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Silvano fausti s.i.

UNA COMUNITA LEGGE IL VANGELO DI GIOVANNI

Ai miei genitori e a quanti mi hanno testimoniato il Volto.

Sappiamo che la vita e la salvezza dalla disperazione, [] la garanzia per lintero universo si racchiudono nelle parole: Il Verbo si fatto carne(Dostoevskij).

INTRODUZIONE Il Vangelo secondo Giovanni Gli altri tre vangeli sono un racconto storico-teologico della vita di Ges. Quello attribuito a Giovanni piuttosto come un teatro, uno spettacolo in cui si vede chi parla. un intreccio di dialoghi e lunghi monologhi, con brevi indicazioni di luogo, di tempo e di azione; protagonista la Parola stessa, diventata carne in Ges, per manifestarsi alluomo ed entrare in dialogo con lui. il dramma dellincontro/scontro tra luomo e la sua Parola, dalla quale e per la quale fatto. Il nostro destino si gioca infatti nella parola scambiata: essa pu fiorire in comunicazione, comunione e felicit, oppure abortire nellincomunicabilit, nella solitudine e nellangoscia. Per noi tutto dipende dalla parola, che pu generare verit e luce, libert e amore, dono e vita, oppure causare errore e tenebra, schiavit e odio, possesso e morte. Il vangelo secondo Giovanni come un concerto, una lotta (cum-certare = lottare con) tra queste realt contrastanti, alle quali nessuno indifferente. Si tratta di ci che tutti desideriamo o temiamo, che ci d o ci toglie la nostra identit. Nel racconto della creazione si dice che ogni vivente creato secondo la propria specie; delluomo invece non si dice che appartenga a una specie. infatti depositario della parola: diventa la parola che ascolta e alla quale risponde. Egli libero di determinare la propria natura. Se ascolta la parola di Dio, partecipa alla natura di Dio; se ascolta altre parole, diventa a loro immagine e somiglianza. La parola ci pone in relazione con gli altri e ci mette a disposizione ogni realt, nel bene e nel male. Essa ci entra nellorecchio, accende lintelligenza, riscalda il cuore e muove mani e piedi: informa le nostre facolt ed energie, il nostro sentire e pensare, volere e fare, la nostra esistenza intera. La parola, come ci informa, cos ci trasforma. Se luomo di sua natura ascolto e risposta, Dio a sua volta Parola, comunicazione di s senza residui. Parlare consegnare se stesso allaltro. Dio e uomo sono interlocutori: nel dialogo i due si scambiano tutto e diventano ununica realt, pur nella distinzione. Diventare come Dio! Il nostro sogno lo stesso di Dio; e si realizza nellascolto della Parola che ci d il potere di diventare figlio di Dio. Avvertiamo per che le cose non sono cos semplici: la parola per noi anche luogo di equivoci e fraintendimenti, fonte di ogni male. come se fosse entrato un virus, che guasta il nostro programma. Il vangelo come un antivirus, che corregge lerrore specifico che certe parole hanno per noi. Si tratta di parole fondamentali, come padre, figlio, verit, libert, fiducia, amore, che riguardano la possibilit stessa della nostra esistenza umana. Il vangelo un antidoto, che le svelena dalla morte e le restituisce alla loro autenticit. Oltre che terapeutica, la Parola anche maieutica: come ripara il nostro codice genetico, cos ci fa nascere progressivamente alla nostra identit di figli di Dio e di fratelli degli altri. Il vangelo secondo Giovanni, chiamato anche il quarto vangelo, mettendo come protagonista la Parola, ha questo intento. La forma del dialogo la pi adatta allo scopo. Chi lo legge letto e reinterpretato da ci che legge: la Parola dice ci che accade in lui e fa accadere in lui ci che dice. Alla fine il lettore si accorge di diventare lui stesso un nuovo racconto: quello della Parola che ha ascoltato. Se Marco dice che la Parola seminata cresce automaticamente (cf. Mc 4,28), Giovanni si premura di contemplare come avviene questo germinare e crescere sino al frutto pieno.

Giovanni non contiene esorcismi, perch la Parola di verit un esorcismo dalla menzogna. E non contiene neppure il racconto della trasfigurazione (cf. per 12,28b), risultato finale di ogni esorcismo, perch il punto di vista dal quale fa vedere tutto. infatti il vangelo della Gloria. Storicit del vangelo secondo Giovanni. In Giovanni i fatti sono ridotti al minimo: sono dei segni, brevemente raccontati, per lasciare ampio spazio al loro significato. Pi che narrare, il quarto vangelo interpreta. Questo per non pregiudica la storicit. La storia non solo un insieme di eventi accaduti, ma soprattutto il senso che essi hanno e cosa fanno accadere. Un fatto storico perch determina linizio di un processo che modifica il modo di capire e di agire delluomo. La pera che cadde sulla testa di Newton storica per linterpretazione che ne seguita. Tante altre pere sono cadute senza fare storia! Giulietta e Romeo sono personaggi storici non solo perch sono esistiti, ma perch ancora oggi, chi legge Shakespeare, li ritrova in se stesso. Del senso originario di un racconto storico fa parte anche il senso che esso ha originato nella storia. Il vangelo secondo Giovanni, ponendosi soprattutto come interpretazione, quindi sommamente storico: non tanto una finestra aperta sul cortile del passato per vedere ci che avvenuto allora, quanto uno specchio che fa vedere ci che accade qui e ora in chi legge. Chi vuol tentare un commento al vangelo di Giovanni incontra una difficolt particolare che non c con gli altri vangeli. Marco e Luca infatti sono una serie di racconti, altamente simbolici: basta spiegarli e chiarirli per comprenderli. Matteo, a sua volta, strutturato didatticamente, ben diviso in cinque discorsi, seguiti da altrettante sezioni narrative, che mostrano come Ges fa ci che dice: in lui parola e azione si illustrano a vicenda. Giovanni invece poco racconto e quasi tutto spiegazione. Da qui il problema: come spiegare una spiegazione, chiarire un chiarimento? pi penoso che parafrasare una poesia, pi rischioso che sciogliere una sinfonia, pi ridicolo che spiegare una barzelletta. Il vangelo secondo Giovanni veramente, ma anche ingannevolmente semplice. Gi una prima lettura di suggestiva evidenza: si coglie subito che Ges, con ci che fa e dice per i fratelli, mostra lamore del Padre. Quando per si cerca di capire meglio, le cose diventano complicate. Si ha limpressione di nuotare nelloceano o di voler abbracciare lacqua. Non resta che immergersi dentro e giocare piacevolmente con le onde, perdendosi in un orizzonte senza orizzonte. un vangelo nel quale bisogna entrare con sprit de finesse, con locchio del contemplativo che gode dellacqua e dellaria, del moto e della luce. Va letto e riletto, masticato e ruminato, gustato e assimilato. Ogni frase unondata dello stesso mare e riporta la stessa realt infinita. Chi si abbandona ad essa, vive in una nuova dimensione e si trova a suo agio: ritrova la propria vita, come appunto il pesce nellacqua o luccello nellaria. Contenuto, articolazione e finalit. Il vangelo secondo Giovanni composto di 15.916 parole greche e utilizza 1.011 vocaboli diversi. Sono termini semplici e primordiali, altamente evocativi, spesso accostati per opposizione, in ognuno dei quali risuona il tutto dellesperienza umana. Il contenuto del vangelo il Figlio che parla ai fratelli del Padre, che ancora con conoscono. Padre ricorre direttamente 136 volte, riferito 109 volte al Padre celeste, designato anche come Dio, colui che invia/manda, il da dove e il verso dove, o con altre espressioni. Figlio ricorre solo 55 volte, per lo pi riferito a Ges. Siccome per sempre lui che agisce e parla, tutto il suo agire e parlare nella coscienza di Figlio che conosce ed ama il Padre e i fratelli. Questa relazione Padre/Figlio la Gloria (41 volte) da sapere e conoscere (141 volte), da vedere (110 volte, con quattro diversi verbi in greco): per questo c la parola e il parlare (99 volte), il testimoniare e la testimonianza (47 volte) della verit, di ci che vero e veritiero (48 volte), perch, attraverso la Parola, il
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mondo (78 volte) creda (98 volte), abbia la vita e viva (53 volte). Ci avverr nellora (26 volte) decisiva, quando Dio diventer dimora (40 volte) nostra e noi sua. Credere ed accogliere la Parola del Figlio ci fa diventare ci che siamo: figli amati dal Padre, che amano i fratelli. Come gi detto, il testo riferisce poche azioni: in tutto sei segni (le nozze di Cana: 2,1-11; la guarigione del figlio di un funzionario regio: 4,46-54; la guarigione di un infermo: 5,1-18; il dono del pane: 6,1-13; la guarigione di un cieco: 9,1-41; la risurrezione di Lazzaro: 11,1-44) e sei gesti simbolici (la frusta nel tempio: 2,13-22; il perdono delladultera: 8,1-11; lunzione di Betania: 12,1-11; lingresso messianico sullasinello: 12,12-19; la lavanda dei piedi: 13,1-19; il boccone dato al traditore: 13,21-30). Questi segni e gesti simbolici introducono, fin dallinizio, alla realt significata: la Gloria, che si rivela nellora dellinnalzamento sulla croce. Questa ampliamente sviluppata nella seconda parte del vangelo, che racconta lultimo giorno di Ges. Il resto tutto un dialogo, che fa accadere nel lettore la realt che quel segno o simbolo significa. Talora, come con Nicodemo o la Samaritana, ma ancor di pi nella seconda parte del vangelo, il segno la Parola stessa che dialoga con noi. Le molte voci che entrano in scena si riducono a due: quella di Ges e quella di tutti gli altri, che rappresentano le nostre varie reazioni davanti alla sua. Lui il protagonista: la Parola eterna di Dio, il Figlio che rivela lamore del Padre. Noi siamo gli antagonisti, suoi interlocutori, che un po' alla volta vengono alla luce della loro verit. Nel finale tutte le voci si armonizzano in ununica Parola: quella del Figlio e di ogni fratello che ha riconosciuto e accettato il dono del Padre. la soluzione a lieto fine del dramma, il nostro passaggio dalla morte alla vita. Il contenuto della buona notizia quindi la Parola stessa che diviene carne in Ges, il Figlio che si fa fratello di tutti gli uomini, perch credano allamore del Padre ritrovino la propria identit di figli e diventino fratelli. Larticolazione del vangelo secondo Giovanni estremamente lineare. Dopo linno iniziale, preludio dei temi da svolgere (1,1-18), e la testimonianza del Battista con quella dei primi discepoli (1,19-51), c una prima parte, chiamata il libro dei segni (2,1-12,36), che prepara la seconda parte. Questa, a sua volta, presenta lora in cui si compie ci che i segni significano: la glorificazione del Figlio che ci ama fino allestremo e ci comunica il suo Spirito (13,1-20,29). La prima parte si conclude con una considerazione teologica sulla fede/incredulit e lappello di Ges a credere in lui (12,37-43.44-50); la seconda seguita da un epilogo che mostra la comunit nuova dei fratelli che hanno creduto alla Parola e continuano la stessa missione del Figlio nel mondo (21,1-25). Il fine del vangelo credere che Ges il Cristo e il Figlio di Dio: chi lo accoglie ha la vita eterna, la vita di Dio (20,31; cf. 1,12), lineffabile amore tra Padre e Figlio che si effonde su tutte le creature. Il mezzo per raggiungere questo fine la Parola stessa, testimoniata nel vangelo, che entra in dialogo con noi. Essa provoca uno scandalo e mette in moto una crisi, un processo di rivelazione di Dio e di salvezza nostra. Il vangelo secondo Giovanni rappresenta il dramma della scelta tra fede ed incredulit, la lotta tra la luce e le tenebre che c in ciascuno di noi. La Parola innesca e sviluppa, riproduce e risolve nel lettore un lento cammino di illuminazione. Le parole del vangelo, che si susseguono in libera associazione, hanno il potere di liberare il rapporto tra noi e la verit profonda del nostro cuore.

Luogo, data di nascita e destinatari del vangelo Il vangelo secondo Giovanni nato in una comunit giudeo-cristiana della diaspora, che si trova probabilmente ad Efeso, forse ad Antiochia di Siria, o in altre citt che hanno una forte comunit ebraica in contatto con lambiente ellenistico. Il testo porta i segni del trauma subito dai primi giudeo-cristiani quando sono stati espulsi dalla sinagoga. La data quindi dopo gli anni 90. Lantigiudaismo, tipico del quarto vangelo, da leggere come una polemica contro coloro che si ritenevano i soli giudei, escludendo dalla loro comunione i seguaci del Cristo. Anchessi si ritenevano e si ritengono giudei: sono quella parte di Israele che ha incontrato in Ges il Messia promesso. Si tratta di una lite in famiglia, tra fratelli, nella volont di essere riconosciuti tali. Purtroppo stato letto in chiave antisemitica, con risultati tragici i cui effetti durano ancora. Essa contraria agli intenti dellevangelista: stravolge radicalmente la comprensione che i cristiani devono avere dei giudei e di se stessi, distruggendo il cuore del messaggio e dellopera del Cristo. Lautore Si discute molto sulla composizione e sullautore del quarto vangelo, che chiameremo con il nome di Giovanni. La tradizione infatti lo ha attribuito allapostolo Giovanni, figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo, identificandolo per lo pi con il discepolo che Ges amava: egli posa il capo sul grembo di Ges nellultima cena (13,23.25), sta con la madre di Ges ai piedi della croce (19,26), ha visto e testimoniato per noi (19,35), il primo che crede nel Risorto (20,2.8) e, alla fine del vangelo, accreditato come autore del libro (21,2.7.20.24). Qualunque autore scrive con lintento di comunicare al lettore la propria esperienza: Giovanni vuol portarlo a riconoscersi nei vari personaggi del vangelo, per identificarsi alla fine con lui, il discepolo che ha conosciuto e creduto allamore del Signore. Si pu dire con Origene: Occorre alfine avere lardire di affermare che primizia di tutte le Scritture sono i vangeli, ma che primizia dei vangeli quello secondo Giovanni, il cui senso nessuno pu cogliere che non abbia poggiato il capo sul petto di Ges. Il vangelo secondo Giovanni considerato, fin dallinizio, il vangelo spirituale (Clemente Alessandrino). Suo simbolo laquila. Il suo modo di procedere infatti un planare: si eleva, senza battito dali, con giri sempre pi stretti e pi alti, in una corrente ascensionale, allargando di continuo lorizzonte, fino ad abbracciare ogni lontananza nel cielo e sulla terra, in un tempo e un spazio senza fine che pervade ogni spazio e ogni tempo. Il futuro gi presente e il presente gi futuro. Il dove si , anche il da dove si viene e il verso dove si va. Senza per mai perdere proporzioni e distanze; anzi, dando a tutto le giuste proporzioni e distanze, messe a fuoco con lo sguardo penetrante dellaquila, come da un punto asintotico. lo stesso di Dio, che tutto e ognuno vede e fa esistere nella sua realt. Questo commento Questo commento nato da una lettura continua del vangelo tenuta settimanalmente, per tre anni, nella chiesa di San Fedele a Milano. Ne porta le tracce, sia nellintento che nello stile. Vorrebbe aiutare il lettore a entrare nel mistero della Parola diventata carne in Ges, per lasciarsi sempre pi coinvolgere nel dialogo con lui. Non sono state eliminate le ripetizioni, ritenute utili a chi accosta il libro con distensione di spirito e distanza di tempo tra un testo e laltro. Giovanni stesso contiene molte ripetizioni, che ogni volta portano ad un livello pi profondo di comprensione. Come i precedenti, anche questo commento, dopo un calco del testo greco, contiene di ogni brano una prima parte con il Messaggio nel contesto, una seconda con la Lettura del testo; la terza e
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quarta parte, Pregare il testo e Testi utili, sono indicazioni per il lavoro personale del lettore, al quale si spera sia venuto lappetito di mangiare la Parola. Esprimo gratitudine e benedizione innanzitutto per chi ha ispirato e per chi ha scritto questo vangelo. Poi per tutti i commentatori e studiosi, antichi e recenti, che me ne hanno facilitato laccesso. Un grazie particolare a Padre Filippo Clerici, con il quale mi sono imbarcato a leggerlo e proporlo. Un grazie anche ai partecipanti, che hanno occasionato il commento e lhanno arricchito con le loro osservazioni. Un grazie infine a P. Cesare Geroldi, Graziella Ronchi, Enrica DAuria, Franca Montagna, Barbara Centorame, Marina Galli e Beatrice Schiralli, che hanno collaborato in vario modo al lavoro. Come pregare il vangelo Il vangelo scritto per essere letto, capito e vissuto. Se il commento pu aiutare a leggerlo e capirlo, per viverlo bisogna farne oggetto di preghiera: tra il dire e il fare c di mezzo il pregare che, pi che un mare, un oceano infinito. Nel cammino di preghiera nessuno maestro. Ma il Signore ci aiuta e ci istruisce con la Parola e con lo Spirito. Da parte nostra tuttavia necessario disporci con metodo e impegno, lasciando per subito spazio allazione di Dio quando si annuncia. Chi cerca con la lettura, trova con la meditazione; chi cerca con la meditazione, trova con lorazione; chi cerca con lorazione, trova con la contemplazione; chi cerca con la contemplazione, trova con lunione. Ci permettiamo di indicare il seguente metodo, antico e collaudato, per la lectio divina. Come ogni metodo pu sembrare macchinoso allinizio. Ma, quando praticato ed appreso, risulta pi utile di quanto si pensi. METODO DI PREGHIERA a. Entro in preghiera trovando pace: con un momento di silenzio respirando lentamente pensando che incontrer il Signore chiedendo perdono per le offese fatte e perdonando di cuore le offese ricevute.

mettendomi alla presenza di Dio: faccio un segno di croce per lo spazio di un Padre nostro, guardo come Dio mi guarda inizio la preghiera, in ginocchio o come pi mi aiuta chiedendo al Padre, nel nome di Ges, lo Spirito Santo perch il mio desiderio e la mia volont, la mia intelligenza e la mia memoria siano ordinati solo a lode e servizio suo.

b. Mi raccolgo

immaginando il luogo in cui si svolge la scena da considerare.

b. Chiedo al Signore ci che voglio


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sar il dono che quel brano di vangelo mi vuol fare e che corrisponde a quanto Ges fa o dice in quel racconto.

d. Medito e/o contemplo la scena leggendo il testo lentamente, punto per punto sapendo che dietro ogni parola c il Signore che parla a me usando: la memoria per ricordare lintelligenza per capire ed applicare alla mia vita la volont per desiderare, chiedere, ringraziare, amare, adorare. N. B. non avr fretta, non occorre far tutto importante sentire e gustare interiormente sosto dove e finch trovo frutto, ispirazione, pace e consolazione avr riverenza pi grande quando, smettendo di riflettere, inizio a parlare col Signore.

e. Concludo con un colloquio con il Signore, da amico ad amico su ci che ho pensato e sentito finisco con un Padre nostro esco lentamente dalla preghiera. N. B. Dopo aver pregato, rifletter brevemente su come andata, chiedendomi: ho osservato il metodo? ho avuto qualche difficolt? quale? perch? quale frutto e quali mozioni spirituali ho avuto?

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DIO NESSUNO MAI LHA VISTO: LUNIGENTITO DIO, CHE VERSO IL GREMBO DEL PADRE, EGLI LHA NARRATO 1,118 In principio era la Parola e la Parola era verso Dio e la Parola era Dio. Questa era in principio verso Dio. Tutte le cose furono (fatte) per mezzo di lei e senza di lei neppure una cosa fu (fatta). In ci che stato (fatto) (essa) era vita e la vita era la luce degli uomini; e la luce splende nella tenebra
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e la tenebra non la afferr. Ci fu un uomo inviato da Dio, Giovanni il suo nome. Questi venne per una testimonianza, per testimoniare sulla luce, affinch tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma per testimoniare sulla luce. (La Parola) era la luce vera che illumina ogni uomo venendo nel mondo. Nel mondo era e il mondo fu (fatto) per mezzo di lei; e il mondo non la (ri)conobbe. Venne nella sua propriet e i suoi non la presero. Ma a quanti la accolsero ad essi diede il potere di diventare figli di Dio, a coloro che credono nel suo nome; i quali non da sangue, n da volont di carne, n da volont di uomo, ma da Dio furono generati. E la Parola divenne carne e sattent tra noi; e contemplammo la sua gloria, gloria di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verit. Giovanni testimonia di lui e ha gridato dicendo: Questi era colui del quale dissi: Colui che viene dopo di me diventato davanti a me perch era prima di me. Infatti dalla pienezza di lui noi tutti accogliemmo grazia su grazia; poich la legge fa data per mezzo di Mos, la grazia e la verit fu per mezzo di Ges Cristo. Dio nessuno mai lha visto: lunigenito Dio, che verso il grembo del Padre, egli lha narrato. Messaggio nel contesto

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Dio nessuno mai lha visto: lunigenito Dio, che verso il grembo del Padre, egli lha narrato. Vedere la madre nascere, vedere Dio venire alla luce del proprio volto. Nostalgia di colui davanti al quale se stesso, luomo desiderio di vedere Dio, suo volto nascosto. Ma nessuno lha mai visto, perch, fin dallinizio, Adamo gli ha voltato le spalle. Non abbiamo di lui nessuna immagine, perch lunica sua immagine e somiglianza siamo noi, se stiamo davanti a lui. lui il nostro luogo naturale: altrove siamo fuori posto, doloranti come un osso slogato, estranei a noi stessi e a tutto.
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Ges Cristo, lunigenito Dio, che verso il seno del Padre, con le sue opere e parole, con la sua vita e morte, ci ha mostrato Dio, sino a dire: Chi ha visto me ha visto il Padre (14,9). infatti la Parola, che per questo diventata carne. Nel prologo levangelista, che secondo la tradizione chiameremo Giovanni, dice che, come e perch Ges venuto a manifestarci questo Dio. Lo fa solo annunciando i temi che saranno sviluppati nel seguito del libro. Linizio del vangelo di Giovanni ci porta, con un colpo dala, sopra lo spazio e oltre il tempo, al di l di ogni creatura, per mostrarci chi Ges, luomo abilitato a pieno titolo a narrarci linvisibile. Con sorpresa scopriamo che colui che amava chiamarsi Figlio delluomo e si proclam Figlio di Dio, la Parola che da sempre presso il Padre ed Dio. Essa, testimoniata da sapienti e profeti e mai conosciuta, divenne carne in Ges, per rivelarci e donarci la sua stessa gloria di Unigenito del Padre, in modo che, in lui, possiamo scoprire di essere figli di Dio. Il prologo come linizio di una sinfonia, in cui si preludono i motivi. Nella storia della teologia come una miniera di pietre preziose, da cui sono state attinte le pi importanti riflessioni sulla Trinit e sullincarnazione. Si tratta di un inno alla Parola, luce e vita di tutto, dove ci che si dice apre alle armonie dellindicibile. Le sue radici, pi che nella tradizione greca, pur presente allautore, affondano nellAT, in quei testi che cantano la Parola e la Sapienza, personificazioni di Dio allopera nella natura e nella storia. Leggendo questo inno si ha limpressione di essere trasportati a volo daquila verso un luogo elevatissimo eppure domestico, quasi fosse il nostro nido, dove ci sentiamo a nostro agio, come a casa. infatti nella Parola rivolta al Padre che troviamo la nostra patria: il Padre stesso. Solo alla fine del vangelo si pu capire pienamente il senso del prologo: la prima parola di ogni discorso comprensibile dopo lultima. Tuttavia, come ogni libro, anche questo comincia e va letto dallinizio, dove, per farsi capire, lautore usa parole note a tutti e altamente evocative, che nel seguito saranno giocate in racconti nei quali esplicano le loro potenzialit inesplorate. I termini del prologo, secondo lordine della loro prima comparsa, sono: principio, essere, parola, Dio, tutto, nulla, essere fatto/divenire, vita, luce, uomo, tenebra, afferrare, inviare, testimoniare, credere, mondo, riconoscere, propriet, prendere, accogliere, figli, sangue, carne, volont, generare, attendarsi, contemplare, gloria, unigenito, Padre, grazia, verit, venire dopo/avanti/prima, legge, Mos, Ges Cristo, grembo, narrare. Largomento del prologo , dunque, la Parola, origine di ogni divenire, che a sua volta divenne carne in Ges Cristo, per farci divenire figli di Dio, rivelandoci linvisibile. Lazione di questa Parola sar largomento di tutto il vangelo, nel corso del quale saranno svolti i temi qui accennati. Nel vangelo il termine Lgos (= Parola), personificato, esce solo nel prologo, sino al v. 14, dove si dice che diviene carne per manifestarci la sua gloria di Figlio unigenito. In seguito si parla di Ges, dicendo perch e come si fa nostro fratello. Il testo si pu articolare in molti modi, secondo diversi criteri e prospettive. Numerosissimi autori si sono cimentati ad analizzarlo, scoprendo strutture concentriche, parallele, spiraliformi, discendenti/ascendenti o altro ancora, evidenziando conseguenti divisioni. bene comunque tenere presente che ogni testo sempre un textus, un tessuto, un intreccio, anzi ununit organica, un corpo vivo, dove ogni singolo elemento ha senso per la sua funzione nellinsieme, in connessione con ci che precede e ci che segue. Per questo meglio parlare di articolazioni invece che di divisioni. Senza entrare in merito al complesso problema, ci che il prologo dice sufficientemente chiaro. Linizio parla del Lgos presso Dio e del suo ruolo nella creazione e nella redenzione, il centro del suo diventare carne in Ges, il finale del suo narrarci il Padre. Lo scopo di tutto che noi, ascoltandolo e accogliendolo, possiamo diventare figli di Dio. Quel Ges, che con segni e discorsi si manifesta a noi nel vangelo, ci potr raccontare quel Dio che nessuno mai ha visto perch la Parola di Dio, Dio stesso, che diventato carne per dimorare tra noi. autorizzato a presentarci il Padre perch il Figlio. Aderire o meno alla sua persona, significa per noi accettare o rifiutare la nostra verit di figli. Questo il giudizio che ogni uomo chiamato a pronunciare sulla propria vita. Come si vede, Giovanni presenta una cristologia alta, che contiene il vertice della comprensione che la prima chiesa ha avuto di Ges.
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Accostandosi a questo testo, si ha limpressione di aggirarsi ai piedi di un massiccio altissimo, che va oltre le nubi, oltre il cielo stesso. una montagna inaccessibile: il Dio ignoto, la Gloria invisibile, il Nome ineffabile. Ci coglie un senso di stupore infinito, di vertigine abissale. Ma ci colma subito di gioia il fatto che il monte sceso a noi, lindicibile Parola, la Gloria ha il volto del Figlio delluomo, il Nome si chiama Ges. Tutto il vangelo esporr e offrir il dono di s che Dio ci fa nella carne del Figlio, nella quale vediamo la Gloria di cui siamo il riflesso. Quando conosceremo come siamo da lui conosciuti ci che ora avviene solo imperfettamente, in specchio e per enigma (cf. 1Cor 13,12) , allora lo vedremo faccia a faccia; il nostro volto risplender della sua luce e saremo simili a lui, perch lo vedremo come egli (cf. 1Gv 3,2b). Allora vedr te nella tua bellezza e io mi vedr in te nella tua bellezza. Che io appaia te nella tua bellezza e tu appaia me nella tua bellezza, e la mia bellezza sia la tua e la tua sia la mia; cos io sar te nella tua bellezza e tu sarai me nella tua bellezza, poich la tua stessa bellezza sar la mia (S. Giovanni della Croce). Ges la Parola che presso il Padre, Dio stesso, vita e luce del creato, che ha posto la sua tenda in mezzo a noi. il Figlio unigenito, diventato carne per narrarci il Padre e restituirci, nel suo, il nostro volto di figli. La Chiesa rappresentata dal noi di coloro che hanno visto la Gloria, creduto nel suo nome, accolto la dignit di diventare figli e ricevuto grazia su grazia. 2. Lettura del testo v. 1: In principio era la Parola. Parola, in greco Lgos, era il termine corrente per indicare la ragione immanente del mondo. Levangelista ne arricchisce e specifica il contenuto, attribuendogli le caratteristiche della Parola e della Sapienza di Dio, proprie della tradizione biblica. La parola distingue luomo dallanimale. Principio di conoscenza e comunicazione, di lavoro e trasformazione, di amore e libert, pu essere volta in menzogna e inganno, distruzione e regressione, egoismo e schiavit. Essa informa lintelligenza e la volont delluomo, determinandone lessere e lagire. Sia nel bene che nel male, luomo diventa la parola che ascolta. Essa come un seme, che genera secondo la sua specie: la parola di Dio ci genera figli di Dio. La parola suppone uno che parla, si esprime e si dona, e un altro che lo ascolta, lo imprime e lo accoglie dentro di s. La parola implica due persone che entrano in relazione dialogo. Essa nasce dallamore di chi parla, corrisposto da chi ascolta: generata dallamore e genera amore. Per questo Dio, che amore (cf. 1Gv 4,8), anche Parola. Linizio del vangelo richiama Gen 1,1ss, dove si dice che in principio Dio disse e ogni cosa divenne. Qui levangelista afferma che, quando il mondo ebbe inizio, la Parola gi cera; essa esiste gi prima del mondo, da sempre: Dio. Allorigine di tutto non sta la necessit o il caso, la costrizione o la fatalit, lazione o la produttivit: c la Parola, che volont e razionalit, amore e libert, comunicazione e ascolto, domanda e risposta. Ci che cera in principio caratterizza ci che c ora e sar in seguito: un modo diverso di vedere Dio comporta un modo diverso di vedere luomo, e viceversa. la Parola era verso Dio. In greco c un avverbio (prs), che significa presso, come di solito si traduce, ma anche verso, che suggerisce qualcosa di dinamico, tipico di ogni relazione. Preferiamo questa seconda traduzione, pi adatta al contesto. La parola, infatti, sempre rivolta a qualcuno. Inoltre nel testo greco, davanti alla parola Dio, c larticolo il, che in italiano non abbiamo tradotto. Nel NT il Dio indica il Padre, mentre senza articolo predicato (come nellespressione seguente: la Parola era Dio). La Parola, che si rivolger al mondo per crearlo e salvarlo, la medesima che da sempre rivolta verso il Padre. Nellunit di Dio c alterit e distinzione, che si fa comunicazione e comunione nel dialogo ineffabile Padre/Figlio. e la Parola era Dio. Il Lgos, che poi sar chiamato lunigenito Figlio, Dio, uguale al Padre e distinto da lui. Si dice che la Parola Dio, non che Dio la Parola. Infatti Dio non solo Parola (= Figlio), ma anche Padre e Amore tra i due. NellAT la Parola e la Sapienza sono personificati da Dio, suoi modi di essere. Qui la Parola distinta da Dio, che Padre: rivolta a lui e insieme uguale a lui. Dio uno, ma non solo. Ancor prima
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della fondazione del mondo, egli relazione e dialogo; per questo la creazione, da lui compiuta, avr le sue stesse caratteristiche. v. 2: questa era in principio verso Dio. Si ribadisce quanto gi detto al v. 1 sulla Parola prima della creazione; si dir subito dopo il suo ruolo nella creazione. v. 3: tutte le cose furono (fatte) per mezzo di lei . Tutte le cose indica luniverso, sottolineando che ogni singola realt viene allesistenza mediante la Parola e ritrova in lei il proprio principio. Il Logs, come gi detto, indicava per i lettori di Giovanni la ragione immanente del mondo, che lo tiene insieme e lo ordina: la parola, oltre che distintivo delluomo, il principio che regge luniverso. Usando questo termine, levangelista entra in dialogo con la cultura greca; ma nello stesso tempo lo arricchisce attribuendogli le caratteristiche ebraiche della Parola (cf. Gen 1,1ss; Is 55,10s) e della Sapienza che sta allorigine del creato (cf. Pr 8,22-31; Gb 28; Bar 3,9-4,4; Sir 24; Sap 6-9). Il mondo creato dalla Parola e dalla Sapienza che lo precede, la progetta e lo fa, dandogli il suo imprinting di alterit e relazione, di ascolto e risposta, di accoglienza e responsabilit, di intelligenza e libert. Solo in questottica luniverso positivamente sensato, destinato alla vita e alla felicit. Si dice che Dio cre con le lettere dellalfabeto. Questo vuol dire che ogni realt comprensibile e comunicabile in parole. Chi sa leggere pu capire, interagire e portare tutto al suo senso pieno. Dio, che con la Parola principio di tutto, diventa il fine di tutto con luomo che la comprende. Solo in lui, creato al sesto giorno, la Parola, allopera sin dal primo giorno, trova ascolto. Egli, con la sua risposta, porta il creato al settimo giorno, al riposo di Dio, diventando lui stesso come la Parola. La Parola creatrice non un demiurgo o unentit astratta, un dio dimezzato o unidea: Dio stesso, cha fa ogni cosa, mediante la Parola, che divenne carne in Ges. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e il vista di lui. Egli prima di tutte le cose, e tutte sussistono in lui (cf. Col 1,1b-17). Infatti il Figlio, irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza (cf. Eb 1,3a). Mentre del mondo si dice che fu fatto/divenne, perch ebbe un inizio, del Logs si dice per ben quattro volte che gi era. Tra lessere e il nulla c il divenire o essere fatto. e senza di lei neppure una cosa fu (fatta) . Si ribadisce in negativo quanto stato appena detto, secondo un procedimento tipico dello stile ebraico. Tutte le cose furono (fatte) per mezzo di lei corrisponde a: Senza di lei neppure una cosa fu (fatta). La Parola , dalleternit, vita di ci che esiste nel tempo; senza di lei, ogni realt torna nellabisso del nulla di s, regredisce dallessere al non essere (interessante linterpretazione di Origene: Separato da lei, divenne nulla ci che era stato fatto). Unico creatore Dio: non c un principio buono e uno cattivo, uno dello spirito e uno della materia, uno del bene e uno del male. Il bene e il male non stanno nella creazione, ma nellascolto/risposta che luomo accorda o nega alla Parola di cui essa portatrice. Allorigine tutto buono e luomo stesso molto buono, perch depositario della Parola (cf. Gen 1,4.10.12.18.21.25.31). vv. 3b.4a: in ci che stato (fatto), (essa) era vita . La finale del v. 3 e linizio del v. 4 presentano tre possibili divisioni del testo: e senza di lei non fu (fatta) nessuna cosa di ci che stato (fatto). In lei era la vita, ecc., oppure: e senza di lei non fu (fatta) nessuna cosa di ci che in lei stato (fatto); era vita, ecc., oppure: senza di lei nessuna cosa fu (fatta). Ci che stato (fatto), in lei era vita. Ognuna si presta a una interpretazione propria. Scegliamo, con la maggior parte degli esegeti attuali, lultima divisione, proponendo per la traduzione di X. Lon-Dufour: In ci che stato (fatto), (essa, ossia la Parola) era vita. Il termine vita esce 37 volte nel vangelo di Giovanni su un totale di 133 nel NT, di cui 13 in 1Gv e 17 in Ap. Qui non significa la vita biologica, che cessa con la morte. La vita Dio stesso, dal cui soffio viene lesistenza delluomo (cf. Gen 2,7). Egli ha creato tutto per lesistenza e non c veleno di morte nelle creature (cf. Sap 1,14). La morte, fatta dalle nostre mani e provocata dai nostri errori (cf. Sap 1,12), entrata nel mondo per linvidia del diavolo (cf. Sap 2,24), la cui bocca menzognera uccide lanima (cf. Sap 1,11). Gi al centro dellEden Dio aveva posto lalbero della vita (cf. Gen 2,9). Questa legata fin dallinizio allascolto della Parola (cf. Gen 2,16), come verr esplicitato nellalleanza con Israele (cf. Dt 30,20). Ascoltando Dio, siamo in comunione con lui e partecipiamo alla pienezza della sua vita. La Parola rivolta non solo al Padre, ma anche al mondo: come amore e vita allinterno di Dio, anche sorgente di amore e vita per ogni creatura.
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Ges, Parola diventata carne, dispone della vita allo stesso modo del Padre (cf. 5,26). Essa infatti il dono pieno del Padre al Figlio, che per questo dir: Io-Sono la vita (14,6) e: Sono venuto perch gli uomini abbiano la vita e labbiano in abbondanza (10,10). La vita, desiderio supremo delluomo, non qualcosa da rapire: da ricevere come dono, che il padre d al figlio. Possedere la vita in proprio, staccandola dalla comunione con il padre, negarne la sorgente: distruggere la propria identit di figli. v. 4b: e la vita era la luce degli uomini. La Parola, ancora prima di diventare carne in Ges, come vita in ogni creatura, luce per luomo. In lui, capace di ascoltare e rispondere, la Parola stessa viene alla luce nel mondo. Vita e luce si richiamano a vicenda. La luce rende possibile la vita fisica. Ma c anche una luce interiore, propria della Parola, che rende possibile la vita spirituale e d senso allesistenza. La medesima Parola, che in tutto vita, si fa luce nelluomo che la capisce. La vita non un dato automatico: dialogo con Dio, in unesistenza responsabile, che liberamente ascolta e risponde. La Parola lampada per i miei passi, luce sul mio cammino (cf. Sal 119,115). Ma, ancor prima di farsi legge esplicita in Israele, illumina gi da sempre il cuore di ogni uomo, che amore di verit, della verit dellamore. Per questo possibile il dialogo con ogni religione e con tutti quelli che pensano: ogni pensiero e ogni religione desiderio di vita e di luce. Da qui anche la possibilit, e la necessit, di annunciare a tutti la Parola. Infatti chiunque ascolta senza pregiudizi, la riconosce: il suono della sua voce risveglia la luce che nel cuore di ciascuno. Il prologo non dice che la luce (= la legge) vita, ma che la vita luce (= legge) degli uomini. Contro ogni legalismo, si dice non che la legge principio di vita, ma che la vita principio di ogni legge. Ges dir: Io-Sono la luce del mondo: chi segue me non cammina nella tenebra, ma avr la luce della vita (cf. 8,12). Ogni religione cerca di scoprire la luce divina che nelluomo. Lilluminazione, per Giovanni, non frutto di particolari tecniche o ascesi che liberino dallopacit del corpo: quellascolto e quella risposta alla Parola del Padre che costituisce lessenza del figlio. Lilluminazione non un monologo spiritualistico, ma un dialogo con il Padre nella carne del Figlio, che anche la nostra. v. 5: e la luce splende nella tenebra. Nel libro della Genesi la creazione presentata come vittoria della luce sulla tenebra (cf. Gen 1,2-4): Dio con la Parola trae tutto dal nulla allesistenza. Allorigine del mondo sta la Parola di luce del Padre, che niente pu arrestare: n tenebre n morte, neppure il nulla. La creazione essenzialmente e tutta buona, come chi lha fatta. E tale rester, anche se luomo, ingannato, si temporaneamente sottratto alla sua vocazione di rispondere alla Parola. e la tenebra non la afferr. il primo dei doppi sensi di cui pieno il vangelo di Giovanni. Per luomo ogni realt ha un senso doppio. Ci che si vede indica sempre un invisibile, che va capito: un segno di cui va letto il significato. Da qui nascono gli equivoci, che caratterizzano la nostra comunicazione. Giovanni usa spesso parole a doppio senso, per chiarire il malinteso in cui cadiamo. Qui afferrare significa sia comprendere che catturare. La tenebra non pu comprendere n catturare la luce: incapace di accoglierla, ma anche di distruggerla, divorarla e ridurla a s. Se la prende, ne presa e illuminata. v. 6: ci fu un uomo inviato da Dio, Giovanni il suo nome . I vv. 6-8 interrompono il ritmo dellinno. Perch si parla di Giovanni in questo punto, dove si canta il Lgos creatore? Questi versetti anticipano il v. 15 e saranno sviluppati nei vv.19-34: se da sempre la Parola era verso Dio, ci fu e ci sar sempre un uomo inviato da Dio che la testimonia agli altri. v. 7: venne per una testimonianza, per testimoniare sulla luce . Giovanni figura dei sapienti e dei profeti che, ovunque e sempre, hanno risvegliato i fratelli alla luce. In nessuna epoca e in nessuna parte del mondo sono mancati e mancheranno uomini liberi ed illuminati, che sono come dei fari nella notte. affinch tutti credessero. Il fine della loro testimonianza che tutti riconoscano la luce della vita ed entrino nel misterioso dialogo con Dio che li porta a vivere la loro verit. Diversamente, anche se la tenebra non arresta la luce, c solo unesistenza spenta e crepuscolare, che tende alla morte.

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v. 8: non era lui la luce, ma per testimoniare sulla luce . Si sottolinea che i sapienti e i profeti, di Israele e di tutti i popoli, non sono la luce: sono illuminati dalla Parola e la testimoniano agli altri, affinch tutti accolgano la luce della vita. Un illuminato che si crede luce, nella notte pi profonda. Nei vv. 6-8 per tre volte si parla di testimonianza. Testimone (in greco si dice martire) colui che ri-corda: ha nel cuore e vive la Parola, che proclama anche agli altri, perch non cada in oblio quella che la vita di tutto. v. 9: (la Parola) era la luce vera . Il soggetto implicito sempre la Parola, che la luce vera, diversa dalla falsa luce di parole ingannatrici che portano alla morte. che illumina ogni uomo. Ogni uomo ha dentro di s la luce della Parola. Nonostante il disascolto, fatto per lei, perch fatto da lei e di lei. Nel suo cuore brilla una luce interiore, inestinguibile. il desiderio di verit e di amore, che lo lascia inquieto fino a quando non ha la gioia di trovare ci che cerca. venendo nel mondo. Pu riferirsi a ogni uomo specificazione inutile oppure, meglio, alla luce che viene nel mondo. La Parola, che verso il Padre, viene nel mondo come sua vita e luce. Ancor prima della promessa ad Abramo e della venuta del Messia, la luce della Parola tra gli uomini come sapienza che li ispira al bene, illuminando dal di dentro la loro mente e liberando il loro cuore. Questa luce, che in ciascuno, il bene pi inalienabile delluomo e offre a tutti, anche per le vie pi personali e misteriose, di entrare in dialogo con il Padre. Nonostante le false luci, le menzogne e le schiavit, ogni uomo sedotto da una bellezza antica e sempre nuova, che almeno vagamente presagisce e della quale incurabilmente malato. Per questo subito la riconosce quando gli si presenta, in qualunque modo, come la luce della sua vita. Ogni uomo molto bello (cf. Gen 1,31), perch nella sua essenza pi profonda ascolto della Parola. E se risponde, il suo volto si accende della luce di Dio. v. 10: nel mondo era. La Parola, come era rivolta al Padre prima della creazione, dopo di essa rivolta anche al mondo, per rivolgerlo al Padre, ancor prima del suo farsi carne. e il mondo fu (fatto) per mezzo di lei. Ribadisce quanto gi detto al v.3, per sottolineare il controsenso di quanto segue. e il mondo non la (ri)conobbe. Il vangelo di Giovanni, oltre che di doppi sensi, pieno anche di controsensi. Questo il primo: dopo aver detto che tutto viene dalla Parola e che essa rivolta a tutti come luce di vita, ci si aspetterebbe un suo riconoscimento spontaneo. Invece avviene esattamente il contrario. Il controsenso un assurdo: qualcosa che non ci dovrebbe essere, eppure c. I doppi sensi, i controsensi e i fraintendimenti del vangelo di Giovanni evidenziano con ironia la situazione tragica delluomo davanti alla Parola. Il lettore vede descritte le sue reazioni davanti ad essa: quanto scritto gli fa da specchio, facendo esplodere le sue contraddizioni, per portarlo a una comprensione superiore, gi familiare a chi scrive. v. 11: venne nella sua propriet e i suoi non la presero . Nel contesto la propriet della Parola il mondo intero, come poi lo sar Israele. Infatti "del Signore la terra e quanto contiene" (cf. Sal 24,1). Nonostante sia desiderata come vita e manifesta come luce, non n riconosciuta n accolta; non accolta proprio perch non riconosciuta. Il prologo presenta in greco un gioco di parole ( kata-lambno, para-lambno e lambno) che in italiano non si pu conservare; abbiamo tradotto con afferrare (v. 5), prendere (v. 11) e accogliere (vv. 12.16). Laccoglienza o meno della Parola, che fin dallEden per luomo questione di vita o di morte, costituisce il tema fondamentale del vangelo di Giovanni. Qui si parla probabilmente della sorte della Parola tra gli uomini in generale, prescindendo dalla Parola rivolta a Israele e dal suo farsi carne in Ges. v. 12: a quanti la accolsero, diede il potere di diventare figli di Dio . Chi accetta la Parola ha la dignit (il potere) della Parola stessa: diviene ci che essa . Si tratta di un processo di trasformazione: la Parola ci fa diventare figli, mettendoci in dialogo con il Padre. Se infatti la Parola Dio, il suo ascolto fa essere come Dio, perch uno diventa la Parola che ascolta: Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! (cf. 1Gv 3,1a). Anche fuori di Israele e dalla chiesa, si d la possibilit di ascoltare e rispondere alla Parola, che misteriosamente presente nel cuore di ciascuno, attirandolo a ci che buono e bello. La potentia oboedientalis, la possibilit della fede che mette in comunione con Dio, per ogni uomo.
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a coloro che credono nel suo nome. Credere nel Nome (= Signore) significa affidare la propria vita a Dio. Il Nome sar poi, subito dopo, quel Ges di cui tutto il vangelo parla. v. 13: i quali non da sangue, ecc. La nostra generazione a figli di Dio opera di Dio stesso mediante la sua Parola. Non sar sangue, carne o volont di uomo a generarci figli di Dio, ma la carne e il sangue del Figlio delluomo, che fa la volont del Padre. Qualche Padre della chiesa legge il testo al singolare: il quale non da sangue, ecc.. Allora questo versetto sarebbe da attribuire alla Parola e adombrerebbe la concezione verginale di Ges, contro coloro che ne negano la divinit (ai tempi di Giovanni si chiamavano ebioniti). La forma al plurale invece contro quegli gnostici che pretendono di carpire la figliolanza attraverso lesercizio delle loro facolt (allora si chiamavano valentiniani). v. 14: e la Parola divenne carne. In greco c un termine che significa divenire, nascere, essere fatto, accadere. Divenire diverso da essere: un essere fatto, come per lo pi abbiamo tradotto. Il divenire carne della Parola il punto di arrivo della storia di Dio che si comunica alluomo. La Parola eterna, che era rivolta a Dio ed Dio, in un momento preciso divenne carne. Cambia il modo in cui Dio comunica con noi: ci che da sempre era ed , divenne uomo, partecipe della nostra condizione mortale. Lamore o trova o rende simili. Dio amore e chi ama si dona totalmente. Nel divenire carne, il suo dono completo e definitivo. La Parola non prende apparenza umana, non indossa la nostra carne come un vestito: diviene carne, uomo, corpo. Dio assume con la sua creatura una nuova relazione, che quella di mettersi alla pari con lei per comunicare pienamente con lei. Dio un uomo! Non un uomo divino e universale, con un corpo etereo, fatto di luce. Dio un uomo reale e concreto: Ges. Ogni fragilit, debolezza e limite, lessere-per-la-morte della nostra condizione, diviene la sua. E proprio la sua carne, e non altro, rivela la Gloria. Noi vogliamo essere come quel dio che pensiamo noi. Facciamo fatica a pensare un Dio che vuol essere come siamo noi. Se ci fa paura un pensiero debole, un Dio debole decisamente ci scandalizza. Quale sicurezza e affidabilit pu offrire a noi, sempre in cerca di una roccia stabile su cui fondare la nostra esistenza? Dio totalmente altro, altro anche dal nostro concetto di altro: talmente altro da essere come noi. La carne di Ges questo lo scandalo quella di Dio, della Parola creatrice, della Sapienza che ci rende figli dellAltissimo. Noi concepiamo Parola e carne in contrapposizione. In realt ogni carne viene dalla Parola; a sua volta la Parola vita e luce di ogni carne. si attend. In greco c esknosen (= piant la tenda) che richiama lebraico shekina, la dimora di Dio con il suo popolo. La Sapienza trova casa tra noi non solo nella Parola e nella Legge (cf. Sir 24,22ss), ma addirittura nella carne di un uomo, che la Sapienza e la Parola stessa. tra noi. Nel contesto universalistico del prologo, questo noi abbraccia tutti gli uomini. e contemplammo. Questo secondo noi, implicito, la comunit di chi ha accolto Ges. Sono i primi testimoni che hanno udito, visto, contemplato e toccato la Parola di vita che era fin da principio (cf. 1Gv 1,1). Nella sua carne infatti la vita eterna, che era presso il Padre, diventata visibile (cf. 1Gv 1,2). Ora possiamo vedere la carne e i suoi limiti con occhio diverso e positivo: possiamo accettare finalmente ci che siamo. la sua gloria. La Gloria Dio stesso che si manifesta nella sua bellezza unica. Questa gloria la sua, quella della Parola, che contempliamo nella carne, nelluomo Ges. Giovanni non racconta la trasfigurazione (cf. per laccenno in 12,28-30): tutto il suo vangelo una trasfigurazione, un'epifania di Dio, una contemplazione della Gloria nella carne del Figlio. gloria di Unigenito dal Padre. Dora in poi Giovanni non parler pi del Lgos, ma del Figlio, e Dio sar chiamato Padre. Luomo Ges per noi la visibilit della gloria del Figlio, che la stessa del Padre: vive pienamente da figlio del Padre la nostra condizione umana. Lui lUnigenito; noi diventiamo figli accogliendo lui. pieno di grazia e di verit. C chi traduce: pieno della grazia della verit. Il Figlio pieno del dono (= grazia) della conoscenza del Padre (= verit). Per questo il Figlio, che vuole e pu comunicare il Padre ai fratelli.

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v. 15: Giovanni testimonia di lui. Giovanni, che nei vv. 6-7 rappresentava i sapienti e i profeti che hanno testimoniato la luce della Parola creatrice, ora il testimone diretto della Parola diventata carne (cf. brano seguente). La sua testimonianza qui messa al presente: vale ancora per noi oggi. ha gridato. Il suo grido, cominciato allora, continua ancora per chiunque voglia diventare discepolo di Ges. questi era colui del quale dissi (cf. v.30). La testimonianza di Giovanni gi avvenuta quando raccontata nel vangelo; ma il vangelo la rende presente a chi lascolta. Giovanni assunto a emblema del testimone della Parola, sia prima, sia durante, sia dopo il suo essere diventata carne. figura di quella testimonianza, sempre presente nella storia, che permette a tutti di accogliere la Parola di verit. colui che viene dopo di me, ecc. (= v.30). Giovanni riconosce in Ges, che viene dopo di lui, colui che sta davanti, o meglio sopra di lui, e che era prima di lui: la Parola stessa di Dio. v. 16: infatti dalla pienezza di lui noi tutti accogliemmo . la testimonianza, per noi lettori, del noi di coloro che, accogliendo la testimonianza di Giovanni, hanno seguito linvito di Ges che disse: Venite e vedrete (v. 39). Cosa hanno ricevuto dalla Parola divenuta carne? il mistero che racconter il vangelo. Gi sappiamo per, fin dal prologo, che da essa riceviamo in dono tutto: il creato, il nostro io e Dio stesso. grazia su grazia. Significa una grazia dopo laltra. La storia tutta sotto il segno grazioso della Parola, che comunicazione di Dio alluomo, sino alla comunione piena con lui nella carne di Ges. v. 17: poich la legge fu data per mezzo di Mos, ecc. La legge, data a Israele per mezzo di Mos, il punto darrivo della comunicazione di Dio prima che la Parola diventasse carne. la grazia e la verit fu per mezzo di Ges Cristo. La Parola diventata carne ci fa vedere la gloria del Figlio, "pieno di grazia e verit", dal quale riceviamo il dono della conoscenza del Padre. Questa grazia della verit fu per mezzo di Ges Cristo: accadde nella sua carne. Il prologo di Giovanni presenta lautodonazione progressiva di Dio: dalla creazione alla sapienza, dalla sapienza alla legge, dalla legge alla libert del Figlio, donata a noi nella carne di Ges. Ad essa accediamo per mezzo della testimonianza di chi lha riconosciuta, dei sapienti, di Mos, dei profeti, ed infine di Giovanni, prototipo di tutti, compreso il noi della comunit che ha visto Ges. sempre la voce del testimone che porta ad accogliere la Parola. La testimonianza, principio e fondamento della storia della salvezza, ci rende partecipi della vita del Figlio, il primo testimone che narra ci che ha udito e visto dal Padre. Testimonianza, storia e salvezza stanno sempre insieme. La storia infatti non altro che ricordo e racconto di esperienze precedenti, che rende possibile all'uomo di crescere e progredire. Non esiste cultura senza la testimonianza. Essa la comunicazione, attraverso il tempo e lo spazio, del passato con il presente e dei singoli presenti tra di loro. Senza di essa non ci sarebbero n passato n futuro; anche il presente sarebbe inesistente, ridotto a puro punto di passaggio tra un vuoto e un altro. v. 18: Dio nessuno mai lha visto. La scintilla divina delluomo il desiderio di vedere Dio. La Bibbia pervasa dallanelito di vedere il Volto, luce del nostro volto e nostro Dio. In lui troviamo la realt di cui siamo immagine. Ma vedere Dio impossibile. Non solo perch siamo peccatori (cf. Is 6,5), ma anche perch siamo limitati e mortali. Come pu il limitato accogliere lillimitato, senza esplodere? Tra noi e Dio, che vita, c un velo: la morte. Questo velo sar strappato e la morte distrutta (cf. Is 25,7-8) proprio attraverso la carne di Cristo. vietato farsi immagini di Dio. Ma ne udiamo la Parola e possiamo vederne il volto in chi lo ascolta: nel Figlio, Parola diventata carne. lunigenito Dio. Ges, che appena stato nominato per la prima volta (v.17), lunigenito Dio, il Figlio unico di Dio (v.14). Ci che conosciamo di Dio, quanto vediamo nelluomo Ges. Dalla sua carne impariamo chi Dio. C sempre il pericolo di dire che Ges Dio, applicando a lui le nostre immaginazioni; bisogna invece dire che Dio, che nessuno mai ha visto, Ges. In ogni affermazione del vangelo Dio sempre il soggetto, Ges il predicato. Il soggetto qualcosa che cerchiamo di conoscere, il predicato ci che di esso conosciamo. Dio il soggetto, lo sconosciuto che nessuno mai ha visto; Ges il predicato che ce lo fa conoscere con la sua vita, i suoi gesti e le sue parole. La sua carne lunica notizia di Dio, criterio sicuro di verit del suo Spirito (1Gv 4,2s). La tentazione costante del nostro parlare di Dio
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mettere Ges come soggetto invece che come predicato, riducendolo a un attaccapanni delle nostre credenze religiose. che verso il grembo del Padre. Il Figlio in intimit assoluta con il Padre: Io e il Padre siamo uno (cf. 10,29). Il prologo termina riferendo a Ges, Parola divenuta carne, quanto il v. 1 dice della Parola rivolta verso Dio. egli lha narrato. Il verbo narrare in greco (ex-egomai) significa portar-fuori, esporre, spiegare, descrivere, interpretare, fare esegesi. Luomo Ges pienamente abilitato a narrare il Dio invisibile: lo porta-fuori, espone, spiega, descrive, interpreta, perch il Figlio, lermeneuta e lesegeta del Padre. Al centro di ogni teologia cristiana c la carne del Figlio, lumanit, la debolezza e lumilt di Dio. Qui Giovanni evita termini connessi con il vedere, quali sono: rivelare, mostrare, manifestare, ecc. Usa invece un termine connesso con lascoltare: Dio narrato. Il vangelo, che racconta la storia di Ges, narra linvisibile Dio: coloro che lhanno incontrato, lo raccontano a noi, perch partecipiamo della loro esperienza. Anche noi oggi, come loro prima di noi, possiamo vederlo e toccarlo se ascoltiamo la Parola di chi lo testimonia. La Parola, che era al principio, e sar sempre principio di comunione con Dio. Essa autocomunicazione totale, sempre aperta ad altra comunicazione, in un dialogo di ascolto e risposta senza fine. Levangelista Giovanni chiamato il teologo. La sua teo-logia un parlare-di-Dio in senso forte: chi parla di Dio Dio stesso che parla. Ci che Ges far, nel seguito del vangelo, narrare il Padre, per donarci la sua stessa comunione con lui. Ci che lui fa segno, raccontato a noi, della gloria del Figlio e del Padre. Questo segno per noi il testo del vangelo, sempre disponibile a chiunque lo legge. Si pu affermare che il vangelo di Giovanni la drammatizzazione dellincontro della Parola con luomo, suo interlocutore. Chi lo legge si accorge che racconta esattamente ci che accade in lui mentre lo legge: mentre lo legge, ne letto, e in modo nuovo. 3. Pregare il testo

a. Entro in preghiera trovando pace: con un momento di silenzio respirando lentamente pensando che incontrer il Signore chiedendo perdono per le offese fatte e perdonando di cuore le offese ricevute. mettendomi alla presenza di Dio: faccio un segno di croce per lo spazio di un Padre nostro, guardo come Dio mi guarda inizio la preghiera, in ginocchio o come pi mi aiuta chiedendo al Padre, nel nome di Ges, lo Spirito Santo perch il mio desiderio e la mia volont, la mia intelligenza e la mia memoria siano ordinati solo a lode e servizio suo.

b. Mi raccolgo immaginando il cammino di Dio per rendersi presente alluomo e donarsi a lui: la creazione, la sapienza, la legge, la testimonianza, la carne della Parola. c. Chiedo al Signore ci che voglio qui chiedo e voglio comprendere quanto Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perch chiunque lo accoglie abbia la vita eterna. Chiedo di comprendere lumanit, la debolezza e lumilt di Dio, sua vera gloria.
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Medito e/o contemplo la scena qui c da contemplare Dio che attraverso il Figlio, si dona alluniverso come vita di tutto nella creazione, alluomo come luce nella sapienza, a Israele come legge di vita nella Parola, a ogni uomo come grazia nella carne di Ges. o leggendo il testo lentamente, punto per punto o sapendo che dietro ogni parola c il Signore che parla a me o usando: la memoria per ricordare lintelligenza per capire ed applicare alla mia vita la volont per desiderare, chiedere, ringraziare, amare, adorare.

N. B. non avr fretta, non occorre far tutto importante sentire e gustare interiormente sosto dove e finch trovo frutto, ispirazione, pace e consolazione avr riverenza pi grande quando, smettendo di riflettere, inizio a parlare col Signore. Da notare: in principio era la Parola la Parola era rivolta a Dio la Parola era Dio tutto fu per mezzo di lei la Parola vita in tutto ci che esiste la vita la luce degli uomini la tenebra non arresta la luce Giovanni prototipo di chi accoglie e testimonia la Parola il mondo non riconosce la Parola; i suoi non la accolgono accettare la Parola d la dignit di diventare figli di Dio la Parola divenne carne, un uomo concreto: Ges noi contempliamo la sua gloria la gloria di Unigenito del Padre, pieno del dono della sua conoscenza la testimonianza/grido perenne di Giovanni la testimonianza del noi che lhanno accolta la legge fu data per mezzo di Mos la grazia della verit per mezzo di Ges Dio nessuno lha mai visto lunigenito Dio che verso il seno del Padre ce lha narrato Ges, Parola divenuta carne, ci narra il Padre. Concludo con un colloquio con il Signore, da amico ad amico su ci che ho pensato e sentito finisco con un Padre nostro esco lentamente dalla preghiera.

N. B. Dopo aver pregato, rifletter brevemente su come andata, chiedendomi: ho osservato il metodo?
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ho avuto qualche difficolt? quale? perch? quale frutto e quali mozioni spirituali ho avuto?

Testi utili Alla luce di quanto il prologo dice sulla Parola leggere: Sal 119; Gen 1; Is 55,10s; Pr 8,22-31; Gb 28; Bar 3,9-4,4; Sir 24; Sap 6-9, tenendo presente che la Parola, o Sapienza, il Figlio eterno del Padre che diviene un figlio duomo e si chiama Ges.

2. E QUESTA LA TESTIMONIANZA DI GIOVANNI 1,19-34 19 E questa la testimonianza di Giovanni, quando i giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti per interrogarlo: Tu, chi sei? E confess e non neg e confess: Io non sono il Cristo. E lo interrogarono: Che cosa dunque? Sei tu Elia? E dice:
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Non sono! Il profeta sei tu? E rispose: No! Gli dissero dunque: Chi sei? Perch diamo una risposta a quelli che ci inviarono. Cosa dici di te stesso? Disse: Io, voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia. E gli inviati erano dei farisei. E lo interrogarono e gli dissero: Perch dunque battezzi, se tu non sei il Cristo, n Elia, n il Profeta? Rispose loro Giovanni dicendo: Io battezzo con acqua: in mezzo a voi sta colui che voi non conoscete, colui che viene dopo di me, al quale [io] non sono degno di sciogliere il legaccio del sandalo. Queste cose avvennero in Betania, al di l del Giordano, dove Giovanni stava a battezzare. Il giorno dopo vede Ges che viene verso di lui e dice: Ecco lagnello di Dio che toglie il peccato del mondo! Questi colui del quale io dissi: Dopo di me viene un uomo che diventato davanti a me perch era prima di me. E io non lo conoscevo; ma proprio perch fosse manifestato a Israele io venni a battezzare con acqua. E testimoni Giovanni dicendo: Ho contemplato lo Spirito scendere come colomba dal cielo e dimor su di lui. E io non lo conoscevo, ma colui che mi invi a battezzare con acqua, quegli mi disse: Colui sul quale vedrai lo Spirito scendere e dimorare su di lui, colui che battezza nello Spirito santo. E io ho visto
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e ho testimoniato che questi il Figlio di Dio.

1.

Messaggio nel contesto

E questa la testimonianza di Giovanni . Il testo precedente sulla Parola, questo sulla testimonianza, che d voce alla Parola qui e ora. Al prologo poetico segue un prologo narrativo, in forma di processo, con interrogatorio e risposte. In esso entrano in scena i personaggi del dramma. Da una parte ci sono i protagonisti e dallaltra gli antagonisti della Parola: da una parte Giovanni e Ges, rispettivamente il testimone della Parola e la Parola testimoniata luomo davanti a Dio e Dio davanti alluomo e dallaltra giudei, sacerdoti, leviti e farisei, il potere dominante, avversario della Parola. Questo processo, che inizia qui contro il Battista, continuer contro Ges e poi contro i suoi discepoli. lo stesso che si svolge allinterno di chi, ascoltando la Parola, si trova nella situazione di essere suo avversario o suo testimone, chiamato a decidersi tra menzogna e verit, schiavit e libert, tenebra e luce, vita e morte. Gli altri sinottici descrivono Giovanni con maggiori dettagli. Qui tutto essenzializzato, con il risultato di farne il tipico testimone della Parola: la attende, la intuisce presente, gli rivelata in Ges, la riconosce e la indica agli altri. In lui vediamo il cammino che porta alla scoperta del Lgos diventato carne, con le disposizioni necessarie per incontrare il Figlio unigenito, narratore del Padre ai fratelli, compimento di ogni promessa di Dio per gli uomini. Il Battista, totalmente aperto al dono di Dio, compie il passaggio dal desiderio al desiderato, dallattesa allatteso. figura di ogni uomo che riconosce la luce della Parola che brilla nella creazione: un illuminato che sa di non essere la luce. insieme figura di Israele che riconosce, nel Messia, lagnello di Dio, il Figlio di Dio, il suo Signore che viene a lui. il sapiente e il profeta per eccellenza, lultimo dei profeti che vede ci che nato dallo Spirito e si fa suo testimone. In lui si vede la continuit tra le varie alleanze di Dio con luomo, tra quella della creazione e quella della rivelazione, tra quella della legge e quella nella carne di Ges: per lui ogni promessa si compie. Promessa e realizzazione sono inscindibili: la prima apre il cuore al desiderio, la seconda lo appaga. Senza la prima, la seconda non capita nella sua verit; senza la seconda, la prima una illusione senza realt. Il Battista luomo dei desideri. Se il desiderio riguarda ci che ci deve essere e ancora non c, lui si definisce innanzitutto come colui che non (cf. vv. 20.21). Il suo essere rivolto ad altro, allAltro. un uomo eccentrico, con il centro fuori di s; da esso attirato, sbilanciato e messo in moto. Giovanni lIsraele che crede nel Dio che promette e sa che c un compimento alla sua promessa. innanzitutto uno che cerca. Non si accontenta per del suo cercare sarebbe una frustrazione , ma trova ci che desidera e comunica agli altri la gioia della sua scoperta. Il testimone uno spirito libero, in contraddizione con la mentalit dominante una coscienza inquieta e lucida, in ricerca della verit; una volta che l'ha trovata, la vive e proclama, anticipando ci che, presto o tardi, sar accolto pure dagli altri. Ma ci sono stati e ci saranno sempre anche testimoni di stupidit e schiavit che, invece di far progredire l'uomo, lo fanno regredire. I falsi testimoni si riconoscono facilmente: sono fanatici e polemici, violenti con s e gli altri. Il vero testimone invece sommamente rispettoso dellaltro come di se stesso, non polemico ed capace di assorbire lopposizione: un martire, con le qualit dellagnello di Dio, che si fa carico del male del mondo (cf. 1,29). Il testo inizia con una inchiesta condotta dai capi del popolo nei confronti di Giovanni. lanticipo del processo tra luce e tenebre che si compir con Ges. Il processo il luogo proprio della testimonianza. Il brano, come un pezzo di teatro, soprattutto dialogo, aperto a sorprese ed equivoci di ogni tipo, con brevissimi cenni sui personaggi e sulle circostanze. Cosa si pu fare con la parola, se non
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comunicare, fraintendere o sottacere? Come nel prologo si parla di due testimonianze di Giovanni (vv. 6-8 e v. 15), qui ci sono due scene centrate su di lui, che, in quanto testimone, sposta laccento sul testimoniato. Nella prima egli nega di essere il Cristo, Elia o il profeta: non la luce n la Parola, ma testimone della luce e voce della Parola, la cui presenza percepisce, ma ancora non conosce ( vv. 19-28). Nella seconda, il giorno dopo, riconosce in Ges, che gi prima era venuto a farsi battezzare da lui, come l'agnello, anzi il Figlio stesso di Dio (vv. 29-34). A differenza degli altri, il quarto vangelo, non racconta la scena del battesimo: lo suppone gi avvenuto e lo rivive attraverso la testimonianza del Battista. Egli ha capito chi Ges attraverso un lungo cammino che passa, dopo un primo incontro e la confessione della propria identit, a un successivo incontro con lui. Solo alla fine si rende conto che colui che gi conosceva colui che da sempre attendeva. Per conoscere laltro, devo prima conoscere me stesso. Il testo sviluppa i due temi fondamentali del vangelo: lidentit di Giovanni e di Ges, del testimone e del testimoniato, delluomo e della Parola. Il tutto si svolge in un dialogo che fa rivivere i fatti attraverso la parola del testimone, mostrando come lui stesso giunto a capirli prima di testimoniarli. quel processo che il testo vuol operare nel lettore mediante la lettura. Ges la luce, Giovanni il testimone della luce; Ges la Parola, Giovanni la sua voce. La Chiesa trova la propria radice in Giovanni che riconosce in Ges la Parola di cui tutto voce: a lui svelato ci che da sempre il creato nasconde e ad Israele fu promesso. Egli licona delluomo vero, che esprime quel desiderio di Dio impresso in lui dalla Parola creatrice e dalla promessa ad Israele. 2. Lettura del testo v. 19: E questa la testimonianza di Giovanni . Giovanni, gi nel prologo, figura sia del sapiente che coglie la luce che in lui, ma non lui (vv. 6-8), sia dei profeti dIsraele che hanno tenuto viva la promessa di Dio (v. 15). Ora raccontata la sua testimonianza, che sempre attuale: si dice infatti: questa la testimonianza, non: questa fu la testimonianza. Il suo atteggiamento , per tutti, la porta di accesso alla verit. Testimone uno che ha visto, ricorda e racconta: la testimonianza unesperienza di vita che diventa parola e si trasmette ad altri. Senza di essa non c n comunicazione n comunione, non esisterebbe relazione umana n con il creato n con gli altri n con lAltro. Testimoniare latto che fonda la cultura e la storia, facendo s che luomo sia uomo. Per questo la menzogna, che una falsa testimonianza, costituisce il reato pi grave, origine degli altri mali (cf. Gen 3,1ss). Uccide pi la lingua della spada (Sir 28,18)! Se uno non pecca nel parlare, un uomo perfetto (Gc 3,1-12). stato anche detto che, chi usa dieci parole dove ne bastano nove, capace di qualunque delitto. Il Signore infatti ha detto: Sia il vostro parlare s, s; no, no; il di pi viene dal maligno (Mt 5,37). La Parola, principio e fine della creazione, partecipazione alla vita e alla luce del Creatore, prende voce nel testimone, che la rende presente qui e ora. quando i giudei gli inviarono da Gerusalemme . I giudei, nel quarto vangelo, non sono di solito il popolo di Israele, ma i detentori del potere, da sempre in conflitto con gli inviati da Dio. Qui danno inizio al processo contro il testimone della luce, che poi continueranno contro la stessa luce del mondo (cf. 8,12s) e contro i suoi discepoli (cf. 16,1-4). Rappresentano la cecit di chi fa il male e odia la luce (cf. 3,20), di chi preferisce la propria posizione di prestigio e di dominio alla verit, facendosi vittima e autore di menzogna e schiavit. per interrogarlo. Non un interrogare per dialogare, ma un interrogatorio per accusare. Le autorit non vogliono perdere il controllo sul popolo: processano Giovanni, il cui prestigio minaccia il loro. Questa situazione violenta, che mette in gioco la vita, lora della testimonianza, in cui luomo veritiero dice ci che sa, mentre luomo menzognero, o ingannato, tace ci che sa o dice ci che non sa. tu, chi sei? la domanda fondamentale per ogni uomo: gliela pone la presenza dellaltro, in relazione al quale scopre la propria identit. Chi risponde con verit un testimone; e si espone allaccettazione o al rifiuto. v. 20: confess e non neg e confess. La ripetizione, di colore semitico, sottolinea che Giovanni non si sottrae alla testimonianza. Testimoniare confessare la realt conosciuta, senza negarla.

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io non sono il Cristo. Non gli era stata fatta questa domanda, che per era implicita. Sappiamo da Luca 3,15 che il popolo si chiedeva se egli non fosse il Cristo, anche se le autorit erano propense a ritenerlo un indemoniato (cf. Mt 11,18). Aveva riscosso grande successo e suscitato numerosi discepoli. Il testimone della luce viene subito al dunque. La sua autotestimonianza inizia con tre no: lui non il Cristo, non Elia, non il profeta. Ci che uno , passa attraverso la negazione di ci che non : il no lo de-finisce, ponendogli i suoi limiti nei confronti dellaltro. importante, per definire la propria identit, sapere ci che non si . Solo dentro i nostri confini siamo ci che siamo e possiamo aprirci allaltro, trovando il nostro s nella relazione con lui. Luomo in realt innanzitutto ci che non : attesa daltro, dellAltro, che gli sta a cuore e desidera. v. 21 sei tu Elia? Elia, padre dei profeti, era atteso prima della venuta del Signore per convertire il popolo (cf. Ml 3,23s). Marco 9,12 lo identifica con il Battista, considerato come un Elia redivivo. il profeta sei tu? Il profeta, pari a Mos e predetto in Dt 18,15, era atteso per la fine dei tempi. Nel quarto vangelo il Battista non n Elia, n il profeta, forse in polemica con circoli di suoi discepoli che cerano a Efeso (cf. At 18,24-19,7) e che ritroveremo in Siria fin verso lanno 300. Senza essere identificato con questi personaggi, il Battista restituito alla purezza del testimone, figura di tutto lAT che preannuncia il Cristo. v. 22: chi sei? Cosa dici di te stesso? Dopo aver sentito ci che non , ora, positivamente, sentiamo ci che . v. 23: io, voce. Non dice: Io sono, riservato nel vangelo a Ges, bens: Io, voce. Il suo io, la sua identit, essere voce che grida la Parola della quale il testimone. Giovanni presta voce allattesa sia dIsraele, sia di tutta lumanit in cerca della sua luce. Ogni grido duomo, che non ha cessato di sperare, trova in lui la propria voce. Per comprendere Ges bisogna rispondere allappello di Giovanni (cf. Mc 11,30p): accettare o rifiutare lui significa accettare o rifiutare il disegno di Dio (cf. Lc 7,29s). Giovanni voce, la cui Parola Ges. Come non c parola udibile senza voce, cos non c voce sensata senza parola: luna sempre nellaltra. Tutta la Scrittura come pure il desiderio pi profondo scritto nel cuore di ogni uomo voce che trova in Ges la Parola. di uno che grida nel deserto (cf. Is 40,3). Il Battista si identifica con la voce del Libro della consolazione di Isaia, che si rivolge al popolo deportato in Babilonia per incoraggiarlo a un nuovo esodo. Se lantico esodo fu luscita dalla schiavit dEgitto, opera di ingiustizia altrui, il nuovo luscita dall'esilio di Babilonia, frutto amaro del proprio peccato. Il Signore infatti rimette il peccato, predispone il ritorno in patria e promette a ogni uomo di vedere la gloria del Signore che viene a salvare (cf. Is 40,2.3.5.10). Il Battista, come ogni profeta, d voce alla Parola che perdona e fa tornare (= convertire, invertire marcia), per vedere la gloria del Signore che viene a salvare. Tutta la Bibbia vuol tener viva nell'uomo la sua umanit, perch non si rassegni alla schiavit, all'ingiustizia e all'esilio. Per questo la Bibbia, a differenza dei libri di storia e dei mass-media, non giustifica lesistente e non sta mai dalla parte dei potenti. Ne svela anzi la falsit e l'ingiustizia: dando voce agli oppressi, riaccende in essi quel desiderio di verit, di giustizia e di libert, che i potenti cercano di soffocare. Si capisce perch il profeta, da sempre, soffre di una "malattia professionale": il taglio della testa! Anticamente era l'unico interruttore capace di spegnere voci scomode; dove necessario o possibile, ancora lunico che funziona. preparate la via del Signore. La voce prepara la via del Signore, attraverso la quale noi andiamo a lui e lui viene a noi. Il profeta mantiene luomo sulla via di Dio che non la nostra: la via della libert, che passa attraverso la verit e la giustizia. Chi non ha sete di libert, di verit e di giustizia ( trinomio inscindibile: chi ne trascura uno, come se togliesse all'uomo i polmoni, la testa o il cuore), non pu conoscere n Dio n l'uomo. v. 24: gli inviati erano dei farisei. Giudei, sacerdoti, leviti e farisei sono le autorit riconosciute del popolo. Invece di farlo crescere nella via del Signore, lo soffocano sotto il loro potere. Il rapporto tra profezia e istituzione sempre critico: il profeta infatti richiama a obbedire e servire la verit, non a servirsi di essa per farsi obbedire dalla gente e, se possibile, da Dio stesso. v. 25: perch dunque battezzi, se tu non sei il Cristo, ecc . Giovanni inviato per battezzare; solo dopo capir il perch profondo (vv. 31-32). Egli proclama un battesimo di conversione per il perdono
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dei peccati (cf. Mc 1,4). Il suo battesimo pu rientrare in un simbolismo religioso comune: immergersi e uscire dallacqua significa morire a una vita morta per rinascere a un'esistenza bella e giusta. Se limmergersi esprime la realt della morte, lemergere esprime il desiderio di vita. La stessa coscienza di morte e di ingiustizia gi protesta contro lingiustizia e la morte, aspirazione a una vita piena e giusta. Il battesimo inteso qui come un gesto messianico: il Messia infatti porter il perdono e rinnover il mondo. v. 26: io battezzo con acqua. Con il suo battesimo Giovanni intende preparare quello del Messia, che battezzer nello Spirito (v. 33). Il battesimo esprime quel desiderio di conversione e di vita nuova, che costituisce la nostra disposizione ad accogliere il dono dello Spirito. Ogni rito, di qualunque religione, se non si chiude in s, pu predisporre luomo allincontro con Dio. in mezzo a voi sta colui che voi non conoscete . Nel mondo c' sempre una presenza dellIgnoto che attende di rivelarsi. Giovanni la richiama a tutti. Lui stesso sa che c, anche se ignora chi (cf. vv. 31.33): sa di non sapere. Essere coscienti dello scarto tra ci che si sa e ci che si ignora il principio stesso della conoscenza, aperta allinfinito. v. 27: colui che viene dopo di me, ecc. Colui che viene attributo del Signore. Noi possiamo andare a lui perch lui viene a noi. Solo il giorno dopo scopriamo che egli ci gi venuto incontro (cf. vv. 29ss). non sono degno di sciogliere, ecc. Con queste parole Giovanni ribadisce la superiorit di colui che viene (cf. vv. 15.30). Lespressione potrebbe alludere alla legge del levirato (cf. Dt 25,5-10; Rt 4,7-9), propria del diritto matrimoniale ebraico. Significherebbe che Giovanni, come Israele, la sposa, il cui unico sposo e resta il Messia, che nessuno pu sostituire. vero che morir, ma proprio il suo sangue dar vita a un popolo numeroso e nessun altro pretendente ne prender il posto per suscitargli discendenza. v. 28: queste cose avvennero in Betania, al di l del Giordano . Non si tratta di Betania vicina a Gerusalemme (cf. 11,18): al di l del Giordano, dove Giovanni battezzava (cf. 10,40). Pu identificarsi con Ennn, vicino a Salim (cf. 3,23): Betania potrebbe essere Bethennn (= casa delle fonti). Importante lindicazione al di l del Giordano, il fiume che segna il confine della terra promessa. Il battesimo di Giovanni ne ancora fuori: per entrare occorre attraversare il Giordano, paragonato al Mar Rosso (cf. Gs 4,23), con un nuovo esodo. Il suo battesimo conduce alle porte della terra e predispone ad entrare. v. 29: il giorno dopo. Come il racconto della creazione ritmato in un susseguirsi di giorni, cos anche quello della nuova creazione, opera della Parola diventata carne. Il primo giorno, non nominato, quello in cui Giovanni confessa di sapere che c colui che non conosce. Deve passare un giorno (quanto lungo?) prima di poter riconoscere colui che gi prima ha visto. C bisogno di tempo per giungere allilluminazione: il tempo necessario perch il desiderio, purificato dallascolto, diventi occhio capace di vedere ci che gi donato. vede Ges che viene verso di lui. Il giorno dopo la sua testimonianza, Giovanni vede colui che gi prima aveva contemplato, ma senza riconoscerlo (cf. v. 35). Anche il lettore ha gi udito nel prologo che Ges lunigenito Figlio di Dio; ma ci vuole tempo per riconoscerlo. Vedere Ges che viene vedere linvisibile, la Parola diventata carne che mostra la Gloria. Giovanni lattende, ma lei che viene per farsi vedere. Liniziativa dellincontro sua. Il Figlio, come rivolto verso il Padre, cos necessariamente si rivolge verso di noi, suoi fratelli. ecco. Ecco, in greco, si dice: Guarda. Giovanni, lascoltatore della Parola, finalmente vede ci che gi ha guardato senza vedere e dice con sorpresa: Guarda!. Non si rivolge a qualcuno in particolare nel racconto c solo Ges e lui , ma a chiunque, come noi, ne ascolta la testimonianza. lagnello di Dio che toglie il peccato del mondo. La voce di uno che grida nel deserto (v. 23) suona consolazione, perch promette il perdono e reca la buona notizia: Ecco il nostro Dio! (cf. Is 40,1-9). Il perdono per non solo per Israele, ma per il mondo, perch ogni carne veda la sua gloria (cf. Is 40,5). Si parla di peccato, non di peccati. Si tratta della peccaminosit, che la non conoscenza di Dio, radice di ogni singola trasgressione. Chi toglie il peccato non pu che essere Dio in persona (cf. Mc 2,7p).
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Ges chiamato lagnello. La parola allude al Servo di JHWH, muto come un agnello condotto al macello (cf. Is 53,7); tanto pi che la parola aramaica taleya pu significare sia fanciullo/servo che agnello. In Apocalisse 17,14 il re dei re, trionfatore su tutti i nemici, chiamato lagnello. anche unallusione allagnello pasquale, il cui sangue salv Israele (cf. Es 12,1-14; 1Cor 5,7; 1Pt 1,19). Inoltre lagnello era lanimale per il sacrificio quotidiano di espiazione e di comunione che si teneva nel tempio: Ges, nuovo tempio (cf. 2,13-22), sar per tutti riconciliazione con il Padre e comunione con lui e tra di noi. In queste parole di Giovanni risuona la stessa teologia degli altri vangeli, secondo i quali Ges nel battesimo proclamato dal Padre come il Figlio/Servo che, con il suo sacrificio, salver il mondo (cf. Mc 1,11p). v. 30: questi colui del quale io dissi, ecc . (cf. vv. 15.27). Per la terza volta Giovanni sottolinea la distanza tra se stesso e colui che viene: al di sopra di lui e di tutti, perch era prima del principio di tutto (v.1). v. 31: io non lo conoscevo, ma proprio perch fosse manifestato, ecc . Nuovamente sottolineata la sua non-conoscenza di Ges. Lo attende ma non lo conosce. Ma pu conoscerlo perch lo attende. Si conosce solo ci che si ama! Ora finalmente lo vede" e capisce il senso di ci che ha fatto e sta facendo: il suo battesimo serve a manifestarlo. Chiunque non accetta il suo battesimo, non pu conoscere chi Ges (cf. Mc 11,2733p). Il battesimo nellacqua riconoscimento del limite creaturale e del proprio peccato, ma anche desiderio di rinascita a vita nuova il luogo di verit di ogni uomo, posto come sentinella tra il finito e linfinito. Su questa soglia ogni carne incontra la Parola diventata carne. v. 32: ho contemplato lo Spirito, ecc. La scena del battesimo di Ges avvenuta in precedenza, in un tempo imprecisato. Non si dice quando, forse perch in ogni tempo la Parola si battezza e immerge nel mondo. Giovanni, come ciascuno di noi, ha bisogno di tempo per comprendere ci che ha contemplato nella carne della Parola, solidale con ogni carne. Il battesimo rappresenta la scelta fondamentale di Ges. Egli si rivela il Figlio perch si fa nostro fratello e si immerge nella condizione comune a tutti. la prima immagine che Ges ci offre del Dio che nessuno mai ha visto. Cosa significa un Dio che si mette in fila con i peccatori, ultimo della fila, solidale con noi l dove anche noi non siamo solidali con noi stessi e ci sentiamo soli? Un Dio che accetta la condizione di limite, di peccato e di morte, che diventa tutto ci che noi siamo e non vorremmo essere, che il contrario della proiezione dei nostri desideri! Il battesimo di Ges mette in crisi ogni idea religiosa o atea su Dio (religiosi e atei hanno la stessa opinione su di lui: i secondi negano esattamente ci che i primi affermano). Ci si rivela un Dio impensabile, scandaloso per tutti, credenti e non credenti: colui che riteniamo sopra le nuvole qui in terra, il puro spirito carne, l'immortale mortale, il santo tra i peccatori, il giudice con i condannati, l'onnipotente impotente, come tutti. Il Dio che Ges presenta la liberazione da quel dio diabolico che, da Adamo in poi, tutti ci immaginiamo, piegandoci o ribellandoci a lui. Il battesimo, anticipo della croce, rivela un Dio che simpatia assoluta per ogni uomo, per quanto lontano, e si mette nella sua condizione per stare con lui. un Dio che tutto e solo amore: lEmmanuele, il Dio-con-noi. Lo Spirito che nella creazione aleggiava sulle acque primordiali, la colomba che si librava sulla terra appena emersa dal diluvio, scende su Ges che si battezza nel Giordano. Non solo scende, ma dimora su di lui, sua casa. Sul Messia infatti riposer lo Spirito del Signore (Is 11,2). Ges il Messia: il suo battesimo la sua morte! lo rivela a Israele e a tutti. v. 33: colui che mi invi a battezzare, ecc. Direttamente da Dio per ispirazione interiore, o indirettamente per mezzo della Parola a lungo masticata, Giovanni conosce il segno per riconoscere colui che viene: lo Spirito che scende e dimora su di lui. Tuttavia, anche per lui come per noi, c sempre una distanza tra il conoscere e il riconoscere, tra il vedere e il comprendere. v. 34: e io ho visto e ho testimoniato, ecc. Mentre gli altri profeti avevano previsto e predetto, Giovanni vede e dice: il compimento di ci che fu promesso gi avvenuto in Ges ed presente a tutti nella testimonianza di chi ha visto e racconta. questi il Figlio di Dio. Sulla bocca di Giovanni questa espressione pu essere unallusione al Sal 2,7, un canto messianico. Per il lettore, dopo il prologo, si tratta di una testimonianza sulla Parola
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diventata carne, sullunigenito Figlio del Padre, che rivela la Gloria come capiranno pienamente i discepoli nellesperienza pasquale, quando avranno ricevuto il suo Spirito. La testimonianza che, secondo i sinottici, il Padre diede di Ges in occasione del battesimo (cf. Mc 1,11p), diventa qui la stessa del Battista. Egli presentato come lIsraele della promessa che vede il compimento, primo della serie di coloro che crederanno che Ges il Cristo, il Figlio di Dio, per avere in dono la vita (cf. 20,31). 3. Pregare il testo

a. Entro in preghiera come al solito (cf. introduzione pg. 8). b. Mi raccolgo immaginando Betania, la casa delle sorgenti. c. Chiedo ci che voglio: avere gli stessi desideri di Giovanni, accettare il suo battesimo e la sua testimonianza. d. Ascolto con attenzione la testimonianza di Giovanni su di s e su Ges. Da notare: giudei, sacerdoti, leviti e farisei che interrogano tu chi sei? non sono il Cristo, Elia o il profeta che dici di te stesso? io, voce di uno che grida nel deserto preparate la via del Signore in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete Giovanni battezzava a Betania, oltre il Giordano il giorno dopo la testimonianza vede Ges che viene verso di lui ecco lagnello di Dio che toglie il peccato del mondo non lo conoscevo io venni a battezzare con acqua perch fosse manifestato a Israele ho contemplato lo Spirito scendere e dimorare su di lui questo il segno di Dio che indica chi battezza nello Spirito io ho visto e testimoniato che lui il Figlio di Dio. 4. Testi utili Sal 2; Is 40; Mc 1,9-11; Mt 3; Lc 3; Mc 11,27-33; Lc 7,18-30.

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3. VENITE E VEDRETE 1,35-51 1,35 36 37 38 Il giorno dopo Giovanni stava ancora (l) con due dei suoi discepoli e, fissato Ges che camminava, dice: Ecco lagnello di Dio! E lo udirono i due discepoli mentre parlava e seguirono Ges. Ora, voltatosi Ges e visto che essi seguivano, dice loro: Che cercate? Ora essi gli dissero: Rabb che tradotto significa maestro , dove dimori? Dice loro: Venite e vedrete! Vennero dunque e videro dove dimorava e presso di lui dimorarono quel giorno. Era circa lora decima. Era Andrea, fratello di Simon Pietro, uno dei due che avevano ascoltato Giovanni e lo avevano seguito. Egli incontra per primo il proprio fratello Simone e gli dice: Abbiamo incontrato il Messia che si traduce Cristo . Lo condusse da Ges. Fissatolo, Ges disse: Tu sei Simone, figlio di Giovanni: tu sarai chiamato Kefas che si traduce pietra . Il giorno dopo decise di partire per la Galilea e incontra Filippo. E gli dice Ges: Segui me! Ora Filippo era di Betsaida, la citt di Andrea e Pietro. Filippo incontra Natanaele e gli dice: Incontrammo colui di cui ha scritto Mos nella legge, come pure i profeti: Ges, figlio di Giuseppe da Nazareth. E gli dice Natanaele: Da Nazareth ci pu essere qualcosa di buono? Gli dice Filippo:
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Vieni e vedi. Vide Ges Natanaele venire verso di lui e dice di lui: Ecco davvero un israelita in cui non c dolo. Gli dice Natanaele: Donde mi conosci? Rispose Ges e gli disse: Prima che Filippo ti chiamasse, mentre eri sotto il fico, ti ho visto. Gli rispose Natanaele: Rabb, tu sei il Figlio di Dio, tu re sei di Israele. Rispose Ges e gli disse: Perch ti dissi che ti ho visto sotto il fico credi? Cose pi grandi di queste vedrai. E gli dice: Amen, amen vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio delluomo.

