il suo male colpisca lei. La croce di Ges il vegliare di Dio al capezzale dellumanit malata: la sua com-passione, che ci salva. Per questa salvezza avvenuta ora gioisce. un solo peccatore. Uno solo fu perduto e si fece peccato per noi, perduti e peccatori. Questo solo tornato al Padre. Siamo ora chiamati a con-mangiare con lui, a vivere con lui e di lui. Cos con-gioiamo col Padre, ed entriamo nel suo amore reciproco con il Figlio.
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3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges che accoglie tutti i peccatori e mangia con loro. c. Chiedo ci che voglio: gioire con lui che ha trovato la pecora smarrita. d. Traendone frutto, guardo, ascolto, osservo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. 4. Passi utili Sal 103; Lc 7,36-51; 14,1-6; 18,9-14; 19,1-10; Giona; Galati.

94. BISOGNAVA FAR FESTA E RALLEGRARSI (15,11-32)


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Ora disse: Un uomo aveva due figli, 12 e disse il pi giovane di loro


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al padre: Padre, da a me la parte di sostanze che mi tocca. Egli poi divise per loro la vita (i beni). 13 E, non molti giorni dopo, raccolto tutto, il figlio pi giovane emigr in paese lontano, e l sperper la sua sostanza vivendo insalvabilmente. 14 Ora, dilapidato tutto, venne una carestia forte per quel paese; ed egli cominci a essere nel bisogno; 15 e, and a incollarsi a uno dei cittadini di quel paese, e lo mand nei suoi campi a pascere i porci. 16 E desiderava saziarsi delle carrube che mangiavano i porci, e nessuno gliene dava. 17 Ora, venuto in se stesso, disse: Quanti salariati di mio padre sovrabbondanti di pane: io, invece, di carestia
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qui perisco. 18 Sorger e andr verso mio padre, e dir a lui: Padre, peccai verso il cielo e al tuo cospetto: non sono pi degno di essere chiamato tuo figlio: fa me come uno dei tuoi salariati. 20 E, sorto, venne da suo padre. Ora, mentre ancora distava lontano, lo vide il padre, e si commosse e, corso, cadde sul suo collo e lo baci. 21 Ora disse il figlio a lui: Padre, peccai verso il cielo e al tuo cospetto; non son pi degno di essere chiamato tuo figlio. 22 Ora il padre disse ai suoi servi:
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Presto, portate fuori una veste, la prima, e vestitelo, e date un anello alla sua mano e sandali ai piedi 23 e portate il vitello, quello di grano, immolatelo e, mangiando, facciamo festa, 24 perch costui, il figlio mio, era morto e rivive, era perduto e fu ritrovato. E cominciarono a far festa. 25 Ora il suo figlio, il maggiore, era in campagna. E quando, venendo, si avvicin alla casa, ud sinfonie e danze. 26 E, richiamato uno dei servi, sinformava che mai fosse ci. 27 Ora egli gli disse: Tuo fratello venne e tuo padre sacrific il vitello di grano perch sano lo riprese. 28 Ora si adir
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e non voleva entrare. Ora suo padre, uscito, lo consolava. 29 Ora, rispondendo, disse al padre: Ecco: da cos tanti anni ti sono schiavo e non trasgredii mai un tuo ordine; e a me non desti mai un capretto perch facessi festa con i miei amici. 30 Ma ora, quando venne il figlio tuo, costui che divor la tua vita con le meretrici, immolasti per lui il vitello di grano. 31 Ora egli gli disse: Figlio, tu sei sempre con me, e tutte le cose mie sono tue. 32 Ora bisognava far festa e rallegrarsi perch il fratello tuo, costui, era morto e visse, e, perduto, fu ritrovato. 1. Messaggio nel contesto
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Preparata dalle prime due, la terza scena del c. 15, concepito come ununica parabola. giustamente chiamata il Vangelo nel Vangelo: rappresenta il culmine del messaggio di Luca. Parla del banchetto festoso che fa il Padre per rallegrarsi del Figlio morto e risorto, perduto e ritrovato. Si tratta di una parabola. Essa ha un solo significato generale, a differenza dellallegoria, dove ogni parola ha un riferimento storico preciso. Ci non significa che i singoli dettagli siano inutili. Sono piuttosto come frecce scoccate da un buon arciere: da diversi punti, fanno sempre centro nellunico bersaglio. La parabola riesce a cogliere lo spessore della realt meglio del concetto, uniforme e piatto. Ogni suo elemento ne illumina un aspetto. Se fosse trascurabile, non verrebbe narrato. Quindi, se il senso uno, ogni singola parola, frutto maturo di memoria antica, serve a evidenziarlo, specificarlo e arricchirlo. Qui leggeremo tutto alla luce di quanto dice il Padre: Bisognava far festa. Lhanno capito i peccatori, che fanno festa a Ges. I giusti sono chiamati a fare altrettanto. Pi che del figliol prodigo o del fratello maggiore, la parabola del Padre. Ci rivela il suo amore senza condizioni per il figlio peccatore, la sua gioia di essere da lui capito come padre e infine linvito al giusto di riconoscerlo fratello. La parabola invita Teofilo a essere misericordioso come il Padre (6,36; cf. 11,4!). Diversamente resta fuori a brontolare
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del banchetto che Ges celebra coi peccatori. un invito ai giusti (vv. 1-3) a mangiare il pane del Regno (14,15ss). La conversione non tanto un processo psicologico del peccatore che ritorna a Dio, quanto il cambiamento dellimmagine di Dio che giusto e peccatore devono fare. Convertirsi significa scoprire il suo volto di tenerezza che Ges ci rivela, volgersi dallio a Dio, passare dalla delusione del proprio peccato - o dalla presunzione della propria giustizia - alla gioia di essere figli del Padre. Radice del peccato la cattiva opinione sul Padre, comune sia al maggiore che al minore. Luno, per liberarsene, instaura la strategia del piacere, che lo porta ad allontanarsi da lui con le gradazioni del ribellismo, della dimenticanza, dellalienazione atea e del nihilismo. Laltro, per imbonirselo, instaura la strategia del dovere, con una religiosit servile, che sacrifica la gioia di vivere. Ateismo e religione, dissolutezza e legalismo, nihilismo e vittimismo sono tutti aspetti che scaturiscono da ununica fonte: la non conoscenza di Dio. Hanno unidea di lui come di un padrepadrone. Se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo, per tenere schiavi gli uomini (Voltaire); se ci fosse, bisognerebbe distruggerlo, per liberarli (Bakunin). Questa parabola ha come intento primo di portare il fratello maggiore ad accettare che Dio misericordia. Scoperta gioiosa per il peccatore, sconfitta mortale per il giusto. Ma solo cos pu uscire dalla dannazione di una religione servile, e passare, come Paolo, dalla irreprensibilit nellosservanza della Legge, alla sublimit della conoscenza di Ges Cristo
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suo Signore (Fil 3,6.8). la conversione dalla propria giustizia alla misericordia di Dio. Il racconto si divide in tre parti: vv. 11-20a: il figlio minore si allontana dal Padre e torna a lui; vv. 20b-24: il Padre va incontro al figlio minore; vv. 25-32: il Padre esce per far entrare il fratello maggiore. La parabola, che inizia col figlio minore e termina col fratello maggiore, ha come centro la rivelazione del Padre, che ama perdutamente ogni figlio perduto. unesortazione al maggiore, perch riconosca come fratello il minore. Solo cos pu conoscere il Padre, e divenire, come lui, misericordioso (6,36). Le azioni del racconto consistono nella partenza e nel ritorno del minore; nellaccoglienza e nella festa del Padre; nel rifiuto del maggiore a entrare e nelluscita del Padre stesso a consolarlo. Il ritornello: con-gioite con me (vv. 6.9), diventa far banchetto festoso per il figlio morto e risorto (vv. 23s). una necessit per il Padre: bisognava far festa e rallegrarsi (v. 32). I sentimenti cardine sono: la compassione del Padre per il minore e la collera del maggiore; la festa e la gioia del Padre, che sar piena quando tutti i figli avranno accolto linvito. Per ora realizzata in terra dalla convivialit di Ges con tutti i pubblicani e peccatori. Il figlio minore non ha sentimenti: ha solo bisogni. Ma alla fine travolto dalla gioia del Padre. Ne resta fuori solo il
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maggiore: non riconoscendo il fratello, rifiuta il Padre che lo riconosce figlio. Infatti, mentre il minore lo chiama sempre: Padre, egli non lo chiama mai cos. Colui che nel racconto chiamato dodici volte Padre, sar chiamato cos anche dal maggiore quando dir allaltro: fratello mio. In sintesi: Dio riconosce necessariamente come figli tutti quanti, sia giusti sia peccatori. Semplicemente perch Padre! Il giusto riconosce a denti stretti il peccatore come figlio, ma non come fratello suo! quindi il vero peccatore. Bisogna che riconosca laltro come fratello, identificandosi con lui. Solo cos gioisce dellamore e della festa del Padre per il Figlio suo perduto e ritrovato. Questa pagina esige il passaggio da una religione servile alla libert dei figli. Siamo amati da Dio non perch noi siamo buoni, ma perch lui nostro Padre. Accogliendo come fratelli tutti i suoi figli, diventiamo come lui che misericordia in s e per tutti. Per questo lebreo accetter il pagano (cf. At 10); Stefano, martire di Ges, perdoner ai suoi persecutori (At 7,60); Paolo, da fratello maggiore (Fil 3,6), si riconoscer primo dei peccatori (1Tm 1,15). Sgonfiato dal suo protagonismo di irreprensibile, si far lultimo di tutti, il minimo tra i santi (Ef 3,8), per accogliere tutti (At 28,30). Il c. 15 un commento a 6,36 (e, implicitamente, a 11,4): descrive il nuovo volto del Padre, come lo vive Ges, suo vero figlio e nostro sincero fratello. La conversione sar volgersi a colui che tutto rivolto a noi, conoscere il suo amore gentile, cortese e grazioso (Giuliana di Norwich) per
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tutti i suoi figli. Per questo il giusto deve accettare un Dio che ama i peccatori. Convertirsi al fratello accettare il Padre. 2. Lettura del testo v. 11: Un uomo. Dio. Egli insieme padre e madre, legge e amore. Il nemico ce lo fece vedere solo come legge e identificare con la nostra coscienza che ci rimprovera. Per questo Ges sottolinea le qualit materne del Padre (6,36). aveva due figli. I due figli indicano la totalit degli uomini. Peccatori o giusti, per lui siamo sempre e solo figli. Per questo ha compassione di tutti e non guarda i peccati. Noi non sappiamo che lui ci Padre e ignoriamo di essere fratelli se non per litigare sulleredit (cf. 12,13). Lui invece sa che siamo suoi figli nel Figlio. v. 12: Padre. Cos lo chiama il minore. Non tanto per dei sentimenti positivi, quanto per far valere i propri diritti. Lo conosce come uno che gli deve dare delle cose: sente verso di lui un rapporto soffocante di dipendenza. Difatti, pur vivendo della sua eredit, si allontana da lui perch lo sente come antagonista della sua libert. come Adamo! la parte di sostanze che mi tocca. Al minore, vivente il padre, spettava il possesso, ma non luso e lusufrutto, di un terzo del patrimonio liquido. Oltre ai soldi, che sono
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strumento, il figlio rivendica lautonomia, una vita piena, che lasci ovunque i segni della propria gioia. Questo ci spetta, questa la nostra parte (Sap 2,9)! I desideri profondi del nostro cuore vertono su ci che Dio ha in proprio e di cui noi abbiamo bisogno. Da qui pu nascere linvidia e lavversione a Dio come nostro antagonista. divise per loro la vita (i beni). Ma Dio non antagonista. Concede ai suoi figli tutto quanto ha. Aveva anzi gi dato ad Adamo quelluguaglianza che lui poi volle rapirgli (Gn 1,27; 3,5). Il peccato sta nel rubare ci che donato, nel possedere in proprio ci che non pu che essere dallaltro. Dio in realt dar alluomo non solo ci che crede che gli spetti. Gli dar ben di pi: la sua stessa vita, facendosi suo servo e schiavo. Per s ogni dono, per quanto piccolo, un segno di unaltra realt: il donarsi del donatore. Le richieste che i due figli fanno al Padre (sostanze e capretti), sono sempre piccole e meschine rispetto al dono che egli vuole fare: se stesso. v. 13: non molti giorni dopo. lansia di vivere, la fretta di godere! La nostra vita breve; non c rimedio quando uno muore, e non si conosce nessuno che liberi dagli inferi (Sap 2,1). raccolto tutto. Non lascia nulla di ci che suo. Si porta via tutto. Manca lessenziale: lamore del Padre del quale tutto dono. Chi si allontana da Dio pu ancora vivere dei
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suoi frutti: lamore, la gioia, la giustizia e la pace. Ma non per tanto. Estinto il capitale, cessano anchessi. Tramontato il sole, non tarda a venire la notte. Labbandono del Padre porta presto alla carestia generale. Il nihlismo lerede naturale dellateismo! emigr in paese lontano. Le prime parole che Adamo rivolse a Dio sono: Mi sono nascosto (Gn 3,9s). Luomo, nella sua fuga, andato in un paese lontano: lontano dal volto di Dio e dal proprio. Ma lontano da chi, lontano da dove, se Dio ovunque e nel cuore di ognuno? Appunto lontano da tutto e da s. Luomo ovunque straniero, perch estraneo al suo volto. l sperper la sua sostanza. Il figlio, lontano dal Padre, perde la sua sostanza. Perde se stesso, il suo essere figlio. un ruscello che si taglia fuori dalla sorgente da cui scaturisce. vivendo insalvabilmente. Luomo, unico animale cosciente di morire, perso il rapporto con la propria fonte, cerca tutte le briciole di vita per soddisfare la propria sete; si vende e si prostituisce ad esse. Ma sono idoli che danno morte. La strategia del piacere tradisce unangoscia mortale: Su, godiamo dei beni presenti, facciamo uso delle creature con ardore giovanile! Inebriamoci di vino squisito e di profumi, non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera, coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano; nessuno di noi manchi alla sua intemperanza. Lasciamo ovunque i segni
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della nostra gioia, perch questo ci spetta, questa la nostra parte (Sap 2,6-9). Tutto questo perch sappiamo che la nostra vita breve e triste (Sap 2,1). Nellangoscia che tutto nulla, si riempie inutilmente il vuoto con tutto, che viene mangiato dal nulla. Credere di godere la vita senza Dio, come voler respirare senza laria. v. 14: dilapidato tutto. Luomo spende con ansia tutta la sua vita nella paura della morte. Mediante questa il diavolo, autore della morte (Sap 2,24), lo tiene in schiavit per tutta la vita (Eb 2,15), fino a quando la sacrifica tutta. carestia forte per quel paese. In quel paese, lontano da Dio, c sempre carestia forte. Il piacere soddisfatto alimenta il bisogno, lansia di vita si nutre di paura della morte. Lappetito vien mangiando. Quando c fame grande, allora inizia la carestia, forte e generalizzata. Si estende su tutto quel paese, che, lontano da Dio, resta solo e sempre bisognoso di vita. cominci a essere nel bisogno. Al di l di ogni falso pudore, ci che avvicina a Dio il bisogno. Egli non il tappa-buchi dei nostri bisogni. Per luomo stesso bisogno di Dio. Solo lui in grado di colmare quellabisso che egli . Fatto da lui, solo in lui se stesso. Essere nel bisogno in greco (hysteresthai) per s significa: essere dopo, essere secondo. Alla pretesa iniziale di autosufficienza, si contrappone una situazione di fatto. In realt Dio primo, e
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luomo secondo: viene da lui, e realizza se stesso ritornando a lui. v. 15: and a incollarsi. Chi emigra da Dio, sua vera casa, va a incollarsi a un estraneo al quale cede la propria libert. Chi aveva sofferto della vicinanza del Padre, va a servire padroni stranieri. Respinto Dio, che lascia liberi anche quando si sbaglia, si serve necessariamente lidolo. Luomo non ateo: idolatra. Anche quando non lo sa. infatti sempre in potere di ci che si pro-pone: diventa loggetto del suo desiderio, davanti a cui sta. Lidolo lo assimila a s (Sal 115,8), sostituendosi a colui che gi prima laveva fatto simile a s (Gn 1,27). lo mand. Chi sallontana dal Padre diventa triste emissario dellidolo, che lo incarica di nutrire i suoi abomini. Diventa schiavo e venduto al peccato, che aderisce a lui come lui vi ha aderito (cf. Rm 7,14ss). pascere i porci. Per il giudeo labominio: nutrire e far crescere ci che immondo. Chi si allontana da Dio, fa crescere in s la sua dissomiglianza da lui e nutre la propria inidentit con se stesso. v. 16: desiderava saziarsi. Ges aveva detto: Beati gli affamati ora: sarete saziati (6,21). Per essere saziati, bisogna prima riconoscere di che cosa si ha fame. Il vero cibo che
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sazia lo si distingue dagli altri perch non saziano (cf. Am 8,11s). nessuno gliene dava. Luomo vorrebbe nutrirsi di ci che soddisfa i porci. Ma una mano invisibile glielo impedisce, perch la sua saziet solo presso il Padre. Limpossibilit di vivere di questo cibo indica la nobilt delluomo: resta sempre almeno nostalgia di Dio. v. 17: venuto in se stesso. Prima era fuori di s, alienato nei suoi desideri che, invece di salvarlo, lavevano ridotto a fame. Ora non si pente. Semplicemente rinsavisce. Constata che la realt non era come pensava. una conversione a s, pi che al Padre: intuisce il vero proprio interesse. La fame gli fa capire che s sbagliato nel valutare le cose. linizio di un cammino. Quando gli israeliti hanno bisogno di mangiare carrube, la volta che si convertono, dice un antico proverbio ebraico. salariati di mio padre. Lo considera e lo chiama padre, anche se non considera s come figlio. Instaura il paragone con i salariati. Istintivamente pensa che lalternativa sia diventare come il fratello maggiore! In lui gioca sempre la falsa immagine del Padre. sovrabbondano di pane/di carestia perisco. Vede la differenza tra quanto c qui e quanto c nella casa del Padre. lo scarto tra realt e desiderio, tra fame e saziet.
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Dopo una prima fase di rigetto del Padre, in cui luomo sperimenta la propria emancipazione (lumanesimo ateo!), ci si accorge poi che in realt lateismo schiavit dellidolatria. Ma gli idoli non appagano: sono troppo piccoli e stupidi per bastare alluomo. Luomo che ha abbandonato Dio, ne sente il vuoto assoluto: il suo posto lasciato vacante. Lalternativa a Dio non lateismo, ma langoscia del nihilismo. Penso che oggi il nulla - la vuotezza del peccato assaporato fino alla vertigine - sia il normale pedagogo a Cristo (Gal 3,24). La fame grande la disumanit delluomo, la carestia di essere, che induce a cercare la fonte della vita. Dietro tanta angoscia moderna - chi non la sente? - c il crollare dei falsi valori. Dentro di noi c una misteriosa arca, davanti a cui ogni idolo si infrange, come Dagon. Dal suo rompersi dovremmo trarre non disperazione, ma argomento di speranza: cade perch davanti alla Presenza (cf. 1Sam 5,1ss). v. 18 Sorger e andr verso mio padre. Il desiderio del Padre, termine del cammino, principio del mettersi in moto. tenera la pervicacia con cui questo disgraziato continua a considerarlo Padre (cinque volte). Al di l di tutto, resta sempre tale. Possiamo rinnegare il nostro essere figli, ma non il suo esserci Padre, al quale non pu mai rinunciare. Per questo possiamo comunque tornare a casa sua, per quanto lontani ne siamo andati. Il desiderio di questo ritorno rimane sempre, come il bisogno dellacqua per il pesce. Ci che ci ha allontanati da lui, in realt la voglia di essere come lui. Lerrore fu ignorare che ci dono suo, non rapina nostra.
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La nostalgia del Padre essenziale alluomo, che sempre figlio. Nostalgia significa: dolore del ritorno. un dolore che conosce e indica la strada per trovare la pace, e cresce in proporzione alla lontananza. peccai. Peccare in ebraico significa fallire il bersaglio. Il figlio, freccia in mano al Padre, sente di essere fallito come tale. Ma non si sente fallito anche chi ha scagliato la freccia? verso il cielo e al tuo cospetto. Il cielo Dio. Il cospetto del Padre il suo volto, che il figlio ancora ignora. Se smette di fuggire e si gira verso di lui, si accorge del sorriso col quale da sempre lui lo ha guardato. v. 19: non sono pi degno di essere chiamato tuo figlio . Essere figlio non questione di dignit o di merito. un dato di fatto. Scaturisce dalla paternit, per cui siamo ci che siamo. Il padre pu essere libero nel mettere al mondo il figlio. Ma nellessere figlio non c libert; non si sceglie n di nascere n da chi. Per anche il padre, una volta che il figlio c, ha un legame necessario con lui. Il figlio non ha ancora capito che il Padre amore necessario e gratuito. Pensa, non avendola meritata, di rinunciare alla sua paternit. Ma la vita non oggetto di merito: potrebbe essere pagata solo con la vita! Sarebbe allora morte. Il minore, nel suo senso di indegnit, ha una crisi che lo pu portare ancora pi lontano dal Padre: finirebbe per diventare come il maggiore.
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Il male vero del peccatore non il suo peccato, ma il suo guardare se stesso. Questo lo fa cadere nella tentazione di voler essere degno dellamore di Dio. Cos, pur essendo peccatore, consuma il sottile peccato del giusto e giunge allessenza del Peccato: il rifiuto di Dio come amore gratuito. Chi guarda a s vede il proprio fallimento. Ma chi guarda a lui scopre la propria essenza sempre intatta di figlio, che il suo essergli Padre. Il figlio venuto in se stesso, costata che servo del peccato; quando andr al padre vedr di essergli figlio. La conversione non diventare degni, o almeno migliori o passabili, per meritare la grazia di Dio: lamore meritato meretricio. La conversione accettare Dio come un padre che ama gratuitamente. fa me come uno dei tuoi salariati. il peccato del fratello maggiore, presente anche nel minore. Tuttal pi si rammarica di non riuscire a farlo! Chi conosce il proprio peccato, non deve fermarsi ad esso, ma alzarsi e andare al Padre. A lui non piace pi che tanto che ci dispiacciamo troppo di noi. Il disgusto di noi serve come molla per uscire da noi stessi. Il nemico invece ne vuoi fare una tagliola che ci trattiene preda di noi stessi. v. 20: E, sorto, venne da suo padre. importante sorgere dalla propria coscienza infelice e dai propri sensi di colpa per camminare verso il Padre. Anche se il cammino, dal principio alla fine, ancora tutto occupato dal proprio io. Fino a
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quando il figlio pensa alla sua fame e alla sua infamia, al suo peccato e alla sua indegnit, la sua aspirazione quella di diventare un salariato. Il figlio, che pensava che il padre fosse padrone, volle essere come lui: padrone di se stesso. Poi si mise a padrone, incollandosi a chi gli fece pascolare i suoi porci. Padrone fallito di s, cerca ancora un padre che gli faccia da padrone. Limmagine di un Dio cattivo una menzogna esiziale. Non lascia altra alternativa che la ribellione che fa morire o il servilismo che uccide. Scompare solo nellincontro con la tenerezza materna del Padre - come lincubo cessa al risveglio, come la tenebra si dissolve alla prima luce. mentre ancora distava lontano, lo vide il padre. Per quanto lontano, il Padre lo vede sempre. Anzi, la vicinanza al cuore proporzionale alla distanza. Nessuna oscurit e tenebra pu sottrarlo alla sua vista (Sal 139,11s). A causa del suo affetto, antico come lui, Dio presbite: vede meglio il figlio pi lontano. Il privilegio dei lontani e la missione di Ges a loro si radica nel cuore stesso del Padre. Locchio lorgano del cuore: gli porta loggetto del suo desiderio e lo porta verso di esso. Vedere e commuoversi sono anche le due azioni attribuite al samaritano (10,33; cf. 71.13). si commosse. La vista sempre connessa a un sentimento: ira (Mc 3,5) o commozione (7,13; cf. 10,33), o addirittura
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pianto (19,41). Vedendo il male del figlio, al Padre si conturbano le viscere. In lui non c spazio per lodio o per lira, perch Dio e non uomo (cf. Os 11,8s). Giona 3,9 dice che Dio si converte al vedere il pentimento di Ninive, linconvertibile. In realt egli sempre convertito verso luomo. Aspetta solo che noi ci volgiamo a lui, per farci vedere che il suo volto da sempre verso di noi. Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto (Sal 27,10). Anche se una donna pu dimenticarsi del suo bambino, cos da non commuoversi per il figlio delle sue viscere, il Signore non pu dimenticarsi delluomo, suo figlio (Is 49,15). La commozione indica laspetto materno della paternit di Dio: il suo un amore uterino e necessario, che lo rende vulnerabile e sempre disponibile. La commozione lesatto contrario dellimpassibilit o durezza di cuore: la qualit fondamentale di quel Dio che misericordia (cf. 6,36). Tutte le Scritture, la legge di Mos, i profeti e i salmi, narrano la sua passione per luomo (24,26s.44ss). La paternit di Dio per s viene dopo la sua maternit. Per questa siamo generati e amati senza condizioni, da sempre e per sempre accolti. la condizione per cui noi possiamo rispondere con amore libero e filiale. Se la paternit sottolinea laspetto libero dellamore di Dio, la maternit ne sottolinea quello necessario, che fonda la nostra libert. Lo sguardo di Dio verso il peccatore tenero e benevolo come quello di una madre verso il figlio malato.
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Corso. Quando luomo smette di fuggire, saccorge che colui dal quale scappa per paura, gli corre dietro perch gli vuole bene. stata lunga la corsa di Dio verso luomo. E non finir fino a quando non avr raggiunto lultimo. cadde sul suo collo. Esa, il fratello al quale fu rubata la primogenitura, cadde sul collo di Israele, contro ogni sua aspettativa (Gn 33,4). Lincontro dei due fratelli, a lungo divisi e in lotta, figura dellincontro tra i suoi figli. Lui stesso lo anticipa. Anche Giuseppe, venduto come schiavo dai fratelli, si getta sul collo di Israele (Gn 46,29). lo baci. Il bacio del Padre della vita il suo amore di Padre per il Figlio. Per questo luomo sospira: mi baci con i baci della sua bocca (cf. Ct 1,2). Tutti gli altri doni sono contenuti in questo bacio, che lo Spirito santo, la vita comune del Padre e del Figlio donata al peccatore. v. 21: Ora disse il figlio a lui: Padre. Il figlio non osa chiamarlo mio (cf. invece vv. 18b.20). Rimane comunque la certezza della sua paternit, e il desiderio di appartenenza. Ma ancora concentrato sul proprio peccato. Non si accorge del suo sguardo, del suo commuoversi, del suo muoversi precipitoso, del suo cadergli sul collo, del suo bacio!? Tale cecit, che sembra impossibile, il suo inferno, che lo chiude in s. Non basta che il Padre gli manifesti il suo amore. Occorre che questo rifaccia nuovo il figlio.
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v. 22: Ora il padre disse ai suoi servi: Presto. Il Padre ha fretta. Sa quanto nuoce al figlio la sua idea di tornare servo. Vuoi distruggere subito in lui la menzogna che lo uccide. Per questo lo interrompe e non gli permette di esprimere il suo proposito servile. stanco di avere dei servi invece che dei figli. Almeno il lontano che torna gli sia figlio. Ne ha davanzo di un figlio maggiore in casa! Il senso dindegnit serve per capire che linvito al banchetto un dono. Guai a sprofondarci dentro. Il peccato deve essere il luogo da cui si glorifica la sua misericordia (cf. Rm 5,20), come la profondit della valle indica laltezza della cima. Diversamente linferno! portate fuori una veste, la prima. Sintende quella veste che la prima in ordine di tempo e di dignit. limmagine e la somiglianza di Dio, gloria e bellezza originaria che rivestiva luomo (Gn 1,27). Persa questa per il peccato, egli rimase nudo. Il Padre, nella sua condiscendenza, gli fece tuniche di pelli di animali (Gn 3,21), in attesa di dargli una veste spirituale. La nostra prima veste di gloria, il suo stesso esserci Padre, che ci costituisce suoi figli. Essa non pu mai essere distrutta: la nostra essenza di figli, che resta sempre con lui nel Figlio. La sua paternit rimane anche nel naufragare della nostra filialit. sempre pronta per noi quando torniamo a lui.

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vestitelo. Questa veste Cristo stesso, luomo nuovo di cui siamo rivestiti (Gal 3,27; cf. Ef 4,24; Col 3,9s). Quelli che sono ritornati al Padre, sentendosi amati da lui, santi e diletti nel Figlio, come lui sono rivestiti di misericordia, bont, umilt, mansuetudine, sapienza e amore reciproco (Col 3,12s). la nuova veste di chi rigenerato dal battesimo: ci fa e ci rivela figli. un anello. Al peccatore, in quanto figlio, spetta molto di pi di quanto credeva. Solo ora lo sa. Lanello con il sigillo gli conferisce il dominio su tutto (cf. Gn 1,28). Per dono damore il figlio tutto ci che il Padre stesso: tutto mi stato dato dal Padre mio (10,22). sandali ai piedi. Lo schiavo non porta sandali. Ma i suoi piedi hanno ormai gi troppo camminato in terra straniera, conoscendo la nudit della schiavit. Ora, libero come il Padre, intraprende quel cammino durante il quale non si gonfia il suo piede e non si logora il suo sandalo (Dt 8,4; 29,4). v. 23: il vitello, quello di grano, immolatelo. Il sacrificio grasso (alla lettera di grano) immolato, che si mangia, facendo festa unallusione alleucaristia. il pane del Regno, che Ges con-mangia con i peccatori, la sua vita che si fa nostra vita. Egli ci ha liberati dalla morte della Legge facendosi maledizione per noi (Gal 3,13) e inchiodando sulla
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croce la nostra condanna (Col 2,14). Del suo sacrificio noi viviamo e banchettiamo. Questo vitello di grano , secondo i commentatori antichi, lAgnello immolato per quellamore che prima della fondazione del mondo (Gv 17,24). Tutti i sentimenti del Padre (vide, si commosse, corse, cadde sul collo, baci) e i suoi doni, (la prima veste, lanello, i sandali) confluiscono nel mangiare e far festa con il sacrificio del vitello di grano. mangiando, facciamo festa. quanto fa con i peccatori Ges (v. 1), che disse ai suoi discepoli: con desiderio ho desiderato mangiare con voi questa pasqua (22,15). Brama che noi possiamo mangiare di lui, per vivere di lui, nello stesso amore del Padre. il desiderio stesso del Padre. Linvito iniziale a con-gioire non resta un semplice sentimento: diventa un vivere insieme festoso, che si esprime nellatto di mangiare. la festa delleucaristia, la gioia del Padre nel trovare Ges, il Figlio perduto per noi. Con lui anche il pi lontano, che il pi caro, nella casa del Padre. Per lui, perduto nella morte e ritornato alla luce, il Padre gioisce pienamente. In lui, nel quale tutto stato fatto, tutto ormai ricapitolato. v. 24: Perch costui, il figlio mio, era morto e rivive. Il peccatore chiamato: il figlio mio. Questa parola creatrice: ci proclama e ci fa figli, come Ges nel battesimo (3,22) e nella trasfigurazione (9,35). Il suo amore tale che
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non solo siamo chiamati, ma siamo in realt suoi figli (1Gv 3,1). era perduto e fu ritrovato. Riecheggia le scene della pecora e della dracma perduta, che puntano su questa del Figlio. E cominciarono a far festa. Non si dice: fecero festa, ma cominciarono a far festa. linizio di ci che sar senza fine. v. 25: il maggiore. Il maggiore Israele, il primogenito di Dio, figura di ogni giusto. Qui comincia lapice della parabola: lincontro con chi deve essere ancora ritrovato. Per lui tornare al Padre significa partecipare alla sua festa per il fratello. in campagna. Non ancora nella casa del Padre. Sta lavorando sodo, per vivere secondo il comando di Dio (Gn 3,19). savvicin alla casa. Questa casa, dove abita il peccatore perdonato, Dio stesso che gioisce e fa festa per il Figlio. sinfonie e danze. Insieme al banchetto e al far festa costituiscono limmaginario per descrivere il paradiso. Questa vita gioiosa indica la differenza tra la vita del servo in campagna e quella del figlio in casa. Qui c larmonia
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dellamore reciproco e la danza del Padre e del Figlio nellunico Spirito (10,21). Si chiama sinfonia perch una musica interiore, danza perch un movimento damore. v. 26: sinformava. Il giusto non sa nulla della gioia di Dio. Neppure la sospetta. Anzi, gli sospetta. Al sentire la musica e le danze, come Giona prov grande dispiacere e ne fu indispettito (Gio 4,1). v. 27: Tuo fratello. Come i profeti di Israele, cos uno dei figli-servi (si chiama forse Giona?), illustra il nocciolo della questione a chi vuol servire Dio: bisogna accogliere il fratello tuo. Solo cos riconosci la sua paternit e partecipi alla sua festa. v. 28: si adir. Lira la reazione impotente davanti a una minaccia. Latteggiamento del Padre vissuto come morte di tutta la sua vita servile. Crolla il fondamento della sua esistenza, la sua persuasione profonda. Ma che Dio questo? Neanche lui giusto! Giona si contrist mortalmente alla prospettiva di un Dio simile, concludendo che meglio morire che vivere se cos (Gio 4,18.9). Questira il contrario della compassione che ha il Padre. Secondo locchio buono o cattivo, la stessa realt percepita come minaccia mortale o tenerezza infinita. non voleva entrare. Limperfetto indica unazione persistente. Lostinazione del giusto dura, come quella di
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Giona. Se la piet di Dio raggiunge anche gli animali, la sua non raggiunge neanche i fratelli. Non entra nella gioia di Dio. La porta del banchetto stretta (13,24), ma solo per lui. Attraverso la porta della misericordia i peccatori passano tutti, ma dei giusti nessuno, perch non lo vogliono. suo Padre, uscito, lo consolava. Dio consol Israele mediante i profeti, fino al Battista che consolava ed evangelizzava (3,18), chiamando alla conversione. La consolazione del giusto consiste nel convertirsi alla gioia di Dio che ritrova i peccatori. Egli Padre e ama tutti: ora con il Figlio uscito lui stesso per invitare tutti. v. 29: disse al padre. Il cronista lo chiama cos. Il figlio maggiore mai! Questo il dolore del Padre e il peccato del figlio. Ma egli non cessa mai di essere padre, neanche per il giusto! Infatti, come prima non rimprover il minore, ma gli corse incontro per abbracciarlo, cos ora esce senzaltro a consolare anche il maggiore. da cos tanti anni ti sono schiavo. Essere schiavi invece che figli il male di tutti gli uomini, peccatori o giusti. La sola differenza che il peccatore si ribella e se ne va; il giusto rimane a servizio in casa e d fastidio al Padre. non trasgredii mai un tuo ordine. puntuale a osservare tutti i 613 precetti. Come Paolo, irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dallosservanza della legge (Fil 3,6).
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come la pecora smarrita che va errando, che non ha mai dimenticato nessuno dei suoi precetti (Sal 119,176). un capretto. Ha sostituito il dovere alla gioia, il lavoro alla festa. Per ogni dovere ha un diritto, ogni lavoro merita un compenso! Dio non ha detto di dare la giusta mercede al mercenario: il salario del bracciante al tuo servizio non resti la notte presso di te fino al mattino dopo (Lv 19,13)? Ma lui ha lo svantaggio di essere figlio. Non ha capito che il Padre non ricompensa secondo i meriti. Non c il capretto, perch c di pi: il vitello di grano! Il sacrificio del capretto serviva per far memoria della liberazione degli schiavi in Egitto. Ma ora la festa dei figli unaltra: vivere del vitello di grano sacrificato per noi. v. 30: il figlio tuo. Il maggiore riconosce al peccatore il titolo di figlio. Gi lAT, dal principio (Es 33,19; 34,6) alla fine (Gio 4,1ss), rivela un volto di Dio che grazia e misericordia. Egli non gode della rovina del peccatore, ma vuole che si converta e viva (Ez 18,23). Il peccato del giusto quello di non accettarlo come fratello suo pur riconoscendolo come figlio del Padre. Quindi rifiuta il Padre e proprio perch gli padre! divor la tua vita. Il peccatore sperpera la vita che il Padre gli ha donata. Anche il Figlio, che ha ricevuto tutto dal Padre, spende tutto per i fratelli perduti. Egli morto soprattutto a causa del meretricio del giusto.
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con le meretrici. Ogni uomo dissip la propria vita di figlio, prostituendosi al suo idolo. Il Figlio mor per la falsa immagine di Dio, comune tanto agli atei quanto ai religiosi. immolasti per lui il vitello di grano. nominato per la terza volta il sacrificio del Padre. lofferta di suo Figlio, per tutti i fratelli: il dono del Calvario, il banchetto eucaristico al quale anche i giusti sono invitati in quanto si riconoscono peccatori (23,41). v. 31: Figlio. Il Padre gli ricorda che lui lo ha generato (in greco: tknon + genito). Lo consola, mostrandogli che necessariamente lo ama, perch frutto delle sue viscere. La sua figliolanza, anche se rinnegata, rimane sempre presso di lui che lo genera. tu sei sempre con me. Il tempo al presente: il figlio sempre presso il Padre. Anche il giusto. Nessun figlio ha mai cessato di essergli vicino! tutte le cose mie, tue sono. Il figlio per dono tutto ci che il Padre (cf. 10,21s). E noi lo diventiamo nel suo perdono, che ci inserisce nella sua vita: con-mangiando con lui, viviamo di lui immolato per noi. Questa vita piena nel Figlio leredit di figli che il Padre ci ha riservato.

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v. 32: bisognava. Questa parola sempre in connessione con la morte del Signore: indica il disegno di Dio rivelato nelle Scritture. Bisognava proprio che il Figlio morisse per noi, per capire che Dio sempre con noi, e ci dona tutto, anche la vita. far festa e rallegrarsi. Si partecipa a questa festa rallegrandosi della gioia del Padre per il fratello. Qui mostriamo di aver conosciuto il Padre. perch il fratello tuo ecc.. Il compimento delle Scritture si celebra nelleucaristia, la festa del Padre per colui che non si vergogn di chiamarsi nostro fratello (Eb 2,11). Egli si perduto fino alla morte per trovare noi e ricondurci alla vita. Siamo tutti invitati, per diventare suoi figli, vivendo del Figlio. Nessuno manchi, neanche il giusto. Finch manca uno, manca colui che si fatto ultimo di tutti. Allora sar festa, gioia, sinfonia e danza: sar il ritorno di tutta la creazione al Padre nel Figlio, nel quale e per il quale tutto stato fatto (Col 1,16s). Quando tutto gli sar stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sar sottomesso a colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perch Dio sia tutto in tutti (1Cor 15,28). Allora sar la fine, quando egli consegner il Regno a Dio Padre (1Cor 15,24). Tutti i figli, anche Israele, il primogenito, con-mangeranno con Ges e riconosceranno il Padre in tutti i fratelli (Rm 11,15).
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Allora Dio sar uno: il Signore sar re di tutta la terra e ci sar il Signore soltanto, e soltanto il suo nome (Zc 14,9). E sar la festa senza fine, perch questa la vita eterna: conoscere te, Padre, come lunico vero Dio, nel nostro fratello perduto e ritrovato, Ges, il Figlio tuo morto e risorto per noi (cf. Gv 17,3). Chi legge questa parabola corre il pericolo di chiudersi nella tristezza: si riconosce col peccato del minore e in pi con quello del maggiore. Dobbiamo invece guardare nel cuore del Padre che sempre fa festa per il Primogenito, perduto per noi e ritrovato. Questa la salvezza nostra: la gioia piena di Dio! 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges che accoglie tutti i peccatori e mangia con loro. c. Chiedo ci che voglio: gioire con lui che ha trovato la pecora smarrita. d. Traendone frutto, guardo, ascolto, osservo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. 4. Passi utili

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Sal 103; Lc 7,36-51; 14,1-6; 18,9-14; 19,1-10; Giona; Galati.

95. CHE FAR? (16,1-9) Ora diceva anche ai discepoli: Cera un uomo ricco che aveva un amministratore, e costui gli fu accusato come uno che dilapidava ci che apparteneva a lui. 2 E, chiamatolo, gli disse: Che questo che odo di te? Rendi conto della tua amministrazione: non puoi infatti amministrare oltre. 3 Ora disse tra s lamministratore: Che far, che il mio Signore mi toglie lamministrazione? Zappare, non ho forza, mendicare, mi vergogno! 4 Ora so che far perch quando sar trasferito dallamministrazione
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mi accolgano nelle loro case. 5 E, chiamato a s ciascuno dei debitori del suo Signore, diceva al primo: Quanto devi al mio Signore? 6 Egli disse: Cento barili dolio. Ed egli gli disse: Accogli le tue scritture e, seduto, scrivi veloce: cinquanta. 7 Poi a un altro disse E tu quanto devi? Egli disse: Cento misure di frumento. Egli disse: Accogli le tue scritture e scrivi: ottanta. 8 Ed elogi il Signore lamministratore dellingiustizia, perch sapientemente aveva fatto. Perch i figli di questo secolo sono pi saggi dei figli della luce verso la loro generazione. 9 E a voi dico: Fatevi amici col Mammona dellingiustizia; perch, quando cessi,
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vi accolgano nelle tende eterne. 1. Messaggio nel contesto La parabola del c. 15 dice quanto fa per noi colui che benevolo con tutti i disgraziati e i cattivi (6,35). Questa risponde alla domanda: che fare noi, chiamati a diventare come lui (6,36)? La risposta implicita nei due termini usati per indicare Dio e luomo, chiamati rispettivamente il Signore (4 volte) e lamministratore (7 volte). Ma luomo un amministratore ingiusto, perch si fatto padrone di ci che non suo. Per ora conosce Dio: sa che tutto dona e perdona. Di conseguenza sa che fare anche lui: condonare ci che in fondo non suo. La scena si svolge ancora a quella mensa dove Ges conmangia con i peccatori (15,1). Dopo aver rivelato il cuore del Padre ai giusti che lo criticano (15,2ss), ora rivela ai discepoli luso corretto dei beni del mondo. Il c. 16, incluso tra le parabole delluso sapiente (lamministratore saggio) e luso stolto dei beni (il ricco epulone), parla dellamministrazione concreta della propria vita. Toccandone i vari aspetti, le istruzioni si prolungano fino a 17,10, quando Ges riprende il suo viaggio. Il tema di questa sezione la vita nuova nello Spirito. Chi conosce il giudizio di Dio in Ges non pi come il possidente insipiente, che sbaglia nel sapere che fare
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(12,16ss). Non neanche come il ricco mangione, che ignora cosa bisognava aver fatto (vv. 19ss). Illuminato dalla sapienza del vangelo, come lamministratore fedele e sapiente associato alla gloria del suo Signore (cf. 12,42ss). Il centro del brano lelogio dellamministratore (v. 8), che sfocia nellesortazione ad agire come lui (v. 9). La parabola ci insegna Che anche i beni materiali vanno gestiti per quel che sono, secondo la loro natura di dono. Luca sa che ci che abbiamo accumulato frutto di ingiustizia; non labbiamo fatto propriamente per puro amore di Dio e del prossimo! Sa anche che continuiamo a vivere in un mondo che avanza sullo stesso binario. In tale situazione siamo chiamati a vivere con il criterio opposto a quello dellegoismo. Abbiamo capito che fare: i beni sono un dono del Padre da condividere tra i fratelli. Questo il senso dellanno giubilare, la cui osservanza condizione per restare nella terra promessa. Lattivit di Ges, che inizia e finisce di sabato (4,16; 23,56) e si svolge nellarco di sette sabati, descritta da Luca come realizzazione dellanno giubilare. Lascolto della sua parola ne attualizza oggi il compimento (4,21). La comunit cristiana lerede legittimo della terra promessa perch continua il sabato senza fine che ha in Ges il suo principio (cf. At 2,42-48; 4,32-37; Dt 15). Questa parabola sconcerta un poco lettori e commentatori. Sembra oscura. In realt chiara: il Signore elogi lamministratore sapiente che cominci a donare, come biasim la stoltezza del padrone insipiente che continu ad
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accumulare (12,16ss). Il racconto probabilmente desunto da un fatto di cronaca: un amministratore, accusato dalla sua avidit eccessiva ormai insostenibile, trova conveniente iniziare un nuovo tipo di rapporto, quello del dono. Gli necessario per vivere quando sar finita la sua amministrazione. Tale astuzia di uno dei figli di questo mondo ci svela la vera sapienza che manca ai cosiddetti figli della luce e illustra il tema della misericordia, caro a Luca: a chi perdona, sar perdonato; a chi d, sar dato (6,37s). Sappiamo inoltre che la carit copre una moltitudine di peccati (1Pt 4,8), perch chi dona al povero, fa un prestito a Dio (Pro 19,17). Per questo meglio praticare lelemosina che mettere da parte oro (Tb 12,8). Infatti salva dalla morte e purifica da ogni peccato (Tb 12,9). 2. Lettura del testo v. 1: Ora diceva anche ai discepoli. Listruzione, prima diretta agli scribi e ai farisei, ora si rivolge ai discepoli. un uomo ricco. Il Signore lunico ricco, al quale appartiene la terra e quanto contiene, luniverso e i suoi abitanti (Sal 24,1). La stessa espressione usata anche per lo stolto possidente (12,16ss), che ha messo lio al posto di Dio. Questo il principio della sua stoltezza.
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amministratore. Tutti noi siamo semplici amministratori: Cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se lhai ricevuto, perch te ne vanti come non lavessi ricevuto? (1Cor 4,7). Lamministratore deve agire secondo la volont del suo padrone. Cos anche noi dobbiamo agire secondo la volont di colui che ci vuole simili a s, il Padre che tutto ci dona perch condividiamo coi fratelli. Grande la perversit del possesso: nega la verit delluomo come creatura. quella di Dio come creatore, e quella di ogni cosa come dono suo a noi. ateismo pratico e principio di decreazione, che stacca la vita dalla sua sorgente. fu accusato. Laccusatore, che ci accusa davanti al nostro Dio giorno e notte (Ap 12,10), Satana. Ma anche la Legge ci accusa di peccato, perch non usiamo dei doni secondo la volont del Padre. dilapidare. Come il fratello minore (15,13), ogni uomo peccatore e dilapida i suoi beni lontano dal Padre. v. 2: chiamatolo. La chiamata al rendiconto la morte, che pone luomo davanti a Dio per verificare se diventato simile a colui del quale immagine. La vita si pu valutare solo dal suo fine. Senza questo sono impossibili la moralit e la libert.

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che questo che odo di te?. Laccusa ci porta a prendere coscienza del nostro male davanti a chi tutto vede e ascolta. Rendi conto. La morte il rendiconto della vita. Allamministratore, come al fico, Dio accorda del tempo anzi, tutto il tempo, che lanno della sua pazienza e fatica! per rimediare alla cattiva gestione (cf. 13,6ss). La presa di coscienza della morte porta a vivere il presente come momento della conversione. Lamministratore sar lodato perch lha compreso. questo il momento favorevole, il giorno per decidersi alla salvezza (2Cor 6,2). non puoi amministrare oltre. la prospettiva di quando sar passato il tempo presente. Porsi sul letto di morte, e fare ora quello che allora si desidererebbe aver fatto: questo un buon criterio di scelta. v. 3: Che far... ?. Luomo lunico animale che, come ha coscienza della propria morte, ha la responsabilit personale del proprio fine. Gli altri sono gi programmati per la conservazione della specie. Qui si tratta del cosa fare ora alla luce del rendiconto futuro. Tale domanda, gi posta al Battista (3,10.12.14) e a Ges (10,25), sar posta anche a Pietro (At 2,37; cf. 16,30). la stessa delluomo ricco (12,17), che sbaglia per la risposta. Infatti non si considera da Dio e per Dio. Per questo, mosso dalla paura della morte, si getta in braccio ad essa.
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il mio Signore mi toglie lamministrazione. Minaccia mortale per il ricco possidente, invece la beatitudine dellamministratore fedele e sapiente. Infatti il primo fa dipendere la vita da ci che ha, e considera la venuta del Signore come un ladro (12,39). Il secondo fa dipendere la vita da ci che d, e lo attende per essere messo a capo di tutti i suoi averi (12,42ss). Zappare, non ho forza. Tranne Dio (cf. 13,8s), nessuno ha la forza per zappare attorno al fico sterile perch porti frutto. Nessun fratello maggiore, con il sudore della propria fronte, in grado di guadagnarsi la salvezza e mangiare il pane del Regno. mendicare, mi vergogno. Non posso salvarmi da solo. Ma non posso neanche attendere la salvezza senza far nulla. una vergogna per il figlio mendicare ghiande. Deve piuttosto tornare a essere figlio. La strada fare la volont del Padre. Ora, dopo la parabola della misericordia, questa chiara. v. 4: Ora so. A differenza delluomo ricco e insipiente, questo amministratore sa che fare. In realt noi credenti siamo peccatori come gli altri, e viviamo nello stesso mondo, avendo vissuto allo stesso modo! Per abbiamo riconosciuto e creduto allamore che Dio ha per noi (1Gv 4,16): abbiamo sperimentato la misericordia del Padre.

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che far. La conoscenza di ci che il Padre ha fatto con me, principio della mia azione con i fratelli (cf. 6,27ss): sono chiamato a diventare misericordioso come lui (6,36). Chi non sa che fare ancora come quelli che mettono in croce Ges: non sanno quello che fanno (23,34). quando sar trasferito dallamministrazione. Lazione presente procura la salvezza futura, quando la morte ci far passare dallamministrazione dei suoi beni alla partecipazione della sua vita. Ogni fare sensato in prospettiva del futuro. Diversamente, non resta come criterio dazione che la necessit e il piacere. Luomo regredisce a livello di bestiolina, fino a non distinguere pi la sinistra dalla destra. Tale stoltezza lapice del peccato (cf. Mc 7,21s): toglie il discernimento e la capacit di agire con libert. mi accolgano. Essere accolto significa essere amato: il bisogno fondamentale delluomo per vivere. Per questo Dio accoglienza (= viscere, utero). nelle loro case. Sono le case dei debitori ai quali condoniamo: sono i poveri e i piccoli, come Lazzaro (16,19ss). Le loro case sono diventate la casa di Dio, da quando lui, per accogliere tutti, si fatto il pi piccolo di tutti e bisognoso di accoglienza. Diventano nostro rifugio. v. 5: Quanto devi al mio Signore?. Il debito non mai con noi, ma sempre con lui. Tutto suo!
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v. 6: cento/scrivi cinquanta. Lamministratore, dopo il c. 15, sa che il Padre dona e perdona tutto: usabile sopra i disgraziati e i cattivi (6,35). Quindi fa altrettanto, cosciente che con la misura con cui misurer, gli sar rimisurato (6,38). Solo il Padre dona tutto e condona cento. Noi siamo in grado di imitarlo secondo la misura di grazia ricevuta. Limportante entrare in questo circolo di grazia. Questo vale anche dei beni materiali. veloce. Non c tempo da perdere in questazione di misericordia che ci ricongiunge al Padre e ai fratelli. Siamo consapevoli del momento (Rm 13,11): il tempo ormai s fatto breve (1Cor 7,29), e bisogna accordarsi mentre siamo ancora per via (Mt 5,25). Non c altro che il presente per guadagnarsi il futuro. In questo breve tempo si gioca il risultato definitivo. v. 7: a un altro. Bisogna praticare questo condono non una sola volta, ma sempre unaltra volta ancora. cento/scrivi ottanta. Questa volta il perdono riesce pi difficile: condona venti invece che cinquanta! v. 8: elogi il Signore. La parola elogiare rara nel NT: esce solo cinque volte. Qui il Signore elogia lamministratore disonesto perch dona. La sua disonesto consiste nellindebita appropriazione precedente, non in quanto fa ora.
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Donando ci che dono, mostra di aver capito il cuore del Padre. lamministratore dellingiustizia. Qui in terra siamo e restiamo amministratori di ingiustizia, ossia di beni accumulati contro la volont del Padre che li vuole distribuiti. Luca non si illude che il mondo cambi prima della fine. Ma proprio in questo mondo ingiusto dobbiamo vivere con sapienza evangelica, invertendo la tendenza insipiente allaccumulo in quella del dono. La salvezza non sta tanto nel cambiare realt - quella che ! - ma nel viverla col lievito opposto a quello che la rende ingiusta. Perch i figli di questo secolo, ecc.. La vita una lotta tra i figli di questo secolo e i figli della luce. Come quelli sanno discernere il loro interesse, cos anche noi dobbiamo discernere la volont del Padre. v. 9: Fatevi amici col Mammona dellingiustizia. La parola Mammona appare in tutta la Bibbia solo in questo capitolo (vv. 9.11.13) e in Mt 6,24. Indica la propriet, in denaro o in beni, detto ingiusto perch il possesso e laccumulo sono contrari alla volont di Dio. il patrimonio cattivo che tutti abbiamo. Ora va gestito secondo la sua volont. Come laccumulo ci ha fatto nemici di lui e tra di noi, cos la ridistribuzione ci rif amici con lui e tra di noi. Lelemosina nel NT la nuova giustizia: ci rif figli e fratelli,
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e introduce la vita di ogni giorno nellanno sabatico. Invece di purificare il piatto, date in elemosina quel che c dentro, ed ecco, tutto per voi sar mondo (11,41). quando cessi. Quando viene la morte - e non prima! cessa la nostra amministrazione ingiusta. Limportante utilizzare il presente per arricchire davanti a Dio con lelemosina, invece che tesorizzare per s con laccumulo (12,21). nelle tende eterne. Le case del v. 4 sono ora le tende senza tempo, la presenza stessa della Gloria tra gli uomini. Attraverso la misericordia, non solo luomo torna dallesilio alla casa del Padre; Dio stesso viene ad abitare in lui e ne fa la sua dimora. Infatti egli diventa figlio dellAltissimo (6,35), come Ges, in cui abita corporalmente tutta la pienezza della divinit (Col 2,9). 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges a mensa coi peccatori. c. Chiedo ci che voglio: non impadronirmi dei beni di questo mondo, ma usarli a vantaggio dei fratelli. d. Traendone frutto, medito sulla parabola, immedesimandomi con lamministratore infedele.
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Ponendomi sul letto di morte, davanti al giudizio di Dio, che uso avrei voluto fare dei miei beni? 4. Passi utili Lv 25; Dt 8,7-20; 15; Lc 12,13-21; 16,19-31; 19,1-10; At 2,42-48; 4,32-37.

96. NON POTETE ESSERE SCHIAVI DI DIO E DI MAMMONA (16,10-15)


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Il fedele nel minimo anche nel molto fedele, e lingiusto nel minimo, anche nel molto ingiusto. 11 Se dunque nellingiusto Mammona non diveniste fedeli, la cosa vera chi vi affider? 12 E se in ci che altrui non diveniste fedeli,
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ci che vostro, chi vi dar? 13 Nessun domestico pu essere schiavo di due signori: poich o luno odier e laltro amer o terr davanti luno e disprezzer laltro. Non potete essere schiavi di Dio e di Mammona. 14 Ora ascoltavano tutte queste cose i farisei, che sono amanti del denaro, e lo sbeffeggiavano. 15 E disse loro: Voi siete quelli che giustificano se stessi al cospetto degli uomini: ma Dio conosce i vostri cuori, poich ci che tra gli uomini () elevato, () abominio al cospetto di Dio. 1. Messaggio nel contesto La parabola precedente ci esortava a passare dalleconomia dellaccumulo a quella del dono, per diventare come il Padre (6,36): viviamo nel mondo ma non siamo del mondo (Gv 17,15ss). Questo brano uno sviluppo soprattutto del v. 9: fatevi amici coi Mammona dellingiustizia. I vv. 10-12 mostrano come, amministrando debitamente la realt terrestre (chiamata il minimo, lingiusto Mammona, ci che altrui), ci
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procuriamo quella celeste (chiamata il molto, la cosa vera, ci che vostro). Il v. 13 pone la vera alternativa: o Dio o Mammona. Il fine della vita non pu essere che uno solo. I vv. 14-15 parlano del peccato di chi punta sul danaro. labominio della desolazione: lidolo tiene il posto di Dio. Il centro del brano il v. 13, che va contro la tentazione di tenere il piede in due scarpe. Mentre i vv. 10-12 dicono di non demonizzare i beni, e i vv. 14-15 di non assolutizzarli, il v. 13 ricorda che Dio lunico Signore e deve esserlo in realt. La parola ricorrente, soprattutto nei primi versetti, fedele/affidare, che ha la stessa radice di fede. La fede in Dio si gioca nella fedelt in ci che egli ci ha affidato. C una falsa astuzia che fa porre la fiducia, invece che nel Creatore, nelle creature. una perversione che fa dei mezzi il fine, e ci riduce a servire ad essi invece di servircene. Questa falsa astuzia fa ritenere il benessere e il progresso materiale come fine delluomo e del suo vivere sociale. Ma una vista miope, che non tiene conto della verit, porta a operare lingiustizia e a sacrificare il vero bene delluomo, compreso quello materiale. La vera astuzia di chi sa che tutto ci che c dono di Dio, ed un mezzo per entrare in comunione con il Padre e con i fratelli. Per questo vive in rendimento di grazie e in spirito di condivisione. I beni, che luomo stima di tanto valore, sono una cosa minima rispetto al vero bene. Daltra parte sono necessari per conseguirlo: il nostro futuro si decide qui e ora nelluso
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corretto che ne facciamo. In questo, pi che nei pii sentimenti, si esprime la nostra fedelt a Dio. Il fallimento delluomo consiste nellamare ci che non loggetto del suo cuore. 2. Lettura del testo v. 10: fedele nel minimo. Tutti i beni del mondo, per quanto valore abbiano, sono in realt una cosa minima; come un anello di fidanzamento rispetto al fidanzato. Tuttavia la nostra beatitudine infinita dipende dalla fedelt con cui li amministriamo. Infatti lamministratore fedele e saggio sar messo a capo di tutti i beni del suo Signore (12,42ss), mentre il possidente vorace e stolto scava un abisso invalicabile tra s e la felicit (v. 26). La fedelt nel minimo consiste nellamministrare i beni come mezzi per condividere coi fratelli; linfedelt invece nel possederli come fine, e accumularli per dividersi da loro. Questa fedelt nel minimo non consacra lingiustizia del mondo, punteggiandola con qualche briciola di assistenziatismo. uninversione di tendenza: un criterio radicalmente opposto, paziente e storico, di gestire la vita. Luca non sottovaluta o squalifica i beni come cattivi. Li considera invece nella loro natura di dono del Padre ai figli, e tale vuole che tornino ad essere. Seppur chiamati minimi, in essi si gioca il massimo dei valori.
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nel molto fedele. Il molto la vita di Dio, la sua paternit che viviamo nella fraternit concreta. Condividere le cose minime il seme del Regno, che germoglia nel grande albero. lingiusto nel minimo, anche nel molto ingiusto. Ingiusto il contrario di fedele. Fedele chi si fida del Signore e compie la sua volont. Ingiusto chi, non fidandosi di lui, non compie la sua volont. Si ribadisce in negativo ci che detto positivamente nella prima parte del versetto: come la conformit a Dio, cos la difformit da lui si realizza nelle cose spicciole. Il molto si vive tutto nel minimo! v. 11: nellingiusto Mammona. (cf. v. 9: Mammona dingiustizia). Mammona significa patrimonio, beni, danaro. chiamato ingiusto perch frutto di quellaccumulo che contro la volont del Padre. Lingiusto Mammona c di fatto. Non bisogna far finta che non ci sia, o fare come se non ci fosse. Il problema : che fare, o meglio, che farne? non diveniste fedeli. la risposta! Da infedeli, che lhanno stoltamente accumulato, siamo chiamati a diventare fedeli, donandolo secondo la sapienza del vangelo. un cammino progressivo, che sfocia nel gesto di Zaccheo. Ci che frutto e causa di ingiustizia nellaccumulo, diventa strumento di fedelt nel dono.

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la cosa vera. Lingiusto Mammona un falso bene: non fa arricchire davanti a Dio (12,21). un tesoro che la vita usura passando, e la morte ruba venendo. La morte, oltre che il ladro che ce lo ruba, il tarlo che lo corrode per tutta la vita (cf. 12,33). Di questo falso bene non se ne riempie la mano il mietitore, n il grembo chi raccoglie covoni: come lerba dei tetti che prima che sia staccata, dissecca (Sal 129,6s). La cosa vera il vero tesoro, inesauribile, misterioso nei cieli (cf. 12,33). la nostra vita, ormai nascosta con Cristo in Dio (Col 3,3). il nostro vero nome di figli: il nostro essere come il Padre, che ci viene donato nella misura in cui, invece di accumulare, siamo in grado di dare: date, e sar dato a voi: una misura bella, pigiata, scossa, sovrastraripante daranno nel grembo vostro. Poich, con la misura con la quale misurate, sar misurato a voi (6,38). v. 12: ci che altrui. Niente di ci che abbiamo nostro. Noi siamo semplici amministratori. Sbaglia chi si considera padrone. ci che vostro, chi vi dar?. interessante notare come ci che ci appartiene gi nel presente (ci che nostro), insieme anche un dono, e per di pi futuro (chi vi dar). Ci che ora non nostro, ci serve per conseguire ci che pi nostro, ed il dono del Padre: la nostra stessa identit di suoi figli. Il presente tutto aperto sul futuro. I due stanno tra di loro come semina e raccolto, lavoro e frutto.
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v. 13: domestico. Luomo non mai padrone: sempre un domestico, in casa di un altro. Ha bisogno di essere accolto e ospitato, e non trova s se non presso laltro. Infatti ha il suo centro fuori di s, in ci verso cui lo porta il peso del suo desiderio. Fatto per amare, la sua natura diventare ci che ama. due signori. Luomo conteso tra due signorie. Sono incompatibili tra di loro come morte e vita, egoismo e amore, possesso e dono, schiavit e libert. Luna il regno delle tenebre (22,53), del forte che ha tutto in suo potere (4,6), e domina mediante la bramosia di ricchezze, di potere e di gloria. Laltra il regno dei figli della luce (v. 8), il regno del pi forte che vince il forte (11,22), e si mette a servizio delluomo nella povert, nellumiliazione e nellumilt. odier/amer. Lamore per il Signore odio per il possesso, che nega il Signore Lamore per il possesso odio per il Signore, che si fatto povero. Egli vuole essere amato di amore unico e totale (10,27). Ogni altro amore non solo prostituzione: infedelt e adulterio (cf. Ez 16,31s): Gente infedele! Non sapete che amare il mondo odiare Dio? (Gc 4,4). terr davanti/disprezzer. Luomo diventa ci dinanzi a cui sta: ne rispecchia limmagine. Per questo tiene davanti ci che ama, per diventare uno con esso; e allontana dagli occhi ci che disprezza, per non esserne assimilato. Ci che gli sta
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davanti il suo fine, che lo conforma a s. La perversione di Mammona quella di diventare fine delluomo, suo idolo che lo rende simile e s (cf. Sal 115,4-8). Questo il suo fallimento (= peccato), perch fatto per amare Dio, suo principio. adulterio, che adultera la sua essenza di uomo. non potete essere schiavi di Dio e di Mammona. la vera alternativa, il bivio al quale non si possono seguire due vie. Luca colpisce qui il tentativo di conciliare linconciliabile. Schiavo colui che appartiene a un altro. Lappartenenza per amore a Dio il livello pi alto di libert. Lappartenenza a Mammona per egoismo la schiavit totale. Colui che servi, diventa il tuo dio. Ma di Dio ce n uno solo. facile tentare ingenuamente di servire insieme Dio e Mammona, ponendoli su due piani diversi. I beni sono mezzi necessari per vivere... quindi se ne fa un fine, almeno intermedio! Ma i beni non sono innanzitutto dei mezzi necessari per vivere di fatto si pu e si deve morire! Servono invece per vivere sensatamente, cio secondo il fine, che quello di amare il Padre amando i fratelli. Accumulando oggi laria di domani, non respiro meglio: muoio in anticipo, e soffocato! Nel tentativo di garantire il dominio sul futuro, i mezzi oggi sono diventati cos complessi e sofisticati che luomo vi si smarrisce. Non ha pi la capacit di controllarli. Rischia di esserne dominato e sacrificare loro la propria vita. un inganno diabolico! Giova qui rileggere ci che s. Ignazio pone come Principio e Fondamento degli Esercizi Spirituali: Luomo creato per lodare, riverire e servire Dio
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nostro Signore e per salvare, in questo modo, la propria anima. Le altre cose sulla faccia della terra sono create per luomo affinch lo aiutino al raggiungimento del fine per cui stato creato. Da qui segue che luomo deve servirsene, tanto quanto laiutano a conseguire il fine per cui stato creato e tanto deve liberarsene quanto glielo impediscono. Per questa ragione necessario rendersi indifferenti verso tutte le cose create (in tutto quello che permesso alla libert del nostro libero arbitrio e non le proibito), in modo da non desiderare da parte nostra pi la salute che la malattia, pi la ricchezza che la povert, pi lonore che il disonore, pi la vita lunga che quella breve, e cos in tutto il resto, e desiderando e scegliendo solo ci che pi ci porta al fine per cui siamo stati creati. v. 14: i farisei, che sono amanti del denaro. Amanti del denaro esce solo qui e in 2Tm 3,2, dove si parla degli ultimi tempi, quando gli uomini saranno amanti di s, amanti del denaro, vanagloriosi e superbi. il lievito dei farisei: lipocrisia o protagonismo proprio di chi ignora Dio e vuole usurparne il posto. il peccato, principio della fine del mondo: vera idolatria (Ef 5,5), radice di tutti i mali (1Tm 6,10), che distrugge luomo e le cose. sbeffeggiavano (alla lettera: arricciare il naso). Lo deridono. Le sue parole sono stolte e pazze, di uno che fuori dal mondo! Lo stesso vocabolo esce anche in 23,35, ai piedi della croce, dove Ges porta a compimento quanto qui
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dice. Questa derisione sicura e sprezzante la tentazione suprema, il diavolo che ritorna alla sua ora (cf. 4,13; 22,53; Sap 2,18ss). Il credente sa che il Cristo salva non con Mammona e il potere, ma con la povert e la debolezza della sua croce. Per questo da ricco che era si fece povero per arricchire noi con la sua povert, e fu crocifisso per la sua debolezza (2Cor 8,9; 13,4). A questo riso di autosufficienza risponde lahim per voi, che ora ridete, perch sarete afflitti e piangerete (6,25; cf. vv. 19-31: il ricco epulone). Dice Giacomo 5,1 s: E ora a voi ricchi: piangete e gridate per le sciagure che vi sovrastano! Le vostre ricchezze sono imputridite. v. 15: Voi siete quelli che giustificano se stessi al cospetto degli uomini. Noi non siamo come i figli della sapienza che si convertono (cf. 7,35). Abbiamo il peccato di chi cerca la gloria degli uomini: lautogiustificazione. Essa impedisce la fede (Gv 5,44), che la giustificazione di Dio in Cristo. Nella Bibbia Giona ne lesemplare pi illustre: preferisce morire piuttosto che porre la misericordia di Dio a fondamento della vita. Questo peccato, frutto dellignoranza di Dio, si copre delle varie foglie di fico di cui ogni uomo, da Adamo in poi, abile e avido ricercatore. Il denaro e il potere ne sono i fornitori. Dio conosce i vostri cuori. ingiustizia (11,39). Sono pieni di rapina e di

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ci che tra gli uomini () elevato. Ci che conta, per il mondo e le sue concupiscenze (cf. 1Gv 2,16), lavere, il potere e lapparire di pi. abominio. un termine tecnico: indica il male escatologico, lantidio dei tempi finali, lidolo che occupa il posto di Dio. Lamore del denaro in realt lanticipazione quotidiana della fine del mondo: se la creazione dono, il possesso principio di decreazione (1Tm 6,10; cf. Ef 5,5). Servire Mammona invece di Dio significa costruire pazientemente la fine del mondo, annegare il cosmo nel caos. Presto o tardi lidolo, davanti a Dio, si spezzer come Dagon (1Sam 5,1ss). 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando ancora Ges a mensa coi peccatori, che li istruisce sulluso dei beni. c. Chiedo ci che voglio: saper usare di tutto ci che ho e sono tanto quanto mi serve per raggiungere il mio fine, che amare Dio e il prossimo. d. Mi esamino sulle parole del Signore, considerando come la mia vita presente, nella sua quotidianit, la semina del mio futuro definitivo.
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4. Passi utili Sal 49; 73; 115; Ef 5,5; 1Tm 6,10; Gs 24,14-24.

97. LADULTERIO (16,16-18)


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La Legge e i Profeti fino a Giovanni. Da allora il regno di Dio evangelizzato e ognuno ad esso forzato. 17 Ora pi facile che cielo e terra passino piuttosto che un solo apice della Legge cada. 18 Chiunque scioglie la sua donna e sposa unaltra commette adulterio; e chi sposa una ripudiata da un uomo, commette adulterio. 1. Messaggio nel contesto Alla domanda: che fare per ereditare la vita eterna? (10,25), Ges aveva gi risposto con la parabola del samaritano,
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concludendo: Va e fa lo stesso (10,37). La nuova Legge la misericordia. Illustrata nel c. 15 come il volto del Padre che il Figlio rispecchia sul suo, essa pervade la vita delluomo, toccandone tutti gli aspetti, compreso quello economico (vv. 1-15). Ora si mostra il suo rapporto con lantica Legge. Insieme transitoria e permanente, essa sta alla nuova in continuit e discontinuit, come la promessa al compimento. Fino a Giovanni dur la Legge e lo sforzo, lodevole ma inefficace, di osservarla per entrare nel Regno. Dopo di lui inizia il vangelo che forza con dolcezza tutti a entrarci (v. 16). Ma la misericordia non annulla la Legge: la forza per compierla pienamente (v. 17). Il v. 18 applica questa nuova Legge al matrimonio. Essa infatti abbraccia tutta la vita umana, introducendo la benedizione del dono l dove era entrata la maledizione del possesso. la guarigione dal peccato originale: il nuovo rapporto con il Padre ne produce uno nuovo con s, con le cose e le persone. La misericordia, compimento perfetto della Legge, riporta dalla terra di sudore allEden, in armonia con Dio e con se stessi, con tutto e con tutti. Lindissolubilit del matrimonio sembra andar oltre e radicalizzare la Legge. In realt vangelo, buona notizia che ci donato ci che ci era impossibile. 2. Lettura del testo
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v. 16: La Legge e i Profeti fino a Giovanni. La Legge ricorda i doveri e manifesta le inadempienze. I profeti richiamano quelli e denunciano queste. Il pi grande e ultimo di tutti Giovanni (7,28), soglia tra lattesa e il compimento. Anchegli ha richiamato a convertirsi dal possesso al dono (3,3-18): il senso genuino e profondo della Legge. Ma tutti, fin dal principio, abbiamo prevaricato. Per questo la porta della salvezza stretta (14,24): tanto stretta, che restiamo fuori tutti. In questo senso la Legge pedagogo a Cristo (Gal 3,24): ci porta a riconoscere il bisogno della sua grazia. da allora il regno di Dio evangelizzato. Dopo Giovanni inizia la nuova epoca, quella del vangelo: il Regno, nel quale nessuno entra per i propri meriti, donato agli impediti e agli esclusi. Non stipendio alla nostra giustizia, ma premio alla nostra conversione. Si richiede solo lumilt di accettarlo. Per questo occorre riconoscere la propria miseria e gridare alla sua misericordia. Al tempo della Legge, durato fino a Giovanni, successo quello della grazia. Prima cera lo sforzo per conseguire la giustizia impossibile. Ora c la gioia di aprire la mano al dono. Questa la nuova e definitiva conversione che Ges annuncia. ognuno ad esso forzato. Il Padre non ha figli da buttar via: li ama tutti e ognuno, e vuole che la sua casa sia piena. Per questo li forza con la sua dolcezza ad entrare al banchetto (cf. 14,23: costringi a entrare). Alla fatica delluomo nel
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tempo della Legge, nel tempo del vangelo succede la fatica di Dio - penosa fino alla croce - per indurre liberamente tutti ad entrare nel Regno! v. 17: Ora pi facile che cielo e terra passino. Tutto il mondo davanti a Dio come polvere sulla bilancia: svanisce come stilla di rugiada antelucana al sole (Sap 11,22). Piuttosto che un solo apice della Legge cada. Ma la parola di Dio stabile come il cielo (Sal 119,89), e la sua fedelt dura in eterno (Sal 117,2). Dopo il c. 2, la Leg ge (nmos) esce, oltre che qui, solo prima della parabola del samaritano (10,26) e dopo la croce e la risurrezione (24,44). Ges, rivelando la misericordia del Padre, non sconfessa la Legge, ma la compie fino in fondo e per sempre. Se il pieno compimento della Legge lamore (Rm 13,10), lui, il samaritano, lha compiuta pienamente morendo per noi: Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mos, nei profeti e nei salmi (24,44). La Legge non abolita. giusta, anche se noi siamo tutti ingiusti e la lasciamo cadere tutta! Essa ci condanna per convincerci di ingiustizia e farci accettare la giustificazione dellunico Giusto, che lha compiuta per tutti, Ges Cristo. Una volta che abbiamo accettato la grazia della giustificazione, non che viviamo poi nellimmoralit. Siamo invece in grado di osservare una legge ancora pi esigente: diventare misericordiosi come il Padre (6,36). Ci che prima era impossibile, ora spontaneo per il dono del cuore nuovo.
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Con Ges nasce unalleanza nuova, che non pu pi essere rotta perch unilaterale. v. 18: Chiunque scioglie la sua donna. Dice Dt 24,1: Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che essa non trovi grazia ai suoi occhi, perch egli ha trovato in lei qualcosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa. Nellantica cultura patriarcale, il matrimonio sanciva il possesso della donna da parte delluomo, che laveva comprata dalla sua famiglia con regolare contratto. Ma in principio non era cos (Mc 10,5): lunione maschio-femmina immagine e somiglianza di Dio (Gn 1,27), specchio di quella tra lui stesso e luomo. Adamo la sposa di Dio, creato per amarlo con tutto il cuore, con tutta la vita (cf. 10,27), come da lui amato per primo. Luomo destinato a fare con Dio una carne sola, come in Ges, prototipo di ogni creatura. Lamore infatti porta allunit. Il matrimonio rispecchia tra gli uomini ci che Dio in s: amore. Questo consiste nel ricevere il proprio io donandosi allaltro e unendosi con lui. Dio infatti unit damore tra Padre e Figlio, nel reciproco donarsi lessere se stesso dallaltro. Per questo non bene che luomo sia solo (Gn 2,18), perch, essendo immagine di Dio, realizza se stesso solo nellaltro. Grande il mistero del matrimonio: lo dico in riferimento a Cristo e alla chiesa (Ef 5,32).
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La legislazione sul divorzio in Israele serviva a tutelare il pi debole dagli arbitri del pi forte. Mos lo concesse, dice Ges, come denuncia della durezza di cuore (Mc 10,5). Il divorzio un male che si inserisce nel grande male del possesso, fallimento del dono. e sposa unaltra. Ladulterio si consuma non nello scioglimento del matrimonio, ma nel passare ad altre nozze. Si rompe la caratteristica fondamentale dellamore che essere di, appartenere a uno con la fedelt stessa di colui che per sempre fedele. commette adulterio. Ges denuncia chiaramente il male, perch annuncia il per-dono: giustifica il peccatore, ma condanna il peccato (cf. Gv 8,11), a differenza di noi che giustifichiamo il peccato e condanniamo il peccatore. Con lui il matrimonio torna ad essere come era al principio: sacramento - segno e realt - dellamore fedele di Dio per luomo. La nuova Legge, oltre che il rapporto io-Dio (c. 15) e io-mondo (16,1-15), tocca anche il rapporto io-altro, in quellalterit feconda che forma lunit maschio-femmina. un mistero di morte allegoismo e di risurrezione nellamore. I discepoli notano che, se cos, non conviene sposarsi (Mt 19,10). Infatti il matrimonio figura transitoria di ci che rimane per sempre (cf. 1Cor 7,1ss). Lunione vera delluomo quella con Dio, cantata dal Cantico dei Cantici. Per questo vi sono alcuni che si son fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi pu capire, capisca (Mt 19,12).
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La gravit delladulterio sta nel fatto che, come chi fedele nel minimo lo nel molto, cos chi infedele nel minimo lo nel molto (v. 10): la fedelt o meno al partner fedelt o meno a Dio. Il rapporto con Dio, se mediato dalle cose, lo a maggior ragione dalle persone. Nel matrimonio si giunge dal dono dei beni a quel bene che il dono di s. il sommo bene di chi ama, e insieme il compimento perfetto della Legge. Infatti, donando le cose e donando se stesso, luomo diventa come Dio, che dona ogni bene ed il sommo bene che si dona. I profeti hanno sempre denunciato linfedelt alla legge di Dio come adulterio. chi sposa una ripudiata..., commette adulterio. Lamore sempre sacro. Anche quando fallito, rimane un dono che non si ritrae. segno dellalleanza nuova, unilaterale, che non si nega neanche davanti al sacrificio di s. L anzi realizza tutta la sua potenzialit, immolandosi. La fedelt del matrimonio comprensibile dopo le parabole della misericordia e del perdono. In genere ci si dimentica che il matrimonio esige che uno rinneghi se stesso (9,23), per ritrovarsi nel dono allaltro. Lo si impara poi a proprie spese, passata lubriacatura iniziale. Il matrimonio un mistero di morte e risurrezione, che ci associa a Ges. Per questo egli dice: Luomo non separi ci che Dio ha congiunto (Mc 10,9). Nella nostra cultura, dove il divorzio cos diffuso, necessario richiamare la fedelt dellamore. la caratteristica della misericordia di Dio, che non viene meno davanti a
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nessun male dellamato. Diversamente non amore. Un sano rigore sui principi non pregiudica unapplicazione pi morbida. Ma non per niente utile avere le idee confuse. doveroso dire in linea di principio che male cadere dal ventesimo piano: come poi doveroso anche curare chi si fatto male cadendo dal primo gradino. I principi chiari, oltre che una forma di misericordia preventiva, sono il presupposto di una prassi di misericordia successiva. Infatti, se tutto lecito, non ce n bisogno! 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges ancora a tavola coi peccatori, dove ha raccontato le parabole della misericordia. c. Chiedo ci che voglio: la fedelt alla parola di Dio e alle esigenze della misericordia. d. Medito sul senso - della legge - del vangelo - e della fedelt nel matrimonio come vangelo. 4. Passi utili Gn 1,6-28; 2,18-25; Cantico dei Cantici; Mc 10,1-12.
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98. ORA QUI LUI CONSOLATO, TU INVECE TRAVAGLIATO (16,19-31)


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Ora cera un uomo ricco e vestiva porpora e bisso, facendo festa ogni giorno splendidamente. 20 Ora un povero, di nome Lazzaro, era gettato davanti alla sua porta, piagato 21 e desideroso di saziarsi di ci che cadeva dalla tavola del ricco. Ma anche i cani, venendo, leccavano le sue piaghe. 22 Ora avvenne che il povero mor e fu portato via dagli angeli nel seno di Abramo. Ora mor anche il ricco e fu sepolto. 23 E nellAde, levati i suoi occhi, essendo nelle prove, vede Abramo da lontano
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e Lazzaro nel suo seno; 24 e costui, gridando, disse: Padre Abramo, abbi piet di me e invia Lazzaro, perch immerga la punta dei suo dito nellacqua e rinfreschi la mia lingua perch sono divorato da questa fiamma. 25 Ora Abramo disse: Figlio, ricordati che tu ricevesti i tuoi beni nella tua vita e Lazzaro similmente i mali. Ma ora qui lui consolato, tu invece travagliato. 26 E inoltre, tra noi e voi fissato un grande abisso, cos che quanti vogliono passare da qui a voi non possono e neppure traversare da l a noi. 27 Ora disse: Ti domando allora, Padre, che lo invii alla casa di mio padre; 28 poich ho cinque fratelli, cos che testimoni a loro perch anchessi non vengano in questo luogo di prova. 29 Ora dice Abramo: Hanno Mos e i profeti,
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ascoltino quelli! 30 Ma quegli disse: No, padre Abramo; ma se qualcuno dai morti pu andare da loro, si convertiranno. 31 Ora gli disse: Se non ascoltano Mos e i profeti, neanche se uno dai morti pu risorgere, crederanno. 1. Messaggio nel contesto un dittico che si riflette capovolto su uno specchio: sotto limmagine di un ricco gaudente e di un povero sofferente; sopra la realt di un ricco in pena e di un povero nella gioia. La scena, parallela a quella del ricco stolto (12,16-21), in contrappunto con quella dellamministratore saggio (vv. 1-8). Illustra in negativo il v. 9: Fatevi amici col mammona. Non si tratta di una condanna dei ricchi e unesaltazione dei poveri di stampo manicheo. piuttosto un ammonimento ad aprire gli occhi e usare giustamente dellingiusto mammona: il possidente stolto si converta nellamministratore saggio. Si mostra per immagini quel rovesciamento di criteri gi cantato nel Magnificat e proclamato nelle beatitudinilamentazioni (1,46ss; 6,20ss). Ha torto il buon senso dei
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farisei che se la ridono di Ges (v. 14): ride bene chi ride ultimo (cf. Sal 73)! Lesistenza terrena un ponte gettato sullabisso tra linferno e il seno di Abramo. lungo larco di una vita, poi crolla. Lo si attraversa esercitando quella misericordia che allora sar invocata anche da chi lha derisa. Per prendere decisioni corrette utile porsi dal punto di vista della fine, e fare ora ci che allora si vorrebbe aver fatto. Dopo inutile pianger sul latte versato. Bisogna convertirsi oggi alla Legge e ai profeti, che dicono che fare. Da sempre lalleanza col Signore passa attraverso lamore del fratello povero (cf. Es 22,20-26; 23,6-11; Lv 25,1-17; Dt 15,1-15; 24,10-15; Am 2,6-8; Is 5,8; 10,1 -2; 58,6-10; Ger 22,13-17; 34,8-22; Tb 4,7-11.14-17; Sir 3,30-4,6 ... ). Sintetizza Giacomo 1,27: una religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo, che si regge sullamore del denaro. Questo racconto pone laldil come orizzonte dellaldiqua. Se sbagliato eliminare il secondo in nome del primo - lalienazione religiosa - ben pi sbagliato il contrario: lalienazione materialista, che, togliendo laldil, leva allaldiqua il suo senso. Presente e futuro non si negano. Stanno tra loro in contrapposizione e in continuit, come la semina e il raccolto. Degli antichi commentari considerano questo brano a met strada tra la storia e la parabola: fino al v. 23 viene narrata la vera storia delluomo vista dalla sua fine. Ci che segue
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una parabola: un serrato dialogo che si alza a sei riprese attraverso il caos invalicabile, e serve a illustrare quanto detto prima. Ges non compie un giudizio, ma un atto di correzione fraterna verso i ricchi. Non venuto per giudicare, ma per salvare. E salva accogliendo senza riserve e illuminando con sincerit. Nel ricco c chi intravede Erode: ci che elevato tra gli uomini, abominio agli occhi di Dio (cf. At 12,20-23). Guai a chi disprezza il povero e non agisce come uno che deve essere giudicato secondo la Legge nuova: II giudizio sar senza misericordia contro chi non avr usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio (Gc 2,13). Lelemosina salva dalla morte (Tb 12,9). Per questo meglio praticare lelemosina che mettere da parte oro (Tb 12,8). Per essa ci viene affidata la nostra vera ricchezza (vv. 11s): leredit dei figli di Abramo. 2. Lettura del testo v. 19: un uomo ricco. A differenza di Lazzaro, senza nome. Dio infatti conosce gli umili e ignora i superbi. Il ricco nella Bibbia lateo pratico: ha fatto di s il centro di tutto, si messo al posto di Dio. Richiama per certi aspetti Erode, vestito splendidamente (At 12,21), che banchetta (cf. Mc 6,21) e si gonfia facendosi acclamare come dio (At 12,22). il contrario di Ges, che da ricco che era, si fece povero (2Cor 8,9), si svuot di s e si fece tapino (Fil 2,7s).
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vestiva porpora e bisso. Anche Ges fu rivestito da Erode di una veste splendida. Ma per scherno (23,11). E finir nudo sulla croce (23,34). facendo festa ogni giorno splendidamente. Anche il Padre invita al banchetto per il Figlio perduto e ritrovato, morto e risorto (15,23.24.32). Ma una festa aperta ai poveri e agli esclusi (14,12-24). Lui stesso esce a consolare chi resta fuori (15,28). v. 20: un povero, di nome Lazzaro. Lazzaro significa: Dio aiuta. Il povero, che non ha nulla, ha bisogno di Dio: il suo unico aiuto. Lazzaro figura di Ges, ultimo dei poveri, che ha posto tutta la sua fiducia nel Padre, unico principio della propria vita. gettato davanti alla sua porta. Dio getta se stesso davanti alla porta del ricco per salvarlo. Il povero infatti il Signore: il pi piccolo tra voi, questi grande (9,48), e ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo dei miei fratelli minimi, lavete fatto a me (Mt 25,40.45). Dando al povero, il ricco riceve la sua vera ricchezza ed accolto nelle tende eterne (cf. vv. 9-12). Chi dona al povero, fa un prestito a Dio (Pro 19,17). Si sdebiter a suo tempo da par suo. piagato. Le piaghe, misero vestito del povero, guariscono il ricco che gliele ha procurate. Sono il male della sua incuria, e
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gli portano il bene della salvezza quando se ne cura: per le sue piaghe noi siamo stati guariti (Is 53,5; 1Pt 2,25). v. 21: desideroso di saziarsi. Saziarsi il primo desiderio di chi ha fame. La saziet, benedizione di Dio, la pienezza di vita che Ges offre ai poveri (6,21). ci che cadeva. Si tratta della mollica di pane che il ricco usa per pulirsi le mani - si mangiava senza posate. Ci che per lui superfluo, rappresenta il desiderio Supremo del povero. i cani, ecc.. Il cane ha la piet che manca al ricco: leccandolo gli medica quelle ferite che la denutrizione rende insanabili. I cani, per gli ebrei, possono essere anche i pagani: si accostano alle ferite salutari di Cristo, il samaritano che si fatto carico dei nostri mali. v. 22: il povero mor. la sorte comune di tutti i mortali. Ma la morte non democratica: non una livella. anzi principio di distinzione, il limite ultimo che individua ciascuno. Con essa finisce il tempo accordato per fare frutti di conversione. La partita conclusa, il risultato fissato. fu portato via dagli angeli nel seno di Abramo. Il povero non resta preda della morte. portato dai servi di Dio in seno ad Abramo, padre dei credenti (Rm 4,17.18). Sta con lui perch come lui: la povert lha reso simile al padre della
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fede, che ha posto in Dio la sua sicurezza di vita. La morte rivela la dignit del povero, gettato alla porta, affamato e piagato. mor anche il ricco e fu sepolto. Mentre Lazzaro portato in alto, chi ha fatto della terra la sua sicurezza, trova in essa la sua tomba. Tutta la sua vita ebbe come pastore la morte; ora gli inferi sono sua dimora per sempre (Sal 49,15). La tomba il seno della morte, lopposto del seno di Abramo, grembo della vita. v. 23: nellAde. un luogo sotterraneo, come la tana delle volpi. la dimora di chi stato astuto secondo il mondo, e non si procurato le tende eterne con il disonesto mammona (v. 9). Da l leva gli occhi in alto, verso chi non aveva mai degnato di uno sguardo. Non si dice che il ricco disprezz Dio o il povero. Solo non li aveva mai guardati, perch occupato a guardare il proprio interesse. il contrario di Ges, che gi in vita sollev lo sguardo sui poveri (6,20). Infatti si era messo allultimo posto, sotto di loro per servirli (22,27). nelle prove. Prova in greco si dice bsanos, una pietra della Lidia su cui si saggia loro strofinandolo. Infatti quel giorno prover la qualit dellopera di ciascuno (cf. 1Cor 3,13, dove si parla di una misteriosa salvezza attraverso un tormento di fuoco).
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vede. Finalmente gli si aprono gli occhi. Vede quella grande distanza che prima non aveva percepito. Questo racconto serve perch il ricco veda la realt in tempo utile per la conversione. v. 24: gridando, disse. una preghiera rivolta ad Abramo. Gli chiede quella piet che non ebbe per Lazzaro. Ma come osa chiamarlo Padre, se non ne ha riconosciuto il figlio? Il fatto che la preghiera sia impotente nelloltretomba, unesortazione a pregare ora mentre onnipotente (11,9SS). invia Lazzaro, ecc.. Lazzaro dovrebbe dar sollievo al suo tormento. Dio laveva gettato alla sua porta povero, affamato e piagato, proprio perch ne avesse piet e potesse cos venire accolto nelle tende eterne (v. 9). Perch chiedere dopo morte proprio ci che gli viene donato gi in vita? Bisogna aprire gli occhi sui poveri: la salvezza viene da loro, sacramento di Cristo, prolungamento della sua missione. Come il povero ha bisogno del ricco in vita, cos molto di pi il ricco ha bisogno del povero in morte. Ma tutto dipende da ci che ha fatto a lui in vita. divorato da questa fiamma. Lazzaro aveva fame. Il ricco divorato dalla sete che lo consuma di arsura. v. 25: Abramo disse: Figlio, ricordati. la lettura della realt dal punto di vista di Dio, che Ges aveva gi proclamato nelle beatitudini. il capovolgimento del modo
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errato che ha luomo di valutare. Tu hai avuto i tuoi beni nella tua vita, gli dice Abramo, rifacendo il verso ai miei beni, i miei magazzini, la mia vita del ricco stolto (12,17ss). Lazzaro invece ha avuto solo dei mali, e per di pi non suoi! Ora la situazione si ribalta, e in modo definitivo. Bisogna ricordarsi di questo, perch siamo portati a dimenticarlo. v. 26: fissato un grande abisso. Questo abisso stato scavato non certo da Abramo, che lo chiama Figlio (v. 25: tchnon; cf. 15,31). Lha scavato lui stesso, non riconoscendo in Lazzaro suo fratello. Se la salvezza per il maggiore accogliere il minore, per il ricco ospitare il povero. La vita terrena il tempo concesso non per fissare, ma per valicare labisso tra ricchi e poveri. Da questo dipende la salvezza dei ricchi. Il povero, gi salvato da Dio che sta di casa con lui, salva chi lo accoglie, ospitandolo a sua volta con s nelle tende eterne. passare/traversare. Larco della vita terrena un ponte effimero tra la perdizione e la salvezza. La misericordia con il povero il passaggio. Finita la vita, finito il tempo. Discernere i segni del tempo capire che il presente ci dato per questo. v. 27: Padre. Abramo padre solo di chi ha fede, e la fede di chi usa misericordia col fratello nel bisogno. Come non basta dire: Signore, Signore (6,46), cos non basta chiamare
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Abramo: Padre, padre (cf. 3,8). ascoltarlo e farne le opere.

Bisogna piuttosto

lo invii, ecc.. Non uno qualunque, bens Lazzaro dovrebbe essere inviato a bagnare il dito e ad avvisare i fratelli. In realt Lazzaro sempre inviato: i poveri li avremo sempre con noi (Mc 14,7) come inviati da Dio per salvarci. v. 28: poich ho cinque fratelli. strana questa preghiera di un morto dannato per i fratelli vivi! forse un invito ai vivi perch intercedano per i fratelli morti? Comunque lintento della parabola non quello di terrorizzare i ricchi sulla morte, ma esortarli da vivi alla misericordia. v. 29: Hanno Mos e i profeti, ascoltino quelli. Sono infatti la via della salvezza. La Legge si sintetizza nel comando dellamore (Rm 13,10) e i profeti chiamano a convertirsi ad essa. Inoltre tutta la Scrittura, Mos, i profeti e i salmi, parlano del povero mandato a noi per guarirci con le sue ferite (cf. 24,26s.44). vv. 30s: se qualcuno dai morti pu andare da loro, si convertiranno, ecc.. Lazzaro di Betania fu risuscitato dai morti. Ma i suoi fratelli, piuttosto di convertirsi, avrebbero preferito ucciderlo di nuovo (Gv 12,10s). Quando Ges risorse, i suoi stessi discepoli lo credettero un fantasma (24,37). Il vero problema quindi credere alla parola di Dio. Essa ci dona la misericordia del Padre e invita tutti a
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partecipare alla sua gioia per il Figlio morto e risorto. Fin che siamo vivi, siamo chiamati ad ascoltarlo (9,35) e non deriderlo (cf. v. 14). Anche quando pone lalternativa tra Dio e mammona (v. 13). Chi crede in lui, accoglie lamore del Padre e ama i fratelli. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges che mangia coi peccatori e ha raccontato le parabole della misericordia. c. Chiedo ci che voglio: capire che siamo salvati per la misericordia di Dio verso di noi poveri. Accettarla significa usare misericordia verso gli altri. d. Medito attentamente la parabola, identificandomi con il ricco epulone e contemplando il povero Lazzaro, che Cristo. Da questottica vedo, ascolto e osservo ogni dettaglio. 4. Passi utili Sal 49; 73; Sap 3,1-5,23; Mt 25,31-46.

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99. AGGIUNGICI FEDE (17,1-10) Ora disse verso i suoi discepoli: inaccettabile che gli scandali non avvengano; tuttavia ahim per colui attraverso cui avvengono. 2 Meglio per lui se una pietra da mulino circonda il suo collo e viene gettato nel mare, piuttosto che scandalizzi uno solo di questi piccoli. 3 Attenti a voi: Se tuo fratello ha peccato, sgridalo, e, se si convertito, perdonagli. 4 E se sette volte al giorno ha peccato contro di te e sette volte si rivolto a te dicendo: mi converto, perdonagli. 5 E gli apostoli dissero al Signore: Aggiungici fede. 6 Ora disse il Signore: Se aveste fede come un chicco di senape, direste a questo gelso: sradicati e piantati nel mare! e vi obbedirebbe.
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Ora chi di voi, avendo uno schiavo che ara o che pascola, tornato dal campo, gli dir: Subito passa e sdraiati! 8 ma non gli dir: Preparami di che cenare e, cinto, servimi, finch mangio e bevo e, dopo questo, mangerai e berrai tu! 9 Ha grazia per lo schiavo perch fece ci che fu comandato? 10 Cos anche voi, quando avete fatto tutto ci che vi fu comandato, dite: Siamo semplicemente schiavi: ci che dovevamo fare, labbiamo fatto. 1. Messaggio nel contesto Siamo ancora alla mensa, dove Ges ha rivelato ai farisei e agli scribi la misericordia del Padre (15,1ss) e ha spiegato ai suoi discepoli come viverla in concreto (c. 16). Ora, prima di iniziare lultima tappa del cammino, mostra come essa lanima della comunit, nei suoi rapporti sia interni sia esterni. A questo scopo dice quattro parole, indirizzate due ai discepoli (v. 1) e due agli apostoli (v. 5).
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La prima sullo scandalo (vv. 1-2). Dio non pu non permetterlo, perch deve rispettare la nostra libert. Infatti ci ama. Questo male, molto grave perch induce il fratello al male, il luogo della massima misericordia. La seconda sulla correzione fraterna (vv. 3-4), che aiuta il fratello a uscire dal peccato. La comunit dei discepoli non una setta di puri, chiusa ai peccatori. Pu peccare e di fatto pecca. quindi necessario vivere reciprocamente quel perdono che il Padre ci dona perch siamo in grado di perdonare gli altri (11,4), graziandoci a vicenda come lui ha graziato noi in Cristo (Ef 4,32). Laccoglienza incondizionata, illustrata al c. 15 (cf. 6,36-38), non vieta la correzione fraterna. Ne anzi la madre, ed essa la figlia pi bella. Concilia infatti carit piena con verit sincera, e raggiunge la sua efficacia nella conversione del fratello. La terza parola una risposta agli apostoli che chiedono un supplemento di fede (vv. 5-6). Questa consiste nellesperienza della misericordia di Dio, che porta ad amare il fratello peccatore come noi per primi siamo stati amati. Come la sorgente della vita nuova, cos lorigine della missione ai lontani. La quarta riguarda la gratuit del ministero apostolico (vv. 710) che prolunga nel tempo ed estende a tutti il mistero di misericordia del Signore. La gratuit, segno essenziale dellamore, sigillo di appartenenza a lui. Ci fa come lui, schiavi per amore. la massima libert, che rende simili a Dio.
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Concludendo: la misericordia, necessaria al discepolo per superare lo scandalo e perdonare efficacemente (vv. 1-4), quellesperienza profonda di fede da cui scaturisce la missione al mondo, come testimonianza dellamore gratuito di Dio (vv. 5-10). 2. Lettura del testo v. 1: verso i discepoli. Continua listruzione per loro (cf. 16,1). Riguarda infatti i rapporti allinterno della comunit, nella quale il discepolo chiamato a imparare (latino: discere) dal suo maestro come comportarsi. inaccettabile che... non avvengano. Dio, che accettazione assoluta, costretto ad accettare anche gli scandali: per lui inaccettabile che non avvengono. Per eliminarli, dovrebbe togliere la libert agli uomini, avere tante macine da mulino quanti sono i suoi figli, ficcare la loro testa nel buco centrale e buttarli tutti in mare. Ma accettare il male per amore molto impegnativo. Significa assumerlo su di s. Per questo lui stesso si immerger nel mare della maledizione, fattosi scandalo e peccato per noi. Linevitabilit dello scandalo corrisponde alla necessit della croce, con cui chi ama porta su di s il male dellamato. La libert massima dellamore subire la mancanza di libert dellamico.
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gli scandali. Lo scandalo la pietra dinciampo contro cui uno sbatte e cade. Il pensiero di Dio scandalo per luomo: misericordia che si lascia crocifiggere (cf. 1Cor 1,23; Rm 9,33; Mt 21,44). Le sue vie non sono le nostre vie (Is 55,8)! Qui per si parla di un altro scandalo. Precisamente di quello che causa di caduta per un altro. Pu succedere anche in buona fede, con unazione o unomissione giusta, ma recepita male. la peggior mancanza di misericordia: fa al fratello il vero male perch lo induce a fare il male. peggio che ucciderlo nel corpo: attenta alla sua vita di figlio di Dio. Nella comunit persiste sempre il male; e Dio stesso non pu eliminarlo se non con laccettazione e la misericordia. Ipotizzare il contrario sarebbe presunzione o stupidit, e ridurrebbe la chiesa a una setta di perfetti, giudici spietati degli altri. Come Dio, cos anche il credente accetta gli scandali. Ma ne fa, invece che luogo di caduta e di perdizione, occasione di misericordia e di salvezza. tuttavia ahim. Ges esprime dolore per chi scandalizza. Il male ricadr tutto sulla sua croce, doloroso e scandaloso ahim di Dio per il male delluomo. v. 2: Meglio per lui se una pietra da mulino. La morte per annegamento immagine del ritorno allabisso, soffocamento della vita nel caos primordiale. Il detto di Ges analogo a quello su Giuda (Mc 14,21). Non una proposta di pena di morte o di suicidio. una messa in guardia, che mostra la perniciosit dello scandalo, difficilmente avvertita da chi lo
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d. Riguarda infatti un male dellaltro, al quale siamo meno sensibili che al nostro. In realt, se fare del bene al fratello ci d la vita perch ci rende simili e Dio, fargli del male vero suicidio, perch ci rende dissimili da lui. La nostra vita infatti essere come lui. Con queste parole Ges ci d un esempio di correzione fraterna nei confronti di chi scandalizza: dice che Dio lo accetta come , senza condizioni (v. 1), e contemporaneamente ne denuncia il male. La condanna del peccato segue lassoluzione del peccatore. Evidentemente queste parole vanno lette alla luce di 6,36-38 e del c. 15. questi piccoli. Sono i discepoli, gli infanti ai quali rivelato il mistero del Padre nel Figlio (10,21). Talora i discepoli sono piccoli anche in senso negativo, ossia deboli nella fede. In questo caso vedi latteggiamento di Paolo in 1Cor 8 e Rm 14. La libert non deve ledere la coscienza altrui; la verit sia sempre guidata dalla carit. Senza misericordia la libert pu diventare scandalo e la verit semplice condanna. v. 3: Attenti a voi. Sottolinea limportanza di quanto si dice (cf. 12,1; 21,34). Se tuo fratello ha peccato. Il cristiano non mai perfetto e la salvezza un esercizio costante di misericordia in una situazione in cui perdura la miseria. La vera comunit cristiana non dove non si pecca, ma dove si perdona.
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sgridalo. Lo stesso termine si usa per Ges che rimprovera i demoni. Non disapprovazione del fratello (vedi 6,37s), ma del male che in lui. Suppone laccettazione incondizionata di chi pecca (cf. c. 15); diversamente un giudizio che esprime la cattiveria del proprio cuore. Soltanto un amore senza misura sa zittire il male del fratello. Apro i suoi occhi dicendogli la verit con la bocca, perch gi prima gli ho spalancato il mio cuore. Solo cos la denuncia del male non condanna, ma annuncio di perdono. Ma solo un perdono che apra anche gli occhi vera misericordia, rimozione del male; invece una verit che chiuda il cuore lucida spietatezza, indurimento in esso. Per questo dobbiamo fare la verit nella carit (Ef 4,15). Il male, che nasce insieme dalla diffidenza del cuore e dalla menzogna della testa, vinto dalla misericordia che conosce la verit. Perdono e denuncia vanno di pari passo; carit e verit sono i due piedi su cui progredisce la vita comunitaria. Senza luna non si svela il male; senza laltra non lo si guarisce. La correzione fraterna il pi alto grado di misericordia: riscatta con amore dalla radice del peccato, che la menzogna. se si convertito, perdonagli. chiaro da 6,27-38 e dal c. 15 che il perdono precede la conversione. Qui si dice di perdonare a chi si converte. Questo non contraddice quanto detto, ma semplicemente aggiunge che, se non c conversione, non c di fatto il perdono; rimasto inefficace perch non abbastanza sincero o illuminato. Esso raggiunge il
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suo fine nella riconciliazione del fratello. Il perdono di Ges verso i suoi crocifissosi (23,34) divenne efficace il giorno di pentecoste quando alla denuncia del male segu la conversione. Alle parole di Pietro: Voi lavete crocifisso, le folle si sentirono trafiggere il cuore e chiesero: che fare? (At 2,36s). v. 4: sette volte. Infinite volte. contro di te. Prima si parlava di peccato in generale; qui delloffesa personale. Quanto siamo magnanimi nel perdonare il male fatto ad altri, tanto siamo avari nel perdonare quello fatto a noi. Per questo Ges dice di perdonarlo sette volte, ossia infinite volte. v. 5: gli apostoli. Sono i discepoli che, avendo imparato dal Maestro, ricevono il suo stesso incarico: sono inviati (= apostoli) a portare la misericordia del Signore oltre la cerchia della comunit, fino agli estremi confini della terra. Aggiungici fede. Gli apostoli si sentono inadeguati al loro compito, perch di poca fede (8,25; 12,28; cf. Mc 4,40; 9,24). La fede lesperienza personale della misericordia del Padre, origine della missione ai fratelli (vedi Mc 5,19): Va e fa lo stesso (10,37). Non questione di quantit, ma di qualit. Va chiesta come il pane quotidiano e il perdono (11,3s). Dopo la preghiera: insegnaci a pregare (11,1), questa la preghiera tipica del credente, soprattutto
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dellapostolo: aggiungici fede (cf. Mc 9,24!). Con essa si ottiene tutto (Mc 11,23s). Tutto infatti possibile per chi crede (Mc 9,23), perch nulla impossibile a Dio (1,37; cf. 18,27). v. 6: il Signore. Titolo solenne, che indica lautorit divina di Ges. fede come un chicco di senape. La fede come un seme piccolo, ma con forza vitale. Per essa tutto posso in colui che mi d la forza (Fil 4,13), perch la mia impotenza si riempie della potenza stessa di Dio. Credere smettere di confidare in s e lasciare che sia lui ad agire. Per questo quando sono debole, allora che sono forte (2Cor 12,10). v. 7: uno schiavo. Si passa ora dalla fede personale dellapostolo al suo lavoro apostolico di annuncio agli altri. Egli paragonato allo schiavo, perch non appartiene a s. Questa sua schiavit la realizzazione pi alta della libert di amare: lo rende simile al suo Signore, tutto del Padre e dei fratelli. che ara o che pascola. Le due azioni tipiche dellapostolo sono lannuncio (semina) e la cura dei fratelli (pastore). v. 8: Preparami di che cenare. Un padrone non serve (cf. 22,25). Il nostro Signore invece in mezzo a noi come colui
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che serve (22,27). Per il mondo la libert consiste nel farsi servire; per Dio nella necessit di servire per amore. v. 9: Ha grazia per lo schiavo. Il lavoro dello schiavo non oggetto di gratitudine: insieme dovuto e gratuito. Sia lui che il suo lavoro appartengono al padrone. v. 10: Cos anche voi. Come lo schiavo appartiene al suo padrone che lo schiavizza, cos lapostolo al suo Signore che gli d la libert di essere come lui, suo collaboratore, associato al suo ministero (1Cor 3,9; 2Cor 6,1). Questa schiavit per amore la liberazione totale dallegoismo: Voi, infatti, fratelli, siete chiamati a libert; e questa non consiste nel vivere secondo legoismo, ma nellessere, mediante la carit, schiavi gli uni degli altri (Gal 5,13). Siamo semplicemente schiavi. La CEI traduce siamo servi inutili. Non esatto, perch lo schiavo che fa il suo servizio non inutile! In greco si usa una parola che significa inutile o senza utile, cio senza guadagno. Abbiamo tradotto: siamo semplicemente schiavi. Significa che non facciamo il nostro lavoro per guadagno o per utile, ma per dovere e gratuitamente: semplicemente perch siamo suoi e apparteniamo a lui. Chi ara o pascola, non lo fa per turpe motivo di lucro (1Pt 5,2), ma perch spinto dallamore del suo Signore morto per tutti (2Cor 5,14). Il ministero apostolico di sua natura gratuito, perch rivela la fonte da cui scaturisce: gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date (Mt 10,8).
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Per Paolo la ricompensa pi alta predicare gratuitamente il vangelo (1Cor 9,18). Lapostolo associato al ministero di grazia e di misericordia del suo Signore per il mondo. Origine del suo servizio la fede, come esperienza personale di colui che lo ha amato e ha dato se stesso per lui (Gal 2,20). Per questo, a differenza del fratello maggiore, non pi nella logica del dare/avere, ma in quella del dono gratuito. ci che dovevamo fare, labbiamo fatto. Non si tratta di doverismo o di interesse: lamore sperimentato lo rende libero di servire come il suo Signore. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges a mensa coi peccatori. c. Chiedo ci che voglio: vivere la misericordia, la gratuit in tutte le mie relazioni e le mie fatiche. d. Medito sulle parole di Ges circa lo scandalo (vv. 1-2), la correzione fraterna (vv. 34), la fede apostolica (vv. 5-6) e la gratuit apostolica (vv 7-10). 4. Passi utili

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9.

1Cor 8; Rm 14,1-15,6; Mt 18; Lc 6,27-38; 11,9-13; 1Cor

100. GES, SIGNORE, ABBI PIET DI NOI (17,11-19)


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E avvenne che, nel viaggiare a Gerusalemme, egli passava per il mezzo della Samaria e della Galilea. 12 E, entrando in un certo villaggio, vennero incontro (a lui) dieci uomini lebbrosi, che stettero a distanza; 13 ed essi alzarono la voce dicendo: Ges, Signore, abbi piet di noi. 14 E, visto, disse loro: Andate a mostrarvi ai sacerdoti. E avvenne che nel salire furono mondati! 15 Uno solo di loro, vedendo che era stato guarito, ritorn, con gran voce glorificando Dio,
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e cadde sul volto ai suoi piedi, facendo eucaristia a lui. E questi era un samaritano. 17 Ora, rispondendo, Ges disse: I dieci non furono mondati? ora i nove, dove (sono)? 18 Non si trovarono che tornassero a dar gloria a Dio, se non questo estraneo? 19 E gli disse: Sorgi, viaggia; la tua fede ti ha salvato. 1. Messaggio nel contesto Il viaggio di Ges a Gerusalemme delinea litinerario spirituale del discepolo. Ora inizia la terza e ultima tappa, che introduce a Gerico, porta della terra promessa. Ma chi ha mani innocenti e cuore puro per salire il monte del Signore (Sal 24,3s)? Solo il Giusto ha la forza di compiere il santo viaggio (Sal 84,6). Per noi impercorribile! Ma la sua misericordia ordina a noi, peccatori e fuggitivi, di andare a Gerusalemme; la sua parola ci invia a compiere ci che ci vietato. Lui, lunico pellegrino che vi sale, ce lo rende possibile: il samaritano che viene incontro a noi, esuli dal volto ed esclusi dalla gloria, per farsi carico della nostra lebbra.
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Linvocazione: Ges, abbi piet (v. 13), ripresa in prima persona dal cieco (18,38), il punto al quale Luca vuol portare il suo lettore: la preghiera del Nome che ci associa a lui, nel suo stesso viaggio, allinterno del quale veniamo mondati. Questo racconto, che cambia di continuo scena ogni versetto e contiene una decina di verbi di moto, parla non della possibilit, ma della realt dellimpossibile. La salvezza, che nessuno pu raggiungere, gi stata donata a tutti e dieci gli uomini: si trovano di fatto nello stesso cammino di colui che venuto per cercare tutti. Ma uno solo per ora ha la fede e incontra il Salvatore. Questi responsabile degli altri nove, perch anchessi si scoprano guariti e tornino al Signore facendo eucaristia. La salvezza infatti non guarire dalla lebbra, ma incontrare chi ci ha guarito. La sete non si placa con un bicchiere dacqua; bisogna trovare la sorgente. Al dono deve corrispondere il nostro grazie al donatore. Solo il rapporto con lui ci salva: i suoi doni sono semplici mezzi per metterci in comunione con lui. Per questo la salvezza tra il gi e il non ancora: gi offerta a tutti, non ancora tutti lhanno accolta. Ancora nove su dieci non sanno che la loro vita stata condonata della morte, vivono e muoiono ancora da lebbrosi. Sono come un uccello in gabbia, che non sa che aperta la porta. Luno solo che torna a fare eucaristia inviato per dare a tutti la buona notizia: si aprano gli occhi dei ciechi e vedano la luce! Lannuncio porta a scoprire e accettare il dono. Questo
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tale solo quando trova mani per prenderlo e cuore per gioirne. la prima volta che Ges chiamato per nome. In nessun altro c salvezza; non vi infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati (At 4,12). Linvocazione ci unisce a lui, via che conduce al Padre. In questultima tappa siamo chiamati a identificarci coi lebbrosi che diventano bambini (18,15ss; cf. 2Re 5,14) e col ricco che si converte in Zaccheo (18,18ss; 19,1ss). Al centro c lilluminazione del cieco di Gerico (18,35ss). 2. Lettura del testo v. 11: nel viaggiare a Gerusalemme. la terza tappa del suo cammino di samaritano (9,51-13,21; 13,22-17,10; 17,1121,38). Comincia la salita a Gerusalemme. Ad essa sar associato pi tardi anche lapostolo, che avvinto dallo Spirito, sapr solo che il suo destino quello del suo Signore (At 20,22). Samaria/Gafilea. Il suo cammino passa attraverso linfedelt (Samaria) e la quotidianit (Galilea). Per andare a Gerusalemme non si dovrebbe passare dalla Samaria alla Galilea, ma il contrario. Perch questa particolarit nel cammino del samaritano? Forse perch il tessuto della nostra
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vita, nella sua quotidianit, tutto come un panno immondo per la nostra infedelt? v. 12: dieci uomini. Dieci il numero di adulti richiesti per lassemblea sinagogale. anche cifra dellazione umana, che si realizza attraverso le dieci dita delle mani. Questi dieci rappresentano tutta lumanit, chiamata a far parte della comunit dei figli che ascoltano e fanno la parola del Padre. lebbrosi. Tutti gli uomini hanno peccato (Rm 3,23), e sono divorati dalla morte, Cadaveri ambulanti, immondi ed esclusi, sono tenuti a ununica legge: tagliarsi fuori dalla comunit dei viventi (Lv 13,45s). Il lebbroso un contaminato che contamina. Solo Dio pu guarirlo, con un prodigio simile alla risurrezione (cf. 2Re 5,7). un morto, oltre che fisico, anche civile e religioso. uno che vive visibilmente la morte. Ges stesso, da quando tocc il lebbroso, divenne come lui: secondo lordine di Lv 13,46, si ritir nel deserto. E l pregava (5,16). Escluso dalla comunit degli uomini, ci port tutti in comunione con Dio. La sua misericordia ha piagato lui della nostra lebbra e guarito noi con le sue piaghe (Is 53,5). stettero a distanza. la distanza tra la vita e la morte, dichiarata dalla Legge (Lv 13,46). v. 13: alzarono la voce. Tale lontananza ormai colmata dal grande grido di Ges sulla croce, la preghiera che giunge
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al cuore del Padre dalle pi estreme lontananze del caos (23,46). Dio ascolta sempre il grido del misero, perch in esso ode la voce del Figlio. Per questo la preghiera opera limpossibile: introduce nel Regno, che la prima invocazione al Padre (11,2), e lultima richiesta al Figlio (23,42). Ges. I lebbrosi sono i primi a chiamare Dio per nome. Oltre i lebbrosi, solo il cieco (18,38) e il malfattore in croce (23,42) pronunciano il Nome. Sono i sommi sacerdoti dellumanit nuova, che conoscono Dio. Chiamare per nome significa avere un rapporto amichevole. La nostra lebbra, la nostra cecit e la nostra cattiveria riconosciuta sono il nostro titolo di diritto ad essere amici di Dio. Il suo Nome Ges (= Dio salva), perch salver il suo popolo dai suoi peccati (Mt 1,21). A lui si volge con piena fiducia la nostra invocazione: abbi piet di noi. Signore. La parola propriamente non significa Signore (= kyrios), ma uno che sta in alto (= epistts). Anche Pietro, immondo per i suoi peccati, lo chiam cos quando fu chiamato a seguirlo (5,8). abbi piet di noi. Ges la stessa misericordia del Padre descritta al c. 15. Il prezzo della sua piet solo linvocazione del suo nome. Al nostro desiderio di lui risponde subito lincontro con colui il cui nome Dio salva. Linvocazione Ges, Signore, abbi piet di noi, ripresa al
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singolare dal cieco, e combinata con quella del peccatore (18,13), nota come la preghiera del cuore. v. 14: Andate e mostratevi ai sacerdoti (per la purificazione, cf. Lv 14,2). I lebbrosi non sono guariti subito. Hanno invece lordine di compiere il viaggio a Gerusalemme, che loro vietato. Questi lebbrosi siamo noi tutti, chiamati a seguire Ges, anche se incapaci di percorrere la sua via. Il Padre ci ha ordinato di ascoltare il Figlio (9,35), che ci chiama a fare il suo viaggio (9,23). Ma come possiamo, se ne siamo esclusi, perch lebbrosi e peccatori come Pietro (5,8)? Non importa! Ascoltando il Padre, obbediamo al Figlio e intraprendiamo il cammino impossibile che ci prescrive. nel salire furono mondati. Siamo mondati dallobbedienza alla sua parola, che ci ordina il santo viaggio. Allinterno di questo veniamo purificati. Non che prima siamo giusti e poi possiamo seguire Ges: la salvezza non condizione, ma conseguenza della sequela. Per questo noi, peccatori e perduti, possiamo percorrere il cammino di Ges. Lui ha sentito il nostro grido, ci ha visto e ci ordina di andare dove ormai sappiamo bene di non poter andare. Confidiamo solo nella sua parola, in povert assoluta. Questa la fede che giustifica e d speranza contro ogni speranza (Rm 4,18). Lui infatti, come ci ha preceduto, sempre ci segue. Si fatto ultimo di tutti, per caricarsi di tutta la nostra impurit ed elevarla sulla croce. L consegner al Padre la sua vita filiale, gravida di tutti i fratelli che ha incontrato.
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vv. 15-16: Uno solo di loro, vedendo che era stato guarito, ecc.. La salvezza gi avvenuta (cf. 13,12) per tutti e dieci! Diventa per efficace solo nellincontro con il Salvatore. Questo uno solo figura del vero Israele, la chiesa. Infatti vede la salvezza, ritorna al Salvatore, glorifica Dio, cade sul volto ai piedi di Ges (= lo adora) e fa eucaristia. laccoglienza della salvezza, che parte dal vedere se stesso guarito, e continua nel volgersi a Ges, glorificando Dio, per terminare nelladorazione del Signore e nelleucaristia. era samaritano. Questuno solo era lebbroso, e per di pi samaritano: doppiamente escluso. abilitato a riconoscere Ges, anche lui lebbroso da quando ci ha toccato (5,12-16), samaritano da quando ci si fatto vicino (10,29ss). v. 17: I dieci non furono mondati?. Chi fa eucaristia prende coscienza che tutti gli uomini sono amati da Dio, purificati dal sangue della nuova alleanza sparso per tutti. Nessuno osi chiamare immondo ci che Dio ha purificato (At 10,4ss), e a cos caro prezzo (1Cor 6,20; 7,23)! ora i nove, dove sono?. Allunico credente si chiede conto degli altri nove. Sono i non credenti, che non siedono ancora alla mensa. Dalleucaristia nasce la missione. Infatti lamore del Cristo ci spinge al pensiero che uno morto per tutti (2Cor 5,14). Anche gli altri vedano, ritornino,
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glorifichino Dio, adorino il Signore e facciano festa! Chi risponde: Sono forse responsabile di mio fratello?, come Caino. Lha gi ucciso (Gn 4,9). il fratello maggiore che non conosce il cuore del padre e si esclude dal banchetto. Gli altri nove stanno andando a Gerusalemme per compiere la Legge, che poi di nuovo li condanner al primo errore. Resteranno cos sempre immondi. Uno solo per ora entra nelleconomia del dono, incontra Ges e fa eucaristia al Padre. v. 18: Non si trovarono che tornassero. I verbi dovrebbero essere al singolare: non si trov che tornasse, ecc.. Sono invece al plurale, perch il pensiero di Ges rivolto agli altri nove. Egli il vero figlio maggiore che si cura degli altri fratelli perduti. dar gloria a Dio. il fine delluomo, che cos si realizza. Perch la gloria di Dio luomo vivente (s. Ireneo). questo estraneo. Come samaritano, gode del privilegio degli esclusi (14,12ss) e dei peccatori (15,Iss). evidenziata la gratuit del dono ricevuto di cui rende grazie. v. 19: Sorgi, viaggia. Leucaristia fa uomini nuovi, associati al cammino del Signore, testimoni della risurrezione fino agli estremi confini della terra. Questo samaritano, sempre in viaggio, va ovviamente verso gli altri nove.
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la tua fede ti ha salvato. Ges rivolge le stesse parole alla peccatrice (7,50), allemorroissa (8,48) e al cieco (18,42; cf. Zaccheo, 19,9). Nel Regno gli ultimi sono i primi! Ci che essi fanno nel loro incontro con lui descrive le caratteristiche della fede che salva. La salvezza, anche se gi donata a tutti, effettiva solo se accolta dalla fede. Questa consiste nellaccorgersi del dono e volgersi al donatore. La salvezza il nostro rapporto eucaristico con Ges. Chi lha scoperto, responsabile davanti a lui di tutti i fratelli. Diventa angelo (= annunciatore). 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges che viaggia verso Gerusalemme, attraversando la Samaria e la Galilea. c. Chiedo ci che voglio: seguire il Signore Ges e la sua parola anche se mi sento ancora immondo. d. Traendone frutto, guardo, ascolto e osservo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. Da notare: - viaggio a Gerusalemme - dieci lebbrosi - Ges, Signore, abbi piet di noi.
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- lobbedienza alla parola che guarisce - cosa fa uno solo di loro - i nove, dove sono? - la tua fede ti ha salvato. 4. Passi utili Sal 84; 2Re 5,1-14; Lc 5,1-11.12-16; 18,35-43; 23,39-43; At 2,21; 4,12.

101. QUANDO VIENE IL REGNO DI DIO? DOVE? (17,20-37)


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Ora, interrogato dai farisei: Quando viene il regno di Dio? rispose loro e disse: Il regno di Dio non viene con investigazione, n diranno: 21 Ecco qua o l! Poich ecco : il regno di Dio in voi. 22 Ora disse ai discepoli:
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Verranno giorni in cui desidererete vedere uno solo dei giorni dei Figlio delluomo, e non vedrete. 23 E vi diranno: Ecco l! o: Ecco qua! Non andate, n correte dietro. 24 Poich come la folgore sfolgorando brilla da un capo allaltro del cielo, cos sar il Figlio delluomo nel suo giorno. 25 Ora prima bisogna che egli soffra molto e sia escluso da questa generazione. 26 E come fu nei giorni di No, cos sar anche nei giorni del Figlio delluomo: 27 mangiavano, bevevano, sposavano, maritavano, fino al giorno in cui No entr nellarca e venne il cataclisma e perse tutti. 28 Lo stesso come fu nei giorni di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, edificavano. 29 Ora il giorno
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in cui Lot usc da Sodoma, fece piovere fuoco e zolfo dal cielo e perse tutti. 30 Allo stesso modo sar nel giorno in cui il Figlio delluomo rivelato. 31 In quel giorno chi sar sulla terrazza e avr i suoi vasi nella casa, non discenda a prenderli, e chi nel campo similmente non torni indietro. 32 Ricordate la donna di Lot. 33 Chi cercher di salvare la propria vita la perder; ma chi (la) perder, la vivificher. 34 Vi dico: quella notte saranno due su un divano: luno sar preso, laltro lasciato; 35 saranno due alla mola: luna sar presa, laltra lasciata. 36 (due nel campo: uno sar preso, laltro lasciato). 37 E, rispondendo, gli dicono: Dove, Signore? Ed egli disse loro:
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Dove il corpo, l si assembreranno anche gli avvoltoi. 1. Messaggio nel contesto la parte principale della piccola apocalisse (= rivelazione) di Luca (17,20-18,8). inclusa tra due parole di Ges sulla fede: la tua fede ti ha salvato (17,19) e: il Figlio delluomo, venendo, trover forse la fede sulla terra? (18,8). Questo brano inizia e termina rispettivamente con le domande: quando e dove il Regno, ossia quale il suo tempo e quale il suo luogo? Ges risponder dicendo come viene il Regno, o, piuttosto, chi il Re. Ci d cos i criteri per leggere la storia presente in termini di fede. Mentre la grande apocalisse (21,5-36), comune ai sinottici, ha un colore pi cosmico, questa ha un carattere pi individuale. Parla del senso della mia vita e della presenza del Regno nel mio decidere per Ges. Si tratta di un discorso escatologico (= ultima parola). infatti lultima parola che si riservata di dire colui che ha detto anche la prima. In essa manifesta dove va a parare tutta la vicenda delluomo e delluniverso, e rivela il senso del presente partendo dal suo punto di arrivo. Anche se il male forte, colui che tiene in un otre gli abissi del mare (Sal 33,7) non ha perso il controllo della storia umana. Anzi, si serve di tutto perch alla fine si compia ci che la sua mano e il suo cuore hanno preordinato che avvenga (At 4,28): il bene delluomo (cf. Rm 8,28).
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Il fine di tutto non il trionfo della morte, bens della vita. il regno di Dio. Esso gi presente in mezzo a noi sotto il segno della croce. Per questo sembra che vinca il male, ma in realt lastuzia del bene, che vince perdendo. Tutto sar chiaro nel giorno del Figlio delluomo (vv. 22.24.26.30), la cui venuta riempie di speranza il credente e illumina ogni sua decisione attuale. Egli conosce la parola di Dio sul futuro, si fida e su di essa orienta la propria vita. come No e Lot, che si preparano attivamente alla salvezza, mentre i loro contemporanei, come tutti i contemporanei di sempre, non si accorgono di nulla: dimentichi di Dio e incurvati sulla terra, sono intenti a mangiare e bere, sposarsi e maritarsi, comprare e vendere, piantare ed edificare (vv. 26-29). Anche il discepolo si occupa di queste stesse cose. Ma senza preoccuparsene, e con spirito diverso. Cerca innanzitutto il Regno, e sa che il resto donato in aggiunta a chi conosce il Padre (12,30s). Il giudizio finale anticipato nel presente quotidiano, in cui si mangia e si beve, ecc. La storia profana il luogo della salvezza di Dio; basta viverla col lievito del Regno, invece che con quello dei farisei. Allinizio i farisei domandano quando, alla fine i discepoli dove il Regno (vv. 20.37). E Ges risponde ai primi: ora, ma in modo nascosto; ai secondi: ovunque, e in modo manifesto. Il tempo e lo spazio sono le coordinate che delimitano e definiscono lesistenza umana. Ma il Regno non si situa in un dove e un quando puntuali; abbraccia invece ogni momento e ogni
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luogo. Avviene dove e quando luomo orienta la propria vita secondo il giudizio di Dio. Ges chiede ai discepoli di abbandonare ogni nostalgia del passato e ansia del futuro, per vivere il presente con vigilanza attenta e fedelt responsabile. La memoria di quanto lui ha fatto e insegnato (At 1,1) diventa progetto che spinge a testimoniarlo fino agli estremi confini della terra. La fede si fa speranza che urge alla carit: il suo passato muove il nostro presente verso il suo futuro. Questo il Regno. Ora necessariamente velato sotto il mistero dellumilt e della povert di chi dona e si dona fino alla croce. La sua manifestazione, che i discepoli desiderano, ma che riguarda tutti e ciascuno, si pone alla fine della storia perch ne il fine. Avviene necessariamente, ma richiede la libera decisione di passare attraverso le sofferenze e le contraddizioni del quotidiano. In questo brano la manifestazione futura cosmica scivola in secondo piano ed anticipata in quella personale, che avviene al momento della morte. Per questo ci che conta la vita attuale: il destino del singolo e di tutta la creazione si gioca nel momento presente, senza il quale futuro e passato sono vuoti. Questo e non un altro il momento favorevole della salvezza (2Cor 6,2): qui e ora siamo chiamati a incarnare la parola di Ges, oggi eterno di Dio. Lumanit, lo sappia o no, volente o nolente, in cammino verso il giorno del Figlio delluomo. Egli si riveler alla fine, quando ogni storia scoprir il proprio non senso senza di lui.
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Il vuoto della sua assenza porter tutti a desiderarlo. Lincapacit di salvarsi far incontrare a ognuno il Salvatore. Allora sar accolto colui che gi venuto per salvare tutti. E saremo tutti accolti nel Padre. 2. Lettura del testo v. 20: Quando viene. Luomo proiettato verso il futuro con desiderio e paura insieme: gli riserva salvezza o perdizione? Per lui importante il quando. Se la salvezza arriva troppo tardi, inutile. La domanda: quando il regno di Dio, fondamentale in Luca. Ges risponde sempre richiamando al presente: qui e ora si decide per la vita o per la morte (Dt 30,15-20). Le sue prime parole in Marco sono: il tempo finito: il regno di Dio qui (Mc 1,15; cf. Lc 11,20). il regno di Dio. I farisei hanno una precisa attesa su di esso. Lo pensano in termini di potere e di gloria. Daltra parte pensano cos anche i discepoli, che fanno la stessa domanda, prima che Ges scompaia definitivamente dai loro occhi (At 1,6). Il Regno il desiderio esplicito di Israele e implicito di ogni uomo: la salvezza, Ges la compie eludendo e deludendo ogni aspettativa umana, nel suo mistero di umiliazione/esaltazione. Non segue infatti il pensiero delluomo, ma quello di Dio (cf. Mc 8,33). Il Regno, pur presente, nel nascondimento, per ora! come un seme: la sua realt si svela, solo dopo, nella pianta.
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non viene con investigazione. La parola greca investigazione (paratrsis) indica losservazione di astri o di segni per divinare il futuro. Ogni scienza, in fondo, altro non cerca che prevedere per provvedere. Ges dice che per vedere il Regno non occorre cercare segni reconditi. Taglia corto con tutte le speculazioni ansiose sul futuro, dettate dalla paura della morte. Fa invece volgere gli occhi al presente, in cui bisogna vivere lamore del Padre e dei fratelli. Questo il Regno. v. 21: Ecco qua o l! (cf. v. 23). la tentazione comune: sfuggire al Regno presente e vicino, localizzandolo in altro tempo o luogo rispetto a dove si . il regno di Dio in voi. Pu significare dentro di voi (cf. Mt 23,26, unico luogo nel NT dove esce la stessa parola ents col chiaro significato di dentro). In questo caso il Regno nel cuore del credente che si convertito. Pu anche significare: in mezzo a voi. Allora il Regno la presenza stessa di Ges tra i suoi contemporanei e della chiesa nel mondo al quale lo testimonia. comunque sempre una presenza come quella del seme e del lievito: senza ostentazione e visibilit. Il Regno non va rimpianto come passato (v. 22) n sognato come futuro (vv. 23s): va vissuto come presente nella piccolezza, nella sofferenza e nel nascondimento. Esso presente nel samaritano, mondato dalla lebbra, che celebra leucaristia. questo il mistero di
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Dio tra gli uomini: la pasta del mondo lievitata dalla presenza del Figlio delluomo preso, nascosto o gettato (cf. 13,19ss). Il centro della storia umana il Cristo, dal quale e per il quale tutto fatto, nel quale tutto ha la vita (Gv 1,3s), sussiste (Col 1,16s) e si raccapezza (Ef 1,10). v. 22: desidererete vedere uno solo dei giorni del Figlio delluomo (cf. 10,23). Il discepolo ha due tentazioni opposte: rifugiarsi nella nostalgia dei bei tempi in cui cera il Signore, o evadere nellattesa di quando torner. Bisogna invece vivere il suo passato nella nostra testimonianza presente, se vogliamo giungere al futuro sospirato. Il discepolo si sente in esilio. Lontano dal suo Signore (2Cor 5,6), spasima dincontrarlo per stare per sempre con lui (1Ts 4,17). un desiderio struggente, che lo dissolve (Fil 1,23). Cova nel cuore di ogni uomo come scintilla sotto la cenere: linquieta ricerca del proprio volto perduto, specchio del suo. Tutta lumanit mossa da questo desiderio inestinguibile. Cerca qua e l, e si domanda quando e dove. Questinsaziabilit di un desiderio inappagato, che non giunge a vedere - ma desiderare non gi un vedere pi profondo? spinge tutta la storia verso Dio. In forza del pellegrinaggio di Cristo, la salvezza viene incontro a ogni cammino e pervade il tessuto dellesistenza umana. In modo che chi desidera possa, presto o tardi, vederlo. v. 23: E vi diranno: Ecco l! o: Ecco qua!. Luomo abile fabbricatone di falsi cristi e falsi profeti, in cui cerca salvezza.
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Hanno sempre la caratteristica della visibilit, anzi dellostentazione, con un quando e un dove precisi. Rispondono a ogni curiosit, per poi puntualmente deluderla. Il Signore invece modesto e umile, e le sue orme rimangono invisibili. Sanno per attraversare anche il mare (Sal 77,20). Egli c sempre e ovunque, ma in modo discreto. visibile solo per chi liberamente laccetta e si converte a lui. Per il Regno non occorre quindi conoscere i tempi e i momenti che il Padre si riservato; basta discernere il presente come momento della conversione (12,56ss) e testimoniare il Figlio nella forza dello Spirito (At 1,7s). Per ora questo il Regno. Non occorre sapere altro. Luomo cerca sempre altre assicurazioni e rincorre ogni baluginare di speranza, religiosa e laica. Ma solo perch non ha fede e non sa vedere il Regno che gi presente in mezzo a noi e dentro di noi. v. 24: come la folgore sfolgorando brilla. La sua venuta storica fu contrassegnata da nascondimento, piccolezza e servizio (9,48; 22,27). Quella finale sar palese. Mostrer la vera gloria della precedente. Sar come la folgore, che nessuno non pu non vedere. Questa luce fu gi anticipata agli occhi che videro la trasfigurazione e la risurrezione (9,29; 24,4). nel suo giorno. Il suo giorno il compimento luminoso della storia, il sabato definitivo, gloria del nostro giorno, oggi eterno di Dio. La fede nella sua parola rende ogni nostro giorno contemporaneo al suo: attualizza noi a lui.
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v. 25: prima bisogna che egli soffra. Il suo giorno passa attraverso i giorni di sofferenza del Figlio delluomo e di tutti i figli degli uomini. Ges risorto spiegher: Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? (24,26; cf. 24,46). Noi cerchiamo il Regno altrove, per evitare qui e ora il mistero della croce, quotidiana come il pane (9,23). Invece di rimpiangere i suoi giorni passati o inquietarci per il suo giorno futuro, chiediamo discernimento per vivere nel presente il suo mistero di umiliazione per la glorificazione. vv. 26-29: come fu nei giorni di No. No e Lot sono modelli di questo discernimento (Gn 6,13-10,32; 19,1-29). I loro contemporanei, credendo di fare il proprio interesse, si costruivano la perdizione; mentre essi si costruivano un luogo di salvezza e sfuggirono alla morte. Il giorno di pentecoste Pietro sintetizza lo stesso insegnamento, dicendo: Salvatevi da questa generazione perversa (At 2,40; cf. Lc 12,1). Questa annega nellacqua e brucia nel fuoco, come ai tempi di No e di Lot. Il cristiano invece conosce unaltra acqua e un altro fuoco: rigenerato dal battesimo, vivificato dallo Spirito. Lesodo dalla propria generazione non fuga, ma impegno a vivere con mentalit diversa, nel mondo, ma non del mondo (cf. Gv 17,11.16). Uno non pu vivere altro tempo che il presente, in altro luogo che dove si trova. Per questo il luogo e il tempo del Regno sempre qui e ora.
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v. 30: Allo stesso modo sar nel giorno in cui il Figlio delluomo rivelato. Nel suo giorno sar come fu nei giorni di No e di Lot, che sono come tutti i giorni della storia umana! La salvezza non in qualcosa di straordinario, ma nella quotidianit della vita. qui che siamo chiamati ad ascoltare la sua parola. Diversamente viviamo la perdizione. vv. 31s: In quel giorno, chi sar sulla terrazza, ecc.. In quel giorno si compie per tutti la separazione di tutto. Per questo Ges dice in anticipo al discepolo: Chi di voi non rinuncia a tutto ci che ha, non pu essere mio discepolo (14,33). inutile il rimpianto, impossibile il ritorno: Chi ha messo mano allaratro e poi si volge indietro, non ben messo per il regno di Dio (9,62). come la moglie di Lot, statua di sale, immobile sulla soglia della salvezza (Gn 19,26). v. 33: Chi cercher di salvare la propria vita la perder . Riassunto dellinsegnamento di Ges, questo detto chiave di discernimento e criterio di azione. Luomo si perde perch, mosso dallegoismo, cerca di salvarsi. Si salva se, mosso dallo Spirito di Cristo, sa perdersi per amore, conformemente al v. 25 (cf. 9,24). Anania e Saffira sono lesempio di chi si perde credendo di salvarsi su tutti i fronti, conciliando, con stolta astuzia, le proprie esigenze con quelle di Dio (cf. At 5,1ss).

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vv. 34-35: quella notte saranno due. Quel giorno diventa ora quella notte (cf. 12,35-48). il tempo indisponibile alluomo, limite della sua attivit, immagine della morte che tutto inghiotte nel buio. Forse significa che il giorno del Signore gi anticipato per ognuno nella sua morte (cf. 12,20: questa notte ti sar richiesta la tua vita). Quella notte pu anche significare la notte di pasqua, quando, secondo la credenza ebraica, il messia sarebbe venuto a liberare e giudicare: di due che sono assieme, uno sar preso e salvato, laltro lasciato e abbandonato. Divano (per mangiare)/mola (per macinare) indicano rispettivamente riposo e lavoro, i due tempi opposti che abbracciano tutta la vita delluomo. Come casa/campo (= dentro/fuori) significa ovunque, cos divano/mola significa sempre. Questo giudizio quindi avviene in ogni luogo e ogni tempo: tutta la vita umana, nella sua profanit, il dove e il quando della decisione per il Regno. Inoltre da notare che i due, pur facendo una medesima azione, hanno una sorte diversa. Questo indica che la salvezza non dipende da cosa si fa, ma da come si fa. Decidere la propria vita un puro gioco della libert (cf. v. 33), al di l di ogni altra determinazione esterna. v. 36: Il versetto preso da Mt 24,40. v. 37: Dove, Signore?. I discepoli sanno che Ges il Signore, e il Regno venuto gi, anche se in modo
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nascosto. Per questo non domandano quando verr, bens dove si manifester nella sua gloria. Dove il corpo, l si assembreranno anche gli avvoltoi. Risposta enigmatica. Corpo significa cadavere. Come gli avvoltoi si radunano sul cadavere cos il Regno si manifesta nel luogo della morte (cf. v. 25). Giuseppe di Arimatea aspettava il Regno. Ottiene il corpo di Ges, entrato oggi nella sua gloria (23,51ss). L si manifesta pienamente il Regno. Come nella sua, cos, in ogni morte. Per questo Ges dice: chi perder la propria vita, la salver (v. 33). 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges in cammino verso Gerusalemme. c. Chiedo ci che voglio: capire che il Regno in noi, quando decidiamo per Ges. d. Da notare: - quando e come viene il regno di Dio - desidererete vedere - non credete a chi dice: Ecco qua o l! - esempio di Lot e No - salvare/perdere la vita - il momento della morte come giudizio.
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4. Passi utili Gn 6,13-10,32; 19,1-29; Mc 1,15; Dn 2,1-49 (31-35); 1Ts 4,13-17.

102. BISOGNA PREGARE SEMPRE (18,1-8) Ora diceva loro una parabola perch bisogna pregare sempre e non incattivirsi, 2 dicendo: Cera un giudice in una citt, che non temeva Dio e non rispettava uomo. 3 Ora cera una vedova in quella citt, e giungeva da lui dicendo: Fammi giustizia del mio avversario! 4 E a lungo egli non voleva. Ora, dopo questo, disse dentro di s: Anche se non temo Dio
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e non rispetto uomo, 5 almeno perch questa vedova mi d fastidio, le far giustizia, perch non venga fino alla fine a rompermi la testa! 6 Ora disse il Signore: Udiste ci che dice il giudice ingiusto! 7 Ora Dio non far giustizia ai suoi eletti che gridano a lui giorno e notte, e pazienta con loro? 8 Vi dico: Far loro giustizia subito. Tuttavia, il Figlio delluomo, venendo, trover forse la fede sulla terra? 1. Messaggio nel contesto La piccola apocalisse, iniziata dopo le parole di Ges: la tua fede ti ha salvata (17,19), termina ora con il suo interrogativo sulla fede (v. 8). Questo brano risponde alla domanda della chiesa: Perch il Signore non viene ancora?. La fede infatti vive del desiderio di incontrarlo, e invoca: Maran tha: vieni, o Signore (1Cor 16,22). Senza di lui il discepolo come la vedova: priva dello sposo. Ma lui sembra
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insensibile anche allinsistenza pi importuna; pare che ceda solo a fatica e per non essere disturbato oltre, come il giudice ingiusto. In realt il Signore si comporta da sordo, solo perch vuole che gridiamo a lui; desidera udire la nostra voce: fammi sentire la tua voce, perch la tua voce soave!, dice lo sposo a colei che si sente vedova (Ct 2,14). Il v. 1 la didascalia dellevangelista: bisogna pregare sempre. I vv. 2-5 contengono la parabola dellinsistenza esaudita. I vv. 6-8 sono lapplicazione di Ges: lesaudimento sicuro, bisogna per aver fede. Se la sua venuta certa, bisogna nel frattempo importunarlo. In questo consiste la fede: una richiesta insistente del suo ritorno, che tiene desto il nostro desiderio di lui e ci preserva dal cadere nella tentazione radicale di non attenderlo pi. La salvezza non viene perch non invocata. Il Salvatore tarda a venire solo perch non desiderato. Pazienta con noi e rinvia il suo ritorno, solo perch noi siamo indifferenti a lui. Per questo bisogna pregare senza stancarsi. Linvocazione: Venga il tuo regno (11,2) il cuore della preghiera che Ges ci ha insegnato. Luomo non pu produrre il Regno. dono di Dio! Pu soltanto accoglierlo. E lo accoglie solo se lo attende. E lo attende solo se lo desidera. Linvocazione delluomo permette a Dio di venire, e di venire accolto. Tutto il viaggio a Gerusalemme una catechesi che sviluppa le richieste del Padre nostro: sia santificato il tuo nome (c. 11), venga il tuo regno (cc. 12, 13), dacci il pane (c. 14), perdonaci (c. 15), perch perdoniamo (c. 16). Luca non
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contiene la domanda: Sia fatta la tua volont (Mt 6,10b). Ges lunico a compierla (22,42), soddisfacendo tutte le altre richieste, anche a nome nostro. Questapocalisse lucana termina con la necessit della preghiera per non perdere la fede nel suo ritorno. La preghiera infatti ci apre gli occhi sul Regno, gi venuto nel nascondimento e nella sofferenza. Solo alla fine si riveler nella gloria. Ma gi in mezzo a noi qui e ora, nella lotta per la fedelt al Signore. La preghiera non ha bisogno di essere esaudita circa ci che chiede. Il pi grande dono che essa ottiene il fatto stesso di pregare, cio di entrare in comunione con Dio. Questo il frutto che essa porta sempre con s, superiore a ogni nostra attesa. 2. Lettura del testo v. 1: bisogna. Questo verbo usato sempre in rapporto alla morte e risurrezione di Ges. Qui usato anche per la preghiera, perch opera la morte dellio per lasciar posto a Dio: produce il silenzio della creatura e lo vivifica della parola del creatore. pregare sempre (cf - 21,36). Si deve pregare sempre, perch ogni momento quello della sua venuta. La salvezza avviene in questo nostro tempo profano, in cui si mangia, si beve, ci si sposa, ecc. Per questo Paolo dice: Sia che
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mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio (1Cor 10,31). La decisione finale anticipata nella storia. Il destino definitivo costruito ora. Non c altro tempo che il presente. Il passato non pi, il futuro non ancora. Si pu pregare sempre, perch la preghiera non si sovrappone a nessuna azione. Le illumina tutte e le indirizza al loro fine. Il cuore pu e deve essere sempre intento in Dio e presente a lui, perch fatto per lui. Lazione che non nasce dalla preghiera come una freccia scoccata a caso da un arco allentato: senza fine e senza forza, non pu raggiungere il suo bersaglio. La preghiera importante perch desiderio di Dio. E il desiderio di lui il pi grande dono che ci sia stato fatto. Nessuna azione pu produrre o raggiungere colui che invece non pu sottrarsi al desiderio. Dio, essendo amore, altro non desidera che essere desiderato. e non incattivirsi. La parola significa anche scoraggiarsi, deteriorarsi. La preghiera il luogo del tedio e dello scoramento. Sembra tempo perso! un puro desiderio, povero e in grado di fare nulla. Proprio in questa nullit raggiunge il suo fine: attendere il tutto. Ma il vuoto si riempie subito dei fantasmi e delle paure del cuore, che fanno uno spesso muro tra noi e Dio. Il nostro peccato, assenza e lontananza da lui, si evidenzia nella preghiera pi che altrove. Mentre normalmente si lotta con mosche e zanzare, quando si prega si lotta con leoni e draghi; anzi con Dio stesso, sul quale
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proiettiamo la nostra cattiveria. Per questo la preghiera una lotta (cf. Rm 15,30; Col 4,12; Es 17,8ss; Gn 32,23ss). Essa tiene viva nella notte lattesa della luce: il desiderio del ritorno del Signore, necessario al credente come lacqua per il pesce. v. 2: un giudice. il Signore. suo dovere rendere giustizia agli orfani e alle vedove, e salvare i poveri che gridano a lui. che non temeva Dio e non rispettava uomo. la persona peggiore che ci possa essere: senza religione e senza piet. Questa limmagine che luomo ha di Dio, la sua maschera satanica che la preghiera ci mostra nel nostro cuore: un Dio ateo e sprezzante, che rispecchia le tentazioni di ateismo e disprezzo di chi prega. v. 3: una vedova. la chiesa di Luca, alla quale stato sottratto lo sposo e non sa quando torner (5,35; At 1,9-11). Vive sola e afflitta, invocandone il ritorno. La sua esistenza vuota. Le manca ci che la fa essere ci che . Che sposa quella senza sposo? Nulla di ci che c la riempie e appaga. Per questo invoca: Maran tha (1Cor 16,22; Ap 22,20). dissolta dalla brama di essere con lui (Fil 1,23). La vedova non ha donativi. povera, come il desiderio. Pu contare solo sullinsistenza e lintensit, che lo scavano ancora pi a fondo. Ma proprio cos diventa capace di accogliere il desiderato.
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giungeva. Il verbo, allimperfetto, indica unazione continuata, senza fine. fammi giustizia del mio avversario. allinvocazione: liberaci dal male (Mt 6,13). Corrisponde

v. 4: E a lungo egli non voleva. lesperienza comune a chi prega: Dio resiste a lungo a ogni supplica (cf. 11,5-8), si nasconde nel tempo dellangoscia, non se ne cura e sembra dimenticare i miseri (Sal 9-10,22.25.33). forse insensibile e sordo, si domanda con angoscia il credente? La preghiera esercizio di fede come abbandono alla bont di un Dio che non sperimentiamo. Egli non esaudisce i nostri desideri di cose, perch nasca in noi il desiderio di lui. Vuole che alziamo gli occhi da ci che la sua mano ci porge al suo sguardo che vuole incontrarci. Per questo tira continuamente indietro la mano e non ci dona secondo le nostre attese. Non intende concederci una cosa qualunque, ma se stesso. La vedova ha bisogno solo della presenza dello sposo. Il resto viene in sovrappi. La preghiera deve esser continua. Il suo fine non quello di cambiare Dio nei nostri confronti (cf. Mt 6,7), ma noi nei suoi, facendoci passare dal desiderio interessato dei suoi doni che non vengono, al desiderio puro di lui che vuol venire. Solo cos lo possiamo accogliere. Per questo il frutto infallibile della preghiera perseverante non sono i suoi doni, ma lui stesso come dono: lo Spirito santo (11,13).
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Anche se non temo Dio e non rispetto uomo. Si ribadisce la cattiveria di Dio, sperimentata nella preghiera. come uno schermo bianco, su cui proiettiamo ogni nostra cattiva immagine. Infatti noi, che siamo cattivi, pensiamo che ci doni ci che ci meritiamo: pietre, serpenti e scorpioni, invece di pane, pesce e uovo (11,9-13). v. 5: questa vedova mi d fastidio. Il Signore stesso ordina di essere importunato, chiedendo, cercando, bussando (cf. 11,9ss). Ma non ci ascolta se non quel tanto che necessario perch non smettiamo di importunarlo. Ci infastidisce solo perch desidera che lo infastidiamo. Sono i dispetti amorosi di chi ama, per essere liberamente riamato (cf. Cantico dei Cantici). una ricerca di continuo stuzzicata e disattesa, perch cresca; un gioco a nascondino, dove la pena di chi cerca e di chi si fa cercare si placa nellunica gioia di trovare e di essere trovati. fino alla fine a rompermi la testa. Il verbo significa colpire sotto gli occhi. La preghiera raggiunge uninsistenza graffiante. Viene alle mani e colpisce il volto di Dio. il corpo a corpo che Dio vuole; qui scopriamo chi siamo noi per lui e chi lui per noi (Gn 32,23ss). La lotta si fa intensa, fino al sangue, proprio nella grande difficolt (cf. 22,44). Il lungo silenzio di Dio si riempie al fine della sua Parola, cos diversa da ogni nostra. Il Regno, gi presente in mezzo a noi (17,21), sar visto solo da chi ha il cuore puro
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(Mt 5,8). Per questo deve prima spegnersi ogni chiacchiera davanti al suo silenzio. v. 6: Udiste ci che dice il giudice ingiusto!. Ges lo richiama per garantire a fortiori che lintervento di Dio indubitabile: far certamente il suo dovere, verr a rendere giustizia ai suoi! v. 7: Ora Dio non far giustizia ai suoi eletti che gridano a lui giorno e notte...?. Gli eletti sono coloro che gridano a lui giorno e notte, cio quelli che pregano sempre, senza incattivirsi. La venuta del Signore e del suo regno frutto della preghiera (cf. 2Pt 3,12). Dio non pu essere insensibile al grido della vedova, soprattutto se la sua vedova. Quando lui viene, cessa la vedovanza che, pi che della sposa, dello sposo. infatti non lui ha lasciato noi, ma noi abbiamo lasciato lui. Vuole che noi insistiamo, perch pu tornare solo al nostro desiderio di lui. Non pu rischiare un ritorno indesiderato: sarebbe nuovamente rifiutato, con dolore suo e danno nostro. Il ritorno del Signore ormai legato alla preghiera, ed loggetto primo dellinvocazione. La preghiera dellumile non desiste finch laltissimo non sia intervenuto, rendendo soddisfazione ai giusti e ristabilendo lequit (Sir 35,18). e pazienta con loro. Colui che verr alla fine nella sua gloria viene gi ora ogni giorno nella sua pazienza verso di noi. Egli coltiva il fico con cura quotidiana, perch gli porti il
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dolce frutto che desidera: il desiderio di lui (cf. 13,6ss). Una cosa non dovete perdere di vista, carissimi: per limpazienza di Dio un giorno come mille anni, e per la sua pazienza mille anni sono come un giorno solo. Il Signore non ritarda nelladempiere la sua promessa, come certuni credono, ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di convertirsi (2Pt 3,8s). Lunica spiegazione del ritardo del ritorno del Signore la sua benevolenza verso di noi: attende che tutti lo attendiamo. v. 8: Far loro giustizia subito. Lesaudimento certo: il giudice di tutta la terra non pu fare ingiustizia, il Signore non pu non venire, lo sposo non pu non tornare. Questo il suo ardente desiderio. Ma pu farlo solo nella misura in cui anche il nostro. Appena trova tale desiderio in noi, subito lo esaudisce. La certezza della sua venuta si fa esortazione a noi, perch lo desideriamo e supplichiamo nella preghiera, senza stancarci. il Figlio delluomo, venendo. Lui viene di sicuro. trover forse la fede sulla terra?. Il Signore, per il suo ritorno, esige una fede come quella della vedova. Tale fede, che si fa preghiera incessante, il nostro s alla sua venuta. Quando lo trova, lui viene subito. Anzi, gi presente in mezzo a noi (17,21).

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La stessa preghiera, soprattutto quella eucaristica, gi sempre un incontro con lui nella fede, finch si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore. Ges Cristo. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando la vedova che chiede giustizia al giudice. c. Chiedo ci che voglio: imparare a pregare sempre e aver la fede della vedova. d. Contemplo la scena, vedendo, osservando e ascoltando ogni dettaglio. Da notare: - pregare sempre - incattivirsi - giudice ateo e iniquo - la vedova - gli eletti che gridano giorno e notte - il Figlio delluomo trover la fede sulla terra? 4. Passi utili Sal 74; Gn 18,16-33; Es 17,8-15; 2Re 19,10-19; Rm 15,30; Col 4,12; Gn 32,23-33;
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Lc 22,39-46; 11,5-8.9-13; 2Pt 3,3-13.

103. O DIO, SII PROPIZIO A ME, IL PECCATORE (18,9-14)


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Ora disse anche questa parabola verso alcuni che confidavano su se stessi di essere giusti e nientificavano i rimanenti: 10 Due uomini salirono al tempio per pregare, luno fariseo e laltro pubblicano. 11 Il fariseo, in piedi, davanti a s pregava cos: O Dio, ti rendo grazie che non sono come i rimanenti degli uomini rapaci, ingiusti, adulteri, o anche come questo pubblicano. 12 Digiuno due volte la settimana, pago la decima su tutto quanto acquisto. 13 Ora il pubblicano, stando lontano non voleva neppure alzare gli occhi al cielo, ma batteva il suo petto
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dicendo: O Dio, sii propizio a me, il peccatore. 14 Dico a voi: Questo discese a casa sua giustificato, a differenza di quello. Poich ognuno che si innalza sar umiliato e chi si umilia sar innalzato. 1. Messaggio nel contesto Quando il Figlio delluomo torner, trover ancora la fede sulla terra? ha appena chiesto Ges (v. 8b). La fede larchitrave della porta dingresso nel Regno. Gli stipiti che la sostengono sono la preghiera e lumilt. Senza la prima muore di asfissia, senza la seconda cresce in presunzione. Per questo, dopo aver dichiarato la necessit della preghiera, si parla ora sulla sua qualit di fondo: lumilt. Questultima parte del viaggio, prima dellingresso a Gerusalemme, vuole convincerci di unevidenza: siamo tutti sufficientemente presuntuosi e ricchi da escluderci dal Regno. La nostra umilt allora sar riconoscerci nel fariseo; la nostra povert riconoscerci nel ricco.
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In questo dittico abbiamo due modelli di fede e di preghiera. Da una parte il fariseo, che prega davanti al proprio io. Sicuro nella propria bont, giustifica s e condanna gli altri. Dallaltra il pubblicano, che, sentendosi lontano da Dio e non potendo confidare in s, si accusa e invoca perdono. Tutti i personaggi del Vangelo di Luca sono riconducibili a queste due figure, che rappresentano rispettivamente limpossibilit e la possibilit della salvezza. Anzi pi esattamente: noi cristiani seri siamo tutti fratelli gemelli del fariseo, il presunto giusto, che Ges vuol convertire in reo confesso, perch accolga la grazia. In ogni sogno ci sono tre personaggi che contano: io che osservo, un altro che riconosco, e un terzo che non ricordo mai. Questi proprio il pi importante, il medio termine tra me e laltro. Ges svela al fariseo questo personaggio inafferrabile, mettendogli davanti uno specchio: il pubblicano, nel quale non vuol riconoscersi, la parte profonda del suo io che non accetta. Il Vangelo di Luca incoraggia questo riconoscimento in modo scandaloso, condannando il giusto e giustificando il peccatore. Il giusto condannato perch, nello sforzo di osservare le prescrizioni della Legge, trascura il comandamento da cui scaturiscono: lamore di Dio e dei prossimo. Il peccatore invece giustificato. Questo il vero scandalo del vangelo, che ci permette di accettare la nostra realt di peccatori in quella di Dio che ci ama senza condizioni - non per i nostri meriti, ma per il suo amore di Padre.
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La fede e la preghiera che introducono nel Regno si fondano su questa umilt fiduciosa, frutto della nuova conoscenza di s e di Dio. Dopo aver esortato alla preghiera, Ges dubita se trover la fede. Infatti, senza umilt, la preghiera dellio e non di Dio; la fiducia in s e non in lui. La prima autoglorificazione, la seconda presunzione. Questo racconto ci aiuta a discernere sulla nostra preghiera. Questa vera quando, riconoscendoci nel fariseo, facciamo nostra la preghiera del pubblicano. Qui Luca d il colpo di grazia al fariseo che nel discepolo, proprio nella sua roccaforte: la fede, la giustizia e la preghiera. Lunica differenza tra i peccatori e i giusti sta nel fatto che i primi accettano di essere salvati; i secondi non lo vogliono. Questo pubblicano richiama misteriosamente Zaccheo, il pubblicano. Ges, il nuovo tempio, alza lo sguardo su chi non osa levare gli occhi nel tempio, e fa di lui la sua dimora: Oggi nella tua casa bisogna che io dimori (19,5). 2. Lettura del testo v. 9: confidavano su se stessi di essere giusti e nientificavano i rimanenti. Chi confida nella propria giustizia, disprezza gli altri per apprezzare se stesso. Tutto pieno di s e centrato sul proprio io, non ha spazio n per gli altri, n per Dio. Orgoglio e disprezzo vanno sempre insieme.
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Il primo chiude al Padre, il secondo ai fratelli. Il giusto ha con Dio un rapporto di autosufficienza, da pari; con gli uomini di nientificazione, da superiore a tutti. Gli altri sono chiamati i rimanenti, gli scarti del suo io, unica cosa importante. latteggiamento di Erode davanti a Ges (23,11). Stimare gli altri superiori a s, avere lo spirito di Ges, principio di servizio e di comunione; stimare s superiore agli altri, principio di rivalit e di divisione (cf. Fil 2,3). v. 10: Due uomini. Pi che due persone, sono due spiriti che si contendono il cuore delluomo. Da una parte il protagonismo, lievito dei farisei (12,1ss); dallaltra il nascondimento, lievito del Regno (13,18-21). salirono al tempio. La stessa identica azione buona pu essere fatta con spirito e risultato finale opposto. per pregare (cf. brano precedente). Nella preghiera esce la verit del cuore davanti a Dio: la superbia o lumilt, la presunzione della giustizia o lammissione della colpa. Questo brano vuol farci discernere da che spirito mossa la nostra preghiera. Siccome il vero peccato quello del fariseo, e siamo tutti peccatori, non abbiamo discernimento se non ci vediamo in lui. La nostra umilt, siccome non labbiamo, sar lumiliazione di riconoscere la nostra stupida verit: siamo superbi come il fariseo.
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fariseo. il separato, che si stacca e si contrappone agli altri che non osservano la Legge. pubblicano. Esattore di tasse per conto dei dominatori pagani, la figura del reprobo pi detestabile. v. 11:Il fariseo, in piedi. la posizione corretta della preghiera: si sta davanti a Dio, interlocutore delluomo. davanti a s. In realt il fariseo sta davanti non a Dio, ma allio. La sua parola non raggiunge laltro; un monologo, non un dialogo. Come parla sempre tra s e s, cos prega davanti a s. nella solitudine infernale di chi fa dellio il proprio principio e il proprio fine. pregava. una preghiera di ringraziamento. Grazie la parola fondamentale delluomo, che bene-dice chi gli d ogni bene. Riconosce Dio come colui che ama e dona, e s come colui che riceve ed amato. Grazie la parola di consenso a s e a Dio, compiacenza di lui come creatore e di noi come sue creature, gioia di accertare s come dono di lui e tutto il resto come segno del suo amore. Ma la preghiera del fariseo di autocompiacimento; si appropria dei doni per lodare s invece del Padre e per disprezzare i fratelli invece di amarli. O Dio, ti rendo grazie che non sono. Ringrazia, ma non per lodare Dio ed entrare in comunione con lui, bens per lodare s e dividersi dagli altri. Davanti a colui che ha detto:
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Io-sono, gode del suo: io-non-sono come gli altri. una preghiera satanica, del nulla. La preghiera di chi non umile una luciferina separazione dai fratelli e dal Padre: lo stravolgimento massimo e pi facile che ci sia. In essa si usa Dio per cercare il proprio io. il peccato allo stato puro. Quello dellaltro che si accusa una bazzecola. Chi si sente superiore allaltro mentre prega, sempre lontano da Dio, che si fatto pi piccolo di tutti. rapaci .. Sono coloro che si appropriano di ci che altrui. E il giusto non si appropria dei doni di Dio e del proprio io? ingiusti. Sono coloro che non fanno la volont di Dio. E il giusto non ne trasgredisce il comandamento? adulteri. Sono coloro che non vanno con il loro amore. E il giusto non si prostituisce allidolo del proprio io, invece di amare Dio? questo pubblicano. una sottospecie dei rimanenti, che non contano: particolarmente rapace, ingiusto e adultero. Il fariseo, che lo accusa per giustificarsi, lo conosce bene. Lo vede da vicino, come in un quadro, per rilevare la sua distanza da lui. Non si accorge di essere davanti a uno specchio. In lui ha descritto il proprio peccato. Il nostro farisaismo esce proprio tutto bene quando preghiamo. E non a caso! La preghiera specchio della verit: ci fa vedere che abbiamo tutto il male di cui accusiamo
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gli altri. Allora, o cerchiamo di giustificarci, o finalmente smettiamo di accusare e iniziamo a invocare misericordia. Non c preghiera senza umilt, non c umilt senza scoperta del proprio peccato, anche del pi tremendo, che quello del giusto. v. 12: Digiuno due volte la settimana. Continua lautoelogio. Lv 16,29 chiede un solo digiuno allanno, nel giorno dellespiazione. Lui ne fa due alla settimana, il luned e il gioved, per espiare i peccati altrui. Bont sua! pago la decima su tutto quanto acquisto. Le tasse sul grano, lolio e il vino vanno pagate dal produttore, non dal consumatore (Dt 12,17). Ma se laltro non avesse pagato? Per essere sicuro che la Legge sia osservata, il fariseo fa pi di quanto richiesto, e paga lui. Egli davvero lunico giusto. I rimanenti sono tutti un po come il pubblicano, mangioni e disonesti. Questo ringraziamento potrebbe essere tradotto cos: Giustamente mi ringrazi, o Dio, per la mia bravura! Te ne accorgi vero? E presto o tardi mi ricompenserai!. v. 13: il pubblicano, stando lontano. Visibilizza anche allesterno la sua lontananza da Dio che sente dentro. Anche i conoscenti di Ges si pongono a distanza dalla croce (23,49), e anche il padre vede il figlio perduto da lontano (15,20). il campo di visibilit di Dio, che guarda solo verso lumile.
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non voleva alzare gli occhi al cielo. Con gli occhi bassi davanti a Dio (= cielo), umile e cosciente del proprio peccato, gli sta innanzi in modo diverso dal fariseo. batteva il suo petto. Segno di contrizione, come le folle ai piedi della croce (23,48). dicendo. La sua preghiera non pretende neanche di essere tale. un dire. Tante persone, umili e di alta preghiera, dicono: non so se le mie preghiere valgono qualcosa, e neanche se sono preghiera. Questo pubblicano, a differenza del fariseo, non ha fiducia neanche nella sua preghiera. Anche questa gli sottratta. Spera solo in Dio. Ma la preghiera dellumile penetra le nubi (Sir 35,17). O Dio, sii propizio a me, il peccatore. Simile a quella dei lebbrosi e del cieco (17,13; 18,38), la preghiera che purifica e illumina, introducendo a Gerusalemme. una supplica con due poli: la misericordia sua e la miseria mia. Lumilt lunica qualit in grado di attirare laltissimo: fa di me un vaso, che, svuotato dallio, pu essere riempito di Dio. Questa preghiera del pubblicano sar anche la mia quando scoprir il mio peccato di fariseo. Non si ritiene un peccatore, ma il peccatore, il pi responsabile di tutti. I rimanenti sono per lui, a differenza che per il fariseo, tutti giusti.