1. Messaggio nel contesto Venite e vedrete, dice Ges ai due discepoli del Battista che ne hanno accolto la testimonianza. Seguendo lui, trovano ci che cercano e dimorano presso di lui, che da sempre presso il Padre. In questo brano il vocabolo dire ( con termini simili o connessi, come parlare, rispondere, chiamare e ascoltare) esce 24 volte, vedere e fissare 12 volte, seguire e venire a Ges 9 volte, incontrare (o trovare) 4 volte, dimorare 3 volte, e cercare una sola volta. Queste parole definiscono il dinamismo interiore delluomo in cammino per giungere alla patria del suo desiderio. Allorigine di tutto c il Battista: la testimonianza della luce una catena ininterrotta che, attraverso i saggi e i profeti antichi, giunge con lui a riconoscere la gloria della Parola divenuta carne. Egli il raccordo tra gli antichi e i nuovi testimoni, tra coloro che hanno intuito e predetto e coloro che hanno visto, ascoltato e toccato. Egli vede finalmente compiuta la promessa fatta ad Israele. Chi ascolta la sua testimonianza fa in prima persona lesperienza del Figlio che narra il Padre e diventa a sua volta testimone presso gli altri, perch anchessi, a loro volta, sappiano che Ges il Cristo, il Figlio di Dio, e nel suo nome abbiano la vita (cf. 20,31). Il brano presenta il diffondersi della testimonianza come un contagio, o, meglio, come un fuoco che si propaga dalluno allaltro, accendendo tutti della stessa luce. Giovanni, il giorno dopo aver riconosciuto latteso (cf. vv. 19-34), lo indica a due suoi discepoli, che subito lo seguono ( vv. 35-39). Uno di loro, Andrea, conduce a Ges suo fratello Simone (vv. 40-42). Il giorno dopo c lincontro con Filippo (vv. 43-44) e questi, a sua volta, porta lincredulo Natanaele, a venire a vedere Ges di Nazareth (vv. 45-50). La testimonianza, di Giovanni e dei successivi, la mediazione necessaria per giungere a Ges; lincontro con lui per immediato e personale (cf. 4,41s). Il testo un susseguirsi incalzante di brevi battute di domanda e risposta, dove, in un crescendo continuo, si raggiunge un livello di comprensione sempre pi alto del mistero di Ges. Chi per primo lha scoperto, porta un altro allincontro con lui ed spettatore di una nuova rivelazione che egli non aveva ancora colto. Il testo tutto un dialogo su Ges o con Ges. Il nostro rapporto con Dio non pu essere che quello di un dialogo, dato che in principio era la Parola e luomo suo interlocutore.
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Sin dallinizio il vangelo di Giovanni si presenta come il dramma dellincontro tra luomo e la Parola, in una comunicazione piena di detto e non detto, di fraintendimenti e complicit, di equivoci e ironie, di resistenze e rese. Il lettore fatto partecipe di questo dialogo, per fare pure lui lesperienza della Parola che lo chiama e lo conduce, passo dopo passo, a vedere la sua dimora e a stare di casa con lei. Inizia cos il cammino del discepolo, che lo porter a posare il capo sopra il petto del Maestro (cf. 13,23-35), per cogliere il mistero di Dio e delluomo. Nella successione degli incontri levangelista presenta una sintesi graduale di chi Ges. Ges lagnello di Dio, il Maestro, il Messia, il Figlio di Dio, il re dIsraele, il misterioso Figlio delluomo nel quale cielo e terra si incontrano. La Chiesa nasce dallincontro tra Ges e il Battista, che rappresenta insieme la sapienza delluomo in cerca della verit e la rivelazione di Dio in cerca delluomo. Chi, come lui, lha cercato e atteso, incontrato e riconosciuto, diventa suo testimone presso gli altri, perch ciascuno giunga in prima persona a dialogare con la Parola e vedere la luce della sua vita. 2. Lettura del testo v. 35: Il giorno dopo. Siamo al terzo giorno del racconto del vangelo (cf. vv. 19.29). Il Battista, che da sempre attende, in un giorno imprecisato, fuori dal tempo perch in ogni tempo, incontra latteso che viene a farsi battezzare; ma non lo riconosce. Solo pi tardi, dopo aver risposto allinterrogatorio e aver confessato la propria identit (vv. 19-28), lo incontra nuovamente il giorno dopo e lo riconosce (vv. 29ss). Il giorno dopo ancora (v. 35), avendolo incontrato di nuovo, lo indica a due suoi discepoli. Ci vuole del tempo perch lincontro diventi conoscenza, e la conoscenza testimonianza. Senza questo tempo essa non ha valore, perch manca del suo contenuto di esperienza. Giovanni stava ancora (l). Il luogo di partenza della testimonianza Betania, al di l del Giordano, dove si riceve il battesimo di Giovanni (v. 28). Il luogo della verit delluomo anche il luogo dincontro con il Signore. due dei suoi discepoli. Uno Andrea (v. 40). Laltro, anonimo, per lo pi identificato con Giovanni, il discepolo che Ges amava. Ma potrebbe anche essere Filippo (vedi al v. 43). Come sempre, ogni lettore pu identificarsi con i diversi personaggi: rappresentano i vari livelli del suo incontro con il Signore. v. 36: fissato Ges che camminava. Ges comincia il suo cammino che, da oltre il Giordano, porta a Gerusalemme. In questo cammino si rivela: la verit si fa via per condurci alla vita. Il Battista, uomo dellattesa, il solo in grado di vederla e indicarla ad altri. La sua la funzione perenne di Israele, depositario della promessa e del suo compimento nella carne dellebreo Ges di Nazareth. Noi ci inseriamo in una storia che sempre ci precede: il presente frutto del passato. Tagliarsi le radici, perdere ci che si . dice. Il verbo al presente, perch la sua testimonianza sempre attuale. In greco c il verbo lg, da cui lgos (= parola), che significa originariamente legare, raccogliere, mettere insieme, unire. La parola infatti lega luomo alla realt e gli uomini tra di loro. Ma anche i nostri verbi dire e parlare sono significativi: il primo forse dalla radice di dek, che significa mostrare, manifestare, mentre il secondo viene da parabll (da cui viene anche parola e parabola), che significa mettere, porre, gettare davanti, porgere, offrire, dare, consegnare. Chi parla, si dice e si espone: con la parola mostra e porge ci che ha, o meglio ci che , per offrirsi e darsi allaltro. In Gen 1,1ss non si dice delluomo, a differenza degli altri viventi, di che specie : immagine e somiglianza di Dio, perch chiamato a rispondere alla sua parola. Questa lo distingue dallanimale e imparenta la terra con il cielo. Con essa luomo non solo collabora con lui, portando a compimento la creazione; addirittura diventa come lui, che comunicazione e comunione, intelligenza e amore. Allinizio di ogni essere e agire c sempre un dire. Se tutta la natura dalla Parola di Dio, tutta la cultura, con ci che implica per la stessa natura, dalla parola delluomo. Senza parola, nulla esiste. ecco lagnello di Dio (cf. v. 29). Lo stupore della scoperta, gi fatta e proclamata il giorno prima in modo assoluto, senza nominare uditori (vv. 29ss), ora si esprime davanti ai discepoli, invitati a guardare lagnello inviato da Dio: luomo Ges, che cammina. Lha visto, fin da piccolo il primo
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incontro risale al grembo di sua madre (cf. Lc 1,41) , eppure non lo conosceva ancora. Solo dopo averlo riconosciuto ne parla e lo testimonia agli altri. v. 37: lo udirono i due discepoli. Nessuno giunge alla Parola se non mediante lascolto di una voce che la testimonia. Ma la stessa Parola rimane inerte se non c un orecchio che ne ascolti la voce. Ludito per la parola ci che la terra e il grembo sono per il seme: lo accoglie e lo lascia germinare in s. seguirono Ges. Inizia lavventura dei discepoli della voce, diventati discepoli della Parola. Seguire Ges, fare il suo stesso cammino di Figlio, la sintesi dellesperienza cristiana. Il cristianesimo non un insieme di belle teorie o imperativi morali; la realt di una persona: luomo Ges, che si segue perch lo si ama. Chi segue lui non cammina nelle tenebre, ma ottiene la luce della vita (cf. 8,12). Con questi due, che seguono lagnello, sorge il giorno del nuovo popolo: linizio della chiesa. Il maestro, per il discepolo, il modello da imitare: lo segue, anzi insegue e persegue sino a quando lo raggiunge e, possibilmente, lo supera. Imitazione ed emulazione, rivalit e concorrenza, sono il propellente della storia: Ho osservato anche che ogni fatica e tutta labilit messe in un lavoro non sono che invidia delluno con laltro (Qo 4,4). Ma linvidia un combustibile altamente inquinante: la porta dingresso della morte (cf. Sap 2,24). Ges ci offre un altro principio di azione: imitare lui, il Figlio che ama tutti con lo stesso amore del Padre, senza entrare in conflitto con nessuno. Se nel primo caso limitazione principio di divisione e di morte, nel secondo principio di comunione e di vita. v. 38: voltatosi. Ges si volge a chiunque lo segue e gli rivolge la parola. Non pu non dirsi e manifestarsi, perch la Parola, che esiste in quanto detta. per necessario che trovi chi ascolta. Alla nostra iniziativa di cercarlo, Ges si volta. Non attendeva altro: venuto per farsi cercare e trovare. che cercate? Per la prima volta Ges apre la bocca e il lettore lo ascolta. La sua prima parola una domanda, che attende risposta: la Parola suscita parola. La sua domanda : Che cercate?. Ges si rivolge a noi non con affermazioni o comandi, ma con un interrogativo che ciascuno deve porsi: Cosa veramente cerco nella mia vita, nel mio lavoro, nelle mie relazioni?. Luomo di sua natura domanda, ricerca e apertura allinfinito: desidera sempre di pi. Sogna felicit e pienezza di vita, ma si sente limitato e monco: gli manca sempre altro, anzi lAltro, senza il quale non se stesso. Per questo cerca qualcosa che ancora non ha, ma che il suo cuore da sempre ama. Nellorto Ges chieder ai nemici che vengono per catturarlo: Chi cercate? (18,4.7); nel giardino di pasqua chieder alla Maddalena che vuole abbracciarlo: Chi cerchi? (20,15). Ci che si cerca alla fine una persona, che pu essere catturata o abbracciata. Rabb, dove dimori? Luomo cerca dove sta di casa la Parola, luce della sua vita. Solo l anche lui a casa. La casa non il covile o la tana, dove lanimale si ripara e nasconde: luogo di relazioni e affetti, che rendono umana la vita. Altrove luomo estraneo a s e a tutti. Dove abiti? significa: Chi sei?. La prima parola che fu rivolta ad Adamo : Dove sei? (Gen 3,9). Si era nascosto, non era pi al suo posto. E il posto delluomo Dio, davanti al quale ci che : sua immagine e somiglianza. Per questo il suo cuore nostalgia, desiderio di casa: l la sua patria, dove ritrova se stesso. v. 39: venite. Colui che viene, dice: Venite. Venire a Ges significa aderire a lui, facendo il suo stesso cammino. Chi viene a lui non sar respinto: vedr il Figlio e avr la vita eterna (cf. 6,37-40). Egli ci invita ad andare a lui per essere anche noi l dove lui da sempre : presso il Padre. Ges il Figlio: ci tiene che i fratelli ritornino a casa. vedrete. Solo dopo averlo seguito, si vedr dove porta il cammino. Vedere in Giovanni carico di significato: lilluminazione di chi conosce il Figlio delluomo, mistero di Dio e delluomo (cf. v. 51), dove Dio di casa con luomo e luomo con Dio. Vedere azione dellocchio. Come ludito pu sentire rumori o ascoltare parole, analogamente locchio pu scorgere oggetti o vedere linvisibile. Esso la porta del cuore: fa entrare ci che fuori e uscire ci che dentro. Ed sempre rivolto a ci che si ama. Esso pu vedere perch c la luce, prima realt fatta dalla Parola. Ma c anche un occhio interiore e una luce interiore, quella che riverbera sul volto di chi illuminato dalla Parola. Vedere lazione propria di chi nasce a una nuova condizione di vita, come il bimbo che viene alla luce. Venite e vedrete linvito che il vangelo fa al lettore, linvito che la verit fa a chiunque la cerca.

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vennero e videro dove dimorava. Andando dietro lui, appagano il loro desiderio di vedere ci che cercano. Il lettore si chiede: Cosa videro?. Il vangelo non lo dice subito: suscita la curiosit, per stimolare la voglia di cercare. Il seguito far vedere anche a noi ci che i primi discepoli videro. e presso di lui dimorarono. La loro esperienza descritta con queste parole semplici e dense: dimorare presso di lui. Dimorare insieme avere la stessa casa; anzi, farsi luno casa dellaltro. I discepoli sperimentano la gioia iniziale di una vita fruttuosa e realizzata, propria del tralcio unito alla vite (cf. 15,1-11). Amandolo e ascoltando la sua parola, sapranno che io sono nel Padre e voi in me ed io in voi (14,20), dice Ges. Infatti lui stesso e il Padre verranno e prenderanno dimora presso di noi (14,23). Anche per il lettore il punto darrivo dellesperienza sar dimorare presso di lui, che dimora preso il Padre. quel giorno. Quel giorno (cf. 14,20), in cui dimorano presso di lui, il giorno lungamente atteso in cui trovano ci che da sempre hanno cercato. Non sono pi orfani: sono finalmente a casa, di casa con il Padre ed il Figlio. era circa lora decima. Dieci il numero del compimento. Lora indimenticabile di quel giorno segna il passaggio decisivo: lansia di chi cerca si muta nella gioia di chi trova. Sono le quattro del pomeriggio, quando la fatica del lavoro lascia posto al riposo. unora dopo la morte in croce di Ges, secondo i sinottici (cf. Mc 15,34p). v. 40: era Andrea. Si dice il nome di uno dei due: il fratello di Simone. v. 41: incontra. Incontrare in greco significa anche trovare o scoprire. Laltro non pu mai essere prodotto da un nostro fare: sempre grazia di un incontro, ritrovamento e scoperta di uno che si manifesta. Ogni nostro agire mosso o dal desiderio di incontrare ci che si ama o dalla paura di fuggire ci che si teme. il proprio fratello, ecc. Chi dimora presso il Figlio, incontra il fratello: colui al quale comunica la sua esperienza. La vera fraternit sta nella parola scambiata. Chi ha incontrato la Parola, non pu non comunicarla, come chi illuminato non pu non riverberare luce. Stando al testo, Andrea incontra il fratello il giorno stesso, in cui dimora presso il Figlio. abbiamo incontrato il Messia. la sorpresa di chi ha scoperto il tesoro. Andrea comunica la sua gioia al fratello, perch gli interessa (inter-esse = essere dentro) sia Ges che il fratello, al quale pure interessa il Messia. Il Messia (= unto, in greco Cristo) il re che avrebbe realizzato ogni promessa di Dio e attesa delluomo. v. 42: lo condusse da Ges. il fratello che conduce al Figlio. Ognuno giunge a incontrare lAltro per la mediazione di un altro che glielo testimonia. fissatolo. Lincontro un gioco di sguardi che penetrano il cuore. tu sei Simone. Ges dice il suo nome senza che alcuno in precedenza glielo abbia comunicato. Lui stesso la Parola, che per primo ha detto il suo nome e lo fa esistere. sempre laltro, anzi lAltro, che dice il mio nome. La mia identit dono dellaltro che mi chiama e mi ama. Come uno chiamato, quello il suo nome. Kefas (cf. Mt 16,18). C un nome segreto, che nessuno conosce e solo il Signore rivela (cf. Ap 2,17; Is 62,2): lidentit di una persona, la sua vocazione, che sar la sua missione. Ognuno vive per realizzare il proprio nome. Kefas significa pietra, roccia. Detto di un uomo, ha un valore ambiguo: indica una personalit tenace e stabile, ma anche una testa dura che non capisce niente. Ogni nostro nome ha sempre una parte di luce e una di tenebra. Solo quando la nostra ombra si volge a Ges, allora siamo pienamente illuminati. ci che capiter a Simone: egli, nella propria infedelt, sperimenter la fedelt del suo Signore. Allora il suo nome sar roccia, attributo di Dio, perch il suo non capire Ges diventer il luogo del suo capirlo pi profondamente. La traduzione del nome (cf. anche Rabb e Messia, vv. 38.41) per il lettore, al quale pu non essere familiare la lingua ebraica. v. 43: il giorno dopo. Siamo al quarto giorno. Le diverse testimonianze, come il levar del sole, scandiscono il susseguirsi dei giorni. decise. Dallandamento del testo, il soggetto implicito potrebbe essere, oltre che Ges, ancora Andrea, che per primo ha incontrato Pietro (v. 41) e ora incontra Filippo. gli dice Ges: segui me. Filippo riceve da Ges linvito a seguirlo, a differenza dei precedenti che gi lo cercavano. Ogni vocazione diversa secondo la situazione, ma uguale nella destinazione.
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v. 44: Filippo era di Betsaida. Andrea e Filippo sono spesso affiancati nella lista dei Dodici (cf. Mc 3,18; At 1,13). Ambedue intervengono, di seguito o insieme, nellepisodio dei pani e nella richiesta a favore dei greci (cf. 6,5-9; 12,22). Andrea e Filippo erano amici, dello stesso paese. Qualcuno ritiene che Filippo sia il secondo dei due che hanno udito Giovanni e hanno dimorato presso Ges. Solo pi tardi, in un secondo incontro, avrebbe superato le perplessit e si sarebbe deciso a seguirlo. v. 45: Filippo incontra Natanaele. Come sempre, anche qui la vocazione segnata dallincontro con chi ha gi incontrato il Signore. Natanaele non appare nella lista dei Dodici. Pu essere identificato con Bartolomeo. incontrammo colui, ecc. A nome degli altri tre, Filippo comunica la sua scoperta: ha visto in Ges di Nazareth il Figlio di Giuseppe che noi sappiamo dal prologo essere in realt il Figlio di Dio colui del quale la Scrittura parla. v. 46: da Nazareth ci pu essere qualcosa di buono? Per uno che studia la Scrittura, non cos facile riconoscere che colui del quale essa parla luomo Ges, per giunta di Nazareth (cf. 7,27). Come pu il Messia essere cos ordinario e comune, uguale a ogni carne? vieni e vedi. Filippo rivolge a lui lo stesso invito che i primi due udirono da Ges (cf. v. 39). v. 47: ecco davvero un Israelita, ecc. Ges guarda dentro Natanaele: lo vede e conosce, senza che nessuno gli abbia parlato di lui. in cui non c dolo. Ges fa di Natanaele lelogio del giusto, che cammina secondo la parola del Signore. Il dolo lesca gettata al pesce per farlo abboccare. La menzogna una parola ingannevole per intrappolare laltro e impadronirsi di lui. Essa verosimile, altrimenti non potrebbe ingannare. La Scrittura ci vuol liberare dalle parole dolose che distruggono ci che la Parola ha creato. v. 48: donde mi conosci? la sorpresa di essere scrutato e conosciuto fino in fondo (cf. Sal 139,1ss) mentre eri sotto il fico, ti ho visto. Nella tradizione del giudaismo il fico, albero della conoscenza della felicit e della sventura, pu simboleggiare lo studio della legge, con il suo dolce frutto. Ges lo ha visto mentre si applicava con impegno allo studio della Scrittura, che lha preparato allincontro con colui del quale essa parla. Eppure, o forse proprio per questo, anche quello che ha pi resistenze iniziali, forse come il suo amico Filippo. v. 49: Rabb, tu sei il Figlio di Dio, tu re sei di Israele . Natanaele, come riconosciuto da Ges, lo riconosce. Probabilmente per Natanaele Figlio di Dio e re di Israele significano Messia (Sal 2,6s). Per il lettore invece gi lanticipo del mistero profondo del Figlio. v. 50: cose pi grandi di queste vedrai. In Mos e nei profeti nascosto ben pi di quanto Natanaele ha intravisto: la carne di Ges fa vedere la gloria del Figlio unigenito. v. 51: vedrete il cielo aperto, ecc. Ges il Figlio delluomo sul quale si apre il cielo (Is 63,19), come nel battesimo (cf. Mc 1,10p): su di lui scende e dimora lo Spirito (cf. v. 32). un richiamo alla visione di Giacobbe che vede angeli salire e scendere su di lui a Betel (cf. Gen 28,12) e scopre che quel luogo tremendo: la porta del cielo (cf. Gen 28,17). Lalleanza con Dio, che Giacobbe avvertiva minacciata, ristabilita e donata pienamente nel Figlio delluomo: lui sar il nuovo tempio (cf. 2,13-22), la porta tra Dio e luomo, comunione tra i due. Egli, infatti, Parola diventata carne, la dimora di Dio tra gli uomini e di ogni uomo in Dio. Con lui, vera scala di Giacobbe, definitivamente aperto il cielo: Dio comunica con luomo e luomo con Dio. Questo versetto lapice della rivelazione di Ges ai suoi discepoli, che sar svolta nel seguito del vangelo. Nei primi incontri gi tracciato il cammino del discepolo: accogliendo la testimonianza del Battista e seguendo Ges, vede dove dimora lagnello di Dio, il Messia, il Figlio di Dio, il re dIsraele e il Figlio delluomo, dimora comune di Dio e delluomo. 3. Pregare il testo a. b. c. d. Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando Ges che cammina. Chiedo ci che voglio: dove dimori? Contemplo i vari incontri, immedesimandomi con i vari discepoli.
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Da notare: Giovanni sta ancora oltre il Giordano e dice: guarda lagnello di Dio i discepoli che lo ascoltano seguono Ges che cercate? dove dimori? venite e vedrete dimorarono presso di lui quel giorno Andrea incontra Simone abbiamo incontrato il Messia tu sei Simone: sarai chiamato Kefas Andrea incontra Filippo Ges gli dice: Segui me Filippo incontra Natanaele abbiamo incontrato colui di cui ha scritto Mos e i profeti: Ges di Nazareth ci pu essere qualcosa di buono da Nazareth? vieni e vedi guarda davvero un Israelita senza dolo donde mi conosci? mentre eri sotto il fico, ti ho visto tu sei il Figlio di Dio, il re di Israele vedrai cose pi grandi di queste vedrete il cielo aperto e gli angeli salire e scendere sul Figlio delluomo. 4. Testi utili Sal 2; 110; 139; Gen 28,10-22; Mc 1,16-20.

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4. ATTINGETE ADESSO 2,1-12 2,1 2 3 4 5 6 7 8 E il terzo giorno ci fu uno sposalizio in Cana di Galilea ed era l la madre di Ges. Fu chiamato anche Ges e i suoi discepoli allo sposalizio. E, venuto a mancare il vino, dice la madre di Ges a lui: Non hanno vino. E le dice Ges: Che a me e a te, donna? Non forse ancora giunta la mia ora? E sua madre dice ai servi: Ci che vi dir, fatelo. Erano l sei idrie di pietra poste per le purificazioni dei giudei, della capacit di circa due o tre misure. Dice loro Ges: Riempite le idrie dacqua. E le riempirono fino al colmo. E dice loro: Attingete, adesso, e portate al maestro di tavola. E quelli portarono. Quando il maestro di tavola gust lacqua diventata vino e non sapeva da dove fosse, ma i servi lo sapevano, quelli che avevano attinto lacqua , il maestro di tavola chiama lo sposo e gli dice: Ogni uomo serve prima il vino bello e quando sono bevuti il pi scadente. Tu invece hai custodito il vino bello fino a questo momento! Questo principio dei segni fece Ges in Cana di Galilea e manifest la sua gloria e credettero in lui i suoi discepoli. Dopo questo discese a Cafarnao, lui e sua madre e i [suoi] fratelli e i suoi discepoli, e l dimorarono non molti giorni. Messaggio nel contesto

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1.

Attingete, adesso, dice Ges ai servi che, ascoltando la sua parola, hanno riempito dacqua le idrie per la purificazione dei giudei. Adesso il momento in cui lacqua diventa vino bello.
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Dopo aver parlato della Parola che si fa carne in Ges, del Battista che si fa sua voce e dei primi discepoli che ne accolgono la testimonianza, il vangelo presenta lavventura comune di Ges e dei suoi. Questo racconto ci fa vedere dove dimora il Signore e la sua gloria: nella gioia e nellamore, non nel recinto del tempio, ridotto a supermercato del religioso (cf. vv. 13-22). Allinizio dellattivit di Ges troviamo due racconti sorprendenti, anzi disdicevoli dal punto di vista religioso: dare ebbrezza alle nozze e adirarsi nel tempio. Questa scena iniziale, come quella del battesimo nei sinottici, vuol subito farci comprendere che Dio scandalosamente diverso da quello che noi pensiamo. Il primo segno del Figlio di Dio consiste nellaggiungere pi di 600 litri di vino a un banchetto! Cosa avrebbe detto il Battista, lasceta del deserto? Con tutti i problemi di fame che ci sono al mondo, alcolismo a parte, non poteva fare qualcosa di pi utile e meno futile? Inoltre, perch dare vino e gioia, invece di predicare astinenza e impegno? Forse Ges ha mutato lacqua in vino sapendo che i suoi devoti avrebbero poi abbondantemente trasformato il vino del vangelo nellacqua della legge. La scena rappresenta Ges che d sovrabbondanza di vino bello a una festa nuziale che languisce e si sta spegnendo per mancanza di vino. Il fatto, liberamente elaborato da Giovanni, letto come manifestazione della sua gloria. Linizio dei segni richiama direttamente la fine del vangelo, quando viene lora in cui il Signore rivela la sua gloria amandoci fino allestremo (13,1ss), donandoci il suo Spirito (19,30) e diventando lui stesso sorgente di acqua e sangue (19,34). sulla croce che si compiono le nozze tra Dio e lumanit. Nella Bibbia lunione sponsale il simbolo pi alto dellalleanza tra Dio e il suo popolo. Essa stabilisce tra i due un rapporto di interesse e cura, di complicit e appartenenza, con sentimenti di affidabilit e compagnia, di tenerezza e unione, che rendono bella la vita. Altrimenti triste e brutta, disumana e fallita, ed meglio non essere nati. Il grande comando infatti quello dellamore. Dio stesso amore (1Gv. 4,8) e chi ama lo conosce e diventa come lui. Nella Bibbia lo sposo Dio stesso, laltra parte delluomo, che ama di amore eterno (Ger 31,3; cf. Os 2,1-9; Is 54,8). Il rapporto tra uomo e donna il grande mistero (Ef 5,32), che rappresenta quello tra Dio e uomo (cf. particolarmente Gen 1,27; Os 2,16-25; Is 54,1-10; 61,10-62,5; Ez 16,1ss). In questo senso il Cantico dei cantici lapice della rivelazione biblica. Canta il nostro rapporto con Dio, iniziando con una richiesta abissale, da vertigine: Mi baci con i baci della sua bocca. Il seguito tutta una reciproca ricerca di amore tra Dio e uomo. Ma questalleanza fu da sempre trascurata dalluomo. La predicazione profetica ne denuncia il tradimento, richiamando alla conversione e promettendo un futuro in cui lamore tra Dio e uomo sarebbe rifiorito nel pieno splendore. Il racconto non si ferma sul miracolo; si concentra invece sulla gratuit e grandezza del dono. I vari dettagli sono da interpretare alla luce di ci che per levangelista avviene a Cana: la presenza di Ges il rinnovo dellalleanza, linizio delle nozze escatologiche. Il testo parla di nozze, di vino che manca, di servi, di sei giare di pietra, di acqua e di vino bello, riservato fino a questo momento. Non si nomina la sposa; lo sposo appare indirettamente solo alla fine, come interlocutore del maestro di tavola. Se le nozze rappresentano lalleanza tra Dio e popolo, il vino che viene a mancare significa lamore delluomo che viene meno; le giare di pietra per la purificazione, che sono vuote, alludono alla legge non compiuta. Lacqua, elemento primo della creazione, diventa vino bello, dato alla fine, che possiamo attingere adesso. Il brano, sommamente suggestivo, da leggere, dice lo stesso evangelista, non solo come un segno, ma come il principio dei segni (v. 11), che illumina ci che in seguito il vangelo racconter su Ges di Nazareth. Segno qui non significa solo una cosa che indica unaltra, come un cartello stradale indica una citt. piuttosto un simbolo, che in qualche modo manifesta ci che indica. Come la guarigione del cieco manifesta che Ges luce, il dono del pane che cibo e la resurrezione di Lazzaro che vita, cos il vino bello manifesta la sua gloria: Ges lo Sposo. Con lui giunta lora in cui si celebrano le nozze tra Dio e il suo popolo. La carne del Figlio delluomo infatti apertura del cielo sulla terra, comunione piena tra Dio e uomo, come appena stato detto a Natanaele (1,51). I singoli elementi del racconto, a loro volta, assumono il loro valore alla luce di questa rivelazione. Chiaramente, a chi conosce il seguito del vangelo, il racconto suggerisce altre allusioni. Per, a una prima lettura, bene non supporre ci che viene dopo, ma solo ci che viene prima, pur tenendosi
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aperti a ulteriori approfondimenti. Nella dinamica di qualunque libro, ogni passo il punto di arrivo dei precedenti e di partenza per i seguenti. Tuttavia, gi dallinizio si intravede la meta; il cammino invece lo si conosce di mano in mano che lo si fa. Non a caso la liturgia associa le nozze di Cana al Battesimo e allEpifania. Lacqua delle giare, che diventa vino bello, segno del battesimo nello Spirito e manifestazione del Signore che offre salvezza a tutti. C anche una chiara allusione alleucarestia, in cui si compie lora della nuova alleanza, con il dono dello Spirito. possibile anche una lettura mariologica ed ecclesiologica. Dal racconto emerge anche la continuit dellunica alleanza, insieme antica e nuova, come il comando dellamore (cf. 1Gv 2,7s). Si attinge infatti il vino bello del vangelo dalle giare di pietra, simbolo della legge. E questunica alleanza ha valore universale. Il vino infatti viene dallacqua, elemento primordiale della creazione, e fa la sua prima apparizione con No, dopo il diluvio e il rinnovo dellalleanza cosmica (cf. Gen 9,20). Il dramma di Israele, erede della promessa e popolo dellattesa, lo stesso di ogni uomo: la mancanza di vino. Dov lamore, la gioia e la vita per cui siamo fatti e di cui ci sentiamo defraudati? Con Ges, Parola diventata carne, ognuno pu gustare il vino offerto in abbondanza. Con lui si realizza la benedizione promessa ad Abramo e, in lui, a tutte le genti (cf. Gen 12,2s). Con questo segno Ges non ha guarito qualcuno da una malattia, come far altrove; ci ha semplicemente salvati da quel male sottile che distrugge la nostra umanit: la mancanza di vino, lassenza di amore e di gioia. Il racconto, come di solito in Giovanni, intessuto di dialogo, con incomprensioni che aprono a nuovi orizzonti. Dopo lintroduzione (vv.1-2) c il dialogo tra Ges e la madre ( vv. 3-4), lordine della madre ai servi (V. 5) e il duplice comando di Ges di riempire le idrie e di attingere ( vv. 6-8), la constatazione del maestro di tavola e le sue parole sul vino bello ( vv. 9-10). Conclude il commento dellevangelista (v. 11) e la discesa da Cana a Cafarnao (v. 12). Ges, Parola diventata carne, Dio e uomo, il cielo aperto sulla terra. La sua venuta lora, ed adesso, in cui si rinnova lalleanza e noi viviamo la gioia dellincontro con lo Sposo. La Chiesa rappresentata dai discepoli ai quali manifestata la gloria di Ges: comprendono il segno del vino e credono in lui. Nella carne del Figlio delluomo si celebrano le nozze tra Dio e umanit e si rinnova lalleanza antica fatta con Israele e quella, ancor pi antica, stabilita con ogni creatura.

2. Lettura del testo v. 1: E il terzo giorno. Il terzo giorno nei vangeli quello della risurrezione, dellintervento definitivo di Dio (cf. Os 6,2). Qui siamo al terzo giorno dopo i tre precedenti dal riconoscimento di Ges (cf. 1,29.35.43). Contando questi, siamo al sesto giorno, quello in cui fu creato luomo, fatto per il settimo giorno. La presenza di Ges lora, ed adesso, in cui si passa dal sesto al settimo giorno. ci fu uno sposalizio. Le nozze sono limmagine pi bella dellalleanza tra Dio e il suo popolo, in un amore pi forte di ogni infedelt e della stessa morte. Lunione tra maschio e femmina simbolo di quella tra uomo e Dio, quel Dio che amore e ci ha comandato di amarlo con tutto il cuore (cf. Dt 6,5). La reciprocit damore il grande comando, che ci manda-insieme verso la pienezza di vita. in Cana di Galilea. Cana richiama qanh (= acquistare), allusione al popolo che Dio si acquistato (cf. Es 15,16; Dt 32,6; Sal 72,4). era l la madre di Ges (cf. 19,25). La madre era l, come le sei idrie di pietra (cf. v. 6), fatte per contenere quellacqua che diventer vino bello. Non si dice il suo nome: chiamata madre dal narratore e donna da Ges. Madre indica la relazione con il figlio, al quale d la vita; donna (= sposa) la relazione con lo sposo, dal cui amore corrisposto viene la vita del figlio. Maria, in quanto madre rappresenta il popolo di Dio, dalla cui carne viene il Messia; in quanto sposa la figlia di Sion, che ama e attende lo Sposo, il Signore. Per la sua premura la festa di nozze, invece di spegnersi, trova la sua pienezza. La madre di Ges, chiamata donna, appare qui, nelle nozze, e ai piedi della croce (19,25), quando giunge lora in cui il Signore porta a compimento il suo amore per noi.
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v. 2: fu chiamato anche Ges e i suoi discepoli. importante invitare il Signore alla nostra festa. Diversamente manca colui che da invitato si fa, con delicatezza e discrezione, anfitrione, dandoci il vino bello. v. 3: venuto a mancare il vino. Se lolio e il pane sono necessari per vivere, il vino, che rallegra il cuore delluomo (cf. Sal 104,13), quel superfluo necessario per vivere felicemente. immagine dellamore tra sposo e sposa, tra Creatore e creatura, in cui si compie la creazione e luomo passa dal sesto al settimo giorno, a Dio stesso che ebbrezza damore. Senza questo vino, luomo perde la propria identit, la somiglianza con Dio. non hanno vino. quanto la madre dice a Ges. La semplice constatazione insieme richiesta e attesa. Nelle nozze tra Dio e uomo il vino mancato sin dallinizio, con Adamo (Gen 3,1ss). E, anche dopo, ancora prima che Mos scendesse dal monte con le tavole dellalleanza, il popolo gi laveva rotta con ladorazione del vitello doro (cf. Es 32). Amare lo Sposo, secondo i profeti, non mai stata la virt della sposa (vedi Ez 16). Maria, con il Battista e quelli che lo ascoltano, rappresenta lIsraele che sospira lalleanza nuova, il cuore nuovo (cf. Ger 31, 31-34; Ez 36, 22-32) e le benedizioni promesse (cf. Ger 33,14-26). v. 4: che a me e a te? La risposta di Ges una domanda. Lespressione, a noi oscura, presa dal linguaggio diplomatico dellepoca, che significa: Che c tra te e me? Con queste parole si interpellano due alleati, richiamandosi al patto che esiste tra loro, quando c da chiarire qualcosa che lo mette in questione. Non esige risposta; fa solo riflettere sui doveri reciprocamente assunti. Al di l della semplice attesa di un intervento prodigioso, Ges vuol spostare lattenzione a questo livello. La sua preoccupazione non quella del vino materiale; vuol far capire che lora del vino eccellente del banchetto escatologico (cf. Is 25,6), in cui dai monti stiller il vino nuovo e coler gi per le colline (Am 9,13). Anche i demoni fanno la stessa domanda a Ges, che risponde loro: Taci! (cf. Mc 1,24s). Infatti con lui cessa la presunta alleanza tra Dio e Satana: Ges, con la sua croce, venuto a sdemonizzare la nostra immagine di Dio. donna. Ges non la chiama madre, ma donna (cf. 19,25). Oltre una parentela secondo la carne, ce n una pi importante secondo lo Spirito, stabilita dallamore (cf. Mc 3,33p; Lc 11,27). Donna significa sposa: lIsraele fedele, la donna che ama lo sposo, la figlia di Sion che ascolta la Parola e attende il compimento. non forse ancora giunta la mia ora? Nei manoscritti antichi non c punteggiatura. Alla solita traduzione: Non ancora venuta la mia ora, preferiamo questa in forma interrogativa. Infatti quanto Ges dice non un diniego; lo si vede chiaramente da come lo intende Maria. invece un richiamo al fatto che giunta lora in cui lo Sposo manifesta la sua gloria. Lora di Ges, anticipata a Cana (cf. 5,25.28), ha il suo compimento con la morte, quando torna al Padre (cf. 13,1) e ci mostra cosa c tra noi e Dio: il suo amore, fedele e indefettibile. Ges vuol far capire, alla figlia di Sion in attesa, che con lui giunta lora in cui Dio compie la sua promessa. Da quando la Parola diventata carne, ci sono le nozze tra cielo e terra: c solo da attingere, adesso! Le sue prime parole nel vangelo di Marco sono proprio: Il tempo compiuto (Mc 1,15). v. 5: sua madre dice ai servi. La madre di Ges si rivolge ai servi, che saranno gli esecutori del segno che Ges dar. ci che vi dir, fatelo. La madre e i servi rappresentano il popolo che disposto a mantenere lalleanza e dice: Tutto ci che ha detto JHWH, noi lo faremo (Es 19,8; 24,7; cf. Gs 24,24). Ges il profeta del quale Mos ha detto: A lui darete ascolto (Dt 18,15). Giuseppe, del quale il re disse: Ci che vi dir, fatelo (Gen 41,55), procurer il pane a tutti; Ges, nuovo Giuseppe, doner a tutti anche il vino. Lui infatti il Figlio, del quale il Padre ha detto: Ascoltate lui (Mc 9,7p), perch lho glorificato e di nuovo lo glorificher (12,28). Ges la Parola: se ascoltiamo lui, lacqua della nostra umanit si muta nel vino della sua divinit. v. 6: erano l sei idrie di pietra, ecc. I dettagli (sei, pietra, purificazione) non sono superflui. Sono rispettivamente un richiamo alla creazione delluomo, compiuta al sesto giorno, alla legge scritta su tavole di pietra e ai riti che essa prescrive. Anche le idrie (= contenitori di acqua) sono l, come la madre di Ges. Richiamano il battesimo del Battista, che venne a battezzare perch fosse
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rivelato colui sul quale scende e dimora lo Spirito: Ges non venuto ad abolire, ma a compiere lalleanza antica (Mt 5,17). due o tre misure Si sottolinea labbondanza del dono: sono sei idrie di due o tre misure luna, e una misura di 45 litri. Ogni idria contiene quindi da 90 a 135 litri. v. 7: riempite le idrie dacqua. Le idrie, lo sappiamo adesso, erano vuote. Vuote come lattesa che non ha incontrato latteso, come il comando dellamore che non adempiuto, come lalleanza rotta dal peccato, come la sposa senza lo Sposo. La stessa legge pu essere osservata in tutte le prescrizioni, come fa il fratello maggiore, ma con rancore e ira, senza amore e senza neppure sospettare che Dio sia gioia e festa, sinfonia e danza (Lc 15,28-32; cf. Gn 4,1ss). Queste idrie sono prive di ci per cui sono fatte: sono vuote, senza acqua, elemento primordiale della vita. Il Signore ordina di riempirle: non far il vino bello dal nulla, ma dallacqua che riempie le idrie di pietra, dal desiderio di vita di ogni uomo, contenuto nella legge data ad Israele. Dio assume e valorizza tutto ci che delluomo e della sua storia: la salvezza che offre salvezza dellumano. Ges ordina di riempire dacqua le idrie: lattesa di Israele va riempita dellattesa di ogni uomo. In essa tutta la creazione si apre al suo futuro, al vino del settimo giorno che il Figlio delluomo offre in abbondanza. Guai alluomo se rinuncia al desiderio di amore e di gioia per cui fatto! un contenitore vuoto, pieno di nulla, del nulla. v. 8: attingete. Si attinge da questa idrie come da un pozzo, che in 4,7 sar simbolo della legge data a Mos. La salvezza viene infatti dai giudei (4, 22). adesso. adesso che si attinge: giunta lora della salvezza (cf. 4,23; 5,25). Nel Figlio delluomo, infatti, si apre il cielo e si celebra lunione tra Dio e luomo: questa la cosa pi grande appena promessa in 1,51. portatelo al maestro di tavola. Il maestro di tavola rappresenta Israele e i suoi maestri, intenditori della promessa, che constatano con sorpresa la bont del vino che i servi hanno attinto. Anche noi conosciamo la bont del vino bello solo attraverso Israele: comprendiamo la nuova solo dallantica alleanza. v. 9: lacqua diventata vino. Non si descrive il miracolo. I dialoghi per dicono le disposizioni attraverso cui tutto ci che umano diventa vino bello: innanzitutto riconoscere con la madre di non avere pi vino, poi ascoltare la risposta di Ges alla donna, il quale dice che con lui giunta lora in cui si compie la promessa, infine fare quanto egli dir, riempiendo le idrie di acqua e attingendo adesso. non sapeva da dove fosse. Il maestro di tavola, come i giudei, ignorano da dove viene il vino bello. come lo Spirito, come Ges stesso, che nessuno sa da dove viene e dove va (cf. 3,8; 8,14ss). i servi lo sapevano. Chi ha attinto lacqua dalle idrie, sa che il tutto viene dallaver obbedito a Ges, seguendo le parole di Maria. il maestro di tavola chiama lo sposo. Solo ora compare lo Sposo, in attesa che, anche chi lo chiama, diventi sua sposa. v. 10: ogni uomo serve prima il vino bello, ecc. Questo avviene nel mondo: tutto allinizio bello, ebbro di vita e di amore. Poi tutto invecchia e decade: il vino si fa sempre pi scadente, viene a mancare e la festa finita. Fortunato chi sufficientemente stordito da non accorgersene pi che tanto! Non a caso gli spots presentano solo giovani: pi che dei prodotti vendono la speranza di riesumare il passato, per il quale uno disposto a pagare qualunque prezzo. tu invece hai custodito il vino bello fino a questo momento . La creazione non un decadimento dal sesto giorno: un cammino verso la festa del settimo. v. 11: questo principio dei segni fece Ges. Il dono di nozze non solo il primo, bens il principio dei segni. Tutti gli altri scaturiscono come ruscello da questa fonte: Ges ristabilisce lalleanza e finalmente luomo ottiene, grazie a lui, il vino bello. A Cana inizia il giorno del Messia, che si rivela progressivamente fino alla risurrezione di Lazzaro, dove i suoi nemici si accordano per eliminarlo, perch compie molti segni (11,47ss). Ma proprio nella sua uccisione ogni segno diventa realt: giunge lora in cui si rivela la Gloria. manifest la sua gloria. A Cana si realizza la promessa fatta ai discepoli che avrebbero visto cose ben pi grandi di ci che avevano supposto (1,50s): vedono la gloria del Figlio delluomo, che quella dellUnigenito del Padre, da cui attingiamo adesso, in pienezza, grazia su grazia (1,14.16).
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credettero in lui i suoi discepoli. Tutti i segni servono per aderire a Ges, sorgente della vita (cf. 20,31). La fede in lui il fine di tutta lopera di Dio (6,30). v. 12: discese a Cafarnao, ecc. Ges non pi solo; oltre i suoi discepoli c anche Maria, che riapparir ormai solo ai piedi della croce (cf. 19,25). La madre sta, da protagonista, allinizio e alla fine dellora del Figlio. l dimorarono non molti giorni. Ovunque lui va, chi con lui trova dimora. La sua dimora definitiva apparir nel racconto che segue: il tempio, la casa del Padre mio (v.16). 3. Pregare il testo a. b. c. d. Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginandomi a Cana, dove si celebrano le nozze. Chiedo ci che voglio: attingere ora a Ges, sorgente dellamore e della vita. Contemplo la scena, considerando le persone: chi sono, che dicono, che fanno.

Da notare: le nozze era l la madre di Ges non hanno vino che a te e a me, donna? Non forse arrivata la mia ora? ci che vi dir, fatelo le sei idrie di pietra per la purificazione, di circa 90/130 litri luna riempite le idrie di acqua attingete adesso lacqua diventata vino il maestro di tavola non sapeva da dove i servi lo sapevano hai custodito il vino bello fino a questo momento questo il principio dei segni manifest la sua gloria i discepoli credettero in lui la dimora a Cafarnao con la madre, i fratelli e i discepoli.

4. Testi utili Sal 45; Os 2,16,25; Is 54,4-10; 62; Ez 16; Cantico dei Cantici; Ap 21-22.

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5. SCIOGLIETE QUESTO SANTUARIO E IN TRE GIORNI LO FAR RISORGERE 2,13-22 2,13 14 15 Ed era vicina la Pasqua dei giudei e Ges sal a Gerusalemme. E incontr nel tempio chi vendeva buoi e pecore e colombe e cambiavalute seduti; e, fatto un flagello di cordicelle, tutti scacci dal tempio, e le pecore e i buoi, e sparse le monete dei cambiavalute e rovesci le tavole e a chi vendeva colombe disse: Togliete queste cose da qui, e non fate della casa del Padre mio una casa di mercato. Si ricordarono i suoi discepoli che sta scritto: Lo zelo della tua casa mi divorer. Risposero dunque i giudei e gli dissero: Quale segno mostri a noi per fare queste cose? Rispose Ges e disse loro: Sciogliete questo santuario e in tre giorni lo far risorgere. Gli dissero i giudei: In quarantasei anni fu costruito questo santuario e tu in tre giorni lo farai risorgere? Ora egli parlava del santuario del suo corpo. Quando dunque risorse dai morti, si ricordarono i suoi discepoli che questo voleva dire; e credettero alla Scrittura e alla parola che Ges disse loro.

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1. Messaggio nel contesto

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Sciogliete questo santuario e in tre giorni lo far risorgere , dice Ges nel tempio. A Cana ha mostrato dove dimora: nella gioia e nellamore. Ora, venuto nel tempio, sua dimora per eccellenza, prende la frusta perch trova ben altro. Immagine cara a riformatori e contestatori di ogni stampo, per restauratori e conservatori di tutti i tempi unombra inquietante e minacciosa, da dimenticare. Se i primi discepoli, invece di rimuoverla, lhanno messa in posizione privilegiata, certamente avevano unintenzione precisa, che non bisogna lasciar perdere. Per noi cristiani la cosa tranquilla e scontata, perch pensiamo al tempio di Gerusalemme, che non c pi, e parliamo di purificazione, che un termine devoto. Per capire il gesto, come sempre, dobbiamo immaginare che Ges compia ora ci che ha compiuto allora. Cosa diremmo se lo vedessimo oggi con la frusta, nei vari templi religiosi o laici? Non diremmo che un pazzo furioso, preso da raptus, o almeno un disadattato, fuori dalla realt? Non metterebbe in crisi molte nostre pacifiche abitudini, che riguardano il tempio, cio Dio stesso e il nostro modo di rapportarci con lui? Il suo gesto profetico in due sensi. Primo: sulla linea dei profeti, sempre critici verso le istituzioni, volte pi agli interessi di chi detiene il potere che al fine per cui sono nate (cf. Is 1,10-17; Ger 7,1-15; Ml 3,1ss, testi che fanno capire perch il destino dei profeti sia quello cos pittorescamente descritto in Eb 11,32-40). Secondo: un gesto profetico, del tipo di quelli di Geremia (cf. Ger 13,1ss; 19,1ss; 27,1ss; 32,1ss), che anticipa simbolicamente la missione di Ges. Il flagello, segno del male che cova nel tempio, si abbatter su lui stesso: ci che egli ora fa una predizione in atto della sua morte e risurrezione. Lidentit del popolo di Israele si fonda sullalleanza, il tempio e la legge. I re e i sacerdoti ne sono i custodi e, come ogni custode, tendono a diventare padroni. Per questo in Israele, oltre listituzione dei re e dei sacerdoti, c lanti-istituzione dei profeti. Questi sono il grillo parlante della coscienza, che richiama a uscire da ipocrisia, menzogna e oppressione. Come il loro, anche il ministero di Ges ha un unico potere: quello della Parola. Con essa a Cana d inizio allalleanza nuova; ora, a Gerusalemme, si proclama nuovo tempio, per dare poi, nel brano seguente, la nuova legge. Se lalleanza a Cana manca di vino, il tempio a Gerusalemme ridotto a una spelonca di ladri (Ger 7,11; Mc 11,17). Ges, come ha fatto dell'acqua il vino bello, cos far del tempio distrutto la casa del Padre. Lui stesso, Parola diventata carne, il nuovo tempio, luogo di comunione tra Dio e uomo. I sinottici mettono questa scena alla fine del ministero di Ges; Giovanni la pone allinizio, dandole un senso programmatico, che sar colto solo alla fine. tipico del suo stile raccontare prima ci che solo dopo sar capito: la Parola precede lavvenimento, perch tutto viene da lei. Ma, anche se noi la comprendiamo sempre dopo, non un anticipo inutile: la Parola infatti promette al presente un futuro e, dopo il compimento, il ricordo di essa svela il vero significato di ci che accaduto. Questo testo letto in chiave di purificazione, addirittura di abolizione del tempio da parte di Ges. vero che lagnello di Dio (1,29.36), prendendo il posto di JHWH, entra nel tempio, ne purifica il culto (cf. Ml 3,1-3) e abolisce con il suo ogni altro sacrificio: il sacrificio di Dio alluomo prende il posto dei tanti sacrifici delluomo a Dio. Ges per parla di distruzione e ricostruzione: il vero santuario, per sovrimpressione, sar il suo corpo, ucciso e risorto, dove si adora il Padre in Spirito e verit (4,24). Il tempio sar distrutto, ma non da Ges, bens dai capi che, per mantenere il loro potere, distruggeranno lui come gi hanno distrutto il tempio, facendone una casa di mercato. Ges invece lo riedificher, compiendo in se stesso ci che il tempio significa. Purificare e distruggere il tempio lanticipo della sua opera di Figlio nei confronti di ogni nostra immagine di Dio, per rivelarci colui che nessuno mai ha visto e del quale dir: Chi ha visto me ha visto il Padre (1,18;14,9). Per questo la sua azione comincia dal tempio, e con la frusta! In tutte le culture il tempio rappresenta lombelico che congiunge terra e cielo, luogo del divino e sorgente dellumano, deposito delle norme necessarie per mantenere la vita. Il tempio il centro dello spazio e del tempo: struttura lo spazio abitabile, dividendo fanum e profanum, ritma il tempo con le celebrazioni e organizza il convivere tra gli uomini con la legge. Senza tempio, il cosmo non gira; si dissolve come una ruota senza mozzo. Buono o perverso, liberante o schiavizzante che sia, senza un suo tempio luomo non pu esistere. Infatti, se lanimale condotto dallistinto, luomo mosso dal desiderio di raggiungere un fine al quale subordina il resto. Il tempio simbolo di quella realt che d senso al suo vivere, dando corpo al suo desiderio di felicit e ordinando le sue azioni e le sue istituzioni:
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il luogo della festa, della gioia e della comunione. Ma tende sempre a diventare solo il vero e il bene pu essere pervertito in menzogna e male anche luogo di mercanteggio con Dio e tra gli uomini, giustificazione di sacrifici e oppressioni, sino al sacrificio e soppressione delluomo in nome di Dio. Al centro delle antiche citt c sempre il tempio, diventato nella cristianit il duomo, la casa comune. Oggi al centro troviamo la Borsa, con il culto del libero mercato e della new economy, nel cui nome si conduce una fanatica guerra santa, senza guardare in faccia niente e nessuno, distruggendo la terra e quanto contiene, luniverso e i suoi abitanti (cf. Sal 24,1). Loperazione condotta in modo indolore, grazie al narcotico prodotto in altri templi, del divertimento e dello sport, della salute e di quanti ognuno pu inventarne, a vantaggio economico proprio e abbrutimento altrui. Dio, tempio e uomo sono tre realt che si rispecchiano e hanno un volto diverso secondo limmagine che si ha di Dio. Se Dio colui che ha in mano tutto e domina tutti, luomo realizzato, simile a lui, il potente; il tempio allora lavallo primo di ogni oppressione. Se Dio uno che si consegna e serve, luomo vero lumile, come lui; il tempio allora il luogo della comunione e dellamore. Dio e tempio rappresentano luniverso di valori che uno persegue, secondo i quali ordina il proprio pensare, volere e agire, per ottenere una vita sempre pi piena e degna di tale nome. Il Figlio delluomo, vero tempio, sar ucciso proprio dallinganno delluomo che fa consistere la sua felicit nel possedere cose, persone e Dio stesso, invece che nel dono reciproco di amore tra Padre e Figlio e dei fratelli tra di loro. Questa visita di Ges al tempio mette in crisi la nostra idea di Dio e di uomo. Il tempio, chiamato da Ges casa del Padre mio e poi santuario, infine identificato con il suo corpo. La carne della Parola ormai la tenda di Dio in mezzo a noi, dove noi stessi siamo di casa con lui. In Ges il tempio raggiunge la realt di cui segno: cielo aperto sulla terra, visione della Gloria e vita delluomo. importante lindicazione di tempo e di luogo: il tempo la Pasqua, in cui si celebra la salvezza, e il luogo il tempio di Gerusalemme (vv. 13-14a). A Gerusalemme, di Pasqua, si compir lora di Ges, che diventer il nuovo tempio, da cui scaturir salvezza per tutti. Il breve testo un intreccio di gesti, parole e ricordi interpretanti, immediati o remoti, desunti dalla Scrittura e dalle parole di Ges. La scena iniziale riferisce il gesto contro i mercanti e la parola sulla casa del Padre mio, che i discepoli intendono alla luce del salmo messianico 69,10 ( vv. 14b-17). Segue la reazione dei giudei con la richiesta di un segno e la risposta: Sciogliete questo santuario e in tre giorni lo far risorgere. Ges sovrappone la distruzione del tempio alla sua uccisione da parte loro, dichiarando il suo potere di dare e di riprendere la vita (cf. 10,18). Ma i giudei ironizzano sulla sua pretesa (vv. 18-20). Levangelista annota alla fine che il santuario di Dio il corpo di Ges ( v. 21). I discepoli, ricordandosi di queste parole, le capiranno dopo la risurrezione; allora crederanno alla Scrittura e alla sua parola, che ne la sorgente e il compimento ( v. 22). Il brano uno scorcio sul finale del vangelo, un po come Lc 2,41-51. Sin dallinizio si mostra la fine: intravedere la meta importante per iniziare il cammino. I temi principali del testo la visita del Signore al suo tempio, la cacciata dei venditori, la richiesta di un segno, la discussione sullautorit di Ges e le parole sulla distruzione e ricostruzione del tempio si ritrovano, sparsi e in ordine diverso, anche negli altri vangeli (rispettivamente: Mc 8,11p; Mc 11,1519p; Mc 14,58 e Mt 26,61; Luca pone il detto sulla distruzione del tempio, invece che nel processo di Ges, in quello di Stefano: At 6,13s; questo detto si ritrova anche ai piedi della croce: Mc 15,29p). Giovanni riunisce questi elementi in un unico racconto, il cui significato scaturisce dalla loro connessione, dal contesto e dalle annotazioni aggiunte. Con lagnello di Dio il culto purificato: ai sacrifici rituali, succede il culto logico e gradito a Dio (cf. Rm 12,1ss), quello della Parola che si fa carne, nello Spirito e nella verit del Figlio. Egli, come il tempio, verr distrutto dal peccato del mondo. Il segno divino che dar per autenticare la sua opera sar la risurrezione, che lo legittimer come nuovo e definitivo santuario. Ges il nuovo santuario: il suo corpo, distrutto dal peccato sulla croce, nella risurrezione diventer comunione piena di vita tra Dio e uomo. La Chiesa formata dai discepoli che aderendo a lui, pietra viva scartata dai costruttori, diventano anchessi dimora di Dio che dimora in loro (cf. 14,19-24; 2Cor 6,14-18; 1Cor 3,16s; Ef 2,19-22; 1Pt
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2,4-6). Come in Ges abita corporalmente la pienezza della divinit (Col 2,9), cos anche il loro corpo tempio dello Spirito (1Cor 16,19). 2. Lettura del testo

v. 13: Era vicina la Pasqua. Nella Pasqua si celebra la liberazione dalla schiavit dEgitto, prefigurazione di quella definitiva che compir il Messia. In Giovanni troviamo tre Pasque (2,13; 6,4; 11,55). Nellultima sar immolato lagnello di Dio per la salvezza del mondo. Il racconto inizia dicendo che la Pasqua vicina e termina preannunciando la Pasqua di Ges. Originariamente la Pasqua si celebrava in famiglia; in seguito, con la centralizzazione del potere, ci si recava al tempio, in Gerusalemme. Ai tempi di Ges, in quella occasione salivano anche 100.000 pellegrini e si sacrificavano fino a 18.000 agnelli. dei giudei. NellAT la Pasqua del Signore; qui dei giudei. Per Giovanni essi sono i capi religiosi che controllano e opprimono il popolo, i cattivi pastori che sfruttano il gregge (10,1-10). v. 14: incontr nel tempio. Il Signore entrato nel suo tempio: Chi sopporter il giorno della sua venuta? Chi resister al suo apparire? Egli come fuoco del fonditore e lisciva dei lavandai. Seder per fondere e per purificare; purificher i figli di Levi, li affiner come oro e argento, perch possano offrire al Signore unoblazione secondo giustizia (Ml 3,1ss). I figli di Levi sono il clero: sar purificato dal cloro e dal fuoco. Ges inizia purificando il culto, perch in esso si celebra ci che si vive: uno prega come vive (lex orandi, lex vivendi). I culti, religiosi o laici (questi ultimi sono pi ottusi, perch stabiliti arbitrariamente dai potenti), sono degli spettacoli nei quali uno identifica il mondo dei suoi desideri. chi vendeva. Il tempio, luogo dincontro con Dio, diventa facilmente un mercato. Particolarmente nel mese intorno alla Pasqua prosperavano gli affari, con lauti guadagni per la classe sacerdotale che, dal servizio del tempio, era passata al dominio su di esso e su chi lo frequentava. Ogni realt buona si perverte in male quando usata come strumento di potere. La migliore, come la religione, diventa allora la peggiore. Cos di ogni risposta falsa a una domanda vera. buoi e pecore e colombe. Sono gli animali per il sacrificio. Il dettaglio, non trascurabile, verr ripetuto subito dopo. cambiavalute. I pellegrini accorrevano da tutte le parti, anche dalla diaspora, e portavano monete impure, con effigi e divinit straniere. Dovevano essere cambiate in moneta pura, che batteva il tempio stesso. Il cambio da sempre sorgente di profitto. Non il lavoro fa guadagnare, bens lo scambio. E pi lo scambio virtuale, pi il guadagno reale. Se allora il tempio di Gerusalemme era anche la banca centrale di Palestina, ora le banche sono il tempio al quale si sacrifica il mondo intero. Se una volta il tempio diventava mercato, oggi, senza alcuna maschera, il mercato diventato il tempio. Basti pensare che, gi una decina danni prima dellanno 2000, per la Borsa, diventata ormai la city, il centro della citt, passava in tre giorni circa lequivalente dei beni mondiali scambiati in un anno. v. 15: fatto un flagello di cordicelle. Ges viene a distruggere questo sistema di oppressione. Pagher il costo con la distruzione del suo corpo. Il flagello di corde richiama i dolori del tempo messianico, quando il Messia sarebbe venuto per mettere fine al male. Il Signore entra nel suo tempio per purificarlo (cf. Ml 3,1ss). Il gesto di Ges simbolo del giudizio di Dio sul peccato del mondo: lagnello mite svela lira del male, che porter su di s. tutti scacci dal tempio, e le pecore e i buoi. Pecore in greco neutro; tutti invece di genere maschile. Chiaramente levangelista vuol alludere al popolo, il gregge che sta sotto i falsi pastori. Ges il Pastore bello, che li conduce fuori dal recinto del tempio, dove sono sfruttati e macellati, per condurli ai pascoli della vita (cf. 10,1-4). Il popolo viene al tempio per essere derubato, immolato e distrutto (cf. 10,10). Ges venuto a liberarlo, rivelando un Dio che non esige la vita delluomo, ma che offre la sua vita per lui. sparse le monete. Se il popolo fatto uscire dal recinto, le monete sono sparse nel tempio che ne era invaso: il dio effettivo che in esso si adora. v. 16: a chi vendeva colombe. Solo a loro volto il rimprovero. La colomba era usata, soprattutto dai poveri (Lv 5,7), per olocausti propiziatori (Lv 1,14-17) e per sacrifici di purificazione e di espiazione (Lv 12,8; 15,14.29). Larrivo dellagnello di Dio, immolato per la salvezza del mondo, pone fine a ogni
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altro sacrificio. La propiziazione, la purificazione e lespiazione viene da unaltra colomba: quella dello Spirito, che si posa sul Figlio. Ges realizza pienamente ci che il culto e il tempio significano, purificando innanzitutto il tempio stesso, perch non sia il contrario di ci di cui segno. Inoltre la colomba simbolo di Israele e i venditori sono i capi del popolo, che lo svendono. la casa del Padre mio. Il tempio chiamato da Ges la casa del Padre mio. Poi sar chiamato santuario (vv. 19,20.21), che il luogo pi intimo, dove sta il Santo dei Santi, inaccessibile a tutti, tranne una volta lanno per il sommo sacerdote (Lv 16,2-28; Eb 9,7). Infine Ges identificher il suo corpo (vv. 19-21) con il santuario. Ges chiama Dio: Padre mio; si proclama quindi suo figlio. Gli ascoltatori potevano intendere Figlio di Dio come attributo del Messia (cf. Sal 2,6s). Per il lettore chiaramente il Figlio unigenito, la Parola rivolta a Dio dalleternit, che Dio stesso (1,1ss). una casa di mercato. La casa del Padre mio diventata casa di mercato. Se ne sono impadroniti i mercanti, il cui dio, il denaro, domina il tempio. Nella casa del Padre dovrebbe regnare la fraternit. Si sempre cercato, e con successo, di usare Dio come avallo della cupidigia di chi opprime i fratelli. Solo in questo secolo si potuto farlo, fortunatamente, senza scomodare Dio. Egli non tollera delitto e solennit (Is 1,10-15). Il tempio pu diventare un mercato anche in senso figurato. Ogni religione tende a ridurre il rapporto con Dio in termini di scambio: le preghiere, le opere buone e i sacrifici servono per guadagnarsi i suoi favori (cf. Ml 3,13-15). Il tempio diventa cos un luogo di compravendita con Dio. Con molta devozione si compie la somma empiet, di cui solo il religioso capace. Dio infatti amore: chi lo vuol pagare, va contro la sua stessa natura e lo tratta da prostituta. Quando i profeti parlano di prostituzione nel tempio, intendono questo culto, tanto pio quanto offensivo di Dio. Il suo tempio non deve essere ridotto n a copertura di iniquit n a talismano di salvezza (Ger 7,10-11). Quando verr il Messia, non ci sar pi nessun mercante nel tempio (Zc 14,21), n di beni spirituali n di beni materiali. Il tempio torner ad essere la casa del Padre, comunione con lui e tra di noi. v. 17: si ricordarono i suoi discepoli che sta scritto. Le azioni di Ges richiamano i discepoli al ricordo delle Scritture, che gi conoscono e che in lui, del quale esse parlano (cf. 1,45), finalmente capiscono. lo zelo della tua casa mi divorer. da un salmo messianico (Sal 69,10), dove si parla della sofferenza del Cristo, che lo zelo di Dio ha divorato, come il profeta Elia (Re 19,10.14). Levangelista mette divorer, invece delloriginario: ha divorato. Lamore per il Padre, dove Ges dimora, lo divorer il giorno della sua Pasqua. La scena apre gi sul mistero di passione del Messia. Sulla croce (19,29) si alluder ancora una volta a questo salmo che dice: Quando avevo sete mi hanno dato aceto (Sal 69,22). Lazione violenta che Ges fa semplicemente simbolica della violenza reale che i capi fanno contro il popolo, contro il Signore e contro il Figlio delluomo, che venuto a fare del mercato la casa del Padre dove i fratelli vivono insieme. v. 18: risposero i giudei. In contrapposizione alla reazione dei discepoli, ai quali si aggregano molti del popolo (v.23), c la contestazione dei capi, che tengono la verit prigioniera dellingiustizia (Rm 1,18). quale segno mostri a noi ecc.? Chi non vuole credere, chiede sempre ulteriori segni (cf. Mc 8,11s p); ma non gli sar dato altro segno, se non quello di Giona (cf. Mt 16,1-4). I capi del popolo chiedono un segno come credenziale dell'autorit di Ges che si presenta col flagello. Ma questa autorit resta nascosta a chi non vuole accettare il battesimo di Giovanni, che chiama a conversione (Mc 11,27-33p). Quanto Ges ha fatto un segno che sar comprensibile dopo la croce. v. 19: sciogliete questo santuario. Prima si parlava di tempio, che comprende tutto ledificio con 1.500 metri di perimetro, ora di santuario. Il santuario la parte del tempio riservata e segreta, dove sta il Santo dei santi, con larca dellalleanza. Questo tempio, con il suo santuario e lo stesso Santo dei santi, sar distrutto proprio dai capi del popolo che gli chiedono un segno. Sciogliete (sta per distruggete, ma pi vago) un imperativo di tipo profetico, che svela ci che i capi stanno facendo. La distruzione del tempio a causa delliniquit degli uomini fu preannunciata gi da Geremia (Ger 7,1ss). Chi passer vicino al tempio si stupir e fischier, domandandosi perch il Signore ha agito cos con questo paese e con questo tempio. E la
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risposta sar: "Perch hanno abbandonato il Signore, loro Dio (1Re 9,9). Dio infatti amore; e lamore presente dove amato, distrutto dov strumentalizzato. La distruzione del santuario sar la morte di Ges, quando si squarcer il velo del Santo dei santi (Mc 15,38p). Per questa sua affermazione i capi del popolo accuseranno Ges di voler distruggere il santuario (Mc 14,58 e Mt 26,61); tale accusa suoner come derisione anche ai piedi della croce (Mc 15,29p). e in tre giorni lo far risorgere. Il santuario, distrutto dai capi che se ne sono impadroniti, sar riedificato da Ges. Egli non distrugge n abolisce, n sostituisce il tempio di Gerusalemme. Infatti dice di questo santuario: lo far risorgere. Sono i falsi testimoni a fargli dire: Io ne edificher un altro (Mc 14,58). Ges riedificher proprio quel santuario che loro stanno distruggendo. Si sottolinea cos lunit tra lantica e la nuova alleanza: la seconda compie la prima. Come il vino bello viene dallacqua, cos il nuovo santuario viene dallantico. Con queste parole Ges risponde alla domanda sul segno. Esso sar offerto nella sua Pasqua: i tre giorni richiamano il giorno della risurrezione di colui che hanno trafitto (19,37). v. 20: in quarantasei anni, ecc. A meno che questa cifra sia simbolica o si riferisca alla ricostruzione del tempio dopo lesilio ( cf. Esd 1,1-4; 4,24;6,15), si parla della sontuosa costruzione iniziata da Erode verso il 20 a.C., che continu a lungo per le decorazioni. Qui si dice che erano gi trascorsi 46 anni (siamo quindi verso il 28 d.C.): lopera sar perfetta nel 64 d. C., sei anni prima della sua distruzione per opera dei romani. v. 21: parlava del santuario del suo corpo. la nota dellevangelista per il lettore. Il corpo di Ges, Parola diventata carne, la tenda di Dio tra gli uomini, dimora dello Spirito (1,14.32), gloria del Dio invisibile (1,18). Da lui ci verr lo Spirito e lacqua di vita (7,37-39; 19,34): il Figlio delluomo il cielo aperto sulla terra (1,51). La carne dellagnello inviato da Dio il nuovo santuario: in lui si compie ogni propiziazione, purificazione ed espiazione e siamo in comunione con Dio. Dimorando in lui, siamo nella casa del Padre, figli nel Figlio. v. 22: quando dunque risorse dai morti. La parola del Signore non mai capita quando detta, ma quando si realizza. Anche se non la si capisce, non inutile; la si ricorda quando avviene il fatto, che senza di essa non avrebbe il suo significato. Dio dirige la storia con la sua parola, che non resta senza effetto (cf. Is 55,11) e si compie sempre a suo tempo (cf. Lc 1,20b). si ricordarono i suoi discepoli. Un primo ricordo delle parole del Sal 69,10 ha illuminato la purificazione del tempio e prefigurato la passione dellagnello. Ora il ricordo della parola di Ges illuminer la sua risurrezione: i discepoli capiranno allora il significato della parola che ora hanno ascoltato. credettero alla Scrittura e alla parola che Ges disse loro . Levento della risurrezione, preannunciato da Ges, sar il compimento del disegno di Dio di cui la Scrittura parla. Qui la parola di Ges messa sullo stesso piano della Scrittura. Lui infatti la Parola diventata carne: anche le parole della Scrittura si capiscono da ci che avviene nella sua carne, che passa dalla morte alla vita, realizzando ogni promessa di Dio. Ancora oggi ci parla dalla sua carne, che sono i suoi fratelli pi poveri. C sempre il pericolo di fare della sua parola un feticcio del passato, senza accorgersi che ci parla ora. Questo diverso modo di concepire la parola fa la differenza tra gli scribi e i profeti. 3. Pregare il testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Immagino il tempio con tutto il suo traffico nel periodo di Pasqua. c. Chiedo ci che voglio: vedere il corpo di Ges, morto e risorto, come il vero tempio, comunione piena tra Dio e luomo. d. Traendone frutto, contemplo i personaggi: chi sono, che fanno, che dicono. Da notare: Ges sale a Gerusalemme per la Pasqua il tempio cosa c nel tempio
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cosa fa Ges non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato si ricordarono i discepoli lo zelo della tua casa mi divorer quale segno ci dai per fare queste cose? sciogliete questo santuario e in tre giorni lo far risorgere parlava del santuario del suo corpo dopo la risurrezione i discepoli si ricordarono e capirono credettero alla Scrittura e alla parola che Ges disse loro.

4. Testi utili Sal 69; Ml 3,1ss; Ger 7,1-15; Gv. 10,18; 14,19-24, Mc 11,15-19; Eb 8-9.

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6. BISOGNA CHE SIA INNALZATO IL FIGLIO DELLUOMO AFFINCH CHIUNQUE CREDE IN LUI ABBIA VITA ETERNA. DIO INFATTI TANTO AM IL MONDO DA DARE IL FIGLIO UNIGENITO, AFFINCH CHIUNQUE CREDE IN LUI NON SI PERDA, MA ABBIA VITA ETERNA. 2,23 - 3,21 2,23 Mentre era a Gerusalemme nella festa di Pasqua molti credettero nel suo nome vedendo i suoi segni che faceva. Ges per non si fidava di loro poich conosceva tutti e perch non gli era necessario che alcuno gli testimoniasse sulluomo; egli infatti conosceva cosa cera nelluomo. Ora cera un uomo dei farisei di nome Nicodemo, capo dei giudei. Questi venne da lui di notte e gli disse: Rabb, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro: nessuno infatti pu fare questi segni che tu fai, se Dio non con lui. Rispose Ges e gli disse: Amen, amen ti dico: se uno non generato dallalto, non pu vedere il regno di Dio. Dice a lui Nicodemo: Come pu un uomo essere generato quando vecchio? Pu forse entrare una seconda volta nel ventre di sua madre ed essere generato? Rispose Ges: Amen, amen ti dico: se uno non generato da acqua e da Spirito, non pu entrare nel regno di Dio. Ci che generato dalla carne carne; ci che generato dallo Spirito Spirito. Non meravigliarti se ti dissi: Bisogna che voi siate generati dallalto. Lo spirito dove vuole spira e ascolti la sua voce; ma non sai donde viene n dove va.
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Cos chiunque generato dallo Spirito. Rispose Nicodemo e gli disse: Come pu avvenire questo? Rispose Ges e gli disse: Tu sei maestro dIsraele e non conosci queste cose? Amen, amen ti dico: parliamo di ci che conosciamo e testimoniamo ci che abbiamo visto; ma non accogliete la nostra testimonianza. Se vi parlai di cose terrestri e non credete, se vi dico quelle celesti, come crederete? E nessuno salito al cielo se non colui che disceso dal cielo, il Figlio delluomo. E come Mos innalz il serpente nel deserto, cos bisogna che sia innalzato il Figlio delluomo, affinch chiunque crede in lui abbia vita eterna. Dio infatti tanto am il mondo da dare il Figlio unigenito affinch chiunque crede in lui non si perda, ma abbia vita eterna. Dio infatti invi il Figlio nel mondo non per giudicare il mondo, ma perch il mondo sia salvato attraverso di lui. Chi crede in lui non giudicato; chi invece non crede gi stato giudicato, poich non ha creduto nel nome dellunigenito Figlio di Dio. Ora questo il giudizio: la luce venuta nel mondo e gli uomini amarono piuttosto la tenebra che la luce; erano infatti cattive le loro opere. Infatti chiunque fa il male odia la luce e non viene alla luce, affinch non siano denunciate le sue opere. Chi invece fa la verit viene alla luce, affinch si manifestino le sue opere,
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che in Dio sono state fatte. 1. Messaggio nel contesto Bisogna che sia innalzato il Figlio delluomo, affinch chiunque crede in lui abbia vita eterna. Dio infatti tanto am il mondo da dare il Figlio unigenito, affinch chiunque crede in lui non si perda, ma abbia vita eterna. Con queste parole Ges ci permette di scrutare il mistero di Dio e la sua relazione con noi: Dio abisso damore che si vuol comunicare al mondo intero. La vita eterna, quella vita pienamente felice che luomo desidera come compimento della sua umanit, non il risultato di uno sforzo sovrumano: dono gratuito del Padre della vita, che nel Figlio ci offre non solo di essere chiamati, ma di essere realmente suoi figli (1Gv 3,1). Chi crede nel Figlio e aderisce a lui, generato da Dio (1,13), nato dallo Spirito, partecipe della vita divina, che lamore reciproco tra Padre e Figlio. Il brano contrappone la nostra pretesa di scalare e conquistare il cielo allumilt di Dio che scende in terra e si concede a noi. Unica la via alla vita, come unica la vita: Dio stesso, che dona ad Adamo e ridona ad Abramo di essere suo figlio. Laltra la via della perdizione, alla quale il padre della menzogna, omicida fin dal principio (8,44), ha indotto Adamo e i suoi figli: il tentativo di impadronirsi di ci che donato. Dopo il confronto con lalleanza senza vino, che ha ridotto il tempio a casa di mercanti, ora c quello con la legge, impersonata da Nicodemo, fariseo e capo dei giudei. Come lalleanza e il tempio, anche la legge buona: indica il cammino della vita. Ma n lappartenenza al popolo, n il possesso del tempio, n losservanza della legge sono la vita. La vita Dio stesso, nel suo amore di Padre verso i figli, di cui alleanza, tempio e legge sono segni e mediazione. Chi si ferma ai segni e non giunge al significato, fa di tutte le cose buone un idolo, una trappola mortale. Il comandamento fondamentale : Amerai il Signore tuo Dio (Dt 6,6ss). Ma luomo, fin dallinizio, non sa amare. Lalleanza trasgredita prima di essere stipulata (Es 32,1ss) e il tempio ridotto a spelonca di ladri (Ger 7,11). In questa situazione anche la legge diventa denuncia delle nostre infedelt e prostituzioni (Os 1-2; Ez 16), quando non stravolta in mezzo di auto-giustificazione. Per questo i profeti hanno promesso unalleanza nuova (Ger 31,31), un cuore e uno Spirito nuovo (Ez 36,26), che soffi dai quattro venti, perch le nostre ossa aride e morte possano rivivere (Ez 37,9). Nel brano si parla otto volte di essere generati, dallalto/dallo Spirito o dalla carne, e si contrappone un sapere celeste e uno terrestre. Il Figlio delluomo innalzato ci dona la sapienza celeste: ci fa conoscere il mistero di Dio nella sua passione per luomo e ci rivela di essere suoi figli, generati dallalto. Credere in Ges accogliere il Figlio e nascere alla propria verit di figli. Come il serpente di bronzo, innalzato da Mos nel deserto, guariva chi era morso dai serpenti (Nm 21,8s), cos il Figlio delluomo innalzato ci guarisce dal veleno dellantica menzogna che ci ha allontanati da Dio, facendoci ritenere invidioso, antagonista e vendicativo colui che invece sorgente di vita e libert (cf. Gen 3,1ss). Il cap. 3 di Giovanni, composito e con sviluppi a sorpresa, un progressivo venire alla luce, un uscire dalla notte al giorno, dalla legge al vangelo, dalla condizione servile alla libert di figli. Sono numerose le allusioni battesimali (credere, essere generati dallalto, dallacqua e dallo Spirito, dalla morte di Cristo, diventare figli, avere vita eterna, ecc.). Il capitolo si articola in due parti principali ( 2,23-3,21 e 3,22-36), tra loro simmetriche, ciascuna con un racconto (2,23-3,2a e 3,22-26a), un dialogo (3,2b-12 e 3,26b-30) e infine un monologo (3,13-21 e 3,31-36). La prima parte un confronto con Nicodemo, dove si dibatte il problema principale della salvezza: essa non viene dalla legge, ma dono del Messia crocifisso. La seconda parte contiene, sulla bocca del Battista, la professione di fede, che nella prima parte era rimasta in sospeso. Il tema centrale del brano lorigine della vita. Non la legge, ma ladesione al Figlio, che ci fa vivere da figli e compiere ogni legge. Le parole di Ges a Nicodemo hanno lintento di operare in noi quel passaggio al cuore nuovo, richiesto dalla legge e promesso dai profeti, che vediamo cos ben descritto in Filippesi 3, dove Paolo racconta la sua esperienza di uomo della legge che incontra il Signore. Nei vv.12-21, escono i temi fondamentali del vangelo: il Figlio delluomo innalzato,
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credere/non credere, vita eterna, lamore di Dio, il dono del Figlio unigenito, salvezza/perdizione, nongiudizio/giudizio, luce/tenebre, amore/odio, fare la verit/fare il male. Al centro del brano sta la persona di Ges, che Nicodemo, fariseo ben disposto, riconosce come Messia. Ma chi il Messia che viene a rinnovare lalleanza e il tempio? Qual il flagello con il quale trionfa sul male? Ges s il Messia, ma non corrisponde allattesa di chi sogna un messia potente che stermina i malvagi e premia i buoni (e chi si salverebbe?). invece lagnello di Dio che toglie il peccato del mondo (1,29), il Figlio delluomo innalzato, il Figlio di Dio crocifisso, che ci dona lamore del Padre e ci rende figli, capaci di amare come siamo amati. Gli attori del cap. 3 sono Ges da una parte e Nicodemo con il Battista dallaltra: il dialogo della Parola con la legge e i profeti, che fa comprendere il mistero del Figlio delluomo. Ges il Messia che, in quanto crocifisso, ci d la vita, quella vita che la legge dice ma non d e che i profeti solo promettono. La legge infatti prescrive ci che bisogna fare; la profezia a sua volta denuncia ci che non facciamo e annuncia ci che Dio far per noi. Legge e profezia sono, rispettivamente, richiesta implicita e promessa esplicita dello Spirito del Figlio. Ges non venuto per abolire la legge e i profeti, ma per portarli a compimento (cf. Mt 5,17). Il comando che ci dar, sar insieme nuovo e antico (1Gv 2,7-11). La novit sta nel fatto che, ci che antico come il desiderio dell'uomo, finalmente si realizza. Per questo ci lascer il comando dellamore reciproco (13,1ss), pieno compimento della legge (Rm 13,10). Lo stile del brano, con un metodo caratteristico di Giovanni, una progressione a salti, dove le incomprensioni e i fraintendimenti, vie interrotte e senza sbocco, servono alla Parola per condurre linterlocutore a un livello superiore. Le note di questo dialogo, che si svolge nelloscurit della notte, sono molteplici e sfumate, quasi incantate, come in un notturno. Sembrano eterogenee, con continui cambi di registro: sono i vari gradini che, uno sopra laltro, portano a un orizzonte sempre pi ampio, sino ad aprire, nel Figlio delluomo innalzato, la finestra sul mistero insondabile di Dio e delluomo, suo figlio nel Figlio. Come al solito i discorsi di Giovanni rivelano ci che avviene nel cuore di chi legge: il lettore si accorge di essere letto da ci che legge, perch la Parola, nel manifestarsi, con la sua luce risveglia la verit che gi in lui, come in tutti gli uomini. Ges, il Figlio delluomo innalzato, la luce che ci fa venire alla luce, il Figlio che ama i fratelli come amato dal Padre. Egli il compimento della legge, amore pienamente realizzato di Dio per luomo e delluomo per Dio. La Chiesa, guardando il Figlio delluomo innalzato, nella contemplazione della passione del suo Signore per lei, nasce come sua sposa. Eva fu tratta dal fianco di Adamo addormentato: la Chiesa generata dalla ferita damore del suo Signore. 2. Lettura del testo