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v. 14: Dico a voi. il giudizio di Dio pronunciato in modo solenne da Ges, maestro della Legge. Questo discese... giustificato. La fede che giustifica viene dallumilt che invoca la misericordia. Il Figlio delluomo trover questa fede al suo ritorno? Lo sappiamo se il nostro pregare sempre, come la vedova, ha il tono di quello del pubblicano. Chi perde la coscienza che tutti siamo peccatori, e Dio solo giustifica (Rm 3,23; 8,33), non ha tale fede. Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza per usare a tutti misericordia (Rm 11,32). a differenza di quello. La presunzione nella propria giustizia non salva nessuno. Il giusto non giustificato finch non conosce il suo grave peccato. ognuno che si innalza sar umiliato (= 14,11). Richiama listruzione di Ges dopo la sgonfiatura dellidropico in casa del fariseo (14,7-11). Qui si parla dellumilt necessaria alla preghiera. Senza di essa c una diabolica perversione della preghiera in autocompiacimento, della fede in autogiustificazione. Il fariseo fa un salto mortale, dicendo: Ti ringrazio che non sono come quel peccatore. Il pericolo del lettore cristiano dire: Ti ringrazio che non sono come quel fariseo. il doppio salto mortale. Senza umilt non c nessuna conoscenza vantaggiosa n di s n di Dio, e si permane nelle mani del maligno. Torna utile ripeterlo: se il peccato la
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superbia, lumilt che Luca richiede a ogni credente quella di riconoscere la propria umiliante superbia di fariseo. Solo Maria pu ringraziare per lumilt, perch fu preservata dal peccato. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando la scena nel tempio. c. Chiedo ci che voglio: riconoscermi peccatore, solidale con la miseria di tutti e con la misericordia di Dio verso tutti. d. Traendone frutto, mi identifico col fariseo, guardo il pubblicano e sento cosa dice Ges. Da notare: - confidare in se stessi - nientificare gli altri - come prega il fariseo, cosa dice - come prega il pubblicano, cosa dice - la valutazione di Ges. 4. Passi utili Sal 14; Sir 35,11-24; 1Sam, 2,1-10; Lc 1,45-55; 1Cor 4,7; Rm 3,9-23.
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104. CHI NON AVR ACCOLTO IL REGNO DI DIO COME UN BAMBINO, NON ENTRER IN ESSO (18,15-17)
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Ora, gli portavano anche dei lattanti, perch li toccasse; ora, visto, i discepoli li minacciavano. 16 Ora, Ges li chiam appresso dicendo: Lasciate i bambini venire a me e non impediteli. Di tali infatti il regno di Dio. 17 Amen, vi dico: chi non avr accolto il regno di Dio come un bambino non entrer in esso. 1. Messaggio nel contesto Ges aveva esultato nello Spirito e lodato il Padre per la conoscenza di s rivelata ai piccoli (10,21s). Ora questi gli si accostano liberamente: al contatto con lui, il Figlio, attingono direttamente la paternit di Dio, il mistero del Regno.
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Dopo il c. 10, il viaggio di Ges a Gerusalemme tutta una catechesi sulla vita filiale, quasi un commento alle varie domande del Padre nostro. Qui si giunge al nocciolo: a quale condizione luomo pu dire Abb. Non gli si chiede che accettare la sua realt di figlio e diventare ci che : di Dio, da lui e per lui che gli Padre. Bisogna che torni bambino, ancora non nato. Anche se vecchio, deve ritornare nellutero materno. Solo cos pu essere rigenerato a vita nuova (Gv 3,4ss): Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli (Mt 18,3). I piccoli non posseggono nulla, neanche se stessi. Quanto hanno e sono, dono altrui. Non possono procurarsi niente: si attendono tutto. Non sono capaci di fare alcunch; anzi, loro stessi diventano ci che gli altri ne fanno. una situazione di dipendenza totale. Il loro stesso essere essere di qualcuno. Se sono di nessuno, muoiono. Ma questa loro debolezza estrema vissuta con fiducia, come unica forza: il bisogno stesso di essere figli, che tutto ricevono. Essi sono davanti ai loro genitori ci che ogni uomo davanti a Dio: sua creatura, suo figlio, che da lui riceve quanto ha ed . Rappresentano quella povert assoluta che ci fa accettare di essere totalmente da lui. Cos lui diviene per noi ci che gi in s: nostro Padre. I piccoli entrano nel Regno, che il Figlio, appunto perch accettano la paternit di Dio. Essi hanno la qualit della vedova e del pubblicano: sono invocazione del dono altrui in quanto bisogno, e sono fiducia nella piet altrui in quanto privi di meriti.
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Il Sal 131 ci descrive il credente come un bimbo svezzato, tranquillo e sereno in braccio a sua madre: non desidera pi il latte, ma labbraccio che lavvolge. Come il latte la vita del piccolo, cos labbandono fidente in Dio la vita delladulto. Senza questa fiducia in colui che gli pi madre di sua madre - sei tu che mi hai tessuto nel ventre di mia madre (Sal 139,13)! - luomo non pu vivere. Ne ha bisogno come il piccolo del latte. Diversamente sprofonda nel nulla. Si pu parafrasare il Sal 131, capovolgendolo come segue: Il mio cuore si gonfia di vacuit e il mio sguardo si alza in una sfida continua: vado in cerca di cose grandi, sempre superiori alle mie forze. Sono inquieto e angosciato, come un vecchio voglioso in braccio alla morte, come un vecchio insaziato lanima mia. Dispera, nella tua impotenza, ora e sempre. uno specchio delluomo contemporaneo, fatto da s, che ignora la paternit materna di Dio, e non sa da dove viene e per dove andare. Nella scena analoga di 9,46ss Ges si identifica con il bambino. Qui vuol portare noi a fare altrettanto, per accogliere il Regno e aver parte con lui. Questo brano spiega la fede che Ges vuol trovare per il suo ritorno (v. 8): quando la trova, egli viene ed gi in mezzo a noi (17,21). Il che fare per ereditare la vita (v. 18; cf. 10,25.28.37), innanzitutto un lasciarsi fare, anzi il saper ricevere. In questo si realizza la pi grande potenzialit delluomo: diventare figlio di Dio. una passivit che ci costruisce pi di ogni altra attivit.
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2. Lettura del testo v. 15: lattanti. La parola greca (brphos) significa per s feto, piccolo da alimentare. Nel suo cammino verso Gerusalemme, Ges, il Figlio, trova fratelli non ancora nati. Lincontro con lui li far nascere a vita nuova. Mentre luomo deve osservare la Legge, la donna in parte pu e in parte no, il bambino impossibilitato. A maggior ragione chi lattante o ancora da nascere. Nei confronti della Parola, il piccolo pi povero del peccatore. Questi, pur trasgredendola, avrebbe la possibilit di compierla. Se luno mancanza, laltro impotenza assoluta. Pu vivere solo di dono, e ha come unico diritto il bisogno. il contrario esatto del fariseo. Lo sforzo di ogni crescita umana mira giustamente a emanciparsi da questa situazione di dipendenza. Essere adulti nella fede invece significa recuperare nei confronti di Dio latteggiamento che il piccolo ha nei confronti dei genitori. Si pu anzi aggiungere che solo chi ha tale atteggiamento nei confronti di Dio pienamente adulto ed emancipato dalle varie schiavit dellio e degli altri. Tutto lo sforzo di Ges quello di condurci a questo stato di povert e di umilt che il suo, per farci rinascere figli in lui, in modo da poter dire con gioia il suo stesso s di compiacenza al Padre. La vita dire : S, grazie!. La morte lautosufficienza di chi dice: No, prego!.

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perch li toccasse. Non esatto tradurre, come spesso si fa, accarezzare. Toccare esprime quel contatto personale e fisico, che la fede stabilisce tra il credente e Ges. La fede ci unisce con lui e ci identifica a lui, dandoci la salvezza. Il Signore in Luca tocca, oltre i bambini, il lebbroso, la bara e lorecchio di Malco (5,13; 7,14: 22,51). E, mentre gli altri lo stringono e lo schiacciano (8,45), solo due donne riusciranno a toccarlo: la peccatrice (7,39) e limpura (8,44.45.46). Ad ambedue Ges dir: la tua fede ti ha salvata (7,50; 8,48). Il tocco di Ges, luce del mondo, illumina il discepolo e ne fa la lampada accesa agli occhi del mondo (8,16; 11,33). i discepoli li minacciavano (cf. v. 39). la stessa parola che si usa quando Ges zittisce i demoni e i discepoli che intendono fargli propaganda come Messia (cf. 9,21). Ritengono che stare con Ges sia loro prerogativa, oppure invidia per unintimit loro preclusa? Che diritto hanno di stargli vicino? Non per lui una perdita di tempo, oltre che di prestigio? Non disdicevole tutta questa gazzarra attorno al Maestro, al loro Maestro? loro dovere difenderlo! Non hanno capito ancora il suo mistero di piccolezza (9,46-48). Vogliono dividerlo da ci con cui si identificato. v. 16: Ges li chiam. Egli chiama vicino quanti i discepoli vogliono spingere lontano da lui.

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Lasciate. la stessa parola usata per rimettere (= lasciare, perdonare) i peccati (11,4). Avvicinarsi a lui non un merito. un dono che sa di perdono. i bambini venire a me. Ges viene a noi come dono e misericordia. Noi possiamo andare a lui solo come bambini, ossia come desiderio e bisogno. non impediteli. Ges supplica la chiesa perch non escluda i piccoli e i peccatori (cf. c. 15). I non aventi diritto e gli esclusi sono gli ammessi al banchetto (1 4,13-24). Noi abbiamo accesso a lui solo se diventiamo come loro. Lunico impedimento al Regno pretendere di averne diritto o accampare meriti e privilegi. Di tali infatti il regno di Dio. Il mistero del Regno la conoscenza che il Figlio ha del Padre, come uno che ha ed tutto da lui e per lui (10,21). Luca, attraverso lascolto, vuol portare a quella povert alla quale promesso il Regno (6,20). Lumilt, verit delluomo, lhumus in cui nasce il fiore della fede: ci fa accettare noi stessi come dono del Padre, suoi figli. Solo cos partecipiamo alla gioia stessa del Figlio (10, 20s) ed entriamo nel mistero di Dio. Per questo bisogna diventare tali, cio come i bambini. v. 17: Amen. Introduce unaffermazione solenne, di autorit divina. Significa: in verit. Dio che parla in
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prima persona, a nome proprio. Quando parla il profeta a nome suo, dice: Debar JHWH (= Parola di Dio). chi non avr accolto il regno di Dio come un bambino. Il Regno non da fare o da costruire. C gi. solo da accogliere. Non difficile accoglierlo, perch Ges stesso, il pi piccolo tra noi, niente di s e tutto del Padre. Questo accogliere superiore a ogni nostro fare. la possibilit estrema delluomo: lo fa capace di Dio. non entrer. Affermazione durissima. Si parla di esclusione dal Regno (cf. 14,24). simile ad altre due: chi non con me, contro di me e: chi non rinuncia a tutti i suoi averi, non pu essere mio discepolo (11,23; 14,33). Discepolo colui che, non possedendo nulla, neanche se stesso, tutto dellaltro. Cos diventa come il suo maestro, Figlio del Padre. Il Regno Ges, Figlio di Dio. Va accolto come un bambino perch si fatto piccolo e vive solo se accolto. Dove accolto, cresce e a sua volta ci accoglie: entriamo in lui, il Figlio. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando le mamme che portano a Ges i loro piccoli.
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c. Chiedo ci che voglio: accogliere il regno di Dio come un bambino. d. Traendone frutto, guardo, ascolto e osservo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. 4. Passi utili Sal 131; Mt 18,1-5; Gv 3,1-16; Lc 9,46-48; 10,21-22; Gal 4,4-7.

105. ANCORA UNA SOLA COSA TI MANCA (18,18-30)


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E un notabile lo interrog dicendo: Maestro buono, facendo che cosa erediter la vita eterna? 19 Ora gli disse Ges: Perch mi dici buono? Nessuno buono, se non Dio solo. 20 Conosci i comandamenti:
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non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non testimoniare il falso, onora tuo padre e la madre. 21 Egli disse: Tutto questo lo custodii dalla giovinezza. 22 Ora, udito, Ges gli disse: Ancora una sola cosa ti manca: tutto quanto hai, vendi e distribuisci ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli, e, suvvia, seguimi. 23 Ora, udito questo, fu avvolto di tristezza, poich era molto ricco. 24 Ora Ges, avendolo visto avvolto di tristezza, disse: Come difficilmente quanti hanno le ricchezze entrano nel regno di Dio. 25 Poich pi facile a un cammello entrare in una cruna dago, che a un ricco entrare nel regno di Dio. 26 Ora, quelli che avevano udito, dissero:
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E chi pu salvarsi? 27 Ed egli disse: Le cose impossibili presso gli uomini sono possibili presso Dio. 28 Ora Pietro disse: Ecco: noi, lasciate le proprie cose, ti seguimmo. 29 Egli disse loro: Amen, vi dico: Non c nessuno che abbia lasciato casa o donna o fratelli o genitori o figli a causa del regno di Dio, 30 che non riceva indietro molte volte altrettanto in questo momento e, nel secolo che sta per venire, la vita eterna. 1. Messaggio nel contesto Il brano riguarda il che fare per ereditare la vita eterna, nominata allinizio e alla fine (vv. 18.30). Tratta del problema
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fondamentale delluomo: la salvezza in rapporto alla sua libera azione. la domanda delle folle al Battista, che sar fatta anche a Pietro il giorno della pentecoste (3,10.12.14; At 2,37). Due risposte sono possibili, luna dettata dalla falsa, laltra dalla vera sapienza. La prima quella del ricco possidente (12,17s), la seconda quella dellamministratore che sa di dover rendere conto (16,3.4). La stessa domanda fu gi posta dal legista (10,25), dopo la rivelazione della paternit di Dio nel Figlio. Da 10,25 a qui una grande inclusione che fa di tutto il cammino di Ges una spiegazione sul che fare per ereditare la vita eterna: bisogna diventare ci che siamo, poveri e umili come bambini, per tornare a essere figli e poter dire: Abb. Ma noi siamo troppo ricchi e grandi. Il racconto vuole immedesimarci con il ricco, per farci costatare che ci impossibile salvarci. Egli il contrario dei piccoli del brano precedente. Questi non hanno e non sono nulla, e ricevono tutto ci che hanno e sono dal Padre; sono appunto suoi figli. Lui invece ha tanto ed tanto: ricco e notabile, e riceve da Mammona quanto ha ed . In questo brano Ges parla solo del secondo comandamento, lamore del prossimo, tralasciando il primo, lamore di Dio. Questo ormai si realizza nel lasciare tutto per seguire lui. A chi osserva il secondo, manca ancora una cosa, la principale, per avere la vita: amare Ges, ed essere con lui e come lui. Solo cos eredita la vita (cf. 10,27ss; Dt 6,5). Questo ricco notabile simile a chi lavora e suda nel campo, senza avere la gioia di trovare il tesoro (cf. Mt 13,44s). Ges vuole
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illuminarlo perch si accorga di avere davanti il tesoro che sta cercando. Il brano si divide in tre parti. La prima (vv. 18-23) sulla necessit della povert: per ereditare la vita del Padre, bisogna essere come Ges, il Figlio, povero e misericordioso. Il regno di Dio del povero (6,20), appunto perch quello del Figlio, che tutto riceve dal Padre. La seconda (vv. 24-27) sullimpossibilit della povert: la ricchezza ci impedisce lingresso nel Regno. La terza (vv. 28-30) su ci che rende possibile questa povert: la scoperta del tesoro vero ricchezza presente e futura - per la gioia del quale si lascia tutto. 2. Lettura del testo v. 18: un notabile. Per Mt 19,22 un giovane; per Mc 10,17 un tale; per Luca un notabile (un capo), che poi dir essere molto ricco (v. 23). In lui si assommano lavere e lapparire, la ricchezza e il potere. Maestro buono. Maestro colui che insegna la Legge, via alla vita. Buono per il notabile un semplice titolo onorifico. Ges lo riprender per fargli intuire un significato pi profondo. facendo che cosa erediter la vita eterna?. la stessa domanda del legista (10,25). Il cammino che Ges ha
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compiuto da allora fin qui una lunga catechesi che risponde a questa domanda. La vita eterna la salvezza delluomo. uneredit, dono che spetta al figlio in quanto tale. Ci che bisogna fare per ereditarla una vita filiale, che non abbia come principio la ricchezza, il potere e la superbia, ma la povert, il servizio e lumilt del Figlio. quanto Ges andato mostrando. Essendo un dono, la vita eterna esige la libert dal potere e dalla superbia per accoglierlo. Per questo, pur non essendo una retribuzione, ha la caratteristica del premio. Premio alla povert e allumilt appunto. v. 19: Perch mi dici buono? Nessuno buono, se non Dio solo. Ges vuol rendere avvertito il notabile che chi gli sta davanti buono non solo in senso generico. il solo buono, la bont stessa del Dio inaccessibile che si fatto nostro prossimo, per amarci e per poter essere riamato con tutto il cuore. v. 20: Conosci i comandamenti: non commettere adulterio, non uccidere, ecc.. Ges elenca solo la seconda parte del decalogo, quella sul rapporto con i fratelli (Es 20,12-16; Dt 5,16-20). Tralascia la prima, quella sullamore di Dio (10,27; Es 20,7-11; cf. Dt 6,5; 5,6-15). Questa si compie ormai seguendo Ges. Se tu fossi mio fratello allora ti potrei baciare, sospira la sposa (cf. Ct 8,1s). In lui finalmente trova colui che desidera baciare. Solo chi comprende in che senso Ges buono, e ha la sublimit della conoscenza di lui come suo Signore (Fil 3,8), pu finalmente adempiere il
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primo comandamento. Questo il passaggio tra lAntico e il Nuovo Testamento. Luca, a differenza di Marco e Matteo che citano secondo Es 20,12ss e Dt 5,16ss, nomina prima ladulterio. il vero peccato: non amare lo sposo e fornicare con lidolo. A questo punto Mc 10,21 dice che Ges lo guard dentro e lo am. il modo per rivelargli quanto gli manca: lamore del suo Signore per lui. Luca qui tralascia lo sguardo di Ges, che verr invece concesso a Pietro che rinnega (22,61). Non sarebbe ancora in grado di vederlo. Solo dopo la guarigione del cieco di Gerico, locchio del ricco Zaccheo che si sa piccolo e peccatore potr incontrarsi con quello di Ges (19,3.5) e avverr limpossibile. v. 21: Egli disse: Tutto questo lo custodii dalla giovinezza. Come Paolo, ricco della propria giustizia, questo notabile irreprensibile nellosservanza dei comandamenti (Fil 3,1ss). Fa questa constatazione con verit e autocompiacimento, come il fariseo (vv. 9ss). La legge di Dio lamore della sua giovinezza, il suo tesoro. Ora per chiamato a riconoscere nel Maestro colui che solo buono: il Dio stesso della Legge, il suo tesoro da amare con tutto il cuore. v. 22: Ancora una sola cosa ti manca. Osservare i comandamenti necessario, ma non sufficiente. La vita amare con tutto il cuore il Figlio ed essere come lui. Il Padre colui che ci attira verso il Figlio (Gv 6,44) per metterci con
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lui, in modo che siamo noi. Diversamente siamo perduti, fuori dalla nostra essenza. vendi e distribuisci ai poveri. Ci che manca la povert e la misericordia, che si ottengono vendendo tutto e donando ai poveri. La povert ci fa come il Figlio, che vive di quanto riceve dal Padre, in cui ripone ogni fiducia. La misericordia ci rende come lui, simili al Padre, che d tutto. Povert e amore sono le due facce di ununica realt; vanno sempre insieme. Lamore d; solo quando ha dato tutto, si realizza davvero nel dono di s. Questo notabile ricco chiamato a essere povero e a condividere coi poveri per diventare come il Figlio, che da ricco che era si fece povero per arricchire noi con la sua povert (2Cor 8,9). Queste parole mossero Antonio il Grande e Francesco dAssisi verso il loro cammino. e avrai un tesoro nei cieli. la vita eterna (vv. 18.30), il tesoro inesauribile (12,33), la nostra vera ricchezza (16,9-12): il nostro essere figli. Infatti chi d, diventa simile al Padre, che dono. Uno non ci che ha, ma ci che d. Chi d tutto se stesso, se stesso e tutto. Per questo chi non rinuncia a tutto, non pu essere come il Figlio, uguale al Padre, che d tutto se stesso. e, suvvia, seguimi. Si segue solo chi si ama. Anche se avessi distribuito tutte le mie sostanze, e non avessi lamore di Cristo a nulla mi giova (1Cor 13,3). La vita cristiana
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seguire e amare Ges (cf. 5,11; 9,23) perch lui la mia vita (Fil 1,21). NellAT si seguiva la Legge. Ora si segue Ges, Parola di Dio fatta carne. In lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinit (Col 2,9). Egli ci dona nel tempo lamore eterno di Dio e la possibilit di riamarlo. v. 23: udito questo, fu avvolto di tristezza. Invece dellabito di gioia dei salvati, rivestito di tristezza (cf. Sal 30,12). linizio del pianto e stridor di denti (13,28) di chi si esclude dal banchetto della vita eterna (14,24). Questa tristezza il contrario della grande gioia di chi ha trovato il tesoro (Mt 13,44). Questespressione, che esce in Luca solo a questo proposito, usata da Mc 14,34 (cf. Mt 26,38) per descrivere langoscia mortale dellorto, quando Ges sar in balia del potere delle tenebre. Per, a differenza di Mc e Mt, il ricco non se ne va. Rimane ad ascoltare quanto Ges va dicendo. Il suo restare l davanti alla Parola gli offre la possibilit di essere illuminato come il cieco e di trasformarsi in Zaccheo, che vedr lo sguardo di Ges. poich era molto ricco. il contrario del bambino, povero di tutto. pieno di beni, di onori e anche di perfezione religiosa. Ricco, notabile e osservante, ha il perfetto lievito dei farisei! Gli manca solo di considerare tutte queste cose come sterco per guadagnare Cristo (Fil 3,8).

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v. 24: Ges, avendolo visto avvolto di tristezza, disse. Quanto Ges dir per guarirlo dalla sua tristezza. Il notabile resta ad ascoltare con i discepoli di allora e di sempre, per essere guariti dai loro mali (cf. 6,18). La tristezza di chi vede la propria cecit davanti al vero tesoro. un disagio, gi presagio di guarigione. Come difficilmente quanti hanno le ricchezze entrano nel regno di Dio. Il possesso esclude da Dio che dono. Si noti il crescendo che Ges fa: qui dice che difficile; poi prosegue con lesempio del cammello, per concludere che impossibile. v. 25: pi facile a un cammello entrare in una cruna dago, ecc.. Il paradosso indica lincompatibilit tra ricchezza e Regno: non si pu servire a due padroni (16,13). Il Signore uno solo. v. 26: quelli che avevano udito. Oltre i discepoli, c anche il notabile e ogni lettore di Luca che si identifica con lui. chi pu salvarsi?. Un tale aveva chiesto a Ges se sono pochi quelli che si salvano (13,23). Quanti hanno udito le esigenze del Regno, costatano che nessuno pu salvarsi. Siamo tutti notabili e ricchi abbastanza per non entrare nel Regno.
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v. 27: Le cose impossibili presso gli uomini sono possibili presso Dio. Non per questo Ges abbassa le esigenze. Ribadisce che impossibile a chiunque salvarsi. Qui voleva portare i discepoli: la salvezza non una conquista, ma un dono di amore e di grazia. concesso a chi ne sente il bisogno e lo invoca con umilt, perch si sente incapace di conseguirlo. Maria, che concepisce linconcepibile, figura della chiesa: sa che nulla impossibile presso Dio (1,37). La salvezza, opera dellunico che potente (1,49), donata a chi non ha ricchezza n presunzione. Luca vuol condurre ogni credente a constatare limpossibilit di salvarsi, perch apra la mano e accetti il dono. v. 28: noi, lasciate le proprie cose, ti seguimmo. Pietro saccorge, con meraviglia, che limpossibile gi realt per i discepoli: hanno lasciato tutto per seguire Ges (cf. 9,23ss. 57ss; 14,26s33). La povert dei piccoli, richiesta per entrare nel Regno, possibile solo come adesione a lui e amore per lui, il Signore. vv. 29s: Amen, vi dico: Non c nessuno che abbia lasciato casa o donna... a causa del Regno, ecc.. Il Regno, da cercarsi innanzi tutto (12,31), Ges stesso, il Figlio che ci accoglie con s nel Padre. La povert non stoicismo: motivata dalla gioia di chi trova in lui il suo tesoro. Chi lascia tutto - Luca aggiunge anche la donna - ha gi trovato la perla, pi preziosa di tutto. gi nel Regno, perch il Regno gi in lui (cf. 17,21). Nel futuro ci sar la rivelazione piena. Beati
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voi poveri, perch vostro il Regno (6,20). Il brano si chiude come si era aperto, con lespressione: vita eterna. la pienezza di vita che acquista chi vive da figlio, dando tutto come il Padre. La povert di chi tutto riceve e tutto d, la ricchezza dellamore, che tutto dono. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges che va a Gerusalemme e il ricco che gli viene incontro. c. Chiedo ci che voglio: capire lunica cosa necessaria che mi manca. d. Contemplo la scena, immedesimandomi nel notabile ricco. 4. Passi utili Sal 48; Fil 3; Mt 13,44-46; Lc 6,20-26; 12,32-34; 14,2533; 16,9-13.

106. ESSI NIENTE COMPRESERO (18,31-34)


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Ora, assunti i Dodici, disse loro: Ecco, saliamo a Gerusalemme e si compir tutto quanto scritto attraverso i profeti sul Figlio delluomo: 32 poich sar consegnato alle nazioni e sar deriso e sar insultato e sar sputacchiato 33 e, flagellato, lo uccideranno e, nel terzo giorno, sorger. 34 Ed essi niente compresero di queste cose e questa parola era nascosta loro e non conoscevano le cose dette. 1. Messaggio nel contesto lultima tappa del pellegrinaggio di Ges (18,31-19,27). La morte del Figlio delluomo, gi annunziata due volte (9,22.44), viene ora ripetuta e spiegata nel suo significato profondo: il compimento delle Scritture.
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La sua vita ha un principio e un fine: il Padre (2,49; 23,46). Egli il Figlio unigenito, lunico che, non volendo restare solo, and incontro a tutti i fratelli fuggitivi per ricondurli a casa. La sua via la nostra stessa, ma percorsa in senso opposto. Per questo ci incomprensibile. Nove lunghi capitoli separano questa dalla seconda predizione (9,44). In essi inserito il grande viaggio dalla Samaria a Gerusalemme, in cui la croce fa da sfondo costante alle sue decisioni (12,50; 13,31ss; 17,25) e alle sue istruzioni ai discepoli. Il suo stesso cammino di samaritano, al quale ci invita (10,37), la sua croce quotidiana, preludio di quella definitiva che ormai si staglia netta allorizzonte. Questo terzo annuncio segue la costatazione che i discepoli fanno di aver lasciato tutto e precede lilluminazione del cieco. Se hanno lasciato tutto, certamente hanno capito che il maestro lunico buono: il tesoro nascosto, la perla preziosa, il Regno in mezzo a noi. Ma certamente ancora non sanno quanto buono! Egli buono della bont stessa di quel Dio che si rivela nella povert, umiliazione e umilt del Figlio delluomo consegnato per noi. Proprio cos ci salva dal male che, allignando nellignoranza di Dio, ha la sua radice nellegoismo e i suoi frutti velenosi nella brama di avere, potere e apparire. Qui Ges toglie il velo delle Scritture, dicendo che la sua morte/risurrezione ne il compimento. Dovr poi guarire la nostra cecit, perch possiamo vederlo. Porter lopera a buon esito solo dopo pasqua, quando, oltre che aprire il significato della Legge e della promessa, aprir la mente dei
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discepoli ad accoglierlo (24,27.45). Lamore di un Dio crocifisso nella sua passione per luomo, gi incredibile in s per la sua smisurata grandezza, trova resistenza in noi per la menzogna antica. Veramente siamo stolti e bradicardici (= lenti di cuore) nel credere alla Parola (24,25). Questa salita di Ges a Gerusalemme sar rivissuta negli Atti dal discepolo Paolo, che dir: Ed ecco: ora, avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme, senza sapere ci che l mi accadr: so soltanto che lo Spirito santo in ogni citt mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni (At 20,22s). Sente le resistenze sue e degli altri - c anche Luca! - che si oppongono al viaggio; e dice loro: Perch fate cos, continuando a piangere e a spezzarmi il cuore? Sono pronto non solo a essere legato, ma a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Ges. Allora tutti dicono: Sia fatta la volont del Signore (At 21,13s). Hanno finalmente capito che necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio (At 14,22). Tutta la catechesi di Ges ai discepoli - il lungo viaggio! - inclusa quindi tra due predizioni della croce e della risurrezione, mistero della vita sua e nostra. lunico punto da spiegare, che spiega a sua volta tutto. La lunga istruzione ha un risultato deludente: i discepoli - consolante per noi che vogliamo essere come loro! - non capiscono niente. Sanno per bene ci che non vogliono e non possono capire: lumiliazione del Figlio delluomo come via alla salvezza. Fine di ogni catechesi riconoscere questa cecit davanti a lui, in modo da chiedere lilluminazione. Listruzione
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religiosa non porta alla conoscenza: apre alla rivelazione, proprio mostrando la nostra incomprensione dellessenziale alla salvezza e facendoci invocare la luce. 2. Lettura del testo v. 31: assunti i Dodici. s. Quasi li rapisce, come trasfigurazione (9,10.28). associati al santo viaggio. come i lebbrosi (17,14). stesso muoia e risorga. Ges prende i suoi e li porta con prima del mistero del pane e della Anche se non capiscono, sono Cammin facendo, saranno guariti Prima per necessario che lui

saliamo a Gerusalemme. Gi anticipata in 2,41ss, questa salita la conclusione del suo cammino di samaritano. In esso si fa carico del male di tutti e di ciascuno, per elevarsi sulla croce coperto di tutta la lebbra del mondo. e si . compir tutto quanto scritto attraverso i profeti sul Figlio delluomo. Gerusalemme non sar la fine, ma il fine della sua fatica di pellegrino. L potr dire: Tutto compiuto! (Gv 19,30). Ora spiega il significato della sua morte e risurrezione: la realizzazione della grande profezia sul Figlio delluomo, compimento di tutta la promessa di Dio. I due versetti che seguono sono il riassunto della sua passione. molto importante che sia sulle labbra di Ges. Ci che avverr a Gerusalemme non un caso o un incidente sul
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lavoro, ma frutto del sapiente disegno di Dio, che il Figlio conosce, esegue e rivela: la Parola, di cui tutta la Bibbia commento (cf. 9,30s; 24,26s; 24,44-46). vv. 32-33: Ogni singola parola di questi due versetti va pesata e contemplata. Contengono la Parola, lenigma di tutta la Bibbia. La croce la chiave per entrare e scoprire il tesoro del Re. Tutti i verbi sono al passivo: indicano la passione di Dio per luomo. Sono in forma attiva solo uccidere e risorgere, che indicano rispettivamente lazione delluno e dellaltro. sar consegnato. Dio di sua natura consegna, perch dono di s. E ci che Dio in s, lo diventa per noi nel Figlio. Luomo desidera possedere solo perch non lo conosce. Egli essenzialmente povero; non possiede neanche s. infatti trinit damore. Ogni persona ha il suo essere se stessa dal suo essere dellaltra: lessere Padre il suo essere del Figlio, lessere Figlio il suo essere del Padre, lessere dello Spirito il suo essere di ambedue. Questa povert propria dellamore, in cui ognuno dona allaltro e da lui riceve tutto, anche la propria identit. alle nazioni. Luca particolarmente sensibile al carattere di universalit della salvezza. e sar deriso (alla lettera: sar trattato da bambino). Luomo desidera lonore. Lamore invece accetta ogni
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umiliazione (cf. 23,36; 1Cor 13,4-7). nientificarlo (23,11).

Erode giunger a

e sar insultato. Luomo desidera larroganza del potere sugli altri (la hybris). Dio invece sta con noi come il pi piccolo tra tutti (9,48; cf. 2,12), come colui che serve (22,27), e porta ogni ingiuria. e sar sputacchiato. Luca anticipa qui la duplice scena dello sputacchiamento di disprezzo sul suo volto glorioso (Mc 14,65; 15,19), che poi tralascer. Luomo con il suo sputo riversa su di lui tutto il veleno che ha nel cuore, mentre lui con la sua saliva ha guarito il nostro silenzio e la nostra tenebra (Mc 7,33; 8,23; Gv 9,6). e, flagellato. Luca, come tralascer la coronazione di spine, parla solo qui della flagellazione. Paolo stesso riuscir a evitarla (At 22,25s). lo uccideranno. Ges non morir. Sar ucciso. La morte semplicemente la fine della vita. Tocca ogni uomo, perch mortale. Con luccisione invece si affermano fin nella morte i valori per cui si vissuto. il fine di una vita, il martirio (= testimonianza). Luccisione di Ges certifica tutta la sua vita come trasparenza dellamore verso il Padre e verso i fratelli. e, nel terzo giorno, sorger. Non si dice: ma sorger, bens: e sorger. La risurrezione non in contrapposizione,
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ma in continuit con il mistero di umiliazione e di morte. la settima e ultima azione, fatta da quel Dio che assume su di s le sei precedenti che fa luomo: consegnare, deridere, insultare, sputacchiare, flagellare e uccidere. Nella risurrezione si rende palese il vero senso della croce. Il suo abbassamento e la sua knosis (svuotamento) assoluta manifestano la gloria di un amore infinito. Per questo, e non nonostante questo, Dio lha esaltato (Fil 2,9). Il mattino di pasqua la ratifica del venerd santo come vittoria sullegoismo e sulla morte. v. 34: essi niente compresero di queste cose. Il mistero del Figlio delluomo sfugge a ogni uomo, anche ai pi vicini (cf. 2,50). il mistero stesso di Dio. Maria, seguita in ci dai discepoli, conserva ugualmente con fede queste parole nel suo cuore (2,51). Sono un seme che porter frutto. Noi non possiamo comprenderle perch pensiamo che sia male essere consegnato, deriso, insultato, sputacchiato, flagellato e ucciso. Il male invece consegnare, deridere, insultare, sputacchiare, flagellare e uccidere. Noi siamo sensibili al male che portiamo pi che a quello che causiamo, perch siamo egoisti. Il male invece non portarne le conseguenze, ma farlo. Se farlo via alla morte, la capacit di portarlo per amore via alla vita. questa parola. In greco rhma significa parola detta. Quanto qui Ges dice la Parola che esprime pienamente Dio. Tutta la Scrittura ne una spiegazione.
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era nascosta. Nella seconda predizione era velato (9,45). Ora anche nascosto. Il buio si infittisce. Si avvicina lora delle tenebre (22,53). Ma sar anche lora in cui si compie il mistero. Limperfetto indica il perdurare dellazione. e non conoscevano. Ugualmente allimperfetto, si sottolinea per la terza volta la sublimit della non conoscenza di Ges come Signore da parte dei discepoli. Il Maestro buono dovr aprire i loro occhi perch vedano lunico buono. le cose dette. Sono la rivelazione dellunico buono, nel suo amore che si fa carico di ogni nostro male. La salvezza delluomo vedere come conosciuto, stimato e amato dal suo Signore. Per questo Ges nel brano seguente deve guarire la nostra vista. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges coi Dodici che sale a Gerusalemme. c. Chiedo ci che voglio: vedere la mia cecit davanti al mistero dellumilt di Dio. d. Contemplo cosa fa al Figlio delluomo ogni uomo. Da notare:
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- consegnare - deridere - insultare - sputacchiare - flagellare - uccidere. 4. Passi utili 16. Sal 22; Is 42,1-9; 49,1-6; 50,4-11; 52,13-53,12; 1Cor 2,1-

107. CHE VUOI CHE IO TI FACCIA? (18,35-43)


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Ora avvenne nellavvicinarsi lui a Gerico, un cieco sedeva fuori dalla via mendicando. 36 Ora, udendo transitare la folla, sinformava
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che fosse mai questo. 37 Ora gli annunciarono: Ges, il Nazoreo, passa oltre. 38 E grid dicendo: Ges, figlio di Davide, abbi piet di me! 39 E quanti precedevano lo minacciavano perch tacesse. Ora egli gridava molto di pi: Figlio di Davide, abbi piet di me! 40 Ora Ges, fermatosi in piedi, comand che egli fosse portato a lui. Ora, essendosi avvicinato, lo interrog: 41 Che vuoi che io ti faccia? Egli disse: Signore, che io alzi bene gli occhi! 42 E Ges gli disse: Alza gli occhi! La tua fede ti ha salvato! 43 E subito alz gli occhi e lo seguiva glorificando Dio.
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E tutto il popolo vedendo, diede lode a Dio. 1. Messaggio nel contesto Gerico la porta di ingresso alla terra promessa, termine del lungo esodo dalla schiavit alla libert. Ma i discepoli sono ancora in Egitto, incapaci di compiere, addirittura di comprendere il cammino di Ges (v. 34). Ora il Signore passa nelle loro tenebre. la notte pasquale, in cui usa misericordia a chi invoca il suo nome. Questo cieco il prototipo dellilluminato. Sa di non vedere, ascolta bene, grida, entra in dialogo con Ges, lo riconosce Messia e Signore, sa cosa chiedere e lottiene: alzare gli occhi su di lui, vedere la luce che salva e seguirlo. Il racconto trova la sua continuazione nel gesto di Zaccheo e va letto dopo i due brani precedenti che mostrano laccecamento delluomo davanti al mistero del Figlio delluomo. Parla dellilluminazione battesimale che fa riconoscere in Ges, il Nazareno che passa, il figlio di Davide (messia), anzi, il Signore stesso che ha piet di me. Gli occhi devono aprirsi per vedere la perla preziosa e ottenere la sublimit della conoscenza di lui come Signore (Fil 3,8). Solo cos vinta la tristezza e loscurit che tiene lontano da lui, e nasce la gioia di chi, scoperto il tesoro (Mt 13,44), ne conquistato e corre per conquistarlo (Fil 3,12). lingresso
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nel Regno, che consiste nellamare con tutto il cuore (10,27) colui che per primo mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20). In Luca questa lunica guarigione di un cieco. At 9 ci presenter Paolo fariseo illuminato mediante il suo accecamento. Egli infatti venuto in questo mondo per giudicare, perch coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi (Gv 9,39). Cos guarisce tutti. Nel discorso inaugurale e nella sua risposta a Giovanni (4,18; 7,22), Ges pone la vista ai ciechi come primo segno messianico. il sole che sorge per illuminare chi siede nelle tenebre e nellombra di morte (1,78s). Il primo miracolo annunciato lultimo compiuto. infatti quello definitivo, che permette di vedere la salvezza che gi ci ha donata (cf. commento a 13,12). Dopo ci sar solo il miracolo dellorecchio di Malco (22,51), perch anche il nemico possa ascoltare la sua parola. Il cieco viene guarito per vedere il Volto. Dalla trasfigurazione in poi il tema dominante di tutto il Vangelo che culmina nella visione (= theora: 23,48) del Crocifisso offerta a tutti. Questa la salvezza delluomo, che torna a essere se stesso, riflesso di quella Gloria di cui immagine e somiglianza. Dove giunge la luce, figlia primigenia di Dio, cessa il caos e inizia il mondo nuovo. Il centro di questo brano il nome di Ges, luce del mondo (Gv 8,12), la cui invocazione mette in comunione con lui. Vedere lui il dono della sublimit della conoscenza del Maestro buono come lunico buono. Ci rende possibile limpossibile: trasforma il
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notabile ricco in Zaccheo, vero figlio di Abramo, che ospita la benedizione promessa. Il cieco chiama Ges per nome. Chiamare per nome significa avere un rapporto personale di conoscenza e di amore, da amico ad amico. quanto avviene nel battesimo, che ci unisce a lui. Chiamando lui per nome, abbiamo il nostro vero nome di creature nuove. In lui la nostra miseria trova il volto di Dio che misericordia di Padre verso il Figlio. Accogliamo cos la rivelazione del Nome. Un cieco non pu scorgere neanche il lampo di una folgore. Come pu luomo vedere la Gloria nellumiliazione del Figlio delluomo, compimento delle Scritture? I nostri occhi, tre volte ciechi davanti ad essa (v. 34), devono essere guariti. La cecit lestremo rifugio del peccato come fuga da Dio. Il bimbo chiude gli occhi e crede di non essere visto! vero che cessa di vedere, ma non di essere visto. Colui che ha creato la luce, che anzi la Luce, ora apre locchio perch possa contemplarla. Il battesimo ci d unilluminazione reale su Dio, che rimane per nel centro del cuore, come un fuoco sepolto sotto la cenere della menzogna antica. Viene ravvivato dallo Spirito, mediante il ricordo costante della Parola, la liturgia e la preghiera del Nome. 2. Lettura del testo v. 35: nellavvicinarsi lui a Gerico. Gerico una fortezza imprendibile, solidamente sbarrata, dove nessuno pu entrare
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n uscire. Dio la far cadere al suono delle trombe e al grido del popolo (Gs 6). come il cuore di ogni uomo, ricco o discepolo che sia: una cittadella agguerrita, che non si arrende alla conoscenza del Signore. Ora Ges si avvicina a Gerico; dopo la guarigione del cieco entrer e attraverser la citt. Zaccheo sar la Gerico espugnata: il suo Signore entrer nella sua vita e la pervader. un cieco. Lampada per i miei passi la tua parola, luce sul mio cammino (Sal 119,105). Dio, con la sua parola, cre la luce e luniverso. Ges la medesima Parola increata, che si fatta carne per ricreare luomo caduto nelle tenebre. La nostra cecit la nostra non conoscenza di Dio congiunta con la presunzione di vederci (Gv 9,41; Ap 3,17ss). Essa ci chiude nella luce tenebrosa (11,35), e ci gonfia del lievito dei farisei, che lavidit dellavere, del potere e dellapparire. Ges, luce vera del mondo, ci offre ben altro lievito: il desiderio di povert, umiliazione e umilt, che introducono nel Regno. Sono le qualit della vedova che Dio esaudisce, del pubblicano che egli giustifica e del piccolo che entra nel Regno (cf. 18,1-17). La nostra cecit sembra invincibile. Impedisce che la Parola faccia breccia in noi. Vedi la triplice cecit dei discepoli davanti al mistero di Ges (v. 34). sedeva. Come tutti gli uomini, seduto nelle tenebre, incapace di dirigere i suoi passi sulla via di Gerusalemme, citt della pace (cf. 1,79). Sta immobile, come i farisei e i
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legisti (5,17), come Levi il pubblicano e i fanciulli dispettosi (5,27; 7,31). Pur avendo i piedi, non pu seguire Ges: non vede dove va e tanto meno chi . fuori dalla via. Non dentro, ma sui bordi, fuori dalla via che conduce nella terra promessa. Per essa passa il Pellegrino, ormai quasi al termine del suo viaggio. mendicando. Conscio del suo bisogno, fa leva su questo per vivere, come i bambini. Linizio della salvezza riconoscere la propria perdizione e aprirsi allinvocazione di colui che ci ha dischiuso il cuore alla speranza. v. 36: udendo. Non vede, ma pu ascoltare. Anche noi, pur non vedendo ancora il significato della Parola, possiamo tuttavia ascoltarla e custodirla nel cuore, come Maria, madre dei credenti e figura della chiesa (2,51b). La fede giunge alla visione attraverso questo ascolto. transitare la folla. Questa folla in transito pu anche precedere Ges (v. 39), ma non seguirlo. Solo il cieco lo seguir. Essa piuttosto di impedimento (v. 39; cf. 19,3). sinformava che fosse. Sono le stesse parole usate per il fratello maggiore che sente sinfonie e danze nella casa del Padre (15,26). Per Luca il cieco forse lui, che non vede e non vuole la misericordia per s e per gli altri? (cf. 6,39).
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v. 37: gli annunciarono. La fede nasce dallascolto della Parola (Rm 10,17), udibile e annunciabile anche da chi cieco e non la comprende. La Parola come un seme. Pu attecchire anche nella crepa di una roccia; lentamente cresce e poi la spacca. Ges, il Nazoreo. lunica volta che Luca lo chiama cos, indicando la sua origine terrena, di Nazaret. In questuomo, nella sua concretezza storica, il cieco vedr il figlio di Davide (= Cristo, messia, re salvatore, vv. 38s) e il Signore (= Dio, v. 41). Ges ribadir di essere tale proprio in quanto Figlio delluomo che compie le Scritture e deve soffrire per cercare ci che perduto (v. 31; 19,10). In questo brano, che fa corpo unico con il seguente, c una concentrazione dei titoli che rivelano lidentit del Maestro buono (v. 18). Ereditare la vita conoscere lui, e, in lui, il Padre (cf. Gv 17,3; 14,9). La fede vedere tutte le promesse di Dio e Dio stesso che le realizza nella carne di Ges, il Nazoreo, che il Cristo Signore. Ges, il Nazoreo, passa oltre. Dio entr nelle tenebre dellEgitto, colp il nemico e pass oltre quelli le cui porte erano segnate dal sangue dellagnello. Passar oltre significa: graziare (cf. Es 12,23). Oggetto dellannuncio il mistero pasquale di Ges: il Nazoreo che passa oltre e compie nel suo esodo tutte le Scritture (18,31; cf. 9,31; 24,25-27.44-46). Egli, il Figlio delluomo consegnato nelle mani degli uomini, fa grazia a ogni perduto, segnandolo col suo stesso sangue.
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Al suo passaggio la nostra cecit si fa notte pasquale: la tenebra accoglie la luce della nuova creazione. v. 38: Ges. Questo cieco ripete in prima persona la preghiera dei dieci lebbrosi (cf. commento 17,13ss). la seconda volta che qualcuno conosce il Nome, e lo invoca. Ges significa: Dio salva. il nome di Dio con noi. Chiamare per nome il Nome, entrare con lui in rapporto da amico a amico, la luce della vita. Nel dolce nome di Ges, Dio si concede alla nostra bocca e al nostro cuore. Linvocazione del Nome porta allunione con lui, la salvezza: Chiunque invocher il nome dei Signore, sar salvato. In nessun altro c salvezza: non vi infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale stabilito che possiamo essere salvati (At 2,21; 4,12). figlio di Davide. il figlio promesso a Davide (2Sam 7), il messia atteso dal popolo come salvatore. Nel dialogo con lui scoprir che addirittura il Signore (v. 41). abbi piet di me!. Il nome di Dio Ges, colui che usa misericordia con me. La salvezza sperimentare in prima persona il suo amore gratuito che dona e perdona. Ges la rivelazione dellamore infinito di Dio per luomo peccatore, un amore totale e senza condizioni, da Padre verso il Figlio. Per questo nella preghiera del cuore si completa: abbi piet di me peccatore: la stessa preghiera del peccatore che viene giustificato (v. 13).
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v. 39: quanti precedevano lo minacciavano perch tacesse. Viene minacciato come i demoni. Per non da Ges, ma da coloro che lo ignorano. Chi prega spesso scoraggiato e zittito. Per questo bisogna pregare sempre, senza stancarsi o incattivirsi (v. 1) Ora egli gridava molto di pi. Minacciato perch taccia, insiste. Il suo grido, ripetuto in crescendo, squarcia la notte. Come la vedova, ha la perseveranza che si richiede nella preghiera (18,1ss; cf. 11,5-13!). Il cieco conosce la propria verit essenziale, che lassenza di luce. Sa addirittura intuire nel Figlio delluomo, il Nazoreo che passa, la sua luce, il suo Salvatore e Signore. Il bisogno sincontra con lofferta, la miseria con la misericordia. Nel grido perseverante ogni parola come un raggio di luce che entra nelle tenebre, fino allilluminazione totale. v. 40: fermatosi in piedi. Il verbo al passivo (cf. 19,8), quasi che Ges fosse irresistibilmente arrestato e messo sullattenti dal grido di chi lo attende. La misericordia di Dio, che passa e scorre ovunque, trattenuta dal grido del misero come in una fossa. Nelle tenebre dEgitto il Signore passava oltre le case degli eletti, fermandosi a colpire quelle degli egiziani. Ora invece si ferma presso le tenebre di tutti gli uomini per usare loro misericordia; entra nelle case di tutti i perduti per salvarli: deve dimorare con loro (19,5. 10). Nel
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cammino del Figlio delluomo consegnato, la grazia pasquale raggiunge tutti gli uomini in proporzione del loro bisogno. Se Dio avesse voluto risparmiare solo gli eletti, avrebbe potuto risparmiarsi il duro viaggio del Figlio delluomo. comand che egli fosse portato a lui. Chi voleva zittirlo, incaricato di portarlo a Ges. I discepoli devono e possono, anche se ciechi, condurre a lui chi desidera vederlo. In Mc 10,49s il cieco, alla chiamata, getta via il mantello, balza in piedi e corre verso Ges. In Luca questo riservato a Zaccheo, che salendo e scendendo di corsa dallalbero, lo accoglie e si libera di tutto. Prima necessario per il miracolo del cieco, che permette di vedere il Maestro buono. v. 41: Che vuoi che io ti faccia?. Questa domanda importante. La risposta ci fa conoscere se abbiamo finalmente capito che cosa chiedere al Signore. Luca ha fin qui puntato tutto sul farci riconoscere discepoli tre volte ciechi davanti al mistero del Figlio delluomo che va in croce (v. 34). Spera che ora ne siamo convinti. Egli conosce bene il nostro bisogno, e vuole guarirci (5,13). Ma non pu se noi stessi non lo vogliamo. E non lo vogliamo se prima non lo riconosciamo. Per questo Dio non pu salvare il giusto. La salvezza viene solo quando lannuncio del Salvatore si incontra con la denuncia della propria perdizione, e linvocazione di aiuto.
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In Mc 10,36 Ges fa la stessa domanda a Giacomo e Giovanni. Dalla loro richiesta risulta chiara la loro cecit, con laggravante di non conoscerla. La loro cecit inconsapevole, che cerca la gloria del mondo, si contrappone a quella consapevole del cieco, che chiede di vedere la luce del mondo nel Figlio delluomo che passa. La lunga catechesi di Ges, racchiusa tra i due annunci della passione, porta i discepoli a questo punto. un cammino di educazione dei desideri, che li conduce davanti al suo amore crocifisso. L imparano a conoscere ci di cui hanno veramente bisogno, a volerlo e chiederlo al Signore. In ogni brano della Scrittura egli ci vuole fare un dono: esattamente quello che raccontato. questo quanto dobbiamo volere e chiedergli come frutto della preghiera. In questa devo sempre chiedere ci che voglio. Ma prima devo volere ci che chiedo. E come posso volerlo se non lo conosco? Signore. Lilluminazione vedere nellumile Pellegrino la Gloria, il Signore, Dio stesso. che io alzi bene gli occhi. Laoristo indica in greco unazione perfetta, che noi rendiamo con lavverbio bene. Il verbo (ana-blpo) significa innanzitutto: guardare in alto, levare gli occhi. Luomo ripiegato verso il basso come la donna ricurva (cf. 13,10-17), chiamato a guardare in alto, per vedere lamore e la tenerezza del suo Signore per lui (Sal 123; Os 11,7). Lo stesso verbo pu anche significare: vedere di nuovo, recuperare la vista. Nellincontro con Ges,
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luomo vede di nuovo colui che non vide fin dal principio, quando per paura si nascose da lui, salvezza del suo volto e suo Dio (Sal 42,12). v. 42: Alza gli occhi!. Dio disse: sia la luce. E la luce fu (Gn 1,3). Essa non la luce vera, ma la sua ombra riflessa: infatti Tu, Signore, sei luce alla mia lampada (Sal 18,29). Perci, svegliati, o tu che dormi, destati dai morti, e Cristo ti illuminer (Ef 5,14). La tua fede ti ha salvato!. Chi guarda in alto sulla croce, capisce il mistero di Dio: conosce come da lui conosciuto (cf. 1Cor 13,12) e pu riamarlo come da lui amato. Questa la fede che salva: tocca il Signore e mette in comunione con lui (cf. la peccatrice: 7,50 e lemorroissa: 8,48). v. 43: alz gli occhi. Si ripete per la terza volta. Al desiderio del cieco risponde la parola del Signore, e alla sua parola, la realt del dono. la creazione degli occhi nuovi, capaci di incontrare come Zaccheo quelli di Ges che si alzano a lui (19,5). Questocchio nuovo illumina la nostra esistenza (cf. 11,34): d il cuore nuovo, pieno di luce. e lo seguiva. Far camminare i ciechi per vie che non conoscono (Is 42,15). Queste vie ignote sono il cammino del Figlio delluomo, salvezza di ogni carne. Chi segue me, non camminer nelle tenebre, ma avr la luce della vita (Gv 8,12). La fede inizia dallascolto, passa attraverso
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linformazione e giunge allinvocazione del Nome. Cos si ottiene la vista, che permette di seguire lui, nostro Salvatore e Signore. La fede che salva ha orecchi per udire, bocca per chiedere e invocare, occhi per vedere, piedi per camminare (e mani per toccare: 7,36-50; 8,43-48). Colui che alla porta e bussa per cenare con noi, come la nostra vera ricchezza, anche il collirio che ci rid la vista (Ap 3,18ss). glorificando Dio. La gloria di Dio luomo vivente e la vita delluomo la visione di Dio (s. Ireneo). Questa visione, per ora nella fede, ci serve per seguire il Figlio delluomo nel cammino in cui ci ha preceduto. il popolo vedendo, diede lode a Dio. Lodare Dio non come ringraziarlo per un suo dono: significa essere contenti che Dio sia Dio, godere della sua stessa gioia. La lode, che ci fa partecipare del bene altrui, lespressione pi alta dellamore. Il suo contrario linvidia, espressione dellegoismo, che ci fa contristare del bene altrui. Chi lodasse Dio, sarebbe in paradiso anche se fosse allinferno. Chi avesse invidia, sarebbe allinferno, anche se fosse in paradiso. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges che si avvicina a Gerico.
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c. Chiedo ci che voglio: Ges, abbi piet di me! Che io veda! d. Contemplo la scena, immedesimandomi nel cieco. 4. Passi utili Sal 146; Gv 9; Mc 8,22-26; At 2,21; 4,12.

108. OGGI LA SALVEZZA VENNE IN QUESTA CASA (19,1-10) Ed entrato, attraversava Gerico. 2 Ed ecco un uomo chiamato col nome di Zaccheo, ed egli era un arcipubblicano ed egli era ricco. 3 E cercava di vedere Ges chi . E non poteva per la folla perch era piccolo di statura. 4 E correndo innanzi
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sal su un sicomoro per vedere lui, Poich per quella (via) stava passando. 5 E quando venne sul luogo, alzati gli occhi, Ges disse a lui: Zaccheo, affrettati a discendere, poich oggi nella tua casa bisogna che io dimori. 6 E si affrett a discendere, e accolse lui gioendo. 7 E, visto, tutti borbottavano dicendo: Presso un uomo peccatore entr a riposare. 8 Ora, fermato in piedi, Zaccheo disse al Signore: Ecco, la met di quanto ho, Signore, do ai poveri, e se estorsi qualcosa a qualcuno rendo il quadruplo. 9 Ora Ges disse a lui: Oggi la salvezza venne in questa casa,
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perch anche lui figlio di Abramo. 10 Poich il Figlio delluomo venne per cercare e salvare ci che perduto. 1. Messaggio nel contesto Insieme alla parabola del samaritano e del Padre misericordioso, questo racconto si pu considerare un Vangelo nel Vangelo, nel senso che ne esplicita gli elementi fondamentali. Lincontro tra Ges e Zaccheo realizza la salvezza, impossibile a tutti, ma non a Dio (18,27), presso il quale nulla impossibile (1,37). Finalmente il desiderio delluomo di vedere il Figlio delluomo si incontra con il dovere di questi di dimorare e riposare presso di lui. Finalmente Dio e uomo trovano casa luno nellaltro e possono cessare dalla loro fatica. il faccia a faccia con il suo Salvatore, al quale ciascuno chiamato. Anticipato ora in uno, si estender poi a tutti, fino agli estremi confini della terra. In Zaccheo (= il puro o Dio ricorda), quel Dio che provvede anche ai piccoli del corvo che gridano a lui (Sal 147,9), si ricorda di ogni uomo, per quanto piccolo e immondo, e lo rende puro perch possa compiere il santo viaggio.
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un episodio chiave, soluzione di quanto precede e preludio di quanto seguir. In esso si raccapezzano i vari fili del vangelo di misericordia. Ne un compendio. Ogni parola allusiva del tutto e lascia risuonare ciascuno dei temi cari allevangelista della salvezza universale, da quelli della mangiatoia di Betlem a quelli dei legno sul Calvario. Le espressioni pi cariche di risonanza sono per ordine: passare, arcipubblicano, ricco, affrettarsi, oggi, bisogna, dimorare, accogliere, gioire, borbottare, riposare, peccatore, dare ai poveri, salvezza, cercare, ci che perduto. Il centro il desiderio di vedere di Zaccheo e lo sguardo di Ges verso di lui Da questo incontro di sguardi, scaturisce oggi la salvezza: il Salvatore nasce nel cuore delluomo per cui morto. lultimo episodio del viaggio, in cui si scopre luscita dallaporia: quale la salvezza, se a tutti preclusa? Zaccheo, linsalvabile per eccellenza, trova il Figlio delluomo, venuto a cercare ci che era perduto: bisogna che oggi e in fretta dimori nella sua casa. Linsalvabile ha lunica prerogativa richiesta per la salvezza: vede la propria miseria e cerca di vedere la misericordia del Signore che passa.. Questo il principio di ogni illuminazione. Il racconto fa corpo unico col precedente; e ci mostra come tutti, cominciando dai pi impossibilitati, diventiamo discepoli del Signore. Il notabile ricco non poteva seguirlo; non era ancora in grado di vedere in che senso Ges buono (18,18s). Dopo il miracolo del cieco, il suo occhio
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guarito pu incontrare quello del Signore che si alza verso di lui (v. 5). Zaccheo - figura di Adamo che si nascosto al volto del suo Signore - la Gerico inespugnabile. Ges dapprima si accosta e gli guarisce locchio, malato da sempre dinvidia mortale. Pu quindi vedere il suo sguardo che seduce tutti. Aperta la finestra del suo cuore, per essa entra e prende possesso di lui. Una volta conquistato, si sforzer a sua volta di correre per conquistarlo (Fil 3,12). Dal secondo annuncio della passione Luca tende a renderci piccoli (9,48). La parola Abba riservata agli infanti (10,21s) e nel regno dei figli entrano solo quelli che non sono ancora nati (18,15ss). Levangelista punge di continuo il suo lettore, per sgonfiarlo dalla idropisia. Una volta guarito dal suo male, che la presunzione di salvarsi, pu accettare il dono della salvezza. Zaccheo realizza il che fare per ereditare la vita (10,25ss; 18,18ss). Ama Dio con tutto il cuore, perch finalmente lha incontrato nel Maestro buono del quale ha finalmente visto chi - come amare ci che non si vede? - e insieme ama il prossimo, donando ai poveri e convertendosi da stolto possidente in amministratore sapiente (cf. 12,13-21; 16,1-9). Le ultime parole di Ges: il Figlio delluomo venne per cercare ci che perduto, sono il suo programma, che muove tutta la sua azione finora fatta e la sua passione che ora inizia. La sua missione donare la salvezza ai perduti - cio a tutti, cominciando dagli ultimi! Infatti Cristo Ges venuto nel mondo per salvare i peccatori, e di questi il primo sono io,
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dir Paolo (1Tm 1,15). Anche noi, identificandoci come lui con Zaccheo, compiamo la volont di Dio (cf. Tm 7,29s) e rendiamo giustizia alla sapienza (7,35) di colui che vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano in Ges alla conoscenza della sua verit di misericordia (1Tm 2,4). 2. Lettura del testo v. 1: Ed entrato, attraversava Gerico. Nel brano precedente Ges, avvicinatosi a Gerico, aveva guarito il cieco. Ora entra, ne prende possesso e la attraversa da vincitore. Maledetto davanti al Signore luomo che si alzer e ricostruir questa citt di Gerico (Gs 6,26). Cos esclama Giosu con verit - anche se risulta che sia stata la citt pi pervicacemente ricostruita di Palestina! La cittadella inespugnabile caduta. Locchio guarito, la luce entra nel cuore e ne scioglie la durezza. La tenebra delluomo squarciata, come da una folgore; lignoranza antica cede il posto alla sublimit della conoscenza di Ges, il Signore. Luomo ne conquistato. Raab, la prostituta che accolse Israele in Gerico (Gs 2,1ss), fu lunica salvata con la sua famiglia (Gs 6,17ss). Ora Zaccheo, il pubblicano che accoglie il vero Israele in cammino verso Gerusalemme, il primo salvato. Della sua famiglia fanno parte tutti i perduti della terra, che in quanto tali incontrano il Salvatore.
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La prostituta di 7,36ss, con varianti femminili, simile a Zaccheo. Pubblicani e prostitute ci precedono nel Regno promesso (Mt 21,31). v. 2: Ed ecco un uomo. La scena simile allingresso della peccatrice nella casa del fariseo: ed ecco una donna (7,37). chiamato col nome di Zaccheo. Significa il puro. Se per abbreviazione di Zaccaria, significa Dio ricorda. Ges infatti il Dio che salva. Egli si ricorda di tutto ci che perduto e tratta come puro ogni immondo, perch ha il potere di purificare col suo amore (cf. 5,13a). Nessun uomo ormai pu essere dichiarato impuro (cf. At 10,15), perch Dio lha purificato col sangue del Figlio. Zaccheo, peccatore immondo, che Dio non pu non ricordare e purificare, il nome di ognuno di noi. arcipubblicano (= capo dei pubblicani). Agli occhi di tutti un arcipeccatore, in contrapposizione al fariseo, il giusto (cf. 18,9ss). Sul pubblicano, tema ricorrente in Luca, vedi 3,12; 5,27.29.30; 7,29.34; 15,1; 18,10.11.13. ricco. Se, in quanto pubblicano, escluso dalla salvezza secondo la Legge, in quanto ricco lo secondo il Vangelo (cf. 18,24ss; 12,13-21; 14,15-24.25-33; 16,1931). un peccatore della peggior specie: luomo nella prosperit non comprende, come gli animali che periscono (Sal 49,13.21). destinato ad affogare nellautosufficienza, perch di quelli che, col
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cuore torpido come il grasso, si fanno dellorgoglio una collana (Sal 119,70; 73,6). Zaccheo rappresenta per Luca il caso impossibile per eccellenza. v. 3: cercava di vedere. Luca vuol portarci a vedere il volto di Ges: Beati gli occhi che vedono ci che voi vedete! (10,23; cf. 17,22). Anche Erode cercava di vederlo (9,9), ma con la curiosit di chi vuol avere in mano la cosa (cf. 23,8ss). Zaccheo invece ha ormai locchio del cieco guarito e vuol vedere il Nazoreo che passa. Il suo desiderio assolutamente povero, senza alcuna pretesa. Proprio questo attira il Signore che gli dice: Oggi nella tua casa bisogna che io dimori. Il vedere collega questo racconto con il precedente. Ges chi . Non solo vuole individuare tra gli altri chi Ges, ma soprattutto vederne lidentit: Ges chi veramente? Lo scoprir quando vedr come lui lo guarda. Il Pellegrino quellunico buono di fronte al quale sia il notabile ricco sia i discepoli sono ancora ciechi. Locchio sano gode della luce. fatto per essa. Cos ora Zaccheo gode di ci per cui fatto il suo cuore: il mistero di Dio nel Figlio delluomo che sale a Gerusalemme. non poteva per la folla. la turba di quelle preoccupazioni che chiudono alla conoscenza del Signore e su cui non riesce a levarsi il notabile ricco: il desiderio di avere, di potere e di
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apparire. Il cieco reag a chi lo zittiva alzando il suo grido. Zaccheo si alzer sullalbero. perch era piccolo di statura. Per il tema dei piccoli, caro a Luca, vedi 7,28; 9,48: 12,32; 17,2; 18,15ss; cf. 10,21s. Ogni uomo troppo piccolo per vedere la gloria di Dio. Ma Dio ci chiede solo di essere ci che siamo. Per questo, il peccatore giustificato (18,9-14) e il piccolo entra nel Regno (18,15-17). Questa piccolezza sta nel riconoscere la nostra insufficienza di creature, il cui essere essere di Dio. Anche Saulo cambier il suo nome in Paolo, che significa piccolo, poco (At 13,9). Lui, che si considera il primo tra i peccatori (1Tm 1,15) e il pi piccolo tra i santi, anzi un aborto (Ef 3,8; 1Cor 15,8s), diventato licona di Ges, il pi piccolo fra tutti (9,48). v. 4: correndo innanzi. Il Battista camminer innanzi a Ges (1,76). Zaccheo addirittura gli corre innanzi, in fretta. lurgenza della salvezza ormai presente. sal su un sicomoro. Non poteva salire su un terrazzo. Nessuno avrebbe accolto in casa un peccatore immondo. Non aveva altra scelta che un albero. Anche Ges sale a Gerusalemme per essere elevato sulla croce, lalbero del Regno, che accoglie tutti. il legno della povert, dellumiliazione e dellumilt estrema, che porta il peccato del mondo. Adamo, la cui vocazione di essere simile a Dio, sbagli pianta e sal su quella della potenza. Zaccheo, guarito
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alla vista, sale su quella che gli permette di vedere limpotenza di colui che passa sotto di l, perch deve dimorare e riposare presso ogni piccolo. Da questalbero vero albero di vita - Zaccheo conoscer quel bene che non contiene alcun male: il Maestro buono, il Figlio delluomo che passa e compie la Scrittura. Vedr il suo Signore. per vedere lui. Si ripete il verbo. Vedere lui, il Signore che viene a noi e ci guarda con amore e umilt, la salvezza nostra e la fine del travaglio di Dio. v. 5: venne sul luogo. Lespressione richiama, oltre la venuta sul Calvario (23,33), quella nella mangiatoia tra le bestie (2,7). Il Salvatore trova nella perdizione il luogo naturale della sua nascita. Il tema della nascita alluso con le parole: luogo, kat1yma (= riposo), oggi, salvezza, bambino (piccolo), fretta, gioia; quello della morte con le parole: luogo, kat1yma, oggi, salvezza, deve, albero, cercare/perduto... Lincontro di Gerico il natale dellanima in Dio e di Dio nellanima, il rimanere reciproco luno nellaltro. Il natale sempre di carattere passionale: ha la sua sorgente in quellamore che porta alla croce. alzati gli occhi. Ges lo guarda non dallalto, ma dal basso. Lamore infatti umile. Come il cieco alz gli occhi verso il suo Signore, cos, colui che si fatto il pi piccolo di tutti, alza gli occhi verso Zaccheo. Per quanto piccolo, sta
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sempre pi in alto di lui, come anche tutti i discepoli (cf. 6,20). Infatti si abbassato pi di tutti per poter servire tutti (9,48; cf. 22,27). Solo lumile incontra Dio, perch Dio umile. Lamore fa considerare laltro superiore a se stesso (Fil 2,3). Nicola di Fle, nel finale della sua visione di Ges, il Pellegrino che mendica amore dalluomo, scrive: Quando il Pellegrino si fu allontanato di quattro passi, o quasi, si volse. Aveva allora il cappello in capo (nel quale aveva gi ricevuto lelemosina da Nicola!); lo tolse e si inchin verso luomo (Nicola stesso). Allora luomo comprese lamore che aveva per lui il Pellegrino, e ne fu sconvolto, vedendo che ne era indegno. Conobbe in Spirito che il viso del Pellegrino, i suoi occhi, tutto il suo corpo, erano ripieni di unumilt colma damore, come un vaso cos pieno di miele da non potervene aggiungere una goccia. In quel momento non vide pi il Pellegrino. Ma era talmente pago che non attendeva pi nulla. Gli sembrava che gli fosse svelato tutto ci che era in cielo e sulla terra. Il grande mistero su cui essere illuminati lumilt di Dio che Ges ci rivela per salvarci. Ges disse a lui: Zaccheo. Dopo il fariseo Simone e Marta (7,40; 10,41), la terza persona che Ges chiama per nome. Seguiranno Simon Pietro e Giuda (22,31. 34.48). segno di amicizia. Si ricorda bene di lui, piccolo e immondo, colui che si fatto pi piccolo di tutti e si caricato della nostra lebbra. Ges chiama per nome solo chi sta convincendo della sua miseria, ed chiamato per nome solo da chi convinto della sua misericordia (17,13; 18,38; 23,42).
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affrettati. lurgenza salvifica finch dura questoggi (Eb 3,13.15; cf. 2Cor 6,2). Richiama Maria che corre a portare il Salvatore ai monti di Giuda che lattendono (1,39). a discendere. Il piccolo e immondo Zaccheo deve scendere, perch sullalbero salir uno pi piccolo e pi immondo di tutti: lui che non conobbe peccato e si fece per noi peccato e maledizione (cf. 2Cor 5,21; Gal 3,13). Per questo sta ora salendo a Gerusalemme. oggi. il tempo della salvezza: loggi della nascita (2,11) e della croce (23,43), offerto a noi tutti nellannuncio (4,21). ripetuto due volte (cf. v. 9), perch loggi della salvezza proprio oggi, qui e ora, per chi laccoglie come Zaccheo. nella tua casa. Noi tutti abbiamo una casa in cui ospitare il Signore. bisogna. Questa espressione, legata alla morte di Ges come compimento delle Scritture, qui applicata al suo dimorare con Zaccheo. Lunica necessit di chi ama stare presso lamato. Egli solidale con noi, anche l dove noi stessi non ci accettiamo: nel peccato e nella morte. che io dimori. Il fine della sua venuta la sua dimora con noi e in noi (cf. 1,56: 24,29). infatti lEmmanuele, il Dio con noi.
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v. 6: e accolse lui. Accogliere, gesto fondamentale dellamore, una parola che esprime tutta la sostanza del vangelo. Dio pura accoglienza, e altro non cerca che essere accolto. Il Padre nel Figlio accoglie tutti, e tutti quelli che accolgono il Figlio sono con lui accolti nel Padre. La sesta opera di Ges - quella che ristabilisce luomo nella sua natura originaria - aprirgli la mano chiusa e rattrappita, perch possa ricevere il dono di Dio, Dio stesso (6,6-11). La parola hypo-dchomai esce solo qui e in 10,38. pi frequente la sua forma semplice dchomai, con lo stesso significato (2,28; 8,13; 9,5.48.53; 10,8.10; 16,4.6.7.9; 18,17; 22,17). gioendo. la gioia della salvezza, riverbero in terra di quella che esplode in cielo dal cuore di colui che vuole che tutti gli uomini siano salvati. un tema caro a Luca (1,14.28; 6,23; 10,20; 13,17; 15,5.9; 19,37; 24,52). v. 7: E, visto, tutti borbottavano. Borbottare la caratteristica dei farisei (cf. commento a 15,2). Ora estesa a tutti, escluso solo il peccatore che ha incontrato il suo salvatore. Presso un uomo peccatore. Luca, discepolo di Paolo, intende convincere tutti di peccato - anche e soprattutto il buon Teofilo! - perch tutti possano vivere di misericordia. Diversamente si fuori dalla grazia di Cristo (cf. Gal 5,4). Sui peccatori vedi 5,8; 7,34.37.39; 15,1.2.7.10.
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entr a riposare. Il verbo riposare (greco: kata1y) richiama il luogo della duplice nascita di Ges (katlyma): quella nella carne, quando si presenta agli uomini nella mangiatoia (2,7), e quella nello Spirito, quando si dona ai discepoli nelleucaristia (22,11). Il suo riposo il suo offrirsi al mondo. il Salvatore. Come tale di casa solo presso i perduti. v. 8: La met di quanto ho, Signore, do ai poveri. Va oltre le richieste della Legge (cf. Lv 5,20-24). Dare ai poveri quel gesto di misericordia che ci fa essere accolti nelle dimore eterne (cf. c. 16). Ci che fu impossibile per il notabile ricco, diventa realt per chi incontra lo sguardo di Ges. v. 9: Oggi la salvezza venne in questa casa. Richiama lannuncio del natale (2,11) e il senso di quanto Ges dir al malfattore in croce (23,43). Lascolto della Parola, seme concepito e continuamente innaffiato dal ricordo, porta il frutto maturo. Il Salvatore nasce nel cuore. Viene, rimane e riposa in noi trasformandoci in lui. anche lui figlio di Abramo. Dio pu suscitare figli di Abramo anche dalle pietre (3,8). Perfino il cuore pi duro pu accogliere il Signore, ed essere rigenerato dalla Parola che ascolta. Basta che sia illuminato per vedere la propria miseria, e umile per invocare il Nome della misericordia! Quando, come Zaccheo, sente il proprio nome, finalmente sa
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che fare e lo sa fare. Abramo il nostro padre nella fede. Essa la scoperta del vero nome proprio e di Dio. v. 10: il Figlio delluomo venne per cercare e salvare ci che perduto. la chiave di lettura di tutta la storia di Ges. Richiama 18,31, dove il mistero pasquale presentato come compimento della Scrittura. Il Figlio delluomo - che va in croce e risorge, che va in cerca dei perduti e li salva - fa da inclusione a questa sezione che ci rivela chi Ges che passa per la sua pasqua: il figlio di Davide e il Kyrios, il Cristo e il Signore. Chi alza gli occhi a lui, salvo. La sua identit profonda, per ora nascosta anche ai discepoli (18,34), rivelata a un arcipeccatore. per cercare. Tutta la Bibbia narra la ricerca che Dio fa delluomo. Nel suo amore si spoglia di tutto, anche di s e si abbassa ad ogni umiliazione pur di trovarlo. Ma pu trovare solo chi gi lo cerca. E lo cerca solo chi gi stato da lui trovato e guarito nellocchio, perch possa desiderarlo. salvare ci che perduto. Richiama la parabola della misericordia (15,4.6.8.9. 24.32). il tema centrale di Luca, che ci chiede di diventare misericordiosi come il Padre (6,36). Ora Ges pu entrare in Gerusalemme e compiere ci per cui venuto. Zaccheo ne lanticipo. La salvezza, per tutti impossibile, gi donata a uno per il quale pi impossibile che a tutti.
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3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges che attraversa Gerico, Zaccheo sullalbero prima e poi che corre a casa sua. c. Chiedo ci che voglio: accettare che Ges oggi deve dimorare in casa mia. d. Traendone frutto, guardo, ascolto e osservo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. Da notare: - Ges che passa per Gerico - Zaccheo, arcipubblicano e ricco - cercare di vedere Ges - piccolo, sale sullalbero - Zaccheo, affrettati a scendere - oggi nella tua casa bisogna che io dimori - lo accolse gioendo - Ges riposa coi peccatori - cosa fa Zaccheo dei suoi beni - cosa dice Ges. 4. Passi utili

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Sal 16; 23; Fil 3; Rm 5,6-11; Ef 2,1-10.11-22; Lc 7,3650; 15,1ss

109. LAVORATE FIN CHE VENGO (19,11-28)


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Ora, mentre essi ascoltavano queste cose, continuando disse una parabola, perch era vicino a Gerusalemme e sembrava loro che allistante stesse per manifestarsi il regno di Dio. 12 Disse dunque: Un uomo di nobile nascita viaggi per un paese lontano per prendersi un regno e ritornare. 13 Ora, chiamati dieci servi suoi, diede loro dieci mine e disse loro: Lavorate fin che vengo. 14 Ora i suoi cittadini lo odiavano, e inviarono una delegazione dietro a lui dicendo: Non vogliamo che costui regni su di noi.
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E avvenne che, al suo ritorno, avendo preso il regno, disse che gli fossero chiamati quei servi ai quali aveva dato il denaro per conoscere cosa avevano guadagnato. 16 Ora si present il primo, dicendo: Signore, la tua mina guadagn dieci mine. 17 Egli disse: Bravo, servo buono, poich nel minimo fosti fedele, sii con autorit su dieci citt. 18 E venne il secondo, dicendo: La tua mina, Signore, fece cinque mine. 19 Ora disse anche a questi: Anche tu diventi di cinque citt. 20 E laltro venne dicendo: Signore, ecco la tua mina, che avevo riposta in un sudario. 21 Infatti ti temevo, perch sei un uomo severo: prendi quanto non ponesti, e mieti quanto non seminasti. 22 Gli disse: Dalla tua bocca ti giudico, servo cattivo! Sapevi che io sono un uomo severo, che prendo quanto non posi e mieto quanto non seminai.
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Perch non desti il mio denaro alla banca, allora io, venendo, lavrei fatto con interesse? 24 E disse ai presenti: Prendete a lui la mina e date a chi ha dieci mine. 25 (E gli dissero: Signore, ha dieci mine!) 26 Vi dico: a chiunque ha, sar dato; e a chi non ha, sar tolto anche quanto ha. 27 Inoltre: quei miei nemici che non vollero che io regnassi su di loro, conduceteli qui e scannateli innanzi a me. 28 E, dicendo queste cose, camminava innanzi, salendo verso Gerusalemme. 1. Messaggio nel contesto Luca parla in pi parti e secondo vari aspetti del rapporto tra la vita futura e quella presente. Stanno tra loro come meta e cammino: la prima il fine e il punto di arrivo, la seconda il mezzo per giungervi. In 12,49-59 si considera la morte personale e lincontro col Signore come criterio di valutazione sul che fare. In 17,2018,8, la piccola apocalisse, si dice che il quando e il dove del Regno la quotidianit dellesistenza, in cui si
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sceglie di vivere per Dio invece che per il mondo. Qui, prima della grande apocalisse (21,536), si spiega perch il Signore tarda a tornare, e cosa bisogna fare nel frattempo. Questa parabola delle mine ha poco a che vedere con letica calvinista: trafficare i talenti e le risorse - e pi si guadagna, pi siamo benedetti. Il problema al quale qui si risponde lo stesso di 2Pt 3,4: Dov la promessa della sua venuta? Dal giorno in cui i nostri padri chiusero gli occhi tutto rimane come al principio della creazione. Prima e dopo la parabola si presenta Ges che sale a Gerusalemme, per dare oggi il suo regno al malfattore confesso (23,40ss): lui, il Giusto, porter ingiustamente la giusta condanna di noi ingiusti. Precede il racconto di Zaccheo, che oggi lo accoglie; segue quello del suo ingresso regale in Gerusalemme. Questa cornice chiarisce il discorso delle mine: il Regno viene oggi per chi, come Zaccheo, si converte alla misericordia e accoglie il suo Signore che viene in povert e umilt. Questo significa far fruttare i doni ricevuti. Il rimando del suo ritorno non dilazione del suo giorno, ma dilatazione del tempo della salvezza. Come si dice nella parabola del fico (13,6-9), la storia continua perch Dio accorda alluomo ancora un nuovo anno per convertirsi. Il prolungarsi del tempo ha il suo ultimo perch nella pazienza di colui che vuole che tutti gli uomini siano salvati (1Tm 2,4). Signore non ritarda nelladempiere alla sua promessa, come certuni credono, ma usa pazienza verso di voi, non volendo che
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alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi (2Pt 3,9). Il ritardo della sua venuta dipende dalla nostra lentezza a convertirci. Lattesa deve tradursi nellimpegno di una vita che segue la sua stessa via, per andare incontro a lui che per primo venuto incontro a noi. Questo il Regno, gi presente nella nostra storia (17,21). Il futuro definitivo gi anticipato nella nostra storia di conversione a lui. Egli non viene solo perch gi venuto e attende loggi in cui noi ci volgiamo a lui. I termini sono da capovolgere: lattesa sua e il ritorno nostro. Il suo ritorno a noi sar nel ritorno di noi tutti a lui. Contro la tentazione di evadere dal presente in nome del futuro, il cristiano sa che il tempo compiuto (Mc 1,15), e conosce bene il valore delloggi. il tempo urgente in cui ci si deve convertire (2Cor 6,1s). Il presente, con tutte le realt che contiene, non va n disprezzato come se fosse niente, n sovraestimato come se fosse tutto: il tempo e il luogo in cui si gioca il tutto, che la fedelt al Signore. Chi fedele nel poco, lo nel molto (16,10). Laldil assoluto e infinito, si gioca nellaldiqua, relativo e finito. Le creature quindi non vanno n idolatrate n demonizzate. Non sono un fine, ma un mezzo da utilizzare tanto quanto servono al fine. La parabola unallegoria della partenza e del ritorno del Signore. Partito con la sua morte e la sua ascensione, torner definitivamente a salvarci nel giorno del giudizio. Questi sono i due confini che racchiudono la storia umana. Nel
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mezzo c il tempo del suo, o meglio del nostro viaggio, in cui siamo mandati a ripercorre lo stesso pellegrinaggio del samaritano: Va, e fa lo stesso (10,37). I discepoli, prima dellascensione, fanno a Ges la loro ultima domanda, che la prima urgenza della chiesa: E questo il tempo in cui ricostituirai il regno dIsraele?. Egli risponde di non indagare sui tempi e i momenti, ma dessere dora in poi suoi testimoni fino agli estremi confini della terra (At 1,7s). Ci significa diventare come lui, misericordioso come il Padre. La mina che ci ha data non serve per arricchire davanti agli uomini, ma davanti a Dio; farla fruttare non vuol dire accumulare con avidit, ma donare con generosit (cf. 12,13ss; 16,1ss). 2. Lettura del testo v. 11: mentre essi ascoltavano queste cose. Quelli che ascoltano sono ancora quei tutti che hanno mormorato in casa di Zaccheo (v. 7), dove oggi entrata la salvezza (v. 9). Ci che lui ha fatto unillustrazione della parabola: ha impiegato e fatto fruttare bene le sue mine. era vicino a Gerusalemme. il luogo del compimento. Ges sta per concludere il suo cammino, in cui realizza il Regno nel suo destino di seme: piccolo, preso, gettato e nascosto (13,18ss).
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sembrava loro che allistante stesse per manifestarsi il regno di Dio. Il regno di Dio la salvezza delluomo. Si gi realizzato nellaccoglienza di Zaccheo; si manifester presto nellumile ingresso a Gerusalemme. Mentre tutti attendono una sua rivelazione spettacolare, il problema riconoscerlo e accettarlo nella piccolezza e nel nascondimento. La parabola che segue spiega che il Regno non uno spettacolo da attendere per il futuro; invece la chiamata ad agire qui e ora come Zaccheo. v. 12: Un uomo di nobile nascita. Ges, figlio di Davide secondo la carne e Figlio di Dio secondo lo Spirito (cf. 1,32; Rm 1,3s). viaggi per un paese lontano. Se nella morte arriv a una lontananza estrema dal Padre per farsi vicino a noi, nella sua ascensione and lontano da noi e torn a lui, primizia di tutti i fratelli che sarebbero venuti dopo di lui. Per colmare questa distanza ci vuole del tempo. Esattamente il tempo che impieghiamo per giungere a lui, che lo stesso ormai del suo giungere a noi. Limpazienza di un suo ritorno a noi va sostituita dallurgenza del nostro andare a lui. per prendersi un regno. Il regno di Ges laccoglienza dei fratelli nellamore dei Padre. Fu realizzato nella sua morte quando, riconosciuto dal fratello pi lontano al quale si era fatto vicino, lo accolse con s nelle braccia del Padre (23,42-46). Quando sar esteso a tutti i suoi figli, sar la
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nascita della creazione nuova, che ora geme e ne attende con impazienza la rivelazione (Rm 8,19-23). e ritornare. Solo allora sar compiuta la vicenda umana. E lui torner presso di noi, perch tutti lavremo accolto. v. 13: dieci servi. Richiama i dieci lebbrosi - tutta lumanit da lui guarita nel viaggio a Gerusalemme. dieci mine. Una mina corrisponde a cento dracme; una dracma equivale a un danaro, il salario di un giorno. Si tratta di una somma n trascurabile n eccessiva: un terzo del guadagno annuale, cifra rapportabile allesperienza di tutti. A ogni uomo affidato lo stesso dono: una mina. Qual questo dono, lunico che conta, uguale per tutti, e dato a ciascuno? forse il nostro essere figli, che cresce nel nostro essere fratelli? Lavorate fin che vengo. Il tempo tra la sua partenza e il suo ritorno non unattesa vuota; riempito dalla nostra fatica per far fruttare il dono ricevuto. Ovviamente il lavoro di cui qui si parla non quello dei servi di Mammona, ma quello dei figli del Padre, chiamati a diventare misericordiosi come lui. v. 14: i suoi cittadini lo odiavano. Siamo chiamati a vivere la nostra vita di figli in un mondo ostile e nemico (cf. 6,2738): Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi (Gv 15,20).
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Non vogliamo che costui regni su di noi (Gv 19,14.21; cf. Sal 2,2s). Il mondo oppone resistenza alla salvezza. Preferisce la schiavit e la menzogna alla libert e alla verit. Ma proprio in questa lotta nasce e cresce il regno del Figlio, la misericordia del Padre verso tutti i fratelli. v. 15: al suo ritorno. Certamente torner e regner su tutti, nonostante ogni resistenza. Ora c la semina, allora il raccolto. Non vi fate illusioni; non ci si pu prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglier quello che avr seminato (Gal 6,7). cosa avevano guadagnato. Nella vita presente si guadagna quella futura. Il tempo, nella sua quotidianit profana, da vivere con libert e responsabilit, in obbedienza alla parola del Signore. Il dono ricevuto un seme che deve germinare, fiorire e fruttificare. Il vero guadagno, quello che ci arricchisce davanti a Dio (cf. 12,21), consiste nel donare. lunico modo utile di investire; ci d il nostro vero tesoro (12,33) e ci procura amici che ci accolgano nelle dimore eterne (16,9). La salvezza un premio. Come tale insieme dono e conquista, incontro tra la benevolenza di Dio e la libert delluomo che laccoglie e ne vive. v. 16: la tua mina guadagn dieci mine. Non dice: Ho guadagnato. Infatti che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? e se lhai ricevuto, perch te ne vanti come se non
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lavessi ricevuto? (1Cor 4,7). Colui che ha dato il medesimo che fa crescere il dono (1Cor 3,6s), e, come d il volere, cos d anche lagire (Fil 2,13). v. 17: Bravo, servo buono. Il discepolo si professa: semplice servo che ha fatto ci che doveva fare (17,10). Il Signore invece lo loda e gli dice: bravo!. Dio per primo loda (Gn 1,31) e serve (22,27) luomo, perch da sempre lo rispetta, lo stima e lo ama (Is 43,4; Ger 31,3). Luomo chiamato a fare altrettanto per diventare simile a lui. Lodare e servire (cio dire e fare bene) sono le due azioni di chi ama, con cui rispettivamente gode del bene dellamato e lo favorisce. nel minimo fosti fedele (cf. 16,10). Per quanto minima, la realt presente il luogo in cui si vive la fedelt al Signore. Questa consiste nellagire come lamministratore saggio (16,1-8) e Zaccheo (vv. 1-10), che fanno il contrario del possidente stolto (12,13-21) e del ricco mangione (16,19-31). dieci citt. Il premio un dono sproporzionato al merito, come una citt rispetto a una mina. Ma ha pure una certa proporzione: a dieci mine corrispondono dieci citt. Il premio inoltre un dono fatto a chi ha adempiuto certe condizioni. come in una corsa, in cui viene premiato a dismisura chiunque vi ha partecipato, e in proporzione alla buona volont.
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vv. 18-19: E venne il secondo. Diversa la risposta di ciascuno ai doni di Dio. Di questa siamo responsabili noi. Egli dona a ciascuno molto pi di quanto possiamo domandare o pensare (Ef 3,20): ci dona se stesso! Il suo dono proporzionato solo al desiderio di ricevere. Per questo contano molto i desideri, e soprattutto quel desiderio di lui, che solo lui pu colmare. Qui si accenna anche al problema delicato del merito. bene rimettere la soluzione al Signore stesso, giusto giudice (2Tm 4,8). A noi basta agire come se tutto dipendesse da noi, sapendo che tutto dipende da lui. Tutto dono suo, anche la nostra azione e noi stessi! Egli non si sovrappone n antagonista alla sua creatura, perch fa essere tutto ci che , compresa la nostra libert. v. 20: ecco la tua mina, che avevo riposta in un sudario . Il dono non ha fruttato. Significa che non stato donato. rimasto improduttivo, perch avvolto nella logica mortale del possesso. quanto fa chi arricchisce davanti agli uomini, ma non davanti a Dio (12,21). v. 21: Infatti ti temevo (cf. Gn 3,10). la paura di Adamo. Viene dallimmagine di un Dio cattivo, che non ci ama. Tale paura blocca lazione delluomo. perch sei un uomo severo: prendi quanto non ponesti. lidea di Dio che ha luomo religioso: lo considera severo ed esigente. La sua giustizia una mossa di estrema difesa da
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lui, nella ricerca di chiudere il conto in parit. Ma cosa si pu dare in cambio di tutti i suoi doni a chi ci ha dato la vita e tutto? O si dice: grazie, o ci si uccide! Per questo il ritornello del giusto Giona : meglio per me morire che vivere (Gio 4,18.9). v. 22: Dalla tua bocca ti giudico. Luomo giudicato dal suo giudizio su Dio. In realt non lui giudica noi, ma noi giudichiamo lui. servo cattivo, ecc.. cattivo come la sua immagine di Dio. Quanto il Signore non ha seminato e miete proprio la nostra libert di donare il dono e cos moltiplicarlo. Al suo ritorno ce lo render (cf. 10,35), e in munifica sproporzione: una citt ogni mina! Perch lui grazioso e ci vuole simili a s. v. 23: perch non desti il mio denaro alla banca. La banca dove i beni fruttano la misericordia e lelemosina (11,41; 12,33s; 16,1ss; 19,8). v. 24: Prendete a lui la mina. Perch a chi non ha sar tolto anche ci che erede di avere (8,18). e date a chi ha dieci mine. Perch a chi ha, sar dato in misura sempre maggiore (6,38). In realt uno ha solo ci che d.

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v. 25: (E gli dissero: Signore, ha dieci mine). lo scandalo della giustizia di Dio, diversa da quella umana. Si fonda sul dono sovrabbondante di grazia, e non sullo scambio di interesse. v. 26: a chiunque ha, sar dato. Chi ha in realt colui che ha dato; a lui sar reso in misura sovrabbondante, secondo la generosit con cui ha dato (6,38; 12,33: 16,9). Si ribadisce la logica di Dio, che quella del dono e della misericordia. a chi non ha, sar tolto anche quanto ha. Chi non ha colui che non ha dato ma ha trattenuto. fuori dalla sua verit di figlio, senza la misericordia del Padre. In fondo gli tolto solo ci che crede di avere (8,18) e che, alla fine, sa che non suo (cf. v. 20; 18,20ss; 16,11s): Ecco, la tua mina!. v. 27: quei miei nemici. la sorte di chi rifiuta la vita e si oppone al Regno. quella di ogni uomo, peccatore e nemico di Dio (cf. Rm 3,23). Toccher a Ges in croce, morto per noi, suoi nemici (cf. 6,27; Rm 5,6-11). Portando su di s ogni nostra inimicizia (Ef 2,15), distrugger il chirografo della nostra condanna (Col 2,14). v. 28: E, dicendo queste cose, camminava. Con queste parole, che sembrano dette in casa del peccatore Zaccheo non si dice che ne uscito (cf. v. 11)! - continua il suo cammino verso Gerusalemme. L subir ingiustamente la nostra giusta condanna di malfattori, per dare il suo regno a
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quanti si riconoscono tali (23,40-43). Sar lagnello sgozzato per noi. Infatti siamo salvati per grazia (Ef 2,5). Per questo dobbiamo farci grazia lun laltro (Ef 4,32). 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges che esce da Zaccheo e cammina verso Gerusalemme. c. Chiedo ci che voglio: usare tutto ci che ho e sono secondo la volont di chi mi ha dato tutto. d. Medito sulla parabola. Da notare: - la manifestazione del Regno - il Signore se ne andato - ci ha lasciato i suoi doni - da vivere in un ambiente ostile - la ricompensa al suo ritorno - la risposta del terzo servo - la risposta di Ges. 4. Passi utili

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Lc 6,20-38; 12,13-21.33-48; 16,1-8.9-13.19-31; 18,1830; 19,1-10.

110. IL SIGNORE DI LUI HA BISOGNO (19,29-40)


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E avvenne che, come si avvicin a Betlage e Betania presso il monte chiamato degli Olivi, invi due dei discepoli dicendo: 30 Andate nel villaggio di fronte. Entrando in esso troverete un asinello legato, sul quale nessun uomo mai sedette: slegatelo e conducetelo qui. 31 E se qualcuno vi chiede: Perch slegate? cos direte: Il Signore di lui ha bisogno. 32 Ora, andati, gli invitati trovarono come disse loro.
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Ora mentre essi slegavano lasinello, i suoi signori dissero loro: Perch slegate lasinello? 34 Ed essi dissero: Il Signore di lui ha bisogno. 35 E lo condussero a Ges e, lanciati i loro mantelli sullasinello, fecero salire Ges. 36 Ora, mentre egli procedeva, stendevano i loro mantelli sul cammino. 37 Ora, mentre era ormai vicino alla discesa del monte degli Olivi, tutta la moltitudine dei discepoli con gioia inizi a lodare Dio a gran voce per tutti i portenti che avevano visto, 38 dicendo: Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria negli altissimi. 39 E alcuni dei farisei dalla folla dissero a lui: Maestro, rimprovera i tuoi discepoli. 40 E rispondendo disse: Vi dico: se costoro taceranno, grideranno le pietre!
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1. Messaggio nel contesto la venuta del messia, linizio del suo regno. Si compiono le parole dette da Ges dopo la sua prima lamentazione su Gerusalemme: Non mi vedrete pi fino al tempo in cui direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore (13,35). Si compie pure la promessa cantata nel natale: Gloria a Dio negli altissimi (2,14). Viene il Signore della pace, lerede al trono di Davide che regner senza fine (1,32s). Viene in umilt e mitezza. Per questo subir il rifiuto. Questa momentanea accoglienza gioiosa prefigurazione della festa finale, quando tutti gli uomini avranno accettato la sua umilt e mitezza. Allora lui sar il Signore di tutti; e ci sar soltanto il Signore, e il suo nome sar uno (Zc 14,9). I farisei e i discepoli chiesero quando e dove viene il Regno (17,20.37; cf. At 1,6). Ges mostra come viene il re. Perch il Regno viene sempre e ovunque accolto e riconosciuto lui, che viene qui e ora come Figlio delluomo sofferente (cf. 18,31ss). Questa sua venuta il mistero stesso di Dio e del suo regno, oscuro anche ai discepoli (18,34), poich si rivela nella piccolezza del Pellegrino che va a Gerusalemme per essere preso, gettato e nascosto. una gloria ben diversa da quella che tutti si aspettavano (v. 11).

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Il Signore visita il suo popolo. Ma chi lo benedice come Zaccaria, chi lo attende come Simeone e Anna? Accolto dal peccatore Zaccheo, sar rifiutato dal suo popolo. La salvezza, che tutti in fondo desiderano, consiste nellaccogliere questo messia povero, sempre in viaggio e sempre alla porta che bussa. Chi lo accoglie entra nel Regno, accolto da colui che accoglie. Egli viene e verr sempre allo stesso modo in cui labbiamo gi visto venire. La sua venuta passata ci serve a riconoscere quella presente e a camminare verso quella futura. La scena si svolge a oriente di Gerusalemme, sul monte degli Olivi, da dove si attendeva la salvezza definitiva (cf. Zc 14,4-9). Richiama la consacrazione di Salomone, re di pace (1Re 1,33-35) e lingresso del nuovo re (2Re 9,13). Il Sal 118, gridato dalla folla dei discepoli, richiama la festa delle capanne, ricordo del passaggio dal deserto alla terra promessa, fine della povert e inizio dellabbondanza dei frutti. Seguir il pianto di Ges, sua ultima fatica per il fico sterile, e la sua visita al tempio. Luca non narra lepisodio di Betania (Mc 14,3-9), gi anticipato in 7,36ss. Lunzione messianica assume qui una cornice cosmica: come compiuta dallondeggiare degli olivi, che ungono il re mentre viene nel suo regno e lo temprano per la lotta notturna, di cui tra pochi giorni saranno spettatori. Ora lo vedono con gioia, mentre slega lasinello, sul quale mai nessuno salito e del quale il Signore ha bisogno per manifestarsi come tale.
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Lasinello, immagine del suo messianismo, il protagonista del brano. La scena del suo reperimento descritta due volte, prima come previsione poi come evento (vedi anche 22,7-13). La parola del Signore, infatti, precede e crea la realt. Inoltre il racconto di ci che lui ha fatto profezia di quanto poi il discepolo stesso far. Ges sar rifiutato solo per la sua scelta di essere povero e umile. La fede cristiana consiste nellaccettarlo cos com. In questo racconto la chiesa esprime la sua conoscenza di Ges ormai illuminata dal mistero pasquale. Dopo Gerico, con il cieco e con Zaccheo, anche noi siamo in grado di vedere e accogliere il nostro Salvatore e Signore nel Figlio delluomo, ormai al termine del suo cammino di Samaritano. Per molti aspetti il brano allude al natale, suo ingresso nel mondo. Come ha iniziato, cos conclude la sua missione. 2. Lettura del testo v. 29: Betfage. Significa casa dei fico immaturo. Richiama il fico sterile (13,6ss), figura del popolo che non pronto per la visita del suo Signore. A Betfage i pellegrini si purificano per entrare nella citt santa. Anche Ges prepara il suo ingresso, purificando con lasinello ogni falsa attesa messianica, destinata a restare senza frutto. Betania. Significa casa della povert o dellafflizione. E cos la casa delluomo senza il suo Signore? Ma Ges,
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come venuto presso Zaccheo, cos entra in ogni nostra povert e afflizione. Ed entra anche in Gerusalemme, portando su di s - lui, legno verde - la maledizione che tocca al legno secco e sterile (23,31). il monte chiamato degli 01ivi. La visita di Ges a Gerusalemme ha nel tempio il suo centro e nellorto degli Olivi il suo punto di partenza e di arrivo. Qui ricever il battesimo e si elever al cielo; si inabisser nelle notti delluomo e si innalzer alla luce di Dio. Qui, dove Davide sal piangendo la ribellione del figlio (2Sam 15,30), il Figlio suder sangue per la disobbedienza dei fratelli. Da qui, dove Ezechiele vide fuggire la Gloria (Ez 11,23), viene il Signore stesso per la lotta definitiva contro il male (cf. Ez 43,1s; Zc 14,4). La sua unzione messianica non fatta da uomini. Gli olivi del monte offrono lolio alla mano invisibile che lo consacrer nella sua passione e glorificazione. invi due dei discepoli. Come in 10,1ss, invia i discepoli in coppia per preparare la sua venuta (cf. anche 22,8): la loro missione slegare lasino. v. 30: troverete. I discepoli ignorano che ci sia lasinello. Soprattutto non sanno che attraverso di lui viene il re e il suo regno! un asinello. Il messia non viene con il cavallo, come chi ha il potere. Non viene neppure con il carro da guerra, come chi
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vuol conquistarlo (cf. Zc 9,9). Il nostro re in mezzo a noi come colui che serve (22,27). Per questo viene cavalcando lumile animale da servizio quotidiano. In italiano si chiama somaro perch porta la soma, il peso che gli altri gli caricano. Lasinello figura di Ges, il Samaritano che prende su di s il nostro peso morto (10,34). Il suo messianismo in povert, umiliazione e umilt, i potenti mezzi di chi ama e libera dalla schiavit dellegoismo; rifugge dalle ricchezze, dal potere e dalla gloria, i deboli mezzi di chi ha paura e schiavizza. In questo senso lasino ha poco a che fare col cavallo. Dal loro incrocio si ottiene il mulo - animale sterile e senza intelletto, come la chiesa quando ha il potere. Ha poco a che fare anche col carro armato. Dal loro incrocio, solo apparentemente impossibile, nasce un mostro apocalittico, il drago travestito da agnello (Ap 13,11), simile a noi quando lottiamo per il potere. Per 1Gv 4,2s lanticristo semplicemente colui che non riconosce il messia e il Figlio di Dio nella carne (= debolezza) di Ges. Padre, perdona a noi, perch troppo spesso non sappiamo quello che facciamo! Soprattutto quando usiamo per il tuo regno esattamente ci che tuo Figlio scart come tentazione. Quanto male a fin di bene! Rivelaci, Signore, come il lievito dei farisei che in noi, tuoi amici, ritardi la venuta del tuo regno pi di ogni opposizione dei nemici. Lasinello, come figura di Ges, cos rappresenta la nostra capacit di servire per amore, la nostra libert di figli a immagine del Padre.
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legato. la prima caratteristica di questasinello. Il Signore, con la sua parola e la sua azione, venuto a slegarlo. Libera la nostra libert, schiava per le sue paure di debolezza e per i suoi deliri di potere (cf. 13,10ss, dove si parla di asino, legare e slegare!). sul quale nessun uomo mai sedette. E nessuno desidera salirci! Chi desidera cavalcare questo messianismo povero e umile? Tutti preferiamo il cavallo e il carro da guerra. Forse c qualcuno che, per amore del suo Signore, ama la povert pi della ricchezza che impoverisce s e gli altri, lumiliazione pi del potere che offende s e gli altri, lumilt pi della gloria che umilia s e gli altri? Tanti tra i discepoli amano il Regno e la sua causa. Anche Giuda era uno di loro. Ma chi ama il re e la sua persona? slegatelo. Il verbo ripetuto quattro volte. limperativo del Figlio delluomo, venuto a slegare la nostra libert di figli perduti. Questa infatti non consiste nel fare i propri interessi, ma nella carit, che ci mette gli uni a servizio degli altri, portando gli uni i pesi degli altri (Gal 5,13; 6,2). La vera libert quella di servire (cf. il primo miracolo, 4,39): ci restituisce il nostro vero volto. v. 31: se qualcuno vi chiede: Perch slegate?. A che serve liberare la capacit di servire? La gente, come ancora i discepoli, non capisce il perch dellumilt del Figlio
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delluomo e del suo servizio. il mistero stesso di Dio che amore. Siamo cos abituati a vedere legato lasinello, che neanche sappiamo cosa significhi il fatto che sia slegato. Il Signore. lunica volta che Ges chiama se stesso direttamente il Signore. Qui, sullasinello, e non altrove, si rivela come Dio e rivela Dio. di lui ha bisogno. La libert di servire lunica cosa di cui lamore ha bisogno. Senza di essa non pu esistere. Per questo Dio non ha bisogno di altro, e utilizza ci che noi scartiamo (cf. 1Cor 1,28s). Non sa che farsene del necessario, specie dellessenziale. Per questo non fa conto del vigore del cavallo: non giova alla vittoria (Sal 147,10; 33,16s). Se altri si vantano di carri e dei cavalli, noi siamo forti nel nome del Signore nostro Dio (Sal 20,8). In questo suo nome, che ci si rivela nellumilt e povert estrema del Figlio delluomo, anche noi, come Davide, affrontiamo e vinciamo il tremendo nemico (1Sam 17,45). v. 32: trovarono come disse loro. anche se legata, c in ogni uomo. figli, sempre intatta presso il Padre. perch siamo suoi fratelli. Nella loro troveranno ovunque. La capacit di servire, la nostra immagine di Il Signore la conosce missione i discepoli la

v. 33: i suoi signori dissero. Anche se uno solo il Signore, lasino ha in realt tanti signori (cf. 1Cor 8,5). Sono
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quelli che lo tengono legato. Lunico Signore venuto a scioglierlo. Cristo ci ha liberati perch restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavit (Gal 5,1). Perch slegate lasinello?. Si sottolinea di nuovo lo slegare e lincomprensione del fatto. v. 34: Il Signore di lui ha bisogno. La nostra unica spiegazione la fede nella parola del Signore, che cos ha detto, dopo aver fatto cos. Il nostro buon senso farebbe ben diversamente! v. 35: lo condussero a Ges. Che gli dice: Finalmente! Da troppo tempo sei legato, in attesa di chi ti liberi!. lanciati i loro mantelli. Il mantello per il povero vestito e casa, materasso e coperta, lunico suo bene. Per questo si proibisce di tenere in pegno il mantello del povero: Dovrai assolutamente restituirgli il pegno al tramonto del sole, perch egli possa dormire con il suo mantello (Dt 24,1). Ges aveva gi invitato il ricco a buttare via tutte le sue sicurezze, investendole nel servizio. fecero salire Ges. lintronizzazione del Signore, che diventa per noi tale sullasino slegato e sui nostri mantelli gettati! Questa espressione appare solo qui in tutto il NT. Richiama lordine che diede Davide di far sedere Salomone a
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cavallo per condurlo allunzione regale (1Re 1,33s). Gi il cieco aveva visto in Ges il figlio di Davide, il messia, il Signore. Su questo asinello egli viene: prende possesso del suo regno e ci libera dalle mani dei nostri nemici e di quanti ci odiano (1,71). v. 36: estendevano i loro mantelli. Richiama lintronizzazione di Jehu (2Re 9,13). Non solo lasino, ma tutta la via che conduce il Samaritano a Gerusalemme coperta da un tappeto di mantelli gettati. la via santa. Su di essa viene il re e il suo regno di libert. v. 37: era ormai vicino alla discesa del monte degli 01ivi. il monte del suo abbassamento e del suo innalzamento, a cui porta il suo cammino: la gloria attraverso la croce. tutta la moltitudine dei discepoli. Ormai i discepoli sono una folla! con gioia. la gioia del natale (2,10). la gioia di chi accoglie il Signore che viene cos. i portenti che avevano visto. Il vero portento che vedono lumilt e la piccolezza del Signore. Richiama la scena dei pastori a Betlemme (2,20), che vedono il segno del bambino. v. 38: Benedetto colui che viene. dal Sal 118, che si canta nella festa delle capanne, quando si celebra il dono della
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terra promessa e dei suoi frutti. In questo giorno cess la manna, cibo del deserto, fin lesilio e inizi la vita nuova. il salmo che parla della pietra scartata diventata testata dangolo (v. 22). il re. Il re rappresenta luomo libero, pienamente realizzato, a immagine di Dio. Questo sullasinello il nostro re e Signore! nel nome del Signore. Chi viene cos, benedetto: viene nel nome del Signore che libera. Chi viene diversamente maledetto: viene nel nome di altri signori che legano. Contro ogni falsa attesa, il Signore viene cos, e solo cos stabilisce il suo regno. Si rivela e regna solo dallalto dellasinello, ossia dal basso del suo servizio. Pretendere che venga diversamente, non accoglierlo. Il Signore non tarda a tornare. Lui viene; ma noi non ce ne accorgiamo e non lo accogliamo, perch non lo riconosciamo. Pace in cielo. A Betlemme, la casa del pane, in cui Dio si fatto nostra vita, gli angeli dallalto cantavano: pace in terra (2,14). Qui finalmente dalla terra gli uomini cantano: pace in cielo. Laccoglienza del messia povero porta pace in cielo. il settimo giorno della creazione. Dio finisce la sua fatica. La pace, compimento di ogni promessa, ormai ovunque, in cielo e in terra. in Dio, perch accolto dalluomo; nelluomo perch ha accolto Dio.
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v. 39: Maestro. Per i farisei Ges non ancora il messia e Signore. solo un maestro della Legge, che dovrebbe zittire i discepoli che si starebbero sbagliando sul suo conto. Sono ancora ciechi, e ignorano di essere tali. v. 40: se costoro taceranno, grideranno le pietre. Ges approva ormai pienamente lacclamazione. Le sue parole alludono alla maledizione di Ab 2,11 contro loppressore, avido di ricchezza e di potere: La pietra grider dalla parete e dal tavolato risponder la trave. Questavidit, che opprime gli uomini, vinta nei piccoli che accolgono il messia povero e umile. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando il cammino da Betfage e Betania a Gerusalemme attraverso la discesa del monte degli Olivi. c. Chiedo ci che voglio: slegare lasino. Il Signore di lui ha bisogno! d. Traendone frutto, contemplo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. Da notare: - lordine dato ai discepoli
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- le caratteristiche dellasino - il Signore di lui ha bisogno - i padroni dellasino - i mantelli gettati - il re nel nome del Signore - pace in cielo. 4. Passi utili 6,2Sal 118; 20; 33; Zc 9,9s; Lc 17,20s; 22,24-27; Gal 5,13s;

111. VISTA LA CITT, PIANSE (19,41-44)


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E quando si avvicin, vista la citt, pianse su di essa 42 dicendo: Se avessi conosciuto in questo giorno anche tu le cose (condizioni) per la pace.
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Ma ora sono nascoste ai tuoi occhi. 43 Perch verranno giorni su di te e ti cingeranno i tuoi nemici di trincee e ti accerchieranno e ti stringeranno da ogni parte 44 e livelleranno te e i tuoi figli in te, e non lasceranno pietra su pietra in te, proprio perch non hai conosciuto il tempo della tua visita. 1. Messaggio nel contesto In questo brano il pittore Luca d lultimo tocco al ritratto di Ges, icona perfetta del Padre. Il suo volto di pellegrino, diverso da qualunque altro (19,29), indurito nel suo cammino verso Gerusalemme, giunto alla meta, si scioglie in lacrime. Questo pianto rivela il mistero pi grande di Dio: la sua passione per noi. Ges, in mezzo alle acclamazioni, si avvicina alla sua citt e la vede. Lui ben pi di Giona (11,32). Questi sost davanti a Ninive convertita, dispiaciuto del male che non le accade fino a desiderare la morte (Gio 4,3.8.9). Ges invece sosta davanti a Gerusalemme indurita, dispiaciuto del male che le accade fino a morirne realmente. La differenza tra i due
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semplicemente quella che c tra Dio e luomo: la misericordia. Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non dar sfogo allardore della mia ira perch sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te (Os 11,8s). Il suo pianto manifesta la sua impotenza davanti al rifiuto. Ma rivela pure la gloria di un amore fedele anche nellinfedelt. Questo lunico modo per creare libert dove c schiavit, suscitare risposta anche nel cuore pi ostinatamente chiuso e offrire una possibilit irrevocabile di conversione, che rimane aperta a tutti e per sempre. Le parole che Ges rivolge a Gerusalemme non sono minaccia; n la sua distruzione sar castigo di Dio. Dio misericordioso e largamente perdona (Es 34,6s; Sal 86,15; 103,8; Gio 4,2; ecc.). Non minaccia la mamma che dice al bambino: Guai se attraversi la strada: muori sotto unautomobile!. Tanto meno un castigo della mamma se, disobbedendo, viene travolto. Le parole di Ges sono una costatazione sofferta di ci che il popolo inconsapevolmente fa a se stesso. Il male, dal quale mette inutilmente in guardia Gerusalemme, ricadr infatti su di lui. In croce, assediato e angustiato da tutta la cattiveria del mondo, sar distrutto dallabbandono di tutti. Il pianto di Ges non esprime minaccia o condanna, ma quella sua debolezza estrema che port lui alla croce (2Cor 13,4) e noi alla salvezza. La sua potenza ci ha creati; la sua impotenza ci ha ricreati. Ges disse: Beati voi che ora piangete (6,21). Ora lui stesso, il re, che piange. Realizza in s il mistero del Regno
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su questa terra: un seme gettato nel pianto. Ma chi semina nelle lacrime, mieter con giubilo. Nellandare se ne va e piange, portando la semente da gettare; ma nel tornare viene con giubilo, portando i suoi covoni (Sal 126,5s). Il motivo del lamento, ripetuto allinizio e alla fine, il fatto che non sia stata riconosciuta in questo giorno la sua venuta. Per questo, invece di iniziare il giorno di pace senza fine, continuano i giorni di guerra, fino alla distruzione. Anche noi, con Gerusalemme, siamo chiamati a discernere oggi la visita di Dio nel suo messia. Ha ormai il volto del povero e del piccolo umiliato: il Samaritano in viaggio che si fa carico del male dei fratelli, il Pellegrino alla porta di tutti, che mendica accoglienza e offre salvezza (cf. 9,46ss; Mt 25,31-46). Ora piangente. Sorrider quando sar accolto. Le note di questo brano hanno il loro preludio in 13,34s e si svolgeranno nel racconto della passione. Qui dobbiamo chiedere al Signore di contemplare il suo volto e conoscere perch piange non il suo, ma il nostro male. Il destino di Gerusalemme e di Israele misteriosamente lo stesso di Ges. 2. Lettura del testo v. 41: quando savvicin, vista la citt, pianse su di essa. I tre verbi avvicinarsi, vedere e piangere richiamano la risurrezione del figlio della vedova di Naim (7,11ss). Allora Ges aveva detto: Non piangere, perch ora lui stesso
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piange. Il suo pianto, fonte di vita, asciugher ogni nostra lacrima. Tra pochi giorni dir alle donne che lo compiangono: Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli (23,28). Tutto preso dalla compassione verso quelli che lo uccidono, geme non per il suo, ma per il loro male. il segno massimo della sua misericordia, che paga in anticipo per tutti. il grido materno della chioccia per i suoi piccoli in pericolo, che tenta invano di raccogliere sotto le sue ali (13,34). Le sue lacrime impotenti, figura della sua morte, esprimono la potenza di un amore senza limiti. I miei occhi grondano lacrime notte e giorno, senza cessare, perch da grande calamit stata colpita la figlia del mio popolo, da una ferita mortale (Ger 14,17). Lamore muore perch non amato. Ma la sua morte capace di far nascere libert e amore dove ancora c schiavit ed egoismo. v. 42: Se avessi conosciuto. Elisabetta, dal sussulto del suo grembo, riconosce e benedice la venuta del suo Signore (1,42). Zaccaria, guarito dal mutismo della sua incredulit, riconosce e benedice il Signore che ha visitato il suo popolo (1,68). Simeone, nel bimbo che accoglie sulle braccia, riconosce e benedice colui che porta pace (2,25-32). Anna, vedova e molto avanzata in et, riconosce e proclama in lui la salvezza di Gerusalemme (2,36-38). Luca sottolinea che tutti questi riconoscimenti della visita del Signore avvengono nella forza dello Spirito (1,41.67; 2,25. 26.27). lo Spirito che il
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messia, rifiutato in Gerusalemme da tutti e innalzato sulla croce, effonder a Pentecoste su ogni carne (At 2,17). quello Spirito che ci fa accogliere con frutto oggi la sua venuta. Zaccheo ne ha la primizia. in questo giorno. il giorno della sua venuta. Egli viene sempre - ogni giorno per un altro giorno ancora! - nella quotidianit della nostra vita, per incontrarsi con noi. Quando noi ci incontriamo con il suo sguardo e ci convertiamo a lui che deve fermarsi presso di noi, allora loggi della salvezza: accogliamo colui che venuto a cercare ci che era perduto. anche tu. A Dio sta a cuore Gerusalemme. Il Signore ama le porte di Sion pi di tutte le dimore di Giacobbe (Sal 87,2). la sua citt. I suoi doni e la sua promessa restano irrevocabili (Rm 11,29). Egli resta fedele, anche se noi manchiamo di fede, perch non pu rinnegare se stesso (2Tm 2,13). Il pianto di Ges, dono estremo della fedelt di Dio, la sua ultima cura al fico sterile, perch porti frutto. Paolo pone la conversione di Israele come segno escatologico, fine del travaglio di Dio e del mondo (Rm 11,25ss). le cose (condizioni) per la pace. Sono la povert, lumiliazione e lumilt del Figlio delluomo, le armi del messia per vincere il nemico. Pace, in ebraico shlm, richiama Gerusalemme, a cui fu data la promessa. Shlm, somma e corona di tutti i doni di Dio, Dio stesso come dono
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alluomo. Siamo infatti creati per lui, e solo lui la nostra pace. Ma ora sono nascoste ai tuoi occhi (cf. Dt 32,28s). Mentre queste cose sono rivelate agli infanti, sono nascoste a tutti gli altri (10,21). Infatti non hanno il fermento del Regno, ma quello dei farisei. Questo il velo che impedisce agli intelligenti e ai sapienti di conoscere il Signore della grazia in colui che viene per essere crocifisso (cf. 1Cor 2,6ss). Quando sar tolto questo velo, ci sar la conversione al Signore (2Cor 3,16). v. 43: verranno giorni. Il giorno quello in cui si accoglie la sua visita e si entra nella pace; i giorni sono quelli normali, in cui perdura il rifiuto e si resta nella perdizione. e ti cingeranno i tuoi nemici. la condizione di chi non accoglie la salvezza: uno stato di perdizione, come una citt assediata prima e poi distrutta. la situazione di ogni uomo, vittima del suo male. Come gi detto, questo non minaccia n castigo. Dio talora sembra minacciare, ma solo perch sa che siamo pi sensibili al dolore che al vero male, che la lontananza da lui. Le tenta tutte per convincerci! Ci minaccia prima che facciamo il male, e ci consola dopo che labbiamo fatto. Al suo popolo, angustiato dal male commesso, con patetica tenerezza dice addirittura che si convertito, e chiede scusa se
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per un momento si adirato e ha nascosto il suo volto (Is 54,7s). Da perfetto innamorato, si addossa la colpa del nostro rifiuto e si dichiara pentito del nostro male, quasi lavesse fatto lui (cf. Gn 9,11). Al di l del tono, le sue parole sono rivelazione profetica di una duplice verit davanti alla quale siamo ciechi: il male che ci facciamo e la sofferenza che Dio ne patisce. Il Padre sente il male dei figli pi che se fosse proprio, perch li ama. Per questo il Figlio, che lo conosce, lo porter su di s tra pochi giorni in croce. Queste parole di Ges su Gerusalemme richiamano le minacce dei profeti (Is 29,3; 37,33; Ger 52,4s; Ez 4,1ss; Os 10,14; 14,1; Na 3,10; Mi 1,6; Zc 5,4; cf. Sal 137,9; 2Sam 17,13). Esse sortiscono il loro vero effetto quando non si avverano, perch il popolo si converte (vedi Giona). Non inducono al fatalismo (come fanno le false profezie che proliferano ovunque!), ma interpellano la nostra libert, mettendoci davanti le nostre responsabilit. La profezia si avvera solo quando lappello non raggiunge il suo effetto e resta inascoltato. Raggiunge invece il suo effetto vero quando non si avvera, perch lappello stato accolto. Ma non si tratta di punizione, bens di semplice riscontro del male che ci stiamo facendo, anche senza saperlo. Ges, col suo pianto e la sua croce, lo porter su di s, e riaprir per sempre e per tutti la porta della salvezza. Il suo amore senza condizioni costringe a entrare tutti (14,23).

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v. 44: proprio perch non hai conosciuto. La salvezza o la perdizione dipendono dal conoscere o meno il re povero e umile che viene a salvarci. Il mistero della croce, scandalo e stoltezza per chi va in perdizione, potenza di Dio per quelli che si salvano (1Cor 1,18s). il tempo della tua visita. Si tratta del kairs, il momento favorevole. Dio lo prolunga nel tempo, perch tutti si possano convertire. Per questo Paolo annuncia: Ecco il momento favorevole, ecco il giorno della salvezza (2Cor 6,2). Affrettiamoci a entrare in essa, finch dura questoggi (Eb 4,11; 3,13). La tribolazione e la morte sono conseguenze della non conversione. Ma egli ci visita anche nel nostro peccato: se, per rispetto della nostra libert, non ci pu salvare dal male, per rispetto di s ci salva nel male stesso. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando il volto del Signore che piange davanti a Gerusalemme. c. Chiedo ci che voglio: capire il pianto di Ges su chi lo uccide. d. Traendone frutto, contemplo la scena. Da notare:
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- avvicinarsi, vedere, piangere - questo giorno - la pace - verranno giorni, ecc. - non hai conosciuto il tempo della tua visita. 4. Passi utili Sal 126; Os 11; Lamentazioni; Lc 13,34ss; Rm 11.

112. LA MIA CASA SAR CASA DI PREGHIERA (19,45-48)


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E, entrato nel tempio, cominci a scacciare i venditori 46 dicendo loro: scritto: e la mia casa sar casa di preghiera; ma voi ne faceste una spelonca di ladri. 47 E stava ammaestrando ogni giorno nel tempio.
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Ora i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano di perderlo, e anche i notabili del popolo; 48 e non trovavano cosa fare, poich il popolo tutto era sospeso ascoltando lui. 1. Messaggio nel contesto Il Signore ha compiuto il suo giudizio con lacqua e con il fuoco - con lacqua delle sue lacrime e con il fuoco della sua passione. La distruzione che tocca alla nostra casa si abbatte sulla sua. La sua venuta al tempio, termine del vangelo dellinfanzia e della vita pubblica, lavverarsi della promessa ultima dellAT (Ml 3,1ss): la visita di Dio al luogo della sua dimora. Laveva abbandonata perch ripiena di ogni abominio, ridotta a spelonca di ladri (Ger 12,7; 7,1ss); il culto di Mammona aveva sostituito quello dellunico Signore. Ora Ges entra per purificarla e riempirla della Gloria: spazza via lidolo immondo, e al suo posto mette se stesso e la sua parola. Le persone che lo ascoltano saranno le pietre vive del nuovo tempio. Cos si adempie la profezia che lo vuole casa di preghiera (Is 56,7); e luomo entra in comunione con Dio, ormai presente in Ges e nella sua parola.
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Il vecchio tempio sarebbe dovuto finire comunque, essendo figura transitoria del nuovo. Finir male a causa della falsa sicurezza che si ripone in esso. Infatti vi si entra dicendo: Tempio del Signore questo, e si presume da esso salvezza, mentre lo si profana con ogni sorta di ingiustizia (Ger 7,1-14). Una religiosit formale non serve a nulla, perch Dio non pu sopportare delitto e solennit (Is 1,13). La sua grazia non si presta a far da copertura alla nostra dissolutezza (Gd 4). A differenza dei suoi sacerdoti, Dio non vende i suoi favori a chi cerca di ingraziarselo con prestazioni religiose o addirittura con denaro. Il pi grave peccato contro di lui quello di volersi comperare il suo amore: come trattarlo da prostituta venale! Egli Padre, pieno di grazia e di misericordia. La salvezza suo dono gratuito, al quale da parte nostra risponde una vita filiale, a immagine della sua. Questo il vero culto spirituale, gradito a Dio (Rm 12,1). La realt del tempio determinata dal Dio che vi abita. Per questo, dopo la menzogna del serpente, in esso si concentra la sostanza del peccato: la cattiva immagine di Dio, origine di tutti i mali delluomo. Il corpo di Ges, fatto peccato per noi (2Cor 5,21), porter su di s la maledizione del vecchio tempio. Come di questo non rester pietra sopra pietra, cos anche lui sar distrutto e riedificato in tre giorni non da mano duomo. Da pietra scartata diventer testata dangolo del nuovo tempio, dove finalmente abita la verit di Dio. La sua croce sar la distanza infinita che Dio ha posto tra s e lidolo. In Ges, icona visibile del Dio invisibile (Col 1,15), abita corporalmente
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tutta la pienezza della divinit (Col 2,9). La sua carne crocifissa lunica rivelazione di Dio; la sua passione per luomo manifesta allesterno la Gloria: Dio amore infinito, pieno di grazia e misericordia. 2. Lettura del testo v. 45: entrato nel tempio. Ges dodicenne aveva detto misteriosamente: Devo essere nelle cose del Padre mio (2,49). Ora torna nel tempio a compiere la sua missione, che quella di riempire la casa del Padre lasciata deserta (cf. 14,23; 13,35). Per questo raccoglie tutti i fratelli attorno alla Parola che li rende figli. Sar la goccia che far traboccare il vaso dira dei nemici, il principale capo daccusa per ucciderlo (Mc 14,58). Subito entrer nel suo tempio il Signore che voi cercate; ma chi sopporter il giorno della sua venuta? chi resister al suo apparire? (Ml 3,15). Ges per viene non con il fuoco dal cielo che stermina noi (cf. 9,54; Ml 3,2ss), ma con il fuoco del suo amore, che brucer lui (cf. 12,49s). Purificher infatti il tempio con il suo pianto, cio con la sua morte. In essa la gloria di Dio apparir tra gli uomini in tutto il suo splendore; e il suo corpo, consumato dallo zelo per il Padre e per i fratelli, realizzer la perfetta comunione tra Dio e uomo. La Gloria, che Ezechiele vide uscire dal tempio (Ez 10,18), ora torna dal monte degli Olivi da dove era fuggita (Ez 11,23). Viene e prende possesso della sua dimora. Questa
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gloria il messia povero e umile. Egli la nube, oscura agli occhi degli uomini, che riempie talmente il tempio da scacciarne gli stessi sacerdoti coi loro servizio (1Re 8,10s). cominci a scacciare i venditori. Il tempio assolveva anche i compiti di centro del potere economico-politico. Il tesoro in esso valeva pi del Santo dei santi. una storia vecchia: il culto di Mammona si combina stranamente bene con quello di Dio! Ma lui non daccordo! geloso e dice che non si pu servire a due signori (16,13). Infatti Dio e Mammona sono incompatibili tra di loro, come dono e possesso, vita e morte, amore ed egoismo. v. 46: la mia casa sar casa di preghiera (cf. Is 56,7). Il tempio chiamato casa di preghiera, cio di comunione con Dio. Non si nominano i sacrifici, sostituiti ormai dallunico sacrificio, quello dellalleanza nuova. La comunit di Gerusalemme saliva volentieri a pregare nel tempio, mentre celebrava leucaristia nelle case (cf. At 2,46). Il suo vero luogo di preghiera, in spirito e verit (cf. Gv 4,24), ora il nuovo tempio, Ges stesso. In lui, assiso alla destra di Dio (Col 3,1), abita corporalmente tutta la pienezza della divinit (Col 2,9). Egli la preghiera sempre esaudita, piena comunione tra uomo e Dio, s totale delluno allaltro, nella perfetta corrispondenza damore Padre-Figlio. Nella preghiera noi entriamo in lui che abita in noi, nostro uomo interiore, nascosto nel cuore (2Cor 4,16; Ef 3,16; 1Pt 3,4). Per questo ogni nostra preghiera sempre fatta nel suo nome,
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cio nella sua persona: Tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo concede (cf. Gv 15,16; 14,14). La fede in lui fa anche di noi tempio del suo Spirito (1Cor 6,19), dimora del Padre e del Figlio (Gv 14,23). Dio entra in casa di chi lo ospita nel Pellegrino verso Gerusalemme, e si fa casa di chi gli d casa. Diversamente sono ambedue in esilio, luomo e la sua Gloria. spelonca di ladri (Ger 7,14s). Mammona la potenza fasulla delluomo che vuole prendere e ruba. Dio invece si rivela nellimpotenza del Figlio delluomo che si dona e si spoglia di tutto. Lo zelo della tua casa mi ha consumato (Gv 2,17 = Sal 69,10), commenta Giovanni, che pone questo gesto allinizio della vita di Ges, chiave interpretativa del suo ministero. Il suo amore lo brucer. E luomo, attraverso la porta che la lancia gli aprir nel petto, contempler labisso di Dio. Allora il tempio sar purificato: In quel giorno non vi sar neppure un mercante nella casa di Dio (Zc 14,21), e tutti, dal pi piccolo al pi grande, conosceranno veramente chi il Signore (Ger 31,34). Permane sempre anche per il nuovo tempio il pericolo di diventare una spelonca di ladri alla ricerca di un vile guadagno, che agiscono turpis lucri gratia (1Pt 5,2). il cane che torna al suo vomito, la scrofa lavata che torna a rivoltarsi nel brago (2Pt 2,22). Per questo Paolo dice: Non siamo come quei molti che mercanteggiano la parola di Dio (2Cor 2,17). Lunica sua ricompensa quella di predicare gratuitamente il vangelo (1Cor 9,18).
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La povert e la gratuit sono le due condizioni indispensabili che Ges pone per lannuncio dellevangelo (9,1ss; 10,1ss). Manifestano lessenza di Dio, che amore. E lamore d gratuitamente tutto ci che ha ed . v. 47: stava ammaestrando. Questo insegnamento, gi anticipato in 2,46ss, il compimento della sua missione: il tempio diviene il luogo della sua parola. Essa purifica luomo dal possesso, gli comunica il dono e lo fa tempio di Dio. ogni giorno nel tempio. La Parola sta ora definitivamente al centro del tempio. il Santo dei santi, la Gloria che torna in mezzo a noi. Essa resta con noi ogni giorno. Basta che apriamo la Scrittura, e incontriamo subito il Signore, Maestro interiore che ce la spiega e ci piega il cuore ad ascoltarla. cercavano di perderlo. Lingresso della Parola nel tempio la causa della sua morte. Ges accerchiato da tutti i potenti. Cercano di perderlo, impadronendosi di lui come gi prima avevano fatto della casa del Padre suo. Ma proprio cos non faranno che compiere ci che la mano e la volont di Dio avevano preordinato che avvenisse (At 4,28). Su di lui finir la maledizione del tempio. Distrutto questo, ne riedificher in tre giorni un altro non fatto da mano duomo (Mc 14,58). v. 48: il popolo tutto era sospeso ascoltando lui. In opposizione ai potenti, che resistono a Dio, si parla del
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popolo degli umili, che Dio salva (Sal 18,28). Si usa la parola popolo (= laos), e non folla (= ochlos): il popolo di Dio, riunito attorno al suo Messia che va in croce; il vero Israele, che nasce dallascolto del profeta promesso da Mos: a lui darete ascolto (Dt 18,15). Del vecchio tempio non rester pietra su pietra. Chi obbedisce a lui, diviene pietra viva del nuovo tempio (1Pt 2,5). Esso ha come centro la Parola. Chi lascolta, vede il Volto. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges che entra nel tempio. c. Chiedo ci che voglio: dimorare nellumanit di Ges, il Figlio, vera casa di Dio e delluomo. d. Traendone frutto, vedo, ascolto e osservo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. Da notare: - il tempio - i venditori - casa di preghiera - spelonca di ladri - Ges ammaestra nel tempio - lopposizione di tutti i potenti - il parere del popolo.
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4. Passi utili Sal 24; Ml 3; Ger 7,1-14; 1Re 9,1-9; Col 2,9; 1Cor 6,19; Gv 14,15-23.

113. CON QUALE AUTORIT FAI QUESTE COSE? (20,1-8) E avvenne in uno di quei giorni, mentre egli ammaestrava il popolo nel tempio ed evangelizzava, che sopravvennero i sommi sacerdoti e gli scribi con gli anziani 2 e dissero parlando a lui: Di a noi con quale autorit fai queste cose, o chi diede a te questa autorit? 3 Ora, rispondendo, disse a loro:
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Domander a voi anchio una parola, e ditemi: 4 il battesimo di Giovanni era dal cielo o dagli uomini? 5 Ora essi conferirono tra s dicendo: Se diciamo: dal cielo, dir: perch non gli credeste? 6 Se diciamo: dagli uomini, il popolo tutto ci lapider, poich persuaso che Giovanni profeta. 7 E risposero di non sapere da dove. 8 E Ges disse loro: Neppure io vi dico con quale autorit faccio queste cose. 1. Messaggio nel contesto Ges nel tempio ammaestra ed evangelizza; il Signore della chiesa, il popolo che si raccoglie in ascolto attorno a lui. Questo il nuovo tempio, fondato sullautorit della sua
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parola, la cui pietra angolare lannuncio di lui morto e risorto pietra scartata dai costruttori ma preziosa agli occhi di Dio. Qui Ges rivela che la sua parola ha la stessa autorit di quella di Dio: ci mette in questione e ci chiama a convertirci. Questa autorit della sua parola il centro della fede cristiana. Le dispute successive, che culminano nella rivelazione del Cristo figlio e Signore di Davide (vv. 41-43), spiegheranno in che cosa consiste. Gli stessi nemici, che contrastano la sua signoria, saranno strumento della sua realizzazione: lo faranno sedere sul suo trono, la croce. Vediamo da una parte Ges e il popolo che lo ascolta; dallaltra i capi che gli si oppongono. Nessuno dei dominatori di questo mondo pu conoscere la Gloria. Nel brano ci sono una quindicina di verbi imparentati tra loro, che indicano vari modi di parlare: il Signore insegna ed evangelizza, i suoi avversari interrogano e questionano, lui dice e risponde o meno secondo la loro disponibilit. Questo il problema: di che tipo lautorit di Ges e da dove gli viene? Egli risponde che bisogna prima riconoscere lautorit del Battista, venuto a preparargli la via (1,76). Chi accetta la voce che chiama al lutto della conversione, partecipa alla danza del perdono che egli offre. Il grande peccato di Israele fu quello di tentare Dio chiedendogli che rispondesse con un segno incontrovertibile alla sua domanda: II Signore in mezzo a noi, s o no? (Es 17,7). Lo stesso si ripete nei confronti di Ges e della sua parola. Luomo religioso chiede che Dio obbedisca a lui,
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invece di obbedire lui a Dio (cf. la terza tentazione di Ges). La sua parola ci stata data per impegnare non lui con noi non ne ha bisogno! - ma noi con lui. Dobbiamo quindi smettere di irritarlo, mettendolo in questione. meglio mettere in questione noi stessi! Rispondimi e ti risponder, dice Ges. Anche se non lascoltiamo, la sua parola resta sempre efficace: smaschera il male di chi non cerca la verit. Accettare il battesimo di Giovanni significa riconoscere lautorit di Dio, che con la legge di Mos ci convince di peccato e col vangelo di Ges ci dona la salvezza. 2. Lettura del testo v. 1: egli ammaestrava il popolo. Ges il profeta grande promesso da Mos: II Signore tuo Dio susciter per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me: a lui darete ascolto (Dt 18,15). Il popolo (las), in contrapposizione alla folla (chlos) costituito tale dallascolto della sua parola. La folla una massa di individui, dove ognuno per s; come schiacciano Ges (8,45), cos si calpestano a vicenda (12,1). Il popolo invece un insieme di persone, dove ognuno per laltro; come ascoltano e toccano Ges, cos entrano in comunione tra di loro. nel tempio. Ges ha purificato il tempio. In esso tornata la Gloria: la Parola che lo riempie.
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evangelizzava. Ges non spiega Mos e i Profeti, la Legge e la promessa. Annuncia invece la buona notizia che la Parola si compie oggi negli orecchi di chi lo ascolta (4,21). Non un maestro che insegna, ma il Signore stesso che salva. Il nocciolo della disputa lautorit della sua Parola. Chi si converte, la sperimenta. Chi la rifiuta, non la vanifica, ma la compie nella maledizione della disobbedienza, che il Signore stesso, per la sua infinita misericordia, porter su di s sulla croce. i sommi sacerdoti e gli scribi con gli anziani. I sommi sacerdoti rappresentano il potere politico e religioso, che in un regime teocratico si intrecciano bene; gli scribi quello culturale, che ne ammanta di credibilit la bruttezza; gli anziani quello economico, che sta alla base di tutto e ne fonda la stupidit. Le tre classi compongono il sinedrio, consiglio supremo dIsraele. v. 2: con quale autorit fai queste cose. Queste cose sono la purificazione del tempio, sgombrato dai mercanti, e il suo Vangelo, che ormai lo riempie. Lautorit (greco exousa, in aramaico shaltan, da cui sultano) indica nella Bibbia il potere stesso di Dio, che con la sua parola crea tutto e chiede alluomo una risposta. Infatti la parola di Dio viva, efficace, ecc. (Eb 4,12). Il vangelo di Ges gode della medesima autorit: potenza di Dio per la salvezza di chi ascolta (Rm 1,16). Per questo gli piaciuto salvare con la stoltezza della predicazione (1Cor 1,22). Per bisogna
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accoglierla come parola di Dio, quale essa veramente , che opera in chi crede (1Ts 2,13). La salvezza lobbedienza al vangelo (Rm 10,14), e il fine di ogni apostolato ottenere tale obbedienza di fede (Rm 1,5). La domanda degli avversari di Ges duplice: di che tipo e da dove gli deriva questa autorit. Vedono che non quella di un semplice maestro che spiega ci che ha appreso da un altro. Egli non insegna, ma compie la Scrittura (4,21). Non solo un maestro buono, ma lunico buono: il Figlio che ascolta il Padre, suo uditore perfetto e sua Parola compiuta. v. 3: rispondendo, disse a loro: Domander a voi anchio una parola. Lautorit della sua parola consiste nel fatto che esige risposta. Fino a quando interroghiamo una persona e non ci lasciamo interrogare da lei, non la conosceremo mai. Questo vale a maggior ragione con il Signore. Egli infatti altro da ogni nostra domanda, ed conosciuto solo da chi si lascia interrogare e risponde. Non lui, ma luomo che per essere se stesso deve ascoltare e obbedire. Questa la prima regola del gioco: lui il Creatore, noi le sue creature. Ascolta, io sono il Signore Dio tuo. Queste parole sono il principio e fondamento dIsraele, e significano: Io parlo, e tu ascolti. Io sono Dio e tu sei uomo nella misura in cui rispondi. Labilit a rispondergli la grande responsabilit delluomo, che tale diventa nel colloquio con lui, suo vero interlocutore. Se siamo disposti a rispondergli e a convertirci, ci chiara lautorit della sua parola.
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v. 4: il battesimo di Giovanni. un battesimo di conversione per il perdono dei peccati (3,3). La predicazione di Giovanni sintetizza la profezia e la promessa dellAT: luomo peccatore e Dio perdona. La conversione riconoscere i due fatti e volgersi dal proprio peccato al suo perdono. La Legge e la promessa, denunciando il male e annunciando il bene, dichiarano lautorit di Ges, il Figlio e Signore di Davide che ci salva portandoci la misericordia di Dio. Chi non accetta lautorit di Giovanni che chiama a convertirsi, non riconosce quella del vangelo che dice a chi convertirsi. Ges risponde: Suonai il flauto e non danzaste, perch quando Giovanni cant il lamento, non piangeste (cf. 7,32). Bisogna riconoscersi tra i pubblicani e i peccatori per convertirsi: solo il cieco illuminato, solo il perduto salvato, solo il malato trova il medico. Ges chiama quelli che lo consideravano nemico ad accettare il battesimo di Giovanni. Solo se ammettono il proprio male, incontrano lui, lamico che venuto a liberarli. v. 5: perch non gli credeste?. Pur convinti di aver torto,, non crediamo a Giovanni, perch non vogliamo convertirci. La nostra ignoranza circa lunico buono, ci fa ritenere come bene il nostro male. Non crediamo a ci che viene dal cielo, perch siamo ricurvi sulle cose della terra. Come la donna nella sinagoga, ignoriamo di essere gi stati slegati (13,12).

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v. 6: il popolo tutto ci lapider. Per ora favorevole a Ges. Poi manifester di essere vittima della stessa ignoranza dei capi, che lo consegneranno alla morte (23,13; At 3,17). poich persuaso che Giovanni profeta. Ma ne ascolter la parola? Nel momento decisivo prester ascolto allinvidia dei suoi capi (Mc 15,10s). v. 7: risposero di non sapere da dove. Lignoranza di chi non vuol rispondere volontaria e preclude alla verit. La vera colpa, pi che in questignoranza, sta nel non ammetterla e resistere a Dio invece di invocarne la misericordia. Uno dei modi per resistergli quello di continuare a interrogare invece di lasciarsi interrogare. Per questo Ges non risponde. Il suo silenzio, che laccompagner alla croce (23,9), indica da parte sua lamore di chi non vuol condannare, da parte nostra il peccato di chi si autogiustifica. Ges ci dice: Se vi interrogo, non mi rispondete (22,68). Questo silenzio la nostra durezza di cuore che lo condanner a morte. Chi non risponde, anche se perplesso e si fa questioni come Erode (9,7-9), alla fine lo consegner al patibolo dopo averlo nientificato (23,8ss). A Giobbe che dice: Io parlo, e tu mi rispondi, Dio dice: Io ti interrogo, e tu mi risponderai (Gb 13,22; 38,3). Egli risponde solo a chi gli risponde: Infatti si lascia trovare da quanti non lo tentano; si mostra a coloro che non ricusano di credere in lui (Sap 1,2).
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v. 8: Neppure io vi dico. Lautorit del vangelo riconosciuta solo da chi accetta lAT, che si riassume nellappello di Giovanni alla conversione. Chi non vuol vedere la propria perdizione, non pu vedere la salvezza. Dio Parola. Dove non ascoltata, cade nel silenzio: la Parola tace, Dio muore. Ma proprio cos ci dice la parola pi potente: lui amore senza limiti, fedele oltre ogni infedelt (cf. brano seguente). Per questo il silenzio di Dio la sua parola pi eloquente. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo attorno a Ges che insegna nel tempio. c. Chiedo ci che voglio: lasciarmi interrogare dal Signore e convertirmi ogni volta che ascolto la sua parola. d. Traendone frutto, guardo, ascolto e osservo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. Da notare: - Ges che insegna nel tempio - con quale autorit? - dal cielo o dagli uomini? - accetto lappello a convertirmi? - ignoranza di comodo - silenzio del Signore.
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4. Passi utili Sal 95; Am 8,4-12; Is 1,1-20; Lc 3,1-18; 7,21-35.

114. UN UOMO PIANT UNA VIGNA (20,9-19)


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Ora cominci a dire verso il popolo questa parabola: Un uomo piant una vigna e la affid a dei contadini e migr per lungo tempo. 10 A suo tempo invi ai contadini uno schiavo perch gli dessero dei frutti della vigna. Ora i contadini, percossolo, lo rinviarono vuoto. 11 E continu a mandare un altro schiavo. Ora essi, percosso e disprezzato anche quello, lo rinviarono vuoto. 12 E continu a mandare un terzo. Ora essi anche questo, feritolo,
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lo scacciarono. 13 Ora disse il Signore della vigna: che far? Mander il Figlio mio, lamato. Almeno questo rispetteranno. 14 Ora, vistolo, i contadini conferivano tra loro dicendo: Costui lerede. Uccidiamo lui, perch diventi nostra leredit! 15 E, scacciatolo fuori dalla vigna, luccisero. Cosa far dunque loro il Signore della vigna? 16 Verr e perder quei contadini e dar la vigna ad altri. Ora, udito, dissero: Non avvenga! 17 Ora egli, guardando dentro loro, disse: Che dunque questo che scritto: la pietra che scartarono i costruttori, questa divenne testata dangolo? 18 Ognuno che cade su quella pietra, sar sfracellato. Ora colui su cui cadr, lo frantumer. 19 E cercarono gli scribi e i sommi sacerdoti
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di mettere su di lui le mani in quella stessa ora, e temettero il popolo. Poich riconobbero che contro di loro disse questa parabola. 1. Messaggio nel contesto Queste parole del Signore sono il compendio della storia di salvezza, con la descrizione e linterpretazione dei fatti dal suo punto di vista. Il rapporto tra Dio e uomo ci viene presentato come un dramma senza via di uscita: da una parte la libert di chi non pu non amare ed fedele; dallaltra la schiavit di chi non sa amare ed infedele. Sembrano due binari paralleli, senza possibilit dincontro. Un amore veramente infelice! Qui vediamo il punto darrivo sia della crescente bont del Signore, sia della crescente cattiveria nostra nei suoi confronti. Lautorit della parola di Ges, di cui si parla nel brano precedente, quella della pietra scartata: il potere di uno che ama senza limiti, anche chi gli resiste con ostinazione estrema. La parola della croce il punto cruciale della nostra relazione con Dio, dove il culmine della nostra malvagit si trova con labisso della sua bont. Nella morte del Figlio delluomo linfedelt delluomo e la fedelt di Dio stanno finalmente faccia a faccia. E Dio vince perdendo. Il suo fallimento realizza la sua verit nella nostra storia: un amore pi forte di ogni rifiuto e della morte stessa.
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La risurrezione lo rende noto e lo garantisce agli occhi di tutti. La pietra scartata fatta testata dangolo, il sommo male riempito dal sommo bene: Dio d la vita del Figlio a chi gli toglie la vita! Questa leredit che ci aveva riservata fin dalleternit. Luguaglianza con lui, che il serpente ci sugger di rapire, il dono che fin dal principio voleva farci. La malvagit umana non vanifica il suo disegno di salvezza. Ne diviene anzi strumento inconsapevole (cf. At 4,28). Non perch lui approvi il male, ma perch nulla pu resistere al Signore di tutto e di tutti. Il suo amore lo rende rispettoso e impotente, ma non inefficace. Nella sua sapienza lascia il male, perch sa che alla fine compie il bene: l dove abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia (Rm 5,20). Per realizzare i suoi piani, come desidera la libera collaborazione di chi lo ama, cos si serve della libera opposizione di chi gli resiste. La parabola, con tratti allegorici, manifesta il mistero, quasi il travaglio, di un Dio che cerca e trova il modo pi bello per salvare luomo dal male, senza violentarne la libert. Il suo amore di fronte al rifiuto, non si ritrae; anzi si espone in unofferta incondizionata. Cos si fa conoscere per quello che : amore senza limiti. Mentre luomo dice: Uccidiamo il Figlio e diventeremo eredi, il Figlio dice: Mi lascio prendere, e vi do in eredit la mia vita. Se il peccato rapire ci che donato, la salvezza donare ci che rubato. Tutto, anche il male che Dio non vuole - il bene non fa problema! - concorre al bene che lui vuole per noi (Rm 8,28).
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Chi ama Dio, lo sa. Chi non lo ama, non lo sa e vive ancora nelle sue paure. Ma in realt lui ama tutti i suoi figli e agisce con tutti alle stesso modo. Se fa dei favoritismo, solo per i pi svantaggiati. In questa parabola si spiega anche un grande mistero: come il fallimento di tutto lAT ne sia la realizzazione. Israele, il popolo eletto, rifiutando e uccidendo il Figlio, fece, a nome di tutti i popoli suoi fratelli, il pi grande delitto che sia possibile e impossibile perpetrare: il deicidio. Ma Dio fa delluccisione del Promesso il compimento della promessa: la croce suggella lalleanza eterna, offerta a tutti e per sempre, ai giudei prima, e ai gentili poi (Rm 1,16). In Luca il rifiuto di Ges non compiuto dal popolo, ma dai capi. Ci significa che tutte le persone possono essere salvate. Basta che si dissocino dal male e cambino i capi, cio i valori che guidano le loro azioni. Il nuovo popolo infatti guidato da colui che in mezzo a noi come colui che serve (22,27). Comunque il rifiuto degli israeliti ha portato la salvezza ai pagani. Se il loro fallimento gi ricchezza per tutti, cosa sar la loro riuscita (Rm 11,11s)? La loro disobbedienza momentanea, perch i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili. Se ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia (Rm 11,29.31s). O profondit della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! (Rm 11,33).
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Certa questa parola: anche se noi manchiamo di fede, egli rimane fedele, perch non pu rinnegare se stesso, che fedelt che non si rinnega mai. Solo se rinneghiamo che lui fedele, siamo rinnegati. Per non perch lui ci rinneghi - il suo amore e la sua fedelt durano in eterno (Sal 117,2) - ma perch noi, rifiutando la sua fedelt, rinneghiamo la sua essenza (cf. 2Tm 2,11-13). La salvezza aprirsi alla sua fedelt nella propria infedelt. 2. Lettura del testo v. 9: verso il popolo. La parabola rivolta al popolo perch riconosca il male che per ignoranza e per delega compie attraverso i suoi capi. Un uomo piant una vigna. La vigna Israele; Dio luomo che lha dissodata, piantata e coltivata (Is 5,1-7; Sal 80,9-20). II Signore si legato a voi e vi ha scelti, non perch siete pi numerosi di tutti gli altri popoli - siete infatti il pi piccolo di tutti i popoli - ma perch il Signore vi ama e perch ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri (Dt 7,7). La vigna la gioia e la vita del contadino, che vi prodiga tutte le sue cure e vive dei suoi frutti. Cos luomo la gioia e la vita di Dio, che lo ama e per lui ha tutte le cure: vive infatti del suo amore, perch lamore non riamato muore di passione.
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la affid a dei contadini. I contadini sono i capi del popolo, responsabili dellosservanza della Legge. Questa si sintetizza nellamore di Dio e del prossimo (Dt 6,5; Lv 19,18; Rm 13,9). migr per lungo tempo. Dio non un impiccione. Mantiene quella distanza che lascia alluomo lo spazio e la responsabilit di camminare verso di lui. Questo lungo tempo il lungo cammino della storia (cf. il paese lontano, 19,12). v. 10: A suo tempo invi ai contadini uno schiavo. Dio, nei momenti critici, manda i suoi schiavi, i profeti, perch richiamino capi e popolo a fare frutti degni di conversione (3,8). Il tempo opportuno alla conversione proprio quello del peccato: il suo tempo! Il profeta ha la funzione di annunciare la fedelt di Dio e di denunciare linfedelt delluomo perch si converta. dei frutti della vigna. I frutti che il Signore della vigna desidera sono il ricordo e il ringraziamento al Padre che dona e la condivisione col fratello che ha bisogno. Chi non coltiva questi frutti, fa del giardino un deserto. Memoria, eucaristia e condivisione sono le condizioni per non passare dalla terra promessa allesilio. i contadini, percossolo, lo rinviarono vuoto. il destino dei profeti (cf. 6,22s: 9,7-9; 11,46-52; 13,34; cf. Eb 11,32439

38). I capi di Giuda e i sacerdoti e il popolo moltiplicarono la loro infedelt e contaminarono il tempio; allora il Signore mand premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perch amava il suo popolo e la sua dimora. Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti (2Cr 36,14-16). la storia antica e nuova, di sempre. v. 11: continu a mandare un altro schiavo. Lamore fedele: continua senza scoraggiarsi. Non si lascia vincere dal male, ma vince con il bene il male (Rm 12,21). v. 12: E continu a mandare un terzo. Al crescere del male corrisponde quello del bene: un grande fuoco, che la pioggia ravviva. Lamore aumenta in proporzione non allamabilit, ma alla non amabilit dellamato; non conosce altra misura che il bisogno dellaltro. Si nota un crescendo di male: il primo servo percosso, il secondo percosso e disprezzato, il terzo ferito e gettato fuori. Come finir la storia? Dio riuscir nel suo intento? Si adirer, oppure si rassegner, legato allimpotenza di un amore rispettoso? Sembra che la sua bont sia una provocazione alla cattiveria: Gli empi trovano pretesto alla loro dissolutezza nella grazia del nostro Dio (Gd 4). Il bene diventa occasione di male sempre maggiore. Dio perde; ma attende con pazienza che il male cresca allinfinito, per dare il suo bene infinito.
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v. 13: disse il Signore della vigna: che far? . Colui che con una semplice parola ha creato cielo e terra, luniverso e i suoi abitanti, ora con angoscia si interroga che fare di colui per il quale tutto ha creato. Che far?. linterrogativo che si fanno i peccatori per convertirsi, quello che si fa ogni uomo in cerca di salvezza (3,10.12.14; 10,25.37; 12,17; 16,3.4; 18,18; At 2,37; 16,30). Ma chi pu salvarsi? Ora il problema passa a Dio, presso il quale nulla impossibile (18,26s). Egli fa appello alla sua sapienza divina, facendo proprio il problema dellamato. Questangoscia di Dio che si interroga e si sente in colpa per il male delluomo, il punto pi patetico della Scrittura. In Is 54,7-10 egli arriva addirittura a scusarsi con noi se ci ha abbandonato un poco, e promette che non lo far pi. Si addossa la responsabilit di quanto noi abbiamo fatto, dicendo lui la parola di pentimento che spetterebbe a noi dire! Mander il Figlio mio, lamato. Luomo si allontanato dal Padre. Questi, mandando a noi il Figlio, assume su di s questa lontananza. La parabola spiega lorigine della missione di Ges: lamore necessario del Padre per tutti i figli, che lui, il primogenito, conosce. Dio infatti ha tanto amato il mondo peccatore da dare il suo Figlio unigenito (Gv 3,16; cf. Rm 5,6ss). Invia il Figlio perch in lui vediamo il fratello e impariamo a conoscere il Padre. Linvio di Ges il punto di arrivo della fedelt di Dio a Israele.
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lamato: richiama il battesimo (3,22). Almeno questo rispetteranno. Solo quando lo contempleranno in croce, si batteranno il petto (23,48). Ma prima non avranno di lui alcuna stima (Is 53,3). v. 14: Costui lerede. Uccidiamo lui, perch diventi nostra leredit. Ges il Figlio del Padre. Ma non lerede in concorrenza con noi, invece il Signore, nostra eredit (Sal 15,5). Con la sua morte ci d la vita, e ci fa eredi di Dio. La sua misteriosa sapienza sa trasformare il male in bene: nelluccisione del Figlio ci fa dono del Figlio e ci dona di essere figli. Della fossa scavata dallempio (Sal 7,16) egli fa labisso della sua misericordia; il male infinito diventa capacit di contenere il Bene infinito. O felix ruina! O felix culpa! Quale male pu nuocere alluomo che conosce Dio, se questi ha fatto del sommo male il sommo bene? Per questo, in ogni luogo e in ogni tempo, per quanto oscuro, possiamo fare sempre eucaristia e cantare linno pasquale, ripetendo: perch eterno il suo amore (Sal 136; cf. Mc 14,26). v. 15: E, scacciatolo fuori dalla vigna, luccisero. Non solo rifiutato, ma anche gettato fuori le mura e ucciso (Eb 13,12; Gv 19,17). La morte del Figlio il punto di arrivo della storia della salvezza. Rivela il mistero di Dio: amore totale e senza riserve per luomo peccatore. Dio non ha nulla
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pi da dire o da dare oltre la croce del Figlio. la sua manifestazione piena. Cosa far dunque loro il Signore della vigna?. Se cos ha fatto a s, chiaro ci che far loro: Che diremo dunque in proposito? Se Dio per noi, chi sar contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci doner ogni cosa insieme con lui?. Nulla potr mai separarci dallamore che Dio ha per noi in Cristo Ges, nostro Signore (Rm 8,31s39). Questo suo amore, che lui non pu mai rinnegare, la possibilit di salvezza offerta a tutti e crea la libert per rispondervi; lalleanza eterna, firmata col suo sangue in croce. v. 16: perder quei contadini e dar la vigna ad altri. I capi saranno distrutti come capi, per essere salvati come figli, simili al Figlio. E la vigna avr altri capi. Diventer la chiesa, dove, invece del padrone che possiede, ci sar il Padre che dona e fa dei poveri gli eredi del suo regno; invece del dominatore che esercita il potere, ci sar il Figlio che si spoglia di tutto e serve tutti fino allumiliazione del trono della croce; invece dello spirito di superbia che riempie di vuoto, ci sar la sapienza dello spirito damore, che umilt e verit.