v. 23: A Gerusalemme, nella festa di Pasqua. Il luogo dove si parla della nascita dallalto Gerusalemme, il tempo la Pasqua. Proprio l, in quei giorni, il Figlio delluomo sar innalzato, a salvezza di chiunque lo vede. molti credettero nel suo nome. Il tema del brano credere in Ges. Non solo come Messia, che rinnova lalleanza e il tempio, ma anche come Figlio innalzato, che ci d il cuore nuovo e lo Spirito nuovo. La parola credere, come aver fiducia o aver fede, ha molti significati. Se dico: Credo che presto piover, esco con lombrello. Se dico a uno: Credo a quanto mi dici sulla bont di quellaffare, concludo laffare. Se dico a una persona: Ti credo quando dici di amarmi, posso affidarle la mia vita. Allo stesso modo credo che il cibo non sia n guasto n avvelenato, che lautomobile non mi si sfasci in corsa, che il soffitto non mi crolli sopra o il pavimento non mi sprofondi sotto, che le tabelle dei calcoli non siano sbagliate, che gli scienziati e i medici non si ingannino n ingannino; lo stesso vorrei anche da commercianti e politici, come da tutti. I nostri rapporti, di ogni tipo, sono fondati sulla fiducia. Diversamente nulla sarebbe stabile e affidabile: non saremmo in grado di compiere alcuna azione. La fede una valutazione ragionevole di ci che non si vede, desunta da ci che si vede; unipotesi che giustifica la mia azione, che poi posso e devo verificare. Veramente luomo vive di fede! Il problema dove riporre ragionevolmente la propria fiducia. A questo serve lesperienza e lintelligenza.
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Credere in Ges significa fondare il senso della propria vita sullaffidabilit del suo amore di Figlio che rivela quello del Padre. Lalternativa fondarla sulla propria osservanza di leggi o convinzioni che si ritengono giuste. la differenza tra la re-ligione, che lega e ri-lega luomo ai suoi doveri, e la libert di figli che amano come sono amati. vedendo i suoi segni che faceva. Oltre il segno del vino a Cana, Giovanni non ne riferisce altri, ma li suppone. Il dialogo con Nicodemo vuol far passare dai segni al loro significato: il Figlio delluomo crocifisso, che rivela lamore del Padre. Chi lo vede e aderisce a lui, generato da Dio e ha la capacit di diventare figlio di Dio (cf. 1,12s). La fede cristiana implica un passaggio dalle attese delluomo alla promessa di Dio, pi grande di ogni fama (Sal 138,2). Dio non solo ci fa dei doni, ma ci vuol donare se stesso. In ogni promessa, si com-promette sempre anche colui che promette. v. 24: Ges per non si fidava di loro. Credere e fidarsi in greco sono la stessa parola con complementi diversi. Anche se essi si fidano e si affidano a lui, di loro Ges non pu fidarsi, tanto meno confidarsi e affidarsi. Infatti lo credono il Messia che vincer il male con la forza, ignorando che la sua forza non quella di crocifiggere i malvagi, bens quella del Figlio crocifisso, che porta su di s la malvagit dei fratelli. Il dialogo con Nicodemo toglie lambiguit di fondo di ogni religiosit. Dio non compie i nostri desideri, che corrispondono alle nostre paure che ci hanno allontanato da lui; compie invece la sua promessa e si dona a noi cos com: amore e nientaltro che amore. Troviamo questambiguit (molto umana, anzi diabolica) anche nei discepoli dopo le tre predizioni della passione riferite dai sinottici (cf. Mc 8,31-33p; 9,30-32p; 10,32-40p): Pietro che, a nome di tutti, non accetta il Figlio delluomo innalzato, sar chiamato satana (cf. Mc 8,33; Mt 16,23). v. 25: conosceva cosa cera nelluomo, ecc. Ges ha lo Spirito di Dio (1,32), che scruta ogni cosa (1Cor 2,10). Il Figlio conosce i fratelli, anche l dove essi non si conoscono. v. 3,1: cera un uomo dei farisei. Noi associamo fariseo a ipocrita. Ges in effetti denuncia come tali quei farisei che, non amando n Dio n gli uomini, si servono della legge per far mostra di s (cf. Mt 23). In realt il fariseo uno che ama la legge come espressione della volont divina e si sforza di osservarla fedelmente. Ges vuol portare questo fariseo a compiere la stessa esperienza che Paolo racconta in Filippesi 3. A chi segue la legge, luce per i suoi passi e via della vita, vuol mostrare se stesso come luce e vita (cf. 1,4-9). Ges non venuto ad abolire, ma a compiere la legge e i profeti (Mt 5,17). E il pieno compimento di ogni parola lamore (cf. Dt 6,4ss; Rm 13,10). Ma lamore non frutto di legge e di sforzo: uno pu amare solo in quanto amato gratuitamente. Sorgente dellamore Dio, che amore. Egli ci ama con lamore necessario della madre, con quello libero del padre e con quello responsabilizzante del partner. E in questo consiste lamore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma lui che per primo ci ha amati e ci ha donato il suo Figlio (1Gv 4,10 vg). Egli ci mostra il suo amore incondizionato proprio perch, ancora quando eravamo peccatori e suoi nemici, ha dato la vita per noi (Rm 5,8). Nicodemo. Riapparir pi tardi per difendere Ges (7,50s) e, alla fine, per deporre il suo corpo nella tomba (19,39). capo dei giudei. Appartiene probabilmente al Sinedrio, organo centrale del governo. v. 2: venne da lui. Come il giovane, osservante della legge, ricco e nobile (Mc 10,17-22p), viene di sua iniziativa da Ges. Come passare dalla propria iniziativa ad accogliere quella di Dio? di notte. Non un vigliacco, mosso da paura e da rispetto umano (cf. 12,42): la notte che vuol venire al giorno, un dubbioso che cerca la verit. Le parole che Ges dir porteranno Nicodemo ad accogliere la luce, mostrando al maestro di Israele che cieco (cf. 9, 40s). Solo cos potr venire alla luce e nascere dallo Spirito. La tenebra non si illumina producendo il sole, ma accogliendolo. Nicodemo, come Israele e tutti i discepoli di Ges, deve confrontare la sua attesa di un messia potente con il Figlio delluomo innalzato. Nicodemo figura emblematica del cammino di Israele e di chiunque cerca la luce della vita. Se allinizio viene di notte, alla fine verr verso il tramonto, per deporre
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nelloscurit del sepolcro il corpo del Figlio delluomo innalzato. La notte, che desidera il sole, laccoglier solo quando esso entrer nelle tenebre. Rabb, ecc. Nicodemo chiama Ges Maestro. Non un semplice collega: sa che venuto da Dio, come Mos (Es 4,8); e, vedendo i segni che compie, conclude che Dio con lui. Lo riconosce come Maestro e Messia, autenticato da Dio. Non dice cosa vuol chiedergli. Nella sua constatazione c la sorpresa di chi intravede il compimento della speranza di Israele: Ges il Messia, liniziatore del regno di Dio in terra. Dalla risposta di Ges si capisce che la sua domanda implicita sapere il modo di entrare in questo regno. Come il giovane ricco, intuisce che, al di l dellosservanza della legge che ha sempre adempiuto, necessario qualcosaltro per avere la vita eterna (cf. Mc 10,17-22p). v. 3: amen, amen ti dico. Ges risponde con autorit divina. Lamen (= in verit) raddoppiato, una particolarit di Giovanni (cf. 1,51; 3,3.5.11; 5,19.24.25; 6,26.32.47.53; 8,34.51.58; 10,1.7; 12,24; 13,16.20.21.38; 14,12; 16,20.23; 21,18). Quando parla il profeta a nome di Dio, dice: Parola di Dio. Quando parla Dio stesso, in prima persona, dice: Amen, in verit. Comincia qui il primo dei numerosi dialoghi del vangelo di Giovanni. La loro funzione quella di coinvolgere il lettore. Ges la Parola, linterlocutore sono io che leggo, nel quale la Parola produce esattamente ci che dice: il dialogo mi racconta, e raccontandomi, mi trasforma. se uno non generato. La parola greca significa sia nascere che essere generato. Preferiamo il secondo, passivo, che richiama colui che d la vita (passivo divino). Infatti nessuno nasce da solo o da se stesso. Per otto volte di seguito esce questa parola. Chi generato, vede finalmente il volto di chi lo genera: lac-cadimento fondamentale, che lo fa cadere fuori dalla madre ed esistere distinto da lei, come suo figlio. dallalto. La stessa parola greca significa sia di nuovo che dallalto. Da qui lequivoco tra Ges e Nicodemo. Questi intende le sue parole come un nascere di nuovo. il desiderio delluomo, il sogno delleterna giovinezza, principio di delusioni e frustrazioni. Ges invece parla di un essere generati dallalto, che consiste nellaccettare il dono di essere figli di Dio, di venire alla luce del suo amore perenne per noi. Questo il desiderio di Dio per noi, che ci ama e ci vuol comunicare la sua vita. C una generazione dal basso, dalla carne, che ci d la vita comune a ogni animale. Ma c anche una generazione dallalto, che viene dal vedere il volto di chi genera. Questa ci d la vita pienamente umana: ci fa figli che riconoscono la propria origine ed entrano con essa in relazione damore. Ges vuol portare Nicodemo al di sopra della legge, che dice cosa fare. La vita non prodotta dal nostro fare. Nessuno si fa da s: ognuno figlio, generato dallaltro. E diventa se stesso solo quando vede e crede allamore di chi lo genera. Diversamente non ha la sua identit e cercher allinfinito di trovarla altrove. Con molto danno per s e per gli altri. Infatti impossibile farsi da s, come amarsi da s: sempre laltro che ci genera e ci ama. Solo se accettiamo di essere generati e amati, siamo noi stessi, capaci di generare e amare, simili a chi ci ha generato. Voler essere madri/padri di se stessi il complesso di Edipo anche il peccato di Adamo distruggere se stessi e ogni rapporto autentico con gli altri. Ci che vale per la vita umana in generale, vale anche per quella spirituale. Uno non pu diventare figlio di Dio perch non trasgredisce nessun suo ordine (cf. Lc 15,29!); il suo sforzo non gli consentir mai di farsi tale. Diventer invece capace di ascoltare e osservare la sua parola quando sapr di essere figlio, da sempre amato. C una vita religiosa dal basso, che non giova a nulla: ci che carne, resta carne. Solo chi generato dallalto ha la vita eterna: ci che dello Spirito, Spirito (cf. v. 6). Ges conduce Nicodemo al di l della legge, sino alla sorgente stessa della vita: al dono del cuore nuovo e dello Spirito nuovo di cui parlano i profeti, che pure il fariseo conosce (cf. Ez 36,26s; Ger 31,31ss). Entrare nel regno di Dio non opera delluomo, ma dono di Dio. non pu vedere il regno di Dio. Chi non ha il cuore nuovo, resta nella notte, in quellimpossibilit di vivere e amare che la legge denuncia. Il regno di Dio unespressione che in Giovanni esce solo qui e al v. 5. Se Dio madre/padre, il suo regno lamore corrisposto del Figlio. In questo regno di libert entra non chi cerca di conquistarlo, ma chi accetta di essere figlio, chi diventa come un bambino (cf. Mt 18,3p), figlio nel Figlio. Allora sar in grado di accettare anche il fratello. Lamore fraterno il luogo in cui si realizza quello verso il Padre.
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v. 4: come pu un uomo essere generato quando vecchio, ecc.? Nicodemo mostra limpossibilit per luomo vecchio di entrare una seconda volta nel grembo materno e nascere di nuovo. vero: luomo, soprattutto se vecchio, deve morire. Luomo nuovo nasce non entrando nella madre, ma volgendosi verso il cuore del Padre. Uno nasce a se stesso quando sa di essere amato com; solo lamore fa venire alla luce della propria verit. v. 5: se uno non generato da acqua e da Spirito, non pu entrare nel regno di Dio. Non c da entrare nel seno della madre, ma nel regno del Padre: solo cos siamo figli. Se la madre necessaria per nascere biologicamente, lamore libero del padre necessario per nascere come uomini. La generazione di cui Ges parla non dalla carne, dal basso, ma dallalto, dallo Spirito. Il battesimo di Ges, oltre che nellacqua che in Giovanni simbolo della vita (4,14; 7,37-39; 19,34; cf. Ez 36,25-27) , sar nello Spirito, che fuoco divino di amore (cf. 1,33). Uno infatti esiste come persona quando amato: nasce dalla ferita del cuore di chi lo accoglie e lo lascia entrare in s, amandolo cos com, distinto da s. In questo senso anche Eva, la donna, generata da Adamo, il maschio. E solo cos anche Adamo si risveglia dal sonno (cf. Gen 2,18ss). Infatti uno viene alla luce piena quando lui stesso ama. Lo Spirito di Dio, che nella creazione aleggiava sulle acque (Gen 1,2), sar effuso su di noi dal Figlio innalzato per donarci la vita nuova. v. 6: ci che generato dalla carne carne, ecc. Carne, in opposizione a spirito, indica ci che ci accomuna alla terra: lelemento debole, corruttibile e mortale. Spirito invece ci che ci imparenta con Dio: la forza perenne del principio vitale. Sin dallinizio luomo composto di argilla e di soffio divino (Gen 2,4bss), di terra e di cielo. La terra non pu vivere che di cielo. v. 7: non meravigliarti. Come non stupirsi della pi grande delle meraviglie: la sorpresa di vedere la luce, di esistere? bisogna che voi siate generati dallalto. Voi siamo tutti noi, con Nicodemo, contrapposti a Ges che da sempre lunigenito del Padre. Bisogna che noi siamo generati dallalto; per questo bisogna che lui sia innalzato (v. 14). Al nostro bisogno di luce corrisponde il suo di illuminarci. per nascere che si nati, per nascere dallalto. v. 8: lo spirito dove vuole spira. Qui spirito inteso in senso originario: il vento che muove e vivifica tutto, quasi misterioso respiro di Dio sulluniverso. Nessuno lo vede; eppure ognuno ne avverte gli effetti e lo sente risuonare in tutte le cose. come il mistero della Parola, vita di tutto ci che esiste: non la vediamo, ma ne ascoltiamo la voce attraverso i sapienti e i profeti che testimoniano la luce. La vita nessuno la vede; per fa esistere, vedere, capire e amare ogni realt. Del vento non sappiamo donde viene e dove va; cos di Ges (cf. 2,9; 4,11; 6,5; 7,27). Per questo gli chiediamo dove dimora, per dimorare anche noi presso di lui e trovare la casa da cui veniamo (cf. 1,38s). cos chiunque generato dallo Spirito. Ciascuno di noi, che accoglie Ges, diventa come lui, figlio che gode la vita del Padre. Ci d infatti il potere di diventare figli di Dio (1,12). Viene a questa luce chi accoglie la voce di chi la testimonia, senza scambiare la voce per la Parola (cf. 1,23ss). v. 9: come pu avvenire questo? Chiarito lequivoco che non si tratta di nascere di nuovo, ma di essere generati dallalto, Nicodemo avanza il dubbio sulla possibilit di questa generazione. Infatti impossibile per luomo; ma non per Dio (cf. Mc 10,17p; Lc 1,37; Gen 18,14). v. 10: tu sei maestro dIsraele e non conosci queste cose? Un esperto di Scritture dovrebbe sapere che lo Spirito, principio della creazione, la grande promessa dei profeti per la ri-creazione. Ma si pu conoscere la legge e ignorare quale Spirito la anima; si pu osservare ogni precetto e trascurare lamore, che il comandamento. Perch lamore lo conosce non chi si sforza di amare sino allo spasmo, ma chi accetta tranquillamente di essere amato. v. 11: amen, amen ti dico. Comincia il monologo di Ges davanti a Nicodemo (ti dico), che subito scompare dalla scena per dissolversi negli ascoltatori (cf. 12: vi parlai). parliamo di ci che conosciamo, ecc. Da qui in poi Ges svela il mistero di come avviene questa generazione dallalto. Egli dice: Parliamo, conosciamo, testimoniamo e abbiamo visto, perch il Figlio che parla di ci che conosce e testimonia ci che ha visto. I verbi sono al plurale perch con lui ci sono anche i discepoli, che hanno visto la sua gloria (2,11) e ne continuano la testimonianza. Tra costoro c levangelista stesso e la sua comunit (cf. 20,30s).
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v. 12: se vi parlai di cose terrestri, ecc. Ges chiama cose terrestri quanto ha detto sulla nascita dalla carne e sulla necessit di una nascita dallo Spirito. Infatti ne parlano la legge e i profeti, chiamati terrestri perch testimoni di quella luce che da sempre presente, nella creazione e nella storia di Israele. Essi danno voce al desiderio dello Spirito che in ogni uomo. Se non si crede a questa voce, non si crede neanche alla Parola, che ci rivela le cose celesti. La legge infatti non in cielo, ma vicina a ogni uomo (cf. Dt 30,12ss). Le cose celesti invece sono rivelate dal Figlio, disceso dal cielo. Ges vuol aprire Nicodemo, maestro della legge, al dono dello Spirito, che luomo animale non comprende (cf. 1Cor 2,14). v. 13: nessuno salito al cielo, ecc. Chi salito al cielo e ne ridisceso (Pr 30,4) o si impadronito della Sapienza, per farla scendere dalle nubi (Bar 3,29; Sap 9,16ss)? Nessuno pu, come Adamo, i Titani o Prometeo, dare la scalata al cielo per rapire le cose celesti o il fuoco. invece il cielo che scende sulla terra, per donarci se stesso. Dio amore che scende nel Figlio verso tutti i fratelli. Essere figlio non oggetto di rapina, ma dono di amore. Il Figlio delluomo innalzato su di lui aperto il cielo, sia per scendere che per salire (1,51) il solo che pu manifestarci la Gloria e raccontarci il Padre. In lui c la discesa di Dio verso luomo e lascesa delluomo a Dio. La salita al cielo, di cui si parla, non tanto lascensione al Padre di Ges risorto; per Giovanni piuttosto il suo essere innalzato (cf. v. 14). v. 14: come Mos innalz il serpente nel deserto. Al popolo, morso dai serpenti, Mos mostr, elevato come stendardo, un serpente di bronzo (Nm, 21,8): Chi si volgeva a guardarlo era salvato non da quel che vedeva, ma solo da te, salvatore di tutti (Sap 16,7). Chi levava in alto lo sguardo, era guarito dal veleno mortale. Se Eva, alla suggestione del serpente, avesse levato lo sguardo a Dio, invece di fuggire e nascondersi da lui, certamente la storia sua e nostra sarebbe stata diversa. cos bisogna che sia innalzato il Figlio delluomo. Bisogna che noi nasciamo dallalto: per questo bisogna che il Figlio delluomo sia innalzato. Innalzato significa anche glorificato (in Is 52,13 i due termini sono accostati). Ges s il Messia, come Nicodemo pensa, ma non come lui pensa: lo in quanto elevato sulla croce, come il serpente di bronzo sullasta. Le tre predizioni sullinnalzamento del Figlio delluomo, che troviamo in Giovanni (3,14; 8,28; 12,32), corrispondono alle predizioni della sua morte e risurrezione, che troviamo negli altri vangeli. Per in Giovanni la croce presentata come gloria sin dallinizio, mentre nei sinottici lo solo alla fine (cf. Mc 15,39p). Qui si dice che dal Figlio delluomo innalzato otteniamo la vita eterna; in 8,28 si dice che conosceremo Io-Sono; in 12,32 che tutti saremo attirati a lui. Contemplando il Crocifisso, siamo svelenati dalla menzogna del serpente che ci ha tolto la conoscenza del Padre e ci ha fatto fuggire da lui. In lui conosciamo la verit di Dio e nostra: egli ci ama e noi siamo lamore che lui ha per noi. Volgendo lo sguardo a colui che abbiamo trafitto (19,37), ai piedi della croce scopriamo questa verit che ci fa liberi (8,32) e nasciamo dallalto. Come Eva, la sposa, nasce dal fianco di Adamo che dorme, cos lumanit nuova, sposa di sangue del suo Signore, nasce dalla ferita damore del suo Dio. Il Crocifisso paragonato al serpente di bronzo innalzato: in lui vediamo il male che il serpente ci ha procurato, ma anche il bene che Dio ci vuole. Egli infatti lagnello che porta il male del mondo (1,29), facendosi lui stesso maledizione e peccato (Gal 3,13; 2Cor 5,21), per manifestarci il suo amore incondizionato. Vedendolo in croce, non possiamo pi dubitarne. Inoltre Serpente e Messia hanno in ebraico lo stesso valore numerico: la somma delle loro lettere 358. Messia ha per una lettera in pi, la pi piccola di tutte, che sta sospesa in alto: la jod, che linizio del Nome. Nel Messia elevato luomo vede, oltre tutto il male, il sommo bene; in lui il Nome divino si manifesta al mondo: esce dalle tenebre e viene alla luce della propria identit, nascosta appunto dal male. La salvezza di Dio non ignora il male. Sarebbe falsa. Lo assume invece in modo divino, per amore. E lo vince nel perdono, dove tutti, dal pi piccolo al pi grande, conosciamo chi il Signore (Ger 31,34). v. 15: affinch chiunque crede in lui. Il fine del suo essere innalzato, che ci fa conoscere Io-Sono (8,28) e ci attira a lui (12,32), aderire a lui, sorgente della vita.
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abbia vita eterna. La vita eterna, il dono che Dio fa ad ogni uomo nel Figlio delluomo, lo Spirito, lamore tra Padre e Figlio, la vita stessa di Dio. v. 16: Dio infatti tanto am il mondo. Dio da sempre ama il mondo, anche se il mondo lo rifiuta. Lamore del Padre gratuito e senza riserve. Il Figlio, che lo conosce e ne vive, ce lo testimonia dalla croce. Questo versetto ci presenta il centro del vangelo di Giovanni, che vuol portarci a confessare con meraviglia: Noi abbiamo riconosciuto e creduto allamore che Dio ha per noi. Infatti Dio amore (1Gv 4,16). Solo a questa luce possiamo comprendere correttamente tutta la rivelazione e correggere ogni sua interpretazione. da dare il Figlio unigenito. Perch il Padre manda il Figlio? Non poteva venire e farsi carne lui stesso? Ci ha dato il Figlio perch solo in lui, che ama come amato, vediamo la nostra identit di figli del Padre. Ges, essendo figlio, ha vissuto ci che anche noi siamo chiamati a vivere: la filialit e la conseguente fraternit. Egli ci ama dello stesso amore che il Padre ha per lui (15,9) e ci assicura che il Padre ci ama come lui (17,23), con un amore che prima della fondazione del mondo (17,24). chiunque crede in lui, ecc. La salvezza credere in Ges crocifisso, il Figlio delluomo innalzato: lui la Parola, luce e vita di ogni uomo, diventata carne per narrarci lamore assoluto del Padre. In lui ci data la nostra identit di figli e noi siamo ci che siamo. Al di fuori di lui, siamo ci che non siamo, il nulla di noi stessi. Per questo accogliere lui, il Figlio, trovare se stessi; rifiutare lui perdere se stessi. v. 17: non per giudicare il mondo. Il Figlio ha lo stesso giudizio del Padre. Egli viene con il flagello nel tempio non per giudicare o condannare il mondo peccatore. venuto a salvarlo proprio purificando il tempio, sdemonizzando con la sua croce limmagine diabolica che luomo ha di Dio e di s. In lui innalzato abbiamo la conoscenza vera di lui e di noi stessi, che la bocca del serpente ci aveva sottratta. Il flagello che purifica il tempio la sua croce. La salvezza o la perdizione non predestinazione divina. Dio ha creato tutto per la vita e non c veleno di morte nelle sue creature, se non quello che ci siamo procurati noi, credendo alle nostre paure invece che a lui (cf. Sap 1,12s; 2,24). Ma se abbiamo abbandonato lui, sorgente di acqua viva (Ger 2,13), egli non ci ha abbandonato; ci ha anzi manifestato nel modo pi grande e indubitabile il suo amore, perdendo se stesso per noi. Nellabbandono del Figlio sulla croce (cf. Mc 15,34p), nessun abbandono pi abbandonato: in ogni perduto il Padre vede suo Figlio, che di ogni perdizione ha fatto dimora della Gloria. v. 18: chi crede in lui non giudicato. Aderire a lui la santit e giustizia vera: vivere del Figlio e da figli, partecipare alla gloria comune del Padre e del Figlio. chi invece non crede gi stato giudicato, ecc. Chi non crede allamore assoluto offerto dal Figlio delluomo innalzato si esclude dallamore e dalla vita. Chi non aderisce al Figlio, nega la propria realt di figlio. La decisione di fede nei confronti della carne di Ges ci fa nascere dallalto: la vita eterna. Il prologo non dice che chi lo rifiuta nella testimonianza dei sapienti e dei profeti giudicato. Anzi, la Parola si fatta carne per salvare questo mondo che non ha accolto la luce e si condannato alle tenebre. Per questo ogni uomo, come Nicodemo, pur tra incertezze e difficolt, va condotto a nascere dallalto attraverso la conoscenza del Figlio. Il senso della storia umana la rivelazione del Figlio, il suo crescere fino alla sua statura piena (Ef 4,13), perch Dio sia tutto in tutti (1Cor 15,28). Infatti, se vero che la rivelazione storia e carne, altrettanto vero che la storia e la carne stessa sono rivelazione sempre pi grande di Dio. v. 19: questo il giudizio: la luce venuta nel mondo, ecc. Il giudizio per chi, pur conoscendola, non accoglie la Parola diventata carne, quello di preferire le tenebre alla luce, la morte alla vita. Il giudizio sulluomo lo fa luomo stesso, non Dio. Come possibile il rifiuto della luce, una volta conosciuta? un mistero! Certamente laccoglienza dellamore sempre un atto di libert. Ma pu la libert rifiutare lamore, se davvero liberata dalla schiavit dellignoranza e della paura? erano infatti cattive le loro opere. Queste opere cattive sono indicate come causa, non come conseguenza del rifiuto. Pu la fede dipendere dalle opere, in modo che chi buono ben disposto e crede, mentre chi cattivo maldisposto e non crede?
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fuori dubbio che siamo giustificati dalla fede, non dalle opere (Gal 2,16). Non pu essere diversamente, perch la radice di ogni giustizia accogliere lamore gratuito di Dio per noi. tuttavia vero che Dio non fa preferenza di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, a lui accetto (At 10,34s); come altrettanto vero che luomo pu tenere la verit prigioniera dellingiustizia (Rm 1,18). In realt uno crede e ama ci che ritiene bene per lui. Locchio abituato alla tenebra offeso dalla luce, per la quale pur fatto. Fin che la nostra intelligenza e la nostra volont restano schiave della menzogna e della paura e del vizio che le alimenta non possiamo accedere alla verit e allamore. Qui Giovanni intende dire che, prima di ogni nostra opera e della decisione stessa riguardo alla fede, c una malvagit tenebrosa che porta alla diffidenza e allincredulit. Egli non intende spiegare il male. Constata semplicemente che c e lo svela. Infatti esso menzogna e viene alla luce solo davanti alla verit. Le opere tenebrose di cui levangelista parla sono quindi il peccato di incredulit, opera del malvagio, padre della menzogna e omicida sin dal principio (8,44), che ci impedisce di essere figli di Abramo, padre dei credenti. Per Nicodemo, come per tutti, lento il travaglio che fa venire alla luce. Giungere alla verit un cammino di liberazione progressiva, di piccoli passi. E lo compie la Parola stessa. Infatti solo quando giunge la luce, e non prima, si esce dalla tenebra. v. 20: chiunque fa il male odia la luce. Lodio della luce, frutto di paura, causato dal male che facciamo; questo, sua volta, manifesta lodio che lo precede. affinch non siano denunciate le sue opere. Il male vuole restare nascosto per non essere denunciato, come la menzogna per non essere sbugiardata. Da Adamo in poi c una resistenza, ereditaria e ambientale, nel credere allamore di Dio per noi. Solamente davanti alla croce cessa linganno: conosciamo Io-Sono (8,28) e siamo attratti a lui (12,32). Allora muore luomo vecchio e nasce quello nuovo. Ma luomo vecchio duro a morire! In ciascuno di noi c un agone interiore (cf. Rm 8,17ss): siamo contesi tra menzogna e verit, paura e fiducia, egoismo e amore. Siamo per gli arbitri: possiamo, giorno dopo giorno, aggiudicare la vittoria a chi vogliamo. Il nostro libero arbitrio pu esercitarsi, almeno parzialmente allinizio e poi sempre di pi, solo nella misura in cui conosciamo la verit dellamore che ci fa liberi. Per questo importante levare lo sguardo e tenerlo sul Figlio delluomo innalzato. v. 21: chi fa la verit viene alla luce. Fare la verit il contrario del fare il male o le opere cattive. Ma per fare la verit bisogna prima conoscerla. Per questo bisogna che il Figlio delluomo sia innalzato: in lui vediamo lamore con cui siamo amati. Credere in Ges fare la verit su di s e su Dio. A chi chiede: Cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?, Ges risponder che lopera di Dio, che piace a Dio e lui stesso compie, credere nel Figlio, inviato dal Padre (6,28s). affinch si manifestino le sue opere, ecc. Le opere fatte in Dio sono quelle di chi si unisce al Figlio e aderisce alla Parola. Sono le opere del Padre Abramo, che vide il suo giorno e gio (8,56). Lopera di Abramo infatti quella che piace a Dio: credette a lui e gli fu accreditato a giustizia (Gen 15,6). Egli compie il contrario di quanto fece Adamo, che diffid di Dio. Lincredulit la pi grave ingiustizia: nega lessenza di Dio e delluomo, la sua paternit e la nostra filialit. Chi crede nel Figlio nato dallalto, dallacqua e dallo Spirito, ed passato dalle opere che la legge condanna alla vita nuova da figlio di Dio (cf. Gal 5,18-23) Il dialogo, laborioso, di Ges con Nicodemo una progressiva illuminazione della Parola per farlo venire alla luce, partendo da ci che gi sa per condurlo a ci che ignora, eppure desidera. Nicodemo per non ancora in grado di giungere alla fede. Dovr vedere il Figlio delluomo innalzato prima di poterlo accogliere. 3. a. b. c. d. Pregare il testo Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando la notte in cui Nicodemo viene da Ges. Chiedo ci che voglio: comprendere e accogliere il mistero del Figlio delluomo innalzato come segno indubitabile dellamore di Dio per me. Traendone frutto, ascolto ogni parola di Ges a Nicodemo.
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Da notare: molti credettero nel suo nome; Ges per non si fidava di loro Nicodemo, fariseo e capo dei giudei, viene a Ges di notte lo riconosce come maestro, venuto da Dio: il Messia, Dio con lui se uno non generato dallalto, non pu vedere il regno di Dio la differenza tra nascere di nuovo ed essere generati dallalto essere generati dallo Spirito la promessa dei profeti nessuno salito al cielo se non colui che disceso dal cielo il serpente di bronzo innalzato e il Figlio delluomo innalzato chi crede in lui ha la vita eterna Dio tanto am il mondo da dare il Figlio unigenito il Figlio non venuto per condannare il mondo chi crede nel Figlio innalzato non giudicato il giudizio non accogliere lamore che si conosce le difficolt per giungere alla libert di credere lodio e lamore della luce. 4. Testi utili Sal 27; 131; Sap 9; Mc 10,17-31; 10,13-16; Gal 5,1ss; Fil 3.

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6. IL PADRE AMA IL FIGLIO. CHI CREDE NEL FIGLIO HA VITA ETERNA 3,22 - 4,3 3,22 Dopo queste cose venne Ges e i suoi discepoli nella terra di Giudea e l si trattenne con loro e battezzava. Ora anche Giovanni stava a battezzare in Ennon vicino a Salim, poich cerano l molte acque, e venivano ed erano battezzati. Giovanni infatti non era ancora stato gettato in carcere. Ci fu dunque una disputa da parte dei discepoli di Giovanni con un giudeo circa la purificazione. E vennero da Giovanni e dissero a lui: Rabb, colui che era con te al di l del Giordano, al quale hai reso testimonianza, ecco che egli battezza e tutti vengono a lui. Rispose Giovanni e disse: Non pu un uomo ricevere neppure una cosa se non gli stata data dal cielo. Voi stessi mi rendete testimonianza che dissi: Non sono io il Cristo, ma sono stato inviato davanti a lui. Chi ha la sposa lo Sposo; ma lamico dello Sposo, che sta e lo ascolta, gioisce di gioia per la voce dello Sposo. Questa mia gioia quindi piena. Lui bisogna che cresca, io invece che diminuisca. Chi viene dallalto sopra tutti; chi dalla terra, dalla terra e parla dalla terra. Chi viene dallalto [ sopra tutti:]
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ci che ha visto e udito, questo testimonia, e la sua testimonianza nessuno accoglie. Chi ha accolto la sua testimonianza conferm che Dio veritiero. Chi infatti Dio invi, parla le parole di Dio, poich non a misura d lo Spirito. Il Padre ama il Figlio e ha dato tutte le cose nella sua mano. Chi crede nel Figlio ha vita eterna; ma chi non obbedisce al Figlio non vedr vita, ma lira di Dio dimora su di lui. Quando Ges seppe che i farisei avevano udito che Ges fa pi discepoli e battezza pi di Giovanni sebbene Ges stesso non battezzasse, bens i suoi discepoli , lasci la Giudea e part di nuovo per la Galilea. Messaggio nel contesto

Il Padre ama il Figlio. Chi crede nel Figlio ha vita eterna, dice Giovanni il battezzatore, facendo eco alle parole che Ges ha appena proclamato. Il testimone della luce ne accoglie la testimonianza e compie la professione di fede, rimasta in sospeso nel racconto precedente. Ges, il Figlio, venuto a rivelarci lamore del Padre. Loggetto della fede cristiana non una dottrina, una morale o unascesi: lamore, lamore incredibile di Dio per noi, sorgente della nostra vita. Lamore il pane di cui vive luomo ed sempre oggetto di fede. Chi non crede di essere amato, ha la morte nel cuore. Questo amore colto non da Nicodemo, maestro della legge, ma da Giovanni, ultimo dei profeti. La porta dingresso nel mistero del Figlio non la sola legge, ma la legge insieme alla profezia. La figura di Giovanni campeggia nel testo. Per il vero protagonista Ges, che sta sullo sfondo. Di lui infatti si parla: il profeta ne la voce. I discepoli di Giovanni sono infastiditi del grande successo di Ges, che eclissa il loro maestro. Questi invece ne gioisce, vedendo il compimento delle sue attese. Il profeta sa che linvidia, motore dellagire umano (cf. Qo 4,4), principio di morte (cf. Sap 2,24). Il testo un confronto tra Ges e il suo precursore: sono inseparabili luno dallaltro, appunto come la Parola dalla sua voce. Anche i rispettivi battesimi, pur diversi, uno nellacqua e laltro nello Spirito (1,31-33), sono in relazione. Quello di Giovanni infatti finalizzato a far riconoscere Ges come lagnello di Dio che toglie il peccato del mondo (1,31.29), anzi il Figlio di Dio (1,34), dimora dello Spirito (1,32), che dona senza misura (v. 34). Nicodemo, fariseo zelante della legge e capo dei giudei, per accogliere Ges deve passare attraverso la testimonianza di Giovanni: il profeta, che apre le cose terrestri ad accogliere quelle celesti (v.12). Alleanza, tempio e legge non portano a Dio senza la parola profetica che ne dice il significato. Senza profezia ogni istituzione, anche la pi santa, compresi i sacramenti cristiani, diventa un feticcio: lalleanza rimane senza vino, il tempio senza Dio, la legge senza Spirito. Da segni terrestri,
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che rimandano a Dio, diventano fine a se stessi, segni che non significano pi nulla. Tutto ci che , dono di Dio; Dio compreso. Ma ogni dono pu diventare un idolo, anche Dio stesso. Il profeta, portatore della Parola che di sua natura rimanda allaltro, coglie questo peccato, che stravolge in male ogni bene. sempre critico verso le istituzioni; ma non per distruggerle, bens per riportarle al senso originario. Non quindi un semplice contestatore, perch le accetta. Ma neanche un conservatore, perch ne denuncia le deviazioni; e neppure un moralista, perch annuncia unalleanza nuova e un cuore nuovo, capace di vivere secondo lo Spirito di Dio. I profeti, di cui Giovanni accoglie leredit, impediscono che le istituzioni si divinizzino, prendendo il posto di Dio. facile sostituire Dio con le proprie sensazioni, azioni e istituzioni, con i propri doveri o piaceri! Giovanni, dice Ges in Mt 11,11-14, il pi grande tra i nati da donna, punto darrivo della legge e dei profeti, lElia redivivo che deve venire per predisporre il popolo ad accogliere il Signore che viene (cf. Ml 3,23s). La sua grandezza la sua autoinsufficienza: troppo grande per bastare a se stesso, luomo che accoglie il dono per cui fatto, terra aperta al cielo, finito schiuso allinfinito. Giovanni riconosce in Ges la Parola che d senso alla voce; vede in lui la sua altra parte, lo Sposo desiderato, e ne gioisce. Sa che in lui, il Figlio amato dal Padre, gli donata quella felicit che il Dio fedele e veritiero ha promesso. Egli il prototipo non solo del discepolo, ma anche di ogni uomo che giunge a quella pienezza di cui insaziabile appetito. N alleanza n tempio n legge n alcunaltra delle istituzioni pi divine della terra pu sostituirsi a Dio e dare vita alluomo. Giovanni testimone di unincompiutezza radicale: tutto luniverso, mediante luomo creato al sesto giorno, aspira al compimento del settimo giorno e invoca la luce della propria vita; ma nessuna istituzione aiuta a raggiungerla, se non ascolta questa voce, che nel cuore di ogni uomo e lo porta al di l di ogni creatura. Il battesimo di Giovanni, anche se viene prima, presentato come contemporaneo a quello di Ges. Il che significa che non solo i primi discepoli, ma anche noi oggi, dobbiamo passare da Giovanni per arrivare a Ges: giungiamo alle cose del cielo attraverso quelle della terra, incontriamo Dio mediante ci che veramente umano. Il testo ha una struttura simile al precedente. Un racconto ( vv. 22-26a) d inizio ad un dialogo (vv. 26b-30) che sfocia subito in un monologo (vv. 31-36), dove Giovanni fa sue le parole con le quali Ges si rivelato a Nicodemo (vv. 3-21): davvero la voce che fa risuonare la Parola. Il battesimo di Ges, posto allinizio e alla fine ( 3,22s; 4,1s ), il tema dominante: nascere dallalto non altro che accogliere, come Giovanni, la rivelazione di s che Ges ha fatto a Nicodemo. Ges lo Sposo, colui che viene dal cielo, il testimone del Padre, il Figlio unigenito in cui Dio mostra la verit di ogni sua promessa. Aderire a lui la vita eterna. Questa la professione di fede cristiana. Nicodemo, maestro della legge, sar in grado di farla ascoltando Giovanni, il profeta. La Chiesa, seguendo le indicazioni del profeta, fa propria la testimonianza di Ges e aderisce a lui come Figlio amato dal Padre. Questo il battesimo, che la apre al dono dello Spirito e la fa nascere dallalto come sua sposa. 2. Lettura del testo

3, 22: Dopo queste cose. Levangelista vuol mettere in connessione la scena di Nicodemo con quella di Giovanni. Dopo il confronto con la legge, ora viene quello con la profezia. A Nicodemo, venuto di notte, Ges offre di venire alla luce. La sua proposta trova risposta in Giovanni, il profeta che predica la conversione e attende lo Sposo. Il battesimo nellacqua lha disposto a quello nello Spirito. venne Ges. la luce che viene nelle tenebre (cf. 1,6.9), la Parola che viene nella sua propriet (1,11): prima a Gerusalemme, ora nel territorio della Giudea. e battezzava. Si dice che Ges battezzava. Si specificher poi che sono i discepoli a battezzare (cf. 4,2). Il testo vuol raffrontare il battesimo di Giovanni con quello di Ges, mostrandone la continuit e la differenza. Contemporaneamente mostra, in Giovanni stesso, come si rinasce dallalto attraverso la fede che fa aderire al Figlio amato dal Padre. v. 23: Giovanni stava a battezzare, ecc. Ora non pi al di l del Giordano (1,28), bens ad Ennon (= le fonti), dove, tra molte acque, si entra nella terra promessa. Anche con la presenza di
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Ges, Giovanni continua a battezzare. Il suo battesimo non superfluo; rappresenta le disposizioni permanenti allincontro col Signore: finalizzato a manifestare lagnello di Dio, il Figlio di Dio (1,31.34). Non compiuto in s, ma attesa daltro, dellAltro. Il rito, come ogni istituzione, senza il profeta che lo apre al suo significato, resta sterile e morto: non fa nascere dallalto. Dove il profeta battezza ci sono molte acque. Le idrie della purificazione invece erano e resteranno in s sempre vuote. la Parola che le riempie (cf. 2,6s). v. 24: Giovanni non era ancora stato gettato in carcere. Lo sar presto, anticipando la sorte di colui che ha testimoniato (cf. Mc 6,17-29p). v. 25: ci fu dunque una disputa, ecc. La disputa parte dai discepoli di Giovanni con un giudeo. Altri codici hanno giudei. circa la purificazione. La discussione riguarda le purificazioni in generale. Si tratta di riti per la purificazione dai peccati. Ma il battesimo di Giovanni non semplice rito di purificazione: anche conversione e attesa dello Spirito. Quello di Ges, invece, sar il dono stesso dello Spirito. C quindi continuit, ma anche differenza di significati nello stesso gesto. I vari riti, comuni a tutte le religioni come pure lascesi, le tecniche e gli sforzi umani per nascere dallalto non servono a conquistare il cielo. Sono necessari ma insufficienti: esprimono il desiderio, ma non sono in grado di realizzarlo. Giovanni, il sapiente e profeta, lo sa: conscio del suo limite e sa che il rito segno di un desiderio, che si compie solo quando lAltro gli viene incontro. C una religiosit naturale, comune a tutte le culture, che positiva solo nella misura in cui non si chiude in se stessa e resta aperta al dono di Dio. Diversamente si perverte in magia. v. 26: vennero da Giovanni, ecc. Solo Giovanni, il profeta, dice il vero senso delle istituzioni e dei riti. Mediante la sua parola le cose terrestri, invece di diventare idoli, rimandano a quelle celesti. Senza di lui la pratica religiosa si riduce a formalismo, senza relazione con Dio; diventa somma empiet. ecco che egli battezza. Giovanni aveva detto di lui: Ecco lagnello di Dio (1,29). I suoi discepoli non hanno capito il significato del suo battesimo e considerano quello di Ges una sleale concorrenza. tutti vengono a lui. Allinizio solo due, Andrea e un altro, hanno colto lindicazione di Giovanni (1,35ss); ora tutti. Venire a lui significa credere in lui, il Figlio di Dio, e ottenere la vita eterna. v. 27: non pu un uomo, ecc. Per prima cosa Giovanni riconosce che venire a Ges dono del cielo (cf. 6,37-39), che fa nascere dallalto. Su di lui infatti si aperto il cielo ed sceso lo Spirito che dimora su di lui (1,32). v. 28: voi mi rendete testimonianza, ecc. Giovanni, i discepoli lo sanno bene, non il Cristo (1,20-25), ma stato inviato davanti a lui (1,23.29), testimone della luce, voce della Parola. v. 29: chi ha la sposa, lo Sposo. Ges non solo il mediatore della nuova alleanza con Dio, come Mos lo fu dellantica. lo Sposo, Dio stesso: Il tuo sposo sar il tuo creatore (cf. Is 54,5). Il titolo di sposo, applicato solo a Dio, si applica ora a Ges (cf. 2Cor 11,2; Mt 22,2s; 25,1; Ef 5,25-33; Ap 19,7; 21,2). lamico dello Sposo. Giovanni lamico, che prepara la sposa per lincontro con lo Sposo. infatti il profeta: grazie alla sua parola critica, il tempio, la legge e il rito non si chiudono in se stessi, ma rimandano a Dio. sta e ascolta, gioisce di gioia, ecc. La promessa si compie nellarrivo dello Sposo. Il profeta gioisce alludire la sua voce, come Abramo che vide il suo giorno e gio (8,56). Invece di rattristarsi per il successo di Ges, Giovanni esulta, come al suo primo incontro con lui (cf. Lc 1,41). Vede compiuta la propria missione di profeta: mediare lincontro con lo Sposo. v. 30: lui bisogna che cresca. Bisogna che Ges cresca, sino a quando sar innalzato (3,14). Allora attirer tutti a s (12,32) e si compir in lui la benedizione fatta ad Adamo: Crescete e moltiplicatevi (Gen 1,28). io invece che diminuisca. Il suo diminuire non lo scomparire, bens il realizzarsi della sua missione. necessario diminuire e farsi piccoli per lasciar posto a colui che viene. v. 31: chi viene dallalto, ecc. Giovanni, da qui al v. 36, fa propria la testimonianza di Ges davanti a Nicodemo. chi dalla terra, ecc. Mos e i profeti sono terra (v. 12). Da loro viene la legge (1,17) e la testimonianza della luce (1,6-9). Ma non sono la vita n la luce. Ci che generato dalla carne carne
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(v. 6). Da Ges invece riceviamo grazia su grazia (1,16), perch egli la luce e la vita: da lui riceviamo il dono dello Spirito, che ci genera dallalto e ci fa diventare figli di Dio. La terra non pu salire al cielo, ma pu attenderlo e accoglierlo, perch scende dallalto. v. 32: ci che ha visto e udito. Il Figlio unigenito, Parola da sempre rivolta al Padre, ora rivolta anche verso di noi e ci testimonia ci che nessuno mai ha visto (1,18). Lui infatti parla di ci che sa bene (v. 11). la sua testimonianza nessuno accoglie. Se i suoi discepoli si lamentano che tutti vanno da Ges (v. 26), Giovanni si lamenta che nessuno lo accolga. Invece di contristarsi per il suo successo, si contrista perch scarso. v. 33: chi ha accolto la sua testimonianza. I termini testimonianza dare/accogliere, sigillare (confermare), fedelt (essere veritieri), richiamano lalleanza. Accogliere la testimonianza di Ges sigillare lalleanza con Dio, confermando che lui veritiero e mantiene la sua promessa. In lui infatti riceviamo il cuore nuovo, perch egli ci d lo Spirito senza misura. v. 34: chi Dio invi, ecc. Linviato di Dio non pi solo un mediatore dellalleanza: lalleato stesso, il Figlio unigenito, la Parola che esprime Dio, Dio stesso che si unisce al suo popolo. poich non a misura d lo Spirito. Lalleanza non pi stipulata con lettere incise su pietra, ma con lo Spirito del Dio vivente (2Cor 3,3), effuso nei nostri cuori (Rm 5,5b). Lo Spirito del Figlio dimora in chiunque dimora nel Figlio. v. 35: il Padre ama il Figlio, ecc. (cf. 5,20). Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito (v. 16), aveva detto Ges a Nicodemo. Giovanni riconosce in lui, che porta lamore del Padre ai fratelli, il Figlio amato dal Padre (cf. 10,17). Il padre ama il figlio laffermazione pi ovvia che ci sia; ma anche la pi dimenticata e la meno scontata, sin dallinizio! ha dato tutte le cose nella sua mano. Mano significa potere: tutto nella mano sua come in quella del Padre (cf. 10,28.29; 10,17; 13,3; 17,2). Il Figlio riceve in dono ci che il Padre e d: il Padre tutto si dona nellamore, il Figlio tutto accoglie nello stesso amore. v. 36: chi crede nel Figlio. Credere nel Figlio aderire a Ges, dimorare in lui come lui in noi (essere in Cristo, direbbe Paolo) e portare i frutti del suo stesso amore (15,5). ha vita eterna. Essere in lui vivere del suo amore reciproco con il Padre, che la vita di Dio. Nel Figlio non solo siamo chiamati figli, ma lo siamo realmente (1Gv 3,1). chi non obbedisce al Figlio, ecc. Lascolto della sua parola fa dimorare lui in noi e noi in lui. Chi non lo ascolta, si esclude da lui, sua vita. La nostra decisione pro o contro Ges, il Figlio, il giudizio, che noi stessi facciamo su di noi: accettare o rifiutare la nostra identit di figli, la nostra realt di uomini. lira di Dio dimora su di lui. Se uno non ascolta il Figlio, in lui non dimora il suo Spirito: dimora la rabbia di chi privo della vita che pure desidera e gli spetta. Questa vita non oggetto di rapina, come tent di fare Adamo: il dono di essere figli, che il Padre ci d nel Figlio. In questo monologo del Battista prende voce la Parola, espressa nel monologo di Ges davanti a Nicodemo. la prima professione di fede piena in Ges. Giovanni diventa per noi non solo testimone della luce, ma anche del modo di accoglierla, per diventare noi stessi luce. 4,1: quando Ges seppe, ecc. Alcuni manoscritti dicono: Quando il Signore seppe. I farisei cominciano a preoccuparsi del successo di Ges. Lo avvertono come una minaccia. Se Giovanni relativizza la legge, aprendola al dono dello Spirito, Ges va ben oltre: dona senza misura quello Spirito che la legge non d e che pure, secondo i profeti, richiede. Non basta losservanza della legge e delle pratiche religiose per essere generati dallalto. Solo la legge di libert (cf. Gc 2,12), che lamore del Figlio, ci fa diventare figli di Dio. v. 2: sebbene Ges stesso non battezzasse. Dopo aver ripetuto che Ges battezza (3,22.26), ora si specifica che non lui, bens i suoi discepoli battezzano. Il loro battesimo infatti lo stesso del Figlio, che ci immerge nellamore del Padre e ci genera figli. v. 3: lasci la Giudea, ecc. Dopo la puntata in Giudea, a Gerusalemme e nel tempio, cuore delle istituzioni di Israele, ora lo Sposo torna in Galilea, dove aveva dato principio ai suoi segni (cf. 2,1ss). Passer attraverso la Samaria, dando anche ai samaritani la salvezza che viene dai giudei (cf. 4,22), e approder a Cana, dove aveva inaugurato le nozze con i giudei. L dar la vita al figlio di un pagano (cf. 4,46ss).
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3. Pregare il testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando le rive del Giordano, ricco dacqua, dove si battezza. c. Chiedo ci che voglio: conoscere lamore del Padre per il Figlio e unirmi al Figlio per vivere del suo stesso amore. d. Contemplo le persone: chi sono, cosa fanno, cosa dicono. Da notare: la disputa dei discepoli di Giovanni con il giudeo sulle purificazioni il dispiacere dei discepoli di Giovanni perch tutti vengono da Ges la risposta di Giovanni e la sua gioia per la voce dello Sposo confrontare il monologo di Giovanni con quello di Ges (vv. 13-21 e vv. 31-36). 4. Testi utili Sal 45; Os 2,21-25; Is 61,10-62,12; Mt 11,2-5.

8. SE TU CONOSCESSI IL DONO DI DIO 4,4 - 42 4,4 5 6 Ora bisognava che lui passasse attraverso la Samaria. Viene dunque in una citt della Samaria detta Sicar, vicina al podere che Giacobbe aveva dato a suo figlio Giuseppe. Ora cera l la fonte di Giacobbe. Ges dunque, affaticato per il viaggio, sedeva cos sulla fonte; era circa lora sesta. Viene una donna della Samaria ad attingere acqua. Dice a lei Ges: Dammi da bere! I suoi discepoli infatti erano andati in citt per comperare cibi. Dice dunque a lui la donna samaritana: Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna, samaritana? I giudei infatti non hanno rapporti con i samaritani. Rispose Ges e le disse: Se conoscessi il dono di Dio e chi colui che dice a te: Dammi da bere, tu avresti chiesto a lui
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e ti avrebbe dato acqua vivente. Gli dice [la donna]: Signore, non hai con che attingere e il pozzo profondo. Da dove hai tu dunque lacqua vivente? Sei tu forse pi grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo ed egli stesso ne bevve e i suoi figli e i suoi armenti? Rispose Ges e le disse: Chiunque beve da questacqua avr sete di nuovo. Chi invece beve dellacqua che io gli dar, non avr pi sete in eterno; anzi lacqua che io gli dar diventer in lui sorgente di acqua zampillante in vita eterna. Gli dice la donna: Signore, dammi questacqua, affinch non abbia sete e non venga qui ad attingere. Le dice: Va, chiama tuo marito e vieni qui. Rispose la donna e disse: Non ho marito. Le dice Ges: Bene dicesti: Non ho marito. Cinque mariti infatti avesti e chi hai adesso non tuo marito. Questa cosa vera hai detto. Gli dice la donna: Signore, vedo che sei profeta, tu! I nostri padri su questo monte adorarono e voi dite che in Gerusalemme il luogo dove bisogna adorare. Le dice Ges: Credi a me, donna, viene lora quando n su questo monte n in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ci che non conoscete,
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noi adoriamo ci che conosciamo, perch la salvezza dai giudei. Ma viene lora, ed adesso, quando i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verit. E infatti il Padre questi suoi adoratori cerca. Spirito Dio, e i suoi adoratori in Spirito e verit bisogna che adorino. Gli dice la donna: So che viene il Messia, chiamato Cristo: quando lui verr ci annuncer ogni cosa. Le dice Ges: Io-Sono, che parlo a te! E in questo momento arrivarono i suoi discepoli. E si meravigliavano che parlasse con una donna; nessuno tuttavia disse: Che cerchi, o: Che dici con lei? Lasci dunque la sua idria la donna e and nella citt e dice agli uomini: Venite, ecco un uomo che mi ha detto tutte le cose che ho fatto. Che non sia lui il Cristo? Uscirono dalla citt e venivano a lui. Nel frattempo lo pregavano i suoi discepoli dicendo: Rabb, mangia! Ora egli disse loro: Io ho un cibo da mangiare che voi non conoscete. Dicevano dunque i discepoli gli uni agli altri: Che qualcuno gli abbia portato da mangiare? Dice loro Ges: Mio cibo fare la volont di chi mi ha inviato e compiere lopera sua. Non dite voi: Ancora quattro mesi e viene la mietitura? Ecco, vi dico,
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alzate i vostri occhi e contemplate i campi, poich sono bianchi per la mietitura. Gi / chi miete riceve la ricompensa e raccoglie frutto in vita eterna, cosicch chi semina gioisce con chi miete. In questo infatti vera la parola: uno chi semina e un altro chi miete. Io vi ho inviati a mietere ci che voi non avete faticato: altri hanno faticato e voi nella loro fatica siete entrati. Ora da quella citt molti dei samaritani credettero in lui per la parola della donna che testimoni: Mi ha detto tutte le cose che ho fatto. Quando dunque vennero da lui i samaritani lo pregavano di dimorare presso di loro; e dimor l due giorni. E molti di pi credettero per la sua parola. Ora dicevano alla donna: Non pi per il tuo parlare crediamo; noi stessi infatti abbiamo udito e sappiamo che costui veramente il salvatore del mondo. Messaggio nel contesto

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Se conoscessi il dono di Dio , dice Ges alla Samaritana. Le chiede: Dammi da bere perch lei stessa gli chieda: Dammi questacqua. Si tratta dellacqua viva: lamore del Padre e del Figlio, che Ges ha sete di donare a ogni sorella e fratello. Dopo lincontro nella notte con luomo della legge e quello senza luogo n tempo eterno come la promessa con il profeta, c lincontro meridiano con la donna di Samaria. Non solo una versione al femminile del medesimo cammino di fede. Se Nicodemo e Giovanni rappresentano litinerario di Israele, tipicamente religioso, la donna rappresenta quello pi universale, che parte dalla sete comune a tutti e dallacqua che la appaga. Anche chi conosce la legge e la profezia approda a Dio solo attraverso la sete dei suoi desideri pi profondi. Dopo il prologo, dove si fa lelogio della Parola (I,1-18), protagonista di fondo del racconto evangelico lacqua, origine della vita. Ma c acqua e acqua, come c vita e vita. C infatti unacqua stagnante, morta, e unaltra mossa dal respiro dellamore, che zampilla in vita eterna. Nel c.1 c lacqua del battesimo di Giovanni e quella del battesimo di Ges, nello Spirito; nel c. 2 si parla dellacqua delle purificazioni e del vino bello; nel c. 3 c la nascita dallacqua e quella dallo Spirito; ora, al c. 4, vediamo
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Ges e la donna che parlano di sete e di acqua; nel c. 5, alla piscina di Bethzath, abbiamo la guarigione di uno della moltitudine di essiccati, in attesa dellacqua prodigiosa, che torner in scena al c. 7, dopo il dono del pane. Insieme allacqua si parla anche di aria e di fuoco, di spirito e di luce. Cos luomo se non terra, impastata di acqua e vivificata dal soffio di Dio, che lha voluto simile a s, partecipe della sua gioia? Qual la sete delluomo, se non la felicit e la pienezza di essere con colui del quale laltra parte? Lincontro tra Ges e la donna avviene nella solitudine. Che Ges le parli, suscita meraviglia a lei stessa, oltre che ai discepoli (cf. vv. 9.27). Un maestro non parlava con una donna per strada; anche a sua moglie si rivolgeva solo nellintimit della casa. Al pozzo si va nelle ore fresche dellalba e del tramonto. Perch questa donna viene a mezzogiorno, quando sicura di non incontrare altre donne? Che acqua desidera nellora del caldo e della sete? La domanda che Ges le rivolge pare strana alla Samaritana. Suona come lavance di uno che vuole abbordarla. Ha capito bene. proprio linizio di un corteggiamento. Ai bordi del pozzo il padre Giacobbe aveva corteggiato Rachele (Gen 29,9ss; cf. Gen 24) e Mos le sette figlie di Reuel, per sposarsi Zippora (Es 2,10-22). Ma Ges, a differenza da loro, non esibisce forza e coraggio. Stanco e abbandonato sul pozzo, manifesta la propria debolezza. Ha sete anche lui, come la donna che viene ad attingere. Anche qui, come e pi che altrove, ogni parola, quando non allusione nascosta, equivoco palese. I fraintendimenti sono fondamentali per intendersi. Aprono infatti lorizzonte al diverso: se si disposti alla novit, i fra-in-tendimenti sono il principio dellin-tendimento-fra le persone. Non bisogna quindi averne paura: anche se possono provocare chiusura, in difesa o attacco, sono in realt luogo fecondo di intelligenza, di amore, di vita. Il testo inizia con un gioco di equivoci sullacqua (vv. 7ss). Oltre il pozzo con lacqua materiale, c quello della legge, la cui acqua la parola di vita. Ma c anche quel pozzo profondo che la donna e il suo cuore, che, a sua volta, rimanda a un mistero ancor pi abissale, da cui scaturisce ogni esistenza. Cos, oltre lacqua che soddisfa la sete fisica, c unaltra che la donna, pur avendo avuto sei uomini, ancora non ha trovato. lacqua della quale pure Ges ha sete: lamore tra Sposo e sposa. Gli equivoci, dopo lacqua, riguardano appunto i mariti e il marito (vv. 16ss); si trasferiscono in seguito sui vari luoghi e modi di adorare Dio (vv. 20ss), per raggiungere infine il cibo, la messe e il raccolto (vv.27ss). Acqua e pane, amore e Dio sono i bisogni fondamentali, luogo primo di fraintendimento e di intesa tra gli uomini. I vari temi sono intimamente connessi tra di loro, con un susseguirsi di immagini che si richiamano, in un ordine preciso dove quella che segue sviluppa quella che precede. Ogni equivoco sfocia in unulteriore comprensione delluomo Ges, riconosciuto prima come colui che d lacqua viva (v. 15), poi come un profeta (v. 19), in seguito come il Messia e Io-Sono (v. 26) e, infine, come salvatore del mondo (v. 42). La scena un incontro tra uomo e donna: stanno di fronte due desideri, ognuno dei quali sete dellaltro e acqua per laltro. Il tema iniziale, sviluppato poi con variazioni e richiami, quello dellacqua, simbolo primordiale materno, che d la vita. Ma la vita lamore con il quale il Figlio amato dal Padre e ama i fratelli. Come la donna non conosce questacqua, cos i discepoli ignorano il pane di cui egli vive. Come detto, questa donna non solo la versione femminile dellapprodo a Dio: piuttosto il modello di ogni esperienza di fede, come incontro personale damore con lAltro. La salvezza del mondo, che viene dai giudei, passa attraverso la legge e i profeti, ma, ancor pi profondamente e universalmente, attraverso la sete e lacqua, il desiderio di vita piena, comune a ogni uomo. Le figure e i simboli che entrano in gioco sono suggestivi e di per s eloquenti: la sete e lacqua, luomo e la donna, lo sposo e i vari mariti, il tempio in Spirito e verit e i vari templi, il cibo e la volont di Dio, la fatica della semina e la gioia del raccolto. Sono realt fondamentali che ognuno conosce e sulle quali ci si fraintende. Ognuno infatti ne ha unesperienza limitata e propria, diversa da quella dellaltro. La parola, che ci rende simili a Dio, sempre un po equivoca: con essa luomo d alla realt vari significati e li comunica allaltro. Se offro una rosa rossa a una capra, essa inequivocabilmente la mangia, senza dire alcuna parola che significhi qualcosa. Per noi invece, se non siamo ridotti a puri consumatori di cose e sensazioni, la questione ben diversa. Un botanico classifica la rosa, un giardiniere la coltiva, un fiorista la vende e un innamorato la dona alla sua donna. La quale, a sua volta, non la mangia n la
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classifica n la coltiva n la vende: ne gioisce come segno di ci che d luce alla sua esistenza. Quante diverse reazioni, e poesie, pu ispirare la stessa rosa! Il racconto una storia damore, un dialogo nel quale Ges vuol portare la donna a conoscere il suo dono. Lo Sposo in viaggio: viene da lontano, in cerca della sposa. Questa finalmente, che laveva abbandonato al crepuscolo del primo giorno, lo ritrova a mezzogiorno, allora sesta, lora quando tutto compiuto (cf. 19,30). Dopo essersi rivelato a Nicodemo ed essere stato accolto da Giovanni, il Figlio parte dalla Giudea: suo cibo fare la volont del Padre, che ama il mondo e lha inviato per salvarlo. Per questo continua la sua opera, donando a tutti lacqua viva che viene dai giudei abbondante come quella che scorre dove Giovanni lha riconosciuto come Figlio amato. Dalla Giudea lacqua viva, che genera dallalto e disseta tutti, passa ora sui monti della Samaria, infedele e idolatra, per raggiungere poi, a Cana di Galilea, un pagano (cf. vv. 43ss). Lalleanza nuova, il tempio nuovo e la legge nuova, di cui si parlato nei capitoli precedenti, trovano il loro compimento nel dono del Figlio. Il racconto un dialogo tra la Parola e lascoltatore, raffigurato dalla donna. Questa ha cambiato vari mariti, ma non ha ancora incontrato lo Sposo, di cui pure ha sete. E lo Sposo, sorgente dacqua viva, la incontra al pozzo. Numerose sono le allusioni allAT. In primo piano sta il profeta Osea, il quale dice che il Signore attirer e condurr nel deserto la sua sposa infedele, parler al suo cuore e le restituir il canto della sua giovinezza. Allora essa lo chiamer: Mio Sposo e dimenticher il nome degli idoli ai quali si prostituita. In quel tempo il Signore concluder unalleanza universale, come quella con No: lei conoscer il Signore e la sua terra dar abbondanza di vino, olio e grano. La non-amata sar finalmente amata; il non-mio-popolo sar chiamato dal Signore: popolo mio e gli risponder: mio Dio. Cos profetava Osea, in Samaria (cf. Os 2,16-25). Il racconto un cammino graduale che culmina nel riconoscimento del salvatore del mondo. Si apre con Ges, solo nellora sesta, affaticato dal viaggio e assetato, seduto sulla fonte. Lora, la fatica, la sete e il luogo richiamano la sua passione, quando dal suo fianco aperto sgorgher sangue ed acqua ( vv. 4-6). La donna viene al pozzo e Ges inizia il dialogo con lei: la sua sete dissetata quando la donna ha sete di quellacqua che lui ha sete di dare ( vv. 7-15). Quando essa si apre al dono, inizia il discorso sui vari mariti che la donna ha avuto e non l'hanno dissetata; anche quello che ha ora, mentre viene al pozzo, non suo sposo. Le parole di Ges sono un garbato accenno alle sue delusioni amorose. Lintento non denunciare, ma evidenziare una sete che niente pu soddisfare, se non il dono che Ges vuol farle ( vv. 16-18). La donna allora lo riconosce profeta e gli chiede come incontrare Dio, lo Sposo: dove lo si adora? Ges le annuncia che giunta l'ora, ed "adesso, in cui il Messia presente lui stesso che le parla! e inizia con lui il nuovo culto del Padre, in Spirito e verit ( vv. 19-26). La donna, ricevuta la rivelazione di Ges, abbandona pozzo e brocca, per correre in citt ad annunciare la sua scoperta ( vv. 27-30). Nel frattempo giungono i discepoli che si erano assentati per comperare cibo; Ges parla loro del suo cibo di Figlio, che lamore del Padre da portare ai fratelli. Ci che sta succedendo, la messe abbondante di samaritani che accorrono a lui, il frutto della sua missione ( vv. 31-38). Infatti le folle escono dalla citt verso il pozzo e trovano il dono: attingono alla sorgente dacqua viva e credono in lui, salvatore del mondo (vv. 39-42). Senza soluzione di continuit il dialogo passa dallacqua, che lamore, allo Sposo, che il Signore, al culto del Padre, che in Spirito e verit, e infine al vero cibo, che compiere la missione del Padre. Ges la sorgente dacqua viva, lo Sposo che cerca la sposa infedele per darle il suo amore. In lui si compie il vero culto: lamore verso il Padre, che alimenta quello verso i fratelli, senza distinzioni religiose, etniche o culturali. La Chiesa, come la donna di Samaria, trova in Ges lo Sposo che la riscatta dai suoi fallimenti e le dona il suo Spirito di Figlio, per amare il Padre e i fratelli. 2. Lettura del testo v. 4: Bisognava che lui passasse attraverso la Samaria. Per s non occorreva passare per la Samaria. Ges poteva seguire la via normale della Transgiordania, evitando questa terra infedele.
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Bisogna ha nel vangelo un significato teologico molto denso, in riferimento al Figlio innalzato (cf. 3,14.30; 9,4; 10,16; 12,34; 20,9), luogo in cui bisogna adorare il Padre (cf. vv. 20.24). La Samaria fa parte dellantico regno del Nord, eretico e scismatico. Si era separato ai tempi di Geroboamo, nel 930 a. C., ed era stato colonizzato dagli Assiri nel 722 a. C., evento che segn linizio di una religione sincretistica. Bisogna che lo Sposo passi per la Samaria, per incontrare la sposa perduta: bisogna che il Figlio vada incontro ai suoi fratelli lontani, per riportarli allunica famiglia del Padre. Il suo un viaggio missionario. v. 5: viene dunque in una citt, ecc. Sicar, probabile corruzione greca di Sichem, richiama linizio della storia della salvezza: il primo pezzo di terra promessa che il padre Abramo incontr; l, presso la quercia di More, costru un altare al Signore che gli aveva rinnovato le promesse (Gen 12,6s). Ma Sichem soprattutto legata a Giacobbe. Qui si parla del podere che egli aveva acquistato dopo lavventuroso incontro con Esa (Gen 33,19), il fratello che voleva vendicarsi di lui per la beffa subita circa la primogenitura. Ne aveva poi fatto dono a Giuseppe (Gen 48,22), il figlio amato, salvatore dei fratelli. Il ricordo di Giacobbe, padre delle dodici trib, un richiamo alla storia comune, prima di ogni divisione. Laccenno a Giuseppe suggestivo: Spogliate Giuseppe e troverete Ges. La sua storia di figlio, odiato a morte dai fratelli, che ristabilisce la fraternit infranta, anticipo di quella di Cristo. A Sichem, che richiama schekem, la spalla, parte prelibata dellanimale sacrificato, fu sepolto lo stesso Giuseppe (Gs 24,32) e fu rinnovata lalleanza, con la scelta di non abbandonare il Signore per servire altri dei (Gs 24,1428). Proprio su questo podere c lincontro tra lo Sposo e la sposa. Il pozzo, dove Ges e la Samaritana si incontrano, davvero profondo; profondo come una memoria antica, da cui zampilla la storia dei padri. v. 6: cera l la fonte. La fonte si parler poi di pozzo rende possibile la vita. luogo di incontri e scontri, di desideri e contese, di amori e guerre. Dal pozzo scaturisce e cresce la vita, che lacqua rende possibile: attorno ad esso nascono le abitazioni, passano le vie e sorgono le citt. La parola fonte invece di pozzo pu richiamare il miracolo attribuito da una leggenda rabbinica a Giacobbe, che fece traboccare lacqua dai bordi del pozzo. Inoltre si narra che Israele, pellegrino nel deserto, trov un pozzo, circa il quale il Signore dice a Mos: Raduna il popolo e gli dar lacqua. Allora Israele cant questo canto: Sgorga, o pozzo; cantatelo! Pozzo che i principi hanno scavato, che i nobili del popolo hanno perforato con lo scettro, con i loro bastoni. Poi dal deserto andarono a Mattana (Nm 21,16-18). La versione greca dei LXX invece di deserto legge: pozzo, e traduce mattana con dono. Gli Israeliti, possiamo dire, andarono dal pozzo al dono! Il Targum commenta che il pozzo sgorgava mentre Israele cantava; e seguiva il popolo, salendo con lui sulle montagne e scendendo nelle vallate, facendo il giro per laccampamento e abbeverando tutti, offrendosi a ciascuno allingresso della sua tenda. Paolo, alludendo a questa tradizione, dice che gli Israeliti nel deserto bevvero tutti la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo (1Cor 10,4). Il pozzo simbolo della legge, dalla quale sgorga la sapienza di vita. Nei tempi messianici, da Sion sgorgheranno acque perenni (Zc 14,8), dal fianco del tempio uscir un fiume immenso, le cui acque risaneranno il mar Morto e feconderanno di frutti perenni la terra (Ez 47,1-12). Se il pozzo la legge data a Mos, il dono lo Spirito di Ges, da cui riceviamo grazia su grazia (1,17). Nel dialogo tra Ges e la Samaritana c il passaggio dal pozzo al dono, dalla legge al vangelo, dalla fatica alla gratuit di ci che il Figlio offre ai fratelli. affaticato per il viaggio. bella questa presentazione di Ges come un uomo stanco e affaticato dal viaggio. Bisogna che il Figlio, inviato dal Padre, visiti i fratelli: in questa sua missione sperimenta fatica (cf. v. 38); una fatica mortale, che lo porter ad essere innalzato. sedeva cos sulla fonte. Ricorda Mos al suo arrivo nel paese di Madian, mentre il faraone cercava di ucciderlo (Es 2,15). In 1,51 Ges si identific con la scala di Giacobbe; in 2,21 con il santuario. Ora diventa, per sovrimpressione, la fonte del podere di Giuseppe, da cui i fratelli attingono salvezza: lui che pu soddisfare ogni loro sete (cf. 7,37-39). Il fiume, che purifica e vivifica tutti, scaturir dal suo fianco aperto (cf. 19,34).

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era circa lora sesta. mezzogiorno, lora in cui sar condannato a morte e inizier lultima fatica del suo viaggio (19,14). Qui al pozzo, come a Cana di Galilea, anticipata quellora in cui lacqua diventa vino per le nozze (2,4). E quellora adesso (v. 23), in cui si adora il Padre in Spirito e verit. v. 7: viene una donna dalla Samaria. Se Nicodemo venne di notte (3,2), questa donna viene nel cuore del giorno. Viene ad attingere acqua e trover la sorgente dacqua viva, che la far nascere dallalto e venire alla luce. Si dice che viene dalla Samaria, non dalla citt di Sicar: infatti simbolo di tutto il popolo samaritano. dice a lei Ges: dammi da bere. Come Giacobbe al pozzo corteggia la futura sposa (Gen 29,210), cos il Signore attira a s e seduce la sposa che ancora non lo conosce (cf. Os 2,16). Le chiede un favore: ha sete di essere accolto. La donna pu soddisfare il suo bisogno. Una volta accolto, lui stesso disseter per sempre la sete di chi venuto al pozzo. Lui assetato di dissetarla: la disseta con la propria sete di lei e si disseta con la sua sete di lui. Dalla sua fatica e dalla sua sete allora sesta scaturir lacqua che ristora tutti (19,28.34). Andando al pozzo come la donna, anche noi troviamo lui, la sorgente che ha sete di dare acqua, lamore che ha bisogno di amare e di essere amato. Chiedendo: Dammi da bere, mostra il suo bisogno, perch anche noi scopriamo il nostro e gli chiediamo: Dammi questacqua. Cos passiamo dal pozzo al dono. Linizio di tutto lumilt del Signore, che da sempre chiede alluomo di amarlo (Dt 6,4bss). Se lo amiamo, noi troviamo la nostra vita e lui dissetato. Ges, a differenza dei profeti, non esordisce denunciando gli errori; semplicemente mostra la sua sete. Inizia il suo approccio non partendo dai sensi di colpa o dalla paura della morte, su cui si imbastisce tanta religiosit oscura, ma dal desiderio solare di amore e vita, che lui ha e pure noi abbiamo, al di l delle nostre insoddisfazioni e fallimenti. v. 8: i suoi discepoli, ecc. I suoi discepoli sono assenti, per comprare cibo. Come c unacqua che la donna non conosce, c un cibo che essi non conoscono (v. 32) e che sar donato nel c. 6. Ges rimane solo con la donna: lincontro tra due solitudini, due seti che si scoprono. v. 9: come mai tu, che sei giudeo, ecc. La donna, con stupore, gli fa osservare che lui giudeo e lei samaritana. I giudei evitano i samaritani. Neanche si degnano di bere alla stessa brocca, per non contaminarsi. Inoltre gli fa notare che lei donna. Come mai questuomo non esige, ma chiede un favore? Che intenzioni ha? Cos pensa la donna, esperta di uomini. Il lettore, a sua volta, vede che latteggiamento di Ges supera le convenzioni e si pone ad un livello profondo, pienamente umano: esprime il suo bisogno. Gli steccati ideologici tra la donna e Ges saltano: si incontrano sulla sete, comune a tutti. Un dialogo, soprattutto religioso, falsato in partenza e finisce male, se parte da altri presupposti. v. 10: se conoscessi il dono di Dio. Ges provoca un salto di qualit nel dialogo. In Giovanni frequente il binomio conoscere/non conoscere. Questa donna, come tutti, non conosce il dono di Dio. C un inganno a proposito della nostra sete: tutti vogliamo la felicit che viene dallamore. Ma non un salario da guadagnare, come fanno le persone religiose che attingono con fatica al pozzo della legge. Lacqua vivente di cui abbiamo sete dono di Dio, Dio stesso che si dona: l'amore del Padre, che tanto ama il mondo da donare suo Figlio (3,16), perch in lui ognuno diventi figlio. La nostra sete appagata solo se conosciamo lamore del Padre per noi: uno vive e ama nella misura in cui si sente accolto e amato. Questo il dono al quale Ges cerca di aprire il cuore della Samaritana, perch glielo chieda. Solo cos pu darglielo. chi colui che, ecc. Chi le chiede da bere colui per mezzo del quale tutto esiste (1,1-4). Chiede ospitalit per dissetare la sua sete di darci la sua stessa vita. N il pozzo d lacqua vivente, n Mos d il pane del cielo, ma il Padre, che dona il Figlio (6,32). Per aprirci a questo dono necessaria da parte sua una fatica ben maggiore di quella che fece il padre Giacobbe per rotolare via la pietra che copriva la bocca del grande pozzo dove incontr Rachele (Gen 29,10). Sar la fatica pasquale della sua debolezza: rotolare via la pietra del sepolcro, che ci separa dalla vita (20,1). v. 11: Signore, non hai con che attingere, ecc. Ci chiediamo talora se Dio sia allaltezza di rispondere alle nostre esigenze; talvolta pensiamo che altri lo sappiano fare meglio di lui. La donna conosce la fatica di attingere dal pozzo profondo. Si chiede da dove venga lacqua che Ges promette. Ignora ancora che ci sono acque diverse, come nascite diverse: una dal basso, dal pozzo, e una dallalto, dal cielo. Lacqua vita; ma ci che generato da carne, carne, ci che generato dallo Spirito, Spirito (3,6 ).
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v. 12: sei tu forse pi grande del nostro padre Giacobbe, ecc. La donna ha il sospetto che Ges sia pi grande del padre Giacobbe. Conosce il dono del pozzo, ma non ancora quello, ben pi grande, di Dio come padre. Conosce lacqua che bevvero i figli e gli armenti di Giacobbe, non quella che bevono i figli di Dio. v. 13: chiunque beve da questacqua, avr sete di nuovo, ecc. Quanti bevono di me avranno ancora sete, dice la Sapienza (Sir 24,20). Se lacqua materiale estingue momentaneamente la sete, quella della legge d addirittura fame e sete inestinguibile: fame e sete di Dio. Solo lincontro con lui sazia e d vita, perch di fame e di sete si muore. C un desiderio delluomo che il mondo intero non pu colmare. Anche il tutto, una volta raggiunto, per lui ancora niente: Tutto vanit!. La molla del desiderio infatti un di pi aperto allinfinito; senza di essa il desiderio si estingue e cessa di essere tale. Questo di pi (in latino si dice magis) la maest (maiestas deriva da magis) delluomo, quel di pi qualitativo, incolmabile da qualunque quantit, che fa la differenza tra il desiderio e listinto, tra la specie umana e quella animale. Luomo un animale desiderante. E Ges venuto a ravvivarne desideri pi profondi, spenti dalle delusioni e dalle paure. v. 14: chi invece beve dellacqua che io gli dar, ecc. Il grande desiderio delluomo trovare la fonte che disseti la sua brama di vita. Vorrebbe possedere stabilmente questa sorgente di felicit e si illude che, usurpando il posto del Padre, possa disporre dellorigine della vita. Questo fece Adamo, questo fece Edipo, con il tragico risultato che conosciamo. Lunica possibilit di vivere accettare di essere ci che siamo e conoscere il dono del Padre: siamo suoi figli amati. la nostra essenza! Lessere figli e lessere amati non qualcosa che si possa rubare, o pagare, o mendicare. un dono: chi lo ruba lo nega, chi lo paga lo distrugge, chi lo mendica non lo trova. Abbiamo tutti una certa esperienza, anche se fugace, di questo dono: quella luce interiore che talora saccende e nessuno pu spegnere, quella felicit che sgorga dal di dentro, quella sorgente damore che trabocca dal cuore. Il tesoro che cerco gi dentro di me. Perch il mio io pi profondo la mia finestra su Dio, dove lui me pi di me stesso. Quando sono l, trovo una gioia che nessuno mi pu dare o togliere: sono alla sorgente della luce e della vita. Dice una regola fondamentale per discernere ci che si muove nel nostro cuore, che proprio di Dio dare gioia, ed proprio e solo di Dio dare gioia senza causa, senza alcun ragionamento o avvenimento che la produca. Quando sento tale gioia, perch sono l dove sempre dovrei essere. Questo luogo il mio cuore stesso, dove lamore rende presente lamato in colui che ama. qui che trovo ci che cerco e adoro Dio in Spirito e verit (v. 23). Qui infatti Io-Sono sta di casa e anchio sono me stesso. Altrove sono nellansia e nellangoscia; non mi sento al mio posto. Lacqua che Ges promette e dona lo Spirito, sorgente dacqua viva che scaturisce dal cuore di ogni uomo che conosce il Padre (cf. 7,37-39): lamore reciproco tra Padre e Figlio, la nostra comunione di vita con Dio. O voi tutti assetati venite allacqua, chi non ha denaro venga ugualmente. Perch spendete il vostro patrimonio per ci che non sazia? Porgete lorecchio e venite a me, ascoltate e voi vivrete. Io stabilir per voi unalleanza eterna (Is 55,1-3). A quanti hanno abbandonato lui, sorgente dacqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate che non tengono acqua (Ger 2,13), il Signore promette: Attingerete con gioia alle sorgenti della salvezza (Is 12,3). Oltre il pozzo della legge ridotta per la nostra inosservanza a cisterna, vuota come le idrie di Cana e come quella della donna i profeti hanno parlato di unacqua viva e pura: lo Spirito di Dio che rinnova (Ez 36,25-27), un amore ed una tenerezza infinita che fa tornare fedele la sposa infedele (Is 54,1-10) e rende i suoi figli teodidatti, istruiti da Dio (Is 54,13). Non c pi bisogno di attingere a un pozzo esterno: ognuno ha la fonte interna della conoscenza e dellamore, che lo rende capace di amare come amato. Questa la vita eterna, che zampilla gi ora. E lora adesso, quando incontriamo il Figlio che ha sete di darci lacqua vivente. Essa sgorgher dalla ferita damore di colui che abbiamo trafitto (19,34.37). v. 15: dammi questacqua, ecc. (cf. 6,34). La donna finalmente riconosce la sua sete di questacqua e la chiede in dono. Il dono non pu essere n prodotto n conquistato; pu solo essere desiderato. Anzi, il desiderio stesso il dono pi grande che Dio ci abbia fatto: scava in noi una voragine in cui lui pu riversarsi e che solo lui pu colmare. La donna, con questa domanda, soddisfa finalmente la sete di Ges, chiedendogli ci che prima non conosceva e che pure nel profondo presagiva. Ha capito
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che il suo vero bisogno Dio: Di te ha sete lanima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senzacqua (Sal 63,2). v. 16: va, chiama tuo marito, ecc. Ora c un cambio di registro: il gioco di equivoci passa dallacqua al marito. Il nuovo tema uno sviluppo del precedente. Infatti se lacqua lamore, lo sposo colui che ama la donna e che la donna ama. Ges vuol far scoprire alla donna chi lo Sposo, il cui amore lacqua che disseta. Lo Sposo delluomo Dio, in contrapposizione ai molti mariti nelle cui mani la donna caduta (cf. Os 1,2; 3,1; 2Re 17,29-32). I profeti hanno evidenziato pittorescamente i tradimenti della sposa, a sua volta sempre tradita (cf. Ez 16). La legge, che ci comanda di amare il Signore con tutto il cuore (Dt 6,4ss), denuncia il nostro prostituirci ai vari amori. I profeti per, a differenza della legge che commina la morte, annunciano il perdono (cf. Is 54). Anche se i samaritani considerano sacri solo i primi cinque libri della Bibbia e trascurano quelli sapienziali e profetici, possono constatare, con la donna, che la loro sete inappagata, che il loro desiderio di vita insoddisfatto. v. 17: non ho marito. La donna si vergogna della sua situazione e dice una mezza verit. Nonostante i vari mariti, la sua sete insoddisfatta; le manca lo Sposo, che soddisfi il suo desiderio di essere amata e di amare. bene dicesti, ecc. Infatti si prostituita ai vari idoli. Ges, prendendo la parte di verit della sua dichiarazione, glielo fa riconoscere. Per, a differenza dei profeti, non denuncia il suo errore; evidenzia invece positivamente linsoddisfazione della sua sete. vero: la donna, che viene con lidria al pozzo, non conosce ancora la gioia dello Sposo, pur avendola cercata dappertutto. Mentre i profeti denunciano il male nascosto, lipocrisia come fa anche Ges con coloro che si ritengono giusti , il Signore toglie quei sensi di colpa che bloccano chi si fatto male, leggendo la sua frustrazione come sete insoddisfatta di amore. v. 18: cinque mariti avesti, ecc. Ges, come profeta, le mette davanti i suoi amori precedenti, i cinque mariti che non lhanno appagata. Anche quello che ora ha, mentre viene al pozzo, non suo marito. La donna, secondo la legge, non aveva diritto di divorzio; era solo luomo che poteva ripudiare la sposa (cf. Dt 24,1-4). Quindi sono i vari mariti che lhanno sedotta e abbandonata. Essa non una prostituta: non colpa sua se i suoi mariti, in cui aveva riposto fiducia, lhanno tradita. anzi segno della sua dignit il fatto che essi non labbiano appagata e che lei non rinunci, pur tra tante delusioni, a cercare lacqua di cui ha sete. I vari mariti sono le varie realt in cui ha creduto di trovare ci che cercava. Il male non sta in esse, ma nel fatto di averle assolutizzate, facendone degli idoli. proprio dellidolo sedurre e deludere, promettere e non mantenere. Quali sono i vari idoli ai quali anche noi ci rivolgiamo per estinguere la nostra sete di felicit? Sono esattamente sei! il numero delluomo, fatto al sesto giorno, termine della creazione, per raggiungere il settimo, che Dio stesso. I primi due idoli corrispondono ai nostri bisogni animali: cibo e sesso, che diventano Cerere e Venere. Ci che dovrebbe mantenere e trasmettere la vita, diventato ci a cui immoliamo la vita. Dopo questi due mariti, i due secondi sono i nostri bisogni pi tipicamente umani: sapere e arte. Ma anche questi diventano Minerva e Marte. Infatti il nostro conoscere e agire sono finalizzati al dominio e scatenano una guerra generale, nella quale laltro il nemico, linferno. Ci che Dio ci ha donato per vivere da uomini, diventato causa di morte. Il quinto marito pu essere la constatazione che i primi quattro e il mondo intero che sotto il loro dominio non soddisfano: sono vanit delle vanit. Non resta che sposare il quinto marito: la disperazione, linfelicit, il nulla. La nostra epoca, almeno l dove ci sono pi cose che desideri, sembra lera del quinto marito, pi che dellacquario. Langoscia che proviamo conduce, spesso per vie traverse, al sesto marito: si cerca la vita nel pozzo di una qualche legge, per uscire da ci che promette vita e d morte. Ma nessuna legge lo Sposo. Infatti Ges dice alla donna che viene al pozzo: Chi hai adesso non tuo marito.. Solo Dio lo Sposo. Capacem Dei, quidquid Deo minus est non implebit: chi pu contenere Dio, non pu essere riempito da qualunque cosa che sia meno di Dio! La Samaritana invitata a scoprire la fonte della vita che siede sopra il pozzo: sopra la legge c colui che d la legge. La nostra vita amare lui (cf. Dt 30,20s). Solo alla sua luce tutto il resto ha la propria luce. Finisce cos il dramma delluomo, che cerca ovunque e non trova mai pace, sino a quando non incontra colui del quale sete.
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questa cosa vera hai detto. La donna approdata a riconoscere la realt: non ha amore, non ha marito. Ha sete di altro rispetto a quanto ha cercato e trovato. Ges le svela linsoddisfazione del suo desiderio: questa la sua verit profonda, che la apre a un salto di qualit nella sua ricerca dellacqua di cui ha sete. v. 19: sei profeta. La donna lo riconosce profeta perch le rivela la sua verit. A differenza per dai profeti, Ges ha dialogato con la donna con finezza, senza il minimo rimprovero. Si sa, i servi sono pi rozzi del loro Signore! Il riconoscimento di Ges come profeta serve per introdurre il tema del vero culto di Dio. infatti largomento pi caro ai profeti, che denunciano come prostituzione le varie forme di idolatria la peggiore delle quali il culto al vero Dio senza amore n per lui n per i fratelli Anche i samaritani aspettavano il profeta, annunciato da Mos (cf. Dt 18,15). v. 20: i nostri padri su questo monte adorarono. Per ben dieci volte nei vv. 20-24 esce la parola adorare. Adorare significa portare alla bocca e baciare: la comunione con loggetto del proprio desiderio, quasi la sua introiezione, per assimilarsi a lui. Luomo vive di ci che adora. Ladorazione ha a che fare con lacqua e con lo sposo, in quanto appagamento di quella sete che solo lo Sposo pu soddisfare. Il monte di cui la donna parla il Garizim, dal quale furono pronunciate le benedizioni su Israele (Dt 11,29; Gs 8,33). Esso rimase un luogo di culto anche dopo la costruzione del tempio di Gerusalemme. A maggior ragione lo divenne quando ai samaritani si imped di partecipare alla ricostruzione del tempio ordinata da Ciro (Esd 4,1-3). Come il Moira era diventato il monte di Sion, cos si era identificato il Garizim con Betel (vedi il Targum di Gen 28,17), dove Giacobbe vide la scala del cielo. il luogo dove bisogna adorare. importante dove luomo incontra e adora Dio: l ritrova se stesso, il suo luogo. La donna pone lalternativa tra i due templi, per lei antagonisti: Garizim e Gerusalemme. Ges, dopo aver precisato che il Garizim idolatrico e che la casa del Padre suo sta a Gerusalemme, dir il vero e definitivo luogo di culto: il nuovo tempio, dove bisogna adorare, il corpo del Figlio delluomo (2,21), che bisogna sia innalzato (3,16), perch scaturisca da lui lo Spirito e lacqua viva (19,34), che diventa in ciascuno di noi fonte zampillante di amore. Qui si adora in Spirito e verit ( v. 23). v. 21: credi a me, donna. Il termine donna significa sposa. Esce ben tredici volte in questo racconto. Qui, per lunica volta, Ges la chiama cos, indicando e provocando il salto di qualit che sta avvenendo nel loro rapporto. Questo appellativo misterioso in Giovanni. Cos Ges ha chiamato sua madre quando le chiese se non era giunta la sua ora (2,4) e quando, giunta lora, le affider il discepolo prediletto (19,26). Cos chiamer ladultera perdonata (8,10) e si far riconoscere dalla Maddalena nel giardino (19,26). viene lora, ecc. Lora del nuovo tempio, anticipata adesso (v.23; cf. 2,4.8) per la donna che incontra lagnello di Dio (cf. 1,29), fa cessare sia il culto idolatrico di Garizim sia i sacrifici di Gerusalemme: il tempio la casa del Padre suo (2,16), che diventa quella del Padre nostro, di noi che lo adoriamo. La casa del Padre il Figlio che dice: Chi ha visto me, ha visto il Padre (14,9). Al culto dei padri, Ges contrappone quello del Padre, che ormai si compie nel Figlio che si fa fratello di tutti. Il Padre lorigine della fraternit: per questo il suo vero culto il reciproco amore tra fratelli (13,34). v. 22: voi adorate ci che non conoscete. Voi sono i samaritani, che sono idolatri, perch adorano di che non conoscono (Dt 13,7). Inoltre non conoscono il Padre. La paternit di Dio infatti esposta piuttosto nei libri sapienziali e profetici, che i samaritani non leggono. noi. Sono i giudei. Ges giudeo e si identifica col suo popolo (noi), depositario della promessa per tutti i popoli. Il pi grande mistero di perversit della storia lantigiudaismo dei cristiani. Se tutti, Erode e Ponzio Pilato con le genti e il popolo di Israele (At 4,27), hanno ucciso il Messia, i cristiani, almeno quelli coscienti, sono persuasi di un peccato ancor pi grande: abbiamo sterminato il popolo messianico. A questo da aggiungere lo sterminio di tutti i poveri cristi della terra. Che dire delle discriminazioni di ogni tipo (il razzista non si considera uomo, perch si ritiene diverso dagli altri, che sono uomini), delle emarginazioni e ingiustizie crescenti che facciamo a cuor leggero, delle leggi di mercato che ci inventiamo e sposiamo a svantaggio dei poveri? Essi sono il corpo di Cristo! Infatti, ci che facciamo a uno solo dei suoi fratelli pi piccoli, lo facciamo a lui (cf. Mt 25,40).
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la salvezza dai giudei. Il Messia, che viene dai giudei (cf. Is 2,2s) e sar chiamato re dei giudei (12,13-16; 18,33-37; 19,19), per tutti: il salvatore del mondo (v. 42). v. 23: viene lora ed adesso. Lincontro con Ges, il Figlio, lora in cui uno pu entrare, se vuole, nella casa del Padre. Sembra che Dio ritardi a mantenere la sua promessa (cf. 2Pt 3,4). Essa invece sempre anticipata adesso , qui e ora, per chi accoglie il Signore. i veri adoratori. C adorazione e adorazione: uno pu ingurgitare la morte o accogliere il dono della vita. Si possono fare tante belle liturgie per tenere buono Dio e ottenere da lui soddisfazione dei propri egoismi, oppure celebrare il suo amore di Padre amando i fratelli. adoreranno il Padre. La nostra adorazione rivolta al Padre. Essa non pu essere che lamore del Figlio, che ama come da lui amato. in Spirito e verit. Lo Spirito lacqua viva, la sorgente che scaturisce in chi si accosta al Figlio (cf. v. 14; 7,37s), lamore che ci fa gridare: Abba (Rm 8,15; Gal 4,6). Questo Spirito ci d la verit nostra di figli e quella di Dio che ci Padre. Il cuore di chi conosce il Figlio il dove c la vera adorazione. Soltanto l luomo trova la pienezza di vita che desidera. Noi conosciamo tante adorazioni che non sono in Spirito e verit. Quanta morte e menzogna ci beviamo quotidianamente dalla televisione e dalla stampa la cui anima la pubblicit, intesa a catturare consumatori che a sua volta consuma, lasciandoli sempre pi aridi e avidi di vuoto. il Padre cerca. Il Padre cerca da sempre, e con quale fatica, tali adoratori: figli che vivano del suo stesso amore. Questa lunica acqua per la sete del Padre. Il nostro culto logico, conforme al Logos fatto carne, la nostra stessa carne, che vive in conformit allamore del Padre (cf. Rm 12,1s). Il nuovo culto non sar pi legato a un luogo particolare: nel dono del Figlio la conoscenza del Signore riempir la terra come le acque il mare (Is 11,9) e il suo nome sar grande tra le nazioni (Ml 1,11). v. 24: Spirito Dio, ecc. Dio Spirito significa che Dio respiro e vita, come amore e luce senza ombra. I suoi adoratori non si prostrano con sacrifici ed olocausti, ma si elevano a lui in Spirito e verit, come figli amati che sanno amare. Nellamore abbiamo comunione di vita con il Padre e i fratelli, nellunico Spirito che la vita di tutto. Questo il culto gradito a Dio. Il dialogo sul culto comincia con la domanda sul luogo in cui bisogna adorare e termina con la risposta di Ges che bisogna adorare in Spirito e verit. Il nuovo luogo di culto Ges (cf. 2,21), piena comunione tra Parola e carne, tra Dio e uomo. La nuova adorazione contrassegnata dal verbo bisogna, che richiama la necessit dellamore: dare la vita. v. 25: so che viene il Messia. Anche i samaritani, pur riconoscendo solo i primi cinque libri della Bibbia (Pentateuco), attendono il Messia, il nuovo Mos che porter a compimento ogni parola (cf. Dt 18,15). La donna quindi ormai aperta ad accogliere il Messia. Ges lha condotta a desiderare lacqua viva, lo Sposo. Ora pu rivelarsi. v. 26: Io-Sono. Questa espressione frequente in Giovanni sulla bocca di Ges, per rivelare la sua identit (cf. 6,35.41.48.51; 8,12.24.28.58; 10,7.9.11.14; 11,25; 13,19; 15,1.5). Dopo lIo-non-sono del Battista (1,20; 3,28), per la prima volta risuona agli orecchi di questa donna la grande rivelazione: IoSono. Richiama il Nome, manifestato a Mos (Es 3,14). che parlo a te. Chi il Messia, lo Sposo, il Signore? Io-Sono che parlo a te!. lapice dellincontro tra Ges e la donna. La Samaritana sta ascoltando la Parola stessa fatta carne che le parla. la medesima che anchio ascolto: ci che dice al suo cuore, lo dice anche nel mio, suscitando in me il desiderio che ha suscitato in lei. Anchio, come chiunque, posso scoprire Dio solo in questo bocca a bocca con lui, che parla con me da amico a amico. Non lo capisco ragionando o parlando di lui, ma parlando con lui e amandolo, come avviene con ogni persona. Per questo la vera teologia la preghiera; e la preghiera essenzialmente ascolto di colui che parla con me. v. 27: arrivarono i discepoli, ecc. Si interrompe lincanto: riappaiono i discepoli, assenti sin dallinizio. Si meravigliano, ma non chiedono nulla. Forse temono di disturbare il Signore, che solo con la sposa? Forse sono cos stupiti che non hanno nulla da dire. Certamente sono sorpresi che sia abolita ogni separazione tra fedeli e infedeli, tra uomo e donna. che cerchi, o: che dici con lei? I discepoli non gli chiedono cosa cerca o dice con lei. Ma proprio questo il mistero nel quale levangelista vuol portare ciascuno di noi: che cerca e che dice Ges con la donna? quanto cerca e dice con ciascuno di noi, attraverso quella parola che, in chi laccoglie, opera quanto dice (cf. 1Ts 2,13).
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v. 28: lasci la sua idria, ecc. La sua idria resta l vuota, come quelle delle nozze di Cana, che i servi colmarono di quellacqua e la Parola fece diventare vino bello (2,1ss). Come Rachele incontra al pozzo Giacobbe, cos la Samaritana incontra lo Sposo; e, come i primi discepoli, corre ad annunciare agli altri colui che ha incontrato (1,35ss). v. 29: venite, ecco un uomo. Non dice un giudeo, ma un uomo. Ecco luomo! dir anche Pilato al popolo (19,5). Luomo Ges il centro di tutto. La sua umanit rivela il nostro volto perduto del quale siamo in ricerca, il Volto del quale siamo immagine e somiglianza. Noverim me, noverim te: che io conosca me, che io conosca te! mi ha detto, ecc. (cf. v. 39). Ges profeta, perch le ha svelato i suoi errori e, soprattutto, la sua sete pi profonda, rivelandosi come lo Sposo che da sempre lha desiderata. Pi che mostrarle le sue mancanze, le ha donato ci che le mancava. Le ha detto quella sua verit che ancora non conosceva, le ha fatto scoprire lacqua che cercava e non trovava. che non sia il Cristo? Il Cristo, il Messia, colui che compie ci che ogni uomo desidera, lacqua che soddisfa la sua sete di felicit. Lei sa ormai chi questuomo; ma lascia che gli altri lo scoprano. v. 30: uscirono dalla citt e venivano a lui. lesodo dalla citt infedele per venire a lui. la prima messe abbondante della sua fatica. v. 31: Rabb, mangia. Con la donna si parlava di bere, ora di mangiare. Il cibo, come lacqua, mantiene la vita, ma non la vita. I discepoli ignorano quel pane che vita, come la Samaritana ignorava lacqua vivente. Invitano il Maestro a mangiare, come Mos al pozzo fu invitato da Reuel, che gli diede in moglie la propria figlia (Es 2,20s). v. 32: ho un cibo che voi non conoscete. Come d lacqua, cos il Figlio ha un cibo che d la vita eterna (cf. 6,48-51); come lacqua zampilla, cos questo cibo non perisce (6,27). v. 33: che qualcuno, ecc. Come la donna si interroga sullorigine dellacqua, cos i discepoli si chiedono da dove venga questo cibo. Pensano che si tratti di pane materiale, che qualcuno gli abbia portato. Il gioco degli equivoci si sposta ora dallacqua al pane. Lacqua simbolo materno; il pane, di cui si parler pi ampiamente al c. 6, piuttosto paterno. Infatti frutto di lavoro e relazione, collegato con il fare, la volont, la missione e il Padre. v. 34: mio cibo fare la volont di chi mi ha inviato. Se il cibo la vita, il cibo di cui Ges si alimenta lamore del Padre, che lo spinge verso i fratelli. compiere la sua opera. Al settimo giorno, Dio comp la creazione. Lopera del Padre donare se stesso: in questo dono si compie lopera del Figlio verso i fratelli. quanto Ges venuto a fare. Per questo lavora di sabato (5,17s): per farci dono del settimo giorno. v. 35: ancora quattro mesi, ecc. Il gioco di equivoci ora si sposta dal cibo alla semina e alla mietitura, lavoro che procura il pane. La messe materiale ancora lontana. La messe di cui Ges parla indica lultimo giorno, il termine della fatica, il fine della missione, la gioia del raccolto, in cui si compie lopera del Padre. Ma essa non ancora compiuta: tanti ignorano ancora il dono di Dio. ecco, vi dico, ecc. I samaritani, che vengono a lui attraverso i campi, sono visti come la primizia della messe futura. Lultimo giorno, lora, sempre adesso, quando si accorre a lui. v. 36: chi semina gioisce con chi miete (cf. Am 9,13ss). Il tempo di Ges insieme semina e mietitura: lui stesso seme che produce frutto (cf. 12,24), Parola che i discepoli semineranno per il mondo. la medesima Parola che incontriamo anche noi qui ed ora, ascoltando il suo dialogo con la donna. La semina, anche per noi, coincide con la mietitura: chiunque accoglie la Parola, gi gode del frutto di vita eterna. v. 37: uno chi semina, ecc. Chi semina sempre il Figlio, dono del Padre e seme di vita. Chi miete siamo noi, suoi discepoli, che raccogliamo il frutto e gioiamo con lui, che soddisfa la sua sete appagando la nostra. v. 38: vi ho inviati a mietere. Con Ges iniziato il tempo finale, quello della mietitura. In lui la nostra terra ha dato il suo frutto (Sal 67,7): la sua fatica e sete dellora sesta lo ha reso seme che germina vita per il mondo intero (12,24). Il ministero dei discepoli sar semplicemente mietere. A lui la pena della semina, a noi la gioia del raccolto. v. 39: molti dei samaritani credettero. il primo raccolto abbondante del vangelo. Gli empi, i samaritani, sono i primi che in massa accorrono alla sorgente dellacqua di vita.
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per la parola della donna che testimoni, ecc. (cf. Gen 24,29-31). Il primo livello della fede credere alla parola di chi testimonia ci che ha udito e visto. Ora, oltre il Battista, c pure la donna. Lasceta del deserto, preparato da una bimillenaria storia precedente e da una lunga fatica personale, testimone della luce quanto questa donna che va al pozzo a mezzogiorno e riconosce subito lo Sposo. Le basta il breve tempo che i discepoli impiegano per andare a comperare pane. v. 40: lo pregavano di dimorare presso di loro. Su loro richiesta, Ges dimora presso di loro. Con lui, il Figlio, scoprono dove stanno di casa. dimor l due giorni. In due giorni infatti il Signore ci far rivivere (Os 6,2). Sono i due giorni di semina, che richiamano il terzo giorno, del raccolto. v. 41: molti di pi credettero per la sua parola. il secondo livello della fede: dalle parole della donna che testimonia, si passa alla Parola di colui che testimoniato. Chi crede alle parole della donna fa la sua stessa esperienza: appaga la propria sete, sa chi e come adorare, incontra lo Sposo che dice: IoSono, che parlo a te e ha la gioia di comunicarlo agli altri. v. 42: non pi per il tuo parlare crediamo. La fede non solo credere come vere le parole che sono dette su Ges: incontrare lui stesso, presente nella Parola. Anche noi, attraverso la testimonianza di chi parla, udiamo la Parola stessa, che si comunica al nostro cuore. La fede non cieca: una proposta ragionevole, che risponde alla nostra sete, della quale possiamo verificare se soddisfatta o no. Una fede che si sottragga alla verifica dellesperienza non che illusione, come quella che prestiamo agli idoli. Questa s che davvero ostinata e cieca! sappiamo che costui veramente il salvatore del mondo. Il Padre ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio (3,16). Questi lagnello di Dio, che toglie il peccato del mondo (1,29). I samaritani, peccatori e infedeli, riconoscono che il dono del Figlio la salvezza del mondo. La sorgente dacqua viva, lamore del Padre, per tutti i figli, nessuno escluso, cominciando dai pi lontani. Nellaffermazione corale dei samaritani, per levangelista dovrebbe risuonare la voce del lettore che, grazie al suo racconto, ha partecipato al dialogo di Ges, solo con la donna sola. 3. Pregare il testo

a. Entro in preghiera come al solito.


b. c. d. Mi raccolgo immaginando il pozzo, fuori dalla citt di Sicar. Chiedo ci che voglio: che io conosca il dono di Dio. Contemplo le persone: chi sono, che dicono, che fanno.