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dar la vigna ad altri. C continuit tra Israele e la chiesa: la stessa vigna. Solo che la salvezza del Signore ora aperta a tutti. Non avvenga. Il popolo ha difficolt a staccarsi dai suoi capi. Il loro stesso male anche in chi li ritiene capi. Sar faticoso anche per la chiesa primitiva staccarsi dai capi e dalle tradizioni dIsraele. v. 17: la pietra che scartarono i costruttori, questa divenne testata dangolo (Sal 118,22). Ges spiega come il rifiuto dei capi realizzi il mistero pasquale. Dio attua il suo disegno di salvezza proprio attraverso il male che luomo compie: Davvero in questa citt si radunarono insieme contro il tuo santo servo Ges, che hai unto come Cristo, Erode e Ponzio Pilato con le genti e i popoli di Israele per compiere ci che la tua mano e la tua volont avevano preordinato che avvenisse (At 4,27s). Ges Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, (... ) la pietra che, scartata da voi, costruttori, diventata testata dangolo. In nessun altro c salvezza; non vi infatti altro nome dato agli uomini sulla terra nel quale stabilito che possiamo essere salvati (At 4,10-12). In questo modo si realizza limpossibile: la fedelt di Dio, che mai si ritrae, si consegna allinfedelt delluomo che cos la contiene. Il sorprendente, lopera mirabile di Dio ai nostri occhi (Sal 118,23), che il male stesso attua il disegno di salvezza di
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colui che proprio sulla croce vittorioso. In questa parabola si fa vedere la trama dellazione di quel Dio che vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verit (1Tm 2,4). Ci viene detto come egli salva linfedelt di ogni storia, dIsraele e degli altri popoli. v. 18: Ognuno che cade su quella pietra sar sfracellato. La pietra dinciampo richiama la profezia di Simeone (2,34). La croce del Figlio delluomo uno scandalo contro cui ognuno inciampa e si sfracella (Is 8,14), nessuno escluso. il giudizio di Dio, che convince il mondo di peccato per salvarlo. Ora colui su cui cadr lo frantumer. La pietra che frantuma richiama il piccolo sasso di Dn 2,34-44. il regno di Dio che, con e nella sua debolezza, abbatte i potenti: sbriciola la falsa pretesa umana e riduce ognuno a quellumilt che la sua verit, unica condizione di salvezza. v. 19: E cercarono gli scribi e i sommi sacerdoti di mettere su di lui le mani. Realizzano quanto la parabola ha appena annunciato. Grande lautorit del Vangelo. se i nemici sono i primi a compierlo! Si sottolinea che il male viene da chi domina. In realt siamo tutti dominati dal male, che ha tutto in suo potere (4,6). Il nemico ha capito che lamore fedele di Dio in Ges la sua liquidazione totale. Si precipita accecato al proprio destino.
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3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo attorno a Ges nel tempio. c. Chiedo ci che voglio: comprendere le mie resistenze e infedelt a Dio e vedere l il luogo della sua fedelt che dura sempre. d. Medito attentamente la parabola. Da notare: - il padrone della vigna: pianta, affida, emigra, invia servi - cosa fanno i contadini ai suoi servizi - mander il Figlio mio, lamato! - uccidiamolo, che diventi nostra leredit! - la pietra scartata diventata testata dangolo. 4. Passi utili 11. Sal 80, 117; 118; 136; Is 5,1-7; Gv 3,16s; Rm 8,31-39;

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115. RENDETE CI CHE DI CESARE A CESARE E CI CHE DI DIO A DIO (20,20-26)


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E, spiandolo, inviarono degli infiltrati, che fingessero di essere giusti per coglierlo su qualche parola e cos consegnarlo allautorit e al potere del governatore. 21 E lo interrogarono dicendo: Maestro, sappiamo che parli e ammaestri con rettitudine e non guardi in faccia a nessuno, ma in verit insegni la via di Dio. 22 lecito a noi dare il tributo a Cesare, o no? 23 Ora, osservata la loro facinorosit, disse a loro: 24 Mostratemi un danaro! Di chi ha immagine e iscrizione? 25 Essi dissero: Di Cesare. Egli disse loro: Or dunque, rendete ci che di Cesare a Cesare
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e ci che di Dio a Dio! 26 E non poterono prenderlo sulla parola davanti al popolo. E, meravigliati della sua risposta, tacquero. 1. Messaggio nel contesto Luca non si aspetta un imminente ritorno del Signore. Sa che il credente deve testimoniarlo qui e ora, facendo i conti con una storia che continua come prima. Per questo gli sta a cuore sapere quale rapporto deve avere col mondo uno che vive in esso senza appartenere ad esso. Trova i criteri di discernimento in ci che Ges ha fatto e insegnato (At 1,1). I nemici, che provocano questa discussione, hanno gi architettato laccusa che gli faranno: Abbiamo trovato costui che sobillava la nostra gente e impediva di dare il tributo a Cesare e diceva di essere il Cristo re (23,2). Il motivo della sua condanna, affisso alla croce sar: Re dei giudei questi (23,38). Luca ci tiene a scagionare Ges dallaccusa di sobillatore politico, e fa constatare la sua innocenza dai due capi politici, Pilato ed Erode (23,14s). Ci importante, sia per non esporre la comunit a inutili persecuzioni, sia per non fraintendere il senso della sua missione. Per capire la domanda di questi infiltrati, occorre tener presenti due fatti. Primo: nellattesa di tutti il Messia avrebbe inaugurato il regno di Dio e posto fine a ogni dominazione
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umana. Secondo: pagare il tributo significava accettare loppressione straniera. Il potere di un re si estende fin dove vale la sua moneta: chi la usa, ne riconosce lautorit. Quindi, se Ges avesse detto di pagare il tributo, avrebbe rinnegato di essere il messia, perdendo il favore del popolo. Se avesse detto di non pagarlo - ipotesi desiderata! - avrebbe rifiutato apertamente il potere romano, che certo non era tenero con i ribelli! La trappola dunque perfetta: o la sua eliminazione morale davanti a tutti, o la sua eliminazione fisica da parte dei romani. La risposta di Ges, in apparenza, soddisfa tutti. I romani non potevano obiettare nulla, perch dice: Date a Cesare ci che di Cesare. I loro nemici neppure, perch aggiunge: Date a Dio ci che di Dio. Infatti se tutto di Dio, che cosa resta da dare a Cesare, se non il rifiuto alle sue pretese di essere padrone del mondo? In realt Ges scontenta tutti. Il suo regno in questo mondo, ma non di questo mondo. La regalit di Cesare iscritta sulla moneta, strumento sovrano di dominio; la sua iscritta sulla croce, strumento di supplizio per lo schiavo. Se il mondo cerca lavere, il potere e lapparire, il suo Signore ama la povert, il servizio e lumilt. Qui il criterio di discernimento tra i due regni: I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi per non cos; ma chi il pi grande tra voi diventi come il pi piccolo e chi governa come colui che serve io sto in mezzo a voi come colui che serve (22,24-27).
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La domanda di questi infiltrati ha lo stesso contenuto, anche se con diverso tono e intento, dellinterrogativo del Battista: Ges il messia, o bisogna aspettare uno che sia pi forte e faccia piazza pulita di tutti gli empi (7,19; 3,16s)? In realt bisogna attenderne non un altro, ma uno diverso da quello che ci si aspetta. Lui viene nella debolezza del samaritano che usa misericordia verso tutti. Non liquida la storia mondana, n se ne ritaglia per s una fetta da gestire in modo migliore; si fa invece carico di questa storia di male facendo solo il bene. Regno di Dio e regno di Cesare: sono due grandezze non omogenee, anche se in relazione strettissima. Tra i due non c un rapporto di avallo reciproco (alleanza trono-altare o altare-trono), n di semplice opposizione (lotta tra due che si contendono la stessa torta), n di pura separazione (libera chiesa in libero stato, senza interferenze spiacevoli), n di compromesso concordatario (ricerca di impossibili equilibri o di assurdi privilegi). Le varie posizioni erano gi tutte presenti ai tempi di Ges: erodiani, zeloti, sommi sacerdoti e capi del popolo. Ges non si identifica con nessuna di queste. Hanno in comune il presupposto di quel messianismo allettante, gi vinto nelle tentazioni, che usa gli stessi mezzi della controparte: avidit di avere, di potere e di apparire. La posizione di Ges invece, scomoda a tutti, profetica: chiama a convertirsi alla via di Dio, che va esattamente in senso contrario a quella di ogni uomo. Solo cos salvo questo mondo, perduto dietro la propria stupidit.
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Il cristiano ama il mondo: per questo si oppone ai criteri ,mondani che lo distruggono. Ama il malvagio come fratello, e per questo resiste al male che gli nuoce. Quando detesta il malvagio, perch ancora ama il male! Obbedisce allautorit anche per motivi di coscienza, quando questa al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male (Rm 13,4s). Disobbedisce quando essa gli chiede qualcosa contro la solidariet e la fraternit con tutti gli uomini, in cui si esprime la vera sua libert di Figlio di Dio. Non tollera di collaborare contro la dignit delluomo. Quando poi uno stato si pone come valore assoluto e divino, conosce il martirio, unica arma efficace contro la schiavit degli idoli: Chi ha orecchi, ascolti: colui che andr in prigione, andr in prigione; colui che deve essere ucciso di spada, di spada sia ucciso. In questo sta la costanza e la fede dei santi (Ap 13,9s). Il cristiano si prende a caro prezzo la sua libert di cercare il regno del Padre, che la fraternit tra i suoi figli: la cerca in modo concreto e a tutti i livelli storicamente realizzabili. Il resto, compreso lo stato, lo prende o lo rifiuta tanto quanto serve a questo fine, nel rispetto della libert e dei diritti altrui, disposto a subire violenza da tutti piuttosto che farne ad alcuno. Il suo rapporto con lo stato quindi leale e realistico, senza per delegare mai a nessuno la coscienza e la libert. Non quindi n per lavallo n per il ribellismo, n per la semplice separazione n per il facile concordismo. Il discorso programmatico del Regno (cf. 6,20-38; cf. 4,17ss), che propone un amore capace di vincere il male col bene (Rm
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12,21), da prendere come criterio ispiratore anche dellazione politica. Il discernimento lintelligenza per capire come realizzarlo storicamente qui e ora. Luca per s non sembra avere un gran concetto dei potenti e dei governanti in specie (cf. 22,25s). Il meglio che riescono a fare andare daccordo nel condannare un giusto dichiarandolo innocente (23,12-15)! Satana stesso dice a Ges che la gloria di tutti i regni della terra nelle sue mani, e la d a chi vuole (4,6). Esattamente a chi lo adora, cercando la ricchezza, il potere e la superbia. Il Figlio delluomo cadr vittima di questo, che il male vero delluomo. Il Signore, con la sua risposta, ci chiama a vedere cosa vogliamo nella nostra vita: arricchire davanti a Dio o davanti agli uomini (12,21), servire Dio o Mammona (16,13)? Non sapete che amare il mondo odiare Dio? (Gc 4,4). Qui sta la decisione per la vita o per la morte, che salva il mondo o lo conferma nella sua perdizione. La scena ambientata nel tempio. Lapparizione di Mammona e delleffigie di Cesare nel luogo della gloria di Dio richiama labominio della desolazione che sta l dove non conviene (Mc 13,14). A questo livello si pone la scelta di campo: o Dio o Cesare, o il Regno o il mondo. Luomo perde la propria essenza se cede ad altri la propria libert di figlio, effigie del Padre. Questo brano ci fa chiedere a Dio di dare a lui ci che suo, cio noi stessi. In lui ritroviamo la nostra verit di figli, da vivere poi correttamente coi fratelli. Cristo non ha limmagine di Cesare, perch egli limmagine di Dio. E neppure Pietro porta limmagine di
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Cesare, perch egli ha detto: Abbiamo abbandonato ogni cosa e ti abbiamo seguito. Non si trova limmagine di Cesare n in Giacomo n in Giovanni, poich essi sono figli del tuono; ma la si trova nel mare, dove i mostri hanno la testa schiacciata sotto le acque, mentre il mostro pi grande con la testa sfracellata dato in pasto ai popoli dEtiopia. Ebbene se il Signore non portava leffigie di Cesare perch ha pagato limposta? Ma egli non ha pagato il suo; ha restituito al mondo ci che era del mondo. E tu, se non vuoi essere debitore di Cesare, cerca di non possedere ci che appartiene al mondo. Ma tu hai delle ricchezze quindi sei debitore a Cesare. Se non vuoi aver niente da dare al re della terra, abbandona tutti i tuoi beni e segui Cristo (s. Ambrogio, Commento a Luca). 2. Lettura del testo v. 20: E, spiandolo, inviarono degli inoltrati che fingessero di essere giusti. Una storia vecchia come il potere! Anche se sempre sconfitti dalla loro stupidit cattiva e smascherati dal loro zelo eccessivo, vincono sempre contro linnocente inerme. per coglierlo su qualche parola e cos consegnarlo. Sono sicuri che Ges non si schierer dalla parte dei potenti e si dichiarer a favore degli zeloti. Limbecillit del potere di qualunque tipo - qui sta la sua apparente forza e la sua reale
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vulnerabilit! - quella di dividere ed etichettare, per controllare lo scacchiere. Con chi fa il suo stesso gioco, gli riesce sempre. invece incapace di incasellare gli altri. Per questo sono o ignorati o distrutti come pericolosi, perch imprevedibili. Il male ripetitivo e noioso: usa sempre la tattica di invitare al proprio gioco per vincere comunque. v. 21: Maestro, sappiamo che parli e ammaestri con rettitudine. Lesordio degli inoltrati il pi bel giudizio su Ges. Richiama quanto dice la Sapienza: Tutte le parole della mia bocca sono giuste; niente vi in esse di fallace o perverso; tutte sono leali per chi le comprende e rette per chi possiede la scienza. Accettate la mia istruzione e non largento; la scienza anzich loro fino (Pr 8,8-11). I nemici stessi identificano Ges con la sapienza di Dio! Evidentemente lesca per suggerirgli la risposta, gi implicita: rifiutare largento e loro e schierarsi contro Cesare. Meglio il rimprovero dellamico che la lode del nemico! v. 22: lecito a noi dare il tributo a Cesare, o no?. Pagare il tributo significa riconoscere il potere romano e rinunciare alle attese messianiche del popolo. Non pagarlo la prospettiva di morte sicura. Questa domanda molto astuta, ma non intelligente. v. 23: osservata la loro facinorosit. Se lintelligenza serve per fare il bene, il potere la ignora; usa invece la furbizia che riesce comunque a fare il male, qualunque sia la
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reazione dellaltro. Ges la conosce meglio di loro che ne sono vittime. La smaschera presentando una prospettiva nuova e insospettabile, che pone al bivio tra la vita e la morte. v. 24: Mostratemi un danaro. Ges non ne possiede. Essi, cos scrupolosi in apparenza, in realt ne possiedono e desiderano possederne sempre di pi. La risposta enigmatica che dar gi chiara nella scelta pratica: i nemici hanno la moneta e limmagine di Cesare, lui non ha la moneta, ed limmagine di Dio! Per Luca lappartenenza o meno al Regno si decide nella povert: chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non pu essere mio discepolo (14,33); vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi (18,22). Di chi ha immagine e iscrizione?. La Bibbia proibisce di farsi immagini di Dio. Lunica immagine a sua somiglianza luomo libero di servire i fratelli. Proibisce anche di farsi immagini delluomo: troppo bello, e finirebbe per adorarsi al posto di Dio, diventando un Narciso che sannega nella propria immagine! v. 25: Di Cesare. Il danaro porta le insegne della divinizzazione del potere romano. Allepoca di Ges la moneta ha su una parte il mezzo busto dellimperatore nudo e liscrizione: Tiberio Cesare Augusto, figlio del divino Augusto; sullaltra ha leffigie del pontefice massimo e della madre dellimperatore con lo scettro del dominio nella destra
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e un ramo dolivo nella sinistra. La divina pax romana, il cielo in terra! Chi domina deve sempre avere e vendere di s la pi bella immagine! rendete ci che di Cesare a Cesare e ci che di Dio a Dio. Ogni cosa di colui di cui porta limmagine: il danaro, con limmagine di Cesare, di Cesare, luomo immagine di Dio, di Dio. Le regole del gioco vanno rispettate. La libert consiste nello scegliere il gioco. Se scegli quello del danaro, sei schiavo del potere. Se scegli quello di Dio, sei libero, figlio suo e fratello di tutti. Qui Ges dice qualcosa che i suoi nemici e neanche gli zeloti - loro nemici! - sospettano: possiamo finalmente dare a Dio ci che di Dio e cos essere noi stessi, sua immagine e somiglianza. Infatti il suo regno presente in mezzo a noi (17,21) nella povert e nellumilt del Figlio delluomo che si dona a noi e cos compie la promessa di Dio. Chi porta la moneta con leffigie di Cesare suggella il suo dominio su di s e gli si arrende. Chi non ha la moneta, porta leffigie del suo Signore: come lui, libero di servire per amore. A buon diritto il Signore, prima di tutto, decide che si deve dare ci che di Cesare: non si pu infatti appartenere a Dio se non si rinunzia al mondo (s. Ambrogio, Commento a Luca). La signoria delluomo sulluomo principio di ogni schiavit; quella di Dio principio di libert. A lui appartiene la terra e quanto contiene, luniverso e i suoi abitanti (Sal 24,1). lunico Signore, e non ce n altri; anche se in realt ci sono
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tanti presunti signori (1Cor 8,5s). Ma sono dei mezzi busti, come limperatore sul danaro. Rendete a ciascuno ci che gli dovuto: a chi il tributo, il tributo (...) a chi il rispetto, il rispetto. Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perch chi ama il suo simile ha adempiuto la Legge (Rm 13,7s). Questo il principio di chi cerca innanzitutto il regno di Dio (12,31). Il resto subordinato a questa che la nuova regola del gioco. Alluomo ora possibile scegliere tra la vita e la morte. Se la perdita di una moneta ti rattrista perch hai perso limmagine di Cesare, a maggior ragione non dovrebbe farti piangere laver disprezzato limmagine di Dio che in te? (s. Agostino, Serm. 24 sui Vangeli). La capacit di discernere in concreto il bene da fare qui e ora dipende dalla libert che abbiamo dallimmagine di Cesare. Dio depone i potenti dai troni (1,52) proprio perch non usa le loro stesse armi: allavere, potere e apparire di chi domina, contrappone la povert, il servizio e lumilt di chi ama. v. 26: meravigliati della sua risposta, tacquero . I nemici cadono nella fossa che hanno scavato (Sal 7,16), ridotti al silenzio. Ma presto lui stesso sar ridotto al silenzio ed entrer nellabisso di morte che luomo si scavato. Entrer per salvarlo! La sua impotenza ci liberer da ogni potere di morte e sar germe di risurrezione. Cristo ci ha liberati perch restassimo liberi (Gal 5,1): in lui ormai siamo destinati a portare limmagine delluomo celeste (1Cor 15,49).
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3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges nel tempio. c. Chiedo ci che voglio: dare a Dio ci che di Dio. d. Traendone frutto, guardo, ascolto e osservo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. Da notare: - la simulazione degli infiltrati - lecito a noi dare il tributo o no? - date a Cesare ci che di Cesare, e a Dio ci che di Dio. 4. Passi utili Sal 93; 98; 99; 100; Lc 22,24-27; 23,35-43; Rm 13; Ap 13; Gv 18,33-38.

116. DIO NON DI MORTI, MA DI VIVENTI (20,27-40)

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Ora, avanzatisi alcuni dei sadducei, quelli che contraddicono che ci sia risurrezione, lo interrogarono dicendo: 28 Maestro, Mos scrisse per noi, se il fratello di qualcuno morto avendo moglie ed senza figli, che suo fratello prenda la moglie e susciti discendenza a suo fratello. 29 Cerano dunque sette fratelli, e il primo, presa moglie, mor senza figli, 30 e il secondo 31 e il terzo la prese. Ora cos anche i sette non lasciarono figli e morirono. 32 Da ultima anche la moglie mor. 33 La moglie dunque, nella risurrezione, di chi di loro sar moglie? Poich in sette lebbero in moglie. 34 E disse loro Ges: I figli di questo secolo sposano e sono sposati. 35 Ora quelli che sono ritenuti degni di ottenere quel secolo e la risurrezione dei morti, n sposano n sono sposati.
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Infatti neppure possono pi morire, poich sono come-angeli e sono figli di Dio, essendo figli della risurrezione. 37 Ora che i morti si destano, anche Mos lo pales a proposito del roveto, quando dice il Signore Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe. 38 Ora Dio non di morti, ma di viventi, poich tutti vivono per lui. 39 Ora, rispondendo alcuni degli scribi, dissero: Maestro, dicesti bene! 40 E non osavano pi interrogarlo su niente. 1. Messaggio nel contesto Sullo sfondo del vecchio si profila il nuovo tempio: il popolo di Dio in ascolto di Ges. I suoi tratti fondamentali sono: la conversione allautorit dellevangelo (vv. 1ss), la conoscenza della fedelt di quel Dio che realizza la sua promessa in modo sorprendente (vv. 9ss), la fine del dominio di Cesare (vv. 20ss) e linizio del mondo della risurrezione (vv. 27ss). Allorigine di tutto sta laccettazione di Ges come Signore
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(vv. 41ss). A lui, che ha dato se stesso per lei, la chiesa, raffigurati dalla vedova, risponde con uguale amore (21,1ss). Marco, nel brano parallelo, dichiara che il mistero della risurrezione accessibile solo a chi conosce le Scritture e la potenza di Dio (Mc 12,24). Invece Luca sottolinea la nuova qualit di vita che la risurrezione comporta: siamo come angeli, figli di Dio che vivono per lui. In Israele la fede nella risurrezione si formula esplicitamente piuttosto tardi. Non parte dal presupposto filosofico dellimmortalit dellanima, ma dallesperienza della promessa e della potenza di Dio. Il suo amore dura in eterno, e non pu venir meno neanche davanti alla morte; deve vincerla e farci risorgere per mantenere la sua fedelt a noi. Questa rivelazione, fondata nel Pentateuco, si sviluppa attraverso i profeti, e raggiunge la sua formulazione pi alta in Sap 3-5 e 2Mac 7. In Ez 37,13s la risurrezione vista come quellazione che ci fa riconoscere Dio: Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprir le vostre tombe e vi risusciter dai vostri sepolcri, o popolo mio. Far entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi far riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. Lho detto e lo far. La fede cristiana ha il suo inizio nella risurrezione di Ges. La gioia che ne scaturisce la forza per seguirlo fino alla croce, in modo da partecipare noi stessi alla risurrezione dei morti (Fil 3,11). Questa principio e fine del dinamismo della vita cristiana. Infatti se Cristo non risorto, vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati (1Cor 15,17). La risurrezione consiste nello stare sempre con il Signore
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(1Ts 4,17), per il quale gi ora viviamo nel dono del suo Spirito. Dice Paolo: Per me vivere Cristo (Fil 1,21), perch non sono pi io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20). Testimone della risurrezione (At 1,22) la pi bella definizione dellapostolo. La risurrezione corporea incontrava poco favore nella cultura ellenistica, che disprezzava la materia (cf. At 17,18-32). Per questo sia Luca sia Paolo sentono il bisogno di sottolinearla (24,39s; 1Cor 15). I sadducei, a differenza dei farisei (cf. At 23,6s), non credono nella risurrezione dei morti. La loro obiezione tende a metterla in ridicolo anche come semplice prospettiva. Ges risponde innanzitutto dicendo che non assurda: una vita nuova, senza pi bisogno di matrimonio e generazione, perch non dominer pi la morte. Fa poi vedere, con un ragionamento rabbinico, come e gi implicitamente affermata dalla Torah. 2. Lettura del testo v. 27: sadducei. Fanno parte dellaristocrazia sacerdotale, classe di ricchi possidenti. Negano la risurrezione dei morti, lesistenza degli angeli e degli spiriti (At 23,6-8). Ammettono solo lautorit del Pentateuco e si oppongono ai farisei e alle loro tradizioni. Dietro i sadducei sono da vedere i lettori di
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Luca, che su questo punto hanno la stessa opinione: quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano e altri dissero: Ti sentiremo su questo unaltra volta (At 17,32). Oggi siamo tutti praticamente sadducei. La risurrezione non ha incidenza pratica sul modo di vivere. Il materialista deve negare la risurrezione del corpo. v. 28: Mos scrisse per noi, se il fratello di qualcuno morto. la legge del levirato (Dt 25,5ss), intesa a garantire a ogni maschio la discendenza. Cos i padri avrebbero potuto vedere il messia atteso almeno con gli occhi dei figli. La cosa interessava anche chi non attendeva nientaltro dalla vita, se non la conservazione dellasse ereditario. avendo moglie... prenda la moglie. La donna era oggetto di possesso del marito, acquistata con regolare contratto dietro scambio di beni. Per questo dice avere e prendere moglie. vv. 29-32: Cerano dunque sette fratelli, e il primo, presa moglie, mor senza figli, e il secondo e il terzo. C una successione di sette fratelli che muoiono, con lintento di suscitare vita. In realt il prendere non genera vita, ma morte sterile. La fecondit viene dal dare. Possesso e dono esprimono rispettivamente egoismo e amore, e stanno tra loro come morte e vita. Solo quando prenderemo il Figlio delluomo che si dona, la nostra morte concepir la vita. Il
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suo legno saner lacqua amara della nostra sorgente (Es 15,25). v. 34: i figli di questo secolo sposano e sono sposati. Il mondo diviso in due eoni (secoli): quello presente e quello futuro. Il primo sotto il segno del prendere e del morire. Lo sposarsi e il generare sono solo una protesta impotente contro la morte: pi vivi si generano, pi crescono i mortali. Ma sono anche segno della vittoria definitiva sulla morte: il vivere per Dio e il risorgere. v. 35s: quelli che sono ritenuti degni di ottenere quel secolo. Il secondo eone, quello futuro, sotto il segno del dono e della vita; non ci si sposa pi, perch non si pu pi morire. Il matrimonio d la vita a chi poi muore. La risurrezione invece d a chi morto una vita nuova, ormai libera dalla morte e dalla generazione. Luomo pu rinunciare al matrimonio perch persona, costituita come tale dal suo rapporto con Dio. Non tenuto a conservare la specie, perch della stessa specie di Dio. Per questo la sua singolarit ha valore pieno. Il matrimonio cristiano con la sua fecondit, pi che conservazione della specie, testimonianza dellamore e della fecondit di Dio. Per questo un grande mistero (Ef 5,32). segno transitorio di ci che sar per sempre: vivere per lui come lui vive per noi; la nostra piena realizzazione e libert, perch amiamo con adeguatezza, amando come siamo amati.
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sono come-angeli. Gli angeli sono chiamati figli di Dio (cf. Gb 1,6; 2,1): ne hanno lo splendore e la forza. Nel secolo futuro anche noi riceveremo la pienezza della figliolanza divina. Gi ora c, ma allora apparir nella sua gloria (cf. 1 Gv 3,2; Rm 8,18-21). Nella risurrezione dei morti avremo un corpo spirituale, immagine delluomo celeste, lultimo Adamo, spirito e datore di vita (1Cor 15,44ss). Il nostro corpo si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso; si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo psichico e risorge un corpo pneumatico (1Cor 15,42ss). Gli angeli (= annunciatori) inoltre hanno la funzione di annunciare agli uomini la parola di Dio. Simili a loro sono gli apostoli, testimoni della risurrezione. Probabilmente Luca, discepolo di Paolo, fa la sua stessa raccomandazione: Vorrei che tutti fossero come me (1Cor 7,7; cf. 1Cor 7,29-40). Infatti parla anche dellabbandono della moglie (14,26; 18,29) e intende il celibato come espressione radicale di un cuore indiviso, che risponde pienamente allamore unico e totale del suo Signore. sono figli di Dio, essendo figli della risurrezione. La risurrezione la nostra nascita piena alla condizione di figli. Ges infatti, figlio di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio secondo lo Spirito di santificazione mediante la sua risurrezione (Rm 1,3s). Egli il primo tra molti fratelli, primogenito tra i morti (Rm 8,29; Col 1,18). La nostra morte
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parteciper della sua croce, e sar la morte al nostro peccato, a causa del quale la morte entr nel mondo (Rm 5,12). v. 37: che i morti si destano, anche Mos lo pales. Dio si rivel come il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe (Es 3,6). Se lui resta il loro Dio ed essi sono morti, significa che necessariamente risorgono. Perch diversamente non sarebbe il Dio dei viventi, ma dei morti. La sua fedelt non pu essere vinta dalla morte. Radice della nostra risurrezione il fatto che Dio il Dio di, cio appartiene a noi come noi a lui (Ct 2,16). v. 38: Dio non di morti, ma di viventi. la pi bella definizione di Dio. Per questo tutto ci che ha attinenza con la morte impuro; ha nulla a che fare con quel Dio che vita: Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi perch il Signore, amante della vita (Sap 1,13; 11,26). La morte, come noi la sperimentiamo, entrata nel mondo per invidia del diavolo (Sap 2,24). Ma un inganno, perch in realt lincontro con colui che ha dato la vita per me. tutti vivono per lui. Chi vive per s, muore nellegoismo. Chi vive per il Signore, partecipa gi ora alla vita che ha vinto la morte. v. 39: alcuni degli scribi, dissero: Maestro, dicesti bene. Questi scribi sono della setta dei farisei, opposta a quella dei
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sadducei. Approvano Ges solo perch disapprova i loro avversari. v. 40: non osavano pi interrogarlo su niente. Progressivamente si chiudono le bocche dei nemici e avversari, in modo che i piccoli diano gloria al Signore e ne proclamino il nome. Se nessuno osa pi interrogarlo, Ges provoca tutti a rispondere su chi il Signore (vv. 41ss), e li chiama a imparare dalla vedova a vivere per lui (21,1ss). 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges nel tempio. c. Chiedo ci che voglio: credere effettivamente nella mia risurrezione corporale futura, senso della mia esistenza, che un vivere ora e sempre per Dio. d. Traendone frutto, vedo, ascolto e osservo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. Da notare: - i sadducei - avere e prendere moglie - suscitare discendenza - i figli della risurrezione come sono - Dio non dei morti, ma dei viventi - tutti vivono per lui.
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4. Passi utili Sal 16; 73; Sap 3-5; 2Mac 7; Ez 37; 1Cor 15.

117. DAVIDE DUNQUE LO CHIAMA SIGNORE; E COME SUO FIGLIO? (20,41-44)


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Ora disse a loro: 42 Come mai dicono che il Cristo figlio di Davide, poich Davide stesso dice nel libro dei Salmi: Disse il Signore al mio Signore: 43 siedi alla mia destra, finch io metta i tuoi nemici sgabello dei tuoi piedi. 44 Davide dunque lo chiama Signore; e come suo figlio? 1. Messaggio nel contesto

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lunica volta che Ges provoca di sua iniziativa con una discussione di tipo rabbinico. In essa fa la domanda decisiva. Chi risponde, trova risposta a tutte le sue domande su di lui. La questione riprende a un altro livello il problema della sua messianicit: suggerisce che il messia il Signore stesso, e invita a riflettere come il Signore sia figlio di Davide, cio realizzi il Regno. quanto i discepoli scopriranno dopo Pasqua: Ges - figlio di Davide secondo la carne e Figlio di Dio secondo lo Spirito (Rm 1,4) - ha realizzato il Regno proprio in quanto figlio unico, gettato fuori dalla vigna e ucciso (vv. 14s) dai fratelli, e per questo risuscitato dal Padre. Mentre noi non osiamo pi interrogarlo, egli ci interpella direttamente, perch lo riconosciamo come il Signore (= Kyrios = Adonai = JHWH) e il Cristo (= figlio di Davide, messia, liberatore) proprio in quanto pietra scartata. Nessuno pu dire: Ges il Signore, se non sotto lazione dello Spirito di Dio (1Cor 12,3). Solo il dono del Padre pu dare la conoscenza del Figlio; solo la luce della Pentecoste far capire come luccisione del Giusto, fallimento di ogni messianismo umano, sia il modo divino di realizzare il Regno. Quando diciamo: Ges il Cristo, il Figlio di Dio, dobbiamo stare attenti a non farne lattaccapanni delle nostre opinioni religiose. pi esatto dire: Il Cristo, il Figlio di Dio - che nessuno conosce o sospetta - luomo Ges. Lui, il Crocifisso, ci rivela chi il nostro Salvatore e nostro Signore. La risposta che Ges sollecita da noi non pu venire dalla carne e dal sangue Il silenzio che segue o adorazione del Signore o sua condanna a morte.
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La vedova del brano seguente mostra come rispondere: con la vita. Ma prima devo avere la sublimit della conoscenza di Ges, mio Signore, per essere conquistato da lui e correre a mia volta per conquistarlo (Fil 3,8.12). Faccio mia la preghiera del cieco al figlio di Davide: Signore, che io alzi gli occhi (18,41), e veda te, il mio Signore, per poterti lodare e seguire nel cammino. 2. Lettura del testo v. 41: disse a loro. Ges si rivolge a chi non osa pi interrogarlo (v. 40). La fede inizia quando tace la nostra domanda su di lui e ascoltiamo la sua rivolta a noi. Anche la prima parte del Vangelo culminava con la sua richiesta di riconoscere in lui il Cristo di Dio (9,18ss). Ora chiede di vedere in lui, pietra scartata, il figlio e il Signore di Davide. Tutto il brano, costituito da ununica domanda, un invito ad accettare come nostro Salvatore e nostro Dio colui che va in croce per noi. A noi la risposta. Lui la suggerisce con discrezione, perch ognuno possa liberamente dirla, e quando vuole. Il popolo nuovo nasce dalla risposta a questa domanda. come il Cristo figlio di Davide. Secondo la profezia di Natan, il messia doveva discendere da Davide (2Sam 7,1ss); egli avrebbe realizzato il regno di Dio, la sua giustizia e la sua pace (Is 9,6). Anche il cieco di Gerico aveva chiamato Ges
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prima figlio di Davide e poi Signore (18,38.41). La seconda parte del Vangelo segna il passaggio dalla conoscenza di lui come figlio di Davide a quella come Signore. Linizio e la fine della domanda riguardano il come il Cristo figlio di Davide, se suo Signore. In altre parole, di che tipo il suo messianismo, se il messia Dio stesso che si fa crocifiggere per luomo? v. 42: Davide stesso dice nel libro dei salmi. La domanda di Ges parte dalla Scrittura, perch da l viene la risposta. Infatti non pensamento duomo, ma rivelazione di Dio. Disse il Signore al mio Signore. linizio del Salmo 110, ritenuto di origine davidica e di significato messianico anche dai giudei dellepoca. La chiesa primitiva lo user a Pentecoste per indicare la glorificazione di Ges attraverso la croce (At 2,34-36). Davide chiama il messia mio Signore. La grazia profetica della Spirito gli fa ascoltare il dialogo in cui il Signore richiama il messia dalla tribolazione della terra. siedi alla mia destra. La sua morte per i fratelli non fu il fallimento, ma la realizzazione del regno del Padre e la sua intronizzazione come Figlio. La sorpresa di Pentecoste conoscere nello Spirito che il Cristo e il Signore proprio colui che abbiamo crocifisso (At 2,36). Ges Cristo e Signore non nonostante, ma a causa della croce (Fil 2,9).

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v. 43: finch io metta i tuoi nemici sgabello dei tuoi piedi. Ges, per ottenere il Regno, ha dovuto affrontare molti nemici: sono i suoi concittadini, che non vogliono che regni su di loro (19,14; vedi la figura di Giuseppe: Gn 37,8; cf. Sal 2,1-2 = At 4,25s); siamo noi, che abbiamo ancora il lievito dei farisei. La nostra inimicizia sar causa della sua croce. Ma questa sar la vittoria definitiva sulla nostra inimicizia e annuller il chirografo della nostra condanna (Ef 2,16; Col 2,14s). La sua risurrezione poi sar il trionfo sul nemico ultimo, la morte, e segner lalba del giorno in cui consegner il Regno al Padre, perch Dio sia tutto in tutti (1Cor 15,2428). v. 44: Davide dunque lo chiama Signore. Secondo le Scritture il messia non solo figlio di Davide: lerede del suo trono sar il Figlio stesso dellAltissimo (1,32). Gli angeli a Betlem lo proclamano Salvatore, Cristo e Signore (2,11). Noi siamo abituati a dire: Ges il Signore. Solo un ebreo pu capire lo scandaloso accostamento dei due termini - e soprattutto dopo il venerd santo! Significa professare che questuomo, in quanto giusto crocifisso, JHWH, il Dio che si rivelato a Mos, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei vivi, per il quale tutti vivono (v. 37s). Davide, mosso dallo Spirito (Mc 12,36), canta il suo figlio come suo Signore: il messia il Signore stesso che si dona a lui come suo figlio!

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e come suo figlio?. Ges non chiede come il figlio di Davide sia il Signore. Questa pura rivelazione dello Spirito. Mentre ci esorta semplicemente ad accettarla, ci invita a riflettere come il Signore figlio di Davide, cio messia. La sapienza di Dio, rivelandosi nella croce del Figlio, mette in crisi ogni messianismo mondano e ogni falsa immagine di Dio. Come suo figlio, significa anche: come mai il Signore si fatto figlio di Davide, che cosa lha spinto a questo? la sorpresa di Maria, sua discendente, che stringe tra le braccia il suo Creatore che si fatto sua creatura. A questa domanda segue il silenzio. Adorante silenzio della vedova o mortale silenzio dei nemici. Noi giungeremo alladorazione quando contempleremo colui che abbiamo trafitto (Gv 19,37). Solo dopo aver ucciso per ignoranza lautore della vita (At 3,12-18), sapremo chi il Signore: colui che ci am pi di se stesso e si consegn per noi alla morte. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges nel tempio. c. Chiedo ci che voglio: chiedo di adorare Ges come mio Signore, che mi ha amato e ha dato se stesso per me.
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d. Ascolto con attenzione la domanda di Ges, e guardo il suo modo divino di essere Salvatore (= figlio di Davide) dando la vita per me. 4. Passi utili Sal 110; Rm 1,4; 1Cor 12,3; Fil 2,6-11.

118. VIDE UNA VEDOVA (20,45-21,4)


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Ora, ascoltando tutto il popolo, disse ai discepoli: 46 Attenti agli scribi che vogliono passeggiare in vesti lunghe e amano saluti sulle piazze e i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nelle cene. 47 Essi divorano le case delle vedove e per finta a lungo pregano. Questi riceveranno un giudizio pi grande.
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Ora, levati gli occhi,


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vide quelli che gettavano nella cassa del tesoro i loro doni, dei ricchi. 2 Ora vide una vedova poverella gettare l due centesimi 3 e disse: In verit vi dico: la vedova, questa povera, gett pi di tutti. 4 Poich tutti questi gettarono nei doni di Dio dal loro superfluo. Costei invece gett dalla sua penuria tutta la vita che aveva. 1. Messaggio nel contesto La risposta sullidentit di Ges, lasciata in sospeso dalla sua domanda precedente, viene da questa vedova. Il suo gesto conclude le dispute precedenti, dandone linterpretazione autentica. Fa capire lautorit di Ges e della sua parola, ultimo appello della fedelt di Dio; impedisce di fraintendere il potere di Cesare con quello di Dio; d inizio al mondo della risurrezione di chi vive per Dio, e riconosce il Signore da amare con tutto il cuore. Queste sono le verit fondamentali del nuovo popolo, il viatico della chiesa nel suo cammino per il mondo. Il maestro se ne va, ma non ci abbandona. Ci lascia una povera donna, che continua a tenerci la lezione fondamentale
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del Figlio delluomo. La sapienza del vangelo diversa da quella degli scribi. Il loro sapere funzionale allavere e al potere per apparire primi davanti a Dio e agli uomini: affermano la propria signoria. La vedova invece afferma la signoria di Dio: nelle due monete che getta, rende a Dio ci che di Dio, tutta la sua vita. Essa il vangelo vivo, il buon profumo di Cristo, per mezzo del quale si diffonde la sua conoscenza nel mondo intero (2Cor 2,14). la sua presenza invisibile ma continua nella storia. Prima del discorso sulla fine del mondo il maestro fa testamento e ci lascia questa maestra. Inizi la sua attivit con la suocera di Pietro, che serviva (4,39); ora la chiude chiamandoci a osservare questa vedova, miracolo compiuto del vangelo. Queste due donne, che non contano, rappresentano il principio e il fine del suo ministero: ne raccolgono leredit, riconoscendo, con il servizio e il dono della vita, il loro Signore che per primo ha servito e dato la vita. Il brano costruito sul duplice contrappunto: scriba/ricchivedova/povera. La potenza del Verbo di Dio si sposa con la povert della vedova, e non ha nulla a che fare con la sapienza dei ricchi. I discepoli prenderanno come guida della loro vita ci che vale agli occhi degli uomini o ci che vale agli occhi di Dio? Gli scribi, contro i quali Ges parla, hanno i foro naturali successori in coloro che nella chiesa si dedicano alla preghiera e al servizio della Parola (At 6,4). Luca stesso appartiene a questi. Avverte il pericolo di diventare padroni
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della fede altrui, invece che collaboratori della loro gioia (2Cor 1,24). Mette in guardia dal peccato di disporre della Parola invece di rispondere ad essa. Ges propone a tutti questa vedova silenziosa come scriba definitivo del NT: licona vivente dellunico maestro, da lui stesso autenticata. Alla scuola dei poveri e degli ultimi, frequentati con assiduit e devozione da discepolo, la chiesa impara come conoscere e riconoscere il maestro buono, lunico Signore della propria vita. 2. Lettura del testo v. 45: ascoltando tutto il popolo, disse ai discepoli . Davanti a tutto il popolo in ascolto, i discepoli sono chiamati a scegliere tra due maestri: uno insegna lappartenenza al mondo, e laltro al Signore. v. 46: Attenti agli scribi. Bisogna guardarsi da coloro che guardiamo con ammirazione, e guardare coloro che ci guardiamo dal considerare. Gli scribi sono dei maestri che godono di grande autorit: dichiarano la volont di Dio. Ma lautorit del nostro maestro molto diversa (cf. 4,32; Mc 1,22): non la spiega, ma la compie. come la vedova. che vogliono... amano, ecc.. Il loro desiderio e il loro amore non Dio, ma lio, che si gonfia di presunzione e
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prestigio. Avidi di protagonismo, sono caratterizzati dallappariscenza delle vesti, dalla riverenza altrui e dalla brama dei primi posti in ambito religioso e civile. Sono gli uomini realizzati, che ognuno guarda con invidia: sono i maestri che vorremmo seguire. v. 47: divorano le case delle vedove. Il loro sapere, oltre che un apparire che inganna, anche un potere che opprime: spogliano la vedova della casa, leredit del marito. Sono forse quei maestri che, appropriandosi della Parola, devastano la chiesa e la privano delleredit del suo Signore? Paolo si vanta di non essere tra quei molti che mercanteggiano la parola di Dio (2Cor 2,17) e che evangelizzano per ostentazione o rivalit (Fil 1,15ss), o per turpe guadagno (Tt 1,11; cf. 1 Pt 5,2s e At 8,18ss). Lunica ricompensa al vangelo evangelizzare gratis (1Cor 9,18). Non pu essere diversamente, perch lannuncio della grazia di Dio. per finta a lungo pregano. La religiosit si presta bene a far da alibi e copertura del proprio peccato. Con la preghiera uno riesce a ingannare in parte anche se stesso! riceveranno un giudizio pi grande (cf. 12,47s). La parola giudizio esce solo qui e nella condanna di Ges (23,40; 24,20), che porta su di s il nostro delitto. Dio la pensa in modo diverso dal nostro: Non sapete che amare il mondo odiare Dio? (Gc 4,4).
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21,1: levati gli occhi. Il maestro leva gli occhi perch seduto pi in basso di tutti, sulla cattedra del servizio e dellumilt (cf. 6,20). vide quelli che gettavano nella cassa del tesoro i loro doni, dei ricchi. Davanti al tesoro, in luogo accessibile a tutti, cerano tredici casse per le offerte. Un sacerdote controllava il valore delle monete, e dichiarava ad alta voce lentit e lintenzione dellofferta, gettandola nella cassa corrispondente. Nella tredicesima si gettavano le offerte spontanee e senza intenzione. Certamente i ricchi sapevano e cercavano di essere visti. Ma il Signore non li guarda, perch sceglie i poveri del mondo, per dare loro il suo regno (Gc 2,5). v. 2: vide una vedova. Questa vedova immagine della chiesa, la sposa alla quale stato strappato lo sposo e attende con impazienza la rivelazione della giustizia di Dio (5,35; 18,1ss). Come la donna e il bambino sono di qualcuno, cos la vedova e lorfano sono di nessuno. Per questo sono di Dio. Egli ne tutela i diritti e dona loro il suo regno di Padre. gettare l due centesimi. Anche il samaritano lasci due danari allalbergatore (10,35). Questi due centesimi sono valutati da Ges tutta la vita che aveva, la sua sostanza. importante che le monetine siano due: avrebbe potuto tenersene una. Invece dona tutto. La vedova figura del
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discepolo che riconosce la signoria del maestro buono, facendo per lui dono di tutto 18,22; cf. 14,33 . Libera dallansia del possesso, di Dio e vive per Dio: figlia della risurrezione, che riconosce su di s e sulle sue monete lautorit della parola di colui che fedele. v. 3: In verit. affermazione con autorit divina. Al posto del sacerdote, Ges stesso guarda, valuta, stima e dichiara il valore, lentit e lintenzione di quanto essa in silenzio ha gettato nellultima cassetta. questa povera, gett pi di tutti. La parola povera la stessa delle beatitudini (6,20). Questa donna beata perch come il suo Signore. La parola gettare esce cinque volte in questo testo. Secondo Ges essa ha gettato pi di tutti, facendo il contrario di chi prende per avere pi di tutti. Questa donna la personificazione della sapienza evangelica, opposta alla stoltezza mondana: lamore che vince legoismo. v. 4: dal superfluo... dalla penuria. Il ricco il signore di s, e fa a Dio lelemosina di ci che gli avanza, come tutti i ricchi. Il povero ha Dio come Signore, e gli d tutto, ritenendo dono suo tutto ci che ed ha. Il primo d dallabbondanza; il secondo dalla penuria - o, pi esattamente in greco, dalla sua condizione di ultimo. Anche Dio ci ha dato da questa condizione. Infatti da ricco che era si fece povero per arricchirci con la sua povert (2Cor 8,9). Chi
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dona dal superfluo cresce nel suo protagonismo, chi dona dalla penuria entra nella solidariet divina. tutta la vita che aveva. A Dio non si deve n tanto n poco n nulla: tutto ci che siamo e abbiamo dono gratuito del suo amore per noi. Noi siamo suoi (Sal 100,3). Lunica cosa da fare corrispondere liberamente a questo amore totale (cf. 10,27). Cos ci realizziamo nella nostra essenza di uomini, che quella di essere uguali a lui che amore. Questa donna fa con semplicit ci che impossibile a tutti (18,22.27): dona tutto. Ci le possibile perch ama come amata. Essa uno dei poveri ai quali dato il Regno (6,20). Fa parte del piccolo gregge dei figli: libera dallaffanno della vita, ha il suo cuore dove il suo tesoro (cf. 12,22-35). Riconosce in concreto il suo Signore, donando la sua vita a colui che lha donata per lei, in una perfetta reciprocit damore. La prima chiesa di Gerusalemme segu lesempio di questa vedova: ognuno dava quanto possedeva e riceveva secondo il bisogno (At 2,45). Questa vita nuova frutto dellascolto della parola di Ges, che ha il potere di realizzare il Regno qui e ora per chi laccetta. Nella chiesa non contano i potenti e i sapienti, di nessun tipo: la vera storia fatta da questi poveri e piccoli che, come la vedova e la suocera di Pietro, vivono lo Spirito del Signore. Ges, prima di morire, ce li addita come maestri. Egli ormai si ritira. Ma resta sempre con noi, con lautorit della sua parola che sincarna in chi la compie.
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3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges nel tempio. c. Chiedo ci che voglio: Prendi e ricevi, Signore, tutta la mia libert, la mia memoria, il mio intelletto, la mia volont, tutto ci che ho e possiedo. Tu me lhai dato: a te, Signore, lo restituisco. Tutto tuo; disponine secondo la tua volont. Dammi solo il tuo amore e la tua grazia, e sono ricco abbastanza (Ignazio di Loyola). d. Traendone frutto, contemplo la scena. Da notare: - scribi: vesti, saluti, primi seggi e primi posti - divorano le case delle vedove - fingono lunghe preghiere - i ricchi e il loro superfluo - la vedova getta tutta la sua vita. 4. Passi utili Sal 100; Gc 4,4; 1Cor 1,26-31; Lc 4,38s; 7,36-51; 9,2326; 10,25-28; 2Cor 2,14.
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119. NON RESTER PIETRA SU PIETRA CHE NON SAR DISTRUTTA (21,5-24)
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E mentre alcuni dicevano del tempio che era adorno di belle pietre e di donativi, disse: 6 Di queste cose che guardate, verranno giorni nei quali non rester pietra su pietra che non sar distrutta. 7 Ora lo interrogarono dicendo: Maestro, quando dunque sar questo e quale il segno quando staranno per avvenire queste cose? 8 Ora egli disse: Attenti a non essere ingannati, poich molti verranno nel mio nome dicendo: Io sono! e: il momento vicino! Non andate dietro loro.
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Quando udirete di guerre e rivolte, non atterritevi, perch bisogna che queste cose avvengano prima, ma non subito la fine. 10 Allora diceva loro: Si lever nazione contro nazione e regno contro regno, e ci saranno grandi terremoti e qua e l carestie e pesti, e ci saranno terrori e segni grandi dal cielo. 12 Ma prima di tutto questo metteranno su di voi le loro mani e vi perseguiteranno consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, condotti davanti a re e governatori a causa dei mio nome; 13 questo sfocer per voi in testimonianza. 14 Ponete dunque nei vostri cuori di non premeditare come difendervi; poich io vi dar bocca e sapienza a cui non potranno opporsi o contraddire tutti quanti i vostri avversari. 16 Ora sarete consegnati e da genitori e fratelli e parenti e amici, e faranno morti tra voi, 17 e sarete odiati da tutti
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a causa del mio nome. 18 Ma neppure un capello del vostro capo perir. 19 Nella vostra pazienza guadagnerete le vostre vite. 20 Ora quando vedrete Gerusalemme accerchiata da accampamenti, allora sappiate che la sua desolazione vicina. 21 Allora quelli che sono nella Giudea fuggano verso le montagne, e quelli che sono in mezzo ad essa scappino fuori, e quelli che sono nei campi non entrino in essa, 22 poich giorni di vendetta sono quelli, finch sia compiuto tutto ci che scritto. 23 Ahim per quelle incinte e per quelle che allattano in quei giorni, poich ci sar una grande angustia sulla terra e ira per questo popolo. 24 E cadranno in bocca alla spada e saranno condotti prigionieri in tutte le nazioni, e Gerusalemme sar calpestata dalle nazioni, fino a quando saranno compiuti i tempi delle nazioni. 1. Messaggio nel contesto
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La piccola apocalisse (17,20-18,8) riguardava il destino personale, la mia storia, che si conclude con la morte. Questa grande apocalisse (21,5-36) riguarda il destino cosmico, la nostra storia, che si concluder con la fine del mondo. Apocalisse non significa disastro, ma rivelazione di una cosa ignota. Queste parole di Ges rivelano non qualcosa di strano e occulto, ma il senso profondo della nostra realt presente: ci tolgono il velo che le nostre paure e i nostri errori ci hanno messo davanti agli occhi, e ci permettono di vedere quella verit che la parola definitiva di Dio sul mondo (escatologico = che dice la parola ultima e definitiva). Il linguaggio apocalittico colorito, a tinte forti e paradossali. Ma la verit non forse paradossale, al di l di ogni opinione? Lintento primo degli evangelisti mostrare che non si sta andando verso la fine, ma verso il fine. Il dissolversi del mondo vecchio insieme il nascere di quello nuovo. Luca particolarmente preoccupato di mostrare il rapporto che la meta finale ha con il nostro cammino attuale. Dio realizza il suo disegno in questa storia con le sue contraddizioni: il mistero di morte e risurrezione di Ges, pienezza del Regno, continua nella vita dei discepoli. La sua croce gi il giudizio sul mondo vecchio; il discepolo chiamato a viverla al presente come seme della gloria futura, in attesa del suo ritorno. Ges non soddisfa il prurito di curiosit circa il futuro. Noi gli chiediamo quando sar la fine del mondo e quali sono i segni. Ma lui si rifiutato e si rifiuter sempre di rispondere. venuto a insegnarci che il mondo ha nel
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Padre il suo inizio e il suo termine, e ci chiama a vivere il presente in questottica, lunica che d senso alla vita. Ges vuole anche togliere quelle ansie e allarmismi sulla fine del mondo, che prosperano ovunque e non fanno che danno. Luomo, unico animale cosciente del proprio limite, dopo il peccato si lascia guidare dalla paura della morte. Ma essa trionfa proprio nella volont di salvarsi a tutti i costi, origine dellegoismo e di ogni male. Ges offre lalternativa di una vita che si lascia guidare dalla fiducia nel Padre, in un atteggiamento di dono e di amore che ha gi vinto la morte. Il Figlio di Dio, fattosi carne, ci ha rivelato il destino di ogni carne: il suo cammino di Figlio delluomo quello di ogni uomo e del mondo intero, il suo mistero di morte e risurrezione la verit del presente nel suo futuro. Per comodit dividiamo questo discorso in tre parti. La prima (vv. 5-24) contiene quelle parole del Signore che ai tempi di Luca gi si sono avverate. La situazione della sua chiesa in questo identica alla nostra. Lintento dellevangelista quello di insegnare a leggere la storia alla luce del mistero di morte e risurrezione di Ges. La seconda (vv. 25-28) parla di ci che il cristiano attende: la venuta del Figlio delluomo e la sua liberazione, fine di tutta la storia. La terza, che suddivideremo in due parti (vv. 29-33 e vv. 34-36), contiene le disposizioni con cui vivere lattesa presente. Questa prima parte inizia chiedendo quando e quali sono i segni della distruzione del tempio, che i discepoli intendono come la fine del mondo. In realt non si tratta della fine del mondo; un avvenimento storico esemplare, figura di ogni
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momento di crisi, che costituisce una sfida per il credente, chiamato a testimoniare il suo Signore. Bando alle false attese di una fine imminente (vv. 8-9): i pretesi segni della fine sono tutte cose che avvengono prima, sono cio gli ingredienti normali della nostra esistenza prima della fine. N le guerre, le rivolte e i grandi segni, n lassedio e la distruzione di Gerusalemme preludono alla fine: sono solo linizio del tempo dei pagani, una nuova pagina nella storia della salvezza, aperta ora a tutti. Il vero indizio che il Regno vicino e che la vicenda umana va verso il suo compimento invece la testimonianza dei discepoli, che seguono e annunciano il loro Signore in questo mondo di male, facendone il luogo della salvezza. Luniverso finir, perch ci che ha inizio ha fine. E finir anche male, perch non accetta il suo fine. Se sono da evitare allarmismi, non c posto neanche per i millenarismi trionfalistici. Tuttavia la vittoria non sar del male, bens della fedelt di Dio al suo amore per noi. La risurrezione del Crocifisso ce ne d la certezza: la pietra scartata dai costruttori divenuta testata dangolo. Ma il Regno qui in terra sar sempre come un seme: fruttifica perch piccolo, preso, gettato e nascosto. Porter sempre i tratti del volto del Figlio delluomo, consegnato per noi alla morte di croce. Ma non bisogna scoraggiarsi: questa la sua vittoria! Il disegno di salvezza si realizza proprio attraverso la croce: necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio (At 14,22). Queste ci associano a Ges. La sua storia non passata: rivive nel presente del discepolo, che
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compie in s quello che ancora manca alla sua passione (Col 1,24), in modo da aver parte alla sua risurrezione (Fil 3,10s). Questo discorso di Ges precede immediatamente la sua morte e risurrezione. L infatti si realizzano tutte queste parole. Ma il mistero del Figlio delluomo lo stesso di ogni uomo: ci che capita al maestro, toccher anche al discepolo. Ai primi cristiani che chiedevano con ansia quando verr il Regno, Marco risponde come attenderlo. A quelli della generazione successiva che, come noi, rischiavano di non attenderlo pi, Luca spiega che senso ha attenderlo ancora: lattesa incammina la nostra storia presente verso la sua vera speranza, che non pu deludere. 2. Lettura del testo v. 5: alcuni dicevano del tempio. il tempio splendido costruito da Erode in dieci anni, impiegando 100.000 operai e 1.000 sacerdoti addestrati come muratori per i lavori nelle parti pi sacre. La fabbrica, iniziata nel 20 a.C., continu a lungo per le decorazioni. Finir solo nel 64 d.C., sei anni prima della sua distruzione. Fin dallinizio del NT il tempio nuovo fu identificato sia con Ges morto e risorto (Mc 14,58; Gv 2,21), in cui abita corporalmente tutta la pienezza della divinit (Col 2,9), sia con la chiesa (cf. 1Cor 3,9.16ss).

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belle pietre. Del vecchio tempio, fatto di belle pietre squadrate di calcare bianco, non rester nulla: sar distrutto come il corpo di Cristo in croce. Il nuovo tempio avr come testata dangolo proprio il Crocifisso, la pietra che i costruttori hanno scartato (20,17; At 4,11). Stretti attorno a lui, come pietre vive, i discepoli saranno impiegati per la costruzione del nuovo edificio spirituale (1Pt 2,4). donativi. Son quelli che i ricchi hanno dato dal loro lusso (cf. v. 1). Il nuovo tempio invece splender per il dono della vedova, riflesso della gloria di Dio, che dalla sua povert d tutta la sua vita. v. 6: Di queste cose che guardate, ecc.. Nulla di ci che i discepoli guardano con tanta ammirazione rester. Il tempio, segno della presenza di Dio, cessa la sua funzione con la morte di Ges. Allora si squarcer il velo del Santo dei santi, e la Gloria si riverser su tutti: non sar pi riposta e nascosta agli uomini, ma nel cuore di chi ascolta la Parola che rende figli. v. 7: quando. Langoscia del quando la stessa della morte. Il tempo delluomo limitato, come la sua vita, dominato dalla memoria mortis, della quale incerto solo il quando. quale il segno. Luomo cerca di leggere in ci che accade il presagio di ci che gli sta a cuore: il quando della fine. Per
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gli ascoltatori di Ges distruzione del tempio significava la fine del mondo e il ritorno del Figlio delluomo (cf. Mt 24,3). Per Luca invece gi avvenuta. Pu quindi leggere la profezia, gi compiuta, nel suo vero senso, che illumina anche il presente. v, 8: Attenti a non essere ingannati. Luomo preoccupato innanzitutto di salvare la propria pelle. Chi lo terrorizza con la paura della morte e gli offre la salvezza, pu ingannarlo come vuole. Per questo Ges, come ci libera dalla paura della morte (12,4ss), cos allontana da noi ogni paura della fine del mondo, per farci vivere ora nella libert di figli del Padre. Scrive Paolo ai cristiani di Tessalonica: Vi preghiamo, fratelli, riguardo alla venuta del Signore nostro Ges Cristo e alla nostra riunione con lui, di non lasciarvi cos facilmente confondere e turbare, n da pretese ispirazioni, n da parole n da qualche lettera fatta passare per nostra, quasi che il giorno del Signore sia imminente (2Ts 2,1s). nel mio nome. Usando il suo nome e le sue stesse parole si pu ingannare anche e soprattutto i credenti. Non basta letichetta cristiana: bisogna discernere lo Spirito di Ges, che realizza il Regno nella povert, nella piccolezza e nellumilt della croce. Chi offre salvezza e ricette per altre vie, anche nel suo nome, uno che inganna o singanna. Le parole di Ges sono vere solo in riferimento a lui: la sua vita ne lunica interpretazione autentica.
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Io sono (= JHWH). la pretesa di sostituirsi a Dio o di spacciarsi come suoi mediatori, investiti di prerogative divine? La mancanza di umilt il primo segno della menzogna. Uno solo il Salvatore e Signore: quello che si fatto ultimo e servo di tutti. il momento vicino. in polemica con chi attende un pronto ritorno del Signore. Per Ges il Regno sempre vicino e in mezzo a noi, ma proprio in un modo che non attira lattenzione su di s (17,21). Non andate dietro loro. Gli ingannatori fraudolenti si riconoscono subito dal desiderio che hanno di essere seguiti e di avere discepoli (At 20,30). Sono mossi dallorgoglio o dallinteresse, dallinvidia o dalla cupidigia. Da questo, e non certo dallunico Signore morto per tutti, nascono le divisioni e le sette allinterno della comunit dei credenti. Guai a noi quando usiamo il Signore, la sua parola e i suoi doni per affermare il nostro io. Nessuno deve seguire noi! Tutti dobbiamo seguire lui Qui sta la nostra libert di figli. v. 9: guerre e rivolte. Luca mette rivolte invece di rumori di guerra (Mc 13,7). Allude alla rivolta del 66-70 d.C., che porter alla distruzione di Gerusalemme. Le guerre e le rivolte sono come le pietre miliari della storia. Non volute da Dio, bens dalluomo, sono il pi grande male. Continuano e moltiplicano il peccato di Caino: il disprezzo del Padre
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nelluccisione del fratello. Per questo sono segno della fine gi presente nel quotidiano, il frutto marcio della ricerca di potere, il marchio di appartenenza alla morte. Il discepolo le vive come un appello urgente alla conversione (13,13) e luogo in cui esercitare misericordia, come il suo Signore. bisogna. Il male che c nelluomo non pu non uscire: bisogna che si sfoghi, come bisogna che il Figlio delluomo finisca in croce. Al bisogno delluomo di fare il male perch egoista, corrisponde il bisogno di Dio di portarlo su di s, perch lo ama. che queste cose avvengano prima. Questo male non la fine e non lultima parola: ci che avviene prima, come ingrediente della nostra vita presente. ma non subito la fine. Luca, che ha gi visto avverarsi quanto Ges ha predetto. sa che la fine non subito. Sia la morte di Ges che la distruzione del tempio sono s la fine del mondo, ma non come la pensiamo noi: sono il giudizio definitivo di Dio che offre salvezza a tutti e permette di vivere il presente come il tempo della sua pazienza, in vista della nostra conversione. Il continuare della storia questintervallo accordato ancora per un anno (cf. 13,6ss) dopo il giudizio di Dio gi avvenuto e rivelato, perch tutti i figli ritrovino la casa del Padre. La storia veramente storia della salvezza.
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vv. 10s: Si lever nazione contro nazione. Guerre, terremoti, carestie e pesti: quanto capita ai tempi di Luca e in ogni tempo. Non il segno di qualcosa di nuovo. piuttosto il vecchio mondo che con monotonia si ritempra nella morte. v. 11: terrori e segni grandi dal cielo. Qualunque cosa possano essere, non sono i segni della fine. Sono solo tentazioni per allarmare e trarre in inganno anche i credenti, togliendoli dalla fedelt presente al loro Signore. v. 12: Ma prima di tutto questo metteranno su di voi le loro mani. quanto avvenuto prima della distruzione di Gerusalemme, e che Luca descrive negli Atti. Le parole di Ges, come si sono rivelate vere per la sua generazione, cos sono vere anche per le successive. Luca richiama lattenzione su ci che accade al discepolo prima: la sua partecipazione al mistero del Figlio delluomo consegnato. a causa del mio nome. Al discepolo succede ci che successo al suo maestro e per amore di lui. La sua testimonianza continua nella storia la salvezza della croce: la fine del mondo vecchio, il luogo e il tempo in cui nasce quello nuovo. v. 13: questo sfocer per voi in testimonianza (= martirio). Pu essere sia la testimonianza che Dio rende ai discepoli, sia
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quella che i discepoli rendono al Signore. Il martirio luna e laltra. Le persecuzioni, lungi dal bloccare il Regno, lo compiono (At 4,27s) e lo diffondono (cf. At 4,19s; 5,18ss; 5,29; 5,40s; 8,4; ecc.). v. 14: non premeditare come difendervi. Il discepolo non deve temere chi pu uccidere il corpo (12,4). Questa paura conduce allegoismo: al tradimento di Giuda, al rinnegamento di Pietro e alla fuga di tutti gli altri. Porta a perdersi nel tentativo di salvarsi. v. 15: io vi dar bocca e sapienza. Lo Spirito che lui ci ha donato ci insegner in quel momento che cosa dire (12,12). La nostra bocca esprimer una sapienza irresistibile, capace di vincere il male, come Stefano (At 6,10). la sapienza della croce, quella che manifest Ges, fin da fanciullo, nel suo resistere a Gerusalemme (2,43). v. 16: sarete consegnati e da genitori e fratelli. Nella decisione per Ges si verifica la vera divisione tra gli uomini (cf. 12,51ss; 14,25ss). faranno morti tra voi. Sono Stefano e Giacomo (At 7,5460); 12,2), primizie del mondo nuovo. Primi testimoni del Signore, illuminano il destino dei successivi.

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v. 17: sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me (Gv 15,18). Siamo odiati perch non siamo del mondo, e sappiamo che amare il mondo odiare Dio (Gc 4,4). Lodio contro il credente deve essere solo a causa del suo nome, non per altri motivi, come, per esempio, quando siamo in concorrenza per la nostra fetta di potere! v. 18: neppure un capello del vostro capo perir (cf. 12,7). Non temiamo quelli che possono uccidere il corpo, ma poi non possono pi farci nulla (12,4). La nostra vita presso il Signore. Chi ci fa del male, invece di separarci da lui, ci mette pi vicini a lui. Stefano ne contempler il volto proprio nel momento del martirio (At 7,55s). v. 19: Nella vostra pazienza guadagnerete le vostre vite. La pazienza la caratteristica del Figlio delluomo, il samaritano che si fa carico del male. Essa associa il discepolo al mistero di morte e risurrezione: perdendo la vita, la salva (9,24). Nel martirio si guadagna la propria identit con Ges, il Figlio morto e risorto. v. 20: la sua desolazione vicina. Labominio della desolazione (Mc 13,14) per Luca diviene semplicemente la distruzione di Gerusalemme, gi avvenuta. v. 21: Allora quelli che sono nella Giudea fuggano verso le montagne. In casi di guerra la citt era il luogo di difesa pi
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sicuro. Ora no, perch sar distrutta. I cristiani sono fuggiti sui monti, per non finire nella trappola. v. 22: giorni di vendetta sono quelli, finch sia compiuto tutto ci che scritto. In quei giorni si verifica la distruzione predetta dai profeti (1Re 9,6ss; Mi 3,12; Dn 9,26). La distruzione di Gerusalemme una vendetta dei romani, non di Dio; ma insieme rivela anche la tragica realt di chi rifiuta la sua visita. Il Signore porter su di s questo nostro male. In croce si lascer condannare ingiustamente alla nostra giusta pena, per starci vicino e offrirci salvezza (23,40ss). v. 23: Ahim per quelle incinte. Ges ha compassione e piange non per s, ma per la citt che, uccidendo lui, fa del male a s (cf. 13,34; 19,42; 23,28). il grido supremo di misericordia. v. 24: E cadranno in bocca alla spada (cf. Ger 20,4). Nella guerra dei 66-70 d.C. secondo il calcolo un po gonfiato di Giuseppe Flavio, 1.100.000 giudei furono uccisi e 97.000 fatti schiavi. La spada paragonata alla bocca della morte che divora la vita. Gerusalemme, calpestata dai pagani, allude a Dn 8,13. Luca usa la storia passata per leggere la presente, insegnando a noi a fare altrettanto. Tutto quanto contenuto nella Scrittura, per ammonimento nostro: rivela il piano di Dio, trama profonda della nostra storia.
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fino a quando saranno compiuti i tempi delle nazioni. La fine di Gerusalemme linizio del tempo dei pagani. Linvito al Regno, rifiutato dai primi chiamati e offerto da Ges agli esclusi della citt, passa ora per le strade del mondo agli estranei, superando ogni barriera: costringe a entrare tutti, perch la casa del Padre sia piena (14,21-23). Il rifiuto dei giudei, invece di bloccare la salvezza, la allarga ai gentili (At 13,46). Quando sar giunta agli estremi confini della terra, anche Gerusalemme riconoscer lunico Signore, insieme a tutti i popoli che riconoscono in lei la propria sorgente di vita (cf. Rm 11,25s; Sal 87). Luca nel Vangelo presenta il tempo dei giudei e lazione di Ges nei loro confronti; negli Atti degli apostoli presenta il tempo dei pagani e la testimonianza dei discepoli fino agli estremi confini della terra. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginandomi davanti al tempio nel suo splendore, che sar distrutto. c. Chiedo ci che voglio: capire che questo mondo finisce, e che senso ha. d. Medito sulle parole di Ges. Da notare: - il tempio e tutto il mondo finisce
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- quando e quali i segni? - attenti a non essere ingannati - il male del mondo - la testimonianza del discepolo - la fine di Gerusalemme come modello della fine del mondo - il tempo delle nazioni. 4. Passi utili Ml 3; Rm 8,18-25; At 14,22; Col 1,24; 2Ts 2,1-3,4; Lc 17,20-18,8.

120. ALLORA VEDRANNO IL FIGLIO DELLUOMO (21,25-27)


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E vi saranno segni in sole e luna e astri, e sulla terra angoscia di popoli senza scampo a causa del fragore del mare e dello scuotimento, 26 mentre uomini tramortiranno per la paura e la previsione di quanto incombe sulluniverso, poich le potenze dei cieli saranno scosse.
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E allora vedranno il Figlio delluomo che viene in una nube con potenza e gloria grande. 1. Messaggio nel contesto La venuta del Figlio delluomo il centro del discorso escatologico. Posto prima del racconto della passione di Ges, trova in essa la sua realizzazione. Il segno della croce illumina tutta la storia. Essa un cammino che ha come termine la manifestazione piena della misericordia di Dio che ci viene incontro. molto importante sapere qual il fine della vicenda umana. Perch luomo non ci che ma ci che diviene. E diviene ci verso cui va; e va verso ci che ama. Di natura eccentrica, egli viator: ha il suo centro fuori di s, verso cui necessariamente tende. Per questo, insoddisfatto di tutto, sempre in ricerca e in attesa di qualcosa di nuovo. Alla fine sar ci che attende, perch attende ci che ama. Spegnerne i desideri e le attese profonde significa uccidere la sua umanit, privarlo di ci che lo distingue dalle bestie. La stessa angoscia di chi non si aspetta nulla - oggi cos diffusa - il posto vuoto di Dio. Nessun idolo pu occuparla. Si frantuma, come Dagon davanti alla Presenza (1Sam 5,1ss). Allattesa delluomo corrisponde lavvento di Dio. Egli colma il nostro desiderio col dono della sua realt. La storia
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umana un tendere inquieto a lui, nostro luogo naturale; si placa solo nellincontro con lui. Siamo fatti per lui, perch lui si fatto per noi. Ma quando e come viene a noi? Il Vangelo ce lo rivela, insegnandoci innanzitutto che viene e verr allo stesso modo in cui venuto nella carne del Figlio delluomo. Tre sono le sue venute: quella passata, che si compie nel suo cammino di morte e risurrezione; quella presente, che si attua nel nostro essere associati al suo mistero; quella futura, anticipata per ciascuno nella morte ed estesa a tutti alla fine del mondo. Se a noi preme soprattutto questultima, il Signore ci ricorda che essa si realizza al presente, vivendo qui e ora la sua stessa storia. La sua prima venuta, che il Vangelo ci racconta, il modulo di ogni storia personale e collettiva, presente e futura. In lui si gi compiuto il tempo: il suo destino di Figlio delluomo quello di ogni uomo e dellumanit intera, che in lui si ricapitola (Ef 1,10). Il suo avvento quindi non da restringere al tempo finale: d invece ad ogni tempo il suo valore definitivo, associandolo al mistero del Figlio delluomo. La sua morte e risurrezione, cuore del presente e del futuro, ci d la chiave di lettura della storia. La sua venuta passata determina la nostra fede; quella futura la nostra speranza, quella presente la nostra carit. Il passato e il futuro stanno al presente come la memoria e il progetto allazione. Il presente, come spinto dal passato verso il suo futuro, cos da questo attirato secondo una memoria amata che si fatta progetto desiderato. Per lintelligenza pi importante il passato; per la volont il
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futuro. Ma ambedue hanno la loro realt nel presente, in cui si congiungono e danno significato e senso allazione umana. Questo brano costruito su un contrappunto. Da una parte i grandi sconvolgimenti cosmici e gli uomini che muoiono della loro paura di morire; dallaltra la parola del Signore che d fiducia e garantisce che proprio qui avviene la nostra liberazione. La venuta del Figlio delluomo non qualcosa di tremendo. il compimento di ogni desiderio: lincontro con il Signore. Per questo Paolo sogna di essere rapito sulle nubi del cielo per andargli incontro e stare per sempre con lui; o almeno di essere sciolto dal corpo per essere con lui (1Ts 4,17; Fil 1,23). La nostra vita infatti ormai nascosta con Cristo in Dio; e quando apparir Cristo, la nostra vita, anche noi saremo manifestati con lui nella gloria (Col 3,3s). Colui che ama il Signore, grida: Maran tha: vieni, o Signore (1Cor 16,22). Tutta la Scrittura termina con linvocazione dello Spirito e della sposa: Vieni!. E lo sposo dice il suo s: S, verr presto (Ap 22,17.20). Ci che luomo teme e da cui fugge, in realt il rumore dei passi dello sposo. Gli sconvolgimento cosmici - e la nostra stessa morte - sono eventi naturali. Il loro carattere tragico dovuto al nostro peccato, che ce li fa leggere con gli occhiali della nostra paura e agire di conseguenza. La fine nostra e del mondo, lattesa del nulla, la consumazione di un inganno. In realt andiamo incontro a colui che viene a darci il Regno, ed il fine stesso della creazione. quanto scoprir ed esorter tutti a scoprire il malfattore in croce. Il credente, libero dalla
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paura di chi pu uccidere il corpo, vive con serenit la sequela del suo Signore. Ambrogio interpreta i segni del sole, della luna e degli astri e tutti gli sconvolgimento cosmici come il cedimento della testimonianza dei discepoli. Questo lo impressiona come la vera catastrofe! 2. Lettura del testo v. 25: E vi saranno. I segni cosmici sono collegati con un semplice e ai mali storici accaduti. Sono quindi in continuit, e vanno letti allo stesso modo, ossia come avvenimenti del cammino della storia. Lattenzione di Luca pi concentrata sulla vicenda umana che su questi, Sono semplice cornice esterna di uno sconvolgimento interiore ben pi grave: le paure delluomo. segni in sole e luna e astri. Sono lorologio cosmico, che ritma il tempo delluomo. Si rompe e sarresta perch finito il tempo delluomo ed iniziato loggi di Dio. Ci avviene nella morte di Ges: il sole viene meno quando il malfattore entra nel Regno di luce che non ha pi bisogno del sole (cf. Ap 22,5). sulla terra angoscia di popoli senza scampo. Luomo sospeso su una tenue superficie fluttuante, col cielo che crolla e labisso che inghiotte. Stretto dal vuoto e posseduto dallangoscia, senza possibilit di scampo: cade nel nulla.
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la condizione di chi non conosce la paternit di Dio, e ignora di venire da lui e di tornare a lui. a causa del fragore del mare e dello scuotimento. Crollano le sicurezze, si infrange il confine tra cielo e terra, e questa scompare. Tutta la creazione, divorata dalle tenebre, regredisce nel caos. Essa stata sottomessa a caducit non per suo volere, ma per volere di colui che, col suo peccato, lha sottomessa al vuoto. Fatta per luomo, e, attraverso lui, per Dio, quando luomo non pi per Dio, anchessa perde la sua destinazione e il suo senso. Come canta la gloria di Dio (Sal 19), cos piange il peccato delluomo. Anchessa geme e soffre in attesa che noi torniamo ad essere figli (Rm 8,22). v. 26: mentre uomini tramortiranno per la paura e la previsione. Luomo tramortisce gi in vita per la paura di morire. Prevede che sia la fine di tutto. La sua reazione davanti al Figlio delluomo che viene la stessa di Adamo al rumore dei passi di Dio nel giardino. Teme la sua Vita come la propria morte. di quanto incombe sulluniverso. Luomo pensa che il nulla incomba sovrano sulluniverso. Per questo cerca di salvarsi, e prende come guida della vita la paura della morte. Cos diventa egoista e uccide la propria vita. le potenze dei cieli saranno scosse. Come labisso si scuote e fluttua, cos anche le potenze dei cieli che vi cadono
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dentro. Sono le potenze del nemico, che Ges vide cadere dal cielo come folgore durante la predicazione dei discepoli (10,18s; cf. Ef 6,12s). Esse dominano luomo, il quale, al loro dissolversi, si angoscia. Infatti si identificato con esse, e non sa che la loro morte la sua vita. v. 27: E allora vedranno. Questa visione squarcia langoscia della previsione. la luce che dissolve le tenebre, la verit che vince la menzogna. Questa visione la theoria della croce, che tra pochi giorni tutte le folle vedranno (23,48): il segno del Figlio delluomo (Mt 24,30), che rivela sulla terra lessenza di Dio nel suo amore per noi. Ges non dice: ma dopo vedranno, ma semplicemente: e allora vedranno. Ci significa che la sua venuta da vedere contemporaneamente agli sconvolgimento di cui ha appena parlato. il Figlio delluomo che viene. Ci che temiamo lincontro con uno che viene verso di noi e ci si fatto solidale fin nella morte: il Figlio delluomo. Egli perdona i nostri peccati (5,24), ci introduce nel sabato (6,5), mangia e beve con noi (7,34), dovr patire molto per noi (9,22), si consegna nelle mani dei peccatori (9,44), non vuole che alcuno perisca (9,55), non ha dove posare il capo (9,58), il segno di Giona, cio della misericordia per tutti (11,30), colui che desideriamo vedere (17,22.24.26.30), il compimento delle Scritture (18,31), venuto a salvare ci che perduto (19,3). Tutti quelli che si sentono perduti lo
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vedranno venire, e il discepolo star diritto innanzi a lui (vv. 27.36). Giuda lo tradisce (22,22.48), ma proprio quando si consegna per noi nella morte, lo vediamo nella sua gloria (22,69). Infatti era necessario che venisse consegnato (24,7). Questo il volto del Figlio delluomo che Luca ci presenta, il giudice che decide lesito della nostra storia (6,22; 9,26; 12,8.10.40; 18,8). In una parola, il Figlio delluomo che viene il Signore che mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20), che mi ha amato quando ancora ero peccatore (Rm 5,6ss). Luca qui non parla del giudizio. Certo che, quale il giudice, tale il giudizio. Il suo giudizio sar il perdono ai crocifissori (23,34), lofferta del Regno al malfattore (23,43). Il nostro giudice infatti colui che ha detto di amare i nemici, di non giudicare, di non condannare, di perdonare e donare. misericordioso come il Padre suo (6,27-38). Per questo il suo giudizio la sua croce. E noi viviamo oggi con giudizio quando lo vediamo venirci incontro in questo modo. Questo Figlio delluomo che viene allude a Dn 7,13. Viene cos perch il Benedetto, colui che viene nel nome del Signore per ridare vita alla nostra casa deserta (13,35; 19,38). Stefano lo vedr proprio nel suo martirio, come Signore della sua vita (At 7,56). che viene in una nube. La nube il luogo della presenza di Dio, che in essa si rivela (9,34; Es 24,16) e si nasconde (At 1,9). La luce di Dio si riveste della nostra ombra per stare con noi e camminare con noi nel deserto. Questa nube si far luce proprio quando viene la notte (Es 13,21s; Is 4,5). Dio,
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nella sua condiscendenza, si vela del nostro male per offrirci il suo bene. La croce sar la nube che lo nasconde e lo rivela, la theoria di Dio in questo giorno presente. con potenza e gloria grande. Ges davanti al sinedrio ripeter le sue parole sul Figlio delluomo (22,68). La sua condanna sar la proclamazione della potenza e gloria grande del suo amore infinito per noi. Da quel momento in poi sar seduto alla destra: Dio sar visibile alluomo in tutto il suo splendore, sul volto del Figlio che s fatto trasparenza perfetta della misericordia del Padre. Noi aspettiamo che lamore rivelato sulla croce tolga definitivamente il suo velo e conquisti tutti gli uomini, fino agli estremi confini della terra. Allora la storia avr raggiunto il suo compimento. Aspettiamo la manifestazione del Signore nostro Ges Cristo. Egli ci confermer fino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Ges Cristo: fedele Dio, dal quale siamo stati chiamati alla comunione del Figlio suo Ges Cristo, Signore nostro (1Cor 1,7b-9). 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges davanti al tempio. c. Chiedo ci che voglio: Marart tha! Vieni, Signore! d. Contemplo il quadro ultimo della storia, dove il male raggiunge il suo apice, e il Figlio
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delluomo viene a salvarci. Osservo cosa avviene nelluomo e attorno a lui. Contemplo il Figlio delluomo e mi chiedo chi . 4. Passi utili Sal 45; Dn 7; At 8,55-60; 1Ts 4,13-5,4; Fil 1,23; 1Cor 15,20-28.