Da notare: bisognava che passasse dalla Samaria Ges solo e affaticato dal viaggio, allora sesta, seduto sulla fonte la donna viene ad attingere Ges le chiede: dammi da bere come mai tu chiedi da bere a me se conoscessi il dono di Dio chi colui che ti chiede: dammi da bere il dono dellacqua vivente da dove viene la sorgente dacqua zampillante nella vita eterna dammi questacqua chiama tuo marito i vari mariti della donna il luogo dove bisogna adorare la salvezza viene dai giudei
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adorare il Padre in Spirito e verit Ges si rivela alla donna: Io-Sono, che parlo a te lannuncio della donna ai concittadini che vengono a Ges il vero cibo di Ges: fare la volont del Padre, compiere lopera sua la messe dei samaritani la nostra missione come gioia della mietitura, quella di Ges come fatica della semina non crediamo pi per il tuo dire sappiamo che questo veramente il salvatore del mondo.

4.

Testi utili

Sal 45; 63; 67; Gen 24; 29; Os 2,16-25; Nm 21,16-18; Cantico dei Cantici; 1Cor 10,1-4; Ap 21-22.

9. VA, IL TUO FIGLIO VIVE 4,43-54 4,43 44 45 Dopo due giorni usc di l per la Galilea. Lo stesso Ges testimoni infatti che un profeta non ha onore nella sua patria. Quando dunque venne nella Galilea lo accolsero i galilei, avendo visto tutte quante le cose che fece a Gerusalemme nella festa; anchessi infatti vennero alla festa. Venne dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove dellacqua fece vino. E cera un certo (ufficiale) regio il cui figlio era infermo in Cafarnao. Questi, udito che Ges era venuto dalla Giudea nella Galilea,
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and da lui e pregava che scendesse e guarisse il suo figlio; stava infatti per morire. Disse dunque Ges a lui: Se non vedete segni e prodigi, non credete per niente. Dice a lui (lufficiale) regio: Signore, scendi prima che muoia il mio bambino. Gli dice Ges: Va, il tuo figlio vive! Credette luomo alla parola che gli disse Ges e andava. Ora, mentre egli gi scendeva, i suoi servi gli vennero incontro dicendo che il suo ragazzo vive. Chiese dunque loro lora in cui era stato meglio. Gli dissero dunque: Ieri, allora settima, lo lasci la febbre. Conobbe dunque il padre che era quellora in cui Ges gli disse: Il tuo figlio vive! e credette, lui e la sua casa intera. Ora anche questo secondo segno fece Ges, venuto dalla Giudea nella Galilea. Messaggio nel contesto

1.

Va, il tuo figlio vive!, dice Ges al funzionario del re. E questi gli crede, sulla parola. Il racconto mostra che vivere credere alla Parola. Essa infatti vita di ci che esiste e ha il potere di generare figli di Dio quanti laccolgono (1,3b-4a.12s). Ges torna a Cana di Galilea, dove aveva fatto quello che fu il principio dei segni (cf. 2,1ss). Lo scopo della sua attivit far conoscere il dono di Dio: Dio che si dona alluomo. di ritorno dalla prima visita tra i suoi, a Gerusalemme, dove non lhanno accolto (1,11). Le istituzioni religiose rappresentate dallalleanza, dal tempio e dalla legge, di cui si parlato nei capitoli precedenti lo rifiutano. Le mediazioni di Dio sono infatti diventate fine a stesse: la promessa sostituisce il promesso, lalleanza lalleato, la legge lamore, il tempio Dio. In una parola: il segno si sostituito al suo significato. ci che i profeti da sempre hanno denunciato. Le istituzioni, sedimentazioni della cultura, sono un po come la tecnica: luomo lha inventata per difendersi dalla natura; ora il problema come difendersi da essa e dai suoi effetti indesiderati. La Parola, che genera dallalto chi laccoglie, nel brano precedente acqua zampillante: ora vita. Il dono di Dio, annunciato in Gerusalemme a Nicodemo, accolto a Salim dal Battista e a Sicar dalla Samaritana, ora si offre a un ufficiale regio, che sappiamo da Mt 8,5-13 e Lc 7,1-10 essere un centurione, ovviamente pagano. Ma Giovanni tace questo particolare, perch vuol completare il quadro dellaccoglienza che la Parola ha avuto in Galilea. Questo secondo segno, che levangelista narra (anche se ne conosce altri: cf. 2,23; 4,45), chiude un primo cerchio dellattivit di Ges, tutta incentrata sulla fede. Il dono della vita fisica, accordato al figlio, segno del dono della vita eterna, accordato al padre per la fede in Ges.
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La fede non chiede di vedere segni e prodigi; sa invece leggere il significato di quel segno che la Parola, scoprendo cosa dice, chi la dice e perch la dice. La Parola del Signore, per il funzionario regio che sa leggerla, certezza di vita. Anche noi, attraverso il racconto di ci che accaduto a lui, siamo chiamati a credere come lui, senza vedere il prodigio. Il vero prodigio che si narra quello della fede del padre: la vita restituita al figlio ne il riflesso speculare. Il funzionario del re come Abramo, nostro padre nella fede: la sua vita credere alla promessa del Signore. Il racconto ci mostra come anche noi, che non abbiamo visto il Signore come la Samaritana, possiamo incontrarlo direttamente attraverso la fede nella Parola. Questo racconto conclude la prima parte del libro dei segni e apre alla seconda, nella quale si compie lesodo definitivo, alla sequela di Ges. Per questo ci dar piedi per camminare (5,1-47), pane e acqua per vivere (6,1-71; 7,1-8,51), luce per illuminare le nostre tenebre e condurci verso la libert (9,110,21). Al rifiuto da parte dei capi del popolo (10,22-42), il Signore risponder con il dono della vita (11,1-54), che far a prezzo della sua morte (12,1-50). Si tratta del secondo segno, che specifica il significato del precedente, avvenuto pure a Cana (cf. 2,1ss). I due segni si illuminano a vicenda, dando un senso compiuto allopera di Ges: la Parola d il vino bello, lamore, e questo amore la vita stessa di chi laccoglie. I due racconti hanno una struttura simile: rispettivamente una madre e un padre presentano la situazione di un terzo (v. 47=2,3), Ges d un ordine che accolto (v. 50=2,7s), si constata il prodigio (v. 51s=2,9s) e ne consegue la fede (v. 53=2,11). Anche largomento simmetrico: Israele, la sposa di Dio senza vino e senza amore, corrisponde alluomo davanti alla malattia e alla morte. Tutti, con o senza legge, siamo privi della gloria di Dio (Rm 3,23)! Il tema di fondo poi il medesimo: Ges opera il prodigio del vino bello e della vita mediante laccoglienza della sua parola, il cui effetto produce la fede degli astanti, che vedono come la Parola viva ed efficace e opera ci che dice in chi crede (cf. Eb 4,12; 1Ts 2,13). Il passo parallelo di Mt 8,5-13 e Lc 7,1-10 (cf. anche il racconto della sirofenicia di Mc 7,24-30 e Mt 15,21-28) sottolinea la fede nella Parola: essa, anche a distanza e in assenza di Ges, fa ci che dice. Questo vale, ovviamente, anche per Giovanni. Egli ha per un punto di vista particolare: si pone dalla parte del lettore, che, come il padre, non vede il segno, ma crede al racconto di esso (vv. 51-53; cf. 20,30s). Di lui infatti si dice due volte che crede: prima da solo (v. 50), poi, dopo il racconto del segno avvenuto, con tutta la famiglia (v. 53). Giovanni quindi mette laccento sulla fede che viene dal segno raccontato: la Parola narra ci che Dio nel suo amore ha compiuto e compie anche per noi che gli crediamo. Mediante la fede, Ges, ormai distante nel tempo e fisicamente assente, presente e agisce ora. La fede non pretende di vedere segni e prodigi, per verificare se il Signore ci ama; crede invece al suo amore sulla sola Parola, che racconta i segni che gi ha operato. Questa fiducia la vita stessa delluomo. Parola e fede, amore e vita sono inseparabili, come, daltra parte, menzogna e diffidenza, infermit e morte. La fede lunico accesso alla Parola, che vita. Cosa avverrebbe alluomo se non potesse fidarsi di nessuna parola, neppure nel rapporto padre/figlio? da notare la pluralit di nomi con cui sono chiamati i due beneficiari dellintervento di Ges. Il funzionario regio, che ha il figlio infermo e prega (vv. 46.49), diventa luomo quando crede alla Parola (v. 50) e infine il padre quando il figlio guarito e lui crede in Ges (v. 53); linfermo/moribondo chiamato bambino (paidon = ragazzo o servo al diminutivo) dallufficiale regio (v. 49), ragazzo (pas = ragazzo o servo) dai servi (v. 51) e figlio dallevangelista e da Ges (vv. 46.47.50.53). Queste variazioni di nomi suggeriscono un cambiamento di realt: il funzionario del re diventa uomo e padre; il ragazzo, da servo, diventa libero e figlio. Infatti il male comune a tutti, origine di ogni altro, la cattiva relazione padre/figlio. La guarigione, che Ges venuto a portare, la fede, che fa passare da un rapporto di diffidenza a un rapporto di fiducia. La guarigione che avviene nel rapporto padre/figlio, segno di quella che avviene, per la fede nella Parola, nellufficiale regio nei confronti del Padre. Questo episodio come linizio e la fine della seconda parte del libro dei segni (cf. 5,1ss; 11,1ss) un contrappunto tra infermit/morte e guarigione/vita. Dalla Giudea e dalla Samaria, il dono del Figlio passa alla Galilea e si offre a ogni uomo che si confronta con i propri limiti, in termini di vita e di
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morte. Nessuno estraneo a Dio. Anzi, solo chi non accampa meriti pu ricevere ci che puro dono. Per tutti, vivere credere allamore con cui il Padre ama il Figlio: lo stesso con cui amato ciascuno di noi (cf. 17,23; 15,9). Conoscere questo la vita eterna. A Cana, da dove era partito, termina il primo viaggio della Parola. Si proposta al fariseo Nicodemo, al profeta Giovanni e agli infedeli samaritani, offrendo rispettivamente di rinascere, di riconoscere il Figlio di Dio e di incontrare il salvatore del mondo. Ora, allufficiale del re il re rappresenta ci che ogni uomo vorrebbe essere offre un modo nuovo di essere uomo, libero dalla malattia mortale che lo insidia: la mancanza di fiducia, che rompe il rapporto vitale padre/figlio. Ges, salvatore del mondo, dona la vita a chiunque crede in lui. La vita infatti aderire a lui, il Figlio amato dal Padre che ama i fratelli. La Chiesa ha la sua origine nellIsraele che, come il Battista, lo riconosce. In questa radice sono innestati tutti gli uomini, mediante la fede nella Parola. Il centurione come Abramo: figlio di pagani e padre dei credenti. Prototipo di ogni uomo che crede, lAdamo nuovo, guarito dalla diffidenza che a tutti procur la morte. 2. Lettura del testo

v. 43: Dopo due giorni. Sono i due giorni che Ges trascorre in Samaria (v. 40), dove giunto dalla Giudea. Il primo segno a Cana avvenne dopo tre giorni (2,1). Giovanni sincronizza con esso non la guarigione del figlio, che avviene appunto dopo due giorni, ma la fede del padre che, il giorno dopo, al racconto della guarigione del figlio fatto dai servi, credette con tutta la sua famiglia. Di essa facciamo parte anche noi, che come lui ascoltiamo il racconto fatto dallevangelista e da quelli che sono i servi della Parola. usc di l per la Galilea. In Samaria Ges si trova di passaggio: sta andando dalla Giudea alla Galilea (cf. vv. 3.47.54). v. 44: un profeta non ha onore nella sua patria (cf. Mc 6,4p). Per Giovanni la patria di Ges la Giudea, dove si concentrano le istituzioni di Israele. La Samaritana infatti lo chiama giudeo, e riconosce che la salvezza viene dai giudei (4,9.22). La Parola venuta nella sua casa; mentre samaritani e galilei la accolgono, i suoi la rifiutano (1,11; Ger 12,6-8). dolorosa lincomprensione dei familiari. Eppure, chi pretende di conoscere una persona, ne ignora il mistero pi profondo. v. 45: lo accolsero i galilei. Allostilit incontrata a Gerusalemme (2,18. 24s) si contrappone laccoglienza ricevuta in Galilea, dove preceduto dalla fama di ci che ha compiuto. v. 46: di nuovo a Cana di Galilea. Si sottolinea il ritorno a Cana per chiudere il racconto della prima attivit di Ges. L ha iniziato e i suoi discepoli, alla vista del segno operato dallascolto della sua parola, credettero in lui. Il vero prodigio sempre laccoglienza della Parola, principio di tutto. dove dellacqua fece vino. ricordato il primo segno per collegarlo con questo secondo. Ges, come rinnova lalleanza con Israele mutando lacqua in vino, cos rinnova lalleanza con ogni uomo mutando la morte in vita. cera un (ufficiale) regio. Nel testo c solo regio: un personaggio di corte, al servizio di Erode Antipa. un subalterno al potere, che insieme subisce ed esercita. il cui figlio era infermo. Non si tratta di un figlio: il figlio, unico. Come pu essere il figlio di un uomo di potere, se non mortalmente malato? il primo incontro tra il salvatore del mondo e un uomo di mondo. Ed il primo incontro tra Ges e il problema di ogni uomo: linfermit e la morte. Davanti ad essa, nonostante ogni pretesa, nessun potente ha potere: sperimenta limpotenza e riconosce la realt. Dopo il confronto con le istituzioni di Israele, ora c il confronto con luomo in quanto tale, alle prese con il suo problema, al quale cerca di rispondere con i mezzi che ha a disposizione. Per altro senza riuscirci. La cultura non altro che una macchina che luomo costruisce e che a sua volta costruisce luomo per esorcizzare il male e la morte. La constatazione del limite rappresenta quel principio di realt che d la vera conoscenza di s e apre allAltro. Si dice che il figlio in-fermo: alla lettera significa non sta in piedi (vedi in 5,3 la massa di infermi che giacciono presso la piscina). Davanti al male e alla morte, nessuno regge: tutti vacilliamo, cadiamo a terra e diventiamo umani, ossia humandi (= da mettere sotto terra) dalla piet altrui.
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v. 47: udito. La fede viene dallascolto (Rm 10,17) e ha sempre come oggetto la Parola. che Ges era venuto. Ges viene ovunque arriva la Parola, che risuona ovunque si parla di lui. and da lui. Noi possiamo andare a lui, perch lui viene a noi. Andiamo a lui mossi dal bisogno di vita, perch la Parola vita degli uomini. pregava. Il nostro rapporto con il dono il desiderio, che si esprime nella preghiera. Uno desidera ci che gli manca. La preghiera mette liberamente in comunione il desiderio e colui che pu soddisfarlo. che scendesse. Ges pregato di scendere da Cana a Cafarnao, che dista 26 Km, gi sul lago. Scendere non ha solo un senso geografico: indica la con-discendenza del Figlio, disceso dal cielo (3,13). e guarisse il suo figlio. Questuomo domanda, come chiunque, la salute, che conserva la vita mortale. Otterr invece la salvezza, che dona la vita eterna. stava per morire. la prima volta che il vangelo parla di morte fisica, limite ultimo delluomo. Egli avverte in s una contraddizione ineliminabile: desidera felicit e pienezza di vita, ma sa che la sua esistenza triste e breve (Sap 2,1), posta sotto lipoteca della morte. Per lui la vita lunica malattia incurabile, anzi mortale. Questa contraddizione il motore stesso della cultura; la quale a sua volta, invece di risolvere, esaspera la tensione tra desiderio e limite, a meno che si anestetizzi la coscienza delluno e/o dellaltro. Ma questo non mai un bene: distruggerebbe ci che rende umano luomo. Ci sar pure unacqua che soddisfi la nostra sete, una via duscita che dia alla nostra vita un fine che non sia la fine! v. 48: se non vedete segni e prodigi. Ges si rivolge non solo al suo interlocutore, ma anche a coloro ascoltano. Dietro il funzionario regio ci siamo tutti noi, che abbiamo il suo stesso problema e ascoltiamo ci che avviene. Segni e prodigi (cf. Es 7,3) unespressione usuale per indicare ci che il Signore ha compiuto per liberare il suo popolo. In quanto segni significano lamore di chi interviene, in quanto prodigi rivelano il suo potere. Il ricordo di essi il fondamento della fede e della vita di Israele. Ges rimprovera chi pretende un segno prodigioso e apodittico (cf. Mt 12,38sp). La fede non chiedere un cumulo di segni, ai quali attaccarsi idolatricamente: credere a Dio per quello che gi ha fatto e che la Parola racconta. Il ricordo di ci che ha compiuto nel passato, motivo sufficiente per credere qui e ora a lui e camminare verso il futuro. Lintento del vangelo di Giovanni dichiaratamente questo: Molti altri segni fece Ges in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti perch crediate che Ges il Cristo, il Figlio di Dio e perch, credendo, abbiate vita nel suo nome (20,30s). Chiedere altri segni, o condizionare la fede allesaudimento delle proprie richieste, significa non credere allamore di Dio per noi. La salvezza non la salute, la pienezza di vita non la rianimazione di un cadavere: la salvezza la fede che fa aderire a colui che la vita. Qui, come nel primo segno, Ges non rifiuta di intervenire; chiede per un salto di qualit: il prodigio non guarire nel corpo, ma credere alla Parola. v. 49: Signore, scendi. Lufficiale regio esprime il desiderio di ogni uomo: che il Signore scenda e il suo potere di vita fecondi la terra. La sua preghiera sar esaudita quando lui stesso, fiducioso nella Parola, scender verso il figlio (v. 51). prima che muoia il mio bambino. Lufficiale insiste. Chiede a Ges di intervenire prima che il bimbo muoia, per mantenerlo in vita. persuaso che finch c vita c speranza: chi imbocca la porta della morte, lascia ogni speranza. Non conosce ancora il dono di Dio: ignora che c una parola che vince la morte. Il figlio chiamato bambino, piccolo, che significa anche servo. Di fronte alla morte nessuno libero: siamo tutti piccoli e impotenti, anche luomo del re e lo stesso re. v. 50: va, il tuo figlio vive. Ges non scende a guarire: dice solo che il suo figlio vive. Ma il funzionario del re ha appena detto che il bambino sta per morire! la parola di Ges contraria allevidenza, oppure levidenza contraria alla realt? Ges non d prove; semplicemente dice ci che sa: vivere credere alla Parola, che d la possibilit di diventare figli di Dio. La guarigione che seguir sar il segno del cambiamento avvenuto nel padre: la sua fede far s che linfermit/morte del bambino/servo si trasformi nella nascita del figlio libero. credette luomo alla parola. Il funzionario ora chiamato uomo. Chi crede alla parola di vita non pi un funzionario del re, preso nellingranaggio mortale servo/padrone: diventato uomo. Davanti alla morte ha visto il limite di ogni potere; eppure non ha perso il desiderio di vita. La fede nella Parola
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gli d la sua umanit piena e lo fa risorgere: da funzionario, angosciato per la morte del bambino/servo, diventa un uomo, sicuro della vita del figlio. In Giovanni si parla della fede a vari livelli. C una fede idolatrica, che Ges non approva, sempre in cerca di segni e prodigi (v. 48); c una fede, iniziale o solo imperfetta, che crede perch vede, come i discepoli a Cana (cf. 2,11), o addirittura solo se vede, come Tommaso (cf. 20,25.29a); c finalmente la fede delluomo che crede alla parola (v. 51), senza vedere segni e prodigi, che diventa, subito dopo, un credere al racconto del segno (v. 53), aderendo alla persona di Ges senza, vedere (cf. 20,29b). A questa fede levangelista vuol portare il suo lettore. v. 51: mentre egli scendeva. lui, e non Ges (vv. 47.49), che scende verso il figlio, con la fede nella parola di vita. i servi gli vennero incontro, ecc. I suoi servi (in greco c schiavi) confermano quanto Ges ha detto: Il tuo figlio vive!. Questuomo, come prima ha creduto alla parola di Ges, ora crede alla medesima parola detta dai servi, che gli annunciano come si avverata. Crede sia alla parola che promette, fidandosi della sola promessa, sia alla parola che racconta il compimento della promessa, senza vedere n segno n prodigio. La fede, come viene dallascolto, sempre e solo fondata sulla Parola, che, raccontando la salvezza avvenuta, la dona a chiunque lascolta. Ed questa fede il vero prodigio, che ci mette in rapporto di fiducia filiale con Dio, liberandoci dalla menzogna che uccide la verit, sua e nostra. v. 52: chiese lora. il tema dellora, caro a Giovanni, gi uscito una prima volta a Cana (2,4). ieri. Rispetto ai due menzionati allinizio del racconto, siamo al terzo giorno, come nel primo segno di Cana (cf. 2,1). trascorsa quindi la notte da quando luomo ha incontrato Ges. Questa notte, illuminata dalla fede, conduce al terzo giorno, quello della risurrezione. Il segno avvenuto ieri produce oggi il prodigio del terzo giorno: la fede, che dona la vita a chi crede nel Figlio. allora settima. lora dopo la sesta (cf. v. 6!), quando inizia la glorificazione di Ges, innalzato sulla croce (19,14-16). La parola di Ges stata efficace allistante (v. 53). La fede in essa ha fatto passare dalla notte alla luce del terzo giorno questuomo, primizia dellabbondante frutto che produrr il seme deposto sotto terra (cf. 12,24). v. 53: conobbe dunque il padre. Questuomo ora diventa padre, perch, per la fede nella Parola, in cammino verso il figlio che vive. Ma anche nostro padre nella fede, come Abramo, il primo che credette alla promessa. Di lui anche noi ci riconosciamo discendenti (cf. Gal 3,6-14). Il rapporto padre/figlio segno del rapporto Dio/uomo, rotto dalla diffidenza. La fede lo ristabilisce, integro e sano. Dio torna ad essere ci che e noi ci che siamo: lui Padre nostro e noi figli suoi. Non pi un rapporto di violenza e schiavit, ma di amore e libert: non produce pi morte, ma d vita. era quellora in cui Ges gli disse. Lora della salvezza la stessa della parola di Ges: credere in lui vivere, ritrovare la propria identit, perduta, di figli. credette. Per la seconda volta si dice che il padre credette: prima alla parola di Ges (v. 51) e ora al racconto dei servi che gli parlano del prodigio avvenuto. , come gi detto, la fede che il vangelo propone al lettore. Il racconto di ci che avvenuto sufficiente per operare il miracolo della fede, senza vedere. Questa fede in Ges appunto il passaggio dalla morte alla vita. il miracolo che avviene al padre e al lettore che, come lui, crede alla Parola che racconta il segno. lui e la sua casa intera. Luomo non mai solo: un tessuto di relazioni, malate o sane. La fede nella Parola guarisce il rapporto padre/figlio. La casa il luogo primo dei rapporti, che condiziona gli altri. Essa guarita dalla fede, perch finalmente luomo ritrova la sua casa ed di casa con Dio. Lo stare insieme non pi un gioco di dominio/sudditanza, ma quello di una famiglia, dove si rispecchia tra le persone il rapporto che ciascuno ha con il Padre. La fede non ci fa diversi dagli altri: ci fa semplicemente casa, luogo vivibile e visibile, aperto a tutti gli uomini, generati dalla stessa Parola. Ora sia il padre che il figlio e i servi sono tutti fratelli nella fede. v. 54: ora anche questo secondo segno fece Ges. A Cana ci fu il primo segno che rivel la sua gloria; ora il secondo. Nel primo credettero i suoi discepoli, che videro quanto aveva operato la Parola tramite coloro che lavevano ascoltata. Ora un uomo crede direttamente alla Parola, anche senza vedere. Allora fu dato il vino bello, ora la vita. Giovanni, parlando del secondo segno, ribadisce il legame stretto tra il vino bello e la vita (cf. anche v. 46): credere allamore dello Sposo la vita delluomo!
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Dopo questo secondo, Giovanni non numera pi i segni. Questi due infatti contengono il principio e il fine di tutti gli altri, che credere in Ges per avere la vita. C unallusione al libro dellEsodo, quando il Signore opera due segni e dice a Mos, incredulo sulla riuscita della sua missione presso gli egiziani: Se non ti credono e non ascoltano la voce del primo segno, crederanno alla voce del secondo. Se non credono neppure a questi due segni e non ascolteranno la tua voce, allora prenderai acqua del Nilo e la verserai sulla terra asciutta: lacqua che avrai presa dal Nilo diventer sangue sulla terra asciutta (Es 4,8s). A chi non crede al segno dellamore e della vita, sar dato il misterioso segno dellacqua e del sangue (cf. 19,34)! 3. a. b. c. d. Pregare il testo Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando il cammino di Ges da Sicar a Cana e delluomo da Cana a Cafarnao. Chiedo ci che voglio: non estinguere il desiderio di vita e credere a Ges, sulla sua parola. Traendone frutto, contemplo le persone: chi sono, che dicono, che fanno.

Da notare: dopo due giorni un profeta non ha onore in patria di nuovo in Cana di Galilea lufficiale regio e il figlio ammalato la preghiera di venire a Cafarnao per guarire il figlio se non vedete segni e prodigi, non credete Signore, scendi prima che muoia il mio bambino va, il tuo figlio vive credette luomo alla parola scende e riceve la notizia che il ragazzo vive il giorno e lora della guarigione lo stesso in cui Ges parla credette, lui e la sua casa. 4. Testi utili Sal 27; Is 25,6-12; Mt 8,5-13; Lc 7,1-10; Mc 7,24-30; Lc 11,29-32.

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10. DESTATI, LEVA LA TUA BARELLA E CAMMINA 5,1-18 5,1 2 3 4 Dopo queste cose cera una festa dei giudei e Ges sal a Gerusalemme. Ora c in Gerusalemme, presso la (porta) Pecoraia, una piscina chiamata in ebraico Bethzath che ha cinque portici. In questi giaceva una moltitudine di infermi, ciechi, zoppi, disseccati [che aspettavano il movimento dellacqua. Infatti un angelo del Signore scendeva in certi momenti nella piscina e turbava lacqua: il primo che entrava dopo il turbamento dellacqua diventava sano da qualunque malattia fosse posseduto]. Cera l un uomo che si teneva nella sua infermit da trentotto anni. Ges, avendolo visto che giaceva e saputo che gi da molto tempo (se la) teneva, gli dice: Vuoi diventare sano? Gli rispose linfermo: Signore, non ho un uomo che, quando viene turbata lacqua, mi getti nella piscina; quando arrivo io, un altro scende prima di me. Gli dice Ges: Destati, leva la tua barella e cammina! E subito divenne sano luomo e lev la sua barella e camminava. Era sabato quel giorno! Dicevano dunque i giudei a colui che era stato curato: sabato e non ti lecito levare la tua barella. Ora egli rispose loro: Chi mi ha fatto sano, lui mi disse: Leva la tua barella e cammina. Gli chiesero dunque: Chi luomo che ti disse:
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Leva e cammina? Ora colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Ges infatti si era ritirato, essendoci folla sul luogo. Dopo queste cose, lo incontra Ges nel tempio e gli disse: Vedi, sei diventato sano! Non peccare pi, perch non ti avvenga qualcosa di peggio. Se ne and luomo e disse ai giudei che Ges colui che lo fece sano. E per questo i giudei perseguitavano Ges, perch faceva queste cose di sabato. Allora [Ges] rispose loro: Il Padre mio continua ad operare sino ad ora e anchio opero. Per questo dunque ancor di pi i giudei cercavano di ucciderlo, perch non solo scioglieva il sabato, ma addirittura chiamava Dio padre suo, facendosi uguale a Dio. Messaggio nel contesto

1.

Destati, leva la tua barella e cammina, dice Ges alluomo che giace sotto il portico della piscina, presso la porta Pecoraia, dove confluiscono gli animali da sacrificare nel tempio. Il miracolo avverr per opera dellagnello di Dio che porta il peccato del mondo (cf. 1,29). Questo infatti il sacrificio di Dio per luomo, che sostituisce il sacrificio delluomo per Dio. Il malato un uomo (v. 5), immagine dellumanit intera. Langue in mezzo a una moltitudine di suoi simili, tutti infermi, che non stanno in piedi. Sono ciechi e zoppi, che non hanno accesso alla citt santa (cf. 2Sam 5,8), se non come carne da macello. Incapaci di camminare secondo la Parola, sono una riserva di dannati che la legge esclude dalla vita e condanna alla morte. La loro condizione di disseccati, senza linfa vitale. Ecco luomo! (18,5). In questo carnaio entra la Parola di vita, diventata carne. La casa del Padre suo (2,16) sono ora questi fratelli. Ges il Pastore bello che viene a prendersi cura del suo gregge e guarire le sue pecore (cf. Zc 10,2s; Ez 34), comunicando loro il suo stesso rapporto con il Padre (10,1-21). Il cap. 5 da leggere come ununit articolata in quattro parti: una guarigione (vv. 1-9a) innesca una discussione sulla legge (vv. 9b-18), che culmina nella rivelazione del Figlio che d la vita e compie lopera del Padre (vv. 19-30), il quale d testimonianza per lui con le opere che gli fa compiere e con la parola delle Scritture (vv. 31-47). il secondo viaggio a Gerusalemme. Ora Ges non punta sul tempio, dal quale ha espulso gli animali da sacrificare (2,15). Si trova invece tra gli esclusi. Alla fine lui stesso, escluso e sacrificato (vv. 16-18), sar il nuovo tempio (2,18-22). Consideriamo insieme la guarigione e la discussione, perch stanno tra loro come segno e significato. Allinizio il testo parla di una festa dei giudei (v. 1), al centro del sabato (vv. 9-10) e, alla fine, delluccisione di Ges (v. 18). Sar questa la festa, nella quale dona a tutti la salvezza, simbolicamente descritta in questa guarigione. Con Ges, il Figlio che viene verso i fratelli, giunge il sabato: luomo, creato al sesto giorno e incapace di raggiungere il settimo, finalmente cammina verso la pienezza di vita che da sempre ha desiderato.
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Con questo racconto inizia il giudizio, gi accennato in 3,17ss: da una parte c il Figlio che d la vita ai fratelli che laccolgono, dallaltro ci sono i capi del popolo che gliela tolgono. Egli compie lopera di liberazione del Padre per i suoi figli. Ma alcuni di questi, e precisamente i capi, si oppongono, come il Faraone. Si prepara cos il nuovo esodo, che avverr nel cap. 6. Davanti allazione di Ges in favore delluomo, si posti nellalternativa tra accettare il suo dono o rifiutarlo in nome della legge, restando nella propria morte e uccidendo colui che, mentre gli rubiamo la vita, ce la dona. La sua croce sar il suo giudizio. Questo racconto sviluppa il precedente, dove Ges fa vivere uno che sta per morire (cf. 4,47.49); contemporaneamente d inizio alla seconda parte del libro dei segni, che culmina nella risurrezione di Lazzaro (cf. 11,1ss). La vita che vince la morte la nota dominante del vangelo. Luomo che Ges ha davanti uno che da sempre non sta in piedi; si tiene il suo male da trentotto anni, in unesistenza inerte e mezza morta. A guarirlo non sar lacqua della piscina, simbolo della natura, n lacqua del pozzo di Giacobbe, simbolo della legge. Lacqua viva, il dono di Dio, sar lamore del Padre verso il Figlio, che lo stesso del Figlio verso i fratelli. Questuomo, come tutti, sa di essere destinato alla morte. La Parola gli dona di guarire da quella malattia mortale che la vita. Il lavoro di Dio si compie proprio in questopera: il sabato, festa di Dio e delluomo che si ritrovano insieme. Origine di questa condizione inferma un peccato (v. 14), imprecisato ma dichiarato. Il peccato la separazione delluomo dal suo principio e dal suo fine. La legge, che distingue vita da morte, non fa che evidenziarlo. Anzi, induce nel peccatore una rassegnazione al male, che gli fa dire: Non pu essere che cos, Meglio non essere nati!. La vita non che un albero secco, sul quale crescono funghi velenosi. Chi invece si crede giusto, semplicemente un cieco che crede di vedere (9,41). Il male del popolo la rassegnazione, quello dei capi la cecit. La discussione che segue il miracolo riguarda linterpretazione della legge, di cui il sabato simbolo. Tutto per noi questione di interpretazione: luomo linterpretazione che d di s e del mondo, di Dio e della legge. La legge in s buona: mostra il bene e condanna il male. Siccome per tutti siamo peccatori, essa colpevolizza chi sa di peccare, facendolo sedere nella morte, e accieca chi non sa di peccare, imprigionandolo nellautogiustificazione. In ambedue i casi la legge interpretata come qualcosa di assoluto, al quale si sacrifica luomo. In questo senso la legge diventa per-vertita, volta in direzione contraria alla vita, ed per la morte; e i suoi custodi hanno solo il potere di rendere luomo schiavo, come loro. Ges ci libera dal male e dalla colpa, restituendo alla legge il suo senso positivo, a Dio il suo volto di Padre e a noi il nostro di figli. A questa sua interpretazione si oppone quella dei capi, che ne hanno fatto la garanzia del proprio dominio sugli altri. La conversione pi difficile il passaggio dalla legge al vangelo (cf. Fil 3,1ss), dal peccato al perdono, dalla colpa alla riconciliazione, da ci che noi facciamo per Dio a ci che Dio fa per noi, da ci che vorremmo essere a ci che siamo che molto meglio: siamo infatti figli di Dio! Questa conversione credere allamore che Dio ha per noi (1Gv 4,16), che ci fa passare dalla morte alla vita. Nel testo ricorre cinque volte sano (vv. 4.6.11.14.15: in Gv solo qui e in 7,23, in riferimento a qui), una volta guarire (v. 13) e curare (v. 10); cinque volte levare la barella e camminare (vv. 8.9.10.11.12), e cinque volte uomo (vv. 5.7.9.12.15). Lo scenario prima la cisterna, piena di infermi, ciechi, zoppi e disseccati, poi il tempio. Sullo sfondo c lacqua, morta o turbata, del grande serbatoio, come nel cap. 4 cera lacqua del pozzo in contrapposizione allacqua viva. Lazione di Ges curare e guarire luomo, in modo che diventi sano, capace di camminare e levare la barella, dalla quale prima era portato come prigioniero. La cornice la festa, il sabato: la pienezza di vita di cui priva lumanit che sta ai bordi della piscina presso la porta delle Pecore. Ges riporta alluomo la sorgente dacqua viva dalla quale si era allontanato (cf. Ger 2,13). Lattesa o leventuale rinvio della morte, che ci paralizza per tutta la sua vita (Eb 2,14s), diventa capacit di camminare nella libert. Chi giaceva, ora si leva, sbloccato dal rigore cadaverico, mimesi della morte che teme: risorto e torna ad essere viator, in cammino. E qual il cammino delluomo, abitato da un inquieto desiderio che gli ruba il cuore e gli pone il suo centro fuori di s? Il testo ricco di simboli e allusioni, che saranno evidenziati nella lettura.
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Ges il Figlio che guarisce lumanit delluomo. Nessun elemento naturale e nessuna legge religiosa, n lacqua della cisterna n quella del pozzo, ma solo lacqua viva, che egli dona, appaga la sete di vita propria di chi cosciente di morire. La Chiesa si riconosce in questuomo, che giace presso lacqua. E sa che la sua salvezza viene dal Figlio, che d la vita a chi ascolta la sua parola. 2. Lettura del testo

v. 1: Cera una festa dei giudei. Non si specifica quale, a differenza di altre volte (cf. 2,13; 6,4; 7,2; 10,22; 11,5). Si dir poi che sabato (v. 9). Alla fine si parler delluccisione di Ges. Questa festa dei giudei, che in Giovanni sono i capi del popolo: non la festa del popolo, ma dei gelosi custodi della legge e del tempio. Ges sal a Gerusalemme. Era gi salito una volta per la Pasqua (2,12ss). Salir clandestinamente per la festa delle Capanne (7,2.10); ci torner per la festa della Dedicazione (10,22) e poi, per lultima volta, quando sar la sua Pasqua (cf. 12,12).

v. 2: la (porta) Pecoraia. il nome di una porta (cf. Ne 3,1), da dove entravano gli animali per il sacrificio del tempio. Sono le pecore e i buoi che Ges aveva espulso nella sua prima visita a Gerusalemme (2,14s). Il Signore viene a prendersi cura del suo gregge (cf. Zc 10,2s; Ez 34). Il Pastore bello, che conduce le sue pecore fuori dai recinti, perch possano avere la vita (cf. 10,1ss), anche la porta delle pecore (10,7). Infatti il Figlio, lagnello che sostituisce le vittime del tempio: attraverso di lui abbiamo accesso diretto a Dio.
una piscina. un grande serbatoio a nord del tempio, presso la porta Pecoraia, che raccoglieva anche le acque piovane del tempio. chiamata Bethzath. La seconda parte del nome varia nei codici. Il suo significato, incerto, pu essere: casa delle due fonti o degli olivi, delle pecore o della misericordia, del fosso o nuova, secondo la lezione che si sceglie e come si interpreta la seconda parte del nome.

cinque portici. Quattro portici sono ai lati e uno al centro, che taglia in due la piscina. Nel numero cinque i Padri vedono lallusione ai cinque libri della legge che racchiude lumanit peccatrice, esclusa dalla vita. I portici richiamano quelli del tempio, dal quale sono fuori.
v. 3: giaceva una moltitudine di infermi. una massa di umanit che giace, come animali al chiuso. Sono in-fermi: non stanno in piedi. Hanno perso la posizione eretta, da interlocutori di Dio. Ripiegati sulla terra da cui vengono e a cui tornano, non si alzano pi verso di lui. In questa seconda venuta a Gerusalemme, il tempio, casa del Padre, sostituito da questi fratelli infermi; nellultima sar sostituito dalla carne di Ges, tempio distrutto e riedificato in tre giorni.
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ciechi, zoppi. Sono le infermit delluomo che non cammina secondo la legge: la Parola non lampada ai suoi passi e luce al suo cammino (cf. Sal 119,105). Chi non vede e non sa dove andare, non pu camminare. Ciechi e zoppi hanno il divieto di entrare nella citt di Davide (cf. 2Sam 5,8). disseccati. Questi infermi ai bordi della piscina sono secchi: non hanno pi quella linfa vitale che viene dallo stare ritti, dal vedere e camminare alla luce della vita. Sono tralci secchi (15,6), legno secco (Lc 23,31), come la mano secca delluomo nella sinagoga (cf. Mc 3,1). Richiamano il popolo di ossa aride e secche (cf. Ez 37,1-14). aspettavano il movimento dellacqua. Lacqua, simbolo di vita, si muoveva di tanto in tanto, quando si aprivano le chiuse per riempire la piscina. Ora morta e stagnante. Luomo spera sempre in un moto, un cambio di situazione, una sollevazione o una rivoluzione che ravvivi la sua esistenza. Peggio di cos non pu essere; se qualcosa si muove, non pu essere che meglio. Questa parte del versetto e tutto il v. 4 mancano in molti manoscritti. Per s sono necessari per capire il v. 7, che dice perch quella gente l. Si tratta di unomissione per non indulgere a pratiche terapeutiche superstiziose, oppure di unaggiunta per spiegare il v.7? v. 4: un angelo del Signore, ecc. Negli scavi di questa piscina sono stati trovati degli ex-voto. Essa era diventata un luogo di culto pagano, dedicato a divinit curatrici. Da sempre luomo ha cercato da Dio la salute. Ma lacqua, anche se terapeutica, non d la vita; semplicemente mantiene o migliora la vita che c. La quale resta per sempre malata di morte. E non c rimedio che la curi, neppure lacqua della piscina. Con tutto ci che si inventa o immagina, luomo trova solo acqua, che sempre turbata dalla paura della morte (cf. Eb 2,14). Se per caso qualcuno guarisce, solo per breve tempo: rimane comunque votato alla morte.

Il dono della vita, che luomo desidera, non pu venire da questacqua turbata, come neppure dal pozzo; viene da Ges, Parola diventata carne. Dio vita: la comunione con lui la nostra vita (cf. Dt 30,20). v. 5: cera l un uomo. Nella massa si evidenzia un uomo. luomo! si teneva nella sua infermit. Questuomo si tiene nella sua condizione di nonstare-in piedi. legato dal suo male ed legato ad esso, ne custodito e lo custodisce: se lo cura e coccola, facendone la sua identit. Ges parler di peccato (v. 14). Non si tratta di peccato personale, ma di una situazione di peccato, di uneredit che riceviamo e trasmettiamo, aumentandone il capitale. La stessa legge, in una situazione di male, non pu che portare o alla rassegnazione o allautogiustificazione. Se i capi si autogiustificano, il popolo si rassegna. Ognuno solo con il suo male (cf. v. 7: non ho un uomo), escluso dalla festa, consegnato a quello che ritiene essere ormai il suo destino. Pu accedere al tempio solo come vittima, espiando i suoi sensi di colpa e alimentandoli ulteriormente lespiazione il miglior combustibile per il fuoco della colpa. Il sabato non per lui gioia e riposo: solo divieto, come tutta la legge (cf. v. 10: non ti lecito). La sua vita subire il male. I capi, invece, credono di far festa perch custodiscono i divieti della legge e li impongono agli altri. I capi sono vittime del sadismo, i sudditi del masochismo. da trentotto anni. Mancano due anni per fare quaranta. Quarantanni una generazione, una vita. Dt 2,14-17 parla dei trentotto anni di deserto per quelli che uscirono dallEgitto e perirono senza raggiungere la terra promessa (Sal 95,10 e Nm 32,13 parlano di quarantanni). Questuomo, come tutti, nato per morire e attende la morte con la frustrante speranza di unirraggiungibile acqua miracolosa. Sta per morire e Ges viene prima che muoia (cf. 4,47.49). v. 6: Ges, avendolo visto, ecc. Locchio del Padre verso il Figlio e quello del Figlio verso il fratello infermo. Ges sa che luomo cos: lo sa perch la Parola eterna di Dio, lo sa perch carne come ogni carne.
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vuoi diventare sano? La domanda non superflua. Questuomo un malato cronico, nel quale si spento il desiderio di vita. Ma il desiderio la mano per ricevere il dono. Nella donna di Samaria Ges risveglia il desiderio dellacqua viva, in questuomo malato quello di una vita sana, alla quale ha rinunciato. Questo il suo peccato: la mancanza di speranza! Dio amore e vita, dono che si comunica: ognuno ne riceve nella misura in cui lo vuole. Luomo privo di desideri morto come uomo: resta immobile e non va da nessuna parte. Il desiderio segno di qualcosa che manca, ma che necessario, come la luce per locchio, che diversamente si atrofizza. A differenza di Maria (cf. 2,1ss), del padre (cf. 4,46ss) e delle sorelle di Lazzaro (cf. 11,1ss), questuomo non chiede nulla a Ges, come il cieco di 9,1ss. infatti facile vedere il male e desiderare il bene dellaltro, mentre difficile vedere il proprio e volerne essere liberi. Il male altrui deforme, il proprio invece considerato conforme alla propria identit personale: Son fatto cos!. v. 7: non ho un uomo, ecc. Questuomo non ha nessuno. Il suo bisogno lha chiuso nella solitudine. Sta ai bordi della piscina, senza mai entrarvi nel momento giusto. Come in un cattivo sogno, arriva sempre troppo tardi. Eppure continua a star l, facendo il gioco del perdente, sapendo in anticipo che tutto illusione che finisce in delusione. Sta l in modo coatto: lhanno messo l gli altri. gli dice. Ges agisce con la Parola. Essa allorigine disse: Sia la luce; e la luce fu. destati. La Parola, come crea, cos ricrea: risveglia luomo morto e gli rid vita (vv. 21.25). v. 8: leva la tua barella e cammina (cf. Mc 2,1-12). Questa espressione il centro del racconto e della disputa: se ne parla cinque volte (vv. 8.9.10.11.12), come cinque sono i portici della piscina e i libri della legge. Il letto, per un sano, luogo di riposo; la barella, per lammalato, luogo di contenzione. Questa barella, dove giace linfermo, simbolo della legge: lo tiene prigioniero come trasgressore e lo conduce alla porta Pecoraia, fuori dallacqua e dalla festa. Ora luomo la pu portare, camminando sino al tempio, dove Ges lo ritrova. Se prima era morto, ora vivo e risorto, perch cammina, vive secondo la Parola. Se prima era bloccato, ora capace di portare liberamente ci che prima lo portava come prigioniero. La legge infatti, come porta alla vita chi la custodisce, cos tiene in carcere chi trasgredisce. v. 9: divenne sano. Risorgere, osservare la Parola e camminare davanti a Dio: questa la vita sana, libera dal veleno che il diavolo ha inoculato in chi gli ha prestato ascolto (cf. Sap 1,12-15; 2,24). quanto la Parola dona alluomo che non osava pi sperare. era sabato quel giorno. Quando ci avviene, sabato, compimento della creazione e pienezza di vita. Ges, Signore del sabato, giorno del Signore, venuto a portare alluomo il sabato di Dio. Perch il sabato fatto per luomo (cf. Mc 2,27). v. 10: dicevano dunque i giudei. Questi giudei sono i capi, interpreti della legge, controllori del sabato, espressione massima degli obblighi della legge. sabato e non ti lecito, ecc. Non importa loro che luomo sia risorto e cammini. Occupati a dichiarare quanto non lecito fare di sabato, non intuiscono che levare la barella non una trasgressione, ma il simbolo stesso dellosservanza della legge. Ci sono due modi opposti di intendere la legge: come divieto e condanna, oppure come custode della vita e della libert delluomo (cf. Gen 2,16s). Il primo quello di Adamo, che fin dallinizio ascolt la menzogna del serpente. Il secondo quello voluto da
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Dio, che ama luomo di amore eterno (cf. Ger 3,3) e perdona, come un padre fa con il figlio. Questo il senso originario della legge, al quale Ges ci riporta: non luomo per la legge, ma la legge per luomo. Le due diverse interpretazioni hanno come risultato due opposti modi di vivere. Non solo una volta, ma ancora oggi, nel nostro villaggio globale, il futuro delluomo dipende da come interpreta la legge, se stesso e Dio. Comunque, al di l di ogni osservanza o trasgressione, la sua umanit si gioca nel fare come Ges, che si prende cura del fratello pi debole. v. 11: chi mi ha fatto sano, ecc. Dinanzi ai custodi della legge, lex malato risponde che c un uomo che lo ha fatto sano; cosa che essi trascurano, perch non sono interessati alluomo, ma alla legge. Proprio ascoltando la sua parola (lui mi disse) e non quella della legge (non ti lecito), in grado di levare la barella e camminare. v. 12: chi luomo, ecc.? Chi costui che sta sopra la legge e pone luomo sopra ogni legge? Si arroga il potere di Dio: una bestemmia (cf. Mc 2,1-12p)! v. 13: non sapeva chi fosse. Questuomo non conosce Ges. Il prodigio non ancora letto come segno. Ges infatti si era ritirato, essendoci folla. Ges evita la prevedibile ressa di altri infermi in cerca di guarigione. Non vuol ripetere il prodigio; vuole invece che se ne colga il valore di segno. Ha guarito uno solo per indicare ci da cui vuol guarire tutti: non da una malattia qualunque, ma da quel male di vivere che lidea che abbiamo di noi stessi, di Dio e della legge. Ges non venuto per dare alla Samaritana lacqua che pu trovare al pozzo, n per dare alle folle pane che perisce (6,26). Non venuto a dare salute, ma salvezza. Questa salvezza la comunione con Dio, che ci fa passare da una vita morta alla condizione di suoi figli (cf. v. 24). v. 14: lo incontra Ges nel tempio. Come prima lha visto alla Pecoraia, ora lo incontra nel tempio. Ma non come pecora da macello. Infatti lha preceduto lui stesso, che presto decideranno di uccidere, vero agnello che libera il mondo dal suo peccato. La sua Parola lha fatto camminare fin l, portando da sano la sua barella che prima lo portava da malato. Il tempio, casa del Padre, ora il fratello vivo e risorto, come prima era il fratello malato e peccatore. non peccare pi. Sembra strana questa affermazione, cos diversa da 9,3. Qui Ges pone un rapporto tra il peccato e la malattia: secondo lui, lorigine di questa infermit un peccato, che egli ha perdonato (cf. Mc 2,5). Il testo sembra suggerire quale il peccato: il non voler guarire, la rinuncia al desiderio di vita, la disperazione cupa sul futuro, che fa vivere come normale lesclusione dalla festa, come se Dio fosse cattivo e godesse della morte delluomo (cf. Ez 33,11). Questo peccato consiste nel porre la legge, che condanna e punisce, al posto di Dio che giustifica e perdona.
perch non ti avvenga di peggio (cf. Lc 11,24-26; Eb 6,4-8). meglio giacere a terra infermi che precipitare dallalto. v. 15: se ne and luomo, ecc. La sua, probabilmente, non una delazione, ma una testimonianza su Ges, che pu essere accettata o rifiutata. disse ai giudei che Ges colui che lo fece sano. Ges significa Dio salva. v. 16: per questo i giudei perseguitavano Ges (cf. Mc 3.1-6). Comincia lo scontro diretto tra Ges e i capi del popolo. in gioco linterpretazione della legge, il rapporto tra uomo e Dio: questione di vita o di morte.

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v. 17. rispose. Invece del solito apekrthe (cf. vv. 7.11), qui Giovanni usa la forma apekrnato, che esce nel processo davanti al sinedrio (cf. Mc 14,61; Mt 27,12 e Lc 23,9). Inizia qui il giudizio contro Ges, nel quale si riveler come il Figlio. gi lanticipo del punto di arrivo. il Padre mio. Qui Ges enuncia il tema della rivelazione del Figlio e della sua opera, di cui si parler immediatamente dopo (vv. 19-30). Ges chiama Dio Padre mio (cf. 2,16). Padre indica non solo relazione di nascita, ma anche di amore, che si esprime nel fatto che Padre e Figlio sono uniti nel capire, volere e agire. continua ad operare sino ad ora. Dio sempre allopera nella creazione, per condurla al settimo giorno, nel quale si dice che comp il suo lavoro e ripos (cf. Gen 2,2s). Ma allora il settimo giorno Dio comp il lavoro o ripos? In realt il suo riposo compiere la sua opera, che introdurre luomo nel proprio riposo. Ges agisce di sabato non per dispetto verso le autorit. La sua non trasgressione o provocazione; indica invece lopera del Padre nel mondo: portarlo alla libert del Figlio. v. 18: per questo cercavano di ucciderlo (cf. Mc 3,6). Il testo, iniziato con una festa, continua con il dono del sabato e conclude con uno squarcio sulla Pasqua ultima, quando il Figlio sar ucciso e ci dar il suo Spirito. Il dono della vita gli coster la vita. scioglieva il sabato. Il sabato prima era legato e legava, ora sciolto, libero e liberante: per luomo. Come il sabato, cos ogni legge, anzi Dio stesso per luomo! Da sempre lunica legge lamore di Dio, principio di vita e libert. la cosa nascosta sin dalla fondazione del mondo, che Adamo non cap e il Figlio venuto a rivelare. facendosi uguale a Dio. Il figlio simile al padre non solo nellagire, ma anche nellessere. Farsi uguale a Dio il peccato di Adamo (cf. Gen 3,5), del quale accusano ora Ges. Eppure Dio ha fatto luomo a sua immagine e somiglianza! Il peccato di Adamo non fu quello di farsi uguale a Dio, ma di rapire ci che non pu essere che dono; volle possedere in proprio ci che gli veniva dal Padre: non accett di essere figlio. Ges il Figlio, il primo uomo che accetta di essere tale: amato dal Padre. Egli incarna la Parola eterna di Dio e dona a chi laccoglie di essere (ri)generato figlio di Dio. 3. Pregare il testo. a. b. c. d. Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando la piscina, i cinque portici e la moltitudine di infermi. Chiedo ci che voglio: la volont di guarire da ci che mi blocca. Traendone frutto, contemplo le persone: chi sono, che fanno, che dicono.

Da notare: sal a Gerusalemme

la piscina e la moltitudine di infermi


ciechi, zoppi, disseccati il moto dellacqua un uomo che si trova nella sua infermit da trentotto anni vuoi diventare sano? non ho un uomo svegliati, leva la barella, cammina era sabato quel giorno i capi gli dicono: non ti lecito il problema della legge: come la intende Ges, come i capi? non peccare pi la persecuzione contro Ges il Padre mio opera e anchio opero Ges scioglieva il sabato si fa uguale a Dio
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4.

i capi vogliono ucciderlo. Testi utili

Sal 95; Sap 1,12 - 2,24; Mc 2,1-11. 23-28; 3,1-6; Gv 1,2-4; 4,1-42. 43-54; Fil 3; Eb 2,14-18.

11. IL PADRE AMA IL FIGLIO 5,19-30 5,19 Rispose dunque Ges e disse loro: Amen, amen vi dico: il Figlio non pu fare nulla da se stesso se non ci che vede fare il Padre. Le cose infatti che egli fa, anche il Figlio ugualmente le fa. Il Padre infatti ama il Figlio e gli mostra tutte le cose che egli fa;
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e gli mostrer opere maggiori di queste, affinch voi vi meravigliate. Come infatti il Padre desta i morti e fa vivere, cos anche il Figlio fa vivere quelli che vuole. Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio, perch tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lha inviato. Amen, amen vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a chi mi invi, ha vita eterna e non va in giudizio, ma passato dalla morte alla vita. Amen, amen vi dico: viene lora, ed adesso, quando i morti ascolteranno la voce del Figlio di Dio, e quelli che lavranno ascoltata, vivranno. Come infatti il Padre ha vita in se stesso cos ha dato anche al Figlio di avere vita in se stesso. E ha dato a lui il potere di fare il giudizio, perch Figlio delluomo. Non vi meravigliate di questo, poich viene lora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri ascolteranno la sua voce e usciranno: coloro che fecero il bene per una risurrezione di vita, coloro che fecero cose cattive per una risurrezione di giudizio. Io non posso fare nulla da me stesso: come ascolto, giudico; e il mio giudizio giusto, perch non cerco la mia volont ma la volont di chi mi invi. Messaggio nel contesto

1.

Il Padre ama il Figlio, risponde Ges a chi vuole ucciderlo (v. 18). Questa affermazione, insieme scontata e sconvolgente, la grande verit, purtroppo mai intesa e sempre dimenticata, che sta a
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fondamento della nostra esistenza. Ges venuto a risvegliarne il ricordo, tragicamente rimosso. Dio suo Padre, lui il Figlio: ci che il primo e fa, anche laltro e fa, per dono suo. La relazione tra i due di amore dato e corrisposto. Lamore reciproco la loro vita: lo Spirito Santo, il terzo che fa dei due uno, identici nellessere, nellintendere e nel volere, quindi anche nel giudicare e nellagire. Questo discorso descrive la relazione tra Padre e Figlio, questione di vita o di morte, con i verbi fare, vedere, amare, mostrare, meravigliarsi, risuscitare, far vivere, volere, giudicare, onorare, inviare, ascoltare, credere, passare, vivere, avere, dare, uscire. Questi verbi esprimono lazione in cui la vita del Padre data al Figlio e comunicata a noi. un testo esemplare sul mistero trinitario e sul mistero delluomo. Con queste parole semplici e sublimi, ovvie e incomprensibili, tanto comuni quanto misteriose, Ges svela lidentit di Dio che anche lidentit profonda e nascosta delluomo, sua immagine e somiglianza. Ignorarla la sofferenza essenziale di non sapere ci che si . Bisogna tener presente che sempre, volenti o nolenti, ogni concezione su Dio una concezione sulluomo e viceversa: luna specchio dellaltra. Ges afferma, con autorit divina, che chi ascolta lui, ha la vita eterna. La sua parola infatti ci trasforma in figli, con lui assunti nella Trinit, partecipi dellamore tra Padre e Figlio. Chi si affida al Figlio, entra nel suo stesso rapporto con il Padre, accetta la propria realt di figlio e vive come tale: ama i fratelli ed uscito dalla morte alla sua vita (1Gv 3,14). Con questo discorso di rivelazione il vangelo vuol compiere anche nel lettore la guarigione, appena narrata, delluomo che risorge, porta la sua barella e cammina. Lopera, che Ges ha compiuto ai bordi della piscina, segno di quanto queste parole, ascoltate e contemplate, accolte e gustate, operano in noi. Ci che blocca luomo la non conoscenza e la non accettazione della sua identit di figlio. Il non sapere di essere figlio amato! origine del suo male: gli fa rifiutare il proprio principio e il proprio fine, ignorare da dove viene e verso dove va. Per questo conduce unesistenza sospesa nel vuoto, insensata e assurda, come uno che viene dal nulla e torna ad esso. Intesa cos, veramente un male la vita. La coscienza del limite, invece di essere principio di sapienza, diventa terrore del nulla di s. Luomo, reso schiavo della paura della morte per tutta la vita (Eb 2,11s), con reazione da vertigine si getta nel baratro che teme. Ges, Figlio di Dio e Figlio delluomo, venuto a ridarci la verit che ci fa liberi (8,32): il nostro essere figli, uniti alla sorgente della vita. Ce ne eravamo allontanati, come Adamo, per scavarci cisterne screpolate che perdono acqua (Ger 2,13). Lasciando il Padre, abbiamo perso la nostra realt di figli. Il testo rivela il Figlio nel suo rapporto con il Padre, aperto a chiunque lo ascolta; egli infatti la Parola che ha il potere di generare figli di Dio quanti la accolgono (1,12). Questa parte del discorso si apre e si chiude con il fare del Figlio (vv. 19.30), che quello di Ges che parla. Infatti il Figlio del v. 19 diventa io nel v. 30. Il Figlio vede e fa ci che il Padre gli mostra, e giudica secondo ci che ascolta da lui. Si tratta di uno sviluppo del tema annunciato al v. 17, dove Ges identifica lagire suo con quello del Padre, facendosi uguale a Dio (v. 18). Quanto ha appena fatto presso la piscina il compimento dellopera di Dio nel suo amore per luomo: donargli la vita piena e introdurlo nel sabato. In questa parte del discorso nominato 8 volte il Figlio, una volta il Figlio di Dio (v. 25), unaltra il Figlio delluomo (v. 27) e 7 volte il Padre. Se nellAT Dio chiamato col nome di Padre 15 volte, nei Vangeli Ges lo chiama cos non meno di 170 volte, di cui 109 in Giovanni, 4 in Marco, 15 in Luca e 42 in Matteo. Qui si tratta di una variazione sul tema Figlio-Padre, centro del messaggio di Ges e centro del quarto vangelo. Il Padre colui che tutto dona al Figlio: gli dona lui stesso e se stesso (in ogni dono il donatore dona se stesso). Il Figlio colui che tutto riceve: il proprio io e il Padre stesso. Il Figlio uguale al Padre perch amato e dice s al suo amore. Ed inviato al mondo per manifestargli questo amore e salvarlo (3,16s). Lopera di Ges rivelarci il dono di Dio (4,10), perch lo conosciamo e accogliamo, diventando figli suoi e fratelli tra di noi, con lui e come lui, il Figlio. Il testo parla delle due prerogative principali ed esclusive di Dio che ha la vita in se stesso: risuscitare/far vivere e giudicare. Le due azioni in lui per non sono diverse, perch il suo giudizio dare la vita. Queste prerogative sono il dono del Padre al Figlio in quanto Figlio delluomo.

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Ges ci rivela che lUnico non un solitario: Dio Padre e Figlio, lamore reciproco la sua vita, il suo operare nel mondo comunicarla a tutti. Questa novit inaudita, eppure antica quanto il desiderio delluomo, che vuol essere come lui. La relazione padre/figlio fonda lesistenza umana: ognuno figlio di qualcuno. Il termine padre non alternativo, ma complementare a madre: Lc 6,36 dice di diventare materni (misericordiosi, uterini) come il Padre. Mentre madre indica la necessit biologica di essere accolti per vivere, padre indica il riconoscimento e lamore che si stabilisce con la parola, che fa vivere e crescere nella libert. Il rapporto padre/figlio vivibile solo se non di rivalit, bens di dono e uguaglianza, con pari dignit. Nel rapporto Padre/Figlio si rivela chi Dio e chi luomo. Ges, Figlio di Dio e Figlio delluomo, venuto a restituirci il nostro volto nascosto, che lo stesso di Dio, facendoci prendere coscienza di quella relazione che rende possibile la vita. Egli ci dice che, qualunque sia la nostra esperienza negativa in proposito, c per tutti una paternit/maternit positiva, che risponde al nostro desiderio innato: Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto (Sal 27,10). I vv. 19-21 presentano il fare comune del Padre e del Figlio: destare i morti e far vivere unesistenza che non pi per la morte. Il miracolo dellinfermo segno di questo dono, che introduce luomo nel settimo giorno, dandogli quella felicit per cui fatto. I vv. 22-30 parlano del giudizio: onorare e ascoltare il Figlio la salvezza, il passaggio da una vita morta, separata dal Padre, alla vita piena del Figlio di Dio. Questo giudizio avviene gi adesso (v. 25), nella presa di posizione nei confronti della voce di Ges, che raggiunge chiunque, anche il lettore che lo sente dire: Destati, leva la tua barella e cammina. Chi non lha udita, la sentir certamente alla fine del mondo, quando aprir i sepolcri. Allora ognuno sar salvo nella misura in cui avr o meno vissuto da figlio. Infatti la luce del Figlio viene al mondo per illuminare ogni uomo (1,9). Nel profondo del cuore ognuno ne porta il sigillo. Almeno in punto di morte, quando cadr il velo dellinganno, ogni carne la vedr. Gi in questa vita per ognuno responsabile secondo la chiarezza che la sua coscienza ha raggiunto. Il fare e giudicare suppongono una norma in base a cui si agisce e si valuta. il problema della legge, che esprime la volont di Dio. Per Ges la legge sempre e solo quella dellamore tra Padre e Figlio. Questo amore sar il giudizio di Dio, rivelato definitivamente sulla croce, dove egli dona la vita a chi gliela vuol rapire. Si tratta di una legge di libert (Gc 1,25; 2,12), che scaturisce dallessenza di Dio, che amore. Luomo, come detto nel brano precedente, linterpretazione che d di Dio e di s, della legge e dellaltro. Se Dio padrone esigente, allora lui schiavo, obbediente o ribelle, la legge divieto da trasgredire e laltro il contendente da eliminare. Un figlio, che pensa che il principio della sua vita gli sia contro, non pu che essere contro di lui; di conseguenza sar contro di s e contro tutti. Considerare Dio come antagonista delluomo il male originario, dal quale devono purificarsi tutte le religioni, per non sacrificare luomo a Dio e alla legge, distruggendo insieme e uomo e legge e Dio. La rivelazione del Figlio ci rende vivi e liberi. Lui, lunico interprete visibile del Dio invisibile (1,18), ci manifesta con opere e parole il giudizio di Dio: egli Padre amante e noi figli amati. La sua legge per la vita, i suoi divieti contro la morte. In Ges ritroviamo la nostra casa, che quella del Padre. Accettare lui guarire da una esistenza votata alla morte e avere la vita che ci spetta come figli. Opporsi a lui, opporsi a s, perdendo la propria identit. La nostra esistenza, qui e ora, il momento della decisione: la vita e la morte sono nelle nostre mani (cf. Dt 30,15-20). Non Dio a compiere il giudizio: siamo noi a giudicare Dio. Il nostro giudizio negativo su di lui sar la nostra condanna che lui stesso porter sulla croce, dove ci riveler il suo giudizio, che sar la nostra salvezza. Ges, imputato e condannato a morte perch si dichiara Figlio di Dio, fa dellimputazione la sua difesa. Proseguir con la citazione dei testimoni (vv. 31-47). Con queste sue parole inizia il processo, che si svolger nel seguito del Vangelo. Ges non un altro Dio o un uomo blasfemo: il Dio altro, il Figlio del Padre, che ci comunica la verit di Dio come Padre e la nostra come suoi figli.
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La Chiesa accoglie e ama il Figlio. La sua legge la libert di chi amato: lamore stesso tra Padre e Figlio. Questo gi ora vita eterna, caparra di una vita sempre pi piena. 2. Lettura del testo v. 19: Amen, amen vi dico. Con questa autorit divina cos nella Bibbia parla Dio in prima persona , Ges inizia il suo discorso rivolto a chi lo accusa di farsi uguale a Dio (v. 18). Ci di cui lo si accusa la verit: lui il Figlio, uguale al Padre. il Figlio non pu fare nulla da se stesso. Ges il Figlio, che non si appropria n di se stesso n del Padre: il suo fare, come il suo essere, dal Padre. Il male radicale delluomo non riconoscersi figlio, voler essere principio di se stesso, senza accorgersi che in questo modo nega la relazione che lo fa esistere. ci che vede fare il Padre, ecc. Il Figlio contemplatore e ascoltatore amoroso del Padre: lo vede e lo ascolta (v. 30), da lui e compie la sua stessa opera. La sua posizione per non di sudditanza: infatti uno con lui nellamore, nel quale il Padre dona se stesso e il Figlio riceve se stesso. Come un padre che non ama e non d se stesso nega la propria essenza di padre, cos un figlio che non riconosce e non ama il padre nega la propria essenza di figlio. Cos accade di fatto tra gli uomini. Ges venuto a riparare questo guasto, offrendoci il suo rapporto di Figlio con il Padre. v. 20. il Padre ama il Figlio (cf. 3,35). Adamo, seguito dai suoi discendenti, non conobbe lamore del Padre. Questa ignoranza lorigine dei nostri mali: chi non si sente amato, non si ama e non sa amare. Ges infatti dir ai suoi accusatori che non hanno in se stessi lamore del Padre (v. 42). Dio amore del Padre verso il Figlio e del Figlio verso il Padre; e tutto ci che esiste partecipazione di questo amore. Lamore del Padre si reso visibile in quello del Figlio per tutti gli uomini e si manifesta in coloro che, credendo in lui, considerano gli altri come fratelli. Solo se ci amiamo tra noi, lamore credibile. Esso non si pu dimostrare: si pu solo mostrare. gli mostra tutte le cose. La legge dellagire del Figlio vedere lamore del Padre, il quale gli sempre presente: gli mostra, qui e ora, come agire con i fratelli. Qualunque azione che non viene dallamore, viene dallegoismo e d morte invece di vita. le cose che egli fa. Egli pu indicare sia il Padre che il Figlio. Dal contesto pare indicare piuttosto il Figlio, perch si parla del suo agire. gli mostrer opere maggiori di queste (cf. 14,12). Queste opere, che il Padre gli mostra e che Ges ha compiuto, corrispondono a quanto i discepoli hanno visto, in particolare la guarigione dellinfermo. Le opere maggiori saranno quelle che seguono: il dono del pane (6,1s), della luce (9,1ss) e, in particolare, della vita a Lazzaro (11,1ss), figura della sua risurrezione. affinch voi vi meravigliate. Sar la meraviglia del mattino di Pasqua, in cui si compir nel Figlio lopera del Padre a favore dei suoi figli. v. 21. il Padre desta i morti e fa vivere. Sono le due azioni del Padre, esclusive di Dio: far uscire dalla morte e dare pienezza di vita. quanto Ges ha fatto con linfermo e la sua parola fa in noi che lascoltiamo. cos anche il Figlio fa vivere. Quanto Ges ha appena operato di sabato, la stessa opera del Padre. Linfermo, che diventa sano ed esce da una vita di peccato (non peccare pi, v. 14), passato da una vita morta, separata dal Padre, a una vita piena. Infatti si desta, leva la sua barella e cammina. quelli che vuole. Come il Padre vuole (= ama) tutti e ciascuno dei suoi figli, cos il Figlio vuole tutti e ciascuno dei suoi fratelli. Non si allude ad una arbitraria predestinazione; si indica solo che il far vivere un atto libero di amore. Il Figlio infatti vuole ci che il Padre vuole (v. 30b). Tra quelli che il Figlio vuole far risorgere e vivere, oltre luomo infermo appena incontrato, c ogni uomo che ne ascolta la parola, anche i suoi accusatori e noi lettori. v. 22: il Padre non giudica nessuno. Dopo aver parlato del fare di Dio, ora si parla del giudicare. Il suo giudicare, come il suo agire, deriva dal suo amore. Noi pensiamo un Dio giudice; lo vorremmo complice. Invece ci salva dal nostro male, perch Padre e ci ama come ama il Figlio unico che ci ha
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donato (cf. 3,16s). Il giudizio del Padre contro il male, non contro chi lo fa: un padre che condanna il figlio, morto come padre e uccide il figlio. ha dato ogni giudizio al Figlio. Il giudizio dato al Figlio e, come a lui, a tutti i suoi figli. Infatti la salvezza accettare o rifiutare di essere figli. Questa non dipende certo da Dio, che ci ama tutti, ma dalla nostra libert. Lamore infatti non pu essere che libero. Dire s o no al suo amore, tocca a noi. v. 23: perch tutti onorino il Figlio. In tutto il discorso laccento posto sul Figlio. Onorare lui, ascoltare la sua parola, essere uniti a lui, tornare al Padre della vita: diventare figli, ritrovare la propria essenza, vivere la propria verit. Onorare il Figlio onorare il proprio essere figli, che si attua nellamare lui, il Padre e i fratelli. Chi non fa questo, resta senza radice e senza frutto: nega la propria natura di figlio e fratello, uccidendo Dio come Padre, se stesso come figlio e gli altri come fratelli. v. 24: chi ascolta la mia parola, ecc. Chi ascolta la parola del Figlio, crede al Padre e ha la vita eterna, lamore tra Padre e Figlio. I tre verbi sono al presente, perch la vita eterna concessa gi ora a chi ascolta Ges: la sua parola ci fa vivere unesistenza filiale e fraterna, affrancata dallegoismo, dal peccato e dalla morte. non va in giudizio. (cf. 3,18). Giudizio qui significa condanna, il contrario di salvezza. Ascoltare il Figlio salvare la vita; significa infatti diventare ci che si : figli. Non ascoltarlo morire; significa infatti diventare ci che non si . passato dalla morte alla vita. Per morte qui si intende la situazione dellinfermo appena guarito, che giace nel suo male e non cammina secondo la Parola. Questo il suo peccato (cf. v. 14). Passare significa trasferirsi, cambiare domicilio. Chi accetta di essere figlio, esce dalla tenebra alla luce di una vita libera nellamore: si trasferito nel Figlio, che ha la sua dimora nel Padre. Adamo torna alla sua casa e riflette il volto di cui specchio. Chi invece non ascolta il Figlio, rimane nella morte; conduce unesistenza ripiegata su di s, inautentica, insensata e infelice: un morto vivente. Ascoltare il Figlio sar in concreto osservare il suo comandamento di amare i fratelli (13,39): chi ama il fratello passato dalla morte alla vita (1Gv 3,14). Questo non significa che non ci si ammaler e non si morir pi. Significa invece che la malattia e la stessa morte, ogni limite che abbiamo come creature e come peccatori, tutto sar vissuto come luogo di comunione, nel dono e nel perdono. Conoscere questo, che il dono di Dio (cf. 4,10), ci fa vivere unesistenza che non pi sotto lipoteca del nulla, ma gi nella pienezza di vita. v. 25: viene lora Lora in Giovanni collegata alla glorificazione del Figlio, che d la vita (vedi finora 2,4; 4,23). ed adesso. Questora anticipata adesso, mentre Ges parla e io ascolto la sua parola, come alle nozze di Cana (2,8) e al pozzo di Sicar (4,23). Il momento presente quello dellincontro con lui e della decisione per lui: lora della salvezza. i morti ascolteranno la voce del Figlio di Dio, ecc. I morti, che adesso odono la sua voce, sono quei morti viventi, come linfermo della piscina, che lo stanno ascoltando, compresi noi che leggiamo. Dopo essersi chiamato il Figlio, ora Ges si proclama il Figlio di Dio. In quanto tale, come il Padre, fa risorgere e d la vita. v. 26: il Padre ha vita in se stesso. Il Padre ha in se stesso la vita: la stessa che dona al Figlio. ha dato al Figlio di avere vita in se stesso. Il Figlio ha in se stesso la vita come dono del Padre. Ambedue hanno la pienezza di vita: il loro amore reciproco. Il Padre non tiene nulla per s; la sua realizzazione la relazione di amore e di dono al Figlio, al quale d tutto. Il Figlio a sua volta dona tutto ai fratelli. A chi ascolta Ges, concesso di vivere la vita stessa di Dio. v. 27: ha dato a lui il potere di fare il giudizio. Il Padre non giudica nessuno (v. 22) e il Figlio fa ci che vede fare dal Padre (vv. 19.20). Per questo non giudica nessuno, neanche chi lo vuole uccidere (v. 45). In che senso ha il potere del giudizio? In primo luogo il suo giudizio rivela quello del Padre: fa come lui, che fa risorgere dai morti e d la vita. In secondo luogo il giudizio di salvezza o di perdizione si compie per noi nellaccettare o meno lui, il Figlio nel quale abbiamo la nostra identit di figli. Come gi detto, il giudizio appartiene in ultima istanza a noi. Per egli ha il potere di giudicare secondo la volont del Padre (v. 30), con un giudizio che ribalta il nostro. Il giudizio del Figlio infatti sar la croce, dove porter su di s la condanna dei fratelli, rivelando cos lamore del Padre, che vuol salvare il mondo intero (cf. 3,16s).
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perch Figlio delluomo. Il giudizio, che riguarda il nostro essere figli, spetta al Figlio perch Figlio delluomo, uomo come noi. Con questa espressione Ges allude a Dn 7,13s, dove il Figlio delluomo un uomo che ha le prerogative stesse di Dio. Proprio grazie alla sua umanit, il Figlio pu compiere il giudizio di Dio sugli uomini. Il Figlio delluomo innalzato (3,14) il Figlio unigenito che il Padre ha dato per salvare il mondo (3,16s), nel quale conosciamo: Io-Sono (8,28). Nellamore del Figlio per i fratelli vediamo infatti quello del Padre e scopriamo lessenza di Dio come amore in s e per noi: vediamo in lui la sua e la nostra realt vera.

v. 28: non vi meravigliate. Quanto Ges ha detto sul rapporto con il Padre un panorama splendido, che mozza il fiato. il giardino dellinfanzia, il sogno perduto che il Figlio, rivelandolo, risveglia e ridona; la vera terra promessa, che con stupore Mos vide dal monte Nebo, nella quale il Figlio ci introduce. La meraviglia che lamore, lopera e il giudizio del Figlio suscitano in noi, pi che incuriosire la mente, sorprende e sazia il cuore. viene lora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri. Nel v. 25 si parlava dellora in cui i morti viventi odono la voce del Figlio e risorgono; ed adesso, mentre io ascolto. La risurrezione era intesa in senso spirituale, come passaggio a una vita nellamore: si tratta del giudizio presente, per chi non ancora fisicamente morto. Nei vv. 28-29 invece si parla dellora ultima della storia, quando anche chi gi morto e sepolto, come Lazzaro, udr la sua voce e risorger con il corpo: si tratta del giudizio futuro, per chi gi nel sepolcro, dove alla fine saremo tutti. Il Figlio, come giudice del presente, lo anche del passato e del futuro. Ogni uomo udr la sua voce, che aprir i sepolcri, dove il passato d appuntamento al futuro. Allora tutti conosceranno chi il Signore (Ez 37,13). Allora sar vinta anche la morte corporea; e il sepolcro, bocca sempre aperta che inghiotte nel passato ogni futuro, restituir la sua preda. Senza la speranza di una vittoria sulla morte, la nostra esistenza sarebbe un controsenso, un tunnel senza uscita. Sarebbe opera di un ingegnere sadico, non dono di un padre degno di tale nome. ascolteranno la sua voce. Il Figlio il centro della storia, giudice dellumanit. La Parola che cre al principio, alla fine ricreer tutto; come chiam ogni esistente dal nulla, cos lo richiamer dalla morte. v. 29. coloro che fecero il bene per una risurrezione di vita, ecc. Sono le parole di Dn 12,2s. Ogni uomo risorger e sar giudicato in base a ci che avr fatto della sua vita terrena. Il nostro futuro quindi lasciato alla nostra responsabilit presente. Fare il bene agire da figli e da fratelli; questa la vita eterna, che sboccer nella sua pienezza oltre la morte. Fare il male non amare; questa gi morte, anche se si ancora in vita. Nella risurrezione tutto ci che non amore filiale e fraterno si riveler chiaramente e per tutti nella sua nullit. Il giudizio, che alla fine ci sar, sar pur sempre quello dellamore, che Dio (cf. 1Cor 3,10-16) . Anche coloro che non hanno conosciuto Ges udranno la sua voce. Per essi la salvezza dipender dallaver seguito la voce della Parola che viene nel mondo a illuminare ogni uomo (cf. 1,6). Ognuno infatti chiamato dalla sua coscienza a vivere da figlio e da fratello, secondo le sue possibilit concrete. v. 30: io non posso fare nulla da me stesso, ecc. Il versetto finale chiude, come si era aperta (cf. v. 19), questa parte del discorso, sintetizzando quanto stato detto. Ora il Figlio del v.19 lio di Ges, il cui fare e giudicare viene dal Padre: fa come vede e giudica come ascolta. Il suo giudizio, a differenza di quello di chi lo condanna e lo vuole uccidere, giusto. Giusto perch cerca la volont di colui che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio, non per giudicarlo, ma per salvarlo (3,14-17).
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Per questo il suo giudizio sar lopera somma di Dio, la glorificazione sua e del Padre: amore incondizionato che d la vita.
3. Pregare il testo

a. b. c. d.

Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando Ges che parla con i fratelli che vogliono ucciderlo. Chiedo ci che voglio: conoscere lamore del Padre per il Figlio. Ascolto e gusto con il cuore le parole di Ges, lasciando che si imprimano in me e risveglino il grande ricordo di cui vivo: lamore del Padre verso il Figlio.

Da notare: il Figlio non pu far nulla da se stesso fa ci che vede fare il Padre il Padre ama il Figlio il Padre risuscita i morti e fa vivere il Figlio fa vivere quelli che lo ascoltano il Padre non giudica il giudizio dato al Figlio: la salvezza onorare il Figlio
a Ges riservato il giudizio, perch insieme Figlio di Dio e Figlio delluomo

4.

chi ascolta Ges crede al Padre e ha la vita eterna chi ascolta la voce del Figlio di Dio passa dalla morte alla vita il Padre ha in s la vita, come pure il Figlio, come dono del Padre tutti usciranno dai sepolcri alla voce del Figlio il futuro di ogni uomo legato alle sue opere da figlio valore della coscienza filiale e fraterna per ogni uomo il giudizio del Figlio giusto, perch secondo la volont del Padre. Testi utili

Sal 27; 103; 2; 96; Gen 3,1ss; Dt 6,4-9; 30,15-20; Gv 3,14-21; 1Gv 3,1s; 1Cor 13,1ss; 3,10-16; 15,134.

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12. NON AVETE IN VOI STESSI LAMORE DI DIO 5,31-47 5,31 32 33 34 35 Se io testimonio di me stesso, la mia testimonianza non vera. Altro che testimonia di me e so che vera la testimonianza che testimonia di me. Voi avete inviato da Giovanni e ha testimoniato della verit. Io per non ricevo la testimonianza da un uomo, ma dico queste cose perch voi siate salvati. Egli era la lampada che arde e splende, ma voi non voleste rallegrarvi unora sola alla sua luce. Ora io ho la testimonianza pi grande di Giovanni; infatti le opere che il Padre mi ha dato perch le compia, le stesse opere che faccio testimoniano di me che il Padre mi ha inviato. E il Padre, che mi ha inviato, egli ha testimoniato di me. Di lui n la voce mai avete udito n il viso avete visto e non avete la sua parola che dimora in voi, poich a colui che egli invi, a lui voi non credete. Scrutate le Scritture perch voi pensate di avere in esse vita eterna; e sono esse che testimoniano di me. E non volete venire a me per avere vita. Non prendo gloria dagli uomini; ma vi ho conosciuto: non avete in voi stessi lamore di Dio. Io sono venuto nel nome del Padre mio e non mi prendete; se un altro venisse nel proprio nome, quello lo prendereste. Come potete credere voi, che prendete gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria che viene solo da Dio? Non pensate che io vi accuser presso il Padre: chi vi accusa Mos, nel quale voi avete sperato. Se infatti credeste a Mos,
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credereste a me, perch di me egli ha scritto. Ora se non credete ai suoi scritti, come crederete alle mie parole? Messaggio nel contesto

1.

Non avete in voi stessi lamore di Dio, dice Ges a chi lo vuole uccidere, ribaltando cos laccusa di chi lo condanna. Dopo la guarigione e la discussione (vv. 1-18), c stata la rivelazione del Figlio che compie la volont del Padre dando la vita ai fratelli (vv. 19-30). Le sue parole, che rimettono in piedi linfermo, valgono per chiunque le ascolta: Destati, leva la tua barella e cammina. Non siamo pi schiavi della legge che ci condanna nel nostro male. La sua voce ci fa passare dalla morte alla vita: ci d la libert e la dignit di figli, che conoscono e vivono lamore del Padre, salvezza presente e futura. Ges il Figlio che compie la stessa opera del Padre: farci diventare figli. Accettarlo o meno salvezza o fallimento, venire alla vita autentica o restare nella morte. La sua pretesa non somma trasgressione o bestemmia inaudita: la volont del Padre, la vita stessa del Figlio, la verit che ci fa figli. Ora Ges d le credenziali di quanto ha affermato, producendo una serie di testimoni a proprio favore: innanzitutto il Padre, poi Giovanni Battista che gli d voce, infine le sue opere di Figlio e il suo potere di inviato (vv. 31-36). Il rifiuto che gli avversari gli oppongono viene dal fatto che non hanno accolto la rivelazione delle Scritture alle quali si appellano (vv. 37-40). Infatti, chi non ha in s lamore di Dio, non capisce le Scritture, che parlano dellamore tra Padre e Figlio comunicato agli uomini ( vv. 4147). Queste parole di Ges fanno venire alla luce le nostre resistenze, squarciano le tenebre che ci impediscono di accettare la Parola che ci salva. Allorigine della nostra incomprensione c il male radicale delluomo, che cerca gloria dagli altri, invece che in Dio (v. 44). Non pu credere in Dio e affidarsi al suo amore di Padre chi cerca in s o da altri la propria identit. Ges per non accusa nessuno: la stessa legge, alla quale si appellano i suoi accusatori, che li accusa per la loro incredulit. Credere alle Scritture credere in Ges, il Figlio salvatore dei fratelli, perch esse non parlano che dellamore del Padre. Il comando che riassume la legge infatti quello di amare Dio (Dt 6,3-9), vita delluomo (Dt 30,15-20). La legge non una serie di ordini impossibili e divieti mortali. Essa non va interpretata da schiavo, suddito o ribelle, ma da figlio, amato e amante. In questo senso Mos, che ha formato un popolo libero per ascoltare la Parola e amare il Signore suo Dio, ha parlato del Figlio, salvezza di tutti i fratelli. La legge e i profeti trovano in lui il suo compimento. Perch i capi del popolo, padroni delle Scritture, non credono al Figlio delluomo e non ne accettano la testimonianza? Il mistero degli uomini che preferiscono le tenebre (cf. 3,18-21) e non accolgono la luce, ma neanche riescono a soffocarla (1,5), qui viene approfondito e trover il suo sviluppo in 8,12-59. Luomo che non ha in s lamore del Padre, non lo conosce. Invece dellamore di Dio ha in s lamore dellio: schiavo dellegoismo, chiuso alla verit dellamore. Solo chi ama conosce, perch si conosce solo ci che si ama. Principio di conoscenza lamore. Siamo al nocciolo del problema del male, che consiste nel non avere in s lamore di Dio. Ges, salvatore del mondo (4,42) venuto a vincere questo male. E lo vincer come lagnello di Dio che porta il peccato del mondo (1,29). In questo modo il Figlio, che ama come amato, ci fa conoscere il dono di Dio (4,10), di un Dio che si offre a noi come Padre. Ogni nostro male viene dalla menzogna originaria che ci impedisce di accettare la nostra identit di figli. Vogliamo essere padri di noi stessi, principio della nostra esistenza: usurpiamo il posto del Padre e lo uccidiamo, tagliando la relazione con lui, fonte della nostra vita. In realt il parricidio uccisione della nostra verit di figli. La vita dono: non oggetto di conquista o di rapina, ma comunione damore con il Padre che la dona. Solo chi vive da figlio conosce il proprio principio e fine, sa da dove viene e dove va: conduce una vita sensata.
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Le Scritture, come pure la creazione con il suo linguaggio silenzioso (cf. Sal 19,1-4), non parlano che di questa meraviglia: noi, il creato intero e Dio stesso, tutto dono damore. Ma noi siamo sordi a questa parola. Abita in noi unaltra parola, di menzogna, che ci ha avvelenato di morte la vita. I temi del brano sono sempre attuali: si parla della testimonianza, delloggetto della testimonianza, dei testimoni e dei destinatari della testimonianza. La testimonianza il fondamento del rapporto tra gli uomini. Se si testimonia ci che si conosce e si ama, si trasmette luce e vita; se si testimonia ci che non si conosce o non si ama, si diffonde tenebra e morte. La testimonianza, di altri o ad altri, vivificante o mortifera a seconda che sia vera o falsa, dettata da amore o da egoismo. Loggetto della testimonianza in questione riguarda il bisogno fondamentale di ogni persona: essere figlio amato dal Padre. Dalla soddisfazione di questo desiderio primordiale dipende la realizzazione dellumanit delluomo. Chi ignora questo amore, cerca in s la propria identit o la mendica da altri: si chiude in un narcisismo egoistico, che lo fa annegare nellautocompiacimento o nel tentativo di compiacere gli altri. I testimoni di questa verit, che il sogno pi bello che Dio abbia messo nel cuore delluomo, sono il Padre stesso, con le opere che fa compiere al Figlio, il Battista e Mos con tutte le Scritture. La creazione e la rivelazione, tutta la storia, parlano dellamore del Padre, che ci dona di essere suoi figli. I destinatari della testimonianza sono quelli che, in ogni tempo, la ascoltano. Essa mette in moto la loro intelligenza e la loro volont. Devono per essere mentalmente aperti per capirla e sufficientemente liberi per accoglierla e trarne le conseguenze pratiche. In concreto la testimonianza del Figlio, che parla dellamore del Padre, riconosciuta da chi in sintonia: da chi ha un cuore che ama. Con la sua requisitoria Ges non accusa gli avversari (v. 45): giudica invece, da Figlio di Dio e delluomo, il giudizio perverso che ci tiene nella morte e ci porta a uccidere chi d la vita. Ges, il Figlio che ci rende figli di Dio, il compimento di ogni dono, ci di cui le Scritture parlano. La Chiesa accetta la testimonianza del Padre: il dono dello Spirito le fa accogliere il Figlio come compimento dellopera di Dio a favore delluomo. 1. Lettura del testo v. 31: Se io testimonio di me stesso, ecc. C una contesa tra Ges e i suoi avversari sul modo di intendere Dio, la legge e luomo. Per Ges Dio Padre, la legge la libert dellamore e luomo suo figlio; per i capi del popolo Dio colui che legittima il loro potere, la legge ne lo strumento e gli uomini sono ridotti a massa di esclusi, pecore da macello da sacrificare nel tempio. Ges, accusato, ribalta sui suoi accusatori laccusa di pervertire la religione autentica di Israele e prova la verit della sua posizione attraverso dei testimoni (cf. Dt 19,15). In una contesa la testimonianza a proprio favore non vale. Si richiede quella di altri. Il caso di Ges per particolare: testimonia con opere e parole la sua realt unica di Figlio unigenito, inviato dal Padre (cf. 8,13s). Nessun altro, al di fuori di lui e del Padre, la conosce e pu testimoniarla: appunto venuto a mostrarci quel Dio che nessuno mai ha visto. La sua testimonianza credibile in se stessa, perch, venendo dallalto, risponde a ci che cerca il cuore di ogni uomo libero per lamore. Non ci sarebbe quindi bisogno di testimoni. Tuttavia Ges, dopo aver accennato alla testimonianza del Padre (v. 32), che in seguito riprende e amplia, cita a proprio favore il Battista e le Scritture, che anche i suoi avversari dovrebbero comprendere. Per ben undici volte parla di testimonianza. Luomo parola e la parola testimonianza, ri-cordo e martirio della verit che si conosce e si vive. Tutti i nostri rapporti sono di testimonianza. Quella di Ges vera perch le sue opere di Figlio corrispondono pienamente alla verit di quel Dio che desta dai morti e fa vivere, come la stessa Scrittura dice. In unepoca che non pi di cristianit, bens di minoranza, la nostra testimonianza di figli, fatta con dolcezza, rispetto e retta coscienza (cf. 1Pt 3,15s), sar sempre pi determinante per la trasmissione del vangelo e per la salvezza del mondo: pi che di maestri, abbiamo bisogno di testimoni. v. 32: altro che testimonia di me. Questaltro lAltro, il Padre (cf. vv. 36-37 ), che testimonia del Figlio. lunica volta nel NT che il Padre chiamato altro. Altro significa distinto, ma non
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diverso: Padre e Figlio sono distinti come persone, ma uguali e uniti nello stesso amore che anima il loro agire. Questa testimonianza, accessibile a chi ha lamore del Padre, riluce in tutte le Scritture ed accolta ovunque, come nel Battista, brilla la luce della verit. so che vera, ecc. Questa verit filiale la coscienza del Figlio, al quale il Padre mostra tutto (v. 20). Essa la luce e la vita per cui ogni uomo fatto, criterio ultimo di verit presente nel cuore di chiunque la cerca. v. 33: voi avete inviato da Giovanni, ecc. Ges richiama Giovanni, che ha testimoniato della verit (cf. 1,19ss). La sua testimonianza, fatta allora, vale ancora: il verbo, al perfetto, indica unazione compiuta nel passato il cui effetto perdura nel presente. v. 34: non ricevo la testimonianza da un uomo, ecc. Giovanni un uomo; la testimonianza del Figlio invece viene direttamente dal Padre (cf. vv. 32.36). Ma Ges ricorda Giovanni, perch stato il primo ad accoglierla. Egli il profeta che non si accontenta del culto della Parola, ma tiene sempre un occhio su chi parla e laltro su di s, per capire lintenzione della Parola e viverla nella propria situazione. Il vero culto della Parola lascolto diligente e lesecuzione intelligente. Ges richiama alla memoria Giovanni perch ne raccolgano leredit profetica, necessaria per essere salvati. v. 35: egli era la lampada. Giovanni non la luce (1,8), ma la lampada ravvivata dalla luce che diffonde. voi non voleste rallegrarvi unora sola alla sua luce. Giovanni suscit un grande entusiasmo, che subito si spense. La luce della sua testimonianza dur ben poco tra i suoi contemporanei. I figli di Abramo sono ben diversi da lui, che si rallegr alla vista del giorno di Ges, il Figlio (cf. 8,56): non visse per altro! I suoi figli invece cercano di ucciderlo. v. 36: io ho la testimonianza pi grande di Giovanni. Giovanni, secondo il suo desiderio, diminuisce, perch lui cresca (cf. 3,30); cos anche la sua testimonianza cede il posto ad una pi grande. le opere che il Padre mi ha dato perch le compia. Ci che si fa, testimonia ci che si . Ges compie le stesse opere del Padre! Suo cibo fare la sua volont: in lui, il Figlio, si compie la sua opera a favore degli uomini. le stesse opere che faccio testimoniano di me, ecc. Queste opere sono i miracoli nei quali Ges rivela che tanto Dio ha amato il mondo da dare il suo unico Figlio per salvarlo (3,16): rivelano Dio come Padre, lui come Figlio e noi come suoi fratelli amati. v. 37: il Padre, che mi ha inviato, egli ha testimoniato di me. Dopo aver parlato del Battista e delle proprie opere, Ges torna alla testimonianza dellAltro (v. 32). Il Padre ha testimoniato di lui non solo attraverso le sue opere di Figlio, come ha appena detto. Chi accoglie la Parola, dentro di s ascolta la voce e vede il volto del Padre, che il Figlio venuto a mostrarci. Questo avviene perch, se la Parola dimora in noi, il nostro cuore si illumina della sua verit: la testimonianza interiore dello Spirito, concessa a chi ha in s lamore di Dio, che gli fa comprendere la Scrittura (vedi il v. 42). quellattrazione interiore del Padre (6,44), che rende luomo disponibile ad essere teodidatto, discepolo di Dio (6,45). Secondo una tradizione ebraica, un israelita, prima di nascere, conosce gi tutta la Bibbia a memoria e i suoi misteri gli sono chiari. Ma alla nascita un angelo, con una pressione sulla fossetta del mento, gli fa dimenticare tutto, perch abbia la gioia e il merito di riscoprirlo attraverso la Parola. C infatti nelluomo una conoscenza e un amore virtuale della verit, che si risveglia allascolto della Parola: appena la sente, riconosce che l sta di casa. La stessa testimonianza degli uomini e della Scrittura accolta come vera perch cade su un terreno fecondo: un cuore di figlio, che nostalgia del Padre. Alla Parola esteriore sempre si accompagna unattrazione interiore, che ci fa scoprire in essa la nostra verit nascosta. n la voce mai avete udito, ecc. Quando fu data la legge, il popolo vide la gloria e ud la voce del Signore (Dt 5,24). Ges rimprovera i suoi accusatori di non essere aperti alla rivelazione che stata loro concessa. Si sono fermati alla parola, senza sentire o guardare chi parla. una forma di autismo spirituale: chi guarda alla parola senza entrare in comunione con colui che parla, nega il senso primo della parola stessa. v. 38: non avete la sua parola che dimora in voi, ecc. La parola del Signore non troppo alta n troppo lontana, non nel cielo n al di l del mare: essa molto vicina a te, nella tua bocca e nel tuo cuore, perch tu la metta in pratica, viene detto al popolo (Dt 30,11-14). Ges rimprovera i suoi
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accusatori di avere questa parola sulla bocca e non nel cuore. Se lavessero accolta, dimorerebbe in loro: sarebbero figli e crederebbero al Figlio che il Padre ha inviato. v. 39: scrutate le Scritture. Pu essere indicativo o imperativo. Scrutare (in ebraico darash: domandare, ricercare) significa lo studio attento della Parola. Dal v. 39 al 47 si parla della testimonianza delle Scritture e del perch la si rifiuti. Infatti si guarda allo scritto, che un segno, senza guardare al suo significato, che Dio stesso che si dona alluomo. Si pu interrogare la parola dimenticando colui che parla. Se mi ricordo solo della parola, in qualche modo prendo la parola; se mi ricordo di chi parla, sono preso dalla sua parola. pensate di avere in esse vita eterna. La Parola vita eterna perch comunione con colui che parla. Si pu per fare della promessa il proprio idolo, dimenticando chi promette. Pu sembrare strano, ma quanto normalmente succede. Luomo per natura incline a prendere. infatti figlio, che tutto prende. Per, per un guasto di programma, tende a prendere male, ossia a possedere in proprio. La Parola, se dimentica lAltro che parla, si presta ad essere oggetto di rapina e strumento di dominio. sono esse che testimoniano di me. Ges d della Scrittura uninterpretazione messianica di tipo filiale: il salvatore promesso il Figlio di Dio, che ci comunica se stesso. Daltra parte se Dio parla, cosa pu dire e dare se non se stesso? La Parola sempre autocomunicazione: in ogni promessa compromesso chi promette. Le Scritture, quindi, parlano di Ges, il Figlio, che compie la promessa di Dio a Israele. Ignorare le Scritture ignorare Cristo (S. Girolamo): la nostra radice santa Israele (Rm 11,16b). Ma ignorare Cristo, non capire le Scritture. Uno scritto, se non si sa di cosa parla, resta oscuro. Anche la lettura dellAT come coperta da un velo, che solo in Cristo rimosso, perch in lui si vede chi parla. Questo velo sar tolto con la conversione al Signore (cf. 2Cor 3,14-16), che Ges, il promesso: in lui si capisce la promessa. v. 40: non volete venire a me per avere vita. Linvito della Sapienza (Sir 24,18) lo stesso del Figlio. Nei vv. 41-44 si dice che noi non accettiamo il suo invito, perch accettiamo quello della stoltezza. v. 41: non prendo gloria dagli uomini . La gloria (kavod = peso) la consistenza, lidentit di una persona, che viene dal suo riconoscimento. Si tratta di scegliere tra il riconoscimento degli uomini e quello di Dio, tra vana-gloria e gloria vera. Ges non in cerca di vana-gloria. La sua autostima gli viene dallessere riconosciuto e amato dal Padre. La stoltezza cercare altrove la propria gloria. v. 42: non avete in voi stessi lamore di Dio. Chi non conosce lamore del Padre, la preziosit di cui gode ai suoi occhi luomo per lui un prodigio, molto bello (Is 43,4; Sal 139,14; Gen 1,31) ignora la propria identit, manca del suo peso. Il suo bisogno di stima resta vuoto e inappagato. Adamo, ignorando lamore del Padre, si allontanato da lui, cercando in s la propria gloria. E si ritrovato nudo. Infatti quanto ciascuno ai tuoi occhi, tanto egli e nulla pi (San Francesco). Solo lamore fa conoscere Dio: Chi non ama non conosce Dio, perch Dio amore (1Gv 4,8): la sua sapienza elargita a quelli che lo amano (Sir 1,8b). E solo lamore credibile: largomento decisivo e ultimo della verit di ogni testimonianza lamore di chi la d e di chi la riceve. v. 43: sono venuto nel nome del Padre mio e non mi prendete. Il Figlio viene nel nome del Padre. Chi cerca la gloria in se stesso, non prende quella del Figlio, che viene dal Padre. se un altro venisse nel proprio nome, ecc. Adamo cerc la gloria nel proprio nome; non volle essere figlio e fratello, ma uno che mette le mani sulla vita propria e altrui. Cos uccise il Padre e diede inizio alla catena di violenza e morte di chi viene nel proprio nome. quello lo prendereste. Rifiutiamo il Figlio perch rifiutiamo di essere figli. Prendiamo invece volentieri tutti coloro che si presentano come padroni, perch vogliamo essere come loro. v. 44: come potete credere voi, che prendete gloria gli uni dagli altri? Non pu dissetarsi chi butta via lacqua, non pu aderire al Figlio chi rifiuta la propria verit. La mancanza di fede dovuta a una mancanza di libert. Chi ignora la propria identit di figlio, la cerca altrove, nellimmagine che gli altri hanno di lui: schiavo dellocchio altrui (Ef 6,6; Col 3,22), nel tentativo di compiacergli per piacersi. La sua vita una farsa, il suo volto la maschera che laltro desidera da lui. E questa maschera ha sempre i lineamenti, in apparenza seducenti, di un personaggio al quale ognuno si adegua come pu, sacrificandogli la propria umanit. La vanagloria il vero Moloch che divora la nostra vita. Essa rende i nostri rapporti irrespirabili, pieni di falsit e prepotenza, violenza e morte.
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non cercate la gloria che viene solo da Dio. La gloria che ci viene da Dio la nostra identit di figli, infinitamente amati dal Padre. Chi la cerca altrove, non conosce n le Scritture n se stesso. cieco davanti alla Gloria, alla luce sua e di Dio. v. 45: non pensate che io vi accuser. Al Figlio dato il giudizio (v. 27). Ma il suo giudizio secondo la volont del Padre (v. 30) che non giudica nessuno (v. 22). Per questo il suo giudizio non sar unaccusa contro di noi, ma la sua croce per noi. chi vi accusa Mos. Ges ribalta laccusa di chi si difende con la legge da cui spera salvezza. Essa lo accusa, dichiarandolo morto, incapace di portare la barella e camminare, capace solo di uccidere chi fa risorgere e camminare. Qui Ges parla della funzione che la legge ha in un mondo privo di amore e libert: essa svela lerrore per far tornare alla verit (cf. Gal 3,10-14. 22-25; Rm 2,17-24; 3,19s; 7,7-25). v. 46: se credeste a Mos. Credere a Mos, inviato di Dio, credere a Dio stesso che parla e, parlando, si comunica. Credere alle Scritture affidarsi a colui del quale parlano. credereste a me. Ges la Parola diventata carne, il dono di un Dio che ci comunica se stesso. Lincarnazione di Dio il limite, scandaloso ma necessario, di un Dio che amore e non pu non comunicarsi. di me egli ha scritto. Le Scritture si comprendono solo alla luce del loro compimento, che Ges. La Scrittura, che tramanda la Parola, testimonia il dono di s che ci fa colui che parla. v. 47: se non credete ai suoi scritti, ecc. Per credere alle sue parole, dice Ges, bisogna credere agli scritti di Mos. Ci significa che i cristiani non capiscono Ges se non conoscono la Scrittura. Ma chi conosce la Scrittura, non la pu capire pienamente se non quando tutto si compie. Infatti il Messia, quando verr, riveler ogni cosa (4,25!). Chi legge Mos non si fermi allo scritto, facendone un feticcio; levi invece gli occhi al Signore e guardi a lui. Allora potr avere in s il suo amore; la Parola in lui sar Spirito e vita, non gioco di autogiustificazione e ricerca di vana gloria. 3. Pregare il testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando Ges che parla a chi vuole ucciderlo. c. Chiedo ci che voglio: avere in me lamore di Dio, per accogliere la testimonianza del Figlio che mi fa conoscere il Padre. d. Medito tutte le parole di Ges, con gli occhi del cuore fissi su colui che parla. Da notare: un altro testimonia di me io non ricevo testimonianza da un uomo la testimonianza di Giovanni la testimonianza delle opere la testimonianza del Padre la testimonianza delle Scritture le Scritture parlano di Cristo per capire la testimonianza necessario avere in s lamore di Dio credere a Dio o cercare la gloria dagli uomini per credere alle parole di Ges, bisogna credere a quelle di Mos. 4. Testi utili

Sal 19; 103; 104; Dt 6,3-9; 30,6-14; Gv 1,19-39; 3,16-21.22-36; 8,13-30.31-59; 2Cor 3,1ss; Rm 2,1724; 3,19s; 7,7-25.
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13. DA DOVE COMPREREMO PANE? 6,115 6,1 Dopo queste cose, Ges and al di l del mare di Galilea, di Tiberiade. Lo seguiva molta folla perch vedevano i segni che faceva sugli infermi. Se ne and sul monte Ges e l sedeva con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei giudei. Ges dunque, alzati gli occhi e visto che molta folla veniva a lui, dice a Filippo: Da dove compreremo pane perch costoro mangino? Diceva questo per tentarlo; egli infatti sapeva cosa stava per fare. Gli rispose Filippo: Duecento danari di pane non bastano loro perch ciascuno ne riceva un pezzetto. Gli dice uno dei suoi discepoli, Andrea, il fratello di Simon Pietro: 9 C un ragazzino qui che ha cinque pani dorzo e due pesciolini; ma cos questo per tanti? 10 Disse Ges: Fate adagiare gli uomini. cera molta erba nel luogo; si adagiarono dunque gli uomini in numero di circa cinquemila. 11 Ges prese dunque i pani e, avendo reso grazie, li distribu a chi giaceva similmente anche dei pesciolini quanti ne volevano. 12 Quando furono saziati, dice ai suoi discepoli: Radunate i pezzi che sono in sovrappi, perch non vadano perduti. 13 Radunarono dunque e colmarono dodici ceste di pezzi dai cinque pani dorzo, che erano in sovrappi
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a coloro che si erano nutriti. 14 Gli uomini allora, visto il segno che aveva fatto, dicevano: Questi veramente il profeta che deve venire nel mondo. 15 Ges allora, avendo conosciuto che stavano per venire a rapirlo per farlo re, si ritir di nuovo sul monte, lui da solo. 1. Messaggio nel contesto

Da dove compreremo pane?, chiede Ges a Filippo. Da dove indica lorigine, la natura. Si tratta di un pane che il discepolo ancora non conosce, come la Samaritana non sa da dove viene lacqua (cf. 4,11), Nicodemo da dove viene il vento (cf. 3,8) e il maestro di tavola da dove viene il vino (cf. 2,9). un pane che, a differenza dellaltro, si mangia senza denaro e senza spesa (cf. Is 55, 1ss), che sazia e fa vivere. Abbiamo visto che la Parola, diventata carne (c. 1), rinnova alleanza e tempio (c. 2), fa nascere dallalto (c. 3) e offre lacqua (c. 4) che fa camminare nella libert del Figlio (c. 5). Ora ci rivela da dove viene e qual il pane che mantiene questesistenza nuova, in cui si beve il vino bello, si diventa casa del Padre, si riceve il vento dello Spirito, si beve lacqua viva e si cammina nellamore. Questo pane Ges stesso, il Figlio che si dona ai fratelli e li mette in comunione con il Padre. Il racconto narrato sei volte nei vangeli, rispettivamente due volte in Mc e Mt e una volta in Lc e Gv. Al di l delle differenti accentuazioni nello stesso diamante ognuno vede bagliori diversi , tutti gli evangelisti interpretano il fatto in senso eucaristico: il pane prefigura il corpo di Ges dato per noi, fine della sua e principio della nostra vita filiale e fraterna. Leucaristia il modo proprio di vivere del Figlio, il cibo di cui si nutre luomo risorto, che porta la sua barella e cammina nel sabato. Lepisodio, situato nel tempo di Pasqua, presenta una grande folla che segue Ges, in un passaggio che va oltre il mare, sul monte. Sono chiare allusioni allesodo. Con Ges si compie lesodo definitivo: si pone il mare tra s e la schiavit della morte, si arriva sul monte, dove si riceve la Parola che diventa pane di vita. In questo cammino c sempre la tentazione di sfiducia: come vivere nella libert, quale cibo garantisce di non morire? Tutto il c. 6 un gioco di equivoci sul pane, come prima con Nicodemo sul nascere e con la Samaritana sullacqua. Lequivoco nasce da un doppio senso: una parola ha un significato comune, ma anche un altro pi importante da scoprire, di cui il primo segno. La lettura simbolica della realt fa la differenza tra luomo e lanimale. Ogni cosa non solo se stessa, ma anche rimando ad altro. Chi non lo coglie, un uomo animale, che non capisce le cose di Dio (cf. 1Cor 2,14), ma neppure quelle delluomo. Il cibo e il sesso, per esempio, servono allanimale per conservare la vita dellindividuo e della specie; per luomo invece sono relazione allaltro e servono non per conservare, ma per dare la vita. In un caso sono beni da possedere per vivere, nellaltro sono da donare per amore. Luomo infatti salva la vita se la dona e la perde se la vuol possedere. Il testo vuol chiarire che il pane, che sazia la fame delluomo, la vita filiale e fraterna. Ne mangia chi accoglie Ges, il Figlio amato dal Padre che ama i fratelli. Il c. 6 forma ununit articolata, da leggere di seguito. Inizia con due racconti, uno sul monte (vv. 1-15) e laltro nel mare (vv. 22-25); segue il discorso/dibattito sul vero pane (vv. 26-59), che porta allaccettazione o al rifiuto di Ges, alla confessione di Pietro o al tradimento di Giuda (vv. 60-71). Come sempre, il fatto un segno: il discorso/dibattito non solo ne chiarisce il significato, ma limpatto tra lascoltatore e la Parola, che opera in lui ci che il racconto dice. La Parola, come principio della creazione, lo anche della ri-creazione: fa esistere ci che c, mettendolo in relazione con la sua sorgente.
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Al centro del capitolo c il pane, nominato 21 volte (su 25 in tutto il vangelo di Giovanni). Come lacqua da cui si nasce e laria che si respira, anche il pane simbolo primordiale di vita: lo si mangia per vivere. Ma, a differenza dellacqua e dellaria, non solo dono della terra e del cielo; anche frutto di lavoro, condito di gioia e fatica, di speranza e sudore. In esso iscritto, nel bene e nel male, il destino delluomo, unica creatura chiamata a collaborare con il Creatore per portare a compimento la creazione. Ges ha gi parlato ai discepoli del suo cibo, che fare la volont del Padre e compiere lopera sua (cf. 4,32-34). Egli vive di questo cibo, che lamore del Padre da comunicare ai fratelli, perch passino dalla morte alla vita. Il suo pane amare com amato; la sua opera dare la vita ai fratelli. Il testo manifesta da dove viene questo pane. Solo allora si capisce cosa , come lo si mangia e cosa produce. La domanda di Ges a Filippo serve ad aprire la mente al mistero di ci che sta per compiere. facile scambiare il Signore per un fornitore di pane a buon mercato; per questo la gente lo vuole proclamare re. invece difficile capire che il pane segno del dono della sua vita di Figlio di Dio. Non si tratta n di comperarlo n di fare i conti con la propria insufficienza, bens di accogliere colui che solo ha parole di vita eterna. Il racconto, parallelo al miracolo di Eliseo (cf. 2Re 4,42-44), richiama il dono della manna nel deserto (cf. Es 16,1ss) e ha sullo sfondo il banchetto della Sapienza (cf. Pr 9,1-6; Sir 24,18-25) e il banchetto messianico (cf. Is 25,6-10a; 55,1ss). Dio d la vita; ma qual la vita che d, se non la sua? I vv. 1-4 presentano i personaggi (Ges, folla e discepoli), il luogo (oltre il mare, sul monte) e il tempo ( vicina la Pasqua). I vv. 5-10 preparano la lettura del fatto con un dialogo tra Ges, Filippo e Andrea. I vv. 11-13 raccontano il dono del pane, con chiaro riferimento alla cena del Signore. Ges prende il pane, rende grazie e distribuisce; la gente mangia ed sazia, mentre i discepoli sono invitati a radunare il sovrappi. I vv. 14-15 mostrano lequivoco delle folle: hanno mangiato, ma non hanno capito il pane. Il racconto inizia con Ges che va oltre il mare fin sul monte, seguito dalla folla, e mette alla prova i discepoli per indurli a capire il pane che dar; termina con Ges che abbandona la folla, si ritira da solo sul monte e sfugge alla tentazione di chi lo vuole re. Da questa lontananza, in intimit col Padre, soccorrer i discepoli nel mare in tempesta (vv. 1621); riveler di essere lui il vero pane, proprio perch non vuole regnare su nessuno, ma pone la sua vita a servizio di tutti. A differenza degli altri vangeli, Giovanni non racconta listituzione delleucarestia, che ci d la vita del Figlio. infatti largomento di tutto il suo vangelo. Per nel c. 6 ne illumina il mistero e nei cc. 1317 ne esplicita le conseguenze per la chiesa che vive nellattesa del suo Signore. Ges il Figlio che ha in s la vita come dono del Padre. Ora la dona ai fratelli perch ne vivano. Il gesto che fa e le parole che dice illustrano la sua vita di Figlio: prende il pane, rende grazie e distribuisce ai fratelli, saziando la loro fame. La Chiesa vive di questo pane: leucaristia, centro della sua vita. Non solo si sazia, ma ne raduna il sovrappi, perch non vada perduto. infatti la salvezza sua e del mondo intero. 2. Lettura del testo

v. 1: Dopo queste cose. una connessione esplicita con il brano precedente, dove si parla delluomo risorto, che porta la barella e cammina (cf. 5,8.9.10.11), delluccisione di Ges e della sua rivelazione di Figlio (5, 18-47). Si preannuncia la sua ora, quando dar la sua vita di Figlio ai fratelli. and al di l del mare. C una rottura nel racconto: nella scena precedente Ges era a Gerusalemme, ora lo troviamo in Galilea. linizio del nuovo esodo, luscita dalla schiavit del peccato alla libert del Figlio. La decisione di ucciderlo loccasione di questo esodo, in cui dar il suo pane. di Galilea, di Tiberiade. Espressione insolita, che vari manoscritti interpretano. Non si tratta di una ridondanza: si intende quellansa del lago di Galilea che sta tra Cafarnao e Tiberiade, che pu essere attraversata in barca o percorsa a piedi sulla riva (cf. Mc 6,33). v. 2: lo seguiva molta folla . Cos avverr dopo la risurrezione di Lazzaro (cf. 12,9) e nel suo ingresso a Gerusalemme prima della passione (cf. 12,12). Il popolo compie lesodo al seguito del Figlio. perch vedevano i segni, ecc. Richiama i segni che Dio ha operato con Mos.
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v. 3: and sul monte. Mos sal sul monte, dove furono date le dieci parole di vita. Ora la Parola stessa si dar come pane di vita. Solo su questo monte si pu vivere la libert offerta da Dio. Qui il Signore imbandir il suo banchetto, strapper il velo che copre la faccia di tutti i popoli, eliminer la morte per sempre e far vedere il suo volto (cf. Is 25,6-10). l sedeva con i suoi discepoli. Ges il Maestro, anzi la Parola stessa di cui tutti siamo discepoli. Come sedette sul monte per annunciare la volont del Padre (cf. Mt 5,1ss), ora siede per compierla, offrendo il suo cibo. Cos tutto si compie (cf. 19,30). v. 4: era vicina la Pasqua. Questa indicazione esplicita le precedenti allusioni allesodo e illustra il significato del pane, donato nellultima Pasqua, quando Ges istitu leucaristia. Nella prima Pasqua annunci la distruzione e la ricostruzione del tempio (cf. 2,13-21); nellultima lo uccideranno (cf. 11,5557). Ora anticipa simbolicamente il dono che egli ci far del suo corpo, perch ne viviamo e diventiamo nuovo tempio. v. 5: alzati gli occhi, ecc. Nei racconti paralleli si dice che alz gli occhi al cielo (cf. Mc 6,41; Mt 14,19; Lc 9,6); qui invece li alza sulla folla. Ges non leva gli occhi verso il Padre, perch li ha sempre rivolti verso di lui, per compiere la sua stessa opera (cf. 5,19ss). Alza gli occhi verso i fratelli (cf. Lc 6,20), perch si posto pi in basso di loro: si fatto il pi piccolo e servo di tutti. da dove. la domanda di Ges a Filippo. Ci sono pani diversi secondo lorigine diversa. La domanda di Ges richiama quella di Mos che si lamenta con Dio per il popolo che mormora e chiede da dove prendere la carne per sfamarlo (cf. Nm 11,10-15). compreremo. Tra gli uomini tutto oggetto di compravendita. Tranne le cose essenziali: la vita, lamore e il pane condiviso. Linvito al banchetto messianico, preparato dal Signore su questo monte per tutti i popoli (cf. Is 25,6ss), dice di comperare e mangiare senza denaro e senza spesa, di non spendere i propri beni per ci che non sazia (cf. Is 55,1ss). In esso risuona linvito della Sapienza a mangiare il suo pane, che fa vivere e camminare nella via dellintelligenza (cf. Pr 9,1-6; Sir 24,18-25). pane. Luomo ha la vita, ma non la vita. La sua vita non sua: viene da un altro e si mantiene con altro da s, con il pane. Ma c pane e pane. C quello che si compra e si vende, per il quale si litiga e si uccide. Non certo questo che fa vivere; ad esso, anzi, si sacrifica la vita. C per anche quello che si riceve dal Padre e si condivide con i fratelli, in reciproco amore, che fa dei nostri bisogni il luogo di relazione e di comunione. Questo pane non solo mantiene la vita, ma ci dona la vita stessa del Figlio. perch costoro mangino. Il fine del lavoro delluomo mangiare: vivere. Ma come si mangia? Lanimale consuma il suo pasto da solo alla greppia, o contende la preda con il rivale. Luomo invece fatto per mangiare abitualmente attorno alla mensa, con i fratelli. Il fast food, consumato in solitudine, soddisfa la fame dellanimale, ma non quella delluomo. La sua vita e la sua morte dipendono da come si rapporta con il pane. v. 6: diceva questo per tentarlo. Il pane per noi il primo oggetto di tentazione, come lo fu anche per Ges nel deserto. In Nm 11,13 Mos tentava il Signore perch non sapeva come procurare il pane ed era sfiduciato. Qui il Signore tenta il discepolo per provocarlo a cogliere lalternativa che egli offre al pane che si compera. Infatti sa cosa sta per fare. Dare questo pane il senso della sua vita: la sua carne data per noi. v. 7: duecento danari di pane, ecc. Servono duecento danari, duecento giornate lavorative, per procurarsi questo pane di sudore (cf. Sal 127,2). Il discepolo ignora da dove venga il pane che Ges sta per dare. Non da acquistare con fatica: dono del Padre al Figlio, che a sua volta condivide con i fratelli. Alleconomia violenta dellappropriarsi per possedere, Ges sostituisce quella del Figlio che d come riceve e ama come amato. La prima leconomia di morte del vecchio Adamo, la seconda quella del nuovo Adamo, che fa risorgere i morti e fa vivere. v. 8: Andrea, il fratello di Simon Pietro. Dopo Filippo, si nominano altri due: sono i primi tre che seguirono Ges. Nel dono del pane i discepoli hanno un ruolo importante. Stanno sul monte con Ges, fanno le loro proposte, ricevono lordine di far accomodare la folla e, alla fine, di raccogliere il sovrappi. Al centro sta il gesto di Ges, che essi continueranno a fare in sua memoria.

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v. 9: c un ragazzino qui. Un ragazzino, insignificante, sta allorigine del dono per tutti. Ragazzo in greco significa pure servo. Questo piccolo ha messo il suo pane a servizio degli altri. immagine di Ges, il Figlio venuto per servire e dare la vita per i fratelli, chiamando i discepoli a fare altrettanto. cinque pani dorzo. il pane dei poveri. Richiama 2Re 4,42-44, dove uno offre ad Eliseo venti pani dorzo e di farro per sfamare cento persone. L ci sono venti pani per cento persone: un pane basta per cinque. Qui ci sono cinque pani per cinquemila persone. Il dono del Figlio due volte cento maggiore di quello del profeta. veramente eccessivo! due pesciolini. il companatico del bambino. Quanto egli ha, sufficiente solo per lui; la sua vita di quel giorno. Ma, una volta donato, sar cibo sovrabbondante per tutti. Questo piccolo come Giuseppe, il fratello minore, che sfamer i fratelli. Mentre Filippo fa i conti con ci che si pu comprare da fuori, Andrea fa i conti con ci che disponibile dentro. Se i soldi sono insufficienti per il pane che manca, il pane che c basta per una sola persona. Ma sar proprio il dono di uno solo che sazier tutti. Ognuno infatti, dando ci che ha, realizza pienamente lessere figlio del Padre e fratello degli altri. Questo, e non altro, il pane che sazia. Non occorre averne di pi; basta condividere quello che c: la vita del figlio la relazione che viene dal pane condiviso. Lequivoco del pane lo stesso della vita. Si pensa che manchi o si debba acquistarlo; quello che c, sempre insufficiente: basta per uno solo e per un solo giorno. Luomo pensa sempre a un pane da possedere, comprandolo e accumulandolo per domani. Ma come la vita, che c solo oggi ed un dono: c solo se la si dona. come il respiro, che non pu essere trattenuto o accumulato: c solo come dono e abbandono. Si pu notare che i pani sono cinque e i pesciolini due: la loro somma sette, numero che richiama il compimento della creazione. Questo poco cibo condiviso la vita del settimo giorno, fine della creazione stessa. v. 10: fate adagiare gli uomini. Il Signore prende liniziativa del banchetto e agisce in prima persona. Mangiano adagiati, non semplicemente seduti: un banchetto solenne, quello messianico. cera molta erba. Lerba secca e appassisce, ma la parola di Dio dura sempre (cf. Is 40,7); anzi fa fiorire il deserto (cf. Is 35,1ss). Ci che il Figlio sta per dare un cibo che non perisce, ma che rimane interno (cf. 6,27). nel luogo. Il luogo del pane (cf. 6,10.23) richiama quello dove si adora il Padre in Spirito e verit (cf. 4,20) e dove il Figlio ha guarito il fratello infermo (cf. 5,13), quello dove Ges fu catturato (cf. 18,2), condannato (cf. 19,13) e crocifisso (cf. 19,17.20.41), quello dove sono deposti i segni della morte (cf. 20,7) e dove sono le ferite del Risorto, da vedere e toccare (cf. 20,25). il luogo dove luomo sta di casa, quello che Ges venuto a prepararci (cf. 14,2-3). circa cinquemila. Cinque sono i pani, cinquemila le persone. Un solo pane basta per mille, per uninfinit di persone. v. 11: prese i pani. Luomo prende il pane, la vita. Si pu prendere come Adamo, che rap per possedere in proprio. Allora il pane avvelenato di morte: ci divide dal Padre e dai fratelli. avendo reso grazie (alla lettera: avendo fatto eucaristia). Ges prende in modo diverso da Adamo: il Figlio, che tutto, anche il proprio io, riceve come dono dellamore del Padre, anzi come il Padre stesso che si dona a lui. Si pu prendere il pane con il morso dellanimale o il pugno chiuso nel possesso, oppure con la mano aperta che riceve e dona. Nel primo caso c larresto, nel secondo il fluire della vita. li distribu. In quanto prende ringraziando, Ges il Figlio che ha in s, come dono, la vita del Padre. Ma il Figlio non solo uno che riceve passivamente: uguale al Padre perch capace, come lui, di distribuire ai fratelli ci che ha ricevuto. nel distribuire che si vede concretamente come uno prende, se come dono o come possesso. Il problema dei beni sempre la distribuzione: da essa dipende la vita delluomo. Mentre gli altri vangeli parlano di Ges che spezza e d il pane, Giovanni dice solo che distribuisce. implicito, ma non detto, che abbia spezzato. Spezzare richiama la croce, la fatica della morte, distribuire sottolinea la gioia della vita partecipata, la risurrezione. In questo modo levangelista fa vedere la stessa croce come Gloria.
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Prendere il pane, rendere grazie e distribuire sono le parole delleucaristia, che restituiscono ad ogni pane la sua realt profonda. Nelleucaristia si compie la creazione e si realizza ogni desiderio di Dio e delluomo, ogni promessa sua e attesa nostra: riceviamo la vita del Figlio e diventiamo figli e fratelli. Queste parole trasformano in vita eterna ogni pane: sono come la farina che Eliseo mette nella pentola avvelenata della nostra esistenza, disinnescando la morte che nasconde (cf. 2Re 4,41). Leucaristia fa, di ogni briciola di pane, la pienezza di vita. Per essa il creato torna ad essere bello come era al principio; proprio perch luomo che prende, rende grazie e distribuisce, molto bello (cf. Gen 1,31), immagine e somiglianza di Dio. quanti ne volevano. Ognuno mangia di questo pane secondo il proprio appetito (cf. Es 16,17). Pi uno ne desidera, pi ne ha; senza esaurirlo, perch il dono infinito. v. 12: furono saziati. Solo questo pane sazia la fame delluomo. Altro pane non sazia: d nausea a chi ce lha e morte a chi non ce lha. Mangiare pane che non sazia la grande maledizione, che oggi noi comprendiamo bene. Infatti gran parte dellumanit non ha da mangiare perch una piccola parte accumula un pane che, pi si mangia, pi lascia affamati. Ci che sazia la relazione, ci che fa morire la sua assenza. radunate. importante per il discepolo radunare il sovrappi del pane. Se ne parla con insistenza in due versetti, primo come ordine del Signore e poi come esecuzione dei discepoli. Questi sono coloro che non si accontentano di saziarsi del pane: sono chiamati a radunare il sovrappi, ci che va oltre la saziet materiale. Radunare (in greco syngo) richiama la sinagoga, lassemblea, la comunit. Essa si forma attorno a questo sovrappi di pane, che la raduna mentre lo raduna. i pezzi che sono in sovrappi . La manna, raccolta in sovrappi del bisogno quotidiano, si corrompeva e periva (cf. Es 16,4.20). Solo quella raccolta il sesto giorno si conservava per il sabato (cf. Es 16,21s) e solo quella posta nellArca, davanti alla Presenza, si conservava sempre (cf. Es 16, 32-34). Ci che Ges ci d non solo il pane quotidiano. In esso cogliamo qualcosa di pi: il cibo del sabato, che ci introduce alla Presenza, nellintimit con Dio. Per questo ordina di radunare il sovrappi. Infatti il pane diviso con i fratelli non solo soddisfa la fame animale delluomo; ha uneccedenza la sua eccellenza che deborda oltre ogni appetito. Di questo sovrappi Ges vuol suscitare il desiderio: di questo bisogna aver fame, non del pane che perisce (cf. 6,27). Il pane donato, come ogni dono, segno di questo sovrappi. perch non vadano perduti. Questo sovrappi non deve andare perduto: la vita del Figlio, salvezza di tutto e di tutti. v. 13: radunarono. I discepoli eseguono lordine e si disperdono tra la folla per radunare questo sovrappi. Infatti c dappertutto, perch tutto fu creato per mezzo del Figlio ed in lui, vita di tutto ci che . La comunit dei discepoli non semplice custode di questo sovrappi: costituita dal suo cercarlo dappertutto. I discepoli eseguono lordine del Signore, anche se ancora non hanno capito. Chi mai pu capire questo dono? Eppure lo conservano e ce lo tramandano giorno dopo giorno, pur senza capirlo bene, come vedremo subito dopo sulla barca. Dio si gi donato a noi; attende che viviamo di lui, come lui di noi. colmarono. Di sovrappi c una pienezza stracolma, che indica la benedizione di Dio. dodici ceste. Dodici sono i mesi dellanno, dodici le trib di Israele: di questa pienezza ce n per sempre e per tutti. Del pane condiviso sovrabbonda una quantit perfetta, che abbraccia la totalit del tempo e delle persone. v.14: visto il segno (cf. v.2). Il fatto intuito come un segno di Dio. Chi pu infatti dare questa abbondanza di pane? Non hanno per capito il significato. Per loro questo vuol dire che potranno mangiare a saziet pane che perisce. Non hanno colto il sovrappi. Vogliono solo il pane, non la gioia di colui che d la vita e la comunione con lui. lambiguit di tutti i miracoli.
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veramente il profeta. Identificano Ges con il profeta simile a Mos, promesso in Dt 18,15. Ma non gli danno ascolto; infatti non sanno che in quel pane c la vita del Figlio. v. 15: stavano per venire a rapirlo. Come si rapisce il pane, cos si rapisce colui che lo d, per avere le mani sulla sorgente della vita. lantico e ripetitivo gesto di Adamo, che vuol impadronirsi del dono, negando colui che dona. per farlo re. Il re uno che ha le mani su tutto e su tutti. luomo ideale, ci che ognuno vuol essere. Ges invece il re, il Figlio uguale al Padre, perch si mette nelle mani di tutti, come il pane appena distribuito. Non domina nessuno; anzi pone la sua vita a servizio di ciascuno, perch sia libero. Difatti otterr il titolo regale, scritto in ebraico, greco e latino, proprio sulla croce (cf. 19,20). si ritir di nuovo sul monte. Ritirarsi, in greco anachoro (da cui anacoreta), significa separarsi andando in alto, in una regione superiore. Ges vince la tentazione di diventare re (cf. Lc 4,5-8), ritirandosi sul monte, in intimit con il Padre. Cerca la sua gloria, non la propria. E la gloria di Dio luomo libero, a sua immagine e somiglianza. Ges non si serve del pane per asservire gli uomini, ma si fa loro servo per liberarli. lui solo. Il Figlio, anche da solo, non mai solo: sempre con il Padre (cf. 8,16; 16,32). Per questo sa alzare gli occhi sui fratelli, condividendo con loro la sua vita di Figlio. 3. a. b. c. d. Pregare il testo Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando Ges sul monte, di l del mare, con i discepoli e la folla. Chiedo ci che voglio: cogliere il sovrappi del pane. Traendone frutto, contemplo le persone: chi sono, che dicono, che fanno.

Da notare: Ges si ritira al di l del mare; la folla lo segue per i segni che vede siede sul monte con i discepoli: vicina la Pasqua da dove compreremo pane? sapeva cosa stava per fare duecento danari non bastano per un boccone a testa c qui un ragazzino con cinque pani dorzo e due pesciolini cos questo per tanta gente? cera molta erba nel luogo dove Ges dice di far adagiare la gente erano cinquemila Ges prende il pane rende grazie distribuisce ognuno mangia secondo la sua fame lordine ai discepoli di radunare il sovrappi: non vada perduto i discepoli radunano dodici ceste piene la gente lo acclama come il profeta e lo vuol proclamare re Ges si ritira, da solo, sul monte. 4. Testi utili

Sal 78; 106; 127; Es 16; Nm 11; Sap 16,20-29; Is 25,6-10a; 35,1ss; Mc 6,30-44p; 8,1-9p; 14,32-39p.

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14. IO-SONO, NON ABBIATE PAURA 6,16-21 6,16 17 Quando fu sera, discesero i suoi discepoli sul mare. E, entrati in una barca, venivano al di l del mare, a Cafarnao. Gi si era fatta tenebra e Ges non era ancora venuto da loro. Il mare, spirando un grande vento, si ridestava. Essendosi spinti circa venticinque o trenta stadi, vedono Ges camminare sul mare e farsi vicino alla barca; ed ebbero paura. E dice loro: Io-Sono, non abbiate paura!

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21Allora volevano prenderlo nella barca;


e, subito, la barca fu sulla terra verso la quale se ne andavano. 1. Messaggio nel contesto

Io-Sono, non abbiate paura, dice Ges ai suoi nella barca. Hanno raccolto, ma non hanno colto il sovrappi del pane: hanno visto il segno, ma loro sfuggito il significato. Non hanno capito il fatto dei pani, commenta Mc 6,52. Il seguito del c. 6 ci far entrare nel mistero del pane che Ges ha dato: il dono supremo del Figlio, che ci offre la sua stessa vita. Anche i discepoli, come la folla, volevano che Ges diventasse re. Finalmente sarebbe garantito il pane, e senza sudore. Ignorano il suo cibo, che fare la volont del Padre (4,34). Vogliono un re che domini su di loro (cf. 1Sam 8,1ss; Gdc 9,7-15), non il Figlio che fa camminare i fratelli verso la libert. Vogliono solo mangiare, ma ignorano quel pane che li porta ad amare come sono amati. Eppure la loro barca ne stracarica, sino ad andare a fondo. Possiamo infatti supporre che abbiano portato con s le dodici ceste piene. Anche Paolo viagger, prigioniero, su una barca carica di frumento. I duecentosettantasei passeggeri stavano digiuni da quattordici giorni, sbattuti dal vento e dalla tempesta. LApostolo li esorta a prendere cibo, necessario per la loro salvezza. E prese il pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezz e cominci a mangiarne. Tutti si sentirono rianimati, e anchessi presero cibo (At 27,34-37). Quel poco di frumento, preso con rendimento di grazie, condusse tutti gli uomini in salvo, a terra. Il resto del carico fin nel mare, quasi uneucaristia cosmica, capace di placare labisso. La situazione dei discepoli simile a quella che sempre incontrer la comunit cristiana, anzi la comunit degli uomini. Siamo infatti tutti nella stessa barca, carcerati e carcerieri, come Paolo e i suoi compagni di viaggio. Ges ha dato il suo pane: la sua vita per noi. Di questo cibo pieno il mondo. Ma serve solo ad andare a fondo, sino a quando non lo si prende rendendo grazie, lo si spezza e lo si d a tutti. Questa la sua nuova presenza da quando scomparso sul monte, ritornato in comunione con il Padre. I discepoli, dopo che Ges si ritirato, sono rimasti sul posto con gli altri, aspettando che tornasse. Ma non succede nulla. Si sentono soli e abbandonati: viene la sera e abbandonano il Signore.
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Se ne tornano in citt, facendo a ritroso il cammino dellesodo. Per questo sono presi dalla tenebra. Dopo una giornata di luce, ritornano alla schiavit dalla quale erano usciti. La delusione li ha indotti ad abbandonare il luogo del pane; la tentazione li ha vinti. Il Signore, dov? Non pensa pi a loro? Fanno unesperienza di morte, anticipo dello smarrimento che li coglier quando Ges avr consegnato il suo corpo come pane per la vita del mondo. La barca dei discepoli si trova immersa nel buio, tra cielo e abisso nella notte non si distingue luno dallaltro e pare di essere sospesi nel vuoto , con il pericolo di essere sommersa dallacqua. Infatti un grande vento, mentre la spinge verso il basso, le solleva contro il mare. un vento ben diverso dallo Spirito che fa nascere dallalto. Anche se hanno abbandonato il loro Signore, egli non li abbandona: li ama e non li lascia in preda alle tenebre. Viene loro incontro come colui che cammina sulle acque, vittorioso sulla morte. lui, IoSono! Come al mattino di pasqua, si squarcia la notte che avvolge i discepoli: lo accolgono sulla barca e subito, come dincanto, raggiungono la meta. Questo racconto, incastonato tra il fatto dei pani e il discorso sul pane di vita, mostra la potenza divina di quel sovrappi che va oltre la saziet materiale: la misteriosa presenza dellassente, il Signore stesso che ci comunica la sua vita, ci salva dallabisso e ci d la forza di giungere alla meta desiderata. Il passaggio dal mare alla terra il passaggio dalla morte alla vita. Il testo inizia con la sera e la discesa dei discepoli nel mare, sorpresi dalla tenebra e termina nella luce di Io-Sono, con il quale se ne vanno sino alla terra. Questa traversata metafora dellesistenza umana: sera e tenebra, barca e mare, vento e terra, scendere e venire, camminare sulle acque e andarsene, sono parole evocative per tutti. Ges assente, sul monte presso il Padre. Dopo il dono del pane presente ai suoi, che non lo hanno capito e lo abbandonano, come colui che viene loro incontro camminando sulle acque, per portarli a salvezza. La Chiesa, simboleggiata dalla barca, in assenza di Ges sperimenta la solitudine, la paura e lincapacit di compiere la traversata. Ma sperimenta anche la sorpresa della presenza di lui che cammina sulle acque, il ricongiungimento con lui e lapprodo sicuro. 2. Lettura del testo

v. 16: Quando fu sera. Dopo il suo dono, Ges scomparso; si ritirato, in solitudine, sul monte. I discepoli sono rimasti per un po in attesa del suo ritorno, forse sperando in una sua manifestazione spettacolare come quella propostagli da satana sul pinnacolo del tempio che avrebbe confermato che Dio con lui. Allora le folle lo avrebbero acclamato re e avrebbero avuto il tanto sospirato Messia. Le tre tentazioni che Ges ebbe nel deserto (cf. Mt 4,1-11; Lc 4,1-13), per Giovanni si concentrano qui, attorno al pane, che d saziet, potere e gloria. Come sono sue, sono anche nostre. La situazione dei discepoli la stessa della chiesa, che aspetta il ritorno glorioso del suo Signore. Ma viene inesorabilmente la sera. Ogni realt, avvolta nellombra da cui il giorno lha tratta, quasi mangiata dal nulla, perde i propri contorni e scompare nella notte. Come per i nostri padri, cos anche per noi e per tutti viene la sera. E ci chiediamo: Dov la promessa della sua venuta? Dal giorno in cui i nostri padri chiusero gli occhi, tutto rimane come al principio della creazione (cf. 2Pt 3,4). In realt il Signore ha fatto ci che ha promesso; aspetta solo che noi scopriamo quel pane che ci ha donato in abbondanza, perch viviamo come lui che prese, rese grazie e distribu. discesero i suoi discepoli sul mare. Egli salito sul monte; essi scendono al mare. una defezione, una separazione da colui che sembra essersi separato. Ma cosa pu fare luomo, giunta la sera, se non scendere nel mare, tornare l da dove uscito? I discepoli compiono, a ritroso, il cammino che li ha portati sul luogo del pane. v. 17: entrati in una barca. Questo temine esce otto volte nei vv. 16-24. La barca instabile, piccolo appoggio di legno che fluttua tra lalto e il basso simbolo della chiesa. Affidata allacqua che la sostiene e al vento che la muove, ci che la sostiene l pronto per sommergerla, ci che la muove l pronto per rovesciarla. Ma questa pure la condizione di ogni uomo. Tutti infatti compiamo la medesima traversata incerta, con il desiderio di approdare e la paura di naufragare, segnati dallo stesso destino. Ce lo richiamano incessantemente il comune desiderio e la comune paura.
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venivano al di l del mare. Con Ges hanno compiuto lesodo da Cafarnao a Tiberiade, fin sul monte dove hanno ricevuto il dono del pane. Ora, senza di lui, fanno il controesodo. Sono caduti nella tentazione costante delluomo: non vivere la libert, tornare alla schiavit di prima. gi si era fatta tenebra. Venuta la sera sono colti dal buio: li aveva afferrati la tenebra, dicono importanti codici. La tenebra non soffoca la luce (1,5), n chi segue Ges (8,12; 12,46); prende per luomo che non crede in lui e non diventa figlio della luce (12,35-36). Ges non era ancora venuto da loro. Nellattesa del suo ritorno, abbandonano il monte e vanno l da dove erano partiti. Non sanno che la presenza definitiva dellassente non il pane consumato o da consumare, ma lamore che si fa condivisione con il fratello. Questo il sovrappi, che va oltre la saziet materiale ed cibo che non perisce. infatti la vita stessa del Figlio, che ci mette in comunione con il Padre e i fratelli. Dove la Parola si fa pane, dove si ascolta il suo comando di amarci gli uni gli altri (13,34), lui e il Padre vengono per prendere dimora presso di noi (14,23). v. 18: il mare. nominato tre volte (vv. 16.18.19). Richiama le acque primordiali del caos, vinte da Dio nella creazione, e le onde del Mar Rosso, aperte per lasciar passare il popolo. Lacqua del mare, salmastra e infeconda, si oppone allacqua sorgiva, dolce e feconda, che disseta e dona vita. Uscire dalle acque nascere; entrare nelle acque regredire nella morte. spirando un grande vento. Come c acqua e acqua, cos c vento e vento, spirito e Spirito. Lo spirito dei discepoli, che abbandonano il Signore, opposto a quello che li ha condotti sul luogo del pane. In noi sperimentiamo sempre i due spiriti: quello che apre alla vita e quello che conduce alla morte. Chi non conosce lacqua e il pane del Figlio, conosce il mare e il vento di morte. Questo lo spirito minaccioso che insidia la nostra traversata. si ridestava. La parola greca indica il ridestarsi e sollevarsi tumultuoso delle onde, ed un composto della parola destarsi che indica la resurrezione. Ma qui non la vita, bens la forza di morte che si risveglia, per risucchiarci nellabisso. Se abbandoniamo il Signore della vita, giunta la sera siamo catturati dalla tenebra, in balia dellabisso e del vento. una situazione di smarrimento, che tutti proviamo. Sar particolarmente forte la burrasca che sperimenteranno i discepoli dopo che Ges, fattosi pane, si ritirer definitivamente. Sar la tenebra del venerd santo. v. 19: venticinque o trenta stadi. Sono circa cinque chilometri. La barca quindi a met del lago, nella situazione pi critica, lontana sia dal punto di partenza che da quello di arrivo. vedono Ges. unepifania di luce, vista dalla parte dei discepoli. Vedono Ges solo ora; ma lui di fatto sempre stato con loro. Prima, immersi nella tenebra, sentivano solo il mare, che apriva sotto di loro la bocca, e il vento gagliardo che dallalto ve li scagliava dentro. Quando i discepoli vedono Ges, non si nomina pi n tenebra n vento n burrasca, neppure per dire che sono cessati. Giovanni mette in evidenza non tanto il miracolo delle acque che si placano, quanto il placarsi dei discepoli alle parole di Ges. Sar la sorpresa del mattino di Pasqua, che muta la loro veste di sacco in abito di gioia (Sal 30,12). camminare sul mare. Solo Dio cammina sulle acque: ha il dominio perfetto sul caos e sulla morte (cf. Gb 9,8; Sal 77,20; Is 51,10). Camminare sulle acque il sogno impossibile delluomo, suo limite invalicabile: vincere la morte, avere la vita piena. quanto dona quel pane che essi non hanno ancora capito e che Ges spiegher subito dopo. quel pane che lui stesso ci dona attraverso la sua morte e risurrezione. I discepoli sono chiamati a mangiarlo, per camminare come lui ha camminato e passare dalla morte alla vita. farsi vicino alla barca. Il Signore si fa vicino a chi si fatto lontano da lui. La sua apparente lontananza la sua morte sar la sua massima vicinanza a noi: si far nostro pane. ebbero paura. I discepoli passano dalla paura della morte alla paura del Signore della vita. la reazione che coglie luomo non solo davanti a ci che teme, ma anche davanti a ci che desidera. Questa paura antica quanto il peccato, quanto la sfiducia nel Padre (cf. Gen 3,10). v. 20: Io-Sono. Ges rivela la sua identit. I sinottici dicono che lo credono un fantasma e fanno della scena un miracolo di salvezza. In Giovanni tutto concentrato sul vedere e riconoscere Ges presente. Io-Sono, espressione cara a Giovanni, richiama il Nome con cui il Signore si rivel a Mos (Es 3,14). Non unillusione il pane che Ges ci ha dato: Dio che salva. non abbiate paura. Se luomo, fin dallinizio, ha paura di Dio, sempre Dio, quando appare, dice: Non aver paura. Dio amore; e lamore perfetto scaccia il timore (1Gv 4,18).
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v. 21: volevano prenderlo nella barca. Questo prenderlo non un rapirlo, come al v. 15; invece il modo stesso con cui Ges prese il pane al v.11. I discepoli prendono Ges: anche se ancora non lo comprendono, lo accolgono con s. Si aprono cos al mistero che Io-Sono riveler subito dopo a Cafarnao. Quando lo vogliamo prendere perch ci interessa lui, invece di rapirlo perch ci interessa il pane, allora giungiamo subito alla terra. subito la barca fu sulla terra. Come in un sogno, si annulla ogni distanza. Con Ges non c pi n notte n mare n vento: c subito la terra. La terra dove si vive: con lui la nostra barca approda subito alla vita (cf. Sal 107,30). lui, infatti, il pane di vita. verso la quale se ne andavano. La discesa dei discepoli al mare termina con lapprodo alla terra verso la quale se ne andavano. Questo verbo indica il cammino di Ges verso il Padre (7,33; 8,21; 13,3.33.36; 14,4-5.28; 16,5-10.17), da cui disceso (3,13). Lui stesso il cammino che conduce al Padre (14,4-6). Il dono del pane, che ha appena fatto, il viatico di questo cammino. Anche di Lazzaro Ges dice: Scioglietelo e lasciate che se ne vada (cf. 11,44). 3. a. b. c. d. Pregare il testo Entro in preghiera come il solito. Mi raccolgo immaginando il mare e la barca dei discepoli. Chiedo ci che voglio: vedere il Signore in ogni pane che si riceve e si d. Traendone frutto, contemplo le persone: chi sono, che fanno e che dicono.

Da notare: fu sera i discepoli scendono sul mare e tornano a Cafarnao li sorprende la tenebra Ges non ancora venuto la barca in mezzo al mare, agitata dal vento vedono Ges camminare sulle acque Io-Sono! Non abbiate paura lo prendono sulla barca la barca fu subito alla terra, verso la quale se ne andavano. 4. Testi utili Sal 77; 107; Mc 6,45-52; Mt 14,22-33; 1Cor 11,17-34; At 27,13-44.

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15. IO-SONO IL PANE DELLA VITA 6,22-47 6,22 Il giorno dopo la folla rimasta al di l del mare vide che non cera l altra barchetta se non una sola e che Ges non era entrato con i suoi discepoli nella barca, ma i suoi discepoli se ne erano andati da soli. Altre barche[tte] vennero da Tiberiade vicino al luogo dove mangiarono il pane dopo che il Signore aveva reso grazie. Quando dunque la folla vide che Ges non era l, n i suoi discepoli, essi entrarono nelle barchette e andarono a Cafarnao per cercare Ges. E, trovatolo al di l del mare, gli dissero: Rabb, quando sei venuto qui? Rispose loro Ges e disse: Amen, amen vi dico: mi cercate non perch vedeste dei segni, ma perch mangiaste dei pani e foste saziati. Operate non per il cibo che perisce, ma per il cibo che dimora per la vita eterna, quello che il Figlio delluomo vi dar. Su di lui infatti il Padre pose il suo sigillo. Allora gli dissero: Che facciamo per operare le opere di Dio? Rispose Ges e disse loro: Questa lopera di Dio, che crediate a colui che egli invi. Allora gli dissero: Ma che segno fai tu, perch vediamo e crediamo in te? Cosa operi? I nostri padri mangiarono la manna nel deserto, come sta scritto: Pane dal cielo diede loro da mangiare. Allora disse loro Ges: Amen, amen vi dico: non Mos ha dato a voi il pane dal cielo, ma il Padre mio d a voi il pane dal cielo, quello vero.
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Il pane di Dio infatti colui che scende dal cielo e d vita al mondo. Allora gli dissero: Signore, dacci sempre questo pane! Disse loro Ges: Io-Sono il pane della vita. Chi viene a me non avr pi fame e chi crede in me non avr pi sete. Ma vi dissi che, pur avendo visto [me], tuttavia non credete. Tutto ci che il Padre mi d verr a me; e chi viene a me non (lo) espello fuori, perch sono sceso dal cielo non per fare la mia volont, ma la volont di chi mi invi. Ora questa la volont di chi mi invi: che di quanto mi ha dato, nulla perda, ma lo risusciti nellultimo giorno. Questa infatti la volont del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui, abbia vita eterna e io lo risusciter nellultimo giorno. Allora i giudei mormoravano di lui perch disse: Io-Sono il pane sceso dal cielo. E dicevano: Non costui Ges, il figlio di Giuseppe, di cui conosciamo il padre e la madre? Come pu dire ora: Sono sceso dal cielo? Rispose Ges e disse loro: Non mormorate gli uni con gli altri. Nessuno pu venire a me, se il Padre che mi invi non lo attira; e io lo risusciter nellultimo giorno. scritto nei profeti: E saranno tutti ammaestrati da Dio. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato, viene a me.
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Non che alcuno abbia visto il Padre, se non colui che da presso Dio: questi ha visto il Padre. Amen, amen vi dico: chi crede [in me] ha vita eterna.

1. Messaggio nel contesto Io-Sono il pane della vita, dice Ges alla folla che accorsa da lui. Il suo un linguaggio mistico; illustra infatti un mistero, quello delleucaristia, centro della fede cristiana. Mistica e mistero evocano per noi qualcosa che sa di magia e irrealt. Ma questa non che una deviazione, purtroppo facile, del grande destino delluomo: luomo di sua natura un mistico, alla ricerca del mistero celato in ogni cosa. Per lui infatti ci che vede da capire e interpretare: un segno del cui significato lui solo tiene in mano la chiave. Luniverso un libro aperto, che tale se qualcuno lo sa leggere. Nelluomo il segno trova il suo significato, la realt la parola che la fa venire alla luce. In lui giunge a compimento lopera della creazione, che ritrova quella parola dalla quale e per la quale fu fatta. Quando Ges afferma di essere il pane della vita, ovviamente dice una metafora. Metafora significa che porta al di l. Il linguaggio sempre metaforico: porta al di l di se stesso, sino alla realt da capire e da comunicare. Se non siamo dei mistici che colgono il mistero dei segni, non siamo ancora essere umani; sentiamo solo dei suoni che associamo a un oggetto o a una serie di oggetti, come fa anche il nostro cane. Una certa mentalit positivistica non va oltre questo livello, anche se conosce molte pi associazioni, che le permettono di dominare, ma non certo di capire il mondo. Ges dice che il pane, simbolo della vita, lui, il Figlio che ama il Padre e i fratelli. La vita delluomo infatti costituita da quelle relazioni di amore che la rendono umana e vivibile: Chi non ama dimora nella morte (1Gv 3,14b). Ges applica a s le caratteristiche del pane, che insieme dono del cielo e frutto di lavoro: umile e utile, appetibile e disponibile, semplice e gustoso, faticoso e gioioso, forza di chi lo assimila e comunione tra chi lo mangia. Le folle cercano Ges perch hanno mangiato. Vogliono garantirsi la vita materiale; non hanno ancora capito che la vita delluomo entrare in relazione con lui e vivere come lui, il Figlio che si fa pane per i fratelli. Non desiderano tanto lui, quanto ci che da lui viene; e vogliono impadronirsi della sorgente del pane. Sono come i polli, che vanno dietro alla massaia per amore del becchime. Sono ancora animali, intenti al cibo che perisce. Ignorano il pane che non perisce, quello che mette in comunione con Dio e con gli uomini. Israele, il primo giorno che entr nella terra promessa, disse: Che buono Dio!; e danz e tacque di stupore. Il secondo giorno disse: Che buono Dio, che ci ha dato la terra!; e cant e guard con gioia il cielo e la terra. Il terzo giorno disse: Che buona la terra che Dio ci ha dato!; e guard con piacere la terra e il cielo. Il quarto giorno disse: Che buona la terra!; e guard con avidit la terra. Il quinto giorno tacque, dimentic il Padre e guard con invidia il vicino. Nel sesto giorno ognuno cominci a litigare con il fratello, per ampliare i propri confini. Cos ebbe inizio, e continu, tutto ci che leggiamo nei libri di storia e sui giornali: furti e omicidi, imbrogli e menzogne, violenze e ingiustizie, oppressioni e mali di ogni tipo. Il giardino divenne deserto e tutti finirono in esilio, senza terra, senza Padre e senza fratelli. Il pane che Ges vuol darci quello del settimo giorno, che ci riporta dal deserto al giardino, dallesilio alla patria. Questo pane la sua stessa vita: il suo amore di Figlio per il Padre e per i fratelli. Solo questo ci mantiene liberi e ci fa abitare in tranquillit la terra (cf. Lv 25,18s). Ad ogni uomo il Signore ha fatto tre doni. Il primo luniverso intero, il secondo il suo proprio io, il terzo Dio stesso. Fine di ogni dono infatti il dono di s. Tutto gli dato gratuitamente, senza che faccia nulla; sta per a lui riceverlo con gratitudine e vivere in esso il dono che Dio gli fa di se stesso. Il pane alimenta la vita, ma non la vita. La vita accogliere il mondo e il proprio io come dono damore di Dio. La relazione con lui la felicit che ognuno desidera: la vita eterna dire s a chi da sempre s per ogni sua creatura.
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Chi fa del pane, di se stesso o di qualunque altra cosa, compresa la legge e lalleanza, il proprio feticcio, come uno che si innamora dellanello di fidanzamento e non di chi glielha dato. Allora ci che segno perde il suo significato, ci che mezzo diventa fine: la vita si riduce a un accumulo di segni senza significato e di mezzi senza scopo. Si mangia pane che perisce. Anzi, pane avvelenato, che fa perire. Il pane, che Ges ha preso rendendo grazie e distribuendo, lui stesso, il suo corpo dato per noi. In quanto pane, egli ci conferisce la sua vita di Figlio; mangiarlo significa assimilarlo, o meglio, esserne mangiati e assimilati, per vivere di lui e come lui. Nel dialogo sono strettamente intrecciati il pane e la fede in Ges. In un lungo discorso che occupa il resto del capitolo, Ges spiega cos questo pane (vv. 22-47) e come lo si mangia (vv.48-58). Pi che un discorso , come sempre in Giovanni, un dialogo tra la Parola e noi che ascoltiamo. Nel dialogo escono le varie reazioni, che alla fine determinano la presa di posizione nei confronti di Ges: o si decide per lui o ci si recide da lui, che solo ha la parola di vita eterna (vv. 5971). Il testo unitario e articolato, con una progressione continua ma graduale, verso un livello sempre pi alto. Questa prima parte inizia con la folla che, non trovando pi n Maestro n discepoli, va in cerca di Ges (vv. 22-24). Quando lo trovano, Ges li rimprovera di cercarlo per il pane che perisce e li esorta a darsi da fare per quello che non perisce, che porta su di s il sigillo del Padre ( vv. 25-27). Per procurarsi questo pane bisogna credere in lui (vv. 28-29). Alla richiesta di un segno, simile alla manna, perch possano credere in lui (vv. 30-31), Ges risponde che la manna del deserto, come il pane che hanno appena mangiato sul monte, segno del vero cibo che viene dal Padre: il dono del Figlio che d la vita al mondo (vv. 32-33). Alla domanda di avere questo pane, Ges rivela: Io- Sono il pane della vita, che sazia pienamente la fame e la sete delluomo ( vv. 34-36), perch il Figlio che fa la volont del Padre, testimoniando il suo amore per i fratelli sino a dare la vita; aderire a lui avere la vita eterna ( vv. 37-40). Per credere in lui bisogna superare lo scandalo della sua carne, nella quale si compie ogni dono di Dio alluomo (vv. 41-47). Ges cerca di far cogliere, a folla e discepoli, il sovrappi del pane che hanno mangiato. Ci sono due modi opposti di considerare il cibo, che sono due modi opposti di vivere: lanimale lo fa oggetto di preda e lo contende al vicino, il figlio lo prende come dono damore del Padre e lo condivide con il fratello. Il primo nega lumanit delluomo: gli d fame di sempre altro pane che, lungi dal saziarlo, lo fa morire, rendendo impossibile la vita sulla terra. Il secondo realizza la sua umanit: lo sazia, rendendolo figlio del Padre e fratello di tutti. La nostra esistenza quotidiana pu essere un inferno o un paradiso: possiamo vivere da homo homini lupus, oppure da homo homini Deus! Ges dice di s: Io-Sono il pane della vita. infatti il Figlio che comunica ai fratelli la vita del Padre, il suo amore. Questo non qualcosa di impalpabile e vago, ma il modo concreto di mangiare il pane, ogni pane: invece di consumarlo in solitudine, lo si condivide con i fratelli attorno alla mensa del Padre, prendendo, rendendo grazie e distribuendo. La Chiesa vive in pienezza sempre maggiore il sovrappi del pane che ha raccolto nel dono di Ges. Facendone memoria, compie un continuo esodo da un egoismo che disumanizza a un amore che divinizza luomo, dandogli la sua vera identit di figlio nel Figlio. 2. Lettura del testo v. 22: Il giorno dopo la folla rimasta al di l del mare, ecc. La folla rimasta sul luogo del pane, in attesa del seguito di ci che aveva sperimentato. Si accorge per che lunica barca, sulla quale Ges era venuto con i suoi discepoli, non c pi. Il Maestro scomparso da solo sul monte per non diventare re; i discepoli nel frattempo se ne sono andati per conto loro, delusi della sua assenza. Ges, discepoli e folla, uniti nel dono del pane, sono ora separati tra di loro. Il testo, un po complesso nella formulazione, pu sembrare superfluo: ai fini del racconto basta il v. 24. In realt sottolinea bene lo smarrimento della folla che non sa pi dove trovare il Signore quando
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la sua comunit abbandona il luogo del pane. lo sconcerto di chi vede noi, suoi discepoli, lontani da quel pane che ci fa testimoni del Signore. Nei vv. 22-24 si parla quattro volte di barca. Lattenzione tutta sulla barca dei discepoli, scomparsa senza il Maestro, e sulle altre barche che vengono per cercare Ges. v. 23: altre barche[tte] vennero da Tiberiade, ecc. Anche altra gente ha saputo ci che capitato e accorre sul luogo del pane. Ci si aspetta una ripetizione dellevento. Ma il Signore non viene incontro alle loro attese. Attorno al pane Giovanni concentra le tre tentazioni che i sinottici pongono nel deserto, dopo il battesimo di Ges: quella del pane (cf. v. 5s), quella del potere (v. 15) e ora quella di un segno dal cielo (v. 30). mangiarono il pane dopo che il Signore aveva reso grazie. Con un linguaggio, che per il lettore chiaramente eucaristico, si riferisce in sintesi ci che accaduto il giorno prima: mangiare il pane (non i pani!) e rendere grazie. Ges chiamato il Signore, cosa eccezionale fuori dal discorso diretto (solo qui e in 11,2; 20,20; 21,12). Nel dono del pane infatti il popolo sapr chi il Signore suo Dio (cf. Es 16,12b). v. 24: quando dunque la folla vide ecc. La folla, venuta sul luogo, vede che non c n Ges n i suoi discepoli: non trova ci che attende. Allora torna a Cafarnao, da dove era partita. L, come da una mano invisibile, sono riunificati quelli che hanno partecipato al dono del pane. Il dialogo, che Ges far con loro nella sinagoga, li porter a cogliere il significato di ci che era avvenuto il giorno prima. per cercare Ges. La folla cerca Ges, come gi i primi due discepoli (1,38) e poi Giuda e la Maddalena (18,8; 20,15). La ricerca ha esito diverso, secondo lo spirito che la muove: pu portare a dimorare presso di lui e abbracciarlo, oppure a rapirlo e tradirlo. v. 25: trovatolo al di l del mare. Nel suo lavoro di liberazione dei fratelli, il Figlio paziente con loro: li conduce nellesodo, ma li segue e si fa trovare anche nel controesodo. gli dissero. la prima volta che la folla parla con Ges. Il pane del Figlio, di cui tutti abbiamo bisogno, ci fa tutti suoi interlocutori. quando sei venuto qui? Cercano di conoscere i movimenti di Ges. Vogliono, se non possedere, almeno controllare la sorgente del pane. v. 26: amen, amen vi dico. Ges non risponde alla loro domanda, ma a ci che la muove. Sposta lattenzione a un altro livello: il Signore che parla, con lintento di raddrizzare lambiguit della loro ricerca. mi cercate. Cercare Ges cercare il pane, la vita. non perch vedeste dei segni, ecc. Si pu cercare Ges solo perch garantisce il pane materiale per sopravvivere, oppure perch si visto nel pane il segno di lui che si dona. Si pu cercare il dono del Signore oppure il Signore del dono. Ges vuol e-ducarli (e-ducare = e-ducere, tirar fuori: questo il vero esodo!) dal loro orizzonte egoistico perch accolgano il suo amore. v. 27: operate non per il cibo che perisce. Luomo chiamato a coltivare e custodire la terra (Gen 2,15), a faticare, dopo il peccato, per procurarsi il pane (cf. Gen 3,17b-19). Ma questo pane perisce, come anche chi lo mangia. ma per il cibo che dimora per la vita eterna. La vita delluomo infatti la comunione con Dio (Dt 30,19s). Questa data a chi, nel suo lavoro quotidiano, opera secondo la sua parola. Il cibo che d la vita lascolto della legge di vita e di intelligenza (Sir 45,5). Luomo infatti non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca del Signore (cf. Dt 8,3). Non le diverse specie di frutti nutrono luomo, ma la tua parola conserva quelli che credono in te (cf. Sap 16,26); Quanto sono dolci al mio palato le tue parole: pi del miele per la mia bocca (Sal 119,103). Il vero cibo delluomo, che lo distingue dallanimale, la parola, che d senso ad ogni realt e crea relazione tra le persone. Per questo dice la Sapienza: Venite e mangiate il mio pane, abbandonate la stoltezza e vivrete (Pr 9,5s). Il cibo di cui si parla non unambrosia o un nettare che garantisce limmortalit; invece un modo concreto di vivere il pane di ogni giorno, come parola damore scambiata con il Padre: il dono dello Spirito, che ci fa vivere da figli e da fratelli. quello che il Figlio delluomo vi dar. Questo cibo il dono del Figlio delluomo, sul quale si apre il cielo (1,51). Ce lo dar, al futuro, nel suo corpo dato per noi. Il pane che hanno mangiato il giorno prima segno anticipato di questo dono. Esso viene solo da lui e lo ottiene chi aderisce a lui: lui stesso, la sua carne.
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su di lui il Padre pose il suo sigillo. Il sigillo indica consacrazione, appartenenza, autentificazione. Si tratta del segno che il Padre ha posto su Ges nel battesimo: il dono dello Spirito, che lo autentica come Figlio (3,33). v. 28: che facciamo per operare le opere di Dio? La folla capisce che deve cercare il pane che non perisce e che esso consiste nellosservare la parola del Signore, operando le opere di Dio. Per questo chiedono cosa fare per eseguire il suo beneplacito. In altre parole: come vivere in concreto il comando dellamore, suo precetto fondamentale? la domanda, e il dramma, di chi vuol essere giusto (cf. Rm 7,14ss). v. 29: questa lopera di Dio. Alle tante opere nostre, Ges contrappone lopera di Dio, quella che veramente a lui piace e che lui stesso compie in noi (cf. v. 37). che crediate a colui che egli invi. La grande opera che Dio fa che accogliamo il dono del Figlio (cf. 3,16), in cui si compie la salvezza della creazione intera. Accogliere Ges, Parola del Padre, luce e vita del creato (cf. 1,1ss), realizzare il disegno di Dio, che ci vuole tutti figli nel Figlio. v. 30: che segno fai tu? La richiesta di un segno vista dai sinottici come incredulit (cf. Mt 12,38; 16,1; Mc 8,11; Lc 11,16). Ges ha appena offerto il segno del pane; invece di darne uno nuovo, d la spiegazione di quello che ha operato, perch vediamo in esso il compimento dellopera di Dio e crediamo in lui. v. 31: i nostri padri mangiarono la manna nel deserto. Come la Samaritana al pozzo parla dellacqua data dal padre Giacobbe (4,12), come pi avanti si parler del padre Abramo (cf. 8,53), la folla parla ora dei nostri padri, ai quali fu data la manna. Gli interlocutori di Ges riconoscono lazione di Dio nel passato, ma sono incapaci di vederla nel presente. Non colgono che ci che Dio ha compiuto per i padri segno di ci che compie ancora per noi. questo il salto della fede, che permette di guardare oltre il semplice fatto per leggerlo come segno della mano e del cuore del Padre, sempre allopera per i suoi figli. sta scritto: pane dal cielo diede loro da mangiare. Questa citazione non c alla lettera nella Bibbia. Si parla di pane dal cielo in Esodo 16,4 e nel Salmo 78,24 (cf. Sap 16,20; Sal 105,40). Si tratta della manna, il cibo dellesodo, che sta al centro del dialogo tra Ges e la folla. v. 32: amen, amen vi dico: non Mos ha dato a voi il pane dal cielo, ma il Padre mio d a voi, ecc. Ges sposta lattenzione da Mos a Dio stesso (chiamato Padre mio), dal passato (vi ha dato) al presente (vi d) e dai padri a voi, gli ascoltatori. Il pane dal cielo non viene da un uomo, non qualcosa di passato e non riguarda i nostri padri: dal Padre mio, che lo d al presente a voi che mi ascoltate, dice Ges. il pane dal cielo, quello vero. Per tre volte di seguito si nomina il pane dal cielo. La manna un pane dal cielo, ma non quello vero. Essa un segno che preannuncia il pane vero, quello che non perisce e d vita eterna. Ges aiuta i suoi ascoltatori a leggere i doni del passato come rimando a ci che Dio opera adesso per loro. v.33: il pane di Dio colui che scende dal cielo e d vita al mondo. Invece di colui si pu tradurre anche quello. Per nel v. 35 c lidentificazione tra il pane e Ges. Egli non solo pane dal cielo, ma pane di Dio: Dio che scende dal cielo e si fa pane per comunicare la sua vita al mondo intero (cf. 3,16; 4,42). v. 34: dacci sempre questo pane. Come la Samaritana chiese lacqua che zampilla per la vita eterna (4,15), questi chiedono quel pane che compie lopera di Dio e d vita al mondo. Landamento del dialogo nella sinagoga di Cafarnao simile a quello davanti al pozzo di Giacobbe: un gioco di provocazioni e reazioni, che culmina nellautorivelazione da parte del Signore e nel desiderio del suo dono da parte di chi lo ascolta. v. 35: Io-Sono il pane della vita. Ges identifica se stesso con il pane di Dio che scende dal cielo e d la vita al mondo. tipico di Giovanni far dire a Ges: Io-Sono, seguito da un predicato (6,35.51; 8,12.18.23; 10,7.9.11.14; 11,25; 14,6; 15,1.5), oppure anche senza (8,24.28.58; 13,19; cf. anche 6,20; 18,5.8). Io-Sono il Nome con il quale Dio si rivelato a Mos (Es 3,14). Il predicato, quando segue, rivela chi e cosa fa questo Nome. Qui il predicato il pane, che comunica la sua vita a chi lo mangia. Siamo al livello pi alto della comprensione del segno. Il pane, la vita che desideriamo e riceviamo, Ges stesso, il Figlio che d la vita per noi.
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chi viene a me. Venire a Ges indica il movimento della fede, che si compie nel mangiare e bere lui, per vivere di lui. non avr pi fame/sete (cf. 4,14; 7,37-39). Fame e sete indicano quel bisogno di vita, felice e piena, cui luomo aspira. Quanti si nutrono di me avranno ancora fame e quanti bevono di me avranno ancora sete, dice la Sapienza (Sir 24,20), sottolineando la qualit del suo dono, che suscita sempre maggior desiderio senza mai nauseare. Qui invece Ges sottolinea lappagamento; diversamente sarebbe una frustrazione continua. saziato addirittura il desiderio originario di Adamo: diventare come Dio (Gen 3,5). v. 36: pur avendo visto [me], tuttavia non credete. I suoi ascoltatori vedono il pane della vita, di cui quello nel deserto e quello sul monte sono segno, e tuttavia non credono in lui. La loro non semplice ignoranza del dono (cf. 4,10). Hanno visto i segni e ne hanno ascoltato il significato. C nel loro cuore un impedimento a credere, che non cera nella Samaritana. Il Signore non pu essere il loro pane, fino a quando altri pani sono il loro signore: non possono credere in Dio, finch il loro dio il proprio io (5,44). Preferiscono la tenebra alla luce, perch le loro opere sono malvagie (3,19ss). Le resistenze che abbiamo nel credere al Figlio vengono dalla menzogna che ci impedisce di accettare che Dio Padre e noi suoi figli. v. 37: tutto ci che il Padre mi d, verr a me. Lopera di Dio, in quanto Padre, attirare tutti, nessuno escluso, al Figlio, nel quale lui ci Padre e noi gli siamo figli. Venire al Figlio e unirsi a lui il fine delluomo, fatto al sesto giorno perch in lui la creazione attinga il settimo e Dio sia tutto in tutti (1Cor 15,28). non (lo) espello fuori. Ges non espelle e non perde (v. 39) nessuno dei suoi fratelli che il Padre gli ha dato. Anzi, d loro la vita eterna e li risusciter nellultimo giorno (vv. 39-40). v. 38: perch sono sceso dal cielo. Ges il pane che scende dal cielo, inviato dal Padre e sempre in comunione con lui, per comunicarci la sua vita. La sua discesa il suo divenire carne per manifestarci e donarci il Padre. v. 39: questa la volont di chi mi invi, ecc. La volont del Padre comunicare la propria vita ai suoi figli. Ges, scendendo dal cielo, compie lopera del Padre, perch non vada perduto nulla di quanto egli ama, cos che lultimo giorno sia per tutti vita e non morte. v. 40: questa la volont del Padre mio ecc. Lui il Figlio (Padre mio), che conosce la sua volont. Questa parola esce quattro volte nei versetti 38-40. Volont significa amore, non solo come passione, ma anche come capacit di azione. La volont del Padre darci il Figlio, perch in lui vediamo il suo amore per noi e lo accogliamo. lo risusciter nellultimo giorno (cf. v. 39). Aderire al Figlio avere gi ora la vita eterna, che consiste nellamare il Padre e i fratelli. Questo amore vittoria sulla morte e caparra della risurrezione futura: uniti a lui, siamo in comunione con il principio stesso della vita. v. 41: allora i giudei mormoravano. Gli ascoltatori, anche se siamo in Galilea, sono chiamati giudei, che in Giovanni ha una connotazione negativa. Infatti mormoravano contro il Signore, come il popolo incredulo nel deserto. Alle sue mormorazioni per la mancanza di cibo (Es 16,2.7.8.12), Dio risponde inviando dal cielo pane e carne, in modo che conoscano che il Signore il loro Dio (Es 16,11). Il popolo si lamenta che i suoi occhi non vedono che questa manna (Num 11,6), senza accorgersi che un cibo pieno di ogni delizia (Sap 16,20). Qui i giudei mormorano contro il pane che vedono, chiedendo come possa essere disceso dal cielo: non colgono nellumanit di Ges la rivelazione di Dio. Eppure, se Dio vuole comunicarsi a noi, non pu che farsi carne e sangue, come noi. v. 42: non costui Ges, il figlio di Giuseppe ecc. Ges uomo: come pu essere di origine divina? Come mai chiama Dio: Padre mio e promette agli uomini la vita di Dio? Come pu un uomo farsi eguale a Dio (5,18)? il mistero di Ges. Egli carne, come tutti noi. Per la Parola diventata carne, il Figlio di Dio che si fatto Figlio delluomo, scandalo inevitabile perch ogni figlio duomo diventi figlio di Dio. v. 43: non mormorate. Ges non si giustifica n corregge. Chiede di non mormorare e di accettare questo scandalo, necessario alla nostra salvezza. v. 44: nessuno pu venire a me, se il Padre ecc. Ges ribadisce che accogliere lui dono del Padre, la sua opera per eccellenza (cf. vv.29.37): egli attira ogni uomo al Figlio, perch diventi figlio.
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Questattrazione del Padre, anche se misteriosa, innata nelluomo, proprio perch suo figlio; si esprime nelle molteplici richieste di senso che ciascuno si pone. v. 45: scritto nei profeti: e saranno tutti ammaestrati da Dio (Is 54,13). Tutti siamo istruiti direttamente da Dio, discepoli della voce interiore che testimonia della Parola, luce vera che illumina ogni uomo (1,6-9). Siamo teodidatti, ammaestrati da Dio (Is 54,13): egli agisce nel cuore di ogni uomo attirandolo verso la luce e la vita, verso il Figlio nel quale si dona a noi come Padre. Se prima cera la legge, scritta su tavole di pietra, ora Dio stesso scrive nei nostri cuori la sua parola (cf. Ez 36,26s; Ger 4,4; 2Cor 3,2s), mettendo in noi un cuore nuovo, pieno del suo amore. Chi ascolta questa attrazione interna, aderisce al Figlio e conosce il Padre. Senza di essa assolutamente incomprensibile come uno possa diventare cristiano. Non certo per via di indottrinamenti o di crociate! v. 46: non che alcuno abbia visto il Padre se non colui, ecc. (1,18). Lattrazione interna non ci fa vedere direttamente il Padre; ci porta invece al Figlio, lunico che vede il Padre e lo pu rivelare (1,18): vedendo lui, vediamo il Padre (14,9). Solo nel Figlio si conosce il Padre, perch lo si pu conoscere solo in quanto figli. In fondo non possiamo conoscere se non ci che siamo. v. 47: chi crede [in me] ha vita eterna. Chi crede nel Figlio ha vita eterna: la sua vita di Figlio, che la medesima del Padre. Perch la vita eterna, il pane della vita, il pane disceso dal cielo, il Figlio stesso che ci dona la sua comunione con il Padre. I versetti seguenti avranno il tono di unomelia eucaristica, che ci rivela come si mangia questo pane (vv. 48-58). 3. Pregare il testo a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginandomi nella sinagoga di Cafarnao, dopo il dono del pane. c. Chiedo ci che voglio: riconoscere in Ges, nella sua carne data per me, il pane che mi comunica la vita del Figlio. d. Traendone frutto, medito e assaporo ogni parola di Ges. Da notare: la folla resta in attesa sul luogo del pane la folla non vede pi la barca: i discepoli sono partiti da soli, abbandonando Ges sul monte altre barche vengono e, tutte insieme, fanno ritorno a Cafarnao per cercare Ges non hanno capito il segno: vogliono solo pane operare per il pane che rimane per la vita eterna, non per quello che perisce come compiere le opere di Dio lopera che Dio compie: credere in Ges come il Figlio la richiesta di un segno, come la manna la risposta: leggere la manna data ai padri come segno di ci che ora Dio d a loro il pane di Dio colui che scende dal cielo e d la vita al mondo Io-Sono il pane della vita credere in lui la saziet divina che luomo cerca si pu vedere senza credere Ges compie la volont del Padre comunicando la sua vita di Figlio ai fratelli: per questo pane di vita questo pane dona vita eterna ora e la risurrezione nel futuro lo scandalo della carne di Ges proprio ci che ci salva lattrazione interiore del Padre verso il Figlio si conosce il Padre e si ha la sua vita solo nel Figlio. 4. Testi utili
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Sal 78; 105; 136; Es 16; Dt 8,1ss; 30,15-20; Sap 16,20-21.

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16. IL PANE CHE IO DAR LA MIA CARNE PER LA VITA DEL MONDO 6,48-59 6,48 Io-Sono il pane della vita.

49I vostri padri nel deserto


mangiarono la manna e morirono. Questo il pane che scende dal cielo, affinch chi ne mangia non muoia.

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51Io-Sono
il pane vivente che sceso dal cielo; se uno mangia di questo pane vivr in eterno, e il pane che io dar la mia carne per la vita del mondo.

52Allora i giudei litigavano tra loro


dicendo: Come pu costui darci la [sua] carne da mangiare? Allora disse loro Ges: Amen, amen vi dico: se non mangiate la carne del Figlio delluomo e non bevete il suo sangue, non avete vita in voi stessi.

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54Chi mastica la mia carne


e beve il mio sangue ha vita eterna, e io lo risusciter nellultimo giorno.

55La mia carne infatti vero cibo


e il mio sangue vera bevanda.

56Chi mastica la mia carne


e beve il mio sangue, dimora in me e io in lui.