121. VEDETE IL FICO (21,28-33)


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Ora, cominciando queste cose ad avvenire, drizzatevi e levate le vostre teste, poich si avvicina la vostra liberazione. 29 E disse loro una parabola: Vedete il fico e tutti gli alberi: 30 Quando gi hanno germogliato, guardando da voi stessi conoscete che lestate gi vicina. 31 Cos anche voi, quando avrete visto avvenire queste cose conoscete che il regno di Dio
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vicino. 32 Amen, vi dico: Non passer affatto questa generazione, finch tutto ci non sia avvenuto. 33 Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno affatto. 1. Messaggio nel contesto La venuta del Figlio delluomo nel tessuto concreto delle vicende umane, dentro la nostra storia di male e in continuit con essa. Il discepolo vive la propria testimonianza in mezzo alle contraddizioni del mondo, e in essa vede il luogo della sua liberazione e del Regno. Questo brano contiene una parabola sul discernimento (vv. 29-31) necessario per vedere la sua venuta gloriosa nella nube della croce. Precede unaffermazione sul suo significato di salvezza per luomo (v. 28) e seguono due sentenze, una sulla contemporaneit e laltra sulla certezza di tale venuta (vv. 32.33). Luca insegna al suo lettore a leggere con fede ci che avviene. Alla luce della storia di Ges, anche la nostra storia diventa trasparente, e lascia vedere in filigrana i lineamenti del Figlio delluomo nel suo mistero di morte e risurrezione. Al di l delle apparenze, il credente scorge nel travaglio della vicenda umana il destino stesso del seme gettato che muore e porta frutto.
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Impariamo la lezione dal fico e da tutti gli altri alberi. Soprattutto dallarbor una nobilis, quel legno verde che la croce di Ges. Gli sconvolgimento e tutte queste cose di cui si parlato, sono da vivere non con angoscia mortale, ma come le doglie del parto (Mc 13,8; Rm 8,22). La parabola fa luce su molte questioni dei discepoli circa il quando, il che cosa e il come la fine del mondo. Il quando laccadere di tutte queste cose, che corrisponde al germogliare del fico (vv. 28.31.30). Il che cosa consiste nella venuta del Figlio delluomo nella sua gloria, cio in croce: egli la nostra liberazione, il Regno che corrisponde allestate, la stagione dei frutti (vv. 27.28.31). Il come lessere vicino: come il frutto nella gemma, cos il Regno e la salvezza sono nelle contrariet del presente. Il regno di Dio infatti in mezzo a noi in modo da non attirare lattenzione (17,21). Per questo dobbiamo guardare bene, per discernere la venuta del Figlio delluomo: egli sulla croce si fatto vicino ad ogni uomo e proprio l lo salva, dandogli il suo regno. Il contadino guarda il fico che germoglia; lesperienza gli fa capire che lestate vicina. Noi dobbiamo guardare lalbero del maestro che germoglia nelle croci quotidiane del discepolo; se, come Paolo, abbiamo la sapienza di Dio, lesperienza ci fa capire la vicinanza del suo regno. Lalbero della croce non solo indizio: la realt del giudizio di Dio che salva il mondo. Da l impariamo a discernere il Regno e a vivere con giudizio, cio secondo il pensiero di Dio.
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La prima comunit chiedeva con ansia: quando sar la fine?. Marco, il primo evangelista, dice di lasciar perdere (cf. 13,32; cf. At 1,7): il problema come vivere il presente. La nostra comunit, come quella di Luca, si chiede con delusione: Ci sar una fine? che senso ha il futuro?. Luca risponde che ci che attendiamo dato qui e ora nella nostra testimonianza: il Regno nella storia sotto il segno dellalbero della croce. Come per il maestro, cos per il discepolo. Se Marco indirizza e corregge lattesa di chi spera ancora, Luca d animo a chi sperava e non spera pi (speravamo: 24,21). Per questo sottolinea il valore salvifico della nostra storia. In essa si attua il dei di Ges, il passaggio necessario dalla vecchia alla nuova creazione. In Luca lescatologia ha un carattere di quotidianit, come la croce (9,23). Questa contiene la risurrezione come la gemma del fico contiene il frutto. E senza fiori in mezzo! In tutto questo discorso del c. 21 non corretto chiedersi se levangelista intende parlare del futuro - personale e collettivo - o del passato o del presente. Luca, da buon cattolico, preferisce congiungere con e invece che dividere con o. Parla infatti del nostro presente, da vivere nella memoria del passato di Ges, che ci apre oggi la novit del suo futuro. Queste parole precedono il racconto della sua morte e risurrezione, che celebriamo nelleucaristia. Essa rapisce il discepolo in Dio, e gli d forza per vivere al presente il passato del suo Signore, nellattesa del suo ritorno.
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La promessa di Dio contemporanea a ogni generazione e dura in eterno (vv. 32-33). Con il malfattore, siamo chiamati a riconoscerla oggi, realizzata nella vicinanza della sua alla nostra croce. Il discernimento ci impedisce di cadere in facili deviazioni. Ci sono e ci sono sempre state molte sette che, promettendo una salvezza futura, alienano dal presente. Il cristiano non ansioso della salvezza: sa che il dono gratuito che Ges, vero uomo e vero Dio, gli ha fatto, dandogli il suo Spirito. Questo ci permette di vivere gi ora la vita eterna, come figli del Padre, fratelli del Signore e di tutti. Questa nostra vita, con le sue piccole cose quotidiane, come un mercato. Il mercante avveduto ci guadagna il suo patrimonio; lo sprovveduto perde tutti i suoi averi. 2. Lettura del testo v. 28: cominciando queste cose ad avvenire. Queste cose sono le guerre, le carestie, i terremoti, le pesti, la persecuzione, la morte dei discepoli, la distruzione di Gerusalemme, gli sconvolgimento cosmici, il timor panico delluomo, le sue angosce senza via duscita. Quando cominciano, non attendere che finiscano. Vedi e vivi in esse la storia della salvezza. il mistero del male del mondo, di fronte al quale il discepolo si comporta allo stesso modo del suo Signore. Infatti necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno (At 14,22). Cos, insieme
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ai suoi compagni, tra cui c anche Luca, dice Paolo. A lui stato mostrato quanto dovr patire per il nome di Ges (At 9,16), fino a compiere in s quello che ancora manca alla sua passione (Col 1,24). Ma affronta tutto con gioia, in forza della risurrezione e della conoscenza sublime che ha del suo Signore (Fil 3,8ss). Queste cose sono come il germinare dellalbero, la prossimit della stagione dei frutti. drizzatevi. Luomo tramortito dalla paura (v. 26) curvato dallangoscia, schiacciato dallalto sullabisso. Come la donna nella sinagoga, ignora di essere gi stato liberato (13,10ss). Il discepolo non deve cadere in preda del terrore che prende tutti: si drizza, pieno di speranza, e volge gli occhi al Signore che libera dal laccio il suo piede (Sal 25,15). Nel momento della morte Stefano fissa gli occhi al cielo e vede la gloria di Dio e Ges, il Figlio delluomo che sta alla sua destra (At 7,55). Se la croce la salvezza del mondo, le tribolazioni sono il prezzo della liberazione. levate le vostre teste. E ora rialzo la testa sui nemici che mi circondano (Sal 27,6), perch lui stesso solleva il mio capo (Sal 3,4), lui che per primo lha sollevato dopo aver bevuto al torrente (Sal 110,7). la vittoria definitiva sul male. Dalla bocca degli umili si leva il canto del Magnificat. Infatti chi si umilia sar esaltato, e chi si esalta sar umiliato (18,14). si avvicina la vostra liberazione. Il male che subiamo e non facciamo ci associa alla passione del Signore:
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lavvicinarsi storico dei Regno, lestate di Dio. La sua croce seme di risurrezione. Il malfattore vedr il re vicino a s sul patibolo; Stefano, mentre viene giustiziato, vedr il Figlio delluomo. Il discepolo sa che nella morte gli si fatto vicino il Signore della vita. Per questo conduce una vita che non pi schiava della paura della morte. Non teme il futuro e non cerca di salvarsi. Libero dallegoismo, vive da uomo nuovo, capace di amare come lui ci ha amato. v. 29: disse loro una parabola. vera lattesa di chi pensava che il Regno si sarebbe mostrato in Gerusalemme da un momento allaltro (19,11). Si manifesta per in modo inatteso, in ci che accade a Ges. Questa parabola ci insegna come riconoscerlo, per non essere tra quelli che guardano la realt senza vedere e ascoltano la verit senza capirla (8,10). Vedete. Si parla due volte di vedere e di conoscere e una volta di guardare un invito a tenere aperti gli occhi dellintelligenza. Lultimo miracolo di Ges proprio lilluminazione del cieco. Il credente chiamato a vedere quelle cose che occhio non vide, n orecchio ud, n mai entrarono in cuore di uomo, e che Dio ha preparato per coloro che lo amano (1Cor 2,8s). La Pentecoste apr ai discepoli gli occhi sul mistero della morte di Ges (At 2,36). Ma necessaria una seconda Pentecoste, perch i loro occhi si aprano sul mistero della loro croce, continuazione storica di quella del maestro (At 4,24-31). Solo lo Spirito che scruta
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ogni cosa, anche le profondit di Dio (1Cor 2,10), pu farci conoscere nel crocifisso il Signore della gloria. il fico. Il fico come la croce. Germina direttamente i frutti, senza passare attraverso lo splendore dei fiori. La parabola del fico (13,6-9) ci mostra come il presente lanno di grazia, il tempo in cui egli si prende cura di noi, e si prodiga fino alla fatica estrema. e tutti gli alberi. Ges ci chiama a osservare gli altri alberi del Vangelo. Il Battista parla della scure che taglier le radici degli alberi (3,9). Reciso il Libano e tutta la sua magnificenza (Is 10,34), rester solo il germoglio di Jesse. Egli ci parler dellalbero che nasce dal chicco di senape, un seme piccolo, preso e gettato (13,19). Anche il gelso pu essere sradicato e trapiantato in mare dallapostolo che abbia fede come un chicco di senape (17,6s). Il sicomoro, dal quale Ges fa scendere Zaccheo, lalbero sotto il quale sta per passare il Figlio delluomo (19,4). Gli olivi sono spettatori del suo umile ingresso, del suo pernottare e del suo lottare in preghiera (19,37; 21,37; 22,39). Tutte queste piante hanno qualcosa da dirci sul discernimento: alludono allalbero della croce, il mistero del Regno, il legno verde che porta su di s la maledizione del legno secco (23,31). L si manifesta la sapienza e la potenza del Signore, e impariamo a conoscere la sua vera gloria. Per questo Paolo dice: lo ritenni di non sapere altro in mezzo a voi, se non Ges Cristo, e questi crocifisso (1Cor 2,2).
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v. 30: quando gi hanno germogliato. Laccadere di queste cose corrisponde al germogliare del fico e degli altri alberi del Vangelo. Ci che luomo teme come male, visto dal credente come principio di speranza. La croce di Ges il legno in cui germina il frutto della storia: la vicinanza del Figlio delluomo ad ogni uomo. L la nostra terra d il suo frutto (Sal 85,13). Il fico sterile diventa fecondo. Le sue foglie, invece di coprire le nudit, servono a guarire tutte le nazioni (cf. Gn 3,7; Ap 22,2). guardando da voi stessi. Ipocriti! Sapete giudicare il volto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete discernerlo? E perch non giudicate da voi stessi ci che giusto? (12,56s). Luca ci offre il modello del buon discernimento proprio sullalbero della croce: mentre un malfattore si ostiner a voler salvare la propria vita dalla morte, laltro riconoscer come giusto il proprio male, si volger al Giusto che gli ingiustamente vicino e comprender il mistero di tale vicinanza. conoscete che lestate. la stagione dei frutti: la liberazione, il regno di Dio (vv. 28-31). Quando avvengono queste cose, lora di alzarsi e di andare incontro a lui. Gi linverno passato: il fico ha messo fuori i primi frutti, il tempo dei canto tornato (Ct 2,10ss).

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vicina. Lestate vicina, come la liberazione e il regno di Dio (vv. 28.31). Il Vangelo ci presenter due frutti maturi sullalbero: il frutto benedetto del grembo di Maria (1,42), figlio dellAltissimo, e il malfattore appeso. Questi lo vede accanto a s, condannato alla sua stessa pena; lo chiama per nome ed entra nel paradiso. v. 31: quando avrete visto avvenire queste cose. Tutte queste cose sono i mali delluomo, che hanno la loro consumazione sulla croce. Questa lalbero sul quale viene il Figlio delluomo per salvare ci che perduto. Ormai queste cose sono diventate come le gemme del legno verde, da cui il nostro legno secco prende linfa e vita. conoscete che il regno di Dio. Il Regno ci che il malfattore chiede a Ges, vicino a lui sullalbero. Luca pone una continuit, quasi una contemporaneit, tra laccadere di queste cose e la venuta del Figlio delluomo con la nostra liberazione e il suo regno. La sua croce infatti la nostra salvezza, sia allora che ora e sempre. vicino. Quando la devastazione vicina (v. 20), allora savvicina anche la nostra liberazione. Lalbero della croce infatti la prossimit di Dio a noi. Da buon samaritano, egli ci si fatto vicino (cf. 10,27b.29.36) e ci ha amato con tutto il cuore, perch lo potessimo riamare ed entrare cos nel suo regno.
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v. 32: Amen, vi dico. Laffermazione di Ges detta con autorit divina. non passer affatto questa generazione finch tutto ci noti sia avvenuto. Tutte le cose dette prima si sono avverate durante la generazione di Ges, nel mistero della sua croce. La storia del Figlio delluomo il centro del tempo: loggi eterno di Dio, contemporaneo a ogni carne e salvezza per tutti. In lui ogni uomo ritrova il proprio volto di figlio, ed chiamato a viverlo nella propria generazione: siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo (Fil 2,15). Tutta la storia si fa storia di salvezza. Alla sua chiesa, tentata di non attendere pi il futuro, Luca fa vedere come la salvezza definitiva si compie qui e ora, sotto il segno della croce quotidiana. v. 33: Il cielo e la terra passeranno. Il cielo la veste di Dio; la terra sgabello dei suoi piedi. Essi periranno, ma tu rimani; tutti si logorano come veste, come un abito tu li muterai, ed essi passeranno. Ma tu resti lo stesso (Sal 102,27s; cf. Eb 1,10Sss. le mie parole non passeranno affatto. La parola di Dio dura sempre (Is 40,8). Fondiamo su di essa la nostra vita. Non su ci che transitorio e sulla paura di perdere la vita. Questa parola ci d la certezza che il Signore viene. Viene
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ora come venuto allora; e allo stesso modo verr alla fine. Ges Cristo lo stesso ieri, oggi e sempre. Non lasciamoci sviare da dottrine diverse e peregrine (Eb 13,8s). Istruiti dallalbero di ieri, discerniamo oggi la vicinanza di colui che vuol stare con noi per sempre. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges davanti al tempio. c. Chiedo ci che voglio: sapere che tutto il mistero di salvezza si compie nella mia vita e vedere nelle tribolazioni la vicinanza del Regno. d. Medito sulle parole di Ges. Da notare: - alzate la testa: la vostra liberazione vicina - imparare da tutti gli alberi del Vangelo di Luca - tutto avviene nella mia generazione - tutto passa; la parola di Dio resta in eterno. 4. Passi utili Sal 27; 2Pt 3,3-18; Ap 21-22.

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122. ATTENTI A VOI STESSI (21,34-38)


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Attenti a voi stessi, che mai si appesantiscano i vostri cuori in crapule e ubriachezze e ansie di vita, e incomba su di voi allimprovviso quel giorno. 35 Come un laccio sopravverr infatti su tutti quelli che siedono sulla faccia di tutta la terra. 36 Ora vigilate in ogni momento supplicando daver forza di sfuggire a tutte queste cose che stanno per accadere e di stare dritti (= comparire) davanti al Figlio delluomo. 37 Ora i giorni era nel tempio ammaestrando, e le notti, uscendo, stava allaperto verso il monte detto degli Olivi.
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E tutto il popolo mattinava da lui nel tempio ad ascoltarlo. 1. Messaggio nel contesto La fine dellultimo discorso sulle cose ultime richiama linizio del c. 12, dove Ges insegna a vivere il presente senza quellansia di vita che si alimenta con la paura della morte. La nostra esistenza non sia ipnotizzata dal terrore, n si dissolva nello stordimento. I falsi obiettivi di vita, disperati e inutili esorcismi di ci che temiamo, non sono che lesca del suo laccio. Questo si abbatter senza risparmiare alcuno, mostrando linfinita vanit di tutto ci a cui abbiamo attaccato il cuore (vv. 34-35). Ma noi conosciamo il dono del Padre e abbiamo la speranza dei Figlio, che non delude mai. Alla sobriet lucida e attenta bisogna aggiungere la vigilanza e la preghiera (v. 36). Il credente veglia nella notte del mondo. La paura non gli chiude gli occhi. In queste tenebre viene colui che luomo terrestre teme come un ladro e luomo spirituale desidera come lo sposo. La vigilanza nutrita da una supplica costante, per non cadere nella tentazione finale di perdere la fede nella fedelt del Signore. Tutto passer, ma la sua parola resta in eterno. Cerchiamo di vivere giudiziosamente il tempo che ci dato, conoscendo il volere di Dio: Diventate misericordiosi, non giudicate, non condannate, perdonate e date (6,36-38). Il
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giudizio futuro operato qui e ora da noi, secondo il metro che usiamo per misurare gli altri. La conclusione di tutto il discorso sul futuro ci rimanda quindi a vivere il presente da amministratori fedeli e saggi, con responsabilit attiva e vigilante (12,42), per guadagnarci la nostra vera ricchezza (16,9-12). Voi, fratelli, non siete nelle tenebre, cos che quel giorno possa sorprendervi come un ladro: voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte n delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma restiamo svegli e siamo sobri (... ). Dio non ci ha destinati alla sua collera, ma allacquisto della salvezza per mezzo del Signore nostro Ges Cristo, il quale morto per noi (1Ts 5,4-6.9s). Latteggiamento del credente di discernimento, nella certezza che il Signore vicino qui e ora (vv. 28-33). Per questo conduce una vita sobria, cosciente, vigilante e orante. Cos pu levare il capo e stare ritto davanti al Figlio delluomo. Lattesa del Signore non unalienazione, ma lunico modo per essere presenti alla vita. Il v. 37 ci presenta una sintesi degli ultimi giorni di Ges. Nel momento finale della sua vita fa quanto ha appena detto a noi: il giorno compie la sua missione di annuncio ai fratelli, la notte veglia in comunione con il Padre (v. 37). Il popolo, raccolto intorno a lui, impara (v. 38). 2. Lettura del testo
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v. 34: Attenti a voi stessi. Richiama listruzione di guardarsi dal lievito dei farisei (12,1). Il discorso escatologico conclude rimandando al c. 12, dove Ges insegna come il futuro sia la prospettiva in cui vivere il presente, in modo da arricchire davanti a Dio (12,21). Che mai si appesantiscano i vostri cuori. Nella trasfigurazione Pietro e i suoi compagni erano appesantiti dal sonno, ma tennero gli occhi aperti e videro la Gloria (9,32). Davanti al buio, luomo mima la morte: chiude gli occhi perch il cuore stretto dalla paura, triste e oppresso. Cos faranno tra pochi giorni i discepoli (22,45). in crapule e ubriachezze e ansie di vita. Il cuore pesante cerca il suo riposo nella crapula, nellubriachezza e nellansia di godere: si inebetisce e si anestetizza in cerca di ci che manca. il programma del ricco stolto: riposa, mangia, bevi e godi (12,19; cf. 12,45). Ma non trova pace e resta sempre sordamente inquieto. Fatto per il sabato, luomo pu riposare, saziarsi, dissetarsi e gioire solo in ci per cui fatto. e incomba su di voi allimprovviso quel giorno. Luomo, che vive il presente nella paura della morte, come un uccello ipnotizzato dal serpente: si butta nella sua gola aperta. Quel giorno, da sempre conosciuto e temuto, viene ineluttabile e improvviso, e inghiotte la sua vita.

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v. 35: Come un laccio. Crapule, ubriachezze e desideri sono lesca dietro cui si cela il laccio della morte. Chi guarda ad esso vi cade per vertigine. un richiamo a Is 24,17-23, che descrive il giudizio di Dio. Inatteso per tutti, come un ladro per luomo animale e come lo sposo per chi lo invoca: Maran tha (1Cor 16,22). il giorno ultimo, sia personale che collettivo, sempre improvviso. Cos Dio vuole, perch viviamo ogni presente in modo sensato, come preparazione allincontro con lui. Quel giorno si abbatter su tutti e su tutta la terra. v. 36: vigilate. La parola greca (agrypno) pu indicare sia il dormire allaperto, sempre attento ai rumori insidiosi della notte, sia linutile tentativo di acchiappare sonno di chi insonne. I discepoli nella trasfigurazione vegliarono e nellorto dormiranno. La veglia e il sonno fanno la differenza tra il Tabor e il Getsemani. Se uno tiene gli occhi rivolti al Signore, egli libera dal laccio il suo piede: il laccio della paura si spezza ed salvo (Sal 25,15; 124,7). Se uno invece guarda in basso, si getta nella trappola, accecato dallo spavento. La vigilanza cristiana lesatto contrario delloppio dei popoli. Questo di chi, senza speranza per il futuro, fa consistere il suo riposo in crapule, ubriachezze e ansie di vita. Il cristiano non uno struzzo che sogna un mondo migliore. come la civetta: il suo sguardo penetra lombra della notte. Sta attento a quanto avviene dentro e fuori, e lo sottopone a discernimento. Se luomo psichico non
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comprende, quello spirituale in grado di giudicare ogni cosa. E gli altri neanche lo capiscono (1Cor 2,14s). in ogni momento. Pu riferirsi sia alla vigilanza che alla supplica. Ogni istante infatti gravido di futuro. Nessun momento neutro: lopportunit in cui si gioca la fedelt e la testimonianza. supplicando. Se la vigilanza il contrario del cuore appesantito, la supplica il cibo, la bevanda e la gioia di cui si nutre il cuore sveglio. infatti la comunione di Figli o col Padre. Vigilanza e supplica sono come locchio e il cuore, lintelligenza e la volont della vita nuova di figli. Ci permettono di costruire il nostro edificio spirituale con oro, invece che con paglia: Lopera di ciascuno sar ben visibile: la far conoscere quel giorno che si manifester con il fuoco, e il fuoco prover la qualit dellopera di ciascuno (1Cor 3,13). Circa il pregare in ogni tempo, vedi 18,1; 24,53 (cf. Rm 1,9s; 1Cor 1,4; Ef 5,20; Fil 1,3s; Col 1,3; 4,12; 1Ts 1,2; 2,13; 3,10: 5,17; 1Tm 5,5; 2Tm 1,3; Ap 4,8; 7,15). La vigilanza e la preghiera ci fanno stare diritti: anzi il nostro alzare il capo davanti a colui che viene, non come giudice, ma come fratello. v. 37: i giorni era nel tempio, e le notti, uscendo, stava allaperto. Ges ha ormai davanti agli occhi la croce, ultima ora sua e del mondo. Vive quanto ha appena detto ai discepoli: di giorno compie la missione del Padre,
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ammaestrando nel tempio; di notte esce allaperto e veglia in preghiera. Cos ha la forza per affrontare lultimo giorno, sfuggire al laccio del nemico e compiere la volont del Padre (cf. 22,42). Il tempio e lorto degli Ulivi sono ormai i due poli della sua vita. Distanti come giorno e notte, parola e silenzio, dentro e fuori, vita e morte, il tempio e il cielo scoperto sono illuminati da unalba nuova. v. 38: tutto il popolo mattinava da lui nel tempio ad ascoltarlo. Dalla notte di Ges scaturisce laurora della chiesa (cf. 6,12s). Il popolo si alza presto e occupa il mattino presso di lui. Il tempio, ormai ripieno della Gloria, si va costruendo con quelle pietre vive che accorrono da ogni parte per ascoltare la sua parola. La sapienza radiosa e indefettibile, facilmente contemplata da chi la ama e trovata da chiunque la ricerca. Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano. Chi si leva per essa di buon mattino non faticher (Sap 6,12-14). Insieme al popolo, che si leva di buon mattino per cercare Ges, impariamo quella sapienza che ci fa vivere il presente secondo il giudizio di Dio. la sapienza della croce, che da ora in poi il Figlio delluomo ci riveler nel suo mistero di morte e risurrezione, realizzazione piena di tutto il discorso escatologico. 3. Preghiera del testo
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a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges davanti al tempio. c. Chiedo ci che voglio: chiedo al Signore di stare attento e vigilante, vivendo il presente come luogo dincontro con lui, anticipo di quello futuro e definitivo. d. Ascolto le parole di Ges, applicandole a me. 4. Passi utili Sal 73; Is 24,16b-23; Lc 12; 1Ts 5,1-11; 2Ts 2,1-3,15; Rm 13,11-14.

123. SI AVVICINAVA LA FESTA DEGLI AZZIMI. E CERCAVA LOPPORTUNIT PER CONSEGNARLO (22,1-6) Ora si avvicinava la festa degli Azzimi detta Pasqua. 2 E cercavano i sommi sacerdoti e gli scribi come ucciderlo
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perch temevano il popolo. 3 Ora entr Satana in Giuda chiamato Iscariota che era del numero dei Dodici; 4 e, allontanatosi, confer con i sommi sacerdoti e i comandanti sul come consegnarlo loro. 5 E gioirono e stabilirono di dargli danaro. 6 E promise, e cercava lopportunit per consegnarlo loro senza folla. 1. Messaggio nel contesto Comincia il racconto della passione. Il lungo cammino di Dio in ricerca delluomo volge al termine. Iniziato tra gli alberi del giardino, si conclude sullalbero della croce. L il Figlio delluomo trova ogni uomo fuggitivo, gli si fa vicino e gli offre la sua solidariet, il Regno. L finalmente vediamo chi Dio per noi in ci che siamo noi per lui. Paolo, conoscitore del mistero di Dio, dice: Io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Ges Cristo e questi crocifisso (1Cor 2,2). Quel Dio che nessuno mai ha visto (Gv 1,18), ci rivelato da Ges. La sua carne crocifissa la manifestazione piena di Dio come amore folle per luomo.
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Il racconto della passione il nucleo attorno al quale cresciuto e si strutturato il resto del Vangelo. Riunita intorno alla mensa, celebrando il memoriale della beata passione e risurrezione del suo Signore, la chiesa cerca di comprendere e di vivere sempre pi a fondo il grande mistero. Il resto della Bibbia ci rivela Dio come di spalle: ci dice ci che ha fatto per noi. Dio non ha pi veli: Quando avrete innalzato il Figlio delluomo, allora saprete che Io sono, cio conoscerete JHWH (Gv 8,28). La croce la distanza che Dio si preso dalla cattiva immagine che di lui ha suggerito il serpente. Solo cos veniamo guariti dalla diffidenza su di lui, origine di ogni male, e conosciamo la verit che ci fa liberi (Gv 8,32). Le braccia della croce racchiudono ogni estrema lontananza e opposizione fra cielo e terra. In essa il giudice giudicato, linnocente condannato, il giusto giustiziato, lautore della vita ucciso, il re dei re intronizzato sul patibolo dello schiavo. Su di essa la Parola eterna di Dio tace. Ma il suo silenzio grida lessenza stessa di Dio: amore infinito che si ritrova perdendosi e pervade ormai tutto luniverso, riempiendo della sua luce ogni tenebra. La croce salvezza universale, s totale di Dio alluomo e delluomo a Dio: nel Crocifisso i due formano una carne sola. Il racconto della passione di Dio per luomo convoca, costruisce, nutre, unisce e custodisce il popolo di Dio. la memoria dellumanit nuova, che vive di Ges morto, risorto e presente con il suo Spirito.
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Il passio per s non andrebbe commentato. Tutta la Scrittura commento della croce e trova in essa la chiave del suo enigma. Solo lAgnello immolato pu prendere e aprire il libro sigillato (Ap 5,9). Per questo il passio va solo ormai proclamato, pregato e rivolto al Padre in rendimento di grazie per il dono del Figlio. la parola da adorare, da portare alla bocca e baciare, perch diventi nostro cibo e bevanda. parola che trascende ogni nostro sentimento, perch ci rivela il sentimento stesso di Dio per noi. Lo stupore ci coglie e ci porta fuori da noi, per farci entrare in lui e nel suo abisso di amore. Per questo la lettura della passione seme di contemplazione. Ci che noi proviamo per lui passa in secondo piano, e cede il posto a ci che lui prova per noi. Viene il sole, impallidisce la luce della luna e delle stelle. Fin dalle prime battute il racconto vuole introdurci nella celebrazione delleucaristia. Comincia infatti dicendo: Si avvicinava la festa degli Azzimi, detta Pasqua; continua con le parole: Venne il giorno degli Azzimi, nel quale bisognava immolare la pasqua (v. 7), per concludere: Quando venne lora (v. 14), in cui, durante la celebrazione del banchetto pasquale, Ges istituisce la sua cena. Si passa gradatamente dalla pasqua ebraica alleucaristia, che ne realizza la promessa. La morte e risurrezione del Signore il compimento della salvezza prefigurata nellesodo. Si suppone come ovvio che il cristiano conosca la pasqua ebraica. Diversamente non cosciente del grande dono di Dio.
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Pi specificamente questo brano presenta i protagonisti del dramma della passione. lo scontro definitivo tra Ges e il diavolo, che, dopo le tentazioni, si ritir fino al suo momento (4,13). Ora giunge la sua ora, quella del potere delle tenebre (v. 53). I vari personaggi rappresentano le maschere del male, di cui Satana lautore, e noi gli attori. Se Dio agisce liberando la libert delluomo mediante lamore e la fiducia, Satana agisce schiavizzandolo mediante la paura della morte e legoismo. Se i mezzi di Dio sono la povert, il servizio e lumilt, quelli di Satana sono lavere, il potere e lapparire. In questi si esprime il male del mondo, per il quale Cristo muore. Dio non ha bisogno di contrastare ci che fa luomo: il suo bene e il nostro male possono convivere nella stessa azione. Chi dona non ostacola chi gli ruba ci che vuol donargli. Solo spera che capisca! 2. Lettura del testo v. 1: si avvicinava la festa degli Azzimi, detta Pasqua. Si scandisce il tempo che separa dal grande giorno della pasqua ebraica, che avr il suo compimento nelleucaristia. La festa degli azzimi inizia con la cena pasquale e si protrae per altri sette giorni. la celebrazione dellesodo, il passaggio dalla servit dei signori al servizio dellunico Signore, fine delloppressione e inizio della libert. Nei profeti diviene prefigurazione della liberazione definitiva dal male, dal peccato e dalla morte.
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La pasqua cristiana il frutto maturo di questalbero che Dio ha piantato in Israele: il secondo e definitivo esodo, che compie le attese del primo. Nasce da un atto potente di Dio, e culmina nella libert di vivere da figli del Padre e fratelli di tutti. Senza le sue radici ebraiche, la pasqua cristiana ridotta a un mito di morte e risurrezione fuori del tempo, quasi un vago mistero orientale. I giudei attendevano la venuta del messia la notte di Pasqua. I cristiani hanno sostituito la cena ebraica con il digiuno, la veglia e la lettura dellEsodo, in cui lagnello inteso come figura di Cristo. Al mattino c il banchetto di comunione con il Signore che venuto, viene e verr per la salvezza definitiva. v. 2: i sommi sacerdoti e gli scribi. Rappresentano rispettivamente il potere politico, religioso e culturale. Mancano gli anziani, che rappresentano il potere economico. Sono sostituiti da Giuda e dal danaro. Anziani, sommi sacerdoti e scribi sono come le tre maschere del male, che si esprimono nella brama di avere, di potere e di apparire. il male del mondo di cui noi tutti abbiamo la nostra quota di partecipazione. A causa della menzogna originaria, il mondo retto e strutturato su queste tre concupiscenze (cf. 1Gv 2,16). Sono figlie dellegoismo e ancelle di Satana, il quale pu dire a Ges che, mediante esse, tutto il mondo posto nelle sue mani e lo pu dare a chi vuole (4,5s). Mosso da queste tre concupiscenza, luomo diventa una marionetta
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manovrata dal nemico. Ges stato ucciso da questo male. che anche in me. cercavano... come ucciderlo. Il male sa da sempre che cosa fare: dare la morte alla vita. invidioso, incapace di godere del bene (cf. Mc 15,10; Sap 2,24). temevano il popolo. Luca lo presenta in opposizione ai capi. Al momento decisivo per ne far il gioco (23,13ss). v. 3: entr Satana. Luomo libero se ascolta la parola di Dio. Quando ascolta il nemico e dubita di Dio, allora perde la sua fiducia e libert di figlio e diventa schiavo della paura della morte. Il male entra in lui da estraneo, scacciando colui che ci abita di diritto. Il diavolo tent anche Ges (4,1ss). Suo fine iniettare nel cuore delluomo il veleno della diffidenza e sottrargli la Parola (8,12), in modo che ponga la propria vita altrove che in Dio. Cos nasce la morte! Per questo lannuncio della verit evangelica vince Satana, lo fa cadere come folgore dal cielo e ne spezza il dominio (10,18; 11,18). Egli entra in Giuda attraverso la sua porta sicura: la sfiducia nella parola del Signore e la fiducia nei mezzi mondani. era del numero dei Dodici. Giuda lunico del quale si ripete sempre che era uno dei Dodici. Era facile la tentazione di rimuoverne il ricordo. Invece rimane uno dei Dodici, e
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rappresenta quel peccato dal quale la chiesa ha sempre bisogno di essere salvata. v. 4: allontanatosi. Giuda si allontana da Ges per avvicinarsi ai nemici. Cambia campo, con un moto contrario a quello della sequela. consegnarlo (= tradirlo). la parola dominante della passione. Giuda lo consegna ai capi (vv. 4.6.21s.48), questi a Pilato (24,20; 18,32) e costui al popolo (23,25). Esprime il destino del Figlio delluomo (9,44; 24,7). Il Padre lo consegna e lui stesso si consegna come dono, ancora prima che noi lo prendiamo come rapina e lo consegniamo come oggetto ingombrante e inutile. v. 5: E gioirono. La gioia segno della presenza di Dio. Solo linganno pu far gioire del male. Ma solo momentaneamente. stabilirono di dargli danaro. Lattaccamento al danaro la radice di tutti i mali (1Tm 6,10), perch non si pu servire a due signori: o Dio o Mammona (16,13). Lavarizia la vera idolatria (Ef 5,5) perch mette il danaro al posto di Dio, principio e fine della vita. Il danaro, da semplice mezzo di scambio, diventa mediatore universale e onnipotente di possesso: il dio di questo mondo, economo della morte che distribuisce a tutti i suoi sudditi. Come ogni idolo, promette per poi deludere mortalmente e uccidere chi ha allettato (cf. la
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morte di Giuda in Mt 27,3-10; At 1,18). Il danaro discrimina tra leconomia del dono e della vita e quella del possesso e della morte. v. 6: lopportunit per consegnarlo. Contro ogni previsione, sar proprio la Pasqua, quando si sacrifica e si consuma lagnello il cui sangue salva dallo sterminio. In questa consegna Dio prende con astuzia gli astuti: si dona a chi se ne impossessa. Presto o tardi capir linganno e lo ringrazier del dono! 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando il tempio e lorto, dove Ges passa rispettivamente gli ultimi giorni e le ultime notti, e Giuda che si allontana da lui per accordarsi coi nemici. c. Chiedo ci che voglio: capire il male che in me, per il quale Ges muore. d. Punti su cui riflettere: - significato della pasqua ebraica - la brama di potere, avere e apparire come causa del male del mondo e della morte di Ges - satana
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- Giuda, uno dei Dodici - danaro. 4. Passi utili Es 12; 1Gv 2,16; Lc 8,11-14; Sal 41; Lc 16,13; 1Tm 6,10.

124. PREPARATE PER NOI LA PASQUA (22,7-13)


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Ora venne il giorno degli Azzimi in cui bisognava immolare la Pasqua, 8 e invi Pietro e Giovanni dicendo: Andate, preparate per noi la pasqua perch la mangiamo. 9 Ora essi gli dissero: Dove vuoi che prepariamo? 10 Ora disse loro:
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Ecco: entrati voi in citt, vi verr incontro un uomo portando una brocca dacqua; seguitelo nella casa in cui entra. 11 E direte al padrone di casa: Il Maestro ti dice: dov la stanza dove mangiare la pasqua con i miei discepoli? 12 Ed egli vi mostrer una sala superiore grande, con tappeti: l preparate. 13 Ora, allontanatisi, trovarono come aveva detto loro e prepararono la pasqua. 1. Messaggio nel contesto La scena richiama quella della preparazione dellingresso messianico. Ora si passa per dalla citt alla casa, in cui trovare la stanza superiore. Da qui, dove la cerchia dei Dodici si chiude in intimit con Ges, inizier il moto contrario, da Gerusalemme fino agli estremi confini della
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terra, per terminare con Paolo che accoglie tutti in una casa ad affitto (At 28,30s). Dove preparare la pasqua lespressione chiave del brano. un esempio di teologia narrativa: per celebrare leucaristia, bisogna individuare dove il maestro pu cenare con il discepolo. Questo luogo porta lo stesso nome di quello in cui egli nacque (kat1yma) e fu deposto in una mangiatoia per animali. Preparare la pasqua significa quindi conoscere ed entrare in quel luogo dove entriamo in comunione con lui e lui con noi. Qui lui nasce in noi, e noi in lui; qui si forma e cresce la comunit dei discepoli, da qui parte e qui porta la loro missione al mondo. Gli elementi principali che emergono dal racconto sono cinque: 1.La pasqua ebraica la cornice in cui si deve leggere tutta lopera di Ges, la sua vita, la sua morte e la sua risurrezione. Quanto celebriamo nelleucaristia la realizzazione di ci di cui il primo esodo promessa: liberazione dalla schiavit, dallidolatria, dal peccato e dalla morte (cf. brano precedente). Prima dellultima cena Luca nomina sei volte la pasqua ebraica. Leucaristia la settima e definitiva pasqua, in cui tutto compiuto e la creazione raggiunge in Dio il suo riposo. 2. La pasqua immolata, cio lagnello sacrificato e ucciso. Ci significa che la nostra liberazione a caro prezzo (1Cor 6,20; 7,23). Costa il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetto e senza macchia (1Pt 1,19). La nostra vita la sua morte. Lui si fa carico del peccato del mondo (Gv 1,29):
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diviene luomo negativo, solidale con il male di tutti, per offrire a tutti il Regno. Mangiare la pasqua con lui significa essere associati a lui, che porta il peso della debolezza del mondo, testimone dellamore del Padre verso i fratelli. 3. Questa pasqua prevista da Ges. Non un incidente sul lavoro, una sorpresa di cui lamentarsi. Cos anche noi dobbiamo sapere che nessun discepolo superiore al suo maestro (Gv 15,18), e che necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno (At 14,22). La sua via la nostra via. Non ci dobbiamo n sorprendere, n scoraggiare per le difficolt. In noi si compie la sua stessa passione e continua il disegno di Dio per la salvezza del mondo (cf. Col 1,24; At 4,28; 1Cor 4,9-13). Per questo ci consideriamo beati, esultiamo e ci rallegriamo nelle difficolt incontrate a causa del suo nome (6,22s; At 5,41; Gc 1,2s; 1Pt 1,6ss; Eb 12,8s; 2Cor 11,21-12,10; ecc.). Infatti una grazia, per chi conosce Dio, subire afflizioni, soffrendo ingiustamente (1Pt 2,19). 4. Questa pasqua voluta. Non semplicemente subita. prevista, predisposta, anzi desiderata, anche a costo di sudar sangue. il frutto di tutta la sua vita, voluto con libert e coscienza, sapendo ci che voleva e volendo ci che sapeva, fin nei minimi dettagli. 5. Questa pasqua si celebra nella stanza superiore. il luogo dove si realizza il grande mistero: il nostro mangiare e vivere di lui. Luomo con la brocca dacqua ci insegner questo luogo. Il battesimo, che ci immerge nella morte del
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Signore, si completer nelleucaristia, che ci assorbe nella sua vita donata per noi. 2. Lettura del testo v. 7: venne il giorno degli Azzimi, in cui bisognava. La parola bisogna quasi sempre direttamente collegata alla morte del Signore (9,22; 13,33; 17,25; 22,37; 24,7.26.44). Questa necessit esprime la libert massima di Dio: amore e di sua natura d liberamente la vita per lamato. immolare la pasqua. La pasqua lagnello pasquale. Non viene nominato perch lascer il posto al pane e al vino, corpo e sangue del Signore. lui lagnello immolato prima della fondazione del mondo (Ap 13,8 Vg.). Senza macchia e senza difetto, si fatto per noi maledizione e peccato (Gal 3,13; 2Cor 5,21). Cristo, nostra pasqua, stato immolato (1Cor 5,7). In lui gustiamo sobri lebbrezza della vita. v. 8: invi Pietro e Giovanni. Colonne della chiesa (Gal 2,9), compiranno il primo miracolo e saranno i primi perseguitati per il nome (At 3-4). Andranno anche in Samaria per far scendere col il dono dello Spirito (At 8,14). preparate per noi . la pasqua. Il loro incarico non quello di preparare lagnello, pronto gi prima della fondazione del mondo (1Pt 1,20), ma trovare il luogo dove lagnello si d in
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pasto. Colui che sostitu il figlio di Abramo con lagnello, lui stesso provveder, sostituendo lagnello con il proprio Figlio dato per noi (cf. Gn 22). perch la mangiamo. La pasqua il mangiare (= vivere) insieme di Ges con i suoi discepoli. Il cibo lui stesso, che d la sua vita. v. 9: Dove vuoi che prepariamo?. Il Signore vuole che la pasqua sia preparata, per avere un luogo dove mangiare con noi. Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verr da lui, cener con lui e egli con me (Ap 3,20). Con Pietro e Giovanni dobbiamo chiedergli dove avviene questo nostro incontro con lui. Egli ci risponder che non si tratta di un luogo materiale, n su questo monte n in Gerusalemme (Gv 4,21). v. 10: vi verr incontro un uomo, portando una brocca dacqua; seguitelo nella casa in cui entra. Il Signore ha gi previsto e predisposto tutto, perch desidera mangiare con noi. Il suo desiderio di stare con noi infinitamente maggiore del nostro di stare con lui (v. 15). La scena analoga a quella dellingresso. Lasinello ora sostituito dellacquaiolo, lanimale da soma da un servo che porta lacqua. Portare (greco: bastzn = che porta) richiama il battesimo (greco: baptzn = che battezza). Luomo con la brocca dacqua ci indica la stanza superiore. Infatti il battesimo ci purifica dai peccati, ci incorpora al Signore e ci introduce nellintimit
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con lui. Nel Vangelo si dice di seguire solo lui. Ora lui stesso dice di seguire questuomo misterioso. Infatti ha voluto che qualcuno continuasse la sua missione, in modo che tutti possiamo incontrare chi ci introduce nella stanza superiore. v. 11: Il Maestro ti dice: dov la stanza dove mangiare?. il solo passo in Luca in cui Ges designa se stesso come il Maestro. lunico maestro. Chiunque altro nella casa non potr che insegnarci ci che lui chiede. il maestro interiore, che parla e bussa dal di dentro del nostro cuore, perch lo apriamo ad accogliere ci che ascoltiamo attraverso lannuncio esterno della sua parola. Nella casa (= chiesa), chiedendo ci che il Signore ha detto di chiedere, scopriamo dove si mangia con lui. La parola stanza (greco: kat1yma), usata per il luogo della nascita di Ges (2,7), indica ora il luogo dove si mangia la pasqua con lui. Qui avviene il vero natale dellanima. Questa dimora, preparata da sempre per accoglierlo, sua per sempre. Per questo in Mc 14,14 la chiama la mia stanza. Il nemico non pu entrarci. Noi ci prepariamo a mangiare la pasqua proprio trovandola ed entrandoci. v. 12: Vi mostrer una sala superiore grande, con tappeti. un luogo posto in alto, fuori dalle comuni occupazioni quotidiane. il luogo della comunione con Dio e della preghiera. In questa stanza superiore si svolgono i misteri della fede: il dono del pane e dello Spirito, lesperienza di
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preghiera e le apparizioni del Risorto, la comunione con lui e tra i fratelli. In At 1,13s si dice che l dimoravano gli Undici con Maria, perseveranti in preghiera. il luogo da cui parte e a cui conduce la missione. Questa stanza grande, tanto grande da contenere il Signore stesso e tutti gli uomini, in una unica comunit di figli del Padre. Ed con tappeti, gi adorna e preparata, come dice Marco (14,15). Evidentemente questa stanza superiore non solo il luogo materiale in cui si svolgono gli ultimi avvenimenti di Ges e i primi avvenimenti della chiesa. la chiesa stessa, come luogo della comunione con lui e tra di noi, dove mangiamo il suo pane e beviamo il suo Spirito. Ma anche ogni battezzato, che corpo del Signore e tempio dello Spirito (1Cor 6,15ss). Pi propriamente il nostro cuore stesso, dove abita luomo nascosto del cuore (1Pt 3,4), luomo interiore che abita in noi (Ef 3,16). L posso comprendere con tutti i santi lampiezza, la lunghezza, laltezza e la profondit, e conoscere lamore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza per essere ricolmo di tutta la promessa di Dio (Ef 3,17ss). L vedo e gusto quanto buono il Signore (Sal 34,9) e vivo con lui e di lui. L ricevo il mio essere me stesso da lui, che pi me di quanto lo sia io. Il dove della pasqua la mia verit profonda: lui che vive in me, e mi fa essere ci che sono. Questo luogo il centro della mia persona, il fondo e locchio dellanima, la punta dello spirito, la sorgente dellio, la mia finestra su Dio, labisso da cui scaturisco e dove io dico a lui ci che lui dice a me: Eccomi!. il mio essergli figlio in
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Ges, nel quale, per mezzo del quale e per il quale sono creato ed esisto (Col 1,16). Questo luogo non lo raggiungo con complicate speculazioni trascendentali. Mi viene insegnato da colui al quale chiedo secondo la parola del maestro. E questi mi dice semplicemente come il Signore abita in me per la fede, e come io possa abitare sempre pi stabilmente in lui, ascoltando la sua parola che ha la capacit di farsi sentire nel mio cuore. Preparare la pasqua e cenare con il Signore significa entrare in questa stanza superiore. Chi entra nel proprio cuore, non mai solo: consolato da colui che sempre gli presente come suo creatore. Qui, al di fuori di tutti i rumori e gli stordimenti, scopro la mia verit, che la sua presenza in me e il suo amore per me. Qui la sua parola penetra in me distruggendo la menzogna e portando luce, fiducia, gioia, pace e forza e libert di amare. Qui entro finalmente in comunione con il mio io, con Dio e con gli altri. Se in qualche modo non conosco questo luogo, resto fuori da dove si mangia con lui. v. 13: trovarono come aveva detto loro. Chi ascolta la parola del maestro, trova quanto lui dice. la verit. prepararono la pasqua. Seguendo la sua parola, si entra nella stanza superiore. gi pronta, con tappeti (Mc 14,15). Ma va preparata col nostro ingresso in essa.

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3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges sul monte degli Olivi, che invia i due in citt. c. Chiedo ci che voglio: trovare e abitare nella stanza superiore. d. Medito sul significato della pasqua ebraica e della morte di Ges: - sullagnello immolato - sulla passione di Ges, prevista e predisposta - sulla stanza superiore. 4. Passi utili Sal 84; 1Cor 6,19; Ef 3,14-19; 1Pt 2,4s; 3,4; Gv 14,23; Ap 3,20.

125. QUESTO IL MIO CORPO (22,14-20)


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E quando venne lora si sdrai


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e gli apostoli con lui. 15 E disse loro: Con desiderio desiderai mangiare questa pasqua con voi prima del mio soffrire; 16 poich vi dico: non la manger pi fino a che sar compiuta nel regno di Dio. 17 E, ricevuto un calice, rese grazie, disse: Prendete questo e dividete tra voi. 18 Poich vi dico: non berr pi dora in poi del frutto della vite fino a quando sia venuto il regno di Dio. 19 E preso del pane, rese grazie, spezz e diede loro dicendo: Questo il mio corpo, dato per voi; fate questo in mia memoria.
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E, allo stesso modo, il calice, dopo aver cenato, dicendo: Questo calice la nuova alleanza nel mio sangue versato per voi. 1. Messaggio nel contesto Inizia lultimo giorno di Ges. il sesto della settimana, quello in cui il Signore completa lopera sua, per cessare alla fine dalla sua fatica. il giorno pieno del Vangelo, del quale si scandisce ogni ora. Comincia con le prime ombre della sera, continua nella notte, culmina nelloscurit meridiana e termina nel riposo della tomba, mentre gi luccicano le luci della Pasqua. Questo brano ci presenta lultima cena e listituzione delleucaristia. il banchetto in cui ci nutriamo di Cristo, facciamo memoria della sua passione, ci abbeveriamo del suo Spirito e riceviamo il pegno della gloria futura. Marco e Matteo mettono il dono delleucaristia tra la predizione del tradimento e quello della defezione di tutti. Il peccato del discepolo il castone che contiene la perla pi preziosa della Scrittura. Luca invece ci presenta un dittico, che offre il compiersi della pasqua ebraica (vv. 14-16) nella cena cristiana (vv. 17-20).
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Allagnello succede il pane spezzato, al calice della benedizione il sangue della nuova alleanza. Questo racconto il nucleo genetico di tutto il Vangelo: Fate questo in mia memoria (v. 19). I fratelli, riuniti a mensa, celebrano la memoria del Signore morto e risorto, asceso al cielo e presente in mezzo a loro; mangiano la sua pasqua, in attesa del suo ritorno. Nelleucaristia si coglie il significato di tutto quanto Ges ha detto e fatto, e si vede il compimento della Legge, dei salmi e dei profeti. In essa Dio ci fa il dono dei doni: ci dona se stesso. Qui il suo amore per noi raggiunge il suo fine: si unisce a noi e si fa nostra vita. il punto darrivo di tutta la creazione, che si congiunge al suo Creatore. Qui vediamo e gustiamo lumilt di Dio, che, per essere desiderato da chi ama, si fa suo bisogno fondamentale: pane. Cos ne prendiamo e ne viviamo. Siccome uno diventa ci che mangia, mangiando del Figlio, diventiamo figli. Veramente leucaristia ci deifica! Ci assimila al corpo del Signore donato per noi e ci inebria del suo sangue, effuso per noi. Facendo memoria di questo grande dono, viviamo sempre in rendimento di grazie al Padre e attingiamo la linfa per vivere da fratelli, in umilt e servizio reciproco. Questo il pane che ci d forza per il lungo viaggio, fino alla parusia, quando staremo davanti al suo volto. Leucaristia ci incorpora pienamente nel Figlio, nel quale il Padre dice s a tutto e tutto gli dice il suo s. Essa ci introduce nelleterno reciproco si di compiacenza e damore
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tra Padre e Figlio. Questa la vita eterna. Contempliamo il dono del Signore: pi importante di ci che noi comprendiamo o sentiamo, quanto lui fa e sente per noi. In tutte le religioni c il sacrificio delluomo per Dio. Nel cristianesimo invece sta al centro il sacrificio di Dio per luomo. E di questo facciamo memoria e ringraziamo nelleucaristia. Marco e Matteo notano che alla fine della cena cantarono linno, il grande Hallel. il Sal 136, che legge tutta la creazione e la storia alla luce del ritornello: perch eterna la sua misericordia. Dopo leucaristia, pure noi lo comprendiamo. 2. Lettura del testo v. 14: quando venne lora. lora in cui si mangia la pasqua, al tramonto del sole. Ma questa pasqua il vertice del tempo, compimento di tutto il disegno di Dio: lui stesso si consegna alluomo come sua vita, e la creatura vive del suo Creatore. Lora del dono di Dio coincide con lora del male del mondo (cf. v. 53), in modo che tutto sia colmo dellamore di Dio, anche il nostro male e il nostro peccato. si sdrai. Il banchetto dellesodo si sarebbe dovuto consumare in piedi e in fretta (Es 12,11). Ma questo ormai
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lanticipo del banchetto definitivo. Il Signore riposa alla mensa del Padre, circondato dalla primizia dei fratelli. e gli apostoli con lui. Gli apostoli sono per definizione quelli che stanno con lui. Non perch sono bravi; ma perch lui lEmmanuele, che desidera stare con loro, suoi fratelli perduti. Stare con lui, il Figlio, la nostra vita; la pienezza del dono pasquale che viviamo nelleucaristia. Gran parte del Vangelo di Luca ci presenta Ges a tavola con i peccatori. v. 15: Con desiderio desiderai (cf. 12,49s). Il suo desiderio un traboccare del suo essere che amore. La sua brama verso di me, canta con sorpresa la creatura del suo Creatore (Ct 7,11). Nelleucaristia si sazia il suo desiderio, perch il suo amore accolto e si fa cibo del nostro desiderio di lui: chi mangia di me, vivr per me (Gv 6,57). Nel corpo di Ges donato per noi si consuma lamore di Dio per luomo: La sua sinistra sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia (Ct 2,6). Nelleucaristia accogliamo questo dono, e si verifica una cosa nuova sulla terra: finalmente la sposa cinge chi lha amata di amore eterno (Ger 31,22.23). Si celebra la reciprocit damore, il s escatologico allo sposo. Dio riposa nelluomo e luomo in Dio, in comunione di vita e damore. mangiare questa pasqua. La pasqua lagnello, che sar sostituito dal suo corpo. Questa pasqua sommamente
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desiderata perch quella in cui il Signore realizza la sua promessa, pi grande di ogni fama (Sal 138,2): compie il suo desiderio di darsi a noi. con voi. Sono i Dodici, dei quali uno tradisce, uno rinnega e dieci fuggono. Proprio con voi - non con altri che siano pi bravi -, con voi desidero mangiare questa pasqua, perch vi amo. prima del mio soffrire. Il suo amore dovr portare il male di coloro che ama. La croce diventer dolce memoria. Ges istituisce leucaristia prima della morte, perch sia medicina e viatico per il lungo cammino che ancora ci resta: necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio (At 14,22). v. 16: non la manger pi. lultima sua cena pasquale ebraica. Il segno cessa e cede il posto alla realt: la cena del Signore. Allagnello, offerto dalluomo, succede lagnello di Dio, il Figlio stesso che d la sua vita per la salvezza del mondo. fino a che sar compiuta nel regno di Dio. La pasqua si compie nel regno di Dio. Esso solo anticipato nelleucaristia, pegno sicuro della gloria futura, quando Dio sar tutto in tutti (1Cor 15,28). Lo scarto tra eucaristia e Regno il motivo della missione al mondo, perch tutti i fratelli vivano del pane dei figli.
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Leucaristia non fissa il tempo nelleternit, ma lo apre ad essa. Dio entra nella storia, che inizia un nuovo cammino verso di lui. Ges risorto desiderer sempre spezzare il pane con i suoi discepoli. Lo far ogni volta che i suoi lo inviteranno a restare con lui, come quelli di Emmaus (24,29). v. 17: ricevuto un calice, rese grazie. il calice della benedizione, il terzo nella cena pasquale, che passa tra i commensali dopo la consumazione dellagnello. prendete questo e dividete tra voi. Sembra che esorti gli altri a prenderlo, perch lui non ne prende. Conosce un altro calice, con vino da vertigine (Sal 60,5). Contiene la maledizione della morte e dellangoscia. Lo berr (v. 42), restituendolo a noi in calice di salvezza (Sal 116,13). v. 18: Non berr pi, ecc.. Mentre i discepoli bevono lultimo calice della pasqua antica, Ges prepara il nuovo calice col digiuno della sua morte. Non berr pi vino, se non nel Regno, quando sar finito lesodo. Allora sar sempre presente in mezzo ai suoi nella gioia. v. 19: preso del pane. linizio della cena del Signore, che compie ci che la pasqua, appena mangiata, ha prefigurato. Ges, come ogni uomo, prende il pane. Il pane la vita, e la vita delluomo lobbedienza alla parola di Dio. Ges, puro ascolto del Padre, parola fatta pane e vita.
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rese grazie. Il suo prendere non rapina, come quello di Adamo, ma rendimento di grazie (= eucaristia) al Padre, fonte della sua vita. infatti il Figlio, che riconosce e gioisce di essere del Padre. spezz. Indica la sua morte in croce, il suo corpo spezzato. il destino inevitabile di chi vive il dono in una situazione di rapina. e diede loro. La vita che riceve dal Padre e di cui gioisce, la dona ai fratelli perch ne vivano. Questo il mio corpo. Lagnello pasquale, che Dio ha provveduto, il corpo del Figlio. Si fa nostro pane, perch viviamo di lui. Non temere, Adamo, a prendere ci che volevi rubare. Prendi questo pane! Ti fa diventare come lui, secondo il desiderio che lui stesso ha messo in te. dato. Tutta la sua vita rivelazione di Dio. Il suo corpo dato per noi ne il vertice: Dio si manifesta come puro dono di s, amore assoluto. per voi. Richiama il servo di JHWH (Is 53), la cui morte ci d la vita. fate questo in mia memoria. listituzione delleucaristia. La nuova pasqua ormai memoriale dellAgnello dato per noi e comunione con lui, nellattesa del suo ritorno. Fare
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memoria di lui significa vivere oggi del suo dono, fare del suo amore crocifisso la nostra vita. Questo pane il mistero della fede: il pane del Regno, il dono del Figlio che ci introduce nella vita del Padre. Questo calice. La gioia del vino, frutto della terra promessa, sostituita dal sangue del Figlio. La nuova alleanza subentra allantica. Ci dissetiamo con ebbrezza alla fonte della vita. Corpo e sangue sono nominati separatamente, per indicare la morte cruenta di croce: il nuovo patto suggellato dallamore crocifisso di Dio per noi. la nuova alleanza nel mio sangue versato per voi. Lantica alleanza stata da sempre rotta dalla nostra infedelt. Ma la maledizione che si sarebbe dovuta abbattere su di noi (cf. Ger 34,18), ricaduta su di lui. Colpito dalla lancia, il suo petto fu squarciato in croce. Per questo la nuova alleanza eterna, e non pu pi essere rotta. Qualunque cosa gli facciamo, il suo amore resta fedele in eterno. Dio Dio e non uomo! Il suo corpo dato per noi e il suo sangue versato per noi peccatori ci garantisce che, se anche noi manchiamo di fede, egli rimane sempre fedele, perch non pu rinnegare se stesso (2Tm 2,13). In questa nuova alleanza io sar il loro Dio ed essi il mio popolo. Non dovranno pi istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perch tutti mi conosceranno, dal pi piccolo al pi grande, dice il Signore, perch io perdoner la loro iniquit e non mi ricorder pi del loro peccato (Ger 31,33s). Finalmente conosciamo chi Dio
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per noi: amore assoluto e senza condizioni. E conosciamo anche chi siamo noi per lui: figli amati e perdonati in eterno nel Figlio. Da qui nasce la nuova legge, scritta nel cuore. Questo amore infatti ci d la libert di corrispondervi; ci abilita ad amare come lui ci ha amati. Questa nuova alleanza, come quella dopo il diluvio, offerta a tutto il mondo posto ancora nel peccato. Il corpo del Figlio stato donato per la salvezza di tutti i fratelli. Chi celebra leucaristia si sente domandare con il lebbroso: E gli altri nove, dove sono? (17,17). La missione scaturisce dallamore di Cristo, che ci spinge verso tutti (cf. 2Cor 5,14), fino agli estremi confini della terra. Leucaristia, vertice e principio della vita cristiana, ci apre sempre agli altri. Paolo, naufrago su una nave carica di grano, dice ai duecentosettantasei naufraghi come lui in un mare in tempesta: Vi esorto a prendere cibo; necessario per la vostra salvezza. Neanche un capello del vostro capo andr perduto. Ci detto, prese il pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezz e cominci a mangiare. Tutti si sentirono rianimati e anchessi presero cibo (At 27,34-36). uneucaristia cosmica, celebrata in un mare in tempesta, davanti a tutti e per tutti quelli che sono nella stessa barca. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito.
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b. Mi raccolgo nella stanza superiore, insieme a Ges e ai suoi. c. Chiedo ci che voglio: vedere e gustare quanto buono il Signore: mangiare e vivere del suo corpo. d. Contemplo e adoro. 4. Passi utili Sal 16; 136; Cantico dei Cantici; Ger 31,31-34; Ez 36,2230; Sap 16,20-29; Gv 6,26-58; At 27,27-38; 1Cor 11,1733.

126. IO IN MEZZO A VOI SONO COME COLUI CHE SERVE (22,21-30)


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Ma ecco la mano di colui che mi consegna con me sulla mensa. 22 Poich il Figlio delluomo, secondo ci che fissato, va.
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Ma ahim per quelluomo attraverso cui consegnato. 23 Ed essi cominciarono a discutere tra loro chi di loro mai fosse colui che stava per fare ci. 24 Ora avvenne pure una lite tra loro chi di loro sembra essere pi grande. 25 Ora egli disse loro: I re delle nazioni spadroneggiano su di esse, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. 26 Ora voi non cos: ma il pi grande tra voi diventi come il pi piccolo, e chi guida come chi serve. 27 Poich chi pi grande: chi sdraiato o chi serve? Non forse chi sdraiato? Ma io in mezzo a voi sono come colui che serve. 28 Ora voi siete quelli che sono rimasti con me nelle mie prove. 29 E io dispongo per voi,
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come il Padre mio dispose per me, un regno, 30 affinch mangiate e beviate alla mia tavola nel mio regno, e per sedere su troni giudicando le dodici trib dIsraele. 1. Messaggio nel contesto I vv. 21-38 contengono le parole daddio di Ges, il suo testamento. La chiesa, riunita attorno alla mensa, esamina se stessa. Riconosce il peccato da cui il Signore la salva, accoglie il suo perdono e riceve la capacit di una vita nuova. Leucaristia il giudizio di Dio sul mondo - un giudizio di salvezza, che dichiara il negativo da cui ci libera. Il suo dono damore come lo specchio della verit, nel quale vediamo il nostro egoismo. Il nostro male viene alla luce, e la luce entra in tutte le nostre tenebre. Per questo la condizione per entrare degnamente in comunione con il Signore , secondo la liturgia, il triplice riconoscimento della propria indegnit: O Signore, io non son degno. Il Signore si dona a una comunit che lo tradisce, non capisce, fugge e rinnega. Il nostro peccato la nostra parte di vangelo, la condizione stessa dellaltra parte, quella di Dio che perdona e salva.
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Per comodit dividiamo il discorso in due blocchi (vv. 21-30 e 31-37). In questo primo il tono dato dal tradimento di Giuda (vv. 21-23), dove si consuma il mistero di iniquit delluomo. I vv. 24-27 mostrano che tutti i discepoli hanno la loro quota di partecipazione a questo male, per riscattarci dal quale Cristo si fa servo e muore. Mentre lo spirito del nemico ci fa cercare lautoaffermazione e il dominio, lo Spirito di Ges ci fa conoscere il vero modo di realizzarci a immagine di Dio. Leucaristia, come denuncia il male, cos dona il bene. I Dodici, attorno alla mensa, rappresentano tutta la chiesa che accoglie il mandato del suo Signore: mangia e beve il pane e il vino del Regno, che lassociano al suo stesso destino di passione e di gloria (vv. 28-30). 2. Lettura del testo v. 21: ecco la mano. La mano di Ges, il Figlio, riceve dal Padre e dona ai fratelli. Quella di Giuda prende e consegna. Chiusa nellegoismo e nel possesso, ora si trova sulla stessa mensa con la mano che dona per amore. colui che mi consegna. Dio si consegna (= tradire) a chi lo prende e lo consegna ai suoi nemici; si dona a chi lo ruba e lo butta via. Il tradimento non un gesto mostruoso e unico. Giuda nostro fratello. Compie quel male che tutti noi compiamo; si comporta secondo il buon senso che porta a cercare il proprio interesse e la propria affermazione. Ges
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che lha deluso, perch segue unaltra via! Il vero peccato di Giuda, pi che quello di tradire Ges, fu eventualmente quello di pensare: Ho sbagliato, quindi pago!, e non accettare il suo amore gratuito. La salvezza accogliere che lui mi ama e muore per me peccatore. La nostra libert non quella di non fare il male - siamo schiavi del peccato (Rm 7,14) - ma quella di non rifiutare il perdono. con me sulla mensa. Il Signore si dona a una comunit sempre aperta al tradimento. Sulla stessa tavola di salvezza c sempre il nostro peccato e il suo perdono, che proprio in esso, invece di ritirarsi, si offre. v. 22: il Figlio delluomo, secondo ci che fissato, va. Il male delluomo non distrugge il bene di Dio, ma lo realizza in un disegno pi ampio e meraviglioso (cf. At 2,23; 3,18; 4,28 ... ). Qui non si intende dire che Giuda debba recitare un copione gi fissato, in cui gli tocca la parte brutta. Luomo fa il male liberamente, o meglio, perch schiavo dellignoranza! Ma Dio gi lha previsto; e, nel suo amore, ha fissato il suo piano di salvezza: il Figlio delluomo se ne andr portando su di s il male dei fratelli. ahim per quelluomo. Non una minaccia. Ges ama Giuda. Se lamore si misura dal bisogno, Giuda in questo momento amato pi di tutti i discepoli. Ges semplicemente gli fa prendere coscienza del male che si sta facendo, e del
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quale lui soffre. Dice: ahim! perch il male dellamato ricade su chi ama. La croce di Ges lahim di Dio per il male del mondo. Esso cos grave, da distruggere il senso della creazione: infatti meglio non essere nati (Mc 14,21; Mt 26,24). Ges morto per il peccato di Giuda e la sua morte il prezzo di ogni peccato. Quando diciamo che siamo salvati, significa che veramente siamo perduti. Linferno lorizzonte della salvezza. attraverso cui. Giuda, come ogni uomo, pi che autore, attore del male. Sua vittima per ignoranza, diventa suo veicolo (23,34; At 3,17). v. 23: cominciarono a discutere tra loro, ecc.. Ognuno cerca nellaltro il colpevole. Sarebbe stato pi corretto chiedersi tutti: Sono forse io? (Mc 14,19). Ciascuno perci esamini se stesso; e se giudica attentamente se stesso, non sar giudicato (1Cor 11,28.31). La salvezza infatti non viene dal denunciare laltrui peccato (cf. Gn 3), ma dal riconoscere il proprio. Giusto non colui che si giustifica, ma chi, riconoscendosi ingiusto, accetta di essere giustificato per grazia. La lite che segue mostra come tutti i discepoli sono nel medesimo male dei capi di questo mondo e di Giuda stesso: la ricerca del proprio io al di sopra di tutto e di tutti. v. 24: avvenne pure una lite tra loro. Attorno alla mensa dove ha consegnato il suo corpo per noi, si ripete la stessa
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scena di 9,46-48, quando per la prima volta pre1isse la sua consegna nelle mani degli uomini (9,44). La parola lite (greco: philoneikia = amor di vittoria) esce solo qui in tutto il NT. la bramosia di vincere, il desiderio di prevalere sullaltro, origine di ogni guerra e lotta tra gli uomini. La lunga catechesi non sembra aver ancora cambiato molto il cuore dei discepoli! Davanti al pane del Regno - lumilt del Figlio delluomo che si consegna - si evidenzia il peccato del mondo: il protagonismo. Tutte le divisioni tra gli uomini e nella chiesa anche se camuffate in infiniti modi - non nascono da altra fonte che questa: lautoaffermazione. legoismo, frutto mortale del veleno del serpente. Anchio sono chiamato a riconoscerlo in me. Cos capisco che Cristo mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20), perch venuto per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo (1Tm 1,15). Solo cos posso fare eucaristia, rendere grazie dellamore gratuito del Padre nel Figlio donato a me. Ges infatti si dona proprio a questi discepoli. Il suo pane antidoto al lievito dei farisei. sembra essere pi grande. Tutte le lotte tra gli uomini sono per questo sembrare pi grande. Lidolatria (= culto dellimmagine) la ricerca di questa apparenza, propria di chi ignora la verit sua e di Dio. Il protagonismo la malattia infantile delluomo che non si sa amato e non sa amare. Regola dazione per il mondo, principio di ogni male.

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v. 25: I re delle nazioni spadroneggiano, ecc.. Limperatore si faceva chiamare salvatore e benefattore del mondo. La regalit del mondo dominio che toglie la libert e rende schiavi. Quella di Cristo, unico salvatore, apparir sulla croce, dove solidale con i malfattori. v. 26: Ora voi non cos. Lo Spirito di Cristo, rivelato e donato nelleucaristia, amore che si attua nella povert, nel servizio e nellumilt. il contrario di quello del mondo. il pi grande tra voi diventi come il pi piccolo. giusto avere il desiderio di diventare pi grande. Luomo diventa ci che desidera; e naturalmente vuole diventare come Dio, che grande, e sempre di pi. Solo che deve capovolgere i criteri, perch si ingannato. La vera grandezza non la gonfiatura dellio - idropisia di morte! - ma la sgonfiatura e lo svuotamento di chi ama. Ce lha rivelato colui che, essendo di natura divina, si fatto il pi piccolo di tutti (9,48). chi guida come chi serve. Lunico potere la libert di servire, opposta alla schiavit di chi asserve. Noi siamo chiamati a questa libert (Gal 5,13). v. 27: Ma io in mezzo a voi sono come colui che serve (cf. Gv 13, 1ss). A mensa il servo colui che d il cibo: nelleucaristia Ges d la sua vita. la pi bella definizione che egli d di s, la vera rivelazione della sua divinit. Dio amore, e lamore non consiste nelle parole, ma nei fatti e nella
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vita stessa, messa a servizio dellamato. La sua presenza in mezzo a noi sar sempre quella del servo. Il punto fondamentale della fede accettare che lui ci serva e ci lavi i piedi. Cristiano colui che riconosce come sorgente della propria vita il servizio gratuito del suo Signore. Solo cos pu aver parte con lui e amare come lui ha amato. Ges modello dellamministratore saggio e fedele, che si cinge la veste e ci fa sedere a tavola per servirci (12,42.37; cf. 17,8). v. 28: voi siete quelli che sono rimasti con me. Il discepolo colui che rimane con me, dice il Signore. associato alle sue stesse prove, al suo mistero di morte. Noi stiamo con lui non perch siamo bravi, ma perch lui per primo vuol stare con noi, e non ci abbandona mai. Resta sempre con noi come nostro cibo e bevanda. nelle mie prove. Le sue prove sono quelle di restare servo (4,1-11). v. 29: Ed io dispongo per voi, come il Padre mio dispose per me, un regno. il regno del servo, il regno di Dio che guarisce le perversioni di quello delluomo. Chi condivide la sua fatica, condivide la sua gloria. La partecipazione alle sue sofferenze ci fa giungere alla gloria del suo regno: Se con lui perseveriamo, con lui regneremo (2Tm 2,11). Chi serve ha lo stesso destino regale di Ges.

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affinch mangiate e beviate alla mia tavola nel mio regno, e per sedere su troni, ecc.. Beato chi mangia il pane del Regno (14,15)! Noi, che mangiamo e beviamo alla sua tavola, siamo gi introdotti nel suo regno, che lamore gratuito del Padre per tutti i suoi figli. Questo il giudizio, il criterio di vita del nuovo regno. Leucaristia, unendoci a lui, ci apre al futuro definitivo: siederemo con lui da re, con il suo stesso potere di giudicare, cio di salvare il mondo. Lui infatti il giudice che non venuto per giustiziare, ma per giustificare tutti nel suo sangue. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando la stanza superiore. c. Chiedo ci che voglio: davanti alleucaristia, conoscere lo spirito di Ges, il servo, e il mio, di dominio. d. Contemplo. 4. Passi utili Is 54,7-10; Os 11; Lc 1,46-55; Gv 13,1-17.

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127. LA TUA FEDE NON VENGA MENO (22,31-38)


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Simone, Simone, ecco, il Satana richiese di vagliarvi come il grano. 32 Ora io supplicai per te, perch la tua fede non venga meno; e tu, una volta ritornato, conferma i tuoi fratelli. 33 Egli gli disse: Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e a morte. 34 Egli disse: Ti dico, Pietro, non canter oggi il gallo prima che tu tre volte abbia rinnegato di conoscermi. 35 E disse loro: Quando vi inviai senza borsa e bisaccia e sandali, mancaste forse di qualcosa? Essi dissero: Di nulla. 36 Ora disse loro:
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Ma ora chi ha borsa, (la) prenda, come pure bisaccia; e chi non ce lha, venda la sua veste e compri una spada. 37 Poich vi dico: Questo che scritto bisogna che si compia in me: e con i senza legge fu annoverato. Poich ci che mi riguarda ha compimento. 38 Essi dissero: Signore, ecco qui due spade. Egli disse loro: Basta. 1. Messaggio nel contesto lultima parte delle parole daddio di Ges. Egli prevede la situazione dei suoi nellora della prova. Conosce la difficolt di Pietro (vv. 31-34) e di tutti (vv. 35-38), quando lui, come scritto, condivider la sorte dei malfattori. Percuoter il pastore, e le pecore saranno disperse (Mc 14,27). Ma la fedelt, la grazia e lamore del Signore, lungi dal venir meno, si manifestano pienamente nei cedimenti dei discepoli.
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Il nostro peccato, oltre che luogo dellincontro e della conoscenza di Dio, lunica misura della sua misericordia. Luca pone in risalto la posizione di Pietro: Satana lo mette al vaglio. Ma Ges ha gi pregato perch nella sua caduta, invece di disperare di s, speri in lui. Oltre che inevitabile, bene che Pietro fallisca. La frana dei suoi buoni desideri lascer emergere dalla rovina la roccia salda che non crolla: la fedelt del suo Signore. Nei suoi buoni propositi nascosto un male sottile dal quale deve essere salvato lui come tutti noi. Si tratta dellorgoglio e dellautosufficienza. il peccato pi grave, addirittura lessenza di ogni peccato. Ignota al peccatore normale - almeno fintanto che non cerca di giustificarsi - invece ben nota al giusto. Pietro passer dalla propria giustizia e dal proprio amore per il Signore alla giustificazione e allamore del Signore per lui. Non sar lui a morire per Cristo, ma Cristo a morire per lui! Se Pietro non avesse rinnegato, si sarebbe salvato? Per s la salvezza non il mio amore per Dio, bens il suo amore per me. Il mio per lui solo una risposta e un dono del suo per me. Luomo creatura e deve accettare di essere tale, senza usurpare il posto del suo Creatore! Non ci dispiaccia di essere secondi a Dio. Siamo come lui, ma in quanto figli! Qui Pietro compir il difficile passaggio dalla Legge al vangelo, per giungere alla conoscenza di Ges come suo Signore, che lo ha amato e ha dato se stesso per lui (Fil 3,8; Gal 2,20). il nocciolo della fede cristiana. Il discepolo non pi bravo degli altri. peccatore come tutti. Ma contento, perch sa che il Signore lo ama: ha riconosciuto e creduto
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allamore che Dio ha per lui (1Gv 4,16). Questo il vero principio di vita nuova. Nellattuale situazione solo attraverso il nostro peccato conosciamo la verit di Dio, e la conosciamo proprio nella sua essenza attraverso il perdono. Il giusto vivr di fede (Rm 1,17 = Ab 2,4) significa che il giusto vive della fedelt del Signore a lui: nulla pu separarlo dallamore che Dio ha per lui in Cristo Ges (Rm 8,39). Questa fede incrollabile, perch poggia non sulla mia fedelt a Dio, ma sulla sua fedelt a me, che non pu venire meno. Neanche il peccato e la morte mi sottraggono a lui, perch lui si fatto per me peccato e morte, per essere mia giustificazione e vita. molto importante che il peccato di Pietro sia previsto e predetto. Ges lo ama e muore per lui non per errore, ma sapendo che lo rinnega. Pietro avr poi la funzione di confermare i suoi fratelli in questa fede nella sua fedelt, che il fondamento della chiesa. Davanti al compiersi del destino del Signore - linnocente condannato come malfattore - ogni discepolo sar in difficolt, n pi n meno di Pietro. La croce sar scandalo per tutti. In tale situazione sar necessario spogliarsi di tutto, per acquistare la sola spada che pu dare vittoria. quella che esce dalla bocca di Cristo (Ap 1,16); la sua parola, che ci porta allobbedienza e allabbandono fiducioso nel Padre. Questa, e non altre spade che possiamo avere o usare, sar la nostra unica forza.

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2. Lettura del testo v. 31: Simone, Simone. la vera chiamata di Pietro. In Luca la prima volta che Ges lo chiama per nome e per ben due volte. una vocazione solenne, come quella di Abramo, di Mos, di Samuele, di Marta e di Saulo (Gn 22,1; Es 3,4; 1Sam 3,10; Lc 10,41; At 9,4). Satana. Come entr in Giuda, cos cerca di entrare in tutti i discepoli. Il suo intento quello di togliere la fiducia nella Parola; vuol rubarla dal cuore delluomo (8,12), come ha fatto con Adamo e ha tentato di fare con Ges. richiese di vagliarvi come il grano. La sua azione, della quale fa richiesta a Dio (Gb 1,6), non sar che unazione di vaglio. Gli permesso di agire; ma Dio se ne serve per il bene. Separer il frumento dalla pula. Purificher la fede dei discepoli, conducendoli a quella infedelt che offrir loro la possibilit della fede pi pura: accettare di vivere solo della fedelt del Signore. v. 32: io supplicai per te, perch la tua fede non venga meno. Tutti saranno provati. In forza della sua preghiera Ges garantisce a Pietro non limpeccabilit, ma lindefettibilit della fede. Questa consiste nel fondare la propria vita nella sua misericordia. Il dono che Ges far a Pietro sar il servizio di Pietro ai fratelli.
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ritornato, conferma i tuoi fratelli. Pietro sbaglier, ma ritorner, ossia si convertir. La sua esperienza di infedelt gli far conoscere meglio se stesso e il suo Signore, la propria debolezza e la forza di colui che lo ama, la propria miseria e la sua misericordia. Cos confermer (= indurir, cf. 9,51) la fede dei suoi fratelli che attraverseranno le sue medesime difficolt. La sua funzione, dir lui stesso, non quella di spadroneggiare sul gregge a lui affidato, ma di essere modello di umilt e di confidenza nel Signore (cf. 1Pt 5,1ss). v. 33: con te sono pronto ad andare in prigione e a morte . Pietro uomo dai grandi desideri. Vuole stare con Ges, disposto a sfidare ceppi e spade. Il suo bene stare vicino al suo Signore. Fuori di lui nulla brama sulla terra, perch la sua grazia vale pi della vita (Sal 73,28.25; 63,4). Per lui vivere Cristo (Fil 1,21) e desidera stare sempre con lui (1Ts 4,17), che solo ha parole di vita eterna (Gv 6,68). Tali desideri, come non vengono dalla carne, cos non possono essere compiuti da essa. La carne debole. Va riconosciuta come tale, perch non si ponga la fiducia in essa, ma in colui che ha potere di fare molto pi di quanto possiamo domandare o pensare (Ef 3,20). Egli, nella nostra debolezza, manifesta pienamente la sua forza (2Cor 12,9). v. 34: Ti dico, Pietro. Ora Ges chiama Simone col nome nuovo, che significa roccia, attributo di Dio nella sua sicurezza e fedelt. Lo chiama cos proprio mentre gli predice la sua sicura infedelt.
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oggi. una data molto importante quella del rinnegamento. Come quella del natale, del compimento della Parola, del perdono, della visita del Signore, della salvezza e dellingresso nel Regno (2,11; 4,21; 5,26; 19,5.9; 23,43), loggi della fede, in cui si sperimenta chi il Signore. il gallo. Preannuncia il sorgere del sole. Il rinnegamento di Pietro sar lannuncio della bont misericordiosa del nostro Dio, che viene a visitarci dallalto come sole che sorge (1,78). rinnegato di conoscermi. Colui che deve confermare nella fede i fratelli, prima rinnegher tre volte di conoscere Ges. Solo dopo lo conoscer come Ges, che significa: Dio salva. La sua esperienza normativa e inevitabile per giungere alla fede nel Salvatore. Il desiderio di stare con Ges e la sua realizzazione sono ambedue puro dono, che Dio concede alluomo peccatore. v. 35: Quando vi inviai senza borsa e bisaccia e sandali, mancaste forse di qualcosa?. Ges ricorda loro le due volte che li invi a predicare in povert (9,1ss; 10,1ss). Tutto and bene! Lesperienza passata deve essere motivo di fiducia nel momento decisivo, quello della croce. Questa il banco di prova, sia per il Maestro che per il discepolo. v. 36: Ma ora chi ha borsa, (la) prenda. La situazione dura. lora dellostilit e della tentazione, in cui o si ha la
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fede assoluta nel Signore o si crolla. Per questo, dopo aver rinunciato a tutto (14,33), bisogna procurarsi quella borsa che non invecchia e investire in quel tesoro che nessuno pu rapirci (12,33). Il nostro cuore deve essere totalmente radicato in esso, disposto ad avere come unica sicurezza la debolezza estrema del nostro Signore crocifisso. chi non ce lha, venda la sua veste e compri una spada. Ges non esorta alla lotta armata, bens ad avere come unica protezione la fede nella parola di Dio. Essa infatti la spada dello Spirito (Ef 6,17; Eb 4,12), che esce dalla sua bocca (Ap 1, 16). larma di attacco: la verit che vince la menzogna, la fiducia che liquida la paura. Solo con questa si pu affrontare, come fece Giacomo per primo, anche la spada del nemico, partecipando alla gloria del calice di Ges (At 12,2). v. 37: Poich vi dico: Questo che scritto bisogna che si compia in me. Quanto segue la sintesi delle Scritture che si compie in Ges, il motivo per cui (poich) necessaria la spada di cui sopra. e con i senza legge fu annoverato. Pi esattamente si dovrebbe tradurre: fu uno della serie dei senza legge tra tutti gli altri, puoi contare anche lui, come uno di loro, omogeneo con loro. Con questa citazione di Is 53,12, Ges dice il perch della sua morte. Egli il Servo sofferente, il giusto che porta su di s liniquit del popolo e giustifica le moltitudini. Appeso tra i due malfattori, solidale con il nostro
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male, egli si carica delle nostre sofferenze, si addossa i nostri dolori, trafitto per i nostri delitti, schiacciato per i nostri misfatti; il castigo che ci d salvezza si abbattuto su di lui, per le sue piaghe siamo stati guariti (Is 53). Queste parole sono molto importanti per Luca. Sono la spiegazione anticipata della croce, che il Risorto continuer dopo pasqua. Questa breve citazione il nocciolo di tutta la Scrittura che in Ges trova compimento: si fatto peccato e maledizione per salvare noi dalla maledizione del peccato (Gal 3,13; 2Cor 5,21). Queste parole chiariscono il significato salvifico della sua morte: ne sono ,interpretazione teologica autentica, fatta da lui stesso. ci che mi riguarda ha compimento. Ci che riguarda Ges lessere nelle cose del Padre suo (2,49). Ora si compie, e finisce nella sua consegna totale a lui (23,46). La sua missione ormai prossima alla conclusione, il suo cammino di pellegrino volge alla meta (cf. 13,32). v. 38: ecco qui due spade. I discepoli non hanno capito di che spada c bisogno. Invece dellunica spada a due tagli (Sal 149,6), hanno in mano due spade, che sono inutili e dannose. Invece della fiducia nel Padre, hanno ancora il lievito dei farisei, la paura di chi uccide il corpo (12,1.4). Basta. Ges tronca il discorso e pone fine alla discussione con i discepoli. Ora, con la sua lotta nellorto, mostrer qual la spada necessaria. labbandono alla volont del Padre.
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3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginandomi nella stanza superiore. c. Chiedo ci che voglio: passare dalla presunzione/sfiducia in me alla fiducia in lui nel mio male. d. Ascolto le parole di Ges. 4. Passi utili Sal 117; 136; Rm 5,6-11; 2Tm 2,11-13; 1Tm 1,15s; Giona; Rm 8,31-39.

128. NON LA MIA VOLONT, MA LA TUA (22,39-46)


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E, uscito, and come di solito al monte degli Olivi. Ora lo seguirono anche i discepoli. 40 Ora, giunto sul luogo, disse loro:
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Pregate per non entrare in tentazione. 41 Ed egli si stacc da loro quanto un tiro di sasso, e, messosi in ginocchio, pregava dicendo: 42 Padre, se vuoi, togli questo calice da me. Tuttavia non la mia volont, ma la tua avvenga! 43 Ora gli apparve un angelo dal cielo che lo confortava. 44 E, entrato in agonia, pregava pi intensamente, e divenne il suo sudore come gocce di sangue che scendevano sulla terra. 45 E, sorto dalla preghiera, venuto presso i discepoli, li trov addormentati per la tristezza. 46 E disse loro: Perch dormite? Sorgete e pregate per non entrare in tentazione.
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1. Messaggio nel contesto La Bibbia ci riferisce di tre notti altissime. La prima fu quella in cui Dio dal caos cre il mondo, che poi si allontan da lui tornando nelle tenebre. La seconda fu quando Dio lott con Giacobbe e cre il nuovo popolo; e gli diede il nome di Israele. La terza questa, quando Ges, il vero Israele, lotta con Dio e fa risuonare nelloscurit il vero nome di Dio: Abb, Padre. Questa la notte ultima e definitiva della storia; ormai le lontananze estreme delluniverso sono illuminate dal Nome. Nella trasfigurazione del Tabor il Padre chiam Ges: Figlio; nella sfigurazione dellorto il Figlio lo chiama: Padre. L lumanit lasci trasparire la bellezza della divinit; qui la divinit riveste lorrore della nostra disumanit. Ges affronta la morte in tutta la sua drammaticit, cos come ognuno di noi la sperimenta dopo il peccato: fine della vita, abbandono di ogni bene e di Dio stesso. Ci particolarmente tragico per lui, perch il Figlio. Quando porta su di s il peccato dei fratelli, che labbandono del Padre, egli vive il nulla di s. un male inconcepibile, infinito. Veramente Dio si perde per noi. Ma proprio cos si rivela come amore! Nellagonia dellorto vediamo che il nostro male tocca il cuore stesso di Dio, facendone uscire la sua essenza. Quale deve essere lamore del Padre per noi, se per noi ha donato colui per il quale se stesso?
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Da questa maledizione, in cui vive langoscia senza limiti dellannientamento, Ges si rimette con fiducia filiale nelle braccia del Padre. Ormai dalla perdizione assoluta si eleva a lui la voce del Figlio. In questa voce ogni Adamo, che non pu fuggire oltre, invoca il Padre e ritorna a casa. O felice notte, in cui Dio entra in tutte le notti delluomo - e luomo conosce molte notti! Se nella notte della creazione Dio pose il mondo fuori di s, in questa notte egli pone s quasi fuori di s, in modo che ogni angolo di perdizione sia visitato dalla salvezza. Gli altri sinottici evidenziano la tristezza e langoscia mortale di Ges davanti alla croce. lora dellincontro definitivo con il male, labbandono di Dio. Hai nascosto il tuo volto, e io sono stato turbato (Sal 30,8). Noi, con i discepoli, siamo invitati a tenere gli occhi aperti sul dolore di Dio per il mondo: Restate qui e vegliate (Mc 14,34; cf. Mt 26,38). Da qui impariamo a conoscere chi lui. In Luca il brano ha un accento diverso. Incluso tra linvito ai discepoli di pregare per non cadere in tentazione, parla tre volte della preghiera di Ges. Esce quindi per cinque volte il motivo dominante: la preghiera, di cui Ges ci d lesempio, la forza per vivere la morte, anche violenta, come segno di obbedienza al Padre della vita. Cos, proprio in quella che lo stipendio del peccato (Rm 6,23), ci dato di vincere il peccato e la morte stessa. Il centro, in tutti e tre i sinottici, la lotta per passare dalla mia alla tua volont. la vera guarigione dal male originario delluomo, il ritorno di Adamo al suo rapporto
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filiale con il Padre. Ges, fattosi per noi peccato (2Cor 5,21), vive in prima persona la paura del peccatore: consegnarsi a Dio. La vera lotta con lui, che per il peccato consideriamo nemico. Per questo la nostra vittoria la resa a lui. Lagonia di Ges nellorto, davanti alla quale i discepoli si ostinano a chiudere gli occhi, rimase impressa nella loro memoria come il grande mistero della rivelazione del Figlio. Il Figlio infatti colui che compie la volont del Padre. Per questo nei giorni della sua vita terrena egli offr preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo dalla morte e fu esaudito per la sua riverenza. Non fu per esaudito nel senso che fu liberato dalla morte; fu invece esaudito con la risurrezione, solo dopo aver accettato per obbedienza filiale la morte. Infatti pur essendo figlio, impar tuttavia lobbedienza dalle cose che pat, e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono (Eb 5,7ss). 2. Lettura del testo v. 39: and come di solito. La paura di essere ucciso non gli fa cambiare itinerario. La sua vita non dominata dalla paura della morte (12,4), ma dalla fiducia nel Padre, anche nella prova estrema. al monte degli Olivi. Insieme al tempio, costituisce lo scenario degli ultimi giorni di Ges. Qui, dove Davide sal
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piangendo la ribellione del figlio (2Sam 15,30-32), il Figlio suder sangue per la disobbedienza dei fratelli. Da qui, dove Ezechiele vide fuggire la Gloria (Ez 11,23), si attendeva la venuta del Signore stesso per la lotta definitiva contro il male (Zc 14,4). In questa notte, su questo monte, la Gloria entrer nella notte delluomo. Al Getsemani, luogo del torchio, lumanit di Ges, spremuta, lascer apparire la sua essenza: il Figlio di Dio, che si abbandona al Padre e ai fratelli. lo seguirono anche i discepoli. Sono chiamati a seguirlo fino alla fine: voi siete infatti quelli che sono rimasti con me nelle mie tentazioni (v. 28). v. 40: Pregate per non entrare in tentazione (cf. 11,4). Entrare sta per cadere. La tentazione quella definitiva: perdere la fede. Ges preoccupato per i discepoli che sono coinvolti nella sua stessa prova. Indica loro la preghiera come unica forza per non soccombere. v. 41: si stacc da loro. In At 21,1 anche Paolo si stacc dai presbiteri di Mileto per incamminarsi al suo destino di passione. Nel momento decisivo, luomo staccato da tutti, solo davanti a Dio, suo unico interlocutore. quanto un tiro di sasso. Nellorto degli Olivi Ges, fatto per noi maledizione (Gal 3,13), diventa bersaglio di ogni maledizione come suo padre Davide. La pietra scartata si
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pone alla distanza giusta per essere colpita da tutte le pietre che gli possiamo scagliare contro (cf. 2Sam 16,6.13). in ginocchio, pregava. Di solito si prega in piedi. Ma davanti alla morte luomo si inginocchia al cospetto del mistero di Dio. Cos faranno anche i suoi discepoli (cf. At 7,60; 9,40; 20,36; 21,5). v. 42: Padre. Traduce laramaico Abb (Mc 14,36). In questo momento, Dio pi che mai suo Padre. Finito tutto, gli resta come unica sorgente di vita la fiducia in lui, suo principio. Questabbandono filiale a lui nel momento della morte la fede che salva. Laccettazione della morte latto pi radicale di fiducia in Dio. se vuoi, togli questo calice da me. Ges speriment il terrore e langoscia della morte - una morte violenta, ingiusta, insensata, in cui linnocente messo con i malfattori (v. 37). Ha sbagliato forse tutto? E se non ha sbagliato, perch Dio non lo difende? Forse Dio nemico, lha abbandonato? In questa sua morte Ges, il Figlio, porta su di s il peccato dei fratelli. La sua angoscia un male infinito portato infinitamente: labbandono del Padre portato dal Figlio! Ges soffre la decisione di bere questo calice, che contiene realmente tutto il male possibile e impossibile. Sente tutta la ripugnanza della carne segnata dal peccato e dominata dalla paura della morte. Lui per primo ha provato e vinto molto pi delle resistenze che incontrer anche il martire cristiano.
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Tuttavia non la mia volont, ma la tua. Ges porta su di s la maledizione di ogni peccato: lopposizione tra la volont nostra e quella di Dio. Colui che non conobbe peccato e ne subisce tutte le conseguenze, vive in s questa sofferenza, pi atroce della stessa morte. Luca non ci insegna questa domanda nella preghiera del Padre nostro. Non lha messa sulle nostre labbra, perch Ges lunico a viverla per tutti noi nella sua carne. Lui il Figlio, il solo che compie la volont del Padre. In lui e grazie a lui, anche noi siamo figli capaci di compiere la sua volont. Questa preghiera di Ges ci fa creature nuove, morte al peccato e viventi per Dio. Ma tutto ci passa attraverso laccettazione fiduciosa della morte. Questo lassenso alla paternit di Dio oltre il nostro limite assoluto, il riconoscerci sue creature, da lui e per lui. v. 43: apparve un angelo. Nellora della prova il Padre non ci lascia soli. Se da parte nostra c linvocazione, da parte sua c lassistenza. Manda il suo angelo, che infonde forza (cf. Dn 3,49s; 10,18s; 1Re 19,1-8; At 12,7ss). La nostra debolezza non da nascondere. il vaso che contiene la sua forza. Per questo Paolo dice: mi vanter ben volentieri delle mie debolezze, perch dimori in me la potenza di Cristo, e quando sono debole, allora che sono forte. Infatti la potenza del Signore si manifesta pienamente nella mia debolezza (2Cor 12,9.10), e tutto posso in colui che mi d la forza (Fil 4,13).
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v. 44: entrato in agonia, pregava pi intensamente. Agonia significa lotta. Nel duello contro la morte ogni uomo perdente, e si sente perduto. Ges invece prega pi intensamente, affidandosi al Padre. La preghiera ci mette in comunione con il Padre della vita. Per questo la forza che vince la morte. Ma questa stessa preghiera lotta. Lotta tremenda con Dio, percepito come lunico e misterioso nemico (cf. Gn 32,23ss). divenne il suo sudore come gocce di sangue. Dopo il peccato, Adamo si guadagna il pane con il sudore della fronte. Il nuovo Adamo ci dona il vero pane, quello che d la vita, con il suo sudore di sangue. Perch rossa la tua veste, e i tuoi abiti come quelli di chi pigia nel vino?. Nel tino ho pigiato da solo, e del mio popolo nessuno con me. Su Ges, torchiato per i nostri peccati, ricade il male di tutti i popoli. Invece del loro, il suo sangue che scorre per terra (Is 63,1-6; cf. Ap 19,13.15). In questa notte la veste di Cristo si tinge del colore della vita. v. 45: sorto dalla preghiera. Per la terza volta si nomina la preghiera di Ges. In forza di essa torna ai fratelli, per condurli al suo stesso rapporto con il Padre. li trov addormentati per la tristezza. Sul Tabor i tre tennero gli occhi aperti e videro la Gloria (9,32). La nostra preghiera tenere gli occhi aperti su Ges che prega e contemplare il suo rapporto di Figlio con il Padre. Qui
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impariamo chi Dio per noi e chi siamo noi per lui. Ma, davanti alla morte, luomo non pu che chiudere gli occhi, mimando ci che teme. v. 46: Perch dormite?. Dormiamo perch la morte come la notte, e ne abbiamo paura. Sorgete. Ma Cristo entrato nella morte. Per questo svegliati, o tu che dormi, destati dai morti, e Cristo ti illuminer (Ef 5,14). La morte sdrammatizzata. Possiamo fissarla negli occhi. Non la voragine che inghiotte, ma lincontro con il Padre della luce. Ora possiamo sorgere e vivere una vita libera dalla vertigine della morte. pregate per non entrare in tentazione. La preghiera ci dona la forza di vivere la morte come abbandono alla sorgente della vita. Senza di essa cadiamo nella grande prova. Vittime della sfiducia, perdiamo la fede. La preghiera vince la morte perch ci mette con il Figlio nelle braccia del Padre che ci genera. Per questo non angustiatevi per nulla; ma in ogni necessit esponete a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti, e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodir i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Ges (Fil 4,6s). 3. Preghiera del testo
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a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginandomi nellorto, a un tiro di sasso da Ges. c. Chiedo ci che voglio: avere fiducia nel Padre anche quando sono nella prova, e dire con Ges: Non la mia, ma la tua volont. d. Contemplo lagonia di Ges. 4. Passi utili Gn 32,23-33; Sal 40; Gal 4,4-7; Rm 8,15-17; Eb 5,7-9; 12,4-12.

129. QUESTA LA VOSTRA ORA (22,47-53)


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Mentre egli ancora parlava ecco un folla, e quello chiamato Giuda, uno dei Dodici, li precedeva e si avvicin a Ges per baciarlo.
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Ora Ges gli disse: Giuda, con un bacio consegni il Figlio delluomo? 49 Ora quelli attorno a lui, visto ci che sarebbe stato, dissero: Signore, colpiremo di spada? 50 E un tale di loro colp il servo del sommo sacerdote e gli tagli il suo orecchio destro. 51 Ora, rispondendo, Ges disse: Adesso smettete! E, toccato il lobo dellorecchio, lo guar. 52 Ora disse Ges ai sommi sacerdoti, ai comandanti dei tempio e agli anziani piombati su di lui: Come contro un brigante usciste con spade e bastoni? 53 Mentre ogni giorno ero con voi nel tempio non stendeste le mani su di me; ma questa la vostra ora e il potere delle tenebre.
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1. Messaggio nel contesto il trionfo del potere delle tenebre, la sua ora gi prevista (4,13). Ma la sua vittoria sar la sua sconfitta, perch concepisce la luce (v. 54). Dopo la guarigione dellorecchio, cessa ogni azione di Ges. Inizia la sua passione. Si passa da ci che ha fatto a ci che si fatto per noi. Mentre la sua azione fu particolare e limitata, la sua passione universale e infinita: porta su di s il male del mondo. Propriamente parlando, Ges non ci ha salvato con la sua azione, ma con la sua passione. La sua azione ne segno e anticipo. Quandera libero, dal suo mantello scaturiva la vita, al tocco della sua mano gli zoppi saltavano come cervi, dai suoi occhi i ciechi bevevano la luce, al suono della sua voce i sordi udivano la Parola, al suo comando i morti balzavano dal sepolcro, dalle sue mani fioriva il pane per tutti. Ora, fatto oggetto di possesso, non e non fa pi nulla. il niente che gli altri ne fanno. Il dono, stretto in pugno, porta su di s la maledizione del possesso. Il brano strutturato sulla contrapposizione tra Ges e tutti gli altri. Da una parte c lui. solo, circondato dai nemici, tradito da Giuda, non compreso dai suoi, catturato come un brigante. Dallaltra parte c un gioco di danari, spade, bastoni e falsi baci: le carte con le quali il nemico da sempre gioca la storia umana.
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Dio, che amore e dono, viene incontro alluomo egoista e bramoso di possedere. Il bene si consegna al male che lo prende. Cos la luce entra nelle tenebre e la vita nella morte. Tutto illuminato e vivificato in questa notte. 2. Lettura del testo v. 47: ecco una folla. Ges ha appena esortato i discepoli a pregare per non cadere nella prova. Eccoli immediatamente circondati dalla folla dei nemici, capeggiata da uno dei Dodici. si avvicin a Ges per baciarlo. Il bacio espressione, oltre che di affetto, anche di rispetto e devozione per il maestro. In Marco il segno dato ai nemici per riconoscere Ges (Mc 14,44). v. 48: Ges gli disse: Giuda. In Luca, dopo Pietro, Giuda lunico dei Dodici chiamato per nome da Ges. segno di amicizia. Anche se lo tradisce, gli resta amico. Anzi, lunico chiamato amico, e proprio in questa situazione (Mt 26,50). con un bacio consegni. Luca non dice che Giuda lo baci. Riferisce invece queste parole di Ges. Suonano stupore e meraviglia. Un gesto, che esprime ogni bene, stravolto nel suo contrario! Ma quanti baci in realt non sono che
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espressione di egoismo e possesso! Latto con cui Giuda consuma il suo tradimento lo stesso con cui Ges esprime il suo affetto. Se Giuda lo consegna, lui si gi consegnato per amore. Bene e male si incontrano, percorrendo in senso inverso la stessa strada. v. 49: Signore, colpiremo di spada?. I discepoli non hanno capito le sue parole sulla spada (vv. 35-38). Sono ancora nella logica del nemico. Ges reagisce alla violenza con lamore, unica forza capace di vincerla invece di moltiplicarla. Fa quanto ha detto ai suoi: Amate i vostri nemici, ecc. (6,27-38). Non come gli zeloti, che rispondono al male con gli stessi strumenti. Vince il male con il bene (Rm 12,21). Infatti il Figlio, misericordioso come il Padre, usabile per i disgraziati e per i cattivi (6,36.35). La salvezza che lui porta consiste nel far misericordia a tutti, anche a chi gli fa del male. v. 50: un tale di loro colp. Pietro (Gv 18,10). Ges, pur avendo a disposizione pi di dodici legioni di angeli (Mt 26,53), usa come unica arma il suo amore. La sua spada, che sgomina lavversario, lobbedienza alla parola del Padre della misericordia. tagli il suo orecchio destro. Pietro mir bene alla testa del nemico, ma gli tagli solo lorecchio! Non ha la spada vincente. Il messianismo di Ges trionfa del male con lumile servizio dellasinello. I discepoli invece sono ancora alleati
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dei nemici; confidano negli stessi mezzi. Provvidenza vuole che siano pi deboli. Quante difese sbagliate di Ges, che non rientrano nel suo Spirito! Tutta la nostra forza non che un tagliar orecchi ai nemici, cio toglier loro la capacit di ascoltare. Che Dio lasci sempre a noi e a tutti, come al resto dIsraele, due zampe e un lobo di orecchio, per ascoltarlo e seguirlo (Am 3,12). Se la fede viene dallascolto (Rm 10,17), la spada di Pietro figura di tutti i nostri strumenti pastorali potenti che impediscono lascolto e la fede, perch della stessa lega di quelli dellavversario. v. 51: Adesso smettete. In Luca sono le ultime parole di Ges ai suoi discepoli prima della risurrezione. Egli non approva lazione violenta. La spada non vince, ma moltiplica il male: Un eunuco che vuol deflorare una ragazza, cos chi vuol rendere giustizia con la violenza (Sir 20,4). La potenza e la violenza non servono al Regno. Anzi lo ritardano, perch precludono al presunto nemico la possibilit di convertirsi. lo guar. Il messianismo di Ges consiste nel curare dal male, facendo del bene (cf. 7,18-23; At 10,38). Anche a chi in quel momento gli nemico. Questo lultimo miracolo di Ges. il segno pi grande della sua misericordia, compiuto verso uno che sta l in prima fila per catturarlo! Davanti a questo gesto di amore cos eloquente, anche il nemico pu guarire dalla sordit e sentire la misericordia del Signore.
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v. 52: ai sommi sacerdoti, ai comandanti del tempio, agli anziani. Sono la mano del potere delle tenebre. Come contro un brigante. Ges trattato da malfattore (v. 37). al giusto che tocca portare lingiustizia. Cos si compiono le Scritture, aggiunge Mc 14,49. usciste con spade e bastoni. Luomo, per avere ci che desidera, dove non arriva col danaro, oltre i baci, usa spade e bastoni. Sono gli strumenti del possesso. v. 53: Mentre ogni giorno ero con voi nel tempio, non stendeste le mani. Il potere delle tenebre non ama la luce. Agisce nel nascondimento della notte. la vostra ora e il potere delle tenebre. La morte di Ges lora del nemico, lapice del potere del male. lora, prevista in 4,13, in cui la tenebra concepisce la luce (v. 54). Ma cosa ne della tenebra quando si impossessa della luce? 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando lorto degli Olivi, di notte. c. Chiedo ci che voglio: vedere il Signore nellora delle tenebre. d. Contemplo Ges e cosa gli facciamo.
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4. Passi utili Is 52,13-53,12; Dt 8; Dt 15; Lv 25.

130. NON SONO (22,54-62)


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Ora, concepitolo, lo condussero e lo introdussero nella casa dei sommo sacerdote. Ora Pietro seguiva da lontano. 55 Ora, avendo acceso un fuoco in mezzo al cortile ed essendosi seduti insieme, Pietro stava seduto in mezzo a loro. 56 Ora, vistolo una giovane serva seduto davanti alla luce e fissatolo, disse: Anche costui era con lui! 57 Ora egli neg, dicendo: Non lo conosco,
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o donna! 58 E poco dopo un altro, vistolo, disse: Anche tu sei di quelli. Ora Pietro disse: O uomo, non sono! 59 E, a distanza di quasi unora, un altro si affannava a dire: In verit anche costui era insieme con lui. Infatti anche galileo. 60 Ora disse Pietro: O uomo, non so cosa dici! E allimprovviso, mentre ancora parlava, grid un gallo. 61 E, voltosi, il Signore guard dentro Pietro, e si ricord Pietro della parola del Signore, quando gli disse: Prima che un gallo gridi oggi mi rinnegherai tre volte. 62 E, uscito fuori, pianse amaramente.
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1. Messaggio nel contesto In Luca, dopo larresto, tutta la notte occupata dal rinnegamento di Pietro e dal dileggio dei soldati. Solo al mattino, da quel volto non riconosciuto da nessuno e velato dal male del mondo, dopo che il discepolo avr detto: Non sono, uscir la rivelazione di colui che dice: Io sono. La nostra attenzione concentrata su Pietro. Star con il suo Signore nellora della prova? La sua esperienza normativa per ogni credente, che non pu e non deve contare sulla propria forza e fedelt, ma solo sulla forza e la fedelt del suo Signore. Il racconto tutto un gioco di occhi fissati su Pietro. Nello sguardo di Ges egli riconoscer le due verit complementari che costituiscono il vangelo: il proprio peccato e il suo perdono. Finalmente conosce insieme se stesso e Dio, linferno e il paradiso. Morto alla propria identit presunta, trover quella autentica: lamore del suo Signore per lui. Il suo pianto sar il suo battesimo. Gli purificher il cuore e gli illuminer gli occhi. Il racconto si arresta alla prima parte del battesimo, con Pietro che piange amaramente. Non con Ges che muore per lui; non sa n capisce ancora cosa questo significhi! La profezia del suo ravvedimento (v. 32) ci assicura della seconda parte. La sua nuova identit sar vivere dellamore gratuito del suo Signore.
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Nel Vangelo di Luca gli unici a capire la croce di Ges saranno un malfattore e il centurione. Solo lempio convinto, giustamente giustiziato con lui, e il suo ingiusto giustiziere, comprendono che il Salvatore e il Giusto. Anche Pietro, come chiunque, deve associarsi alla loro esperienza. Prima di conoscere chi dice: Io sono, dovr riconoscere il proprio: Non sono. Il rinnegato dai suoi e il percosso da tutti il Salvatore e il Signore di tutti. Anche di Pietro. 2. Lettura del testo v. 54: concepitolo. lo stesso verbo per la concezione di Ges e del Battista (1,24.31.36; 2,21) e per la pesca miracolosa (5,7.9). In questora la notte cattura il sole; la tenebra concepisce colui che la luce del mondo. Il male, raggiunto il suo apice, si consuma. Cade nella fossa che si scavato (Sal 7,16), lo condussero e lo introdussero. Dora innanzi Ges non far pi niente, Finita lazione, comincia la passione. Il Figlio delluomo diventa un puro oggetto nelle mani delluomo. preso, consegnato, condotto, introdotto, condotto via, e, alfine, crocifisso. Faranno di lui ci che vorranno. Dio, nel suo amore umile, si fa piccolo e si riduce allimpotenza per consegnarsi nelle nostre mani. Riverseremo su di lui tutto il male di cui siamo malati.
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Pietro seguiva da lontano. Segue Ges perch gli vuol bene, e si ricorda delle parole dette poco prima: Con te sono pronto ad andare in prigione e a morte (v. 33). Tiene conto del proprio amore, ma non ancora della propria fragile condizione. Dare la vita non della debolezza umana, ma della potenza divina (s. Ambrogio). Lo seguir da vicino solo quando confider in lui invece che in se stesso. v. 55: acceso un fuoco. notte e fa freddo (Gv 13,30; 18,18). Tutti siedono attorno al fuoco, figura di colui che scalda e illumina coloro che siedono nelle tenebre e nellombra della morte (1,79). Pietro stava seduto in mezzo a loro. Anche Pietro tra questi. Pure lui tenebra e freddo, bisognoso della luce e del calore di Cristo, come il mondo che lo circonda. Per mezzo di una donna e due uomini subir tre tentazioni, come Ges nel deserto. Verr vagliato. Perder le scorie della propria presunzione e rimarr il grano pulito: la fedelt del suo Signore, di cui il giusto vive. Mentre la testimonianza di Ges avviene nella sala del sinedrio, la sua si gioca da basso. nel cortile della vita quotidiana, in mezzo ai conservi. Mentre il Signore rivela la sua identit, lui scopre la propria: un peccatore, per il quale il Signore muore. v. 56: vistolo una giovane serva... e fissatolo. Pietro si sente scrutato con occhi di giudizio e di condanna. Locchio
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ha potere di vita e di morte. Uno come visto, vivificato o ucciso dallo sguardo altrui. Il culto dellimmagine (= idolatria) il tentativo di accattivarsi la grazia dellaltro per respirare. seduto. Per la terza volta di fila esce questo verbo. davanti alla luce. Il fuoco qui chiamato luce. Anche costui era con lui!. Stare con lui lessenza del discepolo (cf. Mc 3,14) e la salvezza di tutti. Egli infatti la verit e la vita di ogni uomo. Creato in lui, il Figlio, solo se sta con lui se stesso. Per questo la sua ultima e definitiva promessa al malfattore suona: Oggi sarai con me (23,43). v. 57: Non lo conosco, o donna!. In verit Pietro non conosce questo Ges. Conosce un altro. Quello potente, che fa miracoli. Ancora non sa che cosa significhi stare con questo Ges, impotente e condotto alla croce. La prima tentazione di ogni credente proprio quella di non conoscere o dimenticare Ges crocifisso (cf. Gal 3,1; Fil 3,18). Molti stanno con lui fino allo spezzare del pane. Tutti poi lo abbandonano! Il centro della fede cristiana - il problema serio - conoscerlo e stare con lui, che il Crocifisso per me. Paolo dir di s: Io ritenni di non saper altro in mezzo a voi, se non Ges Cristo e questi crocifisso (1Cor 2,2).
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v. 58: Anche tu sei di quelli. Si tratta di appartenere o meno alla comunit di quelli che stanno con lui. O uomo, non sono!. Particolarmente efficace laccostamento tra uomo e non sono. Queste parole di Pietro assumono tutto il loro peso davanti a quelle di Ges, che dir: Io sono (v. 70). Io sono il nome di Dio, colui che ; Non sono il nome delluomo che non sta con colui che . Pietro scopre la propria verit. il non-sono, linessenzialit e linesistenza di uno che non sta con colui del quale immagine e somiglianza. La seconda tentazione del credente far consistere la propria identit nellappartenenza formale alla comunit, senza stare con lui. Infatti stiamo insieme solo nel suo nome. Stare insieme nel proprio nome si chiama piuttosto Babele. Per questo Paolo dice: Se qualcuno non ama il Signore, sia anatema (1Cor 16,22). maledetto ed escluso dalla comunit dei viventi. v. 59: un altro si affannava a dire. Come in una marea montante, lostilit attorno a Pietro cresce fino a sommergerlo. Ritorna la costatazione del suo essere con Ges. Per lui suona accusa e minaccia. anche galileo. Il suo modo di parlare lo manifesta chiaramente (Mt 26,73). Galileo significa anche ribelle, zelota (cf. 13,1s).
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v. 60: O uomo, non so cosa dici!. Ora Pietro dichiara la sua estraneit assoluta. Infatti, anche se il mio linguaggio e la mia cultura sono cristiani, se io non sto con lui, in realt non intendo e non capisco nulla di lui. La terza tentazione del credente scambiare lideologia cristiana con lesperienza di fede. Tu credi che c un Dio solo? Fai bene; anche i demoni lo credono e tremano (Gc 2,19). Sapere e non sperimentare la pena infernale del danno. Solo Ges vince tutte le tentazioni (4,13). Noi cadiamo in tutte. Ma proprio e solo cos comprendiamo che abbiamo bisogno di essere salvati, e sappiamo chi il Signore che ci salva. Il nostro peccato lunica via attraverso cui sperimentiamo lui come misericordia. Se Pietro non fosse caduto, non avrebbe capito che Cristo morto per lui. Per lui sarebbe morto invano. allimprovviso. Tranne che in 19,11, dove si parla del Regno, questo avverbio sempre in connessione con un miracolo particolarmente importante (1,64; 4,39; 5,25; 8,44.47.55; 13,13; 18,43). Qui avviene il pi grande miracolo: la fede nel vangelo. grid un gallo. Il gallo annuncia la fine della notte e linizio del giorno. Nel momento in cui tocca labisso del male, luomo pronto per la salvezza: La notte avanzata, il giorno vicino (Rm 13,12).
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v. 61: voltosi. Non Pietro che si volge a Ges, ma Ges che si volge a Pietro. Luomo incapace di volgersi a Dio. Ma Dio pu e vuole volgersi alluomo. Lui sa che il nostro amore come una nube del mattino, come la rugiada che allalba svanisce (Os 6,4). il Signore. Ges chiamato cos per due volte di seguito. Si rivela tale proprio con il suo sguardo. guard dentro Pietro. Guardare dentro in Luca detto solo di Ges, e solo qui e in 20,17. Ges riconosce Pietro, anche se lui lo misconosce. Il suo sguardo penetrante, diverso da quello degli altri, gli rivela amore compassionevole. Accetta e giustifica tutto, senza giudicare e condannare, senza rimproverare o rinfacciare nulla. Solo davanti a un tale sguardo luomo diventa libero. Cadono le foglie di fico delle varie presunzioni religiose. Si trova nudo davanti a Dio, nella responsabilit di accettare o meno il suo amore gratuito e senza condizioni. si ricord Pietro della parola del Signore. Il ricordo della parola del Signore il principio della conversione. importante che Ges abbia predetto il peccato. Solo cos Pietro pu comprendere che gli rimane fedele anche se lui infedele, perch non pu rinnegare se stesso (2Tm 2,13). Non c altro modo per cogliere la sostanza del vangelo. Se Pietro non avesse rinnegato, non avrebbe capito che non sar lui a morire per il Signore, ma il Signore a morire per lui. Solo in
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quanto peccatore luomo pu essere salvato e ottenere la sublimit della conoscenza del Signore come amore e misericordia. v. 62: uscito fuori. Pietro si allontana da Ges. Come Adamo, si sottrae allo sguardo di Dio. Ma dove fuggire lontano dal suo sguardo (Sal 139)? Ci ama fino al punto di stare con noi, senza condannarci e giudicarci, proprio mentre condannato e giudicato dalle nostre paure. La fede accettare questo suo amore come propria identit: Noi abbiamo riconosciuto e creduto allamore che Dio ha per noi. Dio amore (1Gv 4,16). pianse amaramente. Prima di accettare di vivere di questa luce, deve uscire tutta la sua tenebra. Il pianto amaro di Pietro la fine della sua falsa identit. Questa sua morte il recipiente che accoglie la sua vera identit: lamore che il Signore ha per lui. Questa la vita nuova, la vita eterna. Le lacrime di Pietro sono il suo battesimo, il battesimo del cuore. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando il sinedrio e il cortile dalla casa del sommo sacerdote. c. Chiedo ci che voglio: conoscere i miei rinnegamenti.
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d. Mi identifico con Pietro, e vedo il mio rapporto con Ges e con gli altri. 4. Passi utili Is 43,1-6; Sal 139; Rm 5,6-11; 1Tm 1,15s; 2Tm 2,11-13.

131. IO SONO (22,63-71)


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E gli uomini che lo trattenevano lo deridevano percuotendolo, 64 e, velatolo, lo interrogavano dicendo: Profetizza chi che ti colp! 65 E, bestemmiando, dicevano molte altre cose contro di lui. 66 E quando fu giorno si riunirono gli anziani del popolo e i sommi sacerdoti e gli scribi e lo condussero
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al loro sinedrio, 67 dicendo: Se tu sei il Cristo, diccelo! Ora disse loro: Se ve lo dico, non crederete affatto; 68 se vi interrogassi, non rispondereste affatto. 69 Ma dora in poi il Figlio delluomo star seduto alla destra della potenza di Dio. 70 Ora dissero tutti: Tu dunque sei il Figlio di Dio? Ora egli disse a loro: Voi dite che IO SONO. 71 Essi dissero: Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? Poich noi stessi udimmo dalla sua bocca. 1. Messaggio nel contesto
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Luomo, anche se lo ignora, costituito tale dal suo desiderio naturale di vedere Dio. Fatto a sua immagine e somiglianza, solo in lui trova la realt di se stesso. Senza di lui, senza di s. Ora finalmente, dopo il non sono del discepolo, ci dato di contemplare in Ges il vero volto di Dio. velato da percosse e insulti, sfigurato dal peccato del mondo, indurito nellamore del Padre e dei fratelli. Dalla sua bocca esce la parola: Io sono. Essa svela lidentit sua e il mistero stesso di Dio: Ges Dio e Dio Ges. Egli il Figlio misericordioso come il Padre. In lui, mentre vediamo la verit nostra di figli perduti, vediamo anche quella di Dio come amore che si fa carico del nostro male. Un parlare cristiano su Dio pu partire solo dalla contemplazione di questo volto velato, che ne la rivelazione piena. Questo brano un compendio di cristologia. I vv. 64-65 ci mostrano Dio che, assumendo in Ges il volto di tutti i senza volto, svela la sua essenza recondita: amore misericordioso, che ci colma di ogni benedizione. I vv. 66-71 ci spiegano lenigma di questo volto: Ges il Cristo (re e salvatore) proprio in quanto solidale con il male delluomo, Figlio delluomo (giudice supremo) proprio in quanto giudicato, Figlio di Dio (Io sono) proprio in quanto ingiustamente condannato a morte. Qui, e non prima, si presenta il problema della fede cristiana: credere nella debolezza di Dio. Qui il Vangelo raggiunge il suo apice: vediamo il Salvatore, il Giudice e Dio stesso in colui che condanniamo, giudichiamo e
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uccidiamo. Mentre le parole di Ges suonano bestemmia per luomo religioso (Mc 14,64), la vera bestemmia non riconoscere in lui il re che ci libera, il giudizio che ci salva, il Dio che ci ama (v. 65; 23,39). Luca tralascia le accuse contro Ges, e fa del processo la sua testimonianza. La parola Io sono costituisce il culmine della rivelazione biblica: mostra a tutti chi lui e chi il Padre. Per questo viene ucciso. Ma proprio cos si manifesta senza pi velo e chiede fede e risposta. Chi ha visto me, ha visto il Padre (Gv 14,9). Il Padre delle misericordie (2Cor 1,3). Il popolo invoca: fa splendere il tuo volto, e noi saremo salvi (Sal 80,4.8.20). Anche Mos preg dicendo: Mostrami la tua gloria. Ma nessuno pu vedere il suo volto e restare in vita (Es 33,20). Ora per la preghiera esaudita. Vediamo il suo volto. Porta su di s la nostra morte, e ci d in cambio la sua vita. Questo volto velato la salvezza del mio volto e mio Dio (Sal 42,12). In lui ci dato contemplare a viso scoperto colui nel quale persino gli angeli desiderano fissare lo sguardo (1Pt 1,12). 2. Lettura del testo v. 63: lo trattenevano. Il Figlio delluomo nelle mani degli uomini. Nellorto lhanno concepito (v. 54). Ora lo tengono insieme. La libert incatenata.
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deridevano. La sapienza derisa. percuotendolo. La potenza percossa. v. 64: velatolo. La Gloria velata. Ma questa velazione la sua rivelazione totale. Il velo del tempio nasconde la maest di Dio; il velo del male del mondo lo rivela come amore. Questo volto velato Dio stesso che ha perso il suo volto per noi. Da sempre linganno di Satana ci ha nascosto chi lui. Ora egli fa del massimo velamento il suo svelamento definitivo. In questo volto contempliamo Dio stesso: amore assoluto. Pietro stato chiamato a riconoscerlo per primo. Profetizza. Il silenzio di questo volto velato la profezia piena. Il suo nulla la realizzazione di ogni promessa di Dio. chi che ti colp!. Colui che pass beneficando e risanando tutti (At 10,38), ora colpito dal male di tutti quelli che ha beneficato e risanato. Ges il Servo, colpito dal male del mondo. Infatti si caricato delle nostre sofferenze: il castigo che ci d la salvezza si abbattuto su di lui (Is 53,4s). Non si sottratto agli insulti e agli sputi; ha reso la sua faccia dura come pietra (Is 50,6s). Tace e non dice chi il colpevole. Il suo silenzio dice chi Dio per noi: amore che preferisce essere percosso piuttosto che accusare.

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v. 65: bestemmiandolo (cf. 23,39). La bestemmia, peccato diretto contro Dio, non riconoscerlo dietro questo velo che svela la sua vera essenza. Paolo si vanter della croce di Ges (Gal 6,14), perch ha capito in essa la profondit di Dio. v. 66: quando fu giorno. Questo il giorno del Figlio delluomo (17,30). Il suo volto, lIo-sono di Dio che porta su di s il Non-sono delluomo, segna il passaggio dalla notte alla luce. gli anziani del popolo e i sommi sacerdoti e gli scribi. Rappresentano la brama di avere, di potere e di apparire - le tre maschere del male. v. 67: Se tu sei il Cristo. la parola greca per messia (= unto), che indica il re atteso, colui che avrebbe liberato il popolo. Ges salvatore, ma non in quanto messia politico che prende il potere, bens in quanto Figlio delluomo che si consegna allimpotenza della croce. Se ve lo dico, non crederete affatto. Richiama la prima disputa di Ges a Gerusalemme, quando, interrogato dagli stessi, non dichiar la sua autorit (20,8). Ora dice il motivo: perch non vogliono credere. Il silenzio di Dio, oltre che annuncio del suo amore, anche denuncia dellincredulit delluomo.

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v. 68: se vi interrogassi, non rispondereste affatto. Richiama lultima sua disputa, che tutta una domanda. Come mai il figlio di Davide suo Signore (20,41ss; cf. Sal 110)? linterrogazione definitiva di Ges. Suggerisce ed esige la nostra risposta: riconoscere in lui il Signore. v. 69: Ma dora in poi il Figlio delluomo, ecc.. Nella morte di Ges si avvera la sua profezia sulla fine del mondo: Allora vedranno il Figlio delluomo venire in una nube con potenza e gloria grande (21,27). La nube il velamento che Dio porter sulla croce. Questa la potenza con cui vince il male e la grande gloria con cui rivela il suo bene. star seduto alla destra della potenza di Dio (cf. At 7,55s). Richiama Dn 7,13s e il Sal 110 - lo stesso citato da Ges nella sua ultima disputa. Il Figlio delluomo riceve la gloria, il potere e il Regno e siede alla destra di Dio proprio sulla croce. L trionfa dei suoi nemici. Dio ha regnato dal legno! Qui Ges corregge le false attese messianiche. Alla domanda se lui il Cristo, risponde di essere il Figlio delluomo sofferente che, proprio ora, sar glorificato, e come Figlio di Dio. Il sinedrio sta giudicando il giudice supremo. Ma la sua ingiusta condanna alla morte di croce sar il giudizio di Dio che dona la vita a tutti gli ingiusti. v. 70: Ora dissero tutti: Tu dunque sei il Figlio di Dio?. Ges il Figlio di Dio (1,32.35.43; 2,11; 3,22; 9,35). In lui si svela il mistero stesso di Dio: Nessuno lha mai visto:
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proprio il Figlio unigenito, che nel seno del Padre, lui lo ha rivelato (Gv 1,18). E ce lo rivela pienamente mentre d la vita per noi. Egli la sua Parola eterna, che racconta nel tempo la misericordia del Padre. Mentre i titoli di Cristo e Figlio delluomo indicano le sue funzioni come salvatore e giudice, quello di Figlio di Dio indica la sua essenza. il Signore! IO SONO. la testimonianza piena di Ges. Dice la sua identit e insieme svela chi Dio. Quel volto che noi abbiamo velato, ora dice il suo nome. lo stesso che ud Mos dal roveto ardente: Io sono! (Es 3,13s). Il suo nome il Nome! In lui si compie la manifestazione di Dio, iniziata nellesodo. Ora per non si rivela pi attraverso ci che fa, ma ci che si fa per noi, anzi ci che noi ne facciamo. Quel Dio, che si rivelato nella storia dei padri, si toglie ogni velo nella carne di Ges. Ora lo vediamo cos com. Sostiamo a contemplarlo. Io sono la sua verit, che si specifica nella realt che ci mostra: Io sono colui che tu percuoti, deridi, nascondi, colpisci e bestemmi. Proprio Io sono, il tuo re che ti salva, il tuo giudice che ti giustifica, il tuo Signore che ti ama. Perch Io sono, colui che prende su di s il tuo Non sono, perch tu sia come Io sono. Questa rivelazione di Ges ci guarisce finalmente dalla falsa immagine di un Dio cattivo, origine di ogni male. Egli verr ucciso per queste parole. Condannato come Dio, si riveler tale proprio nella sua uccisione. Infatti si lascia condannare ingiustamente alla nostra giusta pena per stare con
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noi, perch noi possiamo stare con lui. lEmmanuele, il Signore e Salvatore nostro. v. 71: Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza?. La testimonianza (= martirio) di Ges completa. Dalla sua bocca uscita la profezia, che mostra chi lui e chi Dio. Le domande che il sinedrio rivolge a lui, sono le stesse che lui rivolge a tutti e a ciascuno. Il Figlio delluomo innalzato veramente per me il Cristo e il Figlio di Dio, il mio Salvatore e Signore? 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando la sala del sinedrio, con tutti i suoi membri, i testimoni e Ges. c. Chiedo ci che voglio: conoscere nel volto velato il mistero del mio Salvatore, Signore e Giudice, giudicato e condannato per me come schiavo e bestemmiatore. d. Contemplo nel volto velato e percosso il mio Salvatore e Signore. 4. Passi utili Dn 7,13; Sal 110; 63; 67; 42; 1Cor 2,2; Gal 3,1; Gv 8,28.
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132. TU SEI IL RE DEI GIUDEI? (23,1-12) E, alzatasi tutta la loro moltitudine, lo condussero da Pilato. 2 Ora cominciarono ad accusarlo dicendo: Trovammo costui che perverte il nostro popolo e impedisce di dare tributi a Cesare e dice di essere il Cristo re. 3 Ora Pilato lo interrog dicendo: Tu sei il re dei giudei? Egli, rispondendo, gli disse: Tu dici. 4 Ora Pilato disse ai sommi sacerdoti e alle folle: Nessuna colpa trovo in questuomo. 5 Essi insistevano con forza dicendo: Esagita il popolo insegnando per lintera Giudea
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e avendo iniziato dalla Galilea fino a qui. 6 Ora Pilato, udito ci, interrog se luomo fosse galileo, 7 e, riconosciuto che era sotto lautorit di Erode, lo mand a Erode, che era anche lui in Gerusalemme in quei giorni. 8 Ora Erode, visto Ges, gio assai, poich da parecchio tempo desiderava vederlo per aver udito di lui, e sperava di vedere qualche segno fatto da lui. 9 Ora lo interrogava con parecchie parole. Ora egli nulla gli rispose. 10 Ora i sommi sacerdoti e gli scribi stavano ad accusarlo con violenza. 11 Ora, avendolo nientificato Erode con le sue truppe e deriso, rivestito di una veste candida, lo mand a Pilato. 12 Ora divennero amici Erode e Pilato in quel giorno lun laltro, poich prima erano in inimicizia tra loro. 1. Messaggio nel contesto
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I romani lasciano ai popoli sottomessi le loro leggi, lamministrazione della giustizia e lamministrazione del patrimonio pubblico. Si riservano per lesecuzione delle condanne capitali. Per questo i giudei consegnano Ges ai pagani, perch sia messo a morte. Come poi i suoi discepoli, lui per primo compare davanti a re e governatori, per rendere la sua testimonianza (Cf. 21,12s). La duplice comparsa davanti a Pilato e a Erode mostra per contrasto la sua regalit, e mette in crisi lideale delluomo e lidea stessa di Dio. Infatti il re luomo ideale libero e signore del creato a immagine e somiglianza di Dio. Ora Ges ci rivela che la libert divina consiste nellamare e la sua signoria nel servire fino allimpotenza di croce. La sua regalit ben diversa da quella delluomo (22,25ss). A Luca sta molto a cuore provare la sua innocenza politica. importante per la chiesa, che si trova ad affrontare le sue stesse accuse e persecuzioni. Ma ancora pi importante per capire cos il suo regno e la sua salvezza. Ges un re innocuo per Pilato e pazzo per Erode. Ma proprio cos riceve la veste candida che gli spetta: candidato re, specchio in terra della gloria dei cielo. Proclamato tale per ovazione generale nella condanna a morte, sar intronizzato sulla croce. Scandalo e follia per ogni uomo, questa il potere e la sapienza di quel Dio che amore. Erode e Pilato, grazie a Ges, divengono amici. Proprio essi colgono il primo frutto salvifico della sua regalit. Il suo regno infatti la vittoria su ogni inimicizia. Egli lo realizza
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amando i nemici, facendo del bene a chi lo odia, benedicendo chi lo maledice e pregando per chi lo maltratta. Infatti il Figlio dellAltissimo, misericordioso come il Padre. Ora vediamo insieme Pilato ed Erode. Li abbiamo gi incontrati rispettivamente anche in apertura e in chiusura del c. 13, che parla del Regno presente nella storia come un seme piccolo, preso e gettato nellorto, come un po di lievito preso e nascosto. Ora comprendiamo che il Regno Ges stesso: insignificante e disprezzato, piccolo e preso, gettato fuori le mura e nascosto sotto terra, sar il grande albero che accoglie tutti gli uccelli, sar il lievito che far lievitare la pasta del mondo in pane di vita. questo il re, colui che viene nel nome del Signore. Non dobbiamo aspettarne un altro, ma cambiare le nostre attese (Cf. 7,18ss). lui che depone i potenti dai troni (1,52) e ci salva, dandoci una nuova immagine di Dio, di re e di uomo. 2. Lettura del testo v. 1: lo condussero da Pilato. La salvezza viene dai giudei (Gv 4,22), ma destinata a illuminare tutte le genti (2,32). Come la salvezza, cos anche il Salvatore Ha rinchiuso tutti nella disobbedienza per usare a tutti misericordia (Rm 11,32). Pilato descritto dagli storici ebrei Filone e Flavio come duro e crudele (Cf. anche 13,1). Qui appare come umano e ben
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disposto. Parlare bene dei nemici non solo interesse apologetico, ma anche gesto sommo di misericordia. v. 2: perverte il nostro popolo. la prima accusa contro Ges. invece di convertire il popolo alla parola di Dio, lo perverte alla propria. Ma che autorit pretende di avere? Vedi la prima disputa a Gerusalemme in 20,1s. impedisce di dare tributi. la seconda accusa. Vedi il tranello gi tesogli a proposito in 20,20ss. dice di essere il Cristo re. la terza accusa. Sar il titolo della sua condanna (v. 38). Crocifisso come re, come crocifisso si riveler re. v. 3: Tu sei il re dei giudei?. Pilato prende in considerazione solo la terza accusa, la pi importante: un re, che minaccia la dominazione romana? Anche i cristiani saranno sempre perseguitati per motivi politici. Ma il loro martirio non sar testimonianza di Ges se non sar evidente la loro innocenza politica. Deve essere chiaro, come per Ges, che non contendono il potere a Cesare e non lo pretendono. Tu dici. Ges riconosce di essere re. Lo stesso governatore pu affermarlo con tranquillit, perch non come i re delle nazioni, che le dominano e si fanno chiamare benefattori (22,25ss). Sar re in quanto servo per amore,
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tanto libero da portare su di s il male di chi ama, fino a essere crocifisso come malfattore. Questa la regalit di Dio (1,52). Il crocifisso muta la falsa idea di Dio suggerita dal serpente, e cambia il falso ideale duomo, principio di ogni male. Ci rivela il vero volto di Dio e il vero volto delluomo. re in quanto testimone della verit, di questa verit che ci fa liberi (Gv 18,37; 8,32). v. 4: Nessuna colpa trovo in questuomo. Ges dichiarato politicamente innocente dallautorit romana. Questa dichiarazione di capitale importanza anche per i discepoli. Cos non saranno perseguitati pi del necessario, e, dato il caso, lo saranno ingiustamente come il loro maestro. Inoltre determinante, dal punto di vista teologico, che Ges sia crocifisso come giusto, solidale con gli ingiusti. Solo cos si pu capire chi lui, e in lui chi Dio e qual la sua salvezza (Cf. vv. 41-47). v. 5: Esagita il popolo insegnando. Lunico suo potere quello della parola di verit contro la menzogna. Ma non esagita nessuno. Chiama invece tutti a convertirsi alla misericordia, che la libert dei figli, pagandone per primo i costi. Il suo regno non di questo mondo (Gv 18,36)! dalla Galilea fino a qui. nominato linizio e il termine del cammino in cui il Figlio ha mostrato ai fratelli chi il Padre. Gli accusatori, indicandolo come galileo, intendono
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presentarlo come zelota. La Galilea infatti era un focolaio di rivoltosi. vv. 6s: lo mand a Erode. Pilato, sentendo che galileo, lo manda da Erode, tetrarca della Galilea. Per deferenza o per dispetto? Certamente vuol levarsi di mezzo il fastidio. Infatti vorrebbe liberare Ges (At 3,13s). era anche lui in Gerusalemme in quei giorni. In quei giorni tutti i nemici si trovano a Gerusalemme, riuniti contro il Signore e il suo messia (Sal 2,1): Davvero in questa citt si radunarono insieme contro il tuo santo servo Ges, che hai unto come Cristo, Erode e Ponzio Pilato con le genti e i popoli di Israele, per compiere ci che la tua mano e la tua volont avevano preordinato che avvenisse (At 4,27s). v. 8: Erode, visto Ges, gio assai, ecc.. Gi da 9,9 conosciamo il suo desiderio, per altro ambiguo (13,31), di vederlo. Ora contento perch si compie. Erode ha ascoltato e vede. Ascolto della Parola e visione del Volto sono le due parti in cui si divide il Vangelo di Luca. Infatti la fede viene dallascolto e termina nella visione. Come mai questo risultato negativo? Dipende da come si ascolta e da che cosa si vuol vedere (cf. commento a 9,9ss). sperava di vedere qualche segno. Erode non mosso dal desiderio di convertirsi, ma dalla curiosit. Non vuole obbedire alla verit, ma soddisfare il suo prurito di cose
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straordinarie. Il brivido religioso interessa sempre pi della fede. Questa generazione una generazione malvagia: essa cerca un segno, ma non le sar dato nessun segno, fuorch il segno di Giona (11,29). v. 9: nulla gli rispose. Luca menziona solo qui il silenzio di Ges. Richiama il servo di JHWH. Non apre bocca, come agnello condotto al macello (Is 53,7); come uno che non sente e non risponde (Sal 38,14). Alle molte parole delluomo, il Figlio delluomo non risponde nulla. Il silenzio di Dio la sua risposta alla cattiveria delluomo. la sua parola eloquente con la quale si rivela nella sua essenza. Tace infatti non per indifferenza o superiorit, ma per compassione verso chi lo accusa. Dio misericordia. Se rispondesse, agli accusatori ingiusti spetterebbe la pena che vogliono infliggere a lui. Allora tace. Tace per non condannare, muore per non uccidere, giustiziato per non giudicare, non denuncia nessuno per annunciare a tutti il perdono. Con il suo silenzio porta su di s la nostra morte e d per noi la vita. Ges qui si manifesta cos come vero re, immagine di Dio. infatti libero e capace di amare come il Padre. v. 11: avendolo nientificato (cf. 18,9). il disprezzo pi radicale. Dio fatto e stimato nulla. Gi prima lui stesso si nientificato e svuotato di tutto per noi. Erode, a modo suo, lo costata, ma non ne tira le conseguenze. Nel suo orgoglio fa il contrario di Maria che magnific (fece grande) il Signore.
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e deriso. La regalit di Dio ritenuta impotenza e stupidit, oggetto di scherno da parte delluomo. una veste candida. Erode riconosce Ges come re. Lo riveste della veste bianca propria del re o del candidato al trono. Lo fa per burla. Non sa di essere lui una burla di re, come tutti i suoi pari. Schiavo dellegoismo e incapace di voler bene, luomo fallito. a somiglianza non di Dio, ma della sua falsa immagine suggerita dal serpente. Pilato lo chiama giusto, Erode lo riveste di gloria. Veramente i nemici si sono riuniti insieme come involontari esecutori del disegno di Dio! v. 12: divennero amici Erode e Pilato. La regalit di Dio, Padre di tutti, consiste nel rendere amici i suoi figli. La riconciliazione dei nemici la realizzazione storica del Regno, la salvezza che il Figlio venuto a portare. Primi beneficiari sono i suoi stessi nemici. Se Dio dallalto ride (Sal 2,4) - ormai lo sappiamo - solo per misericordia. Egli fa piovere la sua benevolenza sugli ingrati e sui malvagi. Questa lastuzia che egli usa con i perversi (Sal 18,27). Ambrogio vede allusa in questamicizia la riconciliazione tra Israele e i pagani. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito.
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b. Mi raccolgo immaginando i palazzi di Pilato e di Erode. c. Chiedo ci che voglio: capire in che senso Ges veramente re, uomo libero che libera. d. Contemplo Ges prima davanti a Pilato e poi davanti a Erode: vedo a confronto un modo umano e uno divino di essere re. 4. Passi utili Gdc 9,2-15; 1Sam 8; 2Sam 7,1-17; Gv 13,1-17; Mc 10,41-45; Gal 5,13-15.

133. CROCIFIGGILO! (23,13-25)


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Ora Pilato, convocati i sommi sacerdoti e i capi e il popolo, 14 disse loro: Mi portaste davanti questuomo, come uno che fuorvia il popolo, ed ecco io, giudicatolo al vostro cospetto, nessuna colpa trovai in questuomo di quanto laccusate.
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Ma neppure Erode, poich lo rimand a noi. Ed ecco: nulla degno di morte stato fatto da lui. 16 Punitolo, dunque, lo liberer. 17 (Ora era costretto a liberare loro a ogni festa uno.) 18 Ora gridavano tutti insieme dicendo: Leva costui e liberaci Barabba! 19 Costui era stato gettato in prigione per una rivolta avvenuta nella citt e per un omicidio. 20 Ora di nuovo Pilato si rivolse a loro volendo liberare Ges. 21 Ora essi esclamavano dicendo: Crocifiggi! Crocifiggilo! 22 Ora per la terza volta egli disse loro: Che fece poi di male costui? Nessuna colpa di morte trovai in lui. Punitolo, dunque, lo liberer. 23 Ed essi incalzavano con grandi voci chiedendo che fosse crocifisso e si rafforzavano le loro voci. 24 E Pilato decise che avvenisse quanto richiedevano.
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Ora liber colui che chiedevano, che era stato gettato in prigione per rivolta e per omicidio, mentre consegn Ges alla loro volont. 1. Messaggio nel contesto Questo brano ci narra il grande baratto: la vita del delinquente con la morte del Giusto. Luccisione di Dio la salvezza delluomo. Sei volte esce la parola liberare. La nostra libert costa la consegna di Ges. La sua innocenza sottolineata per tre volte da Pilato. Non solo per non dare pretesto ai romani di perseguire i cristiani come criminali politici, ma soprattutto perch sia chiaro che Ges fu crocifisso solo perch santo e giusto. Se fosse stato ucciso perch empio e ingiusto, non sarebbe stato lautore della vita (At 3,15) e non ci avrebbe liberati. Il giudicato e reietto da tutti ci appare in una solitudine assoluta, unica e divina. Tutti sono contro di lui e gridano: Crocifiggilo. solidale con il male di tutti. Ecco luomo! (Gv 19,5). Ma anche: Ecco Dio. Questuomo vero, libero e capace di amare fino a questo punto, il Figlio dellAltissimo, misericordioso come il Padre. Sua icona perfetta, venuto a restituire ai fratelli il loro volto perduto.
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Questo brano ha una grossa funzione teologica: chiarisce chi e perch ha condannato Ges, e spiega il risultato e il significato della sua morte. Chi ha condannato Ges? Tutti, nessuno escluso. Tutti hanno peccato e sono privi della Gloria (Rm 3,23). Ognuno ha prestato la sua mano a Satana, vero autore della morte di Ges. Questa la lotta definitiva tra il potere delle tenebre - la sua ora! - e il Signore della luce. Perch lo abbiamo condannato? Solo perch Figlio di Dio e non ha fatto nulla di male. santo e giusto, il solo santo e il solo giusto. A causa del peccato, il bene, invece che motivo di lode, oggetto di invidia. Per essa entr la morte nel mondo (Sap 2,24), e per essa il Figlio delluomo fu consegnato a morte (Mc 15,10). Ges, condannato come buono dalla nostra cattiveria, porta su di s il nostro male: Cristo morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti; port i nostri peccati nel suo corpo (1Pt 3,18; 2,24); ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi (Gal 3,13), colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo tratt da peccato in nostro favore (2Cor 5,21). Cosa viene a noi da questa condanna? La giustificazione dai nostri peccati la grazia pasquale, che ci d la vita immeritata invece della morte meritata. Barabba ne la primizia. Il santo e il giusto muore al posto del peccatore ingiusto. Cosa significa la sua morte? chiaramente la morte salvifica del servo di JHWH. Egli d la vita per noi, portando su di s
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la nostra morte. una morte vicaria, in vece nostra. Il santo e il giusto, che si fa computare tra i malfattori (22,37; Is 53,12) e uccidere ingiustamente, rivela il mistero stesso di Dio: amore che si fa condannare alla nostra stessa pena per stare con noi. Qui Dio compie un gesto pi potente di quello della creazione: strappa dalle fauci della morte la sua creatura perduta. la notte pasquale, in cui ucciso il Figlio primogenito e liberato il popolo schiavo. 2. Lettura del testo v. 13: Pilato, convocati i sommi sacerdoti e i capi e il popolo. Ora entra in scena anche il popolo, prima favorevole a Ges (cf. 19,48; 20,6.19.26.45; 21,38). Ges muore per il peccato di tutti, che ne vogliono la condanna. vv. 14s: nessuna colpa trovai in questuomo. Pilato lo dichiarer per tre volte innocente davanti a tutti. Sar ucciso solo per la sua testimonianza della verit. I religiosi lo condannano come Figlio di Dio (santo) e i politici come re (giusto). Il popolo si assocer gridando: Crocifiggilo!. Per questo Pietro potr dire rivolto al popolo: Voi avete rinnegato il santo e il giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un assassino e avete ucciso lautore della vita (At 3,14s).

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v. 16: Punitolo, dunque, lo liberer. Pilato aveva deciso di liberarlo. Lo si sottolinea per tre volte (cf. anche At 3,13). Ma perch vuol punirlo se giusto? Qui sta il mistero! Egli trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquit (Is 53,5). La punizione di cui qui si parla la flagellazione: tortura atroce, in grado di causare la morte. v. 17: era costretto a liberare loro a ogni festa uno. Nel giorno di pasqua il governatore doveva liberare un prigioniero in ricordo della liberazione dalla schiavit dEgitto. Questuno, graziato a pasqua per il sangue dellagnello innocente, figura di tutti. Siamo infatti tutti nella sua stessa condizione. vv. 18s: gridavano tutti insieme. In questo grido comune ognuno chiamato a udire la propria voce. Leva costui e liberaci Barabba!. tolto di mezzo lautore della vita e graziato un disgraziato. Dalla sua condanna la libert per Barabba. Il giusto muore per lingiusto. lo scambio che ci d salvezza. Costui era stato gettato in prigione per rivolta e omicidio. Barabba (Bar-abba = figlio del padre, nome che si dava ai figli di nessuno) in carcere, in attesa di esecuzione come ribelle e omicida. il gemello di ogni uomo, che, per il peccato, figlio e fratello di nessuno, imprigionato per tutta la
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vita nella paura della morte, in attesa dellesecuzione che presto o tardi viene. Raffigura la condizione umana, comune a tutti. v. 20: volendo liberare Ges. Il potere, anche quando vuol compiere il bene, non ha la libert di realizzarlo. v. 21: Crocifiggi! Crocifiggilo!. la voce di tutti. Anche la nostra. quasi una supplica, che lui venga crocifisso. La croce, patibolo dello schiavo ribelle, sar il suo trono. Questo grido di popolo lacclamazione che lo intronizza. Maledetto chi pende dal legno! (Dt 21,23; Gal 3,13). Ad esso sar appeso il frutto benedetto, da cui viene ogni dono. v. 22: Che fece poi di male costui?. Per la terza volta Pilato dichiara la sua innocenza. condannato proprio perch non ha fatto nulla di male. Diversamente - se lui non fosse innocente o non fosse condannato - non verrebbe a noi la salvezza. Chi fa il male, lo fa portare ad altri. Solo chi non lo fa capace di portare laltrui. Punitolo, dunque, lo liberer. Luca non descrive la flagellazione. Laccenna per due volte con il verbo punire. v. 23: essi incalzavano con grandi voci. il terzo grido della folla. Nel primo chiede la morte del Figlio per la vita di Barabba. Nel secondo chiede la croce, logica conseguenza
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della liberazione del malfattore. Ora si ribadisce con forza crescente questa richiesta di morte. v. 24: Pilato decise che avvenisse quanto richiedevano. La condanna di Ges alla fine convalidata da Pilato. Voluta da chi non poteva deciderla, infine decisa da chi non la voleva. Il male ha preso la mano a tutti, che si sono alleati contro il Cristo. v. 25: liber colui che chiedevano. Barabba graziato. la grazia pasquale: il Figlio del Padre prende il posto del figlio di nessuno, il figlio di nessuno diventa libero e figlio del Padre. Questa grazia, concessa a ogni uomo, frutto della sua morte per noi peccatori: II castigo che ci d salvezza si abbattuto su di lui (Is 53,5). Siamo stati comprati a caro prezzo, con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia (1Cor 6,20; 7,23; 1Pt 1,19). consegn Ges. Nel gesto di Pilato che lo consegna lui stesso che si consegna alla morte per i nostri peccati (Is 53,12). alla loro volont. Ges aveva pregato che fosse fatta la volont del Padre (22,42). La nostra volont di figli perversi sar involontaria esecutrice del disegno di salvezza che Dio ha per noi. Il male non far che compiere il bene che lui ha preordinato (At 4,28).
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3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando il palazzo dove sta Pilato. c. Chiedo ci che voglio: sentirmi come Barabba: Ges muore per graziare me. d. Contemplo Ges immedesimandomi con la folla che lo condanna, e con Barabba, che ha la vita in cambio della sua morte. 4. Passi utili Sal 22; 40; Is 52,13-53,12; Es 12,1-14; Gal 6,2.

134. SE NEL LEGNO VERDE FANNO QUESTO, CHE AVVERR NEL SECCO? (23,26-32)
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E quando lo condussero via, preso un certo Simone, un cireneo che veniva dal campo, gli imposero la croce
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da portare dietro Ges. 27 Ora lo seguiva una numerosa moltitudine del popolo e di donne, le quali si battevano e gemevano su di lui. 28 Ora, voltatosi ad esse, Ges disse: Figlie di Gerusalemme! Non piangete su di me; ma su di voi piangete e sui vostri figli. 29 Poich, ecco: vengono giorni in cui diranno: Beate le sterili e i grembi che non generarono e le mammelle che non nutrirono! 30 Allora cominceranno a dire ai monti: Cadete su di noi! e alle colline: Nascondeteci! 31 Poich se nel legno verde fanno questo, che avverr nel secco? 32 Ora erano condotti anche due altri malfattori con lui per essere levati.
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1. Messaggio nel contesto Inizia lultima tappa del ritorno del Figlio al Padre la via crucis, il cammino del martire e insieme il corteo del re verso il suo trono. In questo viaggio Ges ritrova i suoi fratelli, che, in fin dei conti, percorrono la stessa via. La via crucis una delle pratiche pi care alla piet cristiana. Porta dallincontro alla contemplazione e allidentificazione con il Signore. Il brano ci presenta tre istantanee: il cireneo, le figlie di Gerusalemme e i due malfattori. Sono i tre modi dincontro delluomo con il Figlio delluomo. Nel cireneo vediamo chi il vero discepolo. Non Simone di Giona, che vuole e desidera morire con Ges. invece Simone di Cirene. Non desidera n vuole, ma deve portare la croce dietro di lui. Nelle figlie di Gerusalemme vediamo chi il vero popolo di Dio. Non sono i capi, ma quelle persone che hanno verso Ges lo stesso sentimento che lui ha verso di loro: la compassione. Queste donne lo compiangono come re, giusto e profeta che va alla morte. Il Signore le invita a piangere su di s, cio a convertirsi. La conversione possibile proprio ora, perch il legno verde brucia al posto di quello secco. il mistero della misericordia di Dio, che offre perdono anticipato a tutti, perch tutti possano convertirsi ed essere salvi.
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Nei due malfattori, condotti con lui alla croce, vediamo rappresentata lumanit intera davanti alla propria morte. Tutti noi siamo mal-fattori. Facciamo il male e siamo legno secco destinato al fuoco. Il benefattore, che pass tra noi facendo del bene a tutti (At 10,38), il legno verde che condivide la nostra sorte per donarci il suo regno. Come Simone di Cirene solidale con la croce di Ges, cos Ges solidale con la nostra. il nostro cireneo, ma volontario e per amore. Con lui ora possiamo comprendere la nostra croce, anche quella che non vogliamo e siamo costretti a portare. quanto capir uno dei due malfattori. La tradizione pone qui lepisodio della Veronica. Realmente la contemplazione di Ges che va al Calvario principio di sapienza e di timor di Dio. Stampa nel nostro cuore la sua vera icona, in cui conosciamo perfettamente chi per noi il Signore. 2. Lettura del testo v. 26: lo condussero via. Lo portano al Calvario, attraverso le vie centrali e pi affollate di Gerusalemme. Lesecuzione deve servire come punizione esemplare pubblica. Ges stesso si carica della croce (Gv 19,17). la traversa su cui allargher le braccia. Il palo sta gi fisso sul luogo dellesecuzione.

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preso un certo Simone, un cireneo che veniva dal campo. la persona pi estranea al fatto. Di Cirene, in Africa, l di passaggio. Viene dai campi e non ha nulla a che fare con quanto successo. Non sa e non vuole nulla di quanto gli capita. Il caso, con un incidente che determiner la sua vita, lo vuole protagonista. Mentre al discepolo tocca portare la propria croce (9,23), a lui tocca portare la croce altrui, addirittura quella di Cristo! associato a lui pienamente, anzi, lo sostituisce. Il cireneo per costrizione ci che Ges per libera scelta. Ci che il cireneo per Ges, Ges lo per noi. In questo senso il cireneo Cristo e Cristo il cireneo. Fu costretto a portarla perch Ges ormai non ce lavrebbe pi fatta. Non fu piet dei soldati. Fu solo timore di perdere lo spettacolo atroce della crocifissione. La ventura tocc, tra tanti che cerano nella folla, proprio a Simone. Certamente perch appariva il pi sprovveduto e lultimo di tutti, un debole che non poteva ribellarsi, se no gli sarebbe andata peggio. sempre il povero Cristo, che deve portare la croce! Il cireneo costretto ad accogliere il dono pi grande che possa essere concesso a un uomo: essere compagno del Signore nel momento decisivo della salvezza, essere simile a lui nel momento pi alto della sua gloria. I doni di Dio, specialmente i maggiori, sono confezionati dal caso, spesso malaugurato. Non sono frutto di volont di carne. Sottratti alla nostra decisione, sconvolgono i nostri piani; e ce ne lamentiamo. Ma il caso non esiste. Come pura ignoranza nostra, cos pura grazia di Dio. lo spazio che la sua libert si riserva nel pieno rispetto della
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nostra. Non cade foglia che Dio non voglia; tutto coopera al bene di chi ama il Signore (Rm 8,28). Al cireneo, onesto lavoratore che torna stanco dal campo per il riposo sabbatico, tocca portare la croce di un disonesto malfattore. Oltre la fatica, la contaminazione che lo esclude dal culto! Lui recalcitra. Ma gli riservato il grande privilegio di aiutare Dio a portare la croce del suo amore per il mondo. Si chiama Simone, come Pietro. Questi aveva detto: Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e a morte (22,32). Sapeva e voleva ci che comporta lessere discepolo. Il cireneo invece ignora, costretto e angariato (Mc 15,21). Essere discepoli non nostra scelta. piuttosto un fatto incomprensibile, istintivamente rifiutato. Anche Simone di Giona diventer discepolo quando sar nella situazione di Simone di Cirene. Allora andr dove lui non sa e non vuole, seguendo il suo Signore fino alla morte (Gv 21,18s). Nel cireneo - e in quanti , come lui, portano il male che non fanno - continua la storia della redenzione del mondo. I poveri Cristi sono quelli nella cui carne si compie ci che ancora manca alla passione di Cristo (Col 1,24). Sono licona vivente del Signore. Quando annunciamo loro il vangelo, diciamo loro semplicemente la buona notizia che Dio con loro, e che loro il Regno. gli imposero la croce. quasi uninvestitura. Riceve dallalto la croce che il Signore per primo ha sollevato e si
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caricato sulle spalle. Essa fatta dal male del mondo. Ges la porta liberamente per amore. Al cireneo piove dallalto. grazia e dono. Pu maledire o benedire questo dono. Certamente allinizio lha maledetto. Pi tardi lo comprender. Questa persona ha una posterit evangelica, nota fino alla chiesa di Roma. Oltre che di Alessandro e Rufo (Mc 15,21), padre di tutti i cirenei della storia. Sua moglie forse quella che Paolo considerer come sua madre (Rm 16,13). da portare dietro Ges. Si tratti del martirio di sangue o della croce quotidiana, discepolo solo colui che, dietro Ges, solleva la propria croce ogni giorno (9,23; 14,27). In realt la croce di Ges non sua, ma nostra. Spetta infatti a noi, che siamo malfattori, non a lui, che giusto. Portando la sua, portiamo la nostra; e, portando la nostra, ormai portiamo la sua gloriosa. v. 27: lo seguiva una numerosa moltitudine del popolo e di donne. Il popolo prima gridava: Crocifiggilo. Ora lo segue mentre va alla croce. Lo contempler morto e si convertir battendosi il petto (v. 48). La contemplazione (= theora, v. 48) della croce il luogo della conoscenza di Dio e della conversione a lui. Tra la moltitudine del popolo Luca concentra lattenzione sulle donne, cui spetta il lamento funebre.

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si battevano e gemevano su di lui. Non si poteva fare il lamento pubblico per un malfattore (Dt 21,22). Ma lui il Giusto, compianto come re e profeta, che finisce come tutti i profeti (13,33s). Si avverano le parole di Zaccaria 12,10b: Ne faranno il lutto come si fa il lutto per un figlio unico; lo piangeranno come si piange il primogenito. Ges infatti il Figlio, lunico e lamato (3,22; 9,35; 20,13), primogenito di ogni creatura (Col 1,15). Contemplandolo trafitto dal nostro male, scender su di noi lo Spirito di grazia e di consolazione (Zc 12,10a; Gv 19,37). v. 28: Figlie di Gerusalemme! Non piangete su di me; ma su di voi. Ges usa lappellativo profetico figlie di Gerusalemme (Is 3,16). A queste donne, che lo piangono, rivela il sentimento profondo che lo accompagna alla croce e spiega il senso della sua morte. Egli non piange su di s: piange sulla citt che non riconosce la visita del suo Signore (19,41s). Mentre condotto al patibolo, dispiaciuto per il male che si fa chi lo crocifigge. preoccupato non di s, ma di chi lo rifiuta! Queste parole sono il segno massimo della sua misericordia e linvito definitivo a convertirsi. Piangete su di voi significa: Riconoscete il vostro nel mio male; e, in questo, il mio amore per voi. v. 29: vengono giorni. Sono le parole con le quali Ges introdusse il discorso sulla fine del mondo (21,6). La sua morte la fine del mondo vecchio e linizio di quello nuovo.
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Beate le sterili. La sterilit, maledizione per eccellenza, diviene paradossalmente una beatitudine. A lui disse una donna: Beato il ventre che ti ha portato e le mammelle che ti hanno allattato (11,27). Ora egli dice alle donne che per i loro figli meglio non essere nati. Infatti chi non ascolta e non fa la parola di Dio (cf. 11,28) si distrugge. La disobbedienza a Dio la morte delluomo! Il frutto benedetto del grembo, computato tra i malfattori (1,42; 22,37), porta su di s questa maledizione. v. 30: cominceranno a dire ai monti. citazione di Os 10,8, che parla della distruzione degli idoli e del popolo stesso. In quei giorni gli uomini moriranno per la paura e lattesa di ci che deve accadere sulla terra (21,26). Per lo spavento si invocher la morte e la fine del mondo. Tra poco lautore della vita morir in croce. Finir nel sepolcro, coperto sotto terra dal male del mondo. v. 31: se nel legno verde fanno questo, che avverr nel secco?. Il legno verde Ges. Brucia perch su di lui ricade la maledizione del fico sterile (cf. 3,9.17; 13,6ss). Per questo il legno secco risparmiato, e ha la possibilit di rifiorire nella conversione. Il Giusto giustiziato perch lingiusto sia giustificato. II castigo che ci d salvezza si abbattuto su di lui. Il Signore fece ricadere su di lui liniquit di noi tutti. Per liniquit del mio popolo fu percosso a morte. Il giusto mio servo giustificher molti; egli si addosser la loro iniquit. Portava il peccato di molti e intercedeva per i
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peccatori (Is 53,5.6.8.11.12). Salendo al Calvario, Ges spiega alle donne ci che avviene nella sua morte. Uno dei malfattori capir. v. 32: due altri malfattori con lui. Lui, benefattore, annoverato tra due altri malfattori (22,37; Is 53,12). uno della serie, omologabile e computabile con loro. Il legno verde subisce la sorte di quello secco! Infatti egli lEmmanuele, il Dio che sta con noi perch noi possiamo stare con lui (= essere discepoli) anche se malfattori e legno secco. Questi due malfattori rappresentano tutta lumanit, con il cui male egli di fatto ormai solidale per sempre. per essere levati. Il suo essere sollevato con noi sul patibolo ci eleva alla sua stessa gloria. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando il cammino attraverso la citt dal pretorio al Golgota. c. Chiedo ci che voglio: come sul velo della Veronica, imprimi in me, Signore, il tuo volto di misericordia. d. Contemplo i tre incontri di Ges: col Cireneo, con le donne, coi malfattori.
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4. Passi utili Col 1,24; Lc 9,24; 6,27-38; Is 53,12; Lc 3,21-38.