57Come il Padre, il vivente, ha mandato me


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e io vivo grazie al Padre, cos chi mastica (di) me, anche lui vivr grazie a me. Questo il pane che sceso dal cielo, non come (quello che) mangiarono i vostri padri e morirono. Chi mastica questo pane vivr in eterno.

59Queste cose disse in sinagoga


insegnando a Cafarnao. 1. Messaggio nel contesto Il pane che io dar la mia carne per la vita del mondo , dice Ges dopo aver detto che lui il pane della vita. Sin qui ha portato la folla a cercare quel pane che non perisce, che lui. La manna, come ogni dono, segno di quel pane che Dio vuol dare a tutti: la vita del Figlio, che ci fa figli. Ma la folla non accetta che lui possa essere il pane disceso dal cielo, che d vita eterna. Non riconosce la sua origine divina, perch un uomo, come tutti. Ges rivela allora che la vita ci viene proprio dalla sua umanit, dalla sua carne offerta per la vita del mondo. Essa il dono totale di s che Dio fa alluomo. Ges infatti la Parola diventata carne, perch in lui ogni carne ritrovi la Parola. I termini carne, carne e sangue sostituiscono la metafora del pane; mangiare, masticare e bere sostituiscono il verbo credere. Credere in Ges, pane vivente, mangiare e masticare la sua carne, bere il suo sangue. Dieci volte si parla di mangiare o masticare, sei volte di carne e quattro volte di bere il sangue. Carne, come carne e sangue, significa luomo nella sua umanit concreta. Mangiare non solo mantiene in vita la funzione del cordone ombelicale sostituita prima dal succhiare e poi dal masticare , ma, ancor pi profondamente, un atto di comunione tra chi d la vita e chi la riceve. Ci che distingue il mangiare umano da quello animale il suo essere comunicazione damore interpersonale, che culmina nella parola scambiata con laltro. Non di solo latte vive il bambino, ma di ogni parola che esce dalla bocca della madre, disse qualcuno parafrasando il detto biblico: non di solo pane vive luomo, ma di quanto esce dalla bocca del Signore (Dt 8,3). Mangiare la carne e bere il sangue masticare e bere lui! un linguaggio molto crudo e duro (cf. v. 60). Ma ci che significa ancor pi sorprendente: mangiare il Figlio delluomo significa assimilare il Figlio di Dio, sino a vivere di lui. Mangiare infatti assumere, metter dentro e assimilare il cibo. Credere in Ges, aderire a lui e amarlo, qui chiamato mangiare. Luomo diventa ci che mangia, o, meglio, ci che ama. Il Figlio di Dio ci ha amati fino ad essere divorato dal suo amore per noi (cf. 2,17!) e diventare Figlio delluomo innalzato; noi, amando e mangiando lui, diventiamo figli di Dio. Il testo ha due livelli di lettura. sempre possibile una seconda lettura, perch ogni parola dice altro e, alla fine, dice lAltro. Questo vale segnatamente per il vangelo di Giovanni, che, invece di raccontare la trasfigurazione, ne fa le lenti attraverso cui guardare tutto il resto. Osserva infatti con locchio e il cuore nuovo di chi ama, che in ogni cosa vede il volto dellamato. Questa visione, lungi dallessere visionaria, la pi reale di tutte, perch fatta alla luce di colui che luce e vita di quanto esiste. Il primo livello di lettura, per quanto scandaloso, comprensibile anche per gli ascoltatori di Ges. Affermando che lui il pane di vita e che la sua carne la vera manna del nuovo esodo, Ges si attribuisce le prerogative della Parola. Si rivela cos come il compimento di ci che lesodo e lalleanza, e ancor prima la creazione, significano: il disegno di Dio di comunicare la sua vita alluomo. Mangiare e assimilare lui, Figlio amato dal Padre che ama i fratelli, la nuova legge. Si tratta di una ripresa del tema precedente, con uno sviluppo ulteriore e decisivo: a chi non crede che lui possa dare vita eterna perch uomo, risponde che proprio la sua umanit la rivelazione definitiva di Dio. Per questo chi non accetta lui, non compie le opere di Dio e non riceve la vita.
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Il secondo livello di lettura trasparente al lettore cristiano: si tratta di una vera e propria omelia sulleucaristia. La sua carne non metaforica: realmente il suo corpo dato per noi. Chi mangia la sua carne, pane vero, e si alimenta di lui, riceve il dono supremo di Dio: il corpo e il sangue del Figlio, che lo mette in comunione di vita con lui e con il Padre. Giovanni, secondo lo stile che gli proprio, non racconta listituzione delleucaristia, che i lettori conoscono; preferisce invece farne comprendere il mistero profondo, esplicitando ci che gli altri vangeli lasciano implicito. Parlando di carne e sangue si allude alla croce, dove Ges dar il suo corpo e verser il suo sangue. Proprio la sua umanit dona alluomo ci di cui tutto segno: Dio stesso come dono di s. Per essa entriamo in comunione con il Figlio di Dio che diventato Figlio delluomo. Ogni altro pane simbolo di questo, che la realt. Per questo prendiamo ogni briciola di pane ogni realt, per quanto piccola sia come segno damore del Padre, rendiamo grazie a lui e condividiamo con i fratelli, facendo circolare in tutto e per tutti la vita del Figlio. Leucaristia davvero salvezza nostra e del mondo intero. Infatti ci rende figli nel Figlio, in comunione con il Padre, con i fratelli e con tutto il creato. Ci che non oggetto di eucaristia, morto e infetto di morte. Questo finale del dialogo ci fa entrare nel mistero di quel sovrappi di pane che ormai presente in ogni frammento del creato: Dio stesso che ci dona di vivere di lui, del suo amore. Giova ripetere: chi d una cosa, in realt d se stesso. Ogni dono, infatti, implica il dono di s. Nel dono della carne e del sangue del Figlio si svela e si compie il dono di Dio: accogliamo lui come Padre e noi stessi come figli. E di questo gioiamo dicendo: Amen. Creazione, esodo e alleanza trovano nelleucaristia la loro pienezza: la festa del settimo giorno, la libert dei figli, le nozze tra Creatore e creatura, il riposo delluno nellaltro. Davanti a un Dio che si dona a noi come pu non donarsi, se amore? non c che stupore e gioia senza fine. Ges d la sua carne e il suo sangue come cibo e bevanda del nuovo esodo. La sua umanit, totalmente offerta a noi, rende visibile quel Dio invisibile che tutto e solo amore: in lui si celebra lalleanza nuova e definitiva tra cielo e terra. La Chiesa mangia e beve di lui, vero pane che ci assimila a lui e ci rende capaci di amare con lo stesso amore con cui siamo amati (13,34; 15,9; 17,23). Partecipiamo cos della vita trinitaria, amore eterno tra Padre e Figlio che si espande su tutte le creature (cf. Sal 145,9), perch Dio sia tutto in tutti (1Cor 15,28). 2. Lettura del testo

v. 48: Io-Sono il pane della vita. Il pane richiama la parola di Dio, principio di vita. Il vero pane Ges, Parola diventata carne. NellAT si parla di mangiare al banchetto della Sapienza (Pr 9,5s; Sir 24,18-33; Is 55,1ss), addirittura di mangiare il rotolo della Parola (Ez 3,3). Le parole di Ges sono comprensibili alla luce di questa tradizione biblica. v. 49: i vostri padri nel deserto mangiarono la manna e morirono. La manna il cibo dellesodo. I vostri padri ne mangiarono, ma non giunsero alla terra promessa (Nm 14,21-23; Gs 5,6; Sal 95,8ss); fallirono nel cammino e non ottennero la vita eterna, perch non ascoltarono il Signore. Ges parla dei vostri padri, in opposizione al Padre mio, della manna in opposizione al pane che scende dal cielo e del morire in opposizione alla vita eterna. v. 50: questo il pane che scende dal cielo. La manna venne dal cielo, ma solo nel passato; inoltre chi ne mangi non ottenne la vita. Il pane di cui Ges parla invece scende ora dal cielo, al presente, e chi ne mangia non muore. affinch chi ne mangia, non muoia. Credere in Ges, pane di vita, diventa ora mangiarlo: assimilando lui, Parola diventata carne, non moriamo, a differenza dei nostri padri. v. 51: Io-Sono il pane vivente. Ges, pane della vita (cf. v. 48), qui il pane vivente, vivo e vitale, capace di trasmettere vita. La vita che in lui la stessa del Padre vivente (cf. v. 57). che sceso dal cielo . Al v. 50 si dice che scende, qui che sceso, per indicare quel momento preciso della storia in cui si offerto: lora della croce, anticipata nel suo farsi carne. se uno mangia di questo pane vivr in eterno . Chi ne mangia, ha vita eterna: vive da figlio e sar risuscitato lultimo giorno (cf. vv. 40.54). Non si dice che non subisca la morte fisica, ma che questa sar
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seguita dalla risurrezione (vivr in eterno). La vita eterna, che gi ora ha chi mangia di lui, la comunione damore con lui; la morte, lungi dallinterromperla, la compir pienamente. il pane che io dar la mia carne per la vita del mondo. Si passa dal pane, che richiama il dono della manna, alla carne, che richiama il sacrificio dellagnello. Sono allusioni allesodo e alla pasqua. Il pane che Ges dar, quando sar giunta la sua ora, la sua carne: il suo corpo dato per noi. un preannuncio della passione e del suo frutto. Ges lagnello di Dio che toglie il peccato dal mondo (cf. 1,29), diventando, nel suo sacrificio, sorgente di vita e di benedizione per tutti (cf. 19,34). La carne di Ges, la sua umanit offerta sulla croce come dono totale di amore, lepifania di quel Dio che nessuno mai ha visto. In lui la Parola diventata carne perch la carne stessa diventi Parola, racconto di Dio, presenza del suo Spirito che anima il mondo. Caro salutis cardo: la carne il cardine della salvezza! Lespressione: la mia carne per la vita del mondo corrisponde a quella di Lc 22,19: il mio corpo dato per voi, che Ges ha detto nellultima cena (cf. Mc 14,22; Mt 26,26). Giovanni preferisce carne a corpo, come nel prologo; esplicita per con per la vita e dice mondo invece di voi (cf. molti di Mc 14,24, riferito al sangue): chiarisce, con termini a lui cari, il significato delleucaristia che la comunit celebra in memoria del suo Signore. v. 52: i giudei litigavano. Se nel v. 41 mormoravano, ora c una discussione pi vivace, un litigio. come pu costui darci la [sua] carne da mangiare? Prima mormoravano perch Ges, essendo uomo, si fa come Dio dicendo di essere dal cielo. Ora litigano perch dice che la vita divina viene dal mangiare la sua carne di uomo. lo scandalo fondamentale dellincarnazione: Ges Parola e carne, Dio e uomo. La salvezza viene proprio dal fatto che lui insieme Figlio delluomo e Figlio di Dio. v. 53: amen, amen vi dico. Invece di rispondere, Ges ribadisce la sua affermazione con autorit divina. Quanto ha detto chiaro e vero. solo da accettare. se non mangiate la carne del Figlio delluomo . Ges non solo il vero pane, cibo per il cammino dellesodo; in quanto Figlio delluomo crocifisso, anche carne dellagnello, cibo che ci fa uscire dalla schiavit (cf. Es 12,1-14). Solo chi lo mangia ha la vita che Dio vuole dargli. e non bevete il suo sangue. un richiamo alla morte in croce, da dove scaturisce il sangue dellagnello che salva dalla morte (cf. Es 12,13). Il sangue per i semiti la vita e la vita appartiene a Dio; per questo vietato bere il sangue. Ges invece afferma che chi mangia la carne del Figlio delluomo, beve il suo sangue: chi assimila la sua vita di Figlio di Dio, ebbro del suo Spirito. non avete vita in voi. Mangiare la carne e bere il sangue del Figlio delluomo ci comunica la sua vita di Figlio, che, come il Padre, ha in se stesso la vita (cf. 5,26). Partecipiamo alla vita del Padre e del Figlio, al loro amore reciproco. v. 54: chi mastica la mia carne, ecc. Ges ribadisce in positivo ci che ha appena detto in negativo: lui, e solo lui, il Figlio, ci dona la vita eterna. Qui mangiare (in greco phg o esth) diventa masticare, triturare con i denti (in greco trg). La sua carne da masticare per essere assimilata bene, in modo da ricevere la sua energia vitale. Queste espressioni, per quanto crude, sono comprensibili agli ascoltatori di Ges come metafore del credere in lui, inviato dal Padre per darci la parola di vita. Per il cristiano invece sono pienamente trasparenti: nelleucaristia mangiamo e viviamo del Figlio, siamo veramente divinizzati, come dice 1Gv 3,1: Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente. ha vita eterna. Il pane d la vita fisica a chi lo mangia. Il Figlio di Dio d la sua vita a chi lo mangia: gi nel momento presente lo fa vivere del suo amore eterno per il Padre, che si rivela a noi in quello che ha verso i fratelli. e io lo risusciter nellultimo giorno. Ges ribadisce che il dono del Figlio non solo vita eterna al presente, ma anche risurrezione nel futuro. La vita eterna consiste nel vivere da figli amando il Padre e i fratelli, con un amore pi forte della morte. Questo amore pegno di risurrezione nellultimo giorno: Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, se amiamo i fratelli (1Gv 3,14a). Infatti, se vero che chi non ama rimane nella morte (1Gv 3,14b), altrettanto vero che chi ama non rimane nella morte, perch dimora in Dio, che amore (1Gv 4,8b).

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v. 55: la mia carne vero cibo e il mio sangue vera bevanda . Ogni altro cibo e bevanda sono segno, simbolo o metafora, della carne e del sangue del Figlio, la realt che ci d la vita ed la nostra vita (cf. 1,1ss). Per il popolo che camminava nel deserto la manna era il cibo che garantiva la vita fisica, la legge era il cibo che garantiva la vita eterna. Ora Ges si propone come vero cibo e vera bevanda, compimento della vita che ha nella creazione il suo inizio, nellesodo il suo riscatto e nella comunione con Dio il suo fine. v. 56: chi mastica la mia carne e beve il mio sangue. Si ripete che necessario mangiare, anzi masticare e assimilare la sua umanit, per bere il suo Spirito. dimora in me e io in lui . Il frutto del mangiare e bere lui il dimorare nostro in lui e suo in noi. la prima volta che esce dimorare in (cf. 15,4.5.7.9). Significa la comunione di vita, propria dellamore. Lamore infatti non mai con-fusione che annulla le persone, n cannibalismo per cui uno sopprime laltro. invece comunione tra due che restano distinti. Qui si parla di reciproco dimorare delluno nellaltro : amare significa accogliere laltro in se stesso, farsi sua casa. Questa la presenza reale delluno nellaltro, nellamore reciproco. Per questo un bue che mangia pane eucaristico non entra in comunione con il Signore, perch non lo ama n lo capisce come tanti che partecipano alleucaristia senza sapere quello che fanno. v. 57: io vivo grazie al Padre. Ges, il Figlio amato e inviato ai fratelli, tutto dal e del Padre: vive grazie a lui, di lui e per lui. Egli venuto a comunicarci, come nostra vita, questa sua relazione con lui, che la sua essenza di Figlio. chi mastica (di) me, vivr grazie a me . Masticare lui necessario per vivere grazie a lui: da lui, di lui e per lui. Mangiando lui, siamo come mangiati e assimilati da lui. Questo il mistero dellamore: lamato diventa la vita di chi lo ama, informando tutto il suo essere, dal suo sentire al suo pensare, dal suo volere al suo agire. Dice Paolo: Non sono pi io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20). Realmente questo cibo ci d la vita del Figlio! v. 58: questo il pane che sceso dal cielo. la battuta riassuntiva del dialogo (cf. vv. 32.48.50). Ges ha parlato del vero pane che comunica alluomo la vita di Dio: quel pane lui, la sua umanit di Figlio di uomo data per noi, perch diventi la nostra umanit di figli di Dio. non come (quello che) mangiarono i vostri padri e morirono (cf. v. 49). A chi gli aveva chiesto un segno dal cielo come la manna, Ges risponde che questa un segno transitorio di ci che lui ci d. Il pane, che il giorno prima hanno mangiato sul monte, ben pi eccellente della manna: bisogna raccoglierne e coglierne il sovrappi. Questo sovrappi la realt stessa di cui il dono del pane, come ogni altro dono, segno: il dono di s che Dio fa ad ogni carne nella carne del Figlio delluomo. chi mastica questo pane vivr in eterno (cf. vv. 50-51a). La vita eterna la pienezza di vita, propria di Dio. Essa data a chi mastica di questo pane, che il Figlio, e vive di lui, sino a dire: lui la mia vita (cf. Fil 1,21). v. 59: queste cose disse in sinagoga, insegnando a Cafarnao . Alla fine si dice il luogo della rivelazione. Questo pane, come concreto, cos lo si capisce in un tempo e un luogo concreto: in quel tempo e in quel luogo in cui ascoltiamo queste parole. Ges le ha dette a Cafarnao, in sinagoga (cf. v. 22), dove si ascolta la parola di Dio, vita delluomo. 3. Pregare il testo

a. Entro in preghiera come al solito. b. Mi raccolgo immaginando la sinagoga di Cafarnao. c. Chiedo ci che voglio: mangiare la carne di Ges e bere il suo sangue, dimorare in lui come lui in me, vivere per lui come lui per il Padre. d. Mastico, bevo e gusto ogni parola, perch diventi in me Spirito e vita. Da notare: Io-Sono il pane della vita
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chi mangia questo pane vivr in eterno il pane che io dar la mia carne per la vita del mondo come costui pu darci la sua carne da mangiare? la mia carne vero cibo e il mio sangue vera bevanda chi mastica la mia carne e beve il mio sangue, dimora in me e io in lui chi mangia me, vive per me, come io per il Padre queste cose disse a Cafarnao, in sinagoga.

4. Testi utili Sal 16; 63; Es 12,1-14; Mc 14,22-24; 1Cor 11,17-34; Gal 2,20.

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17. QUESTO VI SCANDALIZZA? 6,6071 6,60 Allora molti dei suoi discepoli, avendo ascoltato, dissero: Dura questa parola! Chi pu ascoltarla? Ora Ges, conosciuto in se stesso che i suoi discepoli mormoravano su questo, disse loro:

61

Questo vi scandalizza?
62 63 E se vedeste il Figlio delluomo salire dove era prima? Lo Spirito colui che d vita, la carne non giova a nulla. Le parole che ho detto a voi sono Spirito e sono vita.

64Ma ci sono tra voi


alcuni che non credono. Ges infatti conosceva dallinizio quelli che non credono e chi colui che lo tradir. E diceva: Per questo vi ho detto che nessuno pu venire a me se non gli dato dal Padre. Da questo momento molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non camminavano pi con lui. Allora Ges disse ai Dodici:

65

66 67

Non vorrete andarvene anche voi?


68 69 70 Gli rispose Simon Pietro: Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna! E noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio. Rispose loro Ges: Non ho scelto io voi, i Dodici?

Eppure uno tra voi un diavolo.


71 Ora Ges parlava di Giuda di Simone Iscariota; questi infatti stava per consegnarlo, uno dei Dodici!
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1. Messaggio nel contesto Questo vi scandalizza?, chiede Ges ai suoi discepoli di allora e di sempre, che allimprovviso subentrano ai giudei che prima mormoravano e poi litigavano (vv. 41.45). Ges ha parlato di s come del pane sceso dal cielo (vv. 32-47): mangiare la sua carne e bere il suo sangue ci fa vivere del suo amore verso il Padre e i fratelli (vv. 48-58). Ora che si pienamente rivelato, chiede adesione a s. Trova per il muro dellincredulit non solo presso i giudei, ma anche presso i discepoli. Sono colti da una crisi che porta molti ad allontanarsi da lui. Dono di Dio e incredulit delluomo hanno una storia antica che tende a ripetersi, soprattutto davanti a quel dono supremo che il dono di s. Gi la caduta di Adamo nel giardino e di Israele nella terra promessa lincredulit davanti al dono. Questo comunque originario e irrevocabile, come lamore da cui scaturisce. Ges, dopo lentusiasmo suscitato, ha deluso le loro attese messianiche. Oltre che un fatto storico, un ammonimento alla comunit cristiana. Si pu essere affascinati dalle sue opere, ma non accogliere la sua persona ed essere apostati, lontani da lui. Addirittura tra i Dodici serpeggia il tradimento (vv. 64b.71). Giuda rappresenta per la comunit il risvolto ultimo, oscuro e minaccioso, dellincredulit. un dialogo serrato tra Ges e i suoi, messi in crisi dal fatto che il pane di cui si vive la sua carne data per la vita del mondo (v. 51). La salvezza delluomo passa attraverso la croce del Figlio delluomo! Neppure Pietro lha accettata (cf. Mc 8,31-33; Mt 16,21-23) e nessuno dei discepoli lha capita (cf. Lc 9,44s; Lc 18,31-34). Lo scandalo, che tocc ai discepoli davanti alle predizioni della passione, colpisce anche noi davanti alleucaristia. Infatti mangiare la sua carne e bere il suo sangue ci assimila a lui. Lo scandalo duplice: da una parte Ges non realizza, ma capovolge i nostri sogni messianici, dallaltra noi siamo chiamati ad essere come lui. Sia per i giudei che per noi, sia per i discepoli che per i Dodici, la croce il fallimento estremo. Invece del Messia glorioso, che ha in mano tutto e tutti, Ges si mette nelle mani di tutti, come il pane. Invece di dominare si pone a servire e la sua realizzazione la sua uccisione, in cui offre la sua vita per amore. Sono in gioco due concezioni opposte di Dio e di uomo. Noi, come Adamo, vogliamo essere come quel dio sul quale proiettiamo il nostro egoismo, con la brama di avere, di potere e di apparire. Lui invece ha il volto dellamore: condivisione, servizio e umilt. Noi vorremmo un dio a immagine e somiglianza della nostra carne, insufficienza in cerca di autosufficienza; siamo invece salvati se la nostra carne diventa immagine e somiglianza della sua, che dono di s fino alla morte. La carne del Figlio delluomo, che tanto ci scandalizza, lungi dal contraddire la sua origine divina, la rivela totalmente nel suo farsi dono damore, a salvezza di ogni carne. Veramente la sua carne il cardine della salvezza. Chi laccetta conosce chi il Signore e ritrova la propria verit; chi non laccetta, si allontana dalla vita e si pone nellinautenticit. Noi oggi possiamo non percepire lo scandalo della sua carne: possiamo celebrare leucaristia come un bel rito, senza riconoscere in essa il corpo del Signore e senza assimilarci a lui. Allora mangiamo e beviamo la nostra condanna, come quelli di Corinto (cf. 1Cor 11,29). Se non accettiamo di vivere della sua carne data per noi, non abbiamo il suo Spirito nella nostra carne; siamo ancora nella morte, come quei discepoli che si allontanano dal pastore della vita, come Giuda che lo tradisce. Ma questo il grande mistero: chi lo rifiuta (e chi lo accetta davvero?) confeziona il suo pane. Infatti lo uccide. Ma lui dona la sua vita a chi gliela toglie e si fa pane per tutti. Innalzato sulla croce, manifesta la sua gloria e si rivela Io-Sono (8,28), perch chiunque lo vede e crede in lui, abbia la vita eterna (3,14s). Guardando a colui che abbiamo trafitto (19,37), vediamo quanto Dio ama il mondo, fino a dare il suo proprio Figlio unigenito per salvarlo dalla morte (3,16). Nei vv. 60-63 Ges conferma, senza mezzi termini, lo scandalo della croce. Nei vv. 64-66 denuncia lincredulit di alcuni discepoli, che poi diventano molti (vv. 64a.66); nei vv. 67-69 provoca i Dodici a riconoscerlo, insieme con Pietro, come il Santo di Dio, che ha parole di vita eterna. Eppure, anche tra loro, Ges sa che c un traditore (v. 70s).

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Ges il Figlio delluomo che d la sua carne per la vita degli uomini. Lo scandalo della croce giudizio e salvezza del mondo: ne svela la menzogna e lo salva, rivelandogli un Dio che ama sino a dare la propria vita per chi lo uccide. La Chiesa patisce questo scandalo come tutti. Davanti alleucaristia chiamata a vivere della sua carne, che mangia. Anche se lo riconosce, sempre esposta al rinnegamento e al tradimento, come Pietro e come Giuda. 2. Lettura del testo v. 60: Allora molti dei suoi discepoli . Prima erano i giudei, ora sono i suoi discepoli, distinti dai Dodici, a non accogliere la Parola; alla fine sar anche uno dei Dodici. La resistenza dei discepoli la stessa del lettore davanti a quanto Ges ha appena detto, la stessa che prova davanti alleucaristia chiunque comprenda ci che celebra. dura questa parola, ecc. La durezza sta nella sua parola o nel nostro cuore che non la accoglie? La sua parola di amore si scontra inevitabilmente con il nostro egoismo; esso ci acceca talmente che il bene ci sembra male e il male bene. Per questo dice il Signore: I miei pensieri non sono i vostri pensieri e le vostre vie non sono le mie vie (Is 55,8). v. 61: Ges, conosciuto in se stesso, ecc. Ges conosce la nostra reazione in se stesso, ancora prima che dalla nostra parola: La mia parola non ancora sulla lingua e tu, Signore, gi la conosci tutta (Sal 139,4). Il Figlio conosce lincredulit dei fratelli davanti allamore del Padre: il male dal quale venuto a guarirli, a costo della sua vita. questo vi scandalizza? La parola scandalizza esce in Giovanni solo qui e in 16,1. Oggetto dello scandalo che il pane di vita sia la sua carne data per la vita del mondo. lo scandalo della croce. Essa, per i discepoli come per il mondo, debolezza e stoltezza estrema, naufragio di ogni speranza; ma per Dio la forza e la sapienza estrema dellamore. Accettare la carne di Ges data per noi la nostra salvezza. per importante avvertire lo scandalo, per superarlo. Chi non lo avverte, neppure si accorge della novit assoluta che ha davanti e la ridurr sempre a qualcosa di ovvio. Lovviet religiosa il primo nemico di Dio, che di sua natura altro lAltro! Lo riduce infatti a semplice proiezione dei deliri delluomo. v. 62: se vedeste il Figlio delluomo salire dove era prima? Prima il Figlio delluomo era in cielo, da dove sceso (cf. vv. 33.38.41.42.50.51.58). La sua discesa la sua venuta tra noi, il suo farsi carne. La sua salita il suo ritorno, la sua glorificazione, che per Giovanni la croce, dove il Figlio delluomo si fa pane di vita. Lo scandalo, che i discepoli subiscono nella sinagoga di Cafarnao, anticipa quello che subiranno il venerd santo, quando lo vedranno innalzato. v. 63: lo Spirito colui che d vita; la carne non giova a nulla . Il senso immediato evidente: la vita viene dallo Spirito, non dalla carne, che viva solo per lo Spirito. Ma laffermazione si riferisce a Ges o ai discepoli? Dovrebbe essere una spiegazione del versetto precedente, che parla del Figlio delluomo che sale dove era prima e da dove mander lo Spirito. La sua carne terrena non pu darci lo Spirito prima di salire, prima di dare la vita per noi. Il chicco di frumento, se non muore, non porta frutto (cf. 12,24). Potrebbe per riguardare anche i discepoli. Essi, per superare lo scandalo, devono prima vederlo innalzato sulla croce; solo dopo possono gustare la sua carne e bere il suo sangue, ricevere il suo Spirito e vivere di lui. le parole che ho detto a voi sono Spirito e sono vita. Ci sono parole che tolgono il respiro, chiudono il cuore e uccidono; le sue parole, che noi consideriamo dure e inaccettabili, ci danno in realt il respiro di Dio e ci aprono alla sua vita: sono parole di vita eterna, come dir Simon Pietro (v. 68). Chi supera lo scandalo e accoglie la sua parola di Figlio, ha il dono dello Spirito e della vita di Dio. v. 64: ci sono tra voi alcuni che non credono . Al suo amore si oppone il nostro egoismo: uno capisce solo il proprio linguaggio, presta fiducia a ci che conferma quanto gi pensa. I motivi della fede e dellincredulit non stanno nella testa ma nel cuore, non nella ragione ma nella situazione concreta che si vive. Solo chi sufficientemente libero dallegoismo e dalle paure, capace di aprirsi a parole di amore e fiducia. Ges infatti conosceva dallinizio, ecc. Si sottolinea, come spesso in Giovanni, la conoscenza divina di Ges. Egli conosce il nostro male, che lincredulit. Il Maestro sta parlando ai discepoli; non
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si tratta quindi dellincredulit del mondo, ma della chiesa stessa. Si pu infatti celebrare leucaristia e non riconoscere il corpo di Cristo, perch il nostro agire opposto al suo (cf. 1Cor 11,20-22). Si pu essere discepoli a parole, senza credere alla Parola, alla Parola della croce che ci salva. Si pu addirittura stare alla sua mensa e tradirlo (cf. 13,2.11.18.21-30). Eppure il Signore ci ha chiamati e amati, sapendo in anticipo chi siamo. Non i sani, ma i malati hanno bisogno del medico (cf. Mc 2,17p). v. 65: nessuno pu venire a me se non gli dato dal Padre. (cf. v. 44). Ges ribadisce che credere al Figlio dono del Padre. Questo dono offerto a tutti i suoi figli. Se cos non fosse, Dio non sarebbe il Padre di tutti e Ges non sarebbe il Figlio, per il quale tutto stato creato (cf. 1,3). Lincredulit il grande mistero della libert delluomo, che, schiavo dellignoranza e del vizio che ne consegue, incapace di rispondere allamore con lamore. La colpa dellincredulit, sia qui che al v. 44, sembra addossata al Padre pi che ai suoi figli. un paradosso attribuire a Dio la responsabilit ultima del nostro male; ma anche lunica possibilit di risolverlo. Se infatti a lui spetta lultima parola, chiaro che non sar cattiva come la nostra. Per questo il Figlio, che conosce il Padre, si addosser sulla croce il male del mondo. Se Dio che d la fede, tanti si chiederanno: Perch a me non la d?. Se per fanno questa domanda, significa che gi hanno il desiderio della fede. Si tratta di un seme, innato nel cuore di ogni uomo, che presto o tardi germiner. Meglio presto che tardi. v. 66: da questo momento molti dei suoi discepoli . Molti suoi discepoli, non solo alcuni (v. 64), non credono, perch trovano dura e scandalosa la Parola. si tirarono indietro, ecc. Invece di andare dietro a Ges, si tirano indietro da lui. Invertono la direzione della loro vita e non camminano pi con lui: si allontanano dalla compagnia del Figlio, abbandonano la propria verit e tornano nelle tenebre. Questa crisi colse molti di quelli che allinizio lo seguirono con entusiasmo, fino a quando videro che non realizzava le loro attese. La stessa crisi, anche inavvertitamente, prende ogni discepolo che non vive ci che celebra nelleucaristia. Leucaristia infatti pu essere un puro far memoria del Signore senza fare ci che lui ha fatto. Per questo nellultima cena Giovanni non racconter listituzione delleucaristia, bens la lavanda dei piedi (13,1ss), per mostrare cosa essa comporta per la vita di ogni giorno. Questi discepoli, pur avendo finora seguito il Signore, non hanno ancora il cuore convertito. Pensano e agiscono come gli altri: sono ancora dal mondo. lento il cammino verso la libert, con molte soste e cadute. v. 67: Ges disse ai Dodici: Non vorrete andarvene anche voi? I Dodici sono distinti dagli altri discepoli. Ges chiede se lo vogliono abbandonare anche loro. Non che voglia provocare una crisi: li provoca invece a riconoscerla, per risolverla. I pi grandi tradimenti si consumano nellincoscienza: il male il frutto amaro del dolce sopore delloblio. v. 68: rispose Simon Pietro: Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna. La risposta di Pietro, a nome dei Dodici, unadesione di fede, parallela a quella che Marco e Matteo pongono alla fine della sezione dei pani (cf. Mc 8,27-29; Mt 16,13-16), e Luca immediatamente dopo il fatto dei pani (cf. Lc 9,18-20). Pietro aderisce a lui e alla sua promessa di vita, anche se non ne capisce e condivide il modo (cf. Mc 8,31-33; Mt 16,21-23). Ama veramente Ges e le sue parole, anche se non le comprende. Il suo un inizio di fede, che si completer nellesperienza successiva, attraverso fughe e rinnegamenti. Solo dopo capir chi Ges e cosa significano le sue parole. v. 69: noi abbiamo creduto e conosciuto. Credere qui esplicitato come conoscere, altrove come vedere. La fede conoscenza e visione, non irrazionalit e oscurit. Chi non ha fiducia nel Figlio e nel Padre, non conosce la realt: non vede s come figlio, n gli altri come fratelli, n il creato come dono del Padre. Conosce e vede solo i propri deliri e le proprie paure, che proietta su tutto e su tutti. il santo di Dio. Lespressione indica la massima vicinanza a Dio e corrisponde a Figlio di Dio (cf. Mt 16,16: tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente). Santo di Dio e Figlio di Dio in Mc si trovano sulla bocca dei demoni, che conoscono lidentit di Ges (cf. Mc 1,24; 3,11; 5,7). Il nostro modo di concepire Dio sempre diabolicamente ambiguo: sar sdemonizzato solo dalla croce, dove conosceremo Io-Sono (8,28). La fede di Pietro, pur nella sua ambiguit, valida; rappresenta quellattaccamento alla persona di Ges e alle sue parole che, dopo la croce e il dono dello Spirito, potr decantarsi dalle sue impurit e fiorire nella sua verit.
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v. 70: non ho scelto io voi, i Dodici? Eppure uno tra voi un diavolo . Nonostante che Ges abbia scelto i Dodici e questi labbiano riconosciuto, anche tra di loro c un diavolo. Egli infatti ci sceglie tutti, cos come siamo, perch suoi fratelli (cf. 13,18). Sta a noi scegliere lui. Dopo il primo annuncio della passione, Pietro diventa scandalo per Ges (cf. Mt 16,23) ed chiamato satana, perch non accetta la croce (cf. Mc 8,33; Mt 16,23). Giovanni, come pure Luca, non racconta questa scena; ma certamente la ricorda e vi allude. Parla di elezione in un contesto di defezione e tradimento, per mostrare che essa irrevocabile: il Signore rimane fedele in eterno, al di l di ogni nostra infedelt. Tra i Dodici c sempre il diavolo; si manifesta in Giuda (cf. 13,27), ma insidia tutti (cf. Lc 22,31). Pietro e Giuda sono le due anime che sempre convivono in ogni credente: ladesione a Ges e il rifiuto della sua carne data per noi. Se non si accetta la sua carne, non si ha il suo Spirito (1Gv 4,2) e si fa della sua persona lattaccapanni delle proprie false attese. v. 71: Ges parlava di Giuda di Simone Iscariota, ecc. Il c. 6, che tutto sul pane di vita, si chiude con Giuda di Simone che tradisce. La sua figura, posta nel finale, acquista particolare rilievo. Il suo tradimento ha un ruolo determinante nel farsi pane di Ges. Tradire (= consegnare) in Giovanni indica lazione di Giuda (cf. 6,64.71; 12,4; 13,2.11; 18,2.5; 21,20) e la consegna di Ges al tribunale e alla morte (cf. 18,30.35; 19,11.16), ma anche latto supremo di Ges che ci consegna il suo Spirito (19,30). uno dei Dodici. Si pone lenfasi sul fatto che Giuda uno dei Dodici. Il lettore capisce che anche lui, come loro, sempre aperto al tradimento. E in molte forme, che non facile svelare. Comunque il dono del pane viene proprio attraverso il nostro tradimento: la croce lo scandalo in cui il nostro rifiuto, sordo e ostinato, diventa il suo dono, consapevole e incondizionato. 3. Pregare il testo a. b. c. d. Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando di essere nella sinagoga di Cafarnao. Chiedo ci che voglio: riconoscere lo scandalo della croce. Medito e contemplo ogni parola che Ges dice.

Da notare: dura questa parola questo vi scandalizza il Figlio delluomo sale dove era prima lo Spirito d la vita la carne non giova a nulla le parole di Ges sono Spirito e vita Ges conosce lincredulit e il tradimento dei discepoli credere a Ges dono del Padre molti discepoli si tirano indietro non vorrete andarvene anche voi? tu hai parole di vita eterna tu sei il Santo di Dio uno tra voi un diavolo. 4. Testi utili

Sal 23; Gdc 7,1-8; Is 55,1-11; Mc 8,27-33; Mt 16,13-23; 1Cor 11,17-34.

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18. IL MIO MOMENTO NON ANCORA VENUTO 7,1-10 7,1 E dopo queste cose Ges girava per la Galilea; non voleva infatti girare per la Giudea, perch i giudei cercavano di ucciderlo. 2 3 Era vicina la festa dei giudei, quella delle Capanne. Allora gli dissero i suoi fratelli: Trasferisciti di qui e va in Giudea, affinch anche i tuoi discepoli possano vedere le tue opere che fai. 4 Nessuno infatti agisce di nascosto, ma cerca di essere noto. Se fai queste cose, manifesta te stesso al mondo! 5 6 Infatti neppure i suoi fratelli credevano in lui. Allora dice loro Ges: Il mio momento non ancora venuto; ma il vostro momento sempre pronto. Il mondo non pu odiare voi; odia invece me, perch io testimonio di lui 8 che le sue opere sono malvagie. Salite voi alla festa; io non salgo a questa festa, perch il mio momento non ancora compiuto. Ora, dette loro queste cose, egli dimor in Galilea. Quando per i suoi fratelli salirono alla festa, allora sal anche lui, non manifestamente, ma [come] di nascosto.
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9 10

1.

Messaggio nel contesto

Il mio momento non ancora venuto, risponde Ges ai suoi familiari che non credono in lui e gli dicono: Manifesta te stesso al mondo. I cc. 7 e 8 formano ununit che culmina nella domanda: Chi sei tu? (cf. 8,25) e nella risposta: Io-Sono! (cf. 8,58). Si tratta di una successione movimentata di scene, che hanno come tema lidentit della persona di Ges. un dialogo, o meglio un concerto sinfonico, una lotta a pi voci tra la Parola, che si rivela come fonte di salvezza, e il timido assenso, il dubbio o lincredulit degli ascoltatori. Alla fine le varie voci si unificano davanti alla chiarezza di una parola che si pu solo accogliere o rifiutare. Giovanni riprende dal finale del c. 6 il tema dellincredulit nei confronti di Ges; lo sviluppa ampiamente in due capitoli, per giungere, nel c. 9, alla fede esemplare del cieco guarito, che vede colui che la luce del mondo. Lunit di tempo, di luogo e azione rigorosa: il tempo la festa delle Capanne, il luogo il tempio e lazione quella della Parola che chiede risposta. La Parola, luce e vita degli uomini, viene tra i suoi; ma i suoi non laccolgono (cf. 1,5.10.11). Cercano anzi di catturarlo, di ucciderlo. Il processo a Ges, che negli altri vangeli si svolger lultimo giorno davanti al Sinedrio, per Giovanni accade qui e ora, mentre il Signore parla e noi lo ascoltiamo: il giudizio accogliere o rifiutare la Parola, con la quale egli si identifica. Il giudizio, suo e nostro, avviene mentre lui si rivela; e lo compiamo noi che ascoltiamo. Giovanni presenta lo scandalo che tutti ci coglie davanti alla Parola diventata carne. La Parola ha posto la sua tenda tra noi (cf. 1,14b) e offre pienezza di vita: perch la rifiutiamo? Come mai, anche in seguito, incontrer la medesima resistenza da parte di tutti, compresi i cristiani ? Come sempre in Giovanni, difficile fare cesure precise. Il testo infatti un tessuto unico di intrecci: chi lo taglia, recide i fili e lo lacera. Anzi, possiamo dire che un organismo vivo: chi lo divide in brani, lo sbrana e lo uccide. bene lasciare il testo com e vedere le articolazioni del suo movimento vitale. Per comodit di lettura, senza separare le varie parti, articoliamo il c. 7 come segue: i vv. 1-10 presentano landata di Ges a Gerusalemme per la festa, i vv. 11-36 il dibattito tra lui e gli interlocutori, i vv. 37-52 la sua rivelazione come sorgente di acqua viva e le varie reazioni. Ci troviamo alla terza salita di Ges a Gerusalemme. Nella prima, in tempo di Pasqua, entr nel tempio con la frusta e si rivel a Nicodemo, attirandosi lostilit dei capi, preludio della sua Pasqua (cf. 2,12-3,21). Nella seconda, durante una festa, guar il paralitico e si rivel a tutti come il Figlio, guadagnandosi persecuzione e odio mortale (cf. 5,1-46). In questa terza, come poi nella quarta (10,32ss), anticipo dellultima, c il processo ufficiale contro di lui, con i tentativi di arrestarlo e di eliminarlo (7,1.30.31; 8,59; 10,31.39). Dopo la defezione di molti discepoli e il riconoscimento da parte di uno dei Dodici (6,66ss), Ges gira per la Galilea, evitando la Giudea perch vogliono ucciderlo ( v. 1). vicina la festa dei Tabernacoli o delle Capanne, in cui si ringrazia per la raccolta dei frutti della terra ( v. 2). Ges miete incredulit anche tra i suoi, che non accettano il suo nascondimento: lo provocano a salire a Gerusalemme, per manifestarsi al mondo (vv. 3-5). Ges risponde che il momento opportuno della sua manifestazione non ancora giunto; infatti diversa da quella che essi desiderano (vv. 6-8). Rimane, quindi, in Galilea e sale poi di nascosto a Gerusalemme (vv. 9-10). Linizio del capitolo d il tema: il manifestarsi di Ges che d la vita svela la nostra incredulit che lo uccide. C un contrappunto tra nascosto/pubblico, vostro/mio momento. I suoi fratelli ritengono che sia lora giusta di esibirsi e ottenere successo. Essi la pensano come il mondo: vogliono un Messia glorioso e non lo accettano come colui che d la sua carne per la vita del mondo (6,51). Questi fratelli, a livello di lettura, siamo noi cristiani che non viviamo ancora di quel cibo che riceviamo nelleucaristia: non accettiamo la sua debolezza come forza, il suo nascondimento come rivelazione, la sua croce come glorificazione, la sua carne di Figlio delluomo come nostra vita. In fondo, anche se lo amiamo, non lo accogliamo: davanti a un Dio che tanto ha amato il mondo da dare suo Figlio, perch chiunque crede in lui abbia la vita eterna (3,16), in ciascuno di noi, come in Pietro, c il satana dellincredulit (cf. Mc 8,32s; Mt 16,21-23). Anche noi, come i suoi nemici, cerchiamo di impadronirci di lui e piegarlo al nostro volere. Ne testimone la storia della chiesa, che non
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solo ora, ma sempre sente il bisogno di dire mea culpa. Infatti ha esercitato ed esercita, in nome del Signore, una violenza che la oppone a lui, mite ed umile, che d la vita per i suoi nemici. Anche se non osiamo confessarlo apertamente, pure noi, come i suoi familiari, pensiamo che fuori di s (cf. Mc 3,20s). Non ci accorgiamo invece quanto noi siamo fuori da lui e dal suo Spirito. Pur essendo nella sua squadra, in realt giochiamo contro di lui, a favore del nemico. Ancora oggi, dopo duemila anni, non accettiamo il mistero del suo nascondimento che rivela la sua identit divina; sogniamo sempre che sia giunto il momento di un trionfo mondano, ignorando che il suo trionfo sul mondo quello di un amore che si consegna. Ges non compreso neppure dai suoi familiari. C un modo umano di vedere Dio che molto umano, anzi diabolico. Ges ci offre invece un modo divino di vedere luomo, che ci rende figli a immagine del Padre. La Chiesa , come i familiari di Ges, contrassegnata dallincomprensione della sua carne. Lincredulit, che ne segue, il grande mistero di iniquit, che porta al giudizio della croce, condanna sua e salvezza nostra. 2. Lettura del testo

v. 1: Dopo queste cose, ecc. Dopo il discorso tenuto a Cafarnao, in cui si rivelato come vero pane in quanto d la sua carne per la vita del mondo (6, 51-56), Ges rimane in Galilea. Non sale a Gerusalemme, perch da tempo vogliono eliminarlo (5,18). La volont omicida nei suoi confronti fa da inclusione ai cc. 7 e 8: allinizio cercano di ucciderlo (7,1), alla fine raccolgono pietre per lapidarlo (8,59). La sua morte fa da cornice alla rivelazione della sua identit di Messia e di Figlio di Dio. La luce che si dona e la tenebra che la vuole sopraffare sono il tema del concerto che si svolge: la lotta tra luce e tenebre. Al centro c la persona di Ges, soggetto di autodonazione e oggetto di violenza. Le due voci si armonizzano in lui che, dando vita, riceve morte e, ricevendo morte, d vita. v. 2: la festa dei giudei, quella delle Capanne . Insieme alla Pasqua e alla Pentecoste, una delle tre grandi feste celebrate nel tempio, che comportano un pellegrinaggio a Gerusalemme. chiamata anche la festa dei Tabernacoli o la Festa per antonomasia (cf. 1Re 8, 2-65). Originariamente era una festa agricola, come la Pasqua era una festa pastorizia, che assunse poi significati storici. Essa cade a settembre e conclude la stagione dei frutti (cf. Es 23,16b; 34,22c), in particolare delluva (cf. Gdc 9,27; 21,20s): un ringraziamento per la stagione passata e uninvocazione per quella prossima. Ha avuto unevoluzione progressiva e composita. In essa si celebra la fine dellesodo con la lettura della legge, si dimora in capanne a ricordo del soggiorno nel deserto (cf. Dt 31,10-13; Ne 8,14-18), si commemora la dedicazione del tempio di Salomone (cf. 1Re 8,2-65), si rinnova lalleanza (cf. Dt 26) e si canta la regalit di Dio, ravvivando le attese messianiche. Si celebra il giorno del Signore, nel quale tutti i popoli nemici si sarebbero convertiti e sarebbero convenuti a Gerusalemme per adorare il Signore: allora il Signore sar re di tutta la terra e sar lunico Signore (cf. Zc 14,1.16-19.9). La festa durava sette giorni, ai quali fu aggiunto un ottavo, conclusivo e ancor pi solenne. Di notte il tempio era illuminato e si danzava alla luce di lampade e torce; di giorno, al canto del Sal 118, si svolgeva la processione attorno allaltare agitando il lulab, un mazzo di rami di palma, salice e mirto nella mano sinistra e un frutto di cedro nella destra. una festa gioiosa, di luce e di acqua, che precede linverno e celebra la pienezza del dono della terra promessa, che ha dato i suoi frutti (Sal 67,7), sia materiali che spirituali: compimento di ogni aspirazione delluomo e di ogni benedizione di Dio. Questa solennit fa da contesto alla rivelazione di Ges: in lui che si compie lesodo, si rinnova lalleanza e viene il Regno. I fiumi dacqua e la luce del mondo, di cui Ges parla (7,37; 8,12), alludono allacqua di Siloe e alla luce del tempio. Ges sal al tempio una prima volta a Pasqua e purific il tempio (2,13ss), una seconda, forse a Pentecoste, e guar il paralitico (5,1ss); ora sale alla festa delle Capanne (7,1ss) e guarir il cieco (9,1ss). Ci torner per la Dedicazione del tempio (10,22ss) e, infine, per la sua Pasqua (11,55ss), per farci dono della sua vita. Tutta la sua attivit in Giovanni da leggere alla luce di queste feste: Ges compie ci che esse significano.

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Anche i tre segni compiuti in Galilea (2,1ss; 4,43-54; 6,1ss) e la promessa fatta in Samaria (4,1ss) illuminano ci che avverr a Gerusalemme, nella sua ora. La risurrezione di Lazzaro ne sar il preannuncio (11,1ss). Dopo il dono del pane, che richiama la manna, si comprendono bene i temi di questa festa che si compendiano in Ges: con lui si conclude lesodo, si vive del frutto della terra promessa e si ottiene lacqua e la luce, principio terrestre e celeste di fecondit. Quello terrestre, lacqua, implica anche la morte; quello celeste, la luce, il trionfo della vita. v. 3: gli dissero i suoi fratelli. I fratelli di Ges, gi comparsi in 2,12, sono i suoi parenti. Sono tali secondo la carne, non ancora secondo lo Spirito. Infatti non credono in lui (v. 5). In 20,17 sono chiamati fratelli i discepoli; in 21,23 tutti gli altri credenti. Suo fratello, infatti, chi compie, come lui, la volont del Padre (cf. Mc 3,35p). trasferisciti di qui e va in Giudea, ecc . Lo esortano ad andare in Giudea perch i suoi discepoli, anche potenziali, vedano le opere che capace di compiere. In Galilea ha dato il vino, la vita e il pane, i frutti desiderati della terra. In Gerusalemme ha fatto camminare luomo; ora gli dar occhi per vedere il dono di Dio. Seguir ancora, come ultimo miracolo, il dono della vita a Lazzaro. La loro richiesta una provocazione. Hanno rimosso ci che Ges ha appena detto a Cafarnao. Lo considerano un po come un campione da fiera, da esibire nelle feste. Il suo successo sarebbe poi ricaduto su di loro. v. 4: nessuno infatti agisce di nascosto, ecc . una constatazione di buon senso: se uno cerca fama, deve mettersi in mostra. Cos fanno i venditori e i politici. Ma come pu credere in lui chi cerca la gloria degli uomini e non quella che viene da Dio solo (5,44)? Chi cerca il proprio io, non trova Dio; solo chi cerca Dio, trova il suo vero io. se fai queste cose, manifesta te stesso al mondo. La festa delle Capanne, con le folle che accorrevano a Gerusalemme, era il momento opportuno per una ripetizione del gesto del pane, un numero che gli era riuscito cos bene in Galilea. Doveva per evitare in futuro le spiegazioni incresciose, che sempre dava. In verit ha fatto bene ogni cosa (Mc 7,37); ha commesso per, secondo i suoi, un solo errore: parlare! Senza parole avrebbe potuto convincere le masse che lui era il Messia e prendere in mano il potere. lattesa comune a tutti. Chiedono opere che si vedano (v. 3) e mettano in mostra, che non lo lascino nascosto e lo manifestino, con risonanza addirittura mondiale. v. 5: infatti neppure i suoi fratelli credevano in lui. Il movente (infatti) che Giovanni d di questa proposta lincredulit. Credere in Ges significa accettare la sua carne data per la vita del mondo (6,51). Anche noi possiamo essere suoi fratelli e non accettare il mistero della croce. lincredulit satanica che si annida in tutti, anche in Pietro. Come un dato di rivelazione la sua fede in Cristo e la promessa a lui fatta, cos un dato di rivelazione anche il Vade retro, Satana!, che Ges gli ha detto (cf. Mt 16,16-23; cf. Mc 8,27-33). Anche per lui necessario, come per tutti, discernere in s il pensiero diabolico da quello divino, senza confonderli, sapendo che ci sono sempre ambedue. Ora come allora. La fede non dire: Ges il Messia che aspetto. Devo piuttosto dire: Il Messia che aspetto Ges crocifisso, che proprio non mi aspettavo. v. 6: il mio momento non ancora venuto . Momento, in greco kairs (= momento opportuno), ricorre solo in questo contesto (vv. 6.8) e in 5,4. Ges in Giovanni usa invece di frequente la parola ora, con la quale indica la sua glorificazione sulla croce. Non ancora il momento di dare la sua carne. Per adesso si rivela; la sua rivelazione porter allora in cui tutto sar compiuto (19,30). il vostro momento sempre pronto. Tra lui e noi c un contrasto. Per noi sempre il momento di cercare la nostra gloria; Ges invece sta facendo, e facendoci fare, il cammino inverso, in cerca della gloria di Dio, che si compie nellora stabilita dal Padre. Il loro momento quello del mondo, ben diverso da quello di Dio. Il momento di fare il male sempre pronto; e siamo paurosamente liberi di farlo ora e sempre. Lo schiantarsi di un albero di un secondo e pu avvenire in ogni istante, la sua crescita lenta e secolare. Il momento di Dio quello della vita, con ritmi diversi da quello della caduta e della morte. v. 7: il mondo non pu odiare voi. Infatti essi sono ancora dal mondo e il mondo ama ci che suo; li odier quando non saranno pi dal mondo (cf. 15,18s). Ges avverte i suoi con severit: sono
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amici del mondo e nemici di Dio (cf. Gc 4,4). Odio e amore sono sempre secondo la consonanza interiore. odia invece me. Ges invece odiato perch non dal mondo. Infatti chi agisce male odia la luce e non viene alla luce, perch non siano svelate le sue opere, che sono malvagie (cf. 3,19s). io testimonio di lui che le sue opere sono malvagie . Ges odiato perch si oppone alla malvagit del mondo, dalla quale lo vuole salvare (cf. 3,16s). Vivendo da figlio e da fratello, svela la tragica menzogna che conduce alla morte. I suoi, come il mondo, non conoscono ancora la verit che fa liberi (cf. 8,32). v. 8: salite voi alla festa. In questa festa vedranno la sua rivelazione pubblica, cos diversa da quella che attendevano. Spiegher infatti il mistero della sua persona, provocando la reazione che porter alla sua Pasqua. io non salgo a questa festa. Ges salir a Gerusalemme per unaltra festa, quando si manifester al mondo dalla croce e attirer tutti a s (cf. 12,32). Quella sar la sua festa. il mio momento non ancora compiuto. Il momento del suo manifestarsi dalla croce non ancora giunto. Per ora si rivela in modo tale che decideranno la sua condanna, eseguita poi nellora stabilita da Dio. v. 9: dette queste cose, dimor in Galilea. Ges fa quanto ha appena detto al versetto precedente. Ma come si pu concordarlo con quello che segue? Lespressione io non salgo a questa festa pu essere intesa come uno degli equivoci di Giovanni, carichi di ironia: Ges non sale, con loro e come loro, a questa festa. v. 10: quando per i suoi fratelli salirono alla festa, allora sal anche lui, ecc. Ges sale a Gerusalemme, ma da solo; non obbedendo ai fratelli, ma al Padre; non seguendo le loro attese, ma la volont di chi lha inviato; non in pubblico, ma di nascosto. Il suo salire non lo stesso dei suoi fratelli, come la sua festa sar diversa dalla loro: in essa si svolger il giudizio che lo porter alla croce. E sale dopo di loro, apparendo solo a met della festa (v. 14), per rivelarsi poi definitivamente nellultimo giorno (v. 37). 3. a. b. c. d. Pregare il testo Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando i parenti di Ges che parlano con lui. Chiedo ci che voglio: capire la differenza tra i suoi pensieri e i miei pensieri. Traendone frutto, contemplo le persone: chi sono, che dicono, che fanno.

Da notare: i giudei lo cercano per ucciderlo la festa delle Capanne cosa hanno capito di Ges i suoi fratelli la proposta di dare spettacolo a Gerusalemme agire di nascosto/essere in mostra manifestati al mondo i suoi fratelli non credono in lui il mio momento non ancora venuto il vostro sempre pronto il mondo non pu odiare voi odia me, perch testimonio contro la sua malvagit io non salgo a questa festa sal non manifestamente, di nascosto.

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Testi utili

Sal 67; 118; Es 23,14-19; 34,21-23; Dt 16,13-17; 26,1-11; 31,10-13; 1Re 8,2.64-66; Zc 14,1-19; Mc 3,20-35; 6,1-6; Lc 4,16-30.

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19. DOVE SONO IO, VOI NON POTETE VENIRE 7,11-36 7,11 Allora i giudei lo cercavano nella festa e dicevano: Dov lui? 12 E il mormorio su di lui era molto tra le folle; alcuni dicevano: buono! Altri [invece] dicevano: No, ma inganna la folla! 13 14 Nessuno tuttavia parlava in pubblico di lui per paura dei giudei. Ora, gi a met della festa,

Ges sal nel tempio


e insegnava. 15 Allora si meravigliavano i giudei dicendo:

Come costui sa di lettere


senza essere stato a scuola? 16 Allora Ges rispose loro e disse: Il mio insegnamento non mio, ma di colui che mi invi. Se qualcuno vuol fare la sua volont, conoscer se linsegnamento da Dio o se io parlo da me stesso. 18 Chi parla da se stesso cerca la propria gloria; ma chi cerca la gloria di chi lo invi, costui veritiero e in lui non c ingiustizia. 19 Mos non vi ha dato la legge? E nessuno tra di voi fa la legge. Perch cercate di uccidermi? Rispose la folla: Hai un demonio: chi cerca di ucciderti? Rispose Ges e disse loro: Una sola opera ho fatto e tutti vi meravigliate.
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Per questo (vi dico:) Mos vi ha dato la circoncisione non che sia da Mos, ma dai padri e di sabato circoncidete un uomo. 23 Se un uomo riceve la circoncisione di sabato perch non sia violata la legge di Mos, voi vi sdegnate con me perch di sabato feci sano un uomo tutto intero? Non continuate a giudicare secondo apparenza, ma giudicate (con) giusto giudizio. Allora dicevano alcuni dei gerosolimitani:

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Non questi
colui che cercano di uccidere? 26 Ed ecco parla in pubblico e non gli dicono nulla! Hanno forse i capi veramente conosciuto che egli il Cristo? Ma costui sappiamo da dove ; il Cristo invece, quando viene, nessuno sa da dove . 28 Allora Ges grid insegnando nel tempio e dicendo: E me conoscete e sapete da dove sono; eppure io non sono venuto da me stesso, ma veritiero colui che mi invi, che voi non conoscete. 29 Io lo conosco, perch sono da presso lui ed egli mi mand. Allora cercavano di arrestarlo; e nessuno mise la mano su di lui, perch non era ancora venuta la sua ora. Allora molti della folla credettero in lui e dicevano: Il Cristo, quando verr, far pi segni di quelli che egli fece? 32 I farisei udirono la folla
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che mormorava su di lui queste cose; e i capi dei sacerdoti e i farisei mandarono degli inservienti perch lo arrestassero. Allora Ges disse:

Ancora per poco tempo


sono con voi e me ne vado da chi mi invi. 34 Mi cercherete e non [mi] troverete; e dove sono io, voi non potete venire. Allora i giudei dissero tra loro: Dove sta per andare costui, che noi non lo troveremo?

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Sta forse per andare


nella diaspora dei greci a insegnare ai greci? Cos questa parola che disse:

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Mi cercherete
e non [mi] troverete; e dove sono io, voi non potete venire? 1. Messaggio nel contesto

Dove sono io, voi non potete venire , dice Ges a quelli che, con intenzione omicida, chiedono: Dov lui? (v. 11). Ges giunge di nascosto a met della festa, direttamente al tempio, e si mette ad insegnare. Se ne era andato da Gerusalemme subito dopo la guarigione del paralitico, quando avevano deciso di ucciderlo (cf. 5,18). La minaccia delle tenebre che vogliono catturare la luce domina questo terzo soggiorno a Gerusalemme; si acuir nel quarto (10,22ss) e si compir nellultimo. Il testo inizia con i nemici che lo cercano per sapere dove (v. 1) e termina con la loro domanda su cosa significano le parole: Mi cercherete ma non mi troverete; e dove sono io, voi non potete venire (v. 36; cf. v. 34). La folla ha su di lui pareri opposti. C chi lo ritiene buono (v. 12a), lo riconosce come il Cristo (vv. 26.31) e crede in lui (v. 31), ma ha paura a dichiararsi in pubblico a causa dei giudei (v. 13); c chi lo ritiene un ingannatore (v. 12b), un indemoniato (v. 20), uno da arrestare (vv. 30.32) e da uccidere (vv. 19.20.25). Ci che Ges , fa e dice non pu lasciare indifferente nessun uomo: o lo si accetta o lo si elimina. Non possono stare insieme tenebra e luce, menzogna e verit, schiavit e libert, morte e vita. O c luna o c laltra. Esiste per un processo di illuminazione e di ricerca, di liberazione e di gestazione: il lento cammino della fede. Il dialogo sincero ci che lo innesca e produce, mettendo in gioco lesistenza autentica di ogni persona, con tutte le sue contraddizioni. Ges riappare a Gerusalemme nel bel mezzo della festa delle Capanne. Non compie prodigi per mostrarsi al mondo, come gli avevano chiesto i suoi fratelli (v. 4). Il segno che d la Parola, per spiegare le sue opere e rivelare il mistero della sua persona. Solo alla fine della festa guarir il cieco (9,1ss), primizia di coloro che sono illuminati da colui che la luce del mondo (8,12).
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Largomento del testo il dove si trova Ges, che implica il da dove viene e il verso dove va. Dove indica il luogo in cui uno abita. Normalmente la casa dove nato, da dove viene e verso dove va. Dove uno vive determina la sua identit: la sua origine, che sar anche la sua destinazione. Dopo la domanda iniziale: Dov lui? e le varie opinioni contrastanti su Ges ( vv. 11-14), si chiede da dove prende la sua dottrina, se non ha frequentato nessun maestro ( vv. 15-18), da dove viene il suo modo di intendere la legge e il sabato, che sembra violare ( vv. 19-24), da dove viene lui, che si dice il Cristo (vv. 25-29). Al tentativo dei capi di arrestare colui che la gente semplice intravede come il Messia (vv. 30-32), Ges risponde dicendo enigmaticamente che, dove lui, noi non possiamo venire (vv. 33-36). Nel testo seguente ci mostrer come accedere a questo luogo segreto (vv. 37ss). Vari commentari pongono i vv. 15-24 subito dopo il c. 5, a conclusione della disputa con i capi del popolo dopo la guarigione del paralitico. Vi sono effettivamente molti richiami. Tuttavia si possono lasciare anche dove sono. I suoi nemici, come anche i lettori, non hanno certo dimenticato le provocazioni gravi della prima e poi della seconda sua comparsa a Gerusalemme. Il centro del dibattito lidentit di Ges, da non giudicare secondo le apparenze, ma secondo un giusto giudizio (v. 24), che viene dal confronto delle sue parole con le sue opere. Gli interrogatori, che si susseguono a ripetizione, sono per Ges il momento opportuno per rivelare che la sua opera, la sua Parola e la sua stessa persona di origine divina. Dove lui , noi non possiamo venire, a meno che non accogliamo il suo grido: Se qualcuno ha sete, venga a me e beva! (v. 37). Egli il Figlio, da sempre presso il Padre, che ci chiama a ricevere il dono del suo Spirito. Se lo ascoltiamo potremo essere anche noi dove lui (cf. 14,3; 17,24), nella nostra vera casa, quella del Figlio. Le domande della folla e le reazioni dei capi nei confronti di Ges sono le medesime che incontra anche la prima comunit cristiana. Ma sono pure quelle che la Parola suscita in chiunque lascolta, in ogni epoca: come pu un uomo dire parole che non vengono da uomo, ma da Dio stesso? Come pu mettersi al di sopra della legge e del sabato, ordinamenti divini, in nome dellamore e della vita? Come pu venire da Dio e pretendere di essere Dio, sino a chiamarlo: Padre mio? lo scandalo irriducibile di Ges, che levangelista, fin dallinizio, presenta come il Figlio unigenito di Dio, diventato carne per mostrare ai fratelli il volto del Padre che nessuno mai ha visto (cf. 1,18). In Ges c unumanit come la nostra, che ben conosciamo. Per questo siamo in grado di vederne le opere e ascoltarne le parole. Ma tutto ci che di lui noto segno della Gloria, un rimando al mistero ignoto di Dio, che pu capire solo chi accoglie la sua persona. La forma del testo, come al solito in Giovanni, un dibattito drammatico tra Ges e vari personaggi: il dramma, divino-umano, che si svolge tra la Parola e noi che lascoltiamo. Essa infatti interpella ora come allora, suscitando ogni volta ci che ha suscitato nei primi ascoltatori. Il suo intento farci uscire dalla schiavit della menzogna e dalla tenebra di morte per farci entrare nella libert della verit e nella luce della vita. Il testo narra e contemporaneamente opera il lento cammino di liberazione che la Parola porta avanti in chi lascolta. Il dialogo presenta una raffica di domande, alle quali Ges risponde con precisione puntigliosa. Ma lo fa come da un piano superiore: quello del Padre, che il Figlio vuol far conoscere ai fratelli. I suoi interlocutori conoscono le Scritture. Ma quando Dio realizza ci che ha detto, non sono in grado di capirlo. La sua promessa pi grande di ogni fama (Sal 138,2); infatti il dono promesso lui stesso che promette. O ci si apre ad accogliere lui, sorgente della vita, o lo si rifiuta, restando nella morte. In Ges, uomo e Dio, si gioca il dramma di vita o di morte delluomo. In esso coinvolto anche Dio, che lo ama pi di se stesso. La pretesa di Ges di essere Dio (cf. 5,18) non la stolta presunzione di Adamo, che volle rapire luguaglianza con lui (cf. Gen 3,6): la sua condizione di Figlio, che tutto riceve in dono dal Padre e dona ai fratelli, realizzando cos la sua natura di Figlio uguale al Padre. Ges il Figlio di Dio, la Parola eterna, Dio stesso! Nessun fondatore di religione si ritenuto tale, a meno che si tratti di un pazzo blasfemo, di un ingannatore o di un ingannato che comunque da eliminare per il bene comune, come dicono e faranno i capi del popolo (11,49). Ma la sua uccisione, invece di stroncare la follia sul nascere, non far che mettere sotto terra il seme che spunter in messe sempre pi abbondante. La sua Parola e le sue opere, la sua vita e la sua morte, con ci che ne seguito e ne segue ancora, testimoniano a suo favore. impossibile uccidere la verit, come inutile sotterrare una talpa.
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Il messaggio e lazione di Ges, che per amore dona la sua vita ai fratelli, lo rivelano come il Figlio. Per questo sar condannato. Ma la croce confermer definitivamente la sua parola e compir la sua opera: lo riveler come il Signore della vita proprio mentre d la vita. Ges la sapienza di Dio: la sua legge lamore per ogni vivente. Per questo il Cristo, linviato da Dio per salvare il mondo dalla morte. La decisione di ucciderlo non lo eliminer; anzi lo glorificher, mostrando la sua origine divina, alla quale torna ormai con la nostra carne umana. La Chiesa si riconosce nella folla che progressivamente scopre lidentit di Ges, passando tra i dubbi propri di chi cerca di conoscere il mistero di Dio e le resistenze mortali proprie di chi lo rifiuta perch crede di conoscerlo. Lettura del testo v. 11: Allora i giudei lo cercavano. Il cercare fondamentale per ogni vivente: la pianta cerca acqua, lanimale cibo e luomo felicit. Ma la felicit non una cosa; dipende piuttosto da ci che muove la ricerca. Si pu infatti cercare per prendere e uccidere, come lanimale fa con la sua preda, oppure per incontrare e accogliere ci che si desidera e si ama. dov lui? la domanda di quelli che lo cercano per ucciderlo. Il dove il luogo che uno ora occupa. Dove e ora sono le coordinate di spazio e di tempo con le quali si pu individuare qualunque esistente. Mentre lora la stessa per tutti e fluisce di continuo, sottratta alla nostra libert solo Dio determina lora (cf. v.30b) , il dove diverso per ciascuno e pi stabile per ognuno, disponibile alla nostra libert. Indica normalmente la casa dove uno dimora, che anche il da dove viene e verso dove va. Il dove quindi lincognita che differenzia una persona dallaltra. Dove si , da dove si viene e verso dove si va sono le domande fondamentali delluomo sulluomo. Dove sei? la prima domanda che Dio rivolge alluomo, che, dopo lesperienza del male, non pi al suo posto (Gen 3,9). Infatti il posto delluomo Dio. Chi non al suo posto, non felice! Dove dimori? domandano i primi due discepoli a Ges che chiede: Che cercate?. La sua risposta sar: Venite e vedrete (cf. 1,38). Qui si cerca Ges non per dimorare con lui, ma per strapparlo con violenza dal suo dove e portarlo l dove tutti siamo condotti. Dove lavete posto? chieder Ges di Lazzaro: Vieni e vedi, gli risponderanno indicandogli il sepolcro (cf. 11,34). Esso sar il luogo dove sar deposto anche lui (cf. 20,12.13.15), che venuto di persona a vedere dove stato posto lamico. Pi avanti Ges indicher un dove che noi ignoriamo: Dove sono io, voi non potete venire (v. 34). Verr lui ad aprirci laccesso a questo dove, che il suo posto, quello del Figlio che di casa presso il Padre, dal quale ci siamo allontanati. v. 12: alcuni dicevano: buono. Il giudizio su Ges divide la folla. Ognuno vede con il suo occhio e giudica secondo il suo cuore: se buono, dice che buono, se cattivo, dice che cattivo. Per questo il giudizio giudica chi lo compie. Questa opinione positiva su Ges il primo germe della fede, che fa aderire alla sua persona. il giudizio di chi giudica secondo giudizio, senza pregiudizi: dal frutto capisce la bont dellalbero. no, ma inganna la folla. Di Ges si pu dire che buono, sino a riconoscere in lui lunico buono (cf. Mc 10,17-18), oppure che il peggior ingannatore della storia, che continua a ingannare anche a distanza di duemila anni. Linganno la non corrispondenza tra intenzioni, parole e/o opere. In Ges intenzioni, parole e opere rivelano con coerenza chi egli ; non si pu separare la sua persona da ci che dice e fa. Egli il Figlio, il suo dove il Padre: da lui viene e verso di lui va, portando con s i fratelli che lo accolgono. v. 13: nessuno tuttavia parlava in pubblico di lui, ecc. Quelli che approvano Ges hanno paura dei capi del popolo. La stessa cosa capiter anche alla prima comunit cristiana di origine giudaica (cf. 16,2). v. 14: a met della festa . Ges non viene allinizio della festa, come volevano i suoi. Arriva a met, per rivelarsi pienamente lultimo giorno (v. 37). Ges sal nel tempio. Ges vi era gi salito alla prima festa, preannunciando il nuovo tempio distrutto e riedificato, che sar il suo corpo (cf. 2,13ss). La seconda volta si era fermato fuori, presso la
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piscina di Bethzath (cf. 5,1ss). Questa terza volta, senza nominare Gerusalemme, Ges sale direttamente nel tempio. Da esso uscir (8,59), dopo aver manifestato se stesso come il vero tempio. insegnava. In Giovanni solo Ges insegna. Egli il Maestro, la Sapienza stessa di Dio fatta carne. Noi tutti siamo discepoli. Si parla anche del Padre che insegna a lui lessere Figlio (8,28) e dello Spirito che insegna a noi ci che Ges ha detto (14,26). Linsegnamento di Ges il centro del vangelo. Esso opera rispettivamente del Figlio, del Padre e dello Spirito: siamo istruiti direttamente da Dio (cf. 6,45), Padre, Figlio e Spirito santo. v. 15: come costui sa di lettere senza, ecc. Ges insegna senza essere stato a scuola da nessun maestro. Di che scuola , da dove gli viene la conoscenza delle Scritture, se non lha appresa da altri uomini (cf. Mc 6,1-6a; Mt 13,53-58; Lc 4,16-30)? Non c maestro peggiore di chi si inventa le cose che dice. Che credenziali di verit pu offrire? v. 16: il mio insegnamento non mio. Spesso si cerca di essere originali a tutti i costi, senza rifarsi a tradizioni o maestri. Gli inventori di dottrine, soprattutto in ambito religioso, sono pericolosi: sacrificano la verit alla vanagloria, senza rispetto n per cose n per persone. Anticamente ogni maestro si rifaceva ad un altro, inserendosi in una catena di verit collaudate dallesperienza, alle quali aggiungeva il suo anello. ma di colui che mi invi. Ges non un maestro normale: il Figlio istruito direttamente dal Padre (cf. 8,28). Pi che un maestro, un inviato che dice ci che laltro gli ha ordinato. Non un insegnante che spiega, ma uno che rivela ci che gli stato detto, con lautorit stessa di chi lha mandato. Si presenta come il Figlio che fa lesegesi del Padre (cf. 1,18), che lui ben conosce, perch anche noi impariamo ad essere figli e fratelli. v. 17: se qualcuno vuol fare la sua volont, conoscer se linsegnamento da Dio. Ges afferma esplicitamente che il suo insegnamento da Dio. Lo conosce solo chi vuol fare la sua volont. C connessione tra conoscenza e volont, tra intelligenza e amore. Uno conosce solo ci che vuole, capisce solo ci che ama. La fede, o il suo rifiuto, non questione di verit teorica, ma di volont pratica. Lateismo, dal punto di vista teorico, poco critico e molto dogmatico: respinge a priori ci che una fede illuminata (da non confondere con la creduloneria, assai pi diffusa) accetta per motivazioni valide, a posteriori. La fede si basa infatti su dei segni che portano a cercare e trovare una verit che poi lesperienza conferma come tale. Si parla talora di irrazionalit della fede, senza tener presente che pi ragionevole del suo contrario. Se c la sete, ragionevole pensare che ci sia lacqua, come irrazionale rifiutare la possibilit che ci sia. Tuttavia le cose contro ragione hanno ragioni profonde: quelle del cuore, che la ragione stenta a riconoscere. Il rifiuto di Dio non viene dallintelligenza a meno che sia una reazione inadeguata alla creduloneria , ma da un cuore non ancora libero dalle paure che gli vietano i suoi desideri pi profondi. S. Agostino diceva: Credo per capire e Capisco per credere. Per conoscere una persona bisogna avere una fiducia iniziale in lei; come, per aver fiducia piena in lei, bisogna conoscerla bene. Principio della conoscenza la fede, fine della conoscenza una fiducia confermata. Fede e conoscenza vanno sempre insieme. La priorit comunque della fede, perch uno conosce solo ci che disposto a conoscere. Senza una fede ragionevole impossibile una vita che sia umana. v. 18: chi parla da se stesso cerca la propria gloria, ecc. (cf. 5,44!). Si trova ci che si cerca. Chi cerca il proprio io, sacrifica allinteresse la verit; chi cerca la verit, libero per incontrarla. Chi cerca la propria gloria menzognero e ingiusto; chi cerca la gloria di Dio veritiero e in lui non c ingiustizia, come si dice del Servo di JHWH (cf. Is 53,9). v. 19: Mos non vi ha dato la legge? La parola ingiustizia del versetto precedente richiama il tema della legge, che dice ci che giusto e ingiusto. Qui si cambia argomento: si passa dallorigine della sapienza di Ges alle sue pretese violazioni della legge. la prima volta che sulla bocca di Ges troviamo la parola legge. Gi alla fine dellepisodio del paralitico (5,46), qui ricordato, Ges parla di Mos che accusa quelli che, invece di credere, lo accusano (cf. 5,46). nessuno tra di voi fa la legge. Uno pu osservare tutti i precetti come il fratello maggiore (cf. Lc 15,29), essere irreprensibile come Paolo (cf. Fil 3,5s), e tuttavia non fare la legge, che la volont di Dio (cf. v. 17). Infatti essa consiste in concreto nellamare Dio e i fratelli, non nel sacrificare luomo a delle norme.
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perch cercate di uccidermi? I suoi accusatori non osservano la legge, perch cercano di uccidere Ges che, di sabato, d la vita a un uomo mezzo morto. A differenza di loro, egli ha colto e vissuto la legge e il sabato. v. 20: hai un demonio. La folla non conosce ancora, tranne alcuni, lintenzione omicida dei capi. Qui lespressione vorrebbe dire: Ma sei matto? Noi non vogliamo ucciderti!. In Mc 3,21-22 i familiari di Ges invece lo ritengono un pazzo e gli scribi un indemoniato. Il modo che ha di intendere Dio e luomo sconcertante per i benpensanti, addirittura demoniaco per i religiosi. Senza rifarsi ad alcuna scuola, presenta un Dio che a servizio delluomo e un uomo che chiamato ad essere libero come Dio. un trasgressore: la sua non la stoltezza blasfema del primo uomo, ingannato da satana (Gen 3,5)? v. 21: una sola opera ho fatto, ecc. Ges si riferisce alla guarigione del paralitico (cf. 5,1ss), che gli ha suscitato contro lodio mortale dei capi (cf. 5,18). v. 22: di sabato circoncidete un uomo, ecc. Dopo aver parlato di Mos e della legge, Ges parla della circoncisione, ben pi antica di Mos, che risale ad Abramo (cf. Gen 17,9-14). Se di sabato si circoncide senza con ci trasgredire il precetto, a maggior ragione non lo trasgredisce chi salva interamente un uomo. v. 23: voi vi sdegnate con me ecc. I suoi avversari sono incoerenti nel loro sdegno contro di lui. Ci che ha compiuto alla piscina non la trasgressione della legge e del sabato, bens il loro compimento: la vera circoncisione, che fa entrare luomo nella promessa di Dio. v. 24: non continuate a giudicare secondo apparenza. Solo apparentemente Ges ha violato il sabato: in realt ha compiuto ci di cui il sabato segno. giudicate (con) giusto giudizio. Bisogna comprendere bene, al di l dei pregiudizi, cosa il sabato e la legge per valutare ci che Ges ha fatto. Allora ci sar il giusto giudizio: lui non solo buono (v. 12a), ma compie la legge, portando la creazione al sabato di Dio e dando alluomo la pienezza di vita. Come si vede, a un diverso modo di intendere la legge corrisponde una diversa concezione di Dio e delluomo: Dio pu essere concepito come un potente che assoggetta a s luomo con la legge, oppure come un padre che dona la libert ai figli, per renderli uguali a s. Dalla concezione di legge che si propone, si vede anche quale Dio e quale uomo si suppone. Religione servile e ateismo ribelle, al di l delle apparenze, si corrispondono: hanno la stessa immagine negativa di Dio, rispettivamente affermata o negata. v. 25: non questi colui che cercano di uccidere, ecc. ? La folla non sa, ma alcuni di Gerusalemme sanno che i capi vogliono uccidere Ges. Sono forse quelli che sono stati mandati per arrestarlo (cf. vv. 30.32.44-49). Chi ha una certa concezione di legge, di Dio e di uomo, non pu che eliminare come sovversivo del potere costituito questuomo che propone una legge di libert. v. 26: egli il Cristo? Vedendolo parlare in pubblico senza impedimenti, viene loro il dubbio che i capi abbiano cambiato parere su Ges. Il Messia non colui che viene a donare la libert alluomo? Se prima si parla dellorigine della sua sapienza, ora si passa allorigine della sua messianicit. v. 27: costui sappiamo da dove . Il Messia, secondo le concezioni dellepoca, sarebbe stato sconosciuto sino al ritorno di Elia, il primo profeta, che lo avrebbe manifestato. quanto avvenne nel battesimo ad opera di Giovanni Battista, lultimo dei profeti. Qui il problema non che Ges sia da Nazareth invece che da Bethlem. Questo sar dibattuto nei vv. 41-42. La questione il da dove del Messia, che dovrebbe essere misterioso e ignoto, mentre quello di Ges ben noto. v. 28: Ges grid nel tempio, ecc. Ges grida (cf. 7,37; 12,44). un grido che risuona ancora. A chi dice di conoscere da dove viene, risponde che lo sanno, ma solo a met: conoscono da dove viene come uomo, ma ignorano la sua origine divina. non sono venuto da me stesso, ecc. Ges viene da uno che essi non conoscono e che nessuno mai ha visto (cf. 1,18). Lorigine della sua persona la medesima del suo insegnamento: Dio stesso (cf. v. 17ss). v. 29: io lo conosco, perch sono da presso lui . Ges conosce chi lha mandato. Egli la Parola che era prima del mondo, che era presso Dio ed Dio; ora presso di noi per donarci la possibilit di diventare figli di Dio (cf. 1,1ss). Tutto il Vangelo di Giovanni uno sviluppo di questi temi, gi annunciati nel prologo.
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v. 30: cercavano di arrestarlo, e nessuno, ecc. La risposta alla proposta di Ges non lascia scampo: o lo si arresta per ucciderlo, o lo si accoglie per vivere di lui (cf. v. 31). Ma le tenebre non possono arrestare la luce. non era ancora venuta la sua ora. Lora del Figlio non determinata dagli uomini, ma dal Padre, che ne far lora della sua glorificazione. Per il momento non ancora giunta: siamo solo al giudizio, che porter alla croce. v. 31: il Cristo, quando verr, far pi segni di quelli che egli fece? La parola segni richiama quanto Dio ha operato con Mos per liberare il suo popolo. Molti della folla credettero in Ges a causa dei segni. Questi sono le azioni che egli compie, perch si creda che lui Messia e Figlio di Dio (cf. 2,23; 3,2; 6,2.14; 9,16; 11,47; 20,30s). v. 32: i farisei udirono la folla, ecc. I farisei sono i capi religiosi riconosciuti dal popolo; essi, dopo la caduta del tempio nel 70, divennero gli unici punti di riferimento. Insieme ai capi dei sacerdoti decidono larresto di Ges e mandano alcune delle guardie del tempio. Queste per torneranno con le mani vuote e con qualche dubbio in testa, attirandosi le imprecazioni dei loro mandanti (cf. vv. 44-49). v. 33: ancora per poco tempo sono con voi. A coloro che chiedono di lui: dov (v. 11), Ges risponde: Sono con voi, ma per poco tempo. Ancora per poco tempo la luce con voi. Mentre avete la luce credete nella luce, per diventare figli della luce (cf. 12,35a.36a; 13,33; 14,19; 16,16-20). Sar per poco tempo con loro, perch presto luccideranno. Questo il tempo loro concesso per convertirsi a lui. me ne vado da chi mi invi. Inizia il cammino di Ges, che torna al Padre suo dal quale venuto (cf. 13,3; 16,28). il cammino della Gloria (cf. 13,31s; 17,1), che apre anche a noi (cf. 14,3s). La sua uccisione sar il ritorno del Figlio al Padre che lha inviato ai fratelli. v. 34: mi cercherete e non [mi] troverete. Infatti non sono convertiti dalla loro incredulit, tranne pochi e paurosi (cf. 12,37-43). Cercare e non trovare la tragica condizione di chi non segue la via della Sapienza: su lui incombe la rovina (cf. Pr 1,20-33). la grande maledizione di chi affamato e assetato della Parola e la cerca dappertutto, ma non la trova da nessuna parte, perch non si converte dalle sue azioni malvagie (cf. Am 8,11s; Os 5,6). Bisogna cercare il Signore mentre si fa trovare (cf. Is 55,6); e si fa sempre trovare da chi lo cerca con cuore semplice (cf. Sap 1,1-15). dove sono io, voi non potete venire (cf. 13,33). Lui abita un dove che a noi inaccessibile, perch fuggiamo da esso. Questo dove anche il luogo da dove viene e verso dove va: il Padre, principio e fine del Figlio. A lui Ges vuol condurre tutti i fratelli, che ancora non lo conoscono. Se ne va da noi per prepararci un luogo e torna a noi per prenderci, perch siamo anche noi dove lui (14,3). v. 35: dove sta per andare costui, ecc.? Qui avanzano lipotesi che scompaia tra i giudei della diaspora per far proseliti tra i pagani. uno dei soliti equivoci di Giovanni, carichi di verit: la sua chiesa infatti una comunit giudaica in ambito pagano. Pi innanzi faranno anche lipotesi che si uccida (cf. 8,22), proiettando su di lui il loro desiderio omicida. Ma lui non si toglier la vita. Dar invece la sua vita a coloro che gliela tolgono, per poi riprendersela di nuovo. Questo il suo potere di Figlio, secondo il comando ricevuto dal Padre (cf. 10,17s). v. 36: cos questa parola, ecc. Per la terza volta in tre versetti esce il mistero del dove lui e noi non possiamo andare. Ci potremo andare solo se ascolteremo il suo grido, che viene subito dopo: Se qualcuno ha sete, venga a me e beva, ecc. (vv. 37ss). 1. a. b. c. d. Pregare il testo Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando Ges nel tempio che insegna a met della festa. Chiedo ci che voglio: conoscere il mistero di Ges: dove , da dove viene, dove va. Medito sul testo, considerando la sapienza e lopera di Ges, che lo rivelano come il Figlio in comunione con il Padre.

Da notare:
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dov lui? buono inganna la folla la paura di riconoscerlo in pubblico da dove la sua sapienza il mio insegnamento non mio chi vuol fare la volont di Dio, sapr che viene da lui chi parla da se stesso cerca se stesso: falso e ingiusto chi cerca la gloria di Dio veritiero e giusto nessuno tra voi fa la legge lazione di Ges non viola, bens compie la legge e il sabato: d la pienezza di vita il mistero del Messia che noto e ignoto, di origine umana e divina non possono arrestarlo perch non ancora venuta la sua ora molti della folla credono in lui per i segni che fa ancora per poco tempo sono con voi mi cercherete e non mi troverete dove sono io, voi non potete venire.

4. Testi utili Sal 14; Am 8,4-12; Os 5,6s; Pr 1,20-33; Is 55,1ss; Mc 3,20-30; 6,1-6a; 1Cor 2,1-16.

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20. SE QUALCUNO HA SETE, VENGA A ME E BEVA 7,37-53 7,37 Ora, nellultimo giorno, quello grande della festa, Ges stava in piedi e grid dicendo: Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. 38 Chi crede in me, come disse la Scrittura, fiumi dacqua vivente fluiranno dal suo seno. 39 Ora questo disse dello Spirito che stavano per ricevere quelli che credono in lui. Infatti non cera ancora (lo) Spirito, perch Ges non era ancora stato glorificato. Allora, dalla folla, avendo udito queste parole, dicevano: Questi veramente il profeta! Altri dicevano: Questi il Cristo! Ma altri dicevano: Viene forse dalla Galilea il Cristo? 42 Non disse la Scrittura che il Cristo viene dal seme di Davide e dal villaggio di Bethlem, dove era Davide? 43 44 Allora ci fu una divisione tra la folla a causa di lui. Ora alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno mise la mani su di lui. 45 Allora gli inservienti del tempio vennero dai capi dei sacerdoti e dai farisei e quelli dissero loro: Perch non lo conduceste? Risposero gli inservienti: Mai un uomo parl cos! Allora risposero loro i farisei: Anche voi siete stati ingannati? Forse che qualcuno tra i capi credette in lui, o tra i farisei? Ma questa folla, che non conosce la legge, sono maledetti!
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Dice loro Nicodemo, quello che precedentemente era venuto da lui, che era uno di loro: 51 Forse che la nostra legge giudica luomo, se prima non lo ascolti e non conosca cosa fa? Risposero e gli dissero: Sei forse anche tu della Galilea? Studia e vedi che non sorge profeta dalla Galilea. E andarono ciascuno a casa sua.]

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1. Messaggio nel contesto Se qualcuno ha sete, venga a me e beva , grida Ges nellultimo giorno della festa dei Tabernacoli. Lo Spirito, simboleggiato nel vino di Cana (2,1ss), che Giovanni vide scendere e dimorare su di lui (1,32s), che fa nascere dallalto (3,1ss) e nel quale si adora il Padre in verit (4,23s), ora promesso a quanti aderiscono a lui: la sua vita di Figlio, il suo amore verso il Padre e i fratelli, sar offerto a tutti coloro che crederanno in lui quando sar glorificato. Ha appena detto che noi non possiamo andare dove lui (vv. 33-36). Ora per ci invita a venire da lui e ci dona il mezzo per raggiungerlo, perch anche noi possiamo essere dove lui. Il mezzo che abbiamo , a prima vista, un non-mezzo: la sete. Essa non solo mancanza di acqua: anche desiderio di essa. Il desiderio lunica capacit per attingere al dono: non produce nulla, ma accoglie tutto. Il grido di Ges lo stesso della Sapienza che chiama luomo ad abbandonare la via della rovina e prendere quella della vita (Pr 9,6). La sua voce echeggia attraverso la storia e risuona ancora, adesso come allora; non lascia indifferente nessuno e scatena in ciascuno la lotta tra adesione e rifiuto, fede e incredulit, amore e odio, accoglienza e violenza, vita e morte. La rivelazione si svolge nellultimo giorno, quello solenne e conclusivo della festa. Ogni giorno della settimana delle Capanne si riempiva una coppa doro, attingendo dalla piscina di Siloe, e la si portava in processione cantando: Attingete con gioia acqua alle sorgenti della salvezza (Is 12,3). La folla in festa agitava il lulab (un mazzetto di rami di palma, salice e mirto e un frutto di cedro) ed entrava per la porta della fonte (cf. Ne 3,15), cantando lHallel a ricordo della liberazione dEgitto (Sal 113-118). Entrati nel tempio, il sacerdote saliva allaltare e spargeva lacqua al suolo attraverso un imbuto dargento. Lultimo giorno della settimana il sommo sacerdote la versava oltre le mura di Gerusalemme, come segno della benedizione che da Israele si riversava su tutti i popoli, secondo la promessa fatta ad Abramo (Gen 12,3). Era il culmine della festa: allora esplodeva la gioia del popolo, con le sue attese messianiche e il suo desiderio di libert e di dominio universale. Durante la festa si leggeva Ezechiele 47, che parla della sorgente che esce dal tempio e diventa un grande fiume di acqua vivificante, sulle cui rive crescono alberi da frutto di ogni specie (Ez 47,1-12). Il tempio era visto in relazione alla roccia che Dio spacc, facendo scaturire acque come dallabisso (Sal 78,15). Questa pietra sorgiva, che secondo la leggenda seguiva laccampamento di Israele nel deserto (cf. 1Cor 10,3s), fu identificata con la roccia su cui era fondato il tempio. Oltre a Ez 47, si leggeva pure Zc 13, con la promessa che in Gerusalemme sarebbe zampillata una sorgente per lavare peccato e impurit (Zc 13,1). Lo stesso profeta, poco prima, descrivendo la liberazione e il rinnovamento di Gerusalemme, parla della contemplazione di un misterioso trafitto (Zc 12,10), che levangelista identifica con Ges (cf. 19,33s.37), quando sar glorificato (cf v. 39). Proprio allora sgorgheranno da lui fiumi dacqua viva. Dopo aver rivelato la sua origine e la sua destinazione (vv. 25-29.33-36), Ges annuncia ora il dono del suo Spirito, che ci pu dare proprio a causa della sua origine di Figlio di Dio e della sua destinazione di Figlio delluomo.
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Il dono dello Spirito il compimento dellopera di Dio creatore e liberatore: comunica alluomo la sua vita e la sua libert. Cos luomo nasce dallalto (cf. 3,3-5) e diventa figlio di Dio (cf. 1,12). Per questo Dio lha creato. Tutti i grandi temi della Bibbia, dalla creazione allesodo, dallalleanza alla legge, dalla terra promessa al tempio, dal Messia/Sposo al suo trionfo finale, si compiono nel dono dello Spirito: la creazione raggiunge il settimo giorno, luomo gode la libert del figlio, Dio per lui e lui per Dio, la sapienza dellamore regge il mondo, la terra diventa giardino, la presenza di Dio pervade luniverso, risuona il canto dello Sposo e della sposa e ogni creatura in comunione con il suo Creatore. Le reazioni alla rivelazione di Ges sono diverse e contrastanti. La violenza, con la quale i capi risponderanno, sar vinta dallamore del Figlio, il quale fa il dono della sua vita a coloro che gliela tolgono. Lo sfondo il luogo il tempio, il tempo lultimo giorno evidenzia il significato che levangelista d alle parole di Ges: alludono alla sua glorificazione, quando tutto sar compiuto (cf. 19,30a). Ges realizza la grande promessa di Dio e il desiderio segreto delluomo. Con lui inizia lepoca definitiva, quella dellacqua e dello Spirito, dove lacqua di vita lo Spirito stesso di Dio che amore. Ges grida che in lui data alluomo ogni benedizione. Non sta seduto, come lo scriba; ritto in piedi, come laraldo. E grida come la Sapienza, che chiama al banchetto della vita (cf. Pr 1,20; 8,1ss; 9,1ss). Il testo inizia con Ges che grida di venire a lui, sorgente di vita ( vv. 37-39); continua con le reazioni positive della folla (vv. 40-43) e prosegue con quelle negative dei capi contro le guardie e la gentaglia (vv. 44-49), per concludere con la difesa di Nicodemo che viene insultato (vv. 50-52). Ges la Sapienza di Dio, il nuovo tempio, la roccia da cui sgorga la fonte dacqua viva aperta in Gerusalemme. Tutto ci sar chiaro dopo che sar glorificato e ci avr dato lo Spirito. La Chiesa nasce dallalto, come creatura nuova, dallacqua dello Spirito, con la capacit di amare con lamore con cui amata.

1.

Lettura del testo

v. 37: Ora, nellultimo giorno. Lultimo giorno della festa dei Tabernacoli assume un particolare significato: allude allultimo giorno di Ges, quando compir la sua opera di Figlio donando ai fratelli il suo Spirito (19,30). grid dicendo. Ges, in piedi, grida come la Sapienza e sollecita gli ascoltatori a superare i propri pregiudizi e a volgersi a lui per ricevere il suo Spirito (cf. Pr 1,23). se qualcuno ha sete. Luomo ricerca di vita e felicit: sete di Dio, come terra arida, deserta e senzacqua (Sal 63,2). La sete il bisogno pi radicale: desiderio di ci che assolutamente necessario per vivere. un vuoto specifico, che non pu essere riempito da nessun surrogato. La sete delluomo illimitata e non pu avere altra acqua che la pienezza di vita. Luomo bisogno di Dio: Chi capace di Dio, niente che sia meno di Dio potr riempirlo. venga a me. Ges si identifica con ci di cui luomo ha sete. Lui stesso, assetato, si sedette al pozzo, perch la Samaritana capisse la propria sete che lui solo pu dissetare (cf. 4,1ss). e beva. lui la fonte dacqua viva: infatti vita di tutto ci che (cf. 1,3-4a), la roccia percossa da cui scaturisce lacqua nel deserto (cf. Sal 78,15; 1Cor 10,3s), il nuovo tempio dal quale esce il fiume dacqua fecondo (cf. Ez 47,1ss), la sorgente che purifica e rigenera Gerusalemme (cf. Zc 12,10; 13,1ss). L siamo tutti chiamati ad attingere con gioia alle sorgenti della salvezza (cf. Is 12,3). Dal suo fianco trafitto, ferita damore di Dio per luomo, veniamo generati e sappiamo dove stiamo di casa. L beviamo e ci dissetiamo di lui (cf. 19,34). v. 38: chi crede in me. Secondo la punteggiatura che si sceglie, si pu riferire queste parole a ci che precede o a ci che segue. Nel primo caso si dice che, a questa sorgente di vita, beve chi crede in Ges. Nel secondo caso, invece, si dice che chi crede in lui riceve il suo Spirito.
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come disse la Scrittura, fiumi dacqua vivente fluiranno dal suo seno . Questa citazione non si trova alla lettera in nessun testo biblico, ma il senso di tutta la Bibbia: Dio ci ha creati per la vita e vuol comunicarci se stesso, pienezza di vita. Dio amore e, come tale, comunica tutto ci che . Se si unisce chi crede in me a quanto precede, queste parole si applicano a Ges: dal suo grembo di Figlio scaturisce la vita per tutti i fratelli, creati in lui, per mezzo di lui e in vista di lui. In lui tutto ritrova la sorgente della propria esistenza. Se, invece, si unisce chi crede in me a quanto segue, queste parole si applicano al credente: egli, trasformato da ci che la sua sete beve, diventa figlio nel Figlio. Infatti tutto ci che il Padre ha creato suo verbo nel Verbo, figlio nel Figlio, dal quale viene quella vita che diventa nel credente sorgente dacqua zampillante (cf. 4,14). I due sensi, in Giovanni, non si escludono, anzi si completano. Queste parole di Ges sono comprensibili dopo la sua rivelazione a Nicodemo, in cui parla di come si nasce dallalto (cf. 3,1ss), dopo il dialogo con la Samaritana, nella quale ha suscitato la sete del suo dono (cf. 4,1ss) e dopo il discorso a Cafarnao, dove offre di mangiare il suo corpo e di bere il suo sangue, per vivere di lui come lui del Padre (cf. 6,1ss). v. 39: questo disse dello Spirito, ecc. il commento dellevangelista: la sorgente dacqua viva lo Spirito che stanno per ricevere quelli che credono in Ges. Non lhanno per ancora ricevuto: sar il dono definitivo, che ci far nellultimo giorno, quando ci consegner il suo Spirito (19,30). non cera ancora (lo) Spirito, perch Ges non era ancora stato glorificato . Lo Spirito, la vita di Dio, lamore. Non c amore sulla terra, se non come desiderio e sete. Infatti il Figlio delluomo non ancora stato innalzato e glorificato. Solo guardando lui, elevato sulla croce, conosciamo Io-Sono (cf. 8,28): riconosciamo e crediamo allamore che Dio ha per noi (1Gv 4,16). Prima di allora fuggiamo da lui, sorgente dacqua viva, per scavarci cisterne, cisterne screpolate che non tengono acqua (Ger 2,13). Quando leveremo gli occhi verso il Figlio delluomo elevato (3,14) e volgeremo lo sguardo a colui che abbiamo trafitto (cf. 19,37), solo allora comprenderemo quanto Dio ha amato il mondo, sino a dare il suo Figlio unigenito per noi (cf. 3,16). Allora comprenderemo da dove veniamo, scopriremo la sua e la nostra verit e saremo tutti attirati a lui (12,32). Il v. 39 connette direttamente il dono dello Spirito con la croce, lultimo giorno di Ges. v. 40: dalla folla, avendo udito queste parole, dicevano. La promessa di acqua non lascia indifferenti. Per ottenerla per necessario capire chi colui che la dona e aderire a lui, sorgente di vita. importante che io lo conosca e mi dichiari per lui. Infatti desidero secondo ci che conosco e ottengo secondo ci che desidero. questi veramente il profeta (cf. 4,19). Qui c un primo riconoscimento di Ges come il profeta, promesso da Mos, al quale dare ascolto (cf. Dt 18,15-18): infatti dice la parola di Dio. La prima cosa da capire in una persona la sua parola: se in nome di Dio, dice la verit che d vita; se falso profeta, come il serpente, dice la menzogna che d morte. v. 41: questi il Cristo (cf. 4,29). Un secondo livello di conoscenza di Ges riconoscerlo non solo come il profeta che parla in nome di Dio, ma anche come il Cristo, che compie ogni sua parola, realizzando il Regno promesso. Il titolo di Cristo va oltre quello di profeta: il Cristo non solo dice la Parola, per altro sempre inascoltata, ma la compie, restituendo luomo alla sua verit. Vince infatti il male che la Parola denuncia e fa il bene che essa annuncia. viene forse dalla Galilea il Cristo? lobiezione dei giudei ai primi cristiani: il Messia dalla Giudea, dalla casa di Davide (cf. 2Sam 7,1ss). Ges in realt dalla Giudea, anche se i suoi abitavano a Nazaret (cf. 4,9; Mt 1,1; 2,22s; Lc 1,27; 2,1-11; 2, 39). Lobiezione per ha un senso pi profondo, che vale anche per noi. Ci chiediamo infatti come mai il Messia venga dalla Giudea e non per esempio dallIndia, dal Tibet o dalla Brianza. Ci che scandalizza, allora come adesso, che Dio sia un uomo concreto, particolare e unico, ben definito. Ma proprio questo suo essere una carne, uguale alla nostra, salvezza di ogni altra carne. Noi preferiamo sempre forse perch non accettiamo la nostra umanit concreta un essere divino che sia un uomo universale, non legato al contingente, un po vaporoso e inconsistente. Ma questo non prendere in considerazione n luomo n Dio. Il mio io unico e non pu annullarsi nel generico. Dio stesso personale e prende corpo nella singolarit di una carne. Questo per lui lunico modo per essere veramente con noi e per noi lunica possibilit di essere con lui.
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v. 42: non disse la Scrittura, ecc.? Secondo la Scrittura (cf. 2Sam 7,12; Sal 89,4s; Is 11,1) il Messia viene da Davide, originario di Bethlem. Levangelista non risponde a questa domanda. La lascia in sospeso; vuol lasciar scoprire al lettore che il Messia, figlio di Davide secondo la carne, Figlio di Dio secondo la Spirito (cf. Rm 1,3s). Ma questo pu essere capito solo nello Spirito, che fa pure comprendere come il Messia non solo figlio di Davide, ma anche suo Signore (cf. Mc 12,35-37p). v. 43: ci fu una divisione tra la folla a causa di lui . La divisione (in greco c schsma, da cui viene la nostra parola scisma) allinterno di Israele avviene nellidentificazione di Ges come Messia. Anche per gli altri uomini la vera differenza sta nel diverso modo di concepire e vivere il rapporto con Dio, se nella carne del Figlio diventato nostro fratello oppure in altri modi. v. 44: alcuni di loro volevano arrestarlo, ecc. Oltre le reazioni di riconoscimento o di dubbio ce ne sono altre decisamente avverse. C chi viene a lui per appagare la propria sete e chi lo vuole arrestare e uccidere. Davanti al Figlio, come davanti al fratello, c amore oppure odio, non indifferenza. nessuno mise le mani su di lui (cf. v. 30). lultimo giorno della festa, anticipo del suo ultimo giorno, che peraltro non ancora venuto (v. 30). Ci sono per gi le premesse. Lora tuttavia non determinata dalluomo, ma da Dio stesso: la sua ora. v. 45: gli inservienti vennero, ecc. I capi dei sacerdoti e i farisei avevano mandato gli inservienti per arrestare Ges (v. 32). Sono sorpresi e sdegnati perch tornano a mani vuote e chiedono il motivo. v. 46: mai un uomo parl cos. Ottengono una risposta inattesa che sa di ironia: chi doveva prenderlo, stato preso da lui. La sua parola li sorprende e cattura. Non riferiscono cosa ha detto. Il suo stesso dire e la sua persona non hanno confronto con nessun altro uomo. Ascoltandolo sono affascinati dalla Parola che era sin dal principio. La luce entra nelle tenebre e le tenebre non possono catturarla (cf. 1,5). Ne sono illuminate. v. 47: risposero loro i farisei. Si nominano solo i farisei, perch la comunit di Giovanni ha a che fare con loro. Dopo la distruzione del tempio nel 70, scomparsi i capi dei sacerdoti, essi resteranno lunico punto di riferimento religioso. anche voi siete stati ingannati? La Parola di verit ritenuta un inganno da chi, con tutta la buona fede possibile, schiavo della menzogna (cf. 8,31ss). Sar largomento del c. 9, che mostrer la cecit di chi non accoglie Ges, per procedere poi allilluminazione del cieco. I farisei rimproverano gli inservienti di essere ingannati anche loro, oltre la folla. v. 48: forse che qualcuno tra i capi, ecc. Mentre la folla e gli inservienti sono disponibili a cogliere il mistero di Ges, i capi del popolo restano chiusi nella loro autosufficienza. Come pu credere chi cerca la gloria che viene dagli uomini e non quella che viene da Dio (cf. 5,44)? v. 49: ma questa folla, che non conosce la legge, sono maledetti . I maestri, invece di osservare la legge (cf. vv. 50s), maledicono le folle che riconoscono colui di cui essa parla. la maledizione che toccher ai primi cristiani, come gi al loro Maestro, da parte di chi detiene il potere religioso (cf. 16,14). grande la cecit delluomo che crede di possedere la verit, senza voler fare la fatica di ricercarla. v. 50s: dice loro Nicodemo, ecc. anche lui un fariseo, anzi uno dei capi. uno di loro. lo stesso che venne da Ges di notte, per essere illuminato (3,1ss); riapparir alla fine per chiedere il suo corpo e deporre il seme del Regno sotto terra (cf. 19,39ss). La divisione avviene anche allinterno dei farisei. Nicodemo prende la legge nella sua integrit, non come difesa del proprio potere. Ritorce cos laccusa ai farisei: sono loro a trasgredire la legge, perch condannano una persona senza ascoltare cosa dica e verificare cosa faccia (Dt 1,16s). Giudicano in base a pregiudizi, stravolgendo la legge: da strumento di giustizia, ne fanno la croce del giusto. La Parola o ascoltata o uccisa. v. 52: risposero e gli dissero, ecc. Invece di rispondere alla sua domanda, gli lanciano un duplice insulto. Linsulto copertura di malafede o incapacit di ascoltare ragioni che siano diverse dalle proprie. Gli chiedono se anche lui un galileo, facente parte di quel popolo impuro; gli raccomandano poi, a lui che maestro, di studiare la legge per scoprire che dalla Galilea non mai sorto un profeta. E si dimenticano lodio acceca che proprio da l sorse un certo profeta di nome Giona (2Re 14,25), quando il Signore aveva visto lestrema miseria di Israele, perch non cera n schiavo, n libero, n chi potesse soccorrere (2Re 14,26). Anche Nicodemo, come chiunque altro, quando si espone a favore delluomo, vicino al Signore: diventa in qualche modo testimone della verit, come il Battista, e ne paga le conseguenze.
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[v. 53: andarono ciascuno a casa sua.] La casa il luogo dove si nati, dove c il proprio padre e i fratelli. Ges torner presto al Padre suo e Padre nostro. Ma prima sveler ai suoi accusatori il loro errore: hanno un falso padre, il padre della menzogna e della morte (cf. 8,44), verso il quale stanno andando. Questo versetto, come il racconto che segue, omesso dai pi antichi testimoni. 3. a. b. c. d. Pregare il testo Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando Ges che, dritto in piedi nel tempio, grida. Chiedo ci che voglio: accogliere il suo invito di venire a lui e bere per dissetare la mia sete. Medito e contemplo la scena, vedendo cosa dice Ges e come reagiscono le varie persone.

Da notare: lultimo giorno Ges, ritto in piedi, grida se qualcuno ha sete, venga a me e beva chi crede in me fiumi dacqua vivente scaturiranno dal suo seno questo disse dello Spirito che sar donato dalla croce un profeta il Cristo viene forse dalla Galilea il Cristo? la divisione a causa di lui alcuni volevano arrestarlo gli inservienti del tempio mai un uomo parl cos laccusa dei farisei: un inganno credere in lui la difesa di Nicodemo gli insulti contro di lui. 4. Testi utili Sal 63; 78; Ez 47; Zc 13; Is 12,3; Ez 36,22-38; 36,1-14; Gv 4,1ss; 19,28-37; 4,1ss; 5,45-47; 16,1-4.

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21. NEPPURE IO TI CONDANNO 8,1-11 [8,1 2 3 4 Ora Ges and al monte degli Ulivi. Allalba per si present di nuovo al tempio e tutto il popolo veniva da lui; e, seduto, insegnava loro. Ora conducono, gli scribi e i farisei, una donna sorpresa in adulterio e, postala in mezzo, gli dicono: Maestro, questa donna stata sorpresa sul fatto stesso, mentre faceva adulterio. Ora, nella legge, Mos ordin di lapidare quelle cos. E tu, che dici? Ora dicevano questo per tentarlo, per avere di che accusarlo. Ora, chinatosi, Ges scriveva col dito per terra. Come insistevano nellinterrogarlo, si drizz e disse loro: Chi di voi senza peccato, per primo getti su di lei la pietra! E di nuovo, chinatosi, scriveva per terra. Essi allora, avendo udito, se ne andarono uno per uno, cominciando dai pi vecchi; e rimase solo e la donna che era nel mezzo. Ora Ges, drizzatosi, disse a lei: Donna, dove sono? Nessuno ti condann? Ora ella disse: Nessuno, Signore. Ora disse Ges: Neppure io ti condanno. Va (e) da ora non peccare pi].

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1. Messaggio nel contesto Neppure io ti condanno!, dice Ges alla donna sorpresa in adulterio. Questo splendido racconto ci porta al cuore del messaggio di Ges, il Figlio che non giudica nessuno (cf. 7,19.23.24.51; 8,15.17) e che per questo sar giudicato. Limputato vero non la donna, ma Ges; ladultera solo lesca per trovare un motivo di condanna contro di lui. La sorte della donna toccher a lui: se lei deve essere lapidata per il suo peccato di adulterio, alla fine tenteranno di lapidare lui per il suo peccato di bestemmia (cf. v. 59).
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Il testo un misto tra disputa e racconto (come, ad esempio, Mc 2,1-12), con sapore e vocabolario sinottico, di stile lucano. La maggior parte degli antichi testimoni manoscritti, versioni e Padri lo ignorano. Per questo labbiamo messo tra parentesi quadra, insieme a 7,53. Ci sono per testimonianze, accolte da Ambrogio, Gerolamo ed Agostino, che lo riportano, qui o altrove. Il concilio di Trento ne defin la canonicit. Resta per aperto il problema dellautore. Tuttavia, nonostante le origini controverse e le testimonianze problematiche, il testo evangelico pi commentato dai padri latini. infatti uno dei pezzi pi affascinanti del vangelo, che mostra come Ges dona lo Spirito, che fa nuove tutte le cose (Ap 21,5): lui stesso, dal suo fianco trafitto, sar sorgente zampillante che lava ogni peccato e impurit (Zc 13,1). Agostino ritiene che questo brano sia stato eliminato dal vangelo di Giovanni perch alcuni fedeli di poca fede, o meglio nemici della fede, temevano probabilmente che laccoglienza del Signore per la peccatrice desse la patente di impunit alle loro donne. Altri ritengono che il testo sia una perla sperduta nella tradizione antica, recuperata nel III secolo e posta qui come fondamento di una prassi penitenziale meno rigorosa e pi evangelica: davanti al peccatore siamo chiamati a comportarci come Ges con questa donna. Il racconto dice, bene ed in breve, ci che conosciamo di pi caratteristico dellatteggiamento di Ges verso i peccatori. Egli amico di pubblicani e peccatori (cf. Lc 7,34). Accusato di bestemmia perch perdona i peccati (cf. Lc 5,21 e pp.), accoglie una peccatrice e mostra al fariseo Simone che limportante non essere giusti, ma amare di pi; e amer di pi colui al quale stato perdonato di pi (cf. Mc 2,7p). Dato che siamo peccatori, il nostro peccato non da nascondere, ma da scoprire come luogo di perdono e di conoscenza pi profonda di s e di Dio. In questo brano emerge il conflitto, centrale nella vita di Ges, tra i custodi della legge, che giustamente denuncia il male, e colui che d la legge, il Padre che necessariamente perdona. Il tema del perdono dei peccati, fondamentale nella Bibbia, raggiunge in Ges la sua espressione piena. Normalmente pensiamo che Dio perdoni perch noi siamo pentiti. In realt noi ci possiamo pentire perch Dio ci perdona sempre e comunque. Egli non si volge a noi perch noi ci siamo rivolti a lui: egli da sempre rivolto a noi, perch noi possiamo volgerci a lui. Effettivamente lui che si pente e sente il dolore del nostro male, perch ci ama (cf. Is 54,6-10). La croce di Ges, che ormai si va profilando allorizzonte, il pentimento e la pena di Dio per il male del mondo. Il suo giudizio sar lessere giustiziato per giustificare gli ingiusti. Il racconto si incastona bene in questo punto del vangelo: un interludio, delicato e drammatico, nel quale risuonano i temi di cui si sta parlando, visualizzati in modo indelebile. Ges perdona il peccatore: per questo condannato da chi si attiene alla legge. Il suo perdono gli coster caro: sar ucciso, lui innocente, per salvare dalla morte il colpevole. E chi senza colpe, anche tra coloro che si ritengono giusti (v. 7)? Questo racconto ci fa entrare, in modo semplice e immediato, nel mistero di un Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito (cf. 3,16), perch chiunque ha sete, venga a lui e ottenga lacqua viva (cf. 7,37; 4,13s). Questacqua, purificatrice e vivificante, promessa da Ez 47,1ss e Zc 13,1, il suo amore, che si manifesta pienamente nel perdono neppure nominato nel testo, tanto ovvio e discreto. In esso noi conosciamo chi il Signore (cf. Ger 31,34; Ez 36,23ss): colui che apre le nostre tombe, ci risuscita dai nostri sepolcri e ci dona il suo Spirito (cf. Ez 37,13s). Dopo una breve introduzione (vv. 1-2), che lo aggancia bene al contesto, il racconto un breve dramma in tre scene. Nella prima la donna, da uccidere perch sorpresa in adulterio, serve da pretesto per andare contro Ges, che, si suppone, non approver la condanna ( vv. 3-6a). Nella seconda Ges non risponde e si china a scrivere col dito per terra, poi si drizza e chiede agli accusatori chi di loro sia senza peccato e non si trovi nella stessa condanna che vogliono infliggere alla donna ( vv. 6b-7). Nella terza c leffetto della sua domanda: gli accusatori se ne vanno, cominciando dai pi vecchi, mentre chi perdona e chi ha bisogno di perdono restano, da soli, in dialogo tra di loro ( vv. 8-11). Ges il Figlio che dona lacqua viva dello Spirito di Dio: lamore del Padre, comunicato ai fratelli che ne hanno sete. I peccatori sono i primi ad accoglierlo, perch sono quelli che ne hanno bisogno. La Chiesa si identifica con questa donna: da sempre adultera, perch non ama il suo Sposo, giorno dopo giorno rinnovata dal suo perdono. In ciascuno di noi c per sempre lo scriba e il fariseo
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che ci accusa, la coscienza del male che ci vuol lapidare. Solo lincontro con lui, che resta solo con noi, ci giustifica e ci riempie di gratitudine per il suo amore. 2. Lettura del testo v. 1s: Ges and al monte degli Ulivi. Allalba per si present di nuovo al tempio, ecc . Lannotazione richiama Luca 21,37s: Ges, nellultima settimana a Gerusalemme, passa la notte fuori citt, verso il monte degli Ulivi, per tornare il mattino ad insegnare nel tempio, dove il popolo accorre presso di lui. Non si dice cosa insegni: linsegnamento lui stesso, con ci che e ci che fa. Infatti lui la Parola, il nuovo santuario, la presenza di Dio, di quel Dio che ora si rivela pienamente nel perdono. v. 3: conducono, gli scribi e i farisei, una donna sorpresa in adulterio . Secondo la legge tale donna doveva essere uccisa (cf. Es 20,14; Dt 5,18; 22,22; Lv 18,20; 20,10), ma era controverso il modo di esecuzione. Ai tempi di Ges si discuteva se si dovesse lapidare o strangolare. Gli scribi e i farisei, che portano la donna, sono persone rispettivamente dedite allo studio e allosservanza della legge. A noi meraviglia che si condanni a morte unadultera. In realt ladulterio un omicidio: uccide il partner nella sua umanit pi profonda, nella sua relazione damore. Lo Sposo infatti porter su di s la morte dellinfedelt delluomo. postala in mezzo. La legge, con i suoi divieti e comandi, rischia di porre al centro dellattenzione il male, da denunciare e da punire. In realt Dio aveva posto al centro del giardino lalbero della vita, non quello da cui sarebbe derivata la trasgressione e la morte (cf. Gen 2,9.17). Fu il nemico, laccusatore, a porlo al centro (cf. Gen 3,3). La croce riporter al suo posto lalbero della vita, sempre fecondo in ogni stagione e capace di sanare ogni ferita (cf. Ap 22,2). La peccatrice, chiusa dagli zelanti della legge in un cerchio di morte, vedr alla fine dileguarsi i suoi accusatori e rester nel mezzo, sola con Ges, che le aprir lorizzonte della libert e dellamore. v. 4: Maestro, questa donna, ecc. Si espone il capo daccusa. Il caso della donna, presentato a Ges, non ha nulla di problematico: chiaro che la legge ordina di sopprimerla. Se mai in discussione il modo. v. 5: nella legge, Mos ordin di lapidare. La lapidazione una forma di assassinio collettivo, del quale nessuno si sente responsabile. Essa esige lunanimit della folla: tutti collaborano e sfogano la loro aggressivit contro il trasgressore, per lo pi presunto, che raffigura ci che tutti travaglia e che si vuol levare di mezzo. Il risultato delleliminazione del malvagio quello di sentirsi uniti, rappacificati e ripuliti dal male, permettendo alla societ di andare avanti: leffetto del capro espiatorio, che devessere possibilmente un estraneo o un nemico, un diverso o uno sconfitto, che diventa ostia e vittima designata. Cos hanno sempre funzionato e funzionano le cose, nei processi alle streghe e ai nemici del popolo, fino allo sterminio di interi popoli identificati col male. Lo stesso meccanismo si mette in gioco anche ai nostri giorni nelle condanne a morte di singoli e nelle rappresaglie internazionali, nei partiti politici e nelle squadre di calcio, come pure nelle relazioni interpersonali: per vincere linsopportabile senso di colpa che il male produce, invece di riconoscerlo in se stessi, lo si attribuisce allaltro, che viene soppresso. Cos ci si sente confermati nella propria presunta innocenza, senza mai vincere il male che sta nel cuore di ciascuno. Questo infatti, nei momenti di crisi, riesplode, provocando come risposta lo stesso meccanismo, in una coazione a ripetere senza via di uscita. In questo modo la societ contiene e legittima la violenza che minaccia la sua esistenza e rende possibile fin che possibile! la convivenza tra gli uomini, che ritrovano la loro coesione contro il nemico comune, identificato come il malvagio. Questi deve essere espulso fuori le mura ed eliminato; cos si sta relativamente tranquilli fino a quando un nuovo momento di lotta fa riemergere laggressivit che sempre latente, anche se controllata dal potere che, ovviamente, appartiene al pi violento di turno, destinato a sua volta ad essere vittima quando perde la forza di imporsi. A molti pare che questo aureo sistema su cui si regge il nostro convivere, lundici settembre 2001, dopo il crollo delle Torri Gemelle, abbia mostrato i piedi di argilla e la propria debolezza. Forse sta calando la maschera e mostrando il suo volto orrendo; comunque chiaro che neppure il pi potente oggi capace, con la forza, di garantire sicurezza, n a s n ad altri. un fatto nuovo nella storia. Per la prima volta il potente subisce il male; per la prima volta pu anche capirlo. Questo ci dovrebbe
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portare a ripensare un modo radicalmente diverso di stare insieme. Perch ormai nulla come prima: se anche il forte vulnerabile, o ci distruggiamo tutti o siamo costretti a cambiare gioco. tu che dici? Gli uomini della legge interrogano Ges non per sapere se sia favorevole alla lapidazione piuttosto che allo strangolamento. Chiedono il suo parere per tendergli una trappola, come subito levangelista annota. v. 6: dicevano questo per tentarlo, per avere di che accusarlo (cf. Mc 10,2p.; 12,13p). In che cosa consiste il trabocchetto che gli tendono per accusarlo? Agostino dice che Ges, inviato da Dio, possiede le sue tre qualit: la verit, la mansuetudine e la giustizia (cf. Sal 45,5). Se la prima non in discussione si tratta di un fatto evidente gli pongono un dilemma sulle altre due. Se ordiner di lapidarla, mancher di mansuetudine; se dir di lasciarla, mancher di giustizia. In concreto costretto a rinnegare o la misericordia o la legge. Nel primo caso smentisce se stesso e il suo messaggio, alleandosi con gli scribi e i farisei; nel secondo ci che sperano si oppone alla legge e lo si pu accusare come trasgressore. Probabilmente qui si nasconde anche un altro tranello. Infatti, se la donna gi stata condannata dai giudei secondo la legge, Ges posto in un secondo dilemma: se accetta il verdetto del tribunale giudaico, si oppone ai romani che si erano riservati la pena capitale; se non lo riconosce valido, accetta implicitamente il dominio romano, mettendosi contro il popolo e le sue attese. Nel primo caso poteva essere accusato di sovversione, nel secondo non sarebbe stato il Messia che avrebbe liberato la nazione. Il tenore dellinsidia simile a quello posto nella domanda sul tributo a Cesare (cf. Mc 12,13ss p). Le pietre degli scribi e dei farisei, pi che contro la donna posta nel mezzo, sono mirate contro colui che al centro della legge e dei profeti, del quale le Scritture rendono testimonianza (cf. 5,39-47). chinatosi, scriveva col dito per terra. Il fatto rilevato ben due volte (vv.6.8). In un racconto cos sintetico, non trascurabile. Certamente ha un primo significato evidente: Ges non affronta n provoca la folla, sfidandola a viso aperto. Lavrebbe inferocita ancora di pi. Si rende invece come assente e si china su se stesso, come in una pausa riflessiva, per non farsi travolgere dalla violenza collettiva. quanto inviter a fare anche gli altri, presentando loro un altro modello da imitare, diverso da quello della violenza dei capi che li sta trascinando. Sono corsi fiumi dinchiostro su cosa Ges abbia scritto, dimenticando per che levangelista non spreca una sola parola in proposito. C chi ritiene il gesto di Ges unallusione a Geremia 17,13 che dice: Quanti si allontanano da te, saranno scritti nella polvere, perch hanno abbandonato la fonte di acqua viva, il Signore. Il contesto fa capire chi sono costoro. Lipotesi, gi di Ambrogio, Agostino e Girolamo, suggestiva e rispettosa del testo: lo ritiene un gesto profetico, senza entrare in merito a ci che scritto. Pi recentemente alcuni studiosi pensano che, secondo luso romano, Ges abbia scritto per s la sentenza, prima di pronunciarla. Altri pensano che Ges abbia scritto i peccati degli accusatori, comuni a tutti gli uomini, perch ognuno smetta di giudicare laltro. Infatti solo chi giusto pu giudicare giustamente (cf. Es 23,1-7). Altri ancora pensano che si tratti solo di una pausa narrativa. Ma in questo caso non si spiega il peso che nel racconto ha il fatto, ripetuto, dello scrivere. Nella spiegazione bisogna, attenendosi al testo, interpretare solo il gesto dello scrivere, senza dire ci che scritto, alla luce del contesto immediato, inserito nella tradizione biblica. Per questo utile ricordare una cosa ovvia: scrivere latto con il quale uno vuol comunicare qualcosa a un altro che legge. Nella tradizione tutta la Scrittura comunicazione di Dio alluomo; a sua volta la legge fu scritta dal dito di Dio su tavole di pietra (cf. Dt 9,10). da notare che Ges non scrive sulla sabbia, ma sulla pietra del lastricato; la scena infatti si svolge nel tempio. Se non teniamo presente il dito di colui che scrive e non entriamo in comunione con lui, la stessa Scrittura diventa un feticcio che ci impedisce di entrare nel pensiero di Dio. La Scrittura lautocomunicazione del Dio amante della vita, che non disprezza nessuna delle sue creature; ha compassione di tutti e non guarda ai peccati degli uomini, in vista del pentimento (cf. Sap 11,23-26). Se la Scrittura denuncia il peccato, non per condannare il peccatore: lintenzione di chi scrive quella di salvarlo. La legge data per la vita e non per la morte, per la conversione e non per la disperazione, per il perdono e non per la condanna. Siccome per, sin dallinizio, abbiamo trasgredito la legge, tutti la percepiamo come condanna di noi e delle nostre azioni. Ma i profeti hanno promesso che
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verranno giorni in cui Dio ci toglier il cuore di pietra e ci dar un cuore di carne; incider la sua legge non con il dito sulla pietra, ma con lo Spirito sul nostro cuore, che finalmente sar un cuore nuovo, capace di vivere in pienezza il dono di Dio (cf. Ger 31,31-34; Ez 36,26-27). Il gesto di Ges pu alludere a questi testi, che si compiranno quando lui ci dar il suo Spirito (19,30). Proprio sulla croce, dove sar scritto il titolo della sua condanna in ebraico, latino e greco (cf. 19,19-22) comprenderemo ci che Ges ora scrive: il Signore non condanna, ma giustifica e salva per grazia. Questo il senso di tutta la Scrittura. Allora saremo noi stessi la lettera di Dio, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito di Dio; non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei nostri cuori (cf. 2Cor 3,3). Come si vede, ognuno pu aggiungere la sua goccia al fiume di parole versato per commentare questo gesto di Ges. Il quale, in modo pi ecologico, scrive con il dito sulla pietra, senza spreco di carta o dinchiostro, lasciando a ciascuno lopportunit di pensare ci che pi giova. v. 7: si drizz. Nel v. 10 Ges si drizzer davanti alla donna; ora si drizza davanti ai suoi accusatori. Essi persistono nelle loro interrogazioni, che guardano solo allo scritto e non allo scrivente. Per questo si drizza e mostra loro la sua persona: lui che ha scritto. chi di voi senza peccato, per primo getti su di lei la pietra. Il peccatore che vuol giudicare come quei vecchi che opprimevano gli innocenti e assolvevano i malvagi, fino a condannare la casta Susanna che non si era piegata alle loro voglie (cf. Dn 13,52s). Ma per il profeta Daniele la cosa fu pi facile: Susanna non aveva peccato e si trattava di provarne linnocenza. Questa donna invece ha peccato e Ges non pu provare il contrario della verit. C per unaltra verit nascosta in ciascuno, che Ges ricorda a tutti: ognuno guardi in se stesso e veda con onest nel suo cuore, poi chi senza peccato scagli contro di lei la prima pietra. Il primo che scaglia la pietra il testimone (cf. Dt 17,7); egli si assume la responsabilit di chi sta, volutamente e coscientemente, allinizio della violenza che poi gli altri imitano automaticamente, come le iene che fiutano sangue. lui che si pone come modello, seguito poi dagli altri per imitazione. Chi osa opporsi, o capovolge la situazione facendo lapidare chi voleva lapidare, o finisce lapidato anche lui. La violenza, giustificata dal consenso, una volta scatenata deve comunque scaricarsi su qualcuno. Con queste parole Ges chiama ciascuno alla responsabilit e alla coscienza personale, rompendo allorigine il male che poi contagia tutti. Egli rimanda ognuno degli interlocutori a indagare su di s, applicando a se stesso il giudizio che vuol infliggere alla donna. Solo allora potr accorgersi del male che nel suo cuore e vedere la propria cecit (cf. 9,41), per scoprirsi bisognoso di misericordia e perdono. Uno smette di giudicare gli altri quando comincia a giudicare se stesso. Allora capisce che la Scrittura persuade luomo di peccato per fargli accogliere il giudizio di chi scrive, lunico giusto che giustifica. Ges non nega la legge e il giudizio. Si appella per a colui che d la legge e si riserva il giudizio, ben diverso dal nostro. Dio infatti ha mandato il suo Figlio per salvare il mondo (3,17); per questo bisogna non giudicare n condannare, ma assolvere e dare, per diventare misericordiosi come il Padre (cf. Lc 6,36-38). Il giudizio del Padre dettato dallamore che ha verso tutti i suoi figli. il giudizio stesso del Figlio, che sulla croce dar la vita per i fratelli. Questa parola di Ges, mentre convince il mondo di peccato, rivela il giudizio e la giustizia di Dio (cf. 16,8), che amore senza condizioni. v. 8: di nuovo, chinatosi, scriveva per terra. Il gesto di scrivere, che precede e segue la sua risposta, le d anche il suo significato. Il suo intento non quello di gettare pietre sui peccatori, adultera o farisei e scribi che siano. Non vuol uccidere nessuno. Vuole solo che ognuno prenda coscienza seria di s e del suo peccato, scopra il proprio cuore di pietra per ricevere il dono di un cuore di carne, pieno dello Spirito del Signore, capace di vivere secondo la sua parola. Proprio per questo suo atteggiamento Ges diventer bersaglio dei nostri cuori di pietra, che, come vogliono lapidare la donna, cercheranno di lapidare lui (v. 59). v. 9: se ne andarono, uno per uno, cominciando dai pi vecchi . Tutti abbiamo peccato e siamo privi della gloria di Dio (cf. Rm 3,23; Sal 14,3; 130,3; 143,2). Nessuno pu mentire a se stesso: la coscienza del proprio male il primo dono di Dio, che ci rende diversi dagli animali. Probabilmente costoro se ne vanno contrariati, in attesa di rivincita; loro se ne vanno, ma le pietre restano l, pronte per essere scagliate. I pi vecchi (in greco presbiteri) esce solo qui nel quarto Vangelo. La stessa parola, normalmente tradotta con anziani, usuale nei sinottici per indicare la parte pi potente del Sinedrio.
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Gli anziani sono anche coloro ai quali, per la loro provata onest ed esperienza, riservato il giudizio. La scena non priva di ironia: coloro che hanno la funzione di giudicare sono i primi rei confessi. rimase solo e la donna che era nel mezzo. La donna era stata posta nel mezzo dagli zelanti della legge che condanna. Ora essa rimane sola con il solo Ges, nel mezzo della sconfinata misericordia di Dio. Il peccato il luogo dove si manifesta la sovrabbondanza della sua grazia (cf. Rm 5,20). Dice Agostino: Sono rimasti due: la misera e la misericordia. Alla fine ci che rimane di ogni uomo lincontro della propria miseria con la misericordia di Dio. Maggiore labisso del peccato, maggiore lamore che si riceve e la conoscenza di Dio e di s che si ottiene. E maggiore sar la capacit di amare (cf. Lc 7,42b.43a). Ges, lunico senza peccato, non se ne va. Rimane con la peccatrice: il Figlio, misericordioso come il Padre. Se condanna il peccato perch e fa male, assolve e ne slega il peccatore perch lo ama. C in ciascuno di noi la parte adultera e la parte di chi vuol lapidarla. Invece di lapidarla, bisogna riconoscersi in essa: il luogo dincontro con il Signore. v. 10: Ges, drizzatosi. Prima si drizz per mostrarsi agli accusatori come colui che scrive la legge; ora si drizza per mostrarsi allaccusata come il Signore che perdona. Il dialogo tra i due semplice, di poche parole, e sublime. donna, dove sono? Ges la chiama donna, come Maria (cf. 2,4; 19,26), la Samaritana (4,21) e la Maddalena (20,15). il suo vero nome, quello della sposa, che ora incontra lo Sposo. stata, come tutti noi, adultera: non aveva conosciuto n amato lo Sposo (cf. Ez 16), colui che ha comandato, anzi supplicato, di amarlo con tutto il cuore (cf. Dt 6,4ss). Le chiede, senza neppur pi nominarli, dove sono quanti la accusano. nessuno ti condann? Le chiede se sia rimasto un giusto che possa condannarla. v. 11: nessuno, Signore. Nessuno rimasto che la possa condannare. Uno per rimasto: lunico giusto, che la giustifica! Scomparsi i nemici, rimasto colui che la ama di amore eterno (cf. Ger 31,3), nel quale riconosce il suo Signore, perch la perdona (cf. Ger 31,34) e la fa uscire dalla morte (cf. Ez 37,12). Si stabilisce tra i due la nuova alleanza, scritta ormai non pi sulla pietra, ma nel cuore (cf. Ger 31,31-33). neppure io ti condanno. Gli altri non ti possono condannare, anche se lo vogliono, perch ingiusti. Ma neppure io, che sono giusto, ti condanno, perch non posso condannare nessuno: sono venuto infatti per salvare, non per condannare il mondo, quel mondo che il Padre ha tanto amato da dare per lui il Figlio (cf. 3,16s). Il giudizio di Dio non mai condanna per il peccatore, ma salvezza dal peccato. Per questo svela il peccato la funzione della legge e perdona il peccatore. Noi siamo tentati di condannare il peccatore e giustificare il peccato, almeno quello nostro. Il solo giusto, invece, perdona il peccatore e porta su di s la condanna del peccato. Il peccato degli accusatori della donna, che non accolgono il perdono, si riverser ben presto su di lui: tenteranno di lapidarlo (v. 59) e lo eleveranno poi sulla croce. Ma proprio allora conosceranno Io-Sono. Colui che opera cos, infatti, il Figlio, che non fa nulla da se stesso, ma parla e agisce come il Padre gli ha insegnato (v. 28). va (e) da ora non peccare pi. Questa donna perdonata senza previo pentimento. Il pentimento infatti segue il perdono e consiste nel non chiudersi dentro la gabbia delle proprie colpe, per aprirsi alla gioia di un amore pi grande. Il perdono, che precede ogni pentimento, un atto creatore: schiude un nuovo futuro, nella libert di non peccare pi e di amare di pi. Lamore, che la peccatrice riceve nel perdono, la giustifica: la rende giusta. Uno infatti diviene giusto nella misura in cui sperimenta lamore di un giusto che non lo condanna. Allora pu amare come amato. E lamore pieno compimento della legge (Rm 13,10b). 3. Pregare il testo a. b. c. d. Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando la scena, allalba, nel recinto del tempio. Chiedo ci che voglio: conoscere nel perdono chi il Signore. Traendone frutto, contemplo le persone: chi sono, che dicono, che fanno.
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Da notare: Ges insegna nel tempio gli scribi ed i farisei portano nel mezzo la donna colta in adulterio la legge dice di lapidarla cosa dice Ges vogliono tentarlo, per accusarlo Ges, chinato, scrive per terra col dito Ges si drizza chi di voi senza peccato, per primo scagli la pietra di nuovo, chinatosi, scrive per terra se ne vanno, cominciando dai pi vecchi Ges rimane solo, con la donna che in mezzo donna, dove sono? nessuno ti condann? nessuno, Signore neppure io ti condanno va e da ora in poi non peccare pi.

4. Testi utili
Sal 14; 53; 103; Ez 16; Os 2,16-25; Is 54,1-10; Ez 36, 22-27; Lc 6,36-38; 7,36-51.

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22. IO-SONO LA LUCE DEL MONDO 8,12-20 8,12 Allora Ges parl loro di nuovo dicendo: Io-Sono la luce del mondo. Chi segue me non cammina nella tenebra, ma avr la luce della vita. 13 Allora gli dissero i farisei: Tu testimoni di te stesso: la tua testimonianza non vera. 14 Rispose Ges e disse loro: Anche se io testimonio di me stesso, la mia testimonianza vera, perch so da dove venni e dove me ne vado. Voi invece non sapete da dove vengo e dove me ne vado. 15 Voi giudicate secondo la carne, io non giudico nessuno. 16 E se poi io giudico, il mio giudizio veritiero, perch non sono solo, ma io e il Padre che mi invi. 17 Ora anche nella vostra legge scritto che la testimonianza di due uomini vera. Sono io che testimonio di me stesso e testimonia di me il Padre che mi invi. 19 Allora gli dicevano: Dov il padre tuo? Rispose Ges: Non conoscete n me n il Padre mio. Se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio. 20 Queste parole parl nel (luogo della) cassa del tesoro insegnando nel tempio; e nessuno lo cattur perch non era ancora giunta la sua ora. 1. Messaggio nel contesto Io-Sono la luce del mondo, proclama Ges nel tempio, dopo aver gridato di essere la sorgente della vita, che disseta chiunque crede in lui (cf. 7,37). Ges si rivelato nel simbolo delle nozze e del vino, del tempio e del vento, dellacqua e del pane; ora si proclama luce. Lui, nel quale si compiono le nozze tra Dio e luomo, sorgente di vino,
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vento, acqua e pane, perch lui stesso, Figlio di Dio e Figlio delluomo, ha in s la vita (1,4; 5,26) ed la luce degli uomini (cf. 1,4s.9). Tutto ci che esiste parla di lui, perch tutto fatto per mezzo di lui e in lui ha la sua consistenza (cf. Col 1,1517). La luce non solo principio di creazione, che fa uscire il cosmo dal nulla: come fa esistere, cos fa vedere, conoscere e gioire di tutto. Vedere la luce vuol dire uscire dalle tenebre e venire alla luce: vedendo Ges, il Figlio, noi nasciamo alla nostra realt di figli di Dio. Nel c. 3 si parla di una nascita dallalto: lilluminazione di chi contempla lamore del Padre nel Figlio, donato per la vita del mondo. In lui veniamo alla luce come figli, che conoscono lamore da cui vengono e di cui vivono. Ges luce del mondo come il titolo del c. 8. Questo uno sviluppo articolato del c. 7, che riprende numerose espressioni del c. 5 e sfocer nel c. 9 con lilluminazione del cieco. La forma non quella di un dialogo sereno, come quando due cercano la verit; piuttosto una lotta tra la verit che si propone come luce e la menzogna che si oppone come tenebra: lincontro/scontro tra lofferta e il rifiuto della vita. Il c. 8 presenta un corpo a corpo tra il Figlio, che Parola/verit/luce/vita, e i suoi fratelli ancora chiusi nella menzogna, schiavi nelle tenebre di morte. un resoconto teologico di ci che avvenuto tra Ges ed i suoi contemporanei, offerto alla chiesa di Giovanni perch non si scoraggi se deve affrontare le stesse incomprensioni e opposizioni. Pi in profondit possiamo dire che il testo, come al solito, riproduce ci che avviene in chi ascolta la Parola: nellinterlocutore si scatenano le resistenze delle tenebre che vengono squarciate, perch lui stesso possa diventare luce. Nel corso del capitolo, pieno di tensioni e contraddizioni, intervengono undici volte gli oppositori della luce e tredici volte Ges, la luce. A lui, che era in principio, spetta la prima e lultima parola. Al centro del capitolo sta il Padre, nominato direttamente ventitr volte e altre volte indirettamente come colui che mi invi e da dove vengo e dove vado. Il Padre implica necessariamente il Figlio. Questi, anche se nominato solo in nei vv.28.35.36, il protagonista: Ges stesso, che sta rivelando la propria identit. Per il Figlio, il Padre origine della sua missione verso i fratelli, principio e fine della sua esistenza. Ges chiama Padre mio colui che Abramo, ritenuto dagli interlocutori loro padre, considera suo Dio. Chi rifiuta lui, rifiuta il Padre e non ha come padre Abramo, ma il diavolo. Figli di Abramo sono quanti accolgono la testimonianza del Dio di Abramo attraverso il Figlio, che venuto a illuminare i fratelli sulla loro realt di figli. Padre significa origine e appartenenza, amore e conoscenza, affidabilit e sensatezza di vita. Il Figlio venuto per portare ai fratelli la luce della loro vita: la conoscenza del Padre. Lidentit di ogni uomo infatti la conoscenza e laccettazione della propria radice. Nella rivelazione del Figlio come luce del mondo, le tenebre vengono allo scoperto nella loro malvagit. La tenebra non il nulla: menzogna che si oppone alla verit, egoismo che non accetta lamore, morte che uccide la vita. Ma la luce, proprio quando sar catturata, verr posta sul lucerniere. Allora colui che ha detto: Io-Sono la luce del mondo (v. 12), diventer il Figlio delluomo che ci fa conoscere Io-Sono (v. 28): lui stesso, il Figlio, Io-Sono, uguale al Padre! Questespressione il culmine dellautorivelazione di Ges, il punto darrivo della sua manifestazione che risponde alla nostra domanda: Tu chi sei? Che fai di te stesso? (vv. 25a.53a). Inoltre in questo capitolo c la massima concentrazione di termini che indicano il parlare: ben ventinove volte in quarantasette versetti (vv. 12-59). La Parola vita e luce, che si comunica proprio parlando. Davanti alla Parola possibile una duplice reazione: quella dei figli della luce e quella dei figli delle tenebre. Da una parte c ascolto, fiducia e conoscenza, con il frutto di verit, libert e vita; dallaltra c rifiuto, incredulit e ignoranza, con il veleno della menzogna, della schiavit e della morte. Largomento del capitolo tocca lumanit di ogni uomo, chiamato a scoprire il senso dellesistenza, a sapere da dove viene e dove va, a conoscere e accettare la sua realt di figlio. Lunica condizione per vivere non tagliarsi dalla propria sorgente. Articoleremo il testo in tre parti: vv. 12-20. 21-30. 31-59. La prima parte delle altre diremo dettagliatamente in seguito inizia e termina con Ges che parla (vv. 12.20). Al centro c la sua rivelazione come luce e le reazioni della nostra tenebra.
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Alla sua solenne affermazione in cui si offre al mondo come luce ( v. 12), segue lopposizione degli uomini di legge che non accettano la sua testimonianza ( v. 13). Ges risponde che essa vera, perch egli sa da dove viene e dove se ne va ( v. 14). La sua , infatti, la testimonianza del Figlio, che da e per il Padre: luce di vita proprio in quanto Figlio, che comunica ai fratelli la loro identit perduta. Chi nella tenebra non ammette questa testimonianza perch non accetta la propria verit di figlio: giudica secondo la carne, da uomo che non si apre allo Spirito. Ges, invece, non giudica nessuno: venuto infatti a salvare il mondo, illuminando ogni carne del suo Spirito ( v. 15). Eppure la sua rivelazione, che ci testimonia il nostro essere figli del Padre, provoca su di noi un giudizio. Questo per non viene da lui; viene invece da noi e riguarda lui: accettarlo o rifiutarlo il giudizio che ogni uomo compie su di s, accettando o rifiutando se stesso come figlio e Dio come Padre ( vv. 16-18). A chi gli chiede dov il Padre, Ges risponde che solo chi conosce il Figlio conosce il Padre ( v. 19). Ges parla nel tesoro del tempio; cercano di prenderlo, ma invano, perch non ancora venuta la sua ora ( v. 20). Queste parole del Signore sono molto confortanti: le resistenze che proviamo in noi e attorno a noi, sono le stesse che la luce del mondo ha incontrato sin dallinizio e incontrer sino alla fine. Ges non un illuminato: la luce che illumina ogni illuminato, facendolo uscire dalla tenebra. Egli infatti, Parola di vita e Figlio di Dio, luce di ogni uomo che viene al mondo. Alla sua luce vengo alla luce (cf. Sal 36,10); lui la salvezza del mio volto e mio Dio (cf. Sal 42,12; 43,5). La Chiesa accoglie linvito di venire al Figlio, credere in lui e seguirlo come luce della propria vita. Svgliati, o tu che dormi, dstati dai morti e Cristo ti illuminer (cf. Ef 5,14): diventerai figlio della luce (cf. 12,36). Lilluminato che si crede luce, come Lucifero: nega la stessa luce che lo illumina. Il fondamento, ineliminabile, di ogni vera illuminazione vedere la propria tenebra. 2. Lettura del testo v. 12: Ges parl di nuovo. Ci troviamo ancora nel tempio (cf. v. 20). Siamo dopo lultimo giorno della grande festa, quando Ges grid, a chiunque ha sete, di venire a lui (cf. 7,37). Io-Sono la luce del mondo. Il tema della luce, come quello dellacqua, collegato alla festa delle Capanne, quando, durante la notte, fiaccole accese illuminavano a giorno la citt santa. La luce la metafora pi bella di Dio: Dio luce e in lui non ci sono tenebre (1Gv 1,5b). A sua volta luomo, creato a sua immagine, chiamato a riflettere a viso scoperto, come in uno specchio, la gloria del Signore (2Cor 3,18), trasfigurandosi secondo licona del Figlio (Rm 8,29), la bellezza del cui volto apparsa ai discepoli quando il Padre disse di lui: Questi il Figlio mio, leletto. Ascoltate lui! (Lc 9,28-36pp). La sua parola infatti lampada per i nostri passi, luce sul nostro cammino (Sal 19,105). Giustamente la parola, che distingue luomo dallanimale, la luce della sua vita: le conferisce il suo senso, rendendola specificamente umana. Una vita senza parola bestiale, infernale: solitudine e incomunicabilit. La luce richiama anche il giorno del Signore, che sar un unico giorno, il Signore lo conosce; non ci sar n giorno, n notte, verso sera risplender la luce (Zc 14,6s; cf. Ap 21,22-22,5). Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse, dice Isaia 9,1 parlando della pace definitiva che porter la vittoria del Messia (Is 9,1-6; cf. Gdc 7,15-25). E dice ancora, a Gerusalemme: Alzati, sii luce, perch viene la tua luce, la gloria del Signore brilla su di te (Is 60,1). Ges si propone come luce non solo per Gerusalemme, ma per tutte le nazioni, nella linea di Is 9,1-6; 60,1ss (vedi anche i canti del Servo: Is 42,6s; 49,6-9). Nellaffermazione di Ges si concentrano molti richiami biblici, con risonanze messianiche (cf. Is 42,6s; 49,6; 9,1-6; 60,1ss), sapienziali (cf. Bar 4,2; Sap 10,17; 18,3s; Sal 119,105), teofaniche (cf. Es 13,21ss, Is 60,19-20; Sap 18,3) ed escatologiche (cf. Mi 7,9; Ab 3,4; Zc 14,6s). La luce infatti principio di vita e intelligenza, di rivelazione di Dio e salvezza delluomo. Ges la luce del mondo perch il Figlio che rivela lamore del Padre: fa vedere a ogni uomo da dove viene e dove va, riscattandolo dal buio dellinsensatezza. Un Figlio, che ignora lamore del Padre, cerca la propria identit in surrogati che, lungi dal soddisfarlo, sono, presto o tardi, causa di sofferenze maggiori.

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chi segue me. Normalmente Giovanni parla di venire a Ges o credere in lui. Qui, come negli altri vangeli, si parla di seguire. La luce non solo conoscenza intellettuale; un cammino dietro una persona. Ges si identifica con la Legge, con Dio stesso, lunico che va seguito. Egli come la colonna di nube che guid Israele nellesodo: luminosa per chi la segue e tenebrosa per chi la insegue (cf. Es 13,21). Essa lo accompagner e condurr, tappa dopo tappa, nel cammino dalla schiavit alla libert (cf. Nm 9,1523). Ogni uomo che segue Ges esce dalle tenebre e viene alla luce di figlio di Dio (cf. 1,12). non cammina nella tenebra. Come la verit luce e vita, la menzogna tenebra e morte. Camminare nella tenebra unimmagine molto espressiva. Chi, nella notte e senza torcia, cammina nel bosco o in citt durante un black-out, sa cosa vuol dire camminare nella tenebra. Significa errare, inciampare e cadere, in preda allangoscia di non sapere dove si ; ogni realt, anche buona, si trasforma in pericolo e minaccia mortale. Tutti abbiamo esperienza del buio interiore e sappiamo che una vita senza luce peggio della morte. ma avr la luce della vita. Il futuro indica che questa luce, che gi c perch in essa si cammina, sar per sempre. In Ges donata definitivamente alluomo la luce interiore della sua realt: la conoscenza di essere figlio del Padre. Ges garantisce, a chi segue lui, di non camminare nella tenebra e di avere la luce della vita. Come facciamo a sapere se la sua affermazione vera o falsa? Delle affermazioni scientifiche possiamo avere una verifica sperimentale; ma per ci che riguarda i valori fondamentali dellesistenza, che verifica abbiamo? In questo caso, vero o falso si traduce concretamente in bene o male. Per distinguere luno dallaltro abbiamo due criteri, che ciascuno di noi deve imparare ad applicare, per vivere in modo sensato. Il primo interno a noi. Ogni uomo infatti programmato per la verit, lamore e la libert: quando ascolta e capisce unaffermazione, dalla reazione che essa suscita in lui pu vedere se corrisponde o meno a ci che nel profondo desidera. Avverte infatti un moto di consenso o di dissenso, di chiarezza o di confusione, di pace o di inquietudine, di gioia o di tristezza. Da questi sentimenti capisce, per consonanza o dissonanza interiore, la bont o meno di ci che ascolta. Nessuno infatti pu mentire al suo cuore. Ma la cosa non cos semplice. Infatti ognuno di noi, anche se ha il desiderio del vero e del bene, schiavo della menzogna e delle abitudini cattive che ne derivano; e di conseguenza sbaglia nel valutare e nellagire. In questo caso per il nostro cuore resta insoddisfatto e diviso in se stesso, in una lotta interiore che rimane fino a quando non ci apriamo a ci per cui siamo ci che siamo. Il secondo criterio esteriore: comprendiamo di non camminare nella tenebra ma nella luce quando la nostra vita diventa sempre pi luminosa e sensata: lesterno tende a corrispondere allinterno, ci che si fa tende a realizzare ci che si desidera. Per questo importante che ciascuno impari a leggere e discernere ci che ogni parola ascoltata muove nel suo cuore, guardando anche il frutto che essa porta nella sua vita concreta. La verifica dei fatti sempre importante. Del senno di poi sono piene le fosse, si dice. Ma queste fosse, piene di sapienza, sono un buon humus per lalbero dellesperienza. v. 13: gli dissero i farisei. Qui i farisei rappresentano coloro che scambiano ci che scritto con colui che scrive: scambiano la Scrittura con colui che lha data. La legge tiene il posto di Dio: diventata un idolo a cui sacrificare la vita. Sono oppositori della luce perch non conoscono ancora Dio come Padre e se stessi come figli. Anche Paolo era uno di questi: irreprensibile nellosservanza della legge (cf. Fil 3,6), sar avvolto dalla luce di Cristo che gli si rivela mostrandogli la sua cecit (cf. At 9,1-9). Il c. 8 vuol convincere di cecit luomo della legge, perch, come il cieco nato, possa vedere la luce (cf. 9,40s). tu testimoni di te stesso, ecc. I farisei non accettano ci che Ges testimonia di s. Si accetta ci che un altro dice quando corrisponde a ci che si ha nel cuore. La luce, che egli e manifesta, il contrario della tenebra che i farisei hanno nel cuore. Per questo la rifiutano, preferendo le proprie tenebre (cf. 3,19-21). Un occhio chiuso non ama la luce: ne offeso e se ne difende. v. 14: la mia testimonianza vera. Ges Parola e luce, verit e vita, perch testimonia lamore del Padre per il mondo (cf. 3,16s). La luce testimonia di se stessa illuminando, senza essere illuminata da
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altro, come la parola testimonia di se stessa parlando. Chi ascolta, sente dentro di s che questa parola vera e viva, perch lo rende vero e vivo: lo Spirito stesso testimonia al nostro spirito che siamo figli di Dio (cf. Rm 8,16). Nel nostro cuore, quando sufficientemente libero dalle paure, c una testimonianza interiore di verit, che lo porta a riconoscere spontaneamente ci per cui fatto. so da dove venni e dove me ne vado . Chi schiavo della tenebra non accetta questa testimonianza, perch ignora da dove viene e dove va: non sa chi . Ges definisce qui il Padre come principio e fine del suo cammino: il Figlio, nato dal Padre, che vive del suo amore. Ges luce del mondo proprio perch, in quanto Figlio che conosce lamore del Padre, comunica agli uomini la verit loro e di Dio: Dio Padre e noi suoi figli. v. 15: voi giudicate secondo la carne. Giudizio secondo la carne quello di colui che pone al centro di tutto il proprio io, chiuso nella sua fragilit e nel suo limite, senza aprirsi allo Spirito che d vita. un giudizio dettato dalla paura della morte e dallegoismo, che rifiuta lamore e la vita. Forse per qui significa che i giudei giudicano Ges, che Parola diventata carne, solo secondo la sua origine umana e non anche secondo la sua origine divina. La coscienza di essere il Figlio di Dio, centrale nella sua rivelazione, sar il motivo della sua condanna e della nostra salvezza. io non giudico nessuno. Come appare chiaro dal racconto precedente (vv.1-11), Ges non venuto per giudicare, ma per salvare il mondo (3,17). Il suo giudizio quello del Padre della vita, che non giudica, ma giustifica (cf. 5,26.30). v. 16: se poi io giudico. Queste parole, come spesso in Giovanni, sembrano contraddire quanto appena stato detto: Io non giudico nessuno. Ges non giudica come luomo, secondo la carne, ma giudica come Dio, secondo il suo Spirito, che amore. E il suo giudizio veritiero, a differenza del nostro. Questo suo giudizio sar la croce, salvezza di ogni carne. perch non sono solo, ma io e il Padre che mi invi . Il motivo della verit del giudizio di Ges che lui non solo. Lui il Figlio, il cui essere relazione al Padre. Non c luno senza laltro. il mistero dellunit e della distinzione tra Padre e Figlio, la cui vita lamore reciproco. Padre e Figlio sono due, eppure uno. Ges dir infatti poco dopo: Io-Sono (v.58; cf. 10,30; 14,9), attribuendosi ci che esclusivo di Dio. v. 17: nella vostra legge scritto, ecc. Una testimonianza, per essere accolta in un giudizio, deve essere di due persone (cf. Dt 19,15). v. 18: sono io che testimonio di me stesso e testimonia di me il Padre . La testimonianza del Figlio sempre, insieme, anche quella del Padre: lha inviato ai fratelli proprio per mostrare loro il suo amore. Le opere di Ges in favore degli uomini raccontano il Padre (cf. 1,18); e lopera del Padre che gli uomini credano nel Figlio che ha inviato (cf. 6,29). Ges luce del mondo proprio perch rid agli uomini il loro volto di figli e di fratelli, mostrando loro, nel suo, il volto stesso del Padre. Con lui finisce lepoca dellignoranza e della schiavit, il mondo del padre/padrone, e inizia lepoca della verit e della libert, il mondo dei fratelli che si amano con lo stesso amore del Padre. v. 19: dov il padre tuo? Richiama la domanda che far Filippo: Mostraci il Padre e ci basta (14,8). Chiedono dove sia il padre. Conoscere la propria origine il desiderio di ogni uomo, che sempre in cerca della propria identit. non conoscete n me, n il Padre mio, ecc. Non conoscere Ges, il Figlio, non conoscere Dio come Padre. Conoscere lui, conoscere il Padre: Chi ha visto me, ha visto il Padre (cf. 14,9). La carne della Parola rivela la Parola che in ogni carne. Ges chiama Dio Padre mio: per chi accoglie e segue lui, diventa Padre nostro. v. 20: queste parole parl. Queste parole sono luce: sono Spirito e vita (cf. 6,63.68). nel (luogo della) cassa del tesoro. il luogo dove si custodisce il tesoro del tempio. Il dio mammona aveva invaso la casa di Dio. Ora il nuovo tempio Ges stesso (cf. 2,13-22), in cui abita corporalmente tutta la pienezza della divinit (cf. Col 2,9), con tutti i tesori della sapienza e della scienza (cf. Col 2,3). Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia (cf. 1,16), persino quella di diventare figli di Dio (cf. 1,12). nessuno lo cattur. Il verbo catturare esce otto volte in Giovanni, delle quali quattro in questa sezione (cf. 7,30.32.44; 8,20). Anche la Parola uccidere, che ne la conseguenza, esce dodici volte, della quali sei in questa sezione (cf. 7,19.20.25; 8,22.37.40). Le tenebre vogliono spegnere la luce.
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non era ancora giunta la sua ora. La sua ora non ancora giunta, ma ormai chiaramente annunciata. 3. Pregare il testo a. b. c. d. Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando Ges nel tempio, vicino alla cassa del tesoro. Chiedo ci che voglio: seguire lui per uscire dalle tenebre e avere la luce della vita. Mi lascio illuminare dalle parole di Ges, luce del mondo.

Da notare: Io-Sono luce del mondo chi segue me non cammina nelle tenebre avr la luce della vita la mia testimonianza vera, perch so da dove venni e dove me ne vado voi giudicate secondo la carne io non giudico nessuno se poi giudico, il mio giudizio veritiero perch non sono solo, ma io ed il Padre che mi invi dov il padre tuo? se conosceste me, conoscereste il Padre nessuno lo cattur non era ancora giunta la sua ora. 1. Testi utili Sal 27; 36; 42; Nm 9,15-23; Is 9,1-6; 60,1ss; Gv 3,16-21; 1Ts 5, 4-11; Ap 21,22-22,5.

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23. QUANDO AVRETE INNALZATO IL FIGLIO DELLUOMO, ALLORA CONOSCERETE CHE IO-SONO 8,21-30 8,21 Allora, di nuovo, Ges disse loro: Io me ne vado e mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove io me ne vado, voi non potete venire. Dicevano allora i giudei: Forse che si uccider, perch dice: Dove io me ne vado voi non potete venire? E diceva loro: Voi siete dal basso, io sono dallalto. Voi siete da questo mondo, io non sono da questo mondo. Vi dissi dunque che morirete nei vostri peccati. Se infatti non crederete che Io-Sono, morirete nei vostri peccati. Allora gli dicevano: Tu chi sei? Disse loro Ges: (Io sono fin) dal principio proprio quello che vi dico. Molte cose ho da dire e giudicare su di voi; ma chi mi invi veritiero e io, le cose che ascoltai da lui, queste dico al mondo. Non conobbero che parlava loro del Padre. Allora disse loro Ges: Quando avrete innalzato il Figlio delluomo, allora conoscerete che Io-Sono e da me stesso non faccio nulla, ma, come mi insegn il Padre mio, queste cose dico; e colui che mi invi con me: non mi lasci solo, perch io faccio sempre le cose a lui gradite. Mentre egli diceva queste cose, molti credettero in lui.

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Messaggio nel contesto


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Quando avrete innalzato il Figlio delluomo, allora conoscerete che Io-Sono, dice Ges rivelando lidentit sua e di Dio. Il Figlio, luce del mondo, sar rifiutato e innalzato dai fratelli sulla croce; ma proprio da l si manifester e sar riconosciuto come Io-Sono. Lespressione innalzare il Figlio delluomo corrisponde alle predizioni della passione e risurrezione degli altri vangeli (cf. Mc 8,31; 9,31; 10,33sp). Mentre in questi ritmano la seconda parte del racconto, in Giovanni ricorrono invece nella prima parte (3,14; 8,28; 12,32a). Inoltre i due momenti distinti della passione e della risurrezione sono resi con lunica parola innalzare. Infatti Giovanni vede fin dallinizio la croce come gloria. Infine, ogni volta che parla di innalzamento, dice anche uno dei frutti che esso produce: il dono della vita eterna a chi crede nel Figlio che rivela lamore del Padre (3,15s), la conoscenza di Io-Sono come unione intima tra Padre e Figlio offerta a ogni uomo (8,28) e, alla fine, la vittoria sul nemico e lattrazione al Signore di tutto il mondo (cf. 12,31s). Lopposizione a Ges raggiunge il suo vertice. La luce entra, come lama, nella profondit delle tenebre: la verit del Figlio si scontra con la menzogna che nei fratelli. La croce ormai allorizzonte. La morte di Ges pu essere vista sotto vari aspetti. Il primo il fatto che Ges, mortale come ogni uomo, vive questo evento naturale in modo nuovo: come ritorno del Figlio al Padre. Noi invece, che ignoriamo di venire dal Padre e di tornare a lui, la percepiamo come separazione e privazione della nostra vita. Non accettando di essere figli e volendo essere principio di noi stessi, avvertiamo la morte come la fine di tutto ci che noi siamo. Per questo, nellinutile tentativo di salvarci da essa, siamo suoi schiavi per tutta la vita (cf. Eb 2,14s). La paura di perderci ci chiude in noi stessi: ogni nostro rapporto non pi di amore, comunione e dono, ma di egoismo, violenza e distruzione. Questo il peccato che sta allorigine dei nostri mali e che Ges disinnesca, vivendo la morte non come la fine di tutto, ma come il ritorno al Padre della vita. Il secondo aspetto il fatto che Ges non muore, ma ucciso in nome di dio, perch ha testimoniato un Dio altro da quello che noi pensiamo. Egli il Figlio di Dio che ci mostra il vero volto del Padre, che amore e servizio, perdono e salvezza per ogni perduto. Allorigine della sua uccisione c lignoranza di Dio come Padre e di se stessi come figli. Infatti chi ignora il Padre, non accetta di essere figlio e uccide s come figlio, gli altri come fratelli e, alla fine, lo stesso Figlio. La croce il punto darrivo del peccato del mondo: la consumazione ultima del male, oltre cui impossibile arrivare. Che si pu fare di peggio che uccidere il Figlio stesso di Dio? Il terzo aspetto il fatto che, proprio in questa uccisione perpetrata dagli uomini, il Figlio rivela chi Dio e che lui stesso Dio. Dio non , come pensava Adamo, invidioso della sua vita e antagonista della sua libert, padrone potente che condanna quanti non si sottomettono a lui. Quel Dio che nessuno mai ha visto, ce lo racconta il Figlio unigenito (1,18): amore assoluto, che porta su di s il male delluomo che ama, sino a far dono della sua vita a chi gliela toglie. Solo dalla croce conosciamo veramente Io-Sono; ogni altra conoscenza di Dio sempre idolatrica. La croce, stoltezza e debolezza agli occhi del mondo, sapienza e potenza di Dio a salvezza di ogni uomo (cf. 1Cor 1,18-25). Essa sdemonizza definitivamente la nostra immagine di Dio, purificandolo da ogni nostra proiezione; gli restituisce la sua identit, mostrando, in modo palese e inequivocabile, la sua essenza profonda: amore incondizionato, pi grande di ogni violenza e morte. La croce, abisso di male senza limiti, lunico contenitore capace di accogliere quel bene infinito che Dio. Punto dincontro tra la nostra resistenza e la sua benevolenza, essa rivela la verit di Io-Sono, il Dio che libera dalla schiavit e dallesilio (cf. Es 3,14-16; Is 43,10). vero quanto Giuseppe, prefigurazione di Ges, disse ai suoi fratelli: Se voi avevate pensato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso (Gen 50,20). Landamento del dibattito drammatico. Le dure accuse di Ges ai suoi oppositori sono da intendere come minacce profetiche, che vogliono evidenziare quel male da cui ci vuole salvare. Come spesso avviene nel vangelo di Giovanni, il testo un gioco di equivoci, con una progressione a salti, ma senza soluzione di continuit. Infatti lincomprensione provoca una rivelazione ancor pi profonda, che accresce lincomprensione stessa; alla fine lincomprensione estrema provocher la rivelazione estrema. La Parola, come uno specchio (cf. Gc 1,23), fa vedere al lettore la sua cecit davanti alla luce del mondo, perch possa essere guarito, come avverr al cieco del c. 9.
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Ges esordisce dicendo che lui se ne va sa bene che vogliono ucciderlo e i suoi ascoltatori lo cercheranno inutilmente: moriranno nel loro peccato, che quello di non ascoltare lui, il Figlio ( v. 21). Gli avversari reagiscono proiettando su di lui quel male che nel loro cuore: chiedono se voglia uccidersi (v. 22). Ges ribatte che essi non possono comprendere dove lui va, perch sono dal basso, da questo mondo, non dallalto, dal Padre (v. 23). questo il peccato che li fa morire. Solo se credono in lui come Io-Sono, il Figlio che rivela il Padre, possono avere la luce della loro vita; diversamente muoiono nei loro peccati ( v. 24). Alla domanda sulla sua identit, appena dichiarata, Ges ribadisce di essere appunto ci che ha detto e da sempre dice ( v. 25). Ha molte cose da dire, e rimproverare, ai fratelli; cose che ha udite dal Padre ( v. 26). Ma essi neppure si accorgono che parla del Padre, annota levangelista (v. 27). Ges conclude con la grande promessa: quelli che ora non capiscono e presto lo uccideranno, lo riconosceranno dalla croce come Io-Sono, il Figlio che parla e agisce in comunione con il Padre (vv. 28-29). Il finale annota che a queste parole molti credono in lui ( v. 30): sono lanticipo delle moltitudini che volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto (cf. 19,37). Ges, il Figlio, luce del mondo. Rifiutare lui uccidere se stessi come figli e gli altri come fratelli. Questo rifiuto ha come conseguenza estrema la sua croce. Ma proprio l si riveler come IoSono, Signore e salvatore di tutti. La Chiesa sperimenta in s stessa la lotta tra le tenebre e la luce. Vive, attraverso il racconto del vangelo, il dramma della Parola di vita che svela le sue resistenze di morte; ma, nella contemplazione del Figlio delluomo innalzato, coglie il mistero delluomo e di Dio: capisce quanto Dio ha amato il mondo, sino a dare suo Figlio, perch per mezzo di lui abbia la vita (cf. 3,16ss). 3. Lettura del testo

v. 21: Allora, di nuovo, Ges disse loro. Ges, dopo la festa delle Capanne, riprende a parlare nel tempio ai giudei. Ha appena salvato la donna adultera, da loro condannata a morte secondo la legge; per questo condanneranno lui, secondo la stessa legge. io me ne vado. Ripete quanto ha detto in 7,33s e ribadir nellultima cena anche ai suoi discepoli (13,33.36; 14,19; 16,16-19). Il suo andarsene Ges non dice mai io muoio , carico di significati che abbracciano la totalit del suo messaggio, pu essere visto da prospettive diverse: da parte nostra unuccisione, da parte sua il dono della vita e il compimento della sua missione (cf. 19,30b), da parte del Padre la glorificazione del Figlio e la rivelazione in lui di Io-Sono. mi cercherete (cf. 7,34a). Luomo sempre in cerca di luce e verit: ricerca di Dio, che suo Padre. La Bibbia presenta un Dio che da sempre in cerca delluomo, perch anche luomo lo cerchi e trovi la sua felicit. Cercare il Signore e non trovarlo la tragica situazione di chi vive nellingiustizia, la maledizione che prelude il giorno del Signore (Am 8,11-12), del quale la croce lora decisiva. Il tempo per cercarlo quello in cui egli tra noi. Lo trova solo chi crede in lui, luce del mondo, e lo segue (v. 12). morirete nel vostro peccato. Invece di ripetere, come in 7,34b, non mi troverete, dice loro che moriranno nel loro peccato, al singolare; nel v. 24 parler di peccati, al plurale. Peccare significa fallire, mancare il bersaglio. Il peccato per eccellenza lidolatria: la falsa immagine di Dio, che fa orientare la vita in direzione contraria a lui. il peccato di chi non riconosce pi Dio come Padre e se stesso come figlio. Esso viene dalla menzogna antica che presenta Dio come padrone geloso delle sue prerogative ed invidioso di chiunque altro. Per questo Adamo si allontan da lui. Luomo, staccato dalla sua sorgente, si attacca agli idoli, che gli succhiano la vita sino a ridurlo a loro immagine (cf. Sal 115,5-8). Non accettare Dio come Padre e se stessi come figli ci svuota della nostra identit. La morte, che ne deriva, non punizione di Dio, ma stipendio del peccato (cf. Rm 6,23; cf. Sap 1,13). Morire qui non indica la morte biologica siamo di natura mortali , ma il modo insensato di vivere proprio di chi, non sapendo da dove viene e dove va, considera la morte come la fine di tutto. Nei vv. 24.28s Ges presenter la via di uscita per non morire nei propri peccati: credere in lui come Io-Sono.

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dove io me ne vado, voi non potete venire. Ges va al Padre, perch il Figlio. I suoi ascoltatori non possono ancora venire al Padre. Non perch non vogliono, ma perch non possono: devono prima vedere il Figlio che lo rivela. v. 22 forse che si uccider? In 7,35 si chiedono se andr nella diaspora a far proseliti tra i greci; qui, invece, si chiedono se intenda uccidersi. Andare contro la vita, per il giudaismo, escludersi dal mondo che viene: Le anime di coloro, le cui mani hanno infierito contro la loro vita, saranno accolte nellAde pi tenebroso (Giuseppe Flavio). I giudei si chiedono se Ges intenda andare allinferno, sotto terra, nelle tenebre, lui che si proclamato luce del mondo. In realt sono loro stessi a fare ci che malignamente suppongono di lui: non accettando la luce del Figlio, sprofondano nelle tenebre. A ben guardare, in ogni giudizio proiettiamo sullaltro ci che siamo noi. v. 23 voi siete dal basso. Il v. 23 contiene una duplice contrapposizione tra voi/io, secondo una duplice paternit, una dal basso e da questo mondo, laltra dallalto e non da questo mondo, una dal diavolo e laltra da Dio, come verr sviluppato in seguito (cf. vv 31-59). Da indica origine e appartenenza. Ges rimprovera i farisei di non avere la loro origine dal Padre della luce e di non appartenere a lui: sono dal padre della menzogna e appartengono alla morte. Per questo non possono venire dove lui va: per loro la morte, invece che un ritorno al Padre, un fallimento di tutto, un morire nei peccati. io sono dallalto. Ges dallalto, dal cielo, da Dio, da cui viene e a cui sale (cf. 3,13.31; 6,32s.41s.50s). voi siete da questo mondo. Essi invece hanno la loro origine e appartenenza in questo mondo chiuso in s, estraneo a Dio e al mondo che deve venire. io non sono da questo mondo. Ges in questo mondo, ma non da questo mondo: dal Padre e torna da questo mondo al Padre (cf. 13,1). Anche il suo regno non da questo mondo (18,36); e i discepoli, come lui, sono in questo mondo, ma non da questo mondo: riconoscono nel Padre la loro origine (cf. 15,19; 17,14.16). Questo mondo invece sotto il dominio del padre della menzogna, omicida fin dallinizio (cf. vv. 44-47). v. 24: se infatti non crederete che Io-Sono, ecc. Si pu uscire dal fallimento e dalla morte solo conoscendo il vero volto di Dio e indirizzando verso di lui la propria vita. C quindi uno spiraglio di luce per non morire nel peccato (v. 21a) o nei peccati (v. 24b): credere in Ges, il Figlio, che rivela IoSono. Io-Sono richiama il Dio che libera dallEgitto (cf. Es 3,14) e salva dallesilio (cf. Is 43,10). Ma questa fede in Ges possibile solo quando, a causa del nostro rifiuto, lo uccideremo e lui dar la vita per noi. Proprio allora avverr il grande mistero di salvezza: conosceremo finalmente Io-Sono (cf. v. 28). Io-Sono il Nome, nel quale Dio si rivela come un Io che parla e si comunica. Se il padre o la madre dicono al figlio: Sono io!, non fanno unaffermazione vuota; esprimono una presenza rassicurante, che fonda lio del figlio e gli insegna a dire tu. La rivelazione del Nome come Io-Sono segna linizio del dialogo tra Dio e uomo, in una storia comune, ricca di avventure e sorprese, con le sue interruzioni e riprese. v. 25: tu, chi sei? Ges ha appena detto: Io-Sono. Per questo gli chiedono chi lui, chi pretende di essere. colta, e insieme rifiutata, la sua pretesa divina, che lo condurr alla morte (cf. 5,18; 7,1.19.30.32.44; 8,20b.36.59). La sua rivelazione di Figlio provoca la sua uccisione; ma la sua uccisione realizzer la sua rivelazione: il Figlio, uguale al Padre perch d la vita per amore. (io sono fin) dal principio proprio quello che vi dico . Tenendo presente che su questo punto ci sono varianti nei codici e che anticamente non cerano segni di interpunzione, sono possibili varie traduzioni. Proponiamo questa, secondo la quale Ges conferma di essere da sempre, dal principio, ci che sta dicendo: Io-Sono. Si pu anche tradurre: (Io-Sono) il principio, proprio ci di cui vi parlo. Unaltra traduzione intende dal principio come innanzitutto; allora il testo suona: (Sono) innanzitutto ci che ancora vi sto dicendo. Altre due, tra le possibili traduzioni, sono: Perch sto ancora a parlare con voi?, oppure: E io sto ancora a parlare con voi!. In queste ultime due traduzioni Ges, constatando il rifiuto di capire, dice che non vale la pena di parlare a chi non vuol ascoltare. v. 26: molte cose ho da dire e giudicare su di voi. Su di s Ges non ha altro da aggiungere: impossibile dire di pi di quanto ha detto con lespressione Io-Sono. Avrebbe invece da dire molto su
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chi lascolta. Ma non lo fa, perch non giudica nessuno: venuto per salvare, non per giudicare (cf. v. 15b; 3,17; 12,47). Queste parole esprimono bene il suo atteggiamento verso coloro che poco prima volevano lapidare la donna (cf. vv. 1-11) e preparano il suo modo di rivelarsi a coloro che lo innalzeranno sulla croce (cf. v. 28). chi mi invi veritiero. Ges si appella alla testimonianza del Padre (cf. v. 16): il suo parlare e giudicare lo stesso del Padre, che tanto ha amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito per salvarlo (3,16s). v. 27: non conobbero che parlava loro del Padre. unannotazione dellevangelista: gli interlocutori ignorano il Padre perch non accolgono il Figlio che lo rivela. La non conoscenza del Padre il peccato dal quale ci guarir il Figlio delluomo innalzato. v. 28: quando avrete innalzato il Figlio delluomo (cf.3,14; 12,32a). Il Figlio delluomo richiama la figura gloriosa di Dn 7,1ss, ripresa con caratteristiche personali e trascendenti nel primo libro di Enoch, un apocrifo dellAT; innalzato allude alla glorificazione del Servo di Is 52,13, che in Giovanni corrisponde allinnalzamento della croce (cf. 3,14; 12,32.34). Lespressione innalzare il Figlio delluomo condensa e applica a Ges crocifisso numerose citazioni bibliche, connettendole strettamente con la rivelazione di Io-Sono. Altrove innalzare al passivo e indica lazione di Dio che esalta il Figlio. Qui, invece, allattivo e indica lazione delluomo che lo appende alla croce, proprio perch non capisce il suo parlare del Padre. allora conoscerete che Io-Sono. Noi non riconosciamo Ges come Figlio perch non conosciamo il Padre; per questo lo innalzeremo sul patibolo, come bestemmiatore. Ma proprio cos conosceremo Io-Sono, il Nome: Dio amore assoluto per luomo! Nel Figlio delluomo innalzato conosciamo la verit nostra e di Dio: lui amore incondizionato per noi e noi siamo infinitamente amati da lui. Come Israele nel deserto, guardando il serpente di bronzo innalzato, guariva dal morso dei serpenti (cf. Nm 21,4-9), cos ogni uomo che guarda il Figlio delluomo innalzato, guarisce dal veleno mortale che il serpente antico inocul in Adamo e in ogni suo figlio (cf. 3,14s). Il Figlio delluomo innalzato ci attira tutti a s (12,32): mostrandoci il suo amore, sbugiarda la menzogna che ci fece fuggire da Dio (cf. 3,16). A coloro che ancora non possono conoscere (cf. v. 27), Ges promette un futuro sicuro dopo la croce: allora conoscerete. Quando contempleranno colui che hanno trafitto (cf. 19,37; Zc 12,10), vedranno finalmente ci che occhio mai non vide, n orecchio ud, n mai entr in cuore duomo (cf. 1Cor 2,9): il Figlio unico, che viene a comunicarci la sua stessa relazione con il Padre (cf. vv. 28-29). da me stesso non faccio nulla, ecc. Allora capiranno che il Ges terreno, che hanno davanti, il Figlio del Padre: il suo agire e il suo dire ha in lui la propria origine. v. 29: colui che mi invi con me (cf. 16,31). Allora capiremo anche lunione piena del Figlio e del Padre: sono infatti uno (cf. 10,30). In questo testo il Padre mio (v. 28) chiamato anche: dove io me ne vado (v.21), colui che mi invi e colui che non mi lasci solo (v.29). Sono espressioni che descrivono lineffabile relazione di amore tra Padre e Figlio: il Padre il fine perch il principio del Figlio e del suo cammino verso i fratelli. non mi lasci solo. Noi abbiamo esperienza di solitudine. Il Figlio non mai solo: sempre dal e verso il Padre. Per lui anche la morte nella morte tutti ci sentiamo estremamente soli non solitudine, ma glorificazione sua e del Padre (cf. 12,23; 13,31s). perch io faccio sempre le cose a lui gradite . Il motivo della sua unione con il Padre lamore, che gli fa compiere ci che a lui piace. Ci che al Padre piace si manifester pienamente nel Figlio delluomo innalzato: manifestare e donare a tutti i figli il proprio amore. v. 30: mentre egli diceva queste cose, molti credettero in lui . Dopo la dura requisitoria e le reazioni negative, c un finale a sorpresa. I molti, che credono in lui mentre dice queste cose, sono lanticipo della moltitudine che attirer a s quando sar innalzato (cf. 12,32). Dio raggiunge il suo scopo di salvare luomo nonostante la sua opposizione; anzi proprio attraverso di essa. 3. Pregare il testo
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a. b. c. d.

Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando il tempio, dove Ges parla. Chiedo ci che voglio: conoscere nel Figlio crocifisso dal mio male chi Dio e chi sono io. Medito sulle parole di Ges e dei suoi avversari: le prime sono dette a me, le altre dette da me.

Da notare: io me ne vado voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato forse si uccider? voi siete dal basso / io sono dallalto voi siete da questo mondo / io non sono da questo mondo se non credete che Io-Sono, morirete nei vostri peccati tu chi sei? ci che ancora sto dicendo! molte cose ho da dire e giudicare su di voi io dico ci che udii da chi mi invi non conobbero che parlava del Padre quando avrete innalzato il Figlio delluomo, conoscerete che Io-Sono conoscerete che non faccio nulla da me stesso colui che mi invi con me non mi lascia mai solo io faccio sempre ci che a lui gradito a queste parole, molti credettero in lui.

4.

Testi utili Sal 115; Es 3,13-15; Is 43,8-13; Gv 3,14-31; 1Cor 2,1ss.

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24. PRIMA CHE ABRAMO FOSSE, IO-SONO 8,31-59 8,31 Allora Ges diceva ai giudei che avevano creduto a lui: Se voi dimorate nella mia parola, siete veramente miei discepoli e conoscerete la verit e la verit vi liberer. Gli risposero: Siamo stirpe di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno; come dici tu: Diventerete liberi? Rispose loro Ges: Amen, amen vi dico: chiunque fa il peccato schiavo [ del peccato ]. Ora lo schiavo non dimora nella casa per sempre; il figlio dimora per sempre. Se dunque il Figlio vi libera, sarete davvero liberi. So che siete stirpe di Abramo; ma cercate di uccidermi perch la mia parola non trova posto in voi. Io dico le cose che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate le cose che avete ascoltato dal padre [vostro]. Risposero e gli dissero: Il nostro padre Abramo. Dice loro Ges: Se siete figli di Abramo, fareste le opere di Abramo. Ma ora voi cercate di uccidere me, un uomo che vi ha detto la verit che ha udito dal Padre. Questo, Abramo non fece. Voi fate le opere del padre vostro. Gli dissero [allora]: Noi non siamo nati da prostituzione; abbiamo un solo Padre: Dio. Disse loro Ges: Se Dio fosse vostro padre, amereste me: io infatti da Dio uscii e vengo; non sono infatti venuto da me stesso, ma egli mi mand. Perch non comprendete il mio linguaggio?
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Perch non potete ascoltare la mia parola! Voi siete da quel padre (che ) il diavolo e volete fare i desideri del padre vostro. Quello era omicida dallinizio e non stato nella verit, perch non c verit in lui. Quando dice la menzogna, parla dal suo, perch menzognero e padre della menzogna. Io invece, che dico la verit, non mi credete. Chi tra voi mi convince di peccato? Se dico (la) verit perch voi non credete a me? Chi da Dio ascolta le parole di Dio. Per questo voi non mi ascoltate: perch non siete da Dio. Risposero i giudei e gli dissero: Non diciamo bene noi che tu sei un samaritano e hai un demonio? Rispose Ges: Io non ho un demonio, ma onoro il Padre mio e voi disonorate me. Ora io non cerco la mia gloria: c chi (la) cerca e giudica. Amen, amen vi dico: se qualcuno osserva la mia parola non vedr affatto morte in eterno. [Allora] dissero a lui i giudei: Adesso abbiamo conosciuto che hai un demonio. Abramo mor e pure i profeti, e tu dici: Se qualcuno osserva la mia parola, non guster affatto morte in eterno. Sei tu forse pi grande del nostro padre Abramo, il quale mor? Anche i profeti morirono. Chi fai di te stesso? Rispose Ges: Se io glorifico me stesso, la mia gloria nulla. il Padre mio che glorifica me, quello che voi dite che il vostro Dio. E non lo avete conosciuto, io invece lo conosco. E se dicessi che non lo conosco, sarei simile a voi, menzognero;
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ma lo conosco e osservo la sua parola. Abramo, il vostro padre, esult alla vista del mio giorno; e lo vide e si rallegr. Gli dissero allora i giudei: Non hai ancora cinquantanni e hai visto Abramo? Disse loro Ges: Amen, amen vi dico: prima che Abramo fosse, IO-SONO! Presero allora pietre per gettarle su di lui. Ma Ges si nascose e usc dal tempio. Messaggio nel contesto

1.