135. OGGI CON ME SARAI NEL PARADISO (23,33-43)


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E quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, l crocifissero lui e i malfattori, luno a destra e laltro a sinistra. 34 Ora Ges diceva: Padre, rimetti loro, poich non sanno cosa fanno. Ora dividendosi le sue vesti gettavano le sorti. 35 E stava il popolo a contemplarlo. Ora storcevano il naso anche i capi dicendo: Altri salv! Salvi se stesso, se costui il Cristo di Dio,
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leletto! 36 Ora lo canzonavano anche i soldati accostandosi, offrendogli aceto 37 e dicendo: Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso! 38 Ora cera anche uniscrizione su di lui. Il re dei giudei costui. 39 Ora uno dei malfattori appesi lo bestemmiava dicendo: Non sei forse tu il Cristo? Salva te stesso e noi. 40 Ora rispondendo quellaltro sgridandolo disse: Tu temi neppure Dio, poich sei nella stessa condanna? 41 E noi giustamente, poich riceviamo il giusto per quanto facemmo. Ma costui non fece nulla fuori luogo. 42 E diceva: Ges, ricordati di me quando sarai giunto nel tuo regno. 43 E gli disse:
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Amen ti dico: oggi con me sarai nel Paradiso. 1. Messaggio nel contesto Le prime e ultime parole di Ges in croce sono rivolte al Padre. Gli chiede perdono per chi lo crocifigge e gli rimette nelle mani la sua vita, carica di tutti i nostri peccati. Al centro c la sua solidariet con i fratelli perduti. Il brano ci presenta la regalit di Ges, principio di salvezza. Dallalto della croce, suo trono, il Signore compie il giudizio di Dio sui nemici: perdona e dona il Regno ai malfattori. Qui comprendiamo bene in che senso Ges re e qual la salvezza che porta. un re che esercita la sua libert nel servire; lunico suo potere amare fino alla morte. La sua salvezza non quella che si attende luomo. quella di un Dio che si fa condannare alla nostra stessa pena, pur di stare con noi. Sulla croce Ges realizza il Regno che aveva annunciato allinizio (6,20-38). Lui il re. Povero, affamato, piangente, odiato, bandito, insultato e respinto come scellerato, ama i nemici, fa loro del bene, li benedice, intercede per loro, resiste al male portandolo, disposto a subirne di pi pur di non restituirlo, e d agli altri la salvezza che ognuno vorrebbe per s. Questa sua regalit rivela la grazia e la misericordia di
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Dio: il Figlio uguale al Padre, che non giudica, non condanna, perdona e dona la vita per i fratelli. Prima che esempio dei martiri, Ges stesso martire, ossia testimone dellamore del Padre per tutti i suoi figli. Cos apre a noi il Regno. La sua croce di giusto giustificazione di tutti gli ingiusti e salvezza del mondo. infatti rivelazione e vicinanza di un Dio amore gratuito, che nella sua misericordia si fa prossimo alluomo peccatore. Ogni teologia della liberazione, per non cadere nellidolatria e produrre altre alienazioni, deve fare i conti con la croce di Ges. Egli respinge come tentazioni le nostre attese di salvezza, basate su segni di forza e di potenza. Moltiplicherebbero quel male dal quale vuole strapparci. Salvi se stesso il ritornello ripetuto sul Golgota. Rappresenta la suprema aspirazione delluomo che, mosso dalla paura della morte, cerca di salvarsi da essa a tutti i costi, instaurando la strategia dellavere, del potere e dellapparire. Ma proprio questansia di vita genera legoismo, vera morte delluomo come figlio di Dio. Da qui poi nasce ogni altro male e falso modo di intendere la vita e la morte. Ges non ci libera dalla morte, ma dalla paura di essa, che ci avvelena tutta la vita. Infatti il pungiglione della morte il peccato (1Cor 15,56). Il peccato sostanzialmente quella menzogna che ci ha tolto la conoscenza di Dio come amore, e ci impedisce di accettare di essere da lui e per lui. Per questo temiamo lincontro con lui come la nostra morte, e viviamo schiavi di questangoscia per tutta la vita. Lui ce ne libera, offrendoci la sua amicizia e standoci vicino fin nella morte.
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In questo modo la svuota del suo pungiglione. Poich dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anchegli ne divenuto partecipe, per ridurre allimpotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cio il diavolo, e liberare cos quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavit per tutta la vita (Eb 2,14). Con la sua uccisione, Ges Cristo e Figlio di Dio, messia e Signore, salvatore di tutti. infatti prossimo a ogni perdita. Proprio l dove noi temiamo la solitudine assoluta - il nulla e la dannazione - scopriamo un Dio che ci offre la sua solidariet e la comunione con lui, che la vita. La solitudine lunico male dal quale nessuno pu salvarsi da solo. Cade la falsa immagine di un Dio tremendo, che sta allorigine della paura della morte, causa dellegoismo, causa dellansia di vita, causa della brama di avere, di potere e di apparire, causa di ogni male. La salvezza che Ges ci porta ha quindi la sua fonte prima nella riconciliazione delluomo con il Padre della vita. Le tre tentazioni iniziali del deserto si ripresentano ora in forma pi radicale e in ordine inverso. Non sono pi dei dubbi su come realizzare il Regno, ma una constatazione della sterilit di tutta la sua opera. La salvezza che il Figlio di Dio ha portato sembra non avere alcuna rilevanza, n religiosa, n politica, n personale. Ges religiosamente un maledetto, politicamente un impotente, personalmente un fallito. Sulla croce pare che tutto finisca e torni come prima. Anzi, peggio di prima, perch il male sembra aver vinto. Dopo una breve illusione, la tragica delusione! Speravamo, dice uno di
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quelli di Emmaus (24,21). Ma proprio questa la vittoria decisiva. Il nostro male radicale il voler salvare noi stessi. Ges, perdendosi per noi, lo vince. Le sue tentazioni riguardano linutilit della croce e della sua salvezza. Sono le tentazioni costanti della chiesa e di ogni uomo. Bisogna uscire dalla trappola della propria attesa, per cogliere la prospettiva di Dio. La salvezza consiste nel passaggio dal primo al secondo malfattore. Questo. convinto del suo fare il male e della solidariet del suo Signore con lui, lunico che Ges direttamente canonizza, elevandolo alla gloria del cielo. il prototipo di tutti i santi del NT, malfattori graziati dalla croce di Ges. 2. Lettura del testo v. 33: sul luogo chiamato Cranio. In ebraico Golgotha. un rilievo a ovest di Gerusalemme. Colui che entr come re di pace, ora espulso dalla citt, che non ha pi pace fino a che non riconosce il giorno della visita del suo Signore. Il benefattore finisce tra i malfattori, fuori le mura (20,15; Eb 13,12s), fatto maledizione e peccato (Gal 3,13; 2Cor 5,21). crocifissero. La croce, morte crudele e spaventosa, punizione dello schiavo, il trono del re. Lappeso al patibolo pu sollevarsi sulle braccia e respirare finch ha un briciolo di forza. Si abbandona e muore solo quando non ne
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pu pi, dopo aver esaurito la voglia di vivere. una morte che nasce come dal di dentro. lui e i malfattori, luno a destra e laltro a sinistra. C solidariet totale tra il Giusto e i malfattori. Questi due rappresentano tutti noi uomini, chiamati a leggere il mistero di Dio ormai presente al centro delle nostre croci. Noi, di professione principale, siamo tutti mal-fattori, facciamo il male. Ognuno poi lo fa secondo la sua professione specifica. v. 34: Padre, rimetti loro (At 7,60). la terza richiesta del Padre nostro nel racconto della passione (cf. 22,42.46). Queste prime parole del Crocifisso danno il senso della sua vita e della sua morte. Le sue prime parole furono: Non sapevate che devo essere nelle cose del Padre mio? (2,49). Ora, che sta ormai davanti al Padre, gli chiede ci che sa stargli a cuore: il perdono dei suoi fratelli. La sua preghiera quella del grande sommo sacerdote, che ha attraversato i cieli, e sa compatire le nostre infermit, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa (Eb 4,15). Conosce il nostro bisogno vero ed certamente esaudito. In questa preghiera Ges getta il seme del Regno, che lamore del Padre nel perdono del fratello. Egli non come quei martiri della giusta causa, che insultano e disprezzano il nemico, minacciandogli la vendetta del cielo (cf. ad esempio 2Mac 7,19). Condannato, giudicato e disprezzato, il Giusto assolve, giustifica e prega per i nemici ingiusti. Realizza le parole di grazia che meravigliavano tutti fin dal suo discorso a Nazaret (4,22).
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Il perdono la chiave di lettura per comprendere la salvezza che Ges ci porta (cf. 1,71.77). quanto dovranno annunciare i suoi discepoli dopo di lui (24,47). La sua croce la vicinanza di un amore pi grande di ogni peccato commesso e di ogni male subto. In essa Dio scende sotto ogni possibile abisso, per essere con ogni uomo. Chi ha visto me, ha visto il Padre (Gv 14,9). Perdonando i suoi crocifissosi, Ges si rivela come il Figlio e manifesta insieme chi il Padre (cf. 6,35s). Dio, propriamente parlando, non misericordioso. la misericordia stessa. Chi non perdona non conosce Dio e cade in balia di Satana, di cui ignora le macchinazioni (2Cor 2,11). poich non sanno cosa fanno (At 3,17; 13,27). Se lavessero saputo, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria (1Cor 2,8). Non attenuato, ma evidenziato il nostro peccato: non conosciamo il Signore della gloria che crocifiggiamo. Siamo satanicamente ciechi davanti al nostro male e al suo bene. Quando apriremo gli occhi, saremo salvi, come laltro dei due malfattori. Queste parole di perdono ai suoi crocifissosi mancano in vari codici, per polemica poco cristiana contro gli ebrei. Sembrava eccessivo ci che per Ges lessenziale! dividendosi le sue vesti gettavano le sorti (Sal 22,19). Adamo, re del creato, fuggendo da Dio, perse la propria gloria; si scopr fragile e nudo. Ora gli tocca in sorte di ereditare le vesti del suo Signore. Questi si riveste della
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nostra nudit, per donare ad ogni peccatore la sua veste originaria di figlio (cf. 15,22). v. 35: stava il popolo a contemplarlo (23,48). La contemplazione del Crocifisso il principio della nuova sapienza: la theora di Dio (cf. v. 48). Al Golgota si leva il sipario su di lui, e lo possiamo contemplare cos com: amore senza limiti per noi peccatori. storcevano il naso anche i capi. Io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo. Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono il naso, scuotono il capo (Sal 22,7s). I capi del popolo prestano voce alla prima tentazione. peggiore di quella del deserto: derisione, quasi canto di vittoria. La morte in croce non il fallimento dichiarato di ogni sua pretesa divina? Il suo messianismo religiosamente insignificante! Altri salv. Salvi se stesso. Salvare se stesso ovviamente dalla morte - lintento primo del pensiero delluomo. Ognuno pronto a salvare se stesso a spese dellaltro. la salvezza ingannatrice dellegoismo, perdizione nostra e altrui. Infatti chi vorr salvare la propria vita, la perder (9,24). Luomo, per salvarsi, cerca lavere, il potere e lapparire. Ma cos si butta in braccio a ci che teme, operando la morte propria e altrui. Alla sapienza mondana si contrappone la follia della croce. la sapienza di Dio, che dono, servizio e umilt. Solo chi si perde per amore salva se
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stesso e gli altri. Infatti se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto (Gv 12,24). se costui il Cristo di Dio, leletto (9,20.35; cf. Is 42,1; Sap 2,20). Ges ha preteso unautorit divina (20,2ss). Proteggendolo nella situazione estrema, Dio confermer le sue affermazioni (cf. 4,9ss). Ma lui non il Cristo delluomo, bens di Dio. il Figlio. Crede e vive lamore del Padre anche senza alcuna prova. Ha fiducia in lui, perch lo conosce. Non cade nellinganno di Adamo. v. 36: offrendogli aceto. Richiama il Sal 69,22: Quando avevo sete, mi hanno dato aceto. La sua sete quella di donarci lacqua viva. E noi gli diamo in cambio la nostra morte. v. 37: Se tu sei il re dei giudei, salva te stesso!. Questa seconda derisione-tentazione viene dai soldati, che costatano come il suo messianismo politicamente debole (cf. 4,6s). Il re uno forte e libero, uomo ideale e ideale delluomo. Ges manifesta la sua potenza e libert perdendo e donando se stesso. La sua debolezza forza di Dio. Ci salva da ogni potere, che ha la sua forza nella schiavit dellegoismo. v. 38: Il re dei giudei costui. Nellintenzione di chi lha scritto il motivo della condanna (Mc 15,26; Mt 27,37). Levangelista ne fa la didascalia per comprendere il mistero
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della croce. Veramente il Crocifisso regna su tutto. Ma il suo dominio quello dellamore: Quando sar elevato da terra, attirer tutti a me (Gv 12,32). La scritta in ebraico, latino e greco (Gv 19,20). Ogni lingua proclama ed esalta la signoria di colui che si abbass fino alla morte di croce. La salvezza passare dalla lettura che ne fa il primo malfattore a quella del secondo. v. 39: uno dei malfattori appesi lo bestemmiava. La bestemmia - peccato contro Dio - non riconoscerlo sulla croce, dove si rivela senza veli. Staccare Dio dalla croce togliergli la sua gloria e confonderlo con lidolo. Questa bestemmia comune anche tra noi cristiani. Spesso infatti ci comportiamo da nemici della croce di Cristo (Fil 3,18), cercando altrove la salvezza. Salva te stesso e noi. Tutti noi vogliamo un messia che salvi se stesso, solo perch vogliamo salvare noi stessi. Dovrebbe essere specchio e conferma dei nostri desideri egoistici. Questo malfattore rappresenta lattesa delluomo che ignora Dio, e lo fa a sua immagine e somiglianza. Linganno diabolico ci fa credere che la salvezza consista proprio in ci che ci perde. Ma Dio non si adegua e - grazia sua e fortuna nostra! - non esaudisce i nostri desideri, ma le sue promesse. Non spetta a lui vivere della nostra parola, bens a noi della sua (cf. 4,3s).

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v. 40: quellaltro sgridandolo disse. Questuomo, malfattore n pi n meno del suo compagno, altro perch vede in croce una novit. La comunica anche allaltro - laltra parte di s? -, zittendo le sue parole come diaboliche. Tu temi neppure Dio Il timore di Dio principio di sapienza (Sal 111,10). Ges crocifisso principio di nuova sapienza. Ci fa conoscere il vero volto di Dio, dal quale Adamo fugg per inganno e per paura. poich sei nella stessa condanna. Questa conoscenza viene dallo scoprire che noi siamo nella stessa condanna di Dio. Perch lui, potendo farne a meno, si messo nella nostra situazione di dannati? La risposta a questo enigma ci introduce nella sua conoscenza. v. 41: noi giustamente. La nostra croce giusta, perch noi siamo ingiusti. La mia sofferenza meritata, perch sono malfattore. Lammissione del proprio peccato, primo passo della sapienza, possibile solo davanti a un amore che non mi giudica. Ma costui non fece nulla fuori luogo. La sua croce ingiusta, perch lui giusto e pass tra noi facendo solo del bene. Ma perch qui in croce, vicino a me, giudicato e abbandonato da tutti? Questa domanda la via allilluminazione: lui qui con me perch io possa essere con lui. La salvezza questa vicinanza di Dio dove mi sento
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maledetto e solo. Dio, a sua volta, proprio colui che mi talmente vicino da essere nella mia stessa dannazione. Scrutando Ges in croce conosco chi Dio e la sua salvezza. Egli grazia e misericordia per me, peccatore perduto, fino a farsi lui stesso peccato e perdizione. Il Benedetto offre a me la sua solidariet divina. Ora. a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci pu essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perch, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo morto per noi (Rm 5,7-8). Qualunque altro prodigio Dio avesse potuto fare in mio favore, non mi avrebbe persuaso del suo amore. Sarebbe potuto essere un atto di potenza o di esibizione, che non avrebbe cambiato la mia immagine di lui. Ma la sua impotenza in croce, la sua vicinanza a me nel mio male, la sua solidariet con me fino alla morte, mi toglie ogni dubbio: Dio amore e ama me, peccatore! Solo cos cade linganno di Satana, e accetto di essere da lui e per lui. Liberato dalla paura della morte e dallegoismo, sono libero di vivere nellamore da cui vengo e verso cui vado. Posso finalmente morire e vivere in pace. Questa la salvezza di Dio. Per s Ges non mi salva dal male. Mi salva invece dalla sua radice, che il non sentirmi amato e accolto. Questa la liberazione fondamentale. Ogni altra ha senso solo come segno e frutto di questa. v. 42: Ges. lunico che chiama Ges per nome, senza ulteriore specificazione (cf. 17,13; 18,38.39). Ha scoperto
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lamico, il cui amore pi forte del peccato e della morte. Ges il Nome stesso: Dio salva. ricordati di me. Richiama le parole rivolte a Giuseppe dalluomo in prigione con lui (Gn 40,13s). uninvocazione a Dio che attraversa la Bibbia. Luomo teme di essere dimenticato. In realt lui che ha abbandonato Dio. Ma Dio non pu mai abbandonarlo: Si dimentica forse una donna del suo bambino, cos da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticher mai! (Is 49,15). Ges, il Figlio crocifisso, il ricordo presso il Padre di ogni figlio perduto. Si fatto ultimo di tutti, perch nessuno Pi potesse sentirsi abbandonato e maledetto, neanche morendo in croce da malfattore. Dio ormai nel punto pi lontano da Dio, per essere vicino a tutti. quando sarai giunto nel tuo regno. Il regno di Ges, il Figlio, sono le braccia del Padre (v. 46). Presto vi giunger, primogenito di una numerosa schiera di fratelli (Rm 8,29). Ognuno di noi vi entra affidandosi a lui, il primo che si fatto lultimo. In lui tutto compiuto. v. 43: oggi. loggi definitivo della salvezza. Oggi io, il Signore elevato sulla croce, mi sono abbassato sotto linferno per essere vicino a ogni uomo. Entro nella morte, perch tutti abbiano la vita.
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con me sarai. Tu sarai con me, perch io, lEmmanuele, sono con te. Ormai ovunque, come vedi. Tu non sei stato con me, sei fuggito lontano. E io sono venuto lontano, fin qui sulla croce. Voglio stare con te, perch tu possa stare con me. Ora concludo con te unalleanza. nuova, come la nostra amicizia che comincia oggi. eterna, come la mia fedelt che pi forte della morte. Anche dopo sarai con me, come ora io sono con te. nel paradiso (= giardino). E questo il paradiso, perch io sono la tua vita. Adamo usc dal giardino a causa della menzogna. Ora che mi vedi vicino e non puoi e non vuoi pi fuggire, conosci la verit di me e di te. Siamo di nuovo luno con laltro. Sono venuto con te sulla croce, perch tu tornassi con me nel Regno. Ora che la tua paura di me cessata e legata, vedi che il mio amore per te crocifisso e inchiodato. Non si allontaner mai da te; e tu non ti allontanerai pi da me. Vivremo per sempre insieme: tu con me perch io con te, tu di me e io in te. La mia delizia stare con te (Pro 8,31), perch tu mi hai rapito il cuore, e sei diventato per me il paradiso (Ct 4,9-13). Per questo, vicino al tuo che mi d la morte, ho piantato il mio albero che ti d la vita. Qui il centro del nuovo giardino (cf. Ap 22,1s). Ora capisci perch sta scritto che luomo lascer tutto per unirsi alla sua donna, e i due saranno una carne sola (Gn 2,24)? Io, lo Sposo tuo, ho lasciato tutto per unirmi a te. Nulla potr pi separarci, perch il mio amore per sempre con te per farsi il tuo stesso amore per me. Io sono solidale con il tuo dolore affinch tu
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sia solidale con la mia gioia (Mt 25,21.23). A questo punto il Padre chiama tutti e dice: congioite con me. Facciamo festa. Ora bisogna far festa e rallegrarsi perch costui era morto e rivive, era perduto e fu ritrovato (cf. 15,6.9.24.32). Veramente Dio ha compatito noi, perch noi congioiamo lui! La sua sim-patia (=com-passione) per noi la fonte perenne della nostra gioia. Questa la salvezza che ci offre il Cristo di Dio, leletto, il re dIsraele, che perde se stesso per salvare noi. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo ai piedi della croce. c. Chiedo ci che voglio: capire perch Ges, in mezzo ai due crocifissi, il re e salvatore mio e di tutti. d. Contemplo col popolo la scena, e vedo cosa dicono a Ges i capi religiosi, i militari e i due condannati. 4. Passi utili Sal 22; Is 52,13-53,12; Gal 3,13; 2Cor 5,21; Rm 5,6-11; Gal 2,20; Eb 2,14s; Lc 6,20-26.27-38; 6,36.
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136. PADRE, NELLE TUE MANI AFFIDO IL MIO SPIRITO (23,44-49)


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Ed era gi circa lora sesta e la tenebra fu sullintera terra fino allora nona, 45 essendo mancato il sole. Ora si squarci il velo del tempio nel mezzo. 46 E, esclamando a gran voce, Ges disse: Padre, nelle tue mani affido il mio spirito. Ora, detto questo, spir. 47 Ora, visto lavvenimento, il centurione glorific Dio, dicendo: Davvero questuomo era giusto. 48 E tutte le folle presenti insieme
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a questa visione (= theoria), contemplati gli avvenimenti, colpendosi il petto ritornavano. 49 Ora da lontano stavano tutti i suoi conoscenti, e le donne che insieme lo seguivano dalla Galilea a contemplare queste cose. 1. Messaggio nel contesto La scena della morte di Ges secondo Luca contiene varie particolarit rispetto agli altri due sinottici. Le principali sono le seguenti: invece della citazione del Sal 22 e relative parole su Elia, troviamo la citazione del Sal 31; il velo del tempio si lacera prima della sua morte; il centurione lo proclama giusto; le folle si battono il petto. A livello pi generale utile tener presente che la croce di Ges per Marco soprattutto la rivelazione del mistero di un Dio che muore per luomo; per Matteo lirruzione della Gloria che preannuncia la risurrezione; per Luca il passaggio dal mondo della schiavit alla casa del Padre. il ritorno del Figlio perduto e ritrovato: sulla croce definitivamente con noi, perch noi siamo con lui. Il modo in cui il maestro vive la sua morte presentato come causa esemplare (= modello e forza per attuarlo) della vita e della
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morte del discepolo, chiamato a testimoniarlo sia dimorando nel corpo sia esulando da esso (2Cor 5,9). Le brevi annotazioni degli avvenimenti che precedono e seguono la morte di Ges ne illustrano i vari aspetti teologici. Le tenebre e loscurarsi del sole (v. 44) sottolineano la sua portata cosmica e salvifica. Crocifiggendo il Giusto, il male ha raggiunto lapice: la fine del mondo, che ripiomba nel caos; la tenebra fitta, che copre la terra di schiavit. Ma Dio ne fa una nuova notte di genesi e di pasqua, in cui esplica tutto il suo potere di creatore e di salvatore: il suo unigenito Figlio ucciso principio di un mondo nuovo, il sangue dellAgnello immolato riscatto per tutti. Loscurarsi di tutta la terra anche segno di lutto. il pianto della creatura per il suo Creatore. Lo squarciarsi del velo del tempio (v. 45) significa che Dio non pi chiuso alluomo. Si aperto, per accogliere il Figlio che ritorna a casa. In lui ogni fratello ora riconciliato e ha libero accesso al Padre. Cessa lantica alleanza che denuncia il peccato, inizia la nuova che annuncia il perdono. La morte di Ges, con le sue parole di fiducia, un espirare (v. 46). Egli getta il proprio soffio vitale da questo mondo irrespirabile alla sorgente della vita. Si abbandona al Padre. La diffidenza e la fuga diventano affidamento e ritorno a lui. la vittoria sul veleno della menzogna antica, lingresso nel giardino originario in cui il Benefattore introduce ogni malfattore che glielo chiede. La morte di Ges lesaltazione piena di Dio; la sua Gloria torna tra gli uomini. Anche il centurione pagano la riconosce (v. 47). Nel Giusto
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che muore con gli ingiusti si rende visibile lamore di Dio per noi; la sua bellezza traspare sulla terra e riacquista il suo peso. Questa morte uno spettacolo (v. 48), visione dellessenza di Dio che si esibisce nella sua misericordia per luomo. Il Crocifisso la theora divina, da cui scaturisce una prassi nuova. Finalmente luomo vede chi Dio, si converte a lui, e ritorna a lui, suo luogo naturale: in cui solo se stesso e pu vivere. I conoscenti di Ges e le donne (v. 49) raffigurano linizio della chiesa, piccola, debole e impotente come il suo Signore. Riunita ai piedi della croce, raccoglie il frutto della compassione di Dio per il male del mondo. 2. Lettura del testo v. 44: e la tenebra fu (= avvenne). In principio Dio disse: Sia la luce!. E la luce fu (Gn 1,3). Ges catturato disse: Questa la vostra ora e il potere delle tenebre (22,53). E la tenebra fu su tutta la terra intera. La morte di Ges luccisione dellautore della vita (At 3,15). Non ci pu essere male peggiore. Il peccato, principio di de-creazione, consumato. Tutto regredisce al caos primordiale. La tenebra, che si addensa attorno alla croce, segna la fine del mondo posto nelle mani del Maligno e linizio di una nuova genesi. Richiama anche la grande piaga, la notte che copr lEgitto, quando furono uccisi i primogeniti. Segna quindi la fine della schiavit e linizio del nuovo esodo.
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Questa tenebra allude inoltre alla profezia di Amos: In quel giorno - oracolo del Signore Dio - far tramontare il sole a mezzod e oscurer la terra in pieno giorno, per fare come un lutto per un figlio unico (Am 8,9s). La creazione tutta partecipa al dolore del Padre per la morte del Figlio. La morte di Ges ha quindi un significato cosmico e storico, definitivo e universale. In lui finisce la creazione iniziata con la Genesi e comincia la ricreazione dellesodo, che coinvolge tutto e tutti, Dio compreso. Ges, nel suo terzo discorso escatologico, diceva: Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perch la vostra liberazione vicina (21,28). Quando parlano della fine del mondo e di terra e cieli nuovi, i Vangeli hanno sempre sotto gli occhi lavvenimento storico della croce di Ges. In essa tutto compiuto (Gv 19,30). v. 45: essendo mancato il sole. Il sole manca dallora sesta allora nona, da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Si oscura nel suo fulgore meridiano. Labisso ha inghiottito tutto nel nulla. In questa oscurit assoluta, dallalto della croce, risuoner la voce del Verbo creatore. Questo giorno la notte della ricreazione e dellesodo ultimo. Il sole vecchio scompare, perch non c pi bisogno della sua luce. Ora giunta la luce vera; la citt sar illuminata dallAgnello (Ap 22,5). si squarci il velo del tempio nel mezzo. Le braccia del Padre si aprono per accogliere il ritorno del Figlio. Il velo del
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tempio separava il Santo dei santi dal resto. Vi passava solo il sommo sacerdote, una volta lanno, per il rito di espiazione, nel giorno della riconciliazione (Lv 16,2-29; cf. Eb 9,7). Dopo il perdono del primogenito crocifisso, ogni peccato espiato per sempre. Nel suo nome si annuncia a tutti la remissione dei peccati (24,47; At 2,38; 5,31; 13,38). La Gloria, che amore traboccante, ha squarciato col suo peso tutto. Ora Dio non ha pi veli. Nel suo Figlio unico, dato per noi, si svelato come il Padre delle misericordie (2Cor 1,3). Laccesso a lui aperto per tutti e per sempre. Nel fratello Ges ogni uomo incontra il Padre. La sua croce la fine dellantica alleanza fatta di prescrizioni e di leggi. Per leccessivo amore con cui ci ha amati (Ef 2,4) Dio ha abbattuto il muro di separazione Siamo tutti santi, suoi familiari e suo tempio nello Spirito (Ef 2,14-22). v. 46: esclamando a gran voce. Allora nona si suonavano nel tempio le trombe per linizio della preghiera vespertina. Il fratello maggiore associa la sua voce alta a quella del popolo in preghiera. Si unisce a tutti quelli che sono giunti alla loro sera, e li affida con s al Padre. eccezionale questo grido per uno che muore in croce. Nelle tenebre risuona una voce divina. la voce potente del Verbo, che fa nuove tutte le cose (Ap 21,5). il grido delluomo nuovo, la nascita del Figlio in seno al Padre. Padre, nelle tue mani affido il mio spirito. Luca fa dellabbandono di Dio (cf. Mc 15,34; Mt 27,46) il luogo
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dellabbandono a Dio: la fede. Per questo, invece che dal Sal 22, cita dal Sal 31. il lamento del giusto perseguitato che si mette nelle braccia di Dio, recitato come preghiera della sera. Ges aggiunge allinizio la parola: Abb, Padre. Sono le sue ultime parole. Le sue prime furono: Non sapete che io devo essere nelle cose del Padre mio? (2,49). La parola Padre sulla bocca di Ges fa da inclusione a tutto il Vangelo di Luca. Esso tutto una rivelazione della paternit di Dio attraverso quanto il Figlio ha fatto e detto in ricerca dei fratelli perduti. Ora giunto alla fine della sua fatica. Si consegna al Padre e gli affida la sua vita ormai piena, dicendo: Ecco con me i miei fratelli che mi hai dato. Tutti li ho ritrovati . finita la sua missione di Figlio che conosce il Padre e lo rivela ai fratelli. Si fatto ultimo per ritrovarli tutti. La sua morte da figlio obbediente e fratello di tutti i malfattori apre a tutti il varco della vita. lesodo. Dopo di lui, il primogenito, anche noi possiamo accettare come dono sia il vivere che il morire. Infatti veniamo dal Padre e a lui torniamo. Vinta la paura che ci fece fuggire dalla nostra vita, la nostra morte diventa il ritorno a casa. In pace mi corico e subito mi addormento: tu solo, Signore, al sicuro mi fai riposare (Sal 4,9). Come Ges si affida nelle mani del Padre, cos il discepolo si affider nelle sue. Dir Stefano: Signore Ges, accogli il mio spirito (At 7,59). La nostra vita, accolta nel Figlio, abbandonata nelle braccia del Padre.

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La morte di Ges la nostra salvezza perch la solidariet di Dio con noi. Ma anche lesempio di come muore luomo nuovo, lAdamo riconciliato. detto questo, spir. Gv 19,30 specifica: consegn lo Spirito. Non dice: mor, bens: e-spir. Questa parola richiama lo spirito, cio il soffio vitale. La vita del Figlio spira verso il Padre: affidata a lui, raggiunge il suo luogo naturale. Questo il nuovo significato della vita e della morte: dono di Dio e abbandono a lui, inspirazione ed ispirazione dellunico respiro damore. Vivere cos entrare in Dio e accogliere il mistero di dono e dabbandono reciproco tra Padre e Figlio, lo Spirito santo. Nel Figlio che muore per me e con me, posso anchio accettare la mia morte naturale come consegna di me al Padre. latto di fede pi grande. A causa del peccato rimane sempre, anche per il credente, la drammaticit della morte col suo travaglio. Ma illuminata dalla presenza di Ges, che venuto a condividere la mia sorte di malfattore. v. 47: visto lavvenimento. Ai piedi della croce ci sono tre categorie di persone che vedono: il centurione, le folle e i conoscenti con le donne. Tutti costoro guardano il grande avvenimento dellesodo di Ges con i segni che laccompagnano. La contemplazione della croce per tutti. lantidoto che Dio ha dato ai suoi figli per vincere il veleno del serpente (Gv 3,14s; Nm 21,4ss). Da questo sguardo al Crocifisso nasce il nuovo popolo.
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il centurione glorific Dio. Il centurione - un pagano, comandante dei plotone di esecuzione - la persona spiritualmente pi lontana. Ora glorifica Dio. Gloria (ebraico: kbd = peso) indica la sovrabbondante bellezza di Dio che rompe ogni argine e straripa nelluniverso. Glorificare Dio significa riconoscerlo in concreto, dandogli nella propria vita il peso che si merita. Nella morte di Ges, non possiamo non vedere la gloria di Dio, che il sospetto diabolico ci aveva nascosta: vediamo tutto il suo amore per noi. La sua tenerezza riempie tutta la creazione: Quando sar elevato da terra, attirer tutti a me (Gv 12,32). Alla sua nascita gli angeli glorificavano Dio in cielo (2,13s). Alla sua morte gli uomini peccatori lo glorificano in terra, primo di tutti il responsabile diretto della sua crocifissione! Ora la gloria di Dio torna sulla citt santa. Ma non da oriente, come ci si aspettava (Ez 43,2); bens da occidente, dove sul Calvario si innalza la luce del mondo. La morte di Ges la glorificazione piena di Dio come Dio, perch lesaltazione del suo amore per tutti e sopra tutti. Chi lo vede torna a vivere. Se luomo vivente la gloria di Dio, la vita delluomo la visione di Dio (Ireneo), di questo Dio crocifisso per amore delluomo. Davvero questuomo era giusto. Giusto - attributo del messia - colui che compie la volont di Dio. In Ges si compie pienamente la giustizia di quel Dio che vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della
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verit (1Tm 2,4). Il Signore soltanto riconosciuto giusto (Sir 18,2). Ora finalmente conosciamo la sua giustizia: la misericordia del Padre (cf. 6,36!) che giustifica tutti i peccatori. Il Figlio venuto a portarcela. v. 48: tutte le folle. Dai discepoli lontani alla moltitudine delle folle, tutti siamo chiamati a contemplare la gloria. questa visione (greco: theora). lunica volta in tutto il NT che si usa la parola theora. La morte in croce uno spettacolo, una rappresentazione di Dio: si apre il velo del Santo dei santi, e vediamo faccia a faccia la profondit del suo mistero. Guarderanno a colui che stato trafitto (Gv 19,37). Attraverso lapertura del suo costato abbiamo la visione di Dio; comprendiamo lampiezza, la lunghezza, laltezza e la profondit e conosciamo lamore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza (Ef 3,18s). Uno non ci che ha, ma ci che d. Dio semplicemente colui che , perch semplicemente d: lamore che d tutto se stesso. Lo contempliamo nellumanit di Ges. Il Crocifisso il libro spalancato della misericordia di Dio. Il suo corpo dato e il suo sangue effuso lepifania totale di Dio: misericordia che si riversa su di noi e ci colma di tutta la sua pienezza. Nel Crocifisso si manifesta corporalmente tutta la pienezza della divinit (Col 2,9). In lui vediamo ci che occhio umano mai non vide (1Cor 2,9).

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colpendosi il petto. segno di lutto e di conversione. In quel giorno riverser sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si fa il lutto per un figlio unico, lo piangeranno come si piange il primogenito (Zc 12,10). lanticipo della conversione di Pentecoste. Le folle capiscono il male commesso uccidendo il Giusto. Chi gli chiede: Perch quelle piaghe in mezzo alle tue mani?, ora sa anche la risposta: Queste le ho ricevute in casa dei miei amici (Zc 13,6). Da esse scaturisce per tutti una sorgente zampillante per lavare il peccato e limpurit (Zc 13,1). ritornavano. Ora tutti, come il paralitico perdonato, abbiamo una casa verso cui tornare (5,25). In essa il Padre ci attende. Anzi, lui stesso la nostra casa: Nelle tue mani affido la mia vita. v. 49: da lontano stavano tutti i suoi conoscenti. unallusione al Sal 38,12: Amici e compagni si scostano dalle mie piaghe; i miei conoscenti stanno lontano. Luca non parla dellabbandono di tutti i discepoli (Mc 14,50). Presenta solo Pietro, che lo seguiva da lontano e dir di non conoscerlo. Anche il pubblicano stava lontano e si batteva il petto, e torn a casa giustificato (18,13s). Ma quale lontananza ormai possibile dalla croce? Non essa la lontananza estrema di Dio da s e la sua vicinanza somma a tutti noi, cominciando proprio dai pi lontani?
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e le donne che insieme lo seguivano dalla Galilea a contemplare queste cose. La Galilea e la croce sono rispettivamente linizio e il termine del cammino di sequela. Queste donne non fanno nulla. Sono in contemplazione del Crocifisso. Come la terra accoglie il seme, cos nel loro cuore entra attraverso gli occhi la theora della croce. Essa rivela la qualit fondamentale di Dio: la sua compassione (in greco: symptheia = simpatia) per luomo. Sentimento del debole da cui il forte si difende, il principio stesso dellamore. Questo si manifesta senza ambiguit proprio quando si impotenti e indifesi davanti allamato. Allora o si volge altrove lo sguardo, o si com-patisce, cio si patisce con lui lo stesso male. La compassione supera anche la soglia della solitudine pi invalicabile dellaltro, la morte. Infatti uccide e rende come laltro. Ogni azione che non nasce da essa non gesto di solidariet e di amore, ma di potenza e di autoaffermazione. Queste donne guardano la compassione di Dio per il mondo, e sono prese dal suo stesso sentimento nei suoi confronti. Locchio lorgano del cuore, e porta chi guarda fuori di s nellaltro: lestasi (= star fuori di s) dellamore. Per questo la contemplazione principio di identificazione con chi si contempla. Si guarda solo ci che si ama, e si diventa ci che si ama. Queste donne rappresentano la chiesa con le sue note essenziali: seguire Ges, stare ai piedi della croce, contemplare il Crocifisso e rispondere alla sua compassione in debolezza e vulnerabilit estrema. In esse continua la vicenda
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di Cristo. Sono il Vangelo vivo, la memoria del Signore, il suo profumo che si effonde per il mondo intero (2Cor 2,14). Scrivono la vera storia della chiesa. Sotto il melo ti ho svegliata (Ct 8,5). Sotto lalbero della croce la sposa si risveglia, e accoglie lamore del suo Signore. Guarda con stupore il suo sposo di sangue. Osserva dove verr nascosto: la sua vita! Lo cercher e lo trover. il Vivente. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo davanti alla croce di Ges. c. Chiedo ci che voglio: vedere Ges che spira in croce. d. Contemplo mettendomi al posto del centurione che lha crocifisso. 4. Passi utili Sal 22; 31; Is 52,13-53,12; Es 33,18-23; Am 8,9s; 1Cor 2,2; Ap 5,1-14.

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137. IL SABATO COMINCIAVA A RISPLENDERE (23,50-56)


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Ed ecco un uomo di nome Giuseppe, che era consigliere, uomo buono e giusto 51 - costui non era consenziente al parere e allazione loro dArimatea, citt dei giudei, il quale attendeva il regno di Dio. 52 Costui, recatosi da Pilato, chiese il corpo di Ges, 53 e, toltolo gi, lo avvolse in un lenzuolo e lo pose in un sepolcro scavato nella pietra dove ancora nessuno era giaciuto. 54 Ed era il giorno della Parasceve e il sabato cominciava a risplendere. 55 Avvicinatesi le donne che erano venute insieme con lui dalla Galilea osservavano il sepolcro e come fu posto il suo corpo. 56 Ora, ritornate, prepararono aromi e profumi; ma il sabato riposarono secondo il comandamento.
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1. Messaggio nel contesto La vita di Ges racchiusa tra due grotte, quella della nascita e quella della morte. Adoriamo lumilt di Dio. in tutto simile a noi, che veniamo dalla terra e ad essa ritorniamo. Qui il suo amore raggiunge la massima umilt, fino allidentificazione con noi. Ora non fa pi nulla, perch ha gi fatto tutto. Solidale con noi fino in fondo, si donato totalmente, fino allo svuotamento assoluto. Disceso nel luogo da cui cerchiamo disperatamente e invano di fuggire, diventa ci che nessuno vuole essere e tutti diventiamo: il niente di s, il no della vita. Il sepolcro di Sara fu il primo pezzo di terra promessa (Gn 23). Il sepolcro di Ges contiene la realizzazione ultima della promessa. Il suo corpo, gettato sotto terra, il seme che porter il frutto della vita. Il messia non salva dalla morte, ma nella morte. Ora scende nel regno di colei che tutti ha in suo potere. L sono quanti furono, l saranno quanti ancora non sono; l tutta lumanit si d convegno, ugualmente sconfitta. Nessuno sopravvive alla morte, che alla fine tiene tutti in prigione. Ora il Signore della vita ne varca le porte. La luce entra nelle tenebre e annuncia la buona notizia ai poveri. Comincia dai pi poveri fra tutti: i morti che non hanno creduto nel tempo della pazienza e della magnanimit di Dio (1Pt 3,19s). Davvero senza misura la sua misericordia: tutto riempie, come lacqua loceano.
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Nel sepolcro del Figlio delluomo si conclude la fatica di Dio in ricerca delluomo. Iniziata nel giardino dellEden, finisce nel giardino del sepolcro. Adamo, dove sei? (Gn 3,9) sono le sue prime parole rivolte alluomo peccatore. Qui finalmente lo trova, perch non pu pi fuggire oltre. E riposa presso di lui, che da sempre ha amato e cercato. In questa sera risplende la luce del sabato definitivo. Dio ha compiuto la sua creazione. La tomba, dove sono tutti i suoi figli, diventa anche sua dimora. Finalmente tutti sono con lui, vita di tutto ci che esiste (cf. Gv 1,3b-4a). Il corpo del Signore, ridotto a passivit totale, scende nelle profondit della materia primordiale. La potenza del suo Spirito la riplasma a nuova vita. la salvezza cosmica, che tutto e tutti strappa per sempre dal caos. La casa del Padre finalmente piena (14,23). La Parola entra nel silenzio, avvolta nella maest della sua potenza creatrice. Che cosa avvenuto? Oggi sulla terra c grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perch il Re dorme: la terra rimasta sbigottita e tace perch il Dio fatto carne si addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio morto nella carne, ed sceso a scuotere il regno degli inferi. Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nellombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in
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prigione. Il Signore entr da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, grid a tutti e disse: Sia con tutti il mio Signore. E Cristo rispondendo disse ad Adamo: E con il tuo spirito. E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: Svegliati, o tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminer. Io sono il tuo Dio, che per te son diventato tuo figlio, che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi. Infatti non ti ho creato perch rimanessi prigioniero nellinferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi, mia effigie, fatto a mia immagine! Risorgi, usciamo da qui! Tu in me e io in te siamo infatti ununica e indivisa natura. Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te io, che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta.
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Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano allalbero. Morii sulla croce e la lancia penetr nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire Eva dal tuo fianco. Il mio costato san il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti liberer dal sonno dellinferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te. Sorgi, allontaniamoci da qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto pi in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita; ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio s che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio. Il trono celeste pronto, pronti agli ordini sono i portatori, la sala allestita, la mensa apparecchiata, leterna dimora addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli (da unantica omelia sul Sabato santo, riportata nel Breviario Romano). Certamente Ges avr incontrato anche Giuda, giunto l da poco. E questi gli avr rivolto la stessa domanda che lui gli aveva fatto lultima notte: Amico, perch sei qui? (Mt 26,50). 2. Lettura del testo
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v. 50: un uomo di nome Giuseppe, che era consigliere. Faceva parte del sinedrio, responsabile principale delluccisione di Ges. A un malfattore fu promesso per primo il Regno, allesecutore della sua condanna fu concesso di riconoscerlo come Giusto; ora a un consigliere donato il suo corpo. Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! (Rm 11,33). Sono tutti giudizi e vie di misericordia, che fa i suoi primi frutti tra i pi lontani. uomo buono e giusto. lelogio pi alto del Vangelo. Il Signore non guarda lappartenenza a categorie - pura apparenza! - ma il cuore (1Sam 16,7). Questo terreno pi o meno buono per accogliere la Parola (8,15). Dio non fa preferenze di persone; ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, a lui accetto (At 10,34). Malfattori, soldati romani o membri del sinedrio, tutti siamo ugualmente suoi figli, chiamati a riconoscerci tali nel Figlio donato per noi. v. 51: non era consenziente al parere e allazione loro. La bont consiste nel non seguire il parere degli empi (Sal 1,1) e nellaccogliere la Parola (8,15). La giustizia consiste nel non consentire alla loro prassi e nel compiere la volont di Dio. Giuseppe buono e giusto, uno che ascolta e fa la Parola. il vero parente prossimo di Ges (8,21). Per questo spetta a lui la sua sepoltura.
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dArimatea, citt dei giudei. Luca sottolinea che Giuseppe appartiene al popolo giudaico, di cui ha evidenziato la responsabilit nella condanna di Ges. Non si creda che colui che ha detto non condannate condanni qualcuno! Per questo il gesto ultimo di amorosa piet verso di lui spetta proprio a un giudeo. attendeva il regno di Dio. Attendere ci che Dio ha promesso la definizione del giudeo di sempre. Ai figli che aspettano il Regno, Dio concede il corpo del Figlio. v. 52: chiese il corpo di Ges. Marco dice: os chiedere, e ottenne in dono il corpo morto di Ges (Mc 15,43.45). Il suo corpo il Regno, chicco che muore e porta frutto (Gv 12,24). Seme piccolo, preso e gettato nel giardino, diventer il grande albero; pezzo di fermento preso e nascosto, lieviter la terra, rompendone la crosta di morte e aprendone i sepolcri. Il regno di Dio tra gli uomini lumanit di Ges, in cui abita corporalmente tutta la pienezza della divinit (Col 2,9), che si dona a noi. v. 53: toltolo gi. Ges non pu restare esposto, tanto pi che la vigilia della festa. Un condannato immondo. Il suo cadavere non dovr rimanere tutta la notte sullalbero, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perch lappeso una maledizione di Dio e tu non contaminerai il paese che il Signore tuo Dio ti d in eredit (Dt 21,23). Il suo corpo, fatto per noi maledizione (Gal 3,13), la benedizione
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promessa in Abramo a tutte le genti (Gn 12,3; 22,18). Ma per essere feconda, deve finire sotto terra, ritrovare le radici profonde delluomo, per sanarle. lo avvolse in un lenzuolo e lo pose in un sepolcro. Maria gener il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo adagi nella mangiatoia (2,7). Giuseppe lo toglie gi, lo avvolge nel lenzuolo e lo pone nel sepolcro. Sono le cure prime e ultime che le mani di una donna e di un uomo prestano a Dio. Toccano il suo corpo! Ma non per strappargli qualcosa, bens per donargli ci di cui ha bisogno. Dio si compiace molto dessere toccato da chi ama. I pastori riconobbero il Salvatore e Signore loro avvolto in fasce e adagiato in una mangiatoia (2,11s). Noi lo riconosciamo e adoriamo avvolto nella sindone e adagiato nel sepolcro. Sepolcro in greco si dice mnma o mnmeion che significa memoriale. il ricordo fondamentale delluomo, al quale sta a cuore pi il futuro che il passato. Unico animale che sa di morire, la memoria mortis lo rende quello che , con tutti i suoi interrogativi e le sue possibilit di risposta. La morte la parte mros che gli tocca in sorte moira, di cui sempre ha memoria. Memoria, parte e sorte in greco sono parole imparentate tra loro e con la nostra parola morte. Il luogo del timore assoluto delluomo diventa ora la culla della sua speranza. Proprio nella memoria di morte echegger lannuncio di vita: Non qui! (24,6). La tomba non terrorizza pi. Contiene il Signore della vita.
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scavato nella pietra. Giuseppe cede il proprio sepolcro a colui che dar la vita a tutti. Ges non deposto nella fossa comune dei malfattori, come si sarebbe dovuto fare. Infatti con i malfattori gli destinata sepoltura, ma un ricco provvede dopo la sua morte (Is 53,9 ebr.). dove ancora nessuno era giaciuto. Non messo neanche con i giusti. Li avrebbe contaminati. Il suo sepolcro deve essere nuovo (Gv 19,41), come la sua morte. Essa unica, come lui, primogenito di ogni creatura (Col 1,15). Il grembo della madre terra, che accoglie il nuovo Adamo, vergine come quello di Maria. Riceve il dono di Dio, il Figlio dellAltissimo che scende a visitare i suoi fratelli nel luogo dove pu ritrovarli tutti insieme, stolti e sapienti, empi e giusti. Nessuno era salito sul suo asinello (19,30). Nessuno ancora sceso nel suo sepolcro. Ma dora in poi ci sar donato di conmorire ed essere con-sepolti con lui, per essere con-vivificati con lui (Rm 6,4; Col 2,12; Ef 2,5s). Il Pastore della vita venuto incontro a tutte le sue pecore per strapparle dalla morte, che era diventata loro pastore (Sal 49,15). v. 54: il sabato cominciava a risplendere. Finisce il lungo giorno della Parasceve (= preparazione) alla festa. Ma non scende pi la notte. Inizia la luce della grande festa. In quel giorno verso sera risplender la luce (Zc 14,74). Sar un unico giorno, il Signore lo conosce. In quel giorno il Signore
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sar re di tutta la terra, e ci sar il Signore soltanto e soltanto il suo nome (Zc 14,7-9 passim). Perch la luce del mondo dorme sotto terra? Si accende forse una lampada e la si nasconde sotto il vaso o sotto il letto (8,16)? Lascia fare, per ora! Bisogna che la luce scenda negli abissi per illuminare tutte le notti delluomo. Dio fa sua la nostra dimora, perch noi dimoriamo presso di lui per sempre. Il sole entrato nelle tenebre e le ha sconfitte per sempre. v. 55: le donne... osservavano il sepolcro,. Le donne contemplano il sepolcro. Il grembo che genera la vita per la morte sta davanti al grembo della morte che generer per la vita. Erano venute dalla Galilea, seguendo Ges dallinizio sino alla fine, per vedere questo mistero. Non capiscono. Ma, come Maria, amano e conservano nel cuore la Parola (2,19.51). il seme, da cui nascer la chiesa. Sostiamo con loro davanti alla pietra. Dietro c tutto ci che luomo teme. Ma ora c tutto ci che pu sperare: il Signore stesso della vita. Questa contemplazione rompe il dominio della paura della morte e dellegoismo, e offre la possibilit di una vita nellamore. la libert che sta a fondamento del nuovo popolo. come fu posto il suo corpo. una contemplazione attenta e materna della Parola fatta carne e consumata nel silenzio. Tutto ci che riguarda questo corpo osservato e custodito nel cuore. Ogni tratto sar fecondo.
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v. 56: prepararono aromi e profumi. La sepoltura fu affrettata a causa del sabato imminente. Le donne preparano ci che il giorno dopo vorrebbero prodigare alla salma. Ma si sentiranno dire: Perch cercate tra i morti il Vivente? (24,5). Non c da nascondere pi nessun odore di morte, ma da diffondere il profumo di vita (cf. 2Cor 2,14ss). Gli aromi non devono essere imbalsamazione di cadavere, ma risposta di amore a colui che mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20). quanto aveva gi capito la peccatrice in casa del fariseo (7,36-50). ma il sabato riposarono secondo il comandamento. Il sepolcro di Ges il compimento della creazione. Segna linizio del grande sabato definitivo, del giorno unico e senza tramonto, in cui Dio ha finito la sua opera. il suo riposo, che diventa riposo delluomo (Gn 2,2). Ma si riposa solo quando si a casa. Ora sia Dio che luomo riposano perch ognuno ha trovato nellaltro la sua casa: Dio nelluomo e luomo in Dio. lesycha, la pace dolce e calma dellamato con lamata. Dopo un lungo travaglio, si sono ritrovati, e riposano secondo il comandamento (Lv 23,3-8). Esso si realizza solo ora, perch ora anche noi possiamo accoglierlo secondo il suo comando (10,27; Dt 6,4). Il nostro amore scaturisce come acqua viva dalla contemplazione di lui che per primo ci ha amati (1Gv 4,19) da tutto quanto il suo cuore e in tutta quanta la sua vita e in tutta quanta la sua forza e in tutta quanta la sua intelligenza (10,27). Ora finalmente possiamo fare altrettanto e diventare simili a lui (cf. Gn 1,26s; 3,5).
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Anzi, una sola cosa con lui, come il Padre in lui e lui nel Padre (Gv 17,21). Perch lui ora si fatto davvero una sola cosa con noi. 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo davanti al sepolcro. c. Chiedo ci che voglio: ricevere con Giuseppe il suo corpo, stare con le donne davanti al sepolcro. d. Contemplo Ges deposto dalla croce, preparato per la sepoltura e chiuso dietro la pietra. Sosto a lungo davanti ad essa. 4. Passi utili Gn 23; Sal 130; 131; 1Cor 15,55s; 1Pt 3,19s; Eb 2,14s.

138. NON QUI, MA RISORTO (24,1-12)

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Ora il primo dei sabati, allalba profonda, vennero al sepolcro portando gli aromi che prepararono. 2 Ora trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro. 3 Ora, entrate, non trovarono il corpo del Signore Ges. 4 E avvenne, mentre erano senza via duscita circa questo, ecco che due uomini stettero davanti a loro in veste sfolgorante. 5 Ora, mentre esse venivano prese dal timore e chinavano i volti verso la terra, dissero a loro: Perch cercate il Vivente con i morti? 6 Non qui, ma risorto. Ricordate come vi parl quando era ancora in Galilea, 7 dicendo del Figlio delluomo che deve essere consegnato nelle mani di uomini peccatori ed essere crocifisso e al terzo giorno alzarsi. 8 E si ricordarono delle sue parole.
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E, ritornate dal sepolcro, annunciarono tutte queste cose agli Undici e a tutti gli altri. 10 Ora erano Maria, la Maddalena, e Giovanna e Maria di Giacomo; e le altre con loro. 11 Dicevano agli apostoli queste cose, e parvero loro come deliramenti queste parole, e non credevano loro. 12 Ora Pietro, alzatosi, corse al sepolcro, e, curvatosi, vide le sole bende, e se ne and presso di s meravigliandosi di ci che era avvenuto. 1. Messaggio nel contesto Finch c vita, c speranza dice un proverbio. Luomo naturalmente pensa che la morte ponga fine a ogni speranza. La risurrezione non pu che suscitare incredulit o ilarit (cf. At 17,32; 26,24). Ai sadducei, che non la ritenevano possibile, Ges aveva detto: Non siete voi forse in errore, dal momento che non conoscete le Scritture n la potenza di Dio? (Mc 12,24). Indeducibile da qualsiasi premessa umana, essa rivelata a chi conosce la promessa e la potenza di Dio (cf. commento a 20,27-40). la realizzazione piena
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della sua salvezza. Amante della vita, Dio non vuole la morte. Ha creato luomo per limmortalit, la cui radice la conoscenza della sua potenza (Sap 11,26; 1,13.23; 15,3). In Ges ce lha manifestata totalmente, mostrandoci come in lui tutta la creazione, insieme con noi, destinata alla risurrezione, espressione piena della nostra verit di figli di Dio (Rm 8,19-23). Per questo non siamo come gli altri che non hanno speranza (1Ts 4,13) oltre la morte. Se abbiamo avuto speranza solo in questa vita, siamo da compiangere pi di tutti gli uomini (1Cor 15,19). Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo risuscitato. Ma se Cristo non risuscitato, allora vana la nostra predicazione ed vana anche la vostra fede (1Cor 15,13s). Con la nostra risurrezione, sta o cade quella di Cristo e il senso stesso di tutta la fede cristiana. La fede infatti esperienza del Cristo risorto. La nostra vita, pur non ignorando nessuna delle tribolazioni comuni a tutti, illuminata dalla gioia pasquale; e trova nellincontro con il Signore glorificato la forza per camminare fin dove lui gi ci attende. La nostra risurrezione sar corporea, come la sua. Non si tratta per di rianimazione di cadavere: un ritorno alla vita di prima. creazione nuova, passaggio a una vita altra. Il nostro corpo sar animato dallo stesso Spirito di Dio e parteciper della sua vita. Infatti si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso; si semina
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debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale (1Cor 15,42ss). Questa vita nuova, superiore a ogni conoscenza umana, consiste nellessere con Ges, il Figlio unito al Padre nellunico amore: Saremo sempre con il Signore (1Ts 4,17). Saremo con colui che venuto a stare con noi fin sulla croce per poterci dire: Oggi sarai con me in paradiso. Come gli altri racconti del Vangelo, a maggior ragione questi della risurrezione non sono il semplice resoconto di fatti accaduti una volta per sempre. Una volta per sempre si svuotato il sepolcro e Ges risorto con il suo corpo glorioso. Ma ogni racconto intende mostrarci come noi ancora oggi possiamo incontrarlo. Tra le sue varie manifestazioni, avvenute a Gerusalemme e in Galilea, gli evangelisti scelgono quelle che ritengono pi adatte ad aiutare la loro comunit a questo scopo, seguendo la loro particolare ottica catechetica. In tutte le narrazioni costante la scoperta del sepolcro vuoto, lannuncio della risurrezione, lincredulit, lincontro con il Risorto non riconosciuto, il riconoscimento attraverso il ricordo (Parola ed eucaristia!) e un cambiamento gioioso e sconvolgente nella consapevolezza di una vita nuova in unione con lui. Luca insiste particolarmente sulla corporeit della risurrezione, perch lambito culturale al quale si rivolge la ritiene impossibile o anche disdicevole. Il capitolo racchiuso tra due assenze corporee: il corpo del Signore si assenta dallabisso nella risurrezione e dalla terra nellascensione. un moto dal sepolcro al cielo, dalla morte
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alla vita. Nel tempo che intercorre tra luscita dagli inferi e il ritorno al Padre, Ges, parlando e mangiando con loro, ha confortato e introdotto i discepoli nei misteri del Regno che si sono realizzati in lui: ha spiegato le Scritture e ha mostrato la propria vita come loro via, in cui camminare nella forza del suo Spirito. Al centro c lincontro di Ges con i discepoli di Emmaus. Nella parola e nel pane lo riconoscono e si accomunano allesperienza di coloro dai quali fu visto. Giardiniere per la Maddalena nel giardino, pescatore per i suoi discepoli sul lago, Ges si fa viandante per quanti sono ancora per via. Cambia il senso del loro cammino senza speranza e li fa correre verso Gerusalemme. In questo brano c la duplice constatazione del sepolcro vuoto - delle donne e di Pietro - e il duplice annuncio che proclama il Risorto - degli angeli alle donne e di queste ai discepoli. Il dubbio e lincredulit sono il luogo dove le nostre attese di morte si scontrano con lannuncio della vita nuova: Perch cercate il Vivente con i morti? Non qui. risorto. La consapevolezza di morte deve giungere a confrontarsi con il sepolcro vuoto. Qui luomo perde lunica sua certezza indubitabile e si trova davanti a unaporia, dalla quale pu uscire solo attraverso lannuncio e il ricordo delle parole del Signore che culminano nel banchetto. In questo far memoria di lui incontriamo il Vivente. La comunione con lui ci trasforma: viviamo del suo stesso Spirito con abbondante frutto di amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bont, fedelt, mitezza, dominio di s (Gal 5,22). Gi ora simili a
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lui, attendiamo la piena manifestazione dei dono ricevuto, quando alla fine lo vedremo cos come egli (1Gv 3,2). 2. Lettura del testo v. 1: il primo dei sabati. linizio della settimana, il primo giorno dopo il sabato. Il Vangelo di Luca ci presenta sette sabati (4,16.31; 6,1.6; 13,10; 14,1; 23,54). Ora siamo oltre il settimo sabato e il settimo giorno. Siamo nellottavo giorno, festa e riposo di Dio nelluomo e delluomo in Dio. il giorno nuovo, loggi senza tramonto, il cui sole il Signore risorto. vennero al sepolcro. Le donne ritornano al sepolcro, fine del cammino di ogni uomo. Unica sua certa attesa la certa fine di ogni sua attesa. portando gli aromi. La morte la signora di tutti. Luomo non pu che renderle omaggio. Mosso dallansia di vita, ha come vigile sentinella la paura della morte. Ogni sua attivit, in ultima analisi, non fa che aromatizzarne il fetore: un tentativo di esorcismo, utile almeno ad attenuarne il ricordo pungente. Ma nel Vangelo i profumi non servono per coprire la puzza. Sono espressione di amore, gioia dellincontro con lo Sposo (cf. 7,36-50).

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v. 2: trovarono la pietra rotolata via. Il sepolcro la bocca della morte che divora tutti e si chiude su tutti. Ma la pietra, sigillo infrangibile del suo dominio - nessuno pu romperlo! rotolata via. Questa la prima scoperta del mattino di Pasqua. Anche se molto grande (Mc 16,4), tanto grande da rinchiudere tutti gli uomini e ogni loro speranza, rotolata via per sempre! Anche lultima attesa delluomo delusa da quel Dio che vuol mostrare il suo dono incredibile. Lultima a morire non la speranza, che muore subito, ma la certezza della morte, che costituisce la principale difficolt a riconoscere il Risorto. v. 3: entrate, non trovarono il corpo del Signore Ges . Il sepolcro vuoto un dato di fatto fondamentale. Non creazione, bens condizione della fede pasquale. Le donne non trovano il corpo. v. 4: erano senza via di uscita. Si anticipa laporia, davanti alla quale si troveranno tutti gli uomini alla fine della storia (21,25). Il mistero della morte che si tramuta in vita spiazza ogni possibile ragionamento. Il sepolcro vuoto di Ges uccide la certezza pi certa delluomo. Come mai la morte spogliata della sua spoglia? Il fatto non ha riscontro in nessuna esperienza precedente; non trova spiegazione alcuna. ecco che due uomini. Qui si inserisce lannuncio, che solo in grado di far comprendere ci che accaduto. Questi due uomini (cf. 10,1), chiamati in seguito angeli (= annunciatori,
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v. 23), sono rivestiti di luce sfolgorante come il Cristo trasfigurato (9,29). Dichiarando alle donne il significato di questa sua assenza (cf. anche At 1,10s), continuano lazione di Gabriele (= forza di Dio), che troviamo allinizio del Vangelo: annunciano lazione impossibile di Dio, che mantiene la sua promessa. v. 5: esse venivano prese dal timore. il timore di chi avverte la presenza dello straordinario, comune a tutte le manifestazioni di Dio. chinavano i volti verso la terra. Al timore segue ladorazione. La rivelazione di Dio accolta nel silenzio riverente e nelladorazione. perch cercate il Vivente con i morti?. Dio non dei morti, ma dei viventi; poich tutti vivono per lui (20,38). La sua promessa, veramente pi grande di ogni fama (Sal 138,2), si oppone alla nostra attesa come la vita alla morte. Solo la sua parola in grado di portare la nostra ricerca a chiarire lenigma del sepolcro vuoto e a sperimentare il Vivente. Infatti ci libera dalla nostra fissazione di morte e ci indirizza verso dove non osiamo sperare. Toglie dai nostri occhi il drappo nero che ci impedisce di vedere il suo dono. Lannuncio prima dichiara lerrore delle nostre ricerche: quali sono le nostre ricerche sbagliate?

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v. 6: Non qui. Il sepolcro vuoto. Come i discepoli di allora, ancora noi oggi possiamo andarlo a visitare. E troviamo la stessa assenza. Il Vivente passato di qui ma non qui. Tuttavia solo chi cerca qui sa che da cercare altrove. Non tra i morti, bens tra i vivi, al cui cammino si accompagna. Ogni ricerca umana finisce in questo Non qui. Il sepolcro vuoto, smentita di Dio a ogni nostra attesa, volge la nostra mente in una direzione nuova e sorprendente. Il ventre della madre terra si svuotato, ha generato la vita nuova. risorto. lannuncio pasquale che, spiegando perch non qui, rivela il dono di Dio. La morte di Ges ha svuotato il sepolcro: La morte stata ingoiata per la vittoria. Dov, o morte, la tua vittoria? (1Cor 15,54s). Anche noi, come i discepoli, incontriamo il Signore attraverso questo annuncio, tanto incredibile per noi quanto per loro. Le modalit dellesperienza di fede sono uguali per tutti. Lunica differenza tra noi e quelli che furono testi oculari (1,2) che il loro incontro fu anche un vedere (vv. 34.39ss), mentre il nostro solo un riconoscerlo (vv. 31.35). Ricordate come vi parl. Il ricordo delle parole di Ges il principio di ogni incontro con lui. Il racconto del Vangelo strutturato attorno al memoriale eucaristico, questa anamnesi, trasmessa fino a noi, di ci che lui ha fatto e insegnato (At 1,1). la luce sia per vederlo che per riconoscerlo come risorto. Ricordare significa custodire nel
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cuore la Parola, come Maria (2,19.51). Luomo ci che ricorda: vive la parola che gli sta a cuore. v. 7: dicendo del Figlio delluomo che deve essere consegnato, ecc.. Questo versetto il nocciolo del kerygma evangelico, la sintesi di tutto quanto Ges ha fatto e detto. v. 8: E si ricordarono delle sue parole. Si ribadisce limportanza del ricordo di Ges. Per questo Luca ci ha scritto il suo Vangelo. v. 9: ritornate dal sepolcro. Il loro cammino non va pi al sepolcro, ma parte da esso. la conversione radicale, il passaggio dalla morte alla vita. annunciarono tutte queste cose agli Undici e a tutti gli altri. Le donne, come ricevono, cos trasmettono lannuncio al quale hanno creduto. Sono il prototipo del credente. Anche gli Undici, come gli altri - noi compresi - giungono allincontro pieno con il Signore risorto attraverso lannuncio e il ricordo del Signore che ce lo spiega. v. 10: erano Maria, la Maddalena, e Giovanna e Maria di Giacomo; e le altre con loro. Questi nomi sono le firme delle testimoni. Notiamo che sono tutte donne. Nella cultura ebraica non erano abilitate a testimoniare. Ma Dio ha scelto ci che nel mondo ignobile e disprezzato (1Cor 1,28),
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perch ha fatto della pietra scartata la testata dangolo (20,17 = Sal 118,22) v. 11: parvero loro come deliramenti. Lannuncio di pasqua assurdo per tutti. Ancora prima che a quelli di Atene (At 17,32), sembrano vuote parole agli apostoli stessi. Anche Festo grider a Paolo, che annunciava il Cristo risorto: Sei pazzo, Paolo; la troppa scienza ti ha dato al cervello (At 26,24). Laporia delle donne al sepolcro inevitabile per tutti. e non credevano loro. Lincredulit un passaggio dobbligo. Nel brano seguente vedremo il cammino dallincredulit alla fede. Limperfetto indica che persistente. v. 12: Pietro, alzatosi, corse al sepolcro. Anche Pietro fa lo stesso cammino delle donne. Dopo di lui seguiranno schiere innumerevoli di pellegrini. Tutti costateranno la medesima realt: Non qui!. Il sepolcro vuoto azzera per tutti e per sempre ogni sicurezza di morte e mette davanti a quel mistero che solo lannuncio pu rivelare. curvatosi, vide le sole bende. Nel sepolcro non c pi la spoglia del morto, ma le spoglie della morte. Sono il segno del trionfo su colei che trionfava su tutti. Finalmente la vincitrice vinta!
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se ne and presso di s. Il luogo di riconoscimento del Vivente non il sepolcro, bens la casa, dove lui stesso spezza la sua parola e il suo pane per tutti i fratelli. meravigliandosi di ci che era avvenuto. Lincredulit deve aprirsi alla meraviglia, per non chiudersi al dono di colui che in tutto ha potere di fare molto di pi di quanto possiamo domandare o pensare (Ef 3,20). 3. Preghiera del testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando il cammino che va al sepolcro. c. Chiedo ci che voglio: entrare nel sepolcro di Ges, e gioire poich lui risorto. d. Vado con le donne al sepolcro, entro con esse, e, traendone frutto, vedo, ascolto e osservo tutto. 4. Passi utili 25. Sal 16; 30; 118; 1Cor 15; Gv 20; At 17,16-21.32s; 26,22-

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139. DAVVERO RISORTO IL SIGNORE E FU VISTO DA SIMONE. COME FU RICONOSCIUTO DA LORO NELLO SPEZZAR DEL PANE (24,13-35)
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Ed ecco che due di loro nello stesso giorno erano in cammino verso un villaggio distante sessanta stadi da Gerusalemme, di nome Emmaus. 14 Ed essi conversavano lun laltro su tutte queste cose che erano accadute. 15 E avvenne, mentre essi conversavano questionavano, addirittura lo stesso Ges, avvicinatosi, camminava con loro. 16 Ora i loro occhi erano impossessati per non riconoscerlo. 17 Ora disse loro: Che sono queste parole che vi ributtate lun laltro passeggiando? E sarrestarono col volto scuro. 18 Ora, rispondendo, uno di nome Cleopa disse a lui: Tu solo abiti forestiero in Gerusalemme

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e non conosci le cose avvenute in essa in questi giorni? 19 E disse loro: Quali? Essi gli dissero: Ci che riguarda Ges il Nazareno, che fu uomo profeta potente in opera e parola davanti a Dio e a tutto il popolo, 20 e come i nostri sommi sacerdoti e i nostri capi lo consegnarono a una condanna a morte e lo crocifissero. 21 Ora noi speravamo che fosse lui colui che avrebbe riscattato Israele; ma con tutto questo il terzo giorno da che tutto questo avvenne. 22 Ma anche alcune donne di noi ci sconvolsero: essendo state al mattino al sepolcro, 23 e non avendo trovato il suo corpo, vennero dicendo daver visto anche una visione di angeli, che dicono che egli vive. 24 E se ne andarono al sepolcro alcuni di quelli che sono con noi,
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e trovarono cos come anche le donne dissero; ma lui non lo videro. 25 Ed egli disse loro: O senza testa e lenti di cuore a credere a tutto ci di cui parlarono i profeti. 26 Non bisognava forse che il Cristo patisse queste cose ed entrasse nella sua gloria? 27 E, iniziando da Mos e da tutti i profeti, interpret loro in tutte le Scritture le cose che lo riguardavano. 28 E si avvicinarono al villaggio dove andavano, ed egli fece come se dovesse andare oltre. 29 Ed essi lo forzarono, dicendo: Dimora con noi perch verso sera e gi il giorno declinato. Ed entr per dimorare con loro. 30 E avvenne, mentre era sdraiato lui con loro, preso il pane, benedisse, e, spezzato, lo dava loro. 31 Ora si spalancarono gli occhi loro
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e lo riconobbero; ed egli divenne invisibile da loro. 32 E dissero lun laltro: Non era forse il nostro cuore ardente (in noi) quando ci parlava nel viaggio, quando ci spalancava le Scritture? 33 E, alzati in quella stessa ora, tornarono a Gerusalemme e trovarono riuniti gli Undici e quelli con loro, 34 che dicevano: Davvero risorto il Signore e fu visto da Simone! 35 Ed essi raccontarono le cose lungo il viaggio, e come fu riconosciuto da loro nello spezzar del pane. 1. Messaggio nel contesto Di questo episodio, preso da una tradizione secondaria, Luca fa una pagina esemplare per mostrarci come il Signore risorto presente ancora oggi nella nostra vita di credenti e come possiamo incontrarlo. I due pellegrini sono figura della chiesa. Essa cambia cuore, volto e cammino quando, nella duplice mensa della parola e del pane, sperimenta il Vivente e si
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unisce alla proclamazione di fede di Pietro, dal quale fu visto. In questo racconto, in cui si passa dal non riconoscere (v. 16) al riconoscere il Signore Ges (v. 31, cf. v. 35) Luca ritraccia la sintesi di tutto il cammino proposto al suo lettore. Fin dallinizio si era prefissato di far riconoscere a Teofilo la fondatezza della parola in cui stato istruito (1,4). E lo fa in due tappe successive, che corrispondono alle due parti del suo Vangelo; lascolto del Signore che annuncia la parola, e la visione del suo volto mentre spezza il pane. Centro della duplice catechesi il mistero del Figlio delluomo morto e risorto, davanti al quale ogni uomo senza testa e lento di cuore nel credere (v. 25; cf. 9,45!). I due discepoli conoscono la Scrittura. Rifiutano per lo scandalo della croce, ignorando che essa la chiave per entrarvi e comprenderla. Il Signore morto e risorto - di cui ci narra il Vangelo e facciamo memoria nelleucaristia - ci porta ad accogliere la storia di Ges come realizzazione e spiegazione di tutto il disegno di salvezza. Veramente il Signore risorto e fu visto da Simone!. Ma ora finito il periodo in cui si fatto vedere. Nella sua ascensione la rivelazione si chiusa, perch completata. Noi non abbiamo visto n lui n chi lo ha visto. Come quelli ai quali Luca si rivolge, siamo cristiani della terza generazione. Fondiamo la nostra fede sulla parola che ci tramanda la testimonianza dei testi oculari (1,2). Possiamo anche noi, come le donne e come Pietro, andare in pellegrinaggio al sepolcro. Come loro, lo troviamo vuoto. Non l il Vivente.
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Ma non ci ha lasciati. Egli per le strade del mondo, fin che il suo regno non sia compiuto. Lui, il Figlio unico che dimora sempre presso il Padre, uscito in cerca degli altri novantanove fratelli smarriti. Li segue, li incontra e si accompagna loro, per trasformare il loro esilio da fuga in pellegrinaggio. La nostalgia - che pur rimane e si esprime nel desiderio: Maran tha (1Cor 16,22) - da triste dolore per un ritorno sempre pi impossibile, diventa corsa gioiosa verso la casa del Padre. Come ai due di Emmaus, lui si fa vicino a tutti noi. Fa i nostri stessi passi sia di delusione che di speranza, sia di morte che di vita. Ci incontra nella nostra vicenda quotidiana di viandanti, associandosi al nostro cammino, ovunque andiamo. Non si allontana da noi, anche se noi ci stiamo allontanando da lui. Il Figlio delluomo venuto per cercare e salvare ci che era perduto (5,32; 19,10). Il nostro cuore morto e raggelato. I nostri occhi, impossessati dalla paura, sono incapaci di riconoscerlo. Sono chiusi fin da quando, ai piedi dellalbero, la menzogna li apr sulla nostra nudit. Ma ora colui che fu appeso allalbero, ci scalda il cuore e ci schiarisce la vista. Lui in persona ci apre le Scritture e ci spalanca gli occhi. Anche se diventa invisibile, sappiamo che entrato per rimanere con noi. Con la sua forza compiamo il santo viaggio, che ci mette in comunione di fede e di vita con i primi discepoli. Pure noi riconosciamo il Vivente. Da loro fu anche visto. Ma solo per un breve periodo, e per fondare la fede loro e nostra. Questa la sola differenza tra loro e noi. Per il resto
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identica la via che porta a riconoscerlo e identica la forza che ne scaturisce. Sia coloro dai quali fu visto, sia tutti noi ai quali fu testimoniato, giungiamo a lui attraverso lannuncio che lo rivela risorto, il ricordo della sua parola e il suo gesto di spezzare il pane. Dio lEmmanuele. Non solo colui che , ma colui che con. Infatti amore, vittoria sulla solitudine e sulla morte. Per questo rimane per sempre con noi, anzi in noi. Perch chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui (Gv 6,56). La Parola e il pane, con cui resta nel nostro spirito e nella nostra carne, sono il viatico della chiesa, fino alla fine dei tempi. Luomo diventa la parola che ascolta, e vive del pane che mangia. La parola e il corpo del Figlio ci assimilano a lui, donandoci il suo stesso Spirito, che la forza per vivere da figli del Padre e da fratelli tra di noi. Come i due di Emmaus, anche noi possiamo conoscere bene il Signore e tutte le Scritture. Ma siamo evangelizzati solo a met, e tutta la nostra vita amarezza e delusione, fino a quando la sua parola non ci fa comprendere la croce e il suo pane non ce lo fa riconoscere vivo e operante in noi. Questo racconto inoltre ci insegna a discernere la visita del Signore. Egli ormai sempre presente: entr per dimorare con loro! (v. 29), e la sua azione farci passare dalla desolazione alla consolazione. Se prima ci sentivamo soli e abbandonati, ci vuol far sentire che lui con noi e riempie la nostra solitudine. Se il nostro cammino era una fuga, con tristezza, oscurit, scoramento e sfiducia, ora diventa una corsa a Gerusalemme verso i fratelli, con la mente piena di
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luce e il cuore traboccante di gioia, di fiducia, di coraggio e di speranza. Da questi segni tutti possiamo riconoscere la presenza del Vivente nella nostra vita concreta. il nostro incontro trasformante con lui. La fede questo rapporto vitale con lui, che personale, non per sentito dire (cf. Gv 4,42). 2. Lettura del testo v. 13: due di loro. Sono due di quelli che ricevettero con gli Undici lannuncio della risurrezione (v. 9). Uno Cleopa (forse zio di Ges, cf. Gv 19,25). Ha conosciuto il Signore secondo la carne; ma dovr riconoscerlo nello Spirito (2Cor 5,16). Laltro, anonimo, porta il nome di ogni lettore, chiamato a fare la stessa esperienza: lineffabile personaggio, senza volto, dei sogni - il vero protagonista al quale laltro fa da specchio. nello stesso giorno. In Luca tutto levento pasquale, dalla risurrezione allascensione, si svolge come in un giorno solo. loggi eterno di Dio, il giorno della salvezza che abbraccia tutta la storia umana. Ogni nostro giorno gli si fa contemporaneo e vi entra mediante la Parola e leucaristia. erano in cammino. Luomo sempre in cammino. Portato dal suo desiderio, diventa ci verso cui va. Il cammino dei due, come quello di tutti, inverso a quello di Ges: scendono
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da Gerusalemme. Incontreranno il Samaritano, che li riporter a casa. Poi ne ripartiranno. Ma non per delusione, bens per compiere la sua stessa missione nei confronti degli altri fratelli. v. 14: conversavano (greco: fare lomelia). Anche se non hanno capito, non possono dimenticare. Si parla di ci che sta a cuore, sta a cuore ci che si cerca e si cerca ci che si ama. Alla fine troveranno colui che cercano mentre sta cercandoli. Infatti lui per primo li ha amati e da sempre li porta nel cuore. Il parlare di lui il primo accorgersi della sua presenza. v. 15: questionavano (greco: cercare insieme, litigare cf. 22,23; At 6,9; 9,29; 28,29). Il litigio di due che desiderano la stessa cosa; ma anche di due, ugualmente delusi, che si ributtano addosso lun laltro il proprio malumore. Il ricordo del Signore non li unisce ancora. Sono disturbati dallazione del Divisore, che ha loro oscurato il cuore come il volto. Ma lui l, presente ovunque per far memoria. lo stesso Ges, avvicinatosi, camminava con loro. Il Risorto non abbandona i suoi. Anzi, ora pu farsi vicino a tutti e ovunque. Pu entrare anche nelle porte chiuse, negli occhi ciechi e nei cuori induriti. Come segu il malfattore fino alla croce per offrirgli il Regno, ora segue ciascuno di noi, in qualunque situazione, per farci lo stesso dono. La nostra
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ricerca di lui approda solo alla tomba vuota; la sua di noi approda allincontro di noi con lui, il Vivente. v. 16: I loro occhi erano impossessati per non riconoscerlo. La mano di Ges si impadron della mano della fanciulla morta per darle la vita (8,54). La mano della morte si impadronisce dei nostri occhi e li copre perch non riconosciamo il Vivente. Con la sua menzogna il nemico ci ha riempito di paura. Questa sta davanti agli occhi come un velo sul quale proiettiamo i nostri fantasmi (cf. 9,45; 18,34). Lattesa negativa e la tristezza sono le due mani con cui Satana ci chiude gli occhi davanti al Signore. v. 17: Che sono queste parole. Ges vuole che si esprima la delusione dei discepoli. Lannuncio deve entrare in tutto il negativo delluomo e della sua storia. Deve salvarci proprio da questo! sarrestarono col volto scuro. Il loro volto lopposto di quello del Signore trasfigurato (9,29). un non volto nero come il loro cuore. La parola del Signore trarr la luce dalle tenebre. v. 18: Tu solo abiti forestiero in Gerusalemme, ecc. . Ges sembra estraneo ai fatti che li hanno toccati cos da vicino. In realt riguardano lui!

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v. 19: Quali?. Li interroga perch esca tutta la loro amarezza. Non si sminuisce n si nasconde la malattia davanti al medico. La fede non sar elusione, ma soluzione dei problemi. Questi non vanno n repressi n rimossi. v. 20: Ci che riguarda Ges il Nazareno, che fu, ecc. lesposizione precisa del kerygma. Conoscono bene Ges; ma solo fino alla morte. Il racconto, fedele e corretto, giunge fino alla porta stretta in cui non si vuol entrare. v. 21: noi speravamo. La croce inevitabilmente letta come la fine di ogni speranza. Solo il Risorto pu farla comprendere come mistero di salvezza. Il pensiero delluomo resta chiuso (9,45; 18,34), anzi profondamente deluso, davanti al pensiero di Dio (Mc 8,31-33). Egli non ci libera dal male e dalla morte - che sarebbe unillusione! -, ma nel male e nella morte stessa. Davanti alla croce, sapienza e potenza di Dio (1Cor 1,24), si frantumano i nostri idoli e le nostre speranze che si rivelano semplici garanzie delle nostre paure. Dagon non regge davanti allarc