Prima che Abramo fosse, IO-SONO, afferma Ges alla fine di questa lunga discussione con i giudei che hanno creduto in lui (cf. v.30) o, meglio, a lui (cf. v. 31). Credere a lui dar credito alle sue parole, credere in lui aderire alla sua persona. Si pu dar credito al suo messaggio, senza accettare la sua persona. Ma la verit sempre carne; per questo, quando si rivela in Ges, rifiutata dallideologia religiosa. Non si pu accettare il suo messaggio su Dio e sulluomo, se non si accetta che lui stesso il suo messaggio: la carne della Parola, Figlio delluomo e Figlio di Dio. Nel testo si affrontano i temi della verit, della libert e della paternit, fondamentali per ogni uomo. La verit, che d la libert, la conoscenza del Padre e laccettazione di essere figli. La verit di Dio come Padre rende liberi; la menzogna di un dio padrone, al quale servire o ribellarsi, rende schiavi. Infatti la relazione padre/figlio condiziona tutte le altre. La rivelazione di Dio come Padre, possibilit ultima di riscatto da ogni cattiva esperienza nei confronti del padre terreno, largomento dominante del testo. La verit sta nella parola che fa venire alla luce una realt conosciuta; lerrore sta nella parola che non corrisponde alla realt; la menzogna sta nella parola errata, appositamente detta per indurre un altro in errore. La parola vera, erronea o menzognera che sia determina il fare delluomo: ognuno agisce, anzi diventa secondo la parola che accoglie. Se vera, la parola dona la libert di entrare in comunione con chi parla e in armonia con la realt; se errata, rende schiavi dellinganno; se menzognera, una trappola per piegare laltro ai propri intenti. Dove c verit, c libert e amore; dove c errore, c buio e ignoranza; dove c menzogna, c violenza e schiavit, oppressione e morte: Molti sono caduti a fil di spada, ma non quanti sono periti per colpa della lingua (Sir 28,18). La parola governa tutti i rapporti degli uomini tra di loro e con le cose; la lingua come il timone di una nave (cf. Gc 3,3-10): pu condurla in porto o farla naufragare. La verit pi importante riguarda luomo stesso: chi luomo, qual la sua realt profonda? Ges, il Figlio, venuto a rivelarci che siamo figli di Dio, simili al Padre. Egli, nel tempo in cui vissuto tra noi, ci ha manifestato quel Dio che nessuno mai ha visto. La parola verit particolarmente cara a Giovanni: nel suo vangelo esce venticinque volte (tre volte in Marco, tre in Matteo e tre in Luca). Cos pure vero esce dieci volte (sette volte in Marco, una in Matteo e nessuna in Luca), mentre veritiero esce nove volte (una volta in Luca e nessuna in Marco e Matteo). Per Giovanni la verit non unidea, ma una persona concreta: Ges. Egli, con ci che fa e dice, la verit delluomo: rivela s come Figlio e noi come suoi fratelli. Da questa verit nasce la nostra libert di figli, che quella di essere come Dio stesso, nostro Padre. La libert la caratteristica pi propria e cara alluomo, ma anche la pi ambigua. Insieme allamore, la realt pi adulterabile e adulterata che ci sia.
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Lidea di libert del giudaismo-cristianesimo diversa da quella che propongono le varie culture, antiche e moderne, almeno l dove essa presa in considerazione. Queste, semplificando, hanno due concezioni opposte. La prima considera libero luomo potente, che pu fare ci che gli pare e piace, mentre gli altri sono schiavi, possibilmente suoi. Questo modo di pensare, sempre attuale e antico quanto il mondo, pone come principio di azione la ricerca del proprio piacere. Si pu obiettare che questo criterio, se sufficiente per lanimale, programmato dallistinto, per luomo il fallimento della sua umanit: resta schiavo dellegoismo, asservendo ad esso tutto e tutti. La seconda, al contrario, considera libero il sapiente o lasceta, che sa e fa ci che deve, mentre gli altri sono schiavi dellignoranza o dellincapacit di fare ci che sanno. Questo modo di pensare pi aristocratico del precedente, comune a filosofi e religiosi pone come principio di azione il proprio dovere, che altro non che il piacere, tipicamente umano, di essere giusti e corretti, senza sottostare a condizionamenti. la libert di Diogene davanti ad Alessandro Magno. Ma questa libert, per quanto pi nobile della prima, lascia ancora luomo schiavo del proprio io o super-io. Secondo la Bibbia, invece, luomo libero perch immagine e somiglianza di quel Dio che amore: libero perch suo interlocutore e partner, capace di rispondere allamore con lamore. Il vincolo personale con lui, lassoluto, lo assolve (= slega) dal dominio del proprio piacere o del proprio dovere, rendendolo capace di agire secondo lamore che conosce. Il principio della libert quindi lamore, che ci rende simili a Dio. La libert cristiana consiste nellamare come e perch siamo amati, mettendoci ognuno a servizio dellaltro (cf. Gal 5,13). Questa libert non frutto di ricerca intellettuale o ascesi morale; viene piuttosto dallaccettare la verit di ci che siamo: figli amati. quanto Ges, il Figlio, venuto a donarci, per liberare la nostra libert. Luomo ha bisogno di essere accettato: vive o muore secondo che accettato o meno dallaltro. Fino a quando non conosce un amore incondizionato, cerca necessariamente di guadagnarsene almeno delle briciole. Esse sono per insufficienti alla sua fame: ci che parziale e guadagnato non amore, perch lamore non pu essere che totale e gratuito. Solo chi si sa amato senza condizioni, libero di amare se stesso e gli altri. Per questo il principio della nostra libert la verit di Ges, il Figlio amato, che ci rivela la nostra identit di figli amati dal Padre. Questo concetto di verit e libert, centrato sullessere figli, implica necessariamente la paternit: la verit che rende libero luomo la conoscenza dellamore del Padre, che gli permette di accettare la propria realt di figlio. Per ben quattordici volte in questo testo esce direttamente la parola padre, con numerose espressioni equivalenti. Ma anche la paternit un termine ambiguo. Si pu infatti pensare il padre come colui che toglie la libert e schiaccia il figlio, oppure come colui che gli d la vita e la libert. Anche se fino a poco tempo fa si pensava che si potesse essere figli di un solo padre, ognuno di noi ha sempre avvertito dentro di s una doppia paternit, una buona e una cattiva. Infatti oltre limmagine di un Padre buono, c in noi anche una cattiva opinione su Dio che non ci fa accettare lui come Padre e noi stessi come suoi figli. Rifiutiamo la sua paternit perch nel nostro cuore ne subentrata unaltra, surrettizia e fraudolenta: quella del diavolo (= divisore), che ci divide dal Padre, da noi stessi come figli e dagli altri come fratelli. Nella Bibbia questa paternit malefica, che tutti sperimentiamo, deriva dallaver dato ascolto alla menzogna che ci dipinge un dio invidioso della nostra vita e felicit (cf. Gen 3,1ss). Come pu vivere un figlio che considera in questo modo suo padre? Uno diventa limmagine che ha del padre/madre. Allorigine dei mali delluomo, ora come allora, c sempre una menzogna, un delitto semantico. In questo modo, parole come Dio, padre, amore, verit, libert, giustizia, felicit pi necessarie del pane per vivere , diventano avvelenate di morte. Come la verit ci rende liberi, cos la menzogna ci rende schiavi del non-senso e del caos, preda della paura e delle tenebre. Ges, luce del mondo (v. 12), luce vera che illumina ogni uomo (1,9), venuto a liberarci dalla menzogna, per restituire a Dio, a noi e ad ogni realt il suo volto. La lotta tra verit e menzogna, libert e schiavit, si riduce in ultima analisi nellaccettare o meno la realt di Dio come Padre e di noi stessi come suoi figli. Essa emerge allo stato puro nelladesione o nel rifiuto del Figlio. Non aderire a lui significa uccidere la verit nostra e di Dio. Luccisione del Figlio, apice del male, ne anche la fine. Sia perch non pu andare oltre, sia perch in essa Io-Sono si rivela per quello che (cf. v. 28). Se noi uccidiamo Ges, egli, dando la vita
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per noi, manifesta chiaramente chi Dio: amore infinito per noi. Per questo il Figlio delluomo innalzato la vittoria definitiva della luce sulla tenebra (cf. 3,14-16). Il testo si articola in tre parti. Ges invita coloro che hanno creduto a dimorare nella sua parola di Figlio, per conoscere la verit che fa liberi. Si pu essere figli di Abramo, e anche cristiani, restando schiavi della menzogna che non fa dimorare in questa parola ( vv. 31-36). In realt siamo figli della parola che ascoltiamo e viviamo. Si vede di chi siamo figli da ci che facciamo. Se non accogliamo il Figlio o vogliamo ucciderlo, non siamo figli n di Abramo n di Dio, al quale Abramo credette: siamo figli del diavolo, padre della menzogna e omicida (vv. 37-47). Ai ripetuti insulti, Ges replica che chi ascolta la sua parola non muore in eterno. I suoi ascoltatori gli chiedono chi pretenda di essere, se tutti i servi della Parola, da Abramo ai profeti, sono morti. Ges risponde proclamandosi colui il cui Padre quello che essi chiamano loro Dio. Egli il Figlio, che era al principio: IO-SONO. La sua rivelazione provoca il tentativo di lapidazione (vv. 48-59). Ges la verit che ci fa liberi. infatti il Figlio che rivela lidentit nostra come figli e di Dio come Padre, liberandoci dalla menzogna che ci rende schiavi di una falsa immagine di lui e di noi. La Chiesa, pur credendo in Ges, scopre in s una doppia paternit, che si manifesta rispettivamente come fiducia/ascolto o sfiducia/non-ascolto del Figlio.

2.

Lettura del testo

v. 31: Ges diceva ai giudei che avevano creduto a lui . Questi giudei hanno creduto a lui, ma ancora non credono in lui. Si possono, infatti, accettare le parole di Ges su Dio, senza accettare che lui stesso Dio. una fede incipiente, che, se non fiorisce nelladesione alla sua persona, abortisce nel suo contrario (vedi v. 59!). se voi dimorate nella mia parola. Per aderire a Ges, non basta dar credito alla sua parola: bisogna dimorare in essa (cf. 14,21.23s; 15,1-10). La parola la casa dellessere. Il discepolo ha come dimora la parola del Figlio (cf. v. 31). Ges stesso la Parola, che lo informa e gli d il potere di diventare quello che : figlio di Dio (1,12). In concreto, dimorare nella parola significa osservarla e farla. Si pu ascoltare la parola per possederla e manipolarla, oppure per esserne presi e trasformati. siete veramente miei discepoli. Discepolo non colui che conosce e dice la Parola, ma colui che la fa, o, meglio, fatto da essa (cf. Mt 7,21-27; Lc 6,46ss). v. 32: conoscerete la verit. Dimorare nella Parola significa avere con essa quella familiarit che ci assimila a Ges, il Figlio, e ci fa progressivamente conoscere chi lui e chi siamo noi. La verit conosciuta solo da chi la vive e nella misura in cui la vive. la verit vi liberer. La verit del Figlio ci fa liberi perch ci rid la nostra identit di figli. Ges intende portare chi lo ascolta a dimorare nella sua parola per conoscere la verit che gli apre la sua vita autentica, nella libert di figlio di Dio e di fratello dellaltro. Conoscerete e liberer sono al futuro: il futuro, senza fine, concesso a chi dimora nella sua parola. Il fine della parola di verit la libert. Per, come la verit insidiata dalla menzogna, la libert prigioniera dellabitudine alle varie schiavit. La nostra intelligenza sempre esposta a errori e la nostra volont in ostaggio dei suoi vizi. Essere discepoli un lento cammino di illuminazione dellintelletto e di liberazione della volont, che ci viene dal dimorare nella Parola. Cristo ci ha liberati perch restassimo liberi (cf. Gal 5,1ss). costante il pericolo di ricadere nella schiavit. Come per Israele uscito dallEgitto, cos anche per noi la libert minacciata dalle difficolt e dalle prove del cammino. v. 33: siamo stirpe di Abramo, ecc. Abramo, nominato undici volte in queste righe, il primo uomo che, a differenza di Adamo, ha creduto e dimorato nella parola di Dio, diventando suo figlio. Luomo figlio di colui nella cui parola ripone fiducia: vive di fiducia nel padre. Gli ascoltatori di Ges presumono di essere liberi perch discendono da Abramo. Ma non sono suoi figli, perch non agiscono come lui. Di fatto siamo tutti figli di Dio; suoi veri figli sono per quelli che si comportano come tali. non siamo mai stati schiavi di nessuno . Nonostante le varie dominazioni straniere, i giudei si ritengono interiormente liberi, perch discendenti di Abramo, eredi della promessa. Per la vera libert non possedere Abramo e le promesse, ma essere, come lui, in comunione filiale con Dio che promette.
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Il religioso facilmente pone fiducia nella propria appartenenza, osservanza o dottrina, trascurando il suo rapporto personale con il Padre e con i fratelli. v. 34: chiunque fa il peccato schiavo [del peccato] . Le opere dimostrano in quale parola si dimora. Chi fa il male non dimora nella verit e non libero: vive nella menzogna, schiavo del male che fa. Il peccato per Giovanni non credere nel Figlio, non vivere da figli e fratelli. Per credere bisogna essere sufficientemente liberi dai pregiudizi e dai vizi che ci tengono schiavi dellignoranza e dellegoismo. v. 35: lo schiavo non dimora nella casa per sempre, ecc. La metafora mostra la diversa condizione dello schiavo e del figlio. Luno sta in casa, ma come schiavo, e poi se ne va; laltro invece vi dimora come libero e per sempre. La persona pia e religiosa pu stare nella casa del Padre da schiavo e non da figlio, considerandolo come padrone e non come Padre. il caso del fratello maggiore (cf. Lc 15,29), prototipo delle persone per bene che giudicano gli altri. v. 36: se il Figlio vi libera, sarete davvero liberi. La libert del figlio non oggetto di rapina: dono del Figlio. infatti il suo amore verso di noi, al quale noi rispondiamo amando lui e i fratelli. v. 37: so che siete stirpe di Abramo, ecc. Sono discendenti, ma non figli di Abramo, perch non sono simili a lui: vogliono uccidere il Figlio, alla cui vista Abramo esult (cf. v. 56). perch la mia parola non trova posto in voi. Il motivo per cui cercano di uccidere Ges perch la sua parola non trova spazio in loro. Il loro cuore ancora occupato da unaltra parola. v. 38: io dico le cose che ho visto presso il Padre. Ges la Parola, il Figlio che racconta il Padre (1,18). anche voi dunque fate le cose che avete ascoltato dal padre [vostro] . Se si elimina vostro, ben attestato nei codici, e si intende fate come imperativo, queste parole sono unesortazione a compiere opere degne del padre Abramo. Nella versione offerta, pi probabile dal contesto, si tratta di una constatazione negativa: mentre Ges dice ci che ha visto presso il Padre, essi fanno ci che hanno ascoltato dal padre loro (v. 41), il diavolo (v. 44). v. 39: se siete figli di Abramo, fareste le opere di Abramo, ecc. Abbiamo lasciato anche in italiano la costruzione errata che c in greco. Si dovrebbe dire: Se siete, fate, oppure: Se foste, fareste. Il significato chiaro: Siete figli di Abramo, ma solo secondo la carne; perch, se lo foste davvero, fareste le opere di Abramo. Alla loro pretesa di avere Abramo come padre, Ges risponde che non si comportano da suoi figli. Lagire rivela lessere. Abramo il nuovo Adamo, luomo che torna ad essere figlio perch crede a Dio e dimora nella sua promessa. Essi, al contrario, hanno davanti il Figlio della promessa, anzi Dio stesso che ha promesso, e non lo accolgono. v. 40: voi cercate di uccidere me, un uomo che vi ha detto la verit, ecc. La menzogna non pu uccidere la verit. Uccide per chi la dice, il quale in questo modo diventa martire e la testimonia con la vita. Il Figlio necessariamente ucciso da chi, schiavo della menzogna, non accetta la propria verit di figlio. questo, Abramo non fece. Abramo presentato come modello di fede in Dio e nella sua parola (cf. Gal 3 e Rm 4). v. 41: voi fate le opere del padre vostro (cf. v. 38b). Non sono figli di Abramo, perch non compiono la sua opera, che la fede: Egli credette; e questo gli fu computato a giustizia (cf. Gen 15,6). Infatti credere che Dio buono la giustizia fondamentale delluomo, che gli d un rapporto corretto con s e con tutto. non siamo nati da prostituzione, ecc. Gli ascoltatori reagiscono dicendo che conoscono il vero Dio come Padre e non sono figli di prostituzione: non sono idolatri, ma hanno la fede genuina. v. 42: se Dio fosse vostro padre, amereste me. Chi ha Dio come Padre ama il Figlio che lo fa conoscere. Altrimenti ama una sua idea di Dio, un suo idolo: figlio di prostituzione. io, infatti, da Dio uscii e vengo. Ges uscito e venuto dal Padre tra i fratelli per salvarli con la verit che fa liberi. La verit radicale delluomo quella di essere figlio: ognuno nato da un altro e il rapporto con chi gli ha dato la vita decisivo per la sua esistenza. non sono infatti venuto da me stesso. Ges non un uomo che si fatto da s, come dicono i potenti: figlio, fatto dal Padre, nel cui amore trova la propria origine ed il proprio compimento.
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v. 43: perch non comprendete il mio linguaggio? La resistenza delluomo alla parola di verit un mistero che sconvolge il Signore stesso. Adamo, dove sei? (cf. Gen 3,9), perch non sei pi di casa nella tua verit? la prima domanda di Dio in cerca delluomo, che si nascosto dalla luce e dalla vita. avvenuto un incidente grave, che gli impedisce di capire la Parola da cui e per cui fatto. C in lui una menzogna che lo tiene schiavo della paura, nelle tenebre di morte. perch non potete ascoltare la mia Parola. Non siamo in grado di ascoltare la parola del Figlio: nel nostro cuore subentrata unaltra parola, che ci fa vivere contro la nostra verit. v. 44: voi siete da quel padre (che ) il diavolo . Non sono figli del Padre della verit: loro padre il diavolo, la cui menzogna li ha divisi dal Padre. volete fare i desideri del padre vostro. Il loro agire mosso dai desideri del divisore, che sono omicidi, perch fuori dalla verit. Il vero omicidio togliere alluomo la sua realt di figlio: alienarlo dal Padre renderlo estraneo a s e a tutto. quando dice la menzogna, ecc. Il diavolo un ottimo comunicatore, come qualunque disonesto che voglia accalappiare laltro (cf. Gen 3,1ss). Allorigine dei mali delluomo c una menzogna che uccide la sua realt di figlio. Il divisore infatti gli presenta un dio che nessuno vuol avere come padre: un dio contrario a ci che buono, bello e desiderabile, antagonista della sua libert e invidioso della sua felicit. Con gran fede luomo credette, e crede ancora, a questa menzogna; per questa fede cieca rifiuta il Padre, diventando lui stesso simile al padre detestabile che si raffigurato. v. 45: io invece, che dico la verit, non mi credete. Non si crede al Figlio perch non si dimora nella Parola, ma nella menzogna. v. 46: chi tra voi mi convince di peccato? Ges il Figlio, che vive pienamente la verit di Dio come Padre. Pecca chi non dimora nella verit, chi ha per padre il diavolo, menzognero e omicida. se dico (la) verit, perch voi non credete a me? Ritorna la domanda angustiante del v. 43. v. 47: chi da Dio ascolta le parole di Dio, ecc. Solo chi dimora nella verit e ha Dio come Padre, ascolta la parola del Figlio che lo manifesta. Chi ha prestato fede alla menzogna, non pu dare ascolto al Figlio. Lascolto sempre filtrato da ci che si ha nel cuore. v. 48: tu sei un samaritano. Ges chiamato samaritano (= eretico), perch non approva il loro culto. Infatti li accusa di aver come padre il diavolo. hai un demonio. unaccusa ancor pi forte: Ges un pazzo, perch pretende di essere come Dio. Proprio lui, che li accusa di avere il diavolo come padre, ha lorgoglio e la stoltezza folle del diavolo, il nemico di Dio, che vuol usurparne il posto. v. 49: non ho un demonio, ecc. La sua non follia o arroganza: onora il Padre proprio rivelandosi come il Figlio che ama i fratelli. I suoi accusatori, disonorando lui, disonorano il Padre; non conoscono Dio. v. 50: non cerco la mia gloria. Ges non come loro, che cercano la gloria luno dallaltro e per questo ignorano la gloria di Dio (cf. 5,44). c chi (la) cerca e giudica. Il Padre cerca la gloria del Figlio, che la sua stessa. E alla fine lo glorificher, giustificando le sue parole (cf. v. 28). v. 51: se qualcuno osserva la mia parola, non vedr affatto morte in eterno. Dicendo cos, Ges pretende di essere Dio: la vita eterna data a chi osserva la parola di Dio (cf. Dt 30,15-20). Chi ascolta lui, ha vinto il peccato e la morte: anche se muore vivr (cf. 11, 25). v. 52: adesso abbiamo conosciuto che hai un demonio, ecc . Questa sua affermazione per loro una conferma della loro accusa. Abramo ed i profeti sono morti: chi lui, da porsi sopra la promessa, lalleanza e la legge? v. 53: sei tu forse pi grande del nostro padre Abramo? Ges pretende di essere superiore al padre dei credenti, che pure mor. chi fai di te stesso? Chi crede di essere luomo Ges, se sta sopra tutti coloro che credettero alla Parola? Chi pu essere, se non la stessa Parola, alla quale Abramo credette? La risposta, chiara, sar detta subito dopo, in un crescendo di rivelazione. A questo punto Ges voleva condurre il dibattito. v. 54: se io glorifico me stesso, la mia gloria nulla . Se uno glorifica se stesso, vanaglorioso e ignora la vera gloria, quella che viene da Dio (cf. 5,44). il Padre mio che glorifica me, quello che voi dite che il vostro Dio. La gloria di Ges, il Figlio, viene dal Padre suo, che colui che essi chiamano loro Dio.
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v. 55: voi non lavete conosciuto. Infatti vogliono uccidere il Figlio che lo rivela. io invece lo conosco. Ges lo conosce ed venuto a mostrarcelo, perch anche noi lo conosciamo. se dicessi che non lo conosco, ecc. Essi mentono quando dicono di conoscerlo; lui mentirebbe se dicesse di non conoscerlo. v. 56: Abramo, il vostro padre, esult alla vista del mio giorno . Il riso di Abramo, negli antichi commenti, interpretato anche come espressione di gioia. Ges fa una rilettura cristiana del suo riso per il figlio promesso (cf. Gen 17,17): Isacco visto come figura del Messia, il discendente nel quale saranno benedetti tutti i popoli. Il mio giorno quello dellesistenza di Ges tra noi: Abramo, per la fede nella promessa, ha creduto e visto questo giorno. v. 57: non hai ancora cinquantanni e hai visto Abramo? Chi pu aver visto Abramo se non colui che Abramo, nella fede, vide e credette? v. 58: prima che Abramo fosse, IO-SONO! Abramo prima non era, poi venuto allesistenza e infine morto. Prima di lui, e prima di tutto, c Io-Sono. Io-Sono il Nome, la rivelazione del Dio fedele e liberatore (cf. Es 3,14), che conosceremo dal Figlio delluomo innalzato (cf. vv. 24.28). Queste parole sono il vertice della manifestazione di Ges: il Figlio, uguale al Padre, che ci rivela Dio come Padre suo e nostro. v. 59: presero allora pietre, ecc. Quando il Figlio si rivela come Io-Sono, chi non si accetta come figlio lo vuole uccidere. Infatti lha gi ucciso in se stesso. Il Figlio per, dando la vita per amore, riveler che Dio e chi Dio. La sua morte, stipendio ultimo del peccato, sar anche il prezzo del riscatto: ci liberer da ogni male, che viene dalla non conoscenza di Dio. Il capitolo si apriva con il tentativo di lapidare la donna che aveva peccato (v. 5); ora si chiude con il tentativo di lapidare il Figlio che porta ai fratelli il perdono del Padre. Ges si nascose e usc dal tempio. Il nuovo tempio, pieno della gloria di Dio, il Figlio, in cui si adora il Padre in spirito e verit (cf. 4,23). 3. a. b. c. d. Pregare il testo Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginando il tempio, dove Ges parla. Chiedo ci che voglio: dimorare nella sua Parola e osservarla. Medito su ogni parola, vedendo chi la dice.

Da notare: i giudei avevano creduto a lui, ma non ancora in lui dimorate nelle mie parole conoscerete la verit la verit vi liberer siamo liberi: stirpe di Abramo chi fa il peccato schiavo del peccato la differenza tra il figlio e lo schiavo: dimorare o no per sempre nella casa se il Figlio vi liberer, sarete liberi chi cerca di uccidere ha come padre il diavolo Ges ucciso perch dice la verit Dio Padre di chi ama il Figlio la parola del Figlio non trova posto in noi abbiamo dentro unaltra parola: la menzogna omicida chi da Dio, ascolta le parole di Dio sei un samaritano, hai un demonio
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4.

chi ascolta la mia Parola, non morir in eterno Abramo e i profeti morirono: chi crede di essere Ges? mio Padre quello che voi dite essere vostro Dio, senza conoscerlo Abramo vide il mio giorno ed esult prima che Abramo fosse, IO-SONO! tentano di lapidare Ges Ges si nasconde ed esce dal tempio.

Testi utili

Sal 8; Gen 3; Gen 12,1-3; 15, 1ss; Gv 3,14-21; Gal 3, 6-14; Rm 4,1ss; Gal 5,1ss; Fil 3,1ss; 1 Gv 3, 1ss.

25. SONO LUCE DEL MONDO 9,1 - 41 9,1 2 E, passando, vide un uomo cieco dalla nascita. E gli chiesero i suoi discepoli dicendo: Rabb, chi pecc, lui o i suoi genitori, per essere nato cieco? Rispose Ges: N lui pecc n i suoi genitori, ma affinch si manifestino le opere di Dio in lui. Noi bisogna
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che operiamo le opere di chi mi invi mentre giorno; viene la notte, quando nessuno pu operare. Finch sono nel mondo, sono luce del mondo. Dette queste parole, sput a terra e fece del fango con lo sputo e unse con il suo fango sugli occhi e gli disse: Va, lavati alla piscina di Siloe che si traduce: inviato . And dunque e si lav e venne che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo vedevano prima che era mendicante dicevano: Costui non forse quello che sedeva e mendicava? Alcuni dicevano: lui. Altri dicevano: Proprio no, ma gli somiglia. Quegli diceva: Io sono! Gli dicevano allora: Come mai ti si sono aperti gli occhi? Quello rispose: Quelluomo, chiamato Ges , fece del fango e unse sui miei occhi e mi disse: Va a Siloe e lavati! Andato dunque e lavatomi, ci vidi. E gli dissero: Dove quello? Dice: Non so. Lo conducono dai farisei, quello (che) una volta (era) cieco. Era infatti sabato il giorno in cui Ges fece il fango e apr i suoi occhi. Allora di nuovo lo interrogavano anche i farisei come ci avesse visto. Egli rispose loro:
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Fango pose sui miei occhi, e mi lavai e ci vedo. Dicevano allora alcuni farisei: Non da Dio questuomo, perch non osserva il sabato. Ma altri dicevano: Come pu un uomo peccatore fare tali segni? E cera divisione tra di loro. Allora dicono di nuovo al cieco: Che dici tu di lui, che apr i tuoi occhi? Egli disse: un profeta. Allora i giudei non credettero riguardo a lui che fosse cieco e ci avesse visto, fino a che non chiamarono i genitori di colui che aveva cominciato a vedere. E li interrogarono dicendo: questo il vostro figlio, che voi dite che nato cieco? Come mai ora ci vede? Risposero allora i suoi genitori e dissero: Sappiamo che costui nostro figlio e che nato cieco. Come mai ora ci veda, non sappiamo, n chi gli apr gli occhi, noi non sappiamo. Interrogate lui: ha let, parler lui di s. Queste cose dissero i suoi genitori perch temevano i giudei; gi infatti si erano accordati i giudei che venisse espulso dalla sinagoga chi lo confessasse (come) Cristo. Per questo i suoi genitori dissero: Ha let, interrogate lui. Allora chiamarono per la seconda volta luomo che era cieco e gli dissero: Da gloria a Dio! Noi sappiamo che questuomo peccatore. Quegli allora rispose: Se peccatore, non so; una cosa sola so: essendo cieco, ora ci vedo.
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Gli dissero allora: Che ti fece? Come apr i tuoi occhi? Rispose loro: Gi ve (lo) dissi e non ascoltaste. Perch di nuovo volete ascoltare? Volete forse pure voi diventare suoi discepoli? Allora lo ingiuriarono e dissero: Tu sei discepolo di quello, noi siamo discepoli di Mos. Noi sappiamo che a Mos ha parlato Dio; costui invece non sappiamo da dove . Rispose luomo e disse loro: In questo infatti lo straordinario, che voi non sapete da dove , e apr i miei occhi! Sappiamo che Dio non ascolta dei peccatori; ma se uno timorato di Dio e fa la sua volont, questi lo ascolta. Mai si ascolt che uno abbia aperto gli occhi di un cieco nato! Se questi non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla. Risposero e gli dissero: Sei nato tutto nei peccati, proprio tu insegni a noi? E lo espulsero fuori. Ascolt Ges che egli era stato espulso fuori e, incontrandolo, disse: Tu, credi nel Figlio delluomo? Rispose quello e disse: E chi , [Signore,] affinch creda in lui? Disse a lui Ges: E lo vedi: colui che parla con te lui stesso. Ora egli disse: Credo, Signore! E lo ador. E disse Ges: Per un processo io venni in questo mondo, affinch quelli che non vedono
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vedano e quelli che vedono diventino ciechi. Ascoltarono queste cose [alcuni] dei farisei che erano con lui, e gli dissero: Siamo forse ciechi anche noi? Disse loro Ges: Se foste ciechi, non avreste (alcun) peccato; ma

adesso (che) voi dite: Vediamo! il vostro peccato dimora.

1.

Messaggio nel contesto

Sono luce del mondo, risponde Ges ai discepoli che gli chiedono perch luomo che hanno davanti cieco, dalla nascita. Di notte nessuno ci vede; siamo tutti ciechi. Quando per viene la luce, c chi chiude gli occhi e resta nelle tenebre, c chi li apre ed illuminato. Nel prologo si dice che la Parola, vita di tutto ci che esiste, luce degli uomini (1,4). Ges, Parola diventata carne, Figlio delluomo e Figlio di Dio, si rivelato nei cc. 5-8 come vita; ora, nel c. 9, si manifesta come luce. Vita e luce sono intimamente connesse: venire alla luce significa nascere. Inoltre ogni realt conosciuta e utile per luomo quando viene alla luce della sua intelligenza. Infine lamore d una luce particolare al cuore, che fa vedere con occhi nuovi. La luce principio di tutto: fa esistere e conoscere, godere e amare. Il contrario della luce la tenebra e la notte, la cecit e linganno, la tristezza e lodio: la morte. In questo capitolo si presenta litinerario battesimale: un cammino di illuminazione che ci fa uomini nuovi, nati dallalto (3,3), da quellacqua che lo Spirito (3,5). I battezzati sono chiamati illuminati (cf. Eb 6,4; 10,32); un antico inno battesimale dice: Svgliati, o tu che dormi, dstati dai morti e Cristo ti illuminer (Ef 5,14). Si dice spesso che la fede cieca, confondendola con lirrazionalit della creduloneria, equamente diffusa tra chi crede di credere e chi crede di non credere. La fede cristiana essenzialmente un vedere. Non si tratta di avere visioni singolari o strane: si tratta semplicemente di aprire gli occhi sulla realt. Luomo infatti cieco dalla nascita: i suoi occhi, pi che finestre sullaltro, sono specchi che riflettono i suoi fantasmi, scambiati per verit. Il buio e la paura gli hanno chiuso gli occhi e gli fanno proiettare sulle palpebre le sue paure. Solo la luce dellamore gli permette di aprire gli occhi e vedere ci che c. Il testo inizia con un cieco che vede e termina con dei presunti vedenti che restano ciechi. In mezzo c il processo di illuminazione dellex cieco. La conoscenza che egli ha di Ges come quelluomo (v. 11), diventa sempre pi chiara e profonda: un profeta (v. 17), da Dio (v. 33), il Figlio delluomo, il Signore che vede e adora (vv. 35-38). Dalliniziale non so dove sia (v. 12), giunge ad accoglierlo come quello che parla con lui (v. 37). Le resistenze che lex cieco incontra sono fuori o dentro di lui? lo portano a scoprire la sua identit: diventa una persona libera di pensare senza pregiudizi, indipendente dalle pressioni altrui e capace di contraddire chi nega la realt. un uomo nuovo, che torna a rispecchiare il Volto di cui immagine: io sono (v. 9), che sta davanti a Io-Sono!

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Nel racconto noi siamo come i vari personaggi. O ci identifichiamo con il cieco, per fare la sua stessa esperienza di luce, o siamo tra quelli che vogliono restare ciechi, perch presumono di non esserlo (v. 41). Dopo questo segno, le cui implicazioni sono sviluppate nel c.10, segue nel c.11 la risurrezione di Lazzaro, espressamente collegata alla guarigione del cieco (11,37). Vedere infatti rinascere a vita nuova. La Parola, luce e vita di tutto, testimonia di se stessa semplicemente mostrando ci che in ci che fa: comunica se stessa illuminando e facendo vedere ogni realt nella sua differenza. La sua venuta provoca una crisi, con un duplice esito: c chi laccoglie e chi la rifiuta. Questo il giudizio, di vita o di morte, che luomo compie su se stesso. Il testo evangelico ci pone davanti agli occhi questo processo perch lo conosciamo e, liberati dallinganno, possiamo giungere alla verit che ci fa vivere. Lostilit incontrata dal cieco illuminato la medesima che ha dovuto sostenere Ges da parte dei suoi contemporanei. la stessa che deve sostenere la chiesa di Giovanni da parte del suo ambiente e ogni credente da parte del mondo. Il vangelo eterno e racconta una storia sempre attuale: in ogni tempo c un cieco che viene alla luce e mostra ai presunti vedenti che sono ciechi, perch aprano gli occhi sulla loro situazione. La luce fa breccia nelle tenebre di una persona concreta: gli altri sono chiamati a fare la stessa esperienza, superando le proprie resistenze uguali a quelle che emergono nel racconto. Le parole ricorrenti danno continuit alla narrazione e ne offrono la chiave di lettura: cieco (13 volte), aprire gli occhi (7 volte), vedere (8 volte), vedere di nuovo (4 volte), lavarsi (5 volte), fango (5 volte), generare (5 volte), genitori (6 volte), conoscere (11 volte), peccare (2 volte su un totale di 4 in Giovanni), peccatore (4 volte, solo qui in Giovanni), come (6 volte), dove (2 volte), chi e che cosa (6 volte). Inoltre, ci sono vocaboli unici oppure rari in Giovanni: nascita, sputare, sputo, fango, ungere, timorato di Dio, straordinario, mendicare, essere espulsi dalla sinagoga, adorare e confessare. Questi termini illustrano cos il battesimo, come avviene e cosa comporta. Dal punto di vista formale il racconto, introdotto da un dibattito sul peccato (v. 2s) ripreso pi avanti (v. 25s), ben congegnato: al segno ( vv. 1-7) segue prima linterrogatorio del cieco da parte della folla (vv. 8-12) e da parte dei farisei ( vv. 13-17), poi quello dei suoi genitori da parte dei giudei ( vv. 1823) ed infine quello del cieco da parte dei giudei (vv. 24-34). Il tutto si conclude, come allinizio, con un incontro con Ges (vv. 35-38) e un giudizio: la luce del mondo venuta a dare la vista ai ciechi e a convincere di cecit chi crede di vedere (vv. 39-41). C una lotta continua nelluomo, sia per chi viene alla luce sia per chi resta nelle tenebre. Chi viene alla luce deve sostenere lopposizione delle tenebre; chi resta nelle tenebre avverte il dilagare della luce, che non riesce ad arrestare. una lotta interiore a ciascuno di noi: la carne infatti ha desideri contrari allo spirito e lo spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicch voi non fate quello che vorreste (Gal 5,17). Infatti quando vogliamo il bene, sentiamo le resistenze del male; quando facciamo il male, sentiamo il rimorso della coscienza, perch siamo fatti per il bene. il dramma delluomo, in cui si compie il faticoso passaggio dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita. Oggi, come allora, le tenebre sono da individuare in quel sistema di omologazioni che ci impedisce di vivere la libert di essere noi stessi. Ges luce del mondo: ci fa venire alla luce della nostra verit, che la sua stessa di Figlio. La Chiesa si riconosce nel cieco e nel suo lento cammino battesimale, che la illumina e la porta a vedere e seguire il pastore della vita.

2.

Lettura del testo

v. 1: E, passando. La congiunzione e lega questo capitolo al precedente, dove Ges ha mostrato la propria identit. Siamo nello stesso luogo e nello stesso tempo: il periodo quello attorno alla festa delle Capanne e ci troviamo ancora nelle vicinanze del tempio, dal quale Ges sta uscendo. Infatti, dopo essersi rivelato come Io-Sono, cercano di lapidarlo (8,58s). In questo capitolo lex cieco il primo discepolo che subisce lo stesso processo del suo maestro (cf. cc. 5-8). vide. Liniziativa, come gi con linfermo di 5,6, di Ges, che non cieco: il Figlio che, come vede il Padre, vede anche i fratelli. Il racconto inizia con lui che vede il cieco e si conclude con lex cieco
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che vede e adora lui (v. 37s). Non luomo che vede Dio, ma Dio che vede luomo e gli d la capacit di vedersi nuovo, col suo stesso sguardo. Ogni religione intende o pretende di portare allilluminazione. Ma questa non pu essere che dono della luce. un uomo. Questuomo, come linfermo, rappresenta ogni uomo che, oltre a non camminare, non vede; anzi, non pu camminare perch non vede e non sa dove andare. Lumanit si divide in due categorie: c chi non cammina e chi crede di camminare, chi cieco e chi crede di vedere. cieco. uno che non vede, n s n laltro. nelle tenebre, non ancora venuto alla luce, come un non nato. Il non vedere fisico preso come immagine per indicare la cecit spirituale, propria di chi non sa dov, da dove viene e dove va. Questa cecit ci impedisce di vedere la verit che ci fa liberi (cf. 8,32). il male che, da Adamo in poi, ha colpito ogni uomo, il quale non vede pi Dio come Padre, se stesso come figlio e laltro come fratello. Per questo vive una vita puramente biologica, non ancora umana. Il non vedente spesso un veggente, che vede linvisibile! La cecit interiore invece quella di chi non ha incontrato la Parola. La Parola infatti, oltre che essere vita di tutto, anche luce per luomo (cf. 1,4-5), unico depositario della Parola, con la quale comprende il creato e risponde al suo Creatore. La condizione iniziale di questo uomo analoga a quella dellinfermo del c. 5. Il risultato per diverso: illuminato dalla fede, sar testimone della luce, prima pecora che il pastore della vita conduce fuori dalloppressione, verso la libert (cf. 10,1ss). dalla nascita. Il termine nascita, posto allinizio, d il senso di ci che segue: lilluminazione del cieco il dono di una nuova nascita. Questuomo, da sempre cieco, non ha mai visto la luce n pu desiderarla, pur essendo fatto per essa. Fino a quando non viene il sole, nessuno ci vede. Solo quando viene, offerta la possibilit di vedere. Ma non cosa scontata n senza difficolt! Infatti, davanti al sole, locchio abituato alle tenebre si chiude. v. 2: rabb, chi pecc, ecc. Spontaneamente noi associamo malattia a colpa. Ai tempi di Ges si riteneva che, anche senza colpa, Dio potesse mettere alla prova, ma solo per amore, a scopo educativo (cf. Pr 3,11s, LXX). Questa prova, per, non deve in nessun caso impedire lo studio della legge, che contiene le parole di vita. La cecit quindi deriverebbe sempre da una colpa, perch toglie la possibilit di leggere. Allora, nel caso di un cieco, o ha peccato lui prima di nascere, come Esa e Giacobbe che lottavano gi nel grembo materno (Gen 25,22s), o hanno peccato i suoi genitori. Un proverbio, citato e contestato da Geremia ed Ezechiele, dice: I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati (Ger 31,29; Ez 18,2). Sulla bocca dei discepoli troviamo lopinione comune. v. 3: n lui pecc n i suoi genitori. Peccare significa fallire il bersaglio, mancare il segno. Luomo peccatore un uomo mancato, fallito nella sua umanit: come un occhio che non vede. Ges non solo ritiene, con Ger 31,30 ed Ez 18,1ss, che uno responsabile delle proprie azioni e non di quelle dei suoi padri (cf. v. 41), ma nega anche ogni connessione tra malattia e colpa. In tutte le religioni si afferma che il bene benedizione di Dio per i buoni e il male sua maledizione per i cattivi. quanto si sforzano di far capire a Giobbe i suoi amici, con un autentico accanimento teologico. Il risultato di questa teoria una grave mistificazione: i ricchi e sani sarebbero buoni e benedetti da Dio, mentre i poveri e sofferenti sarebbero cattivi, maledetti dal cielo. In realt chi ruba ricco, il derubato povero; chi affama mangia bene, laffamato sta male; chi ferisce non sente dolore, il ferito soffre. Noi pensiamo che la povert, la fame e la sofferenza siano dei mali, anzi il male da cui guardarci con ogni cura. Per questo rubiamo, affamiamo e feriamo impunemente. Quando comprenderemo che il male non essere poveri ma rubare, non essere affamati ma affamare, non soffrire ma far soffrire? Questa associazione tra male e colpa giustifica i potenti che fanno il male e pi ne fanno, meglio stanno (cf. Sal 73). Per questo Dio prende sempre la difesa dei poveri e dei perseguitati. Questa sua prerogativa, che esce con evidenza nel discorso della montagna e si mostra palesemente sulla croce di Ges, il filo rosso di tutta la Bibbia, che narra la liberazione dei poveri e degli oppressi dalla mano dei potenti. Noi tutti, poveri e ricchi, siamo ciechi dalla nascita, perch abbiamo i medesimi desideri. Per questo ci contrapponiamo gli uni agli altri e diventiamo, alternativamente, carnefici e vittime. In quanto potenti siamo carnefici, autori del male e nocivi agli altri; in quanto poveri siamo vittime, oggetto del male e innocenti (= incapaci di nuocere).
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Il Messia viene a liberarci da questa cecit, per farci camminare per vie sconosciute e guidarci su sentieri ignoti, trasformando davanti a noi le tenebre in luce (cf. Is 42,16). Egli il Servo di JHWH (vedi i cantici del Servo: Is 42,1-9; 49,1-6; 50,4-11s; 52,13-52,12), il giusto che non fa alcun male e per questo porta su di s il peccato degli altri. In questo modo egli pone fine al tragico gioco di morte al quale giochiamo e dal quale siamo giocati. Quindi non peccatore il cieco che sta male (vv. 3.34), n Ges che fa il bene (v. 16.24s), n lex cieco che ha ricevuto il bene (v. 34). Peccatore chi impedisce il bene, opprimendo gli altri e credendo di essere in regola con la legge (v. 41), che lui stesso, secondo opportunit, interpreta o addirittura inventa. Questa la cecit colpevole, dalla quale il vangelo vuol liberarci. affinch si manifestino le opere di Dio . Il male, di qualunque tipo, non mai lultima Parola; invece il luogo dove si manifestano le opere di Dio (cf. 5,17), il cui lavoro salvare lumanit delluomo (cf. Sal 146). Non che il male sia necessario al bene: la tenebra non serve alla luce. Si vuol solo dire che il male evidenzia per contrasto il bene ed vinto dal bene, come la tenebra dissolta dalla luce (cf. Rm 5,20). v. 4: noi bisogna, ecc. Ges non solo: c il noi dei discepoli, con i quali si identifica. Sono i suoi fratelli, generati dalla parola di verit che fa liberi (cf. 8,32), figli capaci di compiere, come lui, le opere del Padre a favore dei fratelli. A questo noi si contrappone il noi finale dei farisei ciechi (v. 40), che compiono le opere del padre loro, menzognero e omicida dallinizio (8,44). Il termine bisogna connesso con lopera per eccellenza, quando il Figlio delluomo, innalzato, doner la vita al mondo (cf. 3,14). mentre giorno. Il giorno quello in cui venuto Ges, quello che Abramo vide ed esult (8,56). Mentre vive, il Figlio compie le opere del Padre. Il tempo della sua vita terrena il giorno che ha illuminato e illumina ogni uomo, mostrandogli la sua realt. viene la notte. La notte rappresenta la fine del suo giorno, quando la tenebra catturer la luce. La notte la condizione del mondo senza di lui, sua luce; la condizione stessa dalla quale sar liberato il cieco. v. 5: finch sono nel mondo, sono luce del mondo (cf. 8,12). La vita di Ges sulla terra, dalla sua nascita alla sua glorificazione, luce del mondo, per tutti e per sempre. Con queste parole Ges si presenta come il Servo di JHWH, luce delle nazioni, che apre gli occhi ai ciechi (cf. Is 42,6s; 49,6). Fino a che nel mondo, egli manifesta ai fratelli lamore del Padre. Quando sar elevato da terra, finir il suo giorno e verr la notte; allora non far pi nulla. Ma resteremo grandemente stupiti: allora si compir lopera del Signore descritta in Is 52,13-53,12. Sar lora nella quale egli ci amer fino alla perfezione (13,1) e noi vedremo lagnello/servo che toglie il peccato del mondo (1,29.36), il serpente di bronzo innalzato che ci guarisce dal veleno mortale (3,14), il Figlio delluomo che rivela Io-Sono e attira tutti a s (8,28; 12,32). Proprio la sua notte sar per noi fonte di luce perenne. Il miracolo che segue il segno di Ges come luce del mondo. v. 6: sput a terra. Lo sputo, fluido ed intimo, richiama il fiume dacqua viva dello Spirito (7,37s), il sangue e lacqua che scaturiranno dal suo fianco aperto (19,34), lacqua viva promessa alla Samaritana: lo Spirito, che ci fa nascere dallalto (3,3). Questo Spirito, mediante la Parola fatta carne, ormai comunicato a ogni carne. fece del fango con lo sputo. Il gesto richiama la creazione delluomo, fatto dalla terra (Gen 2,7; Is 64,7). Ma una creazione nuova quella che Ges pone davanti agli occhi del cieco: il fango non pi impastato con acqua, ma con lo Spirito. Questo il progetto originario di Dio, che fece Adamo con terra animata dal suo soffio: lo fece suo figlio. Luomo un animale singolare: imparentato con la terra e con il cielo, partecipe delle caratteristiche del creato e insieme del Creatore. Questa condizione lo rende essenzialmente eccentrico: il suo corpo terra, ma il suo cuore sta altrove. Dio stesso, lAltro da tutto, la sua vita; per questo si sente estraneo a tutto e, pur essendo nel mondo, non del mondo. Il fango per richiama anche la perdizione: affondare nel fango, come Geremia nella cisterna, lesperienza peggiore (cf. Ger 38,6). Ma chi pu togliere dal fango della morte luomo che fango e in essa sprofonda, se non quel fango che impastato di Spirito e vita? unse con il suo fango sugli occhi. La parola ungere (qui usata in un verbo composto che significa unger sopra, spalmare) richiama lUnto, il Cristo. Il suo fango, quello di Ges, la sua
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umanit, simile alla nostra ma anche divina. Egli insieme uomo e Dio, il Figlio che vive dello stesso Spirito del Padre. La sua carne lunzione messianica che restituisce a ogni carne la sua umanit piena; il suo fango lumanit di Dio, che ci salva dal fango in cui affoghiamo. Ges pone davanti agli occhi del cieco se stesso, luomo nuovo (cf. Gal 3,1!), perch apra gli occhi, lo guardi, lo lasci entrare nel cuore e diventi cos sua vita. Per quattro volte si parla di fare il fango (vv. 6.11.14.15), mentre lunzione dei vv. 6.11 diventer successivamente aprire gli occhi (v. 14) e vedere (v. 15). Questo fare il fango per i farisei una trasgressione del sabato (vv. 14.16), per il cieco e per Ges invece lazione sabbatica, la nuova creazione. v. 7: va, lavati. I termini cieco, nascita, peccare, peccatore, genitore, notte, giorno, luce, sputo, fango, ungere, lavarsi, piscina, inviato, richiamano i riti di iniziazione battesimale. Ges non guarisce il cieco. Gli ordina, come Eliseo al lebbroso, di andare a lavarsi (cf. 2Re 5,10). Gli ha messo sopra gli occhi il suo fango, gli ha posto davanti luomo nuovo. Sta ora al cieco dire s o no alla proposta: la sua vita dipende dalla sua libert di ascoltare o meno la Parola. La fede risposta libera delluomo al progetto liberante di Dio. Lilluminazione insieme azione di Dio, che rende possibile la libert, e delluomo che liberamente laccoglie. alla piscina di Siloe che si traduce: inviato. I proseliti pagani venivano battezzati in questa piscina, posta fuori dalle mura e legata alla memoria di Davide, padre del Messia. Ora anche chi nel tempio deve uscire per incontrare il Signore. Ges si gi identificato con questa sorgente (cf. 7,37ss), dalla quale si attingeva lacqua per la festa delle Capanne. Siloe tradotto dallevangelista come inviato, uno dei titoli di Ges, il Figlio inviato dal Padre (cf. 3,17.34; 5,36.38; 8,42; 11,42; 17,8.21-25). Da lui viene (3,13.31; 6,38.42.46; 7,29; 8,42: ecc.) per dire le sue parole (3,34; 7,16; 8,26-28; 12,49s; 14,24; 17,8.14), per fare la sua volont e compiere le sue opere (4,34; 5,17; 9,4; 10,32-37; 14,10). Ges ordina al cieco di lavarsi, di immergersi in lui, inviato dal Padre, che si presentato ai suoi occhi. La fede accogliere lui, il Figlio venuto dal Padre per donarci la nostra verit di figli. and dunque e si lav. Il cieco obbedisce, il caso di dirlo, a occhi chiusi! Doppiamente chiusi: dalla propria cecit e dal fango. Ma obbedisce a ragion veduta: il fango, di cui i suoi occhi sono unti, Ges stesso, luce del mondo, e lacqua in cui si lava il Figlio stesso, inviato dal Padre. venne che ci vedeva. inimmaginabile la sorpresa e la gioia della luce, soprattutto per chi non ha mai visto nulla. lo stupore mattinale di Adamo, che vede per la prima volta la creazione, appena uscita dalle mani di Dio. La fede in Ges lo ha illuminato. Vedere, forma piena del conoscere, in Giovanni credere nel Figlio. Chi crede in Ges, conosce la verit che lo fa libero e viene alla luce come figlio. Il dono della vista ai ciechi lazione messianica per eccellenza (cf. Sal 146,8; Is 29,18ss; 35,5.10; 42,6s; 49,6.9; cf. Lc 7,22). Il mondo non da fare o da cambiare: da vedere con occhi nuovi. Luomo infatti vive ed agisce secondo la sua visione delle cose. Se ascolta la Parola di Ges, guarda il suo fango il Cristo crocifisso che Paolo cos bene aveva posto davanti agli occhi dei Galati (cf. Gal 3,1) e si battezza in lui, nasce come uomo nuovo: un illuminato, che vede la realt. Prima invece era come i suoi idoli, che hanno occhi e non vedono (Sal 115,4-8). Canta il grande Salmo che tesse lelogio della Parola: Aprimi gli occhi, perch io veda le meraviglie della tua legge (Sal 119,18). La legge, per chi ha gli occhi chiusi come i farisei, un feticcio mortale, un vincolo che tiene seduti nelle ombre di morte; per chi apre gli occhi segno di colui che parla e rivela il volto del Padre della vita. v. 8: costui non forse quello che sedeva e mendicava? Finora avvenuta solo la guarigione fisica del cieco, nella quale per sono impliciti vari significati, che in parte abbiamo visto. Essa non solo unopera prodigiosa, tantomeno magica. Ha il suo principio in Ges e nellunzione del suo fango, fatto con la sua saliva e posto sugli occhi del cieco, e avviene per lascolto della Parola che ordina di andare alla piscina dellInviato e di lavarsi in essa. Ges infatti la luce del mondo: il suo fango, terra impastata con lo sputo, la sua umanit di Figlio delluomo e Figlio di Dio, che, posta davanti ai nostri
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occhi, ci illumina sulla verit delluomo e di Dio; la fede che salva proprio lascolto della Parola che ci immerge nel Figlio, inviato dal Padre ai fratelli. La guarigione esteriore segno di quella interiore. Questa avviene attraverso il dialogo che spiega e fa accadere, sia nel cieco che in chi legge con i suoi occhi, la realt che il segno significa: lilluminazione viene guardando semplicemente la realt senza pregiudizi. Nel dialogo che segue, la Parola, luce degli uomini, appena brillata agli occhi del cieco che se ne fa testimone, si confronta con le voci delle tenebre. Ora cominciano gli interrogatori allex cieco, iniziando dai vicini e conoscenti, ai quali era ben nota la sua condizione precedente. Per chi abituato a vederlo seduto a mendicare, la nuova situazione pone un problema: lui o un altro? La sua condizione precedente descritta con le parole sedere e mendicare: era immobile e dipendente dagli altri. Ora invece cammina ed libero. Qual la sua identit? importante come laltro mi vede: sono come sono visto. Luomo relazione; e la relazione cambia quando anche laltro mi vede altro da come mi vedeva prima; altrimenti resto inchiodato al suo giudizio precedente, al suo pre-giudizio, appunto. Ogni identit vera dinamica e vitale; diversamente falsa e mortale. v. 9: alcuni dicevano: lui. Altri dicevano: Proprio no, ma gli somiglia. in gioco lidentit dellex cieco. Le opinioni su di lui divergono: o non il cieco di prima? Effettivamente lui e non lui: lui, ma liberato dalla sua cecit, nella quale, sia per lui che per gli altri, consisteva la sua falsa identit. io sono. Lex cieco accetta come sua la nuova realt. La cosa, per quanto sembri assurdo, sempre difficile, perch uno tende a identificarsi con il suo male. Allinfermo ai bordi della piscina di Bethzath Ges chiede: Vuoi guarire? (5,6). Infatti non cos ovvio che uno sia disposto a uscire dalla sua condizione abituale. Per quanto disagiata, gli anche comoda: ci convive. Anzi ne vive, muovendo gli altri a compassione. Ognuno vive dellattenzione altrui: se non la ottiene proponendosi con il bene, la trova di sicuro imponendosi con il male. Lex cieco ora pu dire: Io sono, usando lespressione di Ges per indicare se stesso (cf. 4,26; 6,20; 8,24.28.58). La luce lo ha illuminato: lui stesso luce, perch venuta la sua luce (cf. Is 60,1s). Lex cieco finalmente venuto alla luce, nella sua verit integra di uomo autosufficiente e libero, anche se nessuno gliela vuol riconoscere. Non pi il cieco seduto e mendicante, in balia degli altri perch non sa dove andare; ora cammina e parla, in libert. v. 10: come mai ti si sono aperti gli occhi? Il problema di tutto il capitolo lo stesso di Nicodemo: come possibile nascere di nuovo (cf. 3,1s)? Il dialogo che segue un processo contro lex cieco, nel quale egli diventa, progressivamente, testimone della luce. In lui ci si mostra come avviene la nostra nascita; e, mentre la vediamo, veniamo noi stessi illuminati, passando dalle tenebre a una luce sempre pi piena. In noi accade come in lui: ricordando quel fango e quellacqua dellInviato, recuperiamo la vista interiore e riconosciamo sempre meglio chi il Signore. Il ricordo di ci che avvenuto la via della comprensione e dellilluminazione. v. 11: quelluomo, chiamato Ges. Lex cieco non ha verit da dimostrare: ha una novit evidente da mostrare. E lo fa ricordando e raccontando la sua esperienza. Il punto di partenza quelluomo, chiamato Ges, che ha messo in moto la sua nuova identit, con il suo fango e la sua parola. Ges significa: il Signore salva. Il cieco ne ha fatto lesperienza, eseguendo la sua parola che gli ha ordinato di lavarsi nellacqua dellInviato. ci vidi. Lex cieco ripete con stupore lavvenimento nuovo, sempre sognato cosa e come pu sognare un cieco dalla nascita? e mai sperato. Che bello essere fuori dalla tenebra e vedere la luce! Qui, come nel v. 18, in greco c anablp, che significa: guardare in alto verso qualcuno. Al v. 7 c solo blp, che significa guardare e al v. 37 c invece il perfetto di or, che significa vedere. v. 12: dove quello? Dove un termine ricorrente in Giovanni: indica la dimora, la casa, le relazioni, lidentit. La prima domanda rivolta a Ges dai discepoli : Dove dimori? (1,38). La sua risposta : Venite e vedrete. Ma come posso venire, se non ci vedo, e come posso vedere se non vengo da te? Ora il cieco ci vede. Ges per, compiuta la sua opera, se ne va altrove. Attende che liberamente lo cerchi per sapere dov. Solo cos conosce chi e pu dimorare con lui e aderire a lui (v. 36). Il dialogo con gli altri, favorevoli o contrari, mette lex cieco sulla strada per cercare e trovare la luce.
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non so. Lex cieco non sa ancora dove dimori Ges. Lo sapr grazie ai suoi avversari. Nel processo che gli faranno, guardando e riguardando sempre di nuovo ci che gli accaduto, crescer la sua conoscenza di lui. Anche la sua testimonianza, come quella del Battista, parte dalla dichiarazione di non sapere chi Ges (1,34). Ogni sapere nuovo suppone un non sapere; chi crede di sapere, non impara. Lovvio la tomba di ogni conoscenza e progresso. v. 13: lo conducono dai farisei. Inizia una seconda tappa, la pi feconda, del cammino di illuminazione. La gente conduce lex cieco dai farisei. Questi, conoscitori e osservanti delle tradizioni, dopo la distruzione del tempio nel 70 d. C., scomparso il culto e finita la nazione giudaica, rimasero gli unici capi accreditati, in grado di garantire lidentit del popolo. Fariseo significa separato: conduce una vita diversa, staccata dal mondo, che gli permetta di vivere le proprie convinzioni religiose. Non tutti i farisei furono ostili a Ges e alla comunit cristiana. Nicodemo (3,1ss; 7,50-52; 19,39ss) il prototipo dei farisei e dei capi che credettero in lui (cf. 12,42s). Tuttavia, da 7,32, i farisei diventano i suoi nemici dichiarati. Qui intentano contro lex cieco un processo, nel quale si compir anche il suo cammino di illuminazione. Il processo della fede lo stesso dellincredulit; solo che luna resta nelle tenebre dei propri pregiudizi, laltra giunge a godere la luce della verit. Il processo ha tappe successive, che immergeranno sempre pi i protagonisti nelle tenebre o nella luce. I farisei partono da un pregiudizio, per loro indubitabile. Ges, facendo del fango in giorno di sabato, ha trasgredito la legge divina (cf 5,10-17): un peccatore. Chi non disposto a cambiare il proprio concetto di sabato e di legge, non pu pensare diversamente, anche se non tutti sono daccordo (vv. 13-16). A corto di argomenti, cercheranno di negare il fatto della guarigione (vv. 18-23); non potendolo negare, si imporranno poi con il peso dellautorit, sempre invocata dove manca autorevolezza (vv. 24-27), e alla fine lo espelleranno dalla comunit (vv. 28-34). La storia sempre uguale. Nulla di nuovo sotto il sole, a tutte le latitudini e in tutte le istituzioni; soprattutto per chi resta chiuso nellarmadio delle proprie convinzioni. Ma lopposizione e le difficolt sono per lex cieco come le doglie del parto: lo espellono definitivamente dalle tenebre alla luce. Cos egli nasce come discepolo, pronto allincontro e capace di riconoscere in quelluomo, che lha guarito, il Signore stesso (vv. 35-38). I farisei invece restano nelle tenebre e saranno dichiarati ciechi e peccatori, perch rifiutano levidenza della luce (vv.39-41). v.14: era infatti sabato. La guarigione del cieco, come quella dellinfermo del c. 5, operata in giorno di sabato. L Ges aveva ordinato una trasgressione, dicendo di portare la barella (5,8); qui compie lui stesso una trasgressione, facendo del fango. Ma ci che per i farisei trasgressione, per Ges compimento del sabato (cf. 5,18). Ges fece il fango e apr i suoi occhi . Ai farisei interessa che lui abbia fatto del fango in giorno di sabato. Trascurano il fatto che proprio cos abbia aperto gli occhi al cieco. Il fariseo rappresenta la persona religiosa, ligia alla legge, ma senza interesse per luomo: ignora che Dio amore. La sua legge libert e vita, lunico suo divieto contro la schiavit e la morte. Limmagine che il fariseo qui descritto ha di Dio e della sua legge la stessa che satana sugger al primo uomo (cf. Gen 3,1s). La sola differenza che qui la menzogna travestita di piet e devozione, invece che di autonomia e ribellione. Ma il presupposto uguale: si pensa che dio sia contrario alluomo e alla sua realizzazione, addirittura antagonista della sua integrit fisica. Quando le persone devote, delle varie religioni, sapranno che ci che contro luomo contro Dio? Anche Paolo fece fatica a capirlo: dovette scoprirsi cieco (At 9,1-9), lui che, irreprensibile nellosservanza della legge, per zelo uccideva quelli che poi vide essere suoi fratelli (Fil 3,6). Ges, facendo il suo fango proprio di sabato, ci apre gli occhi sul sabato e su Dio: il sabato per luomo e non luomo per il sabato (cf. Mc 2,27p), la legge per luomo e non luomo per la legge, perch Dio stesso tutto per luomo. Lilluminazione battesimale scoprire, in quel fango che Ges, la verit che noi siamo figli e Dio ci Padre. v. 15: lo interrogavano anche i farisei, ecc. Dopo i vicini e conoscenti, che lo hanno condotto dai farisei, ora sono questi a continuare il processo. Per la gente semplice il problema era solo lidentit del cieco e come avesse ottenuto la vista. Per i farisei, invece, il problema un altro: che Ges abbia trasgredito il sabato. Lex cieco racconta di nuovo la sua storia del fango posto sui suoi occhi, ricordando per la terza volta ci che Ges ha fatto per lui. Lopposizione dei farisei rinnova la memoria di ci che avvenuto. Ogni interrogatorio per lui occasione di ulteriore ri-cordo e nuova
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comprensione, che lo coinvolge sempre di pi con chi lha guarito. La sua, da testimonianza sulla propria guarigione, diventa testimonianza sulla luce che lo ha illuminato. Il suo vedere sar segno del suo incontrare, conoscere ed adorare il Signore Ges, luce della sua vita. v. 16: non da Dio questuomo, perch non osserva il sabato . Secondo Dt 13,1-6 si deve condannare chi fa prodigi per screditare la legge. Per i farisei Ges ha guarito il cieco disprezzando il sabato. Per loro chiaro che Dio, ma soprattutto la sua legge, stanno al di sopra di ogni cosa. Non capiscono per che Dio a servizio delluomo e ha dato la sua legge solo dopo aver liberato il popolo, per mantenerlo nella libert (Es 20,1s; Dt 6,1-3). Anche per Adamo, lunico divieto fu quello di non mangiare quel frutto che lavrebbe fatto morire (Gen 2,16s). Al centro del giardino sta lalbero della vita (Gen 2,9); fu il nemico a porre al centro quello della morte (cf. Gen 3,3). Il Signore ci ha dato il comando di amarlo per essere simili a lui, che per primo ci ha amati e liberati (cf. Dt 6,4ss). In questo processo, che porta allilluminazione battesimale, in gioco proprio limmagine di Dio e di uomo: il punto di arrivo vedere, con occhi nuovi, lui come Padre e noi come figli, grazie al fango di Ges. ma altri dicevano, ecc. Per altri Ges non un trasgressore della legge: ci che ha fatto al cieco e ad altri si parla di segni al plurale segnala lintervento di quel Dio liberatore che pure i farisei conoscono dalla storia di Israele. cera divisione tra di loro. Divisione in greco schisma, da cui la nostra parola scisma. Sar ci che avvenne tra la chiesa primitiva e il giudaismo. I primi cristiani, e ancora la comunit di Giovanni, si ritengono a pieno titolo giudei, come Natanaele, chiamato da Ges vero israelita (1,47). Lo scisma non riguarda tanto la concezione di Dio, che pure i farisei riconoscono dalla storia dIsraele come il liberatore, bens la domanda se la liberazione sia circoscritta al passato oppure si allarghi anche alloggi: Dio ha operato una sola volta, oppure opera ancora a favore delluomo? Questo lo scisma pi profondo, che sempre c anche allinterno della chiesa. Pur professando la stessa fede, pu essere radicalmente diverso il modo di intenderla e di viverla. Si pu avere una dottrina corretta a prova di qualunque Santo Uffizio di qualunque epoca o tradizione religiosa! -, che per imbalsama Dio relegando lui e la sua azione nel passato, senza riconoscere che la sua gloria luomo vivente. Si pu essere devotissimi e conoscere la tradizione sacra, con precisione di termini e zelo di osservanze, ed essere, nel contempo, empi uccisori delluomo in nome di Dio, nemici di Dio stesso. Basta pensare ai roghi passati, presenti (e futuri!), e alle guerre sante o giuste, nelle quali la diversit principalmente di vocaboli. Si nega infatti a Dio di esistere oggi com ed sempre stato, nel suo amore e nella sua grazia, al di l della nostra idea su di lui. questo il peccato, la tenebra e la cecit dalla quale il battesimo nello Spirito ci vuol guarire, per farci incontrare oggi il Signore. La fede che salva non credere correttamente in Dio (cf. Gc 2,19), ma affidarsi a lui, qui e ora, facendo ci che dice. In questo senso tradizionalismo e dogmatismo sono contro la traditio fidei, contro il sentire di Dio proprio della fede cristiana. Esso necessariamente un sentire cattolico, universale, capace di percepire e rispettare ogni differenza come segno della prima differenza, che sta allorigine di ogni esistenza. v. 17: che dici tu di lui, che apr i tuoi occhi? Lex cieco chiamato a testimoniare di Ges in prima persona. Lunico abilitato a parlare del Signore chi ne ha fatto lesperienza. Altrimenti come un non vedente che parla di colori. Lex cieco invitato a riflettere non pi sulla guarigione, ma su chi lha guarito. Proprio gli avversari lo inducono a leggere il segno. Le tenebre non accolgono la luce, eppure non riescono a soffocarla; anzi, la evidenziano. un profeta. Per lui quelluomo chiamato Ges non un peccatore, ma uno che parla ed agisce in nome di Dio. Il processo che subisce gli rivela Ges come profeta (cf. 4,19). il primo livello di fede, che gli fa riconoscere chi quelluomo che lha guarito: non un trasgressore del sabato, ma un profeta, colui che coglie il vero significato della Parola, perch ha locchio per vedere Colui che parla. v. 18: non credettero riguardo a lui che fosse cieco . Non sapendo che spiegazione dare, i farisei cercano di negare il fatto. In genere neghiamo esistenza a quanto non vogliamo o possiamo comprendere. Per lo pi lo facciamo inavvertitamente. In questo modo eliminiamo tutto ci che non
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entra nei nostri schemi. Siamo arrivati anche a eliminare persone e interi popoli. Oggi neghiamo perfino il diritto di esistere a ci che non a norma, omologato o omologabile. Invece di mettere in crisi i principi che governano le proprie spiegazioni, pi comodo rimuovere ci che non si pu spiegare. Ci vuole libert e coraggio per dubitare di ci che si crede certo, per aprirsi alla faticosa ricerca della verit. Bisogna rinunciare a falsi prestigi, scendere dal trono della presunzione, togliersi i paludamenti di ovvia sapienza e scoprirsi ignoranti sulle cose principali. , questa, la dotta ignoranza, madre del sapere. Il sapere, non solo nella scienza, ma anche nella politica e nella religione, contesta sempre la posizione di chi detiene il potere. Ed frutto di umilt, la quale assai pi di un sentimento: la realt vista con un minimo di buon senso. chiamarono i genitori. Genitore chi genera, fa nascere. un termine ricorrente in questo testo battesimale. Vedere venire alla luce e vedere il volto di chi ci ha generato. Chi ci fa venire alla luce e ci genera figli? La legge, che ci vuole schiavi, o lopera del Figlio delluomo, che ci rende liberi? v. 19: li interrogarono dicendo: questo il vostro figlio, ecc.? Per i genitori una minaccia se costui, che ora ci vede, loro figlio. Paradossalmente per loro la disgrazia non che sia nato cieco, ma che ora ci veda. Secondo le autorit dovrebbero negare che sia loro figlio o che sia stato cieco. v. 20: noi sappiamo che costui nostro figlio e che nato cieco. I genitori confermano lidentit del figlio e la sua cecit. Ma essi sono in regola: lhanno generato cieco e non colpa loro se ci vede. v. 21: come mai ora ci veda, noi non sappiamo, n chi gli apr gli occhi . Invece di gioire, hanno paura della sua guarigione (cf. v. 22). Non vogliono sapere come e chi gli abbia aperto gli occhi. Ignorano come sia venuto alla luce e non vogliono avere a che fare con chi gli ha dato la luce. interrogate lui. I genitori non vogliono n possono testimoniare: sono ciechi, con gli occhi chiusi per paura dei capi. ha let, parler lui di s. Lex cieco ha let, adulto; e parla da s, responsabile. Infatti ci vede: venuto finalmente alla luce della verit. Per questo, a differenza di chi lha generato nelle tenebre, libero e non sottost alla paura dei capi. v. 22: queste cose dissero i suoi genitori perch temevano i giudei. La paura nei confronti dei capi rende i genitori schiavi del loro modo di pensare. Arrivano a dissociarsi dal figlio che ci vede e da colui che gli ha dato di vedere. si erano accordati i giudei che venisse espulso dalla sinagoga chi lo confessasse (come) Cristo. Ci che capitato al cieco, letto come anticipo di ci che capit alla chiesa di Giovanni: i giudeocristiani furono espulsi come eretici dai giudei nel concilio di Jamnia (90 d. C.). Fino ad allora erano vissuti insieme, come fratelli: i cristiani erano semplicemente quei giudei che avevano riconosciuto in Ges il Cristo promesso. La chiesa di Giovanni ancora sotto choc per essere stata esclusa dalla sinagoga a causa della sua fede nel Messia (cf. 16,1ss). Questa espulsione sar letta positivamente al c. 10 come azione del pastore bello, che porta le sue pecore fuori dagli ovili dove sono rinchiuse e sfruttate, per accedere in libert ai pascoli della vita. v. 23: per questo i suoi genitori dissero, ecc. Si ribadisce il motivo della paura che induce i genitori a rifiutare la complicit con il figlio. Si scomunica chi ci vede ed libero. Vedere ed essere liberi un crimine tra persone chiuse nei loro pregiudizi o schiave della paura. Le prime sono accecate dallinteresse, le seconde dal timore. Il potere accieca chi lo esercita e chi lo subisce. Ma, se uno comincia a vederci, il buio si incrina e la tenebra si dissolve, come la notte quando nel cielo, ad oriente, appare la luce dellalba. v. 24: chiamarono per la seconda volta luomo che era cieco. Il pregiudizio sulla legge ha impedito di leggere la guarigione del cieco nellunico modo plausibile: come segno messianico. Non potendo pi negare il fatto, si rinuncia a capirlo e si cerca di imporne una lettura distorta, diffondendo una versione secondo la verit ufficiale, funzionale al potere costituito. Si vuol di screditare Ges, per dissociare da lui il neo credente e scoraggiare altri a credere in lui. da gloria a Dio. Lazione dei capi subdola: piegarsi al loro dominio , ovviamente, dare gloria a Dio. Lex cieco invece dar gloria a Dio liberandosi da loro e dicendo la verit. In situazioni di falsit il dissenso, per quanto faticoso, sempre meglio del comodo consenso. Ci che non corrisponde alla realt, non c e non pu dar gloria a Dio. La menzogna sempre contro di lui.

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noi sappiamo che questuomo peccatore. I capi fanno valere il peso della loro autorit: hanno il monopolio incontestabile della verit. Al di l di ci che accaduto, questuomo, mai nominato, deve apparire come peccatore, altrimenti crolla il loro potere di guide indiscusse del popolo. Lopposizione dei capi sortisce leffetto opposto e far vedere meglio lex cieco: capir che la gloria di Dio luomo vivente. Al noi sappiamo dei capi, oppone lio so di un uomo che ci vede e non vuol rinunciare a dire ci che sa. I capi vogliono ridurlo al silenzio. Il potere deve far tacere, con ogni mezzo, le voci discordanti. La verit sempre altra rispetto a quella ufficiale. I nemici della luce accusano come peccatore colui che la luce del mondo. Per difendere il proprio potere, o per paura di chi ha il potere, si dichiara peccato vedere e, soprattutto, far vedere: meglio essere ciechi che vedenti, amare le tenebre pi della luce! Questo il processo allincredulit, che si avviato con la guarigione del cieco. v. 25: se peccatore, non so. Lex cieco mette in dubbio la loro autorit e il loro sapere, perch contro il dato di fatto, che lui conosce bene: si tratta di ci che capitato a lui. Per lui non evidente che Ges sia peccatore; anzi, gli sempre pi chiaro il contrario. una cosa sola so. Lex cieco parte da una constatazione: non ci vedeva ed ora ci vede. Ma ha pure un principio acquisito con lesperienza: meglio vedere che non vedere. A lui va bene la sua nuova identit di uomo libero e integro, venuto alla luce. Partendo da un fatto concreto e da un principio evidente, questuomo semplice mette in crisi lautorit dei capi e la loro impalcatura ideologica, giungendo a una nuova immagine di Dio e di uomo. Limportante partire dalla realt, non dalle verit indubitabili, che tali sono perch assai sospette e dubbie. Ci che indiscutibile, sempre da discutere, per vedere che fondamento ha. Se vero, guadagna in credibilit; se falso, si smaschera. In genere invece, sia nelle religioni che nei partiti, almeno da parte di chi ottuso (ma chi non ottunde il potere?), si nega ci che non corrisponde alle proprie idee. Ci avviene anche nelle discussioni tra le persone: si tengono fermi i propri principi; se poi i fatti non corrispondono, peggio... per i fatti! una visione sclerotica della verit: la si scambia con le proprie certezze, che coincidono con i propri privilegi acquisiti, ma non sempre puliti. Ogni discussione onesta su religioni e dottrine, su partiti e idee, deve innanzi tutto smontare i pregiudizi e guardare la realt, discernendo tra ci che fa crescere luomo verso una maggior libert e ci che lo opprime. che ti fece? come apr i tuoi occhi? C un nuovo interrogatorio, ossessivo, con le stesse domande. Sotto c la coscienza, non confessata, che aprire gli occhi unazione messianica (cf Is 42,7). Ci che taciuto e lasciato in ombra, ha leffetto di una sottolineatura, che rende sempre pi evidente la verit: Ges proprio quel Messia che essi vogliono negare! v. 27: gi ve lo dissi e non ascoltaste. Sono parole che alludono a Is 42,18, dove Dio si lamenta con il suo popolo, ostinatamente cieco e infelice perch non cammina secondo le sue vie: Sordi, ascoltate; ciechi, alzate gli occhi e guardate. volete forse pure voi diventare suoi discepoli? La battuta dellex cieco sa di ironia mordace. Nel frattempo lui stesso sta giungendo alla piena luce: sa che il miracolo diventare suoi discepoli, discepoli della Parola fatta carne e fango. Il processo contro di lui diventa per lui un cammino di testimonianza e di fede. Chi non nega e testimonia ci che conosce, alla fine riconosce la verit in modo pi pieno. v. 28: lo ingiuriarono. Se lironia largomentare proprio del debole, linsulto proprio del potente a corto di argomenti. tu sei discepolo di quello, ecc. Evitando di dirne il nome, gli danno la patente di suo discepolo. Loro, invece, si professano discepoli di Mos, senza sapere che Mos parla del Cristo (cf. 5,46s). Questi infatti realizza la volont di Dio espressa nella legge: dare la vita. Ancora oggi il criterio per capire la verit o meno di una religione chiedersi che Dio e che legge professa: un Dio e una legge che per la libert o loppressione, per la verit o per la menzogna, per la vita o per la morte, per la luce o per la tenebra? v. 29: a Mos ha parlato Dio. vero! Ma Dio non morto e sepolto nel passato: vive nella storia di liberazione delluomo. La sua parola non un reperto archeologico: dietro c lui che parla e agisce, ora come allora.
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costui non sappiamo da dove . Questa la questione: da dove e da chi inviato? Se non si sa la risposta, non si deve eliminare la domanda e chi la pone. Cos fa chi si chiude in ci che sa e non si apre alla novit. v. 30: in questo lo straordinario. Ci che meraviglia lex cieco che i competenti, invece di capire, sono ciechi sulla cosa fondamentale: non sanno neppure chi colui che d la luce. E resteranno sempre pi ciechi fino a quando, grazie al fango del Figlio delluomo, non cambieranno la loro idea di Dio. v. 31: sappiamo che Dio non ascolta dei peccatori, ecc. Lex cieco, illuminato, si fa teologo e si pone al loro livello. Al noi sappiamo della classe dotta (v. 24), contrappone il sappiamo del buon senso popolare: se Dio ascolta i giusti, lopera di Ges lo rivela da Dio, perch giusta. Il punto di partenza dellex cieco un fatto concreto e il suo significato pi evidente: meglio vederci che essere ciechi! un buon inizio di metodo teologico. Non vale per per chi ha interesse che lui non ci veda. v. 32s: mai si ascolt che, ecc. Lex cieco sottolinea la novit assoluta di ci che a lui capitato. Linsistenza sullespressione aprire gli occhi ai ciechi il motivo dominante del testo e indica lazione messianica per eccellenza: far nascere a vita nuova. Questo non pu essere che opera di Dio. anzi la sua opera, con cui fa nuove tutte le cose. v. 34: sei nato tutto nei peccati . Chi ancora cieco accusa lex cieco di essere totalmente nei peccati, proprio ora che in lui si sono manifestate le opere di Dio (cf. v.3). proprio tu insegni a noi. I capi vogliono restare gli unici detentori del sapere che fonda il potere, riducendo a ciechi e peccatori gli altri. Proiettano su di loro la propria realt (cf. v. 41). e lo espulsero fuori. Chi libero dalla paura e dalla schiavit, chi ha aperto gli occhi sulla verit che fa liberi, espulso fuori da chi ancora nelle tenebre. Le opposizioni lhanno fatto crescere e, alla fine, staccato dalle tenebre: nato alla luce della libert. C un regista invisibile che, lasciando fare agli attori ci che vogliono, si prende la libert di tessere una storia bella anche dagli avvenimenti pi impensati, anzi incresciosi (cf. Gen 50,20; At 4,27s; Rm 8,28). La commedia umana ormai sempre anche una commedia divina. Ora lex cieco, espulso fuori dalla tenebra di chi lo vuole cieco alla luce di chi gli ha ridato la vista, pu incontrare il Volto. v. 35: ascolt Ges che era stato espulso fuori . Ges ha ascoltato ci che gli accaduto: per causa sua stato insultato e bandito dalla comunit, reso partecipe della sua stessa sorte (cf. 16,1-3). Ora, diventato come lui, avr la beatitudine di vederlo. incontrandolo. La chiamata dei primi discepoli una serie di incontri (cf. 1,41b.43.45bis). Ora anche lex cieco, come lex infermo (5,14), incontra Ges, perch cercato e trovato direttamente da lui. Noi lo possiamo trovare e incontrare perch lui per primo ci viene incontro per cercarci. tu, credi nel Figlio delluomo? Allex infermo Ges dice di non peccare pi, perch non gli capiti di peggio (5,14). L Ges era presentato come colui che toglie il peccato; ora invece colui che completa la creazione, facendo nascere dallalto. Lex cieco, infatti, ha gi rotto con il male: stato espulso! A lui Ges propone la piena luce: la fede in lui, il Figlio, vita e luce del mondo. Quella di Ges una domanda retorica, che suppone una risposta positiva. Ma anche una domanda misteriosa. Il titolo Figlio delluomo unallusione al Figlio delluomo di Dn 7,13s, che viene per giudicare il mondo (cf. v. 39, dove si parla di giudizio). Ma in Giovanni, su dieci volte in cui esce questa espressione, solo in 5,27 si parla di giudizio; altre otto riguardano vari aspetti dellopera di salvezza che il Figlio delluomo compie: lapertura del cielo sulla terra (1,51), la sua discesa e ascesa al cielo (3,13; 6,62), linnalzamento sulla croce (3,14; 12,34), la sua glorificazione (13,31) e il dono del pane (6,27.53). Qui lunica volta in cui lespressione Figlio delluomo usata in modo assoluto, senza nessuna azione che la specifichi: indica tutto il mistero del suo fango, quello che Ges ha posto sugli occhi del cieco e che ora lex cieco vede davanti a s. Allex cieco, dopo lesperienza che ha fatto, Ges domanda di credere al Figlio delluomo. v. 36: chi , [Signore,] affinch creda in lui? La domanda pu significare qual oppure chi il Figlio delluomo. Quale sia, lha appreso dalla sua esperienza; chi sia, ora in grado di vederlo, perch gli ha dato la vista. La domanda di Ges serve ad esplicitare il suo desiderio di conoscerlo e credere in lui. Il miracolo della vista segno della fede, che vedere lui, il volto del Figlio delluomo, vero volto di ogni figlio duomo.
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v. 37: e lo vedi. In questo racconto vedere si dice per otto volte blp o anablp; qui, invece, si dice or, con un perfetto che ha valore di presente. Ges si manifesta normalmente dicendo: Io-Sono. Ora invece dice: Tu lo vedi!. La rivelazione si compie solo quando lui si manifesta e uno lo vede, quando lui parla e uno lo ascolta. Il punto di arrivo della rivelazione di Dio che uno finalmente lo veda, lo ascolti e lo accolga. colui che parla con te, lui stesso (cf. 4,26!). Il vedere sempre connesso al parlare: visione e parola sono inscindibili. Il principio del vedere la parola: il cieco, ascoltando lordine di Ges, ha aperto gli occhi e, testimoniandolo davanti a chi lo interroga, lha riconosciuto come linviato da Dio. Ora, nel dialogo con lui che lo incontra e lo invita alla fede in lui, il cieco lo vede. Il Figlio delluomo si definisce come colui-che-parla-con-te. E lo vedi, perch ti ha aperto gli occhi. Sta parlando anche con il lettore, che lo vede attraverso il racconto del processo al cieco. La fede nella parola diventa visione. Eppure colui che si vede resta sempre anche Parola: colui che parla con te. la Parola che fa vedere la verit; essa, come principio, cos fine della rivelazione. v. 38: credo, Signore. Ges gli chiede se crede nel Figlio delluomo; lex cieco risponde: Credo, Signore. questo il momento in cui il cieco pienamente illuminato: vede il Signore che parla con lui e aderisce a lui. Colui che gli ha donato la vista, il Signore della vita: quelluomo, chiamato Ges, che gli ha aperto gli occhi, il Signore che gli ha aperto il cuore ad accoglierlo. La vista stata per il cieco il segno, la fede il significato: vedere il Signore che parla con lui. In ci che quelluomo ha fatto per lui, lex cieco vede linvisibile: il racconto di s che il Padre gli fa attraverso il Figlio. lo ador. Il Figlio delluomo il nuovo tempio, la dimora di Dio tra di noi. Credendo in lui e aderendo a lui, il Figlio, adoriamo il Padre in Spirito e verit (cf 4,20-24). La fede vedere Dio nel Figlio delluomo, che cambia la nostra visione di Dio e di uomo. v. 39: per un processo io venni in questo mondo . Per lunica volta qui Giovanni usa la parola krma col significato di processo, nelle sue varie fasi. Altrove significa giudizio o condanna, come risultato di un processo. Il Figlio non venuto per condannare, ma per salvare il mondo (3,17). E lo salva mediante questo processo che abbiamo visto nel cieco: egli viene alla luce, primogenito di numerosi fratelli. La venuta di Ges, luce del mondo (8,12), compie in noi un processo che lopera di Dio: un uomo illuminato e mostra la cecit di chi vuol restare nelle tenebre. Per il cieco stato un cammino di visione sempre pi chiara, per gli altri un accecamento sempre maggiore, in modo che riconoscano la loro cecit e possano essere guariti. affinch quelli che non vedono, vedano. la grande opera di Dio: far passare dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita (cf. Is 42,5-7). e quelli che vedono diventino ciechi (cf. Is 6,9-10). Quando viene la luce, chi apre gli occhi per accoglierla illuminato; chi la rifiuta rimane nelle tenebre. Larrivo della luce svela la cecit dello spirito, che la rifiuta. Levangelista, con il suo racconto, pone anche davanti ai nostri occhi il fango di colui che la luce del mondo: ci presenta la carne della Parola. Se, come il cieco, lascoltiamo, veniamo illuminati. v. 40: ascoltarono queste cose (alcuni) dei farisei che erano con lui . Anche noi, che siamo stati con lui nel racconto, ascoltiamo queste parole di Ges; gli facciamo la stessa domanda e riceviamo la medesima risposta. siamo forse ciechi anche noi? la domanda che facciamo anche noi che leggiamo il vangelo: che immagine abbiamo di Dio e delluomo, della sua parola e del nostro rapporto con lui? Qui ovviamente si parla di cecit spirituale. Se ci riconosciamo ciechi, siamo gi sulla via della guarigione. I farisei presumono di essere illuminati e non vogliono cambiare la loro immagine di Dio e di uomo; per questo restano schiavi delle tenebre e rifiutano di nascere nello Spirito. v. 41: se foste ciechi, non avreste (alcun) peccato . N il cieco n i suoi genitori hanno peccato. Siamo tutti ciechi dalla nascita: non conosciamo Dio. Ma il nostro occhio fatto per la luce e, quando essa viene, rivela in noi lopera di Dio, che apre gli occhi ai ciechi (vv. 1-5). Questopera di Dio il fango che Ges ci pone davanti agli occhi: il suo modello di uomo, il Figlio. Siamo esortati a immergerci in lui, linviato dal Padre, per ascoltare la sua parola. Chi lascolta, viene alla luce (vv. 6-7): ha la sua vera identit di uomo libero, con una nuova immagine di s e degli altri, di Dio e della sua legge (vv. 8-12). Questa vista giunge alla luce piena attraverso lopposizione dei farisei, che
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rappresentano laltro modo di vedere Dio e luomo (vv. 13-34). Una volta espulsi dalle tenebre, c il faccia a faccia con il Figlio delluomo e ladesione a lui (vv. 35-41). voi dite: vediamo. I farisei ritengono che il loro modo di vedere sia quello giusto. Hanno assolutizzato la legge, che pur viene da Dio, sacrificando ad essa e Dio e uomo: con dei buoni mattoni, si sono costruiti una prigione invece di una casa. il vostro peccato dimora. Invece di dimorare nel Signore, e lui in loro, dimorano nella falsa visione di Dio e delluomo. Riconoscere questo peccato opera costante dello Spirito di verit, perch possiamo accogliere la luce (cf. 16,7-8). La fine di questo capitolo ci riporta allinizio. Attraverso il racconto del cieco, nato tale senza colpa, il Signore ci vuol guarire da quella colpa che accieca il nostro spirito. 3. a. b. c. d. Pregare il testo Entro in preghiera come al solito. Mi raccolgo immaginandomi al tempio, il giorno di sabato. Chiedo ci che voglio: riconoscermi cieco e accogliere la luce. Traendone frutto, contemplo i personaggi: chi sono, che fanno, che dicono. cieco dalla nascita chi pecc? nel cieco si rivela lopera di Dio io sono la luce del mondo sput per terra, fece del fango, unse col suo fango gli occhi va, lavati alla piscina di Siloe and, si lav, venne che ci vedeva lui / non lui? io sono! come avvenuta la guarigione i farisei e la loro preoccupazione per losservanza del sabato la visione che lex cieco e i farisei hanno di Dio e delluomo, del sabato e della legge come reagiscono i suoi genitori le pressioni dei farisei sullex cieco per staccarlo da Ges la libert dellex cieco nellammettere la realt e nel leggerla la sua espulsione dalla tenebra il suo incontro con Ges e la sua venuta alla luce credi nel Figlio delluomo? lo vedi: colui che parla con te lui stesso credo, Signore il processo che la luce compie: fa vedere i ciechi e mostra la cecit di chi presume di vederci. 4. Testi utili Sal 14; Rm 3,21-26; Gv 5,1ss; Mc 8,22-26; 10,46-52; 1Gv 1,5-2,2.

Da notare:

